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I- IDENTITÀ ETNICA, CONFINI E FRONTIERE NEL MONDO GRECO

Erodoto 8, 144: alla base dell’identità etnica dei Greci vi erano ‘la consanguineità, la comunanza di
lingua, di credenze religiose, di riti sacrificali, di usi e costumi’ à lo stato di guerra esalta
l’autocoscienza etnica di fronte ad una minaccia comune. Ciò valse anche per l’opposizione Ioni-Dori
durante la Guerra del Peloponneso.

1. ΕΘΝΗ E ΚΟΙΝΑ

L’unità greca era in qualche modo percepita anche attraverso le differenze: feste panelleniche, agoni
atletici, catalogo delle navi.
I koinà si strutturano intorno a santuari comuni (Panioia, Panboiòtia, Panaitolikà, ma anche per
Arcadi, Tessali, Focidesi, Molossi, Acarnani, Macedoni, Etruschi, Latini).
La compiuta identità di un popolo appare così strettamente connessa con la fondazione del κοινόν
che la fase precedente sfuma.
I fondamenti dell’identità di un popolo sono l’eponimia del capostipite e l’elaborazione di una
genealogia: questi fattori traducono nel codice sociale dei rapporti di parentela l’autocoscienza di un
ἔθνος e il suo ruolo nelle relazioni interstatali.
Nella rifondazione etnica dell’identità culturale è solitamente una delle componenti ad assumere una
funzione egemonica: gli Euritani nel κοινόν Etolico, i Molossi per gli Epiroti, gli Alevadi di Larissa
per la Tessaglia, Tebe per la Beozia, fino al panellenismo (o per lo meno al panionismo) dell’Atene del
V sec. e di Filippo II nel IV sec.
Come l’autocoscienza della polis, anche quella etnica del κοινόν si manifesta all’esterno come forza
antagonista: il κοινόν focidese si struttura in funzione anti-tessala; la Lega Arcadica dopo Leuttra è
in funzione anti-spartana (il processo di strutturazione dell’identità qui è sostenuto da Tebe e culmina
con la fondazione di Megalopoli che accoglie abitanti da tutta la regione); un caso limite è quello dei
Messeni, la cui identità fu per secoli inscindibile dallo stato di asservimento a Sparta (anche qui
l’acquisizione dell’identità culmina con la rifondazione di Messene nel 369 per opera di Epaminonda).

2. CONFINI E FRONTIERE

Talvolta le esperienze coloniali delle ἀποικίαι comportarono una coscienza traumatica dell’alterità
etnica, ben lontana dalla convivenza appresa negli ἐμπόρια commerciali. Le popolazioni barbariche
entrano nell’orizzonte dei Greci quando la loro πολιτεία (ordinamento politico-militare) gli conferisce
maggior grado di identità ai loro occhi (così per i Cartaginesi e i Romani). Questo processo struttura
anche l’identità di queste popolazioni altre: la coscienza di popoli come Sanniti, Lucani e Bretti è
segnata dallo scontro con le poleis greche e poi con Roma.

Luoghi critici di definizione sono i confini e le frontiere. Già Erodoto tende a far coincidere i confini
naturali e quelli etnici (individualità geografica=omogeneità etnica).
In generale c’è una tendenziale resistenza alla dilatazione dei coronimi (e degli etnici), in quanto essi
rispecchiano l’ἔθνος che in quel dato territorio vive. La nozione di Italia è legata alla punta meridionale
della Calabria, e soltanto a fine III sec. arriva a comprendere l’intera penisola fino alle Alpi (e i popoli
che vi abitano).
Le zone di confine sono luoghi in cui si misura la produttività di una cultura, con esiti alterni: se questa
cultura è forte, verrà assunta o totalmente respinta. Due esempi: Tharyps, re dei Molossi (430-390)
da fanciullo viene educato ad Atene e per primo introduce nel suo regno usanze, leggi e lettere greche;
Scila, figlio del re degli Sciti e di una donna greca, ha un’inclinazione verso la διαίτα e la cultura greca,
tanto che entra da solo ad Olbia per farsi iniziare ai misteri di Dioniso, ma viene scoperto e ucciso.
Questi sono i due esiti necessari e alternativi dei processi di acculturazione nelle zone di frontiera
del mondo coloniale.

