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SINCRETISMI SCAPIGLIATI.

DISPENSE INTEGRATIVE:
TESTI

Tranquillo Cremona, Visita al collegio (1877)

A.A. 2015-2016
Cletto Arrighi

LA SCAPIGLIATURA MILANESE
– FRAMMENTI –

(da “Almanacco del Pungolo”, Milano, 1858)

PRESENTAZIONE

Quando una parola nuova o sconosciuta risponde perfettamente ad un'idea,


ad una condizione, ad un caso qualunque della vita sociale, che non si potrebbe
esprimere altrimenti che con una perifrasi, la fortuna di questa parola dovrebbe
essere certa.
In Francia succede infatti così. Ogni mese, si può dire, fa capolino un
neologismo, e quantunque l'Accademia, gli faccia il viso dell'arme, esso viene
accettato a braccia aperte dal buon senso popolare, ed entra di balzo nella
lingua viva appena sia riconosciuto necessario o di buona lega.
Demi-monde? per dirne uno. Trovatemi, di grazia, demi-monde sul
vocabolario.
Ma qui da noi gli è un altro pajo di maniche. Da noi, senza ripetere le solite
fastidiose canzoni, ognun sa quanto sia pericoloso e difficile l'osare, e tanto più
per uno scrittoruccio di primo pelo, come sono io.
Avvenne che, un bel giorno, dovendo pur trovare un titolo - oh! lettori, il
titolo d'un libro! Dio vi tenga ben lontani dal cercare un titolo... finchè durano
queste condizioni!! - mi trovai nella necessità, o di coniare un neologismo o di
andar a pescare nel codice della lingua qualche parola vecchia che rendesse
pressapoco il concetto del mio qualsiasi romanzo.
Prima dunque di osare, consultai sua maestà il Vocabolario, se mai nella sua
infinita sapienza avesse saputo additarmi un mezzo di salvezza. Cerca e
ricerca, finalmente trovai una parola acconcia al caso mio; perchè, s'ha un bel
dire, ma la nostra lingua, per chi la vuol frugare un po' a fondo, non manca
proprio di nulla, e sa dar a un bisogno parole vecchie anche per idee nuove,
nello stesso modo che i Francesi sanno fabbricar parole nuove per idee che
hanno tanto di barba.
Però, in quella maniera che potrei star garante che scapigliatura non è una
parola nuova, sarei in un bell'imbarazzo se volessi persuadervi che la è molto
usata e conosciuta.
Infatti fra le tante persone a cui domandai che cosa intendessero per
scapigliatura, parte inarcò le ciglia, come a dire: non l'ho mai sentita a
menzionare, e parte mi rispose così a tentoni, chi: l'atto dello scapigliarsi, chi:
una chioma arruffata, e chi, finalmente - e costui fu un letterato - una vita da
debauchè; definizioni tutte o false o inesatte e, in ogni modo, lontane le mille
miglia da quel significato in cui m'ero proposto di adoperarla io.
Quell'io che credevo di aver rubato il lardo alla gatta, da quelle risposte
n'ebbi una delusione che mi afflisse moltissimo - ben inteso, per quanto può
affliggere una delusione filologica - e avrei messo il cuore in pace, e lasciato
nel dimenticatojo la povera incompresa, se una certa rincalzante smania di
spuntar le cose un po' difficili - confesso un uno debole - non mi ci avesse
incaponito sopra.
Ed ecco lettori, se il permettete, ch'io la prendo per mano e ve la presento.

In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità
di individui d'ambo i sessi v'è chi direbbe: una certa razza di gente - fra i venti
e i trentacinque anni non più; pieni d'ingegno quasi sempre; più avanzati del
loro secolo; indipendenti come l'aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al
male; inquieti, travagliati, turbolenti - i quali - e per certe contraddizioni
terribili fra la loro condizione e il loro stato, vale a dire fra ciò che hanno in
testa, e ciò che hanno in tasca, e per una loro particolare maniera eccentrica e
disordinata di vivere, e per... mille e mille altre cause e mille altri effetti il cui
studio formerà appunto lo scopo e la morale del mio romanzo - meritano di
essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia
civile, come coloro che vi formano una casta sui generis distinta da tutte
quante le altre.
Questa casta o classe - che sarà meglio detto - vero pandemonio del secolo,
personificazione della storditaggine e della follia, serbatojo del disordine, dello
spirito d'indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe,
ripeto, che a Milano ha più che altrove una ragione e una scusa di esistere, io,
con una bella e pretta parola italiana, l'ho battezzata appunto: la Scapigliatura
Milanese.
Se tale parola non andasse a genio de' miei lettori me ne dorrebbe
moltissimo, perchè io la trovo assolutamente bella. E posso ripeterlo con
franchezza perché appunto non l'ho inventata io. Ed è per me tanto più bella, in
quanto che essa mi rende, quasi a capello, il concetto di questa parte della
popolazione Milanese tanto diversa dall'altra per i suoi misteri, le sue miserie, i
suoi dolori, le sue speranze, i suoi traviamenti, sconosciuti ai giovani
morigerati e dabbene, ed agli adulti gravi e posati, che della vita hanno preso la
strada maestra, comoda, ombreggiata, senza emozioni, come senza pericoli.
La Scapigliatura Milanese è composta da individui di ogni ceto, di ogni
condizione, di ogni grado possibile della scala sociale. Plebe, medio ceto e
aristocrazia; foro, letteratura e commercio; celibato e matrimonio, ciascuno vi
porta il suo tributo, ciascuno vi conta qualche membro d'ambo i sessi; ed essa
li accoglie tutti in un amplesso amoroso, e li lega in una specie di mistica
consorteria, forse per quella forza simpatica che nell'ordine dell'universo attrae
fra di loro le sostanze consimili.
La speranza nell'avvenire è la sua religione; la povertà il suo carattere
essenziale. Non la povertà del mendico che stende per Dio la mano
all'elemosina, ma la povertà di un Duca a cui tocca di licenziare una dozzina di
servitori, vendere molte coppie di cavalli, e ridurre a quattro le portate della
sua tavola, perchè, fatti i conti coll'intendente, ha trovato di non aver più che
cinquantamila lire di rendita.
Essa è figlia soprattutto di un'epoca non lontana e fatale; figlia generosa,
giacché, chi ha traveduto il cielo, è un imbecille od un santo se si rassegna a
vivere di nuovo contento e felice sulla terra.
Nè voglio dire con ciò che prima di quell'epoca non ci fossero scapigliati a
Milano....... Dio me ne guardi!
Strano paese sarebbe stato questo in cui la gioventù avesse avuto nelle vene
tanta pacatezza, e tanto senno in cervello per soffrire con calma e senza
riluttanza l'ozio forzoso e la vita monotona e indecorosa che vi si conduceva.....
Come il Mefistofele del Nipote essa ha dunque due aspetti, la Scapigliatura:
il buono ed il cattivo.
Da un lato un profilo più Italiano che Meneghino pieno di brio, di speranza
e di amore, e rappresenta il lato simpatico e forte di questa numerosa classe,
inconscia delle proprie forze, anzi della propria esistenza, propagatrice delle
brillanti utopie, focolare delle idee generose, anima di tutti gli elementi geniali,
artistici e politici del proprio paese, che ogni causa o grande o folle fa balzar
d'entusiasmo, che conosce della gioja la sfumatura arguta del sorriso, e lo
scroscio franco e prolungato, ed ha le lagrime del fanciullo sul ciglio e le
memorie feconde nel cuore.
Dall'altro invece un volto smunto, solcato, cadaverico, su cui stanno le
impronte delle notti passate nello stravizzo e nel giuoco, su cui si adombra il
segreto del dolore infinito, e i sogni tentatori d'una felicità inarrivabile, e le
lagrime di sangue, e le tremende sfiducie e la finale disperazione.
Presa in complesso dunque, la Scapigliatura è tutt'altro che disonesta.
Se non che, come accade di tutti i partiti estremi, che accolgono nel loro
seno i rifiuti di tutti gli altri, anch'essa conta un buon numero di persone
tutt'altro che oneste, le quali finiscono collo screditare la classe intera. Ma
cotesti signori sono come nel ferro le scorie, nel demolito il marame; e c'è per
essi un nome abbastanza conosciuto senza ricorrere alla scapigliatura; e anch'io
sarei tentato di chiamarli cavalieri d'industria e birbanti, se l'educazione di
moda non mi vietasse di chiamar chicchessia col suo vero nome. Ma, appunto
come tali, essi non hanno una fisionomia particolare e si perdono in quella
putrida vegetazione comune a tutti i paesi del mondo come i ladri, e le spie...
gente nata per lo più dal fango, e vivente nel fango del proprio mestiere, senza
perdono e senza poesia possibile.
Però la Scapigliatura li fugge per la prima e li rinnegherebbe ad alta voce, se
ella avesse la coscienza della propria esistenza.
Giacchè la vera... la mia Scapigliatura potrà pentirsi qualche volta de' fatti
proprii, arrossirne giammai.
Iginio Ugo Tarchetti

da RICCARDO WAITZEN
(in: Amori nell’arte: racconti musicali,
Milano, Treves, 1869)

LORENZO: E voi lo credete?


IL MAGISTRATO: No, io non ho fede alcuna
negli spiriti – intesi però a dire che essi
esercitano delle strane influenze sugli
uomini, e questa fede antica quanto
l’umanità non può essere avversata
ciecamente, né distrutta ad un tratto.
(A Ghost in Comedy)

Che cosa è l’immaginazione? Chi ne definisce le facoltà? Dove


rintraccieremo noi quella linea che separa l’immaginario dal vero? E nel
mondo dello spirito, nelle sue vaste concezioni, esiste qualche cosa che noi
possiamo chiamare assolutamente reale, od assolutamente fantastico? O
piuttosto non è egli tutto fantastico nello spirito? Come nulla vi ha di
individuato, di isolato, nell’immensità delle masse che compongono
l’universo, ma tutto si riunisce e si sfuma per mezzo delle piccole masse
intermedie, non potrebbe essere che l’ideale ed il realismo si congiungessero
tra di loro per certe leggi che a noi non è dato di conoscere, per certo mistero
che a noi non è concesso di afferrare; e che gli uomini non facessero che
definire con queste due parole i due punti estremi di questa-linea, quali sono il
mondo sensibile ed il mondo immaginario? Qualunque sia quel vero che a noi
non è dato di percepire, egli è però ben certo che dei grandi legami esistono tra
di loro. La loro conciliazione, secondo la natura umana, ha formato la lotta di
tutti i tempi, come forma la lotta dell’oggi: l’umanità tende ad equilibrarsi tra
queste due grandi attrazioni, come quella che si sente dominata da entrambe, e
non ignora costituirsi dalla loro azione il segreto delle sue lotte e della sua
vita.
La letteratura moderna, conscia di questa verità, si è rivolta alla soluzione di
un grande quesito: «idealizzare il reale»; fondere assieme queste due potenze,
costringere l’immaginazione, l’idea a soffermarsi sulla realtà, ad
anatomizzarla, a rivestirla de’ suoi colori, delle sue forme, delle sue seduzioni
divine. Quella grande letteratura, che è la recente letteratura francese: Karr,
Vittor Hugo, Girardin, e più di tutti Michelet 1 co’ suoi libri divini dell’amore e
1 Jean-Baptiste-Alphonse-Karr (1808-1890) romanziere e giornalista francese,
divenuto celebre ancora molto giovane col romanzo a sfondo autobiografico Sous les
tilleuls ( 1832), collaboratore del « Figaro » continuò a pubblicare romanzi cui arrise
grande successo fra cui Une heure trop tard (1833), Vendredi soir (1835). Si volse dal
della donna, hanno dimostrata possibile questa conciliazione, indirizzandola
allo scopo dell’umana felicità. Forse la letteratura avvenire non mirerà più ad
altro fine che a questo: essa arresterà lo spirito degli uomini sempre rivolto
all’ideale e al fantastico per trattenerlo sui campi della realtà, ove noi
dobbiamo combattere, qui e non altrove, vogliosi o non volenti, la lotta
secolare della vita.

Ma la scienza ha pure rialzato in questi ultimi tempi un lembo della cortina


misteriosa. Mesmer, colla scoperta del magnetismo, sembrò aver fatto un
passo gigantesco su questa via2. I primi fenomeni di quella scienza, arcani,
oscuri, confusi, perciò accolti con quella superstiziosa credulità che affascina
tutti gli uomini all’idea dell’incomprensibile e dello ignoto, sembrarono aver
afferrato le prime fila per districare tutto quanto il segreto, fino allora
inviolato, della natura umana: la fusione delle anime, la trasmissione del
pensiero, la chiaroveggenza, l’intuizione, l’unificazione di due, di più
individualità, furono altrettante scoperte che parvero assicurarci la conquista di
verità prodigiose e infinite.
Tuttavia non si tardò a riconoscere che tutto era fittizio in questa scienza, e
che le prime basi gettate con tanta apparente solidità, non bastavano a
sostenere quell’edifìcio colossale e gigantesco che si voleva innalzare sopra di
esse: toltine i fenomeni materiali, tutto si è arrestato, tutto è ricaduto
nell’ignoto; l’ipnotismo ci ha dimostrato che gli stessi effetti si ottenevano
colla semplice fissazione di un oggetto luminoso; lo spiritualismo rimaneva
dunque escluso, e i fenomeni del Mesmer ricadevano nel dominio della
materia. Perocché chi ha mai potuto definire le proprietà degli spiriti, e i
rapporti che essi hanno tra di loro? Che cosa è il sogno, il sonnambulismo, il
presagio, l’astrazione, il pensiero, e più di tutto l’incubo? I sensi – ecco i limiti
estremi delle nostre facoltà; nulla di positivo, nulla di assoluto fuori di essi –

lirismo romantico al genere politico-satirico con i « pamphlets », Les guêpes, editi fra il
1839 ed il 1849 che suscitarono grande scalpore al punto che si attentò alla sua vita. Nel
’48 fondò con l’aiuto del Cavaignac il « Journal », ma dopo il colpo di stato si ritirò
definitivamente dalla vita politica. Dell’interesse del Tarchetti per il Karr testimonia
anche il Farina: « In quel tempo [dopo il 1867) Iginio Ugo Tarchetti, avendo letto alcuni
libri di Alfonso Karr (ricordo in ispecie la Penelope Normande), e traducendo un
romanzo di Dickens per la casa Sonzogno [L’amico comune], aveva pensato di cambiare
la forma del suo novellare. E da queste riflessioni usci quell’opera originale,
originalissima a quel tempo, che s’intitola Fosca » (La mia giornata. Gare ombre, cit., p.
26).
2 Franz Friedrich Anton Mesmer (1734-1815), medico tedesco propugnatore di un
metodo di cura, che da lui si disse mesmerismo, basato sul magnetismo animale della cui
esistenza egli fu tenace assertore, precorrendo le ricerche successive sull’ipnosi e il
medianismo. Basandosi su teorie preesistenti, come quella di Van Helmont, Mesmer
riteneva che il corpo umano e ogni altra creatura vivente emettessero raggi corporei
controllati dall’anima. Il fluido vitale emanato si sarebbe potuto imprigionare in un
“ricevitore” donde farlo rifluire negli infermi per rinvigorire lo spirito e il corpo agendo
sul sistema nervoso. Nonostante l’ostilità della classe-dedica parigina, Mesmer ebbe
tuttavia un enorme successo nella capitale francese e godè della protezione di Luigi XVI.
Come è noto al mesmerismo sono dedicati due racconti di E. A. Poe: Mesmeric
Revelation e The Facts in the Case of M. Valdemar. Il Tarchetti stesso fino dal 1867,
secondo la testimonianza dell’amico Farina, aveva compiuto esperimenti sul magnetismo
animale e sul medianismo.
ogni altra cosa è immaginaria e fantastica; essa appartiene a un’altra sfera di
esseri, sulla cui natura, sul cui fine, sulle cui facoltà, nulla ci è dato di
comprendere e di asserire con sicurezza.

Ciò non di meno, una vaga, una poetica illusione è venuta oggi a mettere in
rapporto il mondo fisico col mondo spirituale, il mondo finito col vivente:
intendo parlare dello spiritismo, questa applicazione singolare della scienza,
per la quale uno spirito compiacente discende a parlare con voi un linguaggio
di convenzione immedesimandosi in un tavolo, in una sedia, in un arnese
qualunque della vostra camera: ed ecco che il magnetismo si è collocato come
interprete, come intermedio tra voi e il mondo spirituale – perocché come
avrebbe potuto uno spirito rivolarsi senza il concorso di un oggetto sensibile?

Io vorrei conoscere se coloro - i quali, mercé questo mezzo, continuano a


convivere in ispirito coi loro cari, hanno la fede assoluta nella realtà di questa
convivenza. Se essi credono, il fenomeno esiste. Noi non possiamo sorridere
di questa credenza: proviamone l’assurdo, proviamone del paro la verità se ci
è possibile. Bensì ciascuno di noi ha sentito in sé stesso, in molte circostanze
della vita, qualche cosa che gli parlava di altri esseri, o sofferenti o lontani, o
già morti alla nostra esistenza di un giorno. Ditemi, non avete voi perduto
qualcuno dei vostri diletti? e non ne avete spesso udito ancora la voce e i
consigli? non li avete più riveduti nei vostri sogni, nelle vostre veglie affaticate
e affannose? non li avete sentiti come discendere, pesare sopra di voi,
immedesimarsi in voi stessi, congiungere alla vostra la loro vita! Chi vi dice
che mentre vi si affaccia un’immagine nel sogno, quell’immagine stessa non
sia li viva, palpitante, curvata sopra di voi o assisa presso il vostro guanciale?
E chi vi dice ancora che voi sognate? Che cosa è il sogno se non che
un’esistenza piena, colma, smisurata, al cui confronto l’esistenza della veglia
non è che la vita monca e impotente della pietra?... Veglia, sonno... parole! Io
non vi domanderò quali fatti appartengano al mondo reale e quali a quello
della immaginazione, non vi domanderò ancora quale sia quella linea che
separa questi due mondi – negatemi che i fenomeni esistano.
È assai tempo che io conobbi nell’esercito due giovani ufficiali, due
gemelli: là natura li aveva fatti ad uno stampo; nessuna distinzione fra di loro
– le stesse fattezze, lo stesso colorito, lo stesso suono di voce – essi si
amavano di tutta la tenerezza fraterna, e forse alla loro nascita la natura, ignara
del concepimento di due esseri, trovatasi cosi alle strette, poiché la cosa non
ammetteva indugio, aveva diviso fra di loro quel soffio della vita, che aveva
predestinato inconsciamente ad un solo. Non ho conservato memoria di
avvenimenti più singolari di quelli a cui dava luogo la loro prodigiosa
somiglianza.
Uno di essi, Giulio, era un abile giuocatore di bigliardo: l’altro, Luciano,
non era che un giuocatore assai mediocre. Spesso i loro compagni, prima di
accingersi al giuoco con uno di essi (era impossibile farlo con entrambi senza
che ne derivasse una strana confusione), gli domandavano:
– Sei tu Giulio o Luciano? noi confidiamo sulla tua parola.
– Luciano, sul mio onore.
Ed ecco che la partita s’impegnava colla certezza di uscirne vincitori, ma ad
un dato momento, Luciano scivolava dalla sala, subentrava non visto il
fratello, e la partita era perduta.
Spesso ancora nelle riviste del reggimento, uno di essi si assentava per
turno, sicuro che l’altro poteva supplirlo senza pericolo di essere scoperti. Ed
eccone uno sfilare grave e impettito d’innanzi al colonnello nella prima
compagnia cui appartiene, e appena uscitogli di vista, portarsi alla coda del
reggimento e ripassare di nuovo alla testa della compagnia dell’assente. Ma un
giorno il colonnello, insospettito, lo fa uscire dalle file, lo trattiene presso di
sé, ed ecco che lo strattagemma è scoperto e punito.
Come è costume di soldato, essere chiuso agli affetti duraturi e gentili, e
aperto solamente alle piccole passioni di un giorno, essi avevano delle amanti
delle quali si dividevano i favori senza che le tradite potessero avvedersi
dell’inganno. La loro vita rimaneva così come moltiplicata, e la loro natura
porgeva ad essi il privilegio di sensazioni sempre rinnovate e sempre recenti.
Spesso avveniva che una di loro gli dicesse:
– Amor mio io non ti riconosco più questa sera, tu mi sei tutto mutato: è
forse ciò che tu mi promettevi ieri l’altro? un contegno più delicato, più
rispettoso, più calmo?... ecco le tue promesse, ecco i tuoi giuramenti svaniti...
– Non mi badare, o fanciulla, le mie preoccupazioni del giorno sono si gravi
che io ho tutto dimenticato, e poi il mio amore è si veemente, si imperioso, si
cieco... ma tu che lo disconosci, oh! tu mi ami sì poco...
Certo quella mente immaginosa di Shakespeare, nell’ideare la sua
commedia degli equivoci, non avrebbe potuto creare delle combinazioni più
singolari e più ardite3. Ma la vita dei due giovani era predestinata ad un fine
prematuro e inatteso. Luciano cadde colpito da ima palla austriaca nella
giornata di San Martino: Giulio, che gli sopravvisse, divenne malinconico e
pensieroso, senti che gli era venuta a mancare come una metà di sé stesso,
abbandonò la carriera militare, ed essendosi ritirato a vivere in una piccola
casa di campagna sul Canavese, vi mori di patema un anno dopo.
Alcuni mesi prima della sua morte io mi recai a visitarlo, e mi trattenni
alcuni giorni presso di lui. Lo trovai infermo e prostrato, affetto da quell’etisia
del cuore che precede nelle nature soffrenti e sensibili l’etisia fisica; ma la sua
anima aveva acquistata tuttavia una potente affettività, una forza di astrazione
straordinaria. Egli mi assicurava che era felice, che aveva ogni giorno dei
lunghi ed affettuosi colloqui con suo fratello, che egli era presente ad ogni
istante, che in quelle sei ore che egli trascorreva ogni giorno rinchiuso nella
sua camera ne evocava lo spirito col suo atto della volizione, e si abbandonava
con lui alle dolci confidenze, alle piene espansioni del loro affetto, alle
costanti e profonde investigazioni del loro destino.
Spesso io sorrideva della sua fede ed egli mostrava di compiangere la mia
incredulità, e diceva con tutto lo slancio d’un desiderio a stento represso: – Oh
potessi io presto morire, andarmene, libero, là, dov’egli dimora! oh potessi
presto raggiungerlo!
E lo raggiunse di fatto.
Ora potremo noi dileguare un trasporto di fede si vivo? E siamo noi ben
sicuri che tutto ciò non fosse che fede, che allucinazione, che sogno? Ho
sentito uomini colti e severi dire coll’espressione d’un convincimento
incrollabile: – Ciò è falso, ciò è vero, ciò solamente sussiste, fin là e non più

3 Si riferisce a The Comedy of Errors composta dallo Shakespeare probabilmente fra


il 1591 ed il 1592 e derivata dai Menecmi di Plauto.
oltre voi dovete innalzare l’edifizio della vostra fede –. Presuntosi ! E fino a
qual punto hanno essi scrutato nelle viscere della natura? Fino a qual pagina
essa ha loro aperto il libro meraviglioso de’ suoi segreti? Che vi hanno essi
letto? La fede è finita: dalle sue basi incrollabili noi possiamo trarre delle
conseguenze finite, perciò spesso limitate, monche, imperfette: ma il dubbio
solo è grande, sconfinato come l’immenso universo, incommensurabile come
l’oceano, profondo e tenebroso come gli abissi dell’anima umana: il dubbio è
la rivelazione della scienza, – essa lo cerca immolandogli ogni fede – poiché
una sola fede esiste, quella del dubbio.
Ma veniamo al nostro racconto. [...]
Iginio Ugo Tarchetti

I FATALI
(da: Racconti fantastici, Milano, Treves, 1869)

Esistono realmente esseri destinati ad esercitare un’influenza sinistra sugli


uomini e sulle cose che li circondano? È una verità di cui siamo testimonii
ogni giorno, ma che alla nostra ragione freddamente positiva, avvezza a non
accettare che i fatti i quali cadono sotto il dominio dei nostri sensi, ripugna
sempre di ammettere.
Se noi esaminiamo attentamente tutte le opere nostre, anche le più comuni e
le più inconcludenti, vedremo nondimeno non esservene una da cui questa
credenza ci abbia distolti, o a compiere la quale non ci abbia in qualche
maniera eccitati. Questa superstizione entra in tutti i fatti della nostra vita.
Molti credono schermirsene asserendo per l’appunto non esser ella che una
superstizione, e non s’avvedono che fanno così una semplice questione di
parole. Ciò non toglierebbe valore a questa credenza, poichè anche la
superstizione è una fede.
Noi non possiamo non riconoscere che, tanto nel mondo spirituale quanto
nel mondo fisico, ogni cosa che avviene, avvenga e si modifichi per certe leggi
d’influenze di cui non abbiamo ancora potuto indovinare intieramente il
segreto. Osserviamo gli effetti, e restiamo attoniti e inscienti dinanzi alle
cause. Vediamo influenze di cose su cose, di intelligenze su intelligenze, e di
queste su quelle ad un tempo; vediamo tutte queste influenze incrociarsi,
scambiarsi, agire l’una sull’altra, riunire in un solo centro di azione questi due
mondi disparatissimi, il mondo dello spirito e il mondo della materia.
Fin dove la penetrazione umana è arrivata noi abbiamo portato la nostra
fede; il segreto dei fenomeni fisici è in parte violato; la scienza ha analizzato la
natura; i suoi sistemi, le sue leggi, le sue influenze ci sono quasi tutte note: ma
essa si è arrestata dinanzi ai fenomeni psicologici, e dinanzi ai rapporti che
congiungono questi a quelli. Essa non ha potuto avanzarsi di più, e ha
trattenuto le nostre credenze sulla soglia di questo regno inesplorato. Poichè
nell’ordine dei fatti noi possiamo ammettere delle tesi generali, delle verità
complesse; non nell’ordine delle idee.
Dove i fatti sono incerti, le idee sono confuse. Avvengono fatti che non
presentano un carattere deciso, sensibile, ben definito, e che la nostra ragione
calcolatrice non sa se negare od ammettere. Vi sono perciò idee incomplete,
oscure, fluttuanti, che non possono presentarsi mai sotto un aspetto chiaro, e
che non sappiamo se accettare o respingere. Questa incertezza di fatti, questa
incompletazione di idee, questo stato di mezzo tra una fede ferma e una fede
titubante, costituiscono forse ciò che noi chiamiamo superstizione – il punto di
partenza di tutte le grandi verità. Perchè la superstizione è l’embrione, è il
primo concetto di tutte le grandi credenze.
Qualora io vedo una superstizione impadronirsi dell’anima delle masse, io
dico che in fondo ad essa vi è una verità, poichè noi non abbiamo idee senza
fatti, e questa superstizione non può essere partita che da un fatto. Se esso non
si è ancora rinnovato e generalizzato per confermarla, egli è che la via
dell’umanità è lunga – più lunga quelle delle cose – e nessuno può determinare
il tempo e le circostanze in cui potrà ripetersi. Gli uomini hanno adottato un
sistema facile e logico in fatto di convenzioni; ammettono ciò che vedono,
negano ciò che non vedono; ma questo sistema non ha impedito finora che essi
abbiano dovuto ammettere più tardi non poche verità che avevano prima
negate. La scienza e il progresso ne fanno fede. Del resto, comunque sia, per
ciò che è fede nelle influenze buone e sinistre che uomini e cose possono
esercitare sopra di noi, non v’è uomo che non ne abbia una più o meno salda,
più o meno illuminata, più o meno confermata dall’esperienza della vita. Tutto
al più si tratterebbe di riconoscere se essa abbia o no ragione di essere, e fino a
qual punto debba venire accettata, non di negarla – poichè l’esistenza di questa
fede è indiscutibile.
Io ne trovo dovunque delle prove. Per me l’antipatia non è che una tacita
coscienza dell’influenza fatale che una persona può esercitare sopra di noi.
Nelle masse ignoranti questa coscienza ha creato la jettatura, nelle masse colte
la prevenzione, le diffidenza, il sospetto.
Non v’è cosa più comune che udire esclamare: «quell’uomo non mi piace –
non vorrei incontrarmi per via con quella persona – mi fa paura – d’innanzi a
lui io non sono più nulla – ogni qualvolta mi sono imbattuto in quell’uomo mi
è accaduta una sventura.» Nè questa fede che si presenta sotto tanti aspetti, che
quasi non avvertiamo, che è pressochè innata con noi come tutti gli istinti di
difesa che ci ha dato la natura, è sentita esclusivamente da pochi uomini – essa
è, in maggiori o minori proporzioni, un retaggio naturale di tutti.
Questa superstizione accompagna l’umanità fino dalla sua infanzia, è
diffusa da tutti i popoli. Gli uomini di genio, quelli che hanno molto sofferto,
vi hanno posto maggior fede degli altri. Il numero di coloro che credettero
essere perseguitati da un essere fatale è infinito: lo è del paro il numero di
quelli che credettero essere fatali essi stessi, Hoffman, buono ed affettuoso, fu
torturato tutta la vita da questo pensiero.
Non giova dilungarsi su ciò, perchè la storia è piena di questi esempi, e
ciascuno di noi può trovare nella sua vita intima le prove di questa credenza
quasi istintiva.
Io non voglio dimostrarne nè l’assurdo nè la verità. Credo che nessuno lo
possa fare con argomenti autorevoli. Mi limito a raccontare fatti che hanno
rapporto con questa superstizione.

*
**

Nel carnevale del 1866 io mi trovava a Milano. Era la sera del giovedì
grasso, e il corso delle maschere era animatissimo. Devo però fare una
distinzione – animatissimo di spettatori, non di maschere. Chè se la taccia di
fama usurpata, così frequente, e spesso così giusta in arte, potesse applicarsi
anche alle feste popolari, il carnevale di Milano ne avrebbe indubbiamente la
sua parte. Queste feste non sono più che una mistificazione, ed hanno ragione
di esserlo, giacchè le migliaja di forastieri che vengono annualmente ad
assistervi non sono però meno convinti di divertirsi. Tutto stava nell’istillar
loro la persuazione che il carnevale di Milano fosse la cosa più comica, più
spiritosa, più divertente di questo mondo. Una volta infuso questo
convincimento, non erano più necessari i fatti per confermarlo – lo scopo di
divertire era ottenuto.
Comunque fosse, il Carnevale del 1866 non era meno animato degli altri, e
nelle prime ore della sera del giovedì grasso, la popolazione si era versata sulle
strade a torrenti. La folla aveva talmente stipate le vie che in alcuni punti era
impossibile muoversi e presso la crociera della via di S. Paolo, ove mi trovava
io, si era letteralmente pigiati.
Gli onesti milanesi si frammischiavano fraternamente ai forestieri, e si
inebbriavano del piacere di guardarsi l’un l’altro nel bianco degli occhi – ciò
che costituisce l’unico, ma ineffabile divertimento di questo celebre Carnevale.
Non so da quanto tempo io mi trovassi colà, in piedi, in mezzo a quella gran
ressa, in una posizione incomodissima, allorchè voltandomi per vedere se v’era
mezzo di uscirne, osservai intorno a me uno spettacolo assai curioso.
La folla non si era diradata, ma si era ristretta in modo da lasciare in mezzo
a sè uno spazio circolare abbastanza vasto. Nel centro di questo circolo
miracoloso v’era un giovinetto che non mostrava aver più di diciotto anni, ma
cui, a guardarlo bene, se ne sarebbero dati venticinque, tanto il suo volto
appariva patito, e tante erano le traccie che v’erano impresse d’una esistenza
travagliata e più lunga. Era biondo e bellissimo, eccessivamente magro, ma
non tanto che la bellezza dei lineamenti ne fosse alterata; aveva gli occhi
grandi ed azzurri, il labbro inferiore un po’ sporgente, ma con espressione di
tristezza più che di rancore; tutta la sua persona aveva qualche cosa di
femminile, di delicato, di ineffabilmente grazioso, qualche cosa di ciò che i
francesi dicono souple, e che io non saprei esprimere meglio con altra parola
della nostra lingua. La purezza e l’armonia delle sue linee erano meravigliose;
egli vestiva con estrema eleganza; e guardava quà e là, un poco alla folla e un
poco alle maschere, con aria malinconica e divagata come se si trovasse in
quel luogo a suo dispetto, e fosse più occupato di sè che dello spettacolo poco
allettante che aveva d’innanzi allo sguardo.
Ma ciò che mi era parso rimarchevole era che egli sembrava non essersi
avveduto di quel circolo che s’era formato d’intorno a lui, nè alcuni di quelli
stessi che lo avevano formato mostravano di averci posto mente. Non era nulla
in ciò di veramente straordinario; pure l’esistenza di uno spazio così vasto in
mezzo ad una folla così fitta, in mezzo ad una moltitudine che si moveva,
fremeva, ondeggiava come un corpo solo, senza riempire mai il vuoto che
s’era formato in quel punto, mi pareva cosa meritevole di attenzione. Si
sarebbe detto che da quel giovine emanasse un fluido ripulsivo, una virtù
misteriosa atta ad allontanare da lui tutto ciò che lo circondava.
In quell’istante che io lo stava guardando, essendogli stati gettati alcuni
confetti, di cui parecchi si fermarono tra le pieghe del suo mantello che teneva
avviluppato sul braccio, un fanciulletto si spiccò dal circolo e gli venne
d’appresso quasi per domandarglieli, giacchè egli nè li aveva presi, nè aveva
scosso il mantello per farli cadere.
Il giovine lo guardò con affetto, raccolse le confetture, gliele diede; e prima
che si allontanasse gli passò una mano tra i capelli con una specie di tenerezza
piena di soavità e di malinconia.
Egli aveva posto tanto affetto in quell’atto che, ove anche la natura non lo
avesse dotato di un volto così dolce e così simpatico, lo si sarebbe subito
giudicato buono e cortese.
È un fatto che il volto è lo specchio dell’anima: non si può indovinare se la
natura abbia dato ella stessa un’espressione buona ai buoni, e cattiva ai cattivi;
o se la bontà e la malvagità umana possano talmente agire sulle nostre fattezze
da modificarle e da imprimervi il loro suggello; ma egli è ben certo che il
cuore trasparisce dal viso, anche da quelli la cui bellezza vorrebbe nascondere
un animo turpe, o la cui laidezza uno onesto.
Io non mi sarei stancato mai di guardarlo. Non so se le affezioni degli altri
uomini sieno governate da questa legge di simpatie e di antipatie improvvise,
energiche, inesorabili cui vanno soggette le mie, – per me l’innamorarmi di un
uomo o di una donna, il concepire un’inclinazione od un’avversione
irresistibile per una creatura qualunque non fu mai opera che di pochi minuti –
ma mi ricordo che l’avrei abbracciato lì sulla via, tanto l’espressione del suo
volto era affettuosa, tanto quel linguaggio andava dritto al cuore, senza dar
campo alla ragione di discuterci sopra.
Non mi mossi di là finchè non se ne mosse egli pure. La festa incominciava
a languire, la folla incominciava a diradarsi, e il crepuscolo ad avvolgere tutta
quella scena in un penombra grigia e pesante. Eravamo a due passi da un caffè,
ed egli vi entrò con aria d’uomo che non sa come passare il suo tempo, che
sente il peso delle sue braccia, delle sue gambe, di tutta la sua persona, e che
vorrebbe sbarazzarsene e buttarlo là sopra un divano come un fardello noioso
ed inutile. Io era nello stesso caso, non aveva che fare, e gli tenni dietro.
Ci sedemmo di faccia, io a guardarlo, egli a leggere. Se non che egli pareva
sì poco occupato della sua lettura, che se anche avesse afferrato il giornale pel
rovescio credo che non se ne sarebbe avveduto. I suoi occhi erano fissi sulle
colonne di quel diario, ma sembravano guardare di dentro piuttostochè di
fuori, parevano aver concentrata tutta la loro virtù visiva in sè medesimi, e non
occuparsi che di ciò che avveniva nell’animo del giovine.
Io non aveva però avuto che il tempo di fare questa riflessione, allorchè
dietro la vetrina della finestra scorsi un nuovo affollarsi di gente e sentii come
delle grida femminili; stavo per alzarmi allorchè si aperse la porta del caffè, e
ne fu recato dentro un fanciullo svenuto, il quale era stato travolto dalle ruote
di una vettura, e ne aveva avuto un braccio spezzato. Rimasi dolorosamente
colpito dal riconoscere in quel fanciullo quello stesso che l’incognito aveva
accarezzato in mezzo a quel circolo, e a cui aveva regalato i confetti caduti sul
suo mantello.
Per un moto istintivo diressi lo sguardo dalla sua parte, e lo scorsi
nell’istante che usciva frettolosamente dalla sala. Il suo volto riflesso in quel
momento da uno specchio che era di fronte a me, mi parve pallidissimo.
Io abbandonai poco dopo quel caffè in preda a tristi pensieri.
In quella sera stessa doveva aver luogo alla Scala una rappresentazione
straordinaria.
L’opera annunciata era la Sonnambula, e il pubblico vi era accorso
numeroso ad ascoltare quella musica divina, così piena, così complessa nella
sua semplicità, così affettuosa. Si era rappresentata poco prima l’Africana – da
Mayerbeer a Bellini la differenza almeno, se non la distanza, era ben grande. Il
teatro era illuminato a giorno, la platea era stipata di uditori; e non v’erano altri
palchi vuoti da cinque o sei all’infuori, posti tutti nello stesso punto; e in uno
dei quali riconobbi con mia grande sorpresa il giovine che aveva veduto poco
prima assistendo al corso delle maschere.
Egli era solo e non mi sembrava più nè sì triste, nè sì pensieroso. Vestiva un
abito nero molto elegante, ma nulla dimostrava che fosse avvezzo a prendere
gran cura della sua persona. Non so se fosse inganno mio, o allucinazione, e
che altro, ma egli mi pareva straordinariamente bello, assai più di quanto mi
fosse sembrato poche ore prima.
Vi era sul suo volto qualche cosa di luminoso, qualche cosa di quella
trasparenza profonda, benchè torbida, benchè appannata, che ha l’alabastro.
Egli aveva difatto la stessa pallidezza: a non guardarne gli occhi, a non
esaminare la mobilità prodigiosa dei lineamenti, lo si sarebbe detto morto o
impietrito. I suoi capelli conservavano ancora quella finezza, quella
arrendevolezza, quella lucidità, quell’arricciamento semplice e naturale che
hanno i fanciulli; erano di un biondo meraviglioso, e lucevano come fili d’oro
al riflesso delle fiamme dei candelabri. Teneva appoggiato il gomito al
parapetto, e la guancia sulla mano: la sua testa così inclinata pareva ancora più
bella. Egli aveva quella specie di bellezza che hanno le donne, e che ritrae
dalla luce un prestigio misterioso e affascinante. A contemplare dalla platea –
d’onde non si vedeva il resto della persona – quella sua testa così diafana e
così bianca, la si sarebbe creduta appartenere ad un fanciullo, ad una creatura
fragile e delicata, forse ad un essere sopranaturale.
Io solo aveva rimarcato cosa che mi pareva avere una strana relazione con
ciò che aveva osservato prima al corso delle maschere, voglio dire quel
trovarsi egli così isolato in un palco intorno al quale ve n’erano cinque o sei
altri vuoti, mentre non era possibile vederne da tutte le altre parti del teatro un
solo che non fosse occupato – bisognava aver osservato prima l’accidente del
circolo, per trovar causa di meraviglia in questo fatto, – ma gli spettatori erano
stati unanimi nell’avvertire la sua bellezza e nell’ammirarla, nè tardai ad
accorgermi che le signore sopratutto ne erano state colpite, e gareggiavano nel
dirigere i loro cannocchiali verso il suo palco.
Tra quelle di esse che erano riuscite ad attirarsi più facilmente la sua
attenzione, vi era una fanciulla che era pure assai bella, ed occupava un palco
non molto lontano da quello del giovine. Come avviene a tutte le ragazze
veramente ingenue, non di quella ingenuità convenzionale che esse devono
ostentare spesso come una parte di commedia, fino a che il marito non le
autorizza a rappresentare una parte diversa, ma di quella ingenuità vera che ha
la sua radice nella verginità della mente e del cuore, essa ne era rimasta
fortemente e subitamente impressionata. Era troppo giovine per sapersi già
infingere, e credo di non essere stato io solo ad avvedermi del suo turbamento
e della sua agitazione.
Assistetti per un po’ di tempo a quella specie di rapporto misterioso che
s’era stabilito tra di loro, mi cacciai come un intruso in quella specie di
corrente magnetica che avevano formato i loro sguardi; poi quasi
vergognandomi di quello spiare, di quell’ammiccare alla loro felicità, come un
pitocco che assista ad un banchetto dalla soglia della stanza, e non possa fruire
che del profumo delle salse e delle vivande, mi raccolsi in me stesso, e
procurai di rivolgere tutta la mia attenzione allo spettacolo dell’opera.
Dico che me n’era vergognato, ma per me solo. Che se v’è qualche cosa al
mondo, d’innanzi alla quale io non sappia nè sogghignare per sprezzo nè
piangere per pietà, è la vista di due persone che si amano. Mi sono cacciato
spesso di notte sotto i viali pubblici, sotto i boschetti di tigli, appositamente per
incontrarvi qualche coppia d’innamorati; e non mi venne mai di passar vicino
ad una di esse senza sentirmi compreso da un sentimento di rispetto profondo.
Lo confesso, furono quelli i soli istanti della mia vita, in cui i miei simili mi
sieno sembrati meno tristi del solito.
Era così riuscito a poco a poco ad occuparmi interamente della
rappresentazione, e non aveva più alzato gli occhi verso il palco di quello
sconosciuto, allorchè avvedendomi d’un movimento improvviso che si
manifestava negli spettatori, e scorgendo la folla addensarsi verso la porta, mi
mossi io pure e entrato a stento nel vestibolo, vidi passarvi due signori che
reggevano sulle loro braccia una fanciulla svenuta, e la trasportavano in una
delle sale del teatro.
Non dirò quale fosse la mia meraviglia nel ravvisare in lei quella stessa
fanciulla che aveva guardato con tanto affetto e con tanta insistenza il mio
incognito. Tutto ciò che era accaduto non poteva essere stato che un capriccio
del caso: pure era la seconda volta nel termine di poche ore, che io vedeva una
persona alla quale egli aveva dato segno di predilezione, venir colpita
improvvisamente da una sventura.
Rientrai nella platea.
Egli occupava ancora il suo posto, era rimasto nella posizione di prima colla
guancia appoggiata alla mano; ma il suo volto coloritosi improvvisamente di
un rossore vivace, era tornato in un istante di una pallidezza cadaverica. Non
era difficile accorgersi che egli soffriva, che s’era avveduto degli sguardi
curiosi e quasi reprensivi di cui era fatto oggetto, e che non era rimasto
immobile al suo posto che per dissimulare la sua commozione, e per non
accusare in certo modo quella specie di complicità che aveva avuto in
quell’avvenimento.
Allorchè parve che il pubblico avesse cessato di occuparsi di lui, egli uscì
dal teatro, e ne uscii io pure.
Nessuno conosceva forse il caso assai più deplorevole che aveva avuto
luogo poche ore prima: nessuno aveva forse rimarcata la circostanza singolare
e incomprensibile di quella specie di vuoto che egli pareva formare intorno a
sè, nè aveva posto mente ai rapporti che sembravano congiungere tutti questi
fatti, ma io ne era tutto in pensiero. Era evidente esservi in lui qualche cosa di
inesplicabile e di fatale.
Io lo aveva veduto solo nel seno di uno spazio formato quasi
miracolosamente in mezzo ad un folla fittissima, aveva veduto rinnovarsi lo
stesso caso in un teatro ripieno di spettatori; aveva veduto un fanciullo che
aveva ricevuto le sue carezze venir travolto dalle ruote di una carrozza, e una
fanciulla osservata da lui, essere colta da un malessere improvviso. Non mi
pareva possibile che una pura combinazione avesse dato luogo a questa serie di
avvenimenti. E se così non era, chi era dunque egli? Quale era l’influenza che
poteva esercitare quell’uomo?

*
**

Otto giorni dopo io mi trovava al caffè Martini – quel convegno di artisti


che non lavorano, di cantanti che non cantano, di letterati che non scrivono, e
di eleganti che non hanno uno spicciolo – e si parlava, raccolti in buon numero
attorno ad un tavolo, d’una specie di pasticcio di nuova invenzione, qualche
cosa di consimile al pudding, che era stato aggiunto quel giorno alla nota delle
vivande del ristorante.
Da questo soggetto la conversazione era caduta, filtrando per l’idea del
pudding e dell’oca di cui le classi ricche a Londra usano regalare le classi
povere nel giorno di Natale, sul discorso che la regina d’Inghilterra aveva fatto
allora al parlamento.
Una frase di questo discorso aveva dato un gran colpo alla discussione e
l’aveva gettata di balzo sulle eventualità d’una guerra in Italia. Da ciò, giù per
la china delle opinioni e delle antiveggenze personali si era arrivati ai
pronostici; e dai pronostici ai presagi; e da questi, entrando nel campo della
vita intima, alle fatalità, alle stregature, alle malie; per modo che cinque minuti
dopo aver difeso a spada tratta l’eccellenza di questo pasticcio di nuova
invenzione, io raccontava a quel circolo di sfaccendati gli avvenimenti
incomprensibili di cui era stato testimonio pochi giorni prima a proposito di
quel giovine incognito.
Inutile dire che si rise di me e che non mi si volle prestar fede; il fatto della
fanciulla svenuta poche sere innanzi era bensì noto, ma le cause, dicevano essi,
dovevano essere diverse. Nondimeno il soggetto di questa nuova deviazione
del nostro discorso era stato trovato interessante, e la conservazione dopo aver
fluttato su tanti argomenti, si era arrestata saldamente su questo. Ciascuno
esponeva le proprie idee, ciascuno aveva qualche cosa a raccontare a questo
riguardo. E come avviene ogni qualvolta ci affacciamo a questo mondo
pauroso dell’incomprensibile e del soprannaturale, che se ne ride da principio
per ostentazione di coraggio e si finisce coll’atterrirsi di ciò che si ascolta, e
spesso di ciò che abbiamo raccontato noi stessi, ciascuno di noi si sentiva
compreso da un sentimento misto di paura e di meraviglia, e si affannava a
riannodare e a rinfocare la conversazione ogni qualvolta questa mostrava di
languire, con quell’insaziabilità che hanno i fanciulli di ascoltare i racconti
spaventevoli dei maghi e delle fate.
Avevamo pressochè esaurito tutto il repertorio delle nostre cognizioni su
questa tesi, allorchè un vecchio artista da teatro che tutti noi conosciamo da
tempo – una dalle cariatidi più celebri di quel caffè – si alzò da un tavolo
vicino da cui era stato ascoltando, e venne a prender posto nel nostro circolo.
– Il signore ha ragione, diss’egli, accennandomi col dito. Io non conosco il
giovine di cui egli ha parlato poco fa, e non posso far fede dell’influenza che
gli attribuisce, ma che esistano uomini siffattamente fatali, anzi assai più fatali
di quel giovine, non è cosa da potersi mettere in dubbio. Chi di voi ha sentito
nominare il conte Corrado di Sagrezwitcth?
– Nessuno.
– È strano, giacchè egli si è formato in quasi tutti gli Stati d’Europa e in
molte delle provincie degli Stati Uniti una terribile reputazione. Egli è
considerato come l’uomo più fatale di cui si abbia memoria, la sua presenza
segnala dovunque una sventura immancabile, egli si è trovato sempre sul teatro
delle calamità più terribili, ha assistito ai disastri più spaventosi. Egli si trovava
nell’America del Sud allorchè bruciò la chiesa di S. Jago in cui perirono più di
mille persone; egli viaggiava or fanno due anni sulla ferrovia del Pacifico
allorchè avvenne quello scontro in cui perdettero la vita più di trecento
viaggiatori; egli era a Pietroburgo allorchè rovinò il palazzo del principe di
Jakorliff in cui tante nobili dame e tanti dignitari dello Stato trovarono la
morte. Nelle miniere irlandesi e in quelle di Alstau Moor in Scozia – luoghi
che egli ha spesso visitati – il suo nome non viene ascoltato mai senza
spavento; ogni sua visita ha segnalato qualcuna di quelle catastrofi che sono
tanto frequenti e tanto temute nelle miniere. Il conte di Sagrezwitcth è stato già
parecchie volte in Italia; vuolsi che egli si trovasse a Torino all’epoca della
convenzione allorchè avvennero i fatti luttuosi di settembre, ma nessuno, per
quanto io sappia, ve lo ha veduto.
– E voi lo conoscete?
– L’ho incontrato quattro volte ne’ miei viaggi. Voi sapete che io ho
percorso come artista e come impresario teatrale, quasi tutta l’Europa e una
buona metà del Nuovo Mondo. È forse perciò che ho potuto essere edotto
dell’esistenza di quest’uomo straordinario, e conoscerlo personalmente. La
prima volta che lo vidi fu a Berlino dove esordii nel capolavoro di Mozart
colla parte di D. Giovanni. Lo incontrai poscia in una sala di caffè a Nuova
York, allorchè ferveva ancora in America la guerra di secessione, e
precisamente alla vigilia dell’ultima disfatta dei separatisti, e la terza volta che
mi imbattei con esso fu di nuovo a Berlino....
– E di che paese è egli?
– Alcuni vogliono americano, alcuni polacco. Nessuno ne conosce con
certezza la patria, forse nemmeno il nome. In America si faceva chiamare
coll’appellativo di Duca di Nevers, in Europa conservò sempre il nome di
conte di Sagrezwitcth; i minatori scozzesi lo chiamano l’uomo fatale. Egli
parla correttamente molte lingue, ha le abitudini e i costumi di tutti i paesi che
ha visitato; in Italia è italiano, in Inghilterra è inglese, e in America è
americano modello...
– E che età può avere?
– Mostra cinquant’anni, ma i suoi capelli e la sua barba nerissima non
hanno ancora alcun segno di canizie. È un uomo di statura mezzana, di aspetto
antipatico, benchè le sue fattezze sieno regolari e in qualche modo leggiadre.
Porta quasi sempre nell’inverno un berretto di pelo a foggia di turbante, e suol
vestire volontieri i costumi dei paesi in cui si trova. A giudicarne dallo
sperpero che egli fa ordinariamente del suo danaro, lo si direbbe assai ricco;
nondimeno fu visto parecchie volte alloggiarsi in osterie di second’ordine, e
tenere un regime di vita molto economico. A Nuova York, per esempio, era
bensì alloggiato all’albergo del Fifth-Avenue, quel colosso di marmo che ha
mille e duecento stanze, ma vi occupava un letto della sala di riposo concessa
ai viaggiatori che dispongono di mezzi assai limitati. È fama che egli abbia
coscienza della sua fatalità, e che si compiaccia di esercitarla. Quel suo recarsi
continuo da un capo all’altro del mondo non può essere senza uno scopo. Del
resto si sa che egli non ebbe mai affetti, non amicizie, forse nemmeno
conoscenze, toltene alcune poche e superficialissime. Coloro che ne conoscono
la potenza lo sfuggono per progetto, quelli che la ignorano, per istinto. – Che
vi sieno persone che gli negano questo potere, questa specie di missione arcana
e terribile, riprese egli vedendo che alcuni di noi sorridevano con aria di
incredulità, è cosa naturalissima. Nessuno può provare che le sciagure
avvenute nei luoghi ove egli si è trovato, e negli istanti in cui vi si è trovato,
abbiano avuto una causa nella sua volontà, o in ciò che noi chiamiamo la sua
influenza. Egli è d’altronde un uomo come tutti gli altri; parla, veste, opera
come tutti gli altri; volendo è affabile e gentiluomo, vi è nulla a che opporre;
ma parmi cecità il negare cosa che la maggior parte degli uomini ha ammesso,
il negare perchè non si comprende.
– Noi non neghiamo, gli diss’io, dubitiamo. Ma, a proposito, avete
dimenticato di dirci dove l’avete incontrato la quarta volta.
– Ah! riprese egli un poco rassicurato dalle mie parole. Quest’ultimo
incontro ha una data molto recente. Io lo vidi due mesi or sono a Londra,
allorchè vi bruciò il teatro della regina. Seppi anzi che egli aveva intenzione di
passare presto in Italia, e se egli ha scelto questa stagione per venirvi, vi è
nulla di più probabile che le feste del carnovale lo abbiano condotto a Milano.
– A Milano!
– Sì, e desidererei che lo vedeste. Non so dirvi il motivo di questo
desiderio, pure mi sembra che al solo vederlo potreste comprendere il perchè
di tante cose che io non posso spiegarvi; mi pare che non potreste più dubitare
della verità della mia asserzione. – Osservereste, riprese egli dopo qualche
istante, una cosa assai rimarchevole nel suo abbigliamento, voglio dire la
freschezza e la finezza de’ suoi guanti che egli suole mutare più volte in un sol
giorno, per modo che nessuno l’ha mai veduto a mani scoperte; e un’altra
singolarità non meno notevole nella sua persona, cioè la potenza del suo
sguardo, un non so che di magnetico e di inesplicabile che vi è in lui, e che vi
sforza quasi a guardarlo e a salutarlo vostro malgrado.
– A salutarlo! esclamammo noi sorridendo.
– Sì, a salutarlo.
– Oh! vorrei vederlo!
– Davvero!
– Vorremmo vederlo!
In quell’istante – potevano essere le due dopo mezzanotte – si aperse
l’uscio del caffè, e un uomo pingue e tarchiato entrò nella sala. Al ritratto che
ci era stato delineato poco prima, al berretto di pelo, alle mani calzate da
guanti freschissimi, all’espressione singolare del suo volto, noi non tardammo
a riconoscere in lui l’uomo di cui si era parlato. Allora, o fosse meraviglia, o
fosse confusione di idee prodotta da quella sorpresa, ci alzammo
unanimemente a salutarlo. Egli portò la mano al berretto con atto di cortesia
schietto ma moderato, e si sedette all’altra estremità della stanza.
Io non posso esprimere la confusione, la meraviglia, il dispetto che
s’impadronì di noi in quell’istante. Comprendevamo di esserci mostrati deboli
verso di lui, verso di noi stessi, di esserci mostrati fors’anche ridicoli.
Ciascuno era rimasto assorto in questo pensiero, nè aveva osato riprendere la
parola. Il silenzio aumentava la nostra confusione.
L’incognito chiese una tazza di punch che bevve avidamente. Gettò sulla
guantiera uno scudo d’argento, e respinse al cameriere il residuo del prezzo
della sua bibita. Il cameriere nell’allontanarsi inciampò del piede nell’estremità
della sua sedia e cadde; la guantiera essendogli scivolata di mano, percosse del
volto sui cocci della tazza che si era spezzata, e si ferì in modo che il viso gli si
coperse in un istante di sangue.
A quella vista ci alzammo tutti come mossi da una sola volontà, e uscimmo
a precipizio dalla sala.

*
**
Nei primi giorni della mia residenza a Milano aveva dovuto quasi mio
malgrado, stringere conoscenza con una famiglia, la quale per mediazione di
amici, mi aveva reso anni prima alcuni servigii assai utili. Abitava essa una di
quelle casupole grigie e isolate che fiancheggiano il naviglio dalla parte
occidentale della città – una vecchia casupola a due piani che il tetto sembrava
comprimere e schiacciare l’uno sull’altro come una cappa pesante di piombo,
tanto erano bassi ed angusti. Correvanle tutto all’intorno alcuni assiti neri e
tarlati su cui si arrampicavano delle zucche nane e dei convolvoli malati di
clorosi.
Un setificio vicino l’avvolgeva notte e giorno in un’atmosfera di fumo,
l’umido del naviglio aveva prodotto qua e là alcune rifioriture nell’intonaco
esterno delle pareti, e le aveva rivestite di muffa e di piccole pianticelle di
acetosa; nubi di moscherini entravano per la bocca e pel naso al primo
affacciarsi alla finestra; e il cicaleccio, e lo sbattere, e il canticchiare delle
lavandaie che risciacquavano, e sciorinavano su quegli assiti e su quelle
zucche produceva da mattina a sera un baccano continuato e assordante.
Non vi sono forse a Milano cento persone le quali abitino nel centro della
città, e conoscano con esattezza quella parte de’ suoi dintorni. Milano è la
miniatura esatta di una gran città; ha in piccole proporzioni tutto ciò che è
proprio delle grandi capitali. Quel lembo estremo di case che costeggia il
naviglio da Porta Nuova a Porta Ticinese è ciò che è la Marinella a Napoli, ciò
che è il Temple a Parigi, ciò che è Seven-dials a Londra.
Avverso, mezzo per istinto, mezzo per progetto, a conoscere nuove cose e
nuove persone, io ho sempre considerato una conoscenza nuova come un peso
nuovo aggiunto alla mia vita – non aveva avuto però a dolermi di quella. Era
una famiglia di onesti negozianti arrichitasi mediocremente nel commercio, e
venuta ad alloggiare in quella casa solitaria per godervi in pace la piccola
fortuna che aveva raggranellato.
Silvia l’unica erede di quella fortuna, era una delle più splendide bellezze
che io avessi mai veduto, e non aveva che diciasette anni allorchè io la
conobbi. Non era una di quelle beltà fine e delicate che preferiamo spesso alle
beltà robuste – l’amore ha fatto da alcuni anni un gran passo verso lo
spiritualismo – ma la sua bellezza, benchè ineffabilmente serena benchè
fiorente di tutti i vezzi della gioventù e della salute era temperata da qualche
cosa di gentile e di pensieroso che non hanno ordinariamente le bellezze di
questo genere. Nè io potrei dirne di più; ciascuno di noi porta in sè un ideale
diverso di bellezza, e quando si è detto d’una donna: è leggiadra, si è detto
tutto ciò che si può dirne. Un pittore, uno scultore potrebbero darne nella loro
arte un immagine meno incompleta, la letteratura non lo può – le altre arti
parlano ai sensi, la letteratura alle idee. Ho veduto due incisioni di Jubert, due
angeli simboleggiati da due giovinette nude, paffute, rosate, per ciò che è
colorito e pienezza di forme, due vere popolane; eppure l’artista aveva saputo
dare a quei volti tanta spiritualità che incantavano e non si potevano guardare
senza restarne rapiti. Nelle madonne del Carraccio ho osservato lo stesso
contrasto. La bellezza di Silvia era di questo genere, risolveva in certo modo lo
stesso problema – la spiritualità della materia.
Essa era una di quelle anime semplici, pie, modeste che non sanno aver mai
alcun rancore colla vita, ricche di quella cara fatuità che la natura ha
dispensato con tanta larghezza alla donna, felici nell’ordine e nella quiete che
la loro semplicità medesima ha creato intorno ad esse, e che l’assenza delle
loro passioni non può mai turbare.
Durante le mie prime visite, aveva conosciuto in quella famiglia un cugino
di Silvia, certo Davide, giovine maturo e positivo che era giunto da poco a
Milano, e che era stato un tempo interessato negli affari commerciali di quella
casa. Pericoloso come tutti i cugini – non so se parimenti fortunato – non
m’era stato difficile accorgermi che egli amoreggiava la fanciulla. Come tutti
gli altri uomini non era nè bello, nè brutto – la bellezza dell’uomo è una cifra
di cui non si è ancora trovato il valore, anche per la maggior parte delle donne
non è che una cosa insignificante; noi cerchiamo nell’uomo un carattere, le
donne vi cercano semplicemente un uomo – sono esse che hanno creato quel
noto aforismo: un uomo è sempre bello.
Io confesserò che quella scoperta era stata uno dei motivi essenziali che
m’avevano indotto a trascurare la conoscenza di quella famiglia. Io non aveva
posto occhio nè sulla dote, nè sulla bellezza di Silvia, ma aveva compreso che
l’amore di Davide che io credeva corrisposto mi poneva d’innanzi a lui in una
certa quale inferiorità di cui mi sentiva umiliato. In ogni uomo che avvicina
una donna si suppone il desiderio di corteggiarla; in due uomini che
l’avvicinano a un tempo si suppone quasi il dovere di lottare per ottenerne la
preferenza. Almeno la società ed il cuore umano hanno ancora di tali
pregiudizii: abbiamo mutato vocaboli, ma non abbiamo mutato cose e
passioni: presso ogni circolo di donne vi è ancora una piccola corte d’amore
intima dove si combatte ad armi cortesi per l’affetto di una dama preferita. E
poi io mi sono sempre sentito sì meschino dinnanzi ad un uomo positivo, che
non mi bastò mai l’animo di impegnarmi in una lotta qualunque con un nemico
siffatto. Che cosa è egli un dotto, un letterato, un sapiente al confronto di ciò
che noi chiamiamo un uomo di mondo? È pur poca cosa l’ingegno! Come gli
uomini ignoranti, col loro buon senso borghese, grossolano, triviale ci
avanzano nella scienza e nella pratica delle cose! Noi non facciamo che
inciampare come fanciulli a tutti i più piccoli scogli della vita!
Questa coscienza della mia inferiorità aveva dunque reso meno frequenti le
mie visite – io ho ora nella stessa città in cui abito conoscenza di famiglie che
mi reco a visitare ogni tre o quattro anni, come tornassi da un viaggio di
circonvoluzione attorno al globo – e più tardi, morto il padre di Silvia, che era
delle persone della famiglia quella cui era più specialmente obbligato, ne
aveva preso pretesto per troncarle completamente.
Era trascorso così pressochè un anno allorchè, pochi giorni dopo quella
singolare comparsa del conte di Sagrezwitcth al caffè Martini, m’imbattei in
Davide che non aveva più veduto da quel tempo e che mi parve molto mutato.
Egli mi strinse le mani e mi guardò con espressione triste e turbata –
quell’espressione mista di ritegno e di confidenza che hanno coloro i quali
vogliono farvi comprendere di avere un segreto doloroso, e di non volervelo
confidare.
– Non vi si è più veduto in casa di mia cugina, mi diss’egli, la vostra
assenza improvvisa ha prodotto una sorpresa un poco penosa in quella
famiglia. Perchè voi sapete che mia zia aveva molta confidenza in voi, e poi...
si era presa l’abitudine di vedervi. Se sapeste! sono avvenute nuove sciagure in
quella casa; Silvia sta per morire....
– Per morire!
– Sì, la poveretta è travagliata da una malattia di consunzione, una malattia
misteriosa che i medici non sanno nè conoscere nè definire più esattamente,
ma che hanno dichiarata inguaribile. Essa doveva prender marito....
– Voi forse?
– Non io, diss’egli tristamente, un ricco forestiero a cui mi ha posposto, e
pel quale ha concepito una passione di cui non l’avrei mai creduta capace. Essa
doveva sposarlo allorchè cadde malata, e queste nozze, ancorchè le si facciano
ora come credo che abbiano risolto, non potranno aver più alcuna influenza
sulla sua salute. Dubito che la felicità abbia potere di farla vivere più
lungamente, ma ad ogni modo sarà almeno felice per quei pochi istanti di vita
che le rimangono. Sarà felice anche senza di me, aggiunse egli con amarezza.
È facile avvedersi che ella deperisce ogni giorno, e che è impossibile arrestare
il processo di questo deperimento così rapido e così misterioso.
– Come! io dissi, ella sposerà dunque quel giovane ancorchè tanto inferma
come mi dite? Davide scosse la testa con aria di disapprovazione, e rispose:
– Che volete! Hanno deciso così, anzi è lei stessa che ha deciso. Del resto
la sua malattia non è una di quelle che costringono al letto, piuttosto una di
quelle di cui diciamo: si muore in piedi. Ma perchè non venite a vederci? Son
certo che mia zia ne avrebbe gran piacere, e anche Silvia.
– Ci andate ora?
– Ora.
Mi accompagnai con esso. Potevano essere le dieci di sera quando
ponemmo piede in quella casa. La zia di Davide, una buona vecchia – la
vecchiaia e l’infanzia si toccano, i vecchi sono sempre buoni come i fanciulli –
mi accolse con gioia schietta e cordiale, ma temperata da un poco di
rimprovero e di mestizia.
– Ci troverete molto mutati, mi diss’ella. Voi non venite più nella casa di
un tempo... La povera Silvia.... – E s’interruppe un istante come per
soffermarsi sul pensiero di quella sventura – ma passate in questa stanza, la
rivedrete voi stesso, ciò le farà piacere; e vi presenterò anche a mio genero.
Entrammo nella camera vicina.
Silvia era seduta sopra una sedia a bracciuoli, una gran seggiola a rotelle,
tutta imbottita e tapezzata di velluto turchino; e presso a lei, sopra una seggiola
più bassa il giovane sconosciuto che io aveva veduto al corso e al teatro. Egli
aveva avvicinata la sua sedia a quella della fanciulla in modo da poter posare il
capo sullo stesso bracciuolo su cui ella posava il braccio; e Silvia aveva
inclinata la sua testa su quella del giovane con atto di tenerezza commovente.
Dio! quanto mutata! Appena era possibile riconoscerla. Quella fanciulla che
io aveva veduto sì robusta, sì serena, sì vivace non era più che un’ombra del
passato, non aveva più che un riflesso pallido e incerto della sua bellezza di un
tempo. Non che la sua antica avvenenza fosse del tutto svanita, ma si era
alterata; era ora un’avvenenza diversa, era la bellezza di un fiore sbocciato
all’ombra, di un frutto maturato precocemente perchè roso dal tarlo. Il volto
del giovine era pallido, ma quello di Silvia era bianco, più bianco dell’abito
lungo e vaporoso che avvolgeva la sua persona, se non che gli zigomi delle
guancie un po’ asciutte erano leggermente rosati, ma senza sfumatura come se
vi fossero state sovrapposte due foglie di rosa già scolorite. I suoi capelli
avevano quel lucido morto che hanno ordinariamente i capelli degli infermi, e
pendevano, non sciolti ma scomposti, sulla testa del giovine che la stava
guardando con espressione di pietà inesprimibile.
Il pallore di lui, benchè estremo, non era di quel genere che danno le
malattie, ma di quello che dà l’abitudine del pensiero e del dolore. Egli era
ancora più bello di quanto mi fosse sembrato al teatro – e questa volta aveva
potuto giudicarne davvicino – bello di una beltà più femminile che maschia,
ma ad ogni modo assai bello. I suoi capelli biondi e quasi dorati facevano uno
strano contrasto così confusi colle treccie nerissime della fanciulla. Io non
aveva veduto mai un gruppo così stupendo, un quadro d’amore più spirituale e
più puro.
I due amanti si riscossero allo stridere che fece l’uscio nell’aprirsi – essi
erano soli nella sala.
– Guarda, Silvia, disse dolcemente la vecchia tenendomi per mano, guarda
chi ci ha ricondotto tuo cugino.
E rivolgendosi allo sconosciuto ed a me, pronunciò prima il mio nome, poi
quello del giovine che disse essere il barone di Saternez nativo di Pilsen in
Boemia.
Ci inchinammo scambievolmente. Egli mi guardò con uno sguardo sì dolce
che io gli porsi la mia mano quasi senza avvertirlo.
Scambiate alcune parole, la vecchia, forse per lasciar soli i due giovani, mi
trasse presso di sè in un angolo opposto della stanza.
– Che ve ne pare di mio genero? mi chiese ella. E continuò senza aspettare
la mia risposta: – un giovine a dovere, sapete, un giovine ricco come il mare;
se vedeste i regali che ha fatto alla Silvia!... E poi, di che famiglia! Baroni, e
dei più illustri di Boemia. Egli ha dovuto emigrare per affari di politica, credo
che volesse far annettere la Boemia al granducato di Sassonia, figuratevi!, Ma
tanto era lo stesso, oramai egli non aveva più interesse a restare nel suo paese,
giacchè era rimasto solo di tutta la sua famiglia. E guardate che bel giovine;
non vi offendete – e mi guardò come per interrogarmi, io sorrisi – non vi
offendete, ma non credo che ve ne sia al mondo un altro come quello. E
pensare... La vecchia s’interruppe come colpita improvvisamente da un triste
pensiero.
– Povera Silvia! riprese ella dopo qualche istante. Voi l’avete veduta prima
d’oggi, vi ricordate come era! E adesso! Guardatela. Non sono più di quattro
mesi che essa ha incominciato a deperire così; fu dal giorno in cui mio genero
è entrato la prima volta nella nostra casa. Ora che avrebbe potuto essere così
felice; essa che lo ama tanto, che ne è tanto amata! Ditemi, vi pare che potrà
guarire?
– Non vi è pur luogo a dubitarne, io risposi tanto per riconfortarla. Silvia
era vissuta finora sì ritirata; sì quieta, sì calma che questo disordine insolito ne’
suoi affetti ha gettato un po’ di turbamento anche nella sua salute. Ma tutto
sarà finito quando ogni cosa sarà rientrata in uno stato normale, quando essi
saranno marito e moglie. A proposito, ho sentito da vostro nipote che ciò deve
avvenire assai presto.
– Fra otto giorni, disse la vecchia, e spero che in quella circostanza sarete
dei nostri. Son essi che hanno voluto così, e i medici non l’hanno disapprovato.
Silvia è ancora abbastanza forte per sopportare il moto della carrozza fino alla
Chiesa; d’altronde ne siamo a due passi. – Sarà una festa un po’ triste,
aggiunse ella stringendomi la mano, ma voi non rifiuterete di prendervi parte.
La ringraziai, e l’assicurai che vi sarei venuto. Passai tutto il rimanente di
quella sera agitato da pensieri strani e tumultuosi, diviso tra la simpatia
irresistibile che mi inspirava il fidanzato di Silvia, e la ripugnanza che faceva
nascere in me l’idea di quella missione fatale che pareva esercitare. Giacchè
non v’era più dubbio; quel giovine sì bello, sì dolce, sì attraente spargeva
d’intorno a sè la desolazione e la sventura, lasciava delle traccie spaventose
sulla sua via. Tutti gli esseri che egli prediligeva soccombevano a questa
influenza; il fanciullo delle maschere, la signora del teatro, Silvia, quella stessa
Silvia già così bella, così spensierita, così fiorente facevano fede di questo suo
potere terribile. E ne fosse egli o no consapevole, questo potere non era meno
reale e meno funesto; era dovere e pietà il prevenirne le vittime, il sottrarle
all’influenza incomprensibile di quell’uomo.
Uscii da quella casa verso mezzanotte. Davide mi accompagnava. Il mio
cuore era pieno. Ci avviammo senza profferir parola verso i bastioni.
La notte era fredda ma asciutta; gli ippocastani colle loro corteccie nere, coi
loro fusti alti e slanciati parevano spettri di alberi; il cielo, come avviene nelle
notti serene d’inverno, scintillava di miriadi di stelle. Non tardai ad avvedermi
che anche l’animo del mio compagno era profondamente turbato.
– Sediamoci, gli dissi accennandogli un sedile di pietra, devo rivelarvi
alcune cose che riguardano vostra cugina.
E gli narrai distesamente tuttociò che aveva osservato a proposito del
barone di Saternez, non gli nascosi i miei sospetti, gli parlai del conte di
Sagrezwitcth e dell’incontro che ne avevamo fatto al caffè Martini, e conchiusi
consigliandolo ad adoperarsi per scongiurare la sventura che minacciava quella
casa.
– Vi ringrazio, mi rispose egli dopo avermi ascoltato con molta attenzione;
quelle nozze non si faranno, ve ne do la mia parola. Ho potuto esitare fin ora,
ma adesso...
– E come intendete di opporvivi?
– Non so, vedrete. E aggiunse con voce terribile: no, quelle nozze non si
faranno. Io, io stesso le renderò impossibili... perchè... esse non devono farsi.
Perchè son io che dovea godere di quella felicità, perchè io lo detesto
quell’uomo, perchè è lui che mi ha rapito l’amore di Silvia... perchè io l’odio!

*
**

Al domani mattina Davide venne per tempo a trovarmi in mia casa. Egli era
calmo, ma di quella calma fredda e convulsa che si distende come un velo sulle
fattezze quando la riflessione ha già concentrato tutta la lotta nel cuore. E delle
tempeste del cuore umano come di quelle dell’Oceano: le meno apparenti sono
le più profonde.
– Vengo, egli mi disse, a chiedervi alcune notizie riguardo alle rivelazioni
che mi avete fatto ier sera. Ci ho pensato tutta notte e non ho chiuso occhio;
avrei d’uopo sapere ove abita il conte di Sagrezwitcth, e s’egli è tuttora a
Milano. Voi forse potete dirmelo.
– Non lo so, io risposi meravigliato. Ma che! intendereste forse di andarlo a
visitare? E a che scopo?
– Voi mi avete parlato, riprese egli, dell’influenza funesta che esercitano
questi due uomini, egli ed il barone di Saternez, e del potere che hanno di
compiere il male per altre vie che non sia dato di farlo a noi, ne sieno essi o no
consapevoli. Il conte, mi avete detto possiederebbe in maggior grado questo
potere. Ora qualunque sieno le cause di questa influenza, qualunque ne sia la
natura, se essa esiste, se essa non è pari in ciascuno di loro, avete pensato alle
conseguenze che risulterebbero dall’urto di queste due forze, dall’incontro di
questi due uomini fatali? Ponetemeli l’uno di fronte all’altro, e se l’esistenza di
questo potere è verace, l’uno dovrà distruggere l’altro, la disparità delle forze
cagionerà lo squilibrio; la sconfitta del più debole è inevitabile.
– È un trovato abbastanza specioso, io dissi, voi avreste dunque pensato....
– Di fare in modo che il conte di Sagrezwitcth venga a trovarsi alla
presenza del mio rivale.
– E avreste in animo di parlare a quel conte?
– Solo che potessi rinvenirlo. Mi era recato perciò da voi, e sono afflitto
che non possiate darmi le indicazioni che mi abbisognano. – Ma lo troverò, lo
troverò continuò egli con risolutezza. Non vi sono a Milano che pochi alberghi
eleganti, nei quali egli possa aver preso alloggio, li girerò tutti, domanderò di
lui a tutte le porte, e se egli o qui ancora, o se è partito da poco, non dispero di
mettermi sulle sue tracce.
Ciò detto Davide uscì con precipitazione dalla stanza, prima che la mia
maraviglia e la mia titubanza tra lo incorraggiarlo o il distoglierlo da quel
progetto mi avessero permesso di articolar una parola.
Passai tutto quel giorno in un’inquietudine mortale.
Alla notte, e ad ora assai tarda, ricevetti da Davide una lettera così
concepita:
«Io parto in questo momento per Genova, d’onde raggiungerò la mia
famiglia in un piccolo villaggio del litorale. È da lungo tempo che meditava
questo progetto senza mai sapermi risolvere. Gli avvenimenti già compiuti e
quelli che stanno per compiersi m’hanno fatto prendere finalmente questa
decisione. Non ho voluto rimanere qui perchè nè la pietà mi distogliesse dalla
mia vendetta – se pure io ho il potere di arrestarla – nè la vista del suo
compimento, qualunque ella sia per essere, mi opprimesse di rimorsi che non
debbo avere; sento il bisogno di dirvi tutto ciò che ho fatto per la salvezza di
Silvia. In questo tentativo non vi era egoismo; il suo cuore non mi apparteneva
più, nè io voleva pretendervi ancora; io non voleva che la sua felicità. Il
disinteresse mio apparirà più sincero dalla rinuncia che farò alla mano di mia
cugina, anche allorquando il suo cuore sarà libero e la sua gioventù rifiorita.
Non posso dirvi di più. Ho trovato il conte di Sagrezwitcth e gli ho parlato.
Quei due uomini si conoscono. Io non ho alcuna parte in ciò che sta per
succedere; ricordatelo bene. Io non poteva nè prevedere, nè arrestare gli
avvenimenti che dovranno compiersi; è la mano della fatalità, che li aveva
preparati. Io non ne sono stato che uno strumento: ho avvicinato due uomini
che dovevano rimanere lontani, ecco tutta la mia responsabilità; ed è l’amore
di Silvia che mi ha indotto ad assumerne il peso. Che questa mia
giustificazione non sfugga dalla vostra memoria! Mi è impossibile spiegarmi
maggiormente. Distruggete subito questa lettera.»
Non mai nella mia vita mi era trovato avvolto in una trama più triste e più
complicata. Quali erano i bisogni di Davide? che cosa gli aveva detto il conte
di Sagrezwitcth? come poteva egli parlarmi con tanta sicurezza di una vendetta
che doveva compiersi senza di lui? e perchè era egli partito? Anche la salvezza
di Silvia, se tal cosa era ancora possibile, non mi confortava della mia
dispiacenza di aver confidato a Davide il segreto del barone di Saternez, e di
averlo messo nella possibilità di vendicarsene. Io era in dovere di rimediare, se
lo poteva, al male che aveva fatto. Non mancavano più che sette giorni
all’epoca fissata per le nozze, e questa vendetta, il cui scopo era d’impedirle,
avrebbe dovuto compiersi in quell’intervallo di tempo.
Risolsi di recarmi a visitare il giovane barone, e secondo ciò che egli
avrebbe risposto alle mie insinuazioni, confidargli interamente, o lasciargli
sospettare il pericolo che lo minacciava. Distrussi la lettera di Davide: e
valendomi dell’indirizzo che egli mi aveva dato del suo rivale, mi recai tosto
alla sua casa.
Il barone di Saternez non si mostrò punto meravigliato di vedermi; mi porse
la mano con atto di affetto più che di semplice cortesia, e disse: vi aspettava.
– Come! esclamai io sorpreso, voi conoscete dunque lo scopo della mia
visita?
– Sì, diss’egli. E dopo un istante di silenzio rispose sorridendo d’un sorriso
violento: – io non sono soltanto un uomo pericoloso, sono anche un abile
fisionomista. Quando vi ho veduto ieri l’altro per la prima volta, ho indovinato
che il vostro cuore era buono, e che se aveste potuto fallire per debolezza o per
fine di bene, non avreste indugiato a dolervi delle conseguenze dei vostri
errori, e a tentare di ripararvi. In seguito alla visita del vostro amico, il conte di
Sagrezwitcth è stato qui due ore or sono. Era dunque naturale che io vi
aspettassi.
Io chinai il capo e tacqui:
Egli riprese dopo un nuovo istante di silenzio:
– Non vi affliggete di ciò che avete fatto, non rimproverate a Davide i mali
che ha preparato. Ciò che avverrà doveva avvenire. Voi non siete stati che un
mezzo nelle mani della fatalità. I sentimenti che vi hanno mossi a prevenire le
mie opere sono lodevoli, benchè forse infruttuosi: non ho l’ingiustizia di
disconoscerlo. Quell’uomo ed io ci conoscevamo da tempo, fors’anche ci
cercavamo. – Egli pronunciò in modo più inarcato queste parole – Tra me e lui
corrono dei rapporti che la natura od il caso hanno posto quasi per dileggio, dei
rapporti terribili che un segreto mi vieta di rivelarvi. Il nostro incontro era
inevitabile perchè era predestinato. Era necessario che uno di noi due dovesse
sparire, perchè due elementi contrarii non possono incontrarsi senza lottare;
non possono percorrere la stessa via, camminare l’uno a fianco dell’altro, come
non avessero che una virtù comune ad esercitare, una missione comune a
compiere. Che cosa avreste potuto voi soli sulla mia vita? Voi avete avuto
ragione di fare ciò che avete fatto. È la fortuna che vi ha diretti. Era tempo!
S’interruppe, e riprese dopo un altro momento di silenzio in cui io non
aveva osato parlare:
– Guardatemi! voi vedete in me un uomo come tutti gli altri, forse
apparentemente migliore degli altri; la mia persona non inspira alcuna
ripugnanza, il mio viso, i miei modi quella parte dell’anima che la natura ha
posto sulle nostre fattezze come per rivelarne le virtù celate nel cuore, non
hanno nulla di odioso, nulla che non sia umano, che non sia dolce, che non sia
forse anche attraente. Ebbene, questo giovine che avreste giudicato innocuo, di
cui avreste forse ambita l’amicizia non conoscendolo, ha sparso la rovina e la
desolazione d’intorno a sè, ha ucciso le persone che lo amavano, ha
attraversato la vita e la felicità di tutti coloro che lo conobbero e che lo ebbero
caro. Perchè.... sì, voi avete indovinato, voi avete afferrato il suo segreto.
Costui, questo miserabile, proseguì egli con crescente esaltazione, non ha
avuto finora la virtù di rinunciare ad una esistenza che ne aveva già reso tante
infelici; ed ecco la sua colpa. Egli era nato per il bene. La natura gliene aveva
posta l’immagine d’innanzi agli occhi come un’ideale brillante, come una meta
soave e luminosa. Egli avrebbe voluto amare, beneficare, gioire della felicità
che avrebbe sparso d’intorno a sè, gettare delle corone sulle teste di tutti gli
uomini.... e un destino crudele, tremendo, ineluttabile lo condannava a
compiere il male, a schiacciare sotto il peso della sua fatalità tutti quegli esseri
buoni ed affettuosi che lo circondavano.
Tacque, e si coperse il volto colle mani.
– Calmatevi, io dissi, se voi avete questo potere, ne esagerate per certo il
valore.
Egli sorrise come per mostrare di compatire al mio dubbio, e riprese:
– No, non ho esagerato. Converrebbe che voi poteste risalire alle sorgenti
della mia vita per rinvenire le traccie che essa ha lasciato dietro di sè, e
giudicare della loro profondità e della loro estensione. La mia stessa
fanciullezza – l’età in cui tutti sono felici – non fu per me che un periodo di
tristezza e di dolore. Gli esseri che più mi amavano avevano incominciato a
soccombere; i miei fratelli, le mie sorelle, mia madre erano morti; io aveva
incominciato ad avvedermi del vuoto che si faceva intorno a me, e a
comprendere che vi era qualche cosa di fatale nel mio destino. Rimasi solo al
mondo assai presto. Quanto più vedeva dilatarsi il cerchio delle mie relazioni,
dei miei affetti, delle mie simpatie, altrettanto vedeva dilatarsi quel vuoto;
quanto più entrava nella vita, tanto più entrava nell’isolamento. Ho provato il
bisogno dell’amicizia, ho provato la febbre dell’amore.... amici ed amanti
sparivano nell’abisso che io scavava loro ai miei piedi. Incominciai ad essere
assalito da un dubbio spaventoso: era io fatale a tutto ciò che io amava, a tutto
ciò che mi amava? Ritornai sul mio passato, rifeci orma per orma il cammino
della mia esistenza, interrogai tutte le rovine che aveva lasciato dietro di me....
Era vero – bisognava crederlo – era terribilmente vero! Allora mi allontanai
dalla mia patria, errai pel mondo fuggendo e fuggendomi. La sventura che
aveva colpito i miei più cari mi aveva colmato di ricchezze a prezzo della loro
vita; benchè di tali ricchezze io non abbia potuto giovarmi che per me solo,
benchè nessuno abbia mai potuto essere beneficato da me impunemente. Fu
così che vagando di paese in paese io venni a Milano, che fuggendo la folla e
la società per rendermi meno fatale, frequentando i quartieri più modesti e più
remoti, conobbi Silvia, e ne fui preso irresistibilmente, prima che la coscienza
del male che le avrei cagionato, avesse avuto il potere di distogliermi da
quell’affetto. Essa mi corrispose. Io era giovine, io era sventurato, io aveva il
diritto di dare dell’amore e di chiederne; io che non aveva provato mai la
felicità, che non aveva fatto che toglierla altrui senza poterla dare a me stesso,
che aveva dovuto sempre gettarla lontano da me come un frutto amaro e
vietato. Voi sapete il resto. Voi sapete che sono ora minacciato da un pericolo,
e venite per avvertirmene. Ebbene, è troppo tardi – lo scopo della mia vita è
raggiunto. La morte – se essa deve colpirmi non ha per me più nulla di amaro e
di increscevole: io ho realizzata l’estrema delle mie aspirazioni, e sorrido
dell’impotenza di coloro che avrebbero voluto impedirlo.
Egli pronunciò queste parole con una specie di alterezza che diede alla sua
fisionomia già tanto soave un’espressione singolarmente severa.
– Sì, è troppo tardi, continuò egli con entusiasmo; voi avete voluto
impedire le mie nozze; ebbene, sappiatelo, queste nozze non sono più che un
pretesto dinnanzi alla società, che una giustificazione di ciò che l’amore ha già
dato spontaneamente. Silvia fu mia! Che monta che essa abbia a morire? E che
cosa è egli il morire? Ebbe mai l’amore altra aspirazione? Ebbe egli mai altra
ricompensa che questa? O preceduto, o seguito, io invoco ora questa morte che
voi avete voluto prepararmi.
– Oh, non io! esclamai, il cielo mi è testimonio se io ho desiderato e
preparato la vostra morte. Voi dimenticate che io sono qui in questo momento
per avvertirvi di un pericolo, non certo per minacciarvene.
– È vero, rispose egli con dolcezza, perdonate. E mi porse la mano che
ritrasse subito, come avesse temuta di offendermi o di nuocermi con quel
contatto.
Io lo guardai in volto come per interrogarlo. Egli era sì bello, sì sereno, era
tornato sì nobilmente calmo; e v’era qualche cosa di così virile su quel suo
viso di fanciulla, e v’era tanta forza in quella sua stessa debolezza, che io
compresi come una donna avesse potuto accettare il suo amore anche a prezzo
della vita. Ignorava se Silvia avesse conosciuto il segreto di quel giovine, ma
sentiva come anche conoscendolo, il sacrificio della sua esistenza avesse
dovuto apparirle assai misera cosa in confronto della dolcezza di quell’amore.
Egli conosceva forse il potere della sua bellezza, o mi lesse nell’animo,
poichè fece atto di offrirmi una seconda volta la mano, e mi disse:
– Andate, andate, ve ne scongiuro. Voi siete buono, voi potreste sentire
forse un poco di simpatia per me, e io potrei pagare d’ingratitudine il servigio
che avete voluto rendermi colla vostra visita. È il mio destino!...
– E sia pur tale, interruppi, io non lo temo. – E afferrai la sua mano che mi
strinsi al cuore. – Io vi aveva giudicato diverso, io aveva voluto impedire una
sventura; fu tutta mia la colpa.
– Non vi torturate con questo pensiero, disse egli. Non sono io colui che
potrà credere alla libertà delle azioni umane – l’arbitrio è una menzogna – la
volontà non è che la prescienza di un atto già preordinato; essa non ha alcun
peso sulla bilancia su cui si librano tutte le cose della vita – sulla bilancia del
destino.
Io crollai il capo con espressione di dubbio. Egli osservò quell’atto e
riprese:
– No, io non tenterò alcuna via per allontanare da me quel pericolo;
sarebbe inutile. Ad ogni modo vi ringrazio.
– Vi rivedrò ancora? io chiesi, quasi dubitoso di lasciarlo così fermo in quel
proposito.
Egli sorrise con espressione di gratitudine, e disse: – quando vorrete, a
domani?
– A domani.
Ometto il racconto delle mie relazioni col barone di Saternez durante quei
sette giorni che precedettero le sue nozze. Fu per esse che io potei formarmi
un’idea meno inesatta del suo carattere, quantunque non mi fosse mai dato di
penetrare nel segreto della sua vita, più di quanto non mi fosse stato possibile
nel nostro primo incontro. Aveva nondimeno conosciuto tanto di lui da potermi
formare una convinzione a suo riguardo. Egli era indubbiamente onesto,
indubbiamente buono. Ho conosciuto pochi uomini che presentassero nella
loro indole una mistura di debolezza e di forza più singolare – intendo quella
debolezza che sta nella sensibilità, nell’attitudine a ricevere potentemente le
impressioni, non nella fiacchezza del carattere. Era scettico di mente e credente
di cuore: la sventura non lo aveva prostrato, ma lo aveva reso vecchio anzi
tempo, per modo che compariva giovine o vecchio a intervalli, secondo
l’impulso interno che riceveva dalle sue passioni. E benchè sembrasse
naturalmente espansivo, come tutti i buoni, non lo era; che forse quel tristo
potere di cui si credeva dotato l’aveva ammaestrato a nascondere e a
dissimulare; nè mai da quei giorno, per quanto mostrasse di avermi caro, rialzò
quel velo che si distendeva sul suo passato, e di cui mi aveva sollevato un
lembo in quel primo momento di espansione.
Mi era sembrato in quei giorni che la sua indole non fosse così malinconica,
come lo aveva giudicato dapprincipio, ma mi era poi avveduto facilmente che
vi era qualche cosa di violento, di forzato, di convulso nella sua gioia, e che
egli viveva sotto l’apprensione di un pensiero che lo riempiva di terrore.
Passava dagli eccessi dell’ilarità, agli eccessi della tristezza; spesso pareva
calmo, e affettava una serenità d’animo che non sentiva. Ma ciò era per Silvia.
Essa lo amava con quella specie di cecità che non vede nulla.
Aveva fatto in quei giorni con me lunghe passeggiate, e mi aveva fatto
osservare nella campagna alcune prospettive e alcuni effetti di luce e di neve
che sarebbero sfuggiti ad una mente nè poetica, nè osservatrice. Non mostrava
di temere il pericolo di cui gli aveva parlato, e non ne fece meco alcun cenno,
ma impallidiva visibilmente nel sentir pronunciare il nome del conte. Una
notte – mancavano due soli giorni agli sponsali – fui sorpreso nell’incontrarlo
in compagnia del conte di Sagrezwitcth lungo un viottolo oscuro e remoto.
Tenni lor dietro, ma non giunsi a comprendere una sola parola del loro dialogo
vivace ed animato. Essi parlavano una lingua che io non conosceva; e mi parve
dal gesto e dall’imperiosità della voce del conte, che questi insistesse in una
domanda, cui l’altro si ostinava a rifiutarsi di accondiscendere.
Da quella notte apparve evidente che egli tentava stordirsi, con ogni mezzo
possibile, da qualche grande affanno. Egli aveva incominciato a chiedere al
vino la dimenticanza di questo dolore segreto, e nel giorno seguente lo aveva
ricondotto a casa io stesso in uno stato di ebbrezza assai grave.
Ma abbrevierò la mia narrazione.
Il giorno delle nozze era giunto, e le nozze stesse si erano compiute senza
che fosse sorto alcun ostacolo ad impedirle. Una festicciuola di famiglia aveva
luogo in quella sera; i congiunti e le amiche della sposa erano intervenuti in
gran numero.
Silvia era raggiante; il barone di Saternez era così giovanilmente felice, che
io mi rallegrava con me stesso della vanità delle minaccie di Davide, e
fors’anche di quella della pretesa influenza del giovine, a cui era tentato di
cessare di credere. Parevami che la prospettiva d’una felicità così grande
avrebbe dovuto restituire la salute alla fanciulla, e distruggere in lui quel potere
terribile e misterioso di cui si credeva dotato.
Era trascorsa già la mezzanotte, e io pensava, seduto in un angolo della sala,
alla possibilità di questo avvenire dei due giovani, allorchè sentii pronunciare
presso di me il nome del duca di Nevers; e mi ricordai tosto essere questo il
nome che il conte di Sagrezwitcth aveva portato spesso in America. Trasalii e
mi rivolsi. Un servo era entrato nella stanza, e aveva presentato allo sposo un
biglietto di visita su cui era impresso quel nome sormontato da una corona di
duca. Quello strano visitatore doveva parlar subito al barone di Saternez, e lo
attendeva sotto l’atrio della casa.
– È cosa d’un istante, disse il giovine senza manifestare la benchè menoma
emozione. Infatti.... io aveva bisogno di parlare a quell’uomo. Sarò di ritorno
tra pochi minuti.
Strinse la mano a Silvia, e discese. Nell’aprirsi dell’uscio mi parve
d’intravvedere nel fondo dell’atrio il conte di Sagrezwitcth, ma non potrei
asserirlo. La persona che si era fatta annunciare col nome di duca di Nevers
portava però, come disse in seguito il servo che lo vide, un berretto di pelo
assai grande, e guanti di capretto d’una bianchezza irreprensibile.
Lo si attese tutta la notte – una notte fredda e piovviginosa di marzo – ma
indarno. Io rinuncio a descrivere la desolazione di quella famiglia; sarebbe
compito superiore alla parola. Al domani si leggeva nelle cronache dei
giornali: «Un giovine straniero domiciliato da qualche tempo nella nostra città,
ove era giunto con passaporto falso sotto il nome di barone Saternez, boemo;
ma il cui vero nome è Gustavo dei conti di Sagrezwitcth, polacco, fu trovato
stamane morto dietro i bastioni di Porta Tanaglia, con un coltello immerso nel
cuore. Non si conoscono finora nè le circostanze, nè gli autori di questo
assassinio.»
Ora quali erano i legami che congiungevano quelle due persone e quei due
nomi? Quale era il vero nome di ciascuno di quei due uomini? Lo aveva uno di
essi usurpato all’altro, o lo portavano entrambi? E il duca di Nevers! Era
questo veramente il casato di Sagrezwitcth che aveva asserito di conoscere il
giovine, e col quale costui aveva detto di avere alcuni rapporti che non poteva
rivelare? È un’enimma che nè io, nè alcuno di coloro a cui ho raccontato
questa storia ha potuto mai decifrare.
Del resto Silvia guarì – fosse caso, fosse natura del male, guarì; benchè le
piaghe del suo cuore non si sieno mai rimarginate. La sua famiglia ha venduto
quella casa grigia e ammuffita che abitava qui, e si è domiciliata in un piccolo
villaggio della Brianza. L’uomo conosciuto sotto il nome di conte di
Sagrezwitcth non fu mai più visto a Milano. Di Davide non seppi più nulla.
Sono scorsi due anni dalla data di questo avvenimento, e nessuna luce fu
fatta su questo delitto.
Iginio Ugo Tarchetti

LA LETTERA U
(Manoscritto d’un pazzo)

(da: Racconti fantastici, Milano, Treves, 1869)

U! U!
Ho io scritto questa lettera terribile, questa vocale spaventosa? L’ho io
delineata esattamente? L’ho io tracciata in tutta la sua esattezza tremenda, co’
suoi profili fatali, colle sue due punte detestate, colla sua curva abborrita? Ho
io ben vergata questa lettera, il cui suono mi fa rabbrividire, la cui vista mi
riempie di terrore?
Sì, io l’ho scritta.
Ed eccovela ancora:

Eccola un’altra volta

Guardatela, affissatela bene – non tremate, non impallidite – abbiate il


coraggio di sostenerne la vista, di osservarne tutte le parti, di esaminarne tutti i
dettagli, di vincere tutto l’orrore che v’ispira.... Questo U!... questo segno
fatale, questa lettera abborrita, questa vocale tremenda!
E l’avete ora veduta?... Ma che dico?... Chi di voi non l’ha veduta, non l’ha
scritta, non l’ha pronunciata le mille volte? – Lo so; ma io vi domanderò bensì:
chi di voi l’ha esaminata? chi l’ha analizzata, chi ne ha studiato la forma,
l’espressione, l’influenza? Chi ne ha fatto l’oggetto delle sue indagini, delle
sue occupazioni, delle sue veglie? Chi vi ha posato sopra il suo pensiero per
tutti gli anni della sua vita?
Perché.... voi non vedete in questo segno che una lettera mite, innocua come
le altre; perchè l’abitudine vi ci ha resi indifferenti; perchè la vostra apatia vi
ha distolto dallo studiarne più accuratamente i caratteri.... ma io.... Se voi
sapeste ciò che io ho veduto!… se voi sapeste ciò che io vedo in questa vocale!

