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ESMOWDE M.

ROBERTSOW
MUSSOLINI
FONDATORE DELL’IMPERO
EDITORI LATERZA
All’inizio degli anni Trenta Mussoli­
ni aveva ormai saldamente in pugno
la situazione interna ed era ricono­
sciuto duce incontrastato da quasi
tutto il popolo italiano. E dal 1932
indirizzò la sua azione verso il com­
pimento di grandiosi sogni espan­
sionistici: la costruzione di un im­
pero, vagheggiato per liberare l’Ita­
lia dalla prigionia dèi Mediterraneo
(« Le sbarre di questa prigione sono
la Corsica, la Tunisia, Malta e Cipro,
le sue sentinelle sono Gibilterra e
Suez », dirà in un discorso del ’39),
per dare « un posto al sole » ai con­
tadini e ai disoccupati del Sud, per
trovare nuove fonti di ricchezza na­
turale, ma soprattutto per assicurare
all’Italia maggiore prestigio interna­
zionale. L’avventura d’Etiopia, con­
clusa felicemente in pochi mesi con­
tro un avversario armato più di
lance che di fucili, galvanizzò an­
cora di più i fascisti, ma riuscì ad
entusiasmare anche molti ambienti
rimasti fin allora tiepidi. Dal punto
di vista politico, quindi, risultò un
vero « capolavoro ».
Ma come si arrivò a questa impresa?
Robertson segue passo passo Mus­
solini nelle varie iniziative tendenti
a preparare il terreno più favorevole
per un attacco all’Etiopia : da una
parte il progressivo accentramento
nelle mani del duce dei dicasteri
più importanti, Esteri e Colonie; e
dall’altra la rete ri incontri, scon ri,
colloqui, accordi più o meno segreti
e interventi internazionali più o me­
no calcolati: Piccola Intesa del 1933,
Patto a quattro del 1934, incontri
con Göring, von Papen, von Hassel,
con Dollfuss, col ministro inglese
Eden e col ministro francese Lavai,
firmatario dell'importante accordo
con cui la Francia lasciava carta
bianca all’Italia per l’Etiopia.
Il quadro di una fase cruciale della
politica estera del fascismo, c in­
sieme il « racconto » vivace di un
uomo che in quegli anni tenne con
autorità la ribalta nazionale e inter­
nazionale, riuscendo ad accendere
fra gli italiani grandi speranze, che
si sarebbero ben presto rivelate tra­
gicamente illusorie.

Esmonde M. Robertson insegna Storia


internazionale alla London School of Eco­
nomics and Political Science. Fra le sue
pubblicazioni Hitler’s Pre-War Policy and
Military Plans (1963) e The Origins of
the Second World War (1971).

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STORIA E SOCIETÀ

Progetto Fascismo
2019
Titolo dell’edizione originale
Mussolini as Empire-Builder
The Macmillan Press Ltd, London
© 1977, Esmonde M. Robertson

Traduzione di Pietro Negri


Esmonde M. Robertson

MUSSOLINI
FONDATORE DELL’IMPERO

Editori Laterza 1979


Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari
CL 20-1528-5

Finito di stampare nel marzo 1979


nello stabilimento d’arti grafiche Gius. Laterza & Figli, Bari
PREFAZIONE

Sono molto obbligato nei confronti di studiosi che di recente


hanno portato a termine, o stanno preparando, monografie d’ar­
gomento affine al mio: il dottor D. Rotunda, il dottor C. A.
MacDonald, il dottor M. Poulain, Mr M. Passmore, la dottoressa
Antoinette Iadarola, la dottoressa Rosaria Quartararo e Mr Mi­
chael Roake.
Ho tratto grande giovamento dalle critiche particolareggiate
del professor W. N. Medlicott e di J. Petersen, dell’Istituto
italo-tedesco di Roma, il quale ha studiato i documenti italiani
là conservati, nonché dalle osservazioni dei dottori A. Adam-
thwaite, R. Bullen e A. Polonsky. Mr Felix M. Pryor mi ha
aiutato a migliorare lo stile, mentre Mr Lalit Adolphus è stato
molto generoso nel mettere a mia disposizione le ultime ver­
sioni rivedute in campo accademico.
Si sono fatti in quattro per venirmi incontro: Miss Anne Ably,
la bibliotecaria del St. Anthony’s College di Oxford; Fräulein
Gertrud Fichtbauer della Staatsbibliotek di Monaco e il perso­
nale direttivo dell’Institut für Zeitgeschichte di Monaco; Mrs
Mary Dysch e il personale del dipartimento di Storia interna­
zionale della Scuola di Economia di Londra.
Sono soprattutto riconoscente verso Frau Ilse von Hassell,
vedova di Ulrich von Hassell, ambasciatore tedesco a Roma dal
1932 al 1937 e impiccato per la parte da lui svolta nella con­
giura del 20 luglio 1944. Il vivo ricordo che la signora conserva
degli eventi e del carattere dei personaggi principali è straor­
dinario.
E. M. R.
MUSSOLINI
FONDATORE DELL’IMPERO
INTRODUZIONE

Il carattere e la politica di Mussolini hanno sollevato pole­


miche quasi come nel caso di Hitler. Fu egli quel grandissimo
opportunista che mise l’uno contro l’altro gli antagonisti del­
l’Italia, in attesa dell’occasione di creare il dissenso tra di loro
per arraffare altro territorio a favore del suo paese (o per allar­
gare l’influenza italiana), senza dover combattere una guerra più
impegnativa? Si può applicare all’Italia sotto Mussolini la teoria
di Ranke della supremazia della politica estera su quella interna?
Se Mussolini si fosse attenuto con fermezza al guazzabuglio di
idee proclamato nel manifesto fascista del marzo 1919, l’Italia,
avendo rinunciato all’imperialismo, avrebbe dovuto accontentarsi
degli acquisti territoriali sulla costa dalmata e in Asia minore *.
Ma se fin dall’inizio Mussolini si considerò l’erede dei suoi pre­
decessori nazionalisti e volse lo sguardo più all’Africa che all’Eu-
ropa, per la realizzazione della gloria imperiale dell’Italia, allora
lo scopo dell’espansione in Europa consistette semplicemente nel
fortificare le frontiere terrestri italiane per perseguire quello di
espandersi oltremare. Le molte possibilità di scelta offerte all’Ita­
lia possono essere attribuite sia alla sua posizione geografica,
sia al carattere brillante di Mussolini. L’Italia, collocata nel Me­
diterraneo, si reggeva sulla circonferenza di un cerchio. La sua
posizione era diversa da quella della Germania, piantata in un
punto rivolto in linea retta verso oriente.
Sebbene all’interno dell’Italia vi fossero svariate divergenze
d’opinione riguardo all’indirizzo da imprimere all’espansione, i
lascisti (per i quali il duce era la guida) e la maggior parte dei
nazionalisti (la cui devozione andava o al re o al papa) erano
d’accordo nel ritenere che il cosiddetto « problema demografico »
italiano dovesse essere risolto. Nel 1931 la popolazione italiana
aveva toccato i 42 milioni. Entro quindici anni il numero sarebbe
4 Mussolini fondatore dell'Impero

salito a 50 milioni e a quell’epoca la maggior parte degli ita­


liani sarebbe vissuta molto al disotto del livello di sussistenza2.
Come erroneamente si pensava, poco si poteva fare per aumen­
tare la produzione agricola interna; inoltre, l’emigrazione verso
gli Stati Uniti, patrocinata dai liberali, era stata considerata da
una precedente generazione di imperialisti italiani « una perenne
emorragia che rivelava con ciò la mentalità degli schiavi »3. In
ogni caso essa, dopo l’approvazione delle leggi sull’immigrazione
negli Stati Uniti del 1924, era attuabile soltanto su scala limi­
tata. Invece di attraversare l’Atlantico, bisognava ricondurre sotto
il diretto dominio italiano, se possibile, quegli insediamenti di
italiani fuori dell’Italia, nel Mediterraneo, mentre altro territo­
rio da colonizzare nel futuro si doveva acquistare con la forza
o con la contrattazione.
Mussolini si trovò ad affrontare anche un problema comune
a tutti gli Stati, Italia compresa, retti da governi totalitari. Gli
emigrati politici italiani non si limitavano a rifugiarsi in altri
paesi temendo per la propria vita; il loro scopo dichiarato era
quello di abbattere il regime fascista. Per contro, certi gruppi
di emigrati politici che rappresentavano la Destra radicale in
altri paesi, si stabilirono in Italia o ottennero finanziamenti dal
governo italiano. Essi progettavano la distruzione di ogni traccia
di governo rappresentativo in patria e, a volte, mutamenti della
situazione territoriale ricorrendo alla forza. L’aspetto ideologico
della politica di Mussolini, come mette in rilievo Jens Petersen,
non era soltanto una facciata4. Esso significava che la lotta fra
Sinistra rivoluzionaria e Destra rivoluzionaria, che ebbe luogo
in Italia prima che Mussolini arrivasse al potere, si era trasfe­
rita in altri paesi, particolarmente in Francia, e al livello inter­
nazionale. Visto sotto questa luce, l’intervento conclusivo di
Mussolini nella guerra civile spagnola assume un senso5.
Non sorprende che i primi resoconti della politica estera
di Mussolini di cui disponiamo provenissero dalla penna dei suoi
avversari all’estero. Di questi emigrati politici, l’unico che eser­
citò di gran lunga la massima influenza sulle ultime generazioni
fu Gaetano Salvemini, il quale aveva scritto in merito all’arte
di governare di Mussolini sin dalla fine degli anni Venti. La
propaganda, affermava Salvemini, era parte integrante della poli­
tica estera di Mussolini, la cui maestria nel manipolare le masse
superava di molto quella di Goebbels. Ma Salvemini riteneva
I ntroduzione 5

che Mussolini fosse del tutto incapace di tradurre le parole in


azione; l’apparenza del successo era più importante dello stesso
successo. Il fermo obiettivo di Mussolini era la stabilizzazione
interna del regime, non l’espansione territoriale fine a se stessa.
Nondimeno Salvemini non negava che la monopolizzazione del
potere politico, la filosofia della violenza, l’esaltazione della guerra,
la deificazione dello Stato, conferissero tutti insieme al regime
una potenziale tendenza all’aggressione. Ma se Mussolini inten­
deva ciò che diceva, proseguiva Salvemini, il giorno stesso che
egli avesse armato le masse italiane per una guerra di conquista,
in Italia sarebbe scoppiata una guerra civile e il regime sarebbe
crollato. Se Salvemini si fosse attenuto coerentemente a questi
punti di vista, lo scoppio della guerra italo-etiopica avvenuto
nell’ottobre del 1935 sarebbe stato per lui un assurdo storico6.
Anziché spiegare le cause di questa guerra, Salvemini le giusti-
fica. Mussolini, sosteneva erroneamente, aveva deciso a favore
della guerra soltanto nell’agosto del 1935, quando si sentì sicuro
che Inghilterra e Francia non l’avrebbero ostacolato. Tuttavia
Salvemini scopre un ingegnoso modo di uscire dal vicolo cieco.
Λ seguito della loro incapacità di impedire a Mussolini la con­
quista dell’Etiopia, e per non avere imposto sanzioni efficaci, i
governanti di Inghilterra e Francia sono responsabili quanto o
più dello stesso Mussolini dello scoppio della seconda guerra
mondiale7. L’interpretazione fatta da Salvemini della politica di
Mussolini è stata adottata non solo in Italia da uno studioso
del calibro di Luigi Salvatorelli, ma da storici anglosassoni come
Denis Mack Smith e H. S. Hughes. Il fatto che l’Italia non
riuscisse a tenere fede all’efficienza militare che si pretendeva da
lei sotto il fascismo durante la seconda guerra mondiale tendeva
■id avvalorare l’assunto di Salvemini, secondo cui Mussolini era
un pagliaccio o un « Cesare imbottito di segatura ». Giampiero
< iarocci, l’insigne esperto italiano contemporaneo sulla politica
estera di Mussolini negli anni Venti, nonostante sia sicuro delle
manchevolezze di Salvemini come studioso, rende il massimo
I iconoscimento alla sua opera. Salvemini, scrive Carocci, non
avendo i documenti adesso disponibili, ebbe una straordinaria
intuizione storica ed espose il suo caso con « grande lucidità » 8.
Alcuni dei contemporanei di Salvemini in esilio, che non ne
( ondividevano i presupposti politici, giunsero a conclusioni ana­
loghe. Il conte Sforza, ministro degli esteri sotto Giolitti prima
6 Mussolini fondatore dell’Impero

che Mussolini giungesse al potere, e di nuovo dopo la sua caduta,


spiegò la politica estera di Mussolini come un « miscuglio di
sentimenti e di risentimenti ». Pietro Nenni, il quale prima del
1914 era stato l’amico più stretto di Mussolini nel partito socia­
lista, scrivendo nel 1932 affermò che l’unica cosa di cui scarseg­
giava il fascismo in Italia era la « coerenza ». Perfino gli avver­
sari più accaniti di Salvemini in campo marxista, compreso
Trotskij, non mettevano in discussione la sua affermazione se­
condo cui la politica interna di Mussolini guidava la sua politica
estera, che era una improvvisazione alla giornata9.
Gli studiosi inglesi e americani hanno meno interesse a inter­
pretare la storia italiana entro una struttura ideologica forma­
tasi durante conflitti in cui essi non furono trascinati. Christopher
Seton-Watson e Alan Cassels hanno prospettato con straordi­
naria chiarezza alcune spiegazioni in merito alla iniziale azione
prudente di Mussolini, traendole dai documenti pubblicati ulti­
mamente, relativi alla politica estera italiana degli anni Venti.
Ci fu più continuità, sostengono questi studiosi, di quanto un
tempo si ritenesse, nonché una parziale coincidenza tra politica
interna e politica estera. Più recentemente sono stati usati docu­
menti inglesi e tedeschi inediti per ricostruire i rapporti del­
l’Italia con gli altri paesi *°. Ma finché i documenti italiani degli
anni Trenta non sono del tutto consultabili, la storia rimane
sempre incompleta: meglio quindi parlare dei rapporti con l’este­
ro dell’Italia sotto Mussolini, anziché della politica estera musso-
liniana. Perciò la presente indagine pone l’accento sulla posi­
zione dell’Italia fra le potenze.
Attualmente si è collocata in primo piano una nuova gene­
razione di storici italiani che non hanno ricordi personali del
regime fascista. Negli anni Sessanta si è messo in grave dubbio
se Mussolini mancasse del tùtto di coerenza. Giorgio Rumi affer­
ma che Mussolini pensava a un programma proiettato nel futuro
addirittura fin dal 1922: « La strada è tracciata: si doveva rove­
sciare l’accordo della pace di Parigi e far riconoscere i diritti
italiani nell’Adriatico. A ciò doveva far seguito l’espansione ita­
liana nel Mediterraneo e in Africa »11. La tesi di Rumi si basa
sulle impressioni che si formò von Neurath, l’ambasciatore tede­
sco a Roma, negli anni Venti. Poiché la Francia era obbligata a
intralciare l’Italia, secondo von Neurath lo scopo di Mussolini
era quello di allearsi militarmente con la Germania, in vista del­
Introduzione 7

l’inevitabile conflitto che lo attendeva. Al termine di una nuova


guerra l’Italia avrebbe annesso tutta l’Africa settentrionale fran­
cese 12. Negli anni successivi venne dato il massimo risalto al
fatto che il destino dell’Italia stava nel Mediterraneo e in Africa
orientale. Mussolini si illuse, a forza di credere che l’Italia fosse
un’isola e non una penisola. Il Mediterraneo doveva perciò essere
trasformato da lago anglosassone in un mare latino13 (cfr. il suo
discorso del 18 marzo 1934, di cui si parla al cap. Vili). Ma
l’acquisto di colonie sulle spiagge meridionali del Mediterraneo
e la loro protezione non bastavano. Il 4 febbraio 1939 Mussolini
descrisse l’Italia prigioniera nel Mediterraneo: « Le sbarre di
questa prigione sono la Corsica, la Tunisia, Malta e Cipro, le
sue sentinelle sono Gibilterra e Suez ». L’Italia doveva pertanto
lottare per aprirsi un varco verso l’oceano, o in direzione del­
l’Atlantico partendo dalla Libia e attraversando il territorio con­
trollato dalla Francia (che ormai comprendeva il Camerun), op­
pure in direzione dell’Oceano Indiano attraverso il Sudan, con­
trollato dall’Inghilterra, e l’Etiopia. Queste idee grandiose, acca­
rezzate da Mussolini agli inizi della sua carriera, emersero soltanto
più tardi M.
L’espansione nel Mediterraneo e in Etiopia, che rafforzò la
posizione dell’Italia nel Mar Rosso, non costituì l’unico obiettivo
della politica di Mussolini, il quale doveva tenere conto anche
del turbolento continente europeo. Nonostante le sue strepitose
dichiarazioni sulla potenza militare italiana, possiamo descrivere
l’Italia come la più debole delle grandi potenze europee, ovvero
la più forte fra le piccole. Nulla spaventava di più Mussolini
della prospettiva che Germania, Francia e Inghilterra decides­
sero per conto loro il destino dell’Europa escludendone l’Italia.
Anziché collocare l’Italia alla testa delle piccole potenze, Musso­
lini cercò di renderne indispensabile la presenza alle altre tre
grandi potenze e costringerle ad accettarla su un piano di parità.
Egli era in grado di offrire alla Germania l’appoggio italiano
per il riarmo e per l’espansione nel Baltico; alla Francia, la sicu­
rezza sul Reno o il mantenimento dello status quo nell’area del
Danubio; all’Inghilterra, l’accesso senza limitazioni da una parte
id l’altra del Mediterraneo o la sicurezza dei suoi interessi impe­
riali in Africa orientale. Per esempio Mussolini, non meno dei
suoi predecessori, si preoccupava che una mossa verso la Francia
non si dovesse effettuare in modo tale da escludere un compro­
8 Mussolini fondatore dell’Impero

messo sia con la Germania che con l’Inghilterra. L’Italia si tro­


vava in vantaggio nella contrattazione per due motivi. Per prima
cosa, la sua forza militare veniva enormemente gonfiata. In se­
condo luogo, nel caso in cui dovesse scoppiare la guerra, poteva
fare in modo che tutte le parti si chiedessero cosa avrebbe dichia­
rato di essere, se alleata, nemica o neutrale. A differenza del­
l’Inghilterra, le si offrivano tre possibilità di scelta, non due.
Fulvio D’Amoja ha descritto questo maneggio tra le potenze come
la politica dell’« equidistanza » ls, cosa che era già evidente quando
nel 1925 Mussolini appose la sua firma al trattato di Locamo
e che trovò la sua piena espressione nel fallito patto a quattro
del 1933. Fintantoché l’espansione italiana fu circoscritta entro
certi limiti di sicurezza, la politica dell’« equidistanza » potè
essere mantenuta. Ma essa si disgregò con conseguenze disastrose
al termine della guerra etiopica, quando Mussolini aderì all’Asse
Roma-Berlino. Il fatto che egli stava progettando una guerra di
aggressione molto tempo prima di invadere l’Etiopia, e che stava
inoltre allestendo una flotta moderna, rende necessario riconsi­
derare l’opinione che egli fosse un semplice opportunista o un
propagandista.
Gli storici italiani non sono unanimi nello stabilire se nella
politica di Mussolini intervenne un mutamento in un momento
preciso e, in tal caso, quando si ebbe. Secondo Carocci, Musso­
lini, nonostante le sue dimostrazioni bellicose, fu relativamente
tranquillo fino al 1932-35, quando la possibilità della guerra
fece presa sulla sua mente lé. Renzo De Felice sostiene che un
cambiamento ebbe luogo prima, a seguito della nomina di Dino
Grandi a ministro degli esteri nel 1929 '7. Ovviamente per due
anni Mussolini, con un fascista incaricato degli affari esteri,
non interferì molto di persona nelle decisioni giornaliere di poli­
tica estera. Nel 1929, sostiene Carocci, c’erano all’interno del­
l’Italia quattro gruppi interessati che volevano fare di testa pro­
pria in merito alla politica futura: i nazionalisti moderati e quelli
estremisti; l’ala destra e l’ala sinistra del partito fascista ”. La
massa dei nazionalisti era molto interessata all’espansione colo­
niale, ma i moderati, che erano anglofili, si preoccupavano che
l’Italia si sforzasse di espandersi oltremare facendo pressione
sulla Francia per ottenere la concessione di una colonia. Il loro
obiettivo in Europa era di sorpassare la Francia per accostarsi
alla Jugoslavia. D’altra parte i nazionalisti estremisti erano fran-
I ntroduzione 9

cofili e anglofobi. L’Italia, ribattevano, poteva ottenere suffi­


ciente sicurezza in Europa ai fini dell’espansione oltremare sol­
tanto a scapito dell’Inghilterra, se fosse stato possibile esercitare
una pressione sulla Jugoslavia sostenendo i movimenti sovver­
sivi in quel regno. Si vedrà come i nazionalisti estremisti sareb­
bero stati appoggiati dal Vaticano nel distogliere improvvisamente
l’attenzione dalla Corsica per puntarla su Malta. L’ala sinistra
del partito fascista, guidata da Italo Balbo, allora ministro del­
l’aeronautica, era anticlericale. Egli e le persone di uguali senti­
menti sostenevano la Germania in merito al disarmo, sperando
che Italia e Germania agissero insieme contro la Società delle
Nazioni per ottenere la revisione dello status quo territoriale in
Europa. L’ala destra del partito, che nel 1929 si tenne vicinis­
sima a Mussolini e che era guidata dal fratello del duce, Arnaldo,
direttore del «“Popolo d’Italia », fu di valido aiuto nel condurre
a termine in quell’anno il concordato con il Vaticano. Essa age­
volò il rinforzarsi dei vincoli economici con la Jugoslavia e l’at­
trazione di quel paese nell’orbita italiana.
Dopo il 1932 riesce meno facile tracciare una distinzione
altrettanto netta fra i gruppi in conflitto. Tra di loro c’erano
molte coincidenze, mentre nella lotta per il potere all’interno
dell’Italia gli spostamenti di fedeltà erano talmente rapidi che
le mire politiche e le ambizioni personali si confondevano. Per
esempio, da che parte stava Grandi? Con i nazionalisti mode­
rati o con l’ala destra del partito?
Inoltre già nel 1932 Mussolini stava diventando più irre­
quieto, più propenso a respingere la politica di penetrazione
pacifica in Jugoslavia per adottare il terrorismo; invece di mer­
canteggiare per ottenere territorio in Africa, adesso ne inco­
raggiava la conquista. È possibile fornire diverse spiegazioni di
questo mutamento. A parte la crisi economica, che rendeva più
indifferenti non solo gli italiani ma anche le classi malcontente
e le nazioni assoggettate in tutto il mondo, due importanti consi­
derazioni toccarono personalmente Mussolini. Il 21 dicembre
1931 morì suo fratello Arnaldo. Era l’unica persona in grado
di tenerlo a freno19. L’11 febbraio 1932 il duce ebbe il suo
unico e solo colloquio con il papa, il quale gli disse che biso­
gnava opporsi alle usurpazioni di protestanti, ebrei non italiani
e comunisti. La lotta con la Chiesa per l’Azione cattolica, che
era giunta all’apice nell’estate precedente e aveva sconvolto il
10 Mussolini fondatore dell’Impero

paese, era terminata Inoltre, già nel 1932 il generale Rodolfo


Graziani, suscitando l’orrore del mondo arabo, era uscito vitto­
rioso nella sua campagna terroristica contro i più devoti difen­
sori dell’Islam, i senussi della Cirenaica. L’Italia aveva cercato
di strappare questa zona alla Turchia nella guerra del 1911-12,
ma la mise sotto controllo soltanto dopo il 1932. Nello stesso
anno l’Italia aveva consolidato la sua autorità anche sulla Soma­
lia settentrionale21. Non più in una posizione di difesa, era pronta
ormai a far rivivere il mito di Roma imperiale.
I

IL RIMPASTO DI LUGLIO-AGOSTO 1932

Gli italiani non avevano mai dimenticato la « vergognosa


ferita », come l’aveva definita D’Annunzio, della disfatta di Adua
inflitta loro nel 1896 dagli etiopici. Nel 1906 avevano concluso
un patto con l’Inghilterra e la Francia per la futura ripartizione
dell’Etiopia in sfere d’influenza *. Esso doveva entrare in vigore
nel caso in cui l’ordine politico di quel paese si disintegrasse
dopo la morte dell’imperatore Menelik IL A quanto pare, i
timori delle tre potenze interessate erano giustificati, dato che
nelle condizioni caotiche sopravvenute in Etiopia nel 1913 alla
morte di Menelik e dopo lo scoppio della prima guerra mondiale,
l’imperatore Ligg Iasu cercò di avere l’appoggio della vasta popo­
lazione musulmana dell’impero e si rivolse alle potenze centrali2.
Nel 1919 gli italiani puntarono ancora una volta all’Africa
orientale. In base all’articolo 13 del trattato di Londra, preten­
devano che in cambio dell’occupazione delle ex colonie tedesche
da parte dell’Inghilterra e della Francia, l’Italia dovesse essere
risarcita in Africa: più tardi si accennò esplicitamente a Gibuti
nella Somalia francese, nonché alla Somalia britannica. Dopo la
guerra le pretese italiane furono spropositate; nella susseguente
contrattazione essi avevano sperato di ottenere concessioni vastis­
sime dagli inglesi e dai francesi3. Il ministero degli esteri britan­
nico, diretto da Curzon, era pronto a cedere TOltregiuba al
confine tra il Kenia e la Somalia italiana, purché l’Italia sgom­
brasse il Dodecaneso a favore della Grecia, come aveva promesso
di fare nel 19204. Nel 1924 Austen Chamberlain, per svariati
eventuali motivi, ritirò questa condizione e nel giugno del 1925
l’Oltregiuba con il suo porto di Chisimaio fu consegnato all’Ita­
lia (cfr. la cartina). Inghilterra e Italia, sebbene nel 1923 aves­
12 Mussolini fondatore dell’Impero

sero già concordato — la prima con molta riluttanza — l’ammis­


sione dell’Etiopia alla Società delle Nazioni, non avevano desi­
stito dalla politica di ripartirla in sfere d’influenza. Quanto all’In­
ghilterra, il gruppo di pressione politica legato all’industria del
cotone aveva interesse a erigere una diga sul Nilo Azzurro nei
pressi della sua sorgente del lago Tana, allo scopo di coltivare
il cotone nel Sudan anziché in Egitto, che dal 1922 stava sfug­
gendo al controllo britannico; gli italiani furono perspicaci nel-
Taumentare il commercio nelle zone fertili sugli altipiani occi­
dentali dell’Etiopia. A seguito di uno scambio di note nel 1925,
Inghilterra e Italia riconfermarono le loro rispettive sfere d’in­
fluenza. La Francia non venne neanche invitata ad acconsentire
a questi accordi. All’Italia sarebbe stato consentito di costruire
una ferrovia o un’autostrada che collegasse Eritrea e Somalia,
come pure di ottenere privilegi economici nella zona fertile a
ovest di Addis Abeba, all’Inghilterra di controllare le acque del
Nilo Azzurro5. Poiché le condizioni degli accordi erano manife­
stamente contrarie all’articolo 20 del Patto societario, il reggente
dell’Etiopia, ras Tafari (più tardi Hailè Selassiè), protestò presso
il Consiglio della Società delle Nazioni, con il risultato che inglesi
e italiani lo assicurarono che loro intendimento era di sostenere
la sovranità etiopica6.
È incerto se il reggente sarebbe riuscito a impegnare attiva­
mente l’appoggio della Società delle Nazioni, qualora non fosse
stato nell’interesse di almeno una delle grandi potenze che l’Etio­
pia diventasse uno Stato sovrano. Nel 1917 i francesi avevano
ultimato la loro ferrovia da Gibuti a Addis Abeba. Erano per­
tanto in grado di attingere alla maggior parte delle risorse del-
l’entroterra in cambio dell’esportazione illecita (e lucrosa) di
armi verso l’Etiopia. Il traffico su questa linea, sebbene fosse
frequentemente turbato dalla tensione politica, fruttava un introito
sufficiente per consentire ai francesi di far funzionare Gibuti
come porto di scalo nella loro lunga via di comunicazioni con
il Madagascar e l’Estremo Oriente. I francesi speravano di assu­
mere il primo posto nel potenziamento delle risorse economiche
dell’Etiopia e nel promuovere la riforma dell’istruzione. Erano
pronti a mantenersi fedeli a questa politica, soltanto a condizione
che Tafari compisse un effettivo progresso verso la modernizza­
zione del suo paese; l’insuccesso avrebbe comportato un ritorno
I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 13

alla precedente politica del 1906 che prevedeva la delimitazione


delle sfere d’influenza7.
Sia Mussolini che Tafari si sarebbero più tardi trovati à
girare intorno a falsi presupposti. Mussolini presumeva che non
fosse diffìcile persuadere i francesi qualora l’Italia dovesse rico­
minciare la sua espansione in Etiopia, mentre non si dava troppo
pensiero per l’Inghilterra. Il reggente riteneva che l’ammissione
dell’Etiopia alla Società delle Nazioni equivalesse ad una consa­
crazione della sua sovranità nazionale e che la Società delle
Nazioni avrebbe salvato il paese dal cadere preda delle ambi­
zioni imperiali dei suoi confinanti8. Tuttavia, alla fine degli anni
Venti non c’era ancora un pericolo immediato. Gli italiani erano
occupati a « ristabilire l’ordine » sia nella Somalia settentrionale
che in Cirenaica. In tali circostanze Mussolini desiderava mante­
nersi in buoni rapporti con Tafari, il quale aveva anche delle
difficoltà con i suoi sudditi musulmani e con i capi cristiani in
Etiopia. Nel 1928 fra l’Etiopia e l’Italia venne concluso un trat­
tato ventennale di collaborazione e di amicizia. Gli italiani dove­
vano essere impiegati come consiglieri di Tafari. Si doveva co­
struire un’autostrada da Assab in Eritrea fino a Dessiè nella
provincia dei galla. Il tratto compreso nei confini dell’Etiopia
doveva essere finanziato dal suo governo9.
Dopo essere stato incoronato nel novembre del 1930 con il
nome di Hailè Selassiè (pur essendo Negus, o imperatore, fin
dal 1928), Tafari si trovò di fronte l’arduo compito di moder­
nizzare il suo paese e di sedare le rivolte. Ma invece di scegliere
consiglieri italiani, come era tenuto a fare in base al trattato del
1928, egli assunse cittadini di paesi come gli Stati Uniti, la
Svezia, la Svizzera e il Belgio, mentre i cadetti militari etiopici
venivano inviati a istruirsi a Saint-Cyr-1’École in Francia. Nel
1929 non nascose al rappresentante diplomatico tedesco di Addis
Abeba i suoi timori che le mire dell’Inghilterra e in particolare
dell’Italia erano ostili10.
Dopo il trattato di amicizia del 1928 gli italiani perseguirono
nei confronti dell’Etiopia due linee di condotta politica eviden­
temente contraddittorie. Il rappresentante diplomatico italiano a
Addis Abeba, Giuliano Cora, sosteneva che il suo paese dovesse
cercare di conquistare un’influenza predominante sul governo cen­
trale e collaborare con Hailè Selassiè. Invece lo scopo di Corrado
14 Mussolini fondatore dell’Impero

