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GIACOMO LEOPARDI

Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798, a una delle più nobili famiglie del paese, primo di
dieci figli. Il padre, il conte Monaldo, era uomo amante degli studi e d'idee reazionarie; la madre, la
marchesa Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa fino alla superstizione legata alle
convenzioni sociali e ad un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il
giovane Giacomo che non ricevette tutto l'affetto di cui aveva bisogno. È ritenuto il maggior poeta
dell'Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale. Ricevette la
prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori ecclesiastici. La sua formazione
si basava sullo studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione
scientifica. Leopardi si dedicò inoltre ad un suo personale percorso di studi avvalendosi
della biblioteca paterna molto fornita. Nel 1815-1816 Leopardi fu colpito da alcuni seri problemi
fisici e disagi psicologici che egli attribuì almeno in parte - come la presunta scoliosi - all'eccessivo
studio, isolamento ed immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca
di Monaldo. Sempre in questo periodo comincia a soffrire di crisi depressive. Tutto questo rese
certo più acuto il suo disagio sociale, anche a causa della sua innata timidezza, facendolo sentire in
condizione di iniziale inferiorità nei confronti del mondo e spingendolo ad indagare profondamente
il dolore e la condizione umana.

OPERETTE MORALI. Le Operette morali sono una raccolta di 24 componimenti in prosa di taglio


satirico, divise tra dialoghi e novelle dallo stile medio e ironico, scritte tra il 1824 ed
il1832 dal poeta e letterato Giacomo Leopardi. Sono state pubblicate definitivamente
a Napoli nel 1835, dopo due edizioni intermedie nel 1827 e nel 1834. I temi sono quelli cari
al poeta: l’universo inteso come un continuo susseguirsi di nascita e morte, il mito del progresso, il
tema dell’infelicità umana (impossibilità di raggiungere la felicità=l’attesa della felicità), il vano
affannarsi dell’uomo alla ricerca della gloria e dell’affermazione di se, il rapporto dell'uomo con la
storia, con i suoi simili ed in particolare con la Natura, il confronto tra i valori del passato e la
situazione statica e degenerata del presente; la potenza delle illusioni e la noia. La ragione non è più
un ostacolo alla felicità, ma l'unico strumento umano per sfuggire alla disperazione.

Per quanto riguarda il titolo “Operette” è un diminutivo di umiltà: si tratta di componimenti brevi,
considerati piccoli in mole e in valore dall'autore. Ciò contribuisce a renderli, però, di un'efficacia
filosofica e poetica lucida, programmatica e chiara. Il termine morali  segna il contenuto filosofico:
i mores, i costumi, indicano la volontà di individuare nuovi modelli di comportamento, mettendo a
confronto l'antichità e la modernità (implicito il richiamo agli Opuscula Moralia di Plutarco).

Le Operette prendono il titolo anche dal messaggio pratico, non solo teoretico che danno:
proponendo un umile rimedio agli effetti funesti della filosofia moderna o della verità, recuperano
l'inesperienza, le passioni e l'immaginazione dell'antichità (fondate sul falso), unico rimedio per
migliorare la qualità della vita umana, e, in alternativa, suggeriscono delle tattiche di
narcotizzazione per alleviare il dolore. Nelle Operette vi è una ricca varietà di registri linguistici:
lirico-alto, medio-filosofico, colloquiale-basso-realistico. I personaggi dei dialoghi sono
principalmente creature fantastiche, personaggi mitici o storico. Talvolta l’autore si proietta in uno
dei personaggi, egli è presente ma si nasconde.
LO ZIBALDONE. Lo Zibaldone è un diario personale che raccoglie una grande quantità di appunti
scritti tra luglio/agosto1817 e dicembre 1832 da Giacomo Leopardi, per un totale di 4526 pagine. Il
titolo deriva dalla caratteristica della composizione letteraria, in quanto mistura di pensieri, il
termine era conosciuto anche prima come raccolta disordinata di pensieri, testi e concetti. Tuttavia
dopo la composizione di Leopardi il termine è usato universalmente per indicare annotazioni su
quaderni o diari, di pensieri sparsi. "Zibaldone" può essere usato anche in modo dispregiativo per
discorsi o scritti senza filo logico, disordinati, fatti di idee eterogenee.