E consideratela ora meco.


Guardatela bene, guardatela attentamente, spassionatamente, fissi!
E così, che ne dite?
Quella linea che si curva e s’inforca – quelle delle due punte che vi
guardano immobili, che si guardano immobili – quelle delle due lineette che ne
troncano inesorabilmente, terribilmente le cime – quell’arco inferiore, sul
quale la lettera oscilla e si dondola sogghignando – e nell’interno quel nero,
quel vuoto, quell’orribile vuoto che si affaccia dall’apertura delle due aste, e si
ricongiunge e si perde nell’infinità dello spazio....
Ma ciò è ancor nulla, Coraggio!
Raddoppiate la vostra potenza d’intuizione; gettatevi uno sguardo più
indagatore.
Partite da una delle due punte, seguite la curva esterna, discendete,
avvicinatevi all’arco, passatevi sotto, risalite, raggiungete la punta opposta....
Che cosa avete veduto?
Attendete!
Compite adesso un viaggio a rovescio. Discendete lungo le linea interna –
discendetevi con coraggio, con energia – raggiungete il fondo, arrestatevi,
fermatevi un istante, esaminatelo attentamente; poi risalite fino alla punta
d’onde eravate partito dapprima...
Tremate? Impallidite?
Non basta ancora!
Posatevi un istante sulle due linee che ne tagliano le punte; andate dall’una
all’altra; poi guardate l’assieme della lettera, guardatela d’un sol colpo
d’occhio, esaminatene tutti i profili, afferratene tutta l’espressione.... e ditemi
se non siete paralizzati, se non siete vinti, se non siete annichiliti da quella
vista?!?!
Ecco.
Io vi scrivo qui tutte le vocali:
aeiou

Le vedete? Sono queste?

aeiou
Ebbene?!
Ma non basta il vederle.
Sentiamone ora il suono.
A. – L’espressione della sincerità, della schiettezza, d’una sorpresa lieve ma
dolce.
E – La gentilezza, la tenerezza espressa tutta in un suono.
I – Che gioia! Che gioia viva e profonda!
O – Che sorpresa! che meraviglia! ma che sorpresa grata! Che schiettezza
rozza, ma maschia in quella lettera!
Sentite ora l’U. Pronunciatelo. Traetelo fuori dai precordii più profondi, ma
pronunciatelo bene: U! uh!! uhh!!! uhhh!!!!
Non rabbrividite? non tremate a questo suono? Non vi sentite il ruggito
della fiera, il lamento che emette il dolore, tutte le voci della natura soffrente e
agitata? Non comprendete che vi è qualche cosa d’infernale, di profondo, di
tenebroso in quel suono?
Dio! che lettera terribile! che vocale spaventosa!!

Vi voglio raccontare la mia vita.


Voglio che sappiate in che modo questa lettera mi ha trascinato ad una
colpa, e ad una pena ignominiosa e immeritata.
Io nacqui predestinato. Una terribile condanna pesava sopra di me fino dal
primo giorno della mia esistenza: il mio nome conteneva un U. Da ciò tutte le
sventure della mia vita.
A sette anni fui avviato alle scuole.
Un istinto, di cui ignorava ancora le cause, mi impediva di apprendere
quella lettera, di scriverla: ogni volta che mi si facevano leggere le vocali mi
arrestava, mio malgrado, d’innanzi all’U; mi veniva meno la voce, un panico
indescrivibile s’impossessava di me – io non poteva pronunciare quella vocale!
Scriverla? era peggio! La mia mano sicura nel vergare le altre, diventava
convulsa e tremante allorchè mi accingeva a scrivere questa. Ora le aste erano
troppo convergenti, ora troppo divergenti; ora formavano un V diritto, ora un V
capovolto; non poteva tracciare in nessun modo la curva, e spesso non riusciva
che a formare una linea serpeggiante e confusa.
Il maestro mi dava del quadrello sulle dita – io m’inacerbiva e piangeva.
Aveva dodici anni, allorchè un giorno vidi scritto sulla lavagna un U
colossale, così:
U

Io stava seduto di fronte alla lavagna. Quella vocale era lì, e pareva
guardarmi, pareva affissarmi e sfidarmi. Non so qual coraggio mi nascesse
improvvisamente nel cuore: certo il tempo della rivelazione era giunto! Quella
lettera ed io eravamo nemici; accettai la sfida, mi posi il capo tra le mani e
incominciai a guardarla.... Passai alcune ore in quella contemplazione. Fu
allora che io compresi tutto, che io vidi tutto ciò che vi ho ora detto, o tentato
almeno di dirvi, giacchè il dirvelo esattamente è impossibile. Io indovinai le
ragioni della mia ripugnanza, del mio odio; e progettai una guerra mortale a
quella lettera.
Incominciai col togliere quanti libri poteva a’ miei compagni, e cancellarvi
tutti gli U che mi venivano sott’occhio. Non era che il principio della mia
vendetta. Fui cacciato dalle scuole.
Vi ritornai tuttavia più tardi. Il mio maestro si chiamava Aurelio Tubuni.
Tre U!! Io lo abborriva per questo, Un giorno scrissi sulla lavagna: Morte
all’U! Egli attribuì a sè medesimo quella minaccia. Fui ricacciato.
Ottenni ancora di tornarvi una terza volta. Presentai allora, come lavoro di
esame, un progetto relativo all’abolizione di questa vocale, alla sua espulsione
dalle lettere dell’alfabeto.
Non fui compreso. Fui tacciato di follia. I miei compagni, conosciuta così la
mia avversione a quella vocale, incominciarono contro di me una guerra
terribile. Io vedeva, io trovava degli U da tutte le parti: essi ne scrivevano
dappertutto: sui miei libri, sulle pareti, sui banchi, sulla lavagna – i miei
quaderni, le mie carte ne erano ripieni; nè io poteva difendermi da questa
persecuzione sanguinosa ed atroce.
Un giorno trovai nella mia saccoccia una cartolina, su cui ne era scritta una
lunga fila in questo modo infernale, così:

UUUUUUUU

Divenni furente! La vista di tutti quegli U disposti in questa guisa, collocati


con questa gradazione tremenda, mi trasse di senno. Sentii salirmi il sangue
alle tempia, sconvolgersi la mia ragione.... Corsi alla scuola; ed afferrato alla
gola uno de’ miei compagni, l’avrei per fermo soffocato, se non mi fosse stato
tolto di mano.
Era la prima colpa a cui mi trascinava quella vocale!
Mi fu impedito di continuare i miei studii.
Allora incominciai a vivere da solo, a pensare, a meditare, ad operare da
solo. Entrai in una nuova sfera di osservazioni, in una sfera più elevata, più
attiva: studiai i rapporti che legavano ai destini dell’umanità questa lettera
fatale; ne trovai tutte le fila, ne scopersi tutte le cause, ne indovinai tutte le
leggi; e scrissi ed elaborai, in cinque lunghi anni di fatica, un lavoro
voluminoso, nel quale mi proponeva di dimostrare come tutte le umane
calamità non procedessero da altre cause che dall’esistenza dell’U, e dall’uso
che ne facciamo nella scritturazione e nel linguaggio; e come fosse possibile il
sopprimerlo, e rimediare, e prevenire i mali che ci minaccia.
Lo credereste? non trovai mezzo di dare alla luce la mia opera. La società
ricusava da me quel rimedio che solo potava ancora guarirla.
A venti anni mi accesi d’amore per una fanciulla, e ne fui riamato. Essa era
divinamente buona, divinamente bella: ci amammo al solo vederci; e quando
potei parlarle, le chiesi:
– Come vi chiamate?
– Ulrica!
– Ulrica! U. Un U! Era una cosa orribile. Come sottomettermi alla violenza
atroce, continua di quella vocale? Il mio amore era tutto per me, ma
nondimeno trovai la forza di rinunziarvi. Abbandonai Ulrica.
Tentai di guarirmi con un altro affetto. Diedi il mio cuore ad un altra
fanciulla. Lo credereste? Seppi più tardi che si chiamava Giulia. Mi divisi
anche da quella.
Ebbi un terzo amore. L’esperienza mi aveva reso cauto: m’informai del suo
nome prima di darle il mio cuore.
Si chiamava Annetta. Finalmente! Apparecchiammo per le nozze, tutto era
combinato, stabilito, allorchè, nell’esaminare il suo certificato di nascita,
scopersi con orrore che il suo nome di Annetta, non era che un vezzeggiativo,
un abbreviativo di Susanna, Susannetta, e oltre ciò – inorridite! aveva cinque
altri nomi di battesimo: Postumia, Uria, Umberta, Giuditta e Lucia.
Immaginate se io mi sentissi rabbrividire nel leggere quei nomi! – lacerai
sull’istante il contratto nuziale, rinfacciai a quel mostro di perfidia il suo
tradimento feroce, e mi allontanai per sempre da quella casa. Il cielo mi aveva
ancora salvato.
Ma ohimè! io non poteva più amare, la mia affettività era esaurita, prostrata
da tanti esperimenti terribili. Il caso mi condusse ad Ulrica; le memorie del
mio primo amore si ridestarono, la mia passione si raccese più viva.... Volli
rinunciare ancora al suo affetto, alla felicità che mi riprometteva da questo
affetto.... ma non ne ebbi la forza – ci sposammo.
Da quell’istante incominciò la mia lotta.
Io non poteva tollerare che essa portasse un U nel suo nome, non poteva
chiamarla con quella parola. Mia moglie!... la mia compagna, la donna amata
da me.... portare un U nel suo nome!... Essa che aveva già fatto un acquisto
così tremendo nel mio, perchè io pure ne aveva uno nel mio casato!
Era impossibile!
Un giorno le dissi:
– Mia buona amica, vedi quanto quest’U è terribile! rinunciavi, abbrevia o
muta il tuo nome!... te ne scongiuro!
Essa non rispose, e sorrise.
Un’altra volta le dissi:
– Ulrica, il tuo nome mi è insopportabile.... esso mi fa male.... esso mi
uccide! Rinunciavi.
Mia moglie sorrideva ancora, l’ingrata! sorrideva!,..
Una notte mi sentii invaso da non so qual furore: aveva avuto un sogno
affannoso.... Un U gigantesco postosi sul mio petto mi abbracciava colle sue
aste immense, flessuose.... mi stringeva.... mi opprimeva, mi opprimeva.... Io
balzai furioso dal letto: afferrai la grossa canna di giunco, corsi da un notajo, e
gli dissi:
– Venite, venite meco sull’istante a redigere un atto formale di rinuncia....
Quel miserabile si opponeva. Lo trascinai meco, lo trascinai al letto di mia
moglie.
Essa dormiva; io la svegliai aspramente e le dissi:
– Ulrica, rinuncia al tuo nome, all’U detestabile del tuo nome!
Mia moglie mi guardava fissamente, e taceva.
– Rinuncia, io le replicai con voce terribile, rinuncia a quell’U... rinuncia al
tuo nome abborrito!!....
Essa mi guardava ancora, e taceva!
Il suo silenzio, il suo rifiuto mi trassero di senno: mi avventai sopra di lei, e
la percossi col mio bastone.
Fui arrestato, e chiamato a render conto di questa violenza.
I giudici assolvendomi, mi condannarono ad una pena più atroce, alla
detenzione in questo Ospizio di pazzi.
Io pazzo! Sciagurati! Pazzo! perchè ho scoperto il segreto dei loro destini!
dell’avversità dei loro destini! perchè ho tentato di migliorarli?.... Ingrati!
Sì, io sento che questa ingratitudine mi ucciderà: lasciato qui solo, inerme!
faccia a faccia col mio nemico, con questo U detestato che io vedo ogni ora,
ogni istante, nel sonno, nella veglia, in tutti gli oggetti che mi circondano,
sento che dovrò finalmente soccombere.
Sia.
Non temo la morte: l’affretto come il termine unico de’ miei mali.
Sarei stato felice se avessi potuto beneficare l’umanità persuadendola a
sopprimere quella vocale; se essa non avesse esistito mai, o se io non ne avessi
conosciuto i misteri.
Era stabilito altrimenti! Forse la mia sventura sarà un utile ammaestramento
agli uomini; forse il mio esempio li spronerà ad imitarmi....
Che io lo speri!
Che la mia morte preceda di pochi giorni l’epoca della loro grande
emancipazione, dell’emancipazione dall’U, dell’emancipazione da questa
terribile vocale!!!

*
**

L’infelice che vergò queste linee, morì nel manicomio di Milano l’11
settembre 1865.
Iginio Ugo Tarchetti BOUVARD
BOUVARD
(da: Amori nell'arte: racconti musicali,
Milano, Treves, 1869)
A m ... w ith a ll d e fo rm ity ’e d u ll, d e a d ly
D ia c o n ra g in g w e ig h t upcm m e , lik e a
[m o u n ta in ,
I n fe e lin g , o n m y h e a r t a s o n m y
[s h o u ld e rs
A h a te f u l a n d u n s lg h tly m o le -h ill to
T h e e y e s of h a p p ie r m e n ...
B yron, The Deformed Transformed.

Bouvard ! Chi era Bouvard?


Forse taluno de’ miei lettori tenterà ancora, non in ­
darno, di far rivivere nel suo cuore le memorie vaghe
e lontane che vanno annesse a quel nome; forse ricor­
derà tuttavia ima storia misteriosa che ha per lungo
tratto agitato le giovani fantasie di quei tempi, e rice­
vuto da tutte le anime sensibili un omaggio di pietà e
di afietto.
Io stesso mi arrovello di richiamarmi alla mente le
circostanze di questo racconto pietoso, come le memorie
lontane dell’infanzia, come le visioni fantastiche di un
sogno -— bello e fuggevole ,com ’esso, severo e malin­
conico come tutto ciò che ha creato il sentimento e
l ’amore.
Yi furono alcune vite che la natura aveva destinate
alla pubblicità, alcune intelligenze che il cielo voleva
collocate nella luce per dirigervi le masse come ad un
faro luminoso, e tuttavia quelle vite si spensero igno­
rate nel mistero, quelle intelligenze si consumarono sde­
gnose nelle tenebre. — Esistono due forze nella natura? —
la forza positiva che crea e predestina, e la forza
negativa che reagisce e distrugge? Domandatelo all’uo­
mo, domandatelo al segreto della sua vita intima, do­
mandatelo al genio sventurato !
Bouvard fu un genio sventurato. Il suo nome tra­
montò cosi rapido come l’astro precoce della sera; la
sua vita fu il passaggio di una meteora abbagliante che

630 Igin o Ugo T archetti


si spegne a metà della sua curva, e s’invola ^.gli occhi
meravigliati che la mirarono.
Io non tesserò qui un racconto immaginato: scriverò
la storia di un uomo che ha sofferto, la storia di una
vita la cui azione si concentrò tutta nel dolore, la cui
catastrofe ha colmato di orrore e di pietà tutti gli animi
generosi che la conobbero. —“ Scrivo per me stesso,
scrivo per dare alle memorie della mia gioventù la du­
rata della mia esistenza, per riserbarmi negli anni del­
l’aridità il conforto ineffabile delle lagrime.
Chi non ha visitato il paese della Savoia, il suo suolo
a sbalzi, le sue valli ripiene di nebbie e le sue monta­
gne di pini e di granito, non conosce quel punto della
terra dove la natura ha riposto il segreto della sua ma­
linconia. Sulle montagne di Crest-Voland gli uccelli
hanno una voce più dolce, il rigogolo canta nelle siepi
con delle note tristissime, e v i ha in tutto il territorio
del Ciablese ima specie di reattino i1), il cui grido appena
sensibile si assomiglia al lamento di un moribondo.
Lungo i ciglioni delle montagne, le rive tappezzate di
viole bianche che la superstizione ha collocato tra i
fiori di cimitero, spiccano, come nastri candidi ondeg­
gianti, su quel verde cupo delle eriche, ove delle folate
di farfalle grigie aleggiano intorno a quei cespugli a
migliaia.
Bouvard nacque in quel luogo, nacque in una ca­
panna: suo padre suonava la gironda e faceva bal­
lare una marmotta nera della valle di Champagneux.
— Fu un triste acquisto quello che la famiglia di Bou­
vard aveya fatto colla nascita di questo fanciullo: in
fattoVegliJera rachitico e infermiccio; la deformità lo ave­
va segHSto colle sue tracce ributtanti, e non gli aveva la­
sciato nulla di regolare, nulla di attraente nel viso, nulla
di vago nell’occhio e nella voce: parea che la natura
lo avesse per metà ripudiato non consentendogli che la
pura fruizione della vita?
A sette anni, Bouvard cominciò ad avvedersi della de-

0) Scricciolo.

T u tte le opere 631


risione chp gli fruttava la sua deformità, e si senti tra­
fitto nel cuore, immaginando e indovinando forse il
destino di tutta la sua esistenza^ Le) prime avversità
dell’infanzia lo fecero inclinare alla ineditazione e all’iso­
lamento; e forse dovette a questa sventura precoce lo
sviluppo straordinario della sua sensibilità, fors’anche il
suo genio medesimo; — che, se il dolore crea o modi­
fica i grandi ingegni (e la sventura nei sommi è causa
e non accidente od effetto) la sua azione debb’essere più
efficace nei primi anni della vita, quando la società non
ci ha ancora armato il cuore di punte per schermircene,
e lo spirito vergine e puro ritiene le impronte incan­
cellabili della natura.
Egli era costretto a separarsi da’ suoi compagni, e
si assideva la sera lungo le rive dell’Isère a veder scor­
rere le acque e tramontare il sole dietro la foresta di
Gresy.
« Com’è bello il sole ! — aveva detto una volta a sé
stesso Bouvard — come sono belle queste farfalle e
questi uccelli che fanno qui il loro nido! Ecco un
magnifico fiore di giglio; quale precisione in tutte le sue
parti, quale esattezza nella disposizione delle sue foglie,
quale flessibilità meravigliosa nel suo stelo !» — E nel
chinarsi a raccoglierlo, aveva intraveduto la sua im ­
magine nella superficie trasparente del fiume — la sua
immagine brutta, laida, ributtante... Bouvard sedette
sopra la riva e pianse lungamente con abbandono. Egli
avrebbe almeno desiderato un cuore, cui confidare il
segreto delle sue prime sofferenze; e forse la tenerezza
melanconica di sua madre aveva compreso quanto te ­
soro di affetti si rinchiudesse nell’animo delicato di quel
fanciullo, forse nella madre avrebbe trovato un’amica,
ma quell’amica doveva essergli presto rapita; — a dieci
anni Bouvard era rimasto solo nel mondo.
Un giorno suo padre gli aveva detto: —- Mio caro fi­
gliuolo, tu hai dieci anni compiuti, e quantunque tu sia
alquanto malaticcio e la tua figura non sia per verità
delle migliori, le tue forze sono ora abbastanza svilup­
pate, e puoi bastare, d’ora in avanti, a te stesso: io

632 Ig in o TJgo T archetti


conto di andare nella Francia, ed è tempo che noi ci
separiamo; prenditi la mia marmotta e la mia gironda,
è assai più di quello che io potrei darti, ma il cielo com­
penserà almeno colla tua fortuna il sacrificio generoso
di tuo padre. v
Bouvard prese la via di Bonneville, e dormi la prima
notte in un canneto lungo la riva del torrente. Era una
bella notte di agosto, egli non aveva veduto mai tante
stelle, né inteso cosi bene quel rumorio che fanno le
locuste nelle stoppie, e quei mille suoni soavi e ineffa­
bili che producono le foglie in una notte serena di estate.
Parve a Bouvard di sentire in sé stesso qualche cosa
di inusitato: egli non aveva sonno, egli non aveva
paura, non stanchezza, non disagio, si sentiva calmo e
tranquillo — un sentimento infinito di benessere gl’in-
fondeva per tutte le fibre una dolcezza non mai provata
fino allora: era pensieroso ad un tempo e sereno.
— Sentiamo —- diss’egli— è ben questo un grillo
che canta; perché canta egli questo grillo?... e che cosa
fanno lassù tutti quei luminari che il buon Dio accende
tutte le sere?... e queste piante?... e questo usignuolo
che sento gorgheggiare da lontano? In verità, io non
avevo mai osservato che ci fossero tante belle cose nel
cielo, e che i grilli cantassero di notte cosi dolcemente.
Oh ! egli deve essere pur buono il Signore se ha creato
tante cose meravigliose.
Bouvard cadde in una profonda meditazione; egli
pensò a sua madre e alla sua capanna, e a quel mondo
sconosciuto nel quale stava per entrare cosi fanciullo:
— a poco a poco i suoi sensi si assopirono —- egli porse
attenzione a tutta quell’armonia malinconica che blan­
diva il suo orecchio come la nenia d’un bambino, a
quel fremito degli steli, a quel susurro degli insetti,
a quel lamento delle acque, alla voce del vento e delle
foglie: la sua anima acquistava una strana sensibilità,
il suo udito una potenza di sensazione ineffabile: —•
egli distinse le note più delicate, i tuoni più melo­
diosi, le cadenze più dolci; e gli parve d’aver indovi­
nato il segreto della grande musica della natura. Egli

T u tte le opere 633


prese la sua gironda e suonò una vecchia aria lamen­
tevole che aveva ascoltata un tempo da suo padre: —
non vi era nulla di più semplice di quella musica, nulla
di più monotono di quel suono; ma pure egli vi trovò
tanta dolcezza che i suoi occhi si riempirono di lacrime,
e quando ebbe finito, si avvide che stava inginocchiato
pregando.
Fu una grande rivelazione quella che la natura aveva
fatto in quel momento a Bouvard: egli aveva compreso
di essere artista; per una potenza straordinaria di intui­
zione, egli aveva presvelato il mistero di tutta ima
vita. Una fiducia illimitata di sé stesso, un’avidità irresi­
stibile dell’avvenire agitarono da quell’istante il suo
cuore: — egli si sentiva superbo di sé, superbo della
sua arte divina, egli comprendeva bene che non aveva
ancor nulla conseguito, ma che avrebbe tutto conseguito
col tempo.
Bouvard si addormentò che era assai tardi, e sognò
degli angeli e dei fiori, la sua capanna e le sue mon­
tagne, le rondini bianche dell’Isère, e le sue rive fiorite
di ranuncoli... egli sognava ancora, quando si senti bat­
tere sulle spalle, e nello svegliarsi vide due uomini se­
duti presso di lui, e di cui uno era intento a guardarlo.
— Piccino mio — gli disse costui che pareva il più
anziano — tu stai, a quanto mi pare, guadagnando male
il tuo pane con questa brutta marmotta e con questo
cattivo strumento, e sei pur molto giovane per andar­
tene cosi solo nel mondo: io ti darò bene un compagno,
eccoti qui il mio amico Jeanin, dal quale devo separarmi
oggi stesso: egli è una persona di distinzione e non ha
che un piccolo difetto, una menda di nessuna impor­
tanza per l ’arte sua: è cieco da tutti e due gli occhi,
ma ci vede bene colla mente, e ci sente meglio colle
orecchie, ché non è già uno stordito il mio amico Jea­
nin, e ti farà toccare delle buone monete col suo v io ­
lino. Veramente il tuo viso non mi fa troppo l’elogio di
tua madre, ma tu hai l’aria di un buon fanciullo, e il
cielo ti sarà grato se farai una buona compagnia al mio
amico. Suvvia, sciogli subito il laccio a questa tua mar­

634 Igin o Ugo T archetti


motta scodata, ché non va bene tentare la tua fortuna
con questa patente di povertà, porgi la mano al tuo
compagno, e vattene alla buon’ora, ché io devo trovarmi
per ¿nezzogiorno sulla via di Villa?., lungo il canale.
(Bouvard considerò questo avvenimento come un fa-
vor<5“straordinario della fortuna, e gli parve pure che vi
fosse qualche cosa di dolce nella missione di carità e di
amore che il cielo pareva affidargli coll’alleanza inaspet­
tata di quel cieco.
Egli non si era ingannato.
Sette anni dopo, si leggeva sui giornali di Ginevra:
« Bouvard, il celebre suonatore di violino, darà que­
sta sera un’accademia musicale nel nostro teatro. L’in­
gegno straordinario di questo giovane artista, e la fama
universale che lo precede, ci esimono dall’aggiungere
per lui alcuna parola di elogio e di raccomandazione ».

* * *

Rivediamo ora Bouvard nella seconda fase della sua


vita — Bouvard, non più il piccolo savoiardo, ma
l’uomo di mondo, il giovane elegante, l’artista straordi­
nario.
Quali saranno ora le sue passioni, il suo cuore?
Il lago di Lemano giace calmo e tranquillo, il cielo è
sereno e stellato, e la luna si riflette nelle sue onde. È
una di quelle notti di silenzio e di amore, in cui tutto
ciò che vi ha nel creato si agita e vive di questo sen­
timento. Che dice il susurro del vento che increspa leg­
germente le acque? che dicono le acque al vento? —
Perché le migliaia di foglie di quell’albero tremolano
mormorando tra di loro? La goccia di rugiada che di­
scende dal cielo a collocarsi nel calice vagheggiato del
fiore, per quale attrazione ha saputo percorrere la sua
via verso di lui, nel vasto universo che l’ha creata?
Porgiamo attenzione a questo linguaggio degli enti sco­
nosciuto agli umani. iToi v ’intendiamo il bisbiglio del­
l’insetto che compie le sue nozze fra i petali profumati

T u tte le opere 635


della rosa; il ronzio della farfalla notturna che aleggia
intorno alla sua compagna nel suo nido di foglie e di
seta; la voce dello zeffiro che prepara la fecondazione
misteriosa de’ fiori; il fremito delle alghe che si curva­
no ad accarezzare le onde fuggevoli del torrente; il
linguaggio segreto delle stelle, il mormorio degli steli
e delle gemme, i baci delle fronde, i numeri infiniti
che svelano nella natura il sentimento universale e pre­
potente della vita, l ’amore.
Ma quanti sono tra gli uomini che intendano questo
linguaggio? E non è l’uomo tra tutte le creature la sola
che abbia spesso prostituito l’amore e sagrifìcato sull’al­
tare dell’egoismo questo celeste sentimento? Non chie­
dete all’uomo dell’amore, non gliene domandate che
un’ombra — un’ardita apparenza che finge, che asse­
risce, che giura... Vi fu un tempo in cui gli uomini si
amavano, prima che la famiglia, fanciulla vergine e pura,
toltasi dalle foreste e dalle capanne per venirne a nozze
colla società, non s’incontrasse per via coll’oro, garzone
petulante e avventuriere che le fece violenza; e da quello
sconcio nacque l’egoismo, mostro scellerato e insaziabile,
che divora gli affetti nati da lui stesso, come Saturno
divorava un tempo i suoi figliuoli.
Pure, a quella guisa che védiamo, tra le cento brac­
cia inaridite d’un albero fulminato, sopravvivere talora
un ramo solo e rivestirsi di fiori cosi leggiadri, che mai
quell’albero ne aveva dato di tali nella pienezza della
sua gioventù, e della sua primavera; non altrimenti
l ’amore sbandito dal seno dell’umanità, si è rifuggito
nel petto di pochi uomini che lo custodirono nel se­
greto del loro cuore. Domandate a costoro come si
ami, cosa si speri dall’amore, domandate loro se
si può amare impunemente. — Oh! la gioventù è se­
vera, e la società non lo è meno nelle sue leggi... ev i­
tate dunque la lotta, insozzate la vostra anima, e get­
tatele ai piedi la vostra corona di rose, prima che essa
ve la strappi dal capo per collocarvi il suo serto di spine
e di cipresso.
Sulla superfìcie tranquilla del lago si culla legger­

6 36 Igin o Ugo T archetti


mente una barca abbandonata — i due remi che le
pendono dai fianchi imprimono nelle onde due solchi
paralleli d’argento che si riempiono, e si rinnovano
senza sparire e senza lasciare alcuna traccia di sé —-
emblema della vita — . Perocché, chi crede che l’avve­
nire esista? chi crede che esista il passato? Il presente
soltanto esiste, ed è quel punto impercettibile che li
riunisce: il tempo è una catena che si snoda dall’abisso
del futuro, e si riaccoglie nella voragine del passato. Ma
forse la parte che sparve tornerà a ricomparire? — il
serpente che si morde la coda — . Chi sa se il tempo tra­
scorso non ritorni colle sue circostanze di luoghi e di
avvenimenti? Le leggi che governano le evoluzioni degli
astri e dei mondi, perché non governeranno altresì
le evoluzioni del tempo? Tutto parte da un solo principio
di vita: piccoli mondi in un gran mondo, piccole esistenze
in una grande esistenza... oh! si, — il tempo ritorna, o
l’eternità non sarebbe che un vaneggiamento dei mortali.
— E puossi concepire l’idea dell’eternità ove v i ha qual­
che cosa che muore?
Forse sono tali i pensieri che agitano la mente di
Bouvard seduto con abbandono nella sua barca. Bou­
vard, cosi giovane, incomincia a provar quella malattia-
di cuore che nasce dalle speranze deluse, e che si ali­
menta nella solitudine degli affetti.
Le prime pagine del libro della vita contengono rac­
conti deliziosi, profezie e presagi di felicità senza fine,
ma le pagine di mezzo ne preparano al disinganno, le
ultime alla rassegnazione; e spesso si butta il libro, e
non si vive che delle memorie di ciò che si lesse. Bou­
vard ha fatto ciò che tu tti gli infelici hanno fatto:
— ha divorato le prime pagine con isdegno, ed ora si
riposa sconsolato a mezzo del libro. Ma egli non le lesse,
no, quelle pagine, le ha indovinate: — egli non ha ac­
celerato il suo disinganno, ma lo ha prevenuto, egli
non ha trovato nei piaceri dell’esistenza che una pro­
stituzione indegna della nostra natura, un mondo fitti-
zio che ci sfugge, e pure ci accarezza, una menzogna
che ci degrada e pure ci alimenta... Quale è infatti

T u tte le opere 637


l’epoca della vita che si rimpiange? Quali i giorni in cui
osammo chiamarci felici? La gioventù... E pure l’età
che l’ha seguita che ne ha fatto conoscere gli errori, ci
ha snudato quel mondo apparente e menzognero de’
suoi colori fatui e abbaglianti, ci ha mostrato la vanità di
quelle passioni, la piccolezza di quelle gioie, la nullità
di quei piaceri, il ridicolo di quelle aspirazioni, la sor­
gente crudele di quei sogni, che ci promettevano godi­
menti infiniti nella vita virile. Ma se noi abbiamo cono­
sciuto quell’inganno a profitto della verità, perché
oseremo rammaricarne?
Certo una condanna crudele pesa tuttavia sui nostri
capi: ovunque l ’albero della scienza dilata i suoi rami,
e alletta gli uomini a raccoglierne i frutti proibiti,
sembra rinnovarsi la sentenza terribile che il cielo
fulminò sui nostri padri: ogni passo che l’umanità ha
fatto finora sulla via della verità e del progresso, ha
segnato un punto di allontanamento dalla via della sua
felicità e del suo perfezionamento morale. Avviene del­
l’individuo ciò che avviene delle nazioni, avviene delle
vite parziali ciò che avviene dell’esistenza delle masse.
La gioventù sfugge colle sue gioie a quegli uomini, cui
uno sviluppo precoce dell’intelligenza e l’abitudine fa­
tale della meditazione hanno svelato troppo presto la
grande nullità della vita, e insegnato che la verità è
un fantasma nudo, che la nostra sola avidità di raggiun­
gerlo lo riveste di colori abbaglianti e di forme celesti,
e che non le rimane che un solo conforto disperato
— quello che ritrae da sé stessa.
Bouvard non ha che diciannove anni, e già ha trasvo­
lato collo sguardo su tutto l’oceano tempestoso del­
l ’esistenza: egli vi scorge la gloria, la fama, l’agia­
tezza, la vita elegante e fragorosa, tutte onde clementi
che sembrano assicurargli un posto tranquillo e sicuro;
ma non è là ch’egli desidera di riposarsi, egli vaneggia
un altro lido lontano e insperato... oserà egli nominarlo?
oserà dirlo a sé stesso? Bouvard desidera un affetto, un
affetto ardente come la sua anima, com’esso infinito, un
amore di cui saziarsi o morire.

638 Igin o Ugo T arch etti


Egli era nato per amare. —- Vi sono delle vite che
non furono mai che una rivelazione continua, incessante
di questo sentimento. — Bouvard aveva amato prima
sua madre, e con essa la sua capanna, i fiori e gli uc­
celli delle sue montagne, poi la sua marmotta da cui
si era diviso con delle lacrime, poi il suo cieco com­
pagno e i poveri villaggi della Savoia che aveva per­
corso con esso.
Egli è a lui sopratutto che aveva rivolto per molti
anni le sue cure pietose e il suo affetto. Quel vecchio
gli aveva tenuto luogo di un mondo: vi aveva tro­
vato la severa tenerezza del padre, e la confidente espan­
sione dell’amico. Il povero Jeanin era stato un tempo un
artista conosciuto, poi amareggiato dal livore dei cattivi,
poi ingratamente obliato, e aveva voluto fare di Bou­
vard un allievo destinato a rivendicare il suo genio.
Egli è altresì a quell’esempio che il giovinetto aveva
piegato il suo cuore ad una tenerezza infinita, ad una
sensibilità senza conforto, ad una generosità d’animo
troppo grande e troppo spesso vilipesa dagli uomini.
Nelle loro peregrinazioni per quelle campagne essi ama­
vano talora di dormire nelle notti d’estate a cielo sco­
perto, e d’inspirarsi alla musica della natura; — e se
entravano qualche volta nei villaggi, non era che per
farvi intendere quell’armonia che ne avevano attinta,
come un’emanazione improvvisa del loro genio, come
un tributo dovuto a quegli uomini che li soccorrevano
nei bisogni della loro vita materiale. Compiuta la loro
missione, essi ritornavano ai loro campi, e spesso
Bouvard conduceva il suo compagno ad assidersi lungo
le rive dei torrenti, o in quei seni remoti delle valli
dove il vento agita continuamente le grandi foglie di
cerri, e dove erano molti usignuoli che cantavano nelle
notti serene fino al mattino.
— Vedi tu il sole? — gli domandava il vecchio qual­
che volta — è egli ancora cosi luminoso; come quando
io lo vedeva nella mia fanciullezza? Dammi la tua mano
lascia ch’io tocchi il tuo viso e i tuoi capelli; che io senta se
le tue fattezze sono quali erano pure le mie in quel tempo.

T u lle le opere 639


Fanciullo com’era, Bouvard dormiva la notte pro­
fondamente, e spesso nel suo sonno l’udiva discorrere
con sé stesso, o pregare. Una notte l’intese suonare cosi
dolcemente, che mai il giovane aveva udita una mu­
sica cosi sublime: — egli pensò che uno di quegli angeli,
di cui gli aveva parlato una volta sua madre, fosse di­
sceso ad apprendergli quell’armonia che si doveva sen­
tire soltanto nel cielo: — poi l’udì gemere e mormo­
rare alcune preghiere, poi non udì più nulla. Si
destò al mattino ch’egli dormiva ancora, attese che
si destasse, indugiando egli, lo scosse!... era morto!
Bouvard pianse alcuni giorni, poi lo seppellì assieme
col suo violino, sotto tre grandi alberi che crescevano
li presso, lungo un torrente che metteva nel Rodano
perché, avendogli egli detto che era del paese di Monté-
limar, pensò che le acque ne avrebbero col tempo re­
stituito il cadavere alla patria.
Fu un nuovo avvenire quello che si aperse allora al
suo sguardo; quantunque modesto, Bouvard aveva la
coscienza del suo genio, egli sentiva di essere artista,
sentiva di poter dare saggio di sé in ben altri luoghi
che non fossero quei poveri villaggi della Savoia. La
speranza di rinvenire suo padre bagattelliere girovago
nella Francia, lo trasse quasi suo malgrado a quel
paese. Entrò nel territorio delia Saona, suonò la prima
volta a Bourg, poi a Màcon, a Moulins, a Eevers; ri­
scosse ovunque degli applausi, ovunque destò l ’ammira­
zione la più insperata, a Melun gli furono gettate delle
corone, e poiché egli si trovava cosi vicino a Parigi,
entrò in quella città, allettato da quella vita fragorosa
e felice nella quale anelava di lanciarsi.
Vi passò quattro anni; —\ il piccolo savoiardo, il po­
vero suonatore di gironda, Wa divenuto un giovane
elegante, un artista ricercato, l ’elemento morale di quelle
grandi riunioni: l’eletta società si contendeva Bouvard
come il genio vivente dell’arte, come una di quelle grandi
individualità della scienza, di cui si ambisce la predile­
zione e la stima.
Fu in quei grandi centri che egli aveva studiato gli

640 Igin o Ugo T archetti


uomini e più di loro sé stesso. Egli avea bene veduto
dovunque delle mani sporte a stringere le sue, dovun­
que aveva ascoltato delle parole di omaggio, egli s’era
accostato alle labbra il veleno melato dell’adulazione;
ma di quell’esistenza fittizia pareva sdegnarsi la sua
anima, e quando volle un cuore., un cuore soltanto,
conobbe cbe v i era un deserto intorno a lui, che l’ami­
cizia rifuggiva da quella vita apparente e simulata, e che
la sua deformità lo condannava all’isolamento del­
l’amore.
Yi furono in tu tti i tempi delle donne che sacrifica­
rono la loro fama alla bellezza disgiunta dal genio — nes­
suna che la sacrificasse al genio disgiunto dalla bellezza.
La donna, questa quintessenza di polvere la più per­
fetta tra le opere della creazione, non nasconde spesso
sotto la maschera irritabile del pudore che le traccie più
delicate della sensualità. Nelle passioni di amore, l’uo­
mo è quasi sempre guidato nella sua scelta dalla virtù,
la donna non lo è mai che dall’avvenenza. Nessuna di
loro ha confortato del suo affetto di amante la vita di
qualche grande sventurato: una tomba recente — la
tomba dell’infelice Leopardi — accusa in faccia all’uma­
nità l’egoismo sensuale della donna.
Bouvard si avvide troppo presto che egli non poteva
sperare dell’amore, e conobbe ad un tempo che questo
bisogno si era talmente inviscerato nella sua natura, che
non avrebbe potuto attutirlo che colla morte. Sdegnato
di quella vita apata e clamorosa ove tutto si tributava
all’apparenza, pensò che la solitudine lo avrebbe collo­
cato in maggiore armonia con sé stesso, pensò che aveva
ancora qualche cosa ad amare, le sue memorie. Egli era
quasi ricco; diede un addio alla vita pubblica, parti
inavvertito e venne pellegrinando alle sue montagne.
Ma quivi pure gli erano riserbate delle disillusioni inat­
tese: tutto era mutato nel campestre teatro della sua
infanzia; le nevi disciolte avevano fatto scoscendere
qua e là gran parte di quelle rupi; i montanari ave­
vano recisa una foresta prediletta di pini dove veniva
a riposarsi nei giorni canicolari dell’agosto, poche pie­

T u tte le opere 641


tre rimanevano della sua capanna ove le lucertole verdi
guizzavano ai raggi del sole, — e come venne alla tomba
del suo amico, trovò che il terreno smosso e inumidito
dalle acque era tutto fiorito di quei ciclamini vermigli
che crescono sulle montagne, e ne raccolse alcuni che
portò seco per tutta la vita, come l’unica reliquia so­
pravvissuta al naufragio della sua felicità e della sua
giovinezza.
( Fu) su quella tomba che egli compose le più belle
melodie che mai il genio della musica avesse saputo
inspirare, come un tributo alla santa memoria dovuta
a quell’uomo che gli aveva appresi i primi erudimenti
dell’arte, svelati i misteri più sublimi dell’armonia.
Ma come nessun uomo è capace di rimanere lunga­
mente infelice, Bouvard pensò che il soggiorno d’una
grande città lo avrebbe distolto dalle sue meditazioni
sconfortanti, e quasi stordito e calmato nel suo dolore.
La fama della Nuova Eloisa — il più bel libro d’amore
che mai sia stato scritto — era ancora diffusa e fiorente
tra la gioventù appassionata di quei tempi; egli aveva
divorato quelle pagine con una specie di febbre e di
delirio; la vita del grande socialista si approssimava
allora al suo tramonto, splendido e maestoso come uno
di quegli astri che si circondano di maggior luce prima
d’involarsi alla vista degli uomini. — Bouvard volle
baciare quelle zolle che avevano data la vita a Gian
Giacomo, e venne a Ginevra.
Ecco come noi lo rivediamo in quella città, nel si­
lenzio di ima notte stellata, solo, abbandonato sopra
una barca in mezzo alle onde tranquille del Lemano.
Che fa? Che medita il giovane in quell’istante?
Vi sono dei periodi di effervescenza nello sviluppo
dello spirito umano, in cui l ’anima si sublima e si ele­
va ad una grandezza smisurata non concepibile che
a sé sola. Che è la parola perché si attenti a manifestare
quegli slanci? Non sono che le piccole passioni, le sensa­
zioni inerenti alla materia quelle che la parola può espri­
mere: ma ciascun uomo ha in sé qualche cosa che non
rivela, che non può rivelare; ciascun uomo è più grande

642 Igin o Ugo T archetti


di quanto lo appaia, di quanto forse lo creda egli stesso.
E che è ciò che noi chiamiamo genio, se non la facoltà
di concepire e di estrinsecare, con quanta maggior
verità è possibile, questa vita profondamente intima e
spirituale dell’uomo?
Bouvard guarda le stelle, il cielo, la superficie immo­
bile del lago, i salici che si curvano sulle rive, i pesci che
guizzano inseguendosi, gli acari fosforescenti che scin­
tillano nelle onde commosse dai remi; e da questo spet­
tacolo svariato attinge delle idee che egli sente, che
egli comprende, ma che non saprebbe pure manifestare
a sé stesso. È il linguaggio arcano che vi ha tra noi e
la natura, e che Iddio non ha concesso all’uomo di
esprimere.
Ma gli occhi del giovine si rivolgono con insistenza
a quei lumi lontani che appaiono sulle rive come tanto
scolte immobili nella notte, a quelle ville disseminate
lungo la spiaggia, a quelle finestre socchiuse e illuminate
che nascondono mille misteri di felicità e di amore.
Sotto ciascuno di quei tetti vi ha una famiglia, vi hanno
dei cuori che si amano, che sperano, che gioiscono, la
cui esistenza non è tutta tessuta di dolore... Oh! sen­
tirsi nati ad amare, possedere un cuore capace di amaro
un universo, e cercare indarno in questo deserto della
vita qualche cosa che risponda a questo appello inces­
sante dell’anima ! sempre indarno ! eternamente indarno !
Bellezza, crudele bellezza! perché fu concesso a te sola
l ’impero assoluto dell’amore? perché sei tu l’unica rive­
lazione, l’unica forma sensibile di questo sentimento?
— Perché, —■esclama Bouvard — perché rinchiudere
la mia anima in questa creazione abortita dalla natura?
Perché darmi questo profilo di Etiope, questo naso da
Ottentotto e questa bocca di Lappone? Poteva la defor­
mità rivestirmi di spoglie più ributtanti? Oh la terri­
bile condanna che associa al bello morale il brutto sen­
sibile, e lo destina a rivelarlo !
Dopo quella notte Bouvard si ammalò, risanò a
stento, parti improvvisamente da Ginevra e venne pel­
legrinando in Italia.

T u tte le opere 643


Vi passò tre anni: fu a Venezia, a Roma, a Firenze,
e finalmente sostò a Napoli, dove, ricco di fama e di
danaro, aveva determinato compiere la sua carriera di
artista nel mistero e nell’isolamento.
La più grande disillusione e la più inattesa lo aveva
colpito in quegli ultimi anni del suo trionfo: egli si
era sdegnato della sua arte; A che crearsi con essa un
mondo ideale e fantastico ché la società gli contendeva
di raggiungere? a che accarezzate i suoi inganni, pal­
liare la sua sventura, eccitare la sua sensibilità, se
gli era nota la vanità di questi rimedi, e se l ’orgo­
glio suo gl’imponeva con insistenza di rifuggirne? A
che profondere quei tesori di armonie, quelle esube­
ranze dell’arte, ad una folla spensierata che lo copriva
di oro, che lo acclamava artista divino, ma a cui avrebbe
chiesto indarno un solo di quegli affetti che egli aveva
eccitato con tanta potenza nei loro cuori? Essi avevano
ammirato in lui l ’artista, non l ’uomo, — il genio, non il
delicato sentire che l’accompagna, non l ’ineffabile mar­
tirio che lo sconta. — Il giovine si senti prostrato, si
senti invaso da uno scoraggiamento che indarno avrebbe
tentato di superare: vivere per sé stesso e a sé stesso;
— obliare — odiare anche — fors’anche odiare; giac­
ché l ’odio può ben contendere la sua voluttà a quella
dell’amore: ecco l ’estrema risoluzione di Bouvard, ecco
il conforto disperato che si riprometteva da questo
disegno.
Si ritrasse allora in una villa remota presso Posillipo,
e visse lungo tempo ignorato. Forse l’oblio avrebbe can­
cellato per sempre il suo nome dalle pagine della fama,
se un avvenimento misterioso non ve lo avesse segnato
con caratteri indelebili, se ima catastrofe di terrore non
avesse rischiarato d’una luce fosca e spaventevole il
tramonto precoce della sua vita.
Bouvard aveva venticinque anni e non aveva amato:
aveva bensì desiderato di amare — aveva vagheggiato
un affetto di donna come si vagheggia l’affetto ideale di
un angelo — lo aveva chiesto al cielo come un forsen­
nato, avrebbe accettato una intera e lunga esistenza di

644 Igin o Ugo T archetti


spasimo per un breve e fuggevole momento di amore.
Oh! a venticinque anni, l’amore non è più una vaga
aspirazione, non è più quel sentimento variabile, inde­
ciso, estesissimo che si sviluppa nella prima giovinezza,
ma è ima nuova sensazione che si comunica a tutto il
nostro essere, che riassume tutte le fila spirituali e fisiche
della nostra esistenza. La vita, quale fu concessa agli
uomini, sta nel giusto equilibrio dello spirito e della
materia, e l’amore vero e potente si libra con essi senza
propendere: ogni affetto che sfugge a queste leggi si
oppone alle leggi della natura. — Egli è a venticinque
anni che si ama la donna, a quindici non si è amato
che l’amore.
Ma se l’anima di Bouvard era delicata e sensibile,
era pure ad un tempo severa. Se egli non poteva discono­
scere la propria deformità, non disconosceva però l ’ele­
vatezza del suo spirito e della sua mente: un affetto
comune era un affetto indegno di lui; egli si sarebbe
consumato nella tremenda solitudine delle sue passioni,
anziché accettare l’amore di una donna che non avesse
saputo comprendere quanti tesori di poesia e di affetti
si celassero nel suo cuore lacerato.
Allo sguardo di chi ama, la virtù non si rivela che
nella bellezza. Il bello ed il buono sembrano partecipare
della stessa natura, accoppiarsi e manifestarsi a vicenda
— si direbbe che il buono è il bello morale, che il bello
è il buono sensibile. Bouvard stesso si era ingannato
come tutti gli uomini fanno: egli non aveva cono­
sciuto come una forza inesplicabile li tenga spesso
disgiunti, e come questa fatale contraddizione si ri­
veli distinta e frequente più che mai nella vacua natura
della donna. Per quanto poco si abbia vissuto nella so­
cietà, o attinto leggieri erudimenti dall’esperienza, si
avrà osservato che le favolose bellezze di ogni tempo si
segnalarono per difetto di merito morale, spesso ancora
per malvagità di cuore o per vizio sfrenato: sono le
bellezze mediocri quelle che annoverano i migliori
caratteri di donna e i più dolci, e forse perché il loro
numero è più diffuso; ma la deformità sfugge da questi

T utte le opere 645


limiti, e accenna quasi sempre a bontà estrema o a mal­
vagità estrema. Bouvard, volendo cercare una virtù,
cercava una bellezza, e la rinvenne.
In una sera d’autunno egli sedeva lungo la riva del
mare, in uno di quei piccoli seni deliziosi che formano
qua e là le acque incavando le rupi che le cingono, e
contemplava il tramonto del sole dietro le scogliere ad­
dentellate di Lacco, quando una barca venne a passare
all’improvviso rasente la spiaggia. Una donna attem ­
pata sedeva a prora leggendo, e poco lungi da lei' una
giovane bellissima stava silenziosa meditando, cogli
occhi rivolti al cielo in atto di abbandono e di rapi­
mento, mentre una mano che cadevale giù come morta
pel fianco della barca, sfiorava colle dita bianchissime
le onde che la cingevano come d’un mobile smaniglio (a) di
perle e di argento. Una vela candidissima gonfia dal
vento, quella luce di paradiso che si riflette dal sole nelle
onde nell’ora del tramonto, e che le onde riversano a
torrenti sulle rive, componevano il fondo di quel quadro
maraviglioso, che passò e sparve dinanzi agli occhi del
giovine, come una creazione istantanea della sua fan­
tasia, come la celeste visione di un sogno. — Quella don­
na non aveva veduto Bouvard, ma lo aveva guardato
— lo aveva lungamente guardato — ; i suoi occhi fissi
ed immobili parevano versare in lui quei sentimenti che
forse nasceano dal pensiero di un essere lontano ed
amato, parevano dirigergli quelle aspirazioni che
erano tutte pel cielo, e che la fanciulla avrebbe indarno
tentato di rivelare alla terra.
Bouvard sapeva di non poter essere amato, ma trop­
po grande era ancora in lui la fede del sacrificio nella
donna, perché non credesse di poterlo essere per com­
passione. Una seduzione credeva egli esistere in lui,
quella della sventura, ed egli vi attribuiva l’onnipotenza
della bellezza. No, egli non è vero che l’amore inspirato
dalla compassione possa generare l’avvilimento in chi
lo riceve: ella è la più orgogliosa, la più nobile e la più

(8) Braccialetto.

646 Igin o TJgo T archetti


durevole delle passioni, forse l’unica che il cielo bene­
dice, e che non si spegne che colla vita, perché soltanto
colla vita si spegne la sventura che l’ha generata.
Bouvard attribuì a sé quello sguardo. — Ella mi
ama — egli disse — ella ha indovinato che io soffro. E po­
trebbe egli, quel viso di angelo, mentire un sentimento che
non fosse di pietà e di tenerezza? Potrebbe ella amare
un felice?... la felicità petulante, scherzevole, menzo­
gnera!... — ,!E poi egli aveva veduto altre volte quella
donna, l ’aveva veduta ne’ suoi sogni, ogni notte, da
diciasette anni: era il genio fantastico della sua arte, la
creazione severa della sua musica, l’ente concretizzato,
vivo, sensibile, palpitante, che egli si era composto
nell’estasi delle sue melodie e delle sue meditazioni.
E invero ciascuno di noi si crea fino dai primi anni
della vita l ’ideale della dorma che vorrebbe amare,
ciascuno di noi crede che esista un’anima sorella, le cui
sembianze, le cui aspirazioni ci sono note, e verso la
quale ci sentiamo attratti, nostro malgrado, per tutta
la vita. Quell’amore che si strugge da sé senza posarsi,
non è che l’incognita attrazione di un essere che la lon­
tananza, che la società e la fortuna ci contendono; e
spesso si vaga di amore in amore senza raggiungerlo,
sempre ansiosi e sempre insoddisfatti, amanti sempre,
e senza mai amare, portando seco fino alla tomba quel
vuoto tremendo che i mille affetti passeggieri dell’esi­
stenza non hanno avuto potere di riempiere.
Quando Bouvard si avvide della sua passione, provò
come imo sbigottimento, come una voluttà che sentiva
del dolore, come una nuova intuizione della vita, a cui
si accoppiava il presagio lontano di quelle sventure che
il cielo gli aveva destinate con quell’affetto. Quella donna
era sparita: l’avrebbe egli riveduta? E dove? E quando?
E rivedendola, si sarebbe ella risovvenuta di lui? l’a­
vrebbe amato? Quell’intervallo di tempo non avrebbe
modificato il sentimento di pietà e di amore che il gio­
vine aveva creduto di leggere nei di lei occhi?
Oh ! quell’istante in cui l’amore si rivela per la prima
volta ad un’anima, è il momento più solenne della vita.

T u tte le opere 647


E qual’è quell’uomo che può averlo dimenticato? Per
quanto numerose sieno state le nostre passioni, per
quanto indegne di noi, nessuno potrà mai obliare quel­
l’istante in cui conobbe per la prima volta di amare. È
lo svelarsi di questo sentimento che segna il principio
della vita morale di ciascun uomo.
Non accenneremo ai cambiamenti avvenuti nelle
abitudini e nel carattere di Bouvard dopo quel giorno.
Egli passò tre mesi senza rivederla: aveva corse e ricor­
se tutte le vie di Napoli come un demente, era stato a
tutti i teatri, aveva frequentati tutti i centri di riunioni
senza avere indizio alcuno di lei e senza quasi sperare
di rinvenirla, quando un mattino la rivide in una car­
rozza elegante che attraversava la via di Chiaja, verso
la Villa. Bouvard non ebbe il tempo di meditare al par­
tito più conveniente cui poteva appigliarsi per raggiun­
gerla: trascinato da una forza irresistibile, l ’insegue alla
corsa... si affatica... resiste... le sta al paro per lungo
tempo: ma già il suo ardore si scema, le sue forze lo
abbandonano, ed egli si arresta sfinito sulla via. Passò
un altro mese: la rivide una seconda volta e collo stesso
esito, la rivide una terza e, ahimè ! pure indarno; ma i
suoi sforzi furono finalmente coronati: egli giunge un
giorno a seguirla fino alla sua dimora. Egli conosce
finalmente il suo soggiorno, il suo nido, quel punto in­
vidiato della terra su cui vive ima donna adorata...,
oh! gioia! — osa chiedere di lei: — si chiama Giulia,
— non ha che diciasette anni, è fanciulla, è ricca, è
felice, e il suo cuore è puro come la sua anima, è libero
come la luce che lo circonda.
Da quel giorno Bouvard divenne audace: ardi spe­
rare di essere amato, ardi meditare di palesarle la sua
passione, e di affrettarne l’opportunità col prestigio
della sua arte e della sua fama. Non andò a lungo che
per esse furono superati quegli ostacoli che gli conten­
devano di avvicinarla, e giunse finalmente quell’istante
si ardentemente anelato, in cui avrebbe potuto inebriar­
si della sua vista e leggere con sicurezza nelle pagine
ignorate del suo destino.

648 Igino Ugo Tarchetti


Giulia apparteneva ad una famiglia patrizia, presso
la quale convenivano il fiore dell’aristocrazia e le cele­
brità più elette nel campo dell’arte e della scienza. Fu
ad una di quelle serate artistiche che Bouvard venne
invitato: egli vi fu accolto con gioia, udito con trasporto,
applaudito con frenetici entusiasmi... ma, oh Dio!
era essa ancora quella Giulia che egli aveva veduto la
prima volta dalla riva del mare nell’ora melanconica del
tramonto?... quella fanciulla si bella, si dolce, si compas­
sionevole, quell’essere gentile e pensieroso che gli era
apparso come una visione di cielo nelle ore tremende del
suo sconforto? Colei, quell’angelo, quella fanciulla ado­
rata, non era più che una donna comune, lieta, incure-
vole, folleggiante, sorridente a tutti quegli esseri fatui
e leggiadri che se ne contendevano l ’affetto; — una crea­
tura della società e del piacere, ricca di gioventù e di
bellezza, baldanzosa perché felice, e felice perché troppo
insensibile, troppo esente da quella infermità di mente
e di cuore, che ci rende pietosi a tutti i mali della so­
cietà, ovunque sieno sentiti, e ci costringe a dividerli.
Forse Bouvard non si era ingannato credendo che la
fanciulla lo avesse riconosciuto, e avesse riso del suo af­
fetto e della sua deformità. Il contegno di Giulia sentiva
troppo della derisione e della noncuranza, perché egli
potesse almeno lusingarsi di non aver tradito il suo se­
greto... quel segreto si dolce, si caro, si lungamente va­
gheggiato, e la cui rivelazione lo opprimeva ora di ros­
sore e di avvilimento. E infatti, quel giovine che aveva
inseguito come un insensato la sua carrozza, che le ave­
va prostituita la sua dignità e il suo orgoglio, che ave­
va preteso in si strana guisa e con si strana insistenza al
suo cuore, era li muto, umiliato, tacitamente deriso... E
che era egli per Giulia?... lui... quell’arpista quasi igno­
rato, perché sdegnoso di ammirazione, quel povero fan­
ciullo della Savoia, quel giovane timido, sofferente, de-
forpae^
(Bouvard comprese troppo tardi come un acceca­
mento fatale lo avesse lusingato di un affetto che la sua
deformità gli rendeva impossibile d’inspirare. La sua

T u tte le opere 649


deformità... essa sola, sempre esBa... quella inesora­
bile condanna, quella terribile distinzione, quel marchio
indelebile della natura, che né l ’arte, né il cuore, né l’in­
gegno avevano avuto potere di distruggere. IJn orri­
bile desiderio balenò allora attraverso alla sua mente
— il desiderio di una deformità più mostruosa, di ima
bruttezza si spaventevole, che, spingendo gli uomini a
rifuggirne, avesse potuto saziare in lui l’avidità ineffa­
bile dell’odio, quella nascente avidità che aveva già
surrogato nel suo animo la prima e nobile aspirazione
dell’amore.
Tale è la vicenda degli affetti, e quelli soltanto che
furono miti e volgari si spengono soventi nell’apatia:
ma niuna via di mezzo è concessa alle grandi passioni,
e l ’odio e l’amore, che ne segnano i due punti culminan­
ti, si alternano nella pienezza del loro vigore senza
mescersi e senza arrestarsi. Egli è tuttora mal deciso
quale sia veramente la più nobile e la più giusta di que­
ste due passioni, poiché l’una ci viene dal cielo e l’al­
tra dalla terra, e l’una predomina nella società e l’al­
tra nella vita privata, ma egli è ben certo che nella
maggior parte degli uomini è l’odio soltanto che finisce
per riempiere quel vuoto, che non ha potuto riempiere
l ’amore. >
Noi non diremo che Bouvard odiasse: la sua vita
avvenire non offri circostanze si palesi da poterlo asse­
rire con sicurezza; forse lo aveva solamente desiderato,
e ciò è desolante nella nostra natura, che i buoni desi­
derino semprt indarno di diventare malvagi, e i malvagi
buoni. Si muore egli dunque quali si è nati? E che è
questa fatale predestinazione che la nostra volontà non
ha potere di distruggere? Bouvard amava ancora Giulia
— per una strana contraddizione dell’anima umana, per
la potenza irresistibile che il bello esercitava sopra di
lui, egli amava ancora quella fanciulla — ma non era
più la Giulia ideale, la creatura celeste, pensante, amo­
revole de’ suoi sogni; egli amava una donna, una
donna viva, folleggiante, voluttuosa, l’immagine palpi­
tante della gioia e del godimento. E perché avrebbe

650 Igin o Ugo T archetti


egli dovuto odiarla? Per quale diritto aveva egli osato
pretendere al sacrificio della sua beltà e del suo cuore?
Se l’idea di tale sacrificio, se il sentimento dell’amore
nobile e disinteressato, dell’affetto isolato dalla materia,
possono essere concepiti sulla terra, essi non sono punto
della terra, e spesso lo svelarsi di questa verità rigetta
per sempre nel fango quelle anime delicate e sensibili
che vi avevano una volta creduto.
La vita di Bouvard si ravvolse da quel giorno in un
mistero cosi imperscrutabile, che noi non potremmo ac­
cennare, neppure per supposizione, ai mutamenti av­
venuti nel suo spirito e nel suo cuore. Non fu che l’ul­
timo istante della sua esistenza, che gettò una luce in­
certa e tetra sul suo passato, e rannodò in qualche guisa
le fila spezzate e disperse del suo destino. Ove egli ab­
bia vissuto e in qual modo, ove esulato, si ignora.
Sparve nella pienezza della sua gioventù e della sua
gloria; il suo soggiorno fu rinvenuto deserto, i suoi
specchi infranti, distrutto ogni oggetto che aveva po­
tuto riflettere a’ suoi occhi la sua immagine: ogni
traccia che egli aveva lasciata di sé, accusava l’esalta­
zione della sua mente, e qualche proposito irremovi­
bile e disperato.
Noi non lo rivedremo più che nell’ultimo giorno della
sua vita.
Quattro anni dopo quest’ultimo avvenimento — in
un mattino profumato di maggio, nella stagione che in­
vita la natura all’amore — si ornavano di gramaglie le
porte di un sontuoso palazzo... Giulia, la ricca, la nobile,
la leggiadra patrizia era morta — morta alla vigilia
delle sue nozze; involata alla terra da una malattia im­
provvisa e crudele, in tutta la pienezza de’ suoi inganni
e della sua fede, in tutto il vigore della sua gioventù
e della sua bellezza.
Allora da una piccola finestra di una soffitta in una
casa di fronte, si affacciò una figura d’uomo, i cui linea­
menti alterati dal dolore si contrassero in un sorriso
amaro o terribile. ■— Quell’uomo era Bouvard — . Il pal­
lore sepolcrale del suo volto, l’incolta abbondanza dei

T u tte le opere 651


■capelli e della barba, lo sguardo immobile e lucido, quel­
l ’espressione tetra e indefinibile di cui la sventura aveva
velate le sue fattezze come d’un velo funerario, rivela­
vano il segreto di quei patimenti intimi e soprannatu­
rali che intessono quaggiù molte vite, e che rifuggono
sempre dalla confidenza e dalla pubblicità, fieri e sde­
gnosi d’ogni umiliante compassione e d’ogni conforto
impossibile. E infatti checché egli avesse sofferto ri­
mase pur sempre un mistero. Amava egli ancora Giulia?
Non aveala obliata in quei quattro anni di separazione?
Era egli sempre vissuto presso di lei? Certo è ch’egli non
abitava quella soffitta che da due mesi, e che la povertà
più desolante era venuta spesso in quei giorni a visitare
la sua modesta dimora d’artista.
Bouvard guardò, vide, lesse la funebre iscrizione, os­
servò il drappo nero che ornava le porte della fanciulla
defunta, lo osservò con una muta indifferenza, senza af­
fliggersi, senza stupirsi: si sarebbe detto che quella
sciagura non gli si palesava inattesa, che egli l’aveva
preveduta, invocata, affrettata forse col desiderio. Certo
il cattivo genio di cui favoleggiano gli uomini non avreb­
be sorriso più tristamente, non avrebbe dimostrata una
compiacenza più malvagia e crudele. Il giovine rinchiuse
la finestra preoccupato da ùn pensiero insistente, da
un’idea fissa, confortevole, lungamente blandita. — Af­
frettiamo — egli disse — affrettiamo il momento ane­
lato... apparecchiamo per le mie nozze — e un istante
dopo, gli ultimi arredi della sua soffitta, i suoi libri, la
sua musica, le ultime reliquie della sua fortuna erano
scomparse. Bouvard aveale mutate in oro e con esso
aveva acquistato dei fiori.
La stagione erane feconda. La famiglia infinita dei
giacinti, fiori di gioventù e di primavera, le prime rose
simbolo dell’amore nascente, le gemme dell’arancio che
intessono le corone delle fidanzate, le stelle mobili del
gelsomino che simboleggiano l’amore pudico, le lavande
che significano amore ardimentoso, le azalee e le car­
denie fiori di passione e di sentimento, ornarono in si
grande quantità e con tanta profusione di olezzi quel­

652 Igin o Ugo T archetti


l’umile soffitta del giovino, che la si sarebbe creduta
una di quelle dimore favolose, dove le fate attiravano
alle loro nozze la gioventù incauta e ardimentosa, de­
stinata a perirvi in un’ebbrezza di voluttà e di profumi.
Bouvard attese con una gioia sfrenata a questa stra­
na trasformazione della sua soffitta: egli volle cono­
scere il linguaggio di ciascun fiore, volle collocarli egli
stesso, alternarli con dei veli azzurri e rosati; e vi aggiun­
se, sorridendo tristamente, alcuni steli di ramerino fio­
rito che esprimono l’amore corrisposto. — Centinaia
di lumi erano apparecchiati a versare torrenti di luce
su quei veli e su quegli strati enormi di fiori —- e come il
giovane ebbe compiuto i suoi apparecchi col più diligente
mistero, si compiacque di quella vista deliziosa e allet­
tante, e disse con trasporto a sé stesso: « Ecco appa­
recchiata la mia camera nuziale e la mia tomba ad un
tempo... la vita e la morte... il gelo del sepolcro, e il
fuoco dell’amore si lungamente represso... certo non fu
mai stretto sulla terra un connubio più degno degli uomi­
ni, e la stessa divinità potrà forse invidiarmi le mie nozze ».
Noi domandiamo esitando: era Bouvard colpevole? Il
dolore non aveva già alterato la sua ragione? quell’ani­
ma che fu un tempo si pura, si candida, si generosa, po­
teva essersi cosi miseramente trasformata? poteva ella
concepire nella piena lucidità della sua potenza un cosi
orrendo progetto? Noi non lo affermiamo. La sua na­
tura dovea certamente aver subita una dolorosa modi­
ficazione: la povertà, i disinganni, lo scetticismo so­
ciale, l ’isolamento dovevano, senza alcun dubbio, aver
provocato in lui quella rivolta che ci trae a reagire con­
tro la divinità e contro noi stessi, ma la sua colpa non fu
certamente che la conseguenza d’uno sconvolgimento
istantaneo della sua ragione. Il suo delitto fu espiato
dalla sua vita, e l’espiazione lo precedette; vi fu in esso
dell’amore, direi quasi del genio — le fasi dell’esistenza
umana hanno poche pagine più sublimi, e le nostre pas­
sioni si elevarono di rado ad una potenza più smisurata
— si può dire che l’ultimo giorno di Bouvard fu il rias­
sunto di tutta la sua vita.

T u tte le opere 653


Le notti nel mezzogiorno dell’Italia hanno in sé qual­
che cosa di voluttuoso e di molle — il cielo è più ele­
vato, l’azzurro più trasparente, le stelle più numerose
e più lucide — i fiori delle magnolie caduche e dell’aran­
cio che si schiudono due volte all’anno, impregnano
l ’aria dei loro profumi delicati, e vi ha in essi qualche
cosa che gli altri fiori non hanno, vi si sente l’amore,
vi si respira la gioventù e l’abbandono. Ho domandato
più volte a me stesso, perché il cielo abbia destinate
quelle ore al riposo: ma forse la notte è la scena più cal­
ma e più meravigliosa della natura per ciò solo che
è in essa che gli uomini amano. Oh la sublime epopea
della notte ! Io vorrei conoscere se i morti conservano
ancora sopra il loro giaciglio di pietra una parte della
loro vita morale; se quella polvere -— poich’ella esiste —
ha la coscienza dell’esistere. Nella grande oscurità che
avvolge tutti i segreti della natura, io credo che nessuno
possa sorridere di questo pensiero: la superstizione ha
pure i suoi diritti, giacché è dalle sue tenebre che usci­
rono in ogni tempo i primi barlumi della verità e della
luce. Ma avete voi mai passato una notte in un cimite­
ro? — Il silenzio vi è più tetro che in qualunque altro
punto della terra, e non per ciò vi sembrerà meno di sen­
tire qualche cosa che vive, che pensa, che si agita sotto
di voi — . Certo se i morti vivono, la debb’essere una
vita di solenni meditazioni... E come passano essi quelle
lunghe notti d’inverno?... quegli anni infiniti della loro
muta esistenza?... Alla pioggia, al sole, alla neve...
Povere anime! No, egli non è vero che la morte ugua­
gli tutti i destini; la ricchezza ha preparate le sale sepol­
crali, e vi mantiene ancora un raggio di quella luce,
di cui essi erano cosi avidi nella vita.
In ima di quelle più splendide dimore fu collocata la
salma di Giulia, e la giovine riposa sopra il suo lenzuolo
di gramaglia come in mezzo ai veli del suo letto vergi­
nale. La sua bellezza ha nulla smarrito delle sue sedu­
zioni; un abito bianco, leggiero, quasi vaporoso, ricopre
le modeste sue forme; i suoi capelli neri e disciolti sono
trattenuti sulla fronte da una corona di tuberose ancora

654 Igin o Ugo T archetti


fresche, le sue mani bianchissime le cadono dai fianchi
coll’abbandono soave del sonno, e solamente i suoi piedi
diritti e riuniti fanno fede dell’orrida rigidità della
morte.
Bouvard penetra in quel luogo colla gioia scolpita
sul volto, con quella trepidazione affannosa ma dolce che
ci accompagna al primo convegno colpevole della donna
desiderata. Il ribrezzo non lo trattiene, non frena la sua
impazienza, non ammorza l ’avidità irresistibile della
sua passione: ma ogni indugio può essere fatale al suo
disegno — è d’uopo affrettarne l’esecuzione — il suo
oro gli ha procurato dei complici... egli invola il cada­
vere della fanciulla, e pochi istanti dopo è lasciato solo
con lei nella sua dimora solitaria e segreta.
Allora il giovine la adagia con dolcezza sopra uno
strato di fiori, poi s’inginocchia e la guarda... quel­
l’abito candidissimo, quelle lunghe trecce disciolte, quel
corpo che si abbandona e quasi si affonda coll’immobi­
lità della morte in un letto profumato di verzura,
quella luce abbagliante che vi tinge ogni oggetto del
colore dell’oro e del topazio, formano uno strano spetta­
colo che esalta e rapisce la mente immaginosa di Bou­
vard. — Ma egli non ha ancora osato sollevare il velo
che nasconde il suo volto: egli trema di quelle sem­
bianze, teme che la morte ne abbia già alterata la bel­
lezza, paventa quello sguardo fisso e severo che deve
rinfacciargli colla sua terribile immobilità il suo delitto.
Mille pensieri si agitano allora nella sua anima contur­
bata, il pensiero della sua vita sofferente, dell’inutile
suo amore, del suo genio infelice, di quell’abbandono
di sé stesso che lo trasse di giorno in giorno, sempre
esitante, e sempre sfiduciato fino a spegnere la sua vita
in una colpa — giacché egli sente la prossimità del suo
fine, giacché egli ha deciso irrevocabilmente di morire...
morire presso di lei — presso di quella donna al cui
fianco non ha potuto trascorrere quell’esistenza avven­
turata e innocente che era stata il suo sogno d’un istante.
A questo richiamo gli si affacciano tutte le memorie
della prima giovinezza, di quegli arm i confidenti e felici,

T u tte le opere 655


quando l ’avidità dell’ignoto gli dipingeva di mille colori
vaghissimi le scene future della sua vita: quelle illu­
sioni, quei sogni, quella fede balda e sicura, quel
sorridere cortese della fortuna, quell’amore univer­
sale che avrebbe voluto spargere delle rose sulle teste
di tutti gli uomini, quel vagheggiare un nido e una
famiglia e perpetuare la nostra esistenza in altri esseri
nati da noi, quell’ideare il bene e compierlo, e prefig­
gerselo all’unico scopo della vita... aspirazioni menzo­
gnere e crudeli ! Nulla gli è rimasto di ciò: egli ha sof­
ferto, egli soffre, ecco tutto, ecco la sintesi delle sue
speranze — egli ha dinanzi un cadavere, e l’ultimo de’
suoi giorni sta per compiersi con un delitto — . Bouvard
si commuove e piange. —- Vi ha in quel periodo di cal­
ma morale che precede la morte un istante di lucidità
straordinaria nel nostro intelletto, durante la quale si
va svolgendo dinanzi ai nostri occhi tutta la tela tene­
brosa del nostro passato. Gioie, dolori, predilezioni, me­
morie, affetti, colpe, tutto ripassa dinanzi a noi, tutto
vi è evocato dalla inesorabile coscienza; e felici coloro
le cui rimembranze soavi e confortevoli non lasciano
nulla a rammaricare della vita !
Bouvard ha rivolto lo sguardo sul suo passato, e non
vi ha scorto che un deserto senza limiti, una landa sen­
za oasi, senza acqua, senza verzura, senza sorriso di
cielo — ventinove anni sono trascorsi, ed egli non ha
raccolto un solo di quei fiori di cui la natura fu si pro­
diga a tutti gli uomini — egli non ha spiccato dall’al­
bero dell’esistenza che un solo frutto, un frutto amaro
e velenoso, il più crudele fra quanti ne maturino sui suoi
rami, il frutto della derisione.
A questo pensiero la mente del giovine, smarrita
nell’abisso delle sue rimembranze, ritorna d’improv­
viso a sé stesso, alla sua deformità, a Giulia: egli os­
serva quel corpo inanimato e leggiadro che gli sta di­
nanzi — quella creatura si lungamente desiderata —
quella fanciulla che fu un tempo si bella, si lieta, si
incurevole, il cui amore lo avrebbe consumato nell’esu­
beranza della sua felicità, il cui odio lo ha tratto invece

656 Igin o Ugo T archetti


per una ostinata potenza di volontà a sopravviverle.
E d’onde procede quello sgomento incomprensibile
che ci arresta dinanzi a un cadavere? Che è egli questo
rispetto ipocrita e vano che ci trae silenziosi e dimessi
dinanzi a un mucchio di polvere che si dissolve? Oh!
la sfacciata impudenza che curva le ginocchia degli uo­
mini all’aspetto delle reliquie di un essere, di cui si è
talora manomessa la felicità, e avvelenata a mille ripre­
se la vita !
Ma non è tale la posizione di Bouvard: egli solo ha
sofferto, egli è la vittima; egli vorrebbe elevarsi a giudi­
ce sopra di lei, ma un interno convincimento gli dice
che non gli anni misurano l’esistenza, ma la felicità, la
sola, la irrevocabile felicità ch’egli ha perduto — quella
fanciulla è morta, ma fu felice; egli vive, ma soffre —-
egli non le sopravvisse che per rimembrarlo.
L’anima del giovine si agita crudelmente a questo
pensiero che lo ripiomba ne’ suoi propositi di vendetta:
quel cadavere sembra ora stargli dinanzi minaccioso...
forse egli vede, egli sente, egli sorride, egli si agita sotto
il suo lenzuolo funerario... Bouvard si rialza impetuoso,
e strappa il velo che copre il viso della fanciulla. — Dio !
quale bellezza irresistibile ! — E può il volto d’una de­
funta essere ancora cosi bello? Un’espressione di calma
celeste si diffonde sulle sue sembianze, le guancie sono
tuttora leggermente rosate; la fronte candida e pura, le
labbra e gli occhi socchiusi, l’epidermide trasparente e
bianchissima: non vi ha nulla di spaventevole in lei,
nulla che possa essere più vago, più dolce, più allettante
nella vita... essa riposa — essa dorme — come dormo­
no i fanciulli a sette anni, quando non si sognano che
delle nubi, delle farfalle e degli angeli... tutte cosq che
volano, volano, e vanno verso il cielo.
Vi sono due soli e grandi avvenimenti nell’esistenza
che possano dare ai nostri volti un raggio di quella bel­
lezza celeste che sfugge a qualunque manifestazione,
e sono l ’amore e la morte — due cose sorelle — l ’estasi
dell’imo, e la calma che succede all’altra. Coloro che
hanno amato e che furono amati lo sanno: quella bel­

T u tte le opere 657


lezza non. è della terra e non dura, è qualche cosa di
aereo che si posa un istante sulle nostre sembianze e
svanisce — essa si vede, ma è inesplicabile — è for­
se una luce di lassù che discende a benedire i due atti
più solenni della vita, l ’amore che ci rende degni del cie­
lo, e la morte che ci concede di raggiungerlo.
10 ho pensato più volte che se tutti gli uomini si in­
namorassero ad un tempo, la società sarebbe in un at­
timo trasformata: l ’età dell’oro non sarebbe più quella
favola allettante di cui si ride come dei sogni dei fan­
ciulli. — Ogni uomo che ama è buono e grande — . I
poeti sono uomini che amano.
A quella vista Bouvard si arresta colpito dall’entu­
siasmo: l’incanto di quella bellezza lo rapisce ed eccita
la mente fervida ed immaginosa del giovine. Nel suo
atto violento, egli ha scoperto una parte del seno della
fanciulla: essa gli appare come una statua rovesciata
di Fidia, come una di quelle immagini di vergine greca
che il turbine ha divelte dalla loro base, e che s’incon­
trano talora mezzo sepolte tra i corimbi e le foglie oscure
delle ellere, nelle isole solitarie dell’Egeo. Divina bel­
lezza ! — E perché non gli è dato di rianimarla? di spi­
rarle il soffio della vita che Dio ha riserbato a sé solo?
Ma Giulia lo odierebbe vivando —■ e non lo ha ella
deriso?
11 giovane rimane lungo tempo silenzioso, poi il suo
volto assume un’espressione tetra e risoluta, egli si curva
sopra di lei, egli vuole abbracciarla... — Nessuna don­
na — egli dice — si è data mai con maggiore abban­
dono ad un uomo... — Bouvard sorride seco stesso di
questo orribile pensiero, china il capo sopra di lei
e ne bacia le labbra irrigidite dalla morte. Quale con­
tatto ! Egli si scuote, egli trasalisce inorridito, egli rac­
capriccia di quel gelo; e ricade prostrato dinanzi alla
fanciulla. Allora egli piange, egli invoca, egli prega,
vorrebbe amarla, adorarla come una santa, e lo trat­
tiene la memoria del suo passato; vorrebbe odiarla,
e lo arresta quell’immagine soave di angelo. Alcuni
istanti dopo egli vaneggia e delira, egli ripete ad

658 Igin o Ugo T archetti


alta voce il nome di Giulia, il nome della fanciulla ado­
rata, e si abbandona al suo dolore disperato e selvag­
gio. Poi l’asfissia dei fiori assopisce a poco a poco i
suoi sensi, inebria e confonde la sua ragione: egli
prova come delle vertigini, vede come degli oggetti
che si muovono, ode un bisbiglio di voci incompren­
sibili, ripassano dinanzi a’ suoi occhi delle strane
figure che lo guardano e sogghignano... egli si agita,
vorrebbe avventarsi contro di esse, tenta di rialzarsi
brancolando nel vuoto, e ricade spossato presso il
cadavere della fanciulla..........................................................