Zoli, governatore dell’Eritrea e fascista impulsivo, era quello di


influenzare o di corrompere i ras locali in modo che trasferissero
la loro fedeltà da Hailè Selassiè agli italiani. Questa politica
eversiva dall’interno, nota come « politica periferica », parve
dimostrarsi coronata da successo11. Nel 1930 (un anno agitato
in Etiopia) diversi italiani di posizione elevata, come Dino Grandi
allora ministro degli esteri, credevano che l’imperatore sarebbe
presto morto di malaria, con la conseguente disgregazione dello
Stato etiopico. A seguito della nomina, nel 1929, del generale
Emilio De Bono a ministro per le colonie, al posto del più pru­
dente Luigi Federzoni, la politica di Zoli venne ripresa con
maggior veemenza.
Fin qua i progetti italiani per l’espansione in Africa orien­
tale avevano incontrato resistenza da parte della Francia. Ma
già nel 1930 i francesi erano un bel po’ meno propensi a soste­
nere Hailè Selassiè a rischio di una rottura con l’Italia. Ciò si
spiega con il fatto che essi non si aspettavano che Hailè Selassiè
riuscisse a stabilire la sua piena autorità sui suoi capi ribelli.
Effettivamente, poi, nel caso in cui l’Etiopia si fosse disgregata,
c’era la possibilità che venisse spartita in modo tale che la ferro­
via Addis Abeba-Gibuti, unitamente alla città di Harar, cadesse
nella sfera di influenza francese 12. Tuttavia, un peso molto mag­
giore sull’atteggiamento francese lo ebbero gli eventi in Europa.
Nel 1930 i francesi sgomberarono la Renania. Nel settembre
dello stesso anno Hitler ottenne i suoi primi successi elettorali.
Secondo Raffaele Guariglia, alto funzionario del ministero degli
esteri italiano, un accordo tra Francia e Italia riguardava ormai
questioni politiche d’ordine pratico13. E i fatti dimostrarono
che aveva ragione.
Non essendo riusciti a raggiungere un accordo con la Germania
ai primi del 1931 14, i francesi sotto Lavai erano ansiosi di
accomodare le loro divergenze con l’Italia. A metà luglio del
1931 Lavai affrontò con Grandi l’argomento dell’occupazione ita­
liana in Etiopia. In una nota diretta a Mussolini, Grandi accolse
di buon grado il fatto. Scopriva che Lavai era il primo francese
« verso il quale non provo quella avversione istintiva che sempre
pervade il mio animo ogni qualvolta vengo a contatto con un
Gallo ». Sebbene Mussolini si limitasse a « prendere atto » del­
l’avvicinamento francese, tanto i suoi diplomatici quanto i fun­
zionari del ministero per le colonie erano ormai attratti dall’idea
I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 15

della politica periferica 15. Scopo dei primi era d’isolare l’Etiopia,
quello dei secondi di redigere progetti militari.
Dopo un giro ispettivo compiuto in Eritrea ai primi del
1932, De Bono giunse alla conclusione che Hailè Selassiè stesse
ormai consolidando la sua autorità e avesse intenzione di ricor­
rere alle armi in un prossimo futuro contro l’Italia. In realtà
De Bono sopravvalutò il successo interno dell’imperatore: per­
tanto, il 22 marzo 1932 consigliò a Mussolini che l’Italia, nono­
stante le spese gravose e con il consenso dell’Inghilterra e della
Francia, si preparasse in vista di una guerra preventivalé. La
questione etiopica venne ovviamente discussa in una riunione
del Gran Consigilo del fascismo, tenuta l’8 aprile 1932, mentre
le persone interessate all’Etiopia erano presenti e i negoziati tra
Francia ed Etiopia al momento progredivano. Inoltre durante
la riunione Mussolini decise che l’Italia dovesse ormai adottare
una politica d’avanguardia17. Il mese successivo Ligg Iasu, il
quale era stato deposto nel 1916 a causa della sua politica filo­
musulmana, sfuggì alla vigilanza e fu sostenuto da una rivolta
nel Goggiam. Per uh po’ De Bono credette che l’impero sarebbe
crollato e che si potesse promuovere su due piedi un’invasione
dell’Etiopia anche prima di giungere a un accordo con la Fran­
cia 18. Invece Hailè Selassiè fu in grado di mantenere la sua
instabile autorità.
Anche Raffaele Guariglia, direttore politico del ministero
degli esteri italiano per i settori dell’Europa, del Medio Oriente
e dell’Africa, nonché amico stretto di Grandi, fu un appassio­
nato fautore di una spedizione in « grande stile » contro l’Etiopia.
Secondo lui l’Etiopia era l’unica zona al mondo in cui l’Italia
potesse espandersi senza collidere con gli interessi delle altre
potenze. Questo paese ricco e fertile non solo era in grado di
assorbire la popolazione eccedente dell’Italia, ma poteva fornirla
anche di truppe di colore da schierare in altre parti dell’Africa.
Guariglia spiegò l’insuccesso della politica italiana in vigore in
Etiopia e tracciò i futuri obiettivi in un lungo promemoria in
data 27 agosto 1932. Questo documento fu interpretato come
il suo testamento politico L’irredentismo etiopico, affermò,
era rivolto principalmente contro l’Eritrea, la cui difesa sarebbe
diventata quasi impossibile qualora l’Etiopia venisse trasformata
da una società feudale in uno Stato centralizzato. Egli sosteneva
che l’accordo del 1906 fosse la Magna Charta dei diritti e delle
16 Mussolini fondatore dell’Impero

aspirazioni dell’Italia che avevano ricevuto il riconoscimento dal­


l’Inghilterra e dalla Francia. Accusava il governo etiopico di
avere cercato, a partire dal 1925, di mettere luna contro l’altra
le potenze confinanti. Da questa analisi risulta che per Guariglia
la questione dei collegamenti ferroviari o autostradali tra l’Eri­
trea e la Somalia italiana rivestiva un’importanza decisiva.
L’Etiopia aveva invitato l’Italia a cedere una striscia di terri­
torio in Eritrea per collegarsi dall’interno con Assab sul Mar
Rosso (cfr. la cartina). Sebbene la cessione di questo corridoio
non potesse in alcun modo mettere in pericolo la posizione
strategica dell’Italia, il governo fascista, unicamente per motivi
di prestigio, si rifiutò di trasferire un solo metro quadrato di
territorio. Invece all’Etiopia furono offerte le agevolazioni di
un porto franco ad Assab in cambio del permesso di costruire
l’autostrada per collegare Assab con Dessiè nel meridione. Il
governo etiopico si dimostrò poco entusiasta a questo progetto,
con la scusa che avrebbe dovuto finanziare quella parte della
strada che passava all’interno del suo territorio. Venne allora
avanzata una proposta alternativa. Il barone Raimondo Franchetti,
esploratore italiano, fu inviato ad Addis Abeba per fare accet­
tare la proposta di una strada, che sarebbe stata costruita da una
impresa privata e che avrebbe unito la città di Setit in Eritrea
a Gondar, presso il lago Tana nell’Etiopia nord-occidentale. Dal
punto di vista italiano, essa si sarebbe rivelata di grande valore
sia strategico che economico. Non sorprende che l’imperatore
non prese alcun provvedimento concreto per la sua attuazione.
Nel suo promemoria dell’agosto del 1932 Guariglia propose
che in avvenire l’Italia desse l’impressione che la linea Setit-
Gondar sarebbe stata un’impresa pubblica e non privata. Se
l’imperatore si rifiutava di accogliere i desideri dell’Italia, questa
doveva impartire direttive al suo nuovo rappresentante diplo­
matico, da designarsi per Addis Abeba, affinché denunciasse il
trattato di amicizia del 1928. Di recente Hailè Selassiè aveva di
nuovo avanzato l’idea di uno sbocco sul mare a Assab, questa
volta offrendo però un compenso all’Italia — un « misero » tratto
di territorio nell’Ogaden, confinante con la Somalia Italiana —,
nonché il permesso di costruire la strada Setit-Gondar. Guari­
glia sconsigliò energicamente di intavolare trattative su questa
proposta. Piuttosto, insistette, il terreno per la conquista del­
l’Etiopia andava preparato in anticipo sul piano diplomatico,
I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 17

come si era agito nel caso della Tripolitania prima della guerra
del 1911 tra Italia e Turchia20.

L’Etiopia rappresentava una delle tante e preminenti cause


di tensione tra l’Italia e la Francia. Nel 1928 c’erano nella sola
Africa settentrionale tre questioni insolute: la frontiera della
Libia, la condizione degli italiani residenti in Tunisia e il futuro
del Marocco spagnolo. Nel 1919 i francesi avevano ceduto all’Ita­
lia alcune òasi sul confine tra Libia e Tunisia. Nel 1928 le pre­
tese italiane erano ancora modeste, ma già nel 1932 esse si
erano decuplicate. Mussolini chiedeva non solo il triangolo Tibesti-
Borku a nord-est del lago Ciad, ma anche una vasta fetta del
Camerun sotto mandato francese, con un corridoio per collegarlo
con la Libia. Questa curiosa pretesa, se attuata, avrebbe fornito
all’Italia l’accesso via terra all’Atlantico attraverso la Libia. Dato
che la cessione di questo territorio avrebbe troncato le comuni­
cazioni francesi in Africa centrale, la richiesta venne totalmente
respinta 21.
Su una sola questione Mussolini potè premere sulla Francia
per ottenere altrove una concessione. La Tunisia era stata defi­
nita come una colonia italiana retta da un governo francese, in
quanto i suoi 100.000 abitanti italiani erano più numerosi dei
francesi ed erano concentrati in zone di maggiore importanza
strategica: Tunisi, Biserta e capo Bon. Secondo lo statuto del
1896, che disciplinava i rapporti della Tunisia con la Francia,
gli italiani potevano rivendicare la cittadinanza italiana in Tuni­
sia e la cittadinanza francese in Italia. Durante la prima guerra
mondiale l’irredentismo italiano provocò un tale attrito che anche
prima dell’armistizio lo statuto venne sospeso, pur restando prov­
visoriamente in vigore in attesa di una sistemazione definitiva.
Sebbene i francesi fossero disposti a venire a un compromesso
e a concedere agli italiani uno statuto relativamente privilegiato
nei limiti di una costituzione liberale, Mussolini, animato dal-
l’amor proprio, esigeva tutto o niente. O lo statuto del 1896
doveva entrare in pieno vigore per periodi di almeno dieci anni,
oppure si doveva consentire che la Francia annettesse compieta-
mente la Tunisia compensando generosamente l’Italia in qualche
altro postoI francesi respinsero entrambe le alternative; la
prima, perché avrebbe negato i pieni diritti di sovranità della
Francia in Tunisia; la seconda, a causa dell’inevitabile risenti­
18 Mussolini fondatore dell’Impero

mento che la totale annessione avrebbe suscitato in mezzo all’in­


tera popolazione musulmana dell’impero francese, specie nel
Marocco.
Il solo successo che Mussolini conseguì nel Nord Africa fu
in Marocco. Nel 1928, dopo svariate e infruttuose trattative, e
con l’appoggio inglese, l’Italia fu alla fine ammessa a partecipare
all’amministrazione internazionale di Tangeri, limitando quindi
il controllo francese, e più tardi quello inglese, dello sbocco
occidentale del Mediterraneo23. Tangeri doveva presto diventare
un centro vitale per la propaganda italiana. Anche nel Marocco
spagnolo, come in Tunisia, c’era una numerosa colonia italiana24.
Era bene organizzata a livello locale e, come tutte le colonie
italiane d’oltremare, era oggetto della continua propaganda fasci­
sta diretta da Roma. Sul piano politico si rivelò un semenzaio
fecondo per estendere gli interessi italiani nel Mediterraneo occi­
dentale, una zona che divenne in modo imprevisto l’occhio del
ciclone25.
Dopo la caduta della monarchia avvenuta nel 1931, la Spa­
gna, temendo un accordo tra l’Italia fascista e la Germania, per­
mise di essere usata come base di propaganda antifascista, orga­
nizzata soprattutto da massoni italiani. L’anno seguente i contro­
rivoluzionari spagnoli si rivolsero a Italo Balbo, ministro italiano
dell’aeronautica, chiedendo armi. Queste erano già in viaggio
per mare, quando nel mese di luglio la rivolta fu schiacciata. A
Roma si aveva chiaramente paura che la repubblica spagnola
consentisse ai francesi di occupare le isole Baleari, in cambio
di aiuto per mantenere la sua autorità nel continente, ragion per
cui lo scopo delle manovre navali italiane svolte l’estate del 1932
nel Mediterraneo occidentale fu quello di tagliare le comunica­
zioni francesi con il Nord Africa; i francesi tennero le loro mano­
vre nel Mediterraneo orientale26. Nei giornali madrileni di sini­
stra si ventilò anche l’idea che la Spagna dovesse ritirarsi del
tutto dal suo settore marocchino. Se gli italiani non potevano
impadronirsi loro stessi di questa colonia, Mussolini era risoluto
a far sì che i francesi non li truffassero, come avevano fatto in
Tunisia nel 1882, e la occupassero militarmente. I francesi non
avrebbero assoggettato in modo definitivo i berberi dell’interno
fino al marzo del 1934. Essi temevano che, qualora l’autorità
spagnola si fosse indebolita, l’Italia avrebbe annesso il Marocco
spagnolo e offerto probabilmente asilo ai nazionalisti berberi27.
I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 19

Tuttavia, i francesi erano disposti a pagare il loro prezzo per


avere carta bianca in Africa settentrionale, mentre in Francia
certi giornali filoitaliani credettero di scorgere una via d’uscita.
Perché non lasciare che l’Italia attuasse le sue aspirazioni colo­
niali nelle zone in cui non era probabile che sarebbe entrata
in grave conflitto con gli interessi francesi, per esempio in Tur­
chia o in Etiopia? Agli italiani era stata promessa una vasta
regione in Asia minore in base all’accordo di San Giovanni di
Moriana del 1917. Dopo la guerra essi dovettero star fermi a
guardare inglesi e francesi che si appropriavano della Palestina
e della Siria come territori sotto mandato. Nel 1924 Mussolini
credeva ancora che la repubblica turca sarebbe andata in pezzi28.
Presto, però, dovette disilludersi. Sotto l’energico dominio di
Kemal Atatürk divenne chiaro che, con l’appoggio russo, qual­
siasi violazione di territorio turco avrebbe incontrato resistenza.
Pertanto nel 1928 l’Italia concluse un trattato di amicizia con
la Turchia. Più tardi Mussolini diede piena pubblicità ad allu­
sioni ufficiose, fatte dalla stampa francese, secondo le quali la
Francia era favorevole alle pretese italiane in Asia Minore, infor­
mazione che fu passata al governo di Ankara. Il risultato fu una
grave crisi nel 1932 dei rapporti franco-turchi29.
Agli inizi del 1932 Hailè Selassiè, allo scopo di arginare la
crescente minaccia italiana e nutrendo sospetti nei confronti del­
l’Inghilterra, propose un trattato di alleanza con la Francia. I
francesi, non avendo in ogni caso bisogno dell’appoggio etiopico,
respinsero la sua offerta ribattendo in mala fede che essi avreb­
bero contratto alleanze soltanto nell’ambito della Società delle
Nazioni. Hailè Selassiè non si scompose e tornò alla carica con
una proposta per un trattato di amicizia e di commercio con la
Francia, le cui condizioni erano assai favorevoli per quest’ultima.
I francesi non risposero. Ai primi del 1933 l’imperatore inviò a
Parigi Tede Hawariate, uno dei suoi tirapiedi più abili, dapprima
in veste di privato cittadino, poi di rappresentante diplomatico,
affinché esplorasse il terreno in vista di un accordo. Sebbene
fosse dell’opinione che il dominio francese sarebbe stato immen­
samente preferibile a quello italiano, Hawariate trattò la cosa
con ostentata indifferenzax. Per sottrarsi all’isolamento totale,
nel 1933 Hailè Selassiè stabilì preziosi contatti con il Giappone
(per i rapporti etiopico-giapponesi nel 1933, cfr. cap. Vili).
Certamente Mussolini sapeva che la Francia era restia a dare
20 Mussolini fondatore dell’Impero

appoggio all’Etiopia e, quindi, a inimicarsi all’Italia. Non sor­


prende che Grandi fosse pronto a sfruttare la proposta di Lavai
avanzata nel luglio del 1931. Alla fine dell’anno il marchese
Alberto Theodoli, presidente della commissione dei mandati
presso la Società delle Nazioni, fu inviato in veste non ufficiale
a Parigi per scandagliare il governo francese. La scelta di Theo­
doli fu straordinariamente azzeccata. Quantunque non iscritto al
partito fascista, era persona grata presso il governo francese.
Lavorando nella commissione dei mandati, strinse amicizia con
Robert de Caix, il rappresentante francese, e si rese conto di
quanto i francesi avessero bisogno dell’appoggio italiano in Siria,
che stava reclamando l’indipendenza e l’ammissione alla Società
delle Nazioni31. Al ritorno di Theodoli, Mussolini, il quale era
al corrente della sua visita, ripete insistentemente a Grandi che
al fascismo occorreva una strepitosa vittoria diplomatica, come
ad esempio la cessione di una autentica colonia francese32. Si
discusse a lungo a proposito di quale colonia l’Italia dovesse
pretendere, ma l’interesse non si limitava all’Africa orientale. Nel
giugno del 1932 Grandi e Lederzoni, un fascista eminente, son­
darono i francesi sulla eventualità della cessione di un territorio
sotto mandato, ovviamente il Camerun, da collegarsi tramite Ti-
besti e Barku con la TripolitaniaM. Augusto Rosso, capo gabi­
netto di Grandi, respinse l’idea che l’Italia attuasse le sue ambi­
zioni in Etiopia, a causa della ferma resistenza che c’era da
aspettarsi. Al contrario, gli italiani dovevano stabiliré una colo­
nia nell’Angola, sotto forma di una società commerciale con
speciali diritti, in modo da non violare la sovranità portoghese 34
Tuttavia, queste alternative non allettavano tutti gli ambienti
politici di Roma. Secondo il punto di vista di Guariglia, l’espan­
sione italiana nel Camerun (in precedenza colonia tedesca) si
sarebbe scontrata con le rinfocolate rivendicazioni da parte della
Germania, non meno che con la resistenza francese; nell’Angola,
poi, sarebbero stati minacciati gli interessi del governo sudafri­
cano non meno di quelli del Portogallo. Egli era inoltre preoccu­
pato del chiasso sollevato dalla stampa fascista per la cessione
della Siria. Una richiesta così « assurda », affermò, doveva essere
messa a tacere da Palazzo Chigi (sede del ministero degli esteri
italiano), sia perché era poco probabile che il governo francese
avrebbe fatto dono della Siria all’Italia, sia perché l’acquisto di
un paese così guastato dalla discordia interna si sarebbe rivelato
I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 21

niente altro che una passività 3S. Il disegno di Guariglia era che
l’Italia ottenesse l’assenso tanto francese che inglese per i suoi
obiettivi in Etiopia. Stando a quanto egli riferisce, l’argomento
venne presentato per la prima volta alla fine del 1931 o ai primi
del 1932 a Theodoli da Philippe Berthelot, segretario generale
del ministero degli esteri francese. La notizia della proposta tra­
pelò fino a Mussolini e, cosa sorprendente, suscitò in lui un’esplo­
sione di gallofobia. Mussolini voleva in dono dalla Francia un
territorio africano, non un’offa per distorglierlo dal suo obiettivo
principale che era « una grande politica in Europa » e l’espansione
a scapito della Jugoslavia
Nonostante la reazione ostile di Mussolini, Guariglia riuscì a
tenere aperte le future trattative con la Francia. In una lunga
lettera in data 9 febbraio 1932, diretta a Grandi, egli formulò
sistematicamente le sue obiezioni alla « passione adriatica », che
rischiava di trascinare l’Italia in una serie di contrasti con la
Francia e con la Jugoslavia37. In tali circostanze Berthelot, essendo
informato dell’atteggiamento di Mussolini, dovette procedere con
grande cautela in tutti i suoi successivi rapporti con i diplomatici
italiani, soprattutto perché una delle richieste in discussione riguar­
dava la posizione dei rifugiati antifascisti in Francia, argomento
su cui Mussolini era estremamente sensibile 38.
Inoltre Berthelot e i suoi successori dovettero tener conto
delle difficoltà che un accordo in merito all’Etiopia (discusso di
nuovo tra Theodoli e de Caix all’inizio del 1932) avrebbe incon­
trato nel suo paese. Da un lato l’annessione da parte dell’Italia
di un settore della Somalia francese, nonché il diritto di costruire
un’autostrada dal porto di Assab fino a Addis Abeba (collegata
a Gibuti per ferrovia), avrebbe provocato scalpore presso l’assai
formidabile gruppo di pressione coloniale francese. Il prezzo rela­
tivo poteva consistere niente di più, o niente di meno, che nei
pieni poteri per la Francia nel Nord Africa39. Dall’altro, se si
permetteva all’Italia di costruire la futura strada da Assab a
Dessiè, e di minacciare così l’integrità dell’Etiopia, sarebbe insorta
la Società delle Nazioni dalla quale dipendeva la sicurezza fran­
cese in Europa40. Anche in tal caso, nonostante i sacrifici richie­
sti, la Francia era attirata da un accordo con l’Italia. Esso avrebbe
messo fine una volta per tutte alle contese coloniali tra i due
paesi. Tuttavia, quando nel giugno o luglio del 1932 furono di
nuovo presentati gli argomenti relativi all’Etiopia e alla Turchia,
22 Mussolini fondatore dell’Impero

Grandi sostenne che si poteva discutere soltanto dopo, e non


prima, che si fossero accomodate tutte le divergenze insolute tra
l’Italia e la Francia41.
Il crescente desiderio da parte francese di giungere a un ac­
cordo con l’Italia è comprensibile. L’11 dicembre 1932 alla Ger­
mania venne concessa la parità di condizione negli armamenti
in un « sistema che garantiva tutte le nazioni ». I vertici mili­
tari francesi temevano il giorno in cui il riarmo tedesco sarebbe
diventato una realtà. Nel 1932 presero provvedimenti per due
gruppi di nemici potenziali: Germania e Italia; Russia e Turchia,
con cui in quello stesso anno l’Italia aveva stipulato patti di
non aggressione. Dei due, il primo era ritenuto quello incompa­
rabilmente più pericoloso42. Sin dalle trattative della conferenza
navale di Londra del 1930, Mussolini aveva fatto un gran chiasso
per la parità degli armamenti navali: una prospettiva che segui­
tava a seminare sgomento nell’ammiragliato francese43. Lo scarso
interesse dimostrato dagli inglesi nel Mediterraneo avrebbe com­
portato in pratica il controllo italiano di questo mare, mentre
i francesi dovevano tenere una parte della loro flotta nell’Atlan­
tico e nelle acque del Mare del Nord. La Francia doveva perciò
mantenere un margine di superiorità sulla flotta italiana e su
quella tedesca messe insieme. Inoltre la Francia possedeva poche
navi con velocità e armamento pari alle corazzate tascabili della
classe Deutschland o ai veloci incrociatori italiani. C’erano anche
difficoltà d’ordine politico. In base al trattato di Locamo, Italia
e Inghilterra avevano garantito tanto la Francia che la Germania
contro un attacco non provocato. Se la Francia attaccava la Ger­
mania perché quest’ultima invadeva il territorio di uno dei suoi
alleati nell’Europa orientale, poteva darsi che l’Italia, così teme­
vano i capi del servizio francese, accorresse in aiuto della Ger­
mania mentre l’Inghilterra rimaneva neutrale44.
Sotto altri aspetti i francesi erano condizionati dalla potenza
marittima più di quanto lo fossero stati prima del 1914. Durante
i disordini coloniali del 1925 erano state inviate truppe dalla
Francia metropolitana nel Nord Africa. L’anno dopo, a seguito di
un discorso provocatorio rivolto da Italo Balbo alla comunità
italiana di Tunisi, i francesi tennero in Tunisia manovre con­
giunte dell’esercito e della marina Dato che i rapporti franco­
italiani non miglioravano, i francesi dovettero mantenere la mag­
gior parte della loro flotta nel Mediterraneo e (non più tardi del
I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 23

1935) destinare circa un quinto di tutto il loro esercito — sette


divisioni nel Nord Africa, dieci nei pressi delle Alpi — per una
eventuale guerra contro l’Italia. La flotta doveva garantire il
passaggio delle truppe e del materiale attraverso il Mediterraneo,
la sponda orientale del quale aveva assunto ulteriore importanza
in quanto Tripoli nel Libano doveva essere il capolinea dell’oleo­
dotto francese proveniente da Mosul nell’Iraq *. La Francia doveva
essere pronta anche a inviare truppe in aiuto dei suoi alleati nel­
l’Europa orientale. Secondo il generale Maxime Weygand, in un
promemoria in data 16 gennaio 1933 destinato al ministero della
guerra, il miglior porto di sbarco era considerato quello di Salo­
nicco 47.
Il punto più debole di tutta la posizione di sicurezza dei
francesi era il Belgio, con cui la Francia aveva stretto alleanza
nel 1920. L’opinione politica in Belgio era divisa, e i francesi
erano convinti che il loro vicino avrebbe adempito i suoi obblighi
soltanto se fosse stato sicuro che la Francia si trovava dalla parte
vincente e che comunque il territorio belga non sarebbe stato
usato come semplice ammortizzatore in caso di un attacco tede­
sco alla Francia. Nel corso di riunioni interdipartimentali veniva
spesso posta la domanda: la Francia dove si sarebbe procurata
le truppe per rinforzare la frontiera nord-orientale? Essa era
in grado di mantenere un predominio sulla Germania soltanto
se l’Italia poteva essere trasformata (come lo era stata nel 1914)
da Stato potenzialmente nemico in uno neutrale, o meglio ancora
(come nel 1915) alleato. Per di più, i capi militari della Francia
erano convinti che sotto il fascismo gli italiani avessero appreso
il valore della disciplina. Non desta meraviglia che i comandanti
delle forze armate sottolineassero l’importanza di blandire l’Italia,
cosa che avrebbe fatto migliorare anche i rapporti con la Tur­
chia Nel ’ valutare il loro punto di vista, occorre tener conto
che una delle loro preoccupazioni maggiori era il fatto che, dato
il diminuito quoziente di natalità della Francia, non potevano
chiamare alle armi la stessa quantità di riserve dell’Italia.
L’antagonismo tra Francia e Italia chiarisce non soltanto la
guerra etiopica, ma anche le cause a lungo termine della guerra
civile spagnola. Secondo tutte le apparenze, Mussolini voleva
l’azione fine a se stessa e si spostava in modo agitato da un
obiettivo all’altro. Indicativo del suo modo di comportarsi è un
commento che egli fece il 14 gennaio 1933 a Pompeo Aloisi,
24 Mussolini fondatore dell’Impero

funzionario del ministero degli esteri: « Il possesso della Corsica


è meglio di quello della Dalmazia. Ajaccio e Bastia sarebbero
due belle province italiane. Chiunque occupa la Corsica domina
il Mediterraneo occidentale » 49.
Tuttavia la politica italiana sotto Mussolini non fu sempli­
cemente un’improvvisazione alla giornata; nonostante le evidenti
contraddizioni, c’era un certo sistema. Se la Francia e l’Inghil­
terra si rifiutavano di cedere, o di consentire all’Italia di condi­
videre il controllo su importanti punti strategici nel Mediterra­
neo, per lui era aperta un’alternativa: il disfacimento dell’auto­
rità francese o inglese nei territori che essi governavano. In nes­
suna parte questa eventualità fu manifesta più che a Malta, la
più importante di tutte le basi del Mediterraneo centrale x.

