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Il libro

C he cosa accade in noi quando un amore ci trasforma, ci violenta, ci intossica


a poco a poco come un veleno?
«L’amore malato si cura con più amore.»
In un trascinante racconto poetico Achille Lauro scorre lungo le 24 ore del 16
marzo aprendo la porta del suo onirismo notturno per poi approdare all’alba e
recitare la parte da uomo di successo. Le parole affollano la mente in una ridda senza
respiro, i ricordi di una vita trascorsa in squallidi casermoni si sovrappongono a
quelli attuali di stivaletti lucidi firmati e riunioni ai piani alti. Ma tutto ciò è solo uno
scenario che appare sullo sfondo, distaccato dalla voce dell’anima. Voce potentissima
che grida l’amore, grida all’amore. Grida come tanti già gridarono, piangendo e
maledicendo, da Saffo a Prévert.
Amore, splendida illusione. Poesia scritta male su un foglio stropicciato. Amore
come un despota. O una roulette russa.
Eppure «il Purgatorio è amare e non accorgersene, / l’essere vuoti, / il non provare
più nulla: / il “non essere”».
L’amore è Inferno e Paradiso. Ci tormenta e ci uccide. Ma è il solo a poterci
rigenerare, riportare in salvo. E ad aprirci orizzonti di arte e poesia.

Con lo stesso titolo 16 marzo del singolo uscito ad aprile 2020, questo straordinario
libro non è un semplice compendio alla canzone ma un viaggio inedito alle radici
della creatività e dell’ispirazione di un grande artista. E insieme è un vibrante,
irresistibile poema d’amore.
L’autore

ACHILLE LAURO , nato a Roma nel 1990, è oggi l’artista più eclettico e dirompente
della scena musicale italiana. Cresciuto nella periferia romana, ha cominciato a
comporre poesie e testi fin da adolescente. Ha pubblicato nel 2014 il suo primo
album Achille Idol Immortale, a cui sono seguiti Dio C’è, Ragazzi Madre, Pour
l’Amour e 1969. Ha partecipato al festival di Sanremo nelle edizioni 2019 e 2020
portando sul palco dell’Ariston le canzoni Rolls Royce e Me Ne Frego e mostrando a
milioni di telespettatori la sua arte musicale e performativa. Per Rizzoli ha pubblicato
il best seller Sono io Amleto (2019).
Achille Lauro

16 MARZO
L’ultima notte
Prefazione
di GINO CASTALDO

Un nuovo Califano è nato a Roma. Si è incarnato nell’anima


benedettamente dannata di un ragazzo maledettamente incompreso dalla
moltitudine più becera.
Ma la genialità che soccombe poi incombe di fronte alla dilagante
mediocrità.
Che ricchezza d’animo, che nobiltà eccelsa nascosta tre le pieghe
vellutate di parole malconce donate alla plebe ignara.
C’est la vie…
Una profonda lucidità ferisce l’amore infinito nella coscienza che snuda
la bieca realtà dell’amore.
La sua masochistica essenza dimenata a piene dita sui versi intimi gettati
nel burrone del suicidio d’amore. L’amore è il demonio che si impossessa
dell’anima che invoca l’amante di distruggere l’amore con l’atto estremo
dell’amore: il tradimento.
Solo esso sublima l’amore nel suo eccelso culmine e si ritorce su se
stesso annullandolo nella sua estrema sublimazione imperitura. L’amore si
metamorfizza in una essenza sempiterna di dolore gaudente e stillante
gocce amare di zucchero.
La molteplicità dell’essere e le sue possibilità di palesarsi in differenti e
difformi essenze vissute a occhi aperti e nitidamente luccicanti.
La profonda coscienza dell’essere in cento personalità senza timori e
paure carpisce l’essenza stessa dell’uomo moderno polimorfo e libero di
essere centomila esseri in uno e nessuno.
La libertà dalle tele degli stereotipi regna in questo ragazzo che ha
divorato l’asfalto della strada per ascendere a sentire le trombe angeliche
degli arcangeli della Verità.
Il sacro pervade la sua maledizione d’amore che cinge il suo demonio
interiore.
L’amore trasuda gocce di Lucifero che appare palesemente adornato di
«orli e perle», pronto a «tradirti e finirti» nel masochismo di amore…
Nel sadismo della passione… sempiterno ritorno di amore e morte.
L’amore è uno «zucchero amaro», assaporato nel giaciglio rovente del
fuoco che scalda il desiderio dell’impossibile: «Perché ci vogliamo sempre
quando non possiamo».
Ma il sublime stillicidio porta all’orlo del “burrone”, dove sul fondo
rovente giacciono i rovi della passione che richiamano con la loro nenia
ammaliante a tuffarsi nel dolore d’amore, ma nel contempo, poiché
sussistono nella passione odio e amore, piacere e dolore, a invocare ad
Amore la salvezza: «… Dimmi amore no…».
Scemeranno le “fiamme” d’amore ma l’amore sopravviverà a esse.
Nessuno «può uccidere l’amore» né l’amato né l’amante, siamo pervasi
e sudditi-succubi di esso, ma «l’amore può» tutto, anche suicidare se stesso
e rinascere di nuovo per poi nuovamente suicidarsi in un eterno ritorno di
differenza e ripetizione infinita.
È l’amore che dispensa gioia e dolore dalle quali non possiamo
dispensarci.
Nell’amore fiabesco palesiamo il nostro vero essere, la struggente
solitudine delle nostre molteplici personalità che agghindano la nostra
anima, «siamo soli in cento personalità».
L’amore è eterno, accartocciato nell’inchiostro della vita in una «storia
che non ha mai fine».
Achille Villon si è incarnato nell’anima dolce bastarda di un musico
poeta maledetto della canzone, che ascrive il suo nome nel solco della
tradizione poetico-musicale più pura e dannata dell’amor de lohn
postmoderno.

Amore ti prego lacera le mie moltitudini dell’essere amante, amato,


«feriscimi, tradiscimi, capiscimi, zittiscimi»
così risorgerò dai vuoti d’amore
«perché torno come il diavolo a rubare vite».
… Est la vie… Est la vie…
Prefazione
di ALESSANDRO MICHELE DIRETTORE CREATIVO DI GUCCI

La presenza di Lauro è per me rassicurante. La sua capacità di disertare


schemi e uniformi soffocanti aderisce a quella libertà che ho sempre
ricercato nella mia vita e nel mio lavoro. Trovo conforto nell’osservarlo
mentre slega ciò che è costretto, rompendo ordini simbolici ormai
inservibili. Lo ammiro perché la sua performatività non aderisce solo alla
necessità espressiva di un talento creativo. Il suo posizionamento è anche e
soprattutto politico.

In un mondo in cui l’identità di genere maschile è ancora purtroppo forgiata


da stereotipi che presentano caratteri di violenta tossicità, Lauro offre una
possibilità di ripensamento. Se ne frega di un modello di machismo
dominante, vincente, oppressivo. Se ne frega se la femminilità che
incorpora è ancora vista come minaccia per l’affermazione completa di un
prototipo maschile che non ammette cedimenti.

Questo suo fregarsene, leggero e consapevole, è rigenerante. È prassi


poetica, creatrice. È preludio di un futuro che Lauro coltiva in maniera
spavalda e giocosa, come un pittore folle che accarezza sogni tremolanti.
L’ho incontrato per caso. E ci siamo riconosciuti.
16 marzo

“QUESTA NOTTE HO SCRITTO UNA LETTERA AD UNA RAGAZZA.

L’HO CHIAMATA COME IL GIORNO IN CUI GLIEL’HO DEDICATA.

COME IL MESE DEI NUOVI AMORI.

QUEL MESE IN CUI OGNI DONNA TORNA DA CHI NON LA STARÀ CERCANDO PIÙ.

COME ME.”

16 MARZO, ACHILLE LAURO


A Marzo,
il mese dei nuovi amori
che tornano
da chi non li cerca più
“IL LIBRO DEI LIBRI INIZIA CON UN UOMO E UNA DONNA IN PARADISO E FINISCE CON

L’APOCALISSE.”

OSCAR WILDE
Prologo

“IL SIGNORE DIO PLASMÒ L’UOMO CON POLVERE DEL SUOLO E SOFFIÒ NELLE SUE

NARICI UN ALITO DI VITA E L’UOMO DIVENNE UN ESSERE VIVENTE POI IL SIGNORE DIO

PIANTÒ UN GIARDINO IN EDEN, A ORIENTE, E VI COLLOCÒ L’UOMO CHE AVEVA

PLASMATO […]

PERCHÉ LO COLTIVASSE

E LO CUSTODISSE.”

GENESI 2, 7-8 15

Nella Divina Commedia Dante colloca il giardino di Eden sulla vetta del
monte del purgatorio, e lo descrive come il luogo dove le anime si
preparano a salire a le stelle.

Esiste una storia che ci accomuna.


L’inizio,
e la fine.
Siamo giunti dal medesimo luogo di pace
per compiere un cammino come tutti gli altri.
Siamo uguali.
Il senso di amare.
Il senso del nulla.
Il tempo cancellerà tutto,
Come non fosse esistito mai niente.
Questa piccola poesia ci accomuna.
Ed è proprio da qui
che parte tutto.
Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era…
Mi alzai dal banco degli imputati.
L’avvocato mi tirava per la manica
per farmi capire che non dovevo parlare.
Aveva l’aria impaurita,
come se al posto mio ci fosse lui.
L’aria di chi non sa come gestire una situazione.
Ero stato 48 ore chiuso in una cella
a pensare a cosa dire,
Mi avevano fatto dormire con le luci accese,
l’aria gelida e una coperta che puzzava di piscio,
mentre mi ripetevano:
«Questa volta sono cazzi tuoi,
questa notte finite tutti in galera».
Avevo avuto giusto il tempo
per cercare di non sembrare una cattiva persona:
abbassandomi i capelli,
togliendo quei bracciali dal polso
e le collane dal collo,
come fossero catene
che mi imprigionavano in un’altra persona.
Pensavo a mia madre,
Pensavo quanto aveva fatto per evitarlo,
quei lavori umilianti
sperando di riuscire a darci di più…

Ero davanti al bivio,


Dante lo descrive come un’immensa voragine
che si spalanca nelle viscere della Terra.
Questa cavità sotterranea si è aperta quando Lucifero,
cacciato dal Cielo dopo la sua ribellione a Dio,
fu scaraventato al centro della Terra.

Ave, o Maria, piena di grazia,


il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne
e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio,
prega per noi peccatori,
adesso e nell’ora della nostra morte.
Amen.

Mi alzai in piedi e dissi:


«Signor giudice, ho sbagliato».
E, mentre l’avvocato mi tirava per quella manica
pensavo solo:
“Io non voglio finire così”.

Qualcuno lassù lo sentì.


E incredibilmente
il giudice
mi salvò.
Libro Primo
“DOPO IL SABATO, SARÀ L’ALBA DELLA NUOVA EPOCA.”
1

02:20 AM

Odiami.
È passato talmente tanto tempo
che non ricordo più nulla.
Non so perché sto venendo da te.
Non so più chi sei.
Non ti conosco.
Non posso capirti.
Non amo te,
sono follemente innamorato
di un ricordo.
Innamorato di qualcosa
che probabilmente
non esiste più.
Un ricordo,
e Tu odi quel ricordo.
È vero,
siamo lontani universi.
Questo amore
è stato come una droga,
il nostro amore violento
come un veleno
che agisce piano.
Gli amori tornano
ma il nostro no.
Ho detto: «Ritornerò a prenderti»
ma so che è sbagliato.
Lo dissi solo
quando ti persi.
E so cosa stai pensando…
Tu vivi per migliorarti e basta,
e io provavo ad amarti
ma amando un’altra persona.
L’amore è una splendida illusione.
Una poesia
scritta male
su un foglio stropicciato.
Una vecchia canzone malinconica,
una fiaba che non si conclude,
una cassetta di noi da piccoli.
Una domanda inopportuna
a cui si dà una stupida risposta.
L’amore è il miglior modo
per darsi la colpa a vicenda.
L’amore è un despota
e noi siamo i colpevoli.
Sto scendendo da una macchina nera,
vestito bene,
l’autista mi apre la porta;
dice: «È un piacere, signor De Marinis».
Non sai più niente di me.
Nulla.
Vivere è un casinò di lusso,
odio e amore
sono il rosso e il nero
e io e te
siamo sullo stesso tavolo da gioco.
So che l’inferno a volte è un angelo che Dio ci ha tolto.
Tu sei inesistente,
sei un ricordo,
sei l’idealizzazione del paradiso
fatta da un pazzo.
So che l’inferno
è amare una persona
ma solo quando non c’è più.
So che il purgatorio
è amare e non accorgersene,
l’essere vuoti,
il non provare più nulla:
il “non essere”.
L’amore uccide, non è vero,
l’amore cambia.
L’amore è un po’ come fermare il tempo,
come se su una lunga strada
ci fosse un parco giochi
dove ci si ferma
per qualche ora, giorno o anno;
non si può sapere quando
e come si scenderà da quella giostra.
Ma io credo nella passione.
È un sentimento così vero.
È l’unica cosa reale, forse.
Prima che tutto finisca
voglio provarla ancora.
Amarti.
Vuoi che mi tolga la vita per te?
Chiedimelo.
L’amore è amarsi per una vita
e poi sparire un giorno.
Il mio mondo è crollato più volte.
L’amore è stato carnefice,
olocausto d’amore.
Prendimi per mano,
buttiamoci.
Questo è amarsi.
Sto scrivendo il mio nome all’inferno.
Non sarò ipocrita,
gli angeli del paradiso non mi faranno entrare.
Alzerò la moto questa notte,
muori con questo figlio di troia,
quel bravo ragazzo non fa per te.
Perché tu, sotto quel vestito bianco,
sei come me.
Perché anche tu
vuoi solo quello che non hai.
E lo so,
alla fine cederò,
e tu anche,
perché siamo stupidi.
2

«L’amore è cercare ciò di cui siamo privi.»

ARISTOTELE

03:05 AM

Sarebbe più intelligente


restare fermi perché
saprei farti del male di nuovo.
Ma anche il nostro amore è come quel parco giochi lì.
Sto entrando.
Nove minuti, mi bastano nove minuti di quel ricordo.
Tu che mi conosci da prima,
da quando ero nulla,
da quando non c’erano tutti.
Tu.
La stessa che non conosco più.
Mi sveglierò forse domani,
penserò: “Sì, è come tutti”.
Penserò: “Ormai…”.
E capirò
che ormai
è come non ci fossimo neanche mai conosciuti.
Un bacio e una pistola come il film di Robert Aldrich.
Odio e amore
intrecciati profondamente
a sesso e violenza
come il film di Arthur Penn.
Una realtà che distrugge i sogni,
amare una sconosciuta.
L’amore è il mondo che si capovolge.
La guerra è pace,
la libertà è schiavitù
l’ignoranza è forza.
1984, Orwell.
Sono stato tanto senza te,
sono diventato
quello che nessuno avrebbe mai immaginato.
Non ho più tempo per essere violento,
la violenza ha le sue radici nella debolezza.
La libertà è poter essere ciò che si è davvero,
ma darei tutti i miei giorni per cambiare ieri.
Ci vuole un secondo per strappare una pianta,
ma ci vogliono anni e cure per farla crescere.
Ti stai chiedendo
se qualche volta mi viene da piangere?
No.
Essere forti è un sentimento che ci accomuna.
Ho imparato a farmi vedere calmo
anche quando dentro me
sta crollando il pavimento.
Ci ho messo anni,
cazzo,
nessuno si accorge quando hai bisogno di aiuto.
Quando sono arrivato in questa nuova città,
avevo investito tutto.
Se ero in compagnia di estranei
fingevo di aver già pranzato
perché non avevo soldi
per pagarmi neanche un panino.
A 27 anni ero già stato povero, ricco,
poi di nuovo povero e nuovamente ricco.
La mia folle gioventù ha cambiato la mia vita più volte.
Non è concesso sbagliare?
Un carro trainato da possenti cavalli neri senza briglie
sta sbandando sullo sterrato,
sta alzando polvere sui lati della strada.
Ci sono due tipi di imbecilli:
quelli che non dubitano di nulla
e quelli che dubitano di tutto.
Io mi sono fidato di me stesso.
Ricevevo una quantità enorme di lettere
e messaggi di persone
che mi scrivevano che le stavo aiutando,
che le stavo salvando,
che si rivedevano in me.
Legati da un pensiero comune:
le mie poesie.
La mia vita che crollava aiutava delle persone.
Le mie stupide poesie, quegli inutili vaneggi,
erano in realtà pensieri comuni ad altri,
pensieri che facevano bene ad altre persone.
Amavo scrivere,
raccontavo esattamente quello che vivevo,
quello che provavo.
Non era musica,
era un documentario.
I protagonisti erano reali,
eravamo noi.
C’eravamo io e te,
dove tu eri la parte buona,
poi io e i miei amici come anime perse
nell’inferno che ci eravamo creati.
Entrare in strade sbagliate è facile
e uscirne non sempre è possibile.
Un film diceva:
«Ci sono diversi tipi di tossicomani.
C’è il dilettante ricco, a modo, che si fa di tanto in tanto.
Ha sempre i soldi per scappare sulla Costa Azzurra
quando sente che sta arrivando il punto di non-ritorno.
I drogati da strada lo odiano;
spesso è un pollo ma i soldi lo rendono tollerabile.
Ci sono gli sballati alto-medio borghesi
di West Chester.
Fondamentalmente uguali agli altri,
ma questi aprono gli occhi
alle loro mamme e ai loro papà
sulla piaga sociale della droga
e mettono sotto pressione il governo perché agisca.
Poi noi ragazzi di strada
cominciamo a stronzeggiare molto giovani,
verso i 16 anni.
Diciamo che la tengo sotto controllo
non ci casco io.
Ma è raro che vada così,
io l’ho vissuto.
E alla fine la droga diventa per te
un impiego a tempo pieno.
Con orari giornalieri orientati verso il buio».

