Sei sulla pagina 1di 20

LA VALTELLINA NEL SEICENTO

11
12
Nella prima dominazione grigione

Davvero tormentato il Seicento, specialmente nella sua prima metà,


per tutta la Valtellina. Guerre, pestilenze ed altre calamità hanno reso que-
sto periodo tra i più deprecabili della nostra storia. Così come l’assenza di
una prospettiva di libertà, se non per una breve illusoria parentesi, arrivò
ad accrescere sempre più l’insopportabilità della sudditanza in cui i con-
valligiani erano rimasti imbrigliati.
Un’intolleranza che si mostrò subito evidente dall’inizio del secolo.
Sotto il dominio grigione dal 1512, la valle, oltre che nella Contea di
Bormio e nel Contado di Chiavenna, era ripartita in tre specie di circo-
scrizioni mandamentali: il Terziere Superiore di Tirano, che andava dai
confini del Bormiese a Bianzone, il Terziere di Mezzo con Sondrio e
Ponte, da Bianzone a Berbenno, e il Terziere Inferiore, da Berbenno a la
Torretta fra Piantedo e Colico, suddiviso nelle squadre di Morbegno e di
Traona. Aveva cinque giurisdizioni: Tirano, Teglio, Sondrio, Morbegno e
Traona. Ciascuna dunque con un giudice, magistrato grigione cui l’auto-
rità della spada e della grazia permetteva di giudicare le cause civili e cri-
minali. Tutti questi giudici si chiamavano pretori o podestà. Tranne quel-
lo di Sondrio, che aveva il titolo di governatore. Benché di spettanza ai
giudici, le cause criminali finivano ad essere di competenza del vicario
della valle, sempre grigione, che risiedeva a Sondrio. Ai terzieri era
lasciata l’elezione di un consiglio per ciascuno di essi, di un cancelliere
di terziere e di un cancelliere generale. A capo del Comune c’era il deca-
no, che corrispondeva al nostro attuale sindaco. I contadi di Bormio e di
Chiavenna si regolavano sui loro antichi statuti, sempre però con la giuri-
sdizione di un podestà delle Tre Leghe.
Essendo le cariche di governatore e quelle degli altri giudici distrettuali
messe all’incanto fra i Grigioni, chi sborsava di più si appropriava della
nomina. Di conseguenza, una volta trasferitosi in valle per il nuovo uffi-
cio, il sovente improvvisato magistrato cercava in ogni modo non solo di
recuperare i soldi investiti, ma di farli fruttare. Da qui l’estrema corrutti-
bilità della giustizia, che nella maggior parte dei casi finiva con l’essere
amministrata da gente che non si faceva scrupolo di concedere ragione e
addirittura impunità a chi si mostrava disposto a pagare. Non c’era colpa

13
che non si potesse redimere. Si arrivava perfino a rilasciare lettere d’im-
punità in bianco (1). Ed anche a fomentare delitti o ad incolpare innocen-
ti, pur di trarne profitto. La testimonianza di una meretrice bastava a far
condannare d’incontinenza una persona. Così che alcuni podestà mante-
nevano queste donne per trarre denaro dalle sentenze. Spronavano giova-
ni prestanti a sedurre incaute mogli, che si ritrovavano poi accusate dai
complici stessi della loro trasgressione. Né si salvavano i preti. Per pec-
cati del genere, veri o dichiarati tali, davanti alla minaccia di renderli di
dominio pubblico e soprattutto di esporli con una relazione ricca di parti-
colari al vescovo di Como, le vittime pur di mettere tutto a tacere si lascia-
vano estorcere grosse somme (2).
Lo stesso succedeva per le questioni fiscali. Alla camera dominicale, il
pubblico erario, confluiva soltanto un terzo delle imposte. Gli altri due
terzi spettavano ai giudici. Si presentavano dunque infinite occasioni di
vessazioni e taglieggiamenti, che la maggior parte di quegli amministra-
tori non si lasciava certo sfuggire. In aggiunta al fatto che la Valtellina, di
per sé, rappresentava già un’invidiabile fonte di reddito: l’estimo sui beni
stabili era allora di 3380 lire imperiali, ulteriormente accresciute da taglie
e collazioni diverse in ragione dell’estimo stesso (3).
I Valtellinesi si erano anche trovati a dover tollerare il Calvinismo dei
dominatori e la loro dilagante adesione alla riforma protestante. Né, pur
essendo cattolici ligi ad ogni disposizione ecclesiastica, poterono esimer-
si dall’accogliere sul proprio territorio un gran numero di perseguitati per
queste nuove eretiche opinioni. Costoro, provenienti da ogni parte della
penisola, con la protezione degli stessi magistrati grigioni protestanti
intrapresero subito una costante e capillare opera di proselitismo. Con la
corrosione degli spiriti, la fede cattolica cominciò a cedere terreno alle
credenze dei riformati. Diversi nobili, vuoi per desiderio di novità, vuoi
con l’intendimento di far carriera, vuoi anche solo per sfuggire alle noie
ed alle persecuzioni riservate a chi non si mostrasse favorevole, oppure
per sincera convinzione, cominciarono a dare la loro adesione all’eresia.
E, coi nobili, tanti altri convalligiani. Sui circa 100.000 abitanti della Valle
furono in 4.000 ad apostare (4). In poco tempo furono aperte 20 chiese
riformate. Decreti e altre disposizioni di legge obbligarono i cattolici a
mantenere a loro spese i predicanti riformati. Dove c’erano due o più
chiese, almeno una doveva essere ceduta per il nuovo culto; qualora ne