Mussolini non aveva dimenticato l’incidente di Corfù avve­


nuto nel 1923 e la minacciata azione inglese nel settembre di
quello stesso anno, il cui intento era stato quello di costringere
gli italiani a sgomberare l’isola. L’incidente, che rinsaldò anche
il suo disprezzo nei confronti della Società delle Nazioni, è stato
giustamente spiegato come una prova generale in costume di
scena per la crisi etiopica a metà degli anni Trenta51. Dopo il
1930 gli inglesi avevano validi motivi di volere evitare un secondo
confronto con l’Italia, per il quale erano meno preparati rispetto
al 1923. A causa della crisi economica, avevano ritirato dal
Mediterraneo due corazzate. A distanza di un anno, in conseguenza
della crisi mancese, avevano più che mai bisogno di accedere senza
limitazioni da una parte all’altra del mare interno52.
Gli eventi italiani indussero Mussolini a interessarsi a Malta
e a creare grave disagio al governo britannico. Subito dopo la
conclusione dei Patti lateranensi nel febbraio del 1929 — l’im­
presa mussoliniana più duratura — la Santa Sede compì senza
successo uno sforzo per utilizzare il dittatore italiano in qualità di
« difensore della fede ». La Chiesa era l’unica istituzione che
conferisse a Malta una certa coesione sociale, mentre l’anticleri­
calismo (fortemente consolidato in alcune parti dell’Italia cen­
trale e meridionale) non trovava il minimo appoggio nell’isola.
La maggior parte della popolazione agricola parlava il maltese,
idioma fondamentalmente fenicio con diverse parole prese in
prestito dall’arabo e dall’italiano. Come seconda lingua gli uomini
d’affari, gli appartenenti alle libere professioni e, soprattutto, il
I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 25

clero parlavano italiano (che era stato usato dai Cavalieri di Malta
prima del 1815). D’altra parte, i rappresentanti dell’amministra­
zione trovavano più conveniente usare l’inglese. Nel 1921 all’isola
venne accordata una costituzione in base alla quale essa godeva
di una certa autonomia nell’ambito dell’impero britannico. Molti
dei cattolici romani ritenevano che la caratteristica cultura di
Malta sarebbe stata meglio difesa qualora la seconda lingua pre­
dominante fosse diventata quella italiana anziché l’inglese. Un
esiguo numero di maltesi fu addirittura attirato dal dinamismo
fascista prima che Mussolini salisse al potere. I nazionalisti, i
quali nel 1921 erano in carica, si scontrarono con l’opposizione
guidata da una personalità ostinata, Sir George Strickland. Costui
era mezzo maltese e mezzo inglese, aristocratico e cattolico romano
osservante. Aveva percorso una brillante carriera e era stato
innalzato alla dignità di pari nel 1928. L’anno precedente il
partito costituzionale, di cui era capo, venne eletto a maggio­
ranza all’assemblea legislativa maltese. Tuttavia egli mancava di
tatto e, appena entrato in carica, bandì l’uso dell’italiano da
tutti gli uffici governativi53.
In Italia c’era almeno un gruppo di pressione disposto ad
abbracciare la causa dei maltesi filoitaliani. In Italia i nazionalisti
estremisti erano francofili e l’espansione che propugnavano era
intesa a scapito dell’impero britannico, non dei francesi. Essi
esponevano le loro opinioni su un giornale ultracattolico, « La
Tribuna ». Con l’approvazione di Mussolini e nonostante le pro­
teste di Palazzo Chigi, esso sferrò attacchi personali contro
Strickland54. Dopo la firma dei Patti lateranensi, il Vaticano
— che era assai impaziente di riconciliare le due sorelle latine,
l’Italia e la Francia — si schierò con « La Tribuna », le cui
proteste vennero accolte a livello diplomatico dalla Santa Sede
e da MussoliniK. Ma l’instabile luna di miele tra il duce e il
papa non durò a lungo. Agli inizi dell’estate del 1930 la gerar­
chia di Malta, spalleggiata dal Vaticano, minacciò di scomunicare
i cittadini maltesi che votavano per il partito costituzionale. Mus­
solini temeva che il Vaticano potesse seguire in Italia un’analoga
linea di condotta. Pertanto il 6 maggio 1930 Grandi disse a
Graham, l’ambasciatore inglese, che « la sua esperienza nel con­
durre trattative con il Vaticano dal concordato in poi aveva quasi
distrutto la sua fede ». E proseguì affermando: « Non vi rendete
conto di quanto siate fortunati ad avere avuto un Enrico Vili » *.
26 Mussolini fondatore dell’Impero

Secondo Peter Kent, le mire contrastanti a proposito di Malta


contribuirono a rinfocolare il dissenso tra Mussolini e il Vati­
cano in merito all’Azione cattolica, che toccò l’apice nell’estate
del 1931. Il Vaticano, privato del sostegno italiano e conscio
della sua debolezza nell’Europa latina dopo la caduta della monar­
chia in Spagna e l’instaurazione in quel paese di una repubblica
anticlericale, aveva bisogno anche dell’amicizia inglese. A metà
aprile del 1931 il papa acconsentì a far togliere la condanna
episcopale al partito di Strickland, purché costui gli presentasse
le scuse alla Camera dei lord 57.
Il governo nazionale in Inghilterra, formatosi nell’agosto del
1931, attribuì il contrasto con il Vaticano alla indiscreta politica
anticlericale di Strickland e propose che la costituzione del 1921
entrasse ancora una volta in vigore M. Il vero pericolo, ritenevano
ormai gli inglesi, consisteva nell’estensione della cultura italiana;
cosa cui si poteva opporre resistenza soltanto con un divieto,
applicato gradualmente, all’uso dell’italiano come lingua ufficiale.
Le proposte per mettere in pratica queste idee entrarono in
vigore ai primi del 1932. La nuova politica dell’Inghilterra pro­
vocò sia in Italia che a Malta un’ondata di indignazione. Musso­
lini era adirato in modo particolare perché sospettava che i
componenti del partito costituzionale stessero sostenendo i fran­
cesi contro l’Italia nella questione della Tunisia. Ma aveva per­
duto l’alleanza del papa. Anziché ricorrere alla Chiesa, egli intro­
dusse nell’isola un settore dell’anticlericale Società Dante Ali­
ghieri, sotto la copertura della Lega navale italiana, unitamente
a un Istituto culturale italiano. Questi organi furono istituiti
con una spesa ingente per promuovere la cultura italiana. In
occasione delle elezioni tenute nel giugno del 1932 in base alla
ripristinata costituzione del 1921, fu rieletto il partito naziona­
lista favorevole all’Italia. Tuttavia Mussolini non poteva permet­
tere che scoppiasse un alterco con l’Inghilterra in un momento
di crisi a proposito della Jugoslavia e quando si stavano predi­
sponendo i piani per l’invasione dell’Etiopia. Il 14 ottobre 1932
egli assicurò gli inglesi che « nessun italiano sano di mente
gettava l’occhio su Malta o desiderava incoraggiare un movimento
irredentista in quell’isola » Nel mese di novembre del 1933
il governo inglese, cedendo evidentemente alle pressioni dell’Am­
miragliato, si sentì abbastanza forte da congedare il partito nazio­
nalista e da sospendere la costituzione. La crisi per Malta creò
I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 27

non solo malumore tra Mussolini e il governo inglese, ma anche


risentimento in mezzo a molti degli stessi isolani. Data l’estrema
importanza di Malta come base navale, gli inglesi dovettero prov­
vedere per il futuro alla sicurezza interna contro lo spionaggio
e il sabotaggio, nonché a difendere l’isola e a nutrirne la popo­
lazione di circa 300.000 abitanti60 (cfr. oltre, cap. XIII).

La conseguenza immediata della lite con l’Inghilterra fu l’in­


debolimento della posizione dei moderati a Roma. Mentre era
in carica, Grandi fu anglofilo. Inoltre egli cercò non solo di arri­
vare a un compromesso con la Francia sulla questione della parità
navale, ma anche di collaborare tanto con la Francia che con la
Jugoslavia contro la Germania, nell’ambito dell’ordinamento della
Società delle Nazioni. Egli fu pertanto pienamente d’accordo con
le idee espresse nella lettera di Guariglia del 9 febbraio 1932,
contro la « passione adriatica », lettera che a quanto pare non
fu mai vista da Mussolini61. Ma la posizione di Grandi era sotto
mira. Nell’estate del 1932 la Società delle Nazioni subì la critica
ininterrotta da parte di Giacomo Paulucci di Calboli Barone, il
nuovo delegato italiano; il generale Balbo, poi, uno dei più
accaniti avversari di Grandi, in un articolo pubblicato nel « Po­
polo d’Italia » ai primi di luglio (e approvato personalmente da
Mussolini) minacciò il ritiro dell’Italia dalla Società delle Na­
zioni a.
Inoltre, sia Balbo che De Bono attendevano, per motivi diffe­
renti, il giorno in cui in Germania fossero andati al potere i
nazionalisti: De Bono, per poter mettere la Francia sotto pres­
sione affinché giungesse a un accordo con l’Italia in merito all’Etio­
pia; Balbo, per mantenere l’equilibrio di forza negli armamenti,
permettendo alla Germania determinate armi che le erano state
proibite in base all’accordo di Versailles63. Alla fine di luglio
del 1932 era già evidente che la politica della moderazione di
Grandi si era disgregata. In un comunicato rilasciato a Losanna
il 13 luglio i governi di Francia e d’Inghilterra dichiararono che,
in conformità al patto, erano d’accordo riguardo a tutte le que­
stioni decise a Losanna, comprese le disposizioni relative ai paga­
menti dei danni di guerra da parte della Germania, in sostanza
fino alla loro estinzioneM. Invitarono gli altri governi a collabo­
rare con loro su questioni di carattere generale. Il fatto che le
« potenze dello status quo » potessero arrivare a un simile accordo
28 Mussolini fondatore dell’Impero

caratterizzato da un interesse personale negli affari internazionali


senza neanche consultare l’Italia rese furioso Mussolini. Brutte
notizie giunsero anche da altre parti. Verso la fine di luglio la
Germania si rifiutò di rinnovare un trattato commerciale, in base
al quale l’Italia poteva esportare in Germania derrate alimen­
tari in cambio di materie prime. Più grave fu la diserzione (quan­
tunque temporanea, come si rivelò) dei due Stati clienti dell’Ita­
lia, l’Austria e l’Ungheria. Agli inizi dell’anno i due paesi erano
stati invitati dai francesi a venire a patti con la Cecoslovacchia
e con la Jugoslavia, facendo arrabbiare Mussolini per avere stretto
a Losanna un accordo con la Francia al fine di ottenere agevo­
lazioni economiche dalla Società delle Nazioni. Con l’Italia prati­
camente isolata, la politica dell’« equidistanza » di Mussolini era
in pericolo65.
Egli reagì ricorrendo a mutamenti radicali nella distribuzione
delle cariche. Affa fine di luglio del 1932 si autonominò mini­
stro degli esteri. Grandi fu destinato ambasciatore, con suo ram­
marico, presso la corte di San Giacomo; Rosso fu inviato a Wash­
ington, Guariglia a Madrid. Su questi diplomatici, troppo critici
in patria per i gusti di Mussolini, si poteva tuttavia fare affida­
mento per spiegare perché l’Italia avesse bisogno di espandersi
ai governi dei paesi dove si aveva antipatia per le idee fasciste
o per le ambizioni espansionistiche italiane. Balbo fu nominato
rappresentante italiano affa conferenza del disarmo; si poteva
essere certi che avrebbe impiegato parole forti. Fulvio Suvich,
nato a Trieste e antitedesco, fu nominato vicesottosegretario
agli esteri; mentre il barone Pompeo Aloisi divenne capo ufficio
del ministero degli esteri e più tardi rappresentante dell’Italia a
Ginevra. Entrambi questi uomini, collocati nei posti chiave di
Palazzo Chigi, erano diplomatici competenti e preoccupati di
seguire una via di mezzo; ma erano anche esperti degli affari
dell’Europa orientale e dei Balcani, zone su cui si appuntava
ancora l’interesse primario di Mussolini66.
Tuttavia Mussolini non si era scordato dell’Etiopia. Dopo
il rimpasto a Roma, tutte le questioni riguardanti l’Africa furono
trasferite da Palazzo Chigi al ministero delle colonie affidato a
De Bono67. Nel delimitare le competenze dei due ministeri,
Mussolini potè tenere l’uno all’oscuro delle sue intenzioni nei
confronti dell’altro. La mancanza di coordinamento nella direzione
della politica fra questi ministeri, nonché in quella dei capi delle
I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 29

forze armate, rende straordinariamente difficile stabilire il rap­


porto tra gli indirizzi politici di Mussolini in Europa e in Africa.
Resta da vedere se in queste zone egli li stesse perseguendo
separatamente, oppure se essi facessero parte di un piano gran­
dioso
II

EUROPA E AFRICA NEL 1932-33

Sicuramente il rimpasto avvenuto verso la fine di luglio del


1932 permise a Mussolini di esercitare un certo controllo centra­
lizzato sulla politica estera italiana, ma si ebbe più continuità
di quanto a volte si creda. Il 26 luglio, mentre gli bruciava an­
cora l’umiliazione ricevuta dall’Italia a Losanna, disse ad Aloisi
che il suo obiettivo era « di varare un grande movimento diplo­
matico »: doveva essere un « vero e proprio terremoto » Ma
non dovevano esserci sorprese immediate, sicché le decisioni gior­
naliere a Palazzo Chigi venivano prese senza indebite interfe­
renze. Ben presto Guariglia e Theodoli misero Aloisi compieta-
mente al corrente delle mire italiane in Etiopia e della possibilità
di una ripresa delle trattative con la Francia. Inoltre ai primi
di ottobre del 1932 Aloisi apprese che forse, dopo tutto, i fran­
cesi erano disposti a cedere il Camerun. Più tardi disse energi­
camente a Mussolini che, in vista dei pericoli del riarmo tedesco,
si doveva giungere a un accordo con la Francia. Mussolini respinse
gli appelli di Aloisi con la scusa che si potesse mettere in azione
una pressione maggiore sulla Francia, qualora alla Germania
fosse consentito di riarmarsi gradualmente. Pertanto non accolse
il suggerimento di intavolare trattative con la Francia in merito
alla cessione di un mandato. La Francia, sosteneva, « deve darci
completa libertà sul Danubio dove, uniti con l’Austria e l’Un­
gheria, formeremo un baluardo che potrebbe impedire un Ansch­
luss·. sul Reno siamo contro la Francia, sul Danubio siamo con
la Francia » 2. Mussolini intendeva dire che l’Italia doveva assicu­
rare l’equilibrio tra la Francia e la Germania.
In un certo senso condivideva con gli statisti inglesi un inte­
resse nel mantenere l’equilibrio del potere. Ma mentre gli inglesi
32 Mussolini fondatore dell’Impero

volevano la sicurezza in Europa e {'appeasement di tutti quegli


Stati che avevano risentimenti giustificati, Mussolini desiderava
inasprire i conflitti allo scopo di fare ottenere all’Italia un van­
taggio sostanzioso. L’opinione secondo la quale nell’ottobre del
1932 egli avrebbe seguito l’indicazione degli inglesi di patroci­
nare in Europa un direttorio formato da quattro potenze, oppure
avrebbe operato in collaborazione con loro a questo scopo, è
stata quindi giustamente criticata3. Nel suo discorso tenuto a
Torino il 22 ottobre 1932, Mussolini propose a titolo di prova
un proprio piano. Sebbene si battesse per la causa delle potenze
revisioniste, fu molto meno aggressivo di quanto fosse sua abitu­
dine. L’Italia, la Francia, l’Inghilterra e la Germania, affermò,
dovevano collaborare nell’ambito della Società delle Nazioni, uno
strumento che, a suo parere, poteva ancora rivelarsi efficace per
conservare la pace in Europa, ma non in altre parti del mondo,
vale a dire in Estremo Oriente e in America Latina. Non accennò
né all’Asia né all’Africa4. Il discorso, che venne considerato da
Aloisi « l’apoteosi del fascismo », ricevette in Francia una rispo­
sta abbastanza favorevole5. Il risultato fu che Theodoli fu auto­
rizzato a seguitare le trattative con de Caix, purché esse venissero
circoscritte a temi di carattere generale; non si menzionò né il
Camerun né l’Etiopia6. Un discorso filoitaliano pronunciato il 5
novembre a Tolosa da Edouard Herriot nel corso di un congresso
dei socialisti radicali creò un’atmosfera migliore. Ma Mussolini
respinse una richiesta avanzata da Aloisi di rispondere favore­
volmente al discorso, con la scusa che la Francia non era ancora
disposta a concedere all’Italia la parità navale7.
Tuttavia, si ebbero altri contatti con la Francia. Henri Jouve-
nel, abile giornalista, sostituì Beaumarchais in qualità di amba­
sciatore, mentre Bérenger, presidente della commissione per gli
affari esteri del senato francese, visitò Roma nel mese di novem­
bre8. A lui Mussolini disse che Inghilterra e Francia dovevano
conservare intatti i loro imperi: si doveva consentire che la Ger­
mania si espandesse nel Baltico e a spese della Russia; gli obiet­
tivi dell’Italia si limitavano all’espansione economica nella zona
del Danubio e nel Medio Oriente. I funzionari del Quai d’Orsay
diedero molto rilievo al fatto che Mussolini non avesse neanche
accennato all’espansione italiana in Etiopia. Essi ne trassero la
conclusione che se l’Italia cercava di ingrandirsi a scapito di quel
paese, non occorreva nessun accordo con la Francia. Si supponeva
II. Europa e Africa nel 1932-33 33

che la Francia « fosse ben disposta ad assistere ai tentativi com­


piuti dal Regno [d’Italia] per instaurare in Abissinia il suo predo­
minio economico e politico ». Tuttavia, i francesi ritenevano che
Mussolini stesse scandagliando Bérenger sulla eventualità di un
accordo in base al quale la Francia non sarebbe più stata infasti­
dita in Tunisia, qualora essa in cambio avesse lasciato cadere
l’alleanza con la Jugoslavia L’accenno alla Jugoslavia era in
effetti minaccioso, in quanto i suoi rapporti con l’Italia stavano
dirigendosi precipitosamente verso una crisi più grave.

Dopo che re Alessandro di Jugoslavia aveva rafforzato nel


1929 la sua dittatura, i terroristi croati, noti con il nome di
ustascia, erano fuggiti dal paese. Avendo prima di tutto stabilito
contatti con l’organizzazione rivoluzionaria macedone in Bulgaria,
che Mussolini aveva salvato dal fallimento, un gruppo agli ordini
di Gustav Perčeć aveva organizzato campi armati, il più impor­
tante dei quali era a Janka Pusta nell’Ungheria sud-occidentale.
Un secondo gruppo, agli ordini del famigerato Ante Pavelié, si
era rifugiato in Italia, dove era protetto da Ercole Conti e da
Arturo Bocchini, dirigenti della polizia italiana. Inoltre un gruppo
esiguo di ustascia si trovava in Austria. Quelli di stanza in Italia
erano armati e raccolti in campi nei paraggi di Trieste, Fiume e
Zara 10. Gli ustascia e altre organizzazioni terroristiche erano desti­
nati a svolgere una funzione notevole nella politica estera di
Mussolini. Nel 1929 era stato condotto a termine un accordo
segreto italo-ungherese di natura militare, al quale i croati parte­
ciparono con funzioni di consulenza. Più tardi in quello stesso
anno furono presi accordi non ufficiali per il transito di armi
attraverso l’Austria fino in Ungheria ", Nel 1927 Mussolini
aveva concluso un patto militare con l’Albania, dove la propa­
ganda italiana e le missioni militari erano attive, ed era stato
capace di tenere a freno re Zog sostenendo gli appartenenti alle
tribù cattoliche contro quelle musulmane. Da allora in poi le
azioni degli albanesi, dei montenegrini, dei bulgari e dei magiari
all’interno della stessa Jugoslavia sarebbero state coordinate da
Roma. Per di più, dopo il 1932, a Mussolini venne offerto un
certo appoggio da parte del Vaticano12. Per farla breve, ricor­
rendo all’accerchiamento e al terrorismo indiscriminato, egli si
mise all’opera per smembrare la Jugoslavia.
Non riuscì a rendersi conto delle difficoltà a cui probabil­
34 Mussolini fondatore dell’Impero

mente questa politica sarebbe andata incontro. Senza dubbio il


regime di Alessandro era ben lungi dall’essere benvoluto, ma la
maggior parte dei croati erano seguaci del partito contadino di
Maéek e, come tali, erano autonomisti, non separatisti. Erano
assai risentiti per via della posizione privilegiata di cui godeva
l’esigua minoranza italiana in Dalmazia, alla quale il trattato di
Rapallo del 1920 consentiva di optare per la cittadinanza italiana
senza cambiare residenza u. La propaganda proveniente dall’Italia,
condotta dalle « Società dalmate d’azione » nell’interesse di que­
gli italiani, proclamava rumorosamente che la Dalmazia era ita­
liana. Il trattamento delle minoranze che vivevano nella stessa
Italia era lungi dal contribuire a promuovere l’influenza italiana
fuori del paese. Nel 1919 l’Italia fu l’unica potenza che ebbe
un aumento di territorio e alla quale non fu ingiunto di firmare
trattati per la protezione delle minoranze. Sotto il fascismo, i
300.000 sloveni in Istria e dopo gli sloveni i croati, nonché i
200.000 tedeschi del Trentino-Alto Adige erano stati ingiusta­
mente perseguitati e sottoposti a uno spietato processo di italia­
nizzazione 14. Non c’è da stupirsi se nella maggior parte delle
zone dell’Austria gli italiani erano odiati e se gli sloveni in
Jugoslavia erano nel complesso devoti a re Alessandro. Costui
avrebbe potuto avere maggior successo nell’affrontare la minaccia
per il suo paese, qualora avesse accettato una proposta avanzata
dai francesi, per riorganizzare il suo regno su una base federale.
C’erano però troppe zone di popolazione mista, sicché nel mese
di luglio del 1932 egli preferì mantenere la Jugoslavia come Stato
unitario. A causa della crisi economica c’era un’opposizione cre­
scente, non solo da parte dei gruppi di minoranza ma anche del
partito democratico serbo. Agli inizi del 1932 Alessandro cercò
di dare sicurezza al suo paese per mezzo di un accordo diretto
con l’Italia, ma la posizione privilegiata di cui quest’ultima godeva
in Albania — che era ormai minacciata dai capi musulmani filo­
serbi in loco — si rivelò un ostacolo. Anche i croati erano in­
quieti 15. Nell’autunno si ebbe una rivolta di minore importanza
nella zona di Lika in Dalmazia. Per un momento gli uomini di
Pavelic penetrarono in territorio jugoslavo da Zara allo scopo di
proclamare una repubblica croata. L’azione fu aiutata dalla pre­
senza di truppe italiane, concentrate in Istria. Schiacciata la rivolta
senza molte difficoltà, Alessandro protestò con veemenza che la
collusione degli italiani con i croati equivaleva a un mascherato
II. Europa e Africa nel 1932-33 35

attacco al suo paese. Vi si sarebbe opposto con tutti i mezzi in


suo potere e avrebbe portato la questione davanti alla Società
delle Nazioni16.
Aloisi, pur contribuendo alla crisi con la Jugoslavia inviando
Koch, uno dei suoi tirapiedi, in qualità di rappresentante diplo­
matico italiano a Tirana (dove si rese odioso sotto tutti i punti
di vista), nutriva forti dubbi sull’esito della politica di Musso­
lini di tentare di smembrare la Jugoslavia. Se alla Croazia fosse
stata concessa Tautonomia all’interno della Jugoslavia, i serbi,
bloccati al nord, si sarebbero rivolti verso sud e avrebbero cer­
cato di rafforzare la loro posizione nei Balcani attirando i bulgari
— con i quali avevano in comune lingua e religione più che
con i croati — in una confederazione slava. Avrebbero anche
cercato di venire a patti con l’Albania17. Inoltre, gli italiani
avevano una paura tradizionale dei croati più di qualsiasi altra
popolazione slava, mentre le pretese territoriali italiane sulle
coste settentrionali della Dalmazia potevano essere soddisfatte
soltanto a danno dei croati.
Anziché ricorrere a una politica ostile, c’era molto da guada­
gnare da un’intesa con la Jugoslavia. L’Italia assorbiva dal 25
al 28 per cento delle esportazioni jugoslave, mentre Γ8-10 per
cento delle esportazioni italiane andava a finire in Jugoslavia,
Alla fine di ottobre, dopo il fiasco di Lika, Mussolini sperò di
stringere accordi politici ed economici, prima con l’Austria e
l’Ungheria, poi con la Jugoslavia, con lo scopo di difendersi dalla
Germania la cui potenza, secondo i diplomatici italiani, stava
crescendo pericolosamente e dove l’opinione comune in tutte le
sue sfumature, prima che Hitler salisse al potere, era favorevole
a un Anschluss con l’Austria. I tedeschi, appena vennero a sapere
che Mussolini mirava allo smembramento della Jugoslavia e alla
creazione di una confederazione costituita dall’Austria, dall’Un­
gheria e dalla Croazia, si fecero timorosi. Infatti questa nuova
struttura politica, una volta instaurata — cosa che era nei propo­
siti anche del Vaticano —, avrebbe spinto i legittimisti a impa­
dronirsi del potere in Austria. Ciò avrebbe mandato in aria una
volta per tutte ΓAnschluss 18.
Le mire di Mussolini in Austria erano duplici. In primo luogo,
un controllo italiano del territorio austriaco era necessario allo
scopo di fornire all’Italia quel collegamento via terra con l’Un­
gheria, la quale aveva bisogno delle armi italiane contro la Jugo­
36 Mussolini fondatore dell’Impero

slavia. Attirando l’Austria e l’Ungheria nella sua orbita, l’Italia


si assicurava l’espansione economica nella zona del Danubio.
Inoltre, se l’Ungheria minacciava la Jugoslavia alle spalle, al
momento opportuno l’Italia poteva impadronirsi di quel settore
della costa dalmata che le era stato negato nel 1919. In secondo
luogo, si doveva impedire che i tedeschi entrassero in Austria.
Mussolini, e soprattutto Suvich, si rendevano perfettamente conto
che i tedeschi, se avessero fatto colazione a Innsbruck, avreb­
bero pranzato nel porto di Trieste. Se la si considera nel con­
testo generale delle aspirazioni italiane nel Mediterraneo e come
un mezzo per impedire alla Germania di diventare una potenza
mediterranea, la politica di Mussolini nei riguardi dell’Austria
non era in sostanza disgiunta da quella che egli perseguiva nei
riguardi dell’Etiopia. La potenza marinara — cui egli annetteva
grandissima importanza — era un fattore appropriato per entram­
bi questi territori senza sbocco sul mare. L’Austria era l’entro-
terra dell’Adriatico, l’Etiopia del Mar Rosso. Mussolini poteva
in tal modo spostare continuamente il suo interesse dall’uno
all’altro paese, senza esporre se stesso a una grave accusa di
incongruenza.
Tuttavia all’interno della repubblica austriaca si era accinto
al compito inattuabile di combattere una guerra politica su due
fronti. Egli aveva respinto sommariamente una proposta che Hitler
aveva fatto, secondo quanto si dice, nell’aprile del 1930 al prin­
cipe Ernst von Starhemberg, il capo pangermanico della Heimwehr
(un’organizzazione di tipo militare della Destra), affinché l’Italia
consentisse alla Germania un Anschluss in cambio del riconosci­
mento da parte tedesca della frontiera del Brennero. Nel mese
di aprile del 1932, in occasione delle elezioni comunali austria­
che, per i nazisti andò bene, per Starhemberg (il quale era favo­
revole agli Asburgo) andò male. Stretto da difficoltà economiche
e a corto di armi, Starhemberg incontrò di nuovo Mussolini alla
fine di maggio del 1932 e promise di adoperare la sua influenza
per impedire che il nuovo cancelliere austriaco, Engelbert Doll-
fuss, mettesse il suo gruppo o con i socialdemocratici, favorevoli
a collaborare con la Piccola Intesa e con la Francia, o con i
nazisti, il cui scopo era un Anschluss con la Germania ”.
Avendo escluso la collaborazione sia con i socialisti che con
i nazisti, Mussolini poteva appoggiare l’indipendenza dell’Austria
soltanto a condizione che egli fosse sostenuto dall’Ungheria. Gli
II. Europa e Africa nel 1932-33 37

avvenimenti interni di questo paese lo costrinsero ancora una


volta a invertire la sua politica nei riguardi della Jugoslavia.
Come conseguenza della crisi economica, la Destra radicale in
Ungheria attrasse diversi sostenitori, specie ira la minoranza tede­
sca, e ai primi di ottobre del 1932 venne eletto primo ministro
Gyula Gömbös. In visita a Roma il 10 e 11 ottobre, questi
discusse con Mussolini i piani di collaborazione politica ed eco­
nomica ira Italia, Ungheria e Austria. Ma Gömbös accarezzava
ambizioni di portata molto più vasta. Dopo il suo ritorno, incon­
trò Starhemberg e aderì a un progetto, chiaramente predisposto
da Pavelié, per una insurrezione da parte degli ustascia. L’inizia­
tiva doveva essere lasciata agli ustascia in Ungheria, ma le armi
dovevano essere fornite dall’Italia e inviate attraverso l’Austria.
Non è possibile stabilire con precisione le circostanze in cui
Mussolini accettò il cosiddetto « piano croato ». Aloisi, il quale
evidentemente riteneva che il piano fosse stato elaborato prima
che lui assumesse l’incarico, divenne particolarmente timoroso.
Verso la fine di novembre avvertì sia Mussolini che Paolo Cor­
tese, il funzionario del ministero degli esteri responsabile per gli
affari croati, delle sue « ripercussioni estremamente pericolose ».
Avrebbe provocato uno scoppio di indignazione nella Società
delle Nazioni e avrebbe fatto perdere all’Italia l’appoggio nei
Balcani æ
Aloisi aveva ragione nel pensare che la Jugoslavia non fosse
isolata sul piano diplomatico. La Cecoslovacchia e la Romania,
sue alleate nella Piccola Intesa, nonché la Francia, erano già in
stato di allarme. Il 28 ottobre 1932 fu rinnovato il trattato franco­
jugoslavo del 1927. Mussolini ripagò con la stessa moneta, pro­
ponendo un’unione doganale fra l’Italia e l’Albania. Non si riu­
scì ad attuarla. La tensione sulla frontiera italo-jugoslava e in
Albania raggiunse proporzioni critiche: il 2 dicembre gli attivisti
serbi mutilarono i famosi Leoni di Traù, che commemoravano
il dominio veneziano in Dalmazia21. L’incidente venne discusso
in una riunione del senato italiano tenuta il 14 dicembre. Musso­
lini si lasciò andare contro i serbi e dichiarò che la rappresaglia
italiana non si sarebbe limitata a una protesta diplomatica22. Il
risultato fu una campagna violenta nella stampa italiana contro
la Jugoslavia e, per un po’, contro la Francia. I francesi vennero
informati che le truppe italiane si stavano concentrando nei pressi
di Trieste, che le fabbriche stavano accelerando la produzione
38 Mussolini fondatore dell’Impero

bellica e che gli ufficiali italiani nel Nord Africa stavano appren­
dendo lo sloveno e il croato. Il rappresentante diplomatico in­
glese a Belgrado, Nevile Henderson, raccomandò al Foreign Office
di rendere noto che il mantenimento dell’indipendenza jugoslava
rientrava negli interessi britannici B. È molto discutibile se in
realtà lo stato maggiore francese pensasse sul serio alla eventua­
lità di una guerra con l’Italia per sostenere la Jugoslavia. Ma il
25 dicembre 1932 a Mussolini pervenne un rapporto secondo il
quale il generale Weygand, che si diceva fosse in buoni rapporti
con il nuovo primo ministro francese Paul-Boncour, stava medi­
tando una guerra preventiva. Venne riferito che la reazione di
Mussolini fu « spaventosa ». Egli dichiarò che « tutti gli invasori
dell’Italia dovevano pagare a caro prezzo » la loro azione e che
« l’Italia odierna non differisce da quella che era stata in altre
epoche ». Aloisi esternò il suo rammarico che si fossero lasciati
arrivare al duce rapporti del genere24.