I miei amici.
Quando vuoi smettere non puoi più
e la nave bianca sparisce
dentro un mare di cristallo.
Attraversando deserti giocattolo
e i tuoi occhi chiusi da segrete catene.
Ero stordito
come dopo aver visto un film di 4 ore
senza capirci nulla.
Pensavo solo a che imbroglio è tutto,
perché quella vita è come un sogno,
e non puoi fermare i sogni.
Si frantumano
e improvvisamente sei capace di tutto.
Trovare soldi per me è come trovare da scopare,
un gioco da ragazzi.
Ma i miei amici morivano
eravamo diventati violenti
e da un giorno all’altro dissi: «Basta».
Quel giorno di punto in bianco smisi tutto.
Vivere per strada mi aveva insegnato
come non sarei voluto diventare.
Decisi di investire tutti i soldi che avevo fatto.
Li investii tutti nella musica.
I miei vaneggi e le mie poesie
avevano attirato l’attenzione
di grandi nomi del panorama musicale;
mi trasferii in questa nuova città,
un monolocale con fornelli arrugginiti
in un fatiscente condominio di ringhiera:
il DM27.
Per quanto mi riguardava non era neanche tanto male,
se penso a dove avevo vissuto.
Se penso a casa di Spud che puzzava di piscio di gatto
mentre lui trafficava giorno e notte
con strane sostanze.
Clientela di ogni tipo,
h 24,
7 su 7,
365 giorni l’anno.
Supermarket.
Ricordo noi allenarci tutta la notte
ci tiravamo su ad una sbarra attaccata a una porta.
Facevamo i pesi
mentre contavamo i soldi.
Per non parlare di casa di Sick…
Una bacinella sporca al posto del lavello,
tutti fatti, mezzi morti.
In fondo il DM27 era un castello.
Pensavo che quel monolocale
sarebbe potuto essere il mio primo ufficio,
la mia rampa di lancio,
la mia Piazza Affari,
la mia Wall Street.
La verità è che non ero mai stato contento
di quello che facevo.
Avevo sempre solo desiderato di diventare ricco…
Non tanto per i soldi in sé,
ma per non preoccuparmene mai più.
L’unica cosa che amavo fare era scrivere poesie.
Presi gli ultimi blocchi di banconote,
legati con degli elastici molto stretti.
Pensai che erano abbastanza per aprire un ristorante,
ma avevo una sola chance
mentre giuravo a me stesso
che non sarei finito in quel modo.
Decisi allora di
incidere le mie poesie.
Decisi di autoprodurre un album.
Presi tutto quello che avevo,
investii la mia valigia di soldi,
gli ultimi rimasti,
sulle mie poesie.
Stupide parole su fogli di carta.
La nuova città era diversa da quella da cui provenivo,
era la terra delle opportunità,
e per me che venivo dalla città di dio,
era come l’America.
Iniziai ad applicare
quello che avevo imparato fino a quel giorno
in mezzo alla strada.
Pensavo in maniera imprenditoriale:
fogli di carta con piani scritti al dettaglio,
tutto studiato nei minimi particolari.
Uno squilibrato
che pianificava in maniera ingegneristico-ossessiva.
Dalle nove di mattina,
tutti i giorni in giro per appuntamenti,
a presentare progetti,
idee nuove.
Mi confrontavo con i professionisti,
mi rendevo simpatico, scintillante,
imparavo.
Ascoltavo e valutavo possibilità.
Pianificavo e mi imponevo
di gestire sei/sette appuntamenti al giorno.
Stringevo mani
e sedevo a tavoli con vertici aziendali,
manager di aziende, imprenditori.
Ricordo mille e forse più donne di carta
che hanno popolato l’arte e la mia vita,
lievi e ammiccanti
come il sogno di un’intramontabile Belle Époque,
in un girotondo di immagini
da far girare la testa.
Ma, mescolati a questa grande bellezza,
quanti illusionisti ho avuto vicino.
Figure mascherate da quello che non erano
cercavano di trascinarmi nella pancia della balena.
Ma intanto apprendevo
e giocando sulla quantità
sapevo che l’occasione sarebbe arrivata.
Ironizzavo su un immaginario futuro:
«Prima o poi diranno quel ragazzo è stato qui».
Sono fatalmente convinto
che la folle dedizione alla fine venga premiata.
Sono anni che immagino dove vorrei essere.
Allenamento mentale, come nello sport.
Ogni giorno mi dicevo:
«Questo sarà il giorno».
Rincorrevo e rubavo occasioni.
Affamato, assetato.
Mutando,
adattandomi.
Il mondo si offre
a chi dimostra di avere idee
che si trasformano in fatti.
Ma per proporsi ci vogliono buoni modi ed educazione.
Uscivo alle 9 e rientravo alle 22.
Alle 22 mi toglievo la camicia
e fino alle 7 di mattina scrivevo poesie.
La mattina vestivo i panni di Di Caprio
in Prova a prendermi.
Di notte ero uno sbandato,
un pazzo che vaneggiava,
uno scrittore bohémien.
Le persone che vivevano con me la quotidianità
si chiedevano come potessi,
come riuscissi a reggere quei ritmi.
Non dormivo se non tre ore a notte,
non mangiavo se non una volta al giorno,
non pensavo ad altro se non a diventare ricco.
Volevo fare arrivare la montagna da Maometto.
Ero pieno di foglietti di conti e appunti di idee.
Avevo iniziato a frequentare ambienti borghesi.
Capii subito che per colpire avevo bisogno di tre cose:
cambiare modo di fare,
cambiare modo di parlare,
e di un nuovo e scintillante paio di scarpe.
Sì, esatto,
scarpe di pelle.
Nuove, lucide e luccicanti.
Uno stivaletto nero,
classico, elegante.
Chi non si è mai chiesto
perché i venditori vanno in giro tutti agghindati?
Benvenuti dove l’abito fa il monaco.
Il venditore deve saper convincere
il venditore per convincere deve trasmettere fiducia.
Per tramettere fiducia a uno sconosciuto,
apparire ottime persone
è determinante.
È una recita,
è un’arringa.
«Signore e Signori!»
Puntai sulle scarpe e sulla cintura:
accessori eleganti che valorizzassero l’abito semplice.
Camicia nera e pantalone nero classico
erano la mia divisa;
impreziosita da stivaletti costosi e cintura in pelle vera
avrei ingannato chiunque.
Cambiai modo di parlare,
provavo a limare la cadenza.
Cambiai modi di fare,
le discussioni diventavano conversazioni.
Capii che negli affari
non esistono litigi
ma sorrisi e compromessi.
La calma è virtù
di punto in bianco,
da un giorno all’altro.
Ero un avvocato.
3

03:20 AM
Vorrei uscire a comprare delle sigarette ma l’umanità a quest’ora mi sta sul
cazzo.
Sono solo con gli dèi.
Non ci sono altre sensazioni come questa.

In principio
a trasferirci nella nuova città
eravamo solo io e Mark.
Avevamo pensato tanto a quell’impresa.
L’avevamo pianificata,
convinti che avremmo cambiato
la nostra vita.
La musica stava iniziando ad andare bene
ma io volevo diventare un colosso,
volevo costruire palazzi.
Pochi mesi prima di cambiare città
Mark aveva lasciato
la sua vecchia abitazione
per trasferirsi nella mia.
Con sé però aveva portato tutto…
vivevamo in mezzo ai mobili,
sepolti in casa
come quei programmi…
Ci ridevamo
ma era davvero così.
Finché un giorno
andò “in missione” nella nuova città.
Andata e ritorno in giornata,
il tempo di affittare un appartamento.
Una settimana dopo partimmo.
Ci trasferimmo in un monolocale
e iniziammo a fare qualche soldino qua e là.
Convincemmo presto i ragazzi nella vecchia città
che lavoravano con me allo sviluppo della musica
a trasferirsi con noi
in questo fatiscente condominio
per fare squadra.
Prima 2, poi 3, poi 4…
Cercavo l’occasione,
la cercavo
tutte le mattine,
tre ore di sonno,
mi svegliavo,
e partivo con gli appuntamenti.
Piano piano
capivo con chi fare affari,
chi avrebbe potuto
inserirmi nel business,
riuscivo a distinguere
gli uomini d’affari
dai venditori di fumo.
È il paese dei balocchi,
il gatto e la volpe
sono sempre pronti a darti una mano.
Quando capivo di essere caduto
in qualche trappola
cambiavo strada.
Quando mi legavo
con le persone sbagliate,
tornavo alle 9 del mattino con carta e penna,
una cartellina in mano,
e sorridendo
gli evidenziavo tutte le cose
che non andavano bene,
riga per riga.
Cercavo di ottenere accordi più convenienti,
o inventare vie di fuga.
Scrivevo i discorsi da fare all’interlocutore di turno
la notte prima su dei fogli.
Sapevo come avrei iniziato il discorso,
per quali punti sarei passato,
e il finale della recita.
Sapevo esattamente
dove li avrei portati,
non potevano vincere.
Tenevo tutti buoni
perché sapevo che un domani
la ruota poteva girare
e farsi parlare dietro è deleterio
per il proprio percorso,
soprattutto quando hai ragione
ma non puoi dimostrarlo.
Quando iniziavo un progetto
insieme a qualcuno
che capivo essere inaffidabile
inventavo modi per uscirne.
Facevo finta di dar loro qualcosa
mentre gli toglievo gli incarichi più importanti.
Sorridevo
mentre sapevo che stavo fuggendo.
Pagavo anche fino all’ultimo euro,
arrivavo fino alla fine del progetto,
facevo il calcolo
di quanto avrei perso
e lo mettevo in conto.
Lo calcolavo sia nel budget
sia come esperienza,
senza abbattermi,
fino al giorno in cui dicevo semplicemente:
«Grazie, ci sentiamo al più presto per proseguire».
E poi sparivo.
Vestito bene,
mattiniero,
propositivo.
Mi muovevo solo in taxi,
spendevo tutti e dico tutti i soldi che avevo
per appuntamenti
che avrebbero potuto fruttare altri soldi.
E anche il taxi era un vero e proprio investimento
messo a budget come cene e pranzi.
4

03:32 AM
Mi accendo un’altra sigaretta, iniziano a essere poche…
La testa piena di pensieri. Ho dei flash della mia vita precedente.
Aspiro profondamente e mi sciacquo la faccia.
Mi chiedo perché cazzo fumo ancora.

Dopo aver fatto qualche piccolo investimento


capii che le mille idee che avevo
non potevo svilupparle da solo.
Fu allora che decisi
che avevo bisogno di un’assistente.
Doveva essere una donna.
Le donne hanno il cervello diviso a scomparti,
cassetti ben ordinati,
basta guardare il loro armadio
e quello di un qualsiasi uomo.
Il piano era:
creare un’assistente a mia immagine e somiglianza
che gestisse i lavori
mentre io pensavo a sviluppare nuove idee
e nuovi business.
Un’altra me.
Una che fosse di bella presenza
e al tempo stesso acqua e sapone,
che trasmettesse serenità,
positività e calma.
Volevo tranquillizzare le mie prede.
E così fu. La trovai.
Era la persona perfetta,
avrebbe ingannato chiunque.
Non aveva competenze in materia
ma puntai tutto sul carattere e sul profilo psicologico.
Quando mi presentavo vestito elegante,
con la mia divisa e il mio stivaletto
nuovo nero lucido scintillante,
insieme a un’assistente educata e intelligente,
nessuno poteva immaginare che vivessi
in uno squallido monolocale periferico.
Nessuno avrebbe pensato a me
come a una persona inaffidabile
o che stessi vendendo idee,
solo delle idee, come in fondo era.
Pensavo: “Nessuno affiderebbe mai
un mucchio di soldi a uno in scarpe da ginnastica…”.
Il suo primo giorno di lavoro
la portai a un appuntamento
con il presidente di un’importante società.
Ero in ego,
mi sentivo come nel film The Wolf Of Wall Street,
ed erano i primi contatti che avevo
con le multinazionali.
Mi svegliai prestissimo,
circa tre ore prima dell’appuntamento,
più o meno tre ore dopo essere andato a dormire.
Dovevo essere in centro per le 10:30.
Decisi che dovevo presentarmi
con un paio di scarpe appena uscite dalla scatola.
Le volevo brillanti per l’occasione.
9:30 all’apertura del negozio ero già fuori,
entrai e ne acquistai un paio elegante in pelle nera.
Il mio specchio per le allodole,
il mio investimento.
Sembrava un vaneggio dire che avevo speso 1000 euro
per presentarmi a un appuntamento.
Ma non lo era affatto.
Quell’aspetto signorile, sicuro.
Quella sensazione di nuovo che ti fa sentire bene,
invincibile per tutto il giorno.
Pressappoco come quando esci dal parrucchiere
soddisfatto…
Quella sensazione che cambia i tuoi modi di fare,
i tuoi modi di rapportarti con il mondo.
Passai a prendere la mia assistente sotto casa con il taxi
e le dissi: «Oggi ti faccio vedere
come si vende il nulla ad una multinazionale».
Ironizzavo spesso sul mio passato da “scugnizzo”:
avevo atteso per giorni questo momento
e finalmente era arrivato.
All’appuntamento presentai un progetto.
Non avevo in mano nulla di concreto:
solo il mio nome, tante idee,
belle parole e un paio di scarpe in pelle lucida
che, Dio santo, splendevano come un diamante.
Nuove di zecca.
Io ci scherzavo su con i miei ragazzi,
quegli stivaletti li chiamavo “la profezia”.
Sì…
Perché incredibilmente
alla fine di ogni appuntamento
qualcuno concludeva sempre dicendomi:
«… e complimenti per le scarpe».
Avevo solo grandi sorrisi, belle parole,
e scarpe di pelle sempre nuove,
sempre luccicanti.
Dopo un anno ne avevo quasi 10 paia uguali…
Quel giorno la mia idea venne finanziata
per oltre trecentomila euro.
Da quel momento,
parallelamente alla mia impennata musicale,
iniziava la mia scalata nel mondo del business
e iniziai a investire in modo massiccio nella musica,
nello spettacolo, e nella mia prima società.
L’ascesa era imminente.
Autoproducevo i miei concerti,
investivo x, riprendevo x+y.
Oltre che preparare lo show a livello artistico,
seguivo tutto.
Un maniaco:
l’affitto della location,
l’allestimento,
la direzione dello spettacolo,
tutte le burocrazie legate all’evento,
le idee per la promozione,
la linea grafica.
Ho ricoperto qualunque ruolo,
fissato con l’idea che il dettaglio
facesse la vera differenza.
Sono un maniaco del dettaglio.
E così fu.
Producevo tutti i miei videoclip
e coordinando personalmente la regia,
il montaggio e tutti i passaggi,
dal concepimento alla pubblicazione.
Non esistevano vacanze,
non esistevano soldi per altro
se non per costruire il futuro.
Sapevo che un giorno sarei tornato a casa a Natale
pieno di regali dicendo:
«A ma’, Siamo ricchi!».
Libro Secondo

“E CI FURONO LAMPI E STREPITO E TUONI, E SEGUÌ UN VIOLENTO TERREMOTO; NON VI

FU MAI, DA QUANDO CI SONO UOMINI SULLA TERRA, UN TERREMOTO VIOLENTO COME

QUESTO.”