Certo, Bouvard non incontrò una morte cosi subita,


né cosi violenta, poiché i vicini raccontarono al mattino
di aver inteso nelle ultime ore di quella notte dei gemiti
e delle grida soffocate; ma ciò che aveva colpito mag­
giormente la loro immaginazione, era stato un suono
di violino, da cui erano rimasti affascinati e sedotti come
da un’armonia soprannaturale; né mai s’indussero a
credere, per quante prove ne venissero lor date, che
quella musica fosse stata l’opera di un uomo.
Tale fu l’ultima creazione di Bouvard, l ’ultimo la­
mento della sua anima, l ’agonia sublime del suo genio.
Vi erano in essa tutte le voci della natura, vi era il bi­
sbiglio del vento e l ’aleggiare dell’uccello, il susurro dei
piccoli steli e il fremere dei grandi fusti dei cerri, lo scor­
rere del filo d’acqua e il frangersi delle onde dell’oceano
— vi era tutto ciò che il suono ha di aspro e di dolce, di
soave e di orribile — . Sfortunati coloro che udirono
quella musica ! La voce degli esseri più diletti, la parola
di padre pronunciata la prima volta dal labbro del
fanciullo, la prima rivelazione d’amore della douna ado­
rata, non hanno avuto più nulla di soave, nulla di allet­
tante per essi.
Il domani la fama di un sepolcro violato si diffonde
per la città; si cerca il cadavere di Giulia — gli in­
dizi de’ suoi complici guidano alla soffitta di Bouvard;
— si chiama, nessuno risponde — si batte, nessuno apre:
allora si atterrano le porte... orrendo spettacolo!

T u tte le opere 659


Tutti quei fiori erano calpestati e dispersi, molti oggetti
infranti, i veli della fanciulla lacerati, dovunque le
traccie di una lotta disperata e inuguale.
Non era Giulia morta? o le preghiere del giovine
avevano avuto potere di rianimarla un istante?...........

Scheggio e frantumi di violino giacevano sparsi sul


pavimento, ed un corpo deforme, inanimato stringeva
convulsivamente il cadavere della bella Giulia... Bou­
vard era morto!

660 Igin o JJgo T archetti


Arrigo Boito

Re O rso *

FIABA

Hermione'. ... Pray you, sit by us,


And tell’s a tale.
Mamitliur. Merry, or sad, shall’t be?
Her. As merry as you will.
Mam. A sad tale’s best for winter
I have one of sprites and goblins.
S h ak e sp ea re . A Winters tale

* Testo
* Testo dell'ultima redazione licenziata dall'Autore (1902); il testo della prima
edizione (1864) è consultabile al seguente link:
www.emt.it/uroboro/bcu/aboito01.html

87
E s o r d io

Pulzelle, pinzocchere — fantesche e comari


Che andate per vespero — sgranando rosari,
Se avete dell’anima — cristiano pensiero,
Se il prete vi predica — «l’eterno Avversiero»,
5 Temete di leggere — la pagina orrenda
Di questa leggenda.
O cherci, o canonaci — o frati godenti,
Attoniti al libero — volar degli eventi,
Se il desco v’inebria — se il chilo vi piace,
10 Se odiate le chiacchiere — che turban la pace,
Temete di leggere — la pagina orrenda
Di questa leggenda!

89
L e g g e n d a p r im a
O r s o v iv o
A n t i c h e s t o r ie

Prima che al mondo si dicesse 1000


Viveva in Creta un Re. La maledetta
Per l’amor di Pasìfe isola infame,
Terra di mostri e di delitti, aveva
Re pari ad essa, ed Orso era il suo nome.
Cento cittadi gli rendean tributo
D ’oro, di gloria e di paura, il mare
Di perle e di tempeste, il montuoso
Suol del suo regno di smeraldi e d’oro,
D ’algenti catadùpe e di tremuoti.
Sul regai scudo si leggeva, in cifre
Scritte col sangue, questo truce motto:
Terroris terror ed un orso d’oro
In campo ner lo stemma era del Duca.
Un serraglio di belve ed un di donne
Nudrìa nella sua reggia ed ei nell’uno
Passava i giorni, nell’altro le notti.
Alle jene venia col crin spruzzato
D ’olio di nardo e co’ lascivi odori
Del suo letto d’avorio ed alle donne
Redìa col leppo delle sozze jene
E lordo il volto pe’ sanguigni baci
Della pantera. Un avoltor di Libia
Chercuto e fier, solea spesso sul pugno
Posarsi del monarca; egli era destro
In rapine d’agnelli e di palombe
Per bieca natura e dagli schiavi
Educato a furar ori ed argenti
Con sollazzo del Duca. A sir Drogonte
Conte di Puglia, egli spiccava un giorno
Col rostro adunco, la più bella gemma
Di sua corona, onde ne fu conflitto
Fra i due Signori. Ma più pauroso
Alla vista e maligno era un serpente,
Immane e gonfio e nero, simigliante
Nel viscoso strisciar a incatramata
Gómena, impresso sull’acuto grifo
Portava un marchio qual di teschio umano.
Alla voce del Duca egli tendeva
Erte le anella ed ubbidiva come
Debil fanciullo. Misteri di sangue
E di ferocia infami eran fra il Duca
Ed il serpente; guardiano al varco
Del gineceo vegliava il mostro attorto
Co’ groppi orrendi, né donzella mai
Tentò passo di fuga in quelle stanze.
Dodici Conti aveva il Duca eletti
A suoi ministri. Un dì bevendo a cena,
Ebro il Duca, ebri i Conti (avea ciascuno
La sua donna da lato), il Duca afferra,
Mosso da noia o da delirio, il crine
Di Mirra sua, soave amor, fanciulla
Giovanissima e bella, e col pugnale
Orribilmente le schianta la testa.
Pur al dimane sentì cruccio il Duca
Del tetro caso e la sua bruna Mirra
Pensò, e l'azzurra delle sue pupille
Luce serena e la gentil scienza
Delle sue carni or non più calde; e scrisse
Per Vitale Candiam, Doge a Venezia
E suo congiunto, un famigliar messaggio
Ove chiedea la più formosa donna
Delle lagune e la più casta. Il Doge
Trovò la Dea da un usurier sul lido
Della Giudecca, che vendea per oro
Le figlie sue; poi su galèa dogale
La mandò regalmente a quel di Creta.
In c u b o

Ogni notte — allo stagno — dell’orto,


Cupe e rotte — qual lagno — di morto
S’odon queste parol sonar:
Re Orso
5 Ti schermi
D al morso
De vermi.
Ed ora è notte. Vigila
Il Re sul regio letto.
10 D ’oro, di bisso e porpora
È il morbido guancial;
Pur atterrito e livido
Ha il Re del cataletto
La posa funeral.
15 Né mostro, né fantasima
Appare in quella stanza;
Splende una luce glàuca
Come fondo di mar;
E i fumi dell’olibano
20 In odorosa danza
Si vedono vagar.
Ma le ghiacciate coltrici
Rigetta il Re tremante,
Ei balza, ei corre ed ulula
25 All’aperto balcon...
Traggono i servi ed odesi
Allor fra i venti errante
Questo funereo suon:
Re Orso
30 Ti schermi
D al morso
De*vermi.
Tutti tremar, ma un nano
Gobbo, rossiccio e strano,
35 Parve surger dal suol.

95
Era il buffon di corte
Dalle gambette storte,
Il giullare Papiol.
Questi rizzato in piè
Fa un beirinchino al Re.
Poi dice: «Principe!
Paura ammanta
Di bujo il fulgido
Raggio del sol.
Muta il delirio
Un’oca in drago,
In drago un’oca;
Questa è la foca
Laggiù del lago
Che a notte canta».
Un grido sol
Scoppiò per l’aere:
«Viva Papiol!».
Allora il Re, composto in un sorriso
Il terror del suo viso,
Si volse e disse ad un lurco gigante
Che gli stava davante:
«Farai diman per quel gobbo rossiccio
Un immenso pasticcio.
Il miglior succo d’ogni ghiottornìa
Voglio ch’entro vi sia.
Papiol in premio del sottil pensiero
Dee mangiarselo intiero».
Risero i servi e tombolò Papiolo
Dieci volte sul suolo.
Poscia soggiunse il Re: «Trol, quella foca
Ha voce troppo roca.
La scanna tosto; va.»
— «Buon Duca e Donno,
Nessun ti turbi il sonno.» -—
C o n s t r ic t o r

È scorsa un’ora; sulla terra bruna


Vaga la luna — tutto è sonno, pace.
Il mondo tace. — Nei caldi orizzonti
S’ergono i monti — come gruppi vari
5 Di dromedari...

SCENA

«Oliba! sirena dell’adrie lagune,


Oliba! vezzosa conchiglia di mar!
Disciogli le chiome foltissime e brune,
Medusa fatale dal fosco raggiar.
10 L’oscuro zendado ti togli da testa,
Discopri la luce freddissima e mesta
Di quella tua fronte ch’io voglio mirar.
Disfama le ardenti pupille digiune,
Oliba! sirena dell’adrie lagune,
15 Oliba! vezzosa conchiglia di mar.»
(Ma Oliba non move né voce né passo,
Par fatta di sasso;
E il Re maledetto
S’attorce sul letto.)
20 «Oliba! per l’aure del lido natale,
Oliba! pei canti del tuo gondolieri
T ’appressa alla coltre del letto regale,
Mia vergine muta dai bianchi pensier.
L’amore dell’uomo, fanciulla, è più bello
25 Che quel del l’ione, che quel del torello,
Che quel dell’ardente puledro leggier.
T ’accosta e ti posa sul molle guanciale,
Oliba! per l’aure del lido natale,
Oliba! pei canti del tuo gondolier!»
30 (Ma Oliba non muove né voce né passo,
Par fatta di sasso;
E il Re maledetto
S’attorce sul letto.)
«Oliba! per l’atra mannaia del boia!
35 Oliba! pel sacro furore del Re!

97
Per l’acre geènna! per l’Orco e la foja!
x Pei mille assassinj che pesan su me!
T ’accosta, o fanciulla dal sen di cammèo,
Dal crin di basalte, dall’occhio giudèo,
40 Non far ch’io demente ti schiacci col piè!
L’ansante tuo petto m’innondi di gioia!
Oliba! per l’atra mannaja del boja!
Oliba! pel sacro furore del Re!»
(Ma Oliba non muove né voce né passo,
45 Par fatta di sasso;
E il Re maledetto
S’attorce sul letto.)
«A me Lìgula!» repente
Urla il Duca, ed un serpente
50 Già dall’ombra ecco sbucò;
Sul terren le ondose anella
Negre, viscide, lucenti,
Già distese e si drizzò;
Già sui piè d’Oliba bella
55 Pone il grifo e già co’ denti
L’ampio velo ne strappò...
Già la cinghia e già la serra,
Già l’avvince e già l’atterra
Strascinandola sul suol!
60 Roteante — strisciante
Già depon la smorta amante
Sovra il tepido lenzuol!
Oh spavento! in stretto morso
Su d’Oliba e su Re Orso
65 Si ringroppa il mostro ancor,
Già i due corpi in un serrati,
Trucemente soffocati
Urlan rantoli d’amor!

98
In c u b o

Il cielo è di cenere, — il suol di carbone


E par che ogni platano — annidi un dimòne.
Le stelle s estinguono, — la luna s’asconde,
I tumuli, i culmini, — le rupi, le fronde,
Le curve fantastiche — dell’erto sentiero
Son torvi profili — che spiccano in nero.
Chi ùlula? un’ùpupa — del lito montano.
Chi vola? una nuvola — che va all’uragano.
Chi passa? una foglia — dell’irta mandragola,
Un grillo che cigola, — il vento che miagola.
Lassù fra le nebbie — la stella diana
Par l’occhio verdognolo — di qualche befana.
Ed un lamento
Che suona e muor,
Viene col vento,
Ad or, ad or,
Par della foca
La voce fioca:
Re Orso
Ti schermi
D al morso
De’ vermi.

Pieno di schiavi e popolo


È il regio penetrale.
Dorme una donna pallida
Sul morbido guanciale.
E il Re, dall’arsa gola,
Com’uom che inorridì,
Geme questa parola:
«Trol, se la foca hai spenta
Qual voce si lamenta
Prima che sorga il dì?»
Papiol sui storti piè
Fa un bell’inchino al Re;
Poi dice: «Principe!
Paura ammanta
Di nero il fulgido
Raggio del sol,
T ’han le vertigini
D ’un ora pazza
Lo spirto assorto.
Questa è la gazza
Laggiù nell’orto
Che a notte canta.»
D ’un grido sol
Tuonò la reggia:
«Viva Papiol!»
Allor soggiunse il Re: «Trol, quella gazza
Ciarla troppo e schiamazza,
La scanna tosto; va».
— «Buon Duca e Donno,
Nessun ti turbi il sonno.» —
P a p io l

Per le bimbe, per i pargoli


Dalla fiaba impauriti,
Per i nonni fra le tenebre
Desti, pallidi, romiti,
Cangerò la tetra nenia
In un verso allegro e matto,
Colla storia ed il ritratto
Del giullare Papiol.
Fu il Buffon da una mandragora
Messo al mondo, e appena nato
Era al par d’un dito mignolo
Picciol, magro, affusolato;
Poi restò sempre rachitico
Fin eh’ei visse ed infermiccio.
E la crosta d’un pasticcio
Fu la culla di Papiol.
Per cimiero ei porta un guscio
Di castagna o di lumaca,
Una pelle di lucertola
È sua calza ed è sua braca;
Gli filava una taràntola
Cinque corde al suo liuto;
E non v’ha giullar più astuto
Del gobbetto Papiol.
Tien la vespa il fine aculeo
Dentro il corpo alidorato,
Tal Papiolo entro la cintola
Tiene un ago avvelenato.
Con quell’ago ei fe’ cadavere
Più d’un Duca e più d’un Conte,
Per quell’ago sir Drogonte
Venne spento da Papiol.
Perché un dì presente il Principe
Arse vivo uno scorpione,
Fu Papiolo eletto al titolo
D ’uom di Corte e Centurione.
Sulla terra ancor non videsi
Un più gracile arfasatto.
Ecco i fasti ed il ritratto
Del giullare Papi'ol.
In c u b o

Cessato è il nembo; va volando intorno


L’angiol del giorno — a spegnere le stelle
E le fiammelle — che brillan sui fari
Dei marinari. — L’esule chiesetta
5 Dell’alta vetta — già si fa men bruna
E ancor la luna
Splende sull’ermo
Bianca ed immota,
Come una nota
10 Di canto fermo.
Pure un lamento
Che suona e muor
Viene col vento
Ad or, ad or:
15 «Re Orso
Ti schermi
D al morso
Dei vermi.»
Un fìer gigante e un lepido
20 Nano stan presso al Duce;
Ma sulla fronte livida
Del Re, nell’occhio truce
V ’è il marchio del terror.
Ei sciama in suon terribile:
25 «Troll se la gazza hai spenta,
Qual voce si lamenta
Sì spaventosa ancor?»
Papiol sui storti piè
Fa un bell’inchino al Re;
30 Poi dice: «Principe!
Paura ammanta
Di buio il fulgido
Raggio del sol.
L’alma inquieta
35 È un pittor fosco
D ’ombre e fantasimi.

103
Questo è un poeta
Laggiù nel bosco
Che a notte canta».
40 E il cuoco Trol
Mormora ràuco
«Bravo Papiol!»
Rispose il Re: «Papiol, quel poeta
Ha canzon poco lieta.
45 Coll’ago tu lo pungi.»
— «O Duca e Donno,
Nessun ti turbi il sonno.» —

104
A g o e arpa

«Io di Provenza tenero troviero


Vorrei cantarti nella mia loquela,
Che più soave mi parrebbe e mero
L’inno amoroso che il mio spirto inciela.
Per te sui voli delPidea cavalco,
Cacciando le colombe del pensier;
Tu fai di me, siccome fa col falco
Il falconier.
Tale m’alletta amoroso martòro
Che giorno e notte vo cantando e ploro.
Tan mabelhis lamorospensaman
Quejorn & nuitjeu plore & vai chantan.»
(E il nano Papiol
Nascosto fra l’umide —gramigne del suol,
Coll’ago gli lancia
Rabbiosa puntura,
Ma il bel trovatore
Non sente dolore,
Ha maglia di Francia, - ha forte armatura,
Continua a cantar:)
«Ier notte oravo, il mio dolor blandìa
Quasi un soffiar di celestiale avena,
E mi si ruppe in cuor XAve-Maria
Perché quando fui giunto al gratia piena.
Tu m’apparisti, angelicata donna,
Tutta piena di grazia e di virtù.
Certo salì la prece alla Madonna
Ed a Gesù.
Tale m’alletta amoroso martòro
Che giorno e notte vo cantando e ploro.
Tan mabelhis Tamorospensaman
Que jorn & nuitjeu plore & vai chantan.»
(E il rosso buffon
S’incoccia nel pungere - l’armato gheron.
E tanto si slancia
Nel pazzo furore,
Che torce, che spunta
Dell’ago la punta.
Ma il bel trovatore
Ha maglia di Francia - non sente dolore,
Continua a cantar:)
«Ten vieni, o Donna, nel gentil paese
Dove vibran le cetre e le mandòle,
Là dove nasce il vago sirventese,
Dove si parla in rimate parole.
Ten vieni ed io ti salverò, mio nume,
Dai mali, dalle lotte e dai viventi,
Qual si ripara colla palma un lume
In mezzo ai venti.
Tale m’alletta amoroso martòro
Che giorno e notte vo cantando e ploro.
Tan mabelhis Vamorospensaman
Quejorn & nuitjeuplore e& vai chantan.»
T rol

Pei putti
Brutti;
E per le citte
Che non stan zitte
Intorno al fuoco,
Dirò la favola
Del cuoco
Trol.

Trol è un colosso
Negro, alto, grosso,
Ha una figura
Che fa paura;
Tocca il soffitto
Quando sta ritto,
Sulla ventraia
Tien la mannaia...

Bimbi copritevi
Sotto il lenzuol,
Che viene Trol!

Trol, cuoco e boja,


Strangola e scuoja;
Strozza i puttelli,
Cuoce i tortelli,
Dà vita e morte,
Ma le sue torte,
Pei santi dei!
Non mangierei...

Bimbi, copritevi
Sotto il lenzuol,
Che viene Trol!
«Trol!» grida il Duca, ed ecco il fìer gigante
Tutto chino e tremante
35 Riman senza far motto. «Il mio gobbetto
(Segue il Re) fé’ difetto,
Ruppe Pago e non punse il menestrello.
Ora sotto il castello
Io Tho udito trovare una romanza
40 Per non so quale amanza.
Papiol fallò tre volte. Io non perdóno;
Quel gobbetto ti dono.»

108
Lacena

Sta notte l’upupa


Trovò sul sentiero
Che mena al maniero
La jena e la lupa;
E disse: «Mie care,
Tornate da cena?»
Rispose la jena:
«Ci andiamo, comare.»
La notte nereggia
Tristissima e cupa,
La jena e la lupa,
Son sotto la reggia.

La reggia è un gaio incendio - par che vi nasca il sole,


Lumiere e faci irradiano - l’aria che fulge ed ole,
I frutti, i fior s’insertono - nei vividi corimbi,
Gli ardenti ceri esalano —come un vapor di nimbi,
II fulgor delle fiaccole - fa sfolgorar le antiche
Muraglie e le panoplie - alle pareti amiche,
E spesso la fantastica - nube dell’incensiere
Filtra pe’ cavi cranii - dell’ampie cervelliere.
Cetre, viole, flàuti - spiran suoni soavi.
La sala è zeppa, corrono - chironomonti e schiavi,
E Trol fra quelle turbe - nell’orgia vagabonde
S’estolle ed erge il petto - come un Triton sull’onde.
Siedono a mensa i dodici —ministri, Oliba, il Re;
Due curve ancelle tergono - col nardo i regi piè.
Tutto è tripudio; in alto - fra le eccelse volute
Danzan falène e nottole. - Papiol con celie astute
Move a riso quell’orride - facce da jettatura.
Il Re: Conti, se jeri - fu notte di paura
Pei vivi, io giuro a voi - miei ministri e consorti,
Che questa notte i vivi - faran paura ai morti.
Guai a voi se vien meno - la baldoria fastosa!
I Conti: Viva Orso! —Viva Oliba la sposa!
II Re: S’apra il banchetto.
(- Squilla repente un coro
Di trombe, entrano i paggi —portan le mappe d’oro
E le uova, ed i favi - del miei d’Imeto, i ciati
Murrini, i nappi, l’anfore, —i pani inargentati.)
Il Re: Papiol! su moviti! - narra un piacevol motto,
Fa saltar lo scojattolo, - fa ballar lo scimiotto,
Piangi, cuculia, imagina - qualche nuovo capriccio.
Papiol: Dirò le gobbole - quando verrà il pasticcio
Che m’hai promesso.
Il Re: - Papiol, non esser fiero
Così, sai che il pasticcio —dèi mangiartelo intero.
Papiol: E mangierollo - intiero per mia fé.
Il Re: Bada, Papiolo, —è più grande di te.
Papiol: L’atomo è al desco —del mondo un Tricliniarca;
Il tarlo rode il trono, - l’ostrica rode l’arca,
fJinsetto succhia il pampino - gigante e picciol gnomo
Rosica il monte altissimo, —l’invidia strugge l’uomo —
jE divorar io posso, —Messeri, in simil guisa
il mio pasticcio.
(I Conti - squittiron dalle risa.
Ma già tutti ammutirono. —Suona repente un coro
Di trombe; quattro scalchi —portano un pavon d’oro.
Trol s’avvicina ed arma - la destra sanguinaria,
Poi, volanti cultello, —trincia il paon nell’aria.
Tuona di plausi il desco; - ballonzola Papiol.)
Il Re: Bel colpo!
I Conti: —Bel colpo! Bravo Trol!
(E intanto i paggi biondi - colman d’eletto vino
Le asciutte coppe e l’anfore. —Si rallegra il festino.
Il Re canta ad Oliba —e sulle curve forme
Dell’aurea tazza ei specchiasi - più orribile e deforme.)
È vin di verdèa,
Mia bella Giudea!
E vin che c’infonde
Le colpe nel core.
Ha gocciole, ha onde
Di rabbia e d’amore!
E vin di verdèa,
Mia bella Giudea!
(Ma la Giudea non beve. - Plaudon le turbe pazze;
Re Orso empie e tracanna —tre tazze e poi tre tazze.
Squillano ancor le trombe - per più eletto ristoro;
Ecco, apparisce un cervo - colle ramora d’oro.)
Papiol: Il Minotauro - dal regai capo storni
Que’ superbi ornamenti! - son d’oro, ma son corni.
(Nessun rise, alle genti - di quell’evo remoto
Parve il bisticcio troppo —scipito e troppo noto.)
Ma Trol già il cervo inforca, - l’erge e lo trincia a voi.
Il Re: Bel colpo!
I Conti: —Bel colpo! Bravo Trol!
(E intanto i paggi biondi —colman di nuovo vino
Le vuote coppe e l’anfore - si riscalda il festino.
Il Re canta ad Oliba - e sulle curve forme
Dell’aurea tazza specchiasi - più orribile e deforme.)
Questo vino è vin di Cale!
Tien lontano il funerale!
Bella Oliba, - chi lo liba
Questa notte non morrà.
Su lo liba, - bella Oliba!
Questo vino è vin di Cale,
Tien lontano il funerale!
(Ma la Giudea non beve. - Plaudon le turbe pazze,
Re Orso empie e tracanna - tre tazze e poi tre tazze.
Stridono le mascelle. - La cervogia Sicamb/a
Torbidamente spuma - nelle lagène d’ambra.
È un traboccar di calici, - un rotear di lame.
Ciarlano i Conti e rodono; - sì rozza è in lor la fame
Ch’essi alternano il morso - del dente a quel dell’ugna.
Trema il desco repente - sotto le salde pugna
E all’urlo trionfale - delle celie impudiche
Le immonde labbra stillano —il miei sulle loriche.
Squillano ancor le trombe - per più eletto ristoro;
Son murene che in bocca —chiudon anelli d’oro.
Ma il Re fa cenno al boja, - gli favella un istante
A bassa voce; ognuno - è livido e tremante.
È. scomparso Papiolo.)
Il Re: Dunque messeri,
Cessar le risa? or tutti - vi siete fatti seri?
Ridi tu, bella sposa!
115 (Ed alla sposa bella
Dona un monil d’epìstide. - Tranquillamente quella
Sorride e da un corimbo - una mela solleva
E la porge a Re Orso, - muta e col gesto d’EvaJ
Il Re: T ’arrida il cielo!
120 (E colla destra inerme
Spacca quel frutto... orrore!... —orrore! orrore! un verme!!
Un verme irsuto e gonfio —gli cadde sulla mano!
Ha sovra il capo un marchio - quasi di teschio umano.
Il Re fa cenno al boja - e allibito ed ansante
125 Gli favella all’orecchio; - ognun guata tremante.
E intanto i paggi biondi - colman di nuovo vino
Le vuote coppe e l’anfore, —s’inferisce il festino.
Il Re canta ad Oliba - e sulle curve forme
Dell’aurea tazza specchiasi - più fulvo e più deforme.)
130 Vin di Scio! vin di Scio! vin di Scio!
Questo è un vin che dà morte ed obblio!
Questo è un vin che fa simili a Dio!
(Così dicendo in voce —terribilmente gaja
Piglia un coltel, sta dietro - Trol colla sua mannaja
135 Sopra Oliba; ma tutti —guatan la tetra ruca;
Oliba ha fermo l’occhio - sovra il coltel del Duca.)
« O verme
Ti scherme
D al morso
140 D ell’Orso!!»
Il Re sghignazzando
Esclama e tremando.
Poi lordo di bava
Si volge alla schiava:
145 | «Tu l’occhio tien fermo
I Sul capo del vermo.»
Nessun più favella, - né ride, né liba,
L’Ebrea taciturna - sta immota a guatar,

112
Il bruco tramanda —viscose sozzure,...
150 Già cade il coltello... - già piomba la scure...
La testa del verme —la testa d’Oliba si vedon cascar
E rotolar per terra - insanguinando il suol!!
Il Re: Bel colpo!
I Conti: - Bel colpo! Bravo Trol!
155 (Ma dal giardin risuona —una mesta cadenza.
Tutti ascoltano; è il canto - del trovier di Provenza:)
O la luna, la luna era una mesta
t-M anguida Dea!
»-H jivai* per essa ardèa
160 Cd eìiàl dimon dall’ebre voglie impure,
> ntico mostro che l’Inferno appesta.
O la luna, la luna era una mesta
r anguida Dea!
1 dimon, cui rodea
165 dd esitai ferocia, prese un dì la scure
> bbominata, e le tagliò la testa.
Ei cantava con voce —per vivo amore intensa.
Il Re: Trol, quella testa - eh’è là sotto la mensa,
Gitta fuor dal verone; —a quel che si lamenta
170 Laggiù par preziosa —giacché par che si senta
Molto in sue note: Oliba.
- Trol si chinò; l’afferra,
Schiude il balcon, la scaglia... - S’alza un urlo da terra!!
(La luna biancheggia
175 Mestissima e cupa,
La jena e la lupa
Stan sotto la reggia.)

«Josè, Ibraìm, Dom Sancio, - Motaz, Fergùs, Gaudioco,


Kranào, Ràchi, Xalenguy, - Han-Kuan, Massud, Urroco!!!
180 Conti e ministri al diavolo! - voglio canzoni e grida!
Voglio bestemmie ed orgie! - vo’ che si cionchi e rida!»
Così schiamazza il Duca - né alcun osa parlare.
Il Re: Su, olà! famigli! - torni tosto il giullare.
(Ei disse appena, ed ecco - squillar le trombe in coro

113
E apparire un pasticcio —tutto rabeschi ed oro.
Dovè Papiol, il matto - che dee mangiarlo intero?
Tutti cercan d’attorno - il gobbetto ciarliero.)
Il Re: Cornè suo modo —dee sbucar dalla crosta.
Un Conte: Strano odore! - la mi par troppa tosta.
(E intanto i paggi biondi - colman di nuovo vino
Le vuote coppe e Panfore, - si ravviva il festino.
Il Re canta alle turbe - e sulle curve forme
DelPaurea tazza ei specchiasi - più fulvo e più deforme.)
«È vin di Falerno. - È vin delPlnferno.
Lo pigia Satana —nelPèreba tana,
Com’onda, corn angue
Mi guizza nel sangue.
NelPèreba tana - lo pigia Satàna,
È vin di Falerno!»

Pur vien da quella crosta —odor di bruciaticcio.


Che fa Papiol, che tarda - ad escir dal pasticcio?
Il Re piglia un coltello —e con un colpo solo
Fa saltare il coperchio!... - o Papiol!!! o Papiolo!!!
È là morto, arrostito! - la gobba s’incarbona!
Par fagiano o cutrettola —piuttosto che persona!
È il suo naso un comignolo - fumante! sono gli occhi
Inceneriti! ahi misero! - fé’ la fin de’ ranocchi!!
Rise Re Orso, risero —i Conti, e rise Trol.
La reggia è un gajo incendio, - par che vi nasca il sol.

Sta mane Pupùpa


Trovò sul sentiero
Che vien dal maniero
La jena e la lupa.
E disse: «Mie care,
Tornate da cena?»
Rispose la jena:
«Torniamo, comare.»
In t e r m e z z o s t o r ic o
Quel tempo era il preludio
D ’unepopea divina;
Correa sul mondo un alito
Di vita agitator.
Come le vaste cupole
DeirEra Bizantina
Parean costrutti i cranii
Degli uomini d’allor.
S’udian tuoni e tempeste
Di catapulte, urtavansi
Scudi, mazze, cimier:
Per le forate teste
Irradiava nell’anime
La santa alba del Ver.
La vecchia età de’ secoli
Parea tornare bionda;
Crescea nelfuomo il giglio
Della serena fé’;
Era concilio ed agape
La Tavola Rotonda,
Religiosa triade:
Iddio, la Dama, il Re.
O Titàni! o Baroni!
O Guerrini! o Palàmidi!
Magna stirpe d’Artù!
Prodigi! visioni!
Miracoli! miracoli
Che non vedremo più!
Di quelTetà fantastica
O poesia stupenda!
O canto, o Verbo, o rapsode
Genio fascinatori
Simile al Dio degli esseri
Un Dio della leggenda
Creava forme e spiriti
Di tènebra e d’amor.
Genti balde e beate
Ponean mente alle favole
DeirOrco e del Dimon,
E piene il cuor di fate,
Di sirene e di lèmuri,
Facevano orazion.
Tale in un cerchio magico
Puro da immonda labe,
L’uomo crescea fortissimo
Colla fede nel cor.
L’opra del primo scettico
Fu di negar le fiabe,
Poscia negò il Demonio,
Poscia negò il Signor.
Sì! coll’antica fola
Sorgea quel giusto popolo
Chiamato da Gesù:
Il canto e la parola,
L’amore e la giustizia,
L’onore e la virtù.
Sorgeva il Sid purpureo
Come una calda aurora,
Simigliarne ad aquila,
Nel furioso voi;
E l’inspirato monaco
Che sul collo dell’ora
Carcava i pesi plumbei
Del suo primo oriuol.
Tutto era gloria! il lezzo
Forbìa dei negri secoli
La guerriera età;
| E un fraticel d’Arezzo
Strillava in cima agli organi:
Ut, re, mi, fa, sol, la.
L e g g en d a sec o n d a
O r so m o r to
D u e sa g h e

Poscia che al mondo s’era detto 1000,


Sotto un rimoto ciel, di là dai mari,
Di là dai monti, lontano, lontano,
Moriva un Re. Tanto i solchi del tempo
Frugato avean su quell’antico vivo,
Che le gene parean due palimsesti
Carchi d’orrende istorie; la sua chioma
Bruna un giorno, poi bianca, era di zolfo
E d’ossido macchiata, al par di lino
Infracidito. Ancor d’atri baleni
Lampeggiava lo sguardo.
E’ vi ricorda
D ’un banchetto regai? d’un gaio incendio,
Tutto d’or, tutto sole? era da quello
Un secolo trascorso e ancor viveva
Lo sposo di que’ giorni; agonizzando,
Ma viveva, ed avea centocinquanta
Anni varcati. A quel regai banchetto
(Narra un’antica saga) ebbero i vini
Così gaje burrasche e infuriate,
Che verso l’alba si vedean briache
Le capocchie cascar dei convitati,
Distaccate del torso, a quattro a quattro,
Come noci abbacchiate.
*

Un’altra saga
Più antica e più veggente ne tramanda
Che in quella notte mugolasser voci
Tetre nell’aria, e si vedesse appesa
La salma d’un gentil romanzatore
A un salice del bosco.
La morente
Udìam voce del Duca; ei giace, muto
Ed atterrito, come immota scolta
A un varco orrendo; già le molli piume
Diventar cataletto; e già le coltri
Sudario. Ardon funerei ceri. Un frate
Gli sta d’accanto, un frate bruno e chiuso
In lungo sajo. Il labbro di Re Orso
Sgorga parole e rantoli; chinato
40 II confessore ascolta. (È la favella
Un torbido liquor che vuol l’orecchio
Per allambico.) A lunga confessione
Dèi prepararti, o frate, a tenebrosa
Litanìa di delitti; in te l’Eterna
45 Misericordia sia consiglio e guida.

122
C o n f e s s io n e

Son tre giorni, son tre notti


Che Re Orso si confessa,
Né ancor muore, né ancor cessa.
Sia che aggiorni, sia che annotti,
Segue un frate in ginocchion,
Queireterna confession.

Scena

RE ORSO: Santo frate beato, io farò dono alla Romana Apostolica


Chiesa di 300 talenti e di 40,000 oncie d’oro, e di 200 botti di vino
Surrentino, se tu perdoni a questi miei peccati.
FRATE: Ego te absolvo.
RE ORSO: In quella stessa notte del banchetto nuziale, verso l’alba (udi­
vo sempre quel misterioso grido) io dissi a Trol: «Se il menestrello s’è
impeso di suo genio al salice del bosco, ei più non canta, perché il lac­
cio gli stringe il gorgozzule; però t’assenno e giuocherei la testa, che fra
i dodici Conti imbriacati v’ha un ventriloquo certo, un di quei
ch’hanno una bocca ne’ visceri e son detti spiriti di Pitone. Acuto vibra
su lui sguardo e mannaia, lo indovina e lo uccidi»... in quel ch’io di­
co... s’udì la voce... e il primo Conte cadde.
FRATE: Requiem.
RE ORSO: S’udì ancora la voce... ed il secondo Conte fu morto.
FRATE: Requiem.
RE ORSO: Caddero tutti.
FRATE: Ego te absolvo.
RE ORSO: Tuonò la sala come un coro d’idre... e tramortii. Più che
crescea l’incubo di quella voce e più crescea di morti la reggia, e co­
me s’aumentavan morti, aumentava l’incubo. In fin che un giorno
farnetico d’orrore io riconobbi d’aver recise, ad una ad una, le teste
delle mie vaghe consorti, poi d’aver crocefìssi, ad uno ad uno, i miei
poveri schiavi, e poi d’aver spente le belve del mio bel serraglio.
Trol in quel giorno s’asciugò più volte la fronte dal sudore. Egli era
stanco, e verso notte si coricò queto sul suo giaciglio da ciclòpe. Or­
rore!... venne ancora la voce a spaventarmi... ero solo... diserto... nel­
la reggia non viveva che Trol... trassi al giaciglio del placido dor­
miente, lo destai, e gli dissi: «demonio!...»
35 (Qui il frate veloce
Fa un segno di croce...
O santo Gesù!
Un segno rovescio
Tagliato a sghimbescio
40 Col capo all’ingiù!!)
RE ORSO: ... e gli dissi: «demonio! or tu fingevi di dormire, vigliacco,
ed ululavi per mio spavento... Il vivo, il solo vivo, l’ultimo vivo della
morta reggia tu sei, tu sei lo spirto di Pitone, tu canti! tu gridi! tu ur­
li! tu muggi, o maledetto! io ti condanno, e dopo d’aver scannato
45 tutto il popolo mio, scanna te stesso».
Trol si scannò. Morì tranquillamente come un beato, colla pace sul vol­
to, e parve a un tratto che da quel possente masso di carne volitasse
ad alto un’animella gaia e piccioletta che andava in Paradiso. O san­
to frate! santo frate beato! io farò dono alla Romana Apostolica
50 Chiesa di venti conopèi di seta e d’oro, e di ben cento talami d’avo­
rio che lasciai laggiù in Creta, se mi assolvi l’uccisione di Trol.
FRATE: Ego te absolvo.
RE ORSO: Morto Trol restai solo... solo... solo come un’isola bieca, so­
lo come un Dio decaduto, e non avevo nemanco chi m’uccidesse! La
55 voce tremenda continuava a mugghiare e rendea suono come cfun
pianto di donne, d’una bestemmia di giganti, d’un ululato di belve.
Allor raccolsi le mille gemme della mia corona e fuggii... lontan, lon­
tano, lontanissimo, e tutto rammingai il quadrato del mondo e ai
quattro angoli m’assisi della terra, e vidi il nido della Fenice, e vidi la
60 regione dei fieri antropofàgi, e poi quella dei savi Siasenesi. Più in là
d’Egitto e d’Arabia e di Siria e di Giudea corsi, vidi il paese delle gen­
ti nere, e sul lago d’Asfalte e sopra il monte Nibes viaggiai, ma sem­
pre l’urlo mi seguia della voce. Un secolo viaggiai. Trovai nell’India un
giardino che avea le siepi d’oro e i ruscelli d’ambrosia, era l’Eden,
65 v’entrai, ma il mio tumulto sentivo ancora più, fuggii... trovai
nell’Africa la placida isoletta di Menne ove ha sorgente Lete. Io mi
gettai tutto in quell’acqua che annebbia il senso della memoria... ah!
come foca che all’onde si ravviva crescea la voce, ed or la sento ancora
strepitar nel cerèbro. Oh! santo frate! liberami tu!
70 FRATE: maìit maidrociresìm mangàm mudnùcesy sued iem ereresim.

(In basse preghiere


Sta il frate raccolto...
O santo Gesù!

124
Il suo miserere
75 Le cifre ha sconvolto
Coi piedi all’insù!)
RE ORSO: Frate, è finita la confessione —sto per morire —m’insegna a
dire... un’orazione. Frate! ti dono tutta la mia reggia di Creta e la co­
rona mia... tu vigila, tu spìa... il mio funerale... voglio essere imbal-
80 samato da un mago d’Oriente, voglio molti aromi nella bara... e un
sudario di porpora, e una cassa d’oro, e un sarcofago di cristallo... e
il lamento delle prefiche e voglio... (poni mente)... voglio una mo­
neta d’oro nella mano destra per pagare San Pietro. Frate, è finita la
confessione... sto per morire... dammi la santa benedizione.
85 (Il frate veloce
Fa un segno di croce...
O santo Gesù!
Un segno rovescio
Tagliato a sghimbescio
90 Col capo all’ingiù!)
Già d’Orso è l’occhio
Nebbioso e torto.
Che fu? Fra un rantolo
Strozzato e corto
95 Par che nell’anima
Gli sia risorto
Come un peccato
Non confessato.
Che fu? gorgogliano
100 Le labbra inferme:
«Fio ucciso un...»
Re Orso è morto.

125
L it a n ia

Orcus tibi ducit pedes


Urla in barbaro latino
Il bieco cappuccino.
Sotto il letto un rospo gracida,
5 Come un prete al Giubileo,
E par che all’orrenda antifona
Ei risponda: Ora prò eo.
FRATE. Pape Satan.
ROSPO. Ora prò eo.
10 F. Pape Pluton.
R. Ora prò eo.
F. Pape Ariman.
R. Ora prò eo.
F. Pape Caron.
15 R. Ora prò eo.
F. Chiron.
Geryon.
Typhon.
Ophion.
20 Gorgon.
Demogorgon.
Yemonl Yemonl Yemonl
R. Orate prò eo.
F. Baal-Zebub.
25 Baal-Fegor.
Baal-Tsefon.
R. Orate prò eo.
F. Tartareae tenebrae.
Tartareum antrum.
30 Tartarei volucres.
Tartarea vox.
R. Orate prò eo.
F. Bombo!
Mormo!
35 Gorgo!
R. Orate prò eo.
F. Zxibur.

126
Gadur.
Zabulon.

m ja
Orate pro eo.
Caîn.
Cam.
Juda.
a

Orate pro eo.


nj

Lilith succubo.
r

Haza incubo.
n pa

Orate pro eo.


Lilith ephialtes.
r

Haza hyphialtes.
n pa

Orate pro eo.


Mar.
r

Nightmare.
Cauchemar.
a

Orate pro eo.


nj

Manto maga.
r

Saba saga.
Sarnia lamia.
m ja

Orate pro eo.


Sancte Tiberi.
Sancte Nero.
Sancte Caligula.
Orate pro eo.
rnpd

Sodoma.
Gomorra.
Babilonia.
Orate pro eo.
rn ^

Nitrum.
Carbo.
Sulphur.
Orate pro eo.
mpo

Infirmitas nefanda.
Sacra lues.
Delirium tremens,
Orate pro eo.
Gula.
m

Luxuria.
Ira.
Orate pro eo.
R. Ora prò eo.
F. Antichriste.
R. Ora prò eo.
F. Legio diabolorum.
R. Orate prò eo.
F. Strix.
Sphinx.
Styx.
Orate prò eo.
Nefaria prex.
Ora prò eo.
Orcus tibi ducit pedes.
Amen.
Rafel mai amech zabi àlmi.

Finiti i salmi
Oscillò un moto
Di terremoto
Com’onda in mar,
E rospo e monaco
Si dileguar.

Quando al mattino
Comparve il sol,
Si vide l’abito
D ’un cappuccino
Disteso al suol.

E come fu?

Nessun si graffa
La cuticàgna;
Rimase il guscio
Della castagna,
E Belzebù
Mangiò il marron,
Ch’era un dimon.
S u d a r io , ba r a e l a p id e

C ’è un bel cavalier
Che viene da Creta,
La folla inquieta,
Accorre e s agglomera
Per vario sentier.
Del bel cavaliero
L’aspetto fatale
Emana ribrezzo.
Gorgiera, cimiero,
Corazza, cosciale,
Tutto è d’un sol pezzo.
La strana armadura
Incute paura.
Vedendolo scorrere
Legger come il vento
Le donne ed i bamboli
Si danno a pensar:
«Nell’erta panoplia
Di fulgido argento,
Per quale incantesimo
Potè penetrar?»
La strana armadura
Incute paura.
***

«Sono un Re d’un grande impero,


Fu Re Orso mio bisavolo,
Son venuto a cavalcion
Di Libeccio e d’Aquilon,
Per assistere all’esequie
Di quel nobile guerriero.»
Così parla il cavaliero;
Sta la folla in ginocchion.
***

Nel giorno primo della regia esequie,


Orso (sia requie)
Fu da uno strolago
35 Del moro Alambra
Unto di balsami
D ’aromi e d’ambra,
Poi nel sudario
Messo a dormir.
40 Era di porpora
Un amplio strato,
Dove tre vergini
Meste cucir
Il bel cadavere
45 Imbalsamato
Del morto Sir.
(Pur v’è sul sudario
Un picciolo buco
Di tarlo o di bruco.)
50 Nel dì secondo della regia esequie,
Orso (sia requie)
Fu dentro un fulgido
Feretro d’oro
Calato giù.
55 Cantar i monaci
Un santo coro
Al Re che fu.
(Pur v’è su quel feretro
Un picciolo buco
60 Di tarlo o di bruco.)

Nel giorno terzo della regia esequie,


Orso (sia requie)
Fu in un sarcofago
D ’albo cristallo
65 Messo a posar,
Sul vetro un’iride
D ’ocra e corallo
Venne a brillar.
(Pur v’è sul sarcofago
70 Un picciolo buco,
Di tarlo o di bruco.)

130
Il bel cavalier
Venuto da Creta
Con posa quieta
Sta ritto a veder.

«È finito il funerale
Di Re Orso mio bisavolo;
Or io parto a cavalcion
Di Libeccio e d’Aquilon.»
Così parla quel fatale.
Sta la folla in ginocchion.
Ma non parte; muto, ritto,
Più non move piè, né tèndine,
Né cimiero, né gheron.
Forse ei pensa un’orazion.
Par sul suol piantato e fìtto.
Sta la folla in ginocchion.
Erta sta come cariatide
La metallica figura,
Eppur, mentre il ciel s oscura,
Par che un poco oscilli al vento.
Che sarà? Terrori Spavento!!
O miracolo! miracolo!...
Restò vuota l’armatura!!!
E come fu?
Nessun si graffii
La cuticagna;
Rimase il guscio
Della castagna,
E Belzebù
Mangiò il marron.

Sta la folla in ginocchion.


V ia g g io d ’ u n v e r m e

Passar tre giorni; sotto il monumento


Dorme Re Orso come un buon cristiano;
Non sode a notte voce né lamento,
Né verso strano.
***

5 E* vi ricorda ancora, e’ vi ricorda


D ’un banchetto regai, d’un gaio incendio
Tutto d’or, tutto sole? e’ vi ricorda
Come in mezzo a quell’orgia scatenata
Orso uccidesse un verme? —È da quel giorno
10 Un secolo trascorso ed ancor vive
Quel verme ucciso: Vermis nonmorietur,
Il verme non morrà; morrà il leone,
Morrà l’uom, morrà l’aquila, ma il verme
Vivrà in eterno. Dal reciso capo
15 Vegeterà più gonfio il circolare
Lombrico freddo; ei raffigura il tempo,
Si logora e rinascerli verme d’Órso
Si trascinò colla sua tronca testa
Fino al suo covo, e là visse cent’anni
20 Sotto la terra; ma ne l’ora ¡stessa
Che Orso fu morto, cominciò un viaggio.
***

Il refolo buffa —in rabida zuffa —col mare lontan,


E l’irta tempesta —inzacchera e pesta —lo squallido pian.
Sull’umide biche —le brune formiche - errando sen van
25 E in trepida foga —più d’una s’affoga - nel giallo pantan.
E sera e mattina
Un verme cammina.
Sul grifo ha tre branche - e al ventre tre zanche - col viscido umor
Del corpo velluto —ei sparge uno sputo - di rabbia e livor.
30 Si gonfia e rappiglia - s’allunga e assottiglia - quel vii vfator,
Si snoda e s’annoda - dal capo alla coda - con lento vigor.
Per monti e piaggia
Un verme viaggia.

132
***

Passar tre anni. Sotto il monumento


35 Dorme Re Orso come un buon cristiano;
Non s’ode a notte voce né lamento,
Né verso strano.

E il verme segue il suo cammin. Tre anni


Stette a percorrer l’isola di Creta
40 Senza riposo; all’angolo postremo
Di quella terra è giunto, a quel ch’è detto
Capo Sidèro. Sta davanti il mare;
Immensità. Pel figlìuol del loto
È morte il mar; pur convien ch’ei viaggi.

45 Ci son due canonaci —sul basso del lido.


Traversa un naviglio —e gridan: «Nocchieri
Nocchieri se la barca
Non è troppo carca
Portateci in mare».
50 E il buon navichier —risponde a quel grido:
«Potete abbordare,
La barca vi pòrta,
Il vento è fedele,
Montate pur su.
55 Ho gonfie le vele
E poco m’importa
D ’un peso di più».
Poi chiede: «In qual isola - convien che s’approdi?»
—«A Rodi» rispondono - e in rapido voi
60 La barca viaggia.
Appare una spiaggia
Schiarata dal sol.

- «Siam giunti, o canonaci, —nel porto di Rodi,


Lo schifo è amarrato.
65 Saltate pur giù».
Saltar; ma il prelato - dall’ampia epiderme
Frugò nella tunica - per dare al nocchier.

133
Terrori dalla tasca
Un verme gli casca
Orribile e neri!
«È il diavolo! è il diavolo - (ei gridan) quel
E fuggono e invocano i Santi e Gesù.
** *

il verme striscia. Avea ripreso lena


Nella scarsella di quel buon prelato,
Che sapea di salsiccia, e al tiepidore
Di que’ beati fianchi un dolce sonno
Gli sopravenne. Appisolò per tutto
Il traghetto di Rodi, e al salto brusco
Si risvegliò del prete. Or sulla duna
Sta esplorando il destin. Iddio protegge
I vermi della terra. Ecco, sul lido
In groppa al verde carolar de’ fiotti
Approda un gatto morto; è la carogna
Un paradiso al verme. Il verme corre,
E l’ansia cupa delle floscie anella
Raddoppia, e l’onda del suo dorso, e sale
Sulla carogna. Un soffio di levante
Spinge il gatto nel mezzo alla marina
Come nave in abbrivio, e il bruco rode
Su quel carcame ch’è merenda e barca.
** *

Spira Volturno
Nel cid diurno,
Di Patmò l’isola
Ecco che appar.
E sotto il buon vento
Un bel bastimento
Galleggia sul mar.
—A bordo chi c’è?
- A bordo c’è un re.
Spira Garbino
(Soffio marino):
Di Samo l’isola
E sotto il buon vento
105 Un bel bastimento
Galleggia sul mar.
- A bordo chi c'è?
- A bordo c'è un re.
Spira Scirocco,
110 Là da Marocco,
E il lido d'Asia
Ecco che appar.
E sotto il buon vento
Un bel bastimento
115 Si vede approdar.
- A bordo chi c'è?
- A bordo c'è un re.
Ma il bel palischermo
È un micio affogato,
120 É il re ch’è sbarcato
È un povero vermo.
***

Passar trent'anni. Sotto il monumento


Dorme Re Orso come un buon cristiano;
Non s'ode a notte voce né lamento,
125 Né verso strano.
***

E quel verme cammina. - E passa Smirne,
E passa Alèp. Fatata è la sua via;
Ha lentezze da polipo e rattezze
Da rondinella. - Per tre giorni ei solca
130 Le pareti d'un ponte e va coll’aria
In grembo d’una foglia, attraversando
Monti, golfi, lagune in un baleno.
L'anno di grazia 1120,
Nel di che Re Luigi avea segnata
135 La pace col Normanno, il viaggiante
Lombrico era a Parigi, e le calcagna
Stavan sovr’esso d’un'intera plebe
Congàudente. Ma un Nume protegge

135
Il verme della terra, e dal suo capo
Storna il tallon dell*uomo; il tetro bruco
Così fu salvo e continuò il viaggio.
L a p id e , ba r a e s u d a r io

A mezzanotte - lo scarafaggio
Incontra un vermine - sul suo sentier.
«Hai Tossa rotte - fratei, coraggio!»
Grida beffandolo - Tinsetto ner.
5 E il verme: «Ho corso —la terra e il mare,
«Solcai la faccia - del mondo intier.
«Cerco Re Orso.» —

—«Se il vuoi trovare


«È là da un secolo - nelcimiter».
10 Risponde il vermine:
«O scarafaggio,
Ti dia la luna
Buona fortuna.»
- «Tu arrivi al termine
15 Del tuo viaggio.»

A giorno ed a vespero —a notte, a mattina


Un verme cammina;
Coi lividi muscoli - si gonfia e rappiglia,
S’allunga e assottiglia.
20 Già verso un sarcofago —più e più si strascina,
Più e più s’avvicina.
Già tocca il sarcofago. - E sotto la lapide
V ’è un picciolo buco,
E Torrido bruco
25 Già in quel penetrò.
Passata è la lapide. - Sull’orlo del feretro
V ’è un picciolo buco,
E Torrido bruco
Già in quel si cacciò.
30 Passato è già il feretro. - E in mezzo al sudario
V ’è un picciolo buco,
E Torrido bruco
Già in quel si gittò.

137
Passato è il sudario. - V ’è dentro un cadavere!
Già il verme lo tocca!
Gli sputa sul teschio!
Gli morde la bocca!
Già il morto terribile
L’avello spezzò.
Re Orso
Ti schermi
D al morso
De* vermi!

Lontan fra le tenebre


Un urlo tuonò.
LO SPETTRO

Son sette secoli, —che a mezzanotte,


Appena scoccano - dodici botte
SulToriuol,
Passa un fantasima —che fa del mondo
5 II giro tondo
Opposto al sol.
Terror dei talami - e delle cune,
Quando risplendono - le torve lune
Nel fosco ciel,
10 Allora appaiono —a chi non dorme
Le morte forme
Fuor dell’avel.
Gli rode un vermine - palato e lingua;
Pur sul suo scheletro —par non s’estingua
15 La carne ancor.
Quel suo cadavere —imbalsamato
Spande un beato
D ’aromi odor.
Come da fetido - mortai miasma
20 Fugga dai balsami —di quel fantasma
Ogni cristian.
Se a notte un mistico - profumo è sorto *
Certo quel morto
Non è lontan,
25 E allor bagnatevi —coll’acqua santa,
E la reliquia - che i spettri incanta
Prendete in man.
Poi dite all’orrido - fantasma impuro
Questo scongiuro:
30 Re Orso
Ti schermi
D al morso
De* vermi.

139
M o r a l e d e l l a f ia b a
Né savio motto —né aforismo dotto,
Né sermo o perno —di morale eterno
Nessun ricerchi in me.
Sol lo strambo —quaderno - un ambo —o un terno
Può dar di botto - per chi giuoca al lotto.
Dunque ascoltate - l’ambo o il terno c’è:
Un boja e un frate —Un gobboy un verme e un re.
R e O r s o . F iaba

(Introduzione e note di Angela Ida Villa, da A.Boito, Opere letterarie, Milano,


edizioni Otto/Novecento, 2001, a c. della medesima)

Introduzione

1. Vivente l’autore, Re Orso conobbe quattro redazioni. La prima [RI] uscì


sullo scorcio del 1864 nella “Strenna Italiana” per il 1865 ed in estratto
venne riedita dall’editore Brigola nel 1865. La seconda, corredata di sobrie
annotazioni di Giammartino Arconati Visconti redatte sotto l’attenta super-
visione boitiana, fu pubblicata in volume nel 1873 presso l’editore Bona di
Torino [R2], ma la sua gestazione risaliva almeno al 1871, come risulta dalle
lettere boitiane al curatore (AB, Lettere inedite e poesie giovanili a c. di Frank
Walker, “Quaderni dell’Accademia Chigiana”, XL, Siena, 1959, p. 29 ss).
Infine la terza [R3] e la quarta redazione [R4] videro rispettivamente la luce
nel 1877 e nel 1902, edite entrambe dall’editore torinese Casanova unita­
mente al Libro dei versi. Da RI a R4 Boito intervenne pesantemente sul testo
realizzando cospicue varianti, tali da modificare significativamente la struttu­
ra originaria.
2. Realizzato in un anno eroico della Scapigliatura boitiana, Re Orso è un
prodotto emblematico dello sperimentalismo letterario scapigliato del suo
autore - inteso ad aprire le porte all’“arte dell’avvenire” con soluzioni non
convenzionali —applicato all’ambito drammatico. Dell’apparato teatrale esso
conserva l’alternanza di parti didascaliche (indicazione e descrizione della
scena, ragguagli sul movimento e sull’atteggiamento del personaggio) e di
parti destinate alla recitazione. Un’opera drammatica, dunque, come già
aveva intuito Arturo Pompead (Arrigo Boito poeta e musicista [1919], Vene­
zia, La Nuova Italia, 1928, p. 69 e passim)', un’opera teatrale, tuttavia, identi­
ficabile piuttosto che in un libretto, in una commedia di tipo sperimentale.
È possibile ravvisare in Re Orso una commedia strutturata sul modello aristo­
fanesco e più precisamente impostata sulla parabasi, dilatata questa fino a
comprendere, oltre il canonico interludio centrale tra le scene comiche, la
prima e la seconda parte. La volontà di realizzare un simile progetto speri­
mentale Boito l’aveva lasciata intravedere nei suoi articoli di critica teatrale.
In particolare nell’anno che precedette l’uscita di Re Orso egli aveva auspicato
la necessità «di rifare l’antica parabase della greca commedia» al fine di pro­
muovere il rinnovamento del teatro italiano (AB, Cronaca drammatica,, “Per­
severanza”, 13 ottobre). Dal canto suo (tanto più che era recente l’insuccesso
teatrale delle M adri galanti e altrettanto sentita la volontà di un riscatto)
qualcosa di simile tentò di realizzare attraverso Re Orso. E in particolare R I,
coevo a tali dichiarazioni (e qui riprodotto in appendice), che meglio per­
mette di verificare l’adesione di Boito al progetto da lui suggerito sulla “Per­
severanza”. La traccia seguita per la sua realizzazione sembra essere (tanto più
che nello stralcio sopra riportato Boito scrive il termine parabasi in francese)
lo schema fornito da Artaud nella Note sur la parabase dans la comédie greque
posta in appendice alle Comédies d ’Aristophane edite a Parigi da Charpentier
nel 1845. Nella biblioteca boitiana è tuttora conservata l’edizione del 1855
con sottolineature apposte alla stessa Note (I-PAcon n. 187). Boito aveva
esternato in più d’un’occasione la propria spiccata devozione per Aristofane,
da lui considerato un rivoluzionario nel genere artistico di sua pertinenza,
tanto da farne, oltre che uno dei padrini dell’arte «realistica» scapigliata, uno
scapigliato ante litteram, nelle Cronache dei teatri del “Figaro” del 31 marzo
1864 aveva infatti dichiarato: «Aristofane [...] immaginerebbe una meravi­
gliosa commedia senza unità di luogo né di tempo (com’egli scapestrato
usava)». Dall’entusiasmo aristofanesco di Boito rimase contagiato il coevo Re
Orso. Qui (redazione del 1864) figurano i tre punti fìssi della commedia ari­
stofanesca: prologo {Esordio), komos o corteo finale dei personaggi {Morale) e
parabasi in posizione centrale {Intermezzo storico). Quest’ultima viene poi
riproposta, articolata in sei punti, nelle due parti fondamentali di Re Orso,
Leggenda prima e Leggenda seconda, nelle sezioni assegnate cioè da Aristofane
alla parte prima e alla parte seconda della commedia.
Guardando alla realizzazione finale si deve senz’altro escludere che l’opera
sia stata concepita in previsione di una sua rappresentazione sulle scene. Per
Re Orso, nella prospettiva di opera teatrale, si dovrebbe più propriamente par­
lare di «teatro della memoria». Ovvero è pensabile che il principio, fissato
nell’ambito della retorica classica (dal De oratore di Cicerone, dall’Institutio
oratoria di Quintiliano, AzWAd Caium Herennium libri IV) che prescrive
l’ordine dei luoghi di memoria (un ordine di tipo architettonico) che conser­
vano la materia da memorizzare quale garanzia dell’ordine della sua memoriz­
zazione, fonderebbe la partizione in sezioni di argomenti e di personaggi che
struttura Re Orso. Si può ricordare che proprio la forma architettonica del
teatro quale locus memoriae, già sperimentata da Giulio Camillo (l480ca-
1544), venne prescelta dal filosofo rosacrociano Robert Fludd (1574-1637)
per il suo sistema di memoria connotato magicamente ed espresso come due
teatri (orientale ed occidentale), illustrati come palcoscenici. Un espediente
affine è riscontrabile in Re Orso (la pianta di Re Orso, 1864, in questa pro­
spettiva è stata da noi riprodotta in “Otto/Novecento”, n. 3-4, 1992 a p. 50
s; sull’arte e sul teatro della memoria si rinvia a Frances A. Yates, L'arte della
memoria, tr. it. Torino, Einaudi, 1972, p. 120 ss e 297 ss). Invece il numero
dei versi del poemetto boitiano parrebbe discendere, al pari della sua incredi­
bile polimetria, da calcoli cabalistici, come venne appurato negli anni Venti:
«Si è potuto distinguere un preconcetto numerico [...] in quella inesauribile
curiosità di complicazioni e combinazioni a gruppi ternari, quinari, settenari,
novenari, non tanto di accenti quanto di cifre; presso a poco una cabala figu­
rativa con prevalenza cubica o cubistica a base triangolare» (Giovanni Borrel-
li, Linee dello spirito e del volto di Arrigo Boito. “Nerone”, Milano, Bottega di
Poesia, 1924, p. 56). Volendo provare ad esemplificare a campione si può
osservare che nA X Esordio (redazione 1864), in cui si parla à A X eterno avversie-
rot le tre sestine di senari sembrerebbero in linea con l’argomento trattato
visto che riproducono il triplice sei della luciferina bestia apocalittica.
3. Nel Re Orso trionfa il «realismo barocco» boitiano imperniato sul grotte­
sco, come preconizzato dalle coeve direttive del prologo a Ballatella sull’arte
degli «scapigliati romantici in ira». Per la paradossalità delle vicende descrit­
te; per l’esasperazione degli esiti caricaturali raggiunti tanto con l’abbassare e
il compromettere il decoro delle situazioni con l’indulgere al mostruoso e al
deforme (nelle figure di re Orso, di Trol e di Papiol), quanto Col sublimarle a
sproposito caricando le tinte dell’ideale (dell’ideale cortese, ad esempio, del
trovatore in Ago e Arpa), così da conseguire l’effetto della parodia; per il pre­
valere del materiale sullo spirituale (culminante nelle immagini del banchet­
to della Cena)', insomma per tutto questo sforzo intenzionale di ridicolizzare
con sistematicità le situazioni “serie” ed “alte”, così da indurre al riso che
«abbassa e materializza», Re Orso si pone al vertice del grottesco dell’opera
letteraria boitiana. Per l’appunto «il tratto caratteristico del realismo grotte­
sco è Xabbassamento [...] cioè il trasferimento di tutto ciò che è alto, spiritua­
le, ideale e astratto, sul piano materiale e corporeo, sul piano della terra e del
corpo nella loro indissolubile unità» (Michail Bachtin, L'opera di Rabelais e la
cultura popolare, tr. it. Torino, Einaudi, 1979, p. 26 e 25). Boito convoglia il
grottesco, «germe de la comédie» secondo l’Hugo della prefazione al
Cromwell, nella pseudoparabasi aristofanesca di Re Orso, vale a dire entro una
struttura tradizionalmente di per sé predisposta a sostenere un discorso
d’impronta polemica. Come è noto, l’intermezzo centrale tra le scene comi­
che nella commedia attica antica era costituito dalla sfilata (in greco
paràbasis) davanti al pubblico del coro che, sospesa la finzione scenica per
rivolgersi direttamente agli spettatori, trattava argomenti politici, letterari, di
costume, indipendenti dal soggetto della commedia. Re Orso, nella prospetti­
va di pseudoparabasi, indirizza il grottesco insito nella vicenda tragicomica
del re ai fini di una diminutio parodica delle convenzioni romantiche nel
momento stesso in cui convoca «tutta la compagnia drammatica e l’attrezza­
tura teatrale del romanticismo» (Benedetto Croce, Arrigo Boito [1904], in La
letteratura della nuova Italia. Saggi critici voi. I, Bari, Laterza, 1956, p. 262).
Obiettivo polemico prioritario (condiviso oltretutto dalle poesie coeve e
dalle novelle) è il mito del medioevo riscoperto dai romantici, tant’è vero che
l’ambientazione cronologica, posta a cavallo dell’anno 1000 (esattamente tra
il 978-79 e il 1120), sul finale è trascinata fino al 1820, all’epoca della pole­
mica romantica in Italia. Più precisamente il medioevo qui preso di mira è,
come si comprende dall 'Intermezzo storico, quello risultante dalla rilettura in
prospettiva cattolica della storia e delle leggende: di quelle arturiane e del
Graal nella fattispecie. Lì si accenna alla Tavola Rotonda, che era concilio ed
Agape, e alla magna stirpe dArtù. Ed il poemetto è tutto giocato sull’identità
etimologica di re Orso con King Arthur. Nella parodia boitiana, re Artù e i
cavalieri della Tavola Rotonda vengono ricoperti di ogni rozzezza e negati­
vità. Sottintesa è anche la polemica con gli studi filologici e accademici
sull’argomento (proprio tra il 1864 e il 1866 il Polidori pubblicò La Tavola
Ritonda). Per contro si assiste alla rivalutazione boitiana della linea del
«mistero», esoterica ed iniziatica, tornata alla ribalta anch’essa nel primo
Ottocento in concomitanza con il revival dell’interesse (e delle polemiche)
verso il templarismo, secondo un discorso meglio esplicitato da Boito nella
Cornice dei ritratti della Musica in piazza: una linea, pertanto, di cui in sede
interpretativa non si potrà non tener conto.
Altri, più smaccati, elementi di trasgressione letteraria balzavano all’occhio
del lettore tardoromantico di Re Orso. Primo fra tutti l’inosservanza del prin­
cipio secondo cui «la letteratura è espressione della società» e dei suoi corolla­
ri. Sintomatiche sono le reazioni di Antonio Ghislanzoni che, «intontito di
stupore» dalla lettura dell’opera, sulla “Lombardia” del 27 dicembre 1864
dava segni di non gradire affatto il linguaggio di Re Orso, ostico al lettore
comune ed ottenuto, con velleità novatrici, «accozzando le nordiche astruse­
rie agli italianismi più disusati della vecchia Crusca, cantando insoliti ritmi
con rancide e viete parole». Sicché si chiedeva esterrefatto: «Perché tanto
spreco di vocabolario per tradire le proprie intenzioni, la propria coscienza? -
Perché inventare e disseppellire Xavversiero, il leppo, il preghiero, il piccinacolo,
il bambarattolo, il troviero, la donna angelicata, il menestriero, i nimbi, le cer­
velliere, gli sparveratori, le gobbole, il cuculiare, la ruca, la saga, il romanzatore,
Ximpeso, il t'assenno, la cuticagna, il refolo che buffa, Yappisolare, le rattezze, ed
altre stranezze? Non si poteva risparmiare questo bel mosaico di voci rispet­
tabilissime pur di riuscire più chiaro all’intelligenza comune?». La chiarezza
era per l’appunto il requisito poetico fondamentale secondo Ghislanzoni per­
ché, rammentava a Boito, «il poeta canta alle masse, e se è vero poeta, sa ren-
dersi accessibile a tutti»; e «per rendere accettabili e comprensibili le sue idee,
dovrebbe preferire la dicitura che più si accosta al linguaggio parlato» (ree. a
AB, Re Orso. Fiaba, “La Lombardia”, 27 dicembre 1864, in La pubblicistica
nel periodo della Scapigliatura, a c. di Giuseppe Farinelli, Milano, Istituto di
Propaganda Libraria, 1994, p. 646 s).
4. La polemica prioritaria affidata alla pseudoparabasi Re Orso non è tuttavia
esplicitamente esternata nel testo. Anzi nella Morale della fiaba l’autore arriva
a sostenere la tesi del nonsense di Re Orso. Per cui invita i lettori a non volervi
cercare alcun sermo o perno - di morale eterno, come in genere viene fatto nelle
fiabe. Per un verso ciò corrisponde alla riaffermazione del principio dell’esclu­
sione della morale dall’arte sostenuto nel 1864 nella Polemica letteraria in
opposizione al cattolicesimo. Realizzato in un anno appunto eroico della Sca­
pigliatura boitiana - quello dei proclami iconoclasti in materia di poetica e di
religione della Polemica letteraria, concretati nei componimenti d’intonazione
gnostica di Dualismo e di Contemplazione —, Re Orso non fa che proseguire un
discorso già impostato. Sicché la tesi qui avallata dell’inconsistenza semantica
risulta essere nient’altro che un’indicazione per così dire ad usum vulgi. In Re
Orso il significato non è latitante: è solo altamente dissacrante.
Apertosi a febbraio con Dualismo, il 1864 boitiano si chiude a dicembre
con un’altra prova dualistica consegnata a Re Orso: dualismo morale come
coincidenza oppositorum il primo, dualismo radicale, ispirato alle antiche reli­
gioni e alle antiche eresie, il secondo. Quest’ultimo tematizza la messa in
scena della lotta tra i principi ontologici del Bene e del Male: una lotta vinta
dal secondo nel finale, così come avviene nell'Alfìer nero e nel Barbapedàna
della Musica in piazza. Anche in Re Orso il discorso non è immediatamente
perspicuo, così come non è affatto scontata l’identificazione dei principi del
Bene e del Male, dato il ricorso ad una simbologia costruita su riferimenti
eruditi, tratti sovente dalle antiche eresie, e peraltro in parte già utilizzati per
il Nerone. Il tutto è poi amalgamato dalla tematica templare e giovannita.
Per l’appunto Re Orso è tramato da spunti tratti dal Nerone, allora già in
gestazione. Così re Orso, campione di atrocità e di nefandezze, è modellato
sulla traccia di Nerone. Ma, malgrado le apparenze, nessuno dei due è l’incar­
nazione dell’anticristo. Entrambi sono perseguitati da una voce misteriosa:
un’emanazione della Dea Madre Iside, configurata ecletticamente con conta­
minazioni gnostiche. Le quali ricorrono sia in Oliba sia in Asteria, della quale
la prima è il corrispettivo. Comune a Re Orso e al Nerone è il tema portante:
l’avvento dell’anticristo. In Re Orso è incarnato dal verme, dantescamente con­
notato come il «vermo reo che ’1 mondo fora» di Inferno, XXXIV 108, con
l’aggiunta di attributi prelevati dall 'Apocalisse, dalla gnosi giovannita (quali la
decollazione e il simbolico numero trenta poi riutilizzati nell'Alfier nero) e dalla
gnosi ofita (il verme-serpente, qui e in Iberia descritto come Uroboros, simbo­
lo della conoscenza che india). Nel Nerone è celato nel personaggio di Fanuel,
pseudomessia modellato sulla traccia del san Paolo delle Pseudoclementine, nel
quale si scorge il vero Simon Mago, eresiarca gnostico secondo gli antichi. Sia
re Orso —“re cattivo” nella Leggenda prima e “dio cattivo” e decaduto nella Leg­
genda seconda,, ove è oltretutto fregiato del monogramma cristologico - sia il
Nerone sono immagini del Dio dell’Antico Testamento, interpretato come
“dio cattivo” da parte degli gnostici e pertanto perseguitato. L’idea gnostica è
l’alternativa religiosa da entrambe le opere proposta. Nel Nerone è il culto isia-
co della Dea Madre, rivista in chiave gnostica, ad essere riaffermato, in
un’epoca storica in cui il cattolicesimo stava affermandosi, facendo cosi eclissa­
re il suo culto che aveva conquistato il bacino del Mediterraneo. In Re Orso,
opera d’intonazione templare, è la gnosi giovannita - quella discendente da
Giovanni Battista in versione eretica di cui parlano le Pseudoclementine, fon­
datore di una setta nella quale si proclamava il vero Cristo e a capo della quale
si succedettero prima Dositeo quindi Simon Mago (personaggi questi ultimi
del Nerone) —, dottrina nel medioevo riportata in auge dai templari, ad imporsi
in concomitanza con riferimenti templari relativi all’epoca storica e all’ambien-
tazione prescelte. Sottintesa, infine, è anche la polemica contro le interpreta­
zioni in chiave cattolica delle leggende di Artù e del Graal, qui riportate
nell’ambito del culto pagano e gnostico della Dea Madre.

N o te

Epigrafe
È tratta dall’a. II, se. I di The winter’s tale di Shakespeare. Mentre ribadisce il
genere fiabesco del componimento preannunciato dal sottotitolo Fiaba,
implicitamente ne segnala la caratterizzazione esoterica. The winters tale è
un’opera dalle componenti magiche, sovente ricorrenti negli ultimi drammi
shakespeariani, ove si attua l’«evoluzione della tradizione ermetico-cabbalisti-
ca rinascimentale verso il rosacrocianesimo» (Frances A. Yates, Gli ultimi
drammi di Shakespeare, tr. it. Torino, Einaudi, 1979, p. 9; cfr. p. 83 ss.).

Esordio
Metro: sestine di senari doppi e semplici.
1-6 Pulzelle... leggenda:, l’autore si rivolge ad una variegata umanità fem­
minile che, in una significativa diminutio ironica, contempla caste giovani
(pulzelle), bigotte (pinzochere), domestiche (fantesche) e pettegole (comari).

442
Tutte assai religiose e ben redarguite dal prete intorno alle insidie dell 'eterno
Avversiero (il nemico per eccellenza: il demonio), vengono qui messe in guar­
dia dall’autore dal leggere la pagina orrenda / di questa leggenda. In seguito a
tale monito si insinua nel lettore il sospetto che sia proprio Xeterno Avversiero
il soggetto trattato in Re Orso.
7-12 O cherci... leggenda: si rinnova la diminutio parodica finalizzata alla
satira anticlericale in questa convocazione del mondo ecclesiastico fatto rap­
presentare da una squallida categoria di cherci (chierici), di canonaci (ecclesia­
stici appartenenti al capitolo cattedrale o collegiale, ma anche persone che
conducono vita placida con riferimento alle prebende) e di fra ti godenti
(erano i Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Maria Gloriosa, un ordine
religioso cavalleresco del XIII sec.; degenerando la loro vita nell’ozio e nel
lusso furono spregiativamente chiamati frati gaudenti o del buon tempo),
che ha cari unicamente il personale benessere e la quotidiana tranquillità.
Anche a costoro va la raccomandazione dell’autore di guardarsi dal leggere
l’inquietante leggenda di Re Orso.

Leggenda prima. Orso vivo


[ 1 , 1] A n t ic h e s t o r ie
Metro: endecasillabi sciolti. ,
1 Prima.. ^ 1000: la Leggenda prim a è ambientata sullo scorcio dell’anno
Mille, anno fatidico e legato a paurose aspettative apocalittiche, prima fra
tutte quella dell’avvento dell' eterno Avversiero, l’anticristo.
2-5 Viveva... Re: presentazione del personaggio che intitola la Fiaba (re
Orso) e del luogo ove la storia è ambientata (l’isola di Creta). Re Orso tradu­
ce King Arthur: «Il nome di Arthur è suscettibile di varie interpretazioni»,
tra le quali vi è «quella che lo riferisce alle parole celtiche arthos=orso e
virosi uomo» (Julius Evola, Il Mistero del Graaly a c. di Franco Cardini,
Roma, Edizioni Mediterranee, 1994, p. 56). Non è in contraddizione con
tali riferimenti arturiani l’ambientazione a Creta. Infatti nel regno di Arthur
«si fu portati a vedere una specie di imagine della funzione regale centrale
strettamente connessa con la tradizione iperborea, tanto da valere, alla fine,
come questa funzione presa in se stessa, con caratteri simbolici e superstorici.
La relazione del regno di Arthur con l’Inghilterra diviene perciò accidentale»
e «finisce col confondersi con quello del Graal» {ibidem., p. 56 s). E appunto
a Creta la tradizione riconosceva il carattere di centro del Mediterraneo
(Aeneis III, 104; Inferno X.IV, 94-5). Il misterioso «centro» di cui parlano le
leggende del Graal rientra nella simbologia del «re del mondo», l’erede della
tradizione primordiale posseduta dalla razza delle origini «divina» o «simile
agli dei» e detentrice di un potere superiore, regale e sacerdotale insieme, vis­

443
suta nella mitica età dell’oro (Evola cit., p. 41 s). E Creta, secondo il mito
classico, fu sede del regno di Saturno e dell’età dell’oro. Pasìfr. moglie di
Minosse, figlia d’Elio e di Perseide, sorella di Perse, di Eete, re di Colchide, e
della maga Circe; la sua leggenda più celebre ha per teatro Creta e si riferisce
ai suoi amori mostruosi con un toro.
6-54 Cento... testa: re Orso è un personaggio terribile ( Terrosis terrore il
suo motto). Analogamente re Arthur era ursus horribilisr. «Nennio già aveva
spiegato: Arthur latine sonat ursum horribilerm (Evola cit., p. 56). Il carico di
nefandezze qui attribuite a re Orso comincia a farlo altresì apparire come un
Nerone cretese. Non è però lui ad interpretare la parte dell’anticristo nel
poemetto. La sua terribilità infatti non è demoniaca: le continue iniezioni di
grottesco ne fanno piuttosto un personaggio tragicomico. Attinenze con il
mondo infernale poteva vantare Creta, «paese guasto / [...] sotto ’1 cui rege fu
già ’1 mondo casto» (Inferno XIV, 94-6), perché dalle lacrime del Veglio
posto sul monte Ida si originano i fiumi dell'Inferno (ibidem, 94-120). Algen­
ti catadupe-. fredde cascate, tremuoti: terremoti, leppo', puzzo, chercuto: con la
tonsura, groppi: spire.
55-67 Pur... Creta', spiegato l’antefatto prende ora avvio la storia. Per mare
giunge a re Orso un’altra concubina, proveniente dalla veneziana Giudecca. Il
termine designa tanto un’isola della laguna di Venezia, quanto la IV zona del
IX cerchio dell 'Inferno. Vitale Candiany Doge a Venezia'. Vitale Candiano fu
doge per un anno, dal 978 al 979 (fu poi costretto a ritirarsi nel monastero
di S. Ilario). Con l’inserimento di questo dettaglio storico viene indiretta­
mente indicato l’anno d’avvio della vicenda di Re Orso.
[I, 2] I n c u b o
Metro: decasillabi (w. 1-3, di cui i primi due tripartiti e con rime interne),
trisillabi (w. 4-7, 29-32), settenari (w. 8-28, 33-40), quinari (w. 41-53),
endecasillabi e settenari (w. 54-70).
1-32 Ogni... vermi', una misteriosa voce perseguita, come un incubo, re
Orso recandogli un pauroso ammonimento: egli deve guardarsi (ti schermi)
dal morso di un verme. Il plurale vermi rimante con schermi, riprende la
rima dantesca vermi / schermi (Purgatorio X, 124 e 126; l’altra rima boitiana
Orso / morso richiama ancora quella dantesca «segnorso» / «morso» di Inferno
XXIX, 77 e 79). Il verme, il cui avvento è ora preconizzato dalla misteriosa
voce, è lo stesso «vermo» menzionato in Dualismo (1864), ovvero il «vermo
reo» (Inferno XXXIV, 108): lucifero, l’eterno Avversiero atteso allo scadere
dell’anno mille. A questo sin da ora rimandano altri elementi presenti nella
scenografìa in cui avviene l’apparizione della voce. Innanzitutto la luce ten­
dente al verde (glauca / come fondo di mar), ritornante in quasi tutti i raccon­
ti, nonché nella poesia La selva dorme e spande, che rinvia alla tradizione del

444
Graal come smeraldo luciferino. In RI compariva anche la luna la cui con­
notazione infernale come Ecate-Persefone emerge anche qui, in R4, nell’epi­
sodio I, 9. Il Nerone boitiano è anch’egli perseguitato da misteriose voci:
«Una voce lugubre si sparge nella notte; cessano gli altri canti, s’odono que­
ste parole: “Voce dall’Oriente! Voce dall’Occidente!” e tosto un grido ferale
la segue: “Nerone-Oreste! Il Matricida» (Milano, Treves, 1901, p. 5). Re
Orso è l’uccisore di Oliba e del verme, Nerone della madre. Quale sia il
nesso esistente tra i due omicidi si appurerà più avanti, olibano: incenso.
33-8 un nano... Papiol: quello di Papiol «era un nome usato dai giullari.
Beltramo dal Bormio aveva un giullare che si chiamava Papiol» (R2, p. 15,
n.l).
56 lurco\ ingordo.
60 ghiottornìa: golosità.
[I, 3] CONSTRICTOR
Metro: endecasillabi composti da quinari e senari con rimalmezzo (vv. 1-5),
strofe di dodecasillabi con senari finali (vv. 6-47), ottonari (w. 48-68).
6-15 Oliba!... di mar. numerose sono le coincidenze con l’a. II {Il tempio
di Simon Mago) del Nerone. Qui Nerone adora Asteria nel tempio gnostico
di Simon Mago credendola la dea Iside, la Gran Madre degli dei. A lei si
rivolge con gli appellativi di «Selène!, Ecate!, Asteria! / vago Eòne lunar!
Magica Iddia / dai mille nomi» (cit., p. 98 s). Dea Madre e dea dai mille
nomi è Iside (Apuleio, Metamorfosi XI, 5: «rerum naturae parens, elemento-
rum omnium domina, saeculorum progenies initialis, summa numinum,
regina manium, prima caelitum, deorum dearumque facies uniformis, quae
caeli luminosa culmina, maris salubria flamina, inferum deplorata silentia
nutibus meis dispenso: cuius numen unicum multiformi specie, ritu vario,
nomine multiiugo totus veneratur orbis»). Tra questi nomi vi è appunto
quello di Ecate {ibidem): è questa la Luna («Selene»), considerata però quale
divinità che presiede alla apparizione dei fantasmi e ai sortilegi e quale mae­
stra di stregoneria, come è accennato ancora nel Nerone («scendono demoni
/ dalla region lunare. Ecate langue», p. 17). Nel passo citato di Apuleio la
Gran Madre Iside si identifica anche con Persefone, dea dei morti e degli
inferi: analogamente Asteria è detta «avernalmente» bella (p. 21) ed anche
«pallida Dea, tremenda7 protettrice dei morti!» (p. 96). Fogazzaro in una
lettera a Boito del 21 maggio 1900 faceva cenno alle «virtù demoniache»
della primitiva Asteria del Neroneì quando ancora si chiamava Selene od
Elena ed era la compagna di Simon Mago (Piero Nardi, Vita di Arrigo
Boito, Milano, Mondadori, 1942, p. 633). Una indubbia caratterizzazione
gnostica della Gran Madre Iside del Nerone è insita nell’appellativo attribui­
tole di «Eòne lunar»: nella catena di emanazioni del Pleroma (di «genealogia

445
degli eoni» si parla appunto nel Nerone) la Sophia e il suo consorte sono gli
ultimi di trenta Eoni, numero lunare nelle Pseudoclementine; e «nella spiri­
tualizzazione gnostica, “Luna” è semplicemente il nome essoterico della
figura: il suo vero nome è Epinoia, Ennoia, Sofia e Spirito Santo» (Hans
Jonas, Lo gnosticismo, tr. it. Torino, SEI, 1973, p. 127). LOliba di Re Orso
rispecchia tale serie di attributi della Dea Madre Iside riferiti nel Nerone ad
Asteria. Definita Dea in Antiche storie, Oliba raggiunge regalmente Creta su
una galèa: veniva così presentata al suo primo apparire come Iside Pelagia,
signora dei mari e protettrice dei naviganti, alla quale in epoca greco-roma­
na il 5 marzo era dedicata la festa del Navigium Isidis (tradizione recuperata
anche nella boitiana Gioconda, in cui compare una nave denominata Ecate).
L oscuro zendado che Oliba indossa è la «palla nigerrima» di Iside di cui si
parla nelle Metamorfosi di Apuleio (XI, 3). Il fatto che re Orso le dica: disco­
pri... quella tua fronte ch’io voglio mirar rinvia invece al De Iside et Osiride
(9) di Plutarco: «A Sais la statua di Atena, che essi identificano con Iside,
reca incisa questa epigrafe: “Io sono tutto ciò che è stato, che è e che sarà, e
nessun mortale mai sollevò il mio peplo”». Un’esplicita identificazione di
Oliba con la dea Luna si ha, con l’artifìcio dell’acrostico, nel canto del tro­
vatore ([I, 9] La cena), ove più precisamente è posta la sua identità con Per-
sefone, regina degli Inferi. E ciò era già implicito nel fatto che provenisse
dalla Giudecca: nome che designa la IV zona del IX cerchio dell ’Inferno dan­
tesco ove risiede lucifero, il «vermo reo che ‘1 mondo fora» (Inferno, XXXIV
108). Il fatto che Oliba dalla Giudecca raggiunga Creta via mare richiama
l’immagine della «bestia che saliva dal mare» di Apocalisse 13, 1, strumento
dell’azione di satana. Come Elena di Troia e come «pecorella smarrita» (in
un bordello del Libano), per la cui salvezza discende Simon Mago (entram­
bi sono attributi dell’Elena simoniana), Oliba è adombrata nel canto del
trovatore (I, 7) rispettivamente ai w. 45 e 46-47. All’aspetto di «pecorella
smarrita» rinvia più esplicitamente il nome Oliba: in Ezechiele (23) Ooliba
(da cui, per aferesi, Oliba) è una prostituta che si è coperta di ogni abomi­
nio ed è pertanto maledetta. Nella connotazione dell’Òliba boitiana si rav­
visano, dunque, anche gli attributi dell’Elena di Simon Mago, nel quale gli
antichi eresiologi videro un’incarnazione dell’anticristo in quanto considera­
to fautore dello gnosticismo.
16-47 M a Oliba... sul letto: si ripropone il parallelismo con il Nerone (cfr.
cit., p. 98 s) in questa Scena di Constrictor in cui re Orso imploraj’immobile
e statuaria Oliba di concederglisi così come Nerone fa nell’a. II con Asteria
che crede essere la dea Iside.
48-68 A me... d ’amor. nel grottesco gruppo plastico così formato si può
ravvisare un’allegoria dell’immagine del dragone alchemico a tre teste simbo­
leggiami i tre agenti dell’opus —mercurio (elemento femminile, principio

446
lunare), zolfo (elemento maschile, principio solare) e sale (costituiva la “tangi­
bilità”) - , ed in definitiva della coniunctio oppositorum in chiave alchemica
(cfr. Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, tr. it. Milano, Garzanti,
1991, s.v. Sulphur et mercurius e relativa illustrazione). La scena qui descritta
si rinnova nelle parole di Asteria nel Nerone (cit., p. 24: «E già l’angue m’allac­
cia e il sen mi cinge / e il petto mi rinserra / E lambe... e stringe / Ed erra / E
nell’amplesso della viva spira / sento ancora quel Dio che mi martira!»).
[I, 4] I n c u b o
Metro: doppi senari (w. 1-12), quinari (w. 13-8, 35-47), trisillabi (w. 19-
22), settenari (w. 23-34), endecasillabi e settenari (48-50), quinario e sette­
nario (w. 51-2).
11-2 la stella diana / par l'occhio verdognolo —di qualche befana: una cele­
bre stella diana (Venere, in quanto stella del mattino) è quella del sonetto di
Guido Guinizelli; la dissacrazione boitiana rientra nella linea antistilnovistica
della coeva Ballatella (1865).
5 1 -2 Buon... sonno: la rima sonno I Donno è già in Inferno XXXIII, 26 e
28. Donno: signore, latinismo.
[I, 5] PAPIOL
Metro: cinque ottave di ottonari.
Come un personaggio demoniaco è descritto il giullare Papiol: e ciò è in
linea con l’antico giudizio della Chiesa sui giullari (il discorso si ripropone
nel Barbapedàna della Musica in piazza). Il suo ago avvelenato, arma mortale
nelle sue mani omicide, che è qui paragonato all’aculeo della vespa, richiama
il drago del Purgatorio (XXXII, 133-34): «e come vespa che ritragge l’ago, / a
sé traendo la coda maligna». Il demonio Gerione ha una coda aguzza e vele­
nosa (InfernoYNM, 1 e 25-27), paragonata all’aculeo avvelenato dello scor­
pione. E in RI si legge che Papiol mangiò vivo uno scorpione (v. 34). Con
tutto ciò si accorda il fatto che sia nato da una mandragola: il termine, oltre
a designare una pianta magica dalla radice di forma umana, denomina altresì
i «demoni familiari di buona pasta, che appariscono sotto la forma d ’omi­
ciattoli sbarbati coi capelli sparsi», nonché «certi piccoli fantocci in cui il dia­
volo si rinchiude e che i maliardi consultano nelle critiche circostanze»
(Dizionario infernale, Torino, Cassone-Magnaghi, s.d., s.v.). A Papiol sono
altresì attribuiti i colori del rosso (rosso buffon) e del verde (per calza e braca
ha una pelle di lucertola), entrambi luciferini. Le corde del suo liuto, poi,
sono state tessute da una tarantola, dunque da un ragno, il quale è anch’esso
un simbolo luciferino (riutilizzato nel Barbapedàna). Quanto alla satira con­
tro Mistrali, accentuata in particolare in R I, si rimanda al commento a Bal­
latella delle poesie sparse, arfasatto: persona goffa e ridicola.