La crisi jugoslava aveva appena toccato il suo punto culmi­


nante, quando inaspettatamente l’attenzione si concentrò sull’Etio­
pia. Dopo un incontro avuto il 15 dicembre con Suvich e Buti
(funzionario del ministero degli esteri) Aloisi annotò: « Quanto
all’Etiopia, tutto è rimasto allo stato in cui l’ho lasciata. È neces­
sario dare subito inizio alla famosa politica periferica ». Due
giorni dopo doveva aver luogo un colloquio per discutere questo
argomento. Aloisi era stato tenuto all’oscuro, forse deliberata-
mente, sulle ambizioni di Mussolini in Africa orientale, in quanto
lo stesso giorno 15 dicembre Mussolini in realtà approvò un piano
operativo, sottopostogli da De Bono, per l’invasione dell’Etiopia.
Dato che De Bono e il comando supremo italiano erano preoc­
cupati quanto i diplomatici di mantenere la « sicurezza adriatica »,
che equivaleva alla pace in Europa, Mussolini non poteva perse­
guire a tempo indeterminato due politiche di ingrandimento:
Luna nell’Adriatico, l’altra in Africa orientale Alla fine del
1932 dovette fare una scelta fra le due.
In primo luogo è necessario considerare i piani operativi
relativi alla guerra con l’Etiopia. De Bono, ministro delle colonie,
appena assunta nell’agosto del 1932 la responsabilità delle que­
stioni riguardanti l’Africa orientale, ordinò al colonnello Luigi
Cubeddu, comandante dell’Eritrea, di predisporre i piani per una
guerra difensiva e offensiva contro l’Etiopia. Prima che Cubeddu
II. Europa e Africa nel 1932-33 39

avesse portato a termine il suo lavoro, Vittorio Emanuele III


visitò l’Eritrea e si interessò vivamente alla colonia Ä. La visita
reale non rivestì soltanto un significato simbolico. Essa prean­
nuncio un aspro antagonismo fra gli uomini del re e quelli di
Mussolini: fra il maresciallo Pietro Badoglio e il generale De
Bono, più tardi fra questi due e il generale Rodolfo Graziani.
Due domande si profilavano. Come andava affrontata l’impresa
rischiosa? Chi doveva ottenere l’approvazione?
I programmatori italiani dovevano tenere conto in termini
pratici di come mantenere il precario appiglio dell’Italia in Africa
orientale. Data la loro esagerazione nel valutare la capacità di
Hailè Selassiè, può darsi anche che il loro timore di un attacco
etiopico sia stato autentico. Essi dovevano decidere inoltre in
che modo si potesse meglio effettuare un’avanzata italiana nel
cuore dell’Etiopia. I piani per una guerra offensiva e una guerra
difensiva erano pertanto complementari. L’Eritrea, formalmente
dichiarata colonia italiana nel 1890, venne ripartita a scopo di
difesa in tre zone. La seguente descrizione sarà chiara tenendo
presente la mappa.
1. La pianura, lunga oltre 600 chilometri e larga dai 15 agli
80, confina con il Mar Rosso ed è pressoché incapace di fornire
il sostentamento per comunità stabili. Quella parte di essa nel
deserto dancalo nota come la « desolazione del creato » scende
fino a circa 120 metri sotto il livello del mare: in alcuni punti
non era ancora esplorata agli inizi degli anni Trenta. Il pregio
maggiore della pianura era il porto di Massaua (la cui tempera­
tura media al di sopra dei 30“ C era la più alta registrata nel
mondo). Grazie alle sue isole al largo della costa, Massaua era
relativamente al sicuro da un attacco navale e nel 1933-34 venne
ampliata come base navale. Ma Massaua distava da Napoli più
di 3.000 chilometri ed era in grado di provvedere soltanto per
quattro o cinque navi che trasportassero un carico mensile di
2.000 tonnellate. Da Massaua una ferrovia a scartamento ridotto
si arrampicava per un’erta di 2.000 metri fino ad Asmara, capi­
tale dell’Eritrea, che si trova ad un’ottantina di chilometri in
linea d’aria, verso ovest. Nel 1928 la linea era stata prolungata
fino a Cheren e Agordat. La strada, che correva parallelamente
alla ferrovia, poteva ritenersi solo una pista per cammelli, a mala­
pena in grado di reggere il peso del traffico durante la stagione
umida da giugno a settembre.
40 Mussolini fondatore dell’Impero

2. La zona dell’altopiano eritreo è notevolmente più asciutta


di quella del Tigrai in Etiopia, a sud, da cui si dovevano impor­
tare derrate alimentari. Una valutazione italiana del 1934 (non
vi fu un censimento vero e proprio fino al 1961) calcolò che
l’Eritrea avesse circa 600.000 abitanti. Meno della metà era
costituita da cristiani che parlavano il tigrino (lingua anche della
maggior parte della provincia del Tigrai in Etiopia), che si avvi­
cina al ge‘ez, l’idioma classico dell’Etiopia, più dell’amarico, par­
lato ad Addis Abeba e nelle zone nord-occidentali. La maggio­
ranza degli eritrei era musulmana. Poiché l’Eritrea meridionale
era stata strappata all’Etiopia nel 1889, i funzionari coloniali
italiani temevano che l’Etiopia cogliesse l’occasione per ripren­
dersela. Da un punto di vista difensivo era pertanto essenziale
stabilire posizioni fortificate per proteggere Asmara, come pure
la vulnerabile linea di comunicazione fino a Massaua.
3. Nella zona occidentale dell’Eritrea, confinante con il Sudan,
le montagne digradavano verso il Nilo 71.
La colonia italiana della Somalia era tenuta in minor consi­
derazione. Mogadiscio, suo porto principale e capitale, si trovava
a 2.500 chilometri oltre Massaua. A causa delle acque basse, i
carichi delle navi alturiere dovevano essere scaricati e trasportati
fino alla terraferma per mezzo di imbarcazioni ausiliarie. L’unica
linea di comunicazione era una ferrovia lunga un centinaio di
chilometri che univa Mogadiscio al villaggio Duca degli Abruzzi,
un piccolo centro, raramente riportato dalle carte e situato sul
fiume Uebi Scebeli. Chisimaio, che l’Italia aveva acquistato dal­
l’Inghilterra nel giugno del 1925, offriva come porto migliori
agevolazioni naturali, ma gli italiani non seppero farne pieno
uso costruendo un molo, evidentemente a causa del costo. Gli
abitanti della Somalia italiana e dell’Ogaden erano principalmente
cusciti sud-orientali, che conducevano vita nomade nella boscaglia
alla ricerca di terreno pascolativo e di acqua. Non curandosi quasi
per niente dei governi interessati, girovagavano liberamente da
una parte all’altra delle frontiere in larga misura non demarcate
dell’Ogaden, che l’Italia aveva ceduto all’Etiopia dopo la batta­
glia di Adua, nonché attraverso i confini della Somalia britannica
e franceseΆ. Pronti a difendere la loro fede musulmana al suo
stato incontaminato contro i loro sovrani infedeli etiopici e in­
glesi, agli inizi del nostro secolo i somali si erano uniti al vessillo
dell’Islam agli ordini di un capo, Muhammad ihn Abdallah ihn
II. Europa e Africa nel 1932-33 41

Hasan, uomo di gran fama per la sua religiosità e per il suo


sapere, che gli inglesi battezzarono mendacemente Mad Mullah
(il Mullah pazzo). La rivolta fu alla fine repressa dopo il 1920
con l’impiego dell’aviazione29.
Prima che Mussolini andasse al potere gli italiani non con­
trollavano la Somalia settentrionale, sicché il nuovo governo stan­
ziò una somma cospicua per la pacificazione di questa zona, affi­
dandone il comando a un fascista di primo piano, Cesare Maria
De Vecchi. Già nel luglio del 1926 l’assoggettamento, che costò
23 milioni di lire, era a buon punto, ma venne portato a termine
soltanto nel 1928. Tuttavia gli italiani non si erano fatti benvo­
lere da tutti i somali: Omar Samantar, uno dei guerrieri locali
che essi avevano incaricato di « mantenere l’ordine », si rivoltò.
Inseguito, si rifugiò nell’Ogaden, in Etiopia. Più tardi (cfr. cap.
Vili) si sarebbe messo al servizio di Hailè Selassiè. Gli italiani
ebbero più successo nel sud della colonia. Qui la popolazione,
in parte bantu, venne organizzata da imprese private italiane in
comunità stabili, che coltivavano frutta e cotone lungo i fiumi
Giuba e Uebi Scebeli, collegati tramite un’intricata rete di canali
d’irrigazione, per una lunghezza di circa 700 chilometri.
Per diversi motivi gli italiani attribuirono scarsa importanza
alla Somalia come punto di partenza per attaccare l’Etiopia. Una
offensiva dall’Eritrea poteva iniziare soltanto allo scadere della
stagione delle piogge nel mese di ottobre e doveva essere ulti­
mata a giugno. D’altro canto, in Somalia il primo periodo delle
piogge andava da settembre a dicembre; il secondo da maggio
a giugno. Anche sólo per motivi di clima era praticamente impos­
sibile concentrare operazioni dal nord e dal sud. Bisognava aggiun­
gere altri svantaggi. In Somalia non esisteva una barriera mon­
tuosa da poter trasformare in una linea fortificata, in grado di
impedire una avanzata etiopica che dall’altopiano dei balli si
spingesse giù per le fertili valli del Giuba e dell’Uebi Scebeli
verso Mogadiscio. La zona più vulnerabile dell’Etiopia, che gli
italiani potevano raggiungere dal sud, si trovava sulle montagne
di Harar. La popolazione in questa zona non solo era ostile al­
l’autorità di Addis Abeba, ma era considerata dagli italiani come
la più adatta per una colonizzazione di tipo europeo. Tuttavia,
dato che si trovava a centinaia di miglia di nudo deserto dalla
base italiana di approvvigionamento, non si ritenne che fosse un
obiettivo militare conveniente 30.
42 Mussolini fondatore dell’Impero

Sebbene la popolazione complessiva della Somalia ammon­


tasse a circa 1.400.000 abitanti (più del doppio di quella eritrea),
gli italiani calcolarono di poter arruolare non più di 20.000 sol­
dati indigeni di truppa chiamati dubat, pari appena a un terzo
del reparto di ascari previsto dall’Eritrea. I dubat erano disposti
soltanto a lottare nelle proprie località, mentre gli ascari erano
pronti a combattere in qualsiasi parte dell’Africa. Più tardi da
parte dei capi delle forze armate italiane, che avevano fortemente
sopravvalutato il potenziale bellico etiopico, si calcolò che l’Etio­
pia, se fosse entrata in guerra, avrebbe disposto di circa 300-
400.000 soldati nel nord e di 80.000 nel sud. Non si poteva
ignorare la difesa della seconda frontiera. Poiché si riteneva, a
torto, che l’uomo bianco non potesse resistere alla durezza del
caldo del sud, a Roma si dovette discutere a lungo se fosse
necessario schierare in Somalia o in Eritrea una divisione degli
ascari che in quel momento prestava servizio in Libia. In entrambi
i casi la Libia sarebbe stata privata di truppe e esposta a un
attacco francese31.
Ma l’Etiopia costituiva per l’Italia un problema politico, non
meno che militare. L’impero non era tanto uno Stato territoriale
organizzato, quanto un arcipelago di territori montuosi sottoposti,
che durante la stagione delle piogge erano isolati sia tra loro che
dal governo centrale di Addis Abeba K. Non si dovrebbe esage­
rare il grado di coesione fornito dalla Chiesa ortodossa. In teoria
essa era centralizzata e dipendeva dall’abuna, il suo capo, il quale
veniva designato dal patriarca copto di Alessandria. Ma, essendo
egiziano e straniero, l’abuna era tutt’altro che benvoluto e spesso
veniva messo in discussione nell’esercizio del suo incarico. Nono­
stante la sua struttura gerarchica e il fatto che fosse erastiana al
punto da commemorare Ponzio Pilato, la Chiesa copta era divisa
sulla complessa questione teologica della divinità di Cristo. Essa
possedeva molta terra e teneva testa risolutamente a qualsiasi
movimento di riforma sociale. Axum, l’antica capitale ecclesia­
stica, si trovava nel Tigrai; e i tigrini, che si consideravano dei
privilegiati, erano risentiti per l’autorità di Addis Abeba 33.
A sud del lago Tana, e confinante con il Nilo Azzurro, si
trovava la provincia di Goggiam, dove gli interessi inglesi erano
forti. Al pari del Tigrai, essa aveva fatto parte dell’antico regno
salomonico e i suoi ras avevano resistito ai tentativi di Menelik
II di spostare il centro di gravità dell’impero da Gondar nel
II. Europa e Africa nel 1932-33 43

Begemidir a Addis Abeba nello Scioà, una provincia sorta da


poco. Nell’estate del 1932 scoppiò nel Goggiam una grave rivolta,
sostenuta dal deposto Ligg Iasu. In modo particolare il governo
di ' Hailè Selassiè era odiato nella maggior parte del meridione,
che era stato conquistato da Menelik II verso la fine dell’Otto­
cento.
Hailè Selassiè, non meno di Menelik II, aveva non soltanto
i suoi sudditi cristiani con cui lottare. Gli afar e gli issa del
deserto dancalo parlavano idiomi diversi dai somali ma, come
loro, erano fedeli sostenitori dell’Islam. Perciò, se l’Etiopia avesse
ottenuto un corridoio attraverso il deserto fino a un porto sul
Mar Rosso — ad Assab in Eritrea, o a Zeila nella Somalia bri­
tannica, o a Obock in quella francese — questo corridoio avrebbe
dovuto attraversare un territorio abitato da tribù ostili. L’impe­
ratore doveva inoltre tenere conto di un complesso di popola­
zioni d’origine cuscitica chiamate galla, alcuni gruppi delle quali
si erano sparpagliati provenendo dal sud su gran parte dell’im­
pero. In parte cristiane o musulmane, in parte pagane, le teneva
unite soltanto un idioma comune. Quei gruppi che vivevano nella
provincia di Uollò tra lo Scioà e il Tigrai erano musulmani e la
loro situazione era tale che potevano impedire agli etiopici di
impegnarsi in una guerriglia scompigliando la loro inconsistente
linea di comunicazioni. Anche i galla nel territorio dei sidama e
dei balli nel meridione stavano aspettando il giorno in cui avreb­
bero potuto sbarazzarsi dei loro padroni etiopici. A occidente
c’erano i detestati negri che costituivano la massa degli schiavi34
(cfr. Appendice II).
In breve, questi erano i fattori più importanti da tenere pre­
senti in qualsiasi piano d’azione italiano, difensivo o offensivo,
contro l’Etiopia. Quando il colonnello Cubeddu presentò la sua
relazione, De Bono adottò le sue idee, ma manipolando la logi­
stica cercò di infondere nelle proposte un « dinamismo fascista ».
Cubeddu calcolò che ci sarebbero voluti novanta giorni per mobi­
litare 60.000 ascari; De Bono ridusse il periodo a quindici giorni.
Si prevedeva che, tre settimane prima del completamento della
mobilitazione delle forze armate terrestri, 100 aerei provenienti
dall’Italia avrebbero iniziato l’attacco. L’aeronautica doveva bom­
bardare in Etiopia tanto i punti strategici quanto i luoghi di
raduno del nemico. Un mese dopo la mobilitazione, e tre mesi
dopo il primo attacco aereo, l’esercito, rinforzato da 35.000 sol­
44 Mussolini fondatore dell’Impero

dati italiani, avrebbe sferrato l’offensiva verso il centro dei colle­


gamenti di Adigrat. De Bono espose questo piano in alcune lettere
inviate il 29 novembre 1932 al generale Gazzera, ministro della
guerra, a Balbo, ministro dell’aeronautica, e a Riccardo Astuto,
governatore dell’Eritrea di nomina recente. Anche il maresciallo
Badoglio, capo dello stato maggiore, nonché governatore della
Tripolitania e della Cirenaica (unite nel gennaio del 1934 per
formare la Libia) ricevette copia della lettera di De Bono, ma
non le proposte originali di Cubeddu35. Egli vi appose un’appro­
vazione non definitiva, esigendo però che De Bono si assicurasse
che i problemi logistici venissero studiati con attenzione. Più
tardi Badoglio avrebbe ridotto drasticamente il piano di De Bono.
Il 15 dicembre 1932 De Bono scrisse: « Ho sottoposto a
Mussolini il progetto per un’azione conclusiva contro l’Abissinia.
Gli piace. Lo comanderò io. Sarà un magnifico canto del cigno.
Dobbiamo essere pronti per il 1935, ma temo che non abbiamo
calcolato abbastanza la spesa e le conseguenze. Staremo a vedere ».
Certamente la posizione dell’Italia nel Mar Rosso era assurda.
Proseguiva affermando: « Ci occorre denaro. Questa è l’unica cosa
che conta ». Giustamente Giorgio Rochat trae la conclusione che
l’accettazione del piano da parte di Mussolini era di importanza
più politica che militare. Così scrive: « Il ministero delle colonie
fece i suoi piani e prese le sue decisioni come se avesse a sua
disposizione tutta l’aviazione militare... Senza battere ciglio e
senza curarsi della situazione internazionale, De Bono propose
che le truppe provenienti dall’Italia e dalla Libia venissero inviate
in Eritrea »La funzione di Badoglio non era quella di coordi­
natore, bensì di consigliere, e alle autorità militari la lettera di
De Bono fu data non perché l’approvassero, bensì perché espri­
messero un parere al riguardo. Rochat avrebbe potuto aggiun­
gere che allo stesso modo fu tenuto all’oscuro il ministero degli
esteri, dato che fino al 15 dicembre 1932 Aloisi si lamentò erro­
neamente che la « politica periferica » veniva trascurata37.
Verso la fine del 1932 Mussolini era sotto pressione in vista
di una decisione. Il conte Luigi Vinci-Gigliucci, il nuovo rappre­
sentante diplomatico italiano a Addis Abeba, si trovava a Roma
in attesa di istruzioni. Il 3 gennaio 1933, presenti Suvich e Aloisi,
Vinci si sentì dire da Mussolini che l’Italia intendeva perseguire
con l’Etiopia una politica d’amicizia, « scopo della quale era quel­
lo di mascherare in tutti i modi i piani dell’Italia ». Mussolini
II. Europa e Africa nel 1932-33 45

affermò poi che la « politica periferica » doveva essere portata


avanti da Roma. Senza condividere del tutto l’ottimismo del suo
stato maggiore, Mussolini riteneva che « un’operazione bellica in
Etiopia » avrebbe avuto successo, « purché in Europa noi abbiamo
completamente carta bianca ». La commissione militare, presieduta
dal generale De Bono, aveva già esaminato i piani. Era necessario
che Vinci, durante la sua missione, allontanasse ogni sospetto. « Se
il Negus [cioè l’imperatore] avanzasse proteste per uno scambio
territoriale, le trattative devono essere semplicemente rinviate ».
Aloisi dichiarò che sarebbe stato vantaggioso per l’Italia se avesse
potuto assicurarsi un porto, probabilmente quello di Gibuti. Inol­
tre Mussolini informò Vinci che il governo italiano mirava a
costruire una ferrovia da Assab a Dessiè 38.
Dall’incontro del 3 gennaio 1933 si possono trarre certe con­
clusioni di carattere generale. A quanto pare, l’iniziativa per
un’azione in Etiopia venne dai diplomatici conservatori e da sol­
dati come Guariglia, De Bono, Theodoli, Aloisi e il duca d’Aosta,
per non parlare dei gesuiti e del re. Il recente assunto di Mario
Toscano, secondo cui Aloisi era stato contrario alla rischiosa im­
presa etiopica, nonché quello di George W. Baer, secondo cui
mancò un controllo centrale, non possono essere convalidati, al­
meno per il periodo 1932-33 39. Si può affermare, ma non dimo­
strare, che i conservatori a Roma, allarmati dalla pericolosa poli­
tica di Mussolini in Europa, cercarono di deviare l’attenzione del
loro padrone dall’Europa verso un’operazione militare relativa­
mente « sicura » in una parte più lontana del mondo, in cambio
della quale l’Italia avrebbe accettato di collaborare con la Fran­
cia contro la Germania.

Il fatto che i conservatori avessero difficoltà a convincere Mus­


solini a volgere la sua attenzione dall’Europa all’Africa, richiede
qualche spiegazione. Risalta una considerazione. La « politica peri­
ferica » non poteva fruttare contropartite rapide e spettacolari.
Occorrevano ancora un paio d’anni di programmazione tecnica e
di preparazione politica prima che si potesse iniziare una spedi­
zione militare in Etiopia. Mussolini voleva qualche successo
immediato che facesse colpo e gli propiziasse il sentito appoggio
dei gregari del partito fascista. Nel mese di marzo del 1933 egli
disse a Starhemberg che l’Italia, se non poteva ottenere quanto
voleva in Europa, sarebbe stata spinta a penetrare in Africa
46 Mussolini fondatore dell’Impero

Ciò fa pensare che, secondo Mussolini, la « politica periferica »


era di secondaria importanza. Essenziale era la sicurezza nel­
l’Adriatico, che diplomatici e generali mettevano in rilievo. Ma
come la si doveva realizzare? Seguendo servilmente l’esempio
della Francia nell’approvare lo status quo territoriale? Oppure
per mezzo di un’oSensiva politica contro la Francia, con l’Italia
alla testa delle nazioni « non abbienti »? Mussolini preferiva la
seconda linea di condotta.
Ai primi di gennaio apparve evidente un lieve cambiamento
di accento nell’atteggiamento dell’Italia verso la Jugoslavia. In
precedenza Mussolini era convinto che la Jugoslavia fosse in pro­
cinto di crollare. Ma dopo aver sentito dire che Weygand medi­
tava una guerra preventiva, credette che la Jugoslavia si sarebbe
unita alla Francia e avrebbe attaccato l’Italia. Il 7 gennaio 1933
ordinò di rendere noti i fatti riguardanti tutti i provvedimenti
pubblici e clandestini presi contro l’Italia dal governo di Bel­
grado. Evidentemente il divulgarli doveva servire per giustificare
l’azione italiana contro la Jugoslavia41. Conseguenza di un grave
errore di eccessiva sicurezza di sé fu una crisi maturata prima
del tempo. L’8 gennaio un giornale socialista di Vienna, VArbeiter
Zeitung pubblicò i particolari relativi all’importazione dall’Italia
di armi catturate durante la prima guerra mondiale, per farle
riparare presso la fabbrica che le aveva prodotte a Hirtenberg
in Austria 42. Parte di queste armi doveva essere usata dai settori
filonazisti della Heimwehr austriaca soprattutto nella Stiria, il
resto doveva essere inviato in Ungheria per gli ustascia. Il giorno
seguente, nel corso di una riunione di funzionari del ministero
degli esteri e di componenti del comando supremo italiano, venne
discusso il piano presentato da Pavelic. Tutti i partecipanti ebbero
l’impressione che esso avrebbe « portato inevitabilmente alla guer­
ra » e che l’Italia dovesse immediatamente districarsi da una
situazione che la poneva sotto accusa di fronte alla Società delle
Nazioni. Anche Aloisi accantonò l’asserzione di Mussolini secondo
cui la Jugoslavia era sul punto di andare in pezzi 43. In realtà la
Jugoslavia aveva ottenuto il pieno appoggio della Piccola Intesa,
che ormai si era assai rinvigorita. Il motivo di ciò non desta
sorpresa. Se si fosse consentito a Mussolini di fare a modo suo
e si fosse instaurata un’organizzazione politica, comprendente la
Slovenia, la Croazia, l’Austria e l’Ungheria, più tardi si sarebbe
potuto restaurare l’impero asburgico all’incirca con la sua vecchia
II. Europa e Africa nel 1932-33 47

impalcatura. Beneš, il ministro degli esteri cecoslovacco, non fu


meno risoluto dei tedeschi per impedirlo a tutti i costi. Perciò
sia lui che Titulescu, il ministro degli esteri rumeno, sostennero
la Jugoslavia insistendo di far portare l’affare di Hirtenberg da­
vanti al Consiglio della Società delle Nazioni. Ma l’Inghilterra e
la Francia, non per la prima o l’ultima volta, erano pronte a
concedere all’Italia un considerevole grado di immunità dalla con­
danna internazionale. L’11 febbraio insistettero presso il solo
governo austriaco affinché le armi venissero distrutte oppure resti­
tuite all’Italia44. I documenti tedeschi indicano che circa metà
delle armi vennero in realtà spedite in Ungheria a mezzo camion,
il resto era destinato alla Heimwehr. È improbabile, come asse­
risce D’Amoja, che le armi venissero messe da parte per l’esercito
austriaco. Infatti più tardi gli italiani si lamentarono che, poiché
erano stati restituiti all’Italia due carri ferroviari carichi di armi
destinati alla Heimwehr, Starhemberg non fu in grado di effet­
tuare un colpo di Stato contro Dollfuss a Vienna e di governare
l’Austria per mezzo della predetta organizzazione paramilitare45.

Il rafforzarsi della Piccola Intesa a seguito del caso di Hirten­


berg 46 fece sì che per Mussolini fosse tanto più importante otte­
nere l’appoggio tedesco. Il 14 gennaio 1933, in presenza di Aloisi,
discusse con Cerruti i problemi interni della Germania e la sua
politica estera. Secondo Cerruti, Hitler aveva perduto due delle
tre carte che poteva giocare. Non aveva approfittato dell’occa­
sione per un putsch e aveva sciupato le sue possibilità di vittoria
(presumibilmente non riuscendo a collaborare con gli altri partiti
tedeschi di destra) per formare il governo con mezzi legali. L’unica
occasione che ormai gli si offriva era, secondo Cerruti, di vincere
un’elezione con una votazione di maggioranza. Alla domanda di
Mussolini, se la Germania fosse disposta a collaborare con l’Ita­
lia, Cerruti rispose che essa l’avrebbe fatto solo dopo essersi riar­
mata e rafforzata. Mussolini era talmente ben disposto nei riguardi
della Germania che liquidò sommariamente il ragionamento di
Cerruti, ma Aloisi lo considerò giusto. Il duce pose inoltre due
domande che gli erano state sempre estremamente a cuore. Pri­
mo, se la Germania potesse giungere a un accordo con la Francia.
Avendogli Cerruti detto che non si poteva escludere questa even­
tualità, Mussolini affermò: « In questo caso dobbiamo antici­
parla », intendendo con ciò che l’Italia doveva giungere a un
48 Mussolini fondatore dell’Impero

accordo con la Germania al più presto possibile. Secondo, chiese


se la Germania riteneva che l’Italia fosse potente. Forse per
riuscire gradito a Mussolini, Cerruti rispose che « un mutamento
profondo stava avvenendo » tra i tedeschi, alcuni dei quali comin­
ciavano a credere che l’Italia fosse forte. Avendo discusso la
proposta, accennata a Bérenger, di consentire alla Germania di
espandersi a spese della Polonia (cosa che Cerruti riteneva fosse
il vero scopo della Germania), Mussolini presentò personalmente
un piano per la ripartizione economica dell’Europa sud-orientale:
la Germania doveva essere autorizzata a costruire stabilimenti
per l’industria pesante e per i prodotti chimici; l’Italia per l’in­
dustria tessile, nonché per quella media e leggera. Più oltre si
vedrà che Ulrich von Hassell, l’ambasciatore tedesco, fece da
mallevadore a questa idea47. Durante questo colloquio, Musso­
lini riconfermò uno dei suoi princìpi fondamentali: « Noi pos­
siamo marciare insieme alla Germania sul Reno ma non sul Danu­
bio ». Sulla questione del Brennero fu inflessibile. Lo spartiacque
delle Alpi doveva rimanere la frontiera tra Germania e Austria.
Di grande importanza per i futuri rapporti italo-tedeschi fu un
commento fatto alcuni anni prima da von Schleicher, l’imme­
diato predecessore di Hitler alla cancelleria, e più tardi portato
a conoscenza di Cerruti. I tedeschi avrebbero preferito importare
le loro armi dall’Italia anziché dalla Russia, perché nel caso fosse
scoppiata la guerra con la Polonia le comunicazioni con la Russia
sarebbero state interrotte. Per motivi analoghi Goring più tardi
si rivolse all’Italia per addestrare i piloti della futura Luftwaffe1*.
Mussolini, però, per quanto riguardava l’informazione e l’inter­
pretazione dei fatti, non dipendeva esclusivamente dai suoi diplo­
matici. Il maggiore Giuseppe Renzetti, membro del gruppo ita­
liano designato per vigilare sul plebiscito nell’Alta Slesia, nel
1925 divenne console generale d’Italia a Lipsia; più tardi fu
presidente della Camera di commercio a Berlino e capo dell’uffi­
cio per gli affari esteri del partito fascista. Ai primi del 1928
i nazionalisti tedeschi scagliarono un violento attacco contro il
governo italiano a causa dei maltrattamenti inflitti ai tedeschi del
Trentino-Alto Adige. Successivamente, nel corso di quell’anno,
alcuni portavoce del partito nazista informarono Renzetti che
Hitler aveva tenuto il movimento da lui guidato del tutto estra­
neo all’agitazione per il Trentino-Alto Adige. Mussolini ormai
riteneva di poter fare una netta distinzione tra il partito nazista
II. Europa e Africa nel 1932-33 49

e gli altri gruppi di destra in Germania e, quantunque respin­


gesse Videa di Hitler di compiere una visita personale a Roma,
avanzata per la prima volta nel 1925 e poi nel 1928 per motivi
di opportunità politica, fu tuttavia pronto a mettere a disposi­
zione del partito nazista fondi che durante gli anni magri del
1928 e 1929 si sarebbero rivelati di grande utilità. Ai primi del
1933 Renzetti, forte dei suoi precedenti successi, eludeva l’amba­
sciata italiana a Berlino e si metteva direttamente in comunica­
zione con Mussolini. In un acuto rapporto del 23 gennaio, alla
vigilia della cosiddetta conquista del potere da parte di Hitler,
Renzetti sostenne che non c’era da aspettarsi una appariscente
entrata in carica paragonabile a quella della marcia su Roma. Più
tardi dichiarò che, se Hitler avesse cercato di mettersi a capo di
una coalizione, si sarebbe potuto convincerlo ad accettare il con­
siglio fraterno di Mussolini e a sbarazzarsi dei nazionalisti nel
governo di coalizione ricorrendo alle S.A.49.
Le congratulazioni di Mussolini a Hitler il 31 gennaio furono
recate personalmente da Renzetti, non da Cerruti. Hitler appro­
fittò dell’occasione e disse: « Il fatto che io sia giunto a questo
risultato può essere certamente attribuito al fascismo ». Hitler
non riusciva a dominare il suo entusiasmo: « Questa nuova idea
rivoluzionaria », affermò, « deve estendersi sull’intera Europa e
inaugurare una nuova era » 50. Il 3 febbraio, approfondendo que­
sto tema con il console generale italiano a Monaco, Hitler disse
che, mentre la necessità dell’amicizia con l’Inghilterra era dettata
dalla ragione, « per l’Italia è il mio cuore che parla a favore di
essa » 51. Il fascismo faceva parte di quel patto decretato dalla
Provvidenza per legare i due paesi. Nel suo colloquio con Ren­
zetti Hitler non si limitò a espressioni di affetto. Egli manifestò
il desiderio di avere un colloquio con il duce ed era pronto a
recarsi in volo a Roma in qualità, se necessario, di semplice citta­
dino. Per un po’, da quando Hitler era arrivato al potere, Ren­
zetti continuò a mettere in ombra'i diplomatici di mestiere. Egli
riferì a Mussolini che ai dirigenti di partito discutibili come
Rosenberg non si doveva permettere di compiere importanti mis­
sioni all’estero52, mentre stabiliva buoni rapporti con Goring, il
quale aveva schiacciato i comunisti in Germania e si era fatto
uno scopo personale di impiantare le relazioni italo-tedesche su
una base particolare 53.
Mussolini, anche se forse si sentiva lusingato che Hitler desi­
50 Mussolini fondatore dell'Impero

