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ELOGIO DELL’AMORE – ALAIN BADIOU

«Si può amare senza innamorarsi!», «È possibile essere innamorati senza soffrire!». I manifesti pubblicitari
del sito di incontri Meetic, che qualche tempo fa tappezzavano Parigi, costituiscono il punto di partenza di
queste pagine in cui Alain Badiou, uno dei maggiori filosofi francesi contemporanei, si trasforma in un
irriducibile apologeta dell’amore. Come la guerra a «morte zero» dei conflitti armati della nostra epoca,
così l’amore a «rischio zero» si fonda su una concezione «securitaria» della vita. L’amore sia un’esperienza
unica del mondo sulla base della differenza e non soltanto dell’identità. Un’esperienza personale
dell’universalità possibile.

«Platone dice una cosa molto precisa sull’amore: afferma che nello slancio amoroso vi è una scintilla
dell’universale. L’esperienza amorosa è uno slancio verso qualcosa che egli definisce l’idea. In questo senso,
anche quando sto semplicemente ammirando un bel corpo, che io lo voglia o meno, sono avviato sulla strada
che porta all’idea di Bellezza. Penso qualcosa di simile... ossia che nell’amore si faccia esperienza del
passaggio
dalla pura singolarità del caso a un elemento che possiede un valore universale».

1. L’AMORE MINACCIATO

T: L’amore deve essere reinventato, poiché è minacciato da ogni parte.

B: Sì, è vero. Cito una propaganda: “Trovate l’amore senza il caso! Si può amare senza innamorarsi”
(Meetic). Sono convinto che questa propaganda pubblicitaria si basi su una concezione securitaria
dell’amore.
Ora, naturalmente, sono convinto che l’amore, nella misura in cui è un’inclinazione universale, nella misura
in cui per la maggior parte di noi è ciò che conferisce alla vita intensità e significato non può essere un dono
così grande, dato all’esistenza in totale assenza di rischi.

T: Secondo lei ci sarebbe una corrispondenza fra la guerra a “morte zero” e l’amore a “rischio zero”.

B: Una prima minaccia all’amore che chiamerei la minaccia securitaria. Dopo tutto, non siamo molto lontani
dal matrimonio combinato: non è più imposto da genitori dispotici in nome dell’ordine familiare, ma è un
patto stretto in nome della sicurezza personale mediante un accordo preliminare che evita ogni casualità,
ogni incontro, e in definitiva ogni poesia, per obbedire alla categoria fondamentale dell’assenza di rischi. La
seconda minaccia che pesa sull’amore, invece, consiste nel negarne l’importanza. La contropartita di questa
minaccia securitaria consiste nel dire che l’amore non è altro che una variante dell’edonismo generalizzato,
uno dei molteplici volti del piacere. Si tratta così di evitare ogni prova immediata, ogni esperienza autentica e
profonda dell’alterità di cui è intessuto l’amore. Se un individuo, un singolo con un’identità precisa, è ben
attrezzato per l’amore secondo i canoni della sicurezza moderna, avrà gli strumenti, e li avrà solo lui, per
scartare chiunque non sia adatto. Se l’altro soffre poco importa.
L’amore securitario, come tutto ciò che è a norma di sicurezza, implica l’assenza di rischi per colui che ha
una buona assicurazione, un buon esercito, una buona polizia, una buona psicologia del piacere personale,
mentre è la persona che gli sta di fronte a correre tutti i rischi.

T: Esisterebbe quindi una sorta di alleanza tra una concezione libertaria e una concezione liberale
dell’amore?

B: Credo in effetti che liberale e libertario convergano sull’idea che l’amore è un rischio inutile, e che sia
possibile avere da un lato una specie di vita coniugale preconfezionata che si svolgerà nella dolcezza del
consumo e dall’altro accomodamenti sessuali senza impegno e all’insegna del piacere. L’amore, nel mondo
attuale, sia intrappolato in questa stretta, in questo circolo, e che di conseguenza sia minacciato. E ritengo sia
un compito filosofico, tra gli altri, difenderlo. Come diceva il poeta Rimbaud, reinventarlo. Bisogna
reinventare il rischio.
2. I FILOSOFI E L’AMORE

B: Da un lato vi è la filosofia “antiamore”, il cui esponente più accreditato è Arthur Schopenhauer, il quale
sostiene che non perdonerà mai le donne per la passione d’amore, responsabile della perpetuazione di questa
specie umana tanto miserabile. Ed è uno degli estremi. All’altro estremo vi sono i filosofi che guardano
all’amore come a uno dei supremi stadi dell’esperienza soggettiva, ad esempio Soren Kierkegaard. Secondo
Kierkegaard, esistono tre stadi dell’esistenza:
- nello stadio estetico, l’esperienza d’amore corrisponde alla vuota seduzione e alla ripetizione;
- nello stadio etico, l’amore è autentico e sperimenta la propria serietà;
- nello stadio religioso, il valore assoluto dell’impiego viene sancito dal matrimonio.

