Sei sulla pagina 1di 7

Background DnD

Nome personaggio: Faelner

Razza: Elfo Dei Boschi

Bonus razza: +2 destrezza, +1 saggezza, competenza in Percezione

Classe: Ranger (archetipo Beastmaster)

Bonus classe: competenza in Furtività, Addestrare animali, Natura

Armi: Arco lungo, Spade corte, Pugnali da lancio, Pugnale rituale draconico

Background: forestiero, competenza in Atletica e Sopravvivenza

Allineamento: Neutrale Buono

Età attuale: 15 anni nel villaggio + 6 nella foresta + 1 da avventuriero= 22 anni

Storia:

PROLOGO: UN LAMPO NELLA NOTTE

Faelner adorava la pioggia. Quando il vento iniziava a soffiare e le nuvole si ammassavano minacciose in
cielo, la natura rivelava il suo lato selvaggio, quello più crudo e sincero. Non temeva il freddo o i fulmini,
sapeva che gli dei tenevano troppo alla sua vita per portargliela via nei boschi. D'altronde per quale altro
motivo avrebbe potuto sopravvivere al suo fato se non perché era stato scelto dalla Natura?

Ultimi eredi di un antico clan di Elfi Silvani, i genitori di Faelner erano stati sorpresi da una tempesta, un
giorno come tanti altri, mentre erano a caccia nella Foresta D' Autunno, con i suoi alti abeti, che circondava
il villaggio dei Silvani. Bloccati in una grotta non erano potuti tornare a casa sino al giorno successivo.
Assordati dai tuoni, non avevano potuto sentire le urla degli innocenti e le fiamme che lambivano le
capanne e gli alberi-casa dei loro compagni ed amici. Quando arrivarono non rimaneva più nulla del ridente
villaggio. Le capanne fumanti e le pile dei cadaveri scatenarono in loro un antico terrore, sopito da decenni
di pace. Immediatamente corsero verso la loro casa, ormai solo un ammasso di macerie. La balia, una bella
elfa rossa, giaceva riversa con un pugnale conficcato nel petto. L'arma era intagliata con rune sconosciute e
percorsa di venature di zaffiri e ossidiana. Fattura draconica, un’arma che non era fatta per uccidere, ma un
pugnale per cerimonie.

I due si strinsero disperati, cercando la loro ultima speranza fra tutti i mobili e le stanze della dimora. Un
grido si levò da sotto un asse nascosta nel pavimento. Un neonato urlò la sua paura e la sua solitudine nella
notte, miracolosamente illeso e ancora avvolto nelle fasce. Faelner era sopravvissuto al massacro, salvato
dal suo silenzio e dal sacrificio di un’elfa. Padre e madre fuggirono insieme nella notte, non fermandosi mai
e senza voltarsi indietro, dimenticando il passato. Dopo giorni passati a vagare nel bosco, nutrendosi solo di
radici e bacche, giunsero ad una cittadina ai confini dei boschi che non era stata coinvolta nelle violenze che
insanguinavano la Foresta D' Autunno: Caraseldar, l’insediamento maggiore della popolazione elfica in
quelle zone. Chiesero ospitalità e riserbo sulle disgrazie subite, e gli Elfi Alti, padroni delle arti magiche,
furono clementi con i loro lontani cugini, pur mantenendo un velo di sospetto e diffidenza verso il loro
arrivo improvviso. Le divisioni fra gli elfi alti e quelli silvani avevano radici lontane, e le due popolazioni non
erano in guerra ma avevano visioni molto diverse della vita e per evitare contrasti si evitavano isolandosi.

