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Elementi di logica matematica

Corrado Mangione

Serie di ricerca operativa Editore Boringhieri


Serie di ricerca operativa

l
SERIE DI RICERCA OPERATIVA

a cura del Gruppo torinese di Ricerca operativa

Promossa dall'Unione industriale di Torino


e dalla FIAT, Torino.
Sotto gli auspici dell'Associazione italiana
per la Ricerca operativa, Roma.
Elementi di logica matematica

Corrado Mangione

Paolo Boringhlerl
Prima edizione 1964

Ristampa 1968

© 1964 Editore Boringhicri società per azioni


Torino, via Brofferio 3
Indice

Prefazione di Piero Buzano

l. Introduzione, 11

t. Cenni storici 2. Gli enunciati e la loro struttura 3. Teoria del significato


4. Linguaggio

2. La logica degli enunciati, 55

S . I l linguaggio LE 6. Il calcolo CE 7. Esemplificazione delle regole 8. Definizione


dei concetti di derivazione, derivabilità e tesi 9. Esempi 10. Il sistema SE 11. Vali-
dità e completezza

3. La logica dei predicati, 86

12. Il linguaggio LP 13. Il calcolo CP 14. Esempi di derivazione naturale nel calcolo
dei predicati IS. Il sistema SP 16. Validità e completezza 17. Cenni sul problema
della decisione

Bibliografia, 127

s
Prefazione di Piero Buzano

Questo breve volume è il primo di una serie dedicata alla ricerca


operativa e come tale destinata a un pubblico piuttosto vasto ed etero­
geneo. Stabilire un primo serio contatto fra la logica moderna e una
schiera di lettori in cui non si presuppone una specifica preparazione
matematica, ma che tuttavia aspirano a quella consapevolezza logica
indispensabile per comprendere le teorie scientifiche assiomatizzate e
per affrontare tecniche raffinate, come quella della traduzione auto•
matica: ecco la non facile impresa a cui si è dedicato Corrado Man­
gione con la serietà che gli è propria e con la competenza che gli deriva
dal far parte dello stimato Gruppo di ricerca di logica matematica del
C.N.R. presso l'Università di Milano.
Il lavoro è stato diviso in tre parti di ampiezza quasi uguale. La
parte introduttiva comprende anzitutto un breve cenno storico allo scopo
di menzionare l'antichità delle ricerche logiche e far risaltare la novità
del modo odierno di impostare tali ricerche. Subito dopo, delineata
brevemente la struttura degli enunciati accennando all'uso dei connet­
tivi e dei quantificatori, viene presa in esame la nozione di significato
introducendo le funzioni di verità e le relazioni fra queste. Infine dal­
l' esame delle due caratteristiche - semplicità e univocità - dei lin­
guaggi artificiali si perviene all'analisi delle due dimensioni, sintattica
e semantica, del linguaggio, riflesse nei due aspetti della relazione
d'inferenza (derivazione e conseguenza) e si giunge a considerare una
logica come combinazione di un calcolo e di un sistema aventi un
linguaggio in comune. La prima parte si sforza di presentare tutti questi
argomenti in forma piana e convincente affinché il lettore possa costa­
tare passo per passo che le caratteristiche piu peculiari della logica
moderna (quali le distinzioni fra livelli logici, fra linguaggio e meta­
linguaggio) non sono costruzioni artificiose e gratuite bensi strumenti
fondamentali per cogliere la struttura delle argomentazioni deduttive e,
in generale, di ogni linguaggio rigoroso.

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Maggior impegno richiede la lettura della seconda e terza parte
dedicate rispettivamente alla logica degli enunciati e alla logica dei
predicati. Entrambe sono redatte secondo un medesimo schema, con­
sistente nel costruire dapprima un calcolo che rappresenterà la dimen­
sione sintattica d.�lla logica e successivamente stabilire un sistema che
ne attuerà la dimensione semantica. Pretendere di svolgere siffa tto
programma senza far sistematico ricorso a complessi segnici e a tra­
sformazioni calcolistiche sarebbe un controsenso: perciò il lettore che
si sentisse assolutamente refrattario a questo modo di ragionare dovrà
limitarsi al giro d'orizzonte sulla logica moderna offerto dalla lettura
della sola prima parte. Chi invece non si lascerà vincere dal timore del
formalismo e si addentrerà nella lettura della seconda e terza parte
avrà la soddisfazione di giungere alla precisa formulazione dei due
fondamentali problemi della validità e della completezza e di veder/i
risolti sia al livello enunciativo che a quello predicativo.
Il volume termina con un breve ma importante paragrafo sul pro­
blema della decisione, ossia dell'esistenza o no di un procedimento
generale il quale p ermetta di decidere circa la validità di una qua­
lunque espressione logica: il fatto che la risposta sia negativa per le
espressioni della logica dei predicati (teorema di Church) sembra se­
gnare un confine fra i compiti che nel processo d'inferenza potrebbero
essere assolti da un automa e quelli che invece spettano al raziocinio
dell'uomo.
PIERO BUZANO

Torino, Istituto matematico del Politecnico

8
Ai miei genitori
l _____

Introduzione

La logica come scienza nacque nella Grecia classica e, fin dal suo
sorgere, si trovò in stretti rapporti con la matematica. La mate­
matica, infatti, tende a costruire teorie deduttive molto rigorose e
la logica vuole essere appunto la scienza che fornisce all'uomo (e in
particolare al matematico) gli strumenti indispensabili per con­
trollare con sicurezza la rigorosità dei suoi ragionamenti. Questa,
naturalmente, non è una " definizione" della logica : intende solo
essere un'indicazione piu o meno approssimata di uno dei suoi
compiti, indicazione che ha Io scopo di delineare l'argomento cui è
dedicato questo libretto.
Al limite, infatti, la logica moderna si presenta nel suo complesso
come la scienza che studia sistemi formali affatto generali, il cui
rapporto con analoghe strutture matematiche, in particolare alge­
briche, si è dimostrato, oggi assai piu che in passato, estremamente
interessante e fecondo ; a una tale caratterizzazione della logica è
quindi opportuno giungere, sia pure succintamente, seguendo il suo
sviluppo storico ; che cercherà soprattutto di sottolineare il profondo
legame, si direbbe quasi la dipendenza, degli sviluppi della logica
da quelli della matematica. Prima di affrontare però questo excursus
storico, è opportuno tentare di precisare meglio la generica indica­
zione sopra accennata.
Per far ciò prendiamo Io spunto da una situazione abbastanza
frequente nei normali rapporti quotidiani. Capita non di rado, nel
corso di discussioni o di polemiche, di sentire obiezioni quali : "Il
ragionamento non fa una grinza, ma . . . ", oppure : " Lei ragiona bene,
ma . . . " e analoghe. Tali obiezioni, tutto sommato, hanno un signi­
ficato molto preciso : esse cioè non si riferiscono al nesso " logico"
delle argomentazioni che vengono presentate ; questo nesso, anzi, è
ritenuto impeccabile, e ciò è mostrato dalla prima parte delle obie-

Il
zioni stes se. Esse riguardano piuttosto il fatto che chi ascolta
non accetta come vere alcune delle premesse cui ricorre il suo inter­
Iocutore nella propria argomentazione e, in ogni caso, ne refuta la
conclusione. Ciò è mostrato, in particolare, dal " ma" contenuto
nelle obiezioni suddette.
Tali obiezioni riflettono dunque il fatto che noi distinguiamo
fra la verità (o falsità ; diremo, in genere, valore di verità) delle pre­
messe o delle conclusioni di un dato ragionamento e la correttezza
o validità del ragionamento stesso . La cosa può essere chiarita con
qualche semplice esempio. Di fronte ad una elementare argomenta­
zione come la seguente:
l') "Tutti gli uomini sono mortali ; tutti i cinesi sono uomini ; quindi
tutti i cinesi sono mortali. ",
nessuno avrà naturalmente nulla da obiettare. Viceversa il ragio­
namento:
l") "Tutti gli uomini sono cinesi ; tutti i matematici sono uomini ;
quindi tutti i matematici sono cinesi . ",
solleverebbe senza dubbio obiezioni del tipo su accennato. Eppure,
tanto l 'uno quanto l'altro dei due ragionamenti non sono che casi
particolari dello schema inferenziale:
l) "Tutti gli A sono B; tutti i C sono A; quindi tutti i C sono B."
si ottengono cioè da l) sostituendo opportunamente i simboli A, B,
C che in esso figurano con altrettanti predicati. È chiaro che, mal­
grado la conclusione di l") sia falsa, il "nesso logico" fra gli enun­
ciati che in esso intervengono non è mutato rispetto a quello sussi­
stente fra gli enunciati di 1'), per il quale tuttavia si ha una con­
clusione vera.
Ciò mostra che la validità di uno schema inferenziale, ad esempio
del tipo l), è indipendente dal valore di verità degli enunciati che
in esso di volta in volta compaiono, ma riguarda unicamente la
"forma" dello schema stesso, la sua struttura. Orbene, uno dei
compiti della logica è precisamente quello di ricercare, isolare, stu­
diare in generale schemi inferenziali corretti, ossia, in altri termini,
quegli schemi che, se le nostre premesse sono vere, non possono
condurci a conclusioni false.

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1. CEN N I STO RIC I

Aristotele; i megarico-stoici
La prima indagine sistematica sugli schemi inferenziali venne
condotta da Aristotele di Stagira (384-22 a. C.), universalmente indi­
cato come il fondatore della logica. Egli assume come elemento
linguistico fondamentale l'enunciato, inteso come quella configura­
zione linguistica per la quale ha senso affermare che è vera o falsa
e distingue tra enunciati semplici e enunciati composti, a seconda
che essi non contengano, o contengano, costituenti che godano a
loro volta della proprietà di essere veri o falsi. Gli enunciati sem­
plici, inoltre, vengono da Aristotele suddivisi, sotto l'aspetto quanti­
tativo, in particolari, universali e singolari e, sotto l'aspetto quali­
tativo, in affermativi e negativi.
Sicché egli prende in considerazione, in definitiva, sei tipi fonda­
mentali di enunciati semplici. Precisamente:
l) Universali affermativi (Ad esempio : Tutti gli uomini sono mor-
tali.)
2) Universali negativi (Ad esempio : Nessun uomo è quadrupede.)
3) Particolari affermativi (Ad esempio : Qualche uomo è cinese.)
4) Particolari negativi (Ad esempio : Qualche uomo non è alto .)
5) Singolari affermativi (Ad esempio : Socrate è mortale.)
6) Singolari negativi (Ad esempio : Socrate non è latino.)
Di particolare interesse per Aristotele sono i primi quattro tipi
di enunciati (i logici medioevali introdurranno l'uso di indicarli,
nell'ordine, con le lettere a, e, i, o) che egli impiega per costituire
la sua teoria logica, la sillogistica, che resterà sostanzialmente lo
strumento logico fondamentale sino a circa la metà del secolo scorso.
Si tratta, in sostanza, della teoria degli schemi inferenziali validi,
a due premesse e una conclusione, della forma cioè se ac e {J allora y,
dove oc, {J, y sono enunciati di uno dei quattro tipi a, e, i, o, che
soddisfino alle condizioni seguenti:
l) Il soggetto di y (detto termine minore del sillogismo) compare
in ac o in {J ; quella delle due in cui esso compare viene detta
premessa minore del sillogismo.
2) Il predicato di y (detto termine maggiore del sillogismo) figura
in quella delle due premesse ac o {J nella quale non compare il mi­
nore ; essa viene detta premessa maggiore del sillogismo.

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3) Il termine di 01: e {3 diverso dal maggiore e dal minore è
comune alle due premesse e viene detto termine medio del sillo­
gismo.
Nell o schema l) visto alla pagina 12, ad esempio, C rap­
presenta il termine minore, B il termine maggiore, A il termine
medio. Fra tutti i possibili sillogismi ottenibili combinando premesse
e conseguenze secondo il tipo a, e, i, o (modi del sillogismo) e
variando in esse la mutua disposizione dei termini (figure del sillo­
gismo) Aristotele isola quelli validi, per i quali cioè la conseguenza
discende necessariamente, in forza della pura struttura logica, dalle
premesse. Si noti che Aristotele sviluppa la teoria sillogistica in una
forma che non è precisamente quella semi-combinatoria da noi qui
schizzata. Notiamo tuttavia che egli introduce l'uso di un oppor­
tuno, per quanto ovviamente elementare, simbolismo, mediante il
quale gli è possibile mettere in evidenza la struttura logica (in ter­
mini di soggetto-predicato) di un dato enunciato, trascurandone il
particolare "contenuto". Senza dubbio, uno dei vantaggi della logica
simbolica moderna è proprio quella di aver creato un piu ricco e
completo repertorio simbolico col qua le poter mettere in evidenza la
struttura logica di argomentazioni non traducibili in termini aristo ·

telici (già una semplicissima argomentazione quale "Se 4 è mag­


giore di 3 e 3 è maggiore di 2 allora 4 è maggiore di 2" sfugge
all'analisi aristotelica).
Aristotele non si limitò a studiare queste forme sillogistiche
(note come assertoriche) ma prese in esame anche quelle che si
ottengono quando alla classificazione degli enunciati secondo qualità
e quantità si aggiunga anche quella secondo modalità (assertoriche,
problematiche, apodittiche).
Bastino questi pochi cenni a delineare la genialità e l'importanza
dell'indagine aristotelica ; nella quale tuttavia, come si è già detto,
non vengono prese in esame le relazioni inferenziali cui può dar
luogo la considerazione di enunciati composti.
Fu merito della scuola megarica (e soprattutto di Eubulide,
Stilpone, Diodoro Crono, Filone) e della scuola stoica (segnata­
mente di Crisippo di Soli) lo sviluppo dell'indagine di questo fonda­
mentale settore. Le dottrine logiche dei megarico-stoici (sulle quali
purtroppo le nostre informazioni sono di gran lunga piu scarse e
incerte che non sulla costruzione aristotelica) culminarono, con

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Crisippo, nell'elaborazione di una raffinatissima semiotica e nella
costituzione del primo calcolo degli enunciati.
Ragioni a noi non sempre comprensibili indussero i logici della
scuola megarico-stoica e quelli della scuola peripatetica ad un con­
tinuo e costante contrasto polemico; e questo forse rappresenta una
delle non ultime ragioni del fatto che l'antichità classica non riusci
a sviluppare concretamente le conquiste dei grandi maestri, in parti­
colare di Aristotele e di Crisippo.
Di notevole interesse è l'influenza esercitata da Aristotele sul
pensiero matematico (si pensi a Euclide), come, viceversa, partico­
larmente significativo è il suggerimento e Io stimolo che ad Ari­
stotele vennero dalla specifica e profonda conoscenza che egli aveva
della matematica del suo tempo. Pare ragionevole affermare, d'altra
parte, che il livello di elaborazione critica e conoscitiva della mate­
matica greca non fosse tale da stimolare un ulteriore affinamento
dello strumento logico che Aristotele e gli stoici avevano approntato.
Lo studio della logica si isterili progressivamente e, sebbene non
siano mancate figure di notevole rilievo (valga per tutti il nome del
commentatore aristotelico Alessandro di Afrodisia, vissuto nel terzo
secolo d. C.), tuttavia non si può piu parlare di reali e sostanziali
progressi. Notevole importanza storica ebbero peraltro le opere
logiche di Severino Boezio (circa 480-525) attraverso le quali il
Medioevo conobbe, oltre alle dottrine aristoteliche, quelle stoiche .

La logica medioevale
Le nostre conoscenze della logica medioevale, le cui origini ven­
gono fatte risalire, dagli studiosi contemporanei, alle indagini di
Pietro Abelardo (1070-1150) sono ancor oggi assai lacunose. Tra i
grandi nomi di cui fu ricco tale periodo, ricordiamo quelli di Pietro
Ispano (m. 1277) le cui Summulae logica/es conobbero, dopo l'inven­
zione della stampa, oltre cento edizioni, e influenzarono largamente
gli studi e gli sviluppi successivi; Guglielmo di Occam (m. 1350 c.),
Giovanni Buridano (m. 1358) e Alberto di Sassonia (m. 1390).
I logici medioevali, oltre a sistemare la teoria aristotelica del
sillogismo, elaborarono nella teoria delle consequentiae una versione
- notevolmente diversa da quella stoica - della logica degli enun­
ciati. Inoltre, attraverso la teoria delle proprietates terminorum (sup­
positio, appellatio, significatio, ecc.) realizzarono un'analisi sui diversi

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usi dei termini difficilmente superabile in sottigliezza e ricchezza
di risultati senza far ricorso all'impiego di linguaggi artificiali.
Tuttavi�. per una serie assai complessa di motivi, che vanno
dall'impostazione teologizzante del pensiero filosofico alla debo­
lezza del pensiero matematico di quel periodo, la logica medioevale
fini ben presto col decadere e isterilirsi definitivamente.

G. W. Leibniz
Occorre giungere al diciassettesimo secolo, e precisamente a
G. W. Leibniz (1646-1716) perché la logica - dopo la decadenza
seguita alla fioritura medioevale - ricominci ad essere considerata
come una scienza autonoma e fondamentale per il pensiero esatto.
Gli apporti concreti di Leibniz alla costituzione effettiva di una
nuova logica non sono, di fatto, particolarmente rilevanti (anche
perché il suo pensiero sull'argomento rimase in gran parte ignoto
e non poté quindi influenzare i suoi contemporanei e immediati
successori). Tuttavia il suo programma ideale di una "calcolizza­
zione" di tutto il sapere deduttivo lo pone, se non fra i fondatori,
almeno fra i precursori della moderna logica simbolica.
Leibniz vagheggiava la costituzione di una characteristica univer­
sa/is, ossia di una lingua artificiale universale, nella quale potessero
tradursi tutti i concetti e tutte le relazioni fra concetti; a tale lingua
avrebbe dovuto essere associato un calculus ratiocinator che avrebbe
appunto permesso di "meccanizzare" calcolisticamente ogni que­
stione inferenziale. Questo suo programma, alla cui attuazione, ripe­
tiamolo, Leibniz non seppe dare - a quanto ci risulta - quei con­
tributi che si era proposto, contiene peraltro il germe di quelle che
saranno le peculiarità delle moderne ricerche di logica, e cioè :
l) il loro carattere linguistico, derivante dalla convinzione generale
dei logici che non abbiamo altro mezzo per studiare con rigore ed
esattezza le relazioni fra le idee, fuorché quello di analizzare le
espressioni linguistiche di tali idee;
2) il largo uso in esse praticato di opportuni simbolismi piu o meno
artificiali.
Come continuatori, almeno in senso lato, del pensiero di Leibniz
in questo campo vogliamo ricordare, sia pure senza soffermarci sulla
loro opera, J. H. Lambert (1728-77) e Gottfried Ploucquet (1716-90).
Nella prima metà del Settecento, un posto a sé come logico merita

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Gerolamo Saccheri (1667-1733), il cui nome è entrato a buon diritto
nella storia della geometria non euclidea. In effetti, il Saccheri svi­
luppa e analizztt nella Logica demonstrativa (1697) un tipo di dimo­
strazione a contt.:1rio (che è, in sostanza, una variante della dimo­
strazione per a.ssurdo) e la applica poi nel suo celebre Euclides ab
omni naevo vindicatus (1733) per tentare di ottenere una rigorosa
dimostrazione logica della dipendenza del quinto postulato degli
Elementi di Euclide dai primi quattro. Cosi facendo egli veniva di
fatto a ottenere (inconsapevolmente) tutta una serie di teoremi di
geometria non euclidea (iperbolica). Su questo argomento torneremo
brevemente nel prossimo paragrafo; qui vogliamo ancora ricordare,
fra i precursori della moderna logica matematica, il matematico e
filosofo Bernhard Bolzano (1791-1848) : sebbene egli operasse nella
prima· metà dell'Ottocento, le sue geniali anticipazioni in materia
( Wissenschaftslehre, 1837) restarono infatti ignote e prive quindi di
qualsiasi influenza sui contemporanei.

Il secolo diciannovesimo
Il secolo decisivo per l'impostazione e lo sviluppo continuo della
logica moderna fu però il secolo diciannovesimo. In esso si vennero
precisando due correnti di ricerca che diedero origine al rigoglioso
sviluppo, tuttora perdurante, di questa scienza. La rinnovata esi­
genza di rigore dei matematici del secolo, impegnati a dare una
soddisfacente sistemazione a teorie già elaborate, e il sorgere e il
consolidarsi di nuove, piu astratte teorie, faceva sempre piu impe­
riosamente sentire la necessità di un affinamento e potenziamento
dell'apparato logico-deduttivo.
" Il già ricordato tentativo del
LA "RIVOLUZIONE NON EUCLIDEA

Saccheri consisteva sostanzialmente nell'assumere come quinto po­


stulato degli Elementi, non la proposizione euclidea, ma la sua nega­
zione, 1 nella certezza di giungere cosi a dimostrare, dal nuovo sistema
di postulati, qualche proposizione assurda. Egli credette, erronea­
mente, di aver di fatto ottenuto tale assurdo e ne concluse appunto
1 È piu esatto dire una sua negazione. Posto infatti il postulato in questione sotto la forma
equivalente "Dati una retta e un punto fuori di essa, per il punto può condursi una e una sola
parallela alla retta data", è chiaro che esso può negarsi tanto affermando che per il punto esterno
alla retta non può condursi alcuna parallela alla retta stessa, quanto aft'errr.ando che possono
condursene almeno due (e quindi infinite). Saccheri, Gauss, Lobacevskij e Bolyai :�ssunsero appunto,
quale postulato, questa seconda proposizione.

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la dipendenza del quinto postulato euclideo dagli altri. Nei primi
decenni dell'Ottocento, Nikolaj Lobacevskij 1 segui sostanzialmente
lo stesso procedimento ma con intenti del tutto opposti: egli cioè
assunse come quinto postulato la negazione di quello euclideo, nel­
l'intento però di costruire una nuova geometria (che egli chiamò
immaginaria e che noi oggi diciamo geometria non euclidea iper­
bolica), i cui teoremi erano ovviamente tutte le proposizioni rigoro­
samente dimostrabili da quei postulati.
Tali proposizioni urtavano contro l'intuizione tradizionale e,
d'altra parte, non erano verificabili dall'esperienza comune. Di
conseguenza, l'unica garanzia per l'ingresso legittimo della geometria
non euclidea nella scienza era rappresentata proprio, e in modo
clamoroso, dalla correttezza delle dimostrazioni mediante le quali
i teoremi non euclidei venivano dedotti dai postulati e quindi, in
definitiva, dalla logica.
BOOLE E FREGE Il primo filone di ricerche cui prima accen­
navamo, trae origine dalla pubblicazione, avvenuta nel 1847, del
volume The Mathematical Analysis of Logic, being an Essay towards
a Calculus of Deductive Reasoning [Analisi matematica della logica
come tentativo verso un calcolo del ragionamento deduttivo] di
George Boole (1815-64). In esso vengono poste le basi delle conce­
zioni matematiche cosi caratteristiche della logica moderna. Boole
vi sviluppa un calcolo (che, essenzialmente, è quello ancor oggi noto
come algebra di Boole) che può essere "interpretato" e in termini
di classi e in termini di enunciati. Pur riprendendo cognizioni in
parte già note, Boole le organizza in una struttura matematica che
conferisce loro una rigorosità e un'applicabilità del tutto nuove, si
da costituirne, indubbiamente, una disciplina originale.
L'algebra della logica del Boole consiste quindi essenzialmente
in un calcolo algebrico a interpretazione logica; essa venne perfe­
zionata dopo il Boole, ad opera principalmente di William S. Jevons
(Pure Logic, 1864), C. S. Peirce (1839-1914) e Ernst Schroder (Vor­
lesungen uber die Algebra der Logik, in 3 volumi, 1890-1915).
Iniziatore del secondo filone di ricerche logiche è il tedesco

1 Accanto al quale v anno ricordati C. F. Gauss (che preferi tuttavia non pubblicare i risultati
ottenuti in tale direzione) e l'ungherese Janos Bolyai che, indipendentemente da Lobaeevskij, rea·
lizzò un'analoga costruzione. Il primo "modello" di geometria non euclidea iperbolica venne pre­
sentato dal Beltrami nel 1868.

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Gottlob Frege (1848-1925). In opposizione alle vedute "fonnal
sliche" del Boole, e con maggior sensibilità e impegno filosofici
Frcge contribuisce in modo essenziale al potenziamento e alla siste­
rnatizzazione della logica, nell'ambito di un piu vasto programma
di riconduzione dei concetti matematici a concetti logici (programma
Jogicistico). Per non ricordare che alcuni dei suoi numerosi contri­
buti, notiamo che a lui si deve l'introduzione dei quantificatori, una
teoria del significato (ancor oggi essenzialmente accettata dai logici)
e la prima sistemazione assiomatica moderna della logica degli enun­

ciati e di quella dei predicati. La sua opera principale, i Grundgesetze


der Arithmetik (in due volumi, 1893-1903), che doveva rappresentare
la concreta realizzazione del suo ambizioso programma, segnò invece
praticamente - come vedremo - il termine della sua attività di
logico.
Accanto a Frege va ricordato Giuseppe Peano (1858-1932) che
si dedicò, coadiuvato da numerosi e valorosi giovani allievi, alla
trascrizione critica di tutto il patrimonio matematico dell'epoca nel
semplice e maneggevole simbolismo da lui stesso ideato. Tale impresa
si concretò nel Formulario matematico (1895-1908).

La crisi dei fondamenti


Nel 1902, Bertrand Russell dimostrava che nella logica dei Grund­
gesetze di Frege poteva derivarsi una antinomia che minava tutta
la costruzione dello scienziato tedesco, come pure alcune teorie
matematiche ritenute di per sé sufficientemente "naturali" e rigo­
rose, come ad esempio la teoria cantoriana degli insiemi. La gravità
di tale antinomia ebbe come effetto quello di polarizzare l'attenzione
di molti logici e matematici sul problema dei fondamenti stessi della
matematica e stimolò efficacemente le ricerche logiche in tale
direzione.
Relativamente a tale problema vennero distinguendosi ben presto
tre diversi atteggiamenti, raggruppabili grosso modo in altrettante
"scuole" . Si tratta precisamente della scuola logicistica che, mante­
nendo piu o meno inalterato il programma freghiano, avrà in Ber­
trand Russell il suo esponente piu significativo; della scuola forma­
listica, che fa capo a David Hilbert (1862-1943) e della scuola intui­
zionistica, il cui iniziatore fu L. E. J. Brouwer (n. 1881). Ricordiamo
ancora, del primo indirizzo, A . N. Whitehead (1861-1947) autore,

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con Russell, dei Principia mathematica ( 1 910-1913), Ludwig Witt­
genstein (1889-1951) e F . P . Ramsey (1903-30). Fra i formalisti
hilbertiani vanno menzionati, fra gli altri, Paul Bernays (n. 1 8 82),
Jacques Herbrand (1908-3 1), Wilhelm Ackermann ( 1 896- 1 962) e
Johann von Neuoann (1903- 57) . Della scuola intuizionistica ricor­
diamo infine Arend Heyting (n. 1 898).

Sviluppi più recenti


Seguendo rapidamente (e senza alcuna pretesa di completezza)
la storia delle ricerche logiche a partire dal loro sorgere, siamo cosi
giunti ai nostri giorni. Dopo la pubblicazione dei Principia, l'inte­
resse per tale tipo di studi si accrebbe enormemente e i contributi
si moltiplicarono . Per non voler fare, a questo proposito , che qualche
nome di particolare importanza , ricordiamo Jan Lukasiewicz (1878-
1956), Leon Chwistek (n. 1 884), Stanislav Lesniewski ( 1 886- 1 939),
Adolf Lindenbaum (m. 1944), Alfred Tarski (n. 1 902), Leopold
Lowenheim (n. 1 878), Thoralf Skolem (18 87- 1 963).
Attualmente, la ricerca logica si è articolata in un gran numero
di direzioni, molte delle quali, non è esagerato affermarlo, debbono
la loro origine ai risultati del fondamentale lavoro di Kurt Godei
Vber formai unentscheidbare Siitze der 'Principia mathematica' und
verwandter Systeme [Sulle proposizioni formalmente indecidibili dei
'Principia mathematica' e di sistemi affini] pubblicato nel 1931 .
Dati i limiti e gli scopi della presente introduzione , non è neppure
il caso di cercare anche solo di elencare tali orientamenti. Ci limi­
tiamo a ricordare le ricerche sul problema della decisione e le appro­
fondite indagini sulle funzioni ricorsive . Da segnalare anche il rin­
novato interesse per le indagini sui rapporti logica-algebra, che rap­
presentano , in senso lato, uno sviluppo nella direzione indicata dal
Boole . Esso può farsi risalire alla dimostrazione , data dallo Stone
nel 1936, del teorema di rappresentazione delle algebre di Boole.
Si tratta di un tipo di ricerche già dimostratesi estremamente feconde
per entrambe le discipline, e nelle quali interviene in misura sempre
maggiore anche la considerazione di strutture topologiche; tali
ricerche formano attualmente materia viva di studio.
Pur nei limiti della pre sente esposizione, pensiamo sia risultato
sufficientemente chiaro l'intrecciarsi degli sviluppi della logica con
quelli delle scienze esatte; ci sembra di poter concludere questo

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breve panorama storico con le chiare parole di Ludovico Geymonat: 1
" ... La logica costituisce un tipico prodotto del momento riflessivo,
diretto a renderei consapevoli intorno al modo di ragionare da noi
effettivamente seguito sia nel discorso comune sia nei discorsi scien­
tifici, ed accresce attraverso questa consapevolezza l'efficienza dei
nostri ragionamenti . Il grande sviluppo odierno delle indagini logiche
n on è altro che il frutto dei complessi e rapidi progressi, recente­
mente realizzati dalla scienza, e delle nuove esigenze di rigore ivi
affiorate. Nella realtà della storia che noi stiamo vivendo, sono
proprio i nuovi problemi incontrati dai matematici, dai fisici, dai
biologi, sono le difficoltà di principio rivelate da tali problemi ,
l'incertezza dei metodi ideati per risolverli, ciò che ci impone un
approfondimento via via maggiore della riflessione logica ... Essa [la
logica] non inventa nulla, ma analizza e chiarisce in tutte le sue
articolazioni il modo di ragionare in uso presso gli scienziati: il
modo di ragionare cui essi devono ricorrere se vogliono elaborare
le proprie teorie in forma adeguata alle esigenze di rigore e di gene­
ralità scaturite dal piu recente sviluppo dell'indagine scientifica."