La filosofia è evidentemente attraversata da una grande tensione: da un lato, una sorta di sospetto razionale
gettato sull’amore inteso come stravaganza naturale del sesso e, dall’altro, un’apologia dell’amore spesso
vicina allo slancio religioso.

T: L’origine del suo interesse per tale questione non risiede forse nel gesto inaugurale con cui Platone fa
dell’amore una delle modalità di accesso al mondo delle idee?

B: Platone afferma che nello slancio amoroso vi è una scintilla dell’universale.


Muovendo da un punto inaugurale che, preso di per sé, non è nient’altro che un incontro, una cosa da nulla,
si impara che è possibile fare esperienza del mondo a partire dalla differenza e non soltanto dall’identità. E'
per questo che si possono accettare delle prove, che si può accettare di soffrire. Oggi è convinzione diffusa
che tutti guardino solo al proprio interesse.
L’amore può essere davvero un gesto di fiducia nei confronti del caso.

T: Lo psicanalista Jacques Lacan, che lei ritiene uno dei più grandi teorici dell’amore, ha sostenuto che «il
rapporto sessuale non esiste». Cosa intendeva dire?

B: Jacques Lacan ci ricorda che nell’atto sessuale in realtà ciascuno è concentrato su se stesso, se così si può
dire. Vi è la mediazione del corpo dell’altro, certo, ma in fin dei conti il piacere sarà sempre il mio piacere.
L’atto sessuale non unisce ma separa. L’essere nudi abbracciati all’altro è un’immagine, una
rappresentazione immaginaria. In realtà il piacere porta lontano, lontanissimo dall’altro. Il reale è
narcisistico, il legame è immaginario. Quindi, conclude Lacan, il rapporto sessuale non esiste. Affermazione
che fece scandalo, perché all’epoca tutti quanti parlavano di “rapporti sessuali”. Se non esiste rapporto
sessuale nella sessualità, l’amore è ciò che supplisce a questa mancanza. Lacan non dice affatto che l’amore
è la maschera del rapporto sessuale, dice invece che il rapporto sessuale non esiste, e dunque l’amore è ciò
che sta al posto di questo non-rapporto. È un’idea molto più interessante che lo conduce a dire che
nell’amore il soggetto tenta di raggiungere l'"essere dell’altro”. E' nell’amore che il soggetto va oltre se
stesso, oltre il narcisismo.
L’affermazione secondo cui l’amore “supplisce all’inesistenza del rapporto sessuale” può infatti essere intesa
in due modi diversi: il primo, e il più banale, è che l’amore riempie immaginariamente il vuoto della
sessualità.
In tal senso, l’amore sarebbe l’idea che qualche cosa abiti questo vuoto, che gli amanti siano legati da
qualcos’altro oltre che da un rapporto che non esiste.
[Un passo del Secondo sesso di Simone de Beauvoir nel quale descrive il momento successivo all’atto
sessuale, quando l’uomo è preso dal sentimento che il corpo della donna sia brutto e flaccido, e la donna
prova l’analoga sensazione che il corpo dell’uomo, senza il membro in erezione, sia sgraziato, persino un po’
ridicolo.]
Ma Lacan pensa anche tutto il contrario, vale a dire che l’amore ha una portata si può dire ontologica. Mentre
il desiderio è indirizzato all’altro in maniera sempre un po’ feticista, a oggetti d’elezione come il seno, le
natiche, il membro... l’amore è rivolto all’essere stesso dell’altro, all’altro che, già tutto armato del suo
essere, ha fatto irruzione nella mia vita.

T: Insomma, lei sostiene che, rispetto all’amore, ci sono concezioni filosofiche molto contraddittorie.
B: Ne individuo principalmente tre. Anzitutto la concezione romantica, incentrata sull’estasi dell’incontro.
Poi quella cui abbiamo accennato parlando del sito di incontri Meetic, che potremmo definire la concezione
giuridica o commerciale, secondo la quale l’amore non sarebbe altro che un contratto. via. Vi è anche una
concezione scettica, che fa dell’amore un’illusione. l’amore non può essere ridotto a nessuna di queste
definizioni. Cos’è il mondo esaminato, esperito e vissuto a partire dalla differenza piuttosto che dall’identità?
Sono convinto che l’amore sia esattamente questo, a condizione che si viva una prova dal punto di vista della
differenza.

T: Perché non condivide la posizione del filosofo Emmanuel Lévinas, secondo la quale l’innamorato ama
nella persona amata non «una qualità differente da tutte le altre, ma la qualità stessa della differenza»?
Perché secondo lei l’amore non è un’esperienza dell’altro?