Si tratta di annotazioni di varia misura e ispirazione, spesso scritte in prosa diretta e pertanto
caratterizzate da un tono di provvisorietà, da uno stile per lo più asciutto; a volte brevissime, a volte
ampie e articolate per punti. Il maggior numero delle 4.525 pagine venne scritto fra il 1817 e
il 1823. I temi trattati sono: la religione cristiana, la natura delle cose, il piacere, il dolore,
l'orgoglio, l'immaginazione, la disperazione e il suicidio, le illusioni della ragione, lo stato di natura
del creato, la nascita e il funzionamento del linguaggio, la lingua adamica e primitiva, la caduta dal
Paradiso, il bene e il male, il mito, la società, la civiltà, la memoria, il caso, la poesia ingenua e
sentimentale, il rapporto tra antico e moderno, l'oralità della cultura poetica antica, il talento ecc.

Tema del piacere: All’interno di quest’opera Leopardi introduce la cosiddetta “Teoria del piacere”,
frutto di un ragionamento filosofico che parte dalla critica di quelle passioni che spingono l’uomo a
cercare di realizzare desideri irrealizzabili e vanamente perseguibili, perché generati dalla Natura
Matrigna, creatrice di illusioni. Leopardi intende spiegare come l’uomo sia costretto a sedare
l’istinto primordiale che lo spinge a cercare un piacere illimitato. Crede davvero che possa riuscire
nel suo intento, suggestionato com'è dalla sua immaginazione, e affronta tutta la sua vita
'accompagnato' proprio da questa illusione; dalla certezza, cioè, di poter placare definitivamente
questa incolmabile ‘mancanza’. L'uomo cerca di raggiungere la felicità (illusoria), lavorando e
distraendosi con varie attività, ma queste non sono altro che appagamenti momentanei. Gli unici che
riescono a toccare con mano la vera felicità sono i bambini, poiché la loro attenzione è rivolta a
tutte le cose del mondo, spinti, come sono, da una curiosità insaziabile. Ecco perché, secondo il
poeta, la civiltà ha conosciuto lo stato di maggiore benessere nell’antichità: proprio allora, infatti,
l’uomo adulto, così come i bambini, veniva colpito da ogni semplice cosa. Per Leopardi la vita da
solo desideri limitati quindi l’uomo è destinato ad essere infelice. La felicità è un tutt’uno con il
piacere che non ha limiti, ma la vita non può offrire qualcosa di illimitato. La felicità che possiamo
ottenere non è niente rispetto a ciò che ci aspettiamo.

Il dolore è la legge della realtà ed è universale. Esso riguarda "non gli individui, ma le specie, i
generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi" (Zibaldone, 3). Il ricordo ha un'importanza fondamentale
in quanto fa emergere una folla di sensazioni, sentimenti, riflessioni, arricchendoli del fascino della
lontananza, che le immerge in un'atmosfera di vago, di indefinito, impreciso. (Zibaldone, 6). La
ricordanza poetica diventa memoria di emozioni e sensazioni della prima età (Zibaldone, 8).
La poesia è poi identificata da Leopardi con il senso dell'indeterminato e con le emozioni interiori
cui corrispondono alcune particolari parole evocatrici di immaginazioni e rimembranze infinite:
lontano, antico, notte, notturno, oscurità, profondo, ecc. (Zibaldone, 9).

A SILVIA. A Silvia è una lirica composta da Giacomo Leopardi, nell’aprile del 1828. La critica ed


insieme la tradizione della celebre poesia hanno sempre identificato la musa ispiratrice di A
Silvia in Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi a Recanati, morta di tisi a 21 anni,
il 30 settembre 1818. Il poeta si ispira a Teresa, ricordandosi di quando la sentiva cantare in quello
stesso periodo primaverile (era il maggio odoroso) e con quel canto lei esprimeva la sua fiducia
nell'avvenire; così adesso lui, nello stesso periodo primaverile. Le due figure, quella di Silvia e del
poeta, sono accomunate dalla dolce stagione della giovinezza, delle illusioni, della fiducia in un
futuro vago, ovvero indeterminato e insieme attraente che sembra promettere gioie. Ma era passato
tanto tempo da quella primavera, e ora il Leopardi trasfigura Teresa in Silvia, cioè nel simbolo di
una fanciulla che nel fiore della sua vita viene stroncata dalla morte. La morte fisica di Silvia
richiama la morte di ogni speranza che per l'io lirico sopravviene con l'apparir del vero: il poeta
suggella la costante del suo pensiero, ovvero la Natura che inganna i suoi figli per poi abbandonarli
alla disillusione. Nella quinta e sesta strofa si consuma la fine delle illusioni: Silvia, identificata
ormai con la speranza, muore. Alle speranze giovanili si oppone una natura malvagia sulla quale
il poeta fa ricadere la responsabilità dell'infelicità umana. La natura infatti dota l'uomo di
immaginazione e di sogni, ma non gli fornisce i mezzi necessari a realizzare tali sogni, anzi lo fa
andare incontro a dolori e avversità continue.

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