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Lazar Fundo (1899 –1944)

Biografia a cura di Giovanni Falcetta


Zai (o Llazar o Lazar) Fundo nacque a Korcia (Albania) il 20 Marzo 1899 da una famiglia di
commercianti originaria della cittŕ albanese medievale di Voskopoja. Completň la scuola
secondaria al liceo francese di Salonicco (Grecia) e gli studi universitari in giurisprudenza a Parigi.
In Albania, all’inizio degli anni ’20, egli fu uno dei promotori dell’associazione comunista
«BASHKIMI» (L’Unitŕ), creata da Avni Rustemi. Dopo l’assassinio di quest’ultimo, Fundo venne
designato, all’unanimitŕ, direttore di questa associazione. Nell’anno 1924 diresse il periodico
«BASHKIMI».
Fu anche uno dei primi fondatori del Partito Comunista Albanese.
Nei giorni della Rivoluzione Democratica Borghese, capeggiata dal vescovo greco–ortodosso
albanese Fan Noli, venuto appositamente dagli USA (Giugno 1924), Fundo fu tra i piů stretti
collaboratori di quest’ultimo, assieme a Luigi Gurakuqi, Gjergi Fishta, Hasan Prishtina, Tajar
Zavalani, etc. Aveva 25 anni, era uno degli attivisti piů noti e godeva di una grande reputazione.
Dopo il crollo del governo Noli, Fundo andň in esilio insieme ad alcuni amici, mandati a studiare in
Unione Sovietica con la raccomandazione di Noli e fece parte della sezione comunista albanese del
Komintern denominata «KONARÉ». Durante il suo soggiorno in URSS, nel 1928, egli venne
stranamente segnalato come un sovversivo “italiano”, da sorvegliare con particolare attenzione,
dall’Ambasciata d’Italia a Mosca al Ministero dell’Interno a Roma e, da questo, all’Ambasciata e al
Consolato Generale d’Italia a Vienna. A titolo esemplificativo, riportiamo due rapporti
dell’Ambasciata d’Italia a Mosca risalenti a quell’anno :
R. AMBASCIATA D’ITALIA TELESPRESSO N. 151
nell’URSS Indirizzato a
R° MINISTERO dell’ INTERNO
URGENTE Direzione Generale di Pubblica Sicurezza
POLIZIA POLITICA
Riservata per Corriere
Mosca, 30 MARZO 1928 Anno VI
(Posizione) 17
(Oggetto) F U N D O......................comunista
(Testo) Viene segnalato certo FUNDO, italiano, sulla trentina, di
bella presenza, che sarebbe stato finora impiegato presso questa K O M I N T E R N e che,
partirebbe domani, 31 Marzo, diretto a Vienna ove sarebbe stato destinato presso quel centro della
III Internazionale.
Mentre comunico la notizia a codesto Ministero per le
opportune indagini a Vienna, mi riservo di partecipare le ulteriori informazioni che potrň
raccogliere sul conto del succitato sovversivo.
V. Cerruti
R. AMBASCIATA D’ITALIA TELESPRESSO N. 284
nell’ URSS Indirizzato a
R° MINISTERO dell’ INTERNO
Direzione Generale della Pubblica Sicurezza
POLIZIA POLITICA
RISERVATA per Corriere Mosca, 13 luglio 1928 – Anno VI°
(Oggetto) F U N D O.....
(Riferimento) a foglio 19/6/928, N. 500/8687
(Testo)
La persona che ebbe a segnalare la partenza del
FUNDO da Mosca in direzione di Vienna, trovasi assente ed all’estero e quindi non č possibile per
ora raccogliere ulteriori informazioni.
Detta persona, degna di fede, conobbe l’amante
del FUNDO, la quale nell’intimitŕ ebbe a dirgli di avere avuto un buon amico italiano di nome
Fundo che in quei giorni era partito per Vienna. A richiesta di questa Ambasciata l’informatore
cercň di rivedere la donna. Infatti la incontrň in un pubblico locale e conversando seppe che essa
possedeva la fotografia del segnalato. Aveva preso appuntamento per farle una visita e quindi
cercare di avere in qualche modo la fotografia ma, improvisamente, per ragioni professionali
dovette assentarsi e quindi promise di interessarsene al ritorno.
Dalle indagini fatte presso le Autoritŕ Consolari
amiche e di transito non risulta nessuna trascrizione di visto a nome del< Fundo.
V. Cerruti
Fonte : MINISTERO DELL’ INTERNO
Direzione Generale della P.S.
DIVISIONE POLIZIA POLITICA
Nel 1933 fu a Berlino assieme a Gijorghi Dimitrov quando questi subě un processo presso il
tribunale di Lipsia con l’accusa di aver ordito l’incendio del Reichstag. Dopo l’assoluzione
dell’imputato, Fundo, la sua convivente Maria Margaretha Stemmer, (che aveva cercato di
procurare anche uno degli avvocati del collegio di difesa) e l’amico Dimitrov fuggirono, prima a
Parigi e, successivamente, in URSS.
In questi lunghi anni d’esilio (1924–1939), Fundo scrisse articoli per il giornale «CLIRIMI
NACIONAL» (La Liberazione Nazionale) da lui stesso diretto assieme a Fan Noli, Halim Xhelo,
etc. Ebbe anche un ruolo importante nell’organizzazione dei volontari albanesi che andarono a
combattere contro Franco in difesa della repubblica spagnola e nell’organizzazione politica
«FRONTI NATIONAL» creata a Parigi nel 1936. Tra gli anni ’20 e ’30 fu uno dei maggiori
collaboratori del periodico «LA FEDERATION BALKANIQUE» che veniva pubblicato a Vienna
in varie lingue.
Ma, ben presto (negli anni 1937–38, il periodo delle grandi Purghe) fu deluso e indignato dalla
barbara dittatura di Stalin. Interrogato dalla «Ciska» del Komintern, riuscě a salvarsi grazie alla sua
amicizia con Dimitrov e a fuggire in Francia (1937?), Svizzera e in altri Paesi europei.
Nel 1938 Fundo Ruppe ogni rapporto con il PCA (Partito Comunista Albanese) e con il Komintern.
Dopo l’invasione fascista italiana dell’Albania (1939), Fundo ritornň a Korcia e si dedicň alla
propaganda politica antifascista contro gli invasori italiani. Ma presto (1940), fu arrestato dalla
polizia della questura italiana di Tirana e deportato al confino di Ventotene come un
pericolosissimo oppositore del regime mussoliniano. Qui strinse rapporti di reciproca stima ed
amicizia con alcuni antifascisti italiani ivi confinati, soprattutto non comunisti, come Altiero
Spinelli, Ernesto Rossi, Sandro Pertini, Riccardo Bauer, Giorgio Braccialarghe e Alberto Jacometti.
Ecco le testimonianze di questi italiani su Lazar Fundo :
1. da Altiero Spinelli, COME HO TENTATO DI DIVENTARE
SAGGIO, Il Mulino, Bologna, 1984 e 1987, Nuova edizione 1988,
pp. 264-267 :
“Di Fundo sento il dovere di parlare qui, perché, quantunque
anch’egli alla fine si sia staccato del tutto da me, siamo stati amici
per un paio di anni, e vorrei perciň aiutarlo acché il ricordo di lui
non svanisca del tutto. Era il piů autorevole fra tutti gli albanesi,
poiché aveva un’esperienza politica lunga e complessa, che
mancava non solo ai pastori musulmani, ma anche agli
intellettuali, i quali erano stati attratti solo di recente nella politica
spinti dalla loro avversione per l’invasore fascista. Fundo era
diventato comunista a Parigi durante i suoi studi universitari.
Poiché alla sua fede si aggiungevano l’intelligenza e la
conoscenza di non poche lingue, il suo impegno politico era
andato oltre l’Albania, e quando Dimitrov era stato arrestato dopo
l’incendio del Reichstag, Fundo era a Berlino come uno dei suoi
collaboratori. Sfuggito all’arresto, era rientrato a Mosca ove
lavorava nell’Internazionale. Quando si aprě l’era delle grandi
purghe, lui, fedele comunista, ma educato nell’atmosfera culturale
libera dei Paesi democratici e intellettualmente curioso, avendo
frequentato non pochi degli oppositori di Stalin ed avendo provato
una tal quale coperta simpatia per loro, fu sottoposto a lunghi e
spossanti interrogatori da parte di una commissione della cistka
del Comintern. Sentii ripetere da lui, ma con implicazioni ben piů
drammatiche, quel che mi aveva giŕ raccontato Nischio a Ponza.