B: Credo sia fondamentale capire che la costruzione del mondo a partire da una differenza è una cosa del
tutto diversa dall’esperienza della differenza. L’esperienza dell’alterità è fondamentale, perché essa fonda
l’etica; da qui, e all’interno di una grande tradizione religiosa, consegue che l’amore è un sentimento etico
per eccellenza. A dire la verità non condivido affatto queste speculazioni. Non penso affatto che l’amore sia
un’esperienza “oblativa”, ossia un’esperienza nella quale dimentico me stesso a vantaggio dell’altro.
L’amore non porta “in alto”, né “In basso” ma è un proposito esistenziale. Contrappongo qui “costruzione” a
“esperienza”: se, appoggiato alla spalla della persona che amo, contemplo la pace del crepuscolo e so – non
dal suo volto, ma dal mondo così com’è – che la persona che amo contempla il medesimo mondo e che
l’amore in questo preciso momento è esattamente questo, il paradosso di una differenza identica, allora
l’amore esiste, e promette di esistere ancora. Io e la persona amata siamo incorporati in quest’unico Soggetto,
il Soggetto dell’amore, in quale considera il dispiegarsi del mondo. L’amore è sempre la possibilità di
assistere alla nascita
del mondo.

3. LA COSTRUZIONE AMOROSA

T: Parliamo adesso della sua concezione dell’amore. Si è detto che Rimbaud voleva reinventare l’amore. Ma
a partire da quale idea dell’amore è possibile reinventarlo?

B: L’amore ha a che fare con una separazione o una disgiunzione. Tale disgiunzione è la differenza sessuale.
Si ha un Due. L’amore ha a che fare anzitutto con un Due. Il secondo elemento è dato dal fatto che, proprio
perché ha a che fare con una disgiunzione, nel momento in cui il Due si mostra, in cui entra in scena come
tale e sperimenta il mondo in modo nuovo, non può che assumere una forma casuale o contingente. E' quello
che chiamo l’incontro. L’amore comincia sempre con un incontro. E a questo incontro attribuisco lo status,
in qualche modo metafisico, di “evento”. L’allegoria di tale disgiunzione rimane naturalmente Romeo e
Giulietta, perché essi appartengono a due mondi nemici. L’incontro tra due differenze è un evento (momento
inaugurale). L’amore non consiste semplicemente nell’incontro e nelle relazioni chiuse fra due individui, ma
è una costruzione. Si parla di “scena del Due”.

T: Secondo lei l’amore non si esaurisce nell’incontro, ma si compie nella durata. Per quale motivo lei
respinge la concezione fusionale dell’amore?

B: Sono convinto che sia ancora largamente diffusa una visione romantica dell’amore che, in qualche modo,
lo esaurisce nell’incontro. In altri termini, l’amore viene immolato, bruciato e consumato al tempo stesso,
nell’incontro. Si tratta della concezione fusionale dell’amore: la cui vetta è rappresentata senza dubbio da
Tristano e Isotta di Wagner, perché l’amore si è consumato nel momento ineffabile ed eccezionale.
Si tratta di una concezione romantica radicale, e penso debba essere respinta. Possiede una straordinaria
bellezza artistica, ma essa presenta ai miei occhi un grave inconveniente esistenziale. L’elemento più
interessante, in fin dei conti, non è l’estasi dell’inizio; certo, c’è un’estasi dell’inizio, ma un amore è prima di
tutto una costruzione durevole. Arrendersi davanti al primo ostacolo, alla prima divergenza seria, alle prime
difficoltà non è altro che un travisamento dell’amore. Un amore vero è quello che trionfa durevolmente.

T: E qual è la natura di tale costruzione?


B: «Si sposarono ed ebbero molti bambini». D’accordo, ma l’amore significa sposarsi? Significa avere molti
bambini? Non è soddisfacente. Non sto dicendo che l’universo familiare non faccia parte dell’amore — io
sostengo invece che ne fa parte - ma non si può ridurre a questo. Quello che mi interessa dell’amore è la
questione della durata. E vorrei precisare che per “durata” non intendo che l’amore dura, che ci si ama
sempre o per sempre; quello che voglio dire è invece che l’amore inventa una maniera diversa di perdurare
nella vita.

L’unica cosa che esiste è il desiderio. Da questo punto di vista, l’amore è soltanto una costruzione
immaginaria sovrapposta al desiderio sessuale. «Bene, se avete dei desideri sessuali, realizzateli. Ma non è
necessario montarsi la testa con l’idea che bisogna amare qualcuno.
L’appagamento del desiderio sessuale funziona anche come una delle rare prove materiali, totalmente legate
al corpo, del fatto che l’amore è qualcosa di più di una dichiarazione. Un’affermazione del tipo “ti amo”
suggella l’evento dell’incontro, è fondamentale, impegna. Rappresenta anche una differenza fondamentale
rispetto all’amicizia che non ha prova corporea, non ha risonanza nel piacere del corpo. L’amore, soprattutto
nella durata, possiede tutti i tratti positivi dell’amicizia ma, a differenza di quest’ultima, si rapporta alla
totalità dell’essere dell’altro. Io sostengo che nell’elemento dell’amore dichiarato è questa dichiarazione,
seppure ancora inespressa, a produrre gli effetti del desiderio, e non il desiderio in sé. Ma gli amanti sanno,
anche nella
violenza dei sensi, che l’amore è lì, come un angelo custode dei corpi, al risveglio, al mattino, quando scende
la pace sulla prova di ciò che i corpi hanno inteso come dichiarazione d’amore. E' per questo che l’amore
non può essere una semplice maschera del desiderio sessuale.

