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MUSICOTERAPIA

La musicoterapia è una disciplina che sfrutta le potenzialità curative della musica, allo scopo di affrontare il
disagio psichico e fisico. Da sempre infatti l’uomo attribuisce ai suoni degli effetti positivi sull’animo e sul
fisico. I Greci sostenevano che i loro modi (le scale che utilizzavano nel loro sistema musicale) potessero
influenzare l’umore delle persone.

I comportamenti degli epilettici furono affrontati del ‘700 da Benjamin Franklin con la creazione di uno
strumento particolare, la Glassharmonica (famose le composizioni di Mozart per questo strumento costituito
da coppe di vetro semisferiche). Nel secolo scorso si avviarono invece delle ricerche sul rapporto tra
ricezione del suono, il cambiamento del battito cardiaco e della pressione sanguigna e si crearono persino
dei centri nei quali venivano sviluppati ed applicati questi nuovi studi. Oggi vi sono differenti indirizzi
musicoterapici: da quello di Pontvik, che si lega alle antiche concezioni dei
Greci, a quello della Alvin, che considera la musica come elemento
unificatore di tutti gli aspetti della personalità, sino agli approcci
medici di Schmoltz, di Benezon (che curano le nevrosi e l’autismo) e
Willms (che applica questa disciplina a una fascia molto ampia di
disturbi e che si occupa anche delle cosiddette “musiche
d’atmosfera” nei locali pubblici).

La musicoterapia costituisce una opportunità di


integrazione reale per chi sente ma rifiuta il contatto verbale, la
musica riesce a prendere il posto della parola e permette
di uscire, in qualche modo, dall’isolamento. Il dialogo
sonoro è alla base della costruzione di una efficace
relazione empatica tra musicoterapista e fruitore.
Gli effetti della musica sul cervello e sull’organismo umano sono ancora in fase di studio ed al momento non
esiste ancora una teoria precisa sull’influenza del suono sull’individuo, ma è possibile comunque registrare
delle precise reazioni legate alla musica.
Innanzi tutto gli scienziati hanno capito come l’area del cervello destinata alla ricezione dei suoni musicali sia
differente da quella che riceve i messaggi verbali.
E’ stato riscontrato, inoltre, come l’ascolto di sonorità troppo intense (con i 130 dB si raggiunge la soglia del
dolore fisico) non produca danni solo all’udito, ma nel tempo provochi una alterazione delle funzioni
cardiovascolari e degli organi che presiedono all’equilibrio della persona (orecchio interno-labirinto).

STRUMENTI DI LAVORO

Strumenti Musicali Idiofoni


Strumenti Musicali Membranofoni
Strumenti Musicali Etnici
Strumenti Musicali a Corda
Lettore cd con musiche preregistrate
Grandi cartelloni con illustrati i contenuti di conte, filastrocche o di tipo didattico
Materiali Euritmici (nastri, stoffe, foulards, cerchi di varie dimensioni, ecc.)
Fogli e Pennarelli o altro materiale.

AMBITI D’INTERVENTO
La musicoterapia può essere applicata ai “pazienti” (da 0 a 90 anni) sia attraverso una pratica attiva, sia
passivamente con l’ascolto di particolari musiche o di stimoli ritmici-musicali. Queste esperienze sono
finalizzate alla sollecitazione degli organi nervosi attraverso le onde sonore per ridestare delle funzioni, che
hanno interrotto le loro potenzialità od operano in modo anomalo. Questa disciplina viene esercitata da
musiterapeuti che lavorano in equipe con medici, psicologi e psico-motricisti, perchè la cura con i suoni è
solo una parte dell’intervento sulla persona, bisognosa di approcci differenti.
In questi anni le tecniche si sono affinate e sono nati differenti approcci, che riguardano la cura di persone
con disabilità molto diverse tra loro: dalla sindrome di down, agli schizofrenici, sino agli psicotici e agli
autistici. Molto diffusa è la pratica musicoterapica in centri per disabili, ma per ora l’impiego è sporadico e
privo di un sufficiente riscontro scientifico (pensiamo all’utilizzo delle musiche per far uscire le persone dallo
“stato comatoso”).

