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L’UOMO E IL LIMITE, BEN OLTRE LA MATEMATICA.

Il concetto matematico di limite ha radici antichissime che si possono ricercare


nell’antica Grecia; i primi approcci si ebbero con matematici come: Archimede,
Euclide, Democrito ed Aristotele, che misero le basi per arrivare ad enunciare la sua
definizione e le sue caratteristiche. Ad esempio attraverso il metodo di esaustione,
ripreso in seguito da Cavalieri, o attraverso la loro definizione di limite, nel quale si
riteneva risiedesse la perfezione; pertanto grazie ai loro calcoli e supposizioni si
poterono chiarire le sue funzioni, constatando che ad oggi è il fondamento del
calcolo differenziale ed integrale. Questo lavoro venne continuato da matematici,
quali: Fermat, Newton, Leibniz, Torricelli e molti altri, che contribuirono a
raggiungere la conoscenza consapevole di questo principio. Furono soprattutto le
intuizioni ed i ragionamenti di Newton e Leibniz a garantire l'affermazione di questa
nuova nozione. Essi esplicitarono il concetto di infinitesimo, per poi giungere alla
scoperta ed elaborazione del Nuovo Calcolo; inoltre possiamo scorgere che Newton
ammette, per la prima volta, il limite come confine, pertanto come un qualcosa che
non può essere raggiunto. In seguito questa supposizione venne analizzata in parte
da Cauchy e Lagrange, i quali ritengono che il limite possa essere superato. Grazie a
Cauchy arriviamo alla definizione concreta di limite, formalizzata da Weierstrass,
come una grandezza illimitata.

Possiamo discernere che la parola “limite” sia polisemica, essa assume vari significati
e può spaziare in moltissimi ambiti disciplinari. Viene analizzata da filosofi, letterati,
artisti ed in ogni contesto si carica di un senso ed una prospettiva differente.
Possiamo citare uno dei più grandi scrittori italiani di sempre, Giacomo Leopardi, che
ha lasciato un’impronta particolarissima per il suo impianto stilistico molto innovativo
ed originale. L’opera che possiamo collegare al concetto di limite è “l’Infinito”, la
quale presenta un limite metaforico di origine naturale: in essa Leopardi esplicita il
suo modo di vedere la vita, e con esso il ruolo dell’uomo all’interno della società.
Secondo il poeta, ogni essere umano nasce avendo in sé il concetto di limite, che si
espressa con l’impossibilità di condurre una vita all’insegna della felicità.
Quest’impossibilità viene raffigurata da Leopardi metaforicamente con la famosa
siepe, identificata come un limite, un ostacolo, oltre il quale l’uomo deve cercare di

elevarsi, assumendo uno sguardo del mondo superiore, tutto accentuato dal suo
atteggiamento protestatorio. Una volta superato questo limite, l’uomo può
raggiungere l’infinito, il desiderio assoluto di felicità che porta l’uomo a ricercare il
piacere, che si ritrova nell’immaginazione (presente anche in “A Silvia”). In tal modo
si afferma il rapporto fra la consapevolezza dei propri limiti ed il desiderio di
superarli, arrivando a raggiungere l’immenso, concetto espresso contrariamente
nell’opera “La Ginestra”, dove viene derisa la volontà umana di oltrepassare i limiti.
Lo stesso concetto viene ripreso da Baudelaire, che nella sua raccolta appartenente
ai Fiori Del Male, “Spleen”, rappresenta la finestra come un ostacolo che dev’essere
superato, attraverso l’immaginazione. Anche nella poetica di Pascoli è presente il
concetto di limite, che possiamo discernere nella poesia “Alexandros”, dove l’eroe
Alessandro Magno, ripercorrendo il cammino e le conquiste compiute, arriva a
designare il punto di arrivo raffigurante il limite, oltre il quale intende procedere.
Anche qui, come in Leopardi, c’è un evidente pessimismo, alimentato
dall’irraggiungibilità del desiderio. Altrettanto Pirandello e Svevo rappresentano il
concetto di limite nella loro poetica, in maniera simile: Pirandello lo esplicita nella
lotta fra l’uomo e la società di cui fa parte, che lo obbliga ad indossare una maschera
distogliendolo dal flusso vitale, e pertanto l’uomo deve trovare il modo di superare
tali limiti per liberarsi della maschera ed opporsi a tali convenzioni; Svevo lo esprime
attraverso la figura dell’inetto Zeno, un uomo predestinato alla sconfitta, che, seppur
consapevole della sua condizione, ha una propulsione verso il cambiamento e nel
superare i limiti imposti. Analogamente D’Annunzio, tramite la figura del superuomo,
intende suggerire che la figura del poeta debba superare i limiti umani, pertanto
essere un uomo superiore rispetto agli altri. Concetto utilizzato anche da Baudelaire
nell’opera “Albatros”. Ciò si può contrapporre alla visione dei limiti umani di Dante,
che nella “Divina Commedia”, supera ogni limite spingendosi oltre in un viaggio
surreale; seppur l’uomo possa spingersi oltre, ci saranno sempre degli ostacoli che
non si può permettere di superare, ad esempio nel Paradiso, Dante è incapace di
vedere le anime più pure, permeate da luce divina, e di comprendere i significati che
si celano dietro di esse, data la sua ineffabilità. D’annunzio prese ispirazione
dall’oltreuomo di Nietzsche, in grado di comprendere la propria posizione ed andare
oltre. Dunque possiamo cogliere che il concetto di limite viene espresso anche in