Vedeva come misteriosamente sparivano intorno a lui questo e
quel compagno, comprese il pericolo che stava correndo e
tenacemente negň sempre tutto quel che i suoi inquisitori
insistevano a volergli fare ammettere, di aver cioč espresso il tale
o tale proposito alla tale o tal’altra persona. ‘In parte – egli mi
raccontava – quel che mi attribuivano era inventato di sana pianta,
ma in parte era vero: questa o quella cosa l’avevo detta. Io negavo
sempre tutto, avendo compreso che non avevano nulla di preciso
in mano e che senza la prova delle prove, costituita dalla mia
confessione, non avrebbero potuto procedere contro di me. La
pressione degli uomini della cistka era tale, il vuoto intorno a me
cresceva tanto, che piů di una volta fui tentato di confessare tutto
quel che mi chiedevano, vero o falso che fosse, e farla finita con la
tortura psicologica cui ero sottoposto. Non ho ceduto, solo perché
due o tre compagni balcanici che mi erano rimasti nascostamente
amici mi esortavano a non mollare. Se avessi ceduto, mi dicevano,
non mi avrebbero lasciato in pace, ma sarei stato adoperato per
rovinare altri compagni e tutti loro sarebbero a catena caduti’.
Poiché seppe continuare a negare, l’inchiesta su di lui fu lasciata
cadere. Tornň al lavoro nell’Internazionale, ma non piů con gli
incarichi che nel passato lo portavano di tanto in tanto all’estero.
Per sua fortuna, Dimitrov, divenuto ora Presidente
dell’Internazionale, non aveva dimenticato il suo collaboratore di
Berlino, gli dette incarichi man mano piů importanti per mettere
alla prova la sua fedeltŕ, e un giorno gli disse che ormai egli aveva
riottenuto la fiducia del partito e sarebbe stato incaricato di una
nuova missione in Europa. Alla prima stazione polacca, Fundo
mandň un lungo telegramma a Parigi nel quale spiegava come e
perché rompeva ogni suo rapporto con l’Internazionale. Quando le
truppe fasciste invasero l’Albania, si precipitň da Parigi a Tirana,
con un gruppo di connazionali, ma fu arrestato al momento stesso
del suo arrivo in patria. A Ventotene si era avvicinato in modo
naturale agli ex-comunisti, ai giellisti ed ai socialisti, con i quali
parlava sovente della perversione del regime di Stalin. Oppure
passeggiava snello, dritto, bello, con i capelli biondi al vento,
mormorando a bassa voce le parole di Platone che stava leggendo
in Greco, cercando presso i saggi antichi la serenitŕ d’animo che il
fallimento della sua esperienza comunista gli aveva tolta, e che
non trovava da nessuna parte altrove. Quando l’URSS fu aggredita
dai nazisti, lasciň cadere ogni critica passata, ogni maledizione da
lui lanciata contro l’antica divinitŕ, e gli sembrň quasi che si stesse
manifestando un miracolo purificatore. Dissoltosi dopo l’8
settembre a Pisticci l’ultimo nucleo dei confinati di Ventotene non
liberato da Badoglio, Lazar Fundo raggiunse la costa pugliese,
passň in Albania, si presentň ai partigiani comunisti dichiarando
loro chi era e che veniva a combattere con loro, fu da loro messo
al muro e fucilato. Doveva aver sě e no quarant’anni. Voglio
sperare che, oltre me, ci sia qualche albanese sparso nel mondo a
ricordarlo”. Fundo, a Ventotene, assieme agli “europeisti”
Spinelli, Rossi ed altri, partecipň alle prime fasi dell’elaborazione
del MANIFESTO DI VENTOTENE anche se, poi, alla fine, non
lo sottoscrisse per ragioni ancora ignote. Dice, infatti, Spinelli, in
COME HO TENTATO DI DIVENTARE SAGGIO, op.cit. pag.
313 :
“Jacometti, Fundo, gli ex comunisti non ebbero nemmeno
l’iniziale inclinazione favorevole di Pertini (a firmare il
MANIFESTO, n.d.r.), ma rifiutarono seccamente di essere
coinvolti nella nostra iniziativa. Fu allora che si dissolse l’amicizia
di Fundo “.
2. Da Giorgio Braccialarghe, NELLE SPIRE DI URLAVENTO,
IL
CONFINO DI VENTOTENE, Club degli autori, Firenze, 1970,
pag. 67 :
““ …Tra gli albanesi si distingueva Fundo, un intellettuale che
era stato membro della direzione del partito comunista del suo
Paese ed era passato, poi, all’opposizione. Viveva completamente
isolato, immerso nello studio del Greco, come se cercasse in
Omero l’amicizia che non trovava tra i suoi contemporanei. Alla
caduta del fascismo, tornň in patria per combattere contro i
tedeschi. I suoi ex compagni gli fecero fare una fine orribile,
dimostrando ancora una volta che, in fatto di ferocia, nazismo e
comunismo non hanno nulla da invidiare….”
3. da Alberto Jacometti, VENTOTENE, Mondadori, Milano,
1946, pagg. 66-68) :
“Fundo – Un albanese. ‘Bisogna vederlo quando, alla
prima ora del mattino, studia all’aperto/č il suo modo
normale di studiare/. Capelli/quel che ne resta/ scomposti al
vento, biondi ma, nelle ciocche piů lunghe, cosě scoloriti da
parer bianchi, testa alta / un profilo quasi romano/, passo
lungo e braccio che scandisce la frase ‘Achille, Achille pie’
veloce camminante lungo la riva del mare’. Gran cultore
d’Omero e di Platone, del resto. Il suo modo di studio č
curiosissimo :
trascrive la parola o il periodo che lo interessa su cartigli di cui si
riempie le tasche: li rilegge, li ripone, li tira fuori di nuovo, finché
il periodo, o la parola, non si sia impresso indelebilmente nel
cervello. Cosě ha imparato a fondo diverse lingue. Ex comunista,
ha girato tutta l’Europa. É stato in Russia dove il suo non
conformismo lo rese sospetto: si salvň dall’ondata epuratrice che
travolse quasi per intero la vecchia guardia leniniana e tornň in
Albania giusto in tempo per cadere nelle grinfie degli scagnozzi
mussoliniani. É uno dei due albanesi per i quali non ci sono
amnistie. Intercala i suoi cari studi greci con gli economisti liberali
inglesi, con i quali Rossi (1) lo tenta. Le loro discusssioni sono
interminabili. Nessuno dei due riesce a smuover l’altro di un
pollice. Quando gli argomenti sono esauriti da una parte e
dall’altra o essi sono stanchi d’andare in su e in giů, rimandano
all’indomani. O ricorrono alla polemica scritta. Questa delle
polemiche scritte č una delle malattie del confino e una malattia
contagiosa. Di tratto in tratto riaffiora. Come e perché č difficile
dire. (Com’č difficile dire perché, ad un tratto, il confino si metta
in ebollizione e i gruppi si consultino in una serie di conciliaboli a
tre). Fatto sta che, ad un certo punto, una polemica scritta
incomincia. Verte, generalmente, su un punto preciso su cui č
sorto tra i due interlocutori un contrasto. Uno dei due sente il
bisogno di tradurre pacatamente per iscritto il proprio pensiero.
Con mille precauzioni lo affida alla carta e con precauzioni ancora
piů grandi lo passa all’altro. Il quale legge e risponde. D’ora
innanzi la polemica diventa un’acqua in movimento su un terreno
vergine e pieno d’ostacoli, d’accidentalitŕ, di buche insidiose che
imprimono ad essa il corso dei loro capricci. L’argomento iniziale
si scinde, si sgretola, molte volte scompare per lasciare il posto ad
altri impensati: la polemica si ramifica e s’infittisce. Ogni
contendente – allo scopo di dargli una certa risonanza – comunica
il proprio pensiero scritto ad una ristretta e scelta schiera d’amici.
Gli amici intervengono con consigli e suggerimenti, a loro volta
parteggiano. La polemica di due persone diventa la polemica di
due gruppi, vengono fuori risentimenti personali, dissensi. É fatale
: in un clima cosě artificiale la polemica non puň che degenerare,
le manca il respiro e, in un certo senso, il meccanismo regolatore e
moderatore rappresentato, altrove, dal pubblico. É la noia del
confino che agisce anche sui nervi piů saldi, la vita mutilata d’ogni
attivitŕ costruttrice. Allora nasce il bisogno di spaccare il capello
in quattro e si contende, come fra gli antichi ebrei, per stabilire se
gli angioli posseggono due, quattro o sei ali. Niente di tutto questo
succede, perň, con Rossi e Fundo. La polemica si esaurisce
quando, dopo giri e rigiri, entrambi s’accorgono d’essere ancora al
punto di prima. Che vale continuare? Alla prossima occasione.
Una debolezza di Fundo č quella di nascondere gli anni. Non č il
solo, laggiů. Puerilitŕ, si capisce, ma puerilitŕ che ha una sua
causa profonda se si pensa agli anni persi, due, cinque, dieci, venti
talvolta, persi senza possibilitŕ di riscatto, persi per la vita, per le
gioie alle quali si č rinunciato, alle quali si č preferito qualche
cos’altro ma che, se vi si pensa, si colorano di fiamma, si colorano
d’oro – piccole gioie, piccole cose – e rendono in certe ore del
giorno ‘in quell’ora che volge il desio dei naviganti e intenerisce il
cuore’ pensosi i piů spensierati e indifesi i piů duri. Nascondere gli
anni č un po’ puntare i piedi, un po’ nascondere gli occhi dietro
una mano – per non vedere”.