SETTING

La stanza di musicoterapia è bene che sia grande quanto basta per le attività euritmiche (unione di suoni,
ritmo e movimento) e abbastanza raccolta per evitare la dispersione dell’attenzione. Una dimensione fra i
quaranta e cinquanta metri quadri si rivela idonea. Il pianoforte a mezza coda è accostato al muro su un lato
per permettere lo spazio libero nella stanza. Gli strumenti sono allineati sul pavimento e su scaffali in modo
da essere visibili e riposti con ordine. Spesso, dalla direzione dello sguardo, è possibile comprendere
l’intenzionalità in una persona che non parla; se uno strumento è a portata di mano, riposto allo stesso
posto, non si perde tempo nel cercarlo.
La stanza ha uno spazio centrale libero utile per attività di movimento. Ideale sarebbe il pavimento in legno
per consentire ai suoni di propagarsi e agli utenti di sdraiarsi su un suolo caldo e confortevole. Tutti devono
essere scalzi per sentire le vibrazioni (risonanza corporea).
L’illuminazione della stanza è prevista in modo che possa essere generalizzata o centrata in un punto
preciso. Si consiglia l’utilizzo di luce diffusa e protetta dall’eventualità di lanci di oggetti. È previsto anche che
la stanza possa essere oscurata per creare giochi di luminosità con materiali specifici o realizzare giochi con
le ombre.
L’acustica della stanza deve essere buona, possibilmente senza un eccessivo assorbimento del suono e
senza rimbombi.
Non sono consigliati alle pareti addobbi estranei al contesto terapeutico. I grandi cartelloni illustrati con i testi
utili al contesto terapeutico possono essere appesi alle pareti, caratterizzando l’ambiente. Accade che un
bambino, guardando un particolare cartellone, dica, con lo sguardo, che sta pensando proprio al contenuto
rappresentato sul cartellone.
I materiali che vengono utilizzati devono poter essere in ordine ed accuratamente lavati nel caso in cui un
bambino abbia la necessità di portare un oggetto alla bocca.
Ogni incontro di musicoterapia dura un’ora. Il momento dell’accoglienza richiede qualche minuto. L’inizio
dell’attività ha un percorso che conduce gradatamente verso un crescendo di attenzione, fino a quando si
arriva all’intensità comunicativa che contraddistingue gli incontri di musicoterapia. L’esperienza ha insegnato
che è opportuno un decrescendo dell’intensità emotiva o l’articolazione di attività vivaci che consentano di
sfogare le emozioni vissute, prima di giungere alla conclusione dell’incontro ed al commiato. Per questo
motivo è opportuno che il musicoterapeuta appenda alla parete, in modo ben visibile, un orologio a muro,
così, mentre lavora, può regolarsi sullo scorrere “emotivo” del tempo e dosa le attività in modo da non dover
interrompere bruscamente.
L’orologio a muro ben visibile e chiaramente leggibile si rivela utile anche con i bambini o i ragazzi che
ancora non sanno leggere l’ora perché hanno l’occasione, con altri strumenti di lavoro idonei, di apprezzare il
"tempo vissuto", visibilmente segnalato dal movimento delle lancette dell’orologio.

DIALOGO SONORO
Tutti gli strumenti musicali a disposizione possono e non possono essere idonei al dialogo sonoro. Da un
lato c’è il "cliente (paziente)", dall’altro lato il professionista.
Se il paziente può muoversi a suo piacimento, secondo le emozioni o l’estro del momento, il
musicoterapeuta rispondendo a ciò che fa il paziente, ha il compito di tenere i fili della situazione.
I termini "facilitato" (il cliente-paziente) e "facilitatore" (il professionista) indicano le condizioni in cui si trovano
i due protagonisti del dialogo.
Il facilitato ha a sua disposizione strumenti musicali a percussione (metallofono, xilofono), a membrana (vari
tipi di tamburi) e li utilizza come vuole. Il facilitatore favorisce, incrementa, conduce il dialogo secondo la
direzione che ritiene idonea.

