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Bushido

La Via del guerriero


Trasmissione della saggezza dei samurai

A cura di Marina Panatero e Tea Pecunia


Traduzione di Yoko Dozaki
Traduzione dal giapponese di
YOKO DOZAKI

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano


Prima edizione digitale 2018
da prima edizione nell’“Universale Economica” – ORIENTE
settembre 2013

ISBN ebook: 9788858835494

In copertina: © Corbis.

Quest’opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
A mia sorella Genevienne.
A Marco, per aspera ad astra.
A Tiziana, con cui ho condiviso l’età più leggera.
A Michelizio, che incarna l’autentico spirito
samurai.
Sono tempi terribili, questi.
BRET EASTON ELLIS, American Psycho

In Giappone ci sono stati i samurai, i più grandi


guerrieri che il mondo abbia mai conosciuto. Il
samurai è un culmine, la suprema espressione del
guerriero. Il samurai è sempre pronto a morire. [...]
Ogni volta che c’è la possibilità di morire, la
fiamma della tua vita arde totalmente e ne
scaturisce la più grande intensità.
OSHO, La mia Via. La Via delle Nuvole Bianche

La vita umana è strutturata in modo tale che


soltanto guardando in faccia la morte possiamo
comprendere la nostra autentica forza e il grado del
nostro attaccamento alla vita. Nello stesso modo in
cui per saggiare la durezza di un diamante è
necessario sfregarlo contro un rubino o uno zaffiro
sintetico, per provare la resistenza della vita è
inevitabile scontrarsi con la durezza della morte.
Una vita a cui basti trovarsi faccia a faccia con la
morte per esserne sfregiata o spezzata, forse non è
altro che fragile vetro.
YUKIO MISHIMA, Lezioni spirituali per giovani
samurai
Introduzione
di Marina Panatero e Tea Pecunia

Perché un libro sui samurai, in questi tempi così terribili? Perché, nella
trasmissione della loro saggezza, i samurai ci insegnano a vivere nel
momento presente, a sconfiggere la paura e a non essere più schiavi.
La Via del samurai coniuga forza e saggezza. Il maestro Taisen Deshimaru
in un suo insegnamento orale disse: “Com’è noto, le possibilità del nostro
corpo e della nostra mente sono limitate: è la sorte della condizione umana.
L’uomo non può pretendere di avere la forza fisica del leone, né di eguagliare
la saggezza di Dio. Ma non esiste una Via che permetta all’uomo di superare
i limiti della propria natura? Di andare oltre se stesso?”. La risposta è il
Bushido, la Via del samurai. Nella vittoria sulla paura della morte, nostra
paura primaria, raggiunta attraverso una costante speculazione sulla fine,
sull’impermanenza dell’esistenza e sull’importanza del vivere nel momento
presente emerge l’attualità e l’universalità dello spirito samurai.
Osho, maestro che ha dedicato la vita al risveglio della consapevolezza, ne
La mia Via: la Via delle Nuvole Bianche (Edizioni Mediterranee) dice:

In Giappone ci sono stati i samurai, i più grandi guerrieri che il mondo abbia
mai conosciuto. Il samurai è un culmine, la suprema espressione del
guerriero. Il samurai è sempre pronto a morire: anche per cose di nessuna
importanza è sempre pronto ad accettare la morte. È incredibile...
Ho sentito di un fatto successo trecento anni fa: un samurai, un grande
guerriero, era ubriaco, quando improvvisamente il re lo mandò a chiamare e
lui si presentò a corte. Fece il possibile per rimanere ben sveglio ma era
troppo sbronzo, per cui si dimenticò una regola dell’etichetta: come e
quando ci si deve inchinare di fronte al re. Si inchinò, naturalmente, ma non
proprio come avrebbe dovuto.
La mattina dopo, quando tornò sobrio, si uccise immediatamente. Harakiri è
una parola che avrete sentito: appartiene ai samurai, ai grandi guerrieri. Nel
momento in cui sentono di aver sbagliato... E in questo caso era solo una
questione di etichetta e il re non aveva proferito parola: era un samurai così
insigne che neanche il re lo avrebbe mai rimproverato, eppure si suicidò. Il
giorno dopo, quando il re venne a sapere che il guerriero si era ammazzato,
pianse. Questo samurai aveva trecento discepoli: si suicidarono tutti
immediatamente, perché se il maestro commette un errore, i discepoli
devono seguirlo. E ti sorprenderà, ti sembrerà incredibile sapere che per
cento anni il suicidio continuò, per un fatto così insignificante – altri
discepoli, e poi i discepoli dei discepoli, e tutto perché una volta un
maestro... Ed era una cosa inaudita: un samurai che va dal re ubriaco e
infrange l’etichetta. Roba da nulla! Ma la morte per quella gente è
facilissima. Furono i samurai a creare lo Zen, la più grande tradizione di
meditazione del mondo. Erano veri meditatori.
Questo è ciò che sento io: se non siete pronti a morire, non siete pronti a
meditare. Guerra e meditazione sono sinonimi in un senso molto profondo.
Ogni volta che esiste la possibilità di morire, la fiamma della tua vita arde
totalmente e ne scaturisce la più grande intensità.

E allora entriamo nel mondo dei samurai.


Arduo, quasi impossibile definirli. “Cavalieri” di un tempo e di uno spazio
remoti, non possono essere rivelati senza parlare del loro sistema sociale,
culturale e anche politico, etico, mistico e metafisico. Il samurai non è né un
cavaliere contestualizzato nel ruolo medievale che noi conosciamo, né nel
ruolo assunto più tardi nel Settecento e ancora dopo (fino alla scomparsa del
suo senso intimo) nell’Ottocento, ma assurge a un’entità iconica e ascetica, a
tratti leggendaria, pur mantenendo il radicamento con il vivere quotidiano:
nel samurai il senso della caducità dell’esistenza resta legato al suo opposto,
la quotidianità, con le sue difficoltà, le sue incertezze e con i difetti propri
della natura umana.
Per dare un senso al termine samurai così come è “in sé” è utile indagare il
suo significato etimologico o, per lo meno, ciò che possiamo ricavare da una
ricerca sul contesto in cui nasce, si sviluppa e attraversa le epoche, partendo
appunto dal suo kanji.
Kanji significa “carattere cinese” (il paese del Sol Levante è una nazione
fortemente debitrice alla Cina sotto l’aspetto culturale) ed è esattamente il
metodo di scrittura che i giapponesi hanno importato. I kanji in Giappone
possono avere una lettura differente a seconda che il significato del termine
sia da interpretare come “importato” (cinese) o “indigeno” (giapponese) o
riferito a nomi di persona, luogo o tempo.
Il carattere che esprime il termine samurai, data la natura polisemantica dei
kanji stessi, può avere diversi significati e diverse interpretazioni a seconda
del modo in cui è associato ad altri kanji. Il kanji in oggetto ha più letture: la
prima è samurai, la seconda è habe, le restanti due sono ji o shi e kami. Nel
Giappone antico esso non aveva né la pronuncia attuale né il significato
attuale: dire samurai, oggi, sia nell’isola del Sol Levante o in qualsiasi altra
parte del mondo, indica qualcosa di molto ben definito, che non ha bisogno di
essere spiegato o traslitterato; tuttavia il suo significato originario era ben
altro. Samurai è la derivazione moderna di un verbo che risale al periodo
Heian (7941185): saburau, che significa “essere l’attendente di”, “servire”.
In seguito la lingua ha fatto un ulteriore cambiamento, trasformando saburau
in samorau, aggiungendogli ancora più enfasi e specificità, associandolo
all’allora forma arcaica morau, precursore della forma moderna mamoru (che
significa “proteggere”, “obbedire”, “prendersi cura” e “osservare le regole”).
Tra samorau e la figura rappresentativa dell’azione, il samurai appunto, il
passo è estremamente breve.
Prendendo quindi spunto da queste osservazioni linguistiche, possiamo già
evincere alcune caratteristiche del samurai e dell’inquadramento che aveva
nella società giapponese del passato. Iniziamo con il dire che il verbo
samorau non ha resistito all’incalzare del tempo, mentre il sostantivo samurai
ancor oggi gode di ottima salute e di un grande respiro internazionale e che la
serie di azioni (“proteggere”, “obbedire”, “servire” e “osservare le regole”)
insite nel suo significato, nonché i significati simbolici associati a esso,
delineano una figura imponente, incorruttibile, di animo gentile ma fermo,
che può ergersi super partes, che può servire umilmente un padrone, ma che è
indissolubilmente legata a un comportamento onorevole. Un essere umano
che cerchi di elevarsi costruendo su queste basi una “carriera” votata al
mantenimento e alla difesa di tali principi, arrivando fino a morire pur di
tenerli saldi nel proprio io, non ha alcunché di “comune”.
Per un giapponese la scrittura, e quindi il significato delle parole, e infine
la rappresentazione di un kanji come simbolo (non solo ideografico) sono la
consacrazione della realtà (genjitsu) nella verità (shinjitsu) – che è anche uno
dei concetti fondamentali dello Zen e punto cardine del Bushido –, rivelando
con un semplice tratto di pennello tutte le caratteristiche tangibili, reali e
pratiche di ciò che si è definito scrivendo il kanji stesso. In Giappone, se una
persona indicando qualcuno diceva che era un samurai, quest’ultimo era
senza ombra di dubbio un samurai, e non perché ci fosse, o ci fosse stato, un
passaggio di poteri, una derivazione famigliare, una selezione di casta, ma
semplicemente perché quella persona possedeva tutte le caratteristiche insite
e proprie del kanji con cui era stata definita. Per assurdo, poteva non essere
un samurai per professione, per casta, per elevazione culturale o per rango,
bensì un contadino o un mercante, addirittura un vagabondo, ma rientrava
nella categoria perché possedeva le caratteristiche ideografiche della parola:
egli diventava un samurai a tutti gli effetti e sarebbe stato sempre
riconosciuto come tale. Tutto ciò è senza dubbio vero sul piano linguistico ed
etico, anche se si sa bene che, sul piano storico, i samurai erano inquadrati sia
come casta sia come professione, seppur con ampie eccezioni che
confermano la regola.
“Samurai” contiene anche il kanji shi. Questo indica “gentiluomo” (per
derivazione anche “nobile”). In realtà qui shi è usato come rafforzativo di
un’idea morale che nasce nel periodo feudale, in cui è il bushi, il “nobile
guerriero” o “guerriero gentiluomo” a fondamento del Giappone così come lo
conosciamo oggi.
Bu indica “guerriero”, (arte) “militare”, (arte della) “cavalleria”, (arte
delle) “armi” o (arte della) “guerra”. A causa di motivazioni storiche – che
approfondiremo più avanti – la figura indicata dal kanji bushi è estremamente
rilevante ed evocativa nella società giapponese. Nel corso dell’epoca
preshogunato, la storia nipponica ha assistito a una mole enorme di
combattimenti per il potere tra le famiglie a capo delle diverse province,
combattimenti che si sono susseguiti per un tempo molto prolungato. Il
guerriero, spesso asservito a una di queste famiglie, finì per ricoprire, oltre
che il ruolo di mero combattente, anche un incarico di “nobile”, di
“controllore” o, in taluni casi, persino di “magistrato”. Si consideri inoltre il
fatto che gli stessi capifamiglia detentori del potere erano soliti combattere in
prima persona, nonostante una cultura, un’educazione e uno stile di vita ben
diversi da quelli del soldato comune, sottratto all’agricoltura per difendere il
proprio signore.
La figura del bushi non è rappresentativa del “militare di carriera”, del
“soldato di ventura” o del “mercenario”, ma piuttosto del “maestro d’armi”,
dell’“esperto della guerra”, del “condottiero invincibile” o dell’“eroe senza
macchia” che rinuncia a se stesso per combattere. Inoltre, con tutte le
esagerazioni del mondo nipponico, tra storia e leggenda, di alcuni personaggi
che oggi sono entrati nel mito – persino mentre questi guerrieri erano ancora
in vita si indulgeva sull’enormità e la grandiosità di talune loro gesta –, si
deve pensare a una figura che combatte non solo per i disagi di una politica
chiusa, che risulta nella lotta fratricida tra famiglie regnanti, ma anche contro
ogni genere d’ingiustizia. In pratica, il bushi diventa l’emblema del riscatto
sociale e di un miglioramento del proprio status attraverso la lotta contro
tutto, addirittura contro la propria stessa vita, sperando che questo sacrificio
estremo porti pace, ordine, serenità e crescita. Tutto ciò ci fa comprendere
quanto nell’immaginario collettivo colpisse e rendesse ancora più fuori
dall’“ordinario”, quasi sovrumano, chi fosse possessore del nome che lo
esaltava e che lo ergeva al di sopra del comune mortale, il quale non poteva,
per ragioni di sopravvivenza – essendo contadino, mercante o, addirittura
nobile – sacrificarsi come “guerriero gentiluomo”, consegnando la propria
vita alla morte per il Bene. Non bisogna però confondere alcuni personaggi
giapponesi, sostenuti dalla testimonianza storica, come Hattori Hanzo o Oda
Nobunaga con il Roland o l’Artù delle Chanson de Geste, del Ciclo Bretone
o del Ciclo Carolingio.

È sempre molto forte la tentazione – sia tra gli studiosi sia tra i divulgatori
– di istituire un parallelo tra i samurai giapponesi e i cavalieri feudali europei,
anche per l’indubbio fascino che accomuna queste figure di combattenti. E le
analogie, di certo, non mancano.
Per esempio, queste due classi di guerrieri condividevano la stessa base di
potere, vale a dire, la terra. Di fatto i cavalieri e i samurai incarnano due tipi
di potere feudale che nascevano dall’esigenza di affidarsi sempre più a una
forma di potere locale, essendo venuto meno quello centralizzato. In cambio
della protezione dei feudatari, in Giappone i contadini dovevano pagare tasse,
fornire corvée e svariate tipologie di servizio militare; in questo modo, però,
si venivano a creare forme di coscrizione poco efficaci, quindi si iniziò ad
arruolare milizie nella piccola nobiltà di provincia e nacque una casta di
guerrieri di professione, molto legati da vincoli di fedeltà famigliare.
Similmente, nei regni germanici europei, i piccoli nobili locali, scorgendo
nel mestiere delle armi una valida, rapida e dignitosa opportunità per
arricchirsi, finirono per creare un surrogato dell’esercito fisso, dato che non
potevano assicurarsene uno vero e proprio.
Cavalieri cristiani e samurai rappresentano inoltre élite di combattenti a
cavallo: anzi, fu proprio l’impiego dei cavalli a rendere particolarmente
attraente, in Giappone, questa professione agli occhi dei rampolli della
piccola nobiltà di provincia, così affezionata alle discipline marziali e alla
terra (che i nobili di corte invece snobbavano). E ancora, tanto in Europa che
nel Sol Levante, il rapporto feudale nasce come un accordo privato ma poi
diventa una forma giuridica, sancita da vere e proprie cerimonie pubbliche,
mentre la relazione tra il signore e i suoi vassalli evolve in un solido intreccio
di consuetudini, rapporti sociali, istituzionali e personali.
La guerra è l’unica ragione di vita tanto del samurai quanto del cavaliere
medievale europeo e, viceversa, la loro specializzazione militare e il loro
armamento rendono irrinunciabile la loro presenza su qualsiasi campo di
battaglia. E, particolare non trascurabile, l’armamento, sia difensivo sia
offensivo, è tutto a loro spese.
Non sono poche, però, le differenze che intercorrono tra la classe dei
cavalieri e quella dei samurai, a partire dal fatto che il feudalesimo in
Giappone non si affermò in modo così repentino e traumatico come in
Occidente, dove la caduta dell’Impero Romano segna una data epocale, una
svolta per l’intera storia europea.
E ancora non mancano sostanziali discrepanze sotto l’aspetto culturale: il
samurai non soltanto è alfabetizzato ma è spesso un raffinato cultore delle arti
(poesia, calligrafia, musica, cerimonia del tè) mentre sappiamo bene che il
feudatario europeo è sostanzialmente rozzo sotto questo profilo e analfabeta.
Anche l’idealizzazione della figura femminile, che ispira e sostiene il
cavaliere delle nostre parti, è un dato che lo allontana drasticamente dal
samurai. Infine, la cristianità e la motivazione religiosa sono un motore
connaturato (sebbene spesso più nella retorica che nella pratica, vedi le
Crociate) alla vita e all’attività del cavaliere europeo, laddove l’aspetto
religioso è assente nel caso del samurai e, quando è presente, svolge un ruolo
del tutto diverso, connotandosi più come ricerca spirituale (Zen) che come
campionato al servizio di una Chiesa istituzionalizzata.

Dopo aver associato l’idea di samurai al suo kanji, scopriamone


l’accezione primitiva e l’evoluzione del suo significato.
Il samurai è un combattente, ma è al di sopra dello stesso concetto
“umano” del combattere, perciò, il bushi non indica solo colui che lotta
contro la materialità della vita, ma assurge a qualcosa di sopramondano,
poiché il samurai ha deciso di votarsi al perseguimento di un fine o un bene
più elevato.
Traslitterando e traducendo di volta in volta il kanji nella nostra lingua ne
otteniamo svariati, possibili esiti: infatti nel termine samurai è insito il
concetto di “gentile/nobile servitore (di un signore, di un padrone)”, “nobile
protettore”, “guerriero a servizio (di un signore, di un padrone)”, “nobile
maestro nell’arte della guerra per difendere e servire”, “guerriero che
combatte obbedendo a una regola (o a un principio morale o a una filosofia)”,
“gentile guerriero che si prende cura (del suo padrone, del suo signore)
obbedendo ciecamente a un alto e rigidissimo codice comportamentale di
natura etico-filosofica”.
Tutte queste letture, alcune più complete, altre più semplici, sono valide,
perché non è detto che ogni samurai dovesse per forza di cose confrontarsi
con scelte di carattere etico o di codex belli in senso stretto, ma è altrettanto
vero che ognuno di loro aveva in sé l’anima del “servizio e della protezione”.
È a questo punto che crollano tutte le analogie con i cavalieri romantici e
mitizzati della nostra Europa, siamo enormemente lontani dall’archetipo
arturiano, dove dominano gli amori e le gesta cavalleresche sostenute da un
ideale religioso, quasi monastico, siamo altrettanto lontani dagli originali
Roland e Orlando, in cui predominano l’extramondano, l’onirico e il
fantastico, oltre che l’onnipresente salvataggio dell’amata donzella.
I samurai, “macchine da combattimento viventi”, sono uomini che il
tempo, le gesta e lo stile di vita hanno mitizzato, ma non erano mossi da
alcun fuoco religioso.
Bisogna ricordare quanto il costrutto sociale e politico nel Giappone
feudale fosse fortemente legato alla semantica della scrittura. Ne risulta che è
molto più facile associare una figura, o una classe, o una società, di persone
rappresentandone le caratteristiche attraverso i caratteri ideografici dagli
innumerevoli significati. Se noi, per rappresentarci la parola “cavaliere”,
pensiamo in primis a una persona a cavallo e, a un livello più raffinato,
facciamo riferimento a Roland, Orlando o Artù, alle opere, a notizie storiche
del periodo medievale, agli ordini cavallereschi e altro ancora, a un
giapponese basta scrivere il pittogramma corrispondente per delineare tutto
quello che indica il termine samurai in tutte le sue accezioni.
Da che cosa è mosso il samurai? Qual è l’energia spirituale che delinea il
comportamento dei bushi?
La persona fisica che combatte, il bushi, attraverso un cammino, un
viaggio, un percorso, un’arte, decide di alienarsi dalla sua condizione di
uomo, per trascendere a un servizio, a una missione, a un compito, che lo
porteranno al di là del concetto stesso di lotta, dove il sacrificio di sé eleva la
mera professione. Il termine samurai, così come noi lo interpretiamo e così
come ci arriva dal Giappone, è il punto di arrivo, non di partenza, di un
percorso mirato, duro, inflessibile, pieno di ristrettezze e di regole – talvolta
semplici e pratiche, talvolta assurde per la mentalità occidentale – che
portano a un avanzamento nella gerarchia sociale.
L’apprendimento, la formazione teorica e la filosofia risultano
indissolubilmente connesse a forme di insegnamento buddhiste, scintoiste e
zen fondate sul rapporto maestro-allievo, anziano-giovane, o a esperienze di
vita, in cui l’emulazione e la pratica sono incoraggiate e diventano fonte di
competizione tra le parti o uno stimolo a migliorare se stessi. Per noi risulta
molto strano che si possa esercitare una professione, un mestiere o un’arte,
senza averne una base teorica, ma soltanto tramite esperienze di vita,
emulazione o un costante confronto con il proprio mentore. In realtà, lo
studio di qualsiasi disciplina, in area nipponica, specialmente nel periodo
storico di cui stiamo parlando, tra il Cinquecento e il Seicento, diventa un
percorso pratico che parte dalla nascita e termina solo con il superamento dei
propri limiti, da parte di un discepolo, di un sottoposto, di un giovane o di un
allievo. Il percorso di apprendimento non finisce mai, ma è un’incessante
ricerca della perfezione e del miglioramento, nell’attesa di superare a propria
volta il proprio mentore, il proprio maestro, il proprio collega più anziano o la
propria figura di riferimento.
L’unico scopo della vita di un samurai era quello di prepararsi alla guerra.
O meglio, alla morte.

Pillole, aneddoti e curiosità sulla storia dei samurai

1. Quasi ogni saggio sulla storia dei samurai comincia dalla sua fine,
perché è molto agevole datarne la conclusione, è arduo invece fissarne
l’inizio... Fine della storia: nel 1876 una legge stabilì il divieto di portare la
spada per chi non facesse parte del nuovo esercito imperiale giapponese. Ai
samurai fu di fatto tolto il simbolo della loro stessa essenza.

2. Gli emishi erano tribù bellicose di cacciatori e raccoglitori, discendenti


da quei gruppi protocaucasici che si insediarono per primi nell’arcipelago
giapponese e furono gli antenati degli ainu che oggi abitano l’isola di
Hokkaido. La leggenda vuole che sotto l’imperatore Sujin (200 a.C. circa) fu
assegnata per la prima volta la carica di Seii tai Shogun, “generalissimo che
sopprime i barbari” a quattro generali giapponesi, con il compito di affrontare
gli emishi dell’Est. Si trattava di un titolo a tempo determinato, in quanto, alla
fine dell’impresa militare, il generale lo riconsegnava nelle mani
dell’imperatore. I samurai, secoli dopo, riesumeranno tale titolo (rendendolo
ereditario) per creare il proprio governo militare.

3. Il principe Yamato Takeru (IV-V secolo d.C.), al servizio


dell’imperatore Keiko, rappresenta una figura semileggendaria di samurai
ante litteram. La sua tragica morte a opera di un kami, dopo aver compiuto
gloriose imprese, fonda un caposaldo dell’etica e dell’estetica samurai:
valgono la dedizione e il coraggio, non l’esito dell’azione eroica (che può
anche essere fallimentare) e una morte tragica ma gloriosa è assolutamente da
perseguire. Anzi, il popolo giapponese ha sempre mostrato maggior simpatia
per il valoroso sconfitto che per il vincitore opportunista e incline al
compromesso.

4. Gli archeologi, scavando i tumuli kofun, hanno rinvenuto statuette


(haniwa) che ritraggono guerrieri armati di corazze di bambù e, più tardi, di
piastre, con lancia, spada e arco. Si tratta palesemente di guerrieri appiedati e
noi sappiamo che i samurai sono combattenti a cavallo per definizione:
ebbene, i giapponesi appresero questa tecnica di combattimento soltanto in
seguito alle loro imprese belliche in Corea. Infatti, attorno al 400 d.C. la
fanteria nipponica fu gravemente sconfitta in quel paese da truppe di arcieri a
cavallo e i perdenti scoprirono le potenzialità militari dell’animale che
conoscevano sì da tempo, ma solo come bestia da soma.

5. Un evento storico, che provocò una cesura netta con il sistema statale
più antico (quello centralizzato della corte di Kyoto) e che pose le basi per
l’avvento dei samurai, fu l’arrivo del buddhismo in Giappone. Il monarca del
regno coreano di Paekche nel 552 spedì a Kinmei, capoconfederazione
giapponese, una statua del Buddha, alcuni testi buddhisti (sutra), dei monaci e
una lettera in cui illustrava anche il tornaconto politico che l’adozione del
buddhismo poteva comportare.

6. Tra l’VIII e l’XI secolo d.C. si va affermando l’importanza delle milizie


locali: i rampolli di ricchi agricoltori, notabili di campagna e agenti demaniali
formano gruppi militari, i bushidan, disposti a servire chiunque dia loro una
rendita.

7. L’incubazione e la nascita della classe samurai si colloca nel periodo


Heian (794-1185 d.C.), quando le rivalità fra i vari bushidan si fanno sempre
più accanite e lo stato centrale di Kyoto perde sempre più potere... Ecco che
la parola samurai inizia a diffondersi: nell’ambito dell’amministrazione
privata del clan Fujiwara compare il samurai dokoro, ufficio incaricato di
sbrigare le questioni legate ai guerrieri alle dipendenze di quella potente
famiglia.

8. I Taira e i Minamoto, i più potenti clan di samurai, si affermano a partire


dall’XI secolo, imponendosi (e spesso sopraffacendo i loro stessi congiunti)
come punto di riferimento per tutta la classe guerriera.

9 I samurai dei territori provinciali aspiravano intensamente al titolo di


kebiishi: questo, infatti, consentiva loro di sovrintendere anche alla giustizia e
di procedere ad arresti ed esecuzioni. Tale potere finiva per rendere il
governatore locale una figura quasi indipendente dal governo imperiale,
facendone di fatto il solo e autentico signore feudale della provincia
amministrata.

10. Durante la Guerra dei Tre Anni (1083-1087) Minamoto Yoshiie, noto
come Hachiman Taro ossia “il primogenito del dio della guerra”, dimostrò
grande accortezza strategica. Avvicinandosi al fortino nemico di Kanazawa,
vide uno stormo di anatre selvatiche mutare improvvisamente la direzione del
volo. E rammentò la lezione de L’arte della guerra, il celebre trattato di
strategia militare del cinese Sun-tzu: spesso il comportamento degli animali
rivela la presenza di truppe avversarie appostate. Yoshiie riuscì così a
sconfiggere il clan Kiyowara e pose termine ai disordini di quegli anni.

11. L’antica religione giapponese, lo Shinto, è così radicata nel paese del
Sol Levante da averne connotato alcuni dei tratti culturali più tipici. Il culto
scintoista è ispirato dall’idea di una sostanziale identità fra umano e divino,
ma non possiede un codice morale, né libri sacri, né ha tantomeno elaborato
un’idea di peccato. Le divinità – che sarebbe più corretto definire spiriti o
forze della natura (kami) – sono dotate di poteri creativi e distruttivi, sono
misteriose e soprannaturali, si manifestano negli oggetti naturali, suscitano
timore reverenziale e sono venerate. La divinità suprema è Amaterasu
Omikami, la dea del sole da cui discende la famiglia imperiale. Lo Shinto
esalta di concetto di purezza, che ha finito per promuovere nella cultura
giapponese l’ideale estetico della naturalezza, della linearità e della
semplicità pulita. Il culto autoctono non venne affatto cancellato dall’avvento
del buddhismo, anzi si crearono forme di sincretismo religioso. I nuovi
monasteri buddhisti furono costruiti proprio dove sorgevano i vecchi templi
scintoisti e i kami divennero nient’altro che una manifestazione dell’essenza
della buddhità. E in ciò si ravvisa quell’abilità tutta giapponese di assorbire e
rielaborare gli influssi esterni, facendoli propri, senza tradire le tradizioni.
Che cosa c’entra il matrimonio tra Shinto e buddhismo con la storia dei
samurai? C’entra parecchio.

12. Le rivalità e le accanite lotte del periodo Heian convinsero i buddhisti a


fornire i loro monasteri di eserciti in cui militavano i sohei, veri e propri
monaci guerrieri, abili nelle arti marziali tanto quanto i samurai. Le abbazie
del Monte Hiei e del Monte Nara si trasformarono in fortini inespugnabili.

13. Il primo esempio di seppuku o harakiri di cui abbiamo testimonianza


scritta è quello di Minamoto Tametomo. Difendeva la porta ovest di una
fortezza contro le truppe guidate da Kiyomori, del clan Taira. I nemici lo
catturarono e gli recisero i tendini del braccio per precludergli per sempre la
possibilità di scagliare frecce con l’arco. Infatti, il duello samurai, scandito da
un preciso cerimoniale, a quei tempi esordiva con una dichiarazione rituale e
poi con uno scambio di frecce. Eppure Tametomo guarì e durante il suo esilio
fu in grado persino di colpire sotto il pelo dell’acqua un’imbarcazione dei
nemici di sempre, i Taira, con una sola freccia, causandone l’affondamento.
Poi si ritirò e infine si uccise.

14. Un altro esponente del clan Minamoto, Minamoto Yoshitomo, fu


obbligato dalla fedeltà all’imperatore e dal codice samurai a curare
l’esecuzione capitale del suo stesso padre e dei suoi nove fratelli che, durante
la guerra civile, avevano combattuto nel fronte opposto ed erano stati
sconfitti.

15. Ma “Un uomo non può vivere sotto lo stesso cielo degli assassini di
suo padre” dice un proverbio giapponese, perciò Minamoto Yoshitomo cercò
vendetta tentando un colpo di stato. Gli andò male. Dovette uccidere uno dei
suoi figli che, pur di non finire nelle mani dei nemici, essendo ferito, preferì
la morte. Minamoto Yoshitomo fu infine freddato in un bagno.

16. Il nemico di Minamoto Yoshitomo, Yoshitomo del clan Taira, per una
debolezza tutta maschile causò involontariamente la disfatta della sua
famiglia. Infatti, promise alla bellissima dama Tokiwa, madre di tre figli di
Minamoto Yoshitomo, che avrebbe risparmiato loro la vita se lei fosse
divenuta la sua amante. I bambini furono mandati in un monastero: fra loro
c’era Minamoto Yoshitsune che avrebbe vendicato il proprio clan.

17. La guerra Genpei (1180-1185) fu una delle più rilevanti della storia
nipponica: i due clan rivali, Taira e Minamoto, si scontrarono in un confronto
decisivo che sancì il governo dei bushi, la classe guerriera. Gli eventi della
guerra Genpei forniscono ricco materiale al teatro Noh e Kabuki e,
addirittura, nelle gare sportive che si svolgono nelle scuole giapponesi di oggi
le squadre portano i colori rosso e bianco, quelli delle insegne dei Taira e dei
Minamoto.

18. Nella guerra Genpei gli uomini di Yorimasa Minamoto non ricevettero
le truppe di rinforzo: si attestarono oltre il ponte Uji, sul fiume omonimo,
nella capitale Kyoto e ne tagliarono le assi, tranne quelle portanti, in attesa di
soccorsi che non giunsero mai. Le cronache ci lasciano testimonianza
dell’eroica resistenza degli sohei, i monaci guerrieri, come Tsutsui Jomyo
Meishu che si ritirò dal ponte solo dopo aver collezionato sessantatré frecce
nella sua corazza, lottando contro forze schiaccianti. Quando tutto fu perduto,
i guerrieri iniziarono a fare seppuku e a lanciarsi nel fiume.

19. Yorimasa Minamoto, ferito, si uccise nella bellissima Sala della


Fenice: il suo è il secondo caso di harakiri di cui abbiamo testimonianza
scritta. Prima di sventrarsi, scrisse dei versi di addio dietro il suo tessen
(ventaglio da guerra): “Come un albero avvizzito da cui non crescono più
fiori, triste fu la mia vita, destinata a non portare alcun frutto”.

20. Le cronache relative alla guerra Genpei riferiscono come Taira


Tsunemasa, nonostante l’urgenza dell’avanzata, si trattenne con i compagni
d’arme sull’isola di Chikubushima per dedicarsi al canto e alla poesia. Da ciò
ben emerge la differenza tra i raffinati samurai Taira, abituati a frequentare la
corte, e i rudi Minamoto dell’Est.

21. Il 2 giugno 1183 i Minamoto vinsero grazie a un’astuzia di Yoshinaka:


mentre i Taira attraversavano uno stretto passo di montagna, i Minamoto li
sfidarono in duelli individuali, nella più perfetta tradizione samurai. (Lo
scopo era quello di trattenerli fino al tramonto, per poterli aggirare nel buio.)
Poi liberarono una mandria di tori con torce incendiate sulle corna: gli
animali caricarono i Taira e ancora oggi sul passo di Kurikara alcune statue
taurine rievocano l’episodio che portò i Taira alla disfatta.

22. Hoganbiiki in giapponese vuol dire “solidarietà con il tenente” ed


esprime la tradizionale solidarietà dei giapponesi con chi, pur essendo
sconfitto, merita rispetto per il suo coraggio. Il termine nasce dal grado di
tenente comandante della polizia imperiale conferito a Minamoto Yoshitune
(1159-1189) che per la sua gloria e per la sua morte tragica incarna il più
puro ideale dei samurai.

23. Yoshitune, orfano di padre, venne mandato da piccolo in un monastero


buddhista per divenire monaco, ma emerse presto la sua inclinazione per le
arti marziali e belliche. La leggenda narra l’incontro tra uno Yoshitune
adolescente e il gigantesco monaco guerriero Saito Musashibo Benkei che sul
ponte di Gojo derubava i passanti per raccogliere fondi destinati a una nobile
causa: ricostruire un tempio. Yoshitune lo sconfisse e Musashibo da allora
divenne un suo fedele compagno d’arme.

24. Yoshitune è spesso ritratto con un viso piuttosto femmineo e infatti le


cronache lo descrivono come “un giovane pallido, minuto, dai denti storti e
dagli occhi sporgenti”, “un uomo piccolo dalla carnagione chiara”.

25. I Taira fuggirono recando con sé Antoku, imperatore bambino, e le


insegne imperiali. Queste erano i famosi Tre Gioielli – una collana, uno
specchio e una spada –, dono della dea Amaterasu, che il primo imperatore
aveva lasciato in eredità ai posteri. L’autorità imperiale era
imprescindibilmente legata al possesso di tali simboli del potere.

26. Infiniti dipinti ritraggono un episodio celebre della battaglia di


Yashima (1185). Prima dello scontro, i Taira appesero un ventaglio al
pennone di una loro nave per sfidare i nemici a colpirlo. L’intenzione era
quella di indurre i Minamoto a perdere tempo e a sprecare parecchie frecce.
Ma Nasu Munetaka, un giovanissimo samurai, riuscì a centrare il bersaglio al
primo colpo, infiammando il proprio esercito di orgoglio ed entusiasmo. (Se
non ci fosse riuscito, aveva deciso di suicidarsi.)

