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Pema Chödrön

SENZA VIA DI
SCAMPO
La via della saggezza e della
gentilezza amorevole

Feltrinelli
Traduzione di Roberto Pallanca

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Prima edizione nella collana “Universale Economica


Oriente” aprile 2010

ISBN edizione cartacea: 9788807890673


Pema Chödrön
SENZA VIA DI
SCAMPO
La via della saggezza e della
gentilezza amorevole

Feltrinelli
Titolo dell’opera originale
THE WISDOM OF NO ESCAPE
and The Path of Loving-Kindness
© 1991 by Pema Chödrön
All rights reserved
Published by arrangement with Shambhala Publications Inc., Boston

Traduzione dall’inglese di
ROBERTO PALLANCA
Su licenza Astrolabio-Ubaldini Editore

In copertina:
Pema Chödrön

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano


Prima edizione digitale 2018 da
seconda edizione in “Universale Economica – Oriente” gennaio 2018

ISBN ebook: 9788858832349

Quest’opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Senza via di scampo

Al mio maestro, Vidyadhara il Venerabile


Chögyam Trungpa Rinpoche, e ai miei
figli, Arlyn e Edward
Prefazione

I discorsi che compongono il presente libro furono tenuti


durante un ritiro di un mese (dathun) che si svolse nella
primavera del 1989. Nel corso di quel mese i partecipanti,
sia monaci sia laici, praticarono la tecnica meditativa
descritta in questo libro, ed elaborata da Chögyam
Trungpa. La meditazione seduta formale venne alternata
con la meditazione camminata e con la meditazione
durante il pasto (oryoki), nonché con la cura del monastero
e con la collaborazione ai lavori di cucina.
I discorsi erano tenuti ogni mattina di buon’ora. Avevano
lo scopo di ispirare i partecipanti e di incoraggiarli a essere
sempre pienamente consapevoli di tutto ciò che succedeva,
utilizzando l’abbondante materiale della vita quotidiana
come loro maestro e guida.
La bellezza naturale di Gampo Abbey, un monastero
buddhista per uomini e donne occidentali fondato, nel
1983, da Chögyam Trungpa, costituiva un elemento
importante dei discorsi. Il monastero si trova nell’isola di
Cape Breton, nella Nuova Scozia, al termine di una lunga
strada in terra battuta sulle scogliere che dominano il golfo
di San Lorenzo. L’atmosfera è permeata dalla forza
selvaggia e gioiosa del paesaggio, del clima e degli animali;
appena ci si siede nella sala di meditazione, la vastità del
cielo e del mare riempie di sé il cuore e la mente. Il silenzio
di quel luogo, reso ancora più intenso dal rumore del mare,
del vento e dai versi degli uccelli e degli altri animali,
invade i sensi.
Durante il dathun (come sempre, nel monastero) i
partecipanti mantennero i cinque voti monastici: non
mentire, non rubare, non compiere attività sessuali, non
uccidere, non assumere alcolici né droghe. La
concomitanza di tutti questi fattori, natura, solitudine,
meditazione e voti, rese possibile una situazione “senza via
di scampo”, nella quale si alternavano momenti di
sofferenza e momenti di gioia. Dato che non c’era alcun
posto in cui nascondersi, si potevano recepire più
facilmente gli insegnamenti contenuti in questi semplici
discorsi, con una grande apertura del cuore e della mente.
Il messaggio per i partecipanti al dathun, come per i
lettori, è di essere presenti a se stessi senza imbarazzo né
durezza. È un insegnamento su come amare se stessi e il
proprio mondo. È quindi un insegnamento semplice e
accessibile su come alleviare la sofferenza umana, a livello
personale e a livello globale.
Desidero ringraziare: Ane Trime Lhamo; Jonathan Green
della casa editrice Shambhala, che mi ha incoraggiata a
pubblicare questo libro; Migme Chödrön di Gampo Abbey,
che ha trascritto e curato i discorsi; infine, Emily Hilburn
della casa editrice Shambhala, che ha dato ai discorsi la
forma attuale. Ogni cosa che compare in questo libro
deriva dalla mia comprensione alquanto limitata di quanto
il mio maestro Chögyam Trungpa Rinpoche, con
compassione e grande pazienza, mi ha insegnato.
Possano tutti gli esseri trarne beneficio.
1.
Gentilezza amorevole

Fra tutti gli esseri umani nati sulla terra, è sempre stato
comunemente accettato l’equivoco in base al quale il modo
migliore di vivere sia cercare di sfuggire il dolore e di
condurre un’esistenza senza problemi. Ciò vale anche per
gli insetti, gli uccelli e gli animali. Siamo tutti uguali.
Esiste però un atteggiamento verso la vita molto più
appassionante, gentile, avventuroso e gioioso, che consiste
nell’iniziare a sviluppare la nostra curiosità, a prescindere
se l’oggetto dell’indagine sia gradevole o ripugnante. Se
vogliamo una vita che vada oltre la meschinità, il
pregiudizio e il continuo voler essere sicuri che tutto
proceda secondo i nostri desideri, una vita più
appassionante, piena e gioiosa, dobbiamo renderci conto
che siamo in grado di sopportare una gran mole di
sofferenza e piacere, e che ciò ci offre la possibilità di
scoprire chi siamo e che cos’è il mondo, come funzioniamo
e come funziona il mondo, come tutto quanto è. Se siamo
schiavi della comodità a ogni costo, non appena ci
imbattiamo nella minima ombra di dolore ce la diamo a
gambe: così non sapremo mai cosa si nasconda dietro
quella barriera, quel muro, quella cosa terrificante.
Sovente, quando si comincia a meditare o a praticare una
qualche disciplina spirituale, si pensa che in un modo o
nell’altro ci si stia migliorando, il che costituisce una sorta
di sottile aggressione verso chi si è realmente. È un po’
come dire: “Se faccio ginnastica, potrò diventare una
persona migliore”; oppure: “Se solo potessi avere una casa
più bella, allora starei molto meglio”, “Se riuscissi a
meditare e a calmarmi, migliorerei di certo”. In altre
occasioni, si dà invece la colpa agli altri: “Se non fosse per
mio marito, il mio matrimonio sarebbe perfetto”, “Se non
fosse per il fatto che non vado d’accordo col capo, il mio
lavoro sarebbe meraviglioso”. E ancora: “Se non fosse per
la mia mente, la mia meditazione sarebbe eccellente”.
Ma nutrire gentilezza amorevole, maitri, verso se stessi
non significa sbarazzarsi di qualcosa. Maitri significa che,
dopo tutti questi anni, possiamo ancora permetterci di
essere mezzi matti; possiamo ancora essere arrabbiati,
timidi, gelosi, o sentirci del tutto indegni. Il punto non è
sforzarsi di cambiare se stessi. La pratica della meditazione
non consiste nel cercare di gettare via se stessi per
sostituirsi con qualcosa di meglio. Vuol dire invece fare
amicizia con la persona che già si è. L’oggetto della pratica
siete voi, sono io, chiunque siamo qui e ora, ed esattamente
come siamo. È questo il nostro campo di indagine, che
studiamo e ci prepariamo a conoscere con profonda
curiosità e con interesse.
Talvolta, fra i buddhisti, la parola “io” è usata in senso
spregiativo, con una connotazione differente rispetto al
termine freudiano. Come buddhisti, potremmo dire: “Il mio
io mi crea così tanti problemi!” e pensare: “Allora,
supponiamo di sbarazzarci dell’io. Non avremmo più
problemi, giusto?”. Al contrario, il punto non è sbarazzarsi
dell’io, bensì cominciare sul serio a sviluppare un interesse
verso se stessi, essere curiosi, indagare su se stessi.
La via della meditazione, come quella della vita, è
collegata con la curiosità e l’indagine. L’oggetto siamo noi:
siamo qui per studiare noi stessi e per arrivare a
conoscerci, adesso, non dopo. Spesso mi sento dire: “Volevo
venire a trovarti per parlare con te, volevo scriverti una
lettera, volevo telefonarti, ma ho pensato che fosse meglio
aspettare di avere le idee più chiare”. Al che penso: “Se
solo mi assomigli un po’, allora potrai pure aspettare
all’infinito!”. Quindi, venite come siete. Il trucco consiste
nell’essere disposti ad aprirvi a ciò che siete, a essere
pienamente consapevoli di ciò che siete. Una delle scoperte
più importanti della meditazione consiste nell’accorgersi di
come continuamente si sfugga dal momento presente, si
eviti di essere qui, di essere come si è. Ciò non deve essere
considerato un problema, ma l’importante è prenderne
coscienza.
Lo spirito di ricerca, o curiosità, implica la gentilezza, la
precisione e l’apertura; in pratica, l’essere in grado di
lasciar andare e aprirsi. La gentilezza è un sentimento di
benevolenza verso se stessi. La precisione è il riuscire a
vedere molto chiaramente, il non aver paura di vedere cosa
c’è realmente, come uno scienziato non ha paura di
guardare nel microscopio. L’apertura è l’essere in grado di
lasciar andare e di aprirsi.
Gli effetti del mese di meditazione che stiamo iniziando
saranno simili a quelli che vi provocherebbe l’assistere, al
termine di ogni giornata, a un film che qualcuno ha girato
di nascosto su di voi durante il giorno. Vi trovereste spesso
a sobbalzare sulla sedia per lo stupore. Probabilmente
vedreste che fate le stesse cose che rimproverate alle
persone che non vi piacciono, le persone che criticate. Fare
amicizia con voi stessi vuol dire essenzialmente fare
amicizia anche con tutte quelle persone, perché, quando
arriverete ad avere questa grande onestà, gentilezza e
generosità, combinate con la chiarezza verso voi stessi,
niente vi impedirà di provare gentilezza amorevole anche
per gli altri.
Allora, l’oggetto della maitri siamo noi stessi. Siamo qui
per studiare e conoscere noi stessi. La nostra via, il
metodo, il veicolo principale, sarà la meditazione,
accompagnata da un senso continuo di vigilanza. La nostra
indagine non sarà limitata ai periodi di meditazione:
quando cammineremo per le stanze, andremo al gabinetto,
passeggeremo all’aperto, prepareremo il cibo in cucina o
discorreremo con gli amici, qualunque cosa faremo,
cercheremo di mantenere uno spirito di curiosità, apertura
e vigilanza nei confronti di ciò che sta avvenendo. Forse, in
questo modo, sperimenteremo ciò che la tradizione
descrive come il frutto della maitri, vale a dire la gioia.
Allora, abbiamo buone possibilità di trascorrere bene
questo mese, di imparare a conoscere noi stessi e diventare
più felici, invece che più tristi.
2.
Soddisfazione

È di grande beneficio sapere che essere qui, sedere in


meditazione, fare le semplici cose di ogni giorno, per
esempio lavorare, fare una passeggiata, parlare con la
gente, fare il bagno, mangiare, è effettivamente tutto ciò
che serve per essere pienamente svegli, pienamente vivi,
pienamente umani. Così, è molto utile comprendere che il
nostro corpo, che in questo preciso istante è seduto di
fronte all’altare, e forse è tutto dolorante perché siamo solo
al secondo giorno di dathun, proprio quel corpo, dicevamo,
insieme alla nostra mente così com’è in questo istante,
sono esattamente tutto ciò di cui abbiamo bisogno per
essere pienamente umani, pienamente svegli e pienamente
vivi. Anche le emozioni che proviamo in questo momento,
negative o positive che siano, sono esattamente ciò di cui
abbiamo bisogno. È come se avessimo cercato dappertutto
la cosa più preziosa, quella che potrebbe assicurarci
un’esistenza piacevole, buona, ispirata, e adesso
scoprissimo che ce l’avevamo già.
Essere soddisfatti di ciò che si possiede è la magica
chiave d’oro che apre la porta di una vita piena, illimitata e
ispirata. Uno dei maggiori ostacoli a ciò che
tradizionalmente viene definito “illuminazione” è il
risentimento, il sentirsi ingannati, il serbare rancore nei
confronti di chi siamo, di dove siamo, di ciò che siamo. Ecco
perché si parla così tanto di fare amicizia con se stessi:
perché, per una ragione o per l’altra, non siamo mai
completamente soddisfatti di noi stessi. La meditazione è
un processo di illuminazione, di maturazione della fiducia
nella nostra bontà fondamentale e nella bontà di ciò che
possediamo; è la comprensione che ogni saggezza è già
presente in ciò che ci appartiene. La nostra saggezza è
inestricabilmente mescolata con quelle che definiamo
“nevrosi”. La nostra brillantezza, la nostra sostanza, il
nostro profumo sono tutti mischiati alla follia e alla
confusione, e quindi non è un bene cercare di sbarazzarci
dei cosiddetti “aspetti negativi”, perché con loro gettiamo
via anche la nostra meravigliosa natura fondamentale.
Possiamo gestire la nostra vita in modo da diventare più
consapevoli di chi siamo e di cosa stiamo facendo, piuttosto
che sforzarci di migliorare e cambiare e sbarazzarci di chi
siamo e di quello che facciamo. La chiave consiste nello
svegliarci, nel divenire più vigili, più curiosi e indagatori
nei confronti di noi stessi.
Quando sediamo in meditazione, stiamo semplicemente
esplorando l’umanità intera e l’universo sotto forma di noi
stessi. La meditazione ci offre l’opportunità di diventare i
maggiori esperti mondiali di rabbia, gelosia e
autodisapprovazione, ma anche di gioia, chiarezza mentale
e comprensione. Ogni cosa che viene sperimentata dagli
esseri umani, anche noi la sperimentiamo. Possiamo
divenire estremamente saggi e sensibili verso tutta
l’umanità e tutto l’universo, semplicemente per mezzo della
conoscenza di noi stessi, così come siamo.
Stiamo ancora parlando della gentilezza amorevole,
anche se in termini leggermente diversi. Il terreno in cui
cresce la gentilezza amorevole è infatti quel senso di
appagamento per chi siamo e ciò che possediamo. La via
consiste nel senso di meraviglia, nel tornare a essere
bambini di due o tre anni e, come loro, voler conoscere
tutto ciò che è inspiegabile, iniziare a farsi domande su
tutto. Sappiamo bene che, in realtà, non troveremo mai le
risposte, perché le nostre domande derivano dalla
passione, dall’appetito per la vita, e non hanno niente a che
vedere con il risolvere un problema o con l’impacchettarlo
in una bella scatoletta. Le domande sono il viaggio. La gioia
consiste nell’iniziare a intuire la nostra connessione con
tutta l’umanità. Ci rendiamo conto che abbiamo una parte
in tutto ciò che gli altri posseggono e in tutto ciò che sono.
L’amicizia con noi stessi non è una faccenda egoistica. Non
stiamo cercando di accaparrarci tutto il meglio. È un
processo di sviluppo della gentilezza amorevole, di genuina
comprensione anche nei riguardi del nostro prossimo.
3.
Trovare la nostra vera natura

In uno dei suoi discorsi brevi, il Buddha afferma che i


cavalli si dividono in quattro categorie: eccellenti, buoni,
mediocri e pessimi.
Secondo il sutra (discorso o insegnamento del Buddha) il
cavallo eccellente si muove prima ancora di sentire sulla
schiena il colpo della frusta: l’ombra della frusta o il più
piccolo richiamo del cavaliere sono sufficienti a farlo
avanzare. Il cavallo buono si muove alla minima frustata. Il
cavallo mediocre non si sposta finché non sente dolore, e il
cavallo pessimo aspetta che il dolore gli penetri fin nel
midollo delle ossa.
Nel suo libro Mente zen, mente di principiante, Shunryu
Suzuki afferma che quando si ascolta questo sutra si
vorrebbe sempre essere il cavallo eccellente; ma in realtà,
durante la meditazione, non ha proprio alcuna importanza
che voi siate il cavallo migliore.
Suzuki precisa che, in effetti, è il cavallo più scadente il
praticante migliore.
Attraverso l’esperienza ho capito che la pratica non ha
nulla a che vedere con l’essere il cavallo eccellente o quello
buono, mediocre o pessimo.
La pratica consiste nello scoprire la nostra vera natura, e
nel parlare e nell’agire in conformità con essa. Qualunque
sia la nostra natura, sono la nostra ricchezza e la nostra
bellezza ciò a cui gli altri sono sensibili.
Un giorno dissi a Chögyam Trungpa Rinpoche che non
riuscivo a praticare nella maniera giusta. Avevo appena
iniziato le pratiche vajrayana1 e avrei dovuto praticare le
visualizzazioni, ma proprio non ci riuscivo. Provavo e
riprovavo ma non visualizzavo un bel niente. Mi sentivo una
specie di impostore, perché la pratica non mi veniva
naturale. Ero molto avvilita, perché tutti gli altri
sembravano avere ogni sorta di visualizzazioni e
procedevano senza problemi. Rinpoche mi disse: “Diffido
sempre di quelli che affermano che va tutto bene. Credere
che vada tutto bene, in genere è una forma di arroganza.
Se una cosa ti riesce troppo facile, ti rilassi: vuol dire che
non stai facendo un vero sforzo, e quindi non saprai mai
cosa significhi vivere fino in fondo la condizione umana”.
Così mi incoraggiò, dicendo che finché si hanno tali dubbi
la pratica sarà corretta. Quando si comincia a credere che
tutto vada a gonfie vele e ci si sente orgogliosi e superiori
agli altri, allora... attenzione!
Dainin Katagiri Roshi una volta ha raccontato la sua
esperienza di sentirsi il cavallo peggiore. Quando si recò
negli Stati Uniti era un giovane monaco di quasi trent’anni.
Da molto tempo era monaco in Giappone, dove tutto era
così preciso, chiaro e pulito. Negli Stati Uniti i suoi
discepoli erano hippie con i capelli lunghi e sporchi, che
andavano in giro scalzi e vestiti come straccioni. Non gli
piacevano. Era più forte di lui: non poteva proprio soffrirli,
quei tipi! I loro modi erano per lui un’offesa totale.
Raccontò: “E così, per tutto il giorno, davo insegnamenti
sulla compassione, e la sera tornavo a casa e piangevo dalla
disperazione, perché mi rendevo conto di non provare
neanche un briciolo di compassione. Dato che i miei
discepoli non mi piacevano, dovetti lavorare molto più
duramente per aprire il mio cuore”. Come suggerisce
Suzuki Roshi nel suo libro, questo è un punto decisivo:
siccome scopriamo di essere il cavallo peggiore, siamo
spinti a impegnarci più seriamente.
A Gampo Abbey ospitammo una volta un monaco
tibetano, Lama Sherap Tendar, per insegnarci a suonare gli
strumenti tibetani. Il corso aveva la durata di quarantanove
giorni, e pensavamo che in quel periodo avremmo imparato
molte altre cose oltre alla musica. Ma per tutti i
quarantanove giorni, due volte al giorno, non facemmo
altro che imparare a suonare i cimbali e il tamburo, insieme
o uno alla volta. Ogni giorno si provava e riprovava. Ci
esercitavamo da soli e poi suonavamo di fronte a Lama
Sherap, che stava lì seduto con una leggera espressione di
sofferenza sul viso. Poi ci prendeva le mani e ci mostrava
come si doveva suonare. Quindi riprovavamo da soli, e lui
sospirava sconsolato. Andò avanti così per quarantanove
giorni. Lama Sherap non ci disse mai che stavamo andando
bene, ma fu sempre molto dolce e gentile. All’ultimo giorno,
dopo la nostra esibizione di fine corso, stavamo brindando e
facendo le ultime considerazioni quando Lama Sherap
disse: “Siete veramente molto bravi. Siete andati benissimo
fin dall’inizio, ma sapevo che se ve lo avessi detto non vi
sareste più impegnati”. Aveva proprio ragione. Ci stimolava
in modo così garbato che non ci fece mai sentire in collera
con lui, né ci fece mai cadere nello sconforto. Avevamo la
chiara sensazione che sapesse suonare i cimbali come si
deve: lo faceva da quando era bambino, e noi non
dovevamo fare altro che continuare a esercitarci. Così, in
quei quarantanove giorni lavorammo veramente sodo.
Possiamo lavorare con noi stessi nello stesso modo. Non
dobbiamo essere duri con noi stessi quando pensiamo,
durante la pratica, che la nostra meditazione, il nostro
oryoki o il nostro modo di vivere appartengano alla
categoria del cavallo peggiore. Possiamo invece guardare
con compassione il senso di inadeguatezza, e usarlo come
sprone per continuare a impegnarci nello sviluppo
interiore, nella ricerca della nostra vera natura. In tal
modo, non solo scopriremo la nostra natura autentica, ma
impareremo anche a comprendere gli altri, perché, nel più
profondo del cuore, quasi tutti hanno la sensazione di
essere il cavallo peggiore. Può darsi che vi consideriate
arroganti o che consideriate arrogante qualcun altro, ma
chiunque abbia sperimentato anche solo un attimo di
arroganza sa che essa non è altro che una specie di
maschera, che si indossa quando ci si sente il cavallo
peggiore ma ci si sforza di dimostrare il contrario.
Suzuki Roshi afferma che la meditazione e l’intero
processo di scoperta della nostra vera natura sono un
errore continuo, e che ciò, anziché motivo di sconforto e
depressione, in realtà dovrebbe servire da incitamento.
Quando vi accorgete di essere caduti, usate il vostro errore
come uno sprone a rialzarvi, non con i sensi di colpa ma
con l’orgoglio per tutto ciò che vi capita, orgoglio per la
persona che siete proprio come siete, per la vostra bontà,
la vostra bellezza o la vostra indegnità. Comunque vi
consideriate, siatene orgogliosi e fate di questo orgoglio
uno sprone.
Il lignaggio Karma Kagyü del buddhismo tibetano, nel
quale vengono istruiti i discepoli di Chögyam Trungpa,
viene talvolta definito “lignaggio dei guai”, perché i suoi
saggi e venerati maestri ne hanno combinate di tutti i
colori. Il primo di questi maestri fu Tilopa, che era
veramente matto da legare. Il suo principale discepolo era
Naropa, un tipo così intellettuale e concettuale che gli ci
vollero dodici anni, durante i quali venne sottoposto da
Tilopa a prove di ogni genere, come fargli passare sopra un
carro, per cominciare a risvegliarsi. Era talmente
concettuale che quando gli si parlava di qualcosa diceva:
“Oh sì, ma di sicuro dicendo questo vuoi intendere
quest’altro”. Era fatto così. Il suo discepolo principale fu
Marpa, famigerato per il pessimo carattere. Aveva
frequenti accessi di collera, picchiava le persone e le
insultava. Era anche un ubriacone. Inoltre, era famoso per
la sua incredibile testardaggine. Rinpoche raccontava di lui
che aveva cominciato a studiare il Dharma perché sperava
di fare un mucchio di soldi portando in Tibet i testi sacri
indiani e traducendoli in tibetano. Il suo discepolo fu
Milarepa, che era nientemeno che un assassino! Divenne
discepolo di Marpa perché era terrorizzato dalla
prospettiva di finire all’inferno per i crimini che aveva
commesso.
Il discepolo di Milarepa fu Gampopa, dal quale ha preso il
nome Gampo Abbey. Poiché tutto gli riusciva facile, era un
arrogante. La notte precedente il suo primo incontro con
Gampopa, Milarepa disse ad alcuni discepoli: “Domani
arriverà qualcuno che è destinato a diventare il mio
principale discepolo. Colui che lo condurrà da me
acquisterà grandi meriti”. Così, appena Gampopa entrò nel
villaggio, una vecchietta lo riconobbe e gli corse incontro
dicendo: “Milarepa ci ha detto che stavi arrivando e che
diventerai il suo discepolo prediletto, e voglio che sia mia
figlia a portarti da lui!”. Gampopa pensò: “Devo proprio
essere un tipo speciale!” e tutto orgoglioso si recò da
Milarepa, sicuro che sarebbe stato accolto con grandi
onori. E invece Milarepa lo fece sistemare in una grotta, e
andò a trovarlo solo tre settimane dopo.
In quanto al discepolo principale di Gampopa, il primo
Karmapa, l’unica cosa che sappiamo di lui è che era
estremamente brutto. Si dice che somigliasse a una
scimmia. Si racconta anche che lui e altri tre importanti
discepoli di Gampopa vennero espulsi dal monastero
perché una volta si erano ubriacati e avevano cantato,
ballato e infranto le regole monastiche.
Allora, possiamo farci coraggio. Sono questi i saggi seduti
di fronte a noi, i saggi ai quali ci prostriamo. Possiamo
venerarli come esempio della nostra saggezza innata di
esseri illuminati, ma forse è anche giusto venerarli come
persone confuse, disorientate e piene di nevrosi,
esattamente come noi. Sono buoni esempi di esseri umani
che non si sono mai arresi e non hanno avuto paura di
essere se stessi, e grazie a ciò hanno scoperto le loro più
vere caratteristiche e la loro più vera natura.
Il fatto è che la nostra vera natura non è un qualche
ideale al quale dobbiamo elevarci. È ciò che siamo in
questo preciso istante, ciò con cui possiamo fare amicizia e
che possiamo onorare.

1 Il “veicolo del diamante”, la pratica dell’assumere il risultato come


il sentiero.
4.
La precisione, la gentilezza e il lasciar andare

Ci sono tre qualità che possiamo nutrire, coltivare e


valorizzare, nella meditazione come nella vita quotidiana.
Le possediamo già, ma possiamo farle maturare. Tali
qualità sono la precisione, la gentilezza e la capacità di
lasciar andare.
Nei suoi insegnamenti, il Buddha non ha mai detto che
siamo malvagi o che abbiamo commesso qualche peccato,
originale o no, che ci ha resi più confusi che chiari, più
aggressivi che gentili, più chiusi che aperti. Il Buddha ha
insegnato che esiste una specie di incolpevole ignoranza
che tutti noi condividiamo e che possiamo trasformare,
correggere e vedere in trasparenza. È come se ci
trovassimo in una stanza buia e qualcuno ci mostrasse
dov’è l’interruttore della luce. Non è peccato essere in una
stanza buia; è una situazione della quale non abbiamo
colpa, ma che fortuna trovare qualcuno che ci insegni come
si accende la luce! È qualcosa che ravviva notevolmente la
nostra esistenza: possiamo iniziare a leggere i libri,
osservare il viso delle persone, scoprire il colore dei muri,
goderci lo spettacolo degli animaletti che entrano ed
escono furtivamente dalla stanza.
Allo stesso modo, se osserviamo le nostre cosiddette
“limitazioni” con chiarezza, precisione, comprensione e
benevolenza, e, dopo averle viste in profondità, le lasciamo
andare e ci apriamo ancora di più, allora cominciamo a
scoprire che il nostro mondo è più ampio, confortante e
affascinante di quanto avessimo mai immaginato. In altre
parole, la chiave per sentirci più integri, meno alienati e
bloccati consiste nella capacità di vedere chiaramente chi
siamo e cosa stiamo facendo.
L’errore di cui non abbiamo colpa, ma che ci tiene
intrappolati nei nostri personali modelli di ignoranza,
malevolenza e senso di separatezza, è che non veniamo mai
incoraggiati a vedere chiaramente e con gentilezza ciò che
è. Anzi, viene comunemente accettato l’equivoco
fondamentale secondo cui dovremmo cercare di elevarci,
diventare migliori di ciò che siamo e stare alla larga dalle
cose che procurano sofferenza; se solo potessimo imparare
a sfuggire ciò che è doloroso, allora sì che saremmo felici!
È questo l’incolpevole, ingenuo equivoco che tutti noi
condividiamo e che perpetua la nostra infelicità.
Meditare vuol dire vedere chiaramente il nostro corpo, la
nostra mente, la nostra situazione familiare, il nostro
lavoro, le persone che fanno parte della nostra vita.
Significa osservare le nostre reazioni a tutto ciò, osservare
le emozioni e i pensieri che abbiamo adesso, in questo
preciso istante, in questa stanza, su questa sedia. Significa
non tentare di scacciare i pensieri e le emozioni, non
tentare di diventare migliori di ciò che siamo. Non
dobbiamo far altro che osservare con chiarezza, precisione
e gentilezza. In questo mese di meditazione ci eserciteremo
a coltivare la gentilezza, la precisione innata e la capacità
di lasciar andare la mentalità ristretta; impareremo ad
aprirci ai pensieri, alle emozioni e a tutte le persone che
incontreremo nella vita, ad aprire la mente e il cuore.
Non si tratta di un progetto di miglioramento. Non è una
situazione in cui ci si sforza di essere meglio di come si è.
Se avete un brutto carattere e vi rendete conto che state
facendo del male a voi stessi e agli altri, potreste credere
che, meditando per una settimana o un mese, cambierete
completamente e diventerete la personcina deliziosa che
avete sempre desiderato essere: dalle vostre labbra
immacolate come il giglio non uscirà mai più una parola
offensiva. Ma il fatto è che il desiderio di cambiare è
essenzialmente una forma di aggressione verso se stessi.
Un altro problema è che i nostri conflitti psicologici,
purtroppo o per fortuna, contengono la nostra ricchezza. Le
nostre nevrosi e la nostra saggezza sono costituite dallo
stesso materiale. Se buttiamo via le nevrosi, buttiamo
anche la saggezza. Quando siamo molto arrabbiati, siamo
anche pieni di energia: è questa energia che ci rende così
vitali e che piace così tanto alla gente. Il punto, allora, non
è liberarsi della rabbia ma farci amicizia, osservarla
chiaramente con precisione, onestà e gentilezza. Ciò
significa che non dovete né considerarvi una persona
indegna, né cadere nell’autocompiacimento: “Faccio bene a
comportarmi così, ho proprio ragione. Gli altri sono
insopportabili, è giusto che io sia sempre arrabbiato con
loro”. Gentilezza vuol dire non reprimere la rabbia, ma
anche non darle libero sfogo. È qualcosa di molto più
raffinato e generoso. Presuppone che, una volta
pienamente riconosciuta la sensazione della rabbia, una
volta compreso chi siete e che cosa state facendo,
impariate a lasciar andare. Potete lasciar andare la solita
storiella meschina che fa da sfondo alla vostra rabbia, e
iniziare a vedere chiaramente come e quanto continuate a
tenere in piedi tutta la faccenda. Allora che si tratti di
rabbia, attaccamento, gelosia, paura o depressione,
qualunque cosa sia, l’importante è non cercare di
reprimerla, ma fare amicizia con essa. Ciò significa arrivare
a conoscere l’emozione in profondità e con una certa
delicatezza e, una volta che l’abbiamo pienamente
sperimentata, imparare a lasciarla andare.
È la tecnica di meditazione stessa che coltiva la
precisione, la gentilezza e la capacità di lasciar andare, ma
sono tutte qualità che possediamo già innate nel nostro
cuore. Non dobbiamo conquistarle ma piuttosto
valorizzarle, coltivarle e riscoprirle dentro di noi. A questo
punto, vorrei parlare della pratica della meditazione, e
spiegare meglio come può permetterci di valorizzare tali
qualità.