447
[I, 6] I n c u b o
Metro: endecasillabi divisi in un quinario e in un senario (w. 1-5), quinari
(w. 6-14, 30-42), trisillabi (w. 15-8), settenari (w. 19-29), endecasillabo
quinario e settenari (w. 43-7).
6-10 la luna... fermo: l'immagine ricorda quella dell’epigrafe mussettiana
apposta a Ballatella del Libro dei versi, canto fermo: cantus firmus è, nel canto
polifonico, una melodia affidata al tenor che faceva da base al gioco contrap­
puntistico delle altre voci, in un primo tempo con valori di durata lunghi ed
eguali per ciascuna nota.
[I, 7] A g o e arpa
Metro: strofe di endecasillabi (w. 1-12, 21-32, 42-53), inframmezzate da
un quinario (w. 5, 28, 49) e strofe di senari semplici e doppi (w. 13-20,
33-41).
I w. 11-2 sono la traduzione in provenzale dei due immediatamente prece­
denti. Il v. 11 riporta una citazione del trovatore provenzale Folchetto di Mar­
siglia (m. Tolosa 1231) già inserita in De Vulgari Eloquentia (II, VI, 6 ): «Tan
n abellis l’amoros pensamen»; nel v. 12, la fonte di Que jorn & nuitb «Que
nuit òc jorn ne m’y faut...; Re di Navarra, Canzone» (R2, p. 28, n. 3), mentre
la fonte di jeuplore & vai chantan è il «leu [...] plor e vau cantan», pronuncia­
to dal trovatore provenzale Arnaut Daniel (1150 ca-1200 ca), in Purgatorio
XXVI, 142. L’anacronismo insito nella menzione di testi di autori posteriori
(la Leggenda prima è ambientata prima dell’anno 1000) e l’imprecisione nella
definizione troviero... di Provenza fanno pensare all’intenzionalità parodica
dell’autore contro la rivalutazione della poesia provenzale attuata dal romanti­
cismo nell’ambito della ripresa degli studi sul medioevo, poi portata avanti
nella Cornice dei ritratti della Musica in piazza. Si aggiunga l’accenno di pole­
mica antistilnovista insita nel fatto che Xangelicata donna qui cantata è Oliba,
la meretrice di Ezechiele. Qui è identificata con l’Elena troiana allorché il tro­
vatore l’awerte che nel suo paese si parla in rimate parole*, così come fa Faust
con Elena nell’a. IV del Mefistofele (La notte del sabba classico), avena: zampo­
gna. gheron: falda della gonnella maschile.
[I, 8] TROL
Metro: aprono un trisillabo ed un bisillabo (w. 1-2, ritornanti nei w. 7-8);
seguono quinari (w. 3-6, 9-32) e chiudono endecasillabi e settenari alternati
(w. 33-42).
Come Papiol anche Trol, al quale re Orso affida l’esecuzione degli omicidi,
è, come detto più avanti (II, 2, 52), una figura demoniaca. Delle quattro
bestie della visione di Daniele (7,1-12), parafrasata infra (II, 5), Trol nei w. 9-
16 e 21-23 sembra interpretare la quarta (7,7). ventraiar. cfr. Lnferno XXX, 54.

448
[I, 9] L a cena
Metro: versi senari (1-12, 67-74, 141-46, 174-77, 210-17), martelliani con
prevalenza però del primo settenario sdrucciolo (13-66, 75-89, 97-129, 133-
36, 155-56, 167-73, 178-93, 200-9), ottonari (90-96), decasillabi (130-32),
trisillabi (137-40), senari doppi (147-50), polimetri (151-54), endecasillabi,
quinari, settenari con acrostico (157-66), senari doppi e semplici (194-99).
La scena grottesca di re Orso a mensa con i suoi dodici ministri è una
parodia di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, ai quali si accenna
nel successivo Intermezzo storico. Non manca nemmeno il Graal (introdotto
nella materia arturiana nel XII sec. da Chretien de Troys nel Perceval le Gal-
lois ou le Conte du Graal). Questo è in Re Orso fatto comparire nel corso
della cena, così come avveniva nel Perceval le Gallois. La scena risultava più
perspicua in R I: «Allor la mesta Oliba —sovra argenteo bacile / Pone una
mela, al Duca - presentandola umile. / Il Re: Grazie, fanciulla. / (E colla
mano inerme / spacca quel frutto... orrore! - orrore! un verme!!». Il Graal è
qui (come nel Perslevaus) identificato con un oggetto che può assumere
diverse forme. Innanzitutto quella del piatto d’argento (allusivo a quello che
avrebbe sorretto la testa del Battista); quindi quella dello stesso verme (che
“fora” la mela): il «verme reo che ’1 mondo fora» di Inferno XXXIV, 108,
lucifero. Con questo veniva di nuovo implicitamente identificato in R4
attraverso la pecisazione: [O liba] una mela solleva I e la porge a Re Orso, —
muta e col gesto d'Èva, ove l’accostamento Eva-mela-verme suggerisce l’assi­
milazione del verme al serpente edenico. Mentre il verme-serpente rinvia
alla gnosi ofita, il successivo taglio della testa da parte di re Orso e il bacile
d’argento rimandano alla gnosi giovannita, la presunta dottrina segreta dei
templari, e alla leggenda del Bafometto degli stessi templari, da alcune tra­
dizioni identificato con un Graal luciferino, corimbi: decorazioni a grappo­
lo. panoplie: armi disposte a trofeo come ornamento, cervelliere'. copricapi
protettivi in ferro portati sotto i cappelli, chironomonti: dal latino chirono-
mon, pantomimo, mappe: tovaglie. Imeto: Imetto, catena montuosa
dell’Attica, ciati Murrini: piccoli recipienti di murra, cuculia: sbeffeggia.
gobbolc. cobbole, brevi componimenti della poesia provenzale destinati ad
essere musicati. Tricliniarca: dal latino tricliniarcha, direttore del banchetto.
scalchi: servitori preposti al taglio e alla distribuzione delle carni. Cale'. Por-
tus Cale, antico nome di Vila Nova de Gaia, da cui la moderna denomina­
zione Portogallo, cervogia Sicambra: birra tedesca, lagene', recipienti a forma
di boccale, loriche*, corazze, epistidc. epistite, minerale usato dagli antichi per
fabbricare specchi ustori. Schio: Scio o Chio, isola della Grecia, ruca: bruco.
Belial: nome di demone, cionchi: mozzati. Falerno: antico territorio della
Campania, ereba tana: dimora dei morti nella mitologia greca, cutrettola:
uccello dei Motacillidi.

449
Intermezzo storico

Metro: dieci strofe alternativamente di otto e di sei settenari.


La celebrazione del medioevo è qui effettuata in termini encomiastici
quale epoca di rinascita della serena fé, in cui luomo crescea fortissimo / Colla
fede nel cor, come protetto in un cerchio magico. Di per sé quest ultima preci­
sazione —i cerchi magici trovavano impiego nelle evocazioni demoniache —
fa suscitare perplessità nel lettore circa la genuinità delle asserzioni di integra­
lismo religioso medioevale così entusiasticamente e risolutamente formulate.
Peraltro le argomentazioni boitiane a sostegno dell’assunto dell’ortodossia
religiosa del medioevo risultano ambiguamente formulate, tant’è vero che a
tratti da esse trapela la realtà di un medioevo religioso percorso da vasti
movimenti settari ed ereticali serpeggianti in tutt’Europa. Il dubbio intorno
al dogmatismo cattolico è implicitamente indicato quale scaturigine delle
eresie medioevali che minarono l’ortodossia cattolica: Tale in un cerchio
magico / Puro da immonda labe, / Luomo crescea fortissimo / Colla fede nel cor.
/ Lopra del primo scettico / Fu di negar le fiabe, / Poscia negò il Dimoniot /
Poscia negò il Signor. In particolare viene velatamente richiamato il manichei­
smo, in parte inglobato nel medioevo dal catarismo: Simile al Dio degli esseri
/ Un Dio della leggenda / Creava forme e spiriti / D i ténebra e damor. I riferi­
menti alla Tavola Rotonda e alla magna stirpe dArtù implicitamente richia­
mano la controversa leggenda del Graal, riletta ora nella chiave di un mistici­
smo pseudocristiano, ora di un esoterismo nero.
20 Tavola Rotonda,: la leggendaria assise di cavalieri, tra cui Lancillotto,
Tristano, Galvano, che si riunivano con re Artù intorno ad una tavola roton­
da, sulle cui imprese fiorì in Francia, tra il XII e il XIII sec., un’imponente
letteratura. Il tema arturiano inglobò progressivamente altre leggende, fra cui
quella della ricerca del Graal perduto.
24 Guerrini: Guerrin Meschino è il protagonista dell’omonimo romanzo
cavalleresco di Andrea da Barberino (1370 ca-1431 ca), ancora molto popo­
lare nel XIX sec. Palàmidi: Palamede, personaggio della mitologia greca, è un
eroe del ciclo troiano; la sua leggenda si sviluppò indipendentemente dai
poemi omerici.
25 Artù: leggendario fautore della resistenza romano-bretone all’invasione
dei sassoni. Idealizzato come un sovrano e un eroe nazionale, divenne il pro­
tagonista di tradizioni favolose, che costituirono la “materia bretone” della
narrativa medioevale, che gli attribuirono l’istituzione della Tavola Rotonda
e attribuirono ai cavalieri suoi adepti mirabili imprese cavalleresche.
41 lèmuri: presso i romani erano gli spiriti malvagi e vaganti dei morti.
43 Tale... labe, riferimento alla funzione che avrebbero i cerchi magici di
proteggere l’evocatore dagli assalti dei demoni evocati; ritorna in Iberia.

450
57 II Sid\ sid (cid in spagnolo) è contrazione dell’arabo sayyid, signore; Cid
Campeador è il nome leggendario di Rodrigo Diaz de Bivar o de Vivar
(1043 ca-1099), nobile spagnolo immortalato nel Poema de mio Cid (XII
sec.); celebrato come un eroe purissimo dalla tradizione epica, venne succes­
sivamente ridimensionato dagli storici quale cinico avventuriero.
61-4 E l'inspirato... oriuol «Gerberto [di Aurillac] monaco (che fu poi [dal
999 al 1003] papa Silvestro II) inventò gli orologi a pesi, fece della forza cen­
tripeta una forza motrice, 650 anni prima che nascesse Newton» (R2, p. 47,
n. 1); le generazioni successive considerarono addirittura demoniache le sue
vastissime conoscenze.
68-70 E un... la: Guido d’Arezzo (997ca-1050ca), teorico musicale, è qui
ricordato quale ideatore della formula mnemonica per ricordare l’esatta
intonazione delle note, ottenuta assegnando a ciascuna un nome (ut, re, mi,
fa, sol, la) corrispondente alla prima sillaba di ogni emistichio di un inno
gregoriano a san Giovanni («Ut queant laxis / Resonare flbris / Mira gesto-
rum / Famuli tuorum / Solve polluti / Labi reatum Sancte Johannes»).
Boito ne diede, nel 1882, un rifacimento in versione laica nei versi per
musica intitolati Per la celebrazione di Frate Guido: « Uà1 di Guido regola
superna, / Àf/suratrice facile de’ suoni, / Solenne or tu laude a te stessa
intuoni; / S/llaba eterna!» (AB, Tutti gli scritti, a c. di Piero Nardi, Milano,
Mondadori, 1942, p. 1368).

Leggenda seconda. Orso morto


[II, 1] D u e s a g h e
Metro: endecasillabi sciolti (i w. 11-2, 24-25, 30-31 sono il primo un sette­
nario e il secondo un quaternario).
6 gene, guance, palimsesti: manoscritti pergamenacei in cui la primitiva
scrittura, raschiata, è stata sostituita con un’altra.
33 scolta: sentinella.
[II, 2] C o n f e s s io n e
Metro: ottonari (w. 1-6), senari (w. 35-40, 71-76, 85-90), quinari (w. 91-
102; il v. 101 è un ternario che sottintende un quinario). Romualdo Giani
aveva osservato che le parti in prosa inglobano endecasillabi e quinari.
7-52 Santo frate... absolvo: prossimo alla morte, re Orso confessa ad un
frate i suoi innumerevoli peccati. Si viene così a sapere che, oltre Oliba e il
verme, ha fatto uccidere o indotto all’omicidio ad uno ad uno tutti i suoi
servitori e il trovatore, sospettandoli di essere gli artefici della misteriosa voce
che lo perseguita. Re Orso, pretendendo l’assoluzione dietro promessa di
donazioni alla Chiesa, è caratterizzato come un simoniaco, spiriti di Pitone.
drago mitologico, Pitone, in quanto figlio della Terra, emetteva oracoli, come

451
un coro d'idre, si riferisce alla credenza che le teste del mostruoso serpente
mitologico ricrescessero una volta tagliate.
53-69 Morto...tub. per cent anni re Orso, Dio decaduto, viaggia per il Mondo
nel vano tentativo di allontanare la voce misteriosa che lo perseguita come un
incubo. L’Arconati Visconti annotava: «Qui l’autore à seguito evidentemente
la geografia di Cosmo indicopleusta ove si legge che la terra à la forma di un
parallelogrammo. Pare che l’autore abbia tolto parecchie nozioni anche dal
Mappamondo di Brunetto Latini, al L. Ili» (R2, p. 54, n.l). Della Topographia
cristiana di Cosmas Indicopleustes, del XI secolo, l’autore originale è un mer­
cante cristiano del VI secolo; in questa riproduzione medievale la terra è un
rettangolo piatto sotto la volta celeste, uno scrigno che richiama il tabernacolo
di Mosè. Riferimenti alla Fenice, ai fieri antropofago, al monte Nibes e all'Eden
indiano in effetti si rintracciano nel 1. Ili, cap. II del Trésor di Brunetto Latini.
il nido della Fenice, si riteneva che la patria dell’uccello leggendario, che mori­
va nel proprio nido (fatto di erbe aromatiche, incenso e amomo) per poi rina­
scere, fosse l’Etiopia. Sienensv. gli abitanti dell’antica Siene, città dell’alto Egit­
to (l’attuale Assuan), lago d'Asfalte. Asfaltide è l’antico nome del Mar Morto,
che è appunto un grande lago. Lete, la Fonte dell’Oblio, situata agli Inferi, alla
quale secondo la mitologia classica i morti bevevano per dimenticare la oro
vita terrena. Per l’isola di Menne si cfr. Livres dou Tresor par Brunetto Latini,
Paris, Imprimerie Impériale, MDCCCLXIII, 1 .1, p. IV, c. CXXV, p. 170s, volume
presente nella biblioteca boitiana (I-PAcon n. 882).
71-90 maùt... ingiù: con la recita del Miserere trascritto a rovescio e con il
segno di croce egualmente rovesciato (col capo all'ingiu) e obliquamente
tagliato (a sghimbescio) il frate rivela la sua natura luciferina, peraltro poco
oltre apertamente dichiarata. Difatti, «secondo i cabalisti, il nome del Demo­
nio, o del male, si compone delle lettere rovesciate del nome di Dio o Bene»
(Eliphas Levi, Il dogma e il rituale dell'alta magia, 1855, tr. it. Todi, Atanòr,
1921, p. 93 s). Quella del frate demoniaco è una figura verosimilmente pre­
levata da Boito dalla letteratura faustiana, tant’è che anche nel Mefìstofele
l’omonimo demonio è fatto comparire a Faust sotto le spoglie di un frate;
l’espediente è riproposto nelle novelle boitiane. Una particolare avversione
per i frati è tipica dei giovanniti (Edmondo Lupieri, Giovanni e Gesù: storia
di un antagonismo, Milano, Mondadori, 1991, p. 161 s). moneta d'oro nella
mano destra per pagare San Pietro. «una consimile superstizione esiste ancora
fra i paesani del Morvan ed è nota sotto il nome di danaro di Caronte^ v.
Beaudieu, Le Morvan» (R2, p. 55 n.l).
91-101 Già... un: il peccato non confessato, ovvero l’uccisione per decol­
lazione del verme, determina la condanna finale di re Orso (II, 6). La rima
inferme / verme, lasciata sottintesa, riecheggia quella dantesca infermi I vermi
(Purgatorio X, 122 e 124).

452
[II, 3] L ita n ia
Metro: ottonari (w. 1-7) e quinari (w. 94-112).
Recitata dal frate mefistofelico coadiuvato da un rospo, anch’esso simbolo
diabolico (Gerd Heinz-Mohr, Lessico di iconografia cristiana,, Milano, Istituto
di Propaganda Libraria, 1995, s.v. diavolo, simboli del), è questa una litania
infernale. Nell’ambito della letteratura milanese un analogo apparato infer­
nale si trova In mort del consejer de stat cav. Stanislao Bovara e in On striozz
(On esempi) dei Poemetti di Carlo Porta.
1 Orcus... pedesr. «Svetonio, Nero, c. XXXIX» (R2, p. 57 n.l).
10 Plutom Ade, dio degli Inferi.
12 Arimam nel mazdeismo è il principio divino del male. Si può ricordare
Ad Arimane dà Giacomo Leopardi.
14 Caron: il traghettatore infernale.
16 Chiron: uno dei centauri (sorta di demoni della natura viventi nelle
foreste e sui monti impenetrabili).
17 Geryom guardiano del cerchio dei fraudolenti nell’ Inferno.
18 Typhom demone che provocava tempeste e terremoti.
19 Ophiom serpente primordiale e creatore.
20 Gorgon, demone dell’eresia in Inferno IX, 52 (Jacopo della Lana).
21 Demogorgon: demonio della terra.
22 Yemon, Yemon> Yemom «esclamazione sabbatica» (R2, p'. 58, n.8).
24-6 Baal... Fegor. Belzebù (signore [Baal\ delle mosche), principe dei
demoni e Belfegor, demone delle scoperte e delle invenzioni.
33-5 Bomboli Mormo/ Gorgo!: «formule d’evocazione; v. Origene, Phili-
sophumena» (R2, p. 58, n .ll).
39 Zàbulon: «demone il quale possedeva una monaca conversa di Lou-
don» (Dizionario infernalecit., s.v.).
45-9 Lilith... hyphialtesr. «Lilith capo dei succubi o ephialtes, demonio fem­
mina» e «Haza capo degli incubi o hyphialtes, demonio maschio» (R2, p. 59,
nn. 3 e 4).
51-3 Mar, Nightmare, Cauchemar. «sinonimi tedesco, inglese e francese di
incubo» (R2, p. 59, n. 5).
59-61 Sancte... Caligula: imperatori romani nei quali si vide l’incarnazio­
ne dell’anticristo.
64-6 Sodoma. Gomorra. Babilonia: le prime due nella Bibbia sono ricorda­
te per la depravazione morale dei loro abitanti; la seconda è la «grande pro­
stituta» dell’Apocalisse.
67-9 Nitrum. Carbo. Sulphur. «sono le tres matrices della polvere da sparo»
(R2, p. 59, n. 6), dunque strumenti di morte.
72 Sacra luesr. la sifilide. Fu denominata «morbo del basilisco»: «Come il
basilisco è il re dei serpenti, così, secondo Sant’Agostino, il demonio è il re

453
dei diavoli. [...] Tra i peccati capitali, esso simboleggia la lussuria e viene I
combattuto da Cristo, assieme al leone e al drago» (Biedermann cit., s.v.).
8 5 Strix. presso i romani era lo spirito malvagio che strazia i lattanti.
8 7 Styx. Stige, nome del fiume infernale e della dea che lo rappresenta.
93 Rafel mai amech zabi àlmi: è il «Raphèl mal amècche zabì almi» pro­
nunciato da Nembrot in InfernoXXXI,67. cuticagna: InfernoXXXll 97.
[II, 4] S u d a r io , bara e l a p id e
Metro: senari (w. 1-23), ottonari (w. 24-31, 76-94, 102), endecasillabi, qui­
nari e senari (32-75), quinari (95-101).
35 Alambra: antica popolazione dell’interno dell’isola di Cipro.
9 4 Restò vuota l'armatura: cfr. il finale di La mascherata della Morte Rossa
di Poe.
[II, 5] V ia g g io d ’u n v e r m e
Metro: strofe saffica (w. 1-4, 34-37, 122-25), endecasillabi sciolti (w. 5-21,
38-44, 73-90, 126-41), strofe di triplici senari chiuse da senari semplici (w.
21-33), senari doppi e semplici (w. 45-71), dodecasillabo tronco (v. 72),
strofe di quinari e di senari alternati.
10-20 ancor... terra: il verme decollato da re Orso in realtà non è morto.
Ora la sua identità luciferina è manifestamente asserita. Vermis non morietur
è il v. 66, 24 di Isaia: il verme che non muore è quello dei ribelli contro Dio.
Il più celebre ribelle, lucifero, è designato «vermo reo che ’1 mondo fóra»
{Inferno XXXIV, 108). Boito così parafrasa e reinterpreta la definizione dan­
tesca: fuoriuscito da una mela attraverso un foro (I, 9), anche il verme di Re
Orso, che ha il suo covo sotto la terra, può dire: solcai la faccia - del mondo
inter (II, 6, v. 6). La guarigione del verme decollato e l’affermazione D al reci­
so capo / vegeterà più gonfio rispecchiano le sorti della bestia apocalittica,
emissaria del dragone satanico: «una delle sue teste sembrava come colpita a
morte, ma poi la sua ferita mortale fu guarita» {Apocalisse 13, 3). Un’altra e
più palese identificazione del verme di Re Orso col demonio si legge al v. 71:
«è il diavolo! è il diavolo —(ei gridan) quel verme». La definizione del verme
quale circolare lombrico corrisponde a quella dell’Uroburo, il serpente che si
morde la coda (descritto anche in Iberid). Esso «rappresenta in figura di ani­
male il cerchio nel suo personificare l’“eterno ritorno”, e indica che ad ogni
fine corrisponde un nuovo inizio, in una ripetizione costante. [...] il “circolo
vizioso” dell’animale rappresenta la metafora espressiva di una ripetizione
ciclica, per esempio del “ciclo dei tempi”» (Biedermann cit., s.v.); il che spie­
ga l’aggiunta boitiana: ei raffigura il tempo, / si logora e si rinasce. Data la
caratterizzazione luciferina del circolare / lombrico di Re Orso si può aggiunge­
re che nel cosiddetto Inno della perla degli Atti apocrifi di Tommaso il ser­
pente mangiacoda è qualificato come «reggitore e principio malvagio di que­

454
sto mondo, nella forma del dragone del caos originario, circondante la terra.
La Pistis Sophia [...] dice: “La tenebra esterna è un immenso dragone la cui
coda è in bocca”. [...] Il parallelo gnostico più vicino al nostro racconto va
ricercato nel testo ebraico apocrifo, gli Atti di Ciriaco e Giuditta», ove com­
pare « il dragone, il “re dei vermi della terra, la cui coda è nella sua bocca.
Questo è il serpente che ha fuorviato gli angeli per mezzo delle passioni,
allontanandoli dall’alto; questo è il serpente che ha condotto fuori strada il
primo Adamo e lo ha scacciato dal paradiso”» (Hans Jonas cit., p. 134 s). Il
verme non morrà; morrà il leone, / morrà l'uom, morrà l'aquilay ma il verme /
Vivrà in eterno: leone, aquila e uomo sono gli attributi della prima bestia
luciferina (7,4) della visione di Daniele (7,1-12).
38-132 E il verme... baleno: rimasto cent anni nel rifugio sotterraneo, alla
morte di re Orso il verme si mette in viaggio: attraversata Creta, a Capo Side-
ro si imbarca per Rodi, tocca le isole di Patmo e di Samo e approda sulle
coste mediorientali {lido d'Asia); lasciata la Turchia (Smirne) e la Siria (Alèp)
prosegue con un itinerario lasciato evasivo. La direzione intrapresa dal verme
per raggiungere la tomba di re Orso pare essere quella della Terrasanta.
64 schifo: imbarcazione al servizio di una nave maggiore, amarrato: dal
francese amarrer, ormeggiato.
74-5 scarsella... salsiccia, altra nota polemica contro i frati “godenti”.
91-121 Spira... vermo: è qui posta l’identificazione del vermo con un re. Il
vermo di Re Orso, qui “perforatore” della mela ad immagine del «vermo reo
che ’1 mondo fora» di Inferno, XXXIV 108, è il «principe di questo mondo»,
satana. Volturno', grecale, vento di nord-ovest. Garbino: vento di libeccio.
133-6 L'anno...Parigi', lasciato il medio oriente improvvisamente troviamo
il verme a Parigi. Re Luigi è Luigi VI, re di Francia, detto il Grosso (1080 ca-
1137); il Normanno è Enrico I (1068-1135), figlio di Guglielmo il Conqui­
statore e re d’Inghilterra. I due guerreggiarono a più riprese data la volontà
di Enrico I di riunifìcare i domini normanni sotto la corona inglese; questi
sconfìsse l’avversario nel 1119. Il viaggio compiuto dal verme per raggiunge­
re la sepoltura di re Orso segue un percorso singolare: arrivato nei pressi della
Terrasanta, il verme viene improvvisamente catapultato in Francia nel 1120.
Il dato suggerito è l’evento compiutosi durante il regno di Luigi VI (1108-
37) all’epoca dell’anno indicato nel testo: un evento riguardante la Terrasan­
ta. Proprio nel 1118 o nel 1119 o nel 1120 (queste le differenti datazioni
proposte dagli storici), per iniziativa di un cavaliere della Champagne, Ugo
di Payns, venne fondato a Gerusalemme l’ordine dei templari; stroncato
all’inizio del XIV secolo da papa Clemente V e dal re di Francia Filippo il
Bello con l’accusa di eresia e di satanismo, l’ordine sarebbe sopravvissuto
nella massoneria. Un altro aspetto concomitante va altresì considerato. «Il
Patriarcato della Chiesa Joannita [...] secondo la tradizione templare sarebbe

455
stato trasmesso in Efeso Tanno 1118 a Ugo di Pagani, fondatore e primo
Gran Maestro dell'Ordine del Tempio, per sé e per i suoi successori nel Gran
Magistero dell'Ordine» (quanto a Re Orso c’è da osservare che nel contorto
viaggio del verme la località di Efeso non viene espressamente menzionata,
bensì implicitamente allusa: essa si trova tra la città di Smirne e l’isola di
Samo da esso toccate); da ciò deriverebbe il titolo di «Patriarca delle Crocia­
te» attribuito al XXIX grado massonico scozzese, avente carattere templare
(Vincenzo Soro [a c. di], Il gran libro della natura. Opera curiosa del secolo
XV III, Roma, Atanòr, s.d. [1921], p. 161 n.). «In quell’epoca, esisteva in
Oriente una setta di cristiani giovanniti, che pretendevano di essere i soli ini­
ziati ai veri misteri della religione del Salvatore. Pretendevano di conoscere la
storia reale di Gesù Cristo e adottavano in parte le tradizioni ebraiche e i rac­
conti del Talmud. I grandi pontefici di questa setta prendevano il titolo di
“ Cristo”. Colui che, all’epoca della fondazione dell’ordine del tempio, si
attribuiva questi privilegi immaginari si chiamava Teocleto. Costui conobbe
Hugues de Payens, lo iniziò ai misteri e alle speranze della sua cosiddetta
Chiesa; lo allettò con le idee di sacerdozio sovrano e di monarchia suprema,
e lo indicò infine come suo successore. Così l’ordine dei cavalieri del tempio
fu intaccato fin dalla sua origine dallo scisma e dalla cospirazione contro i re.
Queste tendenze rimasero avvolte in un profondo mistero ed esteriormente
l’ordine faceva professione di perfetta ortodossia. Soltanto i capi sapevano
dove volevano arrivare; gli altri li seguivano senza alcun sospetto. Acquistare
potere e ricchezze, poi combinare intrighi e all’occorrenza combattere per
instaurare il dogma giovannita: ecco lo scopo e i mezzi proposti ai frati ini­
ziati. Si diceva loro: “Vedete che il papato e le monarchie oggi mercanteggia­
no, si comprano a vicenda, si corrompono, e domani forse si distruggeranno
l’un l’altro. Tutto ciò sarà l’eredità del tempio. Il mondo ci chiederà ben pre­
sto sovrani e pontefici. Noi stabiliremo l’equilibrio dell’universo e saremo gli
arbitri dei padroni del mondo” . I templari avevano due dottrine, l’una,
nascosta e riservata ai capi, era quella del giovannismo; l’altra, pubblica, era
la dottrina cattolico-romana. Ingannavano così gli avversari che essi ambiva­
no soppiantare. Il giovannismo degli adepti era la cabala degli gnostici, dege­
nerata ben presto in un panteismo mistico spinto fino all’idolatria della
natura e all’odio di ogni dogma rivelato. Per raggiungere meglio lo scopo e
farsi dei proseliti, fomentavano il rimpianto dei culti decaduti e le speranze
di culti nuovi, promettendo a tutti libertà di coscienza e una nuova ortodos­
sia che sarebbe la sintesi di tutte le credenze perseguitate. Essi giunsero così a
riconoscere persino il simbolismo panteistico dei grandi maestri di magia
nera, e, per staccarsi meglio dall’obbedienza alla religione che li condannava
già in anticipo, resero onori divini all’idolo mostruoso di Baphomet, come
un tempo le tribù dissidenti avevano adorato i vitelli d’oro di Dan e di

456
Bethel. La loro parola d’ordine era diventare ricchi per conquistare il
mondo» (Eliphas Lévi, I templari, in Storie di magia e di stregoneria, cit.). Al
verme di Re Orso, qualificato come re delle tenebre (cfr. Viaggio d ’un verme,
w. 117-21 e 69-71), non mancano, come si è visto, importanti simboli gio-
vanniti. Il più eclatante è il taglio della testa che rimanda alla morte per
decollazione del Battista. Ma i giovanniti ritenevano che questi non fosse
morto e ne attendevano il ritorno (cfr. Lupieri cit., p. 145); così accade per il
verme di Re Orso, tornato in vita dopo la decollazione. Il meno appariscente
è il numero trenta (v. 122), numero ricorrente nei testi boitiani ed in parti­
colare nel Pugno chiuso, il quale individua nelle Pseudoclementine la setta
eretica dello stesso Giovanni Battista (composta da trenta individui, di cui
una donna) e dei suoi successori, Dositeo e Simon Mago. Mentre nei sinotti­
ci Giovanni Battista è ancora un profeta, nel quarto vangelo questo titolo gli
è negato e nelle Pseudoclementine è addirittura indicato come l’emerobatti-
sta, il falso profeta, il principio malvagio. Sempre secondo le Pseudoclemen­
tine, i discepoli della setta che a lui si richiamava lo acclamavano come il
Cristo (Recognitiones I, 54), riconoscendogli di essere più grande di Gesù, di
venire prima di questi e di essere lui il vero profeta. Insomma i giovanniti
consideravano il Battista il loro supremo maestro in opposizione a Gesù Cri­
sto (cfr., in Oscar Cullmann, Leprobleme littéraire et historique du roman
Pseudo-Clémentin. Etude sur le rapport entre le gnosticisme et le Judéo-Christia-
nisme, Paris, Alcan, 1930, il capitolo intitolato Jean-Baptiste le fauxprophètee
le pp. 176 ss e 186 ss). È importante ricordare che la letteratura pseudocle­
mentina rientra nelle fonti faustiane utili alla stesura del Mefistofele'. in essa
Simon Mago, considerato dagli antichi l’eresiarca gnostico, e Faust si identi­
ficano. Nel Nerone figurano Simon Mago e Dositeo quali sacerdoti di un
tempio gnostico.
[II, 6] L a p id e , bara e su d a r io
Metro: quinari sia doppi sia semplici (w. 1-15), strofe di senari semplici
introdotte da un verso di doppi senari (w. 16-39), trisillabi (w. 40-43) e
senari (w. 44-45).
35-45 Già... tuonò: si compie alfine la vendetta del verme ai danni di re
Orso, suo uccisore, nei termini indicati dalla profetica voce (la scena qui
descritta sembra ispirata all’illustrazione del capitolo L dell’Atalanta fugiens
del filosofo rosacrociano Michael Maier, 1566-1622, nota opera alchemica
corredata di spartiti musicali). Si tratta in definitiva della messa in scena del
tema del dualismo radicale: quello della lotta tra due principi opposti inter­
pretati dal verme luciferino (anch’esso poco prima ripetutamente definito ré)
e da re Orso, la cui identità in quest’ultima parte dell’opera conosce un’ulte­
riore rimessa a fuoco. Era stato poco sopra definito un Dio decaduto. Gli era

457
stata in più assegnata una corona dalle mille perle, e «stando all 'Apocalisse di
Giovanni, le porte della “Gerusalemme celeste” sarebbero fatte di perle [...] e
le corone di perle sarebbero un modo tipico per esprimere simbolicamente la
molteplicità dei poteri di Dio» (Biedermann cit., s.v. perla). Origene identifi­
ca Cristo con la perla. E in RI (Leggenda seconda, 2, Confessione) si fa espri­
mere a re Orso la volontà di vedere impresso sul proprio sepolcro il mono-
gram m aS, il quale, composto dalle iniziali sovrapposte del nome greco di
Cristo, X (chi) e P (rho), ne è il monogramma. Re Orso viene dunque man
mano ad assumere un identità cristologica. È pertanto consequenziale che la
tomba di re Orso, verso la quale si dirige il verme nel suo viaggio, non sia a
Creta bensì in Terra Santa. Si vede qui l’applicazione dei principi sostenuti
all’inizio di quell’anno 1864 da Boito nella Polemica letteraria, secondo i
quali «la risurrezione non è, e che vagando ne’ tempi futuri intorno alle pen­
dici del Golgota [...] un poeta od un bifolco troveranno forse il cranio santis­
simo di Cristo»: la negazione, in altri termini, della divinità di Cristo. Simile
metamorfosi dell’identità di re Orso ha una coerenza interna. Nella Leggenda
prima, a ben vedere, gli era stata fatta interpretare la parte del demiurgo, il
dio cattivo degli gnostici (questo nel 1864 venne adombrato in Dualismo e
in Contemplazione, e in Re Orso, I, 3 , v. 40 , quel ti schiacci col piè, pronun­
ciato da Orso, è il tratto che individua il demiurgo nei due precedenti com­
ponimenti), tanto spaccone quanto ignorante: il quale è però di norma iden­
tificato con il Dio veterotestamentario. Qui, nella Leggenda seconda, in
aggiunta è fornito di attributi cristologici. Nel Nerone l’imperatore interpreta
questa stessa parte impersonata da re Orso. Sia Orso, sia Nerone sono perse­
guitati da una voce. «Io sono una Voce»: così si qualifica la Prote-Ennoia
gnostica (cit. da Giovanni Filoramo, Vattesa della fine. Storia della gnosi,
Bari, Laterza, 1983 , p. 100 ). Stante il sincretismo boitiano evidenziato al
punto I, 3, per cui Ennoia è un altro esoterico nome della Luna, dunque di
Iside, la misteriosa voce che perseguita re Orso preannunciandogli la venuta
del verme non è che un’emanazione della Gran Madre Iside che nel Nerone e
in Re Orso, come si è visto, è particolarmente sviluppata nella dimensione
luciferina di Persefone, dea degli Inferi. Nel Nerone - opera storico-simbolica
rientrante nel genere del teatro idealista fin de siècle —le vicende storiche
dell’imperatore uccisore della madre Agrippina vengono rivisitate alla luce
del mito gnostico dei contrasti tra il demiurgo, che si crede dio supremo, e la
sua madre oltremondana, la Sophia inferiore, che cerca di ostacolare l’attività
demiurgica del figlio apostata nato da lei come aborto. Così rivisitate tali
vicende, nella prospettiva del simbolismo storico, diventano in definitiva
un’allegoria dell’avanzata del culto isiaco della Gran Madre (della quale è
portavoce e incarnazione per l’appunto la misteriosa voce) nel mondo roma­
no dei primi secoli contro il nascente cattolicesimo. In Re Orso il verme,

458
appunto aneli esso preconizzato dalla misteriosa voce, è altresì detto figliuol
del loto: figlio di Iside dato che il loto le è attribuito (J.M. Ragon, Massoneria
occulta e iniziazione ermetica, Roma, Atanòr, 1948, p. 100) e che essa in
epoca greco-romana veniva rappresentata anche come un serpe dalla testa
umana. Non a caso il verme è portato in scena, con l’espediente della mela,
da Oliba, personificazione isiaca in Re Orso. In aggiunta in Re Orso il duali­
smo radicale della lotta tra i due principi del Bene e del Male da esso tema­
tizzata si avvale, come poi avviene ntWAlfier nero, dei principi dottrinali
della gnosi giovannita entro un contorno storico d’ispirazione templare. In
definitiva è una sorta di riscossa e di vendetta templare, contro la soppressio­
ne dell’ordine voluta dai vertici del cattolicesimo nel XIV sec. (forse un vela­
to riecheggiamento, questo, del XXX grado massonico —di origine templare
- del cavaliere Kadosch, per il quale si cfr. Umberto Gorel Porciatti, Simbo­
logia massonica. Gradi scozzesi, Roma, Atanòr, 1948), quella messa in scena
nella pseudoparabasi-teatro della memoria di Re Orso ad opera del “morso”
del verme luciferino.
[II, 7] LO SPETTRO
Metro: si alternano strofe di tre versi, di cui i primi due sono doppi quinari e
il terzo è un quinario semplice, e strofe ancora di tre versi, di cui il primo è
un quinario doppio mentre i restanti due sono quinari semplici. La chiusa è
costituita da un doppio quinario e da un quinario semplice seguiti dal con­
sueto ritornelìo di quattro trisillabi.
1 Son sette secoli: essendo sette i secoli trascorsi dal 1120 , Re Orso si imma­
gina scritto nel 1820, dunque in piena battaglia romantica (un inquadra­
mento temporale analogo si ha nel finale di Iberici): un’epoca rivoluzionaria
sentita come consentanea dagli «scapigliati romantici in ira».
4 un fantasima: quello di re Orso.

Morale della fiaba


Metro: tre distici di endecasillabi con rime al mezzo e con l’inserimento (v. 3)
di un settenario tronco.
5 dar di botto: uscire di colpo.

459
Arrigo Boito

L’ALFIER NERO
(tratto da “Il Politecnico”, marzo 1867)

Chi sa giocare a scacchi prenda una scacchiera, la disponga in bell’ordine


davanti a sé ed immagini ciò che sto per descrivere.
Immagini al posto degli scacchi bianchi un uomo dal volto intelligente; due
forti gibbosità appaiono sulla sua fronte, un po’ al di sopra delle ciglia, là dove
Gall mette la facoltà del calcolo; porta un collare di barba biondissima ed ha i
mustacchi rasi com’è costume di molti americani. È tutto vestito di bianco e,
benché sia notte e giuochi al lume della candela, porta un pince-nez affumicato
e guarda attraverso quei vetri la scacchiera con intensa concentrazione. Al
posto degli scacchi neri c’è un negro, un vero etiopico, dalle labbra rigonfie,
senza un pelo di barba sul volto e lanuto il crine come una testa d’ariete; questi
ha pronunziatissime le bosses dell’astuzia, della tenacità; non si scorgono i
suoi occhi perché tien china la faccia sulla partita che sta giuocando coll’altro.
Tanto sono oscuri i suoi panni che pare vestito a lutto. Quei due uomini di
colore opposto, muti, immobili, che combattono col loro pensiero, il bianco
con gli scacchi bianchi, il negro coi neri, sono strani e quasi solenni e quasi
fatali. Per sapere chi sono bisogna saltare indietro sei ore e stare attenti ai
discorsi che fanno alcuni forestieri nella sala di lettura del principale albergo
d’uno fra i più conosciuti luoghi d’acque minerali in Isvizzera. L’ora è quella
che i francesi chiamano entre chien et loup. I camerieri dell’albergo non
avevano ancora accese le lampade; i mobili della sala egli individui che
conversavano, erano come sommersi nella penombra sempre più folta del
crepuscolo; sul tavolo dei giornali bolliva un samovar su d’una gran fiamma di
spirito di vino. Quella semi-oscurità facilitava il moto della conversazione; i
volti non si vedevano, si udivano soltanto le voci che facevano questi discorsi:
– Sulla lista degli arrivati ho letto quest’oggi il nome barbaro di un nativo
del Morant-Bay.
– Oh! un negro! chi potrà essere?
– Io l’ho veduto, milady: pare Satanasso in persona.
– Io l’ho preso per un ourang-outang.
– Io l’ho creduto, quando m’è passato accanto, un assassino che si fosse
annerita la faccia.
– Ed io lo conosco, signori, e posso assicurarvi che quel negro è il miglior
galantuomo di questa terra. Se la sua biografia non vi è nota, posso
raccontarvela in poche parole. Quel negro nativo del Morant-Bay venne
portato in Europa fanciullo ancora da uno speculatore, il quale, vedendo che la
tratta degli schiavi in America era incomoda e non gli fruttava abbastanza,
pensò di tentare una piccola tratta di grooms in Europa; imbarcò segretamente
una trentina di piccoli negri, figliuoli dei suoi vecchi schiavi, e li vendé a
Londra, a Parigi, a Madrid per duemila dollari l’uno. Il nostro negro è uno di
questi trenta grooms. La fortuna volle ch’egli capitasse in mano d’un vecchio
lord senza famiglia, il quale dopo averlo tenuto cinque anni dietro la sua
carrozza, accortosi che il ragazzo era onesto ed intelligente, lo fece suo
domestico, poi suo segretario, poi suo amico e, morendo, lo nominò erede di
tutte le sue sostanze. Oggi questo negro (che alla morte del suo lord
abbandonò l’Inghilterra e si recò in Isvizzera) è uno dei più ricchi possidenti
del cantone di Ginevra, ha delle mirabili coltivazioni di tabacco e per un certo
suo segreto nella concia della foglia, fabbrica i migliori zigari del paese; anzi
guardate: questi vevay che fumiamo ora, vengono dai suoi magazzini, li
riconosco pel segno triangolare che v’è impresso verso la metà del loro cono. I
ginevrini chiamano questo bravo negro Tom o l’Oncle Tom perché è
caritatevole, magnanimo; i suoi contadini lo venerano, lo benedicono. Del
resto egli vive solo, sfugge amici e conoscenti; gli rimane al Morant-Bay un
unico fratello, nessun altro congiunto; è ancora giovane, ma una crudele etisia
lo uccide lentamente; viene qui tutti gli anni per far la cura delle acque.
– Povero Oncle Tom! Quel suo fratello a quest’ora potrebbe già essere stato
decapitato dalla ghigliottina di Monklands. Le ultime notizie delle colonie
narrano d’una tremenda sollevazione di schiavi furiosamente combattuta dal
governatore britannico. Ecco intorno a ciò cosa narra l’ultimo numero del
Times: “I soldati della regina inseguono un negro di nome Gall-Ruck che si era
messo a capo della rivolta con una banda di 600 uomini ecc. ecc.”.
– Buon Dio! – esclamò una voce di donna, – e quando finiranno queste lotte
mortali fra i bianchi ed i negri?!
– Mai! – rispose qualcuno dal buio.
Tutti si rivolsero verso la parte di chi aveva profferito la sillaba. Là v’era
sdraiato su d’una poltrona, con quella elegante disinvoltura che distingue il
vero gentleman dal gentleman di contraffazione, un signore che spiccava
dall’ombra per le sue vesti candidissime.
– Mai, – riprese quando si sentì osservato, – mai, perché Dio pose odio fra
la razza di Cam e quella di Iafet, perché Dio separò il colore del giorno dal
color della notte. Volete udire un esempio di questo antagonismo accanito fra i
due colori? Tre anni fa ero in America e combattevo anch’io per la “buona
causa”, volevo anch’io la libertà degli schiavi, l’abolizione della catena e della
frusta, ben che possedessi nel Sud buon numero di negri. Armai di carabine i
miei uomini, dicendo loro: “Siete liberi. Ecco una canna di bronzo, delle palle
di piombo; mirate bene, sparate giusto, liberate i vostri fratelli”. Per istruirli
nel tiro avevo innalzato un bersaglio in mezzo ai miei possedimenti. Il
bersaglio era formato da un punto nero, grosso una testa, in un circolo bianco.
Lo schiavo ha l’occhio acutissimo, il braccio forte e fermo, l’istinto
dell’agguato come il jaguar, in una parola tutte le qualità del buon tiratore, ma
nessuno di quei negri colpiva nel segno, tutte le palle escivano dal bersaglio.
Un giorno, il capo degli schiavi, avvicinandosi a me, mi diede nel suo
linguaggio figurato e fantastico questo consiglio: “Padrone, mutate colore;
quel bersaglio ha una faccia nera, fategli una faccia bianca e colpiremo
giusto”. Mutai la disposizione del circolo e feci bianco il centro; allora su
cinquanta negri che tirarono, quaranta colsero così... – e dicendo queste ultime
parole il raccontatore prese una pistoletta da sala ch’era sul tavolo, mirò, per
quanto l’oscurità glielo permise, ad un piccolo bersaglio attaccato al muro
opposto e sparò. Le signore si spaventarono, gli uomini corsero alla fiamma
del samovar, la presero e andarono a constatare da vicino l’esito del colpo. Il
centro era forato come se si fosse tolta la misura col compasso. Tutti
guardarono stupefatti quell’uomo, il quale con una squisita cortesia domandò
perdono alle dame della repentina esplosione, soggiungendo: – Volli finire con
una immagine un po’ fragorosa, altrimenti non mi avreste creduto.
Nessuno ardì dubitare della verità del racconto.
Poi continuò: – Ma combattendo per la libertà dei negri, mi sono convinto
che i negri non sono degni di libertà. Hanno l’intelletto chiuso e gli istinti
feroci. Il berretto frigio non dev’esser posto sull’angolo facciale della scimmia.
– Educateli – rispose una signora – e il loro angolo facciale si allargherà.
Ma perché ciò avvenga non opprimeteli, schiavi, con la vostra tirannia, liberi,
col vostro disprezzo. Aprite loro le vostre case, ammetteteli alle vostre tavole,
ai vostri convegni, alle vostre scuole, stendete loro la mano.
– Consumai la mia vita a ciò, signora. Io sono una specie di Diogene del
Nuovo Mondo: cerco l’uomo negro, ma finora non trovai che la bestia.
In questo momento comparve sull’uscio un cameriere con una gran
lampada accesa; tutta la sala fu rischiarata in un attimo. Allora si vide in un
angolo, seduto, immobile, l’Oncle Tom. Nessuno sapeva ch’egli fosse nella
sala, l’oscurità l’aveva nascosto; quando tutti lo scorsero fecesi un lungo
silenzio. Gli sguardi degli astanti passavano dal negro all’Americano.
L’Americano si alzò, parlò all’orecchio del cameriere e tornò a sedersi. Il
silenzio continuava. Il cameriere rientrò con una bottiglia di Xeres e due
bicchieri. L’Americano riempì fino all’orlo i due bicchieri, ne prese uno in
mano: il cameriere passò coll’altro dal negro.
– Signore, alla vostra salute! – disse l’ Americano al negro, alzando il
bicchiere verso di lui come insegna il rito della tavola inglese.
– Grazie, signore; alla vostra! – rispose il negro e bevettero tutti e due.
Nell’accento del negro v’era una gentilezza tenera e timida e una grande
mestizia. Dopo quelle quattro parole si rituffò nel suo silenzio, s’alzò, prese
dal tavolo de’ giornali l’ultimo numero del Times e lesse con viva attenzione
per dieci minuti.
L’Americano, che cercava un pretesto per ritentare il dialogo, si diresse
verso l’angolo dove leggeva Tom, e gli disse con delicata cortesia:
– Quel giornale non ha nulla di gaio per voi, signore; potrei proporvi una
distrazione qualunque?
Il negro cessò di leggere e s’alzò con dignitoso rispetto davanti al suo
interlocutore.
– Intanto permettete ch’io vi stringa la mano, – riprese l’altro; – mi chiamo
sir Giorgio Anderssen. Posso offrirvi un avana?
– Grazie, no; il fumo mi fa male.
Allora l’Americano, gettando lo zigaro che teneva fra le labbra, tornò a
dimandare:
– Posso proporvi una partita al bigliardo?
– Non conosco quel giuoco; vi ringrazio, signore.
– Posso proporvi una partita agli scacchi?
Il negro titubò, poi rispose: – Sì, questa l’accetto volentieri – e s’avviarono
a un piccolo tavolo da giuoco che stava all’angolo opposto della sala; presero
due sedie, si sedettero l’uno di fronte all’altro. L’Americano gettò i pezzi e le
pedine sul panno verde del tavolino per distribuirli ordinatamente sulla
scacchiera. La scacchiera era un arnese qualunque a quadrati di legno
grossolanamente intarsiati, ma gli scacchi erano dei veri oggetti d’arte. I pezzi
bianchi erano d’avorio finissimo, i neri d’ebano, il re e la regina bianchi
portavano in testa una corona d’oro, il re nero e la regina nera una corona
d’argento, le quattro torri erano sostenute da quattro elefanti come nelle
primitive scacchiere persiane. Il lavoro sottile di questi scacchi li riduceva
fragilissimi. All’urto che presero quando l’Americano li riversò sul tavolo,
l’alfiere dei neri si ruppe.
– Peccato! – disse Tom.
– È nulla – rispose l’altro – s’aggiusta subito. – E s’alzò, andò allo scrittoio,
accese una candela, pigliò un pezzo di ceralacca rossa, la riscaldò, intonacò
alla meglio i due frammenti dell’alfiere, li ricongiunse e riportò al compagno
lo scacco aggiustato. Poi disse ridendo: – Eccolo! se si potesse riattaccare così
la testa agli uomini!
– Oggi a Monklands molti avrebbero bisogno di ciò – rispose il negro
sorridendo tetramente. L’accento di questa frase destò nell’Americano
un’impressione di stupore, di compassione, di offesa, di ribrezzo.
Tom continuò: – Con che colore giuocate, signore?
– Coll’uno o coll’altro senza predilezione.
– Se ciò v’ è indifferente, pigliamo ciascuno il nostro. A me i neri, se
permettete.
– E a me i bianchi. Benissimo – e si misero a disporre i pezzi sulle loro
case. S’aiutavano scambievolmente con eguale cavalleria nell’ordinamento de’
loro scacchi; il negro, quando gli capitava, metteva a posto una pedina bianca,
il bianco ricambiava la cortesia mettendo al loro posto alcuni pezzi neri.
Quando furono tutti e due schierati, Anderssen disse: – Vi avverto che sono
piuttosto forte; potrei chiedere di darvi il vantaggio di qualche pezzo, d’una
torre, per esempio?
– No.
– D’un cavallo?
– Nemmeno. Mi piacciono le armi eguali s’anco è disuguale la forza.
Apprezzo la vostra delicatezza, ma preferisco giuocare senza vantaggi di sorta.
– E sia. A voi il primo tratto.
– Alla sorte! – e il negro chiuse in un pugno una pedina nera e nell’altro
pugno una pedina bianca; poi diede a indovinare all’Americano.
– Questo.
– Ai bianchi il primo tratto. Incominciamo.
Intanto le persone che stavano nella sala si erano avvicinate una ad una
verso il tavolo da giuoco.
Fra quelle persone v’era chi conosceva il nome di Giorgio Anderssen come
quello d’uno fra i più celebri giuocatori a scacchi d’America e costoro
prendevano un particolare interessamento alla scena che stava per
incominciare. Giorgio Anderssen, originario d’una nobile famiglia inglese
emigrata a Washington, si era fatto quasi milionario sulla scacchiera. Giovane
ancora, aveva già vinto Harwitz, Hampe, Szen e tutti i più sapienti giuocatori
dell’epoca. Questo era l’uomo che si misurava col povero Tom.
Prima che Anderssen avesse avuto tempo di muovere la prima pedina, il
negro prese dalla sua destra la candela che era rimasta accesa sul tavolo da
giuoco e la collocò a sinistra. Anderssen notò quel movimento e pensò
meravigliato: “Quest’uomo ha certamente letto la Repeticio de Arte de Axedre
di Lucena e segue il precetto che dice: Se giocate la sera al lume d’una
candela, mettetela a sinistra; i vostri occhi saranno meno offesi dalla luce e
avrete già un grande vantaggio a fronte dell’ avversario”; e pensando ciò,
prese i suoi occhiali affumicati e se li piantò sul naso; poi staccò la prima
mossa. Indi si volse a coloro che s’erano fatti attorno e disse con gaia
disinvoltura: – I primi movimenti del giuoco degli scacchi sono come le prime
parole d’una conversazione, s’assomigliano sempre; eccoli: pedina bianca, due
passi; pedina nera, due passi; poi gambitto di re ecc. ecc. ecc. – E così,
ciarlando sbadatamente, fece la seconda mossa e mise avanti due passi la
pedina dell’alfiere di re, aspettando che l’avversario gliela prendesse colla sua.
Il negro non prese la pedina, ma invece con una mossa meno regolare difese la
pedina propria sollevando il suo alfiere di re sulla terza casa della regina.
Anderssen rimase un po’ sorpreso anche di ciò e pensò: “Quest’uomo
risparmia le pedine; segue il sistema di Philidor che le chiamava l’anima del
giuoco”.
Seguirono ancora cinque o sei mosse d’apertura; i due giuocatori si
esploravano l’un l’altro come due eserciti che stanno per attaccarsi, come due
boxeurs che si squadrano prima della lotta. L’Americano, abituato alle vittorie,
non temeva menomamente il suo antagonista; sapeva inoltre quanto l’intelletto
d’un negro, per educato che fosse, poteva fievolmente competere con quello
d’un bianco e tanto meno con Giorgio Anderssen, col vincitore dei vincitori.
Pure non perdeva di vista il minimo segno del nemico; una certa inquietudine
lo costringeva a studiarlo e, senza parere, lo andava spiando più sulla faccia
che sulla scacchiera. Egli aveva capito fin dal principio che le mosse del negro
erano illogiche, fiacche, confuse; ma aveva anche veduto che il suo sguardo e
gli atteggiamenti della sua fronte erano profondi. L’occhio del bianco guardava
il volto del negro, l’occhio del negro era immerso nella scacchiera. Non
avevano giuocato in tutto che sette od otto mosse e già apparivano evidenti
due sistemi diametralmente opposti di strategia.
La marcia dell’Americano era trionfale e simmetrica, rassomigliava alle
prime evoluzioni d’una grande armata che entra in una grande battaglia;
l’ordine, quel primo elemento della forza, reggeva tutto il giuoco dei bianchi. I
cavalli, che dagli antichi erano chiamati i “piedi degli scacchi”, occupavano
uno l’estrema destra, l’altro l’estrema sinistra; due pedoni erano andati a
ingrossare da una e dall’altra parte l’avamposto segnato dalla pedina del re; la
regina minacciava da un lato, l’alfiere di re dall’altro lato, e il secondo alfiere
teneva il centro davanti due passi del re e dietro le pedine. La posizione dei
bianchi era più che simmetrica: era geometrica; l’individuo che disponeva così
quei pezzi d’avorio, non giuocava a un giuoco, meditava una scienza; la sua
mano piombava sicura, infallibile sullo scacco, percorreva il diagramma, poi
s’arrestava al punto voluto colla calma del matematico che stende un problema
sulla lavagna. La posizione dei bianchi offendeva tutto e difendeva tutto; era
formidabile in ciò, che circoscriveva l’inimico a un ristrettissimo campo
d’azione e, per così dire, lo soffocava. Immaginatevi una parete animata che si
avanzi e pensate che i neri erano schiacciati fra la sponda della scacchiera e
questa parete, poderosa, incrollabile.
A volte pare che anche le cose inanimate prendano gli atteggiamenti
dell’uomo, il più frivolo oggetto può diventare espressivo a seconda di ciò che
lo attornia. Ecco perché i pezzi d’ebano de’ quali componevasi l’armata dei
neri, parevano, davanti allo spaventoso assalto dei bianchi, colti anch’essi da
un tragico sgomento. I cavalli, come adombrati, voltavano la schiena
all’attacco, le pedine sgominate avevano perduto l’allineamento, il re che s’era
affrettato ad arroccarsi, pareva piangere nel suo cantuccio il disonore della sua
fuga. La mano di Tom, fosca come la notte, errava tremando sulla scacchiera.
Questo era l’aspetto della partita veduta dal lato dell’Americano. Mutiamo
campo. Veduto dal lato del negro l’aspetto della partita si rovesciava. Al
sistema dell’ordine sviluppato dall’apertura dei bianchi, il negro
contrapponeva il sistema del più completo disordine; mentre quegli si
schierava simmetrico, questi si agglomerava confuso, quegli poneva ogni sua
forza nell’equilibrio dell’offesa e della difesa, questi aumentava a ogni passo il
proprio squilibrio, il quale, pel crescente ingrossar della sua massa, diventava
esso pure, in faccia allo schieramento dei bianchi, una vera forza, una vera
minaccia. Era la minaccia della catapulta contro il muro del forte, della carica
contro il carré: mano mano che la parete mobile del bianco s’avanzava, il
proiettile del negro si faceva più possente. I due eserciti erano completi uno a
fronte dell’altro; non mancava né un solo pezzo né una sola pedina, e codesta
riserva d’ambe le parti era feroce. L’Americano non iscorgeva in sul principio
nella posizione del negro che una inetta confusione prodotta dal timor panico
del povero Tom; ma appunto per la sua inettitudine gli pareva che quella
posizione impedisse un regolare e decisivo assalto. Ma il negro vedeva in
quella confusione qualcosa di più: tutta la sua natural tattica di schiavo, tutta
l’astuzia dell’etiopico era condensata in quelle mosse. Quel disordine era fatto
ad arte per nascondere l’agguato, le pedine fingevano la rotta per ingannare il
nemico, i cavalli fingevano lo sgomento, il re fingeva la fuga. Quello
squilibrio aveva un perno, quella ribellione aveva un capo, quel
vaneggiamento un concetto. L’alfiere che Tom aveva collocato fin dal
principio alla terza casa della regina, era quel perno, quel capo, quel concetto.
Le torri, le pedine, i cavalli, la regina stessa attorniavano, obbedivano,
difendevano quell’alfiere. Era appunto l’alfiere ch’era stato rotto e aggiustato
dall’Americano; un filo sanguigno di ceralacca gli rigava la fronte e, calando
giù per la guancia, gli circondava il collo. Quel pezzo di legno nero era eroico
a vedersi; pareva un guerriero ferito che s’ostinasse a combattere fino alla
morte; la testa insanguinata gli crollava un po’ verso il petto con tragico
abbattimento; pareva che guardasse anche lui, come il negro che lo giuocava,
la fatale scacchiera; pareva che guatasse di sott’occhi l’avversario e aspettasse
stoicamente l’offesa o la meditasse misteriosamente. Nel cervello di Tom
quello era il pezzo segnato della partita; egli vedeva colla sua immaginosa e
acuta fantasia diramarsi sotto i piedi dell’alfier nero due fili, i quali,
sprofondandosi nel legno del diagramma e passando sotto a tutti gli ostacoli
nemici, andavano a finire come due raggi di mina ai due angoli opposti del
campo bianco. Egli attendeva con trepidazione una mossa sola,
l’arroccamento del re avversario, per dare sviluppo al suo recondito pensiero.
Senza quella mossa tutto il suo piano andava fallito; ma era quasi impossibile
che Anderssen commettesse quella mossa. Tom solo vedeva e sapeva la sua
occulta cospirazione e nessun giuocatore al mondo avrebbe potuto indovinarla.
Al vasto e armonico concepimento del bianco, il negro opponeva questa idea
fissa: l’alfiere segnato; all’ubiquità ordinata delle forze dei bianchi i neri
opponevano la loro farraginosa unità, al giuoco aperto e sano il giuoco
nascosto e maniaco. Anderssen combatteva colla scienza e col calcolo, Tom
colla ispirazione e col caso; uno faceva la battaglia di Waterloo, l’altro la
rivoluzione di San Domingo. L’alfier nero era l’Ogè di quella rivoluzione.
La partita durava già da un paio d’ore; erano circa le nove della sera; alcune
signore si allontanarono dalla scacchiera, stanche d’osservare, per darsi quale a
un lavoro, quale a un ricamo, e quale, caricando e ricaricando la pistoletta da
sala, si dilettava al piccolo bersaglio.
I due antagonisti erano sempre fissi al loro posto. L’Americano, che non
vedeva ancora lo scaccomatto e che non capiva la selvaggia tattica del negro,
cominciava ad annoiarsi e a pentirsi dell’eccessiva cortesia che l’aveva spinto
a quella partita. Avrebbe voluto finirla presto a ogni costo, anche a costo di
perdere; ma dall’altra parte il suo orgoglio di razza glielo impediva; un bianco
e un gentiluomo non poteva esser vinto da uno schiavo; inoltre la sua
coscienza di gran giuocatore e il lungo studio de’ scacchi non gli permetteva di
fare un passo che non fosse pensato. Giunto alla quindicesima mossa,
s’accorse che il suo re non s’era ancora arroccato, alzò le mani, colla sinistra
sollevò il re, con la destra la torre, e stava per compiere il movimento quando
scorse nell’occhio del negro un ilare lampo di speranza; non indovinò la
ragione; stette ancora coi due scacchi per aria studiando la partita, titubò;
l’occhio di Tom seguiva affannosamente, fra la gioia e il timore, i più piccoli
segni delle due mani, bianche come l’avorio che serravano. Anderssen,
turbato, stava per rimettere al loro posto di prima i due pezzi, quando il negro
esclamò vivamente:
– Pezzo toccato, pezzo giuocato.
– Lo sapevo – rispose in modo urbano ma secco, mentre cercava ancora un
sotterfugio per evitare la mossa, senza darsene precisamente ragione; ma i
pezzi toccati erano due, bisognava giuocarli tutti e due: il codice del giuoco
parlava chiaro; non era possibile altro passo che l’ arroccamento. Anderssen si
arroccò alla calabrista, come dice il gergo della scienza, cioè pose il re nella
casa del cavallo e la torre nella casa dell’alfiere. Poi piantò gli occhi nel volto
del nemico. Il negro, fatta che vide la mossa tanto sperata e tanto attesa, tornò
a fissare più intensamente che mai l’alfiere segnato, e acceso dalla emozione e
dalla sua natura tropicale, non si curava né anche di temperare gli slanci della
sua fisionomia. Correva su e giù coll’occhio dall’alfier nero al re bianco,
facendo e rifacendo venti volte la stessa via quasi volesse tirare un solco sulla
scacchiera. Anderssen vide quelle occhiate, le seguì, notò l’alfiere, indovinò
tutto; ma sulla sua faccia non apparve un indizio solo di quella scoperta. Del
resto Tom non guardava mai l’Americano; era sempre più invaso dall’idea
fissa che lo dominava, Tom in quella stanza non vedeva che una scacchiera, in
quella scacchiera non vedeva che uno scacco: fuor di quel piccolo quadrato
nero e di quella figura d’ebano, nessuno e nulla esisteva per esso. Coi pugni
serrati s’aggrappava agli ispidi capelli, sostenendosi così la testa, appoggiato
coi gomiti alla sponda del tavolo; la pelle delle sue tempie, stiracchiata dalla
pressione che facevangli i polsi delle due braccia, gli rialzava l’epiderme della
fronte; le palpebre, in quel modo stranamente allungate all’insù, mostravano
scoperto in gran parte il globo opaco e bianchissimo de’ suoi occhi. In questo
atteggiamento stette maturando il suo colpo per ben quaranta minuti, immoto,
avido, trionfante; poscia attaccò; prese una pedina all’avversario e gli offese
un cavallo. L’Americano aveva previsto il colpo. Il fuoco era incominciato. A
quella prima scarica rispose un’altra dell’Americano, il quale prese la pedina
nera e offese la torre; cinque, sei mosse si seguirono rapidissime, accanite. La
vera lotta principiava allora. A destra, a sinistra della scacchiera vedevansi già
alcuni pezzi e alcune pedine messe fuori di combattimento, primi trofei dei
combattenti; l’assalto lungamente minacciato irruppe in tutta la sua violenza;
da una parte e dall’altra si diradavano i ranghi, un pezzo caduto ne trascinava
un altro, i bianchi facevano la vendetta dei bianchi, i neri facevano la vendetta
de’ neri, un bianco prendeva ed era preso da un nero, un nero offendeva ed era
offeso da un bianco; mai la legge del taglione non fu meglio glorificata.
Anderssen cominciava anch’esso a eccitarsi. Egli aveva tutto preveduto, tutto
combinato prima; appena scoperta la trama di Tom, durante quei quaranta
minuti nei quali Tom immaginava il suo colpo fatale, Anderssen aveva letto
nelle sue intenzioni e aveva risposto al primo urto in modo da condurre il
negro di pezzo in pezzo a una posizione senza dubbio attraentissima e
favorevolissima pel negro stesso; ma voleva trarlo a quella posizione a patto di
sacrificargli l’alfiere. Anderssen sapeva già che, tolto l’alfiere, Tom non
avrebbe più saputo continuare.
V’hanno degli entomati che non sanno due volte tessersi la larva, dei
pensatori che non sanno rifar da capo un concetto, dei guerrieri che non sanno
ricominciar la pugna: Anderssen pensava ciò intorno al suo antagonista.
Giunto al varco dove l’Americano l’attendeva, Tom non vacillò un
momento, rinunciò alla posizione, sacrificò invece dell’alfiere un cavallo,
costrinse l’avversario a distruggere le due regine e la partita mutò aspetto
completissimamente.
Il pieno della mischia era cessato, i morti ingombravano le due sponde
nemiche, la scacchiera s’era fatta quasi vuota, all’epica furia degli eserciti
numerosi era succeduta l’ira suprema degli ultimi superstiti, la battaglia si
mutava in disfida. Ai bianchi rimanevano due cavalli, una torre e l’alfiere del
re; al negro rimanevano due pedine e l’alfiere segnato.
Erano le undici. Evidentemente i neri avrebbero dovuto abbandonare il
giuoco. Gli astanti, vedendo la partita condotta a questi termini, salutarono i
due giuocatori e, congratulandosi con Anderssen, escirono dalla stanza e
andarono a letto.
Rimasero soli, faccia a faccia, i due personaggi nostri.
Anderssen chiese al negro: – Basta?
Il negro rispose quasi urlando: – No! – e fece un movimento; poi nella sua
agitazione, volle mutarlo...
Anderssen lo interruppe, dicendogli con ironica intenzione:
– Casa toccata, pezzo lasciato.
Tom obbedì. Ripiombarono nel più sepolcrale silenzio. La sicurezza della
vittoria faceva Anderssen nuovamente annoiato, e già la testa cominciava a
infiacchirglisi e il sonno a offuscarlo.
Tom era sempre più desto, sempre più acceso e sempre più cupo.
L’alfier nero stava in mezzo alla nuda scacchiera, ritto, deserto,
abbandonato dai suoi; una pedina soltanto gli era rimasta per difenderlo dagli
attacchi della torre; le altre due pedine erano avanzatissime nel campo dei
bianchi: una di queste toccava già la penultima casa. Tom pensava. Le lucerne
della sala si oscuravano. Non s’udiva altro rumore fuor che quello d’un grande
orologio che pareva misurare il silenzio. Scoccava la mezzanotte quando
l’ultima lampada si spense; quel vasto locale rimase illuminato dalla sola
candela che ardeva sul tavolo dei giuocatori. Anderssen cominciava a sentire il
freddo della notte. Tom sudava.
Il selvaggio odore della razza negra offendeva le nari dell’Americano.
Vi fu un momento che in fondo al giardino si udì cantarellare il bananiero
di Gotschalk da un forestiere attardato che ritornava all’albergo; Tom si
rammentò quella canzone, una nuvola di lontanissime memorie si affacciò al
suo pensiero; vide un banano gigante rischiarato dall’aurora dei tropici e fra
quei rami un hamac che dondolava al vento, in questo hamac due bamboli
negri addormentati e la madre inginocchiata al suolo che pregava e cantava
quella blandissima nenia. Stette così dieci minuti, rapito in queste
rimembranze, in questa visione; poi quando tornò il silenzio profondo, riprese
la contemplazione dell’alfiere.
Vi è una specie di allucinazione magnetica che la nuova ipnologia classificò
col nome di ipnotismo ed è un’estasi catalettica, la quale viene dalla lunga e
intensa fissazione d’un oggetto qualunque. Se si potesse affermare
evidentemente questo fenomeno, le scienze della psicologia avrebbero un
trionfo di più: ci sarebbe il magnetismo, che prova la trasmissione del
pensiero, il così detto spiritismo che prova la trasmissione della semplice
volontà sugli oggetti inanimati, l’ipnotismo che proverebbe l’influenza
magnetica delle cose inanimate sull’uomo. Tom pareva colto da questo
fenomeno. L’alfier nero lo aveva ipnotizzato. Tom era terribile a vedersi: egli
si mordeva convulsivamente le labbra, aveva gli occhi fuori dell’orbita, le
gocce di sudore gli cadevano dalla fronte sulla scacchiera. Anderssen non lo
guardava più, perché l’oscurità era troppo fitta e perché anche esso, come
attirato dalla stessa elettricità, fissava l’alfier nero.
Per Tom la partita poteva dirsi perduta; non erano le combinazioni del
giuoco che lo facevano così commosso, era l’allucinazione. Lo scacco nero,
per Tom che lo guardava, non era più uno scacco, era un uomo; non era più
nero, era negro. La ceralacca rossa era sangue vivo e la testa ferita una vera
testa ferita. Quello scacco egli lo conosceva, egli aveva visto molti anni
addietro il suo volto, quello scacco era un vivente... o forse un morto. No;
quello scacco era un moribondo, un essere caro librato fra la vita e la morte.
Bisogna salvarlo! salvarlo con tutta la forza possibile del coraggio e della
ispirazione. All’orecchio del negro ronzava assiduamente come un orribile
bordone quella frase che l’Americano aveva detto ridendo, prima
d’incominciare la partita: Se si potesse riattaccare così la testa ad un uomo! e
quell’incubo aumentava l’allucinazione sua.
La fronte di quella figura di legno diventava sempre più umana, sempre più
eroica, toccava quasi all’ideale e, passando da trasfigurazione in
transumanazione, da uomo diventava idea, come da scacco era diventata
uomo. L’idea fissa era ancora là, nel centro dell’anima del negro, sempre più
innalzata, sempre più sublimata. Da mania si era mutata in superstizione, da
superstizione in fanatismo. Tom era in quella notte, in quel momento la sintesi
di tutta la sua razza.
Passarono così altre quattro ore, mute come la tomba: due morti o due
assopiti avrebbero fatto più rumore che non quei due uomini che lottavano così
furiosamente. Il pugilato del pensiero non poteva essere più violento: le idee
cozzavano l’una contro l’altra; i concetti cadevano strozzati da una parte e
dall’altra. I volti non si guardavano più, le due bocche tacevano. A una certa
mossa l’alfier nero perdette terreno, la torre bianca colla sua marcia potente e
diritta lo offendeva e a ogni passo minacciava di coglierlo. L’alfiere schivava
obliquamente con degli slanci da pantera la sua formidabile persecutrice;
Anderssen seguiva perplesso la corsa furibonda dell’alfiere spingendo sempre
più avanti il suo pezzo e rinserrando il pezzo nemico verso un angolo della
scacchiera. Questa fuga febbrile, ansante, durò un’intera mezz’ora; i due re
anch’essi prendevano parte in questa frenetica scherma; e lottando anch’essi
l’uno contro l’altro, parevano due di quegli antichi re leggendari d’Oriente che
si vedevano errare dopo la battaglia sul campo abbandonato, cercandosi e
avventandosi fra loro tragicamente.
Dopo mezz’ora la scacchiera aveva di nuovo mutato faccia; la fuga
dell’alfiere e lo sconvolgimento dei due re, della torre e delle pedine avevano
trascinato cosifattamente i pezzi fuori dai loro centri, che il re bianco era
andato a finire nel campo nero, sull’estremo quadrato a sinistra; il re nero gli
stava a due passi sulla casa stessa del proprio alfiere. Anderssen, abbagliato
dalle evoluzioni fantastiche dell’alfier nero, continuava ancora a inseguirlo, a
rinserrarlo, a soffocarlo.
A un tratto lo colse! lo afferrò, lo sbalzò dalla scacchiera assieme agli altri
pezzi guadagnati e guardò in faccia con piglio trionfante la sconfitta nemica.
Erano le cinque del mattino. Spuntava l’alba. La faccia del negro brillava
d’uno splendore di giubilo. Anderssen, nella foga della caccia al pezzo fatale,
aveva dimenticato la pedina nera che stava sulla penultima casa dei bianchi
alla sua destra. Quella pedina era là già da quattro ore ed egli ne aveva sempre
differita la condanna. Quando Anderssen vide quella gran gioia sul volto del
negro, tremò; abbassò con rapida violenza gli occhi sulla scacchiera.
Tom aveva già fatta la mossa. La pedina era passata regina? No. La pedina
era passata alfiere, e già l’alfiere segnato, l’alfier nero, l’alfiere insanguinato,
era risorto e aveva dato scacco al re bianco. Il negro guardò alla sua volta con
orgoglio la scacchiera. Anderssen stette ancora un minuto secondo attonito: il
suo re era offeso obliquamente per tutta la diagonale nera del diagramma; da
un lato l’altro re gli chiudeva il riparo, dall’altro lato era inceppato da una sua
stessa pedina. Il colpo era mirabile! Scaccomatto!
Tom contemplava estatico la sua vittoria. Giorgio Anderssen spiccò un
salto, corse al bersaglio, afferrò la pistola, sparò.
Nello stesso momento Tom cadde per terra. La palla l’aveva colpito alla
testa, un filo di sangue gli scorreva sul volto nero, e colando giù per la
guancia, gli tingeva di rosso la gola e il collo. Anderssen rivide in quest’uomo
disteso a terra l’alfier nero che lo aveva vinto.
Tom agonizzando pronunciò queste parole: – Gall-Ruck è salvo... Dio
protegge i negri... – e morì.
Due ore dopo il cameriere che entrò nella sala per dar ordine ai mobili,
trovò il cadavere del negro per terra e lo scaccomatto sul tavolo.
Giorgio Anderssen era fuggito.
Venti giorni dopo arrivava a New York, e là, incalzato dai rimorsi, si era
costituito prigioniero e denunciato come assassino di Tom.
Il Tribunale lo assolse, prima perché l’assassinato non era che un negro e
perché non poteva sussistere l’accusa di omicidio premeditato; poi perché il
celebre Giorgio Anderssen si era denunciato da sé, infine perché si era
scoperto nelle indagini giudiziarie che il negro ucciso era fratello di un certo
Gall-Ruck che aveva fomentata l’ultima sollevazione di schiavi nelle colonie
inglesi, quel Gall-Ruck che fu sempre inseguito e non si poté mai trovare.
Anderssen rientrò nelle sue terre col rimorso nel cuore non alleggerito dalla
più tenue condanna.
Dopo la catastrofe che raccontammo giuocò ancora a scacchi, ma non vinse
più. Quando si accingeva a giuocare, l’alfier nero si mutava in fantasma. Tom
era sulla scacchiera! Anderssen perdé al giuoco degli scacchi tutte le ricchezze
che con quel giuoco aveva guadagnate.
In questi ultimi anni povero, abbandonato da tutti, deriso, pazzo,
camminava per le vie di New York facendo sui marmi del lastricato tutti i
movimenti degli scacchi, ora saltando come un cavallo, ora correndo dritto
come una torre, ora girando di qua, di là, avanti e indietro come un re e
fuggendo a ogni negro che incontrava.
Non so s’egli viva ancora.
Camillo Boito

Un corpo
(tratto da Storielle vane. Terza edizione completamente riveduta
dall’Autore coll’aggiunta di due storielle, Milano, Treves, 1895; già pub-
blicato nella prima edizione della medesima raccolta nel 1876 e, origina-
riamente, con il sottotitolo Storiella di un artista, sulla «Nuova Antolo-
gia», a. V, vol. XIV, giugno 1870)

La mia compagna non so se fosse ninfa o folletto. Io la chiamavo col ver-


so di un vecchio stornello: La bizzarrina del campo dei fiori. Aveva di-
ciott’anni. Di quando in quando si svincolava dal mio braccio per fuggire
sull’erba verde di que’ bei prati del Prater. Talvolta le correvo dietro, ed
ella mi scansava, girando intorno all’enorme tronco di una quercia, e
sbalzando da ogni parte con salti da gazzella; talvolta la lasciavo andare,
ed ella allora, vedendosi lontana, si fermava, si sdraiava sull’erba, e
m’aspettava ansando. Nel giungerle vicino, guardavo tutto intorno se
qualcuno ci vedesse. Facendo puntello delle braccia ella rovesciava indie-
tro il corpo flessuoso, che s’incurvava come l’ansa di un vaso greco. Mi
chinavo e le davo un bacio. Poi le dicevo: – Carlotta, bada che lasci vede-
re i legacci delle tue calze. – Ed ella allora, scattando in piedi, scuoteva la
sottana del suo abito color di rosa, e con cara ironia mi susurrava
nell’orecchio: – Sei geloso della luna che nasce?
Eravamo infatti soli soli in quell’angolo del parco, e i raggi della
luna cominciavano a vincere la luce rossastra del crepuscolo. Di lontano
s’udiva una grande allegria di suoni e di canti: le mille voci di un popolo
in festa. Attraverso le frondi si vedeva accendersi un lume, poi un altro,
poi un altro ancora, e via via, finché gli alberi disegnarono la loro forma
nera sopra un gaio incendio di luce gialla. – Fermiamoci qui – disse Car-
lotta; – mettiamoci a sedere su questa panca. Non senti anche tu
nell’anima una dolcezza tutta serena e come una gran voglia di solitudi-
ne? – E sospirava soavemente, e mi stringeva la mano, e alzava gli occhi
umidi e sorridenti al cielo. Stavo per risponderle, ma mi troncò la parola
il romore di un passo vicino. Un signore smilzo e lungo, vestito di nero,
ci passava dinanzi. Carlotta, nel vederlo, tremò tutta, soffocò un grido e si
avvinghiò al mio corpo.
– Che cos’è, mia cara? – domandai tutto agitato.

236
Camillo Boito

– Niente, niente – rispose Carlotta; – ho avuto paura. È una fanciul-


laggine. Perdonami. – E mentre io, stringendola alla cintura, volevo farla
sedere di nuovo, ella scappò via, dicendo: – Andiamo, ti scongiuro, al
Wurstel-Prater. Ho bisogno di distrarmi. – M’afferrò per la mano e, quasi
correndo, mi trascinò in mezzo alla folla e alla luce.
Alle mie interrogazioni replicava ch’era una ubbia, e mi giurava di
spiegarmi un’altra volta la cosa.
– Ma quell’uomo t’ha egli fatto del male? – insistevo.
– No.
– T’ha egli voluto corteggiare?
– Oh no, no!
– Ma dimmi almeno se t’ha mai parlato?
– Mai, te lo giuro.
– Ebbene?
– Insomma è una scempiaggine. Te la dirò domani. Adesso, scusa,
non ci voglio pensare. – E si piantò dritta in faccia a un casotto di burattini.
La commedia era delle solite: una ragazza che nasconde gli amanti
nel cassone della farina; il diavolo che porta via dalla tavola il vino e le
pietanze, e una vecchia che vi rimette tondi e bottiglie, e l’altro che la ba-
stona, e simili cose da fanciulli. Poi veniva in iscena una cassa da morto,
e due becchini vi cacciavano dentro la vecchia, e picchiavano coi martelli
per inchiodarla, e si mettevano la cassa in ispalla, facendo le viste di an-
darsene, quando a un tratto un coniglio, un vero coniglio bianco, gettato
via il coperchio, ne usciva fuori, con infinitissime risa de’ bambini, delle
bambinaie e dei caporali e sergenti che le stavano adocchiando. Carlotta,
la quale s’era un po’ tranquillata e principiava a sorridere, all’ultimo si
annebbiò di nuovo, e mi pregò di accompagnarla altrove.
M’ero già accorto, ne’ quattro mesi dacché stavamo insieme, che
Carlotta, non ostante il suo umore gaio e la sanità del suo corpo, aveva
una grande paura della morte. Tutto ciò che in un modo o nell’altro pote-
va ricordargliela, bastava a farla impallidire e tremare. Accanto agli o-
spedali non voleva passare mai; e una volta, che andavamo in carrozza
all’Augarten, ordinò al cocchiere di svoltare da una via laterale, per non
avvicinarsi nella Taborstrasse allo spedale dei Fate-bene-fratelli. Se ve-
deva di lontano un funerale, tornava indietro, o si ricoverava in una bot-
tega, girando altrove la testa. Non voleva leggere di morti o di malati, o
sentirne parlare. Tollerava la compagnia de’ medici, ma quella dei chi-
rurghi le era insoffribile; e un giorno che, in una birreria, il Dumreicher

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Camillo Boito

mi raccontò, nel discorso, non so più che strano caso di autopsia, Carlot-
ta, la quale era con me, senti venirsi male. Si riebbe tosto; ma per venti-
quattr’ore quelle sue belle labbra non vollero comporsi al loro solito riso.
Io pigliavo tali stravaganze per la espressione involontaria di una sensibi-
lità eccessiva; le perdonavo, le rispettavo, mi piacevano anzi in quell’ani-
ma senza malizia.
L’anima era da fanciulla, ma il corpo era da dea. Il paragone con le
statue greche può solo dare un concetto di quelle membra snelle, vigoro-
se, di acciaio temprato. Somigliava alle Amazzoni, alle Diane cacciatrici
di Scopa e di Prassitele; aveva anche le movenze delle Veneri callipigi,
delle Veneri accoccolate, delle Ninfe sdraiate, di Psiche quando stringe
Amore. Cleomene figlio di Apollodoro certo le insegnò ad atteggiarsi,
dopo avere fatto l’ultima carezza alla Venere de’ Medici.
Il suo volto ricordava la testa di quella cara Euterpe, che sta nel
museo di Berlino: il naso non si staccava dalla fronte se non per una dol-
cissima sinuosità; gli occhi lunghi, rialzati un po’ verso il mezzo della
faccia, parevano tracciati con l’arco di un compasso; le labbra ferme
scendevano un tantino alle estremità, unendosi per due infossature quasi
impercettibili alle narici; il mento disegnava con le guance la curva rove-
sciata di una perfetta parabola. L’Euterpe ha i capelli increspati, e
s’indovina che sono biondi; quelli di Carlotta erano biondi e increspati, e
componevano, per annodarsi dietro, come nella figura antica, due larghe
trecce in giro alla fronte e sopra le orecchie. Nel viso di Carlotta non era
peraltro niente di quella freddezza un po’ sdegnosa e solenne, ch’è quasi
sempre il carattere de’ volti greci; anzi nella perfezione attica della forma
portava i segni di una gaiezza facile, aperta, buona: e gli occhi azzurrini
compievano il ritratto dell’anima ingenua.
Quanto al colore, lo splendor di Tiziano e la finezza del Van Dyck
non sarebbero bastati. In quel candido si notavano de’ passaggi ammira-
bili quasi dall’azzurro al cinabro: sotto la pelle liscia, fresca, trasparente
scorreva la vita fervida. Quella donna era il simbolo della grazia, della
forza, della salute. A Vienna, città delle belle donne, quando andavo in
compagnia di Carlotta, la gente si voltava con ammirazione. Una mattina,
nel Graben, il bizzarro Raal, che stava dipingendo allora i freschi
dell’Arsenale, proruppe in questa esclamazione: – Ah, se potessi avere
costei per modello della mia Germania! – e la salutò cavandosi rispetto-
samente il cappello.