4. Da Sandro Pertini, SEI CONDANNE DUE EVASIONI, a cura
di Vico
Faggi, Mondadori, Milano, 1978, pag. 331 :
“Tra i confinati vi č un albanese, Lazar Fundo, che ha studiato a
Parigi, alla Sorbona, e ha girato l’Europa, č stato a Mosca.
Staccatosi dal partito comunista, si č accostato a quello socialista.
Generoso, aperto, colto, con l’anima di un ragazzo : diventa presto
amico di Pertini. Si incontrarono ancora una volta, e fu l’ultima, a
Roma, nell’agosto del 1943. Pertini lo prega di restare, ma Fundo
vuol tornare in Albania a battersi con la sua gente. Finita la guerra
e sorta la repubblica popolare, Fundo venne incarcerato e, poiché
rifiutava di abbandonare l’ideologia socialista, barbaramente
ucciso “.
da Gianni Bisiach, PERTINI RACCONTA, “Gli anni 1915-1945”,
Mondadori, Milano, 1983, pag. 89-90. Dice Pertini :
“La mattina del 26 luglio 1943 stavo passeggiando con
l’amico albanese Lazar Fundo lungo i cameroni dei
confinati...”.
Ed ecco una sintetica ma eloquente testimonianza di Ernesto
Rossi in una lettera da lui inviata all’amico albanese Stavro Skendi
(anch’egli confinato a Ventotene fino al 1941)
da Roma il 23 Luglio 1946 :
“Avevo giŕ appreso con grande dolore la morte di Fundo. Era un
uomo generoso, intelligente, che avrebbe potuto dare un notevole
contributo alla ricostruzione del suo paese se il mondo non
andasse alla deriva come sta andando. Le notizie che mi dai degli
altri amici mi addolorano, ma ormai sono convinto che difficil –
mente coloro che hanno combattuto il fascismo nei diversi paesi
potranno vivere tranquilli nei prossimi anni...”. Da Ernesto
Rossi, EPISTOLARIO 1943 – 1967, Dal Partito d’Azione al
centro-sinistra, a cura di Mimmo Franzinelli, Laterza, Roma- Bari,
pag. 64. E’ probabile che Rossi, qui, per “altri amici” voglia
alludere ad altri albanesi confinati a Ventotene che hanno fatto una
brutta fine una volta ritornati in Albania.
Infine, ecco la testimonianza di Riccardo Bauer :
“ Ebbi allora simpatica dimestichezza con un giornalista albanese,
Lazar Fundo, che, dopo una lunga esperienza nel suo paese e in
Russia, aveva lasciato il Partito Comunista pur senza abdicare
alla sua fede ma solo perchč avrebbe voluto che il suo sogno di
emancipazione proletaria fosse conseguenza di una pratica di
libertŕ e non di una feroce burocratica imposizione quale aveva
vista attuata in Russia appunto. Dotato di acutissima intelligenza,
aveva una visione storica di quanto avveniva nell’Europa
orientale e nella Russia asiatica estremamente interessante,
corretta da una ferma fede in una progressiva necessaria evoluzione
democratica del regime bolscevico, sia pure a lunga scadenza.
E dimostrava quella sua certezza esemplificando il processo
col quale la Russia comunista aveva suscitato un fermento
innovatore nei paesi dell’ Asia centrale di suo dominio, sia pure
attraverso una disciplina ferrea ma anche attraverso una singolare
ed attivissima organizzazione culturale che in breve aveva
portato quei paesi, sino allora esclusi dalla moderna civiltŕ, ad
un alto grado di vita amministrativa ed industriale. Con la quale
andavano acquistando coscienza della propria autonomia, della
propria personalitŕ che giŕ si manifestava nei rapporti col go –
verno di Mosca improntati sempre piů ad una aperta coscienza
della loro individualitŕ, sia pure nel quadro dell’ordinamento
comunista. Un processo lento e complesso ma avente uno sbocco
storico inevitabile.
Quando lasciai – come dirň – Ventotene, salutai Fundo con la
speranza di incontrarmi un giorno ancora con lui perchč con lui
potevo discorrere di quel fondamentale fattore di storia che č la
rivoluzione russa, trovando un interlocutore scevro di fanatici
atteggiamenti mentali ed un osservatore critico di sereno giudizio
circa la realtŕ contingente di un evento del quale, nonostante
le ovvie ragioni di dissenso, concordemente valutavamo la
positiva storica importanza.Vana speranza, perchč, come seppi
poi, Fundo, liberato dopo la caduta di Mussolini, rientrando in
Albania partecipň attivamente ed eroicamente alla liberazione
della sua patria dai nazisti, ma, quando la vittoria le arrise, in –
vitato dai comunisti a rientrare nel partito respinse l’invito e fu
assassinato nel carcere nel quale era stato rinchiuso “. Da
Riccardo Bauer, QUELLO CHE HO FATTO. TRENT’ANNI
DI LOTTE E DI RICORDI, a cura di Piero Malvezzi e Mario
Melino, presentazione di Arturo Colombo, Cariplo- Laterza,
Milano-Bari, 1987.
Dopo il crollo del Fascismo, nonostante le amichevoli e fraterne pressioni di parecchi socialisti
italiani ( tra i quali Sandro Pertini, che ebbe un ultimo incontro con lui a Roma nell’Agosto 1943)
che volevano convincerlo a restare in Italia per combattere con loro il fascismo, Fundo decise di
ritornare in Albania per battersi assieme ai suoi compatrioti, comunisti compresi, contro il
nazifascismo. Ma, catturato dai partigiani di Enver Hoxa mentre si trovava a Kolesian di Kukes
vicino Gjakova (Kossovo) assieme ai fratelli Kreziju (anch’essi reduci da Ventotene ed antifascisti,
non comunisti) e ad una missione militare inglese, dopo essere stato ferocemente torturato, fu
fucilato, come troshkista e «rinnegato», per ordine di Hoxha, a sua volta esecutore di un ordine di
Tito e del Komintern moscovita, all’etŕ di 45 anni, nel Settembre 1944. Sulle responsabilitŕ dirette
di Tito ed Hoxha a proposito dell’assassinio di Fundo ci sono parecchie testimonianze scritte degli
stessi ma anche fonti coeve italiane ed inglesi. Per le italiane citiamo, ad esempio, la testimonianza
di Franco Benanti, ex ufficiale medico in Albania presso il 130° reggimento fanteria della Divisione
“Perugia”, che, dopo l’ 8 settembre1943, si aggregň alle unitŕ combattenti partigiane. Egli, dopo la
Liberazione fu sottoposto dalle autoritŕ comuniste albanesi al regime di internamento e, dopo un
processo - farsa, fu condannato ai lavori forzati. Rientrň in Italia nel 1948. Benanti, nel suo libro di
memorie, LA GUERRA PIU’ LUNGA, Albania 1943 -1948 (Milano, 1966, Ugo Mursia Editore),
a pag. 214, cosě scrive : “ Nel campo delle epurazioni in seno al partito, la piů clamorosa, registrata
nel periodo dal ’44 al ’45, fu quella di Lazar Fundo. Su suggerimento di Tito, Fundo fu accusato di
sabotare i rapporti tra il partito comunista jugoslavo e quello albanese. condannato come trotzkista,
e fucilato. Ed ecco quello che Enver Hoxha, dopo la sua rottura con Tito, manipolando a-posteriori
i fatti nelle sue memorie, dopo aver attribuito a quest’ultimo la pretesa di processarli, dice di Zai
Fundo e dei fratelli Kryeziu (dopo la loro cattura da parte dei suoi uomini) in un colloquio avuto,
nel settembre 1944, con l’inviato jugoslavo colonnello Velimir Stojnic : “ Ma vi sbagliate quando
dite che sono dei kosovari (e, quindi, spetta al Partito Comunista Jugoslavo giudicarli, n.d.r.). Solo
Gani e Said Kryeziu sono kosovari, e siccome amate tanto questi bey di triste fama della Kosova,
prendeteli pure e teneteveli. Quanto a Zai Fundo, che non č nč cittadino jugoslavo, nč residente in
Jugoslavia e neppure di origine jugoslava, ma oriundo di Korcia, egli non vi appartiene...”. Ed
ancora : “.... noi ve li consegneremo (i fratelli Kryeziu, n.d.r.) ed impartirň l’ordine che questo sia
fatto immediatamente. Quanto a Zai Fundo, che č un nemico del Partito Comunista d’Albania e del
Partito Comunista di Jugoslavia, egli sarŕ giudicato e, se il tribunale partigiano decide la sua
esecuzione, sarŕ fucilato immediatamente “. E, poi, aggiunge “.....Impartii ai compagni l’ordine di
consegnare Gani e Seit alle forze partigiane jugoslave, ordine che fu eseguito, e di far comparire Zai
Fundo davanti al tribunale perchč fosse severamente giudicato, il che fu fatto “ ( Enver Hoxha, IL
PERICOLO ANGLOAMERICANO IN ALBANIA, Tirana, 1982, pagg. 344 -345, 347).