PRECISIONE

La tecnica consiste in primo luogo nell’assumere una


postura corretta, e secondariamente nel divenire
consapevoli dell’espirazione. Nient’altro che la vostra
espirazione normale, non manipolata né controllata in
alcun modo. Siate con il respiro mentre esce, sentitelo
uscire. Rimanete in contatto con la sensazione. Sembra
facile, ma l’essere realmente con il respiro, e rimanerci per
ogni respiro, richiede una notevole precisione. Quando ci si
siede e si comincia a meditare, il tornare continuamente al
respiro coltiva la precisione, la chiarezza e l’accuratezza
della mente. Anche solo lo sforzo di tornare sempre al
respiro e di fare del proprio meglio per rimanerci, con
gentilezza, è sufficiente a rendere la mente più acuta.
La terza parte della tecnica di meditazione consiste nel
fatto che, non appena vi accorgete che state pensando,
dovete dire tra voi: “Pensiero”. Anche questo
“etichettamento” dei pensieri richiede molta precisione. Se
vi svegliate da una fantasticheria e, accorgendovi che
eravate immersi nei pensieri, tornate subito al respiro
dimenticandovi dell’etichetta, anche in questo caso dovete
fare una brevissima pausa e dire tra voi: “Pensiero”.
Ricordatevi dell’etichetta, perché è qualcosa di molto
preciso. Non dovete far altro che prendere atto che stavate
pensando, né più né meno. Rimanere con l’espirazione e
mettere l’etichetta ai pensieri coltivano la precisione della
mente; la mente acquista maggior chiarezza e stabilità. Ve
ne renderete conto sedendo in meditazione.

GENTILEZZA

Se mettiamo l’accento solo sulla precisione, la


meditazione rischia di diventare eccessivamente rigida e
troppo tesa verso una meta, una specie di lotta. Quindi si
sottolinea anche l’importanza della gentilezza. Durante la
meditazione è molto utile coltivare un atteggiamento
complessivo di rilassamento. Credo che divenendo più
attenti, vigili e consapevoli comincerete a notare che il
vostro stomaco diventa sempre più teso e le spalle molto
contratte. Farete un grande progresso se ve ne accorgerete
e di proposito rilasserete lo stomaco, le spalle e il collo. Se
avete difficoltà a rilassarvi, allora lavorateci sopra
gradualmente, con pazienza e gentilezza.
Quando il respiro fuoriesce, nutre non solo la precisione
della mente ma anche le qualità della gentilezza, del buon
cuore e della benevolenza, perché l’attenzione al respiro è
molto delicata. Se vi venisse detto: “Concentratevi
sull’espirazione, date il cento per cento dell’attenzione
all’espirazione” (ed esistono in effetti tecniche del genere,
peraltro molto utili), la meditazione coltiverebbe la
precisione ma non la gentilezza. Ma dato che la nostra
tecnica mira a nutrire entrambe, le istruzioni dicono che
solo il venticinque per cento della consapevolezza deve
essere dedicato all’espirazione, il che è effettivamente
molto poco. Il fatto è che, se siete concentrati
sull’espirazione e solo sull’espirazione, non siete
consapevoli delle persone che vi stanno vicino, delle luci
che si accendono e si spengono, del rumore dell’oceano.
Invece in questa tecnica, dal momento che tenete gli occhi
aperti e il vostro sguardo non è rigidamente concentrato su
qualcosa di particolare, e che tutta quanta la pratica mette
l’accento sull’apertura, siete sì consapevoli dell’espirazione
ma non escludete il resto. Per cui, solo il venticinque per
cento della consapevolezza deve andare all’espirazione. La
restante consapevolezza è meno specifica: consiste
semplicemente nell’essere coscienti di trovarvi in questa
stanza, e di tutto ciò che accade intorno a voi. Così, le
istruzioni sono: “Siate consapevoli dell’espirazione,
rimanete con l’espirazione”. Ma il fatto che tale
consapevolezza sia solo il venticinque per cento mette bene
in chiaro che non si tratta di un esercizio di
concentrazione: si “tocca” il respiro mentre esce, con molta
gentilezza. Toccate il respiro e poi lasciatelo andare. Il
tocco costituisce sia la precisione sia la gentilezza della
pratica. Toccate il respiro molto delicatamente, quindi
lasciatelo andare.
Se l’oggetto della meditazione fosse qualcosa di concreto,
qualcosa di solido e afferrabile come un’immagine, una
statua, un punto sul pavimento o una candela, allora non si
tratterebbe che di un esercizio di concentrazione. Invece il
respiro è molto sfuggente, e anche se volessimo dedicargli
il cento per cento dell’attenzione sarebbe difficile tanto è
effimero, leggero, arioso e spazioso. Come oggetto di
meditazione, procura un senso di delicatezza e gentilezza.
È come essere consapevoli di una dolce brezza, con la
differenza che in questo caso si tratta della nostra
espirazione naturale, normale. La tecnica che si avvale del
respiro viene definita “senza meta”, perché non prevede
alcuno scopo se non quello di essere pienamente presenti.
La piena presenza mentale non è qualcosa che, una volta
sperimentata, si possa considerare ormai definitivamente
acquisita. Significa piuttosto essere consapevoli del flusso e
riflusso, del movimento e della creazione, del processo
stesso della vita. Anche tutto ciò ha una sua delicatezza. Se
vi venisse indicata una meta da raggiungere, se per
esempio vi venisse detto: “Eliminate i pensieri”, la pratica
non sarebbe molto delicata. Dovreste combattere
duramente per cacciare via tutti i pensieri che si
presentano, e probabilmente non ce la fareste comunque.
Anche la mancanza di una meta contribuisce allo sviluppo
della gentilezza.
Il momento in cui mettete l’etichetta ai vostri pensieri,
chiamandoli “pensieri”, probabilmente è quello il punto
chiave della pratica, dove coltivate la gentilezza amorevole,
la compassione e la benevolenza. Rinpoche era solito dire:
“Fate attenzione al tono della vostra voce, quando dite tra
voi la parola ‘pensiero’”. Potrebbe essere un tono molto
duro, il che significa che intendete dire: “Maledizione!
Stavi di nuovo pensando, idiota che non sei altro!”. Oppure
potreste effettivamente dirvi: “Sei uno stupido! Come
meditante sei proprio uno zero, non hai alcuna possibilità!”.
Ma non succede niente del genere. Tutto quello che
succede è che prendete coscienza. Fortunatamente per voi,
avete veramente preso coscienza! Avete preso coscienza
del fatto che la mente pensa in continuazione, ed è
meraviglioso che ve ne siate accorti. Dopo aver osservato i
vostri pensieri, lasciateli andare. Dite: “Pensiero”.
Se notate che il tono di voce è severo, ditelo un’altra
volta, in modo da coltivare la sensazione che siete in grado
di usare un tono gentile e delicato; in altre parole, la
sensazione che state sviluppando un atteggiamento non
giudicante. Non state giudicando voi stessi, state solo
osservando ciò che è con precisione e gentilezza, state
osservando i pensieri come pensieri. Ecco perché questa
pratica coltiva non solo la precisione ma anche la
delicatezza, la gentilezza, e un sentimento di benevolenza
nei confronti di se stessi. L’onestà della precisione e il
calore della gentilezza sono le caratteristiche dell’amicizia
con se stessi.
Così, durante il ritiro, di pari passo con l’essere più
precisi che potete, date la dovuta importanza alla
delicatezza. Se vi accorgete che il vostro corpo è teso,
rilassatelo; se vi accorgete che la mente è tesa, rilassatela.
Sentite l’ampliarsi dell’espirazione, il suo dissolversi nello
spazio. Quando si presentano i pensieri, toccateli molto
delicatamente, come se toccaste una bolla di sapone con
una piuma. Fate che sia tutto gentile e delicato, e allo
stesso tempo preciso.

LASCIAR ANDARE

Il terzo aspetto della pratica è quello dell’apertura,


ovvero il lasciar andare. Questa tecnica apparentemente
semplice ci permette di riscoprire la nostra capacità innata
di aprirci, di superare la chiusura mentale, di abbandonare
ogni sorta di idea fissa e visione limitata. La precisione e la
gentilezza sono qualità piuttosto tangibili: potete cercare di
essere più precisi con l’espirazione e l’etichetta; potete
rilassare lo stomaco, le spalle e tutto il corpo, ed essere più
gentili con l’espirazione, più altruisti con l’etichetta. Ma il
lasciar andare non è così facile. È piuttosto qualcosa che
avviene come logica conseguenza del lavoro sulla
precisione e sulla gentilezza. In altri termini, se vi
impegnate a seguire fedelmente la tecnica, se cercate di
essere più precisi e nel contempo più gentili che potete, la
capacità di lasciar andare sembra presentarsi da sola. La
scoperta della vostra abilità nel lasciar andare avviene
spontaneamente, senza sforzo. A dire il vero, non dovreste
forzare neanche la precisione e la gentilezza, ma mentre
potete fare progetti sulla precisione, e potete fare progetti
sulla gentilezza, è difficile che riusciate a programmare il
lasciar andare. Allora, vi spiegherò come la pratica stessa
vi conduca alla riscoperta della capacità di lasciar andare e
aprirvi.
Forse vi sarete chiesti perché bisogna essere consapevoli
dell’espirazione e solo dell’espirazione. Perché non
prestare attenzione all’espirazione e all’inspirazione?
Esistono ottime tecniche che insegnano a essere
consapevoli del respiro sia mentre esce sia mentre entra.
Tali tecniche affinano la mente con sottile precisione, e
procurano un senso di concentrazione univoca e continua,
senza interruzioni. Ma, nella nostra pratica, noi seguiamo
l’espirazione. Non viene data alcuna istruzione particolare
su cosa fare fino all’espirazione successiva. In tutto ciò è
implicita la capacità di mollare la presa alla fine di ogni
espirazione, di aprirsi alla fine di ogni espirazione, perché,
per un momento, non c’è assolutamente alcuna istruzione
sul da farsi. Al termine dell’espirazione, c’è la possibilità di
quello che Rinpoche definiva “spazio”: siete consapevoli del
respiro che esce, e poi c’è una pausa mentre il respiro
entra. È come se voi... pausa. Non serve assolutamente a
niente dire: “Non devi essere consapevole
dell’inspirazione”. È come dire: “Non pensare all’elefante
rosa”. Quando ci viene detto di non pensare a qualcosa,
ecco che diventa un’ossessione. Tuttavia, la consapevolezza
è sull’espirazione, e poi c’è un senso di attesa fino
all’espirazione successiva, una mancanza di progetti. Non
bisogna far altro che lasciar andare alla fine di ogni
espirazione. Il respiro esce e si dissolve nello spazio, e
abbiamo la possibilità di lasciar andare completamente.
Niente da afferrare fino all’espirazione successiva.
Anche se tutto ciò è difficile da mettere in pratica, non
appena si comincia a lavorare con la consapevolezza
dell’espirazione, poi con la pausa, l’attesa e la
consapevolezza dell’espirazione successiva, un po’ alla
volta sorge la sensazione di essere in grado di lasciar
andare. Perciò, non abbiate alcuna aspettativa troppo
elevata: non dovete far altro che applicare la tecnica. Con il
passare dei mesi e degli anni, la vostra visione del mondo
inizierà a cambiare. Imparerete cosa vuol dire lasciar
andare e aprirsi, superare le opinioni ristrette e le idee
fisse.
Col tempo, anche l’etichettare i pensieri come “pensieri”
diventa un’esperienza molto più intensa. Potete essere
completamente immersi nelle fantasticherie, in ricordi del
passato o progetti per il futuro, completamente coinvolti,
come se aveste preso un aereo e foste volati via. Vi trovate
in un altro luogo e con altre persone, avete appena
riverniciato una camera o rivissuto una storia bella, o
brutta; siete presi dall’ansia per qualcosa che potrebbe
capitarvi, o dal piacere di un’esperienza che potreste
avere... insomma, siete del tutto coinvolti, come in un
sogno. Poi, all’improvviso, ve ne accorgete e tornate
indietro. Succede automaticamente. Dite tra voi: “Pensiero”
e in quell’istante non fate altro che lasciar andare tutti i
vostri pensieri. Non li reprimete, li riconoscete soltanto
come pensieri, con molta precisione e delicatezza, e poi li
lasciate andare. Una volta capito come funziona, è un
metodo di una potenza incredibile: potete essere
completamente ossessionati dal desiderio, dalla paura o da
qualunque altro pensiero, ma appena vi rendete conto di
cosa state facendo, senza giudicarvi, potete lasciar andare.
È probabilmente una delle cose più meravigliose che vi
siano state date: la capacità di mollare la presa, di non
restare intrappolati nel vortice dei pensieri di rabbia,
passione, ansia o depressione.
5.
Senza via di scampo

Ieri ho parlato di coltivare la precisione, la gentilezza e


l’apertura, e ho spiegato come la pratica della meditazione
ci permetta di ravvivare queste qualità che già possediamo.
Talvolta gli insegnamenti mettono in evidenza la nostra
saggezza innata, lo splendore e l’equilibrio, e talvolta
sottolineano le difficoltà, come sentirsi intrappolati in una
specie di cunicolo stretto e buio. Sono in realtà due facce
della stessa medaglia: quando sono insieme, ispirazione (o
benessere) e oppressione (o sofferenza) descrivono la
condizione umana. È questo che vediamo durante la
meditazione.
Vediamo quanto la realtà sia luminosa, meravigliosa e
straordinaria, e vediamo quanto siamo bloccati. Non che
una cosa sia buona e l’altra cattiva: si tratta piuttosto di un
interessante, puzzolente, ricco e fertile ammasso di
materia. Quando tale materia si ritrova tutta insieme,
mescolata, ecco la nostra condizione, la condizione umana.
È questo che dobbiamo vedere. Lo splendore e la
sofferenza sono entrambe qui, sempre, e si compenetrano
l’un l’altra. Per un essere pienamente illuminato, la
differenza tra nevrosi e saggezza è molto difficile da
percepire perché, in un certo senso, l’energia che sostiene
entrambe è la stessa. È l’energia fondamentale e creativa
della vita, la forza vitale, che trabocca e scorre in tutto ciò
che esiste. Tale energia può essere percepita come aperta,
libera, illimitata, fonte di vita e possibilità, oppure come
meschina, gretta, contratta e bloccata. Benché esista una
grande varietà di insegnamenti, tecniche e meditazioni, il
punto chiave di tutte le pratiche consiste nell’imparare a
essere estremamente onesti e generosi nei confronti di
tutto ciò che accade nella mente: pensieri, emozioni,
sensazioni corporee, tutto quel complesso di cose che
formano ciò che definiamo “io” o “me”. Nessun altro può
realmente decidere per voi che cosa accettare e che cosa
rifiutare, se parliamo di ciò che vi porta al risveglio o di ciò
che invece vi allontana. Nessun altro può scegliere per voi
che cosa accettare, ciò che amplifica il vostro mondo, e che
cosa rifiutare, ciò che sembra tenervi legati alla spirale
della sofferenza in una specie di squallido girotondo. La
meditazione viene definita “non teista”. Ciò non ha nulla a
che vedere col credere o meno in Dio e si riferisce piuttosto
al fatto che nessuno, tranne voi stessi, può dirvi che cosa
accettare e che cosa rifiutare.
La pratica della meditazione ci permette di conoscere
veramente a fondo l’energia fondamentale, con un’onestà e
una generosità straordinarie; ci permette di iniziare a
distinguere le cose che ci avvelenano da quelle che ci
procurano beneficio, il che comporta valutazioni differenti
per ciascuno di noi. Per fare un esempio, ci sono persone
che bevono litri di caffè e ciò le fa sentire quanto mai lucide
e in forma; ad altre, invece, basta una tazzina per avere
una crisi nervosa. Così come ogni cosa che mangiamo ha
un effetto diverso su ciascuno, così ognuno di noi ha un
particolare rapporto con le proprie energie. Siamo gli unici
a sapere che cosa ci sveglia e che cosa ci fa addormentare.
E così, eccoci qui seduti su questi cuscini rossi, in una sala
ben illuminata, davanti a un altare tutto colorato e pieno di
decorazioni, con un’enorme immagine del Karmapa. Fuori
nevica e urla il vento. Un’ora dopo l’altra, non facciamo
altro che starcene seduti e tornare il più possibile al
momento presente, prendere atto di ciò che avviene nella
mente, di nuovo tornare il più possibile al momento
presente, di nuovo prendere atto di ciò che avviene nella
mente, seguire l’espirazione, etichettare i pensieri come
“pensieri”, tornare al momento presente, prendere atto di
ciò che avviene nella mente. Gli insegnamenti ci
raccomandano di essere il più possibile onesti e gentili in
questo processo, e di imparare gradualmente cosa significa
mollare la presa e tornare al momento presente.
Il messaggio è che ognuno di noi possiede tutto il
necessario per raggiungere la completa illuminazione.
Abbiamo l’energia fondamentale che scorre in noi: talvolta
si manifesta come chiarezza, talvolta come confusione.
Dato che siamo persone per bene e fondamentalmente
buone, possiamo capire da soli cosa accettare e cosa
rifiutare. Possiamo avere ben chiaro quali sono le cose che
ci renderanno persone complete, sane e mature, e quali
invece, se ci lasceremo coinvolgere eccessivamente, ci
faranno rimanere infantili per tutta la vita. È il processo
che ci porta a fare amicizia con noi stessi e col mondo. È un
processo che coinvolge non solo le parti che ci piacciono,
ma tutta la realtà, perché ogni cosa di questo mondo ha
moltissimo da insegnarci.
6.
Gioia

Quasi un anno fa, la nostra cara amica Sister Ayya


Khema, una monaca theravada tedesca che vive in Sri
Lanka, venne qui al monastero per condurre un ritiro di
vipassana (meditazione di visione profonda). Per me quel
ritiro costituì una specie di rivelazione, perché Ayya Khema
mise in risalto la gioia. Fino ad allora, non mi ero mai resa
conto di quanta importanza avesse la sofferenza nella mia
pratica. Mi ero sempre concentrata sul venire a patti con le
cose sgradevoli, inaccettabili, imbarazzanti e dolorose che
facevo. Lungo questo processo, mi ero impercettibilmente
dimenticata della gioia.
Durante quel ritiro silenzioso di una settimana, Ayya
Khema ci insegnò che ciascuno di noi possiede nel proprio
cuore una gioia con cui può entrare in contatto. Mettendoci
in contatto con la gioia e lasciandola fiorire, permettiamo a
noi stessi di onorare la nostra pratica e la nostra vita. La
gioia è come una dolce pioggia primaverile che ci permette
di illuminarci e di essere soddisfatti di noi stessi, e quindi di
guardare alla sofferenza in modo completamente nuovo.
Nel suo breve testo La meditazione camminata, nel
capitolo intitolato “La Pura Terra è questa nostra terra”,
Thich Nhat Hanh scrive: “Sono sicuro che il Buddha o Dio
non si offenderanno se vi svelo un segreto: se siete in pace,
liberi e pieni di gioia, avrete trasformato il samsara nella
Pura Terra, e non ci sarà più bisogno di andarsene via”. Il
senso di meraviglia e gioia è presente in ogni istante, ogni
respiro, ogni passo e ogni gesto della nostra vita
quotidiana, se solo riusciamo a metterci in contatto con
esso. L’ostacolo maggiore all’entrare in contatto con la
nostra gioia è costituito dal risentimento.
La gioia è connessa all’accorgersi di quanto le cose siano
ampie, preziose e del tutto illimitate. Nutrire risentimento
nei confronti di quello che ci accade e lamentarci della
nostra vita è come rifiutarci di sentire il profumo delle rose
selvatiche durante una passeggiata mattutina, o essere così
ciechi da non accorgerci del grande corvo nero che si posa
sull’albero sotto il quale siamo seduti. Possiamo essere così
presi dalle nostre sofferenze e preoccupazioni da non
renderci conto che si è alzato il vento, o che qualcuno ha
messo dei fiori sui tavoli della sala da pranzo, o che quando
siamo usciti per la passeggiata mattutina le bandiere non
c’erano, mentre al nostro ritorno sventolano nel cielo.
Risentimento, amarezza e rancore ci impediscono di
vedere, ascoltare e toccare. Ci impediscono di essere felici.
Conoscete la storia di quella donna inseguita dalle tigri?
Corre, corre più che può, ma le tigri si fanno sempre più
vicine. A un certo punto, arriva sul ciglio di un dirupo e
vede alcune liane: si aggrappa a una di esse e si cala giù.
Guarda in basso, e si accorge che là sotto ci sono altre tigri.
Poi vede che un topo sta rosicchiando la liana alla quale è
appesa. Nota anche, lì vicino, delle bellissime fragole che
spuntano da un ciuffo d’erba. Guarda su, poi guarda giù.
Guarda il topo. Infine prende una fragola, la porta alla
bocca e la gusta con intenso piacere.
Tigri sopra, tigri sotto. Non è altro che la nostra
condizione di sempre, in termini di nascita e morte. Ogni
attimo è solo quello che è. Potrebbe essere l’unico attimo
della nostra vita, potrebbe essere l’unica fragola che
mangeremo in tutta la vita. Questo dato di fatto può
deprimerci, oppure possiamo finalmente apprezzarlo e
rimanere incantati di fronte al valore inestimabile di ogni
singolo istante dell’esistenza.
Trungpa Rinpoche era solito dire: “Potete farlo”. È
probabilmente uno dei suoi insegnamenti più profondi:
“Potete farlo”. Thich Nhat Hanh inizia il suo La meditazione
camminata dicendo che ognuno di noi porta sulle spalle il
proprio fardello, e se vuole liberarsene, se vuole metterlo
giù, può farlo. Può entrare in contatto con la gioia che
possiede nel cuore.
In una giornata silenziosa come oggi, quando tutto è così
tranquillo, potreste accorgervi di essere troppo tesi e di
fare tutto con un’espressione truce: siete truci nell’aprire la
porta, nel bere il tè, nel fare un tale sforzo per essere calmi
e tranquilli e per muovervi lentamente da sentirvi
veramente a disagio. D’altra parte, potete anche rilassarvi
e comprendere che al di là di tutte le preoccupazioni, le
lagnanze e le critiche che vi passano per la mente, il sole
continua a sorgere ogni mattina, compie il suo tragitto nel
cielo e tramonta alla sera. Gli uccelli sono sempre là fuori,
cercano il cibo, fanno il nido e volano nel cielo. C’è sempre
l’erba, immobile o mossa dal vento. La terra ci dona cibo,
fiori e alberi. C’è una ricchezza enorme. Potete coltivare la
passione per la vita, la curiosità e l’interesse. Potete
entrare in contatto con la vostra gioia. Potete cominciare
adesso, proprio in questo momento.
I navajo insegnano ai loro bambini che il sole che sorge
ogni mattina è un sole nuovo di zecca: nasce all’alba, vive
per il tempo di un giorno e al tramonto muore per non
tornare mai più. Appena i bambini sono abbastanza grandi
per capire, gli adulti li portano fuori all’alba e dicono loro:
“Il sole ha soltanto un giorno di vita. Dobbiamo vivere bene
questo giorno, in modo che il sole non avrà sprecato il suo
tempo prezioso”. Riconoscere il grande valore di ogni
giorno è un buon modo di vivere, un buon metodo per
ritrovare il contatto con la nostra gioia fondamentale.
7.
Ampliare la prospettiva

