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SECONDA LEZIONE

La scrittura di Pirandello è il dissidio tra la vita e la forma. Questo è uno dei concetti
fondamentali e principali per sviluppare tutta la riflessione intorno alla produzione
letteraria di Pirandello. Le novelle “La trappola”, “La Giada” e soprattutto il
romanzo “Il fu Mattia Pascal” esplicitano in maniera evidente questo concetto. E
così anche la sua produzione teatrale, dove i sei personaggi diventano un momento
eclatante per riflettere intorno al significato di vita e di forma, innanzitutto nella
logica di Pirandello e poi nella produzione letteraria. Per comprendere di più questo
aspetto fondamentale, cioè il rapporto dicotomico tra vita e forma, bisogna riferirsi ad
un saggio di Pirandello “L’umorismo” (1908). Attraverso questo saggio Pirandello
ci definisce cos’è l’umorismo; il genere dell’umorismo appartiene ad una forma
promiscua non propriamente pura perché si tratta né soltanto di comicità né di
dramma ma di una comicità che non è pura ma ha altre afferenze importanti che
Pirandello sviscera in maniera compiuta. Nell’umorismo c’è anche un dramma
sotteso, un disagio, un risvolto che Pirandello stesso aggettiva con il termine amaro; è
infatti l’umorismo “riso amaro”. Pirandello parte dal concetto di contrarietà, cioè la
deroga alla normalità e quell’attimo di deroga produce il riso. Pirandello definisce
questa situazione avvertimento del contrario che è puramente comico. Ma
Pirandello in un secondo momento riflettendo su questa diversità scopre che
probabilmente c’è un motivo per cui quel personaggio o quella persona deroga da una
normalità e questa riflessione la definisce come sentimento del contrario. Da
quest’affermazione si può dire che Pirandello è un sensista (il sensismo è una
corrente intermedia tra il neoclassicismo settecentesco e il romanticismo
ottocentesco). Gli autori di quegli anni, soprattutto in Germania e in Francia, sentono
la necessità di riportare la letteratura su un piano delle emozioni e dei sentimenti dei
personaggi poiché l’approccio che si era avuto nei decenni precedenti era di carattere
scientifico e razionale. Lo stesso Pirandello sente la necessità che dopo il verismo
(ultimo romanticismo molto documentarista) bisogna riportare la letteratura sul piano
psicologico, emotivo dei personaggi. Allora il sentimento non è tanto quello che noi
oggi riconosciamo come amore, amicizia, odio ma dobbiamo leggerlo nel suo
significato etimologico cioè la capacità di percepire, di quel sentire interiore. Per
spiegare questo concetto Pirandello parla di una vecchia imbellettata (metafora) che
non vive come una normale settantenne ma appare come una ragazzina un po’ goffa,
la prima impressione è quella di ridire perché non riusciamo a trovare una
coincidenza con la realtà, ma se poi pensiamo che quella signora si concia in quel
modo perché ha un fidanzato più giovane di lei e quindi vive in lei il peso della
differenza d’età e tenta di rimediare con un aspetto più giovanile, nasce in noi un
altro sentimento verso la signora cioè la compassione. La compassione, dice
Pirandello, è una degli atteggiamenti umani più fortemente legati all’empatia ed è uno
dei temi più abusato durante il periodo sensista. Pirandello ci chiede di provare le
stesse emozioni del personaggio poiché solo facendo così si può capire il senso delle
cose. Gli autori tradizionalisti però criticano quest’innovazione di Pirandello,
soprattutto la prima rappresentazione del 1921 de “I sei personaggi in cerca
d’autore” fu un vero fiasco di pubblico e critica, lo spettacolo fu rifiutato perché non
era stato capito ma lo spettatore di quegli anni non poteva comprendere. Quindi
Pirandello si scaglia su alcuni critici che non hanno colto il senso vero della sua
scrittura. Anche nella rappresentazione della vecchietta imbellettata Pirandello ci
invita ad andare oltre le forme, oltre ciò che appare per addentrarci nel nucleo vero
delle cose. Pirandello da abilissimo ingannatore (propone l’inganno perché ci invita a
guardare oltre le cose) afferma di non poter definirsi uno scrittore filoso, e di fronte a
quest’affermazione esplicita la critica ha sempre ritenuto la sua scrittura come quella
che appariva, come diavoleria, come tortura, come violenza cruenta. C’è invece un
fondamentale saggio di un critico, Giovanni Macchia, ed è un testo che ci fa cogliere
bene la scrittura di Pirandello. Il saggio si intitola “La stanza della tortura”, quando
noi pensiamo al termine tortura pensiamo ad una violenza fisica, materiale ma in
questo caso non è cosi; la tortura di Pirandello è quello di porci non una cosa che
appare così com’è ma di fare il giro del perimetro e percepirla in maniera diversa da
ciò che vediamo prima. Infatti, chiede ai suoi personaggi di mostrarsi per quello che
sono, rappresentando così la verità che non coincide in ciò che appare. Nei decenni
tra fine 800 e inizio 900, soprattutto in Germania, e a seguito di alcune fondamentali
riflessioni di alcuni filosofi come Hegel, nasce una scienza filosofica che impostava il
suo procedimento di riflessione sull’analisi vera e propria del comportamento di una
persona come approccio; da questo poi nascono alcuni filoni filosofici come ad
esempio la psicoanalisi e dall’altro lato la fenomenologia. L’aspetto psicoanalitico fu
sviluppato soprattutto nelle prime istanze da intellettuali francesi. La fenomenologia
spiega ciò che appare, in Pirandello è la forma. La fenomenologia parte dal fenomeno
per entrare nel nucleo sostanziale delle cose. Pirandello quindi ragiona in termini
prettamente filosofici ma in forma d’arte.

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