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ABITARE LA CORPOREITA’

Le case a volte sono come dei corpi, involucri che li rivestono come derma supplementare. Ma i corpi dovrebbero
essere sempre delle case, luoghi da abitare per scelta, con consapevolezza, dove stabilire biunivoche
corrispondenze. Sarebbe interessante dunque riuscire ad abitare un corpo come si abita una casa ben abitata.
Il valore della corporeità nella ricerca pedagogica concerne il:
- Conoscere “il” corpo -> corpo e identità
- Comunicare “con” il corpo -> corpo e comunicazione
- Educare ed insegnare “il” e “con” il corpo -> corpo e didattica

CAP 1: Conoscere il corpo


1. L’educazione del corpo nella cultura occidentale
- IL CORPO NEL MONDO CLASSICO - L’attenzione che la cultura occidentale, dall’età classica all’età moderna, ha
riservato al corpo è stata sempre modesta, limitata al rapporto di subalternità che questo intratteneva con la mente.
Nello stesso mondo greco, Il corpo, se pur armonia e bellezza, veniva considerato subalterno rispetto all’anima.
a. SOCRATE: il corpo è lo “strumento” nonché la “prigione” dell’anima, esso non va disprezzato ma anzi utilizzato
perché serve all’anima per esprimersi.
b. PLATONE: il corpo rappresenta la limitazione terrena dell’anima; nell’Alcibiade maggiore afferma che “l’anima si
serve del corpo” e nel Fedone “bisogna separare l’anima dal corpo per purificarla, come se fosse una catena”.
c. ARISTOTELE: la vera differenza non sta tra l’anima e il corpo ma, riprendendo Omero, “tra il corpo vivente
impegnato in un mondo e il cadavere ridotto a cosa nel mondo”.
d. MONDO ROMANO: Anche il mondo romano pur riconoscendo l’importanza del fisico e dell’allenamento del
corpo, di fatto ribadisce il primato della mente sul corpo, affermando che la buona salute del corpo vada coltivata in
subordine a quella della mente: mens sana in corpore sano.
- IL CORPO NELLA CULTURA CRISTIANO-MEDIOEVALE - Il corpo assume un preciso valore perché creato a immagine
di Dio. Tuttavia, esso si presta a molteplici interpretazioni. Nell’iconografia agiografica tradizionale il corpo è
strumento di martirio e di sofferenza, quasi una sorta di ostacolo terreno all’ascesi divina. Il corpo si colloca, di fatto,
al crocevia tra sacro e profano ed è infatti:
- Rappresentazione dell’ascetismo monastico e quindi strumento di santificazione
- Raffigurato come possente e guerriero secondo lo spirito cavalleresco
- Oggetto di perdizioni, di seduzione, di peccato, fino a diventare manifestazione satanica, da ardere e da esorcizzare.
Il monachesimo in particolare ha avuto la responsabilità di aver trascurato e spesso avversato la cura del corpo,
inteso come oggetto di riprovazione e di condanna in quanto covo di quei piaceri materiali che bisognava rifuggire se
si aspirava alla salvezza dell’anima.
- IL CORPO NELL’UMANESIMO - La riscoperta di una cultura a misura d’uomo affievolisce l’idea di educazione solo
dell’anima e quella del corpo cresce di importanza
- IL CORPO NEL RINASCIMENTO - L’interesse per il corpo diventa nuovamente attenzione all’armonia delle forme
secondo l’ideale greco fondato sull’equilibrio delle proporzioni (l’uomo vitruviano di Leonardo). Il corpo diviene
campo di indagine di studiosi di anatomia, di fisica, di chimica e affare di medici che assumono, come obiettivo
principale, preservare la salute del corpo attraverso il rispetto di regole: “molta aria, esercizio fisico e sonno”.
- IL CORPO NEL XVII SECOLO - dominato dal pensiero cartesiano, viene ri-estremizzata la scissione mente-corpo
attraverso la teoria della distinzione fra res cogitans e res estensa. Per Cartesio il pensiero non ha estensione ed è
sede della capacità volitiva, mentre il corpo è una dimensione estesa e viene considerato uno strumento dell’anima.
Anche l’iconografia seicentesca fornisce della corporeità un’immagine brutalmente umana, materiale a tratti
deteriorata e grottesca. Il corpo è rappresentato in tutta la sua materialità fino a diventare marcio e putrescente.
- IL CORPO NEL SETTECENTO - Diderot afferma che “l’educazione ha per scopo la salute e la buona conformazione
del corpo: quanto riguarda l’istruzione dello spirito; i costumi, cioè la condotta della vita e le qualità sociali.”
- IL CORPO NELL’OTTOCENTO - Si sviluppa un’idea di disciplina del corpo come opportunità per coltivare principi e
valori morali (opera salesiana di Don Bosco) attraverso gli oratori e le attività ludiche e sportive. Le opere salesiane,
tuttavia, non fanno svanire del tutto le avversioni nei confronti dell’educazione fisica e infatti, agli inizi del
Novecento, Benedetto Croce critica pesantemente la pratica sportiva affermando che: “il diffondersi delle ricreazioni
e dei giochi sociali finiscono per dare troppo interessamento al rigoglio e alla destrezza corporale, scampitandone al
confronto le parti dell’intelligenza e del sentimento.”
- IL CORPO DURANTE IL FASCISMO - Lo sport comincia a godere di grossa popolarità. Attraverso la retorica della
virilità e della forza, si era affermata una vera e propria cultura del corpo culminata con l’importanza rivestita
dall’educazione fisica nella formazione dei giovani che aveva il compito di forgiare questi ultimi nel fisico e nella
mente, ma soprattutto di preparare e addestrare sin dall’infanzia all’arte della guerra. Anche le donne
tradizionalmente poco propense e scarsamente avviate all’attività sportiva, in particolare agonistica, in epoca
fascista furono spinte a frequentare palestra, stadi e impianti sportivi allo scopo di migliorare la loro salute, la
capacità di generare e di conseguenza quella delle nuove generazioni. Soltanto con la fine del fascismo e con la
nascita della Costituzione Repubblicana e il forte atto di ripudio della guerra e di qualsiasi forma di violenza, si
afferma un concetto di educazione del corpo che si spoglia di qualsiasi significato addestrativo e militaresco.
- IL CORPO NEL ‘900 - Si comincia a riconoscere al corpo una componente mentale alla mente una componente
corporea che rende le due dimensioni (mente-corpo) inestricabilmente intrecciate. Tra gli anni ‘50 e ’60 si afferma
un interessante dibattito su una nuova disciplina la psicomotricità costruita, appunto, intorno al tentativo di superare
la contrapposizione dualistica mente-corpo basata sulla supposta superiorità dell’attività intellettuale e spirituale
rispetto a quella fisica.
a. Sul finire degli anni ’60 si afferma una cultura della corporeità che comincia a considerare il corpo nella sua
variabile sessuale, libero dal pudore e dalla tradizione.
b. Negli anni ’70 si osservano molteplici chiavi di lettura della corporeità che comincia a considerare il corpo
nella sua variabile sessuale, libero dal pudore e dalla tradizione. Il corpo diventa una tavolozza hippy: nudo, naturale.
Anche se ad avere questo senso della corporeità sono ancora piccole comunità in contraddizione con il “comune
senso del pudore” ed il cosiddetto buon gusto. In questi anni si assiste allo sviluppo di eventi di grossa portata legati
all’emancipazione sessuale delle donne, nonché a battaglie sociali di notevole importanza come il divorzio e l’aborto.
Negli anni ’70 la pop art e la body art utilizzano il corpo stesso come performance artistica. Marina Abramovic´
“esponeva” nel 1974 il suo corpo in una performance chiamata Rythm 0. Al pubblico, che entrava in una stanza
vuota, al cui centro vi era un tavolo su cui erano posati numerosi oggetti veniva detto: “Sul tavolo ci sono 72 oggetti
che potete usare su di me come meglio credete. Io mi assumo la totale responsabilità per 6 ore.”
c. Gli anni ’80 sono caratterizzati dal fenomeno del body building, della moda e del punk permettendo un
trionfo dell’effimero e della moda.
d. Con gli anni Novanta avviene la grande riappropriazione della corporeità all’interno di un trend diffuso nella
società che investe stili di vita e di alimentazione (es. slow food, cibo biologico), scelte terapeutiche alternative
(omeopatia, osteopatia, fitoterapia) comportamenti di consumo (commercio equo e solidale) che nascono sullo
sfondo di un’idea di benessere strettamente legata ad un più bilanciato rapporto mente-corpo. Si afferma un
concetto di corporeità che utilizza il corpo come veicolo per esplorare nuovi linguaggi ed acquisire nuove identità: i
tatuaggi e i piercing diventano amplificatori del linguaggio corporeo. Anche in campo educativo il corpo si arricchisce
di significati espressivi, comunicativi e di socializzazione sempre più rilevanti. Infatti, anche all’interno di programmi e
riforme scolastiche trova spazio la cosiddetta “educazione psicomotoria”. Lo sport dunque sembra essere destinato
ad assumere un ruolo sempre più centrale nelle politiche educative.

2. Corpo e identità nella società contemporanea


La società attuale rivolge sempre maggiore attenzione al corpo, alla sua immagine e alle diverse rappresentazioni. La
realtà mediatica nella quale siamo immersi contribuisce a enfatizzare tale fenomeno fino a rendere il corpo un’icona
che si impone su tutte le altre caratteristiche psicologiche e di personalità del soggetto. D’altra parte in un’epoca in
cui si assiste al moltiplicarsi dei luoghi dell’apparire (da Facebook, ai reality e talent show) il corpo risulta
pericolosamente sovraesposto. Tutti questi “contenitori” finiscono per diventare delle vere e proprie “palestre
identitarie”, dei luoghi in cui persone normali provano a diventare dei “personaggi”, a costruirsi un’identità
peculiare, spesso con mezzi aggressivi, provocatori e trasgressivi. Il problema dell’identità di un soggetto da sempre
si è fatta riferite alla sua immagine, alla corporeità che lo proietta e alla sua fisicità.
D’altra parte anche i recenti mutamenti sociali, culturali e massmediatici hanno contribuito a modificare, ad es.,
l’immagine del maschio sempre meno virile, esteticamente molto curato, consumatore di cosmetici, spesso depilato.
I giovani maschi si trovano, così, a fare i conti con una percezione della loro mascolinità che stride con l’ancora
diffuso stereotipo maschilista. Altro problema connesso al rapporto corpo-identità si sviluppa proprio in rapporto
alle tecnologie. Si pensi alla comunicazione in rete dove le persone vivono rapporti interpersonali in assenza del
corpo e in mancanza di un riconoscimento attraverso identità visibili.