Faelner crebbe all' ignaro del suo passato, vivendo come uno spettro dentro la città degli elfi. I suoi genitori
erano apprensivi, sempre timorosi di lasciarlo camminare da solo, amorevoli e gentili con lui, tuttavia il loro
affetto nascondeva un’ombra, cicatrici impossibili da rimarginare. Il giovane Fael era diverso da tutti i suoi
coetanei, e per questo isolato e continuamente maltrattato. Per potergli permettere un’istruzione il padre e
la madre erano costretti a svolgere le mansioni più umili, il primo come operaio nei lavori di manutenzione
della città o talvolta come contadino nei piccoli campi al limite del bosco per seminare, la madre come
lavandaia in una vecchia capanna vicino al fiume. Essi lavoravano come schiavi per gli Alti, che non erano
popolo creato per la comprensione, ricevendo appena il necessario al loro sostentamento e non
partecipando mai alla vita del villaggio o alla società degli elfi alti. Le condizioni di vita consumarono i loro
corpi, privati della vita all'aria aperta dei boschi e spossati dalle quotidiane fatiche. Dal giorno in cui erano
arrivati alla città degli Elfi Alti erano stati bollati come portatori di sfortuna e il loro passato li rendeva schivi.
Non si ebbero più notizie del destino degli altri abitanti del villaggio dei Silvani e questo silenzio contribuì
forse al sospetto che tutti sembravano nutrire per quella famiglia. Quando Faelner raggiunse l’adolescenza,
a circa venti anni dalla notte in cui era nato e poi sopravvissuto entrambi i suoi genitori si ammalarono
gravemente di una malattia lenta e dolorosa, probabilmente dovuta al non potersi più alimentare con i cibi
dei silvani che erano proibiti a loro, che accelerò il loro processo di invecchiamento e li costrinse a letto. Il
figlio allora continuò il loro lavoro, da solo, senza sostegno o conforto, trattato dai concittadini come un
essere inferiore. Perché i suoi occhi non erano eterei, azzurri come quelli degli Elfi più nobili, ma bruni come
i tronchi degli alberi. I suoi lunghi capelli selvaggi non erano biondi, ma al contrario neri, folti, come se
l’ombra di morte di quella notte al villaggio degli Elfi dei Boschi non lo avesse mai abbandonato e gli si fosse
impressa nel corpo. Riuscì a finire la scuola degli elfi e a ricevere un’istruzione base insieme agli altri
bambini elfi ma i maestri e gli anziani si rifiutarono di farlo proseguire ulteriormente sulla via della magia o
del combattimento, perché non poteva permettersi di continuare solo con il suo lavoro, ma a Faelner non
importava, anzi era felice di non dover più vedere per forza quegli orribili ragazzi elfi che lo prendevano in
giro e gli istruttori che lo giudicavano stolto e irresponsabile nonostante fin da piccolo avesse manifestato l’
intuito e la visione della vita tipici della sua razza. Ricevette la maggior parte delle conoscenze dalla madre e
dal padre, che gli spiegarono quasi tutto della storia dei silvani e gli insegnarono a cacciare di nascosto dalle
guardie elfiche, a usare l’arco e la spada e a conoscere i segreti delle piante e della natura.

Quando una mattina sua madre morì, nel sonno, con l’aspetto di un elfo con il triplo dei suoi anni egli non
pianse. Faelner non conosceva quasi mai la gioia, e la vita l’aveva abituato al dolore. Suo padre non ci mise
molto a seguirla, sentiva che nonostante la longevità elfica non gli restava molto e una sera dopo che Fael
fu tornato dal lavoro lo chiamò sul letto di morte. Non poteva dargli un’eredità, ma si decise finalmente a
parlare a quel suo figlio solitario e taciturno, a spiegargli come mai erano diversi da tutti gli altri nel mondo,
reietti e profughi, condannati a sopportare il dolore di essere sopravvissuti e di aver perso tutto. Faelner
quella notte conobbe per la prima volta un altro sentimento: la rabbia. La sola eredità lasciatagli dal padre
fu un pugnale, lo stesso pugnale che era stato la rovina della sua famiglia e la salvezza del neonato
innocente. Su quel pugnale era inciso un artiglio di drago nella pietra incastonata sul pomo dell’elsa, unico
marchio che poteva dare un indizio dei responsabili del massacro dei silvani. La vita era stata dura con
Faelner, l’aveva reso cinico e sospettoso, tarpato la spensieratezza e il senso di armonia col cosmo tipici
degli elfi dei boschi. Iniziò a provare rancore e la sua mente si affollò di dubbi, e domande irrisolte. Chi era
veramente lui? Da dove veniva? Perché gli Elfi Alti, con la loro magia non avevano curato i suoi genitori, e
soprattutto per quale motivo li tenevano separati e nonostante fossero stati costretti a soccorrerli e
avessero deciso di ospitarli, sembravano disprezzarli? Non aveva nulla da spartire con loro, si disse, e
nonostante fosse troppo saggio per provare dei pregiudizi, era diffidente verso coloro che si ritenevano il
popolo più longevo e potente della Terra. E poi l’interrogativo più grande e terribile di tutti: così era
successo veramente quella notte? Chi erano i draghi? Quelle creature al cui solo pensiero i suoi defunti cari
tremavano e si erano rifiutati di parlarne per tutta la vita? Perché gli dei avevano risparmiato proprio lui fra
tutti gli abitanti del villaggio e l’avevano destinato ad un’esistenza da esiliato? A quelle domande Faelner
non aveva risposte. Ma l’indole da elfo silvano emerse ben presto e una mattina di fine estate, stanco degli
stenti e del futuro che la sua vita attuale sembrava riservargli, una mattina all’ alba finse di andare al lavoro
come ogni giorno nei campi ma decise di partire di nascosto. Nello zaino aveva l’essenziale: i suoi vestiti
erano poveri e semplici, l’arco di suo padre e il mantello di sua madre. Si diresse di corsa verso l’uscita del
villaggio, verso la foresta e non salutò nessuno. Probabilmente il capovillaggio o le guardie avrebbero
cercato di fermarlo se l’avessero visto. Quanto agli altri giovani elfi, per loro era un fantasma, uno strano
dalla quale stare alla larga. Non lasciò rimpianti, ma partì con la sete di vendetta e voglia di prendersi la
rivalsa sulla vita. Quell’anno teoricamente segnava l’ingresso di Faelner nella maturità ma dopo soli 16 anni
quel giovane ragazzo aveva vissuto molte più esperienze dei suoi coetanei elfi che avevano vissuto con
lentezza.

