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Etnologia europea - Antropologia culturale, professoressa Rossi

Lezione 1, 22/02/21
Obbiettivo del corso: cosa studia l’antropologia culturale, approccio teorico-
metodologico, acquisire una prospettiva antropologica. L’Antropologia culturale studia
l’uomo in relazione ad altri uomini, l’individuo all’interno di un gruppo, le somiglianze e
le di erenze tra culture; si basa molto sulla ricerca sul campo, eldwork. Importante fu il
testo, che risale al 1922, Argonauti del Paci co occidentale di Malinowski, il primo
antropologo che usa lo studio dell’antropologia sul campo. Prima degli anni ‘20 del ‘900
l’antropologo studiava su scritti preesistenti di missionari, esploratori, mercanti, militari
che scrivevano resoconti di viaggio che poi gli “antropologi da tavolino” studiavano
senza muoversi dal loro studio. Dagli anni ‘20 invece l’antropologo iniziò ad auto
produrre le proprie fonti (“termine mutuato dalla tradizione storiogra ca, indica entità,
oggetto, persona, luogo o documento utile a fornire conoscenza e dati empirici
all’antropologo che si mette a fare ricerca sul terreno; la fonte documento può essere
scritta o orale. Tradizionalmente, la fonte veniva concepita come qualcosa già presente
che l’antropologo doveva solo scoprire, ma in antropologia la fonte è prodotta dal
ricercatore stesso”), lavorando su osservazioni di prima mano. Come si produce una
fonte? Scrivendo le proprie osservazioni, fotografando, ma soprattutto intervistando.
Attraverso l’intervista cosa nota l’antropologo? Tutti gli aspetti che coinvolgono la
cultura, la quale è quel qualcosa che si impara nel luogo di nascita perché insegnataci
da altri, come genitori, scuola, etc.

Che cos’è uno shock culturale? Presa di coscienza della di erenza culturale tra due
persone che provengono da posti diversi. Si può reagire in diversi modi a questo shock:
1) dire che la nostra cultura è migliore; 2) accogliere la cultura diversa; 3) comprendere
l’altra cultura senza perdere la propria identità culturale. Che signi ca però apprendere
una pratica culturale diversa? Mettersi nei panni dell’altro, non completamente.
Relativismo culturale: permette di comprender qualcosa di diverso dai nostri soliti
modelli culturali.

Etnocentrismo: vede il modello di partenza dell’individuo come quello giusto da seguire.

Etnocentrismo critico: sai di far parte di un modello culturale e non cerchi di liberartene
ma apprezzi comunque le persone che vengono da un’altra cultura.

Anche la nozione di autenticità è un concetto costruito e può essere “pericoloso” da


usare, come nel caso della tradizione autentica. Che cos’è? Si possono distinguere gli
oggetti di tradizione autentica dagli altri? Esempio dello stecco intagliato dagli indiani
d’America come souvenir per i turisti che non venne accettato all’interno del museo che
doveva conservare i resti autentici degli indiani.

L’antropologo, di fronte ad attività culturali diverse dalle proprie, può restare shockato
ma poi deve andare oltre e cercare di capire perché vengono compiute tali pratiche,
come ad esempio la mutilazione dei genitali femminili in alcuni paesi. In ogni cultura è
presente l’antropopoiesi, che è il “processo di costruzione e de nizione dell’identità
umana”.

Lezione 2, 23/02/21
Teoria della Accommodation di Miller: teoria della sistemazione che fa riferimento alla
riorganizzazione che si fa, soprattutto parlando della casa, dove avviene sempre un
processo di evoluzione degli spazi.

Che cos’è la cultura? Edward Tylor nell’opera Primitive Culture (1871, Londra) dice che
la cultura è “un insieme complesso di [...]”. L’elemento dirompente in questa de nizione
è che tutti gli esseri umani sono portatori di cultura. Questa a ermazione è molto forte,
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perché in quegli anni si riteneva che alcune popolazioni, come quelle africane, non
avessero cultura e venivano perciò considerate inferiori, infatti l’Occidente si attribuiva il
compito di istruirle (giusti cazione sul piano teorico della colonizzazione). L’antropologia
infatti nasce connessa al colonialismo, i primi antropologi famosi lavorano per
conoscere meglio le popolazioni colonizzate sostanzialmente per governarle meglio.
Oggi nalmente si pensa che tutte le culture siano valide ma diverse, ed è importante
rendersene conto perché non si può lavorare con altre culture pensando che, per
esempio, quella europea sia la migliore. In questo modo, vedendo la diversità come una
mancanza, non si possono capire le di erenze come fatti culturali, ma vanno visti
all’interno della cultura che li include.

