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I VALTELLINESI

E L’ARCICONFRATERNITA
DEI SS. AMBROGIO E CARLO DELLA
NAZIONE LOMBARDA IN ROMA

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La Confraternita dei Lombardi
A Roma i Valtellinesi avevano un punto di riferimento preciso: la chie-
sa e la Confraternita dei Lombardi al Corso, dove confluivano non solo i
convalligiani, ma gli immigrati delle diocesi di Alba, Alessandria, Asti,
Bergamo, Biella, Bobbio, Brescia, Casale, Como, Crema, Cremona,
Ferrara, Ivrea, Lodi, Milano, Modena, Mondovì, Novara, Parma, Pavia,
Piacenza, Reggio di Modena, Tortona, Vercelli e Vigevano. La maggior
parte di questi si erano congregati nel sodalizio, che, sorto col Breve
Supremae dispositionis di Sisto IV fin dal 1471 sotto l’invocazione di
Gesù Cristo, della beata Vergine e come devota et honorata Compagnia
dell’Hospitale di Santo Ambrogio della Natione Lombarda in Roma, con
un altro Breve del 18 agosto 1612 era stato elevato da Paolo V a
Venerabile Archiconfraternita de Santissimi Ambrogio e Carlo.
Scopo del sodalizio era quello di permettere ai confratelli e alle conso-
relle di riunirsi in una loro chiesa per svolgere le pratiche devozionali,
dare assistenza ai concittadini che arrivavano a Roma in pellegrinaggio e
disporre di un ospedale sia per i poveri infermi della nazione – intenden-
do per essa una generazione di uomini nati nel paese medesimo, che
hanno la medesima origine e che parlano la stessa lingua – sia per gli
appartenenti all’Arciconfraternita.
E così i nostri Valtellinesi, che rientravano nella diocesi di Como e la
cui provata fede di cattolici faceva intendere che sarebbero presto entrati
a far parte della Compagnia, venivano benevolmente accolti e subito indi-
rizzati a un lavoro che permettesse loro di cominciare ad insediarsi.
L’occupazione più sbrigativa era la solita. I nostri emigranti, la cui solida
costituzione fisica ne garantiva l’idoneità, la conoscevano bene: quella di
facchino. Una tappa quasi obbligata, che assicurava la sopravvivenza. In
seguito, con un po’ di fortuna, si sarebbero potuti dedicare ad altro.
Magari ad una delle attività di arti e mestieri che abbondavano in una città
come Roma, dove c’era bisogno di tutto e di tutti.

Beneficiari e benefattori valtellinesi dell’Arcicon-


fraternita
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, con l’ostinazione e la loro
costanza di valligiani che non si arrendevano mai, questi Valtellinesi
riuscirono a rifarsi una vita e, per alcuni, anche a sistemarsi bene. Entrati

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nel sodalizio dei connazionali, a loro volta ne contribuivano all’efficienza
e allo sviluppo per una solidarietà costante, che si esplicava principal-
mente nelle opere di carità e di assistenza, prima fra tutte quella dell’o-
spedale a cui ricorrevano in tanti. Anche tra i Valtellinesi. Di questa dupli-
ce situazione, di beneficiari e di benefattori, ci sono stati tramandati i loro
nomi e, in certi casi, altri dati interessanti nei libri mastri, nei vari reper-
tori o nei rolli sia della chiesa che dell’ospedale. Tutte informazioni che,
oltre a farci identificare i nostri convalligiani, in alcuni casi ci permettono
di conoscerne altresì la provenienza e, nell’insieme, di cominciare a ren-
derci conto della loro consistenza numerica e delle attività che svolgeva-
no. Fra i tanti riportiamo:

ANTONIO LUZIO 13 settembre 1612


del quondam Stefano, l’Arciconfraternita riscuote la somma di 203 di
fornaro Valtolina, scudi che ha lasciato a suo favore
(2d).

16 giugno 1614
vengono esatti altri 130 scudi (3d)

Considerando che il valore di uno scudo, rap-


portato al nostro tempo, durante tutto il Sei-
cento corrispondeva da un minimo di 30 a un
massimo di 50 mila lire, il totale della somma
versata va dai 10 ai 16 milioni e mezzo. Un
versamento di tutto rispetto per un fornaio
venuto dalla Valtellina a mettere su un’attività
e a doversi fare una clientela.

DOMENICO DEL CARO 16 giugno 1614


di Valtelina l’Arciconfraternita riscuote un legato di 20
scudi che egli ha lasciato alla Chiesa col peso
perpetuo di due messe all’anno per la sua
anima (4d).

MARGARITA de Giovan Maria 1612-1615


de la Voltolina abita alli Quattro Cantoni.

GIOVAN ANTONIO SPINELLI assieme alla convalligiana compare in un elen-


di Sundria co di confratelli e di consorelle, che han avuto

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il Cingolo rosso di S. Carlo. Con loro, di uomi-
ni, non ci sono soltanto gli appartenenti alla
nazione lombarda, ma anche padovani, parmi-
giani, bolognesi, fiorentini, perugini, amatri-
ciani e siciliani di Cefalonia; le donne, nume-
rose, sono di Roma, Novara, Genova, Urbino e
di altre città della penisola (5d) . Avere avuto
il cingolo di S. Carlo significava essere stati
accettati nella Compagnia.

Il sodalizio, passato ad Arciconfraternita proprio in quel periodo, aveva


ottenuto nel 1613 l’autorizzazione della Sacra Congregazione dei Riti a
sostituire il vecchio sacco bianco col nuovo, rimasto fino ai nostri giorni,
di color turchino con una mozzetta rossa, le due immagini dei santi
Ambrogio e Carlo arricchite dell’insegna della famiglia Borromea con la
parola Humilitas in lettere gotiche e del cingolo rosso detto appunto di S.
Carlo.
Questo cambio della veste mostrava solo l’aspetto esteriore di un pro-
fondo e radicale mutamento della Compagnia, determinato dalla canoniz-
zazione avvenuta il primo novembre 1610 del cardinale Borromeo. Il
celebre arcivescovo di Milano era apparso come il più grande dei succes-
sori di Sant’Ambrogio e la più spiccata personalità della Lombardia di
quei tempi. Nipote di Pio IV, egli aveva vissuto a lungo in Roma, dov’era
stato esemplare confratello della pia unione e suo assiduo benefattore. Era
quindi naturale che essa si apprestasse ad iniziarne il culto nella propria
chiesa. Così che la modesta cappella, fino a quel momento essenzialmen-
te destinata ai soli Lombardi, si trovò ad essere sempre più frequentata da
tutta la popolazione di Roma e dai suoi numerosi visitatori come specia-
le santuario del nuovo santo. Il grande affluire di devoti, sostenuto dalle
relative considerevoli elemosine e lasciti quanto mai sostanziosi, la rese
decisamente insufficiente al bisogno determinando la necessità di dover
edificare un tempio di maggiori proporzioni.
Il cardinale lombardo Camillo Sfondrati, protettore dell’Arci-
confraternita, e che tanto si era adoperato per la canonizzazione di S.
Carlo nelle Congregazioni romane, si accinse così all’impresa con la
solerzia già fin d’allora nota dei milanesi. La prima pietra venne posta il
29 gennaio 1612, alla presenza di nove cardinali e con una solenne festi-
vità pubblica contrassegnata da una speciale indulgenza plenaria. Il 4

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novembre 1613 per la festa di S. Carlo la nuova chiesa, su disegno degli
architetti lombardi Onorio Longhi e del famoso figlio Martino, dopo nem-
meno due anni di lavoro, fu aperta al culto nella navata centrale. Mai si
vide tanta celerità, e maestrìa, per questo tipo di costruzioni: il nuovo tem-
pio, in sostituzione dell’antica chiesa di S. Ambrogio e che venne ad assu-
mere il titolo di basilica dei SS. Ambrogio e Carlo, risultò di circa qua-
ranta volte più vasto di questa. Una degna risposta alle esigenze che si
erano andate creando.
L’anno dopo, il 14 aprile 1614, la basilica accolse con una memorabi-
le funzione a cui parteciparono innumerevoli cardinali, ambasciatori ed
autorità dell’Urbe la preziosa reliquia del cuore del santo, donata dall’ar-
civescovo di Milano ed anch’egli cardinale Federico Borromeo, cugino
dello stesso santo.
Tutti questi avvenimenti, di cui furono partecipi anche i nostri
Valtellinesi, in considerazione che la devozione per S. Carlo fosse diven-
tata così universale a Roma, l’Arciconfraternita decise di allargare l’ag-
gregazione al sodalizio dall’esclusiva appartenenza alla nazione dei
Lombardi anche alle altre genti. Da qui la numerosa partecipazione ad
essa di confratelli e consorelle, appartenenti alle più disparate contrade
della penisola, che ricevevano il cingolo di S. Carlo assieme ai nostri
Valtellinesi (46).

