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N.

RIZZO - IL PROBLEMA DEI DEBITI DI VALORE


PUBBLICAZIONI DELLA UNIVERSITÀ DI PAVIA
FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA P U B B L I C A Z I O N I D E L L A U N I V E R S I T À D I P AV I A
STUDI NELLE SCIENZE GIURIDICHE E SOCIALI FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA
NUOVA SERIE STUDI NELLE SCIENZE GIURIDICHE E SOCIALI
NUOVA SERIE VOLUME 138

123. - Umberto Stefini - La cessione del credito con causa di garanzia. 2007.
124. - Luca Passanante - Modelli di tutela dei diritti. L’esperienza inglese e italiana. 2007.
125. - Terrorismo internazionale e diritto penale. A cura di C. de Maglie e S. Seminara. 2007. NICOLA RIZZO
126. - Tommaso Maria Ubertazzi - Il procedimento di acquisizione di imprese. 2008.
127. - Francesca Cuomo Ulloa - La conciliazione. Modelli di composizione dei conflitti. 2008.
128. - Alessandro D’Adda - Nullità parziale e tecniche di adattamento del contratto. 2008.
129. - Cinzia Gamba - Diritto societario e ruolo del giudice. 2008.

IL PROBLEMA DEI DEBITI


130. - Bruno Tonoletti - Beni pubblici e concessioni. 2008.
131. - Vincenzo Sciarabba - Tra Fonti e Corti. Diritti e principi fondamentali in Europa:
profili costituzionali e comparati degli sviluppi sovranazionali. 2008.
132. - Cinzia Gamba - Domande senza risposta. Studi sulla modificazione della domanda nel
processo civile. 2008.
133. - Franco Mosconi - Scritti di diritto internazionale privato e penale, a cura di C. Cam-
piglio, in preparazione.
DI VALORE
134. - Emanuela Fugazza - Diritto, istituzioni e giustizia in un comune dell’Italia padana, in
preparazione.
135. - Giulia Rossolillo - Identità personale e diritto internazionale privato. 2009.
136. - Giuditta Matucci - Tutela dell’affidamento e disposizioni transitorie. 2009.
137. - Simona Briccola - Libertà religiosa e “Res Publica”. 2009.
138. - Nicola R izzo - Il problema dei debiti di valore. 2010.

 00,00
N. RIZZO - IL PROBLEMA DEI DEBITI DI VALORE
PUBBLICAZIONI DELLA UNIVERSITÀ DI PAVIA
FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA P U B B L I C A Z I O N I D E L L A U N I V E R S I T À D I P AV I A
STUDI NELLE SCIENZE GIURIDICHE E SOCIALI FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA
NUOVA SERIE STUDI NELLE SCIENZE GIURIDICHE E SOCIALI
NUOVA SERIE VOLUME 138

123. - Umberto Stefini - La cessione del credito con causa di garanzia. 2007.
124. - Luca Passanante - Modelli di tutela dei diritti. L’esperienza inglese e italiana. 2007.
125. - Terrorismo internazionale e diritto penale. A cura di C. de Maglie e S. Seminara. 2007. NICOLA RIZZO
126. - Tommaso Maria Ubertazzi - Il procedimento di acquisizione di imprese. 2008.
127. - Francesca Cuomo Ulloa - La conciliazione. Modelli di composizione dei conflitti. 2008.
128. - Alessandro D’Adda - Nullità parziale e tecniche di adattamento del contratto. 2008.
129. - Cinzia Gamba - Diritto societario e ruolo del giudice. 2008.

IL PROBLEMA DEI DEBITI


130. - Bruno Tonoletti - Beni pubblici e concessioni. 2008.
131. - Vincenzo Sciarabba - Tra Fonti e Corti. Diritti e principi fondamentali in Europa:
profili costituzionali e comparati degli sviluppi sovranazionali. 2008.
132. - Cinzia Gamba - Domande senza risposta. Studi sulla modificazione della domanda nel
processo civile. 2008.
133. - Franco Mosconi - Scritti di diritto internazionale privato e penale, a cura di C. Cam-
piglio, in preparazione.
DI VALORE
134. - Emanuela Fugazza - Diritto, istituzioni e giustizia in un comune dell’Italia padana, in
preparazione.
135. - Giulia Rossolillo - Identità personale e diritto internazionale privato. 2009.
136. - Giuditta Matucci - Tutela dell’affidamento e disposizioni transitorie. 2009.
137. - Simona Briccola - Libertà religiosa e “Res Publica”. 2009.
138. - Nicola R izzo - Il problema dei debiti di valore. 2010.

 00,00
Nicola Rizzo - Il problema dei debiti di valore
PUBBLICAZIONI DELLA UNIVERSITÀ DI PAVIA
STUDI NELLE SCIENZE GIURIDICHE E SOCIALI
NUOVA SERIE  VOLUME 138
NICOLA RIZZO

il problema dei debiti


di valore

CASA EDITRICE DOTT. ANTONIO MILANI


2010
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

––––––

Copyright 2010 Wolters Kluwer Italia Srl

ISBN 978-88-13-28110-6

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adatta-


mento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie foto-
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comportare specifiche responsabilità per eventuali involontari errori o inesattezze.

Stampato in Italia - Printed in Italy

Grafiche TPM s.r.l. - Padova


Nel ricordo della cara zia Velia
“Non c’è alcun diritto naturale: questa espressione è una
vecchia scemenza del tutto degna del Procuratore Generale che
l’altro giorno si accaniva contro di me, e il cui avo fu arricchito
da una confisca di Luigi XIV. Non c’è un diritto, se non quando
c’è una legge che vieta di fare una certa cosa con la minaccia
della punizione. Prima della legge, non c’è di naturale che la
forza del leone, o il bisogno di chi ha fame, o ha freddo:
insomma, il bisogno…”

STENDHAL, Il Rosso e il Nero, trad. it., Milano, 2003, 585.


INDICE SOMMARIO

CAPITOLO I

I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI

Premessa............................................................................ Pag. 1
1.1. La dottrina dei debiti di valore .............................. » 4
1.1.1. Moneta come mensura e come mensuratum
nel sistema della moneta immaginaria e nella
teoria di Ascarelli................................................... » 5
1.1.2. Debiti di dare cose di genere e unità di
misura della prestazione, debiti di denaro e unità
di misura del valore ............................................... » 16
1.1.3. Unità di misura legale del valore, principio
nominalistico e rischio del creditore nelle
obbligazioni ad esecuzione differita ...................... » 24
1.1.4. Un potere d’acquisto come criterio di
misurazione della prestazione: la teoria dei debiti
di valore ................................................................. » 33
1.2. I debiti di valore come categoria di creazione
giurisprudenziale ................................................... » 44
1.2.1. Giustificazione strutturale dell’individuazione
dei debiti di valore come categoria di obbligazioni
sottratta all’applicazione del principio del valore
nominale ................................................................. » 47
1.2.2. Prevalenza di una giustificazione
funzionale nell’individuazione della categoria...... » 53
1.3. I debiti di valore nella dottrina .............................. » 60
1.3.1. I debiti di valore come tecnica di
liquidazione del risarcimento del danno ................ » 65
VIII INDICE SOMMARIO

1.3.2. I debiti di valore come debiti pecuniari? ..... Pag. 70

CAPITOLO II

LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME


CATEGORIA UNITARIA

2.1. Critica dell’attuale possibilità di costruire la


struttura dell’obbligazione pecuniaria in funzione
del riferimento ad un’unità di misura legale del
valore ..................................................................... Pag. 75
2.1.1. Critica della tesi che considera
l’applicazione del principio nominalistico
conseguenza della determinazione quantitativa
della prestazione in funzione di un’unità di
misura legale del valore......................................... » 88
2.2. Le funzioni della moneta, la moneta come
funzione ................................................................. » 95
2.3. Conclusioni intorno alla dottrina dei debiti di
valore ..................................................................... » 105
2.4. I debiti risarcitori come debiti di valuta................. » 108
2.4.1. I debiti risarcitori e il danno da mora........... » 114
2.5. Principio nominalistico e danno da mora
nell’indebito e nell’ingiustificato arricchimento ... » 124

CAPITOLO III

I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI


IL PROBLEMA DEL MOMENTO DELLA
DETERMINAZIONE DEL DANNO

3.1. Il risarcimento del danno nei debiti di valore ........ Pag. 134
3.1.1. La rivalutazione come completamento
(eventuale) del risarcimento del danno emergente » 134
INDICE SOMMARIO IX

3.1.2. Il danno da ritardo come componente del


danno principale: il lucro cessante......................... Pag. 144
3.1.3. Conclusioni intorno al risarcimento del
danno da ritardo nei debiti di valore ...................... » 159
3.2. I debiti di valore e il problema del momento della
determinazione del danno...................................... » 165
3.2.1. Il momento della determinazione del danno
extracontrattuale .................................................... » 166
3.2.1.1. Concezione reale e concezione
patrimoniale del danno, tempo del danno e
tempo della sentenza................................... » 168
3.2.1.2. Momento della determinazione del
danno e teoria della differenza.................... » 170
3.2.1.2.1. La tesi di Tedeschi ......... » 172
3.2.1.2.2. Causalità alternativa
ipotetica e momento della
determinazione del danno: le tesi
di Tedeschi e Trimarchi ................. » 176
3.2.1.3. Risarcimento in forma specifica e
momento della determinazione del danno .. » 182
3.2.2. Il momento della determinazione del danno
da inadempimento.................................................. » 184
3.2.3. La determinazione del danno al momento
in cui lo stesso si produce contrasta con il criterio
dell’id quod interest e integra un’aestimatio rei:
confutazione........................................................... » 187
3.2.3.1. La determinazione del danno al
momento in cui lo stesso si produce
contraddice la teoria della differenza:
confutazione................................................ » 189
3.2.4. La possibilità per il danneggiato di
chiedere la reintegrazione in forma specifica
impedisce la determinazione del danno al
momento in cui lo stesso si produce:
confutazione........................................................... » 191
3.2.5. Prestazione risarcitoria e situazione di
mora: il danno si determina al momento in cui lo
stesso si produce .................................................... » 198
X INDICE SOMMARIO

3.2.6. Mora del danneggiante e interesse del


danneggiato a disporre del credito risarcitorio ...... Pag. 203
3.2.7. Il momento della determinazione del danno
nella giurisprudenza sui debiti di valore................ » 205
3.3. L’art. 1219 2° comma n.1 e la tutela del
danneggiato............................................................ » 207

CAPITOLO IV

IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE


OBBLIGAZIONI PECUNIARIE

4.1. Il risarcimento del danno nei debiti di valuta ........ Pag. 211
4.1.1. L’orientamento tradizionale della
giurisprudenza ....................................................... » 213
4.1.1.1. La giurisprudenza di merito tra
rivalutazione della somma dovuta e
incostituzionalità degli artt. 1224 e 1284
c.c................................................................ » 218
4.1.2. La perdita di potere d’acquisto della
moneta come danno emergente ............................. » 221
4.1.3. Presunzioni personalizzate e presunzione
di mancato guadagno nella giurisprudenza delle
Sezioni Unite ......................................................... » 225
4.1.3.1. La perdita di potere d’acquisto
della moneta come danno in re ipsa ........... » 231
4.1.4. Un nuovo intervento delle Sezioni Unite..... » 236
4.1.5. Il divieto di cumulo tra interessi legali e
rivalutazione monetaria ......................................... » 246
4.1.6. Il superamento dello schema delle
presunzioni per-sonalizzate per categorie di
creditori.................................................................. » 249
4.1.7. La funzione degli interessi di cui all’art.
1224 ....................................................................... » 256
4.1.7.1. Danno da mora e interessi di
mercato ....................................................... » 268
INDICE SOMMARIO XI

4.1.8. La rilevanza giuridica della perdita di


potere d’acquisto della moneta: uno sguardo
d’insieme ............................................................... Pag. 276
4.2. Il risarcimento del danno nelle obbligazioni
pecuniarie............................................................... » 280

Indice degli Autori............................................................. » 283


CAPITOLO I

I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI

SOMMARIO: Premessa – 1.1. La dottrina dei debiti di valore – 1.1.1.


Moneta come mensura e come mensuratum nel sistema della mo-
neta immaginaria e nella teoria di Ascarelli – 1.1.2. Debiti di dare
cose di genere e unità di misura della prestazione, debiti di denaro
e unità di misura del valore – 1.1.3. Unità di misura legale del va-
lore, principio nominalistico e rischio del creditore nelle ob-
bligazioni ad esecuzione differita – 1.1.4. Un potere d’acquisto
come criterio di misurazione della prestazione: la teoria dei debiti
di valore – 1.2. I debiti di valore come categoria di creazione giu-
risprudenziale – 1.2.1. Giustificazione strutturale dell’indi-
viduazione dei debiti di valore come categoria di obbligazioni sot-
tratta all’applicazione del principio del valore nominale – 1.2.2.
Prevalenza di una giustificazione funzionale nell’individuazione
della categoria – 1.3. I debiti di valore nella dottrina – 1.3.1. I de-
biti di valore come tecnica di liquidazione del risarcimento del
danno – 1.3.2. I debiti di valore come debiti pecuniari?

Premessa

Quella dei debiti di valore è considerata una categoria del


diritto delle obbligazioni. Dottrina e giurisprudenza, senza
esitazioni, qualificano le obbligazioni di risarcimento del danno
contrattuale ed extracontrattuale che si estinguono con il
pagamento di una somma di denaro come debiti di valore. La
materia appare complessa, come è naturale quando si ha a che
fare con la moneta, ma la soluzione sembra consolidata: le
questioni che si pongono sono a valle rispetto alla definizione
2 CAPITOLO I

della categoria, sulla cui cittadinanza nel diritto civile non si


sollevano molti dubbi od obiezioni.
Non sembra, però, che questa mancanza di dibattito possa
essere considerata come il riflesso della scarsa problematicità
del tema.
Siamo di fronte, infatti, ad un istituto che, pur essendo
oggetto di ampia applicazione nella prassi, non trova
fondamento, né diretto né indiretto, in alcuna fattispecie
normativa. Obbligazioni che si estinguono con la dazione di una
certa quantità di moneta, per il fatto di avere la funzione di
risarcire un danno, non sono soggette alla disciplina delle
obbligazioni pecuniarie, e questo non per una scelta del le-
gislatore bensì per una valutazione dell’interprete. Non solo non
vi è, nell’ordinamento, alcuna disposizione che qualifichi gli
obblighi risarcitori come debiti di valore, ma il loro stesso
profilo si esaurisce nella mancata applicazione delle principali
norme sulle obbligazioni pecuniarie, quelle che ne regolano
l’adempimento e l’inadempimento: l’art. 1277 e l’art. 1224 c.c..
Si tratta, dunque, di un istituto inserito in un settore del
diritto delle obbligazioni, quello delle obbligazioni pecuniarie,
caratterizzato da regole e principi ai quali i debiti di valore
derogano, definendo la loro stessa identità nell’eccentricità
rispetto ad essi, e tutto ciò avviene senza che sia una norma a
stabilirlo.
Alla base della creazione della categoria dei debiti di valore
c’è l’idea che natura pecuniaria e funzione risarcitoria della
prestazione siano incompatibili. Si ritiene, più precisamente, che
applicando all’obbligazione quelle norme che derivano dal-
l’essere il suo oggetto una somma di denaro, le si impedirebbe
di raggiungere gli obbiettivi a cui la finalizza la sua funzione
risarcitoria.
Tale contraddizione viene superata regolando l’adem-
pimento e l’inadempimento delle obbligazioni risarcitorie in
modo, rispettivamente, opposto e diverso rispetto alle altre
obbligazioni pecuniarie. L’applicazione di altre regole alle
obbligazioni che hanno la funzione di risarcire un danno, o
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 3

meglio la disapplicazione della disciplina delle obbligazioni


pecuniarie, crea all’interno di queste una nuova categoria di
obbligazioni: i debiti di valore.
La giurisprudenza giustifica prevalentemente queste
soluzioni e, con esse, la stessa categoria dei debiti di valore,
sulla base della contraddizione tra struttura e funzione della
prestazione ed in forza dell’idea che, in caso di conflitto, sia lo
scopo e non l’oggetto dell’obbligazione a determinarne la
disciplina. Se questa è la ragione alla base dell’individuazione
dei debiti di valore, non sempre, però, è stata anche la strada
seguita per giustificare questa scelta interpretativa.
Si è cercato, infatti, di fondare la creazione della categoria
su una diversità ontologica che vi sarebbe, all’interno della
classe delle prestazioni che si estinguono in moneta, tra le
prestazioni che trovano fonte in un illecito e quelle che
eseguono un contratto. L’opera di Ascarelli rappresenta il
tentativo di giustificare, proprio sulla base di questa distinzione,
la sottrazione dei debiti risarcitori alla disciplina delle
obbligazioni pecuniarie, dando quindi una legittimazione
dogmatica ad una soluzione empirica.
La nostra tesi è che le prestazioni risarcitorie che si
estinguono in moneta non siano, da un punto di vista strutturale,
differenti dalle altre obbligazioni pecuniarie. La costruzione
della categoria dei debiti di valore non si giustifica su questo
terreno, ma su quello della pretesa incompatibilità tra la
funzione risarcitoria della prestazione e la sua natura di debito di
denaro. Laddove tale contraddizione fosse reale, la funzione
dovrebbe prevalere sull’oggetto della prestazione e portare a non
applicare alle obbligazioni risarcitorie la disciplina delle ob-
bligazioni pecuniarie, confermando così la categoria. Se, invece,
come si cercherà di dimostrare, l’ordinamento, apprestando gli
opportuni strumenti, evita in realtà che si crei questa
incompatibilità tra la disciplina dei debiti di denaro e quella dei
debiti risarcitori, anche a questi ultimi non si potranno che
applicare le regole che riguardano i primi.
4 CAPITOLO I

In questo lavoro, quindi, si cercherà di rimettere in


discussione la qualificazione delle obbligazioni risarcitorie come
debiti di valore, la sua esattezza da un punto di vista teorico e la
sua opportunità ed efficacia da un punto di vista operativo.
Sembra che il dibattito su questa materia, smorzato pro-
babilmente dalla grande fortuna che i debiti di valore hanno
avuto nella prassi, possa essere riaperto.

1.1. La dottrina dei debiti di valore

Si parlerà in queste pagine della dottrina dei debiti di valore


con riferimento all’elaborazione che di questa categoria è stata
fatta da Ascarelli.
Indubbiamente gli studi sui debiti di valore sono stati
arricchiti dall’indagine di più autori, tuttavia, l’averne
prospettata per primo, fra i giuristi italiani, l’individuazione, e la
quantità e profondità dei contributi dedicati a questo tema in un
lungo arco di tempo, permettono non solo di affermare una
primogenitura dell’opera di Ascarelli, ma anche di identificare
semplicemente la sua teoria con la teoria dei debiti di valore.
Ciò trova conferma nel fatto che tutti gli studi successivi
dedicati all’argomento hanno sostanzialmente preso, seppure
talvolta criticamente, quali presupposti della categoria quelli
individuati da questo Autore a fondamento della sua tesi.
L’indagine dei profili generali dei debiti di valore si
completerà con l’analisi del ruolo chiave ricoperto dalla
giurisprudenza che, nell’affermazione e promozione di questo
istituto extranormativo, ne ha tratteggiato i caratteri in modo in
parte diverso dall’impostazione originaria, per poi concludersi
con l’esame della fisionomia assunta dai debiti di valore nella
riflessione dottrinale.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 5

1.1.1. Moneta come mensura e come mensuratum nel sistema


della moneta immaginaria e nella teoria di Ascarelli

La premessa su cui poggia la teoria dei debiti di denaro di


Ascarelli è la contrapposizione tra moneta come unità di misura
legale del valore e moneta come strumento di scambio, quindi
tra moneta come mensura e moneta come mensuratum1.
L’analisi dei sistemi monetari d’antico regime, caratterizzati
dalla presenza di una moneta immaginaria, permette agevol-
mente di cogliere tale distinzione ed è, perciò, da questa analisi
che si prenderanno le mosse per spiegare la teorica ascarelliana
dei debiti di denaro.
Il periodo tra il XIII ed il XVIII secolo è caratterizzato, per
quanto riguarda il fenomeno monetario, dalla circolazione di una
molteplicità di monete, differenti nella denominazione, nel
contenuto metallico, nel peso. Se oggi si conviene l’acquisto di
un bene o la prestazione di un servizio per una certa somma in
euro, ed il pagamento avviene in quella somma in euro, allora lo
scambio poteva avvenire a fronte della dazione di un certo
numero di scudi, come di fiorini, di zecchini, di ducati, di
ducatoni, di filippi, di oboli e via dicendo2. Mentre oggi in un
singolo mercato (che, poi, può essere nazionale o sovra-
nazionale) gli scambi avvengono, tendenzialmente, con l’uso di
un’unica unità monetaria, allora in ciascun mercato (che poteva
avere le dimensioni di un comune, di una signoria, di uno stato
nazionale) ad essere scambiate, a fronte di beni e servizi, erano
una pluralità di specie monetarie.
Se il medesimo fondo poteva essere venduto per mille scudi,
ovvero per cinquecento zecchini o per ottocento ducati, qual era
l’espressione del valore di quel fondo? Era mille scudi, ovvero

1
Cfr. T. ASCARELLI, Obbligazioni pecuniarie, in Commentario del codice
civile Scialoja – Branca, sub. artt. 1277 – 1284, Bologna e Roma, 1959, 19.
2
Cfr. L. EINAUDI, Teoria della moneta immaginaria nel tempo da
Carlomagno alla rivoluzione francese, in Rivista di storia economica, 1936,
1 ss.
6 CAPITOLO I

cinquecento zecchini o ottocento ducati? Se, poi, un chilo di


pane poteva essere acquistato per tre scudi ed un metro di
velluto per dieci fiorini, qual era la misura che permetteva di
esprimere, reciprocamente, il valore del pane e del velluto? In
altre parole, data la pluralità degli strumenti di scambio, delle
monete circolanti, qual era l’unità monetaria attraverso cui si
esprimeva il valore dei beni, si contrattava? Ancora, se un
determinato bene era venduto per una certa quantità di ducati da
prestarsi in un momento successivo alla conclusione del
contratto, e al momento del pagamento il debitore disponeva di
fiorini e non di ducati, poteva l’obbligazione estinguersi con la
dazione di fiorini, e se sì in quale quantità?
Nella congerie di pezzi monetari circolanti, il valore del
fondo, del pane, del velluto, insomma il valore dei beni
acquistati e venduti sul mercato e dei servizi prestati era
espresso dalla lira, moneta immaginaria in quanto non coniata,
unità di conto che rendeva possibili le contrattazioni3.
Apposite ordinanze stabilivano il rapporto legale, il
ragguaglio, tra la lira e ciascuna delle differenti specie monetarie
circolanti. Ad una certa quantità di scudi corrispondeva una
certa quantità di lire, ad una quantità di fiorini un’altra quantità

3
Cfr. L. FANTACCI, Teoria della moneta immaginaria nel tempo da
Carlomagno a Richard Nixon, in Rivista di storia economica, 2002, fasc. 12,
301 ss., che spiega come “prima dell’Ottocento, non accade che la medesima
moneta assolva insieme, in maniera sistematica e generalizzata, entrambi i
compiti, di misura del valore e mezzo di scambio. La separazione delle
funzioni monetarie affonda le radici nella storia europea. L’unità di conto
istituita da Carlo Magno, la lira coi suoi multipli e sottomultipli, serve a
misurare il valore in rapporti di scambio dove la moneta raramente viene
usata come mezzo di pagamento. La moneta esiste a lungo come misura del
valore, anche in assenza di un mezzo generale degli scambi. La distinzione
rimane operante anche dopo la ripresa delle coniazioni auree e degli scambi
monetari, nella seconda metà del XIII secolo: ancora per tutta l’epoca
moderna, la moneta con cui si paga non è la moneta con cui si conta. Le
monete reali metalliche, d’oro e d’argento, di rame e di lega, vengono
impiegate sempre più diffusamente come mezzo di pagamento, ma i valori
dei beni scambiati, dei servizi prestati, e delle monete stesse, sono espressi in
unità di conto immateriali, le monete immaginarie”, 301 e 302.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 7

di lire e così via, ragguaglio dopo ragguaglio, per ciascun tipo di


moneta. La lira esprimeva il rapporto in cui stavano, rispetto alla
lira, tutte le specie monetarie, ed, in questo senso, si può dire
che la moneta che non circolava, la moneta immaginaria,
misurava la moneta circolante4.
D’altra parte, le contrattazioni avvenivano in lire, e se si
stabiliva che il prezzo di un podere era venticinque mila lire, il
compratore doveva prestare dieci mila scudi, poiché il rapporto
tra la lira e lo scudo era di 1 scudo = 2,5 lire, se la rendita annua
di un nobiluomo era di cinquecento lire, questi incassava
duecento scudi, se una misura di vino costava dodici lire, il
debitore si liberava consegnando venti testoni d’argento, in base
al ragguaglio legalmente fissato tra la moneta immaginaria e i
testoni d’argento, etc. In sintesi, la moneta con cui si pagava non
è la moneta con cui si contava. Da una parte, quindi, vi era una
moneta che fungeva da strumento di scambio: le specie
monetarie circolanti, dall’altra una moneta che esprimeva il
valore negli scambi: la moneta immaginaria5.
Abbiamo ora gli elementi per esaminare la struttura del-
l’obbligazione pecuniaria in tale sistema monetario6. Poniamo il
caso di una prestazione che avesse ad oggetto cento scudi e che
dovesse essere adempiuta in un momento successivo rispetto a
quello della conclusione del contratto. Essa poteva essere
considerata come la prestazione di quei cento scudi individuati,
caratterizzati dalla loro denominazione, scudo, e da un certo
contenuto di metallo prezioso, supponiamo cinquanta grammi di

4
Cfr. A. NUSSBAUM, Money in the law national and international a
comparative study in the borderline of law and economics, Brooklyn, The
Foundation Press, Inc., 1950, 37 ss., secondo cui “the livre, in the sense
described, was early labelled moneta imaginaria. It is the predecessor of the
modern ideal unit. While a modern monetary system is planned and
constructed in terms of a rationally conceived unit, the moneta imaginaria is
a historically given arithmetical scheme which is superimposed upon a
miscellany of coins”, 39 e 40.
5
Cfr. EINAUDI, op. cit., 7 e 8.
6
V. l’ampia analisi di storia dogmatica della moneta che T. ASCARELLI
svolge in La moneta. Considerazioni di diritto privato, Padova, 1928, 3 ss.
8 CAPITOLO I

oro. La prestazione di cento scudi avrebbe potuto, del resto,


essere riguardata semplicemente come la dazione di pezzi
monetari coniati in cinquanta grammi di oro. Allo stesso tempo,
però, cento scudi corrispondevano anche a duecentocinquanta
lire immaginarie, nel ragguaglio legale fissato dalle autorità, e si
sarebbe potuta intendere quella di cento scudi come la
prestazione di pezzi monetari ragguagliati al multiplo due-
centocinquanta dell’unità immaginaria7.
Accedendo alla prima prospettiva, la prestazione di cento
scudi non sarebbe stata diversa dalla prestazione di cento piatti
di porcellana Capodimonte. Così come se il debitore deve cento
piatti di porcellana Capodimonte, non potrà liberarsi dando
cento piatti di un’altra porcellana, allo stesso modo l’ob-
bligazione di cento scudi si estingueva solo con la prestazione di
cento scudi.
Se, al contrario, oggetto della prestazione non erano i cento
scudi in quanto tali, ma cento scudi coniati in cinquanta grammi
di oro, al momento stabilito per il pagamento il debitore poteva
liberarsi non solo con cento scudi, ma anche con la dazione di
quel qualunque numero di pezzi monetari di qualunque specie
che contenesse cinquanta grammi di oro. Quindi, ad esempio, se
ottanta fiorini o centoventi ducati, al momento del pagamento,
contenevano cinquanta grammi di oro, il debitore poteva
liberarsi anche con la prestazione di ottanta fiorini o di
centoventi ducati e non solo con quella di cento scudi. Se poi,
come facilmente poteva accadere, al momento dell’adem-
pimento gli scudi non avessero più potuto vantare la medesima
consistenza in oro del tempo della nascita del vincolo
obbligatorio, e cinquanta grammi di oro non fossero più stati il
contenuto di cento, ma di centodieci scudi, il debitore avrebbe
dovuto dare non più cento ma centodieci scudi, ovvero ottanta
fiorini o centoventi ducati.

7
Sul problema dei rapporti tra autonomia privata e variazioni monetarie nel
diritto comune, v. P. GROSSI, Ricerche sulle obbligazioni pecuniarie nel
diritto comune, Milano, 1960, 91 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 9

Sappiamo, d’altra parte, che cento scudi corrispondevano a


duecentocinquanta lire immaginarie. Ora, si potevano ritenere
oggetto della prestazione non i cento scudi, ma le
duecentocinquanta lire immaginarie, o meglio quel qualunque
numero di pezzi monetari di qualunque specie che fosse
ragguagliato a duecentocinquanta lire immaginarie. In questa
ipotesi, supponendo che al momento convenuto per il paga-
mento cento scudi non contenessero più i cinquanta grammi di
oro del tempo della conclusione del contratto, ma fossero,
tuttavia, ancora corrispondenti a duecentocinquanta lire, il
debitore si sarebbe comunque liberato con la dazione di cento
scudi, a prescindere dalla quantità di metallo prezioso del loro
conio.
La considerazione dei cento scudi come oggetto della
prestazione in quanto tali era legata ad un’economia ancora
prevalentemente di sussistenza, in cui, dato il ruolo marginale
del commercio, la moneta non si imponeva quale bene dotato di
particolari caratteristiche, cioè quale strumento di interme-
diazione nello scambio, ma era ritenuta bene tra gli altri beni:
cento scudi erano come cento pentole di rame o cento sedie. Il
debitore doveva pagare in moneta praecisa in qua est obligatus
e, in armonia con i principi generali delle obbligazioni, il
creditore, nelle prestazioni ad esecuzione differita, era esposto al
rischio della variazione della ragione di scambio con gli altri
beni dei pezzi monetari oggetto della prestazione. In altre parole,
tra il momento della conclusione del contratto e quello dell’
adempimento gli scudi potevano acquistare o perdere valore,
allo stesso modo delle pentole di rame o delle sedie.
Con il rifiorire dei commerci, i pezzi monetari vengono
qualificati come beni di natura peculiare, strumenti di scambio, e
si afferma il principio per cui una in alia moneta solvi potest. Il
debito di denaro diviene debito di una data quantità di metallo,
quella contenuta nei pezzi monetari oggetto della prestazione al
momento della costituzione del rapporto8. La liberazione del

8
Cfr. ASCARELLI, Obbligazioni pecuniarie cit., 98, secondo cui “si ammise
cioè che riferendosi a un determinato numero di monete quale oggetto del
10 CAPITOLO I

debitore consegue, quindi, alla dazione di quel qualunque


numero di pezzi monetari, comunque denominati, che, al tempo
dell’adempimento, contengano la medesima quantità di metallo
prezioso dei pezzi individuati quale oggetto della prestazione
tempore contractus. Il rischio del creditore, in questo non
diversamente dall’ipotesi precedente, è quello di una diminu-
zione del valore, del potere d’acquisto del metallo.
Questa è la teoria dell’intrinseco e la sua applicazione
prende il nome di principio del valore intrinseco o del valore
metallico9. È grazie ad essa che la moneta si afferma come tale,
che diviene possibile pagare in fiorini un debito espresso in
scudi o in zecchini un debito espresso in ducati, poiché i fiorini,
gli scudi, gli zecchini ed i ducati hanno, rispetto agli altri beni,
qualcosa che li accomuna: il fatto di essere strumenti di scam-
bio, moneta, identificata per ora per il suo contenuto in termini
di metallo prezioso10.
La moneta moderna non viene più coniata in metallo
prezioso, ma il principio del valore metallico continua ad essere
sancito nel nostro ordinamento, dall’art. 1280 1° comma c.c.,
per il debito di specie monetaria avente valore intrinseco11.
La determinazione, ad opera delle parti, del numero e della
specie dei pezzi monetari oggetto della prestazione, mentre era
interpretata, secondo la teoria dell’intrinseco, quale riferimento
al contenuto metallico degli stessi, veniva, invece, considerata,

debito, le parti non avessero fatto capo rigorosamente ai pezzi del tipo
indicato, ma al loro contenuto metallico”.
9
Sui concetti di bonitas intrinseca e bonitas extrinseca, v. l’ampia disamina
di GROSSI, op. cit., 315 ss.
10
Rileva ASCARELLI, loc. ult. cit., che “questo risultato importava un primo
passo del quale a volte sfugge la grande importanza. La quantità della
prestazione veniva invero così determinata nei termini di una misura dei
valori e non più ricorrendo alle misure delle cose del mondo fisico”. Al
contrario, “la tariffa dettata attraverso la moneta imaginaria, in sostanza, di
fronte al debito espresso in pezzi monetari, veniva ritenuta estranea alla
determinazione della quantità dovuta di fronte alle alterazioni che
occorressero tra la assunzione e il pagamento del debito”, op. ult. cit., 100.
11
Cfr. A. BELVEDERE, Debito di moneta avente valore intrinseco, in Diritto
monetario a cura di IRTI e GIACOBBE, Milano, 1987, 183 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 11

dai fautori del nominalismo quale indicazione di quel multiplo o


sottomultiplo della moneta immaginaria cui i pezzi monetari
individuati corrispondevano al momento della costituzione del
rapporto12.
L’esatto adempimento era, pertanto, subordinato alla
prestazione di quel qualunque numero di pezzi monetari,
comunque denominati, che corrispondesse non alla quantità di
metallo contenuta nei pezzi dedotti quale oggetto della pre-
stazione al momento della costituzione del rapporto, bensì a quel
multiplo o sottomultiplo della moneta immaginaria cui gli stessi
erano ragguagliati.
Quest’ultima ipotesi è quella dell’applicazione del principio
nominalistico13, per effetto del quale il creditore sarebbe stato
esposto al rischio di un mutamento del ragguaglio dei pezzi
monetari correnti nei termini della moneta immaginaria, con la
possibilità che allo stesso multiplo o sottomultiplo della lira
corrispondesse tempore solutionis un minor numero di pezzi
monetari; al rischio di una diminuzione del contenuto metallico
dei pezzi monetari, costante o variato che fosse, poi, il rapporto
tra gli stessi e la moneta immaginaria; ed infine, anche al rischio
della diminuzione del potere d’acquisto del metallo in cui i pezzi
erano coniati14.
Detto ciò, è ora importante riflettere sul concetto di misura
della prestazione, e formulare alcune definizioni che torneranno
utili nell’analisi del pensiero di Ascarelli: quelle di unità
materiali e legali di misura della prestazione.
Abbiamo detto che secondo la teoria dell’intrinseco i cento
scudi oggetto della prestazione rilevano per la quantità di
metallo prezioso contenuta negli stessi al momento della

12
Cfr. ASCARELLI, op. ult. cit., 111 nota 1.
13
Ritiene ASCARELLI, loc. ult. cit., nota 3, che “questo passaggio è oscurato
appunto da quell’identità di denominazione tra pezzi monetari e unità legale
di misura, alla quale d’altra parte deve la sua generalizzazione, sì che si tende
a ritenere che il debito sia conteggiato in termini di pezzi monetari correnti
non scorgendo come esso invece, salva appunto diversa determinazione, è
quantitativamente determinato nei termini dell’unità legale di misura”.
14
Cfr. ASCARELLI, op. ult. cit., 120.
12 CAPITOLO I

costituzione del vincolo obbligatorio. La liberazione del debitore


conseguirà alla dazione di quella quantità di scudi o di pezzi
monetari di altra specie che contengano, al momento
dell’adempimento, la quantità di metallo stabilita. Quanti pezzi
monetari dovrà prestare il debitore? Quanti siano coniati, ad
esempio, in cinquanta grammi d’oro.
Cosa sono, quindi, questi cinquanta grammi d’oro? L’unità
di misura della prestazione, perché consentono di stabilire, di
misurare, quanti pezzi monetari sono necessari per estinguere
l’obbligazione. Di che tipo di unità di misura si tratta? Di
un’unità di misura materiale del valore, materiale perché
determina quantitativamente la prestazione (il numero dei pezzi
monetari prestandi) in base ad una caratteristica appunto mate-
riale dei pezzi monetari, il loro contenuto in metallo prezioso;
del valore per distinguerla dalle unità di misura che fanno
riferimento a grandezze fisiche, quali le misure di lunghezza,
superficie, peso, volume e così via.
Secondo i nominalisti, invece, oggetto della prestazione di
cento scudi non è il loro contenuto metallico, ma la quantità di
lire con cui gli stessi sono ragguagliati, o meglio oggetto della
prestazione è la quantità di pezzi monetari, scudi o altri, che
stiano con la moneta immaginaria nel medesimo rapporto di
ragguaglio che caratterizzava i cento scudi al momento della
nascita del rapporto obbligatorio. Se, ad esempio, cento scudi
corrispondevano a duecentocinquanta lire, cosa sono queste
duecentocinquanta lire? L’unità di misura della prestazione,
perché indicano, come, d’altra parte, i cinquanta grammi d’oro,
quanti pezzi monetari sono necessari per l’adempimento. In
questo caso, però, a differenza del precedente, la prestazione è
quantitativamente determinata non da un’unità materiale, ma
legale di misura del valore, poiché il rapporto tra gli scudi e la
lira, e con esso la misura della prestazione, è stabilito dalla
legge.
Nel sistema monetario d’antico regime, di fronte al possibile
mutamento del contenuto metallico dei pezzi monetari o del
ragguaglio legale degli stessi nell’unità di conto, l’obbligazione
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 13

pecuniaria, per essere determinata, abbisognava del riferimento


ad un’unità di misura15. In un primo tempo questa veniva
individuata nel metallo prezioso (quindi in un’unità materiale di
misura del valore), successivamente nel ragguaglio legale con la
moneta immaginaria, perciò in un’unità legale di misura del
valore16.
In questa seconda ipotesi oggetto della prestazione era la
moneta, i pezzi monetari circolanti; unità di misura della
prestazione era ugualmente la moneta, l’astratta unità monetaria
di conto, cioè la moneta immaginaria. La moneta oggetto della
prestazione nella veste di strumento di scambio è misurata dalla
moneta in funzione di unità di conto: moneta come mensuratum
e come mensura17.
Come si è detto, se si considerava misura della prestazione
la quantità di metallo prezioso in cui erano coniati i pezzi
monetari convenuti, al debito si applicava il principio del valore
metallico. Al contrario, se misura della prestazione era l’unità
immaginaria, al debito si applicava il principio del valore
nominale. Così, solo alla determinazione della prestazione in
riferimento ad un’unità materiale di misura del valore (il metallo
prezioso) seguiva l’applicazione del primo principio, e solo la
determinazione in funzione dell’unità di misura legale del valore
era presupposto dell’efficacia del secondo. In questo sistema si
può, quindi, affermare che il principio del valore metallico si
identifica con la determinazione della prestazione in funzione di
15
Riguardo alla considerazione del valore della moneta al tempus
dispositionis o al tempus solutionis, nell’adempimento delle obbligazioni
pecuniarie di fonte contrattuale o legale, v. GROSSI, op. cit., 217 ss.
16
Sulla crisi ed il superamento della teoria metallista, v. GROSSI, op. cit., 383
ss.
17
Osserva ASCARELLI, op. ult. cit., 67, come questa distinzione tra moneta
come mensura e moneta come mensuratum trovi la sua prima formulazione
nell’opera di Charles Dumoulin.
GROSSI, op. cit., 384, spiega che “in Dumoulin la correlazione tradizionale tra
bonitas intrinseca e bonitas extrinseca si inverte: non son già la quantità e la
qualità di metallo contenute nel conio elementi essenziali della moneta
costitutivi per eccellenza del valore, bonitas intrinseca della moneta stessa,
ma la stima pubblica data al pezzo monetato […]”.
14 CAPITOLO I

un’unità materiale di misura del valore, come il principio del


valore nominale si identifica con la determinazione della
prestazione in funzione di un’unità legale di misura del valore18.
Per capire il pensiero di Ascarelli è importante tenere a
mente queste considerazioni, poiché la sua teoria dei debiti di
denaro si fonda sulla contrapposizione tra moneta come
mensura e moneta come mensuratum, tra pezzi monetari come
oggetto della prestazione e unità monetaria come misura della
prestazione.
Secondo l’Autore, il processo di unificazione tra pezzi
monetari ed unità monetaria che ebbe luogo a partire dal XIX
secolo avrebbe oscurato, ma non cancellato, questa distinzione.
Il riferimento diretto dell’unità legale di misura del valore ad
una certa quantità di metallo prezioso, nella specie l’oro, la
riduzione dei pezzi monetari circolanti ad un solo tipo, coniato
nello stesso metallo cui era ancorata l’unità di misura,
l’adozione, per i pezzi monetari, della medesima denominazione
dell’unità di misura, e la conseguente coniazione quali multipli o
sottomultipli della stessa, avrebbero fatto sì “che il ragguaglio
legale tra pezzi e unità di misura, nell’ambito di ogni ordi-
namento, venisse ormai espresso dalla stessa dicitura impressa
sui pezzi”19. Mentre il nuovo corso così determinatosi avrebbe
indotto gli interpreti a trascurare la distinzione tra pezzi mo-
netari e unità monetaria, cioè unità di misura del valore, proprio
il sistema monetario d’antico regime, caratterizzato dalla moneta

18
Spiega ASCARELLI, op. ult. cit., 120, che “il presupposto del principio del
valore nominale sta appunto nel riferimento ad una unità monetaria legale di
misura per la determinazione della quantità dovuta dell’oggetto della
prestazione, presupposto poi ritenuto senz’altro sussistente […] quando il
debito di danaro sia determinato con riferimento a una quantità di pezzi di un
ordinamento monetario e senza ulteriori indicazioni; la conseguenza del
principio del valore nominale sta nell’addossamento al creditore delle sorti
dell’unità di misura. Presupposto e conseguenza si armonizzano. Appunto in
quanto la quantità della prestazione è stata determinata nei termini di un’unità
monetaria di misura legale il creditore ne corre il rischio, godendo apprez-
zamento e rivalutazione e soffrendo deprezzamento e svalutazione”.
19
ASCARELLI, op. ult. cit., 46.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 15

immaginaria, costituirebbe il riferimento cui “far capo per


seguire storicamente la formazione del diritto vigente”20.
Con la rivoluzione francese ed il consolidamento degli stati
nazionali, ciascun ordinamento si dota di un’unità monetaria,
non più immaginaria ma reale, coniata in pezzi monetari che ne
assumono la denominazione e vengono numerati quali multipli o
sottomultipli dell’unità monetaria. Nei sistemi monetari del XIX
ed in parte anche del XX secolo, caratterizzati dal cosiddetto
gold standard, l’unità monetaria viene definita in riferimento
all’oro ed i pezzi monetari coniati nel medesimo metallo prezio-
so. Le unità dollaro, lira o franco equivalevano ed erano con-
vertibili in una certa quantità di oro.
Attualmente, le unità monetarie non sono più definite
attraverso il riferimento al metallo prezioso ed i pezzi monetari
non sono più coniati in tale materiale. Sia nei sistemi del gold
standard che in quelli attuali, per analizzare la struttura
dell’obbligazione pecuniaria, rimarrebbe, però, ferma la neces-
sità di distinguere tra pezzi monetari e unità monetaria, e,
quindi, tra i problemi che riguardano la natura monetaria
dell’oggetto della prestazione e quelli che, invece, concernono la
sua determinazione quantitativa in funzione di una od altra unità
di misura.
L’analisi del sistema della moneta immaginaria consente ad
Ascarelli di rendere manifesta tale distinzione, ritenuta sempre
attuale, e di chiarirne, così, le caratteristiche ed il senso.
Nell’odierno sistema in cui pezzi monetari e unità hanno la
medesima denominazione, il numero impresso sull’esergo dei
pezzi monetari o sulle banconote rappresenterebbe, infatti,
null’altro che il ragguaglio di quelle banconote o di quei pezzi
monetari nei termini dell’unità monetaria, dell’unità di misura
legale del valore dell’ordinamento cui gli stessi pezzi o
banconote appartengono. In questo modo la differenza tra i
sistemi monetari vigenti e quelli caratterizzati dalla presenza di
una moneta immaginaria starebbe soltanto nella maggiore
semplificazione dei primi.
20
ASCARELLI, op. ult. cit., 42.
16 CAPITOLO I

Così come cento scudi corrispondevano a


duecentocinquanta lire immaginarie, sulla base del ragguaglio
legale stabilito nelle ordinanze, allo stesso modo con
l’espressione cento euro impressa sulla banconota si farebbe
riferimento al fatto che quella banconota corrisponde a cento
volte l’unità di misura euro21. Così come la determinazione dei
pezzi monetari oggetto della prestazione nei termini della
moneta immaginaria, e non del metallo prezioso, faceva sì che il
debitore dovesse prestare, al momento del pagamento, quel
numero di pezzi monetari che corrispondesse allo stesso multi-
plo della moneta immaginaria, allo stesso modo, oggi, il riferi-
mento al multiplo dell’unità legale di misura del valore (il
multiplo cento dell’unità euro) farebbe sì che, al tempo del
pagamento, il debitore debba prestare banconote o pezzi mone-
tari che corrispondano allo stesso multiplo dell’unità legale
(cento euro).
Nel sistema monetario d’antico regime, l’affermazione del
principio nominalistico esprimeva la scelta di considerare i
cento scudi come pezzi monetari ragguagliati ad un certo
multiplo dell’unità di conto e non come pezzi monetari coniati
in una determinata quantità di metallo prezioso. Guardando alla
storia del fenomeno monetario, questa scelta rappresenta
l’approdo verso una considerazione della moneta quale unità
ideale di conto e non più quale misura naturale del valore
identificata in un valore intrinseco, quello del metallo prezioso
in cui erano coniati i pezzi monetari.

1.1.2. Debiti di dare cose di genere e unità di misura della


prestazione, debiti di denaro e unità di misura del valore

Ascarelli, nell’elaborazione della sua teoria dei debiti di


denaro, parte dall’osservazione che ogni obbligazione generica,

21
Afferma, infatti, ASCARELLI, op. ult. cit., 141, che “un debito di «cento
lire» è, a rigore, un debito di pezzi monetari dell’ordinamento lira per cento
lire (e cioè in misura corrispondente a cento volte l’unità di misura legale
lira) o se si preferisce di «cento lire in lire» […]”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 17

affinché si possa determinarne quantitativamente il contenuto,


necessiti del riferimento ad un’unità di misura22.
Questo tipo di obbligazione, infatti, ha ad oggetto la
prestazione di cose individuate per la loro appartenenza ad un
genere determinato, non distinguibili singolarmente, né quindi
individualizzabili sulla base di caratteristiche qualitative che le
differenzino l’una dall’altra23. Le cose generiche possono, così,
divenire oggetto di una prestazione solo grazie al riferimento ad
un’unità di misura che, operando una delimitazione, di carattere
non qualitativo bensì quantitativo, del genus prescelto, determini
il contenuto dell’obbligo di dare.
Tre sono i criteri individuati per la determinazione
quantitativa della prestazione generica: le misure che hanno per
oggetto le cose del mondo fisico, quali le misure di volume,
superficie, lunghezza, peso; le misure dei valori, materiali o
legali; un potere d’acquisto24. “Il primo criterio – spiega l’Au-
tore – è quello generale nella teoria delle obbligazioni; il secon-
do e il terzo caso possono a loro volta verificarsi (né potrebbe
essere diversamente trattandosi di criteri di misurazione),
qualunque sia l’oggetto dell’obbligazione; il secondo, quando la
prestazione abbia per oggetto pezzi monetari, concorre nel
definire il debito (generico) di danaro; il terzo è quello proprio
dei debiti di valore”25.
Il punto di partenza è, quindi, che una prestazione generica
ha bisogno per essere determinata del riferimento ad un’unità di
misura. È determinata la prestazione di un certo quadro di

22
Cfr. ASCARELLI, op. ult. cit., 67.
23
Osserva ASCARELLI, op. ult. cit., 74 nota 1, che “la numerazione ricorre
naturalmente con qualunque unità di misura, indicando appunto il multiplo o
il sottomultiplo dell’unità di misura adottata. Essa non abbisogna di essere
accompagnata dall’indicazione dell’unità di misura ai fini della determi-
nazione quantitativa della prestazione solo quando oggetto della prestazione,
ancorché generica, sono cose individue funzionando allora come unità di
misura la stessa cosa nella sua individualità (50 pipe Dunhill in contrap-
posizione a cinquanta kili di grano Manitoba, per voler esemplificare)”.
24
Cfr. ASCARELLI, op. ult. cit., 180.
25
ASCARELLI, op. ult. cit., 181.
18 CAPITOLO I

Schifano, così come può esserlo anche quella di un (qualunque)


quadro di Schifano, non è determinata, invece, la prestazione di
dare grano, che richiede il riferimento ad un’unità di misura del
peso (dieci chili di grano), così come non lo è la prestazione di
dare latte, per la cui determinazione si farà riferimento ad
un’unità di misura del volume (un litro di latte).
Per quanto riguarda le prestazioni di moneta, si dovrebbero
distinguere due ipotesi: la prima è quella della prestazione di
pezzi monetari precisamente individuati, la seconda considera il
caso in cui i pezzi monetari siano indicati genericamente. Nel
caso di un collezionista che acquista la prima banconota da dieci
euro stampata dalla Zecca saremmo nella prima ipotesi. Se,
invece, oggetto della prestazione sono cento euro, a venire in
gioco sarebbe la seconda: il fatto che la prestazione di cento
euro possa essere adempiuta con la dazione di qualsiasi banco-
nota da cento euro o con l’insieme di quelle qualsiasi banconote
da cinque, o dieci o venti euro che raggiungano la somma con-
venuta renderebbe quello di cento euro un debito di cosa gene-
rica26. Le prestazioni del primo tipo non trovano una disciplina
peculiare rispetto al diritto comune delle obbligazioni, laddove,

26
Per la classificazione del debito pecuniario come debito di genere v.,
inoltre, G. SCADUTO, I debiti pecuniari e il deprezzamento monetario,
Milano, 1924, ora in Gioacchino Scaduto Diritto civile a cura di PALAZZO, t.
I, Perugia, 2002, 357 ss., secondo cui “possono variare le formulazioni, ma
l’idea fondamentale rimane costante: il denaro è un potere patrimoniale
incorporeo, un rappresentativo di capitale, un valore quantitativo. Le singole
unità monetarie nella loro funzione di medio circolante e di mezzo generale
di pagamento non presentano alcuna caratteristica individuale e sono
sostituibili l’una con l’altra. Ben a ragione è generalmente riconosciuto che il
danaro costituisca l’esempio classico delle cose fungibili. Nulla importa la
materia concreta della quale il pezzo risulti formato; nulla importa il numero
portato dal biglietto di Stato o di banca. Il possessore delle unità monetarie
non distingue tra i singoli pezzi, i quali per lui sono la stessa cosa in quanto
sono capaci di adempiere la stessa funzione. Ed alla fungibilità del denaro si
ricollega la natura essenzialmente generica dell’obbligazione pecuniaria”,
419.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 19

invece, i debiti di pezzi monetari genericamente indicati


sarebbero oggetto di una “speciale problematica”27.
Le obbligazioni di dare pezzi monetari genericamente
indicati abbisognerebbero, al fine di essere quantitativamente
determinate, del riferimento ad un’unità di misura, come ogni
obbligazione generica. Potrebbe trattarsi di un’unità di misura
del mondo fisico (un chilo di euro), ma in questo caso oggetto
della prestazione non sarebbe una certa quantità di moneta
bensì, verosimilmente, una certa quantità di carta28. Se oggetto
della prestazione è la moneta come tale, cioè come mezzo
generale degli scambi, unità di misura sarà un’unità di misura
del valore29, materiale o legale, od un potere d’acquisto.
È più facile comprendere questo discorso guardando al
sistema monetario d’antico regime che ponendosi nella realtà
attuale. Allora era chiara l’importanza di stabilire se la
prestazione di cento scudi coniati in cinquanta grammi di oro e
corrispondenti a duecentocinquanta lire fosse misurata dal
contenuto in oro dei pezzi (unità di misura materiale) o dal
multiplo dell’unità di conto, le duecentocinquanta lire (unità di

27
ASCARELLI, op. ult. cit., 95.
28
ASCARELLI, op. ult. cit., 70 nota 2, parla di “ipotesi eccezionale, ma che
può verificarsi; così per monete cartacee completamente svalutate, e non
considerate, nel caso concreto, come pezzi monetari, ma acquistate per
etichette come avvenne per le monete degli ex imperi centrali dopo la prima
guerra europea ovvero nell’acquisto a peso di monete metalliche di sicura
lega, ovvero nell’acquisto di un determinato numero di pezzi monetari di
determinata forma (come per le nostre monete divisionarie metalliche da una
lira, acquistate per essere utilizzate, opportunamente rivestite, come
bottoni)”.
29
ASCARELLI, op. ult. cit., 69, precisa che “il ricorso ad un’unità di misura
dei valori per la determinazione quantitativa della prestazione ha del resto
normalmente luogo nelle obbligazioni la cui prestazione abbia per oggetto la
dazione di pezzi monetari; la storia dell’elaborazione di unità di misura dei
valori concorre con quella dei pezzi monetari e il ricorso a unità materiali e
legali di misura dei valori si afferma appunto in relazione alle obbligazioni di
dare pezzi monetari. È perciò nei riguardi delle prestazioni di dare pezzi
monetari che essenzialmente si pongono i problemi che attengono al ricorso a
unità di misura dei valori per la determinazione quantitativa della prestazione
ed è in questa sede che essi sono poi disciplinati dalla legge […]”.
20 CAPITOLO I

misura legale). Se, infatti, tra il momento della nascita del


rapporto obbligatorio e quello del pagamento il contenuto in oro
degli scudi fosse diminuito e fosse, invece, rimasto immutato il
loro ragguaglio nei termini dell’unità di conto, sarebbe stata
rilevante la differenza tra considerare la prestazione misurata da
un unità materiale (il debitore avrebbe dovuto dare più di cento
scudi) o dall’unità legale (il debitore si sarebbe liberato con
cento scudi).
Per avere oggi una prestazione in euro determinata da
un’unità di misura materiale del valore dovrebbero circolare,
accanto agli euro di carta e a quelli coniati in metallo semplice,
anche euro coniati in metallo prezioso. In questo caso, se le parti
nel titolo costitutivo del debito facessero riferimento al contenu-
to metallico dei pezzi monetari, la prestazione, così determinata
in funzione di un’unità di misura materiale del valore, sarebbe
soggetta, ex art. 1280, non al principio nominalistico ma a quello
del valore metallico30.
Normalmente, la prestazione di moneta sarebbe determinata
da un’unità legale di misura del valore. Secondo la teoria di
Ascarelli, se le parti convengono che l’una presti all’altra cento
euro, senza specificare ulteriormente l’oggetto della prestazione
(ad esempio facendo riferimento al contenuto metallico dei
pezzi prestandi), questa dovrebbe considerarsi determinata
quantitativamente da un’unità di misura legale del valore
(l’euro). La quantità di pezzi monetari euro necessaria ad estin-
guere l’obbligazione sarebbe così determinata dall’unità legale
euro e, pertanto, se al momento del pagamento al multiplo cento
dell’unità euro dovessero corrispondere non più cento ma
centodieci euro (come pezzi monetari), la prestazione sarebbe
adempiuta non con la dazione di cento euro ma con quella di
centodieci euro.

30
Cfr. ASCARELLI, op. ult. cit., 245, secondo cui “la determinazione
qualitativa della specie metallica delle monete dovute importa in via generale
e presuntiva il ricorso, quale misura dei valori per la determinazione della
prestazione, alla quantità del metallo indicato quale corrisponde a quella delle
monete pattuite nel momento della costituzione del debito”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 21

Unità di misura dell’obbligazione di moneta potrebbe


essere, altresì, un potere d’acquisto ed in quest’ipotesi,
individuato in un certo momento l’oggetto della prestazione in
cento euro, questa sarebbe misurata dal potere d’acquisto
espresso da quei cento euro nel momento considerato. Laddove,
al tempo del pagamento, cento euro non rappresentassero più il
potere d’acquisto stimato ma un potere d’acquisto minore, il
debitore dovrebbe prestare quella maggiore quantità di euro (ad
esempio centoventi) che in questo secondo momento esprima il
medesimo potere d’acquisto rappresentato dai cento euro stimati
quale oggetto della prestazione. In quest’ipotesi si avrebbe un
debito di valore, cioè la prestazione di una somma di denaro
determinata in funzione di un potere d’acquisto.
Vedremo in seguito quando, secondo questa teoria, la
prestazione di cento euro dovrebbe considerarsi determinata
dall’unità di misura legale del valore (debito di valuta) e quando
dal suo potere d’acquisto (debito di valore). Per il momento si
deve rilevare che, secondo questa tesi, sarebbero debiti di
denaro, soggetti alla disciplina degli artt. 1277 e seguenti c.c.,
quelle obbligazioni che abbiano ad oggetto pezzi monetari,
indicati genericamente, e che siano determinate quantitativa-
mente in funzione di un’unità di misura del valore, materiale o
legale.
Per usare le parole di Ascarelli “una speciale normativa per i
debiti, che perciò diremo di denaro, si fonda bensì da un lato sul
rilievo che oggetto della prestazione sono pezzi monetari (e cioè
tipicamente considerati tali), dall’altro però sul rilievo che detti
pezzi vengono indicati genericamente e che la loro quantità
viene fissata in funzione di una unità di misura dei valori: è con
queste caratteristiche che si riconnettono i problemi propri dei
debiti che diremo di denaro. A sua volta la mancanza di queste
caratteristiche importerà la inapplicabilità della normativa
propria dei debiti di denaro”31.
Quindi, la prestazione di dare la prima banconota da dieci
euro coniata dalla zecca non sarebbe un debito di denaro in
31
ASCARELLI, op. ult. cit., 66.
22 CAPITOLO I

quanto il pezzo monetario non è indicato genericamente ma


attraverso le sue caratteristiche qualitative, così come non
sarebbe debito di denaro la prestazione di un chilo di euro,
poiché gli euro non verrebbero considerati nella fattispecie come
strumenti di scambio.
Ugualmente non sarebbero debiti di denaro i debiti di valore
in quanto determinati quantitativamente in funzione di un potere
d’acquisto e non di un’unità di misura del valore.
In questo modo, come si può constatare, non basterebbe ad
un debito l’avere ad oggetto una somma di denaro per essere
qualificato e disciplinato come debito di denaro. Un debito di
valore, pur avendo ad oggetto cento euro, non sarebbe un debito
di denaro e così non sarebbe soggetto all’applicazione delle
norme che disciplinano tale specie di obbligazioni, tra cui e
principalmente la regola nominalistica, mentre un debito sempre
di cento euro, ma determinato in funzione dell’unità di misura
legale euro, sarebbe un debito di denaro e precisamente un
debito pecuniario o di valuta, in quanto tale soggetto al principio
del valore nominale.
All’interno della categoria dei debiti di denaro, così
delineata, l’Autore distingue i debiti pecuniari (o di valuta) dai
debiti monetari, ricorrendo i primi “quando i pezzi monetari
dovuti siano determinati solo attraverso la loro appartenenza a
un determinato ordinamento monetario indicandosene la
quantità con riferimento al multiplo o sottomultiplo dell’unità
legale di misura dei valori dell’ordinamento stesso”, laddove i
debiti monetari sarebbero caratterizzati dalla “ulteriore qualifica-
zione dei pezzi monetari prestandi o diverse indicazioni circa il
criterio al quale fare ricorso per la determinazione della loro
quantità”32. Così un debito di cento euro sarebbe un debito
32
ASCARELLI, op. ult. cit., 128. Spiega l’Autore, op. ult. cit., 131 e 132, che
“l’accezione che abbiamo scelto pel termine debiti pecuniari non coincide
con l’accezione del termine nella rubrica della sez. I capo VII titolo I libro IV
del codice, ove «pecuniario» equivale invece a «di danaro», analogamente a
quanto avviene nella rubrica dell’art. 1282. L’accezione della rubrica non
coincide però con quella dell’aggettivo «pecuniari» nell’art. 1277 I ° comma;
questa invece meglio si armonizza con l’accezione sopra svolta (e proprio
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 23

pecuniario, un debito di cento euro in oro sarebbe un debito


monetario.
La dialettica tra pezzi monetari e unità di misura del valore
rappresenta, indubbiamente, un punto di partenza originale
nell’analisi della normativa sui debiti di denaro. Ascarelli, del
resto, non manca di sottolineare l’unicità del punto di vista
prescelto, stigmatizzando, per converso, una presunta
trascuratezza della dottrina giuridica nello studio dei problemi
delle unità di misura e della loro rilevanza nella struttura
dell’obbligazione, e denunciando come “questa trascuratezza
naturalmente preclude di scorgere poi come la normativa dettata
per i debiti di danaro non possa essere intesa solo risalendo alla
peculiarità dell’oggetto della prestazione, dovendo farsi capo
anche alla peculiarità dell’unità di misura (che è unità di misura
dei valori) adottata per la loro determinazione quantitativa.
Perciò la dottrina si limita a definire il debito di danaro in
relazione alla peculiarità del suo oggetto (poi soggiungendo che
la relativa normativa si riferisce a debiti generici), ciò che
naturalmente non dà poi ragione della problematica al
riguardo”33.
In conclusione, si deve precisare che, secondo la ricostru-
zione in esame, le unità materiali e legali di misura del valore,
così come il potere d’acquisto, possono fungere da criteri di de-
terminazione quantitativa, di misurazione, anche per prestazioni
che abbiano un oggetto diverso dalla moneta. Si pensi a
prestazioni così definite: tanto grano, tanti piatti, tante penne

rilevando la mancanza dell’aggettivo «pecuniari» nell’art. 1280)”; e rileva,


op. ult. cit., 132 nota 1, come “più esatto sarebbe stato intitolare «delle
obbligazioni di somma di danaro» la rubrica della sezione e invece «delle
obbligazioni pecuniarie» quella dell’articolo. Ovvio invero […] che anche
negli art. 1278 – 1280 ritroviamo obbligazioni di «somma di danaro»
(espressione invece usata solo nella rubrica del 1277) e che invece (ove si
voglia mantenere all’aggettivo «pecuniario» un’accezione diversa da «somma
di danaro») non si rinviene un’obbligazione pecuniaria nell’ipotesi dell’art.
1280. Le rubriche della sezione e degli articoli denotano tuttavia la scarsa
elaborazione delle premesse delle disposizioni dettate”.
33
ASCARELLI, op. ult. cit., 74.
24 CAPITOLO I

quante corrispondono a cento euro (unità di misura legale del


valore), o tanto grano, tanti piatti, tante penne quante corrispon-
dono ad un chilo d’oro o anche ad una merce o ad un servizio
(unità di misura materiale del valore). In queste ipotesi, come in
quella del debito di somma di denaro, la quantità di beni pre-
standi sarebbe determinata da un’unità di misura del valore,
materiale o legale34.

1.1.3. Unità di misura legale del valore, principio nominalistico


e rischio del creditore nelle obbligazioni ad esecuzione differita

Nel sistema di Ascarelli la definizione del principio


nominalistico è inscindibile dal concetto di unità legale di
misura del valore35.
Solo di fronte al riferimento ad un’unità legale quale criterio
di determinazione quantitativa della prestazione potrebbe
concepirsi l’applicazione del principio nominalistico, e solo una
tale disciplina del rischio monetario potrebbe conseguire al
riferimento all’unità monetaria legale. Quando l’Autore spiega
come “il principio del valore nominale trovi il suo presupposto
nella determinazione della quantità dovuta in funzione di una
unità legale (e perciò legalmente variabile) di misura dei valori,
ed anzi si identifichi con questa determinazione […]”36, appare
chiaro come l’applicazione del principio nominalistico sia
ritenuta una conseguenza naturale del riferimento all’unità
monetaria legale. Da questo punto di vista, bene si comprende
l’idea che “il principio del valore nominale (così come quello
dei debiti pecuniari) non è a rigore «derogabile», così come non

34
Cfr. ASCARELLI, op. ult. cit., 143, 145 e 149.
35
V. come T. ASCARELLI, Studi giuridici sulla moneta, Milano, 1952, 81,
costruisce in modo parzialmente diverso la fattispecie di applicazione del
principio nominalistico quando afferma che “il principio del valore nominale
della moneta si collega alla determinazione dell’oggetto del debito, e perciò
presuppone necessariamente un debito, il cui oggetto sia costituito dalla da-
zione di una somma di denaro”.
36
ASCARELLI, Obbligazioni pecuniarie cit., 122.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 25

è «inderogabile»; la sua applicazione occorre costantemente, ma


in quanto ne occorra la fattispecie”37.
Se, cioè, non basta che la prestazione abbia ad oggetto una
certa somma di moneta perché ad essa si applichi il principio
nominalistico, ed è, invece, necessario che la stessa non sia stata
determinata facendo riferimento al contenuto metallico dei pezzi
monetari individuati, e neppure al potere d’acquisto dagli stessi
espresso, bensì all’unità di misura legale del valore, l’operatività
del principio nominalistico non potrà che seguire a tale determi-
nazione e ad essa non potrà che seguire l’efficacia di questo
principio.
L’applicazione al debito di denaro del principio
nominalistico non sarebbe, quindi, l’esito di una scelta
legislativa sancita dall’art. 1277, ma un risultato implicato dalla
struttura stessa della fattispecie determinata in funzione di
un’unità di misura legale del valore. È nella fattispecie non nella
norma che sarebbe contenuta la scelta nominalistica; infatti la
determinazione della prestazione in funzione di un potere
d’acquisto implicherebbe non l’applicazione del principio
nominalistico ma quella di un principio valoristico, con la
conseguenza di una rivalutazione della somma oggetto della
prestazione. Quindi, l’applicazione del principio nominalistico
non conseguirebbe al fatto che la prestazione abbia ad oggetto
cento euro, ma al fatto che quei cento euro siano misurati
dall’unità legale euro, e siano intesi come tanti pezzi euro che
corrispondono al multiplo cento dell’unità euro e non come tanti
pezzi euro che esprimono il medesimo potere d’acquisto
rappresentato da quei cento euro.
Il considerare oggetto della prestazione di cento euro i cento
euro come tali, cioè come multiplo dell’unità euro, a prescindere
dalla diminuzione o dall’aumento del potere d’acquisto dell’euro
dal momento della nascita dell’obbligazione a quello del
pagamento, e lo stabilire che, indipendentemente da questo
apprezzamento o deprezzamento della moneta, il debitore si li-
beri con la prestazione della moneta convenuta per il suo valore
37
ASCARELLI, op. ult. cit., 248.
26 CAPITOLO I

nominale (cento euro), non sarebbero conseguenza dell’operare


dell’art. 1277, bensì del tipo di unità di misura che determina la
prestazione (un’unità legale di misura del valore).
Specularmente, laddove la prestazione fosse invece misurata
da un potere d’acquisto (dal potere d’acquisto dei cento euro), la
rivalutazione della somma dovuta non sarebbe impedita dall’
operare dell’art. 1277, in quanto tale norma non sancirebbe la
regola nominalistica per le obbligazioni pecuniarie, ma per le
obbligazioni pecuniarie determinate in funzione di un’unità di
misura legale del valore.
È evidente come tale ricostruzione sia funzionale
all’individuazione di una categoria di obbligazioni di denaro
sottratte all’applicazione del principio nominalistico, i debiti di
valore. Laddove l’art. 1277 sancisse nell’ordinamento che se
un’obbligazione ha ad oggetto una somma di moneta il debitore
si libera con la prestazione della medesima somma numerica di
moneta (il valore nominale), non vi sarebbe spazio per indivi-
duare una classe di debiti che, pur avendo ad oggetto una
somma di moneta, sarebbero sottratti all’applicazione di questa
regola e soggetti ad una rivalutazione. Non vi sarebbe modo,
cioè, di affermare che ad una prestazione contrattuale di cento
euro si applichi il principio del valore nominale e ad una
prestazione risarcitoria di cento euro si applichi, al contrario, la
regola della rivalutazione.
Risultato che, invece, la tesi di Ascarelli mira a conseguire,
affermando che non basta perché si applichi il principio
nominalistico che la prestazione abbia ad oggetto una somma di
denaro, ma è necessario che la stessa sia determinata in funzione
di un’unità di misura legale del valore, e, infatti, i cento euro del
debito contrattuale sarebbero soggetti al principio nominalistico
in quanto andrebbero considerati come tanti pezzi euro quanti
corrispondono a cento volte l’unità di misura euro (come cento
scudi corrispondevano a duecentocinquanta lire immaginarie).
Invece, i cento euro del debito risarcitorio, corrispondendo a
tanti pezzi euro quanti esprimono il medesimo potere d’acquisto
di quei cento euro, sarebbero oggetto di un fattispecie estranea
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 27

all’applicazione del principio del valore nominale. Come già


rilevato, non sarebbe il fatto che la prestazione abbia ad oggetto
cento euro il presupposto dell’applicazione del principio del
valore nominale, ma il fatto che la prestazione di cento euro sia
determinata in funzione di un’unità di misura legale del valore e
non di un potere d’acquisto.
L’individuazione della funzione di unità legale di misura del
valore quale aspetto caratterizzante il concetto giuridico di
moneta spiega le scelte esegetiche dell’Ascarelli in relazione alle
norme dedicate alle obbligazioni pecuniarie ed in particolare
all’art. 1277 c.c..
Se la misura della prestazione è elemento strutturale
dell’obbligazione generica, e l’unità di misura del valore è
elemento strutturale dell’obbligazione generica di denaro, una
norma dedicata al principio nominalistico dovrebbe definirne la
fattispecie di applicazione a partire dal suo presupposto
strutturale, quindi dal riferimento ad un’unità legale di misura
del valore. L’art. 1277, invece, affermando che i debiti pecuniari
si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al
tempo del pagamento e per il suo valore nominale, sembra
contraddire questo assunto, individuando la soluzione del valore
nominale non quale portato necessario di una certa definizione
dell’obbligazione, bensì come l’esito di una scelta normativa
che, in quanto tale, riconosce un secondo termine di paragone,
che nell’attuale sistema monetario è il valore reale della moneta.
In altre parole, si potrebbe considerare fondata la tesi di
Ascarelli in un sistema in cui, avendo le monete circolanti un
contenuto in termini di metallo prezioso, la scelta compiuta con
il principio nominalistico fosse quella tra il valore metallico ed il
valore nominale, tra considerare la prestazione determinata da
un’unità materiale (il contenuto metallico) ovvero da un’unità
legale (il multiplo dell’unità monetaria).
Il principio nominalistico come sancito, in relazione al
contratto di mutuo, dall’art. 1821 del c.c. del 1865 aveva ancora
questa fisionomia. Stabiliva, infatti, la norma che “l’obbliga-
zione risultante da un prestito in denari è sempre della medesima
28 CAPITOLO I

somma numerica espressa nel contratto. Accadendo aumento o


diminuzione nelle monete prima che scada il termine del
pagamento, il debitore deve restituire la somma numerica
prestata, e non è obbligato a restituire questa somma che nella
specie in corso al tempo del pagamento”. Quindi, pur accadendo
aumento o diminuzione nelle monete il debitore avrebbe
comunque dovuto restituire la somma numerica prestata, perché
era ritenuta misura della prestazione non il contenuto metallico
delle monete (caso in cui, di fronte ad un aumento o ad una
diminuzione, il debitore non avrebbe dovuto restituire la
medesima somma numerica prestata), ma il multiplo convenuto
dell’unità monetaria; perciò il debitore doveva restituire moneta
per quel multiplo, la somma numerica prestata, a prescindere
dall’aumento o dalla diminuzione della quantità di metallo
prezioso nelle monete.
Salvo che fossero state somministrate monete d’oro o
d’argento e ne fosse stata pattuita la restituzione nella medesima
specie e quantità, ipotesi in cui, ex art. 1822 comma 1° c.c. del
1865, il debito sarebbe stato soggetto al principio del valore
metallico, se oggetto della prestazione era una quantità di
moneta, rappresentativa di un multiplo o sottomultiplo dell’unità
monetaria, ed avente un certo contenuto in metallo prezioso, il
legislatore considerava l’obbligazione misurata dall’unità
monetaria legale e non dal contenuto metallico del conio, e,
quindi, la sottoponeva alla regola nominalistica e non a quella
metallistica38.
Al contrario, la scelta che il legislatore del ’42 esprime
nell’art. 1277 è tra il valore nominale ed il valore reale della
moneta (il potere d’acquisto), lasciando poi spazio al principio
del valore metallico nell’art. 1280, se dal titolo costitutivo del
debito è stabilito che il pagamento deve farsi con una specie di
moneta avente valore intrinseco e sempreché la moneta avesse
corso legale al tempo in cui l’obbligazione fu assunta (norma
ormai priva di possibilità di applicazione non circolando,

38
Cfr. SCADUTO, op. cit., 383 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 29

nell’ordinamento valutario dell’area dell’euro, monete a corso


legale dotate di valore intrinseco).
In sintesi, il legislatore del 1865, in una realtà monetaria
ancora pienamente improntata dal sistema del gold standard,
costruisce la regola nominalistica in alternativa a quella
metallistica; il legislatore del ’42, in un sistema in cui, sebbene
perdurasse il riferimento dell’unità valutaria al metallo prezioso,
era ormai maturo il processo di astrazione della moneta, defini-
sce il principio del valore nominale in alternativa a quello del
valore reale (potere d’acquisto) della moneta.
Così non si può sostenere che le prestazioni soggette
all’applicazione del principio nominalistico sono quelle
determinate da un’unità di misura legale del valore, e che,
invece, le prestazioni determinate in funzione di un potere
d’acquisto sarebbero estranee all’applicazione di tale disciplina,
perché la funzione dell’art. 1277 è proprio quella di stabilire che
in tutte le prestazione che abbiano ad oggetto una somma di
denaro si tiene conto, al tempo del pagamento, della somma
numerica (del valore nominale) della moneta oggetto del debito
e non del suo potere d’acquisto.
È un trucco affermare che al debito risarcitorio di cento euro
non si applica il principio nominalistico, che sarebbe estraneo a
questa fattispecie obbligatoria in quanto determinata in funzione
di un potere d’acquisto, poiché il principio nominalistico
stabilisce proprio che di fronte ad un debito di cento euro, i
cento euro sono da considerarsi come cento euro (il multiplo
cento dell’unità euro), e non come l’espressione di un potere
d’acquisto (il potere d’acquisto di quei cento euro).
Ora, senza anticipare delle conclusioni cui solo il prosieguo
della trattazione permetterà di giungere, queste considerazioni ci
aiutano a capire l’interpretazione che Ascarelli dà della
locuzione debiti pecuniari usata nell’art. 1277, e a svelare
l’enigmatica espressione secondo cui nell’art. 1277 il principio
del valore nominale sarebbe soltanto presupposto, mentre ad
30 CAPITOLO I

essere sancito sarebbe il cosiddetto principio dei debiti


pecuniari39.
Secondo questa tesi, per il principio dei debiti pecuniari
(sancito dall’art. 1277), se oggetto della prestazione è una
quantità di pezzi monetari caratterizzati soltanto dalla loro
appartenenza ad un determinato ordinamento, tale espressione
quantitativa dovrà intendersi quale riferimento al corrispondente
multiplo o alla corrispondente frazione dell’unità monetaria
legale di misura dell’ordinamento cui i pezzi appartengono, e
l’estinzione del debito conseguirà alla dazione di quella quantità
di pezzi monetari che, nel momento del pagamento, corrisponda
al multiplo o alla frazione dell’unità di misura legale del valore
cui corrispondevano i pezzi indicati quale oggetto della
prestazione nel momento della costituzione del vincolo. Mentre,
per il principio del valore nominale (presupposto dall’art. 1277),
quando l’oggetto della prestazione venga quantitativamente
determinato in funzione di un multiplo o di una frazione di una
unità legale monetaria di misura, il creditore corre il rischio
connesso all’unità di misura40.
Quindi, parlando di debiti pecuniari l’art. 1277 farebbe
riferimento a prestazioni che hanno ad oggetto una quantità di
pezzi monetari e sono determinate in funzione dell’unità legale
di misura del valore, cioè in cui la quantità di pezzi monetari
dedotta quale oggetto della prestazione rappresenta il multiplo
dell’unità monetaria con il quale i pezzi monetari individuati
sono ragguagliati e non il potere d’acquisto espresso dagli stessi
pezzi monetari. Ad esempio, quello di cento euro dovrebbe
considerarsi un debito pecuniario in quanto la quantità di pezzi
monetari individuata (cento euro) rappresenterebbe il multiplo
dell’unità monetaria con cui i cento euro sono ragguagliati (il
multiplo cento dell’unità euro) e non il potere d’acquisto che
quei cento euro esprimono.
Ponendosi in quest’ottica, si deve rilevare che se
l’applicazione del principio del valore nominale è conseguenza

39
ASCARELLI, op. ult. cit., 140 ss.
40
ASCARELLI, op. ult. cit., 143.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 31

della determinazione della prestazione in funzione di un’unità di


misura legale del valore, un enunciato normativo come quello
dell’art. 1277, che fa riferimento semplicemente ai debiti
pecuniari, non permette di chiarire che presupposto dell’ap-
plicazione di tale disciplina del rischio monetario è la determina-
zione della prestazione in funzione dell’unità legale di misura
del valore.
Si afferma, pertanto, che con la locuzione debiti pecuniari il
legislatore ha voluto stabilire che quando le parti individuano
quale oggetto della prestazione una quantità di pezzi monetari
caratterizzati soltanto dalla loro appartenenza ad un determinato
ordinamento (non quindi da un certo contenuto metallico),
l’indicazione di quella quantità di pezzi monetari (cento euro,
come un tempo cento scudi) andrebbe intesa quale riferimento al
multiplo dell’unità di misura legale del valore cui quei pezzi
sono ragguagliati (il multiplo cento dell’unità euro, come un
tempo il multiplo duecentocinquanta dell’unità immaginaria).
Attribuire all’espressione debiti pecuniari questo significato
consente, da un lato, di legare la regola nominalistica alla
determinazione della prestazione in funzione di una certa unità
di misura, quella legale del valore, dall’altro, di definire quando
un debito di cento euro sia determinato in funzione dell’unità
monetaria e quando in funzione di un potere d’acquisto.
Il debito di cento euro sarebbe determinato in funzione
dell’unità monetaria (debito di valuta) quando siano state le parti
ad individuare i cento euro quale oggetto della prestazione, cioè
quando si tratti di prestazioni contrattuali. Per converso, infatti,
Ascarelli ritiene che i debiti determinati in funzione di un potere
d’acquisto (i debiti di valore) abbiano tendenzialmente fonte
legale, ed in questi casi sarebbe proprio l’analisi delle norme
fonte degli obblighi qualificati come di valore a far giudicare
queste prestazioni determinate in funzione di un potere
d’acquisto.
Andando ora ad esaminare la tesi secondo cui il principio
del valore nominale non sarebbe sancito ma presupposto
dall’art. 1277, mentre ad essere sancito sarebbe il cosiddetto
32 CAPITOLO I

principio dei debiti pecuniari, si deve considerare che Ascarelli


definisce quella pecuniaria come un’obbligazione di dare cose
determinate solo nel genere. Ritenuto che questo tipo di
obbligazioni abbisogni del riferimento ad un’unità di misura
quale criterio di determinazione, e definita l’unità monetaria
come unità di misura (del valore), ne deriverebbe che, non solo i
debiti di moneta, ma qualsiasi debito generico potrebbe essere
determinato da una tale unità di misura.
Conseguendo l’applicazione del principio nominalistico non
alla natura monetaria dell’oggetto della prestazione, ma alla sua
determinazione in funzione di un’unità di misura legale del
valore, una definizione corretta di tale principio sarebbe quella
che ne afferma l’applicazione non solo al debito pecuniario ma a
qualsiasi debito determinato in funzione di un’unità di misura
legale del valore, quindi non solo al debito di cento euro, ma
anche al debito di tanto grano quanto cento euro.
Una norma che, invece, faccia riferimento soltanto al debito
pecuniario, come quella di cui all’art. 1277, non sancirebbe il
principio nominalistico, ma il principio nominalistico nei debiti
pecuniari, perciò il principio dei debiti pecuniari.
Il principio del valore nominale, così concepito, ha una
portata più ampia di quello cosiddetto dei debiti pecuniari, che,
in questo senso, lo presuppone. Mentre il primo pone una regola
che riguarda qualsiasi prestazione generica determinata in
funzione di un’unità di misura legale del valore, il secondo trova
applicazione soltanto se oggetto della prestazione è una quantità
di pezzi monetari dell’ordinamento italiano, non altrimenti
qualificati41.
Il principio nominalistico, così come, del resto, quello
metallista, atterrebbe alla teoria generale delle obbligazioni,
descrivendo un modo d’essere dell’obbligazione, del rapporto
creditore – debitore, quando la prestazione, qualunque ne sia
l’oggetto, venga misurata da un’unità, rispettivamente legale o
materiale, di misura del valore. Il principio dei debiti pecuniari,
al contrario, non rappresenterebbe altro che una declinazione,
41
Cfr. gli artt. 1278 e 1280 1° comma c.c.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 33

un’applicazione particolare, sebbene la più ricorrente, del


principio del valore nominale.
L’art. 1277 non potrebbe, quindi, essere fatto oggetto di
un’autonoma interpretazione, senza presupporre il principio del
valore nominale. Così la locuzione debiti pecuniari andrebbe
intesa come riferimento all’unità di misura del valore nella
determinazione quantitativa della prestazione, del resto “la
norma che concerne il principio del valore nominale nei debiti
pecuniari non fa invero che sancire che tale determinazione
quantitativa ricorre nei debiti pecuniari”42.
D’altra parte, “il «valore nominale» al quale […] si riferisce
l’art. 1277 nel sancirne la rilevanza nell’estinzione del debito,
presuppone il principio del valore nominale […], riferendosi
conseguentemente poi l’art. 1277 al necessario tasso legale del
ragguaglio tra pezzi monetari e unità di misura monetaria di un
ordinamento […], tasso che, negli ordinamenti attuali, è diretta-
mente espresso nel valore impresso sui pezzi dato che la de-
nominazione dell’unità di misura e quella del pezzo monetario
coincidono, coincidendo anche le denominazioni dei loro mul-
tipli e delle loro frazioni”43.