238
Camillo Boito

Il Wurstel-Prater era pieno di teatri da opera, da commedia, da pan-


tomima, equestri, fantastici, di panorami, di lanterne magiche, di botteghe
da caffè, di sale da concerti, di bersagli, di serragli, di gallerie fotografi-
che, di suonatori ambulanti, di cantambanchi, di saltimbanchi, di riven-
duglioli d’ogni sorta di roba, di birrerie sopra tutto. Migliaia e migliaia di
persone passeggiavano intorno, fermandosi chi qua, chi là, entrando chi
nell’uno, chi nell’altro casotto, comperando quale una cosa, quale l’altra,
urtandosi, pigiandosi da ogni parte, pestandosi i piedi, sempre con bono-
mia tollerante, con garbatezza ruvida, ma espansiva. Il riso usciva da
quelle grosse labbra abbondante, come la birra entrava in quei gorgozzuli.
Le birrerie, alcune formate di ricche sale, adorne di sete, di velluti, di fe-
stoni e di fiori, parecchie altre composte di una piccola baracca di legno e
di un immenso steccato tutto sparso di tavole e di scanne, erano piene
zeppe. Chi non trovava da sedere, si sdraiava sull’erba pesta. Le fresche e
svelte ragazze correvano senza posa, portando a decine le tazze di cristal-
lo, colme della birra d’ambra con ispuma d’argento. I fanali, le lanterne, i
lampadari, i lampioncini di cento colori e di cento forme rischiaravano in
diverso modo quella vasta scena: da una parte tutto nuotava nella luce;
poco discosto tutto si nascondeva quasi nel buio. Guardando in alto si ve-
devano luccicare le foglie umidette de’ grandi alberi, e scintillare le pro-
fondità del cielo. Lo schiamazzo babelico, il frastuono infernale aveva
qualcosa di misterioso. In mezzo al parlare confuso ed allo sghignazzare
di tante innumerevoli bocche, si udiva a tratti l’armonia di una orchestra,
il suono rauco della tromba de’ funamboli, la nota sibilante del piffero
d’un educatore di topi, il ruggito di un leone dalla sua gabbia, o il guaire
di un cane smarrito.
Il Wurstel-Prater era la delizia di Carlotta. Si divertiva di tutto. Sul-
le facezie dei pagliacci faceva le più grasse risate; innanzi alle marionette
stava con la bocca aperta; voleva udire sino alla perorazione il sermone
dei ciarlatani. Una volta mi fece montare insieme con lei sullo stretto se-
dile di un’altalena; poi nella carrozzeria di una delle giostre meccaniche,
e, correndo in cerchio rapidissimamente al suono dell’immenso organone,
a me, che sentivo quasi venirmi il capogiro, ella mostrava scherzando i
due delfini di legno, i quali facevano le viste di tirarci, e paragonava, con
infantile compiacenza, sé ad Anfitrite e me a Nettuno. Solo non le piace-
vano le figure di cera.
Ma quella sera Carlotta aveva mutato umore, sembrava preoccupa-
ta da qualche uggioso pensiero, guardava distrattamente, sorrideva poco.

239
Camillo Boito

Dinanzi ad un circo equestre, dove, sapendo che le piacevano molto i ca-


valli volevo condurla, ci si udì salutare da parecchie voci. Erano padre,
madre, cinque figliuole, la cameriera e la cuoca: tutta la famiglia del gra-
ve impiegato all’ufficio di censimento, il quale ci dava a pigione una par-
te del suo quartiere, quattro stanze nel Franz Josefs-Quai, verso il largo
canale del Danubio. S’avviavano all’omnibus per ritornare a casa, e Car-
lotta mi pregò di lasciarla andare con essi, dicendo che si sentiva un po’
stanca, che dopo un’ora l’avrei trovata più allegra che mai, e che (lo mor-
morò con un divino sorriso) m’avrebbe voluto anche più bene del solito.
Rimasi solo in mezzo alla calca.

II

M’avviai lentamente ad una birreria modesta, fuori del chiasso,


dove aveva costume di sorbirsi otto o dieci tazze di birra a quell’ora ap-
punto un mio carissimo e solidissimo amico, il dottore Herzfeld. Era di
dieci anni più vecchio, o, per meglio dire, men giovine di me, che
n’avevo allora ventiquattro: piccoletto, grassoccio, rosso in viso, con due
occhietti cerulei da cui schizzavano scintille. Egli professava medicina,
ed io facevo il pittore. I nostri studi si toccavano in un punto l’anatomia;
per la quale egli non sentiva nessuna inclinazione, ed io provavo
un’avversione quasi invincibile. Questa ripugnanza aveva fatto andare in
bestia il mio vecchio maestro, e m’aveva tirato addosso le celie dei miei
colleghi; sicché, di quando in quando, per dare a me stesso lo spettacolo
della mia forza di volontà e di stomaco, m’ero sforzato di cacciarmi
nell’osteologia, nella miologia e nelle altre ricerche del corpo umano. Da
quattro mesi Carlotta, alla quale non parlavo mai di tali brutte malinconie,
aveva contribuito ad allontanarmi compiutamente dallo studio nauseante.
L’Herzfeld non era solo. Discorreva con un signore. Appena mi scor-
se si alzò, e, correndomi incontro: – È un secolo che non ci vediamo – disse.
– Sono motto occupato – risposi – ed è un gran pezzo davvero che
desideravo stringerti la mano.
– Sì, sì – replicò l’Herzfeld, con un certo suo ghigno, il quale vole-
va parere sardonico ed era pieno di bonarietà – sì, sei affaccendato ad es-
sere l’uomo più felice della terra. Ti perdono. Dio voglia che tu non abbia
mai più bisogno né degli amici, né della birra – e mi offriva la sua tazza,
che una rosea fanciulla aveva in quel momento recata e in cui bolliva an-
cora la spuma. Poi, accennando me al signore che gli stava presso, gli

240
Camillo Boito

disse il mio nome, e, indicando a me quel signore, proferì con voce piena
di rispetto la sola sillaba: – Gulz.
– Carlo Gulz? – Il signore, alzandosi in piedi, fece un leggiero se-
gno affermativo col capo.
– Carlo Gulz, l’anatomista? – Fece un altro segno affermativo, e si
rimise a sedere, dopo avermi con la mano accennato di fare altrettanto.
Le ragioni del mio stupore erano due. Carlo Gulz aveva un nome
già celebre fra gli scienziati e gli artisti tedeschi. La sua magnifica opera
sull’Anatomia estetica era già pubblicata da più di tre anni, ed io, in uno
de’ brevi periodi del mio faticoso studio anatomico, l’avevo letta da capo
a fondo. Ora, dov’io m’aspettavo di trovare un uomo bene innanzi d’età,
ecco che vedevo un giovine di aspetto quasi infantile. Era alto di statura,
ma smilzo smilzo, come un ragazzo che sia cresciuto prima del tempo;
portava gli occhiali, e aveva, a guardar bene, qualche ruga sulla fronte,
ma i capelli biondissimi gli scendevano a onde sulla pistagna dell’abito
nero, e il mento non era ornato se non di una barbetta gialla, che pareva di
primo pelo. La fisonomia indicava una placidezza concentrata e triste.
Vidi poi che, nel parlare, il naso, disegnandosi in leggiera curva aquilina,
dava a quel volto certa strana espressione di fermezza rigida e quasi sini-
stra, espressione accresciuta dal carattere della voce, dolce nel suono, ma
uscente a scatti, con concitazione dura.
La seconda causa del mio stupore stava in una vaga somiglianza di
Carlo Gulz con quell’uomo, di cui non m’era riescito scorgere le fattezze
un’ora prima nell’ombra del crepuscolo, e che aveva fatto tremare e gri-
dare Carlotta. Carlotta sapeva ella che quegli fosse un anatomista? Poteva
bastare ciò perché, pur essendo tanto schifiltosa, le venisse indosso un sì
forte spavento? Ma, sopra tutto, non m’ingannava forse una facile analo-
gia di statura, di magrezza, di portamento, di abito?
Tali stupori e tali sospetti mi traversarono il cervello in un lampo, e
non feci niuno sforzo nel rivolgere un caldo elogio al Gulz sul suo libro,
il quale, dicevo, aveva fatto progredire insieme l’arte e la scienza.
Egli rispose con molta semplicità, ma con profonda convinzione: –
Quel libro, signore, è un’opera giovanile, incompiuta e fiacca. La mia
nuova teoria aveva bisogno di moltissime prove e di larghissimo svilup-
po. Sto adesso occupandomene, e fra sette anni, se la natura mi aiuta, il
lavoro sarà fornito.
– Ed ella vive intanto in mezzo ai cadaveri?

241
Camillo Boito

– Dieci ore al giorno, regolarmente. In nove anni, dacché ricerco la


bellezza del corpo umano, non mi rammento di avere rubato qualche ora
al mio caro studio se non una dozzina di volte, e, glielo assicuro, senza
mia colpa. Il tempo impiegato di giorno nell’andare in cerca dei modelli
vivi e nello studiarli, si riacquista di notte. Ma pur troppo il caso non mi
vuole favorire sovente; pur troppo accade assai di rado che i perfetti mo-
delli vengano a finire sulla mia tavola di marmo bianco!
– Nove anni dacch’ella studia il corpo dell’uomo, dottore! Ella do-
veva essere ben giovinetto quando cominciò le sue indagini anatomiche.
– Quando principiai ad occuparmi dell’uomo avevo più di vent’anni;
ma sin da ragazzo mi occupai degli altri animali. Abitavo in campagna, e
mio padre era veterinario. Rammento che, appena desinato, correvo a fare
il mio compito scolastico in una specie di stalla tutta mia, piena di uccelli,
di galline, di conigli. Finito di sbadigliare sulla grammatica o
sull’aritmetica mi cacciavo nelle mie investigazioni e nelle mie esperien-
ze infantili. Mio padre verso le dieci della sera veniva a pigliarmi per le
orecchie, e mi trascinava a letto. Spesso attendevo che tutti dormissero,
mi rivestivo, e in punta di piedi tornavo pian piano nella mia stalla, dove
talvolta lo strido di qualcuna delle mie bestie mi tradiva, e dovevo, pian-
gendo, abbandonare il frutto della operazione. Passai quindi ai cani, ai
gatti, ai cavalli…
– E stampò – interruppe l’Herzfeld, che sino allora aveva ascoltato
tacendo – nella «Rivista universale di Anatomia» uno studio intitolato:
L’indole morale degli animali domestici ricercata anatomicamente.
– Appunto; e avevo sedici anni.
– Conosco lo scritto. È l’opera di un vecchio, non l’opera di un
fanciullo. Ma chi volesse dedurre il carattere personale dell’uomo dalle
ossa e dai muscoli…
– Farebbe in parte quello che faccio io – notò il Gulz: – e non ho
cominciato io; giacché dopo e prima del Gall e del Lavater cento altri
hanno tentato le medesime ricerche.
– Ma con qual frutto, dottore?
– Con poco, è vero; perché i loro sistemi erano incompiuti. Non le
sole forme esterne del corpo bisogna guardare, né le sole gibbosità del
cranio, ma tutta intiera la macchina umana. Tutto si collega, tutto
s’immedesima. Ciò che i più dicono anima, forma una cosa sola con ciò
che tutti usano chiamare materia.

242
Camillo Boito

– Il pensiero è materia! Come lo dimostra, dottore? – chiesi io, ri-


pigliando il dialogo.
– E lei come dimostra, scusi, che il pensiero sia spirito? Che cosa è
questo spirito, che cosa è quest’anima? La Vanità dell’uomo ha voluto
crearsi dentro un certo non so che, diverso dalle molecole e dalle forze
della natura. L’idea di un così fatto privilegio ripugna, perché rompe le
leggi dell’universo, e deve sembrar puerile, perché in fondo non dice e
non ispiega niente. Non pare a lei più naturale il credere che i pensieri e i
sentimenti non sieno altra cosa che le infinite e rapidissime combinazioni
di atomi infinitamente piccoli, i quali si muovono, s’aggruppano, si sciol-
gono, si ricompongono, si riposano, si ridestano nelle cellette del cervel-
lo? E così vengono facilmente spiegati il sonno, i sogni, la memoria, il
rammentarsi improvviso, le bizzarrie della immaginazione, lo svolgersi
ordinato del criterio e via via.
– E la morte?
– È la putrefazione della materia del pensiero: la putrefazione dell’anima.
– Ma le passioni, ma il genio dell’uomo?
– Con soli novanta numeri si formano più di quarantatré milioni di
cinquine. Metta che le molecole del pensiero sieno miliardi e miliardi, e
mi dica se nelle loro combinazioni non istieno dentro tutto il genio, tutta
la scienza e tutte le passioni umane.
– Già, la madre che piange sul figliuolo malato, la donna che ab-
braccia l’amante, Goethe che scrive il Faust, l’Allighieri che detta la Di-
vina Commedia…
– Cristallizzazioni, per così dire, singolari e molteplici; fenomeni,
de’ quali non si è ancora trovato il modo e il perché. Si troverà.
– E potremo allora, scusi, dottore, rinnovare in un laboratorio di fi-
sica, di chimica o di anatomia il processo della mente di Volfango e di
Dante, le lagrime della madre e il sorriso della sposa?
– In piccola parte, chi lo sa? Ma sempre, intendiamoci, in piccolis-
sima parte…
– Manco male!
– …perché i mezzi di cui l’uomo può disporre sono infinitamente
minori di quelli che ha in poter suo la natura, e perché l’abilità della natu-
ra è infinitamente superiore a quella delle nostre mani. Noi conosciamo,
per esempio, di che sostanze è composta la rosa, come germina, come si
nutre, come respira, come cresce, come fiorisce, come prolifica; ma, ben-
ché una rosa non pensi, potremo noi, per nostro uso, rifarci una rosa? Av-

243
Camillo Boito

verta, non ostante, come oggi gli strumenti si perfezionano e l’occhio


dell’uomo s’ammaestra. Ecco che già noi sappiamo riprodurre sulla fac-
cia di un cadavere con la semplice corrente elettrica le espressioni della
vita; il sorriso, il sogghigno, il segno dello sprezzo, quello dell’orgoglio
offeso, il corrugare severo della fronte, la smorfia di uno che senta un cat-
tivo odore, o l’irradiarsi sereno di un viso gaudente. La pila voltaica, il
microscopio, i reagenti chimici, le operazioni chirurgiche, le osservazioni
mediche, quali maravigliosi progressi non hanno fatto compiere allo stu-
dio del corpo umano? E non resta egli a giovarsi meglio del magnetismo,
e, chi lo sa? di qualche altro fluido sconosciuto finora? Chi può dire alla
scienza: questo è il confine? Chi avrebbe mai indovinato che un piccolo
prisma di vetro potesse bastare pochi anni addietro ad un uomo per isco-
prire che nel sole bruciano alcuni corpi semplici, ignoti a lui e a tutti sulla
terra? E il sole ci ha insegnato a trovare il rubidium, il coesium, il thal-
lium, l’indium. Noi, ch’è tutto dire! sperimentiamo il sole. Innanzi ad una
unica figura dobbiamo inchinarci e adorare: innanzi alla figura della
Scienza.
Così dicendo, il volto di Carlo Gulz aveva assunto una espressione
solenne e mistica. I suoi occhi scintillavano, e la sua fronte pareva enor-
me. Nel pronunciare la parola ‘scienza’ s’era rizzato in piedi, e, cavando-
si il cappello, aveva sollevato lo sguardo al cielo. «In quell’uomo» pensa-
vo «c’è un sacerdote» e abbassai con rispetto la testa.
Dopo una breve pausa continuò: – Io vivo per la scienza. Non ho
mai amato, mai sofferto, mai gioirò per altro che per la scienza. Nelle ore
di voluttà la abbraccio; nelle ore di sconforto la invoco; nelle ore di orgo-
glio le alzo un altare. Ma l’uomo che studia si sente le mani legate. Non
siamo più, è vero, agli anni del Vesalio, che doveva disseppellire di notte
tempo i cadaveri mezzo imputriditi nel cimitero degli Innocenti, o stacca-
re dalle forche di Montfaucon i corpi già quasi divorati dai corvi e dagli
avvoltoi. E senza tale sua audacia sublime gli uomini non avrebbero avuto
quel famoso trattato di Notomia, che venne pubblicato a Basilea nel 1543…
– Coi disegni del Kalkar, mi pare?
– Appunto. E il Vesalio fu mandato dal Tribunale dell’inquisizione
a Gerusalemme in penitenza, solo perché, a verificare certa sua induzione,
credette necessario spezzare il costato di un uomo, cui batteva il cuore.
– È cosa da inorridire.
– Da inorridire, perché? Non inorridite, non gridate vituperio e sa-
crilegio, io credo, quando per la caparbietà di un ministro o di un princi-

244
Camillo Boito

pe, quando per conquistare un pezzo di terra, che una nazione ruba ad
un’altra, spirano fra gli spasimi più tremendi, in mezzo ad un campo sfer-
zato dal sole o in una mefitica sala da ospedale, migliaia e migliaia di
uomini, dianzi sani, giovani, belli, onesti. Che vantaggio ne cava l’uma-
nità? Quale beneficio ne trarranno i nepoti? Quante esperienze perdute!
Vi lagnate che i medici non sanno, e non li lasciate studiare. Era più u-
mano Napoleone il Grande quando ordinava le sue gloriose e inutili car-
neficine, o Tolomeo quando donava al medico Erofilo più di seicento
malfattori, già condannati all’ultimo supplizio, perché, sezionandoli vivi,
cavasse dai loro corpi quella scienza benefica, la quale è giovata nel corso
de’ secoli alla vita di milioni di uomini? Cosimo de’ Medici, un fiorenti-
no forbito, faceva col medico Falloppio lo stesso; e il Falloppio, che per
l’unico amore della scienza sperimentava sul vivo, era più barbaro forse
di lei, dell’Herzfeld, di me, che per una parola sgarbata infilzeremmo
senza scrupoli un uomo? Ella sa – continuava con foga rapida, ma rotta, il
Gulz, indirizzandosi sempre a me – ella sa che Parrasio, per figurare
Prometeo dilaniato dall’avvoltoio, comprò un prigioniero vecchio e vene-
rabile, poi, fattoselo condurre in bottega, con un ferro aguzzo gli andò la-
cerando il fegato, e, mentre il vecchio agonizzava fra i più atroci tormen-
ti, il pittore calmo osservava, studiava, dipingeva.
– Lo so. Ma questa storia, che fa rabbrividire, è incredibile.
– La racconta Seneca, al quale, è vero, la morte non faceva paura, e
la racconta come una cosa affatto semplice e affatto naturale. Insomma
quegli uomini antichi mettevano sopra ogni altra passione la passione del
vero. Per essi la scienza aveva dei tremendi diritti. L’umanità contava più
dell’uomo. Vedevano il bene con animo grande, con volontà di ferro,
senza sdolcinature da femminuccie, o timori da fanciulli, o scrupoli da
rimbambiti. Erano uomini.
Dopo queste parole il giovine si alzò in piedi, cacciò indietro,
squassando il capo, i suoi lunghi capelli, stese la mano all’Herzfeld,
s’inchinò a me e, volgendoci le spalle, senza dire altro s’allontanò.
Io ero rimasto attonito, mezzo maravigliato e mezzo stomacato; ma
l’Herzfeld, afferrandomi pel braccio e scuotendomi forte: – Svegliati –
disse – e andiamo via. Non vedi che siamo rimasti soli? – Affrettammo il
passo.
Carlotta mi aspettava; ma quella sera si discorse poco, non si rise
punto, e s’andò a letto di buon’ora.

245
Camillo Boito

III

Tre giorni dopo Carlotta era ridiventata più festevole che mai, ed io
pensavo ben di rado e con un sorriso di compassione a Carlo Gulz, del
quale non avevo detto niente alla mia sensibile amica.
Davo gli ultimi tocchi ad un gran quadro, già messo nella sua larga
cornice. Ogni tantino m’allontanavo dalla tela di alquanti passi per guar-
darla con compiacenza; prendevo uno specchietto e, voltandomi, stavo un
po’ a contemplare beatamente in esso la immagine del dipinto; poi sbal-
zavo presso a Carlotta, e inginocchiandomi davanti a lei e baciandole le
mani, le dicevo: – Tu m’hai rivelato a me stesso: o questo capolavoro è
tutto tuo, o tu sei uscita dal mio cervello. – E la ricercavo per la millesima
volta dal fronte alle unghie rosee dei piedi con uno sguardo profondo e
lento lento, ma pieno di rispetto candido e di ammirazione purissima.
I raggi del sole, che entravano senza ostacolo dall’ampia finestra,
e, rischiarando di un’allegra luce il quadro, facevano brillare l’oro della
cornice, di rimbalzo mandavano sul corpo divino di Carlotta un lume pie-
no di riflessi, che permetteva, senza il volgare contrasto di un chiaroscuro
eccessivo, lo studio fine di quei contorni flessuosi e di quel colore delica-
tissimo. Le membra erano modellate a cesello. Dove le ossa, non ravvolte
nel fermo involucro di muscoli e di carne, lasciavano sotto la pelle traspa-
rire, come nella rotula e tra il cubito e l’omero ed all’ileo ed alla clavicola
e sul frontale, la loro tinta di avorio; dove le vene sottili e leggermente
azzurrognole s’intrecciavano sul colore di rose, la mia tavolozza era, do-
po un’ardua ma dolcissima fatica, giunta a tal perfezione che mi faceva
andare in visibilio. Carlotta m’innamorava anche più nel mio quadro che
in sé stessa: la mia vanità m’aveva tanto ubbriacato che in qualche istante
quella donna mi sembrava la copia viva della opera delle mie mani. Tra
lo scherzoso ed il mistico declamavo a gran voce, alzando al cielo le
braccia come le figure oranti delle catacombe, un verso, il quale contene-
va, secondo me, la definizione di tanto splendida creatura, un verso di Te-
renzio nell’Eunuco:

Color verus, corpus solidum et succi plenum.

Ma Carlotta intanto s’era alzata in piedi, ed era venuta leggiera


leggiera dietro a me, gettandomi le braccia sulle spalle e incrocicchiando
le mani sulla mia fronte. Mi girai a un tratto, ma era già fuggita nella sua

246
Camillo Boito

camera, serrando l’uscio. Un quarto d’ora dopo, rientrò vestita col suo a-
bito color di rosa.
L’Aretusa del mio dipinto rappresentava tale e quale Carlotta. A-
vevo condotto a fine quella figura grande al vero e il paesaggio in due so-
li mesi, lavorando quattro ore al giorno, poiché volevo sempre dipingere
col sole in istanza; e il sole in quei due mesi mi aveva, per sua grazia, tut-
ti i dì favorito. La tela era più larga che alta. Il boschetto di tamarisci la-
sciava vedere tra le frondi e i rami un lembo di cielo azzurro; ma chiude-
va nell’ombra diffusa e quasi lucente il dinanzi del terreno, dove tra i
verdi trifogli e le tenere mortelle e le vermiglie rose – qual avvi al mondo
cosa – bella senza la rosa? – tra le rose e le mortelle e il trifoglio scorre-
va, blando ruscello, il corpo della ninfa Diana, per salvarla dalle amorose
persecuzioni di Alfeo, la volle trasformare in fonte; ma l’amore, più inge-
gnoso della dea, insegnò tosto al cacciatore di trasformarsi in fiume: e le
acque della sorgente e del fiume si confusero insieme, e, sotto alle onde
salse del mare, così mischiate, ricomparvero dolci e limpidissime sul lido
di Sicilia. Questo mito elegante piaceva in quei giorni a me, che col beato
Anacreonte andavo ripetendo, fra gli altri, questi versi:

Monile al tuo bel collo vorrei farmi,


O zona al colmo seno;
O in socco pur cangiarmi,
Sì che il tuo piede mi premesse almeno.*

Alfeo aveva fatto meglio; ed io volevo dipingere i due amori, che


diventavano uno. Ma nel pormi all’opera avevo prima messo da parte
Diana, poi lasciato fuori Alfeo; e a un po’ per volta la favola si ridusse a
un nome. Intorno a quel nome io posi per altro tutto il mio affetto e tutto
quanto il mio ingegno. Invocavo Aretusa come Faust aveva invocato Elena.

*
Versi desunti dalle Anacreontee pubblicate nel XVI secolo per opera di
Henri Estienne, attribuite erroneamente al poeta greco. Cfr. Anacreontis odae, ab
Henrico Stephano luce et latinitate nunc primum donatae, Lutetiae, apud H. Ste-
phanum, 1554, p. 96: «Aut sim monile collo, / Strophium aut tuis papillis. / Sim
calceus, tua me / Saltem terásque planta». Un’edizione di poco anteriore al rac-
conto boitiano è costituita dagli Anacreontis Teii quae vocantur Symposiaka
hēmiambia ex Anthologiae Palatinae volumine altero nunc Parisiensi, post Hen-
ricum Stephanum et Josephum Spalletti tertium edita a Valentino Rose, Lipsiae,
in aedibus B.G. Teubneri, 1868.

247
Camillo Boito

La ninfa dunque, nel suo alveo di erbette, seguiva con le membra la


inclinazione del suolo; e il braccio sinistro, disteso lungo il terreno, sor-
reggeva il capo, da cui sgorgavano come onde d’oro i capelli; e la mano
destra si ripiegava sotto il mento; e il seno schiacciava mollemente i fiori
variopinti; e il contorno dalla prominente spalla scendeva giù giù con una
curva ineffabile, poi si rialzava nel tondo fianco e tornava a muoversi tra
rette brevi ed archi soavissimi sino al piede. Il volto esprimeva l’amore
quando comincia, fra il sereno ed il mesto: un sorriso e un sospiro.
– Bravo il mio pittore – diceva Carlotta. – Io sono tanto superba di
parer così bella. Ma tu mi dovrai dipingere di nuovo, in cento modi, vesti-
ta da odalisca, da monaca, da vestale, vestita da Eva. In campagna, ne’
folti boschetti della vallata di Brühl, non mi atteggerai su questo prosaico
divano, coperto da questa sbiadita stoffa di color verde, ma sull’erba alta
del color di smeraldo.
– Sì, e se passasse qualcuno?
– Lascieremo passare. Non vuoi tu forse esporre questa nostra Are-
tusa alla Mostra permanente?
– Sì certo. Ha da essere la prima pietra dell’edificio della mia glo-
ria. Ma, chi sa? gli uomini, e specialmente gli artisti, sono tanto corrivi
alle illusioni…
– Cattivo. Mi hai pur detto che te l’avevo fatto io il quadro. Non
voglio che si dubiti della mia sapienza, sai. Ora dunque, se tu vuoi espor-
re agli occhi di tutti l’Aretusa, e dici che l’Aretusa sono per l’appunto io…
– È cosa diversa – replicai secco. Ma Carlotta, che vide aggrottarsi
le mie ciglia, con una sonora risata: – Non capisci che scherzo? – Poi,
senza lasciar tempo in mezzo: – Quando si va in campagna?
– Il quadro è finito. Dopo una velatura alle rose, scriverò qui
nell’angolo, sopra questo sasso, il mio nome.
– E scrivilo, come ti piace. Domattina per tempo manderò dunque
il quadro all’Esposizione, e prima del mezzodì partirò per Mödling.
– Solo?
– Solo, se non ti rincresce. Cercherò in fretta un casinetto lì intor-
no. In tre giorni, al più, l’avrò trovato. Tu intanto metterai in ordine i bau-
li, provvederai a’ miei colori, alle mie tele, ai miei pennelli. Verrò a pi-
gliarti, e partiremo subito. Sei contenta?
– Sono contenta. Ma, ti prego, trovami proprio un casino nella val-
le di Brühl, e che abbia daccanto un bel pergolato verde. O Dio! se sì po-

248
Camillo Boito

tesse trovare un pergolato di gelsomini! Domani a sera mi scriverai da


Mödling, non è vero?
– Ti scriverò, mio angelo. Ma tu pure mi scriverai, e farai gettare la
lettera nella buca doman l’altro ben di buon’ora. Così doman l’altro stes-
so, nel tornare di sera all’albergo, sentirò la tua voce che mi darà la buona
notte.
E si continuò a discorrere a questo modo, mentre io andavo ritoc-
cando di qua e di là il dipinto, ed ella ora mi stava dietro le spalle, ora
s’andava a sdraiar sul divano, ora guardava i suoi fiori sul balcone, ora
sfogliava libri e giornali. La sera si uscì, e la mattina seguente mandai,
come avevo detto, il quadro all’Esposizione, e partii per Mödling.
Il pensiero di vivere con Carlotta i mesi dell’estate e dell’autunno
in una casetta solitaria, nel mezzo a un delizioso paesaggio di montagne e
di boschi, mi colmava di gioia. Quanti bei disegni facevo di pigrizia e di
operosità! Come conciliavo nella fantasia la indolenza beata e l’animoso
lavoro! Ora sognavo un idillio di Teocrito: sotto ad un olmo le bianche
capre, e la zampogna, e un nappo dipinto, colmo di vino, e miele e favi.
Ora mulinavo nel cervello cento soggetti di nuovi quadri: i Nibelunghi, la
Bibbia, la mitologia, l’allegoria, la storia. Non mi fermavo a niente: la
immaginazione correva come il vagone nel quale stavo seduto, e i fanta-
smi di essa fuggivano come i pali del telegrafo. Un filo annodava però
quei vaganti pensieri insieme: il desiderio della bellezza.
A Mödling, desinando, m’informai delle villine che s’appigiona-
vano in quei pressi. Ve n’erano parecchie sfittate verso Laxenburg e Baden;
ma fermai l’attenzione ad un casino, che mi dicevano composto di otto
stanze elegantemente ammobigliate, con giardino e pergolati, posto fuori
del quieto villaggio di Teufelsmühle, appunto in quella valle di Brühl,
ch’era il gran desiderio di Carlotta. Ordinai una carrozza per la mattina
seguente, e scrissi due pagine gaie alla mia Aretusa.
Nell’uscire dall’albergo per fare una passeggiata, aspettando l’ora
di andare a letto, vidi la neve sulla cima del monte Schneeberg scintillare
ai raggi del sole cadente. Passo passo, canterellando, fantasticando, fis-
sando gli occhi nel cielo, che per una serie di tinte finissime procedeva al
misterioso azzurro delta notte, entrai nella stretta gola di un monte, chia-
mata col solito nome di Klause. I massi di un calcare rossastro, parte nu-
di, parte ricoperti di piante brune, andavano crescendo nel buio sino a di-
ventare enormi, e mi stringevano e schiacciavano sempre più. I miei pen-
sieri, dianzi tutti giulivi, di mano in mano che aumentava l’oscurità,

249
Camillo Boito

illanguidirono, s’offuscarono, finché, non so come, lo spettro lugubre di


Carlo Gulz s’impadronì della mia mente. Ritornai con passo rapido
all’albergo, tracannai tre o quattro tazze di birra, e m’addormentai presto,
perch’ero stanco.
Il dì dopo mi svegliai come un usignuolo, cantando. Non avevo
mai sentito l’animo traboccare di più energiche speranze. Il corpo e
l’ingegno erano freschi, e vispi e gagliardi. Mi circondava un’atmosfera
di felicità ridente. Mentre aspettavo la carrozza, ora passeggiando sulla
strada, ora sdraiandomi sull’erba, le tre foglie d’un trifoglio mi parevano
sublimi, e un sassolino illuminato nell’ombra di un albero da un raggio di
sole mi sembrava un miracolo. Non ebbi mai come in quell’ora
l’intelletto del colore. Nel verde di una foglia, nell’oltremare liscio del
cielo, nelle macchie de’ muri sentivo un’arte compiuta, la quale mi pro-
duceva dentro gli stessi effetti della musica di Beethoven. Le mille grada-
zioni delle tinte, ciascuna in sé stessa, mi rivelavano qualche cosa di nuo-
vo, mi suggerivano una idea, mi suscitavano un affetto. Il senso della vi-
sta, assottigliandosi, aveva trovato una segreta serie di relazioni con
l’anima. Il dolore fa il poeta; ma la gioia fa il pittore.
Il villino presso Teufelsmühle era infatti delizioso. La facciata di
stile greco aveva un pronao di quattro colonne, il quale finiva all’alto nel
timpano, avente al mezzo in bassorilievo un’arpa inghirlandata. Dall’uno
e dall’altro lato del portico si distendevano le ali dell’edificio, un po’ me-
no alte, con cinque finestre per parte. Sul dinanzi del prospetto s’apriva il
cortile, difeso dai bei cancelli di ferro; e dietro alla casetta bianca spazia-
va il giardino, nel quale, sotto l’ombra degli alberi, crescevano fiori
d’ogni maniera. Io, correndo, ricercavo le macchie più folte e le stradic-
ciuole più nascoste; poi mi lasciavo cadere sopra un sedile di pietra o so-
pra una panca di greggio legno, e pensavo tra me: «Qui starò con lei a
leggere, e tra una pagina e l’altra un bacio»; oppure: «Io prenderò il mio
albo ed ella il suo ricamo, e, lavorando, quanti discorsi vecchi, sempre
nuovi…!».
Il buon vecchio custode della villa e fattore del proprietario, mi ve-
niva dietro come poteva, gridando: – Signorino, un po’ più adagio, di
grazia. Veda il tale albero; veda la tale pianta; guardi il magnifico getto di
codesta fontana; consideri le stupende stalattiti di questa grotta. – Io lo
lasciavo dire, e andavo dritto; ma, non ci fu scampo, dovetti contentarmi
di entrare nella grotta per ammirarne le stalattiti, giacché il vecchietto a-
veva messo, pare, tutto il suo orgoglio in quella parola.

250
Camillo Boito

Al di dentro il casino era pulito e sereno come al di fuori. – Questa


sarà la camera di Carlotta – dissi, entrando in una stanza tappezzata di
carta celeste ad allegri fiorami. Aveva due finestre verso il giardino ed
una gran porta sul fianco: il sole vi doveva nascere e morire. Aveva anche
attiguo un gabinetto turco, dove i vetri colorati davano alla luce qualche
cosa di voluttuosamente fantastico: e in fondo vi stava, dietro un corti-
naggio, la vasca del bagno.
– Non c’è egli – chiesi al vecchio – un pergolato di gelsomini?
– Ci è – rispose; – e s’ella m’avesse voluto seguire bel bello e con
attenzione, glielo avrei fatto vedere. – Poi, spalancata la porta esterna di
quella stanza che avevo già destinata a Carlotta, mi fece passare in una
elegante pergola chiusa e coperta dalle piante gentili de’ gelsomini orec-
chiuti. Strappato un de’ fioretti candidi e vellutati, lo chiusi nel portafogli,
pensando di offrirlo a Carlotta nell’annunziarle la scoperta del nostro ni-
do. In pochi minuti il contratto fu conchiuso e la caparra data.
– A rivederci doman l’altro – gridai al fattore nello sbalzar in carrozza.
– Non dubiti, che sarò qui ad aspettarla – rispose con un profondo
inchino.
E il cavallo si mise a un bel trotto esultante; e il vetturino, facendo
scoppiettare festevolmente la frusta, canticchiava una matta canzone; ed
io riempivo d’aria i polmoni, allargando il petto con gioia.

IV

Nel rientrare all’albergo di Mödling trovai una lettera di Carlotta.


Diceva così:

«Amico mio: ritorna, per carità! ritorna subito. Se non hai trovato
la villa pigliami ad ogni modo con te: staremo all’albergo insieme qual-
che giorno, e lascieremo intanto il grosso della roba a Vienna. Tu sapessi
come mi sento triste e spaventata quando non posso appoggiarmi al tuo
braccio! Ho bisogno che tu rida delle mie vane scempiaggini; ho bisogno
di sentirmi sgridare da te dolcemente, qualche volta anche un po’ bru-
scamente, per questi neri capricci, che mi tormentano di quando in quan-
do il cervello; ho bisogno che tu, stringendomi forte al petto, mi dica:
bambina! Mi vergogno allora di me stessa, e mi vinco.
«Tu sai tutto di me, salvo la piccolezza della cagione da cui nasco-
no le mie paure. Nello scrivere mi farò ardita; ma promettimi di non par-

251
Camillo Boito

lare mai e poi mai di ciò che talvolta mi opprime, poiché voglio amarti
con cuore sereno e bocca ridente. Già non è necessario ch’io te ne preghi,
tanto sei buono e generoso con me. Cinque giorni fa, nel Prater, di sera,
io avevo pure promesso di dirti perché, mentre passava di contro alla
panca ov’eravamo seduti un signore lungo e magro, m’avvinghiai tre-
mante al tuo corpo; ma tu, indovinando che il discorrerne mi sarebbe pe-
sato, non ne hai detto più nulla. Ti contentasti di credere che quell’uomo
non mi aveva fatto mai nessun male, non aveva mai tentato di corteg-
giarmi, non mi aveva anzi mai parlato: ed è il vero.
«Una sera dunque, cinque mesi or sono, prima che venissi a stare
con te, andai, in compagnia di due amiche e di due loro amici, alla Diana-
Saal. L’immenso locale era al basso tanto pieno di gente, che non ci fu
passibile di trovar da sedere. Si ascese al piano superiore, il quale tu sai
come sia formato da una ringhiera circondante la sala, e tutt’intorno da
certi sfondi assai ampi in forma di stanzetta, aperti sulla ringhiera. Le ta-
vole erano tutte occupate. Avevamo già fatto lentamente e invano il giro
di quasi intiera la galleria, quando, nel passare dinanzi ad uno degli
scompartimenti, vidi molti giovani che si giravano a guardarmi, ed uno
fra essi, il quale, per isquadrarmi meglio, s’era rizzato in piedi. Sai che le
donne hanno l’abilità di notare ogni cosa in un lampo, senza parere, con
la coda dell’occhio. La faccia di quel giovine m’era sembrata sinistra. I
vetri degli occhiali nascondevano lo sguardo, i capelli giallicci scendeva-
no sulle spalle; ma quel volto giovanile mi fece l’impressione del viso di
un morto (rabbrividisco!) di un morto, che dica: t’amo. Rivolse qualche
parola agli amici; ma non ne colsi che il suono. Intanto le persone sedute
nella stanzetta vicina s’alzarono per uscire, e noi prendemmo il loro po-
sto. Uno de’ signori, ch’era con noi, aveva veduto anch’egli nel passare il
giovine biondo, e, poiché lo conosceva di vista, ci disse ch’era il profes-
sore Gulz, un celebre scienziato, il quale vive (tremo, ma ti voglio dir tut-
to) notte e dì coi cadaveri. Io, che sino da bambina fui sempre schizzino-
sa, mi sentii gelare. L’orchestra continuava tuttavia a suonare il valzer. In
un tratto le trombe e i tamburi lasciarono luogo ad alcune flebili battute;
ed allora una voce, quella del Gulz, mi giunse all’orecchio. Proferiva con
accento concitato queste parole: “Giuro, amici miei, giuro in virtù del mio
presentimento, e in nome della scienza, che la bella Carlotta” come sape-
va egli il mio nome? “riposerà sul marmo della mia tavola, per rivelare al
mio coltello il segreto della sua bellezza”. Tornò il rumore dell’orchestra;
ma in ogni modo non avrei più potuto udir nulla, tanto mi sentivo ango-

252
Camillo Boito

sciata. Pregai che si uscisse, e uscimmo infatti dalla parte opposta al luo-
go dov’erano il GuIz e gli amici suoi, i quali certo non avevano supposto
che noi ci fossimo potuti sedere così d’accosto, solo divisi da una bassa e
sottile parete.
«Quel caso mi lasciò, ti confesso, una profonda paura della monte;
un immenso ribrezzo de’ cadaveri; una sensibilità di fibra ch’è una vera
malattia, in tutto ciò che allude, anche di lontano, a que’ funerei pensieri.
Ecco perché ho tremato rivedendo il Gulz. Oh Dio, se il giuramento di
quell’uomo terribile s’avverasse! Ritorna, ritorna presto, amico mio. Fa’
che io ridiventi spensierata, sventata, pazzerella: ho tanta necessità di ri-
dere e di amare. Lì nella valle, noi due, in una bella casetta, sotto un per-
golato di gelsomini, saremo beati. E poi queste mie insulsaggini andranno
guarendo, e non ti ruberò più nemmeno un quanto d’ora di gioia, e sarò
sempre ‘la bizzarrina del campo dei fiori’.
«Son già quasi le dieci del mattino. Voglio uscire a gettar questa
lettera nella buca, e poi voglio andare in su, lungo il Danubio, con questo
bel sole, a fare una passeggiata solitaria. Vieni, ti scongiuro, vieni ad ab-
bracciare domani la tua
Aretusa»

Non potevo partire la sera stessa, poiché l’ultimo treno per Vienna
era passato; ma ordinai al cameriere che mi svegliasse il dì seguente assai
di buon’ora. Alle cinque ero in vagone, e guardavo in faccia il sole che,
velato da un leggiero vapore, si alzava dietro una macchia di alberi, span-
dendo sui prati, sui colti, sulle montagne la mite allegria della sua luce.
Poi, mentre il treno correva, fissando gli occhi nel cielo, notavo le rapide
trasformazioni de’ suoi colori fini, trasparenti: immenso prisma, dove tut-
te le tinte si seguono e s’accordano in isfumature soavissime, che non si
trovano sulla tavolozza.
La lettera di Carlotta m’aveva un po’ agitato la notte. M’ero sogna-
to non so quali spaventi, in cui Carlo GuIz ricompariva sempre con diver-
si aspetti orridamente fantastici. Avevo dormito poco; ma quando mi fui
alzato da letto ed ebbi spalancate le finestre, ogni brutto pensiero svanì.
Ragionavo tra me a questo modo: «Il Gulz, come tutti gli uomini che pas-
sano il più del tempo soli e studiando, massime lui che lo passa coi morti,
ha bisogno in un quarto d’ora di espandere le idee e i sentimenti, che, du-
rante le lunghe ore di isolamento, gli si accumulano dentro. Di necessità
poi que’ sentimenti e quelle idee, maturando nella officina di un anatomi-

253
Camillo Boito

sta, devono pigliare forma eccessiva, schifosa, disumana. Dall’altra parte,


chi ha costume di esercitare la propria volontà sulle cose inerti, inclina a
credere che le altre sue rare volontà sui viventi abbiano in egual modo ad
attuarsi. Aggiungiamo che il Gulz poteva avere bevuto qualche tazza di
birra più del solito. L’assurdo suo giuramento, assurdo perché, quando
pure Carlotta fosse morta a Vienna, egli non avrebbe potuto impossessar-
si del suo corpo, non si doveva dunque pigliare sul serio. Ad ogni modo
Carlotta e la salute erano la stessa cosa. Ma, d’altra parte, Carlotta aveva
ella inteso bene le parole del Gulz, o piuttosto non le aveva involontaria-
mente contorte a quelle paure, che già prima stavano nel suo spirito?».
Insomma, un po’ per la bontà di questi raziocini, un po’ perch’ero già av-
vezzo alle innocenti bizzarrie di Carlotta, non mi sentivo capace di pensa-
re ad altro che alla contentezza del nostro prossimo idillio nella bianca
casetta e nell’ombroso giardino di Teufelsmühle.
Alla stazione di Perchtoldsdorf il treno, nel quale io ero, incontrò
quello che veniva da Vienna, e che portava la corrispondenza e i giornali.
Un fattorino si mise a gridare a squarciagola: – «Wiener Zeitung», «Pres-
se», «Wanderer», «Ost-deutsche Post», «Morgenpost», «Vaterland»,
«Glocke», tutte le edizioni del mattino, signori, appena uscite dal torchio –
e ricominciava la litania. Chi comperava questo giornale e chi quello: io
mi feci dare la «Glocke», perché sapevo che era molto sollecita nel recare
le notizie delle opere esposte alla Mostra permanente, ed ero, in fondo,
assai curioso di conoscere l’impressione che il mio dipinto produceva da
due giorni sul pubblico. Sotto il titolo di Belle Arti trovai infatti una scrit-
to, nel quale i più sperticati elogi erano tributati al mio pennello e alla mia
intelligenza. Il critico esaminava con sottili argomenti il ‘tocco’ e i ‘toni’,
scoprendovi dentro non so che altissime intenzioni estetiche, filosofiche,
morali. Dimostrava che il corpo di Aretusa, così perfetto che certissima-
mente la natura non avrebbe potuto creare il simile, doveva essere stato
composto come le api fanno il miele co’ fiori, o come Zeusi fece l’Elena
con le fanciulle di Crotone: e qui una dissertazione sull’ideale. Mi con-
frontava un po’ col Correggio, un po’ con Paolo Veronese, un po’ col
Rubens, molto con Minerva, che uscì dal cervello di Giove armata di tut-
to punto. Terminava così:

«Dobbiamo chiudere questi encomi con la espressione di un ram-


marico. L’eccellente lavoro, dopo essere stato due soli giorni esposto agli
avidi occhi del pubblico, degli artisti e de’ critici, fu comperato oggi stes-

254
Camillo Boito

so al chiudersi delle sale e portato via. Non sappiamo il nome del fortuna-
to acquirente, ma speriamo ch’egli vorrà contentare la onesta curiosità,
rimettendo per alcuni giorni ancora l’opera alla Esposizione. La colpa è
tutta del regolamento della Società, che non istabilisce il minimo del
tempo, nel quale un’opera debba rimanere in mostra. Non è la prima volta
che lo diciamo; ma quest’ultimo deplorabile fatto è a sperare che valga
finalmente ad aprire gli occhi agli onorevoli faccendieri sociali».

Lo scritto non era un capolavoro di critica e di garbo; ma la vanità


è così docile nel lasciarsi solleticare, ch’io ne fui tutto contento. Mi pare-
va che gli alberi fiancheggianti la via scappassero indietro lenti lenti, così
ero impaziente di mostrare a Carlotta le nostre lodi, e di dire che subito
avremmo ricominciato in campagna un altro quadro, dieci volte più bello
dell’Aretusa. Le idee dei dipinti, che avevo già accarezzate, mi tornavano
nella fantasia, e intanto le mani voltavano i fogli del giornale, e gli occhi
scorrevano distratti sui caratteri. Cosi, senza badarvi quasi punto, leggic-
chiai alcune notizie politiche, poi, scendendo alla Cronaca cittadina,
qualche racconto di fatterelli curiosi. Questo fra gli altri:

«Infortunio. Oggi, verso le dieci e mezzo del mattino, il funerale


della contessina di Bardach, morta di vent’anni, è stato l’occasione di una
di quelle sventure, che dobbiamo purtroppo deplorare quasi ogni giorno.
La bara era coperta dal drappo bianco e inghirlandata di freschi fiori; le
giovani amiche della contessina seguivano il carro a piedi, e veniva poi la
lunga fila di carrozze coi parenti e conoscenti della famiglia. Il convoglio
funebre, che per andare al cimitero di Nussdorf aveva pigliato la via lun-
go il Danubio, passava appunto dal Rossauer Lände, dove lo spazio si re-
stringe ed il fiume non ha parapetto, quando una signora, nel volersi rapi-
damente ritrarre, precipitò nelle acque, e venne trascinata un centinaio di
metri giù dalla corrente prima che si potesse salvarla. Fu tolta dal fiume
asfissiata; e, perché non si trovarono indizi del suo nome o della sua abi-
tazione, fu tosto portata lì presso allo Spedale generale. Non ne sappiamo
altro. Dicono che sia giovane e bellissima».

Avevo letto la notizia sbadatamente; ma l’ultimo periodo mi ferì


l’attenzione. Rilessi da capo. Ogni parola mi parve di fuoco. Sentii la mia
testa bruciare. Cavai dal portafogli la lettera di Carlotta. Confrontai la da-
ta della lettera con quella delle Notizie cittadine: era la medesima. Il gior-

255
Camillo Boito

nale narrava che il fatto avvenisse «verso le dieci e mezzo del mattino», e
la lettera diceva: «Son già quasi le dieci del mattino. Voglio uscire a get-
tar questa lettera nella buca, e poi voglio andare in su lungo il Danubio a
fare una passeggiata solitaria». E il fatto era accaduto lungo il Danubio, e
in su. E poi la paura della morte, il ribrezzo, l’orrore invincibile dei fune-
rali. E poi la giovinezza. E poi la bellezza. Ogni cosa mi ribadiva nella
mente il dubbio terribile. Cercavo, invocavo invano una ragione, che mi
svincolasse da quella orrenda certezza, la quale già m’abbrancava il cuore
e mi strozzava alla gola. Pregai le persone, che avevano comperato altri
giornali, di lasciarmeli scorrere per un momento. Un signore tardò ad of-
frirmi il suo: glielo strappai di mano. Tacque: credo che mi giudicasse per
matto. Il «Morgenpost» solamente dava la notizia con le stesse parole
della «Glocke»; gli altri non dicevano niente. S’era giunti nel frattempo a
Liesing. Balzai a terra, e scongiurai il capostazione di spedire immanti-
nente all’indirizzo del dottore Herzfeld un telegramma, nel quale gli di-
cevo di correre alla stazione del Sud ad aspettarmi. Nel tornare in vagone
lo trovai vuoto: pare che i miei compagni di viaggio, non si credendo
troppo sicuri con me, avessero mutata carrozza. Non so che cosa facessi.
Mi rammento solo che, aggrappandomi con le mani ai ferri, i quali servo-
no presso il soffitto a porre i bagagli, stiravo con gran forza le braccia,
fino a sentirle scricchiolare.
S’arrivò finalmente alla stazione del Sud, dove il mio amico mi
stava aspettando. Lo presi per il braccio, e lo trascinai, correndo, attraver-
so le sale.
– Sai niente di Carlotta?
– Niente.
– Non l’hai vista oggi, ieri?
– No. Non ho occasione di vederla mai. E poi tu stesso mi dicesti
che i medici non le vanno a’ versi.
– Non sai niente di una signora caduta ieri mattina nel Danubio e
portata allo Spedal generale?
– Niente.
La mia irritazione era al colmo. Strinsi tanto forte il polso
dell’amico, che egli, svincolandosi, gridò con dispetto: – Diavolo, mi fai
male. Sei diventato pazzo? – Gli domandai scusa, e, perché intanto era-
vamo entrati in una carrozza a due cavalli, che ci menava quasi di carriera
al mio alloggio sul Franz Josefs-Quai, porsi all’Herzfeld la lettera di Car-

256
Camillo Boito

lotta e il giornale, indicandogli la chiusa di quella, la notizia di questo e le


date. Lo guardavo fisso. Impallidì; ma rimettendosi tosto, disse:
– Le coincidenze sono strane; ma Carlotta non è la sola donna gio-
vane a Vienna, non è la sola donna bella, non è certo la sola che passeg-
giasse lungo il Danubio ieri mattina.
– Ma quello spavento dei funerali?
– E chi ti dice che la disgraziata signora si ritraesse per ispavento?
Poi, ad ogni modo, l’asfissia e la morte sono due cose diverse; e proba-
bilmente quella signora non ha oramai altro male che il ricordo del suo
bagno.
Queste parole fecero spuntare in me un germe di speranza; e
l’amico, avvedutosene, continuò per distrarmi:
– Del resto, ho una buona novella da darti, e con la novella tremila
fiorini. Il tuo quadro…
– Lo so, è stato comprato – interruppi con un gesto d’indifferenza
dispettosa.
– È stato comprato, e senza contrattare sul prezzo. Ier sera l’ammi-
nistratore della Società consegnò a me, come a tuo rappresentante, il da-
naro. Gli rilasciai la ricevuta; ed eccoti i tremila fiorini, che ho portato
meco, pensando, nel ricevere il telegramma, che ti fossero necessari.
– Tienli per ora, ti prego.
– No, no, pigliali.
E li presi infatti, cacciando l’involto nella tasca dell’abito sul petto.
– Chi ha comperato il quadro? – soggiunsi.
– Non si sa.
– Come non si sa?
– Così mi disse l’amministratore. L’acquirente non lasciò il suo
nome, e fece portar via da facchini suoi il dipinto senz’aspettare neanche
un minuto.
Nell’avvicinarmi al Franz Josefs-Quai sentivo crescere la febbre
dell’impazienza. La carrozza si fermò davanti alla mia casa.
– La signora Carlotta? – chiesi con voce soffocata e con ansia pau-
rosa al portinaio. Un lampo di gioia mi traversò l’anima nel vedere la fac-
cia di quell’uomo. Rispose pacatamente:
– Non s’è veduta da ier mattina. Ho supposto che la signora fosse
andata a raggiungerla in campagna.
– All’Ospedal generale, presto – gridai al cocchiere – presto, di
carriera.

257
Camillo Boito

L’amico si studiava di confortarmi; ma io, vinto oramai dalla di-


sperazione, non lo ascoltavo più. Insistette perché gli giurassi di serbare
un contegno ragionevole, di seguirlo passo passo, di non parlare mai con
nessuno e di lasciar fare tutto a lui, che era pratico dello spedale e cono-
sciuto dai medici e dagli infermieri.

Otto o nove serventi, con la loro veste di tela incerata verdognola,


abbottonata sino al mento e lunga sino alle calcagna, stavano discorrendo,
seduti nell’atrio. L’ingresso principale, in fondo all’atrio, era chiuso da un
cancello di legno: entrammo a sinistra, salendo tre gradini, e nell’aprire il
battente dell’uscio il campanello mandò un suono forte e argentino, che
mi fece trasalire.
Una calma sinistra, quasi cinica, aveva sostituito nel mio animo le
disperate agitazioni di prima; contemplavo me stesso come se guardassi
un’altra persona; la mia mente si fermava alle cose più indifferenti con
attenzione pacata: mi ricordo che, mentre l’Herzfeld ricercava negli e-
normi registri dello spedale, io studiavo can l’occhio una macchia di u-
midità sulla nuda muraglia della stanza, e, indovinandovi dentro non so
quali forme di uomini combattenti, ripensavo a Leonardo da Vinci. Sentii,
non ostante, l’Herzfeld che osservava ad un medico di guardia:
– Qui nel registro degli Entrati non trovo cenno di una giovane
donna tratta ieri dal Danubio, e portata, al dire dei giornali, in questo spe-
dale intorno alle undici del mattino.
– Può essere che i giornali abbiano stampato una fanfaluca – rispo-
se il medico. – Ne stampano tante! Hai guardato nel registro degli Usciti?
– Sì.
– C’è?
– Non c’è.
– Allora vuol dire certamente che se ella è entrata, non è uscita, o
almeno che non è uscita viva. – Ma può darsi ad ogni modo che ci sia.
Talvolta ne’ casi urgenti si portano i malati subito nelle sale, e quella be-
stia del custode dimentica di registrarli.
– Andiamo dunque nelle sale – mi disse l’Herzfeld.
Lo seguii. Entrammo in un immenso cortile rettangolare, contorna-
to da portici. Era tutto piantato di begli alberi, che disegnavano le loro
cime sull’intonaco bianco del piano superiore. Lungo uno de’ lati stavano

258
Camillo Boito

schierati trenta cataletti almeno, tutti chiusi nel loro sudicio baldacchino
azzurrastro, con la candida colombella in cima.
Entrammo in una lunghissima infermeria terrena. Le finestre alte e
piccole, corrispondenti al disotto del portico, mandavano scarsa luce, e
dovevano giovare poco alla ventilazione, perché sulla porta mi sentii
stringere la gola dall’orribile tanfo. L’amico mi disse: – Bisogna guardare
bene. Gl’infermieri, le suore di carità ed i medici si danno il cambio: non
possiamo fidarci delle loro indicazioni. – Cominciò allora il tristissimo
esame. A una a una l’Herzfeld ed io guardavamo in faccia quelle malate.
Volti affilati, bianchi; occhi infossati, attoniti; labbra senza colore: non un
lamento. Alcune rivelavano con le convulsioni della faccia l’acuta soffe-
renza interna; altre s’indovinava che pativano meno per i mali del corpo
che per i dolori dell’anima; e c’erano di quelle che, canticchiando tra sé
mostravano come sia tenace la speranza. Qualcuna dormiva: andavamo al
capezzale e, sollevando un poco pian piano il lenzuolo, scoprivamo il vi-
so sparuto.
Così passammo la seconda, la terza, la quarta sala, e non so quante
altre, finché, riuscendo ancora nel gran cortile alla estremità di un altro
lato del portico, si entrò in un secondo cortile più piccolo, ma pure pianta-
to di alberi, poi in un terzo, dove per una larga scala salimmo alle logge
del primo piano. L’Herzfeld si fermava spesso a parlare coi guardiani e
coi medici.
Non sentivo le loro parole, ma vedevo che alle interrogazioni del
mio amico rispondevano con segni negativi o crollando il capo, come di-
cessero: «Non ne sappiamo nulla». Il mio cuore batteva regolarmente; ma
nel porre la mano sulla fronte me la sentii tutta bagnata.
– Ancora trenta sale da esaminare – notò l’Herzfeld, e aggiunse:
– Abbiamo già veduto intorno a cinquecento malate; c’è n’è altre sette-
cento almeno.
Le infermerie del primo piano erano più alte, più ariose, più illu-
minate; i letti parevano più puliti e le malate men tristi. Nella sala delle
etiche si sentiva appena tossire. Erano quasi tutte giovani e quasi tutte
belle. Una fra le altre pareva un angelo. Stava seduta in letto, coperta dal-
la coltre sino ai fianchi; la camicia nitida, abbottonata al collo ed ai polsi,
scendeva in dritte e minute pieghe sullo scarno petto; le braccia cadevano
simmetriche, e le mani, con le palme rivolte in su, erano tornite e lattee. I
capelli bruni staccavano sul largo guanciale contornando il viso pallidis-
simo, che il Beato da Fiesole doveva avere disegnato sospirando: e, su

259
Camillo Boito

quel disegno, il Donatello le belle guance smunte e il bel mento e la fron-


te pura e le labbra sottili ed il naso appena aquilino aveva modellato certo
in terso alabastro. Gli occhi, con uno sguardo dritto, orizzontale, fissava-
no qualche cosa al di là del muro della sala, qualche cosa al di là forse
della terra. Un raggio di sole, entrando dalla finestra vicina e rimbalzando
sulle lenzuola, rischiarava con lucente riflesso la placida figura, che mi
sembrò avvolta in un nimbo. Non avevo veduto un uomo, che, sedendo
vicino al letto, teneva il volto fra le mani e poggiava il capo sulla coperta.
Nell’udire il rumore dei nostri passi s’alzò; era un vecchio macilento, ca-
nuto; le lagrime sgorgavano da’ suoi occhi ed i singhiozzi gli rompevano
il respiro. Mentre gli passavamo vicino ci susurrò con accento di tetra di-
sperazione: – È mia figlia!
Traversammo quella sala, poi un’altra, poi un’altra ancora, e via
via. Il mio corpo era affranto, le mie membra tremavano, ma il mio spiri-
to, sempre desto, guardava tutto, avvertiva ogni cosa, can quella riflessio-
ne nello stesso tempo minuziosa ed astratta, che segue talvolta od accom-
pagna i grandi rivolgimenti dell’anima. Tre volte l’Herzfeld si fermò a
leggere i cartelli in cui stavano registrate le indicazioni delle malattie,
presso a tre letti, sui quali, nascosta dalla coltre bruna, s’indovinava la
lunga forma ch’era già un cadavere.
Non ci restava più che a visitare le sale delle malattie chirurgiche,
dove le strida acute ferirono per la prima volta il mio orecchio, e quelle
della clinica, dove appunto allora i professori facevano innanzi ai letti la
loro lezione agli allievi. Il vecchio Grün stava a fianco d’una donna, mo-
strando a dodici a quindici giovani non so che notevole caso di scienza.
La poveretta nascondeva con le braccia sollevate e incrocicchiate il viso,
mentre la voce lenta del professore sciorinava la sua monotona filastroc-
ca. La vista confusa e rapida delle braccia, delle spalle, del seno di quella
donna di magnifiche forme, destò una subitanea fiamma nella mia testa.
Stavo per islanciarmi furibondo verso il letto, quando, scuotendosi al con-
tatto della mano del Grün, nel girare il capo la bella malata fece cadere
dall’un de’ lati la sua lunga capigliatura, nera come le penne del corvo.
Mi calmai un attimo, e: «Meglio morta» pensai.
– Abbiamo finito coi vivi – mi disse l’Herzfeld nell’uscire da
quell’ultima infermeria: – Scendiamo.
Percorse di nuovo le logge, poi, scesa la stessa scala per cui erava-
mo saliti, traversammo i cortili e i portici, piegando verso un altro angolo
della gran corte, e, andando dritti nella parte dell’edificio destinata agli

260
Camillo Boito

uomini, giungemmo nella Sala d’osservazione, posta in fondo all’immen-


sa area. In un vasto locale bene illuminato stavano un venti letti, cinque
soltanto o sei occupati da corpi, che la scienza non aveva ancora del tutto
abbandonati alla morte. Ai piedi ed alle mani avevano legate quattro fu-
nicelle, corrispondenti ad una stanza vicina, dove i guardiani vegliavano
giorno e notte sui campanelli numerati. I corpi erano tutti d’uomo.
Poiché fummo usciti in un ultimo cortile basso e deserto, l’Herz-
feld mi disse: – Aspettami qui dieci minuti appena – e scomparve.
Rimasi solo. Camminando lungo il lato dove batteva il sole, vede-
vo le lucertole nascondersi fra le ortiche. Mi trovai così di contro ad una
porta su cui stava scritto: Stanza mortuaria. Entrai. La imposta si serrò
con gran fracasso dietro le mie spalle. il luogo era vuoto e buio. Aveva
come la forma di un lungo corridoio, in fondo al quale un gran portone
chiuso lasciava posto di sopra all’unica finestra a mezza luna. Le mura-
glie di pietra, brune ed umide, luccicavano, riflettendo il cupo lume lon-
tano; il pavimento era bagnato. Andai sino al portone, tentando inutil-
mente di aprirlo. Nel tornare indietro, in un angolo, presso all’uscio da
cui ero entrato, mi parve scorgere sul suolo certe macchie biancastre. Mi
avvicinai, e vidi ch’eran cadaveri. A un po’ per volta, avvezzandomi alla
oscurità, principiavo a distinguere le forme. Tre bambini dormivano l’uno
accanto all’altro, come volessero scaldarsi. Poi una fila di sei uomini tutti
ignudi, violacei, scarniti, con gli occhi aperti. Seguivano cinque croci
bianche. Guardai bene: quelle croci erano in mezzo a cinque drappi neri,
che coprivano qualche cosa. Badando dove mettevo i piedi, m’accostai
presso presso con la faccia, trattenendo il respiro, e nell’alzare il lembo
superiore della prima coltre scopersi il volto e le spalle di una donna nu-
da. Poich’ebbi esaminato così la seconda, la terza, la quanta e l’ultima:
– Niente – gridai con gioia febbrile – non c’è – e feci per fuggire; ma,
tentando invano di alzare il grosso saliscendi della porta che dava nel cor-
tile e vedendone proprio all’angolo un’altra aperta, mi avviai per quella in
un corridoio, che, dopo alquanti passi, riusciva ad una grande sala.
La luce m’abbagliò. Parecchie tavole di marmo bianco, strette, ar-
rotondate alle estremità e con un labbro rialzato tutto in giro, stavano
schierate sotto le ampie finestre. Le più erano vuote; ma in due s’adagia-
vano due uomini: uno vecchio, che pareva contento di non essere più vi-
vo; l’altro giovine, con i lucidi capelli neri, con le labbra socchiuse, che
lasciavano vedere la bianchezza dei denti, con la fronte alta e aperta, che

261
Camillo Boito

pareva tuttavia piena di pensieri. Gli strumenti necessari alle autopsie


brillavano sulle tavole, a’ fianchi de’ due corpi.
L’Herzfeld, entrato senza ch’io me n’accorgessi, gettandomi le
braccia al collo, proruppe:
– Sia lodato il cielo: eccoti finalmente. Non sapevo dove ti fossi
cacciato. Ho avuto paura per te.
– Ebbene?
– Non c’è, non c’è nel registro dei morti.
– Non è dunque entrata, che si sappia, né uscita in nessun modo. E
non si trova!
– I giornali hanno certo mentito. Può darsi che il tuo portinaio a-
vesse ragione. Può darsi che, impaziente di rivederti, sia partita sola, e
t’aspetti a Mödling.
Il sangue tornava a scorrermi nelle vene, le membra si rianimava-
no, e nel cervello mi si accendeva una forza nuova, allegra, prepotente.
Un minuto prima sentivo di essere tutto incurvato e nano; mi rizzai, cre-
detti di diventare gigante. Le speranze piombavano entro il cavo
dell’anima mia, come un torrente che precipiti dall’alto gorgogliando. Era
in me una tempesta delle gioie rinascenti, dei desiderii resuscitati.
L’amore, la voluttà, la natura, l’arte, la gloria mi cantavano dentro in co-
ro, con divino baccano. Un olezzo di gelsomini mi accarezzava le narici,
e ripensavo con furiosa dolcezza alla casetta bianca della valle di Brühl.
Prendendo vivamente il braccio del buono Herzfeld: – Fuggiamo – gli
gridai – da questo luogo d’inferno – e saltellavo come un matto fanciullo,
e già quasi mettevo il piede alla soglia della porta d’uscita, quando sulla
imposta di un uscio che le stava presso vidi, scritte in grandi lettere nere,
queste parole:

LABORATORIUM VON KARL GULZ

L’uscio era aperto. Balzai nell’officina. In mezzo, sopra una tavola


di marmo, stava il corpo di Carlotta.
– Carlotta! Carlotta! – urlai, slanciandomele addosso e avvicinando
con impeto il mio viso al suo viso. Due occhi impassibili fissarono i miei:
mi sentii tutto rabbrividire. Avrei voluto imprimere un bacio su quella
fronte, avrei voluto rapire quel corpo, ma una forza tremenda mi respin-
geva lontano. Rinculavo, tremando. Caddi sopra una scranna e: «Niente!
Più niente!» mormoravo tra me.

262
Camillo Boito

L’Herzfeld mi si accostò spaventato e, cercando di trascinarmi fuo-


ri: – Per carità, usciamo – mi diceva.
Un momento dopo, il capo mi si offuscò. Rimasi un pezzo, un’ora
forse o due, senza sapere più niente della vita. Sognavo. Tutto il passato
mi tornava innanzi come in una fitta nebbia, pigliando aspetto di fanta-
sma spaventoso e livido. Era uno svenimento sinistro. Una lunga proces-
sione di nuvole minacciose e di memorie bieche passava di contro al mio
cervello impaurito. Mi pareva di affogare nel nulla. Sentivo sulla guancia
due labbra fredde, che mi mordevano; e due braccia, due braccia scarnate,
due ossa, che mi strangolavano in un amplesso mostruoso. Volevo grida-
re: la voce mi si fermava nella strozza.
Riaprivo gli occhi allora, e vedevo sempre le pupille del cadavere
ferme, impassibili.
Una tenaglia mi sbranava il cuore, e ripiombavo nelle visioni or-
rende di vermi e di stinchi. E quegli scheletri si rizzavano in piedi, e quei
vermi diventavano giganti, e si mettevano a ballare insieme una danza in-
fernale. Ridevo.
– Che cos’hai che ridi? – mi chiedeva il povero Herzfeld, sorreg-
gendomi il capo, spruzzandomi di acqua gelata la fronte e dandomi a fiu-
tare non so quale acre profumo.
– Non impazzisco – risposi – pur troppo non impazzisco. Lasciami
qui. Voglio parlare al dottore.
Il Gulz, che non avevo veduto, s’avanzò allora con passo grave, e,
mettendosi a lato del cadavere: – Dove per voi tutto finisce, per noi – dis-
se – tutto principia. La morte è la vita.
Poco prima se avessi incontrato quell’uomo l’avrei afferrato al col-
lo e strozzato: lo guardavo oramai con disperata rassegnazione.
– Il destino – riprese – m’ha voluto per questa volta aiutare, facen-
do che, senza mia opera, si compiesse uno de’ miei più ardenti desiderii.
Mi rincresce – soggiunse, dopo una pausa, indirizzandosi a me – mi rin-
cresce per lei; ma ne godo per la scienza.
– Giuro a Dio ch’ella non profanerà queste membra – esclamai, al-
zandomi in piedi, e richiamando con uno sforzo supremo un po’ di ardore
nell’animo e nella voce.
– Senta come son fredde – proseguiva il dottore. – Senta, son più
ghiacciate degli strumenti d’acciaio che tengo in mano. La bella tinta di
rosa non viene a queste membra dal rosso del sangue, ma da un liquido
colorato, spinto ne’ tessuti per iniezione. Ho ritrovato il secreto di Ruysch

263
Camillo Boito

di Leida; ed i miei preparati vincono quelli del museo di Amsterdam.


Guardi intorno, la prego.
Guardai. La sala era circondata di vasi d’ogni dimensione, ripieni
di preparati anatomici, e di vetrine, contenenti dei corpi imbalsamati, che
parevano vivi. Sopra gli armadi stavano appesi alle pareti molti quadri
senza cornice. Tra gli altri ne notai uno, che conoscevo, dipinto dal Raal.
Era il ritratto di un povero vecchio, il quale m’aveva servito da modello
ne’ miei primi studi dal naturale, ed al quale avevo voluto bene. Da due
anni era morto; ma nella vetrina, posta sotto il ritratto, mi parve ch’ei re-
spirasse. La lunga barba argentina scendeva sull’ampio torace, e le rughe
della fronte serena tagliavano ad angolo retto un’ampia cicatrice, la quale
era stata occasione al buon vecchio per raccontare cento volte le guerre di
mezzo secolo addietro. Il Raal avrebbe potuto copiare la viva immagine
del suo dipinto da tale mummia, tanto il colore, le fattezze, la espressione
stessa erano conformi alla verità, non solo per l’aspetto della persona, ma
per l’indole morale dell’individuo.
– Questa – continuava con voce lenta il Gulz – non è che una parte,
la parte superficiale del mio studio. Qui ho bisogno che mi soccorra
l’artista, richiamandomi alla memoria l’apparenza della vita. Ma
l’apparenza è forma soltanto: io ricerco le ragioni nella sostanza. Le ossa,
i visceri, i tessuti dell’uomo, come spiegano la vita, così spiegano la bel-
lezza. L’arte abbraccia la scienza. Ella sa, signor mio, che l’orecchietta
destra del cuore è l’ultima parte del corpo umano a spegnersi. La fisiolo-
gia e la psicologia verrà tempo, lo giuro, in cui saranno uno studio solo.
Non solamente morirò io prima che tale unione si compia, ma passeranno
ancora molte generazioni sulla terra. Si compierà ad ogni modo; e, quanto
a me, sarei beato se potessi in qualche parte aiutare codesta grande sco-
perta, per cui si svelerà finalmente ciò che gli uomini cercano da migliaia
e migliaia di anni, il come del loro essere, la materia e il processo delle
loro sensazioni e del loro pensiero.
– Ecco la materia – notai con accento di cupa ironia, mostrando il
corpo di Carlotta.
– L’albero ha un’anima forse? E non vive forse, e non muore? Che
cos’è che lo fa vivere? Certe attività speciali di certe molecole. Che cos’è
che lo fa morire? Certa decomposizione, certa inerzia di certe molecole.
La vita di una foglia e la mente di Schiller non differiscono che nei gradi.
L’essenza è la stessa. S’è scoperto il mistero della esistenza vegetativa; si
scoprirà quello della esistenza bestiale, e finalmente quello della esistenza

264
Camillo Boito

intelligente. Ma quanti anni son corsi dacché sappiamo con certezza come
vivono le piante e come muoiono? Per quanti secoli indietro non fu inu-
tilmente investigato questo facile problema? Vorremmo noi dire oggi che
il libro della natura si chiude? il fatto è anzi che s’apre adesso meglio che
mai; e gli uomini lo leggeranno tutto, sino all’ultima pagina.
Mentre il dottore parlava io tenevo gli occhi fissi nella morta. Le
braccia diritte lungo i fianchi, le mani poggiate sul marmo col rovescio, le
gambe unite, la testa un po’ indietro, la bocca socchiusa, gli occhi spalan-
cati, i capelli cadenti giù dalla metà del lato posteriore della tavola: sim-
metria lugubre, ghiacciata, vana. Quel corpo non mi diceva più nulla.
– Pensi – ripigliò il Gulz – pensi delle sue passioni, signor mio, che
cosa rimane. S’ella avesse amato uno spirito, l’amerebbe tuttavia, non
foss’altro nella memoria; ma ella amò una manifestazione fuggevole della
materia, ed è naturale che, l’oggetto della passione cangiando figura, la
passione svanisca. Io amo invece questo corpo mille volte più adesso che
prima, giacché contribuisce ad accostarmi al vero. Insomma, la sola cosa
effettiva, la sola cosa reale, è la scienza. Il resto è illusione o fantasmagoria.
Ero rimasto accasciato. Quella parola severa e concitata nello stes-
so tempo, sinistra e soave, mi soggiogava. La luce non nasceva nel mio
intelletto; ma nel mio cuore entrava una calma pesante e tetra. Girando gli
occhi, vidi il mio quadro dell’Aretusa, ancora appoggiato alla parete sul
pavimento.
– Vorrei ricomprare questo dipinto, dottore – mormorai, cavando
dalla tasca il danaro, che l’Herzfeld mi aveva consegnato la mattina e
ch’io non avevo toccato.
– Bene; mi basterà oramai la memoria – rispose il Gulz con un so-
spiro, e mi stese la mano. Io, non so come, la strinsi; e, lento lento, dopo
avere gettato un ultimo sguardo sul cadavere di Carlotta, appoggiandomi
al braccio dell’Herzfeld, uscii.
Nel passare sul ponte del Danubio trassi dal portafogli quel fiore di
gelsomino, che avevo, il giorno prima, spiccato dalla pergola nella villetta
di Teufelsmühle, e, fermandomi al parapetto, lo lasciai cadere.
Dopo un istante, il punto bianco era scomparso nel fosco verde
dell’acqua.

Aprile 1870

265
Carlo Dossi

La Principessa di Pimpirimpara
(tratto da L’Altrieri. Nero su bianco, Roma, Stabilimento Tipografico Ita-
liano, 18812, pubblicato in prima edizione a Milano, coi tipi di A. Lom-
bardi, nel 1868)

Ah! bene. L’uscio non avèa cricchiato. Io lo aprìi soavemente e, sulla


punta de’ piedi entrài nella càmera ratenendo il respiro e facendo, colla
mano, intoppo tra il lume e il viso del mio fratellinuccio, di quel caro bot-
tone di rosa che, tranquillo, là, nel suo lettino càndido, dormiva semi-
aperte le labbra. Come i mièi stivaletti sbrisciàvano sul lùcido pavimento
della sala, il pèndolo avèa scattato e, dopo un breve e sordo ràntolo, con
voce argentina sonava. Le tre! Quale straora per uno sbarbatello! Ve
l’assicuro, in vita mia non m’era peranco occorso vedere che faccia mai
mostrasse il mondo in sìmile freddo punto, in cui, nelle lunghe silenziose
vie, le làmpade s’illùminano solo reciprocamente – tant’è vero che, nel
rasentare l’ampio specchio della sala, gricciolài scontràndovi una figura
e, con inquietùdine, guardài se, proprio io, dovèa èssere quel giovinetto
pàllido che con un candeliere veniva verso di mè… in grigio sopràbito…
calzoni neri… guantato e cravattato di bianco, il cilindro su’n occhio. Il
cilindro! In quella stessa giornata me l’avèvano imposto: fu una delle
prime càuse della sua memorabilità.

Il come

Io mi sedeva giusto a tavolino fra le dòdici e un’ora, non so se i-


stroppiando i mièi pensieri entro un sonetto o imbrodolàndoveli di agget-
tivi, quando mamma, avanzàtasi cheta cheta nella stanza depose davanti a
mè un… chissà-mài… incartato di azzurro.
Io levài la testa.
Ella sorrise: Èccolo. –
Al papa i versi! Gettài la matita e, d’una mano febrile, tolsi dalla
cappelliera un cilindro incamiciato di carta finissima, svolta la quale,
scoprìi un cappello, nero come inchiostro di China, lùcido più di un bic-
chiere molato. Calcàndomelo in capo corsi al mio consigliere di vetro, lo
interrogài…

95
Carlo Dossi

Uuh! a primo tratto ne fui malcontento; mi smaltì l’entusiasmo. E,


certo, la rabbiolina mi trapelava sul viso, perocchè, mamma, premurosa,
mi disse:
– Bibì, non istizzirti. Il cappello nuovo, vedi, è un arnese cui ci bi-
sogna assuefare. Domàndalo un po’ alle donne! sentirài. E ci vuole anche
l’assieme, Bibì… Una cravatta pulita, una giubba elegante, un panciotto… –
Io disarmadiài di furia i chiesti abbigliamenti: mamma andò a
chiamare babbo.
E questi venne, poi sopragiunse una vecchia prozia, in sèguito la
cuciniera: tutti ad una voce – salvo nondimeno Giorgetto il quale borbot-
tava che il mio berrettone da mago gli metteva paura e giurava sfondàr-
melo, così acquistando un severo: ciarlino! e rincantucciando poi con
greppo e broncio; – tutti, dico, conchiùsero che un più gentile cappello
non l’avèvano mai, per lo innanzi, veduto; che noi eravamo creati l’uno
apposta per l’altro; dalle dalle, me ne convìnsero tanto, che, dimèntico
affatto de’ versi alla Luna e non curando quelli del fratellino, uscìi a pas-
seggiare fino a dì basso. Su tale soggetto – giova avvertirlo – ho poi can-
giato di idèe: le idèe, a fortuna, sèguono la sorte delle ossa. Allora peral-
tro (quattr’anni or fà) quantunque ghignassi imbattèndomi ne’ collegialini
dei Barnabiti, i quali in lunga fila scarpinàvano al Duomo schiacciati sot-
to de’ cilindroni senza un’ombra di grazia, tenevo ciò nondimeno il fermo
convincimento che il salubre cappello – dico salubre rispetto ai colpi di
canna – se dotato di una certa curva alla moda, felicissimamente si adat-
tava (diàvolo di un periodo a qual confessione mi meni!) si adattava a un
giovinotto, come mè – già, capirete che per tracciarmi almanco la dirizza-
tura dovevo ricòrrere allo specchio – un giovinotto – làh! modestia a par-
te – bello.
E mi fu, tale cilindro, orìgine di un grande avvenimento.
Era per mè, proprio nel ritornare a casa con lui, che l’avvocato Fer-
retti, il mio patrino, attraversava la via.
– Guido – egli mi disse fermàndomi – stasera mia moglie fà ballare.
Sai… una torta, una bottiglia di vino spumante e quattro salti. Etichetta, ze-
ro. Vieni. Vi ha molte e molte belle ragazze che attèndono un cavaliere. –
Io gli opposi che babbo avèa la sera stessa seduta e che, quanto a
mamma…
– Corpo delle Pandette! – esclamò l’avvocato ridendo ed appog-
giàndomi su’na gota un schiaffetto – E tu? che hai, tu? Non hai gambe, a
caso? Poh! Un giovinotto in cilindro! –

96
Carlo Dossi

Io arrossìi fino alla sèttima pelle: stringèndogli la mano, lo ringraziài.


Bene – fui al festino… Ma, alt! Prima di proseguire, è d’uopo ch’io
vi presenti la spiegazione – intraveduta forse, pel buco della serratura, da
qualcuno di voi – intorno a fatti toccati di già e, per sopramercato, vi uni-
sca altre poche parole, affinchè quelli che seguiranno spièghinsi da loro
medèsimi a voi senza nuove postille.

Casa e persona del vostro amico scrittore

Circa la prima, sappiate, i mièi carìssimi, che ora gli occhi della
nostra pèntola vedèvano un’altra gola di camino, ben più stretta, ben più
lunga dell’antica; vedèvano la cappa di una città. Babbo, con tutta la sua
economìa, non pagava più tasse sopra la maggior parte delle possessioni
di casa (due anni, pensate, che si tagliava, per così dire, il frumento colle
cesoje e lo si stendeva a seccare nei cassettoni! due anni che si vendemia-
va coi panieri da calza!) babbo dunque, affittato il poco avanzàtoci, tasta
di quà, tasta di là, giungeva alla fine a trovarsi un buon impiego nella vi-
cina città qual segretario in una pùbblica amministrazione.
Del rimanente, il trasporto della nostra pignatta, lo avrèbbero ri-
chiesto anche i mièi studi. Non era ancor l’anno dalla partenza di Ghioldi,
che, scivolato al grosso Proverbio* il piede su que’ pericolosi suòi pavi-
menti, rompeva a sè il collo, a noi canarini il graticcio – quindi – non più
maestri, non libri! … figuràtevi… già minacciavo una ricaduta nella pol-
tronàggine e nella cattiveria. Ma venne la risoluzione di babbo: noto che
nel vagone che ci trasportava alla città, noi occupavamo quattro posti; nel
quarto si adagiava una paffuta balia con un naccherino tutto polpa alla
cioccia, un naccherino che i mièi genitori avèan potuto mèttere insieme
nei mesi quieti di mia lontananza.
Quanto a mè, allorchè sollevài la portiera nel raccontuccio presen-
te, correvo il mio quindicèsimo: ero a pena sgattolajato dal ginnasio e
cominciavo ad arieggiare l’uomo con barba. Ora, oltre a lavarmi e petti-
narmi ogni mattina e, qualche volta, la sera, facevo gran consumo di sa-
poni, manteche, pòlvere d’ìreos; attaccavo molta importanza al nodo della

*
al grosso Proverbio: «il professore cav. Giosuè Proverbio» è direttore e
proprietario del «Collegio-Convitto prìncipe di Gorgonzola» frequentato dal nar-
ratore-protagonista di L’Altrieri. Nero su bianco. Il suo ritratto si dispiega nel
capitolo precedente dell’opera, Panche di scuola, dove è rievocata anche la figu-
ra del maestro Ghioldi.

