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SABBIA e NEVE

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PRIMA PARTE

Capitolo 1

“Un romanzo è uno specchio che va a


spasso su una strada maestra. Ora
riflette ai vostri occhi l’azzurro del cielo,
ora il fango dei pantani.”

(Stendhal)

“Passami la palla, dai!”


“Vieni a prenderla…” Mi diede
un pugno in piena faccia, che mi
fece tremare le gambe e cadere a
terra senza sensi e senza senso.
Quando aprii gli occhi, lui era
dietro di me, con i piedi vicini
alla mia nuca che mi guardava
dall’alto, sbalordito ed
estasiato dalla sua forza.

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“Volevo colpirti sulla spalla…”
disse lui con stampato sulla
faccia un sorriso d’imbarazzo,
come chi è incerto se ridere o
preoccuparsi, “ma tu ti sei
abbassato…”
“Vai a morire…”
“Tiramene uno anche tu, così
siamo pari…” Si sentiva in colpa
per la sua forza e per la mia
debolezza; le sue mani dalle
dita corte e dalle nocche
nodose, quando erano strette a
pugno erano più dure della
pietra e più incisive di un
martello usato con forza.
Mi porse la sua tozza mano per
aiutarmi ad alzare il mio corpo
provato dal colpo; ero andato
ko, come un pugile; mi erano
tremate le ginocchia, avevo
avuto le vertigini, e poi come
un sacco vuoto ero sprofondato
sulle mie magre gambe. Appena mi
rialzai sentii un altro
contraccolpo, vidi tutto nero,
ma sorretto da Ettore riuscii a
rimanere in piedi; la guancia
dove mi aveva colpito mi faceva
molto male e lo zigomo sinistro
tutto rosso e livido mi pulsava

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come il cuore di un
cardiopatico.
Avrei voluto dargliene uno più
forte di quello che mi aveva
appena mollato; avrei voluto
spaccargli quell’odioso naso a
patata che mi stava di fronte,
rompergli la faccia con tutta la
forza che avevo, mandargli i
denti in mille pezzi a furia di
calci in bocca, e continuare
fintanto che le mie gambe
avevano forza, vedere il suo
sangue, rosso e denso, scorrere
come una freccia dal suo viso e
incanalarsi per le vie di Tinci,
indicando a tutti il luogo della
mia reazione; il cortile in cui
stavamo giocando era il teatro
di una violenza che stavo
consumando. Il palco era il suo
corpo e io l’attore.
Sentivo l’odore del sangue!
Sentivo l’odore della vendetta!
La testa smise di girarmi, la
mia fantasia divenne meno
fervida, e la lucidità ritrovata
mi consigliò di non reagire per
evitare la controreazione di
Ettore, che al contrario di
quanto facessi io, la fantasia

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violenta, lui, la trasformava in
realtà.
“Se hai finito di fissarmi il
naso possiamo ricominciare a
giocare…” disse Ettore che
stava cercando dall’inizio dei
miei pensieri di alzare, con un
piede solo, da terra, la palla
da calcio. Era scoordinato,
forse il più scoordinato che
conoscessi nei miei primi dodici
anni di vita; portava sempre i
capelli rasati su una testa
tonda e paffuta segnata da una
cicatrice sulla nuca che creava
un buco abbastanza evidente tra
i capelli a spazzola; con le
guance sempre rosse per via
della sudorazione accelerata dal
grasso, gli occhi ribassati e un
collo taurino che faceva da
capolinea ad un corpo da
lottatore di sumo. Tremendamente
forte, Ettore era tremendamente
forte.
Io invece ero magro,
tremendamente magro, quasi
malato, con l’apparecchio per i
denti, i capelli castani
pettinati con la riga in mezzo e
le lentiggini. Dio quante
lentiggini. Avevamo dodici anni
e ogni giorno ci trovavamo nel

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retro della pescheria del padre
di Ettore a giocare a palla.
Quella mattina, il cui unico
sorriso veniva dal sole, entrò
nel cortile mio padre con aria
severa, e, chiamandomi con voce
alta e ferma, negandomi la
possibilità di controbattere,
m’impose di entrare nella
pescheria di Alfredo, che mi
avrebbe insegnato la prima
lezione per essere uomo. Al
momento non ci pensai, fui solo
sollevato dall’idea di non dover
stare tutto il giorno con un
odiato naso a patata contornato
da muscoli e grasso, ma in
seguito capii che quella mattina
avrei compiuto il primo passo
verso la responsabilità, il
primo passo verso l’età adulta.
Quella di Alfredo era l’unica
pescheria di un paese che viveva
di solo pesca; aveva comprato lo
spazio del vecchio cinema di
Tinci, di fianco alla parrocchia
vicino al porto, e l’aveva
riempito di pesci. Pesci di
tutti i tipi, grandi, piccoli,
brutti e argentati, belli e
dorati, con le pinne, con le
code, con i baffi e con
tantissimi denti aguzzi. Era un

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magazzino di pesci, ovunque mi
girassi c’erano sempre pesci,
alcuni ancora vivi rantolanti
nelle loro celle di polistirolo
come carcerati senza luce e
altri morti e freddi come la
neve d’inverno. I pesci più
strani li aveva fatti
imbalsamare e li aveva attaccati
alle pareti come trofei di
pesca, aveva imbalsamato uno
squalo tigre e un pesce
martello; davanti all’entrata,
ben in vista aveva posto un
pesce di parecchi metri con una
spada grossa almeno due volte il
suo corpo; c’era poi un polpo
gigante e la bocca di un altro
squalo che era talmente grande
che se spalancata ci sarei
potuto entrare senza neanche
abbassare la testa, era quasi
grossa come il portone
d’ingresso per entrare nella
casa di mio padre. Il soffitto
della pescheria era molto alto,
diviso a volta come una chiesa e
tutto affrescato; i disegni
erano strani, probabilmente
riguardavano la genesi, ma io
vedevo solo due corpi nudi
molto vicini tra loro. Le volte
affrescate non le aveva fatte
dipingere lui, era l’unica

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particolarità che aveva tenuto
dal vecchio cinema; andava fiero
del suo soffitto, come un
bambino che va fiero del suo
giocattolo nuovo. Quel soffitto
per me ed Ettore era stato una
tragedia, perché per parecchio
tempo ci aveva negato la
possibilità di giocare in
cortile; Alfredo aveva chiamato
dalla città una squadra di
restauratori che armati di
pennelli, grembiuli e mascherine
avevano sequestrato l’ex cinema
e non ci permettevano neanche di
guardare i lavori; era come se
al posto di restaurarlo
l’avessero creato e si
prendessero i meriti dell’opera.
L’incubo durò sei mesi
d’astinenza dal cortile, in cui
io e Ettore passavamo intere
giornate con il naso all’insù
affascinati da quelle persone e
speranzosi che finissero presto.

Entrai nella pescheria e fui


impressionato dalla quantità di
gente, ancora assonnata, che si
era svegliata alle sette di
mattina solo per comprare il
pesce appena arrivato; per

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entrare nella pescheria dove mio
padre mi stava aspettando non
passai dalla porta che dal
cortile portava direttamente
all’ex cinema, ma scavalcai il
muretto di recinzione ed entrai
dalla porta principale per
evitare di passare sotto le
fauci dello squalo che ormai
avevo paura di trovarlo persino
nella vasca da bagno.
Per me passare da quella bocca,
i cui contorni erano denti
enormi, era quasi come entrare
nella pancia dello squalo ed
essere inghiottito dall’ansia
del mio futuro.
Appena entrato, trovai mio padre
retto, vicino al bancone del
pesce, che, con aria severa e
una mano appoggiata sulla spalla
di Alfredo, mi scrutava dalle
ginocchia nude e sporche ai
capelli spettinati dal sudore,
cercando un difetto nella mia
camminata dinoccolata. Mio padre
non acclamava i miei pregi, ma,
a differenza della maggior
parte dei genitori dei miei
compagni di scuola, cercava i
miei difetti; mi ripeteva sempre
che dei pregi me ne potevo
rendere conto anche io, mentre i

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difetti no; e lo diceva con un
tono scherzoso ma consapevole
della fondatezza del suo
discorso, e pronunciando la
parola difetti, sorrideva, come
ad intendere che erano molte le
cose da correggere, e lui me le
faceva notare solamente per il
mio bene.
Mi disse di avvicinarmi facendo
un gesto con la mano destra, e
quando fui vicino, tolse la mano
dalla spalla di Alfredo e la
appoggiò dietro la mia nuca in
segno d’affetto. Mi disse: “Oggi
Vittorio t’insegnerò a scegliere
il pesce fresco”.
Avevano già preparato tutto per
la mia lezione sul pesce;
avevano messo diversi tipi di
pesci simili tra loro in fila.
Mi prese la mano e mi disse di
guardarlo e di ascoltarlo con
attenzione, poiché non aveva
nessuna intenzione di ripetere
due volte. Prese un pesce e mi
disse che la prima cosa che
dovevo guardare erano gli occhi.
Poi ne prese un altro e mi
chiese se notavo qualche
differenza. Li guardai entrambi
con attenzione, ma l’unica cosa

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che riuscivo con sicurezza a
dire era che erano morti,
decisamente morti, ma il tempo
no, come potevo sapere quale
fosse morto per primo, erano
morti e gli occhi che avevano
erano quelli di un pesce morto.
Per non dargli una delusione,
visto che avevo il cinquanta per
cento di possibilità di
scegliere quello giusto, indicai
quello di destra senza
esitazione per non fargli notare
la mia insicurezza. Vidi
storcergli il naso, guardare
Alfredo con stupore e, al
contrario del pesce, dai suoi
occhi capii che l’avevo deluso.
Mi disse che avevo sbagliato, ma
che quello era il modo più
difficile; mi assicurò che,
anche a lui, le prime volte che
gli capitò di acquistare del
pesce, gli occhi gli dicevano
ben poco.
Alfredo annuiva e mi fissava.
Mio padre riposizionò i due
pesci sul tavolo e mi disse che
la certezza della freschezza del
pesce la potevo avere solo
tastandone la consistenza; mi
consigliò di premere con forza
l’indice sul pesce e vedere in

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quanto tempo la pelle tornava
normale, se il pesce era vecchio
solitamente rimaneva la fossetta
creata con il dito. Infilai un
dito prima nel pesce di sinistra
e poi in quello di destra,
provando anche un certo schifo
che naturalmente non diedi a
vedere, e osservai i due pesci.
Effettivamente in uno era
rimasto il buco, sorrisi e senza
parole ma con sicurezza indicai
il pesce senza buco. “E’ fresco
o è vecchio?” sentii tuonare
nella pescheria la voce di mio
papà, amplificata dalle alte
volte. Ebbi una esitazione per
paura di sbagliare, il suo tono
come al solito mi aveva reso
insicuro; se me lo avesse
chiesto con calma ne sarei stato
certo ma con la voce alta che mi
intimava di non sbagliare, No.
Mi girai per cercare conferme, e
notai che la pescheria si era
bloccata, tutti i mattinieri
compratori di pesce, all’urlo di
mio padre, si erano voltati
verso di me per sentire la
risposta. Con tutta quella
gente, il pesce con il buco, ero
io, tastato da tutti quelli che
mi guardavano, con mio papà
fisso davanti a me con le

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sopracciglia aggrottate che
scrutava la lucidità dei miei
occhi. Ormai non sapevo più
quale scegliere, il buco se ne
era andato e io ero andato in
confusione; fortunatamente mi
venne incontro Alfredo, che con
estrema calma mi strizzò
l’occhio e mi disse di stare
calmo e scegliere quello che per
me era giusto, senza dare
ascolto a mio padre; mi rifece
l’occhiolino. Tastai nuovamente
i due pesci per sicurezza e
indicai ancora quello fresco.
Alfredo sorrise e con lui anche
mio padre e tutti gli altri.
Alfredo mi aveva visto crescere,
aveva assistito al mio battesimo
e mi aveva insegnato a pescare;
credeva in Dio e amava il mare
più di ogni altra cosa, le due
cose importanti della vita e di
cui secondo Alfredo non si
poteva fare a meno. Era
piuttosto simile a suo figlio
Ettore, aveva la stessa
corporatura lo stesso collo e lo
stesso naso, cambiava solamente
il suo sguardo temprato da anni
interminabili passati in mare
come marinaio e le sue
sopracciglia folte e appuntite

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verso l’alto; aveva delle mani
spropositate, e portava sempre
un grembiule bianco legato in
vita che rimaneva sempre pulito
perché lui usava pulirsi le mani
sporche di pesce sui pantaloni
invece che sullo straccio. Era
molto alto, e da piccolo,
quando la mia realtà aveva un
campo ristretto, mi sembrava che
non ci potesse essere nessuno
più grosso di lui, stargli
vicino era rassicurante. Adorava
il mare quasi come suo figlio lo
odiava e quando saliva sulla
barca, nel suo mondo, i suoi
movimenti goffi, dati dalla
stazza, scomparivano per
lasciare il posto al più bravo
marinaio che avessi mai
conosciuto; si muoveva come un
ballerino nello spazio senza
forza di gravità, un piacere da
vedere. Aveva una folta barba
che a discapito dei capelli
bianchi e degli anni trascorsi
era rimasta rossa. Alfredo in
barca era un ballerino dalla
barba rossa che citava poesie.
“Vittorio…” sentii nuovamente
la voce di mio padre tuonare
nelle volte mentre ero immerso
nel sogno di essere come

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pinocchio nella pancia dello
squalo che per la dimensione
poteva essere grande come una
balena.
“Passa a prendere la frutta e il
latte e poi vai a casa. Ci
vediamo per pranzo, io e Alfredo
finiamo di parlare, poi
arrivo…”. Mio papà e Alfredo
dovevano sempre parlare di
qualcosa in privato, e
soprattutto, non capivo come
facessero dopo così tanti anni
ad avere ancora qualcosa da
dirsi.
Presi la mia bicicletta salutai
con poco interesse Ettore che
durante la mia pseudo lezione
sul pesce era rimasto
imperterrito a cercare la
coordinazione giusta per
riuscire ad alzare da terra il
pallone con un piede; e non
riuscendoci per sfogare la sua
rabbia infieriva su un bidone
della spazzatura in ferro
prendendolo a calci.
Ettore rispose, imbufalito e
intento a calciare il bidone,
con un solo gesto della testa,
senza neanche guardarmi e io mi
allontanai velocemente per paura

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che si fosse stancato di sfogare
la sua rabbia sul bidone e
iniziasse a prendersela con me;
dopo poche pedalate fui già
lontano.

Avevo imparato a fischiare da


piccolo per chiamare Ettore, mi
mettevo due dita in bocca e
soffiavo più forte che potevo;
il risultato era che prima di
lui si affacciava sempre sua
nonna mezza sorda a salutarmi e
ad augurarmi una buona giornata.
Solitamente dopo avere fischiato
e dopo il saluto della nonna
diventavo tutto rosso perché mi
sentivo al centro
dell’attenzione, mi sentivo
osservato, e tutti quegli
sguardi erano girati verso di me
per colpa del fischio; quindi
cercavo di limitarne la potenza.
Un fischio in sordina giusto per
le orecchie della nonna sorda.

Capitolo 2

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“Lo chiamano Principio Favorevole…
Perché la vita vuole che tu viva la tua
Leggenda Personale”.

(Paulo Coelho)

“Il mio papà si


chiama Luigi, e in
paese lo chiamano
Gigino, è amico di
tutti e si ferma
sempre a parlare
con il suo amico
Alfredo. Io e mio
papà viviamo da
soli perché la mia
mamma è morta
quando io ero
piccolo. Il mio papà
sa cucinare la
mattina presto va
a cacciare e sa fare
anche i giochi di
magia. Qualche
volta, la sera,
quando ha tempo
sta per delle ore a
fare scomparire e
ricomparire
oggetti. Il mio papà
è tanto severo,

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alza spesso la
voce, ma dopo che
si è arrabbiato e ha
urlato mi chiede
sempre scusa. Il
mio papà è la
persona che mi sta
sempre vicino, è
alto e vestito
sempre di bianco,
porta sempre un
cappello in testa e
fuma il sigaro,
anche se dice
sempre che fumare
fa male. Io, anche
se ogni tanto urla,
gli voglio bene.”

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settembre 1982
Vittorio Pace

Quella mattina la maestra, come


sua abitudine al ritorno dalla
vacanze estive, ci aveva
assegnato un tema sulle persone
che ci sono care e a me era
venuto solo in mente mio papà;
Ettore aveva parlato del suo
cane e un altro bambino aveva

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scritto la formazione che in
quell’estate di gloria aveva
vinto il Campionato del Mondo di
calcio, si era soffermato sulla
festa, a cui aveva partecipato
con il padre e nel raccontarlo
si leggeva tutto l’entusiasmo
che aveva provato nella vittoria
dell’Italia; io e Ettore
sapevamo che cosa avrebbe
scritto già prima di leggere il
tema. Da quando era tornato
dalle vacanze non aveva fatto
altro che parlare di quella
splendida vittoria, e con me ed
Ettore, si accaniva ancora di
più nel racconto, poiché non gli
sembrava vero che ci fossero due
persone che di quella vittoria
non ne sapessero nulla; così ci
raccontava del gol di Tardelli,
e dell’esultanza a braccia
alzate di un certo Paolo Rossi,
e mentre ce lo raccontava,
mimava il gesto, così il primo
giorno di scuola dopo i saluti
prese una pallina di carta e
fece la telecronaca dell’azione,
infilò la pallina di carta nel
cestino, si inginocchiò con le
braccia alzate, la schiena un
po’ inarcata e i pugni serrati
gridando gol; più noi ci
stupivamo per il suo entusiasmo,

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più lui ci raccontava i dettagli
di quell’impresa che a suo dire
era epica.
Avevo un sacco di cose da dire
su mio padre, ma vederle
scritte, mi sembrava diverso.
Avrei potuto raccontare dei suoi
mille vizi, dal fumo alle carte,
alla sua smisurata passione per
la caccia al suo odio per la
pesca. Aveva un’innata passione
per la scrittura, diceva sempre
che la scrittura è una melodia e
la macchina da scrivere è il
pianoforte che serve a comporla.
Io provavo a impegnarmi, ma in
testa mi venivano cento idee e
poi si fermavano sulla mano; le
mie dita avevano un blocco che
mi impedivano di dipingere un
foglio di parole. La prima
persona che mi era venuta in
mente su cui fare il tema, era
mia mamma; solo che in tutta la
mia vita l’avevo vista solo in
fotografia, una bellissima
ragazza dagli occhi verdi come i
miei, e con i capelli neri.
Nella foto sorrideva ed era
immersa tra le sue piante. Mio
papà mi ha raccontato che
adorava le piante. Nel nostro
giardino aveva piantato

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moltissime piante di Gelsomino,
e il nostro prato era tutto
bianco. “Lei amava i fiori e
amava te, Vittorio” mi ripeteva
sempre il mio papà con aria
malinconica. Mi mancava tanto la
mia mamma ma non avevo molto da
dire. Avrei potuto parlare per
ore dei giochi di magia di mio
padre. Mi incantava per intere
serate facendo sparire e
apparire di tutto; Ettore diceva
però di non credere alla magia,
e mio papà gli faceva scomparire
il naso; lo teneva tra le dita
fino a quando Ettore gli giurava
di crederci, poi glielo ridava.
Luigi era alto, molto alto e il
suo odio verso la pesca era
dovuto a mia madre. Era in mare
che l’aveva persa per sempre ed
era il mare che odiava più di
ogni altra cosa. Spesso lo
trovavo seduto sulla spiaggia
con il suo sigaro spento in
bocca ed era come se attendesse
il ritorno della mamma. Guardava
il mare, guardava le onde, le
cavalcava con il pensiero, le
teneva in mano per qualche
istante e poi con tutta la forza
che aveva in corpo le gettava
sulla sabbia creando un rumore
assordante. Cercava di romperle,

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cercava di dimenticare. Ogni
tanto mi portava con se a
caccia, ma a me uccidere gli
animali per gioco non è mai
piaciuto, lui diceva che avevo
l’animo della femminuccia e io
gli rispondevo che per come
cacciava lui era meglio se
andava a fare il tiro al
piattello. Per lui era un
rituale, si svegliava la
mattina, prendeva tutto il
necessario e tornava la sera
soddisfatto; a volte andava a
cacciare talmente lontano che mi
spediva a dormire a casa di
Alfredo. Io naturalmente non ci
volevo andare per paura di
Ettore ma poi come al solito
quando disubbidivo ai suoi
ordini alzava la voce e così
alla fine ero costretto. Non ci
ho mai giocato a calcio insieme,
ma non che fosse un dramma, a me
non piaceva. Io amavo andare in
bici. Stavo delle ore sulla mia
bici, ore a pedalare con la
faccia al vento, ore a pedalare
solcando la strada, ore
pedalando per cercare una meta,
finché non era ora di cena e
dovevo tornare a casa. La
solitudine della bicicletta mi
faceva piacere, perché ero solo

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in mezzo a un sacco di gente, io
vedevo tutti, ma passavo
talmente veloce che gli altri
non potevano vedere me; ero
sempre solo, anche perché quando
Ettore decideva di seguirmi,
dopo pochi chilometri tra me e
lui c’era una distanza
incolmabile. Invece la
solitudine nel senso più comune
del termine, quella degli
eremiti, mi faceva una paura
terribile.
“Ettore io non voglio restare
mai solo”
“Che cosa stai dicendo?”
“Dico che ho paura di diventare
grande; quando diventi grande
resti solo.”
“Ma chi l’ha detto?”
“L’ha detto il cinese” Noi lo
chiamavamo così. Era un bambino
con gli occhi a mandorla e con
uno sguardo tristissimo; lui era
convinto che l’età adulta
portasse solo guai e solitudine.
Diceva che suo padre diventando
grande era stato abbandonato e
aveva iniziato a bere.
“Ma lo sai com’è il cinese…”

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“Si ma lui dice che anche mio
padre è solo...”
“Non è vero ci sei tu con lui!”
Ettore sapeva stupirmi quanto
picchiarmi.

Una cosa che non sopportavo di


mio papà erano gli ordini, e la
sua mania di tenere tutte le
cose al posto che decideva lui;
se per lui un soprammobile stava
bene in una determinata
situazione nessuno poteva
spostarlo; oppure se si metteva
in testa una cosa su una persona
era impossibile fargliela
cambiare. E purtroppo dava
ordini anche a me. “Vittorio fai
questo Vittorio fai quello”
dovevo fare sempre qualcosa. Tra
tutti i comandi che come un
burattino dovevo eseguire il più
lieto era quello di andare dal
fruttivendolo. Credo però che
mio padre avesse capito il
piacere che mi dava andare dalla
figlia di Mario il
fruttivendolo.
Passavo intere giornate davanti
alla bottega di Mario, e, quando
mio papà non mi commissionava
acquisti, i miei giri in

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bicicletta diventavano dei
cerchi intorno al negozio.
Probabilmente l’aveva capito
anche Mario che ero innamorato
di sua figlia, ma l’amore di un
dodicenne, da un adulto, è preso
poco sul serio; fa tenerezza.
Lei era molto carina con dei
lunghi capelli ricci e dorati e
tutte le volte che entravo nel
negozio lei usciva mi salutava e
poi scappava via. Ero timido,
molte volte sarei voluto entrare
con un velo, per nascondere la
mia faccia che odiavo; troppo
magra e dipinta di lentiggini.
Ai miei amici iniziavano a
venire i primi peli della barba
mentre io sembravo sempre un
bambino. Lei era già più grande,
anche se aveva la mia stessa
età. Purtroppo a lei piaceva un
ragazzo di due anni più grande
di noi, un certo Luca, uno di
quei ragazzi a cui basta
infilarsi una giacca di pelle e
fumare tante sigarette per
sentirsi dei duri. Quando lui
passava a prenderla, io mi
rannicchiavo di fianco alla mia
bicicletta, dietro un cespuglio
e li osservavo per ore. Lui mi
dava del guardone, ma io non
guardavo lui, ero estasiato da

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lei. Ettore diceva che quella
ragazza non aveva niente di
bello, e poi per stare con uno
come Luca doveva essere un po’
tonta anche lei. Non era così.
Lei era bella, come può essere
bello il primo amore. Il suo
ragazzo mi aveva già minacciato
più volte di starle alla larga,
ma io non riuscivo, ogni giorno
la dovevo vedere, anche solo
passando veloce in bicicletta.
Luca per questo mi odiava; io di
lui avevo paura;ma non avevo il
coraggio di raccontarlo a
nessuno.

Luca era uno di quei ragazzi


cresciuti senza guida, a me non
stava antipatico, perché sapevo
che era stato sfortunato da
piccolo; la madre troppo giovane
lo aveva lasciato ai nonni ed
era scappata in cerca di
fortuna, anche se mio padre e
Alfredo, dopo fortuna dicevano
sempre ridendo “O in cerca di
qualcos’altro…”. Aveva
frequentato fino alla seconda
media e poi era andato a lavora
come aiuto parrucchiere
nell’unico negozio di barbiere
di Tinci. Lui girava in

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motorino, e spesso si portava
dietro la figlia del
fruttivendolo; mentre i suoi
amici lo seguivano in
bicicletta. Secondo Ettore, che
lo odiava, si attorniava di
ragazzini più piccoli perché non
aveva il coraggio di vedersela
con quelli della sua età. Magari
era così, ma a me incuteva
timore comunque. Tra noi ragazzi
circolavano un sacco di storie
sulle sue imprese, e ogni volta
che succedeva qualcosa di strano
a Tinci, o qualcosa di eroico, o
qualcosa di rotto, lui si
prendeva tutti i meriti. Si
atteggiava molto da adulto e
fumava sigarette, una dopo
l’altra. Quando li guardavo da
dietro la siepe, mentre lui
cercava di baciare Giulia,
pensavo spesso che mi sarebbe
piaciuto essere come lui;
quantomeno per darle un bacio.
Quando eravamo piccoli e mio
papà andava a comprare la frutta
da Mario, io e lei giocavamo
sempre a rincorrerci, lei
sosteneva che io dicevo bugie e
io invece dicevo che non era
vero, e ci rincorrevamo finché i
nostri genitori non avevano

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finito, chi di vendere chi di
comprare. Poi da un’estate ad
un’altra Giulia non ha più
voluto giocare con me.
Anche Giulia sapeva che ero
innamorato di lei.
Un’altra cosa che mi piaceva
fare era andare a portare le
carte che mio papà scriveva per
Alfredo e fermarmi a parlare con
la mamma di Ettore. Non era una
bella donna e non lo doveva
essere stata neanche da giovane;
ma d’altronde neanche Alfredo
era bello. Si vestiva sempre con
delle tuniche colorate, con
fantasie prevalentemente
floreali, che le arrivavano fino
ai piedi e celavano le sue
rotondità. A me le sue rotondità
piacevano, mi sembrava ancora
più mamma di quanto fosse già.
Sarebbe stata una nonna
perfetta, premurosa e
affettuosa; la nonna che avrei
voluto per i figli miei e di
Giulia. Mi trattava come se
fossi stato il fratello di
Ettore, mi chiedeva sempre come
stava il mio papà anche se lo
vedeva tutti i giorni e la
trovavo sempre a cucinare
qualcosa. La mamma di Ettore era

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la mia salvezza. Tutte le volte
che cucinava per loro faceva due
porzioni in più per me e mio
padre. Io, tutte le sere, se
papà non preparava nulla da
mangiare, saltavo sulla mia
bicicletta e andavo a prendere
la cena a casa di Ettore.
Mio padre sapeva tutto sulla
legge ma non sempre aveva voglia
di cucinare. Lui preferiva
sedersi davanti alla sua
macchina da scrivere ed
immergersi nel suo mondo per
ore. Quando lui scriveva io
potevo fare quello che volevo,
tanto per lui era la stessa
cosa. Diceva di vivere in un
mondo parallelo, grazie alla
scrittura, dove mia madre era
ancora viva e vivevano felici
insieme. Io, quando lui diceva
così, gli chiedevo se c’ero
anch’ io, nei suoi sogni, e lui
con il sorriso più felice del
mondo diceva “Certamente, come
potrei fare a meno di te…!”.
Tutte le notti, da quando ero
piccolo, l’unica ninna nanna che
mi accompagnava nei sogni era il
rumore dei tasti della macchina
da scrivere. Era un attrezzo
bellissimo, sembrava una

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scultura,con i tasti che
sembravano mille occhi attenti
alla lettura del romanzo che
stava per scrivere. Io, qualche
volta, quando non riuscivo a
dormire, mi nascondevo dietro lo
stipite della porta dello
studio, con il mio pigiama
colorato che raffigurava degli
angeli, mettevo un piede sopra
l’altro per ripararmi dal freddo
del pavimento, e lo guardavo
scrivere, e le sue dita con
delicatezza ballavano sui tasti
come su petali di rose; non
schiacciava mai troppo forte ne’
mai troppo poco; l’unico gesto
violento era quello per andare a
capo. A volte teneva gli occhi
chiusi, come a cercare di
immaginarsi quello che scriveva,
e lì le sue mani correvano sui
tasti ancora più veloci,
reclinava la testa un po’
all’indietro e sorrideva.
Sorrideva e mi piaceva vederlo
sorridere in quel modo pensando
a mia mamma. Lui diceva spesso
che la scrittura era l’unica
cosa che era veramente sua e che
non avrebbe mai potuto
abbandonarlo. Diceva che tutti
prima o poi abbandonano, diceva
che anch’ io l’avrei

30
abbandonato quando mi sarei
sposato; invece la scrittura no,
perché era una parte di lui, era
come vedersi allo specchio. La
sua immagine non l’avrebbe mai
abbandonato.
No! Io non l’avrei mai
abbandonato; mi faceva troppo
paura pensare che un giorno
lontano le persone a me care,
non ci sarebbero più state. Mi
veniva quasi da piangere
all’idea che non avrei più
potuto rivedere mio padre.
Piangevo spesso all’idea di
vedere mia mamma solo in foto.
Spesso mi immaginavo come
sarebbe stata la mia vita se lei
ci fosse stata; cercavo di
vedermi viziato dalle sue
coccole e amato; chiudevo gli
occhi e sognavo la sua mano
abbracciata alla mia lungo le
vie di Tinci. Ogni tanto la
immaginavo cucinare e spesso
sognavo di vederla arrivare,
vestita di bianco, con i capelli
sciolti lungo le spalle nude,
come nella foto, un giorno
mentre io e mio papà eravamo
seduti in spiaggia ad
aspettarla. Era il sogno più
bello; io mio padre e mia madre

31
sulla spiaggia a guardare il
mare. Mio papà diceva che se ne
era andata in un posto migliore,
in un’ isola sperduta dove tutti
sono buoni, in un isola dove i
sogni diventano realtà. Io ero
contento che lei fosse lì, anche
se avrei preferito che fosse
stata vicino a me. Non mi
sentivo un bambino come tutti
gli altri, mi sentivo mutilato,
sentivo che mi avevano portato
via metà degli affetti della mia
vita. Per questo capivo Luca e
i suoi modi di fare; capivo che
gli mancava amore.

Come al solito, dopo avere


pensato per ore, solo poche
erano le cose che effettivamente
ero riuscito a scrivere; il
blocco aveva ancora intercettato
i miei pensieri, la carta non
aveva nessuna intenzione di
farsi scarabocchiare da me.
Mentre tutti scrivevano mi girai
verso Ettore, che come al
solito, a furia di minacce aveva
conquistato il posto di fianco
alla finestra, utile per
l’estate, e vicino al
calorifero, comodissimo per
l’inverno. Era intento a

32
scrivere come un bufalo che
corre per una prateria;
ingobbito sul foglio, con la
penna tra l’anulare e il medio e
con l’altro braccio penzoloni
fuori dal banco. Il risultato
era tremendo e il foglio era un
pasticcio di idee e pensieri che
si attorcigliavano tra loro. Si
sentì osservato e si girò di
scatto.
“Ti fa ancora male la guancia?”
disse lui ancora ingobbito
“No” risposi io, mantenendo un
certo distacco come a
sottintendere che non avevamo
ancora fatto pace.
“Beh, la prossima volta
cercherò di colpirti la spalla”.
Era il suo modo di chiedermi
scusa, e a me quello bastava.
“Hai visto che neanche oggi
Giulia è venuta a scuola…”.
Avevo visto si, la prima cosa
che facevo prima di entrare in
classe era vedere se lei era a
scuola, le volte che non la
trovavo, prendevo la mia bici e
andavo a cercarla dove pensavo
potesse essere. Solitamente era
in compagnia di Luca.

33
“Si…!” risposi io pensando a
loro due sdraiati sul molo a
guardare il cielo
“Ormai è un po’ che non la si
vede” disse lui nuovamente per
cercare un dialogo.
Effettivamente erano almeno due
settimane che non la vedevo più
a scuola, e la mia maestra dopo
i primi miei tre giorni di
assenza aveva avvisato mio padre
delle mie bigiate; non potevo
più andarla a cercare se non
volevo stare in castigo per
almeno due settimane. Mi
accontentavo di vederla il
pomeriggio.
“Secondo me non viene più” disse
lui. Io non risposi, feci finta
di niente, anche se lo
sospettavo anche io. Il padre
l’aveva messa a lavorare con lui
da quando la moglie si era
ammalata di osteoporosi e non
poteva più portare pesi; “Mi
hai sentito” alzò la voce lui
seccato della mia mancata
risposta.
“Lasciami in pace non vedi che
sto facendo il tema!”
Si ributtò a capofitto sul
foglio, ancora più imbufalito.

34
Sembrava che mentre scriveva
avesse voglia di consumare la
penna e il foglio; sembrava che
la sua mano premesse così tanto
sul foglio da inciderlo più che
scrivere, sembrava che la sua
unica intenzione fosse quella di
rompere la penna.
Le due ore a nostra disposizione
terminarono con il suono della
campanella che annunciava la
fine della mattina e dei
pensieri. Consegnai il foglio
sotto quello di un altro mio
compagno per non far vedere alla
maestra che avevo scritto poco;
mi vergognavo anche della mia
scrittura. Uscimmo da scuola
velocemente, io dovevo passare a
comprare la frutta per il mio
papà e per me.

Capitolo 3

“Quando finiscono i sogni la realtà non è


mai come la come la si vorrebbe.”

35
(Anonimo)

Entrai con una certa ansia nel


negozio, speravo di trovarla; mi
sarebbe bastato un sorriso per
tutta la giornata, mi sarebbe
bastato un sorriso per
dimenticare tutti i miei
pensieri; nel negozio trovai
solo il padre, seduto su una
sedia a dondolo che leggeva la
Gazzetta dello sport. Non mi
salutò subito, fece finta di non
vedermi per riuscire a finire
l’articolo che stava leggendo.
Io per attirare la sua
attenzione mi schiarii la voce e
pestai i piedi per terra, come
per bussare. Lui abbassò il
giornale e con la sua voce roca
mi salutò.
“Ciao Mario il papà mi ha detto
che ha bisogno di queste cose…”
dissi e gli porsi il biglietto
della spesa che mi aveva
preparato prima che uscissi per
andare a scuola.
Mario non rispose prese il
foglio e iniziò a riempire i

36
sacchetti. Si spostava da una
parte all’altra del negozio
strisciando le sue vecchie
ciabatte verdi logorate dagli
anni. Ogni tanto si girava a
guardarmi, sembrava quasi
intenzionato a chiedermi
qualcosa, ma poi si asteneva dal
porre la domanda. Mi seguiva con
lo sguardo mentre era intento a
pesare dieci patate.
“Che tipo di uva vuoi?” Mi
chiese all’improvviso, come se
non avesse trovato nessuna
domanda migliore di quella.
“Papà la vuole bianca…”
“Si ma Regina o Italia?”
“Non saprei, lui quale prende di
solito?”
“A volte una a volte l’altra;
l’Italia è quella più tonda con
gli acini più grossi, mentre
la Regina ha gli acini più
ovali” Spiegò lui con i due tipi
di uva in mano.
“Allora la Regina” dissi io
affascinato dalla forma e dal
colore degli acini; gli acini
dell’altra sembravano dei
palloncini pieni d’aria, e poi

37
erano verdi e mi ricordavano le
sue ciabatte.
“Vittorio l’insalata che voleva
tuo padre oggi non ce l’ho, ne
vuoi un’altra al posto di quella
o va bene così?”
Era da quando ero entrato nel
negozio che volevo chiedergli di
sua figlia, mi giravo intorno
cercando di vederla, e, alla
fine, la mia timidezza cedette
alla voglia di sapere dove era e
dissi: “C’è Giulia?”
Il suo sorriso mi innervosiva
parecchio; ma lui tutte le volte
che mi vedeva nei paraggi di
Giulia sorrideva.
“E’ di la che guarda la
televisione” rispose lui, “se
vuoi te la chiamo…”
Le mie guance dovevano avere
assunto un colore rosso fuoco,
perché me le sentivo bruciare; a
stento gli dissi che non
importava che dovevo andare a
casa a mangiare che mio papà mi
stava aspettando; che per un
saluto non valeva la pena
scomodarla; ma lui imperterrito
disse che almeno potevo dirle
che cosa stavamo facendo a
scuola e tenerla informata sulle

38
lezioni. Sparì dietro una porta
di vetro smerigliato che faceva
vedere solo le sagome delle
persone, e dopo pochi istanti
tornarono nel negozio tutti e
due.
“Ciao Giulia” dissi io con un
filo di voce
“Ciao Vittorio” mi rispose lei
sicura, sapendo che io ero
innamorato
“Passavo di qua e…” Il padre mi
interruppe e le disse che io mi
ero proposto di riportarle
quello che facevamo a scuola.
Rimasi allibito, ma l’idea di
vederla tutti i giorni per
raccontarle qualcosa mi
entusiasmava molto. Anche se in
quel modo passavo per un
secchione che non aveva altro
mezzo per starle vicino.
“Dai usciamo da qui che c’è
puzza di muffa e ci devo stare
già tutto il giorno” Disse lei
con una voce perentoria. Io la
seguii fuori e ci andammo a
sedere sulla stessa panchina
dove di solito la vedevo
abbracciare Luca.
“Come mai non vieni più a
scuola?” chiesi io.

39
“Perché non mi va più” rispose
lei.
“E come mai?”
“Così!” disse lei
“Ma non ci vieni mai più?”
“Per ora non ho più voglia poi
vedrò…” e mentre rispondeva si
accese
una sigaretta come nei film.
Effettivamente Giulia era più
grande di me, lei con me si
annoiava e io non avevo niente
da raccontarle, la guardavo e
basta e lei accentuava sempre di
più il suo modo di fumare.
Mentre fumava si guardava
attorno, per vedere se arrivava
qualcuno che la potesse cogliere
in flagrante con la sigaretta.
All’improvviso mi mise la
sigaretta tra le dita, e mi
disse di fare un tiro, e nello
stesso istante arrivò suo padre
sempre strisciando le sue
ciabatte verdi.
“Stavo pensando, Vittorio, che
se tu vieni qui tutti i giorni a
ripetere a Giulia le cose che
spiegano in classe io ti pago…”
Io non sapevo neanche come si
tenesse in mano una sigaretta,

40
non l’avevo mai fumata, e il
fumo che avevo aspirato mi era
andato tutto di traverso; la
gola mi pizzicava moltissimo e
mi veniva da tossire, ma non
volevo fare vedere a Giulia che
tossivo. Un colpo di tosse mi
sfuggi, e il padre di Giulia
notando la sigaretta disse:
“Cominciamo presto a prendere
vizi, ma bravo…” e poi
sorridendo disse “Se vieni qui
tutti i giorni cerca di non far
iniziare a fumare la mia
bambina…”. Lei aveva fatto una
faccia schifata. La mia bambina
per lei era un affronto, si
sentiva grande, una ragazza, o
almeno una ragazzina.
“Allora ti va o no!” disse lui
perentorio vedendomi titubante
“ho detto che ti pago”. Mario
era una di quelle persone che
pensano che i soldi siano tutto
nella vita, lui era convinto
che pagando tutti avrebbero
dovuto accettare le sue
proposte. Era l’uomo più tirchio
che conoscessi, e sapevo anche
che per lui il pagare sarebbe
stato un frutto tipo una banana
o una mela; ma a me i soldi non
importavano avrebbe potuto

41
darmeli o non darmeli che ogni
giorno di lì ci sarei passato lo
stesso. Però non lo capivo, non
capivo le persone tirchie,
rinunciava a mille cose in nome
dei soldi come se non
spendendoli i benefici che si
traggono dal detenere moneta
aumentassero. Se tu lavori,
guadagni e non spendi i soldi
che guadagni cosa lavori a fare.
Però quando lo chiedevo a mio
padre mi rispondeva che pensavo
così perché ero piccolo e non
avevo ancora guadagnato soldi
miei. Qualsiasi cosa tu dica da
piccolo è presa come una
sciocchezza ed è sempre
accompagnata dalla frase “poi da
grande vedrai” , ma a me
sembrava che i grandi poi così
sicuri delle loro scelte non
fossero. O meglio che il modo di
vedere le cose fosse decisamente
più brutto dei pensieri dei
ragazzi della mia età. Mi
immaginavo spesso Mario con la
canottiera sporca di verde, le
ciabatte e quei pantaloni blu
elettrico che non si levava mai,
riempire di banconote il
materasso per poter dormire
sonni tranquilli.

42
“A me va, ma deve andare anche a
Giulia” dissi io per poter
sentire Giulia dire che le
andava di vedermi.
Giulia non rispose, negandomi la
possibilità di sentire la sua
voce, ma alzò le spalle in segno
di indifferenza; io a Giulia ero
indifferente. Ma non mi
importava granché, in fin dei
conti neanche io mi piacevo
molto, anzi odiavo il mio fisico
longilineo e la mia faccia
lentigginosa da bambino. Non si
poteva darle torto, lei era già
bella e quasi sviluppata io ero
invece in una fase intermedia,
dove i denti devono ancora
essere messi a posto. Il padre
ci lasciò sulla panchina e
Giulia con le gambe rannicchiate
su se stessa si riprese la
sigaretta.
Io con lo sguardo seguii il
padre di Giulia che si infilava
nel negozio e con aria
soddisfatta abbassava a metà la
serranda per non essere
disturbato durante la usuale
pennichella pomeridiana, mentre
Giulia sempre con le gambe
accovacciate sul suo petto era
persa nei suoi pensieri.

43
Probabilmente si era anche
dimenticata della mia presenza,
perché quando la avvertii che
stava arrivando Luca, lei ebbe
un piccolo sussulto e poi mi
guardò stranita.
“Vai via…” disse lei “ lo sai
che se ti trova qui con me si
arrabbia…” disse lei
preoccupata.
Ma ormai la cosa era fatta Luca
e tutta la sua banda si stavano
avvicinando e ormai mi avevano
visto e riconosciuto.
“Dai corri vai sulla bicicletta
e scappa…” continuò lei “non
startene qui impalato…”.
Era preoccupata.
Io lo ero più di lei, ormai si
avvicinavano sempre di più e
dovevo decidermi se scappare da
vigliacco o restare ed
affrontarli. Girai la testa
guardandomi intorno per cercare
una soluzione, e mi fermai a
guardare la mia immagine nella
vetrina di un negozio di
giocattoli. Era una brutta
immagine; stavo seduto sulla
panchina con la schiena curva e
con la faccia da bambino che
guardava stupito la propria

44
figura. In quel momento capii
che volevo cambiare, non volevo
essere più il ragazzino che
scappa ad ogni avversità, mi ero
stancato di avere paura anche
del buio; non riuscivo più a
guardare la mia faccia in quello
stato di insofferenza.
Decisi di aspettarli seduto di
fianco a Giulia, che, nel
frattempo, per il nervosismo e
approfittando del riposino del
padre, si era accesa un’altra
sigaretta che fumava
nervosamente. La teneva stretta
tra le dita, all’altezza della
falange superiore e con avidità,
la stessa con la quale il padre
contava i soldi, aspirava il
fumo consumando il braciere
rapidamente. Ora che era
nervosa, la cenere si consumava
come la mia voglia di cambiare.
Al contrario della mia immagine,
la sua, dalla vetrina era molto
elegante; lei stava seduta con
le gambe incrociate, i gomiti
sulle ginocchia, e lentamente si
dondolava creando strane figure
col fumo; rimasi incantato dalla
sua bellezza; non aveva niente
che non fosse al posto che
doveva stare; ogni movimento era

45
perfetto. Anche il suo
oscillamento dettato dal
nervosismo era in armonia con il
resto dei movimenti e con la
corsa del fumo verso l’alto.
Mi arrivò uno schiaffo.
“Ma ci sei o ci fai…” disse Luca
guardandomi dall’alto in basso
con aria minacciosa. Non li
avevo sentiti arrivare e neanche
parlare; non mi avevano dato la
possibilità di scappare; ora
iniziavo a rimpiangere la fuga,
se fossi potuto tornare indietro
me la sarei data a gambe ma
ormai ero lì.
“Che cosa vuoi?” dissi cercando
di tenere il timbro di voce più
impostato possibile.
“Spaccarti la faccia” rispose
Luca
“Spaccarti la faccia” ripeté il
Nano
“Spaccarti la faccia” dissero in
coro il Grasso e Formica
ridendo.

Capitolo 4

46
“Nulla infonde più coraggio al pauroso
della paura altrui.”

(Umberto Eco)

“SPACCARMI LA FACCIA…” La voce


di Luca mi risuonò in testa, e
mentre loro erano tutti davanti
a me in cerchio formando una
catena io continuavo a pensare
alle loro voci.
Come tutte le persone insicure,
parlavo velocemente, non avevo
la calma delle parole ben
scandite, cercavo di
confonderle, cosicché chi mi
ascoltasse non ci faceva molto
caso. Luca aveva una voce
nasale. Una brutta voce nasale.
Il Nano sembrava un baritono e
Giulia tutte le volte che lo
sentiva parlare gli chiedeva se
aveva ingoiato un megafono;
aveva una voce da uomo e con un
timbro molto alto. Io continuavo
a pensare che mi volevano
spaccare la faccia. Non ero
agitato per i pugni che mi
potevano dare, ma per la figura

47
di impotenza che avrei fatto
davanti agli occhi di tutti,
soprattutto a quelli verdi di
Giulia. Presto però mi passò
anche questa ansia; non mi
importava, potevano fare quello
che volevano, che non mi sarebbe
cambiato nulla.

Mi Arrivò un altro schiaffo

“Non parli più cacasotto” urlò


Luca che mi stava proprio
davanti
“CAGASOTTO” ripeté il Nano
urlando ancora più forte di Luca
“…”
“Ti avevo detto di non farti più
vedere vicino alla mia ragazza”
“…”
Lo schiaffo mi aveva
completamente spettinato, il
primo lo avevo attutito
abbastanza, ma il secondo era
troppo forte perché non mi
scomponessi; mi aveva quasi
fatto cadere.
Mentre loro parlavano io
continuavo a guardare la
vetrina. Mi dava tranquillità

48
guardare la vicenda da una
prospettiva che non fosse la
mia; era come guardare un film,
in cui quattro ragazzini
attorniano un ragazzo seduto.
Vedevo l’immagine nitida di
tutti e quattro. Luca era il
capo della banda, forse perché
era il più grande o forse perché
era quello che parlava di più,
era sempre vestito con una
giacca di pelle nera e con i
pantaloni della bottega del
barbiere. Era pettinato con la
riga in mezzo e con i capelli
castani che formavano un ciuffo
sempre alto e ben fonato; usava
la brillantina per tenerli
immobili, ed effettivamente non
si scomponevano mai. Non era un
brutto ragazzo; non aveva
lineamenti particolari, aveva un
viso molto sottile e dei grandi
occhi neri, stonavano le sue
orecchie a sventola, la sua voce
nasale e i due incisivi
superiori scheggiati. Anche lui
era magro ma non aveva le
lentiggini. Di fianco a lui
c’era sempre il Nano, piccolo e
cattivo; era affetto da una
malattia che lo avrebbe
costretto per tutta la vita ad
avere le sembianze di un

49
bambino. Il suo fisico era una
prigione di eterna adolescenza.
Tutta la rabbia che provava nei
confronti del suo fisico la
esprimeva a parole con la sua
voce grossa e incisiva. Faceva
abbastanza impressione guardarlo
e sentirlo parlare, aveva una
voce da adulto e il corpo di un
bambino. Poi un po’ defilati
seguivano i discorsi il Grasso e
Formica. Loro due stavano sempre
insieme, erano due miei compagni
di classe; anche a scuola si
mettevano in banco insieme. Non
sapevano neanche loro perché
seguivano Luca e il Nano nelle
loro imprese; loro non avevano
rabbia repressa; né tantomeno
dovevano dimostrare di essere
qualcuno. Credo che loro al
contrario del Nano, che aveva la
possibilità di dare una voce
alla propria rabbia, avevano
paura di Luca, quindi per loro
era meglio seguirlo che essere
inseguiti come ero io.
Io ero il bersaglio preferito di
Luca, non mi lamentavo mai e non
reagivo, spesso non alzavo
neanche la voce. Quando li
vedevo cambiavo strada e quando
non potevo cambiare strada

50
abbassavo la testa diventando
ancora più curvo e fissavo il
mio sguardo sul cemento.
Pensavano a me come ad un
vigliacco; io invece volevo solo
farmi i fatti miei.
Mi disprezzavano per il mio
modo di essere passivo alla
vita, di lasciare che tutte le
cose scorressero senza che io
agissi per cambiarle, e quello
che io vedevo come indifferenza
loro lo vedevano come codardia.
Il Grasso e Formica ridevano
sempre, si guardavano e ridevano
delle loro cose, dei loro
segreti e quando non potevano
ridere sorridevano. Ettore
diceva che secondo lui erano
scemi; io invece pensavo solo
che si trovassero molto bene
insieme.
Mi arrivò un terzo schiaffo,
questa volta sull’orecchio che
mi rintronò abbastanza e mi
diede una sensazione di distanza
dalla realtà; il colpo faceva si
che le loro parole arrivassero
da lontano
“Guardami quando parlo…” gridò
Luca, innervosito dal mio
distacco.

51
“Guardaci…” disse il Nano per
sentirsi uguale a Luca. Avrebbe
voluto tirare uno schiaffo anche
lui, avrebbe gioito se avesse
potuto picchiare qualcuno, ma
lui con quelle manine di un
bambino di otto anni non poteva.
Io li guardai ma subito il mio
sguardo fu catturato dagli occhi
di Giulia che mi guardavano con
un misto di tristezza e di
disprezzo. Lei avrebbe voluto
che reagissi.
Mi alzai in piedi sempre in
silenzio, dando una spinta al
Nano che finì per terra e gli
dissi che potevamo continuare il
discorso da un’altra parte
lontano da Giulia. Mentre lo
dicevo mi tremavano le gambe.

Avevo paura…!

Avevo PAURA…!

AVEVO PAURA…!

52
Mi guardarono allibiti, Formica
aiutò il Nano ad alzarsi e Luca
mi disse che se volevo potevamo
andare nel giardino dietro il
negozio di Mario. Non mi
sembrava una buona idea; lì
sarei rimasto solo alla mercé di
quei quattro attaccabrighe.
Ormai, però, lo avevo proposto
io e non mi potevo più tirare
indietro, mi ero rassegnato a
tutto; alla brutta figura, alle
botte, allo scherno e al
ricordo; non mi interessava,
speravo solo che non mi
lasciassero dei segni in faccia
troppo evidenti da dovermi
giustificare con mio papà. Non
avevo voglia di farlo entrare
nel mio mondo di ragazzino, con
problemi così piccoli per un
grande e così grandi per uno
piccolo. Non avevo voglia di
sentirgli dire: “Ma si… le
solite cose che capitano tra
ragazzini…”. Detestavo quel modo
degli adulti di sorridere ai
dubbi degli adolescenti di
alzare le spalle e non darci
importanza perché “tanto un
giorno capirai…”. Ero stanco
anche del loro modo di
affrontare i problemi; a
sentirli parlare sembrava che

53
fossero gli unici a soffrire,
gli unici ad avere qualcosa che
li faceva fermare a pensare, un
problema che li lasciava senza
via di uscita; un problema per
cui tutti gli altri diventavano
inesistenti.
Guardai di nuovo nella vetrina e
vidi gli occhi di Giulia che mi
guardavano; i nostri occhi erano
nella vetrina l’uno di fianco
all’altro, tutti e due verdi e
tutti e due preoccupati. Lei
aveva abbandonato la sua
posizione e si era seduta sullo
schienale della panchina. Non
fumava più. Io in compenso
tremavo ma senza darlo a vedere.
“Il giardino va bene, andiamo
che sono stanco…” dissi io
cercando di imitare la voce di
un doppiatore di film
Hollywoodiani.
“Non ti preoccupare ci mettiamo
un momento” disse Luca tronfio
“Un momento” disse il Nano
mentre cercava di rialzarsi
“Un momento” dissero ridendo gli
altri due che gli stavano dando
una mano a rialzarsi.

54
“Un momento”. Le loro parole mi
rimbombavano in testa; ad ogni
frase pronunciata, mi immaginavo
la scena seguente. Un momento
era l’attimo che stavo vivendo,
quel lasso di tempo senza ora
che mi stava dando emozioni. Un
momento abbandonato dal tempo.
Un solo momento in cui accadono
molte cose, il momento è il
contenitore di tutti i ricordi.
Io ricordavo i momenti, non le
giornate non le ore ma solo i
momenti. Tutta la vita azzerando
gli spazi potrebbe essere
rinchiusa in pochi momenti,
momenti importanti che ci
ricordiamo, momenti essenziali
che ci vogliamo ricordare ma
sempre momenti. Anche le
decisioni sono questioni di
momenti. Tutta la vita è fatta
di momenti.

Ci incamminammo per il giardino,


passammo davanti al
fruttivendolo con la serranda
mezza chiusa, e girammo nella
prima via a destra, sentivo il
suo sguardo premere contro la
mia schiena. Mi venne in mente
di scappare. Nessuno parlava;
Luca era rimasto indietro a

55
dare spiegazioni a Giulia, il
Nano faceva strada, alla mia
destra c’era il Grasso e a
sinistra Formica. Potevo
tranquillamente mettermi a
correre che non mi avrebbero mai
preso, Il Nano aveva le gambe
troppo corte il Grasso era
troppo pesante e a Formica
interessava tagliare solo la
coda alle lucertole e fare
collezione di trenini.
Il suo nome vero era
Massimiliano ma per tutti era
Formica. Quel soprannome glielo
aveva dato il Grasso, prima che
iniziassero a uscire sempre
insieme. Formica si divertiva a
tagliare la coda alle lucertole
e vedere per quanto tempo la
coda senza il corpo continuava a
muoversi. Un giorno il Grasso lo
vide svuotare una bottiglia di
alcool in un formicaio e dargli
fuoco. Formica si giustificò
dicendo che voleva vedere se le
formiche avevano un piano di
fuga anti-incendio. Il problema
fu che dal formicaio uscirono
una quantità di formiche tali
che ricoprirono tutto il
giardino di casa sua. Da allora
Formica. L’altra passione era

56
per i treni; treni di tutti i
tipi dai pendolini fino ai tram
milanesi; aveva una collezione
smisurata di modellini di treni;
di tutti i colori, di tutte le
nazionalità e di tutte le
epoche.