JACOMO PRADELLA 4 settembre 1620


di Giouanni della Valtolina è ricoverato nell’ospedale del sodalizio;
facchino da Sondrio viene dimesso il 17 dello stesso mese colle sue
robbe (6d).

PIETRO BOLETTA 7 settembre 1620


di Andrea dalla Voltolina è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 15 set-
facchino tembre.

LORENZO TOGNOLINO 12 settembre 1620


di Martino dalla Voltolina è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 19 set-
facchino tembre.

LORENZO GAUAZZA 12 settembre 1620


di Giouanni dalla Voltolina è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 23 set-
facchino tembre.

GIOUANNI BELINI 17 settembre 1620

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di Jacomo dalla Voltolina è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 26
facchino settembre.

BARTOLOMEO GIANOLI 17 settembre 1620


di Gianolo dalla Valtolina è ricoverato nell’ospedale e dimesso anche lui
facchino il 26 settembre.

DOMENICO VALGIANINO 8 ottobre 1620


di Giouanni dalla Voltolina, è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 17 ot-
facchino a Capo le Case tobre.

PAULO MARTOLO 28 ottobre 1620


di Giouanni dalla Voltolina è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 4 no-
vembre.

DOMENICO JACOMONE 15 novembre 1620


di Bartolomeo è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 22
facchino della Voltolina novembre.

GIOUANNI del CAMERINO 17 novembre 1620


del q. Antonio da Voltolina è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 24
fachino novembre.

ANTONIO MASICI 30 novembre 1620


del q. Pietro è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 13
da Talamone della Voltolina dicembre.
fachino

GIOUANNI detto FONTANA 9 dicembre 1620


del q. Pietro è ricoverato col boletino del suo signore: que-
da Velanetta nella Voltolina sto significa che non faceva parte della Arci-
facchino confraternita e che per essere ricoverato neces-
sitava di una richiesta scritta del suo datore di
lavoro. Viene dimesso il 21 dicembre.

GIOUANNI di SIRONI 5 febbraio 1621


di Vincenzo di Voltolina è ricoverato nell’ospedale e dimesso il 14 feb-
fachino braio.

GIOUANNI della CROCE 6 febbraio 1621


del q. Bartolomeo è ricoverato nell’ospedale ed anche lui viene
fachino di Voltolina dimesso il 14 febbraio.

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ANTONIO MASSI 6 marzo 1621
del q. Pietro è ricoverato nell’ospedale.
fachino di Voltolina

Il Rollo degli Ammalati prosegue con una LISTA DEL NUMERO DE


LI FACHINI VENUTI A COMINCIARE DALL’ 1 MAGGIO 1621:

LORENZO di TASCHINO
de Mello da Voltolina
abita a Macel de Corbo,
ossia a Macel de Corvi

BARTOLOMEO TROIA
de Voltolina

ANTONIO SILVESTRINO
di Pietro de Voltolina

ANDREA di PIAZA
di Iacomo de Voltolina

ANTONIO GRANITI
de Voltolina

DOMENICHO di BARINELLO
de Voltolina

LORENZO di TASCHINI
de Voltolina

ANTONIO FOPAI
de Voltolina

Torna poi a riportare anche il giorno del ricovero, omettendo quello in


cui i degenti vengono dimessi. Così come non è più annotata la paternità:

PIETRO de BARNUDO 15 giugno 1621


fachino de Voltolina è ricoverato nell’ospedale.

JACOPO MORISCHINO 14 agosto 1621


fachino da Voltolina è ricoverato nell’ospedale.

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Nel registro si prosegue coll’annotare soltanto i nomi e la provenienza
dei facchini, senza riportarne il cognome. Dal 14 agosto 1621 alla fine del
maggio 1622 i facchini valtellinesi ricoverati sono ben 57, di cui 4 dece-
duti. Poi riprendono anche i cognomi:

PIETRO de CARI 7 giugno 1622


fachino de Voltolina è ricoverato nell’ospedale.

GIOUAN ANTONIO DE LA MOTTA 5 luglio 1622 è ricoverato nell’ospedale.


fachino de Voltolina

Nei sei mesi che seguirono per arrivare alla fine dell’anno sono stati
registrati altri 41 facchini valtellinesi, di cui uno deceduto.

Il quinquennio successivo bastò all’Arciconfraternita coi nostri con-


valligiani per portare a compimento l’intero corpo della basilica, chiu-
dendone le due navate laterali ed innalzando i quattro piloni della gran-
diosa cupola. Restavano ancora le decorazioni interne, la cupola e la rea-
lizzazione di una facciata degna di un tempio così prestigioso. Intanto
anche le tombe e i principali monumenti della vecchia chiesa di S.
Ambrogio passarono in quella nuova. Così come, nel 1627, grazie alla
benignità di papa Urbano VIII, vi furono altresì trasferiti tutti i pesi, pri-
vilegi e indulgenze del primitivo luogo di culto. Questa chiesa sarebbe
infatti stata abbattuta per la costruzione di un nuovo ospedale, nonché per
far posto all’attuale piazza di San Carlo. Tutte queste spese poterono esse-
re affrontate sia coi lasciti dei fedeli che con alcune fonti d’entrata dovu-
te a concessioni e liberalità pontificie, sia soprattutto ai costanti contribu-
ti dei confratelli. Anche i Valtellinesi cercavano di dare il loro apporto:

PIETRO di Giacomo Andrea 25 marzo 1627


del luogo di Mazzo con strumento rogato da Tranquillo Pizzuto, no-
oste in città alle Terme taio di capitolino, fa dono alla Chiesa di due
diocesi di Como crediti per vittovaglie somministrate - uno di
71 scudi di cui gli è debitore il prete Girolamo
Pino parmigiano ed un altro di 44 scudi nei
confronti di tale Flaminio Spinosa - con peso
che quando fosse seguita l’esazione venissero
celebrate in perpetuo, dopo la sua morte, tre
messe ogni anno (7d).

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Parte dei nostri emigrati, che si erano ormai sistemati con un lavoro
che garantiva loro una certa sicurezza, tornavano in Valle a riprendersi
moglie e figli o a sposarsi. Quindi rientravano a Roma. E non solo i figli
maschi, ma anche le figliole e le mogli entravano nell’Arciconfraternita.
Fra queste riportiamo una testimonianza:

BARTOLOMEA MAZZA 28 aprile 1630


ha casa alli Pontefici viene iscritta nel Rollo delle Sorelle (8d).

La via dei Pontefici era una strada fra il Corso e Ripetta. L’ubicazione
di questa casa ci fa capire come i Valtellinesi cercassero solitamente di
stanziarsi nelle vicinanze della sede del loro sodalizio.

BARTOLOMEO BALDASSARI 1 novembre 1632


della Terra di Ardenno in Valtellina lascia alla Chiesa di S. Carlo 100 scudi da inve-
Diocesi di Como stire e con il frutto loro farne celebrare tante
messe in perpetuo, come dal testamento rogato
da Antonio Giuliani notaio del Governatore.
Gli scudi vengono pagati da Vincenzo Guerini,
esecutore testamentario e nella quietanza, fat-
tagli dalla Congregazione, è tassata la quantità
delle messe al numero di venti in un anno che
detta Congregazione si obbliga a far celebrare,
cioè due ogni mese per i primi otto mesi del-
l’anno e le quattro restanti una per ciascun
mese, come dall’ istrumento della quietanza
rogato da Tranquillo Pizzuti, passato poi
Antonio Bonifacio Senepa notaio Capitolino, il
18 novembre 1632 (9d).

GIOANNI DE ROSSI 23 giugno 1639


della Valtellina i 5 scudi che ha lasciato per testamento alla Chie-
Diocesi di Como sa di S. Carlo vengono riscossi dalla Congre-
gazione (10d).

