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PLATONE

La primissima produzione filosofico-letteraria di Platone


consiste in una difesa della memoria del maestro e una
ripresa della sua filosofia in funzione anti-sofistica.
Nell’apologia di Socrate, il primo scritto platonico, emerge
la figura di Socrate come modello di filosofo, tutto
consacrato alla ricerca della verità e della virtù, al punto che
il socrate dell’apologia ad un certo punto dichiara: “una vita
senza ricerca non è degna di essere vissuta”.
Nel Critone, lo scritto successivo, viene esaltata la fedeltà
di socrate alla missione filosofica per la quale era stato
condannato, dal momento che socrate si rifiuta di fuggire.
Per Platone i capisaldi dell’insegnamento socratico sono
tre:
- l’unità della virtù che è identificata con la scienza
- l’insegnabilità della virtù
- L’identità tra virtù come scienza e felicità umana

Nei dialoghi giovanili che seguono al critone Platone


affianca all’idea già socratica dell’unicità della virtù e
dell’identità tra virtù e scienza l’idea originale che la virtù
debba realizzare il BENE. Tutte le cosiddette virtù
particolari infatti tendono ad una qualche forma di bene,
dunque è il bene a definire qual è la natura e lo scopo della
virtù: l’utilità, la convenienza, la bellezza sono solo aspetti
diversi di una sola realtà superiore, il bene.
Quindi, ricapitolando: la virtù è conoscenza (o meglio
scienza, cioè una conoscenza che può essere insegnata1), è
la conoscenza è tale perché tende a realizzare il bene.
Nel Protagora, in cui Platone mette in scena il dialogo tra
Socrate e il grande sofista, socrate delegittima protagora, il
quale si definisce Maestro di virtù, quindi uno che è in
grado di insegnare la virtù, che protagora concepisce come
una molteplicità di saperi e abilità, perlopiù linguistiche.
ma socrate gli fa notare che se le cose stanno come dice lui,
è cioè che le virtù sono molte e la scienza è solo una di
esse, allora protagora non può, uno, essere maestro in
generale, perché i saperi di cui si è impadronito, in quanto
non sono scienza, non possono essere trasmessi, sono il
frutto della sua esperienza di vita individuale, non
comunicabile; due, non può, tantomeno, essere maestro di
virtù perché non identifica la virtù come scienza e solo la
scienza può essere insegnata.
In questo dialogo Platone nega dunque alla sofistica ogni
valore formativo, pedagogico e filosofico: la sofistica non
insegna nulla, men che meno la vera conoscenza che è
tutt’uno con la virtù e col bene.
Nel Gorgia, Platone attacca l’arte retorica, cioè l’arte della
persuasione così popolare tra i sofisti, facendo sostenere a
socrate che la retorica può persuadere e ingannare solo
coloro che hanno una conoscenza del tutto inadeguata
dell’oggetto che la retorica avvolge come una cortina di
fumo. La retorica infatti nn ha un’oggetto proprio ma può
essere applicata a qualunque oggetto ed argomento: si può
costruire retoricamente il proprio discorso a prescindere
1 io potrei saper fare qualcosa, ad esempio, e questo mio saper fare sarebbe una conoscenza, ma potrei non
essere in grado di insegnare questo mio saper fare perché potrei non conoscere le leggi razionali che stanno
