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Esame:

- Progettazione di gruppo che costituisce una valutazione aggiuntiva che va da uno a tre punti
- Tre domande aperte con risposte ad ampio respiro che riguardano tre temi, di cui uno è un
aggancio con una propria esperienza

La progettazione didattica ha un valore educativo, è una strategia funzionale all’educazione perché tira
fuori il meglio dal progettista all’educando. Questo viene sottolineato da Dewey, che ritrova nell’esperienza
negativa degli effetti sulla persona; inoltre secondo la sua visione bisogna imparare facendo, il docente
deve imparare a tirar fuori per fare didattica, un buon progettista lo fa creando collegamenti, restituendo
profondità e significato.
Nella didattica spesso si perde di vista la persona e le sue capacità di fare, non ci si rende conto che bisogna
essere in salute (fisica e psichica), considerando i diritti umani e il bene comune.
Nelle competenze chiave di cittadinanza vi è anche il saper progettare.

La progettazione parte da un’analisi di chi si è e del contesto, indagando su chi si vuole analizzare e su di sé.
Tramite il domandare si tira fuori ciò che è intrinseco. Le domande essenziali sono le più educative:

 Sono dirette, non hanno preamboli, giustificazioni, vanno dritee al punto


 Partono dalla condivisione di uno stimolo, procedono dirette verso il significato personale
 Non richiedono comprensioni
 Non prevedono risposte si o no
 Vi è un maggiore livello di apertura
 Non rivelano l’idea che c’è sotto

In questo modo, questo tipo di quesiti prevedono un processo di riflessione e ricerca. Le domande sono più
essenziali nella misura in cui c’è un adulto aperto al confronto. Bisognerebbe tornare bambini, recuperare il
coraggio di domandare avendo il coraggio di ricercare.

Ogni buona progettazione parte da una domanda, così come in ogni processo ci ricerca l’educatore bravo sa
fare buone domande. Bisogna stare però attenti perché le parolem fanno le cose, hanno una materia,
determinano la connessione tra le persone ma la possono anche distruggere, trasformano l’essere in
quakcosa di più grande.

Progettare vuol dire anche fare un lancio in avanti di natura ipotetica , mettersi insieme attorno ad un
interesse che è una forma di cura; così facendo si esplicitano i valori che spesso rimangono nascosti e si
danno per scontati, devono però essere rivendicati perché tengono insieme la comunità. Nella dimensione
della cura è possibile ritrovare l’“I care” di don Milani, il suo “mi interessa”, motto nato in contrapposizione
al “non mi importa” fascista. Vi è un interesse a dare vita a delle esperienze, essendo coinvolti in un’idea di
un mondo migliore.
Ougnuno sa cosa lo muove , la cura va quindi alimentata, essa è la scoperta di sé, la consapevolezza di
qualcosa di più complesso per cui vale la pena esistere.

Un progettista esperto tiene insieme due dimensioni difficili da conciliare: creatività e sensibilità (intesa
come capacità di percepirsi e percepire gli altri). Per questo è importante tener conto della polarità tra
Critical Thinking (analitico, verticale, procede per probabilità, formula giudizi, permette di essere oggettivi,
si esprime in maniera lineare tramite ragionamento, prevalentemente con quello verbale) e Creative
Thinking (generativo, identificato con capacità di divergenza, trovare noto nel non noto, procede in maniera
possibilistica, è diffuso, soggettivo, non giungono ad una risposta unica, è un tipo di pensiero visivo,
procede per associazioni). Nella “Pedagogia degli oppressi” di Freire vi è una sintesi tra educazione e
insegnamento; la reciprocità prevede una crescita entrambe le parti.
Progettazione vuol dire interrogare la nostra storia e quella della stessa progettazione; si tratta di un lancio
verso un vasto obiettivo, che prevede un passo successivo ossia la programmazione.
L’educatore deve diventare un attento documentatore ricercatore e monitoratore di pratiche didattiche.

