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GEOGRAFIA STORICA DEL MONDO ANTICO

A.A. 2020/21

LEZIONE 1 – 19 APRILE ’21

Nella geografia antica rientrano anche i racconti di viaggio. I geografi creano un genere letterario
che confina ed esonda nella storia.

Prontera, 2018. Geografia storica del mondo antico o Storia della geografia antica?
Stricto sensu geografia storica è contemplabile solo se io prendo una determinata area e studio le
variazioni diacroniche pertinenti a questa area. La geografia deve essere per forza topografica.
Altro è parlare della Storia della geografia, ossia cosa si sa del pensiero geografico antico.

Però la definizione ‘Storia dell geografia’ mantiene dei concetti come periferici, ad esempio
l’astronomia. Bisogna tenere lo statuto epistemologico di questa scienza come più generale
possibile.
La geografia antica non è racchiudibile in un tracciato ben delimitato.

Müller, Geographi Graeci minores, 1855.


1813-1891. Pubblica opere greche tradotte e commentate in latino.
Fragmenta historicorum graecorum, prima raccolta dei frammenti degli storici. Raccoglie però in
un volume anche i geografi minori (dopo l’edizione di Strabone e Tolemeo).

1533: Sigismundus Gelenius fa una prima raccolta di geografi, poi Gronovus (1630) e poi
Holsenius, Hudson (1698, Veteres scriptores minore), Barone di Saint-Croix (1759, Memorie su
nuove edizioni di piccoli geografi, raccoglie tutte le precedenti edizioni). Nel 1826 esce i geographi
graeci minores a cura di Gail. Gail accende un lume su ciò che fino ad allora non era considerato
neppure una disciplina.

GGM I, Praefatio.
Gli studi geografici come erano mantenuti in limiti angusti presso i Romani, esistevano quasi
solamente per misurare le province dell’impero, così presso i Greci si estendevano ampiamente per
tutti i tempi ed erano delle delizie.
E così ho perlustrato questo vasto campo come se fosse una pianura di sofferenza (artis pedion), nel
quale c’erano speranze inutili, vani desideri, tentativi, prove e aborti. Ora si potrebbe dire che gli
animi si sono infiammati, poi è venuto il silenzio dopo un gran fragore. Ma nell’arena scese in
campo un grandissimo tenace propugnatore delle lettere, Firminus Didot. Lui dunque, ritenendo che
dovesse essere dato uno strumento idoneo ai potentissimi studi geografici della nostra epoca, grazie
ai quali l’antico mondo accoglie nuova luce, ordinò di creare un nuovo corpus.
Didot (1764-1836) fu un famoso e ricco incisore francese. A metà ‘800 pubblica moltissime
edizioni economiche di testi scientifici.

L’opera di Mueller fu fondamentale e funse da strumento di confronto per tutti coloro che si
occupavano di storia antica.
Felix Jacoby (1876-1959). Si allontanò da Berlino dopo la Notte dei Cristalli, dopo visse ad Oxford.
La moglie Margarete (prima donna laureata alla Humboldt Universitaet) portò un contributo
sostanziale alla redazione dell’opera, lo aiutava e correggeva le bozza.
Jacoby si laurea sul Marmor Parium (muore il 9 novembre, data della caduta del muro).
Si inizia ad interessare agli storici greci. Si confronta con il TGF di Mueller e li trova sbagliati per
molti aspetti. A 32 anni si presenta ad un convegno di storico con gli appunti per una Sammlung
(raccolta) degli storici greci.
Jacoby pone al volume 8 la geogafia, la corografia e la cronografia. Ci fu una risposta astiosa da
parte degli studiosi.
Nel piano del 1921 c’è una vaga sezione di Geographische Literatur. A inizio anni ’30 escono i
primi volumi. Le prime tre sezioni non vengono più modificate, le altre parti però, lasciate
incompiute, sono molto fluide.
La parte V sulla geografia è stata continuata a Friburgo da Gehrke.

Friedrich Gisinger (1888-1964). Si laurea ad Heidelberg con un volume sulla Descrizione della
terra di Eudosso di Cnido. L’eco della sua opera fece si che gli autori della Pauly-Wissowa lo
contattarono per le voci geografiche della raccolta.
Jacoby si rende conto che non avrebbe visto il termine della sua opera, contatta quindi Gisinger e gli
affida la parte sulla geografia antica.

A Monaco c’è l’archivio con tutte le opere e i corsi di Gisinger. Al pensionamento nel 1952 diventò
professore onorario di Geografia antica, e ci sono ancora i Nachlass delle Vorlesungen.
Il problema è cosa, secondo Jacoby e secondo Gisinger, dovesse esserci nella parte (V) della
raccolta. Quindi la domanda è cosa fosse per Gisinger la geografia antica.
La lettera più antica del lascito è del 1926, in cui è testimoniato che Gisinger fa una partizione in 11
sezioni, Jacoby la riduce a 5.

Ad ogni modo è da notare che la sezione V sulla Geografia ha avuto una genesi alquanto turbolenta.

Gehrke sta ristrutturando Jacoby V (la raccolta parte da 2000). Ci sono 3 sezioni:
- Beschreibende Geographie;
- Mathematische Geographie;
- Berichte der Entdeckungsreisen (resoconti di viaggio).
In realtà le tre sezioni si intersecano.
In Germania negli anni ’90 c’è un centro importantissimo di studi, che gravita intorno alla rivista
Orbis terrarum. La rivista e l’associazione sono passate a Berlino da Klaus Geuss, che detiene la
cattedra di ‘Storia e geografia dell’antico mediterraneo’, che però è l’unico insegnamento in merito.

GEOGRAFIA STORICA DEL MONDO ANTICO IN ITALIA.

Oggi l’Italia è uno dei pochissimi paesi a possedere questo insegnamento, diffuso in tutto il paese.
Leandro Polverini, Il primo insegnamento di ‘Geografia antica’ in Italia.
Il primo insegnamento è stato a Roma per merito di Beloch (1854-1929, dal 1877 in Italia). Questi è
tedesco naturalizzato italiano.
[In Germania esiste l’insegnamento di Altegeschichte, non Storia greca e Storia romana.]
A Beloch venne chiesto di tenere una cattedra di Geografia antica per gli anni 1900-10.
Pietro Janni, maestro di Prontera, insegnò a Macerata, centro molto importante. È una figura
estremamente poliedrica.
Beloch tenta di definire l’ambito della Geografia antica proponendo un indice ricchissimo, tanto da
trasfigurare la Geografia dentro la macro area della Scienza dell’Antichità.

LEZIONE 2 – 20 APRILE ’21

LO SCUDO DI ACHILLE

Una ricostruzione fatta sulla base di Omero si trova all’Ermitage di San Pietroburgo.
Il libro viene subito dopo la morte di Patroclo. Teti chiede così ad Efesto di forgiargli un nuovo
scudo, che sarà cosmografico.
La geografia è una sorta di fiume carsico che soggiace a tutte le scienze dell’antichità.
Rispetto a questo argomento i geografi antichi si sono divisi tra coloro che ritengono la geografia
omerica come fededegna (Strabone e Polibio), e coloro che la rintengono inaffidabile (Eratostene:
‘io crederò alla geografia omerica quando troverò il cuoiaio che ha cucito l’otre dei venti’). Questa
differenza di posizioni rimanda ad una più profonda differenza di scuole filosofiche (peripatetica e
stoica).
Strabone di Amasea (sul Ponto, 64 a.C. – 24 d.C. circa), vive a Roma.
Un’opera sono gli Historikà hypomnèmata; la principale è la Geografia in 17 libri tutti conservati.
Eratostene di Cirene, fu pedagogo di Tolomeo IV Filopatore.
Tolomeo I diventa basileus nel 305.
Nel 285 diventa re Tolomeo II Filadelfo, incentiva molto il commercio con il Mar Rosso.
Tolomeo III Evergete, sotto cui vive Eratostene, che diventa precettore di suo figlio.

Il. 18, 478-607.


L’ekphrasis funge da modello teorico per tutte le altre descrizioni dell’antichità. È una pausa
necessaria alla narrazione che ha raggiunto un pathos altissimo.
È anche importante l’aspetto artistico (come potevano essere ai tempi le raffigurazioni), ma
soprattutto l’aspetto concettuale. È un grande affresco in cui ognuno cerca le radici di ciò che verrà
successivamente.

Lo scudo è diviso in 5 fasce, come anche noi abbiamo una partizione del mondo in 5 fasce
climatiche. Posidonio di Apamea studierà la 5 zonai o fasce del mondo. Cita le costellazioni delle
Pleiadi, di Orione e dell’Orsa, punti di riferimento obbligati per tutti i marinai greci. Le Pleiadi
sorgono a inizio primavera, quando possono riprendere le navigazioni.
È una descrizione straordinariamente preciso, annota perfino lo sguardo stupito delle donne.
È poi inscenato una prima contesa giudiziaria.
Gli anziano giudicano portando ognuno un giudizio: il più giusto viene retribuito (cfr. la Bibbia, in
cui il re mette e morte l’indovino che porta un’interpretazione errata). Ciò potrebbe restituire uno
spaccato di società micenea.
Ai confini dello scudo e del mondo viene posto l’Oceano. L’ecumene non ha confini se non
l’oceano stesso, è al di là anche dei popoli più lontani (Cimmeri a nord, Etiopi a sud). L’oceano è un
immenso fiume che sorregge tutta la terra.
È importante il confronto con l’Epopea di Gilgamesh. Incontra Utnapistim, ultimo uomo
antediluviano immortale che lo aiuta nella ricerca dell’immortalità. Gilgamesh trova la pianta
dell’immortalità che però, lui dormiente, viene mangiata da un serpente che così cambia pelle. Per
cercare l’erba Gilgamesh arriva ai confini del mondo attraversando l’oceano.
La disciplina dell’oplopoia studia descrizioni di scudi di eroi per capire come possano riflettere
concezioni cosmografiche.
È importante l’Aspis Herakleos (Scutum Heraclis). Questo scudo ha una replica abbastanza fedele
dell’Oceano come bordo esterno, anche se il contenuto è mitologico.
C’è poi lo Scudo di Enea. In Virgilio però non c’è più l’Oceano al bordo, ma tra il centro e a corona
c’è il mare con i delfini: mantiene l’elemento dell’acqua ma indica un mare addomesticato e
famigliare (delfino come elemento di sicurezza e famigliarità, fondamentale nell’iconografia cretese
e poi greca).

IPOTESI DI RICOSTRUZIONE DELLA CARTA DI ECATEO DI MILETO.

Anche qui torna l’Oceano come banda esterno, elemento che rimanda giocoforza alla descrizione
omerica.
Mazzarino dice che la terra, nella ricostruzione di Ecateo, è come un feto nel liquido embrionale.
Così facendo sottolinea l’arcaicità di questa concezione in quanto primo tentativo di descrivere il
mondo.
Notiamo che l’ecumene è tripartita.
Ecateo scrive una Periegesi dell’Europa e dell’Asia ricca di nomoi e di thaumasia. Ecateo è il n. 1
della raccolta di Jacoby. È un’ecumene di metà VI sec. e raffigura una situazione pre guerre
persiane, in quanto dopo l’avvenimento ci sarà un rimodellamento del confine tra Europa e Asia.
Nei campi coltivati i confini tra campi sono rappresentati da ruscelli; nell’antichità i confini sono
soprattutto catene montuose e fiumi.
Il confine Europa-Asia è il Fasi in Colchide, mentre il confine Asia-Africa è il Nilo.
Nel momento in cui troviamo la Scizia come confine estremo dobbiamo pensare che sia già
cambiata la concezione geografica: il confine passa dal fiume Fasi al Tanais, più occidentale. Ciò
potrebbe essere affine ad un tentativo persiano di presentare il proprio dominio come più grande,
rendendo più piccolo quello europeo.

Strabone studia in Caria e di qua passa a Roma, ed era amico e allievo di Tirannione, peripatetico
esperto di geografia che fu anche maestro dei figli di Cicerone. Frequenta anche lo stoico Posidonio
di Apamea.
Strabone amplia la carta di Ecateo avendo come fonte principale Eratostene, che aveva a sua volta
ripreso gli storici e i geografi di Alessandro.

Strab. 1, 1-3.
Strabone è il primo autore che si può propriamente dire geografo. Il suo approccio è fortemente
legato alla politica romana. L’ecumene romana è un territorio ha potuto portare le proprie armi o le
proprie conoscenze. Dalla sua geografia è escluso ciò che i Romani non hanno mai potuto vedere,
ed è un esempio di come la scienza geografica possa essere al servizio del potere. Il mondo finisce
dove l’impero romano non ha potere.
Pitea di Marsiglia scopre il circolo polare artico (Thule), ma non viene creduto da Strabone perché
lassù non vi è mai arrivato l’esercito romano con i geografi ufficiali.
Si diceva che la descrizioni di Strabone (che non viaggiava) fossero più accurate di quelle di
Pausania, che pur vedeva i luoghi, in quanto le fonti cui attingeva erano migliori.
I primi geografi sono considerati Omero, Anassimandro ed Ecateo; la seconda scuola è quella di
Democrito, Eudosso, Dicearco ed Eforo.
Qui si parla di Eudosso di Cnido (in Caria), tra V e IV sec. è filosofo, geografo e scienziato, fa capo
alla sferopoiia, le sfere concentriche. Pensa l’ecumene come al centro di una serie di sfere
concentriche e fa dei calcoli sulle sfere più esterne e in proporzione calcola la dimensione della
terra. È alla base della sfera armillare, servita per imparare a calcolare la distanza delle stelle.

Eudosso di Cizico (in Propontide), grandissimo navigatore. Gli viene attribuita la fruizione dei
monsoni per la navigazione oceanica. Il vento Ippalo, che cambia dopo 6 mesi, permette la
navigazione tra Mar Rosso (Arabia Meridionale) e India.

Dicearco di Messene (Zancle per i Siculi, Messina). Elabora il concetto di eutheia, la linea dritta
che dalle colonne d’Ercole passa attraverso lo stretto di Messina, poi Rodi e quindi verso l’Oriente.
Viene pensata per iniziare a concettualizzare l’ecumene, quindi trovare delle misure e dei
riferimenti per progettare una carta.

Eforo di Cuma (eolica, 400-330). Ci è nota un’ampia parte sulla definizione dell’ecumene.

Pleious, nominativo maschile plurare (ossia pleiones concordato con alloi).

Tirannione fu curatore a Roma della biblioteca di Aristotele. Strabone quindi ha a disposizione una
quantità enorme di testi. La terza scuola è quella di Eratostene, Polibio e Posidonio.
La geografia di Polibio è poco rilevante; importante fu Posidonio, a lui si attribuito lo studio sulle
zonai dell’ecumene, più o meno abitabile a seconda del clima (da klino, inclinazione sull’asse
terrestre).
Secondo molti studiosi la Carta di Agrippa doveva essere una rappresentazione dell’ecumene sui tre
lati di un portico importante.

La definizione che Strabone dà dello statuto della geografia non è lontano dall’indice stilato da
Beloch.