27. Nello scontro decisivo della battaglia di Yashima (25 aprile 1185) i
Taira furono definitivamente sconfitti dai Minamoto e si suicidarono in mare.
Ai bambini giapponesi si racconta che i granchi di quel luogo sono gli spiriti
dei samurai annegati nella battaglia navale e che il disegno dei loro elmi
compare sui carapaci di quei crostacei.

28. Sconfitti i Taira, il governo centrale della corte fu costretto a concedere


ampio potere al solo uomo capace di garantire la sicurezza: Minamoto
Yoritomo, che si affrettò a distribuire varie cariche ai suoi fedelissimi,
creando una rete di funzionari-samurai che dipendevano direttamente da lui.
Egli, durante una cerimonia di investitura, consegnava loro spada e cavallo.

29. Nel 1192 l’imperatore Go-Toba conferisce a Minamoto Yoritomo la


già citata carica (vedi punto 2) di Seii tai Shogun che ora, però, diventa il
titolo di governatore militare del Giappone, vitalizio e trasmissibile agli eredi.
30. Comincia così l’amministrazione militare del paese da parte di
funzionari di stirpe samurai: nella storia nipponica tale amministrazione è
nota sotto il nome di bakufu, ossia il “governo della tenda”, perché i generali
durante le campagne militari alloggiavano in una tenda. Ma solo pochi anni
dopo, nel 1199, Minamoto Yoritomo morì cadendo banalmente dalla sua
cavalcatura e lasciò il “governo della tenda” nel caos più totale.

31. Sunetomo, figlio di Yoritomo, divenne shogun ma fu soprattutto un


poeta. Secondo la leggenda, fu avvertito della congiura ordita per ucciderlo
ma, anziché mettersi l’armatura sotto le vesti, lasciò una ciocca dei suoi
capelli e una lettera d’addio. Sui gradini del santuario Tsurugaoka Hachiman,
la divinità bellica protettrice dei Minamoto, il giovane shogun fu pugnalato a
morte da un sicario. Aveva ventisei anni.

32. Nel XIII secolo si assiste a un grande fermento religioso ed esplodono


nuove sette buddhiste, come quella di Nichiren e quella zen del monaco
Dogen: ciò riacuisce le rivalità e i contrasti fra i vari monasteri, in particolare
fra i monaci guerrieri del monastero di Nara, il Kofuku-ji e quelli del Monte
Hiei come l’Enryaku-ji e Miidera nella zona di Kyoto.

33. Qubilay Khan, l’imperatore mongolo nipote ed erede del più famoso
Gengis Khan, decise di invadere il Giappone. Infatti, dopo aver sottomesso la
Corea, il passo verso il paese del Sol Levante rappresentava la scelta più
naturale, anche perché i pirati giapponesi saccheggiavano da anni le coste
della Cina. Qubilay aveva prima mandato ambasciatori per convincere i
giapponesi a diventare suoi vassalli, ma inutilmente, perché Hojo Tokimune,
il giovane shogun, era un samurai di prim’ordine, un seguace dello Zen e si
era sempre rifiutato di sottomettersi.

34. La prima spedizione navale di Qubilay partì dalla Corea nel 1274, forte
di quarantamila uomini. Fu un gioco da ragazzi travolgere i duecento samurai
di guarnigione sull’isola di Tsushima e così i mongoli approdarono a Kyushu.
La cosa più sconvolgente per i giapponesi fu il modo di combattere degli
avversari: i samurai erano abituati ad affrontarsi in duelli individuali con
tanto di dichiarazione, mentre i mongoli combattevano in gruppi, fingevano
di ritirarsi, attaccavano all’improvviso, scagliavano frecce avvelenate. E non
mancavano macchine sconosciute ai giapponesi: catapulte, bombe incendiarie
e palle di ferro. Anche il costume mongolo di infierire sulla popolazione
civile era del tutto estraneo alla mentalità samurai.

35. Ma i bushi si rifecero sfruttando la propria abilità nel corpo a corpo,


mentre gli uomini di Qubilay iniziavano a soffrire per la mancanza di
approvvigionamenti. Un tifone fece il resto, provocando il naufragio e la
morte di tredicimila mongoli.

36. Ma Qubilay ci riprovò a invadere il Giappone via mare nel 1281, con
uno sterminato esercito di centocinquantamila soldati fra mongoli, coreani e
cinesi. Tutto il paese del Sol Levante si unì in preghiera e forse i kami gli
diedero ascolto perché il 15 agosto 1281 un violentissimo tifone distrusse
l’intera flotta mongola. Il fenomeno naturale (o divino) fu battezzato con un
nome famoso in Occidente: kamikaze ovvero “vento divino”. I giapponesi
usano tale parola solo in riferimento a questo tifone. Con lo stesso nome,
all’estero, durante la Seconda guerra mondiale venivano indicati i piloti
suicidi giapponesi che si scagliavano con i loro aerei contro la flotta
americana, per fermare quella che veniva considerata una nuova invasione
mongola.

37. Facciamo un salto di centocinquant’anni. L’imperatore Go-Daigo


iniziò a intravedere la possibilità di riportare il potere nelle mani della corte,
sottraendolo ai samurai del bakufu o governo della tenda. Nel 1331 aveva
preparato un colpo di stato, ma fu tradito da alcune spie e dovette rifugiarsi
nel monastero sul Monte Kasagi, un’autentica fortezza naturale. Tuttavia Go-
Daigo fu catturato dai suoi nemici. Ed è qui che fece la sua comparsa un’altra
figura di samurai leggendario, Kusunoki Masashige, che riuscì in un’impresa
ritenuta impossibile: salvare la situazione, affrontando con un esiguo numero
di samurai migliaia di avversari. Masashige doveva difendere un castello:
schierò duecento arcieri nascosti e mandò suo fratello con trecento cavalieri
su una collina. Quando i nemici tornarono nel proprio accampamento, stanchi
dopo il primo assalto respinto dagli arcieri, si tolsero le armi, ma a quel punto
il fratello di Masashige diede l’ordine di attaccarli. I trecento assediati
uscirono dal castello e fecero una strage. Nei giorni seguenti gli assalitori, che
cercavano di scalare la cinta difensiva, scoprirono che si trattava di una finta
palizzata di canne di bambù che crollò su di loro, rivelando la presenza di una
barriera ben più insidiosa. Quando il cibo finì, Masashige diede fuoco al
castello e con i suoi uomini se ne andò in tutta sicurezza passando proprio
attraverso il campo nemico, nella nebbia del mattino. Ciò dimostra come per
un samurai non esisteva solo il seppuku quale via d’uscita.

38. Con la Restaurazione Kenmu si indica il breve periodo (1333-1336) in


cui il potere tornò nelle mani dell’imperatore. Nel 1334 l’imperatore Go-
Daigo inaugurò solennemente l’era Kenmu, ma si trattava di un’idea del tutto
anacronistica. Il suo più grosso problema erano proprio gli stessi samurai che
lo avevano aiutato a rovesciare il bakufu. Masashige, pur consapevole di
andare incontro alla sconfitta, nel 1336 combatté ancora per il suo signore.
Sopraffatto dai nemici, fece harakiri insieme al fratello e le sue ultime parole
furono: “Vorrei rinascere sette volte per poter distruggere i nemici della
corte”.

39. I giapponesi amano la figura dell’eroe sopraffatto e Kusunoki


Masashige divenne il simbolo stesso della classe samurai e dei suoi valori più
alti (onore e fedeltà). Durante l’invasione dell’isola di Okinawa i kamikaze
portavano il mon, cioè il segno araldico samurai, di Kusunoki Masashige: un
crisantemo fluttuante.

40. Ripristinato il bakufu, ossia il governo militare, i beni dell’imperatore


finirono nelle mani dei samurai. La famiglia imperiale e i cortigiani furono
esclusi dalla vita politica e vissero solo grazie alle concessioni dello shogun.
È tipico del mondo nipponico conservare in vita certe istituzioni, anche se
obsolete, come simboli viventi della tradizione culturale.

41. Inizia ad affermarsi anche la figura dello shugodaimyo che significa


“grande nome”: sono i grandi feudatari che poi si imporranno nei conflitti del
XV e XVI secolo, erodendo il potere degli shogun.

42. Il periodo Muromachi o degli Ashikaga (1333-1573) è considerato una


sorta di Rinascimento giapponese: nonostante le guerre, le arti e il commercio
conobbero una stagione di grande splendore.

43. L’apertura di regolari scambi con la Cina permise l’arrivo di nuove


suggestioni artistiche e filosofiche. Yoshimitsu, che la rese possibile, è lo
shogun che si fece mecenate della cultura classica bushi. In questo periodo i
samurai divennero raffinati cultori delle arti, mentre Kyoto veniva abbellita
da nuovi splendidi edifici. Contemporaneamente si afferma il teatro Noh
come forma di intrattenimento d’élite: danza, canto e recitazione si fondono
in questa rappresentazione lirica permeata di spunti buddhisti, mentre dagli
intermezzi che servivano a distendere il pubblico nasce il più popolaresco
teatro Kabuki. Si diffonde anche il chanoyu, noto in Occidente come
cerimonia del tè, intrisa di simbologie zen, così cruciale che il samurai si
spogliava della spada prima di entrare nelle piccole case di legno dal tetto di
paglia dove si svolgeva il rituale.

44. I samurai iniziano ad amare la bellezza fugace e fragile dei fiori del
sakura, il ciliegio giapponese. La fioritura, spettacolo incantevole che dura
solo tre giorni, è il simbolo di una vita breve ma armoniosa. La leggerezza
con cui i fiori di ciliegio volteggiano nell’aria, prima di cadere al suolo, invita
ad affrontare l’esistenza e la morte con lo stesso spirito.

45. Ashikaga Yoshinori divenne il sesto shogun della sua dinastia nel
1428. Ma ebbe la malaugurata idea di intromettersi negli affari del potente
clan degli Akamatsu, appoggiando il proprio amante omosessuale, Akamatsu
Sadamura, contro il capofamiglia Akamatsu Mitsusuke. Addirittura destinò
alcuni possedimenti di quest’ultimo al suo fidanzato. Akamatsu Mitsusuke si
vendicò organizzando una congiura: nel 1441 il clan festeggiava una vittoria
nel palazzo di famiglia a Kyoto e vi avrebbe partecipato anche lo shogun
Ashikaga Yoshinori. Al momento proprizio, due uomini di Mitsusuke
liberarono i cavalli dalla stalla, spingendoli nel cortile dove si svolgevano i
festeggiamenti. Nel caos provocato dagli animali, alcuni samurai
decapitarono lo shogun e poi se ne andarono indisturbati.

46. L’ottavo shogun Ashikaga fu invece Yoshimasa che assunse la carica


nel 1449, anche se ormai il titolo, come quello di imperatore, si era ridotto a
una semplice formalità, poco sostanziata di potere. Fu la guerra Onin, iniziata
nel 1467, a costituire un elemento di rottura. Yoshimasa avrebbe dovuto
cercare di impedire le violenze, ma essendo più portato per le arti che per la
guerra e la politica preferì abdicare.
47. La città di Kyoto si trasformò nel campo di battaglia della lunga guerra
Onin, subendo saccheggi e incendi che la ridussero in macerie. Alla fine del
conflitto gli shugodaimyo erano stremati e lo shogun sempre più isolato.

48. La stagione storica successiva alla guerra Onin viene definita sengoku
jidai, “periodo degli stati in guerra” o, molto meglio, “era del paese in
guerra”. In questi cent’anni si assistette allo sgretolamento del potere centrale
e alla nascita di un vero e proprio feudalesimo simile a quello dell’Alto
Medioevo in Europa. Perse potere non soltanto lo shogun ma anche gli
shugo-daimyo che avevano dominato la scena durante la guerra Onin.

49. Si affermò il gekokujo, ovvero il sovvertimento delle gerarchie causato


dal trionfo (koku) degli inferiori (ge) sui superiori (jo): nuovi signori della
guerra si conquistarono un potere non più giustificato da una delega dall’alto
ma solo dalla forza delle armi e dalla ricchezza agricola del feudo. La terra
divenne così importante da scatenare uno stato di guerra perpetua nelle
province.

50. Durante il sengoku jidai si forgia e si afferma la figura classica del


guerriero samurai. Le scuole di arti marziali più rilevanti già esistevano ma fu
nel corso di questi cent’anni di conflitti continui che si perfezionarono, e
trasformarono definitivamente il samurai in un soldato d’élite.

51. I nuovi feudatari, senza aspettare autorizzazioni dal potere centrale, si


misero a ricompensare i propri samurai con le terre in proprio possesso, il che
non fece altro che consolidare il senso di lealtà e lo spirito di sacrificio dei
vassalli verso il proprio signore. Il rapporto che si veniva a creare è detto in
giapponese on-giri: on esprime il concetto di debito morale, sociale e
psicologico, e anche il peso della gratitudine verso i superiori (genitori,
antenati ma anche maestri); giri è l’idea per cui è doveroso ripagare il favore
ricevuto e agire secondo le regole della comunità. I superiori devono mostrare
paternalismo, gli inferiori fedeltà e rispetto. On shirazu è uno dei peggiori
insulti in giapponese in quanto significa “colui che non conosce on”.

52. La famiglia imperiale era così povera che il cadavere dell’imperatore


Go-Tsuchimikado restò insepolto per un mese, nel 1500: mancava il denaro
per il funerale.

53. A questo punto si scatenò la setta religiosa armata degli Ikko Ikki:
aderivano alla fede buddhista della Terra pura, i cui seguaci confidavano nel
voto del Buddha Amida per salvare tutti gli esseri senzienti. Sebbene la base
della predicazione fosse assolutamente pacifica, il movimento subì
un’involuzione violenta e i suoi fanatici adepti si diedero un’organizzazione
militare. In essa vigeva l’uguaglianza assoluta: i giuramenti si svolgevano in
cerchio e chi vi partecipava beveva le ceneri delle promesse di fedeltà alla
setta sciolte nell’acqua. Sugli stendardi in battaglia portavano la scritta: “Chi
avanza è sicuro del paradiso, ma chi si ritira soffrirà le pene dell’inferno”.

54. E arrivarono i primi mercanti portoghesi che furono chiamati “barbari


del Sud” o namban. Un grande daimio di nome Shimazu Takahisa (1514-
1571) comprese i vantaggi dei contatti con questi stranieri e fu colpito
soprattutto dai loro archibugi. Takahisa, che doveva essere dotato di un certo
acume, intravide il potenziale bellico di quelle armi e ordinò ai suoi artigiani
di produrne copie. Era nato il tanegashima, l’archibugio giapponese, che reca
il nome dell’isola dove erano sbarcati i primi mercanti lusitani.

55. Ma i samurai più tradizionalisti videro nel nuovo strumento bellico un


insulto ai più autentici valori del bujutsu: un’arma che richiedeva abilità, ma
non di certo la maestria delle arti marziali impiegate nei duelli individuali con
arco e frecce, e che poteva essere assegnata solo agli ashigaru che a quel
tempo non erano ancora considerati parte della classe samurai. Spada e lancia
restarono le armi principali di ogni scontro fino al XIX secolo.

56. Arrivarono anche i cristiani e il primo fu il portoghese Francis Xavier


nel 1549, uno dei fondatori dell’ordine gesuita (accolto dal solito Shimazu
Takahisa). E i gesuiti in virtù della loro cultura, della disciplina e
dell’obbedienza al proprio gruppo piacquero particolarmente ai samurai
giapponesi, agli occhi dei quali assomigliavano ai severi monaci zen.
Addirittura tre daimio si convertirono al cristianesimo, ma nella percezione
dei più questa fede era considerata una filiazione del buddhismo.

57. Le fondamenta del clan Mori, fra tra i più potenti della storia dei bushi,
furono gettate da Mori Motonari (1497-1571). Nel film Ran del regista
giapponese Akira Kurosawa, Mori illustra la parabola delle frecce: invita i
suoi tre figli a spezzare tre dardi singolarmente e poi mostra loro quanto sia
arduo rompere le stesse frecce unite. È un monito a collaborare.

58. Alcuni feudatari, come Takeda Shingen, erano convinti che il vero
baluardo, la più autentica opera difensiva, non fossero i castelli o le mura ma
il corpo dei samurai: in nome di questa filosofia, egli non faceva alcun
affidamento sulle strutture in pietra, considerandole anzi un limite allo spirito
bellico. Sugli stendardi di Shingen campeggiava il motto:

Veloce come il vento.


Silenzioso come la foresta.
Invasivo come il fuoco.
Fermo come le montagne.

59. La Battaglia di Kawanakajima del 1564 fu uno degli scontri più


sanguinosi della storia samurai: vi si affrontarono due tra i più validi
comandanti, Uesugi Kenshin e il già nominato Takeda Shingen (vedi punto
58). Un episodio della battaglia viene citato e raffigurato nell’arte come uno
dei duelli più celebri di sempre: un gruppo di uomini di Kenshin riuscì ad
arrivare alla tenda del generale avversario. Addirittura un samurai, forse
Kenshin stesso, colse di sorpresa Shingen che non fece in tempo a estrarre la
spada e si difese con il suo ventaglio da guerra. Pare incredibile ma fu proprio
così. Questi pesanti ventagli, rinforzati da metallo, servivano ai comandanti
per dare segnali in battaglia ma fungevano all’occasione da vere armi, tanto
che esistevano scuole specializzate nell’arte di combattere con il ventaglio.

60. Il periodo Azuchi-Momoyama, che va dal 1568 al 1598, conobbe tre


grandi unificatori del Giappone. Per descriverne il carattere e il tipo di azione
che perseguirono nella loro vicenda si ricorre a due detti. Nel primo si
immaginano i tre grandi samurai di fronte a un uccellino in gabbia che non ne
vuole sapere di cantare; Oda Nobunaga grida: “Se non canta, lo ammazzerò”;
Toyotomi Hideyoshi dice: “Se non canta, lo convincerò”; Tokugawa Ieyasu
dichiara: “Se non canta, aspetterò”. Fuor di metafora: se Nobunaga era
incline a travolgere l’avversario, Hideyoshi, dotato di maggior diplomazia,
era capace di trovare un accordo con i nemici sconfitti che potessero tornargli
utili. Ieyasu, infine, aveva l’abilità di attendere il momento propizio. Il
secondo detto recita: “Nobunaga raccolse il riso, Hideyoshi lo impastò e
Ieyasu si mangiò la torta”.

61. I generali samurai amavano ammirare le teste recise dei propri


avversari che venivano accuratamente pettinate e poi esposte come trofeo
nelle tende militari.

62. Oda Nobunaga dovette scontrarsi con gli Ikko Ikki (vedi punto 53).
Egli detestava le religioni fanatiche e militanti, che ai suoi occhi
rappresentavano un ostacolo al potere dei samurai, e per questo interagiva
con amabilità soltanto con i cristiani (da cui ricavava però indubbi vantaggi
sul piano militare ed economico).

63. Toyotomi Hideyoshi, considerato il più grande comandante samurai


della storia, riuscì a costruire una fortezza d’assedio in una sola notte per
demoralizzare i suoi avversari. Di lui fu scritto: “Di statura sembra una
vecchia scimmia, ma sul campo di battaglia è un vero dio della guerra”. È
stato definito il Napoleone del Giappone.

64. Hideyoshi emanò due celebri editti: nel 1588 “l’editto della caccia alle
spade” con cui stabilì che il possesso di queste armi era esclusiva dei bushi
(per impedire ai contadini di diventare samurai); e nel 1590 “l’editto delle tre
clausole” con cui sancì che i bushi potevano praticare solo le arti marziali (e
non il commercio e l’agricoltura) e viceversa i contadini potevano solo
lavorare la terra (e mai darsi al commercio e tanto meno al mestiere delle
armi), fatto che congelò la struttura sociale del Giappone.

65. Il successo di Ieyasu portò al paese del Sol Levante una lunga fase di
pace e di grande stabilità interna (gli storici occidentali parlano di “pax
Tokugawa”). Questo periodo che si chiama Edo va dal 1603 al 1867. Il
sistema di governo perfezionato da Ieyasu era misto: creava sì uno stato
nazionale con le sue tipiche competenze, ma allo stesso tempo conservava
una struttura feudale.

66. La piramide sociale, strutturata ora in classi chiuse, vedeva al suo


vertice i bushi, i guerrieri, seguiti poi dai religiosi, quindi dalla casta
produttiva dei contadini, dopo i quali venivano gli artigiani e, per ultimi, i
mercanti, disprezzati come improduttivi nella prospettiva feudale che
caratterizzava allora il Giappone.

67. Anzi, all’inizio del 1600 si assiste a una totale chiusura dei commerci
esteri, cosa che avrebbe comportato il completo isolamento del Giappone fino
al 1856, perché le attività commerciali minacciavano il potere del bakufu. I
cristiani furono perseguitati ed espulsi.

68. Il periodo Edo o Tokugawa fu l’era dei grandi duelli samurai. Infatti,
durante questi due secoli e mezzo di pace, i guerrieri finivano per
perfezionarsi al massimo in vista di guerre che non avrebbero mai affrontato.
Il samurai, ridotto ad amministratore di terre, si impegnava più che mai nello
studio ed esprimeva soltanto nei duelli la sua preparazione marziale. È
un’epoca in cui fioriscono i più svariati stili di combattimento. Il duello era
l’unico spazio in cui poter provare il proprio onore e le proprie virtù di bushi.

69. Il Bushido, la Via del guerriero, divenne un imperativo filosofico


assoluto per la casta samurai, non scevro da veri e propri eccessi. Il bakufu
nel 1663 giunse a vietare per legge la pratica del junshi, cioè il costume di
suicidarsi per seguire nella morte il proprio signore.

70. Uno degli episodi più rappresentativi del junshi e più amati dal teatro
Kabuki è il caso dei “quarantasette uomini giusti”. Il nobile samurai Asano
Takuminokami fu costretto al seppuku per aver violato l’etichetta, ferendo un
rivale villano. Il suo clan fu sciolto, ma i suoi quarantasette samurai decisero
di vivere come ronin per preparare la vendetta che si consumò soltanto due
anni dopo. Il malvagio rivale fu ucciso dalla stessa arma con cui Asano si era
suicidato (questo, almeno, secondo Chushingura). I quarantasette ronin con la
loro devozione verso il signore morto avevano agito secondo il più puro
spirito samurai, ma avevano anche deliberatamente infranto la legge, sicché
lo shogun si trovava in una situazione difficile: per la gente erano eroi ma lo
stato doveva punirli. A quarantasei di loro fu ordinato di fare seppuku, mentre
al più giovane di essi, che aveva solo sedici anni, fu ordinato di vivere per
poter officiare periodicamente le funzioni sacre in memoria degli altri. I
quarantasei furono interrati vicino al loro signore: era il 1702, ma ancora oggi
il luogo della sepoltura è meta di pellegrinaggi.

71. Il periodo Edo vide però anche la crisi della figura del samurai, dovuta
pure a questioni di carattere economico. Infatti, circa il 7 per cento dei
giapponesi, i samurai, viveva alle spalle della popolazione; i mercanti si
erano sì arricchiti, ma godevano di scarsa considerazione sociale; la grande
maggioranza dei bushi conduceva un’esistenza molto più povera dei mercanti
e di certi contadini abbienti; quasi tutte le entrate dei feudi servivano a
saldare debiti e interessi. Alcuni governi produssero conseguenze gravissime,
come quello dello “shogun cane” ossia lo shogun Tsunayoshi (1680-1709)
che, con la sua fissazione di assistere tutti i cani del Giappone, consumò
preziose risorse delle già impoverite casse statali.

72. Un evento storicamente cruciale, ma molto scioccante per i giapponesi,


fu l’arrivo nel 1853 nel porto di Uraga di quattro navi statunitensi al comando
del commodoro Matthew C. Perry. Recava una lettera del presidente degli
Stati Uniti Millard Fillmore che intimava all’imperatore di aprire il paese del
Sol Levante al mondo.

73. I clan più illuminati compresero che il solo modo per evitare che il
Giappone fosse colonizzato dall’Occidente era quello di modernizzarlo.

74. Saigo Takamori è considerato da molti l’ultimo samurai. Robusto, alto


un metro ottanta, valido lottatore di sumo, era il tipico esponente delle
famiglie rurali di piccoli samurai. Nel 1867 le forze imperiali al comando di
Saigo resero di nuovo l’imperatore (il giovanissimo Mutsuhito che assunse il
nome di Meiji) il capo assoluto del Giappone e la capitale fu trasferita da
Kyoto a Edo, che prese l’attuale nome di Tokyo. Gli artefici della
modernizzazione del Giappone furono samurai e anche la maggior parte degli
ufficiali del nuovo esercito imperiale lo era. Ma molti presero a vivere
all’occidentale e a volere lo scioglimento della classe: il punto di non ritorno
fu la legge del 1876 che vietava di portare la spada a chi non appartenesse al
nuovo esercito imperiale. Saigo, che faceva parte del governo, in seguito al
progressivo tradimento dei valori tradizionali, fu indotto dall’amarezza a
dimettersi e a ritirarsi. Ma nel 1877, i suoi giovani discepoli scatenarono una
ribellione contro l’esercito imperiale, a sua insaputa. Dovette capeggiarla, fu
ferito e fece harakiri. Fu presto riabilitato ed è un personaggio amatissimo dai
giapponesi.

La spada, l’anima del samurai

Fedeltà al proprio signore fino al sacrificio estremo, coraggio e un


altissimo senso dell’onore in ogni scontro bellico connotano in modo
indelebile la stirpe dei samurai. Tanto che, ancora in tempi recenti (1912), il
generale Maresuke Nogi, non tollerando di sopravvivere al suo signore,
l’imperatore Mutsuhito, si appellava all’antico aforisma: “Un samurai non ha
due padroni”.
La dedizione dimostrata da questi guerrieri alle virtù militari finì per
fondare un codice di comportamento estremamente raffinato: il Bushido. Non
è un caso che tutti gli altri ordini sociali considerarono i samurai come la
massima espressione dei più autentici valori nobiliari nipponici e che,
secondo gli esperti, essi costituirono la classe guerriera più perfezionata nella
storia del mondo.
Il simbolo del loro status fu il diritto di indossare la spada, tanto che, con la
già citata legge del 1876 che vietava di portarla a chi non appartenesse al
nuovo esercito imperiale, si può dire finito l’ordine dei samurai.
Musashi Miyamoto scrisse che “Per dominare l’arte della spada bisogna
prima addestrare lo spirito”: da sempre, in Giappone, la spada è legata allo
spirito. È uno strumento di vita e di morte, di forza, di onore, di virtù, è uno
dei tre simboli della religione scintoista e dell’imperatore, e anche emblema
della natura divina.
Kendo, che alla lettera significa la “via della spada”, è l’arte marziale più
antica e, di certo, una delle più amate. Il suo ideale fondante è quello
dell’imperturbabilità. Per essere invincibili è indispensabile un atteggiamento
composto nei confronti della morte. Il kendo trae dal confucianesimo il
rispetto per la correttezza e per l’etichetta, mentre deriva dallo Zen le
tecniche di meditazione – che precedono e seguono le sessioni di allenamento
–, lo spirito di sopportazione e il superamento della morte.
E la spada è lo strumento principe di uno dei riti più divulgati della cultura
giapponese, più presenti nell’immaginario collettivo occidentale: l’harakiri, il
“taglio del ventre”, un genere di suicidio che il mondo nipponico non
condanna, anzi celebra. In Giappone chi si toglie la vita è una persona da
rispettare profondamente, non un debole. Il seppuku o harakiri rappresentò
una parte molto importante del codice di disciplina samurai in epoca feudale.
Hara significa “addome” e l’addome era considerato una parte nobile del
corpo umano, quella in cui risiedeva lo spirito, il ki del guerriero. Il seppuku
si configurava come un privilegio del samurai, che si rifiutava di cadere nelle
mani degli avversari o che voleva esprimere un profondo gesto di protesta
verso un superiore. Durante il periodo Edo l’harakiri diventò una forma di
pena capitale: se l’esecuzione per un samurai rappresentava un’onta,
permettergli di togliersi la vita con il suicidio rituale era un modo di
consentirgli di andarsene con onore, conservando il rispetto collettivo.
Il guerriero si lacerava il ventre con due profondi tagli (da sinistra verso
destra e poi verso l’alto), in posizione seiza (seduto in ginocchio), per evitare
che il suo corpo cadesse disonorevolmente all’indietro. Contestualmente, il
suo più fedele compagno o attendente lo decapitava per risparmiargli una fine
lunga e dolorosa, ma soprattutto per evitare che il dolore scomponesse il
volto del samurai. Svolgere il compito di kaishakunin, ossia decapitare chi
eseguiva il seppuku, non era cosa da nulla: richiedeva estrema perizia
nell’uso della spada e un enorme controllo delle proprie emozioni.
È noto come, durante il seppuku di Yukio Mishima, il discepolo, amico e
forse amante dello scrittore, Masakatsu Morita, sbagliò addirittura per due
volte il colpo di grazia e Mishima venne finito da una terza persona.
Masakatsu Morita si uccise per la vergogna. (Secondo un’altra versione era
già previsto che facesse harakiri.)
La spada è così rilevante per la cultura giapponese che un leggendario
maestro artigiano di spade, Sadaichi Gassan (1907-1995) fu incluso nella lista
dei Tesori Nazionali Viventi nel 1971. Temperava le sue creature con un
metodo segreto e di lui si diceva che sapesse ridare vita alle anime dei
samurai.
In conclusione riportiamo le parole di Yamaoka Tesshu, fondatore della
scuola Muto-ryu e del kendo moderno:

Per anni ho forgiato il mio spirito attraverso lo studio dell’arte della spada
affrontando con fermezza ogni sfida. Improvvisamente le mura che mi
circondavano crollarono; come pura rugiada che rifletteva il mondo con
cristallina chiarezza, era giunto il risveglio totale.
Usare il pensiero per analizzare la realtà è un’illusione.
Se ci si preoccupa per la vittoria o la sconfitta, si perderà tutto.
Il segreto dell’arte della spada?
Il fulmine taglia il vento di primavera.

Le donne samurai

Tomoe Gozen era la moglie di Minamoto Yoshinaka e rappresenta uno dei


rarissimi casi di donne samurai di cui abbiamo testimonianza scritta nelle
cronache. Combatté a fianco del marito ai tempi della guerra Genpei e gode
ancor oggi della massima considerazione da parte della cultura nipponica. La
ritraggono rivestita dell’armatura lamellare nota come yoroi e di lei narrano
che fosse una guerriera spietata e incurante della morte.
Un’altra donna, Hojo Masako, fu invece soprannominata dai suoi
contemporanei amashogun (monaca-shogun). Era la moglie di Minamoto
Yoritomo (vedi punti 28 e 29) e si era ritirata in un monastero. Ma rimasta
vedova (1199), poiché i suoi figli erano ancora bambini, si intromise
strategicamente nella gestione del governo, anche grazie all’abile direzione di
suo padre, Tokimasa.

I ronin

Il ronin è un “outsider”, una figura allo stesso tempo patetica e


affascinante. Il ronin è il samurai senza signore, perché il suo signore è morto
in battaglia oppure perché il ronin stesso è stato cacciato per aver commesso
uno sgarro, un’infrazione o, più banalmente, per motivi politici. Costretto al
vagabondaggio, vive un’esistenza tragica, viaggiando per il paese e
offrendosi come samurai prezzolato a personaggi spesso privi di scrupoli.
Purtroppo il ronin difficilmente riesce a trovare un altro signore di cui
diventare samurai, perché la sua stessa condizione fa dubitare della sua
fedeltà e del suo onore. E, del resto, lo status di (ex) samurai gli impedisce di
intraprendere qualsivoglia altro mestiere, perché, per esempio, il commercio
era giudicato nocivo e indegno di un guerriero: avrebbe finito per arricchire
alcuni a danno di altri; fin dai tempi antichi fu vietato ai samurai di
intraprendere attività commerciali (e dovettero quindi vivere per secoli con
una rendita fissa). Spesso a un ronin non restava altro che il seppuku, un
modo dignitoso per fuggire da una condizione disperata. Ed era frequente che
un ronin bussasse alla casa di un signore, domandando di potersi suicidare in
un angolo del suo giardino (nella speranza, in realtà, che il padrone di casa si
impietosisse e venisse in suo aiuto).
Una curiosità: nel Giappone attuale il termine ronin si usa anche per
indicare quegli studenti che non riescono a superare l’esame di ammissione
all’università che hanno scelto e che perciò vagano in cerca di una
collocazione, per uno o più anni, come i disperati ex samurai del periodo
feudale. Stando al significato letterale del termine i ronin sono gli “uomini
delle onde”, cioè “uomini alla deriva”.
I samurai e lo Zen
Zen vuol dire semplicemente “meditazione” e designa una scuola
buddhista nata in Cina e sviluppatasi più tardi in Giappone. Il termine
giapponese zen arriva però da lontano, dal cinese ch’an, che a sua volta viene
dal pali jhana che corrisponde al sanscrito dhyana. E con il sanscrito siamo
giunti in India, patria del Buddha. Perché il buddhismo ebbe qui la sua culla
ma poi conobbe un’ampia diffusione missionaria fino all’Estremo Oriente.
Lo Zen invita a svuotarci di tutto ciò che ci occupa: spazio, tempo,
affermazione, negazione, bene e male. Per farlo, viene raccomandata la
meditazione che condurrà all’illuminazione, che in giapponese è detta satori,
il risveglio improvviso che supera la mente e le sue dinamiche,
quell’esperienza inesprimibile di conseguimento del nirvana, lo stato
indefinibile oltre la vita e la morte a cui ogni essere aspira.
La meditazione zen è un addestramento alla consapevolezza, ad
addomesticare “la scimmia della mente”. Al riguardo Osho dice:

Lo Zen è te, semplicemente. Se sei pronto a scivolare sempre più


profondamente dentro di te, rimanendo in un profondo rilassamento... non è
una vittoria, è solo un ricordarsi che la buddhità è la tua natura.

E ancora:

Lo Zen è la vostra natura; che lo sappiate o no non fa alcuna differenza. Se


lo sai, non incespicherai inutilmente, non continuerai a cadere nella stessa
buca. Se lo sai, camminerai come un uomo che vede; se non lo sai,
camminerai... avrai gli occhi, ma chiusi. Per tutta la vita continuerai a
soffrire inutilmente per infelicità, tensioni, ansie; ma per quanto riguarda la
tua natura interiore non fa alcuna differenza: tu rimani sempre un Buddha.