Finalità generali della progettazione sono di tipo educativo. Una di esse è fornire domande esistenziali,
guida, con cui l’educatore deve ricondurre le pratiche didattiche al fare educativo.
La relazione tra visione politica ed economica è stretta in quanto stretta è la relazione tra educazione e
istruzione: nel tempo i cambiamenti nell’ambito didattico sono stati anche conseguenza delle vicende
politiche che si sono succedute nella storia della scuola italiana, determinando la natura dei programmi
scolastici. Da sempre quest’ultima è stata portatrice di 2 visioni: liberale e prescrittiva; queste si sono
susseguite senza un ordine portando un disinteresse da parte dei docenti.

A fine 800 Aristide Gabelli (1830-1891) ha sancito la valorizzazione del pensiero scientifico a scuola.
Apprendere a stare al mondo è imparare e osservare e a condurre esperienze controllate. La finalità
primaria dell’educazione ma anche dell’istruzione è lo sviluppo di personalità critica dello studente, per cui
si valorizza il pensiero critico; si costruiscono modi di pensare che durino tutta la vita, evitando di
trasmettere nozioni facilmente dimenticabili; si costruiscono quindi capacità strettamente di tipo critico. Lo
studente osserva e impara dall’esperienza controllata, acquisisce così strumenti per agire. Si tratta di un
processo di applicazione, reinterpretazione e contestualizzazione.

Nei programmi scolastici del 1923 (durante il pieno governo fascista), Radice pone al centro la parola.
Questa visione educativa prevede che l’istituzione scolastica deve mettere al centro la funzione educativa
della comunicazione dell’insegnante in quanto bravo oratore , deve aprire le porte dell’immaginazione,
evocare mondi. All’epoca la popolazione era molto rurale, i bambini erano coinvolti nell’agricoltura e nella
pastorizia, per loro era importante andare a scuola e immaginare mondi inaccessibili, in classe si
esploravano mondi, si educa arricchendo la fantasia.
Questa riforma si colloca in una visione autoritaria e poco liberista, ma in realtà si voleva evocare
l’autorevolezza della parola, che venne però trasformata di autorità del maestro, unica visione possibile. Si
volevano sviluppare capacità connesse strettamente al lavoro e alla concretezza delle armi.

Nel secondo dopoguerra, grazie a Washburne e i suoi programmi del 1945,, la pedagogia entra nelle
istituzioni pubbliche italiane. L’alunno diventa il protagonista dell’apprendimento, e in questo è possible
ritrovare l’influenza di Dewey, portato da Washburne in Italia. In questo ambiente, viene incentivato il
dialogo tra creativo e critico e si usa ciò che serve al mondo.

Nel 1955 vengono fornite delle indicazioni, che restituiscono all’insegnante la libertà di scelta
all’insegnante, sono linee di indirizzo; da queste poi nasceranno i programmi Ermini. Il ministro Ermini crea
un vademecum di tipo curricolare in cui ci si occupa della valorizzazione dell’esperienza, ciò che viene fatto
nei contesti ddi vita reale viene portato a scuola; viene introdotta la gradualità nelle discipline, da una
visione globale si passa al particolare; si comincia ad attuare una trasversalità disciplinare; ci si prende cura
di ogni singolo alunno, non c’erano classi separate, si suggeriva al maestro di girare per l’aula interagendo
con gli allievi e per questo il setting doveva consentire l’apprendimento agevole (si prevede dunque una
riconfigurazione del setting, banchi a ferro di cavallo). Vengono esplicitati alcuni accorgimenti con grande
valenza educativa, come la praticabilità. Dopo aver stimolato lo spirito di osservazione era necessario che si
attivino processi spontanei di ricerca , esperienze cioè in cui ogni allievo si sentisse soddisfatto di ciò che
faceva a scuola. Nelle indicazioni venivano precisate anche le attività non opportune: vengono abolite le
pratiche punitive, si è capito che bisognava guidare l’alunno all’amorosa e sempre più attenta riflessione,
alla ricerca del modo migliore per esprimersi. Per la prima volta si parla di uso di mediatori didattici, mentre
prima gli unici strumenti erano la lavagna e i banchi ; di qui si parla dell’importanza dei libri, dell’inchiostro,
del planisfero…
Le rivolte del ’68 influenzano anche la progettazione scolastica, con autori come Lodi e Rodari, e qui
l’apprendimento è condivisione. L’insegnante stimolava dando occasioni vicine alle vite dei bambini per
fare le materie. La scrittura creativa venne usata anche per monitorare; “Bandiera” di Mario Lodi ne è un
esempio, che poi è diventato canovaccio di teatro, mentre ora è un grande classico della letteratura per
l’infanzia, questa storia di una foglia curiosa e ribelle assume un significato emblematico in ogni tempo.
Venne scritta dai bambini che raccontano dopo aver documentato cosa accadeva in classe. Nella classe I
della scuola di Vho (paesino di Cremona) nel novembre 1959, Laura ha raccolto e portato a scuola una
foglia finita nel fango; il fatto stimola una conversazione. Nasceva così, pian piano, quel miracolo di
equilibrio e fusione fra peosia e rigore scientifico che è la caratteristica di Bandiera. In questo processo gli
insegnati erano dei registi, le tecnologie con cui si creava erano disponibili per tutti.

