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IL DIVERSO NELLA LETTERATURA TRA ‘800 E ‘900.

Verga, autore proveniente dalla realtà statica e arretrata del Meridione d’Italia, vede da vicino il
diverso, qualcuno che viene rifiutato dalla società. Per questo Verga si interessa ai diversi. La sua
poetica, la poetica verista, nella quale, grazie a varie tecniche narrative, come l’impersonalità, la
regressione, lo straniamento e il discorso indiretto libero, al fine di far eclissare l’autore e fare in
modo che il lettore abbia l’impressione che i fatti si svolgano sotto i suoi occhi. Grazie a questo,
Verga riesce a parlare dei diversi senza commentare la loro condizione, lasciando al lettore la realtà
così come è. Verga parla del diverso in particolare in 2 novelle: Rosso Malpelo e La Lupa, che
fanno entrambe parte della raccolta Vita dei campi, del 1880, la prima raccolta verista di Verga,
ambientata nel contesto rurale siciliano, ancora con residui del Romanticismo. Rosso Malpelo parla
di questo ragazzo, Malpelo, che fa il minatore insieme al padre. A causa del suo colore di capelli era
sempre preso in giro, così Malpelo si crea un caratteraccio per dare filo agli altri minatori. In
seguito alla morte del padre, Malpelo diventa ancora più irascibile, e alla fine, non essendogli
rimasto niente, decide di andare ad esplorare una grotta, da cui non tornerà più. Rosso Malpelo è
molto importante, infatti è la prima vera opera verista di Verga, e qui vediamo tutte le sue tecniche:
la regressione, visto che il suo linguaggio si abbassa a quello di un minatore, e lo straniamento, che
si vede in particolare nella scena della morte del padre, quando gli altri minatori non capiscono la
disperazione di Malpelo, e ci fanno sembrare che sia Malpelo lo strano, quindi il diverso. La Lupa
parla invece di questa donna, gnà Pina, la Lupa, detta così per la sua insaziabile fame di amore
carnale, motivo per cui è considerata diversa. L’amore per Nanni, un ragazzo che ha fatto sposare
alla figlia per averlo sempre in casa, la porta alla follia, tanto da ignorare le emozioni della figlia e
andare in contro alla morte, per mano dello stesso Nanni, distrutto dalla passione di gnà Pina. Anche
Pascoli si sente diverso, perché la sua vita è stata ricca di sofferenza, con la morte del padre
assassinato quando Pascoli aveva solo 11 anni e poco dopo della madre, della sorella maggiore e di
due fratelli. Tutto questo dolore lo fa sentire diverso dagli altri, così lui si isola in un nido familiare
che tenta di ricreare con le sorelle Ida e Mariù, e si fissa ad una condizione infantile, che si mostra
nella sua poetica del “fanciullino”, proteggendosi dal mondo esterno degli adulti, che è ricco di
insidie. Una delle poesie in cui più si mostra questa diversità è Il gelsomino notturno, dalla raccolta
I Canti di Castelvecchio, che è una sorta di continuo di Myricae, anche se qui sono più presenti temi
inquieti come la morte. Il gelsomino notturno, dedicato alle nozze dell’amico Gabriele Briganti,
evoca la prima notte di nozze, in termini simbolici. Alla felicità della scena, si contrappone il poeta,
che prende le distanze da questa felicità, mostrando la sua diversità. Per Svevo invece, il diverso è
definito dall’inetto, colui che è incapace alla vita. Nel romanzo Una Vita, l’inetto è Alfonso Nitti,
che è inetto perché ha sogni megalomani ma non riesce a realizzarli, infatti tenta la scalata sociale
sposando la figlia del suo capo, ma poco prima del matrimonio viene preso da una paura
inspiegabile e rinuncia al matrimonio, finendo poi per suicidarsi. Tale inettitudine viene messa in
risalto dal padre e dall’amico Macario, che incarnano l’ideale borghese di uomo adatto alla vita.