Ipparco di Carmo fu il primo ostracizzato nel 488/7, dopo che Clistene lo introdusse nel 510.
Qui parla di Ipparco di Nicea (190-120, Anatolia), grografo e astronomo, che insieme a Dicearco
rappresenta la massima figura della geografia antica. Portano avanti le definizioni più scientifiche
dell’ecumene.
Strabone parla esplicitamente di empeirìa geographikès, e ciò implica che ci sia una teoria
geografica.
L’ecumene è periklyston (chiuso intorno) dall’oceano. Usa spesso il verbo kluzo.

Lezione 3 – 26 aprile ’21

DISCO DI NEBRA (GERMANIA).


32 cm di diametro, intarsiato in oro. È una raffigurazione del cosmo.
Ritrovato nel 1999 in una tomba. Gli altri oggetti si datano intorno al 1600 a.C., ma gli studiosi
ipotizzano che quella fosse la data della tomba, il manufatto risalirebbe al periodo 2000-1700 a.C.
Il tondo potrebbe essere il sole o più probabilmente la luna piena, accanto alla luna a falce. Gli altri
tondini piccoli vicini potrebbero essere le Pleiadi, mentre gli altri sarebbero elementi decorativi. Ci
sono due lamine ad arco a destra e a sinistra, come a veicolare il concetto dell’orizzonte. Intorno ci
sono dei piccolissimi fori inspiegati. L’arco in basso rappresenta un’imbarcazione scanalata,
raffigurazione che si ritrova in altri manufatti. Sarebbe quindi la rappresentazione di una
navigazione guidata dalle costellazioni da Oriente a Occidente.
Est e Ovest sono i punti cardinali più antichi, Nord e Sud sono più giovani. L’uomo antico nota
prima e soprattutto il sorgere e il tramontare. Stabiliti questi due punti si possono introdurre gli altri
due.
Dicearco di Messene ipotizza l’eutheia, linea orizzontale che va da Gibilterra a Scilla e Cariddi al
Ponto Eusino. Anche questa linea è occidente-oriente.
Janni, Il mondo delle qualità. Assegna ai punti cardinali delle qualità: il discorso è Oriente come
buono, caldo, fertile, e Occidente come scuro, freddo, infecondo.

Il disco dà una testimonianza di un’aspetto della vita del secondo millennio. Alcuni studi hanno
posizionato il disco sul monte più alto vicino a Nebra; se posizionato su un piano il disco rispecchia
l’allineamento delle costellazioni al solstizio, con un’inclinazione di 82°. Questo oggetto lega sfera
celeste e terrestre.

BASTONE ESCHIMESE.
Beechey a inizio ‘800 studia gli Eschimesi e scopre l’utilizzo di bastoni per navigare. Ridisegnano
la linea di costa intagliando in maniera diversa il legno. È una sorta di carta nautica in 3D. Le
protuberanze del bastone rappresentano le isole, quindi davano indicazioni per la navigazione.
Si capisce come da sempre ci fosse la necessità di commerciare e come il sapere nautico ha sempre
accumulato informazioni che rimangono ad un livello non comunicante con la geografia scientifico.
Ad esempio la geografia di Strabone non attinge dal sapere nautico, ma piuttosto ai testi scientifici
dei letterati come Eratostene. Quindi non sappiamo più nulla del sapere pratico della navigazione,
erano informazioni che circolavano soltanto fra marinai e mercanti.

MAPPAMONDO BABILONESE (2500 A.C.).


Abbiamo una cosmografia e il commento scritto sopra.
All’interno del primo cerchio ci sono città e fiumi nei dintorni di Babilonia. Intorno c’è l’Oceano
terrestre (nel testo grande fiume salato, qui come in Grecia l’Oceano viene detto fiume). Le due
linee rette all’interno probabilmente indicano il Tigri e l’Eufrate. Le punte sono le 7 regioni che
rappresentano i territori stranieri, che sono al di là dell’oceano terrestre. Una regione è ‘dove non si
vedere il sole’, ‘dove c’è semioscurità’ e ‘dove sorge il sole’.
C’è un doppio oceano: quello terrestre e quello celeste, al di là delle 7 regioni straniere.
L’oceano celeste è una visione speculare di quello terrestre. Eudosso di Cnido, che guida
l’Accademia quando Platone è in Sicilia da Dionisio II (367-47), pensa alla sphairopoiia che
riproduce la sfera celeste applica lo stesso meccanismo.

È stato tentato di ricostruire l’ecumene nei mappamondi babilonesi. Il rosa è il territorio sotto
ildominio assiro; quello bianco e rosa è la massima espansione dell’impero assiro. La linea verde è
l’orizzonte geografico del mondo babilonese. A Est e Ovest ci sono il Mare del Sole Morente e
Nascente.

TAVOLETTA DI NIPPUR (1600)


È una città a sud di Babilonia, scoperta nel 1888. La doppia linea simboleggia un canale, se sono
più distanti un muro. Se le rappresentazioni di sezioni piccole erano comuni, è più difficile pensare
a rappresentazioni dell’ecumene, in quanto la seconda presuppone l’astrazione. Non a caso i primi
esempi di rappresentazione dell’ecumene si svolgono a Mileto in ambito filosofico.
Per immaginarsi l’ecumene bisogna ergersi al livello degli dei, i soli a poter vedere dall’alto. Ciò
quindi presuppone una riflessione filosofica che permette la rappresentazione.

Strabone 1, 1-3.
Dopo Omero pone Anassimandro come iniziatore della geografia.
Fu probabilmente discepolo di Talete.
FGrHist 2102 Agatemero. È un geografo del III sec. d.C., molto importante ma si conosce poco.
Scrive una geografias hypotyposis, ossia uno schizzo, sintesi di geografia. Abbiamo anche una
versione spuria. Ciò che si sa è che cita Claudio Tolemeo (100-175), che scrive la geografia e dette
latitudini e longitudini di migliaia di città in tutte l’ecumene. Ipotizza che l’Africa continui dal
basso e si congiunga all’India, e che quindi l’Oceano Indiano sia un mare chiuso.

Anassimandro di Mileto, discepolo di Talete, per primo osò disegnare l’ecumene in un pinax.
Strabone dice ‘avere coraggio’, Agatemero usa il verbo ‘osare’. Secondo questi l’inizio della
rappresentazione dell’ecumene vede un atto di hybris. Tra il primo e il secondo cambia la
concezione della geografia di Anassimandro. Per i Greci non esiste l’orbis terrarum, ma soltanto la
terra abitata (oichoumene). C’è già il filtro dell’abitabilità, e poi quello della politica (come per
Strabone).

Dopo il quale Ecateo di Mileto, uomo versatile, la descrisse con acribia, cosicché il fatto fosse
ammirato. Ellanico di Lesbo, uomo molto dotto, dette la storia. Poi Damaste di Citeo (Sigeo).

Sappiamo che Anassimandro scrisse un’opera in cui descrive la sfera celeste. Parla della divisione
della terra abitata (che chiama ge) secondo caldo e freddo, secco e umido. Inizia i primi calcoli per
solstizi ed equinozi, probabilmente usando lo gnomone, ossia un bastone infilato nella terra che
proietta l’ombra a seconda dell’inclinazione del sole, unico modo per fare questi calcoli.

FGrHist 2103 F 1h: Anassimandro, trasmesso da Diogene Laerzio.


Anassimandro sostitene che la terra giace in mezzo, avendo una linea del centro, essendo sferica.
La terra sembra essere al centro preciso (kentron) di una sfera. Parla poi di mari e fiumi che sono
tutti connessi all’oceano. I fiumi e i mari sono solo golfi dell’oceano. Parla della terra come un
tamburo di colonna, pezzo di cui sono composte le colonne. Vicino alla terra ci sono aria e fuoco.
La terra diventa così come la parte superiore di un tamburo.
Schiaparelli ipotizza che il tamburo di colonna dovesse essere inteso come se l’ecumene fosse
spalmata sul lato del tamburo.

L’immagine del tamburo di colonna sembra un’immagine divulgativa/essoterica per farsi capire dai
non addetti ai lavori. Però tutte le rappresentazioni antiche dell’ecumene usano un linguaggio molto
immediato, come Eratostene che parla dell’ecumene come clamide, o altri come carciofo. Ciò che
in realtà è una costante della geografia, che fin da principio utilizza un linguaggio metaforico.
L’immagine del tamburo è prova della difficoltà dell’astrazione filosofica riguardo alla terra. Ai
primi geografi manca il lessico per parlare della terra.

GEOGRAFIA ERODOTEA
Erodoto è importantissimo per la geografia antica, in primis per quello che riferisce, e poi per la sua
concezione dell’ecumene.
Nel primo libro parla dei Persiani, nel secondo dell’Egitto, nel quarto della Scizia. I logoi sono una
sorta di etnogeografia ante litteram.
Hdt. 5, 49, 1-9.
Aristagora, tiranno di Mileto, vuole conquistare Nasso e fa un’alleanza con il satrapo Artaferne, poi
l’alleanza si rompe e Mileto si rivolta nel 499.
Nel 496 Aristagora si reca in Grecia per cercare aiuto; peregrinando per la Grecia va a Sparta dove
incontra Cleomene I. Si presenta ai colloqui avendo una tavola di bronzo, in cui era stato tracciato
il perimetro (confine, limite) di tutta la terra, e il mare intero e tutti i fiumi. Erdoto vuol far capire
che Aristagora vuole chiedere aiuto a tutti i costi a Cleomene.
Per la prima volta abbiamo una buona testimonianza di una tavola di bronzo.
Aristagora mostra il pinax a Cleomene per fargli vedere la disposizione dei popoli dell’Asia
Minore. Probabilmente il pinax aveva incisi anche i nomi dei popoli. Aristagora sta descrivendo una
carta non greca, perché se così fosse ci sarebbe dovuto essere il nome di Siri, non Cappadoci;
Aristagora sottoliea che siamo noi Greci a chiamarli Siri.
È una testimonianza datata, con personaggi storici, e non altrimenti interpretabile.

Aristagora, appunto, non ha una carta greca. La carta di Aristagora ha una chiara matrice persiana,
sono elencati i nomi di tutti i popoli assoggettati dall’impero persiano; come anche di matrice
persiana è la concezione dell’ecumene di Erodoto, in quanto le sue fonti arrivano dalle
documentazioni reali persiane, soprattutto le iscrizioni di Dario e Serse, contenenti le descrizioni
delle satrapie persiane. Quando Erodoto descrive territori stranieri li descrive con le loro fonti, e
oltre a ciò ha anche informazioni persiane. Sappiamo così anche la visione della terra dei persiani: i
Persiani vogliono conoscere per conquistare, non come teoresi o geografia filosofica. Quella
persiana è geografia politica, bisogna conoscere perfettamente il territorio per potervisi muovere.

Hdt. 4, 36.
Erodoto critica le precedenti rappresentazioni dell’ecumene.
Gli Iperborei sono coloro che abitano al di là del vento del Nord (Borea), così dice che devono
esistere anche gli Ipernoti, coloro al di là del vento del Sud.
Erodoto dice che molti hanno scritto dei periòdoi ges, che non si deve intendere come ‘carta
geografica’ ma come letteralmente ‘giri della terra’. Questi graphousi Oceano che scorre introno
alla terra, e dice che questa terra è più rotonda che come se fosse fatta con il tornio. Questi inoltre
fanno l’Asia uguale all’Europa. Questa carta descrive l’ecumene come divisa in due parti, Europa e
Asia, e ciò perché fino ad Erodoto soltanto l’Asia ha manifestato una potenza tale da apprire in una
carta.

LEZIONE 4 – 27 APRILE ’21

Ricostruzione dell’ecumene erodotea.


In 4, 36 Erodoto fornisce una sua posizione riguardo alle periodoi ges sue contemporanee. I tratti di
cui Erodoto ride sono l’oceano che scorre intorno alla terra e il fatto che la terra venga disegnata più
rotonda che se fosse fatta con il tornio.
Strabone nel proemio cita la geografia di Democrito.
Democrito di Abdera (in Tracia), allievo di Leucippo. Sappiamo che fu un filosofo polivalente, si
occupa di pscihismo. Dal momento che anche gli dei sono fatti di atomi, ci deve essere una
permeazione tra dei e uomini. Le fonti dicono che Democrito viaggia moltissimo, e ciò perché egli
parla di molte parti della terra. Va sicuramente ad Atene, dove entra in contatto con l’Accademia,
dove vi era anche Dicearco come allievo. Ancora dal compendio di geografia di Agatemero
abbiamo informazioni su Democrito.

Dunque gli antichi disegnavano la terra rotonda (stroggyle) e ritenvano la Grecia nel mezzo e nel
mezzo di questa Delfi. Infatti Delfi era l’ombelico della terra.
Questa è senz’altro una concezione di derivazione omerica, anche se necessariamente è più bassa, in
quanto al tempo di Omero Delfi non era ancora così importante, per lo meno al VI/V sec.

Ma per primo Democrito, uomo polivalente, comprese che la terra è oblunga


promhkhs: mhkos è il concetto di lunghezza, estenzione est-ovest; l’estensione nord-sud è platos.
Non sappiamo come abbia capito ciò, forse si cominciava a comprendere la dimensione orizzontale,
dal momento che si viaggiava dalle colonne d’Ercole alla Mesopotamia.

E che questa terra ha la lunghezza una volta e mezzo la larghezza (hmiolion to mhkos tou platous
echousa). Approvò questo anche il peripatetico Dicearco (Democrito probabilmente da un imput
agli allievi della scuola platonica. Da ciò Dicearco crea l’eutheia, primo parallelo). Eudosso faceva
la larghezza il doppio, e Eratostene più del doppio. Cratete la pensava come un semicerchio,
Ipparco la fa trapezoidale, e altri la fanno a forma di coda. Posidonio lo stoico la fa a forma di
fionda, e la metà della grandezza dall’oriente verso nord e diventa stretta a oriente.

La carta di Erodoto non è definita a nord. Si iniziava a capire che l’oceano non potesse circolare
perfettamente attorno alla terra; quindi si lascia a nord terra indefinita.
Nel mondo antico il Mar Rosso è la somma di tutte le acque che vanno dalla Malesia allo stretto di
Gibilterra.

Hdt. 4, 37 sgg.
Inizia a ipotizzare un mare meridionale e uno settentrionale, concezione che è figlia dell’oceano
omerico. Parla della penisola arabica.
Hugo Berger, storico tedesco di inizio ‘800. L’ecumene antico ha tre possibilità di confini: le acque,
i monti e gli istmi. L’istmo e la penisola diventano elementi di distinzione.
La descrizione di Erodoto parte dalla Persia, il centro di gravità è a Babilonia. Quindi le fonti per
questa descrizione sono persiane.
Ad oriente la terra è deserta, non ha popolazione e non si può descrivere: concetto di ecumene.
Erodoto possiede chiaramente una carta persiana con le misure, che egli traduce in stadi.
Erodoto dunque divide i territori in penisole.

Esistevano molte lunghezze attribuite allo stadio nello sviluppo storico. Il più importante è lo stadio
di Eratostene, in base al quale calcola la circonferenza della terra in 252.000 stadi. Lo stadio
eratostenico è di 178m. In epoca romana lo stadio arriva a 100m (in teoria oscilla sempre tra 100 e
200m).
I peripli misurano le distanze in niktemeriai, ossia notti e giorni di navigazione. Ad un certo punto
queste vengono trasformate in stadi. Secondo Erodoto le distanze sono 500 stadi di giorno e 400 di
notte, ma per lo pseudo-Scilace 800 e 700. Il problema veniva ovviato con degli orologi solari che
in base all’inclinazione del sole davano la distanza esatta percorsa.