2. G LI ENU N C I AT I E LA LO RO ST RUTTU RA

Abbiamo già visto che fin dai tempi di Aristotele si intendeva


per enunciato una configurazione linguistica per la quale ha senso
affermare che essa è vera o falsa .• Abbiamo anche visto che la prima
distinzione che si presenta spontaneamente in base a questa defini­
zione è quella tra enunciati semplici , o atomici, e enunciati composti,
o molecolari . I primi sono caratterizzati dal fatto che nessuna loro
costituente gode della proprietà di essere vera o falsa; nei secondi,
al contrario, si possono isolare costituenti di questo tipo. Ad esempio,
l'enunciato,
l) La terra ruota,
è evidentemente semplice , in quanto le sue costituenti , "La", "terra"
e "ruota" non sono tali che si possa per esse chiedersi se sono vere
o false; viceversa , l'enunciato,

1 Filosofia e filosofia della scienza (Milano 1960) pp. 80 sg.


2 La ragione per cui abbiamo usato il termine "enunciato" invece di quello, indifferentemente
impiegato in contesti analoghi, di "P roposizionc", è puramente convenzionale e apparirà chiara
quando avremo accennato alla teoria del significato.

21
a) La terra ruota e il sole è immobile,
presenta una struttura composta, in quanto può essere scisso nei
due enunciati semplici "La terra ruota" e "il sole è immobile".

Enunciati semplici
Cominciamo ad analizzare gli enunciati semplici del tipo I) ;
alcuni altri esempi di enunciati siffatti:
2) Venere è un pianeta,
3) Roma è piu grande di Milano,
4) La somma di due e sette è nove ,
mostrano che in essi è ravvisabile un'identica struttura fondamentale.
Essi constano di unpredicato (-ruota; - è un pianeta; -è più gran­
de di -; la so mma di - e di -è ) e di un certo numero di soggetti
-

(La terra; Venere; Roma , Milano; due, sette , nove) ai quali viene
attribuito il rispettivo predicato. A scopo, per ora, puramente tachi­
grafico, possiamo trascrivere gli enunciati precedenti in forma sim­
bolica, convenendo quanto segue: rappresentiamo il predicato con
la sua lettera iniziale maiuscola e facciamogli seguire le lettere minu­
scole iniziali dei soggetti cui esso viene attribuito. Gli enunciati
precedenti divengono cosi, nell'ordine,
l') Rt,
2') Pv,
3') Grm,
4') Sdsn.
Notiamo ora che 1'), 2') possono esprimersi dicendo che l a pro­
prietà R, rispettivamente P, conviene agli individui t, rispettivamente
v ; mentre 3'), 4') possono esprimersi dicendo che la relazione G,
rispettivamente S, ha luogo fra gli individui r, m, rispettivamente
d, s, n. Avendo luogo tra due individui, la relazione G si dirà binaria;
per la ragione analoga diremo temaria la relazione S, e cosi via;
da questo punto di vista anche quelle che abbiamo indicato sopra
corre proprietà, possono considerarsi relazioni unarie . Sicché in
definitiva potremo dire che gli enunciati semplici si presentano, in
generale, come affermazione del sussistere di una relazione tra certi
individui.
È proprio questa considerazione che ha suggerito un tipo di
scrittura simbolica analogo a quello da noi adottato (predicato
seguito da soggetti); cosi facendo infatti, siamo in grado di espri-

22
mere simbolicamente una relazione fra quanti si vogliano individui,
cosa che non sarebbe stata tanto agevole e che, ad un certo punto,
sarebbe diventata praticamente impossibile o, in ogni caso , poco
trasparente se avessimo adottato altri tipi di scrittura. Ad esempio,
avremmo potuto convenire di porre il predicato fra i soggetti cui
esso è riferito; con tale convenzione si rende molto bene il caso
delle relazioni binarie (avendosi, ad esempio per 3'), rGm) ma ci
si trova in imbarazzo per relazioni ternarie; avremmo però potuto
s
convenire , per queste ultime , una scrittura quale dSn che sarebbe
stata adeguata anche per le relazioni quatemarie (saturando con
l'iniziale del quarto soggetto il posto vuoto sotto la lettera del pre­
dicato) ma, oltre a non essere molto agevole, ci avrebbe messo in
imbarazzo se avessimo dovuto considerare relazioni quinarie.

Enunciati composti. I connettivi


Prendiamo ora in esame gli enunciati composti del tipo a), e
consideriamone altri esempi:
a) La terra ruota e il sole è immobile,
b) Se la finestra è aperta allora Beethoven è morto,
c) Antonio compra la macchina se e solo se Franco gli presta i soldi,
d) Antonio va al cinema o Franca va alla stazione,
e) Einstein non è glottologo.
Cominciamo ad esaminare a) ; come si è già visto in esso sono chia­
ramente individuabili i due enunciati atomici "La terra ruota" e
"il sole è immobile" collegati dal connettivo "e". Poiché sappiamo
già come simbolizzare i singoli enunciati atomici, basterà introdurre
un simbolo particolare per il connettivo "e". Se assumiamo per
esso il simbolo " l\ ", la a) potrà trascriversi

a') Rtf\ fs.

Si noti che l'impiego del connettivo "e" nel linguaggio comune


può indurre a considerare atomici enunciati in realtà molecolari
dal nostro attuale punto di vista. Cosi ad esempio l'enunciato appa­
rentemente semplice "Maria è amica di Franca e di Roberto" pos­
siede la struttura logica dell'enunciato composto "Maria è amica
di Franca e Maria è amica di Roberto" e come tale conviene simbo­
lizzarlo. Un minimo di esercizio è sufficiente a riconoscere (almeno

23
nei casi piu elementari) in una frase del linguaggio comune la sua
esatta struttura logica.
Esaminando ora b) possiamo individuare facilmente anche in
questo caso i due enunciati semplici "la finestra è aperta" e "Beethoven
è morto"; essi sono collegati dal connettivo "se... allora... ". Intro­
ducendo per tale connettivo il simbolo "-+", e convenendo di porto
tra i due enunciati atomici da esso connessi, potremo trascrivere
l'enunciato b) come segue:
b') Af-+ Mb.

Considerazioni analoghe possono farsi per l'enunciato c ) . Qui


compaiono i due enunciati atomici "Antonio compra la macchina"
e "Franco presta i soldi ad Antonio", collegati dal connettivo "se
e solo se".
Simbolizzando quest'ultimo con "�" e convenendo di porto
tra gli enunciati che esso connette, otterremo
c' ) Cam � Pfsa .
Si noti, in questo esempio, che l'espressione " Franco gli presta
i soldi" è stata prima tradotta, in base al contesto del discorso,
nell'enunciato "Franco presta i soldi ad Antonio" e solo dopo questa
traduzione si è passati a simbolizzarlo. Casi di questo tipo sono
molto frequenti nel linguaggio comune, in particolare per quanto
riguarda l'uso dei pronomi; resta da dire che la loro "soluzione"
non è necessariamente legata alla considerazione del contesto , ma
viene ottenuta in generale con l'introduzione del concetto di forma
enunciativa (si veda il paragrafo seguente).
Convenendo ora di adottare per il connettivo "o" che figura
nell'enunciato d) il simbolo "V" interposto fra gli enunciati da esso
connessi, otterremo
d') Ca V Sf.

Ci resta da esaminare l'esempio e ) . In esso figura l'enunciato


"Einstein non è glottologo" al cui predicato " essere glottologo" è
preposta la particella " non". Per estensione di linguaggio vogliamo
chiamare anche tale particella connettivo, convenendo di assumere
per esso il simbolo " .., " e di preporlo all'enunciato sul quale esso
opera.

24
Otterremo cosi
e' ) -,Ge.
Diremo che " /\ " , " V ", "�", "�" sono connettivi biargomen­
tali o binari, poiché essi operano su due enunciati; viceversa " .., "
verrà detto unario o monoargomentale . È chiaro che un enunciato
può presentare una struttura piu complessa di quelle da noi finora
considerate a scopo esemplificativo. La simbolizzazione di enun­
ciati piu complessi si ottiene ovviamente in modo automatico con
l'impiego, eventualmente ripetuto, dei simboli sopra introdotti e ai
quali si aggiungono , per chiarezza, le parentesi tonde . Cosi, ad
esempio, l'enunciato
"Se Antonio ama Maria e Maria non sposa Carlo, allora Antonio
sposa Maria"
riceverà la seguente traduzione simbolica
(Aamf\-,Smc) � Sam.

Forme enunciative. Quantificatori


Tutti gli enunciati che abbiamo finora preso in considerazione ,
avevano in comune il fatto che le relazioni da essi espresse avevano
luogo, per cosi dire , fra soggetti ben determinati il cui significato,
in senso intuitivo, era unico e ben precisato. Consideriamo ora
un'espressione come la seguente:
5) Tutti respirano.
Essa è ovviamente un enunciato; volendo però decidere se esso
sia vero o falso, siamo costretti a far riferimento a una (in un modo
qualunque) precisata totalità di individui, e il nostro enunciato
afferma allora che tutti i membri di questa totalità respirano. In
senso intuitivo ciò equivale a dire che se noi formassimo gli enun­
ciati "a respira", "b respira", ecc., prendendo a soggetto, successi­
vamente, tutti gli individui di quella totalità, per affermare che 5)
è vero dovremmo costatare che ognuno degli enunciati cosi formati
è vero. Se noi ora vogliamo rendere un enunciato come 5) nel nostro
simbolismo, dobbiamo essere in grado di tradurre esplicitamente
l'implicito riferimento di 5) a una data totalità.
Ciò si ottiene introducendo la nozione di forma enunciativa.
Finora di fronte ad un complesso segnico quale ad esempio "Pa",
noi potevamo pensare che "P" fosse l'abbreviazione per un qualche

25
predicato (ad esempio, "passeggia") e "a" per un certo individuo
ben determinato (ad esempio, "Antonio") e cioè una costante.
Enunciati come 5) ci spingono però a cercare di garantirci la possi­
bilità di attribuire indifferentemente un certo predicato non a un
solo individuo determinato ma ad una totalità di individui . Pen­
siamo allora di porre , in Pa, al posto di a, una variabile, che indi­
cheremo con x ; otterremo cosi Px. Px non è un enunciato; basti
osservare che "ritraducendolo" si otterrebbe
"x passeggia" ,
e, circa quest'espressione, non ha ovviamente senso porsi la domanda
se essa è vera o falsa. Tale domanda diventa sensata quando, ad
esempio, al posto di x si sia sostituito un soggetto ben preciso,
quale ad esempio "Carlo", "Giovanni", oppure "Franca". Orbene ,
chiamiamo forma enunciativa (monadica) quel complesso linguistico
che si ottiene da un enunciato sostituendo una costante che in esso
compare con una variabile .
Data una forma enunciativa, sappiamo già che si può tra­
sformarla in un enunciato operando la sostituzione delle varia­
bili che in essa compaiono con delle costanti. Non è questo però,
come ora vedremo, l'unico modo per ottenere un enunciato da
una forma enunciativa . Introduciamo i due simboli: "'rt" da leg­
gersi "per tutti.. ." e "3" da leggersi "esiste (almeno) un . ..", e ripren­
diamo il nostro esempio 5). Dopo quanto abbiamo detto risulta
chiaro che esso potrà trascriversi come segue. Diciamo Rx la forma
proposizionale "x respira"; 5) afferma allora che , qualunque sia x,
x respira. Avremo perciò

5') 'rtxRx.

Si noti che abbiamo detto "qualunque sia x" senza precisare


l'universo del discorso, senza limitare cioè il campo di variabilità
della x. Ciò comporta che, in generale, l'enunciato 5') sarà falso .
È evidente che se avessimo invece circoscritto il nostro universo
per esempio agli animali, 5') sarebbe risultato, in generale, vero.
In altre parole, se Ax sta per "x è un animale" allora la

'rtx(Ax -7 Rx) ,

corrispondente precisamente all'enunciato "Per tutti gli x: se x è

26
un animale allora x respira" (o piu brevemente , "Tutti gli animali
respirano"), è vera.
Possiamo quindi affermare che , data una forma enunciativa
(monadica), possiamo ottenere da essa un enunciato oltre che per
sostituzione della variabile in essa comparente, anche mediante
quantificazione universale ; il simbolo 'V viene infatti detto quantifi­
catore (o operatore) universale e la sua applicazione , appunto, quan­
tificazione universale. È manifesto che l'enunciato "Tutti respirano"
può anche rendersi come "Non esiste qualcuno che non respira" e
servendosi del simbolo di negazione già introdotto e usando il quan­
tificatore esistenziale 3, ciò dà luogo a scrivere
S") -.3x-.Rx.

D'altra parte, il quantificatore esistenziale serve ad analizzare e


trascrivere anche enunciati posti, per cosi dire in forma positiva,
quale ad esempio
6) Carlo ha un amico,
che potrà tradursi scrivendo
6') 3xAxc,

ossia "Esiste (almeno) un x tale che x è amico di Carlo ...


È chiaro, data anche la relazione messa in luce fra i due ope­
ratori universale ed esistenziale, che quest'ultimo si aggiunge ai pos­
sibili modi di ottenere un enunciato da una forma enunciativa .
Notiamo infine che finora abbiamo parlato di forme enunciative
monadiche, nel senso che le abbiamo ricavate da enunciati sosti­
tuendo in essi una costante con una variabile. È chiaro che in gene­
rale potrà introdursi il concetto di forma enunciativa n-adica (con
n;;;. 2, finito) pensando di sostituire n costanti di un enunciato con
altrettante variabili. Cosi ad esempio dall'enunciato

Sdsn
(2+ 7 = 9) potremo ottenere la forma enunciativa monadica

Sxsn
(x+ 7 = 9) sostituendo d con una variabile; o la furma enunciativa
diadica
Sxyn

27
(x+ y 9) sostituendo anche s con una variabile; o infine la forma
=

enunciativa triadica
Sxyz
(x+ y z) operando tutte le sostituzioni sulle costanti (individuali)
=

contenute nell'enunciato.

3. TEO RIA D E L SIGN IFICATO

Al termine sign ificato in senso intuitivo sono per lo piu connesse


interpretazioni diverse fra loro e tutte abbastanza vaghe. Nel lin­
guaggio scritto (e parlato) comune, affinché un termine o un com­
plesso di termini abbia significato (sia significante) si richiede in
generale che esso si riferisca a fatti, entità, sensazioni o situazioni
"riconoscibili" dai vari lettori (o ascoltatori); riconoscibili almeno
in senso lato, in modo tale cioè che sia appunto possibile scrivere
(o parlare) di essi . Già le difficoltà che evidentemente si incontrano
nel descrivere e caratterizzare questo termine a livello del linguaggio
comune , rendono plausibile la necessità, avvertita nell'ambito di
linguaggi piu rigorosi (come ad esempio quello della matematica)
di precisare opportunamente la portata del termine stesso.
Il problema di questa precisazione , noto come problema del
significato, può esprimersi, almeno a livello linguistico, come segue:
determinare la nozione di significato per ogni termine nel linguaggio,
in particolare per un soggetto, per un predicato, per un enunciato.
Tale problema è antichissimo e la soluzione oggi sovente accettata
per esso, pur se lontana dall'esser ritenuta soddisfacente, risale a
Gottlob Frege che la espose per la prima volta nell'articolo Sinn
und Bedeutung [Senso e significato] del 1 892. Accenni a tale solu­
zione si trovano peraltro numerosi nelle teorie logiche antiche, in
particolare nella logica degli stoici.
L'idea di Frege è la seguente: ad ogni segno (in senso lato:
quindi, in particolare , a un soggetto, a un predicato, a un enunciato)
di un dato linguaggio, egli pensa associato un significato composto,
per cosi dire, da due parti: il significato intensionale (o senso, o inten­
sione, o connotazione) e il sign ificato estensionale (o significato, o
estensione, o denotazione) in modo tale che il significato di quel
segno risulti determinato dalla "composizione" del suo significato

28
estensionale e di queHo intensionale. Per evitare confusioni, noi
assumeremo per il primo il termine estensione, per il secondo il
termine in tensione; sicché potremo dire che il significato di un certo
segno è dato daHa sua intensione e dalla sua estensione. In parti­
colare, l'intensione esprime il modo con cui viene data l'estensione.
A noi interessa ora precisare, su questa falsariga, la nozione di
significato per i soggetti, i predicati, gli enunciati. A questo pro­
posito è opportuno introdurre dapprima, brevemente, i concetti di
valore di verità e funzione.
Il primo di questi concetti è tale che sotto di esso cadono esatta­
mente il Vero e il Falso. 1 Ciò traduce semplicemente il fatto che noi
ammettiamo che ogni enunciato possa essere o vero o falso, esclu­
dendo ogni altra possibilità. Ciò si può esprimere anche dicendo
che intendiamo muoverei neH'ambito di una logica a due valori;
d'ora in poi, aH'occorrenza, indicheremo il vero con l, il falso con O ;
l'insieme W dei valori di verità sarà indicato con W{l, O} .
Per quanto riguarda il concetto di funzione conviene partire da
un esempio. Ognuno di noi ricorda che una formula quale

y=3x+2
può compiere quest'ufficio: ogni qualvolta aHa variabile indipen­
dente x sostituiamo un numero reale di un certo dominio (ad esempio,
compreso fra O e l) eseguendone il prodotto per 3 e sommando 2
al risultato, otteniamo un valore numerico per la variabile dipen­
dente y. Cosi ad esempio, sostituendo nella *) x= ì, otteniamo
y=3 Xì+ 2 = i + 2 = f .

Osserviamo che una volta circoscritto il dominio di variabilità


della x, ne viene una delimitazione per il dominio dei valori corri­
spondenti deHay (si veda la figura). Possiamo esprimere tutto questo
dicendo che la *) pone una corrispon denza fra l'insieme dei numeri
reali compresi fra O e l e l'insieme dei reali compresi fra 2 e 5, in
modo tale che a un numero del primo insieme corrisponde uno e
un solo numero del secondo; diciamo univoca una corrispondenza
di questo tipo.

1 Sia chiaro che, volendo, si possono ammettere anche piu di due valori di verità, per esempio:
il Vero, il Falso, l'Indeterminato; oppure anche, addirittura, infiniti valori di verità. Corrispon•
denternente, nel nostro contesto, ciò significa assumere una logica a due, tre, infiniti valori.

29
Orbene, si ricorderà che una formula come la *) in base alla
quale, dato un certo valore all'argomento x, si può ottenere il corri­
spondente valore di y, è un esempio elementare di funzione, o, se

-2 -1 2 3 4 5 x

si vuole, un'esemplificazione particolare della notazione pm gene­


rale y =f(x) . Liberiamoci ora del "supporto" analitico fornitoci
dalla formula *) e teniamo presente solo la possibilità di porre una
corrispondenza fra insiemi qualsiasi con la proprietà di univocità
su espressa. Ne consegue che potremo parlare di funzione anche
quando non esista un'effettiva espressione calcolistica che permetta,
noto l'argomento, di ottenere il corrispondente valore della fun­
zione, purché esista una legge qualsiasi che renda possibile asso­
ciare ad ogni argomento il corrispondente valore. Questo è il casQ,
ad esempio, della funzione di Dirichlet cosi definita:
{l, se x è irrazionale,
f(x) =
O, se x è razionale .

In essa è in effetti espressa una legge che associa ad ogni numero


razionale il numero O e a ogni numero irrazionale il numero Nel l.
seguito noi avremo a che fare, in generale, con funzioni di questo
tipo, il cui dominio degli argomenti sarà costituito da individui e
il cui dominio di valori sarà, in generale, l'insieme W{l, O} dei due
valori di verità.

30
Ciò premesso, riassumiamo nella tabella l le determinazioni
relative al significato dei termini del linguaggio per noi interessanti.

TABELLA

Segno Intensione Estensione

Soggetto Concetto individuale Individuo


Predicato n-adico Concetto attributivo n-adico Attributo n-adico
Enunciato Proposizione Valore di verità

La lettura della tabella l porta alle seguenti conclusioni. L'esten­


sione di un soggetto è l'individuo da esso denotato. Ad esempio,
come estensione di "Socrate" intendiamo l'individuo Socrate in carne
e ossa; a questa estensione corrispondono piu intensioni, ad esempio,
"il maestro di Platone" oppure "il filosofo greco che bevve la cicuta"
o ancora "il filosofo ateniese marito di Santippe", ecc., ognuna delle
quali rappresenta un modo di denotare l'individuo Socrate. In ognuna
di queste intensioni ravvisiamo appunto un contenuto intersoggettivo
(difficilmente definibile in termini espliciti) che ci permette cioè di
"intenderei"; è in questo che consiste quel concetto individuale
inteso dalla tabella l quale intensione di un soggetto.
Analoga considerazione possiamo fare per l'intensione di un pre­
dicato : con concetto attributivo n-adico intendiamo grosso modo
parlare di ciò che nel linguaggio comune viene indicato con i ter­
mini da noi già impiegati di "proprietà", "relazione", ecc. Per
quanto invece riguarda l'estensione di un predicato n-adico, abbiamo
assunto l'attributo n-adico inteso come una funzione i cui argomenti
sono n-uple di individui (di un certo insieme, o come anche si dirà,
di un certo universo) e i cui valori sono valori di verità, ossia ele­
menti dell'insieme W{l , O} . Per chiarire questo punto, notiamo ad
esempio che il predicato monadico "essere un numero primo" ha
per estensione la funzione P(x) cosi definita :
P(O) =O P(4) =0
P( l ) = O P(5) = l
P(2) = l
P(3) = l .,

ossia quella funzione che assume come argomenti numeri naturali

31
(piu in generale, interi) e come valori i valori di verità. Le espres­
sioni che abbiamo sopra scritte possono cioè tradursi come segue:
"P fa corrispondere a O il valore di verità falso"
"P » » » l » » » ",
"P » » » 2 » » vero",
e cosi via. 1 Va notato che, estensionalmente, due attributi verranno
detti identici quando assumono sempre gli stessi valori per gli stessi
argomenti. Tale è il caso, ad esempio, degli attributi estensioni dei
predicati "Essere un triangolo equilatero" e "Essere un triangolo
equiangolo".
Per intensione di un enunciato, infine, abbiamo assunto la propo­
sizione; si è già avvertito che la terminologia è puramente convenzio­
nale. Noi cioè diamo il nome di proposizione a ciò che uno "intende
dire" pronunziando o scrivendo un enunciato. L'estensione di un
enunciato è stata assunta come uguale al suo valore di verità. Ciò
comporta, in particolare, che tutti gli enunciati veri (ossia che hanno
per estensione il valore di verità l) hanno significato parzialmente
coincidente e analogamente tutti gli enunciati falsi (che hanno come
estensione il valore di verità 0). In altri termini: da un punto di
vista estensionale ogni enunciato vero è equivalente a qualunque
altro enunciato purché anch'esso vero.
Potrà sembrare molto artificiosa l'assunzione dei valori di verità
quali estensioni di enunciati. Ma essa non è che la naturale conse­
guenza delle assunzioni precedentemente fatte per soggetti e pre­
dicati. Basti pensare che un enunciato (nel caso atomico) è nient'altro
che l'attribuzione di una proprietà a un individuo o, in generale,
l'enunciazione che una certa relazione vale o non vale fra una n-upla
di individui.
La distinzione sopra esposta fra intensione ed estensione di un
segno comporta che, in una trattazione rigorosa, si debba tener
conto delle due dimensioni intensionale ed estensionale, o, quanto
meno, porta alla consapevolezza che movendosi su l'un piano e
trascurando l'altro, non si coglie tutto il contenuto significativo di
un segno. I logici moderni seguono per lo piu la seconda determi­
nazione, si mantengono cioè su un piano estensionale e cosi faremo
anche noi in quanto segue. Per quanto non manchino tentativi di
1 Oppure, in termini intuitivi: uo non è un numero primo" i " l non è un numero primo"
"2 è un nwnero primo", ecc.

32
logiche intensionali, per esempio i sistemi modali del Lewis (si veda
la bibliografia) si preferisce in generale una trattazione estensionale,
da una parte per le notevoli semplificazioni operative che essa com­
porta, dall'altra perché tutti i risultati ottenuti per via intensionale
sembrano poten:i raggiungere anche per via estensionale.

Funzioni di verità
La determinazione di porci su un piano estensionale permette,
per prima cosa, di considerare da un diverso punto di vista quelle
particolari costanti logiche che abbiamo prima introdotto, e cioè
i connettivi e gli operatori che, si ricorderà, erano state allora pre­
sentate come mere abbreviazioni tipografiche.
Cominciamo dai connettivi. Si era detto che ognuno di essi
poteva considerarsi come un elemento linguistico che, operando su
enunciati, produceva ancora enunciati. Considerando ora noi gli
enunciati da un punto di vista estensionale, interessandoci cioè solo
dei loro valori di verità, potremo dire che un connettivo è una fun ­
zione che fa corrispondere a valori di verità ancora valori di verità.
A livello delle estensioni, pertanto, i connettivi si presentano come
funzioni di verità.
Abbiamo visto che uno dei nostri connettivi, che abbiamo sim­
bolizzato con -. (e che a livello intuitivo doveva renderei la nega­
zione) è monoargomentale, ossia opera su un solo enunciato ; gli
altri quattro, 1\ , V , �. �. sono invece biargomentali, ossia operano
su due enunciati.
Ora è facile vedere che di funzioni monoargomentali definite
sull'insieme W{l, O} dei due valori di verità e con valori sullo stesso
insieme ne esistono esattamente quattro. E infatti, dato un qua­
lunque enunciato oc, esso potrà essere o un enunciato vero o un
enunciato falso, potrà cioè avere valore di verità l o valore di verità O ;
se ora noi consideriamo il nuovo enunciato ..., oc, ottenuto dal pre­
cedente negandolo, in corrispondenza di ognuno dei due valori po­
tranno aversene altri due. Avremo cioè in definitiva che la tabella 2

TABELLA 2
2 4

o
l
1
1
o � o
o

33
comprende tutte le quattro possibili funzioni di verità monoargomen­
tali. Fra di esse dovremo scegliere quella che ci sembra meglio rispec­
chiare, per i nostri scopi, il connettivo -, . È chiaro che non pren­
deremo in considerazione la l e la 4, le quali a qualunque argo­
mento fanno corrispondere l, rispettivamente O ; esse sono cioè
quelle funzioni che operando su un valore di verità, indipendente­
mente da quale esso sia, gli fanno corrispondere sempre la prima,
l
sempre O la seconda. Resta quindi una scelta ragionevole fra la 3
e la 2 ; ma quest'ultima può essere chiamata la funzione di "affer­
mazione". Essa infatti, operando su un valore di verità, lo lascia
invariato. Se ricordiamo che la funzione da noi cercata deve essere
un corrispettivo del connettivo -, il quale deve renderei la nega­
zione; e se, in senso intuitivo, accettiamo il fatto che la negazione
di un enunciato vero debba essere un enunciato falso e viceversa
la negazione di un enunciato falso debba essere un enunciato vero,
allora concludiamo che la funzione 3 fa al caso nostro. Essa infatti
è tale che al valore di verità l fa corrispondere lo O, al valore di
verità O fa corrispondere l'l, ossia scambia i due valori di verità.
Ne risulta quindi che al simbolo -, potremo associare la funzione
di verità 3 (che per ovvi motivi chiameremo d'ora in poi Non) defi­
nita dalla tabella 3.
TABELLA 3
w Non (w)

o
o

La formula combinatoria che dà il numero N di possibili fun­


zioni di verità in dipendenza dei loro argomenti (e che abbiamo
impiegato implicitamente per determinare il numero delle possibili
funzioni monoargomentali) è N= 2 2 n, dove n è il numero degli
argomenti. Nel caso di n = abbiamo infatti, come si è visto,
l
N= 4. Nel caso di funzioni biargomentali, avendosi n= 2 , sarà
N= 2 2 ' = 1 6. Avremo cioè 1 6 possibili funzioni di verità biargo­
mentali; fra di esse dovremo isolare quella da associare " ragione­
volmente" ai nostri connettivi A , V, ---,)- ' � ; nell'ordine, vogliamo
chiamare tali funzioni Et, Ve!, Seq, Aeq. Vale la pena di ribadire
che mentre i connettivi collegano simboli del linguaggio, le funzioni

34
di verità ad essi associate mettono in relazione non dei simboli ma
dei valori di verità.
Nella tabella 4 abbiamo tutte le possibili funzioni biargomentali.
TABELLA 4

w w' J2 3 4 5 6 7 8 9 l O 11 12 13 14 15 16

o o o o o o o o
o o o l o o o o
o l l o o l l l l o o l l o o
o o o l o o l o l o l o l o

Qui la nostra ricerca si fa piu complessa ; teniamo però presente


che noi desideriamo che le funzioni Et, Ve/, Seq, Aeq debbano essere
definite in modo da risultare quanto piu possibile aderenti agli ana­
loghi connettivi del linguaggio comune.
Avendo in mente questa esigenza, non tardiamo ad accorgerci
che la funzione 8 traduce perfettamente l'uso che noi facciamo del
connettivo "e". Dicendo infatti ad esempio "Antonio dorme e Maria
studia", noi intendiamo affermare simultaneamente la verità di
entrambi gli enunciati "Antonio dorme" e "Maria studia"; è chiaro
allora che la falsità anche di uno solo dei due sarà sufficiente a far
si che tutta la congiunzione sia falsa. Questa è la situazione appunto
descritta dalla funzione 8, che assume il valore l nel solo caso in
cui i due argomenti w e w ' assumono entrambi lo stesso valore l .
Al connettivo 1\ potremo dunque associare la funzione E t definita
dalla tabella 5.

TABELLA 5
w w' Et(w, w')

o o
o o
o o o

Le funzioni 2, 9 e 10 traducono invece tre accezioni che nel lin­


guaggio comune vengono ammesse per il connettivo "o".
La funzione 2 traduce l'uso, che vogliamo chiamare alternativo,
secondo il quale l'alternativa di due enunciati è falsa solo nel caso

35
in cui i due enunciati siano entrambi falsi. È questo il classico caso
dei bandi di concorso (Il candidato deve essere in possesso di laurea
in lettere, o in filosofia, o... ) nei quali l'elencazione alternativa dei
singoli titoli che un candidato deve possedere, non esclude la possi­
bilità che egli ne possegga piu d'uno o addirittura tutti, purché ne
possegga almeno uno.
La funzione 9 traduce l'impiego dell' "o" che vogliamo chiamare
incompatibile : esso esclude che entrambi i suoi argomenti siano
veri, non però che essi siano entrambi falsi. L'uso, molto raro, di
tale connettivo, si ha nel linguaggio comune per lo piu in situazioni
nelle quali non ci preoccupiamo tanto che due enunciati siano
entrambi falsi, ma vogliamo ribadire che essi non sono contempo­
raneamente veri. Supponiamo ad esempio che nel corso di una
dimostrazione si sia affermato "L'angolo ex è retto" e, piu avanti,
" L'angolo ex è acuto". Noi diremo allora "ex è retto o è acuto" e
ciò non esclude che l'angolo in questione sia magari ottuso (ossia
che entrambi gli enunciati precedenti siano falsi) : afferma soltanto
che le due affermazioni simultanee sono impossibili.
La funzione 10 infine traduce l'uso dell' "o" esclusivo, impie­
gando il quale cioè noi intendiamo affermare il non verificarsi della
simultanea verità o falsità di due enunciati, affermando però, nel
contempo, la verità di uno dei due. Ad esempio, "È giorno o è
notte".
Dei tre usi dell' "o" qui descritti, noi assumiamo quello alter­
nativo. Al connettivo V associamo cioè la funzione Ve/ definita
nella tabella 6 .