derasse fargli visita, doveva pensare in termini di politica della


forza. Il 6 febbraio, nel pieno del dissenso tra l’Italia e la Piccola
Intesa, ricevette l’ambasciatore tedesco von Hassell, per la prima
volta da quando Hitler era salito al potere. Nel porgere i saluti
personali di Hitler, von Hassell citò le parole di Letizia Bona­
parte, la madre di Napoleone: « Purché duri », una frase che
Mussolini considerò assai inadatta sulle labbra di un ambascia­
tore. Nel 1930 von Hassell era stato inviato a Belgrado dal can­
celliere Brüning, affinché si familiarizzasse con i problemi del­
l’Europa orientale prima di assumere il posto più importante di
ambasciatore a Roma, che si rese vacante nel novembre del 1932.
Era stato in rapporti amichevoli con il re Alessandro e non esiste
prova che faccia supporre che abbia sostenuto l’Ungheria nelle
sue rivendicazioni revisionistiche sulla Jugoslavia. Il suo obiet­
tivo principale era la promozione della collaborazione economica
fra la Germania e l’Italia; si vedrà come il ministero degli esteri
tedesco si sarebbe fatto gioco delle iniziative da lui prese M.
Se non che Mussolini voleva stabilire con la Germania una
collaborazione politica attiva, non semplicemente economica, sic­
ché trovò un alleato migliore di von Hassell nell’ungherese
Gömbös, il quale era convinto di poter attirare al loro fianco,
nella loro lotta contro la Piccola Intesa, uno Stato revisionista
come la Germania di Hitler. In realtà fu Gömbös a introdurre il
termine « Asse »55. Ai primi di febbraio del 1933 sondò Hitler
sull’eventualità di un appoggio tedesco al regime di Dollfuss in
Austria, sentendosi sicuro che la Germania avrebbe collaborate
a un piano economico per la zona danubiana. La notizia che
Gömbös aveva fatto una simile proposta arrivò a Parigi, dove
erroneamente si ritenne che fosse stata conclusa un’alleanza tra
le potenze revisioniste, cioè l’Italia, l’Austria, la Germania e
l’Ungheria *. Interrogato sull’argomento, Herriot, presidente della
commissione per gli affari esteri del parlamento francese, non
negò l’esistenza di tale alleanza. Ne conseguì una sdegnata prote­
sta presentata a Berlino, nonché una violenta campagna anti-
italiana in Francia e in Jugoslavia. A Roma si credette addirit­
tura che la Jugoslavia si stesse mobilitando e che ci fosse un
pericolo concreto di guerra
Anche Dollfuss, a causa della minaccia proveniente dalla Pic­
cola Intesa che favoriva la Sinistra, era preoccupato di rafforzare
il regime conservatore in Austria. Il 15 febbraio Starhemberg si
II. Europa e Africa nel 1912-13 51

recò di nuovo a Roma. Riferì a Mussolini che la posizione di


Dollfuss era instabile e che occorreva agire immediatamente per
impedire ai socialisti, che avevano l’appoggio dei cecoslovacchi,
di impadronirsi del potere. Mussolini, il quale in quel momento
teneva in dispregio Dollfuss, era disposto a sostenerlo soltanto
a patto che l’Austria rilasciasse un impegno scritto per confer­
mare la sovranità italiana nel Trentino-Alto Adige æ. Dopo la
visita, Mussolini scelse la sua arma preferita per screditare i suoi
avversari. Il 18 febbraio ordinò di divulgare attraverso la stampa
la recente nota anglo-francese diretta a Vienna. Ne derivò in
Austria un senso generale di umiliazione. I francesi furono pesan­
temente attaccati. La loro offerta di un prestito, avanzata prece-
dentemene in quell’anno allo scopo di fare pressione sul governo
austriaco, venne respinta. Dopo l’affare di Hirtenberg, anche i
socialisti austriaci cominciarono a perdere terreno w.
A questo punto Mussolini non si sentì eccessivamente spa­
ventato dalla politica tedesca in Austria. Egli si rendeva perfetta­
mente conto che Hitler era disposto a rinunciare alle rivendica­
zioni tedesche sul Trentino-Al to Adige, e aspettava impaziente­
mente la risposta del cancelliere tedesco alla sua nota del 6 feb­
braio. Ma Hitler non mostrò il minimo interesse al piano Gömbös-
Mussolini In realtà aveva validi motivi per opporvisi. Prima
e dopo aver assunto l’incarico aveva detto ai generali tedeschi
che il riarmo « psicologico » e « spirituale » del popolo tedesco
doveva precedere quello tecnico. Per nessuna ragione la Germa­
nia doveva offrire alla Francia il pretesto per una guerra preven­
tiva prima di aver completato il suo riarmo61. Gli stretti rapporti
di amicizia con l’Italia e con l’Ungheria avevano effettivamente
suscitato voci secondo le quali era stata conclusa un’alleanza tra
i sobillatori62. Ma Hitler non aveva rinunciato all’idea di una
visita personale a Roma. Che cosa, si deve chiarire, sperava di
ottenere dall’incontro? Secondo François-Poncet, Hitler voleva
ricevere la sua « consacrazione » con l’imposizione delle mani
direttamente dal suo confratello dittatore a Roma. La visita doveva
essere effettuata dopo le elezioni del Reichstag del 5 marzo. Ciò
fa pensare che l’incontro doveva servire ad accrescere il prestigio
personale di Hitler in Germania. Mussolini fu invitato a ricam­
biare la visita 63.
Quasi certamente Hitler intendeva approfittare dell’occasione
per rassicurare Mussolini che la Germania non si interessava al
52 Mussolini fondatore dell’Impero

Trentino-Alto Adige. Allo scopo di creare un’atmosfera favorevole


non mise personalmente le carte in tavola riguardo alla politica
tedesca in Austria, ma lasciò ancora carta bianca alla Wilhelm­
strasse (sede del ministero degli esteri tedesco). Le proposte alter­
native furono avanzate da due funzionari, Heeren e Köpke. Il
primo era del parere che i nazionalisti austriaci ricevessero finan­
ziamenti direttamente dal Reich; il secondo, che l’obiettivo dovesse
essere la formazione di una coalizione nero-bruna (la destra cleri­
cale e radicale) sotto Dollfuss. Tutti i diplomatici più anziani
— compreso von Bülow, segretario di Stato — erano d’accordo
che lo scopo finale della politica tedesca dovesse essere un
Anschluss, rigorosamente realizzato con strumenti costituzionali
in modo da non affrettare una crisi con la Francia e con l’Italia 64.
Gli eventi nella stessa Austria e nel Reich avrebbero forzato
il passo. Il 4 marzo 1933, durante un tumulto, nel Bundesrat
austriaco venne approvata una mozione con la maggioranza di
un voto per prendere provvedimenti contro gli scioperanti addetti
ai trasporti. Il giorno 7 Dollfuss sospese il governo parlamen­
tare65. I socialisti e i nazionalsocialisti, che in Austria erano fra
loro meno ostili di quanto lo fossero nel Reich, si riunirono e
chiesero il ripristino del governo costituzionale. Per un momento
ci si chiese se Dollfuss sarebbe stato allontanato e se il suo
governo sarebbe stato sostituito da una coalizione rosso-bruna.
Nel frattempo, il 5 marzo, a seguito di una campagna terroristica
varata contro i comunisti e i socialisti tedeschi, i due nemici
dichiarati dei nazisti in Germania, si tennero le elezioni per il
Reichstag. Hitler e i suoi alleati, i nazionalisti, ottennero una
maggioranza sufficiente. Questi avvenimenti in Austria e in Ger­
mania coincisero esattamente con il momento in cui Mussolini
era assai scosso da fatti accaduti altrove.

Ai primi di marzo giunse a Roma da Parigi la voce secondo


cui la Francia, alleata con la Jugoslavia, si apprestava a lanciare
una guerra preventiva contro l’Italia agli inizi di aprile *. Musso­
lini, quantunque si sentisse lusingato per la vittoria in Germania
di un regime che aveva preso in prestito tante bardature dall’Italia
fascista, per via della minaccia francese si rese conto che la
stretta amicizia con Hitler era piena di pericoli.
Egli fu pertanto costretto a rivedere il suo ordine delle prece­
denze. Desiderava ancora coordinare la sua politica con la Ger­
II. Europa e Africa nel 1932-33 53

mania, ma adesso riteneva che un accordo con quel paese si


dovesse concludere soltanto dopo e non prima dell’istituzione di
un’unione europea, rappresentata dalle quattro potenze di primo
piano. Accantonò anche l’alternativa di un accordo italiano con
la Francia, con la scusa che esso avrebbe precluso ogni prospet­
tiva di favorire le richieste tedesche (ed eventualmente italiane)
per una revisione dello status quo territoriale. Riflettendo su
questi problemi, ai primi di marzo Mussolini si rifugiò nel suo
ritiro di campagna a Rocca delle Caminate. Qui decise di rinun­
ciare, almeno per il momento, a ogni idea di mutare la situazione
di fatto a favore dell’Italia ricorrendo ai mezzi forti. Ancora una
volta l’Italia doveva perseguire la politica dell’« equidistanza »
e collaborare con le altre tre potenze europee, senza associarsi
con nessuna. Il mezzo con cui sperava di realizzare questo scopo
era un patto a quattro, delle cui condizioni si parlerà più avanti67.
I diplomatici italiani erano completamente spaventati dalla
linea di condotta filotedesca che secondo loro Mussolini stava
ancora seguendo L’8 marzo, in occasione di un colloquio con
Sir John Simon, segretario degli affari esteri inglese, Grandi
disse coraggiosamente che era « assai demoralizzato da quanto
aveva appreso in merito all’attuale atteggiamento di Mussolini ».
Il duce si era servito di un accenno di collaborazione anglo­
francese come argomento « per decidere di promuovere un con­
tatto più stretto tra il regime fascista e quello nazista ». Grandi
aveva fatto « di tutto per togliere dalla mente del signor Musso­
lini questi sospetti » e lo aveva avvertito che di recente c’era
stato un cambiamento ostile dell’opinione britannica nei riguardi
della Germania. Secondo il punto di vista personale di Grandi,
« l’inseguimento della collaborazione italo-tedesca avrebbe a lungo
andare conseguenze assai sfavorevoli all’Italia. Esso comporte­
rebbe l’accettazione dell’Aw.Schluss, che fino a questo momento
non è stato considerato favorevole agli interessi italiani ». Grandi
disse che Mussolini non aveva « nessuno scrupolo » riguardo al
nuovo orientamento della politica italiana. Dopo il colloquio,
Grandi telegrafò a Roma, dichiarando che Simon lo aveva avver­
tito che il governo britannico, d’accordo con gli Stati Uniti, non
aveva altra scelta se non di opporsi ai piani revisionistici attuati
con la violenza. Aggiunse che, anche se lo scopo della stretta
collaborazione italo-tedesca era circoscritto al revisionismo poli­
tico, la collaborazione tra Italia e Inghilterra sarebbe diventata
54 Mussolini fondatore dell’Impero

molto difficile. Si dice che Simon abbia affermato: « Abbiamo


l’impressione che l’Italia sia andata dall’altra parte della barri­
cata ». Può darsi che questa frase sia stata messa in bocca a
Simon dallo stesso Grandi, il quale fece tutto quanto in suo
potere per dissuadere Mussolini da azioni pericolose69.
Il telegramma di Grandi ebbe ripercussioni a Roma. Secondo
i francesi, esso venne letto in una seduta del Gran Consiglio del
fascismo tenuta il 9-10 marzo, nel corso della quale tutti i parte­
cipanti furono d’accordo che si dovesse abbandonare l’orienta­
mento filotedesco nella politica di Mussolini. Venne discusso il
piano di Mussolini relativo a un patto a quattro. Per caso, esso
corrispondeva all’incirca alle idee di Ramsay, MacDonald, il
quale più tardi nello stesso mese propose un proprio piano per
il disarmo generale. Mussolini sostenne che se l’Inghilterra poteva
essere persuasa a trattenere la Francia, l’Italia avrebbe tenuto a
freno la Germania. Entrambe le potenze avrebbero agito nel­
l’ambito di un direttorio d’Europa a quattro 70.
Innanzi tutto Mussolini consultò il governo tedesco sulle sue
reazioni al piano. Il 14 marzo Cerruti, l’ambasciatore italiano a
Berlino, si. incontrò con von Neurath dietro istruzioni ricevute
dal duce. Egli parlò dapprima della duplice minaccia di una guerra
preventiva, lanciata dalla Francia e dalla Polonia contro la Ger­
mania, e dalla Francia e dalla Jugoslavia contro l’Italia. Disse
anche che l’eventuale visita di Hitler a Roma poteva essere effet­
tuata solo dopo che fosse stato raggiunto l’accordo per il patto
a quattro, data la probabile agitazione che essa avrebbe provo­
cato in Francia e in Inghilterra. L’indipendenza dell’Austria, che
si supponeva ancora minacciata dalla Piccola Intesa, poteva essere
meglio mantenuta lasciando al timone il governo di Dollfuss con
l’ausilio della Heimwehr. La caduta di Dollfuss avrebbe proba­
bilmente portato al potere un governo rosso-nero. Sebbene la que­
stione di un Anschluss non fosse ancora in fase acuta, l’Italia
non poteva in nessun caso tollerarla. Cerruti sottopose inoltre
al governo tedesco la bozza del patto a quattro71.
Le trattative noiose e gli emendamenti al testo del patto a
quattro sono stati spiegati esaurientemente da Konrad Hugo
Jarausch72. Riassumendo, i francesi obiettarono che nell’articolo
I non era stato fatto riferimento né alla Società delle Nazioni né
al trattato di Locamo, bensì solamente al patto Kellogg. I tede­
schi proposero che la revisione del trattato dovesse essere presa
II. Europa e Africa nel 1132-33 55

in considerazione dalle stesse quattro potenze riunite e non, come


stabilito dall’articolo II, « secondo » il Patto della Società delle
Nazioni. Gli inglesi proposero che i firmatari, anziché premu­
nirsi in caso di fallimento della conferenza per il disarmo (arti­
colo III), dovessero considerare il piano MacDonald una base
soddisfacente per le future trattative. Essi riuscirono inoltre a
cancellare l’articolo IV, secondo il quale i firmatari avrebbero
seguito una linea politica concordata non solo in Europa, ma
anche sul futuro delle colonie d’oltremare.
Le obiezioni più gravi fra tutte vennero dalla Polonia e dagli
Stati della Piccola Intesa, i quali contestarono che il patto avrebbe
avuto Teffetto di mettere le piccole potenze alla mercé delle
grandi; queste ultime, fingendo di difendere la Società delle
Nazioni, e nella loro qualità di membri permanenti del Consiglio,
potevano provvedere a se stesse. Il 13 aprile Mussolini rese di
dominio pubblico un aspro contrattacco contro quelli che consi­
derava i nuovi ricchi fra gli Stati, che, arrampicatisi in cima a
un tavolo da biliardo per aumentare la loro statura, si atteggia­
vano a quinta potenza europea. Ma alcuni giorni dopo disse ad
Aloisi: « Mi rendo conto di avere avuto torto a scrivere questo
articolo contro la Piccola Intesa, ma l’avevo scritto a marzo... ».
Capovolgendo la sua primitiva linea politica, adesso egli deside­
rava riconciliare l’Ungheria e la Jugoslavia e non avvantaggiarsi
del loro dissenso. Questo cambiamento di politica era tanto più
importante in quanto, nel caso in cui si fosse rivelato impossi­
bile impedire un Anschluss, per l’Italia sarebbe stato necessario
organizzare una seconda linea di difesa basata su se stessa, sulla
Jugoslavia e sull’Ungheria73. Mussolini, lungi dal pensare al revi­
sionismo nell’Europa centrale, adesso lasciava che l’Italia si spo­
stasse verso le potenze dello status quo. I suoi motivi per conti­
nuare a fare così erano dovuti alle iniziative che lo stesso Hitler
aveva preso.
Dopo le elezioni del Reichstag del 5 marzo 1933, Hitler potè
volgere l’attenzione dai suoi avversari della Sinistra a quelli della
Destra. Il suo attacco al governo di Dollfuss, come si vedrà,
interessò direttamente l’Italia. Ma i conflitti in cui Hitler aveva
trascinato il regime nazista (gli attacchi alla Chiesa cattolica
romana, nonché il boicottaggio economico decretato contro gli
ebrei il 28 marzo) furono accolti in Italia in modo estremamente
negativo. Il 31 marzo Cerruti, la cui moglie era ebrea, incontrò
56 Mussolini fondatore dell’Impero

Hitler, il quale lo informò garbatamente che, sebbene avesse la


più alta stima del duce come statista, Mussolini « non capiva
niente del problema ebraico »74. Hitler non seppe rendersi conto
che Mussolini avrebbe difeso la causa degli ebrei. Dopo che il
boicottaggio tedesco contro gli ebrei era entrato in vigore il I
aprile, Mussolini disse al dottor Chaim Weizmann, presidente
del Congresso mondiale ebraico, di essere perfettamente d’accordo
per un piano che prevedesse l’insediamento degli ebrei tedeschi
in Palestina. Di conseguenza, molti emigrati ebrei o si stabilirono
in Italia o attraversarono il territorio italiano per recarsi in altri
paesi compresa la Palestina. Renzo De Felice sostiene che, per
motivi sia umanitari che di convenienza politica, il duce preferì
volutamente comportarsi da protettore degli ebrei per ritorsione
contro la Germania dopo che Hitler decise personalmente di
parteggiare per la causa dei nazisti austriaci 75.
Nel mese di marzo del 1933 è possibile avvertire un forte
mutamento nella linea politica di Mussolini. Ai primi del mese
temeva che il chiasso del revisionismo potesse spingere la Fran­
cia a gettarsi con impeto in una guerra preventiva: più tardi si
accorse che il pericolo proveniva dalla Germania. L’Italia poteva
raggiungere la sicurezza ottimale in Europa e lasciare inoltre la
strada apèrta al revisionismo, soltanto se fosse riuscita a orga­
nizzare uno strumento per dirigere la crisi: il patto a quattro.
Ill

1933: RAPPORTI TESI CON LA GERMANIA


A CAUSA DELL’AUSTRIA

Si è visto che nel febbraio del 1933 la Wilhelmstrasse aveva


stabilito (in modo alquanto confuso) la futura linea politica tede­
sca in Austria, senza eccessivi interventi da parte di Hitler; sino
a quel momento non c’era stata alcuna divergenza importante fra
il comportamento del partito e quello dei funzionari governativi.
Hitler sperava che gli avvenimenti in Austria si svolgessero paral­
lelamente a quelli in Germania, cioè che i nazisti austriaci arri­
vassero al potere con i propri mezzi. Dollfuss era preoccupato
in modo particolare per via dei successi elettorali ottenuti dai
nazisti in Baviera, che avevano sgombrato la strada alla Gleich­
schaltung (fusione) della Baviera con il Reich. Aveva ragione a
essere impensierito. Tra i bavaresi e gli austriaci c’erano forti
affinità culturali e linguistiche.
Dopo che il patto a quattro era stato presentato il 14 marzo
al governo tedesco, la politica di quest’ultimo nei riguardi del­
l’Austria aveva registrato un mutamento d’accento. Mentre la
Wilhelmstrasse aveva fino a quel momento preteso che si tenes­
sero nuove elezioni in Austria, Hitler progredì di un’altra tappa.
Egli ormai esigeva apertamente la destituzione dello stesso Doll­
fuss h Secondo Aloisi, ciò significava che l’Austria « si sarebbe
trovata sotto la diretta influenza tedesca »; dopo breve lasso di
tempo ΓAnschluss sarebbe stato un fatto compiuto. Giustamente
Suvich osservò che ciò sarebbe stato « peggio della sconfitta »2.
Nell’indebolire la posizione di Dollfuss, Hitler trovò il suo porta­
voce in Hans Frank, magistrato bavarese e suo procuratore legale
personale. Il 18 marzo, nel corso di una trasmissione della radio
di Monaco, Frank accusò le autorità austriache di privare i nazi-
58 Mussolini fondatore dell’Impero

sti delle loro libertà civili. Ne derivò una protesta consegnata


dell’incaricato d’affari austriaco, in appoggio alla quale il 23 marzo
Cerruti si incontrò con Köpke, il diplomatico responsabile degli
affari austriaci. Cerruti disse che il rovesciamento di Dollfuss sa­
rebbe equivalso « a cadere dalla padella nella brace ». Egli espose
inoltre, con qualche particolare, un colloquio avuto in precedenza
con Hitler, durante il quale il Führer gli aveva detto che al
momento non voleva un Anschluss, in quanto esso avrebbe com­
portato il rafforzamento del partito cattolico di centro in Ger­
mania, che non era stato ancora sciolto. Su istruzioni di Musso­
lini, Cerruti rispose aggressivamente che « non era saggio litigare
con la Chiesa » e che Hitler, se fosse venuto a Roma, avrebbe
dovuto anche « rendere ossequio al papa »3.
Poco dopo questo incontro Paolo Cortese, capo della sezione
croata di Palazzo Chigi, tornò dall’Austria. Egli descrisse a Suvich
e ad Aloisi la « vigorosa campagna » condotta dai nazisti. Doll­
fuss, sebbene opponesse una ferma resistenza, non collaborava in
modo adeguato a un livello politico con la Heimwehr, che avrebbe
dovuto essere potenziata e impegnata in una propaganda più
attiva. « Per noi », osservò Aloisi, « il problema primario è
{'Anschluss »; esso si sarebbe rivelato « fatale per l’Italia nel­
l’Europa centrale ». Lo stesso Mussolini aveva assunto ormai una
linea di condotta più ferma e aveva perfino avvisato Preziosi,
il rappresentante diplomatico italiano a Vienna, che se le cose
volgevano al peggio l’Italia stessa avrebbe appoggiato nuove ele­
zioni in Austria, adottando un atteggiamento di attesa per vedere
quanto c’era da guadagnare da una coalizione rosso-nera, che egli
non poteva soffrire sotto tutti i punti di vista4.
Hitler, pur avendo dovuto accantonare la proposta di com­
piere una visita a Roma, accarezzava ancora l’idea di stabilire
legami personali con il duce. L’11 aprile, nel momento meno
indicato, von Papen (il vice cancelliere tedesco, che stava condu­
cendo le trattative di un concordato con il Vaticano) e Goring
(il quale si considerava il portavoce di Hitler in Italia) giunsero
a Roma per discutere le svariate proposte e controproposte per
un patto a quattro. Göring, « a causa del suo modo di fare
violento », creò subito l’impressione di essere molto meno mal­
leabile del suo cortese collega von Papen, al quale egli si rivol­
geva « bruscamente e, a quanto pareva, impartiva ordini ». Erano
presenti anche il principe Filippo d’Assia e sua moglie. Nel com-
III. 1933: Rapporti tesi con la Germania 59

plesso la visita fu un fiasco gigantesco. Aloisi ci rimase male


apprendendo che Mussolini « cedeva il passo » a Goring il quale,
contrariamente al parere di von Hassell, sollevò la delicata que­
stione di un Anschluss. Secondo un osservatore contemporaneo
Goring fece senza tatto una paternale al suo ospite, ma Musso­
lini non capì cosa si stava dicendo perché il tavolo fra di loro
era largo sei metri e adorno di rose5.
Non si sa con certezza cosa Mussolini disse a Dollfuss, anche
lui a Roma durante quella Pasqua. Egli non si baloccava più
con l’idea di una coalizione rosso-nera, ma insistette sul fatto
che Dollfuss dovesse battersi contro i socialisti, « altrimenti egli
è perduto ». Più tardi Mussolini disse ad Aloisi: « Se Dollfuss
dichiarasse apertamente di voler scegliere il regime fascista, noi
saremmo più pronti a porgergli aiuto. Infatti è naturale che
debbano assisterlo non solo il governo italiano, ma anche il nostro
stesso regime ». Tuttavia, già si fa evidente un cambiamento di
tono nel modo di pensare di Mussolini. In precedenza egli aveva
sottolineato che si potesse sostenere Dollfuss allo scopo di impe­
dire che l’Austria si spostasse lentamente dalla parte della Piccola
Intesa. Adesso temeva che sarebbe stata ingoiata dalla Germania.
Tuttavia, nelle mutate circostanze, si aggrappava ancora ostina­
tamente all’idea che Dollfuss dovesse prima di tutto cercare di
colpire i socialisti, in modo da togliere il terreno sotto i piedi
dei nazionalsocialisti 6.
Nulla era più scottante per l’orgoglio nazionale austriaco della
tutela di Mussolini. Dollfuss era in cerca di alternative, energi­
camente spinto ad agire così da compagni e amici. In una lettera
del 4 maggio 1933 Ernst Winter — cattolico osservante, nonché
a un tempo amico e educo di Dollfuss — supplicò Mussolini di
cambiare la sua politica nei riguardi dell’Austria. Secondo Winter,
il governo di Vienna poteva fondare la sua politica su due gruppi
sociali: i contadini delle Alpi, con lo sguardo puntato all’Unghe­
ria; le masse urbane e industriali di Vienna, le quali guardavano
verso la Francia e la Piccola Intesa. Dopo lo scioglimento del
parlamento avvenuto nel marzo del 1933, gli affari interni in
Austria erano usciti di controllo. Ormai la futura direzione della
politica austriaca dipendeva dalla posizione che avrebbe assunto
l’Italia. Essa non poteva, mise in rilievo Winter, instaurare un
regime fascista in Austria e, contemporaneamente, opporsi a un
Anschluss, perché la linea di demarcazione fra i nazionalsocialisti
60 Mussolini fondatore dell’Impero

e i fascisti del paese era pericolosamente sottile. La salvezza del­


l’Austria dipendeva dal federalismo, dalla democrazia e dal socia­
lismo. « Vostra Eccellenza », concludeva Winter, « deve decidere
se vuole vedere la svastica inalberata sul Brennero, oppure la
democrazia installata in Austria »7. Winter non avrebbe potuto
scrivere in modo più coraggioso: la sua analisi dei raggruppa­
menti politici era penetrante e lucida. Tuttavia egli si lasciò
sfuggire un eventuale sviluppo futuro: un brusco spostamento
della popolazione urbana di Vienna dai socialdemocratici ai nazio­
nalsocialisti.
Né Mussolini né Dollfuss prestarono attenzione all’avverti-
mento di Winter. Dollfuss riceveva pressioni anche dal Vaticano,
in quanto già nel mese di marzo del 1933 il papa era giunto
alla conclusione che la Germania di Hitler avrebbe fatto da
baluardo contro il comuniSmo, ragion per cui egli adesso cercava
un’intesa diretta con il Reich8. Mentre si trovava a Roma, Doll­
fuss sondò von Papen sulla attuabilità della sua visita a Hitler
e di un accordo diretto con il Reich. Hitler, quando fu infor­
mato della proposta, non esitò a rispondere: in nessun caso
avrebbe ricevuto Dollfuss. Il leader austriaco, invece, condusse
le trattative con Theodor Habicht, ispettore del partito nazista
austriaco, il quale non fece obiezioni di fronte a una coalizione
provvisoria fra i socialisti cristiani e i nazisti in attesa delle
nuove elezioni. Habicht, però, pose una condizione, che Dollfuss
fu obbligato a respingere: la Heimwehr e il Landschutz (un gruppo
paramilitare più liberale) dovevano essere entrambi esclusi dal
governo
Dopo l’insuccesso di queste trattative, Habicht concluse una
alleanza formale con Pfrimer (capo della Heimwehr nella Stiria
e avversario di Starhemberg), il quale riconosceva Hitler « capo
della nazione tedesca ». Egli attirò inoltre molti gruppi dissidenti
nella « opposizione nazionale ». Ma i nazisti austriaci erano sem­
pre troppo deboli per provocare da soli la caduta di Dollfuss.
Avevano bisogno di aiuto da parte del Reich. Hitler, nella sua
veste di capo del partito nazista e non di cancelliere del Reich,
e senza consultare la Wilhelmstrasse, inviò in Austria Frank e
Kerl (ministro prussiano della giustizia) per una missione di pro­
paganda. Frank, in una riunione tenuta a Graz il 14 maggio,
durante la quale dichiarò che agiva come rappresentante ufficiale
di Hitler, mise in ridicolo Dollfuss definendolo un Millimetternich
III. 1933: Rapporti tesi con la Germania 61

(un mini-Metternich). Il giorno seguente, dopo una protesta pre­


sentata contro quel « meschino oltraggio » da Tauschitz, rappre­
sentante diplomatico austriaco a Berlino, ed un aspro scambio
di parole fra Cerruti e Hitler, Frank e Kerl furono espulsi dal
paese. I funzionari della Wilhelmstrasse considerarono giustificata
la protesta austriaca 10.
Verso la fine di maggio Hitler intraprese una nuova linea
d’attacco. In primo luogo, al fine di mettere al sicuro i dirigenti
nazisti in Austria dall’arresto o dall’espulsione, propose di nomi­
nare Habicht e Cors (capo dei nazisti a Vienna) addetti stampa
presso la legazione tedesca; in questa veste avrebbero goduto
dell’immunità diplomatica. In secondo luogo, assestò un colpo
all’economia austriaca, che in larga misura dipendeva dal turi­
smo. In una riunione di gabinetto del 26 maggio Hitler decretò
che ai cittadini tedeschi, che volevano visitare l’Austria, i visti
sarebbero stati rilasciati soltanto dietro versamento di 1.000 mar­
chi. « Probabilmente questo provvedimento », affermò, « porterà
al crollo del governo Dollfuss » e alle nuove elezioni. Il risultato
sarebbe stato in realtà la Gleichschaltung (fusione) dell’Austria
con la Germania, il che avrebbe evitato la necessità di un effet­
tivo Anschluss (unione). Il modo di vedere dell’Italia riguardo
alla questione άΑΥAnschluss veniva definito « perfettamente com­
prensibile ». Il suo assenso sarebbe stato « compensato con ces­
sioni in altre zone ». Hitler non indicò dove si trovassero queste
zone
È qui che Hitler si faceva molte illusioni. Le sanzioni econo­
miche non sfociarono nella caduta di Dollfuss ma, piuttosto, gli
resero più facile chiamare a raccolta dietro di sé l’opinione pub­
blica per combattere gli atti di terrorismo. Il 12 maggio Dollfuss,
il quale si era rifiutato di accogliere Habicht come membro della
legazione tedesca, adesso lo fece arrestare insieme a un’ottantina
di altri importanti nazisti K. Per ritorsione Hitler espulse Wasser­
bach, l’addetto stampa austriaco a Berlino, dopo di che Habicht
e soci furono rilasciati e si rifugiarono a Monaco. Il 19 giugno
Dollfuss mise al bando il partito nazista e le organizzazioni sue
affiliate. Lo stesso giorno Hitler informò la Wilhelmstrasse che
per tutte le questioni riguardanti l’Austria il suo portavoce doveva
essere soltanto Habicht. Certo che, avendo i dirigenti nazisti
austriaci in territorio tedesco, Hitler poteva esercitare su di essi
un controllo maggiore; ma non poteva più far credere che agis-
62 Mussolini fondatore dell’Impero

sero legalmente. Gli attacchi sferrati contro Dollfuss dalla radio


di Monaco costituivano una violazione di recenti accordi inter­
nazionali 13. Inoltre manifestini propagandistici venivano gettati
dall’aviazione tedesca che sorvolava il territorio austriaco. Fra
tutte, la minaccia più grave era rappresentata dalla Legione
austriaca, formata da profughi nazisti proveniente dall’Austria,
che sotto la guida di Reschny, un ufficiale della S.A. di grado
più elevato, era concentrata in accampamenti, il più ragguarde­
vole dei quali sorgeva a Lechfeld vicino alla frontiera austriaca
e da cui era possibile compiere incursioni in territorio austriaco 14.

