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“DDAI: IL DISTURBO DA DEFICIT DI

ATTENZIONE/IPERATTIVITÀ”

PROF.SSA GENEROSA MANZO


Università telematica pegaso DDAI: il disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Indice

1 DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE/IPERATTIVITÀ: QUADRO CLINICO E CAUSE


EZIOLOGICHE ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 3
2 LA DIAGNOSI ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ 8
2.1 DISATTENZIONE ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------10
2.2 IPERATTIVITÀ ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------11
2.3 IMPULSIVITÀ ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------11
3 DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE/IPERATTIVITÀ E APPRENDIMENTO --------------------- 12
4 DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE/IPERATTIVITÀ E LA SFERA EMOTIVA ------------------ 15
BIBLIOGRAFIA --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 17

Attenzione! Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da copyright. Ne è severamente
vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore
(L. 22.04.1941/n. 633)

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1 Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività:


quadro clinico e cause eziologiche
L’ ADHD (Acronimo inglese di “ Attention Deficit Hyperactivity Disorder”) si riferisce al
Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (in italiano il suo acronimo è DDAI) che si
caratterizza per la presenza di sintomi di disattenzione, impulsività/iperattività, riconducibili a
difficoltà nell’autocontrollo e nella capacità di pianificazione, non attribuibili a un deficit
dell’intelligenza.
Per quanto concerne le origini del DDAI fino al 1902 la documentazione è praticamente
inesistente. In quell’anno un medico inglese, G.F. Still, pubblicò su Lancet, un’autorevole rivista
medica, qualche osservazione su un gruppo di bambini che presentavano un “deficit nel controllo
morale ed una eccessiva vivacità e distruttività”. 1
William James, padre della psicologia, parlò di un deficit nel controllo morale, nella
concentrazione e nell’inibizione della volizione, tra loro legati ad un sottostante difetto neurologico.
Dopo la prima guerra mondiale, alcuni ricercatori notarono che i bambini che avevano contratto
l’encefalite mostravano comportamenti iperattivi e impulsivi.
Sembrava, quindi, abbastanza probabile che alcuni tipi di lesione celebrale erano causa di
iperattività. I ricercatori a questo punto supposero, che tutti i casi di iperattività fossero causati da
danni cerebrali, anche quando di essi non vi era traccia.
Nel 1968 comparve la seconda edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi
mentali, (DSM) il quale introduceva l’etichetta diagnostica “reazione ipercinetica del bambino”.
La scelta di questo termine enfatizzava l’importanza dell’aspetto motorio a scapito di quello
cognitivo.
Nel DSM-III il termine diagnostico per riferirsi al DDAI era “disturbo da deficit
d’attenzione”.Con la pubblicazione dell’edizione riveduta del DSM-III (1987), che ha introdotto la
definizione disturbo da deficit di attenzione/iperattività, esso è diventato la sindrome più studiata al
mondo.