Hdt. 4, 42.
Si meraviglia di chi divide la terra in Europa, Asia e Libia.
In lunghezza l’Europa si distingue dalle altre due, ma in larghezza non può essere paragonata.
L’Europa è più piccola.
La Libia è perirrytos, tranne per la parte che confina con l’Asia. Lo dimostrò il re egizio Neco. Dice
che ci fu una navigazione da parte fenicia che avrebbe circumnavigato l’Africa.
Neco (VII sec. - 594) dette l’impulso per la costruzione del Canale dei Faraoni, che unisse il Mar
Rosso al Delta del Nilo. Coglie già l’importanza del canale di Suez. Ciò avrebbe permesso la
circumnavigazione. Sappiamo che i lavori furono terminati più tardi, i problemi sono legati alla
differenza dell’altezza delle acque tra Mar Rosso e Nilo. Si dovevano creare delle cateratte per
ovviare il problema. Il canale fu terminato da Dario I (nel 525, con la battaglia di Pelusio, i Persiani
di Cambise II conquistano l’Egitto). Quando finì la dominazione persiana, gli egiziani non
sopportarono che il canale fosse compiuta da mano straniera; si ipotizza che gli egiziani stessi
sabotarono e affossarono il canale, che era simbolo della dominazione straniera in Egitto.
Nell’arco del tempo il canale funziona in maniera sussultoria, finché nel 767 d.C. il canale smette
definitivamente di funzionare.

Neco, dopo aver completato il canale, invia dei navigatori fenici. I Fenici sono i primi popoli che
già dal I millennio percorrono il Mediterraneo sulle rotte dei metalli. Percorrono prima la costa
meridionale partendo da Tiro e poi il resto del Mediterraneo.
Li spedisce a sud del Mar Rosso dando ordine che al ritorno passassero per le colonne d’Ercole.
Racconta che durante la stagione della semina attraccavano per seminare e attendere il raccolto,
dopo la mietitura riprendono la navigazione. Dopo due anni doppiano le colonne d’Ercole e nel
terzo ritornano in Egitto.
Sulla veridicità della possibilità ci sono molte discussioni. Perà Erodoto racconta una cosa a cui non
crede: mentre circumnavigavano la Libia avevano il sole a destra. Per tutti coloro che navigano nel
Mediterraneo il sole è a sinistra, per avere il sole a destro bisogna passare all’emisfero meridionale.
È un’informazione fondamentale e inimmaginabile per un greco. D’altro canto la
circumnavigabilità è oggettivamente difficilissima. (Janni, Il sole a destra)

Possibile soluzione.
Erodoto pone il Nilo come sgorgante molto ad ovest. Janni spiega che probabilmente fu impossibile
che i Fenici riuscissero a compiere la circumnavigazioe; ma probabilmente queste informazioni
furono trasmesse da marinai-guide che effettivamente navigarono oltre l’equatore. Queste notizie
probabilmente non furono di prima ma di seconda mano.
In tutto ciò Erodoto vuole dimostrare che la Libye ha il mare al sud. Erodoto racconta la versione di
Neco, probabilmente falsa ma costruita dalla propaganda. Da qui in poi la Libye è perirrytos.

Nei frammenti di Onesicrito di Astipalea si descrive l’isola di Silon (Sri Lanka). I calcoli ci
impediscono di pensare che Onesicrito fosse arrivato laggiù, ma le informazioni sono così precise
perché furono fornite da chi le aveva viste. Alessandro aveva sempre con sé le guide e gli interpreti.

Il Nilo anche nelle fonti egiziane viene avvertito come molto lungo. Essendo la Libye perirrytos, e
quindi limitata, ed essendo il Nilo lunghissimo, l’unica strategia era di farlo virare drasticaemente a
ovest.
TERRA DI PUNT
È una zona nel Mar Rosso che corrisponde all’attuale Somalia, Gibuti ed Eritrea. L’Egitto nasce
come civiltà marittima che si sviluppa sul Nilo, già nel III millennio imparano lo sfruttamento dei
tratti fluviali (addirittura nei libro dei morti è l’imbarcazione a trasportare nell’al di là). Neco fa
capire quanto il collegamento Nilo-Mar Rosso fosse stato (e fosse ancora) la chiave di volta per i
commerci con l’Oriente.
I commerci con l’Oriente avevano più direttrici:

- Dall’India le navi approdano nel Golfo Persico, poi vengono caricate su carovane che
arrivano fino al Mediterraneo. Questa rotta è chiamata via della Seta dell’Acqua;
- Vengono utilizzati i monsoni in ambedue le direzioni (scoperti da Eudosso ma utilizzati da
tempo remoto).

Gli Egizi, abituati ai tratti fluviali, non costruiscono imbarcazioni robuste. Il Mar Rosso è percorso
da grandi correnti sul versante arabo, quindi è navigabile soltanto sul lato egizio.

Intorno alla metà del II millennio sappiamo dei commerci tra Egizi e Terra di Punt; questi commerci
avvenivano non lungo il Nilo ma lungo il Mar Rosso. Un forte impulso a questi commerci venne
con Tolemeo I e soprattutto Tolemeo II e III, nella grande temperie culturale della Biblioteca di
Alessandria. Il grande evergetismo culturale dei Lagidi trova il pendant con il grande
espansionismo commerciale; la grande mole di merci erano trasmesse da navi arabe. L’Egitto
controllava le merci e le ridistribuiva con delle tasse godanali. In più promuovono istituzioni anti-
pirateria, ciò che dà l’idea della quantità di merci e ricchezza che arrivavano da Oriente.

PERIPLUS MARIS ERYTHRAEI


Nel totale naufragio dei portolani (documenti marinai) il Periplo è un’eccezione (ed. Lionel
Casson). È un resoconto in 66 capitoli della rotta dal Mar Rosso all’India. È anonimo, anche se fu
attribuito ad Arriano di Nicomedia. Il testo è presente in un unico manoscritto, si data al I sec. d.C.

In letteratura con periplo si intende la descrizione di un tratto di costa in funzione della navigazione.
In un epoca in cui non ci si rifaceva troppo alla mappa ci si affidava alla descrizione. Periplo è un
termine ancipite: può essere la descrizione della navigazione, ma può essere inteso come resoconto
della navigazione in senso lato, ossia come una sorta di diario di bordo. Periplo non è mai un titolo
tramandato in una tradizione manoscritta, tranne il Periplo del Ponto Eusino di Ariano (che è
rivisitazione letteraria) e questo.

L’enfasi è sulle merci scambiate, e l’orizzonte è dall’Egitto alla Tanzania e all’India.

Il testo ci è pervenuto tramite il Codex Palatinus Graecus 398 (Heidelberg), codice contenente
interamente testi geografici. Probabilmente il testo si è conservato proprio grazie all’erronea
attribuzione ad Arriano. Un periplo del genere ci testimonia tutto ciò che abbiamo perso, doveva
esserci un periplo per ogni zona navigabile, ed è interessante perché non sono testi letterari ma
funzionalizzati alla navigazione.
PME, par. 1

Distinge fra ormos ed emporion. Ormos significa porto dal verbo ormao (avvicinarsi, attraccare,
ancorare) e in quanto luogo di arrivo (punto di osservazione dal mare); limen è porto ma anche
palude, qualcosa di fermo (punto di osservazioe dalla terra).

Tutti i peripli antichi hanno due condizioni fondamentali:

- Unidirezionalità: sono sempre da A a B, mai da B ad A;


- Distanze misurate in parapli, ossia segmenti di navigazione.

Questi elementi sono stati fissati da Aurelio Peretti nel 1977.

LEZIONE 5 – 3 APRILE ‘21

Le esplorazioni sono spesso accompagnate da un resoconto di viaggio, ma esistono anche resoconti


senza scopo di esplorazioni. Spesso i peripli avvengono anche in territori già noti: il Ponto Eusino
ha molti peripli, anche se è già noto, con lo scopo di ridefinire distanze e simili nell’utilizzazione
successiva di quelle zone.

PME, par. 2
Sembra che in nave ci sia un vero e proprio codice (destra e sinistra, direzione in cui si guardavano
le stelle). La navigazione si ferma a guardare anche ciò che c’è nell’entroterra, dando qualche
notazione di carattere etnografico. È una terra comunque osservata dal mare; le informazioni sono
prese dagli indigeni della costa. L’autore è un mercante che cerca di reperire informazione, tutte le
località sono potenziali punti commerciali.

Par. 3
Tolemaide è detta Theron perché ve ne era un’altra sul Delta del Nilo. I Tolemei fondano tante
Tolemaidi come tante Alessandrie. Era un avamposto da cui facevano partire le cacce reali dei
Lagidi; da ciò diventa un punto commerciale. Il luogo è alìmenos, senza porti o comunque difficile
per l’attracco, adatto solo ai piccoli scafi e non alle grandi navi. Già il testo si rivela ricco di
informazioni che vanno al di là di uno stringato resoconto di distanze. Racconta anche cosa si vende
in determinati empori. Già nel I sec. a.C. c’è testimonianza di commercio di merce di lusso (gusci di
tartaruga) che passa per il Mar Rosso. Essendo un’opera a-letteraria fornisce informazioni
importantissime quasi senza volerlo.

LE ESPLORAZIONI NEL MONDO ANTICO

Si parla di un passaggio da terra incognita a terra cognita. Non si può propriamente parlare di
scoperte, piuttosto di trovare.
L’impero persiano ha avuto grande interesse al processo di scoperta di nuove terre; ma soprattutto
hanno voce in capitolo le esplorazioni fenicie a metà II millennio a.C., o comunque con sicurezza
dal 1200-1100. Le loro direttrici commerciali divennero poi le direttrici di tutti i popoli
mediterranei.
Il punto di svolta per i commerci fu la fondazione di Cadice (Gades), sull’Atlantico subito dopo le
Colonne d’Ercole.
L’impulso principale fu fornito dalle rotte dei metalli. A nord delle Colonne vi era lo stagno (che si
origina dal minerale cassiteride) e l’ambra.
Verso sud si cercavano oro e avorio.
Marsiglia fu importantissima colonia focese, da Foca in Ionia. Secondo studi recenti la
colonizzazione focese sarebbe alla base del peregrinare di Ulisse (sulla rivista Esperìa).
Le Colonne d’Ercole si spostano via via sempre più ad Occidente; in Omero la fine del mondo è
nello Stretto di Messina.
I fenici stabilirono le Colonne di Melkart (dio fenicio su cui i Greci costruirono Eracle), che
rappresentano il limite occidentale del mondo, a cui i Greci diedero il nome di Colonne d’Eracle.
I commerci non possono essere dedotti su base archeologica, le esplorazioni si comprendono meglio
dalle tracce lasciate dalle rotte nelle fonti letterarie (e mitologiche). Ad es sappiamo
dall’archeologia che gli Sciti costruivano manufatti in oro.
Janni, Il mondo delle qualità. In una prospettiva ellenocentrico, ciò che è ai confini è un’alterità,
un’identità altra in cui si ha una polarizzazione, la condizione di felicità è portata all’estremo. È la
Grecia che non si è potuta realizzare in Grecia, ma alla base di questi resoconti utopistici c’è un
nocciolo di realtà commerciale. L’Oriente pieno di thaumasia può essere

IMILCONE DI CARTAGINE fa la prima esplorazione a nord di Cadice. Cartagine e Marsiglia danno i


natali agli uomini a cui si devono le prime esplorazioni.
Ci sono due testimonianze: Plinio più un passo dell’Ora maritima di Avieno, console del IV d.C.
che scrive un’opera in trimetri su tutte le coste e sulle relative esplorazioni.
Sappiamo così che intorno al V a.C. Imilcone, partendo da Cadice, costeggia la costa portoghese.
Nel V sec. si pone il floruit commerciale di Cartagine, che spinse Cartagine ad andare sempre più in
là. Imilcone cerca argento e stagno: naviga per 4 mesi, ma per fondali bassi, alghe, venti e mostri
marini deve interrompere la navigazione. Questa situazione è ipotizzabile lungo la costa del
Portogallo? No, ma è pensabile per territori più a nord. I mostri marini sono cetacei, vuol dire che
sono arrivati molto a nord.
Secondo alcuni studiosi le informazioni di Imilcone sono inventate, probabilmente c’è un fondo di
verità.

PITEA DI MARSIGLIA riprende la rotta di Imilcone ma arriva a latitudini mai raggiunte. Pitea è
esploratore e astronomo; i suoi frammenti dell’opera L’oceano ci dà un resoconto da cui si capisce
che conosce molto bene Eudosso di Cnido. Il fr. 1 viene da Ipparco, il quale riferisce che Pitea
corregge la definizione di Polo Nord, che per Eudosso è una stella, mentre per Pitea parla di tre
stelle, e solo unendole si arriva a una quarta stella che è il Polo Nord (la diorthosis di Pitea). Aveva
capacità di definire geometricamente quello che vede molto maggiore rispetto a quella di altri
esploratori e altre fonti che abbiamo. Pitea non utilizza solamente la propria percezione, ma la
propria capacità di astrazione insieme alle conoscenze. Strabone considera Pitea alla stregua di un
disgraziato: dargli ragione vorrebbe dire concepire un’ecumene su cui i Romani non hanno messo le
mani. Strabone lo scredita perché non c’è nessun potere che l’ha inviato in spedizione; di contro
Nearco di Creta, inviato da Alessandro, viene creduto sulla parole.
La navigazione di Pitea si pone a metà IV sec. Ci si chiede se gli storici di Alessandro conoscessero
la sua navigazione. Forse sì, in quanto Claudio Tolemeo afferma che Alessandro, nel suo viaggio in
Asia raggiunge come punto più settentrionale la foce del fiume Tanais (Don), che è la latitudine più
settentrionale riferita da Pitea, ossia la latitudine di Thule. Forse gli storici di Alessandro
recepiscono le informazioni di Pitea, e nel riscrivere la storia di Alessandro lo fanno arrivare fino
alla stessa latitudine.

ANNONE, cartaginese di metà V sec. Esplora la costa atlantica dell’Africa, a sud di Cadice. È
riportata da Pomponio Mela, Plinio e il codex Palatinus 398, che riporta una traduzione greca di un
originale in punico. Innanzitutto si discute sull’autenticità del testo greco; poi sull’attendibilità (ad
un certo punto si parla di pigmei e gorilla); la datazione del viaggio; problemi sui luoghi toccati da
Annone; e soprattutto la meta ultima del viaggio. Fin dove è arrivato (secondo quanto riferito)? A
monte del problema c’è Erodoto che racconta dei Fenici che circumnavigano l’Africa. E poi, dove
voleva arrivare? Voleva forse circumnavigare l’Africa?
Annone riferisce che parte con 60 penteconteri (navi con 50 remi) e con 3000 persone (uomini,
donne e bambini). Questo sembra precisamente il caso di una colonizzazione. Si pensa che sia
arrivato fino al Senegal, e lui ribadisce di essere arrivato quasi alle sorgenti del Nilo.
Probabilmente c’erano già delle informazioni relative a quei luoghi molto più ricche delle tracce che
noi abbiamo; ciò perché sappiamo che il commercio di oro e argento era molto diffuso già prima di
Annone.
Qui c’è la precisa volontà di riferire di questi viaggi. Il punto che riamane oscuro è il legame tra le
rotte dell’oro e la colonizzazione. Il fatto che Annone partisse con 3000 uomini ci dice che forse
c’erano delle informazioni anche piuttosto precise, anche perché la colonizzazione dovrebbe
presupporre una rotta già piuttosto nota e sicura.