4. VERITA’ DELL’AMORE

B: In effetti, sostengo che l’amore è ciò che nel mio gergo filosofico chiamo una “procedura di verità”.
Questa verità non è altro che la verità sul Due, la verità della differenza in quanto tale. In questo senso, ogni
amore che accetta la prova, che accetta la durata, che accetta esattamente questa esperienza del mondo dal
punto di vista della differenza crea a suo modo una verità nuova sulla differenza. Nell’amore dev’esserci
qualcosa di universale. Ed è per questo motivo che amiamo l’amore, come dice sant’Agostino, perché
amiamo amare, ma amiamo anche che gli altri amino.

T: Sembra sia necessario che questa verità venga detta: lei ha parlato dell’amore “dichiarato” e sostiene che
l’amore implica necessariamente la tappa della dichiarazione. Perché dire l’amore è così importante?

B: Perché la dichiarazione s’iscrive nella struttura dell’evento. In primo luogo c’è l’incontro. Sono davvero i
giochi dell’amore e del caso, e sono ineluttabili, ci sono sempre, a dispetto della propaganda di cui vi
parlavo. Ma c’è un momento in cui il caso dev’essere fissato, e dar inizio a una durata, appunto. Si tratta di
un problema quasi metafisico assai complesso: in che modo ciò che inizialmente non è che puro caso può
divenire il fondamento di una costruzione di verità? Com’è possibile passare dal mero incontro al paradosso
di un unico mondo nel quale si decifra che siamo due? A dire la verità, è un assoluto mistero.
Un evento apparentemente insignificante, ma che in realtà è un evento radicale della vita microscopica, è
portatore, nella sua ostinazione e nella sua durata, di un significato universale. Eppure è vero che “il caso
dev’essere fissato”. Si tratta di un’espressione di Mallarmé: «Il caso è infine fissato...»1, che non lo dice a
proposito dell’amore, bensì della poesia. Ma la si può applicare altrettanto bene all’amore e alla
dichiarazione d’amore. Dichiarare l’amore significa passare dall’evento-incontro all’inizio di una costruzione
di verità. Significa fissare il caso dell’incontro sotto forma di un inizio. E spesso ciò che comincia in questo
momento dura così a lungo. La dichiarazione d’amore è il passaggio dal caso al destino, ed è per questa
ragione che è tanto rischiosa e accompagnata da un’ansietà terrificante. La dichiarazione d’amore, del resto,
non deve per forza darsi una sola volta, ma può essere lunga, diffusa, confusa, complicata, dichiarata e
dichiarata di nuovo, e destinata a essere dichiarata ancora.
Ecco: ti amo. Se “ti amo” non è uno stratagemma per portarsi a letto qualcuno, se non è di questo trucchetto
che si tratta, cos’è allora? Cosa viene detto? Dire “ti amo” non è affatto semplice. Si ha l’abitudine di
considerare abusata e insignificante questa pìccola frase, e del resto talvolta per dire “ti amo” si preferisce
usare altre parole, più poetiche e meno abusate. Da quello che era un caso verrà creata un’altra cosa, una
durata, un’ostinazione, un impegno, una fedeltà.
T: Cita  André Gorz, Lettera a D. Storia di un amore.

B: La fedeltà non ha forse un senso molto più ampio della semplice promessa di non andare a letto con
qualcun altro? L’impegno di costruire una durata. Non è vero che non è mai vero; ci sono delle persone che
si amano per sempre, e ve ne sono molte di più di quanto non si creda o non si dica. E sono convinto che
coloro che ho amato, le ho amate e le amo davvero per sempre. So nel più profondo di me stesso che la
polemica scettica è inesatta. E in secondo luogo, se il “ti amo” è sempre, sotto molti aspetti, l’annuncio di un
“ti amo per sempre”, è perché in realtà esso fissa il caso nel registro dell’eternità. Non bisogna aver paura
delle parole! Tutto il problema sta nell’iscrivere tale eternità nel tempo, perché in fondo l’amore è proprio
questo: una dichiarazione di eternità che deve compiersi o dispiegarsi come può nel tempo. Perché se
cercassimo di rinunciare all’amore, di smettere di crederci, andremmo incontro a un vero e proprio disastro
soggettivo. Dunque, l’amore rimane una potenza, una potenza soggettiva. Ma che l’eternità possa esistere nel
tempo stesso della vita, è ciò che l’amore, la cui essenza è la fedeltà nel senso che io attribuisco a questo
termine, si incarica di dimostrare. La felicità, insomma! Sì, la felicità amorosa è la prova del fatto che il
tempo può accogliere l’eternità.