1.1.4. Un potere d’acquisto come criterio di misurazione della


prestazione: la teoria dei debiti di valore

L’elaborazione di una teoria delle unità di misura della


prestazione generica, con l’emersione di una contrapposizione
tra pezzi monetari e unità di misura legale del valore, porta
Ascarelli ad una definizione del principio nominalistico quale
disciplina del rischio monetario delle prestazioni quantitati-
vamente determinate in funzione di un’unità di misura legale del
valore.
Il principio dei debiti pecuniari, corollario del principio
nominalistico, si limiterebbe, come evidenziato, a sancire che la

42
ASCARELLI, op. ult. cit., 146.
43
ASCARELLI, op. ult. cit., 141.
34 CAPITOLO I

deduzione, quale oggetto della prestazione, di pezzi monetari


dell’ordinamento italiano vada intesa come riferimento all’unità
di misura legale del valore dello stesso ordinamento, elemento
che, di per sé, implicherebbe l’applicazione al debito pecuniario
del principio nominalistico.
Ora, se da questo presupposto si traesse la conclusione che il
solo fatto di avere ad oggetto pezzi monetari implichi una
determinazione della prestazione in funzione di un’unità di
misura legale del valore, il principio nominalistico rappresen-
terebbe la sanzione nell’ordinamento della legale irrilevanza
delle oscillazioni del potere d’acquisto della moneta44.
Questo risultato non corrisponde al sistema di Ascarelli,
secondo cui il principio nominalistico ricorre soltanto quando
sussistano le condizioni che ne integrano la fattispecie di
applicazione (la genericità della prestazione ed il riferimento ad
un’unità di misura legale del valore nella determinazione della
stessa), mentre nulla vieta che, mancando tali presupposti, si
faccia capo ad un diverso principio. L’applicazione alla pre-
stazione del principio nominalistico, infatti, non sarebbe conse-
guenza della natura monetaria del suo oggetto, ma dell’unità di
misura scelta per la sua determinazione, e così tale principio non
comporterebbe una generale irrilevanza delle oscillazioni del
potere d’acquisto della moneta, ma soltanto un’irrilevanza rela-
tiva alle ipotesi in cui la prestazione sia determinata in funzione
di un’unità di misura legale del valore45. Difettando una tale

44
Cfr. ASCARELLI, op. ult. cit., 168 ss.
45
Cfr. ASCARELLI, loc. ult. cit. V, inoltre, le considerazioni dell’Autore in La
moneta. Considerazioni di diritto privato cit., 144 e 145, dove afferma:
“Altro difatti è dichiarare che quando sussiste un debito pecuniario di valuta
rimane decisivo il valore nominale, altro dichiarare che le oscillazioni
monetarie sono giuridicamente in ogni caso inesistenti. Le ragioni di politica
monetaria e di certezza del diritto che militano per la prima soluzione e che la
giustificano da un punto di vista legislativo, non militano per la seconda o
almeno non militano nella stessa misura: le iniquità cui può portare il primo
principio in caso di forti oscillazioni monetarie hanno luogo in misura molto
maggiore col secondo senza trovare giustificazione, come invece nel primo
caso, nella considerazione, che, almeno di fronte ad obbligazioni contrattuali,
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 35

determinazione, ed individuato il criterio di misurazione della


prestazione in un potere d’acquisto, al debito si applicherebbe la
regola della rivalutazione.
Non solo, quindi, il fatto che una prestazione abbia ad
oggetto un’espressione monetaria non implica che la stessa sia
determinata in funzione di un’unità di misura legale del valore,
ma laddove l’applicazione del principio nominalistico,
conseguente ad una tale determinazione, contrastasse con la
funzione che a quella obbligazione assegna la sua fonte, legale
od anche convenzionale, si dovrebbe escludere che un tale
riferimento ricorra nella fattispecie. Sarà, tendenzialmente,
determinata in funzione di un’unità di misura legale del valore
l’obbligazione che trovi la sua fonte in un contratto, mentre
spesso una tale determinazione mancherà in quelle obbligazioni
che trovino la loro fonte nella legge46. Esempi paradigmatici,
secondo l’Autore, sarebbero quelli delle obbligazioni di
risarcimento del danno contrattuale od extracontrattuale.
In queste ipotesi, infatti, la funzione dell’obbligo risarci-
torio, estrinsecantesi in una compensazione piena del danno
subìto tale da porre il danneggiato nella situazione nella quale si
sarebbe trovato se l’evento dannoso non avesse avuto luogo, si
scontrerebbe con una disciplina del rischio monetario che sot-
toponga il creditore della prestazione risarcitoria ai rischi, od an-
che ai vantaggi, dell’andamento del potere d’acquisto della mo-
neta.

possono le parti con opportune clausole ovviare gli inconvenienti del regime
legale”.
46
Precisa ASCARELLI, Obbligazioni pecuniarie cit., 449 e 450, che
“ritroveremo i debiti di valore negli istituti che disciplinano obbligazioni
legali volte a ristabilire un equilibrio patrimoniale che non potrebbe essere
raggiunto qualora l’incidenza delle oscillazioni del potere d’acquisto di una
moneta potesse tradursi in danno o vantaggio economico pel creditore.
L’interesse tutelato è così quello alla consecuzione di un determinato valore
patrimoniale e proprio la tutela di questo interesse esclude il ricorso a una
prestabilita unità di misura dei valori, data la inevitabile variabilità nel tempo
di qualunque unità di misura dei valori”.
36 CAPITOLO I

L’obbligazione risarcitoria nasce illiquida ed il suo


contenuto è la reintegrazione di un valore che, corrispondendo al
danno subìto, sia idonea a compensare il danneggiato del
nocumento arrecatogli. La determinazione di tale valore che, ex
art. 1223 c.c., dovrà equivalere alla perdita subita o al mancato
guadagno del danneggiato, conseguirà ad un processo di
valutazione del danno (aestimatio) al cui esito il valore da
reintegrare troverà espressione in una somma monetaria.
Giunti a questo snodo del ragionamento, è fondamentale
prestare attenzione al fatto che Ascarelli distingue due ipotesi, in
una sola delle quali si sarebbe di fronte ad un debito di valore.
Se, infatti, l’aestimatio venga effettuata in relazione al valore
della perdita subita o del mancato guadagno al momento della
pronuncia giudiziale della condanna al risarcimento del danno47
o, in caso di adempimento spontaneo o convenzionale dell’
obbligo risarcitorio, al momento del pagamento o della conclu-
sione del contratto di transazione, l’espressione monetaria indi-
viduata a seguito della valutazione dovrebbe essere intesa quale
riferimento ad un multiplo dell’unità di misura legale del valore
e, quindi, soggetta, dallo stesso momento della pronuncia della
sentenza o della conclusione del contratto, all’applicazione del
principio del valore nominale.
Al contrario, e questa è l’ipotesi del debito di valore, se
l’aestimatio venga effettuata in relazione ai valori del momento
della produzione del danno, la somma monetaria determinata
non dovrebbe essere intesa quale multiplo dell’unità di misura

47
Spiega, infatti, ASCARELLI, op. ult. cit., 456, che “il problema [dei debiti di
valore, n.d.r.] sorge di fronte alla considerazione di due diversi momenti di
tempo, mentre non ha luogo d’essere quando si consideri un solo momento di
tempo; invero in un singolo momento di tempo, isolatamente considerato, la
portata di un’espressione monetaria quale multiplo di un’unità legale di
misura non può essere contrapposta al potere d’acquisto della somma
corrispondente, il prezzo di mercato di una cosa non può essere contrapposto
al potere d’acquisto della somma corrispondente, contrapposizioni tutte che si
pongono solo passando a considerare una stessa espressione monetaria in due
diversi momenti cronologici”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 37

legale del valore, bensì come l’espressione del potere d’acquisto


rappresentato dalla quantità di moneta indicata.
Tale entità monetaria, non essendo determinata in
riferimento all’unità di misura legale del valore, non sarebbe
soggetta all’applicazione del principio nominalistico, mentre
all’aestimatio dovrebbe seguire un’operazione di liquidazione
(taxatio) che quantifichi il debito risarcitorio in un’espressione
monetaria che, seppure diversa da quella stimata avendo
riguardo al momento del verificarsi del danno, ne rappresenti il
medesimo potere d’acquisto al momento della pronuncia
giudiziale48.
Le espressioni monetarie determinate a seguito della valu-
tazione del danno e della sua liquidazione saranno identiche o, al
contrario, differenti a seconda che, nell’intervallo di tempo tra i
momenti in relazione ai quali le due operazioni sono compiute,
il potere d’acquisto della moneta sia rimasto inalterato o abbia,
invece, subìto dei mutamenti tali che al momento della liqui-
dazione una somma uguale a quella individuata con l’aestimatio
non ne esprima più il medesimo potere d’acquisto.
L’uguaglianza tra due entità monetarie, in questo caso, non
sarebbe data, nominalisticamente, dalla corrispondenza di
entrambe al medesimo multiplo o alla medesima frazione dell’
unità di misura legale del valore, bensì dall’espressione di uno

48
Secondo ASCARELLI, op. ult. cit., 464, “si deve domandare se un danno
che, nel momento assunto come rilevante per la sua valutazione, si esprima in
mille lire debba perciò essere considerato come un debito di mille lire o non
debba invece dirsi che queste mille lire corrispondevano alla valutazione del
danno in detto momento, dovendo perciò essere considerate come indicative
di un potere d’acquisto (come mille lire 1925 o 1930, secondo la
terminologia ormai corrente nelle statistiche, ove è ormai frequente
qualificare un’espressione monetaria in relazione al momento della sua
espressione, per indicare così la sua eterogeneità rispetto ad espressioni
riferite ad altri momenti) e dovendo perciò essere tradotte nella espressione
monetaria corrispondente del momento della liquidazione, quando questo
segua cronologicamente il primo, tenendo all’uopo conto delle oscillazioni
monetarie occorse nel frattempo”.
38 CAPITOLO I

stesso potere d’acquisto, individuato quale criterio di


misurazione della prestazione49.
D’altra parte il riferimento, in questa chiave, ad un potere
d’acquisto sarebbe necessario al fine di non tradire la funzione
che la legge assegna all’obbligo risarcitorio, poiché laddove
all’espressione monetaria determinata a seguito della
valutazione del danno si ritenesse applicabile il principio
nominalistico, l’esposizione del creditore alle oscillazioni del
potere d’acquisto della moneta (di un suo probabile deprez-
zamento, ma anche di un possibile apprezzamento) impedirebbe
una piena coincidenza tra l’entità del danno e quella del risarci-
mento.
Sarebbe, quindi, la funzione dell’obbligo risarcitorio,
estrinsecantesi in una compensazione piena del danneggiato, ad
impedire che la somma valutata a seguito dell’aestimatio possa
ritenersi determinata in funzione dell’unità legale di misura del

49
Riassume ASCARELLI, loc. ult. cit., che “secondo gli avversari dei debiti di
valore una somma erogata non può considerarsi che come multiplo di una
unità legale di misura dei valori, dovendosi perciò far capo per giudicare
della sua identità nel tempo a detta corrispondenza quale che siano le
oscillazioni del potere d’acquisto della moneta; secondo l’orientamento
invece proprio della dottrina dei debiti di valore una somma erogata potrà
essere considerata come indicativa di un potere d’acquisto, dovendosi allora
far capo per giudicare della sua identità nel tempo dalla sua corrispondenza a
detto potere d’acquisto”; ed ipotizza, op. ult. cit., 468, che “la diversa pre-
messa forse trova una più lontana origine nell’assimilazione compiuta dalla
prima [dottrina, n.d.r.] dell’espressione «cento lire» a quella «cento buoi»,
giudicando perciò che le cento lire di oggi siano identiche alle cento lire di
ieri, così come i cento buoi di oggi sono identici ai cento buoi di ieri e che il
problema del potere d’acquisto delle lire è analogo a quello del prezzo dei
buoi, sì che come l’identità nel tempo di cento buoi è indipendente dal loro
prezzo, così l’identità nel tempo di cento lire è indipendente dal suo potere
d’acquisto. Si trascura così appunto la circostanza che nell’espressione cento
buoi la determinazione quantitativa della prestazione è conseguita attraverso
la mera numerazione, mentre nell’espressione cento lire la indicazione
numerica (cento) si riferisce al multiplo di un’unità di misura dei valori
tuttavia variabile nel tempo, sì che si presenta appunto il problema
dell’ambito nel quale le variazioni dell’unità di misura sono irrilevanti al fine
di giudicare dell’identità dell’espressione”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 39

valore e, quindi, soggetta all’applicazione del principio del


valore nominale (debito di valuta). Al contrario, esprimendo
quella somma il valore del danno, essa dovrebbe considerarsi
misurata dal suo potere d’acquisto e, quindi, soggetta alla regola
della rivalutazione, in modo che, qualsiasi siano le oscillazioni
nel potere d’acquisto della moneta dal momento dell’aestimatio
a quello della pronuncia della sentenza, il debito risarcitorio
consista comunque nella prestazione di una somma di moneta
rappresentativa di quel valore (debito di valore).
Ascarelli usa la locuzione debito di valore per identificare
quelle obbligazioni, determinate in una somma espressiva di un
potere d’acquisto, di un valore, la cui traslazione dal patrimonio
del debitore a quello del creditore costituisce lo scopo della
relativa fonte50. Tali obbligazioni necessitano, perché questo
scopo possa dirsi realizzato, di una successiva liquidazione che,
considerate le oscillazioni monetarie verificatesi nel tempo
trascorso, muti, se del caso, la quantificazione dell’espressione
monetaria per lasciarne inalterato il potere d’acquisto espresso51.

50
Osserva B. VON MAYDELL, Geldschuld und Geldwert, Munchen, 1974, 100
e 101, che “In der Umstellungszeit [l'Autore fa riferimento alla
Währungsgesetze del 1948, che convertì il Reichsmark nel DM-Währung,
n.d.r.] verstand man unter Geldwertansprüchen diejenigen Verbindlichkeiten,
die durch Geld (als Zahlungsmitteln) zu erfüllen sind, deren Umfang aber
nicht durch eine bestimmte, entweder ausdrücklich festgesetzte oder durch
einen unveränderlichen Maßstab gegebene Zahl von Geldeinheiten (als
Rechnungseinheiten) festliegt, sondern von außerhalb des
Schuldverhältnissen liegenden veränderlichen oder künftigen Umständen
abhängt”.
51
ASCARELLI, La moneta. Considerazioni di diritto privato cit., 180, spiega
che “il principio nominalistico viene meno perché ciò che è dovuto è non già
una determinata somma di valuta, ma un determinato valore da pagarsi in
valuta, sì che questa in realtà è piuttosto il mezzo del pagamento che non il
più proprio oggetto dell’obbligazione”. Più vicina alla formulazione presa a
base nel testo è quella che si ritrova in Studi giuridici sulla moneta cit., 93 e
94, in cui l’Autore afferma che i debiti di valore “non hanno per oggetto né la
dazione di una somma di denaro determinata solamente in funzione di un
multiplo e di un sottomultiplo di una unità ideale, né la dazione di una
somma in specie monetarie determinate. Nei loro confronti perciò il principio
del valore nominale non è «derogato» […], ma logicamente inapplicabile
40 CAPITOLO I

I debiti di valore non andrebbero, poi, identificati


semplicemente e confusi con i debiti illiquidi, né il problema dei
debiti di valore andrebbe svilito e ridotto a quello della scelta del
momento rilevante per la determinazione del danno o comunque
della somma da prestare al creditore.
Dal primo punto di vista, si osserva che i debiti di valore
sono debiti illiquidi, ma non tutti i debiti illiquidi sono debiti di
valore. Ad esempio, la prestazione del prezzo della vendita il cui
oggetto non è ancora fissato in un preciso ammontare
pecuniario, perché la sua determinazione è rimessa all’arbitrag-
gio di un terzo, è sì un debito illiquido, ma non di valore. Infatti,
la somma indicata dal terzo quale oggetto della prestazione
dovrà essere intesa quale multiplo dell’unità di misura legale del
valore e si considererà dovuta come tale fin dalla nascita
dell’obbligo, cioè soggetta all’applicazione del principio del
valore nominale. In questo senso l’equazione «debito illiquido»
uguale «debito sottratto all’applicazione del principio nomina-
listico», quindi «debito illiquido» uguale «debito di valore», non
reggerebbe ed, anzi, rappresenterebbe la dimostrazione di quella
mancata riflessione, da parte della dottrina, sui problemi posti
dal riferimento ad una od altra unità di misura nella prestazione
generica, la cui denuncia costituisce un leit motiv dell’opera di
Ascarelli.
“L’illiquidità a sua volta – secondo l’Autore – potrà derivare
o dalla mancanza della determinazione quantitativa
(eventualmente nei termini di una predeterminata unità di misu-
ra) o invece solamente dalla mancata traduzione (si passi questa
espressione frequentemente usata in queste pagine) nei termini
di una unità di misura del valore di una quantità tuttavia oggetti-
vamente accertabile. È la prima ipotesi quella che si riscontra,

perché in contrasto con la stessa natura del debito; nei loro confronti perciò
occorrerà prendere in considerazione il «potere d’acquisto» della moneta
(mentre nei debiti pecuniari si fa capo al valore nominale, in quelli di specie
monetarie alla materia di cui è formata la specie); la somma di moneta […]
costituirà solo il mezzo per la liquidazione del debito, non il suo oggetto
[…]”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 41

tra l’altro, quando la determinazione del prezzo di una vendita


sia affidata a un arbitraggio; è invece la seconda che si riscontra
nei debiti di valore”52.
Così, pensando al caso della determinazione del prezzo da
parte di un arbitratore, il debito diverrà liquido quando questi,
stimando il valore di mercato della cosa venduta, determini
l’oggetto della prestazione in una somma di denaro intesa, nella
logica ascarelliana, quale multiplo dell’unità di misura legale del
valore. Invece, il debito di risarcimento del danno da lucro
cessante, valutato in relazione al momento del suo verificarsi in
cento euro, da considerarsi, sempre nella stessa logica, per il
loro potere d’acquisto a quel tempo, sarà liquidato quando, in
relazione al momento della pronuncia giudiziale, venga
determinata quella somma di denaro, questa volta intesa quale
multiplo dell’unità di misura legale del valore, che abbia il
medesimo potere d’acquisto dell’espressione cento euro
precedentemente individuata.
Semplificando la questione, la differenza tra l’una e l’altra
ipotesi starebbe nel fatto che, mentre nella prima la valutazione
e la liquidazione avvengono in riferimento ad uno stesso
momento, quello nel quale la somma oggetto della prestazione
viene determinata in un preciso ammontare, nella seconda la
stima e la liquidazione del danno sono compiute in relazione a
due momenti differenti, quindi ci sarebbe il problema di
mantenere costante, tra i due momenti, il potere d’acquisto
espresso dalla somma stimata.
La figura del debito di valore, quindi, non coinciderebbe, o
quantomeno non perfettamente, con quella del debito illiquido.
Non sarebbe debito di valore la prestazione del prezzo rimessa
all’arbitraggio di un terzo, mentre sarebbe tale l’obbligo
risarcitorio conseguente al furto dal mio portafogli della somma
di cento euro, o l’obbligo di rimborsare al danneggiato quelle
spese che egli abbia sostenuto per eliminare il danno53.

52
ASCARELLI, Obbligazioni pecuniarie cit., 474.
53
Negli ultimi due casi esemplificati la somma sottratta e quella spesa dal
danneggiato, pur essendo quantificate, necessiterebbero di una successiva
42 CAPITOLO I

Non vi sarebbero, perciò, dei criteri oggettivi (come quelli


della liquidità o della fonte del debito) che permettano di
ritenere senz’altro di trovarsi di fronte ad un debito di valore, ma
tale certezza potrebbe essere raggiunta solo a seguito di un
giudizio che, guardando alla funzione dell’istituto fonte
dell’obbligo da adempiersi in moneta, porti a concludere che
questo scopo sarebbe tradito laddove la somma individuata a
seguito dell’aestimatio venisse considerata non quale
espressione di un potere d’acquisto, bensì quale multiplo di
un’unità di misura legale del valore e quindi soggetta
all’applicazione del principio nominalistico54. Acclarato, così,
che la somma stimata rappresenti soltanto il suo potere
d’acquisto, essa dovrebbe essere poi liquidata in un multiplo
dell’unità di misura legale del valore e sarebbe soggetta, solo da
tale momento, all’applicazione di questo principio.
Definito il principio nominalistico non come conseguenza
della natura monetaria dell’oggetto della prestazione, ma del
riferimento ad una certa unità di misura, escluso che lo stesso
principio equivalga ad una sanzione legale dell’irrilevanza delle
oscillazioni del potere d’acquisto della moneta, affermato,
perciò, che un’espressione monetaria possa rappresentare
soltanto il suo potere d’acquisto, sottratta ad ogni nominalismo,
Ascarelli definisce il problema dei debiti di valore come quello
dell’individuazione dei casi in cui una prestazione sia quantitati-
vamente determinata in funzione di un potere d’acquisto. La so-
luzione del problema andrebbe ricercata nell’analisi dello scopo
dell’istituto fonte della prestazione.
Facendo il percorso inverso si potrebbe, invece, ritenere che,
postosi il problema degli effetti dell’applicazione del principio
nominalistico, in periodi di imponente svalutazione monetaria, a
debiti pecuniari la cui funzione sia quella di ristabilire un

liquidazione al momento della pronuncia giudiziale, in quanto entità


monetarie non corrispondenti ad un multiplo dell’unità di misura legale del
valore, ma all’espressione di un potere d’acquisto (del loro potere d’acquisto)
al momento dell’illecito o dell’azione del danneggiato.
54
Cfr. ASCARELLI, op. ult. cit., 481.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 43

equilibrio economico turbato tra due soggetti, e concluso che


una sua applicazione a tali fattispecie impedirebbe il
raggiungimento dell’obbiettivo di piena compensazione del
danneggiato, l’Autore, ingegnosamente, ridefinisca il contenuto
del principio in modo tale che i debiti risarcitori risultino esclusi
dalla sua sfera d’azione55. In questo modo il problema iniziale
non viene risolto ma cancellato, escludendo la stessa possibilità
di applicare il principio56.
Tornando alla distinzione proposta tra debiti di valore e
debiti illiquidi, si può concludere che la non coincidenza tra le
due categorie si spiega con la stessa definizione di debiti di
valore quali debiti illiquidi che, pur avendo ad oggetto una
somma monetaria già quantificata, abbisognerebbero comunque
di una liquidazione, rappresentando questa somma soltanto un
valore astratto, un potere d’acquisto.
Dal secondo punto di vista, si diceva, il problema dei debiti
di valore non potrebbe essere ridotto a quello della scelta del
momento rilevante per la determinazione del danno. Questa
considerazione fa il paio con quella secondo cui non sarebbe
debito di valore quello la cui entità sia da commisurare al prezzo
di un bene da valutarsi al momento della pronuncia giudiziale57.
La spiegazione di ciò discende da quanto si è detto fin qui
sulla teoria di Ascarelli. Riguardo al debito da commisurarsi al
prezzo di un bene al momento della sentenza, questo è un debito
illiquido ma non di valore, poiché avvenendo l’aestimatio in
relazione al momento della liquidazione, il giudice non dovrà
seguire le oscillazioni del potere d’acquisto della moneta e
rivalutare la somma di denaro individuata, ma si limiterà
semplicemente a tradurre il valore del bene considerato in una
somma di denaro, da subito soggetta all’applicazione del
principio del valore nominale. Diversamente, se la stima del
valore del bene fosse avvenuta in relazione ad un momento

55
Per la natura fondamentalmente equitativa della categoria dei debiti di
valore nel diritto tedesco v. VON MAYDELL, op. cit., 99 ss.
56
V. per lo sviluppo di tali considerazioni infra cap. II.
57
Cfr. ASCARELLI, op. ult. cit., 476.
44 CAPITOLO I

precedente, il debito sarebbe stato misurato da quel potere


d’acquisto espresso dalla somma indicata all’esito della
valutazione e si sarebbe trattato, pacificamente, di un debito di
valore.
Riguardo al problema della scelta del momento rilevante per
la valutazione del danno si possono fare due ipotesi. Se il
momento in relazione al quale compiere tale valutazione è
precedente a quello della pronuncia giudiziale, si è pienamente
nello schema dei debiti di valore. Se, al contrario, tale momento
corrisponde a quello della pronuncia della sentenza non vi è un
debito misurato quantitativamente dal potere d’acquisto espresso
da una somma monetaria e, quindi, non vi è un debito di valore.
Il fatto che a tale debito, poiché illiquido, non si applichi il
principio nominalistico non deve condurre ad identificarlo come
debito di valore, poiché tale figura è definita in positivo, in
relazione al criterio usato per la sua determinazione quantitativa
(un potere d’acquisto), e non in negativo, come debito sottratto
all’applicazione del principio nominalistico58.

1.2. I debiti di valore come categoria di creazione


giurisprudenziale

Quella dei debiti di valore è considerata una categoria di


matrice schiettamente giurisprudenziale59. Ciò non sembra

58
Afferma ASCARELLI, op. ult. cit., 443, che “la inapplicabilità, da un lato,
del principio del valore nominale ai debiti di valore e la tendenza, dall’altro, a
tener conto in via equitativa di svalutazione e deprezzamento monetario, ha, a
volte, indotto a configurare i debiti di valore quali eccezioni all’applicazione
del principio del valore nominale, e così ad avvicinarli a quelle ipotesi nelle
quali, pur continuando la prestazione di dare pezzi monetari ad essere
quantitativamente commisurata nei termini di un’unità di misura dei valori,
non lo è tuttavia in quelli dell’unità legale di misura dei valori
dell’ordinamento”. L’Autore fa riferimento ai debiti con clausole monetarie,
o con clausole cosiddette valore, e ai debiti di moneta estera, loc. ult. cit.
59
Cfr. A. DI MAJO, Obbligazioni pecuniarie, in Enc. dir., vol. XXIX, Milano,
1979, 222, che spiega come “nel nostro ordinamento la categoria è
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 45

potersi imputare né alla mancanza di una chiara elaborazione


teorica della figura del debito di valore né al grande uso che la
giurisprudenza ne ha fatto per evitare le distorsioni che
l’applicazione del principio nominalistico a certi rapporti obbli-
gatori, si giudica, comporterebbe.
Dal primo punto di vista, infatti, ritenere che i debiti di
valore celino alla base un difetto di approfondimento
concettuale e dogmatico sarebbe non veritiero ed, insieme,
ingeneroso nei confronti del tentativo dell’Ascarelli di
giustificare l’individuazione di questa autonoma specie di
obbligazioni60 non attraverso considerazioni equitative o
espedienti di altra natura, bensì muovendo, rigorosamente, da
una certa definizione di moneta in senso giuridico, di obbliga-
zione generica e del principio nominalistico. D’altra parte, la co-
stante applicazione nella prassi di un istituto con, alle spalle, una
solida elaborazione teorica non fa di esso, per ciò solo, una
creazione giurisprudenziale, ma dà semmai il segno del successo
di una dottrina.
Ciò detto, rimane comunque da chiedersi perché quella dei
debiti di valore venga considerata, e con ragione, una categoria
di matrice giurisprudenziale. La risposta, penso, vada ricercata
nei modi in cui la giurisprudenza e la dottrina hanno trattato la
figura del debito di valore. La prima, obliterando la teoria dei
criteri di misurazione quantitativa della prestazione generica e
del principio nominalistico quale disciplina della prestazione la
cui determinazione sia in funzione di una di tali unità di misura,
ha connotato in chiave essenzialmente empirica il suo approccio
ai debiti di valore. Proposta, in un primo tempo, una distinzione,
si potrebbe dire, strutturale tra debiti di valuta e debiti di valore,
estrinsecantesi, sostanzialmente, nella dicotomia debiti liquidi
versus debiti illiquidi, la giurisprudenza ha, di seguito,
accentuato una considerazione funzionale della categoria,

massimamente di formazione giurisprudenziale, restando l’apporto della


dottrina piuttosto marginale”, 262.
60
Si usa, volutamente, la locuzione cui il legislatore ricorre per intitolare il
capo VII del titolo I del libro IV del codice civile. V. infra 1.3.2.
46 CAPITOLO I

qualificando di valore quelle obbligazioni che, per soddisfare lo


scopo degli istituti che ne sono fonte, devono essere sottratte
all’applicazione del principio del valore nominale.
La dottrina, d’altra parte, salvo poche, seppure autorevoli,
manifestazioni di dissenso61, ha condiviso l’elaborazione della
categoria dei debiti di valore, inquadrandola, però, più come
categoria operativa che dogmatica, in quel percorso empirico e
casistico tracciato dalla giurisprudenza. La teorica ascarelliana
dei debiti di denaro e dei debiti di valore, se è stata sostenuta e
confermata da alcuni autori, ha raccolto critiche da altri, senza,
però, che la configurazione della categoria venisse mai posta in
discussione. Essa, al contrario, ha trovato saldo e stabile spazio
nel diritto delle obbligazioni, tra le istituzioni di comune studio,
ricevendo, tuttavia, per lo più una definizione costruita in
negativo, in relazione all’inoperatività del principio nominali-
stico, supportata dalla prassi.
In questo modo i debiti di valore che, non trovando alcun
riferimento normativo, ed essendo stati oggetto di una raffinata
elaborazione teorica, avrebbero potuto rappresentare forse
l’archetipo della categoria giuridica di stampo dottrinale, sono,
invece, correttamente considerati un istituto di creazione
giurisprudenziale. Anzi, proprio la giurisprudenza sui debiti di
valore come, del resto, quella sulla risarcibilità del danno da
svalutazione monetaria, sono da considerarsi il portato di quella
attenzione dimostrata dai giudici verso i riflessi giuridici, nei
rapporti tra privati, dei grandi fenomeni economico sociali che
hanno caratterizzato la storia del Novecento, fra i quali sicu-
ramente si possono annoverare quelli di imponente deprez-
zamento della moneta.

61
V. R. NICOLÒ, Gli effetti della svalutazione della moneta nei rapporti di
obbligazione, in Foro it., 1944-1946, 41 ss.; F. PESTALOZZA, Valore e valuta,
in Riv. dir. comm., 1944, I, 214, ss.; G. FERRI, Tendenze giurisprudenziali in
tema di svalutazione monetaria, in Rivista italiana per le scienze giuridiche,
1949, 408 ss., e ora in Scritti giuridici, I, Napoli, 1990, 710 ss; M. EROLI, I
cd. debiti di valore, in Riv. dir. comm., 1993, I, 85 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 47

1.2.1. Giustificazione strutturale dell’individuazione dei debiti


di valore come categoria di obbligazioni sottratta
all’applicazione del principio del valore nominale

La giurisprudenza costruisce la contrapposizione tra debiti


di valuta e debiti di valore sulla base, in sostanza, di un duplice
ordine di argomenti, classificabili nei termini di ragioni
strutturali e funzionali. Mentre, in un primo tempo, gli
argomenti di ordine strutturale, pur accompagnandosi sempre a
considerazioni di carattere funzionale, hanno prevalso su queste
ultime nel discorso giurisprudenziale, in seguito è stato
prevalentemente il giudizio sullo scopo dell’obbligazione a far
propendere per una sua qualificazione quale debito di valuta
ovvero di valore62.
Il dato comune tra obbligazioni di valuta e obbligazioni di
valore sarebbe da ricercare nel momento dell’estinzione:
entrambi i tipi di obbligazione, infatti, si estinguono con la
dazione di una quantità monetaria. È, invece, sul terreno
dell’oggetto dell’obbligazione, o meglio del suo oggetto origina-
rio, che si giocherebbe la distinzione tra le due figure, giustifi-
candosi così la necessità di dividere le obbligazioni che si estin-
guono in moneta in due specie autonome, soggette a diverse re-
gole.
Da una parte vi sarebbero i debiti che hanno ad oggetto, sin
dall’origine, una somma di denaro, dall’altra quei debiti il cui
oggetto, pur assumendo, a causa di successive vicende, la
concretezza di un’espressione monetaria, avrebbe, origina-

62
Emblematico, a questo riguardo, un passaggio della motivazione di CASS.,
21 maggio 2004, n. 9711, in Rep. Foro it., 2004, voce Danni civili, n. 378, e,
nella sua integralità, in Juris data, in cui si legge: “L’obbligazione di
risarcimento del danno, derivante da illecito extracontrattuale, configura un
debito di valore, in quanto diretta a reintegrare completamente il patrimonio
del danneggiato, per cui resta sottratta al principio nominalistico e deve
essere quantificata dal giudice, anche d’ufficio, tenendo conto della svaluta-
zione monetaria sopravvenuta fino alla data della liquidazione”.
48 CAPITOLO I

riamente, un contenuto diverso63. Questi ultimi, i cosiddetti de-

63
Cfr. CASS., 7 giugno 1962, n. 1390, in Giust. civ., II, 1962, 1654 ss., che
rileva come “secondo la prevalente giurisprudenza, obbligazioni pecuniarie,
soggette al principio nominalistico a norma dell’art. 1277 c.c., sono quelle
originariamente costituite in valuta e non quelle che si traducono in
espressione monetaria per sopravvenute vicende del rapporto, ossia per
subingresso al primitivo oggetto dell’obbligazione di una quantità di danaro
che ne rappresenti l’equivalente; nel quale ultimo caso il debito tradotto in
danaro appunto perché è la risultante di una relazione di equivalenza, suole
denominarsi debito di valore, ed assume logicamente il suo indice
quantitativo in moneta nel momento in cui il valore viene determinato
mediante la liquidazione. Conseguentemente, si ha debito di valore «tutte le
volte in cui la pecunia sia intesa come succedaneo di altro bene, e cioè come
sostitutivo di un’obbligazione primaria, alla quale deve essere
corrispondente”, 1656; CASS., 18 aprile 1977, n. 1423, in Mass. Giust. civ.,
1977, 614, ad avviso della quale “per distinguere i debiti di valuta, soggetti al
principio nominalistico, dai debiti di valore, occorre aver riguardo non alla
natura dell’oggetto nel quale la prestazione avrebbe dovuto concretarsi al
momento dell’inadempimento o del fatto dannoso, bensì nell’oggetto diretto
ed originario della prestazione, che nelle obbligazioni di valore consiste in
una cosa diversa dal denaro, mentre nelle obbligazioni pecuniarie è proprio
una somma di danaro, a nulla rilevando l’originaria indeterminatezza della
prestazione, qualora essa sia determinabile secondo parametri fissi e
predeterminati”; CASS., 14 novembre 2000, n. 14743, in Rep. Foro it., 2000,
voce Danni civili, n. 295, che ribadisce che “nelle obbligazioni di valore,
quale quella risarcitoria, il danaro non costituisce oggetto dell’obbligazione
di dare, ma solo il metro di commisurazione del valore che occorre
corrispondere al creditore perché questi sia reintegrato nella stessa situazione
patrimoniale nella quale si sarebbe trovato se il danno non fosse stato
prodotto; in tali obbligazioni la rivalutazione monetaria non rappresenta il
possibile strumento di risarcimento dell’eventuale maggior danno da mora
indotto dalla svalutazione monetaria rispetto a quello già coperto dagli
interessi legali come accade nelle obbligazioni pecuniarie ai sensi dell’art.
1224, 2° comma, c.c., ma costituisce il necessario mezzo di commisurazione
attuale del valore perduto dal creditore in termini monetari attuali anche in
difetto di esplicita richiesta di rivalutazione, tenendo comunque conto della
svalutazione monetaria intervenuta tra la data del fatto e quella della
liquidazione se il danno era determinabile in relazione all’epoca in cui era
stato prodotto; ulteriore corollario è che, valendo la rivalutazione a realizzare
il petitum originario, per i debiti di valore essa può essere effettuata d’ufficio
anche in appello, salvo che il danneggiato non abbia manifestato un’espressa
ed inequivoca volontà contraria”. Dello stesso tenore la massima di CASS., 29
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 49

biti di valore, si sostanzierebbero, infatti, nella prestazione di


quel bene perduto da reintegrare nel patrimonio di un soggetto, o
comunque di un certo valore rispetto al quale il denaro si
porrebbe semplicemente come un succedaneo in grado di
esprimere un rapporto di equivalenza con l’entità originaria-
mente dovuta e, per questa via, di soddisfare quella funzione per
la cui realizzazione sorge il rapporto obbligatorio64.
La moneta, in queste ipotesi, assumerebbe, quindi, un ruolo
ben diverso rispetto a quello cui adempie nei cosiddetti debiti di
valuta, nei quali rappresenterebbe non il punto di arrivo, all’esito

settembre 2005, n. 19167, in Rep. Foro it., 2005, voce Danni civili, n. 407,
secondo cui “nelle obbligazioni di valore, quale quella di risarcimento del
danno da fatto illecito, il denaro non costituisce oggetto dell’obbligazione di
dare ma solo il metro di commisurazione del valore che occorre
corrispondere al creditore perché questi sia reintegrato nella stessa situazione
patrimoniale nella quale si sarebbe trovato se il danno non si fosse prodotto;
in tali obbligazioni, la rivalutazione monetaria non rappresenta il possibile
strumento di risarcimento dell’eventuale maggior danno da mora indotto
dalla svalutazione monetaria rispetto a quello già coperto dagli interessi
legali, come accade nelle obbligazioni pecuniarie ai sensi dell’art. 1224, 2°
comma, c.c., ma costituisce il necessario mezzo di commisurazione del
valore perduto dal creditore in termini monetari attuali anche in difetto di
esplicita richiesta di rivalutazione, sicché il giudice deve tener conto della
svalutazione monetaria intervenuta tra la data del fatto e quella della
liquidazione, senza che, al riguardo, occorra da parte del danneggiato
dimostrazione alcuna che la svalutazione sia stata per lui cagione di
pregiudizio”.
64
Cfr. CASS., 20 novembre 1929, in Foro it., 1930, 18 ss., secondo cui
“oggetto della obbligazione di risarcimento di un danno non è una somma di
denaro come tale, ma è una restaurazione patrimoniale equivalente al danno
sofferto, se anche espresso in cifre. È al momento della liquidazione che il
debito di valore si trasforma in debito di denaro. E perché la trasformazione
sia completa e risponda al principio della integralità del risarcimento, essa
non può non tener conto di quelle oscillazioni posteriori alla data di
determinazione del debito, relativo al corso della moneta in cui fu espresso.
Diversamente opinando si verrebbe non a punire, ma a premiare
l’inadempimento; a non ristabilire in pieno l’equilibrio turbato
dall’inadempienza, ma a defraudare la vittima della sua legittima aspettativa”,
20 e 21.
50 CAPITOLO I

di un percorso teso a soddisfare comunque il creditore65, seppure


con la prestazione di un bene diverso da quello originariamente
dovuto, ma il punto di partenza, l’oggetto, sin dall’inizio, del
diritto del creditore e dell’obbligo del debitore66.
La distinzione tra le due figure si risolverebbe così nella
contrapposizione tra debiti liquidi e debiti illiquidi, rispetto alla
quale la diversità di disciplina applicabile nei due casi, la
sottoposizione o meno dell’obbligazione al principio nominali-
stico, si spiegherebbe in modo semplice. L’applicabilità dell’art.
1277 richiede, infatti, che il debito abbia ad oggetto una somma
monetaria determinata, in riferimento a cui stabilire una rela-
zione nominale, numeraria, di eguaglianza con l’espressione
monetaria da prestare al momento del pagamento, e questo non
sarebbe il caso di un debito illiquido, anche se liquidando in
denaro, e, quindi, non di un debito di valore.

65
Cfr. VON MAYDELL, op. cit., 13, che osserva: “Gegen diese Begriffsbildung
von der sog. echten Geldschuld spricht ferner, daβ dadurch der Eindruck
erweckt wird, als gäbe es dynamische Geldschuldverhältnisse – die
Geldwertschulden, die sich an die jeweiligen Verhältnisse anpassen – und
statische Schuldverhältnisse – die Geldsummenschulden, die unverändert
bleiben”.
66
Questa tesi ha un riscontro anche nella letteratura tedesca. Spiega K.
LARENZ, Allgemeiner Teil des Bürgerlichen Rechts, begründet von K.
LARENZ, fortgeführt von M. WOLF, XXXVI, München, 1997, 174: “Bestimmte
Verpflichtungen, die durch eine Geldzahlung zu erfüllen sind, werden
abweichend von gewöhnlichen Geldschulden, in ihrem Ausmaβ zunächst
nicht durch eine feststehenden Nennbetrag, sondern durch den in Geld zu
berechnenden Wert eines Gegenstandes oder einen Wertanteil an einem
Vermögen bestimmt. Man spricht hier von „Wertschulden“, in Gegensatz zur
Wertbetrags- oder Summenschuld, die als die regelmälβige Form der
Geldschuld anzusehen ist. Auch die Wertschuld geht notwendig zu
irgendeinem Zeitpunkt in eine Summen- oder Betragsschuld über, weil sie
nur durch die Zahlung einer Geldsumme erfüllt werden kann; auf den
Zeitpunkt, der für die Berechnung und damit für die Fixierung der Schuld auf
eine bestimmte Summe Maβgeblich ist, kommt es dabei entscheidend an”.
Cfr. W. ERMAN, Handkommentar zum Bürgerlichen Gesetzbuch mit
Einführungsgesetz (teilkommentiert), bearbeitet von K. ARNDT, Münster,
1967, 11-16 zu § 244.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 51

Questo andamento lineare che emerge da alcune massime si


dimostra, però, più apparente che reale quando la giurisprudenza
qualifica debito di valore l’obbligazione che risarcisce il
danneggiato delle somme di cui un soggetto si sia indebitamente
appropriato67. Ad una prima vista, ed anche alla seconda
nell’ottica di chi scrive, questo andrebbe considerato come
debito liquido e, quindi, sillogisticamente, dato quanto premes-
so, come un debito di valuta. La considerazione dell’obbligo co-
me debito di valore si giustifica nel passaggio dall’argomento
strutturale a quello funzionale, per cui l’evento dannoso appro-
priazione indebita di una certa somma cagiona un danno che si
quantifica non nella somma sottratta, ma nel valore che
quell’espressione monetaria rappresenta al momento dell’
illecito.
Infatti, se il debito fosse qualificato come di valuta,
all’obbligazione di prestare una somma pari a quella sottratta si
dovrebbe applicare il principio nominalistico, ma così facendo, e
considerate le probabili oscillazioni del potere d’acquisto della
moneta dal tempo della produzione del danno a quello della
pronuncia giudiziale di condanna, la somma di denaro prestata
al creditore non corrisponderebbe più al valore da risarcire,
rappresentato dall’espressione monetaria equivalente a quella
sottratta nel momento considerato, ma ad un valore inferiore,
con evidente violazione dei principi e della stessa funzione della
tutela risarcitoria. Allora la somma di denaro di cui il
danneggiante si è indebitamente appropriato verrà a costituire
soltanto uno degli elementi da prendere in considerazione per
determinare l’oggetto della prestazione risarcitoria, laddove
l’altro sarà rappresentato dall’andamento del potere d’acquisto
della moneta tra il momento dell’illecito e quello della
pronuncia della sentenza che, data la natura valoristica del
debito, dovrà provvedere alla sua liquidazione.
In un primo tempo, comunque, l’approccio strutturale
all’elaborazione della categoria dei debiti di valore ha prevalso
nel discorso della giurisprudenza, tanto che, a fronte
67
Cfr. CASS., 18 aprile 1966, n. 963, in Foro it., 1967, 345 ss.
52 CAPITOLO I

dell’affermata natura valoristica dell’obbligazione risarcitoria


nel caso di appropriazione indebita di somme di denaro, il debito
di rimborso di quanto speso dal danneggiato per eliminare le
conseguenze dannose dell’illecito è stato considerato debito di
valuta e non di valore68.
Si è ritenuto che la somma spesa dal creditore, poiché
idonea a riportarlo nella posizione nella quale si sarebbe trovato,
o meglio sarebbe rimasto, laddove il danno non fosse stato
cagionato, rappresenti una esatta quantificazione dello stesso, e,
quindi, che il danneggiato, con la sua azione, abbia autono-
mamente provveduto a liquidare l’originario debito di valore,
trasformandolo, perciò, in un debito di valuta.
Evidentemente, un giudizio imperniato sulla funzione
dell’obbligo risarcitorio avrebbe portato ad una differente
qualificazione della fattispecie, in vista del fatto che al debito
del danneggiante, trasformato dal danneggiato in debito di
valuta, si applicherà, dal momento della trasformazione, il
principio del valore nominale, in forza del quale la pronuncia
giudiziale condannerà il debitore al pagamento di una somma
che, date le probabili oscillazioni nel potere d’acquisto della
moneta, corrisponderà solo nominalisticamente, ma non real-
mente, all’entità monetaria spesa dal creditore, e, quindi, al
danno da questi patito ed in tal modo quantificato. Senza
contare, poi, che laddove la giurisprudenza avesse seguito con
coerenza questa strada, avrebbe dovuto considerare il debito di
valore trasformato in debito di valuta tutte le volte che il giudice
proceda alla valutazione e quantificazione del danno risarcibile

68
V., fra le tante, CASS., 23 settembre 1966, n. 2385, in Giur. it., 1967, 1039
ss., che spiega come “l’obbligazione avente per oggetto il rimborso delle
spese sostenute dal danneggiato per eliminare le conseguenze dannose di un
fatto illecito ha natura di debito di valuta e, come tale, non è suscettibile di
rivalutazione in relazione al mutato potere di acquisto della moneta, perché in
tale ipotesi l’obbligazione risarcitoria, anche se avente originariamente
carattere di debito di valore, si è ormai, per così dire, cristallizzata per fatto
volontario del creditore in una determinata somma di denaro della quale si
chiede il rimborso; per cui ha assunto carattere di obbligazione pecuniaria,
non suscettibile quindi di rivalutazione”, 1040.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 53

in riferimento ad un momento diverso rispetto a quello della


sentenza, quale quello della produzione del danno. Non si vede,
infatti, come l’azione del danneggiato tesa ad eliminare le
conseguenze del danno con l’esborso di una somma di denaro
possa produrre sul debito un effetto diverso da quello sortito
dall’attività del giudice che con l’aestimatio valuta il danno in
una certa quantità di moneta.
A questo proposito, si deve rilevare che la giurisprudenza
non distingue tra le ipotesi in cui il danno viene stimato in
relazione ad un tempo diverso da quello della pronuncia
giudiziale, e quelle in cui, al contrario, è in riferimento a questo
momento che si determina l’oggetto della prestazione
risarcitoria. In entrambi i casi l’obbligazione avrebbe natura
valoristica, non importando che nella seconda ipotesi, a
differenza della prima, neppure si possa porre la questione
dell’applicazione del principio nominalistico. Ciò che interessa
alla giurisprudenza è che in ambedue le fattispecie non trovi
applicazione questa disciplina del rischio monetario, e tanto
basta per considerarle entrambe come debiti di valore69.

1.2.2. Prevalenza di una giustificazione funzionale


nell’individuazione della categoria

Si può definitivamente datare la prevalenza di una


concezione funzionalistica nel ragionamento giurisprudenziale

69
Cfr. CASS., 18 novembre 2000, n. 14930, in Rep. Foro it., 2000, voce
Danni civili, n. 298, e, nella sua integralità, in Juris data, che afferma: “è
evidente che la tecnica di liquidazione di un’obbligazione di valore usata dal
giudice può anche consistere nel riferimento a valori monetari propri del
tempo della decisione ed in questo caso è ovvio che la somma non debba
essere rivalutata”; CASS., 25 agosto 2003, n. 12452, in Rep. Foro it., 2003,
voce Danni civili, n. 399, che considera ricorra un debito di valore sia quando
si operi “la mera rivalutazione monetaria dell’importo liquidato in relazione
all’epoca dell’illecito”, sia quando vi sia “la diretta liquidazione in valori
monetari attuali”; CASS., 22 ottobre 2004, n. 20591, in Foro it., 2005, I, 1786
ss.
54 CAPITOLO I

sui debiti di valore dalla pronuncia delle Sezioni Unite della


Corte di Cassazione70 che riprende in esame il tema della
qualificazione dell’obbligazione risarcitoria nel caso in cui il
danneggiato abbia provveduto a proprie spese ad eliminare il
danno patito. Le parole conclusive, almeno sino ad oggi,
pronunciate sul punto sono andate nel senso di considerare
l’obbligazione risarcitoria, anche in quest’ipotesi, come di
valore. Afferma, infatti, la Corte che alla spesa non “può essere
attribuita, indipendentemente dalla sua volontarietà, la funzione
di attuare la liquidazione del debito dell’obbligato, mediante
l’individuazione dell’entità della diminuzione patrimoniale
subita dal danneggiato. Siffatta diminuzione ha bensì un rilievo
decisivo ai fini della determinazione del dovuto, ma unicamente
in quanto vale ad identificare il «valore» di cui il patrimonio del
creditore è stato decurtato, non una mera quantità di numerario,
onde la reintegrazione può essere assicurata soltanto dalla
corresponsione da parte del responsabile di una somma che, al
momento del pagamento, costituisca l’equivalente attuale di
quel valore. Tale conclusione si colloca del resto armonicamente
nel quadro ormai da tempo delineato dalla giurisprudenza di
questa corte, secondo la quale il principio nominalistico riguarda
soltanto le obbligazioni pecuniarie, aventi come oggetto sin
dall’origine una somma di denaro e sottratte, in virtù delle
ragioni che spiegano l’art. 1224 cod. civ., alla regola generale
della totale risarcibilità del danno; invece, sia in materia
contrattuale, per le obbligazioni diverse dalle pecuniarie, sia in
materia extracontrattuale, questa regola esige la reintegrazione
(completa e non solo apparente) del patrimonio del danneggiato
nella situazione economica preesistente, e pertanto l’obbli-
gazione del responsabile ha natura di debito di valore”71.

70
CASS., SEZ. UN., 9 gennaio 1978, n. 57, in Foro it., 1978, I-1, 336 ss., con
nota di A. AMATUCCI, Certezze acquisite e dubbi residui in materia di
incidenza della svalutazione monetaria sulla responsabilità del debitore, 337
ss.
71
CASS., SEZ. UN., 9.1.1978, n. 57 cit., 343.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 55

Gli argomenti usati dalla Sezioni Unite per imprimere


questo cambiamento di rotta nella giurisprudenza ci introducono
al tema del rapporto, nell’elaborazione giurisprudenziale, tra i
debiti di valore e l’art. 1224 c.c.
In forza di questa disposizione, l’inadempimento delle
obbligazioni che hanno ad oggetto una somma di denaro
produce, dal giorno della mora, l’obbligo per il debitore
inadempiente di prestare gli interessi legali, anche se non
precedentemente dovuti e a prescindere dalla prova del creditore
di aver sofferto un danno a causa del ritardo nell’adempimento.
A norma del 2° comma il creditore potrà ottenere anche un
risarcimento ulteriore rispetto a quello rappresentato dalla
corresponsione degli interessi, ma, a questo fine, sarà onerato
della prova del danno effettivamente subito.
Si deve aggiungere, inoltre, che, ex art. 1219 II comma n°1,
quello del debito derivante da fatto illecito costituisce uno dei
casi di mora cosiddetta ex re, in cui cioè non è necessaria
un’intimazione o una richiesta fatta per iscritto per costituire in
mora il debitore, poiché è lo stesso fatto illecito che, mentre fa
sorgere a carico del danneggiante l’obbligazione di risarcire il
danno cagionato, pone da subito il debitore in una situazione di
ritardo qualificato.
Questo rappresenta chiaramente un terreno sdrucciolevole
per i sostenitore della figura del debito di valore,
sostanzialmente per due motivi: in primo luogo perché l’art.
1224 detta una disciplina del risarcimento del danno conseguen-
te al ritardo nell’adempimento di obbligazioni che hanno ad
oggetto una somma di denaro, disciplina che, grazie alla
disposizione dell’art. 1219 2° comma n°1, sarebbe applicabile,
sin dal momento del loro sorgere, anche alle obbligazioni risar-
citorie, laddove non si accedesse alla teoria dei debiti di valore.
In secondo luogo perché le oscillazioni nel potere d’acquisto
della moneta, di cui si tiene conto nella liquidazione dei debiti di
valore con il meccanismo della rivalutazione, si verificano pro-
prio nel periodo che separa la nascita dell’obbligo dalla sua
56 CAPITOLO I

estinzione, e che si caratterizza per la situazione di mora in cui


versa il debitore.
La giurisprudenza, affrontando, non senza qualche
timidezza, la questione del rapporto tra l’art. 1224 e le
obbligazioni risarcitorie, rileva anzitutto come la relativa
fattispecie di inadempimento non possa essere sussunta
nell’ambito di questa norma, poiché essa si applicherebbe
soltanto alle obbligazioni pecuniarie, e tali non sarebbero,
avendo un diverso oggetto originario, quelle risarcitorie72. Si
osserva, inoltre, che l’art. 2056 c.c., disciplinando la
liquidazione del debito risarcitorio, richiama soltanto alcune
delle norme dettate in tema di inadempimento delle
obbligazioni, quali gli artt. 1223, 1226, e 1227 c.c., ma non l’art.
1224. Il mancato richiamo di questa norma non sarebbe
conseguenza di una svista del legislatore, bensì il frutto di un
preciso disegno al centro del quale vi sarebbe l’esigenza di
contemperare due diversi principi: da un lato la regola
nominalistica e, con essa, la certezza sull’entità dei sacrifici
reciproci nei rapporti contrattuali, dall’altro il principio della
totale riparazione del danno quale cardine della tutela
risarcitoria.
Il ragionamento dei giudici è sostanzialmente il seguente: le
obbligazioni pecuniarie, cioè quelle aventi ad oggetto sin
dall’origine una somma di denaro, hanno in prevalenza fonte
contrattuale, e l’applicazione ad esse del principio nominalistico
consente alle parti del contratto di stimare con certezza l’entità
economica delle prestazioni dovute o pretese, al di là di possibili
apprezzamenti o deprezzamenti della moneta in riferimento alla
quale le stesse trovano espressione. Laddove, in caso di
inadempimento, si seguisse la regola generale della totale
risarcibilità del danno, tali obbligazioni dovrebbero essere
soggette a rivalutazione, ed il loro ammontare, quindi,
muterebbe al mutare del potere d’acquisto della moneta, con
evidente compromissione del principio del valore nominale e dei
fini che con esso si vogliono perseguire.
72
Cfr. CASS., 3 dicembre 1999, n. 13463, in Arch. Circolaz., 2000, 314 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 57

L’art. 1224 prevedendo che dal momento della mora sono


dovuti automaticamente gli interessi legali, senza che il creditore
debba fornire alcuna prova, derogherebbe al principio della
totale risarcibilità del danno proprio per garantire quel valore
della certezza nei rapporti contrattuali che sta alla base del
principio nominalistico. Il contenuto dell’obbligo incombente
sul debitore moroso, estrinsecantesi nella prestazione degli
interessi, nella misura del tasso legale o di quello, superiore,
convenuto preventivamente tra le parti, consentirebbe, in questa
ottica, quella stima certa del costo dell’inadempimento che la
rivalutazione dell’espressione monetaria dovuta non
garantirebbe affatto. Il 2° comma dell’art. 1224, invece,
rappresenterebbe semplicemente un temperamento al rigore del
principio nominalistico.
Al contrario, l’obbligazione di risarcire il danno che sia
conseguenza dell’inadempimento di obbligazioni contrattuali
aventi contenuto diverso dal denaro, così come il danno che,
invece, derivi dalla violazione della regola del neminem laedere,
dovrebbe essere conformata dal principio della totale riparazione
del pregiudizio, e, per questa ragione, sottratta tanto
all’applicazione del principio nominalistico quanto alla regola di
quantificazione del danno formulata nell’art. 1224.
Questa ultima norma, nella ricostruzione giurisprudenziale,
sarà, invece, applicabile all’obbligazione risarcitoria dal
momento in cui, con il passaggio in giudicato della sentenza che
liquida il debito di valore, questo si trasforma in debito di valuta.
Quel rapporto di equivalenza tra il danno subìto ed
un’espressione monetaria, o, per meglio dire, tra il valore del
pregiudizio e la somma di denaro che quel valore esprime, nel
momento considerato, si cristallizzerebbe nella pronuncia
giudiziale (come anche nell’accordo delle parti) che liquida il
danno e condanna il debitore danneggiante all’adempimento. La
prestazione risarcitoria, il cui oggetto, fino ad un attimo prima,
era un’espressione in itinere, un’entità cangiante pronta ad
adeguarsi ai possibili mutamenti del potere d’acquisto della
moneta, troverebbe, infatti, la sua definitiva concretizzazione nel
58 CAPITOLO I

momento in cui il giudice, dovendo attribuire un contenuto alla


pretesa del creditore e all’obbligo del debitore, quantifica il
debito in un’espressione monetaria che non sia più sempli-
cemente il parametro di un valore astratto, ma rappresenti il rea-
le e definitivo oggetto di quella tutela richiesta dal creditore dan-
neggiato con la domanda giudiziale73.

73
Contra l’isolato precedente di CASS., 28 giugno 1950, n. 1668, in Foro it.,
1951, 333 ss., con nota critica di E. SCIALOJA. Secondo questa pronuncia
l’avvenuta liquidazione giudiziale “non può impedire che la sopravvenuta
svalutazione monetaria vada a carico del debitore, quando questi si trovi in
una situazione di mora, anche dopo la condanna, perché la mora come fatto
continuo è idonea a produrre danno in ogni momento in cui essa si verifica.
[…] A tale responsabilità del debitore moroso, discendente dalla perpetuatio
obligationis, non è di ostacolo il giudicato scaturente dalla sentenza (civile o
penale) che ha liquidato il danno. La sentenza in genere ed in particolare
quella di condanna, come nella specie, è sempre dichiarativa non creatrice di
diritti. Essa non ha nemmeno efficacia novativa, non muta cioè la natura del
diritto su cui si mosse la controversia. Costituisce bensì un titolo nuovo del
diritto stesso, dal quale scaturisce l’actio iudicati, ma si conservano gli effetti
vantaggiosi del diritto che prima aveva l’attore. Pur essendosi quindi
l’obbligazione di risarcimento ex delicto, in virtù del giudicato, concretata in
una somma di denaro, non può ritenersi che il giudicato stesso abbia
cancellato l’originario debito di valore, convertendolo in un debito pecuniario
cui possa applicarsi il principio nominalistico”, 336. A sostegno di questa
impostazione F. CARNELUTTI, Il giudicato non c’entra…, in Riv. dir. proc.,
1951, II, 173 ss., rileva che “la ragione tecnica, per cui, dunque, come la
Corte suprema ha esattamente intuito, la liquidazione giudiziale del danno,
per quanto passata in giudicato, può essere modificata, non sta punto in ciò
che l’aumento del prezzo avverato medio tempore, tra la liquidazione e il
pagamento, costituisca un nuovo diritto, oltre quello già liquidato, sebbene
che la questione intorno alla differenza del prezzo tra il dies aestimationis e il
dies solutionis non ha formato oggetto, né esplicito né implicito, del
giudicato; non dunque nuovo danno, ma nuova questione, la quale, appunto
perché nuova, non è coperta dal giudicato. […] Il vero è che, proprio perché
la sentenza di liquidazione dichiara una equivalenza e non costituisce un
debito ex novo, il debito conserva, come ha notato la Corte suprema, il suo
carattere originario; una somma è dovuta in virtù di un debito di valore, non
di valuta; perciò se, prima del pagamento, muta il rapporto tra valore e valuta,
in virtù di tale carattere, il mutamento non può essere senza efficacia”, 179.
V., invece, in senso critico, ASCARELLI, Studi giuridici sulla moneta cit., 156,
ad avviso del quale “una volta tuttavia riconosciuto che l’oggetto del debito
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 59

L’obbligazione, così determinata in una certa quantità di


valuta, sarebbe allora soggetta all’applicazione del principio
nominalistico ed i danni che il creditore potrebbe subire, in
conseguenza di un eventuale ritardo del debitore nell’adem-
pimento, sarebbero risarcibili alle condizioni e nella misura sta-
bilite dall’art. 122474.

nel risarcimento del danno è un valore, l’efficacia di giudicato


tradizionalmente riconosciuta alla liquidazione sta appunto a significare che
l’accertamento della sentenza di liquidazione non concerne solo il quantum
del danno (valore) da risarcire, ma anche la sua liquidazione e cioè la sua
equivalenza ad una determinata somma di moneta. Ciò posto si deve
ammettere che, formatosi il giudicato sulla liquidazione, non è più possibile
constatare questa equivalenza senza negare il giudicato. Potrà bensì farsi
valere anche in appello il mutato potere di acquisto della moneta, perché
venga considerato nella liquidazione; passata però in giudicato la sentenza,
passa anche in giudicato che quel determinato valore x corrisponde alla
somma pecuniaria y e in questo senso (non per effetto di una efficacia
novativa che contrasterebbe con la natura dichiarativa della sentenza) può
dirsi che il debito di valore passi ad essere soggetto ai principi dei debiti
pecuniari”.
CASS., 2 luglio 1953, n. 2058, in Foro it., 1953, 1258 ss., riprende in esame la
questione della trasformazione, con il giudicato, del debito di valore in debito
di valuta, ed afferma: “Non v’è nessun dubbio che tale reintegrazione di
patrimonio ha luogo in giusta misura solo se la somma di risarcimento
costituisce l’equivalente del danno al momento stesso in cui viene pagata; ma
i mezzi apprestati dall’ordinamento giuridico non consentono il raggiungi-
mento di questo risultato, in quanto il giudice, ignorando sia il momento nel
quale avverrà il pagamento, sia gli eventuali mutamenti nel potere di acquisto
della moneta, non può riferirsi che al valore di essa all’epoca della pronuncia.
[…] Ed è chiaro che sulla entità della somma stabilita si forma il giudicato
irrevocabile, contro cui si infrangerebbe ogni pretesa di adeguamento al
mutato potere di acquisto della moneta”, 1260 e 1261. V., fra le tante, a
sostegno di questo indirizzo ormai consolidato, CASS., 10 gennaio 1996, n.
166, in Vita not., 1999, 1189 ss., con nota di BIANCO; CASS., 25 novembre
2005, n. 24896, in Rep. Foro it., 2005, voce Danni civili, n. 391.
74
Cfr. CASS., 8 marzo 2005, n. 5008, in Rep. Foro it., 2005, voce Danni
civili, n. 404, che spiega come “le obbligazioni di valore si trasformano in
obbligazioni di valuta solo in seguito al passaggio in giudicato della sentenza
che decide sulla loro liquidazione, e pertanto solo da tale momento restano
assoggettate alla disciplina dettata dall’art. 1224 c.c. per le obbligazioni di
valuta, con la conseguenza che con decorrenza da tale momento vanno
60 CAPITOLO I

1.3. I debiti di valore nella dottrina

Proseguendo la trattazione, dopo aver parlato di quella che


si è definita la dottrina dei debiti di valore, e degli argomenti che
la giurisprudenza usa per giustificare il ricorso a questa figura
nei casi in cui ritiene che l’applicazione del principio
nominalistico produrrebbe dei risultati contrari al senso della
fattispecie, si esaminano ora le posizioni assunte dalla dottrina.
In questa materia una analisi che non si voglia limitare alla
compilazione del catalogo delle opinioni espresse dai singoli
autori risulta alquanto difficoltosa.
Le dimensioni in cui può essere colta la categoria dei debiti
di valore sono, sostanzialmente, due: la costruzione ascarelliana
e l’applicazione giurisprudenziale. Fissati questi due poli, ed
individuate quelle posizioni che si situano marcatamente
nell’orbita dell’uno o dell’altro75, si può osservare come la
maggior parte degli autori accettino i tratti distintivi della
categoria così come disegnati da Ascarelli, rifiutandone però la
dogmaticità dell’impostazione per fare propria, al contrario,
quell’accezione operativa di tecnica di risoluzione di conflitti
con cui la giurisprudenza ha inteso i debiti di valore. D’altra
parte non potrebbe essere altrimenti, se si giudica che questa
categoria sia funzionale a dare una disciplina coerente a
determinate fattispecie, e non si ritiene che l’ordinamento

riconosciuti gli interessi corrispettivi nonché il risarcimento del danno per la


mancata tempestiva disponibilità della somma di denaro rappresentante
l’equivalente del bene perduto o danneggiato, qualora sia fornita, anche con
presunzioni semplici, la prova del danno subìto […]”.
75
Fra queste, per una ricostruzione fedelmente ascarelliana, v. F.
MASTROPAOLO, Obbligazioni pecuniarie, in Enc. giur. Treccani, vol. XXI,
Roma, 1990; D. GIACOBBE, Risarcimento del danno da responsabilità
contrattuale e svalutazione monetaria, in Diritto monetario cit., 607 ss.; G.
POLVANI, Debito di valuta, in Diritto monetario cit., 209 ss., in particolare
214 ss. Per un’impostazione criticamente attenta al dato giurisprudenziale v.,
invece, L. MOSCO, Gli effetti giuridici della svalutazione monetaria, Milano,
1948, in particolare 54 ss. e 79 ss.; C. M. BIANCA, L’obbligazione, in Diritto
civile, vol. IV, Milano, 1993, 149 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 61

appresti già gli strumenti idonei per risolvere i problemi alla


base della creazione dei debiti di valore.
Fra queste opinioni si annoverano quelle di coloro76 che
ritengono sia riduttiva ed errata una definizione in negativo dei
debiti di valore, che si limiti ad accomunare sotto la medesima
etichetta tutte le ipotesi in cui il principio nominalistico non
troverebbe applicazione, dalle obbligazioni risarcitorie, a quelle
indicizzate, a quelle accompagnate dalla previsione di clausole
monetarie. Questo modo di procedere, spesso fatto proprio dalla
giurisprudenza, sarebbe, appunto, errato, in quanto teso a
raggruppare in una medesima classe fattispecie affatto diverse, e
riduttivo, poiché incapace di cogliere il problema dei debiti di
valore, “intesi nella loro più ristretta e tecnicamente precisa
accezione”77.
Il problema sarebbe quello posto dalla considerazione di
un’espressione monetaria come rappresentativa di un potere
d’acquisto e non di un determinato multiplo o sottomultiplo
dell’unità monetaria legale. Laddove, invece, nei debiti
indicizzati e nelle clausole monetarie si porrebbe la differente
questione della derogabilità, ad opera delle parti, del principio
nominalistico. Ad una risposta positiva al primo quesito si
accompagnerebbe, tendenzialmente, una soluzione dello stesso
segno per il secondo, ma i problemi non cesserebbero di
rimanere distinti.
Riconfermando, dunque, una visione dei debiti di valore
come obbligazioni che, stimate, ad un certo tempo, in un’entità
monetaria espressiva di un potere d’acquisto, necessitano di una
successiva liquidazione che fissi, in via definitiva, la somma di
denaro dovuta, lasciando inalterato il valore individuato, questi
autori si oppongono a quelle definizioni giurisprudenziali che,

76
V. DI MAJO, op. cit., 261 ss.; E. QUADRI, Le obbligazioni pecuniarie, in
Trattato di diritto privato diretto da RESCIGNO, vol. 9, Torino, 1999, 563 ss.;
A. PERRONE, Tra adempimento dell’obbligazione pecuniaria e disciplina del
debito risarcitorio: appunti critici intorno all’espressione «debito di valore»,
in B.B.T.C., 2000, 599 ss., e in particolare 605 ss.
77
Usa questa locuzione QUADRI, op. cit., 569.
62 CAPITOLO I

da una parte, non distinguono i casi in cui l’aestimatio avvenga


in relazione ad un momento differente da quello della taxatio,
accomunando così debiti di valore e debiti illiquidi, e, dall’altra,
identificano i debiti di valore come quelli in cui il denaro
rappresenta semplicemente il succedaneo di un altro bene.
Si evidenzia, in relazione a questo ultimo aspetto, come
laddove si consideri funzione della prestazione risarcitoria
quella di reintegrare il patrimonio del danneggiato del valore di
un determinato bene e, a questo fine, si reputi il momento della
sentenza quello più indicato per determinare il quantum
debeatur, non si possa al contempo qualificare l’obbligazione
come debito di valore. In questa ipotesi, non si avrebbe, come
nei debiti di valore, “un’entità debitoria aperta”78 che permette
di seguire le oscillazioni del potere d’acquisto della moneta per
poter, alla fine, fissare l’oggetto della prestazione in
quell’espressione monetaria che, scontati i fenomeni di
apprezzamento o deprezzamento, svalutazione o rivalutazione,
mantenga intatto il valore stimato, ma un’obbligazione
quantitativamente determinata in funzione di un’unità materiale
di misura dei valori, data dal valore di un bene, da seguire nei
suoi possibili mutamenti, differenti da quelli del generale potere
d’acquisto della moneta, ed esprimere in una determinata
somma di denaro solo con la sentenza che quantifica la
prestazione risarcitoria.
Così, ad una impostazione che individua i debiti di valore in
negativo, accostandoli a fattispecie diverse, esclusivamente sulla
base della mancata applicazione del principio nominalistico, li
confonde con le obbligazioni illiquide, e non li distingue dai
debiti determinati in funzione del valore di un bene, si preferisce
una ricostruzione in positivo della categoria. A dispetto di ciò,
però, si rileva che “l’aspetto forse debole di questa impostazione
è nella pretesa di individuare un elemento «formale» che
costituisca il supporto della categoria – individuandosi questo
elemento nel potere d’acquisto quale criterio di misurazione
quantitativa della somma dovuta - e spiegando poi, sulla base di
78
Il riferimento è a DI MAJO, op. cit., 264.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 63

tale elemento, tutto il resto […]. Ma potrebbe sospettarsi che


questo elemento «formale» non abbia grande consistenza e si
giustifichi più per una ragione di contrapposizione alla categoria
dei debiti di danaro che per altre ragioni”79. O si avverte che
“non sembra, comunque, il caso di sopravvalutare la discussione
sui criteri formali di delimitazione della figura”80, o ancora si
ritiene che “l’effettiva tenuta sistematica della categoria «debito
di valore» non appare, invero, scevra da dubbi”, così se, da una
parte, “accentuare i tratti funzionali di determinate obbligazioni
pecuniarie può ben portare ad escludere l’applicabilità dell’art.
1277, co. 1, c.c.”, dall’altra si giudica difficile “concludere che
per tutte le obbligazioni pecuniarie non soggette alla regola del
valore nominale trovi applicazione l’opposto criterio del
valorismo”81.
In sostanza, si accettano le conseguenze cui conduce l’uso
dei debiti di valore, ma si manifestano dubbi e perplessità
intorno alla possibilità di trasformare una tecnica (di liquida-
zione del debito) in una categoria fondata dogmaticamente. Ci si
oppone alle generalizzazioni ed al facile empirismo dei giudici,
opponendovi le più meditate distinzioni e considerazioni che
informano la dottrina dei debiti dei valore, ma, al contempo, si
guarda con diffidenza ad una sua categorizzazione sistematica,
rifugiandosi nel porto sicuro di un giudizio funzionale sullo
scopo dell’obbligazione che, poi, legittimerebbe l’impiego della
stessa tecnica di liquidazione82.
79
DI MAJO, op. cit., 263 e 264.
80
QUADRI, op. cit., 568.
81
PERRONE, op. cit., 617.
82
V. le considerazioni di U. BRECCIA, Le obbligazioni, in Trattato di diritto
privato a cura di IUDICA e ZATTI, Milano, 1991, 287, il quale nota come “la
letteratura sull’argomento si diffonde in merito al carattere non dogmatico e
al condizionamento pratico della figura dei «debiti di valore». […] In
mancanza di riferimenti puntuali nelle leggi, la finalità pratica di sottrarre
alcuni rapporti alle conseguenze del principio nominalistico trovava un
supporto nell’esperienza casistica. Il modello generale si arricchiva di nuove
ipotesi singolari tratte dalla prassi; e le conseguenze erano ambivalenti.
Duttilità e incertezza coesistevano; e rendevano talvolta precaria l’istanza
pratica che sorreggeva l’intera costruzione. La serie di figure ricomprese
64 CAPITOLO I

In quest’ottica, il problema dei debiti di valore sarebbe


quello di fattispecie che rifiutano per la risoluzione del conflitto
di interessi che le stesse involgono lo strumento del debito di
denaro, quale entità formale ed astratta che, cristallizzando
rigidamente un valore in una certa espressione monetaria, non
permetterebbe una risoluzione del conflitto che, se vuole
raggiungere gli obbiettivi fissati in via generale dall’ordina-
mento, abbisogna, invece, di una tecnica che consenta di
considerare con duttilità tutte le evenienze che si presentino in
un dato orizzonte temporale83.

sotto la denominazione di «debito di valore» può essere descritta soltanto con


ricorso al metodo casistico, che pure deve essere sottoposto a controllo
critico, al fine di evitare che sia vanificato anche un minimo di criteri
distintivi di carattere generale […]”.
83
Cfr. DI MAJO, op. cit., 264, il quale osserva che “gli istituti e le norme
segnalate non forniscono, tuttavia, elementi per costruire apposita categoria
concettuale. All’elaborazione giurisprudenziale spetta di apprestare, più che
autonoma categoria, tecnica pertinente di soluzione del conflitto, che sia
all’altezza dello scopo che intende soddisfare la norma o l’istituto”, ed
aggiunge: “Non si potrebbe neanche dire che il problema dei debiti di valore
è il problema stesso dei debiti di danaro ai quali si applica un più generale
principio «valoristico» (contro il principio nominalistico) ma, come si è detto,
una tecnica di soluzione di conflitti che rifiuta il ricorso alla forma del debito
di danaro (pur corretta da un principio «valoristico»)”. V., con simili accenti,
QUADRI, op. cit., 568 e 569, secondo cui l’effettiva portata della figura dei
debiti di valore “può essere colta solo ove si attribuisca il giusto peso al
criterio sostanziale, rappresentato dalla valutazione delle finalità dei singoli
tipi di rapporto, in relazione alla loro compatibilità con l’addossamento al
creditore dei rischi (e dei poco probabili vantaggi) delle variazioni del potere
di acquisto della moneta. Ed è proprio ad un simile criterio, del resto, che
sostanzialmente ci si richiama, anche a livello operativo, quando si
caratterizza il debito di valore come quello in cui la prestazione è «diretta ad
integrare o reintegrare il patrimonio del creditore in misura corrispondente ad
un determinato valore»”. PERRONE, op. cit., 642, in conclusione del suo
studio afferma: “Preferibili appaiono pertanto soluzioni che, distinguendo le
diverse ipotesi di pregiudizio patrimoniale e le varie «voci» in cui esso può
essere articolato, declinino le indicazioni provenienti dai principi generali
nelle diverse fattispecie, sì da soddisfare esigenze pratiche di liquidazione del
danno e nel contempo urgenze di coerenza sistematica”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 65

1.3.1. I debiti di valore come tecnica di liquidazione del


risarcimento del danno

L’elaborazione della categoria dei debiti di valore nasce sul


terreno della teoria giuridica della moneta, o meglio della teoria
delle obbligazioni che hanno ad oggetto moneta. Per Ascarelli i
debiti di valore sono quelle obbligazioni in cui la quantità di
moneta fissata quale oggetto della prestazione non è determinata
in funzione di un’unità di misura legale del valore, ma di un
potere d’acquisto, quelle obbligazioni in cui, in sostanza, non si
fa ricorso alla regola nominalistica per stabilire la quantità di
moneta necessaria, trascorso un certo tempo, ad eseguire la
prestazione, ma ad un diverso principio valorista.
La dottrina dei debiti di valore si sviluppa da un’analisi delle
funzioni della moneta e delle forme dei sistemi monetari che
spiega in chiave logica e storica l’affermazione del principio
nominalistico, i suoi presupposti e la sua attuale portata. Nelle
obbligazioni di valore tali presupposti non ricorrerebbero e non
è, quindi, al principio nominalistico, ma ad una differente
regola, che si dovrebbe fare riferimento per individuarne la
disciplina. L’analisi degli istituti che sono fonte degli obblighi
poi qualificati come di valore servirebbe, in quest’ottica, solo a
capire in funzione di quale criterio di misurazione, l’unità
monetaria legale o un potere d’acquisto, è determinata
l’espressione monetaria oggetto della prestazione. Questo, che
potrebbe giudicarsi l’aspetto funzionale della dottrina dei debiti
di valore, ha, quindi, almeno all’apparenza84, una portata
piuttosto limitata in un discorso tutto radicato nella teoria della
moneta e delle obbligazioni pecuniarie.
Al contrario, a partire dall’evidenziata enfatizzazione del
profilo funzionale85, si assiste, nel discorso di molti autori, ad un

84
V. infra cap. II.
85
V. M. TRIMARCHI, Danni da svalutazione monetaria (in materia
extracontrattuale), in Diritto monetario cit., 161 ss., ad avviso del quale “la
qualificazione in senso valoristico di tutte le obbligazioni pecuniarie
66 CAPITOLO I

“cambiamento di pelle” dei debiti di valore, considerati


puramente e semplicemente come una tecnica di liquidazione
del risarcimento del danno, un sistema che permette di
realizzare, in armonia con le regole di responsabilità, la
compensazione del pregiudizio subìto dal danneggiato, nei casi
in cui questa debba avvenire per il tramite di una prestazione
monetaria86.
Così, da coloro che sviluppano questa tendenza nel modo
più schietto, si vede affermare che “la questione relativa alla
vigenza ed applicazione del principio nominalistico […] rimane
quindi al di fuori di questa vicenda. Il problema non è tanto
quello di rendere insensibile l’obbligazione pecuniaria alle
oscillazioni del potere d’acquisto della moneta, quanto piuttosto
di applicare una tecnica di liquidazione pecuniaria del danno, la
quale, in virtù della complessiva logica interna a tutta la
sistematica del risarcimento (reintegrazione piena del
patrimonio danneggiato, parallela disciplina del risarcimento in
forma specifica), non può che essere valutata con riferimento al
momento in cui la prestazione si andrà a consolidare nel
patrimonio del danneggiato. Non si tratta, dunque, di un
privilegio attribuito ai titolari di pretese risarcitorie ex delicto
rispetto a quelli ex negotio, […] in quanto, in ogni caso, una
liquidazione del danno che fosse realizzata avendo come
riferimento il momento in cui questo si è verificato, non
troverebbe nel sistema del risarcimento alcuna giustificazione

risarcitorie in materia extracontrattuale comporta, infatti, un nuovo e diverso


modo di configurare il debito di valore e la distinzione con quello di valuta.
Crediamo si possa affermare che, seppur non sempre consapevolmente, nella
individuazione dei caratteri tipici del debito di valore si è passati da una
prospettiva formale, attenta a ricercare dati ed elementi certi e facilmente
individuabili idonei a fondare tale distinzione (ad esempio il carattere liquido
o no dell’obbligazione), ad una indicazione di tipo sostanziale - funzionale”,
178 e 179.
86
V. C. M. BIANCA, La responsabilità, in Diritto civile, vol. V, Milano, 1994,
che così afferma: “La liquidazione del danno deve procedere in ogni caso in
base al valore attuale della moneta, ossia in base al valore della moneta al
tempo della liquidazione. Questa regola si esprime nella qualifica del debito
di risarcimento quale debito di «valore»[…]”, 163.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 67

(come, ad esempio, la necessità di dare rilevanza anche ai danni


conseguenti, ma verificatisi successivamente all’evento dannoso
principale), ma piuttosto si tratta di una totale estraneità del
principio nominalistico a questa problematica”87.
L’estraneità del principio del valore nominale ai debiti
risarcitori sarebbe, quindi, da imputare alla loro natura di
obbligazioni illiquide, che deriverebbe direttamente dalle regole
e dalle rationes che informano il sistema di responsabilità88.
Applicandosi, infatti, il principio nominalistico soltanto ai debiti
liquidi e non potendosi dare il caso di un’obbligazione
risarcitoria liquidata in un momento precedente a quello della
sentenza o dell’esecuzione spontanea della prestazione, la
questione della vigenza di tale principio sarebbe affatto
inconferente rispetto alla problematica dei debiti di risarcimento
del danno.
Il sistema delineato dagli artt. 2056, 1223, 1226 e 1227 c.c.
porta, infatti, all’affermazione del principio della completa
reintegrazione del patrimonio del danneggiato nella situazione
precedente al prodursi del danno. L’art. 2058 c.c. prevedendo,
laddove sia in tutto o in parte possibile e non risulti
eccessivamente oneroso per il debitore, la possibilità di chiedere
il risarcimento in forma specifica, contribuirebbe a determinare
il contenuto del risarcimento per equivalente, che, in nessun
caso, potrebbe venire ad assicurare al danneggiato una tutela
meno intensa di quella che gli verrebbe garantita dalla
prestazione in natura89.

87
B. INZITARI, La moneta, in Trattato di diritto commerciale e di diritto
pubblico dell’economia diretto da GALGANO, vol. VI, Padova, 1983, 126 e
127.
88
Cfr., nella medesima prospettiva, P. RAYNAUD, Les dettes de valeur en
droit français, in Mélanges offerts à Jean Brethe de La Gressaye, Bordeaux,
1967, 611 ss.; G. L. PIERRE – FRANÇOIS, La notion de dette de valeur en droit
civil. Essai d’une théorie, Paris, 1975, in particolare 60 ss.
89
Nella letteratura di lingua tedesca, il riferimento al risarcimento in forma
specifica viene usato, invece, per sostenere la tesi della differenza ontologica
tra debiti di valuta e debiti di valore. Per l’opinione che esclude i debiti
risarcitori dalla categoria delle obbligazioni pecuniarie v. VON MAYDELL, op.
68 CAPITOLO I

Da ciò deriverebbe l’impossibilità di liquidare


l’obbligazione risarcitoria in un momento precedente a quello
della pronuncia della sentenza. Una tale scelta, infatti,
addossando al creditore i rischi delle oscillazioni del potere
d’acquisto della moneta, tra il momento della liquidazione e
quello della sentenza, non compenserebbe integralmente il
danneggiato del pregiudizio subìto a causa dell’evento dannoso
e lo porrebbe, ingiustificatamente, in una posizione sfavorevole
rispetto a quella nella quale si sarebbe trovato se il risarcimento
gli fosse stato prestato in natura. In questa ipotesi il creditore
danneggiato riceverebbe, infatti, il bene perduto per il suo valore
al momento della pronuncia del giudice90.
Allo stesso modo, nell’ipotesi in cui l’aestimatio del danno
venga effettuata in relazione ad un momento precedente la
liquidazione, la rivalutazione dell’espressione monetaria deter-
minata a seguito della valutazione conseguirebbe, semplicemen-
te, alla necessità di fare una corretta applicazione delle regole
che determinano la quantificazione del risarcimento del danno
per equivalente.
Si potrebbe comunque, in quest’ottica, definire
l’obbligazione risarcitoria come debito di valore, ma “solamente
perché è dovuto un valore astratto che viene liquidato e
attribuito secondo diverse particolari tecniche proprie dei vari

cit., 12 e 13, che, peraltro, non aderisce a questa impostazione: “Solange der
Schuldner Naturalersatz schuldet, liegt noch keine Geldschuld vor. Die bloße
Möglichkeit, daß anstelle der Naturalrestitution später einmal Geld
geschuldet werden kann, begründet noch keine Geldschuld. Darüber hinaus
wird in der Literatur z.T. das Vorliegen einer echten Geldschuld davon
abhängig gemacht, daß die Geldzahlungsverpflichutung von Anfang an, d. h.
von ihrer Entstehung an, auf eine bestimmte Geldsumme gerichtet sein
müsse. Nur diese sog. Geldsummenschulden seien echte Geldschulden. Alle
die Schulden, deren endgültige Höhe noch nicht feststehe, weil sie mit Hilfe
eines Besonderen Maßstabes (Höhe des Schadens, der Bereicherung, des
notwendingen Unterhalts) ermittelt werden müßten – man spricht in diesen
Fällen von Wertschulden –, seinen keinen echten Geldschulden”.
90
Cfr. INZITARI, op. cit., 122 ss.; ID., Obbligazioni pecuniarie, in Digesto IV
ed., Disc. priv., Sez. civ., vol. XII, Torino, 1995, 469 ss., in particolare 473 ss.
V., nello stesso senso, M. TRIMARCHI, op. cit., 166.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 69

rapporti obbligatori”, d’altra parte “l’eccezione al principio


nominalistico non emerge, in quanto non è data neanche
l’occasione di applicare il suddetto principio”91.
In questo senso, più che di debiti di valore si viene a parlare
di tecniche valoristiche, ed i debiti di valore sarebbero quelli in
cui vengono usate delle tecniche valoristiche per la liquidazione
della somma dovuta. Così, nel caso in cui la stima del danno
avvenga in relazione ad un momento differente rispetto a quello
della pronuncia della sentenza, unico caso in cui, secondo la
dottrina dei debiti di valore, ricorrerebbe tale figura, la tecnica
valoristica usata sarebbe quella della rivalutazione, al momento
della liquidazione, dell’espressione monetaria individuata con
l’aestimatio. Nell’ipotesi in cui, al contrario, la stima venga
effettuata al tempo della pronuncia del giudice, la tecnica
valoristica impiegata sarebbe quella di liquidare una somma
corrispondente al valore del bene perduto in tale momento. In
entrambi i casi il risultato, ottenuto grazie all’impiego di queste
tecniche, è quello di evitare che al creditore della prestazione
risarcitoria siano addossate le variazioni del potere d’acquisto
della moneta o del valore del bene tra il momento della nascita
dell’obbligo funzionale alla reintegrazione del suo patrimonio e
quello in cui tale reintegrazione abbia effettivamente luogo (o
quello della sentenza). Ed in entrambe le ipotesi, proprio in
considerazione del risultato ottenuto, si sarebbe di fronte ad un
debito di valore92.