Negli US, la parola antropologia indica lo studio della specie umana e si divide in:
Antropologia sica, Archeologia, Antropologia linguistica, Antropologia culturale.
Quest’ultima analizza le di erenze tra culture guardando come cambiano nel tempo. La
cultura è qualcosa che si apprende, ci viene insegnata come norme di comportamento
che ci consentono di vivere con gli altri. Ci sono delle norme che non vengono neanche
dette e sono insegnate dalla culture come comportamento appropriato.

Sul piano metodologico dell’antropologia si lavora con lunghe sessioni di ricerca in


alcune parti del mondo. Perché necessita di un periodo così lungo? La lingua è il primo
grande scoglio tra l’antropologo e la cultura del luogo; anche se grandi antropologi
hanno utilizzato dei mediatori, perdendo tantissimo nella mediazione, si preferisce
imparare la lingua del posto prima di arrivarvi o in corso d’opera.

Lezione 3, 01/03/21
Lo shock culturale avviene quando si scontrano due modelli di cultura diversi, ma si
può avere anche all’interno di una cultura. Lo shock culturale subito dalla professoressa
è relativo a un ashmob: un gruppo ha realizzato delle targhe per le strade fatte di
cartone che sono state a sse accanto alla targa u ciale. I nomi a ssi erano tutti nomi
di donne a indicare che i nomi delle strade sono prevalentemente maschili e quelli
femminili sono di sante o martiri. Attraverso questa azione, ci rendiamo conto in
maniera evidente che lo spazio di cui siamo circondati è intitolato a gure maschili,
mancano le donne. Nominare qualcosa signi ca dire che quella cosa che si nomina è
signi cativa e fa parte della costruzione di una memoria. Se i nomi sono
prevalentemente maschili, cosa fa pensare? Il ashmob vuole produrre uno shock.

Che signi ca naturalizzare un modello culturale? Per esempio dire che le donne per
natura non ce la fanno a fare i lavori pesanti o che si devono occupare dei bambini.
Questo è naturalizzare un modello che invece è nato culturalmente. Anche l’espressione
“i neri hanno il ritmo nel sangue”, caratteristica collocata addirittura biologicamente, è
un qualcosa di culturale naturalizzato. Addirittura nei modi di dire ci sono questi modelli
culturali. Alcuni dei modelli dati per naturali non lo sono a atto. Ogni cultura ha: i suoi
cibi, il modo appropriato per mangiare, il bere (in Italia per esempio c’è l’idea che le
bevande siano di genere, la birra è per gli uomini), l’abitudine del sonno, l’andare di
corpo (la stanza del bagno nella nostra casa è quasi l’unica ad avere la chiave). Il
mugnaio Carlo Piaggia racconta l’esperienza del suo viaggio in Africa, dove introduce
nella cultura delle popolazioni locali l’uso del mulino per macinare il grano. Pensava di
fare del bene, visto che prima le donne dovevano macinarlo a mano, ma se ne pentì
subito perché le donne, che avevano più tempo libero, iniziarono a tradire i propri
uomini. Le culture interagiscono e cambiano, da sempre sono mescolate, non esiste
una cultura pura e incontaminata. Le grandi occasioni di contatto sono sempre state: il
commercio, oggetti internazionali di sviluppo, le telecomunicazioni, l’educazione, la

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migrazione e il turismo. La globalizzazione può produrre degli e etti positivi ma anche
negativi, Barbara Miller parla di 4 categorie di interazione culturale:

1) Scontro di civiltà: sostiene che l’espansione del capitalismo ha generato delusione,


alienazione e risentimento presso gli altri modelli culturali; questo modello divide il
mondo tra Occidente e il resto;

2) McDonaldizzazione: prende il nome dal fast food, al centro ci sono nuovamente gli
Stati Uniti e la sua cultura di standardizzazione;

3) Ibridazione/sincretismo: si ha quando gli aspetti di più culture si combinano per


formare qualcosa di ibrido, non necessariamente degradandosi;

4) Localizzazione: la cultura globale viene cambiata e adattata da un’altra cultura per


le esigenze del posto, ad esempio il MacDonald’s ha creato aree per chi mangia da
solo o il servizio di delivery per le donne sole.