Tra le testimonianze inglesi sono da citare quelle di quattro ufficiali della British Mission che
operava in Albania, nella regione del Kossovo, e che non solo conobbero Lazar Fundo ma
combatterono i nazisti assieme a lui e ai fratelli Kreyziu, suscitando le ire di Tito ed Enver Hoxha. Il
primo di essi č Julian Harold Amery, che parla di questa esperienza nel suo libro, “Sons of
the Eagle”, A Study in Guerilla War, Macmillan, London, 194
pagg. 151 – 153
“I fratelli Kryeziu stavano vivendo come fuorilegge sulle montagne della Jakova in seguito
alla loro fuga dall’Italia. Essi avevano mobilitato una piccola forza, e, alcuni mesi prima,
avevano incominciato a sollevare lo scontento fra le tribů vicine e nel Kosovo. Le loro
attivitŕ avevano allarmato i Tedeschi, che avevano inviato una spedizione punitiva per
sopprimerli. Guidati da un sanguinoso nemico dei Kryeziu, i Tedeschi volevano circondare
Gani nel suo rifugio e, durante un agguato notturno, avrebbero dovuto distruggerlo.
Successe che Gani sparň dal suo nascondiglio nella notte, uccidendo sette nemici; morirono
due dei suoi uomini. Era la seconda volta che Gani attaccava le truppe Tedesche mandate in
quella regione e che provocava la perdita di alcuni di loro.
Fra gli uomini di Gani c’erano anche alcuni Partigiani fra le montagne della Jakova
appartenenti al cosiddetto “Kosmet” (Kosovo Metohia) e in stretto contatto con il
maresciallo Tito. Essi avevano spesso pressato Gani di unirsi al loro movimento, ma si era
sempre rifiutato, sapendo che era completamente controllato dai Comunisti. Allo stesso
tempo perň li considerava alleati nella comune lotta contro i Tedeschi e utilizzň la sua
influenza sui montanari per ottenere ospitalitŕ e protezione presso di loro. Questa impresa
non si rivelň semplice, poiché secondo l’opinione dei Kosovari i Partigiani erano considerati
con aperta ostilitŕ in quanto agenti del governo slavo.
Si dice che compagno di Kryeziu fosse un certo Lazar Fundo, un Valacco di Korcha
(cittŕ albanese situata nei Balcani), che lavorň come capo propaganda di Gani e come
consigliere politico. Fundo era un uomo raffinato e sensibile, giŕ sulla quarantina; egli
combinava una grande personale gentilezza con un’intelligenza profonda e determinata: una
singolare miscela che spesso si riscontra fra coloro che sono stati addestrati fra le file del
Partito Comunista o negli ordini militari della Chiesa Romana. Fundo era infatti stato un
Comunista e aveva servito il partito per quasi quindici anni, sia nel quartier generale del
Comintern (Terza Internazionale o Internazionale Comunista) a Mosca e in missioni in
Europa e in Asia. Ma il prestigio del quale godette fra i leader del Partito gli servě soltanto
per suscitare la gelosia di Seifullah Maleshova, l’unico altro albanese comunista. Lo spirito
nazionalista di Maleshova prevalse sulla componente ideologica; egli perseguitň il suo
rivale con l’implacabile determinazione tipica di una faida sanguinosa. Per anni esercitň il
suo potere; nel 1938 durante i processi di Mosca denunciň Fundo come Attivista nell’Ala
Destra e compagno cospiratore di Bukharin. Fundo si trovava a Parigi in quel periodo,
lavorava insieme agli esuli provenienti dai Balcani e obbedě ai capi di ritornare a Mosca
prendendo coscienza di quanto era accaduto.
Qui fu processato di fronte alla Corte, ma le accuse contro di lui furono fatte cadere,
grazie all’intervento di George Dimitroff, che era un suo amico. Dopo alcune settimane gli
venne restituito il passaporto e gli fu ordinato di tornare a Parigi a terminare la sua missione.
Ma nel frattempo egli aveva mutato le proprie convinzioni. Tornň a Mosca da Stalinista
ortodosso, disposto a giustificare le “purghe” (altrimenti dette “epurazioni”), le quali erano
in quel periodo al culmine: egli lasciň la capitale sovietica convinto che migliaia di onesti
Comunisti venivano sfiniti e sfruttati unicamente per spianare la strada alla dittatura senza
limiti di Stalin e alla sua fazione. Fundo fu risparmiato grazie al favore di cui godeva nei
piani alti; ma l’esperienza l’aveva allontanato da quelle tendenze molto devianti per le quali
era stato accusato. Ritornato a Parigi invocň apertamente la reintroduzione della democrazia
nella costituzione del Partito e incominciň a frequentare gli esuli Trotskisti e Bukhaniaristi.
Maleshova venne presto a conoscenza del suo allontanarsi dall’ortodossia; egli venne
nuovamente denunciato e invitato a ritornare a Mosca. Questa volta, comunque, egli si
rifiutň prudentemente di fare ritorno.
Disilluso dal Comunismo, Fundo passň alla Social-Democrazia, e nel 1938 ritornň in
Albania, progettando di fondare un Partito Socialista Albanese. Gli Italiani, comunque,
lo arrestarono nell’estate del 1939, e fu spedito al campo di concentramento di Ventotene.
Qui fu poi raggiunto dai fratelli Kryeziu, e i tre divennero presto amici. Essi erano scappati
insieme in seguito al crollo dell’Italia, e Fundo seguě Gani a Jakova, in veste di suo
consigliere politico. Qui preparň alcuni volantini ad effetto da distribuire in Kosovo ed ebbe
una grande e duratura influenza presso il campo istituito da Kryeziu. A noi sembrň un
valido alleato, poiché in un mondo oscuro e confuso egli guardň al Commonwealth
Britannico come all’ultima difesa alle istituzioni umane.
Facemmo diverse discussioni con Fundo e ci raccontň qualcosa delle sue esperienze
come ufficiale del Comintern (Internazionale Comunista). Fra gli altri doveri, fu una volta
incaricato di incontrare Tito, che divenne poi uno dei primi fautori europei del Partito
Comunista. Ci disse che in quel periodo Tito era considerato a Mosca come uno dei piů
coraggiosi e leali dei lavoratori, dotato di grande forza di carattere e con l’attitudine al
comando. Le sue qualitŕ intellettuali, comunque, non erano considerate cosi elevate, e ogni
volta che gli veniva affidata una missione difficile, il Comintern gli affiancava uno o piů
compagni per indirizzare le sue forze e per assicurarsi che seguisse “la linea del partito”.
Sfortunatamente durante le nostre missioni in Yugoslavia Fundo non occupava piů una
posizione tale da poterci dire chi fossero ora i cervelli dietro al maresciallo Tito.
Gani aveva fissato il 5 giugno per il nostro incontro. Ci facemmo accompagnare da
Muharrem Bairaktar, Said, Fundo e Mehmet Ali, nostro ospite. Viaggiammo di notte,
poiché volevamo mantenere segreti ai Tedeschi i nostri movimenti, almeno finché la nostra
chiacchierata con Gani non fosse terminata. Il nostro percorso ci condusse attraverso campi
e boschi e nel bel mezzo di una vasta pianura, irrigata dagli affluenti del fiume Drin. Il
paesaggio ci sembrň strano, dopo settimane di scalate in montagna; e, di notte, la nebbiolina
che saliva dal terreno ci dava l’impressione di navigare in mezzo al mare. Appena prima
dell’alba faceva molto freddo; poi, quando il sole sorse, lasciammo la pianura e seguimmo
un sentiero nella foresta di Bitutch. Qui incontrammo un piccolo gruppo di uomini di Gani,
messi di guardia per controllare se qualcuno si avvicinava al suo campo. Essi riconobbero
Said, e ci portarono dove Gani era accampato. Ci abbracciammo gli uni con gli altri,
contenti che i nostri sentieri si fossero di nuovo incontrati. Egli ci condusse all’ombra di
alcuni alberi, dove i tappeti provenienti da una casa nelle vicinanze erano stati
appositamente sistemati per la nostra conferenza. Le avversitŕ della prigionia lo avevano
reso piů vecchio, ma gli diedero anche una nuova forza, tant’č vero che ora nei suoi occhi
brillava uno sguardo ancora piů determinato che io gli avevo giŕ visto quando si trovava a
Belgrado”.
pag. 309 – 311
(nota del traduttore: L.N.C. č l’acronimo di National Liberation Movement, ossia
Movimento di Liberazione Nazionale. L.N.C. č l’acronimo adottato dagli Albanesi.)
