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Archivio Giuridico, vol. CCXXXVII, fasc. 2 2017, pp.

229-257

Aldo Rocco Vitale

Jus lusi latrunculorum: ovvero


della dimensione giuridica nel
gioco degli scacchi*
Sommario: 1. Apertura – 2. Centro-partita – 3. Finale

1. Apertura

«Era un tempo il gioco dei Re: oggi è il re dei giochi» 1. Con


queste parole José Raul Capablanca, uno dei massimi scacchi-
sti di sempre, ha riassunto, nel 1934, la storia degli scacchi.
Gli scacchi per molti versi possono essere considerati un
vero e proprio rompicapo: non se ne conosce con certezza l’e-
satta origine; non si è ancora consapevoli dei motivi (culturali,
politici o filosofici?) e delle modalità per cui si sono diffusi così
universalmente in tempi, luoghi e civiltà differenti; non cessa-
no ancor oggi di essere oggetto di studio da parte di matema-
tici 2, logici 3 e perfino pedagogisti 4.
*
  Contributo sottoposto a valutazione.
1
 J.R. Capablanca, Il primo libro degli scacchi, Milano, 1998, p. 16.
2
  Si pensi alle implicazioni matematiche che per esempio riguardano il
calcolo delle mosse disponibili per i due giocatori: «Alla seconda mossa, per
ognuna delle 400 possibili posizioni ogni giocatore dispone di 27 risposte. Il
calcolo non è più così semplice come per la prima mossa, ma tutto sommato è
ancora alla portata della nostra comprensione: il numero totale delle posizio-
ni sulla scacchiera dopo il secondo turno (due mosse per giocatore) ammonta,
secondo gli specialisti di numeri, a 71.852. Dopo tre mosse ciascuno, i gioca-
tori si trovano di fronte a nove milioni di possibili posizioni sulla scacchiera.
Dopo quattro mosse sono più di 315 miliardi»: D. Shenk, Il gioco immortale:
storia degli scacchi, Milano, 2008, p. 81.
3
  Esemplare è il cosiddetto “rompicapo delle otto regine”: l’enigma logico-
matematico consiste nel trovare l’esatta combinazione di posizionamento di
otto regine su una medesima scacchiera senza che nessuna sia minacciata dal-
le altre. Il celebre fisico e matematico del XVIII secolo Carl Friedrich Gauss ri-
uscì a trovare ben 72 combinazioni possibili. Calcoli più recenti ne hanno tro-
vate ben 92: cfr. http://mathworld.wolfram.com/QueensProblem.html.
4
  Cfr. R. Trinchero, Gli scacchi un gioco per crescere. Sei anni di speri-
mentazione nella scuola primaria, Milano, 2012.

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A tutto ciò si dovrebbe aggiungere, a dir il vero, un ulterio-


re profilo misterico che riguarda gli scacchi, forse il più impor-
tante, di sicuro il meno indagato: la loro essenza, con partico-
lare riguardo al loro profilo giuridico.
Ma perché proprio gli scacchi? È la prima domanda in sen-
so logico a cui occorre preliminarmente fornire una risposta co-
sì da poter correttamente inquadrare, sotto il profilo metodo-
logico, l’intera problematica che di qui in poi sarà sviluppata.
I motivi sono sostanzialmente quattro, e sebbene ciascuno
possa senza dubbio essere approfondito, per gli inderogabili
motivi di spazio, possono comunque essere riassunti nel mo-
do seguente.
In primo luogo: gli scacchi, a differenza di altri giochi come
la dama o le carte, presuppongono e sono “costruiti” con una
strutturazione politica, addirittura gerarchica 5, trattandosi di
un esercito in miniatura, caratteristica assente nei giochi di
squadra o in quelli più moderni.
In secondo luogo: la natura ambivalente, per un verso arti-
stica e per altro verso matematica alla base degli scacchi, co-
me già precisato, assente in molti altri giochi o comunque non
così caratterizzante, assimila gli scacchi al diritto nell’atavica
disputa per stabilire se di esso sia prevalente la natura arti-
stica o piuttosto quella scientifica.
Le antiche ostilità dei legislatori per gli interpreti della
legge, nota Capograssi, rendono evidente il problema singo-
lare della scienza del diritto: «O il suo preteso oggetto non c’è
nella sua autonomia e nella sua verità, ed essa resta senza og-
getto, cioè senza se stessa; o l’oggetto c’è nella sua autonomia
e nella sua vita ed essa resta esclusa dal suo oggetto perché
eterogenea a questa vita. Nel primo caso se c’è l’oggetto non
c’è nella sua autonomia, poiché la scienza se lo propone, signi-
fica che è la scienza che lo crea con i suoi schemi, essa che cre-

5
  «Le gran battaglie io canto, e l’alte imprese di due Re che per gioco ar-
mati fanno, figurando gli assalti, e le difese, e gli ordin che ne’ campi usati
vanno. Non per odio od invidia han l’armi prese: ma sol per laude, e deside-
rio ch’hanno di combatter fra lor con finte schiere, per mostrar lor virtù, lor
gran sapere»: A. Morosini, Il giuoco degli scacchi: poemetto (1822), Kessinger
Publishing’s Legacy Reprints, 2010, p. 3.

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de di essere sostenuta dall’oggetto è essa invece che sostiene


l’oggetto. Il diritto non sarebbe che la scienza del diritto […].
Se il suo oggetto c’è, la scienza è condannata a non attingerlo
mai; se il suo oggetto non c’è la scienza è condannata a darsi
l’illusione di averlo e può sperare che il suo lavoro sia utile so-
lo in quanto più perfetta sia questa illusione. In questo dilem-
ma sta tutto il problema della scienza» 6.
La scienza del diritto, insomma, parrebbe essere esposta
ad un doppio paradossale rischio: o escludere il diritto o esse-
re esclusa dal diritto; questa circostanza lascerebbe intendere
che il diritto forse altro non sia che mera arte, quella lapida-
ria ars boni et aequi a cui si riferisce il Digesto di Giustiniano.
In questo senso Francesco Carnelutti ricorda che il diritto
è «uno strumento indispensabile della politica, la quale non è
altro, in fondo, se non arte della vita in comune» 7.
Tuttavia lo stesso Carnelutti riconosce che «se vi è una tec-
nica del diritto, ve ne deve essere anche la scienza» 8.
Dunque, ci si chiede se il diritto sia arte o scienza?
Se Capograssi sembra aver fornito i limiti del paradosso
di un diritto pensato solo scientificamente e le antinomie di
una scienza del diritto rinchiusa su se stessa, autoreferenzia-
le, privata del senso, alla ricerca dello stesso, Carnelutti in-
vita a travalicare i confini dell’astratto dogmatismo scientifi-
co, per riacquistare la libertà di esplorare l’intima essenza del
diritto, andando «non contro la scienza, ma oltre la scienza» 9,
posto che «nel campo del diritto, alla tecnica, occorre, oltre il
fondamento della scienza, il divino dono dell’arte» 10.
Ecco, dunque, che la soluzione della co-essenzialità delle
due dimensioni appare l’unica via al fine della comprensione
dell’essenza del diritto: «La scienza del diritto nasce dall’arte
e serve all’arte. Che di questo servigio l’arte non possa fare a

6
 G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto, in Opere, vol. II,
Milano, 1959, pp. 406-407.
7
 F. Carnelutti, Arte del diritto: in memoria di Vittorio Scialoja, in
Discorsi intorno al diritto, Padova, 1937, p. 36.
8
 F. Carnelutti, op. cit., p. 37.
9
 F. Carnelutti, op. cit., p. 54.
10
 F. Carnelutti, op. cit., p. 39.

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meno ho già detto altrove. Nessuna superstizione è più scioc-


ca e più nociva che la differenza dei pratici contro i teorici del
diritto […]. Insomma per saper fare il diritto occorre, prima di
tutto, altro sapere oltre il sapere giuridico» 11.
E gli scacchi? Quale nesso esiste tra tutto questo e gli scac-
chi?
Molto più di quanto a prima vista possa apparire.
La scienza, infatti, con la sua tentazione di dominio assolu-
to sulla vita, per il tramite dell’energia tecnologica, non pote-
va rimanere estranea al mondo degli scacchi.
«I pionieri dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti ed
in Gran Bretagna, si trovarono di fronte ad un dilemma teori-
co: dovevano progettare macchine che pensassero come esse-
ri umani, capaci di registrare esperienze, riconoscere immagi-
ni, formulare ed attuare piani ed ipotesi, o dovevano piuttosto
puntare sulle più evidenti capacità dei computer di eseguire
un’enorme massa di calcoli matematici? […] Gli scacchi sareb-
bero divenuti un fondamentale campo di sperimentazione per
questo nuovo tipo di intelligenza» 12, a differenza, appunto, di
altri giochi o sports come le carte o la dama o il calcio.
In pochi decenni, infatti, la costruzione di computers sem-
pre più potenti e sofisticati ha condotto alla fabbricazione del
computer Deep Blue che è stato in grado di sconfiggere il cam-
pione mondiale di scacchi, fino ad allora ancora imbattuto,
Garry Kasparov.
All’indomani di quella sconfitta ci si chiese se si fosse giun-
ti al capolinea della storia degli scacchi 13.
E qui ci si inoltra nel problema vero e proprio.
Per quanto gli scacchi siano scientificizzabili, riducibili
scientificamente e tecnologicamente ai loro elementi più basi-
lari, sebbene se ne possa studiare la struttura in senso scien-
tifico (numero di mosse, strutture matematiche, paradossi lo-
gici, ecc.), non saranno mai esauriti od esauribili dalla scienza
in genere e da quella che li studia in particolare.
11
 F. Carnelutti, Scienza del diritto, in Discorsi intorno al diritto, cit., pp.
95-96.
12
 D. Shenk, op. cit., pp. 234-235.
13
 D. Shenk, op. cit., p. 241.

