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La Rivoluzione Francese - ​Dai “ceti” alla “nazione” 

(L’argomentazione storica 2, pp.136-152)


Dall’ammutinamento  del  terzo  stato  ha  inizio  la  Rivoluzione  Francese  che, 
attraverso  un  moto  rivoluzionario,  mirava  a  trasformare  radicalmente 
(soprattutto  dal  punto  di  vista  giuridico)  la  società, le istituzioni e con esse 
anche  l’uomo,  modificando  il  passato  (e,  volendo  osare,  ​con l’intenzione di 
cancellarlo)​ . 
Nella  seconda metà del XVIII secolo la Francia di Luigi XVI (1774-1792) era 
afflitta da un malessere crescente che si diffuse in molti ambiti della società. 
La  Francia  degli  anni  Ottanta  risultava segnata da un anacronistico ordine 
sociale,  politico  e  giuridico,  mentre  la  situazione  economica  era 
caratterizzata  da  una  crisi  causata  dalle  continue  variazioni  dei  prezzi 
agricoli,  dalle  carestie,  da  un  calo  generalizzato  dei  consumi  e, 
conseguentemente, della produzione manifatturiera. 
Dal  punto  di  vista  economico  il  Paese  conservava  l’aspetto  di  una 
società  agraria,  in  cui  l’85%  della  popolazione  viveva  nelle  campagne 
con  scarsi  rendimenti  agricoli.  In  particolare  il  40%  delle terre era in 
mano  ai  contadini,  gravati  però  da  vincoli  di tradizione feudale e con 
appezzamenti  fortemente  frazionati;  per  il  resto,  esse  appartenevano 
per il 6% al clero, il 20% alla nobiltà, il 30% alla borghesia. 
 
Dal  punto  di  vista  sociale,  i  ceti  tradizionali  (clero,  nobiltà  e  terzo 
stato),  di  origine  feudale,  in  realtà  contenevano  al  loro  interno  una 
pluralità di strati: 
o nel  primo  ceto  (0,6%  della  società),  l’alto  clero  proveniva 
esclusivamente  dalle  grandi  famiglie  aristocratiche,  il  basso 
clero era spesso di umili origini;  
o nel  secondo  (0,9%  della  società),  a  fianco  della  nobiltà 
tradizionale si trovava la nobiltà del denaro e delle professioni;
o nel  Terzo  stato,  in  cui  rientravano  quasi  tutti  i  26.000.000  di 
francesi,  i  contadini  rappresentavano la netta maggioranza, ma 
la borghesia ne costituiva l’anima e la mente.
Nel  settore  finanziario,  i  problemi  maggiori  venivano  dalla 
sproporzione  tra  le  ridotte  entrate  fiscali  e  le  esorbitanti  spese 
pubbliche.  Tale  squilibrio  era  legato  al  vigente  sistema  di tassazione, 
che affliggeva quasi esclusivamente il ceto borghese.  
Il  controllore  delle  finanze,  Turgot,  cercò  di  avviare un programma di 
riforme  che  spostava  sui  proprietari  terrieri,  in  proporzione  ai  loro 
possedimenti,  il  carico  fiscale  maggiore;  Necker  propose  un  taglio  di 
uffici  pubblici  e  delle  spese  della  Casa  reale e De Calonne propose di 
creare  una  nuova  imposta  proporzionale  alla  rendita  di  tutti  i 
proprietari terrieri, ecclesiastici e nobili compresi. 
Le iniziative trovarono l’opposizione dei ceti più elevati che, temendo di 
vedere lesi i propri diritti si rivolsero agli ordini giudiziari del Paese: in 
particolare,  nel  1788,  il  Parlamento  di  Parigi  si  fece  portavoce 
dell’istanza  di  tenere nella debita considerazione le leggi fondamentali 
del  regno,  fra  cui  “il  diritto  della  Nazione  di  accorare  liberamente  i 
sussidi attraverso l’organo degli Stati Generali regolarmente convocati 
e composti” [Pag.174]. 
Il  sovrano  Luigi  XVI  convocò  per  il  1°  maggio  1789  gli  Stati  Generali, 
accantonati dal 1614, da quando cioè i sovrani francesi avevano avviato una 
politica  di  accentramento  del  potere  nelle  proprie  mani,  marginalizzando 
tutti  gli  organi  “rappresentativi”  dei  ceti.  Con  tale  convocazione  la  nobiltà 
ambiva  a  ripristinare  una  “costituzione  mista”  nella  quale,  sul  modello 
dell’Inghilterra  di  un  secolo  prima,  il  potere  era  nelle  mani  di  un  organo 
complesso, composto dal re e dai ceti privilegiati. 