APOCALISSE 16, 17-18


5

04:27 AM

Non so come sto


non apprezzo quello che ho.
Mi dico ci passano tutti, poi cambiano.
L’unica persona che amo
è quella che ha provato a uccidermi.
Ignorare i fatti non cambierà i fatti.
Pensavo che la cosa peggiore fosse restare soli,
non è così,
è stare con qualcuno e sentircisi.
Mi chiedo, l’uomo sarà sempre insoddisfatto?
Forse è la natura umana.
Penso che non esista felicità.
La felicità è un momento della vita.
Io rincorro un sogno invece di godermi quello che ho.
Come rincorrere sempre un amore
che non esiste.
Come idealizzare un qualcosa di perfetto
da qualche altra parte.
Mai con le persone che ci sono,
mai con le cose che abbiamo.
Sto incassando montagne di soldi
che forse non valgono nulla
perché alcuni vuoti non si colmano.
Penso che il tempo sia l’unica cosa importante.
Ho paura di vivere una vita senza viverla.
Non voglio vivere senza ciò che voglio davvero.
Il tempo che passerà,
il cambiamento che non controllo.
Non ho più tempo per stronzate da ragazzini,
sto pensando a non morire mai.
Ma non ho paura di farlo.
Chi vuole vivere per sempre?
Fermo pensieri su un foglio.
Ho fatto virtù della sofferenza come Nietzsche.
Ma quanto ancora dovrò soffrire?
Quanto dovrò aspettarti?
La felicità è un momento?
È uno stato d’animo che ha inizio e ha fine?
Penso di sì.
Come il dolore.
Sono al tavolo con fogli davanti contratti.
Reinvesto, reinvento.
Le idee sono un’ossessione,
sono il vero modo per arrivare al successo.
Per diventare ricchi
bisogna essere pazzi.
Bisogna morire,
risorgere,
morire,
risorgere,
morire,
risorgere.
Farsi umiliare.
Nessuno capirà il tuo valore,
ti invoglieranno
a lanciarti nel fuoco,
a prendere la scorciatoia.
Ma le scorciatoie non esistono
il successo è uno psicopatico,
il successo è un bugiardo,
il fallimento è tuo marito
e la fame tua moglie.
Sono distante dal mondo.
Non ho tempo
per la guerra tra poveri
in cui hanno lasciato tutti i miei ragazzi.
Il nostro inferno minorile
bambini senza passioni,
ragazzi che uccidono ragazzi,
autodistruzione,
autolesionismo,
ragazzi che si tolgono la vita da soli.
Mi sono svegliato troppe volte da un sogno così bello
da sperare che non fosse un sogno.
La realtà è così vera da sembrare irreale.
L’essere umano non può sopportarla a lungo.
Sto regalando denaro mentre le tipe ballano al palo,
una Lamborghini gialla danza per la strada.
Mi hanno tolto la patente ma sto correndo forte,
il mio autista è vestito elegante.
Di noi diranno che non dormivamo la notte
parleranno di quei ragazzi
che costruirono un impero dalle polveri.
Sono nato scaltro a parlare,
oggi mi fanno shopping tre volte alla settimana,
mi fanno la spesa e mi preparano il pranzo.
Voglio un gigantesco castello sulle montagne,
3000 metri di altezza, per essere più vicino a Dio.
Un castello con cavalli bianchi e ponti levatoi
un trilione è il numero naturale
che equivale a un milione di bilioni,
cioè un miliardo di miliardi, ossia un milione alla terza.
Sto pensando solo a questo.
Ma so che la vita è un’altra cosa.
Mi ripeto continuamente
“non è per i soldi, ma per non preoccuparmene mai più”.
Qui se sei buono ti tradiranno davanti agli occhi,
se non avranno paura abbastanza lo faranno di nascosto.
È un mondo dove ho visto i buoni fare del male,
fare del male per fare del bene,
i bambini crescere
e diventare gli stessi grandi che odiavano.
Ho pensato: “Allora è vero…
è tutto al contrario.
il mondo è a testa in giù.
Anche io che voglio comandarlo come un dio
ma forse poi solo per regalartelo”.
Amore mio,
amore mio che non conosco,
odiami,
perché è meglio il tuo veleno del tuo niente.
Odiami e fammi del male,
fallo prima che inizi io.
Io che morirò per te, ed è cosi che ti ucciderò.
Il paradiso è davanti a noi
ma io ti mentirò di nuovo;
come se non fossi tu,
come questo amore fosse nulla.
Ti mentirò di nuovo
come di nuovo questo non fosse amore.
Come se non esistesse niente
come se fossi sicuro che l’amore non muore mai,
neanche davanti alle menzogne.
O come se fossi certo che quel poco che ho da dare
ti basterà.
Ma lo so,
non è cosi.
So che è quasi mezzanotte e ci sveglieremo.
So che ci mentiremo e finirà tutto.
So che non ti riavrò più,
e che tu sei un’altra.
Un’altra che io non conosco.
Quindi, ti prego, fammi male adesso.
Così,
dolcemente,
uccidimi.
Fallo tu prima che questo accada.
Io che sono a un passo dal cielo,
da Dio, dalla fine.
Io che sono a miglia infinite di distanza da te,
solo un cielo di seta ci avvolge,
solo questo velo di seta ci accomuna;
e noi siamo lì sotto,
ovunque siamo.
Ed è come un anello,
o come delle coperte che coprono noi due
e ci riscaldano.
Come una rete che ci tiene insieme qui,
come fosse per sempre.
Dio,
so che mi senti,
soffrire ha fine?
Amore fallo per me:
uccidimi.
Appena mi vedrai,
quando scenderò
da questa automobile.

Quando arriverò lì sotto, dopo tanto tempo.


Fai la cosa più giusta,
fà quel che sai bene
nonostante tutto essere la cosa giusta,
fallo per me,
dimenticami.
Come adolescenti:
fregatene.
Come non esistesse una fine.
Fallo prima di me:
ridine.
Perché io preferirei essere odiato da te per ciò che sono
piuttosto che il nulla.
Preferirei il tuo veleno del tuo niente.
Che mondo è questo, mi chiedo,
dov’è il paradiso terrestre?
Anche se puoi indicarmi la strada,
anche se potrei portarti
un mazzo di stelle,
anche se potrei regalarti una città:
d i m e n t i c a m i.

Non voglio più nasconderti che meriteresti di più.


Non voglio perderti di nuovo,
non voglio più svegliarmi
e capire che
non c’è posto per noi.
6

05:10 AM
Inizio ad avere colpi di sonno, gli occhi si chiudono ma sto continuando a
fumare, il posacenere ormai sembra una piscina affollata dove l’acqua
comincia a traboccare.
Nella stanza iniziano a entrare piccoli fasci di luce dalle serrande.
Odio quella sensazione, mi fa sentire strano… I primi rumori dell’alba, mi
ricordano quando da ragazzo facevo cazzate con gli amici.
Ma oggi non riesco, oggi che so che domani ti rivedrò, dopo così tanto
tempo che parlo di te.
Oggi voglio essere l’ultimo ad andare a dormire…

L’inferno non è un luogo,


ma uno stato d’animo.
La mia vita è la mia.
Questa rosa di soldi è fiorita ormai
e te la regalerò.
Sono il piccolo re
e noi siamo lune a metà,
sono il mio peggior nemico
e il migliore amico che ho.
I nostri cuori sono piccoli,
ahimè,
cerchiamo l’inesistente,
abbandonati in cento personalità.
La vita a volte sembra infinita,
a volte sembra nulla.
Scomparire e poi il buio
per sempre.
E noi una vita senza limiti,
noi…
Uomini a ogni costo,
come fumo sulla finestra,
come un fulmine verde nel cielo,
come polvere bianca,
o come un freddo dicembre.
Se non hai nulla per cui vivere,
ti conviene trovare qualcosa per cui morire.
Ho costruito il successo mattone su mattone
mettendo tutto quello che avevo.
Avrei potuto trovare un lavoro fisso
farmi crescere i capelli,
svegliarmi presto e lavorare per altri.
Ma la vita vale troppo
per non rincorrere i sogni.
Guardare mio padre lavorare giorno e notte
e impazzire.
Punti il dito verso di me
solo perché voglio credere in ciò che sento,
perché voglio vivere diverso da tutto.
Come fossimo scelti
da qualcuno dall’alto.
Come tutto fosse scritto.
Come fossimo
immortali,
come gli dèi.
O come lo fossimo davvero…
Che in fondo non siamo poi così diversi
escludendo il giorno in cui moriremo.
Sì.
Questo è il mondo in cui si vive in compagnia
e in cui si muore da soli.
Non vorrei avere niente per non perdere mai.
A volte ho l’impressione di lottare
per una vita troppo veloce,
e io so che vuol dire sentirsi morire così tanto
da sentirsi vivo.
Quel senso di solitudine immenso
che quasi mi piace,
quando il cielo di notte sembra una ragnatela
sulla città eterna.
È inutile continuare a dimostrare
che i limiti non esistono,
non ho più tempo da perdere.
Li puoi superare quanto desideri
ma il teatro dell’essere
porta solo a morire prima del tempo.
Sembra una crepa ma è una frana.
Puoi sentirmi?
C’è nessuno qui?
Sto scrivendo da un posto che non esiste,
sto buttando i soldi.
Una bellezza mora al mio fianco,
in una Porsche a due posti fluorescente.
Fumo come in California,
parlo come un ricco.
La casa è grande quanto un’isola,
posso far piovere in un giorno di sole.
Sono una diva,
sono una che ottiene tutto.
Perché so ripetermi:
“Non cadere ora”.
Anche quando sono circondato dalle tempeste,
quando tutti dubitano di me,
punto un centone che ti cambio la giornata.
Ci insegnano a essere umili
per tenerci tutti in silenzio.
La montagna alta non è così lontana,
basta partire.
Sto mungendo la mucca d’oro,
il coniglio dal cilindro,
sono David Copperfield.
Guadagno centocinquantamila in un giorno,
e voglio essere l’uomo più ricco del mondo.
L’uomo più ricco di questo mondo al contrario,
dove l’arcangelo Gabriele non annuncia niente.
Dove nessuno ha mai scritto che Dio disse all’uomo:
«Alzati e ti spezzerò le gambe».
Ma la vita impartisce lezioni,
nessuno ha scritto che Dio disse all’uomo:
«Ama e te lo farò rimpiangere».
Ma l’amore è una roulette russa.
A volte basta allontanarsi per capirlo,
allontanarsi è un istante,
allontanandosi si cresce.
Quando perdi qualcosa
finisci per odiarla.
Non sarà facile,
ma sarà così.
E tu che ricordi ancora il “me”
con i sentimenti corrotti.
Il me che amava
ma non capiva come si facesse.
Il me nel purgatorio
dove fai del male per arricchirti.
Prima di chiederti perché ho fatto questa scelta,
chiediti se in quel momento c’era una scelta.
Molte volte non c’è,
altre siamo così sciocchi da fottercene.
Ma questa è una storia di ieri,
perché tu non mi conosci più.
Ieri,
quando vivevo come fossi l’ultimo al mondo,
come fosse l’ultimo istante della mia vita ogni istante,
come vivessi la vita
solo per non essere in fondo alla scala,
per non essere l’ultimo puntino.
Cercando un sogno inesistente,
senza mai guardare quello che avevo già.
Quando la mia vita era mentire,
giurare: «Questo è l’ultimo».
7

05:45 AM
Domani verrò da te. Anche se ormai è già domani…
Odio rendermi conto che tutto il mondo ha già dormito, che il mondo
interno è già passato al giorno successivo. Tutto il mondo a parte me…
Ma domani verrò lì, verrò da te.
Forse perché la vita è ciclica o perché si torna sempre da un vecchio
ricordo.

Siamo in un labirinto di siepe,


un labirinto a matita disegnato da te.
Tu sei la ragazza che si perde nel suo stesso labirinto,
ti pungerai con delle rose,
mangerai la mela del peccato,
farfalle ti aiuteranno a uscirne,
ma non basteranno.
Questa fiaba racconta di te che seguirai un gomitolo,
nessuno sa se esista davvero.
Se dovesse esistere sarebbe
l’unico modo per farci incontrare di nuovo,
ma c’è un’altra te.
Quella “te” sta cucendo la tela sul bordo di una scogliera,
lei è l’altra parte di te,
quella che è attratta
da quello che è stato,
attratta dal nostro incubo.
Quella “te” che vuole vedere cosa succede
buttandosi giù da quella scogliera insieme.
Solo lei potrà aiutarti a uscire da quel labirinto,
promettile che ricomincerai a tessere,
così che il gomitolo ti condurrà fuori
da quel labirinto d’amore,
su quella scogliera,
dove ci incontreremo di nuovo.
Amore mio, non posso amare chi non è solo mia,
potrei fare finta,
ma sarebbe uno stupido sbaglio.
Mi chiedo: “Potrà mai questo figlio di troia
averti di nuovo?”.
Ieri non capivo
che ogni secondo è degno di essere vissuto,
ma non ho smesso di pensarti.
Avrei voluto dirtelo,
non ti ho scritto neppure ciao.
Mi piacerebbe riuscire a cercarti,
ma è stupido.
Restiamo ad aspettarci invano,
fino a che non saremo sopra quelle rocce insieme,
e non spezzare la magia,
potremmo scoprire che siamo ancora all’inferno,
dove si ama qualcuno che non si può avere più.
Dove è meglio accorgersi delle piccole cose
perché un giorno ti volterai e capirai che erano grandi.
Questa è una favola con un finale?
I ricordi li ho chiusi dentro una scatola
come quel film Il favoloso mondo di Amelie.
Perché tu meritavi un po’ di amore.
Bukowski diceva:
«Le due più grandi invenzioni dell’uomo
sono il letto e la bomba atomica,
il primo allontana le noie, la seconda le elimina».
Io e te siamo solo polvere,
pezzi rimescolati,
rimessi insieme,
presi da un’altra epoca, forse.
Non amare nessun altro
perché io ti ritroverò nella prossima vita.
Ovunque tu sia.
E non farmi credere che non desidererai nient’altro,
stai parlando con il diavolo.
Io so quanto è debole l’uomo,
l’amore,
il mondo.
Quanto più sei grande
più sei debole.
Ma noi siamo gli unici due
che sanno di essere uguali,
gli unici che sanno che si amano perdutamente
solo quando non si posseggono.
Qualcuno dice che la storia
sembra si ripeta ciclicamente,
che cambino solo i protagonisti,
ma la nostra storia
non si ripete mai
e la giustizia divina e quella terrena
hanno sempre verdetti diversi.
Quindi, Penelope,
chiudi gli occhi
e fallo.
8

06:25 AM
Non ci basterà una vita per conoscerci davvero, ma non basterà questa vita
per scordarmi di te.
Ti prego, non diventarmi come le altre, perché non c’è nessuno che ti voglia
così tanto come me.

Due sono le fasi fondamentali:


fase 1 pianificazione,
fase 2 operativa.
Esatto,
“le fasi”,
perché nulla accade per caso.
E comunque io non volevo
costruire una casualità,
ma un palazzo dalle solide fondamenta.
Quindi bisogna pensare l’idea,
progettarla,
pianificare bene ogni mossa.
Avere un prodotto all’altezza
e saperlo vendere al doppio.
Restare per sempre:
questo è il mio piano.
Descriverò i miei stati d’animo:
universali, comuni,
qualcosa che mi legherà profondamente
con chi mi capirà,
perché proviamo tutti le stesse emozioni.
E così quando il mondo dormiva
e io ero l’ultimo al mondo sveglio,
tutte le idee erano lì,
solo per me,
e basta.
Tutte le idee del mondo,
mie.
Come essere tutti intorno allo stesso fuoco
in una notte inquieta,
ma mentre il mondo vive la pace dei sogni,
tu sei l’unico sveglio ad ascoltare i pensieri
che volteggiano liberi;
come a cercare conforto
dalle parole di un vecchio saggio
che racconta ai più piccoli.
Per me stesso
non penso esista
psicologo migliore
di me stesso.
Scrivo i miei pensieri da sempre,
mi conosco
conosco nuovi lati di me,
nuovi pensieri.
Mi sorprendo,
mi analizzo.
Sono il mio psicologo.
Lo stesso che mi ha salvato la vita,
quando ero solo e scrivevo su un foglio,
scrivevo come mi sentivo, cosa provavo.
Cos’è la solitudine.
In questo modo capivo il perché,
mi davo spiegazioni.
Cosa mi avesse portato a sentirmi così.
Pensavo a cosa avrei voluto dalla mia vita,
soluzioni.
Quando scrivevo poesie a 15 anni,
credo tentassi inconsciamente
di analizzare il mio carattere,
la mia situazione,
la mia famiglia.
Scrivevo che non sarei voluto
diventare come i miei:
insieme da una vita,
50 anni e non dirsi più nulla.
Capivo chi fossi,
cosa volevo per me,
e quei pensieri diventavano preziosi.
Imparavo a prendere le cose peggiori
e trasformarle in poesie,
imparavo a scrivere canzoni.
A 20 anni ero solo e in cerca di un aiuto.
Disprezzavo me stesso,
odiavo la mia vita,
reputavo sbagliato quello che vivevo,
io prego davvero esista il cielo,
dai palazzi ce ne andiamo.
Il luogo in cui ero cresciuto
aveva condizionato le persone che amavo.
Formicai.
Alveari.
Neri scarafaggi che sognavano di trasformarsi
in api regine,
famiglie in quaranta metri quadri
ingiustizie.
Il senso di nullità che annienta le anime.
“Non avere”
non è una condizione
ma un’ossessione,
una malattia.
Cresciamo con le favole,
la scarpetta fino a mezzanotte,
ma la vita è una tragica poesia.
La vita è cinica:
prosegue senza di noi.
Lei non ha compassione,
lei non piange,
lei dimentica.
È vero.
La vita è schietta:
non ha pietà per alcuno dei suoi figli.
Ti farà avere paura,
ti farà piangere,
cosa ti succederà te lo farà vedere
fino al giorno in cui te lo farà provare.
Ma a noi no,
e saremo noi a fotterla.
Bisogna costruire una strada,
riderne.
Possiamo essere chiunque.
Capisci chi sei,
chieditelo.
Lì troverai la chiave del tuo vero “io”,
la consapevolezza di chi si vuole diventare.
«Dimmi chi sei» mi urlava mio padre,
«Devi dirmi chi sei…»
Il più grande insegnamento della mia vita,
forse la vera chiave della mia storia.
La domanda che mi ha portato fino a qui oggi.
Sono grato a mio padre,
severo, autoritario e non presente.
Quell’ossessione per l’ambizione,
quella fame di sapere
e quell’inconsapevole lasciarmi la mano
che mi ha permesso di correre da solo.
Questi sono stati tra i miei più grandi insegnamenti.
Capisci cosa ami.
Solo tu sai chi puoi essere.
La scelta che ti spaventa di più
sarà quella che ti aiuterà a crescere.
Prova.
Buttati.
Cosa vuoi dalla tua vita?
Sperimenta.
Osa.
Il primo modo per diventare ricco è semplicemente:
capire chi sei.
Dimenticati del resto:
passione,
dedizione,
costanza.
Se ne hai la possibilità
non accettare
lavori casuali.
Non rincorrere un facile guadagno.
Niente uova per il menu di oggi.
sto mettendo su l’acqua
per bollire per bene la gallina di domani.
Il percorso è uno solo:
investi tutto.
Tempo,
denaro.
Rinuncia,
soffri.
Scordati momenti per te,
scordati il sonno,
rimanda i pasti.
Il successo è solo avere il coraggio di fallire tante volte.
Il successo è fallire.
Il successo è credere di essere un fallito,
credere di aver fallito.
È soprattutto credere che sia la fine,
i dubbi sono la tua colazione,
le contraddizioni di uno psicopatico
legato a un letto.
Il successo è rinunciare a quello che hai,
in cerca di niente.
Il successo è costruire
castelli di sabbia.
Soldi che sembrano essere fantasmi.
Chiederti se stai sbagliando
è una lezione di tutti i giorni,
sbagliare è la prassi.
Perché tu stai sbagliando
e sarà giusto farlo.
Dio impiegò sette giorni a creare il mondo.
Il disegno che hai in mente
all’inizio sembrerà solo una stupida linea,
solo stupide linee,
ma nella tua mente è già un disegno.
Quell’idea che nessuno vede
diventerà un quadro che tutti ammireranno.
So che ci devi credere ogni giorno,
so che quando lo fai si materializza.
Visualizza una cosa e portala a termine
in qualunque modo.
Ripeti a te stesso:
“Costanza, dedizione”.
Bisogna inchinarsi.
Mettiti con quelli meglio di te e impara.
Da ragazzo per strada ho imparato a vendermi,
a diventare scaltro,
a guadagnarmi venti euro,
a portare il culo a casa.
Quando hai un brutto presentimento,
ascoltalo.
So che esiste il karma:
fai del bene e riceverai di più.
Fai del male e tornerà senza farsi aspettare.
Ogni cinque anni puoi cambiare la tua vita
in modo determinante,
ma puoi scegliere se farlo in meglio
o farlo in peggio.
Il paradiso va guadagnato,
bisogna sapere che sarà in base
a quello che ognuno farà,
che bisogna far girare un “orologio” speciale.
L’orologio che conta le ore
che investirai per rincorrere il tuo sogno.
Tutti i giorni.
Capisci chi sei,
capisci cosa ami fare,
poi sacrificati.
Ora, in questo momento esatto,
migliaia di persone
stanno facendo girare i loro “orologi”,
pianificano ed eseguono,
tutti i giorni.
Più tempo dedicherai più sarai il primo,
sennò altri prenderanno il tuo posto.
Ed è giusto
perché le chiavi del cielo
vengono consegnate nelle mani di chi le merita.
Quando vivevo con mia madre
ricordo lei svegliarsi
e trovarmi tutte le mattine ancora lì,
esattamente dove mi aveva lasciato la sera prima.
«Ancora sveglio??? Corri a dormire!»