RISONANZA CORPOREA

È la modalità di vita che caratterizza la gestazione. Un corpo vibrante grande (la madre) trasmette suoni e
rumori, provenienti da se stessa o dall’esterno, al bambino attraverso il liquido amniotico.
Interessanti sono gli studi sulla capacità del feto di recepire e memorizzare dei messaggi sonori. E’ stato
riscontrato infatti come l’ascolto periodico di alcune precise frequenze (anche una serie di parole come “ieri-
oggi-domani), durante gli ultimi mesi della gestazione, produca un ricordo preciso nel bambino. Il padre dopo
la nascita utilizzava queste stesse parole quando il bambino era agitato, riuscendo a calmarlo; lo stesso
effetto non si produceva invertendo l’ordine delle parole (oggi-domani-ieri) perchè le frequenze sonore
cambiavano.
La cassa armonica del pianoforte a mezza coda è una poderosa cassa di risonanza. È di importanza
fondamentale servirsi di strumenti musicali acustici piuttosto che di apparecchiature elettroniche. Ciò che
genera la risonanza è il vibrare delle onde sonore. Senza questo vibrare dal vivo non c’è il suono, non c’è il
convibrare (la risonanza corporea), non è possibile rievocare la vita prima della nascita.
Utilizzando la cassa armonica del pianoforte a mezza coda non si corrono pericoli di sorta perché gli
strumenti acustici producono suoni ricchissimi di armonici. In questo modo non accadrà di stimolare parti del
corpo ma saremo sempre in situazione di equilibrio. L’utilizzo della cassa armonica in musicoterapia avviene
preferibilmente mediante l’improvvisazione al pianoforte, sostituito in sua assenza da altri strumenti a
membrana o a corda come il tamburo o la chitarra.

ESEMPI PRATICI

Musicoterapia con soggetti affetti da Sindrome di Down Di Laura Vasta (musicista e musicoterapeuta)

All’inizio della mia attività di musicoterapeuta ho seguito per circa tre anni un gruppetto di 4 soggetti in età
evolutiva, affetti da sindrome di Down. I bambini, di età compresa fra i 5 e i 10 anni, mi erano stati segnalati
dal loro medico pediatra di base. L’intervento musicoterapico ha preso avvio con una riunione preliminare da
me condotta in cui ho presentato l’attività a tutti i genitori ed al pediatra. Ho ritenuto necessaria questa prima
fase per far conoscere agli utenti i fondamenti teorici della Musicoterapia, gli obiettivi riabilitativi perseguibili e
la metodologia che avrei adottato. E’ stata anche l’occasione per presentarmi personalmente ed avviare un
primo rapporto di fiducia con i genitori. Tutti hanno subito risposto con interesse ed apertura nei confronti di
questa nuova proposta di intervento, ad eccezione di una coppia di genitori che ha manifestato un’iniziale
perplessità, pur non opponendosi all’iniziativa. In una seconda fase ho incontrato ciascuna coppia di genitori
per la conduzione di un colloquio anamnestico, al fine di raccogliere informazioni dettagliate sui bambini,
compresa, ove fosse possibile, una scheda diagnostica rilasciata dall’Ulss, sulla situazione familiare e
scolastica con il programma del P.E.I. (Progetto Educativo Individualizzato).

In base alle informazioni raccolte ho potuto pertanto stabilire gli obiettivi d’intervento:

- miglioramento della coordinazione motoria,

- miglioramento dell’articolazione del linguaggio,


- stimolazione della memoria,

- miglioramento della capacità di concentrazione,

- sviluppo della socializzazione ed integrazione in ambito familiare ed extra.

