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42 Prima lezione di archeologia orientale

sero le stratificazioni per grandi aree, la tecnica di sfo-


gliare estesi settori seguendo il succedersi in profondità
delle sovrapposte strutture architettoniche, ha consen-
tito la correzione di numerosi errori di interpretazione
e di valutazione. È per questo che, pur impropriamen-
te, si è ripetutamente definita «archeologia stratigrafica
a fondamento architettonico» la tecnica, prevalente nel-
la fase dell’archeologia orientale storica, precedente al-
la scoperta del metodo Wheeler-Kenyon, denominato
spesso, per distinzione, come quello dell’«archeologia
stratigrafica a fondamento geologico», proprio per l’at-
tenzione rigorosa rivolta agli strati come è proprio del-
la geologia per i terreni non antropizzati.

5. Archeologia orientale e archeologia processuale


La ripresa delle attività archeologiche in tutti i paesi del
Vicino Oriente dopo la fine della Seconda Guerra Mon-
diale, gradualmente tra il 1945 e il 1955, è stata caratte-
rizzata dallo scenario fortemente mutato sul piano inter-
nazionale per la finalmente conseguita indipendenza po-
litica da parte di tutti i paesi dell’area e per l’incessante
aspra tensione e instabilità politica, sociale, economica e
anche militare, derivante in primo luogo dal sempre più
drammatico problema della Palestina e dal continua-
mente risorgente conflitto arabo-israeliano, tutt’oggi ir-
risolto. Da un lato, riprendevano esplorazioni archeolo-
giche che avevano fatto la storia dell’archeologia orien-
tale della fase storica, come, per non fare che gli esempi
più vistosi: quelle tedesche di Boghazköy e di Uruk;
quelle francesi di Ugarit, di Biblo, di Susa e di Mari; quel-
le inglesi di Nimrud, di Alalakh e di Gerico; quelle tur-
che di Kültepe e di Alaca Hüyük; quelle americane di
Nippur; e si intensificavano ancora, sistematizzandosi
II. Fasi, metodi, sviluppi dell’archeologia orientale 43

capillarmente, gli scavi in Palestina ad opera particolar-


mente del Servizio archeologico di Israele, con forti con-
tributi degli Stati Uniti e di molti paesi dell’Occidente.
Dall’altro lato, allo stesso tempo, quattro fattori nuovi
cominciarono ad operare con un impatto che avrebbe
portato nel giro di pochi decenni ad un forte rinnova-
mento, talora rivoluzionario, delle conoscenze: 1) im-
prese di scavo di grande respiro su centri urbani di pri-
mario interesse sono ormai concepite in una prospettiva
integrata e secondo una problematica storico-culturale
complessa; 2) anche per l’esigenza di far fronte median-
te esplorazioni concentrate in tempi brevi alla perdita ir-
revocabile di interi distretti destinati ad essere allagati
per la costruzione di dighe sui grandi fiumi, diviene fre-
quente l’abitudine di esplorare piuttosto esauriente-
mente siti di dimensioni decisamente minori localizzati
in regioni molto limitate; 3) si diffonde la pratica delle
prospezioni di superficie come strumento essenziale di
ricerca per una conoscenza scientifica della distribuzio-
ne degli insediamenti sul territorio; 4) gli essenziali sup-
porti forniti dalle scienze naturali, particolarmente per
quanto concerne la cronologia, la paleobotanica e la
zooarcheologia, ma più in generale per la ricostruzione
del paleoambiente, costituiscono elementi fondamenta-
li delle nuove ricerche. Esemplari dell’esito innovativo
che questi fattori ebbero nell’acquisizione di conoscen-
ze sono: per il primo punto, gli scavi italiani di Ebla, in
Alta Siria, condotti dal 1964 da P. Matthiae, che hanno
rivelato, in quaranta anni di attività, insieme all’amplis-
simo complesso degli archivi reali del 2300 a.C. con i lo-
ro oltre 17.000 testi, la cultura protosiriana matura degli
stessi anni e l’eblaita, la lingua semitica scritta più antica
conservata, insieme all’akkadico di Mesopotamia; per il
secondo punto, gli scavi tedeschi, belgi e olandesi, sotto
44 Prima lezione di archeologia orientale