Le  regole  tradizionali  stabilivano  che  i  delegati  del  clero,  della  nobiltà e del 
Terzo  stato  avrebbero  dovuto  essere  eletti  separatamente,  riunirsi  in  tre 
assemblee  separate,  e  deliberare  con  un  solo  voto  ciascuna,  a  prescindere 
dalla loro consistenza (considerando che il clero ammontava a circa 130.000 
individui,  la  nobiltà  a  200.000  e  il  terzo  stato  a  22.000.000,  quest’ultimo 
sarebbe stato quello maggiormente penalizzato da tali condizioni). 
In  seguito  anche  alle  suggestioni  provenienti  dal  movimento  illuminista  e 
dagli esempi concreti d’America e d’Inghilterra, dove la politica pubblica era 
basata su un’ampia partecipazione della cittadinanza, di fronte alla proposta 
cetuale  e  antiborghese  del  Parlamento  parigino,  si  costituì  una  sorta  di 
ampio  movimento  (in  cui  gli  elementi  più  aperti  della  nobiltà  e  del  clero 
solidarizzarono  con  il  Terzo  stato)  che  puntava  a  ​rinnovare la monarchia in 
una dimensione nazionale.​   
In  questo  movimento  si  distinse  l’abate  Sieyès,  con  il  pamphlet  intitolato 
“Che cos’è il Terzo stato?”, ​in cui egli sosteneva che il Terzo stato era di fatto 
la  nazione,  fino  ad  allora  esclusa  dal  governo  della  cosa  pubblica  e  che 
l’obiettivo  principale  dei  delegati  di  quel  ceto  avrebbe  dovuto  essere  la 
conquista di un ruolo nelle istituzioni. 
Il  24  Gennaio  1789  il  Parlamento  di  Parigi  emanò  il  regolamento  elettorale 
per  gli  Stati  Generali,  che  prevedeva  per  il  Terzo  Stato  il  doppio  dei 
rappresentanti del clero e della nobiltà, tuttavia non venivano menzionate le 
modalità di voto, ovvero se valesse un voto per ceto o per ciascuno delegato. 
Questi  ultimi  rappresentavano,  però,  esclusivamente  il  ceto  della comunità 
che  li  eleggeva  ed  erano  vincolati  a  intervenire  solo  su questioni legate agli 
interessi  di  questa  comunità,  espressi  nei ​Cahiers de doléance ​(quaderni di 
lamentela)​. 
Gli  Stati  Generali  si  aprirono  nella  reggia  di  Versailles  il  5  maggio  1789.  I 
deputati erano complessivamente 1154, di cui 291 provenienti dal clero, 285 
dalla  nobiltà,  578  dal  Terzo  stato  (i  cui  delegati  provenivano  comunque  in 
larga  parte  dalle  professioni  legali,  scrittori,  giornalisti,  intellettuali, 
imprenditori,  commercianti  e  dipendenti  pubblici,  mentre  era  totalmente 
assente  il  mondo  delle  campagne  e  del  lavoro  manuale).  Molti  elementi  dei 
primi due stati condividevano le aspettative del terzo. 
Il 20 giugno i delegati del Terzo stato, riuniti in un’altra sala (adibita al gioco 
della  pallacorda)  su  richiesta  dell’abate  Sieyès, giurarono collettivamente di 
non  separarsi  fino  a  quando  non  fosse  stata  stesa  una nuova Costituzione 
del regno (“​giuramento della Pallacorda​”). 
Alla  fine  del  mese,  anche  una  parte  dei  delegati  del  clero  e  della  nobiltà  si 
unirono  all’assemblea,  che  il  9  luglio  si  diede  il  nome  di  ​Assemblea 
nazionale costituente.​  
Era  un  passaggio  epocale:  la  delegazione  dei  ceti  si  era  trasformata 
nell’inedita ​rappresentanza della nazione francese.​  
Questo  passaggio  “dai  ceti  alla  nazione”  segna  il  primo  punto  della 
rivoluzione. 
La  Nazione,  costituita  dall’insieme  degli  individui  (non  più  suddivisi  in  tre 
stati)  si  stava  affermando  come  sovrana,  a  discapito  del  re,  che  in 
precedenza rappresentava l’unità nazionale. 