91
INZITARI, La moneta cit., 128, il quale, a questo proposito, chiarisce: “Non
c’è dubbio, dunque, che la funzione del valore informi e caratterizzi la
categoria dei cosiddetti debiti di valore, ma non tanto per una pretesa capacità
di questa tipologia di debiti di uscire indenni dalle vicende della svalutazione
monetaria, quanto piuttosto per il fatto che il bene patrimoniale dovuto è
identificabile e quantificabile sulla base di una relazione di valori e, cioè,
misurato in unità monetaria avente corso legale […], in un momento che
viene determinato secondo quello che si ritiene e/o si interpreta essere proprio
della disciplina e dello scopo specifico del rapporto obbligatorio (momento
del pagamento, della sentenza di condanna, della determinazione della
indennità di espropriazione ecc.)”.
92
Cfr. M. TRIMARCHI, op. cit., 167 ss.
70 CAPITOLO I

Infatti, “il debito di valore – si spiega – non coincide più col


debito pecuniario illiquido o con quello sostitutivo di altra
precedente obbligazione, bensì può definirsi come il debito
pecuniario mediante il quale, per scelte legislative (o negoziali),
viene tutelato l’interesse del creditore (nella specie del
danneggiato) ad ottenere, al tempo del pagamento (o della
liquidazione), una somma idonea a reintegrarlo efficacemente
della diminuzione patrimoniale subìta a seguito dell’illecito,
evitandogli di subire gli effetti della svalutazione monetaria
verificatasi tra l’illecito e l’effettivo ristoro”93.

1.3.2. I debiti di valore come debiti pecuniari?

In conclusione di questo capitolo, in cui si è cercato di


delineare la figura dei debiti di valore così come emerge dal
discorso degli studiosi e dei giudici, rimane un ultimo aspetto da
mettere in luce, se, cioè, quella dei debiti di valore venga
considerata una categoria, per quanto particolare, di obbligazioni
pecuniarie, o se, al contrario, si ritenga essi diano forma ad una
specie di obbligazioni diverse dalle pecuniarie.
La risposta non è univoca, essendovi opinioni che militano
per la prima soluzione ed altre che, invece, abbracciano la
seconda. Si deve rilevare, in ogni caso, come la questione non
abbia una valenza esclusivamente dogmatica, in quanto ad una
considerazione dei debiti di valore come debiti pecuniari segue,
solitamente94, l’affermazione dell’applicabilità agli stessi
dell’art. 1224, quale disciplina del danno da mora nell’adempi-
mento dell’obbligazione, mentre, da parte di chi accede all’op-
posto indirizzo e non ritiene, quindi, i debiti di valore riducibili a
debiti pecuniari, si richiamano altre norme e principi a fondare
la risarcibilità, anche in relazione a tali debiti, di questi danni.
Ascarelli, come più volte evidenziato, costruisce la
categoria dei debiti di valore in contrapposizione a quella dei

93
M. TRIMARCHI, op. cit., 179.
94
Ma v. infra la posizione di Ascarelli.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 71

debiti di denaro. La normativa dei debiti di denaro troverebbe


quali presupposti di applicazione: il fatto che la prestazione
abbia ad oggetto pezzi monetari, che questi siano indicati
genericamente e la loro determinazione quantitativa sia in
funzione di un’unità di misura del valore. Quindi, i debiti di
valore avrebbero in comune con i debiti di denaro l’oggetto
monetario della prestazione e l’indicazione generica dei pezzi
monetari individuati (nei primi a seguito dell’aestimatio, nei
secondi, tendenzialmente, dal contratto). Diverso sarebbe,
invece, il criterio di misurazione quantitativa della prestazione.
Ascarelli sostiene l’applicabilità dell’art. 1224 ai debiti di
valore, in quanto tale norma “non presuppone il ricorso ad uno
od altro criterio di misurazione quantitativa della prestazione;
concerne invece le prestazioni il cui oggetto sia costituito dalla
dazione di pezzi monetari e cioè da cose che, tipicamente,
costituiscono strumento di scambio […]”95.
Come si vede questa ricostruzione presenta diverse sfaccet-
tature: da una parte i debiti di valore costituirebbero una specie
di obbligazioni diversa da quella delle obbligazioni pecuniarie, o
meglio di denaro, per seguire la terminologia dell’Autore, e
sarebbero soggetti ad una normativa affatto diversa; dall’altra
debiti di valore e debiti di denaro avrebbero in comune la natura
monetaria dell’oggetto della prestazione, e ciò farebbe sì che ad
entrambe le specie si applichino quelle norme, come l’art. 1224,
che trovano solo in questo elemento il loro presupposto96.
Coloro che, ugualmente, costruiscono la categoria dei debiti
di valore muovendo dalla contrapposizione tra questi e i debiti
di denaro, non considerano i debiti di valore come obbligazioni
pecuniarie e ritengono che ad essi non siano applicabili le regole
poste dall’art. 122497. Alle stesse conclusione giunge chi,
95
ASCARELLI, Obbligazioni pecuniarie cit., 566 e 567.
96
Ritiene PERRONE, op. cit., 612, forse con eccessiva sicurezza, che “nella
formulazione definitiva della teoria ascarelliana, il debito di valore è
un’obbligazione pecuniaria in senso proprio […]”.
97
DI MAJO, op. cit., 291, ad avviso del quale “discutibile sembra essere
un’applicazione, diretta o analogica che sia, della forma di tutela prevista
dall’art. 1224 ad una categoria, a quella dei debiti di valore, dietro la quale si
72 CAPITOLO I

individuando, invece, il fondamento dei debiti di valore nelle


regole sulla responsabilità risarcitoria, considera obbligazioni
pecuniarie solo quelle liquide98. Con gli stessi accenti si esprime
la giurisprudenza che, come rilevato, individua proprio sul
terreno dell’oggetto della prestazione la prima ragione di
distinzione tra debiti di valuta e debiti di valore99.
Al contrario, ritengono i debiti di valore obbligazioni
pecuniarie coloro che giudicano il tratto distintivo di tali
obbligazioni sia rappresentato dall’oggetto monetario della
prestazione, a prescindere dal fatto che essa, al momento della
sua nascita, sia liquida o illiquida100.

cela, come si è visto, una tecnica di soluzione di conflitti che si è nettamente


contrapposta al debito di danaro e alle sue forme storiche di tutela”.
98
Cfr. INZITARI, op. ult. cit., 127. V., inoltre, M. LIBERTINI, Interessi, in Enc.
dir., vol. XXII, Milano, 1972, 95 ss., ad opinione del quale “gli interessi
legali rimangono un fenomeno tipico delle obbligazioni pecuniarie in senso
stretto: nei debiti di valore la moneta è solo lo strumento tecnico di
determinazione dell’oggetto della prestazione, in funzione di un certo potere
d’acquisto”.
99
V., fra le tante, CASS., 3 dicembre 1999, n. 13463 cit., che, a proposito
della liquidazione del danno da ritardo nel pagamento dei crediti di valore,
sostiene che “pur quando è effettuata secondo la tecnica degli interessi legali,
rientra nello schema liquidatorio del danno di cui all’art. 2056 c.c., e non co-
stituisce applicazione dell’art. 1224 c.c., che si riferisce alle obbligazioni ori-
ginariamente pecuniarie e non trova quindi applicazione per i debiti di va-
lore”.
100
Cfr. BIANCA, L’obbligazione cit., 155 e 156, secondo cui “questa
contrapposizione, [tra debiti di valuta e debiti di valore, n.d.r.] che giunge ad
estraniare i debiti di valore dall’ambito delle obbligazioni pecuniarie, non
appare giustificata. I debiti di valore hanno infatti anch’essi ad oggetto una
somma di denaro, seppure riferita al valore reale della moneta. Ne consegue
pertanto il loro assoggettamento di massima alle norme sulle obbligazioni
pecuniarie, escluse solamente quelle che presuppongono la liquidità del
debito. Così, è certo che la disciplina dei danni nelle obbligazioni pecuniarie
(1224 c.c.) comprende sia i debiti di valuta che i debiti di valore”; M.
TRIMARCHI, op. cit., 162 e 163, che afferma: “Parte della dottrina e della
giurisprudenza definiscono (o – forse meglio – assumono come) pecuniaria
solo l’obbligazione di valuta e di valuta solo l’obbligazione liquida,
instaurando così un nesso sufficientemente rigido tra il carattere liquido di
una obbligazione e la sua natura pecuniaria. In realtà una obbligazione può
I DEBITI DI VALORE: PROFILI GENERALI 73

dirsi pecuniaria non solo quando la somma di denaro dovuta è determinata


nell’ammontare fin dalla nascita dell’obbligazione, quando cioè, si tratti di
obbligazione pecuniaria liquida, bensì più genericamente, quando la
prestazione dovuta consiste nella consegna di una quantità di denaro. Il
carattere della liquidità non è, d’altra parte, proprio di ogni obbligazione di
valuta: il prezzo di una vendita di cose generiche o il prezzo rimesso
all’arbitrio di un terzo possono, ad esempio, costituire l’oggetto di
obbligazioni pecuniarie, pacificamente considerate di valuta e le relative
previsioni, però, allo stesso tempo rientrano nelle ipotesi nelle quali l’oggetto
della prestazione (la somma di denaro) al tempo del sorgere del rapporto
obbligatorio non è liquido ma solo determinabile. Nell’obbligo di risarcire il
danno per equivalente si ha una fattispecie simile; la somma di denaro dovuta
al momento della nascita dell’obbligazione (al tempo di compimento
dell’illecito) non è determinata ma solo determinabile”; U. NATOLI,
L’attuazione del rapporto obbligatorio, vol. IV, Milano, 1964, 191; M.
GIORGIANNI, L’inadempimento, Milano, 1975, 165, il quale, in riferimento
alla possibilità di applicare l’art. 1224 ai debiti di valore, afferma: “più in
generale ci sembra che l’art. 1224 preveda non solo le obbligazioni che hanno
per oggetto immediato il danaro, ma altresì quelle per le quali il danaro serve
come misura, e cioè non solo le obbligazioni di valuta, ma altresì quelle di
valore. Quantomeno, ci sembra che l’art. 1224 possa applicarsi ai debiti di
valore in via di applicazione estensiva o analogica”; A. DE CUPIS, Il danno
Teoria generale della responsabilità civile, vol. I, Milano, 1979, 487,
secondo cui “vero è che il detto articolo [l’art. 1224, n.d.r.] concerne
testualmente le «obbligazioni che hanno per oggetto una somma di denaro», e
che l’obbligazione di risarcire non è ancora, prima della liquidazione
giudiziale, obbligazione di dare una determinata somma di danaro, non è
ancora, cioè, un’obbligazione pecuniaria, avente per attuale oggetto una
somma di danaro, numericamente determinata. Ma la mora, abbiamo visto, è
coeva al fatto illecito; e s’impone quindi l’esigenza di disciplinare
uniformemente la liquidazione del danno da essa prodotto, ragguagliando tale
danno, fin dall’inizio della stessa mora, ad una frazione percentuale […] della
somma pecuniaria in cui si esprimerà, attraverso la successiva liquidazione
giudiziale, la misura dell’obbligazione risarcitoria sorta da quel fatto
illecito”; O. T. SCOZZAFAVA, Gli interessi monetari, Napoli, 1984, 93.
Cfr., nello stesso senso, VON MAYDELL, op. cit., 13, secondo cui: “ist
offensichtlich, daß auch die Geldsummenschulden nicht statisch verstanden
werden dürfen; denn im Ablauf des Schulderverhältnisses kann die
Verpflichtung des Schuldners sich wandeln, insbesondere kann sich die
ursprünglich festgesetzte Schuldsumme, z.B. im Fall des Verzuges, erhöhen.
Alle diese Überlegungen sprechen gegen eine Einengung des
Geldschuldbegriffes. Er soll daher hier für alle die Schuldverhältnisse
74 CAPITOLO I

gebraucht werden, die durch Zahlung einer Summe Geldes erfüllt werden
können, gleichgültig ob die Höhe der Summe von Beginn des
Schuldverhältnisses an fixiert ist oder erst im Zeitpunkt der Leistung ermittelt
wird”.
CAPITOLO II

LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME


CATEGORIA UNITARIA

SOMMARIO: 2.1. Critica dell’attuale possibilità di costruire la struttura


dell’obbligazione pecuniaria in funzione del riferimento ad
un’unità di misura legale del valore – 2.1.1. Critica della tesi che
considera l’applicazione del principio nominalistico conseguenza
della determinazione quantitativa della prestazione in funzione di
un’unità di misura legale del valore – 2.2. Le funzioni della
moneta, la moneta come funzione – 2.3. Conclusioni intorno alla
dottrina dei debiti di valore – 2.4. I debiti risarcitori come debiti
di valuta – 2.4.1. I debiti risarcitori e il danno da mora – 2.5.
Principio nominalistico e danno da mora nell’indebito e
nell’ingiustificato arricchimento.

2.1. Critica dell’attuale possibilità di costruire la struttura


dell’obbligazione pecuniaria in funzione del riferimento ad
un’unità di misura legale del valore

Nell’elaborazione di Ascarelli, l’individuazione della


categoria dei debiti di valore trova spiegazione soltanto in una
certa configurazione dei debiti di denaro, fondata sulla
contrapposizione tra moneta come strumento di scambio,
oggetto della prestazione, e moneta come unità di conto, misura
della prestazione.
Se ci si vuole chiedere, quindi, se abbia un senso distinguere
tra prestazioni determinate in funzione di un’unità di misura del
valore (debiti di denaro), ed in particolare di un’unità di misura
76 CAPITOLO II

legale del valore (debiti di valuta), e prestazioni il cui criterio di


misurazione sia, invece, rappresentato da un potere d’acquisto
(debiti di valore), ci si deve, preliminarmente, interrogare
intorno all’esattezza della stessa dicotomia su cui è fondata
questa ricostruzione teorica della normativa dei debiti di denaro.
Si è evidenziato come tale dialettica tra pezzi monetari e
unità monetaria abbia trovato, secondo Ascarelli, piena
espressione finché il sistema monetario è stato imperniato sulla
moneta immaginaria. A partire dalla rivoluzione francese le
incisive riforme dei sistemi monetari avrebbero oscurato, reso
meno chiara questa distinzione, ma non l’avrebbero superata e
cancellata. Secondo questa tesi, cioè – nonostante la reductio ad
unum delle diverse specie monetarie (ad esempio non più scudi,
fiorini ecc. ma lire), la coniazione dei pezzi monetari nello
stesso metallo in relazione al quale è definita l’unità monetaria,
l’identità di denominazione degli stessi pezzi monetari e
dell’unità monetaria e la conseguente numerazione dei pezzi
monetari quali multipli o sottomultipli dell’unità monetaria (non
più scudi, fiorini ecc. e la lira immaginaria, ma la lira con i suoi
multipli e sottomultipli), e poi l’introduzione del corso forzoso e
della cartamoneta inconvertibile – rimarrebbe ferma la necessità
di guardare alla moneta nella duplice prospettiva di strumento di
scambio e di unità di conto1.

1
Cfr., nello stesso senso, QUADRI, op. cit., 540, che sottolinea come “nel
ricordato prevalente (e, talvolta, imposto) modello di relazione monetaria
risulti realmente offuscato (ma ciò non deve indurre a trascurarlo) il
riferimento all’unità di misura, dato che questa si identifica con la medesima
unità ideale cui sono rapportati (oggi attraverso la loro stessa denominazione)
i mezzi monetari, con la messa a disposizione dei quali il debitore adempie il
suo obbligo: posto che sia proprio il ragguaglio con un’unità valutaria a
rendere qualificabili come moneta tali strumenti, la mancanza del riferimento
ad un’unità di misura diversa farà, infatti, sì che il contenuto del rapporto
venga regolato dalla stessa unità valutaria e non dalla relazione tra l’unità
valutaria (cui, appunto, sono ragguagliati i mezzi monetari) ed un’eventuale
diversa unità di misura dei valori”.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 77

Aveva un senso, nel sistema della moneta immaginaria, la


contrapposizione tra pezzi monetari e unità monetaria, tra
moneta come mensura e moneta come mensuratum?
Certamente sì, la distinzione tra pezzi monetari e unità
monetaria era nei fatti, nella struttura stessa del sistema moneta-
rio d’antico regime.
Il punto dovrebbe essere ormai sufficientemente chiaro: alla
frammentazione dei centri della sovranità corrispondeva la
circolazione di una molteplicità di pezzi monetari di differente
specie, ordinati legalmente dal ragguaglio in relazione ad
un’unità di conto, la lira immaginaria. Mentre oggi l’euro svolge
unitariamente le funzioni di mezzo generale degli scambi e di
unità di misura del valore dei beni acquistati e venduti sul
mercato, allora le differenti specie monetarie assolvevano alla
funzione monetaria di strumento degli scambi, laddove il valore
dei beni era misurato, espresso dalla moneta immaginaria: “la
separazione tra misura del valore e mezzo di scambio costituisce
il tratto connotativo del sistema monetario d’antico regime, che
lo differenzia dal gold standard ottocentesco così come dal
sistema monetario attuale”2.
Esaminando il riflesso di questi processi nella prospettiva
della struttura dell’obbligazione pecuniaria, si può ben dire che,
vigente la moneta immaginaria, il riferimento ad un’unità di
misura rappresentasse un elemento costitutivo della prestazione
di dare pezzi monetari, consentendone la determinazione
quantitativa.
Sia che oggetto della prestazione di dare pezzi monetari
fosse considerata la dazione di una determinata quantità di
metallo prezioso, poi contenuta in monete di una od altra specie,
sia che, invece, si ritenessero necessari all’adempimento
dell’obbligazione quei pezzi monetari che, al momento del
pagamento, fossero ragguagliati al medesimo multiplo o
sottomultiplo della moneta immaginaria cui corrispondevano i
pezzi monetari individuati al tempo della nascita del vincolo, tre
elementi costruivano la struttura dell’obbligazione: la natura
2
FANTACCI, op. cit., 302.
78 CAPITOLO II

monetaria dell’oggetto, la genericità nell’individuazione dei


pezzi prestandi, il riferimento ad un’unità di misura del valore
(materiale nel primo caso, legale nel secondo) per la
determinazione quantitativa della prestazione.
Se il problema del giurista è determinare il contenuto
dell’obbligazione, al fine di stabilire quale prestazione,
integrando un esatto adempimento, liberi il debitore e soddisfi il
creditore, il riferimento ad un’unità di misura, considerate le
caratteristiche di questo sistema monetario, non può essere
obliterato.
Se le parti individuavano quale oggetto della prestazione un
numero x di pezzi monetari della specie y (cento scudi), che si
caratterizzava per un certo contenuto d’oro (cinquanta grammi)
e che corrispondeva, nelle monete indicate, ad un certo multiplo
dell’unità immaginaria (duecentocinquanta lire), e se, tra il
momento della costituzione del rapporto e quello del pagamento,
il contenuto d’oro dei pezzi monetari indicati fosse diminuito
(quaranta grammi), rimanendo, però, uguale il loro ragguaglio
nei termini della moneta immaginaria (il multiplo
duecentocinquanta), è ben chiara la differenza tra considerare la
prestazione misurata da una certa quantità d’oro (caso in cui il
debitore doveva prestare quel diverso numero di pezzi monetari,
della specie convenuta o di una specie diversa, che contenessero
la medesima quantità di metallo prezioso dei pezzi originari),
ovvero da un certo multiplo dell’unità legale di misura del
valore (caso in cui, al contrario, la dazione dei pezzi monetari
pattuiti sarebbe stata sufficiente ad estinguere l’obbligazione).
Altrettanto chiaro è che, in questo sistema, il principio del
valore metallico ed il principio del valore nominale vengano
identificati con la determinazione quantitativa della prestazione
in funzione di un’unità di misura del valore, materiale nel primo
caso, legale nel secondo. La scelta tra il principio del valore
nominale ed il principio del valore metallico esprime proprio
l’opzione tra considerare la prestazione misurata dal ragguaglio
legale dei pezzi monetari convenuti (unità legale di misura del
valore) ovvero dalla quantità di metallo in cui i pezzi sono
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 79

coniati (unità materiale di misura del valore). Ritenere la


prestazione misurata dal contenuto metallico del conio faceva sì
che la stessa fosse soggetta all’applicazione del principio del
valore metallico, giudicarla, al contrario, misurata dal
ragguaglio legale dei pezzi nei termini dell’unità di conto
sottoponeva, invece, l’obbligazione all’azione del principio del
valore nominale.
Una cosa è constatare, in una prospettiva storica, che quella
descritta era la struttura dell’obbligazione pecuniaria nel sistema
monetario d’antico regime, altra cosa, invece, è sostenere che
anche nel sistema monetario attuale il riferimento ad un’unità
legale di misura del valore sia elemento costitutivo dell’
obbligazione pecuniaria, presupposto necessario dell’applica-
zione del principio del valore nominale, e che, semplicemente,
tale riferimento sarebbe oscurato, come requisito essenziale di
questa fattispecie obbligatoria, dai processi di razionalizzazione
ed unificazione monetaria. Dire questo equivale in buona
sostanza a ritenere che il riferimento ad un’unità legale di
misura del valore quale unità di misura della prestazione sia
geneticamente connaturato all’obbligazione pecuniaria, in
qualunque tempo e qualsiasi siano le caratteristiche del sistema
monetario in cui essa si inserisce.
Per quanto qui interessa, dai tempi in cui vigeva l’unità
immaginaria ad oggi due sono, schematicamente, i
macrofenomeni che hanno caratterizzato lo sviluppo dei sistemi
monetari europei: da un lato, un processo di progressiva
semplificazione degli strumenti di scambio circolanti, che,
icasticamente, potremmo descrivere come il passaggio dalla
frammentazione monetaria alla moneta unica europea; dall’altro,
la maturazione di un’autonoma identità della moneta quale unità
ideale con l’affrancamento sempre più netto non solo dal
metallo prezioso, ma da qualsivoglia medium materiale. La
nascita di mercati nazionali, sviluppati su territori soggetti alla
sovranità di un’autorità centrale, ha portato alla creazione di
monete nazionali (la lira, il franco, il marco e così via), così
come, in seguito, la trasformazione dello spazio economico
80 CAPITOLO II

europeo, prima in un mercato comune e poi in un mercato unico,


condurrà all’euro. Al contempo, dalla coniazione della moneta
in un metallo prezioso si è passati all’emissione di cartamoneta
convertibile, rappresentativa della quantità di metallo legalmente
indicata, mentre l’introduzione del corso forzoso e della
cartamoneta inconvertibile ha reso soltanto nominale
l’ancoraggio della moneta al metallo, fino all’abolizione del
gold standard e al trionfo del nominalismo dell’unità moneta-
ria3. L’uso della tecnologia informatica ha fatto il resto, divenuto
possibile il trasferimento di somme di denaro senza una
materiale dazione di banconote, la moneta è potenzialmente, ma
in parte già effettivamente, svincolata dal suo substrato
materiale.
Usando le parole di Einaudi, “due soli sono oggi i termini
del paragone: la unità monetaria (ad esempio lira) e l’unità di
bene economico (ad esempio chilogrammo di pane); ed uno solo
il rapporto: fra l’unità monetaria e l’unità di bene economico.
[…] Al tempo della moneta immaginaria, tre erano le unità da
vincolare: l’unità monetaria immaginaria (lira), l’unità
monetaria reale (ad esempio scudo) e l’unità di bene economico

3
V. le interessanti considerazioni di FANTACCI, op. cit., 320, ad avviso del
quale “come le mutazioni, che hanno caratterizzato tutta la storia monetaria
moderna, erano dovute alla mancanza di moneta, così l’epoca della stabilità,
che prende avvio con il XVIII secolo, è resa possibile dall’abbondanza di
mezzi di pagamento. Il gold standard, la moneta metallica, non poteva
esistere senza la moneta di carta. La moneta non è mai stata propriamente
merce. Nemmeno nel secolo d’oro, che stabilì l’identità della moneta con una
quantità di materia metallica. La base aurea non era una legge naturale, ma
un’istituzione, funzionale alle esigenze del mercato autoregolato. La
cancellazione della moneta immaginaria, sulla base di un principio di
realismo, è storia spuria. È la retorica economica che ha sostituito una moneta
con l’altra, dichiarando che la vecchia era moneta «falsa» oltre che
«immaginaria», e promettendo in cambio una moneta d’oro reale. Ma la
moneta nuova fu sin dal principio, e non poteva che essere, una moneta di
carta, una nuova «finzione». La moneta metallica è un’istituzione, una forma
in cui si esplica l’autorità politica, al pari della moneta immaginaria, seppur
secondo modalità e intenti diversi. La moneta è sempre «immaginaria», è
sempre una istituzione. Ma non tutte le istituzioni sono uguali”.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 81

(ad esempio chilogrammo di pane); e tre i vincoli o rapporti: lira


a merce, lira a scudo e scudo con merce”4.
Può ritenersi, in questo mutato quadro, ancora utile e
corretto definire la struttura dell’obbligazione pecuniaria in
funzione del riferimento ad un’unità legale di misura del valore?
Evidentemente no, persistere nel ritenere che sia obbliga-
zione pecuniaria quella definita in funzione di un’unità di misura
legale del valore porta, come evidenziato, a definire il debito di
cento euro come la prestazione di dare tanti pezzi monetari euro
che corrispondano a cento volte l’unità di misura euro, cioè
come la prestazione di dare cento euro in euro, senza
considerare che cento euro non sono, e non possono più essere,
qualcosa di diverso dalla quantità di moneta che corrisponde a
cento volte l’unità di misura euro, allo stesso modo in cui,
invece, per esemplificare, cento scudi potevano, al momento del
pagamento, non essere più ragguagliati alle duecentocinquanta
lire immaginarie a cui gli stessi cento scudi corrispondevano al
momento della nascita del vincolo obbligatorio.
Intanto è utile istituire un rapporto, una misurazione, tra due
quantità, in quanto il dividendo ed il divisore rappresentino
entità differenti, mentre se essi, al contrario, sono uguali, il
risultato non potrà che essere l’unità. Così, se nell’attuale
sistema monetario lo stesso strumento funge da mezzo di
scambio e da misura del valore, è inutile fingere una scissione
tra queste due funzioni e concettualizzare, con il riferimento
all’unità di misura legale del valore, un inutile rapporto di
ragguaglio tra pezzi monetari e unità monetaria all’interno di un
fenomeno oramai unitario. Dire che la prestazione di cento euro
è misurata dall’unità monetaria euro è come dire che i cento
euro sono misurati da se stessi, poiché nell’attuale sistema non
vi sono più due monete, una reale ed una immaginaria, i pezzi
monetari e l’unità monetaria, tenute assieme da un rapporto
legale di ragguaglio, ma un’unica moneta, l’unità monetaria con
i suoi multipli e sottomultipli. Perciò non si può più sostenere
che la prestazione di cento euro ha ad oggetto pezzi monetari ed
4
EINAUDI, op. cit., 17.
82 CAPITOLO II

è misurata dall’unità monetaria, in quanto essa ha ad oggetto


l’unità monetaria o meglio un certo multiplo, il multiplo cento,
dell’unità monetaria.
La riunione in un’unica moneta, circolante, delle funzioni di
mezzo di scambio e di unità di misura del valore, e lo
sganciamento dal metallo prezioso sia nella coniazione che nella
definizione dell’unità monetaria, producono un nuovo assetto
nel quale non si dà più il modo di chiedersi se l’espressione
monetaria dedotta quale oggetto della prestazione sia da
considerarsi determinata e misurata in funzione di un’unità
materiale o dell’unità legale di misura del valore5.
Di fronte all’espressione monetaria «cento euro» non v’è più
la necessità di domandarsi se essa rappresenti una certa quantità
di metallo prezioso ovvero, semplicemente, un certo multiplo di
un’astratta unità di conto in mutevole rapporto di ragguaglio con
i pezzi monetari circolanti. L’espressione «cento euro», infatti, è
rappresentativa di un multiplo dell’unità monetaria, e il quesito
che l’interprete deve porsi, e a cui l’ordinamento deve fornire
una risposta, è se, individuata tale entità monetaria quale oggetto
di una prestazione ad esecuzione differita, essa debba essere

5
Cfr. DI MAJO, op. cit., 229, secondo cui con la maturazione del definitivo
distacco della prestazione pecuniaria dalla prestazione di cose “viene meno
anche progressivamente la possibilità (od utilità) di fare ricorso alla
distinzione, in uso tra i medievalisti, tra mensura e mensuratum (Molineo),
che era pur sempre distinzione poggiante sulla premessa secondo cui anche la
prestazione di danaro avrebbe dovuto quantitativamente misurarsi nei termini
appunto di una unità di misura. E si dovrà invece ritenere superata tale
distinzione col progressivo distacco della prestazione di denaro da quella di
cose, giacché il problema della unità di misura avrebbe finito con
l’identificarsi col problema stesso del mensuratum. Avrebbe contribuito a tale
identificazione il fatto stesso che gli stessi pezzi monetari sarebbero stati
denominati in funzione dell’unità di misura, così da far apparire una inutile
complicazione teorica la distinzione tra mensura e mensuratum. Prevalente
dovrà risultare, nel corso del tempo, l’unità denominazionale dei pezzi
monetari, unità che si sarebbe posta dietro le spalle il problema dell’unità di
misura e trovando origine in tale unità denominazionale, che sempre più
avrebbe ricordato la pratica risalente del valor impositus, il principio del
valore nominale della moneta”.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 83

considerata per il suo potere d’acquisto al momento della nascita


del vincolo obbligatorio ovvero debba essere riguardata
semplicemente come un certo multiplo dell’unità monetaria, a
prescindere dal potere d’acquisto che esso esprima in uno od in
un altro momento.
La risposta dell’ordinamento a questo quesito, contenuta
nell’art. 1277, è che il debito pecuniario si estingue con la
prestazione di moneta che abbia il medesimo valore nominale di
quella individuata quale oggetto della prestazione e, quindi, che
il debito di un certo multiplo o sottomultiplo dell’unità moneta-
ria debba considerarsi come il debito di quel multiplo o sot-
tomultiplo dell’unità monetaria, cioè come il debito di quella
medesima somma numerica di moneta individuata al momento
della nascita del rapporto obbligatorio, indipendentemente dalle
oscillazioni del potere d’acquisto che la moneta abbia subito
sino al momento del pagamento.
Inattuale e contestabile, poi, non è soltanto l’idea che sia
obbligazione pecuniaria quella misurata in funzione di un’unità
legale di misura del valore, ma anche la stessa qualificazione del
debito pecuniario come debito di dare cose determinate soltanto
nel genere. Riguardo a quest’ultimo aspetto, si deve registrare
che il rilievo dell’erroneità di una considerazione dell’obbliga-
zione pecuniaria quale obbligazione generica ha rappresentato il
principale fattore di distacco della dottrina successiva dal pen-
siero di Ascarelli.
La tesi secondo cui l’obbligazione pecuniaria andrebbe
ascritta alla categoria dell’obbligazione generica è stata criticata
in base, sostanzialmente, ad un duplice ordine di considerazioni.
Da un lato, in una prospettiva eminentemente normativa e
sistematica, si è rilevato come non siano applicabili all’obbliga-
zione pecuniaria le principali norme che l’ordinamento dedica
all’obbligazione generica. Così, ad esempio, non avrebbe senso
imporre al debitore di denaro l’obbligo di cui all’art. 1178 c.c.,
secondo cui quando l’obbligazione ha per oggetto la prestazione
di cose determinate solo nel genere, il debitore deve prestare
cose di qualità non inferiore alla media, oppure ci si chiede in
84 CAPITOLO II

cosa dovrebbe consistere, in relazione al trasferimento di


denaro, quella individuazione fatta d’accordo tra le parti che il
legislatore, all’art. 1378 c.c., prevede come modo di
trasmissione della proprietà nei contratti che hanno per oggetto
il trasferimento di cosa determinata solo nel genere6. Si osserva,
inoltre, come per l’obbligazione generica non si ponga il
problema di stabilire quale prestazione sia idonea ad estinguere
l’obbligazione, dovendo semplicemente il debitore dare la
quantità di cose pattuite, laddove, invece, le principali norme
dettate in riferimento alle obbligazioni pecuniarie, gli artt. 1277,
1278, 1279 e 1280 c.c., si occupano proprio di stabilire quale
prestazione integri l’esatto adempimento di un debito
pecuniario7.

6
Cfr. B. INZITARI, Le funzioni giuridiche del danaro nella società
contemporanea, in Riv. dir. civ., 1982, I, 693 ss., secondo cui tali problemi
“sono non solo estranei, ma addirittura contrari alla logica della prestazione
pecuniaria. Per definizione, infatti, è del tutto inammissibile una distinzione
di qualità tra i vari pezzi monetari che si riferiscono alla medesima unità
ideale di misura monetaria”, 700. V. l’ampia analisi di C. M. MAZZONI, Frutti
civili e interessi di capitale, Milano, 1985, 53 ss., in relazione alla possibilità
di classificare il denaro come cosa fungibile e consumabile; ID, La funzione
del denaro nei contratti di credito, in Credito e moneta a cura di MAZZONI e
NIGRO, Milano, 1982, 547 ss.
7
Cfr. DI MAJO, op. cit., 230, che ritiene che quello della determinazione della
somma che dovrà essere offerta in pagamento “è problema che non trova
collocazione nella teoria delle obbligazioni. Ed è naturale che un problema
siffatto supponga un concetto di danaro che non sia quello di danaro-merce
ma neanche quello di bene o strumento fornito di valore intrinseco, ma di
danaro in quanto simbolo di una unità ideale o di conto, rinviante, come si è
detto, ad un più complesso processo che ha anche origini psicologiche e
motivazionali. La problematica dei debiti di danaro si commisura a tale
nozione. Essa si sottrae alla comune problematica delle obbligazioni
generiche per le quali non si pone un problema di determinazione, al
momento dell’adempimento, della quantità di cose prestande, identificandosi
tale problema con quello stesso dell’oggetto dell’obbligazione. Per il debito
di danaro le cose stanno in modo diverso. Presupposta la nozione di danaro,
la legislazione viene incontro ai debitori di somme con le regole di un
combination game che stabilisce una proporzione aritmetica tra i pezzi
monetari prestandi e la unità ideale cui si è fatto riferimento […]”.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 85

Dall’altro, guardando alla natura del fenomeno monetario, si


ritiene che quella pecuniaria non possa considerarsi
un’obbligazione di dare cose generiche per la ragione che la
moneta non sarebbe una cosa ma un’unità ideale e quella di
moneta non sarebbe una prestazione di dare cose appartenenti ad
un genere, il genere monetario, bensì una prestazione il cui
oggetto è un’espressione numerica rappresentativa di un mul-
tiplo o sottomultiplo dell’unità ideale monetaria8. In quest’ottica

8
Cfr. INZITARI, op. ult. cit., 703 e 704, ad avviso del quale le obbligazioni
pecuniarie “hanno per oggetto la prestazione di una determinata quantità
dell’unità valutaria prescelta, e cioè danaro in una misura numericamente
determinata con riferimento ad una certa somma e non, quindi, danaro inteso
come pezzi monetari individuati secondo il metro della obbligazione
generica. Quest’ultima, infatti, al di là delle sue particolari caratteristiche,
rientra pur sempre nell’obbligazione di dare cose determinate (solo nel
genere). […] Ogni locuzione che, sia pur allusivamente, tenda ad essere
descrittiva del peso, del valore intrinseco, della quantità, cioè che venga a
fornire dell’oggetto dell’obbligazione pecuniaria una immagine ancora legata
ad una rilevanza fisico-materiale del pezzo monetario, viene rigettata. […]
Somma di denaro è di conseguenza un concetto aritmetico, cioè la
determinazione di un insieme di unità ideali monetarie in termini meramente
numerici (100, 200, 2000…marchi, lire, dollari)”; S. MARTUCCELLI,
Obbligazioni pecuniarie e pagamento virtuale, Milano, 1998, 33 ss.;
QUADRI, op. cit., 535 e 536, che spiega come “la discussione relativa
all’inquadramento del denaro e della prestazione pecuniaria nelle categorie
elaborate dalla scienza giuridica finisce, così, per perdere di gran parte del
suo interesse, dato che per ogni singola ipotesi in cui simili categorizzazione
potrebbero essere utili, si ritiene, poi, necessario esaminare in maniera
autonoma la problematica attinente al danaro, sentendosi, in particolare, il
bisogno di qualificare in termini di specialità il riferimento delle predette
categorie alla prestazione pecuniaria, anche in vista della pluralità dei modi in
cui il danaro si presenta nel rapporto. Non giunge, quindi, inaspettato il
rilievo secondo cui quello di danaro non è debito di cose, inutile (o, almeno,
fuorviante) risultando, in specie, la sua considerazione in chiave di genericità.
Ciò, ovviamente, a patto di precisare che, talvolta, oggetti di natura monetaria
entrano nella struttura di una normale obbligazione di genere (o, addirittura,
di specie). Ma questo avviene perché essi non sono assunti nella loro tipica
funzione strumentale, dovendosi ritenere determinante, ai fini della
qualificazione in tal senso del rapporto, l’individuazione di un interesse
peculiarmente indirizzato. Al di là dei ristretti limiti di una simile ipotesi, la
tipicità dell’interesse al cui perseguimento è funzionale la prestazione
86 CAPITOLO II

il denaro non potrebbe essere classificato come una cosa


fungibile, poiché rispetto ad una somma rappresentativa di un
multiplo o sottomultiplo dell’unità ideale monetaria non
potrebbe formularsi il giudizio di equivalenza o di sostituibilità
che è possibile esprimere riferendosi a due oggetti. Quindi, non
di fungibilità si potrebbe parlare a proposito del denaro, ma
semmai di identità tra somme aritmetiche rappresentative di uno
stesso multiplo o sottomultiplo dell’unità monetaria.
La classificazione dell’obbligazione pecuniaria come
obbligazione di genere tradisce una visione del fenomeno
monetario rivolta al passato, che non tiene conto di quel
processo di maturazione che ha trasformato la moneta da cosa in
unità ideale. D’altra parte, si deve fare attenzione a non incorrere
nell’errore diametralmente opposto, dando per compiuto un
processo di astrazione ancora in corso. Se ogni esercizio
commerciale fosse collegato ad un calcolatore che consentisse di
registrare la disponibilità monetaria di ciascuno e di trasferire
somme di denaro, la moneta circolerebbe soltanto virtualmente,
senza la necessità di stampare banconote e coniare monete.
Questo, però, è uno scenario soltanto potenziale, che non
corrisponde alla realtà dell’attuale sistema economico, così
come è solo potenziale l’assoluta astrattezza dello strumento
monetario. La circolazione della moneta necessita ancora di un
veicolo materiale ed in questo senso, quando il trasferimento di
disponibilità monetaria utilizza tale veicolo, la prestazione di

pecuniaria sembra condizionare la vita del relativo rapporto: interesse, alla


luce della dianzi accennata ormai prevalente concezione del danaro,
consistente nel vedere incrementata la propria disponibilità patrimoniale nella
forma più astratta (o, con espressione tecnicamente precisa, liquida) che essa
può assumere, quella, appunto, monetaria. E in relazione a tale interesse
appare evidente come passino in secondo piano le modalità della sua
realizzazione, salvo, ovviamente, che esse costituiscano oggetto, a loro volta,
di un interesse dedotto nella vicenda e considerato rilevante
dall’ordinamento”.
V., inoltre, l’analisi della cosiddetta normativa antiriciclaggio condotta da G.
SICCHIERO, Adempimento delle obbligazioni pecuniarie di rilevante importo,
Padova, 1992.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 87

moneta, quindi di banconote e di pezzi monetari, è pur sempre


una prestazione di dare, sebbene non lo sia laddove il
trasferimento avvenga, invece, per via digitale9.
La categorizzazione giuridica della circolazione monetaria
non è materia di questo studio. Per quanto qui interessa, ci si
limita ad osservare come non sia più attuale una definizione
dell’obbligazione pecuniaria che faccia perno, oltre che sulla
natura monetaria dell’oggetto, anche sulla genericità dell’indivi-
duazione dei pezzi prestandi ed in particolare sulla determina-
zione della prestazione in funzione di un’unità di misura legale
del valore.
È pecuniaria quell’obbligazione che ha ad oggetto un
multiplo o sottomultiplo dell’unità monetaria, il cui
trasferimento potrà avvenire virtualmente o attraverso la dazione
di banconote che ne esprimono la rappresentazione fisica.
Un’obbligazione che abbia ad oggetto la dazione di banconote
individuate specificamente, ad esempio tramite l’indicazione
dell’anno di emissione o dei numeri di serie, rientrerà in questa
definizione fino a quando oggetto della prestazione possa
considerarsi un multiplo o sottomultiplo dell’unità monetaria.
Così nell’ipotesi della vendita per il prezzo di cinquecento euro
della prima banconota da dieci euro stampata dalla zecca,
l’obbligazione di dare questa banconota non può ritenersi debito
pecuniario in quanto oggetto della prestazione non è il multiplo
dieci dell’unità euro ma uno specifico oggetto considerato per il
suo valore storico.

9
Cfr. A. ZARRELLI, Fungibilità ed infungibilità nell’obbligazione, Napoli,
1969, 156 ss.; BRECCIA, op. cit., 267 ss., che osserva come “il profilo della
materialità della moneta non può essere del tutto ignorato, tanto più che
l’oggetto diretto del pagamento nel minuto commercio quotidiano è costituito
dai pezzi monetari, che sono indiscutibilmente “cose” anche da un punto di
vista giuridico […]”, 269 e 270.
88 CAPITOLO II

2.1.1. Critica della tesi che considera l’applicazione del


principio nominalistico conseguenza della determinazione
quantitativa della prestazione in funzione di un’unità di misura
legale del valore

Le incongruenze cui porta una ricostruzione


dell’obbligazione pecuniaria fondata su una distinzione, non più
attuale, tra la moneta come strumento di scambio e la moneta
come unità di misura del valore, si riflettono, in particolare, sul
terreno della definizione dei presupposti e della portata del
principio del valore nominale. Intendere l’applicazione di questa
disciplina del rischio monetario quale conseguenza necessaria
della determinazione della prestazione in funzione di un’unità di
misura legale del valore, ed, anzi, identificare lo stesso principio
con tale determinazione, aveva un senso presupponendo il
sistema della moneta immaginaria, come ne aveva uno, seppure
più sfumato, nell’ambito del gold standard ottocentesco.
Conduce, al contrario, nel sistema monetario attuale, a delle
evidenti aporie.
Vigente la moneta immaginaria, riferire ad essa la
prestazione, significava ritenere rilevante, per l’estinzione
dell’obbligazione, il ragguaglio legale tra i pezzi dedotti quale
oggetto della prestazione e l’astratta unità di conto, e non il
contenuto metallico della moneta, considerare, quindi, giuridica-
mente determinante non il valore metallico, ma il valore
nominale (inteso, in questo quadro, come il legale ragguaglio). Il
principio del valore nominale si identificava, perciò, con la
determinazione della prestazione in funzione dell’unità legale di
misura del valore.
Questo modo di intendere il principio del valore nominale
poteva trovare ancora una giustificazione nel sistema del gold
standard, in cui l’unità monetaria soddisfaceva già
unitariamente le funzioni di mezzo di scambio e di unità di
misura del valore, ma la sua definizione avveniva attraverso
l’ancoraggio ad una certa quantità di metallo prezioso, in cui,
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 89

peraltro, erano coniati i pezzi monetari. Se, al momento del


pagamento, la quantità di metallo realmente contenuta nel pezzo
monetario non corrispondeva più a quella che lo stesso poteva
vantare al momento della costituzione del rapporto, si poneva,
anche in questo caso, il problema se si dovesse ritenere rilevante
per l’adempimento il valore metallico od il valore nominale.
Così, un’identificazione del principio del valore nominale con il
riferimento all’unità legale di misura del valore (cioè, in buona
sostanza, con una determinazione dell’oggetto della prestazione,
ad opera delle parti, che si incentrasse sull’indicazione di un
certo multiplo o sottomultiplo dell’unità monetaria e non
considerasse il contenuto metallico dei pezzi indicati), poteva
ancora essere fondata.
In relazione al sistema monetario attuale, la definizione del
principio nominalistico quale disciplina applicabile alle obbli-
gazioni determinate in funzione di un’unità legale di misura del
valore produce delle significative contraddizioni: in primo luogo
rende la regola nominalistica del tutto inutile, in secondo luogo
non mette in luce qual è l’alternativa scartata dal legislatore con
la scelta nominalistica e quale il senso di questa opzione di
politica del diritto.
Riguardo al primo punto, se si considera la prestazione di
cento euro misurata dall’unità legale di misura del valore
(l’euro), i cento euro equivalgono a tanti pezzi euro che
corrispondano a cento volte l’unità di misura euro. In quanto
determinata dall’unità legale di misura del valore, alla
prestazione sarà applicabile il principio del valore nominale, in
forza del quale, secondo questa tesi, il debitore si libererà
prestando tanti pezzi euro che siano ragguagliati, al momento
del pagamento, con il multiplo cento dell’unità di misura.
Sennonché il multiplo cento dell’unità euro non potrebbe
ragguagliarsi con alcuna altra quantità di pezzi monetari se non
con quella di cento euro, e, quindi, la prestazione utile per
l’adempimento non potrebbe essere che quella di cento euro.
Ciò detto, in cosa consisterebbe l’applicazione al debito
pecuniario della regola nominalistica?
90 CAPITOLO II

Se, adottata una certa definizione della prestazione e


considerate le caratteristiche del sistema monetario attuale, il
debito di cento euro non può estinguersi che con la prestazione
di cento euro, non si vede quale possa essere l’utilità di ritenerlo
regolato dal principio nominalistico. Nella definizione
dell’oggetto del debito, infatti, è già contenuta la soluzione del
problema di stabilire quale sia la prestazione idonea ad
adempierlo. Se oggetto del debito di cento euro è la prestazione
di tanti pezzi euro che corrispondano a cento volte l’unità di
misura euro, questa prestazione non può che essere quella di
cento euro. Non essendovi alternative tra cui scegliere non vi
sono scelte da compiere, la regola nominalistica si riduce ad un
inutile orpello.
Sempre a questo riguardo, si deve precisare che, laddove i
pezzi euro fossero coniati in un metallo prezioso, pur non
potendo tradursi il debito di tanti pezzi euro quanti corrispon-
dono al multiplo cento dell’unità euro in una prestazione diversa
da quella di cento euro, questa definizione del principio
nominalistico conserverebbe comunque un significato, es-
primendo la scelta dell’ordinamento di considerare rilevante, per
l’adempimento del debito, il fatto che i pezzi prestandi rap-
presentino il multiplo cento dell’unità valutaria (valore nomi-
nale), e non il fatto che essi abbiano un certo contenuto metal-
lico (valore metallico).
In sintesi, la smetallizzazione della moneta e la riunione
nella stessa unità valutaria delle funzioni monetarie di mezzo di
scambio e unità di misura del valore, rendono la tesi secondo cui
l’applicazione della disciplina nominalistica conseguirebbe alla
determinazione della prestazione in funzione di un’unità legale
di misura del valore ormai inadeguata a spiegare la portata ed il
senso della regola.
Detto ciò, va da sé che la tesi in esame è funzionale
all’individuazione di una categoria di obbligazioni che, pur
avendo ad oggetto un multiplo o sottomultiplo dell’unità
monetaria, sarebbero sottratte all’applicazione del principio
nominalistico, i debiti di valore. Anzi, si deve rilevare come la
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 91

prospettiva prescelta costituisca l’unico modo per cercare di


dare a questa categoria un fondamento dogmatico e non
empirico equitativo.
Sostenere che la locuzione debiti pecuniari dell’art. 1277
vada interpretata come riferimento ai debiti misurati da un’unità
legale di misura del valore serve a sottrarre all’applicazione del
principio nominalistico quei debiti che si vogliono misurati da
un potere d’acquisto. In altre parole, non si dice: al debito
risarcitorio stimato in cento euro si applicherebbe questa
disciplina del rischio monetario come al debito contrattuale di
cento euro, ma considerazioni di carattere equitativo devono far
ritenere che la prima classe di debiti vada sottratta
all’applicazione di tale principio. La tesi sarebbe opinabile ma
chiara. Quello che si fa, invece, è conformare la fattispecie di
applicazione del principio in modo tale che i debiti risarcitori
risultino esclusi dalla sua sfera di efficacia. Il risultato che si
ottiene è di svuotare il principio di qualsivoglia contenuto.
Se il principio nominalistico rappresenta la scelta di ritenere
rilevante, per l’adempimento del debito pecuniario, l’astratta
somma numerica dell’unità valutaria oggetto della prestazione e
non il potere d’acquisto che quella somma esprime, è un non
sense dire che il principio non si applica ai debiti risarcitori
perché questi sarebbero misurati da un potere d’acquisto.
La fattispecie dell’art. 1277 è quella di un’obbligazione che
ha ad oggetto un multiplo o sottomultiplo dell’unità monetaria,
la conseguenza è l’applicazione del principio del valore
nominale. Il legislatore tra due possibili conseguenze, la regola
nominalistica e quella valoristica, ha scelto la prima.
La tesi in esame, non ritenendo soddisfacente questa
soluzione rispetto alle obbligazioni risarcitorie, sposta la regola
nominalistica e quella valoristica dal piano delle conseguenze a
quello della fattispecie, costruendo due fattispecie che
contengono già in sé l’una la soluzione del principio del valore
nominale, l’altra quella della regola della rivalutazione. Dopo di
che sostiene che il principio del valore nominale si applica in
presenza della prima fattispecie, la regola della rivalutazione
92 CAPITOLO II

quando ricorre la seconda. La rivalutazione dei debiti risarcitori


non violerebbe, così, il principio nominalistico poiché essa
opererebbe nell’ambito di una fattispecie diversa: “il principio
del valore nominale […] non è a rigore «derogabile», così come
non è «inderogabile»; la sua applicazione occorre costantemen-
te, ma in quanto ne occorra la fattispecie”10.
Se il precetto dell’art. 1277 è che il debito di cento euro si
estingue con la prestazione di cento euro, anche se, tra il
momento della costituzione del rapporto e quello del pagamento,
l’euro abbia perso il 10% del suo potere d’acquisto, viola il
precetto sostenere che al debito risarcitorio stimato in cento euro
si applichi non il principio del valore nominale ma la regola
della rivalutazione. La regola nominalistica prescrive proprio
che il debito di un certo multiplo dell’unità monetaria si estingue
con la prestazione di quel medesimo multiplo dell’unità
monetaria ed il debito risarcitorio, a seguito della aestimatio, è
debito di un certo multiplo dell’unità monetaria.
Vi sono, ora, alcune considerazioni da svolgere in relazione
all’interpretazione dell’art. 1277 proposta dalla teoria in esame.
Per questa tesi, l’obbligazione pecuniaria è inscritta nella
categoria delle obbligazioni di genere, il cui collante sarebbe
rappresentato dal comune riferimento ad un’unità di misura per
la determinazione quantitativa della prestazione. Le unità di
misura che concretamente potrebbero essere impiegate per
definire l’oggetto della prestazione sarebbero quelle del mondo
fisico, quelle del valore (materiali e legali) ed il potere
d’acquisto. Giocoforza, partendo da questi presupposti, si ritiene
che qualsiasi prestazione generica, qualunque ne sia l’oggetto,
possa essere determinata in funzione di qualsivoglia delle
predette unità di misura. Il tipo di rischio corso dal creditore, nel
caso di prestazione ad esecuzione differita, varierà, poi, a
seconda dell’unità di misura utilizzata, e sarà quello delle
oscillazioni del valore dell’oggetto ovvero dell’unità di misura
della prestazione, a seconda che la stessa sia determinata,
rispettivamente, da un’unità fisica o da un’unità di valore.
10
ASCARELLI, Obbligazioni pecuniarie cit., loc. ult. cit.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 93

Nell’ipotesi, invece, in cui venga in considerazione un certo


potere d’acquisto, il creditore non correrebbe alcun rischio,
essendo la funzione della prestazione proprio quella di
assicurargli il valore stimato.
Conseguendo l’applicazione del principio nominalistico alla
determinazione del debito in funzione dell’unità legale di misura
del valore, lo stesso dispiegherebbe la sua efficacia qualunque
sia l’oggetto della prestazione, con la sola condizione della sua
genericità e del più volte menzionato riferimento a questa unità
di misura11.
Tanto premesso, si afferma che il principio del valore
nominale sarebbe soltanto presupposto, ma non sancito dall’art.
1277, poiché tale norma si occupa soltanto di quelle prestazioni
che hanno ad oggetto moneta, laddove, invece, il principio
nominalistico avrebbe la maggiore ampiezza descritta, regolan-
do qualsiasi prestazione determinata in funzione di un’unità
legale di misura del valore, non soltanto i debiti pecuniari.
Quello sancito dalla norma in esame sarebbe, invece, il
principio dei debiti pecuniari, la cui funzione si risolverebbe
nello stabilire che il principio del valore nominale si applica
anche a questa specie di obbligazioni, quando le parti
individuano quale oggetto della prestazione una quantità di
pezzi monetari caratterizzati soltanto dalla loro appartenenza ad
un determinato ordinamento, senza altra specificazione (cento
euro), dovendosi intendere tale riferimento ai pezzi monetari
come un richiamo all’unità legale di misura del valore dello
stesso ordinamento (l’euro, nel suo multiplo cento).
Questa ricostruzione conduce, quindi, alla singolare
conclusione secondo cui l’art. 1277 avrebbe la funzione di

11
Cfr., in questo senso, anche E. QUADRI, Principio nominalistico e
disciplina dei rapporti monetari, Milano, 1979, 51, ad avviso del quale il
problema dell’applicazione del principio nominalistico “sorge ogniqualvolta
nel titolo dell’obbligazione si faccia riferimento all’unità monetaria legale
quale criterio quale criterio di misura della prestazione, in quanto sempre (e,
cioè, indipendentemente dalla natura dell’oggetto di questa) si pone in tal
caso la questione di chi debba sopportare le conseguenze delle variazioni del
potere di acquisto della moneta […]”.
94 CAPITOLO II

stabilire che il principio nominalistico trova applicazione anche


in quelle obbligazioni, le pecuniarie, proprio in relazione alle
quali e per le quali lo stesso, storicamente, è stato pensato dagli
interpreti e reso cogente dai legislatori.
Altra conseguenza della tesi in esame è l’applicazione del
principio nominalistico anche alle obbligazioni che non hanno
ad oggetto moneta. Ad esempio, la prestazione di dare tanto
grano quanto corrisponde a cento euro sarebbe soggetta al
principio del valore nominale12.
Ora, parlare di principio nominalistico in relazione ad una
prestazione di questo tipo e, in generale, rispetto a qualsiasi
prestazione non abbia ad oggetto moneta, è improprio. Il fatto
che l’interprete sia indotto a prendere in considerazione, al fine
di determinare la quantità di grano dovuta, il rapporto tra l’euro
ed il grano al momento dell’adempimento, e non in relazione al
tempo della conclusione del contratto, non è conseguenza
dell’applicazione del principio del valore nominale, affatto
estraneo alla fattispecie in esame, ma dell’interpretazione della
volontà negoziale, e così della considerazione che, laddove le
parti avessero voluto guardare al rapporto di scambio tra il grano
e cento euro tempore contractus, esse avrebbero già in questo
momento determinato la quantità di grano dovuta. Mentre, non
avendolo fatto, è palese che le stesse abbiano preferito

12
V. DI MAJO, op. cit., 278, secondo cui resta “indimostrato che l’art. 1277 (e
i principi ivi contenuti) possa essere ritenuto applicabile anche all’ipotesi di
debiti non aventi per oggetto danaro ma merce pur quantitativamente
ragguagliata in funzione di un’unità legale monetaria («tanto grano quanto
corrisponde a 100.000 lire»). È evidente che, in tale ipotesi, siamo fuori dalla
problematica posta dai debiti di danaro e potendosi dubitare persino che
dell’esistenza di un obbligo del creditore di accettare una minore quantità
della merce dovuta in ragione della moneta deprezzata. Dovendosi qualificare
il debito come debito di merce (e non di denaro) potrebbe sostenersi che il
principio del valore nominale perde il suo ubi consistam e dovendosi invece
applicare i principi generali delle obbligazioni (generiche). L’affermazione
contraria si rifà pur sempre alla tendenza diretta a vedere nel principio del
valore nominale il risultato o l’espressione della struttura di obbligazioni
(generiche) in cui si sia fatto ricorso ad unità di misura, non pertinenti al
mondo fisico”.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 95

“scommettere” su un mutamento, favorevole all’una o all’altra,


di tale rapporto tra il tempo della nascita e quello dell’estinzione
dell’obbligo.
In altre parole, se al momento della conclusione del
contratto cento euro acquistavano dieci chili di grano e, al
momento stabilito per l’adempimento, ne acquistano otto chili,
l’obbligazione si estingue con la prestazione di otto e non dieci
chili di grano non in forza dell’applicazione del principio
nominalistico, ma dell’interpretazione della volontà negoziale,
che fa considerare che, se le parti avessero voluto ritenere
rilevante il rapporto tra l’euro ed il grano al tempo della
conclusione del contratto, avrebbero stabilito che l’una doveva
prestare all’altra non tanto grano quanto corrisponde a cento
euro, ma dieci chili di grano per il corrispettivo di cento euro.

2.2. Le funzioni della moneta, la moneta come funzione.

Secondo la scienza economica, la moneta riveste le funzioni


di mezzo di scambio, riserva di valore, unità di conto e
strumento di misurazione dei pagamenti differiti13.

13
V. A. CROCKETT, Money: Theory, Policy and Institutions, Nelson,
Southampton, 1979, 6, per il quale “We may thus summarize the uses of a
vehicle commodity as follows: a) as a medium of exchange, b) as a store of
value, c) as a unit of account, d) as a standard for future contracts”. V., nello
stesso senso, W. T. NEWLYN e R. P. BOOTLE, Theory of money, Clarendon
Press, Oxford, 1978, 1 ss.; LOJACONO, Aspetti privatistici del fenomeno
monetario, Milano, 1955, 14 ss.; G. STAMMATI, Moneta, in Enc. dir., vol.
XXVI, Milano, 1976, 746; J. J. KLEIN, Money and the economy, Harcourt
Brace Jovanovich, Inc., New York, 1978, 3 ss.; J. HAWTHORNE, Theory and
practice of money, Heinemann, London, 1981, 1 e 2; J. ESSER e E. SCHMIDT,
Schuldrecht, Band I, Allgemeiner Teil, Teilband 1, in C. F. MÜLLER, Großes
Lehrbuch, Heidellberg, 1995, 228 ss.; F. A. MANN, On the legal aspect of
money, Oxford, 2006, 10.
Vi è, tuttavia, chi individua un numero maggiore od anche minore di
funzioni. Così, mentre T. CRUMP, The phenomenon of money, Routledge &
Kegan Paul, London, 1981, 10 e 11, parla di “five functions traditional to
monetary theory”, quali means of payment, standard of value, unit of
96 CAPITOLO II

Al di là della differente accentuazione posta sull’una o


l’altra funzione, a seconda della differente situazione socio-
economica o della teorica del singolo autore, la moneta può
essere definita sulla base della sua qualità di mezzo generale
degli scambi. Così si afferma che “anything is money which
functions generally as a medium of exchange. The necessary
condition for the performance of this exchange function is
general acceptability in settlement of debt”14.
La moneta non solo ha una serie di funzioni delle quali una
sovraordinata rispetto alle altre, ma è questa funzione o queste
funzioni, anche se, come vedremo, non tutte debbono necessa-
riamente essere compresenti. La qualità di mezzo di interme-
diazione negli scambi, concordemente si ritiene, definisce ed
incarna il fenomeno monetario quale pilastro dell’odierno
sistema economico impostosi, proprio grazie alla moneta,
attraverso il superamento dei modelli di scambio fondati sul
baratto e l’affermazione della divisione del lavoro. Com’è stato
efficacemente notato15, la presenza di un comune mezzo di
scambio sarà desiderabile in ogni economia caratterizzata da una
dimensione temporale, rendendo possibile la divisione
dell’operazione di scambio di merce contro merce in due
separati scambi di merce contro moneta e di moneta contro
merce16, laddove la diffusione della moneta come comune

account, medium of exchange e store of wealth; NUSSBAUM, op. cit., 11,


ritiene che “in order to define the concept of money more clearly we have to
examine the functions of money. Three of them are generally recognized as
fundamental: (1) it is the common medium of exchange; (2) it is the common
denominator of value; (3) it is the standard of deferred payments”.
Diversamente per G. PARRAVICINI, Economia monetaria e creditizia, Torino,
1983, 6, “la moneta svolge di norma tre funzioni: 1) di misura di valore; 2) di
mezzo di pagamento; 3) di fondo o riserva di valore”.
14
NEWLYN e BOOTLE, op. cit., 2. Cfr., nello stesso senso, D. H. ROBERTSON,
Money, Cambridge University Press, Cambridge, 1951, 2 secondo cui “the
term money used to denote anything which is widely in payment for goods,
or in discharge of other kinds of business obligation”.
15
V. CROCKETT, op. cit., 7.
16
CROCKETT, loc. ult. cit., spiega come, per il raggiungimento di un tale
risultato, l’utilizzo dello strumento monetario non si appalesi, invero,
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 97

denominatore delle utilità dei beni che si scambiano è, al


contempo, conseguenza e motore della specializzazione dei
processi produttivi17.
La moneta permette che uno scambio abbia luogo anche se
non vi sia corrispondenza tra i beni di cui si compone il
patrimonio di ciascuna delle parti ed i bisogni delle stesse, ed
anche se, a fronte di una cessione di beni, il cedente non abbia
bisogno di riceverne immediatamente altri in cambio. Ciò è reso
possibile dal fatto che la moneta consente all’uomo la
generalizzazione del suo potere d’acquisto e lo rende, per questa

strettamente necessario, in quanto sarebbe ipotizzabile che il venditore,


all’atto del trasferimento dei beni, accetti, in cambio, la promessa della
consegna, in un certo momento futuro, di una quantità di beni di eguale
valore. Questa possibile strada alternativa viene indicata per evidenziare
come la necessità di un mezzo di pagamento specializzato derivi,
essenzialmente, dalla sua capacità di ridurre l’incertezza e i costi di
transazione cui sono sottoposti gli agenti economici. Infatti, lo svolgimento
delle transazioni sulla pura base del credito implicherebbe tre ordini di
inconvenienti: “in the first place, he could not be absolutely sure of the
capacity of the buyer to effect repayment. Secondly, even if the buyer’s credit
were good he would probably not be able to provide the precise goods
desired by the initial seller. Thirdly, the relative value of the goods initially
sold and ultimately received might change in an unpredictable way during the
period covered by the transaction”.
17
V. le interessanti annotazioni storiche di PARRAVICINI, op. cit., 5, il quale
precisa che “l’economia di baratto può affermarsi alla condizione che si
vadano formando comuni valutazioni di larga massima del valore dei beni
scambiati. L’incertezza delle ‹‹capacità di acquisto›› dei beni prodotti in
eccesso rispetto a quelle dei beni dei quali si ha bisogno, ostacola, peraltro,
gli scambi. Occorre, quindi, vincere questa incertezza se si vuole acquisire i
vantaggi degli scambi e proseguire per questa via che si dimostra portatrice di
vantaggi per tutti. Occorre una misura comune delle utilità dei beni che si
scambiano, in altre parole dei loro valori […]. La comune misura dei valori,
che si inserisce nell’economia di baratto, gradatamente la trasforma in
un’economia monetaria, che, a sua volta, definitivamente si impone quando il
bene misura dei valori, o altro bene con esso legato da un rapporto definito,
interviene normalmente negli scambi con l’ulteriore funzione di mezzo di
pagamento. Si giunge ad un’economia decisamente monetaria quando i beni
acquistano la moneta e la moneta acquista i beni, ma i beni non acquistano
altri beni in nessun mercato organizzato”.
98 CAPITOLO II

via, capace di esercitare le sue pretese verso la società nella


forma che egli ritiene più adatta alle sue necessità, così come gli
permette di dedicare le sue energie alla produzione organizzata
di beni a prescindere dalle proprie personali esigenze di
consumo18. Tale funzione di intermediazione negli scambi
prende corpo ed opera nella società sul presupposto della fiducia
che la collettività ripone in sé stessa e nel proprio
comportamento presente e futuro di accettazione della moneta
quale contropartita della prestazione di beni e servizi19. Come
sostiene Newlyn, “general acceptability may come about as a
result of a number of different factors operating singly or in
combination; it falls within that perplexing but fascinating group
of phenomena which is affected by self-justifying beliefs. If the
members of a community think that money will be generally
acceptable, then it will be; otherwise not”20.
È evidente che in tanto la moneta può porsi come mezzo
generale degli scambi in quanto essa abbia un orizzonte di
utilizzabilità illimitato, costituisca, cioè, una riserva di valore di
cui il suo possessore possa servirsi, a seconda della necessità, in
un qualsiasi momento ravvicinato o meno a quello dello
scambio a seguito del quale la moneta è stata ottenuta21. La
funzione di riserva di valore, detta altrimenti di accumulazione

18
V. ROBERTSON, op. cit., 4 ss.
19
Quanto detto può essere ulteriormente chiarito attraverso il paragone tra la
diffusione della moneta e quella del telefono fatto da CROCKETT, op. cit., 6,
“the more people accept a commodity in exchange, the more acceptable it
becomes to others, because they know they can always use it in trade. It is a
bit like the telephone system. The first subscriber makes an act of faith, since
there is nobody ha can use his phone to speak to. The more people who
acquire telephones, however, the more attractive the system becomes to new
subscribers. Similarly with vehicle commodities, the first person to accept an
untried commodity in exchange takes the risk that he may not be able to sell
it on to someone else; once it attains a measure of acceptability, however, its
usefulness becomes very much greater”.
20
Op. cit., 2 e 3.
21
V. L. EINAUDI, Della moneta ‹serbatoio di valori› e di altri problemi
monetari, in Rivista di storia economica, 1939, 133 ss.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 99

di potere d’acquisto22, è coessenziale all’intermediazione nello


scambio riflettendo ciò la natura di convenzione sociale del
fenomeno monetario e con essa la mancanza, resa peraltro
palese nell’attuale sistema economico, di qualsiasi valore della
moneta estraneo e diverso rispetto a quello che scaturisce dalla
dinamica degli scambi.
La moneta può essere scambiata contro qualsiasi bene in
uno spazio temporale indefinito e potenzialmente illimitato,
indicando di ciascuno il valore, il prezzo, nel momento
considerato e permettendo al contempo di stimarne le variazioni.
Tale funzione è assolta dalla moneta in quanto, si dice, essa è
unità di conto o, usando altre formulazioni, strumento di
misurazione dei prezzi, misura del valore. Si sottolinea, unani-
memente23, come tale funzione non sia necessariamente implica-
ta dalla natura di mezzo universale dello scambio, evidenziando
vi possa essere, e vi sia stata nella storia (la moneta im-
maginaria), una moneta che, pur non intermediando nella cir-
colazione di beni e servizi, fosse al contempo unità di conto,
ruolo rivestibile anche da uno strumento non scambiato sul mer-
cato24.
La non necessaria coincidenza funzionale tra moneta mezzo
di scambio e moneta unità ideale di conto involge l’importante
tema, soprattutto da un punto di vista giuridico, della
misurabilità dei valori e della moneta quale unità di misura

22
STAMMATI, op.cit., 747.
23
V., però, A. DI MAJO, Le obbligazioni pecuniarie, Torino, 1996, 43, che,
richiamandosi a Marx, ritiene le funzioni di strumento di scambio e unità di
misura dei valori non siano funzioni separate “giacchè la funzione del danaro,
quale misura ideale dei valori, presuppone necessariamente ‹‹l’alienabilità
delle merci contro il danaro e la necessità di tale alienazione››”.
24
STAMMATI, loc. ult. cit., cita anche altri esempi, più recenti, di unità di
conto non circolanti sul mercato: il ‹‹belga›› adottato in Belgio nel periodo
fra le due guerre mondiali, il ‹‹marco oro›› adottato dalla Commissione delle
riparazioni dopo il 1919, le ‹‹unità di conto›› utilizzate dalla Comunità
economica europea ai fini della stesura del bilancio comunitario o della
fissazione dei prezzi agricoli europei, il ‹‹bancor›› proposto da Keynes ed i
cosiddetti ‹‹diritti speciali di prelievo›› creati nel 1970 nell’ambito del Fondo
monetario internazionale.
100 CAPITOLO II

all’uopo apprestata. L’affermare, infatti, che la funzione di unità


di conto possa essere assolta anche da uno strumento non
circolante sul mercato può rappresentare, da una parte, il frutto
di una semplice osservazione empirica del polimorfismo delle
unità di conto, dall’altra, il riflesso, non scevro dalle influenze
della teoria metallista, di una concezione che assimila più o
meno esplicitamente e consapevolmente la moneta alle unità di
misura del mondo fisico25.
Nella teoria metallista26 la moneta era definita come una
quantità di metallo prezioso e ciò non rispecchiava, semplice-
mente, la grande diffusione di sistemi monetari basati sul
metallo, bensì indicava anche un’idea di moneta come unità di
valore si potrebbe dire naturale, rappresentata, infatti, da un
oggetto avente un cosiddetto valore intrinseco, la quale veniva
scambiata ed intermediava tra gli altri beni non per una scelta
convenzionale sviluppatasi nel consorzio sociale, ma per il fatto
di costituire una sorta di misura assoluta del valore, inteso come
grandezza caratterizzante sia la moneta che gli altri beni e di cui,

25
Secondo HAWTHORNE, op. cit., 2, “the use of money, however, provides
some kind of measuring standard. It measures the worth of goods and
services. As a ruler measures widths and lengths, so money measures value.
It compares dear and cheap in price terms as the ruler measures distances in
linear terms”. Così KLEIN, op. cit., 4, per il quale “the dollar, the peso, the
lira, the franc, the deutsche mark, the hwan, the yen, the ruble, are all
examples of a unit of account. They are each an abstract measure of value,
just as the pound and the ounce are abstract measures of weight”.
Nella dottrina giuridica italiana v., fra gli altri, MASTROPAOLO, op. cit., 3, che
afferma: “l’unità legale di misura dei valori è sempre idealmente fissata in
una determinata quantità fisica di cose o sostanze, giacché misura implica il
ricorso alla categoria della relazione, come del resto è vero anche per le unità
di misura del mondo fisico: ad es., il metro è misura di lunghezza, pari
approssimativamente alla quaranta milionesima parte del meridiano terrestre,
cui corrisponde il campione di platino e iridio, conservato a Sèvres”, ma poi
aggiunge che “la moneta – misura non instaura neppure, a differenza delle
misure del mondo fisico, una corrispondenza direttamente attinente ad un
rapporto fisico tra cose, come il peso, il volume o la lunghezza, ma attiene
pur sempre ad un rapporto tra cose in quanto scambiate tra gli uomini”.
26
V. NUSSBAUM, op. cit., 2 ss.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 101

perciò, era possibile, sulla base della prima, effettuare una


misurazione.
Così come le misure del mondo fisico presuppongono,
costitutivamente, un’omogeneità tra ciò che misura e ciò che
viene misurato, in altre parole la presenza di una stessa
grandezza rispetto alla quale siano formulabili proposizioni di
natura quantitativa, allo stesso modo la moneta si porrebbe come
mezzo universale dello scambio in quanto capace di mettere in
relazione tra loro tutti gli altri beni sulla base della condivisione
di una comune grandezza, il valore.
Invero, proprio il confronto fra le misure del mondo fisico e
la moneta, con la constatazione della differenza ontologica che
tra le une e l’altra intercorre, permette di comprendere in quale,
limitato, senso possa parlarsi di moneta quale unità di misura del
valore. Quello di misura è, in generale, un concetto di relazione
poiché implica, come evidenziato, la comunanza di una certa
grandezza tra l’unità di misura e l’oggetto della misurazione.
Anche quello di valore è un concetto di relazione, ma sotto ben
altra luce: il valore di un oggetto è predicabile soltanto in
riferimento ad almeno un altro oggetto, ma non per confrontare
una medesima grandezza dal punto di vista quantitativo27, bensì

27
LOJACONO, op. cit., 25, 26 e 35, imposta correttamente la questione
affermando che “il concetto della moneta come misura dei valori abbisogna
però di alcuni chiarimenti, poiché, usata in riferimento alla moneta
l’espressione misura dei valori deve esser presa in un senso tutto particolare.
Ogni qual volta è compiuta una misurazione, vien verificato quante volte una
data quantità contiene un’altra quantità d’identica specie, considerata come
unità di misura; tuttavia non si ha che una misura relativa e variabile: relativa
perché riferendo la quantità di una data cosa alla quantità presa come unità di
misura non si accerta la quantità assoluta della cosa, ma solo quanto in questa
è contenuta l’unità di misura; variabile perché le varie unità di misura usate
sono considerate immutabili, senza però essere quantità costanti. Ora, se le
forme di misurazione che pure hanno riferimento a qualità intrinseche dei
corpi misurati, non danno affidamento che solo fino ad un certo punto,
affidamento ancor minore dovrà dare la moneta quando è usata per misurare
il valore, proprietà estrinseca degli oggetti permutati o permutabili, e che
risente dei minimi spostamenti, dei bisogni e dei desideri dei singoli”, ma,
apoditticamente, non trae da tali premesse le necessarie conseguenze:
102 CAPITOLO II

poiché il valore rappresenta l’oggettivizzazione delle preferenze


individuali e collettive, ed una preferenza intanto può formarsi
in quanto presupponga una scelta, un’alternativa, fra due
possibilità.
Usando le parole di Simmel “value exists in our
consciousness as a fact that can no more be altered than can
reality itself. The subjectivity of value, therefore, is first of all
only negative, in the sense that value is not attached to objects in
the same way as is colour or temperature”, ma “the fact of
economic exchange, therefore, frees the objects from their
bondage to the mere subjectivity of the subjects and allows them
to determine themselves reciprocally, by investing the economic
function in them. The object acquires its practical value not only
by being in demand itself but through the demand for another
object. Value is determined not by the relation to the demanding
subject, but by the fact that this relation depends on the cost of a
sacrifice which, for the other party, appears as a value to be
enjoyed while the object itself appears as a sacrifice. Thus
objects balance each other and value appears in a very specific
way as an objective, inherent quality”28.
La moneta è, quindi, misura del valore nel senso che essa
informa quel codice, quel sistema simbolico29, che permette non
solo l’espressione del rapporto di scambio di un bene rispetto a

“dall’inesistenza di grandezze costanti si è più volte arrivati a negare alla


moneta la funzione di misura dei valori. Poiché – si è detto – non esiste in
natura un valore di scambio misurabile a priori mediante un’unità omogenea
di riferimento, dato che può considerarsi valore di scambio solo il rapporto
che in una permuta si stabilisce tra i beni permutati, e quindi a posteriori, non
si avrebbe una grandezza assoluta ed immutabile, bensì una grandezza
relativa, determinata volta per volta ad ogni atto di scambio, e perciò
mutevole e inidonea a fungere da misura. […] A misurare i valori – si è
concluso – è inidonea qualunque cosa, non la moneta soltanto. […] Ora noi
non ci sentiamo di condividere tale opinione, la quale, anche se fosse esatta,
verrebbe a sovvertire, con effetti pratici disastrosi, tutto l’ordine costituito
delle cose, rivelandosi un rimedio peggiore del male che vorrebbe evitare”.
28
G. SIMMEL, The philosophy of money, Routledge, London and New York,
1990, 63 e 80.
29
CRUMP, op. cit., 16, parla di “money as a symbolic system”.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 103

tutti gli altri, ma anche, e conseguentemente, la creazione di una


scala in cui, in ogni momento dato, tali rapporti possono essere
ordinati e confrontati. Ciò è reso possibile, del resto, dalla forma
del danaro quale unità ideale30 divisa in multipli e sottomultipli,
laddove tale strutturazione31 adempie contemporaneamente al
duplice scopo, da una parte, di rendere la moneta strumento
semplice ed idoneo allo scambio32, convertibile istantaneamente
in qualsivoglia bene, dall’altra di consentire, nominalisticamen-
te, di affermare relazioni di uguaglianza tra somme, nell’ambito
della medesima unità monetaria, sulla base, semplicemente, di
un’identità di espressioni numeriche.
Non meno importante è il ruolo della moneta quale
strumento di misurazione dei pagamenti differiti. La funzione di
mezzo di pagamento appare strettamente collegata a quelle di
mezzo universale degli scambi e di riserva di valore33, poiché,
30
NUSSBAUM, op. cit., 14 e 15, afferma che “the abstract character of the unit
yields perfect multiplicability as well as divisibility” e aggiunge, significati-
vamente, “on the reverse side we have the fact that the use of the same unit,
say of the dollar, at different times may reveal a split between the so-called
«legal constancy» of value (a dollar always a dollar) and its variable
purchasing power, a split generative of «money illusion» and of crucial legal
problems”.
31
V. CROCKETT, op. cit., 8 ss., che individua “the properties of a medium of
exchange” nella durability, homogeneity, divisibility e portability. A tali
qualità del mezzo universale degli scambi, HAWTHORNE, op. cit., 3 e 4,
aggiunge la scarcity e la recognizability.
32
V., nello stesso senso, INZITARI, op. ult. cit., 695, ad avviso del quale “in
quanto strumento di scambio, il danaro manifesta la capacità ad esprimere,
rispetto ai beni con i quali è posto in relazione (e nonostante le oggettive ed
ineliminabili diversità fisiche, materiali e funzionali di questi), equazioni
omogenee in termini di valore. Di conseguenza, si avverte che nel momento
stesso in cui il danaro viene ad essere considerato quale misura dei valori,
l’aspetto fisico-materiale di questo (quale cosa) scompare, mentre risulta
prevalente ed infine assorbente l’aspetto meramente astratto come unità
ideale di valutazione dei valori”.
33
Nel senso del testo v. LOJACONO, op. cit., 17 e 18, secondo cui “il denaro
vien dato ed accettato in pagamento solo perché può essere utilizzato più
tardi; se tale possibilità mancasse, nessuno accetterebbe in cambio di un bene
di consumo o di una prestazione qualsiasi una cosa inutile”. Contra, invece,
STAMMATI, op. cit., 747 e 748, a parere del quale “nemmeno la funzione della
104 CAPITOLO II

da una parte, l’essere mezzo di pagamento consente alla moneta


non solo di dividere lo scambio di merce contro merce nei due
atti di scambio di merce contro moneta e di moneta contro
merce, ma anche di separare temporalmente lo stesso scambio di
merce contro moneta, sulla base del credito, dall’altra, poiché
intanto la moneta può essere mezzo di pagamento in quanto sia
riserva di valore, e cioè la somma convenuta quale oggetto del
pagamento sia, al momento della sua prestazione, scambiabile e,
quindi, convertibile in beni e servizi.
Andando ad approfondire i punti evidenziati si può notare
come, fintanto che la fiducia dei consociati nel sistema
monetario permane, la moneta continua ad intermediare nello
scambio di beni e servizi, si pone quale scala ideale dei valori
dei beni scambiati e, perciò, tali valori continua ad esprimere e,
quindi, a conservare. La funzione di mezzo di pagamento34 si
estrinseca, semplicemente, nella scissione dello scambio in due
momenti distinti e distanziati, la consegna della merce e la

moneta quale strumento per i pagamenti differiti dipende necessariamente


dalla sua funzione di intermediaria degli scambi, apparendo più strettamente
collegata alla funzione di conservazione ed accumulazione di valore”. Ciò
che non si riesce a comprendere di tale posizione è come faccia la funzione di
mezzo di pagamento a non essere necessariamente legata a quella di
intermediazione nello scambio e ad essere, invece, più strettamente collegata
a quella di conservazione ed accumulazione di valore, quando, secondo lo
stesso Autore, queste medesime funzioni sarebbero tra loro strettamente
connesse ed interdipendenti.
34
V. CRUMP, op. cit., 3 e 6, ad avviso del quale il fenomeno monetario si
manifesta in quel particolare evento chiamato pagamento, dando vita a ciò
che l’Autore chiama “the ritual of money”: “whatever functions money may
have, the payee, in place of the payer, is, by virtue of the payment, put in a
position to perform them, and – this is the key point – he can do so only by
making a further payment”. Lo stesso può dirsi anche per un sistema
alternativo di moneta scritturale: “suppose that, at any given time, the amount
of money held by any transactor was as recorded, numerically, in a
recognized form of document. The ritual of payment could then be performed
by an appropriate alteration in the records. All that would be necessary would
be to increase, by the amount of the payment, the number recorded against
the name of the payee, at the same time reducing, by the same amount, that
recorded against the name of the payer”.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 105

prestazione del danaro, e può concretizzarsi poiché, fermo il


sottolineato presupposto della fiducia, quel pagamento che, a
distanza di tempo, esegue l’accordo di scambio non è un atto
isolato e così la somma di moneta che esso ha ad oggetto può
conservare un valore in quanto innumerevoli sono gli scambi, i
pagamenti, che quella moneta hanno ad oggetto. In altre parole
la somma di denaro pattuita quale oggetto del pagamento avrà
ancora un qualche valore nel momento in cui questo viene
eseguito se, nel tempo trascorso dal momento della conclusione
del contratto, la moneta avrà continuato a svolgere la sua
funzione di intermediazione nello scambio ed espressione dei
valori.
Si può pensare alla moneta come ad una scala ideale dei
valori in cui ciascun punto della scala è un multiplo o una
frazione dell’unità di conto, e a ciascun punto corrisponde una
certa potenza d’acquisto in termini di beni e servizi, passando
dai punti che ne sono totalmente privi a quelli che esprimono un
elevato valore. Potrà accadere che il multiplo o la frazione
dell’unità monetaria oggetto del pagamento abbia, al momento
dell’esecuzione, un valore molto inferiore a quello del momento
della pattuizione, o finanche nessun valore, quando, nel lasso di
tempo trascorso, a quel multiplo o a quella frazione sia andata
corrispondendo una potenza d’acquisto sempre inferiore, come
se sulla scala vi fosse stato uno spostamento dei valori dal basso
verso l’alto, tale che ad ogni punto corrisponda una potenza
d’acquisto inferiore o molto inferiore a quella stimata in un
momento precedente, o al limite alcuna potenza d’acquisto.