alla base di questa mia conoscenza pratica e dunque non sarei in grado di trasmettere questo sapere
dall’oggetto del discorso. Ma per Platone è solo la scienza,
che ha un oggetto, a poter produrre discorsi realmente
persuasivi. Ovviamente la scienza in senso platonico ha
sempre per oggetto il bene supremo, perché la scienza è
virtù e come abbiamo detto tende al bene. La retorica è solo
cosmesi, trucco, inganno linguistico che affascina ma non
realizza il bene, questo è il punto. Affascina l’uomo, i bei
discorsi producono piacere nelle anime ma non le
avvicinano al bene e dunque alla felicità. La retorica può
essere utilizzata ad esempio per sfuggire alla giustizia,
convincere gli altri di non aver commesso un crimine che in
realtà si è commesso, ma quest’arte, che produce un
risultato, è nociva, perché come già socrate sosteneva per
l’anima è male commettere un’ingiustizia, piuttosto che
subirla, e se si è commessa un’ingiustizia allora l’anima
può purificarsi solo espiandola attraverso una giusta pena,
cosa che la retorica può permettere di eludere, di evitare.
Nel gorgia c’è un personaggio di nome Callicle, un sofista,
che sostiene che la giustizia e le idee di bene e male sono
puramente convenzionali, sono creazioni umane, è dunque
l’unico bene consiste nel piacere che il più forte è in grado
per natura di procurarsi imponendo la sua superiorità sugli
altri. A questa osservazione socrate risponde che il piacere
non è il bene perché chi persegue il piacere ne è schiavo,
perché il piacere si può definire solo come cessazione del
dolore, cioè soddisfazione di un desiderio, ma ogni
desiderio soddisfatto mette capo ad un nuovo desiderio, ad
una nuova condizione di sofferenza che deve essere
soppressa, in un ciclo interminabile che rende l’uomo
infelice. La felicità è legata al possesso stabile del bene, è il
piacere non è una cosa stabile, così come l’uomo forte non
può procurarsi il bene con la forza, ma solo piaceri.
Solo possedendo il bene, cioè la conoscenza più alta, è
possibile distinguere tra piaceri del tutto nocivi e piaceri di
cui si può fare un buon uso secondo ragione: Platone pone
quindi l’accento sul fatto che solo la ragione può governare
l’anima umana senza che la parte istintiva e irrazionale
dell’anima prenda il sopravvento. La dottrina dell’anima in
Platone assume rispetto al maestro una più definita
connotazione religiosa: se socrate affermava infatti che
un’anima ignorante è infelice in questa vita perché è in
balia di forze irrazionali, Platone sostiene, forse per
spiegare perché i malvagi prosperino sulla terra e siano
felici, che presto tardi l’anima del malvagio sconterà la sua
pena, se non in questa vita in una vita futura, ogni debito
sarà ripagato secondo una dottrina della retribuzione,
dell’equilibrio cosmico. L’uomo buono, cioè il filosofo,
prepara nell’aldiqua la propria buona vita nell’aldilà, o
quanto meno pone le condizioni per una buona
reincarnazione. Se la sua anima è ignorante, quando si
separerà dal corpo non sarà in grado di scegliere con
cognizione una vita felice ed equilibrata: sceglierà piuttosto
una vita di piaceri mondani smodati, di successo, che
sappiamo essere una vita, in realtà, disprezzabile.