“ Il giorno successivo, il 19 settembre, le forze “Kosmet” partirono nella direzione del
quartier generale di Gani, ma la quinta brigata rimase a Dobreit e circondň la base della
Missione Britannica. Il loro commissario poi arrivň e bruscamente informň Simcox che egli
doveva seguirlo al quartier generale L.N.C. a Verat. Simcox obiettň che, in qualitŕ di
officiale Britannico poteva solo prendere ordini da Maclean, o provenienti da Bari; ma il
commissario spiegň che Enver Hoxha non era piů disposto a incoraggiare le attivitŕ delle
missioni britanniche non autorizzate dall’L.N.C. Per risolvere la questione Simcox propose
di presentare il caso a Bari tramite telegrafo, ma il commissario pose una guardia armata
intorno al trasmettitore e svelň le sue vere intenzioni rifiutandosi di permettere tale
operazione. Indignato da questo trattamento, Simcox si rifiutň di partire, ma i Partigiani
abbatterono la sua tenda mentre lui era ancora seduto al suo interno e, dopo aver
saccheggiato il suo campo, lo fecero marciare a forza verso sud. Durante il viaggio fu
trattato da prigioniero e fu sottoposto a trattamento indegno. Gli rubarono le sue
attrezzature; cercarono le sue carte e i Partigiani gli sottrassero le armi. Fu portato a Berat,
dove fu consegnato alla Missione Britannica e spedito via mare a Bari.
Alla prima sosta di questa marcia, Lazar Fundo fu chiamato di fronte ad un ufficiale
di Partito e, in seguito all’identificazione, fu spogliato, gettato a terra e fu massacrato
di botte. Fundo si era dimesso dal Partito Comunista nel 1938; il suo assassinio fu
ufficialmente giustificato da Enver Hoxha come un’ ”esecuzione per tradimento al
movimento”.
Mentre la quinta Brigata era impegnata, i capi delle forze Kosmet arrivarono al quartier
generale di Gani e lo convocarono per unirsi all’L.N.C. o sopportare le conseguenze di un
rifiuto. Gani declinň il mandato di comparizione e ignorň le loro minacce; le sue truppe
schierate ammonirono i Partigiani del pericolo di cercare di forzare la sua mano. Essi perciň
ricorsero all’astuzia e, dichiarando la loro incompetenza a negoziare, invitarono Said ad
andare con loro ad incontrare Dali Ndreou, il Comandante della Prima Divisione L.N.C.,
che era, essi dicevano, nelle vicinanze. Said accettň imprudentemente e fu allettato da un
giorno di viaggio verso sud alla ricerca di un comandante difficile da trovare. Quella notte
fu informato che si trattava di Enver Hoxha e non di Dali Ndreou, che desiderava vederlo; e,
quando cercň di scusarsi e di tornare a Jakova, fu fatto prigioniero dai Partigiani. Lo
trattarono in modo piů decoroso rispetto a Simcox, ma gli venne fatta percorrere la stessa
strada e fu condotto ai quartieri dell’L.N.C. a Berat.
Molti leader Comunisti erano stati amici di Said a Parigi; in quel periodo egli aveva
aiutato Enver Hoxha e Ymer Dyshnitsa prestando loro del denaro. Adesso loro fecero
qualsiasi sforzo per farlo aderire alla loro causa, offrendogli posti di prestigio nel loro
governo e persino promettendo la vice-presidenza a Gani. Said, comunque, rifiutň qualsiasi
offerta, e, offeso e indignato per l’assassinio del suo amico Lazar Fundo e per il trattamento
riservato a Simcox, che era stato suo ospite, rifiutň di essere liberato alle loro condizioni.
Dalla localitŕ di Skurrai noi raccomandammo al nostro quartier generale di intervenire in
suo aiuto; Smith ci disse che la vita di Said era in pericolo. Per diversi giorni tememmo che
gli potesse accadere qualcosa di grave, ma, dopo tacite negoziazioni, egli sconfisse i suoi
nemici; e dopo due settimane Smith lo vide sano e salvo su di un aeroplano per Bari.
La liquidazione di Simcox dalla Missione privň Gani di tutti i contatti con gli Inglesi e,
con la cattura di Said, perse un prezioso ostaggio. Comunque egli continuň per alcuni giorni
a tener unite le forze, sperando che il nostro quartier generale avrebbe continuato a
mantenere la promessa di “adottare la linea dura” in sua difesa. Questa speranza fu disattesa;
e, invece di radunare le truppe per una guerra civile, Gani rispedě i suoi uomini a casa e
cercň rifugio fra le montagne con suo fratello Hassan.
Le notizie di questi eventi fecero calare a picco il prestigio della Gran Bretagna in
Albania, poiché fu chiaro a tutti che i Partigiani si erano abbattuti contro Gani perché era
amico degli Inglesi. Essi avevano finto di attaccare i Balisti a causa della loro
“collaborazione”, Abas Kupi per la sua inopportuna passivitŕ, o Muharrem Bairaktar per
legittima difesa. In nessun modo, comunque, nemmeno usando la loro fertile
immaginazione, o sfruttando la credulitŕ della gente, avrebbero potuto vincere una causa
simile contro Gani. Si trattava infatti di un uomo che aveva combattuto energicamente
contro gli Italiani e i Tedeschi, che si era dimostrato amichevole con i Partigiani, e che, in
tutte le sue azioni, aveva cercato e seguito il consiglio della Missione Britannica. Radio Bari
aveva partecipato alla sua lotta, il nostro quartier generale gli avevano spedito armi; noi lo
presentammo ai nostri capi come modello di leale cooperazione con gli Alleati. Adesso tutto
ciň che potremmo dire č che abbiamo fallito nell’intervenire, e che ci sembrň inutile
vendicarsi. Proviamo rammarico per aver assistito alla dispersione delle sue forze,
all’arresto di suo fratello, e all’omicidio del suo principale consigliere politico. Né le notizie
che abbiamo dovuto sopportare riguardo ad un ufficiale Britannico, trasportato come
prigioniero attraverso i territori albanesi, potrebbero far altro che suscitare la disperazione
dei Nazionalisti e il disprezzo da parte dei Partigiani.
Cinque dei leader che hanno influenzato i Gheg, Fikri Dinem Abas Kupi, Muharrem
Bairaktar e Gani Kryeziu erano ormai entrati in declino prima della rivoluzione. Soltanto
Jon Marko Joni resisteva ancora nella tempesta e intorno a lui si riorganizzň l’ultima logora
guardia della Resistenza nazionalista. Ma la gente adesso sapeva che i Partigiani dovevano
vincere, e si rifiutarono di offrire il loro sostegno ad una causa ritenuta persa. Da quel
momento, perciň, le azioni dei leader cominciarono a perdere la loro importanza
rappresentativa e si trasformarono in mere manovre di generali senza armi. Gli uomini non
si ribellarono ad essi, poiché erano popolari e rispettati; ma, nonostante potessero godere
della simpatia generale, il loro potere era stato sepolto sotto le rovine delle loro speranze.
Essi marciarono incessantemente per le montagne; crearono illusioni, fecero discorsi
pubblici e manovre sotterranee; ma scappare era ora la loro piů elevata ambizione e l’istinto
di auto-conservazione la forza che guidava le loro vite”
Un altro ufficiale č Peter Kemp che parla di Fundo nel suo “No Colours or Crest”, Cassell,
London, 1958 :
(pp.214-217)
“ Gani Beg Kryeziu era basso e robusto, con un'alta,
prominente fronte, lineamenti forti e un'espressione candida, decisa; parlava in modo
essenziale, senza fronzoli o abbellimenti, con giudizi brevi, pungenti. Sebbene
decidesse velocemente e mettesse in atto le sue decisioni con rapiditŕ e vigore, egli
era, al tempo stesso, un pianificatore perspicace e accorto.
Said era di corporatura piů leggera, alto e scuro,
calmo e di poche parole, con un atteggiamento piů del diplomatico e dello studioso (o
letterato) che del soldato. Pur detestando i metodi e diffidando della egemonia dei
comunisti, egli nutriva ancora qualche simpatia per la sinistra politica, con la cui
letteratura la sua educazione francese lo aveva messo in sintonia. Come intellettuale,
egli aveva una passione per la filosofia politica ed aveva molti amici tra i partigiani;
come politico propose la formazione, dopo la guerra, di un Partito Agrario Albanese.