1
CornoldiC., De Meo T., Offredi F., Vio C., Iperattività e autoregolazione cognitiva, Erickson, Trento 2001, p. 20-21.

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Il disturbo è anche stato definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come sindrome
ipercinetica (ICD-9, 1992) nel 1992 e, nel 1997, come disturbo ipercinetico (ICD-10,1997).La più
recente descrizione nosografia è contenuta nel DSM-IV del 1994.2
Riguardo le origini del DDAI nel corso degli anni Novanta le conoscenze scientifiche si
sono notevolmente arricchite per l’intensificarsi di numerosi studi, tuttora in corso, sul
funzionamento del cervello. Tuttavia il discorso sulle origini vede oggi, ancora pareri non uniformi:
da un lato c’è chi sostiene che esso derivi da condizioni ambientali particolarmente svantaggiate e
dall’altro c’è chi invece ritiene che le cause del disturbo siano da rintracciare in anomalie di tipo
neurobiologico. In realtà, è verosimile che la causa del DDAI sia multifattoriale e cioè che i vari
fattori, neurobiologici e psicosociali, contribuiscano insieme al suo manifestarsi, ma che i fattori
psicosociali, da soli, non siano la causa primaria. Tra coloro che sostengono l’origine organica, sulla
base di evidenze genetiche e studi di neuro immagini, il DDAI è riconosciuto come espressione di
un disturbo che coinvolge la corteccia prefrontale, i nuclei della base del cervelletto, e che si
manifesta come alterazione nell’elaborazione delle risposte agli stimoli ambientali. Alcuni studi
sulle tecniche di diagnostica per immagini hanno evidenziato che la corteccia prefrontale, parte del
cervelletto e alcuni nuclei della base dei bambini con DDAI risultano più piccoli di quelli sani. Tali
differenze appaiono significative poiché le aree cerebrali di dimensioni ridotte sono proprio quelle
che regolano l’attenzione, la programmazione e il controllo del comportamento, l’inibizione delle
risposte automatiche, la capacità di resistenza alle distrazioni.
Fondamentali si sono rivelati gli studi della genetica: un gran numero di attente valutazioni
ha suggerito che si tratti di un disturbo ereditario. Varie indagini hanno messo in evidenza che i
fratelli e le sorelle di bambini con ADHD hanno una probabilità di sviluppare il disturbo da 5 a 7
volte superiore a quella dei bambini appartenenti a famiglie senza casi di iperattività. Inoltre, i figli
di un genitore colpito dalla sindrome hanno fino al 50% di possibilità di sviluppare le stesse
difficoltà
Le ricerche più progredite avvalorano l’ipotesi che i geni coinvolti nella trasmissione del
Disturbo da deficit di attenzione/iperattività siano quelli che determinano il modo in cui il cervello
utilizza la dopamina. Si tratta di una sostanza che agisce da neurotrasmettitore: viene secreta dai

2
Cfr., Scheriani C., Bambini sopra le righe. Bambini affetti da Disturbo da deficit di attenzione/iperattività. Ricerca e
trattamento nella scuola dell’obbligo, Armando Editore, Roma 2007, p. 35.

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neuroni in alcune zone del cervello e va a modulare l’attività di altri neuroni, in particolare quelli
coinvolti nell’emozione e nel movimento
Questi soggetti possiedono con un’alta incidenza una particolare variante del gene che
regola la ricezione della dopamina3.
Altre possibili cause del disturbo da deficit di attenzione/iperattività sono state vagliate dalle
Scienze dell’alimentazione e dalla Tossicologia. Il collegamento tra i sintomi e l’alimentazione ha
destato un notevole interesse favorendo però anche diverse speculazioni.
Importanti intossicazioni di piombo possono dare luogo, nei bambini, a gravi encefaliti e,
quelli che guariscono, spesso mostrano sintomi di disattenzione e iperattività.
In ambito tossicologico è emerso che l’esposizione al fumo di sigarette e all’alcool in
particolare prima della nascita può causare un danno al cervello del nascituro determinando anche
sintomi analoghi a quelli della sindrome. Attualmente non esistono prove certe che il fumo o il
consumo di alcool causino iperattività e deficit di attenzione, ma resta una forte associazione tra
queste abitudini e il disturbo in esame.

Una delle principali caratteristiche del DDAI sono disturbi nell’attenzione.


I sintomi relativi alla disattenzione si riscontrano soprattutto in bambini che, rispetto ai loro
coetanei, presentano un’evidente difficoltà a rimanere attenti o a lavorare su uno stesso compito per
un periodo di tempo sufficientemente prolungato.
Il soggetto si lascia facilmente distrarre da stimoli esterni, ma anche interni (i propri
pensieri). Diversi autori sostengono che il deficit principale della sindrome sia rappresentato proprio
dalle difficoltà di attenzione, che si manifestano sia nelle situazioni scolastiche/lavorative, che in
quelle sociali.
L’attenzione implica la selezione delle informazioni utili (attenzione selettiva),
l’archiviazione in memoria dopo essere ulteriormente selezionate (attenzione focalizzata), il
mantenimento dello stimolo sensoriale dello sforzo prolungato nel tempo (attenzione mantenuta) e
l’adattamento allo spostamento dell’attenzione da un contesto all’altro attraverso processi
psicologici necessari (spostamento dell’attenzione) o l’utilizzo di strategie per svolgere più compiti
contemporaneamente (attenzione condivisa).

3
Cfr., Corbo, S. Marolla, F. Sarno,V. Torrioli, M. G. Vernacotola, S., Il bambino iperattivo e disattento, Franco
Angeli, Milano 2002, p. 17.