Pensai agli occhi di Giulia


sulla mia schiena, pensai che se
fossi scappato avrei solo
posticipato il problema, così mi
feci scortare da quei tre ai
quali si aggiunse presto anche
Luca e ci infilammo nel
giardino.

PAURA!

Che strano avere paura. Una dote


e un peso.
Più che paura poteva essere
ansia, non sapere ciò a cui si
va incontro; l’incertezza delle
conseguenze, il timore di non
essere all’altezza di ciò che
gli altri chiedono di fare. Un
bene che mi fa pensare e spesso
non agire d’istinto e un male
che mi fa perdere delle

57
occasioni. Io ero un ragazzino
abbastanza timorato.
Il corpo mi tremava, non per i
pugni che avrei preso, ma per la
mia impotenza in quel momento,
la consapevolezza della mia
inferiorità. Un misto tra
menefreghismo e poca audacia. La
paura si legge negli occhi delle
persone; coraggioso non è chi
non ha paura, ma chi non lo da a
vedere.
Camminavo a piccoli passi per
stare al passo con il Nano; lo
seguivo a breve distanza
guardandomi attorno per non
farmi trovare impreparato. Il
Grasso e Formica sembravano
distanti da quella situazione
come lo ero io, continuavano a
parlare tra loro dei compiti che
avrebbero dovuto fare per il
giorno dopo. Io ero un
prigioniero che camminava verso
la punizione, colpevole di non
fare niente per evitarlo. Forse
se mi fossi vestito come loro, o
se avessi parlato come loro, o
se non fossi stato così timido
ed introverso si sarebbero
accaniti con qualcun altro. Ma
io ero timido e introverso.

58
“Tu li hai fatti i compiti per
domani?” mi chiese Formica
scordandosi che ero un
prigioniero e trattandomi come
un suo compagno di classe.
Luca lo fulminò con lo sguardo,
non voleva abbassare la
tensione; gli piaceva moltissimo
la sensazione che qualcuno
potesse avere paura di lui, lo
affascinava l’idea che qualcuno
dipendesse da un suo gesto. Si
sentiva come un condottiero
vincitore che poteva decidere la
sorte del vinto. Avrebbe potuto
scegliere tra la grazia o la
morte; purtroppo, di solito, la
grazia arriva dopo tante morti,
io ero il suo primo bottino di
guerra, e lui di graziarmi non
aveva nessuna intenzione.

Non risposi e continuai a


camminare sorretto e spinto
dallo sguardo di Giulia; alzai
la testa per guardare il cielo,
e l’azzurro che veniva fuori
dalle nubi cariche di pioggia,
sembrava un sorriso del cielo.
Risposi al sorriso contento per
quel poco di sereno che c’era
intorno a me; Formica mi guardò

59
allibito come si guarda un
pazzo.

Finalmente ci fermammo.

Capitolo 5

“Innamorarsi è come portare per mano


un sogno”

(Anonimo)

60
“Ti avevo avvisato…” Disse Luca
con il sorriso sulle labbra
mentre si tirava verso i gomiti
le maniche del giubbotto di
pelle nero.
“Già” disse il nano guardandomi
dal basso con aria di sfida.
“Cavolo mi sono dimenticato del
tema per domani …” disse il
Grasso a Formica.
“SIETE QUATTRO POVERETTI…” urlai
io “Uno nano, due scemi e un
vigliacco che si deve mettere
una giacca di pelle per sentirsi
coraggioso; bella forza la
vostra…”. Se avevo avuto fino a
quel momento una possibilità di
uscirne incolume, ora me l’ero
giocata definitivamente, ma non
mi interessava, avevo detto
quello che pensavo. Mi arrivò
una spinta dal ciccione molto
forte che mi scaraventò per
terra. Si era offeso.
Cercai di rialzarmi subito, ma
fui colpito da due calci nello
stomaco prima da Luca e poi dal
Nano. Grazie ai due colpi finii
con la faccia nell’erba del

61
giardino. Le loro voci si
stavano allontanando; il secondo
colpo, anche se meno forte del
primo, mi era arrivato alla
bocca dello stomaco e mi aveva
tolto tutta l’aria dai polmoni.
NON RESPIRAVO.
“Alzati vigliacco” sentii urlare
“Vigliacco” sentii di nuovo, ma
le loro voci erano ormai lontane
come un eco in fondo alla
grotta. Il tempo si stava
fermando. Le mie smorfie
facciali per cercare aria erano
divenute spasmi. Era come se
fossi diventato sordo
all’improvviso; la mancanza
d’aria, oltre a togliermi il
respiro, mi aveva allontanato
dalla realtà; erano cresciuti a
dismisura i rumori interni al
mio corpo. Sentivo i rantolii e
il battito cardiaco, sentivo il
sangue scorrere tra le vene;
sentivo le ossa scricchiolare;
sentivo i miei denti che
digrignavano; sentivo il
rimbombo dei colpi che mi
arrivavano come tuoni sulla
pancia. La mancanza del respiro
mi aveva bloccato tutti i
movimenti, ero rinchiuso in una

62
prigione senza sbarre. Ero come
un pesce appena pescato in un
scatola di polistirolo.
Boccheggiavo e invece di
chiedere acqua chiedevo soltanto
aria.
L’aria mi tornò all’improvviso e
con l’aria anche la percezione
dei sensi. Un frastuono di
parole che si intrecciavano tra
loro mi riempiva la testa; le
loro grida erano peggio dei
calci. NON-STA-BENE-MA COSA
DICI-FA-FINTA-VIGLIACCO-ALZATI-
POVERINO-NON-RESPIRA-FORSE-E’-
VERO-E’-DIVENTATO-PALLIDO-
CAGASOTTO-LASCIALO-RESPIRARE-
GIULIA-LUCA-STA-ZITTO-DECIDO-IO-
QUESTO-MUORE-SCENEGGIATA-GRASSO-
TRENI-SCUOLA-NON LO-VEDI-
RAGAZZI-GALERA-ERBA-FACCIA–DAI-
NANO-TOCCA-A-TE …
Mi stavano spaccando i timpani,
tenevo gli occhi chiusi per
riuscire a concentrarmi meglio
sulle parole, ma lo sforzo era
vano. Avevo il caos nelle
orecchie, e le loro parole
ruotavano nella mia testa come
macchine impazzite che giocavano
a scontrarsi. Invece che tenere
le mani sulla pancia per
attutire i colpi, mi coprivo le

63
orecchie per non sentirli. Avrei
voluto solo che smettessero di
parlare.
Come era arrivata, così se ne
andò nuovamente, e con l’aria
anche il rumore. Tolsi le mani
dalle orecchie e mi abbandonai
completamente; non facevo più
resistenza. Avevo la faccia
nell’erba.
Pensai a mia mamma nella
fotografia, così bella, eterea,
lontana dal suo destino e così
contenta della mia presenza. Le
tenevo un dito con tutta la mano
e lei mi guardava dall’alto con
i suoi magnifici occhi. Aveva le
labbra sottili, un naso fine e
un’espressione serena. Era così
bella che nella fotografia non
si notava niente altro che la
sua persona. Mio padre diceva
che avevo i suoi occhi e lo
stesso sguardo intenso, diceva
anche che avevo preso da lei
tutte le mie espressioni; diceva
che quando mi vedeva aggrottare
le fronte o quando mi vedeva
sorridere strizzando gli occhi
gli veniva molta nostalgia;
diceva che era quasi come
rivederla.

64
Avevo terminato la mia capacità
di apnea e svenni senza
accorgermene ancora sognando mia
mamma.

Per mia fortuna, poco dopo che i


sensi mi abbandonarono, arrivò
Ettore avvisato da Giulia, in
bicicletta, con lei sulla canna
che gli indicava la strada.
Ettore scese dalla bicicletta e
senza dire una parola andò
dritto verso Luca e gli mollò un
pugno sul naso talmente forte da
farlo cadere all’indietro come
un sacco pieno di foglie. Appena
vide Luca cadere si voltò verso
il nano e lo piegò in due con un
calcio nello stomaco. Il Grasso
e Formica, che di Ettore avevano
più paura che di Luca, si misero
a correre senza voltarsi
indietro e Ettore sfogò tutta la
sua rabbia, incitato da Giulia,
sul corpo inerme di Luca.
Giulia mi risvegliò tamponandomi
dell’acqua sulla fronte e
chiamandomi per nome a voce
bassa, come se avesse avuto
paura di risvegliarmi.
“Vittorio”

65
“Vittorio”
“Vittorio…”
“Giulia…” dissi io guardandola.
Aveva la stessa faccia
preoccupata di quando l’avevo
lasciata sulla panchina, ma
contenta che mi fossi ripreso.

RESPIRAVO.

Mi girai verso Ettore e lo vidi


imbufalito che trattava Luca
come il bidone della rumenta del
suo cortile. Appena Ettore si
accorse che mi ero ripreso smise
di infierire sul corpo di Luca,
e mentre si avvicinava a me per
sincerarsi delle mie condizioni,
passando vicino al Nano gli
diede un altro calcio talmente
forte al petto che lo fece
alzare da terra e riatterrare di
faccia. Ora il nano e Luca erano
nella mia stessa condizione; se
avessi avuto ancora forze sarei
andato a urlare nelle loro
orecchie, a gridare parole senza
senso, per fargli provare quello
che avevo provato io, ma appena
cercai di rialzarmi caddi con

66
piacere tra le braccia di Giulia
che cercavano di sorreggermi.
“Stai giù…” disse lei tenendomi
la testa tra le sue braccia e
accarezzandomi i capelli.
“…” Avrei voluto dirle quanto
l’amavo e che le sue carezze mi
stavano cancellando tutti i
mali; le strinsi solo una mano
tra le mie con la poca forza che
mi rimaneva, e me la portai alla
bocca. Lei mi sorrise, e io
sorrisi a lei come avevo sorriso
al cielo.

FINE PRIMA PARTE


67
SECONDA PARTE

Capitolo 6

68
“è ora di ubriacarsi! Per non essere
gli schiavi tormentati del tempo,
ubriacatevi senza tregua! Di vino,
di poesia, di virtù, a piacer vostro”.

(C. Baudelaire)

Anche a distanza di sei anni il futuro


continuava a farmi paura. Con l’età
mi avevano abbandonato le lentiggini;
compiuto il diciottesimo anno avevo
abbandonato la bicicletta per un
motorino, avevo abbandonato i capelli
con la riga in mezzo, avevo
abbandonato la mia timidezza e la
paura degli squali; avevo perso per
strada la mia ingenuità e la mia
indifferenza, avevo abbandonato le
intere giornate passate a giocare nel
cortile con Ettore, e tra poco avrei
abbandonato Tinci per trasferirmi a
studiare in una grande città.
Avvocato; sarei diventato un avvocato
come mio padre. Ma il futuro
continuava a farmi paura. Non avevo
abbandonato Giulia, ma Giulia non
l’avrei mai abbandonata.

69
“Ettore ti prego vieni in barca con noi,
domani parto, e chissà quando sarà la
prossima volta che lo potremo
rifare…” gli dissi io in tono
supplichevole.
“Appena torni…” rispose lui, che di
salire in barca con il padre non ne
aveva nessuna intenzione.
Per l’ultimo mio giorno a Tinci avevo
deciso di fare una gita sulla barca di
Alfredo. Oltre me e Giulia avrei voluto
che venissero mio padre, Alfredo e
Ettore. Ma Ettore il mare lo odiava e
mio padre, invece, lo temeva. Alfredo
non era mai riuscito a trasmettere
loro la passione del mare. Mio padre
identificava mia madre con il mare,
vedeva nel mare le sue espressioni.
Se il mare era agitato lui diceva
sempre che la mamma era
arrabbiata.

Prima di andare all’appuntamento che


ci eravamo dati per salire in barca,
feci una passeggiata per le vie di
Tinci. Passeggiare per il paese con
l’idea di partire mi faceva osservare
ciò che non avevo mai osservato. Il
paese con le sue alte case colorate, il
mare, le facce abbrustolite dal sole
dei pescatori e la solita folla di turisti

70
che riempiva Tinci come due gemelli
gonfiano il ventre materno. Pensavo.
Ricordavo. Un passo dietro l’altro ed
ad ogni passo una sensazione
differente; il mio stato d’animo era un
vortice di sensazioni: triste e ansioso.
Abbandonare Tinci mi sembrava
fosse come abbandonare la donna
amata. Mi sembrava che lasciare Tinci
e le sue abitudini mi avrebbe portato
solo tristezza e solitudine. Tutto mi
appariva diverso; sentivo per ogni
cosa che sarebbe stata l’ultima cosa
fatta a Tinci. L’ultimo gelato, l’ultimo
mare, l’ultima passeggiata solitaria
sul molo. Mentre passeggiavo la mia
unica compagnia era data da un
mozzicone di sigaretta trascinato per
qualche metro, prima, e poi un pezzo
di carta stropicciato e calciato con
forza. Era mattina presto, camminavo
guardando per terra, concentrato sul
pezzo di carta, attento a non lasciarlo
indietro, e il silenzio mi dava modo di
ascoltare i miei pensieri che come
migliaia di spermatozoi si
attorcigliavano, spingevano e si
scontravano per riuscire a prevalere
uno sull’altro. Una confusione di
pensieri urlanti, pensieri inutili,
pensieri importanti ma tutti legati
insieme come un unico serpente.

71
Tinci era una piccola cittadina di
pescatori, si estendeva per circa una
trentina di case ed era formata da
due grandi vie principali, una sul mare
in cui la gente passeggiava
guardando il panorama, e una, un
poco più in alto, era la via dei negozi;
bastava salire pochi scalini per
arrivarci. La passeggiata sul mare
terminava con la facciata posteriore
della chiesa, che dava per metà su
una piazza e per l’altra metà a
strapiombo sul mare; Le piastrelle
della piazza raffiguravano una grande
stella marina e nel centro si
trovavano due enormi cannoni in
ferro nero. Io e Ettore, da piccoli,
spesso ci trovavamo a giocare io su
uno e lui a cavalcioni dell’altro,
sognando di essere due capitani di
una nave che aspettavano il momento
migliore per far esplodere la palla di
cannone in cielo
Il paese terminava con il molo; la
parte finale; il mio rifugio dal mondo,
la parte degli scogli dove il mare
lambisce i piedi e accarezza le mani
appoggiate ai sassi. Su quei massi
isolati il mare circondava i miei
pensieri e cullava i miei ricordi. I miei
occhi erano abbagliati dal riflesso del
mare. Mi rasserenava il riflesso dei

72
raggi del sole, tutte quelle scintille
che si schiantavano sull’acqua e si
disperdevano nel mare. Ho sempre
sperato che i miei sogni fossero come
quelle scintille.
Il filo conduttore di tutti i miei pensieri
era la paura, la paura di sbagliare, di
fare una scelta che mi avrebbe
portato lontano da quelli che erano
sempre stati i miei desideri; tuttavia
la cosa che mi intimoriva di più della
partenza erano i racconti sulla
grande città. Per me andarci sarebbe
stato come per il colonnello Aureliano
andare nella città degli Zingari da
bambino.
Mi presentai in ritardo; Giulia e
Alfredo mi stavano aspettando vicino
alla barca. La prima a salire fu Giulia
poi io e infine Alfredo che salendo
disse: “Il mare è come un sogno,
quando staremo per tornare indietro
desidererete restare ancora un po’ in
acqua…”.
Io sorrisi, Alfredo aveva iniziato la sua
trasformazione. Mi mancava mio
padre, avevo sperato fino all’ultimo
che arrivasse.
Alla partenza io e Giulia ci andammo
a sedere nella parte anteriore della
barca, mentre Alfredo svolgeva le

73
manovre per uscire fuori dal
porticciolo. Giulia si era seduta in un
angolo senza parlare e con gli occhi
lucidi e gonfi. Io non avevo parole per
confortarla, in quel momento non ne
sarei stato capace, i pensieri
continuavano a rimbalzarmi in testa
senza darmi tregua. Mi faceva male
vederla così; lei era così bella.

“Ti ho mai detto che Giulia è il nome


più bello del mondo?” dissi io per
rompere il silenzio di questa prima
partenza.
“Un sacco di volte…” rispose lei con
un accenno di sorriso.
“Se tu non ti fossi chiamata così non
ci saremmo mai fidanzati…” dissi io,
con un tono scherzoso.
“Come avresti fatto senza di me…”
disse lei “saresti stato infelice per
tutta la vita…”.
“Non credo proprio, ne avrei trovata
un’altra, magari anche più carina di
te…” dissi io
“Dici sul serio?” mi chiese lei
preoccupata.
Sorrisi. Sorrise anche lei, si mise sulle
ginocchia e camminando a gattoni si
avvicinò a me e, con gli occhi ancora

74
lucidi, mi diede un bacio. Io non chiusi
gli occhi per poterla guardare, prima
della partenza non volevo perdere
neanche un secondo di Giulia. Tutta la
mia vita era stata lei, e ora mi
sembrava che il tempo passasse
troppo velocemente per riuscire a
dirle e a dimostrarle ciò che
veramente provavo; avevo paura che
il tempo me la portasse via.
L’abbracciai con forza, come per non
farla fuggire, le nostre labbra era
unite, e la forza della stretta ci teneva
ancora più legati.
Lei aprì gli occhi all’improvviso e mi
chiese se era vero.
“Cosa?” chiesi io stupito
“Che di me ti piace solo il
nome?”disse lei a bassa voce. Giulia
aveva una voce molto dolce e sottile.
Le sue parole erano come un filo
d’aria; lei sussurrava non parlava, e
se non si stava attenti quando lei
parlava, era difficile sentire ciò che
diceva.
“ Certamente…” le risposi io
tenendola ancora stretta a me.
“Non è vero… poi non c’è nessuna più
carina di me!”

75
“Hai ragione, ma vedrai che ora nella
grande città ci saranno eccome…”.
Gli occhi le si riempirono di lacrime,
sapeva che scherzavo, ma da li a
poco sarei partito.
Il nostro parlare a bassa voce, solito,
per non farci sentire da nessuno, per
essere i soli a dividere quei momenti,
per illudersi che il mondo era
composto solo da noi, fu interrotto da
Alfredo che aveva finito le manovre
per uscire dal porto ed era venuto a
vedere dove ci eravamo messi. Lui
sosteneva che in barca bisognasse
rispettare delle regole per poter
passare dei bei momenti. Il rispetto
della barca e del mare per avere
armonia con tutto quello che ci
circondava. Non che noi ci
credessimo, ma lo ascoltavamo. Lui
parlava in piedi davanti a noi con il
sole alle spalle, e mentre parlava del
mare e della natura gesticolava
molto, come per dare più importanza
a ciò che diceva. Il sole compariva e
scompariva dietro di lui a seconda dei
suoi movimenti.
Io mi sentivo nudo, mi avevano
costretto a togliermi le scarpe.
Senza accorgermene il mio sguardo si
era paralizzato su Giulia che aveva

76
iniziato a parlare con Alfredo. Stavo
cercando di guardarla con distacco,
come se fosse la prima volta che la
vedevo, e mi sembrava ancora più
bella di quanto fosse. Aveva una
fronte spaziosa che dava risalto sia ai
suoi tanti e ricci capelli biondi sia ai
suoi occhi verdi. Aveva una
carnagione molto chiara, e un collo
esile. Si girò di scatto sentendosi
osservata e, mentre con una mano si
toglieva una ciocca di capelli dagli
occhi, mi chiese a cosa pensavo. Se le
avessi risposto che stavo pensando a
lei, che cercavo di imprimerla nella
mia testa come una fotografia per
non dimenticarla mai, le avrei dato
modo di pensare alla mia partenza, le
avrei dato modo di pensare a me
come un possibile ricordo.
“Sto pensando al mare…” .
Lei si girò a guardarlo come a cercare
qualcosa di particolare, ma non
trovando niente, mi disse: “E’ bello
vero…!”. Ma quella espressione era
tutto ciò di più falso potesse dire. Non
le interessava il mare in quel
momento, non le interessava niente
di ciò che la circondava; aveva solo
l’unico pensiero della mia partenza.
Anche io ero intimorito, ma un misto
di ansia e spirito d’avventura mi

77
rendevano l’idea piacevole; non
vedevo il viaggio come un addio, ma
come un modo per dissetare la mia
ambizione. Avevo paura di perdere
Giulia, ma la voglia di crearmi una
mia strada era più forte di tutto. Io
amavo Giulia ma il pensiero di dover
sacrificare la mia vita e i miei sogni,
per lei, mi creavano un lieve
disprezzo nei suoi confronti. Ebbi
paura delle mie sensazioni, non mi
era mai successo di vederla in chiave
di ostacolo. Mi alzai e mi tolsi dal suo
sguardo, e mi andai a sedere
dall’altra parte della barca dove non
mi potesse vedere, dove potessi non
sentire il peso dei suoi occhi. Il
disprezzo era stato solo passeggero,
era stato un attimo. “Un solo
momento in cui l’ho odiata in una
vita non è una cosa grave” pensai “ e
poi come faccio a disprezzare una
ragazza che mi ama così tanto”.
Tornai da loro e nella mia assenza
Alfredo era andato a riposarsi, mentre
Giulia, in costume, si era sdraiata a
prendere il sole. Mi sdraiai di fianco a
lei senza parlare, ma solo
guardandola. Aveva un costume a
due pezzi a fiori, e la parte di sotto
del costume le lasciava nuda gran
parte della pancia. Da sdraiata la sua

78
pancia si infossava lasciando in
evidenza le costole; era magra, con i
fianchi stretti e con un seno né
abbondante né piccolo. La sua
carnagione chiara faceva si che il sole
potesse farla arrossare; mentre
prendeva il sole teneva gli occhi
chiusi, e quando si rivolgeva a me per
parlarmi ne apriva solo uno per
vedere la mia faccia. Io ero sdraiato e
mi sostenevo sul gomito sinistro
lasciando al sole soltanto la metà del
mio corpo, e con l’altra mano le
accarezzavo la sua pelle liscia; ad
ogni carezza lei sorrideva e il suo
sorriso mi apriva il cuore, la sentivo
ridere, provavo gioia nel vederla
sorridere. Quel sorriso ero io, era il
mio pensiero, era la mia voglia di lei.
Ogni tanto mi chinavo su di lei per
darle un bacio e lei mi abbracciava e
mi stringeva con tutta la forza che
aveva, per dimostrarmi tutto il suo
amore. Il contatto con le labbra era
così intenso che un’infinità di brividi
mi percorrevano la schiena.
“Quante forme che ha l’amore” le
dissi io sempre sussurrando.
Lei mi guardò senza dare importanza
alle mie parole, aprì un occhio e mi
chiese cosa intendessi.

79
“Penso che l’amore sia un miracolo…”
“Non è un miracolo…” mi interruppe
lei, “è una magia”
“Se fosse una magia sarebbe fatta di
illusioni, perché la magia illude, e
nessun innamorato è un illuso;
vorrebbe dire che non esiste. E’
piuttosto un miracolo, un miracolo
inconsapevole e giornaliero, una
fortuna che bisogna sapere sfruttare,
è quasi una speranza.
Lei non mi rispose come per non dare
valore alle mie parole; era il suo modo
di dissentire, di farmi capire che
secondo lei non era così. Chiuse
l’occhio che mi guardava e appoggiò
nuovamente la testa sul cuscino che
si era fatta con i suoi vestiti
appallottolati. Io rimasi sul fianco ma
senza più guardarla, il mio sguardo
era stato rapito dal volo di un
gabbiano che solitario si attorcigliava
nell’aria, mostrando a tutti la propria
libertà. Mi sembrava che facesse tutte
quelle piroette soltanto perché aveva
uno spettatore, perché io lo stavo
osservando. Lo invidiai, desiderai
ardentemente essere come quel
gabbiano, desiderai di potere volare
da solo nel cielo senza avere la paura
di restare solo, volare facendo

80
piroette contento di avere la
possibilità di mostrare la propria
bravura. Il gabbiano si allontanò da
me, forse in cerca di una platea più
numerosa, e in pochi battiti di ali la
sua sagoma scomparve. Rimase
Giulia lì con me sempre sdraiata e
sempre ad occhi chiusi. Io, così come
mi ero incantato sul gabbiano, mi
focalizzai, come intontito, sul suo
costume; iniziai a sfiorarlo, toccando
dolcemente le sue cosce; passai il
dorso della mia mano sull’inguine, e
poi sui fianchi, soffermandomi
sull’ombelico. Mi chinai a baciarle
l’ombelico; lei sobbalzò, ma subito
richiuse gli occhi e si rimise sdraiata.
Le mie labbra formavano piccoli
cerchi concentrici attorno
all’ombelico, sempre con movimenti
lenti e dolci; la sua pelle iniziava ad
intimidirsi, e dei brividi cominciavano
a scorrerle dalla pancia fino agli occhi
che ogni tanto strizzava. Più i mie
baci diventavano intensi, più come
reazione alzava la pancia come per
cercare il contatto con le mie labbra
quando mi staccavo; dopo ogni
leggero bacio mi fermavo a guardarla
e quella sua smorfia di piacere mi
eccitava molto. Cominciai a sfiorare
la parte del seno che il costume
lasciava scoperto, giravo intorno

81
sentendo il sapore della sua pelle,
sempre salendo, fino al collo e poi alle
sue labbra che non aspettavano altro
che il contatto con le mie. Appena il
bacio diventava un poco più intenso
mi staccavo, come per lasciare in
sospeso qualcosa, come per allungare
il momento sperando che non finisse,
per vedere interrompere il piacere per
poi vederlo rinvigorito. Il sole
continuava ad illuminarla e io con le
dita seguivo i raggi del sole che sul
suo corpo creavano degli strani
riflessi facendo dei disegni cercando
di soffermarmi dove vedevo che le
dava piacere. Con tutta la mano,
molto delicatamente seguivo il
contorno del suo seno, mentre con le
labbra le baciavo il collo. Lei aprì gli
occhi d’improvviso e mi disse di
smettere che non ce la faceva più.
Era il nostro linguaggio, lei faceva così
perché voleva che io non mi fermassi.
La sua pelle si scaldava al sole e le
mie labbra cominciavano a sentire
l’odore dell’estate su Giulia. Lei con
un gesto veloce della mano si levò il
reggiseno e io potei accarezzare
dolcemente il suo capezzolo; era
piccolo, con la forma di un diamante
e inturgidito dai i miei baci. Una
vampata di calore mi assalì, e mentre
stavo per toglierle la parte sotto del

82
costume, sentimmo Alfredo salire gli
scalini. Giulia cercò di rimettersi il
costume ma ormai io avevo tirato con
impeto i due laccetti che tenevano
legato il costume e l’avevo lasciata
completamente nuda. Quando
Alfredo si accorse dello stato in cui
eravamo si girò di scatto e scese
nuovamente di sotto con l’aria di chi
si fosse dimenticato qualcosa a cui in
quel momento non poteva proprio
rinunciare; mentre Giulia rossa per la
vergogna e per il sole con una mano
si coprì il seno mentre con l’altra
tentava di sorreggere il pezzo di
sotto, ormai irrimediabilmente
slacciato.
Appena vidi Alfredo andarsene cercai
di riprendere da dove avevamo
sospeso, ricominciando a baciarla,
sperando che l’interruzione non le
avesse fatto passare l’eccitazione, ma
mi respinse con disprezzo; si alzò in
piedi e ancora tutta rossa in viso si
allaccio il costume dandosi un certo
contegno. Era livida per la rabbia e
paonazza per il sole; era arrabbiata
con me che le avevo fatto fare una
brutta figura, che l’avevo messa in
imbarazzo.
“Ma scusa che colpa ho io, sei tu che
ti sei tolta il reggiseno…” dissi io

83
guardandola stupito per la sua rabbia
nei mie confronti; “poi cosa vuoi che
interessi ad Alfredo, si sarà fatto una
risata e basta…” continuai io.
“Dici così solo perché non ha visto
nudo te…” mi rispose ancora più
seccata; poi si girò di scatto mentre io
stavo rispondendole e si tuffò in
acqua per rinfrescarsi.
Continuavo a non capire la sua
rabbia, anche in mare nuotava stizzita
senza mai voltarsi verso di me; come
se fosse successo qualcosa di grave e
tutto per colpa mia. Io in verità non
avevo fatto niente. Appena risalì sulla
barca le porsi comunque le mie scuse,
perché sapevo che altrimenti avrebbe
continuato a fare l’offesa per tutto il
viaggio fino al ritorno al porto. Le
accettò come se fossero dovute, si
sentì sollevata e sempre più sicura
della sua ragione; io feci finta di
niente, le scuse erano state come
un’ammissione di colpa. Alfredo,
stanco di stare all’ombra, ormai sicuro
che Giulia fosse vestita, si aggiunse a
noi. Ci sentì silenziosi, e capì che
avevamo litigato, guardò Giulia e
sorrise, anche Giulia sorrise e
finalmente si rilassò.

84
Il resto della giornata lo passai
pescando con Alfredo e
amoreggiando con Giulia, facendo
tutte quelle cose che due amanti
fanno prima di una partenza ma il cui
racconto parrebbe noioso; quando
dalla barca intravedemmo il porto di
Tinci Giulia scoppiò in un pianto senza
fine.

Capitolo 7

“I nostri sogni e desideri cambiano il


mondo.”
(Karl Popper)

Più la barca si avvicinava a terra più i


singhiozzi del suo pianto erano
frequenti, quasi da togliere il respiro;
non riusciva a parlare e continuava a
chiederci scusa per il suo
comportamento. Lei al contrario di me
riusciva a dare voce alle sue
emozioni, riusciva con un pianto a
sfogare la sua tristezza. Anche io

85
avrei voluto piangere, ma mi
vergognavo; non avrei mai voluto che
Alfredo mi vedesse,avevo gli occhi
lucidi, e mentre stringevo Giulia al
mio petto, come per fermarle il dolore
e passarlo su di me, il mio respiro
cominciava a farsi pesante. Provavo
le stesse sensazione di quando io e
Giulia ci eravamo dati il primo bacio;
provavo la stessa ansia, lo stesso
male allo stomaco che sembrava mi si
fosse attorcigliato a treccia. La
sensazione era quella di un buco, un
buco fatto da una palla di cannone
che trapassa il corpo senza lasciare
un dolore straziante, ma lasciando un
vuoto incolmabile. La stessa ansia che
provavo quando Giulia non era con
me e mi portava a cercarla per tutta
Tinci, ora faceva si che la stringessi a
me. La voglia di essere sempre con lei
e di sentirla sempre vicino, di andare
sotto casa sua per vedere un suo
sorriso. Era strano ma della partenza
non pensavo alle cose che mi
sarebbero mancate di lei, non
pensavo con tristezza alla nostra
lontananza, tra tutti i pensieri quello
che aveva la meglio su tutti gli altri
era la paura che io potessi cambiare e
che Giulia non mi interessasse più.
Avevo paura di perderla perché avevo
paura di cambiare; non avevo paura

86
di starle lontano temevo solo che un
giorno avrei potuto non amarla più; e
questo insolito pensiero era quello
che mi infastidiva di più. Lei era un
raggio di sole nella mia vita.

Era giunta la sera e davanti a noi un


infinità di lumini galleggiavano nel
mare per onorare la festa del
Dragone. Era un usanza del paese, in
cui ogni pescatore buttava in mare un
lumino per ogni desiderio. Quel giorno
il mare era particolarmente calmo,
cosicché i lumini potevano galleggiare
nell’acqua dando vita ad uno
spettacolo senza fine.
“Guarda Giulia è così bello sembra
fatto apposta per noi…” le dissi io
sempre incantato da quel mare di luci
che brillavano dei sogni di qualcuno.
Le luci galleggiavano formando le
forme che il mare voleva.
“ Guarda il mare sta disegnando…”
disse lei guardando tante luci che
tutte insieme avevano la forma di un
elefante.
Era uno spettacolo sensazionale; tutte
le case erano contornate da luci,
cosicché da lontano si poteva vedere
il profilo del paese illuminato che si

87
affacciava su un cielo di luci che
brillavano nel mare. Nessuna
partenza poteva essere festeggiata in
un modo tanto emozionante.
Prima di fare le ultime manovre per
entrare nel porto, Alfredo ci diede una
candela a testa appoggiata in un
piattino di cartone e ci disse che
anche noi come i pescatori dovevamo
esprimere un desiderio. Io guardai
Giulia e, mentre sapevo che il suo
desiderio sarebbe stato quello di stare
sempre insieme felici, o addirittura
che io rinunciassi alla mia partenza, a
me, il primo desiderio che venne in
mente, fu quello di avere successo
come avvocato. Mi sentii strano per la
prima volta non era lei il mio
desiderio, ma il mio futuro, la mia
carriera professionale; io le sorrisi lo
stesso come per farle intendere che il
mio desiderio era stato uguale al suo,
come se io avessi ardentemente
desiderato di amarla per tutta la vita.
Io l’amavo moltissimo ma l’euforia
della partenza, della grande città,
della prima esperienza solitaria, mi
negava la possibilità di pensare ad
altro. Sarebbe stata la prima volta in
cui sarei stato io solo senza l’aiuto di
nessuno, senza l’aiuto di mio padre
sempre così premuroso, senza che i

88
miei momenti di tristezza passassero
grazie all’amore di Giulia, senza che i
miei attimi di paura fossero risolti a
pugni da Ettore.
Anche Alfredo mise con molta cura la
candela nel piattino e dolcemente la
adagiò in mare, e mentre la stava
appoggiando guardò il cielo ed
espresse il suo desiderio. Io non
riuscivo proprio a pensare cosa
Alfredo avesse potuto chiedere alla
Speranza, era un uomo con poche
illusioni e molto pragmatico; sorrisi
perché pensai che il suo desiderio
poteva essere un’ottima cena al suo
ritorno a casa. Anche Giulia cercò di
appoggiare il lumino in mare con
delicatezza, e anche lei guardò il cielo
nel momento di esprimere il
desiderio, e, un secondo prima di
guardare verso l’alto, mi diede un
bacio, come a rafforzare la sua
richiesta. Io invece guardai il mare e
sommerso nei pensieri sul mio futuro
mi venne in mente mia mamma. Mi
sarebbe piaciuto tantissimo passare
una giornata insieme a lei, avrei dato
tutti i miei sogni per potere assistere
a questo spettacolo con lei, avrei
voluto raccontarle le mie emozioni
prima della partenza. Oltre che con
Giulia mi sentii in colpa anche con lei

89
per non avere pensato subito a loro
con i miei desideri. In quel momento
mi parve di avere sprecato un
desiderio, mi sembrò che avrei potuto
scegliere di rincontrare mia mamma,
anche per un solo istante, anche
senza poterla toccare, solo per
poterle dire “ciao mamma”. Avrei
voluto almeno un altro lumino per
poter chiedere di vederla almeno di
notte in sogno, cosicché la mattina
avrei potuto odorare il suo profumo di
Gelsomino. Appena lasciate le
candele in mare restammo a
guardare lo spettacolo che i sogni ci
stavano regalando, in breve tempo le
nostre candele si mischiarono con
quelle degli altri e io pensai subito
che chiunque raccogliesse quei
desideri, doveva stare ben attento a
non confonderli uno con l’altro; così
mi immaginai di ricevere in dono le
speranze di un altro pescatore, e che
un altro uomo, che non avesse
nessuna intenzione di diventare un
avvocato famoso, lo divenisse per
forza di cose.
Appena i lumini si allontanarono la
candela di Giulia, attaccata da una
piccola onda creata dalla barca si
capovolse, lei mi guardò e mi disse

90
che per fortuna c’era ancora la mia,
che sarebbe valsa per tutti e due.
“L’importante è che ci sia almeno
uno dei nostri desideri…” disse lei.
Io sorrisi come per darle ragione e lei
mi butto le braccia al collo. Avrei
voluto dirle che il mio pensiero era un
altro, ma ci sarebbe rimasta male,
così la strinsi anche io a me e le diedi
un bacio.
Appena arrivati al porto trovai mio
padre con le mie valige, che ci stava
aspettando, salutò prima Alfredo con
la solita stretta di mano, con cui si
salutavano fin da piccoli, poi Giulia
con un bacio sulla guancia, e, infine,
mi abbracciò.
“Papà hai visto quante luci…”
“Certo” rispose lui “sembrano fatte
apposta per la tua partenza; hai visto
che anche Tinci è contenta che tu te
ne vada.”
Giulia fece finta di sorridere ma la
vista delle mie valige le aumentò a
dismisura la voglia di piangere.
Alfredo ci disse che doveva tornare a
casa e non poteva accompagnarmi
alla stazione.
Ogni saluto mi sembrava un addio, mi
sentivo come se fossi dovuto partire

91
per una guerra, come se l’università
fosse un campo di battaglia e i libri le
armi, sentivo il freddo dell’arrivederci.
Io odiavo i saluti prolungati, mi
aumentavano l’agonia, preferivo
sempre un saluto fugace, ero
convinto che mi sarebbe stato
impossibile dimostrare tutto il mio
affetto alle persone che stavo
salutando.
“Mi raccomando fai il bravo” disse
Alfredo abbracciandomi e dandomi un
bacio tipicamente maschile, cioè
guancia contro guancia. Non mi aveva
mai abbracciato. Poi sorrise e mi disse
di farmi sentire, e che prima o poi
sarebbero venuti tutti a trovarmi.
Disse tutte quelle cose di circostanza
che è lecito dire prima di una
partenza. Io sorrisi anche ad Alfredo,
ma ormai la mia mente era presa da
altre destinazioni, guardavo la faccia
di mio padre e quella di Giulia;
provavano la stessa tristezza, solo
che per motivi diversi. Giulia stava
perdendo il suo amore, mentre mio
padre stava per essere abbandonato
un’altra volta. Probabilmente
quell’espressione dagli occhi tristi, era
dovuta al fatto che stava pensando al
suo futuro, a quello che sarebbe stato
dal giorno dopo della mia partenza; si

92
vedeva che pensava alla solitudine, a
una solitudine irrimediabile. Gli
sarebbe rimasta solo la scrittura.
Forse finalmente sarebbe riuscito a
finire il romanzo che aveva iniziato a
scrivere dopo la morte della mamma.
Lo aveva iniziato a scrivere per
sentirsi sempre vicino a lei, poi disse
che lo stava scrivendo per farmela
conoscere, cosicché anche io potessi
amarla; infine disse che lo stava
scrivendo per cercare di dimenticarla,
per non portarsi sulle spalle l’orribile
fardello del tempo. Non mi diede mai
l’opportunità di leggerlo, mi diceva
sempre che avrei potuto leggerlo solo
quando l’avrebbe finito, ma lui
andava talmente piano che secondo
me ci avrebbe impiegato degli anni.
Scriveva di notte, una parte, e poi,
quando il giorno seguente la rileggeva
ne cancellava la metà, perché diceva
che non gli era riuscita come lui
desiderava, che non rendeva l’idea.
Ora finalmente senza distrazioni
sarebbe riuscito a portare a termine il
lavoro.
Vidi Alfredo con la sua mole enorme
allontanarsi, ormai il momento della
mia partenza si stava facendo sempre
più prossimo. Ci avviammo verso la
stazione, con le facce cupe e

93
pensierose; mio padre mi aiutava a
portare i bagagli, mentre Giulia mi
teneva la mano libera da borse.
Sembrava una camminata verso il
patibolo, mi sentivo come un re in
attesa della ghigliottina. Nessuno
parlava. Per la prima volta mi
soffermai a guardare la stazione, era
abbastanza brutta, fatiscente, tipica
di un paese di mare, con i fiori secchi
cresciuti ai lati delle rotaie, le
panchine dove sedersi rose dalla
vecchiaia, la campanella che
annunciava l’arrivo di un treno per
qualche altra destinazione che non
fosse la mia, i bagni sporchi e le facce
tese dei passeggeri in partenza. Così
una coppia di innamorati si stava
lasciando in lacrime gridando che tra
loro nulla sarebbe cambiato, invece
un gruppo di turisti, stanchi per la
gita, appoggiavano stremati i piedi a
terra non vedendo l’ora di tornare a
casa. Bambini che della partenza non
se ne curavano, perché per loro un
posto era uguale ad un altro, senza
che gli affetti particolari lo
tramutassero in speciale. Così li
guardavo correre tra le gambe dei
genitori indifferenti a quello che gli
stava attorno. Io ero lì, immobile,
impalato ad osservare gli altri
passeggeri, cercando per ognuno il

94
motivo della partenza. Mio padre mi
diede una scossa al braccio e ci disse
di aspettarlo seduti davanti al binario
che sarebbe andato a comprarmi
qualcosa da leggere e da mangiare
durante il viaggio. Ci voleva lasciare
soli e la tristezza della mia partenza si
vedeva anche nei suoi occhi. Questa
volta nessuna magia sarebbe servita
a non farlo piangere.
Appena ci sistemammo dove aveva
indicato mio padre Giulia, che fino a
quel momento aveva trattenuto le
lacrime a stento si rimise a piangere a
dirotto supplicandomi di non partire.
“Amore, ma come faccio a non
partire” dissi io guardandola piangere
“Non lo so, non mi interessa, ma non
partire” mi rispose lei singhiozzando.
“Ma di cosa di preoccupi, appena
arrivo ti chiamo, e la settimana
prossima sarò ancora qui da te; ti
verrò a trovare ogni week-end. Non ti
preoccupare noi siamo più forti di
tutto, staremo sempre insieme.” Dissi
io con aria sicura per tranquillizzarla.
“Io ho paura che tu cambi…” disse lei
“Ma perché dovrei cambiare, tu sei
tutto quello di bello che io ho, se

95
dovessi cambiare e non amarti più
vorrebbe dire che sono impazzito”
“Ho una brutta sensazione, stai qui,
cosa ce ne frega dell’università, del
lavoro, noi stiamo bene insieme, non
abbiamo bisogno di altro. Potresti
lavorare con me e mio padre, fare la
vita tranquilla che hanno fatto i nostri
genitori, vivere sempre insieme felici
e contenti come nelle favole.”
“Le favole sono tali perché nei
momenti brutti basta chiudere il
libro…” risposi io con aria quasi
seccata; mi aveva dato un certo
ribrezzo vedermi per tutta la vita
vestito come suo padre in quel
negozio che odorava di muffa.
“Se non ti piace quello puoi fare tutto
ciò che vuoi, sei un ragazzo così
intelligente, non avresti difficoltà a
trovare un lavoro a Tinci o nelle
vicinanze”.
Ormai quasi non rispondevo più,
l’idea del padre mi aveva
completamente convinto delle mie
scelte, se fino a pochi secondi prima
avrei dato tutto per fermarmi con
Giulia e non partire, ora la visione di
me stesso con i calzoni blu elettrico, e
le ciabatte verdi, mi davano un senso
di nausea. Niente di quello che avrei

96
trovato a Tinci o nei dintorni sarebbe
stato come andare a Milano.
“lo sai che non posso, lo sai che mi
sono già iscritto all’università, che ho
già trovato la casa; mi stai chiedendo
una cosa che non posso fare”
“Ma io ti amo…” gridò lei
“Anche io” risposi con aria molto più
tranquilla.

Il suo viso era deturpato dalle lacrime


e dalla disperazione, le vene sul collo
le si erano ingrossate e gli occhi
avevano assunto un’aria tanto stanca
di piangere. Aveva il classico gonfiore
sotto gli occhi, e gli angoli della bocca
ribassati per la tristezza. Le misi un
braccio intorno al collo, la avvicinai a
me e lei si abbandonò
completamente; aveva la testa
appoggiata al mio petto, io le
accarezzavo i capelli cercando di
calmarla, ma le lacrime le
scendevano come la pioggia nei
temporali estivi. Ormai piangeva per
forza di inerzia, abbandonata
completamente a se stessa. provai a
rimetterla dritta per poterla guardare
negli occhi, ma appena la sua testa fu
di fronte alla mia si lasciò cadere
ancora sul mio petto.

97
Restammo in silenzio per alcuni
minuti finché mio padre non arrivò
con due panini e un po’ di riviste.
“Mancano pochi minuti” disse
nell’imbarazzo di non sapere cosa
dire
“Lo so papà” risposi io che notavo il
suo imbarazzo
“Vittorio mi raccomando, non fare
fesserie; sarai solo e dovrai essere in
grado di risolverti i problemi”
“Ma si papà cosa vuoi che mi
succeda”
“Per la casa quando arrivi ci
dovrebbero essere i tuoi due
coinquilini; nel caso fossero fuori il
proprietario mi ha detto che puoi
chiedere le chiavi al portinaio. Ti
ricordi la via?”
“Si” dissi io sempre con Giulia
accasciata sul mio petto
“Se hai problemi con i soldi chiamami,
e non cacciarti in qualche brutto
pasticcio”
“Certo papà…” le sue
raccomandazioni con il passare del
tempo diventavano più insistenti; mi
dava come l’impressione che avrebbe
voluto prendere quel treno con me e
accompagnarmi fin sotto casa per

98
assicurarsi che tutto andasse per il
meglio.
“Milano è una grande città ed è
pericolosa”
“Ma si papà lo so me le hai già dette
un sacco di volte tutte queste cose”
risposi io quasi seccato. Ero un po’
imbarazzato, mi sembrava che le
persone che ci fossero affianco
ascoltassero i nostri discorsi.

La campanella che annunciava


l’arrivo del mio treno svegliò Giulia
dal suo stato semi comatoso. Non si
era neanche accorta dell’arrivo di mio
padre. Sollevò la testa e iniziò a
guardare nel vuoto aspettando il
treno; mio padre continuava a farmi
raccomandazioni e a darmi consigli. Io
guardai l’orologio posto nel mezzo
della banchina di fronte alla mia e vidi
Ettore in piedi che mi fissava. Mi alzai
e mi avvicinai a lui, fintanto che i
binari me lo consentirono, lui mi fece
un gesto con la mano, alzandola di
poco sopra la testa, e io risposi a quel
gesto contento che mi fosse venuto a
salutare, lui rimaneva immobile
davanti a me, gli feci un gesto come
per dire di raggiungerci dalla nostra

99
parte, ma fece di no con la testa, mi
salutò un’altra volta e corse via.
Appena il treno arrivò Giulia a bassa
voce mi disse nuovamente di non
partire, io feci finta di non aver
sentito, salutai mio padre.
“Ciao Vittorio” disse dopo avermi
abbracciato e senza guardare né me
né Giulia si girò e se ne andò via.
Giulia mi abbracciò ancora ma ormai
era sfinita, mi disse solamente di
cercare di non cambiare. Io le risposi
per l’ennesima volta che nulla
sarebbe cambiato, le diedi un bacio
stringendola forte a me e le dissi che
l’avrei chiamata appena sarei
arrivato. Il treno aveva terminato la
sua corsa, lo stridere dei freni mi
aveva reso più sciolto, non avevo più
paura che le altre persone mi
sentissero. La salutai ancora e poi
ancora, finche il fischio del
capostazione non mi obbligò a salire
sul treno. Le diedi l’ultimo bacio sulla
fronte e salì senza girarmi; lei rimasse
immobile a guardarmi andare via.

Capitolo 8

100
“Tu sei la mia donna
Tu sei il mio mondo
Tu sei la mia vita
Tu sei ciò che io creo.”
(Anonimo)

Salii sul treno e iniziai a camminare a


ritroso, la testa di Giulia scompariva e
riappariva dai finestrini del treno , e io
camminavo con la faccia rivolta verso
di lei sperando ad ogni finestra di
vederla sorridere.
Trovai un posto libero in uno
scompartimento per non fumatori. Il
treno era tutto pieno e le persone
spingevano e si accalcavano per
trovare un posto, anche improvvisato,
su cui sedersi. Una signora anziana
mi chiese di metterle la valigia in alto
che per terra intralciava; il treno
stava partendo e Giulia stava per
rimanere indietro. Mi girai verso la
signora, mi girai verso Giulia,
riguardai la vecchietta e pensai che
avrei potuto sistemare la valigia
velocemente e poi sarei potuto
tornare a salutare Giulia. Alzai
velocemente la valigia, nella foga di

101
fare in fretta la feci sbattere contro un
sostegno e la valigia si spalancò
come le fauci di uno squalo si aprono
per addentare una preda; invece che
deglutire aveva vomitato gran parte
di biancheria intima color carne. Una
vampata di calore mi assalì, mi
vergognavo. Mi chinai
frettolosamente a raccogliere le
mutande e le calze che avevo perso,
ma ad ogni capo che raccoglievo il
mio imbarazzo aumentava e con esso
anche il rossore delle mie guance. La
signora mi tranquillizzò assicurandomi
che non importava, che non faceva
nulla, si vedeva che era imbarazzata
quanto me dalla situazione; aprendole
la valigia era come se tutti potessero
guardarle i suoi segreti e le sue
misure ormai gonfiate dagli anni. Si
chinò anche lei a raccogliere
velocemente, ciò che io avevo perso,
quasi per non dare modo a chi ci
stava intorno di analizzare il suo
vestiario da anziana. Mentre eravamo
chinati l’uno vicino all’altro potevo
sentire il suo affanno, sentivo il suo
alito, sentivo il classico odore che le
persone anziane mi ricordavano, lo
stesso odore che avevano i miei
nonni, un odore misto di canfora e di
tempo passato.

102
Appena finimmo di gettare nella
valigia alla rinfusa tutti i capi e dopo
averla richiusa a fatica, la posi dove la
signora mi aveva indicato. Mi girai e il
treno era già partito.
Cercai di sporgermi dal finestrino per
vederla, mi dimenticai di tutto; di
essere su un treno, degli altri
passeggeri, della velocità, di Milano,
avevo in mente solo lei. Iniziai a
percorre con foga il treno all’indietro,
nella direzione opposta a quella
percorsa per cercare un posto;
cercavo in tutti i modi, correndo, di
tornare più velocemente possibile
verso la stazione. Quando mi accorsi
che non sarei più riuscito a vederla,
quando vidi che il treno aveva
abbandonato inesorabilmente la
stazione, me la immaginai che mi
guardava con gli occhi pieni di
lacrime dal luogo in cui la banchina
smette di essere percorribile a piedi.
Non so come mai immaginarla così e
il non averla salutata mi mise addosso
una tristezza infinita, come se mi
avessero infilato una camicia di forza,
mi sentivo impotente. Volevo
scendere, dovevo scendere dal treno;
chiesi a un controllore a quanti
chilometri fosse la fermata seguente.
Mi disse che sarebbero stati più di

103
duecento. Mi vennero in mente tutte
le idee più assurde, prima pensai di
scendere dal treno in corsa, in un
momento propizio, pensai che prima o
poi avrebbe rallentato, ma dopo un
attesa che mi sembrò infinita, mi misi
ad escogitare un altro piano. Ero in
uno stato di furore, non riuscivo più a
comandare i miei movimenti, la
disperazione per averla abbandonata
senza fare nulla per restare uniti mi
stava soffocando. Mi davo delle botte
in testa urlando la mia stupidità, per
cercare di trovare una soluzione a
quella situazione. Ero in mezzo ai
corridoi del treno ansimante, correvo,
mi chinavo per terra, tiravo pugni
contro i finestrini e calci contro le
porte. Pensai che avrei potuto
fermare il treno tirando il freno
d’emergenza; iniziai a cercarlo in ogni
vagone. Nella disperazione della mia
ricerca mi si parò davanti un
controllore chiamato da qualche altro
passeggero preoccupato dai miei
atteggiamenti. Non lo vidi neanche e
cercai di evitarlo e di trovare questa
leva che mi avrebbe aiutato a
riprendermi. Cercando di evitare il
controllore e gli altri passeggeri non
mi accorsi che avevo fatto cadere una
signora che portava in braccio la sua
bambina. Il controllore cominciò ad

104
inseguirmi chiamandomi a gran voce.
Io non lo sentivo, i chilometri che
passavano erano come momenti che
non avrei più potuto vivere con Giulia.
Finalmente trovai ciò che cercavo,
non diedi neanche un’occhiata alle
possibili conseguenze per chi lo
utilizza in una situazione non
d’emergenza, e tirai un forte pugno
contro il vetro di protezione. Mi si
infilarono tutti i vetri nelle nocche, la
mano iniziò a perdere sangue
copiosamente. Mentre mi stavo
legando un fazzoletto intorno alla
mano per asciugare e fermare il
sangue, il controllore insieme a due
passeggeri mi bloccarono e mi
allontanarono di peso dal freno. Da
subito non capii cosa stava
accadendo, poi quando mi accorsi che
stavo scivolando via lontano da Giulia
iniziai a scalciare e a muovermi
freneticamente. Poi come se avessi
ritrovato una lucidità momentanea mi
calmai, smisi di agitarmi, e i tre
uomini allentarono un poco la presa.
Quando fui pienamente in me cercai
di spiegare loro la situazione, gli
raccontai di quello che volevo fare e
del mio senso di colpa; gli parlai di
Giulia in una maniera così amorosa
che si dimenticarono di quello che
avevo fatto e abbandonarono

105
completamente la presa con cui mi
tenevano ben saldo per non farmi
fuggire.
Diedi una spinta molto forte all’uomo
che mi stava davanti; era un signore
di mezza età, poteva avere dai
quaranta ai cinquanta anni, con una
strana faccia severa e accigliata. I
suoi capelli erano completamente
neri, tutti neri, mentre le sopracciglia
folte lasciavano intravedere peli
bianchi che stonavano in maniera
vistosa con i capelli tinti. Gli altri due
uomini che mi trattenevano erano
uno il controllore ed uno un ragazzo
poco più grande di me, ma con l’aria
di quelli che sentono di avere nella
vita il compito di salvare il mondo.
Quei tipi di uomini che offrono il loro
aiuto anche quando non è richiesto,
che si affannano per immischiarsi
negli affari degli altri e solo per il
gusto di soddisfare la loro curiosità
morbosa. Il controllore invece
sembrava quello meno interessato a
me, pareva che lo avessero svegliato
da un lungo sonno per venirmi a
fermare, sembrava che a lui che io
tirassi quel maledetto freno non
gliene importasse un bel niente.
L’uomo che mi stava davanti finì per
terra per la forza della mia spinta, e,

106
liberatomi dalla presa del giovane, mi
misi a correre verso il freno. Dovevo
attraversare due vagoni per arrivarci,
e quindi aprire due porte. Dietro si
affannavano tutti e tre ad inseguirmi
gridando agli altri passeggeri di
fermarmi come se fossi stato un
ladro. Aperta l’ultima porta mi trovai
davanti un poliziotto con il
manganello in mano, e appena egli
riuscì a mettere a fuoco la scena,
brandì il manganello e con tutta la
forza che aveva me lo diede su una
tempia. Persi i sensi in un lampo,
senza neanche accorgermi di essere
già per terra con una tempia e una
mano sanguinanti.
Mi ripresi poco dopo grazie a una
gentile carezza.
Ero sdraiato in un vagone vuoto del
treno, e tenevo la testa sulle gambe
di una ragazza, che con cura mi stava
fasciando la testa, dopo avermi
medicato la ferita. Io feci per alzarmi
di scatto, ma lei mi trattenne sdraiato
dicendomi di non preoccuparmi.
“Stai tranquillo, rilassati; la ferita è
una cosa da niente e vedrai che
guarirà presto” mi disse lei con tono
rassicurante.