Ho avuto a disposizione un’aula riservata alla Musicoterapia, piuttosto grande, all’interno di una scuola, che
ho contraddistinto e reso più accogliente; a completamento del setting ho disposto in diverse parti della
stanza strumenti ritmici, djembè di varie dimensioni, legnetti, xilofono, triangoli, campanacci sardi di varie
misure, maracas, cimbali, tamburelli, tappetino musicale, ed incluso anche materiali per la motricità fine e la
manipolazione (ad esempio colori, plastilina, bandierine con lunghe strisce di carta crespa, ecc.). L’attività si
è svolta in tre cicli: il primo di circa 4 mesi, gli altri due per i successivi due anni nel periodo da Ottobre a
metà Giugno. Le sessioni erano individuali a cadenza settimanale, di circa 45 minuti. Durante le prime
settimane di osservazione ho privilegiato una metodica ludica e ricreativa dell’attività, per consentire al
bambino di esprimersi con libertà e spontaneità e soprattutto per stabilire un rapporto di fiducia e
comunicazione che mi ha permesso di individuare per ciascun soggetto l’ordine degli obiettivi. Seguendo il
metodo Fortini basato sull’improvvisazione creativa e soprattutto sull’ascolto attento ed intuitivo di ciò che
accade nel “qui ed ora”, ho utilizzato il “dialogo sonoro” attraverso l’uso degli strumenti musicali. Ho trovato
molto funzionale anche l’ utilizzo di musiche preregistrate di diversi generi : etnico, folcloristico, classico (in
particolare brani tratti dai balletti di Tchaikovsky, Stravinsky, Saint-Saens, Ravel, Grieg) come pure la musica
rinascimentale, frottole, danze, canti carnascialeschi, ed anche canzoncine e filastrocche, orientandomi nella
scelta del materiale di cui disponevo in base alle preferenze che di volta in volta il bambino dimostrava e che
fosse adatto al suo stato emozionale.

Individuate le esigenze e le preferenze del singolo soggetto, ho finalizzato l’attività riabilitativa verso la
canalizzazione dell’energia, sulla base delle singole carenze patologiche evidenziate nelle aree del
linguaggio, della grosso – motricità e della coordinazione motoria, dell’espressione emozionale ed affettivo –
relazionale. Dalla metà del secondo anno di trattamento ho modificato la struttura e la durata delle sessioni
portandole a un’ora, così suddivisa: 40 minuti di sessione individuale e 20 minuti in coppia; ciò sia per
favorire la socializzazione che per attuare un lavoro di coppia in cui, attraverso l’imitazione spontanea e
reciproca, entrambi i bambini beneficiavano di una maggiore stimolazione: per esempio affiancavo il
soggetto con maggiori difficoltà di linguaggio e minori di coordinamento motorio con un altro che, al
contrario, avesse più difficoltà motorie e minori di linguaggio.

I casi

M., il più piccolo del gruppo, all’inizio del trattamento aveva 4 anni. Come mi era stato anticipato nel colloquio
anamnestico, da subito M. ha evidenziato riluttanza al movimento corporeo, mentre si divertiva nell’ascolto di
filastrocche e canzoncine; non si mostrava invece attratto o interessato agli strumenti musicali. Pertanto con
lui ho condotto l’attività utilizzando come punto di partenza la vocalità: cantavamo insieme le filastrocche,
portando l’articolazione del linguaggio e la memoria verso un graduale, e con il mimo e la danza spontanea
anche il movimento corporeo è stato via via stimolato. A tal fine ho trovato particolarmente funzionale il
“Carnevale degli animali” di Saint-Saens: attraverso il “gioco” dell’imitazione dell’andamento degli animali M.
ha risposto con sempre maggiore coinvolgimento di tutto il corpo. Sapevo inoltre che era un bambino goloso
e così ho impostato un dialogo ritmico – sonoro sillabando i nomi dei suoi cibi preferiti.