3. Il corpo e le sue modificazioni: l’invecchiamento


Uno degli elementi caratterizzanti l’evoluzione demografica dei paesi industrializzati, è costituito dal progressivo ed
inarrestabile processo di invecchiamento della popolazione. Accanto a tale processo si sta sviluppando un
mutamento delle rappresentazioni sociali della terza età che porta a ridefinirne l’identità su nuovi paradigmi.
Le rappresentazioni sociali della terza età:
- Anziano Soggetto autorevole: pater familias saggio e sapiente, modello ed esperienza, esempio di conoscenza
sempre attuale e guida per i figli ne deriva autoritarismo
- Anziano Soggetto de-strutturato: soggetto non-attivo, segnato spesso dal disagio fisico, mentale ed ambientale,
esempio di conoscenza obsoleta, dipendente dai figli ne deriva: isolamento, marginalità, disadattamento. (come dice
Pinto Minerva anche lo spazio è fortemente compromesso nella terza età. L’ inevitabile trasformazione psicofisica
dell’anziano si scontra con una strutturazione degli spazi pensata per un adulto efficiente e ciò costringe l’anziano a
ritirarsi nel proprio ambiente domestico)
- Anziano Soggetto ri-strutturato: soggetto attivo, motivato, intraprendente autonomo sul piano fisico ed economico,
esempio di conoscenza aggiornata, Indipendente dai figli e socialmente attivo ne deriva: giovanilismo.
È bene sottolineare però che tre modelli non sono da considerarsi alternativi nel tempo bensì complementari.
Nella nostra società, infatti, è possibile verificarne la compresenza. La terza età, infatti, può contemporaneamente
rappresentare:
- l’età del potere e della massima autonomia economica e professionale (gerontocrazia)
- l’età del disagio fisico e mentale e della perdita di identità sociale
- l’età del riscatto e del benessere attraverso una ritrovata libertà, autonomia, indipendenza
a quella reale tensione e volizione all’autorealizzazione personale in termini di benessere emotivo-esistenziale
L’invecchiamento è quindi soprattutto uno “stile di vita” personale che ciascun individuo mette in atto nel corso
dell’interazione adattiva al proprio ambiente, alle proprie relazioni sociali e al personale progetto culturale ed
esistenziale. La terza età pertanto deve trasformarsi nell’impegno ad un quotidiano progetto di benessere
contestualizzato attraverso la cura della mente, della corporeità e delle relazioni.
Formare operatori “promotori di benessere nella terza età” significa soprattutto formare professionisti capaci di
sollecitare i soggetti a “costruire il proprio benessere” dando spazio a quella domanda implicita di benessere ovvero
a quella reale tensione e volizione all’autorealizzazione personale in termini di benessere emotivo-esistenziale. (se
non metto a fuoco chi sono difficilmente riesco a fare un programma di invecchiamento sano; farsi una fotografia
realistica e fedele del proprio essere).
Da qualche decennio a questa parte infatti si è cominciato ad avere della vecchiaia una rappresentazione molto più
complessa e articolata non più riconducibile all’idea di un’età caratterizzata esclusivamente da decadimento fisico e
depauperamento cognitivo. Lo shift interpretativo è dalla “geriatria” alla “gerontologia”.
La gerontologia a differenza della geriatria che si concentra sugli aspetti epidemiologici delle malattie delle’
invecchiamento, assume una prospettiva molto più ampia e globale aprendosi allo scambio con numerose discipline.
Il settore che meglio di altri testimonia il passaggio a una concezione della terza età come età di nuovo investimento
fisico, sociale, culturale e intellettuale, è quello educativo che fa registrare un costante incremento di progetti,
attività e iniziative culturali e formative a favore degli anziani, come: le università della terza età, i circoli di studio in
Toscana o learning centers negli stati uniti. Oggi sono sempre più numerosi gli ultra 65enni che utilizzano pc o device
per navigare in internet, che fanno richiesta di servizi tramite la rete, ecc. Questi aspetti persuadono ad archiviare la
rappresentazione sociale della terza età come età del declino fisico e mentale.
Ciò che rende plausibile l’ipotesi di investire in interventi e azioni per una “qualità dell’invecchiamento” che, a
partire dalla tutela delle condizioni fisiche e psichiche da un lato e dei fattori di protezione socio-ambientali e
relazionali dall’altro, renda sostenibile un progetto di autentico benessere nella terza età.

4. Il corpo e le sue alterazioni: la malattia e la disabilità


La malattia e la disabilità sono due delle principali circostanze umane in cui si percepisce forte l’idea di alterazione
della corporeità attraverso l’esperienza della malattia. Esistono alcune malattie che non solo producono ma anzi
nascono da vere e proprie “alterazioni della corporeità”. Esse sono classificate in disturbi del comportamento
alimentare o disturbi alimentari psicogeni (DAP) quali:
Anoressia: si riferisce propriamente alla "mancanza o riduzione volontaria dell'appetito”. Essa diventa una vera e
propria patologia quando è disturbo psichico primitivo. In questo caso è meglio parlare Anoressia nervosa (AN) che è
uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare.
Ciò che contraddistingue l'anoressia nervosa è il rifiuto del cibo da parte della persona e la paura ossessiva di
ingrassare (distruzione volontaria dei circuiti neuronali legati alla fame). Nelle forme più gravi possono svilupparsi
malnutrizioni, inedia, amenorrea ed emaciazione; l'esito di tale patologia può essere fatale.
Bulimia: dal greco propriamente "fame da bue” è denotata da episodi in cui il soggetto sente un bisogno compulsivo
di ingerire spropositate quantità di cibo, correlati da una spiacevole sensazione di non essere capace di controllare il
proprio comportamento che induce i soggetti a vomito autoindotto, uso di lassativi, diuretici ecc…
Ortoressia: è una forma di attenzione eccessiva alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche.
I soggetti che ne sono colpiti finiscono per avere gravi difficoltà relazionali. Tale disturbo venne descritto nel 1997 da
S. Bratman, un dietologo, che ha formulato un questionario allo scopo di identificare questa psicopatologia.
Bigoressia: vigoressia o anoressia inversa o più genericamente complesso di adone, trova la sua etimologia
nell’inglese big = grande e nel latino orex = appetito, ad indicare la 'fame di grossezza’ ovvero il desiderio di
possedere un corpo più muscoloso e più asciutto. Si persegue un’alimentazione sbilanciata iperproteica
accompagnata da comportamenti auto-punitivi, infliggendosi allenamenti pesanti e lunghi che portano ad un sovra-
allenamento con conseguenze psico-fisiche. (l’ortoressia può essere una buona base per l’evoluzione in bigoressia)
Drunkoressia: Caratterizzata dall'associazione di Anoressia e/o Bulimia e consumo eccessivo di alcool. L’assunzione
di calorie viene ridotta a vantaggio esclusivo dell’assunzione di alcool.

CORPO E Disabilità
Un’esperienza della corporeità, altrettanto difficile e complessa, seppur determinata da ragioni assolutamente
diverse, è quella che riguarda il “corpo investito dalla disabilità” soprattutto quando questa sopraggiunge a causa di
traumi e incidenti che comportano minorazioni fortemente invalidanti. Il corpo del disabile è per antonomasia il
luogo dei pregiudizi, di paure e di isolamento. Spesso è un corpo da cui rifuggire, scappare, perché sconosciuto e
quindi difficilmente comprensibile attraverso la comune lente interpretativa di una società che attribuisce enorme
valore agli aspetti estetici e edonistici della corporeità. Nonostante in questo ambito il peso del pregiudizio sia
ancora forte sono stati fatti molti progressi. L’OMS nel 1980 pubblicò l’international classification of impairments,
disabilities and handicaps (ICIDH) distinguendo:
- Menomazione: intesa come perdita o anormalità di una struttura o funzione psicologica, fisiologica o anatomica
- Disabilità: intesa come qualsiasi limitazione o perdita (conseguente a menomazione)
- Handicap: inteso come condizione di svantaggio conseguente ad una menomazione o ad una disabilità è relativo
alle condizioni di vita e di lavoro, quindi nella realtà in cui l’individuo è collocato.
È evidente che tale documento puntava a classificare le diverse tipologie di disabilità in rapporto alle facoltà e
funzioni compromesse. (il problema principale è quanto pesa la mia disabilità nel contesto in cui vivo – livello di
funzionamento sociale). Quindi è importante la costruzione sociale che costruiamo su di esse che fa la differenza. Nel
2001 l’OMS pubblica un documento dal titolo: international classification of functioning disabilities and Health (ICF)
allo scopo di fornire un quadro di riferimento e un linguaggio unificato per descrivere lo stato di una persona. Il
nuovo documento elimina i termini “impairment” ed “handicap” che indicano qualcosa che manca, per sostituirli con
l’espressione FUNCTIONING. L’ ICF non riguarda solo le persone disabili ma riguarda tutti ha un uso universale.

5. Il corpo e le sue ibridazioni: dal transgenderismo al corpo-cyborg


Fino al 1900 il sesso di una persona era determinato esclusivamente dall’apparenza dei genitali.
Con la scoperta del DNA e dei cromosomi, ci si basò su questi per meglio determinare il sesso: era femmina chi aveva
genitali considerati femminili e due cromosomi XX, mentre era uomo chi possedeva genitali considerati maschili
insieme ad un cromosoma X ed uno Y. Tuttavia, alcuni individui hanno combinazioni di cromosomi, ormoni e genitali
che non seguono le definizioni tradizionali di “uomo” e “donna” (es. ermafroditismo, sindrome di Klinefelter XXY).
Anche gli attributi corporei correlati al sesso di una persona (forma del corpo, peli, caratteri sessuali secondari,
timbro della voce ecc.) non sempre corrispondono con quelli attribuiti al loro sesso basato sui genitali.
Quindi il possesso di attributi femminili o maschili determina quello che generalmente viene definito il sesso con cui
un individuo viene al mondo:
- il sentirsi di appartenere a quel determinato sesso è ciò che definisce l’identità di genere
- il modo in cui gli altri ci percepiscono costituisce il cosiddetto ruolo di genere.
- l’attrazione di una persona verso individui di sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi i sessi riguarda
l’orientamento sessuale.
Risulta quindi importante sottolineare quello che più conta è l’identità di genere ovvero il modo in cui un individuo si
percepisce ed è dunque questa consapevolezza interiore che porta a dire “io sono uomo” o “io sono donna”. Appare
quindi evidente come l’appartenenza a un sesso non sia una condizione immutabile ma il risultato di un divenire ma
un processo trans-attivo verso un genere spesso diverso da quello di partenza. Tale acquisizione ha aperto il varco al
dibattito sul transgenderismo che viene definito in letteratura non più solo come un cambiamento in ordine a delle
caratteristiche fisiche e corporee ma come un “vero e proprio progetto politico e di scelta” tendente a destabilizzare
e contestare il sistema normativo dei generi. In Italia, dopo una forte mobilitazione del movimento italiano
transgender, la legislazione riconobbe il diritto alla transizione. (cambiare sesso anagrafico, nuova carta di identità).
Il faticoso e doloroso percorso di transizione M to F oppure F to M, special modo questa seconda transizione impone
una serie di pratiche quali:
- virilizzazione: assunzione a vita di ormoni (terapia ormonale sostitutiva-testosterone)
- interventi demolitivi: mastectomia totale e bilaterale, isterectomia totale (asportazione ovaie e utero)
- interventi ricostruttivi: fallo-plastica con o senza vascolarizzazione mediante operazione di prelievo di by-pass da
altri distretti venosi (con rischio rigetto)

Il corpo cyborg:
La relazione identitaria che si costruisce per il tramite del corpo risulta uno snodo significativo per costruire utili
relazioni con il mondo. Tale rapporto diviene tuttavia incerto e complesso se includiamo nella relazione
Io-mondo non solo la corporeità ma anche le tecnologie. In rapporto con la realtà si costruisce sempre più spesso
nella stretta coesistenza tra corpo-macchina-mondo. In un’epoca come la nostra la conoscenza della realtà si
struttura nella profonda consapevolezza che non sono più “Io da solo a conoscere il mondo attraverso il mio corpo”
toccando, vedendo, sentendo, percependo ma la conoscenza è frutto di molteplici interazioni e rappresentazioni,
anche di matrice tecnologica, che rendono il reale virtuale e soprattutto, pericolosamente, trasformano il virtuale in
reale. Da molto tempo il rapporto uomo-macchina costituisce un versante di ricerca interessante che evidenzia il
valore delle macchine e delle tecnologie nella nostra vita; tali studi viaggiano nella direzione di valutare progressi e
limiti dell’intelligenza artificiale e della realtà virtuale, aprendo la strada a ricerche avanzate nell’ ambito della:
Cibernetica: nasce intorno alla metà del secolo scorso quando biologi e ingegneri provarono a sviluppare modelli
teorici comuni per macchine e sistemi biologici nel tentativo di realizzare “macchine intelligenti” ovvero sistemi
artificiali capaci di riprodurne comportamenti compatibili. (l’intelligenza dell’utilizzatore sta nella modalità di
utilizzazione del mezzo, la relazione con la macchina).
Robotica: è una scienza che studia i comportamenti degli esseri intelligenti, cercando di sviluppare macchine (robot),
dotate di dispositivi atti a percepire l’ambiente circostante e a interagire con esso eseguendo compiti specifici.
Nella robotica, branca dell’ingegneria, confluiscono molte discipline sia di natura umanistica (biologia, fisiologia,
linguistica e psicologia) sia scientifica (automazione, elettronica, fisica, informatica, matematica e meccanica).
Sviluppi applicativi ulteriori della robotica consentirebbero di realizzare sistemi bionici per collegare il sistema
biologico (es. sistema nervoso dell’essere umano) a sistemi robotici per mezzo di interfacce neurali, al fine di
ripristinare, ad es., funzionalità motorie e sensoriali in persone disabili o vittime di traumi (la protesi di mano
cibernetica).