Nell’ambito dello Zen esistono due sette principali, Soto e Rinzai, che
applicano metodi diversi, in quanto la scuola Rinzai sostiene la via
dell’illuminazione improvvisa e la scuola Soto quella dell’illuminazione
graduale. Perciò Rinzai ricorre a metodi bruschi e violenti (non per niente fu
definita la “scuola dell’urlo e del bastone” a causa dei metodi poco gentili dei
suoi maestri) e ricorre anche ai famosi koan, quesiti o frasi paradossali che il
maestro propone ai discepoli per aiutarli ad andare oltre il pensiero razionale
e a illuminarsi, cosa che non si ottiene di certo con la speculazione filosofica.
Si tratta di una forma di provocazione che aiuta a liberarsi dai
condizionamenti mentali. Per esempio, il celeberrimo maestro Hakuin (1686-
1769) soleva proporre il seguente koan: “Qual è il suono dell’applauso fatto
con una mano sola?”. Non si tratta né di un indovinello, né di un gioco di
parole. La risposta arriva dal vuoto mentale ed è un lampo di intuizione.
Potrebbe essere: “Pazzo che non sei altro! Non puoi applaudire con due mani
e pretendi di farlo con una sola”, perché la realtà ultima è indifferenziata e in
essa non sussistono né mani né applausi.
Un altro famoso koan recita:

Riko chiese al maestro zen Nansen: “Se un uomo chiude un pulcino in una
bottiglia e lo nutre, come farà a fare uscire l’oca senza ucciderla o senza
rompere la bottiglia?”.
Il maestro Nansen batté le mani e urlò: “Riko!”.
Riko rispose: “Sì, maestro”.
Il maestro Nansen disse: “L’oca è fuori”.

Non è possibile risolvere un koan, si può solo dissolverlo. Per questo è


necessario un risveglio, è necessario passare dallo stato di sogno allo stato di
veglia, di presenza attenta.
La scuola Soto, che persegue invece metodi quietistici, sostiene che per far
emergere la natura buddhica originaria sia necessario purificare la mente con
lo zazen o pratica della meditazione seduta, che si esegue “semplicemente”,
ossia “senza sforzo”, nel quieora, in completa presenza mentale, senza
perseguire obiettivi e senza nutrire aspettative.
Samurai e shogun attraverso lo Zen aspiravano a conseguire disciplina
fisica e mentale, autocontrollo e sviluppo del ki. La meditazione zen
permetteva al guerriero di raggiungere la compostezza e il vuoto mentale
necessari alla battaglia. I maestri zen dicono: “Attraversa il fiume, ma
ricordati che l’acqua non può toccarti”. Inoltre lo Zen fonda lo spirito di tutte
le arti marziali. Il più grande insegnamento dello Zen trasmesso ai samurai è
l’impermanenza dell’esistenza che libera dall’attaccamento – a cose, a
persone o a idee – e l’importanza di vivere nel momento presente, nel
quieora.
Il maestro Taisen Deshimaru, in un suo insegnamento orale illustrò
icasticamente la fusione di Bushido e Zen, in sette punti fondamentali:

Gi: la decisione giusta ed equanime, l’atteggiamento giusto, la verità. Quando


si deve morire, è necessario morire.
Yu: l’abilità, il coraggio.
Jin: l’amore universale, la benevolenza verso tutti gli esseri senzienti.
Rei: il retto comportamento.
Makoto: la sincerità totale.
Melyo: l’onore e la gloria.
Chugi: la devozione, la lealtà.

E l’influenza dello Zen sul Bushido in cinque aspetti:

La pacificazione delle emozioni.


L’accettazione serena dell’inevitabilità.
La padronanza di sé in ogni frangente della vita.
La vicinanza con l’idea della morte.
La pura povertà intesa come non attaccamento.

L’imperatore Wu chiese a Bodhidharma: “Qual è la verità sacra del


Buddhismo?”. Bodhidharma rispose: “Il vuoto senza confini, con niente di
sacro dentro”.
Storia Zen

Lo Zen non è altro che aprirsi al cosmo. Tu scompari, solo l’esistenza


rimane.
OSHO

“Che colore ha il vento?”


Koan Zen

Che cosa ci insegnano i samurai?

Per chiudere il cerchio con la domanda di apertura, che cosa ci insegnano i


samurai? Nel rispondere, ci avvaleremo anche di alcune riflessioni di un
cultore autentico della crescita personale, che esplicitamente non parla di
samurai, ma (forse a sua insaputa) lo fa spesso. Si chiama Carlos Calçada
Bastos.
Tutti abbiamo paura. Ma se smetti di provare ad andare oltre, hai già
ammainato la vela dell’esistenza e non sei più al comando del tuo vascello.
Nessuno vive a pieno regime: possediamo moltissime risorse inutilizzate e,
tuttavia, le circostanze finiscono per rivelarsi il nostro alibi. In che senso? Le
circostanze della vita – lutti, dolori, avversità, rovesci di fortuna, tradimenti,
malattie –, che colpiscono indiscriminatamente ogni essere, per la maggior
parte dell’umanità diventano macigni per non scegliere, per non agire. Al
contrario, i samurai erano persone risolute e costantemente in gioco,
nonostante tutto. Erano determinati, pronti a fare qualsiasi cosa fosse
necessario fare. Perciò, i samurai ci insegnano che ciò che può renderci
straordinari non saranno le nostre qualità intrinseche, ma le scelte che faremo.
Eppure, la nostra mente ci fornisce costantemente scuse e giustificazioni per
non compiere determinate scelte. La nostra mente tende a riportarci nel
confortante schema di ciò che già conosciamo, anche se ci fa soffrire.
Perciò, dobbiamo prestare molta attenzione alle domande che rivolgiamo a
noi stessi. Se ci domandiamo: “Ce la farò?”, implicitamente la nostra mente
sottintende la possibilità di fallire. Ma chiedendoci: “Come ce la posso fare?”
riveliamo uno spirito che ci crea una molla per l’azione. “Come ce la posso
fare?” è la domanda giusta.
Ma che cosa ci trattiene dall’incarnare nelle nostre vite l’autentico spirito
samurai? Pigrizia e paura. La pigrizia è costantemente giustificata dalla
nostra mente e, quanto alla paura, ecco, la paura è connaturata al genere
umano. Il novantanove per cento dei nostri simili, probabilmente come noi,
teme la morte, il dolore, le malattie, teme di non essere amato (spesso a
livello inconscio) e teme di fallire. Ma è esattamente la paura di fallire ciò
che farà di te un fallito. Perché la paura di fallire ti paralizza, non ti fa
neppure tentare, ti conduce all’inazione.
La vita in futuro non sarà più docile o più clemente nei nostri confronti. La
vita proseguirà secondo le sue regole dinamiche, impermanente e fluida, in
costante trasformazione. I samurai ci insegnano a prepararci alle sfide, perché
in fondo la paura non è altro che una proiezione del nostro passato sul futuro.
Per esempio: sono soltanto un bambino e un cane mi ha morso. Ecco che avrò
sempre terrore dei cani, proietterò la brutta esperienza della mia infanzia
sull’intera vita adulta.
E la paura della morte? Come si spiega la paura di un’esperienza che non
abbiamo mai vissuto in precedenza (a meno che non si creda nella
reincarnazione)? È in realtà paura del dolore, paura della separazione dai
nostri cari e paura della fine del tempo a nostra disposizione. Yamamoto
Tsunetomo in Hagakure dice:

La Via del samurai va cercata nella morte. Medita ogni giorno sulla sua
ineluttabilità.
Ogni giorno, quando niente turba il nostro corpo e la nostra mente,
dobbiamo figurarci la nostra fine: trafitti da frecce e lance, trapassati dalla
spada, inghiottiti da flutti impetuosi, divorati dalle fiamme, folgorati dal
fulmine, travolti dal terremoto, precipitati in un abisso senza fondo, uccisi
dalla malattia o da morte improvvisa. Dobbiamo cominciare il giorno
pensando alla morte.

E Yukio Mishima, in Lezioni spirituali per giovani samurai, si riappropria


di questo insegnamento:

La vita umana è strutturata in modo tale che soltanto guardando in faccia la


morte si può comprendere la nostra autentica forza e il grado di
attaccamento alla vita.

I samurai ci insegnano a chiederci: “Il tuo vascello è pronto a navigare in


questo oceano? È preparato ad affrontare le burrasche del mare aperto?”.
Aver coraggio non significa non avere paura, o reprimerla, ma saperla
gestire. Il vero atleta di certo non permette alla paura (che tuttavia sente
dentro di sé) di minare le sue prestazioni. Il primo passo per diventare
samurai si rivela perciò la decisione, la decisione di passare attraverso ogni
paura. Se lasci che una paura alligni dentro di te, essa si ingigantisce e ti
domina. Ecco che i samurai ci insegnano a spostarci oltre le nostre abitudini
mentali. Devi comprendere e dissolvere la paura. Osho dice:

Vedrai il corpo che trema, vedrai la mente che trema, ma arriverai a


percepire un punto dentro di te, un centro profondo che rimane
imperturbato, che non è affatto intaccato.
La tempesta ti scuote, ma da qualche parte all’interno del tuo essere esiste
un centro che non ne è toccato: il centro del ciclone... e solo quando si
consegue quel centro si smette di aver paura, si diventa impavidi.

E dunque: “Per rinascere, prima, devi suicidarti”. Devi uccidere la persona


che eri in passato per diventare una persona nuova. Senza esitazione, senza
indulgere nell’autocommiserazione. Devi essere centrato e fare accadere le
cose: perché molti si limitano a fare le cose che hanno voglia di fare, ma il
samurai fa quello che c’è da fare. Malgrado le circostanze.
I samurai ci insegnano la responsabilità di generare gli eventi nella nostra
esistenza. Non conoscono vie di mezzo. Sono determinati.
Gli ostacoli rappresentano solo una forma d’arresto temporanea per il vero
samurai. Il vero samurai non è incline al compromesso. Mette sempre alla
prova se stesso. Valgono le parole di Sun-tzu:

Se conosci il tuo avversario e conosci te stesso, potrai combattere cento


volte e cento volte vincerai.
Se non conosci il tuo avversario e conosci te stesso, le possibilità di vittoria
saranno pari alle possibità di sconfitta. Se non conosci il tuo avversario e
non conosci te stesso, conoscerai solo sconfitte.

Perché, purtroppo, in questo universo non ci è dato di restare immobili: o


progrediamo o regrediamo. È un aut aut: evoluzione o involuzione è il nostro
ritmo, costantemente.
I samurai ci insegnano ad affrontare ripetutamente ciò che ci spaventa, ciò
che ci terrorizza. Perché la pratica è, in fondo, l’unica causa del fallimento e
dell’errore. Come si diceva un tempo: “Solo chi non fa non sbaglia”. Perciò,
dobbiamo iniziare ad amare l’errore, se vogliamo evolvere (“Sette volte cadi
e otto rialzati”). Sbagli, alzi il tuo livello d’attenzione e impari a non
commettere più lo stesso errore. Perché ogni errore commesso porta con sé
una o più lezioni... e, quando il discepolo è pronto, il maestro appare.
Il samurai, se vuole attirare su di sé tutte le energie dell’universo, pratica
incessantemente, ancora una volta, correggendosi.

L’addestramento non finisce mai.


YAMAMOTO TSUNETOMO
Hojo Shigetoki

Hojo Shigetoki (1198-1261) discendeva da una potentissima famiglia e il


suo clan ereditò la reggenza dello shogunato del Giappone quando lui era
ancora un bambino. A venticinque anni ricevette la carica di governatore
militare della provincia di Suruga e successivamente quella di rappresentante
dello shogun a Kyoto. Verso il termine della vita prese i voti, divenne
monaco buddhista e si ritirò presso il tempio Gokuraku, che lui stesso aveva
contribuito a fondare, dedicando i suoi ultimi anni alla meditazione.
Hojo Shigetoki non era un uomo di lettere, tuttavia ha lasciato scritti
notevoli, il cui tono predominante è quello del testamento morale. Infatti, è
indirizzato al figlio e ai membri della sua casata il Gokurakuji-dono
Goshosoku, composto intorno al 1256. Nel testo l’autore sintetizza i doveri
etici e i precetti per il comportamento ideale del vero samurai che riveste
un’importante carica, eppure, allo stesso tempo, l’opera è permeata dagli
insegnamenti buddhisti dell’impermanenza della vita, dell’importanza del
karma e dalla compassione verso tutti gli esseri viventi.
Questo mondo impermanente è davvero un sogno nel sogno. Gli uomini di
ieri non ci sono più oggi, e non è certo che quelli che vivono oggi ci siano
domani. Il destino dell’uomo non si cura di attendere il tempo di un respiro. Il
sole sorto al mattino cala dietro la vetta di una montagna di sera, e la luna
sorta la sera segna l’inizio del nuovo giorno. I boccioli fioriti aspettano
l’arrivo del temporale. Da tutte queste cose si capisce che la transitorietà non
si limita alla vita dell’uomo.

Non si dovrebbe risparmiare la propria vita né qualsiasi cosa a cui si


attribuisce un valore.

C’è dell’errore nella ragione e c’è della ragione nell’errore. È una cosa da
capire bene.
L’errore nella ragione accade quando siamo così sicuri di essere nel giusto
da spingerci fino a danneggiare non noi stessi, ma qualcun altro. In ciò
consiste l’errore nella ragione.
La ragione nell’errore accade quando un uomo è sul punto di perdere la
vita e un altro lo aiuta, senza giudicarlo per gli innumerevoli sbagli che
potrebbe aver commesso. In ciò consiste la ragione nell’errore. Chi dispone il
proprio cuore ad agire in questo modo, aiutando il mondo e i suoi abitanti,
susciterà la devozione di quanti lo vedono e lo ascoltano. E non gioirà
immensamente l’uomo che ha aiutato? E se anche costui e gli altri non ne
gioissero, egli si sarà guadagnato la benevolenza degli dèi e dei Buddha, che
lo proteggeranno in questa vita e lo assisteranno in quella futura.

Non è onorevole che un uomo tratti bene chi ritiene meritevole e male chi
ritiene indegno. Persino i cani e altri animali fanno le feste e scodinzolano
quando qualcuno li tratta bene, ma abbaiano e scappano da chi li tratta male.
Se ci si mostra gentili con le persone scortesi, queste cambieranno
atteggiamento: è nella natura umana; va da sé essere amabili con le persone
cortesi. E se anche le persone rozze non cambiassero comportamento, chi le
tratta comunque bene si guadagnerebbe l’affetto degli dèi e dei Buddha, e
quanti testimonieranno le sue azioni lo loderanno.

Quando ci si accinge a comprare qualcosa, si dovrebbe dire esattamente e


subito quel che si desidera. Quando è troppo costoso, non si dovrebbe
acquistarlo. Mercanteggiare a lungo è volgare e anche comprare pagando un
prezzo inferiore è un crimine, perché chi vende si guadagna da vivere con il
suo commercio.

Non si dovrebbe parlare degli errori altrui, neppure se si sta scherzando.


Perché anche se lo si fa con l’intenzione di ridere, ciò potrebbe rivelarsi
imbarazzante per qualcuno e questo è indice di terribile leggerezza. Quando
si scherza, lo scherzo dovrebbe essere piacevole per tutti. Si dovrebbero
mostrare moderazione e una profonda compassione in ogni situazione.

Un cuore puro non conosce l’avarizia e l’assenza di avarizia sarà di aiuto


nella vita futura. Si dovrebbe capire che questo mondo è un sogno che passa
in un istante.
Shiba Yoshimasa

Shiba Yoshimasa (1350-1410) fu un amministratore dotato – rivestì la


carica di kanrei sotto tre shogun –, un guerriero e anche un poeta. Visse in un
periodo storico segnato da grandi cambiamenti, sia politici sia culturali, che
riuscì a “cavalcare” con grande abilità, mantenendo la sua posizione, pur con
alterne vicende, fino al termine della vita.
Scrisse il Chikubasho quando era poco più che trentenne, nel 1383, e lo
dedicò ai giovani del suo clan; il testo si presenta come una lista di precetti
nello stile classico giapponese, in cui si combinano l’approccio confuciano –
presentazione dei doveri del samurai – e lo spirito buddhista – il valore della
compassione e dell’empatia verso il prossimo – nonché l’esaltazione del
raffinato stile di vita aristocratico e l’enfasi sulle arti come mezzo per
accrescere la reputazione dell’individuo e del clan.
Il carattere e la profondità del cuore di una persona si possono cogliere
nella sua condotta. Perciò ci si dovrebbe comportare come se anche i muri
avessero occhi e non lasciarsi andare neppure quando si è soli. A maggior
ragione questo precetto è valido quando si è in mezzo agli altri: non si
dovrebbe fare un solo passo falso, né dire qualcosa che possa dare
l’impressione di essere superficiali.
Inoltre, persino chi ama la raffinatezza e i piaceri sensuali, nella vita
dovrebbe abbandonarvisi solo dopo aver conseguito un animo retto e sincero.
Quando manca la sincerità nelle relazioni tra uomini e donne, resta poco che
possa toccare profondamente il cuore.

Esistono persone che vanno al tempio a pregare solo quando sono afflitte
da qualche problema personale. Questo è deplorevole. Gli dèi e i Buddha
desiderano che si preghi per la felicità del mondo a venire e una simile
preghiera avrà effetto. Eppure si insegna che nemmeno questa pratica
conduce alla Via della verità.

È un comportamento deplorevole ed egoista, per un uomo che dovrebbe


ricoprire cariche pubbliche, quello di deprecare la sua posizione e
scoraggiarsi se qualcosa non va bene a lui. Avendo ricevuto il dono di
nascere come essere umano, dovrebbe aspirare a superare la gente comune e
aiutare gli altri, impegnandosi per il bene altrui, e godendo nel farlo per
l’eternità. Questo è lo scopo dei bodhisattva, e quale potrebbe essere una
soddisfazione maggiore per un uomo comune, se non desiderare di adempiere
allo stesso voto?

Un uomo dotato di saggezza e intelligenza sarà capace di servirsi degli altri


al meglio. Ogni persona è diversa e non devi assegnare a qualcuno un
particolare compito solo perché lo stimi. Se, per esempio, assegni a un
guerriero incarichi letterari, o nomini ambasciatore un uomo senza talento
nell’oratoria, o se affidi a uno sciocco la soluzione di una situazione in cui è
necessario riflettere in fretta, sei destinato a vederne il fallimento e forse la
vita di qualcuno sarà rovinata. Un uomo dovrebbe essere destinato agli
incarichi per cui è preparato.
Quando le persone sono impiegate come il legno curvo lo è per fare una
ruota e l’asse dritto per la lancia, tutte saranno valorizzate.

Un uomo il cui cuore non è sincero non deve essere neppure preso in
considerazione. Da qui il detto che tutte le capacità hanno origine dal
profondo dell’animo umano. In particolare, il guerriero dovrebbe calmare la
mente e cogliere i pensieri profondi degli altri. Questo è il fondamento delle
arti marziali.

Di sicuro non dovresti agire senza tenere in considerazione la sofferenza


altrui, né bramare possessi, né scegliere come amici persone di scarso valore.
È nella natura umana imparare a fatica il bene, ma non il male, e assomigliare
sempre più a chi si frequenta.

Se un uomo si focalizza solo sulla gioventù, quali pensieri lo assaliranno


quando si ritroverà vecchio? Sebbene la vita di un uomo sembri solo un
sogno o una visione fugace, il suo nome potrebbe riecheggiare per l’eternità.

Non c’è nulla di peggiore in un uomo che un carattere iroso.


Indipendentemente da quanto si è arrabbiati, il primo pensiero dovrebbe
essere quello di calmare la mente e vedere la situazione da una prospettiva
superiore. Allora, se si è nel giusto, ci si può arrabbiare.

È bene ammettere e correggere i propri errori. Insistere a comportarsi in un


certo modo, a prescindere che si sia rivelato giusto o sbagliato, solo per
testardaggine ha conseguenze terribili.

L’eccessiva bontà non è un bene né per gli altri né per se stessi, non si deve
rimanere sempre remissivi come un bambino di tre anni, non arrabbiandosi
mai, non risentendosi o protestando quando è il caso. Ciò è altrettanto vero
quando ci si fa conoscere come una persona a cui vanno bene tutte le
situazioni, mentre sarebbe opportuno parlare forte e chiaro. È meglio parlare
in modo sincero per correggere quello che non va, pur mantenendo sempre la
mente calma, così non si viene considerati sciocchi e accomodanti.

Fa’ in modo di non mettere nessuno in ridicolo, ma di tenere tutte le


persone in gran conto.

Quando sopraggiunge il momento dello scontro in battaglia, dovresti


mantenere il cuore risoluto e pensare che nessuno ti può superare. Dovresti
pensare di essere un esempio per gli altri, la loro forza.
Hojo Nagauji

Le origini di Hojo Nagauji (1432-1519), il cui vero nome era Ise Shinkuro,
sono avvolte nel mistero. Fu un ufficiale di alto rango che, grazie alla sua
lungimiranza e alle sue abilità di stratega e sfruttando legami matrimoniali e
manovre politiche, riuscì a diventare il signore delle province di Suruga, Izu e
Sagami. Non fu solo un comandante temuto e un politico astuto, ma anche un
amministratore che si guadagnò la stima dei contadini e delle classi inferiori
dei suoi domini alleggerendo notevolmente le tasse.
In seguito prese i voti buddhisti e agli anni immediatamente successivi al
suo ritiro risale il Soun-ji Dono Nijuichi Kajo (“I ventun articoli del Signore
di Soun”, perché Soun è il santuario che il figlio eresse per lui), composto per
i discendenti del suo clan. Si tratta di una raccolta di precetti, consigli e
regole pratiche in cui emergono la vastità delle sue esperienze e la profonda
conoscenza della vita e della mentalità dei ceti inferiori.
Un uomo che si comporta in modo retto adora gli dèi e i Buddha. Si
potrebbe dire che conformarsi alla volontà degli dèi e dei Buddha significa
rendere il proprio cuore calmo e giusto, rispettare con onestà e lealtà i propri
superiori e mostrarsi compassionevoli verso gli inferiori, considerando reale
ciò che è reale e illusorio ciò che è illusorio, dunque riconoscendo le cose per
ciò che sono.

Non bisogna pensare di dover possedere spade belle e abiti raffinati come
altri hanno. È sufficiente essere decorosi. Farsi prestare o bramare cose che
non si hanno, finendo così per indebitarsi, suscita il disprezzo della gente.

Mostrarsi agli altri in disordine e sciatti è indice di scortesia e inettitudine.


Se un uomo è negligente al riguardo, anche chi gli sta accanto o lo serve lo
sarà. Quindi quando riceverà visite, i suoi amici saranno spiacevolmente
colpiti da tanta trascuratezza.

Un detto recita: “Anche se una persona frequenta tanta gente diversa, non
dovrebbe mai essere causa di discordia”. In tutte le situazioni occorre
sostenere gli altri.

Un samurai deve essere sempre educato, in tutte le circostanze.

Non dovresti mai mentire, non importa con chi tu stia parlando o quale sia
l’argomento della conversazione. Persino le cose più banali vanno presentate
per quelle che sono. Se inizi a mentire, farlo diventerà un’abitudine e finirai
per essere tenuto in disparte da tutti. Dovresti comprendere che la vergogna
di vedere messa in dubbio la tua parola ti segnerà per tutta la vita.

Quando si parla, si dovrebbe sempre essere garbati. L’essenza di un uomo


si rivela già con un’unica parola.
La condotta buona o cattiva di una persona dipende dalla compagnia che
frequenta. Quando tre persone sono insieme, ce n’è sempre una da seguire e
dovrebbe essere la migliore. Allo stesso modo, osservando la peggiore, si
dovrebbe arrivare a correggere i propri difetti.

Non dovresti pensare di prendere qualcuno alle tue dipendenze e far fare
tutto a lui, piuttosto dovresti sempre contare sulle tue capacità e conoscere la
situazione. Solo allora potrai delegare ad altri.

Non dovrebbe essere necessario ricordare che la Via del guerriero


comprende sia la cultura sia l’arte della guerra, poiché, come un antico
precetto dice, un uomo dovrebbe stringere nella mano sinistra un libro e nella
destra la spada. Ma questo non può accadere se non ci si prepara per tempo.
Asakura Norikage

Asakura Norikage, nato nel 1477 e morto nel 1555, non divenne mai un
daimio, ma ricoprì comunque una carica di rilievo: fu protettore e consigliere
di tre generazioni di signori del suo clan. Le sue capacità si rivelarono
fondamentali durante i difficili anni di disordini e sollevazioni nella provincia
di Echizen. Trascorse buona parte della vita impegnato in campagne militari.
Nel 1548 si fece monaco buddhista e prese il nome di Soteki. Nonostante la
sua scelta di vita religiosa e soprattutto malgrado l’età, a settantanove anni si
mise alla testa di un esercito e marciò in quella che sarebbe stata la sua ultima
campagna militare, contro la setta Ikko. Morì nell’accampamento militare per
cause naturali.
L’Akasura Soteki Waki è una raccolta dei suoi detti, trascritti da un
sottoposto qualche anno prima del 1555, e consta di ottantatré precetti e
aneddoti, in cui traspare con evidenza l’esperienza pratica e la concretezza
della visione di Asakura.
Quando si tratta di questioni militari, non si deve mai dire che qualcosa è
impossibile. Se lo si fa, si mostrano i limiti del proprio spirito.

Per quanto un uomo possa apparire privo di compassione, se aspira a


essere un guerriero, è fondamentale che non menta mai. È altrettanto
fondamentale che non sia oggetto di sospetto, che sia integro e che abbia il
senso dell’onore. La ragione per cui queste qualità sono indispensabili sta nel
fatto che se un uomo, noto per aver raccontato bugie ed essersi comportato in
modo sospettoso, parteciperà a un grande avvenimento, sarà additato ogni
volta che si volterà e né i suoi alleati né i suoi nemici crederanno alle sue
parole, per quanto ragionevoli. Sarebbe opportuno riflettere attentamente su
tutto ciò.

Un uomo deve risparmiare in vista del suo futuro, proprio perché è un


essere umano. Tuttavia, sin dai tempi più remoti, ci è stato insegnato che i
samurai non dovrebbero seguire l’esempio dei ricchi, che accumulano
incessantemente denaro, oro e argento e fondano la loro sicurezza sulle
ricchezze ammassate.

Una persona che impiega un giardiniere per un lavoro da carpentiere, o un


carpentiere per un lavoro da giardiniere, non sa valutare chi ha davanti ed è
un incompetente. Per quanto acuto possa sembrare qualcuno, egli avrà
comunque abilità e incapacità particolari. Se si riuscirà a scoprire e a mettere
a frutto le svariate abilità degli uomini, tutti i compiti verranno assegnati alle
persone giuste e il signore prospererà.

Affinché possa godere della benevolenza degli dèi nelle questioni militari,
è importante che il samurai, indipendentemente dal suo carattere, si guadagni
un buon nome grazie alle sue abilità quando è ancora giovane. Solo in
pochissimi, infatti, si sono guadagnati una pessima reputazione da giovani e
poi l’hanno migliorata con l’età. Inoltre, un giovane che ha fama di essere
abile, se da adulto si dimostra incapace, persino in quel caso il suo buon
nome non sarà intaccato subito. Perciò è essenziale riflettere attentamente su
simili questioni.

È pregevole che un uomo nato stupido si impegni seriamente per riuscire.


Ma quando un uomo, dotato di un’intelligenza comune, si considera molto
più intelligente degli altri e si comporta in modo volgare, ingiustificabile o
ingiusto, si dimostra molto rozzo, esecrabile e merita una punizione
esemplare. Questo a prescindere dalla posizione sociale.

Non è motivo di vergogna per un guerriero udire qualcosa e fuggire. Ma è


una grave mancanza vedere qualcosa e fuggire, perché un simile
comportamento è nocivo per tutti.
Per questa ragione si è sempre detto: “Lasciate che le orecchie siano
codarde, ma gli occhi eroici”.
Nabeshima Naoshige

Nabeshima Naoshige (1538-1618) è ricordato come uno dei samurai più


esemplari al servizio del signore di Hizen, al punto che ne difese il feudo
anche dopo che questi morì, diventandone praticamente il daimio, anche se il
titolo venne concesso ufficialmente solo a suo figlio, Katsushige. Di fatto
Naoshige fu il fondatore del clan dei Nabeshima. Di lui si narra che fosse un
uomo notevole sia per la grande prestanza fisica sia per le doti intellettuali e a
lui e alle sue imprese sono dedicati diversi libri dell’Hagakure, dove spesso
viene citato come esempio da seguire.
Naoshige non fu soltanto un modello di guerriero e stratega, ma anche un
amministratore avveduto e abile: sotto la sua guida, nella sua provincia, il
commercio fiorì e prosperò, e l’arte della ceramica si sviluppò nella regione
di Saga, dove poi si radicò fino a trasformarsi in una grande tradizione.
Il Naoshige Kougyo Kabegaki è l’eredità intellettuale di Naoshige ai suoi
discendenti. Vi spicca chiaramente la sua natura di uomo pratico, di guerriero
deciso e concreto, in frasi coincise e precise esprime quella saggezza che
trova applicazione nella vita quotidiana dei signori e dei samurai.
L’intelligenza è il fiore del giudizio. Numerosi fiori sbocciano, ma non
diventano frutti.

Incoraggia i tuoi sottoposti a parlare e ascolta con attenzione ciò che


dicono. Si sa che l’oro è nascosto sotto terra.

Il bene e il male degli Antenati possono palesarsi dalla condotta dei


discendenti.

La fede purifica la mente e non la si dovrebbe ostentare per turbare la


mente degli altri. La preghiera è il riparo che custodisce questo fiore.

L’ascesa in questo mondo dovrebbe essere simile a una scalinata.

Chi critica continuamente riceverà un uguale trattamento dagli altri.

I grandi avvenimenti dovrebbero essere considerati con mente


imperturbata.

Pratica la pazienza in ogni circostanza.

L’essenza della realtà sfugge alla parola scritta.

Quando si fanno le cose svogliatamente, sette volte su dieci riusciranno


male.

Quando si ha di fronte il nemico, bisogna agire in modo folle e terribile,


ma ciò non si applica alle faccende di tutti i giorni.

Sia che una persona appartenga a una classe superiore sia che appartenga a
una inferiore, se non ha rischiato la vita almeno una volta, dovrebbe
vergognarsi.

Tutti dovrebbero fare esperienza della fatica così come la conoscono le


classi inferiori.
Kuroda Nagamasa

Kuroda Nagamasa (1568-1623) era figlio di un daimio cristiano, ma


abbandonò la religione a cui era stato educato dal padre quando questa venne
ufficialmente bandita. Della sua infanzia si conoscono alcuni aneddoti, come
quando all’età di otto anni venne preso in ostaggio e quasi ucciso, a seguito
della condanna del padre come “spia”. Sin dalla prima battaglia che
combatté, a 15 anni, si distinse per il coraggio e la ferocia di cui diede prova e
per i quali venne sempre temuto e tenuto in grande rispetto. Nel 1592, quando
il padre si ritirò, Nagasama ne prese il posto a capo della famiglia Kuroda,
poi riuscì a ottenere il governo di altri territori e ulteriori cariche, tra cui
quella di signore del castello di Fukuoka. Come signore era solito tenere in
grande considerazione le opinioni dei suoi vassalli più fidati, al punto di
indire riunioni periodiche per discutere liberamente con loro di svariate
questioni, anche delle più delicate.
I suoi “Regolamenti” – Sankajo-hourei e Gojosoku – furono composti
poco prima della morte, avvenuta all’età di cinquantaquattro anni, e sono
indirizzati al figlio maggiore e agli anziani del clan; racchiudono precetti e
consigli, molti dei quali rivelano una propensione a interessi di natura
economica e amministrativa, ma soprattutto l’anelito a trovare sempre il
giusto equilibrio tra le “arti della pace” e le “arti della guerra”.
Come regola generale, il signore di un feudo dovrebbe mostrare amore e
umanità nell’adempimento dei suoi obblighi, dovrebbe non prestare orecchio
alle maldicenze e dovrebbe praticare il bene. Il suo governo dovrebbe brillare
come brilla il sole splendente nel cielo ed egli dovrebbe riflettere
attentamente sulle questioni e non commettere errori.

Le arti della pace e quelle della guerra sono le ruote di uno stesso carro: se
ne manca una, il carro si rovescerà. Va da sé che le arti della pace sono utili
in tempi tranquilli, mentre le arti della guerra lo diventano nei momenti di
caos, ma è importantissimo non dimenticare la strategia militare quando
regna la pace né accantonare l’istruzione quando è in corso una guerra.

Come regola generale, per un signore di un feudo amare le arti della pace
non significa dover leggere molti libri o scrivere poesie, quanto piuttosto
conoscere la Via della Verità, analizzare attentamente tutte le questioni,
essere equo in ogni affare e non commettere errori, distinguere il bene dal
male, essere giusto nel ricompensare e nel punire e dimostrare una profonda
compassione verso tutte le persone.

Se il signore, per orgoglio, denigra gli altri, i suoi sottoposti e persino la


gente comune lo abbandoneranno. È facile capire che un simile
atteggiamento sarà la sua rovina. L’autorità autentica sta innanzitutto in un
comportamento irreprensibile e nella capacità di distinguere chiaramente tra
bene e male, ricompensa e castigo. Se il signore agisce in questo modo, e non
si mostrerà né borioso né intimidatorio, i suoi sottoposti e le persone comuni
lo rispetteranno – ma non perché lo temeranno – e non lo disprezzeranno né
lo sottovaluteranno, e la sua sarà autorità vera.

L’oro, l’argento e i gioielli non sono necessariamente le vere ricchezze.