A. il primo anno aveva una costante insistenza con la favola di Cappuccetto Rosso e rifiutava qualsiasi altra
proposta. Così ho creato una drammatizzazione sonora in cui ogni personaggio della favola era
rappresentato da un diverso strumento musicale. Dopo qualche mese A. ha iniziato a raccontarla da solo
suonando ogni strumento con vivacità e spontaneità; successivamente ha cominciato a dimostrare maggiore
curiosità verso gli strumenti, sviluppando poco a poco un buon senso ritmico. Nel terzo anno di attività
suonava tamburi e djembè, disposti a semicerchio intorno a lui, e appena iniziava la musica seguiva il ritmo
con molta vivacità e creatività, coinvolgendo tutto il corpo. Attraverso queste sue capacità ritmiche abbiamo
creato delle filastrocche con le quali è riuscito a memorizzare le tabelline aritmetiche (rispetto alle quali
aveva grosse difficoltà a scuola). Attraverso le sue canzoni preferite, prima fra tutte “ I tre porcellini”, avevo
inoltre cercato di stimolare una migliore articolazione del linguaggio, rilevata anche dalla logopedista che lo
seguiva. Dai colloqui con la madre emergeva costantemente l’entusiasmo di A. verso l’attività, che aveva
coinvolto tutta la famiglia.

A.2 era un bambino di carattere molto introverso, poco socievole e poco comunicativo, nascondeva dietro di
sé ogni oggetto o strumento gli porgessi. Per questo motivo anche con lui ho usato maggiormente la voce: al
fine di migliorare l’articolazione del linguaggio ho utilizzato molte canzoni delle colonne sonore di Walt
Disney mettendogli a disposizione anche il microfono, con il quale aveva dimostrato di divertirsi molto. La
sua canzone preferita era quella di Pinocchio: personalizzando il testo, cantando il suo nome era diventata la
canzone di apertura di ogni sessione; il suo stato emozionale, inizialmente sempre chiuso e riluttante, è
migliorato gradualmente: arrivava arrabbiato e tornava a casa contento. Inoltre col tempo A2. ha cominciato
a manifestare maggiore fiducia e curiosità nei miei confronti. Molto utile si è rilevato anche il “gioco” ritmico
con un tamburo grande con cui “suonavamo” i nomi degli oggetti circostanti, distinguendoli in parole di due o
tre sillabe da pronunciare suonando i rispettivi colpi di tamburo: in tal modo oltre al miglioramento del
linguaggio, riscontrato anche in questo caso dalla logopedista, abbiamo ottenuto una buona coordinazione
motoria degli arti superiori. E’ migliorato anche l’approccio con gli strumenti musicali proposti e
successivamente A.2 suonava con vivacità e disinvoltura le percussioni sui ritmi delle danze africane;
campanelli e triangoli erano i suoi preferiti da suonare invece su walzer e marce de “Lo schiaccianoci”. La
madre mi raccontava che spesso a casa prendeva pentole e coperchi e si divertiva molto a suonare sulla
musica jazz che il padre spesso ascoltava. Inoltre riusciva coordinare meglio gli arti inferiori attraverso una
semplice successione di passi. Dunque con questa attività A.2 ha cambiato il suo iniziale atteggiamento
scontroso e si è aperto a maggiore ed attiva partecipazione, comunicazione e condivisione non solo con me
ma anche con gli altri bambini, migliorando globalmente il suo rapporto con l’ambiente circostante, familiare
e scolastico.

M2 era molto socievole ed aveva notevoli difficoltà sia di linguaggio che di coordinazione motoria.
Prediligeva la musica degli indiani d’America e così ho usato tutto ciò che potesse richiamare quello stile e
quelle atmosfere; con lui ho utilizzato anche le vecchie filastrocche di tradizione, cantandole, mimandole e
ballandole con semplicissimi passi che, gradualmente, lo hanno aiutato a coordinare meglio i movimenti. Ho
vissuto una grande emozione quando la prima volta, nel terzo anno di attività, finalmente è riuscito a
mantenere per quasi tutto il brano musicale la coordinazione fra arti inferiori, con sonagli alla caviglia, arti
superiori – impegnati a tenere e suonare il tamburo a tracolla – e voce. Ho trovato molto funzionale anche
l’uso del tappetino musicale: attraverso la pressione del piede si ottenevano delle note, e per suonare dei
motivetti M2 era stimolato ad una maggiore coordinazione fra gli arti inferiori.