IL CRATILO

Partiamo da un presupposto fondamentale: il pensiero del


Platone maturo è fortemente dualistico, questo significa che
ci sono due realtà e due rispettive forme di conoscenza, un
po’ come per parmenide: la realtà soprasensibile è la sola
realtà propriamente detta, e così la conoscenza che la
riguarda è la sola forma di conoscenza reale, vera.
Il mondo sensibile invece, la realtà dei fenomeni, è
sostanzialmente una sorta di copia illusoria e ingannevole
del mondo soprasensibile, pertanto la conoscenza che
riguarda strettamente le cose di questo mondo avrà un
valore di verità inferiore.
Nel Cratilo, che è un dialogo di transizione tra gli scritti
giovanili è gli scritti della maturità è affrontata la questione
del linguaggio.
Per Platone, a differenza che per un sofista, il linguaggio
non è una pura convenziona umana da utilizzare a proprio
piacimento, tuttavia il linguaggio, dal momento che
appartiene al mondo sensibile, che è copia del mondo
soprasensibile, avrà con le cose un rapporto per così dire di
imitazione. Per Platone il nome di una cosa è corretto nella
misura in cui riflette nella maniera più fedele possibile la
cosa nominata, nella misura in cui è un’imitazione fedele
della cosa nominata. Se è fedele alla oggetto nominato così
come esso è il linguaggio, quindi il discorso, potrà essere
considerato vero; al contrario, se il linguaggio si discosta
dalla natura autentica dell’oggetto, sarà falso. In prospettive
diverse, come quelle dei sofisti o quelle di cratilo che è un
Eracliteo, questa possibilità del Linguaggio di dire il vero è
il falso non sussiste: nel primo caso perché i sofisti hanno
liquidato l’idea di verità e pertanto esistono solo discorsi
che persuadono o meno, non discorsi veri o falsi; nel
secondo caso perché secondo gli eraclitei il linguaggio non
è un prodotto umano ma un prodotto della natura, delle cose
stesse, per cui dice sempre il vero.
Per Platone esiste invece un discorso che non è in grado di
riflettere la natura autentica dei fenomeni mutevoli, cioè la
doxa o opinione, il discorso comune degli uomini. E il
discorso che è in grado di riflettere le cose così come sono,
cioè l’episteme (la conoscenza vera)

RAPPORTO TRA IDEE E COSE

Il tipo di rapporto che lega le idee, i modelli eterni, alle


cose sensibili è molteplice:
Per un verso le idee sono la condizione di pensabilità delle
cose sensibili, dobbiamo riferirci alle idee per pensare le
cose, ad esempio per pensare una cosa bella, o virtuosa, o
giusta, dovremo fare riferimento alle idee di bellezza, virtù,
giustizia etc, oppure per pensare i rapporti tra le cose: per
pensare due cose simili o dissimili dovrò presuppone il
concetto di somiglianza e dissomiglianza, così per due cose
vicine e lontane etc.
Per altro verso le idee non sono condizioni di pensabilità,
ma sono proprio le cause concrete delle cose sensibili, sono
condizioni d’essere. Non solo noi possiamo pensare bella
una cosa a partire dall’idea di bellezza, ma la cosa bella
esiste come tale, come bella, perché deriva la sua esistenza
dall’idea di bellezza, perché partecipa in qualche misura del
modello ideale della bellezza.
Platone nel corso della propria vita ritorna spesso sul
problema del rapporto tra cose e idee, che in genere è
espresso o come una rapporto di mimesi, ciòè di imitazione
(le cose sono copie dei modelli eterni), o come un rapporto
di mettessi, cioè di partecipazione delle cose all’essenza dei
modelli eterni (l’albero è tale perché partecipa in una certa
misura dell’albero perfetto ed eterno, dell’idea dell’albero,
ma non essendo l’albero perfetto ed eterno possiede rispetto
a quest’ultimo un grado di essere e di realtà inferiore,
tanto’è vero che l’albero sensibile cambia, ci si mostra
come qualcosa che prima non c’era e che dopo non ci sarà
più, che nasce, cresce e muore).
Più raramente il rapporto tra idee e cose è espresso come
una forma di parusia, cioè di presenza del modello nella
cosa sensibile.