Sarebbe meglio considerare tesori i propri samurai e le persone comuni, e
conquistarli con benevolenza e gentilezza. Non si dovrebbero ammassare
metalli preziosi sconsideratamente, ma se la ricchezza e il riconoscimento
arrivano a seguito delle azioni meritorie compiute in lunghi anni, allora non
porteranno conseguenze funeste.
Takuan Soho

Il takuanzuke è un saporito sottaceto giapponese, che si consuma a fine


pasto e favorisce la digestione. Si prepara con il daikon, il ravanello bianco
gigante, essiccato e lavorato con sale, crusca di riso e, volendo, zucchero,
peperoncino e alga kombu. Secondo la tradizione, questa gustosa salamoia
sarebbe stata inventata da Takuan, a cui tuttavia spetta un posto nella storia
del Giappone più per le sue vicende di monaco zen, scrittore e poeta, pittore e
calligrafo, maestro di cerimonia del tè e di arte dei giardini, che per i meriti
culinari.
Takuan Soho nacque nel 1573 nell’antichissimo villaggio di Izushi, di cui
si fa menzione nelle prime cronache storiche giapponesi (VIII secolo d.C.) e i
cui dintorni abbondano di archeologia primitiva e tumuli funerari. Benché
fosse nato in un clan di samurai, da bambino entrò in un monastero del
buddhismo della Terra Pura (Jodoshu) per poi passare, quattordicenne, allo
Zen Rinzai: a soli trentacinque anni divenne il cinquantaquattresimo abate del
tempio Daitokuji, il più giovane della storia. Tuttavia, soltanto tre giorni dopo
l’investitura, diede le dimissioni e si ritirò a vivere in un tempietto del suo
paese natale.
L’indipendenza di pensiero di Takuan, la sua rettitudine e inflessibilità, la
sua indifferenza verso i vantaggi che derivano dal corteggiare i potenti (“Se
segui il mondo, volterai le spalle alla Via; se non vuoi voltare le spalle alla
Via, non seguire il mondo”) ben emergono dalla vicenda nota come il “Caso
del mantello purpureo”. Quando Hidetada, secondo shogun Tokugawa, nel
1628, con una serie di editti, volle sottrarre all’imperatore il potere di
assegnare le cariche ecclesiastiche e di stabilire le nomine ai ranghi civili più
elevati, Takuan protestò pubblicamente e l’anno dopo fu per questo motivo
esiliato nelle remote e brumose lande del Nord, nella Prefettura di Yamagata.
Tre anni più tardi beneficiò dell’amnistia in seguito alla morte dello
shogun, ma alla riabilitazione del monaco contribuì pure l’amicizia di Yagyu
Munenori, a cui Takuan dedicò (1632) uno scritto intitolato
Fudochishinmyoroku ovvero La testimonianza segreta della saggezza
immutabile.
In questa lettera-saggio spiegava al suo benefattore il connubio fra lo Zen e
l’arte della spada, ma non si esimeva dal criticare aspramente il dedicatario
per il modo in cui cresceva i figli e per la passione smodata per il teatro
tradizionale Noh (forma d’arte nella quale Munenori amava addirittura
esibirsi).
Quando nel 1634 Munenori persuase Takuan a fare una visita di cortesia a
Iemitsu, terzo shogun Tokugawa, quest’ultimo fu soggiogato dal carisma del
monaco zen al punto da ordinargli di trasferirsi a Edo e da ricercare la sua
amicizia. Takuan divenne così il consigliere di Iemitsu e ottenne da lui
l’autorizzazione a fondare il tempio Tokaiji nel 1638. A Edo si trattenne fino
alla morte, sopravvenuta nel 1645, quando aveva settantatré anni. Negli
ultimi istanti gli fu chiesto di comporre una poesia di commiato: egli, che era
esperto di calligrafia, scrisse il carattere cinese yume che significa “sogno”,
poi posò il pennello e spirò.
Oltre che artista e uomo religioso, Takuan dovette farsi anche combattente
nei giorni violenti della battaglia di Sekigahara (1600). Potrebbe risultare
strano al lettore occidentale che un monaco zen – che aveva fatto voto di
conseguire l’illuminazione a vantaggio della salvezza di tutti gli esseri
senzienti – si dedicasse anche all’arte della spada (in sede teorica e,
addirittura, in sede pratica), ma ancora una volta bisogna considerare lo
stretto rapporto che lega spada e spiritualità nella cultura nipponica. Si ricordi
che, anche ai nostri giorni, la forgiatura di una katana è preceduta da
preghiere e riti di purificazione e viene eseguita con abiti cerimoniali
rigidamente protocollati dalla tradizione. E la lucidatura della propria spada,
per il giapponese, è vissuta alla stregua di un esercizio meditativo.
A ciò si aggiunga la peculiare personalità di Takuan che volle permeare di
spirito zen tutte le forme d’arte che praticò nella sua vita, che fossero la
cerimonia del tè, la calligrafia, il giardinaggio, la poesia o la spada.
Lo Zen si oppone alla rigidità, in quanto essa è una condizione innaturale:
la vita e l’universo sono governati dalla fluidità, soltanto la morte è rigidità.
Perciò, tale raffinata forma di buddhismo condanna rituali e credenze severi,
così come tutti quegli schemi comportamentali, istituzionali e fisici che non
lasciano spazio al fluire. E ovviamente condanna gli schemi mentali. È questo
che Takuan intende affermare quando parla dello stato di nonmente: la
nonmente non si congela e non si fissa in un punto. La nonmente è fluida e
ininterrotta, è tale che l’intervallo fra pensiero e azione è così angusto che
nemmeno “un capello” potrebbe entrarvi. Il maestro raccomandava dunque in
combattimento una flessibilità estrema tanto del corpo quanto della mente,
tentando di liberare il samurai dalle fissazioni mentali che ostacolavano
l’impiego delle tecniche apprese.
Takuan afferma che la tecnica, l’esercizio spirituale e la liberazione della
mente diventeranno una cosa sola, attraverso lo sforzo e l’addestramento
continuo, finché con la velocità e la risolutezza di un fendente di spada
l’allievo saprà recidere ogni esitazione.
Il cuore dell’insegnamento di Takuan al praticante dell’arte della spada
consiste dunque nel rimuovere da sé ogni genere di attaccamento, di
conseguire l’illuminazione e lo stato di nonmente. Per chi vi riesca, spada e
corpo si muoveranno all’unisono, spontaneamente, esprimendo insieme la
tecnica e lo spirito dell’arte, senza che l’adepto di spada ne sia più cosciente.
A un livello più alto, lo scopo della nonmente è quello di realizzare in ogni
azione il Vuoto, la realtà suprema dello Zen.
Takuan Soho fu uno scrittore estremamente prolifico, tanto che la
collezione completa dei suoi scritti occupa ben sei volumi.
Fudochishinmyoroku ovvero La testimonianza segreta della saggezza
immutabile è, come si è detto, un saggio epistolare dedicato all’amico
Munenori, in cui Takuan parla di tecnica ma soprattutto del sé. In questo testo
si assiste al passaggio della Via della spada dall’addestramento per uccidere a
sentiero di evoluzione spirituale.
Taiaki ovvero gli Annali della spada Taia, anch’esso sotto forma di lettera,
era un testo destinato forse allo stesso Munenori o forse a Ono Tadaaki, capo
della scuola di spada Itto e maestro ufficiale della famiglia dello shogun. Lo
scritto approfondisce soprattutto gli aspetti psicologici implicati nell’arte
della spada.
Se sia lo Zen e sia l’arte della spada vantavano già tradizioni plurisecolari
nel paese del Sol Levante, fu Takuan Soho a sancire la loro unione. Questo
finì per influenzare gli scritti dei maestri di spada suoi contemporanei e i
praticanti dei secoli a venire: lo Heiho Kadensho di Yagyu Munenori e il
Gorin-no-sho di Miyamoto Musashi sarebbero semplicemente impensabili
altrimenti. Il fondamento comune resta genuinamente zen e risiede nello
“spirito liberato” di cui Takuan non manca più volte di soffermarsi nei suoi
scritti.
La parola ignoranza indica l’assenza di illuminazione. L’ignoranza è
illusione.
Immutabile significa che non muta.
Saggezza è il discernimento delle cose.
La mente che non si ferma affatto è detta saggezza immutabile.

Quando vede senza guardare, la mente è immutabile. Per guardare


dovrebbe fermarsi. Quando la mente si fissa su qualcosa, in essa emergono
tanti movimenti. Quando questi movimenti si esauriscono, la mente si muove,
senza muoversi per nulla.

Se dieci uomini armati ti assalgono brandendo la spada, se tu riesci a


parare il colpo senza fermare la mente in ogni azione, passando da un
avversario all’altro, saprai agire adeguatamente contro ciascuno di loro.
Se la mente agisce dieci volte contro dieci uomini, senza fissarsi su
nessuno, non ti mancherà l’azione giusta. Ma se la mente si ferma su uno solo
dei dieci uomini, anche se pari il suo fendente, nel momento in cui giungerà
l’uomo seguente l’azione giusta ti sarà sfuggita.

Quando stai davanti a un albero, se guardi una sola delle sue innumerevoli
foglie rosse, non vedrai tutte le altre. Quando l’occhio non si fissa su una
singola foglia, e stai davanti all’albero con la mente vuota, vedrai infinite
foglie.

Il monaco buddista Bakkoku scrisse:

Anche se non bada al suo compito,


nel piccolo campo di montagna
lo spaventapasseri
non è posto invano.
Anche se lo spaventapasseri non ha una mente, dato che le bestie che lo
vedono fuggono, non è stato fatto inutilmente: compie la sua funzione.
Quando consegui lo stato di nonmente, sei come lo spaventapasseri.

Esistono il principio e la tecnica; essi si conseguono attraverso lo sforzo e


l’addestramento continuo.

Il principio e la tecnica sono come le ruote di un carro.

Esiste uno spazio così infinitesimale che non può entrarvi nemmeno un
capello. Questo è correlato alle arti marziali.

Quando batti le mani e, contemporaneamente, lanci un urlo, si produce uno


spazio in cui non entra nemmeno un capello. Batti le mani e non c’è tempo
per pensare al suono prima di emetterlo, semplicemente batti le mani e,
contemporaneamente, lanci un urlo.
Parimenti, se la mente si ferma sulla spada che è prossima a colpire, si
creerà un intervallo e perderai il tempismo dell’azione. Ma se nello spazio tra
l’attacco del tuo avversario e la tua azione non potrà entrare nemmeno un
capello, la spada dell’avversario diventerà tua.
Questo vale anche nello Zen. Lo Zen aborrisce la mente che si fissa su una
cosa o su un’altra. Questo viene chiamato illusione.
È come una palla che scorre su una corrente veloce: noi onoriamo la mente
che sa fluire senza fermarsi neanche per un istante.

Quando la mente si ferma, diventa preda dell’avversario. Se la mente si


concentra sulla propria velocità ed entra rapidamente in azione, sarà fermata
dal sua stessa considerazione.

Essere chiamati e rispondere senza la benché minima incertezza. Questa è


la saggezza di tutti i Buddha.

Si può spiegare l’acqua, ma la bocca non si bagnerà. Si può spiegare tutto


sulla natura del fuoco, ma la bocca non si scalderà.
Conosci l’acqua e il fuoco solo se li tocchi.
Molti, anche se studiano, non capiscono la mente. L’illuminazione della
mente dipende dalla determinazione con cui ti sforzi per conseguirla.
Se ti focalizzi sull’azione del corpo, la mente sarà catturata dall’azione del
corpo dell’avversario.
Se ti focalizzi sulla spada dell’avversario, la mente sarà catturata dalla
spada dell’avversario.
Se ti focalizzi su quali saranno le intenzioni dell’avversario di colpirti, la
mente sarà catturata da quel pensiero.
Se ti focalizzi sulla tua spada, la mente sarà catturata dalla tua spada.
Se ti focalizzi sulla tua intenzione di non essere colpito, la mente sarà
catturata dalla tua intenzione di non essere colpito.
Se ti focalizzi sulla postura dell’avversario, la mente sarà catturata dalla
postura dell’avversario.
Questo significa che non esiste un luogo in cui focalizzare la mente.

Dominare la mente dentro di sé, impedendole di vagare, è come legare un


gatto. Se la tratterrai dentro di te, non andrà da nessuna parte.
Sforzarsi di non fermare la mente in alcun luogo: questa è la disciplina.
Non fermare la mente è lo scopo e l’essenza.
Se la mente non sarà vincolata in una direzione, sarà presente in tutte le
direzioni.

La mente retta è la mente che non si ferma in alcun luogo. È la mente che
permea tutto il corpo e il sé.
La mente confusa è la mente che, pensando a qualcosa, si paralizza in
quell’unico luogo.

La nonmente equivale alla mente retta. Non si paralizza, né si fissa in un


solo luogo. Viene chiamata nonmente la mente senza pensieri, che vaga
libera nel corpo permeando totalmente il sé.

La mente dell’attaccamento scaturisce dalla mente che si ferma. Così


accade con il ciclo della trasmigrazione: questo arrestarsi diventa il legame
con la vita e con la morte.
Se si guardano i fiori di ciliegio o le foglie autunnali, è fondamentale che la
mente non si fermi su di essi.

Usando il linguaggio delle arti marziali, la mente non deve essere occupata
dalla mano che sguaina la spada. Devi colpire e abbattere l’avversario, non
accorgendoti neanche della mano che impugna la spada. Anche l’avversario
non deve occupare la mente. L’avversario è il Vuoto. Io sono il Vuoto. La
mano che impugna la spada, la spada stessa sono il Vuoto.

Devi essere come il fiore di loto, che non è contaminato dal fango in cui
nasce. Anche se il fango esiste, non dovremmo rattristarci. La mente deve
essere come un cristallo ben levigato, che non perde la sua purezza anche se
viene messo nel fango.

Chung-feng disse: “Non prevedere la sconfitta”. Questo significa che si


deve avere una mente che saprà rimanere salda in qualunque frangente. Non
bisogna ritirarsi mai.

Una canzone recita:

È la stessa mente
che fuorvia la mente;
non dimenticarti mai della mente.

L’uomo saggio usa la spada, ma non uccide gli altri uomini. Usa la spada e
dà la vita agli altri uomini. Uccide solo quando è necessario uccidere.
Quando è necessario dare la vita, dà la vita. Senza pensare né al bene né al
male, è capace di discernere il bene e il male; senza cercare di discriminare,
riesce a discriminare infallibilmente. Camminare sull’acqua è come
camminare sulla terra e camminare sulla terra è come camminare sull’acqua.
Se è capace di far propria questa libertà, non sarà confuso da nessuno al
mondo. In tutte le cose, sarà l’eletto.

Un uomo tale non ti farà mai vedere la punta della sua spada. La sua
velocità: neanche il lampo può tenerne il passo. La sua brevità: sparisce
prima ancora del veloce vento della tempesta.
Questo non si comprende grazie a impressioni o per conoscenza teorica.
Non si può comunicare con le parole o i discorsi, non si apprende da alcuna
dottrina.
Questa è la legge della trasmissione speciale, che va oltre qualsiasi
istruzione.
Yagyu Munenori

All’inizio del periodo Edo comparvero tre concisi, ma fondamentali,


trattati di arte della spada: il Fudochishinmyoroku di Takuan Soho (1632), il
Gorinnosho di Miyamoto Musashi (1643-1645) e lo Heiho Kadensho (La
spada che dà la vita) composto da Yagyu Munenori nel 1632 o non molto
dopo. Ebbene, se il testo di Takuan Soho è un’opera sostanzialmente
filosofica che approccia l’arte della spada nell’ottica del buddhismo zen, se
quella di Musashi si concentra soprattutto sugli aspetti pratici, si può dire che
lo Heiho Kadensho di Yagyu Munenori riesca a conciliare le due prospettive,
esplicitando tanto le basi di pensiero quanto le tecniche di scherma.
Munenori assorbe i fondamenti zen dall’amico e ispiratore Takuan che gli
aveva addirittura dedicato lo scritto: La testimonianza segreta della saggezza
immutabile (Fudochishinmyoroku). Aveva ereditato l’arte della spada dal
padre Sekishusai e dall’esimio maestro di questi, Kamiizumi Ise no kami
Hidetsuna. Il debito di gratitudine nei confronti di tali personaggi era così
forte che Munenori firmò la sua opera dapprima con il nome di Kamiizumi,
poi con quello del padre Sekishusai e soltanto infine con il proprio.
Lo Heiho Kadensho trasmette i segreti dell’arte della spada, il cui emblema
è l’immagine della lama che esprime lo sboccio dei fiori in primavera e la
caduta delle foglie in autunno. In altre parole per Munenori l’arte della spada
è una via per formare il discepolo e per renderlo un uomo completo, e la
spada diventa perciò uno strumento di vita e non più soltanto di morte. Per
Musashi lo scopo era semplicemente vincere, per Munenori, che fu anche un
fine amministratore e politico, l’obiettivo si traduce in una “dispensazione di
vita” o in una “fonte di sostegno”:

Mancheresti l’obiettivo se ritenessi che l’arte marziale consiste solo


nell’annientare un uomo.

Yagyu Mataemon Munenori nacque nel 1571, ultimo di cinque figli e sei
figlie. Quando si ritrovò con il fratello maggiore menomato in battaglia, due
fratelli monaci e un quarto passato a un altro clan, comprese che avrebbe
dovuto sostenere sulle proprie spalle tutta l’eredità degli Yagyu. Fin da
piccolo, si dedicò alla pratica dell’arte della spada, nella quale rivelava un
precisissimo talento.
Un episodio determinante della sua vita avvenne nel 1594, quando Ieyasu
(che in seguito sarebbe divenuto il primo shogun Tokugawa) volle incontrare
Sekishusai, il padre di Munenori, che aveva fama di essere uno dei più
formidabili maestri di spada del Giappone e che conosceva la tecnica della
Non Spada, per sconfiggere a mani nude un uomo armato.

La Non Spada non è l’arte di prendere la spada di un altro uomo: è l’abilità


di maneggiare con destrezza qualsiasi strumento. [...] Dovresti essere capace
di vincere la spada del tuo avversario addirittura con un semplice ventaglio.

Ieyasu lo invitò dunque in una delle sue residenze, alla periferia della
capitale Kyoto. Bisogna ricordare che all’epoca Sekishusai aveva già
sessantasei anni, mentre Munenori – che lo accompagnava – ne aveva
ventidue. Ieyasu (cinquantatreenne, per la cronaca) si fece spiegare da
Sekishusai questa formidabile tecnica Yagyu della Non Spada e poi volle
assistere a una dimostrazione pratica: impugnò una spada di legno e fu per
ben due volte sconfitto dal più vecchio, ma più abile avversario (che era
disarmato). A Ieyasu non restò che chiedere a Sekishusai di diventare il suo
maestro personale, invito che l’anziano declinò, raccomandando il figlio al
posto suo. Da allora Munenori fu assistente personale e maestro di scherma
del futuro shogun. Evidentemente le qualità del ventiduenne, la sua
perspicacia e le sue maniere dovevano aver già colpito Ieyasu, che aveva
scorto in lui altre preziose potenzialità. Il giovane gli insegnò così la scuola di
spada Shinkage-ryu e così Munenori, nel giro di breve tempo, fu
soprannominato “maestro vivente di spada”. Inoltre, vivendo a stretto
contatto con Ieyasu, ebbe modo di maturare un’esperienza politica e di
amministrazione civile che seppe fondere con la saggezza propria delle arti
marziali.
Poi ci fu un evento che segnò i destini del Giappone e del clan Tokugawa:
la battaglia di Sekigahara. Era il 1600 e l’episodio bellico rappresentò lo
scontro finale fra Tokugawa Ieyasu e le forze fedeli ai rivali Toyotomi.
Quando Ieyasu lanciò la sfida, Munenori combatté coraggiosamente e
insieme a suo padre non mancò di svolgere servizi segreti di vitale rilevanza,
al punto che, dopo la vittoria, Ieyasu ricompensò generosamente gli Yagyu e
Munenori assunse il titolo di vassallo diretto (hatamoto) dello shogun.
Contestualmente, divenne istruttore di spada del delfino di Ieyasu, il
giovane Hidetada. Questi di Munenori apprezzò soprattutto la concezione
della spada come strumento di crescita interiore, al punto di privilegiarlo,
finché la Yagyu Shinkage-ryu divenne la scuola ufficiale dell’arte della spada
del secondo shogun, Hidetada appunto, l’arte che avrebbe consentito di
governare un Giappone ormai pacificato.
Munenori fu anche istruttore e tutore di Iemitsu, che divenne il terzo
shogun Tokugawa nel 1623. Per lui un consigliere e quasi un padre putativo,
ma Iemitsu, pur essendo intelligente, non conosceva né umiltà, né senso della
misura e finì per assillarlo fin sul letto di morte (1646), con continue richieste
di insegnamenti segreti nell’arte della spada.
Per quanto riguarda il testo dello Heiho Kadensho bisogna innanzitutto
ammettere che non si tratta affatto di una lettura agevole: la lingua è già di
per sé complessa e vi ricorrono moltissimi termini tecnici della filosofia zen.
Lo stesso autore afferma: “Trascrivo questi insegnamenti così come li ho
ricevuti da un monaco buddhista”.
È assodato che il primo contatto di Munenori con la religione buddhista
risale al padre Sekishusai, in quanto tali insegnamenti facevano parte
dell’educazione religiosa impartita ai figli nell’infanzia. Ma il vero incontro
con lo Zen si deve all’amicizia con il monaco Takuan Soho, che avrebbe
impresso in Munenori un segno indelebile sulla sua concezione dell’arte della
spada e della vita. Mentre a quei tempi proliferavano scuole marziali che
proclamavano di aver ricevuto la trasmissione dell’insegnamento da parte di
divinità, dal Buddha o da esseri soprannaturali, Munenori enfatizzò e spiegò
l’aspetto psicologico e tecnico alla base della propria e di fatto ebbe il merito
di perfezionare lo stile Yagyu Shinkage-ryu, che si sarebbe imposto come
quello predominante del periodo Edo.
Perciò lo Heiho Kadensho enuncia le tecniche di scherma del clan Yagyu, i
suoi principi fondanti, fornisce indicazioni per perfezionarsi, insegnamenti
per praticare l’esercizio, ma soprattutto dà indicazioni per eliminare gli
ostacoli mentali che impediscono di padroneggiare e trascendere le tecniche,
in una parola i fondamenti filosofici e zen per fare della spada uno strumento
di vita invece che di morte.
L’opera si divide in tre parti: “Il ponte della scarpa” che è un elenco di
tecniche; “La spada che dà la morte” che esamina queste tecniche nel
dettaglio e presenta la psicologia della scuola; infine, “La spada che dà la
vita” che approfondisce ulteriormente tecniche e psicologia, fino a spiegare la
Non Spada. Si tratta di un vero e proprio stile di vita: senza determinati
elementi, il praticante potrà diventare abilissimo nel mestiere delle armi ma
non sarà un uomo completo. Innanzitutto, è essenziale coltivare un preciso
atteggiamento nei confronti della pratica, perché scopo della tecnica è andare
oltre la tecnica stessa, trascenderla. Che cosa significa? Quando l’adepto di
spada avrà padroneggiato perfettamente la tecnica, questa diventerà per lui un
fatto naturale, da eseguire senza l’intervento della mente. L’allievo potrà
accedere al muga ovvero al non sé. La mente e la comprensione razionale,
infatti, causano soltanto conflitti e interferenze: il praticante dovrà invece
raggiungere uno stadio di concentrazione tale che la tecnica scomparirà, nel
senso che non dovrà più pensare a che cosa fare, perché questo gli riuscirà del
tutto spontaneo.
“Escogitando espedienti dentro le tende chiuse dell’accampamento, la
vittoria è stabilita a migliaia di miglia di distanza.”
Se lo applichi alle arti marziali, allora la tua mente è l’interno delle tende
chiuse dell’accampamento.
“Escogitare strategie dentro le tende chiuse dell’accampamento” significa
che non devi essere negligente, devi osservare le mosse e le azioni
dell’avversario, trovare espedienti e studiare il tuo nemico per individuare un
punto debole.
“La vittoria è stabilita a migliaia di miglia di distanza” significa osservare
il tuo avversario per trovare un punto debole e colpirlo con la spada.

Muovere un grande esercito e vincere in battaglia equivale ad applicare le


arti marziali in un combattimento di spada. Dovresti vincere in una grande
battaglia comprendendo come puoi sconfiggere l’avversario in un singolo
duello e dovresti vincere il combattimento individuale con la spada
comprendendo le grandi battaglie.
La vittoria e la sconfitta sulla lama della spada risiedono nella mente.
Anche le mani e i piedi sono mossi dalla mente.

Un antico detto afferma: “Le armi sono strumenti nefasti. La Via del cielo
le aborrisce. La Via del cielo consiste nell’usarle solo quando è inevitabile”.
È sensato annientare qualcosa che è al culmine. Un uomo potrebbe
cavalcare l’onda della sua fortuna e agire sconsideratamente, ma si può
annientare quando il male è al culmine. Perciò si potrebbe affermare che
anche usare le armi è nella Via del cielo. Ci sono frangenti in cui un singolo
uomo malvagio fa soffrire diecimila uomini. Annientare la malvagità di un
solo individuo darà la vita a diecimila uomini. La spada che dà la morte a un
uomo sarà la stessa spada che dà la vita a tutti gli altri.
C’è un’arte che insegna a usare queste armi. Se non l’apprendi, verrai
ucciso dall’uomo che vuoi uccidere.

In ogni circostanza devi essere vigile e attento. Questo è il grande principio


delle arti marziali.

Evitare sempre i conflitti con gli amici, saper discernere i principi di una
relazione, anche questo è un’arte marziale della mente.

Mancheresti l’obiettivo se ritenessi che l’arte marziale consiste solo


nell’annientare un uomo. Essa non consiste nell’annientare gli uomini, bensì
il male. È lo stratagemma che dà la morte a un uomo dando la vita a diecimila
uomini.

Nel Grande Insegnamento è scritto: “Allarga la tua conoscenza a tutte le


cose”. Allargare significa fare qualcosa esaustivamente. Allargare la
conoscenza significa conoscere il comportamento degli uomini e i principi di
tutte le cose. Se conosci esaustivamente i principi di tutte le cose, non ti sarà
precluso nulla e potrai compiere qualsiasi impresa.
Se non conosci i principi di tutte le cose, le tue azioni non produrranno
nulla di buono.

Quando nella tua mente non è rimasto più nulla, tutto diventa facile. Si
studiano tutte le Vie allo scopo di sgombrare la mente. All’inizio uomo non
sa nulla, dunque ha una mente libera. Quando cominci a studiare, qualcosa
entra nella mente, ti ostacola e le cose diventano difficili. Se riesci a
sgombrare la mente da quanto hai appreso, il sapere svanirà e quando
praticherai le tecniche delle varie Vie, le eseguirai perfettamente, senza dover
pensare agli insegnamenti ricevuti e senza contrapporti a essi. Quando
eseguirai una tecnica, sarai in armonia con quanto hai appreso senza neppure
esserne consapevole.
Devi intendere che questa è la Via delle arti marziali.

Quando hai praticato indefessamente e nessuna della pratiche in cui ti sei


esercitato rimane nella tua mente, la mente vuota è il cuore di tutte le cose.
Una volta che avrai appreso alla perfezione le tecniche dedicandoti
totalmente alla pratica, l’azione passerà attraverso le braccia, le gambe e il
corpo, ma non la mente; non avrai più attaccamento alla pratica, ma non ti
contrapporrai a essa e potrai eseguire con destrezza qualsiasi tecnica. Non
saprai dov’è la tua mente e neppure i demoni la troveranno. Per raggiungere
questo stato devi praticare. Se ti addestri al meglio, l’addestramento
scompare. Questo è il segreto di tutte le Vie.

La mente che si raccoglie e si centra su una questione è chiamata volontà.


La volontà è interiore, quando si manifesta esteriormente è chiamata ki. La
volontà è il padrone, il ki è il servitore. La volontà è interiore e usa il ki. Il ki è
guidato dalla volontà e non deve essere incalzato. Devi rimanere calmo e
imperturbabile, in modo tale che il ki si accompagni alla volontà e perché la
volontà non sia travolta dal ki.

Se usi uno stratagemma, il tuo avversario non può evitare la tua trappola,
nonostante sappia quanto tu sia astuto. Quando cade in trappola, viene
sconfitto. Quando ti accorgi di non riuscire a far cadere in trappola
l’avversario, avvaliti di un altro stratagemma. In questo modo persino un
avversario imprendibile alla fine sarà vinto.

Un detto zen recita: “Batti l’erba per spaventare il serpente”. Come si batte
l’erba per spaventare il serpente nascosto, così puoi avvalerti di una tecnica e
mettere in agitazione la mente dell’avversario. Stratagemma significa fare
qualcosa d’imprevedibile per l’altro, e coglierlo così di sorpresa. In ciò
consiste l’arte marziale.

Dopo che hai colto di sorpresa l’avversario, la sua mente sarà in trappola e
a nulla varrà la sua destrezza. Potrai mettere in trappola la mente
dell’avversario anche solo alzando all’improvviso il tuo ventaglio o la tua
mano. Così è arte marziale anche gettare la spada che brandivi. Se hai
appreso l’arte della Non Spada, a che cosa ti servirà una spada? La spada di
un altro bushi potrà essere la tua. Questo è cogliere l’occasione.

La tua mente non deve assolutamente vacillare. Questo è fondamentale. Se


non sei centrato e ti trovi costretto a combattere all’improvviso, né le tecniche
che hai appreso né alcun’altra cosa ti saranno d’aiuto.

Sia nell’attacco sia nell’attesa devi mantenere la consapevolezza.


L’imperturbabilità appare in superficie, l’attività intensa è nella profondità.
Ciò significa che l’esterno è calmo e placido: nulla desta sospetti, ma
l’interno è attento e vigile.

Non è bene muoversi con troppa fretta.

Usa la mente per giungere alla nonmente. Usa l’attaccamento per giungere
al non attaccamento.

Quando riuscirai a mettere a tacere i pensieri, avrai la mente vuota.


L’attaccamento è ciò che chiamo malattia. L’attaccamento è aborrito nel
buddhismo. Il monaco che ha abbandonato l’attaccamento può andare nel
mondo senza esserne toccato, è libero e non ha alcuna dimora. Chi pratica la
Via non può certo essere considerato un maestro se, pur padroneggiando le
tecniche, non si è ancora liberato dell’attaccamento.

La polvere e il sudiciume offuscheranno la luccicanza di una pietra


preziosa, se questa non è ancora stata levigata. Una volta levigata, la pietra
preziosa rimarrà pura perfino in mezzo al fango. Il gioiello della mente si
leviga attraverso la disciplina.

Se ti sei impegnato senza tregua e ti sei conformato alla disciplina, senza


rendertene conto avrai abbandonato l’idea di dover far bene le cose e avrai
conseguito lo stato della nonmente.

Lascia libera la mente, non permetterle di fissarsi su qualcosa, ma


ricentrala infallibilmente in te.
Se tiri un fendente con la tua spada, non permettere che la tua mente si fissi
su quel fendente, ma riconducila infallibilmente a te.

Chi è riuscito a purificare la mente in modo definitivo può immergersi


nella polvere del mondo senza esserne contaminato. Pur essendo nel mondo
non appartiene al mondo. È come la luna, che sembra seguire le onde, ma in
realtà è immobile. Questo è lo stato di chi ha conseguito il culmine supremo
della legge buddhista.
Trascrivo questi insegnamenti così come li ho ricevuti da un monaco
buddhista.

Se la mente si fissa su qualcosa e non ritorna al suo centro, la tua destrezza


nelle arti marziali si bloccherà. Perciò non devi fissare la mente su una sola
cosa e non solo nelle arti marziali. Questo principio si applica a tutte le cose.

Giusto e definitivo significa supremo. Il colpo solo non è nella spada. È nel
cogliere le intenzioni dell’avversario. Questo è un insegnamento segreto. Il
principio segreto supremo del colpo solo sta nell’osservare le mosse
dell’avversario. Dovresti capire che il colpo solo, o primo colpo, consiste nel
discernere le intenzioni dell’avversario. Il secondo colpo scaturisce dalla tua
spada.

L’osservazione è ciò che vedi con gli occhi, la contemplazione è ciò che
vedi con la mente. Questo è il significato di meditazione, del vedere
attraverso i tuoi pensieri.
Vedere con la mente è fondamentale. Vedere con gli occhi è secondario
rispetto a vedere con la mente. Dopo aver visto con gli occhi, devi vedere con
il corpo. Vedere con il corpo e con la mente significa agire in modo che il tuo
corpo aderisca alla spada dell’avversario.
Vedere con la mente serve a vedere con gli occhi, vedere con gli occhi
serve a intraprendere l’azione contro la spada dell’avversario.
“La mente è come la luna sull’acqua, la forma è come il riflesso in uno
specchio.”

Non è affatto auspicabile attaccare in modo precipitoso. Puoi farlo solo se


sei centrato nell’hara e hai osservato ogni minimo dettaglio fin dall’inizio del
combattimento. È fondamentale rimanere lucidi.

Non devi fermare la mente dove hai colpito, ma devi riportarla nel tuo
centro: significa far tornare la mente e osservare l’avversario. Oppure, non
significa per nulla far tornare la mente, ma colpire indefessamente una
seconda volta e una terza volta, incalzando l’avversario. Questo è chiamato
“non lasciare nemmeno uno spazio per un capello”.

La mente retta è chiamata mente originale, ed è chiamata anche mente


della Via. La mente impura e deviata è chiamata mente illusa.
Quando la mente originale si estende a tutte le cose e tu agisci
conformandoti a essa, sarai chiamato maestro, colui che è arrivato all’essenza
di tutte le cose.

Una poesia dice:

È la stessa mente
che fuorvia la mente;
non dimenticarti mai della mente.

Le nostre menti racchiudono sia la mente originale sia la mente illusa. Se


consegui la mente originale e agisci conformandoti a essa, tutto quello che
farai sarà retto e giusto. Se la mente originale è ottenebrata dalla mente illusa,
tutto quello che farai sarà distorto e sbagliato.

La mente originale è il volto originale che avevi prima che nascessero tua
madre e tuo padre, ed è senza forma.

La mente illusa è una malattia della mente.


Espellendo la mente illusa espelli la malattia.
Se riesci a espellere la mente illusa, la tua mente sarà libera dalla malattia.
La mente libera dalla malattia è la mente originale.
Se consegui la mente originale, diventerai maestro nelle arti marziali.
Tutte le cose si applicano a questo principio.

Non Spada significa non essere colpiti dall’avversario pur essendo


disarmati.

Non essere colpiti è già una vittoria.

La Non Spada non è l’arte di prendere la spada di un altro uomo: è l’abilità


di maneggiare con destrezza qualsiasi strumento. Se sei senza spada, potrà
esserti utile qualsiasi cosa tu brandisca. Dovresti essere capace di vincere la
spada del tuo avversario addirittura con un semplice ventaglio.