Avevo 14 anni,
con lei fingevo,
mi imbarazzava dirle che stavo scrivendo poesie,
che stavo mettendo su carta la nostra vita,
qualcosa su di noi,
sulla nostra intimità,
sulla nostra situazione.
Tutto quello che tenevamo nascosto al mondo.
Avevo paura di tradirla,
non volevo svelare il nostro segreto.
Sono quindici anni che non dormo,
quattro anni che non vado in vacanza.
Mai un giorno di stop,
in coda per la gloria.
E mentre le lunghe lingue parlavano,
mentre cercavano di confondermi,
di farmi credere di essere solo un pazzo,
un povero perdente,
io andavo avanti,
sapendo che per arrivare all’alba
non c’era altra via
che la notte.
9

07:01 AM
Non ho dormito.
Chiamo il mio autista. Esco di casa, mi sento incorporeo.
Mi sento svanire come uno spirito, come un sogno alla prima luce
dell’alba.
Ma l’aria fresca in faccia, il ticchettio dei miei passi sul vialetto mi danno
un vago senso d’Essere…
O invece sono il silenzio fuori e il rumore dentro la mia testa?
Non so.

La passione è come una donna,


È come il più grande amore.
Quell’amore per cui morirò.
L’automobile è ferma davanti al cancello.
Dominique, vestito di scuro,
in piedi appoggiato alla portiera,
sta fumando assorto
nei suoi pensieri.
Appena mi vede,
getta la sigaretta
e con un gesto meccanico
mi fa salire.
Gli dico: «Passiamo a prendere l’avvocato».
La sagoma dell’avvocato,
sul marciapiede,
curva sul telefono,
è bidimensionale come un plotter
su una parete di luce grigiastra.
L’automobile accosta,
l’avvocato apre con energia la portiera,
si siede accanto a me.
Dice che ha dormito poche ore
perché è rimasto a scrivere contratti…
è così presto che anche lui è un mix
di indolenza e vivacità.
Chiude la portiera
un po’ troppo forte.
Provo una fitta di dolore alle tempie,
attacca subito a parlare di immobili convenienti,
zone su cui vale la pena di investire,
dice che abbiamo acquistato lo stabile
che avevamo in ballo.
Dice che probabilmente quest’anno
faremo il doppio dell’anno precedente,
e circa quindici volte dell’anno prima.
Lo ascolto con interesse senza dire nulla.
È successo tutto così in fretta,
mi chiedo cosa stia succedendo.
Per una frazione di secondo
mi sento la persona sbagliata.
A volte penso di vivere in uno di quei film in cui alla fine
vedi il rewind della storia
e ti accorgi che l’avvocato non è mai esistito.
Che in tutte le scene
dove pensavi ci fosse lui,
in realtà non era presente.

Una sorta di Shutter Island


in cui alla fine mi accorgerò
di essere solo un povero pazzo
e di avere immaginato tutto.
Oggi mi aprono la porta e mi danno del lei,
ma sono stato fregato anche io da ragazzo.
È così forse che ho imparato a scegliere i partner giusti.

È tutto reale.
Oggi posso avere tutto quello che voglio.
Tutto a parte lei,
lei ormai è solo una parte del mio carattere.
Anche se la ignoro,
la tengo a distanza,
il pensiero di lei mi suggerisce poesie.
Lei che ha visto quello che ho visto io,
ma un giorno ha deciso di mettere ordine.
Penso che nel suo mondo
abbia assegnato a ciascuno un posto
e un significato.
Io non ho posto nell’ordine.
Non mi chiedere di avere un posto definito,
è la negazione stessa del principio di vita.
Chiedimi tutto ma non la normalità.
Comprerei anche il tuo amore se solo si potesse,
ma sono migliorato
non sono più quel cazzo di essere bipolare,
sono la mia parte buona ora.
Rispetto a ciò che avevo nel cuore
il polo nord era bollente.
Ho avuto crisi di nervi,
crisi di affetto.
Mia “mamma” era
un pericoloso ciccione di cinquant’anni,
“papà” un sistema corrotto
che ci dava da mangiare le briciole
in cambio della nostra immaginaria libertà.
Come se comprare vestiti da migliaia di euro
fosse vivere.
Ho mantenuto il controllo
mentre gli altri lo perdevano.
Ho smesso di odiare
quelli che mi odiavano.
Ho imparato a essere giusto.
Sono riuscito a sognare,
a non fare del sogno il mio padrone,
non mi sono stancato mai di aspettare.
Sono riuscito
a non rovinarmi con le mie mani,
ad avere fiducia almeno in me stesso,
persino ad ascoltare gli altri.
Non ci credi vero bellezza?
Ho affrontato il trionfo
senza guardare le vittorie.
Ho affrontato la rovina
ricostruendo tutto da capo, di nuovo, piano piano.
Ho resistito senza più volontà,
da solo.
In fondo tutti hanno bisogno di abbracci
e di lunghe telefonate.
Se riesci a camminare con i re
senza scordarti della gente,
se riesci a dare valore a ogni minuto che passa,
tua sarà la terra.
Sono le 08.00 in punto sul quadrante del telefono.
Non me ne è mai fregato niente del tempo,
possiedo begli orologi ora.
Sono una farfalla con le ali nere.
La osserverò nel suo volo fino a che si fermerà
per immedesimarsi nel fiore più effimero.
«Io sono Cathy e tu Heathcliff».
«Chi sono?»
«Un incendio e una bufera
che si scatenano insieme
lontano dagli sguardi degli umani,
due fiere del deserto
che si amano perdutamente,
roba che i tuoi simili non sospettano nemmeno.
Lui è uno zingarello
venuto da non si sa dove,
lei una fantasiosa fanciulla selvaggia della brughiera,
un ciuffo di erica.
Non hai letto Cime Tempestose?»
«È questo il tuo sogno?»
«Dico solo che l’arte se non scaturisce dall’amore
non è arte,
è artificio.»
«Okay, c’è della marijuana qui?
Dai, leggi!»
Ti sdrai sul pavimento con un cuscino sotto la testa,
accendi la canna.
Io comincio a leggere,
tu chiudi gli occhi.
Trascorrono diverse ere e noi siamo ancora lì,
tu nella stessa posizione.
«Dormi?»
«No, sto ascoltando, vai avanti!»
Passa ancora un pezzo di notte.
«Fine!»
«L’amore tra un demonio e un fantasma…
Figo…»
«Spogliati, voglio vedere come sei fatta all’alba.»
Ti sbottoni la camicia e sfili i calzoni
senza staccarti dal pavimento.
«Spogliati anche tu.
Facciamoci una foto.»
Uno due tre autoscatti di profilo
seduti uno di fronte all’altra,
intenti a farci i ritratti.
Scoppiamo a ridere.
«Sto per partire.»
Ti sollevi da terra
come se fosse finito l’effetto di un elisir d’amore.
«Per dove?»
«Vado via, in un’altra città.»
«Non sai fare altro vero?»
«Ho un po’ di soldi.
Sento che è il momento giusto.»
«No. Non puoi farlo.»
«Devo andare.»
La porta si spalanca,
io, la faccia china sul telefono.
Torni indietro come una folata di vento,
me lo sfili dalle mani
lo tieni in alto pinzato tra due dita
come fosse un ragnetto.
«Quanto può durare questo, eh?
Cento, trecento, mille anni, per sempre?»
Poi lo scaraventi sul pavimento…
«Io non voglio essere me stesso,
io voglio creare me stesso.»
Ringhi con la fronte contro la mia,
i nasi spostati e vicinissimi,
ci scambiamo l’anima.
Gli occhi storti che sfuggono
alla pressione delle tue palpebre
per continuare a vedere.
Siamo completamente scomposti,
i connotati e le emozioni
tutti disposti sullo stesso piano,
come un Picasso.
Entrambi mortalmente pallidi e sconvolti,
eppure guardami oggi,
pensavi fosse un vaneggio, vero?
Guardami oggi.
Tornato da gironi danteschi.
Le donne mi cadono ai piedi,
posso prendere la Fontana di Trevi
e mettertela al collo
solo per dimostrarti che nessuno
sarebbe in grado di fare quello che farei per te.
Solo per dimostrarti chi cazzo hai davanti.
Piazza dei Miracoli?
Prendila, è tua.
Farò incastonare il Duomo su un anello,
poi te lo regalerò.
Vivremo in un castello,
la cucina sarà a Capri,
il salone a Courmayeur,
i corridoi saranno aeroporti
e avremo una vasca che somiglierà ai tropici.
Imparerò ad amare per te,
prendi il mio cuore e cucinalo.
Non importa.
Perché quando sono con te
il diavolo si placa.
Sei un tuono che scuote da lontano,
così dolorosamente sfuggente.
Quanto odio tutto questo…
io che ho preso tutto quello che volevo.
Tu che azzeri i miei desideri,
tu che mi anestetizzi.
Sento come una vaga idea di felicità
che si affaccia alla mente.
È la mera idea della libertà, forse.
Sono con te in questa bolla onnisciente
completamente fuori,
appagato.
Tu esisti come nessun altro sa esistere.
Il silenzio dopo la distruzione,
l’assenza di suoni dell’estremo dolore
ma siamo solo un’idea.
Hai ragione tu,
diresti che io ti ho idealizzata,
che ora è tardi.
Io direi che è la mia vita,
che non sei tu,
che non parlo di te,
racconterei del come le persone
sono perennemente innamorate
di un ricordo,
solo di ciò che non hanno.
Tutto qui.
Ma la verità è che questo è Shakespeare.
È la tragedia che diventa
una folle opera di successo.
Tu sei la protagonista di questo amore
che si scrive da solo,
qualcosa di ormai talmente inesistente
da diventare affascinante,
talmente affascinante
che ci avvelenerà.
E non è teatro,
non c’è uno stupido copione,
non ci sono attori a interpretare personaggi,
non esiste il “come se”.
Questo è reale.
Siamo io e te.
«E così con un bacio io muoio.»
Ed è cosi che tu tornerai.

È La dodicesima notte.
È Amleto.
È Sogno di una notte di mezza estate.
È la fiaba che conoscono tutti,
ma che nessuno ha mai vissuto.
L’atto di distruzione che cambia la storia,
dopo tutto sarà diverso.
È quando la mente si estremizza
nel corpo del mondo,
voglio che questa scena sia in movimento,
che si muova così velocemente da non poterla fermare,
da non riuscire ad afferrare le parole del dialogo.
Forse non ho bisogno di vederti,
mi basta sapere che esisti da qualche parte.
L’idea dell’amore che finisce.
E alla fine lo hai fatto.
Sei sparita davvero…
Libro Terzo

“INNANZI AL SUO SGUARDO LA TERRA E IL CIELO SCOMPARVERO, E DI ESSI NON SI

TROVÒ PIÙ TRACCIA.”

APOCALISSE 20, 11
10

08:24 AM

Sto parlando da solo,


ho finito per perdere qualcosa e odiarla,
per un tempo indefinito ho smesso di parlare,
ho vissuto offline.
Ho accettato la nostra morte,
ho dovuto coprire gli specchi
perché sapevo
che lì dentro avrei trovato una ingannevole te,
perché sapevo
che avrei visto il colpevole.
Perché non capivo se fossimo mai stati in due,
chi fossi tu.
Non sapevo chi fossi diventata
fuori dalla mia immaginazione.
Ho ammirato in te il coraggio di Abramo.
Io sono solo colui che compie il destino
di portare la coscienza all’estremo.
Il sacrificio della materia
in nome di un concetto impersonale,
amletico,
nichilista.
Ho odiato me stesso,
enigmatico, rarefatto,
attraente, respingente.
Ho dipinto decine di quadri,
in tutti c’è qualcosa di te,
ogni parola l’avevamo assaporata insieme,
questo è il segreto del loro valore,
le mie poesie sono nate qui.
Le parole non invecchiano.
Poi, dopo la creazione,
giungeva il silenzio.
La vita è altra cosa da ciò che si scrive,
l’abbandono è solo una questione di tempo,
e il tempo è la categoria più noiosa
e intollerabile con cui mi tocchi di avere a che fare.
Ma amo i suoi discendenti:
i temporali.
Sì, li amo,
ora che il mio angelo ha studiato
tutto quello che avevo da insegnare,
anche la crudeltà.

Ora che
la tua voce è passato,
e Tu sparita, nel nulla.
Nulla più.
È così facile dimenticarsi,
ho fatto sempre finta di accettarlo.
Voglio un paradiso con Elvis e Marilyn,
voglio essere una popstar come Jackson,
glam come Bowie,
punk come i NOFX,
rockstar come il 1970.
La distanza mi ha reso pazzo,
desiderare solo di nutrirsi
di questa assenza.
Un’estasi della mancanza.
Non è un amore erotico
che aspira al possesso dell’altro,
il nostro.
Anche.
Ma è l’amore di due
che vivono in paradiso tra anime e ricordi,
forse è solo la mia ossessione del restare per sempre.
L’eterna giovinezza,
Dorian Gray.
Tu invece sei pura,
a te non interessa il tempo,
il tempo che passa.
Nel tuo mondo il tempo non esiste,
nel tuo mondo le banalità sono ricchezza,
e le piccole cose valgono.
Un mondo anticonformista,
una rivoluzione per l’immaginario della donna di oggi.
Imponi un modo di essere femmina
che non accetta compromessi,
che detta le regole della seduzione,
che decide cos’è la bellezza
e determina il principio di attrazione.
La tua personale visione dell’amore
estetizzante,
artistica,
non poteva convivere con il mio lato materialista.
La parte di me che genera abbandono,
e l’abbandono fa andare fuori di testa.
Ma io so fottermene di tutto e di tutti benissimo,
so passare anni di prigionia
dentro un sogno che si realizza,
mantenendo le caratteristiche del sogno…
Perdendo il controllo ma mantenendo la testa.
Io che non mi mescolo con la realtà
perché di lì non voglio uscire mai.
Come se mi fossi chiuso in una stanza
con le due-tre persone che stanno sognando con me.
Io che ho paura di uscire fuori,
di sentire gli effetti dell’astinenza.
Io che perdo le persone
per rincorrere un’illusione.
Io che spendo tutto quello che ho
per ricomprare la casa in cui sono cresciuto.
Io che riproduco la realtà
per cercare stati d’animo tra i miei ricordi.
Il mio mix di allucinazioni e arte
nato dalla deriva,
dallo sbando,
dalla violenza e dall’avidità.
Per me questa è la realtà,
il fuori è un mondo falso e confezionato
in cui al massimo vado a fare la spesa.
Io che vivo lontano,
che vivo ogni giorno in un posto diverso,
che vivo in hotel.
Io che non so dove sia casa mia,
che vivo per me,
che non vivo per nessuno.
Che ho lasciato la città che mi ha cresciuto,
che ho abbandonato i miei amici all’inferno,
la mia famiglia di amici.
Io che cerco di salvarli
ma senza successo.
L’utopia di libertà che ho creato
nella mia infanzia senza briglie,
l’idea di crescersi da soli l’un altro.
Sono cresciuto in una comune di artisti,
figli di disperati, scappati di casa.
Eravamo piccoli,
siamo cresciuti nella foresta.
Soli.
Sono io, Amleto.
Lucifero il ribelle.
Sto dando fuoco alla mia anima
perché il mondo fuori è vuoto,
l’amore non c’è più,
l’amore è un deserto,
il clima è apocalittico,
intriso di una visione pornografica,
perbenista e razionale.
Odio la Ragione.
La morte del principio vitale,
i sentimenti escono a sprazzi
morenti, estranei.
Il “ritratto che invecchia”
è il mondo che mi circonda.
Non noi.
Noi resteremo per sempre.