CAP. 2: Comunicare con il corpo


1. Il corpo e i suoi linguaggi
Il nostro corpo ininterrottamente comunica messaggi.
In maniera naturale e involontaria cambia continuamente la sua forma e la sua posizione nello spazio, produce suoni,
modifica il colorito di alcune sue parti, emette odori sotto la spinta di determinati ormoni. Le modificazioni volontarie
prodotte al corpo in maniera assolutamente volontaria e intenzionale a partire dal semplice costume di vestirsi come
di fare uso di ornamenti, trucchi e profumi, fino ad arrivare a sofisticate forme di alterazioni estetiche e visuali. Tra le
varie forme di manipolazione del corpo spicca il tatuaggio, tecnica ampiamente nota e praticata già nelle società
primitive e che sopravvive ancora oggi con sempre nuovi e differenti significati sociali tra cui quello di “amplificatore
di messaggi”. Il tatuaggio nella storia ha modificato significati ed obiettivi:
- gli antichi romani si marchiavano sul braccio la sigla SPQR.
- Per i Maori della nuova zelanda è una sorta di identikit della loro vita (tribù di appartenenza, le imprese di guerra)
- In thailandia e Birmania sono considerati portafortuna e terapeutici
- In Egitto vengono usati per curare malattie
- In Russia nel ‘700 identificava i crimini commessi
- In Occidente è stato per anni una sorta di “marchio sociale” degli emarginati: ladri, prostitute, marinai, soldati.
Marchiarsi la pelle mediante piercing e tatuaggi mantiene nella nostra epoca un significato iniziatico, soprattutto
quando a sceglierlo sono i giovanissimi, spesso contro il parere dei genitori, vivendolo come atto di disobbedienza
per marcare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Il tatuaggio assunto nelle diverse epoche e presso le diverse
culture rivestito significati assai diversi. Resta il fatto che questa arcaica tecnica è sopravvissuta fino a noi proprio
perché ha mantenuto immutata nel tempo la sua funzione comunicativa.

Corpo spazio e comunicazione – Altro modo attraverso il quale il corpo comunica messaggi è rappresentato dalla
motricità e dal modo di occupare lo spazio: la prossemica. Essa studia appunto le modalità di uso dello spazio da
parte dell’uomo, ovvero i rapporti spaziali che questo crea, i gesti, le posture assunte dal suo corpo nella
comunicazione interpersonale. La prossemica si fonda sulla consapevolezza che il corpo attraverso lo spazio parla e
parla anche quando non vogliamo ascoltarlo; parla per precise convenzioni culturali, ma parla anche in base a
profondi radicamenti biologici. Lo spazio parla anche quando non vogliamo ascoltarlo. Il nostro modo di occupare un
posto a sedere o di entrare in un luogo reca un significato. Secondo la teoria di Hall la distanza emotiva e sociale tra
le persone correla con la distanza fisica tuttavia non va dimenticato che l’occupazione dello spazio è anche
estremamente influenzata dalla cultura dei soggetti osservabili. Il codice che regola lo spazio è sempre presente in
tutte le culture, ma le distanze sono differenti. Oggi ad esempio che per motivi sanitari stiamo mantenendo spazi
distanziati non a caso viene definita “distanza sociale”. Ciò a riprova del fatto che lo ‘spazio fisico’ correla con lo
‘spazio sociale’.
Un terzo modo inoltre attraverso cui il corpo si esprime è la gestualità e i modi di fare. Il campo di ricerca che si
occupa dei gesti ha trovato l’interesse di molti studiosi tra i quali spicca Desmond morris che in uno studio specifico
gesti: origini e distribuzione, ha elaborato una sorta di mappa dei gesti. il contatto con realtà diverse rende evidente
le diversità nel linguaggio del corpo delle diverse culture. ad esempio molti gesti familiari nella nostra cultura non
esistono in altri paesi e viceversa o un gesto che in una parte del mondo è amichevole in un’alta potrebbe essere
addirittura offensivo. Ci sono modi di fare che sono specifici in una determinata area/ paese e altri universali come
un sorriso.

2. Corpo e comunicazione
Il corpo quindi è utilizzato come strumento di comunicazione interpersonale. La comunicazione umana si specifica,
da quelle delle altre specie animali, proprio perché è in grado di ricorrere a forme di espressione che utilizzano il
linguaggio simbolico (verbale, digitale, astratto) assieme ad altre forme di espressione più analogiche (corporee,
spaziali, mimico-gestuali, ecc.). La specie umana è l’unica capace di integrare il “linguaggio delle parole” con il
“linguaggio del corpo”; sarebbero proprio tali forme espressive “miste” e consapevoli responsabili di una più efficace
comunicazione.
Il processo di comunicazione negli anni è stato analizzato da diverse prospettive teoriche, centrate soprattutto sugli
aspetti informazionali della comunicazione come il modello matematico della comunicazione di shannon e weawer
che descrive il processo di comunicazione semplicemente come un flusso di informazioni che da un emittente
raggiunge il destinatario.
La comunicazione però non va considerata come un dispositivo artificiale di scambio di informazioni ma come una
peculiare forma di espressione di un corpo che comunica ad altri copri con le forme che gli sono più peculiari.
L’approccio teorico, che meglio descrive ed interpreta le dinamiche della comunicazione interpersonale in ambito
relazionale e psicoterapeutico, è il modello pragmatico-sistemico (Paul Watzlawick) che riconosce alla
comunicazione caratteristiche di complessità, organicità e circolarità. La comunicazione risulta contraddistinta:
- dallo scambio circolare di informazioni a carattere concreto (pragmatico) che costituiscono il contenuto della
comunicazione
- dalle indicazioni sulle modalità con cui le stesse devono essere interpretate che investono l’aspetto più intrinseco
della relazione.
Secondo Watzlawick (Psicologo e filosofo austriaco) il secondo aspetto (relazione) esplicita e qualifica il primo
(contenuto) anzi talvolta finisce per essere radicalmente più importante. I soggetti possono quindi metacomunicare,
ossia chiarirsi sui principi e le modalità che istituiscono la comunicazione.

Gli elementi che caratterizzano l’organizzazione dell’interazione umana sono:


- La prospettiva sistemica: per cui la relazione comunicativa si costituisce come un sistema le cui parti si
trovano in rapporti determinati e tali da comunicare tra loro reciprocamente
- La dimensione contestuale: all’interno della quale intervengono i comportamenti comunicativi
Il setting si configura come un contesto efficace se l’operatore è in grado di impegnarsi in maniera complessiva nel
processo comunicativo attraverso l’utilizzo integrato dei linguaggi: verbali, non verbali e paraverbali.
Imparare a comunicare con il corpo: movimento, emozioni e postura.

1° assioma: noi siamo il movimento!


Movimento, azioni e postura hanno determinato il nostro destino evolutivo. L’intelligenza risulterà la capacità
adattiva di utilizzare gli strumenti per segnare l’evoluzione. Evolvendosi il corpo, l’intelligenza si adatta ad esso.
L’evoluzione premia non il più intelligente ma il più adatto all’ambiente; da ciò nasce l’uso intelligente del corpo. Il
movimento, in particolare quello delle mani, ha modificato la forma del nostro cervello. Il movimento è il comune
denominatore della vita! Il movimento è d’altra parte osservabile a ciascun livello della vita sia organica che
inorganica: il movimento atomico e sub-atomico, cellulare e molecolare, il movimento fisico e astronomico. Ma il
movimento è anche energia psichica ed emozionale, questo concetto è alla base delle attività motorie di tipo olistico
(Yoga, Taichi, Pilates) che ipotizzano un equilibrato rapporto corpo-mente quale condizione indispensabile per un
autentico benessere

2° assioma: noi siamo le nostre emozioni!


Il corpo è profondamente influenzato dalla sfera emozionale, a tale proposito le neuroscienze hanno fornito
evidenze dello stretto rapporto tra corpo ed emozioni. Un recente studio ha confermato come sussista una relazione
stretta tra esperienza corporea, emozioni e memoria. Tale stretto legame ci permette di ricordare abbastanza
chiaramente cosa abbiamo fatto ad es. l’11 settembre 2001 e dove eravamo fisicamente mentre sarebbe impossibile
collezionare ricordi simili per un giorno qualsiasi del passato che non abbia avuto una qualche rilevanza emotiva. Le
emozioni, in altre parole, rendono le nostre esperienze più profonde e rendono i ricordi più solidi.
In sintesi, l’emozione crea un filtro attentivo attraverso il quale esperiamo il mondo che influenza il modo in cui
interpretiamo un evento e il tipo di informazioni che di quell’evento scegliamo di ricordare o di scartare
Un’ulteriore prova a sostegno della forte dimensione corporea delle emozioni è testimoniata dal fatto che molte
emozioni sono legate a percezioni sensoriali del corpo (olfattive, gustative, tattili…). Ad esempio l’odore di erba
appena falciata evocherà in noi emozioni differenti se abbiamo trascorso da bambini estati idilliache in campagna o
se eravamo obbligati a lavorare in una fattoria. Così come molte altre emozioni sono legate a percezioni alterate di
alcune parti del corpo: (es. farfalle allo stomaco, vista annebbiata, gambe di legno, nodo alla gola, ecc.)

3° assioma: Le emozioni hanno una sostanza corporea


le emozioni per essere espresse hanno infatti bisogno di acquistare fisicità e corporeità: “sto male come se mi
avessero fatto a pezzi”. I sentimenti, i pensieri diventano così comunicabili tramite il riferimento diretto al vissuto
corporeo in quell’intreccio sistemico di relazioni inter ed intrapsichiche proprie dell’essere umano. Per rendere
comprensibili certe circostanze ricorriamo al corpo come sistema di riferimento. Così ad es. anche per descrivere
fatti di altra natura facciamo riferimento a “stati” o “azioni” del corpo. (Il governo è caduto, La borsa è in ginocchio,
L’industria si rialza, L’economia è in affanno, La medicina fa passi avanti). Come anche da sempre presso le diverse
culture e società il corpo è stato adottato come riferimento nei sistemi di misurazione (pollice, braccio e piede).