14
esistesse una sola bisognava condividerla. Numerosi benefici ecclesiasti-
ci passarono a sostegno degli eretici. Nonostante tutto, la maggior parte
della popolazione restò fedele alla religione dei padri.
I rapporti tra Valtellinesi e Grigioni si facevano sempre più tesi. Tutti i
possibili, e già tanto problematici, equilibri di convivenza si reggevano a
malapena e si stavano deteriorando in modo irreparabile. Mai come in
quel momento le vicende religiose si mostrarono così strettamente con-
nesse a quelle politiche. Proprio come nel resto d’Italia e nella stessa
Europa.
In quel ventennio del Seicento, l’Italia era divisa in una decina di stati:
la repubblica di Genova con le due riviere e la Corsica; il ducato di Savoia
col Piemonte, il marchesato di Saluzzo e il Nizzardo; i possessi spagnoli
del ducato di Milano, del regno di Napoli con Sicilia e Sardegna e dello
stato dei Presidi sulla costa della Maremma toscana; il ducato di Mantova
e del Monferrato; la repubblica di Venezia con Brescia e Bergamo, le
coste dell’Istria e della Dalmazia; il ducato di Parma; il ducato di Modena
e Reggio; il granducato di Toscana; lo Stato Pontificio con il Lazio,
l’Umbria, le Marche e la Romagna fino a Bologna. L’influenza della
Spagna condizionava quasi tutti gli stati italiani, tranne Venezia. Quanto
all’Europa, svaniti i timori di un’egemonia asburgica per il disgregarsi
dell’Impero Germanico in una confederazione di stati, cominciava l’asce-
sa di potenze nuove: Francia, Svezia e Paesi Bassi.
Il dualismo religioso, esteso appunto al campo politico anche fra i
Grigioni, sfociò nelle tumultuose discordie interne tra la fazione cattolica
dei Planta e quella luterana dei Salis: i primi favorevoli ad Austria e
Spagna e gli altri sostenitori della Francia e della repubblica di Venezia.
Non appena la fazione dei protestanti riuscì ad imporsi, nel 1618 i suoi
elementi più oltranzisti istituirono a Thusis lo Strafghericht: un tribunale
speciale, composto in gran parte da predicanti fanatici, che avrebbe dovu-
to agire contro gli oppositori politici e giudicare e far giustiziare i nemici
della loro religione, soprattutto i cattolici e gli alleati, accusati di trame ai
danni dei Grigioni. Si parlò di accordi segreti per insediare in Valtellina
gli Spagnoli del confinante ducato di Milano. Vennero emesse sentenze
capitali e condanne al bando dei maggiori oppositori cattolici valtellinesi.
In aggiunta e a completamento di precedenti disposizioni di legge in
Valtellina, Bormio e Chiavenna fu proibita ogni forma di culto; nessun

15
suddito avrebbe potuto chiamare monaci o preti da messa né durante la
Quaresima né in altri tempi; annullata ogni pontificia ed episcopale giuri-
sdizione, col conseguente impedimento per il vescovo di Como a visitare
la valle; assolutamente vietato pubblicare lettere di indulgenze o di
Giubileo; castigato come ribelle chi mandasse posta a Roma e da questa
città ne ricevesse.
Un centinaio di sgherri fu sguinzagliato in valle per procedere agli
arresti. Molti riuscirono a fuggire. Nicolò Rusca, l’arciprete di Sondrio
che tanto aveva osteggiato i calvinisti e si era esemplarmente adoperato
per tener vivo fra la sua gente il cattolicesimo, venne sorpreso nel sonno
e in gran segreto trasferito a Thusis. Fu torturato, processato, martirizza-
to. Perdonò tutti (5), morendo prima di subire anche l’infamia della pub-
blica esecuzione. Ne trascinarono al patibolo il cadavere, ignominiosa-
mente a coda di cavallo, e lo seppellirono sotto la forca. Era il 4 settem-
bre 1618.
Quella stessa sera in Valchiavenna, dopo giorni di piogge torrenziali,
una frana gigantesca con un boato come se diversi grossi cannoni si fos-
sero tutti al tempo stesso sparati (6) si staccò dal monte Conto e rovinò
sulla città di Piuro e sul borgo di Schillano, seppellendoli con tutta la
popolazione. Di entrambi gli abitati, che sorgevano in una vallata attra-
versata dalla Mera a circa quattro miglia da Chiavenna verso il confine coi
Grigioni, non restarono che macerie. Sotto di queste, un migliaio di per-
sone. L’impeto e il furore dei venti furono tali che le campane della chie-
sa di S. Maria, dove i protestanti erano soliti radunarsi, dalla sponda sini-
stra del fiume furono scaraventate su quella opposta. Una catastrofe che
impressionò l’intera Europa. La nobile e florida terra di Piuro, con le sue
due chiese parrocchiali ed altre sei fra monasteri e ospedali, con dimore e
palazzi rinascimentali, famosa per l’estrazione e la lavorazione della pie-
tra ollare nonché per i suoi commerci, in un attimo era stata cancellata.
Oltre che dal furore dell’aere a Piuro, le nostre valli proseguirono ad
essere percorse da un altrettanto devastante furore: quello delle soldate-
sche guidate dai predicanti grigioni, che irrompevano da Poschiavo con
elenchi di nominativi di valtellinesi da arrestare. A onor del vero anche fra
gli stessi Grigioni c’era gente onesta che, biasimando imprese del genere,
avvertiva del pericolo gli interessati. Molti riuscivano a salvarsi. Altri
invece, incappati nei lacci, venivano portati a Thusis. Qui il tribunale, fra