TABELLA 6
'
w w Vel (w, w')

l l l
l o l
o l l
o o o

Per quanto riguarda il connettivo "�" (se e solo se), osser­


viamo l'enunciato seguente :
"Antonio mangia se e solo se ha fame" •

Con questo noi vogliamo dire due cose :

36
l) Che non può darsi il caso che Antonio mangi ma non abbia fame.
2) Che non può darsi il caso che Antonio abbia fame e non mangi.
In altri termini, noi escludiamo soltanto che possa verificarsi
(o non verificarsi) solo l'uno dei due enunciati "Antonio mangia",
"Antonio ha fame" senza che si verifichi (o non si verifichi) anche
l'altro. In generale, il linguaggio comune non fa uso di questo con­
nettivo (si preferisce, ad esempio, usare il "se ... allora" con valore,
dato dal contesto del discorso, di "se e solo se") che invece è di
uso molto frequente in matematica. Ad esso assoceremo la funzione
Aeq definita nella tabella 7 (funzione 7 della tabella 4).

TABELLA 7
'
w w Aeq (w, w')

1
1 o o
o 1 o
o o 1

Piu complesso si presenta l'isolamento della funzione Seq, asso­


ciata al connettivo "-+ . Seguendo una convenzione che risale a
"

Filone il megarico (inizio del terzo secolo a. C.) noi adotteremo


qui per essa la funzione 5. Ne riportiamo la definizione in tabella 8.

TABELLA 8
'
w w Seq (w, w')

l l l
l o o
o 1 1
o o 1

Affermiamo cioè che un condizionale del tipo


a. -+ {J
è falso se e solo se l'antecedente
a. è vero e il conseguente {J è falso.

Questa determinazione è senza dubbio confortata, per alcuni


casi, dall'uso linguistico del condizionale. Nel linguaggio comune
infatti l'impiego piu usuale del condizionale comporta l'enuncia-

37
zione di una connessione causale o in qualche altro modo "neces­
saria" fra l'antecedente e il conseguente. Cosi quando noi diciamo,
ad esempio :
' 'Se la pressione di una massa di gas aumenta allora il suo volume
diminuisce",
intendiamo senz'altro dire che la verità della conseguenza discende
necessariamente dalla verità della premessa. Una situazione di questo
tipo è senza dubbio resa esattamente dalla prima riga della tabella
precedente, che afferma essere vero un condizionale quando tanto
l'antecedente quanto il conseguente sono veri. Ma la nostra impo­
stazione estensionale ci fa "leggere" molto di piu in quella riga :
essa infatti afferma la verità di un condizionale a antecedente e
conseguente veri indipendentemente dall'esistenza di un nesso causale
o di qualunque altro tipo fra di essi. Il fatto è che noi stiamo defi­
nendo una funzione fra estensioni di enunciati, e quindi escludiamo
ogni altra connessione fra di essi che non sia un rapporto pura­
mente combinatorio fra i loro valori di verità; eventuali nessi causali
potrebbero viceversa sussistere solo su un piano intensionale, ossia
fra proposizioni.
In particolare, noi tendiamo anche a distinguere l'uso del "se...
allora" inteso come connessione proposizionale ipotetica da quello
che stabilisce una connessione logica fra gli enunciati, connessione
di solito espressa da locuzioni quali "implica che ... ", " ne discende
che ... " e simili. Cosi ad esempio è per noi un condizionale vero
anche il seguente " Se l'acqua gela a oo allora Mosca è la capitale
dell' Unione Sovietica" malgrado fra le due proposizioni non sus­
sista alcuna relazione, causale , logica o d'altro tipo, tanto che l'enun­
ciato precedente risulta senza dubbio "insensato".
Anche le due ultime righe della tabella definitoria della funzione
Seq esprimono situazioni, apparentemente paradossali, che purtut­
tavia hanno un riscontro, anche se non frequente, nel linguaggio
comune : esse affermano infatti che allorché l'antecedente in un
condizionale è un enunciato falso, allora quel condizionale è vero
qualunque sia il valore di verità dell'enunciato assunto come conse­
guente. Quando ad esempio iniziamo un discorso con affermazioni
del tipo "Se fossi presidente della repubblica, allora... ", è chiaro
che non siamo piu interessati a quello che viene dopo, dal momento
che siamo partiti da un'ipotesi che riteniamo falsa. In base alle consi-

38
derazioni precedenti saranno per noi condizionali veri, ad esempio,
enunciati quali
"Se la terra è ferma allora Beethoven è morto",
e anche
"Se la terra è ferma allora Beethoven è vivo".
Infine, la seconda riga della tabella trova un riscontro usuale
nel linguaggio comune ove si annetta al connettivo "se... allora" la
"carica" causale o logica di cui prima parlavamo. È chiaro che in
questo caso noi escluderemmo che da un enunciato vero possa
seguirne uno falso, ché in tal caso tutto il nostro condizionale risul­
terebbe falso. A questo proposito è ancora opportuno ripetere che
la connessione stabilita dalla riga in questione avviene fra valori di
verità e non fra proposizioni ; avviene cioè in modo del tutto indi­
pendente da quei nessi. In altri termini, la nostra definizione è molto
piu comprensiva del normale uso di tale connettivo.

RELAZIONI FRA FUNZIONI DI VERITÀ Non è difficile verificare


che, ad eccezione delle funzioni l e 16, anche le altre funzioni della
tabella 4 di pagina 35 (oltre naturalmente a quelle da noi già iso­
late) traducono l'uso di qualche connettivo effettivamente impiegato
nel linguaggio comune. Non ci impegnamo in questa facile ricerca
che il lettore potrà condurre, se lo desidera, per suo esercizio.
Vogliamo piuttosto osservare che, dal momento che le nostre fun­
zioni di verità sono state definite mediante le rispettive tabelle che
ne assegnavano i valori per ogni loro possibile argomento, dovremo
considerare coincidenti due funzioni quando queste presentino la
stessa tabella. Questa considerazione permette di stabilire delle rela­
zioni fra funzioni di verità, nel senso che ognuna di esse può tra­
scriverai in termini di ognuna delle altre. Riassumiamo alcune di
queste relazioni nella tabella 9.

TABELLA 9

In termini di Vel (w, w') Et(w, w') Seq (w, w')

Vel (w, w') Non ( Vel(Non(w), Non(w'))) Vel ( Non(w), w'))


Et (w, w') Non ( Et (Non(w), Non(w'))) Non(Et ( w, Non(w')) )
Seq (w, w') Seq (Non(w), w') Non ( Seq(w, Non(w')))

39
Le relazioni corrispondenti, a livello dei connettivi, intervengono
anche nel linguaggio comune. Ad esempio, noi diciamo: "Se non
sbaglio Antonio viene oggi" (-,ex -+ {J) o, senza essenziali modifi­
cazioni di significato: "0 mi sbaglio o Antonio viene oggi" (ex V{J).
Analogamente, diciamo: "Se Antonio incontra Mario lo saluta
sempre" (ex -+ {J) e anche: "Antonio non incontra mai Mario senza
salutario" ( -. (ex/\ -. {J))

Funzioni di quantificazione
Gli operatori esistenziale e universale sono stati introdotti, essen­
zialmente, come quegli elementi linguistici che a forme enunciative
fanno corrispondere enunciati. Per poter giungere ad assegnare
loro un significato estensionale, come abbiamo fatto per i connettivi,
vogliamo associar loro delle particolari funzioni, che, per cosi dire,
ne determinino il comportamento in termini di valori di verità.
Consideriamo per questo la forma enunciativa

"x è seduto" ,

e supponiamo per comodità che x vari sull'insieme degli n scolari


di una certa scuola. Allora l'enunciato

"'v'x(x è seduto)"

afferma che ogni scolaro di quella scuola è seduto. L'enunciato **)


sarà vero se gli n enunciati che si ottengono dalla *) sostituendo
a x, uno alla volta i nomi di tutti gli scolari, sono tutti veri; in altri
termini, se nella classe di valori di verità corrispondenti ai singoli
enunciati non figura mai lo zero. Viceversa, l'enunciato

"3x(x è seduto)"

sarà vero se nella classe di valori di verità ottenuta con Io stesso


procedimento precedente figura almeno un l .
Vediamo quindi che i quantificatori possono essere concepiti
come funzioni di quanti.ficazione che a certi sottoinsiemi non vuoti
dell'insieme dei due valori di verità fanno corrispondere uno dei
due valori di verità. Ora, i sottoinsiemi non vuoti dell'insieme
W{1 , O} sono tre e precisamente {0} , { 1 , 0}, { 1 } . Da un punto di

40
vista combinatorio esisteranno pertanto 8 (23) possibili funzioni di
quantificazione, come appare dalla tabella IO.
TABELLA 10

l 2 3 4 5 6 7 8

{O} l l o o o o
{l, O} l o o l l o o
{l } l o l o o o
,_

Si vede allora che la funzione 5 traduce il comportamento del


quantificatore esistenziale come da noi esposto prima intuitivamente ;
mentre la funzione 7 riproduce il comportamento del quantificatore
universale. In altri termini, associamo ai simboli V, 3 , le due fun­
zioni Om, Ex definite dalle tabelle I l e 1 2.
TABELLA 11 TABELLA 12
w Om (w) w Ex (w)

{O} o {O} o
{1, O} o { l , O} l
{ l} {l} l
Anche in questo caso non è difficile costatare che anche le altre
funzioni della tabella IO (a esclusione ovviamente della l e del­
la 8) traducono situazioni linguistiche usuali. Cosi la funzione 4
è associata a quello che potremmo chiamare il quantificatore uni­
versale negativo ("Nessuno è seduto"); la 6 all'esistenziale neutro
("Solo alcuni sono seduti", ossia "Alcuni sono seduti, altri no");
la 3 all'universale alternativo ("0 tutti sono seduti o nessuno è sedu­
to"); la 2 infine all'esistenziale negativo ("Qualcuno non cammina").
Anche ora è facile riassumere in un tabella (tab.13) le relazioni
fra le due funzioni di quantificazione testé introdotte.
TABELLA 13
In tennini di Ex (w) Om (w)

Ex (w) Non (Om(Non(w)) )


Om (w) Non (Ex(Non(w)) )
S i noti che i l Non piu interfto che figura nelle espressioni della
tabella deve intendersi applicato distributivamente agli elementi di w.

41
4. L I N G UAGG I O

Si è già detto che le due caratteristiche piu salienti delle ricerche


logiche moderne sono il loro carattere linguistico e l'uso di simbo­
lismi piu o meno artificiosi. È quindi opportuno soffermarci breve­
mente su questi argomenti, nell'intento di giungere a esporre alcune
distinzioni formulate dai logici moderni in questo campo.
L'opportunità, se non la necessità, di servirsi di linguaggi sim­
bolici nello studio di particolari discipline, prima fra tutte la mate­
matica, non ha bisogno di essere particolarmente illustrata. Consi­
deriamo solo due esempi. Si confronti l'enunciato
"Il quadrato della somma di due numeri qualunque è uguale
alla somma del quadrato del primo numero piu il doppio prodotto
del primo per il secondo piu il quadrato del secondo",
con l'enunciato ad esso equivalente, ma scritto nel linguaggio sim­
bolico della matematica

A parte la complessità della prima formulazione rispetto alla


seconda, si noti che mentre occorre già un certo sforzo mentale per
afferrare il contenuto del primo enunciato, il secondo viceversa
risulta immediatamente chiaro per chi abbia una pur minima fami­
liarità con i simboli in esso impiegati. Via via che le espressioni
diventano piu complesse, appare ancora piu chiaramente l'utilità di
una notazione agile e appropriata.
Si pensi, come secondo esempio , di esprimere l'enunciato
"Le radici dell'equazione ax2 + bx + c = O sono tutte e sole quelle
date dalla formula
- b ± Vb" - 4ac ,
x=
2a
senza far uso dei simboli in esso comparenti.
Il simbolismo colpisce fortemente chi inizi studi di logica mate­
matica ; purtuttavia esso non ha altra funzione se non quella di
rappresentare uno strumento utili ssimo per le piu sottili analisi del
linguaggio. In via teorica si potrebbe farne del tutto a meno (cosi
come, in matematica, si potrebbe fare a meno del simbolismo mate­
matico) ; è evidente però che la chiarezza e la speditezza ottenute

42
i mpiegando un idoneo simbolismo ripagano ampiamente della arti­
ficiosità di quest'ultimo ; sicché oggi non avrebbe senso rinunziare
a uno strumento tanto efficace e prezioso.

Con l'uso di adeguati simboli, si possono quindi costruire lin­


guaggi artificiali che presentano notevoli vantaggi rispetto al lin­
guaggio comune. Ovviamente parliamo di "vantaggi" relativamente
agli scopi per i quali tali linguaggi debbono essere usati, cosi
come a tali scopi è riferita l'adeguatezza dei simboli. I vantaggi che
in determinati contesti i linguaggi artificiali hanno rispetto al lin­
guaggio comune sono essenzialmente due : la semplicità e l'uni­
vocità.
Per quanto riguarda la prima di queste caratteristiche, pensiamo
siano sufficienti i due esempi sopra riportati per metterla in luce.
Essa si riferisce, in particolare, al linguaggio in quanto espressione
formale, nel senso che riguarda l'aspetto puramente segnico del
linguaggio stesso ; essa comporta una piu facile manipolazione e
una piu compatta presentazione delle espressioni del linguaggio.
Consente inoltre una piu agevole ispezione della struttura delle
espressioni linguistiche e, almeno sotto certe condizioni, l'esplicita­
zione e l'elencazione di tutte le regole che presiedono alla forma­
zione e alla trasformazione delle espressioni stesse.
La seconda caratteristica, invece, fuoriesce, per cosi dire, dal
piano puramente segnico del linguaggio, e riguarda piuttosto il
rapporto fra i segni del linguaggio stesso e le entità da tali segni
denotate ; essa consiste nel fatto che a ogni singolo segno del lin­
guaggio (o, in generale, a ogni singola combinazione di segni) resta
associato uno e un solo significato. È noto infatti che nel linguaggio
comune tale univocità non è di norma rispettata ; e sia ben chiaro
che ciò rappresenta un pregio del linguaggio comune, in vista della
funzione che esso deve assolvere quale strumento di comunicazione.
Il termine " corsa", ad esempio , suggerisce immagini diverse, e ha
effettivamente significati diversi, a seconda del contesto nel quale
viene impiegato : noi vogliamo con la stessa legittimità poter parlare
di una "corsa di cavalli", o della "corsa agli armamenti" o vogliamo
poter dire "faccio una corsa in banca" ; analogamente, parliamo
di "pressione di un gas " o di "pressione sull'opinione pubblica" ecc.
È manifesto che sarebbe oltremodo complicato coniare un nuovo
termine che in ognuno degli esempi precedenti sostituisse "corsa"

43
o "pressione"; e ciò pregiudicherebbe, d 'altra parte, la possibilità
stessa di comunicazione fra individui diversi.
Quello che è un pregio per il linguaggio comune risulta, al con­
trario , un fondamentale difetto per il linguaggio scientifico in
generale.
Qui, per la possibilità stessa di stabilire un discorso intersog­
gettivo , è necessario che ogni termine di una singola scienza abbia
un suo proprio e definito significato . In un discorso rigoroso non
è ammissibile impiegare dei termini con diverse sfumature di signi­
ficato , che vengono di volta in volta scelte in base al contesto del
discorso: ogni termine, per cosi dire , si porta stabilmente dietro il
significato assegnatogli una volta per tutte . Nel linguaggio scientifico
è necessario provvedere a coniare sempre nuovi termini per signi­
ficati nuovi; e anche quando la scienza assume nel proprio linguaggio
termini del linguaggio naturale provvede a che essi conservino solo
una delle loro possibili accezioni comuni.

Sintassi e semantica
Le due caratteristiche sopra riferite dei linguaggi artificiali, adom­
bravano , come abbiamo visto , due dimensioni distinte di tali lin­
guaggi , l'una relativa ai segni di un linguaggio come tali, l'altra
invece relativa ai rapporti di quei segni con le entità di certi uni­
versi di interpretazione . Chiameremo , secondo l'uso corrente , dimen­
sione sintattica di un linguaggio la prima, sua dimensione semantica
la seconda. Una volta precisata, per un certo linguaggio , la prima
dimensione, diremo di averne dato la sintassi; allorché ne sia stata
precisata la seconda, diremo di aver specificato la semantica di quel
linguaggio.
La distinzione sintassi-semantica è ovviamente ravvisabile anche
nei linguaggi comuni, ad esempio, nella lingua italiana. In essi però
tale distinzione non si presenta come nettamente delineata , in quanto
né la sintassi né la semantica di tali linguaggi sono rigorosamente
e completamente determinate; inoltre, in vista proprio della pecu­
liare funzione comunicativa di tali linguaggi, quella distinzione
tende, in ogni caso , ad essere risolta a favore dell'aspetto semantico
del discorso . Se conveniamo di chiamare "corrette" le espressioni
della lingua italiana giuste da un punto di vista sintattico, e chia­
miamo invece "sensate" quelle giuste da un puntodi vista semantico,

44
ciò si può esprimere grosso modo dicendo che nel linguaggio comune
quello che interessa è parlare sensatamente, piuttosto che corretta­
mente. Sull'argomento, che andrebbe discusso piu a fondo e molto
piu a lungo, ci limitiamo a fare due semplici esempi: siamo senza
dubbio portati a considerare come "italiano" l'enunciato
"Il padrone essere me"
scorretto da un punto di vista sintattico, ma fornito di senso, piut­
tosto che l'enunciato
"Il coleottero catechizzò l'automobile"
impeccabile da un punto di vista sintattico, ma "insensato".
La situazione è in certo senso capovolta ad esempio nel caso
del linguaggio matematico, ove la funzione sintattico-formale viene
ad assumere un ruolo fondamentale; qui però il collegamento fra
segni e significati (la semantica) è rigorosamente e univocamente
determinato.
Volendo quindi costruire un linguaggio artificiale, si dovrà in un
primo momento precisame la sintassi, quindi passare a stabilirne la
semantica. Il primo momento avviene di solito attraverso alcuni
passi (che trovano, in buona parte, adeguato riscontro nel linguaggio
comune) in base ai quali
l) si fissa un alfabeto, ossia un certo insieme di simboli (che in
vista di certe questioni connesse al problema della decisione con­
viene assumere finito) detti segni base del linguaggio ;
2) si specificano certe operazioni di conne&sione fra quei simboli
(ad esempio, l'operazione di concatenazione) si da poteme formare
delle sequenze finite dette parole (sul dato alfabeto) ;
3) viene privilegiata una certa classe di parole, i cui elementi ven­
gono detti espressioni-base ;
4) si specificano certe operazioni fra espressioni-base, tali che pro­
ducano altri complessi segnici detti espressioni.
Una volta che siano specificati l'alfabeto e l'insieme delle espres­
sioni si considera il linguaggio in questione completamente deter­
minato da un punto di vista sintattico. Non è difficile cogliere la
stretta analogia di questo procedimento con quello impiegato nella
costruzione in un linguaggio comune ; in altri termini, se noi effet­
tuassimo i cinque passi precedenti, a partire dall'alfabeto della lingua
italiana, ritroveremmo alla fine il nostro linguaggio comune cosi
come lo conosciamo. Naturalmente, in questo caso ci troveremmo

45
di fronte a complicazioni considerevoli, soprattutto nella determi­
nazione del passo 4) sopra esposto.
Il second o momento della costruzione di un linguaggio artifi­
ciale consiste, da un lato, nello specificare esattamente l'universo
interpretativo del linguaggio stesso, dall'altro, nello stabilire un nesso
rigoroso tra i segni del linguaggio e tale universo. Qui viene del
tu tto a mancare l'analogia col linguaggio comune, che ovviamente
non limita a priori nessun particolare universo interpretativo, né
d'altra parte prevede - come abbiamo già notato - rigorose stipu­
lazioni che assicurino l'esistenza e l'unicità di significati per ognuno
dei suoi tet mini.
Va ancora detto che il punto l) sopra ricordato, relativo all'assun­
zione di certi segni base, viene preceduto da un'analisi che ci per­
mette di stabilire, in vista di ciò che col nostro linguaggio vogliamo
esprimere, quali segni base sia opportuno e necessario comprendere
nel nostro alfabeto. Si riconosce subito che l'analisi da noi svolta
nel § 2 risponde proprio a questo scopo, pur se allora è stata
condotta in via del tutto indipendente. Viceversa, quanto abbiamo
detto nel § 3 sulla teoria del significato rappresenta l'aspetto seman­
tico della discussione svolta al § 2.

Linguaggio oggetto e metalinguaggio


Altra importantissima distinzione già nota in certo senso alla
logica antica, ma messa in evidenza e rigorosamente osservata solo
nello sviluppo moderno della logica matematica, è quella fra lin­
guaggio oggetto e metalinguaggio. Per spiegare tale distinzione con­
viene ricorrere ad un esempio. Supponia mo di aver costruito un
linguaggio L , il cui alfabeto sia composto dai simboli a, b, c, = ,
e l e cui espressioni siano tutte e sole l e combinazioni del tipo x= y
dove x e y si pensino sostituite da due qualsiasi fra i segni a, b, c .
Saranno ad esempio espressioni di L i segni "a = b", "a = c " , ecc.
Se ora, ad esempio, scriviamo
b=c,
abbiamo una certa formula del nostro linguaggio, la quale, inter­
pretata contenutisticamente potrebbe ad esempio esprimere l'ugua­
glianza di un certo oggetto denotato da a con un altro certo oggetto
denotato da b. Se invece scriviamo
" L'espressione 'b = c ' appartiene al linguaggio L " ,

46
non esprimiamo qualcosa con i segni stessi di L, ma servendoci di
un altro linguaggio, in questo caso la lingua italiana, abbiamo enun­
ciato una proprietà di un certo complesso segnico di L, precisamente
abbiamo affermato che esso appartiene all'insieme delle espressioni
d i L. Orbene, il linguaggio L viene detto linguaggio oggetto ; il lin­
guaggio, in questo caso l'italiano, col quale esprimiamo proposi­
zioni che vertono su segni (o complessi di segni) di L viene detto
metalinguaggio (relativo a L).
Come altro esempio, l'espressione

(a + b) (a - b) = a2- b 2
appartiene al linguaggio oggetto della matematica (che supponiamo
rigorosamente definito), mentre la proposizione
" ' (a + b) (a- b) = a2 - b 2 ' è una formula matematica giusta" ,
vertendo su espressioni di quel linguaggio, apparterrà al metalin­
guaggio (che in questo caso è ancora l'italiano).
Naturalmente , nei semplici esempi sopra esposti, le cose sono
state volutamente accentuate per far meglio risaltare la differenza
fra linguaggio oggetto e metalinguaggio ; tuttavia uno stesso lin­
guaggio può assolvere entrambe le funzioni. Ad esempio, in una
qualunque grammatica della lingua italiana, tanto il linguaggio
oggetto quanto il metalinguaggio sono rappresentati, appunto, d alla
lingua italiana. Quando ad esempio vi si dice
" L'alfabeto della lingua italiana consta delle seguenti lettere :
'a', 'h', , . . . "
si fa un'affermazione metalinguistica che riguarda i segni "a", "b"ecc.
del linguaggio oggetto . In una situazione analoga ci si trova enun­
ciando la regola secondo la quale la lettera " q", in italiano, deve
sempre essere seguita dalla lettera " u " , ecc. In particolare tutte le
considerazioni che stiamo facendo su sintassi, semantica, ecc., di
un linguaggio appartengono al metalinguaggio, sono cioè conside­
razioni metalinguistiche.
La distinzione rigorosa fra linguaggio e metalinguaggio si è
dimostrata assai efficace per evitare una certa categoria di anti­
nomie (le cosiddette antinomie linguistiche) emerse nelle moderne
ricerche sui fondamenti della matematica. Come si sarà notato,
da un punto di vista tipografico tale distinzione si esprime scrivendo
fra virgolette le espressioni del linguaggio oggetto quando si parli

47
di esse nel metalinguaggio. Cosi, ad esempio, è corretto scrivere
" '3' è una cifra arabica"
mentre è errato scrivere
"3 è una cifra arabica" .
Ad evitare tuttavia tale complicazione tipografica, che talvolta
può effettivamente appesantire di molto il discorso, e quando si
stima non esistano possibilità di confusione di livelli, si ammette
di poter fare un uso autonimo dei segni del linguaggio oggetto, impie­
gandoli nel metalinguaggio quali nomi di se stessi. Con questa con­
venzione, ad esempio, è corretta anche l'ultima proposizione da noi
s critta.

I due aspetti della relazione di inferenza


La distinzione testé vista fra dimensione sintattica e dimensione
semantica del linguaggio, si riflette ovviamente sulle inferenze che
possono condursi in un dato linguaggio. La relazione di inferenza,
infatti, potrà a sua volta essere considerata da due ben distinti punti
di vista: si p otrà pensarla come sussistente su un piano sintattico,
e quindi in connessione con la sola struttura formale del linguaggio,
oppure come sussistente su un piano meramente semantico, e rife­
rita quindi agli enti che i segni del linguaggio denotano, ossia ai
significati di quei segni. In termini piu semplici, sono emersi due
aspetti distinti delle nostre "dimostrazioni" che viceversa nella pratica
dimostrativa comune vengono per lo piu confusi fra loro; il lettore
non mancherà di notare che la nostra indagine ci ha in definitiva
permesso di giustificare piu rigorosamente quella distinzione fra
correttezza di un ragionamento e verità delle sue conclusioni da cui
siamo partiti all'inizio di questa introduzione.
Ci sembra opportuno illustrare la cosa, di fondamentale impor­
tanza, basandoci su un semplice esempio di dimostrazione mate­
matica. Supponiamo per questo di aver previamente definito rigo­
rosamente un linguaggio "matematico" che in particolare contenga
i simboli ( , ) , a, h, c, d, a', h', a", h", O, = ; supponiamo inoltre che
le varie combinazioni di tali simboli di cui faremo uso nel corso
della dimostrazione siano espressioni di quel linguaggio.
È noto che in una trattazione rigorosa dell'aritmetica, i numeri
razionali vengono introdotti come "coppie" di numeri interi, per le
quali vengono definite, in particolare, le relazioni di uguaglianza,

48
di maggiore, di minore, ecc. Tali definizioni vengono per lo pm
stipulate in modo che le relazioni corrispondenti godano delle pro­
prietà comunemente ad esse richieste ; ciò ovviamente diventa oggetto
di una dimostrazione. Cosi, ad esempio, definita come segue la
relazione di uguaglianze fra coppie di interi
l) (a, b) = (c, d) se e solo se ad- bc = O ,
noi vogliamo assicurarci che essa sia riflessiva, simmetrica e transitiva.
Tralasciando di dimostrare le due prime proprietà, che seguono
immediatamente dalla stessa definizione l, vediamo una possibile
dimostrazione della transitività dell'uguaglianza. Disporremo i vari
passaggi della dimostrazione in modo forse non usuale, ma che tut­
tavia traduce fedelmente l'effettivo procedimento dimostrativo.
Dobbiamo dunque far vedere che dalla definizione l) e dalle
ipotesi
2) (a, b) = (a', b') ,
3) (a', b') = (a", b") ,
segue sempre
4) (a, b) = (a", b") .
Disponiamo allora la dimostrazione come segue :

(a, b) = (a', b') Ipotesi 2)


2 ab' - a'b = O Applicando alla riga l la definizione l)
3 (a', b') = (a", b") Ipotesi 3)

4 a'b" - a''b' = O Applicando alla riga 3 la definizione l)

5 ab'b" - a'bb" = O Moltiplicando la riga 2 per b"

6 a 'b"b - a"b'b = O Moltiplicando la riga 4 per b

7 ab ' bn - a"b'b = O Sommando la riga 5 e la riga 6 e riducendo

8 b'(ab"- a'' b) = O Raccogliendo b' a fattore comune nella riga 7

9 ab"- a"b Dividendo la riga 8 per b' (nell'ipotesi che


sia diverso da O)

IO (a, b) = (a", b") Applicando alla riga 9 la definizione 1).

49
La dimostrazione è cosi terminata ; essa ha puro scopo esem­
plificativo e non è stata quindi condotta in modo strettamente rigo­
roso (in particolare, non sono stati esplicitamente giustificati tutti i
vari passaggi) ; crediamo tuttavia che essa sia sufficiente a mostrare
con chiarezza come, a partire da certe ipotesi (costituite da espres­
sioni del nostro linguaggio) e trasformando le in base a certe regole
(che abbiamo indicato a destra di ogni riga), siamo giunti a una
espressione formalmente identica a quella che ci proponevamo di
dimostrare. Nell'operare i vari passaggi abbiamo fatto ricorso a pure
proprietà sintattiche del nostro linguaggio, in quanto abbiamo ope­
rato trasformazioni formali (autorizzate da determinate regole) su
espressioni, indipendenti cioè dai possibili significati delle espressioni
stesse ; in altri termini, ci siamo rigorosamente mossi nella dimen­
sione strutturale del nostro linguaggio oggetto. È chiaro viceversa
che le regole che autorizzano tali trasformazioni non si trovano,
per cosi dire, sullo stesso piano linguistico delle espressioni, ma
vertono su di esse : le regole appartengono quindi al metalinguaggio
(che è, anche in questo caso, la lingua italiana).
Precisato cosi l'aspetto sintattico della nostra dimostrazione,
non fatichiamo a scoprirne anche quello semantico. Esso consiste
semplicemente nel notare che se certi enti, nel nostro caso certi
numeri interi, verificano le ipotesi da noi sopra poste, se in altri
termini trasformano le espressioni 2) , 3) in enunciati veri, allora essi
verificano anche l'espressione 4) da esse ottenuta tramite la nostra
dimostrazione .
L'identificazione che il senso comune compie dei due piani sin­
tattico e semantico del linguaggio, comporta in modo naturale la
mancanza di una netta distinzione fra i due aspetti paralleli della
relazione di inferenza. Si potrebbe dire che a livello non rigoroso
questi due aspetti sono considerati come procedenti di conserva,
nel senso che, a priori, proposizioni ottenute mediante dimostra­
zione da certe ipotesi debbano seguire "naturalmente" la sorte di
tali ipotesi per quanto riguarda le interpretazioni (e quindi la verità)
ossia risultino vere per tutti e soli quei "significati" per i quali sono
vere le ipotesi.
Volendo però condurre un'indagine proprio sulla relazione di
inferenza in generale, è chiaro che noi non potremo trascurare la
distinzione or ora messa in luce, ma sarà anzi nostro compito, fra

50
gli a ltri, quello di studiare i nessi e i rapporti fra i due aspetti del­
l'inferenza.
Per distinguere anche da un punto di vista term.inologico questi
due aspetti, diremo (riferendoci per comodità ancora all'esempio
precedente) nel caso sintattico che l 'espressione (a, h) = (a", b") è
stata derivata dalle assunzioni da noi ipotizzate, nel caso semantico
invece che essa è conseguenza di quelle assunzioni. Nel primo caso
dunque diciamo di aver effettuato una derivazione che, abbiamo
visto, consiste sostanzialmente in una successiva trasformazione di
certe espressioni che ci conduce a ottenere una certa altra espres­
sione desiderata ; nel secondo caso, diciamo di aver stabilito una
relazione di conseguenza per ottenere la quale, in ultima analisi,
abbiamo introdotto il concetto di verità (intuitivamente intesa)
uscendo dal linguaggio e passando al piano delle sue interpretazioni.
Qualunque sia il linguaggio nel quale operiamo, esisteranno
espressioni di tale linguaggio che risulteranno "derivabili" senza
bisogno che si facciano assunzioni particolari ; tali espressioni, comuni
a tutti i linguaggi, vengono dette teoremi logici; analogamente, esi­
steranno espressioni vere per qualunque interpretazione, ossia indi­
pendentemente dall'universo al quale riferiamo i significati dei segni
di un dato linguaggio : espressioni di questo tipo, che, si può dire,
sono conseguenza di nessuna assunzione verranno dette leggi
logiche.
Ci si prospetta a questo punto la questione di indagare separata­
mente la natura della relazione di inferenza sotto questo duplice
riguardo ; e di costatare quindi se i risultati ottenuti per l'una via
(e cioè derivando) coincidano o no con quelli ottenuti per l'altra
(e cioè stabilendo conseguenze). È chiaro che la nostra sarà una
ricerca per cosi dire di convergenza, nel senso che sarebbe appunto
augurabile giungere a un risultato che ci garantisse tale coincidenza.
In tal caso, la distinzione cui vogliamo attenerci nella nostra indagine
si dimostrerebbe, a posteriori, ingiustificata e quindi eliminabile.
Malgrado esorbiti dai limiti della nostra trattazione (che sembrerà
confermare questa eliminabilità) va detto subito che l 'impossibilità
della · identificazione dei due punti di vista è stata rigorosamente
dimostrata ad opera di Kurt Godei ; tale impossibilità è peraltro
strettamente connessa, come si vedrà, al "potere espressivo" del
linguaggio nel quale ci muoviamo.

