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La scuola di Posillipo e l’evoluzione della pittura napoletana nell’800

La scuola di Posillipo nacque intorno al 1820, “in vicoletto Vasto n°15”1 , quando lo studio di
pittura di Anton Sminck van Pitloo, (Arnhem, 8 maggio 1790 – Napoli, 22 giugno 1837) un
vedutista olandese fra i primi a dipingere en plein air2, divenne luogo di ritrovo e di apprendimento
per i giovani pittori dell’epoca. La nascita di questo gruppo di artisti venne sancita più tardi da una
celebre definizione di Paquale Villari3, il quale scrisse, nel 1867, di un gruppo di artisti di vedute
che replicavano esattamente, nei loro dipinti, gli stupendi paesaggi e le ambientazioni napoletane,
con lo scopo di rivenderli poi ai forestieri che chiedevano un ricordo della città. L’arte di questi
paesaggisti era considerata dunque di “esclusivo uso turistico”4, essi sono definiti “pittori di
souvenirs”5, poiché la loro produzione si focalizza sulle richieste del mercato. Grazie alle influenze
di artisti inglesi e stranieri, molto interessati a questo tipo di lavori, la scuola detta poi “di Posillipo”
crebbe in numero e in prestigio.
Tra i primi allievi della scuola ricordiamo artisti come: Achille Vianelli, Gabriele Smargiassi,
Teodoro Duclére, Vincenzo Franceschini, Beniamino de Francesco, Alessandro Fergola e Pasquale
Mattej. Accanto agli allievi della scuola si affiancarono degli interi nuclei familiari: I Carrelli, i
Witting e infine i Gigante con Gaetano e il figlio Giacinto.
Visti con disprezzo dagli accademici, questi ultimi, incapaci di rappresentare il paesaggio dal vero,
attribuirono al gruppo di artisti il nome di “scuola di Posillipo”, con intenzioni dispregiative, molti
dei quali infatti non avevano alcun rapporto con l’Accademia, come Giacinto Gigante, i Carrelli e
Vervloet.
Quella dei pittori di paesaggio sarà una vera e propria battaglia contro l’accademia e i suoi canoni
fondati su un linguaggio prettamente neoclassico. Nella sua prima formazione la scuola si rifece al
paesaggio in stile romantico, liberandosi dai vincoli accademici e dimostrando una grande apertura
alle contaminazioni europee, sarà infatti fortemente influenzata dagli artisti stranieri presenti a
Napoli in quel periodo: William Turner, Camille Corot (rappresentante della scuola di Barbizon in
Francia) e il belga Frans Vervloet, rilevante il suo impegno nella fase formativa della scuola.
I paesaggisti napoletani si spinsero da subito all’ osservazione diretta ed immediata della natura
lavorando su tele di piccole dimensioni, ritraendo numerosi paesaggi partenopei da vendere ai

1R. Ruotolo, La scuola di Posillipo, Sorrento, F. Di Mauro, 2002, p.3


2”En plein air” è una locuzione in lingua francese, che indica un metodo pittorico consistente nel dipingere all'aperto
per cogliere le sottili sfumature che la luce genera su ogni particolare.
3Pasquale Villari (Napoli, 3 ottobre 1827 – Firenze, 7 dicembre 1917) è stato uno storico e politico italiano.
4 L. Martorelli, La scuola di Posillipo tra riscoperta critica e museografica, in “Vedute Napoletane dell’Ottocento”,
quaderni di San Martino, Napoli, electa Napoli, 2002, p.9
5 Ibidem.
forestieri, molto attratti da queste rappresentazioni. Gli artisti erano dunque costretti a lavorare al di
fuori di ogni regola accademica, all’aria aperta ed a stretto contatto col paesaggio.