16
i tanti, giudicò anche Biagio Piatti. Il gentiluomo, baluardo del cattolice-
simo a Teglio, fu condannato alla decapitazione che subì intrepidamente
da martire. Un altro valtellinese, Ludovico Castelli di Morbegno, riuscì
invece a difendersi salvando la vita. Dovette però sottostare a una multa
di 2.000 scudi per le sole spese (7). Si sentenziò inoltre su alcuni nobili in
contumacia: Giacomo Robustelli di Grosotto, Francesco Venosta di
Tirano, Azzo e Carlo Besta di Teglio, che furono penalizzati per migliaia
di scudi e messi al bando.
Questi violenti e spesso assurdi procedimenti, che prendevano di mira
soprattutto i religiosi e le persone più in vista, portarono a far temere il
peggio anche per il resto della popolazione. Molti cattolici fuggivano a
Milano ad implorare aiuto al cardinale Federico Borromeo e al duca di
Feria, il nuovo governatore spagnolo. Bisognava assolutamente far qual-
cosa. Ormai la misura era colma. I Valtellinesi non volevano altro che
liberarsi dal giogo dei protestanti. Un senso di oscura tragedia aleggiava
nell’aria, lasciando presagire eventi funesti.

L’insurrezione della Valtellina


Il 19 luglio 1620, a Tirano, esplose la rivolta. Era capeggiata da
Giacomo Robustelli, che l’aveva concordata con Giovanni Guicciardi,
Giovan Maria Paravicini, Lorenzo e Giangiacomo Paribelli, Azzo e Carlo
Besta, Marco Antonio Venosta, Simone Venosta, Vincenzo Venosta ed
altri ancora. Interessato ad estendere l’influenza della Spagna in Valtellina
per avere libero accesso ai passi verso Austria, Germania e Fiandre, il
governatore di Milano, che si era premurato di fornire finanziamenti per
una provvigione di armi e munizioni, e l’arciduca Leopoldo d’Austria
avevano segretamente promesso il loro sostegno. Mentre le campane suo-
navano a martello gli insorti, a cui si era unita gente del posto, irruppero
nelle case dei protestanti e li trucidarono. Le autorità grigioni e i loro pre-
dicatori persero la vita. La stessa fine toccò ai convalligiani riformati che
si rifiutavano di tornare al cattolicesimo. Da Tirano la rivolta si propagò
rapidamente a Teglio, Sondrio, Berbenno, in Valmalenco, per poi dira-
marsi ad Ardenno, Caspano, Traona e a Morbegno e nel resto del territo-
rio. Soltanto Bormio e Chiavenna, sempre piuttosto tolleranti coi perse-
guitati italiani protestanti, restarono fuori. Anche Morbegno, dove fra i
locali e i Grigioni si era instaurata una tolleranza reciproca, non ci fu

17
insurrezione. Alla notizia dei fatti di Tirano il podestà e il comandante
militare, assieme a cinque predicanti luterani, vennero immediatamente
accompagnati al confine da cattolici morbegnesi. Ebbero così salva la vita
a differenza dei quattro riformati rimasti sul posto, che vennero uccisi
dagli uomini del Guicciardi e del Paravicini (8). I Grigioni che riuscirono
a scampare all’eccidio, con fughe precipitose, lasciarono la Valle.
L’abbandonarono anche molti gentiluomini e donne colte di Caspano,
dove l’eresia aveva particolarmente attecchito, che la professavano in
buona fede. Come quel Vincenzo Paravicini di Bedoglio, che, finito pasto-
re evangelico a Ginevra, scriverà la drammatica storia della strage a cui
era scampato (9).
In pochi giorni, i Valtellinesi tornarono ad essere padroni del loro ter-
ritorio. A legittimazione di quello sterminio vennero subito stampati dei
manifesti (10). Il Robustelli fece sapere alle comunità cattoliche della
Rezia che quella rivoluzione era stata fatta per l’acquisto della libertà e
la difesa della religione cattolica (11). A caro prezzo, in verità, e in un
modo che dell’essenza stessa della religione cattolica si dimostrava la
negazione. Erano state massacrate circa 400 persone, tra cui molti valtel-
linesi. Un vero e proprio macello, passato alla storia col giustificativo di
sacro. Non fu una pagina esaltante il Sacro Macello per la storia della
Valtellina. Tristissima la definì, a suo tempo, l’Orsini (12). Le pur com-
prensibili motivazioni, suscitate dall’esasperazione più sconvolgente e
dall’abietto comportamento dei dominatori, incluso quello del martirio
imposto al santo arciprete Rusca e ad altri convalligiani, non possono
comunque farci accettare un simile bagno di sangue.
Formato un governo provvisorio, gli insorti per acclamazione nomina-
rono Giacomo Robustelli governatore della Valle. Luogotenente generale
fu scelto il Guicciardi. Si passò subito a piazzare corpi di guardia nei luo-
ghi strategici, rinforzando soprattutto i valichi dove i Grigioni avrebbero
potuto rientrare. Nel frattempo fu chiesto aiuto alla Spagna, a principi e a
repubbliche.

