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12/11/2020 E se fossimo tutti “quasi” traduttori?

– Alfabeta2

Francesco Laurenti

«L’uom che parla, non fa che tradurre le proprie idee, non perché le parole abbiano il
potere di trasportare le sue idee nella testa di chi lo ascolta, ma perché idee analoghe alle
sue vi si risveglino al suon delle parole ch’egli usa». In questi termini, già agli inizi
dell’Ottocento, Giovanni Carmignani nella Dissertazione critica sulle traduzioni (un
contributo di stampo traduttologico tanto originale quanto a oggi in pratica dimenticato),
avviava la propria riflessione teorica nel tentativo di definire l’atto del tradurre.

Nello stesso illuminante contributo, vincitore del concorso bandito dall’Accademia


Napoleone di Lucca nel 1806 (per un’indagine sui «danni e vantaggi arrecati alla
letteratura dalle traduzioni» e sulle potenzialità di queste di trasportare in una nuova
lingua «le idee e gli affetti» contenuti nell’opera originale), Carmignani auspicava, tra
l’altro, una maggiore sistematicità degli studi sulla traduzione, attraverso un dialogo tra
studiosi che evitasse il perpetuarsi d’indagini fondate esclusivamente sulla sensibilità
personale e non sulle conquiste di una condivisa «scienza dei segni».

Secondo Carmignani dunque, ogni parlante, nell’atto stesso del parlare, agirebbe alla
stregua di un traduttore.

Raramente, però, vi è una comunicazione esterna che non prenda le mosse dalla
comunicazione interna all’individuo.

In linea con quest’assunto, un fermo sostenitore del legame inscindibile tra il “linguaggio
interno” e il “linguaggio esterno” all’essere umano, Lev Vygotskij (la cui opera Pensiero e
Linguaggio cadde nelle strette maglie della censura stalinista poco dopo la pubblicazione),
nel 1934 sovvertì la tradizionale concezione del processo traduttivo, fondata sulle nozioni di
significato statico e di equivalenza tra i significanti, estendendola ad altri atti linguistici.

Secondo le intuizioni dello psicologo sovietico, il linguaggio della mente sarebbe, infatti, il
risultato di un processo di traduzione delle parole in pensieri e, viceversa, il linguaggio
verbale si configurerebbe come la traduzione dei pensieri in parole. Non solo il parlare, ma
anche il leggere e lo scrivere rappresenterebbero allora dei modi di tradurre, diremmo oggi,
in maniera intersemiotica.

Ogni lettore infatti, agendo similmente a un traduttore, attuerebbe così in primo luogo una
traduzione della lingua del testo letto in materiale mentale. Al pari ma in maniera inversa,
nell’atto della scrittura ogni individuo realizzerebbe una traduzione dal proprio linguaggio
interno a quello verbale.
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Ne deriverebbe come conseguenza che qualsiasi traduzione interlinguistica, dunque tra due
lingue diverse, sarebbe allora una “doppia traduzione”, che passa prima per la “traduzione
della lettura” e poi attraverso la “traduzione della scrittura”.

Linguaggio e pensiero, secondo le intuizioni di Vygotskij, sono ancora indipendenti nella


prima infanzia dell’individuo per integrarsi in seguito fino a stabilire una relazione di
reciproca e imprescindibile influenza. Proprio per questo il ricercatore sovietico dedicò
molta attenzione, nell’arco della sua troppo breve esistenza terrena, allo studio del
linguaggio dei bambini. Anche Octavio Paz s’interessò al linguaggio dei bambini che, forse,
osservò a lungo prima di giungere alla sua nota affermazione che potremmo tradurre così:
«imparare a parlare è imparare a tradurre: quando il bambino chiede alla madre il
significato di questa o di quella parola, ciò che sta effettivamente chiedendo è che gli venga
tradotto nel suo linguaggio il termine a lui sconosciuto». Per il Nobel messicano, convinto
che todo es traducción, il tradurre, allora, rappresenterebbe per un essere umano anche
l’utile e imprescindibile processo per imparare una lingua, quella propria.

La “squadra” di chi ha inteso la traduzione come un principio allargato, un processo innato


all’homo traducens e congenito alla condizione umana, è certamente più ampia. Potrebbe
includere, tra gli altri, Martin Heidegger («ogni parlare e ogni dire sono in sé un tradurre»)
e Peeter Torop (con la sua “traduzione totale”), Franco Volpi («la traduzione è un qualcosa
d’inevitabile che ci portiamo addosso, anche quando non siamo traduttori»), Cesare
Garboli («che tutto sia tradurre, è una verità fisiologica») e anche, con la “maglia da
titolare”, Enrico Terrinoni.