Stamattina, quando sono venuta a meditare, ero stanca e


affamata. Eppure, ero felice. Durante la nostra passeggiata
mattutina ero ancora più felice, e ho capito che ciò era
dovuto a qualcosa che avviene quando si pratica: si scopre
di assumere una prospettiva più ampia sulla vita. Sembra
quasi un regalo, una benedizione.
In molte tradizioni, tra le quali il buddhismo tibetano, il
cerchio è un potente simbolo che rappresenta la sacralità
di tutte le cose. In tutte quelle tradizioni esistono rituali
che si servono dell’immagine del cerchio: tracciando un
cerchio attorno a se stessi, e rimanendo nel mezzo, si
intuisce di essere sempre al centro dell’universo. Il cerchio
tutt’intorno ci fa capire che siamo sempre in uno spazio
sacro.
Nel buddhismo si parla di presenza mentale, di
consapevolezza. La presenza mentale ci viene insegnata
attraverso l’oryoki, gli inchini, il rimanere con il respiro,
l’etichettare i pensieri come “pensieri”. Tutto ciò comporta
grande precisione, ma anche molta gentilezza. Insieme alla
precisione con cui ci rapportiamo al nostro mondo c’è
anche uno spazio che è sempre presente attorno a noi.
Quello spazio è la gentilezza: permettiamo a noi stessi di
percepire quanto il mondo sia vasto, fluido, pieno di colore
e di energia. Quello spazio è il nostro cerchio.
Quando si parla di presenza mentale e di consapevolezza
non ci si riferisce a qualcosa di rigido e severo, a una
disciplina che ci autoimponiamo per comportarci come si
deve, migliorarci, tenere la schiena più diritta e avere un
odore più gradevole. Si tratta piuttosto di nutrire un
sentimento di gentilezza amorevole nei riguardi dei
microfoni, delle ciotole per l’oryoki, delle nostre mani, delle
altre persone, di questa stanza, di tutte le porte che
attraversiamo per entrare e uscire. Presenza mentale
significa amore per ogni dettaglio della vita, il che conduce,
come naturale conseguenza, alla consapevolezza: la vita
comincia ad ampliarsi, e si acquista la consapevolezza di
trovarsi sempre al centro del mondo.
Alcuni di voi avranno forse letto il libro Alce Nero parla,
nel quale un vecchio indiano Sioux racconta della
grandiosa visione che ebbe all’età di nove anni. Un giorno
egli si era ammalato, così gravemente che tutti pensavano
sarebbe morto. Rimase in coma per una settimana o più, e
durante il coma gli venne predetto che il sacro stile di vita
del suo popolo sarebbe stato presto stravolto. Gli venne
anche insegnato che cosa fare perché non andasse perduto
del tutto. Era ancora in coma quando venne portato sulla
cima dell’Harney Peak, nelle Black Hills del Dakota, che gli
indiani d’America considerano l’ombelico del mondo. Ma
Alce Nero racconta che, dopo essere stato sull’Harney Peak
e aver ricevuto la grande visione, comprese che ogni luogo
è il centro del mondo. In effetti, ovunque ci troviamo, quello
è il centro del mondo. Siamo sempre al centro di uno spazio
sacro, esattamente al centro del cerchio.
La gente mi dice spesso: “La meditazione è una gran
bella cosa, ma che rapporto ha con la vita?”. Ebbene, la
meditazione è in relazione con la vita nel senso che, forse
grazie alla semplice pratica del prestare attenzione, cioè
nutrire gentilezza amorevole verso le vostre parole, azioni e
attività mentali, potete iniziare a comprendere che vi
trovate sempre al centro di uno spazio sacro, uno spazio
che non è altro che la vita stessa. Lo spazio sacro non è
questa stanza, e neppure Gampo Abbey. Ovunque andiate,
per il resto della vita, sarete sempre al centro dell’universo,
e il cerchio sarà sempre attorno a voi. Ogni persona che
incontrate entra nel vostro spazio sacro, e non certo per
caso. Tutto ciò che entra nel cerchio è lì per insegnarvi
qualcosa.
Attraverso la mia esperienza del buddhismo e il mio
grande amore e rispetto per i maestri, gli insegnamenti e la
pratica, mi sono resa conto che è un’ottima cosa aderire a
un veicolo e comprenderlo sempre più profondamente. Ma,
così facendo, ho imparato a vedere la sacralità di ogni
saggezza, ho cominciato a capire che si può arrivare alla
stessa verità attraverso molte strade. La meditazione
comincia ad ampliare la nostra vita, e così non siamo più
impigliati nel pensare solo a noi stessi e nel pretendere che
la vita vada sempre come fa comodo a noi. Una persona
egoista non riesce certo a intuire di essere al centro di un
cerchio sacro, al centro dell’universo, perché è così presa
dai suoi problemi, dalle sue sofferenze, limitazioni, desideri
e paure che è cieca alle meraviglie dell’esistenza. Sente
solo una profonda tristezza, un enorme risentimento verso
tutta quanta la vita. Che strano! La vita è un tale miracolo,
eppure, per la maggior parte del tempo, non facciamo altro
che provare rancore verso cose che in realtà fanno il nostro
interesse.
C’era una volta una donna orgogliosa e arrogante. Un
giorno decise che voleva raggiungere l’illuminazione, e si
rivolse agli esperti per sapere che cosa doveva fare. Uno di
loro le disse: “Se sali sulla cima di quell’altissima
montagna, lassù troverai una grotta. Seduta nella grotta c’è
una vecchietta molto saggia, che ti darà tutte le istruzioni”.
La donna pensò: “Bene, farò così. Voglio il meglio che si
possa trovare”. Dopo aver superato grandi difficoltà, trovò
finalmente la grotta, ed effettivamente lì stava seduta una
vecchietta tutta vestita di bianco, dall’aspetto dolcissimo e
spirituale, che le sorrise soavemente. Sopraffatta dal
timore reverenziale e dal rispetto, la donna si prostrò ai
suoi piedi supplicandola: “Voglio raggiungere
l’illuminazione. Insegnami come si fa”. La saggia vecchietta
la guardò col suo sorriso angelico, e le chiese: “Sei proprio
sicura di voler ottenere l’illuminazione?”. E la donna:
“Certo che ne sono sicura!”. E all’improvviso la vecchina
sorridente si trasformò in un demone, si alzò brandendo un
grosso bastone e cominciò a rincorrerla urlando: “Adesso!
Adesso! Adesso!”. Per il resto della vita la donna non riuscì
mai a liberarsi del demone, che continuava a urlare:
“Adesso!”.
Rinpoche parlava spesso dell’adesso. I capitoli “L’attimo
presente” e “Scoprire la magia” del suo libro Shambhala: la
via sacra del guerriero sono completamente dedicati a tale
argomento. Se volete raggiungere l’illuminazione, dovete
farlo adesso. Se siete arroganti e cocciuti, può darsi che
abbiate bisogno di qualcuno che vi corra dietro con un
randello. Ma più aprite il vostro cuore, più fate amicizia con
il corpo, la parola e la mente, e con il mondo racchiuso nel
vostro cerchio – la vostra situazione familiare, le persone
con le quali vivete, la casa in cui fate colazione ogni giorno
– più apprezzate il fatto che, per esempio, vi basta girare il
rubinetto per avere l’acqua. Se aveste mai provato a vivere
senz’acqua, allora sì che potreste veramente apprezzarlo.
Avvengono miracoli di ogni sorta. Ogni cosa è un miracolo,
ogni cosa è assolutamente meravigliosa.
Adesso. Ecco la chiave. Adesso, adesso, adesso. La
presenza mentale vi abitua a essere vivi e consapevoli,
estremamente curiosi... ma curiosi riguardo a cosa? Ma
riguardo all’adesso, no? Sedete in meditazione e
l’espirazione è adesso, il risveglio dalle fantasticherie è
adesso. Anche le fantasticherie sono adesso, anche se
sembra che vi trasportino nel passato e nel futuro. Più
riuscite a essere completamente nell’adesso, più sentite
che vi trovate al centro del mondo, al centro del cerchio
sacro. Non è una cosa da poco, che vi stiate lavando i denti,
preparando da mangiare o pulendo il sedere. Qualsiasi cosa
facciate, la state facendo adesso.
Il nostro compito nella vita è utilizzare ciò che ci è stato
dato per risvegliarci. Anche se ci fossero due persone
assolutamente identiche – stesso corpo, stesso modo di
parlare, stessa mente, stessa madre, stesso padre, stessa
casa, stesso cibo, tutto uguale – mentre una potrebbe usare
ciò che possiede per svegliarsi, l’altra potrebbe usarlo per
diventare sempre più triste, arcigna e piena di rancore.
Non importa che cosa vi sia stato dato, se avete un difetto
fisico, siete poveri o ricchi sfondati, belli o brutti,
psichicamente sani o squilibrati, se vivete in un manicomio
oppure in un deserto tranquillo e silenzioso. Qualunque
destino vi sia toccato, può risvegliarvi o farvi
addormentare. È questa la sfida del momento presente:
come intendete sfruttare ciò che possedete, vale a dire il
vostro corpo, la vostra parola, la vostra mente?
Sempre riguardo all’adesso, vi rivelo qualcosa che vi sarà
molto utile: l’ostacolo principale all’assunzione di una
prospettiva più ampia sulla vita consiste nel fatto che le
emozioni ci catturano e ci rendono ciechi. Più prendiamo
coscienza di ciò, e più ci rendiamo conto che, quando ci
abbandoniamo alla rabbia, all’autocommiserazione e alla
bramosia, tanto da renderci infelici, in quel momento
iniziamo a isolarci, ad autoescluderci, come se fossimo
seduti sul ciglio del Grand Canyon ma avessimo infilato la
testa dentro un sacco nero.
Potete sperimentarlo di persona, salendo sulle scogliere
che dominano il golfo di San Lorenzo. La prima impressione
è sempre: “Uauh! È grandioso!” e la mente si apre. Ma, se
rimanete un po’ di tempo lassù, a un certo punto
comincerete a preoccuparvi per qualcosa. Vi accorgerete
allora (potete provare, se ne avete voglia) che il panorama
sembrerà come restringersi, diventare insignificante. La
magia del momento presente sta nel fatto che potete
lasciar andare le vostre preoccupazioni e aprirvi di nuovo
allo spazio. Potete farlo sempre, in qualsiasi momento, ma
per riuscirci bisogna che facciate amicizia con voi stessi.
Bisogna che arriviate a conoscere la vostra rabbia,
l’autocommiserazione, i desideri, la bramosia, la noia, e che
facciate amicizia con tutte queste emozioni.
Esiste un’altra storia, che forse conoscete. Si riferisce a
quelli che definiamo paradiso e inferno, vita e morte, bene
e male. Ebbene, questa storia vuole dirci che quelle cose in
realtà non esistono se non come costruzioni della mente.
Dunque, c’è un samurai grande e grosso che va da un
saggio e gli dice: “Parlami della natura del paradiso e
dell’inferno”. Il roshi lo guarda dritto negli occhi e gli fa:
“Perché mai dovrei parlare con uno schifoso, rivoltante,
miserabile bavoso come te?”. Il samurai si fa paonazzo e gli
si rizzano i capelli per la collera, ma il roshi imperterrito:
“Un miserabile verme come te, credi proprio che dovrei
spiegarti qualcosa?”. Sopraffatto dall’ira il samurai estrae
la spada ed è sul punto di mozzare la testa al roshi, quando
questi gli dice: “Ecco, questo è l’inferno”. Il samurai, che in
realtà è una persona intelligente, in un attimo capisce: si
rende conto di aver appena creato il proprio inferno
personale e di esserci sprofondato fino agli occhi. Un
inferno nero e rovente, talmente pieno di odio, egoismo,
rabbia e risentimento da portarlo al punto di commettere
un omicidio. Gli occhi gli si riempiono di lacrime, scoppia a
piangere e giunge le mani davanti al roshi che gli dice: “E
questo è il paradiso”.
Non esistono né inferno né paradiso, se non per il modo
in cui ci mettiamo in rapporto con la vita. L’inferno non è
altro che la nostra resistenza alla vita. Quando diciamo
“no” alla situazione in cui ci troviamo, non c’è niente di
male, ma quando montiamo la cosa a dismisura e ci
esaltiamo al punto di sguainare la spada per tagliare la
testa a qualcuno, allora tale resistenza alla vita è l’inferno.
Nella nostra pratica non diciamo: “L’inferno è male e il
paradiso è bene” e neppure: “Sbarazziamoci dell’inferno e
diamoci da fare per raggiungere il paradiso”; bensì
incoraggiamo noi stessi ad acquisire una mente e un cuore
aperti al paradiso, all’inferno, a tutto. Perché? Perché è
l’unico modo per capire che al di là delle mutevoli
circostanze siamo sempre al centro del mondo, nel bel
mezzo di uno spazio sacro, e che tutto ciò che avviene in
questo spazio ed entra a far parte della nostra vita è qui
per insegnarci ciò che dobbiamo sapere.
Lo scopo della vita è il risveglio, è permettere che ciò che
entra nel cerchio possa risvegliarvi, e non farvi
addormentare. C’è un solo modo per far sì che ciò avvenga:
essere aperti, curiosi, sviluppare un sentimento di simpatia
per tutte le cose che vi capitano, comprendere la loro
natura e lasciare che vi insegnino quello che vogliono
insegnarvi. Andrà avanti così finché non avrete imparato la
lezione, a qualunque costo. Potete abbandonare la famiglia,
cambiare lavoro, frequentare solo persone che vi diano
sempre ragione; potete manipolare il vostro mondo e
cercare di far sì che tutto fili sempre liscio fino a diventare
paonazzi per lo sforzo, ma gli stessi vecchi fantasmi non vi
daranno tregua finché non avrete finalmente imparato la
lezione, la lezione che sono venuti a insegnarvi. Allora,
quegli stessi fantasmi vi appariranno come fedeli e
generosi compagni di viaggio.
Ecco perché stamattina, pur essendo molto stanca e
affamata, ero anche così felice. E, per questo, vorrei
esprimere tutta la mia gratitudine a Trungpa Rinpoche.
8.
Niente di meglio che una storia vera

Nel taoismo esiste un famoso detto: “Il Tao di cui si può


parlare non è il vero Tao”. Anche se non l’ho mai visto
tradotto così, questo detto potrebbe anche essere inteso
come: “Non appena si comincia a credere in qualcosa, non
si riesce più a vedere nient’altro”. La verità alla quale
crediamo e ci aggrappiamo ci rende indisponibili all’ascolto
di ogni altra idea.
Tramite il nostro modo di pensare e credere nelle cose,
noi ci creiamo il nostro mondo. Nel Medioevo tutti
condividevano la certezza, basata sulla paura, che esistesse
un solo modo di credere, e chi non era della stessa opinione
veniva considerato un nemico. Ciò significava la morte di
ogni forma di pensiero nuovo e creativo. Molte cose che
alcuni riuscivano a vedere altri non le vedevano
assolutamente, per il semplice fatto che non le ritenevano
possibili. Una volta cristallizzati nel proprio modo di
pensare e nelle proprie credenze, c’erano cose di ogni sorta
che essi non erano letteralmente in grado di sentire,
vedere, annusare o toccare, perché erano estranee alla
propria concezione del mondo.
L’aggrapparsi alle proprie opinioni limita la percezione
della vita. Ciò non significa che le opinioni, le idee o i punti
di vista siano di per sé qualcosa di negativo: la fonte di tutti
i problemi è la testardaggine, la pretesa che le cose siano
esattamente come le vediamo noi, il tenerci ben strette le
nostre convinzioni e idee. Per dirla più semplicemente,
utilizzare così il nostro sistema di valori vuol dire creare
una situazione in cui scegliamo di essere più ciechi che
capaci di guardare, più sordi che capaci di ascoltare, più
morti che vivi, più addormentati che svegli.
Al giorno d’oggi, ci sono molte persone che guardano
avanti ed esplorano, mentre altre diventano sempre più
prigioniere delle proprie certezze. Di conseguenza si
verificano delle contrapposizioni frontali, ed ecco che, tanto
per fare un esempio, molti cristiani sono andati su tutte le
furie quando è uscito il film L’ultima tentazione di Cristo, in
cui il regista ha osato dare di Gesù un’immagine diversa da
quella che i cristiani vogliono vedere. Quando ci si sente
minacciati nel proprio sistema di valori, si può diventare
talmente fanatici da arrivare a uccidere e distruggere.
Un altro esempio è la reazione dei musulmani al libro
Versi satanici, nel quale Salman Rushdie sostiene che
Maometto non era la persona che i suoi seguaci credono.
Per questo i musulmani hanno condannato a morte lo
scrittore. Si può effettivamente constatare che è una
situazione molto comune: i protestanti uccidono i cattolici e
i cattolici uccidono i protestanti, gli induisti uccidono i
buddhisti e i buddhisti uccidono gli induisti, gli ebrei
uccidono i cristiani e i cristiani uccidono gli ebrei, i
musulmani uccidono i cristiani e i cristiani uccidono i
musulmani. Dappertutto ci sono guerre, perché molti si
sentono offesi che altri non la pensino come loro.
Abbiamo tutti la nostra parte di colpa. È quello che viene
definito “fondamentalismo religioso”. Vogliamo qualcosa da
afferrare, vogliamo poter dire: “Finalmente l’ho trovato,
eccolo qui! Adesso mi sento nel giusto, sicuro di me e ben
protetto”. Neanche noi buddhisti siamo immuni da tale
atteggiamento, che d’altra parte è tipico del genere umano.
Eppure nel buddhismo esiste un insegnamento che, se solo
gli si desse ascolto, eliminerebbe tutto ciò alla radice.
L’insegnamento dice: “Se incontri il Buddha per strada,
uccidilo”. Significa che se riuscite a trovare il Buddha e
pensate: “Ecco, è questo, il Buddha è fatto proprio così”,
allora fareste meglio a uccidere quel “Buddha” che avete
trovato e che siete sicuri essere così e colà. È lo stesso
punto di vista di tutti i mistici e contemplativi cristiani,
induisti, ebrei, di tutte le fedi e non fedi: se incontrate il
Cristo e riuscite a definirlo, uccidetelo; se incontrate il
Maometto o il Geova o chiunque altro e riuscite a definirlo,
afferrarlo e renderlo oggetto di fede, distruggetelo.
E adesso arriva la parte interessante: come riuscire a
mettere in pratica questo insegnamento? Benché sembrino
alquanto distruttive, in realtà quelle parole sono il massimo
della non violenza. È molto comodo avere delle certezze,
tenersele ben strette e lasciare che il mondo sia un
prodotto del nostro modo di pensare. Altrettanto facile è
scagliarsi contro coloro che la pensano diversamente. È
molto più difficile, e richiede perciò un grande coraggio,
seguire la via dell’eroe e dell’eroina, del guerriero, del
mistico: guardare continuamente in faccia le proprie
credenze, con chiarezza e onestà, e quindi andare oltre. Per
riuscirci bisogna avere un coraggio e una compassione
enormi. Bisogna imparare a toccare e comprendere
completamente, nel profondo, la propria esperienza,
gentilmente e senza emettere alcun giudizio.
“Se incontri il Buddha, uccidilo” significa che appena vi
accorgete che vi state aggrappando e attaccando a
qualcosa, non importa se convenzionalmente giudicato
buono o cattivo, dovete fare amicizia con il vostro
attaccamento. Osservatelo in profondità. Comprendetelo
fino in fondo, completamente. In tal modo l’attaccamento si
dissolverà da solo.
Gli insegnamenti affermano che se ci si attacca alle
proprie opinioni il conflitto è inevitabile. A tal riguardo vi
racconterò una bellissima storia. C’era una volta un dio che
sapeva bene quanto gli uomini e le donne amino credere
che le loro opinioni corrispondano alla realtà, e fondare
associazioni, religioni e partiti politici con le persone che la
pensano come loro. Sapeva quanto si appassionino a creare
qualcosa dal nulla, scrivere il suo nome su una bandiera e
scendere in strada sventolando quella bandiera, tra urla e
schiamazzi, con l’unico risultato che quelli che la pensano
diversamente prendono la loro bandiera e li fronteggiano,
urlando e schiamazzando. Così il dio cercò di mettere in
evidenza tale atteggiamento tipico dell’uomo, in modo che
tutti potessero rendersi conto di quanto fosse assurdo e
farsi una bella risata (una bella risata è il modo migliore
per uccidere il Buddha). Si fece quindi un largo cappello, lo
divise esattamente a metà e colorò la parte sinistra di blu
brillante e quella destra di rosso vivo. Poi si recò dove
molte persone stavano lavorando nei campi, alcune sul lato
sinistro e altre sul lato destro di una strada. Là, il dio si
manifestò in tutto il suo fulgore. Nessuno poté fare a meno
di vederlo. Grande e splendente, col suo bel cappello, iniziò
a camminare lungo la strada. Tutti coloro che si trovavano
nei campi del lato destro lasciarono cadere le zappe e
rimasero immobili a guardarlo, e lo stesso fecero quelli del
lato sinistro. Erano estasiati. Poi il dio sparì. Tutti urlarono:
“Abbiamo visto Dio! Abbiamo visto Dio!”. Erano al colmo
della felicità, ma a un certo punto qualcuno sul lato sinistro
disse: “Era proprio qui, in tutta la sua gloria e col suo
cappello blu!”. Allora quelli sul lato destro urlarono: “No, il
cappello era rosso!”. La controversia si aggravò sempre di
più, e alla fine le due fazioni innalzarono fra loro un muro e
cominciarono a prendersi a sassate. Fu allora che il dio
ricomparve. Questa volta percorse un tratto di strada in
direzione opposta e poi sparì di nuovo. Tutti si guardarono
in faccia stupiti, e quelli di destra dissero: “Avevate
ragione, il cappello era proprio blu! Vi chiediamo scusa,
l’altra volta ci siamo sbagliati!”. E quelli dell’altra parte:
“Ma no, siamo noi che ci siamo sbagliati, avevate ragione
voi!”. A questo punto erano quasi tutti completamente
frastornati, e non sapevano più se continuare a litigare o
fare la pace. All’improvviso, il dio riapparve. Stavolta
rimase fermo in mezzo alla strada, poi girò su se stesso,
prima a sinistra e poi a destra... e tutti scoppiarono a
ridere!
Voi che siete qui seduti in meditazione, voi che anelate a
una vita vera, avventurosa, positiva, piena e senza
restrizioni, avete a disposizione un metodo pratico, lo
stesso che avete seguito finora nella meditazione: vedere
ciò che è. Riconoscete ciò che è, senza giudicarlo buono o
cattivo. Lasciatelo andare e tornate al momento presente.
Qualunque cosa si presenti, osservatela senza definirla
buona o cattiva: prendetene solamente atto. Osservatela
chiaramente senza formulare alcun giudizio, e quindi
lasciatela andare. Tornate al momento presente. Potete
farlo sempre, da adesso fino all’istante della vostra morte.
Grazie a questa pratica potrete divenire più
compassionevoli verso voi stessi e gli altri, meno dipendenti
da dogmi e pregiudizi, meno testardi e assolutamente
convinti di aver ragione mentre tutti gli altri sbagliano;
potrete coltivare un atteggiamento ironico nei confronti di
ogni situazione, illuminarvi e aprirvi alla vita. Avrete anche
l’opportunità di iniziare a prendere coscienza di tutte le
occasioni in cui biasimate gli altri e giustificate voi stessi.
Se per il resto della vita praticherete in tal modo, e
permetterete che ciò vi riveli la stupidità della condizione
umana, la stupidità di quel dramma tragicomico nel quale
siamo continuamente coinvolti, allora svilupperete
profonda saggezza e compassione, unitamente a uno
spiccato senso dell’umorismo.
L’osservazione di quando vi autoassolvete e condannate
gli altri non ha lo scopo di farvi sentire in colpa: è piuttosto
una possibilità per rendervi conto del vostro atteggiamento
abituale, e di come tale atteggiamento vi imprigioni in una
visione del mondo alquanto limitata. È un’occasione per
accorgervi che vi state attaccando alla vostra
interpretazione della realtà e per riflettere sul fatto che si
tratta solo di questo: della vostra interpretazione della
realtà, niente di più e niente di meno.
9.
Il clima e le quattro nobili verità

Quando il Buddha diede il suo primo insegnamento,


avrebbe potuto dire qualunque cosa. Aveva raggiunto il
completo risveglio. La sua mente era chiara e non si sentiva
ostacolato in alcun modo: c’erano solo la spaziosità e la
bontà di se stesso e della propria vita. Tuttavia, la
tradizione afferma che gli fu difficile esprimere a parole la
propria esperienza. In un primo tempo decise perfino di
non dir nulla, perché riteneva che nessuno sarebbe stato in
grado di comprendere le sue parole. Ma poi pensò che era
meglio andare tra la gente e insegnare, perché qualcuno lo
avrebbe pur ascoltato. La cosa interessante è che, nel suo
primo discorso, non parlò dell’incondizionato; non parlò
della nostra bontà fondamentale, della chiarezza, dello
spazio, della beatitudine, della meraviglia o dell’apertura.
Nel suo primo insegnamento, l’esposizione delle quattro
nobili verità, il Buddha parlò della sofferenza.
Ho sempre interpretato tale insegnamento come la
straordinaria affermazione che non c’è necessità di
resistere al vivere pienamente la nostra condizione di
esseri umani, al dato di fatto che siamo parte integrante
della rete della vita. Tutta la vita è interconnessa. Se una
cosa è viva, allora possiede una forza vitale, un particolare
vigore che ha la natura dell’energia. Senza questa forza
vitale non potremmo alzare le braccia né aprire la bocca,
né aprire e chiudere gli occhi. Se siete mai stati accanto a
un moribondo, vi sarete accorti che fino a un certo punto
questa forza vitale è ancora presente, per quanto debole
possa essere, e che solo un attimo dopo non c’è più. Si dice
che al momento della morte i quattro elementi, terra, aria,
fuoco e acqua, si dissolvono uno per uno, ciascuno
nell’altro, e alla fine si disperdono nello spazio. Ma, finché
siamo in vita, noi condividiamo quell’energia che fa sì che
tutto, dal filo d’erba all’elefante, nasca, cresca e
inevitabilmente invecchi e muoia. È questa energia, o forza
vitale, a creare l’intero universo. È veramente singolare che
quella stessa coscienza che ci rende esseri umani sia anche
la causa dei nostri problemi quando cerchiamo di opporci
alle energie della vita.
L’altro giorno ho parlato con un uomo afflitto da una
grave depressione. Quando si sente depresso si siede e non
riesce più a muoversi; l’unica cosa che riesce a fare è
preoccuparsi. Mi ha detto che ha trascorso in questo modo,
seduto, tutto l’inverno. Pensava sempre che sarebbe dovuto
uscire per mettere il tagliaerba al riparo dalla neve, ma non
ha mai avuto la forza di farlo. Non è questo che intendo
quando parlo di sedere immobili. Sedere immobili,
rimanere seduti, significa non venire distolti dall’essere
pienamente qui, dal riconoscere e sentire fino in fondo la
propria energia vitale. Ma cosa succede, in pratica? Posso
riferirvi una mia esperienza personale. Ero seduta in
meditazione quand’ecco che arriva quella sensazione
spiacevole, e mi sono ritrovata immersa in ogni sorta di
fantasticherie: mi preoccupavo per una cosa che sarebbe
dovuta avvenire a settembre, mi domandavo chi si sarebbe
occupato dei più insignificanti dettagli di cose che
avremmo dovuto fare a ottobre.
Poi mi sono ricordata: sedere immobili nel bel mezzo di
un incendio, di un ciclone, un terremoto o un maremoto.
Sedere immobili. Ciò offre la possibilità di sperimentare,
una volta di più, quanto sia vitale l’energia che è in noi,
l’energia dei quattro elementi: terra, aria, fuoco, acqua.
Perché opponiamo resistenza alla nostra energia? Perché
contrastiamo la forza vitale che scorre in noi? La prima
nobile verità afferma che se siamo vivi, abbiamo un cuore,
siamo in grado di amare e provare compassione, se
riusciamo a percepire quell’energia vitale che rende
possibile il mutamento, il movimento, la crescita e la morte
di tutto ciò che esiste, allora non saremo mai capaci di
provare risentimento né di fare resistenza. La prima nobile
verità afferma semplicemente che il disagio fa parte della
condizione umana. Non siamo affatto obbligati a chiamarlo
sofferenza, e neppure disagio; si tratta semplicemente di
sperimentare l’ardore del fuoco, il furore del vento, la
turbolenza dell’acqua, lo sconvolgimento della terra, ma
anche il tepore del fuoco, la dolcezza della brezza, la calma
e la freschezza dell’acqua, la solidità e affidabilità della
terra. Non c’è niente che, nella sua essenza, sia immutabile
e definito. I quattro elementi assumono forme differenti,
come fossero maghi. Talvolta si manifestano in una certa
forma e talvolta in un’altra. Se consideriamo questo dato di
fatto come un problema, ecco che opponiamo resistenza. La
prima nobile verità afferma che anche noi cambiamo come
il clima, siamo soggetti al flusso e riflusso come le maree,
cresciamo e caliamo come la luna. Noi siamo così, e non
abbiamo alcun motivo per rifiutarci di ammettere
l’evidenza. Quando facciamo resistenza, la realtà e
l’energia della vita si trasformano nello squallore e
nell’inferno.
La seconda nobile verità afferma che la resistenza è il
meccanismo d’azione fondamentale di quello che definiamo
“io”, il quale, opponendosi alla vita, è la causa primaria
della sofferenza. Secondo la tradizione, la sofferenza è
dovuta all’attaccamento alla propria visione limitata. Lo
stesso concetto può essere espresso in altri termini: l’io
non è altro che la resistenza alla completa unità con tutta la
vita, al dato di fatto che siamo mutevoli e instabili come il
clima, che condividiamo la stessa energia di tutti gli esseri
viventi.
Ieri mi sono posta alcuni interrogativi circa il
meccanismo della resistenza. Ho notato che, durante la
meditazione, provavo un senso di disagio al cuore e allo
stomaco, qualcosa che si potrebbe definire paura. Ho
iniziato a vedere la possibilità di sperimentare la reale
natura dei quattro elementi, di sentire che cosa significhi
essere mutevoli come il clima. Naturalmente, ciò non ha
eliminato il disagio, ma in compenso ha sciolto la mia
resistenza al disagio stesso, e in un certo senso ha
permesso al mondo di essere di nuovo presente. Quando
non facevo resistenza riuscivo a vedere il mondo, per poi
rendermi conto che, per qualche motivo, non mi piaceva
quel particolare “clima”, e quindi gli resistevo. Così
facendo, ri-creavo me stessa. Quando resistiamo è come se
puntassimo i piedi; è come se fossimo un blocco di marmo
informe e lavorassimo su noi stessi per darci una forma ben
definita. Nel mio caso, lo stare in ansia per le cose che
devono ancora avvenire è un’esperienza alquanto
sgradevole, una specie di assuefazione. Allo stesso modo,
non dev’essere certo piacevole per un alcolizzato dover
continuare a ubriacarsi, per un tossicodipendente doversi
drogare, per una persona affetta da bulimia dover
mangiare in continuazione e via dicendo. Certo, questi sono
casi limite, ma tutti noi sappiamo bene cosa sia
l’assuefazione. Infatti, prima di ogni altra cosa, siamo
assuefatti al nostro IO.
Il bello è che quando cambia il tempo e l’energia scorre
semplicemente attraverso di noi come scorre nell’erba,
negli alberi, nei corvi, negli orsi, negli alci, nell’oceano e
nelle rocce, allora scopriamo di non essere affatto solidi. Se
sediamo immobili in mezzo alla tempesta come il monte
Gampo Lhatse, se non ci opponiamo alla verità, vivacità,
immediatezza e mancanza di conferme che caratterizzano il
nostro essere semplicemente parte della vita, allora non
siamo più un’entità separata, continuamente costretta a
cercare di piegare le circostanze ai propri desideri.
La terza nobile verità afferma che la cessazione della
sofferenza è lasciar andare l’attaccamento a se stessi. Per
“cessazione” si intende il farla finita con la
contrapposizione inferno-paradiso, con la resistenza, il
rancore, la sensazione di essere completamente
intrappolati in un ruolo che ci costringe a proteggere a ogni
costo il nostro enorme IO. Gli insegnamenti sull’illusorietà
dell’IO possono sembrare alquanto astratti, ma il loro
aspetto pratico, le magiche istruzioni che avete ricevuto, la
chiave d’oro, consistono in quella parte di meditazione in
cui prendete atto di ciò che sta avvenendo nella vostra
mente, e dite tra voi: “Pensiero”. Poi lasciate andare tutto il
chiacchiericcio, il dialogo e l’elaborazione di idee, e
rimanete soli con il clima, con la sua essenza, la sua
energia. Può darsi che proviate ancora quel senso di
disagio, oppure di agitazione, collera, calma o torpore,
come se vi avessero sepolti vivi. Siete rimasti soli con
quella sensazione. Ecco la chiave: conoscere la sensazione.
L’unico modo per riuscirci è prendere coscienza del fatto
che state alimentando i pensieri sulla sensazione, che state
trasformando la sensazione stessa in preoccupazioni circa
la settimana prossima, il prossimo ottobre, il resto della
vita. È abbastanza strano: è come se, invece di rimanere
tranquillamente seduti in mezzo al fuoco, avessimo
escogitato uno stratagemma per alimentarlo, per farlo
divampare all’infinito. Soffia sul fuoco, soffia sul fuoco:
“Chissà cosa succede se non faccio così... succederà questo
e poi di certo quest’altro, forse farei meglio a lasciar
perdere quella faccenda e a darmi da fare con quell’altra,
dovrei proprio fare quelle altre cose. Sarebbe meglio che
dicessi questo e quest’altro riguardo a quella storia,
altrimenti andrà tutto a rotoli, e poi come farò? Oh, vorrei
essere morto, voglio andarmene da qui! È terribile, è...” e
all’improvviso sentite l’impulso di scattare in piedi e
fuggire via urlando. Ecco, state soffiando sul fuoco. Ma in
quel momento dite a voi stessi: “Ehi, aspetta un attimo.
Pensiero”. Poi lasciate andare i pensieri e tornate alla
sensazione originaria, quel senso di agitazione che forse vi
procura un profondo disagio ma che, nella sua essenza, non
è altro che vento, fuoco, terra, acqua. Non vi sto
proponendo di trasformare una tempesta in una giornata
tranquilla. Mi riferisco piuttosto alla comprensione della
tempestosità o, nel caso di una giornata tranquilla, della
tranquillità. Non dico che dovete trasformare l’incendio di
una foresta nel docile focherello del vostro caminetto, o in
un fornello su cui possiate mettere una pentola e cucinarvi
lo stufato. Dico piuttosto: quando sentite che dentro di voi
sta bruciando una foresta, non opponete resistenza
all’enorme energia che si sviluppa, perché quell’energia
siete voi. E quando il fuoco è tiepido e piacevole, non
resistete né indugiate in quella sensazione. Non dovete
cercare di trasformare un terremoto in un giardino fiorito.
Se c’è un terremoto, lasciate che la terra tremi e si squassi,
e se c’è un bel giardino pieno di fiori, lasciatelo essere così.
Ciò che intendo dire è che non dovete resistere né
attaccarvi; non dovete rimanere invischiati nella speranza e
nella paura, nel buono e nel cattivo, ma vivere la vita
intensamente, fino in fondo.
L’essenza della quarta nobile verità è l’ottuplice sentiero.
Ogni nostra attività – disciplina, sforzo, meditazione, mezzi
di sussistenza, ogni nostro atto dal momento della nascita a
quello della morte – ci può essere utile per comprendere la
nostra unità e correlazione con tutto ciò che esiste. In altri
termini, possiamo utilizzare la nostra vita per risvegliarci,
per prendere coscienza del fatto che non siamo separati:
l’energia che ci tiene in vita, sani, coscienti e vigili, è la
stessa energia che crea tutte le cose, e noi ne facciamo
parte. Possiamo usare la vita per entrare in contatto con
quell’energia, oppure per diventare sempre più risentiti,
alienati, cocciuti, arrabbiati e tristi. Come al solito, sta a
noi scegliere.
10.
Né troppo tesi, né troppo rilassati