51
Distinzione dei livelli logici
Supponiamo ora di avere un dato linguaggio L' e di aver pre­
cisato un certo insieme R di regole in base alle quali condurre delle
derivazioni m';:diante le espressioni del nostro linguaggio ; diremo
in tal caso di aver trasformato L' in un calcolo. È chiaro che nel­
l'ambito del calcolo cosi costituito, caratteristica essenziale sarà la
descrizione generale di una certa operazione, che indicheremo con
D e chiameremo operazione di derivazione, la quale permetta di
associare, ad ogni insieme M di espressioni di L', l'insieme D(M)
di tutte le espressioni (sempre di L ') derivabili da M. È chiaro che
una volta precisato l'insieme R , occorrerà innanzitutto giungere a
una definizione rigorosa del concetto di derivazione, già somma­
riamente accennato, che costituisce la premessa necessaria per una
altrettanto rigorosa caratterizzazione dell'operazione D.
Il corrispettivo semantico di quanto ora detto consiste ovvia­
mente, dato un certo linguaggio L", nel riuscire a definire esatta­
mente per esso un'operazione di conseguenza K, tale cioè che associ
a un qualunque insieme M di espressioni di L", l'insieme K(M) di
tutte quelle espressioni di L" che sono conseguenza di M. Già in
base a quanto finora detto possiamo dire che si tratterà dell'insieme
di espressioni tali che risultano vere per ogni interpretazione che
rende vere le espressioni di M.
Diremo in tal caso che il linguaggio L" è stato trasformato in
un sistema.
Data la natura stessa dell'operazione K, qui le cose saranno un
po' piu complicate, e ci spingeranno, come vedremo, a definire rigo­
rosamente i concetti, apparentemente cosi naturali, di "interpreta­
zione", di "modello", ecc.
Infine, se a un linguaggio L abbiamo associato tanto un'opera­
zione di derivazione quanto un'operazione di conseguenza, diremo
di aver ottenuto una logica, che per noi è dunque la "combinazione"
di un calcolo e di un sistema aventi un linguaggio comune. Non
occorre far notare che, per costruzione, studiare una logica cosi
intesa significa appunto indagare separatamente i due aspetti della
relazione di inferenza e metterei nella possibilità di evidenziarne gli
eventuali rapporti.
Nostro scopo sarà appunto, nei capitoli successivi, quello di stu­
diare logiche di questo tipo. Il plurale si riferisce al fatto che, come

52
sopra abbiamo visto, la nozione di logica è relativa (in certo senso)
a quella di linguaggio ; piu precisamente a quella di potere espressivo
del linguaggio.
Per rendere intuitiva la cosa, si considerino le due "inferenze"
seguenti :
"Tutte le serie assolutamente convergenti sono convergenti ;
"'

l ) la serie l + ! lf(n 1 - l ) è assolutamente convergente ;


n-2 m

quindi la serie l + ! l /(n 1 - l) è convergente."


n-z

"'

"Se la serie l + ! l/(n 2 - l ) è assolutamente convergente, allora


n-B
essa è convergente ;
2) "'
la serie I + ! l/(n1 - l) è assolutamente convergente ;
n-2 CD

quindi la serie l + ! l/(n2 - l) è convergente."


L'argomento delle due inferenze è Io stesso e la conclusione è
identica. Tuttavia, per rendere la prima inferenza, noi dobbiamo
ricorrere a uno schema inferenziale del tipo già visto :
"Tutti gli A sono B ;
X è un A ;
quindi X è un B",
nel quale cioè i vari enunciati che compaiono nella I) sor.o analiz­
zati secondo la loro struttura di soggetto-predicato ; per rendere
invece la 2) è s ufficiente riferirsi allo schema :
"Se ex allora {3 ;
ex '·

quindi {3",
nel quale ex e {3 rappresentano interi enunciati non analizzati. Nel
primo caso il nostro linguaggio deve esser tale da rendere conto
della scomposizione degli enunciati nei loro costituenti, dovrà cioè
contenere, intuitivamente, segni per soggetti e segni per predicati ;
nel se�n n ci o ca•;o non sarà necessario richiedere tanto : basta che il

53
nostro linguaggio possegga segni per interi enunciati. È chiaro che
nel primo caso la nostra analisi sarà molto piu approfondita che
non nel secondo ; purtuttavia quest'ultimo può fornire un primo
interessante esempio di ricerca logica.
Noi seguiremo appunto quest'ordine, studiando dapprima la
logica degli enunciati, nella quale ci occuperemo delle connessioni
logiche fra enunciati senza alcun riferimento alla loro struttura
interna ; passeremo quindi a studiare la logica dei predicati nella
quale ci occuperemo oltre che delle connessioni fra enunciati, delle
piu sottili relazioni che emergono dall'analizzarli nella loro struttura.

54
2 __________________

La logica deg l i enunciati

Volendo ora giungere a costruire una logica degli enunciati, pro­


cederemo secondo Io schema già visto e cioè dapprima costruiremo
un calcolo enunciativo (CE) che ci rappresenterà la dimensione sin­
tattica di tale logica, per poi passare a stabilire un sistema enun­
ciativo (SE), mediante il quale renderne la dimensione semantica.
Si ricorderà peraltro che il calcolo e il sistema di una logica deb­
bono avere un linguaggio comune. Stabiliamo quindi, per prima
cosa, il linguaggio in questione.

S. IL L I NGUAGG I O LE

Abbiamo visto che per definire un linguaggio occorre essenzial­


mente stabilire il suo alfabeto e, una volta data una legge di forma­
zione per le parole su di esso, occorre enucleare dall'insieme delle
parole quello che deve essere l'insieme delle espressioni. In parti­
colare, quest'ultimo risultato si può ottenere privilegiando dapprima
certe espressioni-base, successivamente definendo certe "operazioni"
e convenendo infine di considerare espressioni tutte quelle parole
che si ottengono applicando alle espressioni-base un numero finito
di queste operazioni.
Nel nostro caso, l'alfabeto di LE dovrà contenere dei segni per
variabili enunciative e segni per i connettivi ; sarà inoltre utile I 'intro­
duzione di segni ausiliari quali le parentesi, o altri. Si è già accen­
nato all'opportunità di avere a disposizione un alfabeto con un
numero finito di segni. Per questo, invece di introdurre infinite
variabili enunciative distinte, ammetteremo nell'alfabeto il segno "p"
e una sbarra " l " mediante i quali, come vedremo, ci sarà possibile
rendere un'infinità di variabili ; per comodità, poi as;sumeremo di
fatto delle opportune abbreviazioni.

55
Un'ultima osservazione generale riguarda il fatto che, per evitare
di racchiudere fra virgolette i segni del nostro alfabeto (o, piu in
generale, del nostro linguaggio) quando si parli di essi nel meta­
linguaggio, assumeremo tali segni come nomi metalinguistici di se
stessi, facendone cioè un uso autonimo ; ciò naturalmente quando
dal contesto nel quale quei segni sono inseriti sia impossibile ogni
confusione o fraintendimento.
L'alfabeto (At) di LE consta dei seguenti segni :
p, l . --. , 1\ , v. -+, �. ( , ) •

Parole su A 1 sono tutti i segni dell'alfabeto e ogni loro combi­


nazione orizzontale finita. Saranno, ad esempio, parole su A1 le
seguenti :
p ; --. ; --. V ; p l l l ; l ) -. p -+ -.p ; -.p V (-+ P l � P l l l ) (p l V .
Diremo in particolare variabili enunciative le seguenti parole :
Pl
P I l
p I l i
p I l i l

e in generale qualunque complesso formato da p seguito da un


numero n di sbarre. (Potremmo naturalmente darne una definizione
rigorosa ponendo : l) p l è una variabile enunciativa ; 2) se z è una
variabile enunciativa, allora anche z l lo è ; 3) nient'altro è una
variabile enunciativa.) Per comodità conveniamo di scrivere, per
esse, P t , P2 , Pa
, ossia p con indice n se n è il numero di sbarre
•.•

che seguono p. Nel caso di espressioni con un numero limitato di


variabili, useremo anche, di norma, le lettere p, q, r, s , t.
Definiamo ora cinque operazioni N, K, A, C, E, tra parole
ponendo
N[w] = -. w; K [w, w ' ] = (w/\ w ') ; A [w, w'] = (w V w') ;
C{ w, w'] = (w -+ w') ; E[ w, w' ] = ( w � w') ,
dove w e w ' sono parole su A, .

56
Espressioni
Assumiamo ora come espressioni-base tutte e sole le variabili
enunciative e definiamo l'insieme delle espressioni come il piu pic­
colo insieme di parole che contiene le espressioni-base ed è chiuso
rispetto alle operazioni sopra definite N, K, A, C, E.
Sono cioè espressioni P� o P 2 , Pa . . .. e, con 01: e {J, anche

..,01: , (01:/\ {1) , (O!: V{J), (01: -+ {l) , (01: � {1) •

In altre parole ancora, espressioni di LE saranno tutte le varia­


bili enunciative e quelle parole che, a partire da tali variabili, si
ottengono combinandole con i vari connettivi.
Con le definizioni precedenti, possiamo riconoscere se una qua­
lunque parola del nostro linguaggio è o no un'espressione. Tali risul­
tano, ad esempio, complessi segnici quali

ecc. Viceversa, una parola quale

non è un'espressione, perché la prima delle nostre stipulazioni stabi­


lisce che il segno .., debba essere seguito da un'espressione, affinché
il complesso cosi ottenuto sia ancora un'espressione. Cosi pure non
sono espressioni parole quali

-+p1) ; P2Ps �) ,
in quanto i segni -+, � debbono trovarsi fra espressioni, ecc.

6. IL CALCOLO CE

Svilupperemo ora un tipo particolare di calcolo, le cui idee risal­


gono a Gerhardt Gentzen (1 934). La caratteristica piu appariscente
di questi calcoli della deduzione naturale (e che ne giustifica il nome)
è costituita dal fatto che essi vengono concepiti come sistemi di
regole, quanto piu possibile aderenti a quelle normalmente impie­
gate dal matematico nel suo lavoro deduttivo.
Dal momento che le espressioni sono state definite come combi­
nazione, tramite i connettivi, delle espressioni-base, e visto che noi
cerchiamo qui, appunto, di definire delle regole atte a renderei espii-

57
citamente le trasformazioni calcolistiche delle espressioni, viene na­
turale di formulare tali regole come statuenti delle condizioni sotto
le quali possiamo introdurre, rispettivamente eliminare i connettivi
stessi.
A una care.tterizzazione piu intrinseca del calcolo della dedu­
zione naturale, che lo differenzia da altri tipi di calcolo - detti
logicistici - faremo cenno dopo aver esposto le regole. La nostra
esposizione procederà precisamente come segue : dato prima lo
schema generale delle regole ammesse nel calcolo, passeremo suc­
cessivamente alla loro formulazione singola. Allo scopo di illustrare
il senso e la portata delle principali fra queste regole, faremo seguire
una serie di esempi tratti dalla geometria, dai quali dovrà risultare,
fra l'altro, anche la "naturalezza" del calcolo.
A questo punto passeremo a definire con tutto il necessario rigore
il concetto di derivazione naturale, quello di derivabilità (naturale)
e infine il concetto di tesi logica (naturale). La derivazione di alcuni
tipici esempi di tesi logiche concluderà la nostra esposizione.

Schema generale delle regole


Le regole del nostro calcolo avranno tutte la forma seguente :
se dalle assunzioni acu , ac, abbiamo derivato l'espressione {31 e
• • •
'
dalle assunzioni ac, +V , ac, abbiamo derivato l'espressione {3 1 e
• • • .••

e dalle assunzioni 'ac,.,_, H . . . ; ac,, abbiamo derivato l'espressione Pr,


allora dalle assunzioni ru . . . , r , possiamo derivare l'espressione r.
Piu brevemente scriveremo :

[ru . .. , r.l r R
dove con R indichiamo appunto la regola che ci permette di passare
alla "conclusione" r sotto le assunzioni rl , . . . , r. , a partire dalle
premesse Pu fJ z, . . . Pr, con le rispettive assunzioni. Va notato esplici­
tamente che le assunzioni ac ; , r, non sono necessariamente distinte.

58
Qui e nel seguito le lettere greche minuscole vengono usate come
variabili metalinguistiche per espressi oni del calcolo ; useremo i ter­
mini "derivare" e "derivazione" e analoghi in senso per ora intui­
tivo, e che verrà rigorosamente precisato in seguito.
Avvertiamo infine che converremo di considerare una sola regola
per ogni connettivo, anche in quei casi in cui l'eliminazione o l'intro­
duzione del connettivo in questione venga regolata da due distinte
"sottoregole".

Formulazione delle singole regole


l) Regola di introduzione di assunzione (Ass.)

[oc] Ass.

Questa regola esprime semplicemente il fatto che, assunta per ipotesi


una certa espressione oc possiamo ritener da essa derivata l'espres­
sione oc stessa.

2) Regola di introduzione di -, (I --. )

[oc1 1 .•• , oc, , oc] fJ


[OCm+u ••• , oc,. , oc] .., p
[oc1 , ••• , oc,.] -, oc I .., .

3) Regola di eliminazione di -, (E -. )

{ocu ••• , OCm] oc


[ocm+I , ••• , oc,.] -, oc
[oc1 , ••• , oc,.] fJ E .., .

4) Regola di introduzione di 1\ (Il\)

[oc1 , ••• , OCm] OC


[ocm+l , ••• , oc,.] {J
oc i\{J Il\ .

5) Regola di eliminazione di 1\ (E1/\, E21\)

[oc1 1 ••• , oc,.] oci\ {J [oc1 , • •• , oc,.] ocf\ �


[oc l , • •• , oc,. ] oc E1 /\ [oc1 , ••• , oc,.] {J

59
6) Regola di introduzione di V (P V, 1 2 V)
[IX u . . . , ex, ] IX (1Xl 1 ... 1 1Xn] IX

(1Xu . . . 1 1Xn] 1X V{J FV (1Xl l . . . l IX ,.) {J V1X PV.


7) Regola di el\m.inazione di V (E V)
(1Xl l "' 1 1Xm] 1X V{J
(IXm+ u . . . 1 IXn , IX ] y
[1Xn+l ' . . . ' exr , {J] y
[1Xu . . . , 1Xr] y EV.
8) Regola di introduzione di -+ (l -+)
(1X1 1 . . . , IX., 1 IX ] fJ
(1Xu . . . 1 1Xn] IX -+ {J 1 -+ .
La vera caratteristica del nostro calcolo va ricercata proprio
nella regola I -+ . Per suo mezzo infatti, dopo un "ragionamento"
che ci ha portato a una conclusione dipendente da certe assunzioni
possiamo passare successivamente a "scaricare" tutte queste assun­
zioni ponendole come antecedenti di un condizionale. Essa venne
formulata esplicitamente, attorno al l 930, da Alfred Tarski e Jacques
Herbrand (che peraltro avevano ripreso un'idea che si può far ri­
salire ai logici stoici) indipendentemente l'uno dall'altro. Nei calcoli
logicistici tale regola viene derivata come teorema, noto sotto il
nome di teorema di deduzione.
9) Regola di eliminazione di -+ (E -+)
[1Xu . . . ' !Xm] IX -+ fJ
(IXm+l 1 1 1Xn] "'
IX

fJ E -+ .
10) Regola di introduzione di � (l �)

(!XmH 1 . . . 1 1Xn] {J -+ IX
(1Xu . . . , 1Xn] IX � {J l �.
1 1 ) Regola di eliminazione di � (E 1 � , E2 �)
(1Xu . . . , 1Xn ] IX � {J (1Xu . . . , 1Xn ] IX �{J

60
È chiaro infine che, non dipendendo essa da nessuna assunzione
(essendo cioè un teorema logico), in ogni momento del nostro pro­
cesso dimostrativo potremo introdurre un'espressione della forma
y V -. y. Indicheremo tale introduzione con la sigla TND (tertium
non datur) segnando nel contempo con un trattino il posto vuoto
fra parentesi quadre. Avremo cioè ad esempio,
[-] TND .

7. ESEM P L I F ICAZ I O N E D ELLE REGOLE

Supponiamo che <X1 , , tXm siano gli assiomi dell'incidenza,


• • •

gli assiomi dell'ordinamento, <Xn+l ' , <Xr gli assiomi della


IXm+u . . . , <Xn • • •

congruenza, e infine <X * l'assioma delle parallele e <X * * l'assioma di


Archimede. Chiamiamo teorema della geometria assoluta archi­
medea ogni enunciato derivabile da <Xu , <X. , <X * * e teorema della• • •

geometria euclidea archimedea ogni enunciato derivabile da <Xu , <X" • • •

. Siano ora i seguenti enunciati :


* **
<X , <X
'
<X : Per una retta e un punto ad essa esterno passa almeno un piano.
"
<X : Per una retta e un punto ad essa esterno passa al massimo
un piano.
{3 : La somma degli angoli interni del triangolo t è minore di 1 80°.
{3' : La somma degli angoli interni del triangolo t è uguale a 1 80°.
y : La somma degli angoli interni di ogni triangolo è minore di 1 80°.
y ' : La somma degli angoli interni di ogni triangolo è uguale a 1 80°.
15 : Esiste un triangolo per il quale la somma degli angoli interni
è minore di 1 80°.
e : Esistono due rette r e a distinte e aventi due punti in comune.
'
e : La retta r e la retta a sono distinte.

LE REGOLE PER l\ In geometria si dimostra che dagli enunciati


<X1 , • • • , <Xm si possono ottenere tanto l'enunciato o : ' quanto l'enun­
"
ciato <X . Per applicazione di I/\ avremo dunque
[<X l ' ••• ' <Xm ] IX1

"
[IXu ••• , <Xm ] <X

I /\ •

ossia : dagli assiomi dell'incidenza si può dimostrare che per una


retta e un punto esterno ad essa passa uno e un sol piano.

61
Viceversa, da quest'ultima affermazione (che supporremo ora
esserci nota di per sé) mediante applicazione di E 1/\ , rispettivamente
E 2 /\ , potremo ottenere tanto a. ' quanto a. ", cioè
[acl , ••• , a.m] a.'l\ a." [ac u •.• , IX.m ] ac 'f\ ac"
·----

[ac H • .• , 1Xm ] a. ' a. "

LE REGOLE PER V Il primo teorema di Legendre (peraltro già


noto al Saccheri) afferma che nella geometria assoluta archimedea
per ogni triangolo vale che la somma dei suoi angoli interni è o
minore o uguale a 1 80°. Cioè, in particolare,
l [acl , • • • , a.. , a. * * ] {J VfJ' .
Il secondo teorema di Legendre (anch'esso scoperto dal Saccheri )
afferma poi che se supponiamo, per un dato triangolo t, che in esso
la somma degli angoli interni sia minore, rispettivamente, uguale
a 1 80°, allora possiamo concludere che la somma degli angoli interni
di ogni triangolo sarà minore, rispettivamente, uguale a 1 80°. Si
ha cioè :
2 [ac1 7 • •. , a.., ac * *, {J] y,
3 [a.l , • • • , ac. , a. * *, {J '] y' .
Applicando ora a 2 la regola PV e a 3 la regola 12 V otteniamo :
4 [a.l , • • • , ac. , ac * *, {J] y Vy'
5 [ac1 , • •. , a.. , ac * * , {J '] y Vy '
Se ora a l , 4, 5 applichiamo la regola E V, otteniamo
yVy ' EV
e ctoe : nella geometria assoluta la somma degli angoli interni di
ogni triangolo è o uguale o minore di 1 80°. Si noti che nell'esempio
or ora esposto sono state applicate tutte e tre le varianti delle regole
da noi introdotte per il segno v .

LE REGOLE PER � Dal secondo teorema di Legendre possiamo


ricavare anche la seguente proposizione : se accettiamo gli assiomi
della geometria assoluta e inoltre accettiamo l'esistenza di un trian·

62
golo per il quale la somma degli angoli interni sia uguale a 1 80°,
allora in ogni triangolo la somma degli angoli interni è uguale
a 1 80°. In simboli :
l [ac1 7 . . . , ac., ac * * , 15] y' .
Da qui applicando I -+, si ottiene
2 [ac17 . . . , ac. , ac * *] 15 -+ y ' ,
ossia : dagli assiomi della geometria assoluta si può dedurre che,
se esiste un triangolo per il quale la somma degli angoli interni sia
uguale a 1 80°, allora tale proprietà è goduta da ogni triangolo.
D'altra parte, si può mostrare che nella geometria euclidea esiste
un triangolo tale che la somma dei suoi angoli interni è 1 80°, cioè

3 [ac 1 , . . . , ac. , ac * * , ac * ]
Per applicazione di E -+ a 2 e a 3, otteniamo allora

[ac 1 7 . . . , ac. , ac * *, ac*] y',


ossia : nella geometria euclidea la somma degli angoli interni di
ogni triangolo è 1 80°.

LE REGOLE PER --. Dall'ipotesi che esistano due rette


E +-+

distinte (diciamole r e s) e aventi due punti in comune, si può natu­


ralmente dedurre, in particolare, che r e s sono distinte, cioè
'
l [e] e '·

d'altra parte, dall'ipotesi suddetta e dagli assiomi ac1 7 . . . , ac m , si può


anche dedurre che r e s non sono distinte, cioè
'
2 --. e .

Applicando a l e 2 la I-. , concludiamo


-. e ,

ossia : dagli assiomi dell'incidenza si ricava che non esistono rette


distinte aventi due punti in comune.
Per quanto riguarda la regola E --. non facciamo un esempio
concreto. Essa, in sostanza, non è altro che il principio secondo cui
ex absurdo sequitur quodlibet. Cosi pure, data la loro ovvietà, rinun­
ciamo a illustrare con esempi le regole relative a +-+.

63
8. D E F I N I Z I O N E D E l CONCETTI DI D E R IVAZ I O N E , D E R IVAB I L ITÀ E TES I

A questo punto possiamo definire rigorosamente il concetto di


derivazione naturale dell'espressione ex dalle assunzioni cx1 , , cxn . •••

Una derivazione naturale dell'espressione ex dalle assunzioni


cx1 , , ex,. è una successione finita di espressioni dipendenti da assun­
• • •

zioni il cui ultimo elemento è ex dipendente al massimo da 01:1 > , ex,. • • •

e tale che ogni suo elemento (si dirà anche : ogni sua riga) o è una
delle assunzioni o ha la forma {3 dipendente da {3 o ha la for­
ma r V -.y dipendente da zero assunzioni , oppure è il risultato
dell'applicazione a espressioni precedenti di una delle regole so­
pra definite.
Un'espressione ex per la quale esista una derivazione dalle assun­
zioni cx1 , , cxn è detta derivabile da cx1 , , cxn ; per indicare questo
• • • •• •

scriveremo brevemente
cx l , • • • , Ol:n 1- 01: .

Tale relazione di derivabilità costituisce, date le nostre defini­


zioni, una soddisfacente precisazione di quel momento sintattico
della relazione di inferenza cui si è accennato nell'introduzione.
Infatti, l'operazione di derivazione che, come abbiamo detto, costi­
tuisce l'elemento essenziale di un calcolo, può ora venir definita
come segue per insiemi qualunque di espressioni.
Se M è un insieme di espressioni, allora D(M) deve essere l'in­
sieme di tutte le espressioni ex tali che esiste un sottoinsieme finito
{ex� > . . . , cxn} di elementi di M, tale che

In particolare, se da un insieme M è derivabile qualunque espres­


sione, diremo che M è contraddittorio. Si vede subito infatti che nel
nostro caso tale condizione è equivalente a quella secondo cui un
insieme è contraddittorio se e solo se da esso è derivabile, per almeno
un'espressione ex, sia ex che -, ex. Se infatti da M è derivabile ogni
espressione, allora, per un dato ex, saranno derivabili in particolare
sia ex che -,ex. Inversamente, se da M è derivabile, per un certo ex,
sia ex che -, ex, allora per la regola E -, , risulta derivabile da M
anche una qualsiasi espressione {3.
Sulla base di queste definizioni, il concetto di tesi o teorema
logico si può definire rigorosamente ponendo : ex è una tesi logica

64
se e solo se essa è derivabile dalla classe vuota delle assunzioni ( se
e solo se, cioè, essa appartiene all'intersezione di tutti i D(M)) . Ciò
costituisce in effetti una precisazione delle nostre osservazioni pre­
cedenti , secondo cui i teoremi logici - patrimonio comune a tutte
le teorie deduttive esprimibili in un certo linguaggio - sussistono
indipendentemente; da ogni eventuale assunzione particolare.

9. E S E M P I

Diamo ora alcuni esempi di derivazioni nel calcolo della dedu­


zione naturale .

a) f- IX/\ P --'; P l\ IX
l [1X/\ Pl lXI\ P Ass.
2 [1X/\ Pl IX EI /\ , l
3 [1X/\ Pl p Es /\ , l
4 [1X/\ Pl Pl\ IX 1 /\ , 2, 3
5 [--] lXI\ P --';p1\ IX I -->;, 4 .

Spiegazione. Si voglia derivare la tesi f- IX/\ P --'; Pl\ IX . Ogni riga


della derivazione è cosi composta : un numero progressivo che indica
il posto occupato dalla riga in questione nella derivazione ; a destra
del numero d'ordine della riga, e racchiuse tra parentesi quadre,
la o le assunzioni da cui dipende l'espressione successiva. A destra
di quest'ultima l'indicazione di come essa è stata ottenuta. Cosi, la
riga 3, nella quale sotto l'assunzione IX /\ P si afferma l'espressio­
ne p, è stata ottenuta applicando la regola E2 1\ alla riga l ; la riga 4,
che sotto la stessa assunzione afferma l'espression� P I\IX, è stata ot­
tenuta dalle righe 2 e 3 per applicazione della regola I /\ ; e cosi via.

b) f- 1X VP -'; P V1X

l [iX ] IX Ass.

2 [iX ] P VIX Ja v, l
3 [p ] p Ass.

4 [p] P VIX P V, 3

65
5 [a: VPJ a: VP Ass.

6 [a: VPJ P va: E v. 2, 4, 5


7 [-] a: VP -+ P Va: I -+, 6 .

c) 1- (a:NP/\r)) -+ (Ca:/\P)/\r)
l [a:l\ (pl\ y)] a:/\ (P/\r) Ass.

2 [a:/\ {P/\ y)] a:


BI /\ , l

3 fa:NP/\r)J Pl\r E2 /\ , l

4 [a:/\ {P/\ y)] p BI /\ , 3

5 [a:NP/\r) J y E2 /\ , 3

6 (a:/\ {P/\ y)] a:l\ P 1/\ , 2, 4

7 [a:/\ (P/\r)J (a:/\P) /\r 1/\ , 5 , 6


8 (a:NPI\ r)) -+ ((a:/\P)/\r) 1 -+, 7 .
[-]

cl) t- (a:V(PVr)) -+ ((a: VP) Vy)


a: Ass.
l [a: ]
2 [a: ] a: VP P v. 1

3 [a:] (a: VP) Vy P V, 2

4 [p] p Ass.

5 [p] a: VP P V, 4
6 [p] (a: VP) Vy P/\ , 5
Ass.
7 [y] y
8 [y] (a: VP) Vr J 2 v. 7

9 fP Vrl P vr Ass.

IO (a: VP) Vy E V, 6, 8, 9
fP Vrl
1 1 [a: V (P Vr) J a:V(P Vr) Ass.

1 2 [a: V{P Vy)] (a: VP) Vr E v, 5, 10, 11

13 [-] (a: V{P Vy)) -+ ((a: VP) Vy) I -+, 12 .

66
e) � (cx -+ ({J -+ y)) -+ ({J -+ (tx -+ y))

l [tx -+ ({J -+ y)] IX -+ ({J -+ "/) Ass.

2 [ex] IX Ass.

3 [tx, IX -+ ({J -+ y) ] {J -+ y E -+, 1 , 2

4 [{J ] {J Ass.

5 (tx, {J, IX -+ ({J -+ y)] 'Y E -+, 3, 4


6 ({J, IX -+ ({J-+ "/)] tx -+ y I -+, 5
7 [tx -+ ({J -+ 'Y)] {J -+ (tx -+ y) I -+, 6

8 [-] {tx -+ ({J -+ y) ) -+ ({J -+ (tx -+ y)) I -+, 7 .

f) � IX � -, -. IX
l [tx] IX Ass.

2 [-, ex] -, (X Ass.

3 [ex, -. ex ] IX E -. , l , 2

4 [ex] -., -, (X I -. , 2, 3

5 (-] IX -+ -, -. ex I -+ , 4
6 ( -. -. ex] ..., -, (X Ass.

7 [-. ex, -, -. ex ) IX E -. , 2, 6

8 [-] tx V -. ex TND

9 (-. -. ex] IX E V , l, 7, 8

IO (-] -, -. IX -+ IX I -+, 9

1 1 [-] (X � -, -, (X I �, 5 , 10 .