Gli individui, uniti dalla legge (= espressione della volontà nazionale; da qui 
la  nascita  del  ​motto  Liberté,  Égalité,  Fraternité),  esercitavano  la  propria 
sovranità nella forma della rappresentanza (= sovranità mediata); in seguito, 
con l’obiettivo di non rendere arbitrario l’esercizio del potere sovrano (ovvero 
il  potere  di  emanare  la  legge)  si  farà  strada  il  concetto  della  divisione  del 
potere. 
La vicenda degli Stati Generali coincise con il malcontento generale originato 
dagli effetti di una gravissima ​carestia, ​a cui seguì il vertiginoso aumento dei 
prezzi  dei  cereali  e  una  spirale negativa di disoccupazione, salari diminuiti, 
spostamenti  di  masse  di  disoccupati  verso  le  città  in  cerca  di  risorse  per 
sopravvivere.  
In  questo  clima,  le  mosse  contraddittorie  di  Luigi  XVI  (che  riconobbe 
l’Assemblea  nazionale costituente ma richiamò a Parigi ulteriori guarnigioni 
di  soldati  e,  licenziato  Necker,  chiamò  al  governo  il  barone  reazionario 
Breteuil) infuocarono lo scontro politico. 
La  popolazione  civile,  nelle  giornate  del  12  e  13  luglio  1789,  trascese  in 
scorribande per le vie di Parigi alla ricerca di armi e generi alimentari. 
Il  14  luglio  alcune  centinaia  di  artigiani  e  bottegai  parigini  assaltarono  la 
prigione  della  Bastiglia  in  cerca  di armi e fucili. Esito: liberazione dei pochi 
reclusi,  saccheggio  del  deposito  delle  armi,  un  centinaio  di  morti  (fra  cui il 
governatore della fortezza) e feriti. 
Simbolicamente  si  apre  verso  molteplici  interpretazioni  tra  cui  il  prodotto 
dell’imbarbarimento  della  lotta  politica  o  l’atto  simbolico  di  un  popolo  che 
prende in mano il proprio destino. 
La  ​presa  della  Bastiglia​,  però,  è  un  evento  con  un  innegabile  valore 
storico: il movimento delle masse parigine da quel momento si intrecciò con 
le  azioni  degli  attori  politici  tradizionali,  spesso determinandole. In seguito, 
infatti,  iniziò  a  verificarsi  il  fenomeno  dell’emigrazione  delle  famiglie  nobili, 
atterrite dalla prospettiva rivoluzionaria. 
Parigi  diventò  dunque  il  centro  della  rivoluzione,  ma  il  fremito  della  rivolta 
riguardò  tutta  la  Francia,  tanto  che  in  moltissime  zone  furono  abbattuti  i 
tradizionali  organi  comunali  e  creati  nuovi  organismi  municipali:  si  parla, 
infatti, di una ​rivoluzione municipale​. 
Alla  fine  di  luglio  furono  in  rivolta  le  ​masse  contadine​,  sulla  scia  di 
preoccupazioni reali, quali la fame e la carestia, unite al panico suscitato da 
voci  che  paventavano  la  presenza  di  feroci  briganti  ed eserciti stranieri alle 
porte dei villaggi. La rivolta contadina è nota come ​La Grande Paura​. 
Nei mesi di luglio e agosto si ebbe in molte zone del Centro-Nord del paese la 
distruzione  di  molti  simboli  dell’antico  ordine  feudale  (registri  e  mappe 
catastali su cui si fondava il prelievo feudale). 
Il  movimento  delle  campagne  impose  con  la  sua  massa  d’urto  il 
superamento degli antichi privilegi. L’Assemblea nazionale costituente, nella 
seduta  del  4 agosto, abolì quanto rimaneva del regime feudale (dai diritti di 
caccia  dei  signori  alle  corvées,  dai  diritti  signorili  di  pedaggio  e  di 
amministrazione  della  giustizia  alle  decime  del  clero).  La  soppressione  dei 
privilegi che riguardavano i ​diritti sulla proprietà individuale fu ammessa solo 
con il ​riscatto, ​ossia con il pagamento ai nobili di una somma di denaro, ma 
l’impossibilità  economica  di  molti  fece  sì  che  gli  equilibri  sociali  e  la 
distribuzione della proprietà restassero pressoché inalterati. 