Già nella seconda metà di giugno del 1933 la crisi per l’Au­
stria non poteva essere più considerata un alterco interno tra
partiti politici, in due paesi che erano legati dalla lingua e dalla
cultura. Ormai era una questione destinata a richiamare l’atten­
zione e perfino l’intervento delle grandi potenze. Dollfuss assi­
stette di persona alla conferenza economica mondiale, che si
inaugurò a Londra il 12 giugno 1933. Qui egli trovò una piatta­
forma fatta su misura da cui dar voce alle ingiustizie subite dal
suo paese. La sua citazione da Schiller: « L’uomo migliore non
può vivere in pace se un vicino malvagio non glielo permetterà »,
fu salutata da « uno scrosciante applauso ». Von Neurath, anche
lui presente alla conferenza e fischiato dalla folla, si lamentò
aspramente con Hitler e con Hindenburg in merito alla politica
tedesca in Austria. I francesi, scrisse, stavano seguendo la crisi
con molta attenzione e potevano scoprirvi un pretesto per inter­
venire anche militarmente 15.
Certamente Mussolini stava pensando a una soluzione mili­
tare, sicché ai primi di giugno cercò di convincere Dollfuss a
concludere con l’Italia un patto militare. Dollfuss, però, si rese
conto che Mussolini ancora riteneva i socialisti, anziché i nazi­
sti, il vero pericolo per l’Austria e pertanto respinse l’offerta. Si
deve considerare anche l’atteggiamento delle due potenze occi­
dentali. Gli inglesi non gradivano la parte di « onesto interme­
diario » assunta da Mussolini, che comportava l’uso della sua
influenza diretta su Hitler, piuttosto che un’azione collegiale nel­
l’ambito della Società delle Nazioni. Si corse un pericolo più serio.
L’11 giugno Suvich riferì in privato a Graham, ambasciatore
inglese a Roma, che il suo governo avrebbe giudicato molto
grave un’incursione violenta da parte di formazioni naziste e che
III. 1933: Rapporti tesi con la Germania 63

probabilmente avrebbe inviato truppe italiane alla frontiera au­


striaca come deterrente. Il governo jugoslavo e quello cecoslo­
vacco probabilmente avrebbero agito per conto loro. Il governo
italiano, che non poteva collaborare apertamente con gli Stati
della Piccola Intesa, con i quali era in contrasto, era pertanto
restio a legarsi le mani consentendo di portare la questione di
fronte alla Società delle Nazioni. È certo che Suvich non travisò
le intenzioni del duce 16. Il 19 giugno Mussolini chiese ad Aloisi
di farsi dire dai consolati italiani se effettivamente avessero avuto
luogo scontri armati tra i gruppi dei nazisti e quelli che sostene­
vano il governo austriaco. In caso affermativo, « anche noi invie­
remo truppe alla frontiera », e « ci scaglieremo contro i nazisti
con i quali è diffìcile collaborare anche se si è alleati con loro ».
Secondo Mussolini, Hitler si comportava « proprio come un ele­
fante in un negozio di porcellane » l7.
Simon era del parere che l’ultima cosa che il governo britan­
nico volesse era quello di opporsi a un putsch con un putsch.
Era esattamente allo scopo di impedire l’insorgere di una situa­
zione del genere che era stata costituita la Società delle Nazioni.
Ma Simon, e più in particolare Vansittart, il capo permanente
del Foreign Office, non era pazzamente innamorato della Società
delle Nazioni, un’istituzione che veniva considerata il malato d’Eu­
ropa. Per manovrare la crisi c’era un altro strumento interna­
zionale più recente, che poteva essere impiegato per tenere a
freno la Germania: il patto a quattro 18.
Quando per la prima volta presentò il suo progetto del patto
a quattro all’Inghilterra, alla Francia e alla Germania, Mussolini
mise in grande rilievo l’assoluta necessità per i tedeschi di supe­
rare i tre mesi successivi senza un conflitto e di impedire alla
Francia di iniziare una guerra preventiva. L’affinità tra i due
regimi e i loro capi era tale da collocare i rapporti italo-tedeschi
in una posizione particolare; già nell’aprile del 1933 la Germania
doveva essere in qualche modo liberata dal suo isolamento, altri­
menti sarebbe diventata più pericolosa come amica che come
nemica. Il 20 aprile Mussolini disse a von Hassell che « la conclu­
sione del patto a quattro sarebbe per la Germania il miglior
colpo d’incontro che si potesse assestare alla propaganda antitede­
sca in tutto il mondo ». Lo avvertì però che l’integrità dell’Austria
non si doveva toccare. La cancellazione dal progetto, su insistenza
degli inglesi, dell’articolo IV del patto a quattro, che prevedeva
64 Mussolini fondatore dell’Impero

la consultazione tra i firmatari riguardo ai problemi extra-europei


e coloniali, provocò apprensioni a Berlino19. Perciò Mussolini
aderì a un « gentlemen’s agreement » con la Germania, in base
al quale nessuna delle due parti avrebbe intavolato le trattative
con l’Inghilterra o con la Francia in merito al futuro delle colo­
nie senza consultarsi reciprocamente: un accordo che più tardi
doveva rivelarsi importante a causa dell’Etiopia Gli emenda­
menti apportati dai francesi alla bozza originale furono più radi­
cali di quelli degli inglesi. Mussolini voleva che la Società delle
Nazioni fosse subordinata al patto; i francesi volevano che il
patto fosse subordinato alla Società delle Nazioni. Riguardo a
molti punti i francesi fecero a modo loro21. Hitler fu molto
restio a firmare l’accordo presentatogli nella sua edizione rive­
duta: voleva dire fare troppo assegnamento sull’amicizia italiana
che, a causa del dissenso a proposito dell’Austria, era tutt’altro
che fidata. Eppure, era meglio il patto dell’ostracismo completo.
Nel suo famoso discorso sulla pace del 17 maggio 1933, egli
« accolse » nell’interesse del governo tedesco il « piano lungimi­
rante e equilibrato » del capo del governo italiano 22.
Il 7 giugno, dopo molto cavillare sul significato dell’articolo
III, riguardante il principio della parità dei diritti, e dopo un
appello diretto da parte di Mussolini a Hitler, il patto a quattro
venne siglato23. Successivamente si ebbe uno scambio di note
tra la Francia e i governi della Piccola Intesa compresa la Polo­
nia, nell’intento di assicurare che la clausola relativa alla revisione
del trattato non avrebbe in nessun modo violato i diritti delle
potenze minori. Anche Mussolini garantì alle potenze della Pic­
cola Intesa che egli non aveva nessuna intenzione di restaurare
gli Asburgo in Austria. Più importante fu una proposta italiana
di mettere Austria e Ungheria sotto la protezione dell’Italia a
scopo di collaborazione politica ed economica. Il fine principale
era quello di impedire all’Ungheria di fare un accordo separato
con la GermaniaM. Mussolini era impaziente affinché il patto
venisse firmato al più presto possibile ed entrasse immediata­
mente in vigore. I problemi che le conferenze mondiali per la
economia e per il disarmo non erano riuscite a risolvere, dichiarò,
potevano essere in seguito trattati nelle riunioni, da tenersi rego­
larmente, dei rappresentanti delle quattro potenze. Inoltre fece
tutto quanto in suo potere per convincere Hitler che la Germania
III. 1933: Rapporti tesi con la Germania 65

avrebbe « conseguito una vittoria morale di vasta portata » qua­


lora avesse concluso un concordato con il Vaticano. Dopo qual­
che indugio da parte tedesca, il patto a quattro fu firmato a
Roma il 15 luglio 1933; e alcuni giorni dopo venne firmato il
concordato della Germania. Evidentemente Hitler credeva che il
concordato fosse la prova per il Vaticano che il Reich non era
anticristiano (rendendo così più facili le cose per lui in Austria)
e che egli potesse procedere con la propaganda antiebraica æ.

Il 15 luglio 1933 Mussolini aveva finalmente conseguito una


vittoria diplomatica di grande rilievo. L’Italia si era posta alla
testa di una nuova unione europea, scopo della quale era la revi­
sione del trattato di pace del 1919, in conformità dei princìpi
della Società delle Nazioni. Ma il patto era stato firmato in un
momento di crisi e soltanto il futuro avrebbe potuto dire se esso
si sarebbe rivelato attuabile prima della sua ratifica. Ben presto
si dovette prendere in considerazione la sua applicazione pratica.
Il 29 giugno Dollfuss, attraverso Rost van Tönningen (un
esperto economico olandese), chiese a Londra che, nel caso in cui
l’indipendenza dell’Austria fosse improvvisamente minacciata, la
questione dovesse essere demandata alla Società delle Nazioni.
Simon accolse l’idea e fece un tentativo con Parigi e Roma. La
risposta italiana fu negativa 26. Evidentemente Mussolini non de­
siderava vedere lo stabilirsi di un pericoloso precedente: se si
poteva invocare il Patto societario contro la Germania a propo­
sito dell’Austria, perché esso non poteva essere invocato anche
dalla Jugoslavia o dall’Etiopia contro l’Italia? Inoltre, Dollfuss
non voleva dipendere troppo dall’Italia; quindi il 25 luglio, con­
trariamente al parere di Mussolini, chiese al governo britannico
di servirsi della sua influenza diretta a Berlino per frenare la
Germania. Poiché Simon era assente per malattia, incaricato del
Foreign Office era Vansittart. Nelle istruzioni inviate alle amba­
sciate inglesi a Parigi e a Roma, egli prospettava che, dopotutto,
non fosse necessario fare ricorso all’articolo XI della Società delle
Nazioni. Come alternativa, i governi della Francia, dell’Italia e
del Regno Unito potevano, in conformità del patto a quattro, ri­
chiamare l’attenzione del governo tedesco sulle sue violazioni
dell’integrità austriaca e sollecitarlo « a cessare senza ulteriore
indugio ogni altra attività contro il governo austriaco » 27.
66 Mussolini fondatore dell’Impero

Pochi giorni dopo, dietro istruzioni di Mussolini, Cerruti parlò


di questa nota britannica con von Bülow. Egli disse che « Musso­
lini desiderava attuare la proposta inglese e ci chiedeva con insi­
stenza di esaminare se e in qual modo si potesse togliere il terreno
sotto la protesta austriaca ». Mussolini faceva garbatamente osser­
vare che Hitler doveva ordinare l’alt a nuovi sovvertimenti, altri­
menti l’Italia non avrebbe avuto altra scelta se non di approvare
la proposta inglese. Pur facendo finta che le rimostranze austriache
erano insussistenti, von Bülow si impegnò a mettersi in contatto
con von Neurath, e possibilmente con Hitler, per discutere la
faccenda. Sia von Neurath che von Papen avevano già tentato di
indurre Hitler a modificare la sua politica austriaca. Ma il 5 mag­
gio egli « respinse categoricamente qualsiasi interferenza da parte
di Mussolini ». Von Bülow si ostinava a pensare che si dovesse
fare qualcosa. Con difficoltà convinse Hitler che nella propaganda
tedesca si dovesse mostrare maggiore moderazione e che si doves­
sero vietare gli atti terroristici; tuttavia, si doveva proseguire « la
lotta economica » con tutto il rigore. Inoltre Hitler si rifiutava di
impegnarsi per iscritto ad astenersi da un Anschluss. Il 5 agosto
venne comunicato a Cerruti il nocciolo degli ordini impartiti da
Hitler alle rappresentanze del partito 28.
Il successo di Mussolini nel convincere Hitler a tenere a
freno gli estremisti del suo partito fu soltanto temporaneo. Il 9
agosto, Habicht attaccò di nuovo attraverso la radio il governo
austriaco. Il giorno seguente Cerruti disse a Heeren nella sede
del ministero degli esteri tedesco che il duce, nell’apprendere la
notizia, si era « agitato in maniera del tutto insolita ». La Ger­
mania aveva mancato alle sue promesse e, qualora l’Inghilterra e
la Francia avessero fatto una protesta congiunta, per l’Italia sa­
rebbe stato estremamente difficile dissociarsene. La politica di
Hitler in Austria era una minaccia per la pace dell’Europa. Ma a
questo punto Mussolini non aveva voglia di applicare i princìpi del
patto a quattro contro la Germania: per via di ciò esso sarebbe
venuto meno alle proprie finalità e sarebbe diventato un patto a
tre. Inoltre, non era stato ancora ratificato e, se si fosse dovuto
usare contro la Germania, bastava che Hitler lo dichiarasse nullo
e senza effetto. Il 14 agosto von Neurath e Hitler parlarono della
situazione provocata dalla trasmissione radiofonica di Habicht.
Hitler era assai « risentito per il modo in cui Mussolini era inter-
III. 1933: Rapporti tesi con la Germania 67

venuto e affermò che non avrebbe tollerato quella specie di tu­


tela ». Cerruti venne informato che il discorso non violava affatto
le promesse fatte e che il cancelliere del Reich respingeva Videa
di un compromesso con il governo di Dollfussv.
Verso la fine del mese a Vienna corse la voce che la Legione
austriaca, che assommava ormai a 6.000 componenti, stava pre­
parando un putsch per i primi di settembre, ma se le cose volge­
vano al peggio l’Austria poteva contare sull’aiuto militare del­
l’Italia. Questa diceria provocò sgomento più a Londra che a
Berlino. Mussolini era ancora convinto che l’Italia riuscisse a
gettare olio sulle acque agitate. A tutti i costi volle impedire a
Dollfuss di rivolgersi agli avversari dell’Italia nella Piccola Intesa,
portando la questione dell’Austria davanti all’assemblea della
Società delle Nazioni nella sua seduta regolare di settembre. Come
alternativa alla collaborazione austriaca con la Piccola Intesa, verso
la fine di luglio venne concluso un accordo italo-ungherese 30. I due
paesi, mentre si impegnavano a collaborare per opporsi a un
Anschluss, avrebbero altresì cercato di migliorare i loro rapporti
con la Germania. Mussolini poteva ormai esercitare maggiore in­
fluenza su Dollfuss, il cui paese non era più in grado di resistere
alla minaccia fatta dai tedeschi alle sue risorse. Il 19-20 agosto
Dollfuss incontrò Mussolini a Riccione. Non aveva altra scelta
che acconsentire a nominare dei fascisti ai posti di governo e
licenziare gli altri componenti liberali. In cambio Mussolini aderì
a un accordo militare. Successivamente con gli inglesi negò che vi
fosse qualsiasi consistenza in ciò che si diceva, che a Dollfuss era
stato promesso un aiuto militare31.
Dopo la visita di Dollfuss a Riccione, Habicht informò von
Bülow di avere appreso da « fonte attendibile » che tra Austria
e Italia stava per concludersi un patto militare. In queste circo­
stanze Hitler e Habicht ricevettero forti pressioni dalla Wilhelm­
strasse affinché placassero i timori di Mussolini32. Dopo una riu­
nione di governo il 12 settembre, in un momento in cui gli
attacchi della propaganda si erano spenti, Hitler di sua iniziativa
disse a von Neurath che la Legione austriaca doveva essere spo­
stata dal suo accampamento a Lechfeld e acquartierata altrove.
Il pericolo immediato di una frattura fra la Germania e l’Italia a
causa dell’Austria era così passato. Ma in Italia c’era ancora molta
amarezza. Secondo von Hassell, quella nazionalsocialista non era
68 Mussolini fondatore dell’Impero

più considerata come la rivoluzione « figlia legittima o sorella »


del fascismo, bensì « qualcosa di diverso e di carattere teutonico ».
Per svariati mesi la tensione a causa dell’Austria non suscitò al­
cun problema internazionale più grave. Mussolini aveva la possi­
bilità di dare impulso al patto a quattro per risolvere una que­
stione ancora più pericolosa, quella del disarmo M.
IV

1933: MUSSOLINI E IL DISARMO

Nel 1933 la crisi per l’Austria fu abbastanza grave da convin­


cere Mussolini che l’affinità tra il fascismo italiano e il nazional­
socialismo tedesco non era così forte da autorizzare i due paesi a
considerarsi reciprocamente legati dal destino a seguire una poli­
tica estera parallela. Ciò si rese possibile soltanto più tardi. L’Ita­
lia, contro la sua volontà, non aveva altra scelta in ultima analisi
se non di collaborare con l’Inghilterra e la Francia riguardo al­
l’Austria. Ma contemporaneamente si discuteva come l’Italia po­
tesse fare da intermediaria tra la Germania e la Francia, agendo
così come potenza europea di primo piano per diritto proprio.
L’azione tedesca verso l’Austria aveva reso francesi e unghe­
resi più intransigenti per quanto riguardava l’attuazione pratica
del principio della parità dei diritti che, entro certi limiti, era
stata accordata alla Germania dal piano MacDonald del 16 marzo
1933. Hitler aveva accettato il piano come base di trattativa dopo
il suo celebre discorso del 17 maggio '. Il 9 giugno 1933, al ter­
mine della prima sessione della conferenza per il disarmo, i fran­
cesi dettero l’avvio a trattative bilaterali in preparazione della se­
conda sessione, da tenersi nella seconda metà di settembre. Il 19
giugno presentarono una convenzione emendata in prima stesura
a Arthur Henderson, presidente della conferenza. La nuova con­
venzione doveva comprendere due periodi di quattro anni, anziché
un solo periodo di cinque come prospettato nel piano di Mac­
Donald. Durante il primo periodo non si doveva consentire nessun
riarmo da parte della Germania e si provvedeva per una vigilanza
più rigida sul personale militare tedesco in servizio effettivo. Il
disarmo delle altre nazioni sarebbe cominciato soltanto nel se-
70 Mussolini fondatore dell’Impero

condo periodo, sempre che la Germania avesse adempito innanzi


tutto i suoi obblighi.
Mentre gli inglesi, allarmati per via degli sviluppi della situa­
zione interna tedesca, erano d’accordo con i francesi, Mussolini
pensava ancora di poter contenere la Germania in Austria assu­
mendo un atteggiamento da mediatore. Per di più, nel 1933,
l’Italia stessa era reputata una potenza relativamente bene armata,
in parte a causa della sua scorta di armi della prima guerra mon­
diale, in parte perché possedeva un’aviazione moderna. Nonostante
i tentativi francesi di convincerla a mettersi al loro fianco, non
corrispondeva ai suoi interessi concludere un patto che avrebbe
vietato i tipi di armi che la sua economia era in grado di pro­
durre. Inoltre Mussolini aveva chiesto, e continuava a farlo, la
parità sul mare con la Francia2. Egli sopravvalutava ancora la
forza della Francia e sottovalutava quella della Germania. Ai primi
di settembre del 1933 disse ad Aloisi: « Non capisco perché la
Francia, con 84 miliardi d’oro, con difese formidabili in Oriente
e nelle colonie... tremi di fronte alla Germania. Esistono soltanto
due modi di risolvere il problema del riarmo tedesco: o una guerra
preventiva, o il controllo ». E proseguì: « La Francia deve ricor­
dare che in questo momento soltanto io sto perseguendo una
politica antitedesca »3. Durante le trattative in relazione al piano
francese, Mussolini disse ad Arthur Henderson che lui si stava
formando un’opinione realistica, ritenendo che esso sarebbe stato
respinto dalla Germania, come in realtà accadde.
Il 19 luglio la Germania avanzò da parte sua nuove proposte,
chiedendo armi « difensive ». La Reichswehr doveva essere trasfor­
mata da una forza di 100.000 uomini, in servizio a lungo termine,
in una di 200.000 in servizio a breve termine. Alla fine di luglio
Aloisi ritenne le proposte tedesche abbastanza moderate, da essere
prese come base prima di tutto per le trattative tra Italia e Francia,
più tardi tra le quattro grandi potenze europee 4. A causa della crisi
per l’Austria, Γ8 agosto Mussolini disse a von Hassell che egli non
credeva giunto il momento per una consultazione delle quattro
potenze, che in ogni caso richiedeva molta preparazione. Nondi­
meno promise « di usare un linguaggio del tutto chiaro » con la
Francia nel raccomandare le proposte tedesche 5. Sebbene Hitler
avesse appena bisticciato con lui a causa dell’Austria, nulla spa­
ventava ancora Mussolini più di un fronte unito antitedesco.
Il 4 settembre venne chiesto all’ambasciatore tedesco a Roma
IV. 1933: Mussolini e il disarmo 71

di riprendere l’idea della mediazione italiana. « Siamo oltremodo


grati », scrisse von Bülow, « per gli sforzi italiani di condurre a
termine un accordo franco-tedesco e gradiremmo essere informati
sullo stato attuale delle cose » prima della nuova riunione della
conferenza per il disarmo a Ginevra. C’erano già dei segni di ciò
che Hitler avrebbe fatto qualora la trattativa del disarmo fosse
completamente fallita6. Durante una riunione di governo del
12 settembre, von Neurath dichiarò che in un caso del genere la
Germania avrebbe lasciato la Società delle Nazioni. Von Neurath,
il quale spesso si esprimeva aspramente nei riguardi dell’Italia,
aggiunse che anche il governo italiano era in antagonismo con la
Società delle Nazioni, ma se ne serviva per favorire « i propri
obiettivi », con ciò alludendo quasi sicuramente al patto a quattro.
Qualunque cosa se ne dicesse in suo favore, il patto avrebbe avuto
l’effetto di legare la Germania alla Società delle Nazioni7.
Mussolini si rese conto che c’era da aspettarsi una forte oppo­
sizione alle proposte tedesche anche dai francesi. Pertanto presentò
un proprio piano. Si doveva consentire alla Germania di avere
proprie armi « sperimentali », nonché di riarmarsi in modo molto
limitato e gradualmente. Il piano italiano fu presentato alle altre
tre potenze il 16 settembre, alla vigilia di un incontro fissato a
Parigi tra il rappresentante diplomatico inglese e quello francese
ai quali doveva unirsi Norman Davis, in rappresentanza degli
Stati Uniti8. Durante un colloquio svoltosi tra i predetti il 22
settembre, si parlò ampiamente di ciò che Mussolini intendeva
per « armi difensive ». Paul-Boncour capì che doveva trattarsi di
quelle concesse alla Germania in base al trattato di Versailles,
forse con in più i carri armati leggeri. Sembrava pertanto esserci
« un'approssimazione dei punti di vista » sostenuti dagli italiani
e dai francesi, nonché buone speranze che il patto a quattro
avrebbe dato i suoi frutti. Nondimeno, Mussolini venne solleci­
tato a precisare più esplicitamente la sua posizione prima che i
francesi aprissero le trattative sul suo piano. In un altro incontro
del 22 settembre, la risposta di Mussolini fu sottoposta a lunga
discussione. Essa fu considerata « estremamente cauta » e « al­
quanto oscura ». Gli italiani sollevarono anche, senza dare nel­
l’occhio, la faccenda della parità navale con la Francia e invitarono
i rappresentanti del patto a quattro a incontrarsi a Stresa. I fran­
cesi erano preoccupati che i futuri colloqui sul disarmo si tenes­
sero a Ginevra.
72 Mussolini fondatore dell’Impero

Durante questo ulteriore incontro Daladier, il primo mini­


stro francese, esibì con gesto drammatico un dossier di notizie
particolareggiate, evidentemente ottenute dall’Unione Sovietica,
relative all’effettivo riarmo tedesco in violazione del trattato di
Versailles, e invitò gli inglesi a dichiarare se sarebbero stati
disposti a sostenere la Francia e a imporre le sanzioni alla Ger­
mania. Simon, spalleggiato da Baldwin (a quell’epoca presidente
del Consiglio), rispose che l’Inghilterra non avrebbe assunto nes­
sun altro impegno nel continente e che la pubblica opinione in
patria non avrebbe tollerato le sanzioni. Tuttavia, bisognava dare
alla Francia qualche soddisfazione. Gli inglesi dichiararono che
avrebbero appoggiato la Francia, precisando che il secondo pe­
riodo, previsto dal piano francese, doveva entrare in vigore solo
se fosse stato osservato il primo, quello di prova9.
Durante queste trattative Mussolini ebbe delle carte ecce­
zionalmente forti, in quanto il suo appoggio era intensamente am­
bito sia dalla Francia che dalla Germania. Il 23 settembre i fran­
cesi furono quasi sul punto di accettare il compromesso italiano.
Essi erano ormai disposti a concedere alla Germania, nel secondo
periodo, i prototipi delle armi in possesso delle altre potenze.
Quando furono vicini a questa concessione, gli italiani non pre­
videro una divisione netta tra i due periodi come i francesi, es­
sendo addirittura disposti a permettere alla Germania di avere
aerei durante il primo periodo di prova 10. (Difatti l’Italia avrebbe
presto esportato aerei in Germania). Mussolini pertanto non riuscì
a ottenere l’approvazione francese del suo piano di compromesso.
Non avrebbe fatto grandi progressi neanche con la Germania.
Hitler non aveva risposto alla proposta italiana del 16 settembre;
tanto lui che von Blomberg, il ministro della difesa, ritennero
che essa fosse inferiore alle esigenze della Germania. Anche von
Neurath sospettava che l’Italia si stesse « comportando come un
mediatore » e che pertanto si rifiutasse di compromettersi. D’altra
parte von Bülow aveva l’esatta impressione che i francesi (e pro­
babilmente gli inglesi) si sarebbero rifiutati di intavolare trattative
a Stresa, ragion per cui agevolò l’accoglimento dell’invito di Mus­
solini: in tal modo, se le trattative fallivano, se ne poteva dare
la colpa ai francesi e agli inglesi. Alla fine di settembre Hitler era
ancora convinto che la Germania avrebbe dovuto concludere un
patto « anche se esso non esaudiva tutte le speranze tedesche » 11.
Il 4 ottobre ebbe tutti i motivi per mutare il suo atteggiamento.
IV. 1933: Mussolini e il disarmo 73

Venne a sapere che gli inglesi avrebbero probabilmente presentato


il loro piano, un piano suggerito nelle linee fondamentali dai
francesi. Sia lui che von Blomberg furono d’accordo nel dire:
« Noi non dobbiamo assolutamente correre il rischio di aprire le
trattative su un nuovo schema che per noi fosse inaccettabile.
Altrimenti ci renderemmo conto che gli altri si sono messi d’ac­
cordo su questo piano e vogliono costringerci ad accettarlo. Come
nel caso del patto [a quattro] di Roma, gli italiani farebbero la
parte del ‘ mediatore prevenuto... ’. Si deve evitare un fallimento
della conferenza a seguito del fatto che rifiutiamo la sorveglianza ».
Era pertanto il momento di chiedere con un ultimatum il disarmo
degli altri e di dichiarare che la Germania avrebbe abbandonato
la conferenza e anche la Società delle Nazioni12.
Mussolini stava passando un momento difficile nel recitare la
parte di « onesto sensale ». Prima che da Berlino fosse pervenuta
una risposta qualsiasi, egli effettuò un ulteriore e inutile tentativo
di mediazione. L’11 ottobre disse a Sir Ronald Graham, l’amba­
sciatore inglese, che in quel momento la politica tedesca era
« nelle mani di due uomini, Hitler e Goring », l’uno un « sogna­
tore », l’altro, « un ex ricoverato di manicomio, né l’uno né l’al­
tro brillanti quanto a discernimento o a logica ». In ogni caso
la Germania si sarebbe riarmata e a un dato momento la Francia
avrebbe applicato le sanzioni. La Germania poteva essere tratte­
nuta nella conferenza per il disarmo soltanto se le avessero
concesso modelli di armi, eventualmente alcuni cannoni antiaerei
e aeroplani da osservazione. Graham « sottolineò la fortissima
opposizione a questa idea, esistente in Inghilterra e in Francia ».
Il giorno seguente Cerruti presentò a Hitler il nuovo piano ita­
liano 13.
Nel nuovo piano di Mussolini, Hitler scorse una possibilità
di staccare l’Italia dalla Francia e dall’Inghilterra. Il 13 ottobre
diede istruzioni a von Hassell affinché informasse subito Musso­
lini che la Germania era in procinto di abbandonare la conferenza
per il disarmo. Al ricevere questa notizia, Mussolini non si mostrò
né sorpreso né infastidito, ma raccomandò vigorosamente che
Hitler, nel suo discorso che doveva essere pronunciato la sera
del 14 ottobre, « accennasse alla possibilità di aprire le trattative
sulla base del patto a quattro ». Secondo l’opinione di von Has­
sell, l’allusione al patto a quattro era « assolutamente necessaria
ai fini di collaborare più avanti con l’Italia». Cerruti, dopo un
74 Mussolini fondatore dell’Impero

incontro con Hitler, riferì che questi si era infuriato con la


Francia, protestando che le enormi fortificazioni erette dai fran­
cesi servivano a immobilizzare la Germania e a porli in grado
di preparare la guerra contro l’Italia e l’Inghilterra. Aloisi giu­
dicò i commenti di Hitler talmente pazzeschi e falsi che appose
tre punti esclamativi alla fine della frase. Il colloquio, dichiarò,
non faceva segnare un solo passo avanti nella questione 14.
Hitler aveva già preso le sue decisioni. In una riunione del
governo del 13 ottobre ammise che « nell’immediato futuro si
sarebbe avuto un aumento dell’attività politica da parte del­
l’Italia. L’Italia avrebbe voluto interporsi, dato che non avrebbe
avuto interesse alla distruzione della Germania... ». Se la Ger­
mania « fosse stata condannata alla totale impotenza, sarebbe
stata la fine della funzione dell’Italia in Europa ». La proposta
di Mussolini, pur essendo accettabile per la Germania, non poteva
essere discussa a Ginevra dove l’Italia se ne sarebbe servita per
farsi promotrice del patto a quattro. Quantunque ricevesse il
telegramma di von Hassell da Roma nelle prime ore del 14 otto­
bre, Hitler non accennò al patto a quattro nel suo discorso pro­
nunciato più tardi nella stessa giornata, annunciando l’intenzione
della Germania di uscire dalla conferenza per il disarmo. Quasi
certamente deduceva che l’Italia, qualora il patto venisse adot­
tato, sarebbe stata indotta con l’inganno ad appoggiare la Francia
e l’Inghilterra ls.
A metà ottobre del 1933, Mussolini riteneva ancora che
l’Italia facesse da mediatrice tra la Germania e le potenze occi­
dentali e che, pertanto, fosse il socio più importante di un nascente
direttorio europeo delle quattro potenze. Aveva avuto un certo
successo nel tenere a freno Hitler in Austria; mentre poi si era
accattivato il favore della Germania per la sua posizione di com­
promesso riguardo al disarmo, era rimasto in buoni rapporti con
i francesi. Se in avvenire Hitler avesse seguito il suo consiglio,
il prestigio di Mussolini sarebbe cresciuto sia all’interno dell’Ita­
lia che all’estero. Se invece Hitler l’avesse ignorato, la reputa­
zione dell’Italia come fattore di potenza sarebbe scesa a un livello
talmente insignificante, che egli non avrebbe avuto altra scelta
tranne che andare in cerca di gloria per il regime fascista in
Africa, un continente che egli non aveva mai trascurato.
V