Oggi parleremo di come trovare il proprio equilibrio nella


vita. Alla fine, dopo che tutto è stato fatto e tutto è stato
detto, cos’è mai la “via di mezzo”?
La mia via di mezzo e la vostra non sono la stessa cosa.
Ad esempio, io per carattere tendo a essere informale,
tranquilla e conciliante. Quella che viene generalmente
definita “pratica rigida” per me è ancora abbastanza
rilassata, perché la porto avanti con un atteggiamento
tranquillo. Quindi la pratica rigida mi è molto utile, perché
mi permette di trovare la mia via di mezzo. La pratica molto
rilassata invece non mi insegna granché, perché non mette
in evidenza i miei punti di squilibrio. Può darsi che invece
voi siate molto più severi, precisi e pignoli, e che tendiate a
essere rigidi. In tal caso potreste facilmente sopportare una
pratica rigorosa, ma c’è il rischio che essa diventi
eccessivamente dura e autoritaria, mentre voi avreste
piuttosto bisogno di provare cosa significhi praticare in
modo sciolto e informale. Ognuno è diverso dagli altri, e
quindi ognuno ha una propria via di mezzo. Pratichiamo
appunto per scoprire il nostro proprio equilibrio, che vuol
dire non essere né troppo rigidi né troppo rilassati. Nessun
altro può farlo per noi. Dobbiamo scoprirlo da soli.
In una poesia della raccolta First Thought, Best Thought,
Trungpa Rinpoche afferma più o meno: “Il buddhismo non
ci dice che cosa è vero e che cosa è falso, ma ci incoraggia
a scoprirlo da soli”. Imparare a non essere né troppo tesi
né troppo rilassati è una scoperta individuale, che ci
permette di trovare il nostro equilibrio: come rilassarci
quando ci accorgiamo di essere troppo tesi, e come
divenire più precisi e distinti quando stiamo diventando un
po’ troppo disinvolti.
Gli atteggiamenti estremisti sono molto diffusi, perché in
genere si evita di prendere la via di mezzo. Pensiamo, ad
esempio, a quando arriviamo al dathun e iniziamo la
pratica: i primi due giorni promettiamo a noi stessi di
impegnarci al massimo e ci sforziamo intensamente di
sedere, camminare e respirare come si deve, mantenere il
silenzio, fare ogni cosa a puntino. Ci diamo veramente
dentro, abbiamo le idee chiare. Ma a un certo punto
pensiamo: “Per l’amor di Dio, ma che cosa sto facendo?”. E
allora abbandoniamo tutto e cadiamo nell’estremo opposto:
“Non me ne importa proprio niente”. Il bello e il divertente
della pratica è che questo oscillare da un estremo all’altro
non deve essere considerato un problema: talvolta siamo
duri come un sergente istruttore, talvolta rammolliti come
un purè di patate. In pratica, una volta che abbiamo
sviluppato un sentimento di allegra curiosità per tutto ciò,
è facile raccogliere le informazioni necessarie per trovare il
proprio equilibrio.
State meditando, quando all’improvviso vi vedete come
una specie di dittatore sudamericano e pensate: “Quanto
sono ridicolo!”. Poi ricordate gli insegnamenti sull’aprirsi,
l’ammorbidirsi, l’essere più gentili. E allora sorge in voi un
senso di benevolenza, comprensione e umorismo. Oppure,
mentre praticate, continuate a guardarvi le unghie, a
grattarvi le orecchie, a giocherellare con i piedi, a
ispezionarvi l’interno del naso e delle orecchie, e assistete
a un cartone animato del quale siete protagonista. Ma, a un
certo punto, dite tra voi: “Credo proprio che dovrei essere
un po’ più rigoroso”. È molto meglio avvicinarsi alla pratica
con umorismo, piuttosto che in modo truce e severo.
Nel 1979, durante il ritiro Vajradhatu,1 Trungpa Rinpoche
impartì alcuni insegnamenti quanto mai brillanti e precisi,
che furono di stimolo per noi tutti. Per anni avevamo
ricevuto chiare istruzioni sulla pratica del shamatha, o
consapevolezza; ora, quei nuovi insegnamenti, i nove
differenti metodi per pacificare la mente, resero la nostra
pratica più precisa e definita, perché ci chiarirono
ulteriormente le idee su come dovevamo procedere. L’idea
di fondo fu quella di trovare il proprio equilibrio tra i due
estremi dell’eccessivo rigore e dell’eccessiva rilassatezza.
Adesso cercherò di spiegarvi questi insegnamenti, e sono
certa che vi saranno molto utili.
Per prima cosa, non dovete vedere i nove metodi come
una sequenza lineare, anche se l’ultimo sembra avere,
rispetto agli altri, un senso di realizzazione, di compimento.
Non si tratta di una specie di scala che sale dall’uno fino al
nove, ma solo di nove diversi suggerimenti, nove consigli
utili per far dimorare la mente nel proprio stato naturale e
impedirle così di oscillare da un estremo all’altro. Anzi, si
potrebbe dire che tali insegnamenti hanno lo scopo di farci
scoprire qual è lo stato naturale della mente. Che cos’è
l’equilibrio? Che cos’è l’equanimità? Tutti noi vorremmo
saperlo. Per scoprirlo, dobbiamo prima di tutto osservare
che cosa è troppo stretto per noi e che cosa invece è troppo
largo. Piuttosto che sforzarci di rimanere nel mezzo,
dobbiamo semplicemente prendere atto di quali sono i due
estremi. In tal modo, ognuno troverà la propria via di
mezzo.
I nove metodi hanno nomi piuttosto buffi, che variano di
poco l’uno dall’altro: il primo viene detto “far riposare la
mente”, il secondo “rimanere a riposo”, il terzo “riposare
come un bambino”, il quarto “riposare completamente” e
così via.
Veniamo al primo, “far riposare la mente”. Abbiamo già
visto che cosa significa “essere concentrati sul respiro”.
Anche se intorno a voi ci sono rumori, colori e altre
persone, anche se avete sempre le orecchie, il naso, la
bocca e le terminazioni tattili, e sono tutti ben funzionanti,
quando sedete in meditazione voi in qualche modo limitate
la vostra consapevolezza all’espirazione. Forse “limitare”
non è il termine giusto: diciamo che dedicate la maggior
parte dell’attenzione, della consapevolezza, all’espirazione.
All’inizio di ogni sessione la consapevolezza viene per così
dire “semplificata”, adattata al respiro. Gli insegnamenti
non dicono: “Dovete cancellare tutto il resto”. Rimane
sempre quel venticinque per cento di consapevolezza.
Tuttavia, è molto importante, quando iniziate a meditare,
avere ben presente che cosa state facendo: state
semplificando la vostra consapevolezza. In questo modo
potrete raggiungere una certa concentrazione, e
mantenerla per tutta la durata della meditazione. Se vi
accorgete che vi state perdendo nei pensieri, fermatevi,
lasciateli andare e ricominciate con nuovo vigore.
Ricordatevi sempre che dovete dedicare la maggior parte
dell’attenzione al respiro.
Il secondo metodo, “rimanere a riposo”, è un
incoraggiamento a prolungare la sensazione di completa
unità con il respiro. Talvolta può capitare che questa
sensazione sia molto fugace, e in tal caso il riposo non è
certo profondo. Ma altre volte capita spontaneamente di
riuscire a prolungare la percezione dell’aria mentre esce,
l’esperienza dell’essere completamente con il respiro. Per
rimanere a riposo bisogna imparare a non essere portati
via da ogni piccola distrazione, e rimanere con il respiro. Il
primo metodo è qualcosa che potete fare, mentre il secondo
è più un atteggiamento, un’esperienza che si evolve: non
siamo più distratti da ogni cosa che vediamo o sentiamo, né
siamo completamente presi dalle costruzioni della mente.
Riusciamo a prolungare la sensazione di essere nel
momento presente, pienamente qui, con il respiro.
Il terzo metodo viene detto “riposare come un bambino”,
o talvolta anche “riposare letteralmente”. Significa che
bisogna assumere nei confronti della pratica un
atteggiamento ingenuo, semplice, un po’ infantile, piuttosto
che cercare di elaborare un castello di concetti ed
elucubrazioni mentali attorno agli insegnamenti di
shamatha-vipassana. Questo insegnamento dice: “Quando
la mente divaga non dovete far altro che tornare al respiro,
senza perdervi in chissà quali ragionamenti”. In genere non
facciamo così, non torniamo semplicemente indietro, o non
ci accorgiamo neanche che stavamo pensando e che poi
siamo tornati al respiro, oppure siamo molto severi e
giudicanti. Il terzo insegnamento, riposare come un
bambino, ci esorta allora a non far altro che tornare
semplicemente indietro. Quando Trungpa Rinpoche parlava
di queste cose, diceva che è un po’ come imboccare un
bambino. Cercate di infilargli in bocca il cucchiaio, ma il
bambino guarda di qua e di là. Ma non appena gli dite:
“Guarda l’uccellino!” riporta indietro l’attenzione, e potete
finalmente imboccarlo. Il bambino non pensa: “Come sono
cattivo, stavo di nuovo pensando”; pensa solo: “Cibo!” e
torna indietro. Voglio farvi un altro esempio. Vi state
lavando i denti, e vi perdete nelle fantasticherie: poi
all’improvviso vi rendete conto che, pur rimanendo nella
vostra casa, con la bocca piena di dentifricio, avete
comunque fatto un bel viaggetto a Los Angeles... allora non
fate altro che ricominciare a pulirvi i denti, senza tante
complicazioni. Ecco, ciò significa riposare come un
bambino.
Il quarto dei nove insegnamenti è “riposare
completamente”. Significa che bisogna lasciare che la
mente si calmi, si stabilizzi. Se vi rendete conto che le cose
hanno una loro semplicità e immediatezza, e se nella vostra
mente non si proiettano film avvincenti e trascinanti, in
questo caso dovreste cercare di “catturare” anche il più
piccolo guizzo di pensiero. Si dice che i pensieri talvolta
sono come pulci che si posano sul nostro naso e subito
saltano via, e talvolta sono come elefanti che si siedono
sopra di noi. Gli insegnamenti ci esortano a cogliere e
osservare anche i pensieri più sfuggenti; con la pratica,
imparerete a capire se avete raggiunto la quiete necessaria
per farlo. Vi accorgerete anche che, talvolta, la quiete si
presenta spontaneamente.
Il quinto insegnamento è detto “fare amicizia con la
mente”, e sottolinea l’importanza di un atteggiamento
amichevole nei confronti dei pensieri. A volte, quando i
pensieri assomigliano a pulci che ci sfiorano il naso, e
possiamo vederne il balenio, come lievi increspature
sull’acqua, ebbene essi possono essere forieri di libertà;
per la prima volta, possiamo dire: “Mio Dio! C’è un tale
spazio, e c’è sempre stato!”. Invece, altre volte, ci sentiamo
come se un elefante si fosse seduto sopra di noi: abbiamo
nella testa il nostro film pornografico personale, oppure la
nostra guerra privata, il tutto in technicolor e stereo. È
molto importante comprendere che la meditazione non
preferisce la pulce all’elefante, o viceversa; la pratica è
semplicemente il processo dell’osservare ciò che è,
prenderne atto, accettarlo e quindi tornare alla vita, il che,
nei fatti, vuol dire tornare alla semplicità del momento
presente, alla semplicità dell’espirazione. Che trascorriate
tutta la sessione di meditazione immersi nei pensieri, che
tendono sempre a divagare, o che avvertiate un enorme
senso di spazio, potete comunque avere un atteggiamento
benevolo nei confronti della vostra esperienza, potete avere
la sensazione di essere vigili e consci di quello che siete. In
entrambi i casi, siate rispettosi dell’esperienza. Il quinto
metodo, fare amicizia con la mente, afferma che meditare
vuol dire sviluppare un atteggiamento non violento verso
tutto ciò che succede nella mente. Meditare non significa
vedere se stessi come un ostacolo, anzi, tutto il contrario.
Il numero sei, “pacificare”, presenta ulteriori istruzioni su
come metterci in rapporto con la negatività. Abbiamo visto
che il quinto metodo mette in evidenza un punto decisivo, e
cioè che la meditazione implica un atteggiamento
amichevole e non violento verso se stessi. “Pacificare” ci
porta ad ammettere che quando facciamo sul serio, quando
ci appassioniamo e ci dedichiamo anima e corpo alla
pratica, a un certo punto è normale che succeda sempre
una cosa pur curiosa: ci stufiamo, ci scoraggiamo e
cadiamo nello sconforto. E quindi diciamo: “Basta, non ne
posso più!” e moriamo dalla voglia di prendere lo zaino e
andarcene fin sulla punta del promontorio, o di farci una
bella gita in barca, oppure di avere intervalli più lunghi e
mangiare di più, e ci vengono in mente cose come:
“Facciamoci una bella dormita, una volta tanto!”.
Il sesto insegnamento contiene un gran senso
dell’umorismo; riconosce che queste sono cose che
capitano a tutti (e sembra proprio che sia sempre stato
così, visto che tali insegnamenti hanno più di duemila anni),
e afferma: “Prima di tutto, sappiate che una buona pratica
è sempre accompagnata da momenti di sconforto. È
normale per coloro che hanno intrapreso il cammino con
profondo impegno. Allora, state tranquilli. Quando succede,
pensate che la cosa ha anche un suo lato buffo, parlate a
voi stessi, incoraggiatevi”. Ad esempio, potreste dire: “Uffa,
ci risiamo! Credevo di essermene liberato, e invece rieccolo
qui” oppure: “Mio Dio, non mi era mai successo, dev’essere
proprio quello di cui Pema Chödrön mi ha parlato”.
Potreste anche riflettere sul valore inestimabile della vita
umana e sull’incertezza della sua durata, il che può farvi
capire quanto sia rara e preziosa l’opportunità di fare
amicizia con voi stessi in modo così profondo e totale.
Potreste sedere in silenzio in compagnia di voi stessi e
semplicemente osservare chi siete; rimanere con voi stessi,
con gentilezza e precisione, imparando a riconoscere
pienamente chi siete e ad abbandonare la tendenza alle
fissazioni e all’attaccamento. Pacificare vuol dire
comprendere la condizione umana con profonda
benevolenza e partecipazione, e apprezzare la possibilità,
così rara e preziosa, di praticare e fare amicizia con se
stessi. Vi renderete conto che di questi tempi, con tutta la
confusione, i conflitti e la sofferenza che ci sono nel mondo,
c’è quanto mai bisogno di gente come noi. Le persone che
desiderano risvegliarsi e fare amicizia con se stesse sono di
grande beneficio, perché sanno come aiutare gli altri, li
sanno ascoltare e sanno essere sincere. In conclusione,
cercate di incoraggiare voi stessi, cercate di “pacificare”.
“Pacificare completamente”, il settimo metodo, offre
istruzioni specifiche riguardo gli ostacoli e gli antidoti.
Parla della passione, dell’aggressività e dell’ignoranza, che
consideriamo ostacoli alla pratica. Dice che se durante la
pratica provate una profonda ira potete prima di tutto
cercare di lasciarla andare e ripartire daccapo, e quindi
concentrarvi sulla freschezza, leggerezza e ariosità del
respiro. Avete appreso la tecnica della meditazione, la
postura, l’etichettamento dei pensieri e molte altre cose,
ma se l’aggressività vi afferra con i suoi artigli e non
riuscite a liberarvi dai sentimenti di rabbia, rancore e
amarezza, dai propositi di vendetta, allora dovreste
concentrarvi sulla freschezza, leggerezza e ariosità
dell’espirazione, il che vi permette di entrare in contatto
con la spaziosità e la chiarezza.
Se invece siete in balia dell’attaccamento e della
bramosia, se non riuscite a smettere di pensare a quella
persona o cosa che desiderate così tanto, in tal caso gli
insegnamenti – ed è alquanto interessante – consigliano di
tornare alla consapevolezza del corpo, concentrandosi sulla
postura. L’antidoto contro l’essere completamente irretiti
dall’attaccamento e dal desiderio, da una bramosia così
intensa da risultare distruttiva, è costituito dalla postura.
Ricomponetevi, e amplificate la consapevolezza del corpo.
Concentratevi sul contatto delle mani con le cosce, sentite
le natiche che poggiano sul cuscino. Potete anche
percorrere mentalmente tutto il corpo, dalla cima della
testa alla punta dei piedi. Per non prendere il volo, tornate
completamente al corpo.
L’antidoto all’illusione e alla sonnolenza consiste
nell’entrare in contatto con la spaziosità. Si tratta del
contrario dell’antidoto all’attaccamento, cioè entrare in
contatto con il senso del corpo. Se il vostro problema è
l’ignoranza o la sonnolenza che ne consegue, potete
percepire il respiro che si dissolve nello spazio, il vostro
corpo seduto in questa stanza circondato da tutto questo
spazio, tutto lo spazio fuori del monastero, tutto lo spazio
dell’intera isola di Cape Breton: uno spazio immenso.
Entrate in contatto con la sensazione di spaziosità per
risvegliarvi, per dare più luce alla vostra vita. Potete alzare
gli occhi anziché tenerli bassi, purché non cominciate a
distrarvi guardando di qua e di là!
Il numero otto, “concentrazione univoca”, è composto di
due parti, e pone l’accento soprattutto sul concetto del
ricominciare. Se avete la mente confusa e sentite che state
per diventar matti, potete smettere del tutto di praticare.
Semplicemente, interrompete la pratica. Abbandonate
completamente la lotta, concedetevi una pausa. Per un po’,
non praticate. Mantenete la postura, per evitare di lasciarvi
andare del tutto, ma rilassate la mente, pensate a
qualcos’altro, distraetevi. Riposatevi, e poi ricominciate. La
seconda parte dell’insegnamento consiste nel capire che
non siete una vittima, né un paziente in cura dal dottore;
siete invece una persona per bene, integra, sana di mente e
fondamentalmente buona, con tutte le carte in regola per
trovare il proprio equilibrio. Il metodo del ricominciare può
essere applicato non solo alla meditazione formale, ma a
tutta quanta la vita. Questo insegnamento, la
concentrazione univoca, significa che si può essere
completamente presenti. Quando ci si accorge di essere
distratti, si può tornare semplicemente indietro, scuotersi e
ricominciare. Avete la possibilità di fare ciò che desiderate,
di diventare ciò che desiderate. Non dovete sentirvi una
vittima della vostra mente.
L’ultimo dei nove metodi è detto “riposare serenamente”,
e talvolta anche “assorbimento”. Tuttavia, Rinpoche ha
messo bene in chiaro che non si tratta di un assorbimento
meditativo che taglia fuori tutto il resto. Riposare
serenamente sottolinea un concetto basilare: meditare vuol
dire sviluppare un rapporto di profonda amicizia con se
stessi, un rapporto assolutamente onesto e generoso. C’è
un modo di dire tradizionale che ben si accorda con tale
insegnamento, e che recita: “Come i cigni nuotano nel lago
e gli avvoltoi volteggiano sull’ossario, così lasciate che la
mente dimori nel suo stato naturale”.

1Corso di tre mesi per i discepoli avanzati che sono interessati ad


approfondire l’addestramento sistematico nei tre yana, o “veicoli” del
buddhismo tibetano (hinayana, mahayana e vajrayana).
11.
Rinuncia

Durante la cerimonia del rifugio, con la quale si diventa


formalmente buddhisti, si riceve un nome che indica la via
da seguire, il “veicolo” principale, quello su cui si deve
lavorare di più. Ho notato che coloro che ricevono il nome
“Rinuncia” non sono per niente contenti: si sentono quasi
dei mostri, un po’ come se si chiamassero “Camera di
tortura”, o magari “Camera di tortura dell’illuminazione”.
Un altro nome che in genere non piace affatto è
“Disciplina”. Ma tutto dipende da come si guardano le cose.
La rinuncia non deve necessariamente essere vista come
qualcosa di spiacevole; mi è stato insegnato che si riferisce
piuttosto al mollare la presa, al lasciar andare. Ciò a cui si
rinuncia è la chiusura mentale, la separazione dalla vita. Si
può dire che la rinuncia non è altro che un’apertura a ciò
che il momento presente insegna.
Probabilmente è giusto pensare che rinunciare significhi
in sostanza essere se stessi, con la propria bontà
fondamentale e il proprio senso dell’umorismo. La base
degli insegnamenti buddhisti e Shambhala, come d’altra
parte di molte altre tradizioni mistiche e contemplative, è
che siamo fondamentalmente buoni e sani. È come se tutti
gli esseri umani che vengono al mondo avessero, per il solo
fatto di essere nati, gli stessi diritti, lo stesso enorme
potenziale di chiarezza mentale e generosità. La rinuncia
non è altro che comprendere che già possediamo tutto
quello che ci serve, e che ciò è essenzialmente buono. Ogni
istante della vita racchiude un’immensa energia, e non
dobbiamo far altro che entrare in contatto con essa.
Recentemente, ho visto nello studio di un medico un
quadro con una vecchia indiana d’America che cammina
lungo una strada, tenendo per mano un bambino. C’era
scritto: “Le stagioni vanno e vengono. Dopo la primavera
arriva l’estate e poi l’autunno e l’inverno, e intanto gli
uomini nascono, crescono, raggiungono la mezza età,
invecchiano e alla fine muoiono. Ogni cosa ha il suo tempo:
il giorno segue la notte e la notte segue il giorno. È
meraviglioso far parte di tutto questo”. Quando si comincia
a nutrire una simile fiducia nell’energia creatrice, nella
pienezza e bellezza del tutto, nella natura viva di se stessi e
del mondo, allora si inizia a intuire il vero significato della
rinuncia.
Trungpa Rinpoche diceva: “Rinunciare vuol dire rendersi
conto che la nostalgia del samsara1 è piena di merda”.
Rinunciare vuol dire prendere coscienza che il voler
rimanere in un mondo protetto, chiuso e meschino è una
forma di follia. Una volta che si comincia a intuire quanto il
mondo sia vasto, e quanto grande sia il nostro potenziale di
vivere la vita fino in fondo, allora si può cominciare a
comprendere sul serio la rinuncia. Quando meditiamo e
percepiamo il respiro che esce, siamo in certo qual modo
disposti ad aprirci al momento presente. Poi la mente
divaga e si perde in storie e fantasticherie di ogni sorta, in
una realtà che noi stessi costruiamo, finché non diciamo tra
noi: “Pensiero” e lo diciamo con molta gentilezza e
precisione. Ogni volta che siamo disposti a lasciar perdere
la storia che ci raccontiamo dentro la nostra testa, ogni
volta che riusciamo a mollare la presa alla fine
dell’espirazione, in quei momenti mettiamo in pratica
l’essenza della rinuncia: imparare a mollare la presa e
tornare al presente.
Immaginate un fiume che scende veloce da una
montagna. A un certo punto si trova bloccato da grandi
massi e cataste di tronchi: pur con la sua enorme irruenza
ed energia non riesce a passare, ed è costretto a fermarsi.
È la stessa cosa che succede a noi. Anche noi ci blocchiamo
come l’acqua. Mollare la presa alla fine dell’espirazione e
lasciar andare i pensieri è come rimuovere uno di quei
massi per permettere al fiume di continuare il suo corso;
così la nostra energia, la nostra forza vitale, può continuare
a fluire ed evolversi. Non abbiamo alcun bisogno di
innalzare sbarramenti per paura dell’ignoto, di costruire
dighe che sono essenzialmente la negazione della vita e che
ci impediscono di percepire fino in fondo la vita stessa.
Allora rinunciare significa vedere chiaramente come ci
blocchiamo, come fuggiamo dal presente, ci tagliamo fuori
e ci chiudiamo; significa imparare ad aprirci, dire di sì a
qualunque cosa ci venga messa nel piatto, bussi alla nostra
porta o ci chiami al telefono. Ciò vuol dire cozzare contro il
proprio limite, ed è quello il momento esatto in cui si
impara che cosa sia la rinuncia. Conoscete l’aneddoto di
quelle persone che si stanno inerpicando su per una
montagna? La salita è molto ripida, e quando arrivano a
una certa quota due di loro guardano giù e si sentono
raggelare il sangue nel vedere dove sono: hanno raggiunto
il loro limite, e non riescono ad andare oltre. Sono talmente
terrorizzate che si fermano lì. Intanto gli altri continuano a
salire, chiacchierando e scherzando, ma quando la salita si
fa ancora più ripida e rischiosa aumenta il numero di quelli
che hanno paura e si fermano. Lungo tutto il tragitto ci
sono punti in cui qualcuno incontra il proprio limite, si
spaventa e non riesce più a proseguire. I pochi che
raggiungono la vetta guardano giù, e sono molto felici di
avercela fatta. La morale della storia è che non ha alcuna
importanza il punto in cui si incontra il limite: l’importante
è incontrarlo. Tutta la vita è un viaggio di esplorazione e lo
scopo di ognuno è scoprire il proprio limite, più e più volte.
È questa la sfida che vi aspetta. Se volete veramente
vivere, cominciate a porvi domande come: “Perché sono
così terrorizzato? Cos’è che non voglio vedere? Perché non
riesco più ad andare avanti?”. Coloro che raggiungono la
vetta non sono eroi; semplicemente, non hanno avuto paura
dell’altezza, e troveranno il loro limite da qualche altra
parte. E quelli che si sono fermati lungo la strada non sono
codardi: si sono semplicemente bloccati prima, la lezione
per loro è arrivata prima che per gli altri. Prima o poi, tutti
si imbattono nel proprio limite.
Durante la meditazione creiamo una situazione
caratterizzata da un enorme spazio. A parole sembra una
gran bella cosa, ma in pratica può risultare snervante,
perché quando c’è un tale spazio possiamo vedere molto
chiaramente. Ci siamo tolti i veli, le corazze, gli scudi, gli
occhiali scuri, i tappi per le orecchie, i guanti spessi e gli
scarponi pesanti. Finalmente stiamo belli dritti, sentiamo la
terra sotto i piedi, sentiamo il calore del sole sulla pelle e
vediamo il suo splendore, percepiamo tutti i rumori senza
che niente li attutisca. Ci togliamo i tappi dal naso, e
respiriamo... forse una fragrante aria fresca, o forse la
puzza di un cumulo di spazzatura o di un gabinetto. Dato
che la meditazione ha il potere di portarci più vicini a noi
stessi e alla nostra esperienza, in tal modo ci imbatteremo
più velocemente nel nostro limite. Non si tratta di un limite
che prima non c’era. È che, adesso, riusciamo a vederlo, e
lo vediamo con grande chiarezza e lucidità perché tutto è
così immediato, così trasparente, vivido.
Come possiamo rinunciare? Come possiamo lavorare
sulla nostra tendenza a bloccarci per la paura, e a rifiutarci
di fare un altro passo verso l’ignoto? Se il nostro limite è
una specie di spesso muro di pietra attraversato da una
porta, come imparare ad aprirla? Come imparare a
oltrepassarne la soglia, una, due, cento volte, così che la
vita diventi un processo di crescita e si possa essere
sempre più impavidi e flessibili, sempre più abili nel
giocare con la tempesta, come i corvi?
Più il tempo è brutto e più i corvi sono felici. In inverno,
quando il vento è più forte e tutto è immerso nel ghiaccio e
nella neve, si divertono da matti. Sfidano il vento. Volano
sulle cime degli alberi e vi si aggrappano con gli artigli e il
becco. A un certo punto si lasciano andare e si fanno
portare via dal vento; giocano con le correnti, vanno su e
giù. Dopo un po’ tornano sugli alberi e ricominciano. È un
gioco. Una volta li ho visti in mezzo a un vento pazzesco,
una specie di uragano: si aggrappavano l’uno alle zampe
dell’altro, poi si lasciavano andare in balia del vento e
volavano chissà dove. Una scena da circo. Gli animali e le
piante che vivono qui a Cape Breton sono coraggiosi,
allegri e resistenti, e amano giocare. Gli elementi li hanno
fortificati. Per sopravvivere in un posto simile sono stati
costretti a sviluppare il gusto per la vita e per la sfida.
Come potete constatare, un atteggiamento del genere
procura grande bellezza e ispirazione, ed eleva lo spirito.
Lo stesso vale per noi.
Se intendiamo nel modo giusto la rinuncia, anche noi
saremo motivo di ispirazione per gli altri grazie al nostro
spirito battagliero ed eroico, di guerrieri che non si tirano
mai indietro di fronte alle sfide. Quando una persona
affronta le difficoltà con generosità e senso dell’umorismo,
come un guerriero, quando coltiva il coraggio, allora tutti
ne sono colpiti perché vedono che anche loro lo possono
fare. Sanno che quella persona non è nata perfetta, ma si è
data da fare per coltivare uno spirito guerriero, un cuore
gentile e una mente chiara.
Ogni volta che vi accorgete di aver raggiunto il vostro
limite – siete cioè terrorizzati, paralizzati, non riuscite più
ad andare avanti – potete rendervene conto, perché siete
abbastanza aperti per vedere quello che sta avvenendo. Ciò
è già una prova del fatto che siete ben svegli, che vi siete
alquanto aperti e siete in grado di vedere con grande
chiarezza e lucidità. Invece di pensare che avete sbagliato,
potete riconoscere l’attimo presente e il suo insegnamento.
Questo raccomandano i maestri. Potete ascoltare il
messaggio, che consiste semplicemente nel dire a voi
stessi: “No”. Gli insegnamenti non dicono che a questo
punto “bisogna andare avanti a testa bassa e spaccare
tutto”; dicono che bisogna ammorbidirsi, entrare in
contatto col cuore e generare un basilare sentimento di
benevolenza e compassione verso se stessi, l’archetipo del
codardo!
Il viaggio del risveglio, che è poi il classico viaggio degli
eroi ed eroine della mitologia, è un continuo imbattersi
nelle grandi sfide, un continuo imparare ad aprirsi e
ammorbidirsi. In altri termini, l’indurirsi e il rifiutare sono
atteggiamenti paralizzanti, e rinunciare a questi
atteggiamenti, lasciarli andare, significa semplicemente
percepire l’intera situazione con il cuore, permettere che la
situazione vi tocchi il cuore. Allora diventate meno rigidi, e
proverete compassione per la vostra condizione e per
l’intera condizione umana. Vi ammorbidirete al punto di
poter rimanere in meditazione in compagnia della
sensazione di disagio, lasciando che il disagio stesso vi
ammorbidisca ancora di più.
L’intero cammino della rinuncia, che comporta l’iniziare a
dire di sì alla vita, è prima di tutto un accorgersi che si è
raggiunto il proprio limite, che tutto il proprio essere si
rifiuta di andare avanti, e a questo punto ammorbidirsi. Ciò
offre un’ulteriore opportunità per sviluppare la gentilezza
amorevole verso se stessi, che poi si trasforma in allegria,
in gioia: si impara a giocare col vento, come i corvi.
1 Il circolo vizioso dell’esistenza, cioè la ruota di nascita, morte e
rinascita, che sorge dall’ignoranza ed è caratterizzato dalla sofferenza;
nella realtà ordinaria, il circolo vizioso di frustrazione e sofferenza
generato dal karma (le azioni).
12.
Dare e ricevere