T: “Scena del Due”. E il bambino? Il bambino non altererà o distruggerà questa “scena del Due”?

B: E’ vero, l’amore è la dimostrazione del Due, la sua dichiarazione, la sua eternità, ma c’è un momento in
cui deve dar prova di sé nell’ordine dell’Uno, ossia deve tornare all’Uno. La vera missione dell’amore è che
ci sia anche un bambino a riprova dell’Uno. Il bambino appartiene allo spazio dell’amore in quanto egli ne è
ciò che nel mio linguaggio filosofico chiamo un punto. Costringono all’improvviso a rifare una scelta
radicale. E' noto che per ogni coppia la nascita, che è al tempo stesso un miracolo e una difficoltà, costituisce
una prova. Ogni volta è necessario rigiocare la “scena del Due”. L’amore dev’essere anche “ri-dichiarato”.
Ed è per questo motivo che l’amore può essere causa di crisi esistenziali profonde, come ogni procedura di
verità. Da questo punto di vista, la prossimità tra amore e politica è lampante.

5. AMORE E POLITICA

T: Perché la politica è parente dell’amore?

B: Ai miei occhi la politica è una procedura di verità. L’essenza della politica è contenuta nella domanda: di
cosa sono capaci gli individui allorché si riuniscono, si organizzano, pensano e decidono? In amore si tratta
di sapere se essi sono capaci, in due, di assumere la differenza e di renderla creatrice. In politica si tratta di
sapere se sono capaci, numerosi come in una folla, di creare dell’uguaglianza.
Tra la politica, come ideapratica collettiva, e la questione del potere o dello Stato, come gestione e
normalizzazione, vi è la stessa difficile relazione che esiste tra la questione dell’amore come invenzione
sfrenata del Due e la famiglia come cellula di base della proprietà e dell’egoismo. In fondo la famiglia
potrebbe definirsi lo Stato dell’amore, giocando sulla parola “stato”. Lo Stato sta quasi sempre deludendo la
speranza politica. Sostengo forse che la famiglia sta sempre deludendo l’amore. Vi è il punto dell’invenzione
sessuale, il punto del bambino, il punto dei viaggi, del lavoro, quello degli amici, delle uscite, delle vacanze,
e chi più ne ha più ne metta. E mantenere tutti questi punti entro l’elemento della dichiarazione d’amore non
è affatto cosa semplice. Probabilmente la politica non può farsi senza lo Stato, ma ciò non significa che il
potere sia il suo fine. Il suo scopo è quello di sapere di cosa è capace il collettivo, non è il potere. Allo stesso
modo, in amore la finalità è sperimentare il mondo dal punto di vista della differenza, punto per punto, non
di garantire la riproduzione della specie.

Io non penso che amore e politica possano confondersi. “Politica deU’amore”, a mio avviso, è
un’espressione priva di senso. Penso che quando si inizia a dire “Amatevi gli uni gli altri”, si può forse
parlare di una sorta di morale, ma non di una politica.
T: Contrariamente al registro dell’amore, la politica sarebbe dunque innanzitutto un confronto tra nemici?

B: Vede, in amore la differenza assoluta che esiste tra due individui - una delle più grandi differenze
immaginabili in quanto è una differenza infinita - ebbene, essa può essere mutata in un’esistenza creatrice da
un incontro, una dichiarazione e dalla fedeltà. In politica non può avvenire nulla del genere per quel che
riguarda le contraddizioni fondamentali, il che fa sì che esistano in effetti dei nemici designati. Esiste dunque
un vero nemico, oppure no? Occorre partire da qui. In politica è una questione di grande importanza, anche
se è invalsa l’abitudine di ignorarla. Ora, la questione del nemico è completamente estranea alla questione
dell’amore. In amore si incontrano degli ostacoli, si corre sempre il rischio di drammi immanenti, ma non vi
sono nemici nel vero senso della parola. Mi si ribatterà: e il mio rivale? Colui che il mio amante preferisce a
me? Ebbene, non ha niente a che vedere con la politica, in cui la lotta contro il nemico è costitutiva
dell’azione. Il nemico fa parte dell’essenza della politica. Il rivale, invece, è totalmente esteriore, non entra in
alcun modo nella definizione dell’amore; questo è un punto di radicale disaccordo con tutti coloro che
ritengono la gelosia costitutiva dell’amore. La gelosia è un parassita artificiale dell’amore, e non entra in
alcun modo nella sua definizione. Ogni amore per dichiararsi, per iniziare, deve forse anzitutto identificare
un rivale esterno? Andiamo! E' vero piuttosto il contrario: le difficoltà immanenti dell’amore, le
contraddizioni interne alla scena del Due possono cristallizzarsi su un terzo, rivale reale o presunto. Le
difficoltà dell’amore non riguardano l’esistenza di un nemico identificato, ma sono interne al suo processo.