Verso la fine del ‘700 l’arte napoletana sfociò dunque in un arte puramente superficiale e con scopi
prettamente commerciali, tanto che i Borbone predilessero gli artisti stranieri, i quali riportarono la
pittura ad un gusto sobrio e disciplinato. I paesaggisti stranieri più influenti furono rappresentati da
Filippo e Carlo Hackert e Kniep che con la loro arte, portarono il classicismo a Napoli.
Il carattere dell’epoca si manifestò quindi nella ricerca della natura, in opposizione allo stile formale
ed astratto dell’arte settecentesca. I paesaggi di Filippo Hackert si ricollegano alla scuola francese,
dalla prospettiva vasta e profonda, che si gioca sui diversi piani di rappresentazione. Le stesure sono
lisce e levigate, contengono in esse un senso di infinito e di nostalgico (queste stesse ambientazioni
e atmosfere saranno ricorrenti in Vincenzo Aloja e Murat). Per quanto riguarda i ritratti invece si
avvicineranno ad un sentimento strettamente romantico. Non si tratta però della sensazione visiva
immediata tipicamente impressionista ma di un realismo legato ad una concezione più personale e
malinconica.
Questa visione, applicata alla pittura di paesaggio, la ritroveremo in Pitloo; egli fu il solo infatti, tra
la cerchia di artisti in quell’ambiente, ad avere una spiccata sensibilità artistica ed un profondo
senso della natura. Nelle sue pitture da cavalletto, sono ancora riportate le tipiche ambientazioni
romantiche e solitarie con colori però molto trasparenti che rimandano agli artisti paesaggisti inglesi
del calibro di Constable e Turner. Quello che colpisce nelle sue pitture è la vivacità dei colori; egli
fu molto aperto alle influenze inglesi, riconoscibili nelle sue rappresentazioni di ambientazioni
ricche di luci e colori. L’artista è dunque alla ricerca di effetti di luce, dipingendo le diverse ore del
giorno, raffigurando albe e tramonti con nuvole rosse, viola e azzurre, con stesure di colore che
restano però molto lisce e levigate nonostante i toni molto accesi. Ricerca le sue suggestive vedute
nei dintorni di Napoli e nei Campi Flegrei.
E’ questa la via su cui si incammineranno i suoi allievi, alla maniera degli artisti inglesi,
rappresentando paesaggi impetuosi e cieli con nuvole di tempesta.
La corrente incanalata da Pitloo sarà poi proseguita da Giacinto Gigante.

Tutto il repertorio della scuola di Posillipo era dunque concentrato su Napoli e dintorni. Qui gli
artisti erano spinti dall’ideale della ricerca della natura, raggiunta mediante uno studio dettagliato
della stessa, copiandola esattamente cosi come la osservano. Sono quindi questi, per l'arte dell’800,
gli anni del lavoro manuale e dello sviluppo della tecnica, in cui ricadde la maggior parte
dell’attività della scuola di Posillipo. Giacinto Gigante infatti osserva e dipinge, le sue pitture sono
un ritratto

minuzioso e nitido di ciò che scruta. La grande attenzione alla plasticità della luce dona alle sue
ambientazioni un’aria calma e serena. Queste caratteristiche cambieranno quando si sposterà verso
una rappresentazione immediata e oggettiva di stile impressionistico, accennando tocchi veloci di
colore, cogliendo l'osservazione nell’immediatezza. Giacinto Gigante e Pitloo saranno quindi le
colonne portanti della storia del paesaggio a Napoli, conosciuti come grandi sperimentatori, aperti
ad influenze esterne, costituiranno il punto focale della scuola. Un altro straniero, Frans Vervloet,
dal 1825 a Napoli, autore di interni e vedute molto suggestive, si affiancherà a Pitloo nella “ricerca
di una sintesi colore-atmosfera”6. Le sue vedute sono il risultato di un attento studio dal vero, fatto
di atmosfere e colori delicati, destinati ad essere sostituiti dalla rappresentazione di interni e vedute
urbane in cui si specializzerà, diventando minuziosamente descrittivo.
Dunque solamente per un breve periodo Vervloet si affiancò alla poetica posillipista, poiché poche
volte, nel corso della sua carriera, tornerà a celebrare l’amore per il vero e per l’intima
rappresentazione di vedute. Si distinguerà dall’impressionismo francese per un motivo; le forme
sono molto più precise e definite e rimandano ad un forte senso plastico dello spazio. Col tempo la
sua arte subisce diversi cambiamenti, lo stile impressionistico finisce col rimpiazzare la vecchia
maniera.