107
“Dove stai andando?” continuò lei
sempre con lo stesso tono.
“Milano” risposi io “sto andando a
Milano a studiare”
“Che cosa vai a studiare a Milano?”
“Giurisprudenza…”
“Anche io ho studiato a Milano, mi
sono laureata in medicina; Milano è
una bella città; può sembrare un poco
strana all’inizio a chi viene da fuori,
per via dei ritmi, e delle abitudini, ma
poi si fa confidenza.”
“Non ci sono mai stato…” dissi io con
aria spaesata, guardando con aria un
po’intimorita il poliziotto che mi aveva
dato la bastonata che ci guardava da
fuori del vagone.
“Non ti preoccupare, gli ho detto di
entrare solo se lo chiamo io o se vede
qualche comportamento pazzoide da
parte tua; ma tu non ti comporti male
vero?”
“No…”
Aveva uno strano modo di parlare,
con una cadenza cantilenante,
sembrava che ripetesse sempre la
stessa cosa; aveva una voce
suadente, ogni parola che diceva mi
tranquillizzava sempre di più. Era
piacevole starla ad ascoltare

108
“Non volevo fare ciò che ho fatto…” le
dissi io quasi come se lo scusarmi con
lei valesse anche come scusa per tutti
gli altri.
“Non importa, avrai avuto le tue
buone ragioni”
“Non so cosa mi sia preso…”
“Sarai stato confuso... Brucia la
ferita?”
“Solo un po’. Io volevo solo fermare il
treno…” e lo dissi con un tono
ingenuo, come ad intendere che non
c’era niente di male in quello che
avevo fatto.
“Tieni ferma la testa. Ma perché lo
volevi fermare?” mi chiese lei sempre
con quel tono a cui non si poteva che
rispondere con sincerità.
“Perché volevo tornare dalla mia
fidanzata: quando siamo partiti l’ho
lasciata alla stazione senza darle
l’ultimo saluto; non le ho neanche
detto quanto l’amo, e quando mi sono
accorto che avrei potuto dirle un
sacco di cose che non le avevo mai
detto mi ha preso un grande
sconforto”.
“Come si chiama lei?”
“Giulia” dissi io sorridendo, perché
solo pronunciare il suo nome mi dava

109
allegria, e chiamarla per nome
davanti ad un’altra persona mi faceva
sentire orgoglioso.
“E’ un bellissimo nome”
“Lei come si chiama?” chiesi io
“Dammi pure del tu non sono così
vecchia” disse lei sorridendo
“Come ti chiami?”
“Elena”
“Piacere Elena, io mi chiamo Vittorio”
“Lo so” mi rispose Elena “ho visto i
tuoi documenti…” Nel frattempo ero
rimasto sulle sue ginocchia, anche se
aveva finito da tanto di bendarmi la
testa. Era una bella sensazione di
protezione, e lei ogni tanto mentre
parlavamo mi dava una carezza.
Era una ragazza magra e ossuta, con
la fede al dito anulare e con dei
capelli ricci e mossi; aveva un viso
irregolare, con le mascelle squadrate
e il naso aquilino. Nel complesso era
una ragazza carina, con un aspetto
molto dolce.
Avevo tutti i capelli insanguinati e
appiccicosi che si erano attaccati alle
guance; in quel momento non dovevo
avere un aspetto molto invitante.
Mentre avevo perso i sensi mi aveva

110
anche medicato la mano e mi aveva
apportato una vistosa fasciatura.

Mi alzai da quella posizione che mi


imbarazzava, e mi sedetti di fronte a
lei. Non mi faceva né male la testa né
la mano stranamente. Lei mi
guardava, mentre io guardavo il
poliziotto. Non avevo niente da dire e
tutti e due rimanemmo in silenzio; il
mio sguardo passò dal poliziotto al
finestrino, era sera e pensai che ore
potevano essere. Guardavo fuori ma il
mio pensiero era rivolto ad Elena, mi
infastidiva il silenzio, più il mio che il
suo. Era il mio solito problema, non
avevo niente da dire. Mi capitava
spesso, incontrando nuove persone di
rimanere in silenzio, e più cercavo
argomenti, più mi sembrava difficile
trovarli; era una cosa che mi
innervosiva moltissimo, mi arrabbiavo
a tal punto da rischiare di litigare con
chi involontariamente mi aveva
messo in imbarazzo. Mi dava fastidio
rimanere muto anche per chi mi
guardava; era come se pensassi che il
silenzio focalizzasse l’attenzione sui
miei movimenti, così cercavo di darmi
un contegno assumendo delle
posizioni statiche, o muovendomi
lentamente. Mi sembrava in questo

111
modo di sembrare più composto e
meno timido, assumevo il ruolo della
persona compassata. Tuttavia lo
sguardo del poliziotto, che guardava
la mia momentanea soggezione,
faceva si che la piccola possibilità di
trovare un argomento sparisse
definitivamente. Mi alzai, senza
sapere bene cosa fare ma solo per
fare qualcosa; appena fui in piedi, il
poliziotto, si destò dal suo stato di
vigilanza sonnolenta e ritornò eretto a
scrutarmi, cercando di prevenire le
mie intenzioni. Tirai giù la mia valigia
dai sostegni e la posai distesa sulle
poltrone; aprii una lampo per cercare
qualcosa che non avrei trovato, e non
trovandola sbuffai, come se in quel
momento fosse per me di necessaria
importanza. Non so perché ogni volta
che mi trovavo in una situazione
simile facevo la solita finta di cercare
qualcosa, ma senza sapere cosa.
Nella tasca della valigia avrei voluto
trovare una domanda non banale da
farle. Magari un argomento, o
qualsiasi cosa che interrompesse il
silenzio. Magari un flauto o una
fisarmonica. Mi muovevo lentamente
e quando ebbi riposto la valigia sui
sostegni, dissi che dovevo andare un
secondo in bagno; quando aprii la
porta del vagone il poliziotto mi lasciò

112
passare e mi seguii in bagno. Non
aveva nessuna intenzione di farmi
scappare.
Tornato dal bagno mi sedetti
nuovamente davanti a lei e appena
fui seduto le chiesi cosa le piacesse di
Milano; in bagno era l’unica cosa di
sensato che mi era venuta in mente
di domandarle. Prima di rispondere
sospirò, e si vedeva che era un
sospiro di gioia, misto a una ad una
certa nostalgia. Io stesso avevo fatto
quel sospiro quando mi aveva chiesto
di Giulia.
“Ma… è così grande, così
movimentata; certo nulla in confronto
rispetto a Parigi o Londra; forse più
vivibile…” iniziò lei facendomi
comunque notare che aveva viaggiato
molto e aveva tanti paragoni per
sapere se era bella o brutta.
“Solitamente chi ci è nato la trova
bellissima, mentre che viene da fuori
la trova triste, ma credo sia così per
ogni posto in cui uno cresce…” e
sorrise con il palmo della mano rivolto
verso l’altro come a intendere che
fosse una cosa naturale. “Capisci
subito com’è Milano quando arrivi alla
Stazione Centrale; è grande e mi dà
sempre una sensazione di
importanza; poi sai io viaggio sempre

113
in treno e ormai ci ho fatto
l’abitudine, ma mi ricordo la prima
volta che sono arrivata, Dio mio,
come ci sono rimasta. Poi Milano è
adatta a tutte le esigenza, trovi
dall’imprenditore all’artigiano, dallo
studente al regista che si incontrano
nello stesso bar a parlare di donne del
passato. E’ piena di locali e la notte di
qualsiasi giorno c’è sempre qualcuno
e qualcosa da fare. A pensarci bene
forse manca un po’ di romanticismo,
cioè non ci sono tanti posti in cui
andare con una ragazza”. Poi si fermò
a pensare come se stesse cercando
nella memoria un posto romantico
dove da ragazza l’avevano portata,
ma non trovandolo continuò “No, ne
sono sicura non è un posto che va
bene per i fidanzati, ecco questo è il
lato negativo di Milano”. Lo disse con
un tono fiero, si vedeva che le era
piaciuto ciò che aveva detto, aveva
trovato un lato di Milano a cui non
aveva mai pensato. “ Non è adatta a
chi si ama, perché prima o poi ti
trascina in qualche altra storia; a
Milano si vive con frenesia non solo il
lavoro; si cerca di consumare tutto il
più velocemente possibile, la carriera,
i soldi, e purtroppo anche l’amore. Poi
se ci metti che ci sono anche un sacco
di ostacoli, beh si allora devo proprio

114
dire che non è una città giusta per chi
si innamora. Io stessa mi sono
sposata ed ero veramente
innamorata, poi lui ha deciso che
preferiva il suo lavoro a me.
Inizialmente passava soltanto uno o
due giorni alla settimana lontano da
casa, ora passano dei mesi interi
senza che io lo veda. Ma credo sia
meglio così, in fin dei conti in questo
modo posso fare la vita che più mi
piace senza averlo sempre tra i piedi.
Lui era diventato un peso, non gli
andavano bene i miei turni di notte e
quando io avevo il turno di riposo, lui
aveva sempre qualche cosa da fare.
Santo Cielo alla fine lo detestavo.
Tornava a casa e parlava soltanto del
suo lavoro, quelle rare volte in cui
uscivamo la sera con i suoi colleghi le
battute che lo facevano morir dal
ridere era sempre qualche stupidata
inerente all’ufficio. Non era più
stimolante, anzi era noioso,
tremendamente noioso”.
Lei continuava a parlare, sempre con
la sua voce cantilenante, e io mi
immaginavo con Giulia, quasi
trentenni a fare la vita di Elena e di
suo marito. Cercavo di immaginarmi
triste e in pantofole che aspetto che
mi sia servita la cena, e Giulia,

115
grassa sui fianchi, che me lo porta
davanti alla televisione per non farmi
perdere neanche un minuto della
partita di calcio. Cancellai subito dalla
mente quella immagine terribile e
provai a pensare come saremmo
potuti diventare. La voce di Elena mi
aiutava a sognare, ogni tanto venivo
distratto da qualche particolare, tipo
un racconto di lei con delle sue
amiche in un posto, un locale che le
circostanze avevano fatto diventare
romantico, ma che non lo era per
niente. Stranamente non riuscivo a
vedermi, Giulia la vedevo bella
uguale, ma io non sapevo proprio
come sarei potuto diventare. I miei
pensieri furono interrotti da Elena.
“Quel parco è veramente bello
dovresti andarci con la tua fidanzata.”
Io la guardai, non avevo
assolutamente idea di quale parco
stesse parlando, ma feci un cenno
con la testa, ad intendere che ci sarei
andato sicuramente. La voce
metallica del microfono annunciò la
fermata di Milano; eravamo arrivati
alla Stazione Centrale. Ero
emozionato, stava iniziando una
nuova avventura, e io non avevo la
più pallida idea di come sarebbe
andata. Mi preparai per scendere, ma

116
sapevo che il mio viaggio non era
ancora terminato, infatti appena scesi
dal treno il poliziotto che mi aveva
colpito mi accompagnò in un ufficio
della polizia per un accertamento.
Elena mi stava aspettando.
Fortunatamente non tutti i poliziotti
erano intransigenti come quello sul
treno, così nel giro di poche formalità
e di un ora aggiuntiva al viaggio mi
apprestavo a terminare con una
ramanzina quel colloquio formale. Mi
dissero anche loro di non farlo più e si
raccomandarono di tenere un
comportamento corretto a Milano. Gli
spiegai che era stato un raptus, che
non sapevo cosa mi avesse preso, e
che non era mia abitudine
comportarmi così, ma le loro
raccomandazioni, sul finire della
nostra chiacchierata diventavano
sempre più insistenti. Un poliziotto,
quando ormai speravo che il peggio
fosse passato, rivolgendosi ad un suo
collega, disse che sarebbe stato
meglio avvertire mio padre. Se fino a
quel momento mi sembrava tutto
normale, come logica conseguenza di
un atto d’amore sconsiderato, ora la
paura mi aveva investito.
“No vi prego mio padre no…” dissi io
per la prima volta abbandonando la

117
calma che avevo trovato grazie alle
carezze e alle medicazioni di Elena. Si
era raccomandato anche lui prima
della mia partenza, e se avesse
saputo una cosa del genere sarebbe
venuto subito a Milano a prendermi
per riportarmi a Tinci. Anche se erano
passati degli anni era comunque
molto severo quando commettevo
stupidaggini.
“Mi spiace signore, ma in questi casi è
necessario, almeno per assicurarsi
che per le prime notti a Milano non
faccia qualche altra sciocchezza”.
“VOI NON CAPITE…” urlai io
“Non alzi la voce…” mi rispose un
poliziotto che fino a quel momento
era stato in silenzio ad osservare. Era
il più anziano, e si vedeva che teneva
al rispetto delle regole; non un fatto di
rispetto verso la polizia, ma di un
ragazzo con gente più adulta.
“Se chiamate mio padre finisce
tutto..” ripresi io con un tono della
voce molto basso, per non innervosire
l’anziano poliziotto. “Sono venuto qui
per studiare, è la prima volta che mi
sposto da Tinci, e se voi lo avvisate lui
verrà di sicuro a prendermi, e io sarò
costretto a tornare a casa con lui; vi
prego, giuro su mia madre che non

118
capiterà mai più”. Avevo paura che
finisse tutto con una telefonata a mio
padre, tutti i sogni che avevo fatto,
tutte le speranze che avevo avuto, e
dal nervosismo mentre li pregavo mi
misi a piangere. Non era un pianto di
disperazione, era che non ce la facevo
più a tenere tutto dentro, non riuscivo
più a stare calmo, avevo bisogno
d’aria, di uscire da quella stanza e
vedere finalmente Milano. Le mie
lacrime di paura e tensione
commossero solo Elena, che si
avvicinò a me e mi abbracciò. Il
poliziotto più anziano dopo qualche
altra domanda fece cenno al suo
collega più giovane di avvicinarsi a
lui; fino a quel momento non si era
ancora alzato dalla sedia. Lo fece
abbassare e gli disse qualcosa
nell’orecchio. Io ero in attesa del
verdetto, della decisione che mi
avrebbe fatto tornare a casa, era
come quando sei in ansia per una
telefonata e stai nelle vicinanze del
telefono in trepida attesa, solo che
qui era il contrario; sarei voluto
scappare dal quel telefono. Il giovane
poliziotto mi disse finalmente che non
avrebbero chiamato mio padre, e che
potevo andare a casa; io li ringraziai
tutti di cuore e uscii finalmente dalla
Stazione Centrale.

119
CAPITOLO 9

“I ragazzi e le ragazze in America


passano insieme momenti talmente tristi;
una specie di snobismo richiede ch’essi si
sottomettano immediatamente al sesso
senza adeguati discorsi preliminari. Non
discorsi di corteggiamento, ma una
buona chiacchierata come si deve a
proposito dell’anima, poiché la vita è
sacra e ogni momento è prezioso.”

(jack Kerouac)

“Hai ragione è grandissima la


Stazione Centrale…” dissi a Elena con
la testa in aria a guardare palazzi alti
come non ne avevo mai visti.

120
“Già… “ rispose lei pensierosa
“Da dentro non sembrava; anzi mi
sembrava un grande capannone
industriale”
“Perché?” mi chiese lei sempre
pensierosa, senza prestare
attenzione a quello che stavo
dicendo.
“Non lo so, sarà stato per le tante
vetrate, ho per i soffitti altissimi, però
mi dava questa idea”
“Senti Vittorio dove vai a dormire?”
disse lei abbandonando finalmente
quell’aria pensierosa, come quando
aspetti di dire una cosa e trovi il
coraggio ed il momento giusto per
dirla.
“La casa in cui devo andare è vicino a
via Larga, solo che non so se a
quest’ora i miei coinquilini sono
ancora svegli, e di sicuro il portinaio
starà dormendo da ore; non so
proprio; comunque prima di dormire
voglio mangiare”.
“Se vuoi puoi passare la notte da me,
io abito qui vicino, e quando arriviamo
ci possiamo fare anche una pasta…”e
lo disse velocemente, quasi per non
farmi capire ciò che mi stava
chiedendo.

121
“Ma tuo marito non c’è a casa?”
“No non ti preoccupare torna il mese
prossimo”
“A me va bene, se per te non è un
problema…”
“No, anzi un po’ di compagnia ogni
tanto mi fa piacere, solo che ora
dobbiamo camminare un po’ per
arrivarci.”
“A me basta pensare che quando
arriviamo ci sia da mangiare, che
posso arrivare ovunque…” dissi io
sorridendo; sorrise anche lei; si
vedeva che era contenta di passare
quella notte con me.

Abitava in una casa antica con un bel


portone. Io guardai sul citofono per
immaginare quale potesse essere il
suo cognome, ma c’erano soltanto
numeri. Pensai che fosse strano che
le persone per paura di essere
riconosciute al posto del cognome
mettessero un numero; anche perché
nessuno che non conoscesse a fondo
la persona, tanto da sapere il numero
sul citofono, avrebbe più potuto fare
una sorpresa andandoli a trovare.
La casa era in una via privata
parallela ad un viale molto grande,

122
sembrava tranquilla e silenziosa;
appena entrati nel portone Elena mi
indicò una delle finestra di casa sua.
La finestra dava su un cortile che
serviva da parcheggio per gli inquilini
del condominio, a guardare le
macchine poteva essere una casa di
lusso, ma Elena mi disse subito che si
trattava di una casualità, e che molto
probabilmente erano macchine di
ospiti. L’ascensore era molto vecchio;
per farlo partire bisognava prima
chiudere una porta esterna, e poi
accostare due ante in legno
scorrevoli. Salimmo al secondo piano,
ed Elena per inserire la chiave nella
toppa mi diede un accendino e mi
disse di fare luce che altrimenti non
avrebbe visto la serratura. Si erano
rotte le luci del pianerottolo ed erano
già due settimane che nessuno
veniva a ripararle. Appena entrati
accese la luce e mi stupii del
contrasto che c’era tra l’arredamento
della casa e la fatiscenza del palazzo;
era una casa familiare arredata da
single, non c’erano come in tutte le
case abitate da marito e moglie due
gusti distinti che cercavano l’accordo
in un gusto comune. La casa era
arredata in un solo stile con
determinati colori, e quell’unicità di
scelte la rendeva particolarmente

123
carina. Si notava subito anche la
mancanza di bambini, e quindi la
mancanza di colori accesi, non
c’erano nemmeno oggetti particolari
che rappresentassero un ricordo; ogni
cosa era nel punto in cui doveva stare
solo per un motivo estetico; le pareti
erano dipinte, ma si vedeva che non
erano state dipinte da lei, anche se
l’effetto che voleva dare era quello.
Era una casa impersonale, bella ma
sarebbe potuta appartenere a
qualsiasi uomo. Appena entrati lei
corse al bagno e mi disse di fare
come se fossi stato a casa mia; io
mentre correva in bagno le dissi che
avevo sete, ma rispose mentre stava
chiudendo la porta, così capii solo la
parola cucina. Iniziai a guardarmi
attorno, cercavo delle foto. Ne aveva
poche e nessuna recente; suo marito
c’era in una sola foto di parecchi anni
prima, dovevano averla scattata in
montagna, sembravano tutti e due
felici, sorridevano all’uomo che stava
scattando la foto; suo marito aveva
una corporatura robusta, nella foto
portava il pizzetto e un cappello da
alpino in testa, aveva due grandi
occhi cerulei ed uno sguardo intenso,
sebbene agghindato in maniera
spiritosa, appariva sicuro di se stesso.
Le foto non mi soddisfarono così

124
andai in cucina a cercare da bere.
L’acqua la teneva in frigo mentre i
bicchieri sopra il lavandino. Anche la
cucina era essenziale, ma la presenza
di oggetti di legno la rendeva un poco
più calda. Per bere mi sedetti, ero
molto stanco e oramai dovevano
essere le tre o le quattro di notte. Mi
chinai sul tavolo con la testa tra le
mie braccia e nel giro di pochi minuti
mi addormentai. Lei mi svegliò con
meno delicatezza del pomeriggio,
scuotendomi una spalla con forza.
Sembrava che le desse quasi fastidio
la mia stanchezza.
“Andiamo a dormire…” mi disse. Io
non risposi, mi alzai dal tavolo
rintronato e la seguii in camera sua.
Nel tempo che era stata in bagno si
era fatta una doccia e aveva
cambiato vestito; anche io avrei
voluto fare una doccia ma non volevo
abusare della sua gentilezza. Appena
aperta la porta di camera sua si girò
di scatto e mi ricordò della pasta, ma
io avevo troppo sonno per aspettare
di mangiare.
“Dove dormo?” le chiesi io vedendo
che nella stanza c’era solo un letto
matrimoniale.

125
“Dormi qui con me…” e lo disse
come se fosse una cosa normale.
“…”
Mi bloccai sulla porta, non avevo
voglia di dormire nello stesso suo
letto, per la prima volta pensai a cosa
sarebbe potuto accadere.
“Preferirei dormire in sala” dissi io,
sempre bloccato sulla porta.
“Fai un po’ come vuoi…” mi rispose
lei seccata e aggiunse che mi avrebbe
portato una coperta e un cuscino.
Presi la coperta e il cuscino, la salutai
dandole la buonanotte e mi andai a
sdraiare in sala su un divano in pelle
gialla. Da sdraiato guardai
nuovamente la sala e mi accorsi che
non aveva quadri; questa mi sembrò
la cosa più strana; in tutte le case in
cui ero stato, fin da piccolo, alle
pareti, avevo visto sempre quadri.
Faceva caldo e la coperta che mi
aveva dato seppur leggera mi
infastidiva, così me la buttai solo sui
piedi, giusto per non sentirmi nudo.
Chiusi gli occhi, ma invece che
addormentai iniziai ad agitarmi. Gli
occhi chiusi mi fecero subito pensare
a Giulia, e mi sentii in colpa verso di
lei solo per il fatto di essere in quella
casa. Il pensare a Giulia mi teneva

126
sveglio. Continuavo a girarmi da una
posizione all’altra sperando fosse solo
una questione di scomodità, ma in
ogni posizione in cui mi mettevo
appena chiudevo gli occhi vedevo
sempre Giulia. Pensai che comunque
non avevo fatto nulla di particolare,
che ero andato in quella casa solo
perché non avevo altro posto in cui
andare a dormire, ma sapevo che non
era così. Elena mi piaceva.
Finalmente mi addormentai.
Sognai di fare l’amore con Elena
mentre Giulia mi guardava da un’altra
stanza. Mi svegliai di colpo, ero
sudato, preoccupato ed eccitato. Mi
alzai dal divano, rimisi dentro lo zaino
le poche cose che avevo tirato fuori
per la notte e, facendo attenzione a
fare molto silenzio, me ne andai da
casa di Elena. Appena fui fuori dal suo
portone tirai un sospiro di sollievo. Ero
uscito di corsa e non avevo pensato
assolutamente a quello che stavo
facendo. Mi ritrovai in strada senza
avere la più pallida idea di dove fossi;
sapevo solo che sarei dovuto arrivare
in via Larga. Di Milano conoscevo solo
il Duomo, o meglio ne avevo sentito
parlare e lo avevo visto in fotografia,
così mi riproposi di chiedere alla
prima persona che avessi incontrato

127
dove fosse. Solo che erano le cinque
di mattina e in giro c’era pochissima
gente. Pensai che sarebbe stato
meglio camminare nella via grande e
parallela alla casa di Elena, e che
avrei avuto più possibilità di
incontrare qualcuno. Avevo addosso
una strana sensazione, mi sentivo
solo, ma non perché stavo
camminando solo in una città che non
conoscevo, ma perché mi mancava
qualcosa; avevo sonno, fame e
nostalgia di casa. Trovai un’edicola
aperta, entrai e chiesi dove fosse il
Duomo; l’edicolante mi disse che
dovevo andare sempre dritto e che lo
avrei trovato. Mi incamminai.
La strada era molto larga e pensai
che fosse normale avere più
opportunità lavorative a Milano
piuttosto che a Tinci. Strade larghe e
palazzi alti danno profondità alle idee,
le lasciano correre, e pensai che più
fosse alta una casa e più fosse larga
una strada più le persone avrebbero
avuto modo di avere idee sempre più
geniali. Come se larghi orizzonti
portassero a grandi idee. Camminavo
a testa alta, sempre più incantato
dalla meraviglia delle costruzioni, e
quando passavo davanti a palazzi alti
con insegne enormi, mi immaginavo

128
che al posto dei nomi che leggevo ci
fosse scritto il mio “VITTORIO PACE &
soci”. Il cielo stava passando da blu
scuro ad azzurro e le prime luci della
mattina stavano accendendosi. Mi
piaceva l’idea che la città si
svegliasse al mio passaggio, come ad
un re al cui passaggio vengono gettati
sulla strada petali di rose, così al mio
passaggio venivano tirate su le
saracinesche dei negozi. L’unica cosa
che mi sembrava strana era che non
vedessi ancora il Duomo, me lo
immaginavo enorme e non so per
quale motivo pensavo che da
qualsiasi punto della città si potesse
vedere la Madonnina dorata. Mi
faceva male la testa e avevo mal di
gambe, se i brutti pensieri che mi
erano venuti a casa di Elena li avessi
avuti ora non li avrei presi in
considerazione e avrei continuato a
dormire; mi dispiaceva per lei, era
stata così gentile e io non l’avevo
neanche ringraziata; cercai di
immaginare la sua faccia al risveglio,
ma pensai anche che fosse abituata
dal marito a svegliarsi sola.
Camminavo lentamente per gustarmi
il silenzio e il passaggio di colori, con
il chiaro del cielo iniziavano a
muoversi anche le persone; i più
mattinieri erano già nei bar con la

129
faccia assonnata ma ormai abituata,
mentre coloro che dovevano ancora
andare a letto avevano una faccia
vispa e contenta perché la gioia di
andare a dormire cancellava ogni
fatica. Io la fatica cercavo di farmela
passare immaginando il mio futuro in
una città così grande. Attraversai
tutto corso Buenos Aires, attraversai
tutto Corso Venezia, fino ad arrivare a
San Babila. Se tutte le strade che
avevo fatto fino ad ora mi avevano
stupito, questa mi lasciò di stucco.
Era stupenda. Passeggiai stretto nella
mia giacca per tutto corso Vittorio
Emanuele e finalmente mi trovai
davanti al Duomo. La cosa che mi
stupì però non fu il Duomo in se, ma
la piazza davanti. Nel silenzio della
città mi pareva magnifica, una cosa
che non avevo mai visto, né mai mi
sarei sognato di vedere. Mi fermai e
mi sedetti sui gradini della piazza con
il Duomo alle spalle; rimanevo in
silenzio ad ascoltare il mio respiro e a
guardare i palazzi che avevo di fronte;
non so per quale ragione chiesi una
sigaretta ad un signore con un gilet
verde che puliva la piazza con una
sigaretta che gli cadeva dalle labbra.
Tirò fuori un pacchetto con la scritta
MS e mi sembrò che fossero le stesse
che fumava il papà di Giulia, e quindi

130
la stessa che avevo provato a fumare
io tanti anni fa. Gli chiesi anche da
accendere e quando mi fece
accendere appena buttai giù il fumo
tossì con forza. La sigaretta mi
disgustava, però in quel momento mi
piaceva il gesto, così continuai a
fumare tossendo. Non tornai a
sedermi sui gradini della chiesa, ma
mi fermai affianco dello spazzino.
“E’ la prima volta che vengo a
Milano…” gli dissi; lui mi scrutò dalla
testa ai piedi e senza dire una parola
si rimise a fare ciò che stava facendo.
“Lei è a Milano da tanto?” continuai io
sempre guardando i palazzi e senza
badare alle sue risposte. Non rispose
neanche stavolta, ma non mi
interessava.
“E’ veramente una strana sensazione,
è una sensazione di grandezza, è
quasi come sentirsi un re con la città
ai propri piedi…” dissi io tenendomi la
sigaretta tra le dita nelle vicinanze
delle labbra e chiudendo un po’
l’occhio destro per via del fumo. Lo
spazzino con indifferenza totale si
allontanò e continuò a raccattare
mozziconi lontano da me cosicché
non potessi più infastidirlo. Io come
gesto di stizza buttai la mia dove

131
aveva appena pulito e mi rimisi a
camminare sempre stretto nella mia
giacca. Mi fermai a bere un caffè in un
bar della piazza, anche perché
dovevo aspettare un orario decente
prima che i miei coinquilini o il
portiere si svegliassero. Avevo deciso
che l’orario perfetto sarebbero state
le otto; mi mancavano ancora due
ore, e dovevo cercare via Larga.
Chiesi informazioni nel bar; il
cameriere con estrema gentilezza mi
indicò la strada nei minimi particolari;
dopo quella spiegazione non avrei
potuto sbagliare. Mentre mi spiegava
la strada mi accorsi che via Larga non
era distante da dove mi trovavo, così
decisi di sedermi e mangiare. Il
cameriere mi indicò un tavolino dove
andarmi a sedere e dopo pochi minuti
mi portò due brioche e un succo
d’arancia. Mi riscaldai un po’ presi un
giornale che qualcuno aveva
abbandonato su un tavolino dopo
aver fatto colazione e iniziai a
sfogliarlo. Non lo leggevo ma lo stavo
sfogliando, e stavo provando una
grande emozione nel farlo; era come
se quel gesto mi facesse rendere
veramente conto di essere in un’altra
città da solo; era come se in quel
preciso momento avessi veramente
realizzato di essere solo. Ero

132
contento. Le due brioche mi
spalancarono le porte della fame, così
richiamai il cameriere e gli chiesi se
avesse qualcosa da mangiare di
salato; avevo voglia di parlare, così gli
raccontai un poco del mio viaggio, gli
dissi che mi avevano colpito su una
tempia, e gli mostrai la ferita
alzandomi un ciuffo di capelli; poi gli
raccontai di essere stato fermato
dalla polizia e di essere finito a casa
di una donna che avevo conosciuto in
treno, che mi piaceva ma che per non
tradire la mia fidanzata avevo
abbandonato nella notte e che infine
avevo camminato da casa sua fino al
bar. Il barista non stava sempre fisso
ad ascoltarmi, ogni tanto si
allontanava a prendere le ordinazioni
o a servire i caffè e i cappuccini ma
poi tornava sempre con quell’aria
gentile e si rimetteva ad ascoltare.
Quando esageravo un po’ nei
racconti, giusto per renderli più
coloriti, alzava le sopracciglia in senso
di stupore e mi chiedeva sempre “ma
davvero?”. E io quando lo vedevo
stranito dai miei discorsi incalzavo nel
racconto; così per vantarmi, gli
raccontai che prima di andarmene da
casa di Elena ci andai a letto, ma poi
nel mezzo del rapporto, fui preso dai
sensi di colpa e la lasciai dov’era,

133
nuda e sola nel letto, usai proprio
l’espressione “l’ho abbandonata nuda
nel letto”; gli raccontai che lei mi
aveva rincorso per le scale
pregandomi di rimanere, che mi
riuscii a divincolare solo sbattendo il
portone del palazzo alle mie spalle.
Ogni volta che mi lasciava solo per
prendere delle ordinazioni pensavo a
qualche racconto da ingigantire; mi
dava soddisfazioni raccontare bugie,
mi rendeva come avrei voluto essere.
Purtroppo per via delle troppe
persone dentro il bar, il cameriere
limitò molto le sue fermate al mio
tavolino, fino al punto che riusciva a
passarmi vicino solo sorridendo ma
senza fermarsi; aveva un aspetto
buffo, era molto basso, e aveva i
capelli solo attorno alle orecchie. Il
naso aguzzo gli donava un’aria
spiritosa, aveva una di quelle facce
che mettono allegria solo a guardarle;
camminava con passi corti e veloci e
teneva le braccia ferme lungo il corpo
quando non aveva niente da portare
ai tavoli. Quando mi alzai dal tavolo,
non lo vidi, così lo andai a cercare per
salutarlo; un suo collega mi disse che
era andato a fare una consegna in un
ufficio. Lo aspettai e quando arrivò lo
salutai dicendo che in quel bar ci sarei
tornato di sicuro. Erano le otto e

134
pensai che fosse ora di andare
finalmente a casa.

La strada la sapevo, le indicazioni del


cameriere erano state perfette, e così
in pochissimo tempo arrivai a quella
che sarebbe stata la mia casa per i
prossimi anni. Ripassai davanti al
Duomo, tenendogli il fianco, lo
guardavo e pensavo a quanti anni ci
potevano volere per costruire una
chiesa simile; Spuntai in piazza
Fontana, e da lì presi la prima strada
che girava a destra. Mi trovai in Via
Larga, la percorsi tutta e finalmente
mi trovai davanti a casa; la casa era
d’angolo con un’altra via, ma il
portone principale dava su via Larga.
Guardai il citofono, ma un po’ per la
stanchezza e un po’ per la mia scarsa
memoria mi ero dimenticato a chi
dovevo citofonare. Avevo molto
sonno e nel contempo ero agitato. Mi
imbarazzava andare a casa di due
persone che non conoscevo. Provai a
spingere il portone in ferro battuto,
era aperto; entrai guardandomi
intorno e la prima persona che
incontrai fu il portinaio, a cui dissi chi
ero con un tono fievole. Mi disse di
seguirlo, e che mi aspettava ieri sera,

135
io arrossii e gli dissi che avevo avuto
un inconveniente.
“Andiamo a piedi, tanto è al primo
piano” disse lui; io non parlai, lo
seguivo ansioso di vedere i miei
coinquilini. Mi ero fatto un’idea di loro
e non vedevo l’ora di vederli per
sapere se corrispondeva. Bussò alla
porta, ma non rispose nessuno, busso
una seconda volta con molto più
vigore, ma anche questa volta
nessuno rispose. Si girò verso di me
un po’ imbarazzato, tirò fuori delle
chiavi, aprì la porta e disse “ Me le ha
date la padrona di casa, che sapeva
del suo arrivo tra ieri sera e oggi…” e
lo disse con gestualità, come ad
intendere che non aveva le chiavi di
tutti gli appartamenti, e che potevo
stare tranquillo.
La casa era in uno stato di disordine
terrificante. Lo stupore fu più del
portinaio che mio. Il portinaio come
primo impatto mi diede l’idea di una
persona molto gentile e disponibile.
Appena arrivato mi fece un bel sorriso
e la prima cosa che mi chiese era se
avevo fatto un buon viaggio. Era
basso, con la faccia rotonda e resa
ruvida dalle rughe; molto stempiato
con ancora i capelli e le sopracciglia
nere. La cosa che mi stupì di più nel

136
guardarlo erano le mani. Grosse e
rovinate dal lavoro; aveva l’aria
genuina e contadina. Appena entrati
arrossì sulle gote, si stava
vergognando per me, non era,
probabilmente, abituato a quel
disordine; spostando una sedia che
intralciava il nostro passaggio per
entrare in casa mi porse le sue scuse
a nome dei due ragazzi che ci
vivevano. La casa consisteva in un
lungo corridoio e ai lati di questo
corridoio stavano le varie stanze. Il
portinaio per fare si che i due ragazzi
si svegliassero alzò la voce dicendo
che, intanto che li andava a chiamare,
io se volevo potevo usare il bagno,
che era l’ultima porta in fondo al
corridoio. Dopo pochi istanti si aprì un
porta da cui usci una ragazza con un
asciugamano legato al corpo. Si
vedeva che era in un evidente stato di
imbarazzo; si affrettò a presentarsi ed
a mostrarmi la casa, facendo anche
lei le scuse per il disordine. Il portinaio
colse l’occasione per rimproverare in
tono paterno la ragazza dicendo che
una casa così sporca e disordinata era
invivibile. Appena terminò il
rimprovero, uscì dalla stessa porta da
cui era uscita la ragazza, l’altro
coinquilino con dei pantaloncini a
strisce bianche e nere e a torso nudo.

137
Ci girammo di scatto e io lo salutai.
Lui per tutta risposta, senza neanche
accorgersi della mia presenza, mandò
al diavolo il portinaio dicendogli di
non venirgli a dire come doveva
tenere casa sua. Il portinaio rimase
prima stupito e poi una vampata di
calore lo assalì e gli disse che non si
doveva permettere di rivolgersi con
quel tono. Il ragazzo gli rispose di
andare a pulire le scale e di non
rompergli le scatole con un tono
strafottente e spavaldo. Il portinaio
livido di rabbia e senza più voltarsi
per cercare consensi sulla mia faccia
prese la via dell’uscita e se ne andò
sbattendo la porta. Io rimasi immobile
davanti alla mia porta infastidito
dall’atteggiamento del mio nuovo
coinquilino; la ragazza mi era rimasta
accanto con l’aria di chi disapprova, e
dopo pochi secondi di pausa disse “
ma come ti è venuto in mente di
trattarlo così male?”.
“Ma si, cosa vuoi che mi freghi
dell’opinione di un custode…” poi si
girò e si rinchiuse in camera sua; la
ragazza si girò verso di me e mi disse
di scusarlo; che ieri avevano fatto
molto tardi e che di prima mattina è
una persona intrattabile. Io alzai le
spalle.

138
“ Ti finisco di mostrare la casa…”
disse lei.
“Sono molto stanco, stanotte non ho
dormito nemmeno cinque minuti e
non vedo l’ora di farmi la doccia; la
casa me la guardo da solo quando mi
sveglio.” Ero molto nervoso, mi girai e
mi chiusi in bagno; mi dispiaceva per
lei perché aveva cercato di fare da
tramite tra me e l’altro coinquilino,
ma non riuscii proprio ad essere
gentile. Appena anche lei entrò in
camera sentii che ad alta voce lo
insultò e gli disse che secondo lei io
mi ero innervosito per il suo
comportamento.
“Non me ne importa un accidenti…”
rispose lui senza abbassare il tono di
voce, “la prossima volta arriva più
tardi se vuole più ordine, che si
arrangi, si cerchi un’altra casa…”
“Fai silenzio, abbassa la voce che ci
sente…” disse lei ridendo. Poi non li
sentii più, mi feci la doccia e
finalmente mi infilai nel letto e mi
addormentai.

Mi svegliò dopo parecchie ore il


rumore dell’aspirapolvere, che a me,
stranamente, fin da piccolo conciliava
il sonno; ancora più dell’aspirapolvere

139
funzionava la lucidatrice. Mi misi un
paio di pantaloni e la prima maglietta
che trovai aprendo la valigia ed aprii
la porta di camera mia.
“Scusami … ti ho svegliato?” disse lei
vestita con una tuta blu con l’elastico
dei pantaloni arrotolato in modo da
scoprirle la pancia e una maglietta
rosa raffigurante un gatto sul petto
che le finiva proprio al ciglio
dell’ombelico.
“No…” dissi io sbadigliando
“Hai dormito bene?” mi chiese un po’
titubante, come se stesse cercando di
capire se ero ancora arrabbiato o
meno.
“Splendidamente” e sorrisi, come per
rassicurarla, per farle capire che col
sonno era passato anche il fastidio;
“Vedo che hai pulito tutto…”
continuai io giusto per cercare un
argomento.
“Si…” rispose lei ondeggiando la
testa.
“Anna, mi sapresti indicare un posto
dove posso mangiare qualcosa qui
vicino…”
“Basta che scendi e ne trovi quanti ne
vuoi; a metà di via Larga c’è il bar
dove io e Nicola andiamo sempre a

140
mangiare, altrimenti davanti alla
Statale è pieno.”
Scesi le scale, passai davanti alla
portineria, salutai il custode che
rispose al saluto con un gesto della
mano e fui in strada. Era una
sensazione incredibile, mi sembrava
tutto nuovo, come se quella stassa
mattina avessi fatto altre strade per
arrivare dove ero; appena sveglio mi
era sembrata diversa anche la casa.
Respiravo a pieni polmoni come per
assaporare l’aria, come per cercare le
differenze dagli altri posti in cui ero
stato; le persone che incontravo mi
sembravano stranieri, e io li guardavo
tutti intensamente negli occhi per
vedere se anche loro provavano la
stessa emozione. Ero pieno di
energie, il sonno mi aveva
rivitalizzato, ora mi serviva solo un
panino. Mi sentivo fresco.
Passai davanti al bar che mi aveva
indicato Anna, ma non mi piaceva,
così decisi di tornare in quello dove
avevo fatto colazione la mattina;
appena vidi una cabina telefonica
pensai a Giulia, erano più di
ventiquattro ore che non la sentivo.
Feci il numero, e appena sentii la sua
voce mi prese una grande euforia.

141
“Ciao amore…” dissi io allegro
“Ciao…” mi rispose lei senza
entusiasmo; era arrabbiata perché le
avevo promesso che l’avrei chiamata
appena arrivato, invece era passato
più di un giorno. Le spiegai cos’era
successo, tutte le disavventure, la
manganellata, la polizia e la
passeggiata nella notte; evitai solo di
parlare di Elena perché si sarebbe
potuta ingelosire.
“Poi sono arrivato davanti alla casa
sono entrato, ero imbarazzatissimo e
mi ero anche dimenticato il citofono;
per fortuna c’era il custode che mi ha
accompagnato a casa.
“Com’è la casa?”
“Abbastanza grande, è un lungo
corridoio. La mia stanza non è male,
ci sono due bagni e una grande
cucina, fai conto che la mia stanza
può essere grande più o meno come
quella a Tinci, poi c’è una sala, con
delle piante finte e senza tende alle
finestre, e in mezzo alla sala c’è il
televisore; è un poco fatiscente, ma
nel complesso non è male. Nella mia
stanza per ora c’è solo il letto, un
armadio, e una sedia. L’ex inquilino,
mi ha detto Anna, che si è portato via
pure gli appendiabiti…”

142
“E’ in una bella zona? Mi chiese
ancora lei con lo stesso tono freddo,
come se non le importasse ciò che
stavo raccontando.
“Si, è vicinissima al Duomo e
all’università…” risposi io sempre
euforico
“Beh stavi dicendo?” disse lei
“Quando sono entrato in casa c’era
un disordine mai visto, era tutto per
terra, piatti vestiti, sedie; pensa che
per entrare abbiamo dovuto spostare
delle sedie che ostruivano il
passaggio; sulle sedie era appoggiato
di tutto, era come se avessero fatto
una festa”
“Potevano anche pulire…”
“E’ quello che gli ha detto il custode,
e avresti dovuto vedere come si è
incavolato l’altro inquilino; ha iniziato
a urlare e gli ha detto di andare a
pulire le scale…”
“E tu?”
“Io ero imbarazzato, ma ero talmente
stanco che volevo solo andare a letto.
Poi il custode se ne è andato
sbattendo la porta e mentre io sono
andato a farmi la doccia loro due
hanno parlato un sacco di me, mi sa
che mi prendevano in giro. Lui si

143
chiama Nicola è alto e ha le spalle
molto larghe e ha una gran faccia da
schiaffi; è biondo con le orecchie un
po’ a sventola e si dà un sacco di arie,
è uno di quelli che cammina
impettito. Lei da quanto ho capito è la
sua ragazza. Si chiama Anna, mi
sembra una persona molto falsa, una
di quelle che sorride e che si arrabbia
per circostanza. Comunque li ho visti
tutti e due per pochi minuti.”
Poi le dissi che quando avrei attaccato
sarei andato a mangiare un panino,
lei mi raccontò la sua giornata nel
negozio di suo padre; durante la
telefonata si calmò, e sentirla di
nuovo dolce mi faceva venire voglia
di prendere il primo treno e tornare
da lei; stringevo la cornetta come se
la stessi abbracciando e alla fine
quando la salutai mi venne spontaneo
di baciare la cornetta. Io promisi di
chiamarla nella sera o al massimo la
mattina dopo, lei insistette sulla sera
per darmi il bacio della buonanotte.
La salutai e mi sentii triste.

Capitolo 10

144
“Saggio è quel padre che conosce il
figlio.”

(William Shakespeare)

Andai a mangiare sempre nello stesso


bar, tanto per crearmi delle abitudini,
o comunque per vedere una faccia
nota. Appena entrai non vidi il
cameriere, chiesi ad un altro barista
ma non mi seppe dire niente, anche
perché io non mi ricordavo il nome e
per chiedere di lui dovevo descriverne
l’aspetto; non che fosse difficile
perché era molto caratteristico, però
parlare del suo aspetto mi faceva
sorridere. Alla fine un uomo che stava
alla cassa e che avevo visto anche la
mattina mi disse che aveva finito il
turno ed era andato a casa; presi un
panino e uscii dal bar, avevo voglia di
chiacchierare con qualcuno, di sentire
una voce familiare. Tornai alla cabina
che avevo baciato e chiamai mio
padre; ero un poco indeciso, sapevo
che avrebbe iniziato a farmi domande
di tutti i tipi, sia sulla casa sia sugli
inquilini, e sapevo che avrei dovuto
mentirgli su gran parte delle cose che

145
mi erano capitate nella giornata.
Rispose al primo squillo, come se
fosse stato attaccato al telefono in
attesa di una mia chiamata, appena
sentì la mia voce disse: finalmente; e
tirò un sospiro di sollievo, e mi
vennero in mente le volte che a Tinci
uscivo la sera e quando tornavo era
ancora sveglio ad aspettarmi. Gli
raccontai tutto nel migliore dei modi,
gli dissi che la casa era in ordine e
che i coinquilini erano simpatici e
gentili, che il palazzo era bello, la
zona residenziale, il viaggio era
andato bene e tutte quelle cose che
voleva sentirsi dire per stare
tranquillo. Quando finì di farmi le
domande di circostanza mi chiese
come stavo e non so per quale motivo
mi misi a piangere. Mi chiese se mi
era capitato qualcosa di grave, e gli
risposi che non mi era capitato niente
ma mi sentivo solo; gli dissi che il
viaggio lo avevo preso come una
vacanza, ma che solo ora mi rendevo
conto che una vacanza non era; il mio
pianto era uno sfogo, mi faceva tanto
piacere sentire la voce di mio padre.
Quando finii la telefonata mi sentii
rinfrancato, stavo meglio, era riuscito
a dirmi ciò che io volevo sentirmi dire.
Ripresi la via di casa e continuavo a
pensare alla telefonata. Era

146
incredibile come riuscisse con poche
parole a darmi sicurezza, un misto tra
il tono di voce, sicura e grossa, la
calma anche nei momenti in cui io mi
sento perso, quel sapere prima cosa
sto provando perché lui l’ha già
provato quando era giovane, e forse il
sorriso, che anche se non potevo
vedere lo sentivo e lo avvertivo, quel
sorriso che quando ero piccolo mi
faceva capire che non era arrabbiato
con me.
Senza accorgermene mi ritrovai
davanti alla porta di casa, fui destato
dai miei pensieri per colpa delle urla
che provenivano dal mio
appartamento. Mi ero dimenticato di
chiedere le chiavi, quindi bussai. Mi
aprì Nicola, che mi salutò e mi fece un
gesto con la bocca come a dirmi che
in casa c’era un’aria pesante. Il
custode aveva riferito alla padrona di
casa tutto quello che era successo;
stava discutendo animatamente con
Anna e si girò di scatto verso di me,
mi salutò con un bel sorriso, poi si
rifece subito seria e chiese la mia
versione. Io risposi che ero molto
stanco, che avevo notato un po’ di
disordine ma niente di particolare,
così lei non trovando in me un

147
appoggio si rigirò verso Anna e iniziò
ad urlare nuovamente.
Le cose erano radicalmente cambiate
dal giorno prima, Nicola cercava di
essere gentile con la padrona di casa,
mentre Anna ribatteva insultando
tutte le sue parole. Aveva una voce
roca, da fumatrice incallita, mentre
Anna al contrario aveva una voce
molto squillante; tutte quelle urla per
una cosa che poi aveva
un’importanza relativa mi iniziarono a
dare fastidio, mi sembrava che
litigassero per due modi differenti di
vedere le cose piuttosto che per il
disordine che io e il custode avevamo
trovato in casa; in più la padrona che
aveva trovato un ordine perfetto in
casa, perché Anna aveva pulito tutto,
aveva come punto di forza solo il
racconto del portinaio, perché io in
pratica avevo rovinato tutti i suoi
discorsi. Se a me non aveva dato
fastidio trovare quel disordine, lei
stava litigando per nulla.
Continuarono a discutere
animatamente per un'altra mezz’ora,
mentre io e Nicola eravamo andati a
guardare la televisione in sala. La
discussione si era spostata dalla
cucina alla porta d’ingresso, perché
ogni volta che sembrava si dovesse

148
concludere, e la padrona di casa
uscire dall’appartamento, si trovava
sempre un altro argomento su cui
impuntarsi.
Dopo dieci minuti di silenzio Nicola mi
disse di non farci caso, che queste
discussioni capitavano una volta alla
settimana, anzi, aggiunse che mi
sarei dovuto abituare.
“Siamo gli unici ragazzi del palazzo, e
ogni volta che facciamo una festa, o
semplicemente ogni volta che
invitiamo qualcuno a casa, questa
arriva e rompe le palle per ore sul
comportamento che noi dovremmo
tenere in una casa di questo tipo. E’
una pazza frustrata, vive sola e non
ha nulla da fare tutto il giorno, e
quando trova l’occasione scende a
fare due chiacchiere.”
Io rimasi in silenzio, non sapevo che
dire, e in verità non avevo nemmeno
tanta voglia di chiacchierare, dissi
semplicemente un laconico “già”
come a fargli capire che non mi
interessava; così lui si rigirò verso la
televisione e continuammo a
guardarla in silenzio. Dopo l’ultimo
discorso sull’educazione e sulla
convivenza sentimmo sbattere la
porta; Anna venne in sala e si lasciò

149
cadere sul divano in mezzo a noi due.
Io mi dovetti spostare un poco,
altrimenti mi si sarebbe seduta in
braccio.
“finalmente…” disse lei tirando un
sospiro di sollievo “non ce la facevo
più”
“è colpa tua…” le rispose Nicola
senza nemmeno girarsi verso di lei. E
tirando con forza il lembo di camicia
che era rimasto sotto il sedere di
Anna.
“è colpa mia?” urlò lei
“certo” rispose lui sempre più
infastidito dal fatto che in tre si stava
stretti sul divano
“Ecco, bravo. Prima tu fai un macello
incredibile in casa, mandi a quel
paese il custode, te ne freghi
dell’arrivo di questo, e poi dici che è
colpa mia?” gridò lei senza badare
assolutamente a me e anzi dandomi
le spalle per litigare meglio.
“Ma si, quante storie che fai, bastava
che le chiedessi scusa, e quella
vecchia, se ne tornava a casa
contenta” e il termine vecchia lo
utilizzò con un aspro disprezzo
“Si certo, una mi insulta e io le chiedo
anche scusa; perché non glielo hai

150
chiesto tu?” disse lei urlando e
gesticolando sempre più e alzandosi
di scatto, come a dare più importanza
a quello che stava dicendo.
“Senti mi sto guardando la televisione
se hai voglia di sfogarti perché sei
nervosa vai in camera e prenditela col
cuscino…” disse lui con un tono
calmo e pacato della voce, spostando
un poco la testa verso destra per
guardare la televisione coperta da
Anna.
“Sei proprio uno…”
“Ecco brava fai come al solito,
insultami” gridò lui alzandosi di scatto
e seguendola in camera; come se
l’unica cosa che gli avesse dato
fastidio fosse stato il pensiero che lei
lo volesse insultare.
Io li guardavo, e per non so quale
motivo provavo una certa
ammirazione per loro, soprattutto per
Nicola. Lo vedevo migliore di me,
come se avesse un qualcosa che a me
mancava, forse la sicurezza in ciò che
faceva o forse soltanto l’abitudine a
vivere in una grande città; avevo un
debito di insicurezza nei confronti dei
cittadini e di loro due in particolare;
questa sensazione mi fece venire in
mente la prima volta che vidi Giulia, e

151
quel senso di insicurezza che mi dava
lo starle accanto. Lei era bella,
sembrava più grande, dimostrava
sicurezza, mentre io ero piccolo e
taciturno e non tanto carino. Poi col
tempo mi abituai alla sua bellezza e
non mi sembrò più strano starle
accanto, ed ora stavo provando le
stesse emozioni. Li guardai andare in
camera, lei accelerò il passo per
riuscire a chiudere la porta prima che
lui arrivasse. Lui riuscì a mettere un
piede prima che lei chiudesse la
porta, e lei con molta forza diede un
calcio appena sopra la caviglia di
Nicola, che ritrasse il piede e la
insultò da dietro la porta ormai
serrata. Lo sentii sbattere molto forte
i pugni contro la porta chiusa a
chiave, lei lo mandò al diavolo e lui si
rassegnò. Lo vidi andare in cucina,
prendere del ghiaccio e poi si rimise
accanto a me sul divano.
“Anche questa è una cosa abbastanza
normale…” mi disse tenendosi il
ghiaccio sulla caviglia e sorridendo.
Io non parlai, ma feci soltanto un
gesto con la bocca, abbassandone gli
angoli, come a dire che non avevo
mai visto due fidanzati litigare così
tanto.

152
“Senti ma tu quanti anni hai?” mi
chiese lui senza una curiosità
particolare, ma solo per fare una
domanda
“Diciannove, appena compiuti…”
risposi
“e cosa sei venuto a fare a Milano”
“ a studiare”
“cosa?”
“giurisprudenza”
“anche tu?” disse lui. Io non risposi,
aveva un modo di porre le domande
come se sentisse la mia insicurezza e
ne approfittasse per farmi sentire
ancora più in difficoltà
“anche io e Anna facciamo legge, noi
siamo al terzo anno…” continuò lui
sempre con lo stesso tono di
superiorità.
“Se stasera hai voglia di uscire ti
presento un po’ di ragazzi che
studiano legge…” disse ancora lui. Io
fui sorpreso dall’invito e lui
probabilmente si accorse della mia
titubanza e aggiunse “se non hai altro
di meglio da fare…”.
Mi fece molto piacere e senza più
pensarci risposi che ci sarei andato
volentieri, e che non avevo niente di

153
meglio da fare che guardare la
televisione; gli chiesi a che ora
saremmo usciti, per sapere a che ora
sarei dovuto scendere a fare la
telefonata a Giulia. Mi sembrò
singolare il fatto che fino a prima
dell’invito vedevo la telefonata di
Giulia come un sollievo per la serata,
mentre ora era quasi diventato un
dovere, un intralcio, anche se piccolo
alla serata. Mi disse che saremmo
usciti per le undici, e sorridendo mi
disse che avrei avuto tutto il tempo
per le telefonate di rito. Appena
cominciò il telegiornale ritornammo in
silenzio, attenti a guardare la
televisione; io fui molto colpito dalla
prima notizia, poiché, il giornalista
aveva annunciato che in quello stesso
giorno, più di tredicimila tedeschi
erano riusciti ad fuggire dalla
Germania Est attraverso l’Ungheria; lo
stesso giornalista, con entusiasmo,
disse che quello sarebbe stato il
primo passo verso la caduta del Muro
di Berlino.
Guardammo la televisione finché
Anna non uscì dalla camera, pronta
per uscire, io e Nicola ci mettemmo le
scarpe e fummo pronti. Appena scesi
io dissi: “ragazzi aspettatemi un
attimo faccio una telefonata e

154
arrivo…”. Invece di rispondere che mi
avrebbero aspettato continuarono a
camminare verso la macchina e
mentre camminavano dissero che
avrei trovato una cabina anche dove
stavamo per andare; per raggiungerli
dovetti allungare il passo quasi fino a
correre. Salirono in macchina e
naturalmente loro si misero davanti;
Anna alla guida e Nicola di fianco.
“E’ la prima volta che vieni a Milano?”
mi chiese Anna guardandomi dallo
specchietto.
“si…” risposi io spostandomi dal
finestrino destro al centro del sedile
posteriore, e avvicinandomi ai posti
davanti con la testa per sentire
meglio quello che mi stava dicendo.
“come ti sembra?” mi chiese lei
sempre alternando il suo sguardo tra
la strada e lo specchietto.
“Non è che abbia visto molto…”
Lei non mi rispose, come se non le
interessasse la risposta, frenò
bruscamente la macchina, la
posteggiò davanti ad un portone con
le quattro frecce, e scese a
comperare le sigarette; aprì la
portiera senza guardare, distratta
dalle monete che aveva in mano, e
per poco non fece cadere un ragazzo

155
in bicicletta che la insultò alzando un
braccio senza però fermarsi; lei fece
un passo indietro dallo spavento, si
girò verso Nicola e disse “per un pelo,
che sigarette vuoi?”. Sentita la
risposta si girò e si diresse verso il
tabaccaio. Quando tornò in macchina
lasciò cadere le poche monete
rimaste in un cassettino, tolse la
carta dal pacchetto di sigarette e la
buttò fuori dal finestrino, ne prese
due e, mentre gli passava una
sigaretta, chiese a Nicola da
accendere; appena l’ebbe accesa si
girò verso di me e mi disse: “stavi
dicendo che Milano ti piace?”
“si, è molto bella…” risposi io
tagliando corto, sapendo che non
gliene fregava nulla.
“ma tu da dove vieni?”
“da Tinci…”
“è lontano da Milano?”