Stamattina vorrei parlare del tonglen, la pratica del “dare


e ricevere”. Alcuni di voi l’hanno già praticato e altri no, ma
in ogni caso quando si pratica il tonglen è sempre come se
fosse la prima volta.
Il tonglen è connesso allo sviluppo del coraggio. Dopo un
po’ di tale pratica, ci si accorge che il cuore comincia ad
aprirsi. Si inizia a capire che la paura è collegata al voler
proteggere il cuore: si sente che c’è il rischio che qualcosa
possa danneggiare il cuore, e quindi si cerca di
proteggerlo. Gli insegnamenti buddhisti, come quelli
Shambhala e di ogni tradizione che sia maestra di vita, ci
esortano continuamente a coltivare il coraggio. Come
possiamo metterli in pratica? Uno dei metodi è senza
dubbio la meditazione, che ci permette di conoscerci a
fondo e con grande gentilezza.
La prima volta che praticai il tonglen avevo già
un’esperienza di circa sette anni di meditazione shamatha.
In quell’occasione rimasi molto colpita nello scoprire che,
fino ad allora, avevo sottilmente usato la pratica di
shamatha per cercare di proteggermi, per sfuggire la
depressione, lo sconforto e ogni possibile disagio. Del tutto
inconsciamente, avevo sempre nutrito la basilare e segreta
speranza che la meditazione mi avrebbe resa immune da
ogni sofferenza. Quando si pratica il tonglen, si invita il
dolore. È qualcosa che ci apre gli occhi, benché anche la
meditazione di shamatha sia tutta finalizzata a tale scopo:
osservare il dolore e il piacere, osservare ogni cosa con
gentilezza e precisione senza giudicarla né rifiutarla,
aprirsi sempre di più. Anche se stiamo praticando in questo
modo da molto tempo, il tonglen ci mette direttamente alla
prova. Mi resi conto che non l’avevo mai fatto prima. Il
tonglen richiede un grande coraggio, ma il bello è che, in
cambio, ne procura altrettanto. Può darsi che le prime volte
abbiate solo un briciolo di coraggio, e una fortissima
aspirazione ad aprirvi al mondo ed essere utili a voi stessi e
agli altri. Sapete bene che vi state cacciando nei guai e che
sarete messi a dura prova, ma, nonostante tutto, siete
fermamente decisi a imparare ad affrontare le difficoltà e a
fare qualcosa di buono. Nel migliore dei casi, avete solo
quel barlume di coraggio, un coraggio appena sufficiente
per il tonglen, forse perché non sapete davvero a cosa state
andando incontro... ma in ogni caso, tutta la vita è un
continuo imprevisto! Poi succede qualcosa di straordinario:
grazie al vostro sincero impegno nel tonglen, dopo un po’ di
tempo, qualche giorno, o forse mesi o anni, scoprite che il
vostro coraggio è notevolmente aumentato, e che la pratica
vi ha in qualche modo permesso di risvegliare il cuore e il
coraggio. Per “risvegliare il cuore” intendo l’essere disposti
a smetterla di proteggere la parte più vulnerabile di voi
stessi. Trungpa Rinpoche diceva spesso che tutti noi
abbiamo un punto debole, e che la negatività, il
risentimento e tutto il resto derivano dal nostro affannarci
a proteggerlo. Si tratta di una logica ferrea: è perché siamo
vulnerabili e profondamente deboli, che indossiamo così
tante corazze. È perché siamo teneri e abbiamo un certo
buon cuore, una certa apertura, che abbiamo cominciato a
proteggerci.
Soprattutto, durante la meditazione di shamatha, potete
osservare chiaramente le vostre corazze e vedere come vi
imprigionano il cuore. Questo è già sufficiente a illuminare
la situazione, e a permettervi di guardare con rispetto la
vostra comprensione, e magari anche il vostro senso
dell’umorismo. Con il tonglen vi spingete ancora oltre,
perché in effetti invitate non solo le vostre nevrosi, la
confusione e la sofferenza, ma anche quelle degli altri. Ma
c’è di più. In genere cerchiamo di stare alla larga dal
disagio, e quando stiamo bene vorremmo che durasse così
per sempre. Nel tonglen, invece, siamo disposti non solo a
inspirare la sofferenza ma anche a espirare le nostre
sensazioni di benessere, pace e gioia. Siamo pronti a dare
via tutto ciò, a condividerlo con gli altri. È esattamente
l’opposto del nostro comportamento abituale. In genere,
quando nella meditazione si comincia veramente a entrare
in contatto con qualcosa di grande, quando si prova un
senso di gioia e ispirazione, perfino la meditazione
camminata è vista come una specie di intruso. Figuriamoci
poi dover pulire i gabinetti e parlare con gli altri: vuol dire
proprio mettere i bastoni fra le ruote alla nostra
beatitudine! Ebbene, il tonglen ci dice: “Se possiedi
qualcosa, condividilo. Non tenertelo stretto, dallo via”.
Nel buddhismo mahayana1 si parla di bodhicitta, che
significa “cuore risvegliato” o “cuore impavido”. Il
bodhicitta è caratterizzato da benevolenza, precisione e
disponibilità, dalla capacità di lasciar andare e aprirsi. Lo
scopo del tonglen è proprio quello di risvegliare o coltivare
il bodhicitta, vale a dire risvegliare il cuore o coltivare un
cuore impavido. È come innaffiare un seme che può
diventare fiore: può darsi che pensiate di avere solo un
briciolo di coraggio o magari di non averne affatto, ma il
Buddha ha detto: “Stupidaggini! Tutti possiedono il
bodhicitta!”. Forse il vostro bodhicitta è minuscolo come un
seme di sesamo, ma, se vi impegnerete nella pratica,
innaffierete quel seme, che così germoglierà e diventerà un
fiore. Ciò che avviene in realtà è che una cosa che è sempre
esistita viene riscoperta. Il tonglen spazza via la polvere
che si è depositata sul vostro tesoro, un tesoro che è
sempre stato lì.
Gli insegnamenti tradizionali paragonano il bodhicitta a
un diamante che da duemila anni è sepolto sotto dieci
tonnellate di fango. Abbiamo la possibilità di riportarlo alla
luce in qualunque momento, e anche dopo tutti quegli anni
sarà pur sempre un gioiello e sarà nostro di diritto. Si dice
anche che il bodhicitta è simile a un latte molto ricco e
cremoso, che ha la possibilità di diventare un burro ottimo.
Non occorre faticare molto per trasformare la crema in
burro, basta agitarla. Il bodhicitta viene anche paragonato
a un seme di sesamo, gonfio d’olio. Anche se è necessaria
una lieve pressione per farlo uscire, l’olio è già presente nel
seme. Talvolta si dice che il bodhicitta è come un prezioso
tesoro sul bordo di una strada, nascosto da stracci luridi.
La gente, a volte persone così povere che stanno quasi
morendo di fame, gli passa vicino in continuazione. Per
trovare il tesoro basterebbe togliere gli stracci. Per questo
pratichiamo il tonglen, per non diventare come quei ciechi
che passano e ripassano accanto al tesoro. Non dobbiamo
considerarci dei miserabili morti di fame, perché il nostro
cuore racchiude già tutto ciò che possiamo desiderare:
apertura, coraggio, chiarezza, generosità. Sono qualità che
tutti possiedono, ma che non tutti hanno il coraggio di
lasciar maturare.
Di questi tempi il mondo ha un estremo bisogno di
persone disposte a lasciar maturare il proprio cuore, il
bodhicitta. Dappertutto c’è una grande devastazione,
un’enorme sofferenza. C’è gente che muore schiacciata dai
carri armati o alla quale vien fatta saltare in aria la casa;
molti si vedono irrompere in casa i soldati nel cuore della
notte e vengono portati via e torturati, mentre i loro figli e
familiari vengono massacrati. Molti muoiono di fame. Sono
tempi duri. Noi che viviamo nel lusso, con i nostri piccoli e
meschini problemi psicologici, abbiamo l’impellente obbligo
morale di permettere alla nostra mente, al cuore, alla
generosità e al talento di svilupparsi. Dobbiamo imparare
ad aprirci e lasciar andare, perché questo è un
atteggiamento veramente contagioso. Vi siete accorti che
quando entrate in sala da pranzo e vi sedete, se vedete che
il vostro vicino è di buonumore in qualche modo il suo
benessere vi contagia e vi fa sentire a vostro agio, come se
quella persona fosse contenta di vedervi? Quando invece
c’è qualcuno che sta veramente male, vi chiedete: “Ma cosa
gli ho fatto?”; o magari pensate: “Accidenti, devo fare
qualcosa per lui”. Che abbiate mal di testa o una crisi
depressiva, qualunque sia la vostra condizione, se vi sentite
a vostro agio nel mondo influenzate positivamente gli altri e
offrite loro un po’ di sollievo. Possiamo aiutarci l’un l’altro
se siamo disposti a lavorare con la paura, la frustrazione, la
depressione che ci assale di prima mattina, e così via.
La meditazione di shamatha è un modo per dimostrare
che siamo pronti a vedere le cose chiaramente e senza
giudicarle. La pratica del tonglen è un gesto verso la
maturazione del nostro bodhicitta, nell’interesse della
felicità nostra e degli altri. La felicità che è in noi si irradia
e procura agli altri lo spazio per entrare in contatto con la
propria gioia, intelligenza, chiarezza e generosità.
L’essenza del tonglen consiste nell’essere disposti, con
l’inspirazione, a sperimentare il dolore, a condividere la
conoscenza del dolore nel mondo. D’ora in poi, aspirate a
coltivare il coraggio, la determinazione a conoscere questo
aspetto della condizione umana. Inspirando, potete
veramente comprendere che cosa intendeva dire il Buddha
con la prima nobile verità, la verità della sofferenza. Che
cosa vuol dire? Cercate di scoprirlo con ogni inspirazione,
riconoscendo la verità della sofferenza, intesa non come un
malaugurato errore o una punizione ma come parte della
condizione umana. Con ogni inspirazione, esplorate il
disagio della condizione umana, che può essere
riconosciuto e onorato anziché sfuggito. Il tonglen mette in
pratica tutto ciò.
L’essenza dell’espirazione è l’altra faccia della condizione
umana. A ogni espirazione, vi aprite. Entrate in contatto
con la gioia, il benessere, l’appagamento e la benevolenza,
con tutto ciò che è fresco e limpido, buono e salutare. È
l’aspetto della condizione umana che vorremmo durasse
per sempre, quello che, una volta finalmente risolti tutti i
nostri problemi, ci piacerebbe avere davanti come piatto
fisso. Il menu sarebbe: “Soltanto felicità. Non serviamo
dolore” e comprenderebbe tutto quello che, secondo noi,
potrebbe assicurarci la felicità eterna: al limite, qualche
spezia agrodolce, qualche lacrimuccia, ma addio confusione
opprimente, addio periodi neri, addio porte chiuse che non
volete aprire, mostri sotto il letto, pensieri tristi, rabbia,
disperazione, gelosia, addio per sempre. Questa è
l’espirazione, la parte che preferite. Entrate in contatto con
tutto ciò e lo espirate, affinché si diffonda e tutti possano
goderne.
Per fare il tonglen avete bisogno di una sola cosa: aver
sperimentato la sofferenza e la felicità. Se nella vita avete
provato anche un solo istante di sofferenza, potete
praticare il tonglen; se avete provato anche un solo istante
di felicità, potete praticare il tonglen. Sono questi i
requisiti. In altre parole, siete esseri umani ordinari, con i
vostri piaceri e le vostre sofferenze, esattamente come gli
altri. Ma se foste esattamente come gli altri, voi fareste di
tutto per inspirare la parte buona ed espirare quella
cattiva. Sembra abbastanza logico. Ma la vostra via, la via
del guerriero, è di gran lunga più temeraria: state
coltivando un cuore impavido, un cuore che non si tiri
indietro in alcuna circostanza e che sia sempre
completamente aperto, in modo che ogni cosa possa
toccarlo.
Nella sua raffigurazione classica, la “ruota della vita” è
tenuta fra le mani da Yama, il dio della morte. Al centro
della ruota ci sono un gallo, un serpente e un maiale, che
simboleggiano rispettivamente la passione, l’aggressività e
l’ignoranza. La ruota è divisa in sei parti, un po’ come sei
fette di torta, che vengono definite “i sei regni”. I regni
inferiori sono quello infernale, quello degli spiriti affamati
(anch’esso pieno di sofferenza) e quello degli animali,
caratterizzato da grande paura e ignoranza perché gli
esseri che vi abitano riescono a vedere solo ciò che hanno
proprio davanti al naso. I regni superiori sono quelli degli
uomini, degli dei gelosi e degli dei. In ciascuno di essi è
raffigurato un Buddha, che si può dire rappresenti noi
stessi. Infatti, possiamo aprire il nostro cuore fino al punto
di riuscire a entrare nel regno infernale oppure in quello
degli spiriti affamati, degli dei gelosi o degli dei, ovunque, e
rimanervi col cuore completamente aperto e senza paura.
Ecco l’aspirazione del bodhisattva. Quando prendiamo i
voti formali del bodhisattva ci viene assegnata la pratica
del tonglen. Significa che siamo realmente decisi a divenire
così coraggiosi da poter aiutare gli altri. Siamo consapevoli
di avere una paura tremenda, ma aspiriamo a risvegliare
completamente il nostro cuore.
Inspirare ed espirare nel modo appena descritto vi
permette di svegliarvi del tutto, di essere come un Buddha
in qualsiasi regno vi troviate. Se pensate a come si deve
vivere in alcuni di questi regni, sono certa che ringrazierete
la vostra buona stella per non essere nati là; ma anche se vi
trovaste in un regno inferiore, potreste comunque avere un
cuore aperto. L’essenza della pratica consiste nella volontà
di condividere il piacere, la felicità e la gioia con
l’espirazione, e a sperimentare fino in fondo il dolore,
vostro e altrui, con l’inspirazione. È questo il senso del
tonglen, e anche se non doveste ricevere altri
insegnamenti, sarebbe già sufficiente.
E adesso veniamo alla pratica. Il primo stadio viene
definito “bodhicitta assoluto risplendente”, e indica
essenzialmente l’apertura. Nel secondo stadio si lavora con
l’idea astratta del dolore, che viene visualizzato come fumo
nero, caldo e denso e quindi inspirato, e con l’idea astratta
del piacere, che viene visualizzato come bianco, fresco e
luminoso, e viene espirato. La mia concezione di tale stadio
è che, prima di affrontare le situazioni concrete e i
problemi reali, bisogna lavorare con i principi astratti del
dolore e del piacere, sincronizzandoli con l’inspirazione e
l’espirazione. Il primo stadio è quello dell’apertura, dello
spazio. Poi si inizia quella che viene definita “pratica
relativa”, si lavora cioè con la condizione umana, con la
nostra vita di ogni giorno: inspirare il dolore, espirare il
piacere... nero dentro, bianco fuori. Infine si arriva al terzo
stadio, il cuore della pratica: dovete visualizzare una
particolare situazione concreta ed entrare in contatto con il
dolore che comporta. Inspirate questo dolore, cercate di
sentirlo profondamente. È esattamente il contrario della
fuga. Siete assolutamente disposti a conoscere e
sperimentare il dolore, che sia il vostro, quello di un caro
amico o di un perfetto estraneo; poi, con l’espirazione,
lasciate andare il senso di apertura, di ariosità e di spazio.
In altre parole, supponiamo che ci sia qualcuno che non
potete proprio soffrire, qualcuno il cui nome suscita in voi
ogni sorta di sensazioni negative. Allora, decidete di fare il
tonglen per cercare di essere più aperti, gentili e
coraggiosi in questa situazione specifica. Pensate a quella
persona, e appena le emozioni spiacevoli si presentano le
inspirate, vi mettete in contatto con loro, con la loro natura
e le loro caratteristiche, e sentite come vi attanagliano il
cuore. Non cercate di ragionarci sopra, percepite piuttosto
la sofferenza che vi provocano. Poi espirate e vi rilassate,
lasciate andare, vi aprite, date aria a tutta la faccenda. Ma
non potete godervi a lungo questi momenti di sollievo,
perché ecco che con l’inspirazione tornate alla sofferenza,
una sofferenza che però non vi cattura del tutto, non vi
sommerge, perché subito espirate e di nuovo vi aprite, vi
rilassate e sentite quel senso di spazio. Forse siete tentati
di afferrare la gioia, ma inspirate di nuovo. O magari vi
piacerebbe crogiolarvi nella sofferenza, ma subito arriva
l’espirazione. È un po’ come imparare l’arte della “toccata
e fuga”: toccate e fuggite, ripetutamente. Non preferite il
dolore al piacere, né viceversa, ma andate avanti e indietro
in continuazione.
Dopo aver lavorato per un certo tempo con una
particolare situazione, ed esservi seriamente messi in
contatto con il dolore e con la capacità di lasciar andare e
aprirvi, fate allora un passo avanti: praticate per tutti gli
esseri senzienti. È il punto cruciale del tonglen:
l’esperienza del piacere e del dolore diventa lo strumento
che vi permette di riconoscere la vostra affinità con tutti gli
esseri senzienti, di condividere la gioia e il dolore di tutti
gli esseri che sono già vissuti, che vivono attualmente e
vivranno in futuro. Vi rendete conto che il disagio che vi
assale quando pensate a quella persona è qualcosa di
comune a tutti gli esseri umani, e che la gioia che provate
quando riuscite ad aprirvi e mollare la presa appartiene di
diritto all’intero genere umano. State inspirando lo stesso
dolore di prima, ma adesso pensate: “Che io possa
sperimentare questo dolore, in modo che nessun altro al
mondo debba soffrirne’’. In altre parole, la vostra
sofferenza diventa qualcosa di benefico. “Sono depresso e
infelice. Va bene. Vivrò fino in fondo questa esperienza,
affinché nessun altro debba viverla, affinché gli altri ne
siano immuni.” Tutto ciò comincia a risvegliare il vostro
cuore, e così sentirete l’aspirazione a dire: “La mia
sofferenza può portare beneficio agli altri, perché posso
essere così coraggioso da viverla pienamente, in modo che
gli altri non siano costretti a sperimentarla”. Con
l’espirazione dite invece: “Darò via ogni cosa bella e
sincera che sperimenterò, ogni sensazione di felicità e
benessere che avrò nella vita, ogni istante di gioia davanti a
un’alba o un tramonto, affinché tutti possano condividerli e
goderne”.
Allora, riepilogando: il primo stadio è costituito dal
risplendere del senso di spazio e di apertura; il secondo
dalla visualizzazione di “nero dentro, bianco fuori”; il terzo
dal contatto con una situazione concreta; e il quarto
dall’estensione della pratica affinché sia di beneficio a tutti
gli esseri senzienti.
Ogni volta che insegno il tonglen succede un fatto strano:
la gente comincia ad addormentarsi. Non è facile ascoltare
cose del genere. Non mi è mai capitato di presentare le
istruzioni del tonglen e di non vedere almeno tre persone
completamente “partite”, e le altre quasi morte dal sonno.
Allo stesso modo, quando inizierete a praticare
effettivamente il tonglen, è probabile che vi capiterà spesso
di addormentarvi. Non consideratelo un problema. Questa
pratica vi farà comunque capire che siete in grado di
sperimentare fino in fondo la sofferenza e la gioia, e che
entrambe fanno parte della condizione umana. Se, anche
per un solo secondo al giorno, sarete disposti a coltivare
l’aspirazione a utilizzare il vostro dolore e il piacere per
aiutare gli altri, allora potrete veramente essere di grande
beneficio. Il bodhicitta maturerà in voi ogni giorno di più, di
pari passo con il coraggio, e sarà davvero di aiuto per il
vostro prossimo.

1 Il “grande veicolo”, che presenta una visione basata sulla vacuità,


sulla compassione e sul riconoscimento dell’universalità della natura di
Buddha.
13.
Prendere rifugio

Oggi vorrei parlare del prendere rifugio nei tre gioielli,


cioè il Buddha, il Dharma e il Sangha, e di che cosa
significhi realmente.
Da piccoli eravamo del tutto indifesi, e avevamo bisogno
che qualcuno si prendesse cura di noi; da soli non
riuscivamo a mangiare né a tenerci puliti. Se non fossimo
stati così impotenti, non saremmo stati accuditi.
Idealmente, nel periodo dell’infanzia può esser fatta
germogliare in noi la maitri, ovvero la gentilezza
amorevole. Gli insegnamenti di Shambhala affermano che il
giovane guerriero, il guerriero bambino, viene cresciuto in
una culla di gentilezza amorevole. In linea di principio, se
vivessero tra persone impegnate a creare una società
illuminata, nella loro infanzia gli individui svilupperebbero
spontaneamente la gentilezza amorevole e il rispetto per se
stessi, sarebbero rilassati e a proprio agio. Tutto ciò
potrebbe essere un buon punto di partenza. In una società
illuminata, sarebbe poi previsto un qualche rituale di
iniziazione, come quelli che esistevano nelle culture
tradizionali, grazie al quale il bambino poteva diventare
formalmente un giovane uomo o una giovane donna. Mi
sembra che troppo spesso noi siamo vittime di una carenza
di educazione nel periodo dell’infanzia, e che non siamo in
grado di riconoscere il passaggio all’età adulta. Ci sono
persone che a cinquanta, sessanta o settant’anni si
chiedono ancora che cosa faranno da grandi. Sono rimaste
infantili nel più profondo del cuore; vale a dire, sono
rimaste fondamentalmente teiste.
In ogni caso, che si pensi di non essere stati cresciuti
come si deve o che ci si ritenga fortunati per aver ricevuto
un’educazione appropriata, qualunque sia la nostra
condizione, in questo preciso istante possiamo sempre
comprendere che la cosa più importante è sviluppare la
gentilezza amorevole nei confronti di se stessi. Ora che
siamo adulti possiamo iniziare a coltivare la gentilezza
amorevole verso noi stessi, verso la nostra stessa persona.
L’intero processo della meditazione serve appunto a creare
un terreno fertile, una culla di gentilezza amorevole in cui
crescere. Dobbiamo far maturare la fiducia nel nostro
coraggio, nella nostra saggezza, integrità e generosità;
dobbiamo sviluppare la consapevolezza che ciò che siamo
(la nostra personalità, ovvero il modo in cui la vita si
esprime attraverso di noi) è buono, e che se siamo noi
stessi fin in fondo, accettandoci completamente e
rispettandoci, siamo sulla via del guerriero.
Ho sempre pensato che le parole “prendere rifugio” sono
alquanto strane perché suonano teiste e dualiste, come se
avessimo bisogno di rifugiarci in qualcosa. Ricordo molto
chiaramente che, in un periodo molto difficile della mia
vita, lessi Alice nel paese delle meraviglie. Alice divenne la
mia eroina perché, quando precipitò nel buco, non fece
altro che lasciarsi cadere. Non ne fu terrorizzata, non cercò
di aggrapparsi a qualcosa per fermarsi: si lasciò andare e
osservò le cose passarle davanti agli occhi mentre cadeva.
Quando toccò terra si ritrovò in un luogo sconosciuto. Non
prese rifugio in niente. Avrei voluto essere come lei, perché
vedevo me stessa che più mi avvicinavo al buco, più urlavo
di paura, e più mi rifiutavo di andare dove nessuno mi
avrebbe presa per mano.
Nella vita di ogni persona, che vi siano o no cerimonie di
iniziazione, esiste il momento della nascita, e lo si affronta
da soli. Da soli si attraversa il canale uterino, da soli si
viene alla luce e si comincia il viaggio. E quando si muore,
si muore da soli. Nessuno ci accompagna. Il nostro viaggio,
a prescindere da quelle che possono essere le nostre
opinioni sul suo significato, lo facciamo da soli. Il senso
profondo del prendere rifugio è che tra il momento della
nascita e quello della morte siamo soli. Quindi, prendere
rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha non vuol dire
trovare consolazione in queste cose, come un bambino può
trovare consolazione nella mamma e nel papà. Al contrario,
è l’espressione fondamentale della nostra aspirazione a
saltare fuori dal nido, che ci si senta pronti o no, per
affrontare la cerimonia di iniziazione ed entrare nell’età
adulta, nella quale nessuno ci prenderà per mano. Prendere
rifugio rappresenta la comprensione del fatto che l’unico
modo per iniziare sul serio il cammino della vita è sentire
sotto di sé il terreno solido della gentilezza amorevole e del
rispetto per se stessi, e quindi saltare giù dal nido.
Comunque, in un certo senso, non ci si può mai sentire
sicuri al cento per cento: “Ho avuto la mia culla d’infanzia.
Adesso basta, posso buttarmi”. Dobbiamo continuare a
sviluppare la gentilezza amorevole, e continuare a lanciarci
fuori dal nido. L’altro giorno ho parlato dell’imbattersi nel
proprio limite e del desiderio di aggrapparsi a qualcosa
quando ciò avviene. In tale occasione, ci accorgiamo che
dobbiamo far crescere la gentilezza amorevole, la fiducia e
il rispetto per noi stessi. Allora, lavoriamo in questa
direzione, e intanto continuiamo ad abbandonare il nido.
Prendere rifugio significa quindi comprendere che il
modo giusto di vivere consiste nel tagliare i legami, tagliare
il cordone ombelicale e intraprendere da soli il cammino
dell’essere pienamente uomini, senza bisogno
dell’approvazione degli altri. Il prendere rifugio è la via che
intraprendiamo coltivando l’apertura e la generosità, che ci
portano a essere sempre meno dipendenti. Si potrebbe
anche dire: “Non devo più essere dipendente, devo essere
aperto”. Ma non è questo il punto. Il punto è che dobbiamo
partire da dove ci troviamo, e prendere atto di quanto
siamo infantili, senza però farcene una colpa. Cominciamo
allora a esplorare tutte quelle situazioni nelle quali ci
aggrappiamo, con ironia e generosità nei confronti di noi
stessi, e ogni volta che ci aggrappiamo, pensiamo: “Ecco, è
in situazioni come questa che grazie alla consapevolezza, al
tonglen e a tutto quello che faccio, la mia vita è un continuo
imparare a fare amicizia con me stesso”. D’altra parte, il
bisogno di aggrapparci e di avere qualcuno che ci tenga
per mano, l’invocare la mamma, ci fanno anche capire che
siamo giunti al limite estremo del nido. Fare un altro passo,
saltare fuori, diventa allora la motivazione per coltivare la
gentilezza amorevole. Siamo consapevoli che se riuscissimo
a oltrepassare quella soglia faremmo un grande progresso,
diventeremmo più adulti, sani e completi.
In altre parole, l’unico vero ostacolo è l’ignoranza.
Quando invocate la mamma o avete bisogno di qualcuno
che vi tenga la mano, se vi rifiutate di considerare la
situazione nella sua globalità non sarete in grado di vederla
come un insegnamento: un’ispirazione, che può farvi
comprendere che quello è il momento giusto per andare
oltre e potervi amare di più. Se in queste occasioni non
riuscite a dire tra voi: “Guarderò profondamente in tutto
ciò, perché è necessario per proseguire il mio viaggio e per
aprirmi sempre di più”, allora sarete schiavi di
quell’ostacolo che è l’ignoranza.
Lavorare con le difficoltà è lo scopo della vita. Il
guerriero si imbatte continuamente nei draghi. È naturale
che abbia paura, soprattutto prima dello scontro. È una
situazione terrificante. Ma pur con il cuore tutto tremante e
sensibile, il guerriero sa di trovarsi sulla soglia dell’ignoto,
eppure va avanti, incontro al drago. Capisce che il drago
non è altro che il lavoro incompiuto che si ripresenta, e che
la cosa su cui deve realmente lavorare è la paura. In realtà,
il drago è solo una specie di cartone animato che talvolta ci
compare davanti e che può assumere varie forme: è il
marito che ci ha piantato, il genitore che non ci ha mai
amato abbastanza, il collega che si è approfittato di noi.
Fondamentalmente lavoriamo sulla paura e l’esitazione, che
non devono necessariamente essere viste come ostacoli.
L’unico vero ostacolo è l’ignoranza, vale a dire il rifiutarsi di
prendere in considerazione il lavoro incompiuto. Se, ogni
volta che esce di casa e incontra il drago, il guerriero
pensasse: “Accidenti, un altro drago! Non ho alcuna
possibilità contro di lui!” e subito se la desse a gambe,
allora la sua vita diventerebbe un continuo svegliarsi la
mattina, uscire di casa, incontrare il drago, pensare:
“Nessuna possibilità” e svignarsela. Se ci comportassimo
così, diventeremmo sempre più pavidi, infantili e pieni di
paure. Anche se non c’è più nessuno che si prenda cura di
noi, siamo sempre dentro una culla, e non affrontiamo mai
il nostro rituale di iniziazione.
Così, diciamo che prendiamo rifugio nel Buddha, nel
Dharma e nel Sangha. Nel canto del pasto oryoki recitiamo:
“Le virtù del Buddha sono incommensurabili, le virtù del
Dharma sono incommensurabili, le virtù del Sangha sono
incommensurabili”; e inoltre: “Mi prostro al Buddha, mi
prostro al Dharma, mi prostro al Sangha, mi prostro
rispettosamente, e sempre, a essi”. Non stiamo parlando di
trovare consolazione nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha.
Non ci prostriamo con la speranza di metterci al sicuro.
Secondo la tradizione, il Buddha è l’esempio di ciò che
anche noi possiamo essere, il Buddha è il risvegliato, e
anche noi siamo Buddha. È semplice: noi siamo il Buddha.
Non è solo un modo di dire, noi siamo il risvegliato, inteso
come colui che continuamente salta fuori dal nido, si apre e
fa un altro passo in avanti. Non è facile, e comporta paura,
dubbio e risentimento. Ecco che cosa vuol dire essere
pienamente umani, essere guerrieri. Quando, da piccoli,
abbandonate la culla della gentilezza amorevole, voi
indossate una meravigliosa armatura che vi protegge ogni
lembo del corpo, e che in qualche modo vi fa sentire ben
protetti e al sicuro. Poi, venite sottoposti ai riti iniziatici
della pubertà, che vi tolgono quell’armatura che vi aveva
dato una certa illusione di protezione, ma che adesso
scoprite essere solo un ostacolo che vi impedisce di sentirvi
pienamente vivi, pienamente svegli. Quindi proseguite nel
viaggio e incontrate il drago, e ogni incontro vi fa capire
quali sono le piastre dell’armatura che dovete ancora
togliervi.
Prendere rifugio nel Buddha significa essere pronti a
dedicare la vita a riconoscere il risveglio, a mettersi in
contatto con il risveglio, imparando che ogni volta che si
incontra il drago ci si strappa di dosso un pezzo di
armatura, soprattutto dell’armatura che ricopre il cuore. È
esattamente ciò che stiamo facendo qui, al dathun: toglierci
l’armatura e le protezioni, liberarci da tutto ciò che copre
la nostra saggezza, la gentilezza e il risveglio. Non ci
stiamo sforzando di essere qualcosa che non siamo; stiamo
piuttosto riscoprendo chi siamo, stiamo ritrovando il
contatto con la nostra vera natura. Allora, con la formula
“prendiamo rifugio nel Buddha”, intendiamo dire che
prendiamo rifugio nell’audacia e nel coraggio che ci
permettono di sbarazzarci dell’armatura che blocca il
risveglio. Siamo svegli, e dedicheremo la vita a liberarci
dall’armatura. Nessun altro può farlo per noi, perché solo
noi sappiamo dove si trovano tutti quei piccoli legacci, solo
noi sappiamo dove l’armatura è troppo stretta e dove sarà
necessario un paziente lavoro per sciogliere il fil di ferro.
Può darsi che la nostra armatura sia chiusa sul davanti da
una cerniera bloccata da una serie di lucchetti: ogni volta
che incontriamo il drago apriamo più lucchetti possibile, e
alla fine saremo in grado di aprire la cerniera fin in fondo.
Allora potrei dirvi: “È facile. Ogni volta che incontrate il
drago togliete un lucchetto, e col tempo potrete aprire tutta
la cerniera”. Al che direste: “Ma cosa sta dicendo?”, perché
voi, invece, avete or ora stretto la vostra armatura col fil di
ferro, sotto il braccio sinistro. Ogni volta che incontrate il
drago, voi dovete tirar fuori le cesoie speciali dalla scatola
in cui tenete le vostre cose più preziose e tagliare quel fil di
ferro, tagliarne quanto più potete, finché non vomitate per
la paura, e dite: “Basta, non ce la faccio più”. Poi
cominciate a sentirvi molto più svegli, più connessi con la
vostra natura di Buddha, più connessi con il Buddha, e
intuite il senso del prendere rifugio in Buddha. Alla prima
persona che incontrate, dite: “È facile. Non devi fare altro
che prendere le cesoie dalla tua bella scatola e cominciare
a tagliare”. E gli altri vi guardano e pensano: “Di che cosa
sta parlando?”, perché loro hanno enormi stivali che gli
arrivano fin sopra i capelli. L’unica possibilità per
liberarsene è partire dalle suole, e sanno che ogni volta che
si imbattono nel drago devono raschiar via un po’ di suola.
Così, dovete fare tutto da soli. L’insegnamento
fondamentale è semplice: cominciate a togliervi l’armatura.
È tutto quello che vi si possa dire. Nessuno può insegnarvi
come fare, in primo luogo perché solo voi sapete come vi ci
siete chiusi dentro.
Secondo la tradizione, prendere rifugio nel Dharma
significa prendere rifugio negli insegnamenti del Buddha,
che sono: lasciate andare, apritevi al mondo. Rendetevi
conto che lo sforzarvi di proteggere il vostro territorio, e di
far sì che sia sempre sicuro e impenetrabile, comporta
grande tristezza e sofferenza. È un atteggiamento che
imprigiona in una dimensione quanto mai angusta,
paranoica, malsana, o puzzolente, che anno dopo anno
rende sempre più claustrofobici e infelici. Quanto più si
invecchia, tanto più diventa difficile trovare una via
d’uscita. Quando avevo circa dodici anni, lessi un articolo
della rivista “Life”, per la serie “Religioni del mondo”.
Parlava di Confucio, e c’era una frase che diceva più o
meno: “Avete cinquant’anni, e fino a oggi avete passato la
vita a smontare la vostra armatura – Confucio espresse il
concetto nel proprio stile –, allora avete acquisito una
forma mentale che non potrete più cambiare, per il resto
della vita. Continuerete a smontare l’armatura. Ma se,
arrivati a cinquant’anni, siete diventati dei veri esperti in
materia di costruzione di armature, cerniere di qualsiasi
tipo, stivaloni di tutte le forme, allora, anche se un
terremoto facesse a pezzi tutte le vostre protezioni, voi in
qualche modo cerchereste di rimetterle insieme; a quel
punto è molto difficile cambiare”. Che questa affermazione
corrisponda o no a verità, quando la lessi, a dodici anni, mi
spaventò a morte e divenne la prima preoccupazione della
mia vita. Promisi fermamente a me stessa che in un modo o
nell’altro sarei cresciuta, che non sarei rimasta chiusa in
trappola.
Ecco cosa vuol dire prendere rifugio nel Dharma, negli
insegnamenti del Buddha. In una prospettiva più ampia, il
Dharma comprende tutta quanta la vita. Gli insegnamenti
del Buddha si riferiscono al lasciar andare e all’aprirsi, e li
mettete in pratica in funzione di come vi comportate con le
persone che fanno parte della vostra vita, con le situazioni,
i pensieri, le emozioni. Lo scopo della vita non è
guadagnare un sacco di soldi, né trovare il matrimonio
perfetto, né costruire Gampo Abbey. Niente di tutto ciò.
Avete la vostra vita e, qualunque sia, è il vostro veicolo per
raggiungere il risveglio. Se siete una madre con dei figli da
crescere, quello è il vostro veicolo per il risveglio. Se siete
un’attrice, quello è il vostro veicolo. Se siete un
carpentiere, quello è il vostro veicolo. Se siete un
pensionato sulla soglia della vecchiaia, quello è il vostro
veicolo. Se siete soli, ne soffrite e vorreste un compagno o
una compagna, quello è il vostro veicolo. Se avete una
famiglia numerosa e vorreste avere più tempo libero, quello
è il vostro veicolo. Qualunque cosa siate, è la vostra via.
Non c’è situazione migliore di quella in cui vi trovate. È
fatta apposta per voi. Vi insegnerà tutto ciò che dovete
sapere riguardo ai punti nei quali la cerniera è bloccata, vi
mostrerà dove potete saltare giù dal nido. È questo il
significato del prendere rifugio nel Dharma: si riferisce alla
scoperta dello spazio illimitato, al non rimanere
intrappolati nell’armatura.
Prendere rifugio nel Sangha ha un significato molto
simile. Non vuol dire iscriversi a un club dove tutti sono
buoni amici, discutono di buddhismo, annuiscono
saggiamente e criticano chi non la pensa come loro.
Prendere rifugio nel Sangha vuol dire prendere rifugio in
una comunità fraterna di persone impegnate a liberarsi
dell’armatura. Se viviamo in una famiglia in cui tutti si
danno da fare per togliersi l’armatura, uno dei mezzi più
efficaci per imparare come si fa è costituito dagli stimoli
che ci diamo l’un l’altro, dalla gentilezza reciproca. Quando
qualcuno è infelice e comincia a crogiolarsi nella propria
malinconia, in genere la gente gli dà una pacca sulla spalla
e gli dice: “Oh, poverino!”; oppure: “Per l’amor di Dio,
cerca di uscirne”. Ma se siete impegnati a togliervi
l’armatura, e sapete che anche l’altro lo sta facendo, avete
la possibilità di offrirgli veramente il dono del Dharma. Con
grande amore e gentilezza, grazie alla vostra esperienza,
gli donate quella saggezza che probabilmente qualcun altro
vi ha donato il giorno prima, quando voi stavate male. Lo
incoraggiate a non sguazzare nell’autocommiserazione, a
comprendere piuttosto che ha di fronte una possibilità di
crescita, che è normale avere momenti di sconforto. In altre
parole, il Sangha è formato da persone che fanno il
possibile per aiutarsi l’un l’altra a liberarsi dell’armatura, e
perciò non incoraggiano la debolezza e la tendenza a
rimanervi imprigionati. Quando vediamo qualcuno che si
arrende, o che si impunta: “No, la mia armatura mi piace!”,
possiamo per esempio fargli capire che sotto
quell’armatura c’è un mucchio di piaghe purulente, e che
un po’ di sole non gli farebbe certo male. È questo il senso
del prendere rifugio nel Sangha.
Prendere rifugio nei tre gioielli non è certo un rifugio nel
senso comune del termine. È come approdare su un’isoletta
deserta in mezzo all’oceano, dopo un naufragio: “Terra!
Terra!”, per poi accorgersi che il mare se la mangia giorno
per giorno. Ecco, prendere rifugio nel Buddha, nel Dharma
e nel Sangha è qualcosa del genere.
Quando sentiamo l’impulso a sbarazzarci dell’armatura
possiamo prendere rifugio nel nostro risveglio e
nell’aspirazione a non tenerlo più rinchiuso e protetto, e a
tale scopo prendiamo rifugio nel Buddha. Possiamo
prendere rifugio negli insegnamenti del Buddha e nel
Sangha, la nostra famiglia, coloro che si impegnano a
seguire gli insegnamenti del Buddha e con i quali
condividiamo sostegno e ispirazione.
Trungpa Rinpoche ha dato una definizione del prendere
rifugio, e l’altro giorno è stata esposta in bacheca.
Comincia con un’affermazione assoluta: “Poiché tutte le
cose sono pure, prive di qualunque macchia, non c’è niente
da ottenere o da realizzare”. Ma poi, tutto diventa molto
più concreto: “La pratica quotidiana consiste
semplicemente nello sviluppare una completa accettazione
e apertura nei confronti di ogni situazione, persona ed
emozione. Un’accettazione totale, un’apertura a tutte le
situazioni, le persone e le emozioni, uno sperimentare
pienamente ogni cosa senza blocchi né riserve, in modo da
non tirarsi mai indietro e non ripiegarsi su se stessi”.
Questo è il motivo della nostra pratica.
14.
Non preferire né il samsara né il nirvana