Con loro si trovava un uomo tranquillo, dai modi
gentili, un viso olivastro, lineamenti delicati e un'espressione
melanconica, che ci
era stato presentato come Lazar Fundo, compagno dei Kryeziu in
prigione e
nella loro recente fuga. Egli era stato, un tempo, un importante membro
del
Partito Comunista, con amici influenti a Mosca, incluso il vecchio
comunista
bulgaro Dimitrov; ma una visita a Mosca durante [ ] della grande
epurazione lo disilluse completamente e, nel 1938, egli ruppe
completamente
ogni legame con il Partito Comunista. Ritornando in Albania, fu arrestato
dagli
Italiani nel 1939 e deportato nell'isola di Ventotene dove fu raggiunto,
piů tardi,
dai Kryeziu. La sua mente brillante e obbiettiva, la sua integritŕ morale
e il suo
coraggio gli meritarono la loro fiducia ed ammirazione e li indussero a
designarlo loro principale consigliere politico [ ]; la sua conoscenza di
sette lingue, compreso l'inglese, lo rese particolarmente utile in questo
ruolo.
Tutti e tre portavano, sui volti sciupati e sui
corpi emaciati, i segni dell'estrema privazione e sofferenza; Gani teneva
sulle
labbra un fazzoletto in cui tossiva in modo convulso mentre parlava, e gli
occhi
eccitati ed il pallore cereo di Said erano piů adatti ad una [ ]
che alle montagne.
La loro fuga dal confino era stata, in veritŕ,
singolare.Trasferiti da Ventotene sulla terraferma, quando l'invasione
alleata
dell'Italia sembrava imminente, essi erano fuggiti a Roma, nella
confusione che
seguě la resa dell'Italia. Lě, Mehmet Bey Konitsa, il Ministro albanese,
aveva
dato loro dei documenti falsi ed aveva predisposto il loro rimpatrio; essi
avevavo
viaggiato in una carrozza ferroviaria sigillata, con altri esuli albanesi,
attraverso
2l
'Italia, l'Austria e la Jugoslavia, in un treno militare tedesco. Quando,
dopo un
viaggio di tre settimane, arrivarono a casa di Hasan Beg, a Gjakova, i
tedeschi
erano ancora all'oscuro delle loro reali identitŕ. Ma, dopo un riposo di
tre
giorni, essi ritennero prudente lasciare la
cittŕ; Hasan [ ] la famiglia su un luogo sicuro, chiuse la sua casa e,
con suo fratello e Fundo, raggiunse le colline, dove mi disse che intendevano
rimanere finchč il nemico non si fosse ritirato dal loro paese. La reazione immediata
dei tedeschi fu di saccheggiare e bruciare la sua casa.
Mentre ascoltavamo questa storia, Hasan
stava seduto di fronte a noi sul pavimento, con un sorriso di pura felicitŕ sul suo
grosso viso, alzandosi all'improvviso, di tanto in tanto, per salutare qualche nuovo
arrivato che era venuto per porgere le congratulazioni. Malgrado le sofferenze di una
rigorosa prigioněa di piů di due anni, e la loro attuale malferma salute e inquietudine,
Gani e Said erano allegri e impazienti di entrare in azione con noi contro i tedeschi.
Al momento, essi avevano con loro circa un centinaio di uomini armati ma avevano
giŕ inviato emissari per radunare amici e parenti e speravano di avere presto un
migliaio di uomini al loro comando.
Gani ascoltň, simpaticamente, il mio
racconto del nostro viaggio in Kossovo e il nostro disappunto quando esso fu
abbreviato; dopo aver pensato un po', egli disse, deciso : “non preoccuparti, farai il
viaggio.Te lo prometto. Dammi solo cinque o sei giorni per i preparativi, mentre tu
stai a Deg; poi ti farň avere notizie. Non c'č nulla che io non farň per te; ho atteso due
anni questo momento “.
Dopo il raki e il formaggio di capra,
parlammo fino a tarda notte di obbiettivi opportuni per l'attacco, delle provviste di cui
avremmo avuto bisogno, di quartieri generali [ ] per i Kryeziu e
noi stessi, di terreni [ ] e di nascondigli di armi, e di piani per un
rapido ed efficace servizio di spionaggio; discutemmo della situazione politica in
Kossovo e dei mezzi di supporto che ci saremmo potuti aspettare dalla gente in ogni
zona; e, cosa di piů immediata importanza, dibattemmo delle possibilitŕ di attiva
collaborazione con i partigiani del Kosmet. Gani e Said stavano decidendo, anche con
inquietudine, di annullare tutte le divergenze politiche e di collaborare con loro ma, in
base alle nostre personali esperienze, Hibberdine ed io non eravamo ottimisti sulla
reazione del gruppo di Kosmet; Ci tenemmo, perň, per noi i nostri dubbi.
Dopo aver finalmente mangiato, tutti ci
preparammo a dormire sul pavimento; ma l'agitazione e l'incessante tossire del
povero Gani mi procurarono, come minimo, una notte inquieta: Ero eccitato dalla
prospettiva di continuare il nostro viaggio attraverso l'intero Kossovo e non dubitai
mai della capacitŕ di Gani di realizzare ciň che aveva promesso. Inoltre, benchč i
messaggi dal Cairo fossero stati particolarmente elogiativi verso di loro, io sapevo
che l'azione militare era ciň che gli ufficiali del nostro Stato Maggiore aspettavano;
ora sembrava che essi l'avrebbero ottenuto, perciň Gani mi convinse – come piů tardi
dimostrň – che intendeva impiegare tutte le sue energie e il suo talento nel
combattimento.
Jubilant, Hibberdine ed io partimmo, il
giorno dopo, per Berishte dove Hands aveva stabilito un nuovo quartier generale in
una [ ] sopra la banca del Drin, a circa tre miglia a sud-ovest di Deg.
Con noi vennero i Kryeziu, Fundo e una numerosa scorta. Riuscimmo, nel
3
pomeriggio, a trovare Neel e Hands con i radiotelegrafisti, i nostri due interpreti ed il
mio domestico Zenel Ahmedi; Hibbert e Merritt ci avevano lasciato, il primo per
unirsi a Riddel, vicino a Dibra, l'altro per collaborare con il capo dei cattolici, presso
3i
l confine montenegrino. Io non persi tempo a mandare un segnale al Cairo con le
buone notizie che, cioč, ora avevamo un formidabile alleato sul campo, ed a chiedere
che almeno uno dei nostri [ ] di riserva fosse destinato ad
equipaggiare Gani Beg.Ci aspettavano interessanti notizie : per prima cosa Hands ci
disse che il Kosmet, irritato da ciň che essi chiamavano la nostra 'provocazione' nei
loro confronti, di visitare il Kossovo senza la loro scorta o autorizzazione,aveva
minacciato di un rapporto a Tito su di noi, una minaccia le cui
implicazioni ci apparvero chiare abbastanza presto; seconda notizia, due giorni prima
Neel era sfuggito a stento alla cattura da parte di un plotone di cinquanta tedeschi.
Sull'altra sponda del Drin sorgeva il villaggio cattolico di Dardhe; A circa un miglio,
a sud, Neel aveva il suo quartier generale nel [ ] di Trun. Neel era
convinto d'essere al sicuro da eventuali attacchi a sorpresa dato che, sebbene la strada
Prizren-Scutari si stenda a non piů di cinque miglia a sud di Trun, gli unici sentieri
attraverso il selvaggio e montagnoso territorio, che lo separavano dalla strada, erano
controllati dai seguaci del suo amico, il Bajraktar di Puke. In questa occasione, perň,
le guardie furono, a un tempo, troppo incaute e troppo spaventate per dare l'allarme.
Velocemente e silenziosamente i tedeschi avanzarono lungo il ripido e tortuoso
sentiero verso la casa dove Neel stava facendo comodamente colazione.
Egli [ ] certamente[
] preso (o sorpreso) [ ] il comandante
di un posto di polizia sulla strada ricevesse presto notizia del piano tedesco; come
amico del Bajraktar, egli inviň immediatamente uno dei suoi uomini ad avvertire
Neel. Quest'uomo raggiunse Trun mezz'ora prima dei tedeschi, dando a Neel e al suo
staff giusto il tempo di occultare l'apparecchio radio e tutte le tracce della loro
presenza e di mettersi in salvo sulle colline, prima che i primi tedeschi accerchiassero
l' [ ]. Neel traghettň il suo gruppo al di lŕ del Drin a Berishte; i tedeschi,
dopo aver trascorso la notte a Dardhe ed aver ricoperto le mura con slogans
antibritannici, ritornarono alla base. Il nemico stava certamente provando un insano
interesse per i nostri movimenti. Il mattino seguente, Hands ricevette una lettera, dal
Kosmet, che lo informava che le truppe tedesche, con forti reparti di ausiliari
albanesi, si stavano ammassando intorno a Plav e Gusinje, sul confine montenegrino;
il loro apparente proposito era di attaccare i partigiani montenegrini ad Andrijevica al
nord ma il Kosmet temeva che la loro reale intenzione fosse di scendere nella valle di
Valbone e di attaccarci nello stesso momento in cui i tedeschi nel Kossovo sferravano
un attacco da est. Da tutti avevamo sentito che un tale piano sembrava piů che
probabile; se esso si fosse realizzato contemporaneamente ad un'avanzata tedesca
dalla strada Scutari-Prizren, lungo il sentiero seguito dai cinquanta tedeschi di Neel,
non avremmo avuto alcuna via di scampo.