Usando i mezzi che l’accresciuto culto continuava a procurare, anche


l’ospedale fu ricostruito abbastanza in fretta ed in modo degno della
nuova magnificenza. Un ospedale modello per quei tempi. Era stato inse-
rito nel palazzo del Claustro, dove si trovavano altresì sistemate le abita-

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zioni per i sacerdoti e per gli inservienti, come pure il nuovo Oratorio (47)
con un altare e la sua sagrestia. L’ospedale aveva 12 letti, con cucina e
cortile interno. Dopo la forzata pausa per la demolizione del vecchio e la
recente costruzione, dal 1637 riprese ad accogliere gli ammalati.
Numerosi i Valtellinesi, in gran parte confratelli, che tornarono ad usu-
fruirne dell’assistenza. Ci fu un miglioramento anche nelle trascrizioni sui
registri, impostati in ordine alfabetico per nome e in cui si tornò a ripor-
tare – come in alcuni del secolo precedente - gli indumenti indossati dai
pazienti o che avevano con sè al momento del ricovero:
ANDREA RAPELINO 3 luglio 1638
facchino dalla Uoltolina occupa il letto n. 2.
Consegna all’inserviente calzoni di tela, gipo-
ne di mezza lana, calzette di tela e cappello.
E’ dimesso il 18 luglio (11d).

ANDREA FRATINO 5 agosto 1638


facchino dalla Uoltolina letto 14,
indossa calzoni di tela, una camisciola rossa e
porta calzette di saglia,
ha con sé 31 giulii;
dimesso il 13 agosto.

ANTONIO GIUNOLI 18 ottobre 1638


facchino di Uoltolina letto 6,
casacha di panno meschio, calzoni di mezza
lana, un busto di tela, calzette di panno e cap-
pello;
dimesso il 23 ottobre.

BARTOLOMEO UANELLI 9 maggio 1638


della Uoltolina letto 2,
calzoni di mezza lana, casacca di panno, cami-
ciola, calzettoni bianchi;
dimesso il primo di giugno.

CHARLO DE ROSSI 6 aprile 1642


dalla Uoltolina di anni 24,
fornaciaro giubbone, ferraiolo e cappello;
dimesso l’8 aprile.

DOMENICO PLATA 10 settembre 1640


fachino de Uoltolina calzoni di tela, calzette, guarnacia di mezza

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lana, giubbone di tela e cappello;
dimesso il 23 settembre.

GIOUAN MARIA TOLINETTI 23 luglio 1638


facchino della Uoltolina letto 13,
calzoni di tela, giubbone di fustagno, guarnac-
cia di tela, calzette di tela e cappello;
dimesso il 26 luglio.

GIOUANNI da FOGAIA 4 agosto 1638


facchino della Uoltolina letto 4,
casaccone straccio di panno, calzoni di mezza
lana, giubbone e calzette di tela, cappello;
dimesso il 22 agosto.

GIACOMO AMORE 7 novembre 1640


facchino dalla Uoltolina balandrano, camiciola, calzoni di mezza lana e
cappello;
dimesso il 2 dicembre.

JACOMO PANCETTA 20 luglio 1638


facchino della Uoltolina letto 2,
calzoni, guarnaccia e calzettoni di tela, cami-
ciola rotta e cappello;
dimesso il 25 luglio.

JACOMO FREGERIO 25 novembre 1639


fachino della Uoltolina casacca di panno lionata, calzoni di mezza
lana, palandrana di panno lionatto, calzette
stracciate;
dimesso il primo dicembre.

LORENZO MONSINO 21 novembre 1639


facchino dalla Uoltolina ha consegnato 25 baiocchi;
casacca di panno, calzoni di mezza lana stra-
ciati, giubbone simile, camiciola rossa rapeza-
ta, un busto di tela senza maniche e cappello;
dimesso il primo dicembre.

LORENZO de FORNARI 3 agosto 1641


da Sciassiron Valtelina di anni 30,
facchino abita in piazza Giudea,
casacca di mezzalana, calzoni e calzette di tela,

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camicia e cappello: ogni cosa rotta, et stra-
chiati;
dimesso il 7 agosto.

LORENZO de GUIALNIAN 1 giugno 1641


da Semocho sinioria de Grissoni a uno fratelo solo che fa il fachino,
fachino de vino di anni 28,
giubbone di fustagno, calsette di lana pauona-
ce fate a gugia e una camicia;
dimesso il 6 giugno.

PIETRO FONTANA 18 dicembre 1639


fachino de la Ualtelina letto 4,
mandato dall’Ill.mo mons. Belli,
calzoni di panno color verdone, camiciola
rossa, guarnaccia di panno rotta, calze di saia e
cappello;
dimesso il 31 dicembre.

PIETRO GRATINI 28 dicembre 1639


facchino dela Voltalina calzoni e giubbone di mezzalana, camiciola
bianca, calzettoni e cappello;
dimesso il 12 gennaio 1640.

PIETRO TACHETTO 6 maggio 1642


facchino de vino de la Vultolina ha un filio che abita a Milano,
del locho de Caspano signoria de calzoni e giubbone di mezzalana, casacca di pan-
Grissoni no, uno scialle di tela bianca, camiciola rossa,
camicia e cappello nero: onie chosa frusto,
dimesso sano et libero il 19 maggio.

STEFANO PIODA 14 febbraio 1639


facchino dela Vultalina letto 20,
calzoni di mezza lana straciati, guarnaccia di
tela stracia, calzette di saia bianca e cappello,
con 2 giulii;
dimesso il 24 febbraio 1639.

VINCENZO MARCHONI 21 agosto 1638


facchino dalla Uoltolina letto 15,
camiciola rossa, calzoni di mezza lana, calzet-
te di tela e cappello, con 5 giulii;
dimesso il 9 settembre.

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Dal Rollo delli Ammalati dell’ospedale veniamo a sapere che nel 1642
i degenti furono 671, per un totale di 894 giornate di mantenimento. Ne
morirono 6.

I Valtellinesi avevano anche rapporti di lavoro e di affari con


l’Arciconfraternita dei Lombardi, che si era trovata a gestire i sostanziosi
patrimoni frutto di donazioni. E negli affari, a volte, non è che vada tutto
per il meglio. Ne sapevano qualcosa alcuni convalligiani che, assieme a
tanti altri commercianti dell’Urbe in difficoltà, finirono sul libro dei debi-
tori e delle riscossioni dell’amministrazione del sodalizio che andava dal
22 aprile 1642 a tutto il 1656:
DOMENICO CIAMPINI
(mercante di legna)
per legna deve 200 scudi.

LORENZO CIAMPINI
(orzarolo)
per legumi deve 172 scudi.

BARTOLOMEO MAURI
dal 1645 deve 92 scudi.

BARTOLOMEO GRATIOLI
nel 1656 deve 37 scudi.

GIOVAN PIETRO MARTIRE


nel 1656 deve 82 scudi.

I nostri sono in buona compagnia di vari pollaroli, muratori, fornari,


speziali ed altri. E che dire allora di tale signor Antonino d’Angeli, che
per vino risultava debitore nientemeno che di 3000 scudi? (12d)

In questi anni l’Arciconfraternita al fine di rendere le sue regole più


confacenti alle cambiate esigenze, tanto per il governo spirituale che per
quello temporale, nella congregazione generale del 29 febbraio 1642 rin-
novò i suoi Statuti e Costituzioni. Tra gli immediati provvedimenti ci fu
quello di aumentare i medici e gli inservienti dell’ospedale in proporzio-
ne ai ricoverati. Gli stessi Valtellinesi risultavano sempre più numerosi:

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ANDREA TELONO 30 luglio 1643
facchino da Voltolina di anni 26,
de la Retonda consegna all’inserviente la sua camiciola
rossa, calzoni di tela, calzette di saia e il cap-
pello nero, che sono cose fruste;
ritorna a ricoverarsi il 2 agosto (13d).

ANTONIO BARISELE 24 settembre 1644


da Morbenio di anni 21,
fabbro lavora in via della Scrofa,
i suoi panni sono usati.

ANTONIO PAPINO 2 settembre 1644


fachino de Voltolina a Ripetta consegna i suoi stracciati panni.

SANTINO MASCIONE 5 agosto 1645


facchino della Uoltolina di anni 22.
de arte de sale in Macel de Corvi

ANTONIO CIOCHI 20 maggio 1646


fachino da uino de Voltulina di anni 25,
abita a Ripetta,
consegna due giubboni, calzoni e calzette di
mezza lana, camisa rotti.