Stamattina vorrei parlare del non preferire né il samsara


né il nirvana.1 Molti degli insegnamenti della mahamudra2
sulla natura della mente parlano della quiete e del
manifestarsi dei fenomeni. Se vogliamo ridurre
gradualmente i fenomeni, dobbiamo considerare la quiete e
le manifestazioni. In altre parole, lo spazio e ciò che
continuamente dallo spazio sorge e allo spazio ritorna: la
quiete e le manifestazioni. Talvolta vengono definiti “lo
sfondo e il primo piano”. In ogni caso, ciò che voglio dire è
di non preferire la quiete alle manifestazioni, o se volete,
non preferire la pace del nirvana al frastuono del samsara.
Generalmente è ormai ben diffusa una certa tendenza. In
base a tale tendenza, la nevrosi umana assume due forme,
ugualmente comuni. Una consiste nell’essere del tutto presi
dalle preoccupazioni, le paure e le speranze, dal volere e
non volere, dalle cose materiali: lavoro, famiglia, avventure,
case, automobili, soldi, vacanze, divertimento, le montagne,
il deserto, l’Europa, il Messico, la Giamaica, il Black Hole di
Calcutta, la prigione, la guerra e la pace, e così via. Così
molte persone sono in balia delle circostanze, catturate dal
mondo fenomenico come se fossero finite in un gorgo. Nel
samsara cerchiamo continuamente di sfuggire al dolore
rincorrendo il piacere, e in tal modo non facciamo altro che
girare in tondo all’infinito. Muoio dal caldo e perciò
spalanco tutte le finestre, poi mi viene freddo e indosso un
maglione di lana. Ma la lana mi irrita la pelle, così mi metto
della crema sulle braccia e va a finire che mi sento tutto
appiccicoso, allora vado a fare un bagno. Poi ho freddo, così
chiudo le finestre, e avanti di questo passo. Mi sento solo e
allora mi sposo, poi litigo tutto il giorno con mia moglie o
mio marito, così mi trovo un amante, e a un certo punto
mia moglie o mio marito mi dice che mi lascia, e io sono
completamente frastornato e non so più cosa fare, e così
via. Cerchiamo sempre di fuggire dal calderone bollente
per rifugiarci in qualche posticino fresco, cerchiamo
sempre di scappare e quindi non siamo mai completamente
rilassati, mai soddisfatti della nostra condizione. Tutto ciò
viene chiamato samsara. In altre parole, in un modo o
nell’altro, abbiamo questa predilezione per i fenomeni e
perciò ci diamo sempre da fare per rincorrere il benessere
attraverso opinioni politiche e filosofiche, religioni e mille
altre cose, sforzandoci di trarre piacere da ogni situazione.
La nevrosi opposta, in verità ugualmente diffusa, consiste
nell’essere catturati dalla pace e dall’immobilità, o
liberazione, o libertà. Nel corso dei miei viaggi, ho
conosciuto alcune persone che avevano costituito un
gruppo, basato sulla certezza che presto sarebbe arrivato
un disco volante e le avrebbe portate via. Aspettavano che i
dischi volanti venissero a liberarle dalla materialità della
terra. Parlavano di trascendere la tragedia della vita, di
librarsi nello spazio e nella chiarezza, nella beatitudine del
non sentirsi legate in alcun modo, assolutamente libere. La
navicella spaziale le avrebbe portate in un luogo dove non
ci sarebbe mai più stato alcun problema. Tutti noi, in modo
meno rozzo, ci comportiamo così. Se facciamo
un’esperienza di chiarezza o di beatitudine, vogliamo che
duri per sempre. Questo “voler stare bene per sempre” è
una cosa che genera una grande dipendenza, e di solito
finisce che non funziona. In ogni caso, si tratta di una
nevrosi molto comune: l’essere catturati dal desiderio di
rimanere là fuori, nello spazio, come certi miei amici che
negli anni settanta decisero di “farsi” ogni giorno di LSD, in
modo da poter essere sempre “fuori”. Talvolta, questo
desiderio si esprime gestendo la propria vita in maniera
tale che sia assolutamente tranquilla, semplice, senza
complicazioni. Si diventa talmente attaccati che si pretende
che tutto proceda sempre così. Ci si irrita per qualsiasi
situazione fastidiosa e si oppone resistenza, come se si
trattasse di un’orda di cani o di bambini che ci invade la
casa e mette tutto a soqquadro. Ci sono persone che hanno
una profonda intuizione della natura della realtà, vedono
quanto sia vasta e meravigliosa, possiedono cioè quella
che, talvolta, viene definita “visione sacra”. Ma ciò le rende
quanto mai insoddisfatte della vita quotidiana. Invece che
arricchire la loro vita, la visione sacra le fa sentire come se
fossero cadute in disgrazia. Spesso, il motivo per cui alcuni
passano dalla nevrosi alla psicosi è che percepiscono la
spaziosità, la sincronicità delle situazioni e la vastità delle
cose, intuiscono cioè come funzioni veramente il mondo;
poi, però, si aggrappano a questa comprensione e ne
vengono completamente catturati. È stato osservato, con
una certa sagacia, che lo psicotico annega nella stessa
acqua in cui il mistico nuota.
Ciò che intendo dire è che l’io si serve di qualunque cosa
pur di ri-creare se stesso, delle manifestazioni come della
spaziosità, di ciò che chiamiamo samsara come di ciò che
chiamiamo nirvana. Molti gruppi religiosi hanno l’idea fissa
di scappare via dalla terra e dalla sua sofferenza, di non
dover più sperimentare questa tragedia: “Lasciamoci tutto
alle spalle, restiamo nel nirvana”. Avrete forse notato che
nel canto del pasto oryoki si dice che il Buddha “non
dimora nel nirvana, dimora nella perfezione ultima”. Da ciò
si può dedurre che, se il Buddha non dimora nel nirvana, la
perfezione ultima dev’essere qualcosa di diverso, come la
comprensione assoluta che samsara e nirvana sono la
stessa cosa, il non preferire la quiete o le manifestazioni ma
essere in grado di vivere pienamente in entrambe.
Di recente, appesa al muro della cucina di un mio amico,
ho visto una citazione tratta da un discorso di Chögyam
Trungpa Rinpoche: “Porta nel cuore la tristezza e il dolore
del samsara, e allo stesso tempo il potere e la visione del
grande sole d’Oriente. In questo modo, il guerriero può
preparare il tè come si deve”. Sono rimasta molto colpita
da quelle parole, perché mi sono resa conto che anch’io ho
una certa predilezione per la quiete. Il concetto del portare
nel cuore la tristezza e la sofferenza del samsara mi
affascina, ma mi sono accorta che non lo metto in pratica.
Come minimo, ho una netta preferenza per il potere e la
visione del grande sole d’Oriente, vale a dire per l’essere
continuamente vigile. Ma che dire riguardo al portare nel
cuore, nello stesso tempo, il dolore e la tristezza del
samsara? Quella frase mi ha impressionata moltissimo. È
proprio vero: se riusciamo a vivere portando con noi la
tristezza della condizione umana (cioè con quello che
Rinpoche spesso definiva “cuore tenero” o “cuore genuino
della tristezza”), se siamo disposti a sperimentare fino in
fondo e a riconoscere sempre la nostra tristezza e la
tristezza della vita, ma, allo stesso tempo, non ne veniamo
sopraffatti perché abbiamo anche ben presenti la visione e
il potere del grande sole d’Oriente, allora sperimentiamo
l’equilibrio e la completezza, l’unione del cielo e della terra,
della visione e della vita pratica. Io parlo di uomini e donne
che uniscano cielo e terra, ma in realtà sono già uniti. Non
esiste alcuna separazione tra samsara e nirvana, tra il
dolore e la tristezza del samsara e la visione e il potere del
grande sole d’Oriente. Possiamo portarli entrambi nel
cuore, e questo è lo scopo della pratica. Allora saremo in
grado di preparare il tè come si deve.
Il rituale serve a unire la visione e la vita quotidiana, il
cielo e la terra, il samsara e il nirvana. Quando si ha la
giusta comprensione della realtà, tutta la vita diventa un
rituale, una cerimonia. Tutti i gesti della vita diventano
mudra,3 tutti i suoni diventano mantra.4
Tutto è sacro. Ecco che cosa si cela dietro i rituali, i gesti
codificati che vengono compiuti nelle religioni di differenti
culture. Se celebrato con il cuore, il rituale è una specie di
macchina del tempo. È come se, migliaia di anni fa,
qualcuno avesse avuto una visione chiara e illimitata della
magia, del potere e della sacralità; ed è come se si fosse
reso conto che, salutando ogni mattina il sole con una
specie di rituale, magari con un particolare canto, o con
offerte e inchini, avrebbe potuto entrare in contatto con
quella esperienza straordinaria. Quindi insegnò ai figli a
fare lo stesso, questi lo insegnarono ai loro figli, e così via.
E dopo migliaia di anni, qualcuno fa ancora la stessa cosa
ed entra in contatto con la stessa, identica esperienza. Ogni
rituale tramandato nel tempo ha la medesima funzione:
qualcuno consegue la visione profonda e tale visione,
anziché andare perduta, viene rivissuta grazie al rituale.
Per esempio, Rinpoche diceva sempre che il Dharma, vale a
dire gli insegnamenti del Buddha, è come una ricetta per il
pane. Migliaia di anni fa qualcuno ha scoperto come
cuocere il pane, e grazie al fatto che la ricetta è stata
tramandata fino a noi, ora possiamo produrre il pane fresco
e mangiarlo.
Ciò che mi ha portata a considerare il rituale come
unione della tristezza e sofferenza del samsara con la
visione del grande sole d’Oriente è stata la constatazione
che, in un certo senso, è facile usare il nostro
comportamento quotidiano per esprimere gratitudine alla
vita. Il sole sorge ogni mattina, possiamo usare il suono di
un gong per richiamarci alla sala di meditazione, possiamo
giungere le mani nel gassho e inchinarci l’un l’altro,
possiamo prendere le ciotole per l’oryoki con tre dita come
si fa da secoli. Attraverso questi rituali, esprimiamo il
nostro apprezzamento per il cibo, gli oggetti e la ricchezza
del mondo. Sollevate la vostra ciotola, poi al termine del
dathun tornate a casa e magari vi dimenticate
completamente dell’oryoki. Poi capita che, dopo parecchi
anni, partecipate a un altro corso, e nel compiere quello
stesso gesto sentite qualcosa che vi tocca il cuore. Forse la
prima volta avevate vent’anni, e a ottant’anni all’improvviso
vi trovate a rifarlo. È una specie di filo rosso che attraversa
tutta la vostra vita: sollevare la ciotola per l’oryoki con tre
dita.
Un rituale sincero e sentito ci permette di entrare in
contatto con il potere e la visione, come con la tristezza e la
sofferenza della condizione umana. Quando il potere e la
visione sono uniti, sentiamo che stiamo facendo le cose nel
modo giusto, con il dovuto rispetto. Preparare una tazza di
tè nel modo giusto significa lavorare con impegno e
accuratezza: apprezziamo il tè, l’acqua che bolle, il fatto
che insieme danno vita a qualcosa di delizioso e salutare,
qualcosa che eleva lo spirito. Non perché temiamo che
qualcuno ci possa criticare, se non prepariamo il tè
secondo i canoni. E non è che facciamo le cose così in fretta
che è tutto finito prima di aver capito di aver fatto il tè, né
tantomeno ne beviamo sei o sette tazze. Allora, che si tratti
di fumare una sigaretta, bere una tazza di tè, rifare il letto
o lavare i piatti – qualunque cosa facciamo – è un rituale se
lo facciamo nella maniera giusta, se siamo cioè in grado di
portare nel cuore sia la tristezza sia la visione del grande
sole d’Oriente.
Chögyam Trungpa Rinpoche amava i rituali, e prese
qualcosa da tutte le tradizioni, per esempio da quella
tibetana, giapponese, inglese, per crearne di nuovi. Uno di
questi rituali era costituito dal modo in cui entrava nella
sala dell’altare. Eravamo seduti davanti all’altare quando
all’improvviso sentivamo i colpi dei bastoni cerimoniali
(gandi), i rintocchi di un piccolo gong e il suono sordo di un
grande tamburo: “crack, ping, bum, crack, ping, bum”. Il
suono si faceva sempre più forte, e sapevamo che Rinpoche
stava per entrare. Poi eccolo lì, con tutto il seguito dei suoi
assistenti. Veniva per tenere il suo discorso; in qualche
modo, tale rituale creava un’atmosfera di grande apertura.
Ci sentivamo trasportati in uno spazio senza tempo. Non
era più il 22 giugno 1989; non era più una particolare ora
del giorno o della notte, né un particolare periodo
dell’anno. Era solo spazio. Rinpoche sapeva bene che i
suoni e il rituale avrebbero permesso a tutti noi di trarre
beneficio da quell’atmosfera senza tempo.
Le popolazioni primitive hanno sempre avuto una
profonda comprensione dei cicli del sole, delle stagioni e
della terra, e compiono rituali per celebrarli. I riti della
pubertà e tutte le altre cerimonie sono altamente
spettacolari, come una meravigliosa danza, in modo che
nessuno possa mai dimenticare che tutto è interconnesso.
Gli anziani sanno come fare queste cose, e tramandano la
loro conoscenza. È quello che viene definito “lignaggio”.
Alce Nero era uno sciamano Sioux intorno al 1880, quando
il suo popolo stava perdendo lo spirito e il coraggio perché
il suo tradizionale stile di vita, che gli aveva sempre
garantito un profondo senso di interconnessione, stava
subendo un immenso sconvolgimento. Tuttavia, c’era
ancora la possibilità che non andasse perduto del tutto.
All’età di nove anni, Alce Nero ebbe una visione che gli
mostrò come avrebbe potuto salvare il suo popolo. Vide
quattro gruppi di cavalli che provenivano dalle quattro
direzioni: i cavalli del primo gruppo erano bianchi, quelli
del secondo sauri, quelli del terzo fulvi e quelli del quarto
neri. C’erano anche ragazze che portavano oggetti sacri, e
anziani che recitavano profezie. Ogni direzione possedeva
tutti i propri simboli rituali. Non fece parola della visione,
perché era sicuro che nessuno gli avrebbe creduto. Ma
quando ebbe circa diciassette anni, sentì che stava
cominciando a smarrire il senno, e decise allora di
raccontare tutto allo sciamano, che comprese
immediatamente e disse: “Dobbiamo metterla in atto”. Così
fecero. Si pitturarono il corpo come nella visione e
ricrearono tutta la scena. Prima che Alce Nero compisse
trent’anni, le cose erano ormai completamente cambiate.
Alla fine Alce Nero entrò a far parte con altri indiani del
circo di Buffalo Bill, il Wild West Show. Furono portati in
Europa con un “battello di fuoco”, e tennero uno spettacolo
a Londra con i loro cavallini pony e il loro abbigliamento
tradizionale. Una sera la regina Vittoria andò a vedere lo
spettacolo. È difficile credere che ci fosse qualcosa in
comune tra Alce Nero, un Sioux Oglala delle praterie, e la
regina Vittoria, tuttavia quella sera non c’erano altri
spettatori: solo la regina, che arrivò in una meravigliosa
carrozza, e il suo seguito. Alla fine dello spettacolo la
regina si alzò e strinse le mani a tutti, con le sue manine
delicate. Alce Nero racconta che gli fece una bellissima
impressione. Poi la regina si inchinò, e tutti furono
talmente colpiti da lei e dal suo portamento che le donne
intonarono il “tremolo” e gli uomini le grida di guerra, e
quindi tutti si inchinarono davanti a lei. Nel suo libro Alce
Nero la chiama “Nonna Inghilterra”, e ne ricorda l’aspetto
regale e l’affabilità: “Era piccola e grassa, e fu gentile con
noi”. Un mese dopo, la regina li invitò tutti alle celebrazioni
del cinquantesimo anniversario del regno. Alce Nero
racconta che lui e gli altri indiani entrarono in un immenso
edificio dove tutti urlavano: “Giubileo! Giubileo! Giubileo!”.
Benché non ne capì bene il significato, il vecchio sciamano
indiano fu in grado di descrivere la cerimonia. In testa al
corteo c’era la regina Vittoria, nella sua carrozza dorata
trainata da cavalli tutti ricoperti d’oro. Anche i suoi vestiti
erano dorati, e risplendevano come il fuoco. Subito dietro la
regina, in una carrozza nera trainata da cavalli neri, c’era
suo nipote, e poi venivano i parenti, in una carrozza nera
con i cavalli grigi. Alce Nero descrive tutte le carrozze, i
cavalli e infine gli uomini del seguito, con le loro
meravigliose uniformi e i cavalli neri adorni di piume.
Quella cerimonia lo impressionò profondamente. Racconta
che prima si sentiva come se non avesse mai avuto una
visione, ma lo spettacolo di una tale grandiosità gli aveva
fatto ritrovare un contatto con il proprio cuore. Quando la
regina Vittoria, nella sua carrozza dorata, giunse vicino agli
indiani, ordinò al cocchiere di fermarsi, si alzò in piedi e
ancora una volta si inchinò dinanzi a loro. E di nuovo gli
indiani lanciarono in aria tutti i loro oggetti e intonarono i
loro canti e le grida di guerra in onore di Nonna
Inghilterra. Erano tutti al colmo della felicità.
Il rituale può essere quello della regina d’Inghilterra o
quello degli indiani delle grandi praterie. È qualcosa che, in
un modo o nell’altro, trascende il tempo e lo spazio. In ogni
caso, credo che abbia a che fare con il portare nel cuore il
dolore e la tristezza del samsara e allo stesso tempo la
visione e il potere del grande sole d’Oriente. Tutta la nostra
vita può diventare un rituale. Possiamo imparare a fermarci
quando il sole tramonta e quando sorge. Possiamo imparare
ad ascoltare il vento; possiamo imparare a renderci conto
che piove o nevica, grandina o è una bella giornata.
Possiamo ritrovare il contatto con il “clima” che abbiamo in
noi, e magari accorgerci che è un clima triste. Più è triste e
più è spazioso, e più è spazioso più il cuore si apre.
Possiamo smetterla di credere che quando il tempo è bello
e luminoso vuol dire che stiamo praticando bene, e quando
il tempo è brutto e scuro significa che la nostra pratica non
funziona. Se sapremo portare tutto ciò nel cuore, potremo
preparare il tè come si deve.
1 Il samsara è il circolo vizioso dell’esistenza; il nirvana è la
cessazione dell’ignoranza e delle emozioni conflittuali, e quindi la
liberazione dalla rinascita obbligata nel samsara.
2 Lo stato in cui tutte le esperienze vengono trasformate in

conoscenza trascendentale e mezzi abili.


3 Gesti simbolici delle mani, che accompagnano le pratiche tantriche

e caratterizzano i vari stadi della meditazione.