97
Carlo Dossi

cravatta, alla freschezza dei guanti, all’arroccettatura delle camicie; ora


importafogliavo i mièi viglietti da visita, intaschinavo un bell’orologio
d’oro, con catena d’oro, dòndolo d’oro – indispensàbile per tener sbotto-
nata la giubba – ed ora, come mi era messo tutto alla via, in punto, com-
parivo sul corso con una giannetta in mano, fulminando degli occhi le tose.
In confidenza, peraltro, osservo che sùbito li sbassavo e facevo lo
gnorri se mai qualcuna mi reggeva allo sguardo… Che rabbia! E in que-
sto, volere o no, saliva a galla ch’io era peranco bambino, in questo e in
molte altre cose, chè – sebbene ora mi guardassi dallo sostare dinanzi le
mostre de’ baloccài – pure, le sbirciavo vogliosamente, impromettèndomi
di sfogarmi a casa sotto pretesto di trastullar Giorgio e, tuttochè non mi
andasse che mamma dicèssemi: Bibì o Guidino – alla presenza di fore-
stieri, a quattro, anzi a sei occhi, accomodàvomi sulle di lei ginocchia e le
parlavo con un vocabolario di parolinette graziose, inintelligibili a tutti –
fuorchè a noi.
Principiavo dunque, intenderete anche, a ingarbugliarmi in quella
matassa di stùpide convenzioni sociali più geroglìfiche dei due bottoni
che i sarti cucìscono dietro ai sopràbiti e càusa della maggior parte delle
nostre pìccole miserie… Dio! quante pene io soffersi per esse. Tra le altre:
1° un terribile mal au coeur, avendo, come me lo si offriva, accetta-
to e stretto fra i denti con disinvoltura un lungo zìgaro di Virginia – acceso;
2° una spellata di gola e due giorni di letto, regalàtimi da un fortìs-
simo punch, da mè coraggiosamente ordinato, in cambio dell’abituale a-
qua aranciata, trovàndomi in un caffè con mio cugino Tiberio, capitano di
cavallerìa e vero imbuto di ghisa;
3° infine; i mille ed uno fastidi pel cangiamento di voce. Vi accen-
nerò solo a quel dì in cui, entrato nella sala dove sedeva zia Marta con la
signora Baglioni e la figliuola di questa – la quale, i mièi compagni, a-
vèano erroneamente per una mia fiamma – avvisando di dare il buon
giorno, m’inviài su’n tuono, cupo, profondo, e finìi con uno sì acuto, con
una stonatura tale che Dora si portò il fazzoletto alla bocca ed io mi morsi
le labbra.
Ma la cosa sulla quale mi preme condurre, più che su ogni altra, la
vostra attenzione, come quella che apre la ragionìssima del presente rac-
conto, è il completo riversamento nel mio naturale. Certo, molti di coloro
che mi conòbbero spensierato fanciullo, vivendo giorno per giorno, alle-
gro come uno scrìcciolo, me ne vorranno forse, perchè io mi ripresenti
serio, riflessivo, alle volte triste, ma, oltre che i fatti son fatti, avverto

98
Carlo Dossi

come il modificarsi, il mutare de’ gusti sia inerente all’uomo, anzi, se-
condo mè, costituisca uno de’ suòi principali caràtteri. Mio padre, da pìc-
colo, sentìvasi fuggire l’ànimo alla veduta solo di un pezzettino di zucca:
ora, ne mangerebbe entro il tè. Non poteva dunque – su via morale – ripè-
tersi un tale caso a mio riguardo? E, invero, la melanconìa che Lisa*
coll’ùltima stretta di mano mi gettava nel cuore, si era a poco a poco in-
spessata e fatta morbosa; mi avèa condotto ad almanaccare, a – come
babbo diceva – perticare la luna, scoprèndomi uno strano regno di spìriti
ch’io non sospettava manco esistesse; un regno, se di diffìcile entrata,
d’impossìbile uscita.
E ciò avèa fortemente scossi i mièi nervi. Sotto il chiarore del fan-
tàstico mondo, le cose del materiale mi si colorìvano al doppio. Lodàva-
mi, a mo’ d’esempio, il maestro? trac… io mi trovava balestrato nel salo-
none degli esami, dinanzi ad una tàvola col tappeto verde e con sedùtivi
tre personaggi (cravatta bianca, marsina, decorazioni, sorriso paterno) de’
quali uno porgèvami un libro in rosso ed oro. – Oh! grazie – e tutto intor-
no scoppiavano applàusi. Così; pigliava una febbrolina a Giorgio? Ma-
donna! scorgevo sul letto di lui il lenzuolo segnare le forme di un corpici-
no instecchito, scorgevo lì a fianco una cassa aperta… della segatura…
fiori e chiodi. Da lungi, l’estremo tempello di un’agonìa; dalla stanza vi-
cina, singulti.
Perilqualchè, capìto il mio sistema nervoso, torna piano
l’imaginare quanto la festa – altro che i quattro salti! – dell’avvocato Fer-
retti, mi scombussolasse.
Le feste, per chi non c’è abituato, fanno come il vino; mòntano al
cervello. Tutte quelle lumiere con specchi che le raddoppiàvano; quel su
e giù di gente che s’impacciava reciprocamente il passo, signori vestiti ad
un modo e dallo stesso scipito frasario, domèstici livreati buffonescamen-
te quasi come Ministri di Stato, dame mezzo svestite, con gonne di color
zabaglione, gàmbero cotto, dorso di scarabèo… di raso, di mussolina, di
velluto, con guarnizioni, nastri e fiori di pezza; e quel trimpellamento
continuo, monòtono di un pianoforte; que’ colmi càlici di falso-
Champagne, il tutto avvolto in un’aria calda, polverosa, che t’incollava la
camicia alla pelle e ti essiccava il palato, mi avèano ubbriacato del tutto.
Al che, se tu aggiungi un pajo di occhi che mi guardàvano fisi fisi, neri,
*
Lisa: amica d’infanzia dell’io narrante Guido Etelredi, è la deuteragoni-
sta femminile nel capitolo dell’Altrieri a lei intitolato, che si chiude sulla sua
morte precoce.

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Carlo Dossi

birichini, come quelli della vedovella contessa di Nievo, uno degli astri
della città, se… Dio! quando ci penso. Con mè, essa, avèa ballato la mag-
gior parte de’ valzi, polche, quadriglie, a mè chiedeva il braccio perchè la
scortassi alla cena – e le recài io medèsimo lo sgabellino, poi un’ala di
quaglia – per mè, in quella sera, le lusinghiere frasette, le stralucenti zol-
fanellate. Pensate dunque quanto se ne dovesse tenere un giovanottino
fuggito appena dal materno capèzzolo, sentèndosi il favorito di un ìdolo
dei meglio incensati, vedèndosi su la di lui nera mànica il più rotondo so-
do avambraccio che mai portasse smaniglie! Sarèbbene, fin un dei sette,
impazzito… E proprio ci avèa motivo: nè più nè meno che per certe to-
succie dalla corta vestina, le quali, in quella stessìssima veglia, èrano – da
un bel luogotenente degli Ussari, dai mostacchi biondi arricciati – tolte,
non so perchè, esclusivamente a piroettare.
Da parte mia, m’abbandonavo, a una èstasi tale che sono sicuro di
avere commesso a quel ballo, e sùbito dopo, le più majùscole farfallone-
rìe. Bàstimi ricordare come dimenticài affatto, partendo, di riverire gli
òspiti, e come, accompagnata la contessina, giusta il suo desiderio, fino a’
pie’ della scala e sospirato all’ùltima languidìssima occhiata di lei e vìsta-
la scomparire, ravvolta in un bianco scialle, nella carrozza, presi a cam-
minar verso casa sotto una folta neve senza nemmeno aprire il paraqua,
poi, giùntovi, stetti un buon quarto d’ora, frugando e rifrugando nelle
saccoccie, prima di rinvenire la chiave della porta di strada, una chiave,
diàvolo! lunga dieci centimetri.
Con tutta la mia agitazione, peraltro, riuscìi, come già sapete, for-
tunatamente, a non far cigolare gli usci e ad entrare nella càmera, non in-
toppando in spìgolo alcuno, nè interrompendo, un àtimo, a Giorgio il suo
tranquillo respiro. Entrato, in vece mia, buttài sul letto (dalla solleticante
rimboccatura, con due calzerotti di lana rossa al guanciale) la tuba, i
guanti, il sopràbito e, punto badando alle palpebre che tiràvano a chiùder-
si, mi lasciài cadere su di una sedia presso alla tàvola, sopra la quale avèo
allogato il lume e a capo di cui – basso il tendone – piantàvasi un teatrino
portàbile, delizia di Giorgio ed anche spesso mia.
E lì, poggiài sulla tàvola i gòmiti: fra le mani la testa… a scoppiar
bolle di aria.
Che tuttavia contenèssero mai, mi duole, mièi cari, di non potèrve-
lo dire. Punto primo: egli è impossìbile di imprigionare – salvo che den-
tro un rigo da mùsica – certi pensieri che fra di loro si giùngono, non già
per nodi gramaticali ma per sensazioni delicatìssime e il cui prestigio stà

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Carlo Dossi

tutto nella nebulosità dei contorni: un tentativo di abbigliarli a perìodi con


il lor verbo, il soggetto, il complemento… so io di molto! li fuga. Punto
secondo: avessi io anche la potenza, la quale nessuno ebbe nè avrà mai,
di acchiapparli con invisìbili maglie, di presentàrveli come vènnero a me,
bisognerebbe che voi, per non trovarli ridìcoli, per non trovarli bambine-
rìe, foste, leggendo, nella medèsima disposizione di spìrito del loro scrit-
tore. Il che, fra noi, non può èssere. Quando la fantasìa nostra si affolla,
quando ci scordiamo di vìvere con pelle ed ossa, un libro – stretto da noi
e con amore, prima – ci sfugge inavvertitamente.
Dunque, pazienza. Vi accennerò solo che, alla fin fine, schiacciata
entro lo staccio, tutta la biribara de’ mièi pensieroni non la filava altro di
questo: che l’ingattimento della contessa di Nievo per mè – quantunque
mezza-bottiglia – era fuori del forse e che io riamàvala alla spietata… E
allora?
– Dormi – consigliommi la polpa.
Bah! avevo trincato troppi romanzi.
– Scrivi – mi vellicò, dall’altro orecchio, l’imaginazione.
Io sobbalzài. Una lèttera, eh? E come ne intravidi l’idèa, di colpo,
con quella stessa foga che, pochi mesi innanzi, pressàvami a comperare –
venti per volta – le scàtole de’ soldatini di stagno, diedi di grappo alla
cartelletta, l’aprìi, intinsi nel calamajo la penna… cominciài…

CON…

Ma – in questa – il lume impallidisce e, bizzarri suoni di una metàl-


lica mùsica, sìmile a quella di certi tìnnuli organetti germànici, pàjonmi
gariglionare dal teatrino che mi stà in faccia: il lume si smorza; voi, fate
un sìbilo.
Ed al segnale, un luminoso quadrato si forma nell’oscurità. È il si-
pario, il quale, rotolàndosi, scopre alla slavata luce del magnesio un pro-
scenio… Noi siamo nella magnìfica reggia di Pimpirimpàra: colonne, ca-
pitelli, architravi, tutto sembra coperto da un’aurea, impalpàbile polve,
tutto trèmola, scintilla, crèpita, esageratamente càrico di elettricità. Ed ec-
co, nel mezzo della scena, su di un lettuccio S.A.R. la principessa Tripil-
la, una bellìssima bàmbola, in vesta oro ed argento, con un visetto bianco
e rosso come una giuncata colle maggiostre, occhi aerini, treccie di stop-
pa stelleggiate di diamanti. Un groppo al fazzoletto, se mai ne usate, filò-
sofi! S.A. che mangia lingue di Araba Fenice e inghiotte perle sciolte in

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Carlo Dossi

Tocài, che dorme su piume di uccelli-mosca e si forbisce con biglietti da


mille, ahimè! si annoja pure a morirne. Invano la duchessa di Trich-e-
trach – sua dama che le scalda le coltri – si affanna a trillare, a bocca
chiusa, le più sdrucciolèvoli poesiuccie; invano la contessa di Piripicchio
– la quale, ogni tanto, le soffia il nasino con una pezzuola a merletti –
pìzzica, su’n’arpa priva di corde, delle inzuccheranti armonie; Tripilla
batte sempre, stizzosa, il plumbeo piedino contro le assi del palco: di più:
come la marchesa di Chiacchieretta rispettosamente la prega di inanimir-
si, di non compromèttere la sua augusta salute, essa, in risposta, dègnasi
appoggiarle uno schiaffo. Se la spalmata, che, poco dopo, dalle quinte si
ode, intende imitarlo, che Dio ci salvi anche dalle carezze della regale
fanciulla.
Ma – taratàntara! – udite clangor di trombe. Ai lieti suoni di una
fanfara (cioè di un pèttine vestito di carta velina, e di migliarola entro una
scàtola di latta) due guardie, tutte d’un pezzo, dai larghi scudi, si appòsta-
no agli stìpiti di una porta.
E in mezzo a loro, passa il Re di Pimpirimpàra. Esso è un vecchio-
ne con barba e zàzzera di bambagia, con una gran corona a gemme di tal-
co, scettro e globo – insegne le quali dàvano, ai sovrani di una volta, ma-
està, e che ora la danno ai rè de’ tarocchi; di più, con un manto d’amoerre
celeste, ch’io giurerèi staccato dal cappellino di mamma.
Il per-la-grazia-di-Dio, viene, secondo il sòlito, ad augurare la
buona mattina alla principessa figliuola; si avanza verso di lei – non sen-
za distribuire de’ pizzicotti alle belle damine d’onore – l’abbraccia e, pa-
ternamente, bàciale il cipollotto… Senonchè, tosto, si accorge del malu-
more di S.A.R. – A un padre non sfugge nulla. Se ne accorge, benchè le
labbra di lei sìano scolpite ad un eterno sorriso, e ne domanda la càusa:
–?–
Risposta: la principessina si annoia –
Si annoja? – Ecco S.M., da babbo esemplare, offrirle un nùvolo di
divertimenti: – Vuòi ch’io faccia tarantellare i mièi generali e ministri?
vuòi ch’io converta il reame in un parco di caccia, avendo, per venagione,
i nostri conigli di sùdditi? –
Ma no. Tripilla crolla sempre la testa con quell’aria che, così bene,
segna nei burattini: sconforto – quantunque ìndichi pure, altra volta: starnuto.
– E allora – sclama salt… restando in bestia la Maestà Sua – và a
spasso! … – Poi – scuote, braccia, capo e gambette.

102
Carlo Dossi

– Già, andiàmoci… – fà sùbito, ad annaquare il paterno furore, la


principessa. E quì, tutti si òrdinano; ricomincia la mùsica, cui aggiùngesi
un picchiamento di unghie sopra la tàvola per imitar lo scarpiccio e…via.
La reggia imbianca, cancèllasi a poco a poco: dietro di essa, come ne’
cromatropi, disègnasi una seconda scena.
Gran piazza; – l’attornia una tiritera di pòrtici; in fondo, chiesa: sul
dinanzi da un lato, un albergo con insegna sporgente; dall’altro, un edifi-
zio di carta grigia la cui soprascritta porta: asilo infantile. Sebbene il cielo
stìa pinto a un immacolato sereno, i signori burattinisti avvìsano di rap-
presentare: tempo cattivo. Difatti, la luce che piove è glàuca, fredda come
in una palude: tu, instintivamente aspetti, dalle quinte – un rospo.
Ma s’ode il crocchiar d’una toppa.
Invece del rospo, dall’asilo infantile, esce un collegialinuccio, in
tùnica azzurra, il moccichino appiccato alla cìntola, in mano la cartellet-
ta… Erbette in minestra! chi scorgo! Ma sono io, colùi, io stesso. Ecco i
mièi capelli ricci, il mio bel naso all’insù, le mie labbra sottili… perfino
un certo pìccolo neo, alla dritta, sul ciglio… oh oh, chi osò mai?
Rataplan: in risposta, uno stamburamento.
Nasce, da lungi, un rumore sìmile a quello di molte dita a pìzzico,
battute su gonfie gote (cavallerìa in galoppo) poi, il patatà-patatà si mol-
tìplica; mèscolavisi tintinno di sonagliuzzi, squilli di casserole e uno
scucchiarìo come di mano che frughi, convulsa, in una cesta di posate
d’argento.
Appàjono i primi fanti; ciascuna fila somiglia ad una spiedata di
quaglie… E pàssane, pàssane, arrìvano i cavalieri, corazzati in stagnolo;
certo, de’ cavalieri eccellenti per durarla in sella con i sopranaturali salti,
con lo sprangar di calci violento, delle loro gran lepri; infine, su’n elefan-
te, spunta, velata, la graziosa Tripilla, fèrmasi a metà piazza e, dopo qual-
che infruttuoso tentativo, si scopre.
O sfolgoreggiante beltà! Chi la vede, imminchionisce: agghiàcciasi
sotto gli sguardi di lei il pispino di una fontana. Quanto a mè, il che viene
a dire… quanto alla mia brutta copia, rimango quasi acciecato, mi si al-
larga la bocca, mi si sbàrrano gli occhi (avèo movìbili queste due parti,
indizio della importanza mia nella comedia) insomma mostro un tal viso
abbagliato che S.A. non può non addàrsene.
Allora, ella pispiglia non-so-che nel braccio della sua dama, baro-
nessa Bacheròzzola: un fischio! e, tutto l’esèrcito, l’elefante compreso, dà
in un precipitoso movimento; tanto precipitoso che i soldatucci, per me-

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Carlo Dossi

glio còrrere, non tòccan più suolo e – ingarbugliando fili di seta e di ferro
– vanno ad ammontonarsi in mezzo alle quinte.
Gabinetto di S.A.R. – Si arreda con molte sedie e con tàvole intro-
dotte dall’alto, si pòpola con le sòlite dame e damigelle d’onore. Entra la
principessa: essa va ad accomodarsi, per quanto glielo permèttono le
giunture, su’na poltrona. Dopo il silenzio di pochi momenti, in cui spicca
il ronzìo addormentatore di una fontana… tac… tac – alla porta.
– Chi è? –
È un messaggiero; quel messaggiero in ferrajolo rosso, dagli ster-
minati baffi arricciati, che mi recava una letterona stracotta della graziosa
Tripilla. Ei viene per annunciarmi; trincia de’ minuèttici inchini e… Ma
qui gli succede cosa imprevista; nel còmpiere una magnìfica riverenza,
stramazza sul palco col suo filo di ferro… Allora un manone grassoccio,
dai tozzi diti e dalle unghie cimate, discende, prestamente il raccoglie:
risetto beffeggiatore dietro le tele e la rappresentazione continua.
Rapito il messo, spazzate via le dame, chi, se non io, dovèa squin-
tarsi? E invero, Ego compare nel suo bell’arnese delle domèniche, Ego
che, in sulle prime, tremante, incoraggisce poi e comincia a spifferare a
Tripilla una pippionata d’amore. Ma quella, con uno sguardo rimuginan-
te, lo tira sùbito fuor di rotaja, lo confonde talmente che Ego, persa affat-
to affatto la scherma, le si butta alla balza in ginocchio. Poh! e’ s’è fritto.
Il lontano rumore, che nel principio dell’amoroso colloquio pareva quello
di un orologio polseggiante in mezzo all’ovatta, raggiunge il rombo di
cento incannatòi, come in cantina; un bolli bolli, uno sfrigolare, un sus-
surrìo, lo accompàgnano. E tutta la stanza si abbuja: con il cric-crac di
cattivi fiammìferi, sègnansi, dissòlvonsi sulle pareti, girigògoli strani –
fosforescenti, fumosi. Intanto de’ violini, che si èrano inviati sottaqua,
s’instràdano in un crescendo. Fuga. Subìscono strappate sprezzanti, rab-
biose, che òbbligano certo i lor suonatori a balzar dalle sedie tre dita ogni
arcata; – poi – ad un tratto, lampeggio. E nuovamente chiarore. Conti-
nuando il frastuono, attorno, nella scena, mi si pertùgiano mille finestre
con duemila occhi che guàrdano giù e, da cento porte, una folla di burat-
tini s’incalza, si stiva, risucchia come l’onda del mare. A mè trèman le
gambe: tento gridare, non posso. La principessa, in questa, le cui pupille
gattèggiano più che più, incorònami un cèrcine, imbòccami un dentaruo-
lo. Generale sufolamento; la piena ballònzola, il fracasso aumenta, au-
menta. E… bo-um… un colpo di tamburone, poi, tutto, teatro, ometti di
stoppa, luce – in un battibaleno – come una palla di ferro che tonfi in ne-

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Carlo Dossi

gra aqua, scompare; scompare non lasciando dietro di sè che un forte o-


dore di smoccolatura ed un rintrono da grossa campana suonata.

E io mi sveglio. Ho il corpo indolenzito, la lingua allappata, gli oc-


chi mezzo ingommati. Fò per stirarmi: ahi! – dico, urtando contro la tàvo-
la – che c’è? – Io ne rimango soprapensieri, quindi strasècolo allorchè,
riuscito tastoni alla finestra e schiusa un’imposta, vedo vestito mè, e il
letto, non tôcco: quanto all’orologio, accenna alle nove; quanto al mio
Giorgio, si dorme pacificamente la sua dodicèsima ora.
Ed impossìbile racapezzarmi; mi affanno invano a cercare. A chi,
dunque, ricòrrere?
Perdio! alla brocca.
Difatti, come v’immergo le mani – che unghiella! – e mi bagno la
fronte, ecco nella fantasìa ripasseggiarmi, a braccio, la principessa di
Pimpirimpàra e la contessa di Nievo. – Mariuole! – penso io tra lo stizzo-
so e il ridente.
E lì, non posso rimanermi di dare una occhiata dietro al sipario del
teatruccio; vi si ammontona un garbuglio di fantoccini: ne volgo un altro
alla carta da lèttera posta sopra la tàvola, vicino al candeliere senza can-
dela e colla gorgieretta di vetro spezzata; c’incontro in majùscole, un:

CON…

– Mariuole, mariuole! – ripenso nell’abbeverare la penna. E, per-


chè le due burlone non si gloriàssero almeno di avermi fatto anche sciu-
pare un foglietto di carta, utilizzo il già scritto, seguendo:

CONjugazione del verbo difettivo, gutturale e nutriente:

ϕάγω = MANGIARE

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Carlo Dossi

MARGINE ALLA «DESINENZA IN A»


(seconda edizione, Roma, Sommaruga, 1884)

¿Da qual caminetto di letterato o banco di drogherìa, da qual latrina di


gazzettiere o biblioteca in saccheggio bonghiano, hai tù, mio temerario editore,
saputo salvarmi questa copia rarìssima della prima edizione della «Desinenza
in A», che t'intestasti a ristampare?
¡Vedi quanto è làcera e unta! ¡quanto è macchiata e scorbiata!
Nelle sue pàgine, come in suola alpinìstica irta di chiodi, scorgi e fiuti la
traccia del lunghìssimo giro che ha fatto per ritornare a mè. Serba essa il
meretricio profumo del boudoir della dama e il tanfo carcerario della caserma;
e cèneri dell'ozio elegante (la sigaretta) e il pelime del dotto. Io vi ritrovo il
baffo de' polpastrelli della cuoca che se la leggeva a voce alta e tenèndola
stretta, per non lasciarsi almeno sfuggire il suono d'idèe che non arrivava a
comprèndere, e lo sgraffio furioso della padrona di lei che le avèa fin troppo
comprese; io v'incontro la tabaccosa goccia, caduta insieme agli occhiali dal
naso del mio vecchio maestro di belle lèttere che blandamente ci si appisolava
compassionàndomi, e la gualcitura del criticuccio novello che la scagliava
lontano da sè al primo dubbio che l'autore fosse men bestia di quanto ei
sperava.
Nè solamente indovino ma leggo. Segni in matita di tutti i colori, pudiche
cancellature effetto d'impudicizia, punti esclamativi, e, più ancora,
d'interrogazione, postille e paraffi adulatorii e ingiuriosi, stèndono sulle pàgine
della rèduce copia una ragnaja d'interpretazioni e di note che più grottesca e
contraddicèntesi non èbbero Dante e il Burchiello.
¿Chi siete voi, mièi inèditi crìtici? In questo ripescato esemplare, nè il
frontespizio nè i màrgini han mantenuto le vostre riveritìssime firme. Ogni suo
ùltimo possessore — imitando quanto si tenta ora di fare nella genealogìa
letteraria, a differenza della gentilizia in cui i nipoti gènerano i nonni —
raschiò diligentemente il nome dell'antecessore. Senonchè tutti io ringrazio e
miti e spietati, perocchè a mè giova tanto la lìrica di chi mi ama quanto la sàtira
di chi m'odia. Per pensare, per scrìvere, per vìvere intellettualmente mi è
indispensabile che le molècole, ora pigre, del mio cervello, riaquìstino la
primitiva rapidità e combustibilità. Venga la spinta dall'applàuso, venga
dall'oltraggio, a mè basta che non difetti. Ad un morso di cane, Gerolamo
Cardano, bizzarramente grande, dovette (com'egli narra) il suo ingegno; a
quello dei crìtici dèbbono il loro non pochi scrittori. Un vento infatti è la
crìtica, che, se i mòccoli spegne, ingagliarda i falò.
Non se ne offèndano tuttavìa, i mièi postillatori benèvoli; tù Cletto Arrighi,
tù Primo Levi, tù Perelli, tù Pàolo Mantegazza, tù Cameroni, tù Capuana, tù
Màyor. Oltre la riconoscenza del letterato, vi ha quella pure dell'uomo e questa
è tutta per voi. Se la frusta ed il pùngolo instìgano il sangue e più spedito lo
rèndono a' suòi uffici, lo plutonizza ancor meglio il bacio, senapismo d'affetto.
E ciò dico, mentre rammèmoro in special modo coloro che hanno e saputo
lodarmi senza l'ingiuria dell'adulazione e fatto spiccare il mio disadorno
pensiero nella cornice del proprio. Vorrèi anzi ammirare le loro felici pensate,
colle mie fuse, nella presente edizione; mi ci provài; ma ¡mi perdònino! la
soluzione era sàtura già, nè più c'entrava una sola mica di sale. Prometto loro
però di saccheggiarli alla prima occasione. Di memoria non manco nè di
audacia.
Mi ajùtino intanto a discùter coi loro e mièi avversari, i postillatori
scontenti. Nè a questi risponderèi per le stampe se sapessi dove stan tutti di
casa. Contrariamente al costituzionale principio della pubblicità ne' giudizi, io
preferisco trattare le letterarie mie càuse a porte chiuse. Quì però, del nemico,
non si scorge che l'arme. Sono quindi costretto, per farmi udire da alcuni, a
suonare, quale campana, per tutti.
Chiamando dunque in soccorso la scienza di Rosellini e di Champollion per
decifrare la scarabocchiatura, a penna, a matita, ad unghia, che copre i lembi di
questa bandiera stracciata, e cercando di sgarbugliare, coll'arcolajo della
riflessione, tanta matassa di segni, sèmbrami che, come lavoro preliminare, la
si potrebbe partire in due grandi gomìtoli — quello cioè che s'avvolge sul
generale pensiero del libro e quello sulla sua forma, che è quanto dire sulla
idèa al minuto.
E, cominciando dall'ùltimo, e facendogli sopportare una seconda chirùrgica
operazione, io mi arbitrerò anzitutto di collocare l'Opposizione della mia
nessuna Maestà, come la conquistatrice acies romana, in trè file — una dei
saggiatori della purezza delle parole, l'altra degli investigatori della castità
della frase, la terza de' stimatori della qualità dello stile. Come vedete, per
spartizioni e per tagli io non la cedo a un beccajo... nè ad un metafìsico.
I nemici non sono pochi. Ma, ¡su le màniche! e avanti. Non ho coraggio
bastante per aver paura.
Si affaccia prima la pigmèa e sparuta (perchè cibata di pura crusca) fanterìa
de' gramàtici, la penna in resta, la brachetta fuori. Prèndersela con costoro —
ultimo avanzo di un'oste già debellata — gli è come azzuffarsi colle ombre del
cardinal Bembo e di Benedetto Varchi. Non me ne òccupo quindi che come di
partita pro-memoria in un bilancio. Questa schiera è composta, o, a dir meglio,
era or fà qualche anno, di tutti coloro che possedèvano fede accademica di
miserabilità intellettuale, di coloro che, non sapendo far libri, facèvano
dizionari e s'inquietàvano per la corrotta italianità e pei dialettismi non
trattenuti da alcuna forca e per le stesse nuove scoperte apportatrici di vocàboli
nuovi. Pur di non dire «vagone» avrèbbero sempre viaggiato in vettura. Èrano,
in gergo scientìfico, chiamati cultori della istruzione, forse perchè
incaricàvansi di strappare le pianticine novelle per vedere se mettèan bene
radice. Rondàvano in avvisaglia, con passo di sùghero, e quando accorgèvansi
che qualche scrittore cercava introdurre nei gramaticali confini da essi riputati
propri, merce non nominata nelle loro tariffe, lo attorniàvano, assaltàvanlo,
arrestàvanlo schiamazzando quali oche.
E: «quella è di legge», «questa è di contrabbando», affannàvansi, que'
gabellieri, a sfilare e palpare ogni parola di un libro, a stemperare, entro i lor
stacci, i perìodi di un pòvero autore finchè ne colasse una broda
completamente sciapa, incolora, inodora. Nè, per essi, serviva la scusa della
analogìa, la raccomandazione del buon senso, l'invito della necessità.
Permettendo, ad esempio, l'onomatopèico «cricch» perchè si leggèa a pàgina
tale, linea tal'altra del lor ricettario, proibìvano irremissibilmente il suo stretto
parente «cracch», non trovàndosi esso in nessuna parte del mastro del loro
sapere. L'òttimo autore, secondo tali notài spacciàntisi per legislatori, non
dovèa aver orecchio che pei rumori e pei suoni protocollati, udir quindi
eternamente la zampogna e il liuto, non il pianoforte mai. Fuor di Toscana,
anzi di Firenze, anzi di Palazzo Riccardi, non era letteraria salute. Poichè Arno
non diede l'aqua con cui fu bollito il proto-risotto ed impastato il capo-stipite
dei panettoni, Milano era tenuta di abolir senza più quelle sue antiche
ghiottonerie non previste dalle edizioni «dal miglior fior ne coglie» per non
mèttersi a rischio di nominarle, salvochè non si fosse adattata a sostituirvi i più
legìttimi nomi di «riso giallo» e di «pan balestrone.» Così, se c'era scrittore che
ancora trovasse in isbaglio, qualche efficace metàfora la quale non fosse
catalogata tra «gli impacci del Rosso» e «gli avanzi del grosso Cattani o del
Cibacca»,, tra «il regno di Cornovaglia» e i viaggi «a Lodi, a Piacenza, a
Carpi, in Picardìa, a Calcinaja, a Volterra» ,, tra il «mangiar spinaci» e
«l'arruffar matasse» e tutto il resto della ciurma galeotta del vocabolario
toscano, ¡guài se l'avesse pur tollerata! dovèa immediatamente cacciarla; pena
la Crusca negli occhi ed il Frullone sul capiro, irati di non potere, per lui,
russare di sèguito la governativa prebenda.
Che io molto non fossi nelle grazie di sìmili egrege persone (uòmini meno
di lèttere che di parole) è più chiaro della loro «chiarissimità» ora buja. Non vi
ha scrittore, sempre s'intende, al saggio della loro pietra di paragone, che era
poi una mola mugnaja, più di mè impuro. Nè io davvero, mi sono mai
incomodato a cercare, per le parole che adopro, maggiori difese di quelle che
danno le stesse parole accoppiate, cioè del pensiero che esprìmono. ¿Cosa
infatti avrebbe valso ripètere a que' bacalari per la millèsima volta, che la
lingua naque prima della scrittura e l'una e l'altra innanzi la règola? ¿che l'Italia
stette benìssimo senza gramàtiche tre sècoli buoni e ci sarebbe potuta star
sempre? ¿che quelle clàssiche eleganze da essi additate a modello, capestrerìe
come chiamàvanle con vocàbolo affatto degno della loro parlata, non èrano, il
più delle volte, che solecismi solenni (nè noi ce ne scandolezziamo) maggiori
assài di quelli che possa creare un originale stilista? E, ancora: ¿che avrebbe
giovato ricantar loro sul motivo di Orazio (ut sylva fòliis ecc.), che un idioma,
come qualsìasi altro mortale frutto, è destinato, se non spègnesi in germe, a
percòrrere l'intero suo ciclo fino alla maturanza completa, fino alla conchiusiva
caduta dall'àlbero della vita, e che l'ùnico mezzo di evitargli una ràpida morte,
è di trasfòndergli continuamente umore, imitando Dante, che colla falce del
giudizio mieteva da ogni sottolingua italiana ed anche non italiana le spighe
della nazionale favella? ¿che avrebbe, infine, servito provare loro
statisticamente che non è tanto la qualità della materia impiegata quanto
l'ingegno di chi la foggia e coòrdina che fà l'eccellenza di un'òpera d'arte,
cosicchè alla domanda — qual sia la miglior lingua — si può sempre
rispòndere: leggete Shakspeare, è l'inglese; leggete Rìchter, è il tedesco; è
l'italiano con Foscolo; è il milanese con Porta?
Ripeto: non avrebbe giovato ricordar loro tanto, poichè era vano sperare che
gente la quale non s'impensieriva che dei mattoni linguìstici, si accorgesse che,
tutti insieme, tendèvano a rappresentar qualche idèa, a formare un letterario
edificio. Interamente quindi perduto, per essi, sarebbe stato quanto ho già detto
e quanto sto quì per soggiùngere a titolo di buona misura.
E il contentino è questo. Pochi tra i grandi autori, gloria dell'umanità, hanno
schivato le ire dei crìtici loro contemporanei tentanti di impor la cavezza al
genio, e quasi tutti si vendicàrono, dannando i lor zoiletti all'eterno ridìcolo.
Ora, stà il curiosìssimo fatto, che quelli autori sìano appunto i più spesso
mostrati ad esempio dai successori dei berteggiati, a volta loro da berteggiarsi.
E, davvero, quel venosino col quale la falsa crìtica fà tanto chiasso,
volteggiandolo minacciosa intorno alla testa dei novellini scrittori, la ha già
bastonata senza misericordia; quel fiero ghibellino cui essa domanda, per ogni
suo pasto da orco, e zanne e ventrìcolo, l'ha fatta più volte tremare colla
maestosa sua voce, come quando disse «òpera naturale è che uom favella, —
ma, così o così, natura lascia — poi fare a voi secondo che v'abbella.» Volendo
quindi scoprir la radice di tale stranezza nè potèndosi crèdere che il ricordo de'
buffetti e de' calci sia amàbile a' crìtici, com'era a Rousseau quel del castigo di
mademoiselle Lambercier, bisognerà ricercarla e la troveremo fra le astuzie
stratègiche. A guisa infatti degli àrabi che coi cadàveri inquìnan le fonti dei
loro nemici, mìrano i crìtici, cogli autori morti, a spègnere i vivi.
Pur non rièscono. La treggia non caccierà più il carro dal mondo nè il carro
la diligenza nè la diligenza il ferroviario convoglio. Il progresso che essi
combàttono col tardo archibugio a pietra, loro risponde coi cèleri Vètterli,
come lor rispondeva mediante quel rudimentale fucile quand'essi ostinàvansi a
maneggiar l'arco e la freccia, e coll'arco quando ancora loro arme era il selcio.
La umanità procedette sempre a dispetto d'ogni accademia, d'ogni senato,
d'ogni governo. ¡Guài se il passato avesse più forza dell'avvenire! Saremmo
tuttora alla lingua dei lupi e degli orsi e ad uno stadio di civiltà affatto
corrispondente.
Ma, seppelliti questi morti di hastati, ecco i prìncipes qui consùrgunt ad
arma, pùntano il loro schioppetto e fan cecca. Sono essi gli incettatori della
nazionale moralità, una compagnìa in lamentazione perpetua — di cui fanno
parte i violacei predicatori che ventilàbran dal pùlpito i vituperi più
concupiscenti contro la concupiscenza e le ascoltatrici loro ammiranti, le
baldracche, che han messo insieme bastèvoli soldi per comprarsi il rossetto
della castità; fanno parte i loschi compilatori di virtù per il pòpolo a dieci
centèsimi la dispensa e i gazzettieri che colla sifìlide cristallina alle labbra
sermònano di pudicizia e le mamme affannate a difèndere le orecchie
premaritali delle loro figliuole da ogni sussurro impudico, salvo a lasciarvi
precipitar dentro un mondezzajo di roba, non appena quelle figliuole sìen
giunte al legìttimo stato di comporre adulteri; fanno insomma parte tutti coloro,
i quali veri stradini della nettezza pùbblica, pel sudiciume — gìrano,
sollevando, per così dire, la casta frasca di vite alle statue per poi urlare «¡allo
scàndalo!»
Il realismo in arte è il bersaglio contro il quale scàgliano essi i lor
giavellotti ed è insieme lo scudo con cui sen ripàrano i loro contrari. Perocchè,
in questo balordo argomento, una guerra s'è accesa che più fiera non
suscitàrono le due secchie rapite, la bolognese e la greca, una guerra a cui
paragone sembrò quasi sensata quella di buffa memoria dei clàssici e dei
romàntici. Vuolsi che essa scoppiasse al primo apparire in commercio delle
fotografìe colorate di Zola. La gàrrula turba de' letterati si partì allora in due
campi — diciàmoli meglio, stàbuli — e gli uni si buttàrono tosto a ginocchi ed
accèsero i lumi dinanzi a quella forma di arte perchè imaginàronsi che fosse
nuova, gli altri si pòsero a tirar sassate contro di essa e a fischiare,
principalmente istizziti da quella riputazione di novità. Il realismo, intanto,
stava a guardare dal libro di Omero.
Ma il bello è, che, a confòndere maggiormente le idèe, e fautori e avversari,
stroppiando il senso di quel frasone empibocca, incapàronsi di fargli
significare, là a tìtolo d'onore, quà di disdoro, quella parte soltanto di
letteratura che studia e descrive le voluttà della carne e le turpitùdini umane. A
chi si debba tale spilorcia interpretazione non sappiamo. Sappiamo solo, che,
nella realtà, se c'è il male colle sue innumeri fronti, c'è pure il bene in tutti i
sorrisi suòi. Al realismo o verismo pòssono quindi appartenere con pari diritto
tanto le dipinture di una cloaca, di un ubbriaco che rece, di cani che
s'accòppiano in piazza, quanto quelle di un fragrante roseto, di un eròe che per
la patria s'immola, di un uomo che respinge l'amplesso della donna del suo
benefattore. Nella realtà vi ha il bordello in tumulto e la pacìfica casa:
Protàgora abderita che tutto vende e difende a seconda del prezzo e Giannone
che muta continuamente paese per non mutare opinione, e, per seguire la
verità, è da tutti perseguitato. Della realtà fanno parte integrante e l'illusione ed
il sogno e la fede e lo stesso idealismo.
Sarebbe quindi eccellente partito, che, a stabilire i tèrmini della questione,
s'incominciasse a cambiare il nome alla questione medèsima. E però si riserbi a
luogo più acconcio quella parola di «realismo», fatta per imbrogliare, e se ne
addotti una di significato più certo. Per conto nostro, nelle trè arti non
sappiamo vedere che una questione sola, quella del brutto e del bello, senza
riguardo nè a scuole nè a scopi. Se ci sono però buontemponi che vòglion
scaldàrsela per quel letterario atteggiamento, che è, come affèrmano, diretto ad
vìrgam erigèndam, ¡si sèrvano! Àbbiano in ogni modo la compietezza di
scègliere la giusta parola e non ci pàrlino d'altro che di «carnalismo.»
Senonchè, carnalismo non vuole ancor dire immoralità. Se le leggi divine
impòngono, se le umane favorìscono, le une e le altre improvvidamente, la
procreazione della spece, non vi dovrebbe èssere arte più leggìttima e più
commendèvole di quella che risveglia ed instiga la foja generatrice, o, come
dicèvano i nostri antichi, lùmbum ìntrat. Tuttavia, c'è un inconveniente. Le
òpere letterarie, anche le più scollacciate, quando raggiùngono la perfezione
non commuòvono che il cielo dell'ànimo. Si potrèbbero esse paragonare «ai
fidi incendi per le innocue torri» delle rappresentazioni teatrali. La voluttà
intellettuale sòffoca la carnale. Una volgarìssima serva irriterà e sazierà meglio
la libìdine tua che non una Saffo, testimoni Faone e Nicolò Tommasèo.
Misurati col quale termòmetro, gli epigrammi così-detti osceni di Marziale ed i
sonetti di Porta, che si chiàmano inèditi anche dopo le cento edizioni, sègnano
un alto grado di moralità senza confronto più alto degli sconcìssimi — perchè
malfatti — libèrcoli approvati dagli alti e bassi Consigli scolàstici — Novelle
esemplari, Fior di virtù (e di stolidità) ecc. ecc. — fonte di lucro ai maestri e di
ebetismo ai discèpoli.
Pur non si pensi, con ciò, che chi scrive applàuda a due mani al rubensiano
delirio di polpe e di sguardi procaci che ha invaso la scolaresca del giorno fatta
ubbriaca da mezza bottiglia di stecchettina gazosa. La smania sessuale è in
natura,, ha dunque diritto di avere anch'essa la sua sede nell'arte; l'invito del
sesso però non forma tutta la vita ,, manchèvole quindi sarebbe quella
letteratura che si occupasse esclusivamente (perdonate la frase) dei propri
ìnguini non istudiando che di rènderli appariscenti, nè più nè meno dell'altra
che si cappona per procurarsi una voce di àngelo. Che, se in questa desinenza
in A la nota lubrica ha il sopravvento, a mè preme avvertire gli egregi lettori: I°
che l'autore non ha con essa seguito la traccia de' suòi giovinetti colleghi, ma
hanno questi piuttosto seguita la sua. La desinenza in A venne infatti composta
nel 1876, allorchè del rosario del carnalismo non èrano state ancor snocciolate,
almeno in Italia, che poche avemarìe e non si era ancor giunti ad alcun
paternostro. 2° che l'autore innanzi concèdere al pùbblico questa sua
sgualdrinella figliuola, gliene aveva già presentato trè altre morigeratìssime. La
cifra di un uomo, e màssime di uno scrittore, è formata, non da un ùnico
nùmero, ma da parecchi. Così, com'e, La desinenza in A — libro non certo per
monacanda — rappresenta la giovinezza dell'autore, gli errori della poca sua
carne, il suo squillo di bicchiere nell'orgia. Ma la giovinezza gli è oggi
completamente sfiorita. La penna che segnò quèi ritratti donneschi è rotta per
sempre. Bene stà. Ogni stagione il suo frutto. Fanciullo, scrissi d'infanzia e vi
offersi L'Altrieri; adolescente, di adolescenza e vi diedi l'Alberto Pisani;
giòvine, di gioventù, ed èccovi La desinenza in A. Se la vecchiaja non mi sarà,
come sembra, contesa, scriverò cose da vecchio — metafisici soliloqui,
archeològiche dissertazioni — ¡chissà mai! anche ascètica. Letterariamente
almeno, il Dossi non si falsificherà mai.
I cavalieri intanto e le dame, la cui virtù è sì fragile da temerne lo scoppio,
pur coll'esporla alla temperatura di qualche grosso proverbio da fin di tàvola
(sìmili in ciò a coloro che per gli eccessivi riguardi contro le infreddature
tròvansi perpetuamente nello stato più proprio di buscàrsene) e si spavèntano
all'ombra solo di quelli onorèvoli... — più onorèvoli assài di parecchi votanti
nei Parlamenti — ... membri che hanno, come scrive Aretino a messer Battista
Zatti da Brescia, «fatto i maggiori uòmini del mondo, i Michelàngiolo, i
Tiziano, i Raffaello, e appresso loro, i papi, gli imperatori e i rè» nonchè gli
stessi che ne pìglian vergogna, — considerino, dico, questi esimii signori (del
che caldamento li prego) come non sìavi còdice che li òbblighi a comprar nè il
presente nè altro libro del gènere suo, e, quel ch'è più, a continuarne la
compitazione quando si accòrgono di che si tratta. Chi ama le comedie prive di
sesso ha i teatri suòi, ha i burattini, dove può assìstere, senza perìcolo alcuno,
da quello all'infuori di addormentarsi, anche al ballo. Per i pòveri d'intelligenza
provvede la caldaja dei frati; c'è una letteratura estesìssima, nientemeno che il
novantanove per cento di ogni biblioteca. Ne profìttino dunque. L'aqua non
costa nulla e rinfresca. E se, dopo ciò, si ostìnano a spizzicare le mie frolle
pernici in salmì, per poi lamentarsi di qualche doloruccio di ventre, ¡colpa loro!
Questo libro contiene, certo, veleni, ma anche i veleni sono ùtili, basta sapere
dosàrseli, cosicchè l'arte della salute — intendi, per burla, la medicina — fonda
in gran parte su di essi.
E, ora ¡avanti i signori triari! stavo per dire «trepiedi.» Sono la schiuma...
¡pardon! la panna dei crìtici. Hanno, pressochè tutti, fatto studi profondi — di
che non si sà — fuori d'Italia, là nei paesi in cui le vòcali cèdono alle
consonanti e l'uva al lùppolo; le loro sentenze le spùtan dall'alto delle càttedre
o di que' mucchi di residui cibari che hanno nome «riviste o rassegne» mensili
o quindicinali,, non abbassandosi che raramente a ragionare spropòsiti ne' fogli
quotidiani, diventati, loro mercè, piombo in foglia. Costoro non pèrdonsi nelle
scaramucce delle parole nè si formalìzzano di qualche frase che mostri il rosato
ginocchio più delle altre. Ùnica loro preoccupazione è lo stile, sono gli intenti
dell'autore.
Ora, il primo capo di accusa contro mè di tali crìtici in mitria, è quello che
io scriva troppo avvolto ed oscuro. «Diàmine» sèmbrano essi dire «la più parte
degli altri scombìccheracarta, basta un'occhiata per accertarsi che non vàlgono
nulla; costùi bisogna lèggerlo due, trè volte, prima di persuadèrsene.»
Ebbene, voglio èssere, come nessuno più, arrendèvole; voglio per un istante
dimenticare la pregiudiziale, se la incolpata oscurità dipenda dalle idèe
dell'autore che non sanno farsi vedere o piuttosto dagli occhi de' leggitori che
non arrìvano a percepirle: completamente mi càrico dell'asserito peccato di una
bujezza sì favorèvole ai lumi, ma, insieme, domando: ¿quale ne è la càusa?
Una letteraria virtù, mièi signori — la densità delle idèe.
Ho detto una virtù; pur tuttavìa, giacchè sono sul cèdere, accorderò anche
che tràttisi semplicemente di un bel difetto. Posseggo due scuse, però — e uno
scusino: l'influenza del tempo nel quale è tuffato il mio corpo, il corpo che
assièpami la volontà e, se ciò non vi par sufficiente, questa medèsima volontà
mia.
E, prendendo le mosse dal tempo, tutti vèggono — meno i crìtici dalle acute
pupille nella collòttola — come sia oggi impossibile ad un autore, che al
manubrio dell'organetto preferisca l'arco del violino, di scrìvere precisamente
come quando il patrimonio delle idèe era di gran lunga più scarso dell'attuale e
pisciàvasi chiaro perchè non si beveva che aqua, compreso il vino. Bastava
allora di esprimere ciò che il cuore individual suggeriva e la lingua materna
imboccava; ciascun paese viveva, per conto suo, dei frutti esclusivi del proprio
suolo e del proprio pensiero, nè più nè meno di Ippia sofista — vero sìmbolo di
quell'època — che, insomaràtosi nel principio che ciascun uomo costituisce
una completa repùbblica a sè, anzi un intero universo, si facèa colle sue cìniche
mani tutto, dalle ciabatte al mantello, dal letto al pranzo, dai mòbili alla
moglie. Senonchè, oggi, si mutò stile: siamo figli di esploratori, e viaggiatori
noi stessi, e, in quella maniera che da occidente ad oriente, dal polo antàrtico
all'àrtico, s'incròciano e mèscolano tutti i prodotti del globo, tra cui màssimo
l'uomo, gìran le idèe più ancora liberamente e si spòsano e ne crèano altre,
prolìfiche come infusori. È una tendenza generale, questa, che nè le polìtiche
tariffarie ed i cannoni dei governanti, nè gli ohimè dei grammàtici e gli
esorcismi dei preti sanno o potranno frenare. I mercati del mondo (in gergo
ufficiale «Stati») gràvitano a fòndersi in uno solo. Si và a tutto vapore, e già
può dirsi a tutto elèttrico, verso il comunismo più equo e la più ordinata
anarchia.
La universale e fatale tendenza tròvasi poi, nel mio infinitesimale pianeta
del corpo, preparata la sdrucciolina da càuse particolari, anzi orgàniche. Difatti,
le doppie porte per le quali le sensazioni pènetrano nella casa dell'ànima
(rètine, timpani, ecc.) e che, nella maggioranza degli uòmini sono pressochè
uguali, tantochè le due correnti della percezione èntrano in essi
simultaneamente e tòccano con pari scocco nel campanello della coscienza, in
mè sono affatto assimètriche, donde un risultato opposto. Nè le sensazioni
rivali che vèngono a mè dai vari oggetti, giùngono a combaciarsi perfettamente
e a dare un sol squillo nello spìrito mio, fermentando in esso un miscuglio di
ali e zampe e teste d'idèe versàtovi da letture affrettate, copiose, disparatissime.
Era forse, originariamente, il mio cuore un ùnico specchio, ma, dalla memoria
onerato, si spezzò in centomila specchietti. Il troppo olio, dirèbbesi, affogò lo
stoppino. Se nel bujo notturno, nei preludi del sonno, mi si rierge talvolta l'idèa
— come la colonna di fuoco che guidava gli ebrèi — luminosa ,, comparso il
sole, io più non scorgo che fumo. Vero è che nel fumo perdura la fiamma e
che, a forza di gòmito e pòmice, la idèa riaquista splendore, o, come di Virgilio
e delle orse si scrisse, «fòrmam post ùterum lingua magistra pàrit», ma ciò non
avviene che a prezzo di transazioni, di sottintesi, di ripieghi, cosicchè il mio
stile potrèbbesi bensì assomigliare ad una donna sapientemente abbigliata, non
mai ad una bellissima vèrgine nuda. In questo mio stesso discorso, in questo
stesso periodo — da mè lasciati più greggi del sòlito — i lettori hanno prove a
biseffe di ciò che affermo. Si aggiunga la preoccupazione affannosa di stipare
quanto più senso si possa in ogni frase (perocchè sempre mi parve atto di
letteraria disonestà quello di vèndere al pùbblico, per libri scritti, volumi di
carta tinta d'insignificante inchiostro); si aggiunga lo studio, non meno
morboso, di cacciar dapertutto malizia, affinchè, se la stoffa od il taglio del
pensiero non vale, valga almeno la fòdera, e non farà meraviglia se il modo
dello scrivere mio debba inevitabilmente mancare di quella tagliente sobrietà
che forma la caratterìstica della espressione dei grandissimi ingegni e de'
grandissimi stolti.
Ma della complicazione del mio attuale pensiero, c'è un'altra càusa, pur
fìsica. Se colla continua ed ostinata meditazione, il cervello consegue la forza
di ascèndere e la sicurezza di aggirarsi pei greppi più vertiginosi, smarrisce,
spesso, quella di camminare in pianura. Guadagnando le ali, perde, per così
dire, i piedi. Il proverbiale esempio del matemàtico, che, sciolti i càlcoli più
sublimi, sbaglia la somma del domèstico conto che gli propone la cuoca, è in
règola perfettamente colla verità ed è applicàbile a tutte le arti. È noto come
uno de' màssimi agenti del pensiero sia il sangue, la virgiliana purpurea ànima.
Ora, la irritazione che l'ostàcolo tra la volontà nostra e la cercata idèa pròvoca
ai nervi dell'intelligenza, invita, attira al cervello il flusso sanguigno necessario
ad abbàttere lo stesso ostàcolo, e la idèa si svela. Al ragazzo che fà i suòi primi
italianucci è sufficente irritazione nervosa la ricerca delle parole di cui riveste
la traccia temàtica dàtagli dal maestro; all'adolescente, la caccia alla rima ed
all'armonìa del verso colle quali ripete le ripetizioni di moda; al giòvane, che
aspira alla artìstica originalità, lo sforzo, prima di evitare le idèe e le forme
troppo stancate,, poi di scoprirne di nuove, poi ancora di raddoppiare, di
triplicare i sensi delle sue frasi, finchè, vievìa, moltiplicàndosi i dièsis e i
bemolle e gli altri accidenti in chiave, arrivi a quella concentrazione, a quella
ingegnosa oscurità di stile che fà la delizia degli intelligenti e la disperazione
del pubblicaccio. Ora, il sottoscritto, che ha passato come ogni altro autore non
condannato allo sgabello della mediocrità, tali stadi, tròvasi appunto a quello
che si potrebbe chiamare «la distillerìa della quintessenza.» Le difficoltà che,
una ventina, una decina di anni prima, bastàvano a rieccitargli la Vènere
intellettuale, oggi, perchè superate, gliela làsciano inerte. Indicàtegli un masso
di pòrfido letterario, ei ne saprà far balzare una statua; consegnàtegli, per una
burocràtica scarpa il necessario cuojo asinino già tagliato e il puntarolo e lo
spago, darà punti svogliati e voi rimarrete a piè nudo.
Confesserò tuttavia (ed ecco la mia scusa aggiuntina) come, allorquando mi
accorsi che non avrèi potuto per nessun verso fuggire il crescendo della
complicazione stilìstica, lo affrettài e mi vi abbandonài tutto, mirando solo di
convertir la cattiva in una buona ventura, come fà, della macchia che gli goccia
impreveduta sul foglio, l'aquarellista. E veramente, l'originalità in arte ha più
spesso radice in difetti che non in virtù. Stia certo il lettore che, se di un'oncia
soltanto della lìmpida mente e dell'amàbile filosofìa di Alessandro Manzoni o
del sicuro ànimo e dell'ampio umorismo di Giuseppe Rovani avessi potuto
disporre, non mi sarèi contentato di fare il geroglìfico Dossi. Gli è, del resto,
una fatalità cronològica alla quale nè io nè i mièi fratelli in letteratura
sapremmo sottrarci. Trascorsa la primavera pariniana, la manzoniana state, il
rovaniano autunno, più non ci avanza, del letterario anno che stà per finire, se
non l'inverno. Spremuta l'uva di Alfieri, di Monti e degli altri, fatto il vin di
Manzoni e di Giusti, fatto il torchiàtico di Aleardi, di Prati, di Rèvere e
d'altrettali, più non rimane da fabbricarsi, dell'ùltima svinatura, che l'aquavite.
Lambicchiàmone dunque in buon'ora. Ci servirà di sole invernale, e, riscaldate
da essa, le generazioni novelle prepareranno con impulso gagliardo il terreno
ed i tralci per le vendemmie future.
Tornando a noi, o piuttosto a mè, io non mi lagno niente del nùmero, quale
si sia, che estrassi nell'ùltima leva della letteratura paesana, nè dell'èsito degli
sforzi coi quali tentài di assecondare e completarmi la sorte. Uno stile che fosse
una rotaja inoliata sarebbe la perdizione de' libri mièi. Uno invece a viluppi, ad
intoppi, a tranelli, obbligando il lettore a procèder guardingo e a sostare di
tempo in tempo — parlo sempre del non dozzinale lettore ossìa dello scaltrito
in que' docks di pensiero che si chiàmano e Lamb e Montaigne e Swift e Jean
Paul — segnala cose che una lettura veloce nasconderebbe. Per contraccambio,
le idèe o sottintese o mezzo accennate (quel pleou emisy pantòs che Esìodo dà
come règola d'arte) fanno sì ch'egli prenda interesse al libro, perocchè,
interpretàndolo, gli sembra quasi di scriverlo. Nè per altra ragione le sciarade
ed i «rèbus» mantèngono a molti giornali il favore del pùbblico. Aggiungi che
una sìmile illuminazione a traverso la nebbia, facendo aguzzare al lettore la
vista dell'intelletto, non solo lo guida nelle idèe dell'autore assài più addentro
che se queste gli si fòssero di bella prima sfacciatamente presentate, ma
insensibilmente gli attira il cervello — a modo di que' poppatòi artificiali che
avvìano il latte alla mammella restìa — a meditarne di proprie. In altre parole,
dall'addentellato di una fàbbrica letteraria, egli trae invito e possibilità di
appoggiàrvene contro un'altra — la sua — e, da lettore mutàtosi in
collaboratore, è naturalmente condotto ad amar l'òpera altrùi diventata propria.
Ed è al medèsimo scopo di farmi lèggere con attenta lentezza che dèvesi
ancora attribuire la mia ripugnanza di usare parecchi spedienti — meglio dirèi
ruffianesmi — i quali, secondo l'opinione de' crìtici e il gusto della platèa,
costituirèbbero i requisiti essenziali della forma romàntica, primo tra tutti
l'intreccio che appassiona e rapisce. Quanto ho detto, toccando dello stile che
più conviene a libri della pasta de' mièi, può appressapoco ridirsi parlàndosi
dell'intreccio. Non nego che una fàvola concitata, densa di colpi di scena,
irritante la curiosità, incalzante la lettura, sia la maggiore fortuna, anzi la dote
sine qua non per un romanzo sprovvisto di ogni sapore di stile e d'ogni potenza
d'idèa: là è necessario infatti che il leggitore percorra a rotta di collo il volume
e precìpiti al fine prima di accòrgersi che l'autore è più di lui soro ,, inghiotta per
così dire il cibo senza aver tempo di rilevarne la insipidità. Nei libri, invece, in
cui gli avvenimenti narrati sono un mero pretesto ad esprìmere idèe ed una
occasione di suggerirne, deve l'intreccio sì esìstere ma non troppo apparire, dee
contentarsi di fare, non da ricamo, ma da canovaccio, adducendo
carezzosamente il lettore sino alle ùltime pàgine, quale còmodo cocchio da
viaggio che permette di osservare il paese, non già traèndovelo turbinosamente
quale rozza infuriata. E sìmile intreccio modesto non parmi che manchi in
questa Desinenza in A, poichè le sue trè parti fòrmano gli atti di una sola
tragicommedia La Donna, e poichè i medèsimi personaggi, che noi
conoscemmo bambini nei primi capìtoli, li ritroviamo, salvo quelli che
perdiamo provvidenzialmente per via, giòvani nelle scene di mezzo, vecchi
nelle estreme. Oltracciò, vi ha un altro legame più ìntimo, che si tentò di celare
nel nesso tra la natura ambiente cosìdetta «morta» da chi non ha fino
l'orecchio, e la storia, il caràttere, il «momento» degli attori che ne son
circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di Hogarth, comprenderà le
mie scritte pitture. Il mòbile, la tappezzerìa, la pianta, vi aquìstano un valore
psìchico, vi complètano l'uomo, e, da sèmplici attrezzi teatrali, vèngono a far
parte integrante del ruolo dei personaggi. Gli è il coro dell'antica tragedia
ridotto a forma moderna. D'ogni intreccio, però, quello che credo di non aver
trascurato e cui tengo massimamente è l'intreccio fra il mio e l'ànimo de'
lettori;... alludo sempre ai non irosi e non disattenti lettori, cioè ai pochi.
Come vedete da questa ultimìssima frase, quì non si tira di prezzo colla
signora Crìtica, allorchè nota che io perdo — per ostinata premeditazione — la
gran maggioranza del pùbblico quella maggioranza che non sà lèggere se non i
libri scritti a caràtteri di ditta. Osserverò tuttavìa, dal canto mio, che tale pèrdita
non è poi così grave, come asserìscono, per chi aspiri ad arricchire meno le
case editrici che la letteratura. Il pùbblico di un letterato non è già quello
dell'uomo polìtico e del canterino (celebrità spesso e l'uno e l'altro della gola)
pei quali è indispensàbile e folla e contemporaneità di fautori; non ne
occòrrono a lui nè migliaja, nè centinaja e neppure ventine in un tratto: gliene
bàstano pochi, uno anche, purchè sìano degni, a loro volta, di lode e purchè si
succèdano — sentinelle d'onore del nome suo — fino al più lontano avvenire.
La votazione per la durèvole gloria di un artista non si chiude in quel
medèsimo giorno in cui viene proposta, ma le urne rimàngono aperte nei
sècoli. Se si contàssero gli intellettuali custodi e inaffiatori, insino a oggi, della
fama di Dante, non si arriverebbe certo alla grossa cifra della sine nòmine
plebs che si accalcava estasiata intorno a passate o grugnisce ora giojosa
intorno a viventi volgarità. Senonchè, l'applàuso della moltitùdine scompare
colle mani che l'hanno prodotto e anche prima, mentre il làuro, piantato dai
pochi intelligenti sulla tomba del meritèvole e con sollècito amore educato,
non cessa di crèscere e si rafforza cogli anni. Ciò che crea la moda, la moda
pur spazza via, nè oggi alcuno più sosterrebbe la burattinesca trucità dei già
celebrati romanzi della Radcliffe nè la patètica pappa delle novelle,
furiosamente già lette, del Chiari, come domani non si soffrirà più da nessuno
la grandìssima parte del bozzettismo del giorno. Se è dunque assiomàtico che
un libro trovi tanta maggior grazia presso l'uomo d'ingegno quanta minore ne
incontra presso il citrullo e viceversa, sarà necessario evidentemente, per
conquistare una sùbita popolarità, di piacere ai goffi ossìa di scrìver goffàggini.
Stìeno però tranquilli i pubblicisti che hanno missione, dirèbbesi, di alimentare
il cretinismo italiano; nè io nè gli altri mièi migliori colleghi saremmo mai rei
di abigeato di qualche loro lettore. Per conto mio, in arte sono
aristocraticìssimo. Come Frine, io non ambisco all'omaggio che dei sovrani...
dell'intelligenza. Nulla più mi spaventa di quell'unànime battimani che mi
farebbe domandar con Focione: ¿sy dé pou tì kakon légon émauton léleoa?
¿Parlo molto di mè, non è vero, mièi adoràbili crìtici? ¿Che volete?
M'insegnaste voi stessi, che per fare o per dire qualche cosa almeno mediocre,
è d'uopo tenersi nell'orticello che si conosce men male: ora, io descrivo mè,
cioè la persona che m'è più nota. ¿Perchè non vi descrivete anche voi, buoni
crìtici? Si vedrebbe alla prova chi fà men ladra figura. Comunque; questa
«subiettività» che vi dà tanto sui nervi e che stà infine di casa, non ne' mièi
libri, ma nelle sole lor prefazioni, da considerarsi come lettere ìntime al
pùbblico, non ha nulla d'ingiurioso, ch'io sappia, alla individualità altrùi. A
parte che quì si tratta di un subiettivismo che riguarda, non le circostanze
occasionali di un corpo, indifferentìssime per tutti gli altri, ma l'essenza di
un'ànima, proprietà universale; a parte che la letteraria coscienza è sìntomo di
virtù, non di vizio, giacchè l'occhio dell'artista che non scorge se non il suo
esterno è occhio che poco vede, egli è sempre — parmi — più cortese ed
amàbile, nello schiùdere la gallerìa delle fantasìe nostre, di non imitare que'
padroni di quadri che si ritìrano sultanescamente, abbandonando ai servi i
visitatori, bensì di accompagnar questi noi stessi, facendo loro da cicerone.
Ciò, non fosse altro, testìfica che io non sono poi quel trappista, quel Simeone
stilita, quell'antropòfago di sè medèsimo, quell'ùrsus spelaeus che piaque a
certuni, collo stòmaco grave di anguilla, sognarmi. Voi vi fate, o crìtici, una
sbagliatìssima idèa di quello che sia la società umana, ritenèndola tutta
compresa, insieme alla fama ed al resto, nei pochi metri quadrati dei
giornalìstici uffici che smèrciano i vostri veleni, sacri asili al di fuori de' quali
non sarebbe che «lido e solitùdine mera.» Ben altro vasta è la umana società, i
cui giorni si còntano a sècoli, i cui membri s'intìtolano pòpoli, il cui
chiacchieratojo è il mondo. Per conseguire, tra essa, notorietà, lascio a voi di
tentare i vostri «invescativi o coercitivi» come li dite, impiegàndovi tutta
quella provvisione di màntici e ruote, di olii e di unti, di zùccheri e incensi, di
cui disponete. Anch'io miro alla Fama ma a patto solo di giùngerla all'aria
aperta e colla trionfale quadriga de' cavalli bianchi, non sul carretto
dell'immondezza di Checco, non sul baroccio giallo-nero ed infangato di
Cèsare, non sulle penne rubate e sempre vendìbili a chi più paga di Ruggero.
Per finirla, o mièi crìtici astiosi, io vorrèi lusingarmi che niuno di voi, abbia
letto questa Desinenza in A nel suo giusto momento. Non succhia il midollo di
un libro se non il lettore il quale si trovi in una disposizione di nervi consìmile
a quella in cui era, scrivendo, l'autore. Il gran Mìlton è da lèggersi la domènica,
quando si accùmula nell'atmosfera il religioso uragano, fatto di nubi d'incenso,
di cerei lampi, di armònico tuono di òrgani; Leopardi in una giornata piovosa,
colla disgrazia ai calcagni e la dispepsia allo stòmaco; Cattaneo in un'àula
parlamentare, assente lo sfibratore Deprètis; Carducci sotto un arco romano
non medicato dal dottore Baccelli; Correnti fra le stoffe preziose e le rarità
antiquarie; Hugo, al mare. Così, è nell'època del malincònico e verginale
erotismo dell'adolescenza che più si comprende la Vita nuova del giovinetto
Allighieri ed è nell'ora del disinganno amoroso che il presente volume
sembrerà fàcile e piano. Nè a quest'ùltima ora rado pervèngono gli uòmini;
anzi tutti vi tòrnano quante volte ha loro sorriso da un fresco aspetto di donna
l'inganno. Ma una illusione ancora maggiore è la mia che crìtici mestieranti
rilèggano un libro che han giudicato una volta e indùcansi, per soprassello, a
cambiar di parere. Quando uno tra essi lanciò la sua sentenzietta spietata, ¡non
c'è più cristi! la ripete stucchevolmente per tutta quanta la vita del condannato
e anche dopo. Imitazione quindi perfetta è, la crìtica, della misericordia divina,
privilegiata inventrice, a quanto insègnano i preti, della pena che non ha fine.
Pienamente dunque d'accordo co' mièi avversari in ciò, che niuno di noi
restò persuaso dei ragionamenti dell'altro, non io de' loro, non essi de' mièi;
ritengo per sempre finita la nostra cartacea battaglia: sparsa è l'arena di penne e
di matite spuntate, sparsa è di pozze d'inchiostro, e La desinenza in A entra,
non troppo sconnessa, nelle sue seconde nozze col pùbblico. ¿Ma che? ¿che è
mai questo sciame di donne che m'assal da ogni lato? Come i cimbri, sconfitti
da Mario, che si traèvano seco il lor feminile bagaglio, bèllica impedimenta,
come i bracati persiani sull'usta dei quali si affollava la bagascerìa di tutto
l'impero, i mièi crìtici si rimorchiàrono appresso un nùvolo di gonnelle — dalla
seta alla cotonina — ballerine ed avvocatesse (ambo oratrici coi piedi), trecche
toscane e maestre di scuola (ambo appendici de' clàssici), sorelle di carità,
mogli a nolo ed altre parenti posticce, sarte, balie, modelle, cantiniere,
telegrafiste, filandiere... un cibrèo insomma di fèmmina, che dopo di avere
assistito ozioso alla pugna, cerca ora di riappiccarla coi denti e colle unghie.
Colùi che, cavalcando soprapensieri nella romana campagna, capitò qualche
volta in mezzo a un'orda di porci e in quella grufolante e minacciosa marèa,
stette minuti che gli pàrvero ore, potrebbe ùnico penetrarsi di tutta la gravità
del mio caso. ¿Come salvarmi? ¿come superar tanta Eva? I lombi pure di
Pròcolo e di Vittorio impallidirèbbero.
E una matrona, un quintale di ciccia che porta gli occhiali della filosofia e il
busto della lògica e il guardinfante dell'oratoria, m'investe di una mitraglia
aforìstica, sbuffando: «Tutto quanto si guarda da una sol parte si vede male.
Chi ingiuria la donna, ingiuria pur l'uomo che ne è il frutto peggiore. Chi non
sà perdonare, è di perdono non meritèvole... ¿Se ti credevi in piena ragione,
perchè tanta ira?» — aggiunge iratìssima.
«L'evo dell'assolutismo maschile non è più» — sentenzia una bella sveltina
in elegantìssima toeletta forense (comechè appena laureata dai professori e
dagli studenti dell'Università di...) cercando ingrossare la voce con empirsi le
profilate narici di tabacco rosa. — «Chiusa è l'età in cui facevate a vostro
profitto le leggi, divorziàndoci ignominiosamente (consulta il Talmud) solo
che avèssimo lasciato affreddare la zuppa ai cari sposini, presumèndoci
adùltere (vedi in Seldeno) sol che si fosse rimaste appartate con uomo che non
ci era marito, il tempo di cuòcere un ovo. Ma il nostro dito ha già tôcco la
vostra tarlata legislazione. Noi riusciremo a tutto. La persuasiva, dea della
Tribuna, è noi che l'abbiamo trovata. Tù lo puòi dire, tù stesso, a cui favore la
femminil parlantina seppe più volte rinspirar la pazienza che il tuo laconismo
avèa fatto smarrire a tuòi creditori e lettori...»
«¿E chi ti aperse i cieli d'amore?» domanda rimproverante una èsile e
pellùcida vèrgine con un sospiro che tèrmina in tosse «¿di quell'amore che non
muor mai, perchè non si ciba di vivanda mortale? ¿Chi t'insegnò la làgrima
innamorata, seme di perla? ¿chi piovve sul tuo stèrile ingegno quella luce
lunare della mestizia che feconda i pensieri? ¿a chi devi i primi vagiti
poètici?...»
«¡Ingratissimo!» esclama con roca voce un composto di cipria, cold-cream
e pinguèdine floscia che ancor tenta di spacciarsi per donna, «chi smorzò la tua
smania amorosa? ¿chi saziò le tue labbra affamate? ¿Non più dunque ricordi le
cento volte che abbracciasti queste mie giarettiere chiamàndomi Dea perchè mi
slacciassi alla svelta? ¿nè la foga giojosa con cui pagavi il mio lusso? ¿nè
l'intima soddisfazione che ti procuravo, scarrozzando con mè per la città
invidiante, tù bruttìssimo al fianco di una bella mia pari? ¡Accidenti alla
memoria tua!»
«¿E chi,» subentra, ironicamente soave, un pàllido volto tra due càndide ali
di tela, strizzàndomi maliziosamente l'occhio per poi tosto velarlo di pudica
palpebra, «vegliò lunghe notti al tuo letto e al tuo gèmito, quando tornasti
piagato dalla guerra d'amore e fasciò la tua doppia ferita e ministrò sul tuo
fronte gèlida aqua e baci scottanti?»
«¿E chi,» continua con uno strillo acutìssimo un'ombra cenciosa, verso mè
roteando il suo rosario di bosso, «ha pregato per tè che non accendevi lumi a
San Rocco... dopo di averti servito da fida...?»
«¿Mi riconosci tu?» interrompe una machinosa fantesca coi riflessi dei
fornelli nel viso, indicàndomi con una mèscola e urtando in terra gli zòccoli.
«¡Sù, padrone de' tuòi stivali, ridomàndami ancora, se hai faccia, que' broducci
ristretti da sei capponi e dòdici ova con cui ti guarivo dalle medicine che
t'ingozzàvano, ridomàndami que' pranzettini di molti volumi che ti
mantenèvano, come dicevi, l'ingegno tuo e la stima de' tuòi amici...!»
«¿E il piacere che ti suscitài per gli orecchi? ¿e il gusto che ti diedi per gli
occhi?» esclàmano insieme due bàmbole, giojellate e piumate, la prima con un
trillo armonioso e un contemporaneo abbajamento cagnesco, l'altra con un
ràpido lancio di gamba e uno strido di papagallo.
«¿E i bottoni che t'abbiamo cucito?» echeggia ochinescamente un coro di
cameriere, il petto pieno di poppe e di spilli, «¿e le camice che ti stirammo? ¿e
i caffè che ti abbiamo opportunamente recati sull'alba?»
«¿E i pedalini che t'ammagliammo?» ìtera un coro di vecchie
punzecchiàndomi cogli aghi di calza, «dove li lasci?»
¿Che rispòndere? Dall'alto del Pègaso mio, inutilmente inquieto, cerco di
pacificare la rumoreggiante folla, ma ottengo l'effetto opposto. Senza prò,
infatti, mi sbraccio a fare a tutte comprèndere che ogni vita di artista è zeppa di
contraddizioni tra lo scrittore e l'uomo e che però io non sono (mi pròvino)
quell'odiatore di donne che mi si rèputa; che, in ogni modo, se nella Madonna a
fresco del muro mio fu occasionalmente aperta una fogna, m'impegno di tosto
murarla e di ridipingèrvene due, beninteso Madonne: invano prometto loro,
purchè non mi ammàzzino prima, di cantare con entusiasmo le loro lodi ,, chè
se fu inneggiato alla peste, al cancro, alla piva e a tutti quanti i malanni, si
potrà bene, credo, bruciare incenso rimato anche alla fèmmina, che non ne è
poi il peggiore: invano tento di sferrare alle nubi il mio alato destriero —
¡pòvero Pegasuccio! — non può mòversi più, stretto dalla calca e spennato. E
le iridiscenti sue penne già battibàgliano ne' cappellini delle mie inimiche.
«¡Rèndici tutto quanto ci hai tolto... fiori… baci... carezze!» è questo il
grido ùnico, furibondo, che si eleva alle stelle.
Mi ergo in arcione. È un mare di teste in moto, di irati ombrellini e
conocchie, di tesi pugni. Anche la voce, quest'ùltima delle sei ricchezze che le
donne fanno pèrdere all'uomo (ingènium, mòres, pecunia, vis, lùmina, vox) ho
smarrita. E, sulla chioma mi passa la fredda ombra di Orfèo.
«¡Restituisci i tuòi furti!» urla quel tempestoso ocèano di Mènadi, con un
ondeggiamento in avanti.
Un'arma sola mi resta — càrica per fortuna. Con un sùbito moto, la sfòdero.
¡Meraviglia! ¡incanto! Un bràmito di voluttuoso terrore, di riverenza e di
cupidigia, distèndesi di bocca in bocca. A mè, torreggiante sulla sella pegasea,
quelle innùmeri donne, come da un colpo di vento abbattute, come Titania o la
tèssala dama dinanzi al scespiriano Bòttom o al lucianesco Lucio inasiniti,
càdono a ginocchi. Alla minaccia è sottentrata la sùpplica, e tutte tutte
invòcano la mia benedizione.
Luigi Gualdo

NARCISA
(in L.G., Novelle, Torino, Bona, 1868)