“solo nel modo di pensare…” dissi io


guardando le strade illuminate. Lei
non rispose si girò verso Nicola e gli
chiese chi, dei loro amici, ci sarebbe
stato quella sera nel locale. Lui fece
una serie di nomi e soprannomi
strani, indicando più o meno una

156
decina di persone. Lei non mi fece più
domande e continuò a parlare con il
suo ragazzo, io visto che non era più
necessario ascoltare, ripresi la mia
posizione vicino al finestrino. Poche
strade e fummo nel locale dove
avevamo l’appuntamento con i loro
amici. Il posto non era tanto grande,
ma al primo sguardo si vedeva subito
il tipo di persone che richiamava. Era
un bel locale, arredato come fosse
una barca; in pratica era un lungo
bancone circondato da due salette.
Nella prima sala stavano i tavolini,
mentre la seconda era colmata da
una attrezzatura per fare musica, dal
proprietario del locale, da un sacco di
dischi in vinile e da due grosse casse.
Il proprietario era un ragazzo
visibilmente soprappeso, con le gote
rosse e l’aria simpatica; si vedeva che
gli piaceva molto quello che stava
facendo. Mentre al bancone stava un
vecchio barman dalla faccia
rassicurante. I loro amici avevano
preso un tavolino vicino alla porta. Il
locale seppur molto piccolo era
stracolmo di persone. Facemmo fatica
a trovare tre sedie da aggiungere a
quelle degli altri. Io ne presi una
prima per Anna e poi ne presi una per
me. Il posto era un continuo viavai di
persone; la maggior parte dei ragazzi

157
prendeva da bere ed usciva con il
bicchiere. Nella confusione mi
presentarono i loro amici; erano
cinque ragazzi e tre ragazze più o
meno della stessa età di Anna e
Nicola.
Ripetevo “piacere Vittorio”, ma non
riuscivo a capire i loro nomi, tra la
confusione delle persone e la musica
che il proprietario mandava altissima
era difficile capirsi. Riuscii a capire
solo il nome delle due ragazze tra cui
mi ero seduto.
“Ciao io sono Silvia” mi disse una
stringendomi la mano, io risposi nel
solito modo, ma stringendo bene forte
la mano; mi piaceva stringere la
mano con vigore mi sembrava un
segno di sicurezza. Poi mi girai e
salutai l’altra ragazza, che
diversamente da Silvia oltre alla
mano mi diede un bacio formale
guancia contro guancia. Dopo le
presentazioni iniziai subito a sentirmi
fuori luogo, loro cominciarono a
parlare di cose che non conoscevo e
io avevo sempre meno intenzione,
sentiti i discorsi, di parlare.
Inizia ad osservarli, mi capitava
spessissimo quando non sapevo cosa
fare; guardavo i movimenti e i modi di

158
fare e pensavo a come poteva essere
la persona. Mi fissai su un ragazzo
che mi stava davanti, impeccabile nel
vestito e pettinato con una perfetta
riga laterale; gesticolava molto e
rideva, rideva ogni volta che diceva
qualcosa, per dare un tono alle risa,
dava piccoli pugni sul tavolino, che
traballava pericolosamente mettendo
a rischio tutti i cocktail appoggiati
sopra. Continuava a cambiare
posizione sulla sedia e si girava da
una parte all’altra per vedere se tutti
lo stavano ascoltando. Era
decisamente quello che parlava di
più. Non riuscivo a non guardare
questo ragazzo, mi divertiva come si
muoveva, e mi divertiva pure il modo
di parlare storcendo un po’ la bocca;
ma non era un parlare naturale, era
come se avesse fatto le prove allo
specchio per darsi una personalità.
Iniziò a fissarmi pure lui, non so se
infastidito dal fatto che io lo stessi
guardando o se pensava di aver
trovato in me un interlocutore, ma
visto che smise di ridere volsi lo
sguardo da un’altra parte. Quasi di
fronte a me, ma spostata sulla destra,
c’era una bellissima ragazza con l’aria
annoiata, che ascoltava i discorsi di
tutti, ogni tanto sorrideva, e poi si
guardava attorno per vedere se gli

159
altri ragazzi che erano nel locale la
guardavano compiaciuti. Era una
ragazza alta formosa e con dei
lineamenti del viso particolari, ma che
nel complesso stavano molto bene;
aveva gli occhi azzurri tagliati per il
lungo, un piccolo naso e una fronte
molto ampia che veniva risaltata dalla
pettinatura. Ogni tanto si ravvivava i
capelli con la mano e subito dopo si
guardava nelle vetrine del locale per
vedere se era tutto al posto giusto.
Era un percorso strano quello degli
occhi; si guardava intorno, cercando
uno sguardo che si incrociasse col
suo, quando lo trovava sosteneva
l’incrocio per pochi secondi, e poi con
aria di supremazia, appagata di
essere notata si passava la mano nei
capelli, andava a finire nella vetrina
con lo sguardo, per poi ripassare dal
ragazzo che la stava guardando per
vedere se la guardava ancora. Aveva
l’aria annoiata, quell’aria di chi è in un
posto ma vorrebbe essere in un altro,
ma solo per il gusto di farlo notare,
era come se con i suoi gesti volesse
dire che nessuno era capace di farla
divertire. Mi toccò smettere di
osservare pure lei perché iniziò a
pavoneggiarsi troppo contenta della
mia insistenza nel guardarla. Così
senza sapere cosa fare mi alzai e

160
andai al bancone ad ordinare. Non
sapevo cosa prendere, il bancone era
un tripudio di bottiglie alcoliche e di
bevande analcoliche le bottiglie più
usate sembravano quelle del rhum e
della vodka. Mi fermai a guardare i
liquori che erano disposti tutti in fila
davanti ad uno specchio; era uno
gioco di prospettiva molto bello, le
bottiglie sembravano tantissime. Lo
specchio serviva anche ai clienti che
quando ordinavano da bere prima si
davano una controllata giusto per
sistemare quelle poche cose che si
erano scomposte nel tragitto da casa
al locale. Mi si avvicinò il ragazzo con
la riga in mezzo che era seduto al
nostro tavolo; appena mi vide si girò
di scatto e mi fece un sorriso, portava
una camicia bianca dentro a dei jeans
chiari, che avevano come cornice e
sostegno una cintura di pelle; le
scarpe erano anch’esse in pelle e con
la para bianca.
“Pieno di gente stasera…” disse lui
urlandomi nell’orecchio
“Già” dissi io
“Cosa bevi?” mi chiese lui sempre
nell’orecchio. Non era tanto alto,
quindi per ascoltare quello che diceva
dovevo chinarmi un poco.

161
“Non lo so” risposi io un po’ titubante
sempre guardando le bottiglie per
cercare l’ispirazione “è che io non
bevo mai, sono astemio”. Scoppiò in
una risata fragorosa, mi diede una
botta sulla spalla e girandosi verso il
tavolo dove eravamo seduti urlò “
Nicola mi hai portato uno che non
beve, bisogna spiegargli due o tre
cose su Milano…”. Al tavolo si misero
tutti a ridere tranne Silvia, che come
me non andava matta per gli alcolici.
Mi sentivo osservato, così pensai che
l’unico modo per fare passare quel
momento fosse farmi vedere con
qualcosa in mano da bere.
“Una birra piccola” dissi al barista la
prima volta che incrociai il suo
sguardo con il mio.
“Fagliela media che è la prima sera
che è a Milano” disse al barista.
“Ho appena terminato il fusto della
chiara, c’è solo doppio malto…” disse
il barista
“Va bene uguale” rispose lui
guardandomi; io feci un cenno con la
testa come per acconsentire. In fin dei
conti non mi cambiava nulla, non mi
piaceva nessuna delle due.
Tornammo al tavolo e io mentre
sentivo la birra che fresca mi andava

162
nel corpo, avvertivo l’esigenza di
fumare, era come se ogni sorsata
fosse un richiamo alla sigaretta. Più
bevevo, più grosse erano le sorsate,
più il fumo di sigaretta mi attirava,
come se il mio corpo sentisse il
bisogno di compensare l’alcool con la
nicotina. Ormai avevo bevuto più
della metà del bicchiere, e la voglia di
un tiro di sigaretta fu tale che mi girai
verso Anna e le chiesi se potevo fare
un tiro. Nel momento di girarmi sentii
il peso della gravità appoggiarsi sul
collo. Appena mi girai non riuscii a
mettere subito a fuoco Anna, ci volle
una manciata di decimi di secondo
perché l’immagina fosse nitida. Non
stavo male, ma iniziavo a sentire la
testa pesante, avevo un po’ di
confusione, che unito al rumore e al
fumo mi faceva sembrare di essere
più intontito di quello che fossi
realmente.
“certo…” mi rispose lei passandomi la
sigaretta mentre continuava a parlare
con un suo amico che gli stava di
fianco.
Io presi la sigaretta e feci un lungo
tiro come se volessi dissipare il fumo
che iniziava a crearsi in testa ed
offuscarmi i pensieri. Poi ne feci un
altro e poi un altro ancora finché non

163
la finii. Anna si girò verso di me per
riprendere la sigaretta, io alzai le
braccia e sorrisi con un sorriso
abbastanza ebete, lei mi guardò e mi
chiese se andava tutto bene. Io le
risposi facendo un cenno con la testa;
anche le parole iniziavano a
mancarmi, più che altro era una
sensazione di svogliatezza, mi sentivo
in pace, un poco confuso e non avevo
per nulla voglia di parlare; però avevo
voglia di un'altra sigaretta. Mi girai
verso la ragazza che si era presentata
con un bacio sulla guancia e le chiesi
una sigaretta; lei tirò fuori dalla borsa
uno strano pacchetto che serviva
come porta sigarette, lo aprì e mi
porse il pacchetto per farmi prendere
la sigaretta, io incuriosito dal
pacchetto, invece di prendere la sola
sigaretta le tolsi tutto il porta
sigarette dalla mani. Poi
accorgendomi di averglielo strappato
di mano le chiesi: “posso?”. Era una
confezione di alluminio con raffigurato
un clown dai pantaloni verdi che
giocava con tre birilli; doveva essere,
in precedenza, un porta caramelle,
mutato in porta sigarette. Era carino,
e almeno non era brutto come i
pacchetti di sigarette che sembrano
delle lapidi. Nella confezione
originariamente per le caramelle c’era

164
posto anche per un accendino; lo
presi, e prima di accendermi la
sigaretta feci un ultimo sorso per
finire la birra. Fu una soddisfazione
finirla, era una birra dal sapore molto
forte; era dolciastra al contatto con la
bocca, ma stranamente, lasciava un
lieve gusto amaro in bocca dopo
averla bevuta. Era diversa da quella
che avevo assaggiato a Tinci, oltre
che nel colore, anche nel sapore e
nella corposità.
Cercando di appoggiare il bicchiere
sul tavolo dopo aver bevuto non presi
bene la mira, e lo posai proprio sul
bordo del tavolino; feci solo in tempo
a vedere il bicchiere cadere ed
andare in mille pezzi. Al tavolo si
girarono tutti, la ragazza che mi stava
affianco fece un salto indietro con la
sedia perché portava dei sandali e
aveva avuto paura di tagliarsi, e non
so perché a me quella situazione fece
ridere particolarmente.
“Sei sicuro di stare bene Vittorio? Mi
chiese ancora Anna
“si, mi gira solo un po’ la testa…”
risposi io continuando a ridere
“Vuoi che ti porti a casa?”
“No”

165
“Sicuro?”
“Si”
“Va bene ma se vuoi andare a casa
dimmelo…”
“Grazie” Ero piacevolmente stupito
dalla sua apprensione.

Più passava il tempo più la mia


confusione aumentava, iniziavo ad
avere vampate di caldo ed a essere
insofferente. Non riuscivo a
mantenere una posizione, se mi
fissavo in un punto, iniziava a girarmi
la testa e a vedere tutto sfuocato, se
chiudevo gli occhi girava ancora di più
e sentivo il peso della birra sullo
stomaco; più facevo prove per trovare
una posizione, più sudavo non
trovando una soluzione. Mi alzai
all’improvviso per cercare di prendere
un po’ d’aria. Mi avviai verso l’uscita;
pensavo che magari stando all’aria
aperta sentissi meno gli effetti della
birra. Ebbi le mie difficoltà ad uscire, il
locale era ancora pieno di gente e io
non riuscivo a mantenere l’equilibrio,
sbattevo a destra e a sinistra
ciondolando vistosamente.
Dal tavolo si iniziarono a levare le
prima risa, io sentivo i commenti ma

166
non riuscivo a distinguere da dove
venissero. Sentii un braccio stringermi
attorno alla vita, mi girai sempre più
intontito e vidi Anna che mi stava
aiutando ad uscire.
“Beato lui..” disse qualcuno dal tavolo
“se gli basta una birra per ridursi così,
io devo spendere sempre un sacco di
soldi”. Le risate al tavolo erano
sempre più accentuate, e dal mio
punto di vista alticcio paranoico mi
sentivo osservato da tutto il locale.
Anna si fermò di scatto e girandosi
verso il ragazzo che mi aveva deriso,
gli disse che io ero astemio ed era
chiaro che fossi ridotto così, anzi che
era colpa sua che non doveva farmi
prendere da bere. Grazie a qualche
spinta di Anna e a qualche mia
spallata data dalla mia camminata a
zigzag riuscimmo a guadagnare
l’uscita del locale; dovemmo fare
parecchi metri per trovare un posto in
cui poterci sedere dove ci fossero
meno persone. Ci sedemmo sul
marciapiede, io mi lasciai cadere e
presi un forte colpo sull’osso sacro,
ma non sentii dolore, lei si mise a
fianco di fronte a me a gambe
incrociate e si accese una sigaretta;
“Ne vuoi una?” chiese lei

167
“Si grazie” La sigaretta sembrava
darmi un momentaneo piacere allo
stato di ubriachezza in cui mi trovavo,
mi consentiva di concentrarmi su
qualcosa. Era una strana situazione,
io capivo cosa mi stava succedendo
ma non avevo le forze per controllare
i miei movimenti; sembrava che
l’alcool mi avesse annegato il
cervello, e prima di riuscire a
coordinarmi in un qualsiasi
movimento avessi bisogno di un
salvagente; iniziavo a non sentirmi
nemmeno bene di stomaco, avvertivo
una leggera sensazione di nausea che
si faceva sempre più forte. Anna mi
era seduta davanti e io non riuscivo a
metterla a fuoco; la sua immagine
era sfuocata e io anche strizzando gli
occhi non la vedevo bene. Mi sentivo
stanco, ma sapevo che se mi fossi
sdraiato sarebbe girato il mondo.
“Come ti senti?” mi chiese lei
facendomi accendere la sigaretta
“Male, mi sembra di avere il cervello
alla deriva; mi gira la testa e mi viene
da vomitare”
“E’ normale, sei ubriaco…”.
La cosa peggiore era il panico che mi
stava aumentando, e con esso le
vampate di calore che mi facevano

168
grondare sudore. Mi agitava non
essere in grado di muovermi e
pensare come volessi, ero ritardato
in tutti i movimenti, e la cosa
peggiore era che me ne rendevo
conto.
“Stai diventando pallido, ti stai
preoccupando?” parlava scandendo
bene le parole per farmi capire e io se
potevo rispondevo alle sue domande
con solo un gesto della testa. “Non ti
devi preoccupare ora passa un po’ di
tempo e poi ti riprendi…”.
Io continuavo ad annuire con la testa.
Non riuscivo più nemmeno a parlare;
raccolsi le forze e riuscii a dirle che
volevo andare a casa. Lei mi disse di
aspettarla un momento li seduto che
sarebbe arrivata subito. Mi venne
vicino e mi chiese se me la sentivo di
essere lasciato solo per un momento,
io continuavo ad annuire. Lei
scomparve tra la gente e io mi lasciai
cadere all’indietro sul marciapiede e
chiusi gli occhi. Un vortice mi prese e
iniziò a farmi volteggiare in aria, mi
sentivo come al centro di una tromba
d’aria che mi faceva volteggiare a
testa in giù. Il senso di nausea si
accentuò a tal punto che dovetti
aprire prima gli occhi e poi alzarmi e
rimettermi seduto. Anna tornò di

169
corsa, e mi disse che mi avrebbe
accompagnato a casa a piedi, così nel
tragitto mi sarei ripreso. Io le risposi
che una cosa del genere non mi era
mai successa; mi disse di non
preoccuparmi, anzi che non aveva più
voglia di stare nel locale e andava a
casa volentieri. Io non riuscivo a
camminare dritto, volevo, ma invece
di andare dove credevo di andare,
andavo dalla parte opposta, e Anna
mi doveva tirare per la maglietta o
tenermi la mano per non farmi finire
contro gli ostacoli che trovavamo in
mezzo alla strada. Mentre
camminavamo mi venne un conato di
vomito, riuscii a trattenerlo e dissi ad
Anna che stavo male.
“Devi vomitare?”
“Si”
“Hai bisogno di aiuto?”
“No”
“Sei sicuro, non mi sembri tanto
stabile?”
“Si, credo di farcela”
“Se hai bisogno chiama…”
“Ok…”
“E non vomitarti sulle scarpe…” disse
lei ridendo per sdrammatizzare la

170
situazione, io sorrisi e barcollando mi
avviai contro un muro; divaricai bene
le gambe e lasciai uscire tutta la birra
che avevo bevuto. Mi sentivo come in
una stanza piena d’acqua, quando
manca poco per essere
completamente sommerso, e si riesce
a trovare una via d’uscita per fare
defluire l’acqua. Il mio cervello stava
tornando sulla terra ferma. Mi
avvicinai ad Anna e le chiesi un
fazzoletto e una sigaretta per
cancellare il sapore amaro che mi era
rimasto in gola; buttandola fuori
avevo avuto la stessa impressione e
lo stesso sapore in bocca che
bevendola. Mi sentivo sollevato,
anche se più o meno il mio stato era
simile a quello che avevo prima di
vomitare; camminando continuavo a
barcollare . Anna mi guardò le scarpe,
e disse:
“Bravo non ti sei sporcato le
scarpe…” e sorrise.
Dopo pochi metri avvertii un altro
conato, e questa volta senza dire
nulla ad Anna mi avviai verso un
muro. Solo che questa volta non uscì
nessun liquido, avvertivo il senso di
nausea, avevo i conati, ma non usciva
nulla. Dallo sforzo che facevo mi
sembrava che mi potessero saltare

171
via gli occhi, mi sentivo le vene
gonfie, e vedendo che non usciva
nulla io spingevo di più per fare uscire
qualcosa. Dopo un po’ di tentativi
rinunciai e mi avviai verso di lei.
“Ancora pochi metri e siamo a casa”
“…”
“Ma ti fa sempre questo effetto
bere?”
“Io non bevo mai…” Parlavo con una
mano davanti alla bocca per
nascondere il mio alito cattivo; mi
vergognavo un poco.
“Ma perché ti sei preso una birra
doppio malto, anche a me fa girare la
testa”
“Io ho preso la prima che mi hanno
dato…”
“La prossima volta puoi anche dire di
no”
“ Lo so ma mi sembrava che per voi
fosse una cosa strana uno che non
beve”
“Beh ci sono dei ragazzi a cui piace e
altri a cui non piace ma se poi stai
così non è che devi bere per forza”
“Poi in verità sarà stata le terza o la
quarta volta in vita mia che bevevo
una birra, e continua a non piacermi

172
per nulla” Ora che mi stavo
riprendendo mi vergognavo sempre
più della mia situazione e oltre che a
tenermi la mano davanti alla bocca
parlavo con le labbra strette per fare
uscire meno aria possibile
“Vuoi una gomma da masticare?”
“Si grazie, almeno posso non tenere
la mano davanti alla bocca…”
Lei sorrise; ora la vedevo in un’ottica
completamente diversa da come
l’avevo vista appena arrivato. Ora mi
piaceva. Aveva dei grandi occhi neri
con una bella forma tonda, una
cicatrice sulla fronte, le labbra
carnose e tantissimi capelli neri
mossi. Non era né magra né grassa,
aveva delle belle forme, ma si vedeva
che si vestiva in una maniera tipica
per nascondere le gambe perché se le
vedeva grasse.
“Oggi ti avevo giudicato male;
scusami” dissi io amareggiato di aver
giudicato male una persona che mi
stava aiutando.
“Perché?” disse lei sorridendo
“Non lo so, ma mi avevi fatto una
brutta impressione”
“Ma se quasi non ci siamo nemmeno
parlati”

173
“Sarà appunto per quello, io al primo
impatto non ci prendo mai”
“E invece ora come ti sembro?”
“Diversa, hai un bel sorriso…”
“Lo avevo anche prima”
“Si ma io non me ne ero accorto”

Arrivammo al portone di casa e io mi


ero quasi del tutto ripreso, mi
rimanevano solo dei moti d’affetto
che era tutta la sera che avevo, così
mentre Anna cercava le chiavi per
aprire il portone la ringraziai e
l’abbracciai; lei sembrò sorpresa dal
mio abbraccio e mentre io la
stringevo al mio corpo lei teneva la
testa lontana dalla mia e mi dava
delle piccole pacche sulla spalla
dicendomi che non aveva fatto nulla.
Io in quel momento mi sentii
particolarmente stupido ma avevo
molta voglia di abbracciarla.
Salimmo le scale, entrammo in casa,
ci salutammo e io andai in camera e
mi buttai sul letto, ero così stanco che
mi sarei potuto addormentare vestito,
ma poi pensando alla mattina con un
enorme sforzo mi rimisi in piedi, mi
preparai per la notte e andai in bagno
a lavarmi i denti e la faccia.

174
Guardandomi alla specchio vidi tutte
delle piccole macchie rosse intorno
all’occhio; li per li mi preoccupai
pensando a chissà quale malattia, ma
poi mi venne in mente che per lo
sforzo si possono rompere i capillari.
Per sicurezza andai da Anna e le
chiesi se era normale, lei mi disse di
si e finalmente mi gettai sul letto.

Capitolo 11

“If a free society can not help the many


who are poor, it can not save the few who
are rich”

J.F.K (20th January 1961)

Mi svegliai rintronato, con un forte


mal di testa dietro la nuca; appena
appoggiai il piede destro scendendo
dal letto sentii nuovamente un peso
sullo stomaco, ebbi un giramento, ma
questa volta mi ripresi subito; entrai
in cucina tenendomi una mano dietro

175
la testa e Anna appena mi vide si
mise a ridere. La trovai che faceva
colazione con un caffè e dei biscotti.
“Come fai la colazione?” mi chiese lei
“Caffelatte” risposi io.
“Il latte lo vuoi freddo o caldo?”
“Freddo”
“Quanto zucchero vuoi?”
“Niente grazie…”
“Anche a me piace senza zucchero”,
rispose lei pensierosa, poi mi chiese
se avessi trovato i suoi amici
simpatici
“Non lo so.. “ risposi io. In verità non
ero abituato a ragazzi così, di solito
quelli che frequentavo io a Tinci erano
meno artefatti, e avevano meno
bisogno di dimostrare chi erano.
Alcuni nel locale sembrava che
usassero la carta di credito come
arma intellettiva, sembrava che il loro
unico scopo fosse apparire; non
apparire belli, ma particolari, farsi
notare per darsi uno spessore, un
tono; cercare di colpire non per quello
che si pensa ma per quello che si
vede. Però questo era anche un
giudizio approssimativo, superficiale,
quasi classista al contrario perché io
mi vedevo diverso da loro.

176
“Ti sarai pure fatto un’idea” continuò
lei.
“Li ho visti per poco…” dissi io
titubante
“Non farti pregare; mi interessa
sapere come la pensi…”
“Mah, non saprei, davvero ho
ascoltato poco i discorsi, poi mi sono
ubriacato.
“E in quei pochi discorsi?”
“Superficiali”
“In che senso?”
“Nel senso più semplici, per quel poco
che ho sentito hanno parlato solo per
dimostrare quanti soldi aveva il loro
padre, o chi conoscevano di
importante”
“Sei cattivo…”
“non voglio offendere i tuoi amici, me
lo hai chiesto tu”
“forse la mia è invidia perché mio
padre non è ricco e io non conosco
nessuno a Milano a parte tu e Nicola”
continuai io.
Senza accorgercene ci eravamo messi
a discutere a voce alta, sentimmo
aprirsi la porta della camera di Nicola,
sentimmo i passi pesanti suoi, si

177
affacciò in boxer dalla porta della
cucina e ci disse se potevamo parlare
più piano che lo avevamo svegliato;
io gli chiesi scusa, Anna non rispose;
così come era venuto con passi
pesanti se ne tornò nella sua stanza e
noi ricominciammo a parlare. Il
discorso cadde su Nicola.
“Da quanto è che siete insieme?”
chiesi io
“Dall’inizio dell’università, ci siamo
conosciuti a una lezione,
frequentavamo lo stesso corso”
“Mi sembrate molto diversi tu e lui”
“In che senso?”
“Non lo so sarà che con lui non ci ho
parlato, ma mi sembra diverso da te”
“Si ma in che senso diverso, tu sei
strano, cominci sempre un discorso e
poi lo lasci a metà…”
“Diciamo che mi sembra come tutti
gli altri vostri amici…”
“Lo è. Ed è anche infantile, ma se mi
dovessi mettere a fare la lista dei suoi
difetti non finirei più; non so cosa mi
prenda, ma ci sono dei giorni in cui
non lo posso vedere, mi basta una
parola o un suo modo di fare per
farmi innervosire; non credo di essere
innamorata, o forse lo sono a giorni”

178
“Non ho mai sentito di una persona
innamorata a giorni” dissi io ridendo
“Di fondo c’è che non mi fido, ha
tradito troppe volte la mia fiducia
perché io possa credere in lui…”
“Allora perché non lo lasci?”
“Perché quando non c’è mi manca…”
“Allora sei innamorata”
“Si credo di si, solo che l’amore è un
concetto così strano”
“Non è strano, è semplice si è
innamorati quando ci si sente di
esserlo”
“La fai facile tu…”
“Non sono io che la faccio facile. E’
semplice”
“Ci sono Mille complicazioni…”
“Io ho una mentalità di provincia, e
forse non capisco, ma le
complicazioni ci sono se te le crei.”
“Per te è facile perché sei fidanzato
da sempre con la stessa persona…”
“….”
“E poi in un paesino con poche
persone è più semplice” continuò lei.

179
“Nel senso che non avendo altre
possibilità mi sono accontentato?”
dissi io storcendo il naso.
“Beh detta così è brutta, ma il senso è
quello”
“Oddio se il problema è questo, non
sei certo innamorata. Io sceglierei
Giulia tra tutte le ragazze del mondo”.
“Secondo me dici così solo perché
non hai ancora provato cosa vuole
dire avere tutte le ragazze del mondo,
o comunque qualcuna” e lo disse
sorridendo, poi si alzò sparecchio il
tavolo dalle due tazze, dal latte e dal
caffè e disse che doveva andare in
palestra. Io invece dovevo andare in
università, volevo vedere quando
iniziavano le lezioni e che ambiente
avrei trovato.
Uscimmo insieme, e mi sembrò già
tutto molto familiare, era come se
fossi a Milano da una vita, e
conoscere meglio Anna mi faceva
sentire come se conoscessi meglio
tutti.
Mentre camminavo verso l’università
ripensai ai nostri discorsi, io in
qualche modo mi sentivo fuori da tutti
i problemi che hanno le coppie, io
Giulia l’amavo più di ogni altra cosa
ed ero convinto che nulla avrebbe

180
potuto svilire il nostro rapporto; il solo
pensiero di Giulia mi fece tornare alla
mente il suo profumo, mi piaceva
quando pensavo a lei associarla ad un
profumo o a una musica particolare,
mi sembrava di immaginarla meglio.
Fatti pochi passi da casa fui davanti
all’università. Mi fece un effetto anche
più grande della vista del Duomo, era
una costruzione bellissima; entrai dal
portone principale abbastanza
titubante, mi sentivo come se stessi
per entrare a casa di qualcuno. In
effetti più o meno era così,
l’università appartiene a cicli continui
ai ragazzi che la vivono. All’entrata mi
sentii spaesato, c’erano talmente
tanti corridoi che non avevo la
minima idea di dove potesse essere la
segreteria. Mi avvicinai a un ragazzo
che teneva tra le mani un foglio di
carta e gli chiesi se sapeva dove era
la segreteria; lui mi guardò
abbastanza stranito come lo ero io e
mi disse che la stava cercando pure
lui.
“Beh allora cercarla in due è meglio
che cercarla da soli” gli dissi io.
“Piacere Vittorio” dissi ancora io
allungando la mano

181
“Piacere Filippo. Secondo me è di
qua…” mi rispose lui sempre
guardando il suo foglio di carta. Erano
delle indicazioni che dei suoi amici gli
avevano dato per trovare tutti i punti
che gli potessero essere utili, guardai
il foglio e vidi che la segreteria era
segnalata proprio davanti a noi.
Filippo mi somigliava, sembrava una
strana coincidenza, era alto come me,
aveva la stessa pettinatura con i
capelli lunghi a coprire il collo e un bel
naso regolare; cambiava il colore
degli occhi lui li aveva castani mentre
io li avevo verdi. Lui aveva anche una
cicatrice sotto le labbra nella parte in
cui il mento si infossa per dare forma
alla faccia. Sembravamo due fratelli,
solo che lui aveva un fortissimo
accento romano, mentre io cercavo
già di abituarmi a quello milanese.
Anche lui si era appena trasferito da
Roma, per esigenze famigliari, il
padre era venuto a Milano per lavoro
e lui lo aveva seguito insieme a sua
mamma.
Quel pomeriggio universitario lo
passammo insieme, sbrigate le
formalità in segreteria iniziammo a
girare l’ateneo, e la cosa più bella
erano gli sguardi degli studenti più
grandi che ci osservavano come si

182
osservano i nuovi arrivi in un villaggio
turistico. Noi non eravamo ancora
studenti, eravamo solo matricole; un
numero che per diventare studente
deve vivere l’università, non basta
studiare e dare gli esami. Tutti i
racconti che mi erano giunti sul
mondo universitario, mi sembravano
in parte veri ma tralasciavano sempre
quella parte di cui ti puoi accorgere
solo frequentandola. A me tutti i
ragazzi che vedevo non mi
sembravano solo studenti, ma gruppi
di amici che stavano vivendo un
momento particolare; un limbo tra la
scuola e il lavoro. Un periodo di
transizione che ti permette di capire
chi sei e cosa vuoi. Mi chiedevo
spessissimo in questo periodo se
giurisprudenza fosse la scelta giusta,
fosse veramente ciò che volevo fare,
e l’unico modo che avevo di scoprirlo
era vivere l’università.
Mentre camminavamo nei chiostri vidi
un ragazzo salutarmi, lo guardai
meglio e vidi che era uno dei ragazzi
che la sera prima era con me al tavolo
nel locale.
“Ciao come stai?” mi chiese lui con un
tono molto ironico

183
“Bene” risposi io facendo finta di non
accorgermi della sua ironia.
“Lui è Filippo” continuai io, ma non mi
ricordavo come si chiamasse il
ragazzo che gli stavo presentando;
per fortuna Filippo allungò la mano e
l’ altro si presentò. Mi accorsi che non
mi ero dimenticato il nome, ma che
proprio non lo sapevo. Ci disse che
stava andando in un chiostro dove
c’erano altri suoi amici e se volevamo
andare con lui. Appena vedemmo
tutto il gruppo ebbi una sensazione
diversa da quella del giorno prima, il
fatto che ci fosse Filippo con me con
cui potevo parlare, mi faceva sentire
più a mio agio del giorno prima. In
qualche modo la sua presenza mi
faceva sentire integrato in un gruppo
di persone che non conoscevo
minimamente; non conoscevo
nemmeno Filippo ma con lui mi
sentivo più in confidenza che con
tutti gli altri. Rividi le ragazze della
sera prima e anche qualcuna nuova e
la soggezione che avevo nei loro
confronti era incredibilmente ridotta
dal giorno prima. Mi sentivo
addirittura spavaldo e avevo voglia di
scherzare con loro. Pensai alla
situazione e la trovai molto
particolare, il solo fatto di avere una

184
persona che ride alle tue battute o da
un po’ di peso a quello che dici le fa
sembrare quasi più importanti, era
come il primo applauso in una sala di
conferenze che fa battere le mani a
tutti gli altri. Era bastata una persona
per cambiare il mio modo di
relazionarmi alle altre persone. Filippo
mi sembrava diverso dagli altri
ragazzi che c’erano li, mi sembrava
semplicemente normale, più disposto
a conoscere persone, meno
desideroso di mostrarsi in una
maniera particolare; in poche parole
mi sembrava più vero.
Nel gruppo c’era anche la ragazza che
la sera prima mi aveva attirato per la
sua bellezza e per l’aria annoiata, era
bella anche nel pomeriggio; era
seduta sul muretto, che faceva da
cornice al giardino, con le gambe
accavallate e la schiena appoggiata
ad una colonna; portava gli occhiali
da sole un poco calati sul naso per
poterci vedere anche senza, e teneva
nella mano destra una sigaretta e
nella sinistra una bottiglietta d’acqua
da mezzo litro. Faceva un tiro di
sigaretta e subito dopo beveva anche
un goccio d’acqua, e lo faceva senza
pensare, si notava che era
sovrappensiero, e il fatto di essere

185
mentalmente distante dalla situazione
in cui era, le aveva fatto abbandonare
anche quell’aria annoiata che si
portava dietro. Aveva i capelli legati
con un elastico che formava una
grossa coda come fosse la criniera di
un cavallo; ogni tanto la scuoteva per
sistemarli e questa grande massa di
capelli ondeggiava a destra e sinistra
come fosse un pendolo. Portava una
canottiera bianca e una paio di jeans,
nulla di speciale rispetto alla sera
prima, ma che comunque sapeva
portare e sembrava fosse vestita da
sera. Erano i particolari che la
rendevano diversa dalle altre, i gesti
eclatanti per cose che altre persone
avrebbero liquidato in un veloce
movimento della mano e il silenzio;
parlava poco, come se le poche cose
che diceva avessero un’importanza
particolare, sembrava che volesse
dare l’idea di non voler sprecare
parole con persone come noi. Era
rispettata nel gruppo sia per la
bellezza, di cui si vedeva che ne
andava fiera, sia per gli accessori
della bellezza, come la seduzione e il
mistero. Era elegante anche nel modo
di stare seduta, di portarsi la sigaretta
alla bocca e perfino nell’ondeggiare il
piede su cui era accavallata la gamba.
Notai che aveva le scarpe in tinta con

186
i colori della cintura, e mi accorsi
anche che gran parte del suo
portamento era dovuto ai tacchi che
le conferivano una grande
femminilità. Era sensuale ed
aggraziata allo stesso tempo.
Diedi un lieve colpo a Filippo con il
dorso della mano, sulla coscia, come
ad intendere di seguirmi, e mi
avvicinai a lei sorridendo. Quando le
fui talmente vicino che dovette
spostare la testa all’indietro per non
incocciare con la mia le dissi
parlandole in un orecchio che se mi
avesse dato una sigaretta le avrei
fatto un gioco di magia per farle
tornare il sorriso. Lei si alzò gli
occhiali da sole sulla fronte e un po’
sorpresa mi disse di prendere la
sigaretta.
Presi la sigaretta, strinsi la mano a
pugno con in mezzo la sigaretta,
coprii la mano che teneva la sigaretta
con l’altra mano, di modo che ne
spuntasse solo metà e misi entrambe
le mani davanti a lei di modo che la
potesse vedere scomparire. Mentre
facevo il gioco la guardavo fisso negli
occhi, mentre lei alternava lo sguardo
tra il mio pugno, me e Filippo. La
mano sinistra serviva a coprire il
trucco e muovendola leggermente in

187
basso e in alto mostrava e
nascondeva la sigaretta per
confondere chi guardava; al terzo
movimento della mano sinistra, aprii
la mano destra e la sigaretta si
nascose dietro il pollice per tutta la
sua lunghezza e mostrai i palmi delle
mani a lei. Filippo dietro di me poteva
facilmente vedere il trucco, ma per
stare al gioco fece finta che fosse
scomparsa e che nemmeno lui da
dietro capisse il trucco. Lei sorrise e si
sporse per vedere meglio le mie
mani, io con un rapido gesto la feci
ricomparire e l’accesi.
“Come hai fatto?” disse lei incuriosita
“Magia…” risposi io
“L’hai messa dietro al pollice…” disse
lei scrutandomi per vedere se aveva
capito il trucco.
“No no, è proprio scomparsa” e
aggiunsi “Anche Filippo che stava
dietro ti può dire che è scomparsa”
Filippo annuì e come se in quel
momento gli fosse venuta in mente
una cosa importante fece un passo in
avanti e tese la mano “A proposito, io
sono Filippo…” e “Io Francesca…”
disse lei tendendo la sua e
guardandolo bene negli occhi. In quel
momento mi sentii geloso, era come

188
se in quello scambio di sguardi io
avessi notato una complicità che con
me non aveva avuto; il mio intento
era di farmi apprezzare da lei di modo
che anche gli altri mi vedessero in un
ottica migliore; il conquistarla mi
avrebbe fatto vedere in una luce
diversa agli occhi di tutti i ragazzi.
Una speciale presentazione, come a
dire che anche se venivo da un
paesino di mare ero riuscito a fare
quello che agli altri non era riuscito.
Mi sentii subito stupido, pensai a
come fosse possibile ingelosirsi per
una ragazza che si conosce appena,
pensai che fosse stupido per me farlo
nei confronti dell’unico ragazzo con
cui avevo trovato particolari affinità
subito, e infine mi sentii anche in
colpa con Giulia, essere gelosi di
un’altra ragazza per me voleva quasi
dire tradirla. Ricercai subito il sorriso
che avevo perso nei pensieri e la
ringraziai della sigaretta che mi aveva
offerto.
Li lasciai chiacchierare, spostandomi
e inserendomi in un altro discorso,
ma non riuscivo a non pensare a loro,
non riuscivo a non guardarli e non
invidiare, anche se lievemente, la loro
intesa. Per interrompere quella
situazione mi inventai una scusa

189
banale che mi costringeva a tornare a
casa, salutai tutti e ci promettemmo
di vederci una sera della settimana.
Appena uscii dall’università chiamai
Giulia.

Capitolo 12

“Addio Bocca di Rosa con te parte la


Primavera…”

(Fabrizio De Andrè)

Nel periodo che seguì la mia prima


visita all’università mi ritrovai solo per
parecchi giorni; stavo aspettando
l’inizio delle lezioni e non volevo
tornare a casa, Anna e Nicola
avevano litigato e ognuno era tornato
a casa dalle proprie famiglie e senza
di loro non potevo vedere nemmeno i
loro amici. Passavo le giornate in casa
a pensare e a fare passeggiate per
Milano; gli unici momenti in cui
parlavo con qualcuno erano le
telefonate, in cui dovevo mentire e

190
dire che andava tutto bene, altrimenti
avrei dovuto spiegare il motivo della
mia permanenza a Milano invece di
tornare a Tinci, e le discussioni col
portinaio. Era diventato piacevole
scendere le scale e incontrarlo, e le
volte che per caso non era nella
portineria perché uscito per una
commissione, mi dispiaceva, e magari
stavo fermo sul portone ad aspettarlo
giusto per parlare con qualcuno che
non fosse una cornetta telefonica.
Parlare al telefono era difficile, era
difficile mentire sulla mia situazione,
essere allegro quando non avevo
voglia di esserlo e dire bugie per
giustificarmi; il problema non era dire
bugie, era il giustificarmi che mi dava
fastidio. Avevo molto tempo per
pensare a me stesso, alla mia vita, a
ciò che in fondo volevo veramente. Il
problema è che quando stavo troppo
tempo da solo i miei pensieri
saltavano da un’idea ad un’altra e
spesso si contraddicevano l’uno con
l’altro. Fermandomi a riflettere sulle
cose, per ogni pensiero trovavo dei
pro e dei contro ad ogni decisione;
ogni giorno era come una discussione
con me stesso, in cui nessuna delle
due parti riusciva a prevalere, perché
per ogni teoria ne riuscivo a trovare
un’altra altrettanto valida. Così i

191
momenti passavano in pensieri sul
futuro, senza che il futuro riuscisse a
chiarirsi. Non volevo annoiarmi, mio
papà mi diceva sempre che la noia
era una cosa da stupidi, e chi si
annoia vuole dire che non è
abbastanza intelligente per stare
bene con se stesso, solo che io in
certi momenti non sapevo proprio
cosa fare per passare il tempo,
quando ero proprio in crisi dormivo,
per fare passare più velocemente le
ore. Una mattina mi svegliai con una
grande tristezza, e il non poterne
parlare con nessuno me la fece
accentuare fino a dovere uscire di
casa per respirare. Era una mattina
nuvolosa, con una grande afa e la
promessa di piovere. Scesi in strada
senza nemmeno guardare se il
portinaio era nel suo ufficio, avevo
bisogno di uscire, mi sentivo soffocare
e per respirare mi sarebbe bastato
incontrare una faccia conosciuta. Mi
avviai verso l’università nella
speranza di vedere Filippo.
Camminavo e mentre camminavo
piangevo senza sapere il perché;
avevo paura che questa vita non
fosse fatta per me, avevo il terrore
che non fosse giusta per le mie idee,
per le mie abitudini per le mie
passioni; le lacrime scendevano senza

192
che io in nessun modo potessi
fermarle, e più mi cadevano e più
camminavo veloce. Era come se
cercassi di lasciarle indietro, volevo
lasciarle indietro; era un dolore ma
che non sapevo da dove provenisse;
non capivo. Forse mi mancava Giulia.
Iniziò a piovere e io mi riparai in un
posto dove nessuno potesse vedermi,
mi vergognavo, mio padre mi avrebbe
dato della femminuccia. Non era
paura, non era dispiacere. La pioggia
confuse le mie lacrime. Si crearono
sull’asfalto le prime pozzanghere, la
pioggia rendeva l’asfalto come uno
specchio, e guardando per terra il
marciapiede fu coperto da un leggero
manto d’acqua e mi accorsi che
potevo vedere riflesse le sagome dei
palazzi e gli alberi dove camminavo.
L’acqua faceva da cornice al mondo.

Mi rigettai in mezzo alla strada,


camminavo a testa basta, per non far
notare alle persone che incrociavo,
che avevo pianto; aveva quasi
smesso di piovere, cadevano solo
poche gocce molto fini, e nel
frattempo era uscito anche un raggio
di sole; mi venne in mente la nonna di
Ettore che diceva sempre che quando
pioveva col sole voleva dire che il

193
diavolo si stava sposando; sorrisi e il
mio volto assunse la tipica
espressione di chi ha trovato un
pensiero che lo sollevi dallo stato di
tristezza in cui si è caduti. In breve
tempo smise completamente di
piovere e il sole prese il sopravvento,
si creò in cielo quella situazione che si
viene a creare solo dopo una
tempesta; pensai che fosse strano
che tutto ad un tratto le nubi fossero
sparite, per lasciare posto ad un cielo
nitido e talmente azzurro da sembrare
quasi profumato; mi immaginai che la
tempesta che era passata, era quella
che avevo provato io, erano i miei
sentimenti, e ora, che mi ero
rasserenato, anche il cielo ne era
contento e mi mostrava la sua gioia.
Entrai in università, ma non con l’aria
del turista, ma con l’aria di chi cerca
qualcuno per parlare, iniziai a girare
per i chiostri in cerca di facce note. Il
massimo sarebbe stato incontrare
Filippo, ma anche qualche amico di
Anna e Nicola sarebbero andati bene
per scambiare due chiacchiere. Girai
tutta l’università almeno tre volte,
soffermandomi nei chiostri, scrutando
le facce per vedere se per caso le
avevo già incontrate. Me ne andai
quando iniziai a vergognarmi;

194
parecchie persone le avevo incontrate
nei miei giri già più volte e ora
iniziavano ad avere uno sguardo
interrogativo, come a chiedersi che
cosa stessi facendo li. Per evitare
imbarazzi feci finta di avere delle cose
da fare, quindi abbandonai il passo
flemmatico che avevo e ne assunsi
uno più spedito, come ad intendere
che stavo andando avanti e indietro
perché avevo molte cose da fare;
smisi di guardarmi intorno con l’aria
di chi cerca qualcuno e iniziai a
guardare avanti senza fare caso alle
persone che incrociavo. In un
momento fui fuori dall’ateneo solo
come quando ero entrato. Mi avviai
alla cabina telefonica e chiamai
Giulia.
“Pronto…” sentii rispondermi dalla
cornetta
“Ciao amore sono Vittorio” dissi io alla
cornetta
“Come stai?” chiese lei
“Bene, sono appena uscito
dall’università. Sto tornando a casa.”
“Che bello, come sono contenta. Ma
non avevi detto che non potevi venire
perché ti erano iniziate le lezioni?” mi
chiese lei incuriosita.

195
“Si, è vero, ma non riesco più a stare
lontano da te, e non vedo l’ora di
vederti” dissi io con sicurezza, senza
che potesse capire che non era vero e
che andavo a Tinci per disperazione
“E quanto rimani?”
Io pensai a quando sarebbero tornati
Anna e Nicola, e loro mi avevano
detto che sarebbero tornati alla fine
del mese, quindi dissi a Giulia che
sarei rimasto lì fino alla fine del mese.
Lei sembrò molto contenta, come se
non avesse sperato altro da quando
ero partito; quando attaccai la
cornetta mi sentii meglio, ora avevo
qualcosa da fare.

Capitolo 13

“Il lavoro è il rifugio di coloro che non


hanno nulla di meglio da fare.”

(Oscar Wilde)

196
Partii subito, il tempo di fare un
veloce borsa e fui in Stazione
Centrale.
L’immagine che mi diede la stazione,
fu diversa dalla prima volta, e pensai
che fosse dovuta al fatto che mi stavo
abituando alle costruzioni enormi di
Milano. Andai in biglietteria, senza
doverla cercare, perché mi ricordavo
che era vicina all’ufficio della polizia;
feci il mio biglietto e andai a cercarmi
un posto sul treno. Ero in netto
anticipo sull’orario di partenza, quindi
ebbi tutto il tempo per cercare uno
scompartimento vuoto in cui
fermarmi. Erano quasi tutti vuoti, solo
che io stavo cercando quello che non
si sarebbe riempito appena partiti.
Provai ad entrare in uno per vedere
se si riuscivano a chiudere la porta e
le tendine, ma in quasi tutti o non
c’era la porta o non c’erano le
tendine. Alla fine rinunciai alla mia
ricerca, anche perché non riuscivo a
trovare dei motivi per cui una
carrozza del treno si sarebbe dovuta
riempire e l’altra no. L’unica cosa
che mi venne in mente fu che magari
nel centro del treno lontano dalle
porte ci fossero più possibilità di
rimanere solo.

197
Pochi istanti prima della partenza la
mia carrozza si riempì e io mi dovetti
addormentare seduto.
Mi svegliai a casa. Il Capostazione con
un fischio mi fece sobbalzare, e una
gran voce mi svegliò completamente:
“Stazione di Tinci, stazione di Tinci”.
Scesi i gradini della stazione, il
paese, mi sembrava diverso, piccolo,
una miniatura di una città. Guardavo,
mentre camminavo per arrivare a
casa, le persone che mi salutavano
ricordandomi che ero nato li, con un
aria di superiorità. Mi sentivo
superiore per il solo fatto che io avevo
visto ciò che secondo me loro non si
immaginavano nemmeno. Iniziai a
camminare velocemente per poter
vedere prima mio padre; non vedevo
l’ora di abbracciarlo e togliermi di
dosso quell’idea di superiorità che mi
dava fastidio ma che non mi
abbandonava. Era come un mantello
che ti si lega alla pelle e anche se ti fa
inciampare non si trovano i lati per
toglierselo. Capivo che era stupido
sentirsi in qualche modo diverso da
altre persone per il solo fatto di
averne frequentate altre, ma era
difficile poter pensare altro. Andai
direttamente alla pescheria sapendo
che avrei incontrato li sia mio padre

198
sia Alfredo. Quando fui nelle vicinanze
cominciai a correre e mi sentii come
quando ero bambino e non vedevo
l’ora di cominciare a giocare con
Ettore. Come al solito la sala era
stracolma di gente, e la cosa che mi
diede più piacere fu una fotografia
mia e di Alfredo posta all’ingresso che
prima della mia partenza non c’era.
Mi fermai un secondo a guardarla, poi
volsi lo sguardo ai banconi del pesce
e li vidi che chiacchieravano come al
solito. Giusto nell’istante prima che
mi vedessero cercai di assumere un
comportamento più composto, solo
per non dimostrare la mia emozione;
rallentai il passo e feci un gran
respiro. Avrei avuto voglia di
abbracciarli tantissimo, invece, mi
limitai ad un ciao e a un fugace
abbraccio con mio papà. Alfredo mi
chiese di Milano e io risposi che era
piena di gente, poi mio padre mi
appoggiò, come quando ero piccolo,
una mano dietro la testa, mi fece una
carezza e sorrise; era contento che
fossi tornato. Chiesi ad Alfredo di
Ettore e mi disse che era partito per il
militare, io ne fui molto stupito,
perché non me ne aveva mai parlato;
gli chiesi quando fosse partito e mi
disse che era andato subito dopo la
mia partenza, e che aveva deciso da

199
un giorno all’altro di intraprendere la
carriera militare. Lasciai la borsa a
mio padre e mi congedai dicendo che
andavo da Giulia e sarei tornato per
cena; Alfredo disse che avremmo
mangiato tutti da lui, e per me dopo
un mese di sofferenza da cibo per via
della pessima cucina di Anna, fu un
sollievo il solo pensarlo. Mi
incamminai verso il negozio e sulla
strada pensavo a che sentimenti avrei
provato rivedendo Giulia. Mi chiedevo
quali emozioni avrei provato o se in
qualche modo erano bastati due mesi
per cambiare i nostri sentimenti.
Avevo sempre pensato che la
distanza per l’amore è come un buco
nella chiglia di una nave che alla
lunga non permette di andare avanti.
Nel tempo di un pensiero mi ritrovai
davanti al negozio, non volevo
chiamarla subito, volevo osservarla
da lontano, senza che lei si
accorgesse che ero li; mi andai a
sedere su una panchina davanti al
negozio, la stessa in cui da piccolo
avevo visto la mia paura, e la stessa
in cui avevo parlato per la prima volta
da uomo a Giulia; mi sedetti nella
stessa posizione, e guardai la stessa
vetrina, erano cambiate molte cose; il
mio corpo era cambiato come
possono cambiare le sembianze di

200
una farfalla dal bruco. Ora ero alto,
ma il mio fisico non era più magro, le
spalle avevano assunto una
fisionomia da uomo, anche i miei
lineamenti erano sostanzialmente
cambiati, la faccia era diventata più
piena, si erano formate le rughe di
espressione accanto agli occhi e il mio
sguardo era diventato più
consapevole; le uniche cose che mi
erano rimaste dall’infanzia erano le
lentiggini e gli occhi chiari. Ora
guardandomi nella vetrina non mi
vergognavo più.
Volsi lo sguardo verso lei e la trovai
bella come sempre; bella mentre
serviva la gente e la consigliava nella
scelta, bella quando spostava una
cassetta di frutta da un posto all’altro,
bella persino quando aveva i soldi in
mano per dare il resto.
Appena Giulia mi vide si tolse il
grembiule e mi corse incontro. Ero
contento di vederla; l’abbracciai forte,
e iniziai a baciarla freneticamente.
Quando il fiato iniziò a mancarci per
la frenesia mi chiese come ero stato a
Milano, come mi ero trovato, e senza
farmi nemmeno iniziare a rispondere
mi chiese se mi era mancata.