3. Comunicare con la corporeità: le competenze dell’educatore


Nelle riflessioni che precedono si è fatto costante riferimento ad una concezione del soggetto in quanto olos,
un’unità sistemica che riflette una razionalità ecologica in cui tutte le dimensioni: corpo, mente, emozioni, e
cognizioni possono integrarsi ed esprimersi sintonicamente, concorrendo a sviluppare relazioni di scambio e
comunicazione con l’ambiente. Diversi studi confermano la mente non appare connessa al solo cervello ma
all’intero organismo, facendo comprendere che il corpo è esso stesso mente. Nella prospettiva di considerare mente
e corpo come una singola entità si colloca infatti la teoria dell’Embodied Cognitive Science.
A partire da tali teorie è possibile sviluppare alcune riflessioni di metodo che riguardano il tema dell’educazione alla
comunicazione corporea, sottolineando la necessità di promuovere e sostenere azioni formative per il corpo in
sintonia con la mente, realizzabili grazie al contributo formativo di professionalità dotate di specifiche competenze.
L’educazione alla comunicazione corporea non si riferisce solo allo sport ma riguarda molteplici realtà come quelle
adolescenziali e giovanili attualmente sempre più a rischio di disagio e devianza. Sempre più spesso si assiste al
fenomeno di giovani disorientati, incapaci di riconnettere emozioni ed azioni, in cui la corporeità viene spesso
utilizzata per veicolare messaggi difficilmente intelligibili: si pensi a ragazzi che esprimono la sofferenza nella rabbia,
il desiderio d’amore nella violenza, il “sentirsi gruppo” nella devianza, etc. Costoro andrebbero necessariamente
sostenuti attraverso attività educative in grado di far riconoscere al soggetto le proprie emozioni, mettendolo in
condizione di elaborare e comunicare risposte corporee in assonanza con esse. In questo senso educare alla
comunicazione corporea può significare proprio educare all’assonanza e alla congruenza e trova ispirazione nella
Pragmatica della Comunicazione; approccio centrato sulla capacità del soggetto di rendere contigui e integrati il
linguaggio, i gesti e la prossemica rendendo inequivocabili i significati che si intendono esprimere. In questo senso,
nel lavoro di educazione alla comunicazione risulta fondamentale che l’operatore/educatore realizzi su di sé alcune
condizione propedeutiche all’ azione della comunicazione stessa, come quelle suggerite nell’ approccio centrato sulla
persona di matrice Rogersiana:
1. ACCETTAZIONE INCONDIZIONATA: esprimibile nella capacità di accogliere e non giudicare l’altro nella sua
individualità di persona, anche se manifesta valori ed esperienze estremamente diversi. L’accettazione
incondizionata non significa, tuttavia, approvazione incondizionata. All’operatore non viene richiesto di accettare
senza riserve il comportamento della persona, ma di tributarle l’attenzione e il rispetto che le è dovuto.
2. CONGRUENZA: prevede che l’operatore nella relazione sia sempre sé stesso, dimostrando trasparenza, capacità di
comunicare ciò che il soggetto-paziente suscita in lui. L’operatore, in altri termini, deve saper essere autentico che
non è l’azione di dire tutto ciò che si pensa in modo incontrollato, poiché ciò può pregiudicare la relazione, piuttosto
significa apertura, disponibilità anche di fronte ad un atteggiamento di chiusura o di difesa dell’altro.
3. EMPATIA: è una dimensione socio-affettiva che indica la capacità di immergersi nel mondo soggettivo altri e di
partecipare alla sua esperienza di vita comprendendone gli stati d’animo senza lasciarsi, tuttavia, coinvolgere in
processi di identificazione e di proiezione. Percepire in modo empatico può voler significare comprendere il mondo
soggettivo dell’altro con il suo corredo di dolori e di speranze, senza mai dimenticare che si tratta di esperienze e
percezioni altrui.
CAP. 3: Educare e insegnare il e con il corpo
1. Per una teoria pedagogica della corporeità
Una teoria pedagogia della corporeità consente di considerare il corpo stesso come strumento didattico, provando
cioè ad educare il corpo attraverso il corpo, attraverso esperienze autentiche rispettose dell’identità e delle capacità
di comunicare proprie di ciascun essere umano. Il significato dell’educazione in ambito corporeo infatti è
tradizionalmente ancorato ad un’idea di educazione del corpo come educazione del fisico, rivolta al rafforzamento di
muscoli e arti. Una teoria pedagogica del corpo in epoca contemporanea va invece orientata verso obiettivi di
sviluppo armonico del fisico, non aderenti a standard predefiniti ma rispettosi della vita di ciascuno. La corporeità
diventa contenuto e tramite di esperienza conoscitiva. Significa pensare ad un’educazione che non si focalizza sulla
dimensione tecnica o estetica, ma che favorisca il prender forma di un’identità personale corporea e cognitiva che
consenta ad ognuno un rapporto equilibrato con il proprio corpo.

2. Educare l’intelligenza del corpo


Quando si parla di intelligenza spesso ci si chiede cosa significhi essere intelligenti e soprattutto se sia più corretto
parlare di “intelligenza” o di “intelligenze”. In tal senso una risposta dirimente ci viene fornita da Gardner (ideatore
della teoria delle intelligenze multiple) che poggia sul rifiuto del concetto di intelligenza generale e astratta,
coincidente con una visione monodimensionale della mente a vantaggio di una concezione pluralistica
dell’intelligenza che si manifesta attraverso stili cognitivi individuali. Secondo Gardner esistono 7 diversi tipi di
intelligenza, con precise caratterizzazioni, partendo dal presupposto che l’intelligenza non come per PIajet
soprattutto capacità di risolvere i problemi ma la capacità di risolvere i problemi e creare dei prodotti. Sempre
secondo Gardner ogni individuo ha un potenziale intellettivo qualitativamente e quantitativamente differenziabile,
l’intelligenza è molteplice e ciascuno usa in modo prevalente una o più intelligenze, selezionando e organizzando gli
stimoli ambientali. La teoria delle intelligenze multiple seppur apparentemente largamente accettata riceve ancora
significative resistenze, proprio in ambito scolastico, dove l’idea di intelligenza rimane fondamentalmente ancorata
all’utilizzo di abilità di tipo linguistico-verbale e logico-matematico che rimangono quelle prioritariamente valutate ai
fini della misurazione del rendimento. Nessuna intelligenza è di per sé sufficiente ma la combinazione e l’equilibrio di
queste a produrre un tutto in modo organico ed adeguato alle situazioni. La mente è allora una combinazione e
cooperazione di più intelligenze che si caratterizzano per specificità incomparabili è quindi un errore cercare di
comparare le intelligenze. Nello spettro delle sette intelligenze che Gardner propone nella sua teoria, è possibile
evidenziarne tre in particolare: logico-matematica, spaziale, musicale la cui combinazione e interazione determina
l’intelligenza della corporeità. L’intelligenza del corpo scaturisce, secondo Gardner, dalla combinazione delle
seguenti intelligenze, che contribuiscono alla tessitura delle competenze psico-motorie e corporee di ogni individuo:
1. intelligenza spaziale: è un’intelligenza che consente di collocare e di collocarsi nello spazio, di prevedere le proprie
mosse e i propri spostamenti nello spazio (uno schema di gioco, una tattica)
2. intelligenza musicale: è un’intelligenza connessa al ritmo, alla percezione del tempo, ai timbri e alle tonalità
3. intelligenza intra-interpersonale o relazionale: queste intelligenze personali, che riguardano sia la capacità di
percepire sé stesso sia la capacità di relazionarsi agli altri, sono fortemente collegate al “senso di sé”. In linea con la
teoria delle intelligenze multiple Stemberg formula teoria tripolare dell’intelligenza. L’ idea di tale teoria è che
l’intelligenza è una facoltà multifattoriale costituita da abilità cognitive diverse ma strettamente collegate ovvero:
- analitica: legata alla capacità di analizzare, valutare, confrontare tra diversi elementi
- creativa: legata all’ intuizione e si realizza attraverso la capacità di inventare, scoprire, immaginare ecc..
- pratica: che comprende la capacitò di usare strumenti applicare procedure, saper organizzare pianificare ecc.

3. Il modello dell’embodied cognition: per una conoscenza in-corporata


L’Embodied Cognitive Science è un campo interdisciplinare di ricerca il cui obiettivo è quello di spiegare i meccanismi
alla base del comportamento intelligente. L’ obiettivo principale è quello di fornire un modello interpretativo in
grado di considerare la corporeità quale condizione necessaria per lo sviluppo dei processi cognitivi e sociali.
Secondo tale teoria la conoscenza è, per sua stessa natura, “situata” e “incarnata”, ovvero è tale proprio in quanto
nasce in un luogo dato all’interno di un determinato corpo. La conoscenza, in altre parole, nasce da un legame tra
esterno e interno, per il tramite di un corpo: essa, in sostanza, scaturisce dall’interazione tra corpo-ambiente-
percezione-azione. Noi leghiamo la conoscenza di quell’ambiente conservandone delle tracce perché
quell’esperienza vissuta si lega a quello spazio in quel tempo che richiamano in noi emozioni e sentimenti.
I teorici dell’embodiment postulando anche l’esistenza di un sistema simulativo: la simulazione incarnata che fa si
che nell’ osservatore vengano generate delle rappresentazioni interne degli stati corporei associati a quelle stesse
azioni e sensazioni, come se stesse compiendo un’azione simile o emozione simile.
L’ embodied cognition afferma quindi che ogni forma di cognizione umana è sempre profondamente ancorata a un
corpo, in rapporto al quale assume valore e significato. Questa teoria, che parte dalla critica del primo cognitivismo
basato sull’idea che i processi cognitivi sono esclusivamente “atti mentali”, prodotti del pensiero disincarnato, ritiene
al contrario che non esista cognizione umana che non sia radicata nell’esperienza corporea.
Da tale teoria discende un importante corollario: se lo sviluppo delle capacità cognitive umane è fortemente
ancorato all’esperienza corporea, allora se ne deduce che un’attenzione educativa alla corporeità può essere
utilmente impiegata nello sviluppo delle competenze conoscitive e di apprendimento.
Le suggestioni metodologiche e didattiche sono:
1. L’attività educativa mirata alla crescita delle competenze di apprendimento deve tenere presente
l’integrazione nel curriculo scolastico ed extrascolastico di attività di tipo psico-motorio, prevalentemente di natura
ludico-ricreativa (il gioco-sport, il teatro, la danza, la musica ecc… tale opzione si rivela necessaria in quanto l’attività
motoria, soprattutto nell’infanzia, va inscritta in un più ampio approccio di cura educativa che riguarda,
essenzialmente, la costruzione di “relazioni educative esperte” che abbiano come principale finalità il benessere
psicofisico e la qualità della vita del soggetto. Il gioco e soprattutto il gioco motorio è da sempre infatti considerato
un terreno di crescita. Il gioco rappresenta inoltre anche uno spazio di espressione e un dispositivo di contenimento
per normalizzare relazioni educative disfunzionali.