MODALITA’ DI CONOSCENZA DELLE IDEE

Occorre ricordare che Platone costruisce il suo sistema


filosofico in opposizione alla crisi della ragione provocata
dalla sofistica, costruisce il suo sistema per sottrarre il
mondo dei fenomeni all’azione distruttrice dei sofisti i quali
negano che si possa conoscere la realtà delle cose e
riducono la filosofia ad un ad una pura riflessione sul
linguaggio e sui suoi utilizzi politici.
Per poter assicurare al mondo sensibile una certa
conoscibilità e un certo grado di consistenza reale Platone,
abbiamo detto, ancora il mondo sensibile ad un mondo di
pure specie ideali perfette ed eterne. Dunque le cose
sensibili sono nella misura in cui dipendono dalle cose
sovrasensibili e vere in se stesse, cioè le idee.
Ora per Platone occorre spiegare come l’uomo può passare
dalla conoscenza opaca, oscura dei semplici fenomeni
sensibili alla conoscenza luminosa dei modelli eterni. Per
faro recupera e sviluppa portandola alle estreme
conseguenze la dottrina socratica per cui la conoscenza è un
processo maieutico: non è l’esperienza dei sensi a fornirci
nuove conoscenze, l’esperienza non è la fonte da cui viene
versata la conoscenza nel contenitore della mente. La
conoscenza alberga già nel fondo dell’anima umana e
attraverso stimoli opportuni forniti nel corso di un dialogo
filosoficamente orientato questa conoscenza può venire alla
luce dal fondo dell’anima. Sulla scia di Socrate Platone
afferma dunque che la conoscenza non è altro che
reminiscenza o anamnesi, cioè ricordo. Se per socrate le
conoscenze estratte dall’anima si avvicinano alla verità ma
non riescono ad afferrarla completamente, per Platone è
possibile all’anima ricordare integralmente la verità.
Perché? Platone argomenta, recuperando le dottrine già
pitagoriche della metempsicosi/della reincarnazione, che
l’anima, alla morte del corpo si libra nel mondo delle idee e
contempla direttamente le idee. Quando si reincarna in un
nuovo corpo precipita in uno stato di letargia, di sonno, ma
può essere risvegliata attraverso opportuni stimoli che
provengono dal mondo sensibile. Il contatto con i fenomeni
risveglia l’anima e la mette in condizione di ricordare le
idee. Dunque la conoscenza vera è propria è solo quella
che, attraverso la stimolazione dei sensi ad opera dei
fenomeni, genera nell’anima un moto di rammemorazione
delle idee. Questo vuol dire che le conoscenze sono innate,
che il processo di conoscenza è un processo di svelamento
di quei contenuti che già si trovano dentro di noi, e
l’esperienza fornisce solo l’occasione perché l’anima si
riattivi e ricordi i contenuti di conoscenza della sua vita
separata dal corpo. A questo proposito, in un dialogo dal
titolo Menone, il personaggio socrate dimostra questa teoria
delle conoscenza come anamnesi facendo in modo che uno
schiavo del tutto ignorante, poco a poco e adeguatamente
stimolato dalle domande di socrate, riesca a risolvere un
complicato problema di geometria (il problema del calcolo
del valore della diagonale di un quadrato: è un problema
che non poteva essere risolto aritmeticamente perché la
diagonale di un quadrato avente lato x è un numero
irrazionale; il problema può essere risolto solo
geometricamente, la diagonale di un quadrato avente lato x
è uguale al lato del quadrato avente area doppia rispetto al
primo; socrate dò allo schiavo solo degli spunti, ma è
questo’ultimo che, a partire da questi spunti, sviluppa il
ragionamento che gli permette un po’ alla volta di
comprendere la soluzione: ma da dove avrebbe tratto lo
schiavo queste conoscenze matematico-geometriche se non
da se stesso? Questa è per socrate/platone la prova che la
conoscenza è innata, è il prodotto dello stato disincarnato
dell’anima e deve essere solo suscitata attraverso il dialogo)
E’ una teoria che a prescindere dall’aura mitica è
straordinariamente moderna, non solo è stata ripresa da
Kant nel settecento ma l’idea dell’innatismo delle forme di
conoscenza è stata in gran parte ripresa in decenni recenti
da numerosi scienziati cognitivi.
Quindi, in primo luogo, per dare valore alla conoscenza