Il Sacco di Sondrio
Ricevuto gli ambasciatori valtellinesi, il duca di Feria, timoroso che un
suo palese appoggio militare potesse causare una reazione della Francia e
della repubblica di Venezia ai danni della Spagna, cercò di tergiversare

18
limitandosi a concedere l’autorizzazione ad arruolare soldati nel
Milanese. Da un ambito locale il contrasto fra i Valtellinesi e i Grigioni
stava infatti entrando in una assai più ampia situazione internazionale che
vedeva già coinvolti, con la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648), i princi-
pali stati europei. In quel momento così delicato il controllo della
Valtellina, della Valchiavenna e del Bormiese sarebbe potuto risultare
militarmente determinante. Il suo territorio costituiva uno strategico cor-
ridoio alpino di transito: attraverso la valle dell’Adda e i valichi del
Bormiese si passava nel Trentino - Alto Adige, e da qui in Austria, in
Germania e in Olanda; dall’Aprica si arrivava in Valcamonica e nel
Bresciano, domini veneti; per il passo di S. Marco si scendeva nel
Bergamasco e nelle altre terre della repubblica di Venezia; da Livigno,
Tirano, dalla Valmalenco e dalla Valchiavenna si entrava nei territori delle
Tre Leghe; mentre la parte più bassa della valle era a diretto contatto col
Comasco.
Decisi a riprendersi la Valtellina e a vendicare la propria gente, i
Grigioni penetrarono da Chiavenna e dalla Valmalenco. Irruppero in
Sondrio. Fortunatamente gli abitanti erano riusciti a fuggire, dall’altra
parte dell’Adda, ad Albosaggia. La città fu saccheggiata. Le sue chiese
vennero barbaramente spogliate. Era il 2 agosto 1620. Alcuni giorni dopo,
i Valtellinesi affrontarono gli invasori nei pressi di Morbegno, al ponte di
Ganda. Li sconfissero, costringendoli a ritirarsi da tutta la valle.

Il Sacco di Bormio, Sondalo, Grosio e Grosotto


In un paio di settimane, i Grigioni erano pronti a rientrare in Valtellina
con forze ingenti. Migliaia di armati, costituiti dalle compagnie zurigane
e bernesi dei cantoni protestanti svizzeri che avevano dato il loro appog-
gio, rafforzavano l’esercito delle Tre Leghe. Altri uomini e mezzi si sareb-
bero aggiunti per l’accordo stretto con Venezia. I Valtellinesi non avevano
scampo.
La gravità della situazione spinse il governatore di Milano a rompere
ogni indugio e a dichiarare i Valtellinesi sotto la protezione della Spagna.
Equivaleva a una dichiarazione di guerra contro i Grigioni.
Sbaragliate le difese, l’esercito delle Tre Leghe attraverso il passo di
Livigno invase la Valle. Piombò su Bormio, presidiata da truppe valtelli-
nesi e spagnole. Queste, ripetutamente battute, dovettero ripiegare nel

19
Terziere di Mezzo. Il 4 settembre 1620, i Grigioni si scagliarono sull’abi-
tato, la cui popolazione si era rifugiata in montagna. Trucidarono i pochi
rimasti, profanarono le chiese e misero a sacco il ricco borgo. Quando se
ne andarono, vi appiccarono il fuoco. Ci fu anche chi, ad onta della reli-
gione cattolica, indossava i paramenti sacri trafugati dalle chiese.
Lasciandosi indietro morte e distruzione, i Grigioni calarono a valle.
Dopo Bormio toccò a Sondalo essere saccheggiata e incendiata. Poi fu la
volta di Grosio. Quindi di Grosotto. Devastazioni immani.