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È quindi evidente che il soggetto con deficit attentivo presenterà difficoltà multiple che
possono coinvolgere diversi livelli: dalla selezione delle informazioni, alla loro pianificazione, alla
difficoltà di condivisione, alla mancanza di flessibilità tra un compito e l’altro, ad un problema di
tempi4.
Il disturbo sembra legarsi soprattutto al fattore temporale, infatti i soggetti DDAI
manifestano difficoltà al mantenimento dell’attenzione per un tempo lungo.
Le ultime ricerche sembrano concordi nello stabilire che il problema maggiormente evidente
nel DDAI sia il mantenimento dell’attenzione (attenzione mantenuta), soprattutto durante attività
ripetitive e noiose. Queste difficoltà si evidenziano anche nelle situazioni ludiche, nelle quali il
bambino manifesta frequenti passaggi da un gioco all’altro, senza portarne a termine nessuno 5. La
durata della loro attenzione è molto limitata, di conseguenza nello svolgimento delle attività
commettono molti errori di distrazione. Non riescono a selezionare le informazioni presenti
nell’ambiente, qualsiasi rumore o evento attira la loro attenzione e la distoglie dall’attività del
momento e non sono capaci di ricondurla su ciò che stavano facendo prima di distrarsi. Danno
l’impressione di essere alla continua ricerca di stimoli nuovi, causando riluttanza ad impegnarsi in
attività che comportano un grosso sforzo attentivo, spesso, infatti, questi bambini rimandano lo
svolgimento dei compiti all’ultimo momento. Di solito, non riescono a seguire le istruzioni che gli
vengono date su come si svolge un compito, non per problemi di comprensione, ma per problemi
che investono la memoria a breve termine, ovvero quella che gli psicologi chiamano memoria di
lavoro. La memoria di lavoro consente di immagazzinare temporaneamente dei dati e di elaborare le
informazioni. Tutti noi utilizziamo tale memoria in moltissime attività della vita quotidiana:
quando eseguiamo calcoli aritmetici, quando teniamo a mente le indicazioni su come si raggiunge
una determinata strada ecc.
La memoria di lavoro dei bambini DDAI spesso non funziona molto bene, così quando
devono affrontare un compito complesso procedono in modo caotico e casuale.
È bene chiarire che chi soffre di questo disturbo non è totalmente incapace di prestare
attenzione, anzi, si “iperfocalizza” su qualunque cosa catturi il suo interesse.
La seconda caratteristica, che può essere associata o meno al problema di attenzione, è
l’iperattività, cioè un eccessivo livello di attività motoria e/o vocale.

4
Scheriani,C., op.cit., p.4.
5
Cornoldi C., De Meo T., Offredi F., Vio C, op.cit., p.3.

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Il bambino iperattivo manifesta continua agitazione, difficoltà a rimanere seduto e fermo al


proprio posto: è sempre in movimento sia a scuola sia a casa, durante i compiti e il gioco.
L’impulsività è la caratteristica distintiva del DDAI. Essa si manifesta nella difficoltà a
dilazionare una risposta, a inibire un comportamento inappropriato, ad attendere una gratificazione.
I bambini impulsivi rispondono troppo velocemente , interrompono frequentemente gli altri
quando stanno parlando, non riescono a stare in fila e attendere il proprio turno. Oltre ad una certa
persistente impazienza, l’impulsività si manifesta anche nell’intraprendere azioni pericolose senza
considerare le possibili conseguenze negative. Il bambino DDAI, a causa della sua impulsività,
tende a ripetere sempre le stesse azioni, anche se in passato sono state inefficaci o punite. Questo
comportamento non è dovuto né ad una cattiva conoscenza di ciò che è giusto fare, né alla volontà
di comportarsi male.
Viene a questo punto da chiedersi quale sia la differenza tra un bambino “vivace” e uno che
soffre di disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Infatti, molti bambini, soprattutto in età
prescolare e scolare, possono presentare i comportamenti sopra descritti. Correre, saltare,
arrampicarsi, avere difficoltà a concentrarsi, a mantenere l’attenzione su un compito e rispondere
impulsivamente sono le caratteristiche dei bambini in età evolutiva.
Il soggetto con DDAI è quello in cui la vivacità, la disattenzione e l’impulsività sono
eccessive, di intensità e frequenza tali da determinare una grave interferenza nella qualità della sua
vita e nel suo percorso evolutivo.
L’impulsività è una caratteristica che rimane abbastanza stabile durante lo sviluppo ed è
presente anche negli adulti con DDAI.