Lezione 4, 02/03/21
Il campo di ricerca dell’antropologo può essere qualunque cosa: la ricerca può essere
fatta su tutto, su come per esempio un gruppo culturale denomina lo spazio in cui vive.
Attraverso questa esperienza di shock è venuta fuori una caratteristica della nostra
cultura, ancora concentrata sugli uomini. L’obiettivo del ashmob era quello di creare
uno shock dopo il quale i passanti avrebbero ragionato su cosa manca nella nostra
toponomastica. Già questo può essere un campo. Studiare i propri shock culturali serve
a realizzare la nostra cultura da un nuovo punto di vista, a “denaturalizzarla” e a
toglierle la sua familiarità. Questo è uno degli aspetti dell’antropologia. Lo shock
culturale può anche avvenire all’interno della propria cultura, come è successo con la
professoressa. Lo shock è causato da una comparazione, viene usato un approccio
comparativo con il quale ci si rende conto della diversità. Attraverso la comparazione si
compie l’operazione di simulazione e personi cazione. Ma questa immedesimazione
alle volte può portare l’antropologo a diventare egli stesso oggetto di ciò che studia.

Nel libro (pag 32), shock culturale: “è la persistente sensazione di disagio, solitudine e
ansietà che si prova quando ci spostiamo da un contesto a un altro”.

Cultura (pag 17): “concetto progressista sul piano politico, diventando il termine
contraddistinto dell’antropologia culturale”. L’archeologo e l’antropologo fanno un
lavoro simile, ma li distingue il fatto che l’antropologo lavori con la contemporaneità,
con le persone vive che intervista e con le quali entra in contatto. Tylor si contrappose
al mito della superiorità occidentale. Con Tylor, tutte le culture erano sullo stesso livello
e dovevano essere rispettate. Se vuoi conoscere una cultura devi vivere in questa e
scoprirla, senza imporre il tuo modello di partenza. Dagli anni ‘90 del Novecento c’è
stato un nuovo tipo di razzismo, che separava il mondo in culture distinte, viste come
lontane e come “essenze pure e autentiche”. Da qui si potevano quindi produrre
fondamentalismi culturali, perché il concetto di cultura in alcuni casi può anche
ra orzare la certezza della superiorità della cultura propria. Non si intende la cultura
come qualcosa di organico o coerente, ma piuttosto come un processo. Non più come
un elenco di tratti, piuttosto il mettere in evidenza i processi di costruzione identitaria.

Lezione 5, 08/03/21
Una delle chiavi attraverso cui si individuano micro-culture e discriminazioni è il genere,
il quale cambia di cultura in cultura ed è un modello che si apprende. Il genere si
distingue dal sesso, che si basa invece su indicatori biologici. Anche all’interno della
stessa cultura variano le considerazioni di genere in senso diacronico, per esempio
madre e glia hanno considerazioni diverse e da qui potrebbero infatti nascere nuovi
shock culturali. In alcune società i compiti di uomini e donne sono uguali, senza
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distinzioni di genere, ma in altre si distinguono nettamente i lavori di donne da quelli di
uomini. Anche all’interno della stessa casa, alcune culture distinguono aree per genere.
All’interno del campo lavorativo ci sono vari stereotipi e discriminazioni a causa di
questa di erenza. Si possono avere anche distinzioni e discriminazioni per la classe,
che si basa sulla categoria economica. Anche razza ed etnia sono termini ambigui e di
nuovo concetti legati a micro-discriminazioni culturali. In realtà non esistono razze, ma è
una costruzione culturale nata con il pensiero coloniale, che non ha base biologica. Il
termine etnia invece indica un gruppo che condivide lingua, religione etc., meno
stigmatizzante in confronto a razza, ma in realtà viene usato in brutti contesti, come lo
“sterminio dell’etnia”.