Se manchi il momento giusto anche solo per un battito di ciglia, verrai


sconfitto.
La spada che dà la morte può diventare la spada che dà la vita. La spada
che dà la morte viene usata per debellare il caos, ma una volta debellato il
caos, la spada non può forse trasmettere la vita?
Miyamoto Musashi

Il nome di Miyamoto Musashi è associato a un testo che compose nei suoi


ultimi anni di vita e che in Occidente chiamiamo Il libro dei cinque anelli, il
Gorin-no-sho. Si tratta di un autentico best seller dei nostri tempi,
particolarmente sfruttato per motivare i giovani manager rampanti. Almeno,
prima della crisi...
Tuttavia, leggendo le biografie di Musashi, emerge come presso i
contemporanei fosse considerato soprattutto un formidabile maestro di spada.
E il giudizio degli storici su questo affascinante personaggio è fortemente
diviso, tra chi lo celebra come un guerriero colto e spietato, un perfetto
samurai, e chi lo considera invece soltanto un opportunista baciato dalla sorte
che, in fondo in fondo, deve il suo successo al fatto di aver sfidato
sistematicamente e deliberatamente guerrieri inferiori a lui...
Il vero nome di Musashi era Bennosuke e nacque nel villaggio di
Miyamoto-Sanomo (da cui il cognome) intorno al 1584. Scriviamo “intorno”
perché se questa data fosse corretta, Musashi avrebbe disputato il suo primo
duello a dodici anni, il che non è del tutto impossibile, ma un po’
improbabile. In realtà, è molto arduo separare la leggenda dalla storia nel
caso di questo adepto delle armi bianche. Secondo la tradizione, imparò a
combattere dal padre Munisai che era a sua volta un guerriero di alto livello.
E arriviamo al suo primo celebre duello, il primo di una nutrita serie: era il
1596 e il ragazzino (dodicenne secondo la tradizione) sfidò niente meno che
Arima Kihei, samurai itinerante. Musashi imbrattò di nero il cartello di sfida
del guerriero, dichiarando che accettava di battersi con lui. Lo zio di Musashi,
che era un monaco buddhista, cercò di annullare il duello, scusandosi con
Arima (“È solo un ragazzino, ha fatto una bricconata...”), ma il ragazzino si
presentò all’appuntamento, lo attaccò di sorpresa e lo uccise. Arima morì
perché lo aveva sottovalutato.
Più tardi Musashi, dopo aver militato nell’esercito dell’Ovest, nella
battaglia di Sekigahara, finì per diventare un ronin e per condurre vita
raminga, nel tentativo di esibire le sue capacità e di essere assunto da qualche
signore feudale come maestro di spada. Del resto, erano tempi in cui
l’armatura si usava più nelle parate che in guerra e il duello diventava
necessariamente l’unica occasione per dimostrare di essere un vero bushi.
Secondo gli storici sono almeno tre gli scontri di Musashi che meritano di
essere menzionati.
Nel primo combatté con tre esponenti di un clan di maestri di spada, la
famiglia Yoshioka. Ferì Seijuro e uccise suo fratello Denshichiro, ricorrendo
a un suo tipico espediente: si presentò al duello in notevole ritardo, per
irritare gli avversari e far perdere loro la concentrazione. Il giovane figlio di
Seijuro per vendicarsi preparò una trappola: ma questa volta l’astuto Musashi
arrivò in forte anticipo all’appuntamento, smascherando l’avversario e
uccidendolo.
Spesso Musashi vinceva grazie all’astuzia. Ma sarebbe meglio chiamarla
“strategia”, un’abilità fondamentale per un samurai, che gli toccasse
affrontare un solo avversario o mille nemici in campo. L’avversario va
sempre preso alla sprovvista, va disorientato e innervosito.
Più tardi, nel 1612, Musashi si scontrò con un maestro di spada di grande
levatura: Sasaki Kojiro, soprannominato Ganryu e celebre per la “spada che
taglia una rondine”. Che cosa mai fosse, non è del tutto chiaro, perché
secondo alcuni studiosi Ganryu riusciva veramente a fendere le rondini in
volo, per altri era semplicemente capace di cambiare la direzione del
fendente, in modo rapidissimo, come fanno le rondini in volo. Anche questa
volta Musashi arrivò in ritardo e, di nuovo grazie all’astuzia (l’arma
lunghissima ricavata da un remo e la posizione tale da lasciare l’avversario
con il sole negli occhi), uccise Ganryu con una spada di legno.
Il terzo duello degno di nota, tuttavia, non si concluse con la morte
dell’avversario, Muso Gonnosuke, un virtuoso dell’arte del bastone, il bo. Il
nemico, umiliato ma risparmiato, fece tesoro della lezione e reinventò l’arma
in cui era maestro.
Inoltre, Musashi lanciò l’uso di impiegare contemporaneamente le due
spade del samurai, la lunga katana e il corto wakizashi o kodachi. Uno dei
suoi segreti consisteva nel lanciare il suo wakizashi con la mano sinistra
(Musashi era mancino), mentre gli avversari si aspettavano questa mossa
quando l’arma era impugnata con la destra. Il nostro abile guerriero avrebbe
voluto diventare maestro di spada presso lo shogun, cosa che non gli riuscì
mai. Tuttavia godette dell’ospitalità di importanti daimio e affrontò il suo
ultimo duello a cinquantasei anni, vincendolo.
Di certo Musashi è una figura bizzarra, per esempio non si fece mai un
vero bagno in vita sua (optando per le spugnature), ma è considerato da molti
il più grande guerriero della storia del Giappone.
Anche la sua statura artistica è innegabile: non solo lasciò scritti raffinati,
ma diede ottima prova di sé anche nella pittura a inchiostro, nella scultura,
nell’arte della calligrafia e nella cerimonia del tè (c’è chi lo paragona a
Leonardo da Vinci per la versatilità artistica). Fortunatamente, i suoi allievi
conservarono le sue opere, laddove spesso alla propria morte, i maestri
imponevano di distruggerle.
Secondo il principio ispiratore del Gorin-no-sho ovvero Il libro dei cinque
anelli il guerriero deve affrontare qualsiasi situazione della vita con la stessa
impostazione mentale con cui scende in battaglia. Non a caso, quest’opera
viene frequentemente accostata a L’arte della guerra di Sun-tzu, il testo
classico di strategia militare cinese che non poteva di certo mancare fra le
letture di un membro colto della casta samurai.
Il lettore scoprirà che spesso il Gorin-no-sho è noto anche con il titolo de Il
libro dei cinque elementi, poiché i cinque capitoli che lo formano recano il
nome dei cinque elementi costitutivi del mondo: Terra, Acqua, Fuoco, Vento
e Vuoto.
Ognuno dei cinque elementi incarna una forma di strategia, perciò chi li
padroneggia alla perfezione è un samurai invincibile. Infatti, i cinque capitoli,
come i cinque elementi del mondo, sono interdipendenti. Ricorre perciò la
raccomandazione di agire sempre in accordo con le circostanze (Musashi una
volta si presentava al duello in gran ritardo, un’altra in forte anticipo), perché
i cinque elementi, come le note musicali, i colori fondamentali e via dicendo
sono in sé numericamente limitati, ma possono combinarsi in infinite
variazioni...
Per Musashi il fine della arti marziali è la vittoria in combattimento, cosa
che a noi oggi può sembrare scontata, ma che ai suoi tempi non lo era: alcuni
le impiegavano esclusivamente in esibizioni spettacolari, altri le
consideravano un mezzo per conseguire una morte onorevole. È interessante
anche il fatto che egli affermasse che la propria arte marziale era frutto
dell’esperienza e non di qualche rivelazione soprannaturale, come andavano
invece proclamando della loro i maestri delle scuole antagoniste.
E poi c’è il ricorso alla guerra psicologica: affronta il nemico quando il suo
morale è basso, confondilo, usa la sua mente contro di lui. La tua mente deve
al contrario essere “retta”, in altre parole deve risiedere nel Vuoto, affinché il
corpo possa performare qualunque azione. E inoltre, apprendere un gran
numero di posizioni raffinate, di ardui e spettacolari movimenti finisce
soltanto per bloccare la mente del guerriero e per impedirgli di adattarsi a
tutte le infinite e variabili eventualità del combattimento.
Pochi giorni prima di morire, nel 1645, Musashi compose un brevissimo
manoscritto, il Dokkodo ovvero “La Via da seguire da soli”: vi condensa in
ventun precetti la propria eredità spirituale.

Puoi abbandonare il tuo corpo, ma devi preservare l’onore.


Non perdere mai la Via.
Il nome che do alla Via della strategia è Niten Ichi-ryu, “Una scuola, due
cieli”, e per la prima volta spiegherò in questo scritto la mia lunga esperienza
nella Via. Sono Shinmen Musashi-no-kami Fujiwara-no-Genshin e sono un
guerriero, nato nella provincia di Harima e la mia vita è giunta all’età di
sessant’anni.

All’età di trent’anni ho riflettuto sulla mia esistenza e mi sono reso conto


che le mie vittorie non derivavano dal conseguimento della padronanza della
strategia: forse ero naturalmente versato per la Via, o forse era la volontà del
cielo o forse ancora i miei avversari non erano abili.
Allora ho continuato a praticare, giorno e notte, per raggiungere una
conoscenza più profonda. All’età di cinquant’anni ho realizzato l’essenza
della Via della strategia.

Così, per scrivere questo libro, non mi ispiro agli scritti buddhisti o
confuciani, né agli esempi antichi dell’arte militare. La notte del decimo
giorno, del decimo mese, all’ora della Tigre, riflettendo il mio spirito nella
luce della Via del cielo e di Kannon, prendo il pennello e comincio a scrivere.

La strategia è la Via dell’ordine dei guerrieri. Il comandante deve


apprenderla, ma anche i soldati devono conoscerla.

Per quanto riguarda la Via, ciascuno pratica seguendo il proprio modo di


pensare e la propria inclinazione, ma rari sono coloro che sono portati alla
Via della strategia.
Per prima cosa, il guerriero deve intraprendere la “Via del pennello e della
spada”, la letteratura e le arti marziali. Anche se non sei portato, dovrai
dedicarti con tutto il tuo spirito.

La Via del guerriero è la ferma accettazione della morte.


Un guerriero che segue la Via deve fissare la mente nell’essenza della
strategia e forgiare uno spirito invincibile e una volontà ferrea, manifestando
questi suoi talenti in tutto ciò che compie. Un guerriero deve vincere contro
un solo avversario o contro molti, per l’onore e la gloria del suo daimio e di
se stesso. Questo equivale ad adempiere al proprio dovere nella Via della
strategia.

Alcuni pensano che, anche se apprendono la Via della strategia, non


l’applicheranno nella vita. Ma la vera Via della strategia è tale da poter essere
applicata in qualunque momento e in qualunque circostanza.

In Cina e in Giappone chi pratica la Via della strategia viene chiamato


maestro di combattimento e di arti marziali. Un guerriero non può evitare di
applicarvisi.

Nei tempi antichi tra i Dieci Talenti e le Sette Arti, la strategia era inclusa
come una pratica utile. L’arte della spada, in verità, non è limitata alla mera
tecnica. Se ti limiti a maneggiare le armi, non potrai apprendere l’arte del
combattimento. Un adepto di spada, se vuole essere un guerriero, non può
trascurare i principi della Via della strategia. Ricorda il detto: “La strategia
appresa male è causa di sventura”.

I guerrieri devono avere cura delle proprie armi, conoscerne la ricchezza e


addestrarsi all’uso. Questa è la Via del guerriero. La mancanza di abilità
nell’uso delle armi, l’incapacità di sfruttarne tutte le possibilità rivelano un
guerriero superficiale e poco esperto.

Spiegherò la strategia comparandola alla via del carpentiere. La parola


carpentiere (daiku) si scrive con ideogrammi che significano “ampiamente”
(dai) “ingegnarsi” (ku) e i principi della Via della strategia richiedono
anch’essi un grande ingegno.
Il maestro è l’ago, il discepolo è il filo. Tu devi praticare indefessamente.

Lavorare velocemente e in modo efficace, non lasciare nulla al caso, sapere


come e dove usare che cosa e quando, sapere che cosa è molto, abbastanza o
poco utile, saper incoraggiare e conoscere i limiti. Un maestro carpentiere
deve avere in mente tutto ciò. La strategia funziona in modo uguale.
È difficile conseguire la vera Via basandosi solo sull’arte della spada:
bisogna arrivare a comprendere i dettagli dalle cose grandi e arrivare alle cose
profonde da quelle superficiali.

Se apprenderai con chiarezza i principi dell’arte della spada fino al punto


di sconfiggere facilmente un avversario, potrai sconfiggere tutti gli avversari.
Vincere un avversario equivale a vincerne mille o diecimila: lo spirito è
sempre il medesimo.

La strategia di un comandante consiste nel prendere grandi decisioni


basandosi su minimi particolari. È come costruire un’imponente statua del
Buddha a partire da un piccolo modello. È difficile spiegarlo
dettagliatamente, ma il principio della strategia è “conoscere diecimila cose a
partire da una cosa sola”.

È facile vedere le grandi cose, è difficile notare le piccole cose. È difficile


eseguire rapidamente una manovra quando si è in molti ed è difficile
prevedere ciò che ha in mente un uomo perché questi repentinamente può
mutare le sue intenzioni. Rifletti con attenzione su questo.

Nella strategia non esiste inizio né fine, non esistono segreti. Dopo che
avrai appreso i principi della Via della strategia, potrai allontanartene, allora
ti troverai spontaneamente libero in essa e sentirai sorgere una grande forza
dentro di te. Sentirai il momento presente e affronterai l’avversario senza
esitare: l’attacco si manifesterà spontaneamente e colpirà come se avesse
un’anima propria. Tutto questo è trasmesso nella Via del Vuoto.

Io chiamo la mia scuola Niten Ichi-ryu, “Una scuola, due cieli”, perché
tutti i guerrieri, dal comandante al soldato, portano due spade. Una volta si
usavano la spada lunga (tachi) e la spada (katana), oggi si usano la spada
(katana) e la spada d’appoggio (wakizashi). Tutti i bushi portano queste due
spade alla cintura.

Al principio tutte le cose sembrano difficili. L’arco è difficile da tendere, la


spada è pesante da brandire, ma quando ti sei abituato a maneggiare l’arma,
questa diventa un’estensione del tuo corpo.
Lo spirito è essere pronti a vincere con tutte le armi: è questo
l’insegnamento fondamentale della mia scuola.

È con i valori della spada che si governa il mondo e l’uomo: la Via della
spada è la Via della strategia. Padroneggiando i poteri della spada, potrai
vincere contro dieci avversari. E se un uomo può vincere contro dieci uomini,
cento uomini potranno vincere contro mille uomini, e mille uomini contro
diecimila. In questo modo, nella mia scuola, un avversario va trattato alla
stessa stregua di diecimila avversari.

Approfondisci il tuo sapere: lo devi fare per liberare la tua via.

Puoi apprendere le tecniche nel dojo, ma ti perderai nelle sottigliezze e


dimenticherai la vera Via. Questo non ti sarà di grande utilità nel
combattimento per la vita.

Come in tutte le cose, non devi prediligere un’arma rispetto a un’altra: una
cosa grande vale quanto una cosa piccola. È inutile imitare gli altri. L’arma
deve essere adeguata alle tue qualità e maneggevole. Per un comandante
come per un soldato è pessimo avere preferenze. Medita su questo principio.

In ogni cosa c’è un ritmo. Nella strategia non è possibile padroneggiare il


ritmo senza una grande pratica.

Esiste un ritmo in ogni abilità. Questo ritmo esiste anche nella mente vuota
del bushi. Il guerriero trova il ritmo dell’azione nella vittoria e nel fallimento,
quando realizza la meta e quando la manca, nella fioritura e nel declino,
nell’armonia e nella discordia. C’è un tempo per avanzare e uno per ritirarsi,
anche nella via del commercio c’è un ritmo per guadagnare e uno per perdere.
In ogni via esistono diversi ritmi. Bisogna discernere il tempo in cui le cose
progrediscono e quelle in cui declinano. Nella strategia esistono diversi ritmi.
All’inizio bisogna discernere qual è il ritmo giusto e il ritmo non adeguato,
ponderando i dettagli della circostanza, il momento propizio per agire, le
distanze, le asperità del luogo, tutti gli elementi che potrebbero
compromettere la vittoria. La tua strategia non sarà valida se non
padroneggerai con armonia il ritmo dell’avversario.
Nel combattimento vincerai se conoscerai il ritmo dell’avversario, se
muoverai l’attacco senza farti anticipare e se avrai compreso che cosa è il
ritmo del Vuoto.

Coloro che vogliono apprendere la mia strategia dovranno attenersi alle


seguenti regole, per praticare la Via:

Non coltivare pensieri cattivi.


Praticare con costanza la Via.
Interessarsi a tutte le altre arti.
Conoscere tutte le professioni.
Sapere discernere i vantaggi e gli svantaggi in ogni cosa.
Sviluppare l’intuito e la comprensione.
Intuire quello che non si vede.
Essere attento anche alle inezie.
Non compiere azioni inutili.

Devi praticare portando nel cuore questi principi generali. In questa Via, se
non avrai una visione ampia, non potrai diventare un esperto. Se
padroneggerai questa Via, non perderai neanche contro venti o trenta
avversari. Se ti dedichi con tutto il tuo ki alla strategia e pratichi la Via
diretta, potrai vincere e tua sarà la supremazia. Quando il tuo corpo sarà
addestrato grazie alla pratica, sarai fisicamente superiore e quando anche lo
spirito si sarà disciplinato alla Via, sarai mentalmente superiore. Quando
arriverai a questo livello, come potrai essere sconfitto?

Dedico un libro all’acqua perché la natura dell’acqua è un modello


fondamentale per chi ricerca la vittoria nello spirito della strategia della mia
scuola.

È fondamentale saper vedere le cose in grande.

Scoprirai la vera essenza di molte cose nella Via solo praticando


indefessamente e arduamente.

Nella Via della strategia l’atteggiamento dello spirito non varia con le
circostanze. Nella vita quotidiana come nel combattimento, sarai esattamente
lo stesso. Devi solo fare attenzione ad avere sempre una visione elevata.
Affronta la situazione senza essere teso o troppo impulsivo. Rimani centrato,
senza esitare. Sii calmo e non perdere mai l’attenzione. Fluidità, sensibilità,
libertà e apertura devono essere le tue qualità.
Anche se il corpo è tranquillo, non abbassare la guardia e quando è veloce,
mantieni la mente calma. La mente non deve essere trascinata dal corpo, né il
corpo deve essere trascinato dalla mente. Controlla la mente e lascia libero il
corpo. Trasmetti qualsiasi informazione alla mente e non farti distrarre da
dettagli non essenziali.

Uno spirito in preda all’esaltazione è debole come uno spirito in preda alla
depressione: non permettere che l’avversario percepisca il tuo spirito.
Aperto e libero, che la tua visione sulle cose sia elevata. Devi usare il
sapere e l’intuizione con giudizio.

Affila il sapere e comprendi il giusto e l’ingiusto nel mondo, comprendi il


bene e il male, poi conoscerai le diverse arti e le diverse vie. Quando nulla
avrà il potere di deluderti, avrai uno spirito immutabile e ti troverai nel cuore
della strategia.

Durante il combattimento devi avere un’alta soglia di attenzione. Prima


guarda l’essenza delle cose, poi la superficie. Nella strategia è fondamentale
guardare ciò che è vicino come se fosse lontano e ciò che è lontano come se
fosse vicino. Nella strategia è fondamentale valutare la destrezza del nemico
senza farsi distrarre dalle sue manifestazioni esteriori. Devi essere
consapevole di questo e agire in base a questo. Sia in uno scontro tra due che
in una battaglia, è fondamentale studiare sempre il nemico. Non dimenticare
mai questi insegnamenti e agisci così in tutti i frangenti, senza abbassare mai
la guardia. Devi praticare arduamente.

Quando avrai appreso la tecnica, sapere maneggiare la spada significa


potere affrontare anche due avversari. Se sguaini la spada con troppo
anticipo, sarai svantaggiato perché non potrai maneggiarla liberamente. Per
usare la spada nel modo giusto devi fare le cose al momento giusto.

Devi pensare che, tutte le cose che accadono, in ogni situazione, hanno un
punto debole e offrono la possibilità di essere colpite. Medita profondamente
sopra questo principio.

Uccidere l’avversario in un istante significa ucciderlo con l’azione più


rapida e diretta possibile. Mettiti a distanza di spada da lui e, senza un
movimento né un pensiero superfluo, prima che lui abbia deciso di muoversi,
colpiscilo semplicemente. Lo colpisci con un solo colpo infallibile, prima che
l’avversario pensi di arretrare, parare o attaccare.

Quando sia tu sia l’avversario partite insieme all’attacco, agisci con il


corpo e dirigi il tuo spirito sulla pura azione. Allora la tua mano colpirà
spontaneamente partendo dal vuoto, con accelerazione e potenza. Questo è il
colpo della “mente vuota”.

Non è possibile spiegare a parole come si vince nel combattimento con la


spada: solo con la pratica costante si impara a vincere.

Si ottiene la vittoria certa con la tecnica di “un colpo solo”. È impossibile


apprendere questa tecnica senza studiare approfonditamente la strategia.
Praticando questo colpo acquisirai una libera padronanza della strategia. Puoi
utilizzarlo quando vuoi, ma è necessaria l’esperienza.

Percorrerai un cammino di mille leghe, passo dopo passo, lungo la Via,


accumulando senza impazienza le esperienze che derivano dalla pratica
costante e quanto hai appreso dalla tua esperienza personale.
È dovere del bushi percorrere questa Via per avere la vittoria oggi sul sé di
ieri, per avere la vittoria domani contro un avversario più debole e, alla fine,
contro un avversario più forte senza lasciare che lo spirito smarrisca la Via e
la mente divaghi.
Se dentro di te custodisci lo spirito di questa disciplina, potrai combattere
contro decine di avversari. Con la forza della spada potrai padroneggiare la
strategia individuale e degli eserciti.
Mille giorni di pratica per forgiare, per essere sulla Via, diecimila giorni di
allenamento per lucidare, per essere esperti. Medita profondamente su questo
principio.

Se cercherai di essere il migliore nell’apprendere la strategia e praticherai


giorno e notte perfezionandoti sempre di più, ti sentirai libero, acquisirai doti
straordinarie e realizzerai la tua essenza. Questo è il culmine dell’arte della
guerra.

Per tutto il combattimento dovrai mantenerti imperturbabile, continuando a


incalzare l’avversario con la ferrea volontà di continuare fino alla fine. Usa
tutta la forza dello spirito per ottenere la vittoria.

Quando l’avversario ti attacca fulmineamente, tu rispondi con fermezza,


individuando il suo punto debole nel momento in cui rallenta e colpendolo di
sorpresa.

Fermare l’avversario quando colpisce, controllare ogni suo movimento,


evitare il corpo a corpo quando lui lo cerca. Chi ha appreso la strategia deve
prevedere le azioni dell’avversario e agire di conseguenza.

Durante il combattimento, lasci fare all’avversario cose inutili e


contemporaneamente gli impedisci di agire in modo efficace. Questo è
fondamentale nella strategia.

Nel corso della vita ci sono situazioni critiche che si possono paragonare a
“fare un viaggio”. Nella vita spesso è necessario avere forza e volontà come
per intraprendere un viaggio.

Nella strategia questo principio è importante: devi valutare le difficoltà, la


forza dell’avversario, la tua forza, ottenere la posizione di vantaggio, proprio
come un buon capitano guida la nave in mare. Se studierai con attenzione
ogni cosa, viaggerai al sicuro. Ciò significa studiare la posizione più
vantaggiosa per colpire l’avversario nel punto più debole, allora in pratica
avrai già vinto.

Valutare le situazioni significa conoscere il potere dell’avversario nel corso


della battaglia: se è forte, se è debole, qual è il suo stato mentale. Studiando
questo e scegliendo la posizione più vantaggiosa, riuscirai a scoprire le
intenzioni dell’avversario e a dirigere le tue forze applicando il principio
della strategia che ti porterà a vittoria certa, permettendoti di muovere
l’attacco in vantaggio.
Nel combattimento individuale devi conoscere la scuola dell’avversario,
intuire la sua personalità e individuare i suoi punti forti e i suoi punti deboli.
Avvaliti di tecniche che non si aspetta, ponderando il tuo ritmo e il suo ritmo
e attaccando in base a essi. Questo equivale a essere abili a vedere le cose per
quelle che sono. Se padroneggi la strategia, potrai sondare lo spirito
dell’avversario con facilità e avere la massima opportunità di vittoria.
Riflettici con attenzione.

L’azione giusta è un attacco rapido. Dovrai attaccare l’avversario all’inizio


della sua azione, impedendogli di attaccarti una seconda volta, mosso dallo
spirito di schiacciare la sua spada con il piede e impedirgli di brandirla di
nuovo.

Per ogni cosa esiste l’istante del crollo. Una casa può crollare, un uomo
può crollare, un avversario può crollare perdendo il tempismo e rompendo il
ritmo della sua offensiva.
Nella strategia della battaglia è essenziale incalzare gli avversari senza dar
loro tregua. Se non coglierai l’attimo, darai loro una possibilità di recuperare
le forze.
Nella strategia del duello accade che, nel corso del combattimento,
l’avversario perde il ritmo e inizia a crollare. Se non coglierai questi segnali
repentinamente, l’avversario potrà riprendersi e perderai l’opportunità di
vincere. Poni attenzione ai segnali di cedimento dell’avversario e agisci con
forza nello spazio di un respiro.

Per me diventare l’avversario significa mettersi al suo posto. Nella vita si


tende a sopravvalutare la forza del nemico. Per esempio, un ladro colto in
flagrante si rinchiude in una casa. Le persone pensano che sia pericoloso. Ma
se ti metti al suo posto, circondato, con tutti contro, sei terrorizzato. Chi si
rinchiude in questo modo è braccato come un fagiano e chi entra per
ucciderlo è un falco. È importante visualizzarsi in questa situazione.

Anche nella strategia del duello ti devi mettere al posto dell’avversario. Se


pensi di fronteggiare un maestro che padroneggia perfettamente le tecniche, ti
senti perduto e vai incontro a sconfitta certa.
Ciò che chiamo “far muovere l’ombra” è la tattica da impiegare quando le
intenzioni dell’avversario sono insondabili. Quando non riesci a intuire le
intenzioni dell’avversario, fingi di voler attaccare con forza e allora scoprirai
la sua tattica. Allora sarà facile avere la vittoria, ricorrendo a un’azione
adeguata.
Ciò che chiamo “soffocare l’ombra” è la tattica che devi impiegare quando
ti accorgi che l’avversario ha intenzione di attaccare.
Nella strategia della battaglia, quando il nemico si prepara all’azione,
mostragli con forza che intendi fermarlo, in modo tale che cambi tattica. In
quel momento, cambia tattica anche tu, prendi l’iniziativa d’attacco con la
mente vuota e sarai vincitore.

Si può irritare l’avversario in diversi modi: puoi metterlo in grave pericolo,


fargli credere di non avere via d’uscita, oppure puoi sorprenderlo. Mostrati
lento all’inizio, poi attacca con forza all’improvviso. Approfitta del suo
disorientamento per vincerlo, senza lasciare che respiri un solo istante.

Attaccare con fermezza senza arretrare dopo aver valutato le capacità degli
avversari è un grande segreto per vincere.

Cerca sempre una nuova tecnica per cogliere di sorpresa l’avversario. Se si


aspetta la montagna, dagli il mare, se pensa al mare, dagli la montagna.
Questa è la Via della strategia. È necessario studiarla approfonditamente.

Quando combatti, puoi avere l’impressione di aver vinto grazie al


vantaggio della Via, ma è possibile che lo spirito dell’avversario non sia vinto
e che egli non accetti la sconfitta. Andare fino in fondo significa non
abbandonarsi alla sensazione di vittoria e annientare lo spirito di
combattimento dell’avversario. Devi sconfiggerlo fin nel cuore del suo spirito
e devi essere certo di averlo fatto.
Andare fino in fondo significa colpire l’avversario con la tua spada, con la
tua mente e con il tuo spirito.
Sia nel duello sia nella battaglia sii determinato ad andare fino in fondo.
Si può vincere senza la spada come si può perdere brandendola.

La vera Via della spada consiste nel combattere e nel vincere, niente di più.
La Via della strategia è retta e giusta, è importante che affronti l’avversario
in modo retto e giusto.

La Via della strategia è diritta e sincera. Quando l’avversario è confuso e


perde la compostezza, colpiscilo, allora vincerai perché l’avrai dominato con
lo spirito.
Il bushi deve apprendere la Via della strategia approfonditamente,
praticando le varie discipline delle arti marziali, deve capire chiaramente qual
è il proprio dovere senza essere ambizioso, deve coltivare la saggezza, la
forza di volontà, deve acuire l’intuizione e l’attenzione, giorno e notte,
quando l’illusione è dissolta. Allora comprenderà il vero Vuoto.

Arriva al retto pensiero attraverso la sincerità e l’onestà, pratica


costantemente la strategia, cerca di percepire la realtà nel modo giusto e con
lucidità. Concepisci il Vuoto come Via e la Via come Vuoto.

Dokkodo (“La Via da seguire da soli”)

Non contravvenire alla Via immutabile.


Non ricercare i piaceri del corpo.
Sii totalmente imparziale.
Pensa a te stesso con leggerezza, pensa al mondo con profondità.
Non essere mai avido.
Non pentirti delle tue azioni.
Non invidiare mai gli altri.
Non lasciarti mai rattristare da una separazione.
Evita rancore e animosità.
Sii libero dalle passioni.
Non avere preferenze.
Non ricercare la comodità personale.
Non concederti lussi.
Non possedere oggetti preziosi.
Non avere superstizioni o credenze.
Non spendere se non per la spada.
Votati alla Via, non curandoti della morte.
Non curarti dei possedimenti, anche nell’anzianità.
Rispetta gli dèi, ma non pregarli.
Puoi abbandonare il tuo corpo, ma devi preservare l’onore.
Non perdere mai la Via.
Yamaga Soko

Yamaga Soko (1622-1685) è da molti considerato uno dei teorici del


Bushido. Le sue origini erano modeste, in quanto era figlio di un samurai e di
una concubina, ma vantava una lontana discendenza con il clan dei Fujiwara.
Le sue spiccate doti intellettuali e l’opportunità che gli venne data di ricevere
la migliore istruzione gli permisero di condurre una vita onorevole. Ben
prima dell’adolescenza aveva già letto e studiato i testi classici confuciani e
quelli neoconfuciani, si era dedicato all’apprendimento delle arti marziali, poi
a insegnare e a scrivere di scienza politica e militare. Con il passare degli
anni si interessò anche allo Shinto e abbracciò lo Zen e il taoismo. Pur
riconoscendo l’immenso valore degli insegnamenti antichi, Yamaga rimase
sempre un pensatore indipendente che si rifiutava di conformarsi a
un’ideologia.
Questo suo atteggiamento gli causò problemi con lo shogunato, perché,
all’incirca quarantenne, ruppe con la dottrina ufficiale del governo,
allontanandosi dalla linea di pensiero formale, quella della scuola dell’erudito
neoconfuciano Hayashi Razan, presso il quale si era formato. La presa di
posizione di Yamaga Soko fu accompagnata dal gesto simbolico del rogo dei
suoi stessi scritti precedenti e dalla divulgazione di un testo – Seikyo Youroku
– in cui esprimeva i suoi dubbi; seguì la condanna all’esilio e la censura delle
sue opere, tra le quali spiccano Bukyohonron e Bukyozensho.
Il suo lavoro sopravvisse sotto forma di manoscritti a opera dei suoi
discendenti e discepoli, per poi conoscere nuova fama alla fine del XIX
secolo.
Yamaga Soko presenta l’immagine del samurai che è anche un “saggio”,
un guerriero in trasformazione, perché non appartiene più – non poteva più
appartenere – a un’aristocrazia esclusivamente militare, ma a una classe con
funzioni anche politiche e intellettuali.
Quando aspiri a seguire la Via, cerca qualcuno che la conosce e può quindi
diventare il tuo maestro. Tuttavia se il tuo mentore mostra un comportamento
contraddittorio, o se dice cose sagge ma non le mette in pratica nelle
situazioni reali, abbandonalo subito e non seguirlo. Sotto l’influenza di un
falso maestro, assorbendone i precetti per lungo tempo, senza accorgertene ti
allontanerai sempre più dalla Via.
Se non trovi un maestro saggio da nessuna parte, malgrado tu l’abbia
cercato attentamente, allora devi cercarlo dentro te stesso.

È difficile essere diligenti nella pratica della Via se si ha solo una volontà
ordinaria. Persino cambiare una piccola abitudine di poca importanza richiede
uno sforzo enorme quando essa è diventata parte della tua quotidianità. In
particolare, se indugi troppo a lungo in faccende materiali, in pensieri
lussuriosi e di gloria, non riuscirai a porvi fine e questi pensieri prenderanno
il sopravvento. A quel punto, a meno che non possiedi una grande forza
interiore, verrai trascinato in basso, e non riuscirai a mantenerti integro.
Far affiorare la tua grande forza interiore dipende dalla fermezza della tua
volontà. Se la tua aspirazione è poco profonda, altrettanto tale sarà il tuo
impegno.

Le inclinazioni personali sono doti naturali. In altre parole, alcuni individui


sono nati con una predisposizione al bene, mentre altri hanno inclinazioni
oscure. Questo è chiamato lo stato naturale.
Infatti, la tigre è nata con il manto striato, alla fenice la natura ha dato
cinque colori, un buon destriero corre per mille miglia senza bisogno di
essere allenato, la giada bianca splende anche se non la si lucida, l’oro è più
brillante di una pietra o di una tegola. Sono tutte caratteristiche naturali e per
nulla artificiali.
Lo stesso vale per le persone. In tutte c’è innato qualcosa di buono, tuttavia
chi non ha coltivato o alimentato la propria inclinazione al bene potrebbe
apparire luminoso come la luna o il sole, ma nasconderebbe anche un lato
oscuro. Perciò, a meno che un individuo non accantoni i propri “successi” per
rimediare alla propria ignoranza, trasformando in questo stesso momento la
propria inclinazione, tale uomo non può dirsi un vero essere umano.

Poiché la condizione della mente dipende dallo stato d’animo, quando si è


calmi, la mente è calma. Quando si è agitati, allora la mente è agitata. Poiché
la mente e lo stato d’animo non sono disgiunti, non c’è discrepanza tra loro.
Poiché se interiormente c’è agitazione esternamente si vede, coltivare la
propria inclinazione dovrebbe essere considerato fondamentale per
migliorarsi e mantenere la mente lucida.