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2 La diagnosi
Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività è difficile da diagnosticare: non ha chiari segni
fisici che possono essere visti ai raggi x o tramite analisi di laboratorio e non esiste un test
diagnostico decisivo. Lo si può identificare solo osservando certe caratteristiche comportamentali,
ma i sintomi variano in base all’età e a seconda delle situazioni e delle circostanze; inoltre possono
essere intrecciati fra di loro in quantità e qualità variabili da persona a persona. Il disturbo, pur
recando sempre le stesse componenti (impulsività, difficoltà di attenzione, iperattività) potrebbe
manifestarsi in modo diverso in ciascun bambino e, talvolta, anche nello stesso bambino che si trovi
ad affrontare situazioni differenti6.
Una tappa iniziale ed importante della diagnosi è costituita dalla consultazione con il
pediatra del bambino. Egli rappresenta un punto di riferimento costante per i genitori con i quali
instaura un rapporto di fiducia, segue il bambino spesso per molti anni e viene coinvolto in tutto ciò
che riguarda il suo benessere generale.
Il pediatra può identificare i segni precoci della sindrome e avviare un percorso diagnostico
e terapeutico, insieme al servizio di neuropsichiatria. Il lavoro iniziale del neuropsichiatra infantile
si basa innanzitutto sulla raccolta di informazioni fornite dai genitori e dagli insegnanti e
sull’osservazione clinica del bambino da parte del pediatra e di altri specialisti. Il neuropsichiatra,
dopo essersi assicurato che il bambino rientra nei criteri diagnostici DDAI, deve fare in modo di
ottenere un quadro il più possibile chiaro sulla sua personalità, sulle relazioni familiari e con gli
amici, sui suoi punti di forza e su quelli deboli. Una valutazione completa comprende una visione
globale e attenta dei sintomi del bambino e della sua storia medica, psichiatrica, psicologica,
educativa e familiare.
Per quanto concerne la storia dei sintomi, il medico considera attentamente tutte le difficoltà
che il bambino e la sua famiglia stanno vivendo. Indagherà sulla natura precisa di queste difficoltà,
compreso il periodo in cui sono comparse per la prima volta, le situazioni nelle quali si realizzano, i
fattori che le esasperano o che le alleviano e gli effetti che esse hanno sul bambino e sulla sua
famiglia.

6
Fedeli D., La sindrome di Pierino, Giunti, Firenze 2006, p. 63

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L’anamnesi medica è volta a considerare la possibile presenza di ogni fattore di rischio che
abbia potuto predisporre il bambino al DDAI. Ad esempio, difficoltà e rischi verificatesi durante la
gravidanza o al momento del parto, quali problemi di salute della madre, l’assunzione di alcool o il
fumo di tabacco, un eventuale tossiemia, un travaglio prolungato o complicato. In tal contesto va
valutato anche se il bambino accusa difficoltà di udito, di vista o di linguaggio, di comprensione e
di espressione, in quanto ciascuna di queste abilità può giocare un importante ruolo in relazione alla
capacità di apprendere, di pensare, di instaurare relazioni interpersonali e di comportarsi in modo
adeguato; questa valutazione coinvolgerà varie tipologie di specialisti come logopedista, oculista
ecc.
Segue l’anamnesi psichiatrica che indagherà la presenza di qualsiasi difficoltà psichiatrica
psicologica che si è verificata nel passato, e sugli effetti di eventuali interventi compiuti su di esse .
A causa dell’impatto che la patologia può avere sull’educazione, sull’inserimento sociale e
sul futuro di un bambino, è importante che il medico sia messo a conoscenza del sistema educativo
adottato fino a quel momento. Il medico, con il consenso dei genitori, può ritenere opportuno
contattare la scuola del bambino per assumere notizie orali o scritte: con gli insegnanti del bambino
può, ad esempio, discutere l’eventualità di una valutazione da parte di uno psicologo
dell’educazione, della necessità di un insegnante di sostegno o di qualunque altro tipo di assistenza,
giudicherà opportuna per la valutazione ed il trattamento del bambino.
Le figure professionali, che in sede diagnostica si occuperanno del bambino/ragazzo,
effettueranno una serie di test ed osservazioni atte a stabilire l’esistenza o meno del disturbo e il
grado di gravità.
Vi sono molti strumenti per la valutazione del disturbo e la diagnosi in età evolutiva, essi
possono essere raccolti in insiemi diversi:
 Interviste cliniche: hanno lo scopo di inquadrare il problema, vanno rivolte
alla famiglia e, qualora il bambino/ragazzo sia sufficientemente grande, anche a lui.
 Questionari per la valutazione comportamentale: permettono di valutare il
giudizio espresso dalla famiglia, dai docenti e dal bambino, essi raccolgono una serie di dati
e informazioni utili ai fini diagnostici.