1 0. IL S ISTEMA S E

Veniamo ora alla componente semantica della logica degli enun­


ciati. Come si ricorderà essa si ottiene trasformando il linguaggio
LE in un sistema, associandogli cioè un'operazione di conseguenza.
Scopo dunque di questo paragrafo sarà appunto quello di definire,

67
per ogni insieme M di espressioni, l'insieme K(M) delle espressioni
che sono loro conseguenze logiche. Per questo, precisato il concetto
di interpretazione, definiremo per suo mezzo il concetto di modello,
che ci permetterà di giungere alla rigorosa determinazione dell'in­
sieme K(M).
È già stato detto che la nostra concezione estensionalistica ci
porta a riguardare come significato (estensionale) di un enunciato
uno dei due valori di verità Vero, Falso, che abbiamo convenuto
di indicare con l , rispettivamente con O.
Quando dovremo riferirei indifferentemente all'uno o all'altro
dei due valori di verità, ci riferiremo genericamente all'insieme W{l , O}
che contiene esattamente i due elementi l , O.
Orbene, noi diciamo di aver interpretato un linguaggio quando
abbiamo associato un significato ad ogni sua espressione. Tenuto
conto del fatto che abbiamo definito le espressioni come quelle
parole ottenute a partire dalle espressioni-base (variabili enuncia­
tive) combinandole mediante i connettivi, potremo ottenere il risultato
che ci interessa interpretando le variabili enunciative sui valori di
verità e facendo poi corrispondere ai connettivi opportune funzioni
di verità. L'estensione dell'interpretazione ad ogni espressione del
linguaggio sarà allora praticamente automatica.

Interpretazione. Modelli. Espressioni "giuste"


Definiamo allora, come interpretazione, un'operazione I tale che
l ) per ogni indice i, l (p j) E W, ossia, in altri termini, ogni variabile
enunciativa viene interpretata su uno dei due valori di verità ;
2) I( ..., ) = Non ; 1( !\ ) = Et ; I( V ) = Ve/ ; I( -) = Seq; 1(+-+) = Aeq;
ossia ogni connettivo viene interpretato su una delle funzioni d i ve­
rità definite mediante le rispettive tavole del paragrafo 3, e che
qui riproduciamo, per comodità del lettore, in forma piu compatta

l o l o l o l o
l [Il t :I:@] l [ITI} l iJE] l iJE]
o � o � o QE) o � o �
Non oc Et (oc, {J) Ve/ (oc, {J) Seq (oc, {J) Aeq (oc, {J)
In corrispondenza di una certa interpretazione delle variabili in
essa contenute, ad ogni espressione del nostro linguaggio viene cosi

68
associato (attraverso la naturale estensione prima accennata) un ben
preciso e unico valore (di verità) l o O.
Ad esempio, consideriamo l'espressione ex= ((p Vq) -+ r) e cer­
chiamo quale valore gli associa l'interpretazione I cosi definita :

l(p) = l , I (q) = O, I(r) = l , I (s) = I per ogni s diverso da p, q, r.

Sarà allora :

I(ex) = Seq ( Vel (p, q) , r) = Seq ( Ve/ (1 , 0) , l ) = Seq ( l , l) = l .


Se un'interpretazione I associa a una data espressione ex il valore l ,
diremo che I è modello di ex (e, per brevità, scriveremo all'occor­
renza Mod I ex) . In particolare chiameremo valide, o universalmente
valide, o identità, o, infine, tautologie, quelle espressioni alle quali
qualunque interpretazione associa il valore l . Con la definizione
della classe delle tautologie abbiamo quindi separato, dall'insieme
delle espressioni , quelle che riteniamo sempre "giuste" da un punto
di vista semantico, quelle cioè che corrispondono al concetto intui­
tivo di espressioni "logicamente vere", identificandole precisamente
con queHe espressioni che non è mai possibile rendere false.
Mediante concetti rigorosamente definiti - in particolare quelli
di interpretazione e di modello - abbiamo cosi enucleato la classe
delle leggi logiche : esse sono quelle espressioni per le quali ogni
interpretazione è modello, la cui verità dunque è indipendente dalla
verità o falsità degli enunciati che in esse intervengono, ma dipende
solo dalla loro forma, dalla loro struttura logica.
Accanto alla classe delle tautologie risulta interessante Io studio
della classe di quelle espressioni logico-enunciative che vengono
dette soddisfacibili, che sono cioè tali che almeno una interpretazione
associa loro il valore l . Potremo dunque definire gli elementi di
tale classe dicendo che per ognuno di essi esiste almeno una inter­
pretazione I che è loro modello.
Dobbiamo infine considerare il caso di quelle espressioni, che
vengono usualmente dette contraddizioni o espressioni contraddit­
torie ; esse godono della proprietà che nessuna interpretazione è loro
modello : ogni interpretazione associa cioè ad es:se il valore O.
Dalle definizioni precedenti risulta chiaro che ogni espressione
valida è, in particolare, soddisfacibile ; altrettanto chiaramente però,
l'inverso non è in generale vero, ossia non ogni espressione soddi-

69
sfacibile è valida. A queste espressioni (soddisfacibili ma non valide)
diamo il nome di espressioni neutre o anfotere. Se conveniamo di
chiamare falsificabili quelle espressioni per le quali esista almeno
una interpretazione che associ loro il valore O, potremo illustrare
complessivamente nella tabella 1 4 il comportamento "semantico"
delle espressioni enunciative.

TABELLA 14

Espressioni

J L
\
Espressio i sod d i sfacibi l i Espressioni fai ficabili
l
Tautol ogie
l
Esp. otere l Co n t rad d i z i on i

A
I nterpretazio n i

ètB w

Osserviamo che la falsificabilità di una espressione ex è equiva­


lente alla soddisfacibilità di -. ex ; la validità di ex sarà pertanto equi­
valente alla non soddisfacibilità di -. ex. Viceversa, ex sarà soddisfa­
cibile, se e solo se .., a; non sarà valida. Queste ovvie relazioni fra
i concetti sopra definiti ci permettono di trasformare ogni questione
di validità in una di soddisfacibilità e viceversa.

Tavole di verità

Le stipulazioni precedenti ci permettono di poter decidere effet­


tivamente (ossia in un numero finito di passi) e con tutto rigore, data
una qualunque espressione logico-enunciativa, se essa è o meno una
tautologia. In generale, si tratterà di verificare, mediante opportuni
metodi, quale valore ogni possibile interpretazione associa a una
espressione ; se tale valore è sempre l siamo di fronte a una tauto-

70
logia. In realtà, poiché il concetto di interpretazione è stato definito
per tutte le variabili enunciative del linguaggio, e quindi per infiniti
elementi, a rigore dovremmo condurre, per ogni espressione, infinite
prove per poter giungere a un risultato definitivo : cosa ovviamente
impossibile. È però del tutto plausibile (e la cosa può naturalmente
dimostrarsi rigorosamente tramite il cosiddetto teorema di coinci­
denza) che in realtà il valore di un' espressione per ogni inter­
pretazione dipende solo dalle variabili che effettivamente com­
paiono nell'espressione stessa ; quindi, in base alle nostre defini­
zioni, esso dipende sicuramente da un numero finito di variabili.
Ciò comporta che effettuando un numero finito di prove, è possibile
determinare il valore che ogni interpretazione associa a una data
espressione.
Ci si convince poi facilmente che, per un'espressione contenente k
variabili distinte, esistono 21c possibili interpretazioni distinte ; in
altri termini, effettuando al piu 21c prove saremo in grado di sta­
bilire se un'espressione contenente k variabili è o no una tautologia.
Uno dei metodi piu usuali per condurre tale verifica è quello
fondato sulle cosiddette tavole di verità ; esso consiste sostanzial­
mente nell'operare - sui valori assegnati alle variabili di una espres­
sione IX da una data interpretazione - in base alle tavole di defi­
nizione dei connettivi che collegano tali variabili nell'espressione.
Quando questa operazione sia stata svolta per tutte le possibili inter­
pretazioni di IX , si dirà di aver ottenuto la tavola di verità di IX. Consi­
deriamo, ad esempio, l'espressione
IX= (p � q) � (p!\ -, q) '
e disponiamo il "calcolo" nella tabella 1 5.

TABELLA 15
l 2 3 4 s '5
p q p -+ q ..., q p/\ -, q (p -+ q) -+ (pl\ -, q)

l l l o o o
l o o l l l
o l l o o o
o o l l o o

Le colonne l e 2 della tabella 1 5 riportano tutte le possibili

71
interpretazioni delle variabili p e q ; essendo in a contenute queste
sole variabili, tali interpretazioni sono 22 = 4. La colonna 3 è otte­
nuta applicando la definizione di --+- (piu precisamente : della fun­
zione Seq) alle prime due ; la quarta, applicando la definizione di -.
alla colonna 2 ; 19, 5, applicando la definizione di 1\ alla l e alla 4 ;
la 6, infine, applicando la definizione di --+- alla 3 e S . Piu usual­
mente la tavola viene costruita in modo piu compatto (tab. 16).

TABELLA 16
p q (p -+ q) -+ (p 1\ ., q)

l l l l l o l o o l
o l o o l l l l o
o l o l l o o o o l
o o o l o g o o l o

Si trascrive cioè l'espressione da verificare e si riportano sotto


le sue variabili i valori rispettivi delle due prime colonne ; si appli­
cano quindi le varie definizioni dei connettivi a tali colonne (nello
stesso ordine visto nell'esemplificazione precedente, ordine che è
ovviamente determinato dalla struttura dell'espressione) e si scrivono
i risultati sotto il connettivo interessato. Il risultato finale della
verifica è rappresentato dalla colonna sottolineata.
Le due tavole (tabelle 15 e 1 6) ci dicono che l'interpretazione I
cosi definita
I(p) = l I (q) = O
è modello dell'espressione a , le rimanenti tre non lo sono ; a è dunque
un'espressione soddisfacibile, ma essendo anche falsificabile, essa è
un'espressione anfotera.
In modo analogo si prova che l'espressione

{J = ( p -+- r) --+- ( (q -+- r) --+- ((p V q) -+- r) )


è una tautologia. La sua tavola di verità è infatti riportata nella ta­
bella 17. (In essa sono state sottolineate una volta le due colonne
dalle quali risulta la colonna finale, sottolineata due volte ; dopo
aver trascritto sotto le variabili dell'espressione i valori delle prime
tre colonne a sinistra, le successive colonne sono state calcolate
nell 'ordine l , 2, 3, 4, 5, 6.)

72
TABELLA 17
t 6 2 5 3 4
p q r (p � r) � ( (q � r) � ((p V q) � r )}

l l l l l l l l l l l l l l
l o l o o l l o o l l l l 0 0
o l l l l o l l l l l o l l
l o o l o o o l o o l l o 0 0
o l o l l l l l l o l l l l
o o o l o l o o l o l l
0 0
o o l o l l o l l l 000 l l
o o o o l o ! 000 l o
0 ! 0 �
Un esempio di contraddizione ci è dato dall'espressione

y =pA -, (q --+p) .
Per essa si ottiene infatti dalla tabella 1 8 che ognuna delle quattro
possibili interpretazioni associa a y il valore O.

TABELLA 18
p q p !\ .., (q � p)

l o o l l l
l o l o o o l l
o l o o l l o o
o o o o o o l o
- = -

Forme normali
Il metodo delle tavole di verità non è ovviamente l'unico che
ci permetta di decidere della validità di una espressione logico­
enunciativa ; vogliamo qui accennare brevemente a un secondo
metodo, per esporre il quale dobbiamo premettere una caratteriz­
zazione intuitiva del concetto di forma normale congiuntit,a.
Un'espressione oc si dice in forma normale congiuntiva quando
è strutturata come la congiunzione non negata di alternative non
negate di variabili enunciative negate o no. Ci limitiamo a tale
caratterizzazione, che illustriamo con qualche esempio. L'espressione

è in forma normale congiuntiva. Essa infatti è una congiunzione

73
di cinque termini, ognuno dei quali o è una variabile enunciativa
o è un'alternativa fra due o piu variabili enunciative negate o no.
Conveniamo di chiamare alternativa elementare ogni termine
della congiunzione. L'espressione

ex 1 = -. [(p Vq) l\ (-.p Vq) l\ (pV r) l\ (r V-. s V-. rVp) l\ r ]

non è in forma normale congiuntiva in quanto ha si la stessa strut­


tura di ex per quanto riguarda le sue alternative elementari, ma è
negata. L'espressione

fJ = (P V ( ql\ r)) l\ -. (-.p - q) l\ s

non è in forma normale congiuntiva in quanto il suo primo termine


contiene anche il connettivo 1\ e il suo secondo termine, oltre a
essere negato, contiene il connettivo -·
In forza di un teorema (detto appunto delle forme normali con­
giuntive) rigorosamente dimostrabile, per ogni espressione ex della
logica enunciativa esiste almeno un'espressione ex' che è in forma
normale congiuntiva e della quale si può dimostrare l'equivalenza
con ex. In altri termini, ogni espressione della logica degli enunciati
può essere posta in forma normale congiuntiva.
L'importanza di tali forme risiede nel fatto che vale per esse il
seguente notevole teorema : condizione necessaria e sufficiente affinché
un'espressione in forma normale congiuntiva sia valida è che in
ogni sua alternativa elementare essa contenga, per almeno una
variabile, la variabile stessa e la sua negazione.
Per portare una qualunque espressione ex in forma normale con­
giuntiva occorre quindi in primo luogo eliminare da essa tutti i
connettivi diversi da V , 1\ , -. , e successivamente spostare quanto
piu è possibile "all'interno" il connettivo -, , in modo cioè che esso
agisca su una singola variabile enunciativa. Queste successive ridu­
zioni si operano in base ad alcune leggi logiche che elenchiamo qui
di seguito.

a)

che ci permette di eliminare il connettivo - ;

b)

74
he ci permette di eliminare il connettivo �.

c. I) 1- -. (pAq) � -.p v -. q ,
c.2) t- -. (p Vq) � -.p/\ -. q .
che ci permettono di spingere "all'interno" il connettivo -, , a pro­
posito del quale è anche opportuno ricordare la legge

c.3)

Infine, impiegando all'occorrenza le leggi


d. l) t-pV (q/\ r) � (p Vq) A (p Vr) ,
d.2) t- (p/\ q) Vr � (pV r) /\ (qV r) ,
potremo portare la nostra espressione nella forma desiderata.
Data ad esempio l'espressione

i' = .., ( ((p V q) /\ -. q) V (r/\ q) )


si voglia trovarne una forma normale congiuntiva. Si avrà succes­
sivamente

per c.2) -. ((p Vq) A -. q) A -. (r/\ q) ,


per c. l) (-. (pVq) V -. -. q) A (-. r V -. q) ,
per c. l) ((-,p/\ -. q) y -. -, q) A (-. r V -. q) ,
per c.3) ((-.p/\ -. q) Vq) /\ (-. r V -. q) ,
per d.2) (-.p Vq) /\ (-. q Vq) A (-. r V .., q) (y ') .
L'espressione y ' è equivalente a y ed è in forma normale con­
giuntiva. Su di essa possiamo decidere che y non è valida : solo il
secondo termine della congiunzione contiene infatti, assieme alla
variabile q, la sua negazione -, q ; negli altri due termini questo non
si verifica per nessuna variabile.
Si voglia ora una forma normale congiuntiva per l'espressione

8 = (p � q) � (-. q � -.p) .

Avremo successivamente, in questo caso :


per a)
(-,p yq) � (-, -, q y -.p) .

75
per b) e a)

(-,(-,p Vq) V(-. -. qV -.p))l\ (-, (-. -. qV -.p) V(-,p Vq)) ,


per c. l )

((-, -.p /\ -. q) V(-. -. q V -. p)) /\ ((-, -, -, qf\ -, -, p) V(-.p Vq)) ,


per c.3 )
((p/\ -. q) V(qV ..,p)) /\ ((-, ql\p) V(-,p Vq)) ,
per d. l)

(p Vq V -.p)l\ (-. q Vq V -.p)f\ (-. qV -.p Vq)f\ (p V -.p Vq) (e') .

L'espressione e' è equivalente a e ed è in forma normale con­


giuntiva ; essa mostra che e è una tautologia. Infatti in ogni termine
della congiunzione e', almeno una variabile è presente assieme alla
sua negazione : nel primo termine figurano tanto p quanto -. p ,
nel secondo q e -. q, nel terzo q e -, q, nel quarto infine p e -,p.
A giustificazione intuitiva di questo criterio per la validità si
osservi che una congiunzione è valida se e solo se tutti i suoi ter­
mini Io sono ; ora, una alternativa nella quale siano presenti una
variabile qualunque e la sua negazione, è certamente valida per
qualunque interpretazione ; noi richiediamo appunto che i termini
della nostra congiunzione siano alternative di questo tipo.
Osserviamo che non esiste un'unica espressione in forma nor­
male congiuntiva equivalente a una data espressione, ma che , in
generale, ne esistono parecchie. Ad esempio, una seconda espres­
sione in forma normale congiuntiva ed equivalente all'espressione y
sopra considerata, è la y " = (-. p V q)l\ (r V -. q) .
Parallelamente al concetto di forma normale congiuntiva si può
introdurre il concetto duale di forma normale alternativa, intesa
come un'alternativa non negata di congiunzioni di variabili enun­
ciative negate o no. Per le forme normali alternative vale il teorema
(anch 'esso immediatamente giustificabile su un piano intuitivo)
secondo cui condizione necessaria e sufficiente affinché una espres­
sione in forma normale alternativa sia una contraddizione è che
ogni termine dell'alternativa contenga, per almeno una variabile, la
variabile stessa e la sua negazione.
Il procedimento di "decisione" fondato sull'impiego delle forme
normali, pur se apparentemente piu complicato e laborioso, può

76
risultare di molto vantaggioso rispetto a quello delle tavole di verità,
specialmente per espressioni molto complesse o che comunque con­
tengano un numero elevato di variabili distinte.

Definizione del concetto di conseguenza logica


I concetti di modello, s oddisfacibilità, validità, si estendono in
modo naturale da una singola espressione a un insieme qualunque
di espressioni.
Se M è un insieme qualunque di espressioni della logica enun­
ciativa, si dirà che una interpretazione I è modello di M se e solo
se I è simultaneamente modello di tutte le espressioni di M.
Analogamente, diremo valido un insieme M di espressioni quando
tutte le interpretazioni I sono modelli di M; Io diremo soddisfaci­
bile se almeno una I è suo modello. Si noti dunque che perché M
sia soddisfacibile non è sufficiente che ognuna delle sue espressioni
presa singolarmente sia soddisfacibile, ma è necessario che tutte le
espressioni di M siano contemporaneamente soddisfatte da un'in ­
terpretazione I.
Ciò posto, diciamo che un'espressione or; è conseguenza logica
o semplicemente conseguenza di un insieme M di espressioni, e
scriviamo
M H- or; ,
se e solo se ogni interpretazione I tale che sia modello di M è anche
modello di or;. Se M è composto dalle espressioni or;l > or;2 , , OGn scri­
• • •

veremo anche, equivalentemente,

Date le nostre definizioni, tale relazione di conseguenza costi­


tuisce una precisazione soddisfacente del momento semantico della
relazione di inferenza di cui si è già fatto cenno. Possiamo infatti,
a questo punto, definire agevolmente quella caratteristica peculiare
di un sistema logico, ossia l'operazione di conseguenza, per insiemi
qualunque di espressioni. Se M è un tale insieme, allora K(M)
deve essere l'insieme di tutte le espressioni or; tali che M H- or;.
Si vede ora senza alcuna difficoltà che il concetto di tautologia
coincide con quello di conseguenza dall'insieme vuoto di espres­
sioni. In altri termini, l'espressione or; è tautologica se e solo se appar­
tiene all'intersezione di tutti i K(M).

77
1 1 . VAL I D ITÀ E COMPLETEZZA

Precisata cosi la struttura della logica degli enunciati, tramite


la caratterizzazione del suo calcolo e del suo sistema, si pone ora
il problema di indagare i rapporti che eventualmente sussistono
fra queste sue componenti.
In termini intuitivi, questo problema si pone come segue. Ab­
biamo riconosciuto l'opportunità di tenere rigorosamente distinta
la trattazione sintattica da quella semantica ; la prima via ci ha
portato a enucleare il concetto di operazione di derivazione ; la
seconda quello di operazione di conseguenza. Applicando la prima
operazione a un insieme M qualunque di espressioni si ottengono
altre espressioni il cui insieme D(M) è stato da noi esattamente
caratterizzato ; applicando la seconda si ottiene invece un sistema
K(M) altrettanto determinato da quanto finora detto. Che relazione
corre fra i due insiemi ? E, piu precisamente, fra espressioni appar­
tenenti a D(M) e espressioni appartenenti a K(M) ? Se a: E D(M)
sarà anche a: E K(M) ? In altri termini, se un'espressione a: è deri­
vabile da un insieme di espressioni è anche conseguenza di quel�
l'insieme ? E varrà anche l'inverso ?
Il nostro problema si scinde precisamente negli altri due che
verranno appunto trattati separatamente nelle pagine seguenti :
l . Problema della validità. Stabilire se, per ogni espressione a: e
per ogni insieme M di espressioni, dal fatto che a: sia derivabile
da M si possa concludere che a: è anche conseguenza di M.
2. Problema della completezza. È l'inverso del precedente, in quanto
ora ci si chiede di stabilire se dal fatto che a: sia conseguenza
di M si possa concludere che a: è anche derivabile da M.

Validità
Il problema della validità della nostra logica si pone quindi
come il problema di sapere se per qualunque insieme di espres­
sioni M si ha D(M) ç K(M), ossia in altre parole, come problema
di sapere se tutto ciò che nel calcolo è derivabile mediante le nostre
regole da un insieme di espressioni M è anche conseguenza logica
di questo insieme.
La dimostrazione che ciò effettivamente accade, non presenta
difficoltà di principio ; ma essendo piuttosto lunga e laboriosa, ci
limiteremo qui a darne i tratti principali.

78
Noi vogliamo dunque dimostrare l'affermazione : se M 1- at: allora
M 1t- at:. Ma che significa M 1- at: ? Come si ricorderà, intendiamo
con ciò, sostanzialmente, che esiste una successione finita di espres­
sioni, terminante con at:, e tale che ogni suo elemento o appartiene
a M o è il risultato dell'applicazione di una delle regole del calcolo
ad espressioni precedenti. In sostanza allora, per dimostrare il
nostro teorema, dobbiamo far vedere che ogni successione finita di
espressioni avente le due predette caratteristiche termina con una
espressione che è la conseguenza logica delle assunzioni.
Per ottenere tale dimostrazione, possiamo applicare un ragiona­
mento di questo tipo :
a) mostriamo che tale affermazione è vera per ogni derivazione
che consti di una sola espressione ;
b) supponendo di averla già dimostrata per tutte le derivazioni che
constano di n espressioni, mostriamo poi che essa vale anche per
quelle derivazioni che constano di n+ l espressioni.
Seguendo questo procedimento, esamineremo sicuramente tutte
Je possibili derivazioni (perché n, purché finito, può essere qua­
lunque) e potremo quindi concludere che ognuna di esse gode della
predetta proprietà (che per brevità chiameremo all'occorrenza pro­
prietà V) cioè appunto che, per ogni at:, se M 1- at: è allora M 1t- at:.
In definitiva, l'essenza della nostra dimostrazione consiste nel far
vedere che la proprietà in questione si "trasmette" lungo la deri­
vazione, ossia in altri termini, che le nostre regole conservano tale
proprietà.
Veniamo quindi al primo passo della dimostrazione, dimostriamo
cioè che ogni derivazione che consti di una sola espressione gode
della proprietà V. Ciò si deduce agevolmente dalla definizione stessa
di derivazione, secondo la quale una tale derivazione può constare
soltanto o di un'assunzione at:; oppure di un'espressione della forma
PV -.p. Nel primo caso, essendo at:; un elemento di M, essa sarà si­
curamente soddisfatta da ogni interpretazione che soddisfi M, il che
conclude la nostra dimostrazione in questo caso ; se invece l'espres­
sione in questione ha la forma P V ..., p essa è soddisfatta da ogni in­
terpretazione e dunque, in particolare, da ogni interpretazione che
soddisfi M: anche in questo secondo caso l'afferma2'ione resta quindi
dimostrata.
Resta ora da far vedere, come passo successivo, che nell'ipo-

79
tesi che l'affermazione del teorema regga per ogni derivazione che
consti di n espressioni, essa regge anche per derivazioni che constano
di n + l espressioni. Supposto allora che la derivazione di una certa
espressione IX consti di n + l righe dobbiamo distinguere tre casi ;
per la definizione di derivazione, IX può essere infatti
a) un'assunzione IX1;
b) un'espressione della forma fJ V -.{3;
c) il risultato dell'applicazione a righe precedenti di una delle regole
da noi formulate nel calcolo.
Per i casi a) e b) non avremo che da ripetere il ragionamento
fatto sopra, relativo alle derivazioni di una sola riga. Nel caso c)
dovremo invece distinguere dieci sottocasi, tanti quanti sono le
regole che possiamo aver applicato a righe precedenti per ottenere IX,
Supponiamo ora di aver dimostrato che ognuna delle nostre
regole gode della proprietà che se le sue premesse sono conseguenza
logica delle assunzioni da cui dipendono, allora anche la sua con­
clusione è una conseguenza logica delle assunzioni da cui dipende.
Esemplificando per il caso della regola 1/\ ,
k {3

{31\ y 1/\ , k, i
supponiamo cioè di sapere che se lXI , , oc, 11- fJ e IXm+ I' , IX,. 1\- y ,
••• • • •

allora anche lXI , , IX,. 11- {3 1\ y .


• • •

In questa ipotesi, riferendoci ancora, per semplicità, a esempli­


ficare il caso della regola 1 /\ , possiamo condurre come segue il nostro
ragionamento. IX è stata ottenuta alla n + l -esima riga per applica­
zione di 1 /\ , IX ha cioè la forma {31\ y e dipende dalle assunzioni
lXI , ... , IX,. ; fino a quel punto, nella nostra derivazione, avevamo otte­
nuto l'espressione {3 sotto le assunzioni lXI , . . . , IXm e l'espressione y
sotto le assunzioni iXn&+I ' , IX,. . Le "sottoderivazioni" che ci avevano
•••

permesso di ottenere {3, rispettivamente y (ossia che terminano con {3,


rispettivamente y ) constano di un numero k, rispettivamente i di
righe, e risulta tanto k < n + 1 , quanto i< n + l . Per queste sotto­
derivazioni, in base all'ipotesi, sappiamo dunque che vale

lXI I . . . ,
1Xm
H- fJ ' iXm+H ... ' IX,. 1\- Y o

80
e in virtu della proprietà poco sopra formulata per 1 /\ varrà allora
anche ac1 , , ex,. 1t- {31\y, cioè proprio quello che vogliamo dimo­
• • •

strare.
È allora chiaro che ragionando in modo analogo per le rimanenti
nove regole, esauriremmo tutti i casi possibili, ottenendo cosi una
dimostrazione completa del teorema.
La dimostrazione fin qui condotta dipende però ancora dall'ipo­
tesi sopra fatta intorno alla proprietà di ogni regola di conservare
la relazione di conseguenza. Per eliminare questa ipotesi è neces­
sario e sufficiente che noi facciamo vedere che di fatto ogni regola
gode di tale proprietà. Anche qui ci limitiamo a esemplificare la
cosa per la regola 1 /\ .
Supponiamo dunque che ac1 , , acm H-{3 e che acm+l ' , ex,. ft- y .
• • • • • .

Varrà allora

infatti, quelle interpretazioni che soddisfano ac1 1 , acm, acm+l ' , ac.
• • • • • •

debbono in particolare soddisfare ac1 1 , acm (anzi, nel migliore dei


• • •

casi si ridurranno proprio a queste) e d'altra parte ognuna di queste


ultime interpretazioni soddisfa per ipotesi anche {3. Con analogo
ragionamento possiamo stabilire che

Ora, se ogni interpretazione che soddisfa ac� o , ac,. soddisfa sia• • •

{3 che y, per la definizione stessa di modello essa soddisferà anche


{31\y . Con ciò viene quindi dimostrato che
ac1 1 • •• , ac,. 1t- {31\ y •

Con procedimenti analoghi, l'ipotesi relativa alla conservazione


della relazione di conseguenza può venir eliminata per ognuna delle
regole ; si ottiene cosi una dimostrazione completa del teorema.
L'affermazione di questo teorema suona sostanzialmente come
una garanzia che il nostro calcolo è stato costruito "ragionevol­
mente", in modo tale cioè da rispettare, pur nel suo procedere del
tutto meccanico e svincolato da qualsiasi riferimento ai significati,
quelle relazioni semantiche di consequenzialità che noi abbiamo
posto per poter precisare e caratterizzare rigorosamente l'esistenza

81
e la natura di particolari nessi razionali fra determinate premesse
e le loro conclusioni. Esso ci assicura, in definitiva, che il nostro
calcolo ci permette di derivare solo esp ressioni valide.

Completezza
Appare ancor piu chiaro, a questo punto, l'interesse del pro­
blema opposto al precedente, del problema cioè di stabilire se il
nostro calcolo, oltre a garantirci circa la validità delle espressioni
derivate mediante esso, non possa anche assicurarci la possibilità
di derivare tutte le espressioni "vere". Come la questione precedente
ci ha fatto concludere che il calcolo è "ragionevole", "ben costruito",
una risposta affermativa a questo secondo problema ci farebbe con­
cludere che esso è abbastanza "forte" da essere completo. Anche
intuitivamente, infatti, vien fatto di chiamare completo un calcolo
che permette di derivare tutte le espressioni "vere" di un certo lin­
guaggio. Prenderemo ora in esame questo secondo problema. Esso
s i può enunciare come il problema di sapere se K(M) � D(M), di
sapere cioè se l'insieme di tutte le espressioni conseguenza di un dato
insieme di premesse, è contenuto nell'insieme di tutte le espressioni
derivabili da quelle premesse. Anche a questo problema si può dare
una risposta affermativa, che può ottenersi con numerose dimostra­
zioni diverse. Noi ci limiteremo qui a delinearne brevemente una,
dovuta a L. Henkin ( 1 947) che ammette una naturale estensione
alla logica dei predicati di cui ci occuperemo in seguito.
Cominciamo col mostrare che l'affermazione K(M) � D( M) è
equivalente all'affermazione secondo cui ogni insieme non contrad­
di ttorio di espressioni possiede almeno un modello (è cioè soddi­
sfacibile). Supponiamo infatti che sia K(M) � D(M) e che inoltre M
sia non contraddittorio e tuttavia non soddisfacibile. In tal caso,
per la definizione stessa di conseguenza, a K(M) appartiene ogni
espressione ; ma essendo per ipotesi K(M) contenuto in D(M), ogni
espressione apparterrà anche a D(M), il che però contraddice l'ipo­
tesi che D(M) sia non contraddittorio ; M deve essere pertanto sod­
disfacibile.
Supponiamo inversamente che ogni insieme non contraddittorio
sia soddisfacibile e che M f\-- IX ; per far vedere che vale anche
M f- IX basta pensare che, essendo M H- IX, l'insieme MU { -, IX} è
chiaramente non soddisfacibile e quindi, per l'ipotesi testé fatta,

82
esso è anche contraddittorio. Ciò significa che da esso è derivabile
qualunque espressione, in particolare dunque anche oc. Si ha cioè

MU { -. oc} (X ''

d'altra parte,
[oc ] (X Assunzione

[-] oc v -, (X TND
[M] (X Ev .
Resta cosi dimostrata l'equivalenza delle due formulazioni ; esa­
miniamo ora brevemente il metodo di dimostrazione proposto da
Henkin.
Supponiamo che M sia un insieme non contraddittorio e pen­
siamo realizzata una enumerazione oc1 1 oc 2 , oca , . . . di tutte le espres­
sioni della logica degli enunciati. Possiamo estendere successiva­
mente l'insieme M a un insieme M1 , indi a un insieme Mz, indi
a un insieme Ma . . . e cosi via, insiemi che possono ottenersi secondo
la regola seguente :

Mo = M,

Mk+t =
l MkU {ock+ I} , se esso è non contraddittorio

Mk , altrimenti.