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La dimensione costitutiva degli scacchi, infatti, diversa-


mente da altri giochi la cui struttura è ben più elementare e di
gran lunga meno etica, in quanto meno politica e giuridica, li
sottrae al calcolo, al peso, alla misura dello scienziato del labo-
ratorio; o meglio: gli scacchi pur matematicamente comprensi-
bili, trigonometricamente interpretabili, scientificamente mi-
surabili, in ciò non possono essere esauriti né esauribili, in
quanto la dimensione giuridica costitutiva che ad essi pertie-
ne, come si vedrà, supera l’ottica strettamente scientifica, poi-
ché essi fondano il proprio essere su un terreno metafisico, eti-
co, cioè quello della libertà umana.
In fondo, utilizzando la felice espressione di Vladimir Solo-
viev, «le verità matematiche hanno un significato universale,
ma riescono indifferenti dal punto di vista morale» 14; di conse-
guenza, le verità matematiche e scientifiche che soggiacciono
al gioco degli scacchi, non potranno mai esaurire l’essenza del
gioco stesso. Gli scacchi saranno scientificamente comprensi-
bili, ma la scienza non potrà pretendere di ricomprenderli in
modo esclusivo e totale.
Le similitudini tra natura degli scacchi e natura del dirit-
to, dunque, sono molto più profonde di ciò che può apparire a
prima vista, per cui gli scacchi e soltanto gli scacchi, tra i va-
ri giochi astrattamente immaginabili, meritano l’investigazio-
ne di cui in seguito.
In terzo luogo: gli scacchi, inoltre, a differenza di altri gio-
chi casuali come le carte o analoghi, sebbene non identici, co-
me la dama, si strutturano secondo una tecnica ben precisa –
non solo militare –, e pur tuttavia, come il diritto, non si pos-
sono a questa ridurre in modo ultimativo poiché, anche in que-
sto caso come il diritto, sono espressione della libertà dello spi-
rito umano (come meglio si vedrà in seguito con la problema-
tica dell’uso dei dadi connessi agli scacchi).
Gli scacchi, in ciò ricalcando la struttura “etica” del dirit-
to, in quanto sono fondati su una natura che non è né deter-

14
 V. Soloviev, I tre dialoghi e il racconto dell’anticristo, Genova, 1996,
p. 250.

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ministicamente causale 15 – come in tutti quei giochi in cui l’e-


lemento tecnico deve necessariamente prevalere, per esempio
nel tennis, nel calcio, nel basket o soprattutto nei moderni vi-
deogiochi –, né “cabalisticamente” casuale – come nei dadi o
nelle carte – rivelano esattamente che la tecnica è un mezzo e
non un fine, costituendo un esempio vivido e plastico del regno
della qualità in un mondo, come quello contemporaneo – an-
che giuridico – che ha finito per capovolgere la logica suddetta
facendo della tecnica (giuridica), cioè del regno della quanti-
tà, un fine in se stessa e, in definitiva, rendendo, come notato
da Nikolaj Berdjaev 16, l’uomo (e lo stesso diritto) meno libero.
In quarto e ultimo luogo: mentre gli altri giochi possiedono
solo la caratteristica della diade ludico-agonistica, gli scacchi,
invece, come si vedrà in seguito, possiedono anche una logica
costitutiva di carattere processuale poiché, essendo struttura-
ti come organismo politico-militare di natura gerarchica, non
sono una mera simbologia della collettività – come per esem-
pio il gioco del calcio –, ma una vera e propria metafora della
umana comunità, incapace, come tale, di sottrarsi alle tre ti-
piche fenomenologie della relazionalità (giuridica): l’incontro,
nel gioco; lo scontro, nella guerra; il confronto, nel processo;
tre dimensioni compresenti soltanto, o comunque al massimo
grado rispetto ad altri giochi, negli scacchi.
Tutto ciò considerato come premessa metodologica occorre
quindi chiedersi: cosa sono gli scacchi? Si tratta forse soltanto
d’un passatempo godibile per una sorta di aristocrazia intel-
lettuale e niente di più noioso e cervellotico per tutti gli altri
che da essi non si sentono attratti 17?
15
  Del resto, la stessa letteratura, con le sue consuete capacità profetiche,
aveva già messo in guardia da una simile eventualità. Ne Il giocatore di scac-
chi di Maelzel, Edgar Allan Poe, chiarisce, infatti, che «nessuna mossa, negli
scacchi, segue necessariamente un’altra»: E.A. Poe, Il giocatore di scacchi di
Maelzel, Milano, 2009, p. 19.
16
 «L’uomo tecnico non è completamente un uomo libero»: N. Berdjaev,
L’uomo e la tecnica, Rapallo, 2005, p. 33.
17
  Lapidarie in questo senso le parole di Benjamin Franklin: «Gli scac-
chi non rappresentano solo un’oziosa distrazione. Vi sono fondamentali qua-
lità della mente, utili nelle varie fasi della vita umana, che si acquistano o si
rafforzano semplicemente praticando questo gioco: esse diventano così come

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Si tratta solo d’un gioco? O proprio in questo gioco v’è più


del semplice divertissement 18 che contraddistingue tutti gli al-
tri?
Allorquando il Vescovo di Milano Alfonso Litta nel 1652 fe-
ce appendere su una colonna una scacchiera sulla quale cam-
peggiava la scritta «Ingegno, non sorte» 19 indicò una linea
di demarcazione che già da tempo si era venuta a delineare
all’interno delle regole scacchistiche.
Gli scacchi, infatti, come riportano gli storici, originaria-
mente erano accompagnati dal lancio dei dadi 20; si tiravano i
dadi e si decideva quale pezzo dovesse essere mosso.
Le implicazioni giuridiche e morali sono evidenti.
Nell’Europa cristianizzata che alla logica classica del fato 21
aveva sostituito il libero arbitrio, non si poteva che riflettere su

delle abitudini pronte ad essere utilizzate in ogni occasione»: B. Franklin, La


morale degli scacchi, in Scritti minori di Beniamino Franklin, Firenze, 1870,
pp. 8-12.
18
  Come non ricordare in proposito l’asprezza pascaliana nei confronti del
divertissement inteso come fuga da se stessi e dal proprio essere, cioè come
momento di alienazione dell’io, come allontanamento di sé dal sé: «Il re è at-
torniato da persone che non pensano che a divertirlo ed a impedire di pensa-
re a se stesso»: B. Pascal, Pensieri, Milano, 2000, p. 205; e ancora: «L’unico
sollievo delle nostre miserie è il divertimento, e, tuttavia, esso è la nostra più
grande miseria» (ivi, p. 217). Si potrebbe dunque accettare la critica di Pascal
in merito agli scacchi? O, forse, si potrebbe pensare che gli scacchi racchiuda-
no in sé una struttura che riflette quella umana, ben più e ben al di là degli
altri intrattenimenti ludici?
19
 Per una storia più dettagliata dei rapporti tra la Chiesa e gli
scacchi si vedano i due seguenti articoli a firma di A. Capece appar-
si il 28/2/2010 su L’Avvenire (cfr. http://www.avvenire.it/Cultura/
Scacchi_20100301133334837000.htm) e il 13/8/2010 su L’Unità (cfr. http://
cerca.unita.it/data/PDF0115/PDF0115/text12/fork/ref/10225i2o.HTM?ke
y=Adolivio+Capece&first=1&orderby=1&f=fir).
20
  Così, per esempio, ancora tra VI e VII secolo riferisce San Isidoro di
Siviglia: «L’alea, ossia il gioco della scacchiera, fu inventata dai Greci nei mo-
menti di ozio della guerra di Troia, e precisamente da un soldato chiamato
Alea che diede il proprio nome a quest’arte. Alla scacchiera si gioca con un
bussolotto, pedine e dadi»: San Isidoro di Siviglia, Etimologie, Libro XVIII,
cap. LX, Torino, 2004, p. 533.
21
  Similmente accadeva nel mondo islamico, in cui la volontà dell’uomo
cedeva il posto ad una volontà superiore, come recitano i versi del poeta per-
siano del XII secolo Omar al-Khayyam che utilizza per l’appunto un’allegoria
scacchistica: «Di giorni e notti, il mondo è una scacchiera, / ove il destino gio-