Tali strumenti hanno notevole rilevanza ma, quello più importante è senza alcun dubbio il
DSM, (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) nella sua forma più recente, la
quarta.

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Secondo il DSM-IV, per poter porre diagnosi di DDAI, un bambino deve presentare almeno
6 sintomi per un minimo di sei mesi e in almeno due contesti di vita (ad esempio, scuola e
famiglia); inoltre, è necessario che tali manifestazioni siano presenti prima dei 7 anni di età e
soprattutto che compromettano il rendimento scolastico e/o sociale.
È altresì necessario che i sintomi non possano essere spiegati da altre condizioni
psicologiche come depressione o ansia o da altre patologie che possono mimare i sintomi.

Ecco sintetizzati i sintomi e i criteri diagnostici del disturbo da deficit di


attenzione/iperattività secondo il DSM-IV:

2.1 Disattenzione

a) spesso non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei
compiti scolastici, sul lavoro, o in altre attività;
b) spesso ha difficoltà a mantenere l’attenzione sui compiti o sull’attività di gioco;
c) spesso non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente;
d) spesso non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici, le incombenze, o
i doveri sul posto di lavoro (non a causa di comportamento oppositivo o di incapacità di capire le
istruzioni);
e) spesso ha difficoltà a organizzarsi nei compiti e nelle attività;
f) spesso evita, prova avversione, o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono
sforzo mentale protratto (come compiti a scuola o a casa);
g) spesso perde gli oggetti necessari per i compiti o le attività (per esempio, giocattoli,
compiti di scuola, matite, libri o strumenti);
h) spesso è facilmente distratto da stimoli estranei;
i) spesso è sbadato nelle attività quotidiane.

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2.2 Iperattività

a) spesso muove con irrequietezza mani o piedi o si dimena sulla sedia,


b) spesso lascia il proprio posto a sedere in classe o in altre situazioni in cui ci si aspetta che
resti seduto;
c) spesso scorazza e salta dovunque in modo eccessivo in situazioni in cui ciò è fuori luogo
(negli adolescenti o negli adulti, ciò può limitarsi a sentimenti soggettivi di irrequietezza;
d) spesso ha difficoltà a giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo;
e) è spesso “sotto pressione” o agisce come se fosse “motorizzato”;
f) spesso parla troppo.

2.3 Impulsività

g) spesso risponde con impeto alle domande anche quando non sono rivolte a lui o prima
ancora che vengano formulate;
h)spesso ha difficoltà ad attendere il proprio turno;
i) spesso interrompe gli altri o è invadente nei loro confronti (per esempio, si intromette
nelle conversazioni o nei giochi).

La classificazione della sindrome è in continua evoluzione. Attualmente ne vengono indicate


tre principali forme:
 combinata, in cui sono presenti in modo consistente sia l’iperattività sia il
deficit attentivo.
 con iperattività prevalente, in cui la caratteristica dominante è l’iperattività.
 con disattenzione prevalente (ADD), in cui è particolarmente accentuata la
difficoltà attentiva7.

7
Di Pietro M., Bassi E., Filoramo G., L’alunno iperattivo in classe, Erickson, Trento 2001, p.16.

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3 Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività e