3. IDENTITÀ ETNICA E ARCHAIOLOGHÌA

Uno dei pilastri dell’identità dei popoli greci, oltre alla memoria comune, è la συγγένεια. Ma questa è
suscettibile di modifiche a seconda delle circostanze storiche.
1- Alessandro il Filelleno, re dei Macedoni (494-454), si inventò una genealogia greca per aver
accesso alle feste di Olimpia;
2- per giustificare il loro neutralismo durante le guerre Persiane, gli Argivi argomentarono con la
loro consanguineità con i Persiani;
3- alcuni Tessali al servizio di Alessandro, per corrispondere al suo progetto di integrazione,
sostennero la parentela con Persiani e Medi;
4- i cittadini di Sicione, nella Pallene, per non combattere contro i Peloponneisaci dissero di essere
originari di Pellene nel Peloponneso;
5- parentela tra Tarantini e Sanniti in funzione anti-romana.

La componente fondamentale nella strutturazione dell’identità etnica presso i Greci è la grande


disponibilità a riplasmarla in base alle occasioni; ciò che segna la distanza dall’idea moderna di identità
nazionale.

II- L’ITALIA NELL’ECUMENE DEI GRECI


Il termine Italìa denotava la regione calabro-lucana (in origine la punta meridionale della Calabria). Il
processo coloniale verso occidente fornì in qualche modo ai Greci l’occasione di riscoprire sé stessi e le
proprie tradizioni: giunti in occidente scattò il riconoscimento dei luoghi toccati da Ulisse e da altri
reduci di Troia (Scilla e Cariddi, Eolie, Circeo). Ma soltanto tra VII e VI sec. le informazioni
etnografiche e geografiche sull’occidente divennero patrimonio dell’orizzonte culturale greco.
Le prime manifestazioni geografiche che appaiono alla concezione greca sono le due penisole
dell’Italìa e della Iapyghìa (le prime manifestazioni sono le coste e le penisole, dal momento che il
punto di osservazione è sempre quello del mare: i popoli vengono catalogati secondo la loro
collocazione lungo la costa; nell’interno e lontano dai fiumi i dati diventano sempre meno certi).
Nel IV sec. l’Italìa guadagna il versante tirrenico del golfo di Napoli, ma ne rimane esclusa la terra di
Etruschi e Latini.
Probabilmente si deve a Eratostene un passo ulteriore nell’ampliamento del coronimo, nella
nomenclatura delle tre grandi penisole del Mediterraneo (Grecia, Italia, Spagna) funzionale alla sua
rappresentazione dell’ecumene.
Sicuramente in Polibio (metà II sec.) il termine Italìa inizia a designare la penisola tout court (ne parla
come di un triangolo avente per base le Alpi).
In Polibio spicca il tentativo di rappresentare l’Italia secondo il sistema orografico (Alpi e Appennini):
non sono più soltanto i fiumi e il sistema idrografico (linea di costa) a sostanziare la concezione
geografica ellenistica. È il fenomeno che porta Eratostene a fare del Tauro la spina dorsale dell’intero
oriente, e che comporta una rivalutazione del territorio italico dopo la guerra annibalica.
La dilatazione del coronimo è fenomeno comune: in origne Asia indicava la Caria (Anatolia sud-
occidentale), Europa ed Ellade indicavano la Grecia continentale (Tessaglia), la Libia si era espansa
fino ad indicare l’Africa in toto, India solo la valle dell’Indo. Per il mondo occidentale si ha
l’impressione che procedendo dal litorale verso l’interno le regioni contigue vengano via via comprese
nella denominazione iniziale (come accade anche con Celtica e Scizia).
Agli occhi dei Greci i popoli occidentali acquistano una fisionomia quando la loro etnicità si manifesta
nell’organizzazione politico-militare (IV sec.).