La battaglia di Tirano
L’esercito delle Tre Leghe puntò su Tirano, centro di primaria impor-
tanza sia militare con la sua piazzaforte che religioso per la presenza del
Santuario della Madonna, dove convergeva la religiosità di tutta la Valle.
La presa del capoluogo del Terziere Superiore, che contava allora circa
3.500 abitanti (13), sarebbe stata la più grande rivincita per i protestanti.
Oltretutto l’insurrezione dei Valtellinesi e la strage dei riformati era
cominciata proprio da quel borgo.
L’11 settembre 1620 le truppe a difesa della Valle, coi loro 3.000 fanti,
500 cavalieri e 4 pezzi di artiglieria, cercarono intrepidamente di fermare
l’avanzata degli invasori, molto più numerosi. Pare che fossero dai 7.000
ai 15.000, secondo le testimonianze discordanti degli storici locali. La
battaglia, che si svolse principalmente nella zona dell’attuale Campone
nei pressi del Santuario, durò per ben otto ore protraendosi fino al calare
dell’oscurità. Si concluse con la vittoria dei nostri. I Grigioni lasciarono
sul campo 700 uomini, tra morti e feriti. Le perdite dei Valtellinesi e degli
Spagnoli furono contenute a 140 soldati (14).
Si parlò di un evento prodigioso: nel momento decisivo della battaglia,
la statua in bronzo di S. Michele Arcangelo, posta sulla cupola del
Santuario, fu vista roteare la sua spada fiammeggiante contro gli invasori
e restare minacciosamente puntata in quella direzione fino al momento
della loro disfatta. Altri invece limitarono l’episodio, raccontando che la
statua dell’Arcangelo mobile a seconda del vento, nonostante questo sof-
fiasse con forza contraria, restò con la spada rivolta verso i Grigioni per
tutta la durata dello scontro (15). Testimonianze che lasciano perplessi.
Resta tuttavia il significato di quanto s’intese tramandare: quello della spe-
ciale protezione della Madonna per la gente di Tirano e di tutta la Valle.

20
I Grigioni rientrarono nelle loro terre.
La Valtellina restò libera.
Venne formato un Consiglio Reggente con la presidenza biennale del
governatore Giacomo Robustelli.

Il Trattato di Madrid
In qualità di protettori, gli Spagnoli si stanziarono in Valle. Fu una pro-
tezione che i Valtellinesi pagarono a caro prezzo. Le vessazioni e le raz-
zie che le popolazioni dovevano quotidianamente subire da amici non si
contavano. Oltre, naturalmente, a doverli mantenere con viveri, bestiame
e foraggi che non bastavano mai. Occorrendo garantirsi la sicurezza delle
postazioni strategiche, alle varie comunità fu anche accollata l’incomben-
za della costruzione di nuove fortezze e il rafforzamento di quelle esi-
stenti. Alla gente di Bormio, ad esempio, che già dovevano riedificare l’a-
bitato messo a ferro e fuoco dai Grigioni, toccò d’innalzare nel piano il
forte di Feria. I Tiranesi dovettero ulteriormente ampliare e fortificare la
cinta muraria della città. Trincee ed altre opere di rafforzamento vennero
imposte alle popolazioni di Mantello e della costiera dei Cech.
Il tutto in aggiunta alla feroce incursione che le milizie spagnole fece-
ro nel contado di Chiavenna per saccheggiare le abitazioni dei protestan-
ti e massacrarli. Così come non indugiarono ad irrompere nella valle di S.
Giacomo, favorevole ai Grigioni con cui intratteneva affari da secoli, per
soffocare nel sangue un tentativo di sedizione (16).
La presenza degli Spagnoli in Valle e l’erezione di nuove fortezze
suscitò il risentimento della Francia e di Venezia, considerata la posizio-
ne strategica del territorio. La Questione della Valtellina era diventata di
primaria importanza per le maggiori potenze.
Serrate trattative diplomatiche, che la Francia riuscì a condizionare,
portarono al Trattato di Madrid del 1621. Gli Spagnoli avrebbero dovuto
ritirarsi dalla Valtellina, che sarebbe tornata ai Grigioni. In compenso si
garantiva ai Valtellinesi la salvaguardia della religione cattolica.
Le numerose proteste della diplomazia valtellinese presso le corti
d’Europa, le trame del duca di Feria ed alcuni scontri armati e movimen-
ti di truppe impedirono l’attuazione del trattato.
Per scongiurare una guerra tra Francia e Spagna si arrivò ad un com-
promesso: in attesa di una confacente soluzione diplomatica, i forti della

21
Valle sarebbero stati affidati a una potenza neutrale che avrebbe fatto da
garante.

Le milizie dello Stato Pontificio in Valle


Nel 1623, le milizie papaline si presentarono in Valle a sostituire quel-
le del ducato di Milano e ad assumere la difesa dei valichi. Altre imposi-
zioni, ruberie e violenze per i Valtellinesi. Questo tornava ad essere, assur-
damente, il costo della libertà.