EUTIMENE DI MARSIGLIA. Riportato delle NQ di Seneca e nell’Anonimo fiorentino. Deve essere


vissuto all’epoca di Annone, raggiunge probabilmente il Senegal.
L’Anonimo fiorentino è un testo tramandato in un codice della Laurenziana, che si intitola Sulle
piene del Nilo, codice dossografico di eventi eccezionali che, riferendosi al Nilo che avrebbe le sue
origini in Senegal, riferisce anche di questa navigazione.

Tutto ciò testimonia una vivacità di percorsi, un interesse da parte delle grandi città commerciali
mediterranee ad espandere i commerci.
Non c’è un potere costituito che prepara i loro viaggi, vengono dalla vivacità commerciale delle
città marittime.

SCILACE DI CARIANDA. Esplorazione fondamentale, di cui l’unica fonte è Hdt. 4, 44. Originario
della Caria, popolo di navigatori. È un ammiraglio della flotta persiana di Dario, da cui viene
incaricato nel 519 di partire da Caspatiros, di discendere l’Indo e, arrivato in mare, di far vela verso
l’occidente fino al Mar Rosso, in modo da ritornare nel Mediterraneo. Non sappiamo praticamente
nulla di questa esplorazione, se non che Erodoto dice che naviga da Caspatiros verso oriente.
Secondo uno studioso Scilace è partito dal Gange, non dall’Indo, proprio perché l’Indo scorre nord-
sud, mentre il Gange est-ovest.
Sappiamo comunque dalla Suda che a Scilace è attibuito anche una Periodos Ghes, che cita zone
dell’Asia Minore, Illiria e Colonne d’Ercole, insime al Periplo della costa dell’Ecumene (Europa,
Asia e Libia), che però la critica ritiene un falso del IV a.C. (pseudo-Scilace).
A proposito di questo periplo si fanno due ipotesi:

- Centone senza valore che assomma informazioni disparate (Ponce);


- Peretti invece sostiene che questo periplo sia un’opera stratificata, nella quale possono
essere rintracciati nuclei molto antichi e quindi affidabile. È una sorta di manuale di
informazioni nautiche affine ai portolani. Forse la sua valutazione nel complesso tende a
sovrastimare l’importanza dell’opera.

Quando Alessandro arriva in India (326) manda Nearco a fare lo stesso viaggio, ma nessuno dei due
non cita mai Scilace. Alessandro arriva alla confluenza dell’Indo, divide l’esercito in tre parti:

- Cratero su una sponda dell’Indo;


- La flotta è guidata da Nearco.

Arrivati alla foce Alessandro ordina a Nearco di tornare a Babilonia via mare. Il binomio Dario-
Scilace viene ripetuto da Alessandro-Nearco, gli chiede di fare la stessa cosa. Ma perché allora non
lo cita?

La navigazione di Nearco è trasmessa dall’Indikè di Arriano e si divide in tre parti:

- Kataplous, discesa;
- Paraplous, navigazione lungo la costa. È un’operazione di cabotaggio (da Caboto), star
molto vicini alla costa. Periplous può essere questo ma anche una qualsiasi navigazione;
- Anaplous, salita.

Arrivato alla foce dell’Eufrate risale il Pasitigris (piccolo Tigri), che attraversa la Susiana e arriva a
Susa. Arriano dedica decisamente maggior spazio al paraplo (20 parr.), e anche all’interno è
sbilanciato: il suo interesse è dedicato all’unico territorio veramente sconosciuto ai Greci (e ai
Romani: scrive sotto Adriano). Ciò perché poteva rientrare nell’interesse dell’Impero, e il resto era
già bene o male conosciuto.
Nearco trasforma un mare incognitum in un mare cognitum. La spedizione di Alessandro fu così
importante perché delimita nuove terre. Die Offen der Welt, mostra di Manheim del 2010 dedicata
alle scoperte di Alessandro Magno: questa frase è vera dal punto di vista ellenocentrico.
La navigazione di Nearco ha dei tratti particolari, abbiamo dei dettagli precisissimi che non
abbiamo per altri viaggi. Dura sei mesi, di cui tre di navigazione in acqua, dalla foce dell’Indo a
Susa. In più sappiamo da chi è stata voluta e perché.
È il 133 nello Jacoby, Onesicrito 134 ecc. Rientrano tutti negli Storici di Alessandro.
Le fonti del suo periplo sono, oltre all’Indikè di Arriano, Strabone 17, Plinio il Vecchio, insieme
all’Anabasi di Arriano.

Queste esplorazioni testimoniano un fermento mai visto prima; è un momento di fuzione tra teoria
ed empiria: si parte da una teoria geografica, ma questa si mette alla prova della conoscenza
autoptica.

L’Atene del V sec. vede come limite estremo del mondo, e quindi come orizzonte politico-
economico (e quindi come alterità), il mondo Persiano. La mentalità fortemente polatizzata di Atene
sembra tenere la concezione greca incastonata a questa polarità, come se Grecia e Persia fossero i
due fuochi di un’ellisse che rimane identica.

LEZIONE 6 – 4 APRILE ‘21

il Boristene corrisponde al fiume Dnepr. Erodoto fa un’Asia grande quasi il doppio dell’Europa. Lo
scarto tra la carta di Erodoto e quella di Eratostene sono le misure, fatte in stadi. Eratostene le
chiama sphragìdes. Cartagine e Roma sono poste sullo stesso meridiano; Alessandria sullo stesso
meridiano di Rodi, dei Dardanelli e del Boristene.

Le esplorazioni dovevano aver fornito dei dati per la conoscenza del mondo. Queste informazioni
non potevano arrivare ad una lettura geometrica e filosofica dello spazio, perché solo un’analisi
geometrica avrebbe permesso un disegno dell’ecumene in base a meridiani e paralleli. Ciò è
prodotto di un percorso di astrazione che insegna a vedere lo spazio come geometrico-matematico.

Secondo Diogene Laerzio fu Anassimandro ad utilizzare per primo lo gnomone per l’osservazione
astronomica.
Calcolando la lunghezza dell’ombra proiettata dallo gnomone si poteva, tramite equazione,
calcolare il tragitto del sole e la curvatura dei raggi. Calcolando la differenza di angolo dell’ombra
ad Alessandria e a Siene (dove non c’è, essendo in zenith, ossia mezzogiorno, in zona equatoriale).
Ad Alessandria lo gomone proietta un’ombra di angolo alpha. Questo angolo, riportato al centro
della circonferenza, dà la misura della curvatura; da qui, facendo la proporzione con 360°, posso
trovare x, ossia la circonferenza della terra.

Intorno al 530, a Pitagora (che da Samo si trasferisce a Crotone, dove fonda anche una scuola
medica), si deve la scoperta dell’obliquità dell’eclittica. La Terra ha un equatore terrestre e uno
celeste; la rotazione del sole intorno alla terra non è perpendicolare, ma obliqua alla terra. Il
percorso del sole intorno alla terra viene misurato, in modo da capire che l’eclittica del sole non è
appunto perpendicolare, ma c’è un angolo. L’arco descritto dall’asse dell’eclittica rispetto
all’equatore celeste viene stabilito a 23,43° (prima 24°).

La filosofia e la geografia sono aspetti diversi dello studio della physis. Quando nell’antichità si
parla di geografi si chiamano physokoi andres. Parmenide ipotizza la divisione dell’ecumene in 5
fasce (zonaì): equatoriale al centro, a nord e a sud è tutto speculare: due temperate e due polari. Si
inizia a capire che il sole non ha la stessa forza su tutta la superficie terrestre, e ciò è dovuto agli
studi sull’eclittica, che producono riflessioni che portano ad una realtà inconcepibile soltanto in
base all’osservazione delle stelle. I filosofi elaborano una riflessione-astrazione astronomica in un
certo senso indipendente dall’autopsia.

Il parallelo fondamentale di Eratostene è ereditato dall’eutheia di Dicearco di Messene.

Platone funge da scintilla per affinare il livello di elaborazione scientifica della geografia.
Phaed. 108e-109b.
Dà una spiegazione di autoregolamentazione e di autosostenimento della terra. Porta avanti l’idea
presocratica della sfericità della terra, ma qui scompare l’Oceano, concezione non più necessaria. Il
Mediterraneo entra nella letteratura soltanto tardi con Solino (II-III d.C.). In epoca tarda viene detto
hmethra thalatta, Mare Nostrum.
Nella cit di Platone c’è una dicotomia tra noi (Greci) e altri che abitano altri luoghi. Il Mar Rosso
entra nel mondo greco-ellenistico con i Lagidi. Dicendo dal Fasi alle Colonne d’Ercole, Platone
intende definire i confini del mondo secondo la visione di un Ateniese. È però una definizione
tragicomica, ironica, filosofica. Il mare viene paragonato ad una palude, luogo ristretto di acqua
stagnante. Sottintende un’abitudine tale alla navigazione nel Mediterraneo che ne ha fatto quasi una
palude di cui si conosce ormai tutto. È un mare ormai notissimo, privo di sorprese, in cui non ci
sono problemi di navigazione. Ma è quasi un’allegoria della vita umana.
Eudosso di Cnido si occupa di movimenti dei pianeti. Dirige l’Accademia quando Platone è assente;
gli viene chiesto di sozein ta phainomena, riuscire a spiegare ciò che gli uomini vedono mantenendo
le differenze. Fu chiesto anche a Callippo, che su invito di Platone misurò la circonferenza terrestre
in 450.000 stadi.
Simplicio (V-VI sec. d.C.), vive ad Alessandria e poi ad Atene, che lascia per la Persia dopo il 529.
Scrisse tantissimi commenti alle opere aristoteliche.
Commento di Simplicio al De cielo di Aristotele, par. 492. Quelli intorno ad Eudosso e Callippo e
fino ad Aristotele, avendo stabilito che i pianeti ruotavano su sé stessi con lo stesso centro,
tentavano in tutti i modi di salvare i fenomeni (spiegarli e renderli comprensibili) riguardo al
centro di tutto, dicendo che tutti i pianeti erano in movimento.
Eudosso non vuole far altro che salvare i fenomeni spiegandoli con una figura reale. Ancora una
volta lo spunto all’astronomia viene dalla filosofia.

Cic. De rep. 1, 21.


Le sfere omocentriche di Eudosso (teoria della sphairopoiìa) era entrato nella cultura del tempo.
Gaio Sulpicio Gallo riteneva che Marcello avesse riportato una sfera, che un avo di Marcello,
aveva preso da Siracusa, della quale sfera io udii spessissimo il nome a causa della gloria di
Archimede, e la stessa immagine non ammirai a questo punto: c’era quella diffusa verso il popolo

Sembra ci fosse depositata una sfera armillare, con un nucleo e molti cerchi intorno, che
rappresentano l’equatore celeste, i tropici, i circoli artici, lo zodiaco. Riproduce tutti i movimenti
celesti intorno alla terra.

Aristot. De caelo 298a.


Dice che la terra non è molto grande, perché per poco che ci muoviamo vediamo il mutamento nel
cielo. Perciò dalle Colonne d’Ercole devo poter arrivare in India, e secondo lui i due estremi si
toccano.
Dobbiamo tenere in conto che Aristotele fu maestro di Alessandro, quindi possiamo ipotizzare che
gli impartisse queste conoscenze geografiche-astronomiche. Le fonti ci tramandano un grande
interesse di Alessandro per la medicina trasmesso da Aristotele; ma si parla anche per un suo
interesse verso la fisica di Aristotele. Questa concezione è il punto di partenza prima della
spedizione di Alessandro in Asia.
Tutto questo bagaglio di conoscenza arcaiche e classiche, unita alle esperienze degli storici di
Alessandro, dà luce alle concezioni di Eratostene. Questi aggiunge una serie di dettagli dell’oriente
desunti direttamente dalle esplorazioni alessandrine. Prende tutte le conoscenze astronomiche
precedenti a lui e lo integra con le esperienze degli storici alessandrini, oltre che con i viaggi di
Pitea.
È una summa di informazioni geografiche: primo tentativo completo da trasferire su superficie
piana una sezione di una sfera. È un’astrazione bidimensionale di qualcosa che è tridimensionale.
Eratostene, oltre ad assommare queste conoscenze, le corregge: è la famosa diorthosis.
È un punto di non ritorno, anche se poi Tolemeo unirà Africa e India facendo dell’oceano indiano
un mare chiuso.
Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Dimostra come tutti i progressi scientifici raggiunti dagli
alessandrini rimasero sterili, bypassati o dimenticati per secoli e secoli. Venivano considerati studi
teorici inutili.

Eratostene allinea punti cruciali sul meridiano e sul parallelo fondamentale. Laddove non ha dei
calcoli precisi, struttura i dati con un criterio non geografico né astronomico, ma politico. Su due
meridiani affiancati pone Roma, lo stretto di Messina e Cartagine, e Siene, Alessandria, i Dardanelli
e il Boristene. Lo stesso vale per il parallelo fondamentale (eutheia): Colonne d’Ercole, stretto di
Messina, Rodi e il Caucaso, o il Tauro, che diventa la spina dorsale della cartina di Eratostene,
come linea che va dall’Asia Minore fino all’estremo oriente, congiungendosi con l’Himalaya. Ciò è
in qualche modo dovuto alla necessità di trovare qualcosa che renda in natura il concetto di
parallelo fondamentale, come fosse il prolungamento del confine naturale che era il Mediterraneo.

Si dibatte se la carta di Eratostene abbia un’intenzione corografica oppure guardi semplicemente


alla struttura del mondo. Ciò cambia in base all’interpretazione del Tauro come linea o come fascia.
L’ultima terra abitata a sud è il corno d’Africa (‘terra potatrice di cinnamomo’).
Eratostene definisce l’ecumene come una sezione di carciofo, la parte alta. Mette il Corno d’Africa
sullo stesso parallelo di Taprobane, che in realtà è molto più a sud.

Reductio ad notum: spiegare l’ignoto con il noto. È il procedimento fondamentale del ragionamento
geografico antico.

Fr. 53 B di Eratostene. Divide la sfera in quattro parti lungo le due sezioni: la clamide è uno di
questi quarti (che è a forma di mantello). In questa elaborazione complessa di Eratostene, rientra
ancora la concezione dell’oceano perirrytos, qui sotto l’aspetto dell’ecumene come isola. La parte a
nord del circolo polare artico è completamente sconosciuta; qui il parallelo taglia in due la metà
superiore della sfera, e il rimanente viene paragonato ad una testa di carciofo.