apprendimento

Pur avendo le stesse abilità cognitive, i bambini con DDAI hanno prestazioni scolastiche
inferiori ai loro coetanei.
Possiedono carenti capacità di organizzative e strategiche che ostacolano la loro
acquisizione di informazioni nuove, inoltre l'apprendimento è fortemente ostacolato dalla loro
impulsività, ossia dalla costante tendenza a lasciarsi ingannare da stimoli fuorvianti e a concludere
prematuramente le attività in cui sono coinvolti, e dalla loro difficoltà nel regolare lo sforzo
cognitivo.
Con l’ingresso nella scuola elementare le difficoltà dei bambini aumentano a causa della
presenza di una serie di regole da rispettare e di compiti da eseguire.
Sono stati condotti numerosi studi per analizzare la sovrapposizione tra sindrome da
iperattività e altri disturbi di apprendimento (lettura, scrittura, matematica), e sebbene la natura di
questa relazione non sia stata ancora ben definita, è possibile affermare che i comportamenti tipici
del disturbo da deficit di attenzione/iperattività determinano un secondario disturbo di
apprendimento: le difficoltà di attenzione e di autocontrollo interferiscono con l’acquisizione delle
competenze scolastiche. In questo caso il disturbo di apprendimento scolastico è un effetto
secondario rilevabile soprattutto negli ultimi anni della scuola elementare, quando si sono fatti
sentire maggiormente gli effetti cumulativi di una partecipazione solo parziale al lavoro scolastico.8
Questi bambini dispongono di una mente che fa fatica ad imparare dal momento che può
concentrarsi solo per breve tempo: i rumori e i movimenti che li circondano li distraggono
facilmente, spesso sfuggono loro le informazioni critiche o le istruzioni impartite dall’insegnante,
perché in quel momento stanno pensando a qualcos’altro. Nel momento in cui rimangono indietro
rispetto al gruppo-classe, risulta per loro estremamente difficile rimettersi al passo.9

8
Cornoldi, C. De Meo, T. Offredi, F. Vio, C., op.cit.,p.3.
9
Cfr,. Munden, A. Arcelus, J., Il bambino iperattivo, Ecomind, Salerno 2001, p. 27.

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Tuttavia, secondo alcuni studi, il ridotto tempo di attenzione, pur rivestendo un ruolo
fondamentale, da solo non sarebbe sufficiente a spiegare le scarse prestazioni scolastiche di un
bambino DDAI.
Un’ulteriore motivazione andrebbe ricercata, nell’assetto cognitivo di questi bambini,
caratterizzato da scarse competenze strategiche e organizzative. Nonostante dispongano di un
livello intellettivo nella norma e di una buona memoria di base, non riescono a sfruttare al meglio
queste risorse in quanto non sono in grado di utilizzare procedure di elaborazione e di
consolidamento delle informazioni.
Se l’insegnante non si rende conto delle cause delle loro difficoltà, gli sforzi di questi
bambini rischiano di essere oggetto di critica o di derisione.
Il bambino affetto da DDAI dimostra di avere concrete difficoltà nell'area matematica, dove
si evidenziano problematiche riferite soprattutto al problem solving e all'acquisizione dei fatti
numerici (tabelline). Questo probabilmente è da ritenersi collegato alle difficoltà dei
ragazzi/bambini di effettuare operazioni logiche. Inoltre ciò è sicuramente correlato all'area
linguistica: essendoci dei problemi riferiti alla comprensione e rielaborazione del testo
inevitabilmente vi è una compromissione già in partenza, non riuscendo a comprendere il testo
problemico, non sistemando logicamente i dati necessari e quindi non rielaborando correttamente le
informazioni a disposizione, inevitabilmente manca la fase finale cioè la risoluzione. Inoltre la
mancata comprensione delle strutture e del significato dei simboli non permette l'acquisizione della
formalizzazione utile per sveltire procedure e soluzioni di problemi.
Si evidenziano difficoltà anche nel caso delle esposizioni orali e scritte, in quanto non
possiedono l’abilità di ideare e di programmare dei concetti che intendono esprimere. Questi
bambini dimostrano di avere problemi anche per quel che riguarda la comprensione dei testi scritti a
causa della difficoltà nell'elaborazione attiva delle informazioni e nell'uso controllato della memoria
di lavoro. A tutto questo si associa la caratteristica difficoltà a porre attenzione per intervalli di
tempo prolungati, soprattutto se si tratta di argomenti che non attirano immediatamente il loro
interesse.
Non meno problematica è l’organizzazione e studio nei compiti a casa. I bambini con DDAI
in effetti hanno strategie di studio meno efficaci, conoscono quanto dovrebbero fare, ma non sanno
utilizzare adeguatamente tali conoscenze.
Questi bambini necessitano di un aiuto nell'organizzazione del materiale scolastico e quindi
anche nella produzione dei compiti. In particolare è utile un aiuto esterno capace di fungere da

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focus attentivo esterno, poiché autonomamente sono incapaci di autoregolare la loro attenzione per
lunghi intervalli di tempo, spesso la presenza di una persona esterna che semplicemente gli si
avvicini rappresenta un aiuto sufficiente per "ricaricare" la loro attenzione.