ambito filosofico; i limiti sono principalmente di natura cognitiva, ed il primo che ne


parla è Immanuel Kant. La sua filosofia viene definita come filosofia del limite,
proprio per il suo atteggiamento critico nei confronti della possibilità della
conoscenza, la quale, per l’appunto, presenta dei limiti. Questo concetto viene
spiegato nella “Critica della Ragion Pura”, dove vengono espressi il fenomeno,
mondo reale che siamo in grado di conoscere, ed il noumeno, che rappresenta il
limite alla nostra conoscenza, dove l’intelletto non può andare, e non è in grado di
conoscerlo. Questo ragionamento, venne ripreso e criticato da vari filosofi: ad
esempio da Schopenhauer, il quale ammette che il noumeno può essere conosciuto,
superando i limiti nascosti del fenomeno. Allo stesso modo tratta il tema della
volontà di vivere, che spinge l’uomo a superare la realtà nascosta, non limitandosi ad
avere uno sguardo solamente interiore ma anche esteriore. Abbiamo individuato
come il limite viene trattato nei vari ambiti letterari e filosofici, ma possiamo
affermare che esso viene rappresentato anche in ambito artistico, continuamente,
come un vero e proprio superamento di vecchi stili o insegnamenti. Ad esempio, lo
ritroviamo nel nuovo modo di dipingere degli Impressionisti, che acquisiscono
un’ottica del tutto differente dalla pittura precedente, rinnegando il modo di
dipingere accademico. Nel dipinto del pittore romantico Friederich, “Il viandante sul
mare di nebbia”, è evidente il suo intento di rappresentare l’essere limitato dell’uomo
che contrasta con l’infinità del mondo esterno, ed il sentimento di smarrimento che
esso suscita. In tal modo si cerca di trovare l’armonia conferita dall’utilizzo della luce
e delle macchie di colore, mediante la ricerca del sublime, concetto utilizzato anche
nei dipinti di Turner che rappresenta la vastità infinita della natura e la limitatezza
dell’essere umano di fronte ad essa. Questa limitatezza dell’uomo rispetto al mondo,
in modo tale da precluderlo ad una vita solitaria e limitante, è l’emblema dell’opera
“Dubliners”, di Joyce. In essa l’uomo è incapace di realizzarsi, non ha la forza di
superare i limiti per condurre una vita secondo i propri ideali. Un limite veritiero,
presente nella vita di tutti i giorni e costante nella nostra storia, è di natura sociale.
Ci sono sempre state disuguaglianze all’interno della società, che hanno contribuito
all’alimento del sistema capitalistico, dove vengono posti dei limiti ai più deboli,
incapaci di oltrepassarli. Allo stesso modo avvenne nei regimi totalitari, di Mussolini,
Hitler e Stalin, dove il potere divenne opprimente e limitante nei confronti dei

cittadini. In particolare, nel regime di Hitler ci fu una vera e propria discriminazione


nei confronti di una razza, riducendo la loro vita ad una paralisi fisica e mentale,
distruggendola, impedendogli di condurla normalmente. In questa visione, il potere
sta nelle mani dei più forti ed i più deboli sono costretti a vivere in una prigione che
li preclude dalla vera vita. Le discriminazioni sono tutt’oggi presenti, anche se sono
stati in parte superati i limiti ed i divieti che vigevano. Ad esempio la discriminazione
fra persone bianche e persone nere, dove quest’ultime non potevano godere degli
stessi diritti dei primi. Per fortuna ci furono figure impavide, ad oggi importanti, che
ebbero il coraggio di oltrepassare gli ostacoli imposti; ad esempio lo possiamo
scernere nella scienza, dove, anche qui, vi era una ghettizzazione verso le persone
nere. Nel film “Il diritto di contare”, notiamo come queste donne coraggiose ed abili
furono in grado di abbattere questi stereotipi, e di superare i limiti mostrando le
proprie abilità, capacità e la propria sofferenza di fronte a tale discriminazione e
privazione di diritti. Questo fu un espediente narrativo utilizzato anche da Mary
Shelley, nel suo romanzo “Frankenstein”, dove viene mostrato un primo scienziato
che andò oltre i limiti della conoscenza umana, creando un vero e proprio essere
vivente. Dunque, percorrendo questo lungo viaggio, partendo da grandi matematici
che non si arresero di fronte a minime supposizioni, ed intrapresero un vero e
proprio percorso cognitivo, arrivando alla consapevole conoscenza del concetto di
limite, abbiamo notato come esso venga affrontato in contesti molto ampli, nei modi
più differenti possibili: possiamo dedurre che, i limiti persisteranno sempre ed
ovunque, sta solamente a noi cercare di tendere all’infinito ed illuminarci d’immenso.