Se un samurai non ha il coraggio di intraprendere la più grande impresa del


mondo e assumersene l’intera responsabilità, non sarà abbastanza valoroso e
generoso, ma dimostrerà grettezza e ristrettezza mentale.
Perciò avere coraggio ed essere generosi significa rendere il proprio cuore
così grande da contenere ogni cosa del mondo, come un immenso fiume che
non conosce fine, o una montagna imponente che dà asilo alle piante e agli
alberi e agli uccelli e agli altri animali. Il cielo è vasto così che gli uccelli vi
volino, l’oceano è immenso così che i pesci vi sguazzino. Quando si dice che
un uomo vero deve avere il cuore così grande, sembra che ci si riferisca a
questo atteggiamento.

Quando le persone si sentono incalzate dalle cose, ciò è dovuto al fatto che
il loro stato d’animo è agitato e maldisposto. L’agitazione ottenebra la
conoscenza, perciò la condotta è mal guidata. Allora si è limitati.
Un uomo valoroso affronta le situazioni estreme, di vita o di morte,
calpestando lame sguainate, facendo volare spade e lance, dimostrando una
disciplina ferrea, affrontando questioni serie e prendendo decisioni
importanti, senza far trasparire turbamento o agitazione nella voce o
nell’aspetto. Il potere di rafforzare il mondo, in pace e in guerra, risiede in un
cuore impavido.

Le persone di scarsa intelligenza e prive di vero talento impongono il loro


sapere, si vantano con gli altri, e si mettono in mostra nella società, proprio
perché sono così limitate. Quando si è generosi e valorosi, eccellendo in
moltissime cose, non c’è ragione di insistere sui propri meriti e di vantarsi
della propria fama.
Quando la pacatezza traspare spontaneamente dal tuo volto, e l’aspetto di
uomo compassionevole, nobile, emerge nel comportamento che tieni con gli
altri, sarai simile alla primavera soleggiata, una benedizione per tutti gli
esseri. Questa è la pacatezza di un uomo risoluto.

Una presenza trasparente, come un vaso di cristallo colmo di acqua


limpida, o una ciotola di giada bianca, senza alcuna rozzezza o volgarità:
ecco come potrebbe essere definita la personalità di un uomo determinato.
Dentro non sente il bisogno di piegarsi all’adulazione, fuori è sempre
impavido, è estroverso, superiore a tutto, come un uccello che vola nel cielo,
un pesce che sguazza nelle profondità del mare, la luna che splende sui fiori,
il vento che seduce i salici.
Riesci a essere imperturbato senza aver coltivato una personalità simile?
Sta’ molto attento.

Quando investighi a fondo, e ragionando arrivi a comprendere la relatività


delle cose, la confusione cessa. In una situazione di vita o di morte, se esiste
il pericolo reale che qualcuno di importante venga ferito, come il proprio
signore o chi si dovrebbe proteggere, non si dovrebbe esitare a morire
neppure per un attimo; ma se nessuno è in pericolo, occorre difendersi e
pensare a salvare la propria vita. Questo principio si applica ugualmente al
guadagno e alla perdita, al dovere e al piacere.

Né la povertà né la ricchezza, né l’appartenenza a un ceto elevato o a un


ceto basso meritano particolare attenzione. Quando l’anno è freddo, e il
sempreverde pino sopravvive unico nella valle, la tua fermezza sarà evidente.

Si dice che un uomo onesto, anche se in disgrazia, non guarderebbe mai in


una miniera d’oro, non lancerebbe neppure un’occhiata a una montagna di
denaro. Se non si è determinati a preservare la propria onestà, naturalmente si
è spinti a prendere laddove nessuno vede o sa o non sembra che importi.

Per elevarsi in società un uomo deve essere integro. Integrità significa


persistere in ciò che è giusto, senza esitazioni, correggere quel che deve
essere corretto senza badare alla relazione o al rango, senza adulare la gente o
conformarsi alle consuetudini.

Un uomo in società non sarà capace di mantenere una mente retta senza
una volontà ferma e costante. Fermezza significa fermezza morale: egli non si
piega alle cose. Costanza significa mantenere intatta l’aspirazione che si
considera giusta, immutabile. Se un uomo non preserva questa mentalità,
presto sarà succube delle sue preferenze e delle sue avversioni, e la sua
devozione al giusto vacillerà.

La Via dei saggi è effettivamente la Via solo quando è esercitata per il


beneficio di ogni individuo al mondo, così che il grande e il piccolo, il
raffinato e il rozzo hanno valore, e la sua influenza tocca i quattro mari. Solo
se chiarisci la tua mente e vivi un’esistenza limpida, nel tuo piccolo sei un
uomo soddisfatto di te, sempre fedele al tuo mondo, sei un uomo che porta a
compimento ogni azione intrapresa.

Mentre affini la tua compassione, coltivi la gentilezza. Mentre ti batti per la


rettitudine, rendi limpida l’intelligenza. Questo significa che la compassione
e la rettitudine sono le fonti della gentilezza e dell’intelligenza, proprio come
l’acqua e il fuoco sono le basi tra i cinque elementi.
Gli insegnamenti dei saggi non vanno oltre la compassione e la rettitudine.
La compassione è la base della virtù, la rettitudine è la sua applicazione
pratica. Per il cammino a cui l’uomo valoroso aspira, se egli non affina il suo
carattere grazie alla compassione e alla rettitudine, come potrà comprendere
la realtà?

Si dice che un uomo nobile fissi il cielo che lo sovrasta, esamini la terra
che calpesta e osservi le persone e le cose che stanno in mezzo. Così
comprende i fenomeni e gli eventi del cielo e della terra, le persone e le cose,
per cui esercita liberamente la sua volontà per rispondere alla moltitudine
delle situazioni.
Poiché il carattere deriva dalle qualità naturali, e la compassione e la
rettitudine sono principi propri alla natura umana, chi non farebbe
affidamento su di esse? Ma se non affini il carattere grazie alla compassione e
alla rettitudine, se non comprendi le qualità delle cose, dall’astronomia alla
geografia, le migliaia di differenze e di distinzioni che conseguono alle
combinazioni dell’energia positiva e negativa, allora non puoi agire
liberamente e non avrai padroneggiato il cielo, la terra e il mondo degli
uomini con la tua intelligenza.

Quando le persone ignorano il passato e il presente e non comprendono i


cambiamenti, sono limitate, inclini al pregiudizio e parziali nei loro giudizi.
Questo perché istruirsi significa studiare gli scritti degli antichi. Ma, se pur
studiando, non lavori profondamente su te stesso, quanto hai appreso
potrebbe ritorcersi contro di te, perché non saprai come applicarlo. Se
esamini bene e comprendi la tua condizione presente, e poi rifletti sulle
epoche e sugli ideali del passato e del presente, gli studi fatti ti gioveranno.

Dunque che cosa significa essere seri? Maniere composte: guardare,


ascoltare, parlare e agire in modo corretto. Esternamente saranno abiti adatti,
uno sguardo fiero e cose simili.
Il pensiero è interiore, mentre l’interazione tra cose e persone – che
comprende anche il guardare e l’ascoltare – è esteriore. Fondamentalmente
non c’è distinzione tra dentro e fuori, non c’è separazione. Quando l’etichetta
è corretta esternamente, lo stato d’animo è corretto interiormente. Quando c’è
un qualche scompiglio esteriore, invariabilmente c’è una risposta interiore a
esso.

Parlare è l’arte di comunicare quel che si ha dentro. Si dice che anche


quando si fa una battuta di spirito, c’è un pensiero dietro. Poiché le parole
sono la manifestazione dell’attività interiore, quando si è turbati, si parla
senza riflettere. Si è portati a essere logorroici e irriverenti, parlando
avventatamente, troppo, e forse inventandosi storie gonfiate per l’occasione,
arrivando persino a irritare gli altri con un linguaggio intemperante.
Ecco perché ci sono regole nel parlare, poiché si dice che le parole possano
creare inimicizie e amicizie, attirare la fortuna e la calamità, la gloria e la
disgrazia. Se si parla con leggerezza, c’è presunzione, mentre se il discorso è
troppo greve, c’è distacco. I saggi e i sapienti dell’antichità hanno sempre
messo in guardia contro la facile eloquenza non accompagnata dall’azione.
L’apparenza è il vaso in cui l’ordine naturale ha posto l’essenza e la mente.
Quando i pensieri interiori sono impropri, l’apparenza ne è influenzata: la
manifestazione è evidente esteriormente. Se si vuole migliorare la propria
apparenza, bisogna correggere e chiarire i pensieri.

Se hai una buona postura, hai anche un buon portamento. Se quando sei in
piedi non stai ben dritto, allora non sei in grado neppure di camminare come
si deve. Ecco come si sta in piedi correttamente. Sia in pubblico sia in
privato, innanzitutto controlla la tua postura: trova il tuo centro, sii presente,
gli addominali tesi, le spalle in assetto e la schiena dritta. Questi sono tutti
espedienti per una buona postura.

Un uomo nobile, un uomo valoroso, non ha nulla di cui vergognarsi.


Esaminando la sua situazione domestica, non ha sensi di colpa. Non ha nulla
da nascondere, dentro e fuori casa. Quando ha bisogno di riposarsi, va nella
sua stanza. C’è un momento appropriato per ritirarsi nella propria stanza; se
lo si fa al momento sbagliato, potrebbe essere considerato sconveniente.

Quando un samurai è a casa sua, se persino quando è solo è vigile, allora la


sua coscienza sarà limpida. Non si abbandonerà a contegni indecorosi sia in
presenza di altri sia in solitudine. Così la sua mente è aperta, così il suo corpo
è forte, così la sua attenzione è focalizzata; la sua volontà seguirà una
direzione precisa e nessun pensiero indulgente gli attraverserà la mente.

Se hai denaro, ma non puoi usarlo, allora esso è senza valore. Se sai come
usarlo, ma non calcoli quanto ti serve, allora non ne fai un buon uso. Il
denaro ha valore se soddisfa un bisogno, i bisogni sono funzionali in rapporto
al denaro. Non c’è distinzione tra il denaro e il suo uso.

Le ricchezze del mondo sono le ricchezze del mondo, non di un solo uomo.
Il denaro rende possibili il commercio e il profitto, in ogni ambito, ecco
perché si chiama benessere. Le persone ricche dicono che non vogliono
sprecare il denaro, e non sanno come spenderlo. Se l’oro e la giada riempiono
le vostre stanze, e le monete e i gioielli giacciono ammassati, e tuttavia non
sapete ancora come usarli, allora le ricchezze del mondo ristagnano nei
forzieri individuali e non sono utili. Esiste uno spreco peggiore?
In generale, nel rapporto con i subordinati, i superiori non devono solo
cercare un vantaggio, ma devono istruirli e addestrarli. In questo risiede la
virtù di chi governa: coltivare se stesso, correggere i difetti esteriori, essere
dignitoso nell’aspetto, essere leale e diligente, incoraggiare e istruire i
sottoposti.

Il bene non si fa senza un incoraggiamento e il male non si arresta senza


una punizione. Ricompensa e castigo sono usati per educare le persone al
bene. Sono il mezzo con cui chi governa controlla i sottoposti, sono lezioni
per insegnare e addestrare. Parole e atti di lealtà, dovere e coraggio sono
valutati secondo la loro efficacia, poiché si applicano alle situazioni
contingenti. Quando le ricompense e le punizioni non sono giuste, la gente
immancabilmente diventa negligente.

I guerrieri eccellenti eccellono nella strategia. Un esercito superiore vince


senza combattere. Chi pianifica con cura conosce bene le condizioni, le
opportunità, gli schemi e i ruoli. Il nemico è sempre colto alla sprovvista e
impreparato, si trova di fronte la difesa e l’attacco dove non se li aspetta.
Perciò comandanti e soldati sono uniti, come guerrieri pronti a morire:
infallibilmente compatti nella difesa, conquistano sempre gli obiettivi.

Rapportarsi agli amici in modo cortese affina le qualità umane. Quando hai
buoni amici, chiedi loro consiglio. Sii sincero, non falso. Tieni sempre in
mente i doveri del samurai, non essere negligente.

In generale, nella Via del guerriero, se lasci che la mente divaghi anche
solo per poco, di sicuro non sarai pienamente consapevole durante
un’emergenza, e l’impegno di tutta la tua vita andrà perso in un singolo
incidente.

Se ti vergogni dei tuoi abiti modesti e del tuo cibo frugale, e vuoi una
dimora confortevole, non hai una volontà salda.

La Via di un samurai deve essere la devozione al proprio signore, un


samurai è sempre fedele fino alla morte. Questo è un precetto dei nostri avi.
Se lesini il denaro e ti interessi alle cose materiali, il dovere marziale sarà
accantonato e difficilmente riuscirai a dimenticarti della tua casa in una
situazione estrema.
Chi si preoccupa eccessivamente della propria casa finisce per trascurare il
dovere, fugge la morte, porta biasimo a se stesso e disgrazia ai propri genitori
e avi. Che cosa c’è di buono nell’avere un volto umano ma una mente
animale?
In tutte le epoche sono esistite innumerevoli persone ricche che hanno
causato la rovina del loro paese e hanno distrutto le loro famiglie, o si sono
vendute per denaro; come possiamo essere indifferenti al riguardo?
Il denaro che circola nella società è il benessere della società, non il
benessere di un solo uomo. Scambiato in modo proficuo, esso rende possibile
molte cose. Ecco perché si chiama benessere.

Dietro tutto ciò che un guerriero fa, anche se per diletto, c’è sempre una
ragione. Quando non si sa valutare l’importanza relativa delle cose, si diventa
responsabili di una possibile conseguenza infausta.

Per i samurai, la virilità equivale al coraggio.


L’educazione delle figlie richiede una particolare attenzione. Quasi tutti i
metodi insegnano la debolezza, ma è un grande errore. La moglie di un
samurai deve occuparsi della conduzione della casa al posto del marito,
perché egli è sempre a corte e ignora le questioni domestiche.
Daidoji Yuzan

Daidoji Yuzan nacque nel 1639 e morì nel 1730, visse pertanto nel primo
periodo Tokugawa e nel pieno dell’epoca Genroku, quando il Giappone
conobbe un lunga tregua di pace dopo cinquecento anni di conflitti militari.
Yuzan discendeva da una famiglia illustre di samurai, ma dovette
confrontarsi con la grande trasformazione che conobbero in quegli anni la
figura e il ruolo del guerriero.
Di lui si sa che arrivò assai giovane a Edo dove studiò le arti militari con
due eminenti strateghi dell’epoca – Obata Kagenori e Hojo Ujinaga –, ma si
dedicò anche allo studio del confucianesimo – con Yamaga Soko – i cui
ideali erano propugnati dallo shogunato. Terminato il suo percorso formativo,
si mise a viaggiare attraverso il paese, ponendosi al servizio di diversi clan. In
quel periodo ebbe modo di osservare la condizione in cui vivevano i giovani
samurai, e si ritrovò a riflettere sul significato paradossale di appartenere alla
classe guerriera in un’epoca di pace.
Proprio a seguito di queste sue considerazioni, in tarda età scrisse il
Budoshoshinshu, un testo rivolto ai giovani guerrieri della nuova era.
Partendo dal punto di vista del vassallo e non del signore, Yuzan cercò di
risolvere il problema che più lo preoccupava: il futuro della sua classe. Lo
scopo del libro era dunque educativo: offriva istruzioni di natura morale e
pratica alle nuove generazioni di samurai, cercando di mostrare come l’etica
personale e quella sociale non fossero disgiunte e come la crescita personale
andasse di pari passo con la stabilità sociale. In altri termini, chi aspirava a
essere un vero samurai doveva diventare un modello e un esempio per tutti –
amici, famigliari, sconosciuti – e anche per se stesso. Dalle notizie
biografiche che si hanno di Yuzan sembra che praticasse ciò che affermava,
perché ci rimandano l’immagine di uomo sereno, leale e autodisciplinato.
Fu anche un eccellente compositore di versi.
Chi aspira a essere un samurai deve costantemente tenere in mente la
morte, notte e giorno, dal momento in cui prende le bacchette per consumare
il primo pasto del nuovo anno fino alla sera dell’ultimo giorno dell’anno. Se
tiene costantemente in mente la morte, la lealtà e la pietà filiale sono
realizzate, innumerevoli disgrazie e disastri sono evitati, la malattia e le
disavventure non lo colpiscono ed egli vive una lunga vita. Inoltre, anche il
suo carattere ne viene migliorato. Questi sono i molti benefici che se ne
ricavano.
Quando un guerriero crede di poter vivere a lungo facendo ciò che gli
piace, sentirà di avere davanti a sé molti anni per servire il proprio signore e
per stare con i propri genitori. Perciò, se accade qualcosa di imprevisto, egli
sarà manchevole nei suoi doveri e misero nella sua devozione. Consapevole,
invece, di vivere oggi, ma forse non domani, è altrettanto consapevole che
ora potrebbe essere l’ultima occasione per servire il suo signore e vedere i
suoi cari.

Se il pensiero non è rivolto costantemente alla morte, si sarà imprudenti. Si


parlerà in modo avventato, si darà avvio a discussioni, e si scateneranno litigi
a seguito di questioni che si sarebbero potute risolvere in un nulla, se le si
fossero ignorate.

Va da sé che neppure per un istante i samurai di rango elevato lasciano la


loro spada. Perciò un vero guerriero sarà sempre pronto, portando con sé una
spada smussata o di legno, persino quando fa il bagno. Questo perché in lui
alberga sempre lo spirito del combattimento.

Un samurai che porta sempre ai suoi fianchi le sue spade, ma che non ha
costantemente in mente lo spirito del combattimento, è simile a un mercante
o a un contadino travestito da guerriero.
Poiché i guerrieri stanno al di sopra delle altre tre classi e devono occuparsi
dell’amministrazione, devono essere istruiti e capaci di discernere la natura
delle cose.

Si sa che non esiste nulla di più forte del timore del disonore per spronare
un uomo a comportarsi in modo equo e a mostrare coraggio. Tuttavia, non si
può insegnare nulla a chi agisce ignorando ingiustamente le accuse degli altri,
o continua a dare prova di codardia, lasciando che la gente rida della sua
viltà.

È essenziale che un samurai al servizio di un signore usi l’accortezza di


non abbandonarsi a criticare le sviste commesse dai suoi pari e di cui è stato
testimone. Questo perché egli dovrebbe riflettere sul fatto che neppure lui è
santo o saggio e sicuramente negli anni ha commesso errori e ha frainteso
alcune cose.

Per chi aspira a essere un samurai, non importa se di rango basso o elevato,
il primo pensiero dovrebbe essere rivolto a come affronterà la morte, quando
il suo destino sarà compiuto. A prescindere da quanto arguto o abile appaia
quando ne parla, se, quando sarà giunto ai suoi ultimi istanti, sarà preso dal
panico e perderà la consapevolezza o darà un misero spettacolo di sé, tutte le
imprese che ha compiuto in precedenza saranno cancellate come l’acqua che
scorre.

Per il Bushido è ovvio che la prima qualità di un guerriero debba essere la


forza, tuttavia possedere solo la forza e non l’istruzione fa sembrare il
samurai rozzo, come se fosse stato cresciuto tra paesani e contadini, e così
non dev’essere. Pur non rientrando nelle arti marziali, lo studio della poesia e
anche dell’arte del tè sarebbero auspicabili.
Se un samurai non è istruito, non è in grado di comprendere la tradizione
antica e gli scritti dei suoi contemporanei e perciò, indipendentemente da
quanto conosca il mondo, gli è difficile discernere il bene dal male nelle
diverse situazioni.
Tuttavia, quando egli fa un cattivo uso del proprio sapere, generalmente
diventa presuntuoso e disprezza gli illetterati, anche se sono guerrieri
determinati e validi.
In ogni ambito le cose futili facilmente diventano importanti e poco alla
volta le si trasforma in motivo di presunzione. Così, vedendo che un altro
possiede una magnifica teiera, si disprezza la propria di terracotta e si finisce
per desiderare solo gli oggetti raffinati.

Va da sé che gli uomini che lavorano insieme e non hanno avuto motivi di
dissidi in precedenza dovrebbero essere amici e comportarsi come tali.
Tuttavia le persone tendono a lottare per affermare la propria autorità sul
lavoro, e invece di comportarsi da adulti e insegnare al nuovo arrivato
inesperto, traggono piacere nel mettere a nudo le sue sviste. In questo modo
ci si allontana dal Bushido e ci si dimostra meschini e scorretti.

La corruzione è come lo sporco su un indumento bianco. Tuttavia, quando


un abito si sporca, non si getta semplicemente via, ma lo si lava di tanto in
tanto, in modo tale che ritorna bianco ed è di nuovo bello.
Un samurai di alto rango deve accorgersi quando il suo cuore è macchiato.
Ed è ragionevole supporre che, purificandolo, può farlo ritornare alla purezza
originaria.
Un indumento, comunque, si insozza a causa del naturale sudiciume del
corpo e della polvere e della sporcizia del mondo, e se lo si laverà, le macchie
e il sudiciume se ne andranno ed esso sarà di nuovo pulito. Ora, poiché
esistono numerose cose che permeano il cuore umano e lo macchiano in
profondità, il samurai non riuscirà a riportarlo alla purezza con un semplice
“lavaggio”. Inoltre, ci si può permettere di lavare un indumento bianco solo
una o due volte l’anno, ma purificare la mente di un uomo richiede un lavoro
di ventiquatt’ore al giorno, che si vada o si venga, che si sia seduti o sdraiati,
in ogni circostanza. Perciò, ogni volta che si usa la propria mente, anche se la
si purifica con la massima diligenza, è facile che vi rimanga una macchiolina.
Ci sono rimedi che rimuovono sicuramente lo sporco. Allo stesso modo, si
dice che ci siano tre principi che purificano la mente di un samurai: la lealtà,
la correttezza e il coraggio.

Un samurai al servizio di un signore, indipendentemente dal suo rango,


deve essere sempre misurato e attento a non fare spese così eccessive da
portare alla rovina la sua famiglia.
Tuttavia accumulare denaro non è indice di parsimonia, ma di grettezza.
Un simile comportamento è accettabile nei contadini e nei mercanti, ma un
samurai avaro è inutile e disprezzabile. La ragione di ciò sta nel fatto che
esiste qualcosa di molto più prezioso del denaro ed è la propria vita, anche se
in questo mondo esistono molte persone meschine che antepongono al senso
del dovere la ricchezza, e che se ne separano mal volentieri. Come potrebbero
costoro allora separarsi dalla loro irrecuperabile vita?
In questa comprensione sta il vero significato della misura.

Alcune persone non comprendono a fondo un importante principio. Simili


individui esprimono giudizi avventati sui fatti, blaterano di continuo su
qualunque cosa passi loro in mente, e senza dubbi o pensieri sulle eventuali
conseguenze, diffondono dicerie su persone con cui non hanno mai parlato.
Arrivano persino a raccontare le malefatte di persone con cui non hanno
avuto a che fare. Simili individui finiscono per essere conosciuti come
calunniatori e pettegoli, e si può concludere che il loro fallimento sia dovuto
al non aver considerato né compreso il Bushido.

Per il Bushido, tre qualità sono essenziali: la lealtà, l’integrità e il coraggio.


Quando queste tre virtù sono perfettamente combinate in un uomo, si è di
fronte a un samurai della massima eccellenza. È facile ripetere queste cose,
ma comprenderle nel proprio cuore e metterle in pratica non lo è altrettanto.
Perciò si è sempre detto, fin dai tempi antichi, che è difficile trovare un simile
samurai persino tra cento o mille guerrieri.
È facile distinguere un guerriero leale o un uomo integro, poiché queste
qualità emergono nel comportamento quotidiano. Ma si potrebbe dubitare di
distinguere un uomo coraggioso in questi tempi di pace. Simili dubbi però
non sono giustificati, perché il coraggio di un guerriero non si mostra solo
quando questi indossa l’armatura, impugna la spada e la lancia e affronta il
campo di battaglia. La vita ordinaria in tempo di pace riflette il suo coraggio
e la sua codardia come uno specchio.

Di regola, cercare un avversario più debole è un’azione ingiusta e indegna


per un guerriero valoroso. L’uomo, che ama fare le cose che un samurai
valoroso odia e non fa, è detto codardo.

C’è una cosa che un guerriero al servizio di un signore deve assolutamente


capire circa il compimento dei suoi doveri quotidiani, per quanto difficili e
lunghi siano: è importante risolversi a compierli nel giorno prestabilito,
piuttosto che pensare di avere tempo illimitato in futuro. La ragione di ciò sta
nel fatto che nessuno in questo mondo incerto – né gli uomini che stanno in
alto né quelli che stanno in basso – può sapere quel che porterà il domani.

Un uomo che aspira a essere un samurai non dovrebbe lasciarsi


coinvolgere in alcuna questione, per quanto possa sembrare semplice, a meno
che non gli venga richiesto esplicitamente. La ragione di ciò sta nel fatto che
una volta che un samurai ha preso un impegno, semplice o estremamente
difficile, si sentirà coinvolto totalmente, al punto che potrebbe dover rischiare
la sua vita. È già arduo mettere a disposizione la propria vita per il bene del
signore o della famiglia, pertanto è inutile impegnarsi in faccende
irragionevoli.

Ancora, esprimere la propria opinione e dare un consiglio a qualcuno sono


considerate virtù proprie a una natura affidabile, perciò sono auspicate.
Tuttavia sarebbe meglio riflettere con attenzione prima di farlo. In
particolare, quando un uomo parla in vece di padre, maestro, fratello
maggiore o zio, e si rivolge a suo figlio, allievo, fratello minore o nipote, non
ha motivo di preoccuparsi eccessivamente, a prescindere dall’opinione o dal
pensiero che esprime. Tuttavia, persino in tali circostanze, le parole che
escono dalla bocca di un samurai sono grevi e non devono essere dette con
leggerezza o superficialità. A maggior ragione, bisogna comprendere che
esprimere la propria opinione agli amici e ai compagni è una faccenda
estremamente seria.

Se il samurai si trova a rischiare la propria vita su un campo di battaglia,


deve compiere gesta incomparabili davanti agli occhi dei nemici e degli
alleati. Dovrebbe essere abbattuto in un modo onorevole, e lasciare il suo
nome ai posteri. Applicarsi onestamente a questo, giorno e notte, è la Via del
guerriero.

I ladri sono quegli uomini che rubano le cose degli altri in gran segreto e
perlopiù rubano soldi e cose a gente mai vista né conosciuta. Ma anche un
guerriero di un clan che ruba al signore da cui ha ricevuto favori e vive in un
lusso che va molto oltre la sua posizione sociale è un ladro. È palese che, così
facendo, tratta i suoi compagni e le persone che frequenta come sciocchi
senza occhi né orecchie, e alla fine considera tale anche il suo signore. Questa
è la ragione per cui si dice che costui è dieci volte più colpevole dei ladri
spregevoli che infestano il mondo.

Quando un uomo abusa delle arti marziali o le pratica in modo scorretto,


sarà arrogante credendosi il più abile, guarderà con sufficienza coloro che gli
stanno accanto, non parlerà se non di teorie irragionevoli e altisonanti,
sviando i giovani inesperti e danneggiando la loro mentalità. Sebbene
individui simili sembrino dire parole rette e sagge, nel loro intimo sono
perlopiù avidi, e le loro vere intenzioni mirano a calcolare dove possono
trarre profitto. Perciò, poco alla volta il loro carattere si guasta e finiscono per
perdere lo spirito samurai. Questo è un errore che nasce nel non comprendere
appieno la pratica e la disciplina delle arti marziali.
Issai Chozanshi

Issai Chozanshi è lo pseudonimo di Niwa Jurozaemon Tadaaki, un samurai


del feudo di Sekiyado, vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, più precisamente
dal 1659 al 1741. Di lui non si sa molto, sicuramente non era un maestro di
spada, anche se conosceva in modo eccellente tale arte e la filosofia che la
permea, come dimostrano i suoi scritti. È noto che Chozanshi fosse un
letterato, un grande conoscitore del buddhismo, del confucianesimo, del
taoismo e dello Shinto ed è probabile che conoscesse i lavori di Musashi. Le
sue opere letterarie sono superbi trattati che esprimono sincreticamente
l’essenza di tali tradizioni, e anche se Chozanshi non offre principi pratici e
tecniche vere e proprie, lascia trapelare quello che per lui è l’autentico spirito
delle arti marziali, vale a dire intraprendere il cammino interiore lungo la Via.
Il suo testo più famoso è Neko No Myojutsu (“La misteriosa tecnica del
gatto”), contenuto in Inaka Sosji – una raccolta di brevi storie che istruiscono
in modo meno diretto e più simbolico e allusivo – e rilevante è anche il
trattato Tengu Geijutsuron.
Dal ki dipende l’uso del corpo. Quando il ki lo permea, puoi rispondere a
ogni cambiamento; quando sei in armonia, non dovrai usare la forza. Anche
se tu venissi colpito da un’arma o da una pietra, non riporteresti gravi ferite.
Ma persino i più piccoli pensieri che si affacciano diventeranno intenzioni
coscienti. Questa non è la spontaneità della Via. Perciò, quando affronti un
avversario, se la tua mente non è stata disciplinata, la mente dell’avversario
resisterà. Quale tecnica usare allora? Mushin: rispondere in modo naturale è
l’unica Via.

La Via della spada non ha come unico fine la sconfitta dell’avversario. È


l’arte di affrontare la trasformazione e chiarire la questione della vita e della
morte. Questa è la mente che il samurai dovrebbe sempre mantenere, fino a
padroneggiare quest’arte. Ecco perché dovresti per prima cosa penetrare la
questione della vita e della morte, temprare la volontà, non avere dubbi e non
vacillare, non usare espedienti né inganni, armonizzare la mente e il ki, non
fare affidamento su nulla ed essere calmo come la superficie di un lago
profondo. Allora sarai assolutamente libero di rispondere ai continui
cambiamenti.

L’assenza di intenzioni non è quel che tu chiami stupidità. La mente


originariamente è senza forma. Non dovresti mai essere sopraffatto dai
fenomeni. Quando sei preso da qualcosa, lì metti il tuo ki. E quando il tuo ki
ha una direzione, non riuscirà ad adattarsi ai cambiamenti. Sarà eccessivo da
una parte, ma scarseggerà da un’altra. Quando sarà eccessivo, la tua forza
traboccherà e sarà incontrollabile; quando scarseggerà, la tua forza sarà
bloccata e inutile. In nessun caso riuscirai a rispondere al cambiamento. Quel
che io chiamo “assenza di intenti” significa non essere preso dai fenomeni né
tendere verso qualcosa: non c’è né l’avversario né il sé, e l’unica risposta è
seguire le cose così come accadono, rispondere al loro manifestarsi e non
lasciare traccia.

Poiché io esisto, esiste il mio avversario. Se io non esistessi, neppure il mio


avversario esisterebbe. “Avversario” è il nome che diamo a qualcuno che si
oppone a noi. Yin e yang, acqua e fuoco, sono cose similari. In linea di
principio, ciò che ha una forma sicuramente ha un opposto. Ma, se non c’è
forma nella mia mente, non ci sarà nulla in contrapposizione. Quando non c’è
opposizione, non c’è contrasto. Ecco il significato delle parole: “Non c’è né
un avversario né un sé”.

Quando la mente è imperturbata, il mondo è il mio mondo. Non c’è né


giusto né sbagliato, né preferenze né avversioni, né l’attaccamento ai
fenomeni. Quanto è compreso tra dolore e piacere o perdita e profitto è creato
dalla mia mente. E sebbene diciamo che il cielo e la terra siano immensi, non
c’è nulla da cercare fuori dalla nostra mente.

È sufficiente che un granello di sabbia o di polvere entri nel tuo occhio,


perché tu non riesca più ad aprirlo. Lo stesso accade quando metti qualcosa in
un luogo chiaro e luminoso dove in origine non c’era nulla. Questa è una
metafora per la mente.

È la natura del principio che quando la forma cambia, la mente e il ki


cambiano con essa. Il principio è senza forma, ma esiste nel ki.

La vita è come un sogno, e anche nell’altro mondo vivrai una sorta di vita.
Quindi anch’esso sarà simile a un sogno. In questo caso, è sciocco angustiarsi
per il passaggio tra vite di cui non si sa nulla. Si dovrebbe morire
semplicemente pensando: “Ecco, è così”. Questo è il pensiero migliore che si
possa avere in quel momento e di fatto in ciò consiste diventare un Buddha.

Dall’incontro di yin e yang ha origine la forma; intorno alla forma e al suo


ki ruotano il movimento e la quiete, la parola e il silenzio. Quando la vitalità
si esaurisce, abbandona la forma e in ciò consiste la morte. È perché c’è
vitalità in questa forma che esiste una mente che conosce felicità e rabbia,
preferenze e avversioni. Quando questa forma muore, la vitalità è esaurita.
Come potrebbe dunque permanere la mente? Un fuoco è alimentato da un
tizzone ardente. Ma quando il legno è consumato, il fuoco si spegne da solo,
e pur rimanendo ancora del fumo, anch’esso si disperderà presto. Sebbene
diciamo che il fuoco si è estinto, sappiamo che potrebbe essere nuovamente
attizzato con una pietra focaia. Ma ciò non significa che sia il fuoco di prima.
È facile da intuire. Non è qualcosa che puoi spiegare a parole.

Il cielo e la terra sono popolati da esseri che volano, altri che vivono sugli
alberi, altri che camminano e altri ancora che nuotano nell’acqua. Esistono
creature belle e creature brutte. Ma tutti sono nati per ordine del Creatore.

A ogni essere a cui il Creatore ha dato la vita è stato concesso cibo e un


riparo affinché non soffra. Pretendere di essere diversi e invidiare gli altri
sarebbe come voltare le spalle al cielo.

Essere in questo mondo richiede necessariamente umiltà.

Tutti sanno che le Diecimila Cose sono originate dal Vuoto e ritornano al
Vuoto. Ma tu ricevi questo corpo e, da quando si nasce a quando si muore,
per ogni cosa c’è una legge di natura e per ogni forma un compito assegnato.
Coloro che eseguono il proprio compito e godono nel perseguirlo sono
chiamati kunshi. Coloro che non adempiono al proprio compito, ma agiscono
con cocciutaggine, sono uomini inferiori.
Inoltre, la felicità, la sofferenza, le cose interessanti, le inezie, il bene e il
male, la buona e la cattiva sorte, la prosperità e il declino, l’ascesa e la caduta
sono tutti originati dal Creatore, che ci dà la nascita.