Un altro concetto legato alla cultura è quello dell’età, che in alcune società ha un
determinato signi cato, per esempio divide le mansioni da svolgere. Spesso le scuole
rinforzano gli stereotipi, per esempio negli USA alcuni insegnanti isolano gli studenti
messicani perché non conoscono bene la lingua; in più gli studenti devono avere dei
prerequisiti: andare bene a scuola, essere interessati allo sport, avere amici studenti
capaci, provenire da famiglie benestanti.

Come fare ricerca sul campo: recarsi nei luoghi dove vogliamo studiare la cultura, non
sempre però gli antropologi si sono recati nel posto ma studiavano “a tavolino” su fonti
prodotte da altri. Con le colonie invece venne creata l’esperienza diretta, quindi gli
antropologi veri e propri iniziarono ad avvicinarsi alle culture. Questa prima antropologia
si chiamava “da veranda” perché l’indigeno veniva chiamato a interagire con
l’antropologo nella veranda dell’albergo. A partire da Bronislaw Malinowski invece
venne creata l’osservazione partecipante: l’antropologo non stava più nella veranda ma
montava la propria tenda vicino agli indigeni, apprendendo la loro lingua. I nuovi
antropologi avevano in comune un approccio positivista, cioè ritenevano possibile
arrivare a una conoscenza scienti ca oggettiva. Come si può arrivare a produrre questo
tipo di conoscenza però? Sul campo, considerato una specie di laboratorio, era
possibile osservare dei fatti e dei dati oggettivi. La scrittura in terza persona è un
arti cio retorico, non si elimina totalmente l’autore dal testo. In un convegno in
California sull’antropologia negli anni ‘80 c’è stata la cosiddetta “svolta retorica”:
nascondere nei testi antropologici la prima persona non ha senso, ma deve venire fuori
l’autore e le scelte che ha fatto deve indicarle e presentarle. Malinowski pubblicò la sua
famosa opera Argonauti del Paci co occidentale (1922), frutto di una prima ricerca sul
campo, nella quale scriveva in terza persona, in modo distaccato, come se non fosse
mai stato lì. Esce però alla sua morte il suo diario di campo, dove scrive in prima
persona e dove parla malissimo degli indigeni e dice di come gli mancano la mamma, la
danzata, il sesso, etc. È come se la scrittura fosse scissa: nel primo libro c’è una
scrittura impersonale, dove sparisce l’autore e fotografa il popolo, dall’altra in prima
persona parla di sé mentre fa la ricerca e racconta gli scherzi che gli fanno gli indigeni,
etc. dettagli che negli Argonauti non ci sono. È interessante quindi vedere le scelte che
l’autore fa nel raccontare il viaggio.

Ma perché nascondere l’autore dietro l’oggettività? L’oggettività è nzione e proprio su


questo ha ri ettuto l’antropologia nel convegno degli anni ‘80. Il grande cambiamento
che ne seguì infatti sta proprio nel fatto che la scrittura etnogra ca doveva essere
determinata da: contesto, retorica, istituzioni, genere, politica, storia. Dagli anni ‘80 in
poi l’antropologia non parla più per conto di altri, con l’antropologo in alto e il popolo in
basso, ma l’antropologo deve interagire con le altre popolazioni. Già agli inizi degli anni
‘70 infatti gli approcci positivisti iniziano a subire forti critiche e ci sono molti dubbi
sull’oggettività della conoscenza antropologica. Diventa chiaro quindi che la
conoscenza antropologica non è invariabile e oggettiva, ma è contaminata dal contesto
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ed è intersoggettiva, perché ci si preoccupa di come rappresentare l’altro e c’è una
nuova consapevolezza. La ricerca sul campo è considerata un dialogo continuo tra le
persone e gli “informatori”. Per questo la scrittura non può più essere soggettiva,
perché lo studio include l’antropologo. Ma una domanda lecita è: chi ha il diritto di
rappresentare l’altro?