BATISTA SARGIO 25 agosto 1643


facchino de Voltolina di anni 35,
in piazza Giudia due mantelle, casacca di panno di lana bianca,
camicia e cappello nero.

BERTOLAMEO GALINO 19 novembre 1644


patria sua ne la valle de Manghen ha panni vegi et rotti.
in Voltolina
facchino di Ripa

BARTOLOMEO di MAZZONE 8 agosto 1645


di Antonio della Uoltolina di 20 anni,
facchino di vino camiciola rossa, calzoni di tela, giubbone di
tela vecchia;
dimesso il 13 agosto.

BERTOLAMEO MASOLAZZO 12 agosto 1644


facchino da Melo in Valtolina di anni 25,

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ha moglie e un filiolo strano al paese,
i suoi panni sono usati e rotti;
dimesso il 18 agosto.

BARTOLOMEO CUTA 16 luglio 1643


fachino dalla Voltulina di anni 30,
abita a Monte Giordano,
giubbone di mezza lana, calzoni, camiciola
rossa, mediocri calzette rotte di lana e cappel-
lo nero vecchio;
dimesso il 9 agosto.

GIOVAN BATTISTA BISIO 5 luglio 1643


da Gordona vicino Como giubbone di panno, berettino, calze e calzette
facchino di Campo Marzo di tela, camicia e cappello nero, tutte cose
usate;
dimesso il 25 luglio.

GIOUANNI REDILUNA 23 agosto 1646


da una terra che si chiama Traona di anni 50,
diocesi di Coma (sic !) calzoni, casacca e calzette di mezza lana,
fachino a Ripetta ogni cosa rotti, camiciola rossa usata et rotta;
dimesso il 25 agosto.

GIOUANNI PETROLINO 1 ottobre 1646


da una terra che si chiama Caspano di anni 23,
diocesi di Como casaccone di panno, camiciola rossa, giubbone
e calzoni di tela, calzettoni di panno, cappello
nero e scarpe;
dimesso il 4 ottobre.

JACOMO FOLA 13 settembre 1643


di Voltolina di anni 20,
facchino al Pozzo Bianco casacca, calzoni di panno scuro, camicia rossa;
dimesso il 19 settembre.

Torna il 2 ottobre
e viene dimesso il 9 ottobre.

24 ottobre 1644
altro ricovero;
dimesso l’8 novembre.

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JACOMO BUGIALI 23 ottobre 1647
di Valtolina diocesi di Como di anni 23,
facchino di vino giubbone di fustagno, calzoni di tela, camicio-
la rossa, calzette di lana, scarpe nere
ogni cosa usata;
dimesso il 26 ottobre.

LORENZO MESCIA 23 marzo 1643


d’Arden in Voltolina di anni 25,
facchino di vino ha moglie ed il padre al paese,
abita vicino a via della Scrofa,
consegna casacca di panno, camiciola di
mezza lana rossa, calzette rosa, ogni cosa rotte,
ed anche delle fruste;
dimesso il 2 aprile.

LORENZO LUZZI 3 agosto 1647


facchino de vino di anni 47,
di una terra che si chiama Caualis giubbone, calzoni e calzette di mezzalana e cap-
nel comune di Ardenno pello nero, tutti rotti, anche scarpe nere;
dimesso il 4 settembre.

MATTEO GREPP 26 luglio 1643


de Mele de Voltolina di anni 20,
casacca di mezza lana, calzoni, calzette, cami-
cia di tela, cappello;
dimesso il 27 agosto.

MAININO TARDASSO 8 aprile 1645


facchino del comune d’Ardenno ha panni usati;
di Valtolina dimesso il 12 aprile.

PIETRO FONTANA 3 marzo 1645


di Vallate di Valtellina giubbone di fustagno, casaccone di panno trin-
ciato, camiciola rossa, calzoni di rascia e cal-
zette verdi et il camisello tutto usato;
il 29 marzo viene licenziato in quanto incura-
bilis.

PIETRO di LEIACOMELLE 19 maggio 1645


della Uoltolina di Malenchi ha panni vecchi;
facchino da vino della piazza dimesso il 22 maggio.

61
PAULO BONO 2 luglio 1646
dalla Valtolina della terra che si di anni 34,
chiama Fai calzoni e camiciola rossa, casacca e calzette
abitante in strada Ferattina di tela, tutti rotti, e cappello nero;
dimesso il 7 luglio.

PIETRO MARCHETTI 1 agosto 1647


di Ronchiaglia (sic) diocesi di Como di anni 27,
fachino del uino giubbone senza maniche, calzoni e calzette
abitante a Ripa grande di tela, cappello nero e scarpe nere;
dimesso il 27 agosto.

TOMASO VALMALA 7 settembre 1644


de Voltolina del comune d’Arden ha panni vecchi e rotti;
facchino da vino de Campo de Fior riparte il 10 settembre.

TOMASSO di NONI 5 agosto 1645


chiamato JACOMELLO ha panni tutti rotti e 7 giulii;
facchino di sale dimesso il primo settembre.

Dallo stato che si è potuto riscontrare dei vestiti di tanti di questi rico-
verati, ci si rende conto di quanto fosse duro per loro, soprattutto per i fac-
chini, vivere a Roma. Allontanandosi dalla Valle avevano indubbiamente
lasciato indietro tanta morte e distruzione. Nelle loro intenzioni c’era però
anche quella di sfuggire alla povertà, ma, a quanto pare, la realtà
dell’Urbe non corrispondeva alle aspettative. Grazie al cielo non andava
così per tutti i convalligiani. C’erano altri Valtellinesi che in parte, o del
tutto, questa triste realtà erano riusciti a superarla:

PROPERTIO MIGAZZI 9 dicembre 1650


del luogo di Morbegno lascia per ragione di legato alla Compagnia dei
in Valle Tellina diocesi di Como SS. Ambrogio e Carlo scudi 50, con peso di far
celebrare in perpetuo per l’anima sua una
messa ogni mese, come da testamento rogato
per gli atti di Giacomo Pizzuto, notaio
Capitolino, nella data sopraindicata. La somma
viene riscossa il 25 novembre 1653. Il peso nel
1664 è da monsignore vicegerente, delegato
della Sacra Congregazione del Concilio, ridot-
to a nove messe da celebrare in un anno (14d).

62
GIOVAN MARIA PARAVICINI 1659-1667
muratore dona per elemosina alla Chiesa 50 scudi, che
vengono riscossi dalla amministrazione della
Arciconfraternita in più partite dal 1659 fino al
1667, come dal Libro Mastro B e da quello
segnato F (15d).

PIETRO E GEROLAMO de BONESI 14 SETTEMBRE 1662


figli della buonanima di Bartolomeo la casa nel rione di Campo Marzo al vicolo di
Schiavonia, confinante da un lato con altri loro
beni, dall’altro coi beni della Chiesa dei SS.
Ambrogio e Carlo e davanti alla strada pubbli-
ca, che i due fratelli posseggono insieme e di
cui è usufruttuaria in vita la signora Diana De
Donati loro madre, viene dagli stessi Pietro e
Gerolamo venduta all’Arciconfraternita e per
servizio della Fabbrica al prezzo di scudi 415.
La somma dovrà essere investita nel Sacro
Monte della Pietà di Roma oppure impiegata
per la compra di stabili, come da strumento
rogato da Nicolò Fiorelli notaio del Vicario
nella soprascritta data, e resterà a credito
dell’Arciconfraternita ed a favore del suo
Arciospedale. All’atto, unitamente ai Bonesi,
sono presenti il Guardiano della Compagnia
Giovanni Lucatelli e Giovan Andrea Buttelli
computista (16d).