201
“Mi sei mancata tantissimo, la cosa
peggiore di questi giorni a Milano era
sapere che solo in alcuni momenti
prestabiliti potevamo sentirci; mi è
mancato il contatto quotidiano,
sapere che in ogni momento posso
venire sotto casa tua ed abbracciarti
come sto facendo ora. Non avevo mai
provato questa sensazione di
lontananza; non mi ero mai sentito
solo per l’unica ragione che non ti
potevo vedere; ogni giorno che ho
passato da solo è stato un giorno in
cui ti ho amata di più”. Non sapevo
nemmeno io se quello che le stavo
dicendo fosse la verità, se le parole
uscivano dalla mia bocca solo per un
egoistico motivo personale di
appagare il fatto che in due mesi
Giulia non era stata il primo dei miei
pensieri, o una speranza che le cose
fossero effettivamente così. In verità
provavo gusto a dimostrarle il mio
amore e constatare che sapevo
fingere, che sapevo raccontarle ciò
che voleva sentirsi dire e non
rendermi banale. Più vedevo che
andavo a toccare i sentimenti che
anche lei aveva provato e che io le
stavo dicendo per primo, più la mia
smania di ingrandire ciò che provavo
diventava irrefrenabile. Lei mi
guardava contenta di provare le

202
stesse emozioni che la lontananza
aveva creato, solo che se per lei era
amore, per me iniziava a diventare un
passatempo. Anche verso di lei
sentivo di provare quel fastidioso
senso di superiorità che mi aveva
cinto appena ero sceso dal treno.
“Stasera andiamo a mangiare da
Alfredo…” continuai io cambiando
radicalmente discorso. Lei fece una
faccia stranita, come di insofferenza,
che stava ad intendere che non ne
aveva per nulla voglia.
“Non hai voglia?” Le chiesi io
“Non è che non ho voglia…” rispose
lei
“Allora perché quella faccia?”
“Perché non ci vediamo da tanto e
stasera avrei voluto passarla solo io e
te.”
“Beh, ma andiamo solo lì a mangiare,
poi abbiamo tutta la sera per stare
soli…” e lo dissi un po’ infastidito, ma
cercando di celare il fastidio con un
sorriso.
“La prima sera mi sarebbe piaciuto
passarla solo io e te”
“Quante storie che fai, andiamo a
cena e poi stiamo soli” e lo dissi
deciso, come se non ammettessi

203
risposta, sperando che funzionasse a
troncare il discorso; invece Giulia si
innervosì e mi disse che come al
solito non avevo capito la situazione,
che non bastavano quattro belle
parole per dimostrare che mi era
mancata e che dovevo smetterla di
avere quel senso di superiorità solo
per il fatto che ero stato a Milano due
mesi con quattro amichetti che si
sentono importanti. Rimasi basito e
le dissi che ci saremmo visti dopo
cena, non avevo voglia di discutere.
Mi girai e mi incamminai nella
direzione opposta alla sua, fatti pochi
passi il desiderio di girarmi e vedere
se Giulia era rimasta li fu tale che
abbandonai la parte che mi ero creato
e mi girai per vedere Giulia ferma
dove l’avevo lasciata ad aspettare
che tornassi da lei. Mi voltai convinto
di trovarla ancora ferma impassibile
nella stessa posizione, con quell’aria
triste che assumeva solitamente
quando io cambiavo repentinamente
umore. Invece si era girata e stava
tornando verso il negozio; senza un
insulto, senza un lamento, anzi
aumentando di poco il passo per
andare a salutare un suo amico che
stava passando di là. Rimasi attonito,
non mi sarei mai aspettato un
comportamento simile; mi fermai

204
immobile a guardarla, sperando che
almeno una volta si girasse per
vedere dov’ero, come quando
litigavamo da piccoli; invece dopo un
fugace saluto con un bacio sulla
guancia al suo amico tornò dentro al
negozio e scomparve dietro la porta
dal vetro smerigliato. Mi assalì un
senso di profonda solitudine e di
disprezzo verso il mio
comportamento, mi sentii uno stupido
e tremendamente in colpa per averla
trattata in quel modo; avvertii anche
un senso di paura, temevo che le mie
parole avessero incrinato il nostro
rapporto, il solo pensare che Giulia
potesse dirmi che non mi voleva più
vedere mi faceva stare malissimo, era
un senso di precario equilibrio quello
che mi stava pervadendo. Dovevo
assolutamente parlarle, ma avevo il
timore che fosse troppo nervosa e che
parlandole avrei peggiorato la
situazione. In un secondo avevo perso
tutta la mia baldanza e la mia
sicurezza. Decisi di parlarle, corsi
dentro al negozio e mentre stavo per
aprire la porta di vetro mi si parò
davanti suo padre.
“Ciao Vittorio…”
“Ciao Mario” risposi io dandogli del tu.
Gli avevo sempre dato del lei per

205
cortesia e per mantenere una certa
distanza, ma in quel frangente non mi
ero fermato a badare né alla forma né
alla confidenza che ci poteva essere
tra noi due; in quel momento non era
il padre di Giulia, non era un amico di
mio padre, era solo un uomo che mi
divideva dal mio senso di angoscia.
Dopo averlo salutato feci per aprire la
porta, ma lui mettendomi una mano
sul braccio mi chiese come mi trovavo
a Milano.
“Bene” risposi io secco. Subito lui di
rimando senza nemmeno lasciarmi
voltare mi chiese se a Milano c’erano
tanti fruttivendoli. Lo guardai allibito.
“Cosa?” chiesi io, poiché mi sembrava
di non aver capito la domanda
“Ti ho chiesto se a Milano ci sono
tanti fruttivendoli?” rispose lui
scandendo bene le parole come se
stesse parlando con un mentecatto.
“Ma che ne so..” risposi io e mentre lo
dicevo vidi l’ombra di Giulia passare
dietro al vetro smerigliato.
“No sai te lo chiedo…” continuò lui
“perché secondo me io faccio prezzi
troppo bassi rispetto a quelli che
dovrei fare, magari tu sei passato da
un fruttivendolo di Milano e hai visto
che prezzi hanno…”

206
“Mi lasci il braccio…” risposi io dando
una forte scossa verso il basso e
ricominciando a dargli del lei solo per
mantenere le distanze; volevo
divincolarmi da quella presa che mi
infastidiva parecchio, ma da cui non
riuscivo a liberarmi. Avevo sempre
odiato gli uomini come Mario, il cui
unico argomento e scopo di vita era il
denaro e il commercio, quei tipi di
uomini con cui gli unici discorsi
affrontabili sono quelli legati in
qualche modo ai soldi e che per
partito preso, o che solo per il fatto di
aver fatto tutto da soli pensano che
loro stessi siano gli unici a capire
come veramente gira il mondo; quei
tipi di uomini che anche se non ti
hanno mai visto o ti hanno visto di
rado, ma intravedono in te la
possibilità di un misero guadagno per
un consiglio gratis ti parlano dei loro
commerci e di cosa potrebbero fare
se tu li aiutassi; li vedevo come
uomini carenti di qualsiasi altra
passione, qualsiasi altra virtù o
capacità di apprezzare il piacere di
una conversazione senza un fine
particolare. Il piacere di chiacchierare
fine a se stesso era una delle poche
cose che mi dava veramente
soddisfazione; come un sano e onesto
discorso sulla politica, perché solo in

207
politica non ci può essere una verità e
il discorso è di per se inutile, in
quanto ognuno ha le sue idee e non
basta certo fare due chiacchiere con
qualcuno che ha una visione opposta
per far cambiare un’idea.
Mario mi guardò sconcertato, mollò il
mio braccio che mi teneva stretto con
una forte presa e mi disse qualcosa
che non capii poiché ero già dall’altra
parte del vetro a cercare Giulia. La
trovai sdraiata sulla brandina che il
padre usava per la pennichella
quotidiana girata a pancia in giù con
la faccia nel cuscino. Io mi sedetti di
fianco e le appoggiai dolcemente una
mano sulla testa, solo sfiorandola per
vedere la sua reazione. Quando mi
accorsi che non mi voleva mandare
via mi avvicinai di più al suo corpo e
la carezza si trasformò in un forte
abbraccio. Stava piangendo, e anche
a me venne da piangere, ma cercai in
tutti i modi di trattenere le lacrime.
“Per un attimo mi sono sentito perso”
le dissi io a bassa voce come per
confessare una verità inconfutabile.
“Avevo paura che non avessi voglia di
parlarmi…”
“Io ho sempre voglia di parlarti” disse
lei sempre con la faccia nel cuscino e

208
con un aria dolce e allo stesso tempo
imbronciata.
“Io non so proprio cosa farei senza di
te, io sento che solo con te mi sento
completo, solo in te trovo senso nelle
cose che faccio…” e sorrisi mentre lo
dicevo perché mi ero accorto che era
la verità.
“Stasera quando torno a casa dico a
mio padre che non andiamo a cena da
Alfredo così passiamo tutta la sera
insieme”
“No” rispose lei sempre nello stesso
modo.
“Come no?”
“No; ci andiamo”
“Ma perché ora vuoi andare?”
“Perché tu avevi voglia di andare…”
“A me va di fare quello che vuoi tu” le
dissi stringendola forte a me.
“Allora mi va di andare” disse lei
ritrovando il sorriso.

Ero talmente felice che quando


ripassai davanti a Mario gli dissi
cordialmente che non ero mai entrato
in un negozio di frutta e verdura a
Milano, ma che appena mi fosse

209
capitata l’occasione sarei stato ben
attento ai prezzi. Mi ringraziò con una
stretta di mano, si vedeva che era
ancora infastidito dalla mia reazione,
ma aveva paura che altrimenti non gli
avrei detto i prezzi della verdura e
della frutta di Milano così mi salutò
con un finto sorriso che sembrava una
paresi facciale.

Capitolo 14

“I tiranni sono incorreggibili perché


superbi: amano Le adulazioni e si
rifiutano di restituire il mal tolto. Non
ascoltano i miseri, non condannano i
ricchi, pretendono che i poveri e i

210
contadini lavorino gratis per loro,
comprano i voti e vendono le gabelle per
opprimere il popolo…”

(Girolamo Savonarola)

La lontananza mi creava strani effetti


nei rapporti con Giulia, un misto tra
amore disperato e indifferenza. Ogni
volta che la dovevo lasciare per
tornare a Milano era straziante come
se fosse stata l’ultima cosa fatta con
lei. Per il primo mese la telefonata
serale era l’unico sollievo di una
giornata passata in agonia da
solitudine. Passato il primo mese gli
entusiasmi iniziavano ad affievolirsi e
ciò che era un piacere diventava un
dovere, così la telefonata era una lista
di cose accadute nella giornata
raccontate senza enfasi, senza
soffermarsi su quei particolari che
fanno un racconto interessante. Nella
sua voce, anche se in maniera
minore, notavo lo stesso
indebolimento sentimentale. Non si
poteva certo chiamare
disinnamoramento, non potevo dire di
non amarla, ma diventava amore
senza contatto, né fisico né visivo, e

211
l’amore senza contatto è come un
paesaggio sfuocato per una persona
miope. Al contrario nei giorni prima
del mio ritorno a Tinci la passione si
rinvigoriva di una nuova forza; era
particolare, era come se ad ogni mio
ritorno iniziassi una storia nuova, era
come se ogni volta fosse la prima
volta con la stessa ragazza, era come
se ogni bacio dato dopo un lungo
periodo di lontananza fosse un primo
bacio.

Alla fine decidemmo di andare a


mangiare a casa di Alfredo.
Avevano preparato per l’evento tutti i
cibi che avevo sognato a Milano
mentre mangiavo tutte le sere la
solita pasta con il burro e il
parmigiano.
La prima ora della cena la passai
cercando di spiegare Milano. Tuttavia
mi risultava difficilissimo. Mi riusciva
impossibile spiegare una città o
avvenimenti accaduti a persone che
non avevano avuto le mie stesse
esperienze; mentre raccontavo mi
accorgevo che alcune cose che per
me erano state molto divertenti, ora
nel raccontarle perdevano tutta la

212
loro significatività e ironia. Era come
raccontare un quadro visto nei minimi
dettagli, ma sapendo che ciò che
rende un quadro bello, non sono i
dettagli ma sono le emozioni che si
provano nel guardarlo. Così per un
lungo viaggio i ricordi belli sono legati
a luoghi, a persone, e soprattutto a
emozioni che quei luoghi insieme con
quelle persone hai provato; una
combinazione tra amici, paesaggi e
stato d’animo che non si possono
ricostruire in un semplice racconto.
Quando mi accorsi che dai miei
racconti Milano sembrava una città
asettica, piena di invasati che si
svegliano presto la mattina per
andare a lavoro e piena di traffico
invece di ciò che avrei realmente
voluto dire, abbandonai l’argomento;
a cambiare argomento mi aiutò anche
Ettore che chiamò a casa per
salutarmi.
“Ciao Ettore” dissi io dopo che Alfredo
mi passò la cornetta del telefono
“Ciao Vittorio” disse lui
“Come stai?” dissi io
contemporaneamente a lui, e ,
sempre contemporaneamente,
rispondemmo uguale “bene”.

213
“Come ti trovi?” gli chiesi io più
rapido che potevo per cercare di
anticiparlo per non parlare ancora
nello stesso momento
“Benissimo, i primi tempi è stata un
po’ dura, non conoscevo nessuno,
però, qui, tutti i miei compagni sono
nella stessa situazione, e non è stato
per nulla difficile fare amicizia. L’unico
problema è che ci svegliamo
prestissimo la mattina e non sempre
possiamo uscire la sera, ma…”
“Come ti sta la divisa?” lo interruppi
io
“Bene, mi sento a mio agio…”
“Stavi dicendo?”
“Niente, che comunque è bello, poi
siamo in un bel posto; non passa
tanta gente nei pressi della caserma,
praticamente hanno costruito un
paesino intorno alla caserma, e
quindi, per i giovani di qui, noi siamo
l’unica fonte di divertimento, anzi le
ragazze ci vedono come l’unico modo
per evadere per un po’ di tempo da
una realtà che gli sta troppo stretta.
In caserma con me ci sono ragazzi da
tutta Italia e mi raccontano un sacco
di storie; c’è anche un ragazzo di
Milano, gli ho chiesto se ti conosce,
ma mi ha detto che Milano è grande e

214
che lui abita in periferia. Io non mi
ricordavo il nome della tua via e gli ho
detto che stai vicino all’università.”
“Beh ce ne sono un po’ di università a
Milano” dissi io con tono scherzoso
“Che ne so io, mica ci sono mai
stato…” disse lui con quel solito tono
che assumeva quando si sentiva
attaccato o preso in giro. “E tu come
stai?” mi chiese lui
“Bene, sono entusiasta, è una
bellissima città; anch’ io all’inizio ho
avuto dei problemi, ma ora sto molto
meglio; per tutto il primo mese mi
sono sentito come un turista, ora
invece mi sembra di cominciare ad
integrarmi. Quand’è che mi vieni a
trovare a Milano”
“Appena finisco il periodo di
addestramento credo che mi daranno
qualche giorno; verrei volentieri a
trovarti, ho voglia di vedere Milano”
“Sarebbe fantastico” dissi io contento
“Ettore, ti hanno fatto qualche
scherzo in caserma?”
“Ci hanno provato, ma sai come sono,
non ho per niente il senso
dell’umorismo e mi incavolo
facilmente.”

215
Io sorrisi, finimmo la telefonata
salutandoci e ripromettendoci che ci
saremmo sentiti presto.
“Fai un po’ di silenzio ora, che è tutta
la sera che parli” mi disse mio padre
accendendo la televisione su Rai Uno
per l’inizio del telegiornale. L’evento
sembrava solenne come il discorso
del Presidente della Repubblica di fine
anno. La televisione ci informò che
finalmente dopo quasi ventotto anni
dalla data della sua costruzione era
stato abbattuto il Muro di Berlino. Mio
padre accolse la notizia con un
applauso, e Alfredo compiaciuto diede
una bella manata sulla spalla di mio
padre in segno di accordo.

Fui molto felice di passare la serata in


loro compagnia, mi erano mancati i
dialoghi familiari che facevano
sempre Alfredo e mio padre, talvolta
prettamente inutili ma giusto per
chiacchierare, erano discorsi mirati a
passare serate piacevoli.
Finita la cena chiesi a Giulia di fare
una passeggiata, volevamo un po’ di
tempo per noi, non per fare qualcosa
di particolare, ma solo per il piacere di
sapere che girandomi avrei visto il
suo sorriso.

216
‘Mi sembri un po’ cambiato” disse lei
mentre camminavamo mano nella
mano
“In che senso?”
“Come in che senso; nel senso che ti
comporti in maniera strana…”
“Non ti capisco…”
“Come fai a non capirmi, quando sei
arrivato eri distante anni luce, come
se non avessi avuto voglia di vedermi,
ora sei l’opposto, affettuoso e mi dici
che non hai voglia di tornare a Milano;
non puoi cambiare idea in
continuazione…”
“E’ strano, ultimamente provo spesso
emozioni contrastanti e nemmeno io
so spiegarmi il motivo. L’unica cosa di
cui sono certo è che ti amo, ti amo più
di qualsiasi altra persona”.
Giulia mi abbracciò e io mi accesi una
sigaretta.

Capitolo 15

217
“Amare se stessi e' l'inizio di un idillio che
dura una vita.”

(Oscar Wilde)

A fine mese come avevo promesso a


Giulia partii per Milano, speravo che
Anna fosse tornata a casa e che
invece Nicola fosse rimasto a casa dei
suoi genitori; non mi stava molto
simpatico e influenzava troppo Anna
nelle sue scelte. Quando tornai invece
mi accorsi che erano tornati entrambi
a casa e che le cose tra loro erano
ritornate normali. Appena entrato in
casa salutai con piacere Anna e con
un po’ meno piacere Nicola; Anna mi
raccontò quello che aveva fatto da
quando non ci eravamo più visti e io
le raccontai di Giulia. L’indomani le
lezioni sarebbero iniziate e io
finalmente avrei cominciato la mia
carriera da avvocato.

I primi due anni di università volarono


e l’amicizia con Filippo divenne
sempre più forte; stavamo sempre
insieme, e nel giro di poco tempo

218
eravamo riusciti a focalizzare
l’attenzione su di noi e a crearci un
nostro gruppo; quelli che prima erano
amici di Anna e Nicola, ora erano
diventati amici miei e di Filippo. Mi
sentivo forte e mi sentivo apprezzato,
e il sapere di piacere mi rendeva
ancora più spavaldo nei confronti di
Nicola. Nell’ultimo periodo i nostri
rapporti al contrario di tutti gli altri
erano molto deteriorati, anzi lui,
vedendo calare la sua popolarità
aveva iniziato a detestarmi. Oramai in
casa ci parlavamo a fatica e le poche
volte che ci parlavamo litigavamo per
qualcosa di stupido. Io odiavo quel
suo modo di comportarsi, e
soprattutto odiavo il fatto di aver
avuto nei suoi confronti un senso di
inferiorità appena ero arrivato a
Milano; poi mi dava sempre più
fastidio la sua influenza nei rapporti
con Anna. Anche se io ad Anna
piacevo molto lui era riuscito in
qualche modo ad allontanarla da me.
Inizialmente ne parlai con Anna
cercando di spiegarle come vedevo io
Nicola, ma tutte le volte che le dicevo
cosa pensavo lei si irrigidiva e
cambiava discorso, si vedeva che lo
amava e che le dava fastidio che io ne
parlassi male. Mi dava talmente
fastidio che pensai di abbandonare la

219
casa e cercarmi un altro
appartamento, ma poi vinse il
desiderio di rimanere lì e fare di tutto
per farli lasciare. Iniziai a essere
sempre più gentile con Anna, a
prestarle attenzioni particolari e a
fare ciò che oramai Nicola non faceva
più per via dell’abitudine. Mi risultava
anche facile, perché sapevo tutto ciò
che Anna detestava di Nicola e
conoscevo tutti quei comportamenti
che invece avrebbe voluto. Iniziai a
parlarne male e a raccontare ciò che
lui diceva su gran parte dei suoi
amici. In breve tempo riuscii a dare di
lui una pessima impressione. Ma non
mi bastava io volevo assolutamente
che Anna lo lasciasse e che lui
abbandonasse la casa, lui doveva fare
ciò che a me era venuto in mente di
fare. Aspettai il momento propizio,
organizzai una cena a casa e nostra e
invitai tutti i nostri amici. Sapevo che
a Nicola dava molto fastidio il fatto
che Anna mi trovasse carino, e
sapevo che gli dava particolarmente
fastidio quando mi avvicinavo troppo
a lei; era geloso, quel tipo di gelosia
che ti fa andare su tutte le furie e dire
le prime cose che ti passano per la
mente. Io cominciai da subito a stare
appiccicato a lei, e a ricoprirla di
complimenti davanti a tutti,

220
complimenti gentili, non maleducati,
quei tipi di complimenti che un amico
può fare ad una amica. Nel giro di
poco tempo un po’ per via della
gelosia e un po’ per il vino che aveva
bevuto in quantità, il comportamento
di Nicola iniziò ad alterarsi. Da
principio smise solo di parlare e
assunse un atteggiamento molto
serio. Aveva quel classico
comportamento di chi è infastidito,
ma che sorride ogni volta che
qualcuno gli chiedeva se andava tutto
bene; stava aspettando solamente
che Anna gli chiedesse se andava
tutto bene per vomitarle addosso
tutta la sua gelosia. Ma lei era troppo
presa da me e da tutti gli altri per
accorgersi che Nicola stava
diventando una furia. Dopo qualche
altro bicchiere Nicola andò in cucina e
iniziò a sbattere i piatti e le pentole
nel cercare di sparecchiare la tavola;
era rosso in viso e tremava dalla
rabbia. Da subito non facemmo caso
al rumore proveniente dalla cucina e
più le nostre risate diventavano
insistenti più la sua rabbia veniva
espressa in stoviglie sbattute nei vari
cassetti. Quando Anna si rese conto
della situazione andò in cucina e dopo
pochi istanti le loro grida presero il
sopravvento sulle nostre risate. Si

221
formò una situazione di gelo, gli
ospiti, aspettato qualche minuto di
litigio, iniziarono a chiedermi se non
era il caso di andarsene.
“No ragazzi non vi preoccupate, fa
sempre così” dissi io per
tranquillizzarli
“Strano comportamento” disse Filippo
“Già…” dissi io compiaciuto
Mi alzai e andai in cucina, era il
momento topico, sapevo che con
poche frasi l’avrei fatto uscire
completamente di senno.
“Va tutto bene?” chiesi io a tutti e due
ma rivolto solamente verso Anna.
“Tu fatti i fatti tuoi…” mi rispose
Nicola con tutto l’odio che poteva
provare nei miei confronti.
“Sono fatti miei, se a te va di urlare e
di fare queste scenate tristi, almeno
non farle a casa mia…” e casa mia lo
dissi piano solo per farmi sentire da
Nicola.
“CASA TUA?” grido lui ormai paonazzo
“ ma che cosa stai dicendo; tu qui
ricordati che sei, sei sempre stato e
sarai sempre un ospite, ti ho tenuto in
casa solo perché stai simpatico a
questa…” e la indicò senza nemmeno
guardarla.

222
“Mi fai pena, sei proprio un
poveretto…” dissi io; mi girai e feci
per andarmene. Lui mi venne dietro,
aveva perso completamente la
pazienza, era accecato dalla rabbia,
avrebbe voluto darmi un pugno,
riempirmi di botte, ma si trovò in una
sala piena di gente con Anna che gli
teneva un braccio e gli diceva di
calmarsi. Quel gesto invece che
calmarlo lo innervosì ancora di più e
per tutta risposta le rifilò uno spintone
che la fece cadere all’indietro e
sbattere la testa. Il tutto durò pochi
istanti ma sembrò durare una vita,
era come se il silenzio e lo stupore
avessero fermato il tempo, era come
se gli sguardi pesanti di chi aveva
assistito alla scena gli stessero
infiammando il viso. Ora era ancora
più rosso di prima, ma invece che di
rabbia di vergogna. Io mi affrettai a
sincerarmi delle condizioni di Anna,
aveva preso una brutta botta dietro la
testa; tutti le si fecero in torno tranne
Nicola che fermo immobile osservava
la scena come se non avesse
realizzato che a colpire Anna era stato
lui. La preoccupazione iniziale per le
sue condizioni fece per pochi minuti
dimenticare la presenza di Nicola e il
disappunto che tutti provavano nei
suoi confronti. Appena Anna si

223
riprese, l’attenzione si focalizzò
nuovamente su di lui che era rimasto
immobile nella medesima posizione.
Non riusciva a parlare, e l’unica cosa
che riuscì a dire, seppur a bassissima
voce fu un semplice: “mi dispiace”. Si
avvicinò ad Anna ancora seduta per
terra, per scusarsi, ma lei, senza
nemmeno guardarlo e con gli occhi
gonfi di lacrime per il male lo
respinse con violenza.
“Forse è meglio che te ne vai…” gli
disse Filippo andandogli vicino e
guardandolo fisso negli occhi. Lui non
rispose e mestamente si avvio verso
la porta, con lentezza girò le chiavi e
si richiuse la porta alle spalle. Io mi
sentivo soddisfatto, ero riuscito nel
mio intento, ero anche andato più in
là di quanto avessi progettato, ero
riuscito non solo a farlo risultare
antipatico, ma anche a farlo
detestare. Tronfio e nascondendo a
fatica il sorriso dissi a tutti di andare
via, dissi che sarebbe stato meglio se
Anna fosse rimasta un po’ sola. In
pochi istanti la casa si svuotò
completamente e rimanemmo soli io
e lei. Mi sedetti al suo fianco e le presi
la mano, lei singhiozzava, io la
accarezzavo dolcemente. Poi la
abbracciai e la strinsi forte a me, lei

224
rispose al mio abbraccio. Cominciai a
darle dei piccoli baci sul collo, sempre
tenendola tra le mie braccia. Sentivo
che le dava sollievo, e sentivo il suo
corpo lasciarsi andare assecondando i
mie piccoli baci; muoveva di poco il
collo come ad indirizzarli, come per
tracciare il percorso che le mie labbra
dovevano seguire. All’improvviso feci
per alzarmi, giusto per vedere la sua
reazione, e lei come risposta mi
trattenne per un braccio con forza.
“Ti prego, rimani ancora un poco
qui..” mi disse lei
“Come vuoi tu” risposi io tenendo lo
sguardo basso sul pavimento, come
ad intendere che in quel momento
avrei fatto qualsiasi cosa lei avesse
voluto.
“Vuoi dell’altro ghiaccio?” le chiesi io
dandole una carezza dietro la nuca
dove aveva sbattuto la testa.
“No, sto bene; voglio solo che rimani
qui…”
Ci alzammo dal pavimento, io la aiutai
tenendola per una mano, poi la presi
in braccio e la poggiai dolcemente sul
letto di camera sua. Lei mi guardava
con gli occhi carichi di tristezza e di
sensualità. Mi sedetti di fianco e
continuai ad accarezzarle la testa. Mi

225
piaceva, e più la guardavo più un
misto di possesso e orgoglio mi
facevano avvicinare a lei, mi sentivo
come un condottiero che dopo aver
vinto una battaglia si gode il proprio
bottino. Improvvisamente le diedi un
bacio sulle labbra, avevo sentito un
impulso irrefrenabile, era come se in
quel momento fosse stata l’unica cosa
che avessi voluto; mi staccai da lei
immediatamente, rosso in viso per
paura di avere fatto qualcosa che non
andava, temevo che non fosse il
momento adatto, e che stesse ancora
pensando a Nicola. Al contrario
tenendo gli occhi chiusi venne a
cercare un altro bacio protendendosi
verso di me. Passammo tutta la notte
insieme, il suo corpo nudo era carico
di sensualità e riusciva a trasmettermi
piacere con piccoli gesti; era come se
assecondasse ogni mio desiderio e
riuscisse a fare ciò che io avrei voluto
che lei facesse; dopo pochi istanti il
rapporto divenne frenetico, io mi
muovevo con un misto di frenesia e
rabbia, e più lei cercava momenti di
tenerezza più io diventavo impulsivo
e completamente privo di amore; la
stavo trattando come un passatempo,
ero più concentrato su cosa stavo
facendo che sulla persona che avevo
tra le mie braccia, ero violento nel

226
modo di prenderla, nel modo di
spostarla, e persino nel modo di
guardarla. Volevo solo fare bella
figura, volevo che pensasse che una
notte così non l’avrebbe mai passata
con nessun altro. Lo stavo facendo
per me e per il mio ego senza
minimamente pensare al suo piacere.
Quando la passione e la foga
terminarono io mi sdraiai di fianco a
lei, sudato per il caldo e per lo sforzo,
mentre lei cercò di abbracciarmi. Mi
dava fastidio, tremendamente fastidio
che mi stesse addosso, avrei voluto
che scomparisse; volevo alzarmi, ma
mi sembrava brutto nei suoi confronti;
sdraiato a pancia in su stavo
provando un misto di pena e furore
per il fatto che non mi riuscivo a
divincolare dal suo abbraccio. Era una
stranissima sensazione, stavo
provando odio verso una persona che
fino a pochi istanti prima era tutto ciò
che volevo. Era la prima volta che
andavo a letto con una ragazza che
non fosse Giulia, ed era la prima volta
che invece che fare l’amore appagavo
solo un desiderio puramente carnale.
Le dissi che sarei andato a fumare
una sigaretta, stavo cercando un
modo gentile per togliermi da quella
situazione di fastidio che mi stava
offuscando i pensieri e caricandomi di

227
odio. Mi alzai, cercai i mie boxer
buttati nella foga ai piedi del letto, li
infilai e senza nemmeno guardarla
uscii dalla stanza. Non riuscivo a
capire il perché stessi provando
quelle sensazioni, non capivo perché
stavo facendo del male a una persona
solo per appagare un mio istinto, non
capivo perché avevo tradito Giulia
senza un motivo. Cercai di pensare a
delle possibili cause, ma non riuscivo
a trovarne nemmeno una che
giustificasse i miei comportamenti;
era da quando avevo iniziato a
frequentare l’università che un
impulso mi spingeva a primeggiare, a
pensare che riuscendo in ciò che
volevo mi avrebbe reso migliore; ciò
mi faceva stare male, perché per
stare bene io dovevo calpestare e
tradire le persone che mi stavano
vicine. Pensai che non era la vita che
avrei voluto, pensai agli insegnamenti
di mio padre, pensai a mia madre e
buttai la sigaretta e tornai a sdraiarmi
vicino ad Anna. Lei non si aspettava
che io tornassi e quando mi vide
sorrise e mi abbracciò nuovamente; io
ricambiai l’abbraccio, ma senza
stringerla, senza trasmetterle il
minimo sentimento, solo ed
esclusivamente per un dovere morale
che mi ero imposto pochi istanti

228
prima. Il fastidio non mi era passato,
anzi più passavano i minuti, più la mia
ansia provocata dalla presenza di
Anna aumentava. Pensai che l’unica
cosa che potevo fare sarebbe stata
quella di fare finta di dormire, così mi
girai su di un fianco, dandole le spalle
e feci finta di dormire. Lei dopo
qualche tentativo di contatto con le
mie mani si rese conto che mi ero
addormentato e anche lei si girò dalla
parte opposta alla mia e si
addormentò.

Capitolo 16

“Improvvisamente la libertà è piombata


su di me e mi ha congelato;la natura è
saltata indietro e io non ho avuto più età
e mi sono sentito solo nel mezzo del tuo
piccolo mondo benigno, come qualcuno
che ha perduto la sua ombra; non c’è
stato più niente in cielo, né Bene né Male,
né qualcuno per darmi degli ordini.”

(Jean-Paul Sartre)

229
Vissi gli anni dell’università come una
gara tra me e Filippo per chi riusciva
ad apparire agli occhi delle altre
persone migliore; non si trattava solo
dei voti degli esami, non ci bastava
solo sapere di essere i migliori nel
nostro corso di laurea, noi volevamo
tutto, volevamo fare in modo di
essere visti con ammirazione; i
migliori studenti, quelli che facevano
più tardi la sera, quelli che bevevano
più cocktail e i migliori nello sport. Mi
piaceva primeggiare, mi dava una
sensazione di potere, ogni volta che
raggiungevo un traguardo me ne
prefissavo un altro sempre più
difficile, ogni volta che non riuscivo
era per me una sconfitta
insopportabile; l’università mi aveva
cambiato non ero più passivo a ciò
che mi capitava, ora facevo in modo
che le cose andassero come volevo
io.
Dopo quattro anni di università, ero
finalmente giunto al termine del mio
percorso di studi; L’ultimo atto della
vita universitaria era quello di
organizzare una festa per brindare
alla fine di un’epoca, e l’inizio di una
nuova vita.
Per la festa di laurea avevo chiesto a
Ettore di venirmi a trovare a Milano;

230
erano un sacco di anni che non lo
vedevo ed erano altrettanti anni che
non lo sentivo al telefono, quattro
anni per la precisione, l’ultima volta
che lo avevo sentito era stata anche
l’ultima volta che io ero stato a Tinci.
Sapevo tramite Alfredo e Giulia che
aveva deciso di continuare
nell’esercito, che si era trovato bene e
che stava facendo una bellissima
carriera. Per invitarlo lo chiamai
abbastanza titubante, ero contento di
sentirlo, ma ero anche imbarazzato
dal fatto che per parecchi anni non lo
avevo fatto. Mi riconobbe subito e mi
sembrò felice che lo avessi invitato. Li
andai a prendere alla stazione,
arrivarono insieme da Tinci sia lui che
Giulia, era bello vederli insieme; il
solo vederli sorridere e chiacchierare
insieme mi faceva tornare bambino,
mi faceva ricordare tutta quanta la
mia infanzia. Abbracciai prima Giulia e
poi Ettore, che era diventato ancora
più grosso che da bambino; aveva
sempre la testa rasata, ma almeno
ora era giustificato dalla disciplina
militare, le sue spalle erano ancora
più larghe e una camicia a maniche
corte risaltava i suoi bicipiti vestiti di
tatuaggi. Ettore era alto più o meno
due metri, e nonostante l’altezza
sembrava più largo che slanciato. I

231
lineamenti del viso invece, al
contrario del fisico si erano ingentiliti
rispetto al bambino che mi ricordavo,
il naso non era più a patata e i suoi
occhi avevano un aria dolce, quasi di
protezione. Era diverso dall’ultima
volta che lo avevo visto, aveva l’aria
di chi è consapevole di avere trovato
la propria strada e la divisa gli
conferiva una maturità che a me
mancava.
Ero in qualche modo imbarazzato,
dopo i saluti iniziali non avevo molto
da dire a Ettore, ero in quella
situazione in cui ci sarebbero
tantissime cose da dire , ma il tempo
trascorso non faceva trovare il
momento giusto per dirle; non
sapendo cosa dire mi attaccai a ciò
che stava dicendo l’autoradio della
macchina.
“Avete sentito di Borsellino?”
“Si” mi rispose Tristemente Ettore.
“E’ pazzesco, prima Falcone e ora
lui…”
“Io se potessi darei vita ad uno
squadrone della morte e andrei ad
ucciderli tutti”
“Ma non si sa chi siano” disse Giulia

232
“Ma certo che lo sanno, ma fa più
comodo versare lacrime su un feretro
piuttosto che agire”
Io sbuffai per il caldo di Milano
contento che avessero trovato un
argomento e gli spiegai che quello era
un anno particolare in cui faceva più
caldo di tutti gli altri anni
Mi agitai molto quando entrarono in
casa e Giulia per la prima volta si
incontrò con Anna, era capitato altre
volte di passare del tempo in intimità
con lei, e ora presentarle Giulia mi
metteva a disagio per il fatto che solo
in quei momenti mi accorgevo di
averla tradita; fortunatamente Anna
fu gentilissima con loro e molto
ospitale, così la paura che lei potesse
dire qualcosa svanì quasi subito. Io e
Filippo per la nostra festa avevamo
prenotato un posto in via Savona, era
un capannone vuoto che all’interno
aveva solo una stanza che doveva
servire da bagno e qualche presa di
corrente per attaccarci un frigorifero
per le birre e la luce per illuminare la
nostra festa. Io e lui arrivammo prima
di tutti gli altri, volevamo che ogni
cosa fosse a posto per l’arrivo di tutti,
Giulia e Ettore sarebbero arrivati in
macchina con Anna. Ben presto il
capannone si riempì di gente, e la

233
nostra preoccupazione svanì quando
vedemmo tutto il salone colmo di
gente; appena mi tranquillizzai
cominciai a cercare le persone che
volevo salutare, pensai che non
sarebbe stato difficile riconoscere
Ettore, era come minimo una spanna
più alto di tutti, sapevo anche che
trovando lui avrei trovato Giulia. Dopo
averli cercati per un po’ di tempo li
trovai seduti su un divanetto
abbastanza isolato.
“Cosa ci fate qui in disparte?” chiesi
io che nel frattempo avevo già iniziato
a bere e i miei pensieri erano
rallegrati dall’alcool.
“Chiacchieravamo” mi rispose Ettore.
Mi girai in torno per cercare una sedia
per unirla al loro divano di modo che
mi potessi sedere anche io con loro.
“Volete qualcosa da bere?” chiesi io
visto che la sedia che avevo trovato
era di fianco al frigorifero.
“No grazie” mi risposero all’unisono.
Io mi allontanai in cerca della birra e
della sedia; tornai dopo parecchio
tempo per via del fatto che ogni volta
che mi muovevo o mi spostavo
incontravo qualcuno che mi salutava
e che con cui mi faceva piacere
chiacchierare.

234
“Finalmente…” mi disse Giulia
appena mi vide arrivare con la sedia e
la birra in mano.
“Scusate…” dissi io, poi posai la birra
e cercai di capire di cosa stavano
parlando, poiché dopo che mi ero
seduto avevano continuato a fare i
loro discorsi. Piano piano dove
eravamo seduti noi tre si iniziarono a
sedere anche altre persone, nel giro
di breve tempo si era formato un
gruppo di persone tutte intorno a noi;
qualcuno aveva portato una sedia,
mentre la maggior parte si era seduta
per terra. Nel gruppo c’erano anche
Filippo e Francesca con cui aveva
instaurato un rapporto bellissimo e
Anna. Mentre io ero contento che si
fossero raggruppati tutti intorno a noi,
Giulia e Ettore tanto felici non erano.
Loro iniziarono a stare in silenzio,
erano evidentemente imbarazzati
dalla situazione, li imbarazzavano i
discorsi che noi facevamo e
probabilmente loro notavano più la
differenza negli altri miei amici di
quanto tutti la notassero nei loro
confronti.
“Lui è Ettore, il mio più grande amico
da quando sono piccolo, e lei è Giulia,
la donna della mia vita…” dissi io
notando il loro imbarazzo e cercando

235
di presentarli a tutti; Ettore per
presentarsi si alzò in piedi e iniziò a
stringere la mani di tutti coloro che lo
salutavano. Era enorme e vedevo
anche che gli altri ragazzi avevano un
certo rispetto nei confronti della sua
stazza. Io stesso la provavo. Nel giro
di poco furono inseriti nei discorsi, io
abbandonai Ettore a parlare con un
gruppo di ragazze, e mi avvicinai a
Giulia infastidito dagli sguardi
insistenti degli altri ragazzi che erano
attorno a noi; avevo un misto di
gelosia e orgoglio per la sua bellezza.
“Cosa fai nella vita Giulia?” chiese
Francesca quasi invidiosa di non
essere la più bella della serata,
sapendo benissimo sia cosa Giulia
facesse sia da dove venisse, e lo disse
solo per metterla in difficoltà davanti
a tutti gli altri.
“Lavoro con mio padre…” disse lei
sapendo che le persone che le
stavano intorno avrebbero dato più
importanza ai suoi soldi o al prestigio
del suo lavoro piuttosto che alla sua
bellezza o alla sua persona.
“E tuo padre cosa fa?” insistette
Francesca che voleva sentirgli dire
che il padre faceva il fruttivendolo.

236
“Hanno un negozio…” dissi io che non
volevo vedere sminuire la sua
bellezza, ma, senza accorgermi, che
con quelle poche parole l’avevo fatto,
e avevo anzi, peggiorato la
situazione. Giulia si girò a guardarmi
stupita, non si aspettava che pure io
avessi iniziato a pensare in quel
modo, mi accorsi dalla sua
espressione che non era arrabbiata,
ma delusa, io in quella serata ero
l’ultima persona da cui si sarebbe
aspettata un comportamento del
genere. Cercai di scusarmi
abbracciandola ma sapevo che non
era abbastanza.
“E tu?” chiese all’improvviso una
ragazza a Ettore.
“Sono un militare…” rispose “e mio
padre è un pescivendolo” continuò lui
guardandomi. Mi sentivo in colpa,
tremendamente stupido per ciò che
ero riuscito a dire nei confronti di
Giulia e per riflesso di Ettore. Quello
che aveva detto Ettore creò una
situazione di gelo e nessuno, anche
se accusava tutti, si sentì di
contraddirlo. Io mi alzai e andai a
prendere una birra, continuavo a
pensare alla faccia di Giulia e alle
parole di Ettore. Mi sentii una mano
sulla spalla, mi girai e trovai Ettore

237
che mi aveva seguito; capii subito che
mi voleva parlare.
“Ma cosa ti sta succedendo Vittorio?”
“In che senso?” gli risposi io sapendo
benissimo cosa intendeva
“Nel senso che hai comportamenti
strani, che parli in modo strano, che
eri astemio, e ora bevi solo per
dimostrare a tutti che puoi fare quello
che vuoi, che non ti ho mai visto
fumare e invece ora te ne accendi
una dietro l’altra, che ti vergogni di
dire chi siamo noi…”
“Non è vero…” cercai di
interromperlo, ma mi accorsi subito
che non avevo tante cose da dire in
mia difesa.
“E poi guarda come tratti Giulia,
sembra che non ti interessi
minimamente, abbracci tutte le
ragazze che ti vengono vicine, mentre
quando cerchi un contatto con Giulia
lo fai solo perché devi…”
“Ti sbagli Ettore, non è così” ma non
sapevo cosa dire, e sapevo anche che
non era per quello che avevo detto
pochi minuti prima, ma era per il
comportamento che avevo avuto da
quando erano arrivati

238
“Almeno non mentire anche a me ci
conosciamo da troppo tempo…” disse
lui quasi rassegnato
“Ma che vuoi Ettore?” dissi io alzando
la voce, perché mi sentivo sempre più
accusato.
“Solo farti capire come sei diventato e
come avresti potuto essere”
“Magari come te, che sei dovuto
scappare da Tinci perché non ti
sentivi accettato” e lo dissi con
rabbia, sapendo di fargli male.
“Magari si Vittorio…” e lo disse con
tono di pietà che mi fece innervosire
particolarmente. Io non gli risposi, feci
per girarmi e andare via, ma mi fermò
per un braccio. Ero nervoso e allo
stesso tempo annebbiato dalle birre e
dal fumo di sigarette che si era
stabilizzato a metà sala e rendeva
ancora più offuscati i miei pensieri.
Per tutta risposta gli diedi una spinta,
ma sapevo che non avrebbe avuto
nessun esito; Ettore non si mosse di
un millimetro e anzi strinse ancora più
forte il mio braccio. Tutto ad un tratto
mi calmai per via della rabbia e
dell’alcool e assunsi un tono della
voce particolarmente calmo e
scandito e gli chiesi di lasciarmi il
braccio.

239
“Vuoi capire che lo dico per te…”
disse Ettore alzando la voce.
“Non mi interessa Ettore il tuo parere,
non ho niente da imparare da uno
come e te, e di certo non mi farò
rovinare la mia festa di laurea…”
“Ma come fai a non capire, vedi come
stai cambiando, non sono queste le
cose importanti, non sono le persone
che frequenti che ti possono fare
sentire migliore, non sono gli ambienti
in cui vivi, sei solo tu che puoi essere
o meno una persona che valga la
pena conoscere…”
“Ma cosa vuoi saperne tu di cosa è
giusto o è sbagliato, anzi senti fammi
un favore, perché non te ne vai…” e
lo dissi con un tono fermo e deciso,
guardandolo negli occhi. Ettore non
disse nulla, si girò e lo vidi scomparire
tra le persone. Dopo pochi istanti
arrivò a cercarmi Giulia e mi chiese
cosa fosse successo, io nella
confusione cercai di spiegarglielo
mentendo come oramai era mia
abitudine fare; iniziammo a discutere
finché Giulia non fece la mossa di
seguire Ettore fuori dal locale io la
fermai per un braccio come prima
Ettore aveva fermato me.

240
“Lasciami mi fai male…” disse lei
aggrottando la fronte
“Se esci per cercarlo, vuole dire che
sono io che sbaglio, e io con te non
voglio più avere nulla a che fare,
quindi decidi, o stai qui con me o te
ne vai e per sempre…” e mentre lo
dicevo provavo ancora più rabbia per
il fatto che credeva più a lui che alle
mie menzogne. Lei si fermò davanti a
me mi prese la mano, me la strinse
incrociando le mie dita con le sue e
mi accompagnò a sedermi sui divani,
lei mi si sedette in braccio e mi diede
un bacio. Dopo pochi istanti con Giulia
e altre birre dimenticai Ettore e quello
che era successo e tornai come era
giusto a stare nel centro dei discorsi
di quelli che stavano attorno a noi.

CAPITOLO 17

“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso


libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli
a caso è sognare.”
(Arthur Schopenhauer)

241
Le prime settimane dopo la laurea le
passai a godermi le vacanze, feci
anche un viaggio in compagnia di
Giulia, finché sia a me che a Filippo
arrivò la chiamata di uno studio di
avvocati per un colloquio. Per
avvisarmi mi aveva chiamato Filippo e
mi aveva detto che al colloquio
saremmo dovuti andare entrambi e
che comunque sarebbe stata una
formalità perché avevano già deciso
di prenderci a lavorare per loro.
Appena lo vidi mi abbracciò e quando
si staccò, guardandomi, si batté una
mano sul cuore, come ad intendere
che io e lui eravamo uniti da un
legame fraterno. Eravamo riusciti a
raggiungere l’obbiettivo che ci
eravamo prefissati all’inizio
dell’università e lo avevamo raggiunto
insieme, anche se io avrei preferito
arrivarci da solo! Iniziava ad
infastidirmi questo dualismo, e più
ancora mi infastidiva il fatto che io
ero invidioso di lui, mentre lui la
competitività non la viveva
minimamente, anzi era contento che
fossimo in due.

242
Io mi presentai in giacca e cravatta il
giorno del colloquio, mentre Filippo
arrivò con una camicia e un jeans, la
barba incolta e l’aria distrutta dalla
sera prima.
“Ma come non ti sei messo il vestito?”
gli chiesi io appena lo vidi
“No, ma che vestito, fa caldo, poi se
mi prendono lo dovrò portare tutti i
giorni, almeno ora che non è
necessario ne faccio a meno” mi
rispose lui.
“Ma se non dovessero prenderti?” gli
dissi io associando la formalità del
presentarsi all’assunzione
“Se non dovessero prendermi ,
cercherò un altro studio, cosa vuoi
che mi importi, anzi anche meglio,
così mi posso fare un po’ di
vacanza…” mi rispose semplicemente
lui.
“Ma questo è un ottimo studio…”
“Se è un ottimo studio, vuole dire che
ci lavorano persone intelligenti, e che
non danno modo all’apparenza di
prevalere sulla forma; se non
dovessero prendermi per questo
lavoro, perché non mi sono fatto la
barba, o perché non mi sono uno
messo una cravatta, vorrebbe dire

243
anche che non è lo studio fatto per
me…”
Mi stupì il fatto che per me era tutto il
contrario di ciò che lui pensava, lui
era sicuro di essere per ciò che aveva
dimostrato all’università, e per quello
che poteva dire di persona a chi ci
doveva valutare, mentre io pensavo
che presentarsi bene e fare una
buona impressione fosse la strada
migliore per essere assunto; di fondo
c’era il fatto che Filippo era
decisamente più sicuro di me, oltre al
fatto che per lui non essere preso
sarebbe stata la stessa cosa, invece
io, avrei vissuto il fatto di non essere
preso come una grande sconfitta,
soprattutto agli occhi delle altre
persone. Per lui non sarebbe stato un
insuccesso, ma solamente un
passaggio sul suo percorso, anzi lui
non era nemmeno così felice di
andare ad un colloquio,
immediatamente dopo la laurea,
aveva progettato di fare un anno
all’insegna della vacanza dopo le
fatiche della laurea, ma ora con la
chiamata del migliore studio di
avvocati di Milano aveva dovuto,
quantomeno per non buttare via
un’occasione, rinunciare all’idea.
Fatto che comunque lo rendeva

244
tranquillo. Io ero teso, volevo a tutti i
costi entrare nello studio più ambito,
rientrava nel mio progetto di
dimostrare a tutti le mie capacità; ciò
che mi portava avanti non era la vera
ambizione di diventare il migliore, era
che tutte le altre persone mi
potessero vedere come tale.
Lo studio era situato in un antico
palazzo nel cuore di Milano; per
entrare dovemmo citofonare e
presentarci con i nostri nomi, e,
immediatamente, una segretaria ci
venne incontro e ci disse di seguirla.
Ci sistemammo in una sala d’attesa,
che sembrava avere l’aria di una sala
in cui solitamente si tenevano
riunioni, ma che per l’occasione
poteva benissimo fungere da sala
d’aspettative. Era molto grande, e con
i soffitti altissimi; al centro della sala
c’era un tavolo lungo e ovale, in legno
antico con attorno dodici moderne
sedie che stonavano visivamente con
la bellezza del tavolo. Le sedie erano
comode, il tavolo era bello. Alle pareti
della sala era appeso un quadro per
ogni lato della stanza.
“Bello…” dissi a Filippo mentre mi
guardavo intorno.
“Già”

245
“Chissà chi è il primo ad essere
chiamato…” e nello stesso momento
in cui lo stavo dicendo un’altra
segretaria entrò nella stanza e
chiamò Filippo. Pensai che non
avevo fatto in tempo a dirgli che il
primo che avesse finito avrebbe
aspettato l’altro, ma pensai che
Filippo l’avrebbe fatto comunque.
Dopo qualche momento di solitudine,
in cui passai il tempo girando attorno
alla stanza a guardare i quadri o a
vedere che panorama si vedeva dalle
finestre di quella sala, mi sedetti
senza avere più nulla da fare e con
l’ansia di vedere la stessa segretaria
dai capelli castani pronunciare il mio
nome. Era come se il silenzio mi
aumentasse l’ansia del colloquio; ero
già abbastanza teso prima di entrare,
ora la solitudine stava aumentando le
mie sensazioni. Pensavo alle cose che
mi avrebbero potuto chiedere,
pensavo alle risposte che avrei potuto
dare, e cercavo di crearmi delle
risposte ad effetto per delle domande
che mi avrebbero potuto porre. “Se
mi chiedono cosa mi aspetto da
questo studio, devo impressionarli in
qualche modo, ma non devo
nemmeno esagerare, andare oltre ciò
che questo studio veramente fa;
potrei rispondergli grande successo e

246
fare tanti soldi, che in fin dei conti è
ciò che voglio, ma passerei come un
arrivista, forse mi devo porre in una
situazione di sottomissione, tipo mi
aspetto di imparare molto; ma poi
perché mi devono fare questa
domanda , se me la fanno gli rispondo
che è una domanda difficile, gli
rispondo che è il primo studio che mi
ha chiamato e che non mi aspetto
nulla. Poi uno cosa si deve aspettare
da uno studio che non conosce, non
so nemmeno di cosa si occupa a me
hanno detto solo che è famoso e
questo mi basta”. Era la prima volta
che parlavo da solo e utilizzavo me
stesso come interlocutore, cercavo di
farmi domande la cui risposta era
difficile, cercavo di pensare a quelle
domande che mi avrebbero messo in
difficoltà per essere preparato. “Spero
che non mi chiedano niente di cose di
studio; devo assolutamente essere
pronto se mi chiedono “sai di che
cosa si occupa il nostro studio?”
anche se quello è facile, basta
rispondere diritto penale”. Poi il mio
pensiero si volse a Filippo e
all’impressione che avrebbe potuto
fare, e pensai che lui non aveva paura
di questo colloquio perché sapeva di
piacere alle persone, sapeva di
affascinare chi parlava con lui, un

247
poco per il suo tono scherzoso e in
gran parte per l’intelligenza delle cose
che diceva. “Di sicuro farà una figura
più bella della mia, lui sa sempre cosa
dire; ma guarda che sfortuna, potevo
andare io prima … invece così
confrontano le cose che dico io con le
cose che lui ha detto; non mi piace
tanto come situazione avrei preferito
essere io prima, anche per non stare
in questa sala tutto questo tempo
senza avere niente da fare”. Ogni
tanto mi alzavo in piedi e mi sporgevo
dal corridoio per vedere se passava
qualcuno, per vedere se la segretaria
dalle gambe storte ma dall’aspetto
elegante era nei paraggi. Una volta mi
spinsi anche fino all’angolo dove
Filippo e lei erano scomparsi dalla mia
vista, ma dopo quell’angolo c’era un
altro corridoio molto lungo; pensai di
percorrerlo tutto, ma poi pensai che la
segretaria poteva venirmi a chiamare
passando dall’altro lato dell’ufficio,
così mestamente tornai indietro nella
sala dalle aspettative sempre più alte.
Finalmente dopo un’attesa
interminabile, la segretaria dal sorriso
dolce, entrò nella stanza
pronunciando il mio nome. Come se
avessero acceso un fuoco ai miei
piedi mi assalì un forte caldo che non

248
avevo provato fino a quel momento;
volevo incontrare Filippo per
chiedergli che cosa gli avessero
domandato, ma non ebbi il tempo, la
segretaria si fermò tra noi due, e
prima che io potessi dire qualcosa a
Filippo lei gli aveva già indicato
un’altra persona che lo avrebbe
scortato fino all’uscita.

La segretaria bussò con vigore sulle


due grandi porte in legno che mi
dividevano dal proprietario dello
studio, e, senza sentire nemmeno la
risposta, le spalancò tutte e due e mi
presentò.
“Prego siediti” mi disse l’avvocato con
un tono rassicurante, gentile e deciso
allo stesso tempo, e, prima che lo
potessi fare, mi allungò la mano e si
presentò.
“Piacere, Vittorio Pace” dissi io dando
una bella stretta forte come era mio
uso fare.
“Vittorio, Vittorio” ripeté due volte lui
soffermandosi a pensare con una
mano che si strofinava il mento, e
poi, dopo una breve pausa di
riflessione, continuò “…bel nome, non
nasconde la voglia di vincere, spero
solo che non fosse solo la voglia di

249
vincere di tua madre, perché di solito
sono le madri che scelgono i nomi e a
noi uomini tocca ubbidire, soprattutto
per questi nomi che sperano nel
futuro, sono loro neo mamme che
credono sempre di aver dato alla luce
un genio; la mia lo è sempre stata
convinta, e io le ho potuto dare
ragione solo da poco tempo…” e lo
disse con tono scherzoso e
guardandosi intorno, come ad
intendere che erano i soldi e la fama
che lo avevano fatto diventare un
genio ai suoi occhi e ora tutti lo
potevano vedere entrando nel suo
ufficio. Io non sapevo cosa dire, ero
fermo immobile e sorridevo quando
sorrideva lui.
“Tua mamma pensa che tu sia un
genio?” mi chiese lui per dare un
senso a ciò che aveva detto sul mio
nome; io fui tremendamente
imbarazzato dalla domanda; gli avrei
voluto rispondere la verità, cioè che
se fosse stata ancora viva molto
probabilmente lo avrebbe pensato,
che se mi avesse potuto vedere
sarebbe sicuramente stata fiera di
me; però avrei dovuto spiegargli che
era morta, lo avrei messo in
imbarazzo, e io non volevo certo
impostare il colloquio in questo modo;

250
quando si cerca di rimediare ad una
situazione di imbarazzo ci si finisce
sempre più infossati. Per mia fortuna
squillò il telefono, lui gli fece fare tre
squilli, poi vedendo l’insistenza alzò la
cornetta e rispose.
“Scusami un attimo…” mi disse lui
appoggiandosi la cornetta del
telefono sul petto per evitare che
l’interlocutore dall’altra parte della
linea sentisse.
“Se vuole me ne vado e torno dopo…”
chiesi io
“No è questione di pochi minuti…” e
immediatamente riprese a parlare al
telefono.
Iniziai a guardarmi intorno, e mi
accorsi di cose che l’emozione mi
aveva nascosto. La stanza in cui
eravamo era più grande di quella in
cui mi avevano posto in attesa del
colloquio, era quadrata con alle pareti
delle gigantesche finestre prive di
tende, di modo che tutti potessero
guardare all’interno e ammirare la
magnificenza di quello studio.
L’arredamento della sala era per la
maggior parte di legno, sia la libreria,
che la scrivania e il tavolo erano dello
stesso tipo di legno scuro; La prima
cosa che mi stupì fu la libreria, colma

251
di libri antichi e rilegati come opere
d’arte; avrei voluto alzarmi e andare
vicino per vedere che tipo di libri
erano, perché la distanza non mi
permetteva di leggere i titoli. Era
grande e prendeva tutta una parete,
l’unica parete priva di finestre. Il
tavolo, dello stesso legno della libreria
e con delle sedie tanto antiche quanto
il tavolo, era posizionato proprio
davanti alla libreria; io mi
immaginavo lui che quando gli
serviva consultare qualche libro, si
alzava dalla sua scrivania apriva la
libreria, prendeva il libro che gli
serviva e si sedeva sul tavolo, perché
leggere un libro antico su un tavolo
antico, è molto più soddisfacente che
leggere un libro antico su una
scrivania. Il tavolo aveva sei sedie,
non si poteva dire che erano
coordinate al tavolo, gli schienali delle
sedie avevano diversi disegni rispetto
alle gambe del tavolo, ma anche
senza essere grandi esperti di
antiquariato si poteva capire che
erano dello stesso periodo. Alle pareti
erano appesi attestati di stima nei
suoi confronti, attestati per congressi,
attestati per insegnare, attestati che
coperti da una sottile lastra di vetro
nascondevano il passato di uno dei
più importanti penalisti d’Italia. La sua

252
scrivania era ordinata; non era antica
come il tavolo e la libreria, ma
nemmeno moderna come le sedie
della sala d’attesa; aveva molte parti
in oro e altrettante in ottone, mi
ricordava una scrivania che avevo
visto da piccolo in un museo di navi.
All’ora avevo fantasticato che quella
scrivania fosse stata perfetta per un
ammiraglio che doveva custodire i
segreti del mare, ora invece mi
sembrava perfetta per un uomo che
custodiva il segreto di alcuni uomini.
Era ordinata, da una parte teneva la
cancelleria in un porta matite di
argento, mentre dall’altro lato aveva
posizionato una pila corposa di fogli
scritti che probabilmente attendevano
di essere letti. Poi c’era un ferma
carte che con molte probabilità gli era
stato regalato, visto che aveva un
gusto completamente diverso da tutto
il resto dell’arredamento e un taglia
carte utile per aprire le buste con
estrema precisione senza rovinarle. A
ben guardare tutta la stanza era
intonata con il suo vestito, molto
elegante e classico. Aveva un vestito
Grigio, con quattro bottoni alle
maniche della giacca e tre invece sul
petto di cui solo uno, quello centrale
era allacciato; la cravatta dalla
tonalità forte contrastava con il

253
vestito ma lo rendeva ancora più
elegante poiché lo faceva risaltare. La
camicia era classica e bianca, e ai
polsi aveva, per tenere unite le
maniche, due gemelli in oro bianco
dalla forma ovale; infine al braccio
sinistro portava un orologio dal
quadrante rettangolare, molto sottile
e dal cinturino in pelle chiara di
coccodrillo. L’insieme di questi oggetti
gli conferiva un’aria elegante e di
rispetto. Lui Poteva avere sui
quarantacinque anni, o al massimo
cinquanta, ma portati molto bene, i
capelli erano un misto di bianco nero
e grigio, con una prevalenza di grigio,
la barba ben fatta e qualche ruga
attorno agli occhi e alla bocca. Era un
uomo affascinante e con molte
probabilità doveva essere molto
carismatico.