Eratostene è il primo a racchiudere tutte le precedenti concezioni e teorie geografiche in una


rappresentazione con tanto di misure. In questo modo qualunque potere politico può iniziare a
calcolare la propria estensione, ed è parimenti chiaro quali territori siano conquistabili.

Alessandro parte con l’idea di trovare la fine del mondo, e secondo la concezione Aristotelica India
e Occidente si congiungono, e inoltre Indo e Nilo sarebbero lo stesso fiume.

Tutto il resto della sfera oltre all’ecumene si ipotizza in base alla teoria degli antipodi: dall’altra
parte della terra ci sarà una popolazione che vive a testa in giù con i piedi al contrario dei nostri
(anti-podi).

LEZIONE 7 – 10 MAGGIO ‘21

Erodoto 4, 43.
Si parla dell’esperienza esplorativa dei Fenici inviati da Neco. I dati riguardo la circumnavigazione
della Libye sono confermati dai Cartaginesi. Racconta la navigazione dell’Achemenide Sataspe,
figlio di Teaspi, sorella di Dario I. Questa invia il figlio a circumnavigare la Libye, ma lui impaurito
torna indietro. Sembra che dietro ci sia l’idea di Dario. Il marinaio violenta la nipote del satrapo
Megabizo. Sta per essere impalato da Serse, ma la madre implora la grazia, dicendo che lei gli
avrebbe imposto una pena maggiore, ovvero circumnavigare la Libia. Il racconto non torna.
Dall’Egitto dovrebbe navigare fino alle colonne d’Ercole, per poi doppiare il promontorio Solunte
della Libia, il cui nome è connesso con il sole ed è ad estremo occidente. C’è una connessione tra
estremo occidente e oriente: ad occidente ci deve essere un promontorio connesso con il sole. A
questo punto sarebbe tornato indietro da Serse. Dichiara di non aver potuto proseguire perché la
nave non andava più avanti (è la stessa cosa che dicono tutti quelli che non riescono ad andare
oltre). A questo punto Serse lo fa impalare. Poi un eunuco di Sataspe scappa a Samo con grandi
ricchezze. È possibile che le ricchezze fossero giunte a Sataspe attraverso l’esplorazione, e quindi
Serse lo abbia ucciso per timore che diventasse troppo ricco?
La descrizione degli uomini piccoli sono verosimilmente i pigmei. I criteri gnoseologici utilizzati da
Erodoto sono quelli dei Greci quando descrivono gli altri: fa strano che siano vestiti di palme perché
in Grecia non ci sono le palme.
Sataspe era nipote di Dario I. dietro questo racconto c’è forse una decisa volontà achemenide di
esplorare la Libia; questo racconto fa vedere che Dario aveva una volontà di conoscenza di tutta
l’ecumene. I sovrani achemenidi capiscono che la possibilità di fare un salto di qualità come impero
sta nelle esplorazioni, che stanno riportando dei dati ma ancora non del tutto chiari. Vogliono creare
delle rotte commerciali da sfruttare a pieno regime. Serse fa navigare Sataspe non verso il Mar
Rosso, la cui rotta e i cui commerci erano noti, ma verso la Colonne d’Ercole, i cui territori erano
pressoché sconosciuti. Le rotte che interessavano alla Persia erano prima di tutto quella dell’Egitto,
e poi le rotte che portano più a sud. I sovrani achemenidi sono i primi a capire il nesso tra
conoscenza e conquista. Tutto ciò in Erodoto è finalizzato all’elogio dei Greci che hanno sconfitto
un popolo con tutta questa potenza e voglia di scoprire.
Circumnavigare la Libia è peggio di essere impalati: si era ben consci della difficoltà della
navigazione.

Er. 4, 44.
Tutto ciò che si sa sull’Asia si deve a Dario. L’Egitto è sorella più piccola dell’India: tutti e due i
fiumi hanno molti coccodrilli. La lettura del territorio sconosciuto (India) è filtrata attraverso il
noto: le caratteristiche dell’India vengono assimilate all’Egitto, e non a caso si pensava che Nilo e
Indo fossero un unico fiume. Dario immagina già che l’Indo non sia il corso superiore del Nilo, si
chiede in quale mare sfoci. Non parla più di oceano ma di mare, che alcune volte viene chiamato
exw, a volte megalh. Questo mare è il Mar Rosso; il Mediterraneo è entòs. A questo punto manda
Scilace di Carianda nel 516 a.C.
Naviga a oriente e verso ‘un mare’. Nelle fonti persiane che Erodoto usa si differenzia tra il Mare
(Mar Rosso) e mare generico? Forse la mancanza dell’articolo dice che navigano verso un mare che
non è il Grande Mare e che non è conosciuto. La navigazione parte da Caspatirus, che è vicino a
Kabul, che è anche il nome di un affluente dell’Indo. Navigando verso oriente arriva all’Indo, e da
qui va verso occidente e verso il Mar Rosso.
Ipotesi di Pancenko: ipotizza che Scilace avesse navigato sul Gange, e così che l’esercito di Dario
sarebbe andato molto più a est. Il testo erodoteo non torna nel fatto che Dario avesse fatto navigare
Scilace verso oriente per capire dove sfoci l’Indo. Si pensa che il testo sia sintetizzato: la
navigazione sarebbe andata per breve tratto verso oriente e poi verso sul.
Se ha navigato il Gange, Scilace sarebbe arrivato quasi in Malesia. A questo punto, come avrebbe
fatto a ritornare? Avrebbe dovuto circumnavigare la penisola indiana. È un’ipotesi molto costosa.
Scilace è una sorta di punto di non ritorno per la potenza persiana: l’India inizia a sfruttare le vie dei
commerci.

Alessandro sposa la visione persiana del potere, e il binomio Dario-Scilace / Alessandro-Nearco è


fondamentale per capire la dimensione di conquista della spedizione macedone.

Nearco di Creta (133 Jacoby). Ci sono moltissime testimonianze, sappiamo molto della sua vita e
del suo scritto. Il solo fr. 1 è metà dell’Indikè di Arriano.
La sua nascita si colloca circa al 360 a Latò a Creta. Come mai lui, figlio di un nobile, lo troviamo
in Macedonia a studiare con Alessandro? Filippo II fa una politica di ridistribuzione di terre per chi
veniva da isole vicine, soprattutto dopo la distruzione di Amfipoli. Le distribuzioni sono fatte a fini
politici, per creare una classe terriera ricca di sostegno al re. Quindi Nearco fu in Macedonia fin da
piccolo.
Nel 337 Filippo sposa Cleopatra; si ha una sorta di discussione durante il banchetto nuziale, in cui
Cleopatra è incinta. A Filippo viene detto che finalmente avrà un figlio legittimo, dal momento che
Olimpiade era epirota, e quindi considerata non propriamente macedone. Alessandro si sente offeso
e risponde male, Filippo si arrabbia con lui e lo caccia via da Pella con gli amici più stretti.
Nel 334 Alessandro lascia Nearco in Licia e Panfilia con Antigono, poiché aveva bisogno di uomini
fidati che tenessero le satrapie conquistate. Nel 331 lo richiama, e nel 329 è in Battriana. Nel 326,
alla costruzione della flotta, viene nominato navarco.
Nel 323 gli viene affidata un’altra spedizione verso la costa arabica del Golfo Persico.
Gli storici raccontano che Alessandro passa gli ultimi giorni nei lavacri, volendo come sola
compagnia Nearco perché gli raccontasse quello che già avevano scoperto dell’Arabia. È
espressione del pothos di conquista e conoscenza di Alessandro.
Dopo la morte di Alessandro scompare dalle fonti; sappiamo soltanto che è sottufficiale di Antigono
Monoftalmo, e poi che questi lo volle come precettore del figlio Demetrio.

Arriano, Indikè 32 11.


I-II d.C., dedica ad Adriano l’Anabasi come exemplum del grande conquistatore. Nei codici l’Indikè
è considerata l’8° libro dell’Anabasi. Ma è scritta in ionico come omaggio a Erodoto, e quindi si
configura come un logos erodoteo. Arriano è un grande estimatore di Senofonte e della sua lingua, e
lo riprende nell’Anabasi. Essendo un logos si divide in due parti: fino a 17 ha infomazioni
geografiche di vario genere sull’India.
In 17, 6 afferma che le sue fonti sono soprattutto Nearco e Megastene, che definisce dokimo andres,
uomini fededegni.
Megastene è ambasciatore di Seleuco I da Chandragupta, sovrano indiano con capitale sul Gange,
dove Megastene rimane 15 anni. Questi sono due fonti di prima mano e politicamente molto
importanti, legittimati dal potere macedone e seleucide. Poi dice che il suo intento non è di
descrivere i costumi, ma di ripercorrere la navigazione del viaggio di ritorno. I primi 17 paragrafi
sono da prendere come una divagazione.
Arriano non spiega perché Alessandro avesse voluto il periplo, ma lo accenna in 32, 11, alla metà
esatta della navigazione. A questo punto il timoniere (Onesicrito di Astipalea) ha una lite con
Nearco. Dopo aver seguito l’iter canonico, Onesicrito avrebbe voluto fare vela verso il promontorio
Maceta, Nearco non vuole e Arriano riporta la risposta: Alessandro non aveva mandato le navi per
sparpagliarsi, ma perché voleva far perlustrale le coste, i porti, le isole, i golfi e le città lungo la
costa. È una spedizione conoscitiva: parla espressamente di paraplous, deve essere seguita l’intera
costa.
Questo periplo ha una datazione e un percorso chiarissimi. Parte nel settembre 325.
Molte informazioni su Nearco le abbiamo da Plinio. Da questi troviamo la maggior parte dei
frammenti di Onesicrito attraverso Giuba di Mauritania; su Nearco è più complesso e meno
perspicuo. Plinio dice che la spedizione fu guidata sia da Nearco che da Onesicrito. Dice che la
spedizione dura 7 mesi, ma non più di 3 con le navi in acqua; vuol dire che la marcia è durata 4
mesi in più. Jacoby considera erroneo il computo e calcola 109 giorni di navigazione. In realtà i
mesi di navigazione furono 4.
Arr. 18, 4. Dice chiaramente che Nearco è macedone, ma subito dopo ne parla anche come cretese.
Un catalogo così dettagliato non esiste in nessun altro periplo. È possibile che ci fosse nella fonte,
ossia Nearco? È un vero e proprio cataglogo, come quello in Iliade 2. Probabilmente l’elenco è
davvero di Nearco. Alessandro stesso ha molti comportamenti che si richiamano all’Iliade, e questo
elenco potrebbe essere una reinterpretazione della spedizione di Alessandro come nuova guerra di
Troia. La struttura dei partecipanti riflette la geografia politica della Macedonia: tutte le città più
importanti della Macedonia contribuiscono nel capitolo finale della spedizione, così per sottolineare
l’importanza di questa unione di città.
133 T 7. Nearco è considerato macedone? È Cretese di stirpe e abita ad Anfipoli. Probabilmente il
suo essere scomparso dopo la morte di Alessandro è legato a questo.
Il testo è comunque strano: prima pone Nearco tra i Macedoni e poche righe dopo lo dice oriundo di
Creta. È possibile che i due passi vengano da fonti diverse: a 18, 4 Nearco si autopone come
macedone nel catalogo delle navi per nobilitare la propria figura; 18, 10 potrebbe venire da un’altra
fonte o essere farina del sacco di Arriano.

LEZIONE 8 – 17 MAGGIO ‘21

Per Nearco abbiamo una copia di fonti, tra cui metà dell’opera di Arriano (Indikè). Ne leggeremo un
passo paradigmatico per la periplografia antica.

Indikè, par. XXIII.


Ripartenza dalla foce dell’Arabis. A Patala si divide l’esercito. Sappiamo che mandano degli
esploratori per decidere se scendere dal braccio orientale o occidentale. Scendono da quest’ultimo
per problemi di ribellioni locali. Sarebbe interessante fare un confronto fra tutte le Alessandrie
fondate da Alessandro e il Porto di Alessandro, località portuale vicino alla foce dell’Indo.
Il primo fiume che incontrano è l’Arabis, dopo la foce di questo fiume ripartono.
Fanno un paraplo di 200 stadi (dalla foce dell’Arabis a Pagala) come prima navigazione,
ormeggiano con scogli e grandi onde.
Il giorno dopo navigano tutto il giorno fino a Cabana, percorrendo 430 stadi.
Cosa c’è da notare al par. 2? Dice che salpano sul fare del giorno, che dipende dalla latitudine. È
un’informazione molto vaga. Probabilmente intorno alle 7/8. La distanza diurna regolare di un
gionro di navigazione estiva è 500 stadi per Erodoto e 600 per Scilace. Se navigano solo 430 stadi
vuol dire che albeggia piuttosto tardi e tramonta piuttosto presto, per lo meno rispetto all’estate.
La morfologia della costa rimane identica, continuano a non poter attraccare. È stata una
navigazione tormentata: vengono distrutte due navi da guerra e una leggera. Gli uomini si salvano
perché la navigazione è vicino alla costa, il che è un dato dirimente.
Da Cabana partono per Cocala. Qui sbarca l’equipaggio. Però dice che salpano a mezzanotte.
Salpano d’emergenza, dal momento che hanno navigato due giorni senza fare rifornimento.
Questo è un vero e proprio periplo, dal momento che racconta quello che ci si aspetta da un diario di
bordo.

Ci sono però sezioni attribuite a Nearco che difficilmente possono essere pensate come diario di
bordo. Si pensa a tre edizioni diverse dell’opera di Nearco: l’ipotesi è di Wilhelm Kapelle. Nei suoi
frammenti sembra di trovare una triplice inquadratura dei fatti.

Un livello uno è dato dal diario di bordo (ciò che abbiamo appena letto).
Una seconda redazione è l’opera consegnata nell’archivio reale di Babilonia a spedizione ultimata
(sappiamo che sia Nearco che Onesicrito furono tenuti a consegnare resoconti scritti, come base per
ulteriori commerci o esplorazioni), questo resoconto non era così sintetico come il diario di bordo,
dal momento che aggiunge informazioni che non potevano rientrare nel diario, come informazioni
di tipo etnografico: uomini che hanno abitudine di mangiare i pesci. Dice che questi vivono in
capanne strutturate con ossa di balena. Nella redazione del periplo di Nearco ci dovevano essere
informazioni che nel diario in senso stretto dovevano essere omesse.

La vulgata di Alessandro si basa su Clitarco (da noi ricostruibile da Curzio Rufo)

Par. XX
Riguarda la designazione del capo della flotta che sarebbe dovuta tornare dalla foce dell’Indo a
Babilonia.
Alessandro aveva un grande pothos di navigare l’Oceano Indiano. Spesso le fonti dicono che
Alessandro ha pothos di qualcosa. La critica ottocentesca su Alessandro si divide: alcuni lo vedono
come un conquistatore imperialista, sanguinario e irrazionale. È l’ipotesi portata avanti da Kraft
(Der irrational Alexander). Un’altra scuola riprende questa posizione e rivaluta, considerando la
necessaria ferocia di Alessandro, lo spirito di avventura concentrato nel pothos. Questo è in un certo
senso una vox media: può essere usata per criticare l’attitudine irrazionale ma anche inteso come
desiderio di sapere e di conoscere che non si placa.