GIOANNI BUONOLI 5 luglio 1663


del q. Pietro da Traona nel suo testamento, dopo molti Legati pii, della
Valtolina istituisce sua erede la Chiesa di S.
Carlo, come da testamento rogato dal notaio
Capitolino Giovan Battista Rondini nella
soprascritta data.
Muore l’8 luglio e, fatto l’inventario dell’ere-
dità, vengono trovati in contanti 485 scudi e 12
luoghi del Monte Novennale, 4 luoghi del
Monte S. Bonaventura, unitamente ad alcuni
mobili e diversa biancheria. Questa, a tenore
delle sue disposizioni, viene consegnata all’o-
spedale di S. Giacomo degli Incurabili. I 4
LUOGHI DEL MONTE S. BONAVENTURA

63
SONO TRASFERITI NELLA CHIESA IN
VALTELLINA DI S. ALESSANDRO DI
TRAONA LEGATARIA, come pure 10 luoghi
del Monte Novennale vengono per altro legato
assegnati alla Chiesa di S. Lorenzo in Lucina,
parrocchia del defunto ed anche della stessa
chiesa di S. Carlo al Corso. I restanti 4 luoghi
sono venduti per il prezzo di 217 scudi, incas-
sati dalla amministrazione della Chiesa e del
suo Ospedale. Recuperando altri 64 scudi per
mandati speciali, la stessa si ritrova così ad
incamerare in totale la somma di 761 scudi. Un
eredità “valtellinese” di tutto rispetto (17d).

Due anni dopo questo lascito, ci fu una donazione più che mai cospi-
cua da parte del cardinale milanese Luigi Omodei, allora protettore
dell’Arciconfraternita. Si trattava addirittura di 50.000 scudi – un corri-
spettivo ai nostri giorni di circa 2 miliardi e mezzo – con cui fu possibile
riprendere i lavori, che si erano interrotti proprio per difficoltà finanziarie,
al fine di ultimare la basilica. Anche la generosità dei confratelli e dei
fedeli di tutta Roma non si dimostrò da meno.
E così, nel 1668, l’architetto Pietro da Cortona completò la grandiosa
cupola ideata da Onorio Longhi e, nel 1684, furono portati a termine i
lavori della suggestiva facciata realizzata su disegno dello stesso cardina-
le Omodei.
Nel frattempo l’ospedale proseguiva nella sua attività , di cui i confra-
telli valtellinesi mostravano di continuare ad usufruirne:
ANTONIO BONINO 25 agosto 1656
di Valtellina si ricovera perché amalato di febre ed è fachi-
no dell’Angelo in Fiore posto a letto in una
stanza fuor di casa; il giorno 29 con La
Licenza viene trasferito all’ospedale di S.
Giovanni Laterano (18d).

ANDREA PENENA 27 gennaio 1659


di Valtellina si presenta con febbre ed è messo a letto, con-
fessato e comunicato; l’8 febbraio, su consiglio
del medico, viene mandato in una secchietta
all’ospedale di S. Giovanni.

64
ANTONIO NONINO 17 ottobre 1681
facchino di vino si ricovera;
confessato e curato,
se ne parte sano il 24 ottobre.

ANTONIO BONO 28 gennaio 1683


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 4 febbraio.

ANTONIO PETRETTA 14 settembre 1684


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 20 settembre.

ANDREA SCIUCHE’ 10 agosto 1686


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 17 agosto.

ANDREA PANIGETTO 22 settembre 1686


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 25 ottobre.

ALESSANDRO BARONONCINI 3 febbraio 1688


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 13 febbraio.

BATTISTA CAPORALE 27 luglio 1687


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 4 settembre.

Torna il 16 settembre;
dimesso il 18 ottobre.
BATTISTA NONNI 17 settembre 1687
facchino da vino si ricovera;
dimesso il 29 settembre.

BERNARDINO GROTO 12 ottobre 1687


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 19 ottobre.

GIOVAN ANTONIO FUSAIOLO 17 luglio 1659


di Valtelina si ricovera;
dimesso il 20 luglio.

65
DOMENICO RONCHETTO 10 settembre 1659
facchino di Ripetta si ricovera;
dimesso il 26 settembre.

DOMENICO da Tartano di Valtellina 3 ottobre 1659


facchino di Ripetta si ricovera;
dimesso il 9 ottobre.

DOMENICO MENESATI 8 agosto 1681


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 22 agosto.

DOMENICO BARAGLIO 1 ottobre 1686


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 16 ottobre.

DOMENICO BARIGA 7 ottobre 1687


facchino da vino si ricovera;
dimesso l’11 di ottobre.

GIOUANNI GIOUANNETI 9 agosto 1661


facchino della Compagnia si ricovera;
di strada Fratina
dimesso il 20 agosto.

GIOANNI della Valtelina 13 agosto


fachino della Compagnia si ricovera;
della Trinità di Ponte Sisto dimesso il 17 agosto.

GIOANNI PAGHANETTA 2 maggio 1667


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 15 maggio.

GIOAN PIETRO PANCETTA 7 agosto 1687


facchino da vino in piazza Giudia si ricovera;
dimesso l’11 agosto.

GIOANNI ROMIGIOLE 13 settembre 1677


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 21 settembre.

GIOAN ANTONIO BONETTI 18 settembre 1677


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 23 settembre.

66
Torna il giorno 27;
dimesso il 17 ottobre.

GIOANNI PEDRASSI 11 ottobre 1677


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 17 ottobre.

GIOANNI PANIGHETTO 24 giugno 1678


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 27 giugno.

GIOANNI MARCHETTO 8 luglio 1678


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 17 luglio.

GIOANNI GIANNOLI 23 ottobre 1678


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 13 novembre.

GIOUANNI NONINO 2 agosto 1679


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 15 agosto.

22 ottobre 1683
torna a ricoverarsi;
dimesso il 26 ottobre.

Si ripresenta il 7 novembre;
dimesso il 30 novembre.

GIOUANNI POLO 5 agosto 1679


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 20 agosto.
GIOUAN BATTISTA GARBIOLI 25 agosto 1679
facchino di vino si ricovera;
dimesso il 28 agosto.

GIACOMO NEGRINI 12 ottobre 1679


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 29 ottobre.

5 dicembre 1690

67
si ricovera ancora;
dimesso il 17 dicembre.

GIOUANNI BOTTA 26 settembre 1680


facchino da vino si ricovera;
dimesso l’11 ottobre.

GIOUANNI GALLINA 26 agosto 1681


facchino da vino si ricovera.

8 dicembre 1689
torna a ricoverarsi;
dimesso il 18 dicembre.

27 luglio 1690
si ricovera ancora;
dimesso il 2 agosto.

GIOUANNI BONO 12 agosto 1684


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 15 agosto.

4 giugno 1685
si ricovera di nuovo;
dimesso il primo di luglio.

GIOUANNI BONETTI 18 agosto 1684


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 23 agosto.

1 dicembre 1687
torna a ricoverarsi;
dimesso il 16 dicembre.
torna a ricoverarsi il 31 dicembre;
dimesso il 7 gennaio 1688.

26 luglio 1689
si ricovera ancora;
dimesso il 29.

GIOUANNI PETROSELLO 14 settembre 1684


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 22 settembre.

68
GIOUAN BATTISTA CAPORALE 18 luglio 1685
facchino da vino si ricovera;
dimesso il 20 luglio.

GIACOMO DA LORO 1 giugno 1686


di Valtolina si ricovera;
facchino dimesso il 9 luglio.
Il cognome Loro è erroneamente scritto per
Dell’Oro. Gli appartenenti a questa famiglia
nel Seicento, si stanziano numerosi in città ed
anche nella campagna romana.

GIOUAN LORENZO FOINE 27 settembre 1687


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 29 settembre.

GIACOMO BONOLA 12 ottobre 1687


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 28 ottobre.

GIORGIO PETRINO 3 novembre 1687


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 18 novembre.

GIOUANNI RE’ 31 agosto 1688


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 29 settembre.

JACOMO FUMASET 18 maggio 1660


di Voltolina di anni 30,
si ricovera;
dimesso il 20 maggio.

JACOMO SCETTI 30 luglio 1660


dalla Valtellina si ricovera;
facchino dimesso il primo di agosto.

Torna il 2 settembre;
dimesso il 12 settembre.

LORENZO BRANCHA 25 giugno 1669


facchino da vino si ricovera;
dimesso il primo luglio.

69
LORENZO CIMPINI 24 giugno 1670
facchino da vino si ricovera;
dimesso il 6 luglio.

LORENZO PAPINO 10 dicembre 1670


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 28 dicembre.

LORENZO VENA 23 gennaio 1683


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 29 gennaio.

LORENZO PASINA 15 aprile 1683


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 17 aprile.

LORENZO FORRA 26 agosto 1683


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 13 settembre.

LORENZO BRUNOLI 26 agosto 1684


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 30 agosto.
7 novembre 1686
si ricovera ancora;
dimesso il 20 novembre.

LORENZO MAROLO 30 agosto 1685


facchino si ricovera;
il 6 settembre viene portato all’ospedale di S.
Giovanni per esser tisicho.