“Eccomi…” disse all’improvviso


mentre ero intento a studiare la sua
fisionomia; “…perdonami, cose di
lavoro arretrato a cui non potevo
sottrarmi. Dove eravamo arrivati
Vittorio?” e pronunciò il mio nome per
dimostrarmi che non si era
dimenticato ciò che ci eravamo detti e
che non avremmo dovuto
ricominciare da capo con le formalità.

254
“Ah si…” continuò lui “eravamo
rimasti al tuo nome…” poi cambiando
completamente discorso mi chiese se
mi ero divertito all’università.
“Si è stato un bel periodo…” risposi io
dubbioso sulla domanda
“E perché ci hai messo così poco
tempo? Lo sai che quei momenti non
torneranno più, è il periodo più bello
della vita di ogni uomo, è spensierato
e pieno di imprevisti, ogni giornata
anche se sembra sempre uguale è
sempre diversa perché incontri
sempre gente nuova, io se potessi
tornare indietro mi prenderei molto
più tempo per divertirmi…” Poi si
fermò come ad aspettare una mia
risposta, solo che io non sapevo cosa
rispondere, più che altro non sapevo
quale era la domanda. Lui vedendo il
mio imbarazzo me la disse una
seconda volta. “Perché ci hai
impiegato così poco tempo?”
“Ho impiegato il tempo giusto…”
risposi io intendendo i quattro anni
“Quello che voglio sapere io è sei hai
amici, hai una vita normale, o sei una
di quelle persone che per laurearsi
velocemente rinuncia alla vita sociale,
si barrica in casa e studia
solamente…”

255
“No, assolutamente, come le ho detto
è stato un bel periodo, mi sono
divertito molto e ho conosciuto molti
amici, con uno ci ha anche appena
parlato”
“Si lo so, me lo ha detto; ragazzo
interessante…” disse lui
riposizionandosi come pochi minuti
prima quando pensava al mio nome, e
cioè con la mano destra intenta ad
accarezzarsi il mento “ mi ha parlato
molto bene di te, deve essere proprio
un tuo amico”.
Io sorrisi contento, mi faceva
estremamente piacere che Filippo
avesse parlato bene di me.
“Hai una ragazza?” fu la sua seconda
domanda
“Si da un sacco di anni…”
“Bene…” disse lui sempre con
quell’aria pensierosa “come mai hai
scelto Giurisprudenza?”
“Credo perché mio padre me ne ha
sempre parlato bene…”
“E’ un avvocato?” chiese lui
abbastanza stupito
“Si”
“E di che cosa si occupa?”

256
“Un po’ di tutto, sono in pochi nel
paese in cui sono nato che sono
laureati in legge e hanno sostenuto
l’esame di stato…”
“Capisco, quindi l’hai fatto solo per
quello?”
“No; anche per quello…”
“E per cosa anche?”
“Perché mi è sempre piaciuta l’idea di
fare l’avvocato…”
“E’ un lavoro difficile, specialmente in
questo studio, siamo a contatto con
moltissime persone, molte delle quali
non possono fare altro che mentire su
ciò che hanno fatto per paura che
anche noi li si possa abbandonare,
siamo a contatto con innocenti che
vengono accusati ingiustamente e
siamo a contatto con persone che
commettono atroci crimini e la fanno
franca solo perché tu sei stato più in
gamba della controparte; altre volte
anche quando dovremmo perdere
assolutamente, vinciamo solo perché
il nostro cliente è ricco e influente,
mentre la parte offesa non ha
nemmeno i soldi per piangere. Il
lavoro è una specie di giungla,
sopravvive il più forte, sopravvive chi
ha meno scrupoli. Nessuno vuole
stare ai margini, e per stare al centro

257
della mischia devi essere capace di
scavalcare, di lottare, fregare e di
mentire. Non esistono secondi, se
quando fossi entrato in questo posto
avessi pensato di difendere solo le
persone che ritenevo innocenti, a
questo punto della mia carriera mi
troverei a fare una vita mediocre,
invece che avere tutto questo. Un
leone, tu devi pensare di essere un
leone, che uccide sia per fame che
per divertimento; pensi che un leone
possa mai avere pietà della sua
preda; pensi che se un leone avesse
pietà e si ponesse dei dubbi, potrebbe
sopravvivere nella foresta, credo di
no; credo che per sopravvivere ed
essere il re debba continuare a
cacciare; magari qualche volta
sgomitare e farsi largo a spallate può
pesare, soprattutto se i colleghi sono
anche tuoi amici, ma se non sei
pronto a sgomitare allora questo non
è il posto fatto per te; in questo
mondo e in questa società non c’è
speranza e non c’è vita per chi vuole
fare da cornice, non c’è futuro per chi
si fa sopraffare dai sentimenti. Se
vuoi essere buono, scegli di farlo
quando non lavori, scegli di esserlo
nel tuo tempo libero, che già da ora ti
avviso che sarà poco, in questo studio
ci sono tre regole: lavorare, lavorare e

258
lavorare. Non voglio spaventarti e
nemmeno fare terrorismo psicologico,
cerco solo di prepararti a quello che
sarà. E non mi vergogno neanche un
po’ di chiederti di rinunciare alla tua
libertà, perché io ti darò ciò che ti farà
essere in futuro veramente libero,
cioè tantissimi soldi e tantissimo
potere. Sono i soldi che spingono le
persone a rispettarti, sono i soldi che
ti spingono ai massimi vertici della
scala sociale; puoi essere intelligente
e filosofico, ma se sei senza soldi
sarai considerato solo estroverso e un
poco matto, se invece a belle idee ci
affianchi il potere allora beh… tutta
un’altra cosa; poi in fin dei conti per
far si che le persone ti rispettino non
conta tanto averli, ma solo che
sappiano che tu possa averli, è
l’immagine che conta, e io in questo
sono un maestro; tu segui i miei
consigli e sarai l’avvocato perfetto,
bello ricco e famoso, e quando sei
bello ricco e famoso puoi avere quello
che vuoi, puoi comprarti tutti gli sfizi
che hai, compreso le donne…” e lo
disse sorridendo, facendomi intendere
che era sua abitudine. “Ora pensaci e
dammi una risposta; la domanda è
semplice, te la senti di lavorare per
questo studio?”

259
I rimasi allibito che volesse una
risposta seduta stante, senza
lasciarmi minimamente il tempo di
pensarci sopra, di riflettere sulle sue
parole, tuttavia il suo discorso mi
aveva colpito, era quello che io
sentivo, erano le cose che volevo
sentirmi dire, era ciò che speravo,
quindi senza pensare gli risposi: “Si,
credo proprio che questo sia lo studio
giusto per le mie ambizioni…” lui
sorrise, si alzò in piedi e mi strinse la
mano e mi disse di tornare a lavorare
la settimana a venire; io lo ringraziai e
aspettai alla porta la segretaria che
avrebbe dovuto accompagnarmi
all’uscita. Quando fui fuori dal
palazzo, trovai Filippo seduto sul
marciapiede ad aspettarmi.
“Allora com’è andata?” gli chiesi io
entusiasta
“Mah, così così, quello mi sembra un
pazzo…”
“In che senso?”
“Nel senso che l’ultima cosa che
voglio nella mia vita è ridurmi a
pensare alle stupidate che dice
quello…”
“Effettivamente ha calcato un po’ la
mano sulle storie della foresta e della
giungla, le ha dette anche a te?”

260
“Si si, io infatti in quei momenti
volevo alzarmi e andarmene, solo che
poi mi ha detto quanto ci pagano e mi
sono preso un po’ di tempo per
pensarci…”
“Come ti sei preso del tempo, non ti
ha detto di decidere subito?”
“Si, me lo ha detto ma gli ho risposto
che mi sembrava affrettato
rispondere a una domanda senza
nemmeno pensare…”
“E lui?” dissi io pentendomi di avergli
detto si subito senza pensarci; come
al solito l’involontarietà di Filippo
aveva fatto si che la scelta migliore
fosse la sua, già mi immaginavo il
momento in cui avremmo raccontato
il colloquio ai nostri amici, con Filippo
che sorridendo dà del visionario a chi
gli ha fatto il colloquio e con
soddisfazione racconta di non avere
rifiutato subito il posto per via dei
tanti soldi, ma che comunque si è
preso del tempo per pensare, mentre
io al contrario ho accettato subito
senza il minimo timore che non fosse
il posto adatto per me; crearsi un
minimo dubbio mi avrebbe messo in
una condizione di strafottenza che
agli occhi delle altre persone sarebbe
stata vista come una grande forza,

261
come ad intendere che il fatto di
essere stato scelto dallo studio
migliore di avvocati di Milano non mi
cambiava la vita, anzi mi era
indifferente. Purtroppo avrebbero
pensato tutto ciò di Filippo e non di
me, che ansioso del mio futuro avevo
detto di si senza battere ciglio.
“Non mi ha detto nulla, anzi mi ha
detto che facevo bene a pensare al
mio futuro e non dargli una risposta
immediata; e tu cosa gli hai detto?”
mi chiese lui.
“Anche io gli ho detto che non sapevo
e che settimana prossima gli avrei
fatto sapere qualcosa…” e lo dissi
diventando tutto rosso dalla
vergogna, ma non per la vergogna di
avere detto una bugia, ma per la
vergogna che anche davanti agli
occhi del nostro comune interlocutore
io avevo fatto la figura di quello avido
di un posto di lavoro e che non
aspettava altro che gli venisse posta
quella domanda.
“Addirittura settimana prossima?
Grandissimo, a me, ha dato massimo
tempo fino a domani… Come hai fatto
a contrattare così tanto?”

262
“Gli ho semplicemente detto la verità,
cioè che non è facile decidere del
proprio destino in breve tempo…”
“Hai fatto benissimo… vedi dovevo
insistere anche io per prendermi più
tempo; invece quando ho visto che
comunque era irremovibile su domani
e che già sembrava avermi fatto un
favore ho smesso di insistere…”
“Ma si, oggi, domani, settimana
prossima è la stessa cosa, io alla fine
ho già deciso…” e lo dissi per dare
veridicità alla mia bugia
“Cioè?”
“Nel senso che mi piace e che
accetterò…”
“Mi sa anche io, danno veramente
tanti soldi…”
“Già” dissi io pensieroso. Poi pensai a
Giulia, volevo assolutamente dirle che
ero stato preso, così dissi a Filippo
che sarei andato a chiamarla.
“Perché non le dici di venire qui
questo fine settimana, così usciamo a
cena a festeggiare, io e te e Giulia e
Francesca, non abbiamo mai fatto
un’uscita solo noi quattro…”
“Mi sembra un’idea ottima, ora le
chiedo se può, noi ci sentiamo

263
stasera” Ci salutammo con la solita
stretta di mano.

CAPITOLO 18

“Ogni lettore, quando legge, legge se


stesso. L'opera dello scrittore e' soltanto
una specie di strumento ottico che e'
offerto al lettore per permettergli di
discernere quello che, senza libro, non
avrebbe forse visto in se stesso.”
(Marcel Proust)

Andammo in un ristorante scelto da


Filippo vicino all’università, e anche
se abitavo nelle vicinanze dovetti
cercarlo abbastanza nelle stradine
intorno a piazza Santo Stefano per
riuscire a raggiungerlo. Giulia era
contenta per via del fatto che certe
parti di Milano di notte hanno un
fascino particolare per chi non è
abituato a vederle, e lei era la prima
volta che le vedeva. Il locale era
abbastanza grande, con una sala al
centro, e con ai lati i tavoli su cui
mangiare; ogni tavolo era situato in

264
mezzo a due colonne, e, per
raggiungere i propri posti a sedere
arrivando dalla sala centrale
bisognava salire tre gradini; ogni
tavolo aveva una forma rotonda ed
era apparecchiato con gusto; era un
posto estremamente elegante. Io e
Giulia per via del fatto che perdemmo
un poco di tempo per cercare il posto
arrivammo leggermente in ritardo, e
trovammo Filippo e Francesca ad
aspettarci al bancone del bar che
serviva da attesa per i clienti che
dovevano attendere il proprio turno
per mangiare. Il posto era piacevole,
molto accogliente, e la musica di un
pianoforte suonato con dolcezza
rendeva l’atmosfera ancora più
invitante. Appena ci videro ci fecero
un segno con la mano di modo che li
potessimo raggiungere.
“Scusate il ritardo…” dissi io ancora
prima di salutarli, “ma purtroppo ci
siamo persi; come al solito il mio
senso dell’orientamento lascia a
desiderare…”
“Non ti preoccupare, siamo appena
arrivati anche noi; io ho dovuto
aspettare che Francesca finisse di
prepararsi, e come al solito mi ha
fatto aspettare un’ora sotto al portone
di casa sua…” mi disse Filippo

265
dandomi la mano e parlandomi vicino
all’orecchio in modo che Francesca
non lo potesse sentire.
“Volete qualcosa da bere intanto che
aspettiamo? Ci hanno detto che il
nostro tavolo non è ancora pronto”
disse Francesca, e proprio in
quell’istante si fece avanti un
cameriere invitandoci a seguirlo che
ci avrebbe accompagnato al tavolo.
Per raggiungere i nostri posti
attraversammo tutta la sala,
facemmo i tre gradini e ci
sistemammo di modo che io fossi di
fronte a Giulia e Filippo alla sua
ragazza. Nel passare in mezzo alla
sala, mi accorsi che Giulia e
Francesca erano riuscite a focalizzare
su di loro tutti gli sguardi delle altre
persone sedute al ristorante, e il fatto
che tutti le guardassero mi dava un
piacere enorme. Erano belle, di una
bellezza tale che il guardarle un solo
istante può imprimere nella mente il
ricordo di quella persona. Erano
diverse ma entrambe affascinanti;
quella di Giulia era una bellezza più
spontanea e genuina, non aveva
bisogno di ricorrere a trucchi per
migliorare dei difetti, anzi le dava
quasi fastidio diventare troppo
appariscente con un vestito scollato o

266
che facesse risaltare troppo il suo
corpo. Al contrario Francesca era una
bellezza migliorata sia dal modo di
vestirsi sia dal modo di truccarsi e
atteggiarsi; indossava un vestito nero
che non lasciava troppo spazio alla
fantasia, e metteva in mostra gran
parte delle gambe e quasi tutta la
schiena. Anche la scelta delle scarpe
le distingueva, quelle di Giulia erano
dei sandali neri con poco tacco, che
lasciavano il piede interamente nudo
se non fosse per due strisce di cuoio
nero che si intrecciavano, e una terza
striscia che copriva la parte centrale
delle dita e dava al piede una forma
sinuosa. Mentre Francesca portava
delle scarpe con un tacco alto e con
dei lacci che le cingevano la gamba
fino al polpaccio.

Dopo pochi minuti che eravamo


seduti arrivò il cameriere che poc’anzi
ci aveva fatto accomodare e ci porse
la lista dei vini e dei cibi; il menù era
un grande foglio di carta antica su cui
i nomi dei cibi erano scritti in
carattere antico; all’inizio di questa
carta che assomigliava ad una
pergamena era scritta la storia del
ristorante partendo dai fondatori e
risalendo a moltissimi anni addietro.

267
Al contrario la lista dei vini era
tremendamente recente, era formata
da due pagine ricoperte di plastica e
scritte in carattere moderno. La
decisione del vino la lasciammo a
Filippo, che a parole sembrava essere
un intenditore, mentre io mi consultai
con Giulia per ciò che volevo ordinare.
Dopo pochi minuti che avevamo
ordinato il vino, si presentò un
cameriere vestito in maniera diversa
dagli altri, e mettendo in bella mostra
la bottiglia ci chiese se era quella che
volevamo mostrandoci l’etichetta;
quando Filippo annui, il cameriere,
versando un dito di vino rosso nel
calice di Filippo disse compiaciuto che
era stata un ottima scelta. Dopo che
Filippo ebbe assaggiato il vino e
approvato lo stesso, il cameriere
percorrendo un giro orario del tavolo
e dando precedenza alle donne ci
verso il vino nei quattro calici.
“Allora com’è? siete contenti?” disse
Francesca rivolta a me e Filippo
“Di cosa?” risposi io convinto che si
stesse riferendo alla scelta del
ristorante
“Del lavoro…” specificò lei

268
“Si…” risposi io senza pensare,
mentre Filippo non rispose alla
domanda
“.. E tu non sei contento?” gli chiese
Giulia notando che non aveva
risposto, e sperando che gli
rispondesse di No. Lei da quando le
avevo detto che avrei iniziato questo
nuovo lavoro non era minimamente
contenta, aveva sperato fino
all’ultimo che tornassi a Tinci a
lavorare nello studio di mio padre, e,
soprattutto, e di maggiore
importanza, lei odiava gli studi di
avvocati di quel tipo, detestava la
voglia di soldi e di successo che
faceva dimenticare qualsiasi altra
cosa, e calpestare ogni valore che per
lei era fondamentale.
“Non lo so, non ne sono tanto sicuro,
alla fine ho deciso di fare un periodo
di prova per vedere come mi trovo,
ma alla prima impressione mi ha fatto
ribrezzo il modo di pensare che aveva
l’avvocato che ci ha fatto il colloquio”
“Si ma è possibile che sia uno solo
che la pensi così…” dissi io cercando
di giustificare il mio immediato si
“Si ma a pensarla così è il capo dello
studio, e se quello è il suo modo di
pensare, sarà pure quello degli altri, o

269
perlomeno bisognerà adeguarsi a
quelle idee…”
“Che cosa vi ha raccontato di tanto
speciale e disgustoso?” chiese
Francesca che al contrario di Giulia
caldeggiava l’idea, e anzi sperava che
Filippo l’accettasse di buon grado; e
lo disse con un tono ironico, come a
sottolineare la superficialità dei
discorsi suoi, come ad intendere che
quei discorsi che mille volte avevano
fatto, mille volte li avevano trovati
contrapposti, e che anche oggi li
trovava in disaccordo.
“Niente di disgustoso…” replicò lui
seccato “solo che non mi piace quel
modo di pensare la società”
“E cosa mai vi avrà detto…” continuò
lei sempre con quel tono ironico e
cercando in me un alleato nel
discorso
“Te l’ho detto, niente, solo che a me
quando fanno discorsi basati solo sui
soldi e sulla carriera, sulla voglia di
emergere e sul fatto che bisogna
sgomitare per diventare qualcuno mi
dà estremamente fastidio; non sono
tutti come te, che come unico scopo
hanno quello di fare tanti soldi per
potersi comprare ciò che si vuole” e lo
disse con un tono aggressivo,

270
infastidito dall’atteggiamento
scherzoso di lei e carico di rabbia
repressa data dai parecchi discorsi
che avevano affrontato
sull’argomento.
“Io sono d’accordo con te…” disse
Giulia con un filo di voce per
stemperare un poco la tensione che si
stava creando.
“Ma si, lasciamo stare, fa sempre
questi tipi di discorsi che mi
innervosiscono…” disse Filippo rivolto
a Giulia
“Invece no, perché tu sei buono a fare
questi tipi di discorsi sulla società solo
perché sei sempre stato viziato; facile
per uno come te avere l’idea di voler
migliorare il mondo e non sottostare,
come tutti alle regole imposte dalla
società. Questa è la società e come
tutti ti ci devi adeguare”
“Ma cosa stai dicendo?” le chiese lui
con un misto di rabbia e sorpresa, non
riuscendo a capirla
“Sto dicendo che tu pensi sempre che
tutti sbaglino e che tu sia l’unico ad
avere le idee giuste; non tutti sono
figli di ricchi avvocati e possono
permettersi passioni…”

271
“Ma questo cosa centra con il fatto
che non mi è piaciuta quella
persona?”
“Centra perché sono i soliti tuoi
discorsi superficiali…”
“tu sei pazza…” disse Filippo
cercando di troncare il discorso e
rivolgendosi allibito verso di noi con lo
sguardo di chi esprime disagio e
disappunto.
“No non sono io che sono pazza, mi
sono solo stufata dei tuoi discorsi; tu
devi stare con i piedi per terra, devi
capire cosa vuoi, sei solo un viziato
che vive alle spalle dei genitori e si
riempie la bocca di belle idee liberali
e qualunquiste”
“qualunquiste un accidente…” urlò
con rabbia, poi come ripresosi da un
attacco d’ira continuò il suo discorso
con voce pacata e scandendo bene le
parole, rassegnato a spiegare una
situazione che se non fosse uscito il
discorso si sarebbe volentieri tenuto
per se, ma che oramai che avevano
iniziato a discutere, non poteva
limitarsi a dare della pazza alla sua
ragazza senza addurre motivazioni
plausibili “ Questa è l’accusa che mi
si rivolge da quando sono piccolo, e
cioè che penso che questa società

272
non mi piace solo perché ho la pancia
piena, solo perché sono viziato, solo
perché se fossi nato in una famiglia le
cui possibilità economiche fossero
realmente scarse io non farei; magari
è anche vero. Magari hai ragione, ma
ora non credo di poterci fare molto,
questa è la mia idea e ora non la
posso più cambiare; non mi piace
l’idea che i soldi siano tutto nella vita,
non mi piace l’ambizione che spinge
le persone a comportarsi come
sciacalli per raggiungere una
posizione sociale più importante di
quella che hanno, forse è perché io
non ho la minima ambizione di
successo, forse perché a me fare tanti
soldi non mi interessa affatto…”
“Ecco vedi sempre i soliti discorsi, non
ti interessa perché li hai…” lo
interruppe bruscamente Francesca
“Per favore lasciami finire…” disse lui
con un tono supplichevole e allo
stesso momento perentorio “…io non
dico che sbaglia chi cerca nella vita e
nella società una motivazione
prettamente economica, non sto a
giudicare le loro motivazioni, ma non
vorrei che giudicassero me, perché
queste motivazioni mi mancano; ogni
giorno mi chiedo quale possa essere
lo scopo della vita, un motivo per cui

273
valga la pena fare qualcosa, fare
sforzi, patire sofferenze, e l’unico
obiettivo ultimo a cui riesco a pensare
è l’essenza della vita, la continuità, la
famiglia. Quando io penso al perché
faccio una cosa, mi deprime pensare
di farla per guadagnare più soldi, mi
deprime ancora di più farla pensando
al mio prestigio sociale; quello che
penso è che nel momento in cui io
riesca a fare tanti soldi che cosa mi
rimane? una casa più grande di quella
che avevo, magari con la piscina,
magari una barca, magari anche un
castello se i soldi dovessero diventare
tanti da non sapere cosa farsene, ma
poi? Poi non c’è niente, c’è come
unico scopo una casa sempre più
grande, ma io credo che si possa
essere felici anche in una casa
normale, quella può essere una
comodità ma non la felicità. Io spesso
penso che abbiamo una sola vita e
non due per cui varrebbe la pena fare
tanti soldi in una per poi godersi
l’altra, purtroppo ne abbiamo una
sola, e mai in questa unica vita un
momento è uguale ad un altro,
ragione per cui non posso fare lo
stesso discorso di guadagnare tanti
soldi nella prima parte della vita per
poi spenderli nella seconda, la mia
giovinezza non tornerà mai più. Nella

274
famiglia invece io riesco a trovare
l’unico scopo della mia vita e forse
ancor più che nella famigli nei figli,
perché solo in questo modo io riesco
a garantire il proseguimento della vita
e la mia felicità. Certo più soldi hai più
comodità ti puoi comprare, ma non
certo se sei un infelice ti possono dare
la felicità. Ma poi tu che dici che io
faccio ragionamenti superficiali, su
che cosa si basano i tuoi, su che valori
si poggia la tua idea di società?
Niente altro che beni materiali, niente
altro che valori che si possono
comprare ma che non si possono
toccare. Tutto oramai è basato
sull’economia, ma in fondo che cosa
è? Che diavolo rappresenta? Non
esiste; è formata da una serie di
numeri che girano senza avere
riscontri cartacei, neanche i soldi
oramai ci è permesso di tenere, sono
fissi in una banca e al posto delle
banconote abbiamo un numero su un
pezzo di carta; solo in una società
come questa, in cui conta solo l’idea
dei soldi, lavori come questi possono
persistere, in una società diversa, con
altri valori questi tipi di mestieri, se
così si possono chiamare non
avrebbero ragione di esistere; un
falegname un muratore un medico un
mercante si perché costruiscono la

275
vita, ma non un laureato in
economia…”
“Beh, allora non ti rimane che
cambiare il mondo…” disse lei con un
tono distaccato e con disappunto
come ad intendere che ogni parola
che Filippo aveva pronunciato per lei
era semplicemente assurda.
“Io credo che ognuno debba fare ciò
che più gli piace e ciò che più lo
rappresenta, io per esempio il lavoro
che state per iniziare voi non lo potrei
mai fare, ma come per esempio non
avrei mai potuto laurearmi in
economia, sono materie che non
suscitano minimamente il mio
interesse, però capisco anche che il
denaro possa avere una forte
attrazione per chi non ne ha mai
avuto in abbondanza…” disse Giulia
con un tono di rassegnazione come se
si stesse riferendo a me.
“Va bene, non ho più voglia di fare
questi discorsi seri, andiamo a
ballare?” disse Francesca avendo
notato che la sala centrale da cui
eravamo passati per andare al nostro
tavolo si era riempita di gente e si era
trasformata in una sala da ballo. Io fui
ben contento di staccarmi da quei
discorsi che mi trovavano più vicini

276
all’idea di Francesca che a quella di
Filippo, mentre loro due al contrario
preferirono continuare a
chiacchierare.
“Andiamo a fare tutti i contadini”
disse Francesca alzandosi e
prendendomi la mano per andare a
ballare, Filippo non rispose e non ci
guardò nemmeno mentre ci stavamo
allontanando.

“Vedi è questo il problema” continuò


Filippo rimasto ormai solo con Giulia
che aveva voglia di starlo ad
ascoltare, “ ogni volta che parlo e
cerco di dire un pensiero per me
importante, vedo sempre che la
maggior parte delle persone la prende
negativamente e mi accusa per quello
che dico; Francesca ha la mentalità
dell’arrivista, per lei nulla è più
importante dei soldi e non riesce
proprio a capirmi quando dico queste
cose. In verità talvolta non mi capisco
nemmeno io, per esempio ora mi ha
dato fastidio dire tutto questo,
preferisco sempre tenermi queste
cose per me, ma ci sono delle volte in
cui è impossibile non parlare; in
questo momento non so nemmeno se
è vero quello che ho detto cinque

277
minuti fa, solo che ho una sensazione
di inadeguatezza e di insoddisfazione
che mi accompagna in qualsiasi cosa
che faccio; ogni tanto penso di non
essere nato nel periodo giusto, penso
di non essere portato per questa
società. E’ incredibile come tante
persone sposino gli ideali che ora
vanno di moda; negli ambienti di
lavoro ci sono più persone con una
bella barca che con una famiglia,
trovano il tempo per lavarla e
metterla in mare, ma non trovano il
tempo per sposarsi, anzi si
giustificano dicendo che per una
famiglia servono tanti soldi; a me
questa società non piace è tutto così
materiale…” e lo disse sconsolato,
triste e consapevole che le cose che si
potevano fare per cambiare questa
situazione erano ben poco; lo disse
con l’aria di chi è rassegnato a subire
la società piuttosto che sfruttarla a
proprio vantaggio.
“Io credo che tu debba fare quello che
ti senti…” gli disse Giulia che
comunque non aveva molto da
aggiungere a ciò che aveva detto
Filippo.
“Il problema è questo, non so cosa mi
va di fare, ho sempre fatto tutto per
dimostrare di non essere un fallito,

278
ma le ho sempre fatte, tutte queste
cose senza mai trovare il minimo
piacere”
“Io sono convinta che se vuoi
veramente una cosa devi lottare per
averla, anche se hai tutto e tutti
contro…”
“Hai ragione, ma è un periodo in cui è
più facile che mi deprima piuttosto
che trovi in me stesso la voglia di
lottare…”
“che tipo di società ti piacerebbe?”
chiese Giulia con un sorriso, sperando
di sentirsi dire ciò che anche lei
sognava
“Che domanda difficile” disse Filippo
sorridendo “Non me l’ha mai posta
nessuno, e forse in verità non ci ho
mai pensato seriamente,
stupidamente ho sempre pensato che
questa non mi piace, ma non mi è mai
venuto in mente che per cambiarla
dovrei pensare ad un'altra”
“Io invece ci penso spesso, e vorrei
vivere in un posto senza tanti
pregiudizi, senza dover sempre
dimostrare qualcosa; a me
piacerebbe sentirmi libera di fare ciò
che più mi piace”

279
“Io, veramente a una cosa ho sempre
pensato” disse lui lasciando in
sospeso il discorso
“Cosa?” chiese lei incuriosita
“Mi piacerebbe insegnare; magari
all’università, quando i ragazzi sono
pronti a farsi un’idea, per riuscire ad
insegnare loro che è giusto solo ciò in
cui loro credono veramente, e non
tutto ciò che gli si propina…”
“E’ una bellissima idea, poi da quanto
mi ha raccontato Vittorio tu hai fatto
benissimo l’università, non credo ti
sarebbe difficile trovare un professore
disposto a prenderti come
assistente…”

Loro continuarono a chiacchierare per


tutto il tempo in cui noi rimanemmo a
ballare in mezzo alla sala; appena
arrivati nel centro della pista provai
una stranissima sensazione
guardando Francesca; stavo provando
un desiderio fortissimo di darle un
bacio e questa cosa mi ripugnava solo
all’idea di poter fare un affronto tale a
Filippo; solo che lei si muoveva in una
maniera talmente sensuale e
provocante, che ogni contatto e ogni

280
suo movimento mi creava degli
insaziabili desideri. Da principio fu per
gioco che i nostri corpi si
avvicinavano e si allontanavano, poi
sempre meno come un gioco, e anche
nei suoi occhi mi sembrava di vedere
quello stesso desiderio che mi stava
pervadendo. “Non posso fare una
cosa del genere…” continuavo a
pensare tra me e me, “ …ma che
amico sarei se lo facessi, come potrei
guardare ancora Filippo come un
amico? Poi non credo che lei sarebbe
disposta a darmi un bacio qui davanti
a tutti, dovrebbe essere almeno pazza
quanto me e provare lo stesso
irrefrenabile desiderio”.
Lei continuava a ballare sempre più
vicino a me e sentivo il suo corpo
sempre più in sintonia con il mio,
sentivo il suo respiro accarezzare il
mio collo; la cosa che più mi rendeva
così voglioso di darle un bacio era che
il suo corpo si muoveva come io
volessi che lei facesse, e più lei si
accorgeva di procurarmi turbamenti,
più aumentava l’intensità dei
movimenti. Ero così attratto che mi
sembrava ci fosse una corda tra le
nostre labbra che si continuasse ad
accorciare fino ad raggiungere una
distanza millimetrica; sarebbe bastato

281
un soffio per rompere la corda,
sarebbe bastato soltanto che Giulia o
Filippo smettessero di parlare
fittamente e si accorgessero di noi;
purtroppo per loro non lo fecero e
dopo poco che i nostri corpi oramai
erano uniti in uno solo, le diedi un
fugace bacio sulla bocca. Lei come
primo impulso si staccò
immediatamente da me e io per pochi
istanti pensai di avere fatto la cosa
più stupida del mondo, in una frazione
di secondo la mia mente pensò alle
possibili conseguenze di quel gesto e
alle possibili tremende reazioni di tutti
e tre. Sentii una vampata di calore
bruciare il mio corpo, sentii lo stesso
rossore che poco prima mi aveva
portato a dare un bacio a Francesca
farmi vergognare di me stesso, sentii
lo stomaco che si chiudeva e mille
voci gridarmi che razza di uomo fossi,
così vile da fare ciò che ad un amico
mai si dovrebbe fare. Francesca mi
prese la mano e mi chiese se ero
impazzito, io balbettai confondendo le
parole e chiedendole perdono, e lei di
tutta risposta mi disse:”Non qui che ci
possono vedere…” velocemente mi
portò dietro una colonna che ci
nascondeva dal nostro tavolo e con
passione iniziai a fare ciò che avevo
ardentemente desiderato. Fu un bacio

282
di pochi attimi, durò il tempo in cui il
desiderio riesce a prevalere sulla
ragione, ma fu uno di quei baci il cui
racconto potrebbe servire a scriverne
un libro. Le nostre bocche si
cercavano avidamente e le mie mani
stringevano il suo corpo con una forza
tale da cingerla forte a me per non
lasciarla scappare; sentivo dentro di
me una forza animalesca e più che
baciarla cercavo di possederla con un
bacio. Non era un bacio romantico, ne
lei lo voleva, e quanto più io ci
mettevo foga tanto più sentivo il suo
corpo chiedermi di non staccarmi
dalle sue labbra. Era una esplosione
di desiderio, come se un aurea di
libidine soffocasse ogni ragione; in
quel momento non ci sarebbe stata
cosa al mondo più piacevole e più
passionale.
La fine della canzone ci fece ritornare
in noi e contemporaneamente, assaliti
da una forte paura ci staccammo
nello stesso momento; mentre
percorremmo la strada per tornare al
nostro tavolo non riuscimmo a dire
nemmeno una parola che potesse
esprime disappunto per quello che
avevamo appena fatto; l’idea a mente
lucida mi faceva rabbrividire, ma se
pensavo a ciò che per me erano stati

283
quei pochi momenti allora il ricordo
diventava piacevole. Appena ci
sedemmo mi accorsi che loro
avevano continuato a parlare
candidamente di ciò di cui stavano
discutendo prima, e, senza il minimo
senso di colpa, mi ributtai nei discorsi
come se nulla fosse successo, ma con
la mente illuminata da pochi secondi
di intensa passione.

CAPITOLO 19

“Ciò che è stato scritto senza passione,


verrà letto senza piacere.”

(Samuel Johnson)

Dopo quella sera i miei rapporti con


Filippo iniziarono a scemare
lentamente, ma non per il fatto che
lui fosse venuto a conoscenza di
qualcosa, esclusivamente per il mio
senso di colpa; ogni volta che gli
stringevo la mano, ogni volta che lo
abbracciavo per un motivo che ci

284
accomunava, e, semplicemente, ogni
volta che discutevamo, a me, veniva
in mente il viso di Francesca che
consumava la mia passione. Il mio era
stato un capriccio, un gesto dovuto
alla mia insicurezza nei suoi confronti,
anche quella sera io avevo subito la
sua presenza, anche quella sera ero
rimasto affascinato dai suoi discorsi, e
lui era l’unica persona che avrei
voluto essere se non fossi stato così
come ero. Anche se non me ne ero
accorto subito, e se era una voce a
cui non avevo mai dato peso, nella
mia mente, conquistare ciò a cui lui
credeva più di qualsiasi altra cosa era
come scavalcarlo, dimostrare di
essere meglio di lui. E seppure il
senso di colpa che mi attanagliava si
manifestava, lo stesso mi rendeva in
qualche modo felice, era stata una
spregevolezza che mi riempiva di
orgoglio. Era una sensazione che
univa il peccato, il tradimento con
l’orgoglio personale. Già dai i primi
mesi di lavoro le nostre strade erano
irrimediabilmente distanti, e poco
prima che lui abbandonasse quel
lavoro per dedicarsi a ciò che
veramente lo interessava, avevamo
smesso non solo di uscire insieme la
sera, ma anche di uscire a pranzo
insieme; ogni volta che mi chiedeva di

285
uscire io trovavo sempre qualche
scusa per declinare l’invito, ed ero
stato tanto palese da farlo arrivare al
punto di non chiedermelo più. Dopo
che ebbe lasciato il lavoro io non lo
vidi più, come non vidi più Francesca
dopo la sera del ristorante. Il solo
pensiero di lei mi innervosiva e mi
faceva montare su tutte le furie; in lei
vedevo la causa del fatto che io e
Filippo avevamo perso l’intimità
fraterna che ci accompagnava; era
come se distinguessi i due tradimenti,
al mio davo una spiegazione, mentre
il motivo per cui lei aveva compiuto
quel gesto proprio non me lo riuscivo
a spiegare. L’ultima volta che parlai
con Filippo fu il giorno prima che lui
cambiasse definitivamente strada e io
lo trattai freddamente come si tratta
un estraneo nemmeno troppo
simpatico.
“Ciao Vittorio hai un secondo?” mi
chiese lui entrando nel mio ufficio
“Certo, di che cosa hai bisogno?” gli
risposi io senza neppure alzare gli
occhi per vedere la sua faccia; non
era superbia la mia che mi portava a
comportarmi in una maniera tale,
bensì era vergogna, e mi comportavo
nello stesso modo ogni volta che non
ero preparato ad incontrarlo.

286
“Volevo solo dirti che domani
abbandono questo lavoro…”
“Come mai?” gli chiesi io con tono
menefreghista, come se la mia bocca
avesse pronunciato quelle parole
perché la circostanza lo richiedeva. La
situazione che si era creata era
surreale, non era la distanza fisica
che ci separava, in quanto lui non si
era mosso dalla porta, era la
freddezza, il tono della voce e i
sentimenti che non erano più come
prima; a me sembrò che il suo fosse
l’ultimo tentativo per cercare di
rimediare alla nostra amicizia, ma
anche consapevole di questo fatto, io
non riuscii ad uscire da quella colpa
che non mi faceva nemmeno alzare
gli occhi per guardarlo.
“Perché non è proprio la vita che fa
per me, non mi fa stare bene, non mi
sento a posto, ogni mattina è una
tortura, provo un senso di ansia che
mi chiude lo stomaco, poi è un brutto
periodo della mia vita, ho bisogno di
stare da solo, da quando Francesca
mi ha lasciato non so neanche in cosa
credere veramente, amarla era
l’unica cosa di cui ero certo ed era
l’unica cosa che mi rendeva sicuro…”

287
Nella mia testa rimbombò come un
tuono; appena pronunciò il nome di
Francesca e ancora prima che
terminasse la frase i miei occhi si
erano bloccati sul suo volto, lo
guardavo stordito, senza nemmeno
sbattere le ciglia come si può
guardare un fantasma. Diventai tutto
rosso e abbandonai la mia posizione
protraendomi in avanti con il collo
come per avvicinarmi a lui. Avrei
voluto chiedergli scusa, dirgli che era
tutto colpa mia e che avrei fatto
qualsiasi cosa per poter rimediare a
quella situazione, avrei voluto
raccontargli secondo per secondo
quella serata per liberarmi di un peso
che ora si era fatto così pesante che
mi sentivo stanco e spossato.
Purtroppo le parole mi si fermarono in
gola e la sensazione era così reale
che cercai anche di tossire con forza
per cercare di farle uscire. Filippo era
fermo sulla porta aspettando un mio
gesto, mentre io ero immobile con
una immensa voglia di chiedergli
perdono e magari di farmi anche
colpire per fargli sfogare la sua
rabbia. “Vorrei un pugno, vorrei
essere preso a calci, vedere la sua
rabbia sfogarsi su di me per farmi
espiare le mie colpe, vorrei vedergli
tramutare il viso da triste quale era

288
ora a livido per la rabbia e la
delusione che provava nei miei
confronti, io ho fatto la cosa peggiore
che si poteva fare ad un amico e
vorrei che ora lui me la facesse
pagare lasciandomi i segni come un
ricordo, lasciandomi i segni come
monito per eventuali cose simili che
potrei compiere in futuro”, la mia
testa continuava a pensare queste
cose, e più pensavo a come
sdebitarmi più tristezza e rabbia
cominciavano ad avere il sopravvento
su di me per via del fatto che il mio
corpo era bloccato in uno stato di
semi incoscienza; io pensavo alle cose
che avrei voluto fare e dire ma il mio
corpo non reagiva agli stimoli. Dopo
qualche istante in attesa di un mio
gesto Filippo mi salutò, mi disse che
mi lasciava lavorare e che ci saremmo
sentiti in seguito. Si girò e chiuse la
porta e io rimasi immobile per almeno
un’ora fissando lo stesso punto su cui
prima mi ero incantato.
Mi destò il telefono che, con molte
probabilità, era parecchio tempo che
squillava; alzai la cornetta, e senza
nemmeno sentire chi mi aveva
chiamato, la riattaccai. Dopo pochi
istanti entrò la mia segretaria senza
bussare e mi disse che avevo un

289
problema con il telefono. Le risposi di
non disturbarmi che avevo un lavoro
urgente da fare. Prima di uscire mi
disse che mi aveva cercato
insistentemente un tale che era
incappato in un problema. Non le
risposi e le feci un gesto con la mano
ad intendere che mi doveva lasciare
stare, appena uscii provai un
profondo dolore e una profonda
solitudine.

Sentii il fax entrare in azione, ero


immerso nei miei pensieri, e senza
nemmeno farci caso, presi il foglio
che quella macchina stava sputando e
lo posai, sopra la pila di fogli in attesa
di essere letti, senza attenzione. Il
mio sguardo vagava esanime tra le
pareti del mio ufficio. Mi guardavo
intontito attorno, cercando di capire
cosa stava succedendo, cosa stava
capitando alla mia vita; avevo
abbandonato tutto ciò che avevo di
caro e a cui volevo bene per inseguire
il sogno di potere e denaro, e ora mi
ritrovavo solo in una stanza di pochi
metri quadri che sembrava mi
togliesse il fiato. Il mio ufficio non era
tanto grande, era composto da una
scrivania, una piccola libreria in cui i

290
libri erano disposti per ordine di
grandezza, una sedia di pelle, dalle
sembianze antiche anche se di
recente costruzione e dei quadri alle
pareti che servivano a donare
all’ufficio un po’ di calore, come ad
intendere che quella stanza non era
asettica e impersonale ma arredata e
vissuta. Io per far si che si potesse
riconoscere che era il mio ufficio
avevo messo una fotografia mia e di
Giulia che avevamo scattato in barca
con Alfredo. Guardandolo bene era
uno studio di apparenza, in cui gli
oggetti erano posizionati in una
determinata maniera per ingannare
chi entrava nell’ufficio; l’inganno era
quello di far credere antichi, oggetti
appena acquistati. Pensai che in fin
dei conti tutto quello che mi
circondava era così, io stesso ero solo
apparenza, e pensai sorridendo, come
chi si commisera senza trovare
soluzione, che ero capitato nel posto
giusto per me.

Il legno era il materiale d’arredo


dominante dell’ufficio, le cornici dei
quadretti raffiguranti una Milano
antica attraversata dai navigli, erano
della stessa tinta della scrivania e
della libreria; Gli stessi libri
sembravano antichi, ma non di quella

291
antichità storica che affascina, ma
quasi finti, come se incastrati tra gli
altri libri ci fossero solo le copertine.
Mi alzai per andare a toccarne uno, mi
ero convinto di trovarli veramente
finti, me li immaginavo come un
vecchio libro che avevo visto a casa di
Alfredo in cui all’interno c’era solo lo
spazio per tenerci le gioie di casa,
braccialetti, anelli e tutto ciò che
avesse bisogno di protezione. Sorrisi
nuovamente e pensai che se ne
avessi trovato una delle mie
dimensioni l’avrei utilizzata come
bara, io era tanto tempo che avevo
bisogno di protezione, ma per il tipo
di vita che mi ero scelto e prefissato
non ero più la gioia di nessuno. Se ci
fosse stata mia mamma, forse ora le
cose sarebbero state diverse, forse il
suo amore avrebbe colmato la mia
smania di potere. E sono sicuro che
mia mamma mi avrebbe tenuto nel
suo scrigno tutta la vita come il più
prezioso dei suoi gioielli. Tirai fuori un
libro e mi accorsi che era vero, solo
che non era stato mai aperto, i libri
mai aperti fanno una certa resistenza
la prima volta che li si apre, come se
non volessero schiudere i propri
segreti. Tuttavia quei libri avevano
ben pochi segreti da raccontare, si
trattava di libri di diritto penale avuti

292
grazie all’acquisto di un quotidiano
che li dava come incentivo
all’acquisto. All’interno del libro che
mi immaginavo sbadigliasse, come
chi si sveglia da un lungo sonno,
trovai la raccolta punti che serviva
per avere la seconda raccolta di
volumi; pensai che non l’avessero
fatta, perché con una collana, erano
riusciti a riempire abbastanza. In fin
dei conti erano finti, perché un libro
mai letto e preso solo per bellezza è
un libro inutile, un libro diventa tale
solo quando assorbe il sentimento di
chi lo legge; probabilmente quei libri
avevano assorbito solo il sudore del
facchino che li aveva portati in quello
studio. Pensai che comunque lo sforzo
di scartarli lo avevano fatto, di
togliere quella patina di plastica che li
avrebbe resi nuovi in eterno.

Quel maledetto telefono continuava a


squillare.

“Basta” urlai scaraventando il


telefono per terra con una manata,
poi mi misi in ginocchio e con tutta la
forza che avevo cominciai a sbattere
la cornetta sul pavimento urlando di
lasciarmi stare; poi guardai il telefono
sperando si fosse rotto, e notai invece
che nulla era cambiato, tranne per il

293
fatto che aveva smesso di squillare.
Mi rialzai con la cornetta in mano, mi
sistemai la cravatta e con un veloce
gesto della mano rimisi a posto i
capelli che si erano scomposti
cercando di distruggere il telefono;
appoggiai la cornetta sul scrivania
senza riagganciare, di modo che
rimanesse occupato. Non avevo
voglia di essere disturbato, non avevo
voglia di quello che mi circondava,
sentivo il puzzo di quello che mi stava
attorno come una costrizione, e la
rabbia mi aumentava al solo pensiero
che era stato tutto scelto da me, e
che fino a pochi istanti prima che
entrasse Filippo nella mia stanza,
quella era la vita che io reputavo
perfetta. Cominciò a suonare il
cellulare,lo lasciai squillare come
avevo fatto con il telefono fisso, solo
che la suoneria isterica del telefonino
mi agitò al punto che lo presi in mano
e urlai un pronto come risposta che
stava a significare che mi stavano
decisamente disturbando.

“Pronto” sentii dall’altra parte della


cornetta, “ti disturbo Vittorio?”

“No assolutamente” risposi io


addolcendo immediatamente il tono
di voce accorgendomi che stavo

294
parlando con l’avvocato che tre mesi
addietro mi aveva fatto il colloquio e a
cui facevo da garzone portaborse da
quando avevo iniziato a lavorare.

“è da un po’ che provo a chiamarti,


ho provato a chiamare la tua
segretaria, mi ha detto che sei chiuso
in ufficio e che non rispondi al
telefono. C’è qualcosa che non va?”

“No, no… scusa Sergio” bofonchiai io


imbarazzato e vergognandomi come
se mi avesse colto a rubare;
l’avvocato Sergio Qualt aveva un
modo di parlare pacato e perentorio
allo stesso tempo, come se cercasse
di importi il suo pensiero dandoti
l’illusione di avere la possibilità di
controbattere qualora non fossi
d’accordo. Dal primo giorno in cui
avevamo cominciato a lavorare aveva
preteso che gli si fosse dato del tu;
era convinto che parlandoci in quel
modo avremmo diminuito le distanze
tra le gerarchie. A me sembrava
ridicolo parlargli come avrei potuto
parlare a Filippo o a qualsiasi altro
coetaneo, ma, come tutte le cose, lo
aveva imposto, e noi ci eravamo
adattati.

295
“Ascoltami, mi ha cercato un mio
amico, mi ha chiesto di occuparmi di
suo figlio che ha bisogno di un aiuto
che ha combinato uno dei soliti
pasticci; a me questo mi sta
antipatico e lascerei che gli venisse
inflitta una sacrosanta punizione, ma
è troppo influente per dirgli di no,
quindi ci becchiamo il figlio, o meglio
tu ti becchi il figlio. Devi prendere un
appuntamento e sentire cosa ha
combinato questa volta quel
mentecatto, prendi appunti, scrivi al
computer, portati il palmare,
insomma fai come vuoi ma io voglio
un resoconto dettagliato; visto che
non ho il tempo di occuparmene, più
sarai preciso tu, meno dovrò
intervenire io. Hai capito, è semplice
prendi un appuntamento e ci vai a
parlare, ti dico già che poi ne dovrai
prendere un altro per istruirlo, e poi
mi riferisci. Benvenuto nel mondo del
diritto penale, ti ho appena scelto per
il tuo primo caso, certo se vuoi e non
te la senti puoi sempre stare a fare
fotocopie…” e mentre lo diceva
scoppiò in una fragorosa risata come
a dire che lui non accettava chi non
era intraprendente e riagganciò il
ricevitore senza ascoltare la mia
risposta. Io rimasi in estati con il
cellulare in mano attaccato

296
all’orecchio, come se ci fosse ancora
qualcuno al telefono, poi appoggiai il
telefono sulla scrivania e mi venne in
mente che la mia segretaria mi aveva
accennato qualcosa e aveva cercato
di mettersi in contatto con me; Presi il
foglio che era uscito dal fax e lessi il
nome di chi l’aveva mandato. In un
secondo collegai tutto e fui assalito da
una febbrile eccitazione.

Nel fax non erano precisati i dettami


per cui aveva richiesto il mio aiuto,
ma c’era un numero di telefono a cui
potevo rintracciarlo. Alzai la cornetta
e cercai la mia segretaria, ma il
telefono non dava segnali. Diedi dei
colpi sulla cornetta col palmo della
mano come a esortarlo a funzionare,
poi impazientemente riattaccai e uscii
dal mio ufficio cercandola. Urlai il suo
nome; lo urlai una seconda volta
aumentando il tono della voce, finché
non la vidi uscire trafelata dal bagno.

“E’ mai possibile che quando ho


bisogno di te non ci sei mai?” le urlai
mentre lei si avvicinava a me con
passo affrettato.

“Mi scusi dottore” mi rispose lei con


un filo di voce guardandosi intorno
con fare remissivo e intimidita dagli

297
sguardi delle altre persone che si
erano sporte dai loro uffici per vedere
chi stava urlando.

“Fammi questo numero di telefono” le


dissi dandole il fax che mi era arrivato
e abbassando la voce.

“Io ho cercato prima di….”

“Si, non importa, basta che ora mi fai


questo benedetto numero di telefono”
la interruppi io e mentre stavo
andando via, come a far intendere
che stavo riflettendo a voce alta dissi:
“è mai possibile che per una
telefonata bisogna impiegare una
giornata intera…”; poi mi chiusi la
porta alle spalle e aspettai che la
telefonata mi fosse girata.