CAPITOLO 0: LA VITA NELLA FORESTA D’ AUTUNNO

Faelner continuò a correre in mezzo alla tempesta, mentre in mezzo a lui dalle chiome degli alti abeti
grandinavano gocce che nutrivano i verdi cespugli del sottobosco. La Foresta, quasi come un unico essere
sembrava ringraziare la stagione che dava il nome a quelle zone e la sua pioggia che con la sua linfa vitale
ridonava vigore alle foglie e nutriva piante ed animali. Il giovane elfo nonostante il fragore dei tuoni, in alto
sopra di lui, e il fischiare del vento, sapeva come muoversi tra il fogliame senza perdersi, diretto verso un
riparo, seguendo gli odori del bosco fino a una radura dove gli alberi si diradavano per fare spazio a un
rialzo del terreno, dal quale spuntavano grossi massi muschiosi, attorno ai quali dopo ogni diluvio
spuntavano sempre funghi colorati. Fael si fece strada attraverso uno di questi, sotto il quale si era creata
un’insenatura naturale, quasi invisibile alla vista, nascosta dai licheni e grande a malapena da permettervi
l’ingresso di una creatura. Lì dentro, al riparo dalla pioggia, il silvano si era preparato un rifugio di fortuna,
imbottendo le pareti di nuda roccia con morbidi rami di faggi e canne di fiume. Faelner prese una scheggia
di ardesia e iniziò a sbatterla contro un cerchio di pietre sul pavimento, diretta verso un’esca di erbe secche.
Subito, nonostante l’umidità dell’aria le scintille presero vita e un tiepido fuoco si sprigionò illuminando la
piccola grotta. Nonostante l’elfo ci vedesse benissimo al buio aveva imparato che nella foresta durante un
temporale il calore di un fuoco poteva fare la differenza fra la vita e la morte, specialmente quando
l’inverno era alle porte e mentre si riscaldava tenendo viva la fiamma con dei rametti tenuti all’ asciutto
dentro la grotta prese dalla sua vecchia sacca qualche bacca, che raccoglieva sempre mentre passeggiava
fra gli invisibili sentieri che si era creato nella Foresta D’ Autunno. Era un pasto povero e freddo ma
purtroppo era assai ostico trovare della selvaggina in modo sicuro all’ interno di quelle terre, specialmente
per un giovane elfo che cacciava solo. “Chissà cosa penserebbe mio padre se mi vedesse ora” pensò
Faelner, e mentre si preparava a coricarsi la sua mente tornò al passato, alle uscite segrete notturne con il
suo vecchio per procurarsi qualche piccola preda all’ insaputa degli Elfi e di sua madre, che sicuramente non
avrebbe mai permesso al figlio di allontanarsi da quella gabbia dorata che era Caraseldar. Nonostante la sua
sopravvivenza faticosa e i noti pericoli della Foresta, l’elfo si trovava molto più a suo agio vivendo isolato e
fuori dalla società rispetto al dolore e al disprezzo che ricordava con rimorso quando pensava al passato.
“Ho deciso, quando questa pioggia sarà finita andrò una volta per tutta a cercare un pasto come si deve” e
si addormentò sognando le storie che gli raccontavano da piccolo i suoi cari, una volta famosi tra i cacciatori
dei silvani.