L’invasione dei Francesi


Le trattative diplomatiche non davano risultati. La proposta pontificia
di accordare libero transito sul territorio agli Spagnoli, qualora i suoi abi-
tanti necessitassero di sostegno, provocò la reazione della Francia. Con la
nomina del dispotico cardinale Richelieu a ministro del re Luigi XIII, si
determinò il rinnovo della lega, sorta qualche anno prima tra Francia,
repubblica di Venezia e ducato di Savoia, per risolvere militarmente la
questione della Valtellina.
Nel 1624 un’armata, al comando del marchese de Coeuvres, costituita
da 2.000 fanti e 300 cavalieri francesi, 2.500 fanti e 400 cavalieri veneti,
8 reggimenti grigioni, uno bernese, uno zurigano ed uno vallese (17),
dalla val Poschiavo penetrò in Valtellina. Dopo aver sbaragliato i presìdi
pontifici, calò su Tirano. La città capitolò. Fortunatamente il Santuario
della Madonna fu risparmiato dalla soldataglia grigione. Non altrettanto
le contrade di Cologna, del Dosso, Roncaiola, Piazzo e Bottigioli, che
vennero saccheggiate e date alle fiamme (18).
Anche Bormio e Chiavenna si dovettero arrendere. La situazione stava
per precipitare quando gli Spagnoli, riforniti per la via del lago di ingen-
ti truppe, riuscirono a respingere il nemico da Riva di Novate e da tutta la
Valchiavenna.
Il marchese di Coeuvres si arroccò nella costiera dei Cech, mettendo il
campo a Traona e dislocando la cavalleria francese e veneta a Dubino,
Ferzonico, Cantone e Monastero. Reggimenti grigioni si stanziarono nella
località del Dosso e a Cino. Mantello, col suo ponte e le fortificazioni che
lo rendevano un temibile caposaldo, fu occupato dalla fanteria veneta e da
quella albanese. Un insediamento che, oltre ad esaurire tutti i viveri e le
disponibilità finanziarie della zona, costituì per la popolazione un dram-

22
matico susseguirsi di furti, violenze, stupri e delitti di ogni sorta (19).
Vari scontri con vicende alterne e nuove trattative diplomatiche porta-
rono infine al Trattato di Monzon del 1626. Seguì lo sgombero di tutte le
truppe, sia spagnole che francesi, venete e grigioni, dalla Valle. Questa
tornava sotto i Grigioni, ma con la salvaguardia della religione cattolica,
ammessa come unica fede sul territorio, e di una certa autonomia.
Usufruendo di un censo annuo, i Grigioni ne riconoscevano l’indipenden-
za amministrativa. Si riservavano però il diritto di confermare i governan-
ti eletti dai Valtellinesi. Le varie potenze lasciarono comunque intendere
che non era una soluzione definitiva.

La repubblica di Valtellina
E così, pagando alle Tre Leghe un canone annuo di 25.000 scudi e
demolendo tutte le fortificazioni, nel 1627 e nel 1628 la Valtellina si tra-
sformò in una repubblica quasi libera, governata dal Robustelli, con tanto
di milizie proprie (20).

La peste del 1629 in Valchiavenna e in Valtellina


Il periodo di relativa quiete per la Valtellina e i due contadi fu ben pre-
sto interrotto, nel 1629, dalla calata attraverso la val Bregaglia e la val San
Giacomo dei famigerati Lanzichenecchi dell’esercito imperiale, diretto
attraverso il Chiavennasco e il Milanese a Mantova. In questo ducato e nel
Monferrato contrasti per la successione avevano determinato il fronteg-
giarsi della Francia e dell’Impero Asburgico. Imprevedibilmente, la
Spagna negò il passaggio sul suo dominio. Il risultato fu che i 10.000
fanti, che costituivano l’avanguardia di quel potente esercito, si acquartie-
rarono in Valchiavenna. Aumentati a 22.000 unità, e con l’aggiunta di
3.500 cavalieri, si stanziarono in parte anche nei terzieri e nella contea di
Bormio. Come sempre gli oneri di alloggio e di sostentamento furono a
carico della popolazione. Questa, oltre a subire le ennesime violenze ed
estorsioni, stavolta si trovò anche a dover pagare 10mila scudi ogni mese.
Consumato ogni sostentamento ed esaurite le risorse generali, le trup-
pe imperiali si riversarono alfine sul Milanese liberando la Valtellina e i
suoi Contadi.
Una partenza che tuttavia rappresentò l’inizio di un male peggiore:
quello della peste, che quella soldataglia si era lasciata indietro a causa

23
delle sciagurate condizioni igienico-sanitarie in cui viveva. Dal 1629 al
1631 la tremenda epidemia, descritta dal Manzoni, fece un numero
impressionante di vittime per tutto il territorio. A Chiavenna, su una popo-
lazione di duemila persone, si documentarono 640 decessi: un terzo della
popolazione. Nella sola Sondrio perirono 1.030 persone e 987 nelle fra-
zioni: circa i due terzi della popolazione (21). A Talamona, su mille e otto-
cento abitanti, i dati che si arrestarono ai primi decessi contarono 650 vit-
time (22). A Chiuro ci furono circa 600 morti (23). A Caspano il morbo
fece 246 vittime. A Roncaglia e frazioni si arrivò a 283 decessi (24).
Insomma la popolazione della Valle, ormai ridotta a lagrimevol miseria,
come scrive il Quadrio, dai suoi 106-109.000 abitanti attestati dalla
Relatione del segretario Padavino del 1605 - di cui 12-15.000 che vive-
vano nella contea di Bormio e 14.000 in quella di Chiavenna – si era ridot-
ta, nel censimento del 1632, a 80.000 unità: le guerre e la peste si erano
portate via più di un terzo della popolazione (25).