I partigiani affermavano di sorvegliare tutti gli
accessi da est; ma, dopo la recente esperienza di Neel e la mia a Sllove, sentivo che
4 avremmo potuto fortemente sperare in un lungo preavviso. Fui un po' rassicurato da
Gani, che promise di mettere le proprie guardie sui sentieri e di mandarci un
messaggio appena il pericolo sembrasse imminente. Egli e il suo reparto ritornarono
presto a Vlad la sera stessa. Non dimenticherň facilmente quel 24 Gennaio. Il
parroco di Dardhe venne al di lŕ del fiume per la colazione, come una tranquilla,
taciturna figura che sembrava avere una piccola simpatia per la nostra compagnia.
Hands e Neel lo avevano invitato con la speranza che egli avrebbe potuto essere
persuaso ad influenzare i suoi paesani a nostro favore. Sebbene Neel fosse protetto a
Trun dalla sua amicizia con il Bajraktar, Ymar Bardoshi, egli era tutt'altro che gradito
a Dardhe, dove la gente non voleva neanche vendergli il cibo; in veritŕ, noi tutti
eravamo stati messi in guardia dallo stesso sacerdote di non entrare nel suo villaggio,
persino di andare in chiesa.
Ma la nostra colazione non ebbe buon esito;
sebbene freddamente gentile con i suoi ospiti, egli non volle ascoltare nessuno dei
nostri argomenti, citando testi dalla trasmissione del Natale del Papa e
[ ] per giustificare la sua personale ostilitŕ verso gli Alleati. A suo
avviso, noi eravamo chiaramente gli agenti del Comunismo. Lo accompagnammo al
traghetto in silenzio. Il segnale che mandava in frantumi tutte le mie
speranze
giunse da una trasmissione radiofonica della sera dal Cairo. Le sue prime
parole
si sono fissate per sempre nella mia memoria: “ Rompere con molto
tatto ogni
contatto con i Kryeziu e gli Irredentisti “. Il messaggio proseguiva con lo
spiegare che le mie attivitŕ nel Kossovo suscitavano una “ sfavorevole
impressione ” tra i partigiani di Tito e terminava con la frase “ Le nostre
relazioni con i partigiani jugoslavi sono di straordinaria importanza “.
La minaccia di Mehmet Hoxha aveva
prodotto esiti piů rapidi e piů concreti di quanto potessimo temere. Con
orrore e
incredulitŕ Hibberdine ed io leggemmo e rileggemmo le parole
decodificate su
quel sudicio pezzo di carta. Soltanto gli ufficiali dello staff –
commentammo
sardonicamente – potrebbero pensare (?) che noi potessimo abbandonare
“ con
molto tatto “, uomini che avevano rischiato la vita per salvarci; Inoltre,
abbandonare i Kryeziu proprio quando, esortati dal Cairo e da noi stessi,
essi
avevano preso le armi in appoggio agli Alleati, era non solo ignobile ma
sciocco.
(pp. 229 – 231)
Non ritornai mai piů in Albania. Entro
l'anno le truppe comuniste del C.L.N. E del Kosmet avevano invaso il Paese.
Implacabili nell'odio che li aveva nutriti contro gli Inglesi, esse erano determinate a
distruggere tutti quelli che consideravano essere i nostri amici. Agli occhi dei nuovi
governanti dell'Albania, la collaborazione con gli Inglesi era un crimine di
gran
lunga piů grave della collaborazione con i tedeschi. Il furore del nuovo
regime
s'indirizzň, specialmente, contro quegli albanesi che, come nostri
alleati, avevano
cancellato le
5l
oro divergenze politiche con i comunisti, in uno sforzo congiunto per
conquistare la libertŕ del loro Paese. Tali uomini erano destinati
all'annientamento, perchč la loro testimonianza di combattenti smentiva
la
pretesa dei comunisti che il Partito Comunista, da solo, rappresentava il
popolo
albanese nella lotta per l'indipendenza nazionale.
A questo atroce olocausto solo alcuni
dei miei amici sfuggirono. I Kryeziu, come ho detto, dichiararono aperto
il
conflitto contro i tedeschi durante i miei ultimi giorni in Albania; e, piů
tardi,
condussero contro di loro una brillante campagna che, quasi, li cacciň
fuori dalla
cittŕ di Gjakove.
I tedeschi, per rappresaglia, bruciarono la casa dei Kryeziu a Gjakove,
saccheggiarono i loro beni e annientarono la loro fortuna (sing. o
plurale ? ). Ma
questo portň i partigiani comunisti ad uccidere Hasan e Gani, a torturare
fino
alla morte il loro amico Lazar Fundo, e portň Said all'esilio”.
Ed ecco la testimonianza del terzo ufficiale, Reginald Hibbert, tratta dal
libro ALBANIA’S NATIONAL LIBERATION STRUGGLE. THE BITTER VICTORY,
London and New York, Pinter 1991 :
(pagg. 14-15)
“ ....A Mosca, Alě Kelmendi e Koco Tashko erano (?) alla Sezione
Balcanica del Komintern. <successivamente> (n.d.r.), Ad Alě Kelmendi e
Koco Tashko fu concesso di.....tornare in Albania; ma solo K.T. raggiunse
l’Albania. Alě Kelmendi non riuscě a lasciare Parigi, dove morě di
tubercolosi nel 1939. A Parigi egli ebbe problemi con altri rivoluzionari
albanesi esiliati che avevano opinioni personali sui bisogni dell’Albania.
Uno degli uomini con cui Kelmendi si scontrň a Parigi fu Llazar Fundo
che pure era stato a Mosca ma si era ribellato alla linea politica stalinista
ed era diventato, secondo la terminologia comunista, un trotzkista o
seguace di Bakunin. Il nome di Llazar Fundo ricomparirŕ in questa storia
verso la fine del periodo bellico come vittima di un barbaro episodio che
provocň molta amarezza tra gli ufficiali britannici ed Enver Hoxha e i
partigiani.Le radici dell’episodio si fondavano sulla resistenza di Fundo
alla linea politica del Komintern di Stalin nei giorni antecedenti la
guerra....Secondo Fundo (che raccontň la sua storia a Julian Amery),
Sejfulla Maleshova aveva progettato che lui, Fundo, fosse sottoposto a
processo a Mosca; ma egli, Fundo, era stato liberato e autorizzato a
lasciare l’Unione Sovietica grazie ad una buona relazione personale con
Georgi Dimitrov. Dopo aver lasciato l’Unione Sovietica ed aver incontrato
Alě Kelmendi a Parigi, egli ritornň in Albania e fu attivo per qualche
tempo a Korcia prima di essere arrestato dagli Italiani. Anche Enver
Hoxha fu attivo a Korcia e sembra che i due siano stati, lě, rivali e nemici
per un breve periodo nel 1938-39. Fundo fu considerato un traditore
abbastanza pericoloso da Mosca e dal Komintern per cui Tito lo indica
meritevole di repressione nella lettera che scrisse al neoistituito Partito
Comunista d’Albania nel Settembre 1942...Il feroce assassinio di Fundo
per opera dei Partigiani (comunisti, n.d.r.) nel Nord dell’Albania nel
1944....č stato visto come una punizione per l’opposizione pre-bellica di
Fundo a Maleshova e ad altri di Mosca, a Kelmendi a Parigi, ad Hoxha a
Korcia e, piů in generale, al Komintern...”.
Il quarto ufficiale č David Smiley che, nel suo ALBANIAN
ASSIGNMENT, Chatto & Windus, London, 1984, pag. 144, cosě
racconta :
“ ....Con Simcox (l'ufficiale inglese catturato insieme a Fundo e ai fratelli
Kreyziu, dai partigiani di Hoxha n.d.r.) c'era un Albanese, Lazar
Fundo, che era stato di grande aiuto alla missione; egli un tempo era
stato uno dei primi sovietico - propagandisti del Comunismo Albanese,
ma successivamente se n'era allontanato. Quando Fundo fu riconosciuto
egli fu trascinato con la forza davanti al commissario (di
Enver Hoxha, n.d.r.) e picchiato a morte. Questo brutale assassinio era
ufficialmente giustificato da Hoxha come ' esecuzione per tradimento
verso il movimento (cominista, n.d.r.)' “.