Lezione 6, 09/03/21
A pagina 24 del manuale nella foto vediamo un’indigena ritratta in un certo modo, come
mai l’antropologia del ‘900 usava molto spesso la fotogra a? Queste foto arrivavano
solo a una ristretta cerchia di studiosi, non al grande pubblico. La macchina fotogra ca
non è un mezzo di ritratto oggettivo, perché nella foto vediamo che il fotografo ha fatto
posare in un certo modo la ragazza e lo sfondo è neutro, come se si trattasse di un vero
e proprio “oggetto” di studio. C’è ancora una barriera tra l’antropologo e il soggetto
studiato. Nella foto comunque si nota la passività della ragazza e l’approccio coloniale
presente anche nella stessa descrizione. Le foto in bianco e nero in particolare vengono
oggi considerate oltraggiose perché potrebbero ra orzare certi stereotipi nei confronti
di culture lontane dalla nostra.

Sulla questione della scrittura in prima persona nell’antropologia c’era stato un grande
dibattito. Nelle prime monogra e, come in quella di Malinowski, veniva usata la terza
persona, modo di scrivere che quasi collocava il popolo descritto fuori dal tempo e
dallo spazio. È la stessa cosa con la fotogra a in bianco e nero, dove la persona
rappresentata senza contesto e carattere diventa “muta”.

L’antropologia positivista portò in Europa molti manufatti e oggetti anche sacri delle
popolazioni studiate e sottomesse. Infatti il Museo di Antropologia di Firenze ha molti di
questi, tra i quali anche ossa sacre profanate, che ancora non ha restituito ai popoli, al
contrario di altri musei che hanno messo in atto la repatriation, cioè la restituzione degli
oggetti ai popoli dai quali erano stati presi.

Ricerca sul campo. Prima c’era l’idea che bastasse recarsi sul posto per studiarne la
cultura, ma oggi non vale più l’equazione territorio-cultura perché i popoli si muovono di
continuo e si contaminano. Per poter studiare una cultura infatti è stata coniata la
ricerca multi-situata, che si svolge su più territori.

L’oggetto più ricorrente nei musei di antropologia è l’arma, perché inizialmente con i
primi antropologi, che erano prevalentemente uomini, non c’era l’interesse verso il ruolo
della donna nelle società studiate, ma solo verso gli uomini. Mancava perciò la
rappresentazione femminile e per questo nacque l’antropologia femminista. Le
collezioni dei musei antropologici infatti vengono spesso de nite biased, cioè a ette da
preconcetti, perché venivano costruite basandosi su pregiudizi. Lo stesso Malinowski
non dava molta attenzione al mondo femminile.

Lidio Cipriani è stato un antropologo italiano dichiaratamente fascista che fece dei
calchi di visi di indigeni colando del gesso liquido sui loro volti, mentre venivano
minacciati con delle armi. Questo era considerato lecito in quanto serviva per
documentare la diversità, ma adesso questi calchi, presenti e nascosti in molti musei,
vengono considerati una forma di violenza coloniale. In questo momento storico è
impensabile e oltraggioso rappresentare un’altra cultura senza averne prima il
consenso. Infatti esiste il consenso informato, elemento del codice deontologico della
ricerca, per cui il ricercatore deve ottenere il consenso delle persone partecipanti alla
ricerca come oggetti di studio. Da questo si capisce che è cambiato il modo di
concepire l’altro, infatti il concetto di alterità/otherness ha assunto un valore diverso in
brevissimo tempo (inizio ‘900- ne ‘900) diventando parola chiave dell’antropologia.

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Lezione 7, 15/03/21
Alterità: viene prodotta dal ricercatore nel momento in cui va a fare ricerca su qualcosa
lontano da sé. L’antropologia lavora molto sul denaturalizzare soggetti, quindi è
interessante vedere come costruisce il concetto di “altro”. La Toscana per esempio è la
regione che ha più forme di rievocazioni storiche, cioè di tradizioni folcloristiche che
vengono rievocate in eventi e partecipazione delle contrade della città. Alcune sono
molto interessati nel riprodurre in modo lologico i costumi e le situazioni nella
modernità. Come si producono il passato e la tradizione? La modernità si genera
scavando dei solchi (dicendo “noi non siamo più quelli del passato”) nel
contemporaneo, scandendo la propria esistenza e distinguendola da quella del
passato. Scavando un solco si produce automaticamente una alterità.