In altri termini, operiamo come segue. Poniamo M= M0 • A M0


aggiungiamo la prima espressione oc1 e controlliamo se l'insieme cosi
ottenuto è o no contraddittorio. Se è contraddittorio poniamo
M1 = AI0 ; se non è contraddittorio poniamo M1 = Mo U {oct} · Sul­
l'insieme M1 che cosi ci risulta ripetiamo l'operazione precedente,
aggiungendogli l'espressione oc2 e controllando se esso è o no con­
traddittorio ; se è contraddittorio poniamo M2 = M·t , se no poniamo
M2 = M1 u {oc2} e cosi via per ogni espressione oc; . Cosi facendo
giungiamo ad ottenere una successione di insiemi

di cui formiamo l'insieme riunione M*, ossia quell'insieme i cui


elementi sono espressioni che appartengono ad almeno uno degli
insiemi M; . L'insieme M* cosi ottenuto gode di alcune conside-

83
revoli proprietà, delle quali a noi interessa qui ricordare quella di
non-contraddittorietà massimale. Dire che l'insieme M* è non-con­
traddittorio massimale significa che, presa una qualunque espressio­
ne, si verifica necessariamente uno e uno solo dei due casi : o tale
espressione appartiene all'insieme, oppure, se ve l'aggiungiamo,
l'insieme stesso diventa contraddittorio ; ciò equivale a dire che o
l 'espressione appartiene all'insieme o vi appartiene la sua negazione.
Servendosi ora dell'insieme M* cosi costruito, non si ha alcuna
difficoltà a definire una interpretazione soddisfacente M. Basterà
infatti porre
l,
se p ; E M*
l(p;) =

I O, altrimenti,

da cui con ragionamento elementare si deduce che l'interpretazione


sopra definita è modello di ogni espressione di M*. Dato ora che
per costruzione M c M*, I sarà allora, in particolare, un modello
di M. Per poter concludere in generale la dimostrazione occorre­
rebbe naturalmente dimostrare rigorosamente - mentre noi ci sia mo
qui l imitati a delineare la cosa - che ogni insieme non contrad­
dittorio M è estendibile ad un insieme non contraddittorio massi­
male M*.
Resta cosi dimostrato che ogni insieme non contraddittorio pos­
siede un modello e quindi, in vista dell'equivalenza sopra dimostrata,
che K(M) c D(M).
Le due dimostrazioni accennate nelle pagine precedenti, ci per­
mettono quindi di affermare (a meno di precisazioni terminologi­
che sulle quali non ci sembra opportuno insistere) che la logica
degli enunciati è valida e completa. lntuitivamente, dopo quanto è
stato finora detto, ciò equivale ad affermare che, a livello enuncia­
tivo, i due insiemi K(M) e D(M) coincidono per qualunque insie­
me M (e in particolare per l'insieme vuoto).
A livello logico enunciativo, trarre derivazioni da certe premesse
è perfettamente equivalente a trar conseguenze dalle stesse premesse.
Se ricordiamo che ogni espressione logico-enunciativa è decidibile
nei riguardi della validità (ad esempio con uno dei metodi trattati
dalla pagina 70 alla 77) questa conclusione ci permette di affermare
che la logica degli enunciati è decidibile anche nei riguardi della
derivabilità. In altri termini, data una qualunque espressione logico-

84
enunciativa, è sempre possibile sapere ("decidere") se essa è o no
derivabile : basterà per questo costatare se essa è valida o no.
Da questo punto di vista il calcolo degli enunciati si presenta
allora come un metodo per enumerare espressioni valide, come un
metodo cioè che ci permette di presentare successivamente, una
dopo l'altra, tutte le espressioni valide della logica degli enunciati.

85
3 ________________

La logica dei predicati

Si è già avuto occasione di dire che la logica dei predicati costi­


tuisce un ampliamento della logica degli enunciati, nel senso che
gli enunciati vengono ora non piu considerati come entità atomiche,
non ulteriormente scomponibili, ma vengono viceversa analizzati
nella loro struttura di soggetto-predicato. A livello predicativo inoltre
viene presa in esame l'incidenza che l'impiego degli operatori di
quantificazione ha sul rapporto di inferenza.
Per quanto riguarda l'impiego dei quantificatori occorre ancora
distinguere tra l'ammettere la quantificazione delle sole variabili
soggettive (logica dei predicati ristretta o del primo ordine) o anche
la quantificazione delle variabili predicative (logica dei predicati di
secondo ordine). Noi ci limiteremo qui a studiare la logica dei pre­
dicati del primo ordine. Ci atterremo anche qui a uno schema
- costruzione di un linguaggio, di un calcolo, di un sistema - che
ricalcherà fedelmente quello già seguito per la logica degli enun­
ciati e che talvolta anzi non ne sarà che una fedele riproduzione.

1 2. I L L I N G UAG G IO LP

L'alfabeto di LP dovrà ovviamente contenere segni per variabili


soggettive, segni per variabili predicative e segni per variabili enun­
ciative ; inoltre, assieme ai segni per cosi dire enunciativi, ossia ai
segni per i connettivi, dovrà anche contenere i segni per gli ope­
ratori di quantificazione. Le stesse esigenze già viste nel caso della
logica degli enunciati, consigliano di avere un alfabeto finito, ossia
con un numero finito di segni, mediante il quale peraltro sia pos­
sibile esprimere infinite variabili soggettive, enunciative, pre­
dicative.
Potremo introdurre anche qui una sbarra per differenziare tra

86
loro tanto le variabili soggettive quanto quelle enunciative e predi­
cative ; avremo però bisogno di un altro segno per differenziare le
variabili predicative relativamente al posto, per differenziare cioè
variabili predicative monadiche, diadiche, . . . , n-adiche. Per questo
introdurremo nell'alfabeto di LP un asterisco, e provvederemo quindi
a formulare delle opportune convenzioni mediante le quali far uso
di una scrittura piu spedita e trasparente.
Anche ora faremo inoltre la convenzione generale di usare i
nostri segni in modo autonimo, e cioè quali nomi metalinguistici
di se stessi.

A lfabeto
L'alfabeto (A2) di LP consta allora dei seguenti simboli :
x, l , P, *• .., , 1\ , V, -+, +--->, 3, V, ( , ) .
Parole su A2 , saranno, al solito, i segni di A 2 e ogni loro com­
binazione orizzontale finita. In particolare

x l ,

x I l '

x I l l '

verranno dette variabili soggettive ;


P l *' P I I *' P I I l *' .. ' .

p l ** ' p I l ** ' P I I l ** ' ... '


. .. '

p l * ...
-
*' p l l * ... *' p l l l * ... *
-
.. . '

n volte n volte n volte

verranno dette variabili predicative, rispettivamente monadiche, dia-

87
diche, n-adiche ;
pl .
PI I .
p l l l.

verranno dette twiabili enunciative ; si noti che queste ultime si distin­


guono dalle variabili predicative per l'assenza dell'asterisco ; poiché
quest'ultimo indica il "posto" della variabile predicativa, potremo
considerare le variabili enunciative quali particolari variabili pre­
dicative a zero posti.
In seguito useremo tuttavia le seguenti comode abbreviazioni di
scrittura :
a) In luogo di x l , x l l , x l l l , . . . scriveremo semplicemente x1 1
x2 , x3 , . . . ossia x con indice il numero n se n è il numero delle
sbarre che segue x ; in particolare, per una sequenza di variabili
soggettive x1 1 x2 , . . . , Xn scriveremo spesso x1-Xn · Nel caso di
espressioni contenenti un numero limitato di variabili soggettive
verranno anche usate lettere diverse : x, y, z, ecc.
b) In luogo di una P seguita da n sbarre e da m asterischi, scrive­
remo una P con indice n e esponente m ; essa rappresenta la
n-esima variabile predicativa a m posti (o m-adica) : r:;. Di con­
seguenza, una scrittura quale, ad esempio,
P!x1-x3
dovrà intendersi come una comoda abbreviazione per

Inoltre, ove la cosa non comporti confusione, verrà omessa


l'indicazione del posto delle variabili predicative e queste ver­
ranno differenziate tipograficamente ; in generale, le lettere
impiegate a questo scopo saranno P, Q, R, S.
c) Analoga convenzione vale per le variabili enunciative : in luogo

di P l , P l l , P l l l , . . . scriveremo semplicemente P:, P:, P:, . . .


e, ove ciò non comporti confusione, verranno semplicemente
impiegate lettere distinte quali P, Q, R.

88
Definiamo ora delle operazioni fra parole, e precisamente le
sette operazioni N, K, A, C, E, II, �. ponendo
N[w] = -, w; K[w, w'] = (wt\ w') ; A [w, w'] = (w V w') ;
C [ w, w'] = (w -+ w') ; E[ w, w'] = (w +-+ w') ; II [t, w] = 'v' t( w) ;
� [ t, w] = 3 t( w) ,
dove w e w ' sono variabili metalinguistiche per parole, t per varia­
bili soggettive.
Espressioni
Consideriamo espressioni-base (o atomiche) di LP quelle parole
su Aa costituite da una variabile predicativa n-adica seguita da una
n-upla di variabili soggettive. Saranno, ad esempio, espressioni ato­
miche di LP

Tali espressioni verranno per lo piu scritte, in base alle conven­


zioni precedenti,

Non sono invece espressioni-base complessi segnici quali ad esempio

(nella prima una variabile predicativa monadica è seguita da due


variabili soggettive ; nella seconda una variabile predicativa triadica
è seguita da due variabili soggettive ; nella terza una variabile enun­
ciativa, ossia una variabile predicativa zeroadica, è seguita da una
variabile soggettiva. ecc.).
Definiamo ora l'insieme delle espressioni di LP come il piu pic­
colo insieme di parole che contiene tutte le espressioni atomiche e
che è chiuso rispetto alle sette operazioni sopra definite. In altri
termini, diciamo espressioni di LP tutte le espressioni atomiche e
quelle che da esse si ottengono negandole, congiungendole, alter­
nandole, . . . , quantificandole. A proposito di quest'ultima opera­
zione, va notato che non esigiamo che la variabile quantificata dal­
l'operatore V o 3 occorra nell'espressione cui si applica la quanti-

89
ficazione. Cosi, ad esempio, sono espressioni :

malgrado nell'espressione atomica in essa contenuta non compaia


la variabile x1 ;

per ragioni analoghe.


Conveniamo inoltre di scrivere, al posto di

semplicemente

con una analoga convenzione per il quantificatore universale.


Le variabili soggettive che in un'espressione sono sottoposte
all'azione di un quantificatore universale o esistenziale (si dice anche :
che si trovino nel campo d'azione di un quantificatore) si dicono
variabili vincolate ; quelle variabili soggettive di una certa espres­
·

sione che non si trovino nel campo d'azione di un quantificatore


si dicono invece libere. Ad esempio, consideriamo le due espressioni
a) 'V x(Px -+ Qx) -+ (Py -+ Qy) ,
b) VyPy -+ Px .
In a) la x occorre vincolata, la y libera ; in b) la y occorre vin­
colata, la x libera. Una variabile soggettiva può occorrere, in una
data espressione, tanto libera quanto vincolata. Ad esempio, nel­
l'espressione
'V xPx -+ Px

la x occorre vincolata nell'antecedente, libera nel conseguente.


Chiudere universalmente un'espressione significa vincolarne tutte
le variabili (soggettive) col quantificatore universale ; analoga inter­
pretazione per "chiudere esistenzialmente" un'espressione. Data una
espressione ex si dice dunque sua chiusura universale l'espressione ex '
che si ottiene da ex chiudendola universalmente.
Ad esempio, se ex è l'espressione

90
'
rx sarà l'espressione

"
Una definizione analoga si dà per la chiusura esistenziale rx di
un'espressione rx; nell'esempio precedente, rx" sarà

1 3. I L CALCOLO CP

Il calcolo che ora presenteremo, della deduzione naturale a livello


predicativo, è una naturale estensione del calcolo enunciativo e si
ottiene da quello dando opportune regole per l'introduzione e l'eli­
minazione delle costanti caratteristiche del linguaggio predicativo,
ossia dei due quantificatori. Anche questo calcolo risale essenzial­
mente a Gerhardt Gentzen, ma noi ne daremo qui una esposizione
piu vicina alla sistemazione che, in particolare per le ultime due regole
che presenteremo, ne ha dato il logico americano W. V. O. Quine.
Riportiamo brevemente dapprima le regole già viste a proposito
dei connettivi, ossia le regole introdotte per il calcolo degli enun­
ciativi, e che non abbisognano ovviamente di nessuna modificazione
per essere legittimamente operanti nel nuovo contesto nel quale ci
muoviamo. È chiaro che ora le variabili metalinguistiche rx, {J, y, ecc.
assumono valori nel dominio delle espressioni predicative.
Le regole "enunciative"
È sufficiente per esse costruire la tabella 19 riassuntiva (nella
quale, per comodità, non riportiamo le regole di introduzione di
assunzione e di TND, anch'esse operanti in questo nuovo calcolo).
Le regole "predicative"
Anche le regole che vogliamo ora introdurre trovano riscontro,
pur se approssimativo, nel linguaggio naturale. Si tratta, nell'ordine,
delle regole di eliminazione di V(EV), introduzione di 3 (13), elimi­
nazione di 3(E3) e introduzione di V(IV).
La prima si presenta in modo spontaneo qua.ado, avendo mo­
strato o supposto che tutti gli individui x godono di una proprietà P
(avendo cioè mostrato o supposto \fxPx) prendiamo un qualunque y

91
TABEUA 19

Segno Introduzione Eliminazione

["�1 • ••• , a,. , 01:] {1 [ocl , , a,. ]


•• . 01:
..., ia,.+l , , Ol:n o 01:]
•.• -, {1 [a,.+l • , IX,.) ••. -, 01:
[oc1 , ••• , oc,.] -, 01: [oc1, ••• , oc,.] {1

[ocl , , a,.]
••• 01:
/1 [oc1 , ••• , oc,.] oc/\ {1 [oc1, •.• , oc,] oc /\ {1
[a,.+l , , oc,. ]
••. {1 ;
[oc1 , ••. , IX,.] 01: [oc1 , ••• , oc,.] {1
[1Xl ' ••• , oc,. ] 01:1\ {1

[ocl ' ••• , oc, ] "'


; [1Xl , • a,. ]
••• oc vfl
[1Xl , •• . , IX, ) "' Vfl [ocm +l • , oc,. , oc]
••• y
v [oc,. +l , , oc,, {3]
••• y
[oc1 , ••• , oc,.] "'
[ocl , ••• , oc, ] y
[ocl , ••• , "'n ] fl voc

[ocl , , a,.]
••• IX -+ {3
[oc1 , ••• , ""'' oc] {3 [a,.+l , , oc,. ] "'
-+
•••

[1Xl , • • , IX,. )

oc -+ {3
[ocl , ••• , IX,. ] {3

[oc1 , ••• , IX,.] oc - {3


oc -+ {3 ;
["'l • , a,.]
•••
[oc1 , , IX,.] 01: -+ {1
•••

- [a,.+l , , oc,.] • ••
{3 -+ oc
[oc1 , ••• , oc,. ] IX - {1
[oc1 , ••• , oc,. ] IX - {1
[oc1 , ••• , "'"] {3 -+ oc

tra essi e affermiamo Py ; la seconda, 13, interviene quando, aven­


do mostrato o supposto che valga Py, passiamo ad affermare 3xPx,
ossia che esiste almeno un individuo x che gode della proprietà P.
La terza regola, E3 , si presenta quando, avendo mostrato o sup­
posto che esistono degli individui x tali che Px, diciamo : "sia y
uno di questi individui : y gode della proprietà P" ; la quarta infine,
l'v, si presenta quando, avendo dimostrato Py senza alcuna condi­
zione particolare su y, concludiamo : "ma y era un individuo qua­
lunque, dunque 'v'xPx".
Le prime due regole, dette anche regole non critiche, non dànno
luogo ad alcun inconveniente nella loro applicazione ; le altre due

92
invece, dette anche regole critiche, debbono essere accompagnate
da particolari condizioni, per evitare che la loro applicazione illi­
mitata dia luogo alla possibilità di ottenere degli assurdi (su un
piano interpretativo) . Prima però di considerare l'introduzione delle
singole regole testé indicate, è necessario premettere la definizione
dell'operazione di sostituzione di variabili soggettive.

SOSTITUZIONE DI VARIABILI SOGGEITIVE In generale, se ex è una


espressione, indichiamo con ex(xfy) quell'espressione che si ottiene
da ex sostituendo in essa ogni occorrenza libera di x con y. Cosi, ad
esempio, se ex = Pxy, sarà ex(xfy) = Pyy ; se ex= 'VxPxz, si ha ex(zfy) =
= 'VxPxy ecc. Alla naturalezza di tale operazione sul piano sintattico
(che potrebbe far pensare che essa non debba essere assoggettata
ad alcuna condizione particolare) fanno riscontro, sul piano inter­
pretativo, alcune complicazioni che richiedono, per essere evitate,
cautele particolari.
Tali complicazioni sorgono in relazione alla presenza di variabili
vincolate nell'espressione in cui avviene la sostituzione.
Come classico esempio consideriamo l'espressione ex = 3yPxy ;
formiamo quindi ex(xfy) = 3yPyy. "Interpretiamo" ora, ad esempio,
P con "essere maggiore di" ; allora la nostra sostituzione ci fa pas­
sare dall'affermazione che esiste un x maggiore di y, all'affermazione
che esiste un y maggiore di se stesso. Ora è ovvio che se noi vogliamo
- come vogliamo - ammettere che se una certa espressione è
dimostrabile, è cioè una tesi logica, allora essa è indipendente dalle
particolari variabili che in essa compaiono, e che quindi è valida
anche ogni espressione ottenuta da quella mediante una sostituzione,
l'uso di un concetto di sostituzione ampio come quello or ora de­
scritto ci permetterebbe di ottenere dimostrazioni di assurdi.
È necessario quindi limitare la portata di tale operazione, onde
evitare risultati paradossali del tipo precedente. Ci si convince facil­
mente che essi sono dovuti alla cosiddetta confusione delle variabili
libere e delle variabili vincolate, in base alla quale una variabile
libera prima della sostituzione (è il caso della x nel nostro esempio)
si trova vincolata in virtu della sostituzione stessa. In base anche
ad altre facili considerazioni che qui per brevità tralasciamo, si
giunge a definire l'operazione di sostituzione legittima per variabili
soggettive, imponendo che il passaggio dall'espressione ex all'espres-

93
sione cx.(xfy) possa avvenire solo a condizione che la t.Jariabile y che
viene sostituita alla x non risulti vincolata dopo la sostituzione.
Quando nel seguito useremo il termine sostituzione intenderemo
sempre parlar,_, di sostituzione legittima ; volendo rendere sempre
significante il simbolo cx.(xfy) basterà convenire che qualora la sosti­
tuzione di x con y in ex. sia non legittima, allora dovrà intendersi
cx. (xfy) = cx. .
La precisazione dell'operazione di sostituzione ci permette intanto
di formulare le prime due regole.
Regola di eliminazione di V(EV)
\fxcx.
EV.
cx. (xfy)
Si noti che l'espressione cx.(xfy) si presenta come un esempio
particolare di \fxcx.. Supponiamo infatti cx. = Px e interpretiamo P
come "avere un cuore". Se ora immaginiamo che le variabili sog­
gettive siano riferite agli uomini, la regola EV ci dice, in definitiva,
che dal fatto che tutti gli uomini hanno un cuore concludiamo che
anche un certo uomo (y) ha un cuore. Accettando questa termi­
nologia (nella quale daremo a y il nome di variabile esemplificativa)
che ci sarà utile anche in seguito, la regola precedente può espri­
mersi dicendo che da una quantificazione universale si può sempre
passare a un suo esempio (naturalmente, sotto determinate assun­
zioni, che, peraltro, possono anche mancare).
Regola di introduzione di 3 (13)
cx.(xfy)
B.

Nei termini dell'esempio precedente, se un certo y ha un cuore,


allora esiste almeno un x tale che ha un cuore. In altre parole, la
regola stabilisce che, possedendo un esempio di un certo individuo
che gode di una data proprietà, possiamo concludere che esiste
almeno un individuo che gode di quella proprietà.
Assumendo, in prima approssimazione, la definizione di deriva­
zione data per il calcolo degli enunciati, diamo qualche semplice
esempio di derivazione a livello predicativo nella quale vengono
impiegate le due regole or ora introdotte.

94
a) [ 'ltxPx] 'ltxPx Ass .
2 ['ltxPx] Py EV, l
3 ['ltxPx] 3xPx 13 , 2
4 [ - ] 'ltxPx -+ 3xPx 1 -+ , l , 3

b) l ['itx(Px -+ Qx);\Py] 'ltx(Px -+ Qx);\Py Ass.


2 ['ltx(Px -+ Qx);\Py] Vx(Px -+ Qx) El/\ ,
3 ['ltx(Px -+ Qx);\Py] Py -+ Qy EV, 2
4 ['itx(Px -+ Qx);\Py] Py E2/\ , l
5 ['itx(Px -+ Qx);\Py] Qy E -+, 3, 4
6 ['ltx(Px -+ Qx);\Py] 3 xQx 13 , 5
7 [ ] ('itx(Px -+ Qx);\Py) -+ 3xQx 1 -+, l , 6.

CONSIDERAZIONI GENERALI SULLE REGOLE E3 , l'd A questo punto


verrebbe fatto di formulare le due regole restanti semplicemente
traducendo nel simbolismo da noi adottato considerazioni del tipo
seguente :
a) per la regola E3 : quando si conosca l'esistenza di almeno un x
che gode di una certa proprietà, si può concludere a un esempio nel
quale intervenga un particolare individuo che goda di quella pro­
prietà ;
b) per la regola IV : quando si conosca un esempio generico, di
un individuo qualunque che goda di una data proprietà, si può
passare ad affermare che quella proprietà vale per tutti gli indivi­
dui. Attenendoci a queste considerazioni avremo dunque
[ocu , oc,.] 3xoc
••• [ OCu , ocn] oc(xfy)
•••

e
[ocu , oc,. ] oc(xfy) E 3
••• IV.
Nel primo caso, assunto oc Px, interpretiamo P come "essere
=

un numero primo" ; la nostra regola potrebbe allora tradursi :


"Esiste almeno un numero primo ; (sia y uno di essi) allora y è un
numero primo". Nel secondo caso, assunto ancora oc = Px, inter­
pretiamo P come "avere un cuore" ; la seconda regola può allora
tradursi : "Un (qualun que) uomo y ha un cuore : allora tutti gli
uomini hanno un cuore".

95
Non sarebbe difficile trovare controesempi alle regole cosi for­
mulate ; ma vedremo piu avanti alcune conclusioni paradossali cui
esse darebbero luogo se fossero impiegate in questa forma nelle deri­
vazioni. Occorre per prima cosa richiamare l'attenzione sul fatto
che nelle due p�ecedenti formulazioni la y ha un ruolo affatto parti­
colare. La regola E3 richiede infatti che y sia un particolare elemento,
tale cioè da godere della proprietà espressa da ex : solo in tal caso,
infatti, appare intuitivamente lecito il passaggio autorizzato dalla
regola in questione. Ciò significa che al fine di non comprometterne
la peculiarità, sarà necessario prendere come variabile esemplifica­
tiva una variabile ancora "non compromessa" in alcun modo, una
variabile cioè che, formalmente, non risulti già soggetta ad alcuna
limitazione.
La regola l't al contrario, richiede che la y sia un elemento
generico, sul quale non sia stata fatta alcuna ipotesi particolare, che
possa, in altri termini, rappresentare qualunque altro individuo del­
l'universo del discorso : solo cosi infatti appare lecito inferire che
una proprietà da esso goduta sia goduta da tutti gli individui.
Per essere quindi certi che le regole E3 e l'v' non comportino
conclusioni errate occorre che ci assicuriamo che in entrambi i casi
la y non sia una variabile "compromessa". L'unica condizione finora
posta che può riguardare le due regole, concerne soltanto la sosti­
tuzione che in esse interviene. Tale condizione tuttavia non è suffi­
ciente ; osserviamo infatti la seguente "derivazione" :
l [3xPxy] 3xPxy Ass.
2 [3 xPxy] Pyy E3 , l

3 [ - ] 3 xPxy -+ Pyy l -+, l , 2 .


Interpretando P come "diverso da", si vede subito come noi
abbiamo dimostrato qualcosa di insensato, e cioè, in particolare,
dal fatto che esiste un individuo x diverso da y, avremmo derivato
che y è diverso da se stesso !
Ancora, dalla "derivazione"
l [Pyy] Pyy Ass.
2 [Pyy] VxPxy IV, l
3 [ -] Pyy -+ VxPxy l -+, l , 2 ,

96
interpretando P come "identico a" avremmo ottenuto che, dal fatto
che y è identico a se stesso, discende che ogni x è identico a y !
Potremo eliminare la possibilità di derivare assurdi siffatti richie­
dendo che la sostituzione a.(xfy) che figura nella formulazione prov­
visoria delle regole E3 , l'v', oltre a essere legittima sia anche rever­
sibile, che risulti cioè
a.(xfy) (yfx) = a. •

In altri termini, esigiamo che l'espressione non quantificata si


converta in quella quantificata (immaginata privata del quantifi­
catore) per sostituzione di y con x. Si noti che, molto semplicemente,
tutto ciò equivale a richiedere che la y non compaia in a. né libera
né vincolata. Ciò viene appunto ad assicurarci che in y non viene
"compromessa" e che può quindi essere usata senza pericolo tanto
per un'esemplificazione particolare (caso di E3) quanto come rap­
presentante generica di certi individui (caso di l'v').
Per mettere in evidenza il ruolo particolare sostenuto dalla y
nell'applicazione di queste due regole, conveniamo di marcar/a a
fianco di quella riga della derivazione nella quale la E3 o la l'v'
vengono applicate. Poiché inoltre è chiaro che la y dipende dalle
altre variabili libere occorrenti in a., indicheremo esplicitamente tale
dipendenza segnando a fianco della y (o, in generale, della variabile
marcata) tra parentesi tonde la o le variabili dalle quali essa even­
tualmente dipende. Siamo cosi in grado di formulare, in modo defi­
nitivo, le due regole E3 e l'v'.
Regola di eliminazione di 3 (E3)
[ac l ' •.. ' ac.. ] 3xac
E3
ac(xfy)

purché : l) la variabile y venga marcata in dipenc!enza di tutte le


variabili libere in a. ; 2) risulti a.(xfy)(yfx) = a. .
Regola di introduzione di 'v' (l'v')

[a.l ' . . . ' ac.. ] ac(x/y)


l'v'
[a.l , ••• , ac.. ] 'v'xa.
purché : l) la variabile y venga marcata in dipendenza di tutte le
variabili libere in a. ; 2) risulti ac(xfy)(yfx) = ac.

97
Preliminari al concetto di derivazione
Avendo cosi completata la formulazione di tutte le regole del
calcolo, potremmo ora pensare di definire rigorosamente, come
naturale estensione di quanto già fatto nel calcolo degli enunciati,
il concetto di derivazione per il calcolo dei predicati.
Ciò sembra venir confermato, ad esempio, dalla seguente "deri­
vazione" nella quale interviene anche una delle due ultime regole
introdotte, precisamente la E3 :
l [3xPx � 3xQx] 3 xPx � 3 xQx Ass.
2 Py Py Ass.
3 Py 3xPx I3 , 2
4 [3xPx � 3xQx, Py] 3 xQx E �, l , 3

y 5 [3xPx � 3xQx, Py] Qy E3, 4


6 [3 xPx � 3xQx Py � Qy I �, 5
7 [3 xPx � 3xQx ] 3x(Px � Qx) 13, 6
8 [ ] (3xPx � 3xQx) � 3x(Px � Qx) I -�, 7 .

Qui sembra tutto regolare ; l'applicazione delle nostre regole non


ci ha condotto a risultati paradossali. Tuttavia gli esempi che ora
presenteremo ci mostreranno che ciò avviene perché nella "deriva­
zione" precedente sono state casualmente rispettate certe condizioni
che sarà ora nostro scopo di formulare esplicitamente. Tali condi­
zioni sono tutte relative alle due regole "critiche" da noi introdotte
e sono connesse, piu precisamente, alla marcatura della variabile
che in queste regole viene richiesta.
Si ricorderà, dai risultati ottenuti a proposito del calcolo degli
enunciati, che noi vogliamo formulare le regole del calcolo facendo
si che il concetto di derivazione che su di esse si fonda venga defi­
nito in mùdo da assicurarci la derivazione di espressioni logicamente
valide, che risultino cioè vere comunque si interpretino le variabili
che in esse compaiono. In particolare questo comportava, nel caso
del calcolo degli enunciati, che il condizionale avente per antecedente
certe assunzioni e per conseguente ciò che noi avevamo derivato

98
con le nostre regole da quelle assunzioni , risul tasse appunto valido ;
in quel contesto ciò equivaleva a dire che ogni riga della nostra
derivazione era a sua volta una derivazione.
Ora, il fatto che noi, a livello predicativo, troviamo necessario
marcare, per certe regole, alcune variabili, comporta invece che ciò
non sarà piu, in generale, vero ; e infatti, il marcare una variabile
significa in ultima analisi, come abbiamo visto sopra, fare su di essa
delle ipotesi particolari ; abbiamo visto infatti che una volta (regola
E3) marcando una variabile vogliamo mettere in evidenza il fatto
che essa è un certo particolare elemento ; l'altra volta invece (re­
gola l'ii') vogliamo significare che essa è un qualun que elemento.
Questa "limitazione" intrinseca alla variabile marcata, fa già com­
prendere che, in generale, se nell'ultima riga di una derivazione noi
ottenessimo delle espressioni che contengono libere variabili marcate
nel corso della derivazione stessa, noi non avremmo ottenuto un
risultato universalmente valido, ma qualcosa di piu debole, la cui
validità viene cioè in qualche modo a dipendere dall'esistenza di
quella variabile che abbiamo marcato. I due esempi seguenti servi­
ranno a chiarire questo punto :

a) l [3xPx] 3xPx Ass.


y 2 [3xPx] Py E3, l
3 [ - ] 3xPx --+ Py l -+, 2 .