4. Il contributo della teoria dei neuroni specchio all’educazione corporea


La teoria dell’embodied congnition viene avvalorata dalla scoperta dei neuroni specchio, essi sono una popolazione
di cellule nervose deputate a svolgere le funzioni cognitive del sistema motorio. I neuroni specchio sono neuroni
“bimodali” così chiamati perché si attivano quando:

- compiamo una data azione in prima persona (online actions)


- vediamo eseguirla da altri (offline actions)
Es.: Attivazione dei neuroni specchio quando la scimmia osserva lo sperimentatore afferrare del cibo e quando
compie lo stesso atto.
La scoperta dei neuroni specchio è considerata particolarmente rivoluzionaria in quanto sono stati trovati nella
corteccia pre-motoria e nel lobo parietale, aree considerate motorie e prive di funzioni cognitive. L’ipotesi più
plausibile sulla funzione dei neuroni specchio è che essi contribuiscano a creare una “idea di movimento”, ovvero
una rappresentazione interna dell’azione svincolata da qualsiasi possibile esecuzione. L’attivazione dei neuroni
specchio può essere considerata condizione di facilitazione del movimento osservato attraverso l’interiorizzazione
delle sequenze motorie necessarie per un certo movimento che in futuro sarà eseguito.
Un esempio: La corteccia pre-motoria di un bambino che assiste a un filmato o a un cartoon, i cui personaggi
compiono movimenti mirabolanti, si attiva freneticamente, preparando quei movimenti e in qualche misura
contribuendo a eccitare il SNC del bambino (Oliverio, 2001). Alcuni studiosi hanno osservato in particolare l’attività di
532 neuroni localizzati nell’area detta F5 della corteccia premotoria frontale dei primati. Gli esperimenti sono
consistiti nell’invitare la scimmia ad osservare azioni eseguite dallo sperimentatore (per esempio la manipolazione di
un oggetto) e ad imitarle, in un secondo momento. È stato evidenziato che 92 dei 532 neuroni considerati sono stati
attivi in entrambe le fasi, sia di osservazione sia di esecuzione dell’azione: tali neuroni sono stati definiti neuroni
specchio. Gli studi hanno confermato che gli stimoli più significativi per l’attività dei neuroni specchio sono quelli
visivi riconducibili all’ osservazione di quelle azioni in cui l’interazione avviene attraverso l’uso delle mani
(afferrandolo, posizionandolo e manipolandolo) o della bocca.
Lo stretto legame tra le risposte visive e quelle motorie dei neuroni specchio sembra indicare che la mera
osservazione dell’azione compiuta da altri evochi nel cervello dell’osservatore un atto motorio potenziale analogo a
quello spontaneamente attivato durante l’organizzazione e l’effettiva esecuzione di quell’azione. La differenza è che
in un caso esso resta allo stadio di atto potenziale ovvero di una “rappresentazione motoria interna”, mentre
nell’altro si traduce in una concreta serie di movimenti.
Il presupposto fondamentale per l’attivazione dei neuroni specchio non è un input sensoriale ma la nostra
conoscenza motoria. L’area F5 (corteccia premotoria) contiene una sorta di vocabolario di atti motori, le cui parole
sono rappresentate da popolazioni di neuroni.
Dagli atti più elementari e naturali, come appunto afferrare del cibo con la mano o con la bocca, a quelli più
sofisticati, che richiedono particolari abilità, come eseguire un passo di danza, i neuroni specchio consentono al
nostro cervello di correlare i movimenti osservati a quelli propri e di riconoscerne così il significato, essi riconoscono
lo scopo dell'atto motorio e codificano l'organizzazione temporale dei movimenti utili all'atto stesso. Questo
“sistema specchio” genera una rappresentazione interna dell’azione osservata, in altri termini, seleziona nel
“vocabolario” motorio dell’individuo la “parola” corrispondente all’azione osservata.
La soglia di attivazione dei neuroni specchio può essere migliorata arricchendo il nostro vocabolario motorio.
Se il nostro vocabolario motorio è bene fornito si riesce ad instaurare uno spazio d’ azione condiviso: gli atti osservati
hanno un significato immediato per l’osservatore, senza far ricorso ad alcun tipo di ragionamento, se essi sono
inseriti nel vocabolario motorio, ogni atto e ogni catena d’atti, nostri o altrui, appaiono immediatamente iscritti e
compresi, senza che ciò richieda alcuna esplicita o deliberata “operazione conoscitiva”.
Es: se vediamo qualcuno afferrare con la mano del cibo o una tazzina di caffè comprendiamo immediatamente
quello che sta facendo. Che egli lo voglia o meno, nell’istante in cui percepiamo i primi movimenti della sua mano,
essi ci “comunicano” qualcosa, ovvero il loro significato d’atto. Si tratta quindi di un meccanismo che consente di
comprendere immediatamente il significato delle azioni degli altri e persino delle loro intenzioni senza ricorrere ad
alcun tipo di ragionamento. Tale scoperta costituisce la base neurofisiologica dell’empatia e rende evidente come le
relazioni sociali siamo determinate prima che dall’ intelletto dalla capacità motoria di comprendere gli altri.
Per molti anni le aree motorie della corteccia cerebrale sono state associate sempre a funzioni attuative, operative e
mai a funzioni cognitive. Ogni azione era la risultante generata da un modello ritenuto assiomatico:
PERCEZIONE – COGNIZIONE – MOVIMENTO
Dopo la scoperta dei neuroni specchio, il modello potrebbe essere così formulato:
COSCIENZA MOTORIA – COGNIZIONE
Quindi, processi di solito considerati di ordine superiore e attribuiti a sistemi di tipo cognitivo, quali per esempio la
percezione e il riconoscimento degli altri, l’imitazione e le stesse forme di comunicazione gestuali o vocali, POSSANO
RIMANDARE AL SISTEMA MOTORIO E TROVARE IN ESSO IL PROPRIO SUBSTRATO NEURALE PRIMARIO.
L’utilizzo del movimento osservato dell’Immaginazione motoria (l’immaginazione motoria è la simulazione mentale
di un movimento in assenza di microscopica attivazione muscolare).
Infatti il recupero di una funzione motoria viene velocizzato ed ottimizzato attraverso sistemi specifici di
apprendimento visivo oltre che motorio di un’azione. Ad es. il recupero dopo emiparesi da ictus della funzionalità
della mano: il soggetto dovrà seguire dei movimenti di una mano proiettata su una tavoletta elettronica quindi vede
e svolge in contemporanea. È stato visto che la rappresentazione del movimento induce:
-una intensificazione dello scambio gassoso,
-una accelerazione della respirazione e della frequenza cardiaca,
-un aumento della pressione sanguigna,
-una maggiore sensibilità della visione periferica,
-un aumento dell’eccitabilità dei nervi periferici.

5. Educare al benessere per imparare ad abitare la corporeità


Lo stato di benessere può essere definito come una continua tensione al riequilibrio e alla ri-armonizzazione delle
diverse dimensioni dell'esistenza. L'allungamento dei cicli di vita ha infatti, causato la coesistenza di quattro o cinque
generazioni, fatto senza precedenti nella storia dell'uomo, con profondi gap sul piano dei valori, dei modelli culturali
e dei registi comunicativi, che richiede sforzo nell'adattamento a nuovi rapporti intergenerazionali.
Il benessere nell’età contemporanea assume, infatti, un significato che va al di là della mera condizione di benessere
fisico ed economico, ma viene ad assumere un valore composito. Il benessere, infatti, è composto da diverse
componenti: fisiche e psichiche e naturalmente sociali, emozionali, psicologiche ecc.
In quanto si configura come un fenomeno complessivo, facendo riferimento sia alla valutazione biologico-clinica
delle condizioni fisiche dell’individuo, sia all'auto percezione soggettivo-emozionale dello stato di salute del soggetto.
Per questo il progetto di benessere richiede, più che mai, un approccio integrato che contempli la coesistenza di
Fattori fisici, emotivi, sociali, intellettuali e spirituali. L'attenzione al benessere fisico va intesa, soprattutto, come
acquisizione di corretti stili di vita attraverso sane abitudini alimentari e una attività motoria e sportiva quali requisiti
per la ristrutturazione dell'immagine corporea nel corso delle di verse età della vita. II benessere fisico non appare,
quindi, disgiungibile dal benessere emotivo soprattutto quando ci si riferisce alla gestione vigile dei livelli di stress, di
ansia e di emotività patologica che talvolta finiscono per condizionare anche il benessere sociale. Da quanto
affermato appare evidente come il benessere scaturisca dalla risultante dell'integrazione fra diversi sistemi che
identificano l’uomo e che esso va quindi a definirsi sempre più nell'interazione dinamica tra stili di pensiero, di vita e
di relazioni. Per questo formare operatori-promotori di benessere significa, soprattutto, formare professionisti che,
se da un lato devono sollecitare i soggetti a progettare il proprio benessere" in maniera esplicita, dall'altro devono
provare a dare spazio all'aspetto implicito della domanda di benessere ovvero a quella reale tensione e volizione
all'autorealizzazione personale in termini di benessere emotivo-esistenziale.

GIOCO-CORPOREO E RELAZIONI: educare ad una genitorialità competente


Il contributo analizza l’importanza della corporeità nella cura educativa a sostegno di una genitorialità competente.
La riflessione si basa su una reale esperienza di formazione condotta con dei gruppi di genitori nell’ambito di un
progetto di educazione alla genitorialità svoltosi presso uno sportello di sostegno: un servizio educativo attivo presso
l’università Partenope. Lo sportello è organizzato in due macro attività:
- seminari di formazioni su temi attinenti alle competenze genitoriali.
- il laboratorio sulle pratiche genitoriali che ha come obiettivo quello di far maturare una consapevolezza del ruolo e
del compito genitoriale.
Per genitore competente si intende un adulto responsabile, capace di accompagnare, sollecitare e promuovere la
crescita autonoma del proprio figlio in un clima di benessere e di relazione adeguata.
Una relazione educativa risulta adeguata quando sostiene la dimensione emancipativa del soggetto verso
l’autorealizzazione di sé, determinando autonomia. Le attività di formazione alla genitorialità competente sono volte
quindi anche alla promozione del benessere all’ interno del sistema socio-familiare, che soprattutto negli ultimi anni
è stato investito da radicali trasformazioni ì, motivo per il quale anche i principi perno dell’educazione dei figli sono
cambiati. Alla famiglia costituita da due genitori coniugati, si è affiancata una costellazione di possibilità di essere e
sentirsi famiglia: famiglie allagate, ristrette, famiglie di fatto, omogenitoriali ecc.
Una possibilità di gestione di tale cambiamento è alimentare dialogo sociale, educativo e culturale tra genitori diversi
di famiglie diverse. Quindi le attività do formazione rivolte ai genitori si presentano come un reale progetto sociale e
di cittadinanza. L’esperienza di formazione dei genitori tramite lo sportello descritto precedentemente, si concentra
soprattutto sull’ importanza della relazione corporea nella costruzione di una genitorialità competente.
A partire infatti dall’ analisi del comportamento di alcune specie animali e quindi nell’ uomo, l’ attenzione viene
posta sulla necessità di rendere i genitori consapevoli dell’ importanza della comunicazione corporea quale elemento
principale della cura genitoriale , nonché amplificatore della relazione educativa’ importanza del ruolo della
corporeità nelle relazioni di cura è stata proposta ai genitori utilizzando l’ approccio dell’ etologia pedagogica ,
ovvero facendo partire la riflessione dalla’ osservazione e dall’ analisi dei comportamenti di alcune specie animali.
Ai genitori quindi inizialmente sono stati fatti vedere filmati e foto a dimostrazione che l’atto della cura è un
comportamento biologico presente in quasi tutti gli animali e successivamente aiutati ad analizzare come in tali
comportamenti siano rintracciabili delle costanti (posizione del corpo, espressioni del volto ecc), che ritroviamo
anche nella specie umana. La relazione di cura è una relazione profondamente ancorata al contatto corporeo come il
grooming (ha un doppio dì significato: da un lato rappresenta una pratica di cura corporea dall’ altro assume una
importante valenza sociale che sottolinea la gerarchia), l’allattamento ecc..
L’ analisi e la riflessione sui comportamenti di cura animali quindi sono fatte funzionali a far maturare maggiore
consapevolezza critica del ruolo genitoriale attraverso la comprensione dell’importanza del corpo nella costruzione
del comportamento di cura competente. La cura educativa competente deve quindi andare nella direzione di
generare nei soggetti sempre maggiori livelli di autonomia e produttività. Tali finalità possono essere perseguite
mediante attività specifiche tra le quali spicca il gioco. Il gioco rappresenta non soltanto un mezzo per favorire la
crescita e la maturazione, ma anche un dispositivo per reinterpretare la relazioni genitori- figli. Infatti il corpo è il
primo elemento ad essere investito in senso ludico. Basti pensare all’ importante ruolo del corpo svolto nel gioco:
nelle prime forme di gioco infantile il bambino conosce e scopre il proprio corpo e successivamente è il corpo stesso
dell’adulto ad esser inteso come macro-giocattolo. Il gioco comunque è un atto libero e non deve essere
esclusivamente inteso a scopo:
1- Culturale (per insegnare qualcosa)
2- Orientativo (per mostrare qualcosa)
3- Repressivo (per imporre limitazioni e divieti)
Il gioco deve invece puntare a rilanciare una relazione di cura educativa per il benessere (genitore-bambino,
educatore-bambino) che si qualifichi appunto grazie al medium ludico e che si realizzi livelli di soddisfazione
reciproca riportando il gioco “nelle mani del bambino”. In questa ottica il progetto di cura educativa per il benessere
diviene sostenibile attraverso un’azione di formazione congiunta ed integrata rivolta tanto ai genitori quanto agli
educatori, gli insegnanti, gli operatori. In sintesi tale pratica ha reso strategica l’idea:
- Di investire in progetti ed azioni di formazione diretta ad insegnanti, genitori, educatori ed operatori a vario
titolo impegnati in processi di crescita e di sviluppo nell’infanzia e nei quali l’attività corporeo-espressiva e
ludico-motoria costituiscano la cifra connotante
- Che il gioco, soprattutto come spazio di espressione ma anche di contenimento, rappresenta un ottimo
amplificatore della relazione di cura educativa quale fattore di prevenzione del rischio sociale
- Di realizzare attività educative (teatro, musica, danza, sport, gioco, ecc.) in cui il corpo si compenetra
fortemente nella rappresentazione della mente, per lo “star bene psichicamente” elemento indispensabile
per il benessere globale del soggetto.