Corriamo veloce su una Ferrari,


pensiamo oltre ciò che è nuovo,
il presente ci passa tra le mani vecchio,
corrotto.
Vivere con i brividi,
la paura,
rischiare.
So che vuol dire, ho già imparato tutto.
Stretti in un abbraccio a distanza,
stiamo già abitando una civiltà
che deve ancora venire.
Facciamo la nostra musica,
ma non riascolto le mie canzoni,
tutte parlano di quello che eravamo,
tutte già scritte al passato.
Tu amore non potrai mai capire:
non siamo mai stati insieme,
non ci siamo mai lasciati,
non esiste questo dilemma
dove ti sto portando.
Io non sono partito da qui per arrivare lì,
e tu lo sai,
il mondo fuori è cinico,
è ingiusto,
è violento contro i deboli.
Insensibile,
come me.
Non riuscirei a non approfittarmi delle persone,
mi verrebbe così naturale.
Non voglio vivere lì.
Voglio comprare Saturno e rivenderlo.
La stanza si riempie di giallo e di rosa,
Rothko è passato di qui.
Due colori che non si devono mai fondere:
il rosa della glassa dei bignè,
il giallo della crema.
Pensa l’effetto che avrebbe sui miei nervi
il giallo che brucia il rosa,
rosa bruciato.
Solo io posso capirmi,
dipingo il tuo ritratto
tu che vieni verso di me.
Sto sognando,
sono agitato,
mi rigiro nel letto.
Le labbra si muovono senza articolare suoni.
Ho preso il tuo ricordo e ci ho fatto dei soldi,
ho venduto il nostro amore.
Non è Il cielo in una stanza,
non è quella stanza senza pareti,
non c’è Mina a interpretare questo capolavoro.
Sono solo io
che vendo il nostro amore.
Sto pensando con gli occhi fissi sul soffitto ma ciechi.
Ho scritto le mie poesie nei momenti peggiori,
quando mi svegliavo di colpo nella notte.
Non voglio perdermi nemmeno un dettaglio del sogno,
me lo rimetto da capo,
poi di nuovo.
Me lo riguardo decine di volte
prima di compiere un movimento
che potrebbe cancellare tutto.
Ma tutto ha una fine.
Decido che questo è il significato del sogno,
sto scrivendo i miei pensieri,
sì hai capito bene,
li sto vendendo.
Stanno uscendo assegni da tutte le parti.
Il nostro amore in vendita mi ha reso ricco,
il rosa e il giallo insieme
sono lo sfondo perfetto per la mia camminata libera:
tu che vieni verso di me,
correndo.
Non sei sicura di amarmi,
vuoi verificare.
Tutti ci guardavano senza farsi una ragione
del nostro essere insieme,
la strana fiamma nei nostri occhi
che brucia chiunque la incontri.
Ti alzi dal letto e ti vesti velocemente come un tempo,
anche se ora sei quella che desideri
e anche io.
Io elegante come un rapace,
tu indecisa su cosa indossare.
Tu che hai la vita normale che hai scelto,
io che non so quale palcoscenico mi attenda,
quale tragedia hai preparato per me.
Sto male perché nel sogno non posso parlare,
legato al sogno come la scenografia
di un tempio antico
raccolgo le scatoline
con dentro i miei sentimenti per te.
Una a una le prendo dalla mensola di casa tua
su cui le avevo disposte in un ordine casuale.
Il Caso.
Non è mai stato tanto determinato
come da quando mi frequenta.
Non puoi farci nulla.
Le scatole spariscono tra le mie mani,
ed è colpa mia.
Le mie peggiori pulsioni, il mio lato oscuro,
la mia personalità aliena, marziana,
irraggiungibile.
Non serve che mi guardi, il sogno lo sa
ma la verità è che tu non mi conosci più,
e perderesti la testa
per questo
pazzo figlio di troia.

Tra poco mi sveglierò.


L’inconscio ci lascia galleggiare per un po’
nelle sue acque preistoriche.
Poi quando usciamo ci resta un vuoto
e stupide sensazioni come conchiglie
che quando si avvicinano
ci fanno sentire il suono della solitudine.
La tua matita nera
che calca profondi confini invalicabili
intorno a due punti limpidi di paradiso.
Non la mia vita astratta e premeditata,
la bellezza è l’accordo tra noi.
Ambiguità,
il punto di fusione del maschile e del femminile
i tratti che combaciano alla perfezione come noi
e i travestimenti.
Sei l’unica che mi ricordi me stesso
e mi riporti a me stesso.
Un gioco di consonanti e consonanze,
eppure le idee migliori
sono quelle che stanno chiuse nei manicomi.
I miei pensieri sono color catrame.
La testa cade libera da qualunque legame terrestre,
un miscuglio di leggerezza e fervore.
Il taglio geometrico oggi lo trovo troppo simmetrico.
Tu daresti una sforbiciata dritta, sinistra,
fermissima sopra l’orecchio destro.
La tua frangia divide perfettamente la fronte a metà:
una coordinata spaziale indispensabile per me,
la discriminante tra materiale e immateriale.
Mi hai chiesto tu di venire oggi stesso
ma io ancora non so come.
Quanto siamo diventati bravi con la finzione.
Acqua, fuoco,
voglio fare con te questo gioco.
11

«La roulette russa non è la stessa cosa senza una pistola.»

LADY GAGA

09:18 AM
L’avvocato è arrivato a destinazione.
Vorrei esprimergli riconoscenza ma il mio saluto è monotono. Sto
imparando a esternare quello che provo.
Mi sento stranamente indifeso ora che sono solo in questa macchina così
familiare. Sfioro la pelle dei sedili, la sento vibrare. L’abitacolo che
diventa stretto, intimo come un abbraccio amniotico.
Un ventre pronto a partorire qualcosa di grande.
Le buone maniere dell’autista mi fanno sentire ancora più solo, perché
quelle invece non sono familiari, fanno parte del mondo finto che sto
comprando.

Voglio andare al museo T


a vedere al buio, illuminato solo da una torcia,
il tuo ritratto,
per sapere di te più di chiunque altro.
Solo per conoscerti di nuovo.
Spero di trovarti con un filo di quel rossetto rosso
che sai che mi piace.
Tu leggerai «Scusa» sul mio volto.
So che penserai…
Non chiedermi niente perché ti mentirò,
voglio solo che ti spogli.
Non mi occupo di un mondo che non è fatto per me.
Vita è la visione di ciò che sta fermo,
l’armonia è stata la nostra presunzione.
Il deserto o il tramonto?
Dove vuoi che ti porti questa volta?
Una Rolls bianco perla nel deserto del Burning Man?
Come vuoi che bruci?
Sto incendiando la mia anima
solo per scaldarci intorno al fuoco.
Solo per te.
«Allora cazzo muoviti, tira fuori quelle fottute parole!»
dico in equilibrio sul proscenio del cielo,
il filo dell’orizzonte, come Philippe Petit.
Ricordo quando avevo la bandana sul volto.
Le braccia aperte e in una mano
una pistola puntata contro di me,
con l’altra mi aggrappavo all’ala di un angelo.
«Chi sei? Un ladro, un delinquente?»
«Sono un uomo d’affari, stronza!»
Tu conosci i miei peccati…
la fiaba nata dalla violenza,
meraviglie sbocciate dalle ferite,
orbite intorno ai polsi,
quella voce di donna che mi sussurrava come salvarmi.
Non è arroganza,
voglio un mucchio di soldi.
Abbandono la poesia,
Rimbaud,
accecato.
Quale delle tue personalità
rovina le altre?
È la domanda che faccio a me stesso.
“Femme fatale”
non mi sto ribellando…
Guardami!
Giovane ricco figlio di puttana con la cravatta,
che ti immagina nuda
come questa chitarra.
Mi hai detto:
«Non cambi mai!»
Hai ragione, penso.
I miei traffici non sono mai finiti,
solo sono cambiate le persone,
più a modo,
la gestualità, più garbata,
ed è cambiata la posta in gioco.
Tu sai che posso essere chiunque
dopo aver banchettato con i diavoli.
Tu sai che sono un amabile ragazzo
semplice ed educato
col serpente al guinzaglio.
Il romanziere che rovina il poeta,
tutto sotto controllo.
Ma le luci non si spengono mai,
come in una cella di massima sicurezza.
A volte mi sento sbiadire,
divento pallido,
evanescente nei miei abiti impeccabili.
Il manichino invisibile della nuova collezione.
Per tutte le epoche.
A volte è un teatro, è una recita,
ma l’uomo d’affari appare soddisfatto,
i soldi sono cifre sul conto,
calcoli matematici.
Un altro passaggio di livello nel game business.
Non devo nemmeno sporcarmi le mani.
Ci crederesti?
Devo solo stringere mani…
Pensa come sono cambiato.
L’artista immorale e la sua dolce ossessione
in accordo con il nostro tempo.
Salvi.
Non è questa per te la mia opera migliore
ma questa parte di me ti piacerebbe…
L’illusionista.
Tiro fuori simboli di corruzione
dalle maniche della giacca.
L’arte rappresenta lo spettatore,
fa notare Oscar Wilde,
ma anche ci ammonisce a non varcare
i limiti di questa apparenza.
Sarei tentato di farlo.
Hai visto?
La mia brutale sicurezza non era solo un vaneggio,
ora ci credi?
Sto guidando una Ferrari rossa,
le telecamere riprendono quello che faccio e dico
così posso continuare a farti vedere
quanto non esista nessun altro come me.
Ma lo spettacolo non è finito,
ora sto in quell’attesa da acido
che precede l’adrenalina dei ricordi.
Tutta l’esistenza che si srotola insieme alla solitudine,
A volte questa zona di agitazione, di paura,
è come se mi piacesse,
lo spettacolo deve ancora iniziare…
E tu rimarrai a bocca aperta,
ti chiederai come io possa essere così in alto,
come possa essere arrivato fin lì.
Ti chiederai cosa ci fai con quel ragazzino.
Ti chiederai perché non sei con me
su una cabrio a 260 orari direzione Key West.
Dimmi che sono uno schifo,
che non mi devo permettere,
ma guarda con i tuoi occhi se non avevo ragione.
Sono il diavolo in persona,
e tu sei come me.
I tuoi amici non capiscono l’amore trascendente,
i principi primi.
Pensavano che io e te
non c’entrassimo nulla l’uno con l’altra.
Che non fossi quello giusto.
Ma cosa c’entra la giustizia con la natura?
Noi siamo tutto o niente.
La passione che si arma
per difendere il mondo dall’autodistruzione.
Sono Socrate, Shakespeare, Omero,
lascio in giro i miei pensieri e le parole.
Il genio è moltitudine.
Non credo nel genio individuale,
sono anti individualista.
Quante volte abbiamo spezzato i confini dell’io!
Altrimenti non avresti potuto prendere
le distanze da me.
Tu sei me.
La persona più distante diversa e simile a me.
Forse questo è uno dei motivi
per cui non potremmo non farci male,
ma non tutto è filosofia.
Non credo esista pratica più dissoluta della riflessione,
dato che comprende ogni cosa.
Guardami.
Vuoi insegnarmi come si parla?
Vorresti dirmi come ci si comporta?
Sono Jordan Belfort,
sono un toro in un’arena offuscato dal rosso,
un uomo di grandi appetiti.
Mi volevi parlare di arte?
La vita come vedi crea le sue opere.
Sono una cazzo di scultura vivente,
sono una cazzo di opera
esposta al MOMA di New York.
Arte contemporanea.
Ho trasformato noi due
in uno dei più grandi spettacoli di successo.
Sei tu,
Ofelia.
Egoista? Edonista? Materialista?
Chiamami come vuoi
perché tanto non mi conosci più,
sono il cervello in persona,
sono lo spermatozoo che nuota più veloce di tutti,
sono un mago che usa la magia
per fare un sacco di soldi.
Sto ridendo già.
Perché so che te lo chiederai…
Chi è quel nulla che hai vicino?
Perché non sei qui accanto a me?
Come è stato facile per il mondo
rubare il tuo cuore dopo di me.
Ti ho regalata.
Perché volevo solo fare soldi e scopare.
È stata assenza di amore
e non è stata neppure passione,
dopo le attenzioni che non ti ho mai dato
qualunque cosa sarebbe sembrata un capolavoro.
Invece leggi questa storia oggi bellezza…
È La città di Dio,
È The Millionaire.
Non scherzavo…
Posso far atterrare aerei nel tuo cortile,
posso prenderti via del Corso e metterci i camerieri,
che stendano tappeti di rose al tuo passaggio.
Per te.
E mi dispiace ma io non potevo essere niente
di diverso da quello che sono.
Anche quando il mio mondo mi distruggerà,
anche quando mi troverò vittima della mia stessa follia.
Anche quando dirai che la tua normalità
ormai è la tua vita.
Anche allora,
ti dirò «mi dispiace, ma non potevo essere altro».
E sarà quello che ti riporterà qui.
Aspetto quel giorno.
Fino ad allora le nostre strade restino divise.
Fino a quel giorno il nostro amore resti impossibile.
Aspetto che gli dei ci invidino,
perché non vivremo per sempre,
perché è la cosa più bella per i condannati a morte,
e io ti aspetto per vivere ogni giorno
come fosse l’ultima notte.
Nessuna stupida normalità,
nessuna realtà sottotono,
opaca, tiepida
che ho sempre disprezzato.
Per me l’eternità è un eccesso di endorfine,
il risultato di un processo chimico.
Non morirò da uomo normale,
voglio vivere come un dio fino alla fine.
Non è ambizione, non è ossessione,
non sono i soldi,
è la situazione percettiva lisergica
in cui le ossessioni si normalizzano
e i desideri sono costantemente in stato di realizzazione.
L’eccitazione permanente.
Ma hai ragione:
io non sono qui per appagare i miei bisogni primari
come Jordan,
io sono qui per giocare con le possibilità, come Amleto.
Teatro e Cinema.
L’attore protagonista della tragedia
che non riusciamo a finire di scrivere.
Anche Shakespeare
aveva lo stesso problema con Amleto.
Amleto è sfuggente, cambia continuamente,
come noi.
Amleto cambia ogni volta che parla,
non è mai lo stesso.
Niente dopo poi
è più come prima,
e la sua noncuranza da agente del cambiamento
è ciò che lo rende tanto affascinante.
Il sogno di una coscienza infinita
è l’aspetto più originale.
Io sono la prontezza,
e in essa soltanto ho fiducia,
più del successo amo vivere pericolosamente.
Indossi una tunica vintage
con ricami astratti colorati,
una camelia rosa tra i capelli.
Non ti sento più da nessuna parte,
ti ho persa ma sei un pensiero puro.
Sei Ofelia, un artificio,
un personaggio creato ad arte,
funzionale alla realizzazione dell’opera,
una tipa messa lì dallo scrittore
per far capire che Amleto non ama nessuno.
Ma la sua indifferenza non è mancanza di amore,
solo sospensione,
una posizione di apertura al cambiamento
dove la morte è l’ultima forma di cambiamento
che possiamo assumere.
Ofelia lo fa per prima
perché Amleto possa ricevere la premonizione
della conoscenza vera,
l’intuizione dell’orribile realtà.
Ma Amleto e Ofelia non si capiscono,
sono entrambi troppo impazienti e precipitosi.
La tracotanza del loro amore li logora.
Lei si allontana da lui
lasciandosi trasportare dalla corrente
il mutamento incessante,
dove niente è mai lo stesso.
Le dita della mano lentamente si distendono
lasciando cadere i fiori
che si sparpagliano sulla superficie dell’acqua.
Ofelia è complice di Amleto
nell’affermare il valore della personalità
mentre si allontana dal valore dell’amore.
Le donne ci ispirano i capolavori
poi ci impediscono di portarli a termine.
L’ho letto nel Ritratto di Dorian Gray
una grande verità, cara mia.
Pensa quello che vuoi di me,
che quelli come me delle donne
amano solo l’aspetto esteriore e artificioso.
Ma tu sei un ideale,
un volto senza ombre.
La notte mi entra nelle orbite,
una secchiata di nero addosso,
le stelle si staccano dal cielo
e cadono tutte insieme
come uno sciame di mosche
su di me.
Vestita da bambina
un filo sottile di perle.
Occhi come ghiaccio
sull’asfalto bollente
abbandonano il proprio posto
per andare a guardare
cosa succede dentro i miei.
Mi piace quando lo fai.
Perché in fondo sai che siamo uguali.
Sei la sola persona che come me
crede che la fantasia sia realtà.
E così non ti ho più cercata,
tu eri il nulla e io non potevo fare niente,
niente per raggiungerti,
per mettermi in contatto con te.
Dicevo a me stesso e a chi me lo chiedeva
che non esistevi
e a un certo punto cominciai a crederci,
a pensare che fosse vero.
Ti cercavo da giorni
ma tu non rispondevi.
A casa rispondeva tua madre ma io mettevo giù.
La prima volta mi aveva detto
che eri andata via.
Non le credetti.
Immaginai che fosse una delle tue sadiche trovate,
che avessi inscenato la tua scomparsa,
per distruggermi.
Mezza verità e mezza incomprensione.
Non sarei mai più stato lo stesso,
promesse che si dissolvono:
«Verrò a prenderti».
Ogni poesia era una promessa mai mantenuta.
Tra i nostri corpi si era insinuata la gelosia,
un sentimento fisico che dona all’anima consistenza
quando la senti lacerarsi.
Quanto inutile dolore ci infliggevamo,
non facevamo altro che tradirci.
Tradire noi stessi.
Ci destabilizzavamo come due assassini,
pallidi di paura.
Tu che tornavi da me
sempre con la mestizia a braccetto.
Chissà per quanto avevamo fatto finta
di avere ancora bisogno io di te e tu di me.
Probabilmente lo sapevamo
ma ci calavamo ancora nella parte
per sopravvivere.
Tu alla disperata ricerca di affinità
e interessanti interlocutori
ti innamoravi dei suoni che uscivano dalle corde
che tu stessa facevi vibrare nelle persone
scambiandoli per caratteri eccezionali.
Io che fraintendendo
avevo l’impressione che non mi bastassi,
e ancora di più sprofondavo nel passato
per difendermi da te.
Ma ti ho amato di un sentimento assoluto e potente,
volevo solo regalare un po’ dei miei giocattoli,
condividere le ricchezze in cui mi crogiolavo.
Non eravamo abbastanza liberi per stare insieme,
avevamo ancora troppi motivi
e i motivi ci imprigionano.
Le aspettative sono cappi che ci soffocano,
non hai mai smesso di sedurmi.
Riavere indietro il tuo corpo.
Possederti, e scartare la tua intelligenza
selvaggia e indomita.
Ti divertivi a smascherare le mie menzogne
e io per la rabbia scaraventavo gli oggetti per casa
come un giocoliere rinsavito.
Tua madre pensavo mi odiasse,
io prendevo le distanze da chiunque
non capisse il nostro amore.
Ho sempre diffidato
di chi mette in discussione quel che amo,
diventa in segreto un acerrimo nemico del mio cuore.
Avevo bisogno di essere abbandonato
per imparare ad amare.
Perché solo nel ritorno
e soprattutto nel suo bagaglio di false promesse
sentivo il brivido dell’amore e mi sentivo rassicurato.
Tu dovevi abbandonarmi per amare davvero
e mi punivi togliendomi tutto.
Maleducazione sentimentale.
Avevamo avuto entrambi cattivi maestri
ma la nostra era più che una storia finita,
era un’opera incompiuta.
Non sapevamo come proseguire,
tutto qui.
Eri troppo avanti nella tua esistenza di allora,
troppo avanti per me
che venivo da un sistema inquinato
in cui la violenza è una madre che ti culla.
Eri un elemento che veniva dal futuro
per anticiparmi come sarebbe stata la mia vita,
come sarei cambiato,
la direzione che stavo prendendo.
Ecco perché le persone che ti circondavano allora
mi erano ostili,
non si fidavano di me, ti trattenevano.
Non ci fidavamo nemmeno l’uno dell’altra,
sapevamo di possedere pari forza
e armi letali seppure molto diverse.
Tu non conoscevi la mia,
non sapevi come si usasse.
Io ti temevo forse ancora di più
perché sembravi inerme.
Eppure sei stata brava.
Quanti hanno provato a uccidere quella parte di me,
ma tu ci sei riuscita.
Un’intuizione che non avrei saputo
argomentare razionalmente.
Penso che il poeta e il criminale siano analoghi,
le loro personalità intendo.
La tua innocente dannazione mi irretiva,
non riuscivo a staccarmi dalla terra promessa
e da quell’angelo.
Ho pensato di amarti perdutamente
quando la verità è
che desideravo solo creare insensatezze,
fantasie,
di isterizzare l’immaginazione.
Donarsi a un’altra persona.
L’ho fatto, ma conservando per me
il fondo del mio cuore,
sono stato previdente
ma è come non indossare le scarpe nuove
per paura che si rovinino,
fino al giorno in cui saranno
troppo piccole per metterle.
Conoscevo la privazione, l’umiliazione,
la faccia sfregiata del dio cattivo
che puniva i suoi figli,
ma forse dovevo ancora imparare a considerare sacre
le poche cose su cui potevo contare.
E ci pensasti tu a insegnarmelo.
12