2.3. Conclusioni intorno alla dottrina dei debiti di valore

Abbiamo ora tutti gli elementi per formulare delle


conclusioni intorno a quella che si è definita la dottrina dei
debiti di valore.
La materia delle obbligazioni pecuniarie non costituisce solo
un terreno d’elezione per svolgere un’indagine giuridica che si
106 CAPITOLO II

giovi delle acquisizioni del pensiero economico; essa, infatti, si


presenta come un settore in cui, per dare significato ed utilità ad
un tessuto normativo, è indispensabile che la riflessione
giuridica si avvalga di quella economica, come di una fonte da
cui trarre la descrizione e la spiegazione di quei fenomeni
considerati dal diritto quali dati di fatto presupposti nella
costruzione di un sistema di regole.
In questo senso, si può ritenere che il difetto
dell’elaborazione dogmatica dei debiti di valore stia proprio
nella sua fondazione assiomatica, nel fatto, cioè, di aver preso
quale punto di partenza un presupposto, quello della distinzione
tra moneta come strumento di scambio e moneta come unità di
misura del valore, che non trova conferma nella realtà
contemporanea del fenomeno monetario. Come evidenziato,
questa scelta ha portato ad una interpretazione sostanzialmente
tautologica della disciplina delle obbligazioni pecuniarie, in cui
il principio nominalistico regolerebbe le fattispecie nominalisti-
che e la rivalutazione quelle valoristiche.
La dottrina dei debiti di valore rappresenta il tentativo di
fondare dogmaticamente la sottrazione del debito risarcitorio di
una determinata somma di denaro all’applicazione del principio
del valore nominale, per sottoporlo, invece, al principio del
valore reale della moneta.
L’indagine svolta ci consente, invece, di affermare la
soggezione del debito risarcitorio stimato in una certa somma di
denaro agli effetti del principio nominalistico.
Quel debito si presenta, al tempo dell’aestimatio, come un
debito illiquido che deve essere determinato in un preciso
ammontare35. Le norme di cui agli artt. 1223, 1225 (solo per il
danno contrattuale), 1226, 1227, 2056 comma 2° (solo per il
danno extracontrattuale) dettano i criteri per determinare il
quantum del danno e quindi, nella fattispecie del risarcimento

35
Si fa riferimento al caso in cui l’aestimatio venga effettuata ponendosi
idealmente nel momento della produzione del danno, cioè in relazione ai
valori correnti in quel momento.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 107

per equivalente pecuniario, per individuare quella somma di


denaro che esprima il valore della perdita subìta o dell’utilità
non conseguita. Il giudizio di valutazione del danno ha, quindi,
quale esito la determinazione di un’entità monetaria che
rappresenti un certo valore, allo stesso modo in cui l’accordo
delle parti in un contratto di vendita di un immobile o di
somministrazione di un servizio individua, in funzione di
corrispettivo, la somma di denaro che rappresenti il valore di
quell’immobile o di quella prestazione.
A seguito della stima del danno come della conclusione del
contratto, si ha una prestazione il cui oggetto è un multiplo o
sottomultiplo dell’unità monetaria. Come si è dimostrato, non vi
è questione su quale unità misuri questa prestazione, l’unità
monetaria od un potere d’acquisto, unico elemento rilevante è
che oggetto della prestazione sia un determinato multiplo o
sottomultiplo dell’unità valutaria. Il debito, così quantificato,
sarà soggetto, per quel che riguarda l’individuazione della
prestazione idonea ad adempierlo, alla disciplina che regola
l’adempimento delle obbligazioni il cui contenuto sia un
multiplo o sottomultiplo dell’unità valutaria, quindi al principio
del valore nominale.
Cos’è, dunque, l’aestimatio se non il sistema con cui si
realizza la liquidazione del debito risarcitorio? Se la stima della
perdita subìta, e la determinazione della sua espressione
monetaria, fossero compiute da danneggiato e danneggiante nel
momento stesso della produzione del danno e immediatamente
seguisse la prestazione del risarcimento, della somma di denaro
quantificata, quale sarebbe l’aestimatio e quale la taxatio?
Nessuno avrebbe dubbi sul fatto che stimare equivale a liquidare
il debito risarcitorio. Allo stesso modo, se il processo si
svolgesse a ridosso del momento dell’illecito ed in pochi giorni
si avesse un giudicato di condanna al risarcimento, in cosa si
concretizzerebbe un’attività del giudice, distinta e diversa dalla
quantificazione del danno, volta alla liquidazione del debito?
Anche in quest’ipotesi non vi sarebbe controversia in merito alla
funzione di liquidazione della stima del danno.
108 CAPITOLO II

Se, invece, tra il momento dell’illecito, in relazione al quale


deve essere compiuta l’aestimatio, e la formazione del giudicato
di condanna trascorrano non pochi giorni ma molti anni, perchè
la stima del danno dovrebbe perdere la sua funzione di
liquidazione del debito?
L’unica ragione per cui alla stima del danno in una
determinata somma di denaro, in relazione al momento
dell’illecito, dovrebbe seguire una liquidazione dello stesso, in
relazione al momento della pronuncia giudiziale, sarebbe da
ricercarsi proprio nella necessità di procedere ad una
rivalutazione della somma stimata, nell’ipotesi in cui nel lasso di
tempo considerato la moneta abbia perso parte del suo potere
d’acquisto.
Come chiarito, però, al debito risarcitorio quantificato a
seguito dell’aestimatio si applica il principio nominalistico e ciò
esclude qualsiasi possibilità di rivalutare la somma stimata e con
essa di procedere alla liquidazione di un debito che, infatti, è già
stato liquidato.
Non vi è, quindi, alcuna ragione teorica per cui al debito
risarcitorio quantificato, in relazione al momento della
produzione del danno, in una determinata somma di denaro,
espressiva del valore dello stesso, non debba applicarsi il
principio del valore nominale. Conseguentemente, non vi è
alcun motivo per cui, al fine di determinare l’oggetto della
prestazione di risarcimento, questa debba essere sottoposta alla
duplice operazione di aestimatio e taxatio.

2.4. I debiti risarcitori come debiti di valuta

Come abbiamo visto, non vi è alcuna ragione, interna alla


teoria delle obbligazioni pecuniarie, per cui non si dovrebbe
sussumere la fattispecie dell’obbligo risarcitorio in quella del
principio nominalistico. Se si ritiene che la stima del danno vada
compiuta guardando al suo valore al momento della pronuncia
della sentenza, fino a tale momento il debito risarcitorio è
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 109

illiquido e, quindi, non avendo ad oggetto un determinato


multiplo o sottomultiplo dell’unità monetaria, ad esso non sarà
applicabile il principio del valore nominale. Nell’ipotesi in cui,
al contrario, si scelga di stimare il danno in relazione al tempo in
cui lo stesso si produce, da tale momento quello risarcitorio sarà
un debito determinato in un preciso ammontare pecuniario e
soggetto, conseguentemente, all’azione del suddetto principio.
Di scarso pregio è, d’altra parte, l’argomento giurispru-
denziale secondo cui il discrimine tra debiti di valore e debiti di
valuta sarebbe rappresentato dal differente oggetto originario dei
due tipi di obbligazione: nei debiti di valuta oggetto originario
della prestazione sarebbe il denaro come tale, nei debiti di
valore, invece, il denaro sarebbe oggetto della prestazione non
come tale ma in quanto succedaneo di un bene perduto, del cui
valore il patrimonio del creditore danneggiato deve essere
reintegrato36.
Ora, il denaro è succedaneo di altri beni sia quando è
oggetto di un debito che trova la sua fonte in un fatto illecito, sia
quando è oggetto di un debito che ha fonte contrattuale. I cento
euro del debito risarcitorio sono un succedaneo del valore del
vaso distrutto, così come i cento euro del debito contrattuale
sono un succedaneo del valore (il prezzo) del vaso acquistato,
per il semplice fatto che la moneta, in quanto misura del valore e
mezzo generale degli scambi, è costitutivamente un succedaneo,
che può sempre convertirsi in beni e servizi, come questi
possono sempre convertirsi in moneta.
In materia di obbligazioni pecuniarie l’unica classificazione
dotata di un qualche fondamento è quella tra debiti liquidi e
debiti illiquidi. Nella fattispecie dell’obbligazione risarcitoria la
liquidazione prende la forma della stima del danno.
Criticare la categoria dei debiti di valore non significa
negare il problema alla base della sua elaborazione. La
fattispecie dell’obbligo risarcitorio pone, obiettivamente, la
questione dell’efficacia compensativa del risarcimento quando,
tra il momento in relazione al quale avviene la liquidazione del
36
V. supra 1.2.1.
110 CAPITOLO II

debito (quello in cui il danno si è prodotto) ed il momento del


pagamento (che può coincidere con la pronuncia della sentenza
o essere successivo), muti il potere d’acquisto della moneta e,
quindi, di quella somma che, esprimendo il valore del danno, è
stata stimata quale oggetto della prestazione risarcitoria.
La liquidazione del debito cristallizza il valore di cui il
patrimonio del danneggiato deve essere reintegrato in una
determinata somma di denaro, e se precede il pagamento non vi
è modo, per effetto del principio nominalistico, di determinare
nuovamente l’oggetto della prestazione individuando quella
somma di denaro che, tenuto conto del mutato potere d’acquisto
della moneta, esprima al momento del pagamento lo stesso
valore stimato al tempo della liquidazione.
Si è parlato, genericamente, di mutamento del potere
d’acquisto della moneta perché il debitore potrebbe ritrovarsi a
pagare non solo una somma che esprima un valore minore di
quello che rappresenta la valutazione del danno, ma anche una
somma che abbia un valore maggiore, a seconda che nell’arco
temporale considerato vi sia stata, rispettivamente, una perdita
od un rafforzamento della capacità d’acquisto della moneta. In
entrambi i casi, comunque, si pone la questione della mancata
equivalenza fra risarcimento e danno e, quindi, della violazione
di uno dei principi cardine della tutela risarcitoria. Infatti, come
nell’ipotesi di perdita di potere d’acquisto della somma da
corrispondere il danneggiato non si vedrebbe pienamente
reintegrato della perdita subita; allo stesso modo, in presenza di
un aumento del valore della moneta, si avrebbe una
sovracompensazione a scapito del danneggiante. L’ipotesi a cui
l’economia ci ha abituato è quella della diminuzione del potere
d’acquisto della moneta, ed è a questa eventualità che, per
comodità, si farà riferimento nel prosieguo della trattazione.
Proprio questa possibilità di una minore efficacia
compensativa del risarcimento, dovuta all’applicazione al debito
risarcitorio del principio nominalistico in presenza di fenomeni
di deprezzamento della moneta, crea la diffusa opinione di
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 111

un’incompatibilità tra i principi che regolano le obbligazioni


pecuniarie ed i principi che informano la tutela risarcitoria.
La raffinata elaborazione della dottrina dei debiti di valore
invera questo convincimento, l’approdo cui conduce è uno
svuotamento dall’interno del principio nominalistico, la cui
fattispecie di applicazione viene ricostruita in modo tale da
escludere che i debiti risarcitori possano essere ricompresi nella
sua sfera d’azione.
Identica la soluzione anche se parzialmente diverso il
percorso seguito dalla giurisprudenza che, messo in secondo
piano l’argomento di una distinzione ontologica tra debiti di
valore e debiti di valuta, ha direttamente puntato
sull’affermazione di un’irriducibilità del debito risarcitorio alla
disciplina nominalistica, per un’intima divergenza tra gli scopi
che la stessa regola nominalistica e l’istituto della tutela
risarcitoria perseguono. In questo senso, mentre il principio
nominalistico si incentra sul dato estrinseco, formale, del
rapporto di scambio tra beni e moneta, producendo una
cristallizzazione dell’oggetto del credito in una certa entità
monetaria, la tutela risarcitoria guarda al dato intrinseco,
sostanziale, della relazione tra il valore espresso e la quantità di
moneta che lo rappresenta. L’imperativo della piena compen-
sazione del pregiudizio non potrebbe, quindi, attuarsi attraverso
lo strumento dell’obbligazione pecuniaria, intendendosi per tale
quella soggetta al principio nominalistico.
Come evidenziato, per conferire al ragionamento maggiore
concretezza ed un sostegno normativo, si usa l’argomento
dell’identità di funzione e risultato fra il risarcimento per
equivalente ed il risarcimento in forma specifica. Entrambe le
forme di risarcimento avrebbero quale obbiettivo la totale
compensazione del danneggiato e la tutela che a questi sarebbe
accordata con la prestazione dell’equivalente pecuniario del
danno non potrebbe essere meno intensa di quella che gli
verrebbe assicurata dalla reintegrazione in natura. Considerato
che, nell’ipotesi di cui all’art. 2058, il danneggiato riceverebbe
la prestazione di un bene identico a quello perduto, per il valore
112 CAPITOLO II

che il bene sostituto ha al tempo in cui l’obbligo risarcitorio


viene adempiuto, conseguentemente, nel caso della tutela per
equivalente in denaro, il debito risarcitorio dovrebbe essere
determinato in una somma che corrisponda al valore del danno
subìto non solo al momento dell’illecito, in relazione al quale
viene effettuata l’aestimatio, ma anche al tempo della pronuncia
della sentenza.
L’applicazione del principio nominalistico all’obbligo
risarcitorio impedirebbe, in caso di perdita di potere d’acquisto
della moneta, il conseguimento di questo risultato, producendo
così una ingiustificata discriminazione tra il creditore
dell’equivalente in denaro ed il destinatario della tutela in forma
specifica.
Questi argomenti sono stati direttamente utilizzati da una
dottrina per sistematizzare l’estraneità del principio nominali-
stico alla fattispecie dell’obbligazione risarcitoria in denaro37. Il
ragionamento, condotto in relazione al solo danno extracontrat-
tuale, parte dal presupposto che la funzione di piena compensa-
zione del danneggiato, perseguita dagli artt. 2043 ss., richieda
per trovare attuazione che il debito della somma da risarcire
venga liquidato soltanto al momento della pronuncia giudiziale.
Conferma di questa interpretazione sarebbe fornita proprio
dall’art. 2058, dalla necessità, cioè, che le due forme di tutela
del danneggiato, quella per equivalente pecuniario e quella in
natura, abbiano la medesima efficacia reintegrativa del danno
subìto. Potendo il principio nominalistico applicarsi soltanto ad
un debito determinato in un preciso ammontare di moneta, ed
assumendosi, per le ragioni esposte, che la liquidazione
dell’obbligo risarcitorio non possa essere precedente alla
pronuncia della sentenza di condanna, solo da tale momento il
principio nominalistico potrebbe dispiegare i suoi effetti.
Quindi, questa disciplina del rischio monetario sarebbe, per il
tempo che separa la nascita dell’obbligazione dalla formazione
di un giudicato di condanna al suo adempimento, estranea alla
fattispecie del debito risarcitorio in denaro.
37
Si fa riferimento alla tesi di Inzitari. V. supra 1.3.1.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 113

L’opinione in esame sarebbe condivisibile laddove


sostenesse che, per la corretta realizzazione della funzione
compensativa del risarcimento, l’aestimatio dovrebbe essere
compiuta in relazione al momento della pronuncia giudiziale38.
Se così fosse si potrebbe discutere sulle conseguenze di una
valutazione del pregiudizio che guardi non al momento del
danno bensì ad un tempo successivo, ma, riguardo
all’applicazione del principio del valore nominale, il ragiona-
mento sarebbe coerente.
Invece questa dottrina mantiene la distinzione tra aestimatio
e taxatio, da compiersi l’una in relazione al momento del danno
l’altra a quello della sentenza, e con essa riafferma la necessità
di procedere, nell’ipotesi di deprezzamento della moneta, ad una
rivalutazione della somma di denaro stimata. Da una parte
sostiene, con un argomento formale, che il principio
nominalistico non troverebbe modo di applicarsi all’obbligo
risarcitorio fino alla pronuncia della sentenza, poiché soltanto in
questo momento avverrebbe la liquidazione del debito,
dall’altra, però, non spiega perché l’aestimatio, da compiersi in
relazione ai valori correnti al momento dell’illecito, non
dovrebbe considerarsi come una liquidazione e perché al debito
stimato dovrebbe applicarsi non il principio del valore nominale
bensì la rivalutazione39.
Confrontando questa tesi con la dottrina dei debiti di valore,
si nota come Ascarelli avesse ben presente la necessità di
risolvere la contraddizione segnalata, e come la sua teoria della
misura della prestazione, lungi dall’essere una stravaganza,
rappresenti proprio il modo per giustificare il fatto che alla
somma stimata non si applichi il principio del valore nominale.

38
Sul problema del momento della determinazione del danno, v. infra 3.2.
39
Rileva MANN, op. cit., 277, che “the selection of any particular valuation
date – be in the date of the breach, the date on which the proceedings are
commenced, or the date on which judgment is ultimately given – necessarily
involves a decision to exclude the consequences of monetary depreciation
which occur after the selected date”.
114 CAPITOLO II

In conclusione, i debiti risarcitori sono debiti di valuta e da


quando sono stimati (liquidati) in una determinata somma di
denaro sono debiti pecuniari soggetti al principio nominalistico.
D’altra parte, l’applicazione della disciplina nominalistica
all’obbligazione risarcitoria, in presenza di un deprezzamento
della moneta, potrebbe essere causa della mancata corrispon-
denza tra risarcimento e danno e, quindi, della violazione del
principio dell’integrale compensazione del danneggiato. Si
dovrebbe quindi ammettere, se così fosse, un’irriducibile
contraddizione tra la figura del debito di denaro, regolata dagli
artt. 1277 ss., e la funzione della tutela risarcitoria.

2.4.1. I debiti risarcitori e il danno da mora

La contraddizione ipotizzata è, in realtà, solo apparente e


l’analisi della fattispecie del debito risarcitorio dalla sua nascita
all’estinzione potrà dimostrarlo.
Nella fattispecie di cui all’art. 2043 il danno ingiusto fa
sorgere, a carico di colui che ha posto in essere la condotta
lesiva, l’obbligo di risarcirlo. La prestazione risarcitoria, non
avendo fonte contrattuale, non può essere soggetta a termini di
adempimento, né vi sono altre ragioni che possano far ritenere
che essa vada eseguita in un momento posteriore rispetto a
quello della sua nascita, essa perciò è immediatamente esigibile
(quod sine die debetur statim debetur). Incombe al danneg-
giante, dal momento stesso della produzione del danno, l’obbli-
go di risarcirlo e, se al danno non segue immediatamente la pre-
stazione del risarcimento, si concretizza una situazione di ritardo
nell’adempimento.
L’art. 1219, prevedendo al n. 1 del 2° comma che non è
necessaria la costituzione in mora quando il debito deriva da
fatto illecito, ci dice che la mancata tempestiva esecuzione della
prestazione risarcitoria pone il debitore in una situazione non di
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 115

semplice ritardo ma di mora, di ritardo qualificato40. Il ritardato


adempimento dell’obbligo da parte del debitore può causare al
creditore dei danni che questi, forse, avrebbe evitato laddove
avesse potuto immediatamente disporre del risarcimento.
Trattandosi di tutela per equivalente pecuniario e, perciò, di
mora nell’adempimento di un’obbligazione risarcitoria
pecuniaria, sede delle regole sulla risarcibilità di questi danni
non è l’art. 1223 bensì la norma speciale di cui all’art. 1224, che
pone una particolare disciplina del risarcimento dei danni
conseguenti alla mora nell’adempimento di obbligazioni che
abbiano ad oggetto una somma di denaro41.
In sintesi, vi è un primo evento lesivo che cagiona un danno
ingiusto fonte di un obbligo di risarcimento. Per determinare il
quantum del risarcimento, che deve corrispondere al valore del
pregiudizio, è necessario procedere alla stima del danno. Se
questa avviene in relazione ai valori correnti al tempo della
produzione dello stesso, rispetto a questo momento si determina
quella somma di denaro che, rappresentando il valore del danno,

40
Analizzando, in generale, la questione della rilevanza, ai fini del
risarcimento del danno, del semplice ritardo non accompagnato dalla mora,
NATOLI, op. cit., 151, conclude: “L’ipotesi del semplice ritardo è […]
meramente marginale. Ma questo non vuol dire che essa sia – come si ritiene
dalla dottrina e dalla giurisprudenza prevalenti – totalmente irrilevante. Nulla
varrebbe, in effetti, a giustificare una simile conclusione, la quale tra l’altro,
se accolta, finirebbe con l’imporre per l’esercizio del diritto di credito – per
lo meno quando la prestazione sia querable – una forma solenne, che non
avrebbe alcuna giustificazione e che la legge richiede soltanto per quegli
effetti particolari, che dovranno essere ricordati e che sono propri della mora
in senso tecnico [l’Autore fa, essenzialmente, riferimento alla perpetuatio
obligationis, n.d.r.]”. Nello stesso senso v. A. MAGAZZÙ, Mora del debitore,
in Enc. dir., vol. XXVI, Milano, 1976, 934 ss.
Ritengono, invece, che il ritardo sia fonte di danno risarcibile solo a seguito
della costituzione in mora del debitore: F. BENATTI, La costituzione in mora
del debitore, Milano, 1968, 15 ss.; GIORGIANNI, op. cit., 119 ss.; C. M.
BIANCA, Dell’inadempimento delle obbligazioni, in Commentario del codice
civile Scialoja – Branca, sub artt. 1218 – 1229, Bologna e Roma, 1979, 184
ss.; G. VISINTINI, Inadempimento e mora del debitore, sub. artt. 1218 – 1222,
in Il Codice civile Commentario diretto da BUSNELLI, Milano, 2006, 479 ss.
41
Per una dettagliata analisi di tale disciplina v. infra cap. IV.
116 CAPITOLO II

è oggetto della prestazione risarcitoria. Tale operazione, la


cosiddetta aestimatio, equivale ad una liquidazione del debito
risarcitorio che, pertanto, dal tempo della stima sarà soggetto al
principio del valore nominale.
Vi è, poi, un secondo evento lesivo: la mora
nell’adempimento dell’obbligazione di risarcimento. La mora
integra un nuovo evento dannoso del tutto indipendente da
quello che ha fatto sorgere l’obbligazione risarcitoria, difatti si
concretizza proprio in una violazione di quella obbligazione,
cioè nella mancata tempestiva esecuzione della stessa. I danni
conseguenza della mora saranno risarcibili nei modi ed entro i
limiti stabiliti dall’art. 1224.
Quanto detto vale anche per l’obbligazione di risarcimento
del danno contrattuale.
L’unica differenza può riguardare il momento a partire dal
quale il debitore inadempiente è tenuto a prestare gli interessi
legali ed a risarcire l’eventuale maggior danno subìto dal
creditore. La dottrina generalmente ritiene che il fatto illecito di
cui all’art. 1219 2° comma n. 1 sia solo quello extracontrattuale
e che, pertanto, la costituzione in mora del debitore
inadempiente non sia automatica, e richieda, perciò, le formalità
di cui al 1° comma42. Questa tesi valorizza l’intenzione del

42
A. RAVAZZONI, Mora del debitore, in Novissimo Digesto. It, vol. X, 1964,
904 ss., in particolare 907; NATOLI, op. cit., 167 e 168; U. NATOLI e L.
BIGLIAZZI GERI, Mora accipiendi e mora debendi, Milano, 1975, 256 e 257;
G. VISINTINI e L. CABELLA PISU, L’inadempimento delle obbligazioni, in
Trattato di diritto privato diretto da RESCIGNO, vol. 9, t. I, Torino, 1999, 242
ss. G. VISINTINI, Inadempimento e mora del debitore cit., 497 ss.
Osserva S. MAZZARESE, Mora del debitore, in Digesto IV ed., Disc. priv.,
Sez. civ., vol. XI, Torino, 1994, 443 ss., che “il semplice riferimento di tale
regola al «fatto illecito», non altrimenti qualificato né individuato mediante
esplicito richiamo all’art. 2043 c.c., va ancorato unicamente all’illecito
extracontrattuale o aquiliano; se si interpretasse anche nel senso di quello
contrattuale, o inadempimento dell’obbligazione, si vanificherebbe la regola
immediatamente precedente, e contestuale nel medesimo articolo, della
costituzione in mora mediante intimazione o richiesta scritta”, 448.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 117

legislatore storico che, nella relazione al codice, qualifica come


aquiliano il fatto illecito di cui al n. 143.
La questione non può essere correttamente analizzata senza
distinguere tra l’obbligazione risarcitoria che nasce da un
inadempimento definitivo e l’obbligazione risarcitoria che trova
fonte in un adempimento ritardato.
Riguardo alla prima ipotesi, convince poco l’idea che per
ottenere il risarcimento del danno causato da un inadempimento
definitivo il danneggiato debba procedere alla costituzione in
mora. Nel caso in cui l’inadempimento sia definitivo per volontà
del debitore, che dichiara per iscritto di non voler adempiere, è
lo stesso art. 1219 2° comma n. 2 a stabilire che non è necessaria
alcuna formalità. Se la prestazione è divenuta impossibile per
causa imputabile al debitore, il creditore sarebbe, invece,
onerato dell’intimazione o della richiesta fatta per iscritto.
Mora equivale a ritardo qualificato (come illecito); la
costituzione in mora ha la funzione di rendere illecito il ritardo.
Questo implica una situazione di incertezza del creditore, in
relazione all’esecuzione della prestazione attesa e, con essa, alla
realizzazione del diritto di credito, ed un’incertezza sull’atteg-
giamento dello stesso creditore, cioè sul fatto che, per qualsiasi
ragione, questi tolleri il ritardo o, addirittura, lo reputi conve-
niente.
Il ragionamento è del tutto inconferente rispetto all’ipotesi
in cui la prestazione sia divenuta impossibile per causa
imputabile al debitore. In questo caso si configura non un ritardo
ma un’incontrovertibile e certa violazione del vincolo obbliga-
torio. L’unico ritardo individuabile è quello nell’adempimento
dell’obbligazione di risarcimento del danno causato dall’
impossibilità imputabile della prestazione. La fattispecie, come
si vede, è del tutto identica a quella del danno extracontrattuale
di cui ci siamo occupati poco prima44. Per quale ragione

43
In Codice civile. Libro delle obbligazioni. Relazione del Guardasigilli al
progetto ministeriale, n. 569, Roma, 1940.
44
Contra BENATTI, op. cit., 157, che afferma: “Nel campo delle obbligazioni
ex contractu i danni per il ritardo decorrono dall’intimazione o dalla scadenza
118 CAPITOLO II

l’obbligazione di risarcire un danno da inadempimento (definiti-


vo) dovrebbe essere regolata diversamente?
La riparazione del pregiudizio conseguente ad un illecito
non tollera indugio e per questo il legislatore stabilisce che il

del termine. Ma se la prestazione diventa impossibile per causa imputabile al


debitore, non si può dire che i danni siano dovuti dal momento in cui si è
verificata l’impossibilità, allo stesso modo di quanto avviene per il fatto
illecito di cui all’art. 2043, rispetto al quale gli interessi vanno computati dal
momento dell’evento dannoso. Si faccia l’esempio dell’obbligazione senza
termine: come l’interesse del creditore è attuale dalla richiesta, così dal
momento in cui il creditore chiede i danni causatigli dall’impossibilità si
concreta l’interesse ad ottenere il risarcimento in sostituzione della
prestazione ormai impossibile, e perciò dal quel momento decorrono gli
interessi moratori. Non esistono, d’altra parte, ragioni sostanziali del tipo di
quelle invocate a proposito del risarcimento ex art. 2043, per affermare una
diversità, nella disciplina del ritardo, tra il caso d’impossibilità della
prestazione e il caso in cui essa sia ancora possibile”.
Come spiegato nel testo, non esistono, al contrario, ragioni sostanziali per cui
l’interesse alla prestazione del risarcimento, in caso di inadempimento
definitivo, debba considerarsi attuale solo dal momento della costituzione in
mora del debitore-danneggiante. Infatti, mentre nel caso in cui la prestazione
sia ancora possibile, la mancata richiesta di adempimento del creditore può
essere valutata come mancanza, seppure temporanea, di interesse
all’attuazione del rapporto obbligatorio, nell’ipotesi dell’impossibilità della
prestazione imputabile al debitore, sussistono le stesse ragioni che portano a
considerare attuale l’interesse del danneggiato da un illecito extracontrattuale.
Per rimanere all’esempio di Benatti, pensiamo al caso in cui Tizio e Caio,
accordandosi per la vendita di un quadro, non abbiano stabilito il termine di
consegna dello stesso da parte di Tizio, ed abbiano, invece, previsto che il
pagamento del corrispettivo dovrà avvenire entro trenta giorni dal momento
in cui Caio riceve l’opera. In quest’ipotesi, è chiaro che l’interesse del
creditore alla prestazione diviene attuale solo dal momento della richiesta. È
vero che l’obbligazione di Tizio è immediatamente esigibile (ex art. 1183 1°
comma), ma è anche vero che più tardi Caio riceve il quadro e più tardi dovrà
prestare il corrispettivo. Sarebbe ingiustamente penalizzante, quindi,
obbligare Tizio al risarcimento del danno da ritardo anche per il periodo
precedente alla richiesta di adempimento da parte di Caio.
Diversamente, invece, nell’ipotesi in cui Tizio, in preda ad una crisi di
creatività, bruci tutta la sua collezione, compreso il quadro da consegnare a
Caio. Si possono avere dubbi, questa volta, sul momento in cui diviene
attuale l’interesse del creditore?
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 119

debitore dell’obbligo risarcitorio è automaticamente in mora dal


momento stesso in cui, con il prodursi della fattispecie di danno,
nasce l’obbligo di risarcirlo. L’illecito cui fa riferimento l’art.
1219 2° comma n. 1 può essere tanto quello extracontrattuale
quanto, nell’ipotesi di inadempimento definitivo, quello
contrattuale45.
Nel caso in cui, al contrario, l’adempimento sia ancora
possibile, con la scadenza del termine si crea quella situazione di
incertezza, dovuta al ritardo, che prima abbiamo tratteggiato.
Con la costituzione in mora del debitore, il ritardo diviene
illecito ed il danno che ne è conseguenza è risarcibile. Dal
momento della costituzione in mora rispetto all’obbligazione
principale il debitore sarà tenuto alla prestazione degli interessi
legali sulla somma ritenuta equivalente al pregiudizio subìto a
causa dell’illecito (ritardo), e al risarcimento del danno che
ancora, eventualmente, residui dopo l’attribuzione forfettaria.
L’art. 1224 1° comma stabilisce che, nelle obbligazioni che
hanno per oggetto una somma di denaro, dal giorno della mora
sono dovuti gli interessi legali. Guardando alle prestazioni che
hanno per oggetto l’equivalente pecuniario di un danno, la mora
di cui parla la norma deve essere riferita all’obbligazione
principale o all’obbligazione risarcitoria?
Nessuno avrebbe dubbi nel rispondere che si tratta della
mora nell’obbligazione principale. Se così è, allora la mora
nell’obbligazione risarcitoria è automatica. Quando, con la
costituzione in mora rispetto all’obbligazione principale, il
ritardo diviene illecito nasce l’obbligazione di risarcimento del
danno, rispetto alla quale il danneggiante è, automaticamente,
costituito in mora. La mora nell’obbligazione principale genera,
automaticamente, la mora nell’obbligazione secondaria.
Al di là del poco analitico commento del legislatore del
’42, i dati offerti dal sistema di responsabilità ci dicono che la
mora nell’obbligazione di risarcimento del danno da

45
Cfr. BIANCA, op. ult. cit., 209, secondo cui deve “negarsi l’esattezza di una
interpretazione intesa a limitare l’ambito della norma all’illecito aquiliano
escludendo quello contrattuale”.
120 CAPITOLO II

inadempimento è automatica, come per il danno extracontrat-


tuale.
Si deve aggiungere un’ultima considerazione. La
costruzione della categoria dei debiti di valore ha avuto il
demerito di oscurare questa questione46. Se, infatti, la somma
stimata in relazione al tempo in cui il danno si è prodotto viene
rivalutata e gli interessi compensativi, anche nel risarcimento
contrattuale, sono solitamente riconosciuti a partire dalla stessa
data, diviene inutile interrogarsi sul momento della costituzione
in mora.
Adesso possiamo tornare al nostro problema, alla presunta
contraddizione tra la funzione risarcitoria dell’obbligazione e la
sua forma di debito pecuniario soggetto al principio del valore
nominale.
Il problema si porrebbe nell’ipotesi di un mutamento del
potere d’acquisto della moneta nel periodo che intercorre tra la
nascita e l’estinzione dell’obbligazione risarcitoria. L’applica-
zione del principio nominalistico al debito stimato (liquidato) in
relazione al momento in cui il danno si è prodotto impedirebbe
di adeguare, al tempo della pronuncia giudiziale, la somma al
mutato potere d’acquisto della moneta. In questo modo, se tra il
momento dell’aestimatio e quello della decisione47 si registras-
sero fenomeni di deprezzamento monetario, il danneggiante si
vedrebbe tutelato con la prestazione di una somma non più rap-
presentativa del valore del pregiudizio subìto.
La soluzione individuata, e variamente giustificata, per la
risoluzione di questo problema è la sottrazione del debito
risarcitorio all’applicazione del principio del valore nominale
sino al momento del passaggio in giudicato della sentenza di
condanna, e la rivalutazione, al tempo della pronuncia
46
Per un precedente nel senso che la costituzione in mora non è necessaria
anche quando il debito deriva da un inadempimento, v. CASS., 19 dicembre
1949, n. 2621, in Mass. Foro it., 1949, 533 e 534.
47
Si deve ricordare che per la giurisprudenza e la dottrina, dal momento del
passaggio in giudicato della sentenza di condanna al risarcimento del danno,
il debito di valore si trasforma in debito di valuta, soggetto al principio del
valore nominale.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 121

giudiziale, della somma stimata come espressiva del valore del


danno in relazione al momento in cui lo stesso si è prodotto.
Questa regolazione dell’obbligazione risarcitoria, seppure
contraria alla regola nominalistica, potrebbe, ciononostante,
essere condivisa laddove un’applicazione del principio del
valore nominale desse luogo, realmente, a quella contraddizione
con i principi informatori della tutela risarcitoria cui si è fatto
cenno.
Invece, quella dell’obbligazione pecuniaria di risarcimento
del danno contrattuale od extracontrattuale non è una fattispecie
che lasci molto spazio alla creatività dell’interprete. L’ordi-
namento, infatti, appresta già gli strumenti per la risoluzione dei
problemi che si sono segnalati e tali rimedi vanno ricercati pro-
prio nella disciplina, precedentemente esaminata, della fattispe-
cie della mora nell’adempimento del debito di somma di dena-
ro48.
Concentrarsi sull’eventualità che al momento della
pronuncia giudiziale la somma stimata, non avendo il medesimo
potere d’acquisto del tempo dell’aestimatio, non rappresenti più
un valore uguale a quello del danno è un modo sbagliato di
guardare a questa fattispecie. Il fatto che tra la nascita
dell’obbligazione risarcitoria e la sua estinzione intercorra del
tempo può essere un fatto fisiologico nell’osservazione empirica
degli eventi, non lo è per il diritto. Il debito risarcitorio è da
subito esigibile ed il debitore è automaticamente ed
immediatamente in mora. Ciò che accade da quando l’obbligo
sorge al momento in cui viene adempiuto è rilevante per il
diritto in quanto avviene nella mora del debitore.
Un esempio permetterà di chiarire il ragionamento. Si pensi
al caso di Tizio che prende a mutuo da Caio una somma di
denaro, obbligandosi alla restituzione alla scadenza del termine
prefissato. Anche laddove al momento convenuto per l’adem-

48
Cfr. NICOLÒ, op. cit., 47 ss.; FERRI, op. cit., 713 ss.; G. VALCAVI, La stima
del danno nel tempo, con riguardo all’inflazione, alla variazione dei prezzi e
all’interesse monetario, in Riv. dir. civ., 1981, II, 332 ss.; EROLI, op. cit., 94
ss.
122 CAPITOLO II

pimento la moneta avesse perduto parte del suo potere d’acqui-


sto, Tizio, in forza del principio del valore nominale, dovrebbe
comunque restituire la medesima somma numerica di moneta
ricevuta. Confrontiamo, adesso, questa fattispecie con quella del
debito di risarcimento.
Nell’ipotesi esemplificata il fenomeno della perdita di
potere d’acquisto della moneta grava sul creditore, che si vede
restituire una somma deprezzata rispetto a quella data a mutuo,
in conseguenza dell’applicazione del principio del valore
nominale. Nella fattispecie del debito di risarcimento, invece, il
fatto che venga pagata una somma con minore capacità
d’acquisto di quella stimata non è conseguenza del principio del
valore nominale, perché il creditore avrebbe dovuto ricevere la
prestazione del risarcimento fin dal momento della nascita del
credito e, se il debitore avesse adempiuto esattamente alla sua
obbligazione, la somma concretamente prestata avrebbe avuto il
medesimo valore di quella determinata a seguito dell’aestimatio.
Quindi, il minor potere d’acquisto della somma pagata rispetto a
quella stimata è un danno giuridicamente rilevante e risarcibile
quale conseguenza della condotta lesiva (la mora) del debitore,
sempre che, e nella misura in cui, il creditore dimostri che se
avesse potuto disporre della somma quando ne aveva diritto
l’avrebbe impiegata in modo tale da sottrarla agli effetti del
deprezzamento della moneta. In mancanza di questa prova la
condotta del debitore, sebbene illecita, non potrà considerarsi
causa di un danno che si sarebbe in ogni caso prodotto.
È, quindi, la mora del debitore e non il principio
nominalistico a far sì che il valore del risarcimento non coincida
con quello del danno. Del resto, in caso di adempimento
puntuale, alcuna discrasia potrebbe determinarsi tra risarcimento
e danno.
Così, la fattispecie del debito risarcitorio è perfettamente
coincidente con quella che si realizzerebbe, per riprendere il
nostro esempio, nell’ipotesi in cui Tizio eseguisse la prestazione
dovuta non allo spirare del termine pattuito bensì in un momento
successivo. In presenza di fenomeni di deprezzamento della
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 123

moneta durante il periodo della mora, a Caio verrebbe prestata


una somma con minore capacità d’acquisto di quella che
avrebbe ricevuto laddove l’adempimento di Tizio fosse stato
puntuale. In quest’ipotesi giurisprudenza e dottrina, ricorrendo
determinate condizioni49, riversano sul debitore la perdita di
potere d’acquisto della somma pagata.
Non vi è alcuna ragione per cui la fattispecie del debito
risarcitorio debba essere regolata in modo differente. Una
differente disciplina dell’obbligazione risarcitoria non potrebbe
del resto essere giustificata, come sostengono la giurisprudenza
ed alcuni autori50, dal mancato richiamo dell’art. 1224 da parte
dell’art. 2056. Infatti, l’art. 2056 si occupa di determinare il
contenuto dell’obbligazione risarcitoria e non della risarcibilità
dei danni cagionati dalla mora nell’adempimento dell’obbliga-
zione risarcitoria. Non solo, quindi, il mancato richiamo da parte
dell’art. 2056 non impedisce che l’art. 1224 si applichi all’ob-
bligazione di risarcimento del danno extracontrat-tuale, ma ci si
sarebbe dovuti meravigliare, viceversa, proprio nel caso l’art.
2056 avesse fatto riferimento all’art. 1224.
L’art. 2056 non richiama l’art. 1224 per lo stesso motivo per
cui non richiama gli artt. 1219, 1220, 1221 e 1222 c.c., norme
che, dedicate alla disciplina dei presupposti e degli effetti della
mora nell’adempimento delle obbligazioni, non potrebbero
fornire alcun criterio utile alla valutazione dei danni e alla
determinazione del contenuto dell’obbligazione di risarcimento
del danno extracontrattuale.
Una differente disciplina dell’obbligazione risarcitoria non
potrebbe essere giustificata neppure sulla base dell’argomento
dell’identità tra risarcimento per equivalente e risarcimento in
forma specifica. La questione sarà esaminata nel prosieguo della
trattazione, per il momento è sufficiente rilevare che l’argomen-
to ex art. 2058 può essere usato non per escludere l’applicazione
del principio del valore nominale alla somma stimata, ma sem-
mai per sostenere che l’aestimatio debba essere compiuta in

49
V. infra cap. IV.
50
V. supra 1.2.2. e ss.
124 CAPITOLO II

relazione ai valori del tempo della pronuncia giudiziale e non


del momento della produzione del danno51.
In conclusione, non vi è alcuna contraddizione tra la
funzione risarcitoria dell’obbligazione e la sua forma di debito
di denaro. L’unica contraddizione rilevabile è quella tra la
costruzione della categoria dei debiti di valore e gli artt. 1277,
1219 comma 2° n. 1 e 1224 c.c.

2.5. Principio nominalistico e danno da mora nell’indebito e


nell’ingiustificato arricchimento

Fin qui il ragionamento è stato svolto con esclusivo


riguardo alle obbligazioni di risarcimento del danno extra-
contrattuale e da inadempimento. La giurisprudenza, però, si è
interrogata sulla qualificazione come debito di valuta o di valore
di una molteplicità di altre obbligazioni che hanno ad oggetto
una somma di denaro.
Si tratta di una congerie di obbligazioni pecuniarie
veramente eterogenea, dall’indennità di espropriazione per
pubblica utilità a quella di occupazione acquisitiva, dalle
restituzioni conseguenza della risoluzione52, della nullità o
dell’annullamento del contratto, all’indennizzo in caso di
ingiustificato arricchimento, dall’obbligazione volta a ricondurre
ad equità un contratto rescindibile o a riequilibrare le condizioni

51
V. infra 3.2.4.
52
A titolo puramente esemplificativo, per una qualificazione dell’obbligo
restitutorio come debito di valore quando l’accipiens è la parte inadempiente,
e di valuta quando, invece, si tratta del contraente fedele v. CASS., 7 agosto
1990, n. 8834, in Arch. civ., 1991, 31 ss.
CASS., SEZ. UN., 4 dicembre 1992, n. 12942, in I Contratti, 1993, 2, 151 ss.,
con nota di F. DELFINI, Risoluzione per inadempimento, restituzioni e
principio nominalistico, 154 ss.; in Corr. giur., 1993, 3, 322 ss., con nota di
A. DI MAJO, Risoluzione del contratto ed effetti restitutori: debito di valuta o
di valore?, 326 ss., risolvendo il contrasto determinatosi in giurisprudenza,
qualifica l’obbligazione restitutoria debito di valuta tanto nell’ipotesi in cui il
debitore sia il contraente fedele quanto nel caso sia la parte inadempiente.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 125

di un contratto divenuto eccessivamente oneroso per una delle


parti, all’obbligazione conseguente alla revisione del prezzo
dell’appalto, dagli obblighi alimentari all’indennità di
sopraelevazione etc53.
Un esame analitico di queste fattispecie ed altre ancora
appesantirebbe il discorso senza, peraltro, aggiungere nulla alla
riflessione sulla categoria dei debiti di valore. Le conclusioni
formulate in relazione agli obblighi risarcitori valgono,
sicuramente, anche in queste ipotesi. La disciplina applicabile
alle obbligazioni risarcitorie si potrà distinguere da quella cui
sono soggette queste diverse obbligazioni solo per ciò che
riguarda il momento della costituzione in mora del debitore e,
quindi, il tempo a partire dal quale dovranno corrispondersi gli
interessi legali ed il creditore potrà chiedere la compensazione
del maggior danno causato dall’indisponibilità della somma
dovuta.
Ci interessa, però, mostrare come la distinzione tra debiti di
valuta e debiti di valore discrimini tra queste varie fattispecie
senza un reale fondamento. L’esempio dell’obbligazione con-
seguente ad un indebito pagamento e di quella che trae origine
da un arricchimento senza causa è paradigmatico a questo
riguardo.
Facciamo il caso di un arricchimento senza causa che
consista in un risparmio di spesa. Un comune incarica degli
ingegneri di fare un progetto per una rete idrica, ma non presta
loro il corrispettivo per l’opera svolta. Trascorso un po’ di
tempo, l’ente, avvalendosi del progetto, chiede alla regione un
finanziamento per il compimento dell’opera e, una volta
ottenutolo, consegna il progetto all’impresa vincitrice della gara
d’appalto indetta per la sua realizzazione54. La giurisprudenza
53
Integrando le elencazioni, riportate da vari Autori, delle obbligazioni
qualificate, spesso all’esito di aspri contrasti giurisprudenziali, come debiti di
valuta o di valore, si può avere un quadro il più possibile completo. V.
ASCARELLI, op. ult. cit., 485 ss.; BRECCIA, op. cit., 291 ss.; BIANCA,
L’obbligazione cit., 152 ss.; EROLI, op. cit., 103 ss.
54
Il caso è tratto da CASS., 11 maggio 2007, n. 10884, in Rep. Foro it., 2007,
voce Arricchimento senza causa, n. 20.
126 CAPITOLO II

ritiene che, in quest’ipotesi, si configuri un ingiustificato


arricchimento del comune, concretizzatosi in un risparmio di
spesa: il costo del progetto55. Senza i tentennamenti mostrati
nell’esame di alcune delle fattispecie cui prima si faceva
riferimento, i giudici qualificano l’indennizzo conseguente ad un
ingiustificato arricchimento come debito di valore.
Andiamo, ora, a considerare l’obbligazione che trova la
propria fonte in un indebito pagamento. Questa, al contrario, è
ritenuta un debito di valuta56. Caio, personaggio stravagante,
dimentico di aver già adempiuto l’obbligazione contratta con
Tizio, presta nuovamente la somma, non più dovuta. Tizio,
oberato di debiti, accetta la prestazione, pur sapendo di non
vantare alcun credito nei confronti di Caio.
Perché quello del comune sarebbe un debito di valore e
quello di Tizio, invece, un debito di valuta?
Per la giurisprudenza quello dell’accipiens è un debito di
valuta perché la restituzione della somma prestata indebitamente
non ha la funzione di reintegrare il patrimonio del solvens nella
consistenza che avrebbe avuto laddove il pagamento non avesse
avuto luogo, ma, semplicemente, mira a riportarvi la somma o la
cosa di cui è stato privato senza titolo, somma, o cosa, in sé e
per sé considerata. Per questa ragione, non si dovrà tenere conto
della perdita di potere d’acquisto della moneta verificatasi nel
periodo che separa il pagamento indebito dalla condanna alla
restituzione57.
Al contrario, il debito di chi si è arricchito senza causa
sarebbe di valore. Avendo l’indennizzo la funzione di riportare
l’impoverito nella posizione in cui si sarebbe trovato laddove
l’ingiustificato arricchimento ed il correlativo depauperamento
non avessero avuto luogo, è necessario, secondo la giurispru-
denza, tenere conto, nella quantificazione dello stesso, della

55
V., sul risparmio di spesa come ipotesi di arricchimento ingiustificato, P.
TRIMARCHI, L’arricchimento senza causa, Milano, 1962, 145 ss.
56
Questo orientamento della giurisprudenza è ormai consolidato a partire da
CASS., 29 luglio 1950, n. 2159, in Foro it., 1950, I, 190 ss.
57
Cfr. U. BRECCIA, La ripetizione dell’indebito, Milano, 1974, 428 ss.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 127

perdita di potere d’acquisto della somma dal momento in cui


l’arricchimento ingiustificato si è prodotto a quello in cui si
pronuncia la sentenza che rimedia alla situazione di vantaggio
ingiustificatamente creatasi58.
Pertanto, la somma risparmiata dal comune dovrebbe essere
considerata per il suo potere d’acquisto, per la sua capacità di
trasformarsi in beni e servizi offerti sul mercato; la somma su
cui Tizio ingiustificatamente può contare, invece, assumerebbe i
caratteri di una monade, una manifestazione archetipica di
valore, rilevante di per sé a prescindere dai suoi possibili
impieghi.
Tralasciando l’analisi della funzione dei due istituti, in
particolare il fatto che parte della dottrina reputi la ripetizione
dell’indebito un’ipotesi specifica di arricchimento senza causa59,
questa diversa qualificazione delle due obbligazioni non ha
ragion d’essere. Si tratta di obbligazioni che trovano la loro
fonte in fattispecie diverse, hanno una funzione non (del tutto)
sovrapponibile, ma ambedue, nell’ipotesi in cui abbiano ad
oggetto una somma di denaro, sono obbligazioni pecuniarie. In
entrambe la moneta ha la medesima funzione di mezzo generale
degli scambi.
Non ci sono due monete, una caratterizzata in senso
giuridico l’altra in senso economico, che, a seconda della
funzione della fattispecie rilevante per il diritto, si danno il
cambio sulla scena, rilucendo l’una per il suo valore nominale
l’altra per il suo valore reale. Quando il legislatore stabilisce che
un’obbligazione che ha ad oggetto un multiplo o sottomultiplo

58
Secondo BIANCA, La responsabilità cit., 820, se “la perdita dell’impoverito
consista nel pagamento di una somma di denaro, l’indennizzo dovrebbe
essere pari all’ammontare di tale somma senza conteggiare la successiva
svalutazione monetaria, la quale di per sé non ha comportato un ulteriore
danno all’impoverito. Il danno consegue piuttosto al ritardo del pagamento
dell’indennizzo e l’arricchito ne risponderà a seguito della domanda
giudiziale che lo costituisce in mora. Dottrina e giurisprudenza sono tuttavia
ferme nel considerare il debito dell’arricchito quale debito di valore, soggetto
a rivalutazione automatica, fin dal giorno dell’arricchimento”.
59
BIANCA, op. ult. cit., 811.
128 CAPITOLO II

dell’unità monetaria si estingue con la prestazione di quel


medesimo multiplo o sottomultiplo, non sostituisce una finzione
giuridica alla realtà economica, guarda semplicemente alla
moneta nella sua funzione di strumento di misurazione dei
pagamenti differiti. L’operare del principio nominalistico non
implica affatto la fissazione di un valore giuridico della moneta,
esprime una regola che assicura razionalità e certezza ai traffici
e al bilancio dello stato. Il valore della moneta, anche per il
diritto, è dato dalla sua capacità d’acquisto, ed il principio
nominalistico ben si concilia, infatti, con la regola per cui, salvo
patto contrario, il mutuo è un contratto oneroso (art. 1815 1°
comma c.c.), i crediti liquidi ed esigibili di somme di denaro
producono interessi di pieno diritto (art. 1282 1° comma c.c.),
l’indisponibilità di una somma di denaro per l’inadempimento di
un’obbligazione contrattuale, risarcitoria, restitutoria, indennità-
ria è causa di un danno risarcibile (artt. 1218 e 1224 1° e 2°
comma)60.
L’obbligazione di restituire al mutuante la somma presa a
mutuo è soggetta al principio nominalistico, ed il fatto che il
legislatore preveda, pur in mancanza di qualunque pattuizione,
che il mutuante possa pretendere gli interessi al tasso legale
mostra come l’agire della regola nominalistica non implichi
l’assunzione, in via generale, di un valore giuridico della moneta
diverso dal valore di scambio. È vero, infatti, che, al fine di
estinguere l’obbligazione con l’esatto adempimento, il
mutuatario dovrà prestare la medesima espressione monetaria
ricevuta, sebbene nella durata del rapporto obbligatorio questa
possa aver visto erodere la propria capacità d’acquisto, è anche
vero, però, che lo stesso mutuatario dovrà corrispondere al
mutuante gli interessi, rendendo evidente come, sebbene operi il
principio nominalistico, la disponibilità, al momento del
pagamento, della medesima somma prestata al momento della
costituzione del rapporto obbligatorio, comporti, secondo il
giudizio del legislatore, un sacrificio per il mutuante. Quella
somma ha valore per ciò che consente di fare nel tempo, la
60
Per un’analisi approfondita delle norme citate, v. infra cap. IV.
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 129

privazione di quel valore per un certo periodo ha un “prezzo”,


determinato dalle parti o, in mancanza, dalla legge.
Il mutuante si priva di un’espressione monetaria, utilizzabile
per molteplici fini, che magari ne avrebbero anche conservato
intatto il potere d’acquisto; il legislatore, mentre stabilisce che la
prestazione di quella medesima espressione monetaria è idonea
a realizzare il diritto di credito del mutuante, fa sorgere, a carico
del mutuatario, l’obbligazione accessoria degli interessi, che
rappresenta la misura minima di compensazione del sacrificio
subìto dal finanziatore per aver perduto delle opportunità di
investimento.
La privazione della somma concessa ha la propria fonte
nell’accordo delle parti, nell’autonomia contrattuale, la legge
non si spinge oltre nel compensare il mutuante. Nell’ipotesi in
cui, invece, l’indisponibilità di quella somma non sia più
fisiologica attuazione del rapporto obbligatorio sorto dal
contratto, l’art. 1224 2° comma pone il creditore nella situazione
in cui si sarebbe trovato se avesse potuto usare della somma sin
dal momento stabilito.
Partendo da questi presupposti trova un giusto significato la
ricorrente affermazione che il principio nominalistico non
equivale ad una sanzione della legale irrilevanza delle
oscillazioni della capacità d’acquisto della moneta. Ancora
meglio sarebbe dire che il principio nominalistico non equivale
all’introduzione di un concetto giuridico diverso da quello
economico di moneta, costruito sulla sua funzione di mezzo
generale degli scambi.
Il deprezzamento monetario assume rilevanza giuridica nella
considerazione del fenomeno dello scambio. La compensazione
della perdita di potere d’acquisto della moneta non potrà, cioè,
avvenire con la tecnica della rivalutazione, se non nei casi,
eccezionali, espressamente previsti dalla legge (art. 429 3°
comma c.p.c.). Si tratta, più propriamente, di compensare non il
deprezzamento monetario bensì l’indisponibilità della somma.
Non è detto, infatti, che, laddove tale indisponibilità non si fosse
verificata, l’impiego della somma avrebbe permesso al suo
130 CAPITOLO II

utilizzatore di conservare la medesima capacità d’acquisto sulla


quale poteva contare nel momento in cui, per scelta o
forzatamente, ha rinunciato o non ha acquisito quell’espressione
monetaria.
È in quest’ottica che si dice che la considerazione giuridica
della moneta quale strumento generale degli scambi è alla base
delle norme di cui agli artt. 1815 1° comma, 1282 1° comma,
1224 1° e 2° comma. Il “prezzo” per la mancata possibilità di
scambio causata dall’indisponibilità di una somma varierà a
seconda che sia determinato convenzionalmente o legalmente,
che quell’indisponibilità sia lecita o illecita, in ogni caso è la
determinazione di quel “prezzo” lo strumento idoneo per dare
rilievo alla perdita di potere d’acquisto della moneta, non
l’applicazione, ingiustificata nei presupposti ed inappagante nei
fini, di un principio del valore reale della moneta.
A questo principio si potrà far luogo solo nelle ipotesi in cui
sia lo stesso legislatore a stabilirlo, ritenendo, a torto o a
ragione, che la tecnica della rivalutazione sia la forma più
semplice ed immediata di tutela per l’indisponibilità di una
somma di denaro, la cui prestazione abbia una funzione reputata
meritevole di particolare tutela. È il caso, anzitutto, delle
obbligazioni che hanno carattere retributivo (art. 429 3° comma
c.p.c.), il cui scopo, fondamentale, è quello di assicurare al
lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa
(art. 36 1° comma della Costituzione).
Torniamo alla questione dalla quale eravamo partiti,
riguardo alla qualificazione dell’obbligazione di Tizio
(accipiens di mala fede) come debito di valuta e
dell’obbligazione del comune, arricchitosi senza causa, quale
debito di valore. Nella prima fattispecie sarebbe dovuta una
somma di denaro in sé considerata, nella seconda una somma di
denaro in quanto espressione di un valore (quello di cui il
comune si è arricchito e i progettisti si sono impoveriti).
Come abbiamo visto, in entrambe le ipotesi la somma
dovuta rappresenta un valore (di scambio) di cui, senza ragione,
il solvens e l’impoverito non possono disporre fino,
LE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE COME CATEGORIA UNITARIA 131

rispettivamente, alla ripetizione dell’indebito e alla prestazione


dell’indennizzo. Ambedue le obbligazioni sono soggette
all’applicazione del principio del valore nominale.
Parte della dottrina61, traendo argomento dalla disposizione
dell’art. 2033, in forza della quale, se chi ha ricevuto l’indebito
era in mala fede, gli interessi sono dovuti dal giorno del
pagamento, ritiene che questa sia un’ipotesi di mora ex re
ulteriore rispetto a quelle previste dal 2° comma dell’art. 1219.
Se si accoglie questa interpretazione, il Tizio del nostro esempio
sarebbe in mora dal tempo del pagamento, da quel momento
dovrebbe al solvens gli interessi legali ex art. 1224 1° comma e
sarebbe responsabile per la differenza negativa subìta dal
patrimonio del creditore per l’indisponibilità della somma. Se,
invece, si pensa che l’accipiens in mala fede non sia automatica-
mente costituito in mora ex art. 2033, questi dovrà sempre
corrispondere gli interessi legali dal giorno del pagamento, ma
dovrà compensare, ulteriormente, il creditore per il mancato
impiego della somma dovuta solo a partire dall’intimazione ad
adempiere (probabilmente dalla domanda giudiziale).
Alla medesima tutela (quella che richiede la mora ex
persona) hanno diritto gli ingegneri impoveriti dall’ingiustifi-
cato arricchimento del comune.

61
V. BENATTI, op. cit., 175 ss. E. MOSCATI, Pagamento dell’indebito, sub
artt. 2033 – 2040, in Commentario del codice civile Scialoja – Branca, sub
artt. 2028 – 2042, Bologna e Roma, 223 ss., in particolare 257 e 258, ritiene
che quella dell’accipiens in mala fede non sia un’ipotesi ulteriore di mora ex
re rispetto a quelle individuate dal 2° comma dell’art. 1219, ma sia, invece,
sussumibile nella fattispecie di cui al n. 3 della norma citata.
CAPITOLO III

I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI


IL PROBLEMA DEL MOMENTO DELLA
DETERMINAZIONE DEL DANNO

SOMMARIO: 3.1. Il risarcimento del danno nei debiti di valore – 3.1.1.


La rivalutazione come completamento (eventuale) del
risarcimento del danno emergente – 3.1.2. Il danno da ritardo
come componente del danno principale: il lucro cessante – 3.1.3.
Conclusioni intorno al risarcimento dei danni da ritardo nei debiti
di valore – 3.2. I debiti di valore e il problema del momento della
determinazione del danno – 3.2.1. Il momento della determina-
zione del danno extracontrattuale – 3.2.1.1. Concezione reale e
concezione patrimoniale del danno, tempo del danno e tempo
della sentenza – 3.2.1.2. Momento della determinazione del
danno e teoria della differenza – 3.2.1.2.1. La tesi di Tedeschi –
3.2.1.2.2. Causalità alternativa ipotetica e momento della de-
terminazione del danno: le tesi di Tedeschi e Trimarchi – 3.2.1.3.
Risarcimento in forma specifica e momento della determinazione
del danno – 3.2.2. Il momento della determinazione del danno da
inadempimento – 3.2.3. La determinazione del danno al momento
in cui lo stesso si produce contrasta con il criterio dell’id quod
interest e integra un’aestimatio rei: confutazione – 3.2.3.1. La de-
terminazione del danno al momento in cui lo stesso si produce
contraddice la teoria della differenza: confutazione – 3.2.4. La
possibilità per il danneggiato di chiedere la reintegrazione in for-
ma specifica impedisce la determinazione del danno al momento
in cui lo stesso si produce: confutazione – 3.2.5. Prestazione ri-
sarcitoria e situazione di mora: il danno si determina al momento
in cui lo stesso si produce – 3.2.6. Mora del danneggiante e in-
teresse del danneggiato a disporre del credito risarcitorio – 3.2.7.
134 CAPITOLO III

Il momento della determinazione del danno nella giurisprudenza


sui debiti di valore – 3.3. L’art. 1219 2° comma n.1 e la tutela del
danneggiato.

3.1. Il risarcimento del danno nei debiti di valore

In questo capitolo esamineremo i profili applicativi della


qualificazione degli obblighi risarcitori come debiti di valore, in
particolare le questioni che riguardano la rivalutazione della
somma individuata con l’aestimatio e la disciplina del danno da
ritardo nell’adempimento.
Si deve tenere presente che la definizione dell’obbligo
risarcitorio come debito di valore ha un senso soltanto
nell’ipotesi in cui il debitore non esegua tempestivamente la
prestazione. Laddove, infatti, alla nascita dell’obbligo seguisse
immediatamente l’adempimento, la questione dell’applicazione
del principio nominalistico non si porrebbe e con essa neppure
quella dell’opportunità di far luogo all’alternativa regola della
rivalutazione.
Quella del debito di valore, in questo senso, è una disciplina
dell’obbligazione nella sua dimensione patologica.

3.1.1. La rivalutazione come completamento (eventuale) del


risarcimento del danno emergente

Qualificata l’obbligazione risarcitoria come debito di valore,


la somma ritenuta equivalente al valore del danno stimato al
momento del suo verificarsi è soggetta, nell’ipotesi di
deprezzamento della moneta, non al principio del valore
nominale bensì alla rivalutazione.
Le regole di formazione giurisprudenziale in tema di
rivalutazione prevedono che, in relazione al momento della
decisione, venga determinata la somma di denaro che, seppure
diversa e cioè maggiore di quella individuata a seguito
dell’aestimatio, abbia il medesimo potere d’acquisto espresso da
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 135

quest’ultima. L’attualizzazione della somma equivalente al


valore del danno al momento del suo prodursi è ottenuta at-
traverso l’utilizzo degli indici Istat dei prezzi al consumo per le
famiglie di operai e impiegati1.
Il giudice procede alla rivalutazione d’ufficio non solo nel
primo grado di giudizio ma anche, eventualmente, in grado
d’appello o in sede di rinvio2. Non è necessario, quindi, che la
rivalutazione sia oggetto della domanda di parte, poiché se ne
considera la richiesta implicita nella stessa domanda di
risarcimento del danno.
1
Cfr. F. UCCELLA, Rivalutazione, in Digesto IV ed., Disc. priv., Sez. civ., vol.
XVIII, Torino, 1998, 68 ss. V. CASS., 10 giugno 1987, n. 5063, in Giust. civ.
Mass., fasc. 6, che spiega come “la determinazione del coefficiente di
svalutazione monetaria costituisce apprezzamento di merito e, come tale, non
è suscettibile di sindacato in sede di legittimità”.
2
Cfr. CASS., SEZ. UN., 3 giugno 1985, n. 3287, in Giur. it., 1986, I, 492 ss.,
che considera come “nell’obbligazione di risarcimento del danno
l’adeguamento della reintegrazione patrimoniale all’effettivo valore della
moneta non costituisce una modificazione della domanda risarcitoria ma
realizza in sostanza il petitum originario, onde può essere chiesta per la prima
volta in appello”; CASS., 22 maggio 1987, n. 4637, in Giust. civ. Mass., 1987,
I, 1316, secondo cui “poiché la rivalutazione monetaria di un debito di valore
è eseguibile anche d’ufficio, sempre che non si siano verificate preclusioni, la
richiesta di rivalutazione non costituisce domanda nuova, in quanto con essa
il creditore tende a conseguire, attraverso una aestimatio che tenga conto
dell’effettivo valore della moneta, lo stesso petitum originario. Pertanto, essa
può essere formulata in qualsiasi momento del giudizio di primo grado o di
appello, e quindi anche in sede di precisazione delle conclusioni o nella
comparsa conclusionale d’appello, salvo che non si sia verificato un giudicato
interno, come nel caso in cui la rivalutazione sia stata espressamente negata
dal giudice di primo grado e il danneggiato abbia omesso di impugnare
questo capo della decisione”; CASS., 12 settembre 2005, n. 18092, in Rep.
Foro it., 2005, voce Danni civili, n. 406, che conferma come “l’obbligazione
conseguente all’insorgenza dell’obbligo di risarcimento del danno derivante
da fatto illecito ha natura di debito di valore e, pertanto, l’adeguamento della
reintegrazione patrimoniale all’effettivo valore monetario va riconosciuto
fino al momento della decisione e, quindi, anche con riferimento al periodo
intercorrente tra la sentenza di primo grado e quella di appello, senza che
occorra alcuna specifica richiesta della parte interessata, dovendo, in
mancanza di tale istanza, essere disposto anche d’ufficio, salva un’espressa
manifestazione di volontà contraria del danneggiato”.
136 CAPITOLO III

È chiaro il significato sostanziale di questa disciplina


processuale: oggetto della tutela risarcitoria è la piena
compensazione del pregiudizio subìto, la domanda di tale tutela,
che ha ad oggetto e persegue l’obbiettivo della totale
riparazione, implica la richiesta della rivalutazione della somma
dovuta a titolo di risarcimento, ergo la rivalutazione è
componente necessaria di una riparazione che sia tale, cioè
piena.
Tracciando una distinzione tra l’applicazione giurispru-
denziale e le tesi della dottrina, si è rilevato come la prima non
differenzi i casi in cui l’aestimatio avvenga in relazione ai valori
correnti al momento della produzione del danno da quelli in cui,
al contrario, la stima del danno guardi al momento della
pronuncia della sentenza, qualificando in ambedue i casi
l’obbligo risarcitorio quale debito di valore.
La dottrina, invece, distingue, tendenzialmente, le ipotesi in
cui l’aestimatio venga effettuata in relazione al momento della
produzione del danno da quelle in cui il momento prescelto sia
quello della statuizione giudiziale. Solo nella prima fattispecie
l’obbligazione risarcitoria potrebbe essere qualificata debito di
valore, in quanto soltanto rispetto ad essa si presenta la
questione dell’applicazione o meno del principio del valore
nominale. Nella seconda ipotesi, infatti, il debito rimane
illiquido fino al momento della sentenza e la questione
dell’applicazione del principio del valore nominale non può
neppure porsi.
La giurisprudenza definisce in negativo la fattispecie del
debito di valore in base alla mancata applicazione del principio
nominalistico, la dottrina, invece, distingue tra debito di valore e
debito risarcitorio illiquido.
Soltanto nell’ipotesi in cui il danno venga stimato in
relazione al momento della produzione dello stesso sarà
necessario procedere, al tempo della sentenza, alla rivalutazione
della somma determinata. Nel caso in cui, al contrario,
l’aestimatio venga effettuata in relazione al momento della
pronuncia giudiziale, la liquidazione del debito non prende la
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 137

forma dell’operazione di rivalutazione, ma si sostanzia in una


stima del valore attuale del bene o dell’utilità perduta.
Ora, a prescindere dal problema della qualificazione
dell’obbligo risarcitorio come debito di valore quando
l’aestimatio venga effettuata in relazione al momento della
pronuncia della sentenza, questa ipotesi presenta delle
interessanti e notevoli differenze rispetto a quella in cui il danno
viene stimato in riferimento ai valori correnti al momento
dell’illecito.
Ciò che interessa è capire quale sia la funzione della
rivalutazione. Possiamo a tal proposito formulare una prima
osservazione. Mentre la somma individuata a seguito
dell’aestimatio rappresenta, in relazione al momento della stima,
il valore del bene o dell’utilità perduta o non conseguita, la
somma determinata con il meccanismo della rivalutazione
spesso non esprime, al momento della pronuncia giudiziale, il
medesimo valore.
Pensiamo all’ipotesi del furto di una somma di denaro, in
questo caso la somma individuata con la rivalutazione
rappresenterà, al momento della sentenza, il medesimo valore
del danno stimato al momento dell’illecito. Se il danneggiato ha
subìto il furto di cento euro e, tra il tempo dell’illecito in
relazione al quale il danno viene valutato e quello della
sentenza, l’euro ha perso il 10 % del suo potere d’acquisto, la
somma individuata attraverso la rivalutazione, centodieci euro,
esprimerà il valore del danno al momento della pronuncia
giudiziale così come la somma di cento euro lo esprimeva al
momento dell’illecito.
Si ipotizzi, invece, il caso di un edificio demolito a causa di
un provvedimento della pubblica autorità poi dichiarato
illegittimo. Il danno è rappresentato dal valore dell’edificio
distrutto. Supponiamo che, al tempo della demolizione, il prezzo
dell’edificio fosse di mille euro, il valore del danno stimato in
quel momento e, perciò, il contenuto della prestazione
risarcitoria sarebbe di mille euro.
138 CAPITOLO III

Assumendo che, nel tempo intercorso tra l’esecuzione


dell’atto illegittimo e la pronuncia giudiziale, l’euro abbia perso
il 10 % del suo potere d’acquisto, il giudice procederà alla
rivalutazione della somma stimata determinando, quale oggetto
della prestazione risarcitoria, la somma di millecentodieci euro.
Ora poniamo il caso, non inverosimile, che il valore degli
immobili nel periodo considerato abbia subìto un aumento
superiore all’inflazione e che, al tempo della sentenza, il prezzo
di un edificio ubicato nello stesso quartiere e con le medesime
caratteristiche di quello demolito illegittimamente ammonti a
milleduecento euro.
In quest’ipotesi, l’espressione monetaria che il giudice
individua con l’operazione di rivalutazione non corrisponde al
valore dell’edificio demolito al tempo della pronuncia della
sentenza, e così al valore del danno in quel momento. La somma
di denaro determinata con la rivalutazione rappresenta,
semplicemente, il medesimo potere d’acquisto espresso dalla
somma oggetto della rivalutazione, quindi corrisponde non al
valore attuale del danno ma della somma stimata equivalente al
danno al momento in cui questo si è prodotto.
Perciò la scelta del momento in relazione al quale stimare il
danno, quello dell’illecito ovvero quello della pronuncia giudi-
ziale, non ha implicazioni sul solo terreno della classificazione
dell’obbligazione, ma determina un diverso contenuto della
tutela risarcitoria nei due casi. Se l’aestimatio è al momento
della sentenza, il giudice ha la possibilità di seguire fino a quel
momento l’andamento del mercato del bene perduto, la
reintegrazione del cui valore è oggetto della prestazione risarci-
toria. Con la rivalutazione, invece, il giudice segue fino al mo-
mento della sentenza non il mercato del bene bensì il mercato
della moneta.
Quanto detto ci permette di svolgere una seconda
osservazione, relativa all’uso che viene fatto dell’argomento
dell’identità di funzione tra risarcimento in forma specifica e
tutela per equivalente pecuniario, al fine di giustificare la
mancata applicazione del principio del valore nominale alla
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 139

somma determinata a seguito dell’aestimatio, compiuta in


riferimento al momento della produzione del danno. Non è
l’applicazione del principio nominalistico che impedirebbe alle
due forme di tutela di esplicare la medesima efficacia
compensativa del pregiudizio subìto dal danneggiato; tale
discrasia, quando si produce, è conseguenza della scelta,
nell’ipotesi del risarcimento per equivalente pecuniario, di
valutare il danno in relazione al momento dell’illecito, laddove,
al contrario, se la reintegrazione avviene in natura il creditore
riceve un bene identico a quello perduto per il suo valore al
momento dell’esecuzione della prestazione risarcitoria.
Come già sottolineato3, se l’obbiettivo è rendere il contenuto
della tutela per equivalente pari a quello della tutela in forma
specifica, la soluzione non è disapplicare il principio
nominalistico e far luogo alla rivalutazione, ma stimare il valore
del danno nel momento più prossimo alla prestazione del
risarcimento in denaro4.
Alla luce delle considerazioni svolte sulla funzione della
rivalutazione, è il caso di fare un passo indietro e riprendere in
esame uno degli argomenti usati dalla giurisprudenza per
giustificare la mancata applicazione dell’art. 1224 alle obbliga-
zioni di risarcimento del danno.
Il riferimento è alla tesi secondo cui, mentre in caso di
inadempimento di obbligazioni aventi ad oggetto fin dall’origine
una somma di denaro, l’imperativo di assicurare la certezza dei
rapporti contrattuali porterebbe con sé una rinuncia all’integrale
riparazione del danno, estrinsecantesi nell’applicazione del
principio del valore nominale e dell’art. 1224, nell’ipotesi di
inadempimento di obbligazioni contrattuali aventi contenuto
diverso dal denaro e di obbligazioni di risarcimento del danno
extracontrattuale, l’osservanza del principio della totale

3
V. supra 2.4.1.
4
Per ora dobbiamo accontentarci di questa soluzione. In realtà, è lo stesso
presupposto che l’equivalente pecuniario debba garantire la medesima tutela
della riparazione in natura che deve essere posto in discussione! V. infra
3.2.4.
140 CAPITOLO III

compensazione del pregiudizio implicherebbe l’impossibilità di


applicare al debito risarcitorio il principio del valore nominale e
l’art. 1224, e la necessità di procedere, invece, alla sua
rivalutazione5.
D’altra parte, a fondamento dell’individuazione della figura
del debito di valore vi è il rilievo che la somma liquidata a titolo
di risarcimento deve corrispondere al valore del danno e, perciò,
la somma stimata al momento dell’illecito deve essere rivalutata.
Tant’è che, come abbiamo visto, la richiesta della rivalutazione
è considerata implicita nella domanda di risarcimento del danno.
Ora si deve notare come, da una parte, l’utilizzo della
tecnica della rivalutazione venga paragonato e contrapposto
all’applicazione dell’art. 1224, mentre, dall’altra, esso sia
considerato quale esito della qualificazione valoristica dell’
obbligazione risarcitoria, funzionale a garantire la corrispon-
denza tra risarcimento e danno.
Tralasciando per il momento la questione dell’efficacia
compensativa della disciplina posta dall’art. 1224, il danno che
questa norma mira a risarcire è quello conseguenza del ritardo
nell’adempimento di un’obbligazione avente ad oggetto una
somma di denaro e, quindi, nel nostro caso dell’obbligazione
risarcitoria. Si tratta del danno che consegue al ritardo nella
prestazione del risarcimento e non del danno che la prestazione
del risarcimento mira a ristorare.
Dunque, se la rivalutazione viene contrapposta alla tutela
apprestata dall’art. 1224, il danno al cui risarcimento essa è
funzionale è quello conseguenza della mora nell’adempimento
dell’obbligazione risarcitoria e non quello cui si deve la nascita
dell’obbligazione risarcitoria. Diversamente, se si dice che la
rivalutazione garantisce la corrispondenza tra risarcimento e
danno, il danno cui si fa riferimento è quello che è conseguenza
dell’inadempimento dell’obbligazione primaria o quello
extracontrattuale. La confusione è tra pregiudizio da riparare e
pregiudizio da ritardo nella riparazione.

5
V. supra 1.2.2.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 141

Se poi si considera che, come si è evidenziato, la tecnica


della rivalutazione, rivolta al mercato della moneta, spesso non è
in grado di garantire l’equivalenza, al momento della pronuncia
giudiziale, tra il valore del danno e la somma liquidata come
risarcimento, ci si avvede di quale sia la reale funzione della
rivalutazione: il risarcimento del danno da ritardo o, più
precisamente, il risarcimento del danno derivante dal deprezza-
mento della moneta verificatosi durante la mora del debitore.
Come si diceva, se si vuole uniformare l’efficacia
compensativa del risarcimento del danno per equivalente
pecuniario a quella del risarcimento in natura, la soluzione è
portare l’aestimatio al momento della sentenza6. Utilizzando la
tecnica della rivalutazione, da una parte, si ottiene un risultato
diverso da quello perseguito, poiché la somma liquidata in molti
casi non corrisponderà al valore del bene perduto al momento
della taxatio, dall’altra, si fa confusione tra danno principale e
danno da ritardo.
Questa confusione, del resto, non rappresenta un’evenienza
casuale e singolare, ma il portato della stessa costruzione della
figura del debito di valore, che implica, al tempo stesso, una
rigida valutazione del danno in relazione al momento della sua
produzione, ed una considerazione dell’espressione monetaria
individuata come entità aperta a quegli eventi successivi al
momento dell’illecito che ne possano mutare il valore, quali i
fenomeni di deprezzamento della moneta.
Sennonché all’arco temporale nel quale si inscrivono questi
eventi il diritto attribuisce un rilievo che è autonomo rispetto
alla fattispecie di danno del cui risarcimento si discute. Quel
periodo, che si situa tra il momento del verificarsi del danno e
l’esecuzione della prestazione di risarcimento dello stesso, dà

6
Spiega MANN, op. cit., 279, che, nel diritto inglese, “that increases in […]
the cost of living attributable to inflation generally (as opposed to specific
factors affecting the price of the particular goods concerned) should not
usually be taken into account in contractual cases, simply because they are
not relevant to the assessment which the court is required to make. There is
thus no general right to have inflation taken into account in this area”.
142 CAPITOLO III

corpo al ritardo con cui il debitore adempie l’obbligazione che il


pregiudizio arrecato ha posto a suo carico, e ciò che in
quest’arco temporale avviene va considerato non come possibile
fonte di un aggravamento del danno principale, da stimare in
aggiunta in relazione al suo ammontare, bensì quale fattore che
determina quel nuovo danno che trova nella mora la sua causa.
La rivalutazione, quindi, non svolge la funzione che le è
assegnata di completamento della tutela del danno principale, o
più precisamente di rendere il valore del risarcimento uguale a
quello del danno anche in relazione al momento della pronuncia
giudiziale, ma adempie, sebbene occultamente, al diverso ruolo
di traslare sul debitore il pregiudizio rappresentato dalla perdita
di potere d’acquisto della somma stimata verificatasi durante la
mora.
Ora, al di là di quelle che sono le critiche di carattere teorico
che abbiamo sollevato riguardo a questa ricostruzione, si
potrebbe pensare, in una prospettiva più pragmatica, che un
danno da ritardo è comunque da risarcire in caso di mora
nell’adempimento dell’obbligazione risarcitoria, e la rivaluta-
zione, indipendentemente da come la si configuri, questo ob-
biettivo persegue. Si potrebbe, poi, discutere sulla giustezza o
meno di addossare interamente al debitore moroso la perdita di
potere d’acquisto della somma dovuta, ma si dovrebbe conclu-
dere che il concreto trattamento della fattispecie non è lontano
da quella soluzione che un suo corretto inquadramento teorico
porterebbe ad affermare.
Una tale conclusione potrebbe avere un fondamento laddove
la tutela accordata al creditore dell’obbligazione di valore si
esaurisse nel riconoscimento del risarcimento del danno
rivalutato fino al momento della formazione del giudicato. Così,
però, non è né potrebbe essere se si rammenta che la
rivalutazione è considerata non una forma di risarcimento del
danno da mora, bensì una posta che completa la riparazione del
danno principale.
Il danno conseguenza del ritardo con cui il debitore adempie
all’obbligazione di valore viene risarcito autonomamente ed
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 143

ulteriormente rispetto alla rivalutazione, con l’attribuzione degli


interessi. L’errore teorico su cui poggia la costruzione della
categoria dei debiti di valore non è, quindi, senza conseguenze
dal punto di vista della concreta disciplina della fattispecie.
Si è già accennato, quando si discuteva della possibilità di
considerare o meno i debiti di valore come obbligazioni
pecuniarie, che usualmente ad una qualificazione in questo
senso viene fatta seguire l’applicazione al debito di valore
dell’art. 1224, mentre chi ritiene la natura valoristica dell’ob-
bligazione incompatibile con una sua configurazione come debi-
to pecuniario regola in modo diverso l’ipotesi del danno da ritar-
do nell’adempimento dell’obbligazione risarcitoria7.
In ogni caso, il nocumento che il creditore subisce per il
fatto che la prestazione non venga eseguita nel momento stesso
in cui il danno si è prodotto viene compensato, e la tutela è,
perciò, ulteriore rispetto a quella assicurata dalla rivalutazione
della somma individuata con l’aestimatio. La stessa rivaluta-
zione, però, è una componente del risarcimento da riferirsi al
danno che il creditore ha subìto per il ritardo nella recinte-
grazione.
Si inizia così a vedere che quella confusione tra danno
principale e danno da ritardo, implicata dalla costruzione della
categoria dei debiti di valore, non solo genera un inquadramento
della fattispecie non soddisfacente dal punto di vista dogmatico,
ma conduce, anche da un punto di vista operativo, ad una
duplicazione della tutela dello stesso danno.
Conviene, però, andare con ordine e partire dall’esame delle
soluzioni che la giurisprudenza ha individuato per disciplinare il
risarcimento del danno da ritardo nella prestazione
dell’obbligazione risarcitoria.