CORPO, DANZA ED EDUCAZIONE: la formazione degli operatori di danza educativa e di comunità


Fin dall’ antichità la danza è stata una delle principali forme di espressione umana. La danza nasce come uno sfogo
liberatorio di emozioni, è legata alla spiritualità, alla celebrazione di eventi, allo svago ecc. Eppure oggi, si pensa alla
danza soltanto in termini di passi, stili e tecniche e collegata a linguaggi motori anche molto complessi.
La danza in realtà nasce come una forma di espressione molto flessibile e duttile che si attua attraverso un’ampia
fenomenologia di manifestazioni in risposta a differenti motivazioni. Uno di questi è l’utilizzo della danza per scopi
educativi e formativi che non si concentra quindi sul modo in cui si danza ma sui motivi per cui si danza.
Le spinte personali che portano un adulto, un bambino, o un anziano a danzare possono variare a seconda dei
contesti e delle situazioni. Ma c’è un elemento che le accomuna tutte: la spontaneità dell’atto, nessuno danza perché
è obbligato a farlo. È un’attività spontanea che si esercita per il gusto di essere fatta.
Gli strumenti che caratterizzano la danza non sono virtuosismi, talento e fisicità ma la capacità di conciliare lo
sviluppo motorio con quello espressivo e comunicativo: è l’arte di usare e d organizzare il movimento per esprimersi,
comunicare e inventare.
Il termine danza educativa indica la danza come educazione delle persone, differenziandosi dalla danza come
educazione dell’artista; nel secondo caso infatti, il percorso didattico dovrà occuparsi anche della formazione
stilistica e rifarsi a tecniche codificate di movimento (danza classica, contemporanea, jazz). La danza educativa
invece, utilizza, forme più libere del movimento, che trovano nel loro libero organizzarsi nello spazio creando un
codice personale di comunicazione. La danza educativa si rifà alle teorie di analisi del movimento elaborate Rudolf
Laban (danzatore, coreografo e maestro. La sua analisi del movimento umano, degli elementi fisici che lo
compongono e degli impulsi interiori che lo generano ha avuto applicazioni in diversi campi)
La danza in questa prospettiva non è qualcosa che esiste al di fuori di me, ma qualcosa che esiste dentro di me e che
io posso intenzionalmente attivare. È una dimensione latente di ognuno di noi. Non può perciò esistere un confine
definito tra movimenti adatti e movimenti non adatti, tra movimenti giusti e sbagliati. Quella che si persegue non è
una danza per pochi ma una danza per tutti che si offre ai bisogni, alle necessita e alle emozioni della gente.
Il danzaeducatore è una figura professionale specializzata nella progettazione e conduzione di attività di danza nel
contesto educativo e sociale. Agisce quindi con finalità educative, formative, socializzanti e artistiche, ma non
terapeutiche e riabilitative. Il suo lavoro è finalizzato a diffondere la cultura della danza e promuovere un linguaggio
artistico del corpo attento però al benessere psicofisico della persona. La danza educativa offre una proposta
didattica di tipo laboratoriale centrata su una ricca gamma di esperienze motorie, creative ed espressive. Per questo
il danzaeducatore deve possedere delle specifiche competenze artistiche, pedagogiche ed educative, in modo da
intervenire nelle diverse realtà del contesto scolastico e sociale. Il percorso formativo è articolare il 3 aree:
- la formazione personale: che propone la riscoperta del corpo e l’abbandono degli stereotipi del movimento
danzato
- la formazione metodologica: che prevede lo studio dell’analisi del movimento di Laban, della metodologia della
danza educativa e della progettazione e organizzazione dell’intervento.
- la formazione operativa: dove vengono trasmessi gli strumenti relativi alle tecniche di conduzione e all’ utilizzo di
risorse musicali.
In ogni esperienza di danza educativa lo stile di conduzione dell’operatore è il motore primario dell’intervento. Il tipo
di conduzione non è univoco ma complesso in quanto si sposta su differenti piani:
- quello razionale: che ha a che fare con gli obiettivi
- quello sensoriale: che ha a che fare con l’istintività, la reattività
- quello poetico: che ha a che fare con l’immaginazione e il senso estetico.
Bisogna evitare di radicarsi in uno dei tre piani, cercando invece un passaggio fluido da uno all’ altro.
Per quanto riguarda la dimensione operativa questa prevede diverse fasi:
- la fase di apertura dedicata a creare un clima di collaborazione e partecipazione attraverso rituali di socializzazione
e conoscenza.
- riscaldamento che ha lo scopo di scaricare le tensioni fisiche e risvegliare muscoli e articolazioni
- la messa in opera è la fase più centrale dove il danzaeducatore ha come obiettivo quello di offrire al gruppo
un’esperienza di danza. È un momento molto delicato perché l’argomento viene presentato alla classe e si verifica la
partecipazione diretta degli allievi. Essi verranno incoraggiati e stimolati ad iniziare un percorso di sperimentazione
corporea attorno ad un elemento motorio.
- messa in opera ovvero dare forma al lavoro svolto attraverso una riappropriazione più consapevole e personale del
movimento. È fondamentale che una persona si senta a suo agio, livera di muoversi come il suo corpo sa e vuole.
- chiusura è un momento per completare la sessione di lavoro e salutarsi ed è un momento utile a valorizzare il
lavoro svolto insieme.
Nella danza educativa i principi fondamentali sono: ognuno ha la propria capacità di a danzare e di esprimere sé
stesso, tutte le persone hanno diritto ad accedere ad esperienze di danza, la dimensione artistica del movimento è
un’attività positiva attraverso la quale si acquisiscono strumenti di crescita e di conoscenza, crea senso di
appartenenza e migliora l’autostima. La danza rappresenta una valida proposta educativa, attenta alla formazione
globale della persona e all’integrazione fra sviluppo motorio ed espressivo-comunicativo. Inoltre, la danza, inserita
in un contesto educativo, può contribuire ad un riavvicinamento fra corpo e pensiero.

CORPO, TEATRO E FORMAZIONE: la pratica del “teatro invisibile”


Lo studio delle arti, di tutte le arti, inteso come modalità di comunicazione e di esperienza, facilità lo sviluppo delle
principali forme di conoscenza e mette in atto specifici processi di apprendimento. Anche l’arte della recitazione
prevede modalità di preparazione dell’attore che gli permettono di prendere consapevolezza e coscienza delle
proprie caratteristiche anche fisiche e perciò dei propri limiti e del le proprie potenzialità. Il teatro inteso come
processo di formazione dell'attore-persona sta a metà strada tra l'intimità più nascosta dell'individuo, cioè le sue
paure, i suoi sogni, le sue emozioni, e la realtà completamente esterna della vita reale, ovvero il giudizio dell'altro.
Ci troviamo perciò di fronte ad un rovesciamento della visione tradizionale di teatro dove annullando la finzione e
sviluppando pienamente la dimensione sociale. Si verifica quindi un incontro fra pedagogia e teatro. Il teatro diventa
luogo di scoperta e valorizzazione delle possibilità espressive dell'uomo, luogo in cui la sua creatività e fantasia si
manifestano liberamente. Dunque, "in questa nuova dimensione si deve formare un 'uomo nuovo' in un teatro
diverso e profondamente rinnovato. Si creano perciò metodologie, prassi educative, sistemi di analisi che non
devono trasmettere nozioni e concetti, ma esperienze attraverso l'azione.
L'esortazione è per un teatro che non si limiti a rispecchiare la società, ma concorra a cambiarla. Si auspica "un
teatro che esca dal teatro, inteso come luogo fisico, per entrare nel mondo con una missione trasformativa. "L'attore
sociale è una nuova figura che risponde all'esigenza di sentirsi partecipi, consapevoli protagonisti della propria storia
in scena come nella vita. Non è quindi un professionista. Per questa nuova visione dell'attore e del teatro è
importante far riferimento ad Auguste Boal: l'attore e il regista che dà origine in Brasile, negli anni '60, al Teatro
dell'Oppresso", dove si fa sempre più pressante l'esigenza di liberare la cultura popolare da quei valori importati
dall'Europa. Il teatro è lo strumento per fornire al popolo un mezzo di presa di coscienza e di riscatto per cui i
protagonisti dei suoi primi lavori sono persone ai margini della società.
Il teatro, quindi, è uno strumento che, da una parte, serve a favorire processi di comunicazione con il mondo
esterno, e in cui, dall’altra vi è una partecipazione ed un coinvolgimento totale dell'individuo che vede l’azione
teatrale come modo per esaltare la propria identità, non più come finzione scenica, ma come espressione di sé.
L'attività teatrale ci consente di riconoscere le emozioni e gli stati d'animo, ci permette di capire meglio noi stessi e di
conseguenza ci aiuta a relazionarci meglio con gli altri, imparare a rispondere alle proprie emozioni senza inibirle.
Per tale motivo, il teatro rappresenta oggi uno strumento formativo di tipo innovativo, come di comunicazione
artistica, spazio in cui sperimentarsi, arricchire le attitudini creative, sviluppare i propri mezzi espressivi per imparare
a stare meglio con sé stessi e con gli altri.
Il teatro degli oppressi (Tdo) si fonda sull'intreccio di varie radici teoriche e contestuali la filosofia di Karl Marx e
Friedrich Engels, la politica e la pratica sindacale, l'analisi dei fattori sociali, morali, artistici, storici ed economici non
solo del sud America. I presupposti concettuali mantengono come base comune la cultura, la cittadinanza e le
oppressioni in una società divisa in classi ma, soprattutto, l'idea che l'arte sia una forma di coscientizzazione che apre
alla lettura del mondo e, più specificatamente, ai possibili modi di essere nel mondo. Dunque, attraverso il teatro la
persona sviluppa autostima, libera il corpo oppresso dalla quotidianità, dalla società. Il corpo è ritenuto
drammaturgo brasiliano il luogo in cui si annidano le oppressioni soprattutto di tipo sociale. Ma ciò che è importante
non è tanto rendersi liberi delle oppressioni, quanto prendere coscienza di queste attraverso il corpo, inteso come
strumento di conoscenza. La liberazione del corpo è, quindi, subordinata alla liberazione sociale.
Successivamente Boal cambia la sua visione di corpo che acquista una dimensione par re con lo sviluppo della
tecnica del Teatro Immagine: cioè il solo uno dell'immagine corporea come unica modalità espressiva: "Un
movimento del corpo esprime un pensiero. Un pensiero si esprime corporalmente.
La pratica del teatro invisibile si inserisce all’interno della metodologia del teatro dell’oppresso di Augusto boal ed è
molto vicina alla pratica teatrale intesa come rappresentazione scenica interpretata da professionisti per cui
necessita di una buona formazione attoriale. Augusto Boal trovandosi in condizione di semi-clandestinità, sente la
necessità di fare teatro in modo “invisibile”, in spazi non convenzionali e con modalità sovversive. Le azioni
realizzate in quel periodo riguardano oppressioni molto sentite dalla popolazione e anche i luoghi scelti per le
performance hanno una forte caratterizzazione sociale.
Trasformare lo spettatore in soggetto che partecipa all’azione drammatica, e per l’attuazione di questo importante
principio occorre passare da un’ottica che predilige il FARE TEATRO a quelle che ci consente di ESSERE TEATRO.
Il teatro invisibile necessita sia di un testo di base scritto che sarà inevitabilmente modificato per adattarsi agli
interventi degli spettatori sia un’accurata preparazione dei personaggi principali e collaterali alla scena. Tra i temi
da rappresentare bisogna scegliere un argomento che interessi realmente e profondamente i futuri spettatori. A
partire da queste premesse si costruisce una piccola rappresentazione con un copione ben strutturato.
Lo scopo del teatro invisibile è far esprimere spontaneamente il pubblico ignaro per verificare le opinioni che e
mergono in maniera spontanea. Tutto il lavoro è basato sul lavoro corporale. È attraverso il corpo che riveliamo le
nostre paure, i conflitti e realizziamo il loro superamento. Questa forma di teatro ha fornito un nuovo strumento di
educazione alla convivenza, alla pace, al rispetto reciproco e alla gestione dei conflitti
In sostanza, il teatro, come la danza, sono dei potenti mezzi di comunicazione più della parola.