Occorre ricordare che, al pari di molte procedure di verità, la procedura amorosa non è sempre pacifica. Essa
implica liti violente, sofferenze, separazioni che si possono superare o meno. L’amore fa anche delle vittime
e l’amore ha un suo regime di contraddizioni.

T: E' possibile nonostante tutto accostare amore e politica senza cadere nel moralismo di una politica
dell’amore?

B: Anzitutto, nella parola “comuniSmo” vi è l’idea che il collettivo sia capace di integrare qualunque
differenza di natura non politica. Chiunque siano le persone. Ciò non impedisce che partecipino al processo
politico comunista. Soltanto la differenza propriamente politica con il nemico è, come diceva Marx,
“irreconciliabile” - ed essa non ha alcun equivalente nella procedura amorosa. Poi c’è la parola “fratellanza”,
il più oscuro dei tre termini del credo repubblicano. Senza dubbio ha a che fare con la questione delle
differenze, della loro compresenza amicale.

T: All’inizio del nostro dialogo lei ha definito il cristianesimo “religione dell’amore”.

B: Sono convinto che su questo piano il cristianesimo sia stato largamente debitore all’ebraismo. Il canto
d’amore che è il Cantico dei cantici è una delle più potenti celebrazioni dell’amore che siano mai state
scritte. Vi è dunque l’idea che l’accettazione della prova d’amore, della prova dell’altro, dello sguardo
rivolto all’altro contribuisca a questo amore supremo, che è al contempo l’amore che dobbiamo a Dio e
l’amore che Dio ci porta. Anch’io riconosco nell’amore questo elemento universale, però lo considero
immanente, mentre il cristianesimo l’ha in qualche modo elevato, orientandolo verso una potenza
trascendente. Movimento che in parte era già presente in Platone, attraverso l’idea del Bene. Si tratta di una
prima e geniale strumentalizzazione di questa potenza dell’amore, che adesso occorre riportare sulla terra.
E così all’amore agguerrito di cui sto tessendo l’elogio, creazione terrestre della nascita differenziata di un
mondo, felicità conquistata punto per punto, il cristianesimo sostituisce un amore passivo, devoto, piegato. E
io non penso che un amore in ginocchio sia un amore, anche se talvolta nell’amore si brama di consegnarsi a
colui o a colei che si ama.

Claudel è particolarmente sensibile al fatto che l’amore vero oltrepassa sempre un punto d’impossibilità:
«Distanti, sebbene ancora non cessiamo di pesare l’uno sull’altra...» Propriamente parlando l’amore non è
una
possibilità, quanto piuttosto il superamento di qualcosa che poteva apparire impossibile. Esiste qualcosa che
non aveva ragion d’essere, che non era data come una possibilità. Ma nella vita le cose non vanno così! Non
succede come nelle fiabe, con la sfilata dei pretendenti. L’inizio dell’amore è il superamento di
un’impossibilità, e Claudel è un grande poeta dell’impossibile. Cristianesimo allo stato puro che si promuove
sfruttando la potenza terrena dell’amore: «E' vero, certe cose sono impossibili nonostante questa potenza, ma
non preoccupatevi perché ciò che è impossibile nel mondo non lo è necessariamente nell’aldilà».

T: Questa volontà di riportare l’amore sulla terra, di passare dalla trascendenza all’immanenza, era
caratteristica del comuniSmo storico.
B: Ho già detto cosa penso di questi usi politici del termine amore, e ho sostenuto che sono fuorvianti
almeno quanto quelli religiosi. Tuttavia, poiché stiamo parlando dell’amore, occorre dire che esso non va
confuso con la passione politica. In politica, dove esistono dei nemici, uno dei ruoli dell’organizzazione,
qualunque essa sia, consiste nel controllare o addirittura nell’annullare gli effetti dell’odio; il che non
significa affatto “predicare l’amore” ma - e si tratta di un problema intellettuale di primaria importanza - dare
del nemico politico la definizione più precisa e ristretta possibile, e non quella più vaga e più estesa, com’è
accaduto nel corso di quasi tutto il Novecento.

Per l’amore sarà più facile reinventarsi in questo contesto che nella fùria capitalista, perché di sicuro nulla di
ciò che è disinteressato può avere vita facile in un mondo dominato dal capitalismo. E l’amore, al pari di
ogni procedura di verità, è essenzialmente disinteressato. Il significato contenuto nella parola “comunista”
non ha un rapporto diretto con l’amore, eppure questa parola è foriera di nuove condizioni di possibilità
anche per l’amore.