Il concetto di Italia si sovrappone a quello di Megàle Hellàs e i Greci della penisola vengono chiamati
Italioti come i Sicelioti in Sicilia.
Come popolamento preellenico abbiamo notizia di Enotri (Cilento), Coni (Metaponto e Siri) e di
Siculi rimasti nella Calabria meridionale.

Antioco di Siracusa (storico di V sec.) scrive una Storia della Sicilia e un Sull’Italìa. Ricostruisce le
fondazioni delle città italiche. In origine la punta meridionale della Calabria aveva nome di Enotria.
Con il regno di Italo la terra assunse il nome di Italìa e crebbe in potenza. Poi con il regno di Morgete
si chiamarono Morgeti, finché Siculo, esule da Roma, condusse il popolo in Sicilia, comportando
l’ultima metonomasia (Enotri-Itali-Morgeti-Siculi).
Le denominazioni etnico-regionali non sono statiche ma riflettono l’esito di un’espansione politico-
militare.

Antioco crea gli Itali per ridurre a unità originaria la diversità etnica degli indigeni Italioti, come se
tutti derivassero da quel nucleo comune. Deduce questo etnico dalla creazione di un eroe eponimo,
ovvero Italo, che viene considerato come eroe civilizzatore che porta gli Enotri dalla pastorizia e dal
nomadismo verso l’agricoltura. Ciò è prova del fatto che ancora ai tempi di Antioco il nome Italìa
esprimeva ancora una nozione geografica, non legata ad un ethnos in particolare. Antioco dice che Italo
è fondatore dei sissizi prima ancora di Minosse a Creta: evidentemente trasferisce un dato etnografico
pertinente alla contemporanea civiltà dei Coni (forse l’unico di cui si rintracciava l’origine remota) alla
remota e mitica civiltà degli Itali.

Questa ricerca archeologico-etnografica di Antioco si svolge durante il periodo dell’imperialismo


ateniese, quando Atene rivolge le sue mire sulla Sicilia e sull’Italia. La diplomazia ateniese fa leva
sulla comune appartenenza etnica agli Ioni (Reggio, Lentini, Catania) contro i Dori (Sparta, Siracusa).
A questa logica Antioco oppone una ragione superiore, quella dell’appartenenza territoriale che
discende da un’ancestrale origine comune e dalla preistoria civile degli Italoi. In Antioco per la prima
volta la nozione di Italìa assume un significato etnico-culturale e geopolitico, e non più di mera
nozione geografica.

Il suggello del significato geopolitico di Italìa si ha nel corso del III sec., quando Roma inizia ad
espandere le sue mire di conquista verso il sud della penisola. Durante la guerra con Taranto (280-
278), Roma stipula un trattato di non belligeranza con Cartagine, in cui si impegna a non intervenire in
Sicilia in cambio della libertà d’azione in Italìa. Non sappiamo però quanto questo nome sia
un’autorappresentazione delle popolazioni italiche o soltanto un termine definitorio utilizzato dalle
potenze estere (Cartagine e Roma).
Si può però supporre che la nozione di Italìa e di Italioti sia stata orientata in senso anti-romano da
Taranto, proprio durante il conflitto che la oppose a Roma (durante la quale ci fu anche la scoperta
funzionale della comune ascendenza spartana di Tarantini e Sanniti, ciò che riflette nel codice della
parentela la mutevole situazione dei rapporti interstatali). Fu probabilmente allora che i capi delle
comunità sannitiche e lucane recepirono il nome di Italìa come espressione di un’identità culturale e
politica indicante l’insieme delle popolazioni italiche coalizzate contro Roma.

Il passo successivo si ha in Polibio, il quale utilizza il termine Italoi come sinonimo di Italici quando
racconta della discesa di Annibale in Italia: ed è a questi Italoi che Annibale promette la libertà da
Roma. Così si capisce l’immediatezza con cui il nome di Italia divenisse la bandiera degli insorti
durante la guerra sociale (91-89), e quindi l’intensità ideologica della sua riappropriazione da parte
della Roma augustea.