«Insegnami com’è dire addio e non girarsi a guardare.»

ACHILLE LAURO

10:00 AM
Non mi sento bene. Sono confuso, disorientato.
Ho bisogno di dormire.
Ma ho ancora tre appuntamenti oggi.
L’auto procede lentamente nel traffico. “Dormire è sbagliato” dice una
voce arrogante dalla caserma della mia testa.

La paura di sbagliare.
Poi i nervi si consumano e diventi cattivo
e ti devi fare di sogni sintetici
ma è la dimensione ascetica della disciplina
ad affascinarmi
più dell’aspetto etico.
Sentire il punto in cui l’anima
è incollata al corpo.
Sentire che cede,
un leggero strappo,
stare lì con la mente in estasi
in quella zona di lacerazione.
Provo spesso questa sensazione:
febbrile ma profondamente lucido,
fertile,
motivato.
Stai morendo ma sai che la tua anima è salva
e ti ripeti: “Oggi sarà la mia giornata”.
Come quando hai talmente fame che la fame sparisce.
Era da un po’ che non mi sentivo così,
da quando posso avere tutto,
da quando posso comprarmi le persone
ma oggi la vecchia fame è tornata,
perché è vero,
posso comprare tutto,
ma non te.
Verrai per spezzare l’anello
che tiene il passato agganciato
al futuro.
Né io né te sappiamo da che parte cadrò,
sono solo un limite da varcare.
La striscia sbiadita che divide in due parti l’intero,
la resa dei conti.
Sono un’intelligenza artificiale,
se mi dirai «ti odio»
ti risponderò: «Mi dispiace averti deluso,
cercherò di essere una persona migliore».
Ma non sono una persona
e non provo più niente,
se dirai: «Voglio sapere cosa vuol dire essere te».
Senza intenzione mi sorprenderò:
«Ma come, non ho mai conosciuto
una donna come te».
Questo un’intelligenza artificiale lo può fare,
può simulare un sentimento,
la mia testa è troppo veloce
e non riesco a parlare.
I sentimenti cercano di metterci a disagio,
di confonderci
e tu ottieni l’imperturbabilità,
lo scudo per questo imprevisto
che nasce dalla vibrazione
di una voce, di una vicinanza.
E mentre io assumo il corpo più lieve di un’aquila,
in cima alle vette, osservo gli insiemi,
aspetto che qualcosa si distingua.
Di notte vago per i corridoi di un hotel,
campiono i vuoti di gente che dorme,
note di vita atterrite, musica prepotente.
«Mi sento così fottutamente libero.»
Camicia aperta, gli stivaletti stretti
«Non mi va di dormire,
sogno a occhi aperti.»
Ringrazio Dio di non essere da nessuna parte,
un concetto transitante,
un aggettivo per il tutto,
un pulviscolo in un fascio di luce.
Di giorno mi addormento stanco,
su un marciapiede,
come un migrante.
Sono come il mondo
ai piedi dell’osceno grattacielo
dei social,
sede di questi inutili cervelli artificiali,
ci sono anche io;
dopo averlo scalato tutto per riempirlo
di dinamite.
Vado alla deriva insieme all’umanità,
vado a fondo,
annego quando sto per raggiungere
la terra promessa,
con la gente a riva che mi filma,
mentre cambio colore,
da viola a una sfumatura acuta di vergogna,
mentre solco il palcoscenico di fulmini e lampi
con un vascello fantasma,
invisibile.
Avvolto nella nebbia di corpi che mi acclamano,
che giurano di aver discosto la figura nera,
di avermi amato nel backstage.
Recito ancora,
amore,
ma ho smesso di truccarmi,
ho una moltitudine dentro
che non ammette artifici,
e un’espressione per ciascuno.
Quella che ricorderai…
Il guizzo,
l’essenza che coglierebbe Michelangelo,
è quando scrivo dell’amore
tra l’artista e la sua musa.
Quando ho un’idea
e mi chiedo che cosa o chi
avrà ispirato a Dio la sua opera.
La prova della sua inesistenza
o dell’esistenza di un’entità
che addirittura lo sovrasta:
il pensiero forse.
Oltre che l’ego io ho ideali
che valgono più di me,
le passioni come gli dèi dell’Olimpo.
Dèi che si trasformano in cigni
neri morenti.
Perché invece di avvolgermi
nelle tue gigantesche ali
mi tiranneggi e cerchi di uccidermi?
Ho una visione dell’amore senza casa,
prendersi tutto ma non possedere niente,
l’uomo che ha paura del cielo
e della terra e del mare,
che ha paura della natura,
della natura di se stesso.
Che gli basterebbe obbedire
a quel solo imperativo
vecchio di migliaia d’anni
«Conosci chi sei»,
per salvarsi e salvare il mondo
dalla peste dell’ignoranza.
La giovinezza è uno stato d’animo,
quando passerà non capiremo più niente.
Ma qui nessuno più sogna?
L’azione fa arrugginire le parole sulla carta,
l’energia vanifica la gioia
che ha bisogno del riposo,
non mi hai mai visto ridere,
non rido mai,
non so essere felice.
Ho fatto sempre tutto da solo e lo sapevi.
Le mie estasi sono state solo mie,
come le astrali metamorfosi,
mentre cambiavo e le stesse cose
vedevo diverse.
Come il mio amore per te,
come non ti ho mai detto: «Ti amo».
Cambiavo perché tutto intorno a me cambiasse,
sono un neon, una luce senza calore,
mi aspetto da te qualunque cosa.
Ho amato me stesso
come Narciso
ma desiderando di essere
la voce che ti chiamava,
la voce del silenzio.
Noi che vogliamo solo esprimere noi stessi,
avere più spazio.
Mai sarò schiavo della vita,
e dopo aver sfidato tutti
e vinto,
non saremo ancora soddisfatti,
perché ciò che soddisfa gli altri non soddisfa noi.
No, non sono cambiato, lo so,
dall’alto piscerò
su tutto ciò che ho creato.
Trascendo la materia per essere infinito
ricerco la perfetta fragranza in una donna
per inebriarmi di oscura compagnia.
Mi fisso su qualcosa di finissimo
che sfugge alle maglie strette del mio setaccio.
So che pensi.
Non ti stupirebbe se un giorno decidessi
di levarmi l’abito di scena sul palco
per fare il numero della sparizione,
o se mi suicidassi in diretta in un talent show
per dimostrare la farsa del successo
anche ai più tardi.
Fino a questo punto so essere generoso!
Ma no, non sarebbe più da me,
oggi preferisco di gran lunga morire
come un Eroe,
dando prova di coraggio più che di gloria.
Sono sempre uno zingaro, un circense,
ricordi ancora la nostra famiglia di acrobati?
Ogni tanto quel bambino diverso
che viveva in una roulotte
e mi somigliava, viene ancora a trovarmi.
Lo spiavo al di là della recinzione
uscire dal suo castello di gomma a strisce
come un principe, con i colori di un’altra epoca
e uno slang che solo io capivo.
Io andavo a scuola, lui imparava a volare.
Tornavo a casa a studiare
ma in nessun libro ho mai trovato i misteri
che lui apprendeva dagli elefanti, dalle altezze,
dallo squilibrato Arlecchino
e dalla sua marginale esistenza
di analfabeta.
Fingevo di dormire al suono della pioggia
sotto un tetto di lamiera,
la casa mobile,
il risveglio in una nuova città,
in una zona lasciata senza progetto e destinazione.
A dodici anni bere vino,
stare a testa in giù sul trapezio
nel punto più alto,
e laggiù lontanissima
sotto di me,
invece della rete,
te in ginocchio
a braccia aperte
con l’abito da sposa
di una Maddalena.
E io che prima di lasciarmi cadere
prima di lanciarmi nel vuoto,
con le mani piene d’oro e di fiori,
ti urlo che andrà tutto bene.
Mi ricordo quando camminavo
sul bordo della banchina
della Metro rossa,
come una persona normale.
Oggi sono diventato un manifesto,
il titolo su una rivista,
una congettura,
un’icona stuprata come Marylin,
il figlio del Re Lucertola,
un fenomeno da studiare.
Anche l’autocontrollo è una citazione
per dire che c’è stato qualcuno prima
e ci sarà qualcuno dopo.
Il fiume rosso in cui ho già perso qualche amico.
Ma oggi sono diverso.
È bene sapere di non essere soli
ora che convoco tutta la serietà dei dogmatici
per difendermi da te
che immagini la mia vita.
Libro Quarto
13

12:05 PM

Che cosa sta succedendo?