T: Esiste un’altra dimensione possibile delle metamorfosi dell’amore nella politica comunista: si tratta delle
storie d’amore che nascono sullo sfondo degli scioperi o di altri movimenti sociali. Lei insiste spesso su
questa dimensione, poiché essa consente alla trasgressione dell’amore di legarsi alla trasgressione politica
del momento.

B: In ogni caso, si tratta di sottolineare non tanto la somiglianza tra l’amore e l’impegno rivoluzionario, bensì
una sorta di risonanza segreta, che si dà nell’intimo dei soggetti, tra l’intensità attinta dall’esistenza
individuale allorché essa si fa impegno totale sotto il segno dell’idea e l’intensità qualitativamente differente
conferitale dal lavoro della differenza nell’amore. Sono come due strumenti musicali completamente diversi
per timbro e intensità che, messi insieme nello stesso brano da un grande musicista, convergono
misteriosamente.

6. AMORE E ARTE

T: Cosa intende dire Breton quando, in Poisson soluble, desidera ridurre «l’arte alla sua espressione più
semplice che è l’amore»?

B: La proposizione centrale del surrealismo. Secondo la parola d’ordine di Rimbaud reinventare l’amore. E
per i surrealisti tale reinvenzione era al contempo, e indissolubilmente, un gesto artistico. Essa rende
giustizia all’evento. È anche una delle sue possibili definizioni: l’arte è ciò che nell’ordine del pensiero rende
completa giustizia all’evento. L’evento latente “buca”, se così si può dire, ciò che viene mostrato. Breton
ricorda che da tale punto di vista il legame con l’amore è molto profondo, perché quest’ultimo in fondo è il
momento in cui l’evento emerge nell’esistenza. Il surrealismo esalta l'amour fou come forza evenemenziale
svincolata dalle leggi. Per contro, hanno prestato scarsa attenzione alla durata, proponendo l’amore
soprattutto come poesia dell’incontro straordinario. Manca il registro della durata, la dimensione
dell’eternità. Tuttavia alcuni filosofi hanno affermato che l’eternità è l’istante, un’idea che si trova già nel
pensiero greco: l’unica dimensione temporale dell’eternità sarebbe l’istante, e ciò darebbe ragione a Breton.
Certo, l’istante dell’incontro miracoloso promette l’eternità dell’amore, ma io cerco di proporre una visione
dell’eternità meno miracolosa. Oltre al miracolo, esiste anche un lavoro dell’amore. Bisogna stare sempre
all’erta, in guardia, bisogna ritrovarsi, con se stessi e con l’altro; è necessario pensare, agire, trasformare. E
solo allora si otterrà la felicità quale ricompensa immanente della fatica.

L’amore, questa forza potente e inalterabile. Il racconto è quello dell’amore, della durata dell’anziana coppia,
racconto che tuttavia non nasconde in alcun modo il declino fisico, la monotonia dell’esistenza, la difficoltà
sempre crescente della vita sessuale e così via. Il testo parla di tutto ciò, ma lo pone sotto il segno della
splendida potenza dell’amore e dell’ostinazione a durare che ne costituisce il cuore. (Basta – Beckett)

In ultima analisi, forse il teatro era già allora una prefigurazione di quello che sarebbe stato in seguito
l’amore, perché la scena condensava l’istante in cui mente e corpo diventano indistinguibili, al punto che è
impossibile dire: «Questo è un corpo» oppure «Questa è un’idea». Vi è una mescolanza dei due, il linguaggio
si fa corpo proprio come quando si dice «ti amo» a qualcuno: lo si dice a una persona viva, che ci sta davanti,
ma ci si rivolge anche a qualcosa che non è riducibile a questa semplice presenza materiale, qualcosa che è al
di là dell’essere amato e al contempo è in lui. Ora, il teatro è proprio questo, in modo originario, è l’idea
incarnata, l’idea-che-prende-corpo. il desiderio è una forza immediata, ma l’amore chiede altresì cura,
ripetizioni, vive sotto il segno della replica. «Dimmi ancora che mi ami», e spessissimo: «Dimmelo meglio».
E il desiderio si rinnova ogni volta, le carezze amorose sono scambiate all’insegna di un’invocazione -
«Ancora! Ancora!» - l’intimità fisica è il momento in cui l’esigenza del gesto è sostenuta dall’insistere della
parola, da una “dichiarazione” sempre nuova.

«L’amore è un pensare». Credo abbia ragione, penso che l’amore sia un pensare e che il rapporto tra questo
pensiero e il corpo sia molto particolare e - come diceva Antoine Vitez - ineluttabilmente segnato da una
violenza di cui tutti noi facciamo esperienza nella vita. E' vero, l’amore può piegare i corpi, causare immense
sofferenze; l’amore non è un lungo fiume tranquillo. Occorre tornare sempre alla medesima questione: che
cos’è un pensiero che si dispiega come facendo la spola tra due corpi sessuati? Diciamo allora che il teatro è
politica e amore e, più in generale, il loro intrecciarsi. Del resto è possibile definire la tragedia sostenendo
che essa intreccia politica e amore. Ma l’amore per il teatro è anche necessariamente amore per l’amore,
perché senza le storie d’amore, senza la lotta della libertà amorosa contro il contratto familiare, il teatro si
ridurrebbe a poca cosa.