Gli dava pensiero la lunghezza della navigazione, e il fatto che se non avessero trovato cibo
sarebbero morti, e questo sarebbe stato una grande macchia. È però strano che Nearco riferisse che
Alessandro avesse paura della macchia e del disonore, dal momento che non ebbe questo dubbio
nemmeno con l’ammutinamento all’Ifasi. Dice che Alessandro ha bisogno di un uomo che potesse
tenere a bada l’esercito e convincerlo a salvare. Dice poi che Alessandro si consulta con Nearco
stesso; ne scarta molti perché privi di coraggio. Nearco si propone e insiste, e allora Alessandro lo
sceglie per il suo ardore.
Che cosa è realmente accaduto di ciò che Nearco racconta? La parte finale dove si parla dei sacrifici
è indubbiamente reale. Perché Nearco si propone e perché Alessandro lo sceglie? Per il fatto che
Nearco sapeva navigare, in quanto di Creta, era l’unico isolano. Emerge il pothos di Alessandro. I
dubbi sono legittimi e probabilmente reali, era una vera spedizione verso l’ignoto. È particolare
però il fatto che Alessandro fosse in dubbio su a chi affidare la spedizione. Questi dubbi sono
inseriti a bella posta da Nearco soltanto per esaltare sé stesso. Questa testimonianza rientra
probabilmente nella terza redazione. Non possiamo immaginare che Nearco avesse depositato
questo resoconto nell’archivio.
Com’è possibile che questa opera sia arrivata fino ad Arriano, ossia come è possibile che la
tradizione non ha sfoltito o cassato il suo racconto? Probabilmente si volevano conservare tutte le
testimonianze relative ad Alessandro che arrivavano dai suoi contemporanei e più fidati. Così la
tradizione chiude un occhio nei confronti degli elementi apertamente elogiativi.
Elementi importanti del periplo di Nearco sono le conversazioni tra lui e Alessandro. Quando
Arriano riporta un discorso in prima persona di Alessandro, quanto può essere considerato genuino?
La critica li ritiene una rielaborazione arrianea di concetti espressi da Alessandro. Ma quanto di
questi colloqui può essere attribuito all’opera di Nearco? Forse vige la stessa percentuale di
verisimiglianza.
Nearco sbarca nel Golfo di Ormuz, questi entra nell’interno e incontra i messi di Alessandro, dove
ha un colloquio con lui. Poi arrivato a Babilonia ha un altro colloquio e viene premiato con una
corona d’oro. Probabilmente ciò è dovuto alla terza rielaborazione, ed è una sorta di salvacondotto,
dal momento che si rende conto che dopo la morte di Alessandro Nearco non avrebbe avuto alcun
ruolo di preminenza. È un autoelogiarsi per potersi rendere propizio ad eventuali sovrani successivi.
Non è da escludere che i colloqui posti da Nearco siano inseriti di sana pianta da lui stesso.

Par. XXX
Partono da Ciza. Racconta l’incontro di Nearco con le balene, ed è il primo incontro di un greco con
questo animale. Parla dell’exw thalassh, quello che era l’oceano di Omero. Dice che qui vivono
animali più grandi di quelli del mare interno. Vedono gli spruzzi delle balene e chiedono alle guide
locali che cosa siano. È importante il fatto che si avvalgano di questa guide. I marinai sono
sgomenti e lasciano cadere i remi, ed è verosimile. Le guide dicono che facendo rumore gli animali
si spaventano.
Di fronte a un pericolo grande, Nearco riesce con l’aiuto delle guide a superare il problema. Quello
che stride è il par. 7: l’informazione interessante e utile è inficiata dal grandissimo autoelogio che
Nearco si fa. C’è una sorta di patina celebrativa.

Su un periplo di questo genere si può fare un’analisi dei dati naturalistici, da dividere in botanici e
faunistici. Si considerano le ostriche, le balene, i serpenti e le formiche, così come le mangrovie
(alberi con le radici nell’acqua). Ci sono poi dati scientifici: osservazione delle stelle, misure delle
distanze (che servono per costruire una carta della zona). Ci sono poi passi ‘autobiografici’ di
Nearco, ossia come si comporta con l’equipaggio e come si rapporta con Alessandro. Ancora, vi
sono molti dati religiosi: presenza di divinità greche e indiane; luoghi sacri e soprattutto isole;
sacrifici di Alessandro e di Nearco (ossia come il sacrificio ha un’utilizzazione politica).

Par. XXXIII sgg.


Ormaggiano a Neoptania in Armozeia. Durante il viaggio presso gli ittiofagi hanno penuria di cibo,
qui invece il territorio è florido. Videro un uomo greco, e molti si misero a piangere stupiti.
Vengono a sapere che era un uomo di Alessandro, e dice che l’accampamento del re è a 5 giorni di
marcia dalla costa.
Il governante locale, per far cosa gradita ad Alessandro, gli annuncia l’arrivo di Nearco. Ma questi
tarda ad arrivare, e Alessandro considera il governatore un mentitore. È vero tutto ciò? Cos’è
realmente successo? Si può ipotizzare che il viaggio dalla costa all’accampamento non fosse facile,
gli uomini di Nearco fecero molta fatica a trovare la strada. Il governatore usa una strada che
conosce soltanto lui.
Nearco e Archia (c’è anche Onesicrito ma non lo cita per denigrarlo) stanno andando verso
Alessandro, gli uomini da questi inviati per cercarli li incontrano ma non li riconoscono in quanto
sfigurati dalla fatica del viaggio, con i capelli lunghi e sporchi. Nearco si fa riconoscere e condurre
da Alessandro; a questi viene annunciato il suo arrivo e pensa che gli altri uomini non si siano
salvati.
Quando si incontrano Alessandro piange. L’incontro è narrato in quasi 4 capitoli. Emerge una sorta
di rapporto parallelo: il ricongiungimento dei capi da una parte, e dall’altra l’incontro tra Nearco e
Alessandro.
La descrizione di Nearco sporco con i capelli lunghi è un parallelo palese di Ulisse sull’isola dei
Feaci; anche le celebrazioni da parte di Alessandro sono presentate attraverso il filtro della
narrazione omerica. Probabilmente Nearco non conosce benissimo Omero, ma conosce soltanto i
passi più famosi: sull’isola Neosala c’è una Nereide che viene descritta perfettamente come Circe.
Questo dimostra che ci sono dei dettagli fortemente epicizzati e riletti da Nearco stesso, e sono
riletture immediatamente comprensibili ad un lettore greco.
Se Alessandro si paragona ad Achille, Nearco si pone come nuovo Ulisse, e quindi il suo periplo
diventa un nostos (dettaglio degli uomini che hanno nostalgia di casa; Nearco che cerca di
convincere gli uomini ad andare avanti e non lasciarsi abbattere).

Anabasi, 6, 28, 5.
Racconta l’incontro in Carmania. In questo testo non trae dalla fonte nearchea: il resoconto dei fatti
è confermato, ma è molto meno epicizzato e rielaborato. Emerge la proporzione della revisione
nearchea.

Fonti del periplo:


sicuramente Erodoto e i suoi logoi; poi Scilace, il quale aveva percorso una parte dello stesso
itinerario (ma Nearco non lo cita, perché ciò avrebbe significato togliere importanza a sé stesso); i
Persikà di Ctesia di Cnido, medico greco alla corte di Artaserse, unica fonte sul mondo orientale
prima di Nearco; poi probabilmente conosceva lo scritto di Onesicrito di Astipalea, timoniere della
spedizione.

Fonti che tramandano la narrazione:


Teofrasto; Clitarco (in Diodoro e Curzio Rufo); Strabone; Plinio.

LEZIONE 9 – 18 MAGGIO ’21

Rimandi omerici nella descrizione dell’incontro tra Nearco e Alessandro in Arriano. Patina omerica,
che potrebbe essere direttamente opera di Arriano. Quello che leggiamo sembra una rielaborazione
ex post, la quale potrebbe risalire ad Arriano anziché a Nearco. Il testo di Arriano arriva da una
sorta di diario di bordo (ad opera di Nearco). Confrontando l’Indikè di Arriano con le altre sue
opere, vediamo che questa patina omerica si ritrova anche nelle altre opere, ma in queste non ci
sono citazioni omeriche precise. Quindi con buona probabilità questa patina omerica fu stesa da
Nearco stesso. Ciò serve a mettere in luce la propria spedizione proprio per autosposorizzarsi dopo
la morte di Alessandro. Secondo una fonte Nearco avrebbe presenziato alla cena
dell’avvelenamento di Alessandro.
Si discute se quello di Nearco fosse un Periplo o Paraplo. Il primo significa sia navigazione che
descrizione della navigazione. In Arriano si trova il primo; per Strabone, fino ad Aristotele il
periplo si diceva periodos ges.
Si è pensato che paraplous si accordi meglio al contenuto, dal momento che si parla di una
navigazione lungo la costa.
Androstene di Taso, insieme ad Archia e Ieronimo di Soli, sono esploratori incaticati da Alessandro
di esplorare l’Arabia per praparare la spedizione che avrebbe circumnavigato l’Arabia per rientrare
dal Mar Rosso.
Ricostruire il titolo dell’opera è un problema che si lega al contenuto. Se presuppongo che l’opera
sia sulla navigazione la chiamerò periplo o paraplo. in alcuni passi ci sono passi relativi a Nearco
trattanti di cose che Nearco non poteva aver visto. Nell’incontro di Alessandro con i brahmani,
Onesicrito riferisce che Alessandro fa domande ai gimnosofisti (confronto tra filosofia greca e
indiana). Questi filosofi rispettando Alessandro ma con distanza, tanto che rifiutano di seguirlo.
Tranne uno, Calano, che lo segue. Alla fine della spedizione Calano capisce che sta per morire; fa
erigere una pira incendiata, su cui muore senza gemiti (morte di Eracle). Questo episodio è narrato
da molti tra cui Nearco, ma questo non poteva assistervi perché in quel momento stava navigando.
Dobbiamo ipotizzare che alcuni elementi dell’opera di Nearco sono tratte da altre fonti. Questi
inserisce dunque fatti estranei alla navigazione di bordo. Probabilmente quindi l’opera di Nearco
non era solo una ripulitura con patina omerica, ma una vera e propria storia e resoconto di
Alessandro in Asia. La tradizione ellenistica ritaglia di quest’opera soltanto la parte più originale,
ossia quella della spedizione via mare. Quindi anche in Arriano l’opera lascia informazioni precise
ma tralascia molti dati che i lettori vedevano come sovrabbondanti in quanto presenti in molti
autori.
Il punto di partenza poteva essere quindi la costruzione della flotta in cima all’Indo, e quindi
sarebbe una storia complessiva del ritorno di Alessandro.
Marciano di Eraclea (IV-V d.C.) fa il catalogo dei peripli più antichi della tradizione greca, in
questa lista non compare Nearco. Ciò confermerebbe che quello di Nearco non era classificato
come periplo in quanto era qualcosa d’altro.

La spedizione di Alessandro parte con l’intento di replicare le spedizioni di Eracle e Dioniso, che
sono suoi modelli mitologici. Calano, però, rappresenta l’emblema dei gimosofisti, ossia di una
filosofia altra degli estremi del mondo. È una morte che si compie secondo i canoni del mito, ma
afferente a una disciplina filosofica che presenta una matrice totalmente altra (al massimo la
questione si può invertire). Sarebbe scomodo per Alessandro che un saggio indiano subisse la stessa
morte di Eralce proprio modello. Le fonti poi raccontano l’episodio con aria stupita, gli uomini
greci non comprendono questa morte gloriosa ma ne sono colpiti e affascinati (Alessandro ordina il
silezio e fa squillare le trombe).
Dal punto di vista dell’antropologia storica è fondamentale comprendere cosa un popolo mangia,
come si veste e i rituali afferenti alla morte. Questa morte è la punta dell’iceberg di una civiltà
totalmente altra, in cui accadono cose che non accadono in occidente.
In Asia Alessandro stesso ha un approccio di rispetto verso la religione orientale, insieme ad una
volontà di integrare. I sacrifici che compie sono a Zeus Ammone, a Poseidone e agli dei fluviali
indiani: tengono conto di tutte le civiltà che ha incontrato, ma non in ottica imperialista. Risponde
comunque probabilmente ad un’ottima strategia politica. Decide di sussumere tutte le divinità.

Problema del rapporto tra Nearco e Onesicrito.


FGrHist 134. Onesicrito dichiare di aver studiato con Diogene di Sinope, quindi è fornito di una
buona cultura filosofica di base, e quindi si ipotizza che fosse filosofo personale di Alessandro,
tanto che viene mandato lui stesso a incontrare i gimnosofisti a cui parla per bocca di Alessandro. I
frammenti ci raccontano di un’opera Come Alessandro fu educato, una sorta di ‘Alessandropedia’.
Quando inizia il ritorno per mare però Onesicrito entra in un conflitto di fama con Nearco. Questo è
nauarchos, Onesicrito è archikybernetes. Alcuni sostengono che Onesicrito pubblica prima la sua
opera presentandosi come navarco; allora Nearco avrebbe pubblicato la propria rivendicando per sé
il titolo di navarco. Non sappiamo se e quanto Onesicrito abbia scritto contro Nearco. Strabone dice
che Onesicrito è il più bugiardo tra gli storici di Alessandro, e viceversa elogia Nearco come il più
fededegno. Probabilmente Strabone non tollera che Onesicrito si incensi come navarco quando tutte
le fonti dicono che è timoniere.

Pitea di Massalia.

Abbiamo un caso in cui un periplo antico viene da fonti autocelebrative, ma anche il resto della
tradizione è molto favorevole (Nearco).
Per Pitea è l’esatto opposto: è un periplo fortemente criticato, ritenuto falso da tutti. C’è anche un fil
rouge nei territori toccati, Pitea estremo nord e Nearco l’estremo oriente. La differenza è che Pitea
non ha nessun mandante politico, viene finanziato da Marsiglia con finalità commerciali. È una
differenza profonda a livello di finalità.
È più facile rintracciare la realtà in Pitea che in Nearco, in quest’ultimo caso c’è più rischio di
sovrainterpretazione dovuta anche al maggior grado di ideologizzazione.
Non sappiamo nulla di Pitea, neppure quando datare la spedizione. Normalmente la si data a fine IV
sec., ma alcuni la datano a metà IV per far si che gli storici di Alessandro la conoscessero. Il titolo è
Perì Okeanou. Già ai tempi si sapeva che le Colonne d’Ercole non erano il confine dell’ecumene.
Per Pitea si parla di un esploratore scienziato, che probabilmente venne a contatto con Eudosso di
Cnido (teoria della sphairopoiia). Pitea partiva per verificare la teoria della sfera e analizzare i
fenomeni a diverse latitudini.

Marciano di Eraclea, Epitome del Periplo del Mare Interno.


Chi si è approcciato a problemi geografici con raziocinio (metà logon) sono Timostene di Rodi
(famoso per un’opera Sui porti e per un’opera sulla rosa dei venti, da cui è ipotizzata per la prima
volta), Eratostene, Isidoro di Carace (I a.C. – I d.C., scrive le Tappe asiatiche, sulle distanze della
sezioni di viaggio) e Pitea di Massalia.