Ella era bella più che sia possibile immaginare. Vedendola si aveva alfine
dinnanzi agli occhi il compendio di tutti i sogni, di tutte le aspirazioni; l'ideale
più alto e più perfetto. Riuniva tutte le visioni: un poeta nordico, amante delle
pallide figure ossianesche, l'avrebbe trovata più completa di ogni sua
creazione, e un pagano adoratore della forma l'avrebbe allo stesso tempo
dichiarata la più magnifica espressione della donna. A un discepolo di Fidia
sarebbe apparsa una bellezza greca; avrebbe innamorato Orazio quanto Byron,
Rubens e Raffaello insieme, Gautier al pari di Hugo. Incontrandola, era
impossibile non volgersi stupefatti ad ammirarla.
Sarebbe stato assai difficile il volere spiegare fisiologicamente il mistero di
tanta bellezza; il tipo de' suoi genitori era regolare, ma comune, e certo un tal
fiore non potevasi aspettare dal granello ch'era stato posto in terra. Fin dai suoi
primi giorni aveva qualcosa d'insolito. Quando la madre si era visto davanti
quel bianco visino – tutto circondato di trine, con quei due braccini d'alabastro
che uscivano dalle fasce – insieme a quel primo scoppio di gioia dell'amore
materno alla vista della propria creatura, si era unito un senso d'ammirazione
per la perfettissima regolarità, per quanto fosse possibile, di quei piccoli
lineamenti, per la miriade di cose che già quegli occhietti dicevano. –
Crescendo in età crebbe costantemente in grazia naturale ed irresistibile. Non si
può immaginare una bambina più incantevole di quello ch'ella era a cinque o
sei anni. In quell'età in cui il desiderio di piacere non è ancor sorto, ella portava
già istintivamente ciò che indossava con una fanciullesca eleganza da cui le
altre bambine erano ben lontane. Ella correva e saltava quanto le altre; ma ogni
suo movimento, ogni suo gesto era armonico. – Fin d'allora avea qualcosa di
concentrato. Non era nè pensosa nè taciturna, come lo sono spesso i fanciulli
quando l'intelligenza si sviluppa innanzi tempo; ma aveva un non so che di
diverso dagli altri, difficile a definirsi. È strana la influenza che avevano su di
lei gli specchi. Ogni volta che si trovava davanti a uno specchio, vi si fermava
e vi stava lungamente, immobile e come estatica della propria bellezza.
Naturalmente tutto ciò aumentò, e la bellezza e il suo modo bizzarro. Passò
per tutti gli stadi dell'infanzia, facendosi di giorno in giorno più indifferente a
ciò che forma la vita a quell'età; e giunse ai sedici anni senza che i suoi parenti
avessero potuto scorgere in lei una tendenza, una predilezione per uno studio o
per un divertimento qualunque. I suoi occhi erano pieni di espressione e certo
non poteva mancare di attitudine per tutto; ma nulla la interessava, tranne le
cose aventi relazione con la forma, con la bellezza materiale ed esterna, con
l'estetica delle linee e dei colori. Nella storia non si riusciva ad appassionare
che per le epoche pagane, o per le favole mitologiche in cui s'esalta il culto del
bello. In tutto ella cercava il lato sensibile; preferiva una bella statua a un bel
quadro, un quadro alla musica la più incantevole. Non aveva alcun desiderio
d'irreligione, ma capiva poco la divina poesia del cristianesimo, e certo
preferiva il Cristo giovane, bello di bellezza dolcissima e celeste, col fronte
coronato dell'aureola e circondato da un nimbo di luce, al Cristo smunto,
livido, scarno, inchiodato sulla croce della redenzione, bello solamente della
sua fede e del suo sacrificio. Capiva l'arte per istinto; sarebbe rimasta delle ore
assorta, in muta contemplazione, dinanzi a una Venere, sogno realizzato nel
marmo. Quando leggeva il racconto di quei tempi impareggiabili in cui
fiorivano Fidia e Pigmalione, si sentiva delle irresistibili aspirazioni verso i
portici d'Atene, con la loro serena architettura irradiata dal sole purissimo della
Grecia; avrebbe voluto correre sui gradini dei tempii frammezzo alle bianche
colonne, o errare nei boschi penetrati, malgrado la foltezza delle piante
verdeggianti, da quella luce splendida e illuminati dal riflesso di quel cielo
azzurro.
La prima volta che fu condotta in società, la sua apparizione ad un ballo
impressionò così vivamente che per un mese non si parlò più che di lei. Ella
era vestita di bianco, senza ornamenti, senza nulla, nulla, tranne il fulgore de'
suoi occhi il cui sguardo era una magìa, la pura bellezza de' suoi lineamenti, il
poema delle sue forme. Era modesta, ma non timida; non mancava di spirito e
sapeva parlare, ma com'era possibile sostenere con lei una conversazione?
L'ammirazione irreprimibile che in voi destava ogni suo gesto, ogni più
fuggevole espressione del suo viso, ogni moto del suo corpo, vi distraeva al
punto di non saper quasi nè ascoltare nè rispondere. Se parlando alzava una
mano per rimettere al posto un nastro disubbidiente, la vista di quelle bianche
dita, dalla forma allungata e perfetta, vi faceva perdere il filo di ciò che stavate
dicendo.
Ella intanto non manifestava alcuna predilezione ma la precocità fisica e
intellettuale della sua infanzia non si era smentita, e a quell'età ella era già una
donna. I suoi sedici anni le splendevano in fronte ed ogni volta che parlava, la
sua voce arcanamente armoniosa sembrava cantasse l'inno della gioventù. Ella
era dunque, la straordinaria fanciulla, giunta come le altre all'istante quando il
primo palpito commove il cuore, e, senza far sparire il sorriso del mattino della
vita, la prima lagrima spunta nel ciglio. Ell'era giunta all'istante quando il vento
che passa tra i rami, l'aura che increspa la cima delle acque, il susurro della
sera, il canto degli uccelli, tutto il leggero e potente soffio della natura diventa
una sola voce e dice una sola parola; quando l'azzurro del cielo, il lucido
contorno delle nubi, il verde delle foglie, le mille tinte calde ed armoniose della
terra, sembrano confondersi in un sol colore e si traducono in un sol
sentimento. – Eppure nulla si moveva, nulla palpitava in lei.
Non si vide mai una più perfetta espressione della vergine; la sua bellezza
incontestabile e quasi insolente era però ancor tutta vaga, le sue forme
avvenenti ancora indistinte, sebbene complete; quasi il pensiero divino non si
fosse tutto estrinsecato e una parte di lei fosse ancora altrove. Pure sembrava
impossibile ch'ella potesse diventar più bella. – Pensava quasi continuamente
alla propria bellezza e quasi di null'altro si occupava, ma lo faceva in modo che
è assai difficile far comprendere. Non era mossa da civetteria femminile nè
dall'ambizione; lo faceva con una serietà concentrata e distratta, quasi fosse
necessario per lei il farlo; sembrava ubbidire ad una missione. L'ammirazione
di sè stessa ed il sentimento della propria bellezza erano in lei come un divino
istinto: pareva, occupandosene, compiere un ministero.
Passava sempre lunghe ore dinanzi allo specchio e non aveva mai finito di
mirarsi e di acconciarsi; ma non se ne nascondeva come le altre, lo faceva
publicamente, quasi quel culto della propria persona fosse solamente artistico,
e, per così dire, impersonale.
L'amore di sè sembrava escludesse in lei la possibilità di un altro amore. I
parenti osservavano, se in quella età pericolosa in cui si trovava, qualcuno
avesse fatto palpitare per la prima volta il suo cuore o colpito la sua
immaginazione; ma non sorpresero nulla, e davvero non c'era nulla da
sorprendere. Vedeva i giovani i più seducenti, sia per un motivo, sia per l'altro,
ma di nessuno si curava. Se ne accorgevano quasi con piacere, giacchè non
essendovi simpatie preconcette da vincere, credevano che sarebbe stato facile
lo scegliere per lei. Essi erano ricchissimi, ricchi tanto da poter aspirare molto
in alto. Una tale occasione non tardò molto a presentarsi; un giovane, ultimo
discendente di una illustre famiglia, che lui morto si sarebbe estinta, s'invaghì
più di tutti della straordinaria bellezza della fanciulla e ne chiese la mano. Egli
era ricco, simpatico a tutti; di un carattere buono e leale e certo non brutto,
benchè d'una figura assai comune. Ella rifiutò.
Suo padre non la volle forzare, ma fu dolentissimo di tale rifiuto ch'egli
diceva mosso da un imperdonabile capriccio.
Fu lo stesso di venti altri.
Passarono così alcuni anni ed ella faceva veramente soffrire le persone che
le volevano bene con tanta ostinazione. Ma l'idea del matrimonio le ripugnava.
Dovette subire una forte lotta interna prima di giungere a comprendere che non
è possibile a questo mondo voler esser tanto stravagante e che non poteva
andar così direttamente contro alla volontà di tutti. Ma finalmente capì che
bisognava far delle concessioni e disse a suo padre, rendendolo lietissimo, che
accetterebbe la mano del primo giovane che si sarebbe presentato, purchè
accontentasse quelli che da tanto tempo le consigliavano di cedere e non le
dispiacesse troppo.
Il primo che osò chiedere la sua mano fu il conte R.., abbastanza ricco e
assai ricercato da tutti e che da molto tempo era stato colpito dalla superba
bellezza di lei.
Ella fu fedele alla sua promessa ed accettò. Aveva allora vent'anni.
La sua bellezza, che diventava ogni giorno più intensa, era tale che chi non
ebbe la fortuna di vederla non se ne può nemmeno fare un'idea. Aveva
acquistata una fama universale; si parlava di lei dal palazzo di corte alla soffitta
del miserabile. I poeti d'ogni calibro la cantavano su tutti i metri, e i pittori,
vedendola, gittavano pennelli e tavolozza.
Il conte era un bel tipo meridionale, alto e ben fatto; aveva occhi e capelli
nerissimi, i lineamenti fini. Quanto al morale, era quieto, con intelligenza
sufficiente ai suoi bisogni, piuttosto insipido e assai indolente.
Il matrimonio ebbe luogo e fu come tutti i matrimoni, e seguito da un breve
viaggio come tutti i viaggi di nozze e da una luna di miele delle più abituali.
Al ritorno la nostra eroina, che ora potremo chiamare contessa, era molto
cambiata. Sembrava impossibile, ma erasi ancora abbellita. La sua bellezza
non aveva mutato carattere, ma si era fatta più splendida. Il poeta l'avrebbe
forse preferita prima, non lo scultore.
Sebbene nessuno, qualunque fosse il suo gusto, potesse rimanere insensibile
dinanzi a lei, essendo ella, come già fu detto, il risultamento di tutti i sogni,
pure molti – tutti coloro che ricercano le profonde delicatezze dell'anima –
avrebbero trovato in lei una mancanza indefinibile, ma vera. Noi amiamo le
cose umane; la nostra fragilità, i nostri errori, le nostre debolezze, perfino
qualcuna delle nostre miserie, ci attirano e le vogliamo, le amiamo quasi
fossero qualità e non difetti; siamo fatti d'una parte sopranaturale e d'una parte
terrena, di qualcosa di superbo e di qualcosa di basso, ma la nostra argilla
l'amiamo qual è. In lei mancava l'imperfezione, mancava la fragilità. Cosa
dolorosa e disperante, in lei non v'era possibilità d'amore – la fralezza sublime.
Ella era troppo perfetta e talvolta quella perfezione opprimeva e quella
suprema serenità ne faceva male. Non si vedeva dove un sentimento veramente
nostro avrebbe potuto prender posto tra quella calma desolante, e la sua
bellezza appariva intangibile, inaccessibile.
Maritata, fu costretta a prendere una parte più attiva nella vita comune, e
parve quasi che si distraesse alquanto dalla sua preoccupazione abituale.
Viveva presso a poco la vita di tutti, andava in società, riceveva; ma lo studio,
l'amore di sè erano sempre il suo pensiero principale. Le donne non erano tanto
gelose di lei quanto si sarebbe supposto. Prima di tutto era inutile il voler
criticare la sua bellezza, in secondo luogo non avevano molto a temere da lei,
perchè non scendeva in campo a combattere e le sue armi non si curava di
adoperarle.
Ferivano però e di ferite gravissime. Rinunciamo a raccontare tutte le
passioni che suscitò, tutto il male ch'ella fece, davvero con la massima
innocenza, poichè si empirebbero volumi. Quante amanti la maledirono, quante
madri, vedendola, si sentivano gli occhi gonfiarsi di lagrime, quanti le chiesero
pietà! Come si tentò in ogni modo di far vibrare la corda segreta del suo cuore,
di turbare la limpidità serena del suo sguardo! – Ma ella possedeva la calma
imperturbabile del marmo.
A coloro che le rimproveravano la sua insensibilità, e parlando di chi la
riputava una donna spietata, ella diceva:
– Guardatemi. Come volete che io sia cattiva? Che colpa ne ho io se non
posso vivere come le altre, se ho la fortuna di non soffrire?...
E tutti rimanevano colpiti dalla pace raggiante del suo viso, mentr'ella
pronunciava tali parole piene di una tranquillità sovrumana – abbagliati da
quell'avvenenza invincibile.
Accadevano spesso delle scene abbastanza strane. La contessa riceveva
venti lettere al giorno, lettere d'amore, di preghiera, di gelosia, d'ira, di
disperazione..... ch'ella gettava sul fuoco senza finirle.
Gli artisti, i poeti, gli osservatori si occupavano di lei come d'un enigma
vivente. La maggior parte la vollero conoscere, e siccome aveva intelligenza e
spirito, le sue sale furono aperte all'aristocrazia dell'ingegno, come lo erano
naturalmente alle altre aristocrazie.
Il suo gusto era squisito nelle cose d'arte. L'appartamento n'era una prova
visibile. Tutto, dalle vôlte, dalle cornici, dai mobili fino al più piccolo oggetto,
aveva un valore artistico. Vi erano quadri scelti con sottile discernimento tra i
capolavori delle migliori scuole, statue che rammentavano le greche, vasi della
China e del Giappone, lavori di smalto e d'intaglio, velluti e damaschi cadenti
in pieghe maestose, tappeti di Gobelins dai colori vivacissimi e armonizzantisi,
e sopratutto specchi d'ogni sorta, dagli enormi dovuti alle fabbriche moderne
che coprivano intere pareti fino ai piccoli, elegantissimi specchi di Venezia,
con le cornici un po' annerite dal tempo, coperte d'ornati baroccamente contorti
e ingemmate di specchini microscopici. Tutte codeste cose erano disposte con
quell'ordine di sobria eleganza che indica il gusto di artista spinto fino alle
ultime conseguenze; l'armonia dei colori e delle forme, l'unione tanto difficile
degli stili, era ottenuta con la sicurezza infallibile che dà la mano maestra. Ed
era essa infatti che aveva presieduto a tutto, poichè dopo di aver pensato a sè,
che cosa le rimaneva da fare se non pensare a ciò che la circondava? Ella
amava le cose belle per istinto, per cui era giunta ad una conoscenza
esattissima in arte alla quale non si arriva d'ordinario che dopo lungo studio e
minute osservazioni; aveva la potenza divinatrice del bello negli oggetti
antichi, come si fosse occupata sempre di archeologia, e in una bottega
d'antiquario scorgeva a prima vista ciò che valeva d'essere comperato.
Pittori e scultori le chiedevano il suo parere; questi le portava due o tre
abbozzi perchè decidesse quale fosse meglio imprendere, quello la pregava
d'andare al suo studio per dargli un consiglio sul modo di atteggiare una statua.
E sempre rispondeva con sorprendente giustezza e spesso il suo occhio vedeva
più in là dell'occhio dell'artista. Molte volte diceva: «Fate così» e l'artista non
era persuaso, ma ubbidiva ciecamente, e terminato il lavoro comprendeva ciò
che non aveva compreso prima e si felicitava di aver ubbidito.
Vorremmo poter raccontare le mille impressioni differenti che faceva su
tutti la bellezza della contessa, a seconda dei diversi modi in cui si
manifestava. In casa, capricciosamente vestita, al passeggio, indolentemente
posata nella sua carrozza o cavalcando con un'eleganza inimitabile; al teatro,
con la mano divina posata sul velluto del parapetto, attenta piuttosto agli
sguardi d'ammirazione che da ogni parte convergevano verso il suo palco, che
alla musica di Verdi o di Meyerbeer.... Vorremmo, colla facilità concessa ai
novellieri di penetrare dovunque muniti dell'anello dell'Ariosto, condurre il
lettore nelle più intime stanze, farlo assistere alla toletta della contessa, che era
un quadro improntato d'epicureismo antico, e svelare i tesori segreti di quella
bellezza sovrumana, tanto avida d'ammirazione.
La camera da letto ed i gabinetti erano divisi dal resto dell'appartamento. Là
appariva ancor più che altrove il gusto squisito della bellissima, l'impronta
sovrana ch'ella non poteva a meno di porre su tutto ciò che le stava vicino.
Quelle stanze erano un santuario. Tutto ciò che si può immaginare riunendo la
molle comodità delle nostre abitudini moderne con la maestà delle decorazioni
antiche ritrovavasi colà. La camera, nello stile pompeiano, era piena di
finissime estravaganti pitture, di fregi largamente e bizzarramente segnati che
correvano intorno alla vôlta, coperta ella stessa d'ornati delicatissimi e di figure
chimeriche; i mobili, le tende, le drapperie, tutto era perfettamente d'accordo
con lo stile delle pareti. La stanza era divisa in due parti da un grande arco,
ricco d'intagli, di decorazioni e di vaghissimi bassorilievi, dal quale pendevano
tre lampade d'argento, antiche, del più puro e leggiadro disegno. Un'alcova
chiusa da tende di seta molle e ondata conteneva il letto coperto d'uno strato di
vera porpora a frange d'oro.
Adiacente a quella stanza aprivasi una vasta sala, pure divisa in due parti, la
prima delle quali serviva da gabinetto, la seconda da bagno. In questa era
scavato un vasto bacino di marmo verde da cui usciva incessantemente lo
zampillo d'una fontana che spingeva allegramente il suo getto fino alla vôlta; ai
lati vi erano due vasche di porfido e due grandi tavole preziosamente scolpite,
sostenenti i mille oggetti necessari ad una signora.
Da un'altra porta della stanza da letto si entrava in due piccoli gabinetti
affatto differenti e più piccoli. Il primo era elegantissimo. Da un rosone in
mezzo alla volta scendevano delle tende di velluto, di quel rosa delicato e
pallido che tinge l'interno d'alcune conchiglie, e coprivano tutta la stanza, vôlta
e pareti, cadenti lunghissime su di un tappeto folto come l'erba d'un prato, pure
rosa a fiori bianchi. I sofà e gli sgabelli erano pure dello stesso velluto. Il
secondo gabinetto era più curioso ancora, poichè da qualunque parte vi
volgeste non era possibile scorgere altro che specchi. Quattro candelabri erano
posti negli angoli.
Era davvero una scena che sembrava attendere il pennello d'un artista
pagano quella che frequentemente aveva luogo in quelle stanze. Talora la
contessa, circondata dalle sue donne, si vestiva ed acconciava lungamente, con
una serietà che rammentava le dame romane, talchè un indiscreto nascosto
dietro qualche tenda avrebbe potuto credersi trasportato d'improvviso ai tempi
di Giovenale – tal altra invece, sola, si compiaceva voluttuosamente nello
spettacolo incantevole della propria bellezza. Gettava intorno a sè le stoffe ed i
veli che la coprivano ed appariva, abbagliando i suoi proprii occhi con tanta
perfezione, bella come la Venere sorgente dai flutti. – -Sembrava quasi allora
che un tremito misterioso agitasse le tende, che le figure dipinte sorridessero,
che gli specchi sentissero l'immagine che riflettevano, quasi quelle forme
scultorie dessero involontariamente la vita alle cose inanimate.
Fossimo nati ai tempi d'Aspasia o di Frine! Chè allora ne sarebbe concesso
descrivere minutamente quel corpo creato di getto in un momento supremo di
celeste ispirazione – mentre invece la nostra qualità di scrittore moderno ci
ingiunge di rinunziare a dire quelle eleganti curve, quelle linee perfette, quelle
forme armoniose come una musica scesa dal cielo; e quasi nemmeno ne
sarebbe concesso di cantare ad una ad una le strofe del poema del suo corpo.
Non possiamo dunque parlare nè della superba linea del torso, nè delle braccia
che si sarebbero date alla Venere di Milo, nè del piede simile a quello d'una
dea che ha solo toccato la cima delle nubi, nè della gamba d'una rara purezza di
contorno... e ci è forza lasciare che il lettore supplisca a tutto ciò con la sua
immaginazione, e al posto della nostra eroina ponga il suo proprio ideale.
A poco a poco le sue antiche abitudini presero di nuovo il di sopra, e la idea
fissa dei primi anni l'afferrò ancora e forse con maggior forza di prima.
Maritandosi, ella era stata costretta (come si è visto) a vivere un poco la vita di
tutti, e ciò l'aveva un po' distratta. Ora vi ritornava; nè vi è certo da stupirsi di
questo, poichè non era possibile che le occupazioni della società le fossero
sufficienti, e di cosa poteva occuparsi se non di sè, ella che non conosceva
l'amore? – Suo marito che sulle prime aveva fortemente subìto il fascino ch'ella
esercitava su tutti, si era presso a poco guarito della sua passione davanti alla
passiva freddezza di lei.
Tutto l'annoiava, e dopo il primo anno di matrimonio restò a lungo prima di
ricomparire in società. Ben inteso che da ogni parte sorgevano lamenti per tale
scomparsa, e che tutti se ne stupivano. Ma in lei la idea fissa si era quasi fatta
malore. Avvicinandosi ai venticinque anni, la sua bellezza si avvicinava al
punto culminante e prendeva un carattere di completa maturezza. Ella era ora
la più perfetta espressione della donna in tutto ciò ch'ella ha di più maestoso.
La numerosa schiera di quelli che l'ammiravano, o l'adoravano in segreto –
avendo ben compreso ch'era inutile parlare – soffrivano di esser privati perfino
della gioia di vederla. I pochissimi ammessi in una relativa intimità cercavano
in ogni modo di persuaderla a distrarsi. Gli artisti, che la studiavano, capivano
che ora la sua passione per sè stessa aumentava prodigiosamente.
Suo marito, che non riusciva ad indovinarla, ma che vedeva con uno stupore
pauroso la luce stranissima che sfavillava negli occhi suoi ogni giorno più
vivamente, univa le sue preghiere alle loro, ma tutto fu vano per qualche
tempo.
Finalmente un giorno, con una decisione che sembrava un misto di volontà
sua e di cessione alle ripetute preghiere, consentì ad aprire le sue sale ad una
gran festa da ballo. La sera fu fissata e le carte d'invito cadendo in mezzo ai
mille discorsi che si tenevano a proposito del suo desiderio di solitudine, tutti
aggradevolmente stupirono.
La sera tanto attesa giunse. Le carrozze arrivarono in lunga fila e versavano
il loro contingente di signore e fanciulle, che ascendevano lentamente lo
scalone coperto di fiori, avvolte nei candidi mantelli nascondenti tante bellezze
che tra un momento dovevano essere accarezzate dalla luce splendente delle
sale. Il magnifico appartamento, chiarissimo, tutto adorno di fiori, si riempiva a
poco a poco. Il conte, in piedi nella prima sala, riceveva tutti con un sorriso
stereotipato.
Si era già ballato, quando apparve la contessa che in nulla seguiva l'uso
comune. L'effetto ch'ella produsse fu indescrivibile. Nelle sale vi fu un silenzio
come al giungere d'una regina.
Il suo vestito – semplicissimo di fattura – era di velluto rosso e cadeva,
fasciando i fianchi e allungandosi di dietro in un interminabile strascico. Sul
suo petto posava una ricchissima collana di smeraldi. I suoi capelli, d'una tinta
variante tra il biondo ed il castagno, avevano dei riflessi luminosi e fulvi che
chiedevano il pennello del Tiziano e si frangevano in masse ondate e ricciute,
si contorcevano in piccole spirali fantastiche, parevano talvolta accendersi di
fiammelle dorate. La tinta bianchissima della sua pelle era però d'un pallore
vivace e rosato. I suoi occhi, d'un taglio purissimo e d'uno splendore calmo,
erano micidiali senza volerlo. Nel suo incedere vi era qualcosa di divino; il
ritmo della sua voce si confondeva col ritmo dei suoi movimenti.
Non aveva mai prodotto tanta impressione. La sua bellezza aveva aquistato
qualche cosa di luminoso e di fatale. Irradiava e turbava ad un tempo. Tutti si
estasiavano dinanzi a lei; alcuni sentirono una fitta al cuore.
Un vecchio scienziato tedesco disse, parlando ad un amico che aveva
vicino, mentre la contessa passava:
– È strano il pensare che fra poco tutta questa bellezza sparirà e che le
forme superbe e l'occhio fulgente non faranno più vittime!...»
Benchè pronunciate sottovoce, queste parole giunsero all'orecchio della
contessa. – -Si volse e rispose con un sorriso e una espressione inesplicabili:
– No, dottore, vi sbagliate. Finchè sarò, sarò come mi vedete adesso.
In quella notte ella sembrava molto distratta. Vi era talvolta qualche
incoerenza nelle sue parole, e di tanto in tanto le passavano sulla bocca dei
sorrisi pieni d'una poesia misteriosa.
Il ballo era magnifico. Fu una di quelle feste che fanno epoca e che
rimangono come pietra di paragone di tutte le altre e spesso per molto tempo
come l'apice inaccessibile della ricchezza e della eleganza.
Dal principio della sera la contessa non si era ancora guardata. Pareva
temesse. Godeva dell'ammirazione altrui e voleva aspettare ad assicurarsi della
propria. Assaporava intanto il trionfo, e l'orgoglio che la riempiva era tanto
dolce che le pareva quasi difficile da sopportare. – Verso le due, al momento
della cena e quando le sale si erano un poco sfollate, prese una improvvisa
decisione e si diresse verso una specie di serra ch'era a lato della sala da ballo,
in fondo alla quale stava un enorme specchio. Lo avvicinò lentamente, ad occhi
bassi. Sembrava non osasse; finalmente alzò gli occhi.
Parve che una luce si spargesse sul suo volto e che tutta la sua figura
s'irradiasse. Stette immobile per qualche minuto, assorta, incantata, con un
sorriso d'estatica compiacenza.
Poi, d'improvviso, si voltò e attraversando con passo deciso i gruppi di
persone che guardavano un poco attoniti, si diresse verso le sue stanze.
Giunse al gabinetto degli specchi.
Là, con un movimento rapido, sprigionò la massa dei capelli che si sciolsero
in onde luminose sulle spalle bianchissime, strappò gli uncini della veste che
cadde a terra, scosse ogni velo e si guardò intorno. Riunì le braccia sopra la
testa, stando dritta, coi piedi vicini e il fianco un po' sporgente, rammentando
la postura della Frine dinanzi all'areopago, e sorrise, contemplandosi.
D'improvviso un fremito l'agitò – impallidì tanto da sembrare il marmo di
Pigmalione che appena fatto donna ridivenisse statua, poi lentamente
accosciandosi come chi si sente mancare le forze a poco a poco, cadde sulle
ginocchia, frammezzo alle sue vesti, poi piegò adagio all'indietro,
incrocicchiando le braccia sul seno e tirandosi addosso tutto quello che potè
con un gesto d'estremo pudore.

Quel ballo, da cui la contessa si ritirò prima della fine, fu per molto tempo il
principale argomento di discorso nella società elegante. Fu inoltre l'ultima
volta ch'ella si mostrò in publico. – Non molto dopo ella si spense. – Nessuno
ha certo dimenticato la sua morte, come nessuno ha dimenticato la sua
bellezza. Morì dopo una breve e violenta malattia che i medici confessarono di
non aver troppo capito. Il suo corpo venne imbalsamato. La sua fine fu
misteriosa quanto la sua vita.
Ella rimase un enigma per tutti. Certo la figura di una donna così bella, così
seducente e insensibile, ma tutta invasa da una passione arcana, passata come
un apparizione – oggetto di stupore e di desiderio – e poi subitamente sparita,
resterà lungamente impressa nella memoria di chi la conobbe.
Un giorno, in un crocchio d'amici, si parlava di lei. Chi si estasiava sulla sua
bellezza, che rimarrà come un tipo inimitabile, chi tentava spiegare il problema
della sua vita. Poi si venne a discutere sulla sua morte quasi più inesplicabile
ancora.
– Io ne so la causa, disse un poeta. È morta di bellezza.
Giovanni Faldella

IL MALE DELL’ARTE
(Torino, L.Beuf, 1874)

Mi dichiaro innamorato cotto non della mia lavandaia, brutta come la notte,
ma delle partenze di buon mattino. Per esempio devo recarmi ad una Pretura di
campagna a disputare sopra la zuffa di due galletti e a mettere sulla bilancia
della giustizia la lunghezza e la potenza dei loro becchi e le qualità chimiche
del sangue della loro cresta; o debbo soltanto portarmi a mangiare un’ala di
cappone da un amico pievano di un villaggio vicino. Ebbene, se allora nasce
l’alba, mi sembra di partire per lo meno alla conquista del vello d’oro.
Quando veggo l’aurora in cielo, a me vengono delle ragazze bionde nel
cuore. Che strano effetto mi cagiona il mattino! I raggi del sole, che non si
vede ancora, lasciano appiccicato l’azzurro cupo della notte solamente sopra
alcuni greppi della montagna, e poi inondano e riempiono certi vani prediletti
di tinte metalliche, le quali non si possono scrivere. I vecchi campanili
conservano magari alla sommità il loro solito grigiastro di muriccia, ma poi,
stranezza incomparabile! li ho proprio sorpresi io più di una volta fra il
fogliame degli alberi quei signori campanili, che per una buona parte della
lunghezza del loro fusto si facevano addirittura di una rosa tutta diafana.
Talora pendono e gocciolano dagli scrimoli delle grondaie certe liste di
colori così gialli, così dorati e così cangianti, che non c’è tuorlo d’uovo o petto
di uccello li abbia, colori da prisma di cristallo e da faccetta di diamante,
fettucce d’arcobaleno. Ci vuole una brava bestemmia a significare come tutto
ciò è bello.
Una mattina fra le altre dovevo andare al Tribunale civile di una città
capoluogo di circondario, mancomale nel nostro Piemonte, a fare una certa
causa per la corda di un pozzo, che aveva avuto balìa di far nascere i guelfi e i
ghibellini in un villaggio dapprima quieto come un ex-refettorio di frati alla
minestra. Alle cinque giunse il vapore al mio paese ed io ebbi la fortuna
d’infilare lo sportello di una vettura di seconda classe affatto vuota, che quasi
mi scappava di chiamarla vagone, per necessità di distinguerla dalle vetture
degli omnibus e dalle carrozze dei marchesi. Uh! che il Cielo me ne guardi!
Provai una dolce voluttà nel potermi slungare supino sui sedili di quella
carrozza tutta mia e accoccolarmici come in un letto di rose, con il sigaro in
bocca, mentre il sole coniava delle monete d’oro sui vetri appannati dei
finestrini ed io sentivo schiacciati sotto il mio peso il Codice civile, quello di
procedura e gli atti della causa.
Smontato alla città di circondario, trottai diviato all’ufficio del procuratore
della mia parte, il signor Ventrelli, un otre o meglio una foca paffuta e baffuta;
il quale mi snidiò subito addosso una covata di marmocchi, tutti della sua
moglie, come egli mi diceva con una sguaiateria magari stentata.
– Su, biricchini, lesti, domandate un po’ a questo nuovo barba, se ha fatto
buon viaggio. –
Tutta quella ragazzaglia l’uno dopo l’altro mi domandarono invece se aveva
dormito bene e mi insafardarono la bocca, ciascuno con un bacio acquoso.
Anzi il più grande di essi per maggiore derrata volle farmi sentire come sapeva
bene la lezione, e mi recitò in latino tutta la vita di Pausania scritta da Cornelio
Nipote. Di tanto in tanto la sua lingua intaccava e si ravvoltolava in qualche
avverbio di difficile masticatura, e allora il babbo tuonava con voce chioccia:
– Cirillo!
– Vengo.
– Datemi qua lo scartafaccio. –
E Cirillo, che era lo scrivano dell’ufficio, portava al suo principale un
quaderno legato, con il dorso di cartapecora, lungo e stretto come il fu
commendatore Rattazzi, dove si registrano dì per dì i salassi dei clienti. Intanto
la ruota dello scolare riaddentava il suo pezzo di latino.
– Cirillo!
– Vengo.
– Il registro della Pretura. –
E Cirillo eseguiva mentre il mulino del fanciullo rimacinava a rotta di collo
Pausania.
– Cirillo!
– Vengo.
– Corbellini contro Corbelloni. –
E Cirillo gli ribaltava sul tavolo una enorme catasta di libelli d’una certa lite
che durava nell’ufficio da ventitré anni fra il marchese Corbellini e la vedova
del banchiere Corbelloni.
Il ragazzo: – tintirintintin (nè voleva venire la parola giusta) ah! interim
Pausanias.....
Il babbo: – Cirillo! Scopatemi quei due ragnatelli. –
Finalmente Pausania era morto murato e a cielo scoperto sub dio nel tempio
di Minerva, e per noi era venuta l’ora di andare alla udienza del Tribunale. Il
procuratore mi prese a braccetto con la delicatezza di una morsa e per
maggiore affettazione ordinò al povero Cirillo che ci accompagnasse e ci
portasse gli atti della causa.
Distratto da Pausania io non l’aveva ancora guardato quel giovine scrivano,
che là nell’uffizio m’era soltanto sentito passare innanzi come un’ombra e
nulla più.
Allora che lo potei squadrare... Dio! che bel ragazzo! Una capelliera mora,
folta e lunga senza esagerazione e senza pretesa, che discendeva in anella alla
nazarena e lasciava indovinare una bella riga diritta in mezzo alla testa, sotto
un cappello puntuto, ammaccato con grazia e posato un po’ malinconicamente
sulle ventiquattro. Due nidi d’occhi ossiano due aperture di palpebre tagliate
precisamente nella nota conformità delle mandorle; gli occhi nerissimi e
lucentissimi, come quei semi di erba selvatica (amaranto), che i contadini
piemontesi chiamano gioietti. Una bocca disegnata con calligrafia a graffa o a
picciolo arco di battaglia e rubinosa come un pomino d’amore. Per incarnato
quella tinta meridionale che arieggia il croceo dell’aurora. Attorno al collo
morbido e asciutto girava una cravatta di seta leggiera, gonfia e cilestre, come
albume d’uovo sbattuto. La giacchettina di velluto cotone del colore di un bel
guscio di castagna. Ma gli occhi... bisognava ritornare per forza a quegli occhi.
Erano indefinibili. Contenevano un quid maximum, un quid divinum.
Dovevano capire tutto. Io vedevo là dentro dei laghi, dei mari di bellezza e
tutto lo scibile. Come lucevano! Quando li abbassava, si scorgeva balenare un
chiarore per l’aria, e poi calare a terra, come fa la luce rimandata da specchio o
da acqua. Già ne ho conosciuti girando per il mondo dei famosi occhi di uomo
e di donna, occhi di fanciulle che spandevano una frescura mistica come una
chiesa solitaria, o diffondevano un tepore sereno di famiglia; occhi fiutoni,
massime nei tribunali, che braccheggiavano una notizia, una conoscenza,
anche un dolore altrui, purché fosse qualcosa; occhi lucenti, come stocchi (alla
Borsa) che discendendo addosso mi facevano gridare ahi! quasi un ago
inavvertito mi sforacchiasse.
Ma al pari di quelli di Cirillo, non ce n’è un altro paio al mondo.
Il mio procuratore aveva un bel soffiarmi nell’orecchio tutte le minchionerie
che può soffiare un procuratore di circondario:
– Uhm! Adesso che hanno voluto abolire le piazze, non c’è più quella curia
di una volta. Ogni minchione e ogni tanghero pretende metter su la toga e il
baverino... Ah! ci vuol altro.....
E poi i clienti non sono più quelli. Il Governo li pela troppo. Si figuri una
mia pratica vecchia, anzi già del mio antecessore, un sindaco di campagna che
era solito a pagare come un banchiere e mi ringraziava per giunta, quando mi
pagava, ora mi scrive mille queste e mille quelle sulla nota dell’ultimo
semestre, ed ha il coraggio di trovarla esagerata, una nota di ottocento lire con
centoventi d'esposti, e poi finisce con il cantarmi chiaro e tondo che non mi
può assolutamente soddisfare per il momento, e che bisognerà io aspetti fino a
quando egli avrà venduto i buoi. Capisce? Scrivere di queste indegnità a me,
dei buoi a me che da trentanni disputo alla sbarra, e ne ho fatti restare dei
presidenti e dei fischi, ne ho fatti restare delle dozzine là con la bocca larga. –
Si noti che la maggior parte dei procuratori avanti i tribunali non fanno altro
che legicchiare imbrogliatamente due o tre righe di conclusione.
– Eppure, seguitava la foca, sempre più attanagliandomi le braccia, eppure
c’è stato uno di codesti procuratori nuovi, senza piazza, peggiori di quelli da
muraglia, ce n’è stato uno, e gli dirò poi chi è, uno che per la causa di una
cappellata ha avuto il fegato di accettare in pagamento un quarto di animale.
Capisce, dove discende la curia e la toga d’adesso, nel... –
E finiva la proposizione con un ruggito. Io non ero buono a sdegnarmi per
compiacere il procuratore, perché guardavo sempre con ammirazione ed amore
Cirillo.
– Vede là, tirava innanzi il signor Ventrelli, che credeva di aver pigliato a
cottimo l’impresa di divertirmi... Oh addio, addio molto. Tante cose a
madama... L’ha visto quel signore alto che mi ha salutato? È il causidico
Sgarognini, procuratore capo come me. Quello lì l’ha rispettata bene la toga. È
geloso più che un gatto, di sua moglie, come capita sempre a questi lasagnoni,
che vogliono sposare una figliuola povera. S’immagini, una sartorella! Una
mattina l’aveva proibita assolutamente di andare alla messa del Sacro Cuore.
Intanto egli aveva dovuto venire all’udienza per quella famosa causa di figlio
legittimato che ha fatto chiasso per tutta Italia; e poi Lei avrà vista la sentenza
riportata nella Giurisprudenza. Prima però di venire in tribunale Sgarognini
aveva dato ordine alla serva che se mai la sua signora andava a messa, venisse
ad avvisarlo. Si era già nel forte della disputa. C’era mezza la curia presente;
gli animi persino degli uscieri pendevano dal figlio legittimato della causa,
quando, sissignori! compare là in mezzo alle toghe la sua serva. Pazienza fosse
stato un uomo, il cuoco! Ma la serva, con due gomiti appuntati sui galloni da
rivendugliola di Piazza d’Erbe, fu una indegnità. Quella ninfa da fornello
strizzò l’occhio e con una ondulatura del capo da destra a sinistra chiamò fuori
il padrone. Questi pianta capra e cavoli, giudici e codici, e si precipita fuori
della sala. L’illustrissimo Tribunale, che non si era addato della serva, credeva
fosse solamente passato in un’altra classe, e lo aspettava a leggere una
prodotta. Invece la prodotta, se volle avere il piacere di udirla, la dovette
sentire da me, che come procuratore contrario ebbi la compiacenza di
leggergliela; e glie la lessi in un fiato e in cinque minuti, una roba di trenta
pagine. Intanto Sgarognini scorazzava da pazzo per le vie della città in cerca
della moglie andata a messa. Ed era senza cappello e ancora con la toga del
Tribunale addosso... in piazza, mi capisce, per le vie. I monelli gli facevano il
baione dietro credendolo una maschera in dominò nero, di quaresima... Che
disgrazia perla toga! Fosse stato sotto i presidenti di una volta! Povero
Sgarognini! Lo sospendevano come una resta di salsiccia. Invece adesso si
contentano di ridere... di ridere sopra codeste cose, che fanno orrore... –
Io avrei desiderato, ma non poteva inorridire alla pappolata di Ventrelli,
perché mi specchiavo sempre negli occhi ineffabili di Cirillo.
Fummo al Tribunale, e penetrammo in uno dei soliti vestiboli, dove
passeggiano, fumano, si arrotano, s’aggruppano e ronzano a modo di vespe o
dondolano le gambe a cavalcioni delle cassapanche, quasi si fosse in una
osteria, i curiali, ossiano i grattacarte, come li chiama il popolo, gentette sottili,
con le toghe discinte, con i baveri penzolanti alla carlona, con il cappello
borghese rovesciato sull’occipite, pronte però ad accomodarsi nell’arme alla
roca chiamata dell’usciere. Era un fascio di sanguisughe che si
aggrovigliolavano in un utello di vetro. Gli impalcati e gli assiti poi sconnessi,
rasi di vernice, biancastri e alidi come ossa, mi rendevano una sembianza di
casse da morto.
Venne chiamata la mia causa. Io sostenni che tutti i giureconsulti romani,
così sabiniani, come proculeiani, tutta la Cassazione francese, tutta la
giurisprudenza belga, la scuola storica di Savigny e la scuola utilitaria di
Germania Bentham erano in concordia per astringere la povera vedova
Rabadoglio a fornire la corda del pozzo al signor Nespola mio cliente.
– La dottrina Araba, – io continuava, – del secolo XII, ai tempi di lbn Zafer,
la dottrina Araba...
– Lasci stare queste cose di erudizione... Il Tribunale le sa già tutte, – grugnì
il presidente; giacché certi presidenti non crederebbero di essere tali, se non
grugnissero qualche volta. E questi, che tanto per fare il suo debito aveva
asseverato, anche a nome dei suoi due dormiglioni laterali, di sapere già tutte
le cose di erudizione, giocherei l’orologio, che in sua vita non ha letto più di
dieci libri, compresi i codici e gli Amanti della lana di Paolo Kock, che non
rifina mai dallo incignare periodicamente ogni anno alle ferie in villa, senza
però mai giungere al termine della lettura.
Tornato al mio paese, ricevetti di lì a quindici giorni l’avviso dal
procuratore Ventrelli, che la questione del pozzo era stata definita dal
Tribunale in favor mio, ossia del signor Nespola, mio cliente, e non so ancora
se ciò fu per l’autorità di Geremia Bentham o degli Arabi. Io me ne
compiacqui così così; solito a pigliarmene poca della mia avvocatura. Avviso
ai clienti che mi vengono a rompere troppo la devozione!
Quello che non mi poteva sconficcare dalla testa si era l’immagine dello
scritturale Cirillo. Quando faceva per la campagna le mie passeggiate
lunghissime, appena la fantasia cominciava a inebbriarsi della solitudine,
vedevo occhieggiare quella immagine nei calici dei fiori selvatici, che si fanno
scorgere forzatamente per il colore vivissimo anche frammezzo al folto delle
biade e del fieno, e che io vorrei saper chiamare tutti per nome; tanto loro
voglio bene. Poi essa immagine quasi m’impauriva balenandomi alle spalle o
ai fianchi come il guizzo di un ladro stradaiuolo.
Infine me la sentiva insinuarsi per un vano di gomito e soavemente
appoggiarsi al mio braccio. Allora mi pensai di amarlo Cirillo di quell’amore
saldo e fiero che unisce due uomini, e che si chiama amicizia, e credo non
esista fra le donne. Lo desideravo ardentemente e me lo figuravo un vero
amico, di quelli che indovinano l’anima, anche quando tace la bocca, e
intendono per la loro dirittura le parole, anche allorché il labbro balbetta il
contrario di ciò che vorrebbe. Per lunga pezza non ebbi occasione di portarmi a
quella città di circondario, e non seppi più novella di Cirillo.
Un giorno, saranno stati tre mesi dopo la disputa della causa, il procaccia
della posta mi consegnò un grosso plico suggellato, con una filza di Vittorii
Emanueli azzurri e punteggiati di nero sul dorso della busta. Era un letterone di
Cirillo con tutta la vita di lui. Lo ingollai prima in una sola tirata, e poi lo
centellai di nuovo, come si usa con le lettere delle donne e dei letterati illustri.
Mi commosse e mi fece pensare, forse perché io avevo visto quegli occhi. Poi
per quel vizio benedetto di pretendere che gli altri sentano come noi, ho
giudicata la lettera di Cirillo, come si dice, interessante anche per voi, ed ho
arbitrato di parteciparvela. Ma ora, riflettendoci su, temo non abbia a farvi
effetto, perché voi quegli occhi non li avete veduti.
Ad ogni modo, poiché l’esordio è fatto, eccovi qui il pistolone narrativo:

ECCELLENTISSIMO SIGNOR AVVOCATO!

Voi mi avete capito ed io ho capito voi. Siete un artista. Avete fatto bene il
commediante, quando cicalavate al Tribunale per degnazione; e quando stavate
là compunto, ammusito, anzi tutto muso alle bestialità che cincischiava il
presidente. Sembravate un cane che aspettasse la stiacciata... o un gatto che
fìsasse e magnetizzasse un passero domestico. Almeno voi dimostravate di
sapere che eravate un ciarlatano; ma gli altri, il presidente, gli uscieri, i giudici,
i cancellieri, i procuratori erano più ciarlatani di voi, e non lo sapevano mica;
essi non sanno altro che il loro mestiere e la loro paga, non comprendono altro
che la carne che mangiano e la cuccia in cui si coricano; sentono il caldo e il
freddo, ma non intendono la poesia che si scartoccia al mattino e la melodia
chiudentesi nella sera. Che asini! Bisognerebbe affogarli tutti. Voi non siete
dei loro. Ho osservato che toccavate il Codice con la punta dei guanti, come
fosse la mano di una spia. Bravo, così va fatto. Imperocché il Codice è un
soggettaccio, è la moneta, l’imbroglio, la prepotenza del punto e della virgola,
e non è una boccata di giustizia o di cuore. Mi siete piaciuto. Per cui ho
divisato di scrivervi la mia vita, tanto più che dopodimani brucio il pagliaio e
vado via dall’Italia. Questa vi parrà una fantasticheria fumata dal cervellone di
uno scrittore tedesco saturo dei vapori di birra. No: è pura storia, poco esterna,
ma molto interna, come deve essere la storia di un’anima.
Io sono il figliuolo di mio padre, mancomale, il quale era e forse è ancora
adesso il duca di Roccaspana, principe di Lamberlino e di Spinapesce. Egli fu
in un tempo passato poco remoto ambasciatore e ministro delle Due Sicilie,
quando ce n’erano ancora due. Io sono nato nel 1849 a Gaeta al tempo dei
bollori sfiatati, e m’ha battezzato un cardinale del seguito di Pio IX scappato
allora da Roma.
Son sicuro che fin dalle fasce mi hanno dato per la testa il titolo di
Eccellenza grosso come una casa. – «Poppi, Eccellenza – mi avrà detto la
balia. – Si cheti... Tuh! tuh! si degni di non vagire, Eccellenza!» – E come
dovevo guaire io al bombo di quelle cannonate!
Sospetto di averla conosciuta la mia mamma. Fra le dame che mi
sfarfallavano attorno nei miei primi anni, belle, gialle e seriche, sembra che me
ne ricordi una la quale amava toccarmi i capegli più delle altre, e quando
poteva mi pigliava in collo a baciucchiarmi, baciucchiarmi in fretta e di
nascosto. Forse era mia madre. Seppi poscia che essa morì, quando io aveva
appena cinque anni. Mio padre penai a conoscerlo. Mi fu presentato
ufficialmente quando toccai i sette anni. Prima non avevo nemmanco l’idea
che vi esistesse al mondo l’instituzione dei padri. La persona a cui io volevo
più bene era il signor Nicola, un vecchio maggiordomo molto rinomato fra
l’aristocrazia napolitana, perché sapeva a mente gli aneddoti della regina
Carolina. Questo Nicola era il solo che mi aveva lasciato vedere il suo bianco
dell’occhio un po’ da cristiano, e gli voleva bene per ciò. Ma del resto nessuno
mi fece discendere nel cuore con una sola parola o con un solo sguardo quelle
goccie d’amore di famiglia che racconciano l’anima dei bambini e ci rendono
buona e dolce tutta la vita.
A sette anni, come dissi, essendo tornato mio padre da un’ambascieria, io
gli fui presentato. C’era una nugola di dame e di signori in una grande sala, ma
non c’era più quella che mi accarezzava e mi ninnava di nascosto. Mi
condussero a baciar le mani a uno stupendo personaggio con due basette
incerate e con un colletto inamidato all’ultima potenza. Questi in cambio mi
pose due labbra asciutte sulla fronte che non scoccarono punto. Fu una
cerimonia fredda come una vestizione di monaca.
Mi vien voglia di piangere pensando al bacio misero che mi ha dato allora
mio padre. Se egli mi avesse schioccato sulle guancie due bidoni grossi,
rotondi, rumorosi, di quelli che fanno ai loro marmocchi i babbi dei contadini e
degli artigiani, sapete, di quei bacioni che lasciano un isolotto di bianco sulla
pelle, oh io forse sarei diventato un altro io.
D’allora in poi mio padre non lo vidi più che a lunghi intervalli, a urli di
lupo o meglio a ogni morte di vescovo. Fui dato a governare a un prete, don
Sereno, una bella smorfietta di reverendo nel cappello, di coloro che escono da
qualche famiglia di bifolchi o di tavernieri e che messi a far l’aio in una casa
illustre, impiegano tutta la giornata e anzi tutta la vita a contraffarsi con la
scusa di ingentilirsi per piacere. Zazzeruto, azzimato, lustro come le sue
scarpette perpetue di marocchino, timoroso delle zacchere più che un pavone,
egli camminava per la via a brevi saltetti, quasi ogni pagliuzza fosse una
pozzanghera da evitarsi. In casa strisciava dei passi leziosi con un’altalena da
pulcinella, pontando prima il calcagno in terra e poi lasciando andar giù
soavemente la punta dei piedi: una mano posata sopra un fianco ora convesso e
ora concavo a volte ondulatorie, l’altra ripiegata dietro la schiena sfogliava le
dita per vezzo. Il suo musettino era dipinto continuamente di ammirazione e di
contentezza e voltato in su, ma in linea diagonale, come la testa dei tordi,
quando se ne stanno spensierati e sventati: sulle labbra stereotipato il riso
obbligato delle merciaiuole.
Come mi trattava con umiltà e servilità quel prete che faceva a confidenza
con Domeneddio e aveva balìa di sciogliere le coscienze affunate degli uomini,
e sapeva il latino del Breviario e di Cicerone, dico, come trattava umilmente e
servilmente ’me ragazzo piccoso, ignorante e cattivo! Mi regalava ad ogni
momento dell’illustrissimo signor principe e signor duca, anche quando stavo
in letto fino a mezzogiorno, e levandomi gli davo una presa di prete balordo, se
non trovavo le sue smorfie abbastanza sorridenti.
Un giorno l’abatino mi spiegava nel mio elegante studiolo l’analisi logica e
grammaticale, con una pazienza e con un dolciume, che avrebbero intenerito
un artista e stuccato un filosofo. Si leggeva nella sua faccia il rincrescimento di
non potermi far entrare in testa la grammatica con mezzi meccanici, dopo
avermi addormentato con l’oppio, senza incomodarmi la volontà. Si sarebbe
magari assoggettato egli ad abbacarsi il cervello per imparare il sanscrito,
purché io avessi appreso senza difficoltà la costruzione dei verbi irregolari
italiani. Io là inchiodato al tavolino mi indispettivo a quei participii, a quelle
preposizioni, a quei complementi oggetti. Avrei desiderato chi sa che cosa
d'altro... di essere fuori sull’orlo di uno stagno, di tirare la coda ad un’anitra, e
poi di sentire la mamma chiamarmi, sgridarmi piangendo e venire il babbo con
una bacchetta dietro la schiena.
Invece di tutto questo mi piovigginavano addosso noiosi come vere goccie
di stillicidio i più che perfetti, i soggiuntivi, gli imperativi, eccetera. Io mi
impazientivo... fremevo... punzecchiavo con la punta del pennino metallico lo
stoppaccio del calamaio, e mi provavo a tirarlo su... Veniva un po’
stentatamente, ma bello, lucido, gonfio, inzuppato d’inchiostro.
L’abatino passeggiava di su in giù della camera; a uno svolto mi lasciò
cadere sulle spalle un complemento indiretto, il più noioso e il più soffocante
della grammatica, il complemento di specificazione. Io non ressi più,
sprigionai lo stoppaccio dalla gola del calamaio e lo scaraventai sulla grinta del
maestro. Schizzò nel mezzo della sua fronte, e fece una chiazza larga, che
raggiava degli sprazzi dattorno. Ai lati ed al basso scaturivano dei rigagnoli
che solcavano le guancie, la bocca, il mento, il collaretto candidissimo del
maestro, e si perdevano nel panciotto e insudiciavano finanche i manichini.
A quel mio insulto birbone don Sereno riebbe per un attimo la sua virtù
maschia di campagnuolo; si fece pallido e poi rosso come un pezzo di cielo in
temporale. Forse allora gli passò nella mente la tentazione di avventarsi contro
di me, di picchiarmi. Oh l’avesse fatto! Mi avrebbe reso del bene; perché il
castigo meritato, per chi sente, è una fiaccola che illumina e un balsamo che
risana. Invece don Sereno ritornò subito prete e aio, cioè un uomo dimezzato.
Si contorse la bocca in quel riso stentato e rassegato che voi altri Piemontesi
appropriate alle rivendugliolo, quando loro vanno in malora le acciughe, si
terse la faccia con la sua pezzuola e mi disse con uno strascico di parole che
rivelavano la sua battaglia interna di aio, di bellimbusto e di bifolco:
«Eccellenza! Come ha voglia di ridere quest’oggi, Eccellenza!» Quella brutta
scena mi ha avvilito, mi ha fatto pensare troppo lontano e mi ha aiutato a
tenermi in disarmonia con tutto il mondo circostante. Così fanciullo mi trovavo
come un coso straniato. I balocchi bambineschi, quei bei cavalli di cartapesta
con gli arcioni pitturati in nero sulla schiena e con le ruote rosse, quei misirizzi
volanti, che dovunque siano appallottati cascano sempre ritti con le penne in su
e che sono la cuccagna dei bambini non mi toccavano punto.
A sette anni ero già un vecchietto; il mio cuore appassiva, avvizziva e poi
faceva delle grinze.
Non mi piaceva nemmanco la musica. Sul barbaglio di note che
compongono un accordo suonato da una banda il mio orecchio possedeva fin
d’allora una terribile virtù morbosa, dissolvente e corrosiva. Ciò era, che
disgregava misteriosamente le note le une dalle altre, e distrutto l’accordo ne
riceveva perciò noia e ribrezzo invece di piacere.
D’estate si andava a una tenuta immensa di mio padre nella provincia di
Salerno. Mi mostravano delle stese di grano, flave e soriane come giubbe di
leone, late e ondeggianti come un oceano.... Mi venivano le vertigini a vedere
quei campi, che erano miei e che pareva non finissero mai e fasciassero tutta la
terra.... e mi guizzavano nelle vene delle correntie di furore. Avrei voluto
balzare fra quelle messi come un grosso cane da caccia, abbaruffarle, coricarle,
prosternerle. E poi avrei desiderato toccare tutte e ad una ad una quelle spiche,
ammannarle, stropicciare ogni resta, masticare ogni chicco.
Nelle steppe c’erano delle mandre di bufali cornuti, maestosi, omerici. «–
Eccellenza! sono suoi» – non rifiniva di dirmi don Sereno. Ed io godevo, e mi
ammattivo, e mi venivano delle voglie stenterellesehe... Avrei preteso che tutte
quelle mandre si aggrumassero, si fondessero insieme e formassero un solo
bufalo grosso come una montagna, come un reame.
Poi l’avrei accoppato io in mezzo alle corna e me l’avrei mangiato.
Il mio cervellino, non ritenuto da staffe, scorazzava, scapestrava
sforacchiandosi nei gineprai e affondandosi nelle pozzanghere. In effetto i
pensieri di un cervello abbandonato s’intralciano da se stessi come piante
cresciute alla rinfusa; ché senza guida e senza ordine non si dà né educazione
botanica, né educazione umana.
Nel sessanta per l’affare di Garibaldi fummo scasati dal Napoletano e ci
rifugiammo a Roma. Mi aspettavo di dovermi maravigliare della città sacra,
classica, romantica, del passato, del presente e dell’avvenire. Invece il mio
cervello nei suoi viaggi bizzarri l’aveva già precorsa. Per cui non feci
nemmanco un misero oh né davanti S. Pietro, né davanti il Coliseo.
La mia pelle era divenuta come la pelle incoercibile di zigrino immaginata
da Balzac; ché non l’avrebbero fatta arricciare, nemmanco se m’avessero
ficcata dentro la bacchetta di ferro rovente, con cui si accasciano e si domano
le pantere. A Roma per quattro anni sentii il più atroce dolore che si provi sulla
terra, ed è la noia ossia la mancanza di dolori. Noi nasciamo con un viluppo di
nervi, di attività e di posse. Farle agire, muovere, soffrire è la vera vita, il
dolore e poi la gioia, totale: il lavoro. Invece lasciarle dormire è la morte che
cammina, è la peggiore delle vite, ossia l’ozio.
Io non esercitavo niuno dei miei affetti e delle mie forze; il cervello
farneticava e bolliva per il lievito dell’inerzia, che è la fattrice del putridume;
mentre il corpo cresceva a benefizio di natura.
Passeggiavo sconclusionato per Roma da solo o in compagnia di don
Sereno; ed ero magari capace di succhiarmi una dozzina fra sorbetti, gramolate
e limonate al giorno. Mi sentivo addosso dei pesi gravissimi, che io ere levo di
alleviare di giorno dando l’andare al truogolo delle contumelie contro il povero
abatino e di notte buttando in terra le lenzuola dal letto.
L’unica consolazione che io provavo a quando a quando era la stanchezza,
allorché facevo delle lunghe scorrazzate. Imperocché allora avevo esercitato
una attività, benché fosse soltanto l’umile attività delle gambe; e mi trovavo
già qualche poco felice nel riposarmi.
Don Sereno cercò per distrazione di inocchiarmi pelle pelle una passione,
che allora infuriava nel mondo ozioso, la passione di raccogliere i francobolli
usati, e il birbone ci riuscì. Durante quattro mesi io andai perso per raccattare
quei pezzuoli di carta sgorbiata forestiera, che portavano l’impronta di
imperatori, di regine e di donne repubbliche. E più quegli imperatori erano
musoni che somigliavano bestie feroci, più quelle teste di regine o di
repubbliche raffiguravano delle capre e più grande era la mia festa. Mi
abburattavo con appositi sensali e mi arrotavo continuamente in un caffè
vicino all'ufficio delle Poste, che era la Borsa dei francobolli. Me ne
vendettero della Guiana, della Bolivia, della Repubblica dell’Equatore, della
Polinesia, di tutto questo mondo, e proprio di altri siti ancora, perché certi
paesi da francobolli usati non li ho saputi scovare mai nella geografia del
Marmocchi. Per stare in giorno e all’altezza della scienza mi associai al
Francobollo illustrato, rivista settimanale con vignette, che versava
unicamente ex-professo sulle collezioni dei francobolli.
Però mi svanì presto anche questa piccola passione, ed un bel giorno feci un
falò di quelle barbe da imperatore e di quelle teste da repubblica; e avrei
abbruciata anche la zazzera di don Sereno, se si fosse permesso di stampare
sulla sua bocca troppi punti orizzontali di ammirazione dolorosa.
Ricascai nella mia nullaggine, in quella atonia senza piaceri e senza dolori,
in quella vita, oserei dire, di foglia morta, che niuno ha saputo esprimere prima
e meglio di Leopardi nei versi. Avevo oramai quindici anni; ero nel fiore della
adolescenza, la quale fa persino vaghi e gentili i rospicini e i cagnolini da
pagliaio. A quindici anni è quando i giovanotti cominciano a mettersi i colletti
e i polsini e si adattano la cravatta con qualche significazione, ed è quando
comincia l’amore.
Anch’io desideravo che tutto mi ridesse e mi innamorasse. Invece trovavo
tutto aspro e arido, persino le brezze taglienti dell’aurora, e il verdolino umido
delle foglie appena spiegate e la bellezza delle fanciulle, che a quindici anni ci
ammiccano, ci sorridono e ci inchinano tutte.
Ero asciutto, insensibile, un coccio, una spugna, una pomice e forse qualche
cosa di peggio. Mi arrabbiavo convulsivamente perché non potevo costringere
me stesso ad amare e a godere, e finivo stranamente per odiare la gioia e
l’amore, di cui ero incapace.
Unico mio sfogo era di nuovo girare, girare, tre volte girare per istancarmi.
Un dì mi diedi a frullare solo fra i macereti che dintornano Roma. Andavo,
andavo sempre come una spia. Dopo quattro ore di cammino mi sentii quasi
brillo dalla stanchezza. Avevo nelle gambe un dolore strano, pesante, quasiché
i piedi fossero divenuti di piombo come quelli dei burattini. Mi pareva di
vederlo quel dolore con i miei occhi, che fumasse, colorito di azzurro cupo.
Allora tonò il cielo a battute crescenti, come quando rotola giù un paiuolo
da una scala di legno. E poi ribaltò una fitta pioggia, grigia, traversa, secca,
sfacciata che mi diceva senza barbazzale le sue insolenze. Ci furono dei poeti e
dei pittori che benedissero la piova, quando coglie l’amante solo con l’anima
gemella, perché isola, condensa, ingrandisce il loro amore e lo fa padrone del
mondo, come fosse l'unico salvo dal diluvio; onde conchiusero il meglio amare
essere sotto un parapioggia. Ma io trovo più solenne e più gustoso trattare da
solo con l'acquazzone, goderlo finché ci ammolla l’anima accesa, sfidarlo a
pie’ fermo con le braccia incrocicchiate, squassando la chioma, insultarlo.
Io potei giostrare poco tempo con l'acquazzone di quel giorno, perché mi
avviluppò una rotella divento e di polvere rapinandomi cieco e brancolante nei
suoi vortici... Mi trovai in una cappelletta di campagna con le finestre
spalancate, che avevano dato il passaggio a chi sa quanti baleni, con le imposte
rotte e penzolanti, con certi buchi nelle pareti, che parevano muraglie divisorie
d'orizzonti, perché facevano vedere l'Oriente all’Occidente.
Era un rifugio di pastori, di pecore e di viandanti incalzati o spersi dal
temporale. Vi si pestava dello strame in terra e si vedevano sulle pareti delle
pitture ammuffite.
Mi svegliai dalla mia stanchezza torpida ed ebbra allo stupendo zaffiro
strofinato che mette il cielo dopo la tempesta, quasi a compensarci del buio di
quella. I miei occhi si posarono sopra un Gesù con la croce in ispalla dipinto
sulla parete. Non mi stancavo dal guardarlo: ed io che restai di terra cotta,
come mi trovavo prima, dinnanzi ai quadri di Raffaello e agli affreschi di
Michelangelo, allora mi sentii scrostare e squagliare il fango del cuore a
quell’ignoto Gesù infarinato di salnitro.
Parevami di sentire avvicinarsi nella mia anima qualche rumore lieto, e ne
godevo come deve godere il pellegrino assetato, che sente in un deserto
susurrare lo zampillo prossimo di un’acqua. Erano le lagrime che si
appressavano e finalmente spicciarono. Piansi dirottamente per un milione di
ragioni, che allora sentii tutte a un tratto e che ora non saprei ridirvi. Forse
piansi perché quel Gesù aveva sofferto, aveva fatto la vera vita procacciandosi
la morte per la salvazione degli altri, dove io avevo mangiato a tradimento un
pane ed un companatico procacciatomi malamente da qualche trisavolo. Piansi
perché quel Gesù era bello, ed aveva un’aria buona, come non ci fu, non c’è e
non ci sarà mai nessuno al mondo. Era stata certamente l’opera di qualche
pittore morto giovane, ardente, immaginoso, sublime, senza che nessuno lo
sapesse, una rondine annunziatrice di una primavera rimasta poi senza estate.
Quel Gesù avrei voluto fosse stato mio padre, mio fratello o mio maestro.
Con i suoi occhi sereni mi avrebbe riempita la testa di luce amorosa, e mi
avrebbe guarito toccandomi con le sue dita benedette... E rinvangavo nel fondo
della coscienza le preghiere insegnatemi pappagallescamente da bambino, e vi
risuscitavo la speranza religiosa che Gesù potesse essere ancora per me e padre
e fratello e maestro.
M’inginocchiai: slungai le mani quasi a ghermire il gherone della sua
tonaca rossa con certe pieghe che svolazzavano davvero... poi ritirai e serrai le
mani al petto facendo l’atto di aprirgli il cuore per mostrarglielo come era
pieno di miseria, di vuoto, di niente... e scongiurarlo che me lo colmasse della
sua grazia. Erano alcuni semplici spruzzi di colori disuguali impiastricciati
sopra una superficie levigata; pure facevano muovere, parlare, soffrire sotto la
croce una figura di materia e davano un rivoltone al mio spirito.
Mi sfavillò l’idea della creazione. Ripensai le mie smanie fanciullesche di
brancicare tutte le spighe delle messi, e di prendere per le corna tutti i bufali
de’ miei armenti, e il disgusto che mi rammaricava per il non poterlo fare.
Interpretai anche ciò come un accenno sbagliato di creazione – Creazione,
impulso cosmico da Dio all’uomo, ufficio ed essenza di Dio e còmpito per
imitazione da Lui assegnato nel lavoro agli uomini.
Così mi fabbricai da me stesso una formola, cugina prima di quella di
Vincenzo Gioberti, che non aveva ancora letto: Dio crea da se e l'uomo crea
per mezzo dell'arte; imperocché l’arte suscita all’uomo dal nulla e gli foggia a
similitudine divina idee e tipi che si veggono solo nei fuochi della mente, ma
non si toccano e non si palpano.
Mi rasciugai gli occhi e saltai fuori dalla cappelletta pieno di speranza e di
vigoria. C’erano in cielo due arcobaleni che frastagliavano perfino la terra dei
colli albani. Io li vidi allora di un colore solo di fiamma viva, come devono
parere i cerchi che avvolgono il pianeta Saturno, immense lune tirate e
allungate ad arco.
Su quegli archi io lessi stampate in un verde aurino da libellula e riunite da
spranghette diamantine le seguenti parole: CREAZIONE – ARTE – VITA.
La mia fu una visione incastonata di lumiere pari a quelle che Dante
espresse nel Paradiso; salvo che io le debbo scrivere con una tinta indegna
persino del Limbo degli sciocchi.
Galoppai verso casa con il brio che mi scappava da tutti i pori; e in due ore
di passeggiata lavorai con la mente per due lustri.
Guardando il cielo ed i castagneti capii fin d’allora il paesaggio, che non
deve essere né convenzione né fotografia, ma deve scaturire dal profondo
dell’animo; perché ad esempio un tramonto di sole non è lo stesso per chi va a
nozze e per chi va a pagare l’esattore. Capii il rilievo, la scultura e il getto dei
bronzi; e ne ammisi la importanza pretesa da Benvenuto Cellini; perché il
rilievo ti dà tutte le parti, e si presta a tutte le guardature e imita più da vicino
la creazione di Dio, le cui fatture a detta di lui sono tutte scolture colorite.
Il rilievo è però limitato, seguitai ad almanaccare: la scultura rende solo la
maestà altezzosa, l’amore candido, la dignità bianca del marmo: la fusione dei
bronzi dà solo il valore, la battaglia, la ferocia dei guerrieri e dei cavalli nel
color di cioccolatte intinto di verderame. Ma né scultura, né fusione di bronzi
sono civette o cingallegre, come è all’occorrenza la pittura. E viva anche a lei!
Capii la musica, senza cui superficie e rilievo sono muti, e entrai trionfalmente
nel palazzo di mio padre, non domandando da pranzo, ma maestri d’arte
d’ogni fatta.
Cara vita quella dello scolare studioso! Uscire il mattino di casa con un
visetto luccicante, puntuto e interrogativo, con un’enorme cartella sotto il
braccio, dando dei morselli in una pagnotta e facendovi dei buchi a
semicerchio chiovati, come ferri da cavallo. Il contento gli saltella nelle vene,
perché va a lavorare e a compiere il suo dovere. Trova tutto bello e
carezzevole, dove prima ogni cosa gli faceva afa: i passeri che scivolano dagli
embrici, le lavandaie che trascinano le carrette, tutto è innamorativo per lui.
Sebbene principe, ricco ed Eccellenza, volli farla quella vita. Mi gittai a
capo chino nello studio e mi messi con l'arco della schiena al lavoro. Voi altri
Piemontesi siete più sobrii e misurati; vi fermate ad ogni osso di formica: se in
un libro trovate una virgola con l’uncino smozzicato, voi fate sosta per
mezz’ora. Noi altri meridionali diluviamo i libri e il lavoro a isonne: abbiamo
un fuoco nella testa che rischiara tutto, comprendiamo ciò che un autore ha
detto, avrebbe o non avrebbe voluto dire. Strimpelliamo una canzoncina sopra
la mandòla, e poi leggiamo magari Vico e lo comprendiamo. Siamo areostatici
e palombari, leggieri come i Francesi e sodi come i Tedeschi.
Il vostro Brofferio fu buono ad aleggiare soltanto, parlando alla Camera, nei
teatri, alla Corte d’assisie e canterellando sulla chitarra, ma non discese mica a
capire Vico, perché egli pizzicava troppo del francese.
Noi, s’ha il bernoccolo di Salvator Rosa: musici, pittori e filosofi, e sempre
freschi, senza dare in ciampanelle e senza strozzarci la vita nel fumo.
Cominciai con il disegno d’ornato, quelle foglioline a linee semplici nei
primi numeri, che poi avanzando si allargano e si accartocciano e finiscono nel
grottesco, in cui la testa di cavolo si complica e si appariglia con la cornatura
di un cervo e con la cervice di un cavallo.
Passai alla figura e al paesaggio: proffilai con la pietra nera occhi, nasi,
stinchi, costolame, barbe di capra e tettimi di Svizzera. Oh che gusto fare due
stranguglioni in fretta con le dita concie di carbonella e di lapis! Dalle matite
saltai ai pastelli di colori, alle tele e alla tavolozza; indi la scultura: subbie,
raspe, mazzuoli, marmi che cigolano sotto i trapani.
Ora, avanti la musica così larga, libera e volitante! Ed invece sta tutta in una
breve apertura di compasso, un picciolo vocabolario di dodici semitoni e una
tavola pitagorica di pochissimi accordi. Si cava tutto di lì dentro. Meyerbeer
che ci atterrisce e ci sprofonda e Bellini che ci consola e ci innamora. Dopo
che si conosce la musica, non è più pessevole [=possibile] negare la legge e il
legislatore Iddio.
E mi avanzavo sempre nuotando nell’Arte, che da principio è la goccia
sudata da nn capello, poi si allarga in imbuto, in rigagnolo, in ruscello, in
fiumana, in mare, in infinito.
Dopo r arte del pennello, dello scarpello e del cembalo, mi accalappiò
quella della penna e del pensiero, la letteratura e la filosofia. Non si è mai
contenti. Si chiappa e si lascia cadere, come avviene al procuratore frettoloso,
che trotta al tribunale: gli scivola una carta da una tasca ed egli si china a
raccoglierla, e le altre tasche vomitano nuovi cartabelli.
L’Arte mi diede il capogirlo: mi pareva di essere cascato da una stella
nell’etere azzurro: e pure sentendomi scarico e felice ne accagionavo l’Arte,
quando dovevo dir grazie al Lavoro. L’Arte mi aveva tutto succiato: senza
accorgermi scambiavo in essa, che è un mezzo, l’ultimo fine che risiede solo
nella Bontà e nella Legge.
Finché si rimase nello stadio del lavoro, l’Arte mi appagò; ma, quando si
trattò della ricolta, fu un altro paio di maniche. Nello arruffio dello studio non
avevo quasi potuto accorgermi che io
non provavo bene: infatti non conveniva fermarsi troppo sugli esperimenti,
allorché si era tuttavia sul principio del cammino. Ma giunto al termine, alla
vera prova si scorticò l’asino.
Mi messi a fare una scultura di genere: UN GATTO RINCHIUSO.
Voi conoscete come sia difficile, anzi quasi impossibile il trovare dei gatti a
prova di bomba. Per un po’ vi fanno il bellin bellino davanti, mai poi una volta
o l’altra vi lasciano scappare una graffiatura c vi arraffano una polpetta dal
piatto.
Ed io volevo scolpire la Fenice dei gatti: Mussolino (l’avrei chiamato così)
che nella sua vita di due anni non sfoderò mai le unghie contro l’umanità.
Anzi bastava pigliargli lo zampino ed esso ritraeva e ammutoliva le unghie,
cosicché potevate farlo scorrere meglio di una spazzola sulle gote di un
ragazzetto. Di buon umore con tutti, ciarlatano poi con i gusci di noce, che
ghermiva, saettava lungi da sé, inseguiva, ripigliava, facendo mille mattìe per
istrada... Se vedeva il padrone ingobbiva la schiena e poi trascinava la vitaccia
lunga presso gli stivali di lui; e lì faceva la ruota, le fusa, e vi si sfregacciava
contro finché il padrone lo toglieva in braccio. Allora quel gaglioffo di
Mussolino raddoppiava il suo rantolo lezioso, torniva una trottola, tesseva un
metro di tela. Anzi (cosa che non sembrerebbe quasi credibile) era giunto
finanche a pedinare il padrone al pari di un cane nelle brevi passeggiate in
giardino.
Ma un giorno Mussolino fu serrato da una fantesca innamorata nella
legnaia. Per un poco aspettò che lo venissero ad aprire così alle buone; intanto
per ingannare il tempo si pose a frugare in busca di topi; ma un tantino di
sospetto e di trepidazione già ce l’aveva, e gli abbuiava la caccia intrapresa.
Nessuno veniva. Cominciò a gnaulare: era una preghiera semplice, sommessa,
un lamento, nn dire: – Amici! per carità, per amor di Dio, venite ad aprirmi, a
scarcerarmi, son io, Mussolino, il vostro micio dimenticato!
La serva badava ai un caporale... Il gatto miagolò più forte... non pregava
più, pretendeva... Gli crebbe il sospetto... E accadde in esso una reazione, che
Vico chiamerebbe un ricorso nella civiltà dei gatti. Esso diventò un suo
antenato, una tigre: sotto la pelle vergolata gli si snodavano delle movenze
feroci, scattava balzi inconsulti... arruffava i peli, scrinava i baffi, ingrossava la
coda, incarboniva gli occhi: poi pensando, chi sa a che cosa?... forse alla fine
ignominiosa di morire bastonato dentro un sacco, e di essere cotto nel forno
come una lepre, fissò disperatamente un filo luminoso, una screpolatura sulla
volta della legnaia... si accorciò, si arroncigliò tutto dentro se stesso, poi spiccò
un salto indiavolato per infilare quel crepaccio, per uscirne o suicidarsi.
Ed io volevo afferrare Mussolino in quel punto e scolpirlo, ma in modo che
si comprendesse dove si trovava, come prima era mansueto e perché ora fosse
arrovellato – tutto ciò senza sfondi, senza pareti, senza colori e senza fumi che
non concede la scultura.
Lavorai con l’anima intorno a quel gatto, e lo finii presto. Quando alzai il
velo per vederlo in complesso, invece di un micio capace di fare il ceremoniere
e l’Oreste e di provare la trasformazione darwiniana della specie davanti e
retrorsus, scopersi un cippo da cimitero, o meglio un torso di paracarro
rovesciato.
Ora sentite che cosa mi disse la pittura. Mi diedi a dipingere una Madonna.
Voi mi osserverete che ne hanno già fatte troppe. Ma io volevo crearne una
differente dalle altre, senza il cornicione di aureola, entro cui si è soliti
incastonare il suo testolino.
La mia Madonna doveva essere buona, dolce e vergine e madre come le
altre, ma moderna, rinverdita di realtà, una Madonna per questo secolo di
telegrafi e di stradefferrate.
Mi assottigliai per trasfondere questo mio pensiero sulla tela. Finito il
lavoro, trovai una testa quadra, una donna Araba.
Anche la musica mi fece cilecca. Tentai comporre una polka, e questa riuscì
una di quelle marcie funebri, con cui gli scolaretti accompagnano alla
sepoltura un grillo sentenziato a morte dalla loro Corte d’Assisie e impiccato
dagli stessi giudici.
Qaanto al pianoforte, le mie dita le avevo martoriate cinque ere al giorno
per cinque anni di seguito negli esercizi indiavolati di Czerny e di Cramer, e
avevo oramai diritto di pretendere fossero agili e sicure come acrobati. Ed esse
eseguivano qualche corto scambietto a garbo: e poi giù infollite,
sdrucciolavano dai tasti, percotevano i diesis in luogo dei bemolli; cosicché nel
mio pianoforte avresti detto che squittiva una nidiata di topolini e ringhiava
una perpetua zuffa di conigli maschi.
Insomma, in punto d’arte, tutto mi mentiva ed io abborracciavo le più
diavole cose del mondo.
Come è tormentoso il sentimento della impotenza artistica! Sentire dentro
noi un formicolio di concetti e di fremiti che forano come aghi e vogliono
spuntare da tutti i pori; avere la convinzione che soltanto sfregacciando il
nostro naso sulla carta o sulla tela debba uscirne un capolavoro; e poi quelle
idee e quelle sensazioni che ci parevano cosi vive e così roventi dentro noi,
una volta travasate o ridotte sulla carta o sulla tela, eccole lì floscio e frigide
come cadaveri di bruchi lanciati stramazzoni sulla strada da un temporale.
L’angoscia della mia inettezza mi fece ritornare su me e ricalcare la mia breve
strada percorsa di noie, di piaceri e di dolori.
Osservai che l’uomo non è individuo ma è genere, e che da solo non è
completo. Di qui estrassi la donna come una radice cubica da una lunghissima
operazione aritmetica e la x da una equazione algebrica.
Essa è il principio e il crogiuolo della umanità: Eva ortodossa o Pandora
pagana: senza lei la vita e l’arte non poterono incominciare e non potranno
nemmanco continuare ad esistere.
Il genio senza la donna è come il gas illuminante prima che gli si avvicini la
fiamma: non si vede, solo se ne sente il fetore: accostategli la donna, il
fiammifero, puff! diventa un becco, un astro di luce.
Alla ragione si adunò la passione. Io sentii e fiutai la donna come Adamo là
nel Paradiso terrestre, quando aveva per sé le mele, le pesche, i capretti, le
lucertole, le orse che scintillano in cielo e quelle che scodinzolano sulla terra,
ma non aveva peranche la donna, l’essere misterioso, a cui egli si sentiva tirato
a confondersi, e la domandava a Dio con il piagnucolio di un accattone
sillogizzando con lui, che da babbo lezioso lo teneva in ponte e glie la faceva
cascare un po’ troppo dall’alto. Io comprendeva come quest’essere doveva
divenire non solo il complemento della mia persona, ma il soffio, la
inspirazione, la modella della mia arte.
Delle modelle me ne avevano già messe innanzi nella scuola di disegno,
piantate sopra un piedestallo di albera marmoreggiato dall’imbianchino. Erano
delle cortigiane, delle suonatrici di chitarra e delle contadine, a cui la natura
aveva regalato un collo greco o un taglio di vita di ordine etrusco, e che per
poche lire se ne stavano impalate delle ore intiere con le braccia prostese o
serrate o circolari, atteggiate a danza, o a preghiera o a collera, raffigurando
una Grazia o una Furia o una Fioraia, senza battere palpebra, mentre noi,
chiotti e silenziosi, le studiavamo e le copiavamo da tutte le parti. Chi sa che
cosa si pensavano allora codeste cattivelle? Forse chetamente si inuzzolivano
dello scudo che si buscavano mediante la loro poltroneria forzata, dove il
mondo pagava molto meno la loro operosità, e facevano in cuor loro la burletta
di noi che perdevamo il tempo a portar via sulla carta le loro forme. E ciò,
mentre noi alla nostra volta sentivamo gorgogliarci nel petto il disprezzo per
loro, creature nulle. Ah, il mondo non è proprio altro che un palleggio di
canzonature!
Le modelle della scuola non potevano certamente inspirarmi. Fra le dame e
le fanciulle che bazzicavano nel palazzo di mio padre ce n’erano alcune, che
passavano per bellissime.
Ma io, disgraziato, non era buono a trovarle tali. Quella virtù corrosiva, che
mi disgiungeva le note di un accordo e mi sconciava un pezzo di musica ben
suonato, m’aveva pur guasto il gusto della bellezza. I raggi dei miei occhi
erano pinze anatomiche che sgretolavano e sfilucchivano i nervi della carne
femminina vivente; e questa mi offendeva quasi come quella morta dei macelli
e degli spedali. Sovratutto mi uggivano le narici delle donne ricordandomi le
froge penzolanti dal naso dei cavalli bianchi, e mi stomacavano le vene azzurre
che intersecavano le tempia delle medesime e vi guazzavano dentro pari a
sanguisughe.
Eppure io smaniava per una donna lontana e ignota, alla quale lavorando nel
mio studiolo mandavo dei baci, e ne scoccavo pure dormendo o svegliandomi
sul capezzale. La vedevo dentro il cranio questa immagine formosa, a cui non
vi sarebbe stato da porre o da levare nulla, di carne che non paresse tale,
morbida e rada come una nuvola rosata e indorata dai sole, e insieme
consistente quale drappo di velluto, – in cui facessero punta tutte le linee
dell’arte, le cifre del calcolo e le note della musica.
Anzi m’accadde andando a diporto, quando il sole di mezzogiorno
flagellava da aguzzino la campagna rasa o il fiume o il mare, mi accadde di
vederla fiammeggiare per l’etere quella bellezza immaginaria, a cui mi a\rei
dovuto inginocchiare davanti, se l’avessi scorta in realtà, e che mi avrebbe
inspirato il verbo dell’arte, dei sensi e della vita. Invece la mia donna rimaneva
sempre una cervelloticheria; e la mia anima continuava ad essere sorda, mutola
e cieca; e in opere d’arte io mi chiariva sempre più uno stivale.
Una domenica mi ciondolava con una brigata di amici artisti alla
passeggiata del Pincio.
Scivolò da una carrozza una signorina che scambiai per una stella Alita dal
cielo. Aveva una testa che smagliava dell’oro, su cui libravasi una placidezza e
una dolcezza di colomba. Mi sentii sfasciare l’anima. Incrocicchiai le braccia
al petto per interire la mia persona, acciocché non cadesse come cade corpo
morto. Poi, ritornato scettico in un punto, mi dirizzai fieramente a lei per
trovarle un pizzico di avvenenza da criticare. Ma nulla di nulla! Tutto bello e
superno in Lei! Era la mia modella! Oh che spruzzi, che lampi, che bagni di
gioia!
Essa risalì nella vettura e scoccò via.
Io ritornai a casa, sbattei gli usci furiosamente, ricusai desinare, non volli
vedere e non vidi nessuno.
Rinchiusomi nel mio studiolo sarò parso a chi mi avrà osservato, una bestia
feroce che musasse e trainasse la coda nella sua gabbia di ferro. Invece ero
un’anima vuota di padre, di madre e di Dio, che si riempiva dell’amorosa.
Ero la monaca con un seno da eroina di Ossian, ridotta fra le stringhe della
tonaca e dei libri di devozione, che riceveva sul balcone il primo lungo bacio
del damo.
Ero la pianta femmina rimasta sola della propria specie nel giardino della
sua nascita, costretta tutte le primavere a sbocciare le sue corolle bramose di
nozze e infeconde forzatamente per mancanza di sposo. Finalmente il vento le
recava in groppa l’amplesso telegrafico, il polline fecondatore inviatole da un
albero maschio della sua razza mille miglia di lontano. La pianta femmina si
ingioiava divinando le bellezze del marito sconosciuto, ringraziava il telegrafo
del vento e diventava mamma per la prima volta.
Non vi è urlo di belva, bisbiglio di uccello, parola fine di Manzoni o
cannonata di Vittor Hugo accomodati a significare gli effetti d’amore. Esso ci
tappa i vani dell’esistenza, ci accende i ceri dell’anima, la illumina a giorno,
trae l’uomo in cima al suo arco; imperocché l’uomo non può essere di più su
questa terra che innamorato.
Il mondo applaudisce, fischia o trascura; e che cosa importa ciò ad un
innamorato? Egli risponde a tutti con un sorriso tranquillo, socratico.
L’amore è una perla che brilla nel fondo del cuore, e irraggia al di fuori e al
di dentro le cose e le persone; cosicché, per esempio, io mi picco di conoscere
un paio di stivali, se sono lavorati o finiti da un calzolaio innamorato.
Quella sera e poi quella notte io sarò uscito dal mio studiolo e vi sarò
rientrato una ventina di volte; e, ogni volta che io eseguiva quell’operazione,
mi sentiva ragnare e poi screpolare nella testa un velo; a poco a poco gli
sdrucii si fecero squarci e il velo finì con lo svanire.
Allora io vidi sfolgorare nuda l’idea della bellezza e dell’arte, la mia
modella; e sentii che doveva essere ufficio e impresa della mia vita il
trasfondere quella nei miei lavori. Avessi dovuto foggiare una serva o
un’imperatrice, una baccante o una vergine, avrei sempre spillato dentro quel
rivo ineffabile di inspirazioni.
L’indomani ripresi i miei studi e i miei lavori con nuova lena e con diverso
ingegno. Infilai diritti i labirinti delle proporzioni, in cui sta ogni secreto di
rendere il bello: messi molta carne al fuoco, cioè abboccai parecchi lavoretti di
pittura, di scultura e di musica, che cacciavo innanzi come un branco di
pecore.
Mi mancava un’idea, uno scorcio o un’ombra; ebbene mi calcavo il
cappello in testa, girandolavo per le vie di Roma, mi figuravo di veder
spuntare la mia modella ad una cantonata o discendere dalla sua carrozza al
Pincio, come una stella filata dal cielo, e ritornavo a casa sicuro della mia
sfumatura, del mio concetto e della mia pennellata.
Ardevo e pure temevo di rivederla. Avevo paura, che non mi comparisse
più così inappuntabile, e che un’altra volta il mio baco antico riuscisse a tarlare
quell’armonia di forme.
E poi già mi sentivo fecondato abbastanza dalla sua bellezza per l’arte mia e
per tutta la vita.
Chi sa spiegarmi perché l’amore renda l’arte e la bontà? Forse perché,
quando siamo innamorati, ci sferza il desiderio che il nostro nome suoni dolce,
celebrato e virtuoso agli orecchi della ganza o forse perché arte e bontà non
sono esse stesse altro che amore.
Fatto sta ed è che feci allora delle cose, le quali gli altri lodavano come
belle ed io tenevo massimamente che fossero buone.
Aggirandomi in un villaggio carpii l’immagine d’una giovinetta, che si
incamminava a scuola e la ridussi nel marmo con la forma della mia modella.
Ottenni che dal marmo s’indovinasse se quella ragazza era bruna o bionda. Era
bionda, serena, trasparente. Aveva la bisaccia dei libri in una mano e un
cartolaro dall’altra.
Riandava per istrada la favola che doveva recitare alla maestra. La sapeva e
se ne ringalluzziva pensando al bravo della maestra, all’attestato di diligenza
che avrebbe portato a casa, alla gioia pazza della mamma e a quella seria e
importante del babbo. Quella scolara aveva allora soltanto un bottone di
bellezza; e già si prevedeva che ne sarebbe sbocciato un astro, ma di quelle
bellezze destinate in questo mondo a essere soltanto sorelle, spose e madri, –
amanti per pochissimo tempo. Non avrebbe osato dirle un’impertinenza
nemmanco un bersagliere, che è la razza più sboccata con le ragazze,
nemmanco uno di quei terribili bighelloni borghesi che professano il mestiere
di attaccare dalla mattina alla sera le donne giovani per istrada.
Io ne godevo, perché, quando alcuno è innamorato sulla via del buono, ama
la bontà degli altri amori, anche di marmo, e sono spine per il suo cuore le
seduzioni e gli affetti sviati.
Mandai la mia Scolara ad una piccola mostra di belle arti a Napoli. Fece
quello che si chiama furore. Provai una voluttà, che nessuno ebbe ancora la
modestia di confessare, quella di vedere il nostro nome stampato, comechessia.
Pare persino più bello in quei caratteri neri, così bene allineati e composti.
Ebbi dedicate a me diverse appendici di giornali. Già d’ordinario i critici
non lodano mai secondo il verso dell’autore; imperocché niuno può capire
un’opera d’arte come colui che l’ha fatta e che ne conserva nella mente il tipo
non arrivabile. Però si intende acqua e non tempesta.
In Francia, in Germania, in Inghilterra e in America la critica anche su per i
giornali la si fa da letterati e da scienziati ammodo. Invece, da noi, leviamone
cinque, sei, via tutto al più sette, sono gli stessi scribacchini che narrano le
cadute dei gatti dalle gronde nella via maestra sui cappelli a cilindro e
registrano il prezzo dei polli al mercato quelli che trinciano della critica nel
pian terreno delle gazzette.
Me lodarono tutti insulsamente, sciattamente; nessuno rigò neppure con
l’unghia il mio concetto. Solo uno fra essi, per dare a divedere che ne sapeva
più degli altri, trovò che il naso della mia scolara mancava di intonazione.
Pazienza si fosse trattato del naso di un cappuccino! Eppure, quando si ha
lavorato, purché ci si lodi o appena si parli di noi, si piglia tutto per buono,
anche gli spropositi da cane barbone.
Di lì a poco finii e mandai a Firenze Un Ballatoio in pittura.
Era un semplice balcone villereccio, tutto fogliame e tralci di vite, con razzi
fitti di garofani porporinissimi lanciati da marmitte di terra cotta.
A primo aspetto non appariva, ma poi, guardandoci bene, si scorgeva sotto e
frammezzo al verde il fusto spigliato e lindo di una contadinotta montata sopra
uno sgabello e con le braccia tese a staccare una pannocchia dagli orlicci del
tetto.
Osserverete che era un negozio senza sugo. Ebbene io aveva voluto soltanto
fare una cosa tranquilla, pitturare una mezza battuta dell’armonia universale.
Gli elogi mi grandinarono sulla testa grossi come macine. Fui dichiarato
uno Zeusi, un Raffaello.
Tagliai allora la fune alla musica, mandando a girare per il mondo Il
notturno di un usignuolo, che io ho ritratto dal naturale, studiando una sera per
quattro ore di seguito un usignuoletto innamorato e ancora celibe, che
saltabeccava e pasturava nell’erba, e poi a balzi, a scatti, a capresterie, si
riduceva nel cespuglio, e si infrascava, si infrascava zufolando. E lì dalli...
filari di note tirati lunghissimi, cosicché a me pareva si congiungessero con i
raggi delle stelle, e poi ricami, ricciolini, sgarbatezze, un vero carnevale di
musica. Tutto ciò cercai di cacciare in un Capriccio per pianoforte, con
accompagnamento di flauto, che fu suonato in tutte le serate, mattinate e caffè
d’Italia.
Mi avevano lodato a macca; eppure non ne avevo abbastanza: non potevo
più capire in Italia: dovevo travasarmi di fuori.
Andai in Francia, non per la via comune, ma per quella dei camosci e dei
dilettanti delle montagne.
Giunto sulla spianata del Moncenisio, mi voltai indietro, e fra la chiarezza
mattinale cristallina mi si affacciò dalla balza il sorriso interminabile della
pianura italiana, come dice Berchet in una sua romanza. E pensai appunto a
Giovanni Berchet, a Guidiccioni, a Fantoni, a Chiabrera, a Filicaia, a Carducci,
ai poeti patrii, e poi a Federico Barbarossa, a Napoleone il Grande ed agli altri
grossi forestieri che discesero il Cenisio o ne levarono le berze, venuti a
cacciare e a spoppare l’Italia... e capii due cose, che non avevo mai comprese,
la politica e la patria.
È strano come siano le idee negative quelle che danno le positive. La
prigione del collegio fa conoscere ai bambini l’amore della casa, – l’esilio e la
semplice lontananza ci rivelano la nazione; – senza la morte non si avrebbe
l’idea della vita... Così io, vicino a dilungarmi dall’Italia, la capii allora
soltanto l’Italia...
Capii, come la gente, che viveva in quella nostra pianura, aveva diritto di
impedire, che venissero i Francesi e i Tedeschi a baciare per forza le sue
ragazze, e a sedere nei seggioloni dei suoi consigli. E capii come perciò si
poteva fare qualche cosa di grosso, una sassaiuola, una biblioteca, una
congiura, fare il Balilla, il Gioberti, o i fratelli Bandiera....
E T arte non doveva conferire nulla per la patria? Oli sì! Esempio
Michelangelo il Grande, che scosse le ali nel cielo dell’arte e tagliò i bastioni
di Firenze contro Carlo Quinto...
Anch’io mi sentii allora frullare nelle dita certi pizzicori di dipingere e di
scolpire gli Orazii, i Micca ed i Balilla.... Ma poi le mie vampe patrie tanto si
innalzarono, che svanirono...
E la mia attenzione cadde sopra una squadra di muli schierati davanti
l’osteria, con i dossi nebulosi, che fumavano. Dietro i muli osservai dei massi
bianchissimi, tarlati, confìtti in terra.... ed immaginai, fossero i denti dei
giganti sommersi dal diluvio o di quelli folgorati da Giove. Poscia girellando
incappai in una casetta, il cui intonaco era un imbroglio di calce, di mota, di
pietre e di cocci di maiolica e di vetro. Da una macchia vicina al tetto
discendeva una troscia di umidore, per cui pareva che la muraglia lacrimasse
da un occhio solo come Polifemo. Vicino a terra da una crepa saltava fuori un
assassino di mattone così rosso, che l’avrei detto una ferita. Per via di quel
mattone la muraglia non solo piangeva, ma sanguinava.
Ebbene io artista a poco a poco per la schiena dei muli, per i sassi, per la
muriccia dimenticai la mia patria, l’Italia.
Discesi in Francia e ne visitai a sbalzi e a saltelloni le principali città: Lione,
Marsiglia, Bordeaux, Rouen, Nantes, Tolosa, Strasburgo, Tolone, Parigi.
Valicai la Manica e passai in Inghilterra, dando una capata a Londra, a
Manchester, a Birmingham, a Liverpool e a Bristol.
Adesso, che vi scrivo, ho nettamente disegnati nel pensiero i monumenti, le
locande, i palazzi di cristallo, le aguglie, gli archi ricamati, i cartocci e i
merletti di architettura, che vidi in quelle mie peregrinazioni, tutte cose
straniere alla mia patria e al mio sangue italiano, e che ora mi danno nella
memoria il romanzo e la storia di altre epoche e di altri paesi.
Eppure allora io vedeva soltanto con gli occhi materiali, ma non capiva
nulla. Tornava alla sera nella mia camera dell’albergo con una confusione
ebete nella testa.
Aveva sempre dinanzi agli occhi una nugola dorata e cangiante, come
quando si chiudono le palpebre al sole. A quando a quando la nuvola si
spaccava, e vi compariva dentro la mia modella.
Come sento che la amavo stranamente quella creatura incognita! Mi
spassava a scriverle delle lettere amorose, che riteneva nel mio portafogli; e mi
raffazzonava poi da me stesso le risposte della ganza; mi divertiva perfino a
figurarmela morta, e le scombiccherava dei sonetti alla Petrarca e delle
iscrizioni funebri. Insomma me la cucinava da me cotta e cruda, lessa ed
arrosta. Che mattezze!

Ritornato a Parigi, ricevetti una lettera del signor padre, che mi pregava di
ritornare presto a Roma, e mi annotiziava di avermi preparato un buon
matrimonio. Io risi dalla contentezza.
Ero innamorato di Modella e trottavo volentieri a sposarne un’altra! Ma
Modella era stata per me soltanto una meteora, una apparizione, e non me la
potevo concepire altrimenti. Non avrei saputo figurarmela nelle condizioni
fisiche delle altre donne, a pranzo, oppure intenta a intonacare di crema bianca
le labbra screpolate dal vento.
Eppoi io sguittiva dentro la pelle per il solletico della curiosità prossima ad
essere soddisfatta. Chi sa, come sarà mai, dicevo fra me, la sposa che vuole
appiopparmi il mio signor padre? Già di regola generale le spose, che
suggeriscono i babbi, hanno la gobba o le spalle da attaccapanni o per lo meno
gli occhi verdi. Mah!
Ad ogni modo che gusto! Avere una nuova bestiolina da domare! Ecco un
altro còmpito di creazione, che mi viene assegnato dalla Provvidenza!
E poi ero già abbastanza stufo e mortificato di trovarmi sempre in faccia a
camerieri d’albergo, i quali non sapevano che io era un grand’uomo e che
aveva fatto la Scolara, il Ballatoio e il Notturno dell’usignuolo. Quindi
ridiscesi le Alpi, gongolante, cattivo, pazzo, artista.