facendola discendere dalle idee platone elabora una dottrina
della reincarnazione che prevede che l’anima tra una
incarnazione e l’altra conosca pienamente le idee.
Dunque l’anima è immortale, nel Fedone platone adduce tre
diverse possibili “prove” dell’immortalità dell’anima:
l’anima è immortale perché, dal momento che ciascuna
cosa nasce dal suo contrario (caldo dal freddo, luce dalle
tenebre, etc.) la vita nasce dalla morte, per cui alla morte
del corpo evidentemente la vita non può finire, anzi, la vita
incomincia propriamente quando il corpo muore e l’anima
vive, perché si libera e torna alla propria origine, i mondi
superiori.
Un altra prova possibile è quella della somiglianza: l’anima,
non essendo corporea, è simile alle idee, che sono eterne, e
pertanto sarà anch’essa eterna.
Un’altra prova possibile, opposta alla prima, è quella della
“vitalità” siccome l’anima è vita, la vita dipende
dall’anima, essa non potrà morire, perché se morisse
vorrebbe dire che è contaminata dalla morte ma non è
possibile che la vita sia allo stesso tempo morte.
Ora vi ho spiegato l’argomento platonico dell’immortalità
dell’anima funzionale a dimostrare che una conoscenza
vera, certa e stabile è possibile proprio perché l’anima ha
contemplato le idee etc. questo argomento dunque viene
utilizzato per risolvere un problema gnoseologico, cioè un
problema relativo alla conoscenza.
Platone per si trova a dover fare i conti con anche altri
problemi, ad esempio il problema relativo all’esistenza del
male, dell’ingiustizia, della prosperità degli uomini malvagi
etc.
Questo è un problema distinto rispetto al primo. Per mettere
una toppa allo scandalo della prosperità dei malvagi platone
ricorre sempre alla dottrina dell’immortalità dell’anima ma
questa volta la modifica in funzione del nuovo problema.
Nella Repubblica platone fa raccontare a socrate un mito,
noto come mito di Er. Er sarebbe un guerriero morto il
quale inspiegabilmente torna dall’ al di là e può raccontare
quello che vi ha visto: er racconta che le anime degli
uomini malvagi vengono punite, mentre quelle degli uomini
virtuosi sono destinate a mille anni di felicità, dopo i quali
tocca loro scegliere una nuova vita.
A questa operazione di scelta sovrintendono tre dee della
tradizione religiosa greca, le Moire, le tre parche sono la
personificazione del tempo e della necessità. Sono tre
filatrici, ciascuna con un ruolo specifico: la prima, Cloto,
produce il filo della vita, la seconda Lachesi avvolge sul
fuso, l’ultima atropo, che non a caso ha l’aspetto di una
vecchia, lo taglia. Rappresentano rispettivamente, la
nascita, la conservazione della vita e la morte. Nel mito di
Er le anime si presentano al cospetto di Lachesi, la assegna
i turni di scelta su base casuale, lanciando i dadi. Le anime
sorteggiate per prime hanno l’opportunità di scegliere tra un
maggior numero di esistenze possibili, potrebbero quindi
scegliere una vita virtuosa e felice ma non è detto che lo
facciano: in questo mito infatti, le anime non sono
assolutamente sapienti, ve ne sono di più assennate e di
meno assennate, pertanto alcune scelgono vite stolte e
infelici, le vite cioè degli uomini potenti e dediti alla
soddisfazione dei piaceri mondani che li condannano in
ultima analisi all’infelicità, le anime più sagge scelgono vite
semplici che le metteranno in condizione di recuperare più
facilmente il contatto con il mondo delle idee. Dopo aver
scelto le anime bevono alla fonte del fiume Lethe, le cui
acque fanno perdere la memoria, e si ridesteranno incarnate
nel corpo che hanno scelto precedentemente senza ricordare
nulla della loro vita ultraterrena.
Con questo mito platone intende affermare che la vita che
viviamo ce la siamo scelta, per cui innanzitutto non ha
senso lamentarsi della propria esistenza invidiando quella
altrui, dal momento che siamo responsabili di questoo
destino, ma al contrario occorre essere consapevoli che le
vite degli uomini ricchi e potenti e famosi (cioè quel genere
di vite che in genere gli uomini invidiano) non sono in
realtà invidiabili, ma sono il frutto di una scelta dissennata
compiuta nell’al di là da anime poco sagge.