La malattia oncologica
Il copro è il tramite, più immediato ed evidente, con il quale si entra nel mondo della comunicazione /relazione con
l’altro perché è l’oggetto che prima di noi parla di noi.
Il corpo è infatti uno strumento potente per potersi raccontare ma anche per stimolare negli altri la possibilità di
inventare e costruire storie su di noi. Il corpo comunica perché si narra e si fa narrare. Il copro malato addirittura
potenzia la sua funzione comunicativa sia nel soggetto che vive la malattia, sia in coloro che della malattia sono
testimoni, e ciò risulta evidente anche dall’ aumento di narrazioni autopathografiche (storie di malattie narrate dai
pazienti). Tra le patologie, prevalentemente corniche ed invalidanti che maggiormente incoraggiano la dimensione
narrativa troviamo il cancro. Il cancro non tanto nell’ esperienza del singolo ma nella percezione sociale,
rappresenta una condizione di sofferenza estrema connessa soprattutto all’ imprevedibilità dei suoi sviluppi e all’
impossibilità di prefigurare prospettive di piena guarigione, sollecita incessantemente la riflessione del malato sul
senso stesso di questa esperienza. Tali riflessioni sono connesse anche all’ esito di alcune terapie soprattutto
chirurgiche, che spesso portano alla perdita di organi e apparati con conseguenti limitazioni nella vita personale e
relazionale, basti pensare ad interventi come mastectomia o isterectomia che vengono vissute come delle vere e
proprie mutilazioni della femminilità o della propria identità di genere.
Il corpo che si ammala di cancro è dunque un corpo le cui ferite, raccontano storie di sofferenza non sola fisica ma
sempre e comunque anche psicologica. Nelle storie di cancro, tuttavia, oltre alla paura è presente spesso anche il
desiderio di contrastare "attivamente" la malattia. Ciò risulta documentato da una recente indagine promossa che
offre dati significativi, di fronte ad una diagnosi di tumore, delle reazioni soggettive più comuni e diffuse. A tal
proposito, si evince che "per il-36,8% degli intervistati è la paura il sentimento più comune, per il 33,56 la voglia di
reagire, seguono, la depressione, la rabbia, i sentimenti di impotenza, la rassegnazione. Per tale motivo, non
sorprende anche l'utilizzo dell'umorismo e dell'autoironia, frequentemente presenti nelle storie dei pazienti.
Inoltre, scrivendo della propria malattia, i pazienti intrecciano positivamente la loro storia a quella di altre persone
che condividono la medesima condizione, facendo sì che il dolore, può insegnare, e quel frammento di vita ritenuto
inutile può aiutare chi seguirà e saprà di non essere solo. Infatti il vissuto della malattia viene spesse percepito come
un'occasione di crescita in senso riflessivo e formativo, in grado di attribuire senso a questa particolare esperienza.
Ciò fa parte del potere terapeutico del racconto che aiuta il paziente in quella "difficilissima impresa che è la
trasformazione radicale della sua identità. Lo sviluppo identitario si compie in senso profondamente relazionale
anche nell'esperienza della malattia oncologica. In questo senso, la dimensione relazionale e sistemica, propria di
ogni patologia, nel caso di specie del cancro non può essere compresa e gestita se non attraverso approcci di cura
olistici che presuppongono una più ampia presa in carico del paziente e che possono richiedere il supporto della
Psiconcologia (riguarda le risposte psicologiche alla malattia e alle terapie), di interventi di counseling o, nei casi più
estremi, anche d’accompagnamento all'ultima fase della vita.

Corpo e cura: i bisogni dei pazienti


A partire dalle questioni esplorate, si rende ora necessario evidenziare i bisogni dei pazienti oncologici spesso non
adeguatamente considerati all'interno dei protocolli terapeutici tradizionali, ancora prevalentemente focalizzati
sulla malattia o sul "pezzo del corpo" su cui intervenire selettivamente. Queste modalità terapeutiche, risultano
strettamente connesse ad un meccanismo di cure in ambito oncologico di altissimo livello ma spersonalizzante,
rivelandosi inadeguato sul versante relazionale e comunicativo e nel sostegno psicologico del paziente. In relazione
a tale questione, particolarmente interessanti risultano le opinioni espresse dagli stessi pazienti che hanno
personalmente sperimentato con gli operatori sanitari comunicazioni eccessivamente impersonali, minimi livelli di
coinvolgimento nelle terapie, disattenzione a problematiche di ordine psicologico, inadeguatezza di sostegni
educativi. I principali problemi indicati dai pazienti oncologici si esplicitano all’ interno di 4 aree prevalenti:
- Clinico-assistenziale soprattutto in relazione a richieste di sostegno nelle fasi diagnostica e etrapeutica per quanto
attiene agli aspetti di conoscenza e comprensione della malattia.
- Tutela dei diritti personali e sociali soprattutto in relazione a richieste di sostegno economico per la gestione di
terapie onerose, alla facilitazione di procedure per il riconoscimento dei diritti relativi agli stati di invalidità o
handicap o in relazione alla tutela del diritto al reinserimento nella vita lavorativa in forme compatibili con la
patologia.
- Familiare e relazionale soprattutto per quanto riguarda richieste di sostegno al paziente nei contesti più
diversificati in cui si sviluppa l'esperienza di vita e alla rete di relazioni a cui il soggetto riferisce. Il fenomeno della
malattia oncologica, che sembra riguardare i soli malati, coinvolge, di fatto, un numero macroscopico di altri
soggetti, vanno ricompresi anche familiari, amici, volontari e quanti vedono la propria esistenza influenzata dalla
malattia che colpisce una persona a cui ci si sente in dovere di prestare assistenza
- Autonomia e qualità della vita soprattutto per quanto riguarda la richiesta di gestione personalizzata dei percorsi
di cura, attraverso la messa in campo di tutti gli strumenti possibili utili a sostenere una maggiore autonomia del
paziente a perseguire obiettivi di qualità di vita concretamente sostenibili. Sostenere buoni livelli di qualità di vita,
anche in condizioni estreme di malattia è, tuttavia possibile ma ciò può realizzarsi attraverso l'azione complessiva di
molteplici variabili, importantissime, sono quelle che riguardano i servizi, le infrastrutture.
A partire dall'analisi delle difficoltà e dei bisogni espressi dal paziente, appare necessario sottolineare quanto
qualsiasi programma di cura, non può prescindere dal fare proprie anche azioni di sostegno educativo del paziente,
indispensabili a realizzare forme di partecipazione più attiva e consapevole rispetto ai suoi stessi programmi di cura,

Verso un progetto educativo (per e oltre il corpo) del paziente


Riconoscere al paziente la possibilità di continuare a crescere ed evolversi, anche nella malattia oncologia, da un
lato richiama la necessità di orientare maggiormente la formazione professionale degli operatori di ambito psico-
socio-sanitario verso prospettive di cura maggiormente calibrate sui soggetti e sulle loro esigenze", dall'altro
consente di ipotizza- re percorsi educativi per i pazienti in grado di consegnare loro sempre più autonomia con cui
affrontare concretamente e al meglio del e proprie risorse una così difficile ed estrema condizione esistenziale.
In altri termini, una congrua azione educativa diretta al paziente dovrebbe favorire la ricomposizione della relazione
mente-corpo recisa dalla malattia sostenendo il benessere del soggetto nelle sue diverse componenti, sia quelle
psico-sociali relative al "sentirsi bene", sia quelle biologico-cliniche relative allo "stare bene.

II Judo educativo
il Judo è un'arte marziale giapponese basata sul "principio della flessibilità", della non-opposizione alla forza
dell'avversario e la sua trasformazione in proprio vantaggio. Di fronte a un avversario più forte si avrebbe
facilmente la peggio se, alla sua superiore energia, si opponesse resistenza. Invece di resistere, è meglio
assecondare la sua stessa forza fino ad assorbirne lo slancio e a fargli perdere l'equilibrio una volta esaurita la
spinta. Per questo il judo non può essere semplicemente considerato un tipo di lotta sportiva o una tecnica di
autodifesa, ma assume significati e valori più profondi, che comportano un esercizio di educazione mentale e fisica.
La diffusione del Judo si deve principalmente al Professor Jigoro Kano' che fa conoscere la disciplina in Europa.
Con il passare degli anni il judo si trasforma e diventa competizione dove il risultato diventa fondamentale e dove la
vittoria diventa prevaricazione sull'avversario, mettendo in secondo piano, l'aspetto educativo della disciplina che
era ed è alla base della straordinaria diffusione del Judo in tutto il mondo. Fortunatamente, molti maestri hanno
saputo mediare tra la agonistica e le finalità educative che la disciplina impone. Il judo può e deve intervenire, in
maniera significativa, nel processo educativo dei giovani, insegnando loro comportamenti, capacità di controllo e
rispetto degli altri, anche se sconfitti.
Le 8 qualità essenziali alle quali ogni judoista dovrebbe mirare durante la pratica e la vita di lutti i giorni sono:
l'educazione, il coraggio, la sincerità, l'onore, la modestia, il rispetto, il controllo di sé, l'amicizia.

Gli elementi metodologici del Judo educativo


Il Judo quindi risulta essere una disciplina fortemente educativa in quanto è un dispositivo al tempo stesso:
normativo, comportamentale, relazionale e di controllo. E essenzialmente normativo in quanto pone delle regole,
che quando vengono interiorizzate, diventano comportamenti intenzionalmente agiti dai partecipanti. IL judo è
inoltre un dispositivo relazionale e di controllo in quanto insegna ad utilizzare schemi prestabiliti ma anche a
promuovere azioni in maniera “autodeterminata" in contesti “non determinati” nel rispetto dei compagni, degli
avversari e del controllo della propria stessa forza; ragione per la quale il judo, insegna efficacemente
l'autocontrollo. Tali condizioni si realizzano, tuttavia, quando la disciplina si realizza in un setting educativo-motorio
e sportivo centrato sulla consapevolezza della relazione corpo-mente per il tramite di una attività formativamente
orientata. Tutto ciò si realizza solo attraverso l'incontro con un maestro efficace che ne condivida profondamente
tale approccio. Il maestro deve, infatti, instaurare con i giovani allievi un rapporto di fiducia e al tempo stesso di
rigore e di autorevolezza; questi ha il compito di facilitare la presa di coscienza da parte degli allievi, ha la
responsabilità di consolidare l'autostima e il senso di autoefficacia degli allievi, rendendoli progressivamente
sempre più autonomi attraverso una conoscenza consapevole del proprio corpo e delle sue possibilità.