I decreti collegiali del ’74 hanno raccolto le ondate del ’68. Il movimento di educazione cooperativa nata in
quel periodo, si occupa dell’ambito scolastico. Vi sono modelli d’intervento nell’ambito della ricerca, nata a
scuola, quando gli insegnanti hanno cominciato ad interrogarsi sul modo con cui portare l’innovazione tra i
banchi. A seguito di ciò, in questi anni (’70-’80) nascono i curricoli e i formati della progettazione. Il curricolo
sancisce il passaggio da una visione lineare a una visione complessa, progettuale, capace di tener conto dei
traguardi da raggiungere ma anche si immaginarne di nuovi, sancendo in maniera determinante un punti di
sintesi tra progettazione e programmazione; dietro di essi vi è l’idea che ogni scuola possa avere un proprio
profilo d’uscita.
Un esempio dei primi formati di progettazione è “ADDIE” (Analysis, Design con cui si dà forma,
Development, Implementation, Evaluation): modello che unisce l’ambito didattico e informativo; si tratta di
uno strumento capace di spostarsi da una logica lineare ricorsiva. Spesso si perde però il senso della
progettazione didattica, che nasce con la ricerca flessibile, mentre si finisce per seguire delle tabelle. In
genere si decidono tempi e attività e vi procede; con ADDIE si capisce quanto i materiali hanno funzionato.
Con questo formato si può sperimentare in quanto ci si dava tempo di cambiare sulla base dei risultati (se i
risultati non tengono, si cambia). Si tratta di un modello probabilistico finalizzato al desiderio di
cambiamento sociale. L’educatore è un progettista-osservatore-ricercatore. La progettazione è una
proposta per sentirsi capaci di affrontare situazioni complesse. Quella iniziale è come il punto di partenza di
un labirinto di cui l’uscita è lo stato desiderabile, il traguardo di competenza, un processo di realizzazione
cui passi fondamentali sono quelli che fanno uscire dal labirinto.
Si è messo a fuoco quanto fosse necessario fare le cose per comprenderle; progettare significa infatti
guardare da diverse prospettive, secondo criteri di stabilità dalla comunità in rapporto ai bisogni ed alle
caratteristiche culturali di un contesto. Il progetto (e la sua portata) è

 inclusivo
 multi-prospettico
 aperto alla formulazione
 rappresentativo di una visione comune
 supportato da processi di analisi

queste dimensioni documentano lo sforzo che un insegnante fa per dare senso al proprio fare didattico. Per
congiungere la formazione iniziale con la realizzazione delle potenzialità di ciascuno agli insegnanti si chiede
di far sviluppare la competenza di auto-progettazione per ritrovare il proprio senso, la progettazione
educativa deve quindi dare gli strumenti per auto-progettarsi. Con il seamless learning si ha un processo di
apprendimento no episodico ma costantemente collegato al quotidiano e auto-regolato, si impara a
rilocare sistematicamente il proprio ambiente di apprendimento nei diversi spazi vissuti nel corso della
giornata.

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