4 Parole o sillabe che esprimono la quintessenza delle varie energie.
15.
Dharma teorico e Dharma pratico

Tradizionalmente esistono due modi per descrivere gli


insegnamenti del Buddha: il Dharma teorico e il Dharma
pratico. Il Dharma teorico viene continuamente esposto in
libri e discorsi fin dai tempi del Buddha, con sobrietà e
immediatezza. Tutto ebbe inizio in India, in un’epoca, un
luogo e una cultura molto differenti dai nostri, ma l’essenza
degli insegnamenti ebbe la forza di espandersi in tutto il
Sudest asiatico fino al Giappone, alla Cina, la Corea, il
Vietnam e il Tibet – tutti i paesi nei quali è fiorito il
buddhismo – grazie a persone che spiegavano agli altri ciò
che loro avevano imparato. Al giorno d’oggi esistono molti,
bellissimi libri sugli insegnamenti fondamentali. Possiamo
leggere Joseph Goldstein, Ayya Khema, Suzuki Roshi,
Chögyam Trungpa, Tarthang Tülku e tutte le traduzioni di
Herbert Guenther. Ci sono molti e differenti modi di
leggere e ascoltare gli insegnamenti, e ciascuno ha un
sapore leggermente diverso dagli altri. Ma se prendiamo
un particolare argomento, ad esempio le quattro nobili
verità, la solitudine o la compassione, scopriremo che tutti
dicono la stessa cosa, secondo il proprio stile e la propria
cultura. Gli insegnamenti sono gli stessi, l’essenza è la
stessa.
Il Dharma teorico è come un gioiello, un gioiello prezioso.
Come il bodhicitta, può essere sepolto sotto la spazzatura e
tuttavia la sua natura rimanere inalterata. Quando
qualcuno lo porta alla luce e lo mostra a tutti, risuona nel
cuore e nella mente di coloro che hanno la fortuna di
vederlo. Gli insegnamenti sono come una meravigliosa
campana d’oro nascosta in una caverna buia e profonda: se
qualcuno la riporta alla luce e la fa suonare, tutti possono
sentirla. Questo è il Dharma teorico. La tradizione dice che
il Dharma può essere insegnato, ma chi lo ascolta deve
avere un buon udito. Conoscete la storiella dei tre vasi? Se
siete come un vaso col fondo bucato, quando il Dharma
viene versato in voi, subito si perde; se siete come un vaso
che contiene veleno, il Dharma viene frainteso e
trasformato in veleno. In altre parole, se siete pieni di
amarezza e risentimento potreste interpretare a modo
vostro gli insegnamenti, per adattarli al vostro risentimento
e all’amarezza. Se invece il vaso è capovolto, non potrà mai
contenere niente. Bisogna essere aperti e ben svegli per
comprendere il Dharma teorico.
Il Dharma pratico non è qualcosa di diverso, anche se
talvolta lo sembra. È esperienza comune sentire che gli
insegnamenti risuonano nel cuore e nella mente e sono
fonte di ispirazione, ma non riuscire a immaginare cosa mai
possano avere a che fare con la vita di tutti i giorni. Quando
la situazione precipita, quando perdiamo il lavoro, veniamo
lasciati dalla persona che amiamo, o ci capita qualche altro
guaio e le emozioni partono incontrollate, non riusciamo
proprio a capire che cosa c’entrino le quattro nobili verità.
La nostra sofferenza ci sembra così enorme che al suo
confronto le quattro nobili verità appaiono del tutto
insignificanti. Trungpa Rinpoche diceva che il Dharma deve
essere sperimentato, perché quando la concretezza della
vita, che comprende gli ostacoli, i problemi, e le esperienze
che inducono a porsi delle domande, quando tale
concretezza si fa più intensa, ogni credo puramente
filosofico è destinato a crollare.
Se si persevera nello studio del Dharma e nella pratica
della meditazione, si scopre che niente di tutto ciò che si
ascolta è separato dalla vita. Il Dharma è lo studio di ciò
che è, e l’unico modo per scoprire la verità è studiare se
stessi. Dogen, un maestro zen, ha detto: “Conoscere o
studiare se stessi vuol dire dimenticare se stessi, e
dimenticare se stessi vuol dire essere illuminati da tutte le
cose”. Conoscere se stessi o studiare se stessi significa
semplicemente che si tratta della propria esperienza della
gioia, della propria esperienza del dolore, della propria
esperienza del sollievo e spazio, della propria esperienza
della depressione. È tutto quello che abbiamo, ed è tutto
quello che serve per avere l’esperienza vivente del Dharma,
per comprendere che Dharma e vita sono la stessa identica
cosa.
Sono rimasta molto colpita dalle parole che ieri ho visto
in bacheca: “La pratica quotidiana consiste semplicemente
nello sviluppare una completa accettazione e apertura nei
confronti di ogni situazione, persona ed emozione”. Avete
letto queste parole, le avete ascoltate, può anche darsi che
io le commenti, ma che cosa vogliono dire in sostanza?
Leggendole credete di aver più o meno capito, ma appena
tentate di metterle in pratica, di metterle alla prova di
fronte alla realtà della vita, allora le vostre congetture sul
loro significato si dissolvono completamente. Scoprite
allora qualcosa di nuovo e fresco, qualcosa che prima non
avevate neanche immaginato. Identificarsi personalmente
con il Dharma significa vivere secondo il Dharma, metterlo
alla prova, cercare di leggere il suo vero messaggio nella
perdita del lavoro, nella fine di un matrimonio, in una
malattia incurabile. “Siate aperti, accettate ogni situazione
e ogni persona.” Come potete riuscirci? Probabilmente è il
peggior consiglio che vi si possa dare, ma la risposta è:
dovete scoprirlo da soli.
Spesso interpretiamo gli insegnamenti in modo così
soggettivo che pensiamo vogliano indicarci che cosa è vero
e che cosa è falso. Ma il Dharma non ci dice mai che cosa è
vero e che cosa è falso; semplicemente, ci incoraggia a
scoprirlo da soli. Tuttavia, dato che siamo obbligati a
servirci delle parole, facciamo delle affermazioni. Per
esempio, diciamo: “La pratica quotidiana consiste
semplicemente nello sviluppare una completa accettazione
di ogni situazione, persona ed emozione”. Si potrebbe
pensare che tali parole indichino la verità, nel senso che se
non le mettiamo in pratica siamo nell’errore. Niente di
tutto ciò. Si tratta piuttosto di uno stimolo a scoprire da soli
che cosa è vero e che cosa è falso. Cercate di vivere in
questo modo, e osservate che cosa succede. Vi imbatterete
in tutte le vostre insicurezze, speranze e paure, e dovrete
affrontarle. Se iniziate a vivere così, con un senso di: “Che
cosa significa tutto ciò, realmente?”, troverete la vostra
esistenza quanto mai appassionante. Dopo un po’
dimenticherete perfino di esservi mai posti quella
domanda: praticherete semplicemente la meditazione e
vivrete la vostra vita, e sperimenterete ciò che la tradizione
definisce “chiara visione”. Avrete allora una vivida presa
sulla verità. La chiara visione arriva all’improvviso, come
se, mentre state vagando nell’oscurità, qualcuno
accendesse tutte le luci e vi accorgeste di trovarvi in un
palazzo: “Uauh! È sempre stato qui!”. Eppure, la chiara
visione è qualcosa di molto semplice, e non sempre suscita
un “Uauh!”. È come se dal giorno della vostra nascita
aveste sul tavolo un barattolo di polvere bianca e non
sapeste che cosa sia quella polvere. Avete una certa paura
di scoprirlo: potrebbe essere LSD o cocaina, o magari veleno
per topi. Un bel giorno vi inumidite il dito, toccate la
polvere e ne prendete qualche granello, la assaggiate e...
mio Dio, è sale! È talmente ovvio, semplice e chiaro che
nessuno vi potrà mai convincere del contrario. Tutti noi
abbiamo momenti di chiara visione. Li sperimentiamo
durante la meditazione, e forse li condividiamo con gli altri.
Suppongo che tutti questi discorsi servano appunto a
condividere la nostra chiara visione. Ci sembra di aver
scoperto qualcosa che nessuno ha mai conosciuto, anche se
si tratta di una cosa quanto mai semplice e immediata.
È impossibile negare il Dharma pratico, perché è
talmente diretto, talmente vero... tuttavia, per colmare il
divario tra il Dharma della teoria e quello della vita, dovete
fare coraggio a voi stessi, permettere a voi stessi di non
credere a tutto ciò che vi viene insegnato, interrogarvi su
tutto. Non dovete far altro che vivere in tal modo e la vita
stessa diventerà la vostra via. Il brano della bacheca
proseguiva ricordando che per mettere in pratica tutto ciò
bisogna rimanere aperti, non tirarsi mai indietro né fissarsi
su se stessi. Non si tratta di un piccolo aforisma un po’
zuccheroso, ma di un insegnamento estremamente
profondo, espresso in parole solo apparentemente semplici.
Potreste pensare: “Ah sì, non tirarsi mai indietro. Bello, ma
che cosa vuol dire?”. Naturalmente, non significa che se vi
tirate indietro siete un mascalzone: non vi hanno insegnato
la maitri, la gentilezza amorevole, l’atteggiamento non
giudicante, l’autoaccettazione, il non aver paura di essere
ciò che siete? Capite che cosa intendo dire? Nel suo Mente
zen, mente di principiante, Suzuki Roshi racconta che un
giorno ricevette da un discepolo questa lettera: “Caro
Roshi, il calendario che mi hai mandato contiene frasi
molto toccanti, una per ogni mese, ma non siamo ancora
arrivati a febbraio e già mi rendo conto che proprio non
riesco a esserne all’altezza”. Suzuki Roshi rideva all’idea
che certe persone potessero usare il Dharma per crearsi
sensi di colpa, mentre altre che comprendevano
l’insegnamento dal punto di vista concettuale potessero
diventare superbe e arroganti. Se vi accorgete che state
fraintendendo gli insegnamenti, gli insegnamenti stessi vi
faranno sempre capire dove siete fuori strada. In un certo
senso, il Dharma è come una rete dalle maglie strettissime,
dalla quale è impossibile uscire.
Il Dharma deve essere portato realmente al cuore, e non
usato per sentirsi tranquilli e protetti o per perpetuare gli
abituali schemi di autocommiserazione o di ricerca della
perfezione. Può darsi che, all’inizio, usiate il Dharma come
avete sempre fatto con ogni altra cosa, ma poi, dal
momento che si tratta del Dharma, potrebbe succedervi di
utilizzarlo per sentirvi in colpa o per diventare un
perfezionista: “Mio Dio, sto usando il Dharma per far sì che
il mondo sia pieno di conflitti e risentimento, oppure di luce
e amore!”.
Trungpa Rinpoche raccontava di aver ricevuto, come la
maggior parte dei tülku,1 un’educazione estremamente
rigida: veniva picchiato quando faceva qualcosa che non
era considerato consono a un tülku, e doveva studiare
molto duramente. Inoltre, siccome era un ragazzo
irrequieto, veniva punito molto spesso, ma era sveglio e
piuttosto fiero di se stesso. I suoi tutori non lo elogiavano
mai, anzi lo rimproveravano in continuazione e gli dicevano
che doveva impegnarsi di più. Ciò nonostante, erano molto
colpiti dalla sua intelligenza. Il giorno del primo incontro
con il suo guru, Jamgon Kongtrul di Sechen, che doveva
saggiare la sua preparazione, Rinpoche non vedeva l’ora di
dimostrare la propria intelligenza e conoscenza. Erano le
prime ore del mattino, e la luce che entrava dalla finestra
illuminava il viso di Jamgon Kongtrul. Rinpoche si sedette
accanto a lui. Il guru rimase in silenzio per un po’, quindi
disse: “Bene, dimmi quello che sai sulle sei paramita”.2
Rinpoche snocciolò con grande velocità e sicurezza tutte le
definizioni e citazioni apprese dai vari maestri. Quando
ebbe finito, Jamgon Kongtrul si fece di nuovo silenzioso,
quindi disse: “Ma tu, che cosa provi riguardo tutto ciò?”. E
Rinpoche, preso alla sprovvista: “Che importanza ha che
cosa provo io? Questo è ciò che mi è stato insegnato, ed è
sempre stato insegnato così, sin dalla prima volta, e questo
è tutto”. Jamgon Kongtrul gli spiegò: “Va benissimo sapere
queste cose con l’intelletto, ma tu che cosa senti? Qual è la
tua esperienza di tutto ciò?”. Rinpoche raccontava che
l’insegnamento di Jamgon Kongtrul fu sempre su quella
falsariga; voleva sempre sapere quale fosse la sua
esperienza della generosità, della disciplina, e così via. In
questo modo Jamgon Kongtrul si prese cura di lui e lo
educò.
In quanto al Dharma teorico, Trungpa Rinpoche lo
apprese in profondità e con grande chiarezza. Nella sua
vita aveva studiato moltissimo, e sperava sempre che anche
noi avremmo fatto lo stesso. Ma quello che gli stava più a
cuore era che noi potessimo trovare il senso profondo delle
cose, invece di accettare passivamente le opinioni altrui.
Quando parlava dei precetti, per esempio, diceva che è
giusto studiarli e che si possono anche sapere a memoria
tutti i duecentocinquanta o trecento precetti con tutte le
citazioni, ma l’importante è afferrarne il vero significato.
Per esempio, si può sapere che il primo precetto si riferisce
al non uccidere, conoscere tutte le storie sulla sua origine,
essere consapevoli di come l’uccidere aggravi
l’egocentrismo, di come il rispettare i precetti recida le
catene della legge di causa-effetto, si può sapere tutto ciò...
ma il vero problema è un altro: quando sorge in noi
l’impulso di uccidere, perché accade una cosa del genere?
Che cosa succede realmente in noi? E qual è il vantaggio
dell’astenersi dall’uccidere? Quali sono le conseguenze
dell’astensione? Come ci sentiamo quando ci asteniamo?
Che cosa ci insegna tutto ciò? Così venne insegnato a
Rinpoche, e così lui insegnò a noi.
Il Dharma teorico e il Dharma pratico sono mappe che ci
insegnano a vivere, a utilizzare la vita per svegliarci
anziché continuare a dormire. Se decidete di impiegare il
resto della vostra vita a cercare di scoprire che cosa vuol
dire essere svegli anziché addormentati, credo che
riuscirete a raggiungere l’illuminazione.
1 Un tülku è l’incarnazione di un maestro illuminato, del quale
manifesta le qualità spirituali.
2 Le sei paramita, o “perfezioni”, sono: generosità, disciplina,

pazienza, sforzo, meditazione e conoscenza.


16.
Restare sulla propria strada

Dai miei viaggi per il mondo e dagli incontri con molte


persone di differenti tradizioni, e con molte persone che
magari non si sentono di appartenere ad alcuna tradizione,
ho capito che per scendere in profondità bisogna dedicarsi
con tutto il cuore alla ricerca della verità; bisogna aspirare
con tutto il cuore a scoprire il ngedön, cioè il “significato
vero”. Quindi, se siete interessati al Dharma, avete la
possibilità di ascoltarlo da svariate fonti, ma non vi
impegnerete mai sul serio finché non troverete un metodo
che suoni vero nel vostro cuore e non deciderete di
seguirlo. Allora creerete un legame con quel particolare
insegnamento, con quell’incarnazione della conoscenza.
Certo, ogni religione, ogni opinione filosofica o gruppo New
Age ha una propria saggezza che porta avanti ed esplora.
Comunque, la cosa importante è comprendere che è meglio
essere davvero convinti della propria via, qualunque essa
sia; perché altrimenti, non appena le cose si metteranno
male, si comincerà subito ad abbandonare tutto, oppure ad
andare alla ricerca di chissà quale altra strada.
Recentemente, mi è stato chiesto di tenere un corso nel
fine settimana in una specie di “supermercato spirituale”
New Age. Era come un’esposizione, con una settantina di
differenti articoli messi bene in mostra.
Il primo colpo l’ho avuto quando sono andata lì a tenere
un discorso. C’era un enorme manifesto simile alle
bacheche delle scuole, con su scritto: “Bontà
Fondamentale, sala 606; Massaggio Rolfing, sala 609;
Viaggio Astrale, sala 666”; e così via. Uno dei molti articoli
in vendita ero io. Le persone che si incontravano nel
parcheggio o all’ora di pranzo dicevano: “Ciao, cos’hai
scelto stavolta?”. Tutto ciò mi interessava molto, perché era
tanto che non vedevo una cosa del genere. Un tempo
anch’io mi comportavo così, e continuai a comportarmi così
finché non ascoltai Rinpoche, che diceva che comprare qua
e là non è altro che una continua rincorsa della sicurezza,
un continuo cercare di star bene con se stessi. Quando si
sceglie la propria strada, qualunque essa sia, allora si
intraprende sul serio la via del guerriero. È questo che vi
raccomando. Si tratta di un punto cui tengo in modo
particolare perché, come forse avrete notato, io stessa mi
trovo in una fase un po’ “eclettica”. Infatti, sono molte le
cose che mi ispirano e delle quali vi parlo; ciò potrebbe
farvi venire la voglia di passare un fine settimana alla
danza del sole, un altro con Thich Nhat Hanh, e magari un
altro ancora a un seminario su Krishnamurti. In genere, è
un atteggiamento che non funziona. È meglio che vi
dedichiate a una cosa sola, e che lasciate che vi conduca e
vi accompagni attraverso la vostra evoluzione. Quando
sarete veramente in contatto con l’essenza del metodo,
quando sarete sul cammino, ogni cosa vi parlerà e vi sarà
maestra. Non sarete più campanilisti, e tuttavia saprete che
il vostro metodo è esattamente ciò che fa per voi.
Il metodo di Trungpa Rinpoche consiste in una
combinazione dei lignaggi Kagyü e Nyingma del buddhismo
tibetano. Quando Rinpoche arrivò in America e cominciò a
insegnare, fu molto contento della situazione che trovò. Si
rese conto che i suoi discepoli non sapevano un bel niente.
Li paragonava a un branco di puledri selvaggi o a cuccioli
di Labrador giocherelloni. Erano giovani assolutamente
aperti, ingenui e pieni di energia; per la maggior parte
erano del tutto anticonvenzionali, capelloni barbuti che
giravano scalzi e a torso nudo. Gli piacevano, perché
costituivano un terreno quanto mai fertile. In Inghilterra,
dove aveva incontrato per la prima volta i buddhisti
occidentali, le persone attratte dal buddhismo erano
studiosi che non erano in grado di assorbire i suoi
insegnamenti; non riuscivano infatti a liberarsi dai
preconcetti sul conciliare il Dharma con la conoscenza
intellettuale. Era il loro problema, e sono sicura che
Rinpoche fu felice di affrontarlo. Il problema degli
americani era invece il materialismo spirituale. Rinpoche
tenne molti discorsi su questo argomento nei suoi primi
anni in America, e i primi capitoli del suo libro Al di là del
materialismo spirituale lo affrontano direttamente. Direi
che per quattro o cinque anni, in molte forme differenti e
sotto vari titoli, diede praticamente un unico insegnamento:
“Smettetela di prendere una cosa qua e l’altra là, fermatevi
e scendete in profondità in un’incarnazione della verità”.
Insegnava che il continuo vagabondare fra gli argomenti
spirituali è solo un’altra forma di materialismo, una ricerca
di comodità e sicurezza, e che se prendiamo una strada ben
determinata e cominciamo a lavorare sul serio, essa ci
condurrà inevitabilmente attraverso tutte le tappe della
nostra evoluzione. Incontreremo tutti i nostri draghi e
saremo continuamente spinti fuori dal nido. Il cammino
sarà il nostro grande rituale di iniziazione e ci procurerà
un’immensa saggezza e sincerità, una genuina crescita,
uno sviluppo. Useremo bene la nostra vita. Rinpoche
insisteva che i suoi discepoli dovevano smetterla di
saltellare qua e là nella spiritualità, per sentirsi tranquilli,
esaltati o “spirituali”. Era molto cinico, e stroncava ogni
sorta di “trip”, come li definiva lui. Potete immaginare i
“trip”, nell’America degli anni settanta. Molti di noi non
hanno bisogno di immaginarli, se li ricordano bene... siamo
stati delle cavie da laboratorio!
17.
Disagio

Oggi vorrei parlare del disagio. Quando un insegnamento


vi colpisce in modo particolare, quando nutrite una certa
fiducia in una pratica e sentite che quello è un buon modo
di vivere, allora state andando incontro a un mucchio di
complicazioni. Dal punto di vista ordinario, sembra logico
fare cose che assicurino una vita senza problemi. Su questo
non c’è alcun dubbio. Ma quando prendete realmente la via
del guerriero, vale a dire quando cominciate a voler vivere
con pienezza anziché scegliere la morte, quando cominciate
a sentire la passione per la vita e per la crescita, quando la
scoperta, l’esplorazione e la curiosità diventano la vostra
via, allora, se date ascolto al vostro cuore, non tarderete a
scoprire che tutto ciò spesso è estremamente scomodo.
Quando prendete rifugio e diventate buddhisti, da quel
momento siete profughi. Vale a dire, abbandonate la vostra
casa e divenite dei senzatetto, nel senso più completo del
termine. Naturalmente, potete continuare a vivere in una
casa meravigliosa in compagnia della vostra famiglia e
delle persone che amate, o forse di cani e gatti, o di
scoiattoli, cavalli, o magari solo del vento. Eppure, una
volta presa la strada del guerriero, nel più profondo del
cuore si ha comunque la sensazione di aver abbandonato la
propria casa, di essere un senzatetto. Un’altra metafora è
quella del bardo1: avete lasciato la riva, ma non siete
ancora arrivati da nessuna parte. Non sapete dove state
andando, e vi trovate in alto mare da così tanto tempo che
riuscite a malapena a ricordare da dove venite. Ve ne siete
andati da casa, siete diventati dei senzatetto e adesso
morite dalla voglia di tornare indietro, ma ciò non è
possibile. Si tratta del bardo, lo stato intermedio. In un
certo senso, mi sembra che a questo punto del dathun tutti
noi ci troviamo nel bardo. Anche se sono ancora qui, molti
di noi stanno già pensando alla partenza; c’è una certa
atmosfera di bardo, un senso di “non più qui, non ancora
là”, una sorta di oscillazione in questo spazio scomodo
mentre, ora dopo ora, continuiamo a meditare in
compagnia del nostro disagio. La mente continua ad andare
e venire, ma la tecnica consiste principalmente
nell’abbandonare la casa, etichettare questa partenza come
“pensiero”, andarsene, e diventare un senzatetto che sente
di trovarsi in uno spazio intermedio: “Stavo così bene a
casa! E starò bene di nuovo, quando ci tornerò... almeno
credo. O no? Mah, chissà!”.
Da due giorni anch’io sto vivendo l’esperienza del bardo.
Stiamo ancora facendo il dathun, eppure si avvicina il
momento di un altro corso. Sono nervosa e irritabile, credo
che mi stia venendo l’influenza, e mi domando perché sono
così frastornata. È il bardo. Siamo ancora qui, ma dove
siamo? È una sensazione molto sgradevole. Si sta molto
meglio a casa. La nave su cui ci siamo imbarcati non è una
nave da crociera. Assomiglia piuttosto alle barche dei
cosiddetti boat people che fuggivano dal Vietnam: da un
momento all’altro possono arrivare i pirati, e non sappiamo
se riusciremo mai a giungere a destinazione, né se il cibo e
l’acqua saranno sufficienti. È una situazione che non è
necessariamente drammatica, ma che comporta un netto
senso di incertezza: “Questo è il luogo da cui sono partito,
oppure è quello cui sono diretto? Dove mi trovo?”. Se
praticate la meditazione di shamatha come si deve (non so
bene che cosa voglia dire quel “come si deve”, diciamo
piuttosto se la praticate per un certo tempo), talvolta
avrete l’impressione di aver completamente abbandonato la
vostra casa e di essere diventati dei senzatetto. Il respiro
esce, e voi dove siete? Altre volte nella vostra mente c’è
una realtà piacevole e rassicurante, o magari anche
spiacevole, ma comunque solida, una realtà che riempie di
sé tutto lo spazio, ma poi vi svegliate da quel sogno e dite
tra voi: “Pensiero”. E forse non sapete più dove siete, chi
siete, che giorno è. Non ricordo, siamo nel 1978 o... so solo
che non siamo ancora nel 2000, questo è certo, ma che
anno è? Con un tempo del genere, in che mese siamo? A
giugno? Mi sembra piuttosto novembre... o magari agosto.
Cosa, dove, quando? Un profugo. Siete quello che si dice un
profugo.
In Nato in Tibet, Trungpa Rinpoche racconta di quando
abbandonò il Tibet in seguito all’invasione cinese. Si tratta
di un chiaro esempio di che cosa significhi essere un
profugo. Un gruppo di tibetani composto da circa trecento
persone, comprendente anche vecchi e bambini, partì dal
Tibet orientale, dal Kham, condotto dalle guide. Quando
giunsero nella parte centrale del Tibet le guide non
sapevano più andare avanti, perché conoscevano solo le
regioni orientali. Così, non c’era nessuno che sapesse
condurre il gruppo fino in India. Dato che la neve era
talmente alta che arrivava fino alle ascelle, i monaci più alti
si portarono in testa al gruppo e cominciarono a buttarsi
con tutto il corpo nella neve, una volta dopo l’altra fino a
formare una pista. Talvolta i profughi salivano in cima a
qualche montagna, per poi scoprire che avevano sbagliato
strada e che dovevano tornare indietro. Non avevano molto
cibo, e, come se non bastasse, se i cinesi li avessero
scoperti li avrebbero certo massacrati. Un giorno dovettero
attraversare un fiume, e i vestiti gli si gelarono addosso.
Rinpoche racconta che se avessero provato a sedersi i
chubas (vestiti) e i mantelli li avrebbero feriti, tanto il
ghiaccio era tagliente. Una situazione non molto allegra.
Camminando producevano una specie di tintinnio, e
Rinpoche disse: “Speriamo che i cinesi non ci sentano,
altrimenti potrebbero pensare che questo ‘tin, tin, tin’ sia
qualche segnale segreto”. Ma nessuno, racconta Rinpoche,
lo trovò spiritoso (in svariate occasioni fa delle battute e
scherza sulle loro disgrazie, e ogni volta precisa: “Ma
nessuno mi trovò spiritoso”).
Al termine del viaggio i profughi si ritrovarono in India,
senza casa, in un clima al quale non erano per niente
abituati. Molti si ammalarono subito di tubercolosi per il
passaggio dall’alta montagna, fredda e limpida, a una
pianura calda, secca e polverosa. Alla fine, il governo
presieduto da Nehru si dimostrò molto generoso con i
tibetani, ma i primi profughi che arrivarono, e anche quelli
che in seguito trovarono maggiore ospitalità, erano pur
sempre dei senzatetto. Nessuno sapeva chi fossero. Non
c’era alcuna differenza tra un tülku o un abate di
monastero e una persona comune. Tutte le identità erano
state livellate.
Profugo: ecco che cosa vuol dire diventare buddhista,
diventare qualcuno che si impegna con tutto il cuore a
utilizzare la vita per svegliarsi, anziché per addormentarsi.
È molto scomodo. Trungpa Rinpoche era una persona che
apprezzava gli insegnamenti del disagio, ed era anche una
persona che viveva con tutto il cuore. Non gli importava
che ciò fosse comodo o scomodo: la sua vita era un viaggio
che affrontava con tutto se stesso. Una volta compreso che
lo scopo della vita consiste semplicemente nell’andare
avanti e nell’utilizzare la vita stessa per svegliarsi piuttosto
che per addormentarsi, allora sorge un sentimento di
generosità e amicizia, nei confronti degli agi come dei
disagi.
Rinpoche dava molta importanza al disagio. Per esempio,
faceva sempre aspettare coloro che assistevano ai suoi
discorsi. Non credo lo facesse per un particolare motivo,
era semplicemente il suo carattere. In occasione di una
abhisheka, cioè una cerimonia d’iniziazione, fece aspettare
i suoi discepoli per tre giorni. Sovente si decideva a fare
qualcosa solo quando ci eravamo completamente
rassegnati, e ormai non ci speravamo più. Quando decise
che dovevamo trasferirci tutti in Nuova Scozia, prese a
stuzzicarci riguardo al nostro attaccamento alle comodità.
Ci diceva: “Certo che non sarete contenti di andarvene da
qui, di lasciare la vostra bella casa e il vostro bel lavoro.
Può darsi che abbiate difficoltà a trovare un lavoro in
Nuova Scozia”. Qualche volta penso che ci abbia fatti
trasferire in Nuova Scozia soltanto perché era qualcosa di
molto scomodo. Il senso profondo del suo insegnamento
era: la tendenza alla vita comoda uccide lo spirito. Preferire
il quieto vivere, e considerarlo come la ragione primaria
dell’esistenza, è un ostacolo continuo allo spiccare il salto e
fare qualcosa di nuovo e inusuale come può essere il
trasferirsi in una terra straniera e sconosciuta.
Il figlio maggiore di Rinpoche, Sawang Ösel Mukpo, mi
ha raccontato che suo padre voleva cambiare la
disposizione dei mobili nella propria camera, così che fosse
più complicato raggiungere gli oggetti che gli servivano.
Invece di sistemare tutto in modo che ogni cosa fosse
sempre a portata di mano, preferiva essere qualche
centimetro troppo lontano dagli oggetti che doveva
prendere. Rinpoche diceva sempre che bisognerebbe
indossare dei vestiti leggermente stretti. Lui stesso portava
sotto i vestiti un’obi, l’alta cintura che generalmente si usa
con il kimono, e la teneva così stretta che, non appena
assumeva una postura scorretta, si sentiva a disagio. Si
costringeva a tenere la schiena e la testa diritte. Disegnava
uniformi, e ricordo che una volta ne ideò una da cerimonia:
era di lana grezza e aveva il collo alto, e quel giorno c’era
una temperatura di quasi trentacinque gradi e un’umidità
incredibile! Egli sosteneva che il disagio mantiene svegli e
vigili, e rivela i buchi nella compatta e rassicurante realtà
dell’egocentrismo.
Quando mi sentivo un po’ giù, in questi ultimi due giorni,
usavo il mio stato d’animo come un pungolo: “Cos’hai
intenzione di fare, di cadere a pezzi? Va bene, cadi pure a
pezzi, a chi importa?”. Poi vedevo che gli altri cominciavano
a sentirsi a disagio perché ero sgarbata con loro. Non
avevano fatto niente di male, ero io che non andavo. In
questi casi voi capite che il vostro stato d’animo influenza
gli altri, e tuttavia non volete imporvi di essere felici
quando in realtà non lo siete affatto. È una specie di koan, e
siete soli con questo koan. Se siete veramente generosi,
dovete continuamente convivere con il koan del disagio. È
molto spiacevole scoprire che siete nervosi o che avete mal
di testa. È molto spiacevole ammalarsi, perdere la propria
radiosa prestanza e diventare una normale nullità, non
esser più considerati persone meravigliose, accorgersi che
tutti guardano la vostra barba sporca di uovo, o che nel bel
mezzo della cerimonia dell’oryoki avete la saliva che vi cola
fino ai piedi. È molto spiacevole trovarsi in imbarazzo, non
sentirsi all’altezza.
Il primo insegnamento che ricordo ebbe luogo al centro
Dharmadathu, uno dei centri fondati da Rinpoche. Un
discepolo anziano tenne un discorso che iniziava così: “Se
siete interessati agli insegnamenti, dovete accettare il fatto
che non riuscirete mai a tenere tutto insieme”. Per me fu
un vero choc. Disse molto chiaramente: “Non riuscirete mai
a tenere tutto insieme, ad avere tutto sotto controllo, non
riuscirete mai a dirigere pienamente, completamente, la
vostra vita. Non riuscirete mai a trovare il bandolo della
matassa”.
La vita è così complicata. È complicato mandare avanti
un monastero, non so dirvi quanto. Appena siete riusciti a
mettere insieme la cucina ecco che il contabile se ne va.
Mettete a posto la contabilità e se ne va la governante.
Trovate una buona governante, un buon cuoco e un buon
contabile, e improvvisamente il monastero rimane senza
monaci e monache. Quando tutto è a posto, ecco che per
una settimana mancano l’acqua e la corrente elettrica, e
così il cibo marcisce. È proprio complicato.
La generosità è un dono prezioso, ma nessuno ve la può
regalare. Dovete trovare un sentiero che abbia un cuore e
camminare lungo questo sentiero, impeccabili. Incontrerete
di continuo problemi e difficoltà, andrete incontro a molti
fallimenti. Ma se praticate sinceramente e proseguite con
tutto il cuore sul vostro cammino, le difficoltà non
rappresentano un ostacolo. Sono semplicemente un
particolare aspetto della vita, una particolare forma di
energia. Inoltre, ci sono volte in cui tutto fila liscio e vi
sentite al settimo cielo e pensate: “Ecco, ecco la via che ha
un cuore” e un attimo dopo vi ritrovate con il viso immerso
nel fango.
Stanno tutti guardando voi. Allora dite tra voi: “Che ne è
stato di quella via? Questa mi sembra piuttosto una via
piena di fango, e ci sono caduto proprio con tutta la
faccia!”. Poiché siete impegnati con tutto il cuore sulla via
del guerriero, ciò rappresenta per voi uno stimolo, un
pungolo. È come se qualcuno vi ridesse in faccia, sfidandovi
a trovare una soluzione quando non sapete proprio dove
sbattere la testa. È una situazione umiliante. È una
situazione che vi apre il cuore.