Il Sacco di Morbegno
Passato il flagello della peste, mentre la popolazione cercava di riorga-
nizzarsi, la Valle fu attraversata da un’ altra armata: quella spagnola, diret-
ta in Germania a sostegno dell’imperatore contro le forze protestanti, che
vennero sbaragliate. Alleata degli sconfitti, la Francia decise una volta per
tutte di prendere il controllo di questi valichi così strategici. Dopo aver
stretto un’intesa coi Grigioni, nel 1635 invase la Valle con un esercito al
comando del duca di Rohan. Le truppe del ducato di Milano l’affrontaro-
no in un’accanita battaglia nei pressi di Morbegno, finendo disastrosa-
mente sconfitte. I Francesi entrarono in Morbegno, la cui popolazione era
riuscita a mettersi in salvo nel convento dei Cappuccini e nella valle del
Bitto. Tutto l’abitato fu messo a sacco.
Seguirono altri scontri.
Il Rohan convocò i principali gentiluomini della Valle per trattare un
accordo coi Grigioni. Inutilmente.
Proseguivano i disastrosi acquartieramenti delle truppe francesi e di
quelle spagnole a danno di una popolazione ormai stremata.
Particolarmente onerosi furono gli acquartieramenti dei reggimenti del
Rohan e dei suoi squadroni di cavalleria a Talamona, Ardenno, Caspano
ed anche a Civo. In aggiunta, per isolare il nemico, vennero fatti abbatte-

24
re numerosi ponti, tra cui quello di Albosaggia, di Cedrasco e di S.
Gregorio. Ponti che poi si sarebbe dovuto ricostruire (26).
Inaspettatamente, gli Spagnoli voltarono le spalle ai Valtellinesi. Per
tornaconto avevano deciso di sostenere i Grigioni. La Valle, dopo tanto
sangue versato, rovina e sacrifici, fu proditoriamente abbandonata al suo
destino.

Il Capitolato di Milano
Appreso che gli Spagnoli stavano negoziando la consegna della
Valtellina alle Tre Leghe, il governatore Robustelli e il Consiglio di Valle
inviarono dei rappresentanti alla corte di Madrid. Fu tutto inutile.
Nel 1639, la trattativa fra Grigioni e Spagnoli si spostò a Milano. Il
Robustelli, il cancelliere generale Niccolò Paravicini e il capitano
Giovanni Maria Guicciardi, con un gruppo dei più ragguardevoli genti-
luomini della Valle, si precipitarono dal governatore del ducato. Gli ricor-
darono la lealtà sempre dimostrata alla Spagna e le numerose promesse
ricevute. Non furono neppure ammessi alla stipula degli articoli del
Capitolato di Milano con cui la Spagna, qual bilancia che pende a quel-
la parte da cui più riceve (27), dopo essersi servita della Valtellina e dei
contadi di Bormio e Chiavenna, ne rimetteva la sorte nelle mani dei
Grigioni.
Con quel capitolato si tornava come prima del 1620, con alcune clau-
sole che rendevano più sopportabile l’imposizione: unica religione
ammessa sarebbe stata la cattolica apostolica romana, con espressa esclu-
sione di qualunque esercizio o uso d’altra religione; si faceva divieto di
abitazione o domicilio a persona che non fosse cattolica, ad eccezione dei
giudici grigioni nel periodo delle loro funzioni; ai riformati espulsi, che
possedevano beni nella Valle e nei Contadi, era concessa una permanenza
di tre mesi all’anno per raccogliere le loro entrate e i fitti; beni, legati e
donazioni, che in passato erano stati sottratti per andare a beneficio dei
protestanti, restavano a disposizione de’ Signori Grigioni per essere resti-
tuiti a chi di spettanza. Una clausola, questa, mai rispettata. Così come, a
poco a poco, i protestanti grigioni tornarono a rimettere piede sul territo-
rio. Per il resto, e non era poco, veniva ribadita la solita struttura giudi-
ziaria ed amministrativa con le sue umilianti condizioni di sudditanza.