Riflettei un istante, mi riaffacciai alla


porta e le dissi che il mio telefono era
rotto, e quindi di prendere lei
appuntamento per un giorno qualsiasi
della settimana a venire. Richiusi la
porta, mi diressi verso la sedia, e mi
abbandonai sullo schienale, tendo le
mie braccia penzoloni. Ero euforico, in
un istante era cambiato tutto, ero
ritornato ad essere la persona che
sognavo di diventare fin da quando
avevo intrapreso il mio viaggio per

298
Milano, finalmente avevo la possibilità
di dimostrare quanto valessi sul
lavoro; in un primo momento l’ansia
di non saper fare le cose aveva preso
il sopravvento per poi lasciare spazio
ad una gioia incontrollabile. Tutti i
cattivi pensieri dovuti al saluto di
Filippo erano scomparsi in un baleno.
Mi sollevò l’idea che il lavoro mi stava
aiutando a non pensare a cose
superficiali. Ero esaltato dall’idea di
trarre soddisfazione dal lavoro, e allo
stesso tempo mi sentivo stremato,
come se con Filippo se ne fossero
andati gli ultimi miei legami alla vita
precedente, come se avessi lottato in
tutti quegli anni per liberarmi di un
peso che mi ostacolava dal successo,
ed ora ero riuscito a liberarmi di quasi
tutto; solo Giulia mi era rimasta
vicino.
Non riuscivo a rimanere seduto per
l’agitazione, immaginavo aule di
tribunale e giurie americane, mi
immaginavo di convincere un giudice
grazie al mio eloquio, mi immaginavo
di difendere anche il peggiore dei
colpevoli e di riuscire a farlo
assolvere. Non riuscivo più a
contenere l’entusiasmo, e qualsiasi
cosa facessi, in attesa di sapere
quando la mia segretaria aveva preso

299
l’appuntamento, mi risultava
superflua e inutile. Mi avviai verso la
porta, la aprii, e urlai: “Allora?”.
La mia segretaria, che aveva ancora il
telefono in mano mi disse che aveva
preso appuntamento per la settimana
che doveva venire, di giovedì alle
undici di mattina. Io rimasi
sovrappensiero qualche istante, poi le
chiesi con chi fosse al telefono. Mi
disse, un poco interdetta, come ad
intendere di farmi i fatti miei, che era
suo marito, e io le risposi di non
perdere tempo in frivolezze e di
venire nel mio studio che avremmo
dovuto programmare una serie di
domande che avrei voluto fargli
giovedì. Chiusi la porta senza la
possibilità di avere risposta.
Finalmente mi stavo sentendo un
avvocato.
Appena fui certo dell’appuntamento
chiamai l’avvocato Qualt per
informarlo sulle date e sapere se
all’incontro ci saremmo andati
insieme. Mi disse che lui quel giorno
era occupato, e mi disse di non fargli
fare brutta figura, e aggiunse che
sbagliare in quello studio non era
permesso: “meglio uccidere e
cancellare le prove che sbagliare,

300
ricordatelo sempre” e, come al solito,
senza sentire risposta e facendosi una
bella risata appese il telefono.
Aspettai qualche secondo la mia
segretaria e vedendo che non entrava
emisi un urlo strozzato che voleva
assomigliare al suo nome. Lei entrò
velocemente ma con la faccia di chi
ha voglia di sfogarsi, e io accortomi
delle sue intenzioni le feci un sorriso e
le chiesi da quanto era sposata.
“Da un anno” mi rispose lei con
sempre quel tono che stava a
significare che per oggi avevo tirato
troppo la corda e che lei non era la
mia schiava.
“Ah che bello, anche io mi vorrei
sposare con la mia fidanzata, mi
piacerebbe tanto…” e mentre parlavo
la guardavo con libidine, dalla testa
piena di capelli ricci, alle gambe un
pochino storte fasciate in delle calze
scure. Mi stava eccitando e l’idea che
avrei potuto possederla li nel mio
studio senza sentire resistenza mi
eccitava ancora di più.
“Vieni qui vicino a me…” le dissi con
tono gentile. Lei prese una sedia e
con timidezza si venne a sedere al
mio fianco sinistro. Io le guardavo le

301
gambe accrescendo sempre più le
mie voglie e le mie fantasie.
“E come ci si trova ad andare sempre
con lo stesso uomo tutti i giorni?” le
chiesi io per accorgermi del suo
gradimento nei miei confronti. Le sue
mani si muovevano sempre più
intimorite, come se presagisse
qualcosa, come se temesse un mio
gesto inconsulto da un momento
all’altro.
“E’ bellissimo mi rispose lei” per
cercare di togliermi ogni dubbio, e per
rafforzare l’idea accavallò le gambe e
mise le braccia conserte.
“Ma non ti senti troppo giovane per
avere un legame così forte?” aggiunsi
io mettendole una mano sulle cosce
accarezzandone la parte interna. Lei
non mi rispose, e io continuai ad
accarezzarle le gambe, sempre più
insistentemente e sempre di più verso
l’inguine. Lei tremava dalla paura e
dall’imbarazzo, e io più sentivo la sua
debolezza più accrescevo il mio
desiderio. Le misi una mano sopra le
mutandine, sempre accarezzandola,
poi le scostai un poco con il pollice e
cominciai a toccarla con il dito medio.
Il tremito del suo corpo si fece
talmente evidente che ci mancò poco

302
che cadde dalla sedie; mi guardava
con aria impotente, sperando che
quel momento passasse velocemente.
Tutto ad un tratto mi accorsi di quello
che stavo facendo, diventai tutto
rosso e cercai il suo sguardo. Lei era
assente, impaurita e con gli occhi fissi
nella porta incapace di reagire a
quella violenza. Ritrassi subito le mie
mani, allontanai di poco la sedia dalla
sua e come se niente fosse successo
le dissi che per oggi avevamo finito e
che se voleva poteva andare a casa.
Lei si alzò, sempre con lo sguardo
sbarrato e vitreo si diresse verso
l’uscita, aprì la porta dell’ufficio, e
senza proferire parole si allontanò da
me. Appena fu uscita dalla porta mi
alzai anche io, aspettai qualche
minuto di modo da non farle pensare
che la seguissi, infilai il cappotto e
presi la via di casa.

Da quando avevo cominciato a


lavorare, ero rimasto l’unico inquilino
della casa. Anna dopo pochi mesi si
era dovuta trasferire e io ne avevo
approfittato per rimanere solo. Mi ero
divertito a sistemarla, Giulia mi aveva
aiutato a dipingerla, e aveva insistito
per avere le pareti della stanza
colorate di azzurro. Io volevo il bianco

303
in tutta la casa, ma alla fine avevo
ceduto alle sue insistenze. Mi aveva
aiutato anche nello scegliere i mobili,
e mi ero reso conto che aveva un
gusto decisamente migliore del mio
per arredare una casa. Nel periodo in
cui la casa ci aveva unito eravamo
stati molto bene; lei si era trasferita
da me per qualche mese, e io amavo
tornare a casa dal lavoro e trovarla a
casa; avevo la stessa sensazione di
calore che provavo quando nelle notti
di inverno mi infilavo nel letto dopo di
lei e dopo che il suo corpo aveva
scaldato le lenzuola fredde. I giorni
seguenti la sua partenza avevo
provato una grande malinconia, e un
incolmabile senso di vuoto, che avevo
cercato di riempire rimanendo a
lavoro più di quanto mi fosse
richiesto. Non avevo molti amici, e io
la sera a casa non sapevo cosa fare,
quindi preferivo, rimanere in ufficio e
sperare che qualche collega molto
indaffarato mi facesse compagnia fino
a tardi. Cercavo di tornare a casa solo
quando sentivo il sonno prendere il
sopravvento, e le volte in cui il caffè
mi faceva scomparire del tutto la
voglia di dormire, mi fermavo in
qualche bar per bere un bicchiere di
rum e fumare un sigaro. Mi
distendeva fumare il sigaro,

304
assaporarne l’aroma, tenere il fumo in
bocca e talvolta in solitudine sputare
per terra per non averne l’odore in
gola. Avevo girato molti bar della
zona, e alla fine ne avevo scelto uno
sotto casa in cui potevo leggere il
giornale, fumare il sigaro nella stanza
fumatori e bere il solito bicchiere di
liquore con ghiaccio. Avevo preso a
frequentare quel bar sempre con più
frequenza, tanto che avevo fatto una
parvenza di amicizia con il barista e
cinque anziani che si trovavano nella
stessa sala per fumatori a giocare a
briscola chiamata; uno degli anziani
era solito alzare il bicchiere di Havana
e Cola, raccontare la storia del
Cocktail, e brindare a Cuba Libera in
segno di un amore passato. Gli altri
quattro giocatori, quando sentivano
attaccare la storia del Cuba Libre,
della Boteguita del Medio e di
Hemingway, sbuffavano e lo
esortavano, infastiditi a pensare alle
carte. Io quella storia non l’avevo mai
sentita, così una sera mi fermai un po’
di più del solito e me la feci
raccontare. Cominciò, con grande
felicità, come se aspettasse qualcuno
che gli chiedesse di quella storia,
dicendo che era vissuto all’Havana ai
tempi di Hemingway, e ai tempi in cui
Cuba era un gioiello del mondo, mi

305
raccontò del sole, del mare e delle
donne più belle che la natura potesse
partorire, mi raccontò della ricchezza
di Cuba e della disgrazia in cui cadde
con i comunisti e con Fidel Castro.
“ Intanto figliolo devi sapere perché si
chiama Cuba, e non credo tu lo
sappia…” e mi guardò come ad
aspettare un mio cenno di modo che
potesse proseguire il racconto. “Cuba
è l’abbreviazione di Cubanàcan che
sta a significare la terra di centro”, e
mi guardò per vedere la mia reazione
a quella prima notizia, ma non
vedendo nessun cenno di assenso
continuò: “era stata chiamata così dai
suoi primi abitanti”. Poi fece un sorso
del suo Cocktail, posò il bicchiere sul
tavolino, e notando la mia poca
attenzione e come a farmi intendere
che si era offeso disse: “Per farla
breve, quando Batista dovette
lasciare il paese, in una fabbrica di
Rum cominciarono a festeggiare con
le sole cose di cui disponevano, e cioè
con Rum, Coca Cola, e lime e tutti
quanti gli operai della fabbrica
brindarono a Cuba Libera; il drink
della liberazione…”. Poi decisamente
scocciato dalla mia poca attenzione al
racconto, ci salutò e se ne andò a
casa.

306
Il fatto che rimanevo fino a tardi in
ufficio, mi conferiva, agli occhi degli
altri colleghi giovani, un rispetto per il
sacrificio. Loro erano convinti che io
lavorassi per tutto il tempo in cui
stavo in ufficio, e io, con i miei
racconti, non toglievo certo il dubbio;
quando ci incontravamo nei corridoi, il
mio dialogo ed unico argomento era
che cosa avevo fatto nei giorni
precedenti, la mole di lavoro che
avevo dovuto sopportare e cosa mi
sarei dovuto attendere nei giorni a
venire. Ragione per cui ai loro occhi
probabilmente apparivo come una
persona che viveva solo per il lavoro,
e per la stessa ragione evitavano di
chiamarmi quando uscivano tutti
insieme. Tuttavia a me non
interessava particolarmente, ero
convinto che quelle piccole mancanze
fossero il pegno per la realizzazione
del mio progetto; fosse la strada da
percorre per la carriera che mi ero
prefissato. Non pativo nemmeno così
tanto la solitudine, ero convinto che i
miei colleghi perdessero troppo
tempo alla ricerca di inutili
divertimenti.

307
CAPITOLO 20

La verità non la possiede nessuno, perché


all’uomo non è dato di conoscerla. Chi
uccide in nome di essa uccide solo per le
proprie opinioni,e non è che un
delinquente. Il vero galantuomo, per
restare tale, non ha bisogno di credere né
al paradiso né all’inferno, che infatti non
ci sono. Ciò non vuole dire che le religioni
siano infondate. Esse assolvono il
prezioso compito di dare agli uomini una
regola di condotta morale, ma nulla di
più.

(Charron -tratto da “ Della Saggezza-”)


La mattina seguente trovai ad
attendermi Sergio nel mio studio, che
seduto al mio posto era intento a
leggere il giornale.
“Ciao Sergio” dissi io mentre mi
toglievo il cappotto

308
“Ciao Vittorio” disse lui senza
nemmeno alzare lo sguardo su di me
“Che diavolo è successo ieri sera?”
continuò lui
Io lo guardai allibito, non
ricordandomi nulla di particolare.
“Oggi è venuta da me la tua
segretaria. Si è licenziata.”
“Quella è pazza” dissi io
“Mi ha detto che cosa hai fatto”
“Io non ho fatto niente, è lei che è
venuta nel mio studio con intenzioni
strane, ha cominciato chiedendomi se
ero sposato, che il suo matrimonio era
noioso e cose del genere al solo fine
di farmi intendere che ci stava…”
“Vittorio, a me non me ne frega
niente se ci stava o no, ma l’ultima
cosa che voglio è una segretaria che
accusa lo studio di molestie sessuali”
“Ma quali molestie sessuali?” dissi io
ad alta voce “Prima viene nel mio
studio con quella sola idea in testa e
poi il giorno dopo minaccia denunce.
Quanti soldi le hai dato?
“Abbastanza” mi disse lui fissandomi
negli occhi

309
“Non succederà mai più che io mi
faccia fregare in questo modo” dissi io
come per scusarmi dei soldi spesi.
“Tutte uguali. Ricordati Vittorio che
per poter avere un rapporto
confidenziale con qualcuno, bisogna
saper non prendersi troppe
confidenze… ” disse lui dandomi una
pacca sulla spalla e sorridendomi
come a farmi capire che non era
successo nulla di grave. Poi uscii dallo
studio, e io pensai che dovevo
cercarmi un’altra segretaria.

Il tempo volò fino al giorno in cui mi


incontrai con il mio primo cliente;
l’appuntamento cadeva di Giovedì, e
io quella mattina mi preparai come se
fossi dovuto andare al mio
matrimonio; presi cura di ogni minimo
particolare nel vestire, mi impomatai i
capelli, mi rasai la barba con cura e
mi profumai con l’acqua di colonia
che mi aveva regalato Giulia prima di
partire per Milano e che non avevo
più abbandonato. Uscii in netto
anticipo, un po’ per non fare ritardo e
un po’ per l’agitazione; l’idea di fare
brutte figure o di non essere
all’altezza della situazione non mi
aveva fatto chiudere occhio per tutta

310
la notte. Ero agitato e pieno di forze
anche se non avevo dormito.
Mi presentai con il mio registratore,
avevo deciso che tutta la mia vita
sarebbe stata accompagnata da un
registratore, in cui avrei raccontato
passo dopo passo la mia vita, avrei
semplificato il lavoro se mi fosse
perso qualche passaggio del racconto,
e a distanza di anni avrei potuto
ricostruire una mia giornata tipo.
L’appuntamento era a casa del
ragazzo in Corso Magenta, lui nella
casa viveva da solo, e per comodità
dei genitori e sua, i suoi parenti
stavano nell’appartamento attiguo.
Citofonai una prima volta senza
risposta, ci riprovai una seconda volta
con più insistenza ed infine una terza
con estrema insistenza, finché non mi
rispose una voce assonnata e mi
disse di salire al terzo piano. Io presi
le scale, e mentre salivo accesi il
registratore e dissi con la bocca
attaccata all’apparecchio: “Primo
caso; Giovedì nove dicembre 1993
ore nove e trenta.” Poi mi misi il
registratore nel taschino della giacca
e suonai il campanello che mi era
stato indicato al citofono. Mi aprì un
maggiordomo, chiedendomi
gentilmente di pazientare qualche

311
istante e accompagnandomi in un
salotto; era di tutta evidenza che era
il maggiordomo dei suoi genitori, che
aveva chiamato solo per farmi
accogliere in casa. Io mi accomodai
su una poltrona di pelle nera con una
struttura portante visibile in metallo
che la rendeva particolarmente
moderna; mi venne in mente che
quelle stesse poltrone le avevo viste
su una rivista di design. Il
maggiordomo mi offrì una tazza di
caffè che accettai volentieri, poi per
paura che la cassetta del registratore
non fosse abbastanza lunga da
aspettare il ritardo spensi il
registratore e pensai di accenderlo
appena il mio cliente si fosse
presentato. Dopo mezzora di attesa si
presentò un ragazzino di vent’anni
ancora assonnato e imbarazzato
quanto me per l’appuntamento.
Appena cominciammo a parlare mi
resi subito conto che si comportava
con superficialità, come se quella
chiacchierata che stava facendo con
me era solo ed esclusivamente un
favore a suo padre; come se il
prestarsi a raccontarmi la storia fosse
una scocciatura inutile. Pensai che a
vent’anni si prende tutto alla leggere
e che ogni problema sembra una
sciocchezza.

312
“Vorrei farle notare che Lei è qui per
risolvere un suo problema, e il
distacco che dimostra non mi sta
certamente aiutando a capire
realmente cos’è successo.” Dissi io
perentorio e fissandolo negli occhi. Il
fatto che lui fosse a disagio quanto lo
fossi io mi aveva reso molto sicuro, mi
ero reso conto che non aveva un
metro di giudizio per paragonarmi.
Alla mia aggressione mi rispose che lo
dovevo scusare ma che si era appena
svegliato e che era ancora un poco
rintronato dal sonno. Io gli sorrisi per
tranquillizzarlo e gli chiesi
nuovamente la storia, e gli chiesi
gentilmente di essere dettagliato nel
racconto e aggiunsi che più fosse
stato preciso, più possibilità avremmo
avuto, come studio, per aiutarlo. Mi
stavo sentendo un vero avvocato e
sentivo la vita di quel ragazzo nelle
mie mani, più lui raccontava più la
mia gioia aumentava, la sua disgrazia
era la mia fortuna. Mi congedai dopo
due ore in cui il ragazzo cercò di
raccontarmi per filo e per segno la
sua versione dei fatti, gli promisi che
l’avrei chiamato al più presto e lo
salutai con una calorosa stretta di
mano; ero pieno di me.

313
Appena tornai in ufficio chiamai
L’avvocato Qualt per fargli un
resoconto, ero convinto che con le
mie domande e con le soluzioni che
avevo trovato avremmo risolto il
problema, ero sicuro che sarebbe
rimasto estasiato dalla mia bravura.
Purtroppo però appena sentì il mio
racconto mi disse che mi ero fatto
prendere in giro da un ragazzino, che
mi aveva fatto su con un racconto di
fantasia e che nemmeno un bambino
si sarebbe fatto ingannare da tante
stupidate. Accusai il colpo e mi sentii
tremendamente stupido, ma come
avevo fatto ad essere ingannato
senza nemmeno accorgermene da un
ragazzo più piccolo di me, e che
bravura lui nel mentire, dovevo
prendermi la mia rivincita e cercare di
rimediare alla brutta figura che avevo
fatto con Sergio, decisi che quel
giorno stesso l’avrei chiamato per
fissare a breve un altro
appuntamento, poi andai nel mio
studio e ascoltai nuovamente sul
registratore la nostra conversazione.
Alla luce di quanto mi aveva detto
Sergio mi stavo accorgendo dei punti
in cui mi aveva preso in giro, ed
analizzandola nel dettaglio mi accorsi
delle enorme menzogne che mi aveva
raccontato, i suoi racconti stavano

314
difficilmente in piedi sia come storia
sia come narrazione dell’accaduto. Su
un foglietto mi annotai le domande
che gli avrei rivolto il giorno
dell’incontro. Lo incontrai distanza di
una settimana dal primo incontro, e
giusto per creargli un fastidio, gli dissi
che ci saremmo visti di mattina molto
presto. Arrivai a casa sua alle otto e
trenta, e trovando il portone aperto
non citofonai, giusto per non dargli la
possibilità di avvertire il maggiordomo
dei suoi genitori di venire ad aprire.
Arrivato alla porta mi attaccai con
insistenza al campanello, e lo suonai
fintanto che non venne ad aprirmi la
porta ancora vestito come usava
andare a letto. Senza nemmeno
salutare e infastidito da quel mio
accanimento al campanello della sua
porta, mi indicò la stessa poltrona su
cui mi ero accomodato la settimana
prima.
“Non mi faccia aspettare due ore” gli
dissi con un tono infastidito per
evitare che mi facesse stare seduto
come la volta scorsa e soprattutto per
farlo innervosire. Sentii che si
allontanava mugugnando.
Ritornò con passo nervoso dopo dieci
minuti, vestito dei primi abiti che

315
aveva incontrato in camera sua e con
la faccia lavata.
“Mi spieghi tutta questa insistenza”
disse lui guardandomi dritto negli
occhi con fare di sfida.
“Le sue bugie” risposi io
“Quali bugie?” disse lui passando da
quell’aria di sfida con cui si era seduto
data dal fastidio della sveglia presto,
ad un aria di difesa accorgendosi del
motivo della mia sfacciataggine.
“le bugie che mi ha raccontato
settimana scorsa, crede che io sia qui
a perdere tempo?”
“Crede che non mi sia accorto che mi
stava raccontando solo bugie, crede
che io possa fami ingannare da un
ragazzino?” continuai io.
“No” disse lui riacquistando il tono di
sfida con cui si era seduto.
“Ah no?”
“Senti ma che vuoi, a me non me ne
frega nulla, mio padre mi annoia che
devo starti a sentire, ma a me quelli
come te mi fanno schifo. Che cosa
vuoi sapere, quale verità vuoi sapere,
vuoi soddisfare la tua curiosità e
sapere come tutti se ho veramente
commesso quello che dicono?”

316
Il mio corpo fu preso da una vampata
di calore, sentii la rabbia scorrere nel
mio corpo, e sentii che era impossibile
da arginare, ebbi uno scatto di follia
in cui mi alzai di scatto e gli andai
vicino con la faccia vicino alla sua e
cominciai ad urlare che a me di lui
poco mi importava, e mentre urlavo
sputavo saliva dalla rabbia e tenevo
le mie mani vicino alle sue, come ad
intendere che mi stavo trattenendo
ma che ci sarebbe mancato poco a
perdere completamente la pazienza.
“IO VOGLIO SOLO FARE BELLA
FIGURA”
Urlavo Senza senno e senza ragione,
urlavo così perché lui mi aveva fatto
fare una pessima figura agli occhi del
mio capo, urlavo così per l’invidia che
provavo nei confronti di quel ragazzo
che per noia si era cacciato nei guai,
ed invidiavo la sua ricchezza senza
fatica. Vidi lo spavento nei suoi occhi,
e si accorse che io del tutto sano non
ero. Di colpo riacquistai la calma, mi
sedetti nuovamente sulla poltrona e
accavallando le gambe gli dissi che a
me che lui fosse colpevole od
innocente non mi interessava, anzi,
aggiunsi che avrebbe potuto uccidere
e violentare che a me non sarebbe
cambiato nulla, sorridendo dissi che

317
avevo perso il mio senso etico quando
avevo cominciato a fare l’avvocato e
quando mi avevano insegnato che è
meglio uccidere che passare per
incapaci. Quello che mi importava era
farlo passare per innocente, che lo
fosse o meno, perché solo così io
potevo accrescere la mia fama. Mi
guardò allibito come si può guardare
chi ha perso il senno e il lume della
ragione e vive in una dimensione
differente da quella altrui, e intimorito
dalla possibilità che io diventassi
pericoloso mi raccontò la storia per
filo e per segno, senza sbavature e
senza menzogne. Io come se nulla
fosse successo nei cinque minuti
precedenti riacquistai il sorriso e mi
misi a seguire la vicenda con
attenzione, e come per un pittore
nasce spontanea nella sua mente
l’arte che si presta a dipingere, così
per me nasceva spontanea una
giustificazione plausibile ad ogni atto
che era stato commesso ed accusato.
Appena finì il suo racconto chiusi il
registratore, lo salutai con molta
fretta e appena fuori dal portone mi
misi a correre, e lo facevo perché
bruciava in me l’ansia di andare dal
mio capo a raccontagli l’accaduto, di
recuperare la pessima figura fatta e di
mettermi in luce ai suoi occhi, questa

318
volta ero veramente convinto di aver
fatto uno splendido lavoro. Correvo
per Milano freneticamente, e arrivai in
studio tutto sudato.
Senza fermarmi nel mio studio andai
direttamente nel suo e senza
avvisarlo e senza bussare, spalancai
la porta del suo studio e cominciai a
raccontargli tutto; per precauzione
avevo tagliato dal registratore la
parte in cui avevo perso la pazienza
perchè ai suoi occhi poteva parere
poco professionale, e gli feci ascoltare
tutti il resto. Vedevo nei suoi occhi
grande compiacimento per il lavoro
che avevo svolto, e quando finì di
ascoltare il nastro e io terminai il mio
racconto mi mise una mano sulla
spalla e mi disse che avrei fatto
carriera

FINE SECONDA
PARTE
319
TERZA PARTE

Capitolo 21

<<Cos’è l’ottimismo?>> diceva


Cacambò
<<Ahimè!>> disse Candide << è la
mania di sostenere che tutto va bene
quando si sta male>>

(Voltaire)

E di fatti carriera la feci, a 30 anni


divenni il socio più giovane che lo
studio avesse mai avuto, e a 34 anni
diventai l’erede designato
dell’avvocato Qualt. Avevo vinto gran
parte delle cause che mi erano state
assegnate ed ero diventato famoso
abbastanza da finire spesso sui
giornali, e, per il mio modo di fare
brusco e protagonista, venni ben

320
presto preso di mira dalla satira. Con
Giulia non ci eravamo sposati, perché
non avevo mai potuto dedicarle
abbastanza tempo, eravamo rimasti
fidanzati come quando eravamo
bambini, e visto che io a Milano le
dedicavo troppo poco tempo e tutti i
parenti di Giulia erano a Tinci, dopo
un breve periodo in cui si stabilì con
me, decise di ritrasferirsi nella città
natale, e noi cominciammo a vederci
solo il fine settimana. Io preferivo
poiché in tale modo non avevo intralci
a cui badare e potevo restare in
ufficio e dedicarmi al lavoro tutto il
tempo che mi sembrava necessario.
Nel periodo che lei aveva trascorso
con me a Milano, la sera quando
facevo tardi mi sentivo in colpa per
via del fatto che lei rimaneva ore ad
aspettarmi sveglia a casa, così alle
otto cercavo sempre di essere a casa;
tuttavia nel giro di poco capii che quel
mio atteggiamento stava favorendo
dei giovani più rampanti e assettati di
successo di me e che l’uscire presto
da lavoro per pensare a una famiglia
mi stava penalizzando, così di
comune accordo prendemmo la
decisione di vivere separatamente. Io
per giustificare la mia scelta le dissi
che lo facevo per noi per potere avere

321
un giorno i soldi necessari per vivere
senza lavorare, ma sapevo benissimo
che di soldi per vivere senza lavorare
ne avevo già abbastanza ma io mi
sarei dovuto accontentare, lei dal suo
canto non disse nulla poiché non era
per nulla felice di passare intere
giornate sola ad aspettarmi.
Avevo sacrificato gran parte della mia
vita alla causa del successo, e ora lo
stavo sentendo arrivare, io
desideravo il posto dell’avvocato
Qualt, ero abbastanza arrogante e
arrivista da permettermi di dirglielo
apertamente in faccia che la cosa che
più volevo nella mia vita era il mio
nome sul tetto del palazzo dello
studio. Non era più una questione di
soldi, né di fame, era solo ed
esclusivamente orgoglio personale, io
sarei stato il più giovane avvocato ad
arrivare al tetto del palazzo, i giornali
mi avrebbero acclamato come un
genio e il mio ego sarebbe cresciuto a
dismisura. Tutto ciò che avevo perso
e tutto ciò a cui avevo rinunciato nel
mio cammino ora mi sarebbe tornato
sottoforma di gratificazione
personale.
Io mi sentivo il figlio perfetto di
questa Società che punta al denaro e
al successo. Lei con le sue parole mi

322
aveva forgiato, e a lei avrei dedicato il
mio più grande successo.
Se la felicità si poteva misurare dai
sogni, con il mio sogno di potere ero
l’uomo più felice sulla terra.

Il passaggio di consegne era da un po’


di tempo nell’aria, per via di alcuni
discorsi che l’avvocato mi aveva fatto
in privato, confessandomi la sua
voglia di andare a fare una vacanza
che non si permetteva da troppi anni
e io, in una mattina in cui mi invitò a
prendere il caffè riposi le mie
speranze e aspettative

Come al solito, ogni volta che Sergio


aveva bisogno di parlare con me per
un lavoro, o semplicemente aveva
voglia di bere un caffè in compagnia,
bussava alla mia porta, si sporgeva
un poco in avanti portando il busto
nella mia stanza, sorreggendosi allo
stipite della porta con la mano destra
e facendo forza su essa, e con il solito
tono scherzoso e un sorriso finto di
quelli che si vedono in televisione, mi
chiedeva ciò di cui aveva bisogno,
sapendo che un rifiuto non era
accettato; era sempre uguale, ogni
richiesta era posta nella stessa

323
maniera. Quella mattina mi invitò a
prendere un caffè, ma stranamente,
invece che andare al bar sotto l’ufficio
come tutte le mattine, mi disse che
non aveva voglia di scendere, e
portandomi nella stanza adibita a
cucina per le evenienze dello studio,
con cura si mise a preparare un caffè.
Quella era una stanza come tutte le
altre dello studio, e cioè con affreschi
sui soffitti e con grandi finestre, con
un lungo tavolo al centro e con la
particolarità di quattro fornelli a gas,
un forno e un frigorifero in cui le
segretarie dello studio e alcuni
giovani avvocati tenevano il cibo che
si portavano da casa.
“Ogni tanto il caffè preferisco
prenderlo così, mi da più
soddisfazioni…”
“Già…” risposi io infastidito dal fatto
che mi stava facendo perdere tempo
e allo stesso tempo voglioso che si
sbrigasse a dirmi ciò che io volevo
sentire, e cioè è che era ora che
lasciasse a me il suo posto. Presto
però, le mie speranze caddero
vedendo che la pausa caffè in quella
stanza era al contrario una riunione
con altri soci dello studio, ma a cui
avevano voluto dare una sembianza
informale; ad uno a uno si

324
presentarono gli altri, ognuno stupito
della presenza dell’altro, ben presto
capii che l’avvocato ad ognuno di noi
aveva rivolto l’invito di un caffè con
l’intento di riunirci in assemblea ma
senza che nessuno potesse conferire
e chiedersi il motivo di quella riunione
improvvisa. Era il suo modo di agire,
cercava spesso di stupire con questi
tipici giochini teatrali, probabilmente
perché si divertiva molto a vedere le
facce delle persone quando i
accorgevano di cose realmente stesse
capitando.
“Ogni tanto mi chiedo che tipo di
lavoro facciamo…” esordì, appena
tutti si furono seduti, con quel solito
tono pacato e versando lentamente,
badando bene di non fare cadere
nemmeno una goccia, con la solita
cura maniacale che usava porre in
tutto ciò che faceva, il caffè nella
tazzina di ciascuno. “Da quando è
stato fondato questo studio, e ancora
di più da quando è stato lasciata a me
la proprietà ho sempre pensato a
questo lavoro come ad un misto tra
lavoro potere e soldi; è un po’ di
tempo invece che mi chiedo se
queste tre cose mi sono bastate per
essere un uomo felice, se è valsa la
pena rinunciare alla vita di tutti i

325
giorni e dedicarsi assiduamente a
questo lavoro, se sono state giuste le
scelte che ho fatto. Purtroppo sono
arrivato alla conclusione che non è
così, sono arrivato alla conclusione
che i tanti soldi che ho fatto non
riescono a supplire alla mia solitudine,
sono arrivato ad una età in cui tutto
questo non riesce più a supplire alla
mancanza di una famiglia, alla
mancanza di amore. Il punto è che è
più di un anno che questo lavoro non
mi dà più soddisfazioni, come spesso
vi ho raccontato in privato, sento il
bisogno di una vacanza, che tutte le
cose che mi hanno spinto a molti
sacrifici ora hanno lasciato spazio solo
ad un vuoto incolmabile con il
successo. Ho appena compiuto
cinquant’anni e la bella vita che da
giovane mi faceva dimenticare
l’importanza di non essere solo, ora
mi fa sentire patetico; sono arrivato
ad un’età in cui tutti questi valori
hanno poca importanza. Ieri sera per
la prima volta sul ciglio del mio
balcone pensavo all’inutilità della mia
vita, pensavo che se mi fossi buttato
di sotto nessuno avrebbe rimpianto la
mia assenza, sarebbe venuta la
notizia sui giornali, la mia famiglia
avrebbe ricevuto molti telegrammi di
condoglianze, ma nessuno veramente

326
avrebbe sentito la mia morte.
Pensavo ieri che avrei dovuto vivere
una vita diversa, avrei dovuto
utilizzare il lavoro come complemento
della vita, invece ho lasciato alla vita
un’importanza residuale, ho lasciato
che il lavoro divenisse l’attore
principale e la vita un di più del
lavoro; Ho vissuto fino ad oggi in
funzione del lavoro dimenticandomi
invece il vero senso della vita, lo
scopo. Io in questo ultimo anno
spesso ho pensato a quale scopo io
avessi in questa mia vita, quale fosse
l’utilità di questo mio passaggio, e
anche pensandoci spesso come ho
fatto non sono riuscito ad arrivare ad
una conclusione, non sono riuscito a
rispondere ai moltissimi “perché” che
mi sono posto. E anche se ognuno di
voi sarebbe disposto a qualsiasi cosa
pur di prendere il mio posto, io ho
rivolto un pensiero anche a voi,
perché con voi ho trascorso gli ultimi
anni della mia vita, e ho pensato che
voi siete come me, anzi qualcuno
anche peggio, più arrivista di quando
avevo cominciato io questo lavoro, e
comunque ho pensato di rimediare a
tutta questa situazione. Vi devo
confessare che alla base di queste
mie scelte c’è una donna che ho
conosciuto poco tempo fa, è una

327
ragazza giovane , ha quindici anni
meno di me, ma mi ha fatto scoprire
cose che mai mi ero immaginato, e
grazie a lei ho pensato che stiamo
andando alla deriva, che manca un
idea di fondo per migliorare il mondo,
non per renderlo sempre più corrotto,
io forse vi ho dato un idea sbagliato
del lavoro e da cosa ci si deve
aspettare da questa società, ma ho
deciso di rimediare…” e fece una
pausa guardandoci tutti negli occhi ad
uno a uno per vedere l’effetto che
aveva sortito nelle nostre menti. Io fui
colto da una sensazione di gioia e
grandezza che quasi mi stava
portando ad abbracciarlo, ero fuori di
me dalla gioia, ero come chi ha
sempre sognato una cosa e
finalmente gli dicono che il sogno si
sta per realizzare. Non aspettavo altro
da quando avevo iniziato a lavorare,
era stato il mio obiettivo fin dall’inizio,
avevo rinunciato a quasi tutto per
arrivare a questo punto e nella mia
testa era la cosa che più mi meritavo;
avevo rinunciato ai miei vecchi amici,
avevo smesso di andare a Tinci e
avevo oramai quasi perso di vista mio
padre, solo da Giulia non mi ero
riuscito a staccare, ma solo perché il
nostro amore era troppo forte per
potersi dissolvere. Avrei voluto dirgli

328
di continuare, di riprendere il
discorso, per sentirgli dire che io sarei
stato il suo successore, che solo io
avevo le ambizioni giuste per
continuare ciò che lui aveva fatto, che
solo io ero come era lui da giovane.
“Qualcuno vuole altro caffè?” chiese
lui per prendere un po’ di tempo per
dire con parole appropriate ciò che
aveva in mente.
“No” risposi io perentorio volendo
assolutamente che terminasse il suo
discorso
“Così vi stavo dicendo, ah si, che la
ragazza che ho incontrato mi ha fatto
capire lo scopo della vita, mi ha fatto
capire che non sono poi troppo
vecchio, che posso trarre ancora
tante soddisfazioni; l’unico problema
è che la vita che voglio iniziare a fare
è inconciliabile con questo lavoro.
Come voi sapete la nostra famiglia
detiene la proprietà di questo studio
da diverse generazioni e sempre si è
tramandata la tradizione di avvocato,
e qualora non ci fossero stati figli, la
mia famiglia ha sempre scelto un
giovane che potesse traghettare lo
studio fintanto che uno della famiglia
non avesse avuto le qualità per
camminare sulle proprie gambe,

329
tuttavia come voi ben sapete io non
ho figli, e nemmeno nipoti alla
lontana che mi possano sostituire;
certo potrei lasciarlo a voi sapendo
che sarebbe in ottime mani, ma, ho
anche pensato che non voglio che
uno di voi si trovi alla mia età e nella
mia stessa condizione, per cui ho
deciso di vendere lo studio…”
Ci mancò poco che non caddi dalla
sedia, mi ero proteso talmente in
avanti sul bordo della sedia, come
per sentire prima le parole che stava
pronunciando, che, solo grazie al fatto
che avevo le mani appoggiate al
tavolo, riuscii a rimanere seduto. Non
capii subito quello che aveva detto,
riuscii a realizzarlo solo dopo pochi
secondi.
“Ma voi non dovete preoccuparvi,
sarete inglobati da un altro studio che
mi ha dato garanzie che avrete lo
stesso salario e la stessa qualifica che
rivestite in questo studio; a voi in
pratica non cambia nulla…”
“Non cambia nulla un accidente …”
dissi io quasi urlando, con un moto di
collera; poi smisi di ascoltarli e iniziai
a pensare tra me e me alle
conseguenze di ciò che stava
capitando, “posso sempre fare ciò che

330
ho fatto in questo studio, magari
anche li posso acquisire in breve
tempo abbastanza importanza
all’interno; ma certo che no, che
stupido che sono, sarò visto sempre
come un estraneo, e sarò messo ai
margini e semmai si dovesse liberare
un posto importante non metteranno
certo me che arrivo da fuori. Tutto
questo lavoro per nulla, è mai
possibile che debba andare per forza
così? È possibile che non ci sia una
soluzione alternativa?” Il mio stato
d’animo da collerico nei primi istanti,
appena dopo aver sentito la
conclusione dei discorsi, si tramutò in
uno stato di rassegnazione, come chi
è arrivato quasi in cima ad una vetta
e deve tornarsene a casa per varie
ragioni e sa che la gloria non lo
bacerà mai in quanto non vengono
mai premiate le persone che arrivano
ad un passo dal risultato ma non lo
raggiungono. Mi lasciai cadere sulla
sedia, con le braccia a penzoloni e la
testa riversa all’indietro come se
avessi sostenuto uno sforzo tremendo
e il mio corpo fosse stato provato da
enormi fatiche.

331
Capitolo 22

“Gli inquilini, uno dietro l’altro, tornarono


nuovamente ad affollarsi vicino alla porta,
portandosi dentro quella strana
sensazione interiore di soddisfazione che
sempre si nota, persino nelle persone più
intime, davanti a una disgrazia
improvvisa avvenuta a una persona cara,
e dalla quale non è immune nessuna
persona, senza eccezioni, a dispetto
persino del più sincero sentimento di
pietà e partecipazione.”

(Dostoevskij)

“Tutto bene Vittorio?” mi fu chiesto


da qualcuno senza che io riconoscessi
la voce di chi aveva parlato
“Si, tutto bene…” risposi non
spostandomi dalla posizione che
avevo assunto. Loro continuavano a
parlare della trattativa, del
cambiamento, dei lati negativi e

332
positivi dell’affare, mentre io
percepivo soltanto alcune parole, ed
ogni parola rimbombava e sfuggiva
via senza lasciare traccia nella mia
memoria.
“Ci fumiamo una sigaretta?” sentii
una mano che mi si appoggiava sulla
spalla e riconobbi subito la voce che
mi aveva distolto nella mattina dal
lavoro per prendere un caffè in
compagnia.
“Si…” risposi io che ero stato
parecchio infastidito da quella mano,
e mi alzai di scatto solo per il piacere
di non sentirla più appoggiata alla mia
spalla, e, appena in piedi, mi accorsi
che eravamo rimasti solamente noi
due nella stanza. Uscimmo sul
terrazzo , lui mi offrì una sua sigaretta
e io l’accettai volentieri visto che le
mie erano rimaste nella tasca interna
della giacca. Il terrazzo dava su una
piccola via interna ed era abbastanza
grande da poter fare una passeggiata.
Io rimanevo nel mio silenzio
continuando a pensare a quanto
tempo avevo buttato al vento per una
causa che si era rivelata inutile,
mentre lui cercava le parole giuste
per confortarmi sapendo quanto
tenevo a prendere il suo posto.

333
“Capisco che ti possa dare fastidio, e
che magari avevi sperato di prendere
il mio posto, ma ci ho riflettuto molto,
e sono arrivato alla conclusione che
questa scelta è meglio per tutti; tu sei
un bravissimo avvocato, ma non sei
simpatico a nessuno, sei rispettato
perché sei temuto, ma credo che tu
non sia ancora pronto per gestire uno
studio intero; sono convinto che
questa sia la scelta migliore anche
per te, così non avrai addosso tutta la
responsabilità che richiede un lavoro
come il mio, tu potrai continuare a
fare il tuo lavoro come hai sempre
fatto e lasciare ogni responsabilità a
qualcun altro, che poi è la cosa
migliore, è un po’ come avere un
amante, si prendono solo i lati
piacevoli del sesso e della compagnia
e si lasciano al marito le noie delle
frustrazioni e delle richieste…” e lo
disse sorridendo, quasi
compiacendosi di ciò che aveva detto
e pensando che con quelle parole non
solo mi avrebbe tirato su di morale
ma addirittura sarebbe riuscito a
convincermi. Il mio stato di
spossatezza e apatia grazie a quelle
parole scomparve definitivamente,
per lasciare il posto ad una tremenda
ira; le mani mi tremavano e la voce
non riusciva ad uscire, avevo gli occhi

334
iniettati di sangue, e come mai prima
mi era successo, sentivo il sangue
scorrere nelle vene come un fiume in
piena, le sentivo esplodere.
“Lo fai solo per garantirti i soldi per
una vecchiaia dorata” ringhiai
rabbioso
“Certo Vittorio, sono nato prima di te
e ti ho insegnato io questo mestiere,
credevi che mi facesse fare le scarpe
da un ragazzino?” e finito di parlare
accostò la sigaretta alla bocca e fece
un respiro profondo guardando il
panorama che si vedeva dalla
terrazza dell’ufficio.
Ero in preda ad uno stato di semi
incoscienza e la rabbia stava
accecando ogni mio pensiero; più lui
parlava più la mia collera aumentava.
Tutto ad un tratto un pensiero mi fece
svanire la rabbia e mi diede una
sensazionale lucidità mentale. Lui era
il problema e lui doveva andarsene
senza che noi patissimo i suoi
pensieri; lui aveva deciso di vendere
lo studio e distruggere i nostri sogni
solo per i soldi che si sarebbe preso
da questa unione. Ma no, dovevo
reagire per il bene dello studio, per il
bene degli altri soci, per i miei sogni.
Guardai giù dal balcone, per vedere

335
se qualcuno stava passeggiando li
sotto, guardai le finestre che stavano
di fronte a noi e tutto ad un tratto
mentre lui era intento a guardare
Milano dall’alto, mi buttai sul suo
corpo, e, con tutta la forza che avevo,
lo spinsi di sotto. Immediatamente
dopo aver dato un piccolo cenno al
corpo volare nel vuoto e schiantarsi
sul marciapiedi, abbandonai il
terrazzo e velocemente mi infilai nel
mio studio senza che nessuno potesse
vedermi. Appena entrato mi lasciai
cadere sulla sedia, ma senza sentire
gravi sensi di colpa, senza il pensiero
di voler tornare indietro nel tempo per
non ricompiere lo stesso atto. Quel
pensiero che continuava a girarmi
intorno, che non l’avevo fatto per me
ma l’avevo fatto per lo studio mi
sollevava da un peso che altrimenti
mi avrebbe distrutto. Sentii un urlo
provenire dalla strada ed in un istante
ripercorsi quello che avevo fatto,
rividi la scena come se a compierla
non fossi stato io, e mi fossi
solamente limitato a guardare, rividi il
suo corpo sbattere contro la piccola
ringhiera che serviva per non fare
cascare le persone di sotto, e la mia
pronta lucidità nel cingergli entrambe
le cosce con la mano sinistra in modo
da fare leva e sollevare il corpo più

336
semplicemente per non fargli opporre
resistenza e fare precipitare il corpo
nel vuoto, rividi la sua faccia stranita
guardarmi spingerlo e il suo non fare
resistenza, rividi il corpo cadere
all’indietro senza un lamento e per
ultimo rividi il suo corpo sfracellarsi al
suolo; il pensiero che ora era li disteso
esanime, ricoperto di sangue e con il
corpo distrutto dall’impatto mi faceva
rabbrividire e mi teneva inchiodato
alla sedia come paralizzato. Di botto
come se fosse scoppiata una bomba
la mia porta si spalancò, e le urla
presero il sopravvento; tutti urlavano
qualcosa, tutti correvano a vedere
incuriositi, lo studio era precipitato in
un tremendo caos. “Ora c’è caos ma
tra poco si calmeranno e capiranno
che tutto ciò è stato fatto per loro,
capiranno che altrimenti avrebbero
perso ciò a cui hanno dedicato una
vita, penseranno ora a questo evento
come ad una disgrazia, ma già
domani, quando annullerò il contratto
di vendita, potranno godere dei
benefici”.
“Vieni Vittorio, vieni a vedere, ma
come fai a stare li impalato, il capo si
è suicidato..” mi urlò qualcuno mentre
passava correndo nel corridoio, e io
pensai che tutto stava andando come

337
avevo pensato, che quel pensiero che
mi aveva annullato la collera e fornito
di una spietata lucidità era stato un
dono dal cielo, “ora tutti penseranno
ad un suicidio, lui stesso aveva detto
che il giorno prima gli era sfiorata
l’idea, lui stesso aveva ammesso di
averci seriamente pensato, gli altri
soci confermeranno e a nessuno
potrebbe mai venire in mente che
possa essere io l’autore di tutto ciò,
mai nessuno lo penserà, soprattutto
da domani quando annuncerò a tutti
che sarò io a prendere il suo posto,
anzi farò in modo che gli altri soci mi
chiederanno di farlo”. Sentii le sirene
della polizia e dell’ambulanza che mi
fecero sobbalzare in piedi per il
terrore; mi fermai sulla porta, cercai
di ricompormi, di smettere di sudare e
di assumere un atteggiamento di
calma e profonda tristezza. “Non mi
possono vedere in questo stato, sono
tutto sudato e non fa caldo, sobbalzo
ogni volta che sento un rumore, devo
calmarmi altrimenti scopriranno tutto
e non sarà servito a nulla; ci vuole
una forte calma, devo sembrare
distrutto dal dolore e devo fare in
modo che si capisca che una cosa del
genere non me la sarei mai aspettata,
ma devo comunque dire che pochi
istanti prima che si suicidasse aveva

338
parlato di qualcosa che poteva farci
pensare a un tipo di gesto simile ma
che nessuno gli aveva dato peso;
devo sembrare assolutamente
sconvolto…”. Appena uscii dal mio
ufficio iniziai a correre nel senso in cui
correvano tutti cercando di
assomigliare a tutti; in pochissimo
tempo fui in strada sommerso da una
folla di persone. La polizia aveva
creato con delle transenne uno spazio
intorno al corpo e dei medici
dell’ambulanza avevano cercato di
dargli un primo soccorso. Le parole si
diffondevano nell’aria cambiando di
volta in volta il significato; dai
racconti sembrava che non fosse
morto subito e che fosse riuscito a
dire qualcosa a chi gli aveva prestato
il primo aiuto, poi invece sembrava
che fosse addirittura riuscito a parlare
con la polizia, c’era chi diceva che
l’aveva visto prendere la mano di un
passante e sussurrargli qualcosa
nell’orecchio, altri dicevano, giurando
di avere visto il corpo cadere, che era
morto all’istante, e altri ancora
raccontavano che lo avevano visto
camminare sul ciglio del balcone
prima di buttarsi di sotto, ma nessuno
pensava che poteva essere stato
buttato giù. Io continuavo a pensare
alle cose che la polizia avrebbe potuto

339
chiedermi, sapevo per via di altri
processi a cui avevo preso parte che
sarebbero arrivati. Da li a pochi
minuti sarebbero venuti a farmi delle
domande, di sicuro qualcuno degli
altri soci mi avrebbe indicato come la
persona a cui aveva confidato le
ultime confessioni, e sulle mie parole
avrebbero basato la loro decisione.

Li stavo aspettando, con la faccia


stranita, come uno che non riesce a
capacitarsi di ciò che sta succedendo.
Mentre ero preso nei pensieri di ciò
che avrei potuto dire, sentii una mano
bussarmi sulla spalla con aria
svogliata e chiedermi se io ero
l’avvocato Vittorio Pace, e appena
prima di dire il mio nome ebbe
un’esitazione, data dal fatto che non
si ricordava il nome, che con
disinvoltura superò leggendolo sulla
sua cartellina. Era un semplice
poliziotto, io mi aspettavo per lo
meno un tenente se non addirittura
un capitano, io ero degno di parlare
solo con loro, e con un tono
perentorio glielo diedi subito a
vedere. Di tutta risposta e sempre
mantenendo quell’aria di chi sta
facendo una cosa solo perché è
costretto mi fece notare che per una

340
semplice domanda non era
necessario scomodare i suoi capi. Mi
chiese se io ero stato l’ultimo a
vedere il morto da vivo, e senza
nemmeno lasciarmi il tempo di
iniziare a raccontargli tutto quello che
mi ero preparato, mi chiese di
rispondere con un si o con un no. Fui
quasi dispiaciuto di non poter testare
tutte le bugie a cui avevo pensato, e
fui ancora più dispiaciuto dal fatto che
non potevo avere la sicurezza di aver
convinto qualcuno della veridicità del
mio discorso, la vedevo come una
prova, una capacità di difesa che mi
avrebbe fatto vincere una causa
senza giudici e tribunali.
“Si” risposi né troppo velocemente,
per non fargli intendere che mi
aspettavo quella domanda, e né
senza pensarci troppo, per evitare di
inculcargli l’idea che stessi cercando
qualche scusa.
“Bene…” si limitò a rispondere lui.
Mostrava molti più anni di quelli che
aveva, e la situazione era aggravata
da una grossa pancia che gli cingeva
il corpo come un salvagente protegge
un naufrago e una forte stempiatura;
l’aria indolente era conferita da un
passo trascinato e una gestualità
lenta, unita ad un tono di voce pacato

341
e poco scandito, come se l’utilizzo di
tutte le vocali e consonanti fosse una
fatica. Si portava dietro una
cartelletta in cui annotava gli appunti
da riferire ai suoi superiori e la teneva
penzolante con tre dita della mano,
lungo il fianco, come se anche quella
fosse così pesante da sfiancarlo.
Naturalmente era in divisa, e anche il
modo di portarla denotava la sua
personalità, si era vestito senza fare
attenzione ai particolari, facendo
intendere a chi lo guardava che
oramai erano passati troppi anni
perché lui potesse fare caso a certe
cose, e non mi sarei meravigliato se
avesse aggiunto anche “lascio ai
giovani poliziotti queste perdite di
tempo…”; aveva la camicia della
divisa sbottonata e i pantaloni troppo
corti che lasciavano vedere le calze
ammosciate su loro stesse. La barba
era fatta con cura, mentre i pochi
capelli che aveva in testa erano
aggrovigliati tra loro senza la
possibilità di scorgere una logica nella
sua pettinatura.
“Perché bene?” chiesi io
abbandonando il mio tono triste e
contrariato per lasciare intravedere
un minimo di paura

342
“Perché questa è l’ultima domanda
che dovevo fare per oggi e ora posso
tornare a casa”
Io non risposi, la sua risposta mi
tranquillizzò abbastanza per smettere
di essere agitato, mi limitai a chiedere
solo se sapeva quando sarebbero
venuti i suoi superiori a sentire la mia
testimonianza, ma lui mi rispose che
non lo sapeva, che tuttavia
solitamente non ci mettevano mai più
di una settimana.

Le persone che si erano raggruppate


intorno al corpo si chiedevano i motivi
di un gesto così terribile, di una scelta
tanto definitiva da non poterci
ripensare, e, quando incappavano nel
mio sguardo, cercavano di
coinvolgermi nella discussione o per
lo meno cercavano dei consensi nel
mio sguardo, ma io imperterrito
proseguivo nel mio tentativo di non
dare corda a nessuno. In fin dei conti
non avrei proprio saputo cosa dire a
riguardo di un suicidio, se tale fosse
stato, non sarei proprio riuscito a dare
una spiegazione logica ad un gesto
così assurdo da cancellare qualsiasi
ricordo di tutta una vita trascorsa. Era
ben lontana da me l’idea di

343
suicidarmi, e mai mi era sfiorata per
la mente l’ipotesi di poterlo fare.
Eppure riuscivo a dare ad un gesto
così illogico una spiegazione logica e
quasi nobile, per me il suicidio era
l’unica vera forma di libertà che
l’uomo poteva conservare per tutta la
vita, la decisione di continuare o di
smettere di vivere, terribile e sublime
al tempo stesso. Ben presto le
discussioni che avevano preso piede
intorno al corpo mi erano diventate
fastidiose e insopportabili; mi
sembravano superficiali, inutili e
qualunquiste, parlavano senza sapere
nulla di ciò che dicevano, mi
sembrava parlassero per sentito dire
o addirittura come se fosse un atto
dovuto spendere due parole per una
persona che ci aveva lasciato, parole
di pena, parole di conforto e
addirittura parole rivolte a Dio per
accoglierlo nella sua grande casa.
Senza dare nell’occhio mi allontanai
da quella scena che per me era
diventata più raccapricciante della
visone del corpo distrutto sull’asfalto
e iniziai a pensare che non sarei
potuto tornare a lavorare come
volevo, avrei dato una pessima
impressione, avrei dato l’idea di
essere cinico e menefreghista; pensai
che la cosa migliore sarebbe stata

344
quella di passare dalla mia segretaria
e con aria affranta dirle che me ne
sarei andato a casa, come a intendere
che era un dolore troppo acuto
rimanere in un posto dove era appena
successa la tragedia di perdere un
collega di lavoro e soprattutto un
amico. Mi avvicinai a testa bassa
quasi piangendo e le annunciai che
stavo per andare a casa; lei si alzò di
scatto e come se avesse avvertito il
forte dolore che stavo provando mi
abbracciò e mi disse di farmi
coraggio. Io la ringraziai sinceramente
perché quel gesto voleva dire che ero
riuscito ad ingannarla, e me ne andai.

Capitolo 23

“Un cielo stellato sopra di me E la legge


morale in me”

345
(Kant)

Uscii sollevato dalla porta del mio


studio, negli occhi avevo ancora la
sua faccia goduriosa che mi
annunciava che non sarei stato io a
prendere il suo posto. Quel suo
sorriso mi rimbalzava in testa
sbattendo da una parte all’altra e ogni
volta che pensavo a lui lo uccidevo
un’altra volta. Una carezza mi sfiorò i
capelli, poi un’altra la giacca e io mi
strinsi di più nel mio cappotto, il
freddo pungente mi faceva rintanare
nei miei vestiti; guardai verso l’alto e
il cielo si stava riempiendo di tanti
fiocchi bianchi. Fui felice e continuai a
camminare sotto la neve. Man mano
che passava il tempo i fiocchi di neve
diventavano sempre più frequenti e
con l’intensificarsi dei fiocchi il
cemento veniva lentamente ricoperto
di un leggero mantello bianco e
candido. Continuai a camminare
fintanto che non trovai un piccolo
parco, e senza nemmeno soffermarmi
sul fatto che facesse freddo mi andai
a sedere su di una panchina, con un
veloce movimento della mano spostai
la neve che si era formata da sopra la

346
panchina, e un brivido di freddo mi
percorse le vene dal polso fino ad
arrivare al cuore. Sentivo freddo per
quello che avevo fatto. Dopo pochi
istanti passati seduto mi sdraiai
completamente e osservai il giardino.
La neve comprendo il terreno dava al
cemento un dolce aspetto candido. Io
pensai alle neve come a Milano e alla
sabbia come a Tinci; la neve candida
per un istante in apparenza e fango
dopo che qualcuno c’è passato sopra,
lucida e naturale appena caduta e
sporca il giorno dopo, la neve mi
conferiva un senso di angoscia e
impotenza, il grigio di Milano avvolto
dal freddo e vestito dalla neve
regalava un’aria di fragilità. Mentre il
caldo e la sabbia di Tinci mi donavano
un idea di libertà. Mi alzai dalla
panchina e con un lieve salto lasciai le
miei impronte nella neve fresca.
Sapevo che l’indomani quelle
impronte non ci sarebbero più state.