Interpretiamo P come "essere forte". Allora dal fatto che esiste


qualcosa che è forte, ricaveremmo che un y generico è forte. Che
questo risultato non sia universalmente valido è evidente ; esso
sembra non dipendere da alcuna premessa ( riga 3 della "deriva­
zione" a)) ma in effetti contiene la variabile y che, essendo stata
marcata alla riga 2, risulta per cosi dire collegata con qualche uni­
verso interpretativo particolare. In definitiva, ciò che è valido, nella
nostra "derivazione" non è l'espressione
3xPx --+ Py ,
bensi l'espressione piu debole
3y(3xPx --+ Py) .

99
Analoghe considerazioni possono farsi per la "derivazione" se­
guente :
b) l [Py] Py Ass.
y 2 [Py] 't/xPx l'V, l

3 [-] Py -+ 'VxPx I -+, 2 ,


nella quale la variabile compromessa appare nelle premesse del­
l'ultima riga.
Possiamo dunque evitare di "indebolire" il calcolo imponendo
che nelle nostre derivazioni nessuna delle variabili marcate compaia
libera né nelle assunzioni né nella espressione dell'ultima riga.
La necessità di un'ulteriore condizione restrittiva risulterà dagli
esempi che seguono :
l [3xPx;\ 3xQx] 3xPx;\ 3xQx Ass.
2 [3xPx;\ 3 xQx] 3xPx E 1/\ , l
y 3 [3xPx;\ 3 xQx] Py E3, 2
4 [3xPx!\ 3xQx] 3xQx E 2 /\ , l
y 5 [3xPx;\ 3xQx] Qy E3, 4
6 [3xPx;\ 3 xQx] Py!\ Qy 1/\ , 3, 5
7 [3xPx;\ 3xQx] 3x(Px!\Qx) 13 , 6
8 (3xPx;\ 3xQx) -+ 3x(Px!\Qx) I -+, 7

l [3xPx] 3xPx Ass.


y 2 [3xPx] Py E3, l
y 3 [3xPx] 't/xPx l'V, 2

4 [ -
] 3xPx -+ 't/xPx l -+, 3 .
Interpretiamo P con "essere quadrato", Q con "essere circolare".
La "derivazione" a1) ci avrebbe quindi permesso di ottenere che,
dal fatto che esiste qualcosa che è quadrato e che esiste qualcosa
che è tondo, si può concludere che esiste qualcosa che è contem­
poraneamente tondo e quadrato ; mediante b1), dali 'ipotesi che esiste

100
qualcosa che è quadrato concluderemmo che tutte le cose sono qua­
drate. Risultati cosi palesemente assurdi sono dovuti al fatto che la
stessa variabile y risulta marcata due volte nel corso delle "deriva­
zioni". In a1) abbiamo prima assunto y come elemento che gode
della proprietà P (riga 3), quindi (riga 5) abbiamo assunto arbitra­
riamente lo stesso y come elemento che gode della proprietà Q ; è
ovvio che proprio cosi facendo abbiamo reso possibile la deriva­
zione del risultato paradossale già esemplificato. In b1) invece, alla
riga 2, y è stato assunto come elemento particolare (in quanto è
stato ipotizzato che esso goda della proprietà P) e alla riga 3 lo
stesso y è stato assunto arbitrariamente come elemento generico.
Il fatto è che, in generale, marcare due volte una variabile y
significa trascurare, nel secondo caso, che la y è già stata "compro­
messa" nel corso della derivazione e quindi non soddisfa piu a quei
requisiti di "purezza" che abbiamo visto essere necessari per il suo
impiego. Dovremo quindi imporre che nessuna variabile risulti mar­
cata più di una volta nel corso di una derivazione.
Abbiamo detto che, nel marcare una variabile, intendevamo met­
tere esplicitamente in evidenza la dipendenza della variabile marcata
dalle altre variabili libere dell'espressione. Finora non si è presentata
l'occasione di evidenziare questa dipendenza ; ciò avviene invece nel­
l'esempio seguente, che ci permetterà di formulare l'ultima condi­
zione necessaria per delimitare esattamente il concetto di deriva­
zione nel calcolo dei predicati. Si abbia dunque :
l [Vx 3yPxy] 'itx 3yPxy Ass.
2 [Vx 3yPxy] 3yPzy E'v', l
w(z) 3 [Vx 3yPxy] Pzw E3, 2
z( w) 4 [Vx 3yPxy] VxPxw IV, 3
5 [Vx 3yPxy] 3y 'itxPxy 13, 4
6 'v'x 3yPxy --+ 3y VxPxy I --+, 5 .

Se interpretiamo P con "maggiore di", e pensiamo le variabili


soggettive riferite a numeri, dal fatto che per ogni numero ne esiste
uno maggiore potremmo inferire che esiste un numero maggiore
di tutti gli altri.

101
Servendoci quindi dell'esempio Vx 3y(x< y) ripercorriamo la
"derivazione" ora fatta : non avremo difficoltà a scoprire dove è
stato commesso l'errore. Partiamo dunque dall'ipotesi Vx 3y(x<y)
dall'ipotesi cioè che dato un qualunque numero ne esiste uno mag­
giore (riga 1).
Dato che ciò vale per tutti i numeri, varrà in particolare per
un certo numero z, ossia per ogni dato z esisterà un numero mag­
giore (riga 2). Per quel dato z consideriamo un esempio w di numero
ad esso maggiore ; questo w, evidentemente, dipende da z (riga 3).
A questo punto, nella "derivazione", noi trascuriamo la dipen­
denza di w da z, anzi, per cosi dire, la invertiamo e passiamo a
considerare Io z che, per un dato w, si trova a esserne minore ;
ognuno di questi z è evidentemente minore del corrispondente w
(riga 4) e quindi, avendo adesso un esempio, passiamo alla conclu­
sione che esiste un numero maggiore di ogni altro.
L'errore si fonda evidentemente nell'aver trascurato, nel pas­
saggio dalla riga 3 alla riga 4, la dipendenza di w da z.
Per formulare una condizione che eviti la possibilità di derivare
tali assurdi, pensiamo di scrivere le variabili marcate in successione
(ad esempio, secondo l'ordine con cui si presentano nella deriva­
zione, o in ordine alfabetico, o mediante un altro ordinamento qual­
siasi). Orbene, deve essere possibile ordinare le variabili marcate in
modo tale che nessuna di esse dipenda da variabili marcate che la
seguano nel detto ordinamento. Questa condizione non è evidente­
mente rispettata nella "derivazione" precedente. Gli unici ordina­
menti possibili per le sue variabili marcate sono infatti
w z

z w
e, tanto nel primo quanto nel secondo, la marcatura da noi effet­
tuata contravviene alla condizione sopra formulata.

Definizione dei concetti di derivazione, derivabilità e tesi


La discussione finora svolta ci ha messo in grado di definire
rigorosamente il concetto di derivazione. Prima di procedere alla
definizione è però opportuno fare qualche considerazione riassuntiva
sulle regole predicative, riguardanti cioè i quantificatori. Abbiamo

102
visto che due di esse, la EV e la 13 , non presentano difficoltà parti­
colari, nel senso che sono del tutto " sicure" e non abbisognano
quindi di nessuna restrizione per quanto riguarda la loro applicazione.
Le due regole rimanenti, la E3 e la IV, richiedono viceversa
cautele particolari per il loro impiego, cautele che si sono concre­
tate nella formulazione di precise condizioni che vanno dalla "rever­
sibilità" della sostituzione, all'ordinamento che vogliamo chiamare
"normalizzato" delle variabili marcate.
È forse utile far notare esplicitamente che, malgrado si sia fatto
ricorso a esemplificazioni di carattere semantico nell'illustrare e
giustificare la necessità delle condizioni precedenti, esse hanno rice­
vuto una formulazione del tutto formale, ossia meramente calcoli­
stica, indipendente dai significati e quindi affatto generale ; anzi,
l'esser riusciti a esprimere nell'ambito di un calcolo (ossia su un
piano formale) condizioni di " sicurezza" apparentemente cosi intrin­
seche all'aspetto contenutistico della deduzione, non è certo l'ultimo
fra i meriti della logica moderna.
Il concetto di derivazione naturale dell'espressione ac dalle assun­
zioni ocl l , ac,. può ora definirsi come segue. Una derivazione natu­
• • •

rale di ac da ocl l , ac,. è una successione finita di espressioni dipen­


• • •

denti da assunzioni il cui ultimo elemento è ac dipendente al mas­


simo da oc1 , ac,. e tale che ogni suo elemento (si dirà anche : ogni
•• •

sua riga) o è un {J dipendente da {J, o ha la forma y V -,y dipen­


dente da zero assunzioni, oppure è il risultato dell'applicazione a
righe precedenti di una delle regole l -, , E -, , l/\ , E/\ , I V, E V,
I -+, E -+, 1 �, E �. 13, E3 , IV, EV, e tale inoltre che
l) nessuna variabile vi compare marcata piu di una volta ;
2) nessuna variabile marcata compare libera nell'ultima riga (ossia
né nelle assunzioni, né nell'espressione dell'ultima riga) ;
3) le variabili marcate possono venir ordinate in modo che nessuna
di esse dipenda da variabili che la seguono in quell'ordine.
Un'espressione per la quale esista una derivazione dalle assun­
zioni ocl l , ac,. è detta derivabile da oc1 , , ac,. ; si userà ancora, per
• •• • • •

esprimere la derivabilità di un'espressione, la notazione


oc1 , • • • , ac,. 1- ac .

Se M è un insieme qualunque di espressioni, indichiamo ancora


con D(M) l'insieme di tutte le espressioni ac derivabili da M,

103
per le quali cioè esiste un sottoinsieme finito {1X1 , • • • , ex,} di M
tale che
Resta cosi definita, in perfetta analogia con quanto fatto nella
logica degli enunciati, un'operazione di derivazione D, che a ogni
insieme di espressioni fa corrispondere l'insieme di espressioni da
esso derivabili. Anche la definizione di tesi logica corre parallela­
mente a quella già data nel calcolo degli enunciati : IX è una tesi
logica se e solo se essa è derivabile dall'insieme vuoto di espressioni,
ossia se essa appartiene all'intersezione di tutti i D(M). Infine, e
ancora in perfetta analogia col caso enunciativo, diremo che un
insieme M di espressioni è contraddittorio se da esso può derivarsi
qualsiasi espressione, se cioè vale
M t- IX
per ogni IX . Si è già visto che condizione necessaria e sufficiente
affinché un insieme M sia contraddittorio è che da esso possa deri­
varsi, per un dato IX, tanto IX quanto la sua negazione -, IX.

1 4. E S E M P I D I D E R IVAZ ION E N ATU RALE N E L CALCOLO D E l P R E D ICATI

l) VxPx t-- VyPy (Principio del cambio alfabetico)


l [VxPx] VxPx Ass.
2 [VxPx] Pz EV, l
z 3 [VyPy] VyPy IV, 2
4 [ - ] VxPx � VyPy I �, 3 ,
2) 3x(Px/\ Qx) t-- 3xPx/\ 3xQx
l [3x(Px/\ Qx)] 3x(Px/\ Qx) Ass.
y 2 [3x(Px/\ Qx)] Py/\ Qy E3, l
3 [3x(Px/\ Qx)] Py E1 /\ , 2
4 [3x(Px/\ Qx)] 3xPx 13, 3
5 [3x(Px/\ Qx)] Qy E2/\ , 2
6 [3x(Px/\ Qx)] 3xQx 13 , 5
7 [3x(Px/\ Qx)] 3xPxj\ 3xQx I/\ , 4, 6

104
3) (3xPx -+ 3xQx) l- 3x(Px -+ Qx)
[3xPx -+ 3xQx] 3xPx -+ 3xQx Ass.
2 Py Py Ass.
3 Py 3xPx 13, 2
4 [3xPx -+ 3xQx, Py] 3xQx E -+, l , 3
y 5 [3xPx -+ 3xQx, Py] Qy E3, 4
6 [3xPx -+ 3xQx] Py -+ Qy 1 -+, 5
7 [3xPx -+ 3 xQx] 3x(Px-+ Qx) 13, 6

4) (VxPx/\ VxQx) 1- Vx(Px/\ Qx)


l [VxPx/\ VxQx] VxPx/\ VxQx Ass.
2 [VxPx/\ VxQx] VxPx BI/\ , l
3 [VxPx/\ VxQx] VxQx E2/\ , l

4 [VxPx/\ VxQx] Py EV, 2


5 [VxPx/\ VxQx] Qy EV, 3
6 [VxPx/\ VxQx] Py/\ Qy 1/\ , 4, 5
y 7 [ VxPx/\ VxQx] Vx(Px/\ Qx) IV, 6

1 5. IL S I STEMA S P

Passando a una rigorosa caratterizzazione semantica della logica


dei predicati, trasformiamo il linguaggio LP in un sistema SP.
Anche qui le cose procederanno secondo lo schema seguito a
livello enunciativo, e anzi, per molti riguardi, non ci sarà che da
ripetere le convenzioni e le definizioni a suo tempo fatte ; il pro­
blema fondamentale consiste infatti, anche a questo nuovo livello,
nel formulare opportune regole per precisare quella che dev'essere
l'interpretazione del nostro linguaggio. Poiché vogliamo restare su
un piano estensionale, si tratterà quindi, anche qui, di giungere ad
associare univocamente a ogni espressione del linguaggio un signi­
ficato (estensionale).

105
È chiaro d'altra parte che attualmente il fatto di considerare
gli enunciati analizzati nelle loro componenti predicative e sogget­
tive comporterà una maggiore complessità nell'operazione di inter­
pretazione. In ultima analisi si tratterà sempre di giungere ad asso­
ciare ad ogni espressione uno dei due valori di verità ; ciò avverrà,
per cosi dire, in due tempi : un'interpretazione farà corrispondere
determinati individui alle variabili soggettive di una data espres­
sione e determinati attributi alle sue variabili predicative. E il signi­
ficato (il valore) associato da quell'interpretazione alla data espres­
sione sarà, quindi, il valore (di verità) assunto da quell'attributo
per quegli individui.
Per "interpretare" quindi il nostro linguaggio dovremo disporre
a) di un insieme w non vuoto di individui (sugli elementi del quale
interpretare le variabili soggettive) ;
b) dell'insieme W{O, l} dei valori di verità ;
c) dell'insieme A {A11 A 2 , . . . , A,, , . } di tutti gli w-attributi, ossia
. .

dell'insieme di tutte le funzioni che assumono per argomenti in­


dividui o, in generale, n-uple di individui di w, e assumono come
valori il Vero o il Falso. L'insieme A risulterà costituito dal sot­
toinsieme A1 degli attributi monadici, dal sottoinsieme A 2 degli at­
tributi diadici, ... dal sottoinsieme A,. degli attributi n-adici, ecc.
per ogni n finito.
Ogni qualvolta abbiamo fissato gli insiemi precedenti, diciamo
di aver determinato un universo. Si vede subito che la struttura di
un universo dipende unicamente dall'insieme w degli individui, nel
senso che, una volta stabilito w (essendo W dato) restano deter­
minati tutti gli A; e quindi A. Parleremo quindi, brevemente, del­
l'universo w.
Interpretazione
Vediamo ora di predsare i concetti sopra esposti intuitivamente.
Per giungere a definire il concetto di interpretazione per espressioni
qualunque, procederemo anche qui, data la struttura del linguaggio,
definendo tale concetto dapprima per le variabili soggettive e pre­
dicative, quindi per i connettivi e gli operatori, dopo di che le
ulteriori estensioni diverranno, per cosi dire, automatiche.
Dato un universo w, diciamo w-interpretazione quell'operazione
1., tale che

1 06
l) per ogni indice i, I"'(x;) ew ; che porta cioè le variabili sogget­
tive su elementi di w ;
2) per ogni indice k ed esponente i> 1 , I"'(P!) appartiene al sotto­
insieme A; dell'insieme A degli w-attributi. In altri termini, ogni va­
riabile predicativa i-adica viene interpretata su un attributo i-adico ;
2a) per ogni indice k ed esponente i = O, l"'(P�) E W; vale a dire ,
le variabili enunciative vengono interpretate su valori di verità ;
3) l"'( -. ) =Non ; 1"'(1\ ) =Et ; l"'( V ) = Ve/; l"'(�) = Seq ; l"'(�) =
= Aeq. I"' associa cioè ai connettivi -, , 1\ , V , �. �. nell'ordine le
funzioni Non, Et, Ve/, Seq, Aeq, essendo queste funzioni definite
su W{O, l} come al § 3 dell'introduzione.
4) Iwfv') = Om ; 1"'(3) = Ex; I"' associa cioè ai due operatori V e 3 le
due funzioni Om, Ex, definite sui sottoinsiemi non vuoti dell'insie­
me W, come si è già visto al § 3 dell'introduzione.
Per comodità del lettore riportiamo qui la definizione
Om({l}) = l Om ({ l , O}) = Om({O}) = O
Ex ({O}) = O Ex ({l , O}) = Ex ({l}) = l •

Si è già detto che ogni interpretazione associa a ogni espressione


del linguaggio LP un ben determinato valore di verità. Vogliamo ora
precisare la cosa, a iniziare ovviamente dalle espressioni atomiche,
cioè del tipo P�x1-X; . Conveniamo di indicare con 1: il valore
associato dall'interpretazione I"' a una data espressione.
Diciamo precisamente che il valore che l'interpretazione I"' associa
all'espressione P!x1-X; è il valore assunto dall'attributo I"'(P!)
quando per suoi argomenti si assumano gli i individui l"'(x1)-I"'(x;)
che I"' fa corrispondere a x1-x ; .
Ad esempio consideriamo l'espressione P:x1 x2 x3 e supponiamo
che w sia l'insieme dei numeri naturali. Supponiamo che
I"'(P:)
sia l'attributo corrispondente al predicato triadico ••essere la somma
di . . . e di . .. ". Sia inoltre
l"'(x 1) = 7 ,
l"'(x2) = 3 ,
l"'(x3) = 4 .
Allora il valore associato da I"' alla nostra espressione è, intui­
tivamente parlando, nient'altro che il valore di verità dell'enunciato

1 07
" 7 è la somma di 4 e 3", o, piu semplicemente, dell'enunciato
"7 = 4 + 3" ; tale valore è quindi l .
Come altro esempio consideriamo l'espressione P! e sia w l'in­
sieme degli uomini. Consideriamo le due interpretazioni seguenti
I�(P!) = essere scienziato
I�(x1) = Picasso ;

I�(P!) = essere pittore


I�(x1) = Picasso .
È allora chiaro che I� associa a P!x1 il valore O, mentre I� as­
socia a P!x 1 il valore l . In altri termini : un'interpretazione assegna
a un'espressione del nostro linguaggio il valore O o l a seconda che
la trasformi in un enunciato falso oppure vero.
Possiamo schematizzare in tabella 20, per una generica espres-
TABELLA 20

Variabile predicativa Variabili soggettive


l
T.,
l
I.,

I!

108
sione atomica P�x1-X ;, il procedimento interpretativo, relativo a
una particolare interpretazione I.,. In questo schema, gli a; sono
elementi di w e pi è un attributo i-adico.
Per quanto riguarda il valore associato da una data interpreta­
zione a espressioni non atomiche, esso verrà determinato, natural­
mente, tramite le interpretazioni prima viste per i connettivi e gli
operatori. Avremo cioè, se IX e {J sono espressioni
I:( -, IX) = No n ( I :(1X))

I:(1X/\ {J) = Et{ J :(1X), I:(fl))


I:(1X V{J) = Ve ! (I:(IX), I:(fl))

1:(1X --+ {J ) = Seq (I:(IX), I:({J))

I:(1X � {J) = Aeq (I:(1X), I:({J)) •

In altri termini, il valore associato da I., a una espressione com­


posta mediante i connettivi è dato dal valore che la funzione asso­
ciata da I., al connettivo fa corrispondere ai valori associati da I.,
ai suoi argomenti. Praticamente quindi, per trovare il valore asso­
ciato da una data interpretazione I., a una espressione composta,
si inizierà col trovare i valori che I.., fa corrispondere alle compo­
nenti atomiche dell'espressione stessa. Questi valori non sono altro
che valori di verità e su di essi si può quindi operare secondo le
definizioni dei connettivi che intervengono nell'espressione.
Resta ora da stabilire il valore associato da una interpretazione
I.. a espressioni quantificate, ossia della forma '<:/xiX o 3xiX.
Da un punto di vista intuitivo è chiaro che per determinare tale
valore, una volta fissata I .. , dovremo trovare il valore assunto dal­
l'attributo che I"' associa all'espressione IX considerata come fun­
zione di x, per ogni individuo a dell'universo w . Avremo cosi a
disposizione un sottoinsieme non vuoto di valori di verità, al quale
potremo applicare le funzioni Om e Ex che già conosciamo.
La cosa si ottiene introducendo (e noi Io faremo in modo intui­
tivo, riferendoci a un esempio concreto) il concetto di reinterpreta­
zione in I.. della variabile x con a. Con ciò intendiamo una nuova
interpretazione, che indicheremo con I:;"', la quale associa a ogni
variabile diversa da x la stessa entità associatagli da I.. , mentre alla

109
variabile x assegna l'individuo a. Supponiamo, ad esempio, che w
sia l'insieme dei numeri naturali maggiori di zero e < IO, suppo­
niamo cioè che i nostri individui siano
l , 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, IO .

Immaginiamo che una certa espressione contenga le tre variabili


soggettive x, y, z e consideriamo l'interpretazione cosi definita
l(x) = l
l{y) = 7
l(z) = 3
I ( w) = IO per W :;i= X, W :;i= y, W :;i= Z

( ove quest'ultima stipulazione si giustifica ricordando il fatto che


un'interpretazione deve essere definita per tutte le variabili). Conve­
niamo inoltre che Iw(P:J sia un dato attributo i-adico, ad esempio
l'attributo i-adico universale.
Allora la reinterpretazione 1!'3 sarà, ad esempio,
I:;3(x) = 3

I:;3{y) = 7

I:; 3(z) = 3
I:;3(w) = IO per w :;i: x, w :;i= y, w :;i= z

Ferme restando le precedenti condizioni per le variabili sog­


gettive diverse da x, y, z e per ogni variabile predicativa P� la
reinterpretazione 1:;8 sarà invece
I:;2(x) = 2
I:;2(y) = 7
I:;2(z) = 3
e cosi via per le altre interpretazioni.
Supponiamo ora, per semplicità, che l'espressione quantificata

1 10
sia della forma
ex = VxPx ,
e sia
I...(P) = l'attributo corrispondente al predicato
monadico "essere un numero primo"
l w(x) = l
lw (w) = 10 per ogni w * x .
Abbiamo visto che le reinterpretazioni di una data variabile sog­
gettiva lasciano inalterate tanto le variabili soggettive diverse dalla
data quanto le variabili predicative. In particolare, per la nostra
espressione IX ciò significa che

Se noi allora scriviamo per semplicità Iw(P) al posto di l:,"a (P),


facendo variare a su tutto w otteniamo
lw(P) ( I:;1 (x)) = lw(P) ( l ) = O ; I.,.(P) (I:·2(x)) = lw(P) (2) = l ;
lw(P) (1 :," 3 (x)) = lw(P) (3) = l ; I...(P) ( I:,"'(x)) = lw(P) (4) = O ;

otteniamo cioè una successione di valori di verità, precisamente


o, l , l , o, l , o, l , o, o, o

vale a dire l'insieme {0, l }.


Sempre mantenendoci su un piano intuitivo, alla luce della pre­
cedente interpretazione potremo dire che l:(vxPx) è uguale a O ;
infatti, l'espressione IX esigeva che, comunque fosse interpretato x
in w , esso dovesse risultare un numero primo.
È chiaro che 1:(''11xPx) sarebbe risultato uguale a l se per w
avessimo preso, ad esempio, l'insieme
{2, 3, 5, 7, 1 1 , 13} •

Se la nostra espressione fosse stata, viceversa,


IX1= 3 xPx ,
è manifesto che avremmo potuto ripetere puntualmente il pro-

Ili
cedimento sopra seguito e avremmo però ottenuto da *) che
I: (3xPx)= l .
Per formulare la cosa in forma piu compatta, scriveremo infine

I:('vxoc) = Om CY., {I:;"*(oc)})


I:(3xoc) = Ex ( ..V., {I:·"*(oc)}) ,
ove il simbolo aVew significa che si deve fare la riunione di tutti i valori
ottenuti al variare di a in w.

Modello, soddisfacibilità, validità


Queste nozioni si definiscono, a livello predicativo, come natu­
rale estensione delle definizioni poste nel caso logico-enunciativo.
Diremo cioè che l'interpretazione I., è modello dell'espressione oc
se e solo se il valore associato da I., a oc è l , ossia se risulta I:(oc)= l .
Cosi, riferendoci agli esempi del paragrafo precedente, relativi al­
l'espressione P!x1 , diremo che I� è modello di quell'espressione,
I� non lo è.
Si vede subito che
Mod I., P�x1-x, se e solo se ( I.,(P� ) (I.,(x 1 )-I.,(x,) ) = l ,
Mod I., .., "' se e solo se non è Mod I.,oc ,
Mod I.,(oc/\{3) se e solo se Mod I.,oc e Mod I.,{J ,
e analogamente per gli altri connettivi. In particolare, risulta

Mod Iw Vxoc se e solo se per ogni a di w si ha Mod I:;"oc ,


M od I., 3xoc se e solo se per almeno un a di w si ha Mod I:;"oc .

Analogamente potremo estendere al caso predicativo le nozioni


di soddisfacibilità e validità ; in questo caso però un ruolo essen­
ziale è tenuto dall'universo w cui ci riferiamo, sicché tali concetti
andranno dapprima definiti relativamente a tale universo.
Precisamente, diremo che un'espressione oc è w-soddisfacibile se
almeno una w-interpretazione è suo modello, w-valida se ogni w-inter­
pretazione la soddisfa, ossia se tutte le interpretazioni sul dato uni­
verso w sono suoi modelli.
Si passa però facilmente ai concetti di validità e soddisfacibilità

1 12
relativi a ogni possibile universo, stabilendo di chiamare soddisfa­
cibi/e un'espressione a: quando esiste almeno un universo w nel quale
essa sia w-soddisfacibile ; valida quando per ogni universo w essa
è w-valida.
Come si ricorderà, nel caso della logica degli enunciati avevamo
accennato al fatto che, malgrado il nostro concetto di interpreta­
zione fosse stato definito per tutte le variabili del linguaggio, pur­
tuttavia, nella verifica circa la validità di una espressione qualunque,
era sufficiente limitare la nostra attenzione a quelle variabili enuni
ciative effettivamente occorrenti nell'espressione considerata. Anch­
per la logica dei predicati vale una proposizione analoga, ma de
portata piu ampia. Si tratta del cosiddetto teorema di coincidenza,
il quale afferma, non solo l) che il valore associato da un'interpre­
tazione a una data espressione a: dipende soltanto dalle variabili
che in a: compaiono effettivamente (e ciò non è altro che il conte­
nuto del teorema di coincidenza della logica degli enunciati) ma,
cosa ben piu importante, 2) che rilevante ai fini della determina­
zione di quel valore è la considerazione delle sole variabili libere
di a: . Ciò significa, in altri termini, che la ricerca di modelli per
espressioni predicative è in definitiva demandata alla precisazione di
opportune interpretazioni delle loro variabili libere. (In certo senso
questo giustifica, anche da un punto di vista semantico, la vecchia
denominazione di "variabili apparenti" che si dava alle variabili
vincolate : relativamente alle particolari interpretazioni delle espres­
sioni in cui esse compaiono, si comportano praticamente come se
non ci fossero.)
Un altro teorema cui è utile far cenno è il cosiddetto teorema
di conversione, in base al quale, conoscendo un'interpretazione Iw
che soddisfi un'espressione a:(xfy) possiamo passare a un'interpreta­
zione I� soddisfacente l'espressione a:.
Conseguenza
Come si è fatto nel caso della logica degli enunciati, potremo
anche ora definire, tramite il concetto di modello, il concetto di
conseguenza logica. La struttura generale di tale concetto non subisce
ovviamente variazioni essenziali nel passare al livello predicativo ;
ora tuttavia dovremo tener conto, nel formularlo, di quelle distin­
zioni relative agli universi e che già abbiamo considerato definendo

113
il concetto di modello. Ciò ci porterà a definire dapprima il con­
cetto "relativo" di w-conseguenza e quindi quello "assoluto" di
conseguenza.
È naturale, innanzitutto, estendere il concetto di modello che
abbiamo definito per singole espressioni, a insiemi qualunque di
espressioni. Sia M un tale insieme e w, al solito, un universo. Diremo
che un'interpretazione I"' è modello di M se essa soddisfa simulta­
neamente tutte le espressioni di M sull'universo w . Per naturale esten­
sione, diremo che M è w-soddisfacibile se esiste un'interpretazione
su w che risulti suo modello ; diremo che è w-valido se ogni I"' è
modello di M. È chiaro allora che M verrà detto soddisfacibile se
esiste un universo w e una I., su quell'universo che risulti modello
di M, mentre M verrà detto valido se per ogni universo w esso è
w-valido, ossia, in altri termini, se tutte le interpretazioni di ogni
universo lo soddisfano.
Ciò posto, giungiamo facilmente a definire il desiderato concetto
di conseguenza, stabilendo dapprima che un'espressione ac è una
w-conseguenza di un insieme di espressioni M se e solo se ogni I.,
che sia modello di M è anche modello di ac ; per indicare che fra M
e ac sussiste la relazione di w-conseguenza scriveremo
M fl- ac ,
..

Diciamo infine che ac è una conseguenza di M se, per ogni uni­


verso w, ac è una w-conseguenza di M ; in tal caso scriveremo sem­
plicemente
M fl-ac .
Anche in questo caso siamo ora in grado di definire l'operazione di
conseguenza per un qualunque insieme di espressioni M. Diremo cioè
che K(M) è l'insieme di tutte quelle espressioni ac per le quali risulta
M fl- oc .
In particolare, si dirà che un'espressione oc è una identità logica
se essa è conseguenza dell'insieme vuoto di espressioni, o, in altri
termini, se essa appartiene all'intersezione di tutti i K(M).
Indipendenza delle interpretazioni dalla "natura" degli universi
Abbiamo già detto, e non vi è certo difficoltà a riconoscerlo'
che ogni universo è determinato quando sia fissato il dominio w

1 14
dei suoi individui. È chiaro che ciò è in diretta dipendenza dalla
nostra considerazione estensionale dei predicati, dal fatto cioè che
semanticamente i predicati non sono per noi altro che attributi,
ossia funzioni. Partendo ora dalla considerazione che gli universi
generati a partire da due domini di individui w e w ' fra loro diversi
ma contenenti lo stesso numero di individui, sono strutturalmente
identici, indipendentemente dalla natura degli individui stessi, giun­
giamo alla conclusione che quello che del nostro universo ci inte­
ressa conoscere - per poter fare le nostre considerazioni seman­
tiche su di esso - non è la natura, ma semplicemente il numero
degli individui che lo compongono.
Naturalmente, tutto ciò può venire rigorosamente dimostrato,
si può cioè dimostrare che se due universi w e w ' contengono lo
stesso numero di elementi, una certa interpretazione I"' soddisfa
l'espressione ex in w se e solo se una certa altra interpretazione I�
(costruibile a partire da I"' e viceversa) rende parimenti soddisfatta
'
ex in w .