Faelner ormai aveva perso il conto del tempo che aveva passato da solo nella selva. Erano passate decine o
forse centinaia di lune, corrispondenti a quasi 5 anni di vita umana, ma potevano essere una briciola nell’
eternità per gli occhi di un elfo, e la vita nella natura aveva un ritmo diverso. Quando aveva deciso di
allontanarsi da quello che per lui era l’unico mondo conosciuto aveva iniziato a correre senza mai voltarsi
verso il fitto della foresta, fino a perdersi in zone in cui non aveva mai camminato e a rimanere preda di un
terrore inconscio alla vista della vastità selvaggia e della natura implacabile che lo circondava. Ma quel
giorno, proprio quando sembrava che ogni altro sentiero fosse scomparso, chiudendo gli occhi per la paura
gli sembrò di riconoscere una voce che lo chiamava e lo guidava attraverso la foresta, fino al versante
settentrionale, ben più sicuro degli oscuri meandri del sud. Iniziò a seguire quel suono rassicurante,
facendosi forza e accelerando il passo fino ad udire chiaramente lo scorrere del fiume che attraversava il
grande bosco e usando quello per orientarsi riuscì a trovarsi un suo personale territorio fra gli immensi
ettari incontaminati. L’elfo lo interpretò come un segno della Natura stessa e degli dei che lo guidavano e
gli mostravano la loro benevolenza per la scelta che aveva fatto. Forte delle convinzioni e delle tradizioni
che gli ultimi membri della sua razza gli avevano insegnato decise che non avrebbe mai più fatto ritorno alla
crudele società e avrebbe continuato la sua missione di rivalsa imparando a vivere da solo come un vero
elfo dei boschi e che avrebbe vendicato il nome dei silvani quando il Destino glielo avrebbe chiesto. Dopo
giorni passati a sopravvivere solo raccogliendo bacche e frutti si fece coraggio e iniziò a seguire le tracce
degli animali che vivevano in quelle zone, cercando di distinguere le prede dai predatori e imparando a
riconoscere i suoni della foresta aguzzando le sue orecchie appuntite e stringendo gli occhi per discernere
le bestie nella penombra del sottobosco. Dopo una serie di battute sfortunate e di frecce scagliate a vuoto
iniziò ad imparare dai suoi stessi errori e finalmente gli appostamenti silenziosi e i frenetici inseguimenti
iniziarono a dare i loro frutti. Dagli scoiattoli passò alle pernici e poi ai conigli selvatici, puntando sempre a
prede più succulente ma cacciando solo per fame e rispettando gli equilibri naturali che aveva imparato a
conoscere. Gli animali sembravano fidarsi di lui quando vedevano che non era a caccia, e gli uccelli e i
piccoli mammiferi lo seguivano con lo sguardo nelle sue passeggiate, forse curiosi di quella specie in via d’
estinzione che si era reintrodotta nel loro ambiente. Faelner teneva con cura il suo equipaggiamento: il suo
arco e le frecce in legno che si costruiva per cacciare, il suo acciarino e la pietra focaia, un coltello
seghettato in pietra per spellare e naturalmente l’odiato pugnale, che tuttavia era un’arma impareggiabile e
dal filo freddo e spietato per finire le prede ferite. Sembrava che ad ogni animale a cui toglieva la vita
l’arma risplendesse di una luce bianca e la pietra con l’artiglio di drago del pomello brillasse di un blu
intenso, ma probabilmente, si disse Faelner, sono solo le mie paure infantili che mi creano allucinazioni.
“Non ho tempo per piangere il passato, devo sopravvivere ogni giorno” e si faceva forza così. Una sera,
tornando al suo consueto rifugio fra i sassi della Radura D’ Autunno, come l’aveva rinominata, udì un nuovo
suono che si mescolava ai grilli e ai richiami dei gufi nel crepuscolo. Con la coda dell’occhio vide un
movimento fra gli alberi che circondavano la piccola collinetta rocciosa e subito dietro due figure nere che
si lanciavano all’ inseguimento di qualcosa. “Lupi” pensò con un brivido, e subito la mano corse alla faretra
dietro di lui, ma nonostante l’adrenalina capì che quella sera i principi delle tenebre erano a caccia di
qualcosa di apparentemente più importante di lui e subito tornò alla protezione dei massi. Ovviamente
evitava i predatori se per caso sentiva di essere fuori dal suo territorio o avvistava il manto dei lupi o dei
felini che dominavano in quei boschi. Ma sapeva anche che era inutile provare terrore dato che quelle
bestie erano più scaltre di lui e almeno abbastanza sagge da non attaccarlo, almeno finché portava il
cappuccio con il marchio dei cacciatori elfici e aveva i suoi personali “artigli volanti” a difenderlo. Quello che
temeva di più non erano i lupi che scendevano di inverno dalle montagne per cibarsi dei cuccioli di cervo e
nemmeno le pantere in agguato sugli alberi, ma di incontrare ben altri mostri più spaventosi e sconosciuti,
che popolavano i suoi incubi e i racconti di quando era bambino. Ma, ragionava, gli dei sono dalla mia
parte, e una leggenda lo rasserenava, quello dei sapienti mutaforma che proteggevano la foresta dal male
delle mostruosità e difendevano le razze degli umani dalla natura e viceversa. I druidi della Foresta D’
Autunno. Sapeva che essi abitavano le zone più interne della boscaglia e mettevano grandi animali a
protezione dei loro circoli sacri, orsi e leoni, spiriti della Natura stessa. Queste leggende gli erano state
narrate dai suoi genitori nei rari momenti di felicità e pausa dal lavoro, perciò aveva fiducia nella loro
protezione e non temeva gli ululati e l’oscurità del bosco.