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una tale regola scacchistica tutta la sedimentazione della dot-


trina teologica e gius-filosofica sui rapporti tra libertà e respon-
sabilità. In altri termini, si anticipava “per gioco” tutta la tra-
gicità della dialettica lutero-erasmiana tra servo e libero arbi-
trio, delineando all’un tempo i confini di un tema tipico del pen-
siero kantiano 22.
L’utilizzo dei dadi negli scacchi, infatti, significava per i mo-
ralisti dell’epoca 23, una abdicazione della libertà umana in fa-
vore di una sorte cieca.
Essendo gli scacchi caricati della simbologia umana, nella
sua prospettiva individuale e politica, al principio di casuali-
tà rappresentato dal lancio dei dadi, si doveva necessariamen-
te sostituire il principio di causalità che attribuiva alla volontà
del “giocatore della vita” la scelta delle proprie mosse.
Ecco, allora, trasformarsi la scacchiera in un terreno ferti-
le per la coltivazione di tutti quei problemi gius-filosofici che da
secoli assillano la cultura occidentale circa la natura del dirit-
to, il legame tra diritto e giustizia, il rapporto tra diritto e legge.

ca con le pedine umane; / le muove qua e là, dà scacco matto, e dopo, / ad una
ad una, le ripone nel forziere del Nulla»: M. Nicodemo, Scacchi e letteratura,
Roma, 2007, p. 105.
22
  Il legame genetico tra libertà e responsabilità è fin troppo noto ed in-
dagato per richiedere un approfondimento in questa sede. Tuttavia in pochi
come Kant hanno saputo rendere esplicito il tema: «Quella determinazione
dell’arbitrio, che consiste nel proporsi un fine, è la sola che sfugga, per la na-
tura stessa del suo concetto, ad ogni costrizione fisica proveniente dall’arbi-
trio altrui. Un altro potrà ben costringermi a fare qualche cosa che non sia
uno scopo per me (ma soltanto un mezzo per raggiungere un fine voluto da al-
tri), ma non potrà mai costringermi a considerarlo come un fine mio: io non
posso dunque avere un fine, se non me lo propongo da me stesso. L’opposto sa-
rebbe una contraddizione, cioè un atto della libertà che non sarebbe libero»: I.
Kant, La metafisica dei costumi, Bari, 1973, p. 230.
23
  «Per i moralisti del tempo, i dadi e gli scacchi simboleggiavano due scel-
te opposte […]. I dadi, il gioco più antico, rappresentavano un mondo in cui
la ragione si rassegna a farsi dominare dal fato; gli scacchi costituivano un
nuovo atteggiamento basato sull’idea che ognuno costruisce la propria fortu-
na con la sua capacità e volontà. Nell’Italia del XII secolo questa contrapposi-
zione venne addirittura stabilita per legge: i dadi furono proibiti, ma non gli
scacchi, in quanto in essi la vittoria dipendeva dall’abilità del singolo e non
dalla fortuna»: D. Shenk, op. cit., p. 65.

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La regola scacchistica, o se si preferisce, il diritto, in sostan-


za, si risolve nel puro comando o deve tendere alla giustizia?
La forza del diritto può essere anche contraria alla giustizia op-
pure no? La legge può essere tale anche se ingiusta oppure no?
Gli scacchi si configurano, allora, come la riformulazione lu-
dica, ma per questo non meno impegnativa, che anche sotto ta-
le forma ha attraversato il tempo e la storia, dell’antico dilem-
ma eutifroneo: «Il santo, perché santo lo amano gli dei, o perché
lo amano gli dei è santo?» 24.

2. Centro-partita

Avendo già Huizinga delineato l’importanza culturale e


la serietà del gioco avendolo definito come «una funzione che
contiene un senso» 25, in questa sede, molto più modestamen-
te, non resta che comprendere il senso intrinseco al gioco de-
gli scacchi, o meglio, il senso giuridico che emerge dal gioco
degli scacchi.
Occorre premettere che il senso giuridico degli scacchi vie-
ne a disvelarsi in tutte e tre le allegorie attraverso le quali
possono essere intesi gli scacchi, cioè, ovviamente, come gio-
co, ma anche come guerra e perfino come processo, inveran-
do un vero e proprio esempio tangibile delle problematiche, in
questa sede soltanto pindaricamente delineabili per ragioni di
spazio, che riguardano la giustizia e i rapporti di quest’ultima
con il diritto.
Il senso giuridico del gioco (degli scacchi), generalmente in-
teso, è dato dalle regole sulle quali esso si fonda e per le qua-
li si costituisce 26.

24
  Platone, Eutifrone, XII, 12°, Roma, 1974, p. 19.
25
 J. Huizinga, Homo ludens, Torino, 1973, p. 3.
26
  Così nota in proposito Gaetano Carcaterra: «Guardando ancora al mo-
dello del gioco, Searle e Ross, indipendentemente l’uno dall’altro, hanno con-
trapposto alle regole regolative, o precrittive, le regole costitutive, costitutive
rules: queste definiscono e sono la condizione dell’esistenza stessa dell’attivi-
tà che disciplinano (p.e. giocare agli scacchi sarebbe impossibile prima e sen-
za le regole degli scacchi, che sono perciò costitutive del gioco e delle sue sin-

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Sul punto, Roger Caillois, invece, ritiene che il gioco sia co-
struito su regole arbitrarie: «Le leggi ingarbugliate e confuse
della vita ordinaria vengono sostituite, all’interno di questo
spazio circoscritto e per il tempo stabilito, da regole precise,
arbitrarie, irrevocabili, che bisogna accettare come tali e che
presiedono al corretto svolgimento della partita» 27.
Se si accettasse l’interpretazione di Caillois si dovrebbe ne-
cessariamente considerare il gioco come privo di senso, poiché
l’arbitrarietà dovrebbe essere intesa come convenzionalità pu-
ra delle regole, cioè con la possibilità da parte dei giocatori di
modificare, revocare o dis-applicare a proprio piacimento le
regole stesse, con il rischio assicurato di poter stravolgere del
tutto il gioco, fino a farlo venir meno.
La tesi di Caillois, inoltre, ritenendo le regole irrevocabi-
li, non tiene conto che esse possano subire dei mutamenti con
il tempo.
Allora sono davvero arbitrarie? Non si può certamente in
questa sede ripercorrere il controverso e immenso tema dei
rapporti tra norma e storicità, o tra diritto e tempo, tuttavia,
si può approfondire un aspetto, rilevando che per il gioco ciò
che davvero importa non è tanto che una specifica regola vi
sia (ammettendosi dunque l’arbitrarietà della stessa per sod-
disfare la spasmodica foga regolamentatrice), ma che quella
specifica regola pur vi sia; in altri termini: il gioco senza la re-
gola precisamente determinata non potrebbe esistere, almeno

gole mosse)»: G. Carcaterra, La forza costitutiva delle norme, Roma, 1979, p.


19. Il tema, senza dubbio articolato e complesso, meriterebbe una trattazione
a se stante in questa sede, tuttavia, impensabile per motivi di spazio; di segui-
to alcuni titoli di riferimento considerati comunque per la condensazione delle
presenti riflessioni: A. G. Conte, Filosofia del linguaggio normativo, I, Studi
1965-1981, Torino, 1989; Id., Filosofia del linguaggio normativo, II, Studi
1982-1994, Torino, 1995; Id., Regole costitutive nel Deuteronomio, in Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto, 2015, 1, p. 161 ss.; A. Filipponio, Sulla
teoreticità delle norme costitutive, in Rivista Internazionale di Filosofia del
Diritto, 1980, p. 238 ss.; R. Guastini, Cognitivismo ludico e regole costitutive,
in La teoria generale del diritto. Problemi e tendenze attuali. Studi dedicati a
Norberto Bobbio, a cura di U. Scarpelli, Milano, 1983, p. 153 ss.; G. Ferrari,
Regole costitutive e validità, in Materiali per una storia della cultura giuri-
dica, 1980, p. 507 ss.; G. Carcaterra, Le norme costitutive, Torino, 2014; Id.,
Lezioni di filosofia del diritto, Roma, 1992.
27
 R. Caillois, I giochi e gli uomini, Milano, 2007, p. 23.