Capitolo 24

“Io che l’ho vista piangere di gioia e


ridere, che più di lei la vita credo mai

347
nessuno amò. Io non vi credo lasciatela
stare, voi non potete…”
(Vasco Rossi)

Tre giorni dopo l’accaduto si


presentarono nel mio ufficio due
poliziotti, ed entrarono d’improvviso
senza neanche farsi annunciare dalla
segretaria. Appena li vidi pensai da
principio che fossero due clienti dello
studio, ma subito dopo averli
esaminati mi accorsi che si trattava di
due che con lo studio non avevano
nulla a che fare. Si presentarono
cordialmente qualificandosi, e io, di
risposta, gli dissi di accomodarsi e
aggiunsi che li stavo aspettando. Uno
dei due, il più giovane aveva un
taccuino in mano e si notava dagli
atteggiamenti e dal rispetto che
aveva nei confronti del suo compagno
che nutriva nei suoi confronti una
forte venerazione. Annuiva ad ogni
sua parola e annotava ogni mia
affermazione. Quando il più anziano
dei due si accorse che io continuavo a
guardare il taccuino quasi con
ossessione, mi disse di non
preoccuparmi che era una formalità a
cui non potevano rinunciare per
riportare agli atti la mia testimonianza

348
in quanto io ero stato l’ultimo a
parlare con il deceduto. Io per tutta
la durata del colloquio mi limitai a
rispondere ad ogni domanda, di modo
da non sembrare né reticente né
voglioso di inventare una storia
alternativa. Il più giovane portava
degli spessi occhiali appoggiati sul
naso e si muoveva con aria insicura,
come il figlio che cerca il consenso del
padre in ogni iniziativa personale che
prende, mentre il più anziano era
l’addetto a fare domande e
probabilmente a trarre le conclusioni;
poneva le questione con tono pacato
e rassicurante quasi come se volesse
tranquillizzarmi per estorcermi una
confessione, aveva quella calma che
presagiva a breve una stoccata, una
domanda pungente, un errore nel mio
racconto o qualcosa che mi potesse
contraddire; io mentre parlavo
cercavo di mantenere una
concentrazione altissima in modo da
non cadere nelle astute trappole che
puntualmente mi venivano poste.
Cercai anche di mantenere una calma
apparente sempre facendo notare il
forte dispiacere che questa situazione
mi procurava; dissi loro tutte le cose
che mi ero preparato, con
accuratezza di particolari, facendogli
notare ciò che lui aveva detto prima

349
di suicidarsi e il fatto che era un gesto
talmente inconsulto che nemmeno la
persona più premurosa ed attenta si
sarebbe aspettata un comportamento
del genere. La discussione si
protrasse per oltre un’ora al termine
della quale il poliziotto più anziano,
dopo avermi già stretto la mano e
salutato mi disse che io da questa
situazione e dal suicidio del mio capo
avevo tutto da guadagnarci.
“In che senso ?” chiesi io provando un
tremito nelle gambe e cercando di
prendere tempo per poter dare una
risposta che non facesse traballare
ogni mia affermazione precedente.
“Nel senso più chiaro del termine, in
questi giorni ho avuto un po’ di tempo
per guardare gli affari di questo ufficio
e mi sono accorto che il suo capo
aveva deciso di fare inglobare lo
studio da un altro più grande; poi
stamattina riprendendo ad analizzare
la vicenda mi sono accorto che lei ha
annullato questa fusione. In poche
parole con l’uscita di scena del suo
capo e con l’annullamento di questo
affare lei diventa a tutti gli effetti il
proprietario dello studio, la persona di
riferimento…” e lo disse fissandomi
negli occhi, come se scrutasse ogni
mio movimento per intravedere

350
qualcosa che potesse dare veridicità
alla sua ipotesi.
“Quindi si riduce a tutto questo,
all’accusa di avere fatto tutto ciò solo
per il potere e il prestigio che ne
deriva, ancora peggio abbiamo
chiacchierato un ora cordialmente
solo per arrivare a questa domanda,
tante parole sprecate per me e di
preparazione per loro solo per
cogliermi in fallo; tutto inutile quindi
le cose che ho detto, loro sono entrati
in questa stanza con la convinzione
che non si tratti di un suicidio ma che
io sia l’autore di tutto questo; e ora
sono qui a cercare nelle mie reazioni
una conferma. Patetica poi questa
scena, che con molte probabilità si
erano preparati fin dall’inizio, che
tristezza salutarmi, darmi la mano,
fare finta di uscire e poi buttarmi in
faccia come una ghigliottina il loro
vero scopo della visita, Sciocchi se
credono che io abbia abbassato la
guardia solo perché pensavo di averla
scampata con una cordiale stretta di
mano e un arrivederci..” i pensieri mi
frullavano in testa vorticosamente e
nel frattempo cercavo di trovare la
risposta adeguata a questa accusa
nemmeno troppo velata.

351
“Avrei preferito un milione di volte
essere inglobato dallo studio o
addirittura non fare più l’avvocato e
trovarmi sempre al fianco di un
amico, piuttosto che essere qui con
voi a parlare spiacevolmente di una
persona che ha scelto una via
tremendamente cruenta per
abbandonarci, darei tutto ciò che ho
per poterlo avere ancora con noi…”
risposi io ponendo ancora più
attenzione al tono della voce e ai miei
gesti.
“Immagino” disse lui in modo
beffardo e al tempo stesso contrito,
come se non avesse potuto avere un
altro atteggiamento in quella
circostanza, e come se le mie parole
non avessero dato adito ad altri tipi di
comportamenti.
“Non credo possa immaginarlo…”
dissi io contrariato e abbandonando
quella finta calma che avevo tenuto
per tutta la discussione e fissandolo
come se i miei occhi potessero ferirlo.
“Si sbaglia, io non sono qui né per
giudicarla né per cercare nelle sue
parole una contraddizione, quindi non
si senta accusato o perseguitato, io
voglio solo cercare di capire com’è
andata la vicenda, cercando di non

352
tralasciare i particolari; credo che se
io lo facessi non sarebbe giusto per
nessuno e nemmeno per lei che era
un suo grande amico, e vorrà quindi
certo capire perché si è ucciso…”
disse lui sempre fissandomi negli
occhi quasi come se avesse voluto
vedere oltre e penetrare nel mio
cervello per poter vedere lui stesso le
ultime immagini da me viste.
“Io credo di saperlo…” dissi io
guardando il suo aiutante, solo per
distogliere momentaneamente lo
sguardo.
“Ah si?” esclamò convinto che il fatto
che avessi rivolto lo sguardo verso di
lui lo legittimasse a parlare, ma
appena si accorse che io non avevo
nessuna intenzione di parlare con lui,
e che avevo volto il mio sguardo
casualmente nella sua direzione, si
riposizionò un poco in disparte e
diede un piccolo colpo di tosse come
per fare cadere la sua esclamazione.
“M’illumini…” mi disse con tono
scherzoso l’anziano che analizzava
ogni mio movimento cercando una
qualsiasi prova del fatto che mi stessi
agitando.
“Se sta cercando nei miei gesti una
colpa sappia solo che qualsiasi

353
persona accusata di omicidio
ancorché innocente denoterebbe dei
segni di agitazione…” dissi io per
giustificare l’ansia che stava
avvolgendo la mia voce rendendola
insicura.
“Le ripeto che non sono qui per
accusarla, né per farla agitare, e
francamente non capisco che motivo
ha lei per farlo; io sto facendo solo il
mio lavoro come lei fa il suo” disse lui
con tono paterno, poi guardando
l’orologio mi disse che era tardi e che
sarebbero dovuti andare a parlare con
altre persone. “Facciamo così, lei per
un po’ di giorni provi a rimanere in
città e rendersi sempre reperibile,
così mi potrà spiegare i motivi per cui
secondo lei il suo collega si è ucciso”
aggiunse prima di scomparire nei
corridoi dello studio, e quando finì la
frase a me parve di scorgere un
ghigno, come ad intendere che
potevo mentire fintanto che volevo,
ma che sarebbe riuscito ad
incastrarmi. Il suo aiutante mi salutò,
chiuse il taccuino e con estrema
remissione si chiuse alle spalle la
porta del mio ufficio.

354
Mi avevano spiazzato e non sapevo
come reagire, nei miei calcoli non
sarebbero proprio dovuti venire da
me se non per quattro chiacchiere di
circostanza, invece il fatto che mi
reputassero il primo indiziato mi
destabilizzava completamente e
faceva sì che ogni mio pensiero si
confondesse in mille paure ed
angosce. Senza pensare alzai il
telefono e convocai la segretaria nel
mio ufficio; quando si presentò le dissi
che non ci sarei stato per tutta la
settimana a venire, poiché sarei
tornato da mio padre a Tinci, e
mentre le parlavo mi accorsi della sua
paura, mi sembrava che mi
guardasse come si guarda un pazzo
ed io non facevo nulla per cercare di
farle cambiare idea, avevo lo sguardo
perso nel vuoto e mentre le parlavo
fissavo la parete che avevo di fronte;
la mia voce aveva un suono metallico,
quasi cantilenante e le parole mi
uscivano dalla bocca senza che io
prima le soppesassi e pensassi al
fatto che fossero compromettenti o
meno.
“Si sente bene dottor Pace?” mi
chiese lei che si era avvicinata alla
mia scrivania e mi guardava alla
distanza di pochi centimetri.

355
Io come se sentissi il suo respiro sulla
mia faccia mi destai da quello stato in
cui ero caduto e quando mi accorsi
che era così vicina alla mia faccia
sobbalzai all’indietro sulla sedia.
“Mi scusi…” si affretto a dire lei
“Non si preoccupi, ero immerso in
brutti pensieri…” dissi io
“E’ sicuro di sentirsi bene?”
“Si, sto benissimo, ho solo bisogno di
stare da solo, parto stasera, cerchi di
rinviare tutti gli appuntamenti per
settimana prossima…” poi di colpo
stoppai la mia voce e vedendo che lei
rimaneva nella stessa posizione urlai
un saluto talmente forte che la fece
spaventare, di modo che capisse che
doveva tornarsene nel suo ufficio, o
perlomeno abbandonare il mio.
Appena uscii mi alzai dalla sedia e
guardai lo studio come se fosse stata
l’ultima volta che lo facevo, come se
presagissi una conclusione spiacevole
a quella vicenda.

CAPITOLO 25

356
-O frati,- dissi -che per cento milia
perigli siete giunti all’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
de’ nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste per vivere come bruti,
ma per seguire virtute e conoscenza.- “
(Dante, Inferno XXVI, 85-120)

Decisi che a Tinci ci sarei andato con


il treno, volevo cercare di occupare
tutto il tempo a disposizione in
pensieri che mi avrebbero aiutato in
quella situazione delicata. Fui anche
sul punto di volere scendere qualche
fermata prima per evitare di vedere
mio padre e Giulia che avrebbero
sicuramente capito che qualcosa non
andava bene. Non li avevo avvisati
del mio arrivo e si stupirono molto
quando mi videro, era la prima volta
in parecchi anni che mi ero preso una
vacanza per andarli a trovare. Giulia
come al solito fu così contenta che

357
scoppiò in un pianto di gioia, mentre
mio padre si limitò ad un abbraccio ed
un sorriso. Io ogni volta che ritornavo
a casa provavo le stesse sensazioni di
quando ero bambino, dimenticavo
tutto per lasciare posto ai sogni, mi
abbandonavo agli abbracci di Giulia e
ai consigli di mio padre, solo che in
quella circostanza non riuscivo a
mutare i miei comportamenti, il mio
pensiero era fisso sulle conseguenze
che sarebbero arrivate se mi avessero
considerato colpevole.
Per festeggiare il mio arrivo andammo
fuori a mangiare, e io per tutta la
durata della cena non riuscii a
proferire parola, restavo in silenzio,
sorridendo ogni tanto per dimostrare
che non ero completamente assente
e che partecipavo ai discorsi, e ad
ogni domanda che mi era posta
rispondevo in modo da troncare
subito ogni possibilità di dialogo. A
metà della cena chiesi ad Alfredo se
potevo usare la sua barca. Mi rispose
che non c’era alcun problema e
facendo una battuta mi chiese se mi
ricordavo ancora come si usava, io
sorrisi di malumore, e presi Giulia per
un braccio per portarla con me; lei era
seduta e il mio strattone per farla
alzare la fece quasi cadere dalla

358
sedia. Mi scusai con tutti di non
rimanere lì più a lungo e spiegai che
Giulia ed io avevamo molte cose da
dirci poiché non ci vedevamo da
moltissimo tempo. Giulia mi guardava
allibita, e con tutta la forza che aveva
tolse il suo braccio dalla mia presa
che le stava provocando dolore.
“Ma che fai?” mi disse lei ad alta voce
senza preoccuparsi che tutti
potessero sentirla.
“Volevo solo aiutarti ad alzarti…”
risposi io con un finto sorriso per non
dare a vedere il mio stato d’animo.
“Ma così mi fai male, per poco non mi
facevi cadere…”
Io non le risposi, salutai tutti i presenti
con un veloce gesto della mano e mi
incamminai fuori dal ristorante.
Camminammo a lungo in silenzio,
l’uno di fianco all’altro, senza
nemmeno guardarci in faccia, io ero
assolutamente indeciso se raccontare
tutta la verità o meno a Giulia o fare
finta di nulla ed inventarmi una scusa
per i miei comportamenti. Appena
salimmo sulla barca Giulia si fermò e
mi chiese che cosa mi stava
accadendo

359
“Nulla perché?” le risposi io facendo il
vago.
“Perché hai dei comportamenti più
strani del solito, al ristorante mi stavi
facendo quasi cadere, non hai aperto
bocca per tutta la durata del tragitto
per arrivare fin qui e hai voluto
cambiare strada quando hai visto una
macchina della polizia davanti a te e
non ti si può toccare che sobbalzi ogni
volta che sei distratto; a me
comportamenti tanto normali non mi
sembrano…”
“Sono un poco stressato, ma niente
che non possa passare in questi giorni
riposandomi…” risposi io cercando di
fare un sorriso forzato a metà bocca
che desse veridicità a ciò che avevo
detto.
“A me sembri pazzo, ho sentito di
cosa è successo al tuo collega, mi
spiace, immagino che questa storia ti
abbia toccato molto, non capisco
proprio perché tu non me ne abbia
parlato?” lei si esprimeva in modo
pacato, quasi facendo attenzione alle
cose che diceva, come se avesse
avuto paura di farmi arrabbiare.
“Perché non c’è niente da raccontare”
le risposi io in modo brusco e secco.
“Come al solito…” sbuffò lei.

360
“TI HO DETTO CHE NON C’E’ NULLA
DA RACCONTARE…” gridai io con
tutta la forza che avevo in corpo
come se volessi con un urlo scacciare
via tutti i pensieri che mi
tormentavano.
“Ho capito non c’è bisogno di urlare”.
Io sentivo crescere una fortissima
rabbia in me e sentivo il mio corpo
che lentamente stava perdendo il
controllo; senza motivo assestai un
calcio molto forte ad una panca di
legno su cui Alfredo teneva piegati gli
asciugamani da mare.
“Ma che fai, SEI IMPAZZITO?” urlò lei
“Non mi annoiare anche tu, gliene
posso comprare quante ne vuole di
barche come questa…”
“Come ti permetti di…?”
“Vedi che mi vuoi annoiare anche tu
con questi discorsi futili e banali sui
soldi, avete tutti una mentalità di
provincia vincolata ai quattro soldi
che guadagnate in un mese; se ho
voglia di dare fuoco a questa barca lo
faccio solo per il gusto di comprarne
una nuova.”

Giulia era allibita, mi guardava con un


misto di pietà e rabbia, si vedeva che

361
avrebbe voluto insultarmi e
prendermi a schiaffi per ciò che avevo
detto, ma al contrario, senza dire una
parola fece per andarsene. Io mi
avventai su di lei e la presi per un
braccio.
“TU TE NE VAI SOLO QUANDO DECIDO
IO”
“Ma come ti permetti, chi ti credi di
essere?”
“ Quanto vuoi per rimanere qui una
notte e non assillarmi più?” Lo dissi
con estrema calma, e mentre lo
dicevo presi una mazzetta di soldi e
gliela buttai per terra
“Tu sei solo un poveretto, ti credi
importante solo perché hai raggiunto
un minimo prestigio nel lavoro che fai,
solo perché guadagni molto più di
altre persone, ma questo non ti da il
diritto di calpestare tutto e tutti,
ricordati che quando esci dal tuo
ufficio non vali né più né meno di
tutte le altre persone che ti
circondano.
“Io calpesto tutto ciò che mi va e tu
mi devi portare rispetto, HAI CAPITO
O NO?”
“Guarda come ti sei ridotto, o come ti
hanno ridotto, ti senti così importante,

362
e non ti accorgi che stai perdendo
tutte le persone che hai intorno. TU
NON TI ACCORGI CHE SEI UN
PRIGIONIERO, LE SBARRE DELLA TUA
GALERA SONO I SOLDI CHE TI
PROMETTONO E LE MANETTE SONO
LA TUA AMBIZIONE; COME UN
PRIGIONIERO SEI VESTITO TUTTI I
GIORNI ALLO STESSO MODO E LA
CRAVATTA SARA’ IL CAPPIO CHE TI
DARA’ L’ESECUZIONE. TU NON TI
ACCORGI MA PIANO PIANO STAI
MORENDO, TU NON TI ACCORGI CHE
QUESTA SOCIETA’ TI STA
UCCIDENDO…” e mentre parlava il
suo viso aveva assunto un aria
talmente afflitta e contrita che si era
quasi sfigurato, i suoi occhi erano
rossi di rabbia e pieni di lacrime che
le solcavano il viso ed ogni volta che
una lacrima toccava terra era come
un tonfo assordante che la caricava di
forza nuova per insultarmi; ad ogni
sua lacrima sentivo il terreno che
traballava sotto i miei piedi. La bocca
mentre urlava era storpiata dal dolore
e le parole che pronunciava sembrava
volessero colpirmi come mi avrebbe
potuto colpire una lancia scagliata
con forza.
La concitazione ci aveva fatto
avvicinare uno all’altro a tal punto

363
che lei smise di parlare e iniziò a
colpirmi con dei pugni contro il mio
petto. Io con forza le presi entrambe
le braccia e la scagliai al suolo.
“Cosa ne vuoi sapere tu di rispetto, di
soldi e di successo, la tua unica
ambizione è sempre stata quella di
vendere un chilo in più o uno in meno
di patate, tu non vali niente e non
capisco come ho fatto in tutti questi
anni a stare con te…” e mentre
pronunciai la fine della frase mi voltai
distratto, come se nulla fosse
successo a guardare il mare. Giulia
era rimasta a terra e mi guardava con
un odio che avrebbe potuto portarla a
strangolarmi.
“IO TI ODIO, TI DETESTO, TI odio, ti
odio…” la voce le andava scemando,
come la forza che aveva in corpo; si
rialzò e senza più parlare abbandonò
la barca.

Io dopo parecchi minuti mi girai e


quasi mi stupii di non trovarla più
accanto a me; alternavo momenti di
febbrile agitazione a momenti di
serafica calma che mi facevano
dimenticare tutto quello che stava
accadendo, e come quando ci si
sveglia da un brutto sogno ero

364
nell’inconsapevolezza se ciò che era
accaduto era sogno o realtà. Non
diedi troppo peso alla litigata con
Giulia e senza nemmeno pormi il
problema che il mare stava
diventando pericoloso mi misi alla
guida della barca e la portai fuori dal
porto. Fintanto che i miei pensieri mi
permisero di stare calmo guidai la
barca senza una destinazione, poi
all’improvviso mi ritornò in mente la
faccia di Giulia contratta dal dolore,
presi un remo che si trovava nelle
vicinanze e con tutta la rabbia che
avevo in corpo cominciai a colpire
tutto ciò che mi si presentava
davanti; i vestiti iniziavano ad avere
un peso insopportabile e così nel giro
di pochi istanti mi trovai nudo sulla
prua della barca a sfidare il Vento.
“E’ TUTTO QUI QUELLO CHE SAI
FARE? QUESTA E’ LA TUA MASSIMA
FORZA?”
Stavo gridando, nudo, con ciò che
rimaneva del remo in mano,
brandendolo come se volessi colpire
un fantasma, ed ad ogni colpo inflitto
all’aria la mia rabbia aumentava a
dismisura.
“IO SONO QUI PUNISCIMI SE MI VUOI
PUNIRE”

365
Mentre parlavo guardavo verso l’alto,
avevo la bava alla bocca e la rabbia
stava sfigurando il mio corpo, ero
tutto proteso in avanti contratto dal
dolore e senza patire il freddo sfidavo
la tempesta che stava arrivando; il
mare si stava agitando e la poca
pioggia che all’uscita del porto mi
bagnava appena ora si stava
trasformando in un violento
temporale.
“TU NON MI PUOI FARE NIENTE, TU
NON ESISTI, SE FOSSI ESISTITO
AVRESTI FERMATO LA MIA MANO, SE
FOSSI ESISTITO MI AVRESTI FATTO
CONOSCERE MIA MADRE…”
La barca iniziava a fare fatica a
contrastare le onde, e anche il mio
corpo non era più stabile nel
contrastare il vento.
“FATTI VEDERE SE NON SEI UN
VIGLIACCO, PALESATI E CONFRONTATI
CON ME…”
“HAI PAURA?”
“HAI PAURA DI ME, SAI CHE POSSO
DECIDERE IL DESTINO DEGLI
UOMINI…”
Poi mi accasciai seduto e mi presi le
gambe alle ginocchia per cercare di
proteggermi dal vento e dalla pioggia,

366
che insieme alle onde stavano per
avere il sopravvento sulla barca, che
ormai vacillava e si piegava
vistosamente; passai pochi secondi
rannicchiato, ma la rabbia che avevo
in corpo mi portò nuovamente ad
alzarmi in piedi e ricominciare ad
urlare; gridavo parole senza senso,
gridavo rivolto a qualsiasi persona
che mi potesse sentire, ma non
gridavo per farmi aiutare, gridavo solo
per farmi ascoltare.
“IO SONO DIO…”
“NON TU CHE NON TI FAI VEDERE;
NON PUOI ESSERE UN DIO. IO SONO
DIO CHE STO IN MEZZO AGLI
UOMINI…”
Poi un’onda talmente forte spezzò la
barca in due e mi fece cadere in
mare. Cominciai a nuotare
freneticamente, e più che nuotare i
miei erano colpi sulla superficie per
farGli male, come se il mare fosse
stata la Sua pelle. Nuotavo tenendo i
pugni chiusi dando colpi talmente
forti da provare dolore, piangevo e
continuavo ad urlare, poi vidi un
pezzo della barca di Alfredo a pochi
metri da me e smisi di colpire il mare
e mi impegnai per raggiungerla. Diedi
poche bracciate e con uno slancio,

367
quando ormai ero in prossimità
l’afferrai con tutte e due le mani,
un’onda cercò di portarmela via, ma
io la stavo stringendo così forte da
non lasciarmela scappare; ci salii
sopra senza troppa fatica, mi sdraiai
di pancia e abbracciai il pezzo di
legno come si potrebbe abbracciare
un tesoro da cui non ci si vuole
separare.
Passai parecchie ore in balia delle
onde, il mare come se fosse stato un
toro cercava di disarcionarmi dalla
mia tavola di legno, ma io con tutte le
mie forze cercavo di rimanerci sopra
per dimostrare la mia forza; alle
prime luci mi trovai in mezzo al mare
senza nessun punto di riferimento, il
mare mi aveva portato dove voleva. Il
sonno stava prendendo il sopravvento
e la mia furia si era calmata, pensai
che sarebbe stato meglio se mi fossi
legato alla tavola, così mi girai di
schiena e legai mani e piedi alla
tavola in maniera da non poterla
perdere; era la mia unica salvezza. Mi
addormentai cullato dal mare.
Mi svegliai in mezzo ad un’altra
bufera, avevo sognato che mi erano
venuti a prendere e mi avevano
portato via dalla mia casa, appena
aprii gli occhi lanciai un urlo di dolore

368
e mi accorsi che nulla era cambiato
intorno a me. “Sono uno stupido, ecco
quello che sono, solo uno stupido…”
poi in preda a pensieri atroci mi
addormentai nuovamente solo per
cercare di dimenticare la mia vita,
avrei voluto solo che un’onda
capovolgesse la mia imbarcazione
improvvisata e mi portasse via. Le ore
passavano tra incubi sole e tempeste
e la mia capacità di riconoscere la
verità era svanita, il mio corpo
stremato non opponeva più
resistenza, e avevo perso anche le
forze per liberarmi dalle stesse catene
che io mi ero creato per non perdere
la zattera. Viaggiai notti e giorni, la
mia mente riviveva giorno per giorno
la mia vita fin dai primi passi, mi
sembrava che quello fosse il viaggio
per raggiungere mia mamma, avrei
voluto con tutto me stesso che lei
fosse la meta, avrei voluto anche che
Ettore mi venisse a salvare come da
piccolo, che mio padre con una magia
mi riportasse a terra o che Giulia mi
accompagnasse nel viaggio, “L’unica
cosa che vorrei in questo momento è
Giulia”. Ogni volta che pensavo a lei
mi veniva in mente il suo viso e come
l’avevo trattata prima di naufragare, e
il dolore che provavo per averla ferita
mi straziava talmente che l’unica cosa

369
che volevo era dormire o svenire.
Sentivo delle voci e nel mezzo del
sonno mi svegliavo e intorno a me
vedevo solo mare e mi sembrò di
continuare nello stesso modo per
parecchio tempo finché non mi
accorsi che mi ero fermato su una
riva. Mi ero fermato su una spiaggia
bianca, ma il mio corpo oramai privo
totalmente di forze non mi dava la
possibilità né di slegarmi né di urlare
aiuto. Mi abbandonai rassegnato
senza più speranze finché non mi
accorsi che due persone mi stavano
trascinando per le braccia e il mio
corpo lasciava una profonda scia sulla
sabbia; riuscii ad avere solo la forza
per guardarmi velocemente intorno e
caddi svenuto con la testa reclinata
all’indietro.
Il mio sonno fu accompagnato da
parecchi incubi, vedevo le facce a cui
avevo causato sofferenza passarmi
davanti e volere la vendetta che non
si erano presi quando io avevo fatto
loro del male, mi preoccupavo per
Alfredo a cui avevo rotto la barca e
anche per mio padre che si sarebbe
preoccupato non vedendomi tornare.
Mi alzai e mi ritrovai in una stanzina
buia di pochi metri quadri con una
solo grata per fare passare un po’ di

370
luce e aria e una porta di metallo
pesante che stonava con tutto ciò che
c’era intorno. Iniziai a dare forti pugni
contro la porta e ad ogni mio colpo
rimbombava un rumore assordante.
“C’E’ QUALCUNO?”
“AIUTO…”
“HO BISOGNO DI AIUTO E’ MAI
POSSIBILE CHE NON CI SIA NESSUNO
IN QUESTO DANNATO POSTO”
“…” rimasi in silenzio pochi secondi
ascoltando la quiete, poi ricominciai
con più veemenza e disperazione.
Continuavo a gridare in modo da
farmi sentire, mi sembrava di essere
capitato in un’isola sperduta, e mi
sembrava che nessuno potesse
sentirmi; nel buio provai anche a
rompere la finestrella, ma anche
quella era ben salda con delle sbarre
nel cemento; in preda alla
disperazione con le unghie provai a
scavare un buco nel muro che l’umido
di quella stanza aveva reso friabile,
finché non si aprì la porta ed
entrarono due uomini. Io sorrisi quasi
per ringraziarli, loro mi presero con
violenza e mi buttarono sul letto; in
pochi minuti mi ritrovai ancorato alle
sbarre del letto senza la possibilità di
muovermi. Loro, così com’erano

371
venuti, se ne andarono senza dire una
parola. Io dopo pochi istanti di
stordimento ricominciai a gridare se è
possibile ancora più forte di prima,
gridavo la mia rabbia con delle parole
senza senso.
“COME VI PERMETTETE, VOI NON
SAPETE CHI SONO IO… FATEMI
USCIRE. COSA VI HO FATTO DI MALE;
VI PAGHERO’ VI DARO’ MOLTISSIMI
SOLDI, PIU’ DI QUANTO POSSIATE
IMMAGINARE…”

“…”

“IO VI ROVINO; IO VI ROVINO, MI


AVETE CAPITO?”
“SE ESISTE UN DIO VI PUNIRA’”

“…” sempre più spesso facevo delle


pause per recuperare la voce,
prendere fiato, e ascoltare un
qualsiasi rumore che mi fosse d’aiuto.

“ACQUA…”
“ACQUA, HO BISOGNO D’ACQUA” mi
sembrava che gridando cose con un

372
senso avessi potuto destare
l’interesse di qualcuno.
“STO MORENDO DI SETE… C’E’
NESSUNO IN QUESTO
MALEDETTISSIMO POSTO?”

“…” Sentii dei passi che si


avvicinavano alla porta, sperai con
tutto me stesso che stessero venendo
da me, ma invece che fermarsi alla
mia porta continuarono a camminare
lungo il corridoio. Lanciai un urlo
talmente forte e disperato, che sentii i
passi affrettarsi e tornare nella
direzione della mia porta. Sentii la
voce di una donna che diceva di
sbrigarsi ad aprire la porta, poi il
rumore del chiavistello, e finalmente
la luce entrare dalla porta. Appena la
donna entrò nella mia stanza mi
sembrò di essere diventato pazzo, e
senza riuscire a bloccare le parole
dissi:”Mamma”. Poi però mi accorsi
subito che non era possibile e per
scusarmi dissi che l’avevo scambiata
per un’altra persona. Ci fu un attimo
di silenzio, e prima che lei potesse
dire qualcosa io scoppiai a piangere e
le chiesi dove mi trovavo. Lei non mi
rispose mi disse che ero al sicuro, che
avevo viaggiato tanto in mare da

373
solo, che era un miracolo che mi fossi
salvato, che avevo bisogno di
medicine per rimettermi in sesto e
che appena avessi ritrovato la lucidità
per affrontare un discorso mi avrebbe
spiegato ogni cosa, aggiunse però che
mi dovevo calmare, che dovevo
smetterla di urlare, che il mio fisico
aveva assoluto bisogno di riposo.
“Si ma perché sono legato come un
prigioniero?”
“Perché di notte fai dei brutti sogni e
cerchi di farti del male da solo, così
quando sentiamo che ti svegli
veniamo ad assicurarci che tu non ti
riesca a provocare dolore”
“Ma da quanto tempo sono qui?” dissi
io non spiegandomi come facesse a
sapere lei dei miei incubi
“Da più di una settimana…” mi
rispose lei con aria affettuosa.
Io rimasi ammutolito, era passato così
tanto tempo senza che io me ne fossi
accorto, lei mi disse, sempre usando
un tono lieve di voce che era arrivata
l’ora che io dormissi; io annuii con la
testa e prima che si chiudesse la
porta alle spalle la fermai con un
gemito. Lei si voltò di scatto e fece
un passo verso di me.

374
“ Ti prego ogni tanto vienimi a
trovare…” dissi io con un tono
supplichevole
“Certo che verrò…”
“Grazie” poi chiusi gli occhi e mi
addormentai sperando che quello che
stavo vivendo fosse solo un incubo
da cui mi sarei presto svegliato.
Mi svegliai con la consapevolezza che
un sogno non era, mi alzai di scatto
emettendo un forte urlo e facendo un
profondo respiro che decretava la fine
del mio incubo, ma subito mi pentii di
averlo fatto; il cuore mi cominciò a
battere per la paura che mi avessero
sentito e venissero nuovamente a
legarmi al letto. “Non mi faccio del
male, giuro che non mi farò del male”
lo ripetevo tra me e me per
scongiurare il pericolo che entrassero
e mi ricostringessero ad un riposo
forzato. Sentii dei passi in corridoio, e
per la paura che entrassero nella mia
stanza, mi andai a nascondere dietro
il letto rannicchiato con le ginocchia
tra le braccia e tremante di
paura,”tutto, ma legato a letto no;
non mi farò più del male”.
Fortunatamente nessuno aveva
sentito il mio grido così dopo parecchi
minuti rannicchiato nascosto dietro a

375
letto mi alzai per esaminare la stanza
in cui ero stato chiuso. Nel gesto di
alzarmi provai un forte dolore alla
gamba sinistra che mi faceva
zoppicare in maniera vistosa; mi
sedetti sul letto e analizzai la gamba
e la trovai smodatamente gonfia e
livida all’altezza della caviglia; pensai
di avere preso un colpo e non ci feci
troppo caso, mi premeva molto di più
capire dove ero finito. Ero chiuso in
una piccola stanza angusta, fornita di
una porta, un letto e una finestrella;
dalla feritoia filtrava un po’ di luce e
pensai che se avessi posto il letto
sotto sarei riuscito a guardare fuori;
presi il letto dalle gambe e con tutta
la forza che avevo lo trascinai fino a
sotto la finestra, ci misi più del
previsto per via del fatto che il dolore
non mi dava stabilità. Nello spostare il
letto non mi accorsi del rumore che
stavo facendo, ero troppo eccitato
dall’idea di capire dov’ero per potervi
fare attenzione. Con fatica salii sul
letto, appoggiai le mani alle grate, e
come un prigioniero che assapora la
libertà, chiusi leggermente gli occhi
prima di vedere fuori. Purtroppo
quando li aprii mi accorsi che davanti
a me un cespuglio mi precludeva la
possibilità di guardare oltre. Mi ero
immaginato il mare, una grande

376
spiaggia di sabbia bianca e tanti
alberi, invece mi dovetti accontentare
di un cespuglio rigoglioso che mi
nascondeva sia il mare che la
spiaggia. La mia porta si spalancò di
colpo e i due uomini che la sera prima
con forza mi avevano legato al letto si
avventarono su di me.
“Fermatevi, vi prego, volevo solo
guardare fuori…” dissi io cercando di
mantenere un tono pacato per fargli
capire che ero in me e non stavo
delirando, ma loro senza badare alle
mie parole, come il giorno prima, mi
scaraventarono sul letto, mi legarono
a esso e se ne andarono senza dire
una parola. Pochi istanti dopo
rientrarono con delle medicine e io
appena vidi che uno dei due teneva in
mano a bella posta una siringa, iniziai
a dimenarmi di modo che non
riuscissero nel loro intento; più loro
cercavano di tenermi fermo usando la
forza, più io mi dimenavo e urlavo con
tutto il fiato che avevo in corpo.
Mi calmai solo quando entrò la stessa
ragazza che il giorno prima mi aveva
promesso che sarebbe tornata a
trovarmi. Guardandola capii perché il
giorno prima l’avevo scambiata per
mia mamma e pensai che
effettivamente aveva un viso che la

377
poteva richiamare e che io non ero
impazzito.
“Perché mi trattate così?” le dissi con
tono misto tra il supplichevole e
l’affannato per gli sforzi che stavo
sostenendo dimenandomi.
“Queste sono medicine che ti servono
per guarire, in particolare questa
siringa serve contro il dolore che
sicuramente starai provando, non ti fa
male la gamba?” e mentre mi parlava
mi asciugava il sudore in viso con un
fazzoletto bianco ricamato.
“Ma che modo è questo di farmi del
bene, se solo mi avessero detto le
cose che mi stai dicendo tu, non avrei
fatto tutto questo baccano…”
“Li devi scusare, loro sono fatti così,
parlano poco e mal volentieri, ma
sono loro che ti hanno salvato, e sono
loro che si stanno prendendo cura di
te…”
Io li guardai attentamente come per
cercare nella mia mente due facce
conosciute, ma assolutamente le loro
facce non mi dicevano nulla, però le
parole di quella ragazza ora mi aveva
fatto cambiare opinione e
tranquillizzato, così mi rilassai
completamente e mi lasciai fare
l’iniezione. Prima che abbandonassero

378
la stanza chiesi se mi potevano
slegare poiché solitamente dormivo
su di un fianco, loro si guardarono a
vicenda, poi uno dei due si avvicino al
letto e mi liberò, sorridendo
paternamente, sia le mani che i piedi.
Dopo pochi istanti mi addormentai.

Come oramai da tanto tempo a


questa parte mi svegliai con l’ansia
dovuto agli incubi e la fronte madida
di sudore. Appena aprii gli occhi la
visione di quella delicata ragazza mi
rasserenò molto.
“Come ti chiami?” le chiesi io quasi
spaesato
“Beatrice”.
Poi mi abbandonai alle sue cure, lei si
prendeva cura del mio corpo come
una mamma può fare con il suo
bambino; mi lavava la pelle con uno
straccio umido e mi portava i ricambi
dei vestiti; io mi lasciavo cullare dai
suo trattamenti e il piacere di quelle
abluzioni appena sveglio
contrastavano piacevolmente con gli
incubi notturni.
“Credo che sia arrivato il momento
che tu esca da questa stanza” disse
lei.

379
“Grazie del mazzo di fiori” le risposi
io, accorgendomi che sotto la finestra
era stato portato un vistoso vaso
colmo di fiori azzurri
“Non sono stata io, è stata un’idea di
Aldo, uno dei due ragazzi, per
abbellirti un poco la stanza”
“Sono proprio belli, non ho mai avuto
dei fiori nella mia stanza, o forse non
ci ho solo mai fatto caso”
Lei sorrise ne prese uno e se lo mise
tra i capelli.”Ora ti lascio qualche
minuto per vestirti e poi ti
accompagno a fare un giro, così
cammini e prendi un po’ d’aria…”
Io indossai lentamente la biancheria
pulita che mi era stata appena
portata, non era nulla di che, però mi
donava un aria semplice e rispettosa;
si trattava di un vecchio pantalone a
righe e di una maglietta con la
scollatura. Impiegai parecchio tempo
ad infilarmi i pantaloni per via della
gamba che non reagiva più ai miei
comandi come il resto del corpo, era
come se fosse diventata una parte a
se stante. Quando fui pronto uscii
dalla stanza e trovai Beatrice ferma
ad aspettami.
Iniziammo a camminare molto
lentamente e io trascinavo la gamba

380
come fosse stata un sacco della
spazzatura; appena fummo all’aria
aperta la prima cosa che cercai fu un
bastone per aiutarmi a camminare.
“Ti fa male?” mi chiese lei
guardandomi zoppicare
“Si”
“Le medicine ti danno sollievo?”
“Si, ma faccio fatica a camminare” poi
guardai un promontorio e le chiesi se
potevamo andare fin lassù. Mi chiese
se me la sentivo di fare una
passeggiata così lunga e io le risposi
che volevo vedere il mare. Quando
arrivammo in cima mi si presentò un
panorama fantastico. L’isola era
abbastanza piccola, costruita solo in
parte e una spiaggia bianca faceva
da cornice ad un quadro fantastico,
noi eravamo nel punto più alto
immersi nel verde e nei colori,
camminammo fino al punto in cui la
mia condizione me lo permise, poi
quando fui stremato e sentii che il
mio corpo mi stava abbandonando le
chiesi se ci potevamo fermare. Mi
lasciai cadere in un manto di erba
soffice e delicato che attutì l’impatto
del mio corpo con il terreno, avevo
calcolato male le distanze e l’unica
gamba buona non aveva retto il peso

381
del mio corpo. Eravamo contornati da
gelsomini, palme e da strani fiori che
sembravano aver trovato un posto
fantastico dove crescere, talmente
erano belli e rilucenti di colori. Con
una mano toccavo i fili d’erba
inumiditi dalla brezza del mare e con
l’altra mi reggevo seduto. Beatrice mi
sedeva accanto con occhi abituati a
quello spettacolo, guardava quel
panorama con amore e con distacco
come se fosse stato parte di se e
come se lo conoscesse a memoria.
“Domani ti presenterò alcune
persone” mi disse dopo un lungo
periodo di silenzio. Io non le risposi,
l’idea di conoscere delle persone non
mi allettava molto, ma visto che era
lei a chiedermelo, ogni cosa mi
sarebbe andato bene; poi, come se
tutti i pensieri della vita che avevo
trascorso mi fossero tornati in mente,
con ansia e timore le chiesi se me ne
potevo andare da quell’isola. Lei mi
rispose che me ne sarei potuto
andare quando sarei stato pronto ad
affrontare il viaggio di ritorno e che
ora non sarei mai sopravvissuto ad un
viaggio come quello che avevo fatto
per arrivare fin lì. Poi mi tornarono in
mente i miei affari e il mio lavoro e a
bassa voce quasi vergognandomi le

382
dissi che io sarei dovuto tornare a
lavorare, che avevo ancora molte
cose da fare e che era un periodo
delicato per lo studio. Lei mi rispose
che avrebbero potuto cavarsela
benissimo anche senza di me con un
tono duro come ad intendere di
smettere di pensare al mio ritorno,
così io per non farla innervosire
abbandonai l’argomento ma non il
pensiero. Il piacere di stare in mezzo
alla natura svanì nel momento in cui
Beatrice mi disse che dovevo
prendere le mie medicine e che
saremmo dovuti tornare. Io annui e
tornammo da dove eravamo venuti
senza scambiare una parola. Appena
ebbi assunto le medicine mi
riaddormentai in un profondo sonno.
Cominciai a pensare a mio padre e a
quanto poteva essere disperato per la
mia scomparsa, a Giulia, e a tutti
coloro che potevano essere in pena
per me, riflettendo però mi accorsi
che in pena per me sarebbe stato solo
mio padre, per colpa di tutti i torti che
avevo fatto alle persone che
conoscevo e che avevo calpestato
solo per inseguire un successo
effimero, anzi pensai che forse anche
lui poteva essere sollevato dalla mia
assenza e sentirsi liberato da un figlio
per gran parte della sua vita aveva

383
cercato di nascondere il passato
provinciale.

Mi svegliai la mattina presto con la


voglia di sistemare quella stanza
abbellita solamente da un mazzo di
fiori, così iniziai a cercare Aldo per
chiedergli di darmi una mano ad
imbiancare la stanza, o perlomeno di
fornirmi gli attrezzi per farlo. Quando
Beatrice venne nella mia stanza
convinta di trovarmi sveglio, si stupì
molto del lavoro che avevamo fatto.
Ero riuscito addirittura a rompere con
una piccozza la feritoia e a
trasformarla in una grande finestra da
cui potevo osservare il mare. Come
seconda cosa avevo tagliato a zero il
cespuglio per permettermi di poterlo
guardare. Aldo mi aveva aiutato
molto, era un ragazzo molto forte e
con buona volontà, credo che senza di
lui non sarei mai riuscito a fare molti
dei lavori pesanti che avevamo fatto,
quali spaccare il muro per avere più
vista. In una pausa ero anche riuscito,
con un piccolo coltello da cucina, a
levigare il bastone che mi aiutava a
camminare e a donargli una forma
quasi piacevole.

384
“Ora si che sto meglio…” le dissi
appena la vidi mettendo in evidenza il
bastone e facendo un ampio gesto
con la mano come a mostrare tutto il
lavoro che avevamo fatto.
“E’ decisamente meglio…” rispose lei
allibita e contenta per ciò che
avevamo fatto, “tu come stai?”
aggiunse poi per sincerarsi delle mie
condizioni.
“Benone” le risposi io raggiante e
compiaciuto dal lavoro fatto “Non
credevo che si potesse trarre così
piacere da dei lavori manuali, per la
prima volta in vita mia ho costruito
qualcosa che si può toccare…”
“E i tuoi sogni?
“Stanotte non ho avuto incubi, però
ho sognato di fare una lunga
chiacchierata con mio padre, che mi
chiedeva il motivo di certe mie brutte
azioni, non è stato un incubo, ma
quasi” dissi io mimando il quasi con
un gesto delle mani.
“Ora vestiti che ti porto a conoscere
un po’ di persone…”
Aldo ci salutò e io lo ringraziai molto
per il prezioso aiuto, mi vestii, e nel
giro di pochi minuti mi trovai seduto
contornato da almeno dodici persone

385
che volevano sapere chi fossi. Il
colloquio cordiale durò per più di due
ore e io cercai a grandi linee di
spiegargli la mia vita e il mio impiego;
loro sembravano molti attenti e
interessati a ciò che dicevo, così mi
risultò anche semplice parlare
ininterrottamente per tanto tempo.
Quando fui fuori da quella stanza
Beatrice mi chiese come mi erano
sembrate, e io, risposi un vago
“bene” e le chiesi se mi poteva
riportare nel posto in cui eravamo
stati il giorno prima.
Da quando ero arrivato in quell’isola,
mi piaceva ritagliarmi degli spazi di
tempo in modo da dare un certa
abitudine ai miei comportamenti.
Aspettavo sempre la stessa ora per
andare a fare la passeggiata e da
principio una volta al mese, poi
sempre più spesso avevo trovato
piacevole intrattenermi in lunghe
chiacchierate con persone differenti
che incontravo sempre nella stessa
stanza in cui mi ero presentato alle
dodici persone.
Passavo giornate intere seduto a
guardare il mare o sdraiato a
osservare le nuvole rincorrersi, mi
davano una piacevole sensazione di
libertà, e altrettante ore nella mia

386
stanza a lavorare il legno, avevo
trovato un piacere incredibile nella
manualità; ogni giorno Beatrice mi
accompagnava in qualche posto
nuovo a visitare l’isola e da quando si
era accorta del mio interessa mi
portava a vedere posti sempre più
belli. Da quando ero arrivato lì solo
due volte avevo cercato di scappare,
via mare, per ritornare alla mia
vecchia vita che ogni tanto con
nostalgia mi tornava in mente, ma
tutte e due le volte ero stato preso e
riportato nella mia stanza ancora
prima di mettere un piede in acqua.
Solo a distanza di tanto tempo avevo
capito che ripercorre il viaggio a
ritroso avrebbe avuto una pericolosità
realmente grande, e d’altronde dopo
quelle due volte non avevo nemmeno
più accusato scatti d’ira o di odio tali
da farmi dimenticare tutto ciò che mi
circondava e farmi cercare una strada
nuova. Con Beatrice avevo instaurato
una amicizia particolare, lei mi stava
insegnando a pensare con calma e
razionalità, mi ascoltava e mi
consigliava, io spesso le parlavo di
Giulia e di mio padre, specialmente
negli ultimi tempi in cui di notte mi
veniva sempre a trovare in sogno.

387
Un giorno, seduti sul promontorio ad
osservare il mare, le chiese se le
potevo parlare di una certa questione
e lei annuendo mi disse che sapeva
già cosa volevo raccontarle.
“Come fai a saperlo?” le dissi io
preoccupandomi
“Perché di notte parli e spesso urli e
diventa difficile non stare ad
ascoltarti, anche chi, come me, non
vorrebbe farlo, è costretto a
sentirti…”
“Io te lo voglio raccontare lo stesso”
le dissi io guardandola negli occhi e
sentendo il mio cuore battere
all’impazzata.
“Non c’è bisogno che tu ricordi, ora
non ci devi più pensare” disse lei con
il solito tono a cui non sapevo
rispondere e poi vedendomi sorridere
mi chiese il motivo.
“Perché di solito quando guardavo il
tramonto pensavo sempre alla fine di
una giornata di lavoro, mentre ora al
contrario lo guardo come uno
spettacolo pieno di fascino, mi
sembra un quadro dipinto dal cielo
con le nuvole che assumo tutte le
tonalità dei colori dal rosa all’azzurro.
Ora vorrei avere dato più importanza
a tutti quei tramonti che mi sono

388
perso. Sai sto bene, sto bene come
mai lo sono stato nella mia vita”.
Lei si alzò di scatto e mi disse di
seguirla che mi avrebbe mostrato un
posto da cui il tramonto si poteva
vedere ancora meglio, mi prese la
mano e tirandomi mi faceva fretta
affinché fossimo riusciti a vedere da
quel posto l’ultima parte del
tramonto, quando il sole si rinfresca
nel mare. Io a fatica saltellando sulla
gamba buona la seguivo non capendo
dove mi volesse portare, finché non
arrivammo in un punto in cui la strada
finiva e per passare bisognava
arrampicarsi su un pezzo di roccia.
“Non ce la posso fare” le dissi io con
aria dispiaciuto vedendo che ci
teneva molto
“Ti prego” mi rispose lei
supplicandomi con gli occhi.
Lei saltava da un masso ad un altro
incurante che sotto di noi ci fosse il
vuoto, mentre io la seguivo a fatica
cercando di posizionare i piedi con
attenzione per evitare di scivolare; lei
continuava ad incitarmi e a dirmi di
fare presto, e io per non deluderla
facevo del mio meglio per seguirla.
Arrivammo fino ad un punto in cui
bisognava fare un piccolo salto per

389
andare dall’altra parte, Beatrice si
fermò e mi disse di andare per primo,
io feci un respiro profondo e poi con
tutta la forza che avevo nella gamba
buona feci un salto che mi permise di
atterrare dall’altra parte, poi mi
sorrise si preparò a fare anche lei il
salto e nella rincorsa perse l’equilibrio
franando nel vuoto. Io con uno scatto
le afferrai la mano, ma mi sbilanciai
facendo forza sulla gamba non sana e
mi ritrovai a tenerla per una mano
con lei che penzolava nel vuoto. La
gamba mi faceva un male atroce ma
se avessi perso l’appoggio avrei
dovuto mollare la presa, Beatrice mi
guardava senza urlare o lamentarsi,
ma solo sorridendomi, e continuava a
ripetermi che ora ero pronto per
intraprendere il viaggio di ritorno. Io
le dicevo di stare zitta e di non
mollarmi la mano, mi assalì il panico,
la gamba mi stava cedendo e io non
volevo mollare la presa per nessun
motivo la mondo; sentendo scivolare
la mano l’afferrai anche con l’altra
abbandonando quel poco di appoggio
che mi era rimasto. Sentivo
lentamente scivolare la presa, lei
continuava a sorridere e io le ripetevo
che se fosse caduta lei sarei cascato
pure io, le continuavo a ripetere che
non l’avrei abbandonata.

390
“SE VAI GIU’ TU, VENGO GIU’ ANCHE
IO, HO PERSO TROPPE PERSONE
NELLA MIA VITA PERCHE’ SONO
STATO EGOISTA, NON POSSO
PERDERE ANCHE TE…” gridavo
piangendo per la disperazione e non
capendo perché lei sorridesse; avrei
dato la mia vita per la sua se solo me
lo avessero chiesto.
Con tutta la forza che avevo in corpo
cercai di fare oscillare il corpo di
modo da riuscire a gettarlo su un
spiazzo formato da una roccia
sottostante e spostato di molto dalla
nostra posizione. Nel farla oscillare
persi completamente l’equilibrio, la
gamba mi abbandonò completamente
e caddi nel vuoto con lei.
Appena toccai terra mi sentii morire,
senti che ogni parte del mio corpo si
era disintegrata, tuttavia per la
disperazione e per il dolore di non
essere riuscito a metterla in salvo,
cercai Beatrice con gli occhi senza
trovarla prima di svenire
definitivamente.
Mi risvegliai nello stesso letto in cui
mi ero svegliato la prima volta che
ero arrivato lì, la stessa stanza, non
capivo come mai avevano cementato
nuovamente la finestra e rimesso le

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sbarre, non riuscivo a capire come
mai fosse tornato tutto come prima,
tutti i lavori che io avevo fatto in
quella stanza, tutti i miei oggetti in
legno. Provai a parlare chiedendo
aiuto, ma il mio corpo era
immobilizzato in una prigione; non mi
potevo muovere e la mia voce non
usciva; mi erano rimasti solo gli occhi
per guardare quello che mi stava
capitando intorno. Scorsi Aldo ai piedi
del mio letto e non capii perché era
vestito da guardia, cercai di fargli un
sorriso, ma lui mi guardava con
fredda pietà; il mio corpo era una
tempesta di emozioni, ma non
riuscivo a dimostrarne nemmeno una,
mi stavo rodendo dal dolore e la
paralisi non lo lasciava trasparire.
Sentii la voce di una donna e la
riconobbi immediatamente, avrei
voluto abbracciarla, avrei voluto
stringerla a me, mettermi in ginocchio
e chiederle perdono per l’ultima volta
che l’avevo vista e tratta male. Giulia
parlò con la guardia e gli chiese se
poteva parlarmi e se io ero cosciente.
“Come amore mio? Perché mai chiedi
se sono cosciente?” i pensieri mi
stavano uccidendo più del dolore
fisico. Giulia si mise in ginocchio
vicino al mio letto con le mani giunte
e con aria remissiva.

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“Ciao Vittorio” esordì lei con voce
roca e triste “ spero che tu mi possa
sentire, spero che tu capisca le mie
parole, tuo padre mi ha detto che
parli come parla un pazzo e non
capisci ciò che ti si dice, mi ha anche
detto di stare attenta e assecondarti,
ma io avevo assolutamente bisogno
di vederti e di spiegarti il motivo per
cui in questi ultimi quindici anni non
sono mai venuta a trovarti…” poi
come in preda ad un rimorso che non
la lasciava continuare si fermò, tirò
fuori dalla tasca un fazzoletto e si
asciugò le lacrime. Poi si girò verso la
guardia e disse che non riusciva a
continuare, si alzò di scatto e uscì
piangendo quasi di corsa per non farsi
vedere da me. Io non capivo, cercavo
risposte nella mia mente e non le
trovavo, Giulia aveva parlato di mio
padre, di quindici anni, si era scusata
di non venirmi a trovare; “ma come
potevi amore venirmi a trovare, sono
io che ti ho abbandonata; poi perché
dici che sono pazzo, non sono mai
stato così felice in vita mia; prima ero
pazzo, quando non mi ero accorto che
stavo abbandonando la cosa più
importante della mia vita per futili
motivi, prima ero pazzo quando
credevo nelle cose sbagliate; non ora,
amore mio, che ho trovato una pace

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interiore, che ho scoperto quanto sia
bello vivere” ma la voce, anche se
all’interno del mio corpo rimbombava
con una forza mai vista, di uscire non
ne aveva nessuna intenzione.
Poi lei dopo pochi istanti rientrò e mi
accarezzo la fronte; continuava a
ripetere tra se e se il perché lo avessi
fatto, poi fece un sospiro come per
prendere coraggio e ricominciò a
parlare.
“Non ti ho voluto nemmeno sentire
nominare per così tanti anni, e ora
guarda come ti trovo; devi capire che
non riuscivo proprio a venirti a
trovare qui dentro, non lo potevo
sopportare Vittorio, Lo capisci?” e
mentre parlava serrava i pugni e
teneva le lenzuola, che ricoprivano il
mio corpo immobile, strette nelle
mani, come per dare voce alla rabbia
e al dolore che stava provando. Io la
guardavo e cercavo di capire, volevo
che continuasse il suo racconto,
volevo rendermi conto se il pazzo ero
io o era lei. Avrei voluto urlarle di
continuare, di finire il discorso.
“Io ero rimasta così male l’ultima
volta che ci siamo visti, non ci volevo
credere che la polizia era venuta a
prenderti al porto, non volevo credere

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che fosse venuta li per te,
accusandoti di un delitto che tu avevi
commesso; ho impiegato così tanti
anni per farmi passare l’immagine di
te in manette mentre ti portano via,
l’ho sognato così tante volte, ho
pianto così tante volte per quello che
tu avevi commesso. Ti ho odiato con
tutte le mie forze, ho cercato in tutti i
modi di dimenticarti, fino a ieri,
quando ci ha chiamati questo
maledetto ospedale psichiatrico per
dirci che avevi cercato di ucciderti…”

Io mi sentii quasi sollevato, la mia


mente in qualche modo aveva
sperato che Beatrice non fosse caduta
con me, o addirittura non fosse mai
esistita e fosse stata solo
un’invenzione frutto della mia pazzia;
il pensiero di averla lasciata andare
mi tormentava ancora di più della
paralisi, e ora pensare che lei non
fosse morta mi dava soddisfazione e
piacere, incredibilmente trovavo
conforto nell’idea che avevo cercato
di uccidermi.

Giulia continuava a parlare, a


spiegare il motivo per cui non aveva
osato mettere piedi in questo

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ospedale, del processo, della
condanna per il mio peccato e della
mia insanità mentale, io lentamente
smisi di ascoltarla, il mio corpo mi
stava abbandonando, e riuscii
solamente a esprime tutto il mio
dolore in una lacrima.

FINE

Luigi M. Libroia

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