LORENZO PAINO 14 settembre 1685


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 24 settembre.

LORENZO MARCHETTI 11 luglio 1686


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 14 luglio.

PIETRO BONOLA 6 giugno 1654


caporale di facchini si ricovera.
della Compagnia di Campo Marzo

70
10 dicembre 1679
dopo 25 anni torna a ricoverarsi;
dimesso il 13 dicembre.

PIETRO FALCIETTO 8 settembre 1655


facchino si ricovera;
dimesso il 28 settembre.

PAOLO NONNINO 25 ottobre 1659


facchino si ricovera;
dimesso il 28 novembre.

PIETRO FOIANO 17 aprile 1678


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 4 maggio.

PIETRO BONO 4 luglio 1678


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 22 luglio.

PIETRO GRAPOLINO 22 agosto 1678


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 15 settembre.

PIETRO MASETTI 12 giugno 1679


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 19 giugno.

PIETRO BUSNARDO 30 giugno 1679


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 13 luglio.

PIETRO DE BIANCHI 22 ottobre 1679


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 27 ottobre 1679.

PIETRO SOLINO 26 luglio 1686


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 13 ottobre.

PIETRO CAPORALE 25 ottobre 1686


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 3 novembre.

71
PIETRINO MANFIOLINI 26 dicembre 1686
facchino da vino si ricovera;
dimesso il 31 dicembre.

PIETRO BONONA 12 agosto 1687


facchino da vino si ricovera;
dimesso il primo settembre.

SILVESTRO CAPORALE 18 agosto 1687


facchino da vino si ricovera;
dimesso il 26 agosto.

TOMASO SONGINO 17 agosto 1659


fachino si ricovera;
della Compagnia di S. Geronimo dimesso il 20 agosto.
a Ripetta

TOMASO BONATTI 8 luglio 1668


facchino di vino si ricovera;
dimesso l’11 luglio.

TOMASO LORENZINO 1 agosto 1669


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 4 agosto.

TOMASO TARCHA 5 agosto 1669


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 24 agosto.

TOMASSO GALINA 22 settembre 1669


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 27 settembre.

TOMASSO BONETTO 10 maggio 1672


facchino di vino si ricovera;
dimesso il 25 maggio.

Torna il 19 settembre;
dimesso il 5 ottobre.

VINCENZO di FONTANA 11 luglio 1666


fachino a Ripetta si ricovera;
dimesso il 14 luglio.

72
VINCENZO ROIA 19 ottobre 1667
facchino di vino a Ripetta si ricovera;
dimesso il 12 ottobre.

Per un quinquennio non compaiono altri nomi di convalligiani nei Rolli


dell’ospedale. Questo fatto potrebbe essere una convalida della consuetu-
dine adottata soprattutto dai facchini, che lavorando per gruppi o compa-
gnie con impegni della durata di cinque anni, si alternavano fra convalli-
giani o altri appartenenti alla confraternita dei Lombardi – per lo più ori-
ginari di Novara, Milano, Varese, Alessandria, tanti di Domodossola, del
lago Maggiore – e rientravano in Valtellina. Lo stesso sistema era anche
adottato da chi aveva bottega a Roma. Tornati a ritemprarsi in Valle molti
si sposavano, aiutavano in campagna o sui monti i genitori anziani, tira-
vano su i figli. Trascorso un periodo di cinque, dieci, quindici anni se ne
tornavano a riprendere il lavoro a Roma, portandosi appresso la moglie e
i figli che, ormai cresciuti, erano in grado di affrontare un viaggio così
impegnativo.

Sul finire del secolo c’è un ultimo valtellinese registrato con nome e
cognome:

ANDREA DELLA TORRE 14 agosto 1694


facchino da vino di Valtolina si ricovera;
della Compagnia di S. Giovanni dimesso il 24 agosto.
a Ripetta

Per gli altri, una ventina, compaiono soltanto i loro nomi e l’abituale
dicitura: fachino di Voltolina, nonché la specifica dei pochi vestiti che
hanno indosso al momento del ricovero con la solita, desolata considera-
zione di tutti stracci (19d).
Quanto alla Lista de debitori spettanti alla Venerabile Archi-
confraternita annovera un paio di altri Valtellinesi che, a tutto il 1686,
hanno pendenze dovute alla loro attività di piccolo commercio:
AGOSTINO BAROLA
orzarolo
per la pigione annuale della terza botega nuova,
attaccata alla fabbrica della chiesa
e di proprietà della Compagnia,
deve 60 scudi.

73
DOMENICO BONA
pizzicarolo
per la pigione annuale della quarta botega nuova
deve 80 scudi (20d).

Dagli atti della stessa amministrazione risulta un ultimo lascito valtel-


linese:

PIETRO SOLINO settembre 1693 e 4 giugno 1697


della Valtellina per Legati diversi depositati a favore della fac-
chino da vino Compagnia dal defunto benefat-
tore, come da testamento rogato secondo gli
atti del notaio capitolino Jacobelli, sono riscos-
si dal signor Nicolò Torre scudi 100 per ele-
mosina alla Chiesa e scudi 10 all’ospedale per
fare candelieri d’ottone, senza sapersi con qual
disposizione (21d). Egli è probabilmente rico-
noscente all’Arciconfraternita, nel cui ospeda-
le è stato ricoverato dal 26 luglio al 13 ottobre
1686.

Morire a 19 anni
Quello che colpisce, passando al vaglio le liste dei ricoverati, è la gio-
vane età dei facchini che morirono in ospedale. Soprattutto i Valtellinesi.
Rispetto al numero complessivo degli ammalati registrati per l’intero
secolo, quello dei nostri convalligiani passati a miglior vita risulta abba-
stanza contenuto. La loro età è invece decisamente impressionante:
CARLO MARTELLO 28 giugno 1650
da Mell de Voltolina anni 19
si ricovera;
viene confessato, riceve l’estrema unzione e
muore quello stesso giorno.

Nella Chiesa de SS. Ambrogio e Carlo è messo


nella sepoltura auanti l’altar maggiore (22d).

GIOANNI CAVALONE 9 luglio 1650


di una terra che si chiama Serone anni 19
in Voltolina diocesi di Como consegna giubbone, calzoni di tela e calzette:
facchino da vino ogni sua roba vecchia e rotta;

74
abita e lavora a Ripetta dimesso il 21 luglio.

Torna il 27 agosto;
consegna casacca, calzoni, giubbone di mezza
lana, ogni roba ratopata, calzette di lana e cap-
pello nero.
Il 30 agosto morse e pasò a miglior vita (23d).

ANTONIO SCAMEZZO 12 settembre 1641


da Ponte Valtellino anni 20
fachino casacca e calzoni di mezza lana mischio, cal-
zette di panno leonato, camicia e cappello,
ogni cosa vecchi.
Sabato 14 settembre muore (24d).

GIOUANNI della Pasquina 16 ottobre 1647


da Santo Martino di Voltolina anni 20
diocesi di Como giubbone, calzoni di mezza lana, calzette di
tela, camiciola rossa, cappello nero, tutte cose
usate.
Il 5 novembre morse e hando a miglior vita
(25d).

PIETRO de GOBI 3 luglio 1650


da Roncaglia di Voltolina 23 anni
si ricovera;
muore e viene posto nella sepoltura davanti
all’altar maggiore della chiesa (26d).

GIOUANNI CAGNIOLO 30 agosto 1646


dal Serone di Uoltolina 24 anni
si ricovera;
muore ed è sepolto in chiesa (27d).

GIOUANNI di ALBERTI 10 agosto 1646


di una terra che si chiama Serone 25 anni
diocesi di Como calzoni, camiciola rossa, calzette di tela: ogni
abitante a Ripetta cosa usata.
facchino del vino Il 26 agosto morse e passò a miglior vita (28d).

DOMENICO di MINATIO 15 agosto 1649


da Traone di Valtolina 25 anni
si ricovera;
muore ed è sepolto in chiesa (29d).

75
ANTONIO BAVINO 8 settembre 1657
di Vallis Tellina 25 anni
baiulus a piazza Judaica si ricovera;
muore ed è sepolto in chiesa (30d).

GIOAN ANTONIO CIANPELLA 28 agosto 1646


da Mel di Valtolina 30 anni
si ricovera;
muore ed è sepolto in chiesa (31d).