7
V. supra 1.3.2.
144 CAPITOLO III

3.1.2. Il danno da ritardo come componente del danno


principale: il lucro cessante

Attualmente, la giurisprudenza riconosce al creditore la


prestazione degli interessi, qualificati come compensativi8, sulla
somma stimata come equivalente al valore del danno al momen-
to dell’illecito ed incrementata periodicamente per effetto dell’
adeguamento alle variazioni del potere d’acquisto della moneta,
nell’ipotesi del verificarsi di fenomeni di deprezzamento9.
8
La qualificazione di questi interessi come compensativi rievoca gli interessi
che, ex art. 1499 c.c., il compratore deve prestare al venditore quando la cosa
venduta e produttiva di frutti o altri proventi è consegnata al primo, mentre il
prezzo, non essendo ancora esigibile, non viene prestato al secondo. Secondo
G. MARINETTI, Interessi, in Novissimo Digesto it., vol. VIII, 1962, Torino,
858 ss., “la diversità di funzione [degli interessi compensativi di cui all’art.
1499, n.d.r.] rispetto agli interessi appare dunque ben chiara. Siamo ancora di
fronte ad una funzione equitativa, ma non più di fronte alla repressione di un
arricchimento ingiustificato, perché non è ingiusto il mancato pagamento del
debito non ancora esigibile; persiste l’intento di conseguire l’equilibrio
economico tra i due soggetti ma, mentre negli interessi corrispettivi il
momento rilevante è la disponibilità, da parte del debitore, di una somma di
denaro produttiva, per presunzione assoluta, di una utilità ed il parallelo
depauperamento di questa utilità dal patrimonio del creditore, negli interessi
compensativi, anche se l’interesse è riferito al prezzo, la rottura
dell’equilibrio tra i soggetti è valutata esclusivamente in rapporto alla cosa
oggetto di vendita, cioè alla appropriazione dei frutti e proventi da parte del
compratore che non ha ancora pagato il prezzo, e del corrispondente
depauperamento di essi frutti e proventi a carico del venditore che non ha
ricevuto il pagamento del prezzo”.
9
V. CASS., SEZ. UN., 17 febbraio 1995, n. 1712, in Foro it., 1995, I-1, 1470
ss., con nota di G. VALCAVI, A proposito della teoria dei crediti di valore,
della rivalutazione e degli interessi monetari nel risarcimento del danno,
1473 ss. Le Sezioni Unite formulano il seguente principio di diritto: “In tema
di risarcimento del danno da fatto illecito extracontrattuale, se la liquidazione
viene effettuata per equivalente, e cioè con riferimento al valore del bene
perduto dal danneggiato all’epoca del fatto illecito, espresso poi in termini
monetari che tengano conto della svalutazione monetaria intervenuta fino alla
data della decisione definitiva (anche in sede di rinvio), è dovuto inoltre il
danno da ritardo e cioè il lucro cessante provocato dal ritardato pagamento
della suddetta somma, che deve essere provato dal creditore. La prova può
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 145

Come sappiamo, la giurisprudenza non ritiene che la mora


nell’adempimento dei debiti di valore possa essere disciplinata
dall’art. 1224. Gli interessi cui il creditore dell’obbligazione di
valore ha diritto non sarebbero, quindi, interessi moratori. Si
parla di interessi compensativi, in quanto la loro funzione
sarebbe quella di compensare il danneggiato per il pregiudizio
determinato dalla mancata disponibilità della somma dovuta a
titolo di risarcimento del danno10.
Dunque, se gli interessi spettanti al creditore danneggiato
non sono moratori, come, d’altra parte, non sono corrispettivi,
poiché ex art. 1282 c.c. solo i crediti liquidi ed esigibili
producono interessi e l’obbligazione risarcitoria, secondo la
teoria dei debiti di valore, diviene liquida soltanto al momento
della taxatio, qual è la fonte dell’obbligazione di interessi che
grava sul debitore danneggiante?

essere data e riconosciuta dal giudice mediante criteri presuntivi ed equitativi


e quindi anche mediante l’attribuzione degli interessi, ad un tasso stabilito
valutando tutte le circostanze obiettive e soggettive inerenti alla prova del
pregiudizio subìto per il mancato godimento – nel tempo – del bene o del suo
equivalente in denaro. Se il giudice adotta, come criterio di risarcimento del
danno da ritardato adempimento, quello degli interessi, fissandone il tasso,
mentre è escluso che gli interessi possano essere calcolati dalla data
dell’illecito sulla somma liquidata per il capitale, rivalutata definitivamente, è
consentito invece calcolare gli interessi con riferimento ai singoli momenti
(da determinarsi in concreto, secondo le circostanze del caso) con riguardo ai
quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in
base agli indici prescelti di rivalutazione monetaria, ovvero ad un indice
medio”.
10
Cfr. CASS., 20 giugno 1990, n. 6209, in Foro it., 1990, I, 2808 ss., che
spiega come “la maggior parte della dottrina ed in particolare la
giurisprudenza continuano a qualificare e a liquidare gli interessi come
compensativi, in quanto finalizzati soprattutto a compensare il pregiudizio
derivante al creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente monetario
del danno. Questa giustificazione, di sapore anche equitativo, è derivata dalla
considerazione che il problema degli interessi, nelle obbligazioni di
risarcimento danni, come in quelle di valore, non è attualmente previsto da
alcuna norma, né è loro applicabile estensivamente la disciplina dettata
dall’art. 1224 c.c., che peraltro non è richiamata dall’art. 2056 che pure
regola il risarcimento del danno nell’ipotesi di responsabilità aquiliana”.
146 CAPITOLO III

La giurisprudenza individua nell’art. 1219 comma 2° n. 1 la


norma che fonda l’obbligo del debitore di adempiere
l’obbligazione risarcitoria nel momento stesso in cui il danno si
produce, ed il correlativo diritto del creditore di chiedere che
vengano compensati quei danni che per la mancata esecuzione
della prestazione in quel momento abbia dovuto subire11.
Quindi, il debitore è obbligato alla prestazione degli interessi
perché è in mora, ma gli interessi che è obbligato a prestare non
sono moratori.
In altre parole, nonostante il fondamento dell’obbligo del
debitore di prestare immediatamente il risarcimento venga
individuato nella norma che ne stabilisce l’automatica messa in
mora, al risarcimento dei danni che alla situazione di mora
possono essere fatti risalire non si applica la norma che
normalmente quei danni disciplina, l’art. 1224, ma una norma di
creazione pretoria.
Qualsiasi debitore di una prestazione pecuniaria in mora è
tenuto a prestare gli interessi moratori di cui all’art. 1224, tranne
il debitore del risarcimento che, pur essendo considerato in mora
dalla legge, l’art. 1219 2° comma n. 1, e proprio per il fatto di
essere debitore di quel tipo di obbligazione, quella di
risarcimento del danno da fatto illecito, è obbligato invece a
prestare degli interessi che non trovano fondamento in alcuna
fattispecie normativa.
Così, in virtù della qualificazione valoristica
dell’obbligazione risarcitoria, quegli interessi la cui

11
Cfr., CASS., SEZ. UN., 17 febbraio 1995, n. 1712 cit., che spiega: “Il fatto
illecito obbliga, in modo unitario, al risarcimento del danno, che è dovuto dal
momento del fatto stesso (art. 1219 comma 2 n. 1 c.c.), nel senso che l’autore
di esso è in mora (non essendo sancita la regola in illiquidis non fit mora); e,
tuttavia, non è applicabile l’art. 1224 c.c., e cioè dalla situazione di mora non
scaturisce il diritto agli interessi legali moratori, come avviene per le
obbligazioni originariamente pecuniarie. Si deve fare ricorso ai criteri dettati
dall’art. 2056 e quindi il debitore in mora deve risarcire il danno subìto dal
creditore per il ritardo col quale ottiene la disponibilità dell’equivalente
pecuniario del debito di valore”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 147

corresponsione al creditore trova la propria fonte nella mora del


debitore non sono moratori12.
Si è detto che la giurisprudenza giustifica la decorrenza
degli interessi compensativi dal momento del danno con il
riferimento all’art. 1219 2° comma n. 1. Si ritiene,
generalmente, che questa norma si applichi al solo autore dell’e-
vento dannoso extracontrattuale13, ma la linea prevalente, fra i
giudici, è quella di considerare dovuti gli interessi compensativi
dal momento del danno anche nell’ipotesi di illecito
contrattuale14.
12
M. FRANZONI, Il danno risarcibile, in Trattato della responsabilità civile
diretto da FRANZONI, Milano, 2004, 195, rileva come “la giurisprudenza ha
negato la qualifica moratoria agli interessi dipendenti da un fatto illecito,
tuttavia, quanto alla disciplina, ha mutuato proprio da questi parte delle
regole da applicare. Così, ad esempio, considera questi interessi come
moratori, quando applica il tasso legale e stabilisce la decorrenza dal
momento del fatto, ex art. 1219, comma 2°, n. 1, c.c. Al contrario, ha negato
che si tratti di interessi moratori, quando afferma che essi costituiscono una
componente del danno al pari delle perdite subite e del mancato guadagno,
dunque esclude la necessità di una specifica domanda per ottenere la
liquidazione”.
13
V. supra 2.4.1.
14
Cfr. CASS., 9 febbraio 2005, n. 2654, in Rep. Foro it., 2005, voce Danni
civili, n. 403, e, nella sua integralità, in Juris data, secondo cui: “Vero è,
infatti, che l’art. 1219, comma 2, n. 1, c.c. prevede che non è necessaria la
costituzione in mora (che si attua mediante intimazione o richiesta fatta per
iscritto) quando il debito deriva da fatto illecito. Ma […] il punto è che non è
concettualmente conciliabile l’accertamento dell’inadempimento con effetti
risarcitori ad una certa data (altrimenti non si potrebbe risarcire il danno
derivatone al creditore rivalutando da quella data la somma costituente, in
allora, l’equivalente del danno) con la decorrenza da una data successiva
degli interessi compensativi da ritardo nell’adempimento del debito
risarcitorio (che è proprio quello derivato dal già verificatosi inadempimento
definitivo)”. Al contrario, CASS., 27 gennaio 1996, n. 637, in Danno e resp.,
1996, 345 ss., con nota di G. VALCAVI, Risarcimento del danno, interessi e
rivalutazione, 346 ss., afferma che “il principio secondo cui gli interessi sulle
somme di denaro liquidate a titolo risarcitorio decorrono dalla data in cui il
danno si è verificato, è applicabile solo in tema di responsabilità
extracontrattuale da fatto illecito in quanto, ai sensi dell’art. 1219, secondo
comma, c.c., il debitore del risarcimento del danno è in mora (mora ex re) dal
giorno della consumazione dell’illecito; invece, se l’obbligazione risarcitoria
148 CAPITOLO III

D’altra parte, anche gli interessi compensativi sulla somma


oggetto dell’indennizzo ex art. 2041 sono attribuiti dal momento
dell’arricchimento, pur non essendo prevista alcuna automatica
costituzione in mora del debitore in quest’ipotesi15.
In conclusione, oltre a non essere moratori, questi non sono
propriamente neanche interessi, ed, infatti, la giurisprudenza ci
dice che, non essendo quella di valore un’obbligazione pecu-
niaria, essa non può essere fonte dell’obbligazione accessoria
degli interessi16.
In questo senso, quindi, la condanna del debitore al
pagamento degli interessi viene considerata soltanto una
modalità che il giudice può, a sua discrezione, impiegare per il
risarcimento del danno da ritardo. Così anche la misura in base
alla quale calcolare gli interessi è oggetto di una scelta del
giudice e può essere individuata nel saggio legale così come in
un tasso diverso, maggiore o minore a seconda delle
caratteristiche della fattispecie concreta.
Al contempo, anche questo danno da ritardo non è un vero e
proprio danno da ritardo, non è cioè quel pregiudizio che
consegue all’illecita condotta del debitore che non adempie

deriva da inadempimento contrattuale, gli interessi decorrono dalla domanda


giudiziale, che è l’atto idoneo a porre in mora il debitore […]”.
15
Cfr., fra le tante, CASS., 11 maggio 2007, n. 10884 cit.
16
Cfr. P. G. MONATERI, Le fonti delle obbligazioni 3, La responsabilità
civile, in Trattato di diritto civile diretto da SACCO, Torino, 1998, 290 e 291,
ad avviso del quale gli interessi compensativi “costituiscono una componente
dell’obbligazione risarcitoria e, come tali, spettano di pieno diritto al
danneggiato. Gli interessi compensativi, che sono quindi destinati a coprire
una componente del danno globale da risarcire, anche in presenza della
rivalutazione monetaria, non sono in realtà veri e propri interessi ma soltanto
uno dei possibili mezzi tecnici pretoriamente adottato dalla giurisprudenza
per ristorare il danneggiato della perdita delle utilità economicamente
apprezzabili che, nell’intervallo tra la consumazione dell’illecito e la
liquidazione finale, il medesimo (danneggiato) avrebbe potuto trarre dal bene
(se non ne fosse stato privato e alla cui restituzione in natura avrebbe diritto)
o dall’equivalente monetario del bene stesso, se fosse stato tempestivamente
conseguito”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 149

tempestivamente all’obbligazione di risarcimento del danno


posta a suo carico.
Secondo la giurisprudenza, infatti, tale danno rappresenta
una componente del danno principale e, segnatamente, il lucro
cessante conseguente allo stesso evento dannoso cui si deve la
nascita dell’obbligazione risarcitoria tardivamente adempiuta.
Quindi, la somma rivalutata rappresenterebbe il risarcimento del
danno emergente, mentre la diversa somma calcolata, per pura
comodità, con il sistema degli interessi legali, a loro volta
parzialmente oggetto di rivalutazione, configurerebbe il risarci-
mento del lucro cessante, estrinsecantesi nel mancato tempestivo
godimento della prima somma17.
Il ragionamento potrebbe essere sintetizzabile in questo
modo: è vero che l’impossibilità di disporre della somma
equivalente al valore del danno subìto è causata dalla violazione
dell’obbligo di dare immediato ristoro al danno cagionato,
d’altra parte se non fosse stata posta in essere la condotta
dannosa che ha prodotto il danno principale non vi sarebbe
neanche il danno da ritardo, ed allora lo stesso danno da ritardo
va riguardato quale componente del danno principale18.
17
Cfr. CASS., 7 ottobre 2005, n. 19636, in Rep. Foro it., 2005, voce Danni
civili, n. 408, e, nella sua integralità, in Juris data, secondo cui “gli interessi
sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno da fatto illecito (nella
specie, illegittima occupazione di un terreno da parte della p.a.), hanno
fondamento e natura diversi da quelli moratori, regolati dall’art. 1224 c.c., in
quanto sono rivolti a compensare il pregiudizio derivante al creditore dal
ritardato conseguimento dell’equivalente pecuniario del danno subìto, di cui
costituiscono, quindi, una necessaria componente, al pari di quella
rappresentata dalla somma attribuita a titolo di svalutazione monetaria, la
quale non configura il risarcimento di un maggiore e diverso danno, ma
soltanto una diversa espressione monetaria del danno medesimo (che, per
rendere effettiva la reintegrazione patrimoniale del danneggiato, deve essere
adeguata al mutato potere d’acquisto valore del denaro nel momento in cui è
emanata la pronuncia giudiziale finale)”; CASS., 17 gennaio 2003, n. 608, in
Arch. circolaz., 2003, 478 ss.; CASS., 3 dicembre 1999, n. 13470, in Riv. giur.
circolaz. e trasp., 2000, 331 ss.
18
Cfr. DE CUPIS, op. cit., 487 e 488, secondo cui il danno prodotto dal ritardo
nel risarcire “è anche pregiudizievole conseguenza del fatto illecito che ha
fatto sorgere l’obbligazione di risarcire. Questo fatto, invero, indirettamente
150 CAPITOLO III

Se la condotta dannosa non avesse avuto luogo, il


danneggiato avrebbe potuto continuare a godere del bene
perduto e degli eventuali frutti che questo produceva. Il
risarcimento del danno deve comprendere, quindi, tanto la
reintegrazione del valore del bene perduto quanto quella dei
frutti non percepiti, e poiché il bene perduto, nella fattispecie del
risarcimento per equivalente pecuniario, prende la consistenza di
una somma di denaro, il risarcimento dovrà comprendere sia tale
somma sia il guadagno che il creditore avrebbe tratto dalla
stessa laddove l’obbligazione fosse stata puntualmente
adempiuta. Il pregiudizio, insomma, è unico: la somma stimata
come corrispondente al valore del bene perduto e rivalutata
rappresenta il danno emergente; la somma ottenuta calcolando
gli interessi sulla prima via via rivalutata esprime il lucro
cessante.
Questa impostazione, prima facie, potrebbe sembrare esatta;
ma torniamo al nostro edificio illegittimamente demolito e
supponiamo che, prima del compimento dell’evento dannoso,
esso fosse oggetto di un rapporto di locazione ed il proprietario
fosse creditore del canone corrispondente. È osservazione
elementare che se l’edificio non fosse stato demolito il
proprietario avrebbe continuato a ricevere il corrispettivo del
godimento concesso. D’altra parte, se avesse continuato ad
essere creditore del canone non sarebbe divenuto creditore del
risarcimento del danno. Si vuole dire che mentre è vero che la
mancata percezione del corrispettivo della locazione è
conseguenza del primo evento dannoso, è falso che tale sia
anche il danno derivante dalla mancata possibilità di disporre
della somma dovuta a titolo di risarcimento.

cagiona anche il danno connesso al ritardo nel risarcire: danno che è sua
conseguenza nient’affatto eccezionale, dato il tempo normalmente occorrente
per la liquidazione giudiziale del danno da risarcire. Il danneggiato dal fatto
illecito, quando chiede genericamente risarcimento, intende ottenere
l’integrale risarcimento di ogni danno, anche di quello connesso al ritardo nel
risarcire”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 151

La giurisprudenza considera il danno da ritardo come


componente del danno principale, anziché come danno
autonomo, perché confonde la somma oggetto del risarcimento
con il bene perduto al cui valore il risarcimento corrisponde.
Così i frutti che la somma avrebbe prodotto laddove fosse stata
nella disponibilità del danneggiato sono riguardati come i frutti
che questi avrebbe tratto dal bene perduto qualora l’evento
dannoso non avesse avuto luogo.
Quindi, come la mancata percezione dei frutti prodotti dal
bene perduto andrebbe considerata quale voce di danno, da
mancato guadagno, conseguenza dell’evento dannoso principale,
allo stesso modo anche il danno derivato dall’impossibilità di
impiegare la somma dovuta a titolo di risarcimento andrebbe
riguardato come conseguenza del medesimo evento dannoso.
Questa conclusione non convince ed il terreno causale
rappresenta proprio l’arena nella quale dimostrarne l’erroneità.
Consideriamo il danno provocato dall’impossibilità di disporre
della somma dovuta e poniamo in concorrenza i due eventi
dannosi che ne sembrano rappresentare la causa: l’illegittima
demolizione dell’edificio ed il mancato tempestivo
adempimento del debito risarcitorio. Eliminando mentalmente il
primo evento, vediamo che si elimina anche il danno. D’altra
parte se teniamo fermo l’evento demolizione, a seconda che il
ritardo nell’adempimento venga eliminato o meno constatiamo
che, rispettivamente, il danno si cancella o rimane fermo. Ciò
dimostra che il fatto dannoso principale (l’illegittima
demolizione) è sì causa del danno da ritardo ma indirettamente,
mentre ne è causa immediata e diretta la mancata tempestiva
esecuzione della prestazione risarcitoria, la mora del debitore.
Quando la prestazione risarcitoria viene quantificata e
liquidata, la somma di denaro che ne costituisce l’oggetto
rappresenta il valore del bene o dell’utilità perduta. Il legame tra
l’obbligazione risarcitoria ed il valore da reintegrare nel
patrimonio del danneggiato termina qui, con la liquidazione del
152 CAPITOLO III

debito, che, come abbiamo sostenuto, coincide con l’aestimatio


del danno19.
Da questo momento in poi l’obbligazione risarcitoria è
soggetta al medesimo trattamento di qualsiasi obbligazione
pecuniaria non eseguita tempestivamente, il cui debitore versi
nella situazione di mora nell’adempimento. Il danno che a causa
di questa situazione di ritardo qualificato possa determinarsi nel
patrimonio del creditore non è risarcibile sulla scorta delle
norme che hanno portato alla quantificazione del danno
principale compensato dall’obbligazione risarcitoria, bensì in
base alle norme che disciplinano il danno da mora nelle
obbligazioni pecuniarie: l’art. 1224 1° e 2° comma e (in
relazione alla disposizione del 2° comma) gli artt. 1223, 1225,
1226 e 1227.
La giurisprudenza, considerando il danno da ritardo una
componente del danno principale - e precisamente quella che fa
riferimento al lucro cessante subìto dal danneggiato quale
conseguenza della mancata tempestiva esecuzione della
prestazione risarcitoria, a sua volta causata dall’evento dannoso
principale – individua nel 2° comma dell’art. 2056 la norma cui
far capo per disciplinare i modi del risarcimento di tale danno.
Fa riferimento, quindi, all’equo apprezzamento delle circostanze
del caso da parte del giudice.
In questo modo, come anticipato, la scelta di quantificare il
danno da ritardo attraverso il calcolo degli interessi legali
rappresenta semplicemente una soluzione equitativa e templi-
ficatoria cui il giudice può fare ricorso. La stessa scelta del tasso
legale degli interessi risponde a questa logica. Mentre, ex art.
1224, dal giorno della mora sono dovuti al creditore gli interessi
legali anche se questi non fornisca la prova del danno subito, il
creditore dell’obbligazione risarcitoria, per vedersi corrisposti
gli interessi compensativi, dovrà fornire la prova del danno

19
V. supra 2.3.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 153

patito a causa del ritardo, per quanto questa possa essere


soddisfatta anche mediante un ampio ricorso alle presunzioni20.
Cartina di tornasole di questa ricostruzione giurispru-
denziale, come per la rivalutazione, sono le regole processuali
relative all’obbligazione di interessi. Quella degli interessi non è
considerata un’obbligazione autonoma, perciò non è necessario
che il danneggiato ne faccia esplicita richiesta: è sufficiente che
si limiti a domandare il risarcimento del danno provando, anche
per presunzioni, il mancato guadagno conseguenza dell’im-
possibilità di disporre della somma dovuta21.
20
Cfr. CASS., 28 novembre 1998, n. 12089, in Rep. Foro it., 1998, voce
Danni civili, n. 338, che, a proposito della prova del danno da ritardo, precisa
che “tale prova può essere offerta dalla parte e riconosciuta dal giudice
mediante criteri presuntivi equitativi quali l’attribuzione degli interessi ad un
tasso stabilito valutando tutte le circostanze del caso”.
21
Cfr. CASS., 7 ottobre 2005, n. 19636 cit., in cui si legge che “nella domanda
di risarcimento del danno per fatto illecito deve ritenersi implicitamente
inclusa la richiesta di riconoscimento sia degli interessi compensativi sia del
danno da svalutazione monetaria – quali componenti indispensabili del
risarcimento, tra loro concorrenti attesa la diversità delle rispettive funzioni –
e che il giudice di merito deve attribuire gli uni e l’altro anche se non
espressamente richiesti, pure in grado di appello, senza per ciò solo incorrere
in ultrapetizione”.
Osserva LIBERTINI, op. cit., 140, come “la giurisprudenza, sia pure in maniera
empirica, distingue nettamente il regime processuale relativo ai cosiddetti
interessi compensativi dovuti in materia di responsabilità civile, e il regime
processuale relativo a quella che possiamo chiamare obbligazione di interessi
vera e propria (e sulla base di questa distinzione, sia pur non troppo
chiaramente formulata, giunge a soluzioni sostanzialmente esatte). I
cosiddetti interessi compensativi in materia di responsabilità civile
costituiscono, come già sappiamo, solo un aspetto del danno risarcibile
causato dal fatto illecito: essi rientrano pertanto nell’oggetto
dell’obbligazione di risarcimento del danno, rispetto alla quale non hanno
alcuna autonomia per ciò che riguarda la fonte. In considerazione di ciò può
condividersi la prevalente giurisprudenza, che esclude in materia la necessità
di una domanda espressa di interessi, ritenendo gli stessi impliciti nella
domanda di risarcimento, escludendo quindi il vizio di ultrapetizione
nell’ipotesi in cui il giudice, senza domanda espressa, abbia liquidato sotto
forma di interessi il danno da ritardo nel risarcimento. Correlativamente, in
materia di responsabilità civile, deve negarsi che il creditore possa pretendere
gli interessi in separato giudizio, dal momento che questi cosiddetti interessi
154 CAPITOLO III

Riguardo al momento della decorrenza dell’obbligazione di


interessi e all’ammontare sul quale calcolarli, la soluzione
maturata in giurisprudenza prevede che gli interessi decorrano
dal momento del verificarsi del danno sulla somma determinata
a seguito dell’aestimatio progressivamente rivalutata, con
sistemi che possono variare dal calcolo degli interessi sulla
somma via via rivalutata di anno in anno al calcolo sulla somma
determinata in base ad un indice medio di svalutazione22.
Il momento di decorrenza e la base di calcolo degli interessi
sono stati al centro di un travagliato dibattito in cui si sono
confrontate diverse soluzioni. Nella giurisprudenza
dell’immediato dopoguerra vi sono state pronunce che hanno
sostenuto la decorrenza degli interessi dal momento del
verificarsi del danno sulla somma stimata non rivalutata fino al
tempo della formazione del giudicato di condanna al
risarcimento, e solo da questo momento sulla somma rivalu-

si riferiscono al risarcimento di danni già verificatisi al momento della


liquidazione del danno principale, e non di danni sopravvenuti, sicchè il loro
risarcimento è escluso dal fatto che, sull’ammontare dei danni sofferti fino ad
un certo periodo, si sia formato un giudicato”.
22
Cfr. CASS., 17 gennaio 2003., n. 608, in Rep. Foro it., 2003, voce Danni
civili, n. 406, e, nella sua integralità, in Juris data, secondo cui “per la
liquidazione del danno da ritardo si può adottare anche il criterio degli
interessi legali, decorrenti dalla data del fatto illecito, di natura compensativa
per il depauperamento di chi non riceve a tempo debito la disponibilità della
somma successivamente alla consumazione dell’illecito, non necessariamente
commisurati al tasso legale, ma ispirati a criteri equitativi, e computati con
riferimento ai singoli momenti riguardo ai quali la somma equivalente al
bene perduto si incrementa nominalmente, per effetto dei prescelti indici di
valutazione, ovvero in base ad un indice medio”; CASS., 3 dicembre 1999, n.
13470, in Riv. giur. circolaz. e trasp., 2000, 331 ss., che spiega come il danno
da ritardo “per convenzione e comodità può essere liquidato nella forma degli
interessi (compensativi), i quali vanno computati non sulla somma rivalutata
alla data della liquidazione, ma sulla somma originaria rivalutata anno per
anno, ovvero rivalutata in base ad un indice medio (tra l’indice iniziale e
quello della data di liquidazione)”; CASS., 14 giugno 1999, n. 5826, in Riv.
giur. cicolaz. e trasp., 2000, 84 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 155

tata23. Altre hanno ritenuto che fino al passaggio in giudicato


della sentenza di condanna al risarcimento, al creditore non
spetterebbero interessi sulla somma valutata quale oggetto del
debito risarcitorio, poiché una loro attribuzione compenserebbe
due volte lo stesso danno, quello da ritardo, considerando che la
somma oggetto della condanna risarcitoria è comunque adeguata
al potere d’acquisto della moneta del tempo della statuizione
definitiva24.
L’indirizzo che è prevalso, messo in discussione soltanto
negli anni ’90, prevedeva che gli interessi venissero calcolati dal
momento della produzione del danno sulla somma equivalente
al valore dello stesso definitivamente rivalutata al momento
della pronuncia passata in giudicato25.

23
V. CASS., 20 agosto 1949, n. 2379, in Rep. Foro it., 1949, voce
Giuramento, n. 45; CASS., 21 agosto 1950, n. 2513, in Foro it., 1951, I, 884
ss., secondo la cui massima “l’accoglimento della domanda di adeguamento
monetario esclude la corresponsione degli interessi maturati fino alla data
della pubblicazione della sentenza”. Nello stesso senso sembra esprimersi E.
FAVARA, Incidenza della svalutazione monetaria sul debito di interessi, in
Foro it., 1951, I, 1332 ss., ad avviso del quale “la soluzione corretta non può,
dunque, che essere quella di calcolare (o dichiarare) dovuti gli interessi sul
capitale originario dalla data originaria in cui sorse il debito e nella loro
originaria misura legale o convenzionale; e dichiarare dovuti, invece, gli
interessi sulla somma rivalutata, dalla data della pubblicazione della
sentenza”. Precisa però l’Autore, 1337, che gli interessi dovrebbero essere
divisi in tre periodi: “sulla somma originariamente dovuta dalla data della
costituzione in mora (e, nelle obbligazioni da fatto illecito, dalla data del
sinistro) fino alla data di inizio della svalutazione monetaria; il secondo
periodo da detta data fino alla sentenza; il terzo dalla sentenza fino alla data
dell’effettivo pagamento”.
24
V. CASS., 10 agosto 1948, n. 2455, in Rep. Foro it., 1948, voce Resp. civ.,
n. 139; CASS., 18 maggio 1951, n. 1246, in Foro it., 1951,
I, 1332 ss., secondo cui “quando il giudice, nel liquidare il danno, ha
adeguato la somma al tempo della sentenza, tenendo conto della svalutazione
monetaria, tale somma è comprensiva degli interessi maturati nel frattempo”.
25
V. CASS., 14 giugno 1950, n. 1511, in Foro it., 1951, I, 884 ss., secondo cui
“l’aver tenuto conto nella liquidazione dei danni della svalutazione monetaria
non esclude la decorrenza degli interessi dal giorno dell’evento”; CASS., SEZ.
UN., 8 giugno 1951, n. 1468, in Foro it., 1951, I, 1331 ss., che stabilisce: “Gli
interessi sulla indennità liquidata per responsabilità aquiliana decorrono dal
156 CAPITOLO III

Questa soluzione è stata oggetto di forti critiche da parte


della dottrina che osservava come essa portasse ad una
manifesto ed ingiustificato arricchimento del danneggiato.
Questi sensati rilievi venivano motivati sulla base del confronto
tra la somma globalmente liquidata al danneggiato a titolo di
risarcimento del danno e l’ammontare pecuniario di cui lo stesso
avrebbe potuto disporre se avesse investito la somma oggetto del
risarcimento, puntualmente prestato dal debitore26.
La soluzione pretoria non solo teneva indenne il creditore
dalle conseguenze del deprezzamento della somma individuata a
seguito dell’aestimatio (con la rivalutazione), ma, applicando il
saggio legale degli interessi27 alla somma già rivalutata e a
decorrere dal momento dell’illecito, gli assicurava un rendi-
mento sia sulla somma iniziale, sia sulla somma aggiunta a
quest’ultima per attualizzarne il valore al momento della taxatio.
Condividere questa impostazione significava ritenere che il
creditore avrebbe potuto ottenere, dall’investimento della
somma iniziale, un importo almeno pari a quello liquidatogli
dalla giurisprudenza con il procedimento descritto, ipotesi giudi-
cata quantomeno inverosimile28.

giorno dell’evento dannoso, se nel procedere all’adeguamento della somma al


tempo della sentenza siasi tenuto conto della sola svalutazione monetaria”.
26
Cfr. QUADRI, Le obbligazioni pecuniarie cit., 668 ss; BRECCIA, Le
obbligazioni cit., 334 ss.; A. AMATUCCI, Svalutazione monetaria, preoc-
cupazioni della Cassazione e principi non ancora enunciati in materia di
computo di interessi, in Foro it., 1986, I, 1273 ss.
27
Dall’emanazione del codice civile alla legge n. 353/1990 il tasso degli
interessi legali è stato pari al 5% in ragione d’anno.
28
V. G. VALCAVI, Il problema degli interessi monetari nel risarcimento del
danno, in Resp. civ. e prev., 1987, I, 3 ss., ed ora in L’espressione monetaria
nella responsabilità civile e altri saggi, Padova, 1994, 321 ss., secondo cui
“codesto modo di vedere [quello della giurisprudenza, n.d.r.] finisce tuttavia
per compensare due volte il differimento della prestazione dell’indennizzo e
così duplica l’attualizzazione del danno in termini di prezzi e
contemporaneamente di interessi, sicché una delle due è di troppo. Non pare
ragionevole, infatti, supporre che il creditore avrebbe medio tempore tenuto
investito il suo capitale, così da conseguire il capital-gain, ed insieme lo
avrebbe conservato liquido, così da fruire gli interessi. O analogamente da chi
accoglie la teoria dei crediti di valore, che il danneggiato avrebbe
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 157

Nei primi anni ’90, l’attenuarsi dei processi inflazionistici e


la modifica, con la legge n. 353/1990, del saggio degli interessi
legali, elevato al 10% in ragione d’anno, hanno portato al
superamento di questo orientamento giudicato oramai
insostenibile29.

verosimilmente speso a suo tempo il capitale nel paniere di merci di


consumo, sui cui prezzi è costruito l’indice statistico, così da giustificare
l’ipotesi del consumo sostitutivo odierno ai prezzi ora correnti, e
contemporaneamente lo avrebbe anche risparmiato, così da fruire degli
interessi”, 328 e 329; in termini ancora più chiari ID, Sul risarcimento del
danno da illecito o inadempienza e di quello per il ritardo con cui è prestato
l’indennizzo, in Giur. it., 1991, I, 1, 1227 ss., ed ora in L’espressione
monetaria nella responsabilità civile e altri saggi cit., 279 ss., spiega che “i
due rimedi [rivalutazione e interessi, n.d.r.] sono chiamati, in definitiva, a
risarcire il medesimo danno che proviene dal ritardo. Infatti, una volta che si
sia correttamente fissato l’indennizzo puntuale, al momento del verificarsi del
danno, la successiva rivalutazione e l’interesse tendono sostanzialmente ad
eliminare la posteriore diseconomia, causata dal ritardo con cui l’indennizzo
di base viene prestato. A questo proposito, codesto cumulo non può non
apparire errato, perché la funzione di attualizzare il minor valore di una
prestazione differita nel tempo, viene in genere assegnata proprio
all’interesse monetario […]. Non sembra che si possa d’ordinario supporre
che il danneggiato avrebbe ad un tempo acquisito o conservato nel suo
patrimonio il bene non prestato o tolto, così da giustificare l’attualizzazione
del suo valore e dall’altro lato avrebbe anche avuto la disponibilità
dell’equivalente pecuniario, così da fruire del suo rendimento, durante il
ritardo ed a causa di questo. Codesto cumulo dell’attualizzazione del valore
del bene non prestato o tolto, e dell’equivalente pecuniario in cui esso si
concreta, è lontano da quanto sarebbe accaduto d’ordinario e contrasta con la
distinzione dei due diversi danni confondendo anzi l’uno con l’altro”, 288.
29
V. CASS., 20 giugno 1990, n. 6209, cit.; CASS., SEZ. UN., 17 febbraio 1995,
n. 1712 cit., secondo cui, appunto, “quel che deve escludersi è che la base di
calcolo dei suddetti interessi possa essere quella della somma rivalutata al
momento della liquidazione, se gli interessi vengono fatti decorrere – come
consente il sistema – dal momento del fatto illecito, perché con tali modalità
si attribuirebbe al creditore un valore a cui egli non ha diritto; invero gli
interessi non costituiscono un debito di valore, ma un criterio di
commisurazione del danno da ritardato conseguimento di una somma di
denaro che, all’epoca del fatto, era – per definizione – non rivalutata”. V. il
commento di A. DI MAJO, Interessi e debiti di valore, in Corr. giur., 1995,
466 ss.
158 CAPITOLO III

Si è già sommariamente descritto il modello di liquidazione


del danno cui ha condotto la rimeditazione della giurisprudenza.
In sintesi si può dire che esso fa perno, in misura ancora più
accentuata rispetto all’orientamento precedente, sulla
discrezionalità del giudice. Da una parte, infatti, si stabilisce che
laddove il giudice voglia risarcire il danno da ritardo (lucro
cessante) attraverso il metodo di quantificazione fornito dagli
interessi legali, questi non possano più essere calcolati sulla
somma rivalutata, ma sulla somma progressivamente adeguata
al deprezzamento della moneta, dall’altra la corresponsione
degli interessi legali al creditore danneggiato non è più
considerata automatica.
Questo perché lo stesso danno da ritardo non è più ritenuto
necessariamente sussistente, ma costituisce oggetto di prova da
parte del creditore, agevolato del resto, nell’adempimento del
relativo onere, dall’ampia propensione dei giudici ad accettare,
in questa materia, l’uso del ragionamento presuntivo. In secondo
luogo, perché, seppure il danno fosse riconosciuto sussistente, il
giudice potrebbe decidere di quantificarlo in modo diverso, in
base ad un equo apprezzamento delle circostanze del caso (art.
2056 comma 2°)30.

30
Il nuovo orientamento della giurisprudenza sembra dare ragione alla tesi
sostenuta da LIBERTINI, op. cit., 119, ad avviso del quale gli interessi
compensativi sono “una forma di risarcimento per mancato guadagno, che
come tale deve essere valutata «dal giudice con equo apprezzamento delle
circostanze del caso», ai sensi dell’art. 2056 comma 2 c.c.; ciò non significa
che si debba considerare «normale» la liquidazione degli interessi legali sulla
somma rivalutata, in quanto l’adeguamento monetario della somma fa venir
meno una delle ragioni giustificatrici dell’attribuzione degli interessi legali.
Spetterà dunque al giudice decidere se sia dovuto un risarcimento per il
ritardo nel godimento dell’equivalente, se tale ritardo debba essere liquidato
sotto forma di interessi, ed inoltre determinare il tasso relativo (a tal fine il
giudice dovrà tener presente il rendimento derivante dal presumibile impiego
della somma da parte del creditore, nella misura in cui questo non risulti
assorbito dal tasso di svalutazione monetaria). Probabilmente il contrasto tra
la tesi qui accolta e le soluzioni affermate dalla giurisprudenza è meno grave
di quanto potrebbe a prima vista sembrare. Sappiamo già che la
giurisprudenza riconosce al giudice una certa discrezionalità nel valutare i
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 159

3.1.3. Conclusioni intorno al risarcimento del danno da ritardo


nei debiti di valore

Come si è accennato, la costruzione dell’obbligazione


risarcitoria come debito di valore, implicando una consi-
derazione della somma equivalente al valore del danno come
entità debitoria aperta all’influenza del deprezzamento mone-
tario che possa verificarsi fino al momento della taxatio, implica
una sovrapposizione tra danno principale e danno da ritardo.
Questo modo di operare si salda ad una visione dell’oggetto
monetario della prestazione come sostitutivo del bene perduto
non solo, come è ovvio, nel momento dell’aestimatio, ma anche
successivamente nel periodo che separa questa dalla taxatio,
cioè dal momento in cui il giudice concretamente si pronuncia
sulla condanna al risarcimento.
La tesi tradizionale della giurisprudenza, che calcola gli
interessi compensativi al tasso legale sulla somma
completamente rivalutata ma a decorrere dal momento della
produzione del danno, dà corpo plasticamente a questo modo di
concepire l’oggetto della prestazione risarcitoria. Gli interessi
sono i frutti che il bene avrebbe prodotto se l’evento non avesse
avuto luogo, devono essere calcolati sulla somma rivalutata
perché solo questa rappresenta il bene perduto, ne è il sostituto.
Il nuovo modello di liquidazione del danno adottato dalla
giurisprudenza, non fa registrare un cambiamento radicale per
quanto riguarda la base di calcolo degli interessi, che non è più
la somma completamente rivalutata al momento della taxatio,
ma la somma iniziale individuata in relazione al tempo
dell’aestimatio incrementata progressivamente in riferimento a
successivi archi di temporali31.

danni subiti dal creditore per il ritardo nel pagamento dell’indennizzo.


Semplicemente qui si è cercato di porre in primo piano questa facoltà del
giudice […]”.
31
V. G. DE MARZO, Debiti di valore e «overcompensation», in Foro it., 1995,
I-1, 1470 ss., il quale osserva: “L’adeguamento monetario della somma fa
160 CAPITOLO III

Il risultato complessivo non si discosta vistosamente da


quello offerto dal precedente e superato modello di liquidazione.
La prestazione risarcitoria continua a tenere indenne il
danneggiato dalla perdita di potere d’acquisto della somma
iniziale, assicurandogli, ulteriormente, sulla stessa somma
iniziale un rendimento pari al tasso degli interessi legali ed il
medesimo rendimento anche sugli importi progressivamente
aggiunti alla somma iniziale per mantenerne costante il potere
d’acquisto32.

venir meno una delle ragioni giustificatrici dell’attribuzione degli interessi


legali, con la conseguenza che il cumulo degli interessi, determinati con
riguardo ai possibili impieghi del denaro tempestivamente ricevuto, e la
rivalutazione finiscono per compensare due volte il differimento della
prestazione del risarcimento, con buona pace dell’esigenza, sottolineata
ancora una volta dalle sezioni unite, di porre il danneggiato nella medesima
posizione patrimoniale in cui si sarebbe trovato senza l’illecito e senza che
fosse frapposto ritardo alcuno nel risarcimento”, 1472. Conclude,
significativamente, l’Autore: “È evidente che la via per una
omogeneizzazione della disciplina va rinvenuta nella rimeditazione del
fondamento della categoria dei debiti di valore […]. Se si ammette che una
cosa è il danno derivato dalla distruzione o dal danneggiamento del bene,
altro è il danno da ritardo nella prestazione dell’equivalente, viene meno, in
realtà, la forza decisiva dell’obiezione che valorizza il mancato richiamo
dell’art. 1224 c.c. ad opera dell’art. 2056 c.c. (che concerne la prima voce di
danno e non la seconda) e si apre la strada ad un trattamento unitario di tutte
le obbligazioni che si estinguono attraverso la corresponsione di una somma
di denaro”, 1473.
32
Cfr. CASS., 23 febbraio 2005, n. 3747, in Rep. Foro it., 2005, voce Danni
civili, n. 393, secondo cui “gli interessi – ad un tasso non necessariamente
corrispondente a quello legale – vanno calcolati alla data del fatto non già
sulla somma rivalutata bensì con riferimento ai singoli momenti riguardo ai
quali la somma – equivalente al bene perduto – si incrementa nominalmente
in base ad un indice medio, in quest’ultimo caso risultando corretti sia il
metodo di calcolo degli interessi dalla data del fatto sull’importo costituito
dalla media tra il credito originario e quello risultato della rivalutazione, sia
quello che pone come base di calcolo il credito originario rivalutato secondo
un indice medio”; CASS., 26 ottobre 2004, n. 20742, in Arch. circolaz., 2005,
493 ss., che spiega: “In tema di danno da ritardo, il riconoscimento di
interessi compensativi sui debiti di valore costituisce una mera modalità
liquidatoria alla quale il giudice può far ricorso col limite costituito
dall’impossibilità di calcolare gli interessi sulle somme integralmente
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 161

Il cambiamento più vistoso introdotto dal nuovo


orientamento sta piuttosto nel fatto che non si consideri più
presunto il danno da ritardo nella misura degli interessi
compensativi e che si imponga al creditore di provare di aver
subìto un pregiudizio per non aver potuto disporre, al momento
del prodursi del danno, della somma atta a risarcirlo33.
Particolarmente interessante, poi, è la scelta di alcune
recenti pronunce di concedere il risarcimento del danno da
ritardo soltanto nell’ipotesi in cui il tasso medio degli interessi
di mercato sia superiore all’inflazione. In caso contrario, infatti,
si ritiene che la rivalutazione della somma corrispondente al
valore del danno sia sufficiente a compensare il pregiudizio del
creditore per l’impossibilità di disporre della somma dovuta. Si
considera, cioè, che un eventuale investimento della somma
iniziale da parte del creditore non gli avrebbe assicurato un
rendimento superiore a quello capace di conservare intatto il
potere d’acquisto dell’importo investito34.

rivalutate dalla data dell’illecito; non gli è invece inibito, purché esibisca una
motivazione sufficiente a dar conto del metodo utilizzato, di riconoscere
interessi anche al tasso legale su somme progressivamente rivalutate; ovvero
sulla somma rivalutata ma da epoca intermedia; ovvero, sempre sulla somma
rivalutata e con decorrenza dalla data del fatto, ma con un tasso medio di
interesse, in modo da tener conto che essi decorrono su una somma che
inizialmente non era di quell’entità e che si è solo progressivamente adeguata
a quel risultato finale; ovvero, di non riconoscerli affatto, in relazione a
parametri di valutazione costituiti dal tasso medio di svalutazione monetaria e
dalla redditività media del denaro nel periodo considerato”.
33
CASS., SEZ. UN., 17 febbraio 1995, n. 1712 cit., afferma che quello da
ritardo è un “danno che deve essere provato […] La prova, in proposito, può
essere data anche mediante presunzioni semplici e facendo ricorso all’art.
1226 c.c. (criteri equitativi) e, quindi, in questo ambito di equo
apprezzamento (art. 2056 c.c.) il lucro cessante può essere liquidato col
criterio degli interessi, senza dovere necessariamente fare ricorso al tasso
degli interessi legali”.
34
V. CASS., 28 luglio 2005, n. 15823, in Rep. Foro it., 2005, voce Danni
civili, n. 402, e, nella sua integralità, in Juris data, che, significativamente,
afferma: “Essenziale è, dunque, la allegazione e prova di tale danno [da
ritardo, n.d.r.] che si realizza solo se ed in quanto la somma rivalutata (o
liquidata in moneta attuale) sia inferiore a quella di cui il danneggiato
162 CAPITOLO III

L’impressione che si trae dall’esame del nuovo corso


giurisprudenziale è una tendenza sempre più marcata a
riprodurre nella fattispecie del risarcimento del danno da
inadempimento del debito di valore i meccanismi che contrad-
distinguono la quantificazione del danno da mora nei debiti di
valuta35.

avrebbe disposto, alla stessa data della sentenza, se il pagamento della somma
originariamente dovuta fosse stato tempestivo e che richiede,
conseguentemente, l’accertamento, anche in base a criteri presuntivi, della
sua concreta esistenza. Ciò che dipende, prevalentemente, dal rapporto di
rimuneratività media del denaro e tasso di svalutazione nel periodo in
considerazione, essendo ovvio che in tutti i casi in cui il primo sia inferiore al
secondo, un danno da ritardo non sarà normalmente configurabile”; CASS., 17
maggio 2005, n. 10354, in Rep. Foro it., 2005, voce Danni civili, n. 395, che
spiega: “La presunzione di danno da lucro cessante per ritardato pagamento
nei debiti valore è correlata esclusivamente all’impiego mediamente remune-
rativo del denaro, in ipotesi suscettibile di offrire un’utilitas superiore, in
termini percentuali, al tasso di rivalutazione”; CASS., 22 ottobre 2004, n.
20591, in Foro it., 2005, I, 1786 ss., che afferma, nel medesimo senso, che “il
riconoscimento degli interessi costituisce una modalità liquidatoria del
possibile danno da lucro cessante, cui il giudice può far ricorso ove il
creditore soddisfi il relativo onere probatorio, che dipenderà prevalentemente
dal rapporto tra remuneratività media del denaro e tasso di svalutazione nel
periodo considerato”.
35
V. PERRONE, op. cit., 639, che, nello stesso senso delle pronunce citate,
sostiene che “l’esistenza di un danno da mancata disponibilità [della somma
dovuta, n.d.r.] può dirsi provata solo dimostrando la destinazione del denaro
all’investimento o al risparmio (ovvero provando il ricorso al credito
bancario reso necessario dall’evento dannoso): in mancanza, al danneggiato
sembra doversi riconoscere unicamente la rivalutazione delle somme perdute
o non conseguite […]”. Prosegue l’Autore affermando, significativamente,
che il problema sostanziale finisce per spostarsi sul terreno della prova, ed
aggiunge: “Virtualmente impraticabile la soluzione che richiede una prova
rigorosa, dal punto di vista dei principi generali non sembra tuttavia porsi
altra possibilità che il ricorso alle presunzioni semplici, così riecheggiando la
soluzione giurisprudenziale in tema di inadempimento di obbligazioni
pecuniarie […]. La corresponsione di interessi a titolo di danno da mancata
disponibilità della somma perduta o non conseguita rimane pertanto
subordinata alla prova indiziaria (soprattutto attraverso il riferimento a qualità
personali e prassi precedente) della destinazione del denaro all’investimento
o al risparmio”, 640.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 163

Come, nei debiti di valuta, si corrispondono forfetariamente


al creditore gli interessi di cui all’art. 1224 comma 1°, così nei
debiti di valore si rivaluta la somma stimata. Ancora, nei debiti
di valuta, si concede il risarcimento del maggior danno di cui al
comma 2° dell’art. 1224 quando il creditore provi che
investendo la somma non puntualmente prestata avrebbe
ottenuto un guadagno maggiore di quello corrispondente agli
interessi legali; nei debiti di valore, si tende a concedere il
risarcimento del danno da ritardo soltanto quando il creditore
provi che, investendo la somma iniziale, avrebbe ottenuto un
rendimento maggiore del tasso di inflazione.
Questa è l’impressione che si può cogliere dall’esame della
giurisprudenza sul risarcimento del danno da ritardo nei debiti di
valore. Si deve rilevare che, anche laddove questa tendenza
all’avvicinamento alla fattispecie del debito di valuta andasse
consolidandosi, il modello di liquidazione applicato dalla
giurisprudenza non potrebbe considerarsi soddisfacente.
La determinazione della misura degli interessi legali può
essere ormai cambiata annualmente, ex art. 1284 comma 1°, dal
Ministro dell’Economia con un proprio decreto, ed i parametri
che il legislatore indica per il compimento di questa scelta sono
“il rendimento medio annuo lordo dei titoli di stato di durata non
superiore a dodici mesi” e il “tasso di inflazione registrato
nell’anno”36.

Se le soluzioni per superare l’ancora insoddisfacente costruzione


giurisprudenziale del risarcimento del danno da ritardo sono queste, per quale
ragione perpetuare la distinzione tra debiti di valuta e debiti di valore?
36
V. G. VALCAVI, Il problema dei crediti di valuta, dei crediti di valore e
degli interessi monetari, all’avvento dell’Euro, in Riv. dir. civ., 1999, II, 469
ss., ora in Scritti giuridici scelti, Varese, 2005, 195 ss., secondo cui “con
questa formula il legislatore ha riconosciuto all’interesse la funzione di
coprire in ogni suo aspetto la perdita dell’utilitas temporis di una prestazione
differita del danaro rispetto alla medesima a pronti. Il riferimento alla media
del rendimento lordo dei titoli di stato mette in evidenza il suo essenziale
carattere di lucro cessante. Con il riferimento «al tasso della inflazione
registratasi nell’anno» il legislatore in armonia con le conclusioni degli
economisti, ha voluto dire che l’interesse è anche l’unico strumento che pone
rimedio all’inflazione. La formula adottata perciò indica che non è consentito
164 CAPITOLO III

Il tasso degli interessi di mercato è fissato tenendo conto del


premio per la liquidità da attribuire all’investitore che se ne
priva a vantaggio del gestore del risparmio e del tasso di
inflazione37. Il criterio cui il legislatore si ispira per la
determinazione della misura degli interessi legali, come si vede,
non è lontano da quello che regola gli interessi di mercato.
Quando la giurisprudenza quantifica il danno da ritardo
calcolando gli interessi legali sulla somma individuata con
l’aestimatio e progressivamente rivalutata, tiene conto tre volte
della perdita di potere d’acquisto della moneta. La prima volta
quando rivaluta al momento della decisione la somma iniziale.
La seconda volta quando applica alla somma iniziale gli
interessi legali, la determinazione del cui saggio non è scevra da
valutazioni concernenti il tasso di inflazione. La terza volta
quando calcola gli interessi legali anche su quegli importi
figurativamente aggiunti anno dopo anno alla somma iniziale
per mantenerne costante il potere d’acquisto.
In riferimento ad un parametro astratto, la compensazione
del pregiudizio subìto per il ritardo, si può sicuramente
concludere che non solo il creditore vede riparato il danno
subìto, ma che la mora del debitore nell’adempimento
dell’obbligazione risarcitoria rappresenta per lui un buon affare,
la fonte di un arricchimento che, in quanto tale, nel contesto
della tutela risarcitoria, non può che essere ingiustificato.
La stessa conclusione può essere formulata anche in
relazione ad un parametro concreto: la tutela cui ha diritto, ex
art. 1224 comma 1°, il creditore di un’obbligazione pecuniaria
non puntualmente adempiuta. Al danneggiato spettano gli
interessi legali calcolati sulla somma oggetto della prestazione
inadempiuta. Una tutela più intensa del deprezzamento patito
dalla somma dovuta durante il periodo della mora, è
subordinata, ex art. 1224 comma 2°, alla prova che il creditore,

sommare gli interessi alla rivalutazione, sotto pena di duplicare il


risarcimento del medesimo danno”, 209.
37
Cfr. G. B. PITTALUGA, Economia monetaria, Milano, 2007, 140 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 165

avendo la disponibilità della somma, l’avrebbe impiegata in


modo più redditizio di quanto la legge presuma.
La tendenza dei giudici a risarcire il danno da ritardo
soltanto quando la rimuneratività media del denaro sia superiore
al tasso d’inflazione, può essere registrata, insieme, con
polemica e con apprezzamento.
Nella prima, critica, prospettiva si può osservare che se il
danno da ritardo viene risarcito solo se si ritiene che esso sia
maggiore rispetto a quello compensato dalla rivalutazione, si
ammette, implicitamente, ma chiaramente, che la rivalutazione
non ha altra funzione che quella di risarcire il danno da ritardo,
identificato con la perdita di potere d’acquisto della moneta38.
D’altra parte, si deve guardare fiduciosamente al nuovo
indirizzo giurisprudenziale, nella misura in cui il modello
pretorio di tutela del creditore dell’obbligazione risarcitoria si
avvicina al modello legale di tutela del creditore di qualsiasi
altra obbligazione pecuniaria.

3.2. I debiti di valore e il problema del momento della


determinazione del danno

Come abbiamo visto, la costruzione della categoria dei


debiti di valore si intreccia con la questione del momento della
determinazione del danno.

38
Inequivocabile, in quest’ottica, il passaggio della motivazione di CASS., 22
ottobre 2004, n. 20591 cit., in cui la Corte così si esprime: “In termini più
espliciti: se il danno era di cento in relazione ai valori monetari dell’epoca del
fatto (aestimatio) e quella somma equivalga a centocinquanta alla data della
sentenza (taxatio), il creditore potrà (in via generale) sostenere di aver subìto
un danno da ritardo non assorbito dalla rivalutazione (ovvero dalla diretta
liquidazione in valori monetari attuali) soltanto se sia presumibile che, ove
avesse immediatamente conseguito cento, disporrebbe all’epoca della
sentenza di una somma superiore a centocinquanta. In tutti i casi in cui così
non sia in ragione di una redditività media del denaro inferiore al tasso di
svalutazione nel periodo che viene in considerazione, un danno da ritardo non
può essere (in via generale) presunto”.
166 CAPITOLO III

I punti di intersezione sono, essenzialmente, due.


Da una parte, se si porta l’aestimatio al momento della
pronuncia della sentenza di condanna l’obbligazione risarcitoria
rimane illiquida fino a quel tempo, con la conseguenza che
vengono a mancare proprio i presupposti per l’applicazione del
principio nominalistico, e con essi le ragioni che spiegano la
costruzione della figura del debito di valore.
Dall’altra, con la rivalutazione della somma stimata in
relazione al momento in cui il danno si è prodotto si cerca, con
esiti peraltro discutibili, di quantificare la prestazione risarcitoria
in modo da assicurare al danneggiato la medesima tutela che gli
sarebbe fornita da una valutazione del danno compiuta in
relazione al momento della pronuncia della sentenza.
Tenteremo, pertanto, in queste pagine di capire quale tutela
assicuri l’aestimatio al tempo della condanna, ma, soprattutto, se
questo debba ritenersi il momento rilevante per la
determinazione del danno ed, in ogni caso, se i risultati che
comporta una stima del pregiudizio così caratterizzata temporal-
mente rappresentino un obbiettivo verso cui il nostro sistema di
responsabilità impone di tendere.

3.2.1. Il momento della determinazione del danno


extracontrattuale

In relazione al danno extracontrattuale, la dottrina si divide


tra coloro che ritengono che il momento della sua determi-
nazione sia quello in cui lo stesso si produce39, e coloro che,
invece, individuano il momento della stima nel tempo della
pronuncia della condanna giudiziale al risarcimento40.
39
G. P. CHIRONI, Colpa extracontrattuale, v. II, in La colpa nel diritto civile
odierno, Torino, 1906, 338; SCADUTO, op. cit., 184 ss.; E. GIUSANA, Il
concetto di danno giuridico, Milano, 1944, 115 e 116; PESTALOZZA, op. cit.,
214 ss.; G. GENTILE, Il risarcimento del danno da fatto illecito e la
svalutazione della moneta, in Foro pad., 1948, I, 130 ss.; FERRI, op. cit., 721.
40
G. TEDESCHI, Il danno e il momento della sua determinazione, in Riv. dir.
priv., 1933, I, 254 ss.; ID, Il momento della determinazione del danno, in Riv.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 167

L’opinione di chi scrive è che la determinazione del danno


debba essere effettuata in relazione al momento in cui lo stesso
si produce. Si cercherà di dimostrare come a questa soluzione
conducano i principi e le regole del nostro sistema di
responsabilità e fra queste, non secondariamente, la norma di cui
all’art. 1219 2° comma n. 1, la cui importanza, non solo in
quest’ambito, è stata forse sottovalutata.
La tesi secondo cui l’aestimatio deve essere compiuta al
momento della sentenza o, più precisamente, in relazione alle
cognizioni che a quel tempo si posseggano, è argomentata in
chiave sia empirica che dogmatica.
Dal primo punto di vista, la determinazione del danno in un
tempo diverso da quello della pronuncia giudiziale, inteso quale
ultimo momento disponibile a questo fine, viene percepita come
un’immotivata limitazione, la scelta di una visuale più angusta
da parte di chi ne ha a disposizione una più ampia. Se il giudice
ha la possibilità di valutare le conseguenze dell’evento dannoso
sino alla pronuncia della condanna giudiziale non si vede perché
dovrebbe circoscrivere la sua cognizione ad un determinato e
precedente periodo.
Si ricorda, inoltre, come laddove appaia probabilisticamente
fondato che, quale conseguenza dell’evento lesivo, possano
verificarsi in futuro dei pregiudizi per l’attore, il giudice

dir. comm., 1934, I, 239 ss.; G. PACCHIONI, Diritto civile italiano, Parte
seconda Diritto delle obbligazioni, vol. IV, Dei delitti e quasi delitti, Padova,
1940, 118; S. GAETA, Sul momento cui va riferita la valutazione del danno da
risarcire, in Giur. it., 1945, I, 2, 105 ss.; G. CAPOZZI, Risarcimento dei danni
e svalutazione della moneta, in Dir. e giur., 1945, 74; G. A. RAFFAELLI,
Intorno al momento della determinazione del danno, in Foro pad., 1946, 89
ss.; F. MASÈ DARI, Svalutazione monetaria e risarcimento del danno, in Giur.
it., 1946, I, 2, 197; P. GRECO, Debito pecuniario, debito di valore e
svalutazione monetaria, in Riv. dir. comm., 1947, II, 114; G. AULETTA,
Revocatoria fallimentare ed obbligo di corrispondere il valore del bene
alienato, in Foro pad., 1956, III, 57 ss.; R. SCOGNAMIGLIO, Risarcimento del
danno, in Novissimo Digesto it., vol. XVI, Torino, 1969, 14 ss.; DE CUPIS, op.
cit., 306 ss. e 359 ss.; S. PATTI, Danno patrimoniale, in Digesto IV ed., Disc.
priv., Sez. civ., vol. V, Torino, 1989, 90 ss., in particolare 104; M. FRANZONI,
op. cit., 118 ss.
168 CAPITOLO III

risarcisce danni non ancora venuti ad esistenza e lo fa sulla base


di quella valutazione e quantificazione ipotetica del danno che i
dati di cui dispone al tempo della sentenza gli suggeriscono. Il
ragionamento, in altre parole, è il seguente: se si risarciscono
anche i danni futuri e, quindi, si stimano effetti dannosi che
ancora non si sono verificati, sarebbe incoerente compiere
l’aestimatio in un momento precedente a quello della pronuncia
della sentenza e, così, non tenere conto di quegli effetti dannosi
che, invece, si sono già prodotti41. Il tempo non può essere,
infatti, tra i fattori che condizionano la selezione del danno
risarcibile42; ed il mezzo per evitare che lo stesso venga,
surrettiziamente, a svolgere tale funzione è fissare l’aestimatio
al momento della sentenza.
Ben più complicate le argomentazioni che motivano questa
soluzione da un punto di vista teorico.

3.2.1.1. Concezione reale e concezione patrimoniale del danno,


tempo del danno e tempo della sentenza

La scelta di compiere l’aestimatio in relazione al momento


della pronuncia giudiziale è considerata, dai fautori di questa
tesi, come un corollario della stessa nozione di danno accolta nel
nostro ordinamento.
La concezione cui ci si richiama è quella di un danno
patrimoniale e non reale, concreto e non astratto, quantificato

41
Cfr. DE CUPIS, op. cit., 306 ss. e 370 ss.
42
Secondo DE CUPIS, op. cit., 308, “per il solo fatto che il legislatore si è
preoccupato di enunciare dei limiti rispetto al rapporto di causalità, ha sancito
l’ulteriore limitazione della prevedibilità, ecc., può arguirsi, a contrario, che
nessuna limitazione sussiste nell’ordinamento giuridico riguardo alle circo-
stanze di tempo: cosicché anche ciò ch’è posteriore al verificarsi del fatto
dannoso va preso in considerazione dal giudice al fine di determinare il
contenuto del danno risarcibile; non v’è limite, vale a dire, al potere di
cognizione del giudice, dovendo egli cercare di determinare con la maggiore
precisione possibile l’entità del danno da risarcire, senza omettere alcun
elemento capace di contribuire a questo risultato”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 169

come differenza di patrimoni (ipotetico versus reale) e non come


un’aestimatio rei43. In che modo dall’accoglimento di questa
nozione di danno giuridicamente rilevante dovrebbero sortire
delle implicazioni sul terreno dell’individuazione del momento
rilevante per la sua determinazione?
Si ritiene che una stima del danno compiuta in relazione al
tempo in cui lo stesso si verifica darebbe sostanza ad una
quantificazione del pregiudizio espressione di una concezione
reale ed astratta del danno oramai superata e recessiva44.
Nel momento in cui il danno si produce non si potrebbe
valutare altro che l’impatto dell’evento dannoso sul singolo bene
(interesse) leso. Un’aestimatio così circoscritta sarebbe incapace
di cogliere la reale portata che quel determinato danno ha per
quel singolo danneggiato, così come di proiettare l’evento
pregiudizievole nel complesso sistema degli accadimenti e dei
rapporti che danno consistenza al patrimonio di un soggetto.
In altre parole, una stima compiuta in relazione al tempo in
cui il danno si è prodotto si ridurrebbe ad una valutazione del
valore o della diminuzione del valore del bene leso (nel caso,
rispettivamente, di perimento o danneggiamento dello stesso), e
non sarebbe, perciò stesso, in grado di individuare appieno
l’entità delle conseguenze dell’evento dannoso, comportando
una determinazione parziale o, finanche, artificiale delle stesse.
Una valutazione del danno coincidente con la stima del bene
leso (aestimatio rei) risulterebbe, infatti, stereotipa: considerato
un certo bene ed un certo evento dannoso, l’oggetto della
prestazione risarcitoria sarebbe il medesimo chiunque sia il
titolare dell’interesse leso. Il danneggiato non si vedrebbe

43
In generale sulla nozione di aestimatio rei, sui criteri oggettivi e soggettivi
di misura del danno, sull’id quod interest e la differenztheorie v. l’ampia
ricognizione di FRANZONI, op. cit., 99 ss.
44
Cfr. C. SALVI, Il danno extracontrattuale modelli e funzioni, Napoli, 1985,
in particolare 23 ss., 43 ss. e 97 ss.; ID, Il risarcimento del danno in forma
specifica, in Processo e tecniche di attuazione dei diritti, a cura di
MAZZAMUTO, Napoli, 1989, 576 e 577; PATTI, op. cit., 94 ss.
170 CAPITOLO III

compensato, quindi, dell’id quod interest45 ma di una somma


che rappresenta, solo in astratto, il valore dell’utilità perduta.
Questo è, essenzialmente, il ferro di lancia dei sostenitori
dell’aestimatio al momento della pronuncia giudiziale: l’opposta
soluzione, da una parte sarebbe espressione di una ormai
superata concezione reale del danno (inteso quale lesione
materiale di un bene)46, dall’altra tradirebbe l’idea del danno
considerato come conseguenza.
Se la scelta si pone fra compiere l’aestimatio in relazione al
momento in cui il danno si produce ovvero in cui si pronuncia la
condanna al risarcimento, dalla declinazione della nozione di
danno presa in esame deriverebbe chiara l’indicazione per il
momento della sentenza. Se il danno è conseguenza esso va
valutato in relazione all’ultimo momento che le regole del diritto
processuale rendono disponibile. Da una valutazione del danno
compiuta in relazione al momento in cui lo stesso si produce
sortirebbe, infatti, una stima astratta nello schema
dell’aestimatio rei e non concreta nel paradigma dell’id quod
interest e della teoria della differenza47.

3.2.1.2. Momento della determinazione del danno e teoria della


differenza

Andiamo ora, più pragmaticamente, a prendere in esame le


conseguenze pratiche di questa soluzione.
Stimare il danno al momento della sentenza significa tenere
conto, sino a questo tempo, delle variazioni di valore che
abbiano investito l’interesse tutelato tanto in positivo quanto in
negativo. Ciò, implicitamente, significa ritenere che il danneg-

45
Sulla nozione di id quod interest v., per tutti, E. BETTI, Id quod interest, in
Novissimo Digesto it., vol. VIII, Torino, 1962, 133.
46
Cfr. G. ROTONDI, Dalla “Lex Aquilia„ all’art. 1151 cod. civ. Ricerche
storico – dogmatiche, in Riv. dir. comm., 1916, 942 ss.
47
V. T. MOMMSEN, Beiträge zum Obligationenrecht. Zur Lehre von dem
Interesse, Braunschweig, 1855, 11 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 171

giato in mancanza dell’evento lesivo avrebbe continuato, per


tutto il periodo che intercorre dal momento in cui il danno si
produce a quello della pronuncia, ad essere titolare di
quell’interesse, giovandosi del suo apprezzamento o subendone
il deprezzamento. Ciò ancora significa, ma questo punto verrà
approfondito nel prosieguo, che la sostituzione tra l’interesse
pregiudicato ed il credito risarcitorio avviene soltanto con il
formarsi del giudicato di condanna.
In questo modo ogni variazione in positivo del valore
dell’interesse leso è nuovo danno, come tale risarcibile. Si noti
come non si faccia riferimento, in questa ipotesi, al verificarsi di
una nuova conseguenza del decorso causale innescato
dall’evento dannoso, bensì ad una semplice variazione (positiva
nel caso in esame) del valore della lesione già compiutamente
individuabile ed individuata in un momento precedente (quello
del prodursi del danno)48.
Volendo esemplificare, pensiamo alla tela di De Chirico
squarciata dal ladro inetto. Se il valore del dipinto, che al tempo
dell’azione era 100, sale a 200 al momento della pronuncia della
sentenza di condanna, tale variazione non deriva causalmente
dall’atto dannoso ma è espressione di un cambiamento della
quotazione dell’artista sul mercato delle opere d’arte49.
Stimando il danno al momento della pronuncia la conseguenza
di tale accadimento, affatto estraneo all’evento dannoso,
verrebbe posta a carico del danneggiante, così come graverebbe,
invece, sul danneggiato un eventuale deprezzamento dell’opera.
Pensiamo poi se a distanza di tempo dall’azione dannosa,
ma prima della sentenza, si scoprisse che la tela era un falso,
oppure consideriamo l’ipotesi che l’immobile, in cui il dipinto si
trovava, poche ore dopo il fatto sarebbe interamente perito a
causa di un incendio dovuto al pessimo funzionamento
dell’impianto elettrico. In entrambi i casi, se il momento
dell’aestimatio fosse quello della sentenza, nessun risarcimento

48
Cfr. PIERRE - FRANÇOIS, op. cit., 56 ss.
49
Cfr. H. MAZEAUD, L. MAZEAUD, A. TUNC, Traité théorique et pratique de
la responsabilità civile délictuelle et contractuelle, III, Paris, 1960, 569 ss.
172 CAPITOLO III

sarebbe dovuto al danneggiato: considerare o meno l’evento


dannoso non produrrebbe differenza sulla consistenza del
patrimonio dello stesso.
Tenere conto delle variazioni in positivo del valore
dell’interesse leso dal momento in cui il danno si produce a
quello in cui si giudica sulla domanda risarcitoria sarebbe un
portato dell’idea di danno come conseguenza e della teoria della
differenza patrimoniale come sistema per esprimerne la
quantificazione. La teoria della differenza implica un giudizio su
quella che sarebbe stata la consistenza del patrimonio del
danneggiato nel caso in cui l’evento dannoso non si fosse
verificato. Oggetto della stima è la consistenza che il patrimonio
del danneggiato ha in seguito alla lesione confrontata con quella
che lo stesso avrebbe avuto laddove il fatto o atto dannoso non
avesse avuto luogo. Si tratta, quindi, del confronto fra una
situazione ipotetica ed una reale.
È evidente che il momento prescelto per la stima del danno
sarà proprio quello in cui effettuare tale confronto e, cambiando
il tempo preso in considerazione, muteranno, probabilmente,
anche i termini del paragone, sia reali che ipotetici.
Potrà esservi, come abbiamo visto, un apprezzamento od un
deprezzamento del valore dell’interesse leso; un guadagno che
non si realizzi a causa dell’evento dannoso (lucro cessante); un
guadagno che, al contrario, venga conseguito proprio a causa
dell’evento dannoso (compensatio lucri cum damno); così come
potrebbe verificarsi un evento cui sarebbe, comunque,
conseguito il danno, se l’illecito di cui si giudica non vi avesse
già dato causa (il problema della cosiddetta causalità alternativa
ipotetica).

3.2.1.2.1. La tesi di Tedeschi

Gli autori che ritengono il pregiudizio debba essere stimato


in relazione al momento della sentenza non traggono, solita-
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 173

mente, tutte quante le conseguenze che dall’adesione a questa


tesi deriverebbero50.
Proprio a tal proposito, sembra interessante prendere in
esame gli scritti del Tedeschi51.
Base dell’impostazione di questo Autore è la netta
assunzione di una nozione di danno come conseguenza concreta,
operante sul patrimonio di un soggetto in modo tale da poter
affermare che lo stesso, qualora il fatto lesivo non avesse avuto
luogo, avrebbe avuto una consistenza diversa da quella che ha
nel momento in cui si giudica. Il tempo in cui è pronunciata la
sentenza è riguardato quale limite meramente esterno, imposto
dalle necessità del diritto processuale, alla cognizione delle
conseguenze di cui fu foriero l’evento dannoso e delle vicende
che, ugualmente, si sarebbero verificate prescindendo da esso52.
Se il danno è concreta conseguenza, una stima compiuta al
momento in cui lo stesso si produce ne tradisce la nozione,
rendendo il danno risarcito diverso dal danno risarcibile, non
concreta conseguenza bensì astratta ipostatizzazione.
Il caso in cui il pregiudizio si atteggi quale danno emergente
sembra porre un problema all’affermazione di questa tesi. Per
quale ragione, infatti, la sottrazione di un’utilità già presente in
un patrimonio non dovrebbe essere stimata in relazione al tempo

50
È interessante, ad esempio, notare come DE CUPIS, op. cit., 363 ss.,
nell’ampia trattazione dedicata al momento della determinazione e
valutazione del danno, non faccia mai riferimento all’ipotesi di un
deprezzamento dell’interesse leso, dal tempo in cui il danno si produce a
quello della pronuncia giudiziale. Fissando l’aestimatio alla sentenza, al
danneggiato, in questo caso, verrebbe accordato un risarcimento inferiore a
quello che lo stesso si sarebbe visto liquidare valutando il danno al momento
del suo prodursi.
51
TEDESCHI, Il danno e il momento della sua determinazione cit.; ID, Il
momento della determinazione del danno cit.
52
TEDESCHI, Il danno e il momento della sua determinazione cit., 265,
spiega: “dicendo che il giudice deve determinare il danno come gli appare al
momento della sentenza si vuol semplicemente dire che, salvo ciò che deriva
dalle regole processuali, non v’è limite posto alla sua possibilità di
cognizione, che di tutti i fatti influenti sull’an o sul quantum del danno che
gli constino egli deve tener conto”.
174 CAPITOLO III

in cui si verifica? Perché un’eventuale stima compiuta in quel


momento dovrebbe rappresentare un’astrazione?
Tedeschi, consapevole della possibile obiezione, analizza
allora il fondamento della distinzione tra danno emergente e
lucro cessante, tra danno presente e danno futuro.
Premessa la considerazione del patrimonio come insieme di
utilità, attuali o potenziali, il valore di un cespite patrimoniale
sarebbe dato dalle utilità, dai servizi diretti o indiretti che dallo
stesso si possano trarre. Il valore di un immobile inutilizzato
sarebbe rappresentato, ad esempio, dai canoni conseguibili
attraverso un’eventuale locazione dello stesso o dal prezzo che
si ricaverebbe dalla sua alienazione. Così, in caso di perimento
di questo immobile a causa di un illecito, il risarcimento sarebbe
quantificato in base ad una valutazione delle utilità che dallo
stesso il danneggiato avrebbe potuto ottenere.
In questo modo, il danno emergente verrebbe ad essere
compensato in quanto causa di lucro cessante e danno futuro. Il
danno emergente “sussiste in quanto si ritenga che dal bene
danneggiato il soggetto avrebbe ritratto servizi diretti o indiretti,
come dicono gli economisti, commoda e utilitates, come
dicevano gli scrittori di diritto comune; si riduce anch’esso, in
definitiva, a lucro cessante e danno futuro”53.
La distinzione tra danno emergente e lucro cessante, così
come quella tra danno presente e danno futuro, avrebbe
semplicemente la funzione di esprimere un differente grado di
probabilità intorno al verificarsi del danno.
In questo senso, è come se con l’evento dannoso si ponesse
un’ipotesi di lavoro circa il prodursi del danno. Nei casi di
danno emergente la possibilità che l’ipotesi riceva una conferma
sarebbe massima, progressivamente più incerta quando si
discuta di lucro cessante o di danno futuro.
Secondo Tedeschi “non è vero dunque che si dica certo il
danno perché avvenuto, incerto perché futuro, ma piuttosto che
si dice avvenuto il danno che si considera certo, futuro quello
incerto. L’attualità non riguarda il danno, che è sempre presente
53
TEDESCHI, op. ult. cit., 257 e 258.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 175

in quanto si valuti il patrimonio capitalizzando i commoda e


utilitates che si prospettano toccare al suo titolare, sempre futuro
in quanto quei commoda e utilitates toltigli dall’evento dannoso
non gli sarebbero, naturalmente, toccati che in prosieguo;
l’attualità riguarda soltanto la nostra cognizione, che può avere,
o no, sufficienti elementi per determinare se e quale danno vi
sia”54.
Il pregio del ragionamento del Tedeschi è quello di
ricondurre la questione del momento rilevante per l’aestimatio
nell’alveo di una riflessione di più ampia portata sul concetto di
danno e sulla sua determinazione. Anche l’esame del fonda-
mento della distinzione tra danno emergente e lucro cessante,
danno presente e danno futuro, pur potendo apparire strava-
gante, si spiega in quest’ottica.
È come se al momento del verificarsi dell’evento lesivo si
formulasse un’ipotesi sul danno, ipotesi che può apparire più o
meno probabile a seconda che ci si trovi di fronte ad un danno
emergente o, invece, ad un lucro cessante. Se l’evento dannoso
ha leso un interesse che già era ricompreso nel patrimonio del
danneggiato, con elevata probabilità si può considerare che
questo non potrà giovarsi di quelle utilità che il cespite
danneggiato o venuto meno avrebbe prodotto. Se si tratta, al
contrario, della lesione di un interesse ancora potenziale, di cui,
al momento del danneggiamento, non si può essere certi sarebbe
entrato nel patrimonio del danneggiato, il grado di probabilità
del verificarsi dell’effetto dannoso è inferiore e, così, più
accentuatamente nei casi di cosiddetto danno futuro.
In questa chiave si spiega l’opinione secondo cui il danno
emergente si riduce in fin dei conti a lucro cessante e danno
futuro, e, in generale, che il danno è sempre futuro. Che
conseguenze ha questo ragionamento sulla questione del tempo
della stima del danno?
Se al momento del danneggiamento si formula un’ipotesi,
questa andrà verificata nel tempo, quantomeno fino al momento
della pronuncia della condanna giudiziale al risarcimento.
54
TEDESCHI, op. ult. cit., 258 e 259.
176 CAPITOLO III

3.2.1.2.2. Causalità alternativa ipotetica e momento della


determinazione del danno: le tesi di Tedeschi e Trimarchi

Nel tempo che va dal momento in cui si verifica l’evento


dannoso a quello della sentenza numerosi possono essere i
fattori che vengano ad incidere sul giudizio intorno all’an e al
quantum del risarcimento. Dallo stesso evento dannoso potrebbe
derivare un’occasione di arricchimento per il danneggiato, caso
in cui quell’ipotesi inizialmente formulata sul contenuto del
danno dovrebbe essere rivista, infatti la differenza tra il
patrimonio con e senza l’evento dannoso verrebbe in questo
modo ad assottigliarsi, così come, corrispondentemente, dovrei-
be ridursi la somma necessaria a compensare il pregiudizio.
Pensiamo, poi, all’eventualità in cui, dopo il fatto lesivo, si
verifichi un evento alternativo rispetto a quello causa del danno
ma capace, esso solo, di produrre il medesimo risultato
pregiudizievole. Una tale evenienza, secondo Tedeschi,
dovrebbe portare a smentire l’ipotesi di danno inizialmente
avanzata, in base alla considerazione che tra il patrimonio com’è
(a seguito dell’evento di cui si giudica) e come sarebbe stato (in
mancanza dello stesso) non vi sarebbe, a questo punto, alcuna
differenza: la diminuzione patrimoniale si sarebbe ugualmente
prodotta, ancorché per una causa differente ed alternativa
rispetto a quella in atto55.
55
Cfr. TEDESCHI, op. ult. cit., 268 e 269, che scrive: “Così alcuno guasta un
oggetto, che perisce poi incendiato; taluno è ferito, ma poi,
indipendentemente da ciò, per un accidente muore. Si potrà ammettere la
pretesa del guastatore o del feritore a non risarcire il danno che sarebbe
avvenuto pur senza il guasto o la ferita, e a non prestare quindi che,
eventualmente, il danno che deriva al patrimonio del danneggiato per quel
periodo di tempo in cui egli ha posseduto l’oggetto guasto anziché intero, è
vissuto ferito anziché sano? Al Ferrini e al Polacco pare conforme alla logica
giuridica che la risarcibilità del danno non venga meno perciò che il danno
stesso era inevitabile, la qual opinione è, del resto, generalmente condivisa.
Noi però non possiamo accettare l’argomento del Polacco, che al momento
del danneggiamento sia avvenuta una sostituzione dell’oggetto danneggiato
con la obbligazione diretta a risarcirne il valore, obbligazione avente a suo
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 177

La questione della rilevanza della causalità alternativa


ipotetica si intreccia con quella del tempo della stima del dan-
no56.
Un esempio renderà più chiaro ciò che si intende dire.
Pensiamo al caso di un’auto che venga completamente distrutta
in un incidente stradale. Il giorno dopo quello in cui si verifica
l’evento dannoso, il garage in cui il veicolo, abitualmente,
trovava ricovero si incendia a causa di una fuga di gas; l’altra
vettura di proprietà del danneggiato, ivi parcheggiata, rimane
carbonizzata. Ora, è altamente probabile che, laddove l’incidente
stradale non fosse avvenuto, anche la prima vettura si sarebbe
trovata nel garage al momento dell’incendio e, quindi, sarebbe
in ogni caso perita anche in mancanza dell’evento sulla cui
efficienza dannosa ci stiamo interrogando.
L’alternativa è chiara: il risarcimento va escluso in base alla
considerazione che, anche laddove l’incidente stradale non
avesse avuto luogo, il perimento dell’automobile si sarebbe
comunque verificato, ovvero, limitandosi all’esame del reale

oggetto danaro, cosa quindi che numquam perit; poiché, per gli argomenti
esposti, non possiamo considerare decisivo quel momento per la
determinazione del danno. E, ben lungi dal sembrarci conforme alla logica
giuridica, il principio ci parrebbe contrario alla definizione del danno accolta
dallo stesso Polacco: «la differenza tra il valore attuale del patrimonio, e
quello che esso presenterebbe invece ove l’evento dannoso non fosse
intervenuto». Orbene, dato che, seppure l’evento dannoso in questione non
fosse intervenuto, il patrimonio attuale non sarebbe, in ipotesi, perciò diverso
da quello che è, non sembra che vi sia luogo a parlare di danno risarcibile,
secondo quello stesso concetto”.
56
Osserva F. REALMONTE, Il problema del rapporto di causalità nel
risarcimento del danno, Milano, 1967, 119 e 120, nota 21, che “tra gli autori
che accolgono un concetto di danno riferito all’intero patrimonio del
danneggiato non vi è accordo circa il momento al quale far riferimento per
valutare l’esistenza del danno risarcibile. Secondo alcuni […] tale momento
coincide con quello in cui il danno è liquidato e conseguentemente, per
costoro, le cause alternative ipotetiche intervenute prima della liquidazione
sono rilevanti. Altri […], invece, ritenendo che, per stabilire se il danno
lamentato dall’attore sia risarcibile, occorre aver riguardo al momento in cui
esso si verifica, riconoscono la rilevanza solo delle cause alternative
ipotetiche intervenute prima che il danno si sia prodotto”.
178 CAPITOLO III

processo di causazione del danno, si deve obliterare il decorso


causale ipotetico e compensare il danneggiato del pregiudizio
subito?
La risoluzione del problema, non banale, abbraccia diverse
questioni; ciò che qui interessa è mostrare le implicazioni legate
alla scelta di determinare il danno in uno od in un altro momen-
to.
Se si guarda al perimento dell’automobile per come si è
verificato, hic et nunc, è fuor di dubbio che l’incidente stradale
ne rappresenti la causa, la condicio sine qua non, e che, pertanto,
il giudizio di responsabilità si debba concludere con la condanna
al risarcimento di colui alla cui condotta l’incidente deve essere
imputato. Questo modo di impostare il giudizio di responsabilità
sottende una concezione reale del danno, inteso come lesione
materiale di un bene della vita. In quest’ottica il problema del
momento della stima neppure si pone: se il danno si estrinseca
nella lesione materiale di un bene, la sua valutazione economica
dovrà essere compiuta nel momento in cui la lesione stessa si
produce. Abbiamo visto come in dottrina una valutazione del
danno così caratterizzata prenda il nome di aestimatio rei.
Muovendo, al contrario, da una concezione patrimoniale del
danno, la questione del momento in cui compierne la stima
diventa centrale. Se danno c’è in quanto vi sia una differenza tra
la presumibile consistenza del patrimonio del danneggiato,
laddove l’evento dannoso non avesse avuto luogo, e la reale
entità dello stesso a seguito della lesione, la constatazione che il
pregiudizio, sotto l’azione di una causa alternativa, si sarebbe
prodotto anche in mancanza dell’evento di cui si giudica, porta
realtà e ipotesi sul patrimonio del danneggiato a coincidere57.
Sembra naturale, a questo punto, chiedersi perché risarcire il
proprietario del veicolo quando lo stesso sarebbe perito
comunque. Una riparazione accordata in quest’ipotesi non si
risolverebbe in un ingiustificato arricchimento del danneggiato?