Il cielo compie i suoi disegni senza attaccamento. E poiché io ho ricevuto


questo corpo senza attaccamento, e mi diletto nella creazione e nella
metamorfosi senza attaccamento, allora dovrei anche affrontare la morte
senza attaccamento.

Una volta che, con un guizzo di intelligenza, gli uomini superficiali hanno
raggiunto un successo, si gonfiano di orgoglio e credono di poter continuare
così per sempre. Come si fa a essere così stupidi? Un uomo apprende
un’abilità, e dopo essersi assicurato di riuscire a padroneggiarla, la mette in
pratica di continuo, scioccamente, non arrivando a comprendere che essa ora
si è trasformata nel suo nemico e che gli sta portando sventure.
Se c’è vita, c’è morte. Perché dovrei aver paura? Se consideri la questione
guardando al giorno in cui sono morti, non c’è differenza tra gli ottocento
anni di P’eng Tsu e i sette giorni di vita di un neonato. È sciocco pensare che
tutte le cose non siano limitate dalla vita e dalla morte, o che dobbiamo avere
fortuna ma non sfortuna.

Chi vuole cambiare la propria natura e impiega la propria intelligenza


nell’escogitare vani espedienti inevitabilmente attrarrà su di sé disgrazie. Si
dice che la cornacchia che imita il cormorano finisce per bere tanta acqua.

Gli uomini non si comportano con giudizio: biasimano gli altri e pregano
gli dèi e implorano i Buddha per ottenere cose di cui non sono all’altezza.
Questo fanno continuamente gli uomini di bassa levatura. Sappi che agli dèi
non piacciono simili scorrettezze. Gli uomini credono che qualunque cosa
chiedano agli dèi, sarà loro concessa, che sia buona, cattiva, giusta o iniqua.
La mente umana è stupida.
Ascolta come devi rivolgerti alle divinità. Per prima cosa elimina tutti i
desideri egoistici e tutte le idee fuorvianti dalla tua mente, in tal modo ti
purifichi interiormente. In ciò consiste la “purezza interiore”. Il giorno in cui
ti rechi al tempio, fa’ un bagno e lava i capelli, cambiati d’abito, non
mangiare cibo insalubre: in tal modo purifichi il tuo corpo. In ciò consiste la
“purezza esteriore”. Pulito dentro e fuori, quando adori la divinità con cuore
sincero, potresti essere pervaso da una sensazione di assoluta purezza come
se ti inondasse dall’alto. Neppure per un istante dovresti essere irrispettoso.
Se ti comporterai in questo modo, lo spirito divino ti toccherà e la grettezza
egoistica e i pensieri che ti distraggono saranno estinti; in te palpiterà questa
virtù e, riconoscente, desidererai ricambiarla. Questo è: sentire le diecimila
virtù e realizzare le diecimila benedizioni.

Vita e morte, buona e cattiva sorte sono materia del destino. Se provi
desiderio, ingombri la mente con l’attaccamento; se provi odio, la rendi
sofferente. Rattristarsi per qualcosa che non sei capace di fare o per un sapere
che ti è precluso è l’apice della stupidità. Semplicemente non fare resistenza e
sii soddisfatto di quanto ti accade. Quando la tua volontà egoistica non
interferisce, conosci la massima felicità e non sei sopraffatto dalle cose.
Mentre sei vivo, segui la Via in ogni modo; quando muori, sii semplicemente
felice di essere ritornato. Perché dovrebbe essere così difficile?

Dove i fiori di primavera sbocciano, la montagna è come broccato;


quando le foglie dell’autunno cadono, nei campi si solleva la polvere.
Lo splendore e il talento della vita umana sono come un sogno;
finché si incontreranno lapidi antiche, il viandante bagnerà di lacrime le
maniche.

Una persona che si tormenta per qualcosa per cui non può fare nulla è
sommamente sciocca.

I Bimbo Gami così parlarono:

Tanto tempo fa, il signore Ou Yang disse: “Molte persone non riescono a
raggiungere allo stesso tempo la Somma Bellezza e la Somma Felicità”. Ora,
che cos’è la Somma Bellezza? Vivere negli agi e nell’onore, possedere grandi
quantità d’oro, d’argento e ricchezza materiale, avere i vestiti migliori e il
cibo più raffinato, essere nelle grazie dei superiori, godere di grande potere e
prestigio e vedere realizzati tutti i desideri: ecco quel che la mente umana
considera successo e che suscita l’invidia di tutto il mondo.

Dunque che cos’è la Somma Felicità? Essere senza desideri e sapere di


avere abbastanza, essere equo e disinteressato, non disputare nelle questioni
su ciò che è giusto e sbagliato, cogliere il vero fondamento della propria
mente, non essere confuso dalla vita e dalla morte o dalla buona e dalla
cattiva sorte, affidare la vita alla vita e usare ogni potere per seguire la Via, e
affidare la morte alla morte ed essere contento di quel ritorno. Non invidiare
ricchezze e onore, non disprezzare la povertà e gli umili natali, non
distinguere ossessivamente tra felicità e rabbia, preferenze e avversioni, ma
piuttosto accettare la buona e la cattiva sorte, l’ascesa e il declino così come
si presentano, e gioire serenamente nella creazione e nel cambiamento. Ecco
qual è la Somma Felicità sotto il cielo.

La Somma Felicità è dentro di te. Se la cerchi senza risparmiarti, la


conseguirai di sicuro. Semplicemente, non inseguire l’illusione.

Quando insegui le cose, non riesci a ottenerle e tuttavia insisti nel


desiderarle, ti tormenti inutilmente. Esaurirai la tua vita in questa brama, e
non sarai mai appagato. Se insegui la fama, ti consumerai per un nome; se
insegui l’oro e l’argento, ti consumerai per l’oro e l’argento; se insegui
oggetti e suppellettili, ti consumerai per gli oggetti e le suppellettili, e chi ama
i piaceri sensuali, si consumerà per i piaceri sensuali; mentre chi non si
accorge di avere reso schiava la propria mente preziosa, la userà come non
deve e soffrirà fino alla fine dei suoi giorni. In questi tempi la gente chiama
simili individui “saggi”. In passato li chiamava “sciocchi” o “uomini di poco
valore”.

L’arte della spada è questione di vittoria o di sconfitta. Ciò nonostante, a


suo fondamento c’è semplicemente la misteriosa natura dell’essenza autentica
della mente.

Se non padroneggi abilmente la tecnica, la tua mente potrebbe essere forte,


ma la tua risposta sarà manchevole. Il ki è il mezzo per coltivare la tecnica e
la mente è il mezzo con cui il ki mette in atto la forma. Ecco perché è
essenziale che il ki sia attivo e mai statico, che sia forte e saldo e mai
trattenuto in alcun modo.

Se la tua tecnica non è pronta, il ki non sarà in armonia e la forma non


seguirà. Quando la mente e la forma sono due, non sei libero nell’azione.

La funzione della spada è quella di tagliare e la funzione della lancia è


quella di trafiggere. Per che cos’altro potrebbero essere usate? Ascolta, la
forma segue il ki e il ki segue la mente. Quando la mente è immobile, non c’è
movimento di ki; quando la mente è in pace e imperturbata, anche il ki è in
armonia, la segue e la tecnica risponde alle circostanze in modo naturale.
Quando qualcosa turba la mente, il ki è bloccato e le braccia e le gambe non
possono rispondere come devono. Quando la mente risiede nella tecnica, il ki
è ostacolato e in disarmonia.

Quando manifesti l’intenzione di controllare una situazione, è come se


soffiassi su un fuoco fino a consumare tutti gli sterpi.

Sappi che chiunque sa tendere un arco e scoccare una freccia. Ma se non


sei centrato nella Via del tiro con l’arco, la tua tecnica sarà vana. Tendendo
l’arco a caso e scagliando in alto la freccia, non riuscirai mai a colpire il
bersaglio con precisione né a imprimere forza al tiro. La tua intenzione deve
essere assolutamente precisa, la tua forma corretta e il tuo ki deve permeare il
tuo corpo intero ed essere vivo. Devi allinearti alla natura della freccia, così
che tu e la freccia diventiate una cosa sola.

La freccia e l’arco sono fatti di legno e bambù. Ma quando il tuo spirito


diventa uno con essi, anche la freccia avrà uno spirito e potrai coglierne il
mistero.

Le faccende quotidiane degli uomini sono tali: se la tua intenzione non è


pura e ti comporti in modo scorretto, mancherai di diligenza nei confronti del
tuo signore e sarai sleale, esiterai nei confronti dei tuoi genitori, non
mostrerai pietà filiale e non sarai sincero con la tua famiglia e i tuoi amici.

Quando il tuo ki non permea tutto il tuo corpo, interiormente tenderai ad


ammalarti e la tua mente ne soffrirà; sarai preoccupato e non riuscirai a
intraprendere una qualsiasi nobile impresa. Quando ti opponi alla natura delle
cose, osteggi la natura umana, crei una distanza e sei in disarmonia; così
facendo, ti trovi in conflitto. Quando il tuo spirito è turbato, sorgono molti
dubbi e non vedi la fine dei tuoi affanni. Quando i pensieri si succedono, non
conosci tranquillità e commetti molti errori.

Anche la mente umana non esiste senza bene. Quando segui la tua vera
natura e non sei schiavo delle passioni e dei desideri, il tuo spirito non sarà
turbato, ti sentirai connesso con questo mondo e l’azione non incontrerà
ostacoli.

L’arte della spada è tale: di fronte all’avversario, dimentichi la vita,


dimentichi la morte, dimentichi il tuo avversario e dimentichi te stesso. Il
pensiero si ferma e non si generano intenzioni. Quando sei in uno stato di
nonmente e semplicemente senti, la metamorfosi e il cambiamento
avvengono in assoluta libertà e l’azione non incontra ostacoli.

L’arte della spada è condotta sul filo tra vita e morte. È facile mettere a
repentaglio la propria vita e avanzare verso la morte, ma è difficile non
distinguere tra la vita e la morte. Chi non le separa trova facile agire in
assoluta libertà.

Affida la vita alla vita e affida la morte alla morte, ma non separare l’unità.
Penetra l’essenza e votati a perseguire la Via. In questo modo sarai libero.

Quando ti aggrappi alla vita, di fatto la vessi. Quando la tua mente è


affollata di idee assurde come se i Tre Mondi del passato, del presente e del
futuro fossero imprigionati, la tua vita è in pericolo.

In tutte le arti, da quella degli hoka alla cerimonia del tè, si diventa abili
coltivando la tecnica. Ma quel che rende ciascuno unico è il ki. Dalla
trasformazione di yin e yang dipendono il sole e la luna che illuminano la
Terra, l’alternarsi del caldo e del freddo, il susseguirsi delle quattro stagioni e
la vita e la morte di tutte le cose. La sua funzione misteriosa non potrà mai
essere spiegata a parole. Le Diecimila Cose esistono in essa, e per mezzo di
essa il ki adempie alle loro vite. Il ki è la vera sorgente della vita. Quando il ki
lascia la forma, c’è la morte, e il confine tra la vita e la morte è solo la
trasformazione del ki.

Sebbene il principio della vita e della morte sia noto, siamo riluttanti a
lasciare la vita dopo un tempo breve. In ciò risiede la confusione. Poiché
nella confusione l’azione è senza ragione, i nostri spiriti sono turbati e non ci
accorgiamo di subire sempre sconfitte.

La conoscenza della tua vera natura, la chiarezza spirituale, non ha niente a


che fare con i sentimenti buoni o cattivi. È pura e laddove il suo principio
rifulge non c’è sé. Perciò là né il bene né il male esistono, c’è solo chiara
luce.

Non puoi usare come colonna un albero che ha solo due foglie.

Il demone disse: “L’uomo è un animale”. Non può restare immobile.


Reagisce in molteplici modi ai propri bisogni quotidiani, ma la mente di chi
ha afferrato la Via non è mossa dai fenomeni. L’essenza della mente è il non
attaccamento e l’assenza di desideri, perciò la mente è in pace e imperturbata.

È sciocco pensare che un altro non sappia quel che tu sai. Se in te c’è
chiarezza spirituale, anche in un’altra persona ci sarà. Come potresti essere
l’unico avveduto in un mondo di sciocchi?
Perciò nulla è inintelligibile.

Non si può agire senza yin e yang. Semplicemente scegli la chiarezza ed


eviti la pesante torbidità. Per asciugare qualcosa usi il fuoco, non l’acqua.
Semplicemente ogni cosa ha la propria funzione.

La mente esiste nel centro del ki, proprio come il pesce vive nell’acqua. La
libertà di movimento del pesce dipende dalla profondità dell’acqua. Se il
pesce grosso non è in un lago profondo, non può nuotare. E se l’acqua inizia
a defluire, il pesce si troverà in difficoltà. Quando non ne sarà rimasta alcuna,
il pesce morirà. La libertà della mente dipende dal vigore del ki. Quando il ki
è debole, la mente si indebolisce; quando il ki è esaurito, la mente ritorna alla
non esistenza. Perciò quando l’acqua è smossa, i pesci sono spaventati, e
quando il ki è in movimento, la mente non è calma.

Quando affidi le cose al cielo, ma non ti sei impegnato a compiere quanto


era in tuo potere, non hai compreso la Via del cielo. Ti limiti ad aspettare che
gli eventi accadano spontaneamente, questo è chiamato “affidarsi al fato”.

I pensieri egoistici sorgono in una mente votata al profitto personale. E


quando pensi solo al tuo profitto, non esiterai a danneggiare gli altri. In
ultimo, sarai una sorgente di malvagità e di male e distruggerai persino il tuo
corpo.

Non c’è differenza nel principio che regola la tecnica dell’arte della spada
e quello che regola l’azione mondana. Nella prima, usi la mente e distingui la
correttezza e la perversità, la verità e la falsità, in ogni singola situazione. Se
applichi questo principio nelle vicende della vita e raggiungi il punto in cui la
malvagità non riesce a prevalere sulla correttezza, hai già ottenuto un grande
progresso.

La lancia è un’arma che trafigge, ma la vera libertà di trafiggere è in te,


non nello strumento.

Quando il tuo ki permea totalmente il tuo corpo e vibra con la tua mente,
non c’è più sorpresa né paura, ed è facile rispondere ai cambiamenti
repentini.

Se cerchi di fissare la mente su ciò che vedi con gli occhi e senti con le
orecchie, scopri che ogni cosa in cielo e in terra può racchiudere un
insegnamento. Non esiste nulla sotto il cielo che non possa essere il tuo
maestro. Tutto è importante, perciò cerca. Quando riterrai che non ci sarà più
nulla che valga la pena cercare, per te non sarà rimasto più niente da ricevere
dall’umanità.

Se focalizzi sempre la tua mente su tutte le Diecimila Cose di questo


mondo, otterrai grandi benefici. Se sei testardo e sciocco, non sarai diverso da
un cadavere. Qualunque cosa ci sia da ottenere non riuscirai ad afferrarla.

Se sei stato mosso dalle passioni, dai desideri, dall’avidità, dal profitto e
dalla perdita, allora potresti studiare i libri dei saggi e alimentare la tua
conoscenza superficiale. Perciò allineati alla Via dell’antichità, non cambiarla
e solo in seguito studia le Diecimila Cose.

Devi sempre usare la mente e considerare un insegnamento ciò che le tue


orecchie sentono e i tuoi occhi vedono. Poi, quando accade qualcosa, dovresti
seguire il cambiamento del momento.

L’apprendimento e l’arte della spada sono uguali. L’uomo privo di


desideri, che semplicemente agisce con pienezza, non avrà un punto debole
dove essere colpito. Né potrai spezzarlo con la forza. Non potrai attrarlo con
il desiderio o ingannarlo con l’astuzia.
Yamamoto Tsunetomo

Yamamoto Tsunetomo nacque nel 1659 nel villaggio di Yokokoji, nella


prefettura di Saga, vicinissimo al castello dei Nabeshima e la sua famiglia da
generazioni svolgeva importanti compiti presso questi feudatari. Ma il futuro
maestro dell’Hagakure era noto anche con il nome buddhista di Kyokuzan
Jocho che significa “Montagna del Sol Levante” e “Mattino eterno”, nome
assunto all’età di ventun anni.
Tsunetomo da bambino era costantemente malato e debole, e i dottori
avevano dichiarato che non sarebbe sopravvissuto a lungo. Ma Jocho
sorprese tutti e arrivò all’età di sessant’anni. Nella sua esistenza fu un
funzionario amministrativo, un fine letterato, un guerriero e infine un
monaco. La sua esperienza del bugei, le “arti del guerriero”, la pratica intesa
come Via per l’autorealizzazione, confluisce nell’Hagakure, con ampi
riferimenti alle arti marziali. E, a titolo di curiosità, ricordiamo che il suo
ruolo di samurai non mancò di imporgli la decapitazione di un buon numero
di condannati a morte.
Questa scelta di vita guerriera trovò una tragica conclusione con la morte
del signore e mentore di Tsunetomo, Mitsushige Nabeshima, nel 1700,
allorché il nostro samurai, impossibilitato da una legge del 1661 a seguire il
suo defunto daimio con il suicidio rituale, ottenne di poter prendere i voti
buddhisti della setta Soto Zen e si ritirò in un eremo. Anche la moglie si fece
monaca. Infine, a partire dal 1710
Tashiro Tsuramoto iniziò a far visita al monaco e ne divenne l’unico
discepolo: egli era un guerriero del clan Nabeshi ma, che aveva perso il
proprio incarico di attendente personale per motivi a noi ignoti. Tsunetomo
morì, tre anni dopo, il 10 ottobre 1719. Alla morte del maestro, il giovane
Tashiro avrebbe dovuto bruciare il manoscritto con gli insegnamenti segreti,
per onorare le sue disposizioni. Avrebbe dovuto. Decise invece di farli
circolare all’interno di gruppi selezionati di samurai e così fu per almeno due
secoli.
Hagakure, “Nascosto dalle foglie”, è una delle opere più significative della
letteratura giapponese. Pubblicata per la prima volta nel 1906 ma trascritta
due secoli prima, racchiude la saggezza che si esprime nel Bushido, la Via
del guerriero.
L’Hagakure è un’opera che noi oggi leggiamo sulla carta ma che nasce da
una serie di conversazioni: per via di questa sua genesi orale e del tutto
asistematica, non presenta un’esposizione organica, ma nei suoi 1343 brani
sviluppa i materiali più eterogenei (dati autobiografici, aforismi, precetti etici
e pratici, citazioni storiche, epiche, riflessioni filosofico-religiose...) ma non
senza una sua coerenza di fondo.
I brani furono poi suddivisi in undici capitoli e annotati da Tashiro
Tsuramoto, dal 1710 al 1716. Sorprende innanzitutto l’enigmaticità del titolo
scelto da Tashiro, Hagakure, che può essere tradotto “Nascosto dalle foglie”,
“All’ombra delle foglie” e persino “Foglie nascoste”. E le interpretazioni di
questi possibili titoli si sprecano. Secondo una prima congettura,
l’espressione riecheggia un verso di Saigyo Hoshi (XII secolo), poeta e
sacerdote itinerante di stirpe samurai, che in una composizione del suo
Sankashu (“I canti dell’eremo”) scrive appunto “nascosti tra le foglie”.
Oppure la locuzione “Hagakure” rimanda a un concetto fondamentale del
testo: scopo del samurai è vivere e agire come se fosse celato tra le fronde,
ossia nell’abnegazione e nella rinuncia del proprio ego. Molto più fondata è
l’ipotesi secondo la quale Yamamoto insegnasse all’allievo Tashiro i suoi
precetti dentro una capanna “all’ombra delle foglie” ovvero “nascosta tra le
foglie” e che lì crescesse una pianta di cachi, detta “nascondi foglie”. O
ancora che il titolo completo suonava come “Annotazioni su cose udite
all’ombra delle foglie”...
I brani che formano l’Hagakure danno l’impressione di essere le risposte
di Tsunetomo a domande puntuali che il suo devoto allievo gli rivolgeva e
approfondimenti di particolari questioni, per esempio, oltre ai temi classici –
quelli legati al Bushido – non mancano nell’opera cenni agli strumenti
impiegati nella Via del tè, il che può risultare spiazzante per il lettore
moderno. Spiazzante, a meno che non si contestualizzi tutto ciò che
nell’Hagakure risulta alla prima impressione strano o incomprensibile: la
cerimonia del tè è infatti intrisa dei più alti ideali samurai e zen ed esprime
una ricerca di purificazione interiore, di bellezza nella semplicità, coniuga
una forma di socializzazione all’espressione artistica e religiosa,
coinvolgendo un maniacale studio di tutta la scenografia architettonica e
naturale della cerimonia stessa, fino alla scelta della ceramica, del giorno e
dell’ora più idonei al suo svolgimento. Si dice nell’Hagakure: “Il maestro
Nakano Kazuma disse: ‘Il vero fine della cerimonia del tè è la purificazione
dei sensi: la vista, con la contemplazione della composizione dei fiori e i
dipinti del paesaggio; l’olfatto, con la fragranza dell’incenso; l’udito, con il
suono dell’acqua che bolle; il gusto, con il sapore del tè; il tatto, con la
postura corretta. Quando purifichi i cinque sensi, anche il cuore diventa
puro’. Dunque la funzione della cerimonia del tè è purificare il cuore. Cerco
di mantenere per tutta la giornata questo stato d’animo e non per puro
diletto”.
Nei testi dei samurai non mancano di norma elenchi di fatti storici
importanti: nel caso dell’Hagakure ciò non è espressione di un gusto erudito
ma costituisce per il guerriero un prontuario di esempi da seguire, esempi di
coraggio, di risorse e capacità strategica dei più celebri samurai.
Un aspetto assai divulgato di questo testo è la radicalità delle sue posizioni,
laddove per esempio Tsunetomo dichiara: “Ho scoperto che la Via del
samurai è la morte”. Non si tratta di una fanatica istigazione al suicidio
quanto piuttosto di un potente riflesso della dottrina zen, che a partire dal XIII
secolo ispirò profondamente la casta samurai proprio con il fondamentale
concetto dell’impermanenza della vita.
Eppure quando lo scrittore Yukio Mishima si uccise con un plateale
seppuku il 25 novembre 1970, in molti sostennero che fosse stato indotto a tal
gesto dalla malsana lettura di quest’opera.
Ed è doveroso sapere che in passato l’Hagakure subì un uso che si può
definire strumentale e che fu demonizzato al punto che durante l’occupazione
americana del Giappone, dal 1945 al 1952, numerosi esemplari del testo
furono dati pubblicamente alle fiamme per decisione del Supreme Command
Allied Powers.
A questo “libro maledetto” si attribuiva infatti la responsabilità del
fanatismo giapponese, della sua ideologia imperialista, del fenomeno dei
kamikaze e persino dei suicidi di massa che colpirono il Giappone dopo la
sua resa al termine della Seconda guerra mondiale.
Oggi siamo finalmente in grado di valutarlo con un giudizio critico più
sereno e obiettivo, per quello che è, una testimonianza formidabile della più
elevata cultura nipponica.
Come è possibile che un uomo sia inferiore a un altro uomo? La disciplina
è vana se manca un grande coraggio. Se un uomo non è determinato a
mandare avanti il feudo anche da solo, non realizzerà niente. Come una teiera
si scalda e diventa fredda facilmente, il modo per non raffreddarsi è
altrettanto semplice.
Trasmetto i miei quattro voti:

Non essere mai inferiore a nessun’altro nella Via del samurai.


Essere utile al proprio signore.
Praticare la pietà filiale verso i genitori.
Agire per il bene dell’umanità e mostrare compassione per tutti gli esseri.

Se tutte le mattine dedicherai questi quattro voti agli dèi e ai Buddha, avrai
la forza di due uomini e non arretrerai mai, ma, come un bruco, avanzerai
lentamente e inesorabilmente.

Anche se i samurai dovrebbero essere consapevoli del Bushido, sembra


che numerosi lo trascurino.
Infatti, se fosse domandato: “Qual è l’essenza della Via del samurai?”,
pochi saprebbero rispondere. Questo accade perché non hanno una mente
imperturbabile e non praticano la Via seriamente. La negligenza è la cosa
peggiore.

Ho scoperto che la Via del samurai è la morte. Quando devi scegliere tra la
vita e la morte, è necessario scegliere subito la morte. Non è difficile: una
volta che hai deciso, avanza. L’essenza del Bushido è essere pronti a morire,
giorno e notte, in ogni istante. Quando un samurai è sempre pronto a morire,
è padrone della Via.

Dato che la maggior parte delle volte agiamo basandoci solo sulla nostra
limitata saggezza, diventiamo egoisti, lasciamo la retta Via e commettiamo
errori.
Quando non si è in grado di fare la scelta giusta, è bene consultarsi con una
persona sapiente. Non essendo coinvolta direttamente, ci indirizzerà sulla
Via, perché prenderà una decisione disinteressata e saggia. Tale decisione è
come un albero robusto con innumerevoli radici. Invece, il giudizio di un
uomo solo è come un bastone infilato nel terreno.

Nelle arti marziali si parla di “samurai illuminato” e di “samurai non


illuminato”. Un samurai saggio esamina la situazione in anticipo,
prefigurandosi ogni possibile evenienza e soluzione e affronterà ogni
circostanza nel migliore dei modi.
Quindi, un samurai illuminato si prepara in anticipo prima di agire. Al
contrario, il samurai non illuminato non antepone la riflessione all’azione,
sembra brancolare nel caos e la sua vittoria è dovuta solo alla fortuna.

Quando domandai a Yasaburo un esempio di arte della calligrafia, mi


rispose: “Si dovrebbe scrivere con caratteri abbastanza larghi da riempire la
pagina con un ideogramma solo e con abbastanza forza per strapparla. La
destrezza nell’arte della calligrafia dipende dallo spirito e dalla forza con cui
è praticata. Il samurai deve agire senza esitazione, senza palesare segni di
stanchezza né il minimo scoraggiamento fino a quando ha adempiuto la
propria missione. È tutto”. E cominciò a scrivere.

Il monaco Tannen era solito dire: “I maestri si limitano a insegnare solo la


dottrina della nonmente e le persone non comprendono. Il retto pensare è ciò
che viene chiamato nonmente”.
Il signore Sanemori disse: “La Via è nella giusta respirazione, in cui non
hanno luogo pensieri vani e implica il non fermarsi su pensieri inutili”. La
Via è una, ma pochi comprendono subito questa evidenza.
La purezza non si consegue senza sforzo.

Un maestro di spada, in vecchiaia, affermò: “Esistono diversi livelli di


apprendimento nella vita. Al primo, ti limiti a studiare, ma non ottieni nulla e
ti senti inesperto. Al livello intermedio, sei ancora inesperto, ma anche
consapevole delle tue mancanze e sei in grado di accorgerti di quelle altrui.
Al livello successivo, sei orgoglioso delle tue capacità, gioisci quando vieni
lodato e deplori i difetti dei compagni.
“In generale questi sono i livelli di apprendimento. Ma ne esiste uno
superiore che è il più alto. Chi si addentra in questa Via è conscio che non
finirà mai di percorrerla. Costui conosce davvero le proprie mancanze e, per
tutta la vita, non crede di aver raggiunto la perfezione. Senza presunzione,
con sincera modestia, giunge a conoscere la Via”.
Si racconta che un giorno il maestro Yagyu dichiarò: “Non so come
sconfiggere gli altri, ma conosco la Via per vincere me stesso”. Il samurai
avanza giorno dopo giorno: oggi è più abile di ieri, domani lo diventa più di
oggi. L’addestramento non finisce mai.

Una massima scolpita sul muro del signore Naoshige diceva: “Affronta le
questioni più gravi con leggerezza”. Il maestro Ittei commentò: “Affronta le
questioni meno gravi con serietà”.
Al massimo esistono due o tre questioni da considerare seriamente. Per
risolverle subito basta ponderarle in anticipo e poi affrontarle con leggerezza
quando è giunto il momento. Tuttavia non è semplice affrontare una
situazione e risolverla con animo leggero se prima non ti sei preparato,
perché non sai prendere la giusta decisione. Quindi puoi pensare la massima
“Affronta le questioni più gravi con leggerezza” come fondamento delle tue
azioni.

Attraverso la perseveranza il samurai deve diventare totalmente padrone


dei principi di base e, in seguito, deve continuare a praticare così che le
tecniche diano i loro frutti. Il samurai non deve cedere mai, ma perseverare
nell’addestramento per tutta la vita.
Non pensare di poter mitigare la disciplina solo perché credi di aver
raggiunto la Via.
Il samurai deve essere costantemente animato dal pensiero di essere
lontano dalla perfezione e deve dedicare la vita alla ricerca, perseguendo
indefessamente la Via. Con una pratica simile, conseguirà la verità.

Se un uomo ha la mente pura e non contorta, quando svolge i suoi compiti,


nel profondo del suo cuore si manifesta un’unica disposizione: la fedeltà
verso il daimio, la pietà filiale verso i genitori e il coraggio. Questo vale per
tutte le discipline.
Questo atteggiamento interiore è molto difficile da conseguire e, una volta
conseguito, è arduo da mantenere. Esiste solo il momento presente.

Il maestro Ittei dice: “Anche un cattivo calligrafo può migliorare copiando


un buon modello ed esercitandosi con impegno”. Parimenti un buon samurai
può servire bene il proprio signore se imita i buoni modelli, benché siano rari.
Dunque, è bene creare un modello da sé, prendendo da uomini diversi
differenti qualità: da uno l’etichetta, da un altro il coraggio, da un altro il retto
modo di parlare, da un altro la retta condotta, da un altro la devozione, da un
altro la prontezza nelle decisioni.
Se si pone attenzione alle qualità, qualunque cosa può diventare un buon
modello o un buon maestro.

Colui che serve il suo daimio non si fa distrarre mai da nulla, si comporta
come se fosse sempre alla presenza del suo signore o degli altri. Se un uomo
si distrae quando è solo, si distrarrà anche in pubblico. È importante essere
sempre vigili.

Mantenere la calma e trattare con benevolenza l’interlocutore: questo è


richiesto dall’etichetta del samurai. Maltrattare una persona è un
comportamento miserabile.

Un temporale può insegnarci qualcosa. Quando veniamo sorpresi da un


acquazzone, cerchiamo di non bagnarci accelerando il passo, ma anche se
proviamo a trovare riparo, ci inzuppiamo. Al contrario, se fin dal primo
momento accettiamo di bagnarci, non tentenneremo e non per questo ci
bagneremo di più. Questa consapevolezza vale per tutte le cose.

In Cina c’era un uomo che amava le immagini dei draghi. Tutte le sue vesti
e i suoi mobili erano adornati con tali immagini. Il dio dragone deve essersi
compiaciuto di questa predilezione così, un giorno, un drago vero comparve
davanti alla finestra della casa di quell’uomo. Si racconta che quell’uomo sia
morto di paura... Era molto coraggioso a parole, ma, nei fatti, tutt’altra
persona.

Un maestro di spada in punto di morte mandò a chiamare il suo allievo più


abile e gli disse: “Ti ho trasmesso tutte le tecniche segrete della mia arte, non
ho più nulla da insegnarti. Se anche tu vuoi avere degli allievi, dovresti
praticare quotidianamente con la spada di bambù. Non si eccelle solo
conoscendo le tecniche segrete, ma anche con la pratica quotidiana”.
Parimenti, negli insegnamenti di un maestro di renga veniva detto che il
giorno prima di una gara di poesia i partecipanti dovrebbero calmare la mente
e leggere una raccolta di poemi. Questa è la concentrazione autentica.
Qualsiasi compito dovrebbe essere portato a termine con concentrazione.

I samurai anziani e valorosi raccontano che sul campo di battaglia bisogna


essere determinati a vincere un guerriero più forte. Si dovrebbe mantenere
sempre questo atteggiamento, anche nella vita di tutti i giorni.
Nell’arte della calligrafia è importante tracciare gli ideogrammi con
accuratezza, ma ciò non basta, perché in questo modo la scrittura risulterà
rigida. È necessario che tu non rimanga ancorato alla forma pura e alla
regola. Questo principio si applica a tutte le cose.

È indice di meschinità pensare di non poter eguagliare un bravo maestro,


sentendo raccontare delle sue imprese. Al contrario, devi sforzarti di pensare
che il maestro è un uomo, proprio come te, perché dunque dovresti credere di
essere inferiore a lui? Nell’istante in cui raccogli questa sfida, sei entrato
nella Via.
Il maestro Ittei diceva: “Un saggio è ritenuto tale solo perché ha
cominciato ad apprendere dalla più giovane età. Se l’apprendistato è tardivo,
per quanto difficile sia, non darà rapidi frutti”.
Nell’istante in cui un uomo prende la decisione di abbracciare la Via
dell’illuminazione, la possibilità dell’illuminazione è già presente.

Se nel tuo cuore c’è il coraggio e la tua decisione è ferma, sarai in grado di
fare la mossa giusta quando arriverà il momento. La tua condotta e le tue
parole dovranno essere adeguate alla situazione. Le parole sono importanti
anche se non servono a mostrare le profondità del cuore perché il cuore si
mostrerà nella vita quotidiana.

Un antico detto recita: “Una decisione va presa nello spazio di sette


respiri”.
Un giorno il daimio Takanobu osservò: “Se un uomo esita troppo nel
prendere una decisione, si addormenta”.
Il daimio Naoshige commentò: “Se un samurai si lancia in battaglia senza
vigore, sette azioni su dieci falliranno; il samurai agisce con rapidità”.
Se sei agitato, è difficile che tu riesca a prendere una decisione. Al
contrario, se non ti focalizzi sulle conseguenze minori e affronti le questioni
con spirito fermo, fresco e affilato come una lama, nello spazio di sette respiri
trovi sempre la soluzione.
Devi essere determinato e avere il coraggio di lanciarti nell’impresa.

Un detto dell’epoca del signore Katsushige insegna: “Metti il piede in fallo


sette volte, sette volte cadi e otto rialzati”.

L’addestramento non finisce mai. Se pensi di essere arrivato alla fine, vai
contro lo spirito del Bushido. Se, giorno per giorno, per tutta la vita, pensi di
non essere arrivato, quando muori penseranno che tu abbia conseguito la Via
del guerriero.

Quando una convinzione diventa duplice non è bene. Se hai scelto la Via
del samurai, non dovresti cercare altrove. Lo stesso principio è valido per
qualunque cosa venga definita Via. Chi abbraccia questo principio dovrebbe
essere capace di studiare vie diverse pur essendo sempre più in armonia con
la propria.