Str. 3, 4, 4.
Strabone a volte accetta e a volte critica la geografia omerica. Dice che Pitea ha depistato quanti gli
hanno creduto per ignoranza delle regioni occidentali e settentrionali.
Strabone è il geografo dell’impero romano, e vede la geografia come instrumentum regni. Non
poteva accettare un allargamento così drastico dell’ecumene verso nord.

8c. Se Strabone dovesse dare credito a Pitea dovrebbe ipotizzare un’ecumene che ha il limite nord
non a 54°, ma a 66°, secondo quanto riportato da Pitea. I Rossolani sono i più nordici degli Sciti, le
regioni più a nord sono inabitabili.
Il mondo antico non considera l’orbe terracqueo, ma soltanto la terra abitata in quanto
conquistabile. Le regioni lontane, dal momento che non sono state conquistate, devono essere
disabitate. Strabone non può negare che ci siano terre al di là, ma è costretto a dire che non sono
abitabili. Il limite dell’ecumene diventa il limite dell’accettabilità antropologica. Fa un
ragionamento geometrico-matematico per dimostrare che la Britannia non è molto più grande di
quella già conosciuta dai Romani. Se il meridiano che passa per Bisanzio e per la foce del Boristene
è di 3800 stadi, la stessa distanza deve esserci tra Marsiglia e la Britannia; dunque Pitea mente
quando fa la Britannia molto più lontana.

8d. Strabone critica fortemente Pitea, ma le informazioni che riporta sono genuine e attribuibili
direttamente alla fonte. Quello che cita Strabone è la negazione dei principi di Aristotele (in Aria,
acqua, luoghi). Tanto più la descrizione è strana tanto più ha un nocciolo di verità, in quanto è
difficile immaginare che Strabone abbia inventato di sana pianta le informazioni. Pitea definisce
questo luogo a nord come polmone marino, non percorribile né per mare né per terra. Pitea dice di
aver visto queste cose, ma di averne sentite raccontare altre. Quindi molte informazioni si
riferiscono a latitudini ancora più a nord. Sono informazioni desunte dalle guide. Pitea dice di aver
fatto la parokeanitis, navigazione dell’oceano, da Gades al Tanai.
Pitea attesta il pepegùia thalatta, il mare rappreso, ossia i fiordi. Le navi greche dovevano navigare
su superfici ghiacciate, ossia non terra né mare, che quando viene spaccata produce nebbia. Pitea
tenta una reductio ad notum con l’immagine del polmone, ma l’immagine tradisce la difficoltà di
concepire queste latitudini.

8f. Plinio, N.H. 4, 104.


Attesta il lungo giorno e la lunga notte di 6 mesi ciascuno. Emerge che i dati di Pitea dovevano
essere molto precisi e affidabili.

Non ci sono mai indicazioni sulla spedizione o sulla flotta di Pitea, e neppure indicazioni
cronologiche. Nei suoi frammenti c’è però un carattere veramente scientifico e astronomico.
Il racconto di Pitea favorisce un’interpretazione particolare, che è la narrazione riguardo all’Ultima
Thule.
Ci sono degli autori che prendono il mondo meraviglioso di Pitea per farne una terra fantastica. Tra
essi Antifane di Berga (IV sec.), che vi ambienta il romanzo àpista hyper Thoule, da cui il romanzo
di Antonio Diogene.
Come l’estremo oriente prima e dopo Nearc ha un filone di descrizione fantastica, così l’estremo
nord emerge nella tradizione nel suo lato fantastico, in quanto portatore di un carattere di
irraggiungibilità, lontananza e di altertià.

LEZIONE 10 – 24 MAGGIO ‘21

Arriano, Periplo del Ponto Eusino.


Non è stato fatto un confronto sistematico tra questo e il periplo di Nearco, ossia quanto in questi
testi è farina di Arriano e quanto è nelle sue fonti?
Prima si chiamava Pontos Axeinos, inaccessibile.
Nel VII sec. la colonizzazione da Mileto inizia a inserirsi in questi territori: così diventa Euxeinos.
Secondo un’etimologia iranica la radice eug/x rimanda alla semantica del ‘nero’, quindi il nome
Mar Nero sarebbe una traslitterazione della radice indoeuropea.
C’è una tradizione iranica che nomina i mari con vari colori secondo la posizione: il mare asud è
rosso, a Nord è nero, a est è bianco, a ovest è verde. Ciò perché i colori rispecchiano la posizione
nell’ecumene.

Il Mar Nero entra molto presto in contatto con il mondo greco. Già dal VII sec iniziano a esserci
commerci fiorenti. Erodoto (IV, 8, 5) lo definisce come il più meraviglioso di tutti i mari, perché
rappresenta un mare diverso ma molto accessibile, ed era molto appetibile come sponda
commerciale. Era un luogo esotico ma non inarrivabile come il mare esterno.

È importante dal punto di vista mitologico: entra in Grecia con il mito degli Argonauti, che
viaggiano verso la Colchide. Passano attraverso le Simplegadi/Bosforo. Per gli Argonauti le
Simplegadi sono una sorta di Colonne d’Ercole: ciò riflette l’ecumene pre-omerica, in cui già
attraversare il Bosforo doveva essere visto come un’impresa ardua, e dunque il Mar Nero come una
zona lontanissima alla fine del mondo. Il viaggio degli Argonauti è una prima tappa dell’evoluzione
del pensiero geografico greco.
Legato alla Colchide c’è anche Circe: questa e Medea sono parenti. C’è l’idea della sponda
orientale del Mar Nero come luogo della magia: vivono ad estremo oriente ai confini del mondo.
Nella cultura greca l’alterità non è mai solo geografica, ma sempre culturale: nei luoghi altri
operano fatti e contesti culturali totalmente alieni alla cultura greca.
Nell’antichità c’è una ricerca di specularità delle cose geografiche, ma questa inizia a manifestarsi
quando al pensiero geografico inizia ad affiancarsi una struttura matematico-geometrico.

Periplo dello Pseudo-Scilace. Viene ricostruito a posteriori e attribuito a Scilace. È un’opera che
rispecchia la temperie culturale dell’Atene di IV sec. Come luoghi di inizio e fine dei parapli (brevi
navigazioni lungo costa, come tappe della circumnavigazione del Ponto) vengono poste città che
hanno il loro floruit tra inizio e metà IV sec. Significa che in quell’epoca, questo mare è molto
conosciuto.
Il punto di partenza di questo periplo è il tempio di Zeus Ourios poco a est di Bisanzio. La parte più
nota è la costa meridionale fino al Fasi. Le zone a nord e ovest sono meno conosciute. A nord c’è
Olbia sulla foce del Boristene.
Nel 30 a.C. si ha l’inizio di una debacle, quando Roma conquista l’Egitto. Queste zone erano molto
fertili e frequentati, ma la conquista dell’Egitto agevola i commerci romani verso il Mar Rosso, il
quale diventa il punto di smistamento principale dei commerci di tutto il Medio Oriente. Il Mar
Nero perde dunque importanza. Pompeo sconfigge Mitridate: le guerre mitridatiche (89-63)
servirono per la creazione della provincia del Ponto. Le grandi direttrici commerciali di Roma si
spostano dunque verso sud.
Nell’Alto Impero si consolida il possesso del Mar Nero.

Il Periplo di Arriano è un’epistola ad Adriano.


Arriano nasce nell’85-90 d.C. a Nicomedia in Bitinia. Viene da una famiglia aristocratica, ricopre la
carica di console e arconte ad Atene. Nel 131 fu nominato governatore della Cappadocia, che dà sul
Ponto. Era lo storico più indicato per scrivere un periplo del Ponto, dal momento che è governatore
di quelle zone e ha notizie di prima mano.

Questo periplo è conosciuto dal Codex Palatinus Graecus 308, che contiene anche il Periplo del
Mar Rosso.
25 capp. che sembrano essere tre opere diverse. La prima parte descrive la navigazione da
Trapezunte a Dioscuriade. Parte da lì da una parte perché è governatore della Cappadocia, dall’altra
perché è il punto di arrivo dell’Anabasi di Senofonte, di cui Arriano è grande ammiratore. La prima
parte è anche il viaggio che aveva percorso Adriano stesso.
Arrivato a Dioscuriade aggiunge il tratto dal santuario di Zeus Ourios a Trapezunte; quindi fa il
periplo delle sue zone native, in più la costa della Bitinia è la zona più conosciuta e frequentata dai
Greci.
Si evince una disproporzione nel racconto: al primo tratto, che è il più breve, dedica il doppio
rispetto al terzo tratto, che è il più lungo. Ciò è dovuto a quello che Arriano ritiene più importante.
Rende in modo molto sintetico la parte sconosciuta, mentre dedica molta attenzione alla parte
conosciuta dall’imperatore. Vuol dire che il periplo non è volto a informare l’imperatore.
Le tre sezione sono stilisticamente diverse, la prima è molto più curata e le altre più approssimative.
Non si capisce come mai Arriano dia dignità letteraria soltanto ad una piccola parte del Ponto.

Par. 1
È una sorta di dialogo a tre tra Arriano, Senofonte e Adriano.
Senofonte dice che Trapezunte è oikoumenen. Ad un certo punto Senofonte descrive un periplo.
Senofonte definisce tutte le città dell’Anabasi con soltanto tre aggettivi: oikoumene, kale, megale.
Ha un approccio molto particolare, costituisce una sorta di definizione standard: un aggettivo
descriveva una città piccola, due media e tre grande. È interessante che Trapezunte sia una piccola
città non troppo importante ai tempi di Senofonte.
Arriano inizia parlando della statua per Adriano che egli ritiene non degna; non c’entra nulla con un
periplo, sembra più una lettera personale.

Par. 3
Questo passo ha la forma di un periplo, manca però l’indicazione delle misure del viaggio. Dice
soltanto che il primo giorno attraccano, senza specificare assolutamente nulla.
Unisce alcuni dettagli e termini tecnici del periplo ad un lessico omerico, ornato da citazioni epiche
e tragiche. Sembra che la forma narrativa del periplo sia un pretesto per farne un’opera letteraria.
Qui Arriano sta riecheggiando stilisticamente e formalmente la navigazione omerica. È una
narrazione letteraria del viaggio nel Ponto, è tutto filtrato attraverso Senofonte e Omero. Ciò è volto
forse anche a esaltare la propria cultura per essere apprezzato da Adriano.

Par. 11
Il paragrafo finale della prima parte sembra non far parte della stessa opera, è molto più vicino
all’archetipo del periplo. Ci sono tutti i dettagli necessari alla definizione del periplo. Le distanze
sono date da fiumi e fiumi: questi sono i punti fondamentali per iniziare e finire i parapli. Ci sono
poi anche i parapli parziali (da A a D) e poi quello complessivo, dall’inizio alla fine.
Per questa sezione è stata presa in considerazione una fonte precisa, ricca anche di dati storici (dice
che Sebastopoli si chiamava Dioscuriade). Questa fonte l’aveva a disposizione anche per l’inizio del
Periplo e non l’ha usata? Arriano ha fonti ottime ma usate in maniera discontinua, dal momento che
la sua intenzione non è quella di scrivere un periplo pedissequo (che probabilmente non sarebbe
affatto servito ad Adriano).

Par. 17 (2° tratto)


La prima frase è quasi identica e fa da cerniera, però qui parla di Dioscuriade che ora si chiama
Sebastopoli. Queste due notazioni arrivano da fonti diverse? La prima notazione sembra più greca,
dal momento che cita l’antico nome della città dovuta alla colonizzazione.
Abbiamo anche indicazioni dei diapli, navigazioni kat’eutheia, in linea retta. Sono navigazioni
dirette lontano dalla costa.
Arriano decide di descrivere il Bosforo Cimmerio soltanto dopo la morte del re: vuole descrivere
soltanto le zone potenzialmente conquistabili.
La Palude Meotide non è prevista nel periplo, viene considerata soltanto in quanto luogo di
passaggio per la foce del Tanais, e unicamente come rotta commerciale.

Par. 21 sgg.
Presso la foce dell’Istro (Danubio) si trova l’isola di Achille (o Leukè). Arriva da una tradizione che
dice che Achille fu salvato da Teti e posto su un isola ai confini del mondo. C’è un tempio di
Achille con una statua di legno (xoana). L’isola è disabitata, vi sono solo delle capre e degli uccelli
che benedicono la statua con l’acqua marina. Vi sono molte iscrizioni dedicate ad Achille e Patroclo
in varie lingue e vari metri.
Sembra in tutto e per tutto un luogo sacro, è strano che non sia abitata nonostante sia vicina alla
foce. Sembra un racconto a vari livelli: è evidente la sacralità del luogo.
Diventa quasi un luogo di dazio: durante il sacrificio l’oracolo di Achille stabilisce un prezzo.
Sembra davvero un’isola doganale.
Si dice poi che Achille compare in sogno per dire ai naviganti dove attraccare. C’è una
compresenza di un racconto sacro-religioso e di uno strato economico.
Emerge una molteplicità di tradizioni sull’isola: probabilmente ad un sostrato molto antico legato ai
Dioscuri si impianta la tradizione omerica relativa ad Achille, reinterpretata però in chiave
moderna: Achille fa quasi da doganiere dell’isola.
Arriano dice che ritiene ciò perfettamente credibile. Arriano si sente l’Omero di Alessandro, quindi
è particolarmente legato a Omero e Achille.
Questo passo rende evidente quando Arriano rievochi omero, ma lo fa in maniera quasi sgraziata. I
rimandi e le citazioni sono troppo palesi.
Il riferimento Achille/Patroclo sembra far vedere in filigrana Adriano/Antinoo.
Sembra che gli dei e semidei evocati nelle navigazioni siano dei landmarks rimasti nella memoria
dei naviganti.
L’isola viene citata anche in Pindaro.