la guida di E. Strommenger, di A. Finet e di A. van Driel,


a Habubah Kebirah/Tell Kannas e a Gebel Aruda, che
fecero conoscere le prime cosiddette colonie protostori-
che sumeriche sul medio corso dell’Eufrate; e, per il ter-
zo punto, la serie di prospezioni americane di R. McC.
Adams, poi affiancato soprattutto da H.J. Nissen, in am-
pie aree della Babilonia, che permisero di ricostruire non
solo i corsi principali e i bracci secondari dell’Eufrate e
del Tigri nell’area dell’alluvio, ma soprattutto la crono-
logia e la dislocazione degli insediamenti in quell’area
cruciale per lo sviluppo delle prime città della storia.
Benché l’archeologia orientale non sia stata né pro-
tagonista primaria, né sensibile partecipe dei radicali
movimenti innovativi che, sotto la denominazione di
«New Archaeology», dalle aree disciplinari dell’archeo-
logia preistorica britannica e dell’archeologia preco-
lombiana americana investirono l’archeologia nel suo
complesso negli anni Sessanta, è indubbio che quegli
straordinari fermenti produssero presto effetti – non
diffusi ed anzi piuttosto episodici, ma comunque non
secondari – anche nel mondo dell’archeologia orientale,
la quale, tuttavia, archeologia di periodi storici non me-
no dell’archeologia classica, si considerava relativamen-
te estranea alle problematiche affrontate con aggressivo
vigore polemico dalle nuove correnti. Una data conven-
zionale di inizio di questa influenza può essere indicata
nel 1968, anno non solo ovviamente dei sommovimenti
sociali diffusi rapidamente nelle Università d’Europa e
d’America, ma anche di pubblicazione di un saggio epo-
cale di Davide Clarke, maestro della scuola di Cam-
bridge, sull’archeologia analitica, un saggio che ha se-
gnato la proposta critica dell’introduzione della teoria
dei sistemi nella pratica dell’interpretazione archeologi-
ca. Il nucleo fondamentale della critica rivolta dalla
II. Fasi, metodi, sviluppi dell’archeologia orientale 45

«New Archaeology» all’archeologia tradizionale era che


quest’ultima si presentava come solo classificazione e
per nulla interpretazione, mentre l’archeologia moder-
na – che, per la sua ispirazione a principi tipici del neo-
positivismo, intendeva assumere i caratteri propri della
conoscenza puntuale, obiettiva ed incontestabile delle
scienze naturali anziché quelli della conoscenza presun-
ta generica, soggettiva e opinabile delle scienze umane –
doveva divenire, ovviamente, interpretazione e com-
prensione.
Il sopravvento del momento dell’interpretazione ri-
spetto a quello tradizionale della classificazione, la
sensibilità crescente alle problematiche economiche e
sociali anche in assenza di documenti scritti, la conside-
razione sistematica delle situazioni ambientali dell’eco-
logia come componente essenziale delle forme storiche
delle culture, l’attenzione primaria rivolta agli aspetti
processuali del mutamento nelle basi strutturali e nelle
forme sovrastrutturali delle comunità antiche, l’assun-
zione nei metodi di valutazione di modelli marxisti,
strutturalisti, antropologici, l’impiego di parametri ma-
tematici e statistici in vista di una formalizzazione effica-
ce e non approssimativa delle valutazioni, la tendenza a
valutare in forma sistemica e strutturale e non frammen-
taria e settoriale le singole evidenze documentarie della
cultura materiale non sono che alcuni degli aspetti in cui
più fortemente le nuove correnti dell’archeologia – che
oggi si definisce appunto processuale – hanno influito
nell’operare dell’archeologia orientale contemporanea.
Si deve accennare al fatto che, nel prolungato e sempre
molto vivo dibattito sulle metodologie e sulla teoria del-
la ricerca archeologica – alimentato in particolare dalla
nuova assai feconda corrente di studi che ripercorre in-
cessantemente le fasi della storia del pensiero e della
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prassi dell’archeologia –, correzioni importanti a posi-