Cipriani come scusante al suo operato usava la parola scienza, stessa scusa veniva e
viene usata dai musei italiani che detengono mummie prelevate ingiustamente dal
territorio studiato. Molti musei in Europa infatti non espongono più i calchi facciali, o se
sono in mostra li contestualizzano, perché derivano da un atteggiamento colonizzatore
dei primi decenni del ‘900. Il colonizzatore si appropriava degli oggetti sacri degli
indigeni e addirittura dei loro calchi facciali a nome della scienza. Adesso questo è
ingiusti cabile poiché la svolta retorica/ri essiva mise in dubbio la ricerca oggettiva.
Secondo la svolta retorica, la ricerca sul campo deve essere considerata come una
conversazione tra più interlocutori. Il sito è il luogo dove la ricerca viene condotta, può
essere un villaggio, una fabbrica, una città, etc. e la sua scelta dipende da più fattori.
L’importante è costruire la relazione etnogra ca: rapporto di ducia tra ricercatore e
gente che si intende studiare. Spesso chi viene intervistato non pensa di avere molto da
raccontare o che la propria esperienza importi a qualcuno. Infatti la prima fase della
ricerca sta proprio nello stabilire una relazione etnogra ca con i leader del gruppo
studiato, cioè personalità riconosciute come “scrigni di memoria”, e ottenere una
relazione etnogra ca con loro signi ca ottenere la loro ducia. Se un antropologo va a
studiare in un contesto, spesso può essere scambiato per un poliziotto o una spia
(come nel caso di Giulio Regeni, che era ricercatore antropologo, faceva ricerca sul
campo e faceva tante domande) perché fa molte domande, anche invasive.

Reciprocità e scambio di doni. In Italia non si paga un informatore, parola che in


antropologia si usa molto, ma in Canada, negli USA e in altri paesi esiste l’usanza di
pagarlo o in denaro o con un regalo. La pratica del dono è stata largamente studiata in
antropologia e fa vedere come questa crei delle ricadute nella cultura, spesso per
mantenere relazioni sociali e politiche. Lo scambio di doni deve essere calato
ovviamente dentro il contesto culturale. L’apparenza dell’antropologo crea molta
di erenza nell’approccio con gli intervistati per: colore della pelle, genere, stato civile,
etc. Ma a cosa serve fare ricerca sul campo? L’antropologo ha bisogno di dati e così li
raccoglie. Una parte dei dati l’antropologo la può anche autoprodurre. Esistono due
metodi: deduttivo, che crea dati quantitativi, e induttivo, che non prevede ipotesi di
ricerca iniziale e si acquisiscono dati qualitativi come racconti, video etc. I dati possono
essere emici, cioè legati alla soggettività del parlante.

Lezione 8, 16/03/21
Primo giorno di presentazione del testo La ricerca sul campo. La politica sul campo:
metodologie e caratteristiche peculiari. La Sociologia, la Storia e l’Antropologia sono
tutte scienze vicine ma non dal punto di vista metodologico, in quanto usano indagini
diverse. Ci sono vari tipi di ricerca: con questionari, de nita anche survey/sondaggio, è
di tipo estensivo, quella sul campo, de nita terrain è di tipo intensivo. Tra le varie
tipologie di ricerca troviamo l’osservazione partecipante: l’antropologo cerca di
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avvicinarsi alla cultura locale per osservarla da vicino e la può approcciare in due modi:
da testimone e da coattore. Il testimone osserva da fuori, mentre il coattore prende
parte lui stesso alla cultura, magari partecipando a riti e quotidianità. Le osservazioni
che l’antropologo trae dalla sua esperienza vengono poi tradotte in dati e corpora.
Alcune informazioni però vengono raccolte inconsciamente dall’antropologo, infatti in
questo caso di impregnazione, cioè l’antropologo apprende in modo indiretto. Avevamo
già parlato dell’impregnazione in quanto il bambino quando nasce e cresce assorbe
delle informazioni non dette dall’ambiente circostante.

I dati raccolti dall’antropologo non possono essere completamente oggettivi come


avevamo già detto, pensare che lo siano fa parte dell’illusione positivista: non sono né
completamente oggettivi né completamente soggettivi. Per capire infatti la bravura
dell’antropologo basta vedere il modo in cui la sua soggettività in uenza i dati trattati.
L’antropologo a sua volta può in uenzare i comportamenti delle popolazioni alle quali
sta vicino, rischiando di riportare come dati comportamenti che in realtà non sono quelli
tipici della popolazione osservata. L’antropologo però non può evitare di interagire con
la gente che studia, ma anzi deve entrarci in contatto ed esser riconosciuto come
familiare per osservare le abitudini quotidiane oggetto di studio. Il colloquio che
l’antropologo tiene con le persone studiate deve avere: interazione, conversazione,
ricorsività, negoziazione invisibile/scambio di informazioni, realismo simbolico, durata.