1 Stato intermedio. Il termine si riferisce generalmente al periodo


che intercorre tra la morte e la rinascita.
18.
I quattro moniti

I quattro moniti tradizionali sono avvertimenti basilari,


che spiegano perché dobbiamo continuamente cercare di
tornare al momento presente. Il primo monito ci ricorda la
nostra preziosa nascita umana, il secondo la verità
dell’impermanenza, il terzo la legge del karma, e il quarto
la futilità del continuare a vagare nel samsara. Oggi vorrei
parlare di questi quattro modi di risvegliarvi, e ricordarvi
continuamente perché praticate e perché, una volta tornati
a casa, forse organizzerete uno spazio per poter meditare
ogni giorno, per essere completamente con voi stessi, come
siete stati qui per un mese. Perché preoccuparsi del
risveglio, piuttosto che farsi una bella dormita? Perché
trascorrere il resto della propria vita a piantare i semi del
risveglio, aspirando a fare un balzo in avanti e ad aprirsi
sempre di più, fino a diventare guerrieri? Perché? Perché
prendersi la briga di mettersi a meditare quando già si
hanno così tanti guai: problemi economici, problemi
coniugali e con gli amici, difficoltà di comunicazione,
conflitti di ogni sorta che ci fanno sentire in trappola?
Perché preoccuparsi di guardare il cielo per trovare un
varco, un po’ di spazio in questa impenetrabile montagna di
chiacchiere? Sono domande fondamentali, che ci poniamo
di continuo.
Gli insegnamenti sui quattro moniti si riferiscono proprio
a tali problemi. Potete rifletterci, in ogni situazione, che
viviate a Gampo Abbey, a Vancouver, in Minnesota, a
Chicago, a New York, nel Black Hole di Calcutta, in cima
all’Everest oppure in fondo all’oceano. Che siate un naga
(abitante delle acque) o un fantasma, un essere umano, un
essere infernale o anche un abitante del mondo degli dei,
qualsiasi cosa siate, potete riflettere sui quattro moniti per
scoprire perché praticate.
Il primo monito riguarda la nostra preziosa nascita. Tutti
voi qui presenti beneficiate di quella che, tradizionalmente,
viene chiamata “una buona nascita”, qualcosa di raro e
meraviglioso. Vi basta sfogliare una qualunque rivista e
paragonarvi a chiunque vi compaia, per capire che i vostri
problemi, il disagio psicologico, la sensazione di essere in
trappola eccetera eccetera, sono qualcosa di insignificante
se paragonati a che cosa vuol dire essere massacrati dai
carri armati, bombardati, imprigionati, morire di fame,
essere completamente dipendenti dall’alcol, dalle droghe, o
altre cose ugualmente distruttive. L’altro giorno ho letto di
una ragazza diciannovenne dedita al crack, incinta di nove
mesi, la cui vita consiste nel drogarsi e nell’uscire a
prostituirsi per guadagnare abbastanza per “farsi” un’altra
volta. Sta per mettere al mondo un figlio che nascerà già
tossicodipendente. Tutta la sua vita è questo, e continuerà
così fino alla morte. D’altra parte, una vita facile e immersa
nel lusso non è molto d’aiuto, perché non offre
l’opportunità di sviluppare un livello sufficiente di
comprensione riguardo la sofferenza della gente o la
necessità di un cuore aperto. Si è in balia dell’esaltazione
che deriva dall’avere nell’armadio due o trecento paia di
scarpe, come Imelda Marcos, o una meravigliosa villa con
piscina o qualsiasi altra cosa.
È fondamentale comprendere che ogni cosa sta
procedendo nel modo migliore per noi. Non siamo costretti
a sperimentare un dolore atroce e ineluttabile, né proviamo
un piacere talmente intenso da istupidirci nell’ignoranza. È
importante riflettere su tutto ciò, quando ci assale la
depressione. Forse è il momento ideale per darci alla
lettura dei quotidiani, per poter ricordare quanto la vita
possa essere terrificante. Siamo in una situazione in cui, da
un momento all’altro, può accaderci qualcosa. Non
possiamo avere certezze. Potremmo essere come gli ebrei
che vivevano in Francia, Olanda o Germania nel 1936:
facciamo la nostra solita vita, ci alziamo la mattina,
consumiamo i nostri due o tre pasti quotidiani, sempre le
stesse cose, e un bel giorno la Gestapo ci porta via. O
magari viviamo a Pompei, e all’improvviso un’eruzione
vulcanica ci seppellisce sotto un fiume di lava. Può
accaderci di tutto. Ogni momento è assolutamente
imprevedibile. Non possiamo avere certezze. Anche a
livello individuale, domani qualcuno di noi potrebbe
scoprire di avere un male incurabile, o potrebbe averlo uno
dei suoi cari.
In altri termini, la vita può cambiare completamente. Da
un momento all’altro può succedere qualunque cosa. Com’è
preziosa la nostra vita, com’è meravigliosa! Siamo proprio
nel cuore di questa meraviglia: siamo sani, intelligenti,
istruiti e abbastanza benestanti, eppure ognuno di noi ha
avuto il suo bravo attacco di depressione durante il dathun,
ognuno ha provato quella sensazione spiacevole alla bocca
dello stomaco. È avvenuto, senza dubbio. Una cosa che
Trungpa Rinpoche ha insegnato e dimostrato
personalmente a tutti coloro che lo hanno conosciuto,
sebbene non sia facile da mettere in pratica, è che il solo
fatto di sentirci depressi non deve farci dimenticare quanto
sia preziosa la nostra condizione. La depressione è effimera
come le condizioni del tempo, va e viene. Tantissimi
pensieri, sensazioni ed emozioni si manifestano e poi
scompaiono per sempre, e non c’è ragione per dimenticare
quanto sia preziosa la nostra esistenza.
Iniziare a capire quanto sia preziosa la vita è uno degli
strumenti più potenti che avete a disposizione. È come la
gratitudine. Se provate gratitudine per la vita, anche se gli
autocarri dei nazisti venissero a prendervi, non
rinneghereste questo sentimento. C’è un motto mahayana
che dice: “Sii grato a tutti”. Non è importante quanto le
cose vi stiano andando male, perché se provate un senso di
gratitudine per la vita e per il valore della nascita umana,
esso vi accompagnerà in qualsiasi regno. Quello che sto
dicendo è che adesso è facile. Se pensate di poter iniziare a
provare gratitudine il giorno che vi doveste trovare nel
regno degli inferi, se credete che là riuscireste a
risollevarvi immediatamente, vi accorgereste in realtà che
una cosa del genere sarebbe cinque volte più difficile.
Siamo davvero nella situazione migliore e più comoda. È
bene ricordarlo. È bene ricordarsi di tutti gli insegnamenti
che abbiamo ricevuto sulla bontà fondamentale e sul
basilare senso di gioia e gratitudine.
Nel Vajrayana viene data molta importanza alla
devozione, che può essere considerata un’immensa
gratitudine accompagnata da una profonda comprensione.
La devozione è il ricordo di tutti coloro che si sono
impegnati duramente, che hanno avuto le nostre stesse
nevrosi, gli stessi dolori, le stesse depressioni, gli stessi mal
di denti, le stesse difficoltà nelle relazioni, gli stessi conti
da pagare, tutto come noi, ma che non si sono mai arresi. E
poiché non hanno mai ceduto, sono per noi fonte
d’ispirazione. Si potrebbe dire che sono i nostri eroi e le
nostre eroine, perché quando leggiamo le loro storie (per
esempio la vita di Milarepa), invece di sentirci intimoriti ci
identifichiamo con loro, sin dall’inizio. Ci immedesimiamo
in ogni episodio, comprendiamo che è possibile andare
avanti senza mai arrendersi. Proviamo devozione per il
lignaggio, per chi ha lavorato duramente per renderlo più
facile. Talvolta incontrate un particolare insegnante che vi
appare come la personificazione di tutto ciò, e così anche
voi avete un guru al quale indirizzare la vostra devozione. È
come se queste persone trasmettessero un lignaggio di
gratitudine e coraggio, di gioia e visione interiore. Eppure,
non sono diverse da noi, se non che noi, talvolta, ci
lasciamo prendere dallo sconforto. Il fatto che queste
persone costituiscano un esempio ci rende incredibilmente
grati e devoti nei loro confronti. Ci dà un’idea della forza
d’animo che anche noi potremmo avere, proseguendo in
quel lignaggio. Allo stesso modo, ciò che noi faremo per
apprezzare la nostra preziosa nascita umana potrà essere
d’ispirazione per tutti gli altri.
Nei primi anni settanta un amico mi diceva sempre:
“Qualsiasi cosa tu faccia, non cercare di reprimere le tue
sensazioni”. Poi continuava: “Ogni cosa che puoi imparare
grazie al tuo senso di sconforto, paura, smarrimento,
inferiorità o risentimento – ogni cosa che puoi fare
lavorando su queste sensazioni – per favore falla, perché
sarà di enorme ispirazione per gli altri”. Era veramente un
buon consiglio. Così, quando cominciavo a sentirmi
depressa, dicevo tra me: “Ehi, aspetta un attimo. Forse non
devo far altro che capire come scuotermi, perché ci sono
molte altre persone che soffrono come me, e se posso
uscirne io, potranno farlo anche loro”. Provavo un senso di
interdipendenza: “Se una rammollita come me può
riuscirci, può farlo chiunque!”. Questo era quanto mi
ripetevo, che se una poveretta come me, completamente
attanagliata dalla rabbia, dalla depressione e dal senso di
tradimento, poteva farcela, allora poteva farcela chiunque,
e perciò ci provavo. Quel consiglio mi ha aiutata a
riconoscere il valore della mia preziosa nascita umana.
Il secondo monito è l’impermanenza. La nostra vita è
molto breve. Anche se vivessimo fino a cent’anni, sarebbe
comunque molto breve. Inoltre, non sappiamo quanto potrà
durare. La vita è impermanente. Io, al massimo, potrò
vivere ancora trent’anni, magari trentacinque, ma non di
più. Forse mi restano solo vent’anni, o anche solo un
giorno. Pensare che non ho tanto tempo a disposizione mi
rende più calma e determinata. Mi fa comprendere che
voglio sfruttarlo come si deve. Se vi rendeste conto di non
avere moltissimo tempo a disposizione, se viveste come se
non vi restasse che un solo giorno, allora il senso di
impermanenza amplificherebbe la percezione del valore
dell’esistenza e il sentimento di gratitudine.
Tradizionalmente si insegna che, appena nati, già si inizia a
morire. Ricordo che a Boulder, ogni anno, gli Hare Krishna
allestivano una mostra con immagini a grandezza naturale,
che mostravano un neonato che cresceva e passava
attraverso tutti gli stadi della vita. Non si poteva fare a
meno di identificarsi con quella figura che diventava
grande e forte durante la giovinezza, poi iniziava a
decadere e a mostrare i segni della vecchiaia, e alla fine
diventava un cadavere. Non sapete nemmeno se sarete così
fortunati da passare attraverso tutte le tappe. Anche se ci
riuscirete, l’impermanenza resterebbe qualcosa di molto
reale.
Quando siete depressi, potete ripetervi: “Perché
prendersi la briga di meditare? Perché preoccuparsi di
trovare, per il bene mio e degli altri, i motivi di tale
depressione? Che cosa mi trascina giù? Perché ieri il cielo
era così blu, e oggi è tutto così grigio? Perché ieri tutti mi
sorridevano e oggi sembra che ce l’abbiano con me? Perché
ieri mi sembrava di fare tutto nel migliore dei modi e oggi
ho l’impressione di non combinare niente di buono? Perché
mi succede una cosa del genere? Perché? Perché?”. Se
siete da soli in ritiro, potete ancora cadere nella
depressione. Non dovete farvene una colpa; è
semplicemente uno stato d’animo, capita. Vi chiedete: “Che
cos’è? Che cos’è? Che cos’è? Voglio saperlo. Come posso
tirarmi su? Come posso impedire che diventi una reazione
abituale? Come posso uscirne? Come troncare questa
consuetudine?”.
Gli insegnamenti ci dicono: “Bene, è appunto per questo
che meditiamo. La consapevolezza riguarda proprio tutto
ciò. Osservate attentamente. Prestate attenzione ai
dettagli”. Non scordarsi dell’impermanenza vi fa fare un
passo indietro per osservare gli insegnamenti, per vedere
che cosa vi dicono su come lavorare con la vostra vita, su
come scuotervi e tirarvi su di morale, su come entrare in
rapporto con le emozioni. Comunque, capita talvolta che
anche dopo aver letto montagne di libri non riusciate a
trovare alcuna risposta. Poi, improvvisamente, grazie a
qualcuno che incontrate sull’autobus, o in un film, o magari
persino in una pubblicità televisiva, trovate ciò che stavate
cercando da tanto tempo. Se vi ponete seriamente le
domande, troverete le risposte, ovunque. Ma se non avete
domande da farvi, certamente non ci saranno mai risposte.
Impermanenza vuol dire che la vita è per sua natura in
continuo e rapido mutamento. Ci sono persone così abili
nella pratica della consapevolezza da poter realmente
osservare ogni piccola oscillazione della mente, questo
cambiare, cambiare, cambiare in continuazione. Possono
percepire anche i mutamenti del corpo, il continuo
modificarsi del corpo. È davvero stupefacente. Il cuore non
fa altro che pompare sangue, il sangue scorre senza sosta e
il cibo viene digerito, e tutto ciò accade in continuazione. È
sorprendente, e anche molto impermanente. Ogni volta che
fate un viaggio in auto, per voi potrebbe essere la fine. Se
vi lasciate prendere dalla paranoia, l’impermanenza può
anche farvi impazzire, perché finite per aver paura di
scendere dal marciapiedi o di uscire di casa. Vi rendete
conto di quanto in effetti la vita sia pericolosa. Ed è positivo
comprenderne la pericolosità, perché ciò rende più
concreto il significato dell’impermanenza. È importante
comprendere che morirete, e che la morte è sempre in
agguato alle vostre spalle. Molte religioni si servono di
meditazioni sulla morte per far entrare nelle nostre teste
cocciute che la vita non continua all’infinito, anzi, potrebbe
terminare tra un attimo! Qualche volta si dice che la fine di
ogni espirazione è in effetti la fine: c’è la possibilità di
morire sul serio. Suzuki Roshi dava questo insegnamento:
“Sedete tranquillamente. Non affrettatevi. Lasciatevi
semplicemente morire, ripetutamente”. Fate in modo che
ciò sia un monito. Essere disposti a morire più e più volte
intensifica il primo monito, il senso di gratitudine e di
valore della vita. L’impermanenza può insegnarvi molte
cose su come tirarvi su; qualche volta, lasciate pure che vi
spaventi. È stato detto: “Pratica come se i tuoi capelli
avessero preso fuoco”. Se in tal caso avete un po’ di paura,
va bene. La paura può suscitare in voi tantissimi
interrogativi. Se non vi butta giù, può sollevare domande
del tipo: “Che cos’è questa paura? Da dove viene? Di che
cosa ho paura?”. Forse avete paura delle cose più
entusiasmanti, che ancora dovete imparare.
L’impermanenza è un grande insegnamento.
Il terzo monito è il karma: ogni azione comporta un
risultato. Si potrebbe dedicare un intero seminario alla
legge del karma. Comunque, nella vita quotidiana,
costituisce a grandi linee un ammonimento sull’importanza
del nostro modo di vivere. È particolarmente importante a
livello mentale. Ogni volta che siete disposti a riconoscere i
vostri pensieri, e quindi a lasciarli andare per tornare alla
freschezza del momento presente, piantate i semi
dell’attenzione nel vostro inconscio. Dopo un po’, sorge un
pensiero più aperto, più lucido. Vi state condizionando in
direzione dell’apertura, e non della sonnolenza. Potrete
ancora trovarvi in trappola, ma saprete uscirne per mezzo
della mente, per mezzo del tornare al qui e ora,
all’immediatezza del presente. Ogni volta che fate così,
piantate i semi per il futuro, coltivate la qualità innata
dell’attenzione, aspirate a lasciar andare il vostro
comportamento abituale per fare qualcosa di nuovo. In
essenza, ciò equivale al lasciar andare i pensieri, il ribollire
dei pensieri, per tornare al momento presente.
In uno dei nostri canti diciamo: “Ogni cosa che sorge è
fresca, è l’essenza della realizzazione. Concedimi le tue
benedizioni, affinché la mia meditazione sia libera da
concettualizzazioni”. Freschezza, in questo caso, vuol dire
volontà di tirarsi su a sedere quando state ciondolando. Se
avete voglia di rimanere tutto il giorno a letto con le
coperte fin sopra la testa, vuol dire volontà di alzarvi, fare
una bella doccia con un buon sapone e poi scendere al
negozio a comprare qualcosa di appetitoso, stirarvi la
camicia, lucidare le scarpe; insomma, qualsiasi cosa che vi
faccia riacquistare vigore. Vuol dire fare il necessario per
contrastare il desiderio di buttare tutto per terra, spingerlo
sotto il letto, non lavarsi e sprofondare nelle tenebre.
Quando si hanno queste sensazioni negative, sembra che il
mondo intero si conformi al nostro stato mentale, come una
specie di specchio. Tutto sembra avvolto dall’oscurità. Gli
altri sono irritati con voi, vi sentite accerchiati. Cercare di
farsi animo non è facile, e qualche volta vi fa anche sentire
ipocriti, come se andaste contro la vostra stessa natura. Ma
ricordatevi che, se volete cambiare la vostra abituale
situazione di stallo, dovete rendervi conto che siete gli
unici a poterlo fare.
Non vi sto dicendo cosa fare, vi sto semplicemente
dicendo di osservare come la vostra reazione alle emozioni
negative sia sempre la stessa, che si tratti di disagio,
depressione o paura. Vi comportate sempre allo stesso
modo, vi rinchiudete in qualche tipica, vecchia abitudine.
Secondo la legge del karma, ogni azione comporta un
risultato. Se ve ne state a letto tutto il giorno con le coperte
fin sulla testa, se mangiate a crepapelle per la milionesima
volta, se vi ubriacate, se vi drogate, voi sapete bene che ciò
vi renderà ancora più depressi e disperati, anche se vi
illudete che questa vostra abitudine possa farvi stare
meglio. Più invecchiate, più sapete bene quanto tali
atteggiamenti vi rendano infelici. La legge del karma dice:
“Allora, come volete sentirvi domani, la settimana prossima,
l’anno prossimo, tra cinque o dieci anni?”. Sta a voi
decidere come gestire la vostra vita. Ciò non vuol dire che
dovete essere il migliore nell’arte del farsi coraggio, o che
le vostre tendenze abituali non avranno mai più la meglio.
Anzi, tutto ciò ha a che vedere con lo spirito del ricordarsi
di se stessi. Qualche volta potreste dire: “Non me ne
importa assolutamente niente”, ma al quarto giorno sotto le
lenzuola, con addosso i vostri vestiti sporchi e puzzolenti,
con le calze ai piedi e le bottiglie vuote sotto al letto,
qualunque sia lo scenario, vi dite: “Forse dovrei uscire a
comprarmi una maglietta nuova, fare una doccia e andare a
guardare l’oceano, oppure camminare in montagna o
cucinarmi un buon pasto. Fare comunque qualcosa per
migliorare la situazione, per tirarmi su”. Talvolta ci si può
sentire davvero a terra, ma invece di avvelenarci possiamo
pur sempre uscire e comprarci quell’ottimo filet mignon o
che altro desideriamo. Nel mio caso, sarebbe una
meravigliosa pesca.
La legge del karma afferma che raccogliamo quel che
abbiamo seminato. Ricordarsene può essere estremamente
utile. Quindi, quando vi trovate di nuovo in quel buco scuro
nel quale vi siete ritrovati infinite volte, potete pensare:
“Forse è ora che tiri fuori la mia piccola vanga d’oro e inizi
a scavare per tirarmi fuori di qui”. Ricordo chiaramente il
primo colloquio che ebbi con il mio maestro Chögyam
Trungpa Rinpoche, perché per qualche motivo non riuscivo
a parlargli di quello che era il mio vero problema. Così,
sprecai tutto il tempo in chiacchiere. Di tanto in tanto mi
chiedeva: “Come va la tua meditazione?” e io rispondevo:
“Oh, bene”, per poi riprendere a chiacchierare. Alla fine,
nell’ultimo mezzo secondo, sbottai: “Sto attraversando un
periodo orribile, sono piena di rabbia e bla-bla-bla...”.
Accompagnandomi alla porta, Rinpoche mi disse: “Be’, è
come una grande onda che ti travolge e ti butta giù. Ti
ritrovi sul fondo dell’oceano con la faccia nella sabbia, e
anche se tutta quella sabbia ti entra nel naso e nella bocca,
negli occhi e nelle orecchie, ti alzi e ricominci a camminare.
Poi arriva un’altra onda e ti butta giù di nuovo. Le onde
continuano ad arrivare una dopo l’altra, ma ogni volta che
cadi ti alzi e riprendi a camminare. Dopo un po’, ti accorgi
che le onde sembrano più piccole”.
Il karma funziona così. Se continuate a starvene coricati,
annegherete e non avrete nemmeno il privilegio di morire.
Non farete altro che continuare a vivere con la perpetua
sensazione di stare annegando. Quindi, non scoraggiatevi,
non pensate: “Allora, scendo dal letto e mi faccio una
doccia. Come si spiega che non mi trovo in un film di Walt
Disney? Pensavo che mi sarei trasformata in Biancaneve.
Pensavo che avrei vissuto per sempre felice e contenta.
Eppure il principe mi ha baciata, mi sono svegliata. E
allora, perché non vivo per sempre felice e contenta?”. Le
onde continuano ad arrivare per travolgervi, ma voi vi
rialzate, vi rialzate continuamente con rinnovato vigore.
Come ha detto Rinpoche: “Dopo un po’, ti accorgi che le
onde sembrano più piccole”. È proprio ciò che accade. Il
karma funziona così. Quindi, lasciate che vi sia di
ammonimento. È un monito prezioso quanto sintetico, e
potete certamente utilizzarlo bene.
Vi racconterò un’altra storia su Rinpoche in visita al suo
maestro, Jamgon Kongtrul di Sechen. Rinpoche raccontava
che una mattina, recatosi da Jamgon Kongtrul, lo aveva
trovato con in mano un oggetto, di un bel metallo argenteo
che scintillava al sole, con una lunga impugnatura e delle
specie di punte acuminate in cima. Jamgon Kongtrul disse
che gli era stato inviato dall’Inghilterra. Rinpoche si
avvicinò, si sedette e insieme lo osservarono. Il maestro
disse: “Serve per mangiare” e quando l’attendente portò il
cibo, prese quell’oggetto, lo conficcò in un pezzo di cibo, lo
sollevò, lo portò alla bocca e disse: “Ecco come utilizzano
quest’affare per mangiare. Lo mettono nel cibo e il cibo
viene infilzato dalle quattro punte, e poi lo portano alla
bocca”. Rinpoche l’osservò ancora e pensò che era davvero
qualcosa di ingegnoso, quell’oggetto. Allora Jamgon
Kongtrul aggiunse: “Un giorno incontrerai la gente che
costruisce queste cose, e lavorerai con loro. Non sarà
facile, perché ti accorgerai che trovano più interessante
restarsene a dormire che svegliarsi”. Questo è quanto disse
su di noi. Quindi, se vi accorgete che, per quanto vi
riguarda, tale giudizio è esatto, ricordatevi che sta a voi
scegliere tra lo sperimentare effettivamente la gratitudine
e il valore della vita, la sua fugacità e rarità, e invece il
diventare sempre più risentiti, duri e amareggiati, il
ritenervi sempre più delle vittime. Sta a voi stabilire il
risultato della legge del karma.
Infine, il quarto monito riguarda la futilità del continuare
a perdersi in quella routine opprimente che viene definita
“samsara”. Qualcuno ha detto, una volta, di sentirsi come
bloccato su un disco che non smetteva mai di girare: era
imprigionato nel solco, e a ogni giro il solco diventava più
profondo. Altre persone dicono che, talvolta, quando si
ascoltano parlare, si sentono come se avessero in bocca un
registratore, che ripete all’infinito le stesse cose. Ne sono
nauseate, ma in un modo o nell’altro continuano a chiudersi
in un ruolo che, per quanto fonte di sofferenza, comporta
un piccolo, buffo senso di identità che garantisce loro una
certa sicurezza. Questo è il samsara.
L’essenza del samsara è la tendenza, comune a noi tutti,
di cercare il piacere e sfuggire la sofferenza, cercare la
sicurezza e sfuggire la mancanza di fondamenta, cercare la
comodità e sfuggire il disagio. L’insegnamento basilare è
che proprio un tale atteggiamento ci rende disperati,
infelici, e ci imprigiona in una visione della realtà molto
angusta e limitata. E così ci teniamo imprigionati
all’interno di un bozzolo. Là fuori ci sono tutti i pianeti, le
galassie e lo spazio infinito, ma noi ce ne stiamo dentro il
nostro bozzolo, o forse dentro una capsula, come quelle
delle vitamine. Attimo per attimo, decidiamo che è meglio
rimanere nella nostra capsula. Preferiamo rimanere una
pillola di vitamine, piuttosto che sperimentare il dolore
dell’uscire all’aria aperta. La vita all’interno della capsula è
confortevole e sicura. Abbiamo tutto sotto controllo, lì
dentro. È una vita sicura, prevedibile e comoda; possiamo
fidarci. Quando ce ne andiamo in giro per casa, sappiamo
esattamente dove si trovano i mobili, ed è così che ci piace.
Sappiamo di avere a disposizione tutti gli oggetti che ci
servono e i nostri vestiti preferiti. Se ci troviamo a disagio,
non facciamo altro che colmare le lacune. La nostra mente
è alla continua ricerca di zone di sicurezza. Restiamo in
questa zona di sicurezza, e per noi la vita è così: tenere
tutto sotto controllo, tutto garantito. La morte è la perdita
di tutto ciò. È il nostro incubo, ciò che ci rende ansiosi. Si
potrebbe definire “morte” il sentirsi in difficoltà,
imbarazzati e a disagio. Un’altra descrizione della morte,
quella cosa che ci terrorizza tanto, potrebbe essere la
confusione totale, il non sapere assolutamente quale strada
prendere. Vogliamo sempre sapere che cosa ci aspetta. La
mente è alla continua ricerca di zone di sicurezza, ma
queste si dissolvono una dopo l’altra, e allora ci affanniamo
a costruirne di nuove. Dissipiamo tutte le nostre energie e
sprechiamo la vita nel cercare di ricreare queste zone
franche, che però non durano mai. Questo è il samsara.
L’opposto del samsara è quando tutti i muri crollano, il
bozzolo si dissolve completamente, quando siamo
totalmente aperti a qualsiasi cosa possa accadere, senza
tirarci indietro, senza fissarci su noi stessi. È ciò a cui
aspiriamo, la via del guerriero. È ciò che ci scuote e ci
ispira: saltare, essere sbattuti fuori dal nido, passare
attraverso i rituali iniziatici, crescere, entrare in una
dimensione sconosciuta e imprevedibile. Da questo punto
di vista, la morte diventa la comodità, la sicurezza, il
bozzolo, l’essere incapsulati come una vitamina. Questa è la
morte. Il samsara rappresenta il preferire la morte alla vita.
Il quarto monito ci invita a ricordarcene sempre. Quando vi
ritrovate davanti il solito, vecchio senso di ansia, quando il
vostro mondo si sta disintegrando e non vi sentite più
all’altezza dell’immagine che avete di voi stessi, quando
tutti vi irritano perché non fanno quello che volete voi, anzi
sembrano mettervi il bastone tra le ruote, quando proprio
non vi piacete e non vi piace nessun altro, quando la vostra
vita è tutta uno squilibrio emotivo, confusione e conflitto, a
questo punto ricordatevi che vi trovate in tale tempesta
emotiva proprio perché state facendo rotta, in modo più o
meno deciso, verso la comodità. Fondamentalmente
preferite la vita, la via del guerriero, alla morte.
Sono fiduciosa che i quattro moniti tradizionali, la
preziosa nascita umana, la verità dell’impermanenza, il
karma o legge di causa-effetto, e la futilità del continuare a
preferire la morte alla vita, aiuteranno per tutta la vita voi
e me a raggiungere il risveglio, che ce ne torniamo a casa o
che restiamo qui. Quindi buon ritorno a casa, e ricordate:
non mollate!
Bibliografia

John G. Neihardt, Alce Nero parla, Adelphi, Milano 1968.


Shunryu Suzuki, Mente zen, mente di principiante,
Astrolabio, Roma 1977.
Thich Nhat Hanh, Essere pace, Astrolabio, Roma 1989.
Chögyam Trungpa, Al di là del materialismo spirituale,
Astrolabio, Roma 1976.
Chögyam Trungpa, First Thought, Best Thought: 108
Poems, Shambhala Publications, Boston and London 1987.
Chögyam Trungpa, Nato in Tibet, Rusconi, Milano 1975.
Chögyam Trungpa, Shambhala: la via sacra del guerriero,
Astrolabio, Roma 1985.
Centri di meditazione

Per avere informazioni sulla meditazione o sui ritiri,


potete scrivere a uno dei seguenti centri di Dharma:

Gampo Abbey
Pleasant Bay
Cape Breton, N.S. BOE 2PO – Canada
(902) 224-2752

Karme-Chöling
369 Patneaude Lane Barnet, VT 05821 – USA (802) 633-
2384

Shambhala Mountain Center


4921 County Road 68C
Red Feather Lakes, CO 80545 – USA
(970) 881-2184

Shambhala Europe
Kartäuserwall 20
D-50678 Köln – Germania
(49-221) 31024-12

Shambhala International
1084 Tower Road
Halifax, N.S. B3H 2Y5 – Canada
(902) 425-4275

Invece chi volesse informazioni sulla tradizione


Shambhala può rivolgersi a:

Shambhala Training
1345 Spruce Street Boulder, CO 80302 – USA (303) 444-
0190

Shambhala Training International


1084 Tower Road
Halifax, N.S. B3H 2Y5 – Canada
(902) 423-3266
INDICE
Prefazione
1. Gentilezza amorevole
2. Soddisfazione
3. Trovare la nostra vera natura
4. La precisione, la gentilezza e il lasciar andare
5. Senza via di scampo
6. Gioia
7. Ampliare la prospettiva
8. Niente di meglio che una storia vera
9. Il clima e le quattro nobili verità
10. Né troppo tesi, né troppo rilassati
11. Rinuncia
12. Dare e ricevere
13. Prendere rifugio
14. Non preferire né il samsara né il nirvana
15. Dharma teorico e Dharma pratico
16. Restare sulla propria strada
17. Disagio
18. I quattro moniti
Bibliografia
Centri di meditazione