Ancora due documenti eccezionali questa volta di fonte anglosassone dell'
8 ottobre 1944. Il primo č un messaggio inviato dal Quartiere generale del
S.O.E. Di Bari alla British Militar Mission in Albania, indirizzato a due
suoi ufficiali, McLean, detto ' Billy” e David Smiley :
“LAZAR FUNDO E' STATO CATTURATO CON SIMCOX E SAID
KREYZIU. EGLI PERCIO' PUO' ESSERE IN SERIO PERICOLO, E SI
RACCOMANDA FORTEMENTE DI FARE TUTTO IL POSSIBILE
PER OTTENERE LA SUA LIBERAZIONE ED ESTRADIZIONE IN
ITALIA. SI E' CONVINTI CHE FUNDO E' SINCERAMENTE
FILOINGLESE, E SI RITIENE CHE LA SUA PROFONDA
CONOSCENZA DEI BALCANI E DELL'EUROPA CENTRALE E
DELL'ORGANIZZAZIONE DEL PARTITO COMUNISTA POTREBBE
RENDERLO ESTREMAMENTE PREZIOSO “ ( Bland, William B, and
Price, Ian. Tangled Web. A History of Anglo-American Relations with
Albania. Albanian Friendship Society of Southern California, Los
Angeles, 1986). Aggiunge Owen Pearson (che riporta queste informazioni
nel suo ALBANIAN IN OCCUPATION AND WAR, From Fascism to
Communism, 1940 – 1945, The Centre for Albanian Studies In association
with I. B. Tauris & Co Ltd 6 Salem Road, London W2 4BU 175 Fifth
Avenue, New York NY 10010) :
“ Lazar Fundo era giŕ stato picchiato a morte il 20 Settembre dal commissario
della 5a Brigata Partigiani (albanese, n.d.r.) su espresso ordine di
Enver Hoxha, che lo riteneva un agente al servizio degli Inglesi “.
Lo stesso autore continua riportando una fonte del Dipartimento di Stato
americano da cui si evince che anche il governo di Washington era
preoccupato per i pericoli che correvano in Albania gli antifascisti non
comunisti sui quali si stava scatenando la furia vendicatrice di Enver
Hoxha :
“Alexander Kirk, consigliere politico degli Stati Uniti al Quartier Generale
Alleato a Caserta, ha riferito come segue al Dipartimento di Stato a
Washington :
' Il ministero degli Esteri ha proposto di invitare Hoxha ad un colloquio
con il Generale Maitland Wilson in Italia. Si tenterŕ quindi di persuadere
Hoxha ad ammorbidire il suo atteggiamento nei confronti degli
altri esponenti (politici, n.d.r.) in Albania, e di ampliare la base della
sua organizzazione come alternativa ad una coalizione' “.
Per le fonti probabilmente slave, Branko Lazitch, in collaboration with
Milorad M. Drachkovitch, BIOGRAPHICAL DICTIONARY OF THE
COMINTERN, The Hoover Institution Press, Stanford University,
Stanford, California, 1973, pagg. 111- 112 :
“ Nato in Albania. Rivoluzionario nazionalista influenzato dalla teoria comunista,
sostenne il governo albanese di Fan Noli; quando esso cadde
nel Dicembre 1924, egli andň a Vienna al Quartier Generale della Federazione
Comunista Balcanica. Piů tardi andň a Mosca per l'indottrina -
mento politico, probabilmente al KUNMZ. Divenne uno dei primi albanesi
che lavoravano nell'apparato del Comintern....Nel 1929 partecipň all'ottava
conferenza della Federazione Comunista dei Balcani in cui fu approvata
una proposta di fondare il Partito Comunista Albanese;
nel 1930 e nel 1931 ritornň a Vienna per collaborare al periodico
'Balkan Federation'; e nel 1935 scriveva ancora per la stampa
del Comintern. Ritornň in Albania ma, durante le purghe staliniste
del Comintern, fu accusato di essere un 'traditore trotzkista'.
Durante la seconda guerra mondiale entrň a far parte del movimento
clandestino anticomunista in Albania. Il 22 Settembre 1942, nella
sua duplice qualitŕ di Capo del Partito Comunista della Jugoslavia e
di rappresentante del Comintern, Tito scrisse una lettera ai leaders
del Partito Comunista Albanese sottolineando ' la necessitŕ di smascherare
pubblicamente il traditore Fundo e di impedirgli di fare altro male'.
Nell'estate del 1944 Fundo fu fatto prigioniero dai partigiani comunisti
nel Nord dell'Albania e, dopo un finto processo, venne condannato a
morte e giustiziato “.
Franz Borkenau, European Communism, Chapter XV. Albania, Faber and Faber,
1953
Appare Tito, pp. 370-371
Nel 1937, durante la Grande Purga, spararono a Milan Gorkíc, leader del Partito Iugoslavo.
Il suo comitato fu sterminato. Il partito stesso si sciolse. E il solo membro sopravvissuto del
comitato fu incaricato di ricostruire il partito dalle sue fondamenta. Aveva carta bianca nel
selezionarne i membri.
Quali oscure considerazioni avanzň Yeshov, il capo semi ammattito del NKVD, per
commettere questo particolare tipo di strage forse non si conosceranno mai. Il resoconto
riguardo a Gorkíc era negativo, sia dal punto di vista personale che politico, ma perché
dissolvere il partito stesso? L’unica scintilla nella profonda oscuritŕ fu il ruolo giocato nella
tragedia dal successore di Gorkíc, Josip Broz, poi conosciuto come Tito. Fu lui che, un anno
prima, fu ritenuto responsabile dell’intero massacro dei membri iugoslavi del partito che
vivevano in Russia. Fu perciň aiutato ad uccidere tutti i suoi superiori, poiché la maggior
parte della leadership iugoslava di trovava a Mosca in quel periodo. La sua stessa moglie di
origine russa fu fra le vittime.
L’uomo che in questo modo si mise nella posizione di giocare un ruolo significativo nella
storia, fu la reale incarnazione, il tipo ideale di una nuova generazione di leader comunisti
che emergeva dalla guerra civile spagnola e dalla Grande Purga. Egli non si sentě in dovere
di sostenere un pensiero indipendente; della dottrina marxista, della storia del movimento
comunista, egli certamente non conosceva piů di ciň che veniva solitamente insegnato, i
dogmi desueti impartiti ai giovani accoliti. I suoi primi passi furono piuttosto caratterizzati
da una evidente mancanza di interesse per la politica e da un gusto marcato per la vigorosa
forza fisica. Un tipo “dinamico”, valido per ogni tipo di impresa, senza bisogno di inutili
domande. Ecco come, durante la Seconda Guerra Mondiale, Lazar Fundo, un Trotskista
albanese, lo descrisse a Julian Amery, ufficiale Britannico incaricato di tenere i rapporti con
i monarchici albanesi:
Tito era considerato a Mosca uno dei piů coraggiosi e leali lavoratori, dotato di
grande forza di carattere e con l’attitudine al comando. Le sue qualitŕ intellettuali,
comunque, non erano cosě eccelse, e ogni volta che veniva spedito in una missione
difficile, il Comintern (Internazionale Comunista) lo faceva affiancare da uno o piů
compagni, per meglio indirizzare le sue energie e assicurarsi che seguisse la linea
di partito.
Č una atto accusatorio, ma in esso non traspare né rabbia né opposizione. Il suo intrinseco
valore diventerŕ apparente, come il nostro resoconto sulla carriera di Tito svelerŕ al lettore.
Fundo ha omesso dal suo resoconto una questione: che cosa ne sarebbe di un uomo tanto
dedito e con la dote del comando se non gli si potessero piů garantire un buon numero di
guardie e aiutanti?
pag. 408 (fine del capitolo Albania. La parte finale che mi č stato chiesto di tradurre
testimonia gli esiti della conquista comunista dell’Albania, parentesi degna di nota
durante la conquista della Iugoslavia da parte di Tito)
La situazione degli anti-comunisti albanesi peggiorň. Dei fratelli Kryezu, uno scappň in
collina, un altro fu catturato e portato a Berat, da dove scappň con l’aiuto britannico dopo
che le relazioni fra Mosca e Londra erano peggiorate. Lazar Fundo, l’albanese Trotskista
che aveva accompagnato Amery, fu catturato e picchiato a morte. Il quartier generale di
Bari inizialmente vietň a Kupi di scappare via mare. Fu necessario l’intervento di Eden per
cambiare questa decisione, ma non ebbe un effetto concreto, poiché il vecchio guerriero
aveva giŕ attraversato l’Adriatico a bordo di una barca a remi.
Da Bari, di fronte a questo epilogo, giunse una reazione di profonda soddisfazione, che si
esplicitň nel seguente ordine: “ora avrŕ luogo la graduale ricostruzione dell’LNC e della sua
armata. Le nostre relazioni con l’LNC saranno rafforzate per finalitŕ post-belliche.”
Le finalitŕ post-belliche di Hodja (Hoxha), come i suoi scopi bellici, consistevano nella
totale eliminazione dell’influenza britannica nei Balcani, e non c’era niente di graduale in
esse. Né, nella sua cieca pazzia di politica alleata, arrivare al punto di rifiutare la sicurezza
fisica dei suoi amici, poteva essere definita “graduale”.