6 R. Ruotolo, La scuola di Posillipo, p.12


La scuola esaurisce il suo corso verso il 1860, lasciando brillare altre personalità slegate da questa
corrente. La rivoluzione dell’arte napoletana, che divenne poi al primo posto tra le scuole italiane,
cominciò verso la metà dell’800 ad opera di Filippo Palizzi e di Domenico Morelli sulla scia della
scuola di Posillipo. Palizzi fornì materiali, tecniche e colori, mentre con Morelli si concentrano i
valori spirituali che, in netto contrasto alle rappresentazioni accademiche, asettiche ed impersonali.
Palizzi ebbe da sempre una grande attenzione per la rappresentazione della natura donandole un
senso fortemente realistico che sarà poi la base per lo sviluppo della pittura napoletana.
La ristretta pittura di paesaggio partenopea si allaccerà alle tendenze artistiche di altre scuole
italiane, partendo cosi come Gigante, con la rappresentazione minuziosa della natura in modo
ancora più dettagliato ricercando l’essenza plastica e materiale del soggetto interessato, partendo da
un lavoro di analisi accurata delle forme. Abbandonò quelle atmosfere calde, dall’aria serena,
utilizzate fino ad allora, per dare spazio ad una luce all’aria aperta, realizzata con tocchi e macchie
di colore. È un lavoro di analisi minuzioso, di ricerche tecniche che si svolge in infinite piccole
pitture che riproducono piante, animali e qualche figura.
Successivamente al periodo della Scuola di Posillipo, nella prima metà del XIX secolo, è la Scuola
di Resina detta anche Repubblica di Portici, a rappresentare l’altra grande esperienza artistica della
pittura di paesaggio a Napoli. Un gruppo di pittori si riunivano a Resìna, località nel comune
di Ercolano, e a Portici. Il programma della scuola fu in netto contrasto con lo stile accademico,
orientato verso lo studio del vero, l'immediatezza dell’impressione; movimento affine a quello
dei macchiaioli. La scuola aboliva l’uso del disegno preparatorio, accogliendo soggettivamente le
impressioni che l'osservazione della natura suggeriva, realizzando una pittura essenzialmente
tonale7. Qui si ferma l’evoluzione della pittura napoletana di paesaggio, generata da un mix di
contaminazioni impressionistiche e di percezioni soggettive della realtà, unite all’oggettività delle
forme.
Il terzo decennio dell’Ottocento vede nascere l’evoluzione del paesaggio, segnata dalla scoperta di
una nuova tecnica di progettazione del rilievo scientifico del paesaggio, la cosiddetta camera lucida
o camera ottica. E’ strabiliante come questi vedutisti riescano ad elaborare sofisticate interpretazioni
del paesaggio trasformandole in vedute suggestive e ricche di emozioni.

7Tonalismo, o pittura tonale, è il nome attribuito ad una tecnica tipica della tradizione artistica veneziano-veneta del
1500, legata ad una nuova e differente percettibilità del colore, rivoluzionaria rispetto a quella dei fiorentini.
Frans vervolgt veduta di san martino dalla Darsena d. 1825,olio su tela, Napoli san martino
Il largo del castello 1825 san martino
Il largo del castello con la lanterna del molo 1825 san martino
La grotta azzurra 1825 collezione privata Napoli
Veduta di Napoli da palazzo donn’anna 1832 collezione privata
Il santuario della madonna dell’arco collezione privata
La collina del omero con villa lucia san martino
Il centro di caopri 1849 collezione privata
Il tempio di venere a baia collez privata
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