La terra brucia,
il cielo è di polvere,
ora lo puoi toccare!
Sto soffrendo indicibilmente, perché?
Vedo le fiamme nei tuoi occhi,
sto guardando un ricordo.
Profondo.
Un incendio sotterraneo.
Ho i piedi ustionati,
le radici…
a chi cresce troppo presto
qualche volta capita di aver voglia di morire.
Quel fuoco l’ho appiccato io,
lo capisci?
Dimenticare è un delitto,
e io sono l’assassino.
Chi è cresciuto troppo in fretta
è serio perché ride da solo,
è freddo perché ha sempre la febbre,
mentre gli altri fanno i capricci
e rompono i giocattoli
lui gioca con la vita.
La tiene per mano
come un’amata sorella minore,
non le dice mai niente.
Solo una volta le ha detto:
«Non ti farò mancare niente».
E lei ha risposto:
«Non lasciare mai la mia mano».
Gli oggetti, le cose lo infastidiscono,
non accumula,
la pienezza è il mare per lui,
il vuoto è la notte con i suoi incantevoli abitanti.
Il mare nasconde le umane perversioni,
le miserie, i segni del fallimento.
L’inabissato modellino di plastica della Terra,
l’anima materiale del mondo,
che con le sue proprietà
sfida l’onnipotente Natura:
isolamento,
integrità,
incontaminatezza,
durata,
separatezza,
interruzione della vita,
incomunicabilità,
monouso,
riciclabilità.
Ma lui sa che in fondo
siamo solo una pallina da pingpong
che saltella in un segmento di infinito.
Niente di cui il cosmo
possa sentire la mancanza.
Sono fermo al semaforo,
ho gli occhi rossi come il semaforo,
sono un pezzo di notte che ha smarrito le stelle
e la sua viva strada di fango.
Sto pensando:
“Le notti sono sempre più lunghe”.
So che vuol dire scoppiare a piangere,
so che vuol dire quando nessuno
può più sentire i tuoi pensieri
perché non hanno futuro.
Dopo che a qualcuno
hai tolto tutti i ricordi avrà così fame,
si sentirà così vuoto
che ti sarà grato di avergli messo in testa
l’ombra della più turpe delle idee
e di avergli riempito lo stomaco di veleno.
Sì, è come uccidere parti di “io”
finché non ti resta più niente.
Quando ti mettono sullo stesso piano degli oggetti,
quando sei indifeso come un insetto
rovesciato sulla schiena
e dopo aver ridotto a zero l’umanità di una persona
puoi vederla morire o uccidere.
La morte dell’anima e dell’Io
o lo sterminio dell’inutile.
Sono il re del crimine,
con la faccia esaltata,
potrei esibire i miei trofei
come fossero armi atomiche,
potrei fare propaganda da un elicottero
lasciando cadere banconote false,
potrei sfogliare il mio catalogo di bambole,
ma so quanto è vicino il nulla.
Finisci all’altro mondo
senza nemmeno accorgertene,
mentre pensi che stai godendo
senza aver speso nemmeno un soldo.
Sono continuamente fuori ruolo
ma posso assumerli tutti,
il ruolo è una forma di sottomissione
cui la mia natura si ribella
e molti non me lo perdonano
come i generi:
uno può anche stancarsi di essere femmina,
di essere maschio…
ci hai mai pensato?
Sogno il giorno in cui una donna
guardandosi allo specchio
si troverà bella.
La mia voce è la voce di un bambino
che ha appena finito di piangere.
La voce di chi sta pensando ad altri bambini
abbandonati senza pace.
Il canto di un bambino coraggioso
che ha paura perché è sera
e non sa dove andare
e si rannicchia in un cono di luce vendicativa,
esasperato e corrotto
dalla stupidità dei grandi che ha avuto intorno.
E lo so che hai provato
a perdonarmi tutto,
anche la mia incapacità di dare e ricevere amore.
Lo volevo più di qualunque altra cosa,
ma mi avevano tolto anche quella.
E tu sai che vuol dire…
Dei bambini
apprezzo il valore dell’inesperienza,
l’estrema capacità di sintesi,
perché tutti i giudizi e attributi dell’essere
he aggiungiamo crescendo
sono metastasi dell’anima.
Convenzioni.
Esprimo ancora l’essere in modo perentorio:
la mia ineducazione,
la selvatichezza
la sfiducia nel padre.
E chi meglio di te può capirmi,
il conseguente rifiuto
di aderire a una qualunque fede.
Non c’è nessuna spiegazione.
«È così e basta!»
dice il bambino intatto.
Non commettere l’errore di considerare
il bambino un tiranno,
lui può e deve fare solo quel che si sente.
Il conformismo sarà la mia nuova forma di pazzia?
Un’altra espressione di amore
per l’orrore che mi circonda.
Parassiti,
trattative finanziarie,
manager festosi come sciacalli
a mangiare dallo stesso piatto.
Non ho mai scritto d’altro,
con la borsa da viaggio firmata
sfuggo alle etichette.
Il nulla è la mia destinazione,
la dose di droga
più consistente della giornata.
Passione e creazione
di che altro abbiamo bisogno?
Ho ancora paura di me stesso,
della mia vena da Barabba.
L’anti Cristo.
Tornerò da te come Gatsby
con la camicia da uomo,
gli occhiali da vista dorati
e una vita passata
a spacciare allucinazioni.
Voglio diventare il minimo di quello che ero.
Per non ripetermi
basta non smettere di fluttuare.
No, la passività non mi apparirà mai bella
e quando tutto diventerà brutto
non faremo finta che sia il contrario.
Non conviveremo con questa malattia mortale:
la finzione.
Ce ne saremo già andati
insieme alla bellezza.
Tu sai di neve,
un ricordo che riscalda.
Hai il tuo posto accanto a me
dentro un decapottabile d’oro.
Non è un sogno,
non è un libro,
non è un romanzo.
Accavalla pure le gambe.
Io che mi innamoro dei colori
delle anime delle persone.
Che ho una vista radiografica.
Come hai potuto privarmi della tua voce?
La verità me l’hai bisbigliata all’orecchio
tanto tempo fa
e forse ora è cambiata.
Finiscimi pure.
La ricerca ossessiva di un’identità,
non l’ho mai trovata.
La vita stretta di Marilyn,
lo spirito androgino di Patti Smith,
«Che cosa dura mentre tutto in me muta, che cosa?
Chi c’è al centro della mia opera?
Di che colore sono?»
Così mi tormento
io che sono estraneo a tutto.
Che ora esprimo la mia selvatichezza
non con la ribellione
ma nel scendere ai più biechi compromessi.
Ma quando gioco faccio molto sul serio.
Come sempre.
Mi eccito,
impenno impazzito
sul rettilineo di un’autostrada deserta.
Ma poi torno ad amarti
e il successo
è salire in fretta su una kawasaki,
sgasare in faccia a chi ci insegue
agganciati in un unico corpo di saggezza.
Due ragazzi diversi,
due ragazzi speciali,
Tim Burton.
I caschi che sbattono l’uno contro l’altro,
prenderci per mano
in mezzo alle nuvole appoggiate sulla terra.
Da una parte l’oceano grigio,
dall’altra il deserto dorato,
il sole ai nostri piedi,
la luna un fossile tra le nostre braccia.
E non dirci niente,
mai più niente.
«Le parole non devono servire tra noi»
Devono riposare in pace nelle nostre bocche.
Roba già morta
mentre dentro è amore,
pulsione,
disorientamento dei sensi.
Noi che non vorremo più conquistare
ma solo calpestare il suolo dei pianeti.
Non siamo all’altezza del sogno di Dio,
ci contendiamo anche questa visione.
Tu la tiri da una parte,
io dall’altra,
come due cuccioli.
Finché si strappa a metà
e la colpa è tua.
«No, è tua!»
Siamo legati nella fuga
e non so se voglio rivederti.
Ma sai che non ti ho mai tradita,
eravamo stupidi,
eravamo piccoli.
Le altre sono miraggi con le code di pesce.
Salgo su un’auto nera.
La popolarità è essere irraggiungibile,
finalmente,
solo e lontanissimo
da tutto.
Unico.
Diverso.
Il punto di tensione estremo della cultura,
qui non mi vuoi:
nelle anonime stanze d’albergo,
intorno ai tavoli ovali degli industriali,
con gli archistar che progettano i miei castelli,
nelle spoglie foreste metropolitane.
Eccentrico come Ludwig,
ho la fronte che scotta,
la testa che mi scoppia,
braccia mistiche mi sollevano da terra.
«Sì, sto bene, grazie!»
14

01:10 PM
Sono seduto a mangiare una stupida insalata vegana, i semi di sesamo nero
mi sembrano formiche nel piatto.
I camerieri si muovono rapidi come topi. Appaiono, scompaiono. La luce
entra spaccandosi contro la vetrata e riflette un colore che mi dà
fastidio. Sembra di essere nella casa degli specchi di un luna park
dismesso. Devo smetterla con questa ossessione di non dormire per
paura di perdermi qualcosa. Sono esausto. Ho allucinazioni. Vado
sempre di fretta, sono anni che non pranzo.
La ragazza che serve al tavolo mi fa l’occhiolino. Cazzo, sembra Uma
Thurman. Resto a fissarla mezzo inebetito, mi sembra quasi di vederla in
slow motion… Mi alzo per pagare, il pavimento si muove. Do al cassiere
la carta. La prende con la lingua e la inghiotte come un camaleonte con
una mosca.
Esco e risalgo in macchina.

Cercarti è egoismo.
È soddisfare il desiderio di assoluto che custodisco,
l’unico ancora inesaudito.
È quell’idea di compiutezza
lontana da un altro estremo
insufficiente a trattenerti.
Vuoi sapere come mi sento?
La mia parte che soffre,
le mie note infelici,
il mio capolavoro sconosciuto.
L’opera invisibile
quella che tengo nascosta
nel fondo segreto di un cassetto,
al posto della pistola.
Sotto un tessuto di velluto blu notte,
il tuo colore preferito,
l’ineffabile parola,
la perfetta coincidenza di suono e segno.
Il primo verso inarticolato emesso da Dio.
Per me sarai sempre una poesia occasionale,
la storia cominciata dalla fine.
Ora ti troverei un po’ cambiata,
ma gli occhi sempre come due laghetti acquamarina.
Dipingo con gli acquarelli,
acqua colorata,
acqua inquinata,
nel mio mito di roccia.
Pesciolini che galleggiano morti
sulla retina dei miei occhi.
Riuscirei ancora a toccarti
per perderti forse.
Solo la vuota libertà,
una sensazione effervescente sulla pelle,
come quando la sera ti sdrai sulla sabbia
al posto del sole.
Il cielo insensibile su di me,
un margarita ghiacciato contro il petto.
Sei un giorno infinito,
eri la vittima sacrificale con la catena al collo.
Io, il tuo luogo di perdizione.
Una vecchia teoria sull’amore,
un altro mondo possibile
che non si è realizzato.
Il Messia ubriaco che ispira l’arte tremante
e il letto disfatto della mia ambizione.
Non sarai mai mia,
forse non sei di nessuno,
e io non so possedere
né essere posseduto.
Mi espando come un vortice,
come una crepa nella terra.
Tu il giorno e io la notte,
tu sei il cielo o l’acqua
dove tutti sono passati
senza lasciare traccia.
Baciami prima di uscire
per sentire qualcosa di nuovo.
Quest’uomo ama in modo egoistico
come tutti gli altri
ma la sua ambizione sei tu.
Voglio essere un collezionista,
che ti ha appesa alla parete,
non ti tocco con le mani,
ti cerco nel vuoto
o aspetto di vederti comparire.
E poi lei:
la totale incomprensione tra noi.
Il diavolo e un angelo che prova a salvarlo.
Nulla ha senso.
L’Amore è un assoluto,
ha la testa di uccello e ti spinge con il becco
giù dal ramo più alto.
Tu per un poco precipiti
poi o voli o ti schianti.
O sei libero per sempre o inchiodato alla fine.
Posso far girare un mappamondo
e con una lente di ingrandimento
cercare un puntino in mezzo all’oceano solo per noi.
Ora che sono ricco saremo poeti,
il tuo sorriso sarà più dolce nei miei versi,
più irresistibile di quello del denaro.
Non ti sembra strano che la gente si sia spartita la terra?
Con che diritto?
Secondo quale senso di giustizia
o ragione?
Posso capire solo il senso di avere qualcosa.
Ti basta come ragione?
Anche io desidero possedere.
Che c’è di male?
L’idea di autoconservazione
balenata nella mente degli umani,
durare innanzi tutto,
come le zuppe Campbell’s.
E avere uno scopo.
Tendo ogni particella di me
nel raggiungere la posa perfetta,
l’aderenza esatta tra il corpo e l’idea.
Tu sei un un giorno infinito,
sei lo spazio,
io sono la personificazione del caos,
dove tutto accade contemporaneamente.
Non esistono le ere,
successioni, il principio e la fine.
Posso ammutolire
pensando a molte cose simultaneamente.
Posso stare in silenzio per giorni.
Lo senti come il linguaggio è condizionato dal tempo?
E noi ne seguiamo le fasi
mentre la natura s’infuria.
Lei distrugge,
si trasforma
disattendendo alle aspettative
di permanenza dell’uomo,
disobbedendo alla sovranità della ragione.
L’ambiente si rigenera,
noi no.
Ma io racconterò sempre la stessa cosa:
nascita ascesa e morte.
Ho intuito il paradiso,
noi possiamo attingere e vivere
in una dimensione atemporale e immateriale.
Nel più sfrenato animismo.
Sto delirando,
sono nervoso,
forse ho una vaga depressione,
ma non sono io.
Sono il perno di una giostra
che ruota a tutta velocità.
Sono il termine della scelta non fatta,
la possibilità che non si è realizzata,
un altro degli infiniti soli possibili.
Siamo l’irrimediabile,
siamo il cinema.
Unire i nostri film di Leone,
è folle,
è sbagliato,
è impossibile.
Io con i camperos e tu sulle punte di gesso,
Buoni brutti e cattivi.
Esaltati, strafatti e furiosi.
Piegati,
sradicati come alberi dalle passioni più sfrenate.
Siamo tempeste che infuriano insieme,
esaltate e bellicose.
È questa la rivoluzione della nostra generazione:
i giovani si ribellano contro la povertà,
o forse contro la noia.
Il lavoro inteso come sacrificio e rinuncia.
La Poesia non deve essere sprecata:
è il cibo e la moneta di scambio della giovinezza,
ci puoi comprare praticamente
tutto quello che ti pare se sei bravo.
Bravo a essere ricco?
Cosa sono questi soldi alla fine?
Amore, tu sei il progresso,
una traiettoria che parte da un punto a caso del tutto
e spara verso l’alto
spaccando il cielo come un mega fuoco d’artificio.
Raccontami di nuovo quel sogno di povertà,
di persone che vivono una vita normale.
Quando smettiamo di usare certe parole,
non solo le perdiamo ma anche la cosa,
la situazione,
il sentimento
smarriscono i loro nomi
e noi smettiamo di provarli.
Oggi che servirebbero gesti estremi,
forti,
siamo deboli.
La paura ha prevalso,
la paura di ritrovarsi con la faccia per terra.
Sono intossicato.
La città è una selva iconografica,
i sentimenti apaticamente ridotti
a un campione di faccine gialle;
questo è il punto di arrivo della cultura giovanile.
Vengo da un altro pianeta,
ora che per suscitare passioni negli altri
non provo più niente,

insegnami ancora che vuol dire amare.


15

«L’amore è l’errore che tutti rifanno.»

ACHILLE LAURO

06:00 PM
Ho finito gli appuntamenti della giornata, tra un’ora sarò da te, come mi
hai chiesto.
Pioviggina.
La giornata peggiore per farlo.
Ci siamo promessi che sarà solo per il tempo di un caffè. Poi ognuno
tornerà a quello che ha “fuori”. A quello che io non voglio sapere di te,
e tu forse di me.
Quindici minuti di vita parallela e poi basta, come promesso.
Niente malizia, niente di niente, solo una innocente bugia a me stesso.

Lo sai, cerco di essere molto fedele


a quello che penso
ma mi interessa dire la mia…
La mia ricerca rispecchia
quello che stiamo inseguendo,
la voglia di cambiare e la voglia di essere liberi.
Sono James Dean,
sono la gioventù sregolata,
sono Marilyn Monroe,
tu non mi conosci.
Se devo piangere
preferisco farlo sui sedili posteriori di una Rolls
piuttosto che sui seggiolini di un metrò.
Sono Jimi Hendrix ma in un altro corpo.
Sono Elvis ma violento.
Non so quanto ancora ci sia bisogno di parlarne,
le etichette non mi sono mai andate a genio.
Più che “sono”,
io “non sono”.
Tu non sai cosa voglio:
una sala completamente ricoperta da schermi,
la stella della Walk of Fame che brilla al centro,
voglio essere lì.
Lusso.
Maledizione.
Sesso.
Rock ’n’ Roll.
Sono i Beatles
che suonano su un tetto di Londra.
Sono Jim Morrison,
arrestato sul palco per atti osceni in luogo pubblico.
Sono il primo impianto di cuore artificiale
su un uomo dopo che tu me lo hai strappato.
Sono il primo uomo sulla luna,
dopo che tu hai deciso che questo
non era il pianeta per te.
Nella polemica su il con me o contro,
sono ogni singolo punto astralmente proiettato
sopra qualsiasi discussione che possa riguardare me.
Sono le mie storie vere
passate tra le dita.
Sono nel mio Pantheon di dèi
e nei miei vangeli apocrifi.
E tu ora vorresti tornare con me sulla Terra?
Vorresti riportarmi su quel trapezio?
O peggio a quanto di più insopportabilmente
terreno troppo umano ci sia:
la stessa realtà che ci ha ripudiati?
Vuoi goderti lo spettacolo?
Ok.
Fare una cosa pericolosa è ciò che io chiamo:
Arte.
16

06:40 PM
Sono in anticipo.
Tra 10 minuti sarò lì, tra 20 ti rivedrò.
Sto già pensando di dire al mio autista che lo richiamerò più tardi perché
voglio stare solo con te.
Inizio a chiedermi che senso avrebbe non averti nuda… sto ricominciando
a non mantenere le promesse.
Tu che conosci la mia storia, quella vera.
Sono al momento giusto, nel posto giusto?
Ieri sì.
Oggi non lo so.

Di nuovo in bilico tra leggerezza e malinconia,


potrei essere l’ultima pagina delle mie memorie.
Allora è vero che la mia vita è incomprensibile?
Va bene,
oggi assisto al mio suicidio,
sono lo spettatore,
sono il protagonista.
Questa è l’ultima pagina
di questo diario,
il diario di un pazzo.
Non dormo da 24 ore circa,
sono come il mio destino,
che per salvarmi mi uccide.
Ripeto a me stesso di ascoltarmi
e invece mi abbandona.
Rido tra me e me.
Sono le 18,45,
mancano quindici minuti.
Oggi sono ossessionato dal tempo
come le persone normali.
Oggi sono un comune mortale
per colpa tua.
Ho passato una vita a cercare qualcosa
che avevo perso.
Ed eccomi di nuovo qui.
È proprio vero,
è più facile sbagliare che imparare dagli errori
e dopo ti darò la colpa di tutto,
come al solito.
La realtà è così vera
che un essere umano non può sopportarla a lungo.
Ti sei mai chiesta
«sto per morire?».
Io sì.
Non hai idea di cosa significhi,
guardo fuori dal finestrino,
guardo la gente in silenzio,
le sensazioni che viviamo
non le possiamo immortalare con una foto,
ma fanno parte della nostra vita,
ci appartengono.
Sono generate e mosse
da cose come un profumo,
oppure un ricordo, come te.
Ho gli occhi chiusi
e sto rivedendo tutto quello che è successo.
So che non ti piacerà
sapere della mia vita sentimentale,
cosa faccio la sera…
ed è per questo che te ne parlerò.
La mia personalità aliena,
marziana, irraggiungibile.
Tanto conosci le mie peggiori pulsioni,
il lato oscuro,
quello che già ti ho mostrato
senza paura o vergogna.
Non mi interessa chi ha allontanato chi,
tanto siamo la stessa cosa.
Rappresentiamo l’impossibilità di generare.
Dialoghi sconnessi
e tu oggi sei una sconosciuta.
Momenti introspettivi,
ultraterreni,
tra passato e futuro
e il tempo risulterà compresso e destrutturato.
Sei la protagonista eternamente giovane,
eternamente mai vissuta,
senza domani.
La mia nuova visione di te
e della vita cambia ogni giorno.
Domani non so chi sarai.
Mai un’amica,
forse un’altra lezione,
o semplicemente un modo
per passare il tempo o per goderselo.
Magari un’idea.
Atena che bisbiglia all’orecchio di Ermes,
due banditi.
Forse rivenderò anche questo momento,
e mi andrà bene così.
Anche se sai che vorrei sapere quanto costi,
perché è te che voglio.
Sono stanco,
“Amore” sta assumendo l’espressione drammatica
che conosco bene.
Ecco la parte più fragile e autentica di Lauro.
Sì,
oggi,
per colpa tua,
sono Lauro.
Quello che non vuole
che finisca nulla,
che avanza sempre un po’ di cibo nel piatto,
sono l’intraducibile me stesso
appreso dal dolore,
e tu sei libera di disobbedire
e di dimenticare tutto.