zioni estremistiche iniziali dell’archeologia processuale
sono state apportate negli anni più recenti dalle elabora-
zioni dell’«archeologia post-processuale» e dell’«ar-
cheologia cognitiva», o «archeologia della mente»: in
queste ultime, di contro al pressoché esclusivo interesse
verso gli aspetti economico-sociali delle comunità anti-
che, si attribuisce un particolare rilievo nella ricostru-
zione e nella comprensione delle società antiche alle ma-
nifestazioni del pensiero simbolico.
Mentre è certo che le critiche e le teorie elaborate dai
propugnatori dell’archeologia processuale hanno crea-
to, anche nell’archeologia orientale, spazi di riflessione,
direttrici di ricerca, tematiche di indagine precedente-
mente non frequentate, è altrettanto indubbio che il vel-
leitario e presuntuoso oggettivismo scientistico, ormai
oggetto di aperta autocritica da parte di non pochi degli
stessi archeologi processuali come frutto anacronistico
di un’illusione ermeneutica di eredità positivistica otto-
centesca, ha gravemente nuociuto a molte delle impo-
stazioni di queste pur così feconde tendenze contempo-
ranee. D’altro lato, un problema fondamentale che resta
al centro del dibattito critico dei nostri giorni è il dilem-
ma sull’efficacia interpretativa ovvero sulla falsificazio-
ne potenziale della generalizzazione introdotta dai mo-
delli nella comprensione delle testimonianze del passa-
to. L’applicazione dei modelli in archeologia colma cer-
to lacune e permette squarci di interpretazioni laddove
l’archeologia tradizionale spesso si arrestava alla classifi-
cazione, ma le generalizzazioni da essi introdotte posso-
no finire per essere soltanto un’apparenza, quasi mistifi-
catoria, di una realtà storica, perché le generalizzazioni
per loro natura cancellano ed appiattiscono le specifi-
cità, e le specificità delle culture sono la vera realtà stori-
II. Fasi, metodi, sviluppi dell’archeologia orientale 47

ca profonda di cui l’archeologia si prefigge di ricostruire


la struttura.
Negli ultimi trenta anni del Novecento, le attività ar-
cheologiche sistematiche ed approfondite soprattutto
in Siria, in Turchia ed in Israele sono divenute assai nu-
merose, nell’Alta Mesopotamia e nell’Anatolia centrale
in particolare, con risultati non di rado di grande im-
portanza storica, come nei casi delle identificazioni di
Tell Brak con Nagar; di Tell Leylan con Shekhna e con
la tanto a lungo ricercata Shubat Enlil; di Tell Mozan
con la non meno misteriosa Urkish; di Kushakli con Sa-
rissa. È, tuttavia, nella Siria interna che si collocano, in
anni recentissimi, gli scavi che hanno prodotto gli esiti
più clamorosi, a Aleppo e a Qatna, ad opera di collabo-
razioni siro-tedesche: nel primo caso, sotto un’alta stra-
tificazione classica e medioevale sono riemersi, sotto la
guida di K. Kohlmeyer in collaborazione con W. Haya-
ta, i resti colossali in ottimo stato di conservazione di
uno dei più celebri templi del mondo preclassico, dedi-
cato in periodo paleosiriano, al dio della tempesta Ha-
dad, e decorato con una massa di rilievi intatti in posto
di soggetto mitologico dell’XI-X secolo a.C.; nel secon-
do caso, nell’area del riscavato palazzo del XV-XIV se-
colo a.C., sotto la direzione di M. al-Maqdissi e di P.
Pfälzner, è tornato alla luce un cenotafio reale con ric-
chi corredi funerari degli anni immediatamente prece-
denti la distruzione della città ad opera degli Hittiti.
Malgrado il fatto che i tragici eventi politici degli ul-
timi due decenni abbiano prima rallentato e poi bloc-
cato l’archeologia, soprattutto internazionale, in Iraq, è
proprio nella Babilonia a Sippar e nell’Assiria a Kalkhu
che ad opera di archeologi iracheni – Walid al-Jadir nel
primo caso e Muzahem M. Husseyn nel secondo – so-
no avvenute, come si è detto, le due scoperte maggiori
48 Prima lezione di archeologia orientale