E così gli anni passarono, mentre Faelner lentamente apprendeva ogni pianta e verso di animale e il suo
corpo diventava più forte, rendendolo un cacciatore esperto e un costruttore sapiente. Si era spostato
verso le zone più orientali della foresta, dove gli alberi erano più vecchi e robusti e aveva creato una
capanna sopra uno di questi, con tutte le comodità che un silvano abituato a dormire sotto le stelle poteva
desiderare: un secchio di acqua piovana sempre pieno, un comodo giaciglio fatto di foglie e coperte di pelli,
uno sgabello ricavato da un ceppo e delle pareti di assi di legno con un tetto di rami che non lasciava
entrare freddo o pioggia. Lì Faelner trascorreva le sue giornate ad allenare il fisico e la mente, entrando
sempre più in sintonia con la natura e diventando il padrone del territorio circostante. Aveva imparato ad
usare le piante come medicine naturali e ad imitare il richiamo degli uccelli per comprendere i loro
linguaggi nascosti, avvertendo passaggi di eventuali minacce senza essere scorto. Di notte si muoveva
silenzioso che fosse per cacciare o per esplorare nuove zone. Dal teschio di un giovane cervo aveva ricavato
un flauto in osso che suonava per dilettarsi, simile al richiamo dei gufi elfici che di notte lo guidavano nella
caccia e sotto al suo albero aveva trovato il modo di piantare delle piccole piante di frutti di bosco e bacche,
in modo da avere provviste ogni qualvolta ne avesse avuto il bisogno. I capelli neri di cui tanto andava
orgoglioso erano raccolti attorno a un laccio di cuoio e i suoi vestiti nuovi di pelli e foglie cuciti da lui stesso
usando i giunchi freschi del fiume d’Autunno come fili. “Ecco ora mio padre e specialmente mia madre
sarebbero veramente orgogliosi di me” pensava e per la prima volta nella sua vita si sentiva veramente
felice e in equilibrio con l’universo, ringraziava le forze della Natura che lo preservavano e lo facevano
crescere forte.