Lezione 9, 22/03/21
Il museo come luogo di memoria. Per un antropologo è interessante lavorare in un
museo non nello speci co ma in generale, perché molta ricerca che si fa nei musei è
concentrata sugli oggetti per rintracciarne la storia, gli stili, così da prepararli per le
mostre. Però, c’è un modo di studiare l’oggetto che comprende il museo stesso, poiché
l’oggetto è prodotto dalla società. L’antropologo canadese Michael Ames in un suo
libro del ‘92 ipotizza la visione del museo come manufatto, cioè come rappresentazioni
della società nelle quali si colloca. Ames vede il museo come oggetto/rappresentazione
con la sua politica e poetica del quale possiamo vedere il modo in cui è stato prodotto
in un dato momento storico. È quindi interessante vedere cosa si può capire di esso e
di noi stessi attraverso l’osservazione e lo studio. I musei nelle società contemporanee
sono “ nestre-specchio”, perché ri ettono un mondo “altro”, del quale riporta gli
oggetti, ma è anche specchio di chi allestisce il museo e dei preconcetti che
rappresenta, per esempio rappresentare l’africano come primitivo dice molto di chi lo
rappresenta come tale. La storia del collezionismo fa la stessa cosa, ci fa vedere cosa
gli antropologi hanno deciso di includere e cosa escludere.

Esperienza di Harry Hawthorn: il contatto tra le popolazioni indigene e “l’uomo bianco”


avvenne inizialmente negli anni ‘50, infatti gli antropologi hanno cercato di mettere in
atto la cosiddetta antropologia di salvataggio, cioè cercando di sbrigarsi a salvare
quello che stava scomparendo delle culture indiane via via che vengono in uenzati dalle
culture occidentali. Anche Boas faceva questo lavoro, cercava cioè di recuperare quello
che gli indiani avevano prodotto prima del rapporto con l’uomo bianco. Gli indiani
quindi non vengono più visti come autentici in questo approccio, ma corrotti dalla
modernità. Nel raccogliere oggetti però sto prelevando del patrimonio di un popolo e lo
sto facendo mio con un mio paradigma poiché faccio una scelta (di prendere oggetti,
includere popolazioni dalle quali collezionare, di raccogliere la storia degli oggetti, etc).
Nel museo nazionale di arte ad Ottawa ad esempio c’è un angelus che indica l’incontro
tra culture, gli indigeni e l’uomo bianco, ed è considerato manufatto etnogra co: ha
fattezze tipiche dell’indigeno ma è uno strumento tipico, una fonte battesimale, delle
chiese che appartengono alla cultura dell’uomo bianco.

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Lezione 10, 23/03/21
Continuo presentazione del testo La ricerca sul campo. Le fonti scritte non sono
speci che della ricerca sul campo, ma possono essere redatte prima. Possono essere
produzioni scritte che fanno parte della località e che sono inscindibili dalla ricerca,
come quaderni di scuola, lettere, diari, etc. Le fonti scritte sono molto importanti per
dare uno sguardo sulla quotidianità della ricerca sul campo. Tutti i dati raccolti vengono
poi combinati con varie metodologie, in particolare l’eclettismo dei dati e lo studio dei
casi. È interessante mescolare dati che provengono da diversi metodi. Le fonti
ovviamente vanno veri cate, infatti a darsi a un’unica persona è pericoloso perché è
un punto di vista, a meno che la nostra ricerca non abbia un approccio diverso, cioè
una storia di vita. Spesso però si fa a damento su una fonte privilegiata, favorita
dall’antropologo, perché spesso è una persona molto disponibile, parla molto, eccetera.
Un gruppo strategico è un’aggregazione di individui che hanno globalmente, di fronte
allo stesso problema, lo stesso atteggiamento; un gruppo strategico può essere
formato dalle persone che hanno più voglia rispetto agli altri di raccontare, poi ci sono
gli individui più marginali, ma non per questo meno importanti e sono comunque
preziosi. La ricerca sul campo avviene con interazione, concreta o astratta.