57
Cfr. P. TRIMARCHI, Condizione sine qua non, causalità alternativa
ipotetica e danno, in Riv. trim. dir. e proc. civ., 1964, 1431 ss., in particolare
1439 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 179

Conviene ora fare un passo indietro e tornare sulla tesi per la


quale compiere l’aestimatio in relazione al momento in cui il
danno si produce darebbe sostanza ad una valutazione in astratto
e non in concreto sull’esistenza e la quantificazione del danno.
Quando si dice che al momento dell’evento dannoso sarebbe
possibile, semplicemente, formulare un’ipotesi sul danno, si fa
riferimento, in una logica patrimoniale del pregiudizio, ad
un’ipotesi su quella che sarebbe stata la consistenza del
patrimonio del presunto danneggiato in mancanza dell’evento
lesivo. Così si sostiene che anche in quella che appare l’ipotesi
più conclamata di danno, quella del danno emergente, si
debbano considerare le utilità che sarebbero, realmente, entrate
nel patrimonio del danneggiato laddove la lesione del bene non
avesse avuto luogo.
Si pensi al caso della distruzione dell’unica copia di un
importante reperto archeologico scomparso. Al tempo in cui
avviene l’azione lesiva (causa, appunto, di un danno emergente)
si può stimare che il patrimonio del danneggiato, se l’evento non
avesse avuto luogo, avrebbe continuato a ricomprendere anche
quel valore rappresentato dalla copia del reperto. Al tempo del
fatto sarebbe stato, quindi, ipotizzabile un danno, ad esempio, di
100, pari al valore di mercato che l’opera aveva in quel
momento. Immaginiamo, però, che di lì a poco fosse stato
ritrovato il reperto originale, il valore della copia, laddove
ancora esistente ed integra, si sarebbe ridotto a zero. Ancora,
pensiamo al caso in cui tempo dopo la distruzione della copia, la
dimora che la ospitava fosse stata rasa al suolo da un terremoto;
il destino della nostra sfortunata opera non sarebbe cambiato
così come non sarebbe stata diversa la consistenza del
patrimonio del danneggiato anche in mancanza dell’evento
dannoso. Ovvero consideriamo l’eventualità che, dopo il fatto
lesivo, un archeologo avesse scoperto altre copie del medesimo
reperto; la nostra, se ancora intatta, non avrebbe perduto
totalmente il suo valore che, però, sarebbe presumibilmente
scemato, poniamo da 100 a 20.
180 CAPITOLO III

Casi di questo genere dimostrerebbero la necessità di


compiere la stima del danno non in relazione al momento in cui
lo stesso si produce bensì al tempo della pronuncia giudiziale.
L’ipotesi che si può formulare al momento del danneggiamento
potrebbe, infatti, essere in seguito smentita: il patrimonio del
danneggiato che, inizialmente, si riteneva avrebbe continuato a
contare su di un valore di 100 dato dalla copia del reperto,
sarebbe stato ridimensionato proprio di 100 a prescindere
dall’evento dannoso, sia nel primo che nel secondo caso
esemplificato. Nel terzo, invece, il danneggiato avrebbe
continuato a contare sul valore dell’opera, non più però 100 ma
20, e anche così l’ipotesi iniziale, seppure meno radicalmente,
avrebbe ricevuto una smentita.
Stimare il danno al tempo in cui questo si produce, ossia
tenere ferma l’ipotesi iniziale, significherebbe fare astrazione
nella determinazione e quantificazione del pregiudizio,
allontanandosi dalla nozione di danno, concreta differenza
patrimoniale, accolta nel nostro ordinamento.
Torniamo ora alla domanda che ci eravamo posti circa la
rilevanza della causa alternativa ipotetica. Insomma, perché ri-
sarcire un danno che il titolare dell’interesse leso avrebbe in
ogni caso subìto?
Secondo Trimarchi il danno deve essere comunque
compensato perché, al tempo in cui agisce la causa alternativa, il
diritto al risarcimento è già parte del patrimonio del
danneggiato58.
Nel momento in cui il danno si produce, infatti, all’interesse
leso dall’evento pregiudizievole si sostituirebbe il diritto alla
somma che equivale al valore della diminuzione patrimoniale
subita ed in relazione a quel momento valutata. Il tempo
dell’aestimatio sarebbe quello in cui nasce l’obbligazione da
liquidare, pertanto si tratta del tempo in cui il danno si produce.
Dal momento stesso in cui sorge, il credito al risarcimento,
ancorché illiquido, è un diritto di cui il titolare può disporre, ad
esempio cedendolo o costituendolo in pegno, e della cui
58
P. TRIMARCHI, Causalità e danno, Milano, 1967, 165 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 181

attuazione corre il rischio determinato dalla possibile insolvenza


del debitore59. Non è pensabile che il creditore sia, allo stesso
tempo, esposto anche al rischio del bene perduto. Il pericolo per
il danneggiato sarebbe, in questo caso, duplice: da una parte
quello dell’inadempimento dell’obbligazione da parte del
debitore; dall’altra quello del bene in relazione al cui valore
l’oggetto della prestazione risarcitoria è determinato.
Al momento in cui il danno si produce e sorge l’obbligo di
risarcirlo, quella che sarà (in caso di danneggiamento) o che
sarebbe stata (in caso di perimento) la sorte del bene leso non è
più affare del danneggiato, sul quale già incombono i rischi del
credito nato con la funzione di compensare il danno derivato da
quella lesione. A quanto detto conseguirebbe, pacifica,
l’irrilevanza della causa alternativa60.
Vi sarebbe, però, un distinguo da operare fra l’ipotesi di
danno emergente e quella di lucro cessante. A differenza della
prima, in cui della causa alternativa ipotetica non si dovrebbe
tener conto in nessun caso, nell’ipotesi di lucro cessante, invece,
la causa alternativa avrebbe rilevanza se si verificasse dopo
l’evento dannoso ma prima del momento in cui il mancato
guadagno sarebbe stato conseguito. Fino a questo momento,
infatti, vi sarebbe non una certezza ma soltanto una probabilità

59
Cfr. J. M. PATELL, R. L. WEIL, M. A. WOLFSON, Accumulating damages in
litigation: the roles of uncertainty and interest rates, in Journal of Legal
Studies, vol. XI, June, 1982, 341 ss.
60
Spiega TRIMARCHI, op.ult. cit., 173, che “la Differenztheorie impone il
confronto fra lo sviluppo causale effettivo e quello ipotetico, il valore della
differenza è variabile col tempo; e poiché si vuole fissare un momento in cui
il danno possa venire definitivamente valutato, si è ritenuto di farlo
coincidere con quello in cui la liquidazione avviene: le cause alternative
ipotetiche intervenute prima di quel momento sono rilevanti, irrilevanti quelle
successive”. Secondo Trimarchi, al contrario, nel momento in cui il danno si
è verificato “il credito del risarcimento si sostituisce al bene perduto o al
guadagno non conseguito; fin da questo momento, il danneggiato può
valutarlo, più o meno approssimativamente, e regolarsi di conseguenza. Il
credito è già esigibile; non è liquido, ma la mancanza di liquidità, che
secondo la concezione più moderna non impedisce neppure la mora del
debitore, ancor meno potrà impedire al creditore di disporre del credito”.
182 CAPITOLO III

di danno e, quindi, se avesse luogo un evento che avrebbe fatto


mancare quella possibilità di guadagno anche a prescindere dal
fatto dannoso, di quell’evento, di quella causa alternativa di
danno si dovrebbe tenere conto.
Ciò non si porrebbe, del resto, in contrasto con la tesi della
sostituzione, al tempo in cui il danno si produce, tra l’interesse
leso ed il diritto al risarcimento, poiché in caso di lucro cessante
il danno si concretizza soltanto nel momento in cui si sarebbe
dovuto conseguire il guadagno e risulta ormai certo (o meglio
altamente probabile) che lo stesso non potrà più essere ottenuto.

3.2.1.3. Risarcimento in forma specifica e momento della


determinazione del danno

Si deve, ora, considerare che la tesi che individua il


momento della stima del danno al tempo della pronuncia della
sentenza di condanna al risarcimento è stata argomentata anche,
e forse soprattutto, in base al rilievo che il danneggiato può
ottenere dal giudice di veder tutelata la sua pretesa anche in
forma specifica61. In quest’ipotesi, la sentenza che decide sul

61
Di particolare interesse il punto di vista di NICOLÒ, op. cit., 41 ss., secondo
cui se “si tiene presente che il risarcimento in denaro deve ottenere un
risultato praticamente equivalente a quello della reintegrazione in forma
specifica, si può osservare che il danno può avere una duplice natura: esso
infatti può o consistere direttamente nella perdita o nel mancato acquisto, da
parte della vittima dell’illecito, di una somma di denaro, la cui entità è
determinata o determinabile al momento in cui ha luogo la perdita o il
mancato acquisto, ovvero consistere nella perdita (totale o parziale) o nel
mancato acquisto di un bene diverso dal danaro, rispetto al quale la somma di
danaro che viene pagata a titolo di risarcimento ha una funzione strumentale
e solo indirettamente compensativa, in quanto deve fornire al danneggiato la
possibilità pratica di reintegrare il bene oggetto della lesione o di
neutralizzare gli effetti della lesione medesima”. Nella prima ipotesi non
“pare dubbio che l’oggetto dell’obbligazione di risarcimento sia
rappresentato da quella stessa somma di denaro di cui il danneggiato è stato
privato. Per la determinazione dell’entità di tale somma va quindi tenuto
presente il momento in cui la privazione è effettivamente avvenuta, ossia il
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 183

risarcimento condanna il danneggiante debitore alla consegna di


un bene identico a quello perduto o alla prestazione di una
somma capace di permetterne l’acquisto o la riparazione.
Quindi, sia nel caso in cui il danneggiante, ottemperando
alla condanna, acquisti un bene identico a quello perduto sia
laddove presti una somma di denaro idonea a questo fine, la
reintegrazione dell’interesse leso fa riferimento al valore dello
stesso al tempo della pronuncia della sentenza o
dell’adempimento dell’obbligazione di risarcimento.
Pertanto, se tra il momento in cui il danno si è prodotto e
quello in cui si pronuncia la sentenza (o si esegue la prestazione)
il valore dell’interesse leso si sia accresciuto, il danneggiato
beneficerà di questo incremento. Poiché il risarcimento per
equivalente deve assicurare una tutela non meno intensa della
reintegrazione in forma specifica e questa consente al
danneggiato di giovarsi del positivo mutamento del valore
dell’interesse tutelato, anche la riparazione per equivalente deve
portare al conseguimento del medesimo risultato, che si ottiene
stimando il danno al momento della pronuncia della sentenza di
condanna.
Nella tesi che individua nel modo di riparazione del danno
in forma specifica un argomento per sostenere, nel quadro della
tutela per equivalente, l’aestimatio al tempo della sentenza, si
può riconoscere l’idea che il danneggiato conservi, fino al
formarsi del giudicato di condanna, un diritto al bene leso e che,
quindi, la sostituzione tra l’interesse pregiudicato ed il credito al
risarcimento avvenga soltanto con il giudicato.
Questo modo di intendere la situazione giuridica che si crea
a seguito dell’evento dannoso è opposto a quello dei sostenitori
della tesi che individua nel tempo in cui il danno si produce il

momento in cui il danno si è verificato”. Invece, nell’ipotesi in cui il danno


consiste nella perdita o nel mancato acquisto di un bene diverso dal denaro
sarebbe sicuro che “la somma di denaro che deve essere pagata al creditore
sia quella necessaria e sufficiente, al momento del pagamento (o al momento
della sentenza, se la liquidazione viene fatta in sede giudiziale), per riparare il
danno verificatosi nella sfera patrimoniale del creditore”.
184 CAPITOLO III

momento rilevante per procedere alla sua determinazione e


valutazione. Nel momento in cui il danno si produce, infatti, il
diritto al risarcimento prenderebbe il posto del diritto (o
interesse) leso, e, pertanto, è in relazione a questo momento che
si dovrebbe determinare l’oggetto della prestazione riparatoria,
individuando la somma che esprima il valore del pregiudizio.

3.2.2. Il momento della determinazione del danno da


inadempimento

Il ragionamento sin qui svolto per il danno extracontrattuale


vale anche per il danno da inadempimento, salvo che, in questo
caso, tra coloro che non ritengono quello della sentenza il
momento rilevante per valutare il danno, si registra una gamma
più ampia di opinioni circa il tempo dell’aestimatio62.
Le differenti tesi giocano tutte sulla differenziazione dei casi
in cui un interesse del creditore alla prestazione inadempiuta è
ancora ravvisabile da quelli in cui, al contrario, vi è oramai, per
necessità o per scelta, soltanto la pretesa di una tutela
risarcitoria. Da una parte, vi sono le ipotesi in cui il creditore
chiede l’esecuzione in forma specifica della prestazione non
eseguita puntualmente o il creditore-contraente fedele chiede la
manutenzione del contratto. Dall’altra, si tratta dei casi in cui il
creditore chiede il risarcimento del danno, perché la prestazione
è divenuta impossibile per causa imputabile al debitore, o il
creditore-contraente fedele chiede il risarcimento del danno e la
risoluzione del contratto.
Laddove sia domandata l’esecuzione coattiva dell’ob-
bligazione o la manutenzione del contratto e il debitore non
62
Ritiene, coerentemente, che anche il danno da inadempimento si determini
al momento della pronuncia giudiziale TEDESCHI, Il momento della
determinazione del danno cit., 239 ss. Nello stesso senso BIANCA,
Dell’inadempimento delle obbligazioni cit., 318 ss. V. in questo senso, in
riferimento al momento della stima del danno da risoluzione, l’ampia analisi
di A. LUMINOSO, Il momento da prendere a base per la determinazione e la
stima del danno da risoluzione, in Resp. civ. e prev., 1989, 1067 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 185

ottemperi alla sentenza di condanna, il danno da inadempimento


andrebbe stimato in relazione al momento della pronuncia
giudiziale63. Laddove, al contrario, non sussista più un interesse
del creditore alla prestazione, l’aestimatio, secondo alcuni,
dovrebbe avvenire al momento della scadenza dell’ob-
bligazione64, secondo altri al tempo in cui l’adempimento sia di-
venuto impossibile e, pertanto, in caso di domanda di risolu-
zione per inadempimento o di risoluzione di diritto, al momento
della domanda giudiziale o del verificarsi della causa di risolu-
zione65.
L’idea di fondo è che il danno andrebbe valutato nel
momento in cui al credito alla prestazione si sostituisce il credito

63
Cfr. L. MENGONI, Inadempimento delle obbligazioni, in Temi, 1946, 566
ss., e in particolare 579 ss.; D. BARBERO, Sistema del diritto privato italiano,
II, Torino, 1962, 75.
64
Cfr. F. CARNELUTTI, Nuove osservazioni sul rischio del cambio in caso di
inadempimento del debito in moneta estera, in Riv. dir. comm., 1929, I, 46
ss., secondo cui “con il risarcimento il creditore ottiene un equivalente di ciò
che gli era dovuto; e poiché la equivalenza, almeno per le cose che mutano di
valore, deve riferirsi a un momento del tempo, conviene aggiungere: un quid
rappresentante il valore di ciò che era dovuto nel momento in cui l’obbligo
doveva adempiersi. Appunto la possibilità delle variazioni di valore nel
tempo è una delle ragioni, per cui le due sanzioni possono offrire al creditore
un diverso vantaggio: sotto questo aspetto giova più l’esecuzione quando il
valore della cosa, medio tempore, sia aumentato; giova più il risarcimento nel
caso opposto. Anche da questo lato si spiega la libertà di scelta, che l’art.
1165 cod. civ. lascia al creditore, tra la risoluzione del contratto e
l’esecuzione”, 47; NICOLÒ, op. cit., 51 e 52.
65
Cfr. MENGONI, op. cit., 580; BARBERO, op. cit., 77.
MANN, loc. ult. cit., distingue, sostanzialmente, due casi: “(1) It remains
appropriate for the claim to be valued as at the date of the breach where (a)
substitute performance is readily available in the market concerned and (b) it
is reasonable to expect the claimant to access that market in the appropriate
manner. Under such circumstances, it may be unjust to the defendant to value
the claim at a later date, for the claimant would have failed in his obligation
to mitigate his loss. (2) If there is no readily available market for the items
concerned […] then damages should be assessed as at the date of judgment.
[…] This approach may, of course, favour the defendant if the price of the
goods concerned has fallen by the time judgment is given, but it is consistent
with the overriding principles of compensation and restitution”.
186 CAPITOLO III

al risarcimento, cambia semplicemente, nell’opinione dei singoli


autori, il tempo in cui si ritiene ciò avvenga66.
Vi è, infine, chi considera il danno debba essere stimato nel
momento in cui si produce (che potrebbe non coincidere né con
quello della scadenza dell’obbligazione, né con quello della
domanda di risoluzione e via dicendo)67.

66
Secondo NICOLÒ, op. cit., 52, “se si pone mente al fatto che, verificatosi
l’inadempimento in senso stretto, è preclusa da quel momento la possibilità,
sia per il creditore sia per il debitore, di rispettivamente chiedere ed eseguire
la prestazione in forma specifica e che perciò, a seguito della estinzione
dell’obbligazione primaria (e non si può dubitare che qui si abbia una vera e
propria estinzione di essa), l’obbligazione di risarcimento, che sorge al posto
di quella, deve servire a reintegrare la perdita che consegue al definitivo venir
meno dell’aspettativa della prestazione in forma specifica, si deve, a mio
parere, concludere che in quel momento il diritto del creditore al risarcimento
si è definitivamente consolidato nell’equivalente pecuniario del suo sacrificio
e non deve subire alcuna ulteriore modificazione”. DE CUPIS, op. cit., 364,
nota 62, ritiene che alla tesi di Nicolò “sembra potersi opporre che, nel
momento in cui viene definitivamente meno l’aspettativa alla prestazione, il
creditore comincia (solamente comincia) a subire un danno proporzionato
alla misura (che è suscettibile di evoluzione) dell’interesse corrispondente
alla stessa prestazione. Modificata nel suo oggetto (trasformato in prestazione
risarcitoria), l’obbligazione assicura al creditore una utilità equivalente a
quella, sacrificata, della prestazione originaria; e tale equivalenza va intesa
alla stregua degli sviluppi propri della utilità sacrificata. Il danno che il
giudice ha davanti a sé, nel momento in cui procede alla sua liquidazione,
corrisponde a quella che nello stesso momento sarebbe stata, per il
patrimonio del creditore, l’utilità della prestazione già dovuta dal debitore: è
questo danno, così inteso, che va risarcito, se si vuol mantenere ferma la
funzione reintegratrice del risarcimento”.
67
FERRI, loc. ult. cit.; G. VALCAVI, Il tempo di riferimento nella stima del
danno, in Riv. dir. civ., 1987, II, 44, 61, 63 ss.
Il momento in cui il danno si produce non si identifica, necessariamente, con
quello dell’inadempimento (o di un’altra causa di risoluzione). Il pregiudizio
del creditore si concretizzerà, ad esempio, non con la mancata esecuzione
della prestazione attesa, ma nel momento in cui questi, per procurarsi altrove
la cosa dovuta, dovrà sopportare un esborso maggiore di quello programmato
con il contratto.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 187

3.2.3. La determinazione del danno al momento in cui lo stesso


si produce contrasta con il criterio dell’id quod interest e
integra un’aestimatio rei: confutazione

Abbiamo visto che il principale argomento usato, in varie


forme, dai sostenitori della tesi secondo cui il danno andrebbe
stimato al momento della sentenza, è che la scelta di un
momento diverso, come quello in cui il danno si produce,
darebbe sostanza ad una valutazione astratta del pregiudizio, non
porrebbe cioè il danneggiato nella condizione nella quale lo
stesso si sarebbe trovato in mancanza dell’evento dannoso.
Esamineremo ora la fondatezza delle ragioni per cui
un’aestimatio al momento del verificarsi del danno non
porterebbe al conseguimento di questo risultato, pertanto alla
realizzazione della funzione della tutela risarcitoria.
Nell’ipotesi in cui, nel tempo che intercorre dal danneg-
giamento alla sentenza, vi fosse un aumento di valore dell’in-
teresse leso, una stima dello stesso al momento della produzione
del danno determinerebbe una quantificazione della prestazione
risarcitoria incapace di soddisfare la sua funzione compensativa.
Non tenendo conto della variazione in positivo del valore
dell’interesse tutelato, la stessa, infatti, non sarebbe in grado di
reintegrare il patrimonio del danneggiato nello stato in cui
questo si sarebbe trovato, al momento della sentenza, laddove
l’evento dannoso non avesse avuto luogo. In altre parole, se il
bene perduto aumenta di valore cresce la differenza patrimoniale
e questa crescita deve influire sulla quantificazione del
risarcimento, in caso contrario si minerebbe la funzione
compensativa dello stesso.
Dati i presupposti sulla base dei quali è formulata, questa
conclusione è condivisibile. Il problema, però, è proprio
rappresentato dall’accettazione dei presupposti del ragiona-
mento. È chiaro, infatti, che se la differenza patrimoniale è sti-
mata in relazione al momento della pronuncia della sentenza,
una valutazione del pregiudizio che non tenga conto
188 CAPITOLO III

dell’aumento del valore dell’interesse leso fino a questo


momento determinerebbe una quantificazione della riparazione
incapace di soddisfare la funzione compensativa della tutela
risarcitoria.
È anche chiaro, però, che questo rilievo nulla aggiunge al
discorso sull’individuazione del tempo rilevante per la stima del
danno. Se la differenza patrimoniale si calcola al momento della
sentenza, la valutazione compiuta in un momento diverso
comporterà un risultato contrario al criterio differenziale.
Perché, però, la differenza patrimoniale dovrebbe essere stimata
al momento della sentenza?
Si risponde: perché altrimenti, cioè con una valutazione del
pregiudizio al momento della produzione del danno, non del
calcolo della differenza patrimoniale si tratterebbe bensì di
un’aestimatio rei.
L’argomento non sembra convincente: se il danno si
estrinseca nella perdita di un bene (danno emergente) la stima
dello stesso integrerà sempre un’aestimatio rei, qualunque sia il
momento in cui viene effettuata.
La provocazione di Tedeschi, secondo cui il danno
emergente si risarcisce in quanto causa di lucro cessante e danno
futuro, coglie un elemento di verità nella misura in cui per
stimare il danno emergente, ad esempio la perdita di un bene, si
fa riferimento al valore di mercato dello stesso e, pertanto, al
guadagno che si conseguirebbe da una sua eventuale
alienazione. D’altra parte, però, anche laddove se ne
considerasse il valore di mercato al momento della sentenza (la
vendita del bene a quel tempo), la quantificazione del
risarcimento non cesserebbe di essere un’aestimatio rei. Senza
contare, poi, che non vi è alcuna ragione per cui ci si dovrebbe
riferire ai valori di mercato del tempo della pronuncia giudiziale
e non a quelli del momento in cui la perdita del bene si verifica.
Non è la circostanza che si stimi il danno nel momento in
cui questo si produce, invece che nel momento della pronuncia
della condanna al risarcimento, che fa prendere alla valutazione
compiuta la forma dell’aestimatio rei invece che del calcolo
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 189

dell’id quod interest. La stima del valore del bene perito sulla
base del suo prezzo di mercato integra sempre un’aestimatio rei.
La scelta, quale metodo di quantificazione del danno risarcibile,
della teoria della differenza non esclude in alcune ipotesi, come
nei casi di danno emergente, che la stima assuma questa forma.
A ben vedere, d’altra parte, l’aestimatio rei e il calcolo
dell’id quod interest non possono essere, oggi, posti in contrap-
posizione, essendo la prima parte del secondo più ampio e com-
pleto sistema di quantificazione.

3.2.3.1. La determinazione del danno al momento in cui lo


stesso si produce contraddice la teoria della differenza:
confutazione

Torniamo alla nostra questione del perché la stima dovrebbe


avvenire al momento della sentenza.
Altra risposta, variante sul tema della prima, è che una
determinazione del danno nel momento in cui lo stesso si è
prodotto esprimerebbe una semplice stima dell’interesse leso e
non una valutazione globale delle conseguenze dell’evento
dannoso sul patrimonio del danneggiato, risultato che sarebbe,
invece, garantito da un’aestimatio al momento della sentenza.
Anche questo argomento non sembra, però, persuasivo.
Confonde, infatti, l’accadimento che è esito del decorso causale
innescato dall’evento dannoso con la variazione della sua misura
(cioè del suo prezzo), elemento di per sé non ricollegabile al
fatto fonte di responsabilità.
In altre parole, l’obbligazione risarcitoria deve essere
quantificata in modo da compensare la differenza (in negativo)
tra quella che sarebbe stata la consistenza del patrimonio del
danneggiato in mancanza dell’illecito e quella che è a seguito
dello stesso, attraverso la determinazione di tutti i danni causati
dalla condotta lesiva, anche quelli prodottisi a distanza di tempo
dal primo procedere del decorso causale.
190 CAPITOLO III

Per determinare e valutare tali danni non è affatto necessario


portare l’aestimatio al momento della pronuncia della sentenza,
tale determinazione e valutazione potrà avvenire nel momento in
cui ogni singolo danno (emergente o lucro cessante) si produce.
Il tempo della stima sarà quello in cui viene meno un’utilità già
presente nel patrimonio del danneggiato (danno emergente),
ovvero quello in cui il danneggiato avrebbe realizzato un
guadagno verso il quale aveva maturato un’aspettativa (lucro
cessante).
La quantificazione della differenza patrimoniale si otterrà,
così, a seguito delle varie stime operate, come un giudizio
generale nutrito da differenti valutazioni singolari (che, poi,
ciascuna integri o meno un’aestimatio rei dipenderà dal fatto
che il pregiudizio consista o meno nella lesione dell’interesse su
di un bene).
La determinazione del pregiudizio al momento del suo
prodursi non contrasta con la nozione di danno accolta nel
nostro ordinamento, fondata sulla teoria della differenza
patrimoniale. La scelta di questo tempo per effettuare
l’aestimatio non implica, infatti, una valutazione astratta del
pregiudizio proprio perché non manca di considerare tutti i
danni, conseguenza dell’evento dannoso, che si siano prodotti
fino al momento della pronuncia della condanna al risarcimento.
La differenza con una stima del danno condotta in relazione a
tale (ultimo) momento risiede nel fatto che, perseguendo tale
soluzione, non solo si tiene conto di tutti gli effetti lesivi
verificatisi ma anche della variazione nel tempo del valore di
mercato dei corrispondenti interessi.
L’accoglimento della teoria della differenza patrimoniale
quale criterio di quantificazione del danno risarcibile non
implica, quindi, né che l’aestimatio avvenga in relazione al
momento della sentenza e, in conseguenza di ciò, neppure che si
tenga conto dell’evolversi della valutazione di mercato
dell’interesso leso dal tempo in cui si verifica l’effetto lesivo (e
si procede a determinarne l’entità) al tempo in cui si forma il
giudicato di condanna alla riparazione.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 191

Nella tesi che individua nella pronuncia della condanna


giudiziale al risarcimento il riferimento temporale per il
compimento della stima del danno, si può cogliere una
contraddizione tra l’obbiettivo perseguito e gli argomenti che
dovrebbero motivarne il raggiungimento. Da una parte, infatti, si
considera la soluzione della stima alla sentenza come l’unica in
grado di garantire un esito del giudizio di responsabilità e,
specificamente, una quantificazione del risarcimento conforme
alla concezione patrimoniale del danno accolta nel nostro
ordinamento. Dall’altra, però, si critica la tesi che vuole
l’aestimatio al momento del danno evidenziando, in particolare,
come questa scelta depotenzierebbe l’efficacia compensativa
della tutela per equivalente, a fronte del possibile apprezzamento
nel tempo dell’interesse tutelato.
Insomma, ci si ispira ad una concezione patrimoniale del
pregiudizio ma si sostiene la necessità di seguire l’andamento
del mercato dell’interesse pregiudicato sino al momento della
pronuncia sulla pretesa risarcitoria. Si propugna una concezione
patrimoniale del danno muovendosi, però, in una logica reale.
Nell’ipotesi di pregiudizio che si estrinseca nella perdita di un
bene (caso in cui più evidente è la riflessione che si sta
conducendo), emerge nitidamente l’idea che il diritto del
danneggiato non abbia quale contenuto tanto la compensazione
della perdita patrimoniale subita quanto il bene stesso, o meglio
quella somma che ne consenta la reintegrazione nel patrimonio.

3.2.4. La possibilità per il danneggiato di chiedere la


reintegrazione in forma specifica impedisce la determinazione
del danno al momento in cui lo stesso si produce: confutazione

Ciò trova chiara conferma nell’uso che viene fatto del


confronto tra risarcimento per equivalente ed in forma specifica.
La stima al momento della sentenza è, infatti, motivata in
particolare con la necessità che la tutela per equivalente
garantisca al danneggiato un risultato analogo a quello
192 CAPITOLO III

assicurato dalla tutela specifica. I termini del ragionamento sono


stati già illustrati, se ne vaglierà ora la fondatezza.
L’aestimatio del danno, nella tutela per equivalente,
dovrebbe avvenire al momento della sentenza per garantire al
danneggiato una riparazione di intensità uguale a quella che
riceverebbe da una reintegrazione in forma specifica. Prima di
verificare se la tutela specifica possa realmente costituire un
parametro sulla base del quale conformare la compensazione per
equivalente, sembra utile chiedersi se ed in quali termini si
ponga, in relazione al risarcimento di cui all’art. 2058, la
questione del momento della stima del danno.
Cominciamo con il distinguere il danno inteso nella sua
materialità, come lesione fisica di un bene della vita, dal danno
riguardato come differenza che, a causa di quella lesione, si sia
determinata nel patrimonio del danneggiato tra quella che
sarebbe stata la consistenza dello stesso, ad un determinato
momento, laddove non vi fosse stata l’azione del fatto dannoso,
e quella che ne è la consistenza nel tempo considerato,
verificatosi l’evento pregiudizievole.
Se si guarda al danno come lesione materiale di un bene
della vita, non si può che avere riguardo al momento in cui la
lesione stessa si è prodotta per determinare le conseguenze del
fatto dannoso: la misura dell’alterazione materiale di un bene
non è influenzata dal mutevole andamento del mercato. Non che
una lesione materiale non possa aggravarsi (più difficile, invece,
che si ridimensioni), ma l’aggravamento è la manifestazione
della reale entità della conseguenza dell’evento pregiudizievole,
pertanto è in questo momento (quello dell’aggravamento) che
deve considerarsi realmente prodotto il danno (in tutte le sue
potenzialità).
Al contrario, se si guarda al danno come differenza
patrimoniale, la scelta del momento dell’aestimatio diventa,
come abbiamo visto, ben più complessa. Si deve considerare,
infatti, che il bene leso ha un prezzo soggetto a variazioni, che
dipendono dagli scambi di cui i beni appartenenti alla medesima
categoria sono fatti oggetto, e a seconda, perciò, che si scelga
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 193

l’uno o l’altro momento per operare quella valutazione ipotetica


sull’entità del patrimonio del danneggiato in mancanza
dell’evento dannoso, l’esito della stessa è soggetto a notevoli
variazioni.
La differenza, quindi, tra una valutazione reale e una
patrimoniale del danno sta nel fatto che, nella seconda, la
variazione del valore del bene leso (dell’entità del danno) dal
momento in cui lo stesso si è prodotto ad un momento
successivo non può considerarsi manifestazione del compiersi
delle conseguenze del decorso causale, bensì semplicemente
come espressione della variabilità della valutazione di mercato
del bene da stimare. Icasticamente si potrebbe dire che non è la
stima che segue il danno ma il danno che segue la stima.
In altre parole, quel cespite patrimoniale che in un momento
t (quello del prodursi del danno) ha prezzo x, in un momento
successivo t2 può veder crescere il proprio valore a 3x per poi,
in un ipotetico momento t3, deprezzarsi a 2x. Ciò che si vuole
dire è che, invece, un mutamento della lesione materiale del
bene è legato allo sviluppo del decorso causale (innescato dal
fatto dannoso), e, quindi, seguire le variazioni del manifestarsi
della lesione materiale ha il senso di determinare il momento in
cui il danno si produce nella sua pienezza.
In una concezione reale del danno, infatti, il mutamento
dimensionale dell’entità dello stesso esprime il pieno compiersi
del decorso causale dopo una sua prima manifestazione iniziale:
il momento in cui la lesione si aggrava è, nuovamente, momento
della produzione del danno (rispetto ad un primo momento di
produzione del danno). Lo stesso significato non si può dire
abbia il seguire il mercato del bene danneggiato o distrutto: ad
ogni differente momento d’osservazione prescelto cambia
l’entità della stima, senza che vi sia un criterio per stabilire
quale sia la valutazione che più delle altre esprima la portata
delle conseguenze dell’evento dannoso68. Ad un diverso
momento corrisponde una differente stima, la scelta del
momento della stima determina il contenuto della stessa.
68
V. infra nota 74.
194 CAPITOLO III

Pensiamo, ora, al possibile contenuto dell’ordine risarcitorio


ex art. 2058: la prestazione di un bene identico a quello perduto,
la riparazione del bene leso, ovvero la dazione di una somma in
grado di permettere al danneggiato la sostituzione o la ripa-
razione (o di compensarlo nel caso egli abbia, autonomamente,
provveduto all’una o all’altra).
Il risarcimento in forma specifica ha la funzione di
reintegrare il danneggiato di un valore d’uso, perduto a causa
della distruzione o della lesione del bene provocata dall’evento
pregiudizievole. L’oggetto della riparazione è determinato in
base ad una stima reale del danno, che definisce l’entità della
lesione cui reagire per ripristinare la funzione d’uso
compromessa. Il fatto che le conseguenze dell’evento dannoso
siano eliminate dal danneggiato (poi compensato dal danneg-
giante) e non direttamente da quest’ultimo, non cambia il para-
metro che fissa l’oggetto della reintegrazione, rappresentato
dalla stima reale del danno.
Che ruolo ha, in questo quadro, quella che potremmo
definire la stima patrimoniale del danno?
Ex art. 2058, se la reintegrazione in forma specifica risulta
eccessivamente onerosa per il debitore, il giudice può disporre
che il risarcimento avvenga solo per equivalente. La stima
patrimoniale del danno, criterio di quantificazione della tutela
per equivalente, svolge, in questo caso, la funzione di semplice
parametro nel giudizio sull’eccessiva onerosità della tutela
specifica. Il momento in relazione al quale la stima patrimoniale
del danno andrà effettuata sarà quello in cui il danneggiato abbia
sostituito o riparato il bene leso ovvero quello in cui la
riparazione o la sostituzione siano compiute dal danneggiante.
Come si è rilevato, coloro che sostengono l’aestimatio al
momento della sentenza supportano la loro tesi con la
considerazione che, con la tutela specifica, il danneggiato
riceverebbe un bene sostituto di quello perduto per il suo valore
al momento della pronuncia giudiziale. Come si vede,
nell’ipotesi in cui sia stato il danneggiato a provvedere
all’eliminazione delle conseguenze dell’evento dannoso, il
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 195

momento della stima patrimoniale, in relazione al quale ha


luogo il confronto fra le due forme di tutela, tenderà ad essere
diverso da quello della pronuncia giudiziale. Lo stesso, a rigore,
dovrebbe potersi dire anche per il caso in cui sia il danneggiante
a porre in essere la reintegrazione. In quest’ipotesi, però, non si
potrà aver riguardo al momento in cui il danneggiante ponga
effettivamente in essere la reintegrazione (in quanto successivo
alla celebrazione del processo), ma si dovrà considerare quello
in cui il giudice ne pronunci la condanna.
In caso di risarcimento in forma specifica, quindi, il
problema della scelta del momento rilevante in cui compiere
l’aestimatio (patrimoniale) non si pone, conta soltanto il tempo
in cui venga operata la sostituzione o la riparazione del bene
leso. Ciò non suscita meraviglia, nel quadro di questa forma di
tutela, infatti, è naturale che l’aspetto patrimoniale, il valore di
mercato del bene, sia subordinato all’aspetto reale, al valore
d’uso del bene, oggetto della reintegrazione.
Il riferimento al valore di mercato del bene leso è
chiaramente ancillare, non vi è una questione sul momento in
cui stimarlo, che sarà per forza di cose quello in cui avviene la
reintegrazione o quello della sentenza (per la ragione esposta), e
lo stesso riferimento alla stima patrimoniale avrà puramente la
funzione di consentire il giudizio ex art. 2058 2° comma,
finalizzato alla decisione sulla forma di tutela di accordare al
danneggiato nella fattispecie concreta.
In conclusione, il fatto che nell’ipotesi di risarcimento in
forma specifica il momento della stima patrimoniale del danno
possa coincidere con quello della pronuncia della condanna
giudiziale, non è un argomento che può essere utilizzato per
sostenere, in relazione al risarcimento per equivalente, che il
momento dell’aestimatio debba coincidere con quello della
sentenza. Il tempo della stima patrimoniale del danno, in caso di
risarcimento in forma specifica, segue le rationes proprie di
questa forma di tutela in cui, al contrario, è centrale la stima
reale del pregiudizio.
196 CAPITOLO III

Nel nostro ordinamento, a fronte di un unico evento


dannoso, vi sono due possibili modelli e modi della riparazione:
uno per equivalente pecuniario, principale e prioritario69, l’altro
in forma specifica. Sono modi di reazione al pregiudizio che
guardano al danno in modo differente, nel primo come
differenza patrimoniale negativa, nel secondo come compromis-
sione di un valore d’uso70; hanno coerentemente una funzione
diversa, nell’uno la compensazione della diminuzione
patrimoniale, nell’altro la reintegrazione della funzione d’uso
perduta; muovono da una stima del danno differentemente
orientata, stima reale versus stima patrimoniale; si quantificano,
qualora abbiano entrambi ad oggetto una somma di denaro, in
modo diverso (art. 2058 2° comma)71.

69
Cfr., per tutti, SALVI, Il danno extracontrattuale cit., 38 ss.
70
Di contrario avviso C. CASTRONOVO, Il risarcimento in forma specifica
come risarcimento del danno, in Processo e tecniche di attuazione dei diritti
cit., 481 ss., secondo cui “l’alternatività rispetto al risarcimento per
equivalente, con la quale il r.f.s. è introdotto dall’art. 2058, non consente del
resto di ritenere che diverso sia il danno da risarcire, ma impone invece di
pensare al danno come a una lesione giuridica una volta per tutte definita, le
cui conseguenze materiali potranno di volta in volta trovare risoluzione nel
mezzo risarcitorio che il danneggiato riterrà di scegliere. Tale conclusione è
imposta, oltre tutto, dall’art. 2043 il quale ponendo il danno ingiusto quale
elemento oggettivo della fattispecie generale dell’illecito, cui, nel rispetto del
meccanismo previsto dall’art. 2058, si potrà reagire con l’uno o l’altro
rimedio risarcitorio, impone di qualificarlo requisito unitario che non
consente distinzioni, per di più imposte dall’esterno come accadrebbe se il
danno risarcibile fosse inteso alla maniera di funzione, come tale variabile,
del rimedio risarcitorio di volta in volta prescelto. Una prospettiva del genere
[…] appare viziata da un’inversione logica in quanto deriva l’essenza di un
fenomeno da presunte differenze di conseguenze laddove solo un’accertata
diversità del fenomeno può giustificare la diversità delle conseguenze”, 500.
71
Cfr. A. D’ADDA, Il risarcimento in forma specifica. Oggetto e funzioni,
Padova, 2002, in particolare 121 ss., che, al termine di una lunga analisi sul
problema della maggiore onerosità della tutela specifica rispetto a quella per
equivalente, conclude: “È a questo punto chiaro il modello risarcitorio che ci
sembra più rispondente alle scelte normative operate dal nostro legislatore.
Quest’ultimo, disciplinando sul modello tedesco il risarcimento in forma
specifica a fianco della compensazione del danno per equivalente, ha inteso
provvedere alla tutela del soggetto danneggiato in due modi: garantendogli la
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 197

Quanto detto mostra l’errore sotteso all’opinione secondo


cui l’aestimatio, nel risarcimento per equivalente, dovrebbe
avvenire al momento della sentenza poiché, in caso contrario, al
danneggiato verrebbe garantita una riparazione meno intensa di
quella assicurata dalla tutela specifica, che comporterebbe la
prestazione di un bene identico a quello perduto per il suo valore
al tempo della pronuncia. La quantificazione del risarcimento,
nella tutela per equivalente, non deve essere parametrata alla
tutela specifica; al contrario è il risarcimento in forma specifica
che sarà accordato al danneggiato solo alla condizione che non
si riveli eccessivamente oneroso per il debitore rispetto a quello
per equivalente. Questo non deve garantire la medesima tutela
della reintegrazione di cui all’art. 2058, perché garantisce una
tutela, e soddisfa una funzione, differenti, la cui realizzazione

scelta tra la tutela dell’interesse a conservare il proprio patrimonio nella


consistenza che avrebbe avuto senza l’accadimento lesivo e la salvaguardia
dell’integrità dei singoli beni distrutti od alterati dalla condotta illecita. E,
poiché la soddisfazione dei diversi interessi impone di frequente oneri diversi
per il danneggiante, il nostro sistema di responsabilità civile consente anche
condanne risarcitorie diversamente quantificate. […] È quindi alla luce di
questa facoltà concessa al danneggiato che si spiega la nozione di “eccessiva
onerosità” di cui al capoverso dell’art. 2058 c.c. Se infatti, nel caso di danno
materiale o «concreto», due sono le vie di tutela concesse all’offeso; se tale
duplicità di tutela si spiega con i diversi interessi sorti in capo al danneggiato
a seguito dell’accadimento dannoso; se ancora si considera che la rilevanza
normativa dei due diversi interessi dell’offeso postula il rilievo di due diverse
nozioni di danno; allora appare comprensibile perché a fronte del medesimo
accadimento pregiudizievole possano seguire condanne risarcitorie diverse,
perché volte a soddisfare interessi diversi, quanto ad onerosità per il
danneggiante. E poiché di frequente la riparazione in natura ha ad oggetto le
somme di denaro necessarie alle opere di reintegrazione – da effettuarsi
ormai a cura dell’offeso – si comprende perché il risarcimento pecuniario in
forma specifica sia sovente condanna che pur avendo sempre ad oggetto
somme di denaro, si distingue da quella (per sua natura pecuniaria) volta al
risarcimento per equivalente”, 204 e 205. V., nello stesso senso, SALVI, Il
danno extracontrattuale cit., 33 ss.; ID, Il risarcimento del danno in forma
specifica cit., in particolare 590 ss.
198 CAPITOLO III

può anche essere, e spesso sarà, più conveniente per il debitore


di quella della riparazione in forma specifica72.
Infine, per pignoleria, si deve anche precisare che non
sempre la tutela specifica comporta la reintegrazione di una
funzione d’uso per il suo valore al momento della sentenza. È
risarcimento in forma specifica anche la prestazione della
somma che il danneggiato abbia speso, anche in un tempo
prossimo all’evento lesivo e lontano da quello della pronuncia,
per eliminarne le conseguenze dannose. Si tratta di tutela
specifica perché la somma spesa dal danneggiato, rimborsata poi
dal danneggiante, è determinata in funzione della reintegrazione
di un valore d’uso.

3.2.5. Prestazione risarcitoria e situazione di mora: il danno si


determina al momento in cui lo stesso si produce

Sin qui abbiamo esaminato il perché né la concezione


patrimoniale del danno, né la teoria della differenza, né la
necessità di determinare e stimare tutte le conseguenze
dell’evento dannoso, né il paragone tra tutela per equivalente e
tutela in forma specifica, impongano una stima del danno al
momento della pronuncia di condanna al risarcimento.
Non abbiamo, però, spiegato ancora, se non indirettamente,
perché il danno dovrebbe essere stimato in relazione al momento
72
Cfr. R. SCOGNAMIGLIO, Il risarcimento del danno in forma specifica, in
Riv. trim. dir. e proc. civ., 1957, 201 ss., in particolare 240 ss.
Contra C. CASTRONOVO, La nuova responsabilità civile, Milano, 2006, 826,
che scrive: “Ritenere cioè che le spese necessarie alla reintegrazione in forma
specifica possano essere diverse dal quantum di danno risarcibile per
equivalente significa non intendere che il risarcimento, quale che ne sia la
forma, non può che reintegrare la sfera giuridica del danneggiato, pregressa
ed eventuale, nello stato in cui si sarebbe trovata ove l’illecito non si fosse
verificato. Ne consegue che il costo delle opere materiali per realizzare tale
risultato, se può essere inferiore al costo del danno – nel qual caso sarà
necessaria la combinazione, per il residuo, con il risarcimento per equivalente
– non potrà mai essere superiore, perché un risarcimento che sia superiore al
danno da risarcire è una contraddizione in termini”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 199

in cui lo stesso si produce. La ragione risiede nella presenza di


alcuni indici nelle norme e nel sistema che, univocamente,
conducono a questa soluzione.
L’art. 1173 ci dice che, oltre che dal contratto e da ogni altro
atto o fatto idoneo a produrle, le obbligazioni derivano da fatto
illecito. Non basta, però, che si verifichi la lesione di un diritto o
di un interesse che l’ordinamento reputi meritevole di tutela
perché l’illecito sia fonte di un’obbligazione risarcitoria73. Già la
semplice lettura delle norme di cui agli artt. 1223 (la perdita
subita e il mancato guadagno sono risarcibili in quanto
conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento o del
ritardo), 1225 (il risarcimento è limitato al danno che poteva
prevedersi), 1226 (se il danno non può essere provato nel suo
preciso ammontare), 1227 (se il fatto colposo del creditore ha
concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito
secondo […] l’entità delle conseguenze che ne sono derivate),
2043 (qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un
danno ingiusto), 2046 (non risponde delle conseguenze del fatto
dannoso chi non aveva la capacità di intendere o di volere),
scevra da qualsiasi concettualizzazione, ci rende noto che
accanto alla lesione del diritto o dell’interesse meritevole di
tutela, come sua conseguenza, deve essersi prodotto un danno,
nozione come abbiamo visto variamente definibile e
concepibile.
L’illecito di cui all’art. 1173 darà origine ad un’ob-
bligazione (avente funzione risarcitoria) nel caso e nel momento
in cui produca, quale conseguenza immediata e diretta, un
danno74. La fondamentale disposizione dell’art. 1219 2° comma

73
V. S. RODOTÀ, Il problema della responsabilità civile, Milano, 1964, 107
ss.
74
Il linguaggio usato è volutamente semplificatorio. Rileva REALMONTE, op.
cit., 85 e 86, che “qualora si prenda in considerazione il pregiudizio
consistente nella perdita o nella diminuzione di valore del bene stesso, non si
tarda a scorgere come esso non sia una realtà del mondo esteriore che si
aggiunga all’evento naturalistico e dal quale possa dirsi causata. […] Non è
per nulla esatto ritenere che intercorra un rapporto di causalità tra questi
eventi [cioè il perimento o il deterioramento di un bene, n.d.r.] e la perdita del
200 CAPITOLO III

n.1 stabilisce, poi, che la costituzione in mora non è necessaria


quando il debito deriva da fatto illecito (lo stesso fonte di
obbligazioni ex art. 1173).
Il quadro è completo: nel momento in cui il danno si
produce nasce l’obbligo di risarcirlo ed in quello stesso
momento la prestazione del risarcimento (in una concezione
patrimoniale del pregiudizio) dovrebbe compensare la differenza
negativa determinatasi, nel patrimonio del titolare dell’interesse
leso, quale conseguenza dell’evento dannoso.
Nel momento in cui il danno dovrebbe essere compensato
deve anche essere stimato. Il fatto che, concretamente, il risarci-
mento venga prestato in un momento successivo (probabilmente
successivo anche ad una sentenza di condanna avente questo
oggetto) non cambia le cose, poiché la differenza patrimoniale
negativa che si produrrà quale conseguenza della mora del
debitore dovrà, a sua volta, essere compensata ex art. 1224 1° e
2° comma.
Avendo la mora i caratteri di un illecito permanente, il
danno, conseguenza del ritardo, potrà dirsi pienamente prodotto
soltanto nel momento della cessazione della situazione di mora
e, quindi, con l’adempimento dell’obbligazione primaria di
risarcimento. In relazione a questo momento potrà essere
pienamente stimato il danno causato dall’illecito secondario e
l’obbligazione secondaria di risarcimento potrà trovare
definitiva determinazione.
Dalla norma di cui all’art. 1219 2° comma n. 1 si devono
trarre tutte le implicazioni di cui la stessa è foriera: se

valore. Al contrario essa altro non è che la valutazione sul piano economico
della distruzione o del deterioramento del bene. Le modificazioni della realtà
che importano un mutamento in pejus del valore di un bene si qualificano
dannose. Nelle ipotesi prospettate il danno si risolve tutto nella portata
economica delle suddette modificazioni costituendone una qualifica. Esso, al
pari di una valutazione espressa in termini di bellezza, utilità, bontà e così
via, sta ad indicare una particolare qualità di determinate realtà del mondo
esteriore”. V, sul problema del rapporto tra evento lesivo e danno, A.
BELVEDERE, Causalità giuridica?, in Riv. dir. civ., 2006, I, 7 ss., in
particolare 17 ss.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 201

l’ordinamento considera il debitore in mora dal momento stesso


in cui il danno si produce, ciò significa non solo che da quel
momento il creditore danneggiato vanta il diritto alla
compensazione del pregiudizio subìto (argomento, del resto,
ricavabile già dagli artt. 1173 e 2043), ma anche che, in
relazione a quel momento, si cristallizza la valutazione di quel
pregiudizio.
L’idea, fra gli altri, di Carnelutti e Trimarchi che in quel
momento avvenga una sostituzione tra il diritto leso ed il diritto
al risarcimento è suggestiva, ma si attaglia bene soltanto alle
ipotesi di perimento del bene e di conseguente estinzione del
diritto sullo stesso, non anche, ad esempio, ai casi di semplice
danneggiamento in cui, obiettivamente, il credito al risarcimento
si affianca al diritto leso, che pure continua ad esistere.
Torniamo ora alla questione dell’incremento di valore
dell’interesse leso dal tempo in cui il danno si produce a quello
della sentenza. Stimando il danno nel momento in cui questo si
produce, il danneggiato non beneficerà dell’apprezzamento
dell’interesse leso e questo risultato sembra, ad alcuni, minare la
funzione di integrale riparazione del pregiudizio della tutela
risarcitoria.
Sennonché, nel momento della produzione del danno, il
danneggiato diviene titolare del credito al risarcimento, al cui
adempimento il debitore danneggiante deve immediatamente
provvedere75. Non si può pensare che il creditore possa
75
Cfr. Cass., 20 giugno 1990, n. 6209 cit. Ritiene la Corte che “nel
risarcimento per equivalente che costituisce il principale strumento per la
reintegrazione del patrimonio, occorre distinguere il danno da
inadempimento, da quello per il ritardo con cui l’indennizzo è prestato e che
hanno tra loro piena autonomia sotto il profilo concettuale e della diversa
disciplina positiva. Ciò si ricava dall’art. 1223 c.c. che prevede il
risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo usando
un’espressione avente un chiaro significato disgiuntivo e non aggiuntivo. La
diseconomia che grava sul danneggiato non va liquidata con riferimento al
valore corrente al momento della liquidazione, ma al valore del bene così
come stimato con riferimento al momento del verificarsi del danno. Il diritto
di credito del danneggiato è insensibile alle eventuali successive sorti positive
o negative del bene. Ove l’equivalente non è prestato nel momento in cui il
202 CAPITOLO III

approfittare dell’incremento di valore dell’interesse leso e, al


contempo, ricevere gli interessi ed il risarcimento del maggior
danno eventualmente subito ex art. 1224.
Se potesse ancora contare sull’interesse pregiudicato non
vanterebbe il diritto al risarcimento, se potesse beneficiare dell’
apprezzamento del bene leso non potrebbe pretendere la tutela di
cui all’art. 1224. Qualora l’obbligazione di risarcimento si fosse
estinta con il puntuale adempimento del debitore, il creditore
non si gioverebbe né dell’incremento di valore né delle somme
cui gli dà diritto l’art. 1224.
In definitiva, non ci si può chiedere come il danneggiato, in
mancanza dell’evento dannoso, avrebbe approfittato
dell’apprezzamento del bene e, contemporaneamente, come il
creditore avrebbe impiegato la somma equivalente al valore di
quell’interesse, laddove fosse stata prestata puntualmente.
Certo, seguendo questa impostazione, potrebbe accadere che
l’incremento del valore dell’interesse leso, non fruibile dal
creditore, sia superiore agli interessi ed al risarcimento dei
maggiori danni che lo stesso potrà ottenere. Questo è un rischio
che incombe sul creditore della prestazione risarcitoria. Si deve,
però, tenere conto che, a fronte di questo rischio, il creditore
potrà evitarne un altro, quello che si concretizzerebbe
nell’ipotesi in cui il valore dell’interesse leso, al posto di
crescere, subisse un deprezzamento.
Allo stesso modo, il creditore potrà evitare il rischio, ancor
più grave, rappresentato dal verificarsi di una causa alternativa
che avrebbe comunque cagionato il danno, anche in mancanza
dell’evento dannoso “grazie” al quale egli ottiene il risarcimento
di un pregiudizio che, altrimenti, avrebbe gravato sul suo
patrimonio e che, invece, così viene traslato su quello del
danneggiante.

diritto al risarcimento è sorto, si verifica la inadempienza dell’obbligazione di


prestare puntualmente l’indennizzo. La diseconomia che deriva dalla mancata
prestazione dell’equivalente, consiste nella perdita di quella “utilitas” che il
creditore avrebbe tratto dalla somma originariamente dovuta al posto del
bene perduto”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 203

Come si vede, l’aestimatio al momento del danno può


provocare degli svantaggi rispetto a quella effettuata al
momento della sentenza, come può comportare dei vantaggi,
anche notevoli. L’essenziale, in ogni caso, è che stimare il danno
in relazione al momento in cui lo stesso si produce corrisponde
al sistema di reazione al danno disegnato dal nostro
ordinamento.

3.2.6. Mora del danneggiante e interesse del danneggiato a


disporre del credito risarcitorio

Come rilevato, gli artt. 1173 e 2043 costruiscono un sistema


in cui al prodursi del danno ingiusto consegue la nascita di
un’obbligazione che ha la funzione di compensare la differenza
negativa che, in relazione a quel momento, il patrimonio del
danneggiato faccia registrare. L’art. 1219 2° comma n.1
aggiunge al sistema un ulteriore tassello: il presidio
dell’interesse del danneggiato-creditore ad ottenere
l’adempimento dell’obbligazione dovuta e, attraverso esso,
dell’interesse ad usare della somma oggetto della prestazione
risarcitoria.
Fino al momento in cui le parti non si accordino per
quantificare la somma dovuta o, come solitamente accade, fino
alla pronuncia della condanna al risarcimento, potrebbe aversi
una situazione di oggettiva incertezza sul quantum debba essere
prestato dal debitore per estinguere l’obbligazione. In mancanza
della norma dell’art. 1219 2° comma n. 1, il ritardo nella presta-
zione del risarcimento troverebbe, verosimilmente, una
giustificazione nell’illiquidità dell’obbligazione, che impedireb-
be la costituzione in mora del debitore76.

76
In generale, è dubbio se la liquidità costituisca un presupposto della mora
del debitore. V., a questo riguardo, le analisi di NATOLI, L’attuazione del
rapporto obbligatorio cit., 159 ss.; BENATTI, op. cit., 91 ss.
Considerato che la quantificazione della prestazione risarcitoria, e ancor
prima la stessa nascita di un’obbligazione avente questo oggetto, è materia di
204 CAPITOLO III

Non solo la prestazione, seppure esigibile dal momento del


prodursi del danno, entrerebbe nel patrimonio del danneggiato
soltanto dopo la pronuncia giudiziale, ma, ciò che più conta, le
conseguenze negative della mancata disponibilità della somma
dovuta rimarrebbero a carico del creditore. Nell’ipotesi che si
sta tratteggiando, l’interesse del danneggiato all’equivalente del
pregiudizio subìto rimarrebbe in secondo piano sino al tempo
della condanna al risarcimento77.
L’art. 1219, superando il principio in illiquidis non fit mora
quando il debito deriva da fatto illecito, porta, invece, questo
interesse in primo piano fin dal momento in cui il danno si
produce e sorge l’obbligo di porvi riparo.
Non si deve sottovalutare la scelta del legislatore, consi-
derandone le implicazioni limitate, semplicemente, ai modi di
costituzione in mora del debitore. Sin dal momento in cui, nel
patrimonio del danneggiato, si determina una differenza nega-
tiva ingiustificata, questi deve poter contare su quella somma
che è sì l’equivalente del pregiudizio stimato ma si configura
come una nuova utilità di cui disporre. L’art. 1219 2° comma n.
1, stabilendo l’automatica costituzione in mora del danneggiante

controversia tra le parti, chi scrive ritiene che, in mancanza della disposizione
dell’art. 1219 2° comma n. 1, il danneggiante non potrebbe essere considerato
in mora fino alla citazione in giudizio.
77
Spiega BENATTI, op. cit., 101, che “risponde ad un canone fondamentale
della vita di relazione che il patrimonio del danneggiato sia completamente
reintegrato dalle conseguenze pregiudizievoli causate dall’illecito. Questo gli
toglie la disponibilità di un bene: al suo posto l’ordinamento attribuisce un
diritto di credito verso il danneggiante. Fino a quando non è determinato
l’ammontare della somma che deve essere corrisposta a titolo di risarcimento,
il danneggiato è privato del godimento di quella somma qualora nulla gli sia
corrisposto dal danneggiante, mentre se avesse ancora la disponibilità del
bene, potrebbe ricavarne utilità e vantaggi. Proprio per evitare di porre il
soggetto leso in una situazione peggiore di quella in cui si troverebbe ove non
avesse sofferto alcun danno, l’art. 1219, comma 2°, n.1, costituisce
automaticamente in mora il danneggiante fin dal tempo del fatto illecito
indipendentemente dalla liquidità del debito, in modo da far decorrere sin da
quel momento gli interessi sulla somma dovuta per il risarcimento,
compensando il danneggiato del mancato sfruttamento della somma stessa”.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 205

che non adempie l’obbligo di compensare il danno arrecato,


pone a carico del debitore le conseguenze negative, presunte e
reali (art. 1224 1° e 2° comma), sofferte dal creditore per la
frustrazione delle nuove possibilità di intrapresa offerte dal
risarcimento.

3.2.7. Il momento della determinazione del danno nella


giurisprudenza sui debiti di valore

Conviene, ora, mettere a confronto la ricostruzione


compiuta in queste pagine con la giurisprudenza sui debiti di
valore.
Riguardo al problema della scelta del momento rilevante per
la determinazione del danno, prima facie sembra potersi regi-
strare un’assonanza fra le tesi che qui si sono sostenute e lo
schema pretorio.
La qualificazione valoristica dell’obbligazione comporta,
infatti, che il debito sia soggetto alla duplice operazione di
aestimatio e taxatio, la prima nel momento in cui il danno si
produce, la seconda al tempo della pronuncia della sentenza di
condanna al risarcimento. È vero che, come già evidenziato, la
giurisprudenza considera di valore anche le prestazioni il cui
oggetto sia stimato al momento della pronuncia giudiziale,
pertanto non ricollega la natura valoristica dell’obbligazione ad
una determinazione del suo contenuto in un determinato tempo,
come invece fa la dottrina. È anche vero, però, che la fisionomia
del debito di valore si costruisce nell’applicazione alla somma
individuata a seguito dell’aestimatio, compiuta in relazione al
momento in cui il danno si è prodotto, della tecnica della
rivalutazione in luogo della regola nominalistica.
Tanto precisato, sembrerebbe potersi concludere che i
giudici ritengono che il danno deve essere stimato in relazione al
momento in cui lo stesso si è prodotto. Il ruolo assegnato al
meccanismo della rivalutazione deve, però, indurre a maggiore
prudenza: l’orientamento della giurisprudenza sull’individua-
206 CAPITOLO III

zione del momento rilevante per la determinazione del danno


non è privo di ambiguità, sulle quali è opportuno volgere l’at-
tenzione.
Nell’ipotesi in cui, nel tempo che separa l’aestimatio dalla
pronuncia della sentenza di condanna al risarcimento, la somma
individuata come equivalente al valore del pregiudizio da
compensare perda parte del proprio potere d’acquisto, la
rivalutazione ha il compito di integrare il risarcimento del danno
emergente facendo sì che la somma attribuita al danneggiato
abbia il medesimo potere d’acquisto di quella ritenuta idonea a
riparare il pregiudizio78. Il valore della somma risarcita deve
essere lo stesso di quella stimata, perché si deve conservare
intatta (cioè non intaccata dal deprezzamento della moneta)
l’efficacia compensativa della tutela risarcitoria per equivalente
pecuniario, e perché questa deve garantire una riparazione non
meno intensa di quella che sarebbe assicurata dalla tutela in
forma specifica. Applicare alla somma stimata in relazione al
momento in cui il danno si produce il principio del valore
nominale significherebbe, in questa logica, divaricare le due
forme di protezione del danneggiato.
È necessario, ora, ritornare alle considerazioni sul ruolo
svolto dal riferimento al risarcimento in forma specifica nella
tesi che sostiene la determinazione del danno al momento della
sentenza. Una stima del danno al momento in cui lo stesso si è
prodotto discriminerebbe il danneggiato tutelato per equivalente
rispetto a quello che beneficia della riparazione in natura, non
permettendo al primo di giovarsi dell’eventuale incremento di
valore dell’interesse leso.
Riannodando i differenti discorsi, osserviamo che il
confronto fra tutela per equivalente e tutela specifica, da una
parte, viene usato per disapplicare alla somma ottenuta con
l’aestimatio al momento del danno il principio del valore nomi-
nale, dall’altra, serve a rafforzare la tesi secondo cui il danno si
determina al tempo della sentenza. Se si giustappongono questi
orientamenti, risulta chiaro come, in ogni caso, la soluzione di
78
V. supra 3.1.1.
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 207

compensare il danneggiato con la prestazione della somma


determinata in relazione al momento in cui il danno si è prodotto
non venga ritenuta accettabile. O si rivaluta la somma determi-
nata al momento del verificarsi del danno o si stima il pre-
giudizio al tempo della sentenza.

3.3. L’art. 1219 2° comma n.1 e la tutela del danneggiato

Tali alternative sono presentate dalla giurisprudenza come


equivalenti, quando, invece, portano a risultati differenti e
riflettono approcci diversi alla questione da risolvere. Il
problema è quello della tutela del danneggiato nel periodo che
separa il momento in cui il danno si è prodotto da quello in cui il
risarcimento viene prestato o, più concretamente, da quello in
cui si forma un giudicato di condanna del danneggiante alla
riparazione. Le soluzioni possibili sono sostanzialmente due:
guardare all’interesse leso ovvero alla somma che ne rap-
presenta il valore, cioè compensare il danneggiato dei guadagni
che avrebbe ottenuto laddove, in mancanza dell’illecito (pri-
mario), fosse rimasto titolare dell’interesse leso; ovvero at-
tribuirgli il rendimento che avrebbe conseguito se avesse potuto
disporre, sin dal momento del danno, dell’equivalente del no-
cumento subìto79.

79
Cfr. F. M. FISHER e R. C. ROMAINE, Janis Joplin’s Yearbook and the
Theory of Damages, in Journal of Accouting Auditing & Finance, 1990, v. 5,
n. 1/2, 145 ss., che così trattano la questione: “The violation took place at a
single point of time, time 0. It involved the destruction of an asset whose
value at that time is clearly known as Y. Hence, had damages been assessed
at time 0, an award of Y would have made the plaintiff whole. Unfortunately,
however, the processes of justice take time, and the award is to be made at
time t › 0. How (if at all) should the plaintiff be compensated for this fact?
At first glance, it may seem that the plaintiff is entitled to interest at its
opportunity costo f capital, r. After all, had the plaintiff received Y at time 0,
it would have invested the funds, receiving presumably its average rate of
return. Hence, by time t, the plaintiff would have had Yeπ, so this is the
amount that would make it whole. Another version of this argument would
208 CAPITOLO III

L’aestimatio al momento della sentenza realizza la prima


delle soluzioni indicate; la disciplina dei debiti di valore, al
contrario, dà vita ad un ibrido tra i due orientamenti che non
soddisfa le ragioni né dell’uno né dell’altro. Non compensa il
danneggiato dell’incremento di valore eventualmente fatto
registrare dal bene perduto dal momento del danno, poiché,
come si è dimostrato, con la tecnica della rivalutazione si guarda
non al mercato del bene bensì a quello della moneta80.
D’altra parte, la disciplina dei debiti di valore non realizza
neppure la seconda delle soluzioni prospettate. La combinazione
fra la rivalutazione della somma considerata equivalente al
valore del danno al momento dell’aestimatio e l’attribuzione
degli interessi compensativi sulla stessa somma, progres-
sivamente maggiorata per adeguarne il potere d’acquisto all’
inflazione, non pone, realisticamente, il danneggiato nella condi-
zione in cui si sarebbe trovato laddove avesse potuto disporre
del risarcimento sin dal momento del prodursi del danno.
Il risultato è quello che abbiamo già preso in
considerazione: una ricostruzione dell’inadempimento degli
obblighi risarcitori poco appagante da un punto di vista teorico;
l’obliterazione delle regole poste dall’ordinamento per
disciplinare questa fattispecie; nella generalità dei casi un
ingiustificato arricchimento del danneggiato.
Con la norma dell’art. 1219 2° comma n.1, il legislatore
sceglie di tutelare il danneggiato, nel tempo che intercorre
dall’illecito alla pronuncia della sentenza81, guardando ai

compensate the plaintiff at the rate it reasonably expected to earn on the


destroyed asset”, 146.
80
Il caso in cui l’evento dannoso consista nella distruzione di un bene è
quello che meglio consente di analizzare la reale funzione della tecnica della
rivalutazione, al di là delle enunciazioni della giurisprudenza. È solo per tale
ragione che si volge l’attenzione, prevalentemente, a questo tipo di illecito.
81
Nel testo si fa riferimento alla normale dinamica degli eventi, che vede
l’instaurazione di un procedimento giudiziale per l’accertamento della
responsabilità e la pronuncia di una condanna al risarcimento dei danni. Non
si può escludere che, invece, sia l’accordo tra danneggiato e danneggiante a
determinare l’oggetto della riparazione. Più preciso, quindi, è il riferimento al
I DEBITI DI VALORE: PROFILI APPLICATIVI 209

guadagni che lo stesso avrebbe conseguito laddove avesse


potuto disporre del risarcimento dal momento del danno. Si
scarta la soluzione, peraltro percorribile, di considerare i
vantaggi di cui il danneggiato si sarebbe giovato se avesse
continuato a disporre del bene, valutando, pertanto, l’eventuale
differenza negativa prodottasi nel suo patrimonio non al
momento del danno bensì al tempo della pronuncia giudiziale.
Con la norma di cui all’art. 1219 2° comma n. 1, il
legislatore impone di valutare la differenza patrimoniale
negativa prodottasi nel patrimonio della vittima in relazione non
al tempo della sentenza ma al momento in cui il danno si è
prodotto. Al tempo della sentenza, invece, dovrà essere stimata
la differenza patrimoniale negativa causata dalla mancata
prestazione del risarcimento, al verificarsi del danno, da parte
del debitore, illecito secondario che l’art. 1219 2° comma n. 1,
costituendo in mora il danneggiante, affianca all’illecito
primario. Non vi è, pertanto, alcun completamento della
riparazione del danno emergente da assicurare con la
rivalutazione, come neppure alcuna compensazione del lucro
cessante principale da realizzare con l’attribuzione di interessi
compensativi82. Il pregiudizio principale è pienamente risarcito
con la prestazione della somma determinata al tempo
dell’aestimatio, da effettuare al momento in cui ciascun danno si
è concretizzato.
La tutela del danneggiato – creditore, per il periodo che
separa il verificarsi del danno dal formarsi del giudicato sulla
domanda risarcitoria, è quella prevista dall’art. 1224 1° e 2°
comma.

tempo che separa il verificarsi del pregiudizio dalla prestazione del


risarcimento.
82
V. supra 3.1.2.
CAPITOLO IV

IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE


OBBLIGAZIONI PECUNIARIE

SOMMARIO: 4.1. Il risarcimento del danno nei debiti di valuta – 4.1.1.


L’orientamento tradizionale della giurisprudenza – 4.1.1.1. La
giurisprudenza di merito tra rivalutazione della somma dovuta e
incostituzionalità degli artt. 1224 e 1284 c.c. – 4.1.2. La perdita di
potere d’acquisto della moneta come danno emergente – 4.1.3.
Presunzioni personalizzate e presunzione di mancato guadagno
nella giurisprudenza delle Sezioni Unite – 4.1.3.1. La perdita di
potere d’acquisto della moneta come danno in re ipsa – 4.1.4. Un
nuovo intervento delle Sezioni Unite – 4.1.5. Il divieto di cumulo
tra interessi legali e rivalutazione monetaria – 4.1.6. Il
superamento dello schema delle presunzioni personalizzate per
categorie di creditori – 4.1.7. La funzione degli interessi di cui
all’art. 1224 – 4.1.7.1. Danno da mora e interessi di mercato –
4.1.8. La rilevanza giuridica della perdita di potere d’acquisto
della moneta: uno sguardo d’insieme – 4.2. Il risarcimento del
danno nelle obbligazioni pecuniarie.

4.1. Il risarcimento del danno nei debiti di valuta

Il fatto che al momento della pronuncia della sentenza di


condanna la somma valutata come equivalente al danno possa
non avere più il medesimo potere d’acquisto del tempo
dell’aestimatio, è conseguenza non dell’applicazione alla presta-
zione del principio del valore nominale, bensì della mora del
212 CAPITOLO IV

debitore1. Se questi, infatti, avesse eseguito immediatamente la


prestazione dovuta, la somma pagata avrebbe avuto il medesimo
potere d’acquisto della somma stimata.
D’altra parte non è detto che, anche laddove il debitore non
fosse stato moroso, il danneggiato, ricevuto il risarcimento,
sarebbe stato in grado di impiegarlo in modo tale da conservarne
costante nel tempo la capacità d’acquisto.
In questo spazio, tra l’impossibilità di disporre del dovuto a
causa della mora e le possibilità di investimento che si sarebbero
aperte in assenza della mora, si inserisce il diritto del creditore a
vedersi tutelato per la perdita di potere d’acquisto della somma
dovuta2.
L’art. 1224 comma 1° impone al debitore di prestare al
creditore, dal momento della mora e, quindi, nella fattispecie del
debito risarcitorio dal momento stesso dell’illecito, gli interessi
legali. Questi sono considerati una forma forfetaria di risarci-
mento del danno, sottratta alle normali regole di responsabilità
da inadempimento codificate negli artt. 1218 ss.. Regole che ri-
prendono vigore quando il creditore, a norma del 2° comma
dell’art. 1224, chieda il risarcimento del danno ulteriore rispetto
a quello compensato dagli interessi legali.
La giurisprudenza applica tale norma solamente alla fat-
tispecie dell’inadempimento delle obbligazioni cosiddette di
valuta. Essendo l’art. 1224, come si è cercato di dimostrare, la
sede della disciplina del danno da inadempimento di tutte le
obbligazioni pecuniarie, comprese quelle che hanno funzione ri-
sarcitoria, sarà ora interessante ed opportuno esaminare i modi
in cui la giurisprudenza ha interpretato ed applicato tale norma.

1
V. supra 2.4.1.
2
Cfr., nello stesso senso, A. REBORI, Il risarcimento del danno da ritardato
pagamento in materia di illeciti extracontrattuali con particolare riguardo
alla svalutazione, in Foro it., 1951, I, 884 ss., ad avviso del quale “è giusto
risarcire il danno derivante dalla svalutazione, ma solo quello che senza il
ritardo sarebbe stato evitato e non anche quella parte che il danneggiato, per
la naturale vicenda delle umane cose, avrebbe secondo la normalità risentito
in ogni caso. Solo entro questi limiti il risarcimento adempie alla sua tipica
funzione, senza tramutarsi in una pena”, 890.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 213

4.1.1. L’orientamento tradizionale della giurisprudenza

La sentenza della Cassazione n. 47 del 19513 rappresenta un


sicuro punto di riferimento per scavare nelle sedimentazioni che,
nel corso del tempo, sono andate costruendosi nell’elaborazione
giurisprudenziale del tema che ci occupa.
La pronuncia della Corte d’Appello di Napoli, sottoposta
all’esame della Suprema Corte, aveva negato all’appellante la
rivalutazione della somma di denaro oggetto del suo credito,
domandata a titolo di maggior danno. Nella ricostruzione
proposta ai giudici d’appello si lamentava che il deprezzamento
della lira, verificatosi posteriormente alla sentenza di I grado,
avesse cagionato al creditore un danno che la prestazione degli
interessi legali non era da sola sufficiente a compensare. La
domanda di rivalutazione del credito, a titolo di maggior danno,
si fondava sul presupposto che la svalutazione potesse essere
una fonte di danno idonea a giustificare la tutela risarcitoria
apprestata dal 2° comma dell’art. 1224.
La Corte d’Appello di Napoli, al contrario, aveva negato che
il semplice fatto della svalutazione potesse rappresentare una
fattispecie produttiva del maggior danno risarcibile. L’operare
del principio nominalistico, sancito dall’art. 1277, impedirebbe,
infatti, di attribuire qualsivoglia rilievo al fenomeno del
deprezzamento della moneta, così che, ex art. 1224 2° comma,
sarebbero risarcibili soltanto i danni che, indipendentemente dal
fenomeno monetario, possano conseguire al ritardato adempi-
mento di un’obbligazione pecuniaria, nei limiti e secondo le
condizioni poste dagli artt. 1223 e 1225.

3
CASS., 11 gennaio 1951, n. 47, in Foro it., 1951, I, 163 ss., con nota di T.
ASCARELLI, In tema di risarcimento dei danni di mora nei debiti pecuniari.
214 CAPITOLO IV

La sentenza n. 47 del ’51 opera una ricostruzione del danno


da mora nelle obbligazioni pecuniarie che verrà messa in
discussione solo un trentennio più tardi4.
Pur condividendo l’esito sostanziale della decisione dei
giudici napoletani, la Cassazione ne corregge ed integra l’iter
argomentativo, da una parte negando che il principio
nominalistico escluda dal novero dei danni risarcibili ex art.
1224 2° comma quelli conseguenti al deprezzamento della
moneta, dall’altra evidenziando come, nell’ammettere il
risarcimento del maggior danno da mora, il legislatore non abbia
inteso creare uno “statuto” dei danni da svalutazione monetaria,
speciale rispetto alle regole che, in generale, governano il se ed
il quanto del risarcimento dei danni da inadempimento delle
obbligazioni. Così mentre il principio nominalistico, affermando
che le oscillazioni del potere d’acquisto subite dalla moneta sino
al tempo del pagamento non cambiano la quantificazione della
somma di denaro idonea ad estinguere un debito pecuniario, non
impedisce che quella stessa diminuzione del potere d’acquisto
vada a gravare sul debitore per effetto della mora, la norma del
2° comma dell’art. 1224 non distingue tra i danni legati al
fenomeno del deprezzamento della moneta e quelli che si
sarebbero verificati anche laddove tale fenomeno non avesse
avuto luogo.
In questo senso, spiega la Corte, “è ovvio che, anche senza
la svalutazione, il creditore ha potuto risentire un danno
emergente od un lucro cessante, per la mancata disponibilità
tempestiva della somma dovutagli. Ed è altresì ovvio che se nel
frattempo si verifichi anche la svalutazione, questa aggrava il
pregiudizio del creditore e deve essere calcolata equamente nella
liquidazione del danno. Ma occorre sempre che il creditore
dimostri in giudizio non solo la impossibilità in cui si trovò di
provvedere, con altre risorse, all’impellente bisogno o almeno al
predisposto impiego (altrimenti verrebbe meno il nesso

4
Per un’approfondita rassegna della giurisprudenza di quegli anni v. E.
QUADRI, Svalutazione monetaria e principio nominalistico, in Riv. dir. civ.,
1975, II, 371 ss.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 215

immediato e diretto), ma ancora la prevedibilità originaria per


parte dell’inadempiente che non sia imputabile di dolo”.
Il creditore si vedrà quindi risarciti quei danni determinati
dalla mancata disponibilità della somma oggetto
dell’obbligazione al momento della sua scadenza. Ex art. 1223,
egli dovrà provare di avere sofferto, a causa dell’ina-
dempimento, un mancato guadagno prodotto dall’impossibilità
di utilizzare la somma dovuta in un impiego, già predisposto, di
sicuro e stabile vantaggio, ovvero una perdita per aver dovuto
alienare a prezzo vile dei beni onde far fronte ad una impellente
necessità che la disponibilità della somma oggetto del credito
avrebbe soddisfatto. Inoltre, secondo l’art. 1225, tanto il pregiu-
dizio cagionato dal ritardo quanto il fenomeno aggravante del
deprezzamento della moneta devono potersi considerare
prevedibili, al momento della nascita dell’obbligazione, dal de-
bitore il cui inadempimento non sia imputabile a dolo.
Significativamente, in relazione alla successiva evoluzione
giurisprudenziale, la Corte nega che il maggior danno prodotto o
aggravato dalla svalutazione monetaria possa essere oggetto di
presunzioni assolute, oggettive o soggettive. Così, prescindendo
dal deprezzamento della moneta, il creditore dovrà provare il
danno emergente od il lucro cessante subìti a causa del ritardo
nell’adempimento, allo stesso modo, pur in presenza di
fenomeni inflazionistici, l’ordinamento non presume né che ogni
creditore, qualora la prestazione fosse stata eseguita nel tempo
convenuto, avrebbe impiegato la somma in modo tale da
sottrarla all’erosione del potere d’acquisto prodotta dalla
svalutazione, né che tale risultato sarebbe conseguito
quantomeno da una particolare classe di creditori, a favore dei
quali viga una sorta di presunzione assoluta di carattere
soggettivo fondata sulle loro qualità professionali5. La Corte

5
Rileva la Corte che “niuna presunzione oggettiva o soggettiva ha inteso di
adottare o di mutare la legge civile unificata. Quella derivante dal fatto che i
commercianti sogliono impiegare utilmente i loro capitali era una
presunzione assoluta legislativa che, per opinione comune, stette a
fondamento soltanto dell’art. 41 cod. comm. (interessi legali di diritto per i
216 CAPITOLO IV

precisa, inoltre, che “codesti ultimi fatti presunzionali possono


soltanto concorrere con le altre prove a convincere il giudice di
merito […] ma non funzionano da sole per moltiplicare la
somma dovuta in ragione della verificatasi svalutazione”.
In conclusione, questa giurisprudenza certamente
salvaguarda l’applicazione del principio nominalistico,
rifiutando di far luogo ad una differente regola valorista (la
rivalutazione) con il pretesto del risarcimento del danno da
mora. D’altra parte, la vigenza del principio nominalistico non
viene intesa come una sanzione della legale irrilevanza delle
oscillazioni del potere d’acquisto della moneta: il principio
nominalistico esprime la regola per l’adempimento delle
prestazioni pecuniarie ad esecuzione differita, non impone un
concetto di moneta in senso giuridico6.
In questa chiave, si nega la rivalutazione automatica della
somma oggetto dell’obbligazione inadempiuta, ma non si
esclude che il deprezzamento subìto dalla stessa possa essere
valutato nella compensazione del danno da mora. Con la norma
di cui al 2° comma dell’art. 1224, il legislatore non ha inteso
creare uno statuto speciale del danno da deprezzamento
monetario, rispetto alle regole generali che presiedono al
risarcimento delle conseguenze pregiudizievoli dell’inadempi-
mento, ed è, quindi, in quest’ambito che la perdita di potere
d’acquisto della somma dovuta potrà, eventualmente, trovare
considerazione e riparazione.
Conseguenza di questa impostazione è quella di guardare
all’inflazione solo come ad una possibile causa di aggravamento
del danno conseguenza dell’inadempimento dell’obbligazione

debiti liquidi ed esigibili); e che è stato trasfuso nella nuova norma unificata
dell’art. 1282, 1° comma. […] E se anche si voglia accedere all’opinione di
coloro i quali ritengono che, a fondamento degli interessi moratori,
contemplati nel vecchio art. 1231 e nella 1a parte del nuovo art. 1224, stesse
la presunzione che niuno, e quindi neanche il creditore, tenga infruttiferi i
propri capitali, codesta sarebbe una presunzione assoluta ed assorbita nella
stessa norma, non mai una presunzione da estendere comunque alla norma
eccezionale del 2° comma”.
6
V. supra p. 128.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 217

pecuniaria, pregiudizio che si sarebbe prodotto anche in un’ipo-


tetica situazione di perfetta stabilità monetaria e di cui il credi-
tore è tenuto a dare prova rigorosa.
Pensiamo al caso di chi dà a mutuo una certa somma di
denaro e, in prossimità della scadenza del termine per la
restituzione, conclude un contratto con una società di gestione
del risparmio che gli promette un certo rendimento sull’importo
investito. Parte della remunerazione del capitale è collegata al
tasso di inflazione programmato. Nell’ipotesi in cui, allo spirare
del termine fissato, il mutuatario non presti la somma dovuta, il
mutuante subirà un pregiudizio dato dal guadagno non
conseguito con il pianificato impiego del capitale. Considerato
che parte del rendimento atteso sarebbe stato corrisposto in
funzione della prevista perdita di potere d’acquisto della moneta,
tale deprezzamento integra un danno risarcibile. Laddove la
mora non avesse avuto luogo, infatti, il deprezzamento della
somma sarebbe stato compensato.
La condanna del debitore al risarcimento della somma che il
creditore avrebbe conseguito a titolo di remunerazione per
l’investimento del capitale, deve essere intesa, funzionalmente,
anche come una riparazione per la perdita di potere d’acquisto
della moneta verificatasi nel periodo della mora.
In questo senso si comprende il riferimento all’inflazione
come fonte di aggravamento di un pregiudizio che si sarebbe
comunque prodotto; a queste condizioni la perdita di potere
d’acquisto della somma dovuta può considerarsi un danno
risarcibile.
Per il creditore del nostro esempio, che già prima
dell’inadempimento aveva concluso un contratto di investimen-
to, sarebbe stato facile provare di aver patito un danno maggiore
di quello compensato dall’attribuzione degli interessi legali,
dimostrazione quasi impossibile invece per coloro che non
avevano ancora deciso come impiegare l’oggetto della
prestazione attesa, quindi in particolare per i meno abbienti, i
modesti consumatori si dirà in seguito. All’inizio degli anni ’50
218 CAPITOLO IV

la giurisprudenza, come la dottrina, non si poneva quest’ordine


di problemi, e così sarebbe stato ancora per lungo tempo.

4.1.1.1. La giurisprudenza di merito tra rivalutazione della


somma dovuta e incostituzionalità degli artt. 1224 e 1284 c.c.

Le prime sentenze che si discostano dal rigore dell’orien-


tamento tradizionale provengono dalla giurisprudenza di
merito7.
Il Tribunale di Padova8, partendo dal presupposto che “per
le obbligazioni pecuniarie il principio nominalistico di cui
all’art. 1277 c.c. è applicabile solo in materia contrattuale e
unicamente per il periodo che va dal momento nel quale è sorta
l’obbligazione a quello in cui essa deve essere adempiuta,
mentre non è più operante quando il differimento della
prestazione dipenda esclusivamente dalla mora del debitore”,
giunge ad affermare che “il risarcimento del danno va liquidato
con i medesimi criteri che valgono per la liquidazione del
risarcimento del danno per l’inadempimento di obbligazioni non
pecuniarie, ricorrendo in tutte e due le ipotesi la medesima
esigenza di reintegrare il patrimonio del danneggiato nella
situazione economica che a lui competeva al momento
dell’inadempimento contrattuale o nella situazione preesistente
alla perpetrazione dell’illecito; pertanto, anche per
l’inadempimento delle obbligazioni pecuniarie, la prova del
«maggior danno» da svalutazione monetaria può essere data – ai
sensi dell’art. 1224 c.c., che nel suo significato letterale non
pone alcun limite alla facoltà di prova – con qualunque mezzo e
può anche ritenersi insita nel solo fatto oggettivo della
intervenuta svalutazione”. Con una successiva pronuncia9, il

7
V. A. TRABUCCHI, La giurisprudenza di merito insiste sulla svalutazione
come danno da mora, in Riv. dir. civ., 1980, II, 191 ss.
8
TRIB. PADOVA, 1 giugno 1976, in Giust. civ., 1976, I, 383 ss., con nota di V.
GERI, Considerazioni sul danno da svalutazione monetaria.
9
TRIB. PADOVA, 14 marzo 1977, in Giur. it., 1977, I, 555 ss.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 219

Tribunale di Padova rafforza ulteriormente questa posizione,


giudicando quella del danno da svalutazione monetaria come
una prova in re ipsa10.
Nel frattempo, le Preture di Firenze11 e Milano12, preso atto
del «diritto vivente» formatosi in relazione all’art. 1224, per la
costante giurisprudenza della Cassazione, ne denunciano
l’illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 3 della
Carta. Secondo le citate ordinanze, l’art. 1224, così come
interpretato dalla giurisprudenza di legittimità, negando la
risarcibilità del danno da svalutazione monetaria, introdurrebbe
nel sistema un’ingiustificata discriminazione tra le obbligazioni
di valuta e le obbligazioni di valore, e tra i crediti di natura
retributiva, rivalutabili in caso di ritardo nell’adempimento ex
art. 429 c.p.c., e tutti gli altri crediti di valuta13.