OTTOBRE 1933 -MARZO 1934:


DISILLUSIONE IN EUROPA

Il 14 ottobre del 1933 Mussolini, subito dopo avere appreso


da von Hassell che la Germania aveva lasciato la conferenza per
il disarmo e che, con tutta probabilità, avrebbe agito in avvenire
entro la struttura del patto a quattro, si senti inebriato e fece
una nuotata. Un’ora più tardi a Berlino venne annunciato che
Hitler aveva deciso anche di fare uscire la Germania dalla Società
delle Nazioni. Questa comunicazione fu di importanza capitale.
A Mussolini le intenzioni del suo collega dittatore erano state
anticipate solo in parte e solo proprio all’ultimo momento. Ciò
avrebbe costituito negli anni successivi motivo di continue rimo­
stranze. Secondo von Hassell, Mussolini dovette ricevere l’im­
pressione di un atto di deliberata slealtà da parte di Berlino. Per
diversi giorni fu continuamente di malumore '. Il 16 ottobre si
sfogò con Graham, che era in procinto di partire da Roma: « Que­
sti sudici tedeschi, con una sola botta, hanno rotto tutti i vetri,
quelli della conferenza per il disarmo, della Società delle Nazioni
e del patto a quattro. Non sono più in vena di abbassarmi e di
raccattare i frantumi. Se la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti
e la Germania vogliono discutere ancora la questione del disarmo,
l’Italia collaborerà con loro. Ma quanto a me, non prenderò nes­
suna iniziativa. Si può constatare che le linee fra Germania e
Italia, anziché incontrarsi, divergono » 2.
Per un momento Aloisi sperò che, nonostante l’uscita della
Germania dalla Società delle Nazioni, il patto a quattro sarebbe
rimasto uno strumento con cui l’Italia poteva fare da mediatrice
in mezzo alle altre grandi potenze3. Doveva presto disilludersi.
I francesi, istigati dalla Piccola Intesa e dalla Polonia, non ave-
76 Mussolini fondatore dell'Impero

vano ratificato in ogni caso il patto. Svuotate di significato quelle


clausole che lo facevano dipendere dalla Società delle Nazioni,
ne era stata distrutta la base per ulteriori trattative. Hitler, il
quale ad ogni modo provava avversione per il patto, ora poteva
onestamente dare la colpa ai francesi per la sua mancata entrata
in vigore.
Nessuno era consapevole del deterioramento dei rapporti italo-
tedeschi più di Ulrich von Hassell, ambasciatore tedesco a Roma 4.
Egli aveva le sue idee personali sul modo in cui andassero impo­
stati i buoni rapporti con l’Italia. Giustamente si rendeva conto
che Mussolini poteva essere persuaso dell’idea di un Anschluss
definitivo, realizzato con mezzi pacifici, soltanto se l’Italia si fosse
sentita immune dalla minaccia sia di un attacco tedesco verso il
Mediterraneo, sia del controllo economico sugli Stati dell’Europa
sud-orientale. Perciò la Germania non doveva monopolizzare i
mercati di questi Stati, bensì spartirli con l’Italia; il campo poteva
essere ripartito, come prospettava Mussolini, a seconda dei diffe­
renti settori dell’industria. Il suggerimento di von Hassell, anche
se fu considerato attuabile da Ritter, capo della sezione econo­
mica della Wilhelmstrasse, non venne mai accettato ufficialmente.
Il 13 giugno 1933 von Hassell aveva proposto anche un gentle­
men’s agreement fra la Germania e l’Italia. Le sue condizioni
dovevano essere più ampie dell’accordo del 19 aprile, che obbli­
gava le due parti a tenersi reciprocamente informate nel caso
in cui avessero avuto luogo trattative per la redistribuzione del
territorio coloniale. Adesso veniva proposto che non si dovessero
iniziare trattative su nessun argomento con una terza parte, vale
a dire con la Francia o con l’Inghilterra, se non previa consulta­
zione fra l’Italia e la Germania. Giustamente von Hassell suppo­
neva che un accordo del genere avrebbe rafforzato molto la posi­
zione tedesca; infatti i francesi, sebbene tentassero continui ap­
procci con l’Italia, avevano scarse speranze di stringere un accordo
permanente con la Germania. Certamente von Hassell godeva la
piena fiducia di Mussolini, con il quale egli era in buoni rapporti
sul piano personale. Secondo gli addetti dell’ambasciata francese,
Mussolini cercava di servirsi di lui per far « ragionare » le auto­
rità del Reich 5. Ma egli aveva poco peso a Berlino. Perfino von
Bülow, l’avveduto segretario di Stato prussiano, il quale in tante
questioni — soprattutto quella dell’Austria — cercava di eserci­
tare un’influenza moderatrice su Hitler, ignorò i dispacci piutto-
V. Ottobre 1933-marzo 1934: disillusione in Europa 77

sto lunghi di von Hassell, mentre von Neurath ne archiviò uno


definendolo una « predica inutile » 6. Per di più, le frequenti visite
a sorpresa di Goring a Roma denotavano poco riguardo per la
posizione di von Hassell e sollevavano le sue obiezioni.
Nell’ottobre del 1933 Hitler non riuscì a rendersi conto che
la posizione dell’Italia era assai mutata da quando egli era salito
al potere. Qualunque cosa accadesse, pensava Hitler, l’Italia e la
Francia sarebbero rimaste nemiche potenziali. La Germania poteva
così porgere il ramoscello d’olivo alla Francia o all’Inghilterra,
senza tener conto dell’Italia. Poco dopo che la Germania aveva
lasciato la Società delle Nazioni egli dichiarò che, una volta risolta
la questione della Saar, non ci sarebbe stato assolutamente nessun
ostacolo perché si stabilissero buoni rapporti con la Francia; la
Germania non aveva progetti per l’Alsazia e la Lorena, ma consi­
derava vincolante il trattato di Locamo. Non accennò all’Austria
né alla frontiera del Brennero. Anche se riguardo al futuro riarmo
tedesco l’Inghilterra aveva assunto una posizione molto più intran­
sigente dell’Italia, verso la fine di ottobre Hitler presentò prima
agli inglesi, e non agli italiani, le nuove proposte del governo
per costituire un esercito di 300.000 uomini. Non sorprende che
Aloisi osservasse con sdegno, come l’Italia veniva trattata da
inferiore, cosa su cui Mussolini era estremamente sensibile7.
Completamente ignaro della suscettibilità di Mussolini, Hitler
si era convinto che i rapporti tra la Germania nazista e l’Italia
fascista oltrepassassero gli interessi nazionali. Unicamente per mo­
tivi ideologici essi mantenevano un particolare equilibrio. Le
cause d’attrito, riteneva, potevano essere appianate con visite
personali e una scambio diretto d’idee. Il 26 ottobre a Roma,
tramite intercettazione sulla linea telefonica per Berlino, si ap­
prese che Hitler aveva intenzione di inviare una lettera perso­
nale al duce. Von Hassell sollecitò la Wilhelmstrasse perché la
inoltrasse al più presto possibile, suggerendo che fosse lui stesso
a consegnarla personalmente a Mussolini. Quantunque la lettera
fosse stata compilata il I novembre, Hitler indugiò a inviarla fino
a pochi giorni dal plebiscito, tenuto in Germania il 12 novembre,
consapevole che la sua politica avrebbe ottenuto l’acclamazione
unanime del suo popolo8.

A Mussolini si presentò la possibilità di approfittare del


ritardo allo scopo di migliorare i rapporti dell’Italia con la Fran-
78 Mussolini fondatore dell’Impero

cia e con la Piccola Intesa. L’11 ottobre, nel momento in cui il


trattato di Locamo veniva pesantemente criticato a Londra, disse
a Charles de Chambrun, l’ambasciatore francese, che l’Italia avreb­
be rispettato i suoi obblighi ai sensi di quel trattato. « L’aggres­
sione tedesca contro Calais o contro il Brennero », affermò, « met­
terebbe allo stesso modo in pericolo la sicurezza dell’Italia. Se
siete attaccati, saremo al vostro fianco »9. Mussolini aveva inol­
tre persuaso i francesi in merito a un piano che egli aveva annun­
ciato in una riunione degli Stati danubiani tenuta a Stresa il
24 settembre, in base al quale i prodotti industriali dell’Austria
e la produzione agricola dei suoi confinanti avrebbero ricevuto
un trattamento preferenziale. Il piano, se posto in atto, avrebbe
chiuso la porta alla penetrazione economica tedesca nell’Europa
sud-orientale. Tuttavia, c’era un impedimento imprevisto per lo
schema dell’Italia: verso la fine del 1933 si manifestò in Austria
un risveglio di sentimenti a favore di una restaurazione degli
Asburgo. Si temeva, specie a Belgrado, che lo stretto sodalizio
tra Austria e Ungheria potesse aprire la strada alla restaurazione
del regno austro-ungarico *°. Per di più, gli ustascia erano ancora
attivi sia in Italia, sia — in modo particolare — in Ungheria.
Se non che c’era stato, sotto diverso profilo, un migliora­
mento nei rapporti italo-jugoslavi. Dopo l’uscita della Germania
dalla Società delle Nazioni, gli jugoslavi temevano un Drang
nach Südosten quasi quanto la minaccia italiana. Adesso, negli
ambienti militari jugoslavi, si parlava meno di mobilitazione per
resistere all’ingresso delle truppe italiane in Austria e più di
collaborazione con la Francia e con l’Italia ”. Tuttavia, per sva­
riati mesi l’Austria cessò di essere un problema di grave impor­
tanza internazionale. Il 10 settembre, su ordine di Mussolini,
Dollfuss s’era disfatto di quei membri del governo austriaco di
tendenze liberali (uno dei quali, Franz Winkler, doveva più tardi
unirsi ai nazisti). Comunque Dollfuss era offeso per la servile
subordinazione a Mussolini. Come alternativa fece dei sondaggi
fra i nazisti austriaci, invitandoli a unirsi al suo governo con
poteri limitati. Il momento per trattative del genere fu scelto
bene, in quanto la violenza nazista aveva registrato un calo consi­
derevole. I risultati concreti dipendevano dalla possibilità di com­
porre i contrasti interni in entrambi i campi12.
Il 6 novembre, quando c’erano i segni promettenti di una
distensione austro-tedesca, e quando Mussolini si era ripreso dalla
V. Ottobre 1933-marzo 1934: disillusione in Europa 79

scossa iniziale dell’uscita della Germania dalla Società delle Na­


zioni, Göring — di nuovo accompagnato dal principe Filippo
d’Assia — giunse a Roma latore della « lettera personale » di
Hitler, attesa sin dal 26 ottobre. Essa si rivelò né più né meno
che una squallida pièce justificative zeppa di ripetizioni. Leggen­
dola, von Hassell si accorse che non veniva fornita alcuna spie­
gazione del fatto che Hitler aveva mancato di informare in anti­
cipo l’Italia che la Germania intendeva uscire dalla Società delle
Nazioni. La scusa zoppicante di Göring (cioè che Hitler aveva
l’impressione che Mussolini avesse ricevuto in realtà tutti i parti­
colari) non attaccò con von Hassell, il quale lo convinse a dire
al duce che la decisione era stata presa all’ultimo momento, cosa
che non aveva consentito a Hitler di mettersi in comunicazione
con il governo italiano. Göring insistette che egli doveva incon­
trarsi con Mussolini senza l’accompagnamento di Suvich il quale,
essendo nato a Trieste, diffidava dei tedeschi e non nascondeva
i suoi sentimenti filosocietari e filofrancesi. Grazie a un po’ di
tatto e di abilità da parte di von Hassell, questa richiesta venne
accolta. Göring disse a Mussolini che da Berlino si doveva richia­
mare Cerruti, il quale aveva spesso esternato troppo apertamente
ciò che pensava di Hitler. Egli accennò anche al fatto che, essendo
venuti a Roma tanti illustri tedeschi, si era creata l’impressione
che il Reich stesse sotto la tutela dell’Italia. L’equilibrio lo si
poteva ristabilire soltanto con la visita a Berlino di un italiano
di grado elevato, per esempio Suvich (senza badare alla sua impo­
polarità da quelle parti). L’argomento principale di discussione
fu l’avvenire dell’Austria. Göring disse che il governo del Reich
era disposto a mettere « per iscritto di non desiderare l’annes­
sione dell’Austria ». Un Anschluss, che costituiva tuttora lo scopo
della politica tedesca, poteva aspettare fino a data da stabilirsi13.
Mussolini considerò questo sviluppo riguardante l’Austria un
successo personale, non un mutamento di sentimenti nei capi
nazisti. Subito dopo la riunione del 7 settembre, così si vantò
con Pierre Dupuy, direttore del « Petit Parisien »: « Se {’Ansch­
luss, che è pericoloso tanto per l’Italia quanto per la Francia,
non è stato attuato, lo si deve in gran parte al fatto che l’ho
impedito con il mio diritto di veto. I tedeschi sanno che ho
inviato numerose truppe alla frontiera e che se entrano in Austria
io interverrò con la forza delle armi ». Dupuy rimase colpito dal
comportamento di Mussolini più favorevole alla Piccola Intesa ’4.
80 Mussolini fondatore dell’Impero

Alla fine Goring parlò, servendosi di appunti, delle proposte


di Hitler riguardo al futuro livello degli armamenti tedeschi e,
con grande soddisfazione di Mussolini, disse che la Germania non
aveva obiezioni per far rinascere l’idea del patto a quattro. Certa­
mente dopo la visita Mussolini ebbe l’impressione che i rapporti
italo-tedeschi fossero su una base speciale. Ma egli non permise
a Hitler di agire al di fuori dei canali diplomatici ufficiali. In
avvenire, i contatti fra i dittatori dovevano passare attraverso i
loro rispettivi ambasciatori. Per un momento a Roma si pensò
di destituire Cerruti, ma questo scaltro diplomatico si lamentò
con Mussolini che la sua cattiva fama a Berlino era dovuta al
fatto che i suoi dispacci cadevano nelle mani di von Hassell.
Perciò gli fu consentito di rimanere *5. Si predispose inoltre che
Suvich si recasse in visita a Berlino. Ai primi di dicembre, alla
vigilia della sua partenza, Mussolini conseguì una piccola vittoria
diplomatica. Von Hassell venne informato da Hitler che non si
si doveva giungere a nessun accordo franco-tedesco o italo-fran-
cese senza darne preavviso 16.
Ma Mussolini, se credette che la dichiarazione di Hitler volesse
dire che da quel momento in avanti la Germania avrebbe stabi­
lito la sua politica generale consultandosi con l’Italia, presto
dovette disilludersi.
Alla fine del 1933 Hitler si imbarcò, dapprima segretamente,
in una nuova politica nell’Europa orientale, in completo disac­
cordo con i desideri e le aspettative di Mussolini. Prima di
rendere noto il suo piano per un patto a quattro, Mussolini (cfr.
cap. II) aveva incoraggiato la Germania a tradurre in realtà i
suoi obiettivi revisionistici nel corridoio polacco17. Il risultato
più significativo degli sviluppi successivi doveva essere precisa-
mente l’opposto di quanto desiderato da Mussolini. In Polonia
il patto a quattro suscitò risentimento contro la Francia e indi­
rettamente preparò la strada per un ravvicinamento tra tedeschi
e polacchi, che già von Papen aveva dato a Mussolini per proba­
bile 18. Il governo sovietico, sospettando un accordo fra il Reich
e la Polonia, fece tutto quanto in suo potere per conservare gli
stretti rapporti con la Germania stabiliti con il trattato di Rapallo
del 1922. Ma, non essendovi riuscito, dovette prendere provve­
dimenti e così cercò di rendere sicure le frontiere della Russia
stringendo patti di non aggressione in tutte le direzioni. Il 2
settembre 1933 la Russia, in un momento in cui era in pessimi
V. Ottobre 1)33-marzo 1934: disillusione in Europa 81

rapporti con il Vaticano, concluse un patto di non aggressione


con l’Italia. Ciascuna delle parti fu d’accordo di non unirsi a
nessuna combinazione politica o economica diretta contro l’altra.
Il governo sovietico fu pronto ad avvantaggiarsi ulteriormente
del suo nuovo rapporto con l’Italia. Ai primi di dicembre Litvi­
nov, commissario del popolo per gli affari esteri, arrivò a Roma.
Espose francamente il timore del suo governo che la Germania,
la Polonia e il Giappone covavano intenzioni ostili contro la
Russia e chiese a Mussolini di usare i suoi buoni uffici con Hitler
per mitigare le preoccupazioni sovietiche. Adesso che il patto a
quattro era morto a tutti gli effetti, la minaccia di un ravvicina­
mento alla Russia parve uno strumento vantaggioso per mezzo
del quale Mussolini poteva esercitare pressione sia sulla Ger­
mania che sulla Franciaw. Ecco perché Suvich, durante la sua
visita a Berlino del 13-14 dicembre, richiamò l’attenzione del
governo tedesco sulle inquetitudini di Litvinov. Ma non provocò
nessuna reazione70.
Nondimeno, il governo italiano seguitò a sforzarsi affinché la
Germania riprendesse i suoi rapporti con la Russia, come stabi­
lito a Rapallo. Il 26 gennaio 1934, von Hassell riferì da Roma
che, se la Germania fosse riuscita a placare il persistente nervo­
sismo della Russia riguardo alle presunte aspirazioni espansio­
nistiche tedesche, « sarebbe ancora possibile, perfino oggi, ripa­
rare il filo spezzato tra Berlino e Mosca ». Se non si fosse fatto
niente per conseguire questo scopo, era più che probabile che la
Francia avrebbe attirato la Russia entro il suo sistema di sicu­
rezza, assumendo un atteggiamento più fermo nella questione del
disarmo. Lo stesso giorno fu conclusa la dichiarazione tra Ger­
mania e Polonia. Da allora in poi la politica tedesca e quella
italiana nell’Europa orientale si allontanarono. L’8 febbraio 1934
con grande ostentazione e cerimonie Russia e Italia firmarono un
trattato commerciale21.

In concomitanza con il ravvicinamento italo-sovietico, un piano


più generale venne sondato da Mussolini nell’intento di mante­
nere l’amicizia della Germania. Egli decise che era giunto il mo­
mento per la « riforma » della Società delle Nazioni. Non mostrò
mai di avere eccessivo rispetto per le origini e la « sterile proce­
dura parlamentare » di questa istituzione. Il 26 ottobre 1933
disse a von Hassell che la Germania doveva rimanere salda e
82 Mussolini fondatore dell’Impero

non mostrarsi debole di fronte alle proposte inglesi per il suo rien­
tro nella Società delle Nazioni. Egli definì tanto la Società delle
Nazioni quanto la conferenza del disarmo « iniziative anglo-fran­
cesi per la sicurezza reciproca e per la protezione dei vassalli ».
La stessa Italia era soltanto « ospite » della Società22. In diverse
precedenti occasioni egli aveva scalzato l’autorità della Società,
recitando la parte del debole che compie grandi imprese. Musso­
lini non desiderava affatto appellarsi al Patto societario allo "scopo
di impedire un Anschluss-, e dopo che la Germania era uscita
dalla Società esso non sembrava di nessuna utilità per l’Italia.
Perché, ci si deve chiedere, l’Italia non seguì l’esempio della
Germania, ritirandosi anch’essa dalla Società delle Nazioni? Esi­
stono determinate ragioni d’ordine generale che spiegano perché
Mussolini volle che il suo paese continuasse a farne parte. L’Ita­
lia fascista non aveva in questa fase nessuna voglia di essere messa
in disparte o di associarsi troppo strettamente con paesi sobilla­
tori come la Germania e il Giappone, specie in un momento in
cui l’Unione Sovietica si stava avvicinando alla Società delle Na­
zioni. Secondo il punto di vista di Mussolini, quest’ultima doveva
essere ricostituita in modo tale da non funzionare più come un tri­
bunale attraverso il quale le piccole potenze d’Europa potevano
esporre efficacemente le loro rimostranze. Nello stesso tempo egli
desiderava che la Società delle Nazioni rimanesse forte abbastanza
da impedire alle altre tre grandi potenze dell’Europa occidentale
di agire prescindendo dalla quarta, l’Italia.
Avendo attaccato pubblicamente la Società delle Nazioni il
14 novembre, Mussolini espose i suoi piani di « riforma » in una
riunione del Gran Consiglio del fascismo il 5 dicembre 1933.
La revisione dei trattati non doveva più rientrare nelle compe­
tenze della Società delle Nazioni, bensì se ne doveva occupare un
consiglio di ambasciatori. Il principio « ogni Stato, un voto »
non doveva più essere applicato. Egli riassunse il suo atteggia­
mento nei confronti della Società delle Nazioni, osservando che
essa era, « ottima quando bisticciavano i passeri, ma non sarebbe
servita a niente se litigavano le aquile » 23.
Le sue proposte causarono immediatamente un clamore indi­
gnato da parte degli Stati minori, guidati dai Paesi Bassi. Eppure
l’idea della « riforma », una volta lanciata doveva, secondo F. P.
Walters, essere mantenuta viva in molti modi24. Mentre gli inglesi
erano assai preoccupati di richiamare la Germania in seno alla
V. Ottobre 1933-marzo 1934: disillusone in Europa 83

Società delle Nazioni, Mussolini stava seguendo tutt’altra linea


di pensiero. Egli voleva prima di tutto riuscire a far tornare la
Germania nella Società delle Nazioni così com’era, di modo che
Italia e Germania potessero più tardi lavorare congiuntamente
per riformarla. Non occorre dire che Hitler — il quale voleva che
le altre potenze, e non la Germania, agissero conformemente
al regolamento della Società delle Nazioni — trovò facilmente
i pretesti per evitare di accettare le proposte di Mussolini

Non appena il duce ebbe sollevato la questione della « rifor­


ma », la Società delle Nazioni fu messa di nuovo alla prova. Si
predispose in segreto affinché tra Dollfuss e Habicht avessero
luogo trattative agli inizi di gennaio del 1934. Questa notizia
trapelò fino a Starhemberg, il quale sabotò il piano. Di conse­
guenza fu vietato a Habicht, per ordine diretto di Hitler, di
atterrare con l’aereo a Vienna. Il risultato fu una rinnovata vio­
lenza nazista in Austria, sostenuta dalla propaganda tedesca. Di
nuovo Dollfuss, come nel mese di giugno del 1933, propose di
sottoporre il suo contrasto con la Germania all’attenzione della
Società delle Nazioni Questa volta le posizioni si sarebbero
capovolte. Mentre i francesi, con il loro nuovo ministro degli
esteri Barthou, erano disposti ad appoggiare Dollfuss, non lo
erano gli inglesi, preoccupati di far tornare la Germania nella
Società delle Nazioni. Di certo Mussolini non voleva appellarsi
al Patto societario. Piuttosto, cercò di vincolare l’Austria diretta-
mente all’Italia e, avendo di mira questo scopo, inviò Suvich a
Vienna alla metà di gennaio. Si può contestare che l’obiettivo dietro
la pressione italiana su Dollfuss per cancellare i socialisti con la
forza fosse quello di allontanare l’Austria dalla Società delle
Nazioni27. Tuttavia, l’esito della breve guerra civile che scoppiò
in Austria dal 12 al 16 febbraio 1934 (descritta da Ludwig
Jedlicka)28, in realtà indebolì l’ascendente italiano sul paese.
I capi delle S.A. austriache, risentiti per i tentativi compiuti
dai loro avversari di partito allo scopo di giungere a un accomo­
damento con Dollfuss, avevano evidentemente preparato una loro
insurrezione prima che Dollfuss colpisse. Le S.A. si rifiutarono
di prendere parte alla lotta per l’una o per l’altra fazione, sicché
agli occhi dei socialisti austriaci apparvero innocenti dall’aver
sparso sangue tedesco 29. Dopo il 16 febbraio il nazionalsocialismo,
che in Austria era più spostato a sinistra e aveva una più forte
84 Mussolini fondatore dell’Impero

tendenza anticlericale rispetto al Reich, si rivelò più popolare


del fascismo e attirò a Vienna molti aderenti. Per di più, sia
Mussolini che Dollfuss erano ormai bollati dai socialdemocratici
e dai liberali europei come carnefici macchiati di sangue, che
agivano congiuntamente in nome del fascismo, considerato adesso
insieme al nazionalsocialismo una forza internazionale. Non si
valutava in pieno l’ostilità fra i due regimi. In realtà, tre giorni
dopo la repressione dei socialisti viennesi, per la prima volta la
polizia italiana si mise contro i nazisti che erano nel paeseM.
In determinati casi importanti, il fascismo e il nazionalsocialismo
potevano essere ancora definiti esclusivi l’uno dell’altro.
Neanche i legami tra Dollfuss e Mussolini erano così stretti
come di solito si ritiene. Secondo le stesse parole di Mussolini,
« la mentalità di Dollfuss rispondeva al vecchio regime austro-
ungarico »; il duce, poi, non condivideva il punto di vista di
alcuni diplomatici italiani, in particolare Cerruti, che se si per­
deva l’Austria tutto era perduto. Da tempo si era rassegnato
all’idea che in definitiva un Anschluss fosse inevitabile. L’unica
possibilità di scelta per l’Italia era di procrastinarlo e di erigere
sul Brennero quella seconda linea di difesa alla quale Mussolini
annetteva tanta importanza 31.
La sicurezza sul Brennero era impellente per un altro motivo.
Come si vedrà, agli inizi del 1934 Mussolini si sentiva frustrato
in Europa e si interessò di nuovo a un’operazione militare contro
l’Etiopia
Il 17 febbraio Italia, Inghilterra e Francia rilasciarono una
dichiarazione congiunta a sostegno dell’indipendenza e dell’inte-
grità dell’Austria M. Mussolini era anche disposto a esaminare la
possibilità di una collaborazione con gli alleati della Francia nel­
l’Europa sud-orientale. Il 4 gennaio tra Italia e Jugoslavia venne
concluso un trattato commerciale, seguito a distanza di due giorni
da un analogo accordo con la Romania. Successivamente, dietro
suggerimento di Aloisi, si fece un gran parlare a Roma dell’idea
di una unione doganale fra Austria, Ungheria e Jugoslavia, a cui
l’Italia poteva aderire in seguito. Il successo dipendeva dalla
possibilità per l’Italia di riconciliare l’Ungheria e la Jugoslavia 34.
Roma fu presto delusa. Il governo di Budapest, con un forte
sostegno pubblico, non era pronto a rinunciare alle sue pretese
revisionistiche contro il suo antico avversario. Re Alessandro, pur
desiderando un accomodamento con l’Italia, non voleva unirsi a
V. Ottobre 1933-marzo 1934: disillusione in Europa 85

uno schieramento che poteva mettere a repentaglio i rapporti della


Jugoslavia con gli altri due membri della Piccola Intesa, la
Cecoslovacchia e la Romania, che adesso erano più strettamente
alleate con la Turchia in base alla Intesa balcanica di recente
stipulata. Come alternativa dal cadere nell’orbita italiana, sia
l’Ungheria che la Jugoslavia gareggiavano tra loro per conquistare
l’appoggio della Germania e attendevano impazienti di appren­
dere quale sarebbe stata la condotta politica di Hitler riguardo
alla questione più scottante di tutte, quella della Croazia 35.
Nell’autunno del 1933 i gruppi ustascia in Ungheria, guidati
da Perčeć, avevano ordito un complotto per assassinare re Ales­
sandro insieme alla regina, in occasione della loro visita a Zaga­
bria. Avventatamente Peréeé rivelò il segreto alla sua amante, la
quale passò l’informazione alla polizia segreta jugoslava. Al che
Pavelié gli ordinò di andare in Italia. Con l’ausilio della polizia
italiana fu arrestato e messo a morte come rinnegato per mano
di Pavelié in persona *. La scoperta del complotto si risolse in
rinnovati atti terroristici sulle frontiere della Jugoslavia e dell’Un­
gheria. Tuttavia, contrariamente all’anno precedente, il governo
jugoslavo era molto meglio organizzato e con pari brutalità lanciò
una campagna antiterroristica che coinvolse in mezzo alle sue
vittime gli ungheresi che vivevano in Jugoslavia. L’esito del
contrasto ai primi del 1934 dipendeva dall’atteggiamento della
Germania, dove altresì erano attivi gruppi ustascia, guidati da
un certo Jelié 37.
Nel 1933 sia il comando supremo dell’esercito che Rosenberg
(capo dell’organizzazione estera del partito nazista) erano preoc­
cupati di offrire protezione agli ustascia. Dalla Wilhelmstrasse
si ebbero energiche proteste 38. Hitler in persona dovette decidere
il da farsi. Non desiderava impegnarsi nelle lotte altrui, specie
in un momento in cui aveva le mani legate in Austria. Dopo
l’attentato alla vita di Alessandro, Jelic venne espulso dal Reich
e fu ordinata la sospensione di due giornali croati pubblicati in
Germania. Ma Hitler aveva ancora la possibilità di mutare la sua
politica nei confronti degli estremisti croati, molti dei quali prefe­
rivano la liberazione da parte del Reich che non da parte dell’Ita­
lia. Egli poteva così ricattare tanto l’Ungheria che la Jugoslavia.
Per di più, la Germania era ancora una volta in una posizione
economica adatta per ricominciare l’azione del Drang nach Südo­
sten. Già nel 1934 l’agricoltura tedesca si era ampiamente risol­
86 Mussolini fondatore dell’Impero

levata dalla depressione; le importazioni dall’Europa sud-orien­


tale non erano tali da danneggiare il contadino tedesco, sempre
che fossero controllate. Il 21 febbraio 1934 Germania e Ungheria
stipularono un trattato commerciale aggiuntivo. Nel corso delle
trattative gli ungheresi cercarono di ottenere dai tedeschi l’appog­
gio per la loro politica revisionistica, ma Hitler si limitò a pro­
mettere loro un sostegno « morale ». Non fu da meno nello sta­
bilire migliori rapporti con la Jugoslavia. Il 9 marzo l’inviato
jugoslavo a Berlino, Balugdžić, fece di propria iniziativa — secon­
do quanto si dice — la prima mossa. Egli riferì a Hitler che il
suo paese non desiderava essere troppo legato alla Francia: « Una
relazione amorosa che dura troppo tempo fa venire l’uggia ».
Dopo una breve visita a Belgrado, riuscì a intavolare le tratta­
tive per un accordo commerciale con la Germania, ma non a
strappare promesse politiche. Il I maggio venne stipulato un
accordo commerciale tra Germania e Jugoslavia39.
Nel marzo del 1934 Mussolini sperava ancora di instaurare
una seconda linea di difesa mediante accordi con gli Stati danu­
biani 40. Ma era troppo tardi per lui per spingere la Germania
fuori dall’Europa sud-orientale e dovette contentarsi di un accordo
molto meno grandioso di quello che si era proposto in prece­
denza in quell’anno. Dopo faticosa contrattazione, specie con
Gömbös, i protocolli di Roma furono portati a termine il 17
marzo41 dall’Italia, dall’Austria e dall’Ungheria. I firmatari si
accordarono non solo per discutere le questioni riguardanti i
loro interessi specifici, ma anche quelli di importanza generale.
Inoltre Austria e Ungheria accettarono di ribassare le loro tariffe
doganali a favore l’una dell’altra. In seguito l’Italia offrì agevola­
zioni portuali, rispettivamente a Trieste e a Fiume. Pur non con­
templando alcun impegno politico vincolante, i Protocolli di
Roma arrivarono a Berlino di sorpresa, dove furono considerati
una terribile battuta d’arresto. Mussolini, secondo von Hassell,
era « esultante ». Nell’apprendere che l’accordo stava per conclu­
dersi, il 16 marzo Hitler impartì ordini rigorosi al partito nazi­
sta, vietando ulteriori attacchi al regime di Dollfuss, con il risul­
tato che alcuni nazisti austriaci si esacerbarono a tal punto da
voltare le spalle al Reich e da cercare appoggio in Jugoslavia42.
Impaziente come sempre di accrescere la reputazione dell’Ita­
lia come potenza navale, Mussolini aveva anche bisogno di sicu­
rezza nel Mediterraneo occidentale. Alla fine di marzo del 1934,
V. Ottobre 1933-marzo 1934: disillusione in Europa 87

alla presenza di Balbo, strinse accordi con i monarchici e gli uffi­


ciali delle forze armate spagnole. L’Italia li avrebbe aiutati a
insorgere se essi, una volta formato un governo, acconsentivano
in caso di guerra a osservare una politica di neutralità ben dispo­
sta nei confronti dell’Italia, permettendole, magari, di usare
come basi le isole Baleari43.