PIETRO MARINI 1 novembre 1648


della Valle di Masino 30 anni
si ricovera;
muore ed è sepolto in chiesa (32d).

GIACOMO ROSSETTI 4 marzo 1670


di Ardenno in Valtolina 30 anni
si ricovera;
muore ed è sepolto in chiesa (33d).

PIETRO ZAFFETTI 20 aprile 1691


da Valtulina 30 anni
si ricovera;
muore ed è sepolto in chiesa nel posto dei fac-
chini (34d).

BARTOLOMEO RONCAIOLI 3 novembre 1679


facchino da vino 35 anni
si ricovera;
muore ed è messo nelle sepolture de’ facchini
(35d).

GIOANNI BRANCA 1 febbraio 1681


facchino di Valtolina 39 anni
si ricovera;
muore nello stesso giorno (36d).

GIOAN MARIA TONINET 8 luglio 1642


de Voltolina signoria de Grisoni 40 anni
facchino di vino consegna un gipono de coramo roto rapezato,
della Compagnia di Macel de Corbi camicia e calzette di mezza lana e una frusta
nera.
Muore il 13 luglio (37d).

76
LORENZO NONNINO 4 agosto 1686
di Valtolina 50 anni
si ricovera;
muore il 13 agosto (38d).

ANDREA RONCAIOLO 10 agosto 1646


da Datio di Valtolina 54 anni
è sepolto nella chiesa de SS. Ambrogio e Carlo
al Corso della parrocchia di S. Lorenzo in
Lucina (39d).

DOMENICO CIAMPINI 26 maggio 1658


di Albiolo Valle Tellina 55 anni
muore nella parrocchia di S. Maria di
Grottapinta.
E’ sepolto nella chiesa di S. Carlo davanti
all’altar maggiore (40d).

Il Ciampini, la cui provenienza erroneamente riportata sul registro dei


defunti sta per Biolo, pur non morendo nell’ospedale viene sepolto nella
basilica: questo perché era di certo un confratello. E’ lo stesso mercante
di legna che, nel 1656, aveva un debito di 200 scudi con l’amministrazio-
ne del sodalizio. L’avrà saldato? Non lo sapremo mai!

PROPERZIO MIGAZIO 9 aprile 1652


carittiero di Voltolina 93 anni
abita alli Otto Cantoni sotto la parrocchia di S.
Lorenzo in Lucina;
muore e viene sepolto nella sepoltura della
fraternità della Compagnia davanti all’altar
maggiore (41d).

Il carrettiere, il cui cognome qui inesatto corrisponde – come prece-


dentemente abbiamo potuto constatare – a quello di Migazzi, è il Mor-
begnese che nel 1650 lasciò 50 scudi per legato all’Arciconfraternita. A
quanto ci risulta, fin qui, si tratta del convalligiano che ha vissuto in età
più avanzata di tutti nell’Urbe.

Concludiamo riportando i nominativi anche di quei Valtellinesi morti


in ospedale, di cui non ci è dato di conoscere l’età:

77
BARTOLOMEO TROIA 8 gennaio 1621
facchino della Voltolina muore il 20 gennaio.
E’sepolto nella chiesa (42d).

ANDREA PIAZZA 5 marzo 1621


di Giacomo sepolto in chiesa (43d).
facchino da Voltolina

GIOVANNI del COIRO 1 maggio 1621


facchino da Voltolina sepolto in chiesa (44d).

ANDREA di GRANITI 1 maggio 1621


facchino da Voltolina sepolto in chiesa (45d).

JACHOMO dello CESARE 1 maggio 1621


di Lorenzo sepolto in chiesa (46d).
facchino da Voltolina

altri 5 facchini da Voltolina maggio-settembre 1621


sepolti in chiesa (47d).

2 Valtellinesi agosto-maggio 1632


sepolti in chiesa (48d).

BARTOLOMEO MUFATTI 2 ottobre 1633


fachino della Valle Tellina sepolto in chiesa (49d).

GIOANNI BETTINO 14 dicembre 1633


fachino della Valle Tellina sepolto in chiesa (50d).

1 facchino valtellinese 19 dicembre 1633


sepolto in chiesa (51d).

GIOANNI ROMAGETTI 3 gennaio 1634


di Andrea della Valle Tellina sepolto in chiesa (52d).

BERNARDINO di Piantido 20 maggio 1637


dela Vultolina ferraiolo di panno, giubbone e calzoni di
mezza lana, cappello, con 12 giulii.
Sepolto in chiesa (53d).

STEFANO del GIUDICE 16 dicembre 1637


fachino della Uoltolina due camiciole vecchie, calzoni di mezza lana

78
straciati, calzette di tela rotte e un cappello, un
anello d’argento.
Sepolto in chiesa (54d).

GIOUANNI MARCHETTI 16 agosto 1638


consegna un fagotti di stracci.
Sepolto in chiesa (55d).

2 facchini da vino valtellinesi luglio-agosto 1645


sepolti in chiesa (56d).

GIOUANNI PIETROLONE 22 gennaio 1647


da Trauone in Uoltolina sepolto in chiesa (57d).

AGOSTINO di Samolico 22 novembre 1656


diocesi di Como è confessato e mandato all’hospedaletto e il
baiulus giorno dopo morse con frenesie et petecchie.
La notte il corpo viene traslato con catene pres-
so S. Paolo e sepolto (58d) e (59d).

GIACOMO LEONI 23 ottobre 1659


della Valtellina sepolto in chiesa (60d).

JACOMO LORENZATI 2 gennaio 1687


facchino di Valtellina camiciola rossa straciata, casacca di panno
straciata, calze di mezzalana, calzette di tela e
cappello;
muore il 9 gennaio (61d).

L’hospedaletto dove fu trasferito il Valchiavennasco di Samolaco era il


lazzaretto, ossia l’ospizio per gli appestati approntato in gran fretta sull’I-
sola Tiberina di S. Bartolomeo. Nel novembre 1656, quando il convalli-
giano si ricoverò nell’ospedale dell’Arciconfraternita, Roma era già da
mesi straziata da una delle più grandi epidemie della sua storia. Rimasta
pressochè indenne dalla peste del 1630, come testimonia anche san
Giuseppe Calasanzio nel suo Epistolario (48), la città nell’estate del 1656
si ritrovò con migliaia di vittime di una virulenta peste bubbonica.
Dall’ospedale dei Fatebenefratelli di Civitavecchia, in cui fu ricoverato un
marinaio sbarcato da una galera pontificia proveniente da Napoli – dove
l’epidemia era già scoppiata – e che morì dopo quattro giorni, alla fine di
maggio il contagio si diffuse rapidamente per lo Stato Pontificio. A Roma

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si adottarono immediate precauzioni: le persone provenienti da Civita-
vecchia erano sottoposte a quarantena al Casaletto, sul Gianicolo; quasi
tutte le porte della città furono chiuse e quelle rimaste aperte vennero
messe sotto stretto controllo, con patenti di sanità anche per le merci;
chiusi altresì tribunali e scuole; proibite feste, riunioni pubbliche, cerimo-
nie religiose e processioni, perfino luminarie e fuochi d’artificio; si arrivò
addirittura a coprire le grate dei confessionali con fogli di cartapecora
(49). Fu istituita una speciale Congregazione di Sanità e prescritto l’ob-
bligo, sotto pena di morte, di tempestiva segnalazione per ogni caso
sospetto di peste. Tutto inutile. Da Trastevere, dove morì un giovane ven-
ditore di pesce napoletano che alloggiava in una locanda, il morbo dilagò.
Le vittime cominciavano ad essere tormentate da atroci dolori addomina-
li, seguiti da vomito e febbre violenta, mentre la lingua si anneriva da far
impressione; poi subentrava un crescendo di ecchimosi, carbonchi e
petecchie nerognole in tutto il corpo; bubboni e ulcere, per lo più agli
inguini, marchiavano alfine con una ributtante e dolorosissima condanna
a morte. Scattarono altri provvedimenti: in una sola notte, tra il 23 e il 24
giugno, soldati e lavoranti innalzarono una cinta muraria che isolò
Trastevere dal resto della città; con un gran numero di cancelli si divisero
i rioni, autorizzando il passaggio soltanto con permessi speciali, e si ripar-
tì anche l’abitato in quartieri presidiati da commissari coadiuvati da grup-
pi di medici e confessori; a dottori, chirurghi, flebotomi e speziali si vietò,
pena la morte, di lasciare il posto di lavoro; tutte le strade di accesso a
Roma vennero bloccate; da una parte all’altra si sbarrò anche il Tevere.
L’Isola Tiberina, la cui ubicazione in mezzo al fiume la rendeva facil-
mente circoscrivibile, fu evacuata ed il suo ospedale di S. Giovanni
Calabita fu scelto come struttura sanitaria per tutti i malati di peste. I
Fatebenefratelli dell’ordine ospedaliero di S. Giovanni di Dio, che in
aggiunta ai tre voti di povertà, castità ed obbedienza, hanno anche quello
dell’ospitalità per l’assistenza agli infermi, gestirono quella drammatica
emergenza in maniera esemplare e con uno spirito caritativo unico.
Un’abnegazione che costò la vita a molti di loro. Nell’Urbe ogni attività
si era completamente paralizzata. Gli abitanti se ne stavano rinchiusi nelle
loro case. Per le strade deserte e, sotto una cappa di silenzio angosciante,
il tormentato trascorrere del tempo veniva marcato soltanto dai rintocchi
funebri delle campane e dai tintinnìi cadenzati dei campanelli appesi al