Faelner non aveva mai incontrato altri elfi o creature umanoidi nei 15 anni trascorsi nella foresta e perciò si
sentiva il padrone ma anche il guardiano di quelle zone, non riceveva notizie del mondo esterno se non
qualche voce che correva fra gli animali o trasportata dal vento fra le piante. A volte quando era nei limiti
settentrionali o occidentali della foresta vedeva da lontano le carovane dei mercanti o le cavalcature dei
messaggeri che viaggiavano lungo la strada ma non si arrischiava ad uscire dalla protezione degli alberi e
inoltre non aveva interesse, al di fuori del suo mondo, si diceva, la gente era diversa e probabilmente
l’avrebbe sfruttato come i suoi genitori. Le cose che aveva imparato alla scuola degli elfi da bambino non gli
erano utili nel suo territorio selvaggio e aveva anche sviluppato una filosofia naturale che si era auto
impartito, osservando i comportamenti degli animali e delle piante sature di magia della Foresta
D’Autunno. In particolare aveva un codice di caccia, uccidendo solo animali non a rischio di estinzione o
sacri ai druidi, e con un grande rispetto per le divinità della caccia e della selva. La sua preda migliore la
teneva sempre con sé, a decorare il suo zaino fatto di pelli e le bisacce dove custodiva il cibo e i suoi vestiti:
un enorme zanna di cinghiale albino, un vecchio esemplare maschio impazzito, che aveva inseguito per
giorni e poi braccato, per liberare gli alberi della radura dalla furia dei suoi denti e dei suoi zoccoli. Era una
bestia imponente ma resa pazza dalla vecchiaia e dal dolore della perdita del suo branco, ucciso dai lupi
feroci. Faelner era stato costretto ad usare tutte le sue frecce e poi a finirlo con un pugnale in ferro,
rudimentale, che aveva trovato nella foresta un anno prima. Aveva poi pregato la Natura per il sacrificio
dello spirito dell’animale e aveva ringraziato i suoi antenati per le abilità da cacciatore. Oltre al cinghiale
conservava con sé anche il teschio di un grande cervo maschio, dal quale aveva ricavato un corno di caccia
e un flauto in osso, due strumenti con un suono contrastante, uno potente e armonico e l’altro dolce e
melodico, ma che se suonati nella giusta combinazione potevano dare all’ aria selvaggia della natura una
vena magica e delicata.

Dopo 6 anni passati nella foresta Faelner conosceva tutti i meandri del territorio nordoccidentale, situati
nella nazione di Ishtal della quale tuttavia non si sentiva di far parte, e poteva orientarsi senza problemi
nella vastità dei sentieri che aveva mantenuto percorribili partendo dal corso del fiume fino alle sue
diramazioni e alla sua foce. Aveva anche esplorato la parte meridionale che era nei confini di Obirek,
nazione a lui sconosciuta ma che ricordava dalle lezioni dei maestri, e dal centro spesso si inoltrava verso
ovest, per vedere le pianure dove la terra si estendeva senza interruzioni, oppure verso est fino alle coste,
per pescare e guardare i venti che soffiavano sul continente. Mai era ritornato nella zona di Caraseldar,
nella parte sud, perché non voleva più mettere i piedi su quello che era il suo passato e aveva deciso che
non sarebbe tornato sui suoi passi ma avrebbe vissuto esplorando ogni giorno un posto diverso, per
conoscere e preservare la Natura che lo guidava nella vita. Aveva creato una rudimentale mappa della
foresta usando della pergamena di pelle e il suo obiettivo era quello di poter conoscere ogni angolo di quel
continente indipendente e una volta diventato più forte liberarlo dai mostri che era sicuro infestassero i
meandri più oscuri, gli stessi meandri dove da qualche parte giacevano le rovine del suo villaggio, con
segreti e i misteri legati a quella lontana minaccia. Ma per ora Faelner era felice così.
CAPITOLO 1 L’INIZIO DI UN VIAGGIO