10
In dottrina v. le considerazioni di A. AMATUCCI, Certezze acquisite e dubbi
residui in materia di incidenza della svalutazione monetaria sulla
responsabilità del debitore cit., 339, secondo cui “posto, invero, che il denaro
è l’universale strumento di scambio costituente mezzo legale di misura dei
valori, obbligarsi a darne ad una certa data altro non significa che impegnarsi
a porre il creditore in condizione di disporre di un determinato potere di
scambio nella misura in quella data corrispondente al valore (quale che sia,
dato il principio nominalistico) della quantità di denaro dedotta in
obbligazione. Onde, se il potere di scambio (alias d’acquisto) di quella
determinata quantità di moneta sia durante la mora del debitore diminuito, il
pregiudizio subìto dal creditore andrà senz’altro in quella diminuzione
ravvisato (costituendo anche il potere di scambio un elemento del
patrimonio) e la reintegrazione del medesimo nella stessa situazione nella
quale si sarebbe trovato se l’adempimento fosse stato tempestivo non potrà
consistere che nell’apprestargli lo stesso potere di scambio di cui avrebbe
disposto alla data di scadenza del debito”.
11
PRET. FIRENZE, 25 agosto 1976, in Giur. cost., 1977, II, 54 ss.
12
PRET. MILANO, 25 gennaio 1978, in Giur. cost., 1978, II, 832 ss.
13
PRET. ORVIETO, 24 febbraio 1977, in Giur. cost., 1977, II, 765 ss., ritiene
“non manifestamente infondata – in riferimento agli artt. 3 e 38 comma 2
Cost. - la questione di legittimità costituzionale dell’art. 429 comma 3 c.p.c.
per la parte in cui non dispone che la rivalutazione del maggior danno
eventualmente subìto dal lavoratore per la diminuzione di valore del suo
credito opera anche rispetto ai crediti per prestazioni previdenziali”. C. COST.,
14 gennaio 1977, n. 13, in Giur. cost., 1977, 48 ss.; C. COST., 20 gennaio
1977, n. 43, in Giur. cost., 1977, 159 ss.; C. COST., 29 dicembre 1977, n. 161,
220 CAPITOLO IV

La Pretura di Milano14 solleva, inoltre, questione di


legittimità costituzionale dell’art. 1284 c.c., nella parte in cui
fissa il tasso degli interessi legali nella misura del 5% in ragione
d’anno, per contrarietà con l’art. 3 della Costituzione,
osservando che “la determinazione in misura rigida e
precostituita del saggio degli interessi legali porta ad un
ingiustificato diverso trattamento di colui il cui diritto viene
accertato giudizialmente rispetto al quivis che non sia costretto a
ricorrere alla tutela giudiziale e che, pertanto, sulle somme a lui
dovute può pretendere ed ottenere interessi commisurati al
saggio ufficiale di sconto determinato dall’istituto di emis-
sione”15.
È interessante riflettere sulle diverse direzioni prese dal
dissenso della giurisprudenza di merito nei confronti delle
regole operative che si sono consolidate in materia di risarci-
mento del maggior danno da mora nelle obbligazioni pecuniarie.
Questa giurisprudenza “ribelle”, da una parte, si muove sul
terreno dell’esegesi delle norme e dei principi del sistema di
responsabilità, qualificando la perdita di potere d’acquisto della
somma dovuta non, semplicemente, come una possibile causa di

in Giur. cost., 1977, 1512 ss.; C. COST., 26 maggio 1981, n. 71, in Giur. cost.,
1981, I, 679 ss., dichiarano non fondata la questione di legittimità
costituzionale dell’art. 429 3° comma c.p.c.
14
PRET. MILANO, 23 marzo 1977, in Giur. cost., 1977, II, 962 ss.
15
PRET. PIOMBINO, 14 marzo 1978, in Giur. cost., 1978, II, 860 ss., solleva
questione di legittimità costituzionale dell’art. 1284, oltre che in relazione
all’art. 3, anche con riferimento all’art. 47 della Costituzione, denunciando
che il tasso degli interessi legali stabilito nella misura del 5% in ragione
d’anno vanificherebbe e scoraggerebbe la tutela del risparmio in tutte le sue
forme. C. COST., 22 aprile 1980, n. 60, in Giur. cost., 1980, p. I, I, 414 ss.; ed
in Foro it., 1981, I-2, 2111 ss., con nota di G. VALCAVI, Riflessioni sui c.d.
crediti di valore, sui crediti di valuta e sui tassi di interesse, giudica non
fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1284 1° comma,
affermando che “non sono raffrontabili le situazioni di chi, nel difetto di altro
titolo giuridico, chiede gli interessi legali e di chi, avvalendosi
dell’autonomia negoziale, pattuisce la corresponsione degli interessi in
misura superiore al saggio stabilito dalla legge con norma meramente
dispositiva”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 221

aggravamento di un danno che si sarebbe comunque prodotto,


quale conseguenza dell’inadempimento, anche in un contesto
ideale di stabilità monetaria, bensì come il principale pregiudizio
da risarcire nelle obbligazioni pecuniarie. Dall’altra, sfida il
legislatore ordinario, denunciando l’incostituzionalità tanto del
trattamento differenziato e penalizzante cui i creditori di valuta
sono soggetti rispetto ai creditori di valore, quanto di un saggio
degli interessi legali ritenuto, oramai, avulso dall’economia reale
ed in particolare dal mercato del credito.
Il problema sta nell’esegesi delle norme ma, prima ancora,
nelle norme stesse. La soluzione propugnata in una logica
interpretativa, la rivalutazione automatica della somma dovuta
quale modalità di risarcimento del maggior danno, corrisponde
esattamente a quella rimodulazione della compensazione
forfettaria del pregiudizio che si persegue, in una logica
normativa, denunciando l’incostituzionalità degli artt. 1224 e
1284.

4.1.2. La perdita di potere d’acquisto della moneta come danno


emergente

La Cassazione, con la sentenza n. 5670 del 197816, opera


una radicale revisione dell’orientamento giurisprudenziale
dominante, contestandone il fondamento sia da un punto di vista
economico che giuridico. Secondo la Corte, la perdita del potere
d’acquisto della moneta causata dall’inflazione rappresenta “un
danno concreto e reale” e le rigide condizioni cui il risarcimento
di tale danno, ex art. 1224 2° comma, viene subordinato
riflettono un’arbitraria limitazione del sistema della responsa-
bilità da inadempimento che non trova giustificazione né in sede
teorica né nella lettera della norma.

16
CASS., 30 novembre 1978, n. 5670, in Giust. civ., 1978, II, 1909 ss., con
nota di M. FINOCCHIARO, Debiti di valuta, mora debendi, rivalutazione
monetaria, 1911 ss.
222 CAPITOLO IV

La pronuncia del ’78 costruisce la figura del danno da


svalutazione monetaria e lo qualifica come danno emergente
estrinsecantesi nella diminuzione di potere d’acquisto della
somma oggetto del credito verificatasi durante il periodo della
mora17. Il creditore, così, non sarà onerato dalla prova di aver
dovuto vendere a prezzo vile dei beni a causa della mancata
disponibilità della somma dovuta, ma potrà limitarsi a
domandare il risarcimento della perdita subita sulla base del
fatto notorio della svalutazione18.
Diverso il discorso nel caso in cui il danneggiato chieda il
risarcimento del lucro cessante, poiché in quest’ipotesi,
condividendo l’indirizzo tradizionale, la Corte ritiene vada

17
A. DI MAJO, Prassi giudiziali e indirizzi legislativi in tema di svalutazione
monetaria dei debiti pecuniari, in Foro it., 1979, V, 101 ss., rileva la
contraddizione determinata dalla “difficile coesistenza di indirizzi
giurisprudenziali che non possono non apparire, anche all’interprete più
sprovveduto, di segno contrario. La contraddizione è tra un indirizzo, si è
visto, che sembra attestato sulla linea del carattere «eccezionale» di una
misura rivalutativa, del tipo di quella introdotta dall’art. 429, 3° comma cod.
proc. civ. nel testo «novellato» dalle norme sul processo del lavoro, e dove
l’eccezionalità è nell’automatismo della rivalutazione ivi prevista e un
indirizzo, come quello inaugurato dalla Cass. n. 5670/1978, che lo stesso
«automatismo» finisce con l’introdurre generaliter in altra zona
dell’ordinamento (quella della tutela giudiziale di crediti pecuniari
insoddisfatti)”.
18
La sentenza considera che alla tesi della risarcibilità del danno da
svalutazione monetaria, ex art. 1224 2° comma, potrebbe obiettarsi che
laddove il legislatore, come nell’art. 429 3° comma c.p.c., ha ritenuto di
dover ammettere il risarcimento di tale voce di danno lo ha fatto
espressamente. La Cassazione giudica infondata tale possibile obiezione per
due ragioni: in primo luogo il legislatore sarebbe stato indotto a dettare la
disposizione dell’art. 429 3° comma proprio da un’interpretazione troppo
rigida dell’art. 1224 2° comma, che precludeva al lavoratore la possibilità di
ottenere il risarcimento del maggior danno. In secondo luogo poiché, anche
alla luce dell’interpretazione dell’art. 1224 2° comma proposta dalla sentenza
n. 5670, la norma del 3° comma dell’art. 429 conserverebbe comunque una
sua utilità “atteso che la determinazione del maggior danno subìto dal
creditore – lavoratore deve essere fatta di ufficio, mentre nel caso
dell’obbligazione pecuniaria comune è indispensabile la richiesta del
creditore”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 223

provata sia la predisposizione, anteriore all’inadempimento, di


un impiego della somma sia la remunerazione che tale utilizzo,
laddove fosse stato posto in essere, avrebbe procurato19.
La configurazione di un vero e proprio danno da
svalutazione monetaria si lega, nel ragionamento dei giudici,
alla trasformazione da debito di valuta a debito di valore
dell’obbligazione pecuniaria a seguito della mora. In questo
senso, la somma oggetto della prestazione non esattamente
adempiuta dal debitore “deve essere necessariamente rivalutata,
alla stregua di indici pubblicizzati di sicura attendibilità,
affinché quel «valore» che sarebbe entrato nel patrimonio del
creditore, nel caso di adempimento puntuale, mantenga il suo
identico contenuto sostanziale nel momento in cui viene
liquidato il risarcimento”.
Da una parte, quindi, la perdita subita dal creditore a causa
della svalutazione monetaria costituisce un maggior danno da
inadempimento di un’obbligazione pecuniaria ex art. 1224 2°
comma, dall’altra il risarcimento di tale danno viene quantificato
attraverso la rivalutazione monetaria della somma oggetto del
credito20.
19
Secondo DI MAJO, op. ult. cit., 105, “l’asserito collegamento tra mora e
svalutazione, nel senso del nesso di causalità tra una ipotesi di illecito (ritardo
imputabile) ed il danno derivatone che ne costituisca conseguenza immediata
e diretta (art. 1223), necessariamente suppone la dimostrazione che la mora e
cioè il ritardo (imputabile) abbia costituito la causa od occasione del danno
subìto dal creditore giacché a quest’ultimo, proprio a causa del pagamento
tardivo, non è riuscito di sottrarsi alle conseguenze pregiudizievoli della
svalutazione. L’ottica è dunque necessariamente quella del lucro cessante o
meglio del guadagno che il creditore avrebbe conseguito attraverso un
accorto e tempestivo reimpiego della somma. L’assunzione di un’ottica
diversa e cioè quella della svalutazione quale «danno concreto e reale»,
consistente nella perdita di potere d’acquisto della moneta, porta diritto ad
una fuoriuscita dalla logica che, fino a questo momento, aveva relegato il
rilievo della svalutazione monetaria entro i confini dell’ipotesi di «maggior
danno» derivato dal pagamento tardivo (art. 1224)”.
20
Aderisce a questa soluzione C. M. BIANCA, Il danno della svalutazione
monetaria, in Giur. it., 1979, II, 129 ss., secondo cui “il danno da
svalutazione monetaria si riconduce in tal modo alla generale tematica del
danno risarcibile, confermando il principio che se l’illecito produce la perdita
224 CAPITOLO IV

Sistematizzando le soluzioni offerte dalla Cassazione, si


sarebbe costretti a concludere che a fondare la responsabilità per
il danno da svalutazione monetaria, conseguente
all’inadempimento di un’obbligazione di valuta, sarebbe la
trasformazione di quest’ultima in un’obbligazione di valore,
laddove il danno, nella parte non compensata dall’attribuzione
degli interessi legali21, verrebbe comunque qualificato quale
maggior danno ex art. 1224 2° comma (norma che si considera
disciplini i soli danni da ritardo nell’adempimento di un’
obbligazione di valuta), mentre la quantificazione del risarci-
mento, con il riferimento alla rivalutazione monetaria, se-
guirebbe le regole dettate in tema di liquidazione delle obbliga-
zioni di valore.
Si vede come, a prescindere da qualsiasi giustificazione
teorica, il ricorso alla categoria dei debiti di valore rappresenti
soltanto un mezzo, un paravento, per addossare al debitore in
mora la perdita di potere d’acquisto della somma dovuta.
L’argomento della trasformazione dell’obbligazione di valuta in
obbligazione di valore in seguito alla mora non deve sviare
l’attenzione dal punto centrale della pronuncia in esame,

di un vantaggio obiettivamente apprezzabile secondo i valori di mercato, si


presume che tale sia il danno sofferto dal danneggiato. Salva, in tal caso, la
prova del danneggiante che nelle circostanze concrete il danno non si è
prodotto o si sarebbe ugualmente prodotto anche in assenza dell’atto lesivo.
La giurisprudenza è giunta infine a riconoscere il significato presuntivo di
danno della svalutazione monetaria. Il nuovo riconoscimento vale a sanare le
gravi incoerenze che si erano venute a creare rispetto ai crediti pecuniari da
illecito extracontrattuale e da rimborso di spese erogate dal danneggiato. Il
nuovo riconoscimento vale inoltre a riportare nel sistema la presunzione di
danno da svalutazione monetaria legislativamente esplicitata per i crediti di
lavoro (art. 429, 3° comma, codice di proc. civile; 150 disp. att. Codice di
proc. civile)”, 131 e 132.
21
Precisa, infatti, la Corte che ai fini della determinazione del maggior danno
conseguente alla svalutazione “dovrà essere computata l’entità degli interessi
legali spettanti al creditore medesimo in base al primo comma dell’art. 1224,
in modo che l’importo complessivo della reintegrazione patrimoniale
coincida esattamente con l’effettivo pregiudizio subìto”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 225

rappresentato, invece, dalla qualificazione della perdita di potere


d’acquisto della somma dovuta come danno emergente.
Muovendosi nella stessa logica, ad un tempo esegetica e
normativa22, che abbiamo visto connotare l’approccio dei
giudici del merito, la Cassazione non si chiede quale uso il
creditore avrebbe fatto della somma attesa, laddove
puntualmente prestata, quale sarebbe stato il guadagno di cui
questi fu privato a causa dell’inadempimento, se ed in che
misura l’impiego cui la somma sarebbe stata destinata avrebbe
compensato il deprezzamento della stessa. La soluzione
perseguita è quella di considerare la perdita di potere d’acquisto
danno di per sé, in quanto tale, senza necessità di alcuna
indagine probatoria, cui resta, invece, affidato l’esito del
giudizio sulla risarcibilità del lucro cessante.
È il caso di fermarsi qui per ora, di rimandare l’esplici-
tazione delle conseguenze che questa impostazione comporta al
momento in cui se ne dovrà esaminare una sua, recente,
riproposizione.

4.1.3. Presunzioni personalizzate e presunzione di mancato


guadagno nella giurisprudenza delle Sezioni Unite

Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 3776 del 197923,


compongono il contrasto giurisprudenziale cui la pronuncia del
’78 aveva dato forma, discostandosi dall’orientamento tradi-

22
Cfr. E. QUADRI, Danno e risarcimento nelle obbligazioni pecuniarie, in
Giur. it., 1979, I, 971 ss., in particolare 987 e 988.
23
CASS., SEZ. UN., 4 luglio 1979, n. 3776, in Giust. civ., 1979, II, 1546 ss. Per
un’analisi della pronuncia delle Sezioni Unite v. F. CAFFÈ, In tema di
“risarcimento automatico” nella misura della svalutazione monetaria, in
Foro it., 1979, I-2, 1985 ss.; R. PARDOLESI, Interessi moratori e maggior
danno da svalutazione: appunti di analisi economica del diritto, in Foro it.,
1979, II, 2622 ss.; A. AMATUCCI, La prova del danno da svalutazione
monetaria nelle obbligazioni pecuniarie, in Foro it., 1979, I-2, 1987 ss., ad
avviso del quale la sentenza in esame rappresenterebbe “la liberalizzazione
più ampia possibile nel rispetto dei principi tradizionali”.
226 CAPITOLO IV

zionale. La Suprema Corte giudica criticabili entrambi gli


indirizzi contrapposti: ritiene contraria agli artt. 1277 e 1224 la
tesi della trasformazione, per effetto della mora,
dell’obbligazione di valuta in obbligazione di valore; considera,
d’altra parte, troppo rigida la posizione tradizionale in
riferimento alla prova pretesa dal creditore danneggiato per
ottenere il risarcimento del maggior danno.
La lettera dell’art. 1277, indicando il tempo del pagamento e
non quello della scadenza dell’obbligazione, non fornisce alcun
supporto alla tesi che vuole l’operatività del principio
nominalistico limitata al momento fisiologico dell’attuazione del
rapporto obbligatorio, ma chiarisce, al contrario, che, anche
laddove sia adempiuta in ritardo, l’obbligazione si estinguerà
con la prestazione di quella quantità di moneta che abbia lo
stesso valore nominale della somma oggetto del credito.
L’obbligazione cosiddetta di valuta, perciò, sopravvive
all’inadempimento e la somma di denaro che ne rappresenta il
contenuto non viene semplicemente ad esprimere un astratto
potere d’acquisto che, al momento della liquidazione giudiziale,
andrà tradotto in quella quantità di moneta idonea a compensare
il danneggiato del valore non acquisito.
Una trasformazione dell’obbligazione di valuta in obbliga-
zione di valore, a seguito della mora, non si spiegherebbe, se-
condo la Corte, neppure alla luce dell’art. 1224 che, prevedendo
l’attribuzione degli interessi legali sulla somma dovuta nonché
la risarcibilità del maggior danno subìto dal creditore per non
aver potuto disporre della stessa, presuppone che oggetto del
credito non sia un valore astratto bensì una quantità di moneta
nominalisticamente determinata24.

24
Osserva, inoltre, la Corte che “il volere poi dare rilevanza, attraverso il
principio della perpetuatio obligationis, al fatto che la svalutazione siasi
verificata durante la mora del debitore, significa applicare al denaro per
analogia l’art. 1221 c.c., che, quanto alle cose, è dettato per quelle infungibili
(le sole suscettibili di perimento) e che non può essere applicato riguardo al
denaro, giacché (quali che siano le diverse valutazioni consentite dalla
scienza economica) dal punto di vista giuridico il valore della moneta e la sua
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 227

Tanto l’affermata natura valoristica dell’obbligazione


inadempiuta25 quanto, in un’ottica apparentemente più rispettosa
dell’art. 1224, la possibilità per il creditore di ottenere, sul solo
presupposto del fatto notorio della svalutazione, il risarcimento,
quale danno emergente, della perdita secca di potere d’acquisto
della somma dovuta, risultano funzionali alla traslazione sul
debitore del deprezzamento subìto dalla moneta durante la mora.
Le Sezioni Unite non condividono tale soluzione per diverse
ragioni: l’identificazione del danno con la svalutazione26 “che

capacità di estinguere le obbligazioni in essa espresse è determinato


costantemente dal suo valore nominale”.
25
Alcune pronunce, fra cui CASS., 24 febbraio 1965, n. 310, in Foro it., 1965,
704 ss., partendo dal presupposto che anche l’obbligazione risarcitoria di un
danno contrattuale, così come quella di un danno extracontrattuale, sia un
debito di valore, hanno sostenuto che la somma risultante dal calcolo, ex art.
1224 1° comma, degli interessi legali sull’obbligazione inadempiuta vada
espressa in valori reali al tempo della liquidazione giudiziale, attraverso il
riferimento alla media dei tassi d’interesse di mercato (non quindi attraverso
la rivalutazione monetaria), salvo che il creditore provi, ex art. 1224 2°
comma, che, laddove ne avesse potuto disporre, avrebbe ottenuto
dall’investimento della somma dovuta un lucro maggiore.
Questa tesi non convince le Sezioni Unite, non solo perché si riduce ad un
espediente per eludere la determinazione legale del saggio degli interessi, ma
soprattutto perché “il legislatore, determinando il danno, in via presuntiva,
nella perdita degli interessi ed il saggio di questi in una certa misura, ha
dettato una disciplina compiuta in tema di danni presunti relativi
all’inadempimento di obbligazioni pecuniarie, sì da non lasciare spazio ad
attività di liquidazione giudiziale diversa dal mero calcolo del coacervo degli
interessi. L’obbligazione relativa, cioè, nasce e permane anch’essa, al pari di
quella primaria che deriva dal contratto, come un’obbligazione pecuniaria e
la possibilità di stimarla al suo valore reale rimane esclusa dalla previsione –
contenuta nel comma 2 dello stesso art. 1224 – della risarcibilità del maggior
danno secondo i criteri generali”.
26
V. M. MAIELLA, Obbligazioni pecuniarie, mora debendi e rivalutazione
monetaria, in Giust. civ., 1980, II, 557 ss., secondo cui “le due pronunce
fanno un «passo indietro» giacché sembra che non sia stata intuita la vera
essenza del problema, enucleata dalla sentenza n. 5670 del 1978 della III
sezione civile, e cioè che la svalutazione monetaria, nell’obbligazione
monetaria rimasta inadempiuta, viene in considerazione, non sotto il profilo
del mancato guadagno, ma sotto il profilo della perdita oggettivamente
subita”.
228 CAPITOLO IV

può essere, invece, solo causa di un danno – da mora – superiore


a quello coperto dagli interessi legali”; la conseguente elusione
del principio nominalistico; la presunzione, connaturata al
meccanismo della rivalutazione, di un’eguale redditività
dell’impiego della somma dovuta per qualsiasi tipo di creditore.
Allo stesso tempo, pur giudicando la tesi tradizionale
conforme al diritto positivo ed al sistema della responsabilità, la
Corte ritiene che essa produca effetti distorsivi quali la
frustrazione delle pretese risarcitorie del creditore, che, il più
delle volte, per la difficoltà della prova richiesta, si vedrà
attribuiti i soli interessi legali, ed il conseguente premio per
l’inadempimento di cui è beneficiato il debitore.
L’affermata risarcibilità del maggior danno, anche
conseguente al deprezzamento della moneta, rimane, infatti,
confinata in un piano meramente teorico se si esige che il
creditore provi di avere predisposto un impiego della somma
dovuta, la cui realizzazione è stata impedita dalla mancata
disponibilità della stessa nel tempo convenuto, ovvero dimostri
di aver dovuto vendere a prezzo vile dei beni che avrebbero
mantenuto intatto il loro valore nonostante l’inflazione . A ciò si
aggiunge, inoltre, che spesso il danneggiato è gravato dall’onere
della prova negativa di non aver potuto disporre di altre somme
di denaro per sfruttare le opportunità di investimento affermate o
per evitare di vendere cespiti patrimoniali o di chiedere a mutuo
del denaro a tassi di interesse particolarmente onerosi.
Di fronte ai già evidenziati tentativi della giurisprudenza di
merito di superare tale assetto normativo denunciando
l’illegittimità costituzionale degli artt. 1224 e 1284, le Sezioni
Unite, invece, individuano la chiave per evitare lo scollamento
tra costruzione giuridica e realtà sociale nell’utilizzo di
presunzioni di natura oggettiva e soggettiva, che rendano più
agevole la dimostrazione dei danni che la mora ed il
deprezzamento della moneta abbiano cagionato.
Le presunzioni, nello schema delineato dalla Corte, con-
sentirebbero infatti al giudice di inferire, dalle allegate qualità
personali e professionali del creditore, il modo in cui questi
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 229

avrebbe impiegato la somma dovuta laddove fosse stata prestata


tempestivamente27. Si considera, quindi, fatto notorio che il
denaro venga investito in forme remunerative e che qualsiasi
creditore impieghi le somme oggetto del credito in maniera
coerente rispetto alle proprie caratteristiche personali e
professionali.
Il maggior danno verrà, così, determinato in base ad un
giudizio presuntivo28 fondato sulla redditività che, secondo l’id
quod plerumque accidit, la somma inadempiuta avrebbe
prodotto qualora fosse stata nella disponibilità di un ipotetico
creditore medio esponente della medesima categoria sociale cui
appartiene il creditore reale. Questa valutazione, condotta anche
in base a criteri equitativi, potrà essere eventualmente indivi-
dualizzata da allegazioni concernenti la pregressa esperienza del
danneggiato, salva, evidentemente, l’ipotesi in cui vengano

27
Ribadisce questa posizione CASS., SEZ. UN., 25 ottobre 1979, n. 5572, in
Giust. civ., 1980, I, 640 ss., affermando che “in tema di inadempimento di
obbligazioni pecuniarie la svalutazione verificatasi durante la mora del
debitore non giustifica un risarcimento automatico da attuare con la
rivalutazione della somma dovuta, ma può essere causa di danni maggiori di
quelli coperti con l’attribuzione degli interessi legali, gravando sul creditore il
relativo onere della prova e potendo il giudice fare riferimento, oltre che al
notorio, a presunzioni fondate su condizioni e qualità personali del creditore
coerenti con determinate modalità d’impiego del danaro”.
28
Rileva AMATUCCI, op. ult. cit., 1988, che “l’esigenza del ricorso a
presunzioni di diverso tipo d’impiego viene considerata con riguardo
all’adottata necessità di determinazioni giudiziali che rispecchino «l’effettiva
incidenza dell’inadempimento – nel cui corso intervenga la svalutazione
monetaria – sul patrimonio del singolo creditore» e non già per accertare se
tale incidenza dannosa vi sia stata o meno; per determinare, anche in via
presuntiva, il quantum debeatur e non a sindacare l’an debeatur; per stabilire
la misura del danno e non la sua esistenza. […] Ora, considerato che la Corte
non prevede alternative in ordine a quel che non ha bisogno di essere
dimostrato e che è quindi assunto come vero, tutto ciò – se la ragione non mi
tradisce – in modo assolutamente inequivocabile significa aver di fatto
riconosciuto che il danno da svalutazione è in re ipsa in relazione alla natura
del denaro ed alle caratteristiche di ogni soggetto e che solo occorre, anche a
mezzo di presunzioni, determinarne la specifica entità in ogni singolo caso,
per ogni singolo creditore, su ogni singolo patrimonio”.
230 CAPITOLO IV

provati il danno emergente od il lucro cessante concretamente


subiti.
Le Sezioni Unite, non demandando il compito alla
giurisprudenza di merito, individuano quattro fondamentali
categorie creditorie: gli operatori economici, i risparmiatori, i
creditori occasionali ed i modesti consumatori.
Riguardo all’operatore economico, il maggior danno sarà
quantificato “con riferimento alla redditività netta del denaro
destinato ai suoi ordinari investimenti imprenditoriali;
redditività desumibile dalla capacità operativa, quale risulta
dall’attività pregressa (specie se i suoi risultati netti sono eviden-
ziati da scritture contabili affidanti) e da quella prevedibile come
normale in relazione alla struttura della sua azienda ed alle
condizioni del momento”.
Con riferimento al risparmiatore ed al creditore occasionale,
il maggior danno sarà determinato, rispettivamente, sulla base
delle “dimostrate personali e normali modalità di impiego del
proprio denaro”, e, per il creditore occasionale29, in base “alla
corrispondenza degli impieghi allegati a criteri di normalità e di
concreta possibilità”.
Particolare interesse desta il criterio enucleato dalla Corte
per la quantificazione del danno subìto dal modesto
consumatore, laddove si richiama l’opportunità di tenere conto
delle “normali e personali necessità di impiegare il denaro per
gli ordinari bisogni della vita” e si individua negli “indici uf-
ficiali dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impie-
gati” il criterio residuale di quantificazione del danno più at-
tendibile.

29
Precisano le Sezioni Unite che “nel caso, poi, di un soggetto che divenga
creditore di somme inaspettate (si pensi ad una vincita) e che non possa
contare su un sistema abituale di impiego del denaro, poiché è notoria la
fruttuosità del denaro investito nella normale e facile forma del deposito
presso istituti di credito, può egualmente presumersi come prevedibile siffatta
forma di impiego, ove essa venga prospettata dalla parte”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 231

L’indirizzo delle Sezioni Unite sembra ricevere l’avallo


della Corte Costituzionale30, che, dichiarando non fondata la
questione di legittimità costituzionale dell’art. 1224 sollevata
dalle preture di Firenze e Milano31, in relazione all’art. 3 della
Carta, osserva come la più recente evoluzione giurisprudenziale
fornisca “ulteriori criteri di giudizio per ritenere appagante la
valutazione del fenomeno della svalutazione monetaria in
relazione alle obbligazioni di valuta”.
Con il sistema delle presunzioni personalizzate per
categorie, differentemente da quanto avviene seguendo
l’orientamento della pronuncia n. 5670 del ’78, il creditore non
si vedrà risarcita una somma prefissata corrispondente al
deprezzamento subìto dalla moneta durante il periodo della
mora, ma la somma, di ammontare variabile, che, si può
presumere, egli avrebbe guadagnato in caso di puntuale
esecuzione della prestazione dovuta.
Al contrario, qualsiasi sia la ricostruzione prescelta, il
risarcimento attribuito al modesto consumatore avrà sempre il
medesimo contenuto: quella somma che, aggiunta all’importo
dell’obbligazione inadempiuta, ne ricostituisca il potere d’acqui-
sto nella misura stimata al momento della scadenza.

4.1.3.1. La perdita di potere d’acquisto della moneta come


danno in re ipsa

La Cassazione, con la pronuncia n. 123 del 198332, rimette


in discussione le soluzioni formulate dalle Sezioni Unite,
individuando, da una parte, una sorta di “danno minimo”
estrinsecantesi nell’incidenza individuale sul singolo creditore
30
C. COST., 26 maggio 1981, n. 76, in Giur. cost., 1981, I, 708 ss.
31
Cit. supra note 11 e 12.
32
CASS., 7 gennaio 1983, n. 123, in Giust. civ., 1983, 766 ss., con nota di A.
DI MAJO, Svalutazione monetaria e risarcimento del danno (un passo avanti e
due indietro…), 770 ss.; in Riv. dir. civ., 1984, II, 445 ss., con nota di G.
BERNARDI, Sulla prova per la quantificazione del danno da svalutazione
monetaria.
232 CAPITOLO IV

del fenomeno collettivo della svalutazione monetaria, e conte-


stando, dall’altra, che la prestazione degli interessi, ex art. 1224
1° comma, abbia la funzione di risarcire il danno, sebbene
presunto, subìto dal creditore.
Argomenta, infatti, la Corte che “il danno derivante dalla
mancata corresponsione della valuta dovuta non è costituito dal
difetto di essa nel patrimonio del creditore, ma dal valore che
per il creditore aveva l’adempimento, cioè dalla utilizzazione
che, come mezzo di scambio, poteva esser da lui fatta e dalle
conseguenze patrimoniali derivanti da questa mancata
utilizzazione”. Tale danno, così strettamente legato alle qualità
del singolo creditore, anche all’interno della stessa “categoria”
alla quale si potrebbe ascriverlo, necessita di una prova specifica
che dimostri il valore che l’esatto adempimento avrebbe
rappresentato in relazione all’attività del danneggiato ed ai
programmi che questi aveva per l’impiego della somma dovuta.
Sembra ritenere la sentenza n. 123 che il tentativo delle
Sezioni Unite, attraverso l’uso di presunzioni personalizzate, di
quantificare il danno risarcibile in modo ad un tempo
generalizzabile, per categorie creditorie, ed individualizzato,
grazie alle allegazioni del concreto creditore, si riveli incapace
di perseguire quella giusta compensazione del danneggiato che
soltanto un giudizio fondato sulla singola fattispecie di
inadempimento potrebbe assicurare. In questo senso il
ragionamento della II sezione riecheggia l’orientamento
tradizionale.
Allo stesso tempo, però, la Corte ritiene che “la soggettività
del valore che assume per il creditore la valuta non riscossa, e la
conseguente variabilità del danno liquidabile, che corrisponde al
depauperamento economico per il mancato introito, mentre
impone e giustifica l’indagine concreta, non esclude il
riferimento, ai fini della prova, ai fatti oggettivi, generalizzati,
per i quali il mancato introito di una somma comporta, per
chiunque e per qualsiasi uso si possa fare del danaro, un danno
non inferiore alla incidenza del fenomeno generalizzato sulla
capacità di scambio della moneta. […] Anzi la generalizzazione
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 233

del fenomeno che colpisce tutti, almeno nella misura minima


dell’indice ufficiale di svalutazione, garantisce la serietà della
prova del danno individuale, in base all’id quod plerumque
accidit, nonché la previsione del danno al momento
dell’inadempimento”.
Accanto, quindi, ad un danno risarcibile solo a condizione
che il creditore provi lo specifico utilizzo cui avrebbe destinato
la somma oggetto del credito, o la perdita subita per non averne
potuto disporre al tempo convenuto, vi sarebbe un danno in re
ipsa, proiezione sul singolo individuo del fenomeno
macroeconomico del deprezzamento della moneta, qualunque
sia la sua categoria sociale di appartenenza ed il modo in cui è
solito impiegare il denaro33.
Essendovi quindi, da una parte, un danno che potremmo
definire “minimo”, subìto, in presenza di fenomeni inflazioni-
stici, da qualsiasi creditore che non riceva l’adempimento nel
tempo convenuto, e dall’altra un danno maggiore che verrà ri-
sarcito secondo le regole che tradizionalmente disciplinano la
responsabilità da inadempimento, resta da chiedersi quale ruolo
rivestano, in questa costruzione, gli interessi legali di cui al 1°
comma dell’art. 1224.

33
Ammette la Corte che “una obiezione possibile sarebbe data dalla
configurabilità, in via ipotetica, di usi del danaro che ne avrebbero,
egualmente, comportato la svalutazione: ma si tratterebbe di ipotesi contrarie
alla normalità dei comportamenti e delle previsioni e l’attore non può essere
onerato di una prova che superi i limiti della ragionevole previsione, secondo
ciò che a ciascuno accade. Altra obiezione potrebbe scaturire dal rilievo che
non tutti riescono ad evitare lo svilimento del proprio patrimonio, onde non
sarebbe certo che il danno patito dal singolo creditore fosse pari all’indice di
svalutazione; sennonché anche questa ipotesi è arbitraria contro la normalità
delle previsioni, in quanto muove dal presupposto congetturale del mancato o
cattivo utilizzo del danaro ed esige la prova diabolica e negativa che non
sarebbe stato usato in attività fallimentari o donativi o non sarebbe stato
tesaurizzato, dato che ogni altro impiego, ancorché non prestabilito, ne
avrebbe conservato il valore almeno nei limiti degli indici ufficiali: il danno
derivante dal mancato impiego del danaro è quello derivante da un impiego
normale, possibile, utile, ragionevole e prevedibile, non già quello derivante
da un impiego eventualmente sbagliato”.
234 CAPITOLO IV

Per la Cassazione gli interessi legali “costituiscono il frutto


civile del danaro e prescindono dal danno cagionato dal mancato
adempimento, anzi sono dovuti pure sull’importo della
liquidazione del danno, dalla data nella quale il danno si è
concretato”. Da ciò consegue che “il maggior danno è, in realtà,
il (diverso) danno maggiore, cioè quel danno che, derivando
dall’inadempimento, esula dal reddito del bene fruttifero
costituito dal danaro; reddito che viene fissato nel tasso di
interesse e che è dovuto anche nei casi di rivalutazione
monetaria”.
Il danno risarcibile a norma del 2° comma dell’art. 1224
sarebbe, quindi, “maggiore” non rispetto a quello coperto dalla
prestazione degli interessi legali, bensì rispetto al danno in re
ipsa quantificato sulla base dell’indice ufficiale dei prezzi al
consumo e provato sempre dallo stesso indice.
Il problema del risarcimento del danno nelle obbligazioni
pecuniarie, secondo la Corte, non è quello delle condizioni cui è
subordinata la compensazione del maggior danno, bensì quello
del parametro attraverso il quale è quantificata la forfetizzazione
del danno minimo, per qualsiasi creditore, cioè il saggio degli
interessi legali. Lo scopo che il sistema persegue consentendo la
risarcibilità del maggior danno è quello di attribuire
all’inadempimento il significato dannoso che lo stesso ha avuto
per il singolo creditore, e questo fine può essere raggiunto solo
con la prova specifica, da parte del danneggiato, della perdita
subita o del guadagno non conseguito. Le presunzioni
personalizzate producono soltanto una forfetizzazione, per
categorie, della compensazione del maggior danno, che, al
contrario, secondo la Corte, deve essere accordata solo sulla
base di una valutazione individuale del pregiudizio subito dal
singolo creditore. La riparazione standard deve essere
assicurata, invece, dal danno minimo, quantificato, però, con
riferimento al tasso d’inflazione, non al saggio degli interessi
legali.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 235

La Cassazione, con la sentenza n. 651 del 1984 34, ribadisce


che “il ritardo nel pagamento dei debiti di valuta comporta, ai
sensi dell’art. 1224 c.c., il pagamento, oltre che degli interessi,
dei maggiori danni causati, fra i quali è in re ipsa quello da
svalutazione monetaria poiché qualunque impiego del denaro,
anche il semplice deposito bancario ovvero la spendita in beni di
consumo, produce ricchezza riconducibile al valore della
moneta, con la conseguenza che incombe sul debitore la prova
per i casi eccezionali in cui non debba operare la previsione
anzidetta”.
A sancire la formazione di un filone giurisprudenziale
dissonante rispetto alle tesi affermate dalle Sezioni Unite del
’79, e seguite dalla giurisprudenza maggioritaria, interviene la
pronuncia della Cassazione n. 3356 del 198535. La Corte ritiene
che il punto di frattura tra i contrapposti orientamenti non
investa tanto l’inquadramento dogmatico della fattispecie,
quanto la materia della prova del danno. Mentre, sul primo
versante, vi sarebbe un sostanziale consenso nel ritenere che il
deprezzamento della somma inadempiuta non comporti alcun
risarcimento automatico, riguardo al contenuto della prova si
registra, al contrario, lo scontro fra la tesi, sostenuta dalle
Sezioni Unite, che ritiene il danno vada specificamente provato
dal creditore, ove occorra anche attraverso presunzioni che
dall’appartenenza ad una determinata categoria economica
permettano di inferire il nocumento patito, e la tesi del danno in
re ipsa propugnata dalle due sentenze precedentemente
esaminate.
La pronuncia n. 3356 si schiera a favore di questo secondo
orientamento, ritenendo, così, che il creditore soddisfi l’onere
della prova del danno con la semplice deduzione della
svalutazione monetaria e “richiedendone la liquidazione nella

34
CASS., 27.1.1984, n. 651, in Rep. Foro it., 1984, voce Danni civili, n. 171.
35
CASS., 5 giugno 1985, n. 3356, in Foro it., 1985, I-2, 2239 ss., con nota di
R. PARDOLESI, 2240 e 2241; ed in Giur. it., 1986, I, 219 ss., con nota di E.
DEL PRATO, Ritardo nell’adempimento di obbligazioni pecuniarie: nesso tra
inflazione e danno.
236 CAPITOLO IV

misura determinata sulla base degli indici ufficiali di


svalutazione in relazione al costo della vita, sempre salvo
comunque il potere dello stesso creditore di fornire la dimo-
strazione di avere subìto, in conseguenza dell’inadempimento,
danni diversi e maggiori, nonché la prova contraria da parte del
debitore che deduca e dimostri l’insussistenza in concreto del
danno da svalutazione dedotto o una sua incidenza in misura in-
feriore a quella costituita dal tasso di inflazione”.

4.1.4. Un nuovo intervento delle Sezioni Unite

Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 2368 del 198636, danno


nuova conferma all’indirizzo affermato con le sentenze del ’79,
da una parte smentendo la tesi del cosiddetto danno in re ipsa,
dall’altra precisando, rispetto alle critiche formulate dalla
dottrina, il sistema delle presunzioni di danno personalizzate per
categorie creditorie.
Secondo la Corte le posizioni sostenute dalla sentenza n.
123 del 1983, e seguite dalle pronunce n. 651 del 1984 e 3356
del 1985, riflettono il medesimo errore teorico della pronuncia
del ’78, estrinsecantesi nel “considerare la svalutazione un dan-
no in senso giuridico, risarcibile secondo gli indici Istat come
danno emergente identico per tutti i creditori”, laddove, al
contrario, la svalutazione, verificatasi durante il periodo della
mora, non rappresenta in sé stessa un danno, bensì soltanto una
possibile fonte di pregiudizio, risarcibile se, e nella misura in

36
CASS., SEZ. UN., 5 aprile 1986, n. 2368, in Foro it., 1986, I-1, 1265 ss., con
nota di R. PARDOLESI, Le sezioni unite su debiti di valuta e inflazione:
orgoglio (teorico) e pregiudizio (economico), e di AMATUCCI, Svalutazione
monetaria, preoccupazioni della Cassazione e principi non ancora enunciati
in materia di computo di interessi, cit., 1273 ss.; con nota di G. VALCAVI,
Ancora sul risarcimento del maggior danno da mora delle obbligazioni
pecuniarie: interessi di mercato o rivalutazione monetaria?, in Foro it.,
1986, I-2, 1540 ss.; con nota di E. QUADRI, Danni nelle obbligazioni
pecuniarie: la via delle sezioni unite all’ “ulteriore risarcimento”, in Foro
it., 1986, II, 3035 ss.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 237

cui, un adempimento puntuale avrebbe permesso al creditore di


sottrarre la somma dovuta alle conseguenze del deprezzamento
della moneta37.
Riguardo, poi, alla tesi secondo cui gli interessi ex art. 1224
1° comma non avrebbero funzione risarcitoria, le Sezioni Unite
si limitano a rilevare come la natura risarcitoria degli interessi
legali trovi conferma nella stessa lettera della norma, che usa
espressioni quali “danno maggiore” ed “ulteriore risarcimento”.
Nella riflessione della Suprema Corte le regole sul
risarcimento del danno da inadempimento nelle obbligazioni
pecuniarie sembrano tracciare un sentiero stretto in cui, da una
parte, vi è il rischio, con una attribuzione generalizzata del
medesimo risarcimento per qualsiasi creditore, di violare il
principio nominalistico o la previsione normativa del saggio
degli interessi legali, e, dall’altra, con la pretesa di una rigorosa
dimostrazione del danno subìto, di obliterare le ragioni del
creditore, confinando, in questo modo, in un piano puramente
teorico il principio della risarcibilità del maggior danno, e
rendendo, peraltro, la mora conveniente per il debitore. Così,
mentre l’orientamento tradizionale della giurisprudenza
concretizza il rischio da ultimo segnalato, la tesi del danno in re
ipsa, con la conseguente quantificazione generalizzata del
risarcimento sulla base degli indici ufficiali della svalutazione
monetaria - nonché la proposta, di matrice dottrinale, di
compensare il danneggiato con quella somma che rappresenti la
37
Fa, inoltre, riferimento la Corte “all’errore consistente nel ritenere che il
risarcimento del maggior danno implichi una concezione valoristica della
prestazione pecuniaria inadempiuta, essendo evidente l’equivoco in cui
incorre la sentenza laddove identifica il valore della moneta, che è sempre
quello nominale, con il «valore» che il pagamento puntuale aveva per il
creditore, cioè con le utilità che questi si riprometteva di trarre dalla
prestazione, il quale pregiudizio forma oggetto, invece, della distinta
obbligazione risarcitoria prevista dalla disposizione”.
Non si comprende tale critica mossa alla pronuncia n. 123 del 1983, poiché il
riferimento al concreto valore che l’esatto adempimento poteva rivestire per
il singolo creditore prescinde proprio da ogni considerazione generalizzabile
sulla perdita di valore della moneta, per evocare un giudizio, individualizzato,
sull’uso che il singolo creditore avrebbe fatto della somma dovuta.
238 CAPITOLO IV

differenza tra il tasso medio degli interessi praticato sul


mercato38, ovvero il tasso di sconto fissato dalla banca
centrale39, ed il tasso degli interessi legali - danno vita ad una
disciplina della fattispecie contraria ed estranea a quella posta
dal legislatore.
In questo quadro, l’originale sistema elaborato dalle Sezioni
Unite del ’79 sembrerebbe l’unico capace di percorrere tale
sentiero, consentendo un accertamento dell’an e del quantum del
risarcimento che, ad un tempo, sia rispettoso dei principi che
regolano il giudizio di responsabilità e la materia delle

38
Osserva PARDOLESI, Interessi moratori e maggior danno da svalutazione:
appunti di analisi economica del diritto cit., 2625, nella prospettiva
dell’analisi economia del diritto, che, in un mondo senza attriti, “il
pregiudizio normalmente patito dal creditore (a prescindere, quindi,
dall’eventuale inflazione) non può essere, a sua volta, minore del prime rate.
Anch’egli, infatti, avrebbe potuto immettere la somma, se corrisposta a
tempo debito, nel mercato del credito e spuntare l’interesse ivi corrente,
oppure evitare di assumere un prestito con un tasso d’interesse commisurato
al suo livello di rischiosità […]”. L’Autore ritiene, 2627, che “la direttiva
formulata con riguardo ad un mondo senza attriti sopravviva alla caduta dei
presupposti su cui era predicata, e s’imponga, anzi, come criterio di massima
per l’auspicabile (e doveroso) intervento del legislatore”. G. VALCAVI,
Rivalutazione monetaria od interessi di mercato?, in Foro it., 1980, I, 118
ss.; ora in Scritti giuridici scelti, Varese, 2005, 145, pensa che “se
l’evenienza che aggrava il danno nasce dall’anacronistico tasso legale ex art.
1284 c.c., il maggior danno ex art. 1224, 2° comma, c.c. è costituito dallo
scarto tra tasso legale e tasso di mercato, nel periodo della mora; esso va
liquidato con tale differenza di interesse e non mediante la rivalutazione
monetaria. Una tale conclusione tiene fermo, e non è cosa da poco, il
principio nominalistico ex art. 1277 c.c., ristora il danno, senza arricchire il
creditore o il debitore, è un criterio oggettivo e perciò equo e non arbitrario”.
39
V. QUADRI, Danno e risarcimento nelle obbligazioni pecuniarie cit., 988.
Contra PARDOLESI, op. ult. cit., 2628, ad avviso del quale stupisce “la fiducia
riposta nella capacità deterrente di un risarcimento commisurato al tasso di
sconto. Esso indica il «costo della liquidità» per gli istituti di credito (meno
cripticamente, il prezzo che devono pagare per ottenere denaro dalla banca
centrale); e, per ciò stesso, è strutturalmente inferiore al prime rate. Come
dire che la proposta in parola è destinata a fallire proprio rispetto a quello che
dovrebbe essere il suo obiettivo prioritario: eliminare l’incentivo perverso
[all’inadempimento, n.d.r.]”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 239

obbligazioni pecuniarie e non oneri il creditore di una prova


eccessivamente complessa. Presumendo che il danneggiato
avrebbe usato il denaro in modo conforme alle modalità di
impiego che caratterizzano la categoria sociale di appartenenza,
il danno consisterà nel guadagno o nella perdita che, secondo
criteri di normalità e di possibilità, la disponibilità della somma
dovuta avrebbe assicurato od evitato ad un creditore che vanti
quelle individuate qualità personali e professionali.
Il riferimento a categorie socio-economiche, da una parte,
garantirebbe una stima forfetaria del danno, ma, dall’altra,
eviterebbe di attribuire a qualsiasi creditore il medesimo
risarcimento, discriminando tra creditore e creditore sulla base
di un criterio, quale l’appartenenza ad una determinata categoria
economica, che le Sezioni Unite ritengono oggettivo e razionale.
La sentenza n. 2368 precisa, poi, il contenuto delle
presunzioni di danno in riferimento alle differenti categorie di
creditori e l’oggetto della prova, richiesta al danneggiato, in
relazione alle qualità personali e professionali allegate.
L’esistenza o l’ammontare approssimativo del danno patito
dal creditore esercente un’attività imprenditoriale “possono
essere desunti o facendo riferimento – come suggeriscono le
sentenze del ’79 – al risultato medio dell’attività in un certo
periodo, dal quale è possibile inferire la redditività (marginale)
media dell’investimento e, dunque, il mancato guadagno, oppure
con riferimento al costo del denaro, precisamente allo scarto fra
interesse legale e tasso di mercato dell’interesse praticato dalle
banche alla migliore clientela per il credito a breve (prime rate),
sulla piazza del creditore e nel periodo della mora”40.
Il risparmiatore abituale, definito come “colui che
sistematicamente investe in impieghi di risparmio il residuo
40
Spiega la Corte che “questo criterio attinente al danno emergente riveste,
anzi, carattere primario perché, oltre ad essere inerente, come l’altro, alla
destinazione del denaro all’attività produttiva […] è altresì ancorato ad un
parametro certo di facile rilevazione e, soprattutto, è l’unico possibile per
un’azienda che non produca utile, ma sia in pareggio o in perdita, non essen-
dovi allora un guadagno cui commisurare la presumibile redditività della
somma mancata”.
240 CAPITOLO IV

personale non assorbito dai consumi”, dovrà allegare e


dimostrare “la qualità degli investimenti abitualmente operati”, e
la prova presuntiva avrà ad oggetto “l’uguale destinazione che il
creditore avrebbe dato alla somma non pagata e l’ammontare del
mancato reddito (interessi di titoli di stato, rendimenti di azioni
ecc.)”.
Il creditore occasionale, secondo le Sezioni Unite, è “il
beneficiario una tantum di un credito di un certo rilievo (può
essere un’indennità di assicurazione, una liquidazione di fine
rapporto, ecc.), il quale non possa vantare una forma abituale di
investimento del denaro perché normalmente lo destina al
consumo”. In questo caso, ritiene la Corte, “si può presumere
l’impiego alternativo più probabile, cioè il deposito presso
istituti di credito, e commisurare il danno alla remunerazione
media dei depositi nel periodo, sempre che, appunto, l’entità
della somma dovuta e la situazione del creditore siano tali da
non rendere probabile, invece, l’erogazione immediata per il
consumo”.
Sarebbero inquadrabili, invece, nella categoria del modesto
consumatore coloro che, per la professione esercitata ed il basso
livello di reddito goduto, impiegano il proprio denaro
esclusivamente nell’acquisto di beni di consumo e servizi
indispensabili per soddisfare i bisogni ordinari della vita. Il
ritardo nell’adempimento del credito determina, quindi, per il
modesto consumatore, un danno estrinsecantesi nel minorato
potere d’acquisto della somma dovuta, al momento dell’effettivo
pagamento, causato dal deprezzamento della moneta verificatosi
durante la mora. Il danno subìto sarà, così, quantificabile in base
all’indice ufficiale dei prezzi al consumo per le famiglie di
operai e impiegati41.

41
Secondo B. INZITARI, La terza sentenza (n. 2368/1986) delle sezioni unite
sul maggior danno nell’inadempimento delle obbligazioni pecuniarie, in
Giur. it., 1986, I, 1161, ora in Profili del diritto delle obbligazioni, Padova,
2000, 141 ss., “in due categorie sembra prevalere la risarcibilità dei maggiori
costi subìti (imprenditore e modesto consumatore), in altre due la risarcibilità
dei mancati guadagni (risparmiatore abituale e creditore occasionale). Non
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 241

Parte della dottrina42, partendo dal presupposto che


l’acquisto di beni di consumo rappresenta una necessità per
qualsiasi individuo, indipendentemente dalla categoria socio
economica cui appartiene, conclude che il riferimento agli indici
ufficiali dei prezzi al consumo risulta essere il reale criterio
generale per la determinazione forfetaria del danno. Infatti, ogni
creditore che non sia inquadrabile in una delle categorie
individuate o che, da tale inquadramento, si vedrebbe risarcito in
misura inferiore rispetto al modesto consumatore, potrebbe
domandare la rivalutazione monetaria della somma dovuta.
Secondo questa dottrina, il sistema delle presunzioni
personalizzate rappresenterebbe, quindi, un mero paravento al
riparo del quale celare una costruzione della fattispecie di
responsabilità, in contrasto con il principio nominalistico,
corrispondente a quella elaborata dalla III sezione con la
sentenza n. 5670 del ’78.
Le Sezioni Unite respingono le critiche e spiegano che “la
presunzione inerente alla figura del modesto consumatore non è
correlata al fatto oggettivo che il denaro non investito in attività
produttive o in operazioni di risparmio viene normalmente
destinato al consumo (nel qual caso effettivamente la categoria
avrebbe portata generale), bensì ha una valenza sociale
sufficientemente precisa, in quanto indica la condizione di colui
che, a motivo della sua qualità professionale (operaio,
contadino, impiegato, ecc.) e/o della modestia delle sue risorse
economiche, secondo l’id quod plerumque accidit, è abitualmen-
te soltanto acquirente di beni di consumo; e per questa categoria
di creditori è del tutto appropriato, nella determinazione forfeta-
ria del danno, il riferimento agli indici Istat, riguardanti appunto
le variazioni dei prezzi in relazione al consumo delle famiglie di

nascondono che si ha l’impressione che il complesso di questi criteri sia stato


costruito più che sulle singole categorie soggettive, su quelle ricorrenti
operazioni economiche che comportano l’utilizzazione di una liquidità
monetaria: il prestito bancario, l’investimento in valori mobiliari, il deposito
bancario, l’acquisto di beni di consumo”.
42
V. AMATUCCI, La prova del danno da svalutazione monetaria nelle
obbligazioni pecuniarie, cit., 1992.
242 CAPITOLO IV

operai e impiegati. […] In conclusione, la figura del «modesto


consumatore», lungi dal costituire una categoria di carattere
generale, comprensiva delle altre, è con queste incompatibile, in
quanto solo in relazione ad essa è possibile presumere, sia pure
iuris tantum, la destinazione del denaro al consumo”.
L’orientamento inaugurato dalle Sezioni Unite del ’79 e
consolidato dalla sentenza del 1986 riceve un convinto sostegno
dalla Corte Costituzionale43.
L’elaborazione di questa griglia di presunzioni
personalizzate per categorie di creditori rappresenta il tentativo
di garantire una riparazione adeguata al danneggiato rispettando,
per quanto possibile, la funzione compensativa della responsa-
bilità per inadempimento ed il principio del valore nominale.
La prima risulta compromessa ogniqualvolta l’autore di un
evento dannoso venga condannato ad una riparazione che o non
corrisponde ad un pregiudizio realmente subìto dal danneggiato,
o è in relazione ad un pregiudizio che, pur essendosi prodotto,
non è ricollegabile causalmente alla responsabilità di chi è
chiamato a compensarlo, o non è sufficiente a porre il
danneggiato nella posizione nella quale si sarebbe trovato
laddove l’illecito non fosse stato posto in essere. La determi-
nazione del risarcimento del maggior danno in una misura
prefissata, una volta per tutte, per qualunque creditore realizza,
senza ombra di dubbio, un’incrinatura della funzione
compensativa della responsabilità per inadempimento44.

43
V. C.COST., 7 aprile 1988, n. 408, in Giur. cost., 1988, I, 1819 ss.; C.
COST., 6 dicembre 1988, in Foro it., 1989, I, 618 ss.
44
V. R. COOTER, U. MATTEI, P. G. MONATERI, R. PARDOLESI, T. ULEN, Il
mercato delle regole Analisi economica del diritto civile, II Applicazioni,
142, che ritengono, in caso di una rivalutazione del corrispettivo non prestato
puntualmente dal debitore, “il creditore dispone di una vera e propria
assicurazione contro l’inflazione, i cui effetti negativi sono trasferiti sul
debitore. Anche questa interpretazione del maggior danno previsto dal
comma 2 dell’art. 1224 non tiene conto dell’andamento dei tassi di mercato.
È evidente, però, che tale fattore influenza direttamente i comportamenti
delle parti. Attraverso il risarcimento il creditore ottiene una protezione
contro l’inflazione non disponibile sul mercato finanziario. Spesso l’aumento
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 243

D’altra parte, la moneta non può essere assimilata agli altri


beni, non si può trattare l’indisponibilità di una somma di denaro
come la mancata consegna di un immobile. Una cosa è chiedersi
come il compratore avrebbe utilizzato l’immobile se il venditore
avesse esattamente adempiuto alle sue obbligazioni, altra cosa è
quantificare il pregiudizio subìto dal creditore per la mancata
prestazione di una somma di denaro.
Riguardo, poi, al problema di salvaguardare la scelta
nominalistica del nostro ordinamento, non si può nascondere che
tutte le volte in cui al danneggiato venga accordato un
risarcimento che lo ponga al riparo da una perdita di potere
d’acquisto della moneta che questi in ogni caso avrebbe subìto, a
prescindere dall’inadempimento, si sia in presenza di una
violazione del principio del valore nominale. Del resto,
considerare il deprezzamento della somma dovuta quale danno
emergente, risarcito indipendentemente da qualsivoglia indagine
sull’impiego cui la stessa sarebbe stata destinata, nell’ipotesi di
esatto adempimento, non rappresenta semplicemente una viola-
zione della regola nominalistica, ma equivale all’introduzione,
per il periodo della mora, del principio del valore reale della mo-
neta.
Insomma, in questo contesto l’utilizzo delle presunzioni
personalizzate per categorie di creditori sembra alle Sezioni
Unite il male minore: evita di lasciare il creditore alla balìa
dell’inflazione durante la mora compromettendo il meno
possibile la funzione compensativa della tutela risarcitoria e
l’efficacia del principio del valore nominale. Non si chiede al
creditore di provare come avrebbe utilizzato la somma dovuta
laddove l’avesse ricevuta nel tempo convenuto, al contempo,
però, non si predetermina la misura del risarcimento in modo
generalizzato. Se non si può pretendere che il singolo creditore

dei tassi di interesse nominali, che si verifica in periodi di tensioni


inflazionistiche, compensa solo in parte l’erosione del potere d’acquisto della
moneta. Quando l’inflazione è accompagnata dalla recessione, inoltre, i tassi
nominali possono essere inferiori al tasso di deprezzamento della moneta.
Ciò significa che i tassi reali assumono valori negativi”.
244 CAPITOLO IV

provi rigorosamente il danno subìto, si può individualizzare il


più possibile il giudizio di responsabilità guardando alla sua
collocazione sociale.
Fra quelle individuate, le categorie che hanno una reale
rilevanza sociale sono due: gli imprenditori e i modesti consu-
matori, capitale e lavoro. Da una parte coloro che impiegano il
denaro in un’attività produttiva, dall’altra quelli che lo utilizzano
per sopravvivere. Nel mezzo i giudici collocano i risparmiatori
abituali ed i creditori occasionali.
Lo sforzo delle Sezioni Unite somiglia un po’ alle fatiche di
Sisifo: da una parte, volendo evitare gli effetti distorti della
giurisprudenza tradizionale, presta il fianco all’accusa di
forfetizzazione del maggior danno; dall’altra, nel tentativo di
individualizzare il più possibile il giudizio di responsabilità, si
basa su assunzioni troppo rigide e schematiche sull’impiego
tipico del denaro da parte di ciascuna categoria di creditori, con
esiti palesemente contro fattuali45.
A fronte di una sfrenata finanziarizzazione dell’economia46,
si può ipotizzare che gli imprenditori investano tutte le loro
risorse nell’impresa? Più specificamente, con il riferimento al
prime rate, quale parametro di quantificazione del risarcimento,
o si assimila l’imprenditore ad un soggetto erogatore del credito
o si considera quello da mora come un danno emergente. La
prima fra le alternative, invero, non è priva di fondamento,
potendo la mora essere tranquillamente assimilata ad un prestito
forzoso. La seconda è assai più discutibile, poiché, mentre una
valutazione sull’impiego che ipoteticamente il creditore avrebbe
fatto di una certa somma e sul guadagno che ne avrebbe tratto
(lucro cessante) è concepibile, il danno emergente, subìto per
aver dovuto contrarre un mutuo al tasso del prime rate, o si è
realmente prodotto e si può provare o, in caso contrario, non si
può presumere.

45
Cfr. A. GAMBARO, Inflazione, in Digesto, Disc. priv., Sez. civ., vol. IX,
Torino, 1993, 401 ss., in particolare 414.
46
Cfr. D. HARVEY, Breve storia del neoliberalismo, Milano, 2007, in
particolare 184 ss.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 245

Per il modesto consumatore il parametro di quantificazione


del risarcimento è rappresentato dal tasso d’inflazione. La
giurisprudenza e parte della dottrina ritengono che, per questa
categoria di creditori, la rivalutazione della somma dovuta sia
l’unica forma possibile di risarcimento del danno da mora.
Considerate, infatti, le condizioni economiche di operai,
impiegati e contadini si assume che questi usino interamente la
loro disponibilità monetaria nell’acquisto di beni di consumo. La
rivalutazione, assicurando la medesima capacità d’acquisto di
cui avrebbero potuto disporre in caso di esecuzione puntuale
della prestazione pecuniaria, permette agli esponenti di questa
categoria sociale di procurarsi i beni di cui la mora li ha orbati.
Di recente, si è osservato in dottrina che se fosse vero che il
modesto consumatore spende il denaro solo per l’acquisto di
beni e servizi necessari per la sussistenza propria e della propria
famiglia, allora questi, a causa della mora, si troverebbe, per
forza di cose, nella necessità di chiedere a mutuo la somma non
prestata per garantirsi la sopravvivenza. In questo caso non vi
sarebbe questione di riferimento al tasso d’inflazione, sarebbe
sufficiente risarcire al creditore la perdita subìta per il
corrispettivo pagato al mutuante47.
Questo rilievo è condivisibile48 nella misura in cui mostra
come l’assunto secondo cui operai, impiegati e contadini spen-
derebbero il loro denaro solo in beni di consumo necessari per la
sopravvivenza sia privo di fondamento in un’economia, come
quella italiana, in cui il sistema bancario è solido proprio grazie
all’ingente stock di risparmio delle famiglie49. Si deve, poi,

47
V. G. VILLA, Danno e risarcimento contrattuale, in Trattato del contratto a
cura di ROPPO, vol. V, Rimedi – 2, Milano, 2006, 879.
48
L’osservazione diviene meno pregnante se si considera che il modesto
consumatore avrebbe potuto utilizzare la somma anche per l’acquisto di beni
voluttuari (il televisore nuovo, una vacanza sognata da tempo), ed in questo
caso non è scontato che, in caso di inadempimento, lo stesso avrebbe preso a
mutuo l’importo atteso per esaudire un desiderio. Senza contare, tra l’altro,
che vi sono anche consumi non voluttuari ma differibili.
49
V. Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, pubblicata regolarmente nei
Supplementi al Bollettino Statistico della Banca d’Italia a partire dal 1965.
246 CAPITOLO IV

considerare che quelli di cui stiamo discutendo sono crediti


pecuniari che non hanno funzione retributiva, per questi infatti
l’art. 429 3° comma c.p.c. prevede già la rivalutazione
automatica in caso di mora, proprio in considerazione del fatto
che la retribuzione, come sancito solennemente dall’art. 36 della
Costituzione, deve garantire al lavoratore un’esistenza libera e
dignitosa50.
Tirando le somme, l’assunzione rigida di presunzioni quali
quelle che gli imprenditori spenderebbero sempre il loro denaro
nell’attività di impresa ed operai, impiegati e contadini
nell’acquisto di beni di consumo necessari alla sopravvivenza, si
scontra con la realtà del nostro sistema economico e sociale.
Imprenditori, operai, impiegati e contadini, in misura
chiaramente differente, sono acquirenti di beni di prima
necessità e voluttuari, risparmiatori abituali, mutuatari e forse
anche creditori occasionali, ma, in riferimento a quest’ultima
classificazione, non sapremmo dire, considerata la sua eva-
nescenza.

4.1.5. Il divieto di cumulo tra interessi legali e rivalutazione


monetaria

Come evidenziato, le Sezioni Unite ribadiscono, in


continuità con il tradizionale orientamento della Suprema Corte,
la funzione risarcitoria degli interessi legali di cui al 1° comma
dell’art. 1224. Sembra potersi arguire dall’impostazione di
questa sentenza, che pure non si pronuncia esplicitamente sul

50
DI MAJO, Prassi giudiziali e indirizzi legislativi in tema di svalutazione
monetaria dei debiti pecuniari cit., 117, trae dal confronto con la disciplina
del danno da inadempimento dei crediti che hanno funzione retributiva
conclusioni differenti: “È difficilmente contestabile che all’affermarsi di una
prassi giudiziale affatto «liberale» circa il rilievo della svalutazione monetaria
nella tutela (giudiziale) di crediti pecuniari abbia in buona misura contribuito
il modello della tutela «differenziata» di cui godono i crediti di lavoro. Di qui
l’esigenza di superare, a livello di tutela di diritto comune, i limiti applicativi
della suddetta tutela «differenziata»”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 247

punto, una contrarietà al cosiddetto cumulo tra il risarcimento


del danno, anche quando coincidente con la rivalutazione della
somma, e gli interessi legali.
Una parte minoritaria della giurisprudenza51, ritenendo che
la funzione degli interessi di mora sia quella di risarcire il
creditore del mancato guadagno subìto per non aver potuto
disporre della somma dovuta nel tempo convenuto, sostiene che
sulla somma rivalutata a titolo di maggior danno vadano
calcolati gli interessi legali a decorrere dal momento
dell’inadempimento. In particolare, alcune pronunce52, relative
all’inadempimento di prestazioni previdenziali53, pur ritenendo
che il risarcimento di cui all’art. 1224 2° comma compensi
soltanto il danno non coperto dall’attribuzione degli interessi
legali, affermano, tuttavia, che “tale principio non è applicabile
nei confronti del «modesto consumatore», per il quale il danno
maggiore consiste nella maggior somma di denaro occorrente
per l’acquisto di beni o servizi essenziali per gli ordinari bisogni
della vita, pregiudizio autonomo ed eterogeneo rispetto a quello
rappresentato dal lucro cessante che il creditore avrebbe ricavato
dal tempestivo impiego della somma dovutagli, con la
conseguenza che il creditore appartenente alla categoria dei
«modesti consumatori» ha diritto alla rivalutazione monetaria
della somma non pagata alla scadenza ed inoltre agli interessi
sull’importo rivalutato della prestazione a decorrere dalla data
della mora”.

51
V., fra le altre, CASS., 6 giugno 1981, n. 3661, in Rep. Foro it., 1981, voce
Danni civili, n. 268.
52
V., fra le altre, CASS. 9 settembre 1988, n. 5135, in Foro it., 1989, I, 2892
ss.; CASS. 9 settembre 1988, n. 5136 e 5137, in Rep. Foro it., 1988, voce
Danni civili, n. 254 e 255; CASS. 2 dicembre 1988, n. 6526 e 6528, in Rep.
Foro it., 1988, voce Danni civili, n. 243 e 238; CASS. 17 gennaio 1989, n.
181, 194, 198 e 199, in Rep. Foro it., 1989, voce Danni civili, n. 217, 267,
268 e 269.
53
Solo con C. COST., 12 aprile 1991, n. 156, in Giur. cost., 1991, 1354 ss.,
che dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 442 c.p.c., i crediti
previdenziali inadempiuti, così come i crediti retributivi, diventano soggetti a
rivalutazione automatica.
248 CAPITOLO IV

Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 5299 del 198954,


respingono la tesi di questa giurisprudenza, rilevando come
“l’ulteriore risarcimento non differisce, per natura e presupposti,
dal danno liquidato nella misura degli interessi legali e non può
avere, pertanto, ad oggetto che l’«eccedenza» rispetto
all’indennizzo già coperto dagli interessi moratori. […] Ne
consegue che, ove il creditore, allegando un pregiudizio
superiore al coacervo degli interessi, ne richieda il risarcimento,
fornendo elementi (anche solo presuntivi) di prova della propria
pretesa, viene meno la ragione di applicare il disposto del 1°
comma dell’art. 1224, il quale postula che il creditore limiti la
domanda risarcitoria al «minimo» forfetariamente predetermi-
nato dalla legge e comunque dovuto, senza alcun onere di pro-
va”55.

54
In Foro it., 1990, I-1, 427 ss., con nota di A. DI MAJO, Interessi e
svalutazione tra risparmiatori e pensionati, 431 ss.
55
Cfr., nello stesso senso, CASS. 15 febbraio 1990, n. 1133, in Foro it., 1990,
I-2, 2219 ss., con nota di G. VALCAVI, L’indennizzo del mero lucro cessante,
come criterio generale di risarcimento del danno da mora nelle obbligazioni
pecuniarie, 2220 ss.; CASS., 4 febbraio 1994, n. 1161, in Foro it., 1994, I-2,
2622 ss., con nota di F. D’AQUINO, Verso il tramonto dei crediti di valore?,
2628 ss.; CASS., 18 febbraio 2000, n. 1834, in Mass. Giust. civ., 2000,
I, 386, secondo cui “nelle obbligazioni pecuniarie, gli interessi moratori
accordati al creditore dall’art. 1224, comma 1, c.c. hanno funzione
risarcitoria, rappresentando il ristoro, in misura forfetariamente
predeterminata, della mancata disponibilità della somma dovuta. Pertanto,
qualora, in relazione alla domanda del creditore di riconoscimento del
maggior danno ai sensi del comma 2 dello stesso articolo, si provveda alla
integrale rivalutazione del credito, tale rivalutazione si sostituisce al danno
presunto costituito dagli interessi legali, ed è idonea, quale espressione del
totale danno in concreto, a coprire l’intera area dei danni subìti dal creditore
stesso fino alla data della liquidazione, con la conseguenza che solo da tale
data spettano gli interessi sulla somma rivalutata, verificandosi altrimenti
l’effetto che il creditore riceverebbe due volte la liquidazione dello stesso
danno, e conseguirebbe più di quanto avrebbe ottenuto se l’obbligazione
fosse stata tempestivamente adempiuta”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 249

4.1.6. Il superamento dello schema delle presunzioni


personalizzate per categorie di creditori

Il modello di quantificazione del danno fondato su


presunzioni personalizzate entra in crisi nell’applicazione giuris-
prudenziale, soggetto a spinte centrifughe di segno opposto.
Da una parte, alcune pronunce ritengono che a qualunque
categoria sia ascrivibile il creditore, anche quella degli
imprenditori, lo stesso, pur potendosi valere del ragionamento
presuntivo, deve dimostrare il verosimile impiego cui la somma
dovuta sarebbe stata destinata in caso di esatto adempimento56.

56
V. Cass., 23 ottobre 2002, n. 14970, in Rep. Foro it., 2002, voce
Previdenza sociale, n. 5150, e, nella sua versione integrale, in Foro it. online,
secondo cui la presunzione di un danno da svalutazione monetaria correlata
alla semplice allegazione della qualità di imprenditore del creditore
“finirebbe per stravolgere il criterio fondamentale dell’onere della prova, di
cui all’art. 2697 cod. civ., risolvendosi in una ingiustificata soluzione di
favore per il creditore, il quale, per beneficiare del risarcimento, dovrebbe
solo provare di appartenere ad una determinata categoria economica […].Una
tale conseguenza avrebbe ben poca giustificazione anche sotto il profilo
sistematico, comportando l’introduzione di un meccanismo di automatica
rivalutazione analogo a quello previsto dall’art. 429 cod.proc.civ […] senza
alcun fondamento normativo […]. Nella specie, il Tribunale, a fronte di una
specifica censura dedotta dall’Inps in sede di appello, ha desunto l’esistenza
del maggior danno dalla semplice qualità di imprenditore della cooperativa
[…] e dalla susseguente e normale necessità di ricorrere al prestito bancario.
Tale circostanza, peraltro, per quanto sopra osservato non può ritenersi di per
sé sufficiente, non potendosi far discendere dal fatto certo della qualità di
imprenditore l’ulteriore circostanza del ricorso al prestito bancario, che, in
mancanza di uno specifico riferimento al caso concreto, rimane un fatto
incerto e solo eventuale”; Cass., 7 febbraio 2006, n. 2613, in Rep. Foro it.,
2006, voce Danni civili, n. 389, e, nella sua integralità, in Foro it. online,
secondo cui “in tema di maggior danno da svalutazione monetaria, ex art.
1224 c.c., il pur legittimo ricorso al notorio ed a presunzioni da parte del
Giudice non può prescindere dall’assolvimento, da parte del creditore –
ancorché appartenente ad una particolare categoria soggettiva (quale, ad
esempio, quella degli imprenditori commerciali) – di un onere quantomeno di
allegazione, che consenta al Giudice di merito di verificare se , tenuto conto
delle sue qualità personali e dell’attività da lui in concreto esercitata, il
250 CAPITOLO IV

Dall’altra, parte della giurisprudenza considera invece presunto,


in qualunque fattispecie di inadempimento, almeno un danno
equivalente al deprezzamento della moneta, poiché secondo l’id
quod plerumque accidit qualsiasi creditore, soprattutto se
imprenditore, sarebbe capace di impiegare la somma dovuta in
modo tale da mantenerne intatto il potere d’acquisto57.

particolare danno allegato possa essersi verosimilmente prodotto”; CASS., 14


febbraio 2006, n. 3146, in Mass. Giust. civ., 2006, I, 391, che spiega come
“in tema di maggior danno da svalutazione monetaria, il pur legittimo ricorso
al notorio ed a presunzioni da parte del giudice non può prescindere
dall’assolvimento, da parte del creditore – ancorché appartenente a una
categoria soggettiva (nella specie, impresa commerciale) – di un onere
quantomeno di allegazione, che consenta al giudice di merito di verificare se,
tenuto conto delle sue qualità personali e dell’attività da lui in concreto
esercitata, il particolare danno allegato possa essersi verosimilmente
prodotto”.
57
V. Cass., 8 maggio 2001, n. 6420, in Rep. Foro it., 2001, voce Previdenza
sociale, n. 256, e, nella sua interezza, in ItalGiure Web, secondo cui
“l’attore, che fa valere una obbligazione pecuniaria ordinaria, ha diritto di
ottenere, oltre la restituzione della somma indebitamente pagata, gli interessi
e – ove risulti provato, anche solo per presunzione – il risarcimento del
maggior danno ex art. 1224, secondo comma, cod. civ., per l’attribuzione del
quale la semplice qualità d’ imprenditore del creditore rileva come elemento
presuntivo idoneo a far ritenere che la somma, se restituita tempestivamente,
sarebbe stata reinvestita nell’attività produttiva, con conseguente
neutralizzazione degli effetti della svalutazione monetaria”; Cass., 27 ottobre
2004, n. 20807, in Mass. Giust. civ., 2005, I, 23, al cui avviso “nel caso in cui
il creditore, del quale non sia controversa la qualità di imprenditore
commerciale, deduca di aver subìto dal ritardo del debitore nell’adempimento
di un’obbligazione pecuniaria un pregiudizio conseguente al diminuito potere
di acquisto della moneta, non è necessario, ai fini del riconoscimento del
maggior danno ragguagliato alla svalutazione monetaria, che egli fornisca la
prova di un danno concreto causalmente ricollegabile all’indisponibilità del
credito per effetto dell’inadempimento, dovendosi presumere, in base all’id
quod plerumque accidit, che, se vi fosse stato tempestivo adempimento, la
somma dovuta sarebbe stata utilizzata in impieghi antinflattivi”; Cass., 23
luglio 2004, n. 13829, in Rep. Foro it., 2004, voce Indebito, n. 16, e, nella
sua integralità, in Foro it. online; Cass., 2 agosto 2004, n. 14767, in Danno e
resp., 2005, 1113 ss.; CASS., 7 marzo 2006, n. 4885, in Mass. Giust. civ.,
2006, I, 597 e 598, che afferma: “In relazione ai debiti di valuta, l’ulteriore
risarcimento a norma dell’art. 1224, comma 2, c.c., con riguardo alla
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 251

Nel luglio 2008 le Sezioni Unite58 si trovano, nuovamente, a


dover risolvere il contrasto tra le due principali opzioni che si

svalutazione monetaria, può trovare giustificazione anche nella sola qualità di


imprenditore commerciale allegata dal creditore, pur in mancanza di
particolari indicazioni delle perdite subite, in quanto il fatto notorio della
svalutazione monetaria rimane integrato sul piano probatorio, quanto
all’incidenza negativa del ritardo nel pagamento, dalle presunzioni che si
correlano alla suddetta qualità imprenditoriale e che attengono al normale
reimpiego dei ricavi nell’attività produttiva, cui la somma non percepita è
stata sottratta, con conseguente mancata neutralizzazione degli effetti dannosi
del fenomeno inflattivo. In particolare, deve essere riconosciuto il maggior
danno, ai sensi della disposizione sopra richiamata, per il ritardo nella
corresponsione delle indennità di esproprio e di occupazione, qualora il
creditore eserciti attività di imprenditore, per di più nel settore immobiliare
ove è notoria l’importanza di disporre di consistenti liquidità, dovendosi
presumere che egli avrebbe fatto ricorso a peculiari forme di reimpiego delle
somme in iniziative sottratte alla svalutazione e idonee, anzi, ad assicurare un
rendimento ben superiore all’interesse legale applicabile in caso di mora del
debitore”; CASS., 16 marzo 2006, n. 5860, in Mass. Giust. civ., 2006, I, 720,
secondo cui “in tema di inadempimento delle obbligazioni pecuniarie, nel
caso in cui il creditore – del quale non sia controversa la qualità di
imprenditore commerciale – deduca di aver subìto dal ritardo del debitore
nell’adempimento un pregiudizio conseguente al diminuito potere d’acquisto
della moneta, non è necessario, ai fini del riconoscimento del maggior danno
ragguagliato alla svalutazione monetaria, che egli fornisca la prova di un
danno concreto causalmente ricollegabile all’indisponibilità del credito per
effetto dell’inadempimento, dovendosi presumere, in base all’id quod
plerumque accidit, che, se vi fosse stato tempestivo adempimento, la somma
dovuta sarebbe stata utilizzata in impieghi antinflattivi per il finanziamento
dell’attività imprenditoriale e, quindi, sottratta agli effetti della svalutazione”;
Cass., 25 settembre 2007, n. 19938, in G. dir., 2007, 44, 83 ss.
58
CASS., SEZ. UN., 16 luglio 2008, n. 19499, in Foro it., 2008, 2786 ss., con
nota di R. PARDOLESI, Debiti di valuta, «danno da svalutazione» (e il
«disgorgement» che non t’aspetti), 2789 ss., e di S. M. SEPE, Maggior danno
da svalutazione monetaria: una prospettiva finanziaria, 2796 ss.; in Corr.
giur., 2008, II, 1555 ss., con nota di A. DI MAJO, Il danno da svalutazione
monetaria tra prove presuntive e regole di giudizio, 1564 ss.; in Giur. it.,
2009, I, 1136 ss., con nota di P. VALORE, Le Sezioni unite sul danno da
svalutazione, 1141 ss.; in Riv. dir. civ., 2009, 2, 215 ss., commentata da D.
ACHILLE, Ritardo nell’adempimento di obbligazioni pecuniarie e danno
(ovvero il danno da svalutazione monetaria secondo le Sezioni Unite della
Cassazione).
252 CAPITOLO IV

sono contese il campo nella materia della quantificazione del


risarcimento del maggior danno da mora nelle obbligazioni
pecuniarie: una linea che, trovando insufficiente la misura del
tasso degli interessi legali, concede automaticamente, o
comunque senza il soddisfacimento di particolari oneri
probatori, un risarcimento ad un tasso superiore; un’altra tesi
che invece, ferma l’attribuzione degli interessi legali, concede
un ulteriore risarcimento a condizione che il creditore realmente
provi di aver subìto un danno maggiore.
Nel contrasto giurisprudenziale che le Sezioni Unite devono
comporre l’alternativa, quindi, è tra un indirizzo rigorista che,
valorizzando le regole generali sulla responsabilità da
inadempimento, richiede al danneggiato di fornire una prova
credibile del danno subìto, e l’orientamento, maggioritario fra i
giudici, che, invece, piega la norma di cui al comma 2° dell’art.
1224 a quella logica di forfetizzazione del risarcimento alla base
della formulazione del 1° comma di questa disposizione. La
situazione non è dissimile da quella che ha portato alla
pronuncia n. 5670 del ’78.
La sentenza n. 19499 stabilisce che laddove, nel periodo
della mora, il tasso d’inflazione sia stato superiore a quello degli
interessi legali di cui all’art. 1224 comma 1°, è alla differenza
tra il primo ed il secondo tasso che andrà commisurato il
risarcimento del maggior danno ex art. 1224 comma 2°. Se nello
stesso periodo, invece, il tasso di rendimento netto dei titoli di
Stato di durata non superiore a dodici mesi sia stato, come
abitualmente accade negli ultimi anni, superiore sia al saggio
degli interessi legali che all’inflazione, il maggior danno
consisterà nella differenza tra il tasso dei predetti titoli e la
misura degli interessi legali.
La quantificazione del maggior danno diviene, quindi,
uguale per qualsiasi creditore e prescinde dalla prova non solo
di aver predisposto, prima dell’inadempimento, l’acquisto di
titoli del debito pubblico, ma anche di una consuetudine con
questo tipo di investimento in base alla quale si possa presumere
che, in caso di puntuale adempimento, il creditore avrebbe
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 253

compiuto tale scelta. Secondo la Cassazione, quindi, quello del


danno da mora nelle obbligazioni pecuniarie non è un problema
probatorio, o forse proprio perché la dimostrazione del danno è
così defatigante non è questo il terreno su cui ricercare la
soluzione per una quantificazione equa ed efficiente del
risarcimento59.
La pronuncia del ’78 ed i successivi interventi delle Sezioni
Unite, come abbiamo visto, seguirono strade diverse: la prima
mirò ad una forfetizzazione del risarcimento del maggior danno
in riferimento ad un unico parametro valevole per tutti i
creditori e rappresentato dal tasso d’inflazione; le Sezioni Unite,
invece, volendosi muovere nell’alveo delle regole sulla
responsabilità da inadempimento, cui l’art. 1224 2° comma non
fa eccezione, scelsero di semplificare l’onere della prova di cui
il creditore era gravato. Il risultato fu analogo quanto alla
sostanziale automaticità del risarcimento del maggior danno in
una misura prefissata, ciò che cambiava rispetto al modello della

59
V. le interessanti considerazioni di P. TRIMARCHI, Il danno da svalutazione
monetaria nell’adempimento di obbligazioni pecuniarie, in Studi in onore di
Cesare Grassetti, III, Milano, 1980, 1874 ss., secondo cui “in effetti, la
richiesta di una prova certa e diretta circa il comportamento che il creditore
avrebbe tenuto se fosse stato puntualmente pagato è assurda, poiché in una
ricostruzione ipotetica come questa non possono darsi giudizi certi, ma solo
valutazioni probabili. La conseguenza di quell’impostazione è che, fra i vari
investimenti possibili della somma, ci si attiene nel dubbio al peggiore,
quando addirittura non si ritenga del tutto mancante la prova del danno e
perciò dovuti solo gli interessi legali al tasso del 5% annuo. Che, dal punto di
vista statistico, ne risulti una generale sottovalutazione dei danni, è evidente:
l’insieme dei creditori riceve a titolo di risarcimento una somma globale
inferiore alla somma dei danni effettivamente subìti. Questa valutazione
statistica e globale si traduce immediatamente in una constatazione riferibile
al singolo debitore: questi non subisce una pressione dissuasiva adeguata. La
distorsione che ne deriva nella destinazione delle risorse produttive è assai
grave. In primo luogo si incoraggia una sorta di finanziamento coattivo in
favore di soggetti selezionati non già con i normali criteri in base ai quali si
usa attribuire il credito, bensì in base alla loro disinvoltura nell’inadem-
pimento degli impegni contrattuali. In secondo luogo, questo finanziamento
coattivo è concesso «a tasso agevolato»”, 1879.
254 CAPITOLO IV

sentenza n. 5670 era proprio la misura dell’entità della


compensazione (o sovracompensazione in alcuni casi), a
seconda dell’appartenenza del creditore all’una o all’altra delle
categorie socialmente rilevanti individuate.
Tra le possibili soluzioni emerse, la fedele applicazione
degli artt. 1218 e 1223, la rivalutazione della somma dovuta e la
forfetizzazione del risarcimento per categorie di creditori,
l’odierna pronuncia delle Sezioni Unite torna alla logica sottesa
alla seconda impostazione.
Il fatto stesso di dividere i creditori in categorie rigide, l’una
distinta dall’altra per un diverso tipico utilizzo del denaro, non
convince le Sezioni Unite, secondo cui questa predeter-
minazione per classi di differenti parametri cui ancorare il
risarcimento del maggior danno non può che condurre a risultati
approssimativi. D’altra parte, non si può pensare neanche di
tornare ad un sistema che imponga al creditore un gravoso onere
probatorio, che non farebbe che incentivare all’inadempimento,
con la conseguenza di minare il corretto svolgimento dei
rapporti contrattuali e di aumentare il contenzioso civile, con
evidenti ricadute sulla già non ragionevole durata dei processi.
Quest’esigenza di semplificazione dell’istruzione probatoria
sembra adattarsi bene ad una materia in cui l’approssimazione
nella determinazione del danno è considerata inevitabile, e,
peraltro, non esclusa dalla categorizzazione dei creditori.
Semplificazione dell’istruzione probatoria e disincentivazio-
ne dell’inadempimento, sono queste le ragioni alla base del nuo-
vo indirizzo giurisprudenziale. Così si spiega sia la scelta di an-
corare ad un unico parametro, uguale per tutti i creditori, la
quantificazione del risarcimento del maggior danno, sia il para-
metro scelto: il rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato
di durata non superiore a dodici mesi.
Le Sezioni Unite giustificano l’indicazione di questo tasso,
in luogo di quello d’inflazione, in base alla considerazione
empirica che negli ultimi anni il rendimento dei buoni del
Tesoro è stato sempre superiore non solo agli interessi legali ma
anche al deprezzamento della moneta. L’ancoraggio del risarci-
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 255

mento a quest’ultimo parametro avrebbe, quindi, rappresentato


un incentivo all’inadempimento, in quanto l’acquisto di titoli di
Stato con la somma destinata all’esecuzione della prestazione
dovuta avrebbe assicurato al debitore un guadagno superiore al
costo rappresentato dall’inadempimento (la rivalutazione della
somma).
Una valida alternativa per la regolazione di questa materia
sarebbe stata quella di quantificare il risarcimento in base al
tasso medio praticato dagli istituti di credito per i prestiti
bancari, con l’equiparazione, non peregrina, della mora ad un
prestito forzoso60. Le Sezioni Unite non hanno preso in

60
Cfr. P. TRIMARCHI, op. ult. cit., 1883 e 1884, la cui idea “è quella di evitare
le difficoltà connesse con la ricostruzione congetturale dell’impiego che il
creditore avrebbe fatto della somma, rivolgendo invece l’attenzione
all’impiego effettivo che egli è stato costretto a fare. L’inadempimento lo ha
costretto a finanziare il suo debitore anche oltre il termine di scadenza, e
dunque a rendergli una prestazione che ha un prezzo di mercato; sembra
allora immediato e naturale concludere che il danno debba valutarsi in misura
almeno pari al valore della prestazione coattivamente resa (ferma restando la
possibilità per il creditore di dimostrare un maggior danno)”. L’Autore
propone di considerare il danno del creditore “pari almeno al valore di
mercato della «prestazione finanziaria» che gli è stata imposta, suo malgrado,
dall’illecito comportamento del debitore, e dunque pari agli interessi calcolati
al saggio normalmente praticato dalle banche nei confronti dei soggetti ai
quali concedono finanziamenti”; PARDOLESI, Interessi moratori e maggior
danno da svalutazione: appunti di analisi economica del diritto cit., 2622 ss.,
secondo cui “la mora nei debiti pecuniari equivale, in punto di fatto, ad un
prestito forzoso del creditore al debitore. Si ricade, così, nella casistica delle
non-market transactions, rispetto a cui si pone, per il sistema giuridico,
l’imperativo di «mimare» quello che sarebbe stato l’esito di un’operazione di
mercato. Ovvio, allora, che al creditore sia attribuito, a titolo di risarcimento,
(almeno) quanto egli avrebbe ottenuto come interesse per un mutuo
liberamente contratto. Nella specie l’analisi economica del diritto si carica di
una valenza normativa: essa indica che, per un corretto allineamento della
disposizione in materia di inadempimento di debiti pecuniari col sistema
complessivo della responsabilità contrattuale, è necessario (beninteso, in un
mondo senza attriti) partire da interessi moratori orientati al tasso di mercato.
È appena il caso di aggiungere che, quante volte il prime rate rifletta, sia pure
attraverso una stima ex ante, l’effettiva lievitazione dei prezzi, il danno da
svalutazione sparirà senza residui nelle pieghe del ristoro così accordato”.
256 CAPITOLO IV

considerazione questa soluzione, invero già utilizzata dal


precedente modello giurisprudenziale per quantificare il danno
da risarcire all’imprenditore, probabilmente perché quello del
tasso di rendimento dei titoli di Stato è un criterio che vanta un
riconoscimento normativo nella disposizione di cui al 1° comma
dell’art. 1284, secondo cui la fissazione da parte del Ministro
dell’Economia del saggio degli interessi legali deve avere quali
parametri di riferimento proprio il rendimento medio annuo
lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi,
oltre che il tasso di inflazione.
Le Sezioni Unite consentono poi al creditore di provare di
avere patito un danno maggiore di quello risarcito con
l’attribuzione di una somma pari al rendimento dei titoli di
Stato, e lasciano al debitore la possibilità di provare il contrario,
così come di dimostrare che il danno non sia stato superiore alla
sola somma calcolata in base al tasso degli interessi legali61.