Il  26  agosto  1789  l’Assemblea  nazionale  costituente  produsse  la 
Dichiarazione  dei diritti dell’uomo e del cittadino, ​segnale  di  innovazione 
radicale  rispetto  al  passato,  ribaditi  ancora  oggi  nella  maggior  parte  delle 
costituzioni occidentali. 
I diritti sanciti dai costituenti francesi sono di due tipi: 
● Diritti ​naturali relativi a ​tutti i cittadini in quanto individui: tra gli altri, 
i diritti di uguaglianza e libertà personale, di uguaglianza di fronte alla 
legge e alle forze dell’ordine, di libertà di espressione del pensiero e di 
religione, di stampa e di proprietà; 
● Diritti  ​collettivi l​ egati  allo  Stato  come  espressione  della  comunità  di 
tutti  i  cittadini:  separazione  dei  poteri,  rappresentanza  politica  e 
sovranità nazionale, che faceva del re solo il primo dei funzionari della 
nazione. 
L’ostacolo rappresentato dal sovrano Luigi XVI, che si opponeva ai decreti di 
agosto poiché non voleva segnare il definitivo trapasso dal sistema feudale a 
quello  liberale  e  borghese,  fu  oltrepassato  in  seguito  alle  manifestazioni 
(femminili  e  maschili)  di  ottobre,  le  quali  costrinsero  il  re  a  lasciare 
Versailles per trasferirsi a Parigi e favorirono l’emigrazione di altri nobili. 
All’inizio della rivoluzione proliferarono club e società politiche, una sorta di 
antenati storici dei moderni partiti politici. Fra i più importanti: 
● I  giacobini,  divisi in una corrente moderata “costituzionale” guidata da 
La Fayette, detta dei ​foglianti, ​e in una più radicale e democratica, che 
mantenne  la  denominazione  d’origine,  tra  cui  andava  emergendo 
Maximilien Robespierre 
● I  ​cordiglieri, “​ Società  degli  amici  dei  diritti  dell’uomo  e  del  cittadino”, 
schierati  su  posizioni  democratiche  e vicini alle istanze dei sanculotti 
(piccoli  commercianti,  impiegati, artigiani e operai), animati da alcuni 
fra i più notevoli protagonisti dell’epoca: Danton, Marat, Hébert. 
I diversi club trovarono anche il sostegno di numerosi giornali. 
In  questo  periodo  si  impose  la  connotazione  fortemente  politica  in  due 
lemmi: 
● destra  sedevano  i  deputati  favorevoli  all’ordine  antico;  al  loro fianco si 
collocavano  gli  “anglomani”,  esponenti  della  nobiltà  liberale  e  della 
borghesia possidente; 
● sinistra  i  “patrioti”,  ovvero  i  sostenitori  della  causa  nazionale  e 
costituzionale  (che,  con  l’evoluzione  del  clima  politico  in  senso 
radicale, saranno democratici e repubblicani).
Dal Gennaio 1790 l’Assemblea varò diverse​ riforme istituzionali​: 
● nel  ​campo giuridico:​   fu  confermata  la  centralità e il primato della legge 
dello  Stato  su  ogni  altra  fonte  giuridica  e  soprattutto  sulle 
consuetudini 
● nel  ​campo  ​dell’amministrazione:​   le  vecchie  circoscrizioni  territoriali, 
espressione  della  stratificazione  ​storica  dello  Stato  francese  (diocesi, 
balivati,  generalità,  feudi…)  furino  sostituite  da  83  Dipartimenti.  Al 
vertice  di  ogni  Dipartimento,  anello di congiunzione tra il governo del 
re e i cittadini, vennero posti due organi collegiali: il Consiglio (elettivo 
e  deliberante)  e  il  Direttorio  (8  membri  designati  dal  Consiglio  e  con 
poteri esecutivi). 
Si  costituì  una  gerarchia  unica  di  circoscrizioni  statali,  che  dal 
Dipartimento discendeva alle periferie, attraverso i ​cantoni​ e i ​comuni​. 
Non si trattò di un semplice intervento di natura amministrativa bensì 
di  un’innovazione  totale:  si  costituiva  un  principio  costituzionale  che 
sarebbe  rimasto  intatto  fino  ad  oggi:  l’amministrazione  dello  Stato  è 
una e pubblica, e lo spazio su cui si distende è uno e omogeneo, senza 
isole​ privilegiate o facenti capo a soggetti diversi dallo Stato. 
● Al  ​sistema giudiziario:​   fu attuata la definitiva separazione dei poteri e 
la  fine  della  venalità  delle  cariche,  con  l’istituzione  ad  ogni  livello  di 
amministrazione territoriale di un organo giudiziario elettivo. 