A conclusione di questi tre anni di trattamento posso confermare con certezza gli effetti positivi della
Musicoterapia e testimoniare le diverse potenzialità di quest’attività in campo educativo e riabilitativo, nonché
la sua influenza sugli stati emozionali. Tutti i bambini hanno dimostrato entusiasmo e viva partecipazione ai
vari aspetti dell’attività, vocale, strumentale, motorio, grazie ai quali sono stati ottenuti risultati soddisfacenti
rispetto ad ogni obiettivo prefissato. Il trattamento musicoterapico li ha notevolmente aiutati a modificare il
loro rapporto con la realtà esterna, migliorando la qualità della loro vita e soprattutto delle relazioni sociali e
familiari, e a rivalutare le loro “diverse abilità” attraverso una maggiore fiducia in se stessi e negli altri.
Ritengo che questa esperienza abbia favorito un processo di crescita e fiducia anche nei genitori: essi hanno
visto i loro figli gioire di tutto ciò che la Musica ha potuto offrire e sperimentato, attraverso l’”Arte musicale”,
un nuovo dialogo fatto di diversi linguaggi, spontaneità e creatività, laddove dolore e sofferenza avevano
creato troppi silenzi.

Studiare musica: antidoto contro la dislessia


Una ricerca condotta da alcuni scienziati italiani, ha rivelato alcune interessanti
possibilità di applicazione dello studio della musica nelle terapie contro la
dislessia. 

Il cervello dei musicisti, infatti, è una cosa a sé rispetto al cervello dei “comuni
mortali”: è quanto si evince da uno studio recentemente condotto da un’agguerrita
équipe di scienziati dell’Università Milano Bicocca e dell’Istituto Bioimmagini e
Fisiologia Molecolare del Cnr di Milano.

Gli scienziati milanesi, si sono basati su un campione di 30 soggetti: 15 musicisti


professionisti e 15 persone con stesso livello culturale e età simile, ma prive di
conoscenze musicali specifiche. I soggetti sono stati sottoposti a una tomografia
elettromagnetica a bassa risoluzione che ha consentito l’analisi del segnale
bioelettrico prodotto durante la fase di rielaborazione cerebrale della lettura
parallela di note e testi.

Dall’analisi dei due gruppi, è emersa una differenza sostanziale: in pratica, a


differenza degli altri soggetti, sia nella lettura di testi che nella lettura di note, i
musicisti attivano regioni appartenenti a entrambi gli emisferi
cerebrali, mentre i non musicisti coinvolgono esclusivamente zone specifiche
dell’emisfero sinistro (corteccia occipito-temporale di sinistra e giro occipitale
inferiore di sinistra).

Certo, sarebbe esagerato parlare di “supercervello”, ma è un dato di fatto che la


familiarità con una pratica di lettura complessa e a più livelli come quella di
partiture costituite da diverse linee melodiche, possa costituire una risorsa
importante e realmente inedita per quanto riguarda il trattamento della
dislessia.

Per i bambini dislessici l’attivazione di entrambi gli emisferi potrebbe, infatti,


supplire al deficit costituzionale della regione cerebrale abitualmente coinvolta
nell’analisi visiva delle parole.

Studiare musica per curare la dislessia? E’ possibile e tutt’altro che fantascientifico.


“Lo studio della musica – sostengono i ricercatori – potrebbe aiutare  a sviluppare
un circuito cerebrale comune a parole e note, contribuendo così a compensare i
deficit di lettura.”

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