25
La seconda dominazione grigione
Vent’anni ininterrotti di guerre, carestie e pestilenze avevano stremato
la popolazione e raschiato il fondo di ogni risorsa. Bisognava ricomincia-
re da capo. Per forza. Con l’amarezza, e il rodimento, di dover continua-
re a vivere nella tua terra dominata da stranieri e con la totale incertezza
di un futuro migliore.
Si tornò alla solita corruzione dei giudici ed alle reiterate vessazioni
del fisco. Per non parlare dell’ignoranza di questi magistrati che, con l’ap-
palto biennale delle cariche, invece che uomini di legge si ritrovavano per
lo più ad essere gente tolta all’aratro e alla bottega. Come ci fa sapere il
Cantù, si arrivò anche a dei casi limite: un podestà, udendo in un proces-
so nominare spesso il defunto, intimò con severo cipiglio: “Si senta il
defunto!”. In un’altra occasione fu invece giudicata vergine una madre, e
decretata una multa a chi sparlasse della sentenza (28). Il fondo poi lo si
toccò coi processi a bestie, animali ed insetti: orsi, lupi, talpe, presi o no,
furono processati e condannati. Indubbiamente la generale superstizione
aveva il suo peso. Memorabile risultò nel 1661, come racconta anche
l’Orsini, il processo contro i bruchi che infestavano il comune di
Morbegno e che furono condannati a ritirarsi altrove, apprestando ad essi
le vie ed i ponti (29). Un altro processo incredibile si celebrò, nel 1693, a
Talamona: i bruchi ebbero intimato lo sfratto, con l’obbligo del comune a
fornirli di strade e di ponti, salvo il rimborso dei danni e delle spese.
Come questo sarebbe potuto avvenire non ci è dato di sapere (30). Al con-
tadino che – meschino – aveva avuto le mucche azzannate dall’orso, le
pecore sbranate dal lupo, i campi rovinati dalle talpe o i cavoli annientati
dalle gattane spettava comunque il pagamento delle spese processuali.
Qualora fosse impossibilitato doveva risponderne il Comune. E’ tuttavia
doveroso precisare che non tutti i magistrati grigioni ebbero simili com-
portamenti. Ci furono anche giudici che lasciarono un buon ricordo, come
attestano archi e fontane eretti in loro onore a Chiavenna.
Ignoranza e superstizione portarono anche, in quel periodo, a processi
ben più temibili: quelli alle streghe. Tribunali e roghi funestarono le già
travagliate genti di Bormio, Chiuro, Tresenda, Chiavenna e di altre parti
della Valtellina. Un’ulteriore pagina della tribolata storia di questa Valle.
Senza più guerre, ma con situazioni del genere, nonché con terribilità
naturali ed umane spesso sconvolgenti, trascorse così anche la seconda
metà di questo sciagurato secolo.

26
Le terribilità in Valle
Non fossero bastate guerre ed invasioni, La Valtellina e le contee di
Bormio e di Chiavenna – come già nel secolo precedente – per tutto il
Seicento si ritrovarono martoriate anche da calamità naturali, pestilenze
ed altre sciagure. Il susseguirsi di queste terribilità è impressionante (31):

anno 1600 alluvione a BOALZO presso Tresenda, che dis-


trusse l’abitato;

anno 1602 tempesta nel TERZIERE INFERIORE che


annienta ogni raccolto;

1609-1610 peste in VALLE di carattere nuovo e scono-


sciuto attribuita all’inverno mitissimo e senza
neve;

anno 1618 frana in Valchiavenna che seppellisce PIURO e


SCHILLANO;

1620-1621 febbri ‘con flussi et altri mali accidenti’ che


imperversano in Valtellina: a SONDRIO, in
cinque mesi, muoiono 101 persone e a TIRANO
sono più di 1.000 le vittime;

peste in VALLE portata dalle milizie straniere;

anno 1623 incendio distrugge un quarto dell’abitato di


MORBEGNO;

anno 1628 carestia per un intero anno a CHIURO;

anno 1629 straripamento del torrente Fontana che minac-


cia la contrada GERA di Chiuro;

disastrosa annata per l’agricoltura di TALA-


MONA;

27
1629-1631 peste “manzoniana” che riduce a quasi un
terzo le popolazioni della VALTELLINA, della
VALCHIAVENNA e del BORMIESE;

1630-1631 carestia a TALAMONA;

anno 1634 carestia in tutta la VALLE;

1635-1636 peste nel TERZIERE SUPERIORE, portata


dalle milizie francesi, con 250 morti a LOVE-
RO, 430 a MAZZO, 500 a GROSOTTO;
la stessa si diffonde poi nella CONTEA DI
BORMIO, dove, secondo i cronisti del tempo,
miete 5000 persone;

anno 1636 peste a CASPANO, portata dalle truppe fran-


cesi, con la morte di 603 parrocchiani: più
della metà della popolazione; a RONCAGLIA
fa 366 vittime;

anno 1676 siccità per 5 mesi a CHIURO;

anno 1695 carestia colpisce BORMIO.

In conclusione
Vivere in sudditanza nella tua terra, costretto a sottostare ad ingiustizie
e soprusi fiscali. Essere vessato per la tua fede religiosa. Trovarti coinvol-
to per vent’anni in guerre con le armate di sette Paesi (Francia, Spagna,
Impero Germanico, Tre Leghe, Cantoni Svizzeri Protestanti, Stato
Pontificio, Repubblica di Venezia). La tua casa e dove hai sempre vissuto
messi a ferro e fuoco. I tuoi cari trucidati. Tu che, al mattino, non sai se
vedrai il tramonto. E violenze, stupri, delitti. Ogni risorsa esaurita.
Carestie, siccità, fame. E le pestilenze che falciano senza pietà. Dover poi
trovare la forza di ricominciare. Sempre con l’incertezza del domani. Un
qualsiasi passaggio di eserciti, un’altra invasione… e ogni speranza sareb-
be stata annientata. Era, questa, la situazione drammatica dei Valtellinesi

28
nel Seicento. E così, pur di sfuggire alla miseria, alla fame, per poter esse-
re di aiuto alla famiglia finita in miseria, o semplicemente per farcela a
sopravvivere, molti – ecco dunque motivato il loro numero quasi incredi-
bile – furono costretti a ricorrere ad una soluzione, che per secoli è rima-
sta una costante nella storia dello sviluppo socio-economico della nostra
Valle: l’emigrazione.

29
30