Il teatro è il collettivo, è la forma estetica della fratellanza, ed è per questo che secondo me in tutto il teatro vi
è un elemento comunista, dove per “comunista” intendo ogni divenire che fa prevalere l’interesse comune
sull’egoismo, l’opera collettiva sull’interesse privato. Sia detto per inciso, l’amore è comunista in questo
senso. Il teatro è anche questa prova della separazione, la profonda malinconia che circonda il momento in
cui la fratellanza nata dal recitare insieme in una compagnia si scioglie. Ora, nell’amore la questione della
separazione è così importante che si può quasi definire l’amore come una battaglia vinta contro la
separazione. Ogni filosofo è un attore perché è sin dall’epoca dei grandi pensatori greci che il filosofo parla
in pubblico.

Socrate: “Quando parliamo di un oggetto d’amore, supponiamo che l’amante ami questo oggetto nella sua
totalità. Non ammettiamo che il suo amore ne scelga una parte e ne respinga un’altra”. Chi non comincia
dall’amore non saprà mai cos’è la filosofia”.

Noi filosofi non abbiamo poi così tanti mezzi; se ci si toglie quello della seduzione ci troveremo davvero
disarmati. E dunque essere attore è anche questo, è sedurre in nome di qualcosa che, in fin dei conti, è una
verità.

PER CONCLUDERE

T: In Sarkozy: di che cosa è il nome? lei sostiene che la reinvenzione dell’amore è uno dei possibili nuclei di
resistenza all’oscenità commerciale.

B: Penso sia molto importante capire che la Francia è il Paese delle rivoluzioni e al tempo stesso terreno di
forti reazioni.
Ora, quando a prevalere è la logica dell’identità, l’amore è minacciato per definizione, poiché si mettono in
questione la sua inclinazione per la differenza, la sua dimensione asociale, il suo lato indomito, persino
violento. Di conseguenza, difendere l’amore in ciò che ha di trasgressivo ed eterogeneo rispetto alla legge è
un compito molto attuale. Nell’amore, come minimo, ci si affida alla differenza anziché sospettarne. La
reazione, infatti, impone sempre di diffidare della differenza a favore dell’identità: è la sua massima
generale. Se invece vogliamo aprirci alla differenza e a ciò che essa implica, ovvero a che il collettivo sia
capace di estendersi al mondo intero, una delle esperienze individuali praticabili è la difesa dell’amore.

T: Elogio dell’amore di Jean-Luc Godard, l’opera cinematografica in forma di cantata che ha ispirato il titolo
del nostro dialogo, propone un accostamento, una corrispondenza tra amore e Resistenza...

B: Riguardo all’amore, per lui fondamentale, a me sembra che egli oscilli tra una visione molto puritana
della sessualità e una tensione propriamente amorosa di cui le depositarie sono soprattutto le donne, tanto che
per ogni uomo accordarsi con loro, o accettare la loro autorità su questo punto, è una prova. Tuttavia, la
differenza tra noi, per quanto riguarda il rapporto tra amore e resistenza, risiede nella malinconia che in
Godard ammanta tutte le cose. Tale coloritura soggettiva mi è irrimediabilmente estranea, anche quando si
parla dell’amore.

Abbiamo sempre assistito alla messa in scena degli amori della gente importante a beneficio del popolo.
Perché? Anche la risposta a questa domanda è duplice. Si può addurre l’universalità dell’amore: come tutti,
Sarkozy soffre, aspetta disperato un sms che non arriva. Se ci spostiamo su un altro piano, passando dalle
verità politiche alle verità amorose, il nemico politico finisce per assomigliarci, il che non è glorioso, ma
riposante. Il Fuhrer, il Padre del popolo non hanno niente di tanto straordinario; anche loro possono essere
cornuti. In politica, l’abbiamo detto, esistono dei nemici, e dunque non ci preoccuperemo delle loro pene
d’amore. La lucidità politica impone di affermare che il fatto che Sarkozy sia stato o meno tradito dalla
moglie non è francamente un nostro problema. E’ necessario riconoscere l’esistenza di un’attenzione
concentrata sulla visibilità dell’amore.

Amare significa essere alle prese, al di là di ogni solitudine, con tutti gli aspetti del mondo capaci di animare
l’esistenza. Questo mondo è per me la fonte della felicità dispensata dall’essere con l’altro. “Ti amo” diventa
allora: nel mondo c’è la fonte che tu rappresenti per la mia esistenza. Nell’acqua di tale sorgente vedo la
nostra gioia, la tua anzitutto.