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nella forma in cui si appalesa: si pensi, per esempio, alla rego-


la per cui il re non può attraversare le case minacciate dai pez-
zi avversari; se così non fosse, non avrebbe senso la debolez-
za del pezzo del re (notoriamente il pezzo a cui è attribuito il
maggior punteggio, ma la minor forza in campo) negli scacchi,
fragilità su cui ruota tutto il dispiegamento militare degli altri
pezzi, o, se si preferisce utilizzare termini non bellici, la “cura
politica” che gli altri pezzi rivolgono al più debole.
Quanto delineato è fin troppo evidente nel caso del pedone
il quale a seconda della cultura e del periodo storico di riferi-
mento ha la possibilità concessa o negata di muoversi di due
case la prima volta dalla propria traversa iniziale.
Si avalla quindi la tesi di Caillois il quale, inerentemente a
ciò che riguarda le regole del gioco in genere, ritiene che «non
c’è alcuna ragione perché esse siano come sono piuttosto che
in un altro modo» 28.
Seguendo la pista ermeneutica di Caillois, ispirata da un
evidente scetticismo nei confronti della fondazione sostanzia-
le, veritativa, delle regole del gioco, il gioco in sé non può che
venir meno, implodere, come pensa, mostrando una maggio-
re sensibilità alla dimensione strutturale, ontologica oltre che
ontica, lo stesso Huizinga secondo il quale «ogni gioco ha le
sue regole. Esse determinano ciò che varrà dentro quel mon-
do temporaneo delimitato dal gioco stesso. Le regole del gioco
sono assolutamente obbligatorie ed inconfutabili. Paul Valery
l’ha detto incidentalmente, ed è un’idea di portata assai gran-
de: riguardo alle regole del gioco non è possibile lo scetticismo.
Infatti, la base che le determina viene rivelata qui come irre-
movibile. Non appena si trasgrediscono le regole, il mondo del
gioco crolla. Non esiste più gioco» 29.
Il gioco ha insomma una sua giuridicità costitutiva, di cui
gli scacchi rappresentano, oltre il logorio dei secoli e attraver-
so la temperie storico-culturali 30, il più eroico esempio.

28
 R. Caillois, op. cit., p. 23.
29
 J. Huizinga, op. cit., p. 15.
30
 Gli scacchi con il loro impianto normativo, rectius costitutivamente
giuridico, possono rappresentare una obiezione, una “prova di resistenza” allo
storicismo giuridico che, come insegna Guido Fassò, ha sempre guardato al

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Ovviamente, la dimensione giuridica del gioco, di ciascun gio-


co, degli scacchi in questo caso, non si esaurisce e non si può
esaurire al livello regolamentare positivisticamente inteso.
Il gioco, ogni gioco, infatti, attinge ad una dimensione giuridi-
ca ben più radicale e profonda.
Sergio Cotta ha dedicato un’ampia riflessione in merito, in-
quadrando puntualmente il gioco tra le forme coesistenziali in-
tegrativo-includenti.
Insieme alla dimensione giuridica ed a quella caritativa,
quella ludica, cioè il gioco, è la manifestazione che dimostra
come l’esistenza umana «si esprime e si organizza sempre in
forme di relazione coesistenziale» 31, tal che l’uomo « si conosce
quale ente-in-relazione, per cui, fuori dalla relazione, si può
ben dire, l’uomo non è» 32.
Sempre sulla scia delle osservazioni cottiane sul punto, non si
può fare a meno di notare che «per il suo carattere interpersona-
le, la relazione ludica non richiede soltanto il rispetto della lega-
lità formale, bensì anche della persona dell’avversario: parole o
gesti offensivi sono considerati inammissibili e penalizzanti, con
maggiore o minore severità» 33.
Emerge, massimamente, negli scacchi come gioco, quel tessu-
to di relazionalità naturale 34, giuridica, ma pre-ordinamentale,
espressione cioè di una “politica prepolitica”, ovvero pre-statale,
che contraddistingue l’esistenza umana:«La scacchiera è sempre
posta tra due compagni di comprovata amicizia”» 35, scrisse il po-
eta del IX secolo Ali Ibn al-Jahm.

diritto (naturale) come ad una mera «astrazione intellettualistica»: G. Fassò,


Storia della filosofia del diritto, vol. III, Bologna, 1970, p. 57.
31
 S. Cotta, Il diritto nell’esistenza. Linee di ontofenomenologia giuridi-
ca, Milano, 1991, p. 97.
32
 S. Cotta, op. cit., p. 87.
33
 S. Cotta, op. cit., p. 137.
34
  «Contrariamente a quanto succede in una guerra totale, un simile gio-
co presuppone che gli avversari si ritengano almeno appartenenti ad una co-
munità che consideri i proprio membri come partecipi dell’umano e dotati di
diritti e di pretese ad agire in quanto uomini, non si trattino da barbari o da
semplici nemici, e non cerchino dunque di sopprimere fisicamente i membri
dello schieramento opposto»: M. van de Kerchove – F. Ost, Il diritto ovvero i
paradossi del gioco, Milano, 1995, pp. 107-108.
35
 D. Shenk, op. cit., p. 38.

240
Jus lusi latrunculorum: ovvero della dimensione giuridica nel gioco degli scacchi

Come in genere avviene, e massimamente negli scacchi, la


dimensione ludica, insomma, si configura quale alveo per la
manifestazione della giustizia, intesa non come mera adesio-
ne o esecuzione meccanica della norma positivisticamente in-
tesa, ma come rispetto della verità ontologica dell’altro, grazie
alla dimensione della intersoggettività 36,
Anche nel gioco, dunque, nella indiscutibile serietà dell’at-
tività ricreativa del gioco 37, si può manifestare la luce della
giustizia, in quanto ciascuno, sulla scorta della relazionalità
e della socialità di cui per natura partecipa, rende all’altro ciò
che ad esso è dovuto, tramite il costante confronto che si espri-
me durante la partita.
Tuttavia, non si può dimenticare che gli scacchi costitui-
scono altresì l’allegoria della guerra.
Secondo Marcel Duchamp, addirittura, «il gioco degli scac-
chi è uno sport. Uno sport violento» 38.
Del resto, il secondo successore di Maometto, Omar Ibn
al Khattab, dichiarò che il gioco degli scacchi «ha a che fare
con la guerra» 39, mentre il campione del mondo Emanuel La-
sker, ebbe a precisare che «prima di tutto, gli scacchi sono una
battaglia» 40.
Se Huizinga ha ritenuto che la guerra possiede un carat-
tere ludico intrinseco 41, è anche pur vero che in questo caso ci
si trova dinnanzi ad un gioco che ha un carattere intrinseca-
mente bellicoso.

36
  «Le azioni che costituiscono il giocare a scacchi possono essere esegui-
te soltanto quando si gioca a turno con un’altra persona. Ogni giocatore ha la
sua parte da giocare, ma ciascuna parte acquista significato solo quando l’al-
tro giocatore adempie la propria. La necessità di un compagno si rivela quin-
di nel carattere intersoggettivo delle norme degli scacchi […]. Il gioco degli
scacchi può essere inteso come un modello semplice di ciò che possiamo chia-
mare fenomeno sociale»: A. Ross, Diritto e giustizia, Torino, 2001, pp. 14-15.
37
  Cfr. J. Huizinga, op. cit., p. 8.
38
  Cfr. http://archiviostorico.corriere.it/2004/maggio/15/degli_scacchi_Ita
liani_giocate_piu_co_9_040515059.shtml.
39
 D. Shenk, op. cit., p. 41.
40
 G. Kasparov, Gli scacchi, la vita: lezioni di strategia dal campione che è
diventato il principale oppositore di Putin, Milano, 2007, p. 21.
41
  «Il carattere ludico della guerra le è dunque intrinseco»: J. Huizinga,
op. cit., p. 106.

241
Aldo Rocco Vitale

Tuttavia, si tratta d’una guerra presa molto sul serio, che


esprime, addirittura, oltre una naturale tensione agonistica,
una sua intrinseca giuridicità come si trattasse d’una guer-
ra reale.
Gli scacchi sono una guerra giuridicamente determinata o
determinabile che risponde all’appello etico tanto dello jus ad
bellum quanto dello jus in bello 42, cioè ai due pilastri su cui si
fondano la legittimità e la giustizia di una guerra; S. Ambro-
gio si chiedeva, sul punto: «Si ergo etiam in bello justitia valet,
quanto magis in pace servanda est?» 43.
Gli scacchi alludono, in altri termini, ad una guerra giusta,
in linea con la tradizione di pensiero giuridico che ha formu-
lato sempre meglio una simile concezione di guerra 44, quella
su cui sostanzialmente oggi si fondano i motivi legittimanti gli