LEZIONE 11 – 25 MAGGIO ‘21

Il Perimotros tou Pontou è un testo geografico non ancora per nulla studiato.
La mitologia del Ponto Eusino accoglie anche il mito di Ifigenia in Tauride, le Amazzoni
(provenienti dalla Palude Meotide).
I primi documenti periplografici sul Ponto Eusino si attribuiscono a Scilace. Le informazioni sul
Ponto si dividono in due grandi gruppi: i peripili in senso orario e i peripili in senso anti orario. I
primi sono più antichi e i secondi più moderni.
Uno studioso russo rintraccia nei dati periplografici dello pseudo-Scilace una grande arcaicità, sia
per il fatto che va in senso orario, sia per come divide i popoli della zona.
Il Periplo di Arriano desume molto da un periplo più arcaico, quello di Menippo di Pergamo. Peripli
del Ponto:

- Le notizie più antiche sono le parti più arcaiche di pseudo-Scilace (IV sec.);
- pseudo-Scimno;
- Menippo di Pergamo, intorno al 25 a.C;
- Arriano, che riprende soprattutto Menippo ma anche gli altri peripli.
- Perimetro del Ponto, databile dopo il 1100 d.C.
La copia di peripli del Mar Nero ci dice che era una zona molto importante, fondamentale e molto
frequentata. Sul Mare del Nord noi abbiamo soltanto Pitea; per l’Africa abbiamo soltanto Annone.
Del Ponto Eusino abbiamo almeno 5 scritti superstiti. C’è una sorta di interesse redivivo per la
zona.
Di Menippo sappiamo soltanto che è di Pergamo, vive al tempo di Augusto. Dedica un’opera al
mare interno, uno sulla navigazione della Libia e uno dell’Asia. Il periplo del Ponto doveva
rientrare nell’opera sul mare interno. Noi possediamo questo testo soltanto nell’epitome di
Marciano di Eraclea (IV-V sec. d.C.). di questo conosciamo il periplo del mare esterno (tutta la
circonferenza dell’ecumene); fa una lista dei più importanti peripli antichi e non cita Nearco (che
probabilmente non era considerato periplografo). Si trova in Geographi Graeci Minores (Muller).
Epitoma anche Artemidoro di Efeso. Il periplo di Menippo ha informazioni molto precise,
soprattutto per alcune regioni.
Periplo del Ponto Eusino pseudepigrafo. È stato smontato in tutte le fonti che lo compongono. È
attribuito ad un compilatore bizantino del VI d.C., dal momento che è stato trovato in un codice del
XIV d.C. Sembra che anche dopo Marciano ci sia stato un interesse per la geografia del Ponto
Eusino: allora un compilatore avrebbe assemblato informazioni da opere diverse.
La datazione proposta ha il terminus post quem in Procopio di Cesarea e l’ante quem al IX sec.
Questo testo riprende anche Arriano. Dal punto di vista del contenuto non è molto interessante; lo è
perché riporta sezioni antiche che noi non conosciamo altrove. Ad esempio, noi conosciamo meglio
Menippo da questo testo che dall’epitome di Marciano.
Perimetro del Ponto.
Forbiger (1842) dice: oltre a questi peripli, abbiamo ancora un piccolo frammento che è divenuto
noto da poco, un periplo uguale a questi altri. Già il testo era noto ai GGM di Muller.
Questo periplo è preceduto da una sezione sulla misura di tutta l’ecumene.
Il punto di partenza per l’interesse su questo testo è una disputazione di Osann.
Diller (1954), the tradition of Greek minor geographers. Studia i manoscritti di tutti i geografi
minori e li pubblica. Pinakes è un sito che recensisce tutti i manoscritti delle biblioteche del mondo.
L’opera si divide in 3 sezioni per un totale di 6 paragrafi. La prima è l’anametrosis dell’ecumene.
2-5: distanze di diversi luoghi del Ponto dal santuario di Zeus Ourios.
1.
Bisogna considerare che tutta l’ecumene è di 250.000 stadi. Cita fuori contesto le misure della
Mesopotamia. La locuzione chre ginoskein oti è una locuzione frequente nei padri cappadoci, in
Crisostomo. È espressione tarda. La misura del platos non ha a che vedere con quella di Eratostene.
Cita il Tanais per il mhkos mentre Eratostene prende il Boristene. Questi punti per calcolare le
distanze ci sono in Agatemero. Possiamo dire che intanto i numeri nelle tradizioni manoscritte sono
elementi delicati.
Questo testo nasce da un contesto di revival di interessi geografici in età bizantina. Questa opera
quindi prende i dati dall’opera disponibile, ossia quella di Agatemero, però poi l’autore pone a
sigillo il nome di Eratostene. Non è un vero periplo, molte distanze sono calcolate dallo stesso
punto.
Le tappe che cita non sono prive di significato: la foce dell’Istro (dove c’è l’isola di Achille), quella
del Boristene che era già importante in Erodoto, il Fasi che è importante per gli Argonauti. Molte
espressioni sono tipiche del greco bizantino. Le tappe citate sono molto più fitte nella parte
meridionale, che è anche la parte meglio conosciuta da Arriano, ed è anche la parte meglio descritta
nell’epitome di Marciano.
Emerge ancora qui l’importanza del santuario di Zeus Ourios, che compare già nel mito degli
Argonauti (Pindario e Apollonio Rodio). Questo tempio continua ad avere importanza anche per le
navigazioni bizantine?
Tra il Perimetro e il Periplo pseudepigrafo c’è un’ottima equazione tra stadi e milia romani. Il
secondo, che deriva da tutti i peripli del Ponto precedenti, fa dei calcoli per restituire le distanze in
stadi. Si era già in età giustinianea, c’era esigenza di aggiornare le misurazione. La proporzione
stadi : milia romane in età bizantina passa da 1 : 8 a 1 : 7/7,5.
L’ultimo paragrafo raccoglie una serie di misure, a mo’ di glossario. Sembra un testo di natura
pedagogica. Quindi nel XII sec. c’è una rinascita degli studi geografici con Tzetzes ed Eustazio di
Tessalonica.
Qual è la parte più importante? Possiamo ipotizzare che in un contesto culturale alto si sia avuto
questo risveglio della geografia, e a Bisanzio l’interesse geografico va verso il Ponto Eusino. Viene
allora messa in piedi un’operetta introduttiva alla geografia del Ponto. Poi si danno le distanze non
periplografiche ma da un centro (santuario di Zeus). Ma perché cita la durata dell’anno? È possibile
che ci fosse una sezione sulla misurazione del giorno, oppure sugli equinozi.
E la Mesopotamia? Probabilmente perché a scuola già ai tempi si studiavano queste cose. Come una
sorta di supporto storico. Doveva essere la misura di contesti noti per rendere più comprensibili le
misurazioni. In nessun testo geografico si trovano mai Tigri ed Eufrate appaiati così. Non interessa
la lunghezza dei fiumi ma della terra in mezzo (metaxu). L’utilità pratica di questo inserto è nullo.

LEZIONE 12 – 25 MAGGIO ‘21


Non sappiamo se i testi periplografici fossero illustrati; nei peripli non ci sono mai riferimenti alle
carte. A volte nelle opere ci sono descrizioni di tipo ‘aereo’, le quali sembrano presupporre
l’utilizzo di una carta.
Stahl, nel volume di Prontera, cita ‘li riconoscerai dai loro frutti’, vangelo di Matteo.
Il dibattito sulle carte nel mondo antico nasce nel 1984, in seguito al volume La mappa e il periplo
di Janni. Elabora il concetto di ‘spazio odologico’: spazio che si basa sulla percezione di chi compie
il viaggio in prima persona. In quanto spazio soggettivo è diverso dallo spazio geografico o
‘euclideo’. È un tipo particolare di percezione dello spazio. Ciò che ci collega ad una regione ce la
fa apparire più vicina, ciò che ci allontana ce le presenta più lontana. Thule e l’India sembrano ai
confini del mondo perché sono totalmente diverse. Le informazioni cartografiche antiche, se viste
sotto il punto di vista odologico, sono perfettamente corrette, anche se noi le consideriamo sbagliate
perché prendiamo il punto di vista dello spazio euclideo.
La cartografia odologica non è cartografia scientifica, ma la percezione di un viaggio. Le
informazioni, dice Janni, sono vere, a patto che si ripercorra il tragitto passo dopo passo. Le catene
sono orizzontali perché è la percezione di chi le ha attraversate; i fiumi sono linee rette perché è la
percezione di chi è sceso lungo quei fiumi.
Janni conclude che, se lo spazio nel mondo antico è odologico, allora non possono esistere le carte,
in quanto teorizzazione ‘metafisica’ dello spazio astratto, sono astrazione e concettualizzazione. La
stessa posizione è di Prontera. Noi però abbiamo molte fonti in cui si parla di rappresentazioni di
spazio. Alcuni studiosi hanno iniziato a mettere in evidenza quei passi in cui doveva esserci una
rappresentazione cartografica: negli anni ’90 e 2000 Prontera mitiga la sua posizione. Ha sostenuto
non che non esistessero, ma che esistessero soltanto carte corografiche, epicoriche o regionali. Non
ammette ad esempio che Alessandro avesse una carta dell’oriente.
Abbiamo parlato della carta di Aristagora in Erodoto. Nelle Nuvole (423) Aristofane rappresenta
Strepsiade che guarda ammirato una carta, su cui cerca Atene e Sparta. Rimane stupito da quanto
siano vicine le due città. Nella Vita di Alcibiade questi parla di come sia vicina la Grecia a
Cartagine.
Sono testi che devono essere prese in considerazione, anche se non abbiamo nessun esemplare di
carta antica, e neppure testimonianze di carte che accompagnano un testo, eccezion fatta per le carte
di Eratostene e Tolemeo.
Quali sono le testimonianze relative alla cartografia antica? Abbiamo un ostrakon (mappa di Soleto)
dalla provincia di Lecce (2003) con una rappresentazione della regione. Si è però capito che è un
falso.

PAPIRO DI ARTEMIDORO. Compare nel 1999 da un antiquario londinese, e fu comprato dalla


compagnia San Paolo a Torino. È un papiro opistografo. Il testo sembra riecheggiare la Geografia
di Artmidoro di Efeso. La parte più esterna del papiro sembra essere una mappa geografica, su cui
sono stati identificati i fiumi della Betica. Il papiro contiene la parte di Artemidoro su questa
regione. Ciò che si intravede sembra essere il reticolato dei fiumi: sarebbe l’unico esemplare di
papiro contenente testo e carta. È una rappresentazione anche molto preciso. L’editio princeps è a
cura di Gallazzo-Kramer-Settis. Canfora però si schiera contro questa attribuzione, e ritiene sia un
falso. Questi rintraccia la mano di Simonidis, copista falsario di fine ‘800 che vive a Londra. Il
papiro è autentico (I d.C.), ma sarebbe stato falsificato a scopo di lucro. Bastianini fa notare che non
solo il papiro, ma anche l’inchiostro era originale. Canfora sostenne che Simonidis si sarebbe
procurato anche inchiostro antico.
Molto probabilmente è originale, ed è compendio della parte sulla Spagna dell’opera di Artemidoro.
Il problema sono le rappresentazioni. Alcuni hanno ipotizzato che questi fiumi rappresentano la
foce del Nilo con le diramazioni del Delta, ma in tal caso non collima con il testo sulla Betica.

CLAUDIO TOLEMEO. È il geografo matematico per eccellenza. 100-175. Esiste la Mathematikè


sutaxis e l’Almagesto. Scrive in 7 libri un’opera in cui dà latitudine e longitudine di tutte le località
note sull’ecumene. Sono volumi interamente di numeri. Tolemeo però aggiunge le carte alla sua
descrizione. Chi disegna le carte? Probabilmente schiavi (Agatodemo). Il fatto rivoluzionario è che
la carta è concepito come elemento non aggiuntivo ma fondante. Tolemeo però commette degli
errori di proiezioni. L’ecumene di Eratostene è bidimensionale, con Tolemeo si fa strada l’idea della
curvatura. Il grado di meridiano di Eratostene è 700 stadi, quello di Tolemeo di 500. Le misure di
Tolemeo sono del tutto sballate, mentre le prime erano molto precise. È il motivo della rivoluzione
dimenticata: i raggiungimenti scientifici alessandrini furono lasciati dimenticati, non ci fu adatta
ricezione di questi saperi. La letteratura geografico-scientifica non è uscita dalle mura del Museo di
Alessandria. Aristarco di Samotracia aveva già ipotizzato la teoria eliocentrica. Tolemeo non
considera minimamente le teorie di Aristarco e in più sballa le misurazioni di Eratostene con un
errore del 30%.
In Omero l’Oceano è il fiume che circonda la terra, e tutti i mani sono aperti, come delle insenature
dell’oceano. Si è capito che non era così. Ozeanfrage: dall’Oceano come mare aperto alla teoria dei
mari chiusi. Alessandro manda Patrocle ad esplorare il Mar Caspio, su cui si discuteva se fosse
aperto o chiuso. Quando Tolemeo deve disegnare l’oceano indiano, lo fa chiuso. E questo come
forma di ipercorrettismo, per far vedere il contrasto con la concezione omerica. Crea dei
fraintendimenti che rimarranno fino a Galileo.
Un altro problema è che l’ecumene di Tolemeo conosce Thule (64° nord), ma a sud si ferma prima,
e non arriva in basso come l’ecumene di Eratostene. Questa è nel quarto superiore della terra; quella
di Tolemeo arriva oltre l’equatore (intuizione giusta) ma rimane molto più schiacciata.
Tolemeo riporta le distanze basandosi su resoconti periplografici. Ad es il Golfo Persico ha molti
elementi in comune con il periplo di Nearco. Molti studi cercano di capire se c’è un coefficiente che
possa trasformare le proiezione di Tolemeo alle misure corrette della Terra. È venuto fuori che la
distrosione non è omogenea per tutte le sezioni dell’ecumene, e questo perché si basa sui resoconti
di viaggio, e questi potevano essere più o meno buoni. Questa carta ebbe un gran successo nel
Rinascimento, e a Firenze ebbe la prima traduzione latina.
È difficile postulare imprese come quella di Alessandro senza una concretezza geografica, ossia
qualcosa come una carta, delle indicazioni scritte a mo’ di mappe o itinerari.
Cartografia a Roma. Questi vedono lo spazio con gli occhi degli agrimensores, con la concezione
matematica dei conquistatori. Le informazioni riportate sono per la guerra, la conquista. Non c’è
l’astrazione metafisica.
Forma Urbis. Costruzione in 150 lastre di marmo, poste nell’Ara Pacis sotto Settimio Severo. È
una pianta di Roma che serve a inquadrare uno spazio, per vedere lo scherma urbanistico. È una
mappa della città.
Carta di Agrippa. Agrippa è ammiraglio di Ottaviano ad Azio. Avrebbe anche scritto dei
Commentarii, in cui avrebbe dato informazioni geografiche, con nomi luoghi e posizioni dell’orbe.
Plinio non fa cenno esplicito di una carta, ma parla di mostrare orbem terrarum orbi, mostrare
l’ecumene a tutti quanti. Ma come? Alcuni ipotizzano una carta. Alcuni pensano che Agrippa
avrebbe stilato una lista di nomi, che avrebbe effettivamente riportato città fiumi e luoghi.
Sappiamo che la carta doveva essere nella Porticus Vipsana. Poteva essere una serie di nomi incisi
sulla parete, come una ‘carta immersiva’. Il fatto è che Plinio dice spectari: doveva esserci un
qualcosa da guardare.
Tabula Peutingeriana. È l’unica carta antica giunta ai giorni d’oggi. Si trova a Vienna, è un rotolo
di pergamena lungo 8 m x 34 cm. Si chiama così da Konrad Peutinger, che nel 1507 riceve il rotolo
in dono. È datato tra XII e XIII sec. Siamo abbastanza sicuro che sia una riproduzione di un
originale di IV sec. d.C. Fa parte di un gruppo di opere che si chiamano itineraria picta.
L’itinerarium è una mappa che segna i posti in cui riposarsi, mangiare e dormire. Non erano
importanti le misure le distanze o l’astrazione, sono opere del tutto odologiche. L’ampiezza del
mare è indifferente, quello che conta è il percorso per arrivare a una località. Importanti sono i nomi
e i colori, che rendono la differenza di altezza delle montagne. Il copista del ‘200 si trova la carta
antica, e copiandola inserisce elementi contemporanei. Quindi è anche importante per la
stratificazione delle informazioni. I cardini della rappresentazione dell’oriente sono quelli di
Eratostene. Per molti aspetti le concezioni geografiche non sono cambiate. L’Italia e l’Africa sono
due lunghissime strisce orizzontali.

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