Questo risultato rappresenta senza dubbio l'estremo limite cui


ci porta il nostro atteggiamento estensionale. Esso ci permette, si
noti, di considerare certi universi di interpretazione, per cosi dire,
standard, e precisamente l'universo composto di un solo individuo,
di due, di tre, ... , di infiniti individui e di riferire le nostre nozioni
semantiche e quindi, in definitiva, la nozione stessa di "verità" a
questi universi. D'altra parte, svincolando la "verità" delle espres­
sioni dalla "natura" degli elementi di un particolare universo cui
esse di volta in volta possono venir riferite, questo risultato com­
porta, diremmo quasi in senso intuitivo, quella generalità delle leggi
logiche che le rende applicabili alle singole teorie particolari.
In quest'ordine di idee vanno ricordati alcuni teoremi che, oltre
al loro intrinseco interesse, possono servire a far meglio compren­
dere la fecondità del risultato ora stabilito ; si tratta dei cosiddetti
teoremi di persistenza della soddisfacibilità e di regressività della
validità.
Il primo afferma che se un'espressione ex è soddisfacibile in un
determinato universo w essa è soddisfacibile anche in ogni altro
universo w ' che contenga un numero di elementi maggiore di quello
degli elementi di w ; viceversa, il secondo teorema afferma che se
un'espressione ex è valida in un dominio w che contenga n individui

1 15
essa è altrettanto valida in ogni altro dominio w ' che contenga un
numero m < n di individui.
I due teoremi si giustificano agevolmente su un piano intuitivo.
Nel primo caso, infatti, aumentando il numero degli individui di w,
passando cioè da w a w', non facciamo altro che aggiungere nuove
interpretazioni possibili per oc ; ed è certo che, nel caso peggiore,
almeno tutte le precedenti interpretazioni saranno anche ora mo­
delli di oc.
Nel caso del secondo teorema invece, è chiaro che passando
a universi meno numerosi non facciamo altro che diminuire il
n umero delle possibili interpretazioni di oc; è certo quindi che n on
potremo mai aggiungerne qualcuna che non soddisfi oc, che risulterà
quindi senza dubbio w'-valida.
Un risultato particolarmente significativo in questo contesto è
espresso da un teorema, la cui dimostrazione risale a Paul Bernays,
relativo a una classe particolare di espressioni predicative, alb cosid­
dette espressioni mon adiche, tali cioè che contengono so: o variabili
predicative monadiche . Considerata una tale espressione oc che con­
tenga k variabili predicative monadiche, il teorema in questione
afferma che condizione necessaria e sufficiente affinché oc sia soddi­
sfacibile è che essa sia 2k- soddisfacibile, possegga cioè modelli in
un universo di 2k elementi.
Altro risultato di particolare interesse è quello ottenuto per la
prima volta da Lowenheim nel 1 9 1 5 e poi generalizzato da Skolem
nel 1 922 ; esso è andato via via acquistando una importanza e una
rilevanza sempre maggiori, si da costituire oggi uno dei pilastri di
tutta la ricerca logica e metodologica. Tale risultato porta il nome
di teorema di Lowenheim-Skolem e può venir cosi formulato : un
insieme di espressioni della logica dei predicati è soddisfacibile se
e solo se esso è soddisfacibile in un dominio numerabile. Altrimenti
detto, condizione necessaria e (banalmente anche) sufficiente perché
una qualsivoglia teoria formalizzabile nel calcolo dei predicati pos­
segga un modello, è che tale teoria possa trovare una realizzazione
nel dominio dei numeri naturali.
La dimostrazione di Skolem del 1 922 faceva uso del postulato
di Zermelo ; oggi tuttavia si conoscono numerose altre dimostra­
zioni di questo teorema che non fanno uso di tale potente strumento
deduttivo. Senza addentrarci in una discussione sull'argomento,

1 16
ricordiamo che dal teorema di Lowenheim-Skolem si deduce age­
volmente una paradossale conseguenza per la teoria assiomatica degli
insiemi ; conseguenza che, nota appunto col nome di paradosso di
Skolem, ha imposto una totale revisione dell'atteggiamento di in­
genua fiducia relativamente alla compatibilità dell'assolutezza del
concetto di insieme e di quella del metodo assiomatico.

Uniformazione delle espressioni della logica dei predicati


Si ricorderà che, nel caso della logica degli enunciati, si era par­
lato di forme normali (alternative e congiuntive) soprattutto in rela­
zione al problema di trovare condizioni necessarie e sufficienti per la
validità di una espressione logico-enunciativa. Avevamo detto allora
che ogni espressione enunciativa poteva essere posta in forma nor­
male alternativa e congiuntiva ; piu precisamente, che per ogni
espressione IX poteva trovarsi un'espressione IX 1 in forma normale e
tale che 1- IX � IX ' . Cosi facendo si era ottenuto di poter unifor­
mare a un dato schema tutte le espressioni enunciative ; sulla cosa
non si era allora insistito in modo particolare, in quanto tali espres­
sioni non presentano, in generale, stru tture particolarmente complesse
e sono facilmente indagabili (ad esempio col metodo delle tavole
di verità) per quanto riguarda la loro soddisfacibilità.
Ben differente si presenta la questione nel caso di espressioni
predicative, per le quali, alle componenti per cosi dire "enuncia­
tive" (determinate dai connettivi) si aggiungono le componenti piu
propriamente predicative, determinate dagli operatori esistenziale e
universale. La notevole complessità e la scarsa maneggevolezza delle
espressioni che ne risultano , hanno indotto a studiare la possibilità
di una loro normalizzazione, soprattutto nel senso di distinguere
appunto quelle due componenti, facendo in modo di avere tutti gli
operatori raggruppati invece che sparsi nel corpo dell'espressione.
Un primo notevole risultato in questa direzione è noto come
teorema delle forme normali prenesse, secondo il quale ogni espres­
sione della logica dei predicati può venir trasformata equivalente­
mente in un'espressione nella quale si realizza di fatto la distinzione
fra le componenti logico-enunciative e quelle !�gico-predicative.
Pi u esattamente : data un'espressione IX qualunque, si può costruire
un'espressione IX ' ad essa equivalente (nel senso che 1- IX� IX ') in
cui ogni quantificatore precede ogni connettivo.

117
Senza sviluppare in tutti i suoi dettagl'i la dimostrazione del
teorema, diciamo che la costruzione dell'espressione desiderata si
ottiene mediante un naturale rimpiazzamento successivo di sotto­
espressioni dell'espressione data con espressioni equivalenti.
Se ex è una qualunque espressione, servendosi delle tesi

l 1- ({J � y) �� ((-,fJ Vy) /\ (-. y VfJ))


2 1- ({J --'>- y) � (-. {J Vy) ,
si potrà intanto, ove ciò sia necessario, eliminare da ex ogni occor­
renza di � e --'>- .
Impiegando l a regola del cambio alfabetico (§ 14, p. 104), si
potrà poi far in modo che variabili vincolate dipendenti da quanti­
ficatori distinti siano tra loro distinte e inoltre si può ottenere che
tutte le variabili vincolate siano distinte da tutte le variabili libere.
Posto ex sotto una forma soddisfacente le condizioni precedenti,
servendosi delle tesi

3 1- -, Vx{J � 3 x -,{J
4 l- -, 3x{J � \fx -,{J
5 l- 3 xfJ Vy � 3 x(fJ Vy)
6 1-Vx{J/\y � Vx({JI\y)
7 l-3x{Jf\y � 3x({JI\y) purché x non sia libero in y ,

8 1-Vx{J Vy� Vx(fJ Vy) purché x non sia libero in y ,


non si avrà difficoltà a spostare ogni quantificatore che si trovi sotto
l'azione di un connettivo al di fuori del campo di questo connettivo.
Ripetendo un numero sufficiente di volte tale operazione per ogni
quantificatore. occorrente in ex , a partire dal primo, si vede agevol­
mente come risulti possibile spostarli successivamente tutti " al­
l'inizio" di ex, all'infuori cioè del campo d'azione di ogni connettivo
di ex (piu in particolare, con le operazioni precedenti si può otte­
nere che i quantificatori abbiano, nell'espressione in forma normale
prenessa, lo stesso ordine che essi avevano nell'espressione origi­
naria). Facciamo un semplice esempio. Sia

ex = (Vx(Px __,. Qx)l\ 3xPx) --'>- 3xQx •

1 18
Avremo successivamente
per l ..., (Vx(-,PxVQx)A 3xPx) V 3xQx
per cambio alfabetico -, (Vx(-,Px VQx)A 3yPy) V3zQz ,
per 6 -, Vx((-,PxVQx)A3yPy) V3zQz ,
per 3 3 x -, ((-,PxVQx)A 3yPy) V 3zQz ,
per 5 3x(-, ((-,PxVQx)A 3yPy) V3zQz) ,
per 7 3x(-, 3y((-,PxVQx)APy) V3zQz) ,
per 4 3x(vy ..., ((-,PxVQx) APy) V3zQz) ,
per 6 3xVy (-, ((-,PxVQx)APy) V3zQz) ,
per 5 3xVy3z(-, ( (-,PxVQx)APy) VQz) ,
e infine,
per 2 ex '=3xVy3z( ((Px-+ Qx)APy) -+ Qz) ;
ex' è in forma normale prenessa e si ha inoltre 1- ex �ex'.
Se ex è un'espressione in forma prenessa, diciamo prefisso di ex
la successione dei quantificatori ; matrice di ex la parte rimanente.
Cosi, nell'espressione ex' sopra ricavata,
3xVy3z
è il prefisso,
((Px-+ Qx)APy) -+ Qz
è la matrice. Fatta questa precisazione terminologica, notiamo che
il teorema precedente ammette rafforzamenti in varie direzioni. Noi
ci limiteremo qui a ricordare il seguente (dovuto a Skolem, da cui
il nome di teorema delle forme normali di Skolem) : data un'espres­
sione ex, esiste un'espressione ex ' tale che :
a) non contiene variabili libere ;
b) è in forma normale prenessa ;
c) nel suo prefisso ogni quantificatore esistenziale precede ogni
quantificatore universale ;
d) essa è una tesi se e solo se ex è una tesi.
(A proposito di quest'ultima condizione, che afferma 1- ex' se e solo
se 1-ex si noti che essa è assai piu "debole" dell'altra 1- ex' � ex. )

1 19
Ricordiamo ancora che Io stesso Skolem ha potuto dimostrare
che per ogni espressione or: esiste un'espressione or:' (detta forma nor·
male di Skolem per la soddisfacibilità, in contrapposizione alla pre·
cedente, che è de':tta forma normale di Skolem per la dimostrabilità)
tale che :
a ') essa non contiene variabili libere ;
b ') è in forma normale prenessa ;
c ) in essa ogni quantificatore universale precede ogni quantificatore
'

esistenziale ;
d') essa è soddisfacibile esattamente in quei domini nei quali or: è
soddisfacibile.
Da un punto di vista terminologico, osserviamo che una espres­
sione che sia in forma normale prenessa e non contenga variabili
libere si dice in forma totalmente prenessa.

1 6 . VA L I D ITÀ E COM P LETEZZA

A questo punto, anche a livello predicativo si presenta sponta­


neamente il problema della validità e della completezza. La domanda
che anche qui ci poniamo è quella di sapere se, per ogni M, si abbia
M t- or: allora e solo allora che M ft-- or:. Come già nel caso enun­
ciativo, il problema si scinde in due parti : da un lato si tratta di
stabilire se da M t- or: discende M ft-- or: (problema della validità) ;
dall'altro si tenta invece di stabilire l'implicazione inversa, dimo­
strando cioè che da M ft-- or: discende M t- or: (problema della com­
pletezza). Le garanzie offerteci da una risposta positiva ai due Iati
del problema sono perfettamente analoghe a quelle già viste per la
logica degli enunciati.

Validità
Si tratta di dimostrare l'affermazione

I) se M t- or: allora M ft-- or:.

Si ricorderà che l'analogo problema nel caso della logica degli


enunciati era stato risolto in senso positivo facendo essenzialmente
ricorso alla costatazione che le regole allora ammesse conservano
la relazione di conseguenza. Una semplice riflessione è sufficiente

1 20
a convincerci che a livello predicativo non potremo assumere proprio
lo stesso procedimento per dimostrare l'affermazione l) ; in questo
contesto infatti alcune delle nostre regole autorizzano dei passaggi
che richiedono la marcatura delle variabili ed è ovvio che, rappre­
sentando le variabili marcate elementi "particolari", non si verifi­
cherà certo, per quelle righe, la relazione M 1t- oc:. Ciò equivale a
dire, naturalmente, che non ogni "segmento" di una derivazione
del calcolo dei predicati è a sua volta una derivazione.
Purtuttavia, anche in queste mutate condizioni, l'affermazione l)
può venir provata. Evitiamo qui però di riportarne per esteso una
possibile dimostrazione, piuttosto lunga e laboriosa, e ci limitiamo
ad accennare brevemente all'idea direttrice di quella dovuta a Hermes
e Gumin. Il punto di partenza consiste nell'osservare che, quali che
siano le variabili marcate nel corso di una derivazione, noi abbiamo
a suo tempo posto la condizione che esse non debbano figurare
libere né nelle assunzioni, né nell'espressione dell'ultima riga della
derivazione stessa.
L'idea consiste allora nel dimostrare che per ogni interpreta­
zione Iw che soddisfi M si può costruire un'opportuna reinterpreta­
zione I� che associa a ogni variabile non marcata lo stesso individuo
associatogli da 1.,, mentre a ogni variabile marcata associa un oppor­
tuno individuo scelto di volta in volta in dipendenza, essenzial­
mente, dalla regola E3 o l'v' in base alla quale è stata marcata la
variabile in questione.
Presa allora una qualunque interpretazione, si associa ad essa
la reinterpretazione costruita come detto ; questa gode della pro­
prietà che, per ogni riga, se essa è modello delle assunzioni allora
lo è anche dell'espressione di quella riga. Ma ciò vale in particolare
per l'ultima riga della derivazione ; in questo caso però la reinter­
pretazione - in virtu appunto della condizione secondo cui una
variabile marcata non occorre libera nell'ultima riga - coincide
precisamente con l'interpretazione di partenza. Vista la genericità
dell'interpretazione di partenza, ciò significa che ogni modello delle
assunzioni dell'ultima riga è anche modello delle espressioni di detta
riga. D'altra parte ciò equivale a dire che M1 H- oc: per quel sotto­
insieme M1 di M che è costituito dalle assunzioni dell'ultima riga.
Ma valendo M1 1t- oc: vale a fortiori anche M 1t- oc:, che è appunto
quanto enunciato dal teorema 1).

121
Limitandoci, come detto, a questo cenno generale sulla dimostra­
zione del teorema di validità per la logica dei predicati, passiamo
ora a vedere piu da vicino la dimostrazione del teorema di comple­
tezza ; tale teorema venne dimostrato per la prima volta da Kurt
Godei nel 1930.
Completezza
Mediante opportuni accorgimenti è possibile adattare alla mag­
gior complessità della struttura logico-predicativa delle espressioni,
l'idea centrale della dimostrazione - data nel caso logico-enun­
ciativo - del fatto che ogni insieme non contraddittorio possiede
un modello. L'accorgimento fondamentale consiste nel far si che
nell'insieme non contraddittorio massimale che si costruisce a par­
tire da quello dato, ogni espressione contenente un quantificatore
venga equivalentemente rappresentata da un'espressione che non lo
contiene.
Piu in particolare, noi sappiamo che nell'insieme non contrad­
dittorio massimale esiste sempre, per ogni espressione che cominci
con un quantificatore esistenziale, per esempio 3xoc un'espressione
oc(xfy) � 3xoc. A noi serve però poter sostituire la precedente impli­
cazione con un'equivalenza , serve cioè sapere che, per almeno uno z,
l'insieme non contraddittorio massimale contiene 3 xoc � oc(x/z). Allo
scopo è necessario poter disporre, per ogni espressione che cominci
con un quantificatore esistenziale, di una variabile non "compro­
messa", di una variabile cioè che possa venir interpretata su uno
degli individui di cui 3xoc afferma l'esistenza, senza che ciò crei dei
"pasticci" con altre espressioni. Cerchiamo di spiegarci con un
esempio, non del tutto adeguato, ma efficace. Supponiamo che il
nostro insieme contenga simultaneamente sia 3xPx sia 3 x . Px. È
allora chiaro che (per quanto riguarda queste espressioni !) noi po­
tremo introdurre contemporaneamente espressioni come 3 xPx � Py
e 3 x . Px � . Pz, ma non espressioni quali 3xPx � Py e
3 x . Px � . Py.
Questo problema fondamentale dell'introduzione di adeguate
variabili per ogni espressione che contenga quantificatori esisten­
ziali, può venir ricondotto senza difficoltà allo stesso problema riguar­
dante però espressioni che comincino con un quantificatore esisten­
ziale ; una volta infatti che noi abbiamo queste espressioni nel nostro

122
insieme, i successivi passi di massimalizzazione procederanno in modo
da aggiungere ulteriormente all'insieme solo quanto è compatibile
con esse.
La dimostrazione procede ora come segue. Si parte dall'ipotesi
che l'insieme M sia non contraddittorio. Quindi, raddoppiando l'in­
dice di tutte le variabili soggettive che compaiono in espressioni
di M�, si ottiene un nuovo insieme di espressioni M' di cui si può
agevolmente mostrare la non contraddittorietà come conseguenza
di quella di M. Si sa inoltre, a questo punto, che tutte le variabili
di indice dispari sono del tutto "non compromesse".
Fissata ora, in un modo qualunque, una enumerazione 3xlocu
3x2oc2 , . . . di tutte le espressioni che cominciano con un quantificatore
esistenziale, si aggiunge a M' l'insieme N di tutte le espressioni
della forma
3Xn0Cn -H�,. (x,. fy,.) ,

dove y,. è, per definizione, la variabile con il piu piccolo indice


dispari che non compare né in 3x,.ocn , né in 3xm ocm -+ oem(xm/Ym)
per m < n.
Si può far vedere che il nuovo insieme M6= M'U N è ancora
non contraddittorio. Presa ora un'enumerazione di tutte le espres­
sioni del linguaggio dei predicati, si passa - come già nel caso della
logica degli enunciati - a estendere successivamente M" a M;,
M:, . . . badando che queste estensioni avvengano senza introdurre
contraddizioni. L'insieme riunione M* della successione di insiemi
cosi ottenuta, gode anche qui della proprietà di massimalità. In
particolare, per ogni n-upla di variabili soggettive x1-x,. e per ogni
predicato pn, si ha che o pnx1-xn E M* oppure che -, Pnx1-Xn EM*.
Preso ora come dominio degli individui l'insieme dei numeri
naturali, definiamo una interpretazione I ponendo :
I(xn ) = n
I(P") = quell'attributo che conviene alla n-upla
di numeri naturali r1-rn , se e solo se
pnx -x E M*.
rl rn

Èora possibile far vedere che ogni espressione oc taìe che oc E M *­


è soddisfatta da questa interpretazione (nella dimostrazione di questo
passo interviene in modo essenziale la questione delle espressioni

1 23
associate ad espressioni che contengono quantificatori) ; in parti­
colare, ciò vale per le espressioni di M'. Ricordando che le espres­
sioni di M' sono tutte e sole quelle che si ottengono sostituendo
nelle espressioni di M ogni x,. con x2,. , non si avrà difficoltà a
mostrare che l'interpretazione 1', cosi definita

I'(P") = l'attributo che conviene alla n-upla


r1-r,. se e solo se l'attributo I(P")
conviene alla n-upla 2r1 -2r,. ,
è modello di M. In tal modo si è fatto vedere precisamente che ogni
insieme non contraddittorio possiede un modello ; e anzi, poiché
abbiamo assunto come universo il dominio dei numeri naturali, si
è fatto vedere che ogni insieme non contraddittorio possiede un
modello numerabile. Poiché, d'altra parte, per il teorema di vali­
dità ogni insieme soddisfacibile è non contraddittorio, abbiamo in
definitiva dimostrato che ogni insieme soddisfacibile è anche soddi­
sfacibile nel numerabile, il che costituisce, come si ricorderà, il con­
tenuto del teorema di Lowenheim-Skolem.

1 7 . C E N N I SU L P RO B L E M A D E LLA D E C I S I O N E

Si è già accennato, nell'introduzione, che esorbita dai limiti di


questo libro l'esame di un risultato che dimostra la necessità della
distinzione sintassi-semantica (e quindi la giustifica pienamente).
Il teorema di Godei, che fornisce tale risultato, riguarda infatti
sistemi formali che abbiano un "potere espressivo" superiore a quello
della logica degli enunciati o della logica dei predicati del primo
ordine da noi appunto esposte. Uno di tali sistemi è ad esempio
la logica dei predicati del secondo ordine per la quale vale quindi
il teorema di incompletezza di Godei. Mentre le logiche da noi
trattate erano complete (nel senso che ogni espressione che a quei
livelli fosse conseguenza di certe assunzioni era da esse anche deri­
vabile) il teorema di GOdei afferma l'esistenza, nella logica dei pre­
dicati del secondo ordine, di un insieme di espressioni M e di una
espressione IX tale che pur essendo IX conseguenza di M, non è da
esso derivabile.

1 24
Tuttavia, già per i livelli logici da noi considerati si verifica una
differenza di comportamento nei riguardi del cosiddetto problema
della decisione, differenza che quindi viene per un altro verso a
confermare l'opportunità di questa nostra ulteriore distinzione.
Il problema della decisione assume accezioni diverse a seconda
delle diverse teorie nelle quali esso viene inquadrato ; fondamental­
mente però esso consiste in ogni caso nella questione di stabilire
se esistano determinate procedure che permettano effettivamente di
trovare una risposta (affermativa o negativa) a determinati quesiti
posti dalla teoria stessa. Nel nostro caso esso può formularsi come
il problema di stabilire se esiste un procedimento generale che per­
metta di decidere per una qualunque espressione logica (enuncia­
tiva o predicativa) se essa è valida.
La particolare importanza di questo problema risiede nel fatto
che un procedimento di decisione è un processo essenzialmente m e c­
canico, per il quale cioè possiamo immaginare una macchina che
sia in grado di compierlo senza l'intervento dell'uomo. Essa ci for­
nirebbe la risposta in un numero finito (peraltro comunque grande)
di passi.
È chiaro che per le espressioni enunciative un tale processo
esiste. La verifica della validità da noi condotta con le tavole di
verità, oltre ovviamente a permetterei l'ispezione di qualsiasi espres­
sione (enunciativa) ha evidentemente anche una struttura purament�
combinatoria, ossia meccanica ; e lo stesso dicasi per l'altro metodo
da noi presentato a quel livello, e fondato sull'ispezione delle espres­
sioni poste in forma normale (alternativa o congiuntiva).
Viceversa, la situazione a questo riguardo cambia profonda­
mente se passiamo alla logica dei predicati del primo ordine. Per
essa A. Church ha dimostrato nel 1936 un teorema secondo il quale
non è possibile in generale decidere, data una qualunque espres­
sione, se essa è valida o no. Si noti che il teorema di Church non
si limita ad affermare che non esiste attualmente un metodo di
decisione generale per espressioni della logica dei predicati ; ma
afferma l'impossibilità che un tale metodo possa esistere (almeno
secondo quella che è la moderna concezione di processo effettivo).
Con altre parole, si può dire che non solo la piu raffinata mac­
china calcolatrice che noi possiamo attualmente immaginare non è
in grado di attuare un tale procedimento di decisione, � che inoltre

1 25
non abbiamo la minima idea circa la struttura e il funzionamento
di una eventuale macchina che potesse attuarlo.
Si noti peraltro che il teorema di Church non riguarda le espres­
sioni predicative (del primo ordine) singolarmente non esclude cioè
che si possa effettivamente decidere la validità di alcune di esse o
di classi particolari di tali espressioni ; esso afferma solo che ciò
non è possibile in generale. Cosi ad esempio sono decidibili, tra
le altre, le seguenti classi di espressioni :
l) La classe deJle espressioni contenenti solo variabili predicative
monadiche.
2) La classe delle espressioni in forma totalmente prenessa il cui
prefisso è costituito da soli quantificatori esistenziali.

126
Bibliografia

Il breve repertorio bibliografico, che qui facciamo seguire, ha un puro scopo


indicativo, non ha cioè pretese di completezza od organicità.
Le opere citate intendono fornire un'immediata indicazione al lettore che
intendesse ulteriormente approfondire le proprie conoscenze logiche e da un
punto di vista storico e da un punto di vista tecnico.
In generale, ognuna delle opere citate contiene una bibliografia, in alcuni
casi del tutto esauriente.

Per la storia della logica si consulti :

I. BoCHENSKI, Formale Logik (Friburgo-Monaco 1 956), ove la materia è pre­


sentata in forma antologica.
M. e W. KNEALE, The Development of Logic (Oxford 1 962).
H. ScHoLz , Storia della logica, trad. ital. (Milano 1 962).

Opere di netto carattere introduttivo sono :

R. P. D UBARLE, Initiation à la logique (Parigi-Lovanio 1 957).


A. PASQUINELLI, Introduzio ne alla logica simbolica (Torino 1 957).

Fra i manuali di logica si possono consultare :

R. CARNAP, Einfiihrung in die symbolische Logik (Vienna 1 954).


E. CASARI, Lineamenti di logica matematica (Milano, 3a ed . 1961).
A. CHURCH, Introduction to Mathematical Logic, I (Princeton 1956).
H. B. CURRY, Foundations of mathematica/ /ogic (New York 1 963).
H. HERMES, Einfiihrung in die mathematische Logik (Stoccarda 1 963).
H. HERMES e H. ScHOLZ, Mathematische Logik, in "Enzyklopiidie der mathe­
matischen Wissenschaften", vol. l, pt. l, N. l (Lipsia 1 952).
D. HILBERT e W. AcKERMANN, Grundziige der theoretischen Logik (Berlino 1 959).
C. I. LEwrs e C. H. LANGFORD, Symbolic Logic (New York 1 959), per le logiche
mo dali.

W. V. O . QUINE, Manuale di logica, trad. ital. (Milano 1960).


H. SCHOLZ e G. HASENJAGER, Grundziige der mathematischen Logik (Berlino 1 961).

Opere dedicate ad argomenti particolari :

E. AoAzzr, Introduzione ai problemi dell'assiomatica (Milano 1 962).


E. CASARI, Computabilità e ricorsività (Milano 1 959).
Opere a carattere piu generale :

E. W. B ETH , I fondamenti logici della matematica, trad. ital. (Milano 1 963) .


E. W. BETH, The FoundatioriS of Mathematics (Amsterdam 1 959).
S. C. KLEENE, Introduction to Metamathematics (Amsterdam 1 959).

1 27
Stampato in Italia
dalla tipografia Temporelli
di Torino
Dicembre 1968

Volume di I '- 7 pp., :>.o tabb.


S e r i e d i r i c e rca o p e rat i va

F ra le miglion defi n i Z I O n i di r i ce r c a il l avoro deve possed e r e . � p e r q u esta


o p e rat i va è a n c o r a q u e l l a o r m a i c l ass i c a r a g 1 o n e c h e il p r i m o vo l u m e è d e d i cato
dei p rofesso ri M o rse e Kimball : " la ri­ a l l a l og i ca m a t e m a t i c a . P e r rag i o n i a n a­
cerca operativa è u n metodo sc i e n t i f i c o l o g h e q u esta S e r i e è s t a t a p reced u t a d a
per dotare i d i rigenti d i una base quan­ u n ' a l t ra i n t e ra m e n t e r i vo l ta a l l a sta t i st i ca
ti ta t i va , n e l l e d e c is i o n i r e l a t i ve a l l e ope­ e c o n o m i c a.
raz i on i sottoposte al l o ro c o n t ro l l o " .
Q u e sta base q u a n t i ta t i va è d i n a t u r a m a­ Vol u m i del l a Serie di r i ce r c a operativa
tematica e stat i st i c a , e ha t rovato nei
1 C . M a n g i o n e , E l e m e n t i d i l og i c a
c a l c o l a t o r i e l e t t ro n i c i u n m ezzo potente
matematica
p e r es p l i c a re l a s u a u t i l i tà .
2 G . Rev i g l l o , l l i n g u a gg i d e g l i
D a l l e p r i m e a p p l i caz i o n i m i l i t a ri deg l i
elaboratori e l ettron i c i
A l l ea t i d u ra n t e l a seco n d a g u e r ra m o n ­
d i a l e alle attu a l i g ra n d i ose a p p l i c a z i o n i 3 T . V i o l a , I n t ro d u z i o n e a l l a teo r i a
e c o n o m i c h e , l a r i ce r c a o p e r a t i v a è l a r i ­ d eg l i i n s i e m i

sposta d e l l a s c i e nza c o n te m p o r a n e a a i 4 S . A m b ro s 1 o , L i n g uagg i a l g e b r i c i


p ro b l e m i o r g a n i zz a t i v i s e m p r e p i u c o m ­ 5 S . Va l ses i a , Evo l u z i o n e d e i l i n g u a g g i
p l ess i p o s t i d a l l a n o s t r a c i v i l t à. d eg l i e l a b o r a t o r i e l et t ro n i c i
La p re s e n t e S e r i e d i r i c e r c a operat i v a , 6 G . B ussol i n , T e o r i a e a p p l i c az i o n i
i c u i a u t o r i sono sce l t i f r a i m i g l i o ri spe­ d e l l a g e st i o n e d e l l e g i a c e n z e
c i a l i sti i ta l i a n i , i n t e n d e fo rn i re n o n s o l o
7 L . M u ra c c h i n l , I n trod u z i o n e a l l a
u n p a n o r a m a d e i m e t o d i d i p i u f r eq u e n t e
t e o r i a d e i g rafi
a p p l i c az i o n e p ra t i c a n e l l ' i n d u st r i a , nella
8 L. D a b o n i , Ca l c o l o d e l l e p ro b a b i l i t à
p u b b l i ca a m m i n i s t r az i o n e , n eg l i a l t r i set­
t o r i di a t t i v i t à , ma a n c h e u n ' i n t r od u z i o n e 9 E . Levi , L a sce l t a d eg l i i n vest i m e n t i
a i fo n d a m e n t i c o n c e t t u a l i c h e i l r i c e rca­ 1 0 A . Tosa l l i , E l e m e n t i i nt r od u tt l v i a l l a
t o r e o p e r a t i vo o il d i r i g e n t e che n e seg u e t e o r i a d e l l e code