Convinto che l’Italia fosse al sicuro nel continente e nel


Mediterraneo occidentale, Mussolini poteva ormai volgere i suoi
pensieri ad altre parti del mondo. Il 18 marzo, il giorno dopo la
conclusione dei Protocolli di Roma, parlò alla seconda assemblea
quinquennale del regime. La maggior parte del discorso (di cui
più oltre, al cap. Vili) fu dedicata alla politica italiana in Asia
e in Africa. Quanto all’Europa egli dichiarò che, in caso di
fallimento della conferenza per il disarmo, alla Germania andava
assegnata immediatamente la parità di condizione. Riconosceva
che l’avvenire della Società delle Nazioni poteva essere in tal
modo messo in pericolo, il che venne ritenuto da Aloisi un
indizio che l’Italia ne sarebbe uscita. Mussolini espresse dubbi
circa la possibilità di migliorare i rapporti dell’Italia con la Fran­
cia e con la Jugoslavia, parlando inoltre a favore delle pretese
ungheresi sulla Jugoslavia 44.
Fu un discorso battagliero. La prima reazione giunse non dal­
l’Etiopia, bensì dalla Jugoslavia e dalla Turchia. Secondo Ba-
lugdžić, si trattò di un « discorso terribile », che provocò « una
tempesta di rabbia e di paura destinata a non spegnersi tanto
presto ». L’ambasciatore turco a Roma presentò immediatamente
una protesta. Gli fu detto che l’Italia considerava la Turchia una
potenza europea, non asiatica: una spiegazione che, dati i prece­
denti dell’Italia in un paese come l’Albania, fece poca impres­
sione. A seguito della minaccia italiana, la Turchia aumentò i
suoi armamenti e appoggiò decisamente gli avversari dell’Italia
durante gli sconvolgimenti politici del 1934 e del 1935 45. Tutta­
via, Mussolini non era eccessivamente preoccupato per la minaccia
potenziale rappresentata dalla Jugoslavia e dalla Turchia. Aveva,
almeno in via provvisoria, raggiunto quella sicurezza sul Bren­
nero che i suoi generali ritenevano essenziale per proseguire la
guerra in Africa orientale.
A partire dal mese di aprile del 1934 i preparativi in Eritrea
non furono più pagati con i proventi fiscali della colonia, bensì
88 Mussolini fondatore dell’Impero

con i fondi pubblici in Italia Il successo o il fallimento della


futura programmazione dipendevano dalla possibilità o meno di
Mussolini di servirsi delle sue doti carismatiche per ammansire
Hitler e convincerlo a trattenere i nazisti austriaci con un guin­
zaglio corto, al fine di mantenere in Europa quella pace di cui
l’Italia aveva bisogno se voleva diventare una potenza imperiale.
VI

L’ASSASSINIO DI DOLLFUSS

Si è visto in che modo il terrorismo nazista in Austria, per


ordine diretto di Hitler, si fosse spento poco prima della conclu­
sione dei Protocolli di Roma. Mussolini sperava di giungere
ormai a un accordo diretto con la Germania per quanto riguardava
l’Austria. L’idea di un incontro fra i due dittatori era ancora
diffusa in mezzo ad alcuni componenti à&W entourage di Hitler
ed era energicamente sostenuta da Gömbös, il primo ministro
ungherese1. Il 29 marzo 1934, durante un intervallo al Teatro
dell’Opera di Roma Mussolini, conversando con von Papen, il
vice cancelliere tedesco, « accolse con molto entusiasmo l’idea »
di un primo incontro con Hitler, preferibilmente a Venezia, città
dove Mussolini non si recava da undici anni2. In una riunione
di governo tenuta a Berlino il 10 aprile (da cui von Bülow spe­
rava in un cambiamento della politica tedesca) l’argomento fu
oggetto di lunga discussione. Hitler acconsentì « a depennare
l’Austria per alcuni anni avvenire e a cederla all’Italia affinché
la rendesse economicamente fertile ». Ma i suoi diplomatici insi­
stevano che egli non doveva andare a Canossa e usare con Musso­
lini « un linguaggio così preciso », in quanto ciò avrebbe dato a
Dollfuss l’impressione di avere conseguito una vittoria diploma­
tica. Von Neurath cedette a favore dell’incontro, mentre Blom­
berg commentò servilmente che era « inconsueto e immorale »
che due capi del genere non facessero reciproca conoscenza3. Non
si stabilì in modo decisivo se l’incontro avrebbe avuto luogo. Un
risultato positivo dipendeva dalla eventualità che Hitler deside­
rasse frenare, o potesse essere convinto a farlo, gli irrequieti
seguaci del suo partito dal fare ricorso alla violenza, almeno
finché non fosse noto l’esito delle trattative per il disarmo. Già
90 Mussolini fondatore dell’Impero

al momento in cui — a metà maggio — Hitler aveva finito per


accettare la proposta di incontrarsi con Mussolini, all’interno del
movimento nazista sia in Germania che in Austria erano in corso
sviluppi di enorme portata.

Ignare della linea politica della Wilhelmstrasse, le organiz­


zazioni di partito sia in Baviera che nella stessa Austria stavano
spingendo per passare all’azione diretta. Supponendo in un primo
momento che l’ordine di Hitler del 16 marzo, che vietava il ter­
rorismo e la propaganda contro il regime di Dollfuss, fosse sol­
tanto un espediente provvisorio, la sua persistenza le rese agitate.
Habicht incontrava difficoltà sempre crescenti nel mantenere l’au­
torità sui suoi seguaci. L’inattività causava o le dimissioni, o
una pressante necessità d’azione fine a se stessa, senza badare
alle conseguenze. In Austria il partito clandestino si sentiva pian­
tato in asso, non solamente da Berlino, ma anche dal suo quar­
tier generale di Monaco. Esisteva inoltre una crescente tensione
fra il partito nazista e i capi delle S.A., che controllavano la
Legione austriaca. Ognuno cercava di indebolire la posizione
dell’altro, in una lotta per il potere che si svolgeva a Vienna
dietro le quinte. Wächter, capo del partito a Vienna, trattava
con Fey, capo del contingente viennese della Heimwehr·, mentre
YObergruppenfürher delle S.A. Reschny conduceva le trattative
con Starhemberg, capo di tutta la Heimwehr. La notizia che si
stava discutendo in merito a un incontro tra Hitler e Mussolini
arrivò come un altro brutto colpo. I nazisti austriaci erano con­
vinti che un accordo italo-tedesco avrebbe rafforzato la posizione
di Dollfuss, in quanto si riteneva che egli agisse in base alla
presunzione che Mussolini avrebbe appoggiato Hitler per la que­
stione del disarmo, in cambio della promessa che i nazisti si sareb­
bero comportati bene in Austria L
A metà aprile del 1934 Habicht parlò degli affari interni
austriaci con Winkler (capo del Landhund, che nel mese di set­
tembre Dollfuss aveva allontanato dal governo austriaco) e con
Poppa (un importante pangermanista). Tutt’e tre furono d’accordo
che si dovesse fare qualcosa per sollevare il morale di quegli
austriaci « che volevano mandare al diavolo i burocrati dominati
dai preti » (die schwarzen Bonzen zum Teufel jagen}. Decisero
che questo obiettivo poteva essere meglio raggiunto se fosse stata
intensificata la guerra economica contro l’Austria, riducendo le
VI. L'assassinio di Dollfuss 91

esportazioni tedesche verso quel paese. Il 18 aprile Hitler accon­


sentì a incontrare Habicht a metà strada: furono disposte alcune
restrizioni nelle esportazioni5.
Nel frattempo Dollfuss aveva rafforzato la sua posizione in­
terna. Il I maggio 1934 l’Austria venne dichiarata Stato corpo­
rativo, organizzato in teoria dai sindacati e dagli interessi impren­
ditoriali in conformità dell’enciclica papale Quadragesimo Anno
del 1931. Il cambiamento ebbe luogo in un momento in cui in
Germania veniva accordato all’anticlericalismo un certo ricono­
scimento ufficiale, al che il Vaticano reagì scomunicando le opere
di Alfred Rosenberg. Il papa era sostenuto dai sapientoni fascisti,
i quali consideravano le dottrine razziste di Rosenberg un insulto
all’orgoglio culturale italiano. Habicht, collegato contemporanea­
mente con Rosenberg, assunse inoltre molti slogan anticlericali
dei socialdemocratici e lanciò un’energica campagna propagandi­
stica contro la nuova costituzione austriaca. Verso la fine di
maggio non riuscì più a tenere a freno i suoi sostenitori. Si ebbero
scontri armati tra la Legione austriaca e la Heimwehr sulla fron­
tiera, nonché atti di violenza all’interno stesso dell’Austria. Tut­
tavia non esisteva un controllo centrale sul movimento nazista.
Anziché « marciare separatamente e lottare insieme », le varie
unità si battevano per conto proprio e a volte le une contro le
altre 6.
I generali e i diplomatici di Hitler fecero tutto quanto in
loro potere per mettere sotto controllo una situazione che poteva
portare a complicazioni internazionali. Il 23 maggio il generale
Muff, addetto militare a Vienna, disse al generale Fritsch, coman­
dante in capo dell’esercito tedesco, che in Austria non si sapeva
se la politica del Reich fosse concepita dalla Wilhelmstrasse o
dal partito. I piani nazisti, sostenne Muff, avevano fatto fiasco
a causa dell’influenza italiana in Austria, e aggiunse: « Noi dob­
biamo arrivare a un’intesa con l’Italia », l’unico modo, a suo
parere, di salvare la politica tedesca in Austria. Fece notare che
all’estero si supponeva che Hitler fosse sul punto di troncare i
legami con alcuni dei suoi subordinati in patria; cosa che all’estero
sarebbe stata presa per un segno di forza7. È chiaro che qui si
allude a Habicht, anche se l’osservazione presenta una sfumatura
sinistra, tenuto conto di quanto alla fine di giugno doveva capi­
tare a Rohm e ai suoi camerati. Il 14 giugno Renzetti, il quale
aveva ricevuto istruzioni da Mussolini affinché consigliasse Hitler
92 Mussolini fondatore dell’Impero

di lasciare perdere Rosenberg (e molto probabilmente anche


Habicht), riferì che gli ambienti conservatori di Berlino ritene­
vano che Mussolini, durante il progettato incontro con Hitler,
avrebbe esortato quest’ultimo a far rinsavire gli elementi più
fanatici del movimento nazista8. Tuttavia, non è dimostrato che
Mussolini abbia chiesto a Hitler di liberarsi del comando supremo
delle S.A. Il duce era soprattutto preoccupato degli estremisti
austriaci; questi, in realtà, sarebbero stati relativamente protetti
dalla purga del 30 giugno.
L’apprensione di Mussolini era condivisa dalla Wilhelmstrasse.
In una lettera del 24 maggio diretta a Frick, ministro dell’interno,
von Neurath spiegava come gli incidenti di frontiera mettessero
in pericolo la politica estera della Germania. Langer, uno dei
subalterni di Rohm, promise di ritirare dalla frontiera le organiz­
zazioni paramilitari. Le proteste di von Neurath non condussero
ad alcun cambiamento di rilievo. Anche il capopartito Wächter
protestò vivacemente che le S.A. erano autorizzate a fare « esat­
tamente quello che volevano ». Quasi sicuramente nel mese di
giugno Hitler e Habicht parlarono dell’assenza di una politica
centralizzata, ma non è rimasto alcun documento del colloquio
che, a quanto pare, non portò a nulla di fatto. Il 12 giugno
Rieth riferì da Vienna che « gli eventi stavano assumendo aspetti
minacciosi che presto potevano determinare una situazione estre­
mamente grave ». Era troppo tardi per lui fare personalmente
rapporto a Berlino prima della partenza di Hitler per l’Italia.
Comunque Frick, su istigazione della Wilhelmstrasse, riuscì per
un po’ a convincere le S.A. e le autorità in Baviera a prendere
un’iniziativa rapida ed efficace contro il terrorismo. La lettera fu
fatta circolare fra tutti i ministeri interessati; in particolare, al
comando supremo delle S.A. (che controllava la polizia) fu ricor­
dato che « lo stato intollerabile delle cose poteva esporre al
rischio la sua reputazione ». Quest’ordine fu messo in atto al
momento giusto, poco prima che Hitler arrivasse in Italia 9.

Il seme gettato alla fine di marzo del 1934 era finalmente


germogliato. Il 15 maggio Hitler aveva acconsentito di incon­
trarsi con Mussolini, ma non a Roma; « da qualche parte in
Italia settentrionale », fu la proposta. Alla fine fu scelta Venezia.
Sin dal primo istante in cui fu ventilata l’idea di un incontro, l’at­
mosfera internazionale aveva subito un profondo cambiamento 10.
VI. L’assassinio di Dollfuss 93

Il 17 aprile i francesi si erano rifiutati categoricamente di appro­


vare il futuro riarmo tedesco. Avevano respinto sia i piani inglesi
che quelli tedeschi, relativi a un compromesso, e si opponevano
tuttora alla richiesta dell’Italia per ottenere la parità navale
Secondo Mussolini non c’erano dubbi di chi fosse la colpa del­
l’insuccesso delle trattative per il disarmo. Il 28 maggio, quando
si concordò che l’incontro avrebbe avuto luogo a Venezia, egli
disse a von Hassell che la Francia, « con le sue urla isteriche
in nome della sicurezza », voleva ostacolare il riconoscimento
legale del riarmo tedesco.
Durante lo stesso colloquio, egli fece un’ammissione di vitale
importanza riguardo all’Austria. Pur seguitando a sostenere ferma­
mente che l’Austria doveva restare « indipendente », affermò che
essa « era uno Stato tedesco in senso assoluto, che alla lunga
non poteva condurre una politica contro la Germania, bensì sol­
tanto e sempre con la Germania »; l’Italia desiderava ardente­
mente un accomodamento delle divergenze dell’Austria con il
Reich. Alla obiezione di von Hassell che Dollfuss era tuttora
deciso a sopprimere i nazionalsocialisti, Mussolini replicò che il
leader austriaco « avrebbe preso l’iniziativa » di stabilire migliori
rapporti qualora i nazionalsocialisti « avessero mantenuto vera­
mente la pace » 12.
Quanto alle osservazioni concilianti del duce sul « carattere
tedesco dell’Austria », la spiegazione è chiara. Condizione essen­
ziale per un’operazione militare di successo in Africa — argo­
mento di cui in quel momento i tedeschi erano totalmente igna­
ri — era la sicurezza sulla frontiera del Brennero. Per la politica
tedesca le implicazioni dell’atteggiamento di Mussolini erano
molto interessanti. Se Hitler poteva essere convinto a porre fine
al terrorismo dal duce, probabilmente quest’ultimo sarebbe stato
disposto, in cambio, a mollare Dollfuss e a consentire di farlo
sostituire da qualcuno in possesso di migliori requisiti « te­
deschi » 13.
A proposito della politica di Hitler verso l’Austria, ci sono
state molte opinioni divergenti: si dice che egli vi abbia inco­
raggiato deliberatamente il terrorismo e abbia progettato il ten­
tato putsch del 25 luglio 1934; oppure che abbia lasciato andare
le cose alla deriva, dando così la possibilità ai dirigenti austriaci
di farsi giustizia da sé14. Si dovrebbero ricordare due fattori.
Primo: Mussolini, per quanto temesse un Drang nach Südosten,
94 Mussolini fondatore dell'Impero

sovente aveva ammesso che l’Italia poteva soltanto procrastinare


un Anschluss, ma non impedirlo a tempo indeterminato. Se avesse
saputo che il 10 aprile Hitler aveva dichiarato che, per il mo­
mento, l’Austria poteva essere affidata alla « fecondazione econo­
mica » da parte dell’Italia, Mussolini si sarebbe sentito molto
più tranquillo in merito alle prospettive della sua politica euro­
pea. Secondo: il 26 maggio 1933 Hitler aveva affermato che
Mussolini si sarebbe rassegnato a un Anschluss, purché l’Italia
venisse compensata in altre zone. Ma dove? Agli inizi del 1934
Hitler non aveva la più vaga idea del fatto che Mussolini avesse
abbandonato ogni speranza di espansione italiana in Europa e
stesse invece perseguendo due linee politiche parallele: l’una di
trasformare l’Italia in una potenza navale di prim’ordine ne!
Mediterraneo, l’altra di eleggere l’Eritrea a base delle operazioni
contro l’Etiopia.
A Venezia nessuno dei due dittatori si sarebbe fidato del­
l’altro al punto da rivelare i suoi piani per il futuro. La diffi­
denza reciproca, le chiacchiere altisonanti e la confusione causata
dal sovrapporsi delle organizzazioni del partito e dello Stato in
ciascun paese impedirono loro di rivolgersi l’uno all’altro diret­
tamente e senza ambiguità. Inoltre, nessuno dei due sapeva com­
pletamente ciò che voleva. Unicamente sul piano della conve­
nienza Hitler non aveva nessuna alternativa se non quella di
perseguire una politica nei confronti dell’Austria in armonia con
la sua definizione degli interessi vitali della Germania. Le circo­
stanze esigevano che il riarmo dovesse precedere un Anschluss 15.
Ma il temperamento di Hitler era tale che egli lasciava spesso
che la sua brama di vendetta passasse sopra alle lucide medita­
zioni di politica della forza. Egli disse a Rosenberg che Dollfuss
era un « traditore » del suo popolo e che i nazisti avrebbero
« usato le bombe » come rappresaglia per ogni tentativo da parte
di Dollfuss di governare con la coercizione 16. Forse Hitler spe­
rava che Dollfuss fosse assassinato, rendendo così inutile un
putsch o un’insurrezione violenta da parte dei nazisti in Austria.
Poco prima dell’incontro si discusse molto a Berlino in merito
a un piano che, si sperava, avrebbe soddisfatto i desideri di
Mussolini. Secondo Muff, prima della conclusione dei Protocolli
di Roma Fabbri (l’addetto militare italiano a Vienna) aveva sug­
gerito a Mussolini che era possibile trovare una soluzione alla
questione austriaca con « uomini completamente nuovi ». Il pro-
VI. L'assassinio di Dollfuss 95

babile erede cui Fabbri pensava non era Habicht, bensì von Rin-
telen Costui era stato il ministro socialista cristiano dell’istru­
zione nel governo di Dollfuss, nonché capo della Heimwehr
nella Stiria, provincia in cui i nazisti austriaci erano più ben di­
sposti che altrove verso l’Italia. Nel maggio del 1933 fu nomi­
nato rappresentante diplomatico austriaco a Roma. A quanto
pareva, aveva i migliori requisiti per dirigere un nuovo governo
austriaco. Ma agli inizi del 1934, evidentemente all’insaputa di
Mussolini, von Rintelen aveva unito generosamente la propria
sorte a quella degli austriaci nazisti e ormai, in realtà, si stava
formando un’opinione perfino più intransigente di quella di
Habicht sulla « assoluta necessità » di destituire Dollfuss. Egli
lasciava anche intendere che, se le cose volgevano al peggio, si
dovesse ricorrere alla forza. Il 13 giugno Fabbri informò Rieth
che Mussolini riconosceva « la debolezza dell’attuale governo au­
striaco » e che in determinate circostanze sarebbe stato pronto a
sganciare Dollfuss. Suggerì che a Venezia si doveva fare il nome
di von Rintelen. Ma questi era fin troppo sagace e abile per
accettare questa proposta. Pertanto a Berlino si fu d’accordo che
si dovesse proporre a Mussolini una persona neutrale come suc­
cessore di Dollfuss, senza però specificarne il nome. In realtà
Hitler era stato portato fuori strada riguardo alle intenzioni di
Mussolini. Il duce non aveva risposto affatto ai rapporti di Fab­
bri e, dopo la recente ondata di violenza nazista, era disposto
a sostenere Dollfuss anche più di prima. Inoltre, egli riteneva
con esattezza che von Rintelen fosse una persona del tutto « in­
fida ». Se per un motivo o per l’altro fosse stato necessario trovare
un successore di Dollfuss, Mussolini avrebbe preferito il « più
schietto » Fey (il quale, dobbiamo osservare, era completamente
impopolare in Austria a causa della parte notevole da lui avuta
nella guerra civile del febbraio del 1934)l8.
Hitler, accompagnato da un piccolo distaccamento delle S.S.,
arrivò puntualmente a Venezia il 14 giugno, indossando un logoro
impermeabile l9. Fisicamente, osservò Aloisi, « il a l’aspect très
boche », ma « c’era qualcosa nei suoi occhi che rivelava profon­
dità di pensiero ». Dopo una colazione abbondante, ebbe luogo
il primo colloquio a quattrocchi. Lo stesso Mussolini lo definì
« un dibattito burrascoso » sull’Austria. Secondo Rosenberg,
« Hitler parlò con brutale franchezza »20. In occasione di questo
primo incontro, Hitler fu invitato a mettere per iscritto le sue
96 Mussolini fondatore dell’ïmpero

idee, per discuterne ancora il giorno seguente. Egli abbozzò un


programma articolato in cinque punti: 1) la Germania non aveva
un interesse immediato per un Anschluss. 2) Alla successione di
Dollfuss si doveva designare una persona indipendente. (A questa
proposta, Mussolini si limitò a chiedere a Hitler se aveva in
mente qualcuno in particolare, al che Hitler rispose di no. Poiché
su questo punto Mussolini non aveva sollevato alcuna obiezione,
Hitler ne dedusse erroneamente che egli avesse accettato il
programma nel complesso). 3) Il nuovo capo del governo doveva
indire le elezioni. 4) Terminate le elezioni, i nazionalsocialisti
dovevano essere inclusi nel governo austriaco testé formato. 5) Il
governo tedesco e quello italiano dovevano consultarsi collegial­
mente sulle questioni austriache. (Il significato del punto 5 è
oscuro. Secondo il testo italiano, ma non secondo quello tede­
sco, « tutte » le questioni riguardanti l’Austria — e non sempli­
cemente quelle « economiche » — dovevano essere oggetto di
consultazione congiunta). L’incontro, avvenuto al circolo del golf
Alberoni, a giudizio di Aloisi non fu decisivo, in quanto i tede­
schi, non meno degli italiani, si rifiutarono di cambiare idea a
proposito dell’Austria21.
Questo primo incontro personale fra i dittatori ebbe un signi­
ficato più psicologico che pratico. Durante l’intera esecuzione di
un concerto, dato in onore di Hitler, il pubblico applaudì Musso­
lini. Il frastuono che ne derivò fu spaventoso. Più tardi, durante
un discorso che il duce pronunciò dal balcone antistante piazza
San Marco, che era gremita al massimo, l’entusiasmo della folla
passò dall’effervescenza al delirio. « Hitler subiva manifestamente
il fascino del duce ». Subito dopo il discorso ci furono « scene
convulse di disordine », provocate dai « fascisti eccitati » che
travolsero le barriere per andare ad abbracciare il duce. Lo schiz­
zinoso Aloisi rimase disgustato da questo « spettacolo terrifi­
cante ». Mussolini (egli scrisse), « prigioniero dell’entusiasmo »
prodotto dal suo discorso, divenne « pallido » e « vibrava di
energia nervosa » a. Rosenberg descrisse Hitler, dopo il suo ritorno
in Germania, come « inebriato » da quella esperienza. Il « fana­
tismo » di cui era stato testimone « non era finto ». Gli italiani
« si inchinavano in segno di venerazione » davanti al loro leader
« come se fossero alla presenza del papa ». Mussolini, consta­
tava Hitler, aveva adottato in Italia « il necessario atteggiamento
cesareo ». Tuttavia, nel colloquio privato, tutto ciò mutava; allora
VI. L'assassinio di Dollfuss 97

« Mussolini era umano e simpatico » (menschlich und liebens­


würdig}73. L’incontro di Venezia, secondo von Hassell, aveva
causato profonda impressione sull’Italia. Alla fine tra i due leader
era stato instaurato un « sodalizio fondato sulla fiducia » 24.
Ma quasi immediatamente ci fu una grave discordanza d’opi­
nioni in merito al quinto punto del programma di Hitler. Musso­
lini sosteneva fermamente che prima di tutto si dovesse stabi­
lire la pace all’interno dell’Austria, allo scopo di rendere possi­
bile la consultazione collegiale italo-tedesca (punto 5)25. Da parte
sua Hitler chiedeva ancora che, come condizione per la pace,
per prima cosa si dovesse destituire Dollfuss e indire le nuove
elezioni (punti 2 e 3)20. Mussolini non si era mai proposto di
mollare Dollfuss, che invitò per un secondo colloquio (sempre
a Riccione, come nell’agosto del 1933), fissato per la fine di
luglio 27. Ciò doveva causare un equivoco pericoloso.
L’impatto immediato dell’incontro di Venezia sull’organizza­
zione del partito nazista sia in Germania che in Austria fu elet­
trico. Mussolini, così dichiarava pubblicamente il partito, aveva
acconsentito che il governo di Dollfuss dovesse dimettersi e che,
in attesa delle nuove elezioni, gli subentrasse von Rintelen. In
realtà Hitler aveva detto a Rosenberg che Mussolini era d’ac­
cordo per un programma del genere a. Appena la Wilhelmstrasse
si accorse che il testo tedesco e quello italiano del comunicato
si discostavano, e che nulla di concreto era emerso dall’incontro,
l’atteggiamento dei membri del partito cambiò. Ancora una volta
essi si fecero giustizia da sé, ricorrendo alla violenza. Questa
assunse due aspetti: quanto al primo, si trattò di atti terroristici
sporadici e non coordinati compiuti soprattutto dalle S.A. sulla
frontiera e all’interno dell’Austria; quanto al secondo, si predi­
sposero i piani per un colpo di Stato. Verso la fine di giugno
Rieth esortò energicamente il governo del Reich, affinché inter­
venisse e impedisse l’esportazione degli alti esplosivi. Von Neu­
rath mancò di prestare attenzione ai suoi appelli. Il risultato fu
un incidente più grave avvenuto il 28 giugno I dirigenti del
partito consideravano la gravità di questi incidenti quasi quanto
la Wilhelmstrasse, ma per loro l’esito era completamente diffe­
rente. Gli incidenti terroristici stavano spronando il governo
austriaco a prendere misure antiterroristiche, che gli avrebbero
permesso di rafforzare in via permanente la sua autorità sull’Au­
stria. La violenza, se la si doveva usare, doveva essere rivolta
98 Mussolini fondatore dell’Impero

velocemente e « igienicamente » verso un obiettivo preciso. Il


25 giugno Habicht e gli altri, riunitisi a Zurigo, decisero che il
momento di colpire era venuto. Lo Sturmbannführer Glass, il
quale presenziò anche lui la riunione, doveva servirsi della Stan­
darte 89 delle S.S. per cogliere di sorpresa il gabinetto austriaco
mentre era in seduta e assumere il governo con la forza. Per
motivi di sicurezza i capi delle S.A. non dovevano essere messi
al corrente. Si riteneva che le S.A. « marciavano separatamente
ma lottavano insieme » alle S.S., quando queste ultime prende­
vano un’iniziativa 30.
Il 30 giugno, pochi giorni dopo la riunione di Zurigo, Rohm
e i capi delle S.A. nel Reich, nonché una ventina di altri, furono
massacrati dai plotoni d’esecuzione delle S.S. In modo sorpren­
dente, i capi del partito e delle S.A. appartenenti alla Legione
austriaca non furono praticamente toccati. Il 4 luglio von Neurath
avvertì von Hassell che « in Germania non era accaduto niente
[riferendosi alla purga di Rohm] da far mutare opinione sulla
necessità che Dollfuss se ne andasse prima che il terrorismo
cessasse ». Al che Mussolini s’infuriò. A detta di von Hassell,
la purga aveva « gettato un’ombra sulle giornate di Venezia ».
Essa aveva dimostrato l’instabilità del regime nazista e l’impre-
vidibilità della politica di Hitler31. Renzetti riferì che la Germa­
nia (a differenza dell’Italia) non possedeva un’isola per le persone
indesiderabili, di qui gli scontri a fuoco Ά. Una profonda impres­
sione fu suscitata quando un portavoce nazista dichiarò da radio
Monaco che Dollfuss meritava la sorte di Rohm. La reazione
di Dollfuss fu risoluta. Il 10 luglio formò un governo d’emer­
genza in cui Fey, che nutriva simpatie per i nazisti, fu sostituito
dallo stesso Dollfuss in qualità di ministro per la sicurezza. Il
14 luglio venne decretata la pena di morte per il possesso ille­
gale di armi e per gli atti di terrorismo I dirigenti nazisti in
Austria ormai coscienti della sua debolezza più che della sua
forza, erano più decisi che mai a entrare in azione. Le esecuzioni
potevano portare soltanto a una intensificazione del terrorismo e
forse alla guerra civile, da cui Dollfuss era tenuto a uscire vitto­
rioso. Gli stessi capi si riunirono di nuovo il 16 luglio nella casa
di Habicht a Monaco. Questa volta si era unito a loro Reschny,
capo delle S.A. Von Rintelen (considerato il capo del nuovo
governo nazista), conosciuto il piano, volle assolutamente che
esso venisse attuato prima dell’incontro di Riccione fra Musso-
VI. L’assassinio di Dollfuss

lini e Dollfuss, fissato per la fