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TESINA DI LETTERATURA ITALIANA

IL DECADENTISMO E GIOVANNI PASCOLI


(il tema del “nido” nella poesia “Lavandare”)

Gli anni durane i quali il petrolio prese il posto del carbone e l’energia
elettrica si sostituì al vapore sia nelle industrie che nei trasporti, furono gli
anni del Decadentismo.
Il Decadentismo fu una corrente artistica che ebbe origine e che
successivamente si diffuse in Europa tra il 1870 e il 1920; nacque dalla crisi
dei valori e delle idee in cui avevano creduto i romantici (ideali di patria,
spirito religioso, tradizione popolare).
I Decadenti non avevano fiducia nella ragione; si sentiva così l’esigenza di
scavare altre realtà allo scopo di raggiungere aspetti più nascosti, più
profondi, sentiti più come veri. L’insoddisfazione del mondo circostante, che
la ragione non bastava più a spiegare, spingeva quindi le coscienze verso
dimensioni diverse: spirituali, metafisiche, inconsce, cioè lontano dal reale.
Perciò i Decadenti furono dominati dall’ansia di evadere dalla realtà: avevano
nostalgia della vita primitiva, sognando un ritorno all’infanzia, vista come
un’età magica.
I Decadenti, inoltre, erano individualisti e quindi i personaggi delle loro opere
esaltavano il proprio io, dando ascolto alle voci segrete dell’inconscio.
In Italia, gli autori che meglio rappresentarono la corrente letteraria del
Decadentismo furono i poeti Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio, e gli
scrittori Italo Svevo e Luigi Pirandello.
Giovanni Pascoli, nella poesia “Lavandare”, descrive una grigia e
desolata atmosfera che avvolge il paesaggio autunnale triste e spoglio: in un
campo arato solo per metà, da cui sale la nebbia del mattino, è stato
abbandonato un aratro e dal canale vicino giungono voci di donne che
cantano una lunga cantilena mentre, piegate sul ruscello, lavano i panni. E’ un
canto di nostalgica tristezza perché l’uomo amato non ha fatto ritorno ed è
ancora lontano; per cui i temi dominanti sono l’abbandono e la solitudine, con
l’aratro che, nella strofa finale, diventa il simbolo di una donna abbandonata
da un uomo che non tornerà.
La vita di Giovanni Pascoli infatti, è stata segnata da drammatiche vicende e
da gravi sventure (egli perde nel giro di poco tempo i tre capisaldi della
famiglia: prima il padre, dopo la madre e la sorella maggiore).
Pascoli, quindi, sviluppa un senso quasi religioso della famiglia, sulla quale si
basa buona porta della sua produzione personale: la famiglia rappresenta la
sicurezza, la gioia, la serenità, la difesa dal male.
Nella concezione pascoliana, quindi, la famiglia è un luogo chiuso e sicuro, al
cui interno si trova il bene, il calore, l’affetto, la pace; mentre il male preme
all’esterno, un male che si identifica con tutto ciò che possa turbare la serenità
e l’armonia della famiglia. Da qui la concezione della famiglia come “nido”,
cioè come luogo chiuso ed accogliente.
Ogni occasione è buona per il Pascoli a ricordare “il nido” e a rifugiarsi
attraverso il ricordo: egli infatti, si sente costretto anche da adulto a vivere in
una realtà ostile e per questo ama fuggire nel ricordo del passato: la madre, le
voci delle persone amate rivivono come per incanto ed egli si abbandona
all’onda della memoria, isolandosi dall’esterno per chiudersi in se stesso fino
a tornare bambino, unico modo per rivivere quei giorni, quelle circostanze
con gli stessi sentimenti e le stesse sensazioni d’allora. Il ricordo è allora il
mezzo della fuga dalla realtà.
In sostanza quindi, Pascoli appare come un uomo segnato profondamente
dalla sua triste vicenda esistenziale; il suo limite principale può essere
considerato quello di non aver saputo trovare la forza di superare i suoi
traumi infantili e ricercare nuovi e positivi valori di vita. Per cui manca in lui
la reazione e si abbandona quindi al vittimismo.

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