42
  «Lo jus belli non si limita a prender atto dell’efficacia della forza belli-
ca e tanto meno si conforma al principio del valore etico della guerra in sé e
per sé. Al contrario, la disciplina, stabilendo normativamente tutta una serie
di condizioni necessarie affinché essa possa venir giudicata dal punto di vista
giuridico»: S. Cotta, Dalla guerra alla pace, Milano, 1989, p. 152.
43
 S. Ambrogio, De officiis, I, XXIX, 140.
44
  Sul presente problema la letteratura è davvero così vasta da non poter-
ne riportare neanche un valido campione. Tuttavia alcuni saggi tra quelli con-
sultati per la presente ricerca possono essere indicati: M. Walzer, Guerre giu-
ste e ingiuste: un discorso morale con esemplificazioni storiche, Napoli, 1990;
R. de Mattei, Guerra santa, guerra giusta, Casale Monferrato, 2002; G. Brizzi,
Il guerriero, l’oplita, il legionario, Bologna, 2002; C. Jean, Guerra, strategia,
sicurezza, Bari, 2001; J. Keegan, La grande storia della guerra: dalla prei-
storia ai nostri giorni, Milano, 1996; L. Bonanate, La guerra, Bari, 1998; Id.,
Guerra giusta e politica internazionale: o dell’impossibile rapporto tra effica-
cia e giustizia in guerra, in Filosofia e teologia, 2000, 3, p. 591 ss.; J. Joblin,
Dalla guerra giusta alla costruzione della pace, in La Civiltà Cattolica, II, n.
3576, 1999, p. 559 e ss.; F. Ricciardi Celsi, Riflessioni sulla guerra giusta nel-
la causa XXIII del Decretum di Graziano. Attualità del problema all’inizio del
XXI secolo, in questa Rivista, 2001, 3, p. 395 e ss.; P. Consorti, Guerra giu-
sta? Tra teologia e diritto, in Rivista di Diritto Costituzionale, 2004, p. 69 e
ss.; M. Bertoli, La guerra giusta in Tucidide: argomenti giuridici, argomen-
ti religiosi, in Aevum: rassegna di scienze storiche, linguistiche e filologiche,
2009, 1, p. 7 e ss.; A. Vanoli, Tra Platone e Ibn Khaldun: note sulla guerra giu-
sta, in Studi Storici, 2002, 3, p. 755 e ss.; K. Himes, La retorica religiosa del-
la guerra giusta, in Concilium, 2001, 2, p. 57 e ss.; M. Liverani, Guerra santa
e guerra giusta nel vicino oriente antico (circa 1600-600 a.C ), in Studi stori-
ci, 2002, 3, p. 639 e ss.

242
Jus lusi latrunculorum: ovvero della dimensione giuridica nel gioco degli scacchi

interventi militari a scopo umanitario, le carte internaziona-


li a tutela dei profughi o dei prigionieri di guerra, e tutta una
fitta trama di normative internazionali dirette alla protezione
dell’umanità e del senso di questa (pur) in caso di conflitto 45.
La storia insegna che le regole di guerra e l’esigenza di com-
battere secondo determinate regole sono qualcosa di risalente:
«There is evidence that some ancient civilitations prohibited
certain methods of warfare: agreements on the treatment of
prisoners of war were concluded in Egypt around 1400 BC.» 46.
Riconoscere le regole della guerra è una esigenza che de-
riva, paradossalmente, dal bisogno di confronto reciproco e di
mutuo riconoscimento che pur tra nemici si instaura e si de-
ve instaurare 47.
Del resto, si combatte sol perché ci si riconosce come reci-
procamente degni; sol perché pur essendo nemici si acconsen-
te più o meno implicitamente all’esistenza dell’altro; è proprio
l’alterità del nemico, magari, la causa scatenante del conflit-
to 48: l’occupazione simultanea dello stesso territorio, per esem-
45
  «Given the number of and intensity of present-day conflicts, both inter-
national and internal, there is a great need for the regulation of the humani-
tarian issues»: I. Detter, The law of war, Cambridge, 2000, p. 158.
46
 I. Detter, op. cit., p. 151.
47
  In questo senso gli scacchi esplicitano quell’etica cavalleresca oramai
perduta nell’ottica della guerra moderna come guerra totale: «La guerra per-
de allora anche quella piega di nobile rivalità che talvolta le si riconobbe,
quando era principalmente il fatto di campioni preoccupati di affrontarsi se-
condo un codice definito. Se la posta in gioco non è più parziale, ma totale […]
non si può certo attendersi di veder sussistere tanta delicatezza. Il combatti-
mento è senza quartiere e non conosce più riguardi»: R. Caillois, La vertigine
della guerra, Roma, 1990, p. 57.
48
  Sulla prospettiva gentiliana del problema ha attentamente riflet-
tuto Cotta, mettendo in luce le contraddizioni interne dell’impostazione di
Gentile sulla questione: «La guerra – scrive Gentile – presuppone l’alterità.
L’osservazione è banalmente esatta sul piano empirico […]. L’alterità lungi
dal destare nell’io la coscienza della propria relazionalità con l’altro, come av-
viene nella fenomenologia husserliana, trascurata dall’idealismo italiano, per
Gentile è fonte di costrizione della libertà degli Stati e quindi di inimicizia
[…]. Si tratta d’una aporia del ragionamento gentiliano o non è piuttosto da
avanzare l’ipotesi che ogni metafisica di un divenire puro, cioè non in dialetti-
ca con l’essere, implichi soltanto la dialettica tra le forze presenti nella realtà
di fatto, e perciò si risolva contraddittoriamente in un prassismo empirico?»:
S. Cotta, ult. op. cit., p. 76.

243
Aldo Rocco Vitale

pio, della stessa scacchiera strategica (come si dice in gergo


geopolitico).
Ma questo fondamentale elemento, cioè il reciproco ricono-
scimento 49, la vicendevole dignità, pur tra nemici, garantisce
che la guerra resti umana; costituisce il presupposto perché la
guerra abbia delle regole 50.
Si tratta, in estrema sintesi, della netta e doverosa dif-
ferenza rappresentante il discrimine per distinguere tra la
guerra e lo sterminio.
Si pensi, per esempio, al caso più lampante della storia,
cioè ai totalitarismi novecenteschi 51.
Illuminanti in questo senso le parole di Hans Jonas: «Nes-
sun barlume di dignità umana fu lasciato a chi era destinato
alla soluzione finale» 52.
Perfino nella guerra, di cui gli scacchi sono forse l’espres-
sione più nobilizzata, la co-appartenenza reciproca degli av-
versari sembra un tratto che non può essere sacrificato, so-
prattutto se si assumono per vere le parole di Paul Valery
allorquando si è chiesto: «Cosa di più simile a quell’uomo di
quell’altro, il suo avversario, in quella fase della lotta?» 53.
Huizinga addirittura riconduce lo scambio di attenzioni
non bellicose tra nemici, segno dell’umanità conservata pur
nello scontro mortale, all’idea che la guerra possa essere inte-
sa come un gioco, e che del gioco abbia sostanzialmente assun-
to la lealtà nei confronti del proprio avversario 54.

49
  Cfr. supra, nota 24.
50
  «Esiste fra le nazioni un diritto comune da osservarsi nell’intraprende-
re e nel condurre le guerre»: U. Grozio, Prolegomeni al diritto della guerra e
della pace, Napoli, 1979, p. 48.
51
  Cfr. B. Brunetau, Il secolo dei genocidi, Bologna, 2006.
52
  H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, Genova, 2004, p. 22.
53
 P. Valery, Cattivi pensieri, Milano, 2006, p. 102.
54
  «Un’usanza derivata dall’idea della guerra come gioco nobile e che di
tanto in tanto s’applica ancora nella guerra moderna, assolutamente disu-
manata, è lo scambio di cortesie con il nemico […]. Nel 1637, nell’assedio di
Breda in Olanda, che fece passare definitivamente la città dagli Spagnoli agli
olandesi, il comandante di Breda rimandò cortesemente al conte di Nassau la
sua quadriga rubatagli dagli assediati, facendola accompagnare da 900 fiori-
ni per le sue truppe»: J. Huizinga, op. cit., p. 114.

244
Jus lusi latrunculorum: ovvero della dimensione giuridica nel gioco degli scacchi

In questo senso la sensibilità per il rispetto dell’umanità


dell’altro uomo che è il nemico non tardò a farsi sentire nell’e-
laborazione teoretica di una polemologia fondata sulla giuri-
dicità ontologica dell’esistenza umana. Il pensiero cristiano
sembra essersi mosso istituzionalmente per primo, in partico-
lare tramite il Papa Innocenzo II che nel 1139 proibì l’uso di
armamenti particolarmente crudeli, o del Papa Alessandro III
che nel 1179 prescrisse il trattamento umano dei prigionieri
di guerra 55.
Del resto, il magistero cattolico si è espresso più volte, per
la conservazione dell’umanità in caso di conflitto, anche e so-
prattutto nel novecento: «Esistono, in materia di guerra, va-
rie convenzioni internazionali, che un gran numero di nazioni
ha sottoscritto per rendere meno inumane le azioni militari e
le loro conseguenze. Tali sono le convenzioni relative alla sor-
te dei militari feriti o prigionieri e molti impegni del genere.
Tutte queste convenzioni dovranno essere osservate; anzi le
pubbliche autorità e gli esperti in materia dovranno fare ogni
sforzo, per quanto è loro possibile, affinché siano perfezionate,
in modo da renderle capaci di porre un freno più adatto ed ef-
ficace alle atrocità della guerra» 56.
Ecco allora che la regola scacchistica sulla trasformazione
del pezzo il quale raggiunge l’ultima traversa della parte av-
versaria, con la relativa promozione (generalmente in regina),
appare da un punto di vista ludico come un punto a proprio
favore, sotto il versante militare come il superamento tattico
delle linee nemiche fino all’infiltrazione nelle retrovie, e, dal-
la prospettiva giuridica, come la restituzione, secondo le con-
venzioni di guerra, dei propri uomini prigionieri nelle mani
avversarie.
In effetti, a ben guardare, la regola della promozione po-
trebbe essere intesa come un caso di giustizia retributiva, in
quanto ad una azione del soggetto l’ordinamento riconosce
una sanzione positiva: nel caso di specie che il pedone, per