Svevo non si limita al mostrare l’ironia dell’inetto, che è soggettiva perché deriva dai commenti del
narratore, ma cerca di ritrovare l’origine dell’inettitudine nel mondo borghese triestino, dove conta
solo il profitto e il successo, e chi non riesce ad emergere si rivela diverso e viene schiacciato dalla
società. Nell’estratto Le ali del gabbiano, da Una vita, emerge chiaramente il contrasto tra
l’inettitudine di Alfonso e la forza di Macario, che con la sua eleganza e carisma mette in ombra
Alfonso. Nel finale di questo estratto emerge inoltre il determinismo di Darwin e Schopenhauer,
temi ricorrenti di Svevo. Infatti vediamo la divisione tra le due parti della lotta per la vita, ovvero tra
i lottatori e i contemplatori, tra i forti e gli inetti, usando come metafora di questa lotta la
conformazione del gabbiano, predatore per natura, e chi le doti del gabbiano non le potrà ottenere,
cioè dovrà accontentarsi di guardare, esaltando quindi la forza dell’uomo dominatore, che si
esprime con le azioni, disprezzando l’uomo debole, che si esprime con i voli poetici. Anche
Pirandello si interessa dei diversi. Per Pirandello la società è falsa, perché ogni persona è costretta a
portare maschere imposte dalla società. Queste nascono dal pensiero vitalistico di Pirandello, che
considera la realtà uno stato in continuo cambiamento, e così anche la vita, in cui ogni uomo si
cristallizza in una forma individuale. Ma la forma che noi vediamo è diversa da quella che vedono
gli altri, e quindi è un illusione, la maschera che siamo costretti ad indossare. Ma c’è chi riesce a
salvarsi dalle maschere fuggendo nell’irrazionale, il forestiere della vita, colui che ha capito il
gioco, che guarda il mondo da lontano riuscendo a coglierne l’assurdità e la mancanza di senso.
Quindi per Pirandello il diverso è il forestiere della vita. Un esempio è la novella Ciàula scopre la
luna, novella che fa parte delle Novelle per un anno, che originariamente dovevano essere 365, una
per ogni giorno dell’anno, ma alla fine ne scrive solo 241. In particolare questa fa parte delle
novelle siciliane, che possono ricordare lo stile verista, ma Pirandello diverge da esso, perché
riscopre il clima mistico e folkloristico della terra siciliana, e carica le figure contadine di grottesco,
creando casi paradossali ed estremizzati fino all’assurdo. Ciàula scopre la luna è simile, almeno per
ambiente e personaggi, a Rosso Malpelo. Infatti è ambientata in una miniera e il protagonista un
minatore che è isolato dagli altri. Ciàula è il caruso di zi’ Scarda, vecchio muratore che dopo la
morte del figlio si è ritrovato a carico tutta la famiglia. Ciàula è un minorato mentale, che vive una
vita animalesca, guidato solo dall’istinto. Ciàula si trova bene nel buio delle grotte, perché le
conosce, ma ha paura del buio della notte, dove non consce nulla. Il modo di vivere animalesco di
Ciàula si mostra quando, uscito dalla caverna, ad accoglierlo c’è la luce della Luna. Per Ciàula la
Luna appare una forma divina, perché non trova il buio mortale della notte, ma la luce consolatrice
della Luna, che lo fa rinascere liberandolo dalle angoscie. I valori simbolici della rinascita di Ciàula,
così come la sua irrazionalità e la sua mentalità primitiva, mostrano come Pirandello sia ancora
legato al decadentismo. Per Saba invece l’uomo si riunisce nel dolore, dato che si è tutti uguali di
fronte al dolore. Questo si vede nella poesia La capra, tratta dal Canzoniere, l’opera dove è raccolta
tutta la produzione di Saba. Il poeta lo definisce la storia di una vita e una sorta di romanzo
psicologico, mostrandone la struttura unitaria e il carattere autobiografico. In questa poesia Saba
stabilisce un rapporto di simpatia con la capra, che si lamentava essendo legata, basato sul dolore.
Ma in breve il dolore da singoli si porta ad un livello universale, come dice nella poesia il dolore è
eterno. Il passaggio dal piano individuale a quello universale si ha con la rima fraterno eterno, che
porta il dolore al livello assoluto. In questa poesia è presente anche il dolore del popolo ebraico, da
sempre oppresso e perseguitato, che qui si mostra con la capra che ha un viso semita, mostrando
così oltre al dolore eterno la crudeltà della storia.

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