L’impossibile non esiste per chi è determinato: tale uomo può muovere
cielo e Terra. Ma l’uomo che manca di coraggio non riesce a convincersene.
Muovere il cielo e la Terra senza sforzo è solo una questione di
concentrazione.
Maggiore è la forza di carattere, migliore è il samurai.

Se il samurai mantiene il compito di condurre l’assalto sul campo di


battaglia ed è strenuamente determinato a penetrare le schiere dell’avversario,
non cadrà, sarà coraggioso e tutti vedranno il suo valore.
Gli antichi trasmettono questo insegnamento. Del resto, se devi morire in
battaglia, devi essere determinato a fronteggiare l’avversario.

Se tutti gli uomini vivessero in armonia seguendo la legge del Cielo, ci


sarebbe la pace. Se non esiste l’accordo, anche se gli uomini agiscono
rettamente, non saranno fedeli.
Essere in discordia con i compagni, non partecipare alle adunanze, persino
rare, e pronunciare commenti offensivi sono dimostrazioni di una mente
stolta. In ogni occasione devi prefiggerti di ascoltare gli altri e prestare
attenzione, senza mostrarti annoiato.
Tuttavia non si comprende nulla dello stato delle cose in questo mondo
impermanente. Non vale la pena morire perché si pensa male di te. Chi mente
è da biasimare, perché agisce mosso solo dal proprio interesse.
Se anteponi gli altri a te stesso, se ti astieni dal discutere, se rispetti
l’etichetta e sei umile, se agisci per il bene altrui, se tratti chi hai già
incontrato molte volte come se fosse la prima volta, avrai buone relazioni.
Anche nel matrimonio vale lo stesso principio. Se ti comporti in questo modo
fin dall’inizio, non ci sarà discordia.

Un uomo sicuro non sarà turbato se nelle questioni di poco conto le sue
aspettative saranno deluse. Tuttavia, alla fine, i dettagli sono importanti.
Nelle piccole cose emergono il modo giusto e il modo sbagliato di agire.

Nei giorni felici non bisogna cedere alla superbia e alla smodatezza. Se un
uomo non è prudente, finirà per cadere in fallo. Chi si esalta nei giorni felici
vacillerà nei giorni avversi.

Secondo gli antichi, il samurai non deve arrendersi mai.

Nelle questioni di capitale importanza per la tua vita, se non fai


affidamento sul tuo giudizio e non ti lanci con coraggio, non risolverai nulla.
Se chiedi consiglio agli altri su questioni serie, potrebbero sottovalutare la
situazione o mentirti. In queste circostanze devi fare affidamento sul tuo
giudizio e diventare come un pazzo, pronto persino a morire. Se ti attardi a
pensare su come agire rettamente, presto dubiterai e di certo fallirai.

Il daimio Naoshige disse: “Il bene e il male degli Antenati possono


palesarsi dalla condotta dei discendenti”. Un discendente dovrebbe agire in
modo da mostrare il bene, e non il male, dei suoi Antenati. Questa è la pietà
filiale.
Se si dovesse dire qual è il requisito fondamentale del samurai,
bisognerebbe affermare che risiede nella devozione totale, anima e corpo, al
proprio signore. Oltre a ciò è necessario che il samurai coltivi l’intelligenza,
la compassione e il coraggio. Può sembrare impossibile che un uomo normale
possieda queste tre virtù, ma in realtà non è difficile.
L’intelligenza consiste nel sapere ascoltare gli altri, da questo si consegue
una saggezza illimitata. La compassione consiste nell’agire per il bene degli
altri. Il coraggio consiste nel lanciarsi senza esitazione. Queste tre virtù
bastano in ogni circostanza, non serve altro.

È necessario che il samurai percepisca dentro di sé una forza tranquilla.

Colui che è irreprensibile si tiene fuori dal tumulto degli eventi. Per
riuscirci è necessaria una grande forza di carattere.

Nella vita esiste solo lo scopo particolare del momento presente. Tutta la
vita è formata da istanti che si susseguono. Una volta compreso questo
principio, il samurai non deve mostrarsi impaziente o prefiggersi altri scopi.
L’esistenza fluisce semplicemente. Ma gli uomini tendono a dimenticare
questo principio, pensando che ci sia sempre qualcosa di più importante. Se
vivi in questo stato di attenzione continua, di rado ti sentirai confuso.

Non è possibile ritornare allo spirito di un’epoca: questo tende a svanire


perché si sta avvicinando la fine del mondo. Non può essere sempre
primavera o estate, parimenti non può essere sempre giorno.
Quindi, anche se vogliamo riportare il mondo allo spirito del secolo
passato, non possiamo farlo. Ciò che è importante è trarre il meglio da ogni
generazione. Coloro che hanno nostalgia del passato non comprendono
questo principio. Ma coloro che apprezzano solo l’epoca attuale,
disprezzando il passato, si dimostrano superficiali.

Nel percorrere la Via, il samurai deve concentrarsi sul momento presente e


non esitare, né avere pensieri terreni o essere schiavo delle passioni. Ciascun
istante è rilevante, perciò devi concentrarti sempre sul momento presente.

Yasuda Ukyo, riguardo all’ultimo bicchiere di sakè che viene offerto,


commentò in questo modo: “La fine è importante in tutte le cose”. La vita
dovrebbe rispecchiare sempre questo principio.

Il corpo trae la vita dal profondo del nulla. Esistere là dove esiste il nulla è
il significato dell’affermazione: “La forma è il vuoto”. Il senso
dell’affermazione: “Il vuoto è la forma” sta nel fatto che ogni cosa trae
sostentamento dal nulla. Credere che siano due concetti distinti sarebbe
sbagliato.

Ai giovani samurai vanno trasmesse le virtù marziali, in modo che


ciascuno di loro si senta il guerriero più prode del Giappone. Allo stesso
tempo, i giovani samurai devono valutare quotidianamente i loro progressi
sulla Via e correggere subito gli errori. Questo esame quotidiano è quanto
permette di raggiungere lo scopo.

L’amore più autentico è l’amore nascosto.

Uesugi Kenshin disse: “Non ho mai pensato a vincere, ho capito che si


deve essere sempre all’altezza della situazione. Se un samurai non lo è, non è
bene. Se fossimo sempre all’altezza della situazione, non saremmo mai a
disagio”.

Nel quartiere di Edo si usa un cestino da pranzo intrecciato, che viene


utilizzato solo per un giorno nelle passeggiate primaverili. Al ritorno lo si
getta via, calpestandolo. La fine è importante in tutte le cose.

Un detto afferma: “Quando l’acqua sale, la barca fa lo stesso”.


In altre parole, il bisogno aguzza l’ingegno. Infatti chi è coraggioso coltiva
tanto più le proprie doti quanto più grandi sono le difficoltà che si trova ad
affrontare.
Lasciarsi abbattere dalle prove è imperdonabile.

Mentre camminavo per strada, riflettendo, realizzai che gli uomini sono
come marionette ben articolate. Anche se non sono attaccati a fili, possono
camminare, saltare e anche parlare. Come sono mirabili! Ma da ora alla festa
di Bon, possono morire e venire a visitarci sotto forma di spiriti. Come è
impermanente l’esistenza! Eppure gli uomini lo dimenticano sempre.
Una volta il maestro Jocho affermò: “Ora è il momento presente e il
momento presente è ora”.
Si tende a credere che la vita quotidiana sia differente dall’attimo decisivo,
perciò, quando giunge il momento di agire, non si è mai pronti.

Anche quando sta per essere decapitato, è bene che il samurai compia
l’estrema azione decisiva. Prova di questo principio sono gli ultimi istanti di
vita di Nitta Yoshisada. Se fosse stato debole di spirito, quando fu decapitato,
sarebbe caduto immediatamente a terra. Un esempio più recente è quello di
Ono Doken.
Se il samurai saprà trasformarsi in uno spirito vendicatore e mostrare
grande prontezza, non morirà anche se gli verrà mozzata la testa.

Sia nobili sia di umili origini, sia vecchi sia giovani, sia illuminati sia non
illuminati, tutti dobbiamo morire. Sappiamo di dover morire, ma ci illudiamo
pensando che gli altri moriranno prima di noi, che saremo gli ultimi, che la
morte sembra sempre lontana.
Questo modo di pensare è ingannevole e vano e ci rende negligenti.
Dovremmo essere coraggiosi e prepararci perché la morte verrà.

Il coraggio e la viltà non sono cose da discutere in tempi di pace. Sono di


natura differente.

La vita non dura che un istante, perciò bisogna vivere facendo ciò che si
ama. In questo mondo illusorio è follia vivere nella sofferenza, facendo ciò
che non vogliamo fare. Se non viene interpretato correttamente, questo
principio può essere fuorviante, dunque ho deciso di non trasmetterlo ai
giovani.

Quando un uomo con grandi facoltà di giudizio si rende conto del suo
valore, spesso accade che questi diventi sempre più arrogante.
È difficile conoscere le proprie doti, ma è ancora più arduo ammettere i
propri difetti.
Questo insegnamento è del maestro zen Kaion.

La dignità di un uomo può essere valutata dalla prima impressione che egli
trasmette di sé. La sua dignità appare nell’impegno, nella perseveranza, nella
calma e nella discrezione, nell’osservare le regole del codice e nella
rettitudine. La dignità emerge anche nella resistenza e nell’attenzione. È
fondamentale è agire sempre con dignità e sincerità.

L’avidità, l’ira e la stupidità sono sempre compagne. Quando nel mondo


accade un evento negativo, se osserviamo attentamente, scopriamo che è
legato a queste tre cose. Se osserviamo ciò che è buono, vediamo che non
manca di saggezza, umanità e coraggio.

Un uomo virtuoso vive in pace e non si avventa sulle cose. Un uomo di


scarso valore non trova mai pace, crea problemi ovunque vada ed è sempre in
conflitto.

È giusto considerare il mondo alla stregua di un sogno. Quando fai un


incubo, ti svegli e ti ripeti che era solo un sogno.
Si dice che il mondo in cui viviamo non sia per nulla diverso.

Se manca la verità, niente di ciò che compi avrà valore.

In una discussione o in un contenzioso a volte è necessario perdere subito


per mantenere la dignità.
Così come nel sumo, se cerchi di vincere a tutti i costi, ricorrendo
all’inganno, è peggio che se tu fossi sconfitto, è come se perdessi in modo
indegno.

Sentirsi profondamente diversi dagli altri, odiarli e ingannarli significa


essere senza compassione. Se un uomo agisce sempre con compassione, non
sorgeranno conflitti.
Appena un uomo acquisisce un po’ di sapere, diventa subito altezzoso.
Quando un uomo sa veramente, non ostenta il suo sapere.

Il maestro Nakano Kazuma disse: “Il vero fine della cerimonia del tè è la
purificazione dei sensi: la vista, con la contemplazione della composizione
dei fiori e i dipinti del paesaggio; l’olfatto, con la fragranza dell’incenso;
l’udito, con il suono dell’acqua che bolle; il gusto, con il sapore del tè; il
tatto, con la postura corretta. Quando purifichi i cinque sensi, anche il cuore
diventa puro”.
Dunque la funzione della cerimonia del tè è purificare il cuore. Cerco di
mantenere per tutta la giornata questo stato d’animo e non per puro diletto.

Un samurai disse: “Esistono due tipi di fierezza: la fierezza interiore e la


fierezza esteriore. Il samurai che non le possiede entrambe non vale nulla”.
La fierezza è come la lama di una spada, che deve essere affilata e messa
nel fodero.
Di tanto in tanto la spada è sguainata, brandita e poi pulita per essere
riposta nel fodero. Se è sempre sguainata, tutti avranno paura e il samurai non
avrà alleati. Se non viene mai sguainata, la lama perderà l’affilatura
coprendosi di ruggine e nessuno temerà il samurai che la porta.
Il successo non si può ottenere solo con la propria abilità. Occorre mostrare
tolleranza ed evitare di giudicare avventatamente ciò che è bene e ciò che è
male. Comunque, la Via del samurai esige l’immediatezza. Il vero samurai
non vacilla nelle sue decisioni e mira risoluto alla loro realizzazione.

Le parole e le azioni dell’uomo di valore rispetteranno sempre la Via del


samurai e saranno apprezzate dagli altri. Tuttavia, se ti chiedi come devi
agire, non hai risposta. Una poesia dice: “Quando il tuo cuore chiama, come
rispondi?”. Queste parole sono fondamentali per chi segue il Bushido.

Il daimio Naoshige sognò di passare davanti al tempio di Yoga e di sentire


una voce che lo chiamava. Si voltò a guardare e vide una figura su un ponte,
che gli disse. “È meglio camminare nella luce”.
Quando si svegliò, pensò che il sogno fosse un messaggio che lo esortava a
offrire una lampada al tempio, cosa che fece immediatamente. Questa usanza
fu portata avanti dalla famiglia Nabeshima.

Il daimio Naoshige disse: “C’è un momento in cui tutti sono allegri, e


allora ti lasci andare. Tuttavia, in seguito accade sempre che ci sono cose che
ti penti di aver fatto o di aver detto”.

Tutti i giorni il samurai deve coltivare lo spirito ed esercitare il corpo, in


modo che nessuno possa toccarlo. Senza questa preparazione non sarà mai in
grado di sconfiggere un nemico.

Oky Hyobu diceva sempre: “I giovani devono applicarsi costantemente ad


accrescere la loro determinazione e il loro coraggio. Se ti impegni, ci
riuscirai. Quando la spada si spezza, devi attaccare con le mani. Quando le
mani vengono amputate, devi usare le spalle. Quando le spalle sono ferite,
devi mordere con la bocca il collo di dieci e persino quindici avversari.
Questo è il coraggio”.

Ikuno Oribe disse: “Se il samurai si focalizzasse solo sul dovere da


compiere giorno per giorno, potrebbe portare a termine qualunque missione.
Affrontando giorno per giorno la fatica, penserà: ‘Anche domani sarà solo un
giorno come oggi’”.

Un uomo affermava: “Io distinguo la forma della ragione e la forma


dell’errore”. Poi chiarì: “La ragione ha quattro angoli e non si muove mai.
L’errore è rotondo e, non discernendo tra bene e male, tra giusto e sbagliato,
rotola ovunque, da una parte all’altra”.

Quando Yamamoto Gorozaemon si recò dal monaco Tetsuyu a Edo per


apprendere la dottrina buddhista, il monaco affermò: “Il buddhismo si libera
della mente discriminante. Tutto qui. Posso spiegartelo con un esempio
adatto al Bushido. La parola ‘viltà’ è formata da due ideogrammi: quello di
‘mente’ e quello di ‘pensiero’. ‘Pensiero’ equivale a discriminazione e
quando la discriminazione si radica nella mente, l’uomo diventa vile. Un
samurai può essere coraggioso quando nella sua mente sorge la
discriminazione? Questo esemplifica il principio”.

Chi colpisce il nemico sul campo di battaglia è come il falco che piomba
su un uccello. Anche se ci sono mille uccelli nello stormo, il falco non presta
attenzione ad alcuna preda se non a quella che ha puntato per prima.

Un samurai chiese: “Davanti al nemico, mi sembra sempre di avanzare


nelle tenebre, per questa ragione sono stato ferito, mentre voi avete
combattuto innumerevoli nemici valorosi e non siete mai stato colpito. Come
è possibile?”.
Gli fu risposto: “Quando affronto l’avversario, è come se avanzassi nelle
tenebre. Tuttavia se calmo il mio spirito, tutto diventa come la notte
rischiarata dalla luna. Se attacco in quell’istante, so che non verrò colpito”.
Questo è quanto accade nel momento della verità.

Questi sono gli insegnamenti di Yamamoto Jinuemon, padre di


Tsunetomo:

Nell’azione la determinazione è la cosa più importante.


Tieni ben legato persino un pollo arrostito.
Continua a spronare il cavallo al galoppo.
Un uomo che ti critica apertamente non ha nessuna malizia.
Un uomo vive una generazione, ma il suo nome riecheggia nell’eternità.
Trovi il denaro quando lo cerchi. Un uomo buono non lo trovi così
facilmente.
Chiedere quando conosci già la risposta è un atto di cortesia. Chiedere
quando non sai è un dovere.
Se guardi bene in una direzione, vedi anche tutte le altre.
Quando sai una cosa, ne capisci innumerevoli altre.
Avvolgi le tue intenzioni in un manto di aghi di pino.

Nakano Jinuemon diceva: “Non serve a nulla imparare le tattiche militari.


Se il samurai non chiude gli occhi e non si lancia contro il nemico, tutto il
resto non gli servirà a nulla”. Questo era anche l’insegnamento di Iyanuga
Sasuke.

Matsudaira Izu no Kami disse al maestro Mizuno Kenmotsu: “Siete un


uomo di grande valore, purtroppo siete basso”.
Il maestro rispose: “Questo è vero. In questo mondo non tutto va come si
desidera. Se vi tagliassi la testa e la mettessi sotto i miei piedi, sarei più alto.
Ma questo è qualcosa che non si può fare”.

La Via del samurai va cercata nella morte. Medita ogni giorno sulla sua
ineluttabilità.
Ogni giorno, quando niente turba il nostro corpo e la nostra mente,
dobbiamo figurarci la nostra fine: trafitti da frecce e lance, trapassati dalla
spada, inghiottiti da flutti impetuosi, divorati dalle fiamme, folgorati dal
fulmine, travolti dal terremoto, precipitati in un abisso senza fondo, uccisi
dalla malattia o da morte improvvisa. Dobbiamo cominciare il giorno
pensando alla morte.
Hirayama Shiryu

Hirayama Shiryu (1759-1828), uno dei diversi pseudonimi con cui


Hirayama Heigen firmava i suoi scritti. Vissuto nel tardo periodo Edo e
discendente da una stirpe di militari, ben presto si appassionò alle arti
marziali, a cui si dedicò con un impegno encomiabile: si narra che ogni
giorno, alle quattro del mattino, iniziasse il suo allenamento nelle diverse
discipline (imparò tra l’altro anche a usare le armi da fuoco), ma
specialmente nell’arte della spada. Fondò una scuola a cui diede il nome di
Chuko-Shinkan-ryu (“Educazione alla morte”) e condusse un’esistenza
rigorosa e modesta. La sua formazione accademica e la conseguente
erudizione – era noto per la sua eccellenza anche nell’arte della calligrafia –
traspaiono nelle sue numerose opere: ne scrisse qualche centinaio e su
svariati argomenti, in molte avvalendosi di citazioni e riferimenti ai classici
cinesi, mantenendo un filo continuo con la tradizione. Tra queste, una delle
più note è Kencho, datata 1804, un trattato sulla spada destinato a pochi eletti,
che conobbe una diffusione più ampia al momento della stampa avvenuta nel
1870.
C’è una grandissima differenza tra un uomo che vuole vincere per rendere
eccelso il suo nome e un uomo che, conscio che sotto il terreno che calpesta
potrebbe aprirsi la sua tomba, avanza un passo alla volta.

Quando sarai determinato ad affrontare una morte certa, i pensieri carichi


di paura lasceranno la tua mente e avrai uno spirito valoroso e fermo. Così
avanzerai e arretrerai in sincronia con l’opportunità del momento, e potrai
raggiungere lo stato di perfetto giudizio. Perché essere perturbati dai dubbi?

Tuttavia, al giorno d’oggi, anche se sei esile come una molla per il fuoco,
senza neppure la forza di alzare una balla di riso, sii un vero samurai e, se il
tuo coraggio è saldo, puoi scagliarti contro mille uomini. Ma se il tuo
coraggio non è saldo, anche se possiedi forza e abilità superiori, anche se sei
un guerriero di elevata statura, non incuterai affatto timore.

Le tecniche che usi sono come foglie e rami. Lo spirito è la radice. Se lo


spirito dell’avversario viene intaccato, le tecniche con cui risponde sono
inutili. Se resti nello stato puro e chiaro della morte certa, senza preoccuparti
del corpo, con la speranza e la volontà di sconfiggere l’avversario, con la
disposizione mentale e il vigore di affrontare ogni cosa, di lanciarti in avanti,
penetrando e fendendo la mente del nemico, facendolo tremare e vacillare,
non avrai bisogno di impiegare alcuna tecnica eccellente.

In altre parole, l’esercito vittorioso è simile all’acqua: sfalda e vince tutto


ciò che tocca. Se qualcosa di delicato e debole come l’acqua al suo passaggio
può disgregare l’arida roccia, è perché la sua natura è quella di seguire un
unico cammino e perciò il suo tocco è puro. Un guerriero dovrebbe intuire
questa verità.

Auspico che seguirai l’esempio dell’acqua che, restando fedele alla sua
natura, al suo passaggio sgretola le rupi: così ti risveglierai alla realtà. Se usi
il tuo spirito per restare autentico, conseguirai senza esitare lo stato di
mushin, l’avversario non riuscirà a sostenere il tuo sguardo tagliente come
l’acciaio, che acceca come la luce del sole mattutino.

Il vento e la pioggia hanno una forma: potresti chiuderli fuori da casa tua.
Ma il caldo e il freddo non hanno una forma: non puoi impedire che entrino,
né puoi scacciarli aprendo le finestre. Così sono le spade, simili a vento e
pioggia che l’avversario può parare e respingere, bloccando gli attacchi e
rimanendo perciò illeso. Ma il potere dello spirito è simile al caldo e al
freddo, può insinuarsi facilmente nel cuore del nemico; se fendi il suo spirito,
come può difendersi?

Vincere o essere sconfitti non è una questione di abilità, ma di coraggio o


codardia. Perciò un uomo coraggioso non sarà turbato dalla paura e sarà
centrato. In questo modo si assicura la vittoria.
Matsuura Kiyoshi Seizan

Matsuura Kiyoshi Seizan vissuto dal 1760 al 1841, figlio primogenito del
signore del feudo di Hirado, ne prese il posto in giovane età e ricoprì la carica
per un breve periodo, passando successivamente la consegna al fratello
minore. In seguito a questo ritiro, forse forzato, si dedicò agli studi letterari e
artistici, diventando noto anche per le sue opere. Tuttavia, si impegnò
soprattutto nella pratica di diversi stili di arti marziali: fu riconosciuto
maestro di sesta generazione nello stile di spada Shingyoto-ryu, con il nome
di Joseishi; la sua abilità straordinaria nell’arte della spada gli fece vincere
duelli anche in tarda età. Scrisse diverse opere su quest’arte, opere in cui
traspare la “filosofia” del neoconfucianesimo, pur non manifestando un
carattere accademico, quanto piuttosto un forte legame con la pratica. A
Matsuura Kiyoshi Seizan è attribuito lo scritto Joseishi Kendan
(“Considerazioni di Joseishi sulla spada”), del 1810, in cui emerge la
connessione tra arte della spada, vita quotidiana e ruolo del samurai.
Puoi impegnarti a lungo per arrivare a maneggiare la spada con grande
abilità, ma se non consideri la tua vita nella sua interezza, questa passerà in
un soffio e in tarda età ti ritroverai vecchio e inesperto. Potresti ripetere il
Nembutsu senza conoscere la Pura Terra, ma il cammino verso il Risveglio
sarà molto irto! Ecco la ricompensa per chi ha sbagliato via.

Ecco le tre Vie che portano al conseguimento degli insegnamenti interiori:

mente, forma, spada;


forma, spada, mente;
spada, forma, mente.

Quando applichi una tecnica specifica, in certe situazioni la ripeti per


perfezionarla. Se il perfezionamento ha lo scopo di rendere esatta la forma,
questo non è, in verità, nello spirito autentico dell’arte della spada. Il tuo
scopo dovrebbe essere quello di rispondere liberamente ai cambiamenti,
perciò non esiste tecnica che non possa essere modificata. Se non lo
comprendi, non stai apprendendo quest’arte.

La vita quotidiana è dove applichiamo quanto abbiamo imparato, come


accade nel teatro. Poiché nelle quinte aggiustiamo la voce, lì possiamo
provare a fare ritocchi. Quando sei sul palco, non puoi più farlo. Dovresti
rifletterci seriamente. Nell’arte della spada, il dojo è privato e la vita
quotidiana è pubblica. Se pensi che basti eccellere nell’addestramento, hai
frainteso tutto. Dovresti considerare l’addestramento come una prova
generale di teatro e la tua vita quotidiana come lo spettacolo. Come ho già
detto, non puoi sbagliare sul palcoscenico. Il dojo è il luogo in cui hai
l’opportunità di imparare. Chi eccelle nell’arte della spada sa distinguere tra
l’addestramento e l’azione.
Quando un avversario ci colpisce, di solito andiamo in collera. Questo non
è vero per me. Se vengo colpito dall’avversario, è perché la forma della mia
tecnica è rozza o, se ho indugiato, lì ho mancato la Via.

Nel dojo hai modo di verificare quanto sto per dire: supponi di essere ferito
a causa di un errore altrui. In simili circostanze, il ferito dovrebbe volgersi
verso chi l’ha colpito e inchinarsi. Nei combattimenti con la spada non si
dovrebbe cedere alle emozioni, ma è nella natura umana provare
compassione per chi è ferito. Tuttavia chi ha colpito dovrebbe celare questa
compassione, così come chi ha subito l’attacco dovrebbe dominare il suo
rancore. Chi eccelle nell’arte della spada si comporta sempre in modo
irreprensibile: se mentre attacca accade un imprevisto, come essere colpiti
dall’avversario, ne è contento, perché è convinto che la sconfitta del
momento è la via che conduce alla vittoria di domani.

Devi comprendere che la vittoria di oggi non è la vittoria di domani; il


vantaggio di questo momento non è il vantaggio del momento successivo.
Cronologia

La storia giapponese si scandisce tradizionalmente in periodi (jidai).


L’inizio e la fine di alcuni jidai variano di qualche anno nelle varie
cronologie perché viene scelto un evento piuttosto che un altro come
spartiacque fra due epoche. Per esempio, il periodo Muromachi secondo
alcune cronologie inizia nel 1333, per altre nel 1338, per altre ancora nel
1392.

Date Nome del periodo


10.000 a.C.-IV/III sec.
periodo Jomon
a.C.
IV/III sec. a.C.-III sec.
periodo Yayoi
d.C.
III sec. d.C.-VI sec.
periodo Kofun
d.C.
tardo VI sec. d.C.-710 periodo Asuka
710-794 periodo Nara
794-1185 periodo Heian
1185-1333 periodo Kamakura
periodo Muromachi (o Ashikaga) (1467-1573
1333-1573
sengoku jidai)
1573-1598 periodo Azuchi-Momoyama
1603-1867 periodo Edo (o Tokugawa)
1868-1912 periodo Meiji
1912-1926 periodo Taisho
1926-1988 periodo Showa
1989- periodo Heisei
Glossario

Ainu: popolo tribale di origine indoeuropea, oggi rappresentato soltanto da


poche migliaia di persone sull’isola di Hokkaido.
Amaterasu Omikami: dea del sole e divinità suprema nello Shinto.
Ashigaru: “piedi leggeri”. Fanti medievali giapponesi.
Bakufu: “governo della tenda”. Il governo militare degli shogun.
Bimbo Gami: gli dèi della povertà.
Bodhisattva: termine sanscrito, “colui la cui essenza è il risveglio”.
Bugei: “arti del guerriero”. La pratica intesa come via per l’autorealizzazione.
Bujutsu: tecniche di combattimento dei bushi.
Bushi: guerriero.
Bushidan: gruppi armati composti da bushi.
Bushido: la Via del guerriero.
Chanoyu: “acqua calda per il tè”. In Occidente questa è la cerimonia del tè.
Daiku: “carpentiere”.
Daimio: “grande nome”. Grande proprietario terriero e, in seguito, capo di un
clan militare, al comando di un esercito personale.
Dojo: luogo dove si studia un’arte marziale.
Emishi: primi abitanti del Giappone, antenati degli attuali ainu.
Gekokujo: sovvertimento delle gerarchie causato dal trionfo degli inferiori sui
superiori, tipico del sengoku jidai.
Genjitsu: “realtà”.
Giri: dovere, obbligo.
Haniwa: statuette di terracotta riposte all’interno dei tumuli kofun.
Hara: “addome, ventre”. L’addome era considerato una parte nobile del
corpo umano, quella in cui risiedeva lo spirito, il ki del guerriero.
Harakiri: “aprirsi il ventre”. Suicidio rituale samurai mediante sventramento.
Hoganbiki: “solidarietà con il tenente”. Solidarietà con l’eroe sconfitto.
Hoka: monaci zen erranti che insegnavano danzando e cantando.
Junshi: suicidio rituale per seguire nella morte il proprio signore defunto.
Kabuki: teatro tradizionale giapponese, derivante dal Noh, ma di natura più
popolare.
Kaishakunin: colui che decapita chi fa seppuku.
Kami: spiriti della natura nella religione Shinto.
Kamikaze: “vento divino”. Tifone che distrusse la flotta di Qubilay Khan nel
1281.
Kanji: caratteri di origine cinese impiegati nella scrittura giapponese.
Kanrei: alta carica all’interno dello shogunato.
Katana: spada.
Kebiishi: titolo che assegnava poteri giudiziari e di polizia.
Kendo: la Via della spada.
Ki: energia vitale, soffio. Circola all’interno del corpo, lungo i cosiddetti
“meridiani” ed è, allo stesso tempo, l’energia dell’universo.
Koan: quesiti o frasi paradossali che il maestro zen propone ai discepoli per
aiutarli ad andare oltre il pensiero razionale e a illuminarsi.
Kofun: sepolcri a tumulo tipici dell’omonimo periodo storico (IV d.C.-VI
d.C.)
Kunshi: chi si distingue e si eleva al di sopra degli altri per saggezza (ed
educazione).
Mamoru: “proteggere”, “obbedire”, “prendersi cura”, “osservare le regole”.
Mon: simbolo araldico samurai.
Muga: non sé.
Mushin: nonmente.
Namban: “barbaro del Sud”. I mercanti e i missionari portoghesi.
Nembutsu: pratica religiosa consistente nella recitazione del nome del
Buddha, come nella formula NAMU AMIDA BUTSU, “Sia benedetto il Buddha
Amida” nella setta della Terra Pura.
Niten Ichi-ryu: “una scuola, due cieli”. Nome della scuola di Musashi.
Noh: teatro lirico giapponese.
On: debito morale, gratitudine.
On shirazu: “colui che non conosce gratitudine”. Insulto.
Renga: poesia recitata ripetutamente da molte persone.
Ronin: “uomini delle onde”. I samurai senza signore.
Saburau/samorau: “essere l’attendente di”, “servire”.
Sakura: il ciliegio ornamentale giapponese.
Samurai dokoro: ufficio incaricato di sbrigare questioni relative ai samurai
alle dipendenze del clan Fujiwara e poi degli shogun.
Satori: illuminazione intesa come risveglio improvviso. Seii tai Shogun:
“generalissimo che opprime i barbari”.
Seiza: posizione in cui si è seduti in ginocchio.
Sengoku jidai: “periodo degli stati in guerra” o meglio “era del paese in
guerra”.
Seppuku: definizione più formale del termine harakiri. Harakiri si utilizza nel
parlato, mentre seppuku è un termine dell’uso scritto per indicare lo stesso
atto.
Shi: “gentiluomo”, “nobile”.
Shinjitsu: “verità”.
Shinto: “religione dei kami”. Culto giapponese ispirato all’idea di un’identità
fra divino e umano.
Shogun: titolo ereditario dei governatori militari.
Shugo-daimyo: vedi daimio.
Sohei: monaci guerrieri buddhisti.
Tachi: spada lunga.
Tanegashima: archibugio giapponese che prende nome dall’isola dove erano
sbarcati i primi mercanti portoghesi.
Tessen: ventaglio da guerra.
Wakizashi: spada d’appoggio.
Yoroi: armatura lamellare.
Zazen: meditazione seduta.
Zen: “meditazione”. Scuola buddhista giapponese della meditazione.
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Ringraziamenti

Vorremmo esprimere la nostra gratitudine a tutte le persone che con il loro


sostegno, i loro suggerimenti e il loro incoraggiamento hanno reso possibile
la realizzazione di questo libro: “I shin den shin”, come si dice nello Zen, “da
cuore a cuore”.

Grazie a Genevienne Pecunia, per l’enorme aiuto, materiale e spirituale.


Grazie a Yoko Dozaki, per il grande lavoro fatto per noi, per tutto il tempo
che ci hai dedicato, per la tua forza e la tua gentilezza amorevole.
Grazie a Fabio di Pietro, per aver creduto nel progetto e averci dato
l’opportunità di realizzarlo.
Grazie a Chisato Suzuki, per la tua estrema disponibilità, per tutti i viaggi
fatti a Tokyo per noi e per i tuoi preziosi consigli.
Grazie a Paolo Cecini, per la puntuale consulenza e per i fondamentali
suggerimenti.
Grazie a Swami Anand Videha Ricci, per la tua squisita gentilezza, per la
tua totale disponibilità e per essere sempre stato il ponte tra me e Osho, amato
maestro.
Grazie a Carlos Calçada Bastos, per gli insegnamenti, i consigli e
l’orientamento.
Grazie a Elena Cordara, per l’energia che ci ha mandato.
Grazie ad Axel e a Zen Ventura, i miei splendidi bimbi, per aver portato il
paradiso in Terra e per l’amore che mi regalano tutti i giorni.
Grazie a Marco Ventura, amato sposo, per la tua pazienza e la tua forza,
che sostiene me e i nostri bambini, sempre. “Tu che ieri soltanto eri tutta la
bellezza sei anche tutto l’amore, adesso” (Jorge Luis Borges).
Grazie a Enrica Pecunia, mia madre, per avermi dato alla luce.
Grazie a Lucia Castelli e a Gianni Ventura, per avermi accolto nella
famiglia, per tutto il vostro aiuto e il vostro amore. “La famiglia è la vita.”

Grazie ad Alfonso Riva, mio amatissimo professore: mi hai insegnato a


scrivere e a vivere. “Per memoria perenne” (Ugo Foscolo).
Grazie alla mia famiglia per l’amore, la comprensione e l’accettazione.
Grazie a mamma Bruna e papà Aurelio per avermi dato la vita.
Grazie al cerchio delle amiche: mani tese che aiutano, sorrisi che
rallegrano, braccia aperte che accolgono.
Grazie ad Andrea Billitteri, maestro di karate, per la passione con cui
insegna la sua arte.

Grazie a Martin Brofman, nostro maestro e mentore, per la guida e per


l’energia.
Grazie a Osho, amato maestro, per la sua visione e il suo lavoro.
Grazie a Taisen Deshimaru, per la trasmissione del mandato.