Qui, eccellentissimo signor avvocato, occorrono nella mia vita quattro


pagine che non sarò mai buono a scrivere. Dante non seppe ridir bene, come
egli entrò nella selva selvaggia ed aspra e forte
Tant'era pien di sonno in su quel punto;
niuno, per quanto apposti la sua attenzione, può carpire e notare il
momento, in cui da sveglio si addorme; io non mi ricordo più che diavolo
abbia fatto nei primi giorni che mi ammogliai.
Mio padre mi disse che la mia sposa si domandava Alfonsina Gabriella dei
Marchesi Mirabene di Stranguglietti. Ne ebbi vivissimo piacere, come si
chiamasse Petronilla dei conti Stranguglietti di Miramale, e andai coll’anima
folleggiante alla presentazione.
Stelle, continenti, uccelli mosca, ciò che vi ha di più grosso e di più piccino
al mondo, sappiate tutti, che la marchesina di Stranguglietti era dessa, lei....
leissima, la mia fantasima, la mia modella! Quasi indietrai spaventato. Divina
fantasima era anche femmina divina. Poi non seppi più far distinzione fra idea
di artista e sacramento del matrimonio, e la sposai.
Non mi rammento più che cosa ci siamo detto Alfonsina ed io in quei
giorni. Forse non ci siamo detto nulla. Allora la lingua diventa cretina. Parlano
le mani, gli occhi, i piedi. Siamo macchine elettriche cariche di fluido, che
scatta e frizza e morde ad ogni toccatina su qualsiasi parte.
Allora ci rotano dentro dei cosmi di idee impossibili a significarsi. Guai se
si dubitasse che l’amante non li intendesse senza mestieri di parole!
Passarono tre mesi dal giorno dello sposalizio. E l’arte? Io l’aveva
dimenticata. Con le labbra sulle labbra di Alfonsina chi osava parlarmi ancora
di arte, di gloria e di mondo? Povero mondo! Quanto piccino vieni in faccia
all’amore! Un amante felice appena ti tollera.'
Comici, buffi cantanti, caricaturisti, risancioni da caffè, vi è un uomo che
ride sopra voi ed è l’amante felice! Tale era io.
Ma l’arte sopraffatta dall’amore va in volta, e poi ti aspetta alla cantonata. E
quando tu rasenti il muro a braccetto con la tua bella e fra le due braccia
passano e ripassano delle poesie e delle orazioni, l’arte ti ghigna dietro come
Mefistofele e ti dice: Ah! Ah! Così amano anche i parrucchieri!
Questo pensiero ti umilia. Il tuo amore è cosa di poco tempo, è un filo
d’erba infiorata, che presto diverrà fieno. Ma l’arte, la grande arte invece è
fresca eternamente: è Prassitele, Raffaello, Leonardo da Vinci, i quali non
muoiono e non invecchiano mai.
È impossibile allora non ritornare all’arte. Aprii frettoloso il magazzino
delle mie inspirazioni. Scasate; non ce n’era più nessuna.
Presi in mano il pennello, lo inzuppai di colori... Quel pennello faceva delle
striscio di su e di giù... era folle, cascatolo...
Mi trovava come lo scolaro che, impancatosi a scrivere la composizione,
rabesca, rabesca, non riesce ad altro che a vergare il suo nome e cognome in
caratteri gotici o inglesi, oppure il nome del maestro o quello del paese natio.
Inorridito guardai in volto a mia moglie. Oh, se alcuno mi avesse insegnato,
come dimandarle una inspirazione! Le avrei persino baciate le piante, purché
mi avesse ritornate le inspirazioni! Ma mia moglie non si era mai addata che io
fossi artista.
Nel baratro dell’arte io vedeva là ad aspettarmi in fondo inesorabili i
paracarri, le donne Arabe e i topolini d’una volta, che formavano, anzi
sformavano la mia scultura, la mia pittura e il mio pianoforte. Ma peggio che
peggio! Nulla, che è meno di un topolino, voleva sgusciare dal mio cervello.
Uh! che raccapriccio risentirselo asciutto e insugherito... Si pestano i piedi,
si morde il fazzoletto, si consuma dalla rabbia... e non si azzecca niente. Tutto
per cagione di mia moglie!... Non l’avevo conosciuta... E come si fa a
conoscere una donna nel parossismo dell’amore?...
Io credeva che dalle sue labbra dovessero spicciare sempre dei rivi di
epopea; io sperava di potere a mio capriccio strappare dalle sue trecce un idilio
o un’egloga, come il giocoliere tira fuori orologi e tabacchiere dal naso degli
astanti.
Ma la mia Alfonsina non conosceva altra poesia che quella della vita gretta,
sociale, che sta nella breve apertura di un compasso, le cui aste sono la
colezione e il ballo. Essa non avrebbe saputo preferire il Giudizio universale di
Michelangelo a un piccione ricamato sopra un paio di pantofole.
Studiai dei giorni e delle notti per ridurla all’arte; ma non riuscivo a trovare
il bandolo. Quando voi vi picchiate di domandare al vostro cane se ha dormito
bene, potete pigliarlo per le zampe d’avanti, stropicciargli il ganascino, ed egli
vi risponderà guaiolando e dimenando la coda, che sì, e che spera voi abbiate
dormito altrettanto. Provatevi invece a fare intendere il linguaggio dell’arte,
quel linguaggio che ronza e s’imbuca come le api nei calici dei fiori, e sale
nelle nubi, il linguaggio che interroga tutto, – provatevi a farlo intendere a chi
non è dell’arte e piglia la vita come viene, e afferma sempre, e non interroga
mai; – del sicuro non ci riuscirete.
Disperato, io mi sentiva tutti i giorni rimpiccinire e ringrullire di più. La mia
macchina elettrica si era scarica di tutto quanto il suo fluido. Un po’ mi davo
della molla rotta, un po’ del vuoto pneumatico; tutte le mattine scovavo dal
dizionario qualche nomea per insultarmi e per inorridirmi. Avevo finito per
chiamarmi il Mulo dell'Arte.

Come, quando l’Italia venne a Napoli, noi scappammo a Roma, così,


quando l’Italia venne a Roma, noi ritornammo a Napoli. Quivi nell’inverno
dell’anno scorso fummo invitati ad una soarè del barone Nubilara, che le pose
la semplice intestazione di tè danzante, molto bene accomodata in questa
stagione di accozzi strambi, quali sono i Discorsi della Corona, i Caffè
cantanti e i Risotti mascherati.
Entrai nel palazzo del barone con mia moglie e con le vertigini nella testa.
Sedutomi vidi attorno delle dame elegantissime munite di codazzi lunghissimi
e accoppiata ciascuna con un ufficialetto o con un giubbino nero. Questi
sdilinquivano sopra i ventagli di quelle, sui quali pareva cascassero le parolette
degli uni e delle altre.
I doppieri di candele steariche mi davano dei guizzi di cero funebre. Le
capigliature a fasci di serpe, le mussole areostatiche, gli spallacci lucenti, le
cravatte nevate, ogni cosa sembrava si stemperasse fuori di sé, e si
confondesse fosforeggiando, come capita a un ballerino sbolzo, stracco e pieno
di sonno, quando l’aurora s’insinua fra le screpolature delle imposte.
Guai quando talun comincia a dubitare di un suo senso! Quel senso gli
tremola addosso, gli ciurla nel manico, ed egli più non lo può afferrare e
servirsene. Così io temetti di non vedere più giusto e di non saper distinguere
mia moglie. In effetto quantunque aguzzassi le pupille non mi riusciva di
raffigurarla. Quasi mi saltava il ticchio di balzare in piedi e di andare a
domandare a qualcheduna di quelle signore, se per caso era mia moglie.
Fortunatamente venne da me la baronessa padrona di casa a pregarmi con
un bocchino dolce che io facessi sentire il mio famoso Notturno
dell’usignuolo. Ai miei scappavia ella rispose con pigliarmi per mano e
condurmi essa stessa al pianoforte.
Traversando la sala fra l’agitarsi dei ventagli delle signore, mi sembrò di
passare per mezzo a una cosmogonia di farfalle. In queste stranezze sperai si
ridestasse in me l’idea dell’artista e mi messi al leggio ricco di fiducia.
Mi avvidi che avevo presso di me la mia Alfonsina con un uffìcialetto
daccanto che le susurrava delle fatuità imparate a memoria come il
regolamento di disciplina..... E mia moglie le accoglieva battendo la solfa con
il suo ventaglio e facendo scorrere dalla destra alla sinistra della sua bocca un
risolino ancor esso imparato a memoria, corto come una lumaca che non dava
né dentro né fuori la pelle.
Appena io incominciai a ricamare qualche nota sulla tastiera, mi accorsi che
le dame non sfarfallavano quasi più i loro ventagli, e che le galanterie degli
ufficialetti e dei giubbini neri cascavano sui loro calzari non raccolte da
nessuna.
Mi inanimii, e, man mano che mi scaldava, parevami che una nuvola di
silenzio si accostasse a me e mi ravvolgesse. Tutte quelle anime si erano
spente, viveva soltanto io, artista, che piombando la mano sinistra sopra
un’ottava bassa o spruzzando con la destra un arpeggio di note acute facevo a
mia posta imbiancare l’avorio di quelle fronti splendide e aggricciare quei
busti benedetti dal sole della bellezza italiana.
Gustai allora tutto il paradiso d’artista. Ma volgendo gli occhi di sbieco
contemplai mia moglie cheta come prima, che batteva sempre la solfa alle
minchionerie del suo ufficialetto e diguazzava sulle labbra il suo risolino
stomachevole come il paragone della lumaca di sopra.
Mi si ruppe l’anima. Quella a cui Iddio aveva commesso di destare e
reggere la mia persona e la mia arte, la quale arte certamente Iddio non
concede agli uomini per nulla, quella dessa mi cacciava in terra.
Non seppi più raccapezzarmi e persi affatto la bussola, e messi qualche dito
in fallo.
Allora mi ricordai spaventato dei topolini che squittivano una volta nel mio
pianoforte e dei conigli maschi che vi si azzuffavano dentro rabbiosamente.
Non solo li sentii, ma li vidi... li vidi che sbucavano dalla cassa del
pianoforte... i conigli mi raspavano già sul panciotto... i topolini correvano già
umidicci sotto la mia camicia... Ahi!... Piantai il pianoforte con un pugno sulla
tastiera.
Capita alle volte che in un tafferuglio voi distinguete in mezzo al baccano
che vi assorda, un gemito fiaccato di lontano. Così quella sera, fra il muoversi
delle seggiole e il circondarmi delle persone, sentii in fondo alla sala
l’ufficialetto che diceva a mia moglie: «forse suo marito è diventato pazzo.»
Alfonsina non solo non aveva notate le mie stonature, ma sospetto che non
si era nemmanco avveduta, io avessi cessato dal suonare; forse l’aveva pigliata
per una pausa: ché farle ronzare uno scacciapensieri all’orecchio, acciottolarle
le molle e le palette, o farle venire dall’altro mondo Davide o Haydn a
suonarle un pezzo era tutt’uno per lei: nulla valeva ad increspare il lago della
sua apatia aristocratica.
Avvertita dal suo moscardino, venne da me a domandarmi se non mi sentiva
bene; io mi scusai con tutta la società allegando che l’emozione della mia
musica mi aveva fatto male.
La scusa non solo venne accettata, ma fece colpo; risuscitarono nella sala
diversi aneddoti incadaveriti sulla sensività degli artisti: pittori e scultori che si
erano abbaruffati con le loro tele e con le loro statue, – comici che si erano
ammazzati con il pugnale di cartapesta inargentata nei furore di fare l’Oreste,
ecc.
In mezzo a quegli aneddoti io tolsi licenza seguito dalla ammirazione di
tutti.
Quando fui in carrozza con la mia Alfonsina volli che il cocchiere ci
menasse a Chiaia sulla riva del mare. C’era pochissima luna in cielo, e mia
moglie dentro la carrozza pareva un’ombra palpabile.
Al tremito voluttuoso che imprime lo scorrere delle ruote sul lastrico, io
afferrai le mani di Alfonsina e le dissi: «Alfonsina! intendimi, voglimi bene. Io
odio le incisioni dei giornali illustrati; sono quelle che abbiamo scappate
adesso, quei bricioli di dame e di ufficiali, macchine senza vita. La vita è qui
fuori, negli aranci, nel mare, nello zaffiro del cielo.... Qui è l’Arte, Dea
immensa che occupa il tempo e lo spazio, ed è profumo, suono, azzurro ed
amore di donna. Alfonsina! me l’hai insegnata tu l’arte... Comprendila anche
tu.... È tua madre.... Sei sua figlia.... Insegnami di nuovo l’arte.... Adoriamola
insieme con un....» E feci per darle un bacio, ma sentii le sue labbra e le sue
mani riluttanti.... e vidi i suoi occhi sbarrati dalla paura.
Mi rovesciai sul palco della carrozza per stringerle i piedi, mi cucciai e mi
aggomitolai a pregarla come un Musulmano...
Ed Alfonsina labbreggiava: Pazzo! Folle! ed altri insulti.... – Poi accennava
di ghermire la maniglia dello sportello e di saltare giù dalla carrozza.
Allora io comandai al cocchiere che ci conducesse al nostro palazzo. Quivi
ordinai che nessuno della famiglia ci venisse d’attorno, e mi serrai in camera
con mia moglie.
La contemplai al lume delle candele, che era bianca come un panno lavato,
con le labbra arsicce e con le palpebre orlate di sanguigno.
La costringerò ad essere artista, divisai meco stesso... La farò inginocchiare
in terra... la farò piangere davanti la Madonna... così mi inspirerà un quadretto
di Lucia nel castello dell’Innominato.
E avvinghiatala, le dissi sussultando:
«Alfonsina piangi... inginocchiati... prega la Madonna... inspirami...
comprendimi...»
Essa invece accresceva il lividume rabbioso sulle sue labbra e si dibatteva
mutola fra le morse delle mie braccia.
Mentre io era lì per stramazzarla sul pavimento, mi caddero gli occhi sulla
Scolara, che dicevano il mio capolavoro di scultura. La fronte di quella statua
di marmo mi sembrava che lumeggiasse splendori. Ella sì era artista e mi
comprendeva!
Lasciai Alfonsina e mi buttai sulla Scolara... La baciai... la abbracciai..... la
ribaciai follemente... Mi sentii pullulare nella testa delle parole e delle idee
strambe e feroci... Amare è mangiarsi, distruggersi, confondersi... I preti
ingoiano Iddio nell’Ostia... Gli amanti dicono alle amorose, che le vogliono
mangiare nell’amore... Anch’io volli mangiare e distruggere la Scolara per
vedere come era fatta e confondermi con lei.
Le sgretolai il naso con un pugno; e poi con un picchio di martello le
spaccai la testa...
Dopo la malefatta tremolai come una cannuccia da pantano... Mi vennero i
brividori... Ma quello, che era fatto, era fatto; né i sassi tirati, né i passati
trascorsi tornano più indietro; anzi traggono con sé l’avvenire.
Mi sentii farsi il sangue caldo: e una ondata salirmi sulla testa e coprirmela
come un berretto, un cappuccio, uno spegnitoio di sangue... Mi pareva a volta
a volta di raddoppiarmi e si sdoppiarmi, di essere tanti ii e poi di ridiventare un
io solo.
Quando ero bambino, mi ricordo che, dopo aver rotto le uova di una
tortorella, fui spinto ad ammazzare essa, la tortora madre... Così, dopo aver
distrutta la Scolara, l’unica che mi comprendeva, perché mi era trasfuso là
dentro, e che non avrei più saputo rifare... fui condotto a peggio....
Già la mia vista si era abbuiata... più non vedeva Alfonsina; ma la sentiva
che mi forbottava dicendomi: «pazzo! screanzato! domani domanderò una
separazione...»
A quelle parole io mi trovai come sull’orlo del crepaccio di un ghiacciaio...
sul culmine di un orribile pendìo, da cui sarei scivolato con facilità enorme...
Mi venne il capogiro...
... Di lì a cinque minuti... mi trovai sulla strada, come fossi al fondo del
ghiacciaio... Forse in quei cinque minuti ho soffocato con un guanciale mia
moglie... Alfonsina... forse madre principiante...
– In faccia alla fisica, alla forza, alla materia, ve l’assicuro, ammazzare un
vostro simile, un cristiano, una donna, è un’operazione da nulla... è come
salassare un pollo; non ve n’accorgete nemmanco....
Ma c’è ben altro! – ve Io giuro, avvocato, esiste la legge morale, c’è il
peccato mortale... Dopo, ve lo sentite, che vi rosicchia l’anima come il
vetriolo: non siete più vergini... non siete più voi... Il rimorso vi fa scappare...
Quanto paghereste per ritornare indietro e non aver commesso il delitto!...
Preferireste andare mendicanti per il mondo, sucidi, lebbrosi, con la ciotola in
mano e con le zannate dei cani alle calcagna, pur di essere ancora innocenti...
E non lo siete più....
Io fuggii... e mi sentiva scalpitare di dietro dei fantasimi... vedevo ai miei
fianchi delle statue equestri... dei nani mi intralciavano le gambe... udiva le
Ninfe ululare sui monti, come in Virgilio, quando scoppiò l’amore di Didone e
di Enea... mi urlavano addosso i tipi, le immagini, le idee... era una caccia
d’inferno.
Entrai all’alba nell’osteria di un villaggio. Avendo i panni ammollati, non
so più se dalla pioggia o dalla rugiada, me li feci asciugare a una fiammata di
canapuli. Poi mi diedero una camera che era un granaio; e lì mi buttai sopra un
letto che mi parve un Calvario.
Volevo ammazzarmi, ma piansi. Se sapeste che cosa vuol dire piangere
quando si hanno i baffi lunghi! Vuol dire ritornare bambino, cristiano,
mormorare l’atto di contrizione. Dietro le gocciole di lagrime che appannano
gli occhi, come tremola e scintilla la verità!
L’arte, oh l’arte non è mica una cosa che esista da se stessa: è il colore, il
profumo, è insomma una qualità delle esistenze: è il lecchetto della virtù, non
la virtù.
Checché si dica, la fatica e il dovere sono amari e scabrosi; noi siamo tirati
a far male o piuttosto allo sdraio, a far nulla. Ora sono l’arte, l’amore e il bello
che ci scuotono, ci smussano, c’ingemmano e c’inzuccherano il dovere e la
fatica.
Capita sotto le mani a un parrucchiere di città il figliuolo di un villanzone
con una testa scarduffiata, e con certi capelli che paiono lesine. Ebbene il
parrucchiere li striga pazientemente, li inaffia, e tanto vi raspa attorno con
spazzole e pettini e pettinelle, che riesce a domarli, e a solcarvi in mezzo una
stupenda divisa; di guisa che il giovane villanzone, uscendo dalla barbierìa con
una testa lampante, crepita dentro sé dal contento e non può tenersi dallo
specchiarsi in tutte le vetrine dei negozi.
Ovvero entra nella bottega del parrucchiere uno di quei giovani bellimbusti,
che hanno una zazzera docile, da cui si può trarre ciò che si vuole, un Oreste,
un Gesù o un Amleto. Allora il parrucchiere le si butta addosso con passione;
scompiglia quei capelli, poi li ravvia: poi con schiaccie e calamistri vi ricama
su un mondo di cernecchi, di anella e di ricci tirabaci: insomma, come dice
egli, la fa parlare quella testa.
Or bene che cosa vi è di più sucido e di più noioso che insafardare le palme
con l’olio di ricino e di girasole o con il grasso d’orso stantìo, e mescolare le
dita nei capelli altrui, e poi sentirsenele rigate? Eppure il buon parrucchiere
tratta le chiome degli avventori con entusiasmo; anzi certe volte accende il
sigaro e con la scusa di pigliare una boccata d’aria va persino sotto i portici e
davanti i caffè ad osservare che spicco fanno le teste da lui lavorate!
Ecco l’arte, la vera arte, la quale infiamma l’oratore e fa maravigliare il
copista dei reggimenti di parole da lui attelate materialmente sulla carta; e
come la luce essa si decompone per dare moto, vita e colore alla infinita
varietà delle cose.
L’arte per le madri è acconciare i riccioli ai bambini, baciarli, ricamare delle
pantofole ai mariti. E la mia Alfonsina la sapeva quest’arte; ed io la ho uccisa,
perché non sapeva la mia arte falsa e malata.
Sequestrare l’arte dalle cose e farne una cosa per sé è un operare contro
natura; è una mattia come quella di insaccare la nebbia o di ingabbiare il sole;
ed è una ribalderia, perché se ponete l’arte in cima d’ogni esistenza, voi
rimpiccinite per essa gli affetti... le virtù... le vite.
I poeti, i musici e i pittori che gridano Avvenire! Arte per arte! e rinnegano
il passato, che fu così artistico, che nulla più, per libidine del nuovo e dello
strambo, a che cosa riescono in fine dei conti? A spennare gli angeli e ad
inargentare i rospi, a preferire ad una cavatina di Rossini la salmodia delle
letane, a infatuarsi del soppanno di una contadina o delle macchie dell’ erba,
quando c’è la patria in pericolo.
Si è al mondo per operare il bene e per fare il nostro dovere verso tutti. Se
l’arte ci dà di spalla a raggiungere questo scopo, bene quidem. Ma non Arte
per arte! si dica: Arte per il bene, o meglio il Bene per il bene, o meglio
ancora: amare e servire Iddio in questa vita per poi andarlo a godere
nell’altra, come dice il Catechismo. Già per Iddio io intendo il vero bene senza
lega o mistura di interessi.
Su quel letto io vidi la verità, come veggo adesso questo foglio di carta, su
cui vi scrivo, Eccellenza.
Sebbene mi sentissi ritornata in me la vigoria musica, pittrice e scultoria,
deliberai di rinunziarvi e di non fare più l’artista.
Stetti un po’ in bilico, se dovevo consegnarmi ai carabinieri reali; ma per
istinto amai meglio impormela da me l’espiazione: fare i più brutti mestieri, il
lacché, il guarda-portone, il venditore di giornali, il garzone di taverna; finché
qualche patria o repubblica accoltellata sulla via gridasse accor’uomo, ed io
potessi lasciare la pelle per essa.
Già un miccolino del mio programma l’ho compito.
Mi sono accontato primieramente come valletto in casa di un marchese di
Lombardia, e mi diedero a lustrare gli stivali. – Non ci riuscivo: lasciavo troppi
grummi di lucido sul cuoio: e ciò lo corrodeva, come mi assicurava con
sussiego il maggiordomo che in gioventù aveva anch’egli fatto il lustrino. E
tutta la famiglia dei donzelli mi dava la berta.
Oh che gusto aver fatta la Scolara, il Ballatoio e il Notturno dell'usignuolo,
e poi essere messo in canzonella per non saper dare il lustro alle scarpe!...
In questo poco tempo, che vagabondai oscuro di qua è di là, ho già
osservato tanto, che potrei scrivervi un nuovo Gil Blas. Ma non un romanzo, io
ho voluto esporvi soltanto un’idea, e un caso, Il male dell'Arte. Cotesto male
che io cerco di medicare con vitaccie d’ogni risma, qualche volta risuscita e mi
inciprignisce la piaga.
Due soli fatterelli e poi punto e basta.

A Milano mi era accomodato da un venditore di uccelli, che si pubblicava


naturalista sull’insegna del negozio. Un giorno disgraziato, inavvertentemente,
spietatamente schiacciai fra l’uscio e il muro un merlo domestico, che buttava
per la vecchiezza due venerandi baffi gialli attorno al becco giallo. Per cui
m’assalse un dolore cervellotico insopportabile, Onde nettai il paese e capitai
qui, e mi accontai come scritturale del procuratore Ventrelli, presso cui voi mi
avete conosciuto.
Qui io godeva della mia nullità e di quella degli altri miei compagni, e mi
trovavo di starci come una perla, quando mi colse un’altra volta il mio male
dell’arte, e ora mi sforza a partire e a girare sempre come l’Ebreo della
leggenda. Voi riderete della bagatella...
C’era sul davanzale d’una finestra dell’ufficio un piccolo vaso di fiori, entro
cui in mezzo a una manciata di terra avevano infisso un gomitolo vegetale,
chiamato kactus o giranio spinoso, una pianta grassa, malinconica e quasi
cretina, che a mala grazia innalza dal globo delle fette cartilaginose
attraversate dal sole, e mette la piccinineria di stellette pungenti, da cui
spuntano di notte degli asparagi e dei pennacchi bianchi.
Era un vasetto destinato soltanto a trasportare le pianticine d’allievo; quindi
non andava, assolutamente non poteva andare come abitazione ordinaria di
quel giranio. Ne feci parola al signor principale, il quale mi rispose
rumorosamente: Bene! pensando ad altro e non provvide nulla. Ci doveva
provvedere io... Ma non c’è peggior riuscita in questo mondo e massime in
Italia, che quella delle cose, le quali si possono fare domani... Di domani in
domani si finisce che quelle cose non si fanno mai più.
Però un certo giorno io andai finalmente all’ufficio carico di un bello e
capace vaso da fiori per trapiantarvi il giranio ed allogarvelo come il Papa nel
Vaticano.
Siccome il kactus, dilatandosi, ave\a oramai arrivata tutta la circonferenza
del vasetto antico, dovetti rompere questo per liberarvi il prigioniero... Dio
mio!
Il giranio era marcio di dentro... Le radici parevano bave... in mezzo a un
mollume di pera cotta nuotava un verme, e più sotto in un cespuglio di barbe
secche un popolo di formiche.
A quella vista non potei tenere dei sussulti e delle lacrime. Il vecchio
scritturale dell’ufficio, che ha il cuore grande quanto la sua asinità, vedendomi
piangere, piagnucolò ancoragli...
Quel povero giranio spinoso era proprio morto di rachitide, di marasmo, di
fame e di sete, senza poter chiamare gente, mentre io era lì daccosto a due
palmi dallo scrittoio e mentre sotto il suo davanzale passavano nella via delle
frotte gioiose, studenti che pedinavano delle modiste, e preti arzilli, perché
sicuri, che a casa la perpetua aveva imbandita loro la mensa...
Che spasimi atroci deve aver sofferti nel silenzio quella pianticina
sentendosi infracidare ad una ad una lo fibrille e venire a passeggiare i nemici
e i ladri in casa, le formiche e i vermi, senza poter gridare aiuto, aiuto! Tutto
per cagione della mia negligenza! Almeno il merlo sfracellato aveva fatto
qualche po’ di vita, aveva saltabeccato, goduto, zufolato; anzi prima di basire
mi aveva persino squittito delle sue impertinenze...
Ma quel fiore mutolo fece la sua agonia senza che alcuno se ne sia addato...
Morì senza buttare una lingua o un fiore all’orizzonte, senza poter cantare la
sua cavatina nel melodramma colorito della natura.
Io mi accorgo che non potrò più dimorare in quest’ufficio, in questa città,
perché l’ombra o il cabiro, o la memoria di quel fiore mi trafiggerebbero...
Andrò via, lontano, lontano; non so ancora io dove andrò a posare queste mie
ossa dolorose...
Se voi avete il costume di viaggiare, forse vi capiterà un giorno, facendovi
pulire gli stivali in una capitale straniera, di fissare sotto il cappello del lustrino
due occhi luccicanti stranamente... Quegli occhi saranno i miei.
Intanto ora tirate voi, eccellenza, la chiusa della mia lettera.
Il male dell’arte sconvolge la natura delle cose; fa uccidere una moglie e
piangere sul romanzo di un merlo o sulla etisia di un fiore.
Vi bacio le mani e sono il
Vostro dev.° umil.° affez.°
Cirillo di Roccaspana.

Qui finisce la lettera dello scritturale. – Sarà pazzo? – Io credo fermamente


di sì; certo è che il racconto di un pazzo è sempre una linea parallela, benché
lontana, della verità.
Giovanni Faldella

GENTILINA
(FANTASIMA DI UN VECCHIO CELIBE)

(pubblicato nel 1874 in “Serate italiane” e in opuscolo, col titolo Un


amore in composta; poi incluso in Figurine, Milano, Tipografia Editrice
Lombarda, 1875)

Per le nozze del mio primo amico,


l'avvocato Luigi Muggio,
con la gentile signorina Erminia Adami,
celebratesi in Roma il 26 novembre 1874.

.....…….. Senza moglie a lato


Non puote uomo in bontade esser perfetto.
Né senza si può star senza peccato.
ARIOSTO

Nella pianura vercellese sta accampato un vecchio castello parallelepipedo,


e tanto parallelepipedo che sembra un dado gittato in una giocata di giganti. Ha
le facciate nere con i numeri vitrei, i quali numeri sono le vetrate delle finestre
e dei balconi. Esso chiamasi il castello di Moriglia.
Dal balcone di oriente si vedono le casipole basse del villaggio, le quali si
appastano ai piedi del castello, e sopra le casipole e dopo esse un piano
continuo, che si affonda nell'azzurro. Dal balcone di mezzogiorno si vedono la
lastra di un fiume e poi le grasse polpe delle colline del Monferrato; dai balconi
di ponente e settentrione una piana rigata di solchi e quadrellata di gelsi, che va
a battere contro le radici della montagne.
In questo castello andò a riparare il conte Oscar Azzo di Moriglia.
Era vecchio, ma di forme ancora rigide, asciutte ed integre. Il suo vestiario
era rapato con precisione di carta vetrina, come di chi ha la consuetudine di
vestire elegante. Il sarto piú difficile e lo scultore piú leccato non avrebbero
saputo dare una forbiciata o una limatura nella persona del conte.
Niuno sapeva tutta la vita di lui. E sí, che, per quanto taluno abbia condotto
una vita oscura, esiste sempre qualche valletto o qualche cameriera, che
conosce questa vita! Invece nemmanco il portinajo del palazzo Moriglia a
Torino, il quale pure era in voce di essere stato dentro le piú secrete cose del
conte Oscar, — nemmeno egli poteva riferire appuntino la storia e il romanzo
di quella esistenza.
Il conte Oscar partiva da Torino, senza palesare a nessuno e nemmeno al
suo portinajo, dove si rivolgesse. Onde chi lo diceva partito per Parigi, altri per
la Russia ed altri per la caccia della pantera nelle Indie.
Egli ancora giovane era restato erede di un nome illustre e di una fortuna
milionaria, il quale e la quale egli sparpagliò durante trent'anni per il vario
mondo.
Ma ad un certo punto della sua vita egli si trovò ferito e fermato da un
coltello misterioso, e quindi scorticato e scarnificato da una potenza invisibile.
Gli sembrò che i panni addosso gli toccassero le carni vive.
La sua vita divenne un dolore e un ribrezzo. Avrebbe voluto frantumare i
tavoli intarsiati, le campane degli oriuoli a dóndolo, tutte le piú preziose
suppellettili delle sue camere; avrebbe voluto spaccare tutte le teste di donna
che gli si presentavano innanzi.
Unica medicina al suo dolore spelacchiato gli parve il ritornare dove egli era
nato, dove erano nati i suoi padri, e dove ci dovevano essere il ritratto e
l'ambrosia della memoria di sua madre; onde da Calcutta nel
milleottocentosettantatré il conte Oscar si ridusse al suo castello di Moriglia in
Piemonte.

***

Quivi giunse — muto — spettrale — rinserrato nella sua eleganza


economica.
I villici gli fecero largo, paurosi di disturbarlo. Solo il medico condotto,
dilettante di lotte politiche ed amministrative, appena lo vide rientrato nel suo
pollajo, ruminò in mente di farne un Consigliere comunale di opposizione
contro il Parroco, e quindi un Consigliere provinciale che mettesse a spese
della Provincia la Chiatta di Moriglia e di seguito anche un Deputato contrario
alle imposte, ai lavori pubblici ed alle fortificazioni.
Ma il conte seppe rimanere cosí chiuso che le viste politiche ed
amministrative del medico condotto non poterono farsi strada fino a lui.
Il conte Oscar sperò ritrovare pace nel suo vecchio castello; perché le
muraglie di esso, nericce, bavose e lucenti per i passaggi e le dimore delle
bisce, delle lucertole e del salnistro, — i soffitti istoriati ed altissimi, lo
scricchiolare dei palchi e dei tarli, ed il silenzio d'amianto delle sale ampie e
vuote dovevano lenire quale naturale refrigerio i martirî esasperati della sua
anima.
Egli si deliziava dei suoi passi che sonavano in quella calma di polvere
morta appiccicata ai mobili ed agli arazzi del suo castello disabitato. Si sedeva
volentieri sui seggioloni di cuoio fregiato e figurato a stampi secchi, — dai
bracciuoli altissimi; vi si rannicchiava come dentro un confessionale o un
incunabulo da vecchio. E più spesso che altrove egli si riduceva nella galleria
dei ritratti dei suoi antenati.
Ma presto gli spiacque quella tratta di figure disposta in linea orizzontale
che dintornava la sala. E volle tramutarla in una calata che venisse giú verticale
dal soffitto come una polla d'acqua plumbea in una grotta d'atmosfera piorna.
Però conobbe che l'altezza della parete non bastava per quella cascata di
ritratti; onde egli fece buttare giú il soffitto della galleria; e di due sale lunghe,
sovrapposte l'una all'altra in due piani diversi, fece comporre un salone unico,
profondo, che sembrava un androne di mulino o di casa incendiata dal fulmine,
ricetto di monetari falsi.
Adunque sulla parete di quella sala fonda egli fece allogare un grosso rigone
di ritratti, che partendo dal soffitto discendeva in basso fino alla distanza della
statura di un uomo dal pavimento. La fiumana maggiore di quei ritratti era una
catena che gocciolava giú a due figure per anello: un uomo e una donna, o
meglio un conte e una contessa di Moriglia.
I piú antichi conti ossiano quelli piú vicini al cornicione erano ferrei, adusti,
e le prime contesse che stavano loro allato erano severe di volto e di vestiario;
man mano che si calava in giú comparivano e si aumentavano i pizzi, i merletti
e gli altri acconcimi; i volti si facevano piú paffuti, i busti piú panciuti, le
maniche piú larghe, finché si veniva al biancume e al gonfiore boffice e grasso
del settecento: alle figure di panna montata, inaffiata di rosolio. Da una parte e
dall'altra della fiumana maggiore sporgevano a quando a quando ritratti di
arcivescovi e di generali, cadetti della famiglia, senza ramificazioni.
Le screpolature della biacca rosata sui seni delle dame scollacciate
somigliavano spruzzi di sangue disseccato.
Sotto quella colonna grondante di figure il conte Oscar si collocava, ogni
giorno, ad una data ora, con le braccia incrocicchiate. Egli, uomo dal frac nero
e dai brevi solini insaldati del secolo decimonono, dilettavasi cupamente a far
da cariatide alle trapassate generazioni arcigne od ampollose, da cui egli
derivava.
Egli piacevasi a sorreggere sulle sue spalle rimminchionite tutto il ferro
pesante e il fardello di mussola affastellata dei suoi avoli e delle sue bisnonne.
Egli allora stimavasi il punto fermo di una grande linea: stimavasi la
paratoja di un ruscello di sangue gentile, che terminasse in lui.
E perché non si era egli pure ammogliato?
Perché non aveva egli aggiunto a quella catena un nuovo anello: il suo
ritratto dal frac nero e dai piccoli solini del secolo, con il ritratto di una nobile
donna a lui disposata nei vezzi e nella crinolina moderna?
Era ciò forse, perché egli avesse giudicato troppo misero il costume del
nostro tempo, indegno di nozze e di ritratto, indegno di star sotto alle divise
ferruginose e farraginose dei suoi antenati?
No! Egli non si era ammogliato per un'altra semplicissima ragione.

***

Nel mondo presente oltre le professioni di virtú che gli uomini spiattellano
nei libri, nei parlamenti e negli altri luoghi rappresentativi, eglino usano
squadernare una professione di vizio nei colloqui amichevoli e specialmente
sul finire delle cene. Cosí l'eterna dualità del bene e del male si è scompartito il
mondo: alla finzione del bene le biblioteche e le Camere Nazionali; alla realtà
del male le osterie e i luoghi affini. Per spiegarmi con un esempio, quasi niun
scrittore oserebbe dentro un libro dichiararsi immorale e scettico in fatto di
donne: e parimenti quasi niun scrittore posto dentro una trattoria fra una
brigata di amici, in cui si sfrottolassero delle avventure amorose, oserebbe
passare per un fedele credente e minchione sul conto delle donne, rinunziando
ad inventare e a spifferare la sua avventura peccaminosa.
Or bene certe volte basta il sentire una professione del vizio fatta
privatamente ed anche a modo di celia da una persona autorevole, perché si
avveleni l'anima di un giovane.
Questo era incontrato al conte Oscar. Egli a diciott'anni dopo un pranzo
impiallicciato di tartufi e irrigato di vino di Borgogna aveva orecchiato in un
crocchio di pezzi grossi ciò che diceva il conte Amelito, suo zio, uno fra i
diplomatici e scrittori e caratteri piú diamantini che vantasse il Piemonte a quei
tempi.
Lo zio conte Amelito contava delle cose rosse, rosse, cosí rosse da far
arrossire il tabarro del Diavolo; il quale, come si sa, in luogo di peli è contesto
di tante linguette del fuoco infernale.
«Vero? proprio vero?» domandavano gli astanti al conte Amelito, frizzando
di piacevolezza e di curiosità.
«Diamine!» rispondeva serio il conte Amelito. «Non sono mica cosí
cordone da mandare ad un altro cacciatore le quaglie che capitano sotto la mia
passata...»
La immoralità del dopopranzo dichiarata allora dal conte Amelito rese
immorale e scapolo il conte Oscar suo nipote per tutta la vita.
Venutogli addosso il patrimonio di sua madre, egli si ricordò di ciò che
aveva sentito dal grande uomo suo zio; montò a cavallo dei suoi milioni, e
corse per il mondo a cacciare quante quaglie gli cadevano a tiro. Egli avrebbe
tolto di ingojare un macigno piuttosto che rendersi schiavo per tutta la vita alla
fede di una donna.
Finalmente un giorno, dopo la comparsa di molti peli argentini nella sua
barba, egli si accorse di essere orribilmente solo; e lo assalse la rabida
malinconia che abbiamo detto sopra, ed egli venne per curarla al suo antico
castello di Moriglia.

***

Quivi alla sera egli andava a poggiare i suoi gomiti sulle ringhiere dei suoi
balconi.
Una sera dal balcone di ponente guardava i gelsi nella campagna.
Essi si vedevano da principio isolati ad uno ad uno spargere i loro ombrelli
sul colore di caffé tostato della terra grassa. Poi si accozzavano in lontananza,
quindi si asserragliavano vieppiú fino a che formavano una sola macchia bruna
alle radici delle Alpi.
Allora il conte disse a sé stesso: «Quei gelsi non sanno mica di formare una
sola famiglia agli occhi di chi li guarda da lungi. Cosí gli uomini individui
senza saperlo sono famiglia per il filosofo che li guarda dall'alto. Cosí altre
famiglie di erbe e di piante differenti si arrampicano sulla montagna; e l'una
lascia il posto all'altra, fino a tanto che si arrivano i sassi brulli. Cosí forse agli
occhi di Dio sono famiglie i soli e le stelle. E tutte queste famiglie si
perpetuano con le nozze e con l'amore. Io solo, povero conte Oscar, povero
vecchio, sono rimasto senza famiglia, sono rimasto senza nozze, senza amore!»
Passò un frullo di passere sotto il balcone di ponente. Quel frullo cagionò al
conte un freddo sotto le ascelle, ed egli dal balcone di ponente si trasportò su
quello di mezzogiorno.
Frammezzo ai fusti delle albere sublimi si scorgevano delle gaggie terragne,
e poi la lama del fiume che specchiava le colline rese malinconiche ed ombrose
dalla sera, e prima del fiume i campi trincettati a prodaje e a peluzzi di
vegetazione, e sulle strade i contadini e le giovenche e gli aratri che tornavano
al villaggio, e sembravano, visti dall'alto del balcone, insetti che bulicassero
nella segatura. Eppure erano una vita! Mentre nel sangue del conte girava la
tetraggine morta della solitudine e della noja.
Passò un circolo di rondini sotto il balcone di mezzogiorno, le quali, quasi a
farlo apposta, cigolarono tutte insieme ad un punto, quasi radendo le braccia
del conte. Quel cigolío lo trafisse come fossero stati vagiti di bambini.
Il conte andò al balcone di oriente. I tettimi delle casipole rusticane erano
del colore dei topi di campagna. Egli aveva gli occhi invetriati di lagrime ed ai
suoi occhi acquosi quei tettimi parvero muoversi ai piedi del castello. Parvero
sorci che ballassero ritti e affannati dalla fame intorno a un sacco o a un buratto
di farina.
Scappò sul quarto balcone del nord.
Quivi la veduta gli si allungava. Un filare di ontani gli condusse il pensiero
a stancarlo.
Poi venne in lontananza la fumèa di una locomotiva a vapore, che pareva
uno strascico lento di lenzuola funebri sopra una distesa geografica.
Annottò. Giunsero da ultimo i pipistrelli con il loro brancolío cieco, aereo,
viscido e velocissimo.
Il conte Oscar si ritirò dall'ultimo balcone, visitò la pozza, in cui colava la
troscia dei ritratti di famiglia, quindi andò a coricarsi. Ma non poté chiudere gli
occhi al sonno in tutta la notte. Sentiva nella sua stanza buja il frullo delle
passere, il cigolío delle rondini ed il brancolío cieco, viscido e velocissimo dei
pipistrelli, oltre l'agitarsi affamato dei topi. A lui nel letto pareva avere le
braccia posate sulle maniglie dei balconi. Sotto le sue braccia passavano quei
volatili e semoventi. Essi avevano teste di donne da lui conosciute in sua vita,
— con occhi di pianto, di disperazione e di imprecazione, occhi che l'avevano
trafitto sopra pianerottoli, in stanzucce ed alcove lontane. Ed egli non aveva
afferrato perpetuamente, e non poteva piú afferrare niuna di quelle teste di
donna. Egli aveva rotto la Legge che la Natura assegna agli uomini ed ai
colombi; la fede ad una compagna. Egli era infelice, solo, diserto, perché aveva
peccato contro la Natura. Non c'era piú rimessione per lui.
Sentiva fra le braccia delle curve muliebri, lineate dallo stesso dito di Dio
onnipossente; e gli sfuggivano per sempre. Vedeva delle donne riverse per
terra che non poteva piú rialzare. Sentiva dei vagiti di bambini che non poteva
piú chetare. Sentiva nelle mani le lacrime frigide che vi avevano deposto,
attaccandole con un bacio, fanciulle e donne bellissime e derelitte in un ultimo
addio. Poi quelle lacrime gli vuotavano le mani; salivano in su, e quindi gli
gocciolavano addosso dal soffitto, come dalla vôlta di una grotta umida e
calcinata; e gli percotevano le occhiaje, e vi lavoravano un tuorlo rosso, come
fanno le visite notturne dei ragni.

***

Il giorno dopo il conte Oscar era di nuovo sul balcone di ponente. Il grande
disco del sole, l'ostia santa dei poeti scendeva in Francia lentamente dal
cucuzzolo di una montagna. Il sole calò, affondò, sparve: ma correvano ancora
i suoi raggi sui profili delle montagne a rifilarli con nuove forbiciate nette e
fresche, olezzanti del taglio. Mediante il contrasto degli orli lucenti le Alpi
occidentali si distaccavano dal cielo: erano cavalloni e marosi che si
avanzavano nel piano spumeggiando con il loro dorso infiammato. Le
montagne del settentrione prive dei profili solari, quasi si mischiavano con il
cielo: erano un debole screzio di azzurri, un duello affiochito fra un azzurro di
colomba livia e un azzurro di amido.
Ad un tratto il conte Oscar vide comparire sul fastigio di montagna, donde
era calato il sole, — vide comparire al posto dell'astro inabissato un miracolo
di fanciulla, una vera fanciulla, improvvisata di tutto punto, che si vedeva
precisa a una lontananza miliare, come fosse stata lì a due braccia distanti.
Il conte Oscar si sentí tirato magneticamente a dare un amplesso e un bacio
a quella fanciulla per lo spazio chilometrico.
Era una fanciulla composta e pasciuta di rugiada, di rose e di brilli di sole.
Ma — strano spettacolo! — la fanciulla si mosse essa stessa dalla sommità
della montagna, e si avanzò verso il balcone del conte. Egli spaurito scappò
verso il balcone di mezzogiorno: ma anche lí si trovò dinanzi la sua fanciulla,
la sua maraviglia, eretta sulle colline e specchiantesi nella spera del fiume.
Trasalí e si precipitò sul balcone di oriente, e ancora lí vide la fanciulla, — la
vide come una immensa statua della Vergine porre i suoi piedi sopra una
mezza luna di argento fra le casupole del villaggio. Egli fuggí sull'ultimo
balcone del nord, e vide la incessante fanciulla camminare alla volta di lui sulla
riga del fumo della vaporiera, e poi apparire sulla fila di ontani cosí lunga da
straccare un cervello.
Allora il conte volle nascondersi nella galleria dei ritratti. E quivi trovò la
sua apparizione quietamente ritta in mezzo alla sala profonda. Ella conversava
con una dama del settecento pomposa, vaporosa e fragrante per fiocchi e nimbi
di cipria, come uscisse dal Mattino del Parini. Quest'ultima pareva la mamma
defunta del conte Oscar.
La fanciulla era vestita di bianco perlato: aveva un viso di cielo, i capelli
biondi da paradiso, una corona cristallina in testa. — Era una bellezza
armonica, sottile e trasparente. Era una idea che ne dicea mille. Diceva: Io sono
diversa da tutte le altre. Diceva: Oscar, vieni a me, non piangere, non peccare!
Sii buono! Sii felice!
La mamma del conte Oscar le pose le labbra sulla fronte e la salutò nel
mormorio di un bacio: Mia bella sposina!
Il conte si mosse per avvicinarsi a quelle donne fantastiche, ma esse
sparvero per la scalinata dei ritratti di famiglia. Un brivido di luce illuminò la
litania dei ritratti. Essi crocchiarono, strepitarono come la molla di un dito di
acciaio ne avesse sollevate forzatamente le estremità, per farle ricadere,
ripercuotere e risonare sulla parete.
Il conte affisò fulmineo il ritratto di sua madre. Esso era a suo posto, e la
figura non era sgattajolata via come nei romanzi tedeschi.
Il conte Oscar dimorò un pezzo intenebrato e scivolante sulla pallottola
liscia e sdrucciola che s'avvoltola nel dubbio fra il sogno e la realtà. Poi
vennero quasi una mano e una spada subitanea a strizzargli, a purgargli
l'atmosfera e a tagliargli netto di testa il farnetico. Allora a un guizzo di luce
strigliata egli vide gli screpoli delle dorature, i foricini dei tarli nelle cornici dei
quadri, le macchie umide ed unte del soffitto, e gli squarci spenzolanti e
impolverati degli arazzi, nella loro arida e sciocca realtà, scevra del fumo e
della vita, che dà il vagellamento.

***
La verità si era, che pochi mesi prima di morire la mamma di Oscar gli
aveva detto: «Rendi felice te e tua madre con lo sposare tua cuginetta
Gentilina.» Gentilina era un profilo severo e dolcissimo di marchesina, a cui il
piú provetto vagheggino si accostava con palpito di soggezione. Pareva una
cosa collocata sugli altari, circonfusa di quell'ombreggiamento mistico e
vaporoso che hanno le nicchie dei santi. Il giovane piú morigerato in faccia al
Parroco e che fosse uscito allora dal sacramento dell'Eucaristia, pure,
nell'accostare la sua sedia a quella di lei sentiva ancora il bisogno di dare una
lavanda alla sua anima. Gentilina spauriva tanto i baldanzosi e i leggieri, che
pretendono al monopolio dell'innamorare, quanto gli scettici che si vantano e si
impuntano di non credere e di non amare mai. Essa invitava ed attraeva in
un'orbita di purezza e di famiglia anche coloro che non avevano mai pensato
alla purezza, ed erano stati fino allora senza famiglia. Oscar sentivasi tirato a
lei; e quando le si accostava, pareva ricevesse nell'anima una falda di luce che
tutto lo rischiarasse. Pensò, sognò, sospirò un bacio di lei, come i bambini
pensano, sognano, sospirano il Paradiso. Ma poi l'eco delle vanterie del conte
Amelito vinsero l'attraenza della marchesina, ed Oscar, dato uno strattone al
suo spirito, scappò a viaggiare lontano per rompere i vincoli e fuggire
stoltamente i pericoli della fede, dell'amore e della famiglia. La madre morí
senza godere quella felicità che si era ripromessa. Morí Gentilina ed Oscar
girovagò da disutilaccio per il mondo.

***

Quando non era piú tempo per lui di averla in realtà il conte Oscar vide
Gentilina in fantasima; e disse focosamente a se stesso:
«Se io potessi riassumere la mia gioventú! Se io potessi ancora far mia
Gentilina! Nemmanco un esercito, nemmanco una macchina dinamosi
varrebbero a dispiccarmi da lei. Perché in questo mondo vi sono donne e
donne: e fra donna e donna c'è di mezzo il mare. Vi sono donne sciagurate che
ci fanno perdere la fede e l'ideale; e ci sono donne tutta purezza, tutta bontà,
tutta famiglia, che asciugano, consumano ed annichilano intorno a sé il vizio
come la grazia divina strugge il peccato. Non v'è spirito del male cosí
gagliardo e cosí riflesso, che osi spingere le sue spire fino sulle capigliature
soavi di questi angeli benedetti. E se io ritornassi giovane, se io possedessi
realmente nel mio castello il lampo delle braccia e del bacio di Gentilina, io
crederei nel bene, io lo farei il bene: perché io avrei in Gentilina un premio e
una asseveranza di Dio: sarei capace di diventare martire della mia fede io che
non ho mai fatto nulla per il mondo e non mi sono nemmanco scomodato per i
miei simili a farmi inscrivere nelle liste degli elettori politici ed amministrativi.
E per fare il bene, per dare lavoro, scuole, dignità, ponti, giustizia a questi
poveri che formicolano nelle catapecchie da basso, io che finora fui nemico
giurato e spericolato dai fastidi, io sfiderei le brighe, le izze, mostrerei il petto
ai coltelli dei libellisti assassini... E farei di piú... Io che ho viaggiato come un
ciocco strascicando la mia noia immensurabile e spargendo per il mondo la mia
bile tetra... Sí, io sento pure qui dentro un'immagine di bellezza che ondeggia
nella brughiera della mia testa fra l'idillio di Teocrito che ho studiato nelle
scuole e le commedie di Coppée, che ho viste recitare all'Odéon di Parigi...
Ebbene, sento, che se io avessi legato alla mia vita il sorriso di Gentilina, io
quel tipo di beltà non l'avrei sfatato né sciupato, ma l'avrei raffinato nella mia
mente, e poi avrei tentato di pubblicarlo a sollazzo de' miei simili, e sento che
adesso per una sola carezza di lei, di cui ho sete, forse verrei in sí grande forza,
e in tanto ardire da balzare quell'immagine con una botta potente molto innanzi
nell'avvenire... Per lo contrario, senza nozze, senza Gentilina io non ebbi e non
ho voglia né lena di fare il bene e nulla di nulla. Sono disamorato verso questa
razza dei miei simili, a cui non mi unisce piú niuna trattina, e in mezzo a cui mi
trovo pigiato per forza. Io sento, perché sono vecchio celibe, che se fossi
professore, godrei diabolicamente nel dare la palla nera agli scolaretti ragazzi
degli altri. — Io non provo niun dolo nello attossicare e far marcire le nidiate
di questi campagnuoli a me sottomessi, accerchiandoli, come faccio, fra le
esalazioni e le filtrazioni delle mie risaje prossime ai loro usci. Per una
famiglia, in nome di una famiglia sento che avrei serbato ed aumentato
ordinatamente le ricchezze della mia schiatta; ed invece senza famiglia, senza
amore, senza Gentilina io lasciai scioccamente e ignominiosamente rosicchiare
le sostanze di mio padre e di mia madre dagli strozzini e dalle triste... Eppure,
benché decimato nel mio avere, sento già per giunta la pesta e la calca dei miei
giovani cugini, i quali mi rondano intorno, taciti, sulla punta dei piedi, —
sperando che io non li avverta, — ad annusare il mio cadavere e le reliquie
della mia eredità.»

***

Da quella sera in poi, sul chinare del giorno, sempre apparí dinanzi al conte
Oscar Gentilina la fantasima, ogni qual volta egli si affacciò ad uno dei quattro
balconi del suo castello; ché ella sempre veniva a lui da tutti e quattro i venti
cardinali. Poi egli la trovava tutte le sere ritta nello sprofondo della galleria dei
ritratti, vestita di bianco, mentre essa riceveva sulla fronte il bacio della madre
di lui, pavonessa del settecento.
Insieme con la fantasima Gentilina, il conte Oscar visse ancora nel suo
castello dì Moriglia mesi quattro, giorni otto.
Però in questo mezzo tempo, oltre la veduta del suo fantasima gentile, egli
continuò a sentire di notte nella sua stanza la folata delle passere, il
brancicamento dei pipistrelli, il ciucío dei topi e il pigolío delle rondini pari a
guaiti di lattanti.
E per scongiurare quelle malie, egli non trovava modo diverso fuorché
mandare per la posta delle somme enormi ed anonime alle donne superstiti fra
quelle da lui conosciute. Queste creature erano oramai diventate impasti di
baffi, di rughe e di cartapecora attanagliata dai solimati e dall'acqua forte;
dapprima attrici e poscia portinaie dell'orgia.
Nei giorni, in cui il conte aveva accomandato ad un vaglia postale il silenzio
di un rimorso, — egli alla sera, appoggiato alla ringhiera di uno dei suoi
balconi, riceveva immancabilmente per l'aria diaccia e sardonica la quietanza
delle somme anonime, che egli aveva spedite. Quelle quietanze erano
sghignazzi di popolo, che poi per cortesia si faceva serio al suo comparire,
erano sarcasmi echeggiati di lontano, erano versi dispettosi di cuculo, che cova
nel nido altrui.
Né per quante somme di danaro egli inviasse qua e là, il conte Oscar poté
mai cessare dintorno a sé quelle fattucchiere, che avevano preso ad infestarlo
di giorno e di notte, imperocché fino al suo ultimo respiro gli dimorarono
sempre nelle orecchie pianti di neonati, — e le parvenze di ossicini
scricchiolanti gli danzarono davanti la fronte.
Il conte Oscar andò via dal suo castello di Moriglia e da questo mondo,
lasciando sbrandellato il suo patrimonio fra le vecchie streghe, a cui mandava
in vita i gruzzoli anonimi, e lasciando per testamento ai giovani del pubblico il
motto biblico: Guai al solo!
Paolo Valera

da: GLI SCAMICIATI. Seguito alla Milano sconosciuta


(Milano, G. Ambrosoli & C., 1881)

ASCIATA
Assez de mensonges! il est temps
des faire de ouvres de verité.
Zola.

Ogni qualvolta ci tocca leggere in un giornale o in un libro, che l'autore ha


vissuto ai fianchi della plebe, per provare ch'egli è saputo in materia, un fiotto
di rabbia ci scappa dal labbro.
Bisogna averla avvicinata, esser disceso nel sottosuolo, saperne i costumi,
le sofferenze, i digiuni, le ingiustizie. Bisogna aver vissuto con lei; aver
riposato sullo stesso capezzale di granito o di paglia, aver indossato gli stessi
cenci, essersi riscaldato al gran fuoco comune: il sole. Bisogna aver provato il
pungolo della fame sotto il cielo inondato di luce, tra gli uccelli che si cibano
liberamente innanzi alle risorse della natura; bisogna aver pianto tra un
mondo di gente paffuta e allegra e brilla che passa e ripassa sotto agli occhi,
quasi, insulto, quasi scherno alle budella che rumoreggiano sordamente....
Bisogna insomma aver attraversato tutte le vicissitudini che rappresentano
la lunga catena del martirologio plebeo che di anello in anello va a lambire i
piedi del boia.
Fuori di questa condizione, non si possono dire sulla «canaglia» che
menzogne, buaggini, asinerie; non si possono scrivere che romanzi.
È del resto un pervertimento generale.
Un giorno leggi gli orrori che desta un uomo che muore sul letto di una
bagascia, quasi gli accidenti non potessero amoreggiare nei postriboli. Poi
raccapricci alla narrazione di un ubbriaco, sul quale l'umano scrittore, con
parole sdegnose, invoca la protezione della legge, per fare di un uomo onesto,
un padre disonorato e un maritò perduto per sempre.
Un altro giorno è la stupidissima società zoofila, che teneramente versa
lagrime sulla groppa di un somaro e piange innanzi a un mulicidio o a un
bovicidio o a un gatticidio, per poi cibarsi tra le pareti domestiche, di polli, di
lepri, di tordi, di pesci, di manzo, di vitello, di maiale....
Un altro giorno ancora è una tirata contro un povero diavolo che spezzò il
filo della vita per rispettare la roba altrui, citando ad esempio un Quasimodo
per soprassello cieco, e un Uomo che Ride senza gambe, i quali perdurano
coraggiosamente sul sentiero della miseria nera.
Poi vengono i fulmini contro le innominabili scellerate Perdute, ch'escono
dall'antro ad attentare alla castità degli uomini e a confondersi colle oneste.
Capperi! Poi una requisitoria contro il selvaggiume dei mastini di pubblica
sicurezza. Poi.... una pugnalata nella schiena di coloro che snudano
crudelmente le turpezze sociali, chiamandoli immorali e peggio, quasi la
flagellazione del vizio fosse il vizio stesso!... Ah! ah! Poi...
Una menzogna continua.... L'ipocrisia che si cammuffa e siede
trionfalmente sul trono della verità.
Ma è tempo di spazzare le piazze di codesti farabutti, che sotto il manto del
filantropo, di gente che darebbe il sangue pel benessere dei tribolati, si
nasconde la feccia sociale, l'ulcera che infetta tutte le istituzioni.
Sbarazziamoci di codesti bugiardi umanitaristi, ruffiani del popolo, che
educano l'operaio all'egoismo del mutuo soccorso e suscitano in loro l'acre
voglia di diventare proprietari di case, per ridurli tiranni alla loro volta delle
classi misere.
Riduciamo al silenzio codesti sciocchi predicatori, che bandiscono dall'alto
dei teatri la pace, la fratellanza, solo per allietare le loro orecchie dei sonori
battimani che ingenuamente prodiga loro una turba credulona.
Abbominiamo tutto quel ciarpame di pennaiuoli, di latrinisti, di mascalzoni
in cappello a cilindro che brucia l'incenso sulla bara dell'uomo che ha saputo
mettere in serbo 100, 200, 800 mila, un milione, dieci milioni di lire, grazie a
scandalose operazioni, per poscia scagliarsi contro il poveraccio che ha
rubato venti centesimi di pane.
Sputacchiamo in viso a tutti codesti miserabili — assassini mancati — che
svillaneggiano pubblicamente la venditrice di deliri carnali, per poi andare da
lei, di soppiatto, a saziare gli appetiti libidinosi. Ma non sono esse forse che
salvano le vostre figlie e le vostre mogli dalla furia degli uomini?
Smascheriamo quel branco di arfasatti che sbraita al vandalismo pei
ricami fatti dall'edera sur un marmo vetusto, per poscia rimanere muto come
gli edifici che vorrebbe salvaguardati dalla tempesta del tempo e dalle
maledizioni degli affamati, innanzi ai paria della società anonima, cui la
scelleraggine degli azionisti ingrassati, considera ancora meno dei
quadrupedi.
Il pervertimento è del resto generale.
Non si cerca già di prevenire il così detto delitto, ma di punirlo. Tutto
l'ingegno degli omenoni sta nel civilizzare i mezzi di tortura, per non
guadagnarsi la fama degli Arbuez. Ma tra questi e quelli quale differenza?
Siamo sinceri. I Torquemada strozzavano il corpo con orribili ordigni, lo
bollavano a fuoco, lo mutilavano anche, ma poi lo abbandonavano alle lingue
gialle che rapide si innalzavano al cielo colle ceneri della vittima.
Tutto era finito.
I contemporanei del XIX secolo invece non ti buttano addirittura sul rogo.
La vittima serve loro di giocattolo come il gomitolo di refe tra le zampe del
micino. Non le lasciano mai vomitare l'ultimo buffo di vita.
Leggete i codici vecchi e nuovi, compulsate la legge sulla Pubblica
Sicurezza, penetrate negli anditi spaventevoli della questura, passate dal
banco degli accusati della Pretura urbana a quello del Tribunale
correzionale, per fermarvi nella gabbia della Corte d'assise; alloggiate nelle
carceri cellulari e in tutte quell'altre case così dette di correzione; passate
qualche anno a domicilio coatto, gustate le dolcezze del silenzio continuo in
un ergastolo o del lavoro forzato in un bagno, e vi persuaderete che i primi
valgono gli ultimi.
Animati da questi principi, che non ci porteranno sicuramente fortuna, in
questi tempi in cui la verità è impunemente schiaffeggiata, e senza alcuna
velleità letteraria, poichè non desideriamo aggregarci a nessuna di quelle
chiesuole che si acciuffano per questioni di campanilismo e gridano al
parvenu, come i vecchi idealisti, il vade retro satana, pubblichiamo Gli
Scamiciati, lavoro modesto, ma che riuscirà, speriamo, di una verità
straziantemente vera.
Sono lagrime raccolte, gemiti ascoltati, anatemi scagliati insieme; è
l'odissea di una banda di ladruncoli che incomincia a discutere, a smelmarsi,
insorgendo contro tutto questo mondo di vigliacchi che percote e vitupera,
assassina e distrugge.
È in una parola la detronizzazione della logica borghese. Ovvero sono gli
straccioni che sbucano dalla cloaca per prender posto al banchetto della vita.

P. VALERA.
Milano, Novembre. 1880.

I.
A BORDO.

Dimentichiamo il grosso sobborgo di Porta Ticinese, popolato dalla


canaglia che smagrisce lavorando; chiudiamo gli occhi sulle appariscenti
miserie svolazzanti dai poveri davanzali e ristiamo sul colonnino miliare dove
pur sosta el Barchett di pover, decrepita, unica galea, che nè venti, nè tempeste,
nè furie, nè progresso hanno potuto sommergere.
Quante memorie ci ripullulano nella mente alla vista di quel sicuro,
sdruscito navilio di Boffalora! Quante rimembranze di compagni di viaggio
non riveduti più mai; quante novellette ascoltate nel silenzio lungo le serate
d'inverno, e quante lagrime sgorgate alla narrazione di pietose storie, ignorate
dalla geldra borghese, che crede sanare le sventure dei pitocchi, dando
pubblicamente due lire....
E tu, vecchio timoniere dalla faccia sparuta, dalle braccia secche, che, dopo
due ore di cammino, venivi in volta, colla basletta, illuminati da un moccolo di
sego a riscuotere i trenta centesimi; e tu, cicchettaio ambulante che, celiando,
ci inaffiavi l'arsa gola di grappa; e tu, sbilenco cantastorie, che intonavi la
dolce canzone più in voga, mentre placido scorreva il navilio; e voi mammose
forosette dai fianchi poderosi che ammiccavate dell'occhio, malgrado quel non
so che di pizzicore che colava dalle vostre vesti; e voi tutti girovaghi, servi
della gleba, rifiuti delle ferrovie, dove siete, perchè non vi veggiamo, faccie
amiche?
Ohimè! più non rimane di voi che questa sciancata carcassa, testimone delle
nostre corse, ricordo delle nostre risate, cenacolo delle nostre miserie.
— A vooooooooo! è il lungo prolungato segnale del vecchio navichiere, che
annuncia la partenza.
L'eco di quella voce che andava perdendosi nello spazio, udita nel silenzio,
ti suscita una dolce mestizia. Ti pare di essere lì lì per abbandonare una terra
che abbomini e adori ad un tempo; un luogo di ricordanze dolorose e care; un
paesello che ti ha veduto piangere e gioire; una capannuccia ove ogni pietra è
una pagina della tua vita.
Il navilio incominciava a urtare alla sponda, quando una banda di disperati
nel vero senso della parola, al trotto, con fuori tanto di lingua, braccia alzate,
avvertiva che la si aspettasse.
— Malandrini, vocia il leader del drappello, in riga!
— Battelliere, siamo in trentuno, quanto vuoi a caricarci?
— Dove scendete?
— A Castelletto.
Li squadrò dalla testa ai piedi, poi coll'indice sulle labbra disse:
— Non ho posto per tutti.
— Non badare al posto. Ci sdraieremo sul tetto, sederemo sulle punte, sui
margini, lungo il remo se vuoi. Quanto dunque?
— Trenta centesimi a testa.
— Totale?
— Nove e trenta, risponde uno della comitiva.
— Malandrini, vuotate le saccoccie. Dieci, venti, ottanta, cento. Uno, due,
tre, quattro... ahi, ahi. Non abbiamo che cinque lire; bastano?
— Hum! non ne avete altre?
— Frugaci sotto le ascelle, tra le dita dei piedi, in bocca; battici il ventre
come farebbe un agente di questura, quando vuol accertarsi che non abbiamo
ingoiato nulla di prezioso. Ciò che rinvieni è tuo.
— Malandrini, al posto!
In un baleno la brigata prese d'assalto la barca. Il carico era completo.
— A vooooooooo!
Trentuna bocche innalzarono quel grido, come una scarica di pelottone che
esplodeva e saliva morente al cielo.
Il navilio era in moto.
Sulla vaporiera di Watt, tutto passa come un sogno: vedi e case ineguali e
pali altissimi e quercie annose e campi e colline e vigneti e giardini pensili e
uomini e buoi e vacche e pineti che ballano o si inseguono accidiosi o si
precipitano divorando la via.
Sul Barchett di pover, tutto invece è calmo, solenne; la natura ti si presenta
come in uno specchio: e ammiri l'azzurro del firmamento e il verde dei piani e
la nuvolaglia che s'accalca quasi cencio sopra cencio e gusti la frescura e il
canto degli augelli e il fremito carezzato delle foglie e sorseggi a larghi
polmoni quel complesso ossigenato che è la vita.
In quella è il ministro, l'affarista, l'epulone, la dama, la biche che volano in
cerca di nuove speculazioni, di nuovi piaceri, di nuove emozioni, di nuovi
amplessi.
In, questa è il mendico, è il masciader (venditore ambulante di scapulari,
agnus dei, aghi e bottoni di camicia), è il lôcch, è la servente, è il senzascarpe,
è il senzacalzoni, è il paesano; gente tutta istupidita dalle sofferenze che non
aspira più a nulla, perchè ovunque per essa non è che una cosa di sicuro: la
fame.
Addio, città della busecca, dove molti muoiono per mancanza d'alimento e
molti d'indigestione, nota a chi è cresciuto nel tuo grembo e ti ha cercato
invano un boccone di pane; case misteriose dove la prostituzione clandestina
s'alterna colla pubblica, addio!
Addio carceri criminali, addio S. Vittore, addio S. Antonio, tetri luoghi ove
sedendo sul pavimento o sul pagliericcio, con un pensiero occulto, s'imparò a
distinguere dal rumore dei passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un
misterioso timore, quello del secondino. Addio dô Cassineit, carbona (pagliaio
o anche casa) dove tante volte venimmo brutalmente svegliati e brutalmente
ammanettati da un biss (questurino) sciagurato; addio Roncoroni dalla faccia
argillosa, addio liberalonzolone Turri (1) addio Cugnoni, addio Dondina, addio
ôm de brasciada, addio Pungolista(2), addio tutti grossi e piccoli poliziotti, che
ci addoloravate colle strenciose (funicella ad uso manette) e colla noiosa
(sorvèglianza), addio! E a voi pure, aule dove Temi vende a così caro prezzo la
ingiustizia, addio!
Tali e non diversi dovevano essere i pensieri di quel drappello, mentre la
barca si andava allontanando dalla città delle vergogne sociali.

II.

Chi dei lettori ha avuta la sventura di leggere quel semenzaio di menzogne


che è la storia sacra, sa, presso a poco, come è tagliato el Barchett di pover,
scimiottaggine di quello che salvò il più grande degli ubbriaconi: Noè.
È un grosso barcone tutto a fessure che si aguzza alle estremità
convergendosi e fa pancia smisurata nel mezzo, ove sorge una casettina sucida
dalle continue carezze dei passeggieri, foggiata come quei bijou svizzeri,
bucata alle pareti e agli usci, per lasciarne uscire il fetore condensato dalle
trasudazioni di quaranta viaggiatori, ivi pigiati come acciughe su quattro
panche gibbose.
Ai 31 di maggio 1879, el Barchett de Bufalora, sembrava tramutato in una
di quelle galere che solcano i mari, cariche di galeotti.
Dentro contadini e contadine di Corsico, Gaggiano, Castelletto,
Abbiategrasso, Robecco, Magenta e Boffalora, muti, terrificati; fuori all'ingiro,
al disopra, una ciurma indisciplinata, sghignazzante, che metteva sossopra,
rumoreggiava, cantarellava, ciaramellava, sacramentava.
I santi e le madonne, dio e l'angelo custode, erano fatti segno ai più sconci
epigrammi.
Satana doveva esultare dalla sua fornace.
Quanta gioventù distrutta, quante braccia rese inutili dall'insipienza dei
legislatori! quanti giovani fatti malfattori... da chi? Dal caso? dalla società? dai
costumi? dalla tendenza al malfare o dalla imperiosità delle circostanze? Tutte
queste domande ci s'affollavano come tanti problemi. Erano eglino esseri
spregevoli o meritavano la nostra compassione?
Il maggiore di quegli sbracati aveva venticinque anni, il minore tredici.
Chi erano, dove, andavano, cosa facevano?
— Malandrini, grida dall'alto del tetto il capo: buttee in mar i calcôs
(scarpe).
Ciaf, ciaf, ciaf, ciaf, ciaf; in due minuti le ciabatte erano sparite nelle
profondità esplorate del naviglio:
— Ovéj, vardée la gerbosa! vardée el marinar!
Erano un'oca e un'anitra che se la sguazzavano, tuffandosi e rituffandosi alla

1() Due ispettori di P. S.


2() Agenti di P. S. appartenenti alla squadra volante.
superficie.
— Voi, cèrchegh al vasco che ve fiancheggia (colui che si distingue
dall'abito di un miserabile) una cicca.
— Ej, el ga minga un mocc?
— Volentieri.
Chi ce lo chiedeva era un bellissimo giovane, dagli occhi neri, dai baffetti
nascenti e biondi, largo di spalle, in carne, piantato su garretti saldissimi.
— È anche lei della comitiva?
— Perbacco! Pare loro impossibile di vedermi in questi panni, nevvero?
— No, ma...
—Via, via, ormai ho buttato l'ultimo rimasuglio di vergogna. Si sa bene che
sono cose che capitano ai vivi. Oggi si pranza coi piedi sottotavola e si fuma e
si prende magari il thè; e due mesi dopo, non si è più ricevuti neppure dal bois.
È l'altalena continua, eterna di chi non ha nulla di solido al sole. Ehn?
E sorrise.
Ho fatto tre anni il giovine di caffè, nel negozio sull'angolo di via Pioppette,
ho cambiato i miei abiti con questi laceri prima di riuscire a trovarmi un altro
padrone e sono passato dalla locanda del Berini alla cascina di dô Cassinett.
Come vedono la mia storia è semplice, breve. Ora sono un lôcch, come tutti gli
altri.
— E siete avviati?
— A fà el monda ris in Piemont.
— Tutti?
— Tutti, compreso il capo che non è meno spiantato degli altri e al quale
abbiamo concesso di farci da guida, perchè è la seconda volta ch'el va in
risera. Vera Nosett?
— Alter che vera! Sont el barlettée (colui che porta l'acqua) de la risera,
mi!
Strano! I malviventi che vanno in cerca del lavoro più faticoso che mai
fornisca la campagna! per cosa? Per una così miserabile mercede? Ma dunque
non è vero che non abbiano punto voglia di lavorare, che rubino per vezzo, per
fannullaggine, come pretenderebbero far credere certi dottoroni che parlano di
tutto, specie di quello che non sanno?
Ma dunque è una menzogna che gli spiantati siano vagabondi per elezione e
che preferiscano il pane rubato a quello guadagnato colla fatica delle braccia?
Ci perdevamo in congetture.
— Dica, signor No...
— Nosetti, è il mio cognome.
— È sicuro di trovar lavoro per tutti?
— Nella Lomellina? Ce ne fossero! Tanto non è già un mestiere che
accomodi a molti.... Sul mercato arrivano ogni giorno dei reggimenti di uomini
e di donne e di fanciulli e di ragazze, come se la tromba del giudizio universale
li chiamasse in quei luoghi. Con loro arrivano pure i sensali incaricati dai
fittabili e dai proprietari, di negoziarli e di condurli sul sito. Appena accordati
sulla giornata, salgono sulle carra, e via cantando allegramente come se
andassero a una sagra.
— Siamo un poco curiosi. E si guadagna?
— I ragazzi che non abbiano più di tredici o quattordici anni, una lira e
centesimi 10; gli uomini, una e trenta e le donne centesimi 70.
— Poco.
— Pochissimo, dico io. Si figuri che si incomincia ai primi albori, e si
smette a notte fatta. Loro non possono immaginarsi quanto sia faticoso quel
terricurvo continuo, senza posa, là sprofondati nelle acque sporche fino al
ginocchio, talvolta più in su, saettati da un sole che brucia, punti dal ghiaa
(pungolo) del villano incaricato di non lasciar tregua ai lavoratori.
— È orribile! Dica: i fittabili hanno poi da alloggiarli tutti?
— Ammonticchiati sulla cascina, sull'aia, nelle stalle. E un pèle-méle di
sessi, di età, di carne.
— Sa anche il francese?
— L'ho imparato al Criminale, mercè le lezioni di un professore di lingua,
condannato per falso documento, a tre anni di quella beatitudine. Del resto so
appena leggerlo.
— Fumate, caro Nosetti?
— Chi di noi non fuma? Grazie.
— Ma in quella confusione.... Scusi, avvengono forse... dei
congiungimenti?
— Altro che congiungimenti! Chi resiste, quantunque stanco, alla
prepotenza degli stimoli, quando sente il caldo dei polpacci della rubiconda
fanciulla dei campi? Chi sa rinunciare a quelle voluttà inaspettate, più care, più
appetitose che non quelle che gustano loro signori nei boudoirs colle cocottes,
come diceva sempre il mio povero amico professore? Ciascuno rappresenta la
calamita che attrae. L'uno si trova nelle braccia dell'altra senza saperlo, senza
conoscersi. Domattina le tenebre spariscono portando seco il mistero degli
amplessi della notte.
— Dunque, secondo voi?
— In risaia si svolgono le scene più scandalose, più stomachevoli. Il
vecchio che si fa delittuosamente palpeggiare dalla ragazzina alla sua volta
manustuprata o contaminata; la giovanotta — la quale non ricevette mai che
spintoni dal promesso — che si lascia in un subito sverginare; il giovine che
s'insozza colla vecchia sdentata e grinzosa; el lôcch che sfonda nuove porte
senza badare a età, a sesso.... È il bacio dell'ignominia coll'ignominia; è
l'amplesso vergognoso, infame che si consuma nella nebbia della notte. È il
contatto carnale che discende all'ultima degradazione, imbragacciandosi e
godendo.
— Ma voi ci fate inorridire. Ma dunque è vero quello che ci rivelava un
dottore del maggiore nosocomio, che la gioventù dai 20 ai 22 anni, è
eccessivamente libidinosa, perchè uscita da concepimenti francesi, constatato
da moltissime configurazioni? Ma dunque non è un sogno che la gioventù delle
campagne ha crani somigliantissimi a quelli dei delinquenti?
Oh dio, chi ci spiega questa confusione, questo caos, che mette in dubbio
tutto, perfino la santità della nostra povera mamma, che dorme laggiù nel
campo santo, sicura cha i figli non la malediranno?
Chi ci assicura di non essere un impasto di croato, di francese, di galeotto,
se tutto è caduco dinanzi alla irresistibilità della natura, unica fonte di
tenerezze; se l'onore, il vantato onore dei moralisti, è posto in gioco da mille
diverse passioni?
Oh dio, chi ci spiega mai questo mistero, chi ci strappa da questo dubbio,
chi ci ridà la pace di quei giorni in cui tessevamo i romanzi colle figlie fuggenti
i baci, per contemplarci estasiati, quando sonnecchiavamo sotto le ombrìe
marginate di ruscelletti chiaccheroni?
Gli presentammo un Virginia.
— Grazie!
— Quanti giorni lavorerete nelle risaie?
— Dovrebbero essere quaranta. Tutto dipende dalla questura.
— Ma che c'entra la questura?
— C'entra benissimo. Vedono quei cinque, là seduti a prua? Un mese fa
vennero arrestati, appena scesi dal Barchett dai giand (carabinieri), perchè
privi della carta di sicurezza per l'interno, e perchè mancanti di mezzi di
sussistenza. Non avevano fatto nulla; andavano a cercar lavoro. Ma la
sorveglianza, questa piovra educata, che non abbandona la vittima che
dissanguata, li inseguiva, anche fuori di Milano. Voj, Cirla, ven chi. È vero o
no che vi hanno arrestati tutti e cinque, mentre andavate nelle risaie della
Lomellina?
— Cristo, se l'è vera! E che buiosa (prigione) che gh'è in la citaa di stecch
(stuzzicadenti). Brrrr! Me ven su an mò la pell de cappon.
— Ma la sboba (minestra) l'era bona, voj! risponde uno degli arrestati.
— Anche la buffettosa (rotella di pane dei carcerati) l'era eccellente,
soggiunge un altro.
— Accidenti se l'era bona!
— Dovevate, prima di andarvene, avvertire il delegato della vostra sezione.
— L'abbiamo fatto con tutte le regole volute dal regolamento della
sicurezza pubblica e gli abbiamo detto, giusta l'articolo 71, dove andavamo a
lavorare.
— Giunti a Milano, non avete protestato?
— A chi di grazia? Ai giudici, ai delegati, ai questurini?
— Si starebbe freschi! rispose Nosetti. Prima di tutto, volere o volare, siamo
considerati come fuori della legge, ogniqualvolta si tratta di farci giustizia. Poi
abbiamo sempre torto marcio. Ci imprigionano, ci percuotono, ci
svillaneggiano, ci fanno crudelmente patire la fame. Il miglior partito è tacere.
Cosa ho guadagnato quando dinanzi al presidente, come si chiamava?....
Poco importa il nome; quando dinanzi al presidente commisi la pazzia di dire
che i mardochei mi avevano sputacchiato in faccia e battuto a sangue? L'uomo
della legge, con una freddezza da stordire, mi rispose: Tacete temerario; voi
dite una menzogna!
Io allora rosso dalla collera per l'impudenza di quel Minosse stupido e
ignorante, gli mostrai il petto, livido ancora dei pugni che mi avevano regalato.
Ma egli, col solito cinismo, non si degnò neppure di guardarmi in faccia. S'alzò
dal seggio, arrancò il fascicolo delle imposture e la calotta, poi, con voce
magistrale, disse: «la Corte si ritira.» E non comparve che per condannarmi a
sei mesi di carcere puro e semplice.
Passarono alcuni minuti in silenzio.
— Hai finito sì o no di piagnucolare? ricominciò el Cirla. Ah, va bene! Ho
finalmente la parola.
— Tre giorni dopo l'arresto, venimmo tolti dalle carceri di corrispondenza
d'Abbiategrasso, e, legati come grassatori della peggior specie, ci si condusse
tramezzo a quatter stravacca olî (carabinieri) alla stazione.
Un mondo di gente s'era posto sul nostro cammino. I morlacch (contadini)
volevano vederci ad ogni costo, quasi fossimo mostri o belve sfuggite da
qualche serraglio. E noi a gomiti, a pizzicotti, a fiancate a farci strada.
Ma i pivioni duri!
Alla stazione di porta Genova eravamo attesi dal solito cocchiere.
Insaccati di nuovo negli strozzatoi del carrozzone cellulare, i cavalli presero
il trotto.
Pochi momenti dopo discendevamo nel cortile di San Vittore.
— Non rammentarmi quella prigione, sorse a dire come indignato un
giovinetto magro, stecchito, brutto, con una zazzera ispida sul bavero; lacero,
sporco, con una faccia oblunga e bronzata dalla canicola.
— O perchè mo? Forse che non è come tutte le altre?
— Può darsi. Ma laddentro, sai, si commettono cose così orribili, così
nefande, che al solo pensarlo mi si gela il sangue.
— Hai torto d'inveire contro quel povero asilo, disse Nosetti. Non è forse
così dappertutto?
— Sarà. Ma nelle carceri pretorie, non ebbi a patire quello che ho subìto a
San Vittore!
— Che diavolo vi hanno mai fatto? gli domandammo.
Si fece rosso come una brace e chinò la testa.
— Anzitutto, interuppe Nosetti, è necessaria una descrizione del luogo e
degli inquilini che lo abitano.
Il carcere di San Vittore è sucido, tetro, doloroso.
Immaginino degli orribili stanzoni, dalle pareti viscide, dal suolo
ammattonato e disuguale. Poi si figurino essere là, al contatto con tutti gli
elementi, con tutta la spazzatura del sottosuolo, dove il giovine diciottenne dà
la mano al prigioniero quarantenne, rotto a tutti i vizi; dove l'uno fa le proprie
occorrenze, mentre l'altro sbocconcella il pane o ingoia la cattiva (zuppa); dove
ciascuno racconta coi colori più ributtanti le proprie gesta; dove è una gara il
dirle più ladre, più sbracate.
Chi non è svergognato dal malleolo al bulbo capillare; chi non si è
diguazzato nel bitumoso mare delle miserie carcerarie; chi serba ancora un
sentimento onesto in fondo al cuore, prova un disgusto indicibile. Ma non è
che l'affare di ventiquattr'ore. All'indomani, anche il neofito, prende un
atteggiamento burlevole e si associa alle turpi abitudini della canaglia.
— Non è di ciò ch'io voleva parlare, ridisse stizzito il giovane.
— Vengo all'argomento. Collo scendere della notte, sparisce l'ultimo alito di
pudore, dato che vi sia. Alle otto è un andare e venire di secondini, uno
sbatacchiare di sicure (usci), un chiavistellare assordante, un battere e ribattere
i ferri delle sfiandre (finestre), un picchiare e ripicchiare le muraglie, un
rovistare i pagliericci e via fino a che sono sicuri che non c'è stato alcun
tentativo di fuga.
È una triste e noiosa operazione la visita notturna! Soffiato sulla lumm a oli,
il tenebrore si addensa mano mano che il silenzio diventa generale.
Mezz'ora dopo, quando tutto sembra sprofondato nel sonno, incomincia
l'infame gioco della coperta.
— Cioè
Nosetti s'asciugò la fronte con un lembo della blouse, indi soggiunse:
— Come si fa a spiegarlo?
— To', disse il giovine, celiando, che adesso fai della pudicizia!
— Sta a vedere che quando si parla coi vaschi si andrà fin giù nel pattume.
— Non vuoi dirlo?
— Cedo volentieri la parola.
— Ecco come avviene l'esecrando gioco della coperta. Supponiamo per un
momento d'essere coinvolti nella densa nube distesa sulla camerata che russa.
Zitti! Qualcheduno si muove. Guardate, sono cinque individui che s'alzano
adagino dai fetenti canili colla precauzione di chi sta per commettere un
delitto. Le loro ombre proiettate, ingigantiscono lungo le pareti e suscitano una
paura indiavolata in chi le vede. Ecco che si avvicinano al paziente in punta de
pè, il quale è quasi sempre un sbarbaa, chiamato in lingua gergale
boccabracch. Silenzio e attenti. Delle mani a tentoni spiegano una coperta.
Attenti ancora. Il colpo è fatto. Quattro della banda gli sono addosso
coll'indumento, mentre il quinto lo stupra colla selvaggia violenza del bruto in
preda ai furori carnali.
Lo sdegno ci rigurgitava dalle labbra.
— Continua l'operazione. Dopo il primo, il secondo; dopo il secondo, il
terzo, il quarto, il quinto... fino all'ultima definizione: la passada. L'abbominio;
l'esplicazione di tutto quanto v'ha di scellerato e di turpe.
Una pioggia di scappellotti e di calci è in seguito la mancia che tocca al
deflorato.
— È spaventevole quello che dite.
— Lo credo anch'io, disse Nosetti. Però...
— Cosa? chiese l'altro.
— Dobbiamo ammettere le attenuanti. Io pure capisco l'insulto fatto alla
natura, l'orrore che suscita il fornicare in tal modo ma poi, signori miei, prima
di essere giudice, sono uomo. Quando il fluido scorre riscaldato per le vene,
quando i sensi sono surreccitati e incalzati da una furia che rapisce la ragione
pel trionfo degli stimoli....
Voi lo sapete, a vent'anni l'onanismo, che è la masturbazione, non è più
possibile se non in caso di forza maggiore. Poichè esso istupidisce,
incretinisce, inebetisce e via. Ora, se è universalmente creduto che nell'uomo
l'appetito carnale non è vizio, ma imperioso bisogno, perchè ci scaglieremo
contro coloro che hanno cercato il soddisfacimento dove hanno potuto?
Non è forse vero che i legulei hanno ammesso la necessità dei lupanari, per
evitare che gli uomini violentino le donne altrui nelle loro case? Ora, i carcerati
forniti anch'essi del membro virile, non devono godere gli stessi diritti? Chi
sono per esigere da loro un'astinenza di cui neppure il saggio è talvolta capace?
Proibire, senza sopprimere con un taglio reciso gli organi superiori alle leggi e
ai voleri umani, pare a me la più insensata delle cose.
Nosetti — forse senza saperlo — aveva scovata una di quelle verità che
guillotinano addirittura.
La barca aveva. urtato alla sponda.
— Malandrini! vocia Nosetti, vardee che ghè chi j'incugin (carabinieri). Se
ve domanden in dove vemm, rispondi: A lavorà in risera.
— E se ne domanden i cart? interpellò uno della brigata.
— Sem minga baloss, nun, de avegh i cart in gaioffa! risponde ridendo un
altro.
— A bon cunt, replicò il capo, vardée de minga tartì (infinito del verbo
confessare), che semm sta in presun.
— Te ne credet insci ciölla?
— Mi, per no savè nè leng, nè scriv, voo a saran in carbona.
— Andemm via, citto, citto.
— Corsico!
— A vooooooooo!...
Il navilio, rimorchiato dai due ronzinanti, riprendeva il lento camminare,
increspando le acque opaline, entro cui si specchiava maestoso l'astro notturno.
Quale splendida serata! L'anima contristata da tante sconcezze, si riposava
in quella calma solenne della notte. Era come un assurgere nelle regioni dei
sogni; contemplando quel cielo iridato e incandescente ai margini, che andava
sempre più popolandosi di stelle, intanto che vedevamo i casolari del paesucolo
rimpicciolirsi, annebbiarsi, perdersi nell'ombra, assieme ai tre angoli di cà-
traversa (carabinieri).
— A vooooooooo!
E di nuovo la voce si ripercoteva e la eco lontana moriva nella dolcezza di
un bacio sommesso. [...]