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Il lavoro minorile

Il lavoro minorile o infantile è un fenomeno che


coinvolge i bambini di età compresa fra i 5 e i 16
anni in tutto il pianeta.

Le aree principalmente interessate dal lavoro


minorile sono i Paesi in via di sviluppo quali: Asia,
Europa dell'Est, Africa e America del Sud, ma
soprattutto Colombia, Pakistan e Brasile. Non
sono però esclusi dal fenomeno Stati Uniti ed
Europa. Pur essendo presente in tutto il mondo,
soprattutto nei Paesi in via di sviluppo si
presentano determinate condizioni che
favoriscono questo fenomeno. Il lavoro infantile
si presenta dunque anche in regioni ricche di
risorse e con un'economia florida, in cui però il
reddito pro capite è molto basso e vi è un
numero consistente di persone in stato di
sottosviluppo e di Paesi dove, ad esempio nel
settore dell'agricoltura, solo un'élite controlla
buona parte dei fondi.

storia del fenomeno


Non ci sono dati concreti sull'inizio dello
sfruttamento minorile in ambito lavorativo. Sono
tuttavia presenti numerosi riferimenti all'utilizzo
nell'antichità di forme di sfruttamento legate alla
schiavitù o al lavoro agricolo e di allevamento. Fu
con l'avvento della rivoluzione industriale che il
lavoro minorile venne sfruttato su larga scala
nelle fabbriche, soprattutto tessili, dove i
bambini lavoravano fino a 15 ore al giorno e
venivano pagati così poco da non poter
comprarsi il cibo. Spesso le condizioni in cui
lavoravano erano letali o potevano causare gravi
danni soprattutto al fisico, che spesso veniva
danneggiato in modo irreparabile. Molti bambini
(ancora oggi, nel mondo) lavorano per
guadagnare da mangiare ma non riescono a
comprare di più di un piatto di riso.
Situazione attuale nel mondo
In Africa, Asia, America Meridionale, Italia,
Ungheria, Svizzera, Mongolia, Cina e Tibet
all'inizio degli anni ottanta i piccoli lavoratori
erano stimati a oltre 5 milioni. In questo
momento sono oltre 150 milioni e secondo
alcune stime anche 250 milioni. Il fenomeno del
lavoro minorile riguarda non solo i paesi in via di
sviluppo ma anche l'occidente industrializzato.

I lavori imposti ai bambini si possono dividere in


due categorie: settore produttivo: agricoltura,
industria, pesca, e settore urbano. In agricoltura i
bambini vengono impiegati nei piccoli orti
familiari, oppure dalle multinazionali nelle
agricolture di piantagione come braccianti.
Nell'industria invece i ragazzi, generalmente fra i
7 e i 15 anni, vengono impiegati per produrre
oggetti tessili, ad esempio tappeti; oppure per
fare palloni o scarpe.

La responsabilità del lavoro minorile va attribuita


in primo luogo alla povertà: nella maggior parte
dei casi i bambini devono lavorare per costruire
palloni, scarpe o per cucire abiti. Il lavoro
infantile o minorile può essere causa, e non solo
conseguenza, di povertà sociale e individuale. In
alcuni casi svolgendo attività lavorative, un
bambino non avrà la possibilità di frequentare in
modo completo neppure la scuola elementare,
rimanendo in una condizione di analfabetismo, a
causa della quale non potrà difendere i propri
diritti anche da lavoratore adulto. Infatti molto
spesso i lavoratori venivano imbrogliati dai
padroni perché erano analfabeti e non potevano
sapere che cosa il proprio padrone stava facendo
loro firmare, e doveva stare ai suoi ordini magari
per anni o addirittura fino alla morte.

Un importante esempio è la storia vera di un


ragazzo pakistano diventato in tutto il mondo il
simbolo contro lo sfruttamento del lavoro
minorile per essersi ribellato ai soprusi e alla
violenza (Iqbal Masih). Sono più di 1 su 20 i
minori sotto i 16 anni coinvolti nel lavoro
minorile in Italia: il 5,2% della fascia 7-15 anni
per un totale di circa 260.000 giovani.

Una prima mappatura del lavoro minorile in Italia


ci consegna un Paese fortemente spaccato: al
centro e al nord il rischio spazia da "molto basso"
a "medio" (a Roma e Milano), mentre al sud e
nelle isole diventa "alto" e "molto alto" con i
picchi più alti in Sicilia e nelle province di Foggia
e Vibo Valentia.
In Italia, lo sfruttamento del lavoro minorile è
vietato dalla legge 977 del 17 ottobre 1967[1]
Nonostante i divieti, l'ISTAT nel 2001 stimava che
ci fossero in Italia circa 140.000 lavoratori tra i 7
e 14 anni

Nel 1924 la Quinta Assemblea Generale della


Società delle Nazioni adotta la Convenzione di
Ginevra (o Dichiarazione dei diritti del bambino).
Il 20 novembre 1989, con l'approvazione da
parte dell'ONU della Convenzione internazionale
sui diritti dell'infanzia, vi è un tentativo di
arginare il fenomeno dello sfruttamento del
lavoro minorile. Viene infatti stabilito che i
bambini hanno il diritto "di essere tutelati da
tutte le forme di sfruttamento e di
abuso"(un'associazione che si occupa della tutela
dei bambini è l'associazione Meter Onlus di Don
Fortunato Di Noto e l'Unicef )
Per fermare lo sfruttamento minorile sono state
promosse iniziative come la promozione di
marchi commerciali che garantiscano che un
determinato prodotto non sia stato fabbricato
utilizzando manodopera infantile. Questi
programmi, pur essendo mossi da buone
intenzioni, non creano alternative ai bambini
attualmente occupati, che si ritrovano così
costretti a indirizzarsi verso altre attività
produttive, nella maggior parte dei casi più
pericolose. Nonostante i numerosi
provvedimenti attuati, i bambini vittime di
schiavitù e privati di una buona infanzia sono
ancora molti.

Mirko Spanu