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4 Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività e


la sfera emotiva
È stato ipotizzato che il 25% dei casi con DDAI presenti anche disturbi di ansia. In età
adolescenziale i soggetti con DDAI possono sviluppare dei tratti ansiosi a seguito di una serie di
fallimenti in ambito sociale e scolastico che hanno accumulato durante la crescita, che li rendono
insicuri rispetto alle loro capacità e incerti sui risultati dei loro comportamenti.10
Un altro ampio gruppo di bambini con DDAI riceve una seconda diagnosi di disturbo
dell’umore. Dal punto di vista clinico non risulta facile discriminare un DDAI da un disturbo
dell’umore, in quanto i genitori riferiscono, per entrambe le problematiche, difficoltà di
concentrazione e iperattività. In realtà, spesso i bambini che vivono un disagio emotivo manifestano
il loro malessere attraverso una serie di comportamenti tra cui agitazione e disattenzione. Pertanto è
necessario parlare con i genitori per indagare la presenza di altri sintomi che non rientrano nel
quadro del DDAI, come la mancanza di interesse in attività prima considerate piacevoli,
l’irregolarità di alimentazione o di sonno e la presenza di affermazioni negative su se stessi e sulle
situazioni in generale.
Il bambino vive un profondo disagio per il suo disturbo: vorrebbe essere uguale ai compagni
e invece spesso è considerato cattivo e insopportabile.11
Le esperienze fallimentari protratte nel tempo, sia nell’ambito scolastico che relazionale,
portano il bambino a sviluppare una bassa autostima e ciò produce l’effetto di rinforzare i
comportamenti disturbanti e di impedire una motivazione al cambiamento.
Si crea in tal modo una spirale in cui il comportamento disturbante provoca una reazione
sociale che rinforza, a sua volta, la sintomatologia e un rifiuto verso il cambiamento.
Il risultato è che questo bambino, che appare spavaldo e provocatorio, in realtà soffre un
disagio interiore, arriva a credere di essere cattivo, che gli altri ce l’abbiano con lui, vorrebbe
modificare il suo comportamento, ma non sa come fare.
Il rischio a cui va incontro se non viene compreso, accettato e aiutato, è quello di sviluppare
un’immagine di sé alquanto negativa.

10
Cornoldi, C. De Meo, T. Offredi, F. Vio, C., op.cit., p.3.
11
Corbo, S. Marolla, F. Sarno, V. Torrioli, M. G. Vernacotola, S., Il bambino iperattivo e disattento, Franco Angeli,
Milano 2002, p. 25.

Attenzione! Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da copyright. Ne è severamente
vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore
(L. 22.04.1941/n. 633)

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Università telematica pegaso DDAI: il disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Accanto al disturbo d’ansia, alcuni ragazzi sviluppano i sintomi del disturbo d’umore perché
vivono un senso di fallimento e di frustrazione. Si è visto, infatti, che essi interrompono più
frequentemente un’attività prima degli altri quando sperimentano un insuccesso, a conferma di una
loro maggiore predisposizione a sviluppare una sfiducia nelle proprie capacità e, in ultima analisi,
un atteggiamento depressivo.12

12
Cfr,. Cornoldi, C. De Meo, T. Offredi, F. Vio, op.cit., p.3.

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Bibliografia

 Corbo, S. Marolla, F. Sarno,V. Torrioli, M. G. Vernacotola, S., Il bambino


iperattivo e disattento, Franco Angeli, Milano 2002.
 Cornoldi C., De Meo T., Offredi F., Vio C., Iperattività e autoregolazione cognitiva,
Erickson, Trento 2001.
 Di Pietro M., Bassi E., Filoramo G., L’alunno iperattivo in classe, Erickson, Trento
2001.
 Fedeli D., La sindrome di Pierino, Giunti, Firenze 2006.
 Munden, A. Arcelus, J., Il bambino iperattivo, Ecomind, Salerno 2001.
 Scheriani C., Bambini sopra le righe. Bambini affetti da Disturbo da deficit di
attenzione/iperattività. Ricerca e trattamento nella scuola dell’obbligo, Armando
Editore, Roma 2007.

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