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CANTICO DEL GALLO SILVESTRE

L'opera è suddivisa in due parti e la prima funge da introduzione; un preambolo nel quale Leopardi afferma di aver trovato un cantico scritto in una lingua
orientale, in ebraico, e di averlo tradotto dal verso in prosa perché era difficile da tradurre in italiano.
La scelta di questo gallo, immenso e suggestivo, è rapportabile a quella dell’islandese: un contemplatore critico e obbiettivo della realtà, al di fuori
dell’essere umano, privo delle sue illusioni. Un’altra ipotesi potrebbe anche essere il fatto che Leopardi, ateo di religione, volle ricordare un passo del
vangelo, dove Gesù rivolgendosi a San Pietro, asserisce il fatto che prima non canterà il gallo, prima che Pietro non lo abbia rinnegato tre volte. Il gallo
quindi, i questo caso, rappresenta il risveglio della coscienza dell’uomo, in modo diverso, però, nei due episodi appena trattati.
Subito dopo il proemio, cominciano le parole del gallo: “su mortali destatevi”; l’enunciazione del cantico da parte del gallo (personaggio mitico e favoloso,
come sarà spesso nelle operette di carattere morale, sul modello di Luciano di Samosata) desta al mattino l’animo dei dormienti, rammentandone la vanità
della ricerca della felicità ed il lento marciare verso l’eterna estinzione, con fare profetico e pessimista, estendendo questo giudizio a tutto l’universo.
Compare in modo palese la visione fredda e meccanicista della natura, madre del pessimismo cosmico, di una realtà destinata a scomparire.
Voce che suona come un risveglio dal sonno per cominciare la vita, quasi per ammonire l’uomo che il risveglio dal sonno è un momento difficile, un
momento in cui l’uomo si riconsegna nelle mani dell’infelicità, un momento in cui l’uomo si rende conto della realtà crudele della sua esistenza. A tutti il
risvegliarsi è danno e converrebbe prolungare il sonno.
Non è casuale il fatto che Leopardi voglia descrivere il sonno come una “particella” della morte, dato che, secondo una visione prettamente nichilista
adottata dall’autore in questa fase delle operette morali, sarà la morte l’unico momento dove, annullatesi le sofferenze materialiste e sensibile percepite
dall’essere umano, sarà possibile per il medesimo provare felicità, sollievo. Dunque, è proprio durante il sonno che l’uomo, sperimentando la morte, riesce
a provare una minima sensazione di felicità e sollievo.
Il momento di sola felicità, spensieratezza e libertà d’animo, è percepibile dall’uomo in corrispondenza di que brevissimi secondi del risveglio, durante il
quale neanche l’uomo stesso si rende conto di chi sia o di quale sia la sua ragion di vita. Passato ciò, si ritorna nell’infelicità.
Nel cantico la finalità dell’essere delle cose è la morte e si ha un contrasto perché il desiderio dell’uomo va verso la felicità. Ma nessuna cosa è felice.
Sono presenti alcuni concetti della vita: vita come pena e patimento: l’uomo si ingegna per sottrarsi al dolore e sopravvivere nella speranza che si riesca a
risolvere la negatività della vita.
È possibile notare lo stile serio-comico, frequente in questo periodo della prosa.