55
  Cfr. I. Detter, op. cit., p. 151.
56
  Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et
spes, n. 79.

245
Aldo Rocco Vitale

esempio, tramuti in regina o torre, che cioè venga premiato


per la sua condotta, gli sia dato ciò che gli spetta.
L’elemento retributivo all’interno della dimensione giuri-
dica degli scacchi appena delineata, non può che ricollegarsi
all’aspetto agonistico, che si configura anch’esso come regola
strutturale della fenomenologia guerresca.
Gli scacchi sono una gara di abilità, così come può essere
considerata la guerra, e come si vedrà per certi aspetti anche
il processo. Proprio in vista dell’agonismo che li sottende, la
vittoria esige un trofeo, come ogni gara che si rispetti, come
ogni guerra che si rispetti.
Gli studi antropologici hanno dimostrato il forte legame tra
l’ambito agonistico e quello bellico che convergono nella con-
quista del trofeo: «Molti indiani a cavallo delle grandi pianu-
re – come i Sioux, i Crow, gli Cheyenne – conservavano trofei
delle loro audaci azioni di guerra» 57. Similmente può essere in-
tesa la cattura dei pezzi avversari negli scacchi.
Del resto, lo stesso Huizinga ha posto in evidenza l’aspet-
to agonistico della guerra, chiarendo espressamente che origi-
nariamente «gioco e lotta, giustizia e sorteggio, stavano anco-
ra insieme indivisi» 58.
Ed essendo la guerra giocata come un gioco, alla fine di es-
sa non può che esservi un trofeo: nella logica scacchistica, il
trofeo è rappresentato non già dallo scintillante ornamento
metallico che spesso adorna il vincitore alla fine d’un torneo,
e nemmeno dall’essere riusciti a mettere in campo una abili-
tà tecnica superiore a quella del proprio avversario, ma piut-
tosto dall’esercizio disciplinato della forza con cui sconfiggere,
ma non annientare il proprio nemico.
Il vero trofeo della guerra giocata, del gioco combattuto,
della gara contesa sulla scacchiera è in sostanza l’esaltazione
palese dell’ontologia giuridica (e relazionale) degli scacchi me-
desimi, riflesso di quella dell’esistenza umana.
Nel fraseggio delle mosse dei pezzi che si intersecano sul-
la scacchiera, sia come gioco, sia come guerra (giocata), si può

57
 M. Harris, Cannibali e re: le origini delle cultura, Milano, 2007, p. 47.
58
 J. Huizinga, op. cit., p. 116.

246
Jus lusi latrunculorum: ovvero della dimensione giuridica nel gioco degli scacchi

scorgere l’essenza dialogica che non può non permeare l’esi-


stenza dell’uomo, per la naturale struttura razionale e rela-
zionale di quest’ultimo 59.
Negli scacchi intesi come guerra disciplinata, come del re-
sto in ogni conflitto presieduto nei fini e nei mezzi dalla geo-
metria razionale del diritto, si esprime il senso di una giuri-
dicità che oltrepassa la mera regolarità, in favore di una pro-
spettiva di un senso giuridico ben più ampio, non strettamen-
te o solamente formale, e dunque teso al riconoscimento della
persona del proprio nemico pur nel contrasto delle reciproca-
mente avverse posizioni.
In definitiva, la vera vittoria nel gioco degli scacchi, nella
guerra degli scacchi, è quella celebrata dal diritto che garanti-
sce la dignità dell’altro, del proprio avversario, che mette al ri-
paro dall’abuso della forza, dall’arbitrio dei governanti, che co-
stituisce, insomma, l’esistenza intera dei pezzi sulla scacchie-
ra, come ribadito dai versi del Morosini: «Senza legge / questo
esercito mio non s’arma o regge» 60.
Non si può infine non ricordare che senza legge non s’arma
o regge nemmeno il processo, di cui gli scacchi rappresentano
l’allegoria che introduce e traduce il senso giuridico del quale
si andava alla ricerca all’inizio delle presenti riflessioni.
Gli scacchi, insomma, all’un tempo, sono un gioco, un gioco
in cui si riflette la dimensione relazionale dell’esistenza; come
visto, però, sono anche una guerra, una guerra che tuttavia si
costruisce su una ben determinata impalcatura giuridica che
pur nello scontro mira alla tutela delle ragioni dell’umanità
dell’altro uomo che è il nemico; sono, infine, una metafora del

59
  «Nel dialogo si supera l’opposizione dei convincimenti soggettivi, da ta-
luni superficialmente elogiata nei confronti del conflitto armato, mentre fuori
del contesto dialogico essa non è altro che la forma incruenta dell’ostilità: sul
punto non si può non concordare con Hobbes. Nel dialogo, invece, la cui possi-
bilità di estensione è universale, si manifesta la socialità altrettanto univer-
sale dell’io, che è prioritaria, per origine, e superiore, per rilevanza esisten-
ziale e moralità, al conflitto, poiché è fondata sulla relazionalità ontologica
dell’uomo»: S. Cotta, ult. op. cit., p. 95.
60
 A. Morosini, op. cit., p. 11.

247
Aldo Rocco Vitale

processo, cioè la mediazione identificata attraverso il metodo


dialettico per tutti logicamente innegabile 61.
In sostanza, anticipando parzialmente le conclusioni, la
dialettica che sottende il processo può perfettamente adattar-
si agli scacchi, e, soprattutto, la logica scacchistica può conge-
nialmente aderire al processo.
Si può insomma ritenere che la dialettica sia unica nel pro-
cesso e negli scacchi e che si possa cominciare a pensare tan-
to ad una prospettiva processuale degli scacchi, quanto ad una
prospettiva scacchistica del processo 62.
Che il processo contenga in sé un elemento ludico è già sta-
to brillantemente messo in chiaro da Piero Calamandrei 63, da
Francesco Carnelutti 64, da Sergio Valzania 65, ma una rifles-
sione più specifica meritano sia la processualità degli scacchi,
sia la scacchistica processuale, le quali, come si vedrà a breve,
sono collegate da una singolare logica osmotica, rispondente
al principio dialettico nella sua generalità, e ad un più preciso
statuto ontologico nella sua specificità.
In primo luogo si rifletta sulla scacchiera.
Uno spazio ben definito, costituito da otto colonne e da ot-
to traverse che rappresentano il terreno fertile su cui si intes-
seranno gli scontri tra i due giocatori, tra le due fazioni, tra le
due parti.
La scacchiera rappresenta dunque il terreno di gioco, come
i ginnasi greci, come le arene romane, come gli stadi moderni;
rappresenta anche il campo di battaglia, la cosiddetta terra di

61
  Così come precisa Francesco Cavalla a proposito della riflessione sul-
la prospettiva processuale nel pensiero di Enrico Opocher: cfr. F. Cavalla, La
prospettiva processuale del diritto, Padova, 1991.
62
  In questo senso un primo approccio è stato condotto da L. Cremonesi,
Dalla lista dei testi alla prova contraria. Partita a scacchi fra accusa e difesa,
in Diritto e giustizia, 2006, 20, pp. 110-114.
63
  Cfr. P. Calamandrei, Il processo come giuoco, in Rivista di Diritto
Processuale, 1950, pp. 23-51.
64
  Cfr. F. Carnelutti, Giuoco e processo, in Studi in onore di Vincenzo
Arangio Ruiz, vol. III, Napoli, 1953, pp. 1-11.
65
  Cfr. S. Valzania, La partita di diritto. Considerazioni sull’elemento lu-
dico del processo, in Jus, 1978, pp. 204-246.