4.1.7. La funzione degli interessi di cui all’art. 1224

Si cercherà, ora, di dimostrare come la decisione delle


Sezioni Unite non incida tanto sul 2° quanto sul 1° comma
dell’art. 1224, portando, di fatto, ad una determinazione pretoria
del saggio degli interessi moratori, e come tale esito dell’

61
Precisa la Corte che il creditore che domandi a titolo di maggior danno una
somma superiore “è tenuto ad offrire la prova del danno effettivamente
subìto, quand’anche sia un imprenditore, mediante la produzione di idonea e
completa documentazione e ciò sia che faccia riferimento al tasso
dell’interesse corrisposto per il ricorso al credito bancario sia che invochi
come parametro l’utilità marginale netta dei propri investimenti; in entrambi i
casi la prova potrà dirsi raggiunta per l’imprenditore solo se, in relazione alle
dimensioni dell’impresa ed all’entità del credito, sia presumibile, nel primo
caso, che il ricorso o il maggior ricorso al credito bancario abbia
effettivamente costituito conseguenza dell’inadempimento, ovvero che
l’adempimento tempestivo si sarebbe risolto nella totale o parziale estinzione
del debito contratto verso le banche; e, nel secondo, che la somma sarebbe
stata impiegata utilmente nell’impresa”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 257

intervento giurisprudenziale possa considerarsi ragionevole, an-


che se un’interpretazione sistematica della funzione degli
interessi di cui all’art. 1224 comma 1° avrebbe potuto condurre
all’individuazione di un diverso parametro di forfetizzazione del
risarcimento.
Le decisioni dei giudici e le analisi degli studiosi ruotano
attorno al contenuto del maggior danno risarcibile. Si cerca,
privilegiando una soluzione o l’altra, di costruire una disciplina
del risarcimento di quella parte del danno da mora definita
«maggior danno», in quanto altra parte del danno è già
compensata dall’attribuzione degli interessi legali ex art. 1224
comma 1°.
A fronte delle ipotesi in cui il creditore sia in grado di
fornire una prova specifica del danno subìto per l’impossibilità
di disporre della somma dovuta, nella maggior parte dei casi la
situazione cui ci si trova di fronte, oggi come in passato, è
quella di un saggio degli interessi legali che, inferiore tanto al
costo del denaro e al tasso di rendimento delle principali forme
di investimento, quanto alla misura dell’inflazione, non è in
grado da solo di rappresentare una sufficiente compensazione
del pregiudizio subìto dal creditore. Da qui nascono le diverse
alternative che si sono contese il campo nella determinazione
del maggior danno da mora: utilizzare il meccanismo
risarcitorio per traslare sul debitore il deprezzamento subìto
dalla somma non prestata; cercare di calibrare il risarcimento su
un impiego del denaro considerato probabile da parte del
concreto creditore in quanto esponente di una determinata
categoria sociale; forfetizzare il risarcimento in una misura fissa
per qualunque creditore.
Ad un ulteriore danno deve conseguire un ulteriore
risarcimento, ed evidentemente l’insufficienza della
liquidazione forfettaria rappresentata dagli interessi legali mette
fuori gioco lo stesso strumento apprestato dal 1° comma dell’art.
1224, portando a quantificare il risarcimento esclusivamente
sulla base del 2° comma della norma e, quindi, delle generali
regole sulla responsabilità per inadempimento di cui, del resto,
258 CAPITOLO IV

lo stesso art. 1224 comma 2° non è che una semplice


riaffermazione.
Prima di proseguire l’analisi sulla risarcibilità del maggior
danno, o meglio sulla risarcibilità del danno tout court secondo
le regole degli artt. 1218 e seguenti c.c., conviene soffermarsi
sulla funzione della prestazione degli interessi legali.
L’art. 1224 si colloca tra le norme sull’inadempimento delle
obbligazioni, preceduto e seguito da due disposizioni che si
occupano di selezionare i danni risarcibili, la stessa rubrica
dell’articolo è “danni nelle obbligazioni pecuniarie”, gli
interessi legali, poi, sono dovuti dal giorno della mora.
L’opinione corrente ritiene, pertanto, che questa attribuzione
patrimoniale abbia funzione risarcitoria: gli interessi legali
rappresenterebbero una semplice modalità di liquidazione del
danno subìto dal creditore per l’impossibilità di disporre della
somma dovuta, cioè dell’oggetto di un credito esigibile rispetto
al quale il ritardo del debitore nell’adempiere si caratterizza
come inadempimento imputabile, mora62.
Gli interessi dell’art. 1224 devono necessariamente essere
posti in relazione con gli interessi di cui all’art. 1282 c.c., l’altra
norma di generale applicazione che governa, nel nostro
ordinamento, la produzione degli interessi. La fattispecie
dell’art. 1282 presuppone, per l’attribuzione di pieno diritto
degli interessi, la liquidità e l’esigibilità del credito. Entrambe le
norme ricollegano, quindi, la prestazione degli interessi all’esi-
gibilità del credito (a differenza ad esempio dell’art. 1499 c.c.);
l’art. 1224 richiede, inoltre, la mora del debitore (che però potrà
essere automatica ex art. 1219 comma 2°), l’art. 1282 che il
credito sia liquido, elemento che può fare difetto nella
fattispecie dell’art. 1224.
Gli interessi di cui all’art. 1224 sono moratori e, reagendo
ad un illecito del debitore, la loro funzione sarebbe risarcitoria,
quelli dell’art. 1282 sono corrispettivi e la loro funzione sarebbe

62
Cfr. BIANCA, La responsabilità cit., 193 ss.; BRECCIA, Le obbligazioni cit.,
322 ss.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 259

quella di bilanciare il vantaggio che il debitore abbia potuto


trarre dalla disponibilità di una somma che altri può esigere63.
Qual è questo vantaggio? Il creditore non deve darne prova,
la prestazione degli interessi nasce per il solo fatto
dell’esigibilità del credito. Si ricorre, allora, per giustificare il
fondamento di questa attribuzione patrimoniale, all’immagine
della naturale fecondità del denaro: il denaro come capitale
produce altro denaro e non solo si scambia con dei beni di
consumo64.
La fattispecie della prestazione degli interessi ex art. 1282 è
stata considerata da qualcuno come un’ipotesi di arricchimento
senza causa, dove gli interessi avrebbero la funzione di
indennizzare il creditore per la diminuzione patrimoniale subìta
a causa dell’arricchimento del debitore65. Alla disponibilità o

63
V. INZITARI, Interessi, in Digesto IV ed., Disc. priv., Sez. civ., vol. IX,
Torino, 1993, 566 ss., ora in Profili del diritto delle obbligazioni cit., 223 ss.,
secondo cui “tale riferimento al corrispettivo è, a sua volta, collegato alla
tradizione della letteratura economica che ricollega la produzione degli
interessi al godimento di un capitale. […] Con maggiore proprietà descrittiva
tali caratteri possono essere, a mio parere, più propriamente riassunti,
piuttosto che con il riferimento ad un ipotetico corrispettivo connesso ad un
indeterminato godimento di un capitale, al vantaggio per la liquidità
monetaria, della quale ha usufruito, direttamente o indirettamente, il soggetto
cui la legge impone l’obbligo di pagare gli interessi”, 225 e 226.
64
Cfr. MARINETTI, op. cit., 858 ss., ad avviso del quale “la ragione sottesa
alla norma affonda le sue radici in una considerazione pregiuridica, rap-
presentata dall’equità: gli interessi legali sono sempre attribuiti in vista di
situazioni giuridiche nei cui confronti il disinteresse legislativo, non supplito
dal negozio giuridico, si risolverebbe probabilmente in una iniquità a danno
di un soggetto, e in una ingiustificata locupletazione a favore di un altro.
Iniquità e locupletazione probabili e non certi, ma che tuttavia la legge presu-
me in ogni caso, senza possibilità di contestazione e di prova contraria, ed
anzi consentendo talora la prova di un’iniquità maggiore di quella presunta
(interessi moratori). Questa presunzione è inamovibile, perché fondata su un
dato obiettivo sicuro, consistente nella naturale produttività del denaro nella
misura considerata normale ancora una volta in forza di una presunzione”,
869.
65
V. MARINETTI, op. cit., 871, che afferma: “Gli interessi corrispettivi
assolvono alla funzione di ristabilire l’equilibrio economico rotto per il fatto
della disponibilità, da parte del debitore, di una somma di denaro dovuta al
260 CAPITOLO IV

all’indisponibilità di una somma si legano un vantaggio ed un


danno per il debitore e per il creditore, presumibili sia
nell’ipotesi in cui la disponibilità della somma da parte del
debitore si configuri come lecita (art. 1282), sia nel caso invece
essa integri un illecito (art. 1224). Nella prima ipotesi,
evidenziando la funzione remunerativa degli interessi, si pone
l’accento sul vantaggio del debitore, a carico del quale nasce
l’obbligo di compensare il creditore, nella seconda, al contrario,
si fa riferimento ad una funzione risarcitoria del debito degli
interessi, concentrando l’attenzione sul pregiudizio patito dal
creditore. In entrambi i casi, però, il danno ed il vantaggio non
costituiscono oggetto di una prova il cui soddisfacimento integri
la fattispecie: “i crediti liquidi ed esigibili di somme di danaro
producono interessi di pieno diritto” (art. 1282); dal giorno della
mora sono dovuti gli interessi legali “anche se il creditore non
prova di aver sofferto alcun danno” (art. 1224).
In altre parole, in un caso la prestazione degli interessi
rappresenterebbe il corrispettivo di un vantaggio, nell’altro
avrebbe la funzione di risarcire un danno, ma né in una
fattispecie né nell’altra la concreta determinazione del danno o
del vantaggio ha rilievo: il creditore non è onerato da alcuna
prova, al debitore non è concesso dimostrare che il danno non si
è prodotto o che il vantaggio non è stato conseguito66.
È interessante l’idea di chi considera la prestazione degli
interessi ex art. 1282 come una sorta di indennizzo cui il
debitore è obbligato per compensare l’arricchimento ottenuto a
scapito del creditore, perché induce a domandarsi, se così stanno
le cose, quale sia la spiegazione del fatto che la prova
dell’arricchimento e della correlativa diminuzione patrimoniale
(art. 2041) non abbia, in questo caso, alcun ruolo. Qualcuno

creditore. Essi si fondano sulla presunzione di produttività del denaro e della


utilità che il debitore trae dall’uso normale del denaro stesso, e rappresentano
una applicazione particolare del divieto di arricchimento ingiusto,
presuntivamente eliminato con l’attribuzione degli interessi al creditore della
somma di denaro, presuntivamente produttiva di utilità”.
66
Cfr. LIBERTINI, op. cit., 101 ss.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 261

potrebbe notare come sia ovvio che il disporre di una somma di


denaro attribuisca un vantaggio, sia causa di un arricchimento.
Se così è, e certamente è così, almeno nella generalità dei casi,
perché allora con riferimento alla prestazione degli interessi di
cui all’art. 1224 l’attenzione s’incentra sul danno subìto dal
creditore per non aver potuto disporre della somma dovuta e non
sul vantaggio conseguito dal debitore? Si risponderà che,
banalmente, la mancata possibilità di usare di una somma di
denaro cagiona un danno a colui che aveva diritto che quella
somma gli fosse pagata, e si aggiungerà che il fatto che il
legislatore non richieda la prova del pregiudizio è dovuto
semplicemente alla difficoltà della dimostrazione di un agire
ipotetico.
Vediamo, perciò, che disporre di una somma che altri può
esigere procura un vantaggio, così come il non poter disporre di
una somma che si può esigere cagiona un danno, si tratta di due
modi di considerare lo stesso fenomeno: nel primo caso si
guarda al debitore, nel secondo al creditore67.
Questo strabismo può giustificare il fatto che gli interessi ex
art. 1282 abbiano una funzione e gli interessi ex art. 1224 ne
abbiano un’altra, gli uni corrispettivi e gli altri risarcitori?
Giorgianni pensa che una distinzione tra le funzioni degli
interessi nelle due fattispecie non sia giustificata68. La chiave
per spiegare la produzione degli interessi sarebbe rappresentata,
in entrambe le ipotesi, dall’esigibilità del credito. Si tratterebbe,
cioè, di interessi che nascono per la scadenza del debito e la cui
funzione sarebbe informata proprio dalla circostanza di essere
interessi su debiti scaduti. Sarebbe, quindi, il profilo della
reazione al ritardo nell’adempimento quello in grado di spiegare
non solo la fattispecie di cui all’art. 1224 ma anche quella
dell’art. 1282: in entrambi i casi gli interessi sarebbero moratori

67
Cfr. LIBERTINI, op. cit., 103, secondo cui “in conclusione, una pluralità di
profili giustificativi ricorre parallelamente in ordine ad ambedue le categorie
di interessi, sì che la differenza tra interessi moratori e interessi corrispettivi
non è riconducibile ad una diversità di funzione fra gli stessi”.
68
GIORGIANNI, op. cit., 146 ss.
262 CAPITOLO IV

e la loro funzione si risolverebbe nel risarcire il pregiudizio


subìto dal creditore per l’impossibilità di disporre della somma
dovuta.
La tesi di Giorgianni convince solo in parte. Persuade l’idea
che non vi sia tra le fattispecie in esame una reale differenza e
che la funzione della prestazione degli interessi, ex art. 1224 o
1282, sia la medesima. Non convince, invece, che gli interessi
siano, in entrambe le ipotesi, moratori e che la loro comune
funzione sia risarcitoria.
L’ambito di applicazione dell’art. 1282 comma 1° è, in
buona parte, sovrapponibile a quello dell’art. 1224 comma 1°,
però le ipotesi in cui il debitore sarà tenuto alla prestazione degli
interessi ex art. 1282 ma non ex art. 1224 sono proprio quelle in
cui manca la mora. Nella maggior parte dei casi, in forza
dell’art. 1219 comma 2° n.3, la mora nelle obbligazioni che
hanno ad oggetto una somma di denaro è automatica, basta
quindi la semplice scadenza del termine perché il debitore sia in
mora. In queste ipotesi, la fattispecie di cui all’art. 1224 è
perfettamente sovrapponibile a quella dell’art. 1282:
all’esigibilità del credito consegue l’obbligo di prestare gli
interessi in entrambe le fattispecie. Laddove però, ad esempio,
le parti abbiano stabilito che la somma debba essere adempiuta
al domicilio del debitore (obbligazione querable), l’art. 1219 2°
comma n.3 non trova applicazione e affinché avvenga la
costituzione in mora è necessaria l’intimazione del creditore, in
mancanza della quale, perciò, non nascerà a carico del debitore
l’obbligo di prestare gli interessi dell’art. 1224. Trattandosi
comunque di credito liquido ed esigibile la mancata costituzione
in mora non impedirà che dal momento della scadenza del
termine di adempimento il creditore possa pretendere la
prestazione degli interessi dell’art. 1282.
In sintesi, l’art. 1282 è applicabile tutte le volte in cui l’art.
1224 può dispiegare i suoi effetti (eccettuata l’ipotesi dei crediti
illiquidi), ma non viceversa. Gli interessi di cui all’art. 1282,
che, accogliendo il punto di vista di Giorgianni, avrebbero
natura moratoria e funzione risarcitoria, vengono prestati anche
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 263

quando il difetto della necessaria costituzione in mora del


debitore impedisce che si producano gli interessi moratori
dell’art.1224. Seguendo questa opinione avremmo, quindi, degli
interessi moratori che, per essere prestati, presuppongono la
mora del debitore (art. 1224), e degli altri interessi moratori che
vi prescindono e si producono proprio quando il debitore non è
in mora (art. 1282).
Ora, al di là dell’esito della tesi in esame, ci interessa quello
che ne è il presupposto: l’infondatezza dell’individuazione di
differenti funzioni per gli interessi degli artt. 1224 e 1282.
Certamente il ritardo nell’adempimento, qualificabile o
meno come mora, è substrato comune di entrambe le fattispecie,
ma non sembra sia sufficiente per attirare l’art. 1282 nell’orbita
delle norme sulla responsabilità per inadempimento e,
precisamente, della norma di cui all’art. 1224 comma 1°. Ciò
perché, riteniamo, è quest’ultima norma, non la prima, ad
assumere un ruolo ancillare rispetto all’altra: l’art. 1224 comma
1° non sembra tanto una declinazione, per di più derogatoria,
degli artt. 1218 e 1223, quanto il precipitato, in un differente
contesto sistematico, dell’art. 128269.
La prestazione degli interessi di cui all’art. 1282 non trova
spiegazione nel ritardo del debitore, ma è espressione degli
stessi principi che ritroviamo quando si afferma che gli interessi
dei capitali sono frutti civili, cioè sono il corrispettivo del
godimento che altri ritrae dalla somma (art. 820 comma 3°), o
che, salvo patto contrario, il mutuatario deve corrispondere gli
interessi al mutuante (art. 1815 comma 1°)70. Il legislatore, cioè,

69
Cfr. NATOLI, op. cit., 193.
70
Cfr. E. SIMONETTO, Interessi, in Enc. Giur. Treccani, vol. XIX, Roma,
1989, 1 ss., ad avviso del quale “un passo avanti nella chiarificazione [della
disciplina degli interessi, n.d.r.] è stata la norma dell’art. 820, 3° co., e la
unificazione di disciplina dei rapporti civili e commerciali; ne è seguita la
proclamazione della naturale onerosità del mutuo (art. 1815), completata
dalla naturale onerosità della durata delle obbligazioni pecuniarie (art. 1282),
nel quadro del produttivistico e inevitabile principio generale di naturale
onerosità degli atti giuridici abrogante la sterile e dannosa gratuità, come
negli altri contratti”, 2.
264 CAPITOLO IV

considera che il fatto che un soggetto disponga di una somma di


denaro altrui o che altri può esigere crei un rapporto di scambio
che, laddove non sia prevista dalle parti una controprestazione,
deve essere “completato” forzosamente con l’imposizione, a
carico della parte avvantaggiata, della prestazione degli
interessi.
Questo punto merita di essere approfondito. Abbiamo visto
che una qualificazione degli interessi ex art. 1282 come moratori
non sembra corretta; d’altra parte, però, è un fatto che questi
siano interessi che si producono su crediti esigibili e che il
ritardo quindi, a prescindere dalla sua illiceità, sia un elemento
della fattispecie. Seguendo questo percorso, gli interessi dell’art.
1282, seppure non moratori, rappresenterebbero comunque una
reazione al ritardo nell’adempimento. Sarebbe, quindi, il ritardo
a spiegare perché il debitore debba indennizzare il creditore per
il vantaggio ottenuto a discapito di quest’ultimo (1282), così
come sarebbe sempre il ritardo, in quest’ipotesi qualificabile
come mora, a far assumere agli interessi la funzione di risarcire
il danno subìto dal creditore a causa dell’illegittima disponibilità
della somma da parte del debitore (1224). Contro questa
ricostruzione si può rilevare, come abbiamo fatto, che sia il
danno che il vantaggio non costituiscono l’oggetto di una
specifica prova e che, pertanto, la ratio dell’attribuzione degli
interessi vada cercata altrove71.
L’obiezione mossa non sembra, però, da sola sufficiente a
smentire che sia il ritardo a giustificare la produzione degli
interessi ex art. 1282. Per rafforzarla dobbiamo indicare un
diverso fondamento per l’attribuzione degli stessi: sembra
conveniente, a questo proposito, guardare alla disposizione
dell’art. 1815 comma 1°, secondo cui, salvo patto contrario, il
mutuatario deve prestare gli interessi al mutuante. In

71
Cfr. LIBERTINI, op. cit., 101, che osserva: “il concetto di presunzione
assoluta costituisce, come spesso accade, un modo deviato per esprimere la
convinzione secondo cui l’oggetto della cosiddetta presunzione non è il vero
ed unico fondamento di una certa norma, e contemporaneamente per
esonerarsi dall’individuare un più preciso fondamento della norma stessa”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 265

quest’ipotesi l’attribuzione degli interessi è prevista,


tendenzialmente, a fronte di un credito non scaduto, e proprio
questo aspetto ci è utile per lo sviluppo del ragionamento, in
quanto mostra che gli interessi cui il mutuatario è tenuto trovano
giustificazione nel godimento che questi, senza contropartita, ha
della somma del mutuante. A prescindere dal fatto che il credito
sia o meno scaduto e, quindi, dalla sussistenza di un ritardo
nell’adempimento, nelle fattispecie degli artt. 1815 e 1282 la
situazione sostanziale è identica ed, infatti, identiche sono anche
le conseguenze giuridiche. Una soggetto gode, senza essere
tenuto ad un corrispettivo, di una somma di denaro di un altro
soggetto e, per questa ragione, deve prestare a quest’ultimo gli
interessi legali.
In entrambi i casi abbiamo una situazione di vantaggio di
una parte, che può contare su una somma di denaro altrui, cui
corrisponde il sacrificio dell’altra, che non può disporre del
proprio denaro. Il legislatore impone, a favore della parte
svantaggiata, la prestazione di un corrispettivo a carico
dell’altra, in modo da riequilibrare, almeno in una certa misura
(quella degli interessi legali), la posizione delle parti.
In riferimento all’ipotesi della produzione degli interessi di
cui all’art. 1282, potremmo dire, solo per rendere l’idea, che il
legislatore “contrattualizza” la fattispecie, rendendo vantaggi e
sacrifici reciproci e, così, ricreando il meccanismo dello scam-
bio. In questo senso, come il semplice fatto del ritardo non può
spiegare la prestazione degli interessi ex art. 1282, così l’esigen-
za di risarcire i danni che il creditore abbia subito a causa della
mora non è in grado di giustificare la produzione degli interessi
nella fattispecie dell’art. 122472. Non si guarda a come il credi-

72
Cfr. NICOLÒ, op. cit., 44, secondo cui “la corresponsione degli interessi
nella misura legale non può considerarsi in sé, almeno di regola, una forma di
risarcimento, perché essa non è che applicazione concreta del principio più
generale, per il quale i crediti liquidi ed esigibili di somme di denaro
producono interessi di pieno diritto (art. 1282); la sola particolarità, del resto
perfettamente naturale, è che quegli interessi, i quali, anche nell’ipotesi di
mora, hanno una funzione compensativa e non risarcitoria, vanno imputati
nei danni di cui il debitore deve rispondere”.
266 CAPITOLO IV

tore avrebbe impiegato la somma dovuta laddove fosse stata


adempiuta puntualmente ed, infatti, non si chiede al danneggiato
di dare la prova del pregiudizio subìto, ma si considera il
concreto utilizzo di cui la somma è stata oggetto: un “prestito”
del creditore al debitore, “prestito” di cui l’attribuzione degli in-
teressi legali rappresenta il prezzo, legalmente stabilito in
mancanza di una pattuizione delle parti.
Sappiamo che quando gli interessi legali sono dovuti ex art.
1224 sono già dovuti anche ex 1282 (sempre che si tratti di
crediti liquidi); è difficile, quindi, ipotizzare che la prestazione
degli interessi abbia, nella prima fattispecie, una giustificazione
ed una funzione differenti da quelle che ha nella seconda. In
questo senso, la mora, così come il semplice ritardo
nell’adempimento, rappresenta soltanto l’occasione del verifi-
carsi di un “prestito” che, forzatamente, il creditore fa al debi-
tore; gli interessi legali sono il corrispettivo che, in mancanza di
una pattuizione delle parti, il legislatore impone al debitore di
prestare al creditore.
Gli interessi legali di cui all’art. 1282 rappresentano la
remunerazione legale del godimento di cui forzosamente la
somma è stata oggetto da parte del debitore, sono così
corrispettivo di un vantaggio e compensazione di un sacrificio.
La collocazione della norma fra le disposizioni sulle
obbligazioni pecuniarie contrassegna la produzione degli
interessi, alle condizioni stabilite, come attributo della stessa
fattispecie obbligatoria il cui oggetto è una somma di denaro. La
sostanziale riproduzione dell’art. 1282 comma 1° nell’art. 1224
comma 1° fa sì che la prestazione degli interessi, mentre
mantiene inalterata la sua funzione di prezzo legale del
godimento forzoso della somma, assuma la coloritura di
reazione all’illecito, nel limitato senso per cui se il creditore non
riesce a provare che, disponendo della somma, avrebbe
conseguito un rendimento maggiore (prezzo di mercato) di
quello legale (saggio legale degli interessi) o avrebbe evitato un
danno che la prestazione degli interessi non è sufficiente a
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 267

compensare, l’attribuzione degli stessi viene ad esaurire le sue


pretese nei confronti del debitore inadempiente.
L’inserimento, in differenti contesti normativi, di una norma
sulla produzione degli interessi legali su crediti esigibili si
spiega con la storia delle disposizioni oggetto di questa
trattazione. Vigente la distinzione tra obbligazioni civili ed
obbligazioni commerciali, il codice civile del 1865, fedele al
divieto canonistico delle usure, prevedeva che un’obbligazione
civile potesse produrre interessi solo nell’ipotesi in cui il
debitore fosse in mora nell’adempimento (art. 1231). Gli
interessi, in questo quadro, si legittimavano solo quale reazione
all’illecito, come interessi di mora con funzione risarcitoria. Al
contrario, il codice di commercio del 1882, lasciatosi alle spalle
l’ancien régime, prevedeva all’art. 41 che i debiti commerciali
liquidi ed esigibili di somme di denaro producessero interessi di
pieno diritto.
In un articolo del ’30 Ascarelli scriveva che “l’art. 41 cod.
comm. offre un fondamento testuale al noto principio di diritto
commerciale della presunzione di onerosità delle obbligazioni.
Il fondamento dell’art. 41 non può difatti riporsi solamente nella
normale fruttuosità del danaro, ma deve riporsi anche nella
impossibilità pel debitore di goderne gratuitamente; in una
presunzione pertanto di onerosità nelle obbligazioni di denaro.
Ora questa presunzione, data la importanza centrale delle
obbligazioni di denaro e la conferma che essa riceve in altre
disposizioni (ad es. 360), può giustamente porsi a fondamento di
un principio generale del diritto commerciale, principio
conforme a quello spirito capitalistico del quale il diritto
mercantile è la più caratteristica espressione giuridica”73.
Partendo dal presupposto che la liquidazione forfettaria
nella misura degli interessi legali è “giuridicamente logica nei
debiti civili, ove la legge nulla concede in via generale se non
nell’ipotesi di mora, ma è giuridicamente inconciliabile con la
disposizione dell’art. 41 che già concede al creditore gli stessi

73
T. ASCARELLI, Limiti di applicabilità dell’art. 1231 cod. civ., in Riv. dir.
comm., 1930, I, 390 e 391.
268 CAPITOLO IV

interessi legali indipendentemente dalla mora”, Ascarelli


formulava, in relazione alla risarcibilità del danno da mora nelle
obbligazioni pecuniarie commerciali, la seguente conclusione,
assai significativa ai nostri fini: “Il creditore pertanto,
nell’ambito di applicazione dell’art. 41 cod. comm., potrà
richiedere al suo debitore gli interessi legali ogniqualvolta vi sia
un debito liquido ed esigibile di somma di denaro e ciò tanto
quando non vi sia mora, tanto, a fortiori, quando vi sia mora; ma
potrà anche, assoggettandosi in questa ipotesi a dare la prova del
maggior danno subìto, richiedere al debitore moroso un
risarcimento ulteriore, secondo le norme degli art. 1218 e segg.
cod. civ.”74.
Queste considerazioni consentono di spiegare, in una
prospettiva storica, il rapporto tra i vigenti artt. 1224 e 1282. Il
legislatore del ’42 non avrebbe dato luogo ad equivoci se, con
l’unificazione del diritto privato, avesse evitato di riprodurre
nell’art. 1224 comma 1° la disposizione dell’art. 1231 cod. civ.
1865, e avesse, invece, costruito l’art. 1224 con un solo comma
(il secondo), confermando poi, come del resto ha fatto
trasfondendola nell’art. 1282, la norma dell’art. 41 cod. comm.
(magari epurata dal riferimento alla liquidità del credito,
proposito sostenuto nei lavori preparatori dell’art. 1282, ma poi
inspiegabilmente disatteso al momento della redazione definit-
iva).
Lasciamo da parte, per il momento, queste considerazioni e
concentriamoci sull’ultima pronuncia delle Sezioni Unite.

4.1.7.1. Danno da mora e interessi di mercato

Torniamo, ora, ad analizzare la soluzione indicata dalla


Corte per la quantificazione del risarcimento del danno da mora
nelle obbligazioni pecuniarie.

74
ASCARELLI, op. ult. cit., 392 e 393.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 269

Le Sezioni Unite, in un contesto economico in cui il tasso


d’inflazione è sì superiore al saggio degli interessi legali ma è
inferiore al tasso di rendimento delle più comuni e sicure forme
di investimento, come quella in titoli del debito pubblico,
individua in questo tasso il parametro cui commisurare il
risarcimento del danno nelle obbligazioni pecuniarie.
La scelta della Corte è caduta sul rendimento dei titoli del
debito pubblico e non sulla percentuale di perdita di potere
d’acquisto della moneta, per la necessità che il risarcimento
abbia un’efficacia di deterrenza nei confronti del debitore,
dissuadendolo dal rendersi inadempiente. Affinché il debitore
non sia indotto a non adempiere è indispensabile che il costo
dell’inadempimento sia quantomeno uguale, se non maggiore, al
costo dell’adempimento. Così, se la Corte avesse indicato, quale
parametro per il risarcimento, il tasso d’inflazione, per il
debitore sarebbe, comunque, stato conveniente non dare
puntuale esecuzione all’obbligo assunto ed investire la somma
dovuta, ad esempio, proprio in titoli di Stato.
La differenza tra la soluzione indicata dalle Sezioni Unite ed
il modello delle presunzioni personalizzate per categorie di
creditori non si ritrova nella contrapposizione tra forfetizzazione
del risarcimento e prova del danno, sebbene agevolata dall’uso
delle presunzioni, ma tra l’individuazione di un unico parametro
o di più parametri di quantificazione del risarcimento. Nel primo
caso l’appartenenza del creditore ad una od altra categoria
sociale non influenzerà la determinazione dell’entità della
riparazione, nel secondo schema, invece, la misura del
risarcimento si personalizza per categorie. Se si confronta poi la
sentenza delle Sezioni Unite del 2008 con la pronuncia di
trent’anni prima, non si può che registrare una sostanziale
identità nell’approccio alla questione mostrato dai giudici in
entrambi i casi. Del resto anche l’indicazione di un differente
parametro di quantificazione del risarcimento è puramente
casuale, dipendendo semplicemente dalla circostanza che oggidì
il tasso di rendimento dei titoli del debito pubblico è più elevato
di quello d’inflazione.
270 CAPITOLO IV

Prima di riagganciarci a quanto detto sugli interessi


corrispettivi, si deve porre l’attenzione su un ultimo aspetto,
nient’affatto secondario, che accomuna, con l’esclusione
dell’orientamento tradizionale, tutti i modelli di determinazione
del quantum del risarcimento esaminati. Si fa riferimento al
fatto che la giurisprudenza, dopo aver indicato uno o più criteri
di misura del danno, si premuri sempre di precisare che, in ogni
caso, il creditore sarà ammesso a dare la prova di aver subito un
danno maggiore, come, d’altra parte, il debitore potrà dimostrare
il contrario75.
Il danno che il creditore ha l’onere di provare non è
solamente maggiore della somma attribuitagli a titolo di
interessi legali, ma è maggiore del risarcimento quantificato in
base al parametro di volta in volta scelto, a seconda, come
abbiamo visto, del differente modello di giudizio adottato. Si
tratta, quindi, del danno maggiore del “maggior danno”. Allora,
però, se il creditore può vedersi risarcito anche un danno
maggiore del “maggior danno” e per ottenerne la riparazione
deve farsi carico di un rigoroso onere probatorio, in conformità
agli artt. 1218 e seguenti, siamo certi che le differenti
interpretazioni della giurisprudenza siano volte alla
determinazione di una misura del “maggior danno” e non, di
fatto, ad una fissazione pretoria del tasso degli interessi dell’art.
1224?

75
Cfr., fra le tante, CASS., 26 ottobre 2000, n. 14089, in Rep. Foro it., 2000,
voce Danni civili, n. 2020, e, nella sua integralità, in Foro it. online, secondo
cui “non è dubbio che la mancata disponibilità del denaro da parte del
creditore costituisce obiettivamente un danno e non ha bisogno di alcuna
prova di carattere soggettivo, salva la possibilità da parte del debitore di
provare il concorso del fatto colposo del creditore, ai sensi dell’art. 1227 del
codice civile. Di conseguenza il creditore che intenda ottenere la
rivalutazione nella misura ufficiale deve solo allegare gli indici ufficiali
dell’Istat. Il creditore, invece, che ritenga che la mancata disponibilità del
danaro abbia inciso sul suo patrimonio in misura superiore agli interessi
legali e alla svalutazione ufficiale, dovrà provare il maggiore danno: dovrà
provare, ad esempio, di aver dovuto rinunciare a investimenti particolarmente
vantaggiosi o di essere dovuto ricorrere a prestiti particolarmente onerosi”.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 271

In altre parole, al creditore viene attribuita una somma


determinata in base al saggio degli interessi legali, cioè in
misura forfettaria; laddove dimostri che questa somma non è
sufficiente a compensare il pregiudizio subìto a causa dell’ina-
dempimento egli potrà chiedere una somma ulteriore per la ripa-
razione del danno, a condizione, stavolta, che provi l’entità del
nocumento subìto.
La difficoltà di dimostrare un agire ipotetico, cioè l’impiego
cui la somma, laddove adempiuta, sarebbe stata destinata, stante
la necessità di non incoraggiare il debitore alla violazione degli
obblighi assunti, induce la giurisprudenza, comprensibilmente, a
fissare, nuovamente in modo forfettario e prescindendo dal reale
assolvimento dell’onere della prova, un nuovo tasso, più elevato
rispetto a quello degli interessi legali, in base al quale liquidare
al danneggiato una somma che, al contempo, ristori
quest’ultimo per il pregiudizio subìto ed abbia efficacia
deterrente nei confronti del debitore. Conseguito questo
risultato, si consente al creditore di provare di aver patito un
danno maggiore rispetto a quello compensato da una
determinazione forfettaria. Questo danno maggiore del forfait
non è forse quello del cui risarcimento si occupa il 2° comma
dell’art. 1224?
D’altra parte tale forfait, nella ricostruzione
giurisprudenziale, non è il saggio degli interessi legali di cui
all’art. 1224 comma 1°, ma un differente parametro di indivi-
duazione pretoria, cioè il tasso di rendimento dei titoli di Stato,
secondo l’ultima pronuncia delle Sezioni Unite. Abbiamo,
perciò, un forfait legale ed un forfait pretorio, ma visto che il
forfait può essere uno solo, quello legale, l’altro, quello pretorio,
equivale ad una rideterminazione, appunto pretoria, di quello
legale e quindi, di fatto, ad una fissazione per mano della
giurisprudenza del saggio degli interessi di cui all’art. 1224
comma 1° (cioè del saggio degli interessi legali allo specifico
fine della determinazione del danno da inadempimento nelle
obbligazioni pecuniarie).
272 CAPITOLO IV

Questo esito va addebitato alla scelta di determinare il tasso


degli interessi legali in una norma del codice compiuta dal
legislatore del ’42, che così, preventivamente, difendeva la
soluzione adottata: “La determinazione del tasso di interessi in
una norma del codice, non credo che contrasti con la mutabilità
delle condizioni economiche generali. Il passato insegna che
questa frequente variazione non esige un mutamento
corrispondente nella misura degli interessi; e difatti il tasso oggi
in vigore rimonta alla legge 22 giugno 1905, n. 268, che sorse in
un periodo economico molto diverso dall’attuale, e che ridusse
soltanto dopo un quarantennio quello maggiore del codice
civile. Perciò ho evitato di predisporre una norma flessibile, che
riportasse l’interesse al tasso legale di sconto, come si fa in
alcune legislazioni: una norma del genere avrebbe reso incerto,
in determinate congiunture economiche, il concreto contenuto
del debito di interessi”76.
Questo è uno di quei casi in cui le esperienze del passato
sono ingannevoli ed una fissazione del saggio degli interessi
affidata ad una norma flessibile avrebbe evitato di rendere
incerto il concreto contenuto del debito di interessi, consegnato,
di fatto, alla determinazione della giurisprudenza.
Una fissazione rigida del tasso degli interessi legali è
costitutivamente incapace di adattarsi ad un cambiamento dei
prezzi e della liquidità del mercato, per cui il saggio degli
interessi determinato al 5% nel ’42 non poteva più costituire
negli anni ’70 né un congruo risarcimento del danno per il
creditore, né un efficace deterrente per il debitore; per non
parlare del tasso del 10% che, stabilito con la l. n. 353/1990,
solo pochi anni dopo appariva del tutto avulso da una realtà
economica che si avviava verso una ritrovata stabilità monetaria.
La l. 662/1996 ha novellato il 1° comma dell’art. 1284
attribuendo alla potestà regolamentare del Ministro
dell’Economia la possibilità di modificare annualmente la
misura del saggio degli interessi legali, “sulla base del
76
In Codice civile. Libro delle obbligazioni. Relazione del Guardasigilli al
progetto ministeriale, n. 28, Roma, 1940, 15.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 273

rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non


superiore a dodici mesi e tenuto conto del tasso d’inflazione
registrato nell’anno” precedente quello in cui il nuovo saggio
degli interessi troverà applicazione77.

77
L’art. 104 del codice svizzero delle obbligazioni prevede al 3° comma che
“fra commercianti, finché nel luogo del pagamento lo sconto bancario
ordinario superi il cinque per cento, potranno richiedersi gli interessi
moratori in questa più elevata misura”; in Francia la l. 619/1975 ha ancorato
il saggio degli interessi legali al tasso ufficiale di sconto.
In Germania, con la riforma dello Schuldrecht, il novellato § 247 BGB
prevede che il tasso d’interesse base, calcolato in relazione al tasso della più
recente operazione principale di rifinanziamento della Banca centrale
europea (generalizzando, così, il sistema adottato dalla direttiva 2000/35/CE
sui ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali), sia fissato il 1°
gennaio ed il 1° luglio di ogni anno. Il § 288 BGB, per il periodo della mora,
innalza questo tasso base del 5 %, e dell’8% per i rapporti obbligatori in cui
non sia parte un consumatore. Il creditore può, sempre, pretendere gli
interessi ad un tasso più elevato sulla base di un differente titolo giuridico (ad
es. in caso di fissazione convenzionale del tasso degli interessi di mora). È,
inoltre, ammessa la risarcibilità del maggior danno.
In Italia l’art. 5 del d.lgs. n. 231 del 2002, attuazione nel nostro ordinamento
della citata direttiva 2000/35/CE sui ritardi di pagamento nelle transazioni
commerciali, determina il tasso degli interessi in misura pari “al saggio
d’interesse del principale strumento di rifinanziamento della Banca centrale
europea applicato alla sua più recente operazione di rifinanziamento
principale effettuata il primo giorno di calendario del semestre in questione,
maggiorato di sette punti percentuali. Il saggio di riferimento in vigore il
primo giorno lavorativo della Banca centrale europea del semestre in
questione si applica per i successivi sei mesi”. Per un’analisi di questa
disciplina dei ritardi di pagamento di matrice comunitaria v. L. MENGONI, La
direttiva 2000/35/CE in tema di mora debendi nelle obbligazioni pecuniarie,
in Europa e diritto privato, 2001, 73 ss; A. ZACCARIA, La direttiva
2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni
commerciali, in Studium Iuris, 2001, 259 ss.; G. FAUCEGLIA, Direttiva
2000/35/CE in materia di lotta contro i ritardi di pagamento nelle
transazioni commerciali, in I contratti, 2001, 307 ss.; A. FRIGNANI e O.
CAGNASSO, L’attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento nelle
transazioni commerciali, in I Contratti, 2003, 307 ss.; A. M. BENEDETTI, P.
CANEPA, M. GRONDONA, I ritardi di pagamento nelle transazioni
commerciali Profili sostanziali e processuali a cura di BENEDETTI, Torino,
2003; G. DE NOVA e S. DE NOVA, I ritardi di pagamento nei contratti
commerciali, Milano, 2003; E. RUSSO, La nuova disciplina dei ritardi di
274 CAPITOLO IV

Anche il nostro ordinamento, quindi, si è dotato di uno


strumento flessibile per la determinazione del saggio degli
interessi legali, affidandola ad una fonte normativa di rango
secondario che, con cadenza annuale, può modificare il tasso
precedentemente fissato in considerazione dei cambiamenti di
contesto che l’andamento dell’economia produce. Dopo la
novella del ’96, la fissazione del saggio degli interessi legali
potrebbe facilmente essere adeguata al livello dell’inflazione, al
rendimento delle principali forme di investimento ed al tasso di
interesse del credito bancario. In questi anni l’atteggiamento
dell’autorità regolamentare è stato, però, improntato ad
un’eccessiva prudenza78.
La misura del saggio degli interessi legali è, di solito,
insufficiente a dissuadere il debitore dall’inadempimento, così
come a compensare il creditore per non aver potuto disporre
della somma dovuta. Le Sezioni Unite ne hanno preso atto e,
nell’esercizio, di fatto, di un potere di integrazione del saggio
degli interessi di cui all’art. 1224, hanno individuato nel tasso di
rendimento dei titoli di Stato il parametro di quantificazione
forfettaria del risarcimento del danno da mora. La scelta della
Corte si è orientata sul tasso di questa forma di investimento
perché, probabilmente, è il legislatore stesso, nel nuovo art.
1284 comma 1°, ad indicare questo tasso quale riferimento per

pagamento nelle transazioni commerciali, in Contratto e Impresa, 2003, 445


ss.; G. DE CRISTOFARO (a cura di), La disciplina dei ritardi di pagamento
nelle transazioni commerciali, in Nuove leggi civili commentate, 2004, 461
ss.
78
Il saggio degli interessi legali per il 2008 era stato determinato dal Ministro
dell’Economia nella misura del 3%, mentre le Sezioni Unite della Cassazione
avevano individuato nel tasso del 4,2%, la percentuale di rendimento dei
titoli di Stato, un efficiente parametro per il calcolo della somma da attribuire
forfettariamente al creditore. Anche la determinazione nella misura dell’1%
del saggio degli interessi legali (per il 2010) tiene conto solo in parte degli
indicatori cui si fa riferimento nel testo; mentre, infatti, il tasso medio dei
depositi bancari, così come quello dell’inflazione programmata, è l’1,5%, il
rendimento lordo dei titoli di Stato di durata non superiore ai dodici mesi è
l’1,84% (e il tasso di interesse medio dei finanziamenti bancari è il 3,65%):
dati ABI-Centro Studi e Ricerche, Monthly Outlook aprile 2010.
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 275

la determinazione del saggio degli interessi legali; del resto,


quello in titoli del debito pubblico rappresenta un impiego
sicuro e diffuso del denaro e, quindi, un parametro idoneo in
base al quale forfetizzare il risarcimento per qualsiasi creditore.
È stato ampiamente sostenuto in dottrina che il maggior
danno di cui all’art. 1224 comma 2° dovrebbe essere
quantificato sulla base dello scarto tra il tasso degli interessi
legali e quello medio degli interessi di mercato79.
Le considerazioni precedentemente svolte sulla funzione
degli interessi di cui all’art. 1224 comma 1° offrono a questa
tesi un sostegno di ordine sistematico.
Come si è cercato di dimostrare, la prestazione degli
interessi dell’art. 1224, così come quella dell’art. 1282,
completa legalmente uno scambio in cui manca un elemento, il
corrispettivo del sacrificio subìto da una parte a fronte del
vantaggio conseguito dall’altra. La legge, cioè, simula una
relazione di mercato e proprio per questo, coerentemente,
dovrebbe guardare al mercato per la determinazione dell’entità
della controprestazione rappresentata dagli interessi legali. Per
questo motivo pensiamo che l’ultima pronuncia delle Sezioni
Unite, pure pronta a cogliere le esigenze di semplificazione e di
deterrenza imposte dalla materia del danno da inadempimento
nelle obbligazioni pecuniarie, avrebbe più correttamente dovuto
fare riferimento al tasso medio degli interessi dei finanziamenti
bancari quale parametro di forfetizzazione del risarcimento.

79
Secondo l’art. 7.4.9. dei Principi Unidroit “ (1) Se una parte non paga una
somma di denaro allo scadere del termine entro cui essa è dovuta, il creditore
ha diritto agli interessi su tale somma dal momento in cui il pagamento era
dovuto al momento del pagamento effettivo, indipendentemente dal fatto che
il mancato pagamento fosse scusato o meno. (2) Il tasso di interesse è il tasso
bancario medio per i prestiti a breve termine concesso alla migliore clientela
prevalente per la moneta di pagamento nel luogo di pagamento o, in difetto di
tale tasso in tale luogo, lo stesso tasso nello Stato della moneta di pagamento.
[…] (3) Il creditore ha diritto all’ulteriore risarcimento se il mancato
pagamento gli ha causato danni maggiori.”
276 CAPITOLO IV

4.1.8. La rilevanza giuridica della perdita di potere d’acquisto


della moneta: uno sguardo d’insieme

Quando negli anni ’70 i grandi fenomeni inflazionistici si


sono imposti alla ribalta della scena economica, la
giurisprudenza sui debiti di valuta ha preso un nuovo corso. I
giudici, come per un riflesso pavloviano, inizialmente hanno
fatto ricorso alla categoria dei debiti di valore, sostenendo la
trasformazione, per effetto e dal momento della mora,
dell’obbligazione di valuta in obbligazione di valore.
La giurisprudenza si muoveva sotto una duplice spinta: da
una parte, vi era un danno in senso economico, estrinsecantesi
nella perdita di potere d’acquisto della moneta, da addossare al
soggetto che si riteneva meno meritevole di tutela, il debitore
moroso; dall’altra, si doveva garantire, per quanto possibile, la
regolare esecuzione dei rapporti contrattuali, quindi non si
doveva rendere il ritardo nell’adempimento un buon affare.
La scelta di far gravare interamente sul debitore le
conseguenze del deprezzamento della moneta prescindeva da
una valutazione dell’efficienza causale della mora rispetto al
danno. La strada seguita non andava nel senso di stemperare il
rigore della prova che l’indirizzo tradizionale richiedeva al
creditore per ottenere il risarcimento del maggior danno, ma
mirava alla disapplicazione del principio nominalistico.
Si trattava, così, il principio nominalistico come una regola
dall’applicazione elastica che, a seconda della forza dei
fenomeni inflazionistici, può anche ritrarsi per poi, semmai,
riespandersi.
Detto ciò, è facile comprendere perché, prima ancora, la
giurisprudenza dell’immediato dopoguerra, di fronte a fenomeni
inflazionistici di altrettanta se non maggiore intensità, dato il
differente contesto sociale, avesse sposato la tesi della natura
valoristica delle obbligazioni di risarcimento del danno. Rispetto
a questo tipo di obbligazioni, le ragioni che abbiamo individuato
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 277

alla base del nuovo corso giurisprudenziale sui debiti di valuta


non potevano che imporsi in misura ulteriormente accentuata.
Nella fattispecie di inadempimento di un’obbligazione
risarcitoria, muovendosi nella logica descritta, a chi mai
dovrebbe essere addossato il deprezzamento della moneta se non
al debitore danneggiante? Infatti, senza la sua azione il danno
non si sarebbe prodotto ed il danneggiato non sarebbe divenuto
creditore di un bene, la moneta, soggetto a forti oscillazioni di
valore, oscillazioni che, tra l’altro, si verificano, solitamente,
proprio nel periodo della durata del processo, necessario al
danneggiato per ricevere la tutela del pregiudizio subìto.
La soluzione anche in questo caso viene ricercata fuori dal
sistema, nell’esclusione dell’efficacia del principio nominali-
stico. Quella che abbiamo chiamato la dottrina dei debiti di valo-
re non è altro che il tentativo di giustificare, in sede teorica, la
mancata applicazione di questa regola.
Quando l’Italia si è lasciata alle spalle il periodo dell’infla-
zione a due cifre, e, con l’adesione al Trattato di Maastricht e
l’adozione della moneta unica europea, l’epoca delle cosiddette
svalutazioni competitive ha ceduto il passo ad una politica di
rigida disciplina di bilancio, anche in giurisprudenza è finito il
periodo delle rivalutazioni automatiche nelle obbligazioni di
valuta e del calcolo degli interessi compensativi sulla somma in-
teramente rivalutata in quelle di valore.
Nella giurisprudenza sulle obbligazioni di valuta si è,
progressivamente, tornati all’idea originaria che la perdita di
potere d’acquisto della moneta debba essere considerata come
fattore di aggravamento del pregiudizio causato dalla mora e
non come danno in sé, un danno emergente, da far ricadere sul
debitore. La disponibilità di una somma che altri può esigere ha
un “prezzo”, che deve essere determinato guardando al
vantaggio conseguito dal debitore, per il prestito che ottiene
forzosamente, e al mancato utilizzo che il creditore avrebbe
potuto fare della somma. Solo in questo quadro il
deprezzamento monetario può avere un rilievo nella
quantificazione del risarcimento da prestare al danneggiato.
278 CAPITOLO IV

Se la giurisprudenza quantifica forfettariamente il danno da


mora nella misura del rendimento netto dei titoli del debito
pubblico, nel calcolo di quella percentuale l’emittente tiene
conto del tasso di inflazione programmata. Allo stesso modo,
laddove ci si volesse riferire al tasso medio degli interessi di
mercato, parte della cifra che verrebbe prestata al creditore
avrebbe la funzione di compensare la perdita di potere
d’acquisto della moneta. Se il creditore riesce a provare lo
specifico impiego che avrebbe fatto della somma, in caso di
esatto adempimento, l’equivalente che gli sarebbe riconosciuto
per il mancato guadagno in titoli azionari od in un acquisto
immobiliare etc. riparerebbe anche, almeno in parte, la perdita di
potere d’acquisto della moneta.
Potrà accadere certo che, quando, ad esempio, l’inflazione
reale sia maggiore di quella programmata, il rendimento dei
titoli del debito pubblico o quello azionario o i tassi di interesse
di mercato siano negativi, cioè non riescano neppure a restituire
all’investitore la medesima capacità d’acquisto della somma
iniziale, e quindi che anche la somma accordata al creditore,
quantificata in base a quei parametri, abbia un potere d’acquisto
inferiore a quello che avrebbe avuto la somma prestata
puntualmente, ma questo pregiudizio economico non può essere
considerato danno in senso giuridico, poiché si sarebbe prodotto
comunque, anche in caso di esatto adempimento. Non vi è,
pertanto, alcuna ragione per cui questa perdita debba essere
traslata sul debitore, trasformando la tutela giudiziale
dell’inadempimento in un investimento antinflattivo non
conseguibile sul mercato.
Anche nella giurisprudenza sui cosiddetti debiti di valore
qualche passo avanti per uscire dalla logica di un sistema basato
sull’inflazione è stato fatto. I giudici hanno capito che realizzava
un vero e proprio stravolgimento della funzione compensativa
della tutela risarcitoria l’attribuzione degli interessi dal momento
in cui il danno si è prodotto, calcolati sulla somma interamente
rivalutata al tempo della sentenza, come se, nell’ipotesi in cui il
risarcimento fosse stato prestato immediatamente, il
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 279

danneggiato-creditore avrebbe potuto contare sulla somma de-


terminata con la taxatio.
Passi ulteriori ha compiuto, poi, una giurisprudenza più
recente, quando afferma che gli interessi compensativi possono
essere attribuiti al danneggiato solo se risulti che il tasso degli
interessi di mercato sia stato maggiore di quello dell’inflazione,
nel periodo che separa il momento in cui il danno si è prodotto
da quello della pronuncia giudiziale. Queste decisioni, ignorate
dagli interpreti, segnano un cambio di mentalità, l’ingresso nella
logica per cui accanto ad un danno principale si deve risarcire
anche un danno secondario, quello da mora. Se si concedono gli
interessi compensativi solo quando il tasso degli interessi di
mercato è maggiore di quello della perdita di potere d’acquisto
della moneta, allora si ammette, implicitamente ma in equivoca-
bilmente, che la rivalutazione risarcisce il danno da mora80.
80
Oltre alle pronunce in questo senso già citate alla nota 34 cap. III, v. CONS.
STATO, 21 maggio 2009, n. 3144, in Foro amm. – Cons. Stato, 2009, 1361
ss., secondo cui “nei debiti di valore gli interessi compensativi costituiscono
una mera modalità liquidatoria dell’eventuale, solo possibile – e non già
certamente sussistente – danno da ritardo nella corresponsione
dell’equivalente monetario attuale della somma dovuta all’epoca della
produzione del danno; danno che dipende dal raffronto comparativo in unità
di pezzi monetari tra la somma (rivalutata) riconosciuta al creditore al
momento della liquidazione e quella di cui disporrebbe se, in ipotesi
tempestivamente soddisfatto, avesse utilizzato l’importo allora dovutogli
secondo le forme che, in base alla comune esperienza, possono dirsi ordinarie
(ovvero in impieghi più remunerativi); solo se la seconda ipotetica somma è
maggiore della prima può ravvisarsi un danno da ritardo, indennizzabile in
vario modo, anche mediante il meccanismo degli interessi; in ogni altro caso
il danno va escluso; in mancanza di qualsiasi allegazione e prova circa
l’insufficienza della rivalutazione ai fini del ristoro del danno da ritardo nei
sensi sopra specificati, la domanda volta ad ottenere i c.d. interessi
compensativi dalla data dell’evento lesivo fino alla pubblicazione della
sentenza non può essere accolta”; TRIB. CAMERINO, 19 marzo 2008, in Arch.
circolaz., 2008, 1045 ss., che decide: “Al danneggiato da sinistro stradale non
vanno riconosciuti gli interessi sulla somma liquidata quale risarcimento del
danno, ove manchi la prova (in tempi di bassa redditività del denaro) che lo
stesso danneggiato avrebbe avuto modo di ottenere sul mercato (in caso di
immediata percezione del risarcimento) un rendimento maggiore rispetto al
tasso di inflazione”.
280 CAPITOLO IV

La rivalutazione non completa il risarcimento del danno


emergente (principale), è, al contrario, uno strumento, sbagliato,
per il risarcimento del danno secondario, quello da mora. Il
confronto con il tasso degli interessi di mercato non è che
l’ennesima dimostrazione di quella che è la reale funzione della
rivalutazione e dell’errore insito nell’intera costruzione della
categoria dei debiti di valore, da un punto di vista teorico come
nell’ottica delle soluzioni concretamente applicabili.
Paradossalmente, dopo anni in cui il creditore del
risarcimento è stato sovracompensato, c’è ora il rischio che gli
venga prestata una tutela inferiore a quella accordata al creditore
dell’obbligazione di valuta. Questi, infatti, si vede concessa,
come minimo, una somma commisurata al rendimento dei titoli
del debito pubblico, mentre il creditore di valore, stando
all’ultimo orientamento della giurisprudenza, potrebbe doversi
accontentare della sola rivalutazione.
C’è ancora un ultimo miglio da percorrere per questa
giurisprudenza: non raffrontare la misura della rivalutazione con
il tasso degli interessi di mercato, ma applicare il tasso degli
interessi di mercato alla somma stimata (guardando al momento
in cui il danno si prodotto) e mandare in soffitta la rivalutazione,
come un vecchio arnese ormai obsoleto.

4.2. Il risarcimento del danno nelle obbligazioni pecuniarie

Come si è cercato di dimostrare, la disciplina del


risarcimento del danno nelle obbligazioni pecuniarie regola
l’inadempimento di tutte le obbligazioni che hanno ad oggetto
una somma di denaro, abbiano esse fonte convenzionale o
legale, rappresentino il corrispettivo di una controprestazione
ovvero realizzino una funzione risarcitoria, restitutoria o
indennitaria.
La moneta è strumento generale di intermediazione negli
scambi e misura del valore. Esprime il corrispettivo di una
prestazione professionale, dell’acquisto di un diritto, la stima di
IL RISARCIMENTO DEL DANNO NELLE OBBLIGAZIONI PECUNIARIE 281

un danno, come il calcolo di un’indennità e così via. Le


compete, quindi, un ruolo pressoché in tutte le fattispecie
rilevanti per il diritto e, così, anche la disciplina del danno nelle
obbligazioni pecuniarie verrà ad applicarsi in contesti molto
diversi l’uno dall’altro, ad obbligazioni che, pur avendo lo stesso
oggetto, perseguono scopi differenti.
Proprio questo è il punto: le obbligazioni che hanno ad
oggetto moneta, pur nella molteplicità delle loro funzioni,
formano una categoria unitaria.
La costruzione della categoria dei debiti di valore implica, al
contrario, che non debbano essere regolate come obbligazioni
pecuniarie, che pertanto non siano obbligazioni pecuniarie,
quelle in cui la moneta assolve ad una funzione di stima di un
valore di cui il patrimonio di un soggetto deve essere
reintegrato. La possibilità che, nel tempo necessario affinché lo
scopo per cui l’obbligazione è sorta venga raggiunto, vi sia una
variazione del valore della moneta, quindi un’alterazione
dell’unità di misura, sconsiglierebbe, in queste fattispecie, l’ap-
plicazione della disciplina delle obbligazioni pecuniarie.
La questione, abbiamo visto, si complica ulteriormente per
le obbligazioni che risarciscono il danno extracontrattuale,
poiché, in questo caso, il rifiuto di applicare alla somma stimata
il principio nominalistico viene considerato anche un modo per
compensare il danneggiato dell’eventuale incremento di valore
dell’interesse leso.
Il problema dei debiti di valore presenta, quindi, più facce.
Una ha la fisionomia della pretesa contraddizione tra le norme
che regolano l’obbligazione guardando al suo oggetto (mone-
tario), e quelle che, invece, ne definiscono il fine, risarcitorio o
indennitario.
L’altra è segnata dal contrasto, ancora vivo, tra concezione
reale e patrimoniale del danno, dall’idea che la somma da
risarcire debba essere uguale al valore del bene perduto non solo
al momento della determinazione del danno, ma fino alla
pronuncia della sentenza di condanna e, se fosse possibile, anche
dopo, nel tempo dell’effettiva prestazione della tutela.
282 CAPITOLO IV

La risoluzione del problema è nel sistema: le norme dettate


in considerazione dell’oggetto dell’obbligazione non solo non
contrastano con quelle che ne modellano la funzione, ma, in
particolare per il risarcimento del danno extracontrattuale,
permettono di conformare la riparazione in modo più coerente
con la concezione patrimoniale del danno accolta dal nostro
ordinamento.
L’applicazione della disciplina posta dagli artt. 1277 e 1224
all’adempimento e all’inadempimento delle obbligazioni risarci-
torie, oltre ad essere dogmaticamente fondata, consente anche
una regolazione di questi debiti di denaro capace di adeguarsi ai
cambiamenti che si verificano nel mercato del credito.
INDICE DEGLI AUTORI

I numeri in grassetto indicano la pagina in cui ciascuna opera è


stata citata per la prima volta

BIANCA, C. M., 60, 72, 125;


A 66, 127, 258; 115, 119, 184;
223
ACHILLE, D., 251 BIGLIAZZI GERI, L., 116
AMATUCCI, A., 54, 219; 156, BOOTLE, R. P., 95, 96
236; 225, 229, 241 BRECCIA, U., 63, 87, 125, 156,
ASCARELLI, T., 5, 9, 10, 11, 13, 258; 126
14, 15, 16, 17, 19, 20, 21, 22,
23, 24, 25, 30, 33, 34, 35, 36,
C
37, 38, 41, 42, 43, 44, 71, 92,
125; 7, 34, 39; 24, 58; 213; 267,
CABELLA PISU, L., 116
268
CAFFÈ, F., 225
AULETTA, G., 167
CAGNASSO, O., 273
CANEPA, P., 273
B CAPOZZI, G., 167
CARNELUTTI, F., 58; 185
BARBERO, D., 185 CASTRONOVO, C., 196; 198
BELVEDERE, A., 10; 200 CHIRONI, G. P., 166
BENATTI, F., 115, 117, 131, COOTER, R., 242
203, 204 CROCKETT, A., 95, 96, 98, 103
BENEDETTI, A. M., 273 CRUMP, T., 95, 102, 104
BERNARDI, G., 231
BETTI, E., 170
D

D’ADDA, A., 196


284 INDICE DEGLI AUTORI

D’AQUINO, F., 248 GRECO, P., 167


DE CRISTOFARO, G., 274 GRONDONA, M., 273
DE CUPIS, A., 73, 149, 167, GROSSI, P., 8, 10, 13
168, 173, 186
DELFINI, F., 124 H
DEL PRATO, E., 235
DE MARZO, G., 159 HARVEY, D., 244
DE NOVA, G., 273 HAWTHORNE, J., 95, 100, 103
DE NOVA, S., 273
DI MAJO, A., 44, 61, 62, 63, 64, I
71, 82, 84, 94; 99; 124; 157;
222, 223, 246; 231; 248; 251 INZITARI, B., 67, 68, 69, 72; 68;
84, 85, 103; 240; 259
E
K
EINAUDI, L., 5, 7, 81; 98
ERMAN, W., 50 KLEIN, J. J., 95, 100
EROLI, M., 46, 121, 125
ESSER, J., 95 L
F LARENZ, K., 50
LIBERTINI, M., 72, 153, 158,
FANTACCI, L., 6, 77, 80 260, 261, 264
FAUCEGLIA, G., 273 LOJACONO, A., 95, 101, 103
FAVARA, E., 155 LUMINOSO, A., 184
FINOCCHIARO, M., 221
FERRI, G., 46, 121, 166, 186 M
FISHER, F. M., 207
FRANZONI, M., 147, 167, 169 MAGAZZÙ, A., 115
FRIGNANI, A., 273 MAIELLA, M., 227
MANN, F. A., 95, 113, 141, 185
G MARINETTI, G., 144, 259
MARTUCCELLI, S., 85
GAETA, S., 167 MASÈ DARI, F., 167
GAMBARO, A., 244 MASTROPAOLO, F., 60, 100
GENTILE, G., 166 MATTEI, U., 242
GERI, V., 218 MAZEAUD, H., 171
GIACOBBE, D., 60 MAZEAUD, L., 171
GIORGIANNI, M., 73, 115, 261 MAZZARESE, S., 116
GIUSANA, E., 166
INDICE DEGLI AUTORI 285

MAZZONI, C. M., 84; 84 R


MENGONI, L., 185; 273
MOMMSEN, T., 170 RAFFAELLI, G. A., 167
MONATERI, P. G., 148; 242 RAYNAUD, P., 67
MOSCATI, E., 131 RAVAZZONI, A., 116
MOSCO, L., 60 REALMONTE, F., 177, 199
REBORI, A., 212
N ROBERTSON, D. H., 96, 98
RODOTÀ, S., 199
NATOLI, U., 73, 115, 116, 203, ROMAINE, R. C., 207
263; 116 ROTONDI, G., 170
NEWLYN, W. T., 95, 96 RUSSO, E., 273
NICOLÒ, R., 46, 121, 182, 185,
186, 265 S
NUSSBAUM, A., 7, 96, 100, 103
SALVI, C., 169, 196, 197; 169,
P 197
SCADUTO, G., 18, 28, 166
PACCHIONI, G., 167 SCHMIDT, E., 95
PARDOLESI, R., 225, 238, 255; SCIALOJA, E., 58
235; 236; 242; 251 SCOGNAMIGLIO, R., 167; 198
PARRAVICINI, G., 96, 97 SCOZZAFAVA, O. T., 73
PATELL, J. M., 181 SICCHIERO, G., 86
PATTI, S., 167, 169 SIMMEL, G., 102
PERRONE, A., 61, 63, 64, 71, SIMONETTO, E., 263
162 STAMMATI, G., 95, 99, 103
PESTALOZZA, F., 46, 166
PIERRE - FRANÇOIS, G. L., 67, T
171
PITTALUGA, G. B., 164 TEDESCHI, G., 166, 173, 174,
POLVANI, G., 60 175, 176; 166, 173, 184
TRABUCCHI, A., 218
Q TRIMARCHI, M., 65, 68, 69, 70,
72
QUADRI, E., 61, 63, 64, 76, 85, TRIMARCHI, P., 126; 178; 180;
156; 93; 214; 225, 238; 236 253, 255
TUNC, A., 171
286 INDICE DEGLI AUTORI

UCCELLA, F., 135


ULEN, T., 242

VALCAVI, G., 121; 144; 147;


156; 157; 163; 186; 220; 236;
238; 248
VILLA, G., 245
VISINTINI, G., 115, 116; 116
VON MAYDELL, B., 39, 43, 50,
67, 73

WEIL, R. L., 181


WOLFSON, M. A., 181

ZACCARIA, A., 273


ZARRELLI, A., 87
PUBBLICAZIONI DELLA UNIVERSITÀ DI PAVIA
FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA
STUDI NELLE SCIENZE GIURIDICHE E SOCIALI
NUOVA SERIE

1. - GRISOLI ANGELO - Le società con un solo socio. 1971.


2. - BALLARINO TITO - Forma degli atti e diritto internazionale privato. 1970.
3. - TARUFFO MICHELE - Studi sulla rilevanza della prova. 1970.
4. - PAMPANIN MARIO - La disciplina pubblica dell’attività assicurativa. 1969.
5. - FERRI CORRADO - Profili dell’accertamento costitutivo. 1970.
6. - COMOGLIO LUIGI PAOLO - La garanzia costituzionale dell’azione ed il processo civile. 1970.
7. - MUSSELLI LUCIANO - Il concetto di giudicato nelle fonti storiche del diritto canonico. 1972.
8. - IUDICA GIOVANNI - Impugnative contrattuali e pluralità di interessati. 1973.
9. - PISANI MARIO - Libertà personale e processo. 1974.
10. - GUARNERI ATTILIO - L’ordine pubblico e il sistema delle fonti del diritto civile. 1974.
11. - DE NOVA GIORGIO - Il tipo contrattuale. 1974.
12. - BALLARINO TITO - Costituzione e diritto internazionale privato. 1974.
13. - FERRI CORRADO - Struttura del processo e modificazione della domanda. 1975.
14. - TARUFFO MICHELE - La motivazione della sentenza civile. 1975.
15. - MUSSELLI LUCIANO - Chiesa cattolica e comunità politica. 1975.
16. - MOSCONI FRANCO - La Banca europea per gli investimenti (aspetti giuridici). 1976.
17. - LE AZIONI A TUTELA DI INTERESSI COLLETTIVI. Atti del Convegno di Studio (Pavia, 11-12
giugno 1974). 1976.
18. - LEGGE GENERALE SULL’AMMINISTRAZIONE LOCALE. 1977.
19. - DE NOVA RODOLFO - Scritti di diritto internazionale privato. 1977.
20. - CORSO PIERMARIA - Notizie anonime e processo penale. 1977.
21. - SACCHETTO CLAUDIO - Tutela all’estero dei crediti tributari dello Stato. 1978.
22. - MUSSELLI LUCIANO - Considerazioni sugli istituti delle confessioni acattoliche. 1979.
23. - CENDON PAOLO - Comunione fra coniugi e alienazioni mobiliari. 1979.
24. - OSCULATI FRANCO - La tassazione ambientale. 1979.
25. - TARUFFO MICHELE - Il processo civile «adversary» nell’esperienza americana. 1979.
26. - GUARNERI ATTILIO - Diritti reati e diritti di credito: valore attuale di una distinzione. 1979.
27. - FERRARI GIUSEPPE FRANCO - Stato ed enti locali nella politica scolastica: l’istituzione
delle scuole da Casati alla vigilia della riforma Gentile. 1979.
28. - FERRI CORRADO - Profili dell’appello limitato. 1979.
29. - LURASCHI GIORGIO - Foedus ius Latii civitas. 1979.
30. - COMOGLIO LUIGI PAOLO - Il principio di economia processuale. I. 1980.
31. - IUDICA GIOVANNI - Autonomia dell’imprenditore privato e interessi pubblici. 1980.
32. - LANDI LANDO – L’Inghilterra e il pensiero politico di Montesquieu. 1981.
33. - COMOGLIO LUIGI PAOLO - Il principio di economia processuale. II. 1982.
34. - R IGANO FRANCESCO - Costituzione e potere giudiziario. 1982.
35. - CAFARI PANICO RUGGIERO - La cooperazione europea in campo spaziale. 1983.
36. - VISMARA MISSIROLI M. - MUSSELLI L. - Il processo di codificazione del diritto penale
canonico. 1983.
37. - TRAVI ALDO - Sanzioni amministrative e pubblica amministrazione. 1983.
38. - DENTI VITTORIO - Dall’azione al giudicato. 1983.
39. - FERRARI GIUSEPPE FRANCO - Localismo ed eguaglianza nel sistema americano dei servizi
sociali. 1984.
40. - TRIMARCHI BANFI FRANCESCA - Il controllo di legittimità. 1984.
41. - R AMPULLA FRANCESCO CIRO - Le associazioni di comuni tra autonomia locale e autarchia
regionale. 1984.
42. - TRAVI ALDO - Silenzio-assenso ed esercizio della funzione amministrativa. 1985.
43. - PALIERO CARLO ENRICO - “Minima non curat praetor”. 1985.
44. - DONDI ANGELO - Effettività dei provvedimenti istruttori del giudice civile. 1985.
45. - DE VALLES A RNALDO - La validità degli atti amministrativi. 1986.
46. - ZORZOLI MARIA CARLA - Università, dottori, giureconsulti. L’organizzazione della “ fa-
coltà legale” di Pavia nell’età spagnola. 1986.
PUBBLICAZIONI DELLA UNIVERSITÀ DI PAVIA
FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA
STUDI NELLE SCIENZE GIURIDICHE E SOCIALI
NUOVA SERIE

47. - SARGENTI MANLIO - Studi sul diritto del tardo impero. 1986.
48. - LA CERTEZZA DEL DIRITTO NELL’ESPERIENZA GIURIDICA ROMANA. 1987.
49. - LARIZZA SILVIA - Le pene accessorie. 1986.
50. - R APISARDA CRISTINA - Profili della tutela civile inibitoria. 1987.
51. - FALCHI FRANCESCO - I chierici nel processo di formazione del codice pio-benedettino. 1987.
52. - ASTORRI ROMEO - Gli statuti delle conferenze episcopali. I: Europa. 1987.
53. - LA SOTTRAZIONE INTERNAZIONALE DI MINORI. A cura di FRANCO MOSCONI e DINO R INOLDI. 1988.
54. - AZZONI GIAMPAOLO - Il concetto di condizione nella tipologia delle regole. 1988.
55. - PATRIARCA SERGIO - Trasformazione regressiva e principio di maggioranza. 1988.
56. - ASTOLFI ANDREA - Il controllo societario. (Edizione fuori commercio).
57. - IBÁN IVÁN C. - Gli statuti delle conferenze episcopali. II: America. 1989.
58. - MAZZARESE TECLA - Logica deontica e linguaggio giuridico. 1989.
59. - CAMPIGLIO CRISTINA - Il rapporto di filiazione nel diritto internazionale privato italiano.1990.
60. - MAURO TOMMASO - Scritti di diritto ecclesiastico e canonico. Vol. I. 1991.
61. - MAURO TOMMASO - Scritti di diritto ecclesiastico e canonico. Vol. II. 1991.
62. - PIAZZA MARIA PIA - La disciplina del falso nel diritto romano. 1991.
63. - ASTORRI ROMEO - Le leggi della Chiesa tra codificazione latina e diritti particolari. 1992.
64. - DONDI ANGELO - Introduzione della causa e strategie di difesa. Vol. I. 1991.
65. - LAZZARINI SERGIO - Sepulcra familiaria. Un’indagine epigrafico-giuridica. 1991.
66. - VIGONI DANIELA - Giudizio senza imputato e cooperazione internazionale. 1992.
67. - CAFARI PANICO RUGGIERO - Lo stato civile ed il diritto internazionale privato. 1992.
68. - CIPOLLINA SILVIA - La legge civile e la legge fiscale. Il problema dell’elusione fiscale. 1992.
69. - PATRIARCA SERGIO - Le azioni di godimento. 1992.
70. - BENAZZO PAOLO - Rinuncia e transazione in ordine all’azione sociale di responsabilità. Il
ruolo dell’assemblea. 1992.
71. - SALVATORE VINCENZO - Concorrenza televisiva e diritto comunitario. 1993.
72. - LIBRANDO VITO, MOSCONI FRANCO, R INOLDI DINO - Tempi biblici per la ratifica dei
trattati. 1993.
73. - COPPETTA MARIA GRAZIA - La riparazione per ingiusta detenzione. 1993.
74. - STUDI IN ONORE DI VITTORIO DENTI. In tre volumi. 1994.
75. - GITTI GREGORIO - Contratti regolamentari e normativi. 1994.
76. - R IGANO FRANCESCO - La libertà assistita. Associazionismo privato e sostegno pubblico
nel sistema costituzionale. 1995.
77. - CAMPIGLIO CRISTINA - Il principio di reciprocità nel diritto dei trattati. 1995.
78. - MANNOZZI GRAZIA - Razionalità e “giustizia” nella commisurazione della pena. Il Just
Desert Model e la riforma del Sentencing nordamericano. 1996.
79. - MARELLI FABIO - La trattazione della causa nel regime delle preclusioni. 1996.
80. - GIUSSANI ANDREA - Studi sulle “class actions”. 1996.
81. - SALVATORE VINCENZO - Il trust. Profili di diritto internazionale e comparato. 1996.
82. - ERNESTO BIANCHI - Fictio iuris. Ricerche sulla finzione in diritto romano dal periodo
arcaico all’epoca augustea. 1997.
83. - GIAMPAOLO M. AZZONI - Filosofia dell’atto giuridico in Immanuel Kant. 1998.
84. - ALBA NEGRI - L’espressione unilaterale dell’impegno, ossia “Le consentement de la
partie qui s’oblige”. Vol. I. 1998.
85. - ALBA NEGRI - L’espressione unilaterale dell’impegno, ossia “Le consentement de la
partie qui s’oblige”. Vol. II. 1998.
86. - FILIPPO GALLO - Opuscula Selecta. 1999.
87. - UMBERTO POTOTSCHNIG - Scritti scelti. 1999.
88. - LAURA MONTANARI - Il governo della magistratura in Francia. 1998.
89. - ANDREA ROSSETTI - Deontica in Jean-Louis Gardies. 1999.
90. - MARIA VISMARA MISSIROLI - Diritto canonico e scienze giuridiche. L’insegnamento del
diritto della Chiesa nelle università italiane dall’unità al Vaticano II. 1998.
PUBBLICAZIONI DELLA UNIVERSITÀ DI PAVIA
FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA
STUDI NELLE SCIENZE GIURIDICHE E SOCIALI
NUOVA SERIE

91. - Marzia Lucchesi - Si quis occidit occidetur. 1999.


  92. - Giuseppe Lorini - Dimensioni giuridiche dell’istituzionale. 2000.
  93. - Paolo Benazzo - Autonomia statutaria e quozienti assembleari nelle società di capitali. 1999.
  94. - Mauro Mazza - La giustizia costituzionale in Europa orientale. 1999.
  95. - Chiara Minelli Zagra - Le fonti dello «ius singulare» nell’ordinamento canonico.
L’esperienza delle codificazioni. 2000.
  96. - Fabio Marelli - La conservazione degli atti invalidi nel processo civile. 2000.
  97. - Paolo R enon - L’incidente probatorio nel procedimento penale. Tra riforme ordinarie
e riforme costituzionali. 2000.
  98. - Bruno Tonoletti - L’accertamento amministrativo. 2001.
  99. - Emanuele Boscolo - I diritti soggettivi a regime amministrativo. L’art. 19 della legge
241/90 e altri modelli di liberalizzazione. 2001.
100. - Giuseppe Finocchiaro - L’equità del giudice di pace e degli arbitri. 2001.
101. - Carlo R imini - Acquisto immediato e differito nella comunione legale fra coniugi. 2001.
102. - Giulia Rossolillo - Mutuo riconoscimento e tecniche conflittuali. 2002.
103. - Ferdinando Bona - Lectio sua. Studi editi ed inediti di diritto romano. In due tomi. 2003.
104. - Alessandro D’Adda - Il risarcimento in forma specifica. Oggetto e funzioni. 2002.
105. - Silvia Illari - La tutela ambientale ripartita. Federalismo ed ecosistema negli Stati
Uniti. 2002.
106. - Giovanni Stella - Il pegno a garanzia di crediti futuri. 2003.
107. - Luigi Pellecchi - La praescriptio. Processo, diritto sostanziale, modelli espositivi. 2003.
108. - Cristina Campiglio - Procreazione assistita e famiglia nel diritto internazionale. 2003.
109. - Andrea Bollani - Contratto collettivo e interpretazione. 2004.
110. - Mauro Mazza - La protezione dei popoli indigeni nei Paesi di Common Law. 2004.
111. - Tommaso Maria Ubertazzi - Il diritto alla privacy. Natura e funzione giuridiche. 2004.
112. - L’ ABGB e la codificazione asburgica in Italia e in Europa. A cura di P. Caroni ed E.
Dezza. 2006.
113. - Andrea Gratteri - Il valore del voto. Nuove tecnologie e partecipazione elettorale. 2005.
114. - Silvia Larizza - Il diritto penale dei minori. Evoluzione e rischi di involuzione. 2005.
115. - Scienza e causalità. A cura di C. de Maglie e S. Seminara. 2006.
116. - Mariella Magnani - Il diritto del lavoro e le sue categorie. Valori e tecniche nel diritto
del lavoro. 2006.
117. - Stefano Colloca - Autoriferimento e antinomia nell’ordinamento giuridico. 2006.
118. - Simone Rodolfo Masera - Il risarcimento in forma specifica nel giudizio amministrati-
vo. 2006.
119. - Pasquale Cerbo - Potere organizzativo e modello imprenditoriale nella pubblica ammi-
nistrazione. 2007.
120. - Diego Volpino - L’oggetto del giudicato nell’esperienza americana. 2007.
121. - Giulia Avanzini - Responsabilità civile e procedimento amministrativo. 2007.
122. - Luciano Musselli - Emanuela Grillo - Matrimonio, trasgressione e responsabilità nei
penitenziali. 2007.

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