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collo degli animali da tiro, condotti da galeotti vestiti di verde e con a loro
volta al collo una spugna imbevuta d’aceto (50) che si portavano appres-
so carri stracolmi di morti. Per altra via scendevano lungo il Tevere file di
barconi, anch’essi traboccanti di corpi martoriati, che venivano trainati
con catene dalle rive. I cadaveri, che non si erano potuti seppellire sull’i-
sola in fosse profonde e in mezzo alla calce, venivano infatti trasportati
vicino alla basilica di S. Paolo e sepolti nei prati adiacenti. La pestilenza
cessò nell’agosto 1657, dopo aver infierito per un anno. In tutto lo Stato
Pontificio si calcolarono 60 mila morti, di cui 14.500 accertati a Roma.
Un numero contenuto, grazie agli efficaci provvedimenti adottati, rispet-
to a quello di Napoli dove perirono più di 200 mila persone. Cifra comun-
que notevole in rapporto alla popolazione dell’Urbe, che prima della peste
era di circa 120 mila abitanti (51). Quanti furono i nostri Valtellinesi vit-
time di quella circostanza, oltre al Chiavennasco rilevato nell’ospedale
dell’Arciconfraternita, non ci è dato di sapere. In situazioni del genere
non si pensa alle scritture. Abbiamo invece potuto accertare, come sopra
riportato, quelli stroncati dal lavoro e da stenti e privazioni. Morire a
diciannove, vent’anni, venticinque, con indosso sempre abiti che sono
tutti straci, senza nemmeno un paio di scarpe che probabilmente questi
figlioli avevano soltanto “sognato”, lontano dai genitori, dagli amici, dalla
loro casa per dover vivere in una terra che non era la loro, senza neppure
il tempo di arrivare a farsi una famiglia, nessun svago se non qualche
bevuta all’osteria che manteneva la disperazione di tirare avanti e lavoro,
tanto lavoro e ancora lavoro. Un lavoro massacrante. Al punto da lasciar-
ci la pelle. Nella sua Istoria del Concilio di Trento l’erudito – e suscetti-
bile – cardinale Pietro Sforza Pallavicino, autore anche di studi sulla lin-
gua italiana e di una tragedia, essendo stato criticato dal valtellinese Enea
Castelli elemosiniere segreto di papa Paolo V (52), ricambiò definendo
ingiuriosamente la Valtellina Patria de’Facchini (53). Né si dica che il
Pallavicino abbia inteso attenersi alla realtà storica: nello stesso periodo a
Roma il numero di facchini provenienti dal Bergamasco, dal Lago
Maggiore, dal Canton Ticino, da Accumoli, dall’Aquila o dalle Marche
era altrettanto numeroso, se non superiore a quello dei nostri convalligia-
ni. La risposta all’insulto dell’erudito prelato è stata comunque data, non
con parole ma coi fatti, da tutti quei Valtellinesi che a Roma si sono invec-
chiati sotto il peso delle loro fatiche, e sono veramente tanti, e in special

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modo dai nostri Gioanni Cavalone di Serone, Carlo Martello di Mello,
Antonio Scamezzo di Ponte Valtellino, Pietro de Gobi da Roncaglia,
Giouanni della Pasquina da Santo Martino di Valmasino e dagli altri com-
pagni, che eruditi non erano, ma che da semplici, genuini – come le acque
cristalline dei ruscelli dei loro monti – e “generosi” fachini de Uoltolina,
nel fiore degli anni, per un domani migliore hanno sacrificato la vita.

Consuntivo sui Valtellinesi e il sodalizio dei


Lombardi
L’aver passato “a tappeto” la documentazione dell’Arciconfraternita
sui rapporti dei nostri emigrati nell’Urbe col pio sodalizio, nel XVII seco-
lo, ci ha permesso di arrivare ad informazioni interessanti e finora mai
completamente provate:

VALTELLINESI NEL SEICENTO


DELL’ARCICONFRATERNITA DEI
S S. AMBROGIO E CARLO DELLA 289
NAZIONE LOMBARDA IN ROMA
O IN RELAZIONE COL SODALIZIO

ETA’ RISCONTRATE Dai 20 ai 55 anni,


con le punte estreme
di 19 e 93 anni.

ARTI E MESTIERI 10 tipi di attività praticate.

RIPARTIZIONE DELLE ATTIVITA’ Facchino


Facchino di vino
Facchino di sale
Orzarolo
Pizzicarolo
Fornaro
Oste
Muratore
Fabbro
Fornaciaro
Carrettiere
Mercante di legna

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UNITA’ LAVORATIVE Facchini 170
Facchini di vino 70
Facchini di sale 2

Altre attività 47

TOTALE 289

IN PERCENTUALE Facchini 84 %
Altri 16 %

Quanto alla provenienza, per quello che è stato possibile riscontrare -


dal momento che c’è spesso soltanto la scritta generica di Voltolina -,
appare comunque rappresentata tutta la Valle. Specificatamente:
CONTADO DI CHIAVENNA GORDONA
SAMOLACO

CONTEA DI BORMIO SEMOGO

TERZIERE SUPERIORE MAZZO

TERZIERE DI MEZZO PONTE VALTELLINO


SONDRIO
VALMALENCO

TERZIERE INFERIORE ARDENNO


S. MARTINO VALMASINO
DAZIO
BIOLO
VALLATE
SERONE
RONCAGLIA
CASPANO
TRAONA
MELLO
TALAMONA
MORBEGNO
PIANTEDO

Altre indicazioni sui paesi d’origine in Valtellina e in Valchiavenna si


potrebbero dedurre dai numerosi cognomi riportati, di cui una parte rile-
vante spetta indubbiamente alla costiera dei Cech.

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Proseguendo nella considerazione dei nostri dati, ci si rende anche
conto dove si svolgevano esattamente le attività di questi Valtellinesi a
Roma:

Porto di Ripetta
Porto di Ripa Grande
Piazza di Campo de Fiori
Piazza della Retonda (Pantheon)
Piazza di Campo Marzio
Piazza di S. Carlo
Piazza di Trevi
Piazza Giudea
Via di Macel de Corvi
Strada Fratina (via Frattina)
Ponte Sisto
Pozzo Bianco (piazza della Chiesa Nuova)

Riguardo poi ai facchini, oltre a constatare dai vestiti indossati al


momento del ricovero in ospedale che avevano una specie di divisa,
veniamo anche a conoscenza delle loro squadre di lavoro:

Compagnia di S. Giovanni a Ripetta


Compagnia di S. Geronimo a Ripetta
Compagnia di Campo Marzio
Compagnia della Rotonda
Compagnia dell’Angelo in Fiore
Compagnia della strada Feratina
Compagnia della Trinità di Ponte Sisto

Sono questi i principali dati sui nostri convalligiani che, con la loro
presenza ed operosità nell’Urbe, diedero un modesto ma significativo
apporto – e ne furono indubbiamente ricambiati – al buon andamento
dell’Arciconfraternita dei Lombardi, così come contribuirono all’econo-
mia dell’Alma Città. Si tratta però soltanto di una parte dei Valtellinesi
emigrati a Roma nel Seicento. Molti sono documentati altrove: nelle scrit-
ture di altre Confraternite, che andremo ad esaminare.

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