In sostanza la nozione di Italia divenne un segno di autorappresentazione sovranazionale, e ciò fu


favorito proprio dalla mancanza di una corrispondenza univoca ed esclusiva fra designazione
geografica e realtà etnica, ossia il fatto che l’Italìa non avesse un popolo corrispondente di Italoi.

III- SULLE RAPPRESENTAZIONI MITICHE DELLA GEOGRAFIA GRECA


Il mito è indifferente alla nozione di distanza, ed è privo di prospettiva cronologica o spaziale-
geografica.
La prima riflessione geografica si svolse nel contesto di reazione alle concezioni religiose ereditate,
ossia nella disgregazione del conglomerato ereditario (Dodds). Questo conglomerato però non si
distrugge e svanisce una volta per tutte: rimane qua e là, intersecandosi alle nuove concezioni che
vengono alla luce.
In Grecia la geografia nasce dalla stratificazione di esperienze nautiche (proto-carte per la navigazione
a piccolo cabotaggio), ma si volge subito alla totalità della terra abitata, e si configura quindi come
una sistemazione ordinata di un ricco patrimonio di informazioni.
La prima geografia greca è circoscritta da due elementi principali: il Mediterraneo e l’Oceano, e la
frontiera tra queste due manifestazioni geografiche è la zona liminare tra pensiero razionale e mitico.
Un’esempio mitologico che esprime la mentalità geografica arcaica è l’isola di Erytheia, identificata
da Stesicoro (Gerioneide fr. 7 Page) con la città di Tartesso. Ora, l’isola di Erytheia, nel mito greco, è
il luogo in cui Eracle si reca per impadronirsi dei buoi di Gerione, e per giungervi deve attraversare
l’Oceano. Molti studiosi identificano la civiltà di Tartesso con la Sardegna, che quindi sarebbe vista
come terra mitica al di là dell’Oceano: ciò rivela come per la mentalità arcaica giungere in Sardegna
volesse dire spingersi al di là dell’Oceano, e che quindi il limite del mondo veniva posto molto più in
qua delle Colonne d’Ercole, ovvero all’altezza del canale d’Otranto.

Un dato certo è che con la colonizzazione si sviluppa la tendenza a collocare i viaggi mitici degli eroi
in una dimensione geografica verificata. In Omero, d’altro canto, è evidente la natura dell’Oceano
come fiume cosmico, elemento totalmente altro rispetto al ‘mare interno’. Si colloca in una dimensione
mitica (Ulisse deve attraversarlo per giungere all’Ade) è ha un moto circolare intorno alla terra
(apsòrroos). Nello scudo di Achille, il fatto che sia posto all’esterno e che circondi tutta la natura,
indica la sua natura di legame cosmico che tutto avvolge (quasi un desmon ton holon come in Pitea).
Inoltre Omero dice che dall’Oceano hanno origine le stirpi degli dei e tutti gli esseri viventi (Il. 14,
200-46) e tutte le acque della terra. È una concezione simile a quelle delle civiltà fluviali della
Mesopotamia, presso le quali era più immediatamente riconoscibile (per il fatto di essere una terra
posta a metà fra due fiumi): rimane o come relitto di antica tradizione o in quanto reinterpretata
secondo la morfologia del territorio greco (l’importanza dell’Egeo come cuore della civiltà greca e di
tutti gli stretti e i canali che ne delimitano le concezioni).

L’esperienza degli Argonauti di ritorno da Iolco o di Eracle da Erytheia fanno dell’Oceano il non-luogo
degli itinerari riservati agli eroi. Chi può entrare in questo spazio privilegiato tornerà al punto di
partenza senza dover ripercorrere l’itinerario dell’andata, come il sole che scompare di notte
nell’Oceano per ritornare dalla parte opposta. In sostanza l’Oceano è il mare che non si conosce, e in
quanto non conosciuto ha caratteristiche cosmiche e soprannaturali.
Ad ogni modo, un primo segno di reinterpretazione geografica del mito si ha quando si iniziano a
cercare i passaggi fluviali che connettono il mare interno e quello esterno (Fasi, Nilo).
In sostanza, la zona di frontiera tra esperienza e mito si trova ancora, in Omero, all’interno del
Mediterraneo, che è percepito come tale soltanto nella sua metà orientale.