Il rispetto delle regole e delle gerarchie legate al judo fa sì che si apprenda a essere responsabili nei confronti degli
altri accettando. sconfitte, controllandosi nella vittoria, aiutando i compagni più giovani e inesperti. Proprio
relativamente a questo ultimo aspetto fondamentale risulta nel judo il ruolo dell'Uke ovvero di colui il quale si
presta affinché il compagno esegua il movimento o applichi la tecnica in modo corretto, l'uke si mette
generosamente a disposizione affinché l'altro impari trasmettendo il valore della collaborazion. Il Judo aiuta, quindi,
a crescere attraverso una comprensione profonda del valore della relazione inter-soggettiva (tra compagni e
maestro) ed intra-soggettiva (tra corpo e mente).
Il judo persegue obiettivi di natura apprenditiva e formativa che consentono al soggetto di migliorare:
• attenzione e concentrazione
• controllo di sé e dell'ambiente;
• ragionamento
• immaginazione
Relativamente all’ immaginazione, il Judo esercita una spiccata capacità di "immaginazione" soprattutto ideativo-
motoria; creando situazioni sempre nuove spinge il soggetto alla simulazione soggettiva ovvero alla previsione di
comportamenti, gesti, circostanze rispetto alle quali c'è una costante richiesta di modificazione e riadattamento
funzionale degli schemi di azione. Per tali ragioni il Judo viene considerato une sport tipicamente "situazionale"
ovvero un'attività nella quale la capacità di controllo di sé e dell'ambiente, diventa strategica. Il judo educativo,
infatti, investendo molto sulla "comprensione della situazione", finisce per favorire una forte competenza auto-
orientativa: il piccolo atleta posto in una situazione che muta continuamente è costretto a produrre sempre più
sofisticate capacità di osservazione, di comprensione, di ragionamento, di simulazione e, naturalmente, di
previsione del comportamento dell'avversario. Sembrerebbe anche favorire un decremento di comportamenti
violenti, di atteggiamenti antisociali e di bullismo, oltre a diminuire sensibilmente l'uso del linguaggio scurrile. In
sintesi il Judo educativo è una disciplina in grado di far maturare competenze ed atteggiamenti socio-relazionali
efficaci tali da produrre un ampliamento del bagaglio di esperienze comportamentali e motorie che trovano
impiego ed applicazione in molte circostanze della vita. Il Judo rende la pratica motoria e sportiva un'occasione di
crescita e di sviluppo fisico, cognitivo, emotivo e sociale.

Corpo e postura
Il corpo esprime un linguaggio, a volte complicato, a volte facilmente leggibile. La questione risiede nel fatto che noi
vediamo soltanto ciò che conosciamo e per questo non siamo sempre bravi a riconoscere il linguaggio corporeo. La
posturologia è una branca afferente alla medicina che si prefigge lo scopo di leggere questo tipo di linguaggio,
osservando ciò che il corpo esprime, ragionando sulle sue manifestazioni, senza fermarsi al sintomo o al disturbo
principale. Un esempio può essere rappresentato da un paramorfismo molto comune cioè l'atteggiamento
scoliotico. In passato l'opinione prevalente di medici e specialisti era quella di fare ricorso a busti e a corsetti, cioè
ad ausili terapeutici atti a "riparare" ovvero a ripristinare la postura corretta che si era persa. Nel tempo tale
approccio si è rivelato spesso inadeguato se non addirittura controproducente. Il motivo di tale inadeguatezza
risiedeva nella parzialità e settorialità dell'approccio stesso: guardare solo alla schiena preoccupandosi
esclusivamente della scoliosi senza chiedersi il perché. Prendendo al contrario guardando al problema, in un'ottica
più ampia ed olistica, nella complessità della sua manifestazione, magari si poteva scoprire che tale scoliosi era
imputabile, ad esempio, ad un difetto della visione che, producendo una inclinazione del capo. Oppure era riferibile
ad un disallineamento della mandibola che finiva per determinare un compenso a livello della schiena. Un esperto
in posturologia assume invece rispetto a tale evento, un atteggiamento diverso tendente a comprendere il perché
di un siffatto fenomeno, cercando di andare alle cause della manifestazione del sintomo. I principi teorici che la
posturologia assume possono essere in sintesi riferiti alla "teoria del caos" secondo la quale "piccole variazioni nelle
condizioni iniziali producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine in un sistema".

Approcci terapeutici e professionali innovativi: la terapia miofunzionale.


Molti innovativi approcci in ambito posturologico si stanno affermando negli ultimi anni e, tra questi, uno rilevante
risulta essere la cosiddetta "terapia miofunzionale", un approccio terapeutico basato prevalentemente sulla
rieducazione della postura linguale. Fino a qualche anno fa parlando di lingua non si andava oltre il riconoscimento
della sua importanza per il linguaggio e la deglutizione. La svolta nella conoscenza e nell'accettazione da parte della
classe medica di tale teoria è avvenuta soltanto con la scoperta che l'emergenza nel palato del nervo naso-palatino
è ricchissima di esterocettori, cioè dei recettori coinvolti nel meccanismo della informazione posturale. Facendo
posizionare la lingua in un punto preciso del palato, il paziente cambia la sua situazione posturale, riducendo gli
squilibri, riprogrammando l'appoggio plantare, variando l'atteggiamento della colonna. La lingua schiaccia i recettori
trigeminali e riprogramma il sistema tonico posturale.
La scoperta comunque di un ruolo della lingua nel trattamento posturale ha determinato la necessità di
comprendere lo studio delle disfunzioni della deglutizione tra le materie di studio accademiche.
Si è così sviluppato lo studio della rieducazione linguale come valido supporto alle varie tipologie di fisioterapia; si è
valutata, inoltre, la capacità della lingua di influenzare il funzionamento dei recettori posturali primari: sistema
visivo, sistema vestibolare, articolazione temporo-mandibola- re (ATM) e recettori podalici. Grazie a questo lavoro,
si sono condotte ricerche attraverso le quali si è apprezzato l'effetto miorilassante generale e l'effetto riequilibrante
sulla muscolatura di tutto il corpo determinato dalla stimolazione palatina. Ciò ha permesso di approfondire alcune
tematiche importanti e controverse co- me quella, ad esempio, del bruxismo.

II Gyrotonic Expansion System


A Juliu Horvath si deve lo sviluppo del Gyrotonic Expansion System, un sistema olistico di esercizi fisici tra i più
significativi per efficacia e completezza, che coniuga aspetti occidentali e principi orientali con insospettabile
naturalezza e semplicità. Con termini Gyrotonic Expansion System si deve intendere l'insieme dei due sistemi a
corpo libero, Gyrokinesis e Yoga For Dancers", del sistema di ginnastica assistita dal personal trainer, Gyrotonic,
delle metodologie e delle attrezzature. Attraverso movimenti circolari, della spina prima e degli arti poi, eseguiti con
distensione e musicalità, il corpo viene guidato da un lato a decomprimere le articolazioni e riequilibrare le catene
cinetiche muscolari, dall'altro vengono stimolati i centri energetici della tradizione indiana, i chakra e i meridiani
della Medicina Tradizionale Cinese.

Come nasce il sistema


L'intero sistema è frutto del lavoro di Juliu Horvath, che vide interrom- pere la sua carriera di primo ballerino a
causa di un grave infortunio al tendine d'Achille. Questo infortunio lo portò lontano dal palcoscenico, ma lo avvicinò
allo studio e alla ricerca espressiva potenzialità del corpo umano, attraverso l'osservazione comparata della natura
e della propria fisicità, la pratica dello Yoga e lo studio della MTC (medicina tradizionale cinese). La pratica è lo
studio di queste discipline lo conducono a recuperare la completa fisiologia del movimento e lo inducono a
introdurre nella danza i principi acquisiti. Nasce così lo Yoga For Dancers, una modalità di danza che integra le
caratteristiche dello yoga per aumentare la libertà e la fluidità del movimento. Per estendere i benefici della tecnica
oltre i confini della danza, Horvath sviluppa per tappe successive la Gyrokinesis, un sistema di esercizi a corpo
libero, strutturato in famiglie di esercizi tra loro propedeutici.
Nel corso degli anni Horvath realizza che l'efficacia della Gyrokinesis trova un ostacolo nella sua stessa natura di
ginnastica a corpo libero a causa dell'inadeguatezza del sistema propriocettivo dei praticanti. Progetta e costruisce,
quindi, la Pulley Tower Combination Unit", un'attrezzatura composta da una panca e da una torre. La panca è
corredata di due maniglie regolabili, che consentono movimenti circolari e fluidi. La torre, consente di eseguire
movimenti sia in carico sia in scarico. Progettata intorno e per il corpo umano, l'attrezzatura restituisce una grande
versatilità e permette la massima libertà di movimento. A differenza dei due sistemi a corpo libero, il Gyrotonic
prevede la relazione con un personal trainer (di seguito trainer), che guida la persona a lui affidata (di seguito
trainee) nell'esecuzione dei movimenti
Il Gyrotonic prevede un sistema di propedeuticità equilibrato tra gli esercizi che coinvolgono i diversi distretti
corporei al fine di rendere omogeneo, logico e naturale il percorso di apprendimento neuromotorio. Un sistema
logico, quindi, che però trascende la logica per consentire la comprensione dell'uomo come unità composita,
espressione di diverse forme di energia, la cui combinazione e interazione determina quella unica e irripetibile
magia che è l'individuo.
Il Gyrotonic" riconduce a schemi motori naturali, aiuta a renderli semplici e fluidi, senza interruzioni. Crea continuità
a livello muscolare tra estensione e contrazione, suggerisce continuità a livello intenzionale tra il farsi avanti e il
ritrarsi. Il movimento, in tutte le sue accezioni, dal corporeo all'emotivo all'energetico, diventa strumento di
liberazione e cambiamento. Il cambiamento, la trasformazione, l'evoluzione sono nel Gyrotonic", come nelle
discipline orientali, gli elementi che meglio rappresentano il fluire della vita.
Il movimento a questo punto diventa intenzionale e consapevole e consente l'esplorazione dei propri confini fisici e
motori alla ricerca continua di superarli, di andare oltre. L'intero processo si svolge in una successione di
coreografie circolari e spiraliformi, supportate da schemi respiratori, che restituiscono al corpo una dimensione
tridimensionale nello spazio e un senso di espansione e di crescita nel tempo. La gratificazione che ne deriva
travalica il confine cor poreo e si allarga alla sfera emozionale, contribuendo allo sviluppo della ricerca del
benessere psichico.
Il percorso per diventare trainer di GyrotonicG prevede cinque diversi momenti formativi, dura circa dodici mesi e
necessita che il candidato abbia già svolto, come trainee, le sessioni di ginnastica sufficienti a conoscere le basi del
sistema. L'iter inizialmente predilige un intenso lavoro sul proprio corpo, in modo da consentire all'allievo di
comprendere le direzioni dei movimenti e di sentire su di sé le risposte che il corpo restituisce sia a livello fisico sia a
livello emozionale. Gradualmente l'allievo sperimenta in un lavoro a coppie, alternando- SI con il compagno nei
ruoli di trainer e di trainee. Il percorso termina, dopo un consistente periodo di tirocinio supervisionato.
L'insegnamento del Gyrotonic parte dallo stimolo visivo e linguistico e si sviluppa sfruttando l'imitazione motoria.
Appare evidente come la formazione di un trainer di Gyrotonic non possa essere esclusivamente mirata alla
conoscenza tecnica degli esercizi, ma diventa un vero e proprio percorso di studio e di crescita.