Fattori di disturbo: presenti nella ricerca sul campo, lo studioso deve cercare di gestirli.
Conclusioni: lo studioso dà al lettore qualcosa di concreto di ciò che ha indagato, come
dati e descrizioni. Curioso il lavoro di censura sulla fonte, come riportare le bestemmie.

Lezione 11, 29/03/21


Lezione con il professore Pietro Clemente. I libri sui quali ha studiato sono libri non
propriamente antologici, Lettera a una professoressa di Don Milani e l’Autobiogra a di
Malcolm X. Al tempo non c’erano saggi sui quali studiare come oggi. Lui si è dedicato
allo studio del mondo contadino toscano legato al fenomeno della mezzadria. Quando
arrivò a Siena rimase colpito per quanti contadini mezzadri erano presenti nella regione.
Questi contadini spesso non avevano avuto l’opportunità di essere indipendenti. Sono
state le donne a dare una svolta alla situazione creatasi con la mezzadria, perché
appunto erano attratte dalla modernità e preferivano sposare uomini che vivevano o
lavoravano nelle città invece dei contadini, che appunto avrebbero garantito solo la vita
in campagna. Le donne infatti iniziarono a non voler più sposare i contadini, i quali si
trovarono costretti a ricorrere al matrimonio arrangiato dalle famiglie con giovani donne
del Sud Italia che nel loro paese d’origine non potevano sposarsi per vari motivi, come
per cattiva reputazione. Era ovviamente presente un con itto tra i contadini e i cittadini:
i contadini avevano paura di recarsi in città perché venivano presi in giro dai cittadini
per i loro vestiti sporchi o per il puzzo; i cittadini invece guardavano con invidia i
contadini perché questi, avendo il bestiame in campagna, mangiavano carne più
frequentemente. Ernesto de Martino o re una testimonianza di come la ricerca
antropologica funzioni, e questa è vissuta come auto-formazione del ricercatore.
L’antropologia è la disciplina meno presuntuosa, in quanto è sempre aperta ad
apprendere dagli altri, per quanto questi siano diversi dal punto di partenza dello
studioso. Apprendere da altri ci cambia immensamente. L’intervista cooperativa indica
la partecipazione sia dell’intervistatore che dell’intervistato. L’intervista antropologica
viene vista da alcuni studiosi come un innamoramento.

Dibattito sul termine fonte: è giusto usarlo relativo a una persona che abbiamo
intervistato? È prima di tutto una persona, e poi una fonte. Il termine è oggettivizzante,
non c’è bisogno di questa terminologia forse. Ma comunque il nostro linguaggio è pieno
di oggettivazioni.

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Lezione 12-13, (30/03 e 06/04)
Esercizio Storia di vita, scrivere non più di 16.000 caratteri. Come deve essere fatto?

- deve essere un dialogo tra l’intervistatore e l’intervistato e deve essere trascritto;

- deve contenere una parte introduttiva dove riportiamo il rapporto che abbiamo con
l’intervistato, la sua età, dive lo intervistiamo, diamo quindi le coordinate;

- riportare come mi sento e appuntare sul diario di campo le note sul comportamento;

- l’intervista può dividersi in temi e capitoli;

- non si fanno domande dirette, perché è come mettere in bocca all’intervistato le


nostre parole, l’intervistato deve solo essere orientato dalle nostre parole;

- i testi nominati da Pietro Clemente e presenti su Moodle servono per capire come
svolgere meglio l’esercizio su Storia di vita;

- riportare domande fatte da noi e le parole dell’intervistato;

- si può partire da “qual è il primo ricordo della tua infanzia?” Ma anche iniziare a
parlare di un episodio in particolare.


Informazioni per esame

Manuali: Antropologia culturale di Barbara Miller (c’è il riassunto su Docsity); Fare


antropologia di Pavanello (pagine 110-245). Esame: relazione su shock culturale ed
esercizio da etnogra .

Prova orale: 15 minuti massimo. Più che i contenuti, sono importanti gli esempi e i
concetti riportati nei libri.

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