La dialettica fra noto e ignoto nella concezione greca, soprattutto dei coloni, si muove secondo una
direttrice fondamentale: il riconoscimento immediato dei luoghi odissiaci da parte dei coloni (isole
di Eolo = Lipari; Scilla e Cariddi = stretto di Messina; paese dei Feaci = Corcira; isola di Circe =
Circeo). Sono riconoscimenti in cui probabilmente la colonizzazione e i commerci degli Eubei ebbero
un ruolo fondamentale. Quindi, all’altezza cronologica di Omero, lo spazio in cui mito e realtà si
toccano intersecandosi è il canale d’Otranto.
Le informazioni sul settore occidentale del Mediterraneo omerico si fanno più precise in Esiodo, che
delinea alcune tappe del viaggio di Ulisse: l’Etna, isola di Ortigia e i Tirreni. Queste aggiunte sono
tratte dalla coeva esperienza coloniale, ed è interessante che ricorrano gli Etruschi e la stirpe di Agrio e
Latino, regnanti sui Tirreni, risale all’unione tra Ulisse e Circe. È qui in atto il processo di
integrazione del nuovo nel già noto, ovvero il sistemare nuove conoscenze (di popoli e luoghi)
all’interno di un orizzonte già stabilito e formato, e ciò avviene attraverso il medium più produttivo
della cultura greca: la genealogia mitica.

La prima rappresentazione circolare dell’ecumene risale probabilmente ad Anassimandro. È la prima


grande manifestazione dello spirito geometrico dei Greci, e per tutta l’antichità le loro concezioni
geografiche si muoveranno su questa linea (Erodoto: il quadrato della Scizia; Dicearco: eutheia;
Eratostene: sistema di meridiani e paralleli). Da questa prima geometrizzazione ne derivano altre: il
complesso mitico dell’omphalos di Delfi viene reinterpretato in senso geografico come centro del
mondo (a questo proposito occorre ricordare che Democrito è il primo a teorizzare che l’ecumene sia
più lunga che larga; allora l’idea di Delfi come centro del mondo in quanto ombelico potrebbe venire
dal paragonare l’ecumene ad una persona sdraiata: che ci sia dietro la concezione del rapporto tra
macrocosmo e microcosmo?). In generale la concezione greca del mare si muove tra due cerchi: il mare
interno e il mare esterno.

Erodoto è il primo a criticare aspramente le vecchie concezioni geografiche (come l’ecumene circolare,
la partizione in tre continenti), in quanto non verificate. Si ha da lui una prima valorizzazione critica dei
viaggi di esplorazione.

Nel IV sec. un avvenimento richiamò nuovamente l’attenzione sulla questione oceanica (Ozeanfrage):
la navigazione di Pitea. La cosa interessante è che il lessico di Pitea sembra conservare l’eco di antiche
concezioni cosmogoniche dell’Oceano: dice di essere giunto dove non vi è né terra né mare ma una
mescolanza di elementi simile ad un polmone marino, dove tutti gli elementi si trovavano appesi
(aioreisthai) come in un desmon ton holon inaccessibile. Il codice linguistico ci dice che siamo ai
confini della terra, dove la natura caotica vieta di procedere oltre. E Pitea è indotto ad espimersi in tal
modo proprio dalla consapevolezza del limite raggiunto.

IV- ECATEO E LA CARTA DI ERODOTO

Ecateo avrebbe scritto una Periegesi e perfezionato la carta di Anassimandro.


Eratostene considera Anassimandro il protos euretes della geografia intesa come ‘disegno della terra’,
ma in mezzo c’è tutto il processo della secolarizzazione della geografia. Al tempo di Eratostene le
cognizioni della geografia arcaica sembrano ampiamente superata, ma forse la sua definizione di
ecumene come isola tradisce la derivazione anassimandrea dell’immagine.
In generale, nella geografia arcaica il mito si fa pensiero geografico sul mondo: le concezioni mitiche
vengono trasposte in esso in un primo tentativo di razionalizzazione/secolarizzazione.