Fig. 7. P. Pfälzner, F. Abdallah, H. Kühne, J. Margueron, P. Matthiae,


B. Jamous.

dell’archeologia mesopotamica degli ultimi settanta an-


ni: il ritrovamento della intatta biblioteca neobabilone-
se del Tempio di Shamash con centinaia di testi lettera-
ri spesso in eccellenti condizioni e quello delle ricchis-
sime tombe inviolate di tre regine dell’impero neoassi-
ro, vissute tra la metà del IX e la fine dell’VIII secolo
a.C.
Un aspetto generale da sottolineare, infine, nelle ten-
denze recenti dell’archeologia orientale per il suo forte
impatto sulle nostre conoscenze in parte già realizzato e
in parte ancora solo potenziale, è l’attenzione crescente
rivolta a regioni fino a pochi decenni fa considerate pe-
riferiche e trascurate: l’ampia regione dell’altopiano ar-
meno, da cui è ormai riemersa con contorni definiti l’ar-
cheologia del potente regno dell’Urartu, un temibile ri-
vale dell’Assiria tra IX e VII secolo a.C.; le aree del
Golfo Persico/Arabico, dove, con ancora diversi gradi
di conoscenze, hanno cominciato ad assumere conno-
II. Fasi, metodi, sviluppi dell’archeologia orientale 49

tati concreti le culture dei paesi che nel Sumer si chia-


mavano di Dilmun e di Magan; fino alle regioni sud-oc-
cidentali e sud-orientali dell’altopiano iranico, dove i
pionieristici scavi americani di W. Sumner a Tall-i
Malyan e di C.C. Lamberg-Karlovsky a Tepe Yahya, nel
primo caso, hanno risolto il dilemma dell’identificazio-
ne del potente regno di Anshan e, nel secondo, hanno
iniziato a riportare alla luce un centro importante di
quello che deve esser stato l’antico paese di Markhasi.
Nell’area iranica ancora più ad est, nella provincia di
Kerman, amplissimi quanto deplorevoli scavi clandesti-
ni – iniziati sembra nel 2001 ed oggi arrestati in manie-
ra definitiva – immettendo sul mercato antiquario mi-
gliaia di reperti di clorite di grande pregio artistico di
una cultura urbana del III millennio a.C., parallela agli
sviluppi maturi e tardi dell’Età Protodinastica della Me-
sopotamia, hanno indotto ad intraprendere nel 2003,
sotto la direzione di Y. Madjidzadeh, ricerche regolari
nella valle del Halil nei siti di Konar Sandal nord e sud.
Questa, che oggi si definisce preliminarmente cultura di
Jiroft e che era certo in relazioni stabili sia con Sumer ed
Akkad sia con Dilmun e Magan dove sono stati trovati
non pochi vasi dello stesso tipo di quelli delle necropo-
li saccheggiate della valle del Halil, è un nuovo elemen-
to importante del complesso quadro delle culture urba-
ne arcaiche dell’area orientale del Vicino Oriente, in
quelle regioni remote dove gli stessi Sumeri collocavano
il paese di Aratta, sui cui antichissimi rapporti con Uruk
furono composti tre ampi poemi sumerici, che alcuni
vorrebbero proprio localizzare nell’area di Jiroft.

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