Isolato come era e abituato solo ai rumori naturali era abituato a pattugliare di routine i confini della sua
personale zona di caccia, ma non si aspettava particolari imprevisti dopo anni di sopravvivenza
relativamente tranquilla. La sua sorpresa fu grande quindi quando una mattina vide qualcosa che lo lasciò
interdetto e per la prima volta dopo anni tornò a dubitare di sé stesso. Successe tutto molto velocemente,
un attimo prima era arrampicato su un albero che guardava il sentiero sotto di sé, rivolto verso il margine
ovest della Foresta D’ Autunno e un momento successivo quasi rischiò di cadere dallo stupore e rimase
aggrappato per un pelo ad un ramo cercando di non fare rumore. Improvvisamente nel sottobosco sotto di
lui la tranquillità fu turbata e una figura attraversò di corsa il suo campo visivo, diretta verso l’interno della
foresta, in un turbinio vorticante nel quale Faelner riuscì solo a scorgere una macchia rossa, forse i capelli
dell’individuo. Mentre il misterioso intruso stava per scomparire dal suo orizzonte Faelner riuscì a rimettersi
in piedi e in pochi secondi l’istinto del predatore si mise in moto ed iniziò ad inseguire fra i cespugli del
sottobosco la causa di tutto quello scompiglio. L’aveva quasi raggiunto, a debita distanza di sicurezza per
non farsi individuare e cercando di confondere la sua figura fra il fogliame e di non calpestare foglie o rami
secchi per non fare rumore, inspiegabilmente l’obiettivo del suo inseguimento prese una svolta fuori dal
sentiero, dirigendosi verso nord, dove Faelner sapeva scorrere il fiume D’Autunno, peraltro nel suo punto
più profondo e ampio, difficilmente guadabile. Improvvisamente nonostante fosse sotto i suoi occhi perse
le tracce dell’individuo e rimase a guardarsi intorno, fermandosi e chiedendosi come avesse fatto a
scomparire dalla sua vista. Si avvicinò verso il punto in cui aveva visto la persona l’ultima volta, volgendo gli
occhi a terra per cercare eventuali impronte o tracce che avrebbero rivelato la sua direzione. Non fece in
tempo a rialzare lo sguardo e voltarsi che sentì un grido provenire dalle sue spalle, seguito da una corrente
d’aria e poi sentì un forte dolore alla testa e venne sbalzato all’ indietro, cadendo. Dopo qualche secondo
aprendo gli occhi e tenendosi le mani sul retro della nuca, stordito, si rialzò e vide la creatura che lo aveva
attaccato, rimanendo a bocca aperta. Era una ragazza, una giovane elfa a prima vista, Faelner non aveva
mai visto una sua simile così diversa dalle altre donne, e la prima cosa che pensò fu alla sua bellezza,
completamente staccata dai canoni fulgidi ed eterei delle elfe Alte, ma invece molto più corporea e
concreta, una corporatura reale e uno sguardo imbronciato ma sincero, che faceva presagire l’inizio di
un’ottima avventura. Superando la confusione iniziale si rialzò e subito l’istinto di sopravvivenza si attivò:
poteva pure essere l’elfa più bella che avesse mai visto ma lo aveva colpito e il suo intuito e il livido che si
stava formando sulla sua nuca la catalogavano come un’attuale minaccia. Fronteggiò la sua assalitrice e con
un movimento quasi impercettibile pose le mani dietro ai fianchi, ai foderi dei pugnali che portava sempre
con sé. L’arco era inutile in un combattimento di mischia. La ragazza non aveva armatura ma vestiva una
tunica lunga e color rossiccio, con una sottoveste gialla, i colori della terra, ottimi per mimetizzarsi nelle
pianure o nel deserto, ma che la facevano risaltare nella foresta, motivo ancora più incredibile per cui
Faelner non riusciva a capire come avesse fatto a perderla di vista. L’arma con cui era stato colpito si rivelò
essere un randello, un bastone che si allargava man mano che dal manico si arrivava ad un’estremità
rinforzata da alcune borchie in acciaio e decorato con delle strisce di stoffa e incisioni lungo il legno. Una
strana, arma, quasi più decorativa che con un utilizzo letale. I sensi dell’elfo erano all’erta, estrasse i coltelli
e si portò in posizione di difesa, pronto a contrattaccare. Vide la sua avversaria indietreggiare ed osservarlo
con un’espressione indecifrabile, un misto fra l’imbronciato e il pensieroso, mantenendo il suo bastone in
guardia davanti a lei. Ad un tratto vide l’elfa fare qualcosa di inaspettato che lo sorprese ancora
maggiormente, aveva perso il conto delle volte quel giorno, sembrava che la vita si stesse prendendo gioco
di lui. Ella piombò a sedere sul terreno foglioso, appoggiò la sua arma e scoppiò in una risata che a Faelner
sembrò come il suono di un’arpa che suona sulle rive di un fiume a primavera. Lo guardò scuotendo la testa
e i suoi capelli vermigli le ricaddero sulle spalle. “Sei ridicolo!” disse. Faelner non poteva credere alle sue
orecchie, “Come, prego?” – “Ho detto che sei ridicolo in quella posizione, e ti sta spuntando un bernoccolo
Da scrivere la fine del racconto e collegarlo all’inizio della campagna da avventuriero

Da scrivere tutte le avventure della campagna e l’anno passato ad esplorare

Da scrivere della morte apparente di Faelner e del suo futuro dopo di essa

Potrebbero piacerti anche