Prima di Eudosso di Cnido non c’è nulla che indichi un tentativo di messa a punto di una carta reale.
Nelle generazioni di Ecateo ed Erodoto (prima e dopo le guerre persiane) l’ordinamento dello spazio
geografico è segnato da due esperienze storiche in particolare: la colonizzazione e la fondazione
dell’impero persiano. È interessante il fatto che ancora in Erodoto, che dileggia la perfetta circolarità
della terra nella visiona arcaica, ritorni la stessa spinta verso la geometrizzazione: il quadrato della
Scizia. Alla base di questa geometrizzazione ci sono però spesso dei fattori geografici e geopolitici: alla
base del sistema di paralleli e meridiani di Eratostene c’è ad esempio il fatto che le isole (Rodi) sono
effettivamente punti cruciali di passaggio, come vale anche per le foci dei fiumi (Nilo e Boristene) o
gli stretti (Messina, Bosforo e Dardanelli) o per le città.
La geometrizzazione è alla base anche della carta di Ecateo: è la nozione prima di Egeo e poi di
Mediterraneo come centro del mondo conosciuto e come circolarità che gli fornisce il principio
ordinatore per la prima descrizione dell’intera terra abitata.
Soltanto l’eutheia di Dicearco permise di porre in uno spazio oggettivo e non relativo gli elementi
geografici.

Probabilmente, attraverso l’Asia Minore, tutte le conoscenze geografiche sulle terre orientali abitate
accumulate dai Persiani (Dario e Scilace) confluirono in Grecia (Ecateo ed Erodoto). Un sensibile
apporto greco alla concettualizzazione geografica si ha nella concezione di un’ecumene bi- o
tripartita, dal momento che gli Achemenidi puntarono sempre all’universalismo (regnare ‘da un
mare all’altro’ e su tutti i popoli). Dopo le guerre persiane l’Asia diventa quella parte su cui regnano gli
Achemenidi, ma soltanto nella concezione greca, dualismo che viene retroiettato ai tempi della guerra
di Troia o delle imprese degli Argonauti.
Erodoto riporta un’iscrizione lasciata da Dario al suo passaggio in Tracia recante il testo ‘Dario, figlio
di Istaspe, re dei Persiani e di tutto il continente’. Perché l’impero persiano proclami l’esclusività del
suo dominio in Asia (e dunque la ‘ratifica’ della stessa nozione geopolitica di Asia) sarà necessario
aspettare la pace di Antalcida del 387/6 (che sancisce per la Persia il controllo totale sulla Ionia, e di
contro l’egemonia spartana in Grecia).

V- NOTE SULLA GEOPOLITICA NEL V SEC.

1. ASIA ED ELLADE NEL MONDO DI ERODOTO

La nozione di territorio è uno dei motivi profondi che danno senso al mondo di Erodoto, soprattutto in
connessione con la problematica del territorialismo nei rapporti interstatali. Erodoto si occupa di
problemi di geografia generale: forma della terra, divisione in continenti e relativa estensione.
La suddivisione in parti risponde a delle istanze conoscitive che si fanno avanti dinanzi all’estensione
del dominio persiano. Dal punto di vista greco la nozione di Asia indica l’insieme dei popoli (e di
conseguenza i territori) sotto il dominio persiano, i cui confini con la Scizia sono determinati dal
Caucaso, dal Caspio e dal fiume Arasse. In Erodoto il fiume Halys è visto come confine fra l’Asia
persiana e quella greca, ossia come confine politico, perché proprio l’oltrepassamento dell’Halys
comportò la guerra contro la Grecia.

Importa sottolineare che la divisione della terra in continenti è estranea alla visione universalistica del
potere persiano, ed è quindi prettamente greca. Ma per arrivare alla ratifica dell’esclusività del dominio
persiano in Asia Minore è necessario attendere il terzo trattato tra Sparta e Persia del 412/1, e poi la
pace di Antalcida (387/6).