Tu sei Lucifero.
Vestita di orli e di perle.
Tu ti incateni in mezzo al fuoco e dici:
«Vienimi a prendere».
Il nostro amore delicato è come fosse zucchero amaro,
alla fine ci vogliamo solo quando non si può più.
Sto cadendo nel burrone di proposito, consapevole.
Mi sto gettando nel burrone,
dentro a un fuoco alto come un palazzo,
voglio che tu mi dica: «Amore non farlo».
Ho bisogno di sentirlo.
Queste fiamme finiranno ma quello che è stato resterà.
Non puoi uccidere l’amore ma l’amore, lui può.
Capisci,
so che puoi farlo,
finiscimi.
Aspetto la nostra fine,
tradiscimi.
Poi dimmi è finita
e zittiscimi.
Sono pronto.
17

06:52 PM
Sono qui.
Nel mio umile inizio.
Sono indeciso tra la storia si ripete o la storia non si ripete mai.
È proprio vero: «L’uomo sa parlare per nascondere i pensieri».
Forse non sono niente. Io che vivo per il lavoro ma che non lavoro per
vivere.
Io che non amo.
Io che non vivo.

«Scorsese dice di Jordan tante cose,


ma non confrontarti troppo con lui.
In te c’è molto altro.»
Risento le tue parole,
porto all’estremo me stesso senza censure.
Mi fanno paura le cose davvero importanti…
mi sento derubato.
«Cosa significa intimamente per te?
Cosa accadrebbe se sparisse tutto all’improvviso?
Cosa vuoi,
cosa sogni?»
Il mio metodo folle ossessivo,
il piano per diventare ricco.
L’avvocato in questo spietato business
è il padre che non ho avuto,
colui che mi salverà la vita.
Non dimenticherò mai il mio inferno minorile.
Oggi sono vestito bene,
oggi non mi conosci,
stai incontrando un altro anche tu,
ed io so cosa mi chiederai.
«Perché non sei tornato prima?
Pensavo lo avresti fatto»
«Perché hai aspettato cosi tanto?»
«Sono veramente per me quelle parole?»
Poi mi dirai che sono pazzo,
che non posso chiederti di lasciare tutto così,
perché fuori da quei quindici minuti,
ci sono le nostre vite…
e alla fine andrai via,
e io…
Io che sogno le luci di Broadway
che sono un businessman azionista di società,
un giovane ricco figlio di puttana,
io che sono Piazza Affari in persona,
che mi danno del lei
mentre bevo bollicine,
che parlo la lingua del mondo
senza avere il diploma,
io che ho lingue affilate
che vogliono uccidermi,
io che sto lavorando
per ucciderli prima,
di mattina presto.
Io,
anche se sono tutto ciò che non immagini,
tutto quello che non avresti mai immaginato diventassi,
dirò esattamente
quello che sapevi ti avrei detto.
L’amore è un bar sempre aperto.
18

06:55 PM
Mancano cinque minuti e non ci sei ancora. Ragionevole.
Sono sempre arrivato in ritardo. Dal primo giorno abbiamo sognato di
rincontrarci in un’altra vita, nessuno oltre a noi credeva che quella
storia sarebbe diventata davvero questo.
Io invece sapevo che saremmo arrivati dove siamo.
La logica ti porterà da A a B, ma l’immaginazione ti porterà dappertutto,
diceva Albert Einstein. La nostra relazione è scritta nelle poesie, è sui
libri, è un film, è sulle copertine, nelle vetrine dei negozi.
È la nostra visione gloriosa di eccesso e libertà, dove facciamo l’esatto
contrario di ciò che fanno tutti.

Dove sei.
Vuoi lasciarmi in attesa come uno qualunque?
Sospeso tra i profondi vuoti e la follia,
tra poesia e dissacrazione,
tra passato e presente?
La visione cinica dell’amore
non è forse dare a qualcuno la possibilità di ucciderti
e sperare che non lo faccia?
Abbandonare o abbandonarsi,
è questo il dilemma,
ma perché dovrei scegliere poi tra due luoghi desolati
se nel posto in cui vivo
non esiste neppure la verità?
Quanto di più conta tra noi
quello che non ci diciamo…
Lo sapevi che esiste una surrealtà
che ammette solo l’impossibile?
Io sogno l’eterna bellezza
e l’infinito potere dell’intelletto
riuniti in una sola donna.
È questa immagine ideale
di te fuori dal comune
a portarmi qui.
Mi sento al limite tra ego e rivoluzione,
una poesia senza musica.
Chi vuol vivere per sempre?
Cosa vuol dire per sempre?
Non lo so.
È solo un momento dolce,
stringimi ancora.
Io mi terrò questa vita
dove il tempo non ha fine,
dove il destino lo scelgo da me.
In cui c’è solo un momento per noi.
Questo mondo ha un solo momento
messo da parte per noi.
Oggi.
Ora.
Adesso.
19

06:58 PM
«Dominique, per favore andiamo via. Riportami a casa. Grazie.»

Faccio strani sogni di notte.


Sogno che il mondo è mio.
Sogno di poter arrivare dove voglio.
È come se quella notte
fosse l’ultima che mi resta da vivere.
Amami, amore, perché
quella notte tutto sarà possibile.
Epilogo

A volte mi chiedo:
se Lucifero era così vicino a Dio,
perché si è ribellato?
“TUTTI QUANTI SONO A 10 SECONDI DALLA RICCHEZZA.”

COSMOPOLIS, DON DELILLO


Ringraziamenti

Grazie.
Gino castaldo per la prefazione;
Rocco Papaleo per il monologo sul talento;
Luca D’Amelio per le fotografie;
Ginevra Vacalebre per il disegno dell’uomo uccello.
Un ringraziamento speciale al mio avvocato e mentore
Angelo Calculli e ad Alessandro Michele grande fonte
di ispirazione e motivazione.
INTERMEZZO

«MORIRANNO I POETI
MA NON LE MIE POESIE PER TE.»

16 MARZO, ACHILLE LAURO


Critica
/CRÌ·TI·CA/SOSTANTIVO FEMMINILE

1.
L’attività del pensiero impegnata nell’interpretazione e nella
valutazione del fatto o del documento storico o estetico (c. storica, c.
letteraria), o delle stesse funzioni e contenuti dello spirito umano, dal
punto di vista gnoseologico e morale (c. filosofica; la c. della ragion
pura, della ragion pratica).
Il risultato di tale attività, in quanto concretato in forma letteraria in
relazione con l’argomento preso in esame o col criterio adottato: c.
letteraria, musicale, d’arte; la c. manzoniana degli ultimi decenni; la
c. stilistica.
La critica, per antonomasia, coloro che, a un livello professionale,
cercano di pervenire a un giudizio in materia culturale (e spec.
artistica), considerati in generale o ricondotti nell’ambito di particolari
correnti o alla relazione con determinate forme: la c. romantica,
positivista, strutturalista; la c. ha stroncato il suo ultimo romanzo; il
film ha riscosso un grande successo di pubblico e di c.

2.
Scritto, saggio nel quale si esamini e si giudichi un’opera letteraria,
artistica o scientifica, con particolare riguardo al giudizio o alla
valutazione.
“c. cinematografica”

3.
Nel linguaggio corrente, censura, biasimo.
“esporsi alle c. dei colleghi”
Giudizio
/GIU·DÌ·ZIO/SOSTANTIVO MASCHILE

1.
L’attribuzione di un oggetto a una categoria (oggettiva o soggettiva),
espressa mediante il rapporto di due concetti.

COM.
Parere motivato, opinione.
“pronunciare”
A mio, a tuo (ecc.) giudizio, secondo me, te, ecc.

2.
La capacità individuale di valutare o definire.
In filosofia, la facoltà di valutazione e di scelta che ci permette di
pensare il particolare come contenuto nell’universale.
Nella filosofia kantiana: giudizio determinante, quello che riconduce,
secondo i principi a priori della conoscenza, il particolare sotto
l’universale.
Giudizio riflettente, quello che si limita a riflettere su una natura già
costituita, riconducendola alle nostre esigenze di ordine e di
armonia.
Giudizio analitico, quello in cui il predicato esprime ciò che è
logicamente implicito nel soggetto (per es. tutti i corpi sono estesi,
perché l’estensione è implicita nel concetto di corpo).
Giudizio sintetico, quello in cui il concetto del predicato è collegato a
quello del soggetto dalla stessa funzione giudicatrice, per cui si
determina un accrescimento del sapere.
Talento
/TA·LÈN·TO/SOSTANTIVO MASCHILE

1.
Capacità intellettuale non comune associata a genialità o estro
vivace: è un giovane di t.; avere del t.; estens., a proposito di
persona.
“è un vero t.”
La vita di ogni persona di successo passa inesorabilmente più e più
volte attraverso questi tre sostantivi, uno femminile e due maschili: il
successo, tanto ambito, si ottiene quando il talento viene
riconosciuto attraverso critica e giudizio.
Non è detto, però, che il talento venga riconosciuto immediatamente.
C’è un tale, lavora come disegnatore di fumetti, viene licenziato dal
direttore a causa di una presunta “mancanza di idee e di
immaginazione“ il suo nome?
Walt Disney.
«Non sfonderai mai. Dovresti tornare a fare l’autista di camion.»
Chi si è sentito dire queste parole?
Elvis Presley.
Michael Jordan, quello che poi diventerà il giocatore più forte di tutti i
tempi, non viene accettato nella squadra di pallacanestro al liceo, in
quanto ritenuto non adatto.

Eppure questi personaggi hanno avuto la costanza, il talento e un


pizzico di fortuna (forse) per riuscire a cambiare le sorti di quello che
sembrava un destino avverso e hanno conosciuto la gloria meritata
in vita, sono riusciti a sfondare e a godere dei frutti del proprio
talento.
Non la stessa sorte hanno avuto altri…
Il più famoso personaggio dal destino avverso è certamente Vincent
Van Gogh che muore suicida in povertà dopo aver venduto un solo
quadro in tutta la sua vita.
Oggi le sue opere valgono milioni.
Ma non è l’unico.
Parigi 23 Gennaio 1832.
Una giovane coppia benestante mette al mondo il suo primogenito
Édouard.
Il papà Auguste mai e poi mai vorrebbe vederlo artista poiché
disprezza la pittura.
Quando capisce che il figlio altro non avrebbe fatto gli dice:
«Ebbene, segui pure le tue inclinazioni: studia arte!». Convinto in
cuor suo che Édouard non sarà che un fallito.
Édouard inizia la sua carriera: il suo obiettivo è alto, essere
riconosciuto un grande artista indipendente: 1863 Colazione
sull’erba.
Il rifiuto è categorico: quasi tutti rimangono sgomenti.
L’opera scandalizza i borghesi, ferendoli nel pudore e nella
sensibilità.
Édouard diventa in poco tempo l’artista più chiacchierato e
disapprovato del momento.
I moralisti accademici si dicono disgustati.
1865 Olympia.
«Gli insulti piovono come chicchi di grandine», scrive il pittore.
«Quando l’arte scende ad un livello così basso non merita neanche il
disprezzo».
Olympia cattura l’attenzione di numerosi visitatori, curiosi di vedere
la tela dello scandalo, e genera reazioni spesso violente: qualcuno
tenta addirittura di distruggere l’opera che viene collocata in alto
vicino al soffitto, in un punto difficilmente raggiungibile.
A nemmeno 200 anni di distanza, oggi: Colazione sull’erba e
l’Olympia di Édouard Manet, sono considerati capolavori dell’arte
mondiale.
Nel 2014 un suo dipinto Le Printemps viene venduto per 65,1 milioni
di dollari.
Oggi Édouard Manet viene considerato il maggior interprete della
pittura pre-impressionista.

E a scuola?
Tutti abbiamo avuto compagni di classe bravissimi e veri e propri
disastri.
Non è certo quello che ha determinato il futuro di ciascuno: «Sei
buono solo a sparare su cani e gatti e non sarai altro che una
disgrazia per te e la tua famiglia».
Questo se lo sente dire Charles Darwin…
«Bacato» e «troppo stupido per imparare alcunché» è stato detto a
Thomas Edison…
E poi ci sono quelli che proprio fanno sorridere.
Giuseppe Verdi non è stato ammesso al Conservatorio di Parma che
oggi porta il suo nome.
Alessandro Manzoni per via del suo rendimento scolastico viene
definito il peggior alunno dell’istituto in cui studia.
Al Liceo Manzoni di Milano Alda Merini viene bocciata in Italiano alla
prova d’ammissione.

Ma parliamo di musicisti!
Mahler: ha un grande successo in vita come direttore d’orchestra,
ma non come compositore, tanto che ancora in vita dichiara: «Il mio
tempo verrà!».
Schubert: passa la vita in ristrettezze economiche perché non riesce
mai a sfondare, colpa anche di un suo contemporaneo Ludwig Van
Beethoven.
Bach: nel 1723, viene nominato direttore musicale della chiesa di
San Tommaso a Lipsia, ma il consiglio cittadino si lamenta di averlo
dovuto assumere solo perché i candidati migliori non sono
disponibili.

Esiste poi una vera e propria categoria: “i premi Nobel”.


C’è un bimbo dislessico e ribelle…
Quando tenta per la prima volta di entrare al Politecnico di Zurigo
viene respinto.
Nel 1921 vince il premio Nobel per la fisica.
Era Albert Einstein.
Il Nobel per la Letteratura nel 1934?
“Bastonato” in seconda ginnasio sia in Italiano che in Latino!
Ei fu…
Luigi Pirandello.
Il Nobel per la Medicina nel 1986 Rita Levi Montalcini!
A scuola è un disastro… le materie in cui va peggio? Matematica e
fisica.
Edgar Allan Poe è il poeta maledetto, è l’uomo dal talento sconfinato
che mai gli è stato riconosciuto.
Vive appena quarant’anni tutti sul filo del rasoio!
Muore in circostanze ancora da chiarire: forse per abuso di alcol,
abuso di droga, di rabbia o di colera.
Al suo funerale partecipano meno di dieci persone!
Oggi è considerato il capostipite della letteratura americana.
Edgar Allan Poe…
Che influenza anche Melville.
Quello di Moby Dick.
Moby Dick viene accolto dalla critica del tempo come il delirio di un
pazzo.
Oggi alcuni lo considerano uno dei più grandi romanzi mai scritti, altri
il più bello in assoluto.
Herman Melville muore a New York nel 1891, dimenticato da tutti.
Dimenticato come La Chiesa Cattolica avrebbe voluto fossero
dimenticati i libri di Spinoza.
Tanto da inserirli nell’elenco di quelli proibiti…
La sua colpa?
Essere un libero pensatore.
Spinoza muore di tubercolosi a 44 anni.
La sua eredità è così misera che la sorella Rebecca decide di
respingerla.
Destino
/DE·STÌ·NO/SOSTANTIVO MASCHILE

1.
L’insieme imponderabile delle cause che si pensa abbiano
determinato (o siano per determinare) gli eventi della vita:
l’ineluttabilità del d.; rassegnarsi al proprio d.; è d., è fatale; spesso
inteso come personificazione di un essere o di una potenza
superiore che regola la vita secondo leggi imperscrutabili e
immutabili.
“non serve ribellarsi al d.”

GENERIC.
Sorte.
“il suo d. era nelle mani dei giudici”
Abbandonare qualcuno al proprio destino, disinteressarsi della sua
sorte.
Essere arbitro del proprio destino, non ammettere interferenze nelle
decisioni che riguardano la propria vita.
Rimettersi al destino, rimettersi alla sorte.
Arte
/ÀR·TE/SOSTANTIVO FEMMINILE

1.
Qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del
suo talento inventivo e della sua capacità espressiva.

L’arte sopravvive al destino dei comuni mortali.


Inserto fotografico
Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto,
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In caso di consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è
stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore
successivo.

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16 Marzo
di Achille Lauro
Proprietà letteraria riservata
© 2020 Mondadori Libri S.p.A.
Progetto grafico: Davide Vincenti
Impaginazione: Corpo4 Team
Foto dell’inserto © Luca D’Amelio
Disegno copertina inserto: Ginevra Vacalebre
L’Editore ringrazia Marta Boggione per la collaborazione
Questo libro è frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a fatti o persone reali è
puramente casuale.
Pubblicato per Rizzoli da Mondadori Libri S.p.A.
Ebook ISBN 9788831800785

COPERTINA || FOTO: © LUCA D’AMELIO | ART DIRECTOR: FRANCESCA LEONESCHI | GRAPHIC DESIGNER: EMILIO
IGNOZZA / THEWORLDOFDOT
Sommario

Copertina
L’immagine
Il libro
L’autore
Frontespizio
Prefazione. di Gino Castaldo
Prefazione. di Alessandro Michele Direttore Creativo di Gucci
16 marzo
Prologo
Libro Primo. “DOPO IL SABATO, SARÀ L’ALBA DELLA NUOVA EPOCA.”
1
2
3
4
Libro Secondo
5
6
7
8
9
Libro Terzo
10
11
12
Libro Quarto
13
14
15
16
17
18
19
Epilogo
Ringraziamenti
INTERMEZZO
Critica. /CRÌ·TI·CA/SOSTANTIVO FEMMINILE
Giudizio. /GIU·DÌ·ZIO/SOSTANTIVO MASCHILE
Talento. /TA·LÈN·TO/SOSTANTIVO MASCHILE
Destino. /DE·STÌ·NO/SOSTANTIVO MASCHILE
Arte. /ÀR·TE/SOSTANTIVO FEMMINILE
Inserto fotografico
Copyright

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