248
Jus lusi latrunculorum: ovvero della dimensione giuridica nel gioco degli scacchi

nessuno 66, cioè la distanza che separa, o forse, paradossalmen-


te, che unisce, i due eserciti che di lì a breve verranno al cozzo
delle armi; ma la medesima scacchiera può essere vissuta an-
che come lo spazio sacro della giustizia, l’aeropago greco, il fo-
rum romano, il tribunale moderno 67.
La scacchiera a suo modo rappresenta simbolicamente il
mondo intero, con le sue vastità da esplorare, i suoi sentieri
da percorrere, le sue dimensioni da calcolare; raffigura la vita
stessa, con i suoi percorsi intrecciati, i suoi ostacoli, le sue in-
sidie; esprime in appena sessantaquattro caselle tutte le pos-
sibili combinazioni noetiche ed etiche, giuridiche ed esisten-
ziali, filosofiche e poetiche pensabili analogamente a quelle
che si possono esperire nella vita reale.
La stessa dicotomia cromatica della scacchiera rinvia al
superamento delle forme ermeneutiche della realtà in gene-
re e di quella giuridica in specie fondate su paradigmi ispira-
ti dal non-cognitivismo, rinvigorendo l’idea che, come nel gio-
co, nella guerra e nel processo, si deve pervenire ad una verità
che accanto a sé porta ed all’un tempo esclude una falsità, così
come la relazione che lega la vittoria e la sconfitta, il bene e il
male, il giusto e l’ingiusto.
Senza queste logiche, molti aspetti del reale, perderebbero
di senso (sebbene anche il binomio senso/non-senso potrebbe
rientrare nella appena citata sistematicità logico-assiologica):
se non si potesse decidere tra il giusto e l’ingiusto, infatti, qua-
le ragion d’essere avrebbe, per esempio, il processo 68?
Non significa ridurre il tutto ai suoi elementi più sempli-
ci, cioè banalizzare il reale, ma semmai sprofondare nella fitta
trama dell’esistenza fondata, e non altrimenti pensabile, sulle
menzionate dicotomie che, prima di tutto, sono, all’in fuori del
66
  Cfr. V.D. Hanson, L’arte occidentale della guerra, Milano, 2001, p. 177
e ss.
67
  «L’arena, il tavolino da gioco, il cerchio magico, il tempio, la scienza, lo
schermo cinematografico, il tribunale, tutti sono per forma e funzione dei luo-
ghi di gioco, cioè spazio delimitato, luoghi segregati, cinti, consacrati sui quali
valgono proprie e speciali regole»: J. Huizinga, op. cit., p. 14.
68
  Del resto lo stesso Huizinga percorre una simile via, allorquando affer-
ma che «il processo è una lotta per diritto o ingiustizia, per ragione o torto, per
vincere o perdere»: J. Huizinga, op. cit., p. 92.

249
Aldo Rocco Vitale

riduzionismo di un’ottica non-cognitivista, il riflesso della ra-


zionalità dell’uomo e della ragionevolezza intrinseca del creato.
I pezzi sulla scacchiera, se davvero sono ciò che sono e de-
vono essere ciò che sono, non possono evitare di muoversi libe-
ramente sulle case bianche o nere: l’uomo, similmente, sembra
non poter evitare di muoversi al di qua del bene e del male, cioè
attraverso i sentieri non interrotti del bene e del male, del giu-
sto e dell’ingiusto.
Merita una breve riflessione la dimensione temporale.
Nel gioco il tempo assume un significato peculiare in quan-
to partecipa alla suddivisione della vita del gioco medesimo; il
tempo assurge ad elemento costitutivo della ludicità del gioco
stesso 69.
Nella guerra il fattore temporale può rappresentare il di-
scrimine tra la vittoria e la sconfitta: come ebbe a constatare
Napoleone per il quale se per un verso «la distanza può essere
recuperata, il tempo mai!» 70.
Nel processo il tempo svolge il fondamentale ruolo di dare
il ritmo alla successione degli atti processuali, dalla nascita al-
la morte del processo medesimo: per l’esercizio dei propri dirit-
ti azionabili tramite il processo sono previsti dei termini; si di-
stingue tra termini dilatori, ordinatori e perentori; tutte le fasi
del processo sono identificate da precise porzioni temporali, co-
me lo spartito musicale, come un valzer, con un ritmo proprio a
seconda del rito e della giurisdizione, con una metrica puntua-
le, con una scansione rigorosa alla fine della quale restano vigi-
li le croniche sentinelle della prescrizione, della decadenza, del
giudicato, della irrevocabilità dell’atto compiuto proprio per l’i-
nesorabile decorso del tempo.
Tuttavia, la temporalità del gioco, della guerra e del proces-
so, è una temporalità senza dubbio artificiale, non naturale: il
gioco, la guerra ed il processo possono subire, infatti, sospen-
sioni, interruzioni, riprese, ricomputazioni (nel gioco si pensi
ai tempi supplementari; nella guerra il tempus belli può essere
retrodatato al momento dell’applicazione di sanzioni interna-
69
 «Il gioco è un’occupazione svolta entro precisi limiti di tempo»: R.
Caillois, op. cit., p. 22.
70
 D. Chandler, Le campagne di Napoleone, Milano, 2000, p. 217.

250
Jus lusi latrunculorum: ovvero della dimensione giuridica nel gioco degli scacchi

zionali, per esempio; nel processo esiste la rimessione in termi-


ni per il compimento di determinati atti che per causa non im-
putabile alla parte non è stato possibile compiere, e che confe-
risce alla parte medesima il diritto alla fissazione di una nuo-
va scadenza).
S’impone all’attenzione l’evidente analogia tra processo e
scacchi; si consideri l’affermazione di Kasparov, per il quale
«gli scacchi si basano sull’alternanza dei turni, non sul tempo
reale» 71, con la dinamica propria del processo che vede il vicen-
devole succedersi dei turni delle parti.
La temporalità di queste dimensioni è acronica, o meglio, ul-
tracronica, in quanto in esse il tempo trascorre non come in na-
tura, cioè indipendentemente dalla volontà di chi ne subisce lo
scorrere, ma in aderenza al comportamento dei giocatori, degli
schieramenti, delle parti.
Gli scacchi non si sottraggono a questa logica: nelle compe-
tizioni professionali, ma spesso anche in quelle dilettantistiche,
la partita a scacchi è regolata dal cosiddetto doppio orologio,
cioè un orologio con due quadranti e due pulsanti, ciascuno dei
quali azionabile da un giocatore che, una volta eseguita la pro-
pria mossa, blocca il proprio tempo e comincia a far decorrere
quello dell’avversario.
Non si può fare a meno di notare quanto questa logica sia si-
mile a quella che sottende il sistema delle notifiche: con la no-
tifica effettuata la parte, in un certo senso, blocca il tempo a
proprio favore e “passa la palla” alla parte avversa, dovendosi
quest’ultima attivare con solerzia, per esempio, per sollevare le
proprie eccezioni 72.
La scacchiera diventa, insomma, l’allegoria dell’aula giudi-
ziaria 73: le parti si affrontano su un terreno comune, atto dopo
atto, davanti ad un arbitro.
71
 G. Kasparov, op. cit., p. 103.
72
  «Il processo è una serie di atti che si incrociano e si corrispondono come
le mosse di un giuoco: di domande e risposte, di repliche e controrepliche, di
azioni che danno luogo a reazioni, suscitatrici a loro volta di controreazioni»:
P. Calamandrei, op. cit., p. 27.
73
  «Il processo ha luogo in una corte. Tale corte è tuttora, nel pieno senso
della parola, quel ιερός κύκλος, il recinto consacrato entro il quale si vedeva-
no seduti i giudici raffigurati sullo scudo di Achille. Ogni luogo di giustizia è

251
Aldo Rocco Vitale

Le strette e genetiche connessioni tra gli scacchi ed il pro-


cesso, tuttavia, non terminano qui.
Vi sono molte regole degli scacchi, infatti, che richiama-
no lo schema logico e perfino l’esigenza pratica di molte rego-
le processuali.
Alcune esemplificazioni, che certamente non esauriscono
lo scenario possibile, possono ugualmente rendere chiara la
questione.
In primo luogo, richiamando le riflessioni più sopra enun-
ciate riguardo alla correttezza, al fair play, al rispetto dell’av-
versario tanto nel gioco, quanto nella guerra, si considerino
alcuni riferimenti codicistici, che mirano proprio a disciplina-
re in questo senso il comportamento dei giocatori: gli articoli
1337, 1175, 1375 c.c. sembrano fondati sulla medesima neces-
sità di obbligo morale e giuridico di rispettare la propria con-
troparte, così come espressamente sancisce l’articolo 88 c.p.c.:
«Le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in
giudizio con lealtà e probità».
Sebbene in momenti diversi (trattative, rapporti debitore-
creditore, esecuzione, e giudizio) tutte le suddette norme fon-
dano la propria essenza sulla necessità che ciascuna parte ri-
conosca la dignità del proprio avversario e che ne rispetti il
ruolo comportandosi verso di lui con correttezza e lealtà, come
e più che nel caso di guerra 74.
Per ciò che riguarda la regola “pezzo toccato-pezzo mosso” 75,
si può agilmente ritenere che essa introduca il principio di re-
sponsabilità delle proprie azioni all’interno della logica scac-
chistica, la stessa per cui Kasparov ritiene che «quando si gio-
ca a scacchi si devono affrontare le conseguenze dei propri
atti» 76, così come sanciscono per un verso il principio actore

un vero temenos, un sacro luogo isolato, tagliato fuori per così dire dal mondo
delle cose consuete»: J. Huizinga, op. cit., p. 91.
74
  «Ciò non vuol dire altro se non che il processo è una guerra regolata
com’è regolato un torneo»: F. Carnelutti, op. cit., p. 6.
75
  «Nelle partite fra maestri viene osservata la regola del “tocca e muove”,
cioè, se un giocatore tocca un pezzo, deve muoverlo»: R. Fine, La psicologia del
giocatore di scacchi, Milano, 2008, p. 35.
76
  Cfr. http://archiviostorico.corriere.it/2004/maggio/15/degli_scacchi_
Italiani_giocate_piu_co_9_040515059.shtml.