 
I rapporti tra Stato e Chiesa  
Il  12  luglio  1790  l’Assemblea  approvò  la  legge  sulla  “​costituzione civile del 
clero”​ ,  che  mirava  a  creare  una  ​Chiesa nazionale  francese  autonoma  dalla 
Chiesa di Roma. Al clero, trasformato in una sorta di funzionariato pubblico, 
elettivo  e  svincolato  dall’autorità  papale,  fu  richiesto  il  giuramento  sulla 
Costituzione. 
La  riforma  fu  condannata  dal papa Pio VI e determinò uno scisma tra ​clero 
costituzionale  e  ​clero refrattario,​   poiché  solo  parte  dei  vescovi  e  dei  parroci 
aderirono al giuramento. 
All’abolizione  della  decima  (agosto  1789)  seguì  la  confisca  della  grande 
proprietà ecclesiastica, al fine di ripianare il deficit di bilancio. 
 
La monarchia costituzionale 
Nella notte fra il 20 e il 21 giugno, il re e la sua famiglia cercarono di fuggire 
dalle Tuileries. Intercettato a Varennes, fu riconosciuto e riportato a Parigi. 
Questo fatto aprì una nuova crisi politica: 
● i  democratici,  con  Robespierre  e  Marat,  furono  sempre  più 
apertamente favorevoli a una soluzione repubblicana 
● ampia  parte  dell’Assemblea  agì  con  molta  circospezione,  nella 
consapevolezza  che  la  caduta  della  monarchia  avrebbe  avuto 
conseguenze imprevedibili. 
A  conferma  di  queste  fratture,  il  ​17 luglio 1791, ​una  grande  mobilitazione 
repubblicana  indetta  a  ​Campo di Marte  dai  cordiglieri  e  da  una  frazione 
minoritaria  dei  giacobini  si  concluse  nel  sangue  e  il  movimento 
rivoluzionario  si  sdoppiò  avendo  da  un  lato  il  moderatismo  borghese, 
dall’altro la rivoluzione democratica e repubblicana. 
Mentre  il  Paese  era  travagliato  dalla  crisi  politica,  il  4  settembre  1791 
l’Assemblea  Nazionale  approvò  ​la  nuova  ​Costituzione,​  c​ he  aveva  come 
preambolo  la  Dichiarazione  dei  diritti  dell’uomo  e  del  cittadino  e  la  quale 
istituiva una ​monarchia costituzionale bilanciata.​  
L’architettura istituzionale prevedeva la distinzione tra 
● potere legislativo (Camera di 745 membri elettivi) 
● potere  esecutivo  (ministri  nominati  dal  re,  che  disponeva  del  veto 
sospensivo sugli atti della Camera). 
La  cittadinanza  politica  non  era  riconosciuta  a  tutti  e  finiva  per  coincidere 
con  la  proprietà.  Tale  coincidenza  esprimeva  compiutamente  i  valori  della 
società borghese. 
I cittadini furono infatti distinti fra attivi e passivi, i primi con un censo pari 
a  tre  giornate  di  lavoro,  i  secondi con un censo inferiore. I primi avevano il 
diritto di eleggere i deputati, i secondi godevano dei soli diritti civili. 
Il  30  settembre l’Assemblea nazionale costituente, esaurita la sua funzione, 
si sciolse, vietando ai suoi membri di essere eletti deputati. 
La  fuga  del  re  e  il  suo  reinsediamento  incrinarono  l’unità  dei  giacobini  e 
promossero 
● la  scissione  a  destra  dei  cosiddetti  “foglianti”, per i quali la rivoluzione 
aveva  esaurito  la  sua  missione  storica  di  abbattimento  dell’antico 
regime:  si  trattava  ora  di  ricostruire  la  nazione  nel  solco  della 
monarchia costituzionale e dell’egemonia borghese 
● dai  giacobini  intransigenti,  per  i  quali  la  rivoluzione  avrebbe  dovuto 
proseguire fino alla democratizzazione della vita politica e sociale. 
Nella  nuova  ​Assemblea  Legislativa  risultarono  dunque  schieramenti 
diversi rispetto alla Costituente: 
● alla destra (moderata) si collocavano circa 250 deputati foglianti 
● a sinistra 136 giacobini 
● al  centro  sedevano  359  deputati  dalle  posizioni  incerte  e  oscillanti  tra 
le due ali. 

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