Le riflessioni di Terrinoni sul tradurre inteso come paradigma “all-inclusive” si spingono in


qualche modo oltre, in spazi d’ombra sinora poco esplorati, fino a prendere la forma di un
libro e permearne quasi ogni sua pagina. In Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura,
appena pubblicato da il Saggiatore nella storica collana La Cultura, l’idea che il genere
umano sia «contraddistinto dal gene traduttivo» è fondante e genera un testo di oltre
duecento pagine da leggere quasi tutte d’un fiato.

Oltre abita il silenzio è un’ininterrotta “selva” di riflessioni e rimandi teorici affrontati con
una gioiosità verbale di matrice joyciana (sembra che Terrinoni, passato per l‘ardua
impresa della traduzione dell’Ulisse e la titanica resa del Finnegans Wake in italiano, sia
rimasto contagiato da una joycity che quasi non concede pause). Il lettore, dopo un
possibile iniziale smarrimento, rimane conquistato dall’incedere rapido delle originali
riflessioni traduttive ed è accompagnato attraverso una moltitudine di connessioni spesso
inattese («veniamoci incontro, miei simili, ippocratici lettori»…«Ma andiamo per gradi e
torniamo sui nostri passi»). E così il lettore viene “tradotto” da Terrinoni, ragionamento
dopo ragionamento.

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Oltre abita il silenzio è costellato da una miriade di punti interrogativi, da una fitta
successione di domande-stimolo le cui risposte generano spesso altre domande e altri
dubbi (d’altronde, il primo punto fermo del tradurre non è forse quello interrogativo?).
Quella di Terrinoni è una teoria che si dilata e che, com’è stato detto, sembra premere
contro le sbarre in cui il genere vorrebbe rinchiuderla. Una teoria rafforzata da una
moltitudine di aforismi sul tradurre, di massime figlie dell’esperienza che potrebbero
essere assunte come illuminanti norme generali del tradurre. «Non dovremmo fare al testo
degli altri quello che non vorremmo fosse fatto al nostro»; «Quando traduciamo non
stiamo facendo altro che tradurre l’eterna metafora del nostro essere» e così, passando per
«Converto ergo sum», fino a «la traduzione è impossibile, sì, ma ha da farsi, perché il farsi
è la sua essenza», e oltre.

«Siamo tutti dei translating beings», ne è sicuro Enrico Terrinoni e si convince di ciò
anche il lettore che giunga alla conclusione del libro.

Le posizioni di Terrinoni fanno quasi immaginare una nuova potenziale fase degli studi
traduttivi. Una fase che, dopo l’importante svolta che ha privilegiato negli ultimi decenni la
riflessione sugli aspetti culturali connessi al tradurre, si apra anche alla dinamica traduttiva
intesa come modo di vivere, un agire che permea le nostre esistenze di esseri traducenti,
perché forse «la traduzione è tutto quello che facciamo, da quando veniamo al mondo a
quando ci dileguiamo nell’ignoto».

Enrico Terrinoni

Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura

il Saggiatore, 2019, 220 pp., € 24

Una risposta a “E se fossimo tutti “quasi” traduttori?”


DA OMERO A BRUNO, DA VICO A JOYCE – A DANTE! Oltre abita il silenzio…

“Octavio Paz (…): «imparare a parlare è imparare a tradurre: quando il bambino chiede alla
madre il signi cato di questa o di quella parola, ciò che sta effettivamente chiedendo è
che gli venga tradotto nel suo linguaggio il termine a lui sconosciuto». Per il Nobel
messicano, convinto che todo es traducción, il tradurre, allora, rappresenterebbe per un
essere umano anche l’utile e imprescindibile processo per imparare una lingua, quella
propria” (Cf. Francesco Laurenti, E se fossimo tutti “quasi” traduttori? – sopra)

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12/11/2020 E se fossimo tutti “quasi” traduttori? – Alfabeta2

“Un punto solo m’è maggior letargo/ che venticinquesecoli a la ‘mpresa,/ che fé Nettuno
ammirar l’ombra d’Argo […] Omai sarà più corta mia favella,/ pur a quel ch’io ricordo, che
d’un fante/che bagni ancor la lingua a la mammella” (Dante, Par. XXXIII).

Mi sembra che, partendo da Omero, Ulisse, Socrate, Platone, Giambattista Vico, Giordano
Bruno, James Joyce, e Samuel Beckett, giungendo là dove “Oltre abita il silenzio”, ri-
troviamo nalmente un Dante ri-nato (http://www.lavocedi ore.org/SPIP/article.php3?
id_article=5908). O no?!

Domenica di Pentecoste, 9 giugno 2019

Federico La Sala

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