Rispetto a quella di Asia, la nozione di Europa rimane marginale nel resoconto erodoteo, nel V sec.
vive di luce riflessa dall’Asia; soltanto con l’ascesa della Macedonia la nozione di Europa riceverà una
qualche sostanza nella retorica isocratea, ma ancora come agonista dell’Asia, come anche in Ippocrate
(Arie, acque, luoghi: determinismo geografico). In tutto il mondo antico non esistette mai una vera
nozione di Europa, se non come definizione contrastiva rispetto a quella di Asia, che invece aveva
una propria autonomia geopolitica.
Nel resoconto erodoteo delle cause dello scoppio della guerra di Troia, il nemico dichiarato dell’Asia è
la Grecia, non tutta l’Europa.
Particolare significato assume il territorialismo in Erodoto quando declinato secondo il tema, anche
tradizionale (tragedia-hybris) del ‘è bene che ciasun popolo stia nel proprio territorio’. Questo tema
si affaccia come insegnamento dell’espansionismo achemenide, ma anche come monito indiretto ad
alcune iniziative della potenza ateniese, come la spedizione in Egitto (460-454). Qui opera la
tradizionale concezione greca (ed erodotea in particolare) della hybris e della punizione.

2. SIKELÌA E ITALÌA: ANTIOCO DI SIRACUSA E TUCIDIDE

Per tutta l’età arcaica il termine Italìa rappresentò una nozione geografica e non già una realtà etnica.
Non vi era corrispondenza tra il nome della regione e le sue genti, vi erano genericamente Italioti,
ossia i Greci emigrati in Italìa. Durante la guerra del Peloponneso il nome Italìa si carica di un
significato geopolitico, e si costruirono gli Itali come specchio degli Italioti, per sottolinearne l’unità
originaria.

Antioco di Siracusa scrive una Storia della Sicilia in 9 libri che, partendo dai tempi mitici, si arrestava
al 424, anno in cui le città siceliote stringono la pace di Gela dinanzi al comune pericolo della
spedizione ateniese di Sofocle ed Eurimedonte. Scrive anche un’opera Sulla Italìa, il cui scopo è
illustrare le popolazioni dell’Italìa primitiva e le fondazioni delle città italiote (Taranto: vedi donari dei
Tarantini a Delfi). Ai suoi tempi i confini dell’Italia andavano dallo stretto di Messina fino a Metaponto
sullo Ionio e il fiume Lao sul Tirreno. Il mezzo di Antioco è appunto quello di ricomporre in una
omogenea unità originaria la diversità etnica dell’Italìa: le genti indigene pre-greche sono soltanto
la stessa popolazione che cambia nome. Questa ricostruzione ha il perno nella figura di Italo,
capostipite mitico che Antioco presenta come un eroe civilizzatore. Secondo alcuni pensatori come
Ellanico il nome Italìa risalirebbe al passaggio di Eracle, quando conduceva in Grecia i buoi di
Gerione, ed è proprio a queste tesi diffusioniste che Antioco oppone la propria ricostruzione.

Il significato storico della tesi di Antioco è quello di contrapporre l’unità e l’organicità etnica,
culturale e geografica degli Italioti al progetto imperialista di Atene che, nella seconda metà del V
sec. e specialmente durante la guerra del Peloponneso, rivolge le proprie mire verso la Sicilia. Il suo è
quindi un appello all’unità e all’autonomia della gente italica, simile a quello rivolto dal siracusano
Ermocrate ai sicelioti, propugnando l’idea di una superiore συγγένεια che lega tutti i sicelioti e
trascenda la polarità Ioni-Dori.

Attraverso le esperienze della Persia e dell’Italìa si delinea la rappresentazione di uno spazio comune
che trascende i limiti delle classiche espressioni identitarie greche (ethne, koina, poleis, regni o
regioni) fino a sfociare nel terreno della geopolitica, intesa come spazio sovranazionale (o sovra-
etnico).
L’appello di Nicia alla pace in Tucidide vede nel canale d’Otranto e nel mar di Sicilia il confine fra
egemonia ateniese e siracusana: ritorna, come in Erodoto, l’aspirazione ad un mondo in cui ciascuno
rispetti la territorialità altrui e mostra quanto ai tempi fosse sentita la dimensione territoriale della
politica.

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