252
Jus lusi latrunculorum: ovvero della dimensione giuridica nel gioco degli scacchi

non probante reus absolvitur cristallizzato nell’art. 2697 c.c.


(«Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti
che ne costituiscono il fondamento»), e per altro verso il prin-
cipio ne procedeat judex ex officio fissato nelle disposizioni de-
gli articoli 99, 112 e 115 comma 1° c.p.c..
Le più che calzanti conclusioni di Calamandrei si possono
adattare, dunque, sia al processo sia agli scacchi: «Ogni parte
è così arbitra e responsabile della propria sorte: faber est suae
quisque fortunae» 77.
Significativa anche l’analogia tra la regola processuale del-
la correzione degli errori materiali, sancita dall’art. 287 c.p.c.,
con la regola scacchistica dell’acconcio 78, cioè la possibilità di
toccare il pezzo, come di ritoccare la sentenza, per esempio,
senza l’obbligo di muoverlo, per poterlo sistemare qualora si
trovi accidentalmente a cavallo di due caselle, cioè scomposto
rispetto alla sua sede.
E che dire delle inchiodature? Gli scacchi prevedono le in-
chiodature assolute e relative (cioè, rispettivamente, l’impos-
sibilità di muovere un pezzo la rimozione del quale comporte-
rebbe la messa in scacco del proprio re – in violazione della re-
gola per cui ciascuno non può mettere in scacco il proprio re
– minacciato dall’avversario, o l’impossibilità di muovere un
pezzo la rimozione del quale comporterebbe la perdita di un
altro proprio pezzo che non sia il re), mentre, per parte sua,
l’ordinamento giuridico conosce, per esempio, le nullità asso-
lute e relative, sancite, le prime, dall’art. 179 c.p.p o dall’art.
157 c.p.c, e le seconde dall’art. 181 c.p.p e dall’art. 157 c.p.c..
In entrambi i casi, cioè sia negli scacchi che nel processo,
ovvero sia nella logica delle inchiodature che in quella del-
le nullità, ci si premura di sanzionare il passo falso compiuto
dalla parte che subisce l’inchiodatura della nullità o l’invali-
dante blocco dell’inchiodatura.
Su questa linea appare stupefacente, e forse come la più
congeniale allo scopo delle presenti meditazioni, la similitudi-
77
 P. Calamandrei, op. cit., p. 29.
78
  «Se per caso ne tocca uno involontariamente deve dire: “J’adoube”, che
significa acconcio; quelli che giocano secondo le regole devono dirlo in france-
se»: R. Fine, op. cit., p. 35.

253
Aldo Rocco Vitale

ne tra la regola scacchistica della cattura en passant e quanto


previsto dall’art. 383 c.p.p..
La presa en passant, regola fondamentale che in pochi co-
noscono, e del tutto eccezionale rispetto all’ortodossia dei mo-
vimenti dei pezzi coinvolti, prevede che un pedone (B) possa
catturare il pedone avversario (N) allorquando quest’ultimo
eserciti la facoltà di muoversi per la prima volta di due case
dalla propria traversa iniziale posizionandosi al fianco del pri-
mo pedone (B). Il pedone B potrà catturare quello N spostan-
dosi eccezionalmente di fianco invece che diagonalmente come
dovrebbe, e potrà farlo soltanto nell’immediata mossa succes-
siva al posizionamento avversario, altrimenti, recitano unani-
mi i manuali scacchistici, perde il diritto.
L’art. 383 c.p.p., come risaputo, rappresenta anche una ri-
levante eccezione al sistema di polizia sancito dall’ordinamen-
to generale e da quello penale in particolare, in quanto di-
sciplina la facoltà di arresto da parte di privati, dichiarando
espressamente che «nei casi previsti dall’art. 380 ogni perso-
na è autorizzata a procedere all’arresto in flagranza, quando
si tratta di delitti perseguibili d’ufficio».
L’arresto in flagranza da parte dei privati, rappresenta
dunque una esplicita forma di presa en passant dell’ordina-
mento penale, per il quale svanita la flagranza si perde il di-
ritto di eseguire l’arresto; mentre la presa en passant degli
scacchi s’incentra sulla flagranza del pedone che si affianca a
quello avversario da quest’ultimo venendo irrimediabilmente
catturato in via del tutto eccezionale.
Entrambe le disposizioni, scacchistica e processual-penali-
stica, sembrano rispondere all’esigenza di garantire un ordine
a seguito del disordine creato dalla mossa avversaria (pedone
contro pedone, delitto contro legalità), rendendo con straordi-
naria chiarezza quanto geneticamente comune sia alle due di-
mensioni, scacchistica e processuale, la razionalità giuridica
che le sottende.

254
Jus lusi latrunculorum: ovvero della dimensione giuridica nel gioco degli scacchi

3. Finale

La prospettiva giuridica degli scacchi emerge, dunque, in


quanto essi riflettono la giuridicità costitutiva dell’esistenza
umana la quale viene in rilievo nella relazionalità del gioco,
nella umanità preservata in guerra, e nella correttezza e leal-
tà tutelate nel processo.
Gli scacchi rappresentano un tipico esempio dei problemi
legati alla giustizia, essendo questa contenuta nelle norme,
ma non riducibile e totalmente contenibile dalle stesse, o me-
glio, dimostrano quanto la giustizia, andando ben oltre il sem-
plice rispetto della regolarità formale, trascende il dato nor-
mativo e all’un tempo lo fonda dall’interno secondo logiche e
principi meta-normativi.
Gli scacchi, insomma, incarnano quella dialettica costan-
te tra morale e diritto che costituisce una sfida ad una visione
strettamente formalistica e a-contenutistica del diritto, cioè
una riproposizione di quella relazione che per Luigi Mengoni
è stata occultata dal positivismo 79.
Rebus sic stantibus, occorre concludere che: il gioco è all’un
tempo una guerra e un processo; la guerra all’un tempo è un
gioco e un processo; il processo, a sua volta, è contemporanea-
mente un gioco ed una guerra.
Tutti e tre si fondano su norme costitutive 80, riflettendo
una dimensione ontologica e antropologica dell’umano inteso
come ente relazionale; tutti e tre possiedono delle regole for-
mali, che pur tuttavia non ne esauriscono l’intera natura, che
si estrinsecano in precise procedure finalizzate all’imparziali-
tà, alla correttezza, alla buona fede; tutti e tre sono contraddi-
stinti da una dimensione etica; tutti e tre sono il riflesso del-

79
  Cfr. L. Mengoni, Note sul rapporto tra diritto e morale, in Iustitia,
1998, 3, p. 309 e ss.
80
  Sul punto occorre dare per scontata la complessa ed articolata proble-
matica circa la costitutività delle norme e del linguaggio; sul punto, oltre la
bibliografia segnalata in nota 14, cfr. soprattutto: J. Austin, Come fare cose
con le parole, Genova, 2015; Id., Saggi filosofici, Milano, 1990; J. Searle, Atti
linguistici, Torino, 2009.

255
Aldo Rocco Vitale

la giustizia, della relazionalità e della verità della coesisten-


zialità umana.
In un gioco si può vincere o perdere, come accade in una
guerra o in un processo.
In un processo si deve combattere, come in un gioco e in
guerra.
In una guerra vi devono essere delle regole, come nel gio-
co e nel processo.
Tutti e tre per essere veri devono essere giusti 81, altrimenti
sarebbero solo un uso arbitrario della forza; un abuso dei pro-
pri poteri; un sopruso delle ragioni e della dignità della con-
troparte.
Gli scacchi riassumono perfettamente queste tre fenome-
nologie, lasciando intendere che certi ambiti della realtà, i
più insospettabili come il lusus latrunculorum, sono endoge-
namente immuni dalla virulenta pandemia antigiuridista del
mondo contemporaneo.

81
  «La negazione della verità è sempre negazione della giustizia»: E.
Opocher, Analisi dell’idea di giustizia, Milano, 1977, p. 66.

256
Abstract

Aldo Rocco Vitale, Jus lusi latrunculorum: ovvero del-


la dimensione giuridica nel gioco degli scacchi

The article examines the legal perspective found in chess-


game over the perspective strictly based on rules of the chess-
game. Chess can be considered as a game, but also as war
and as a process, i.e. how the legal phenomena founding and
structuring the human existence. Chess can be considered the
most typical example against the contemporary anti-juridical
thought.

Parole chiave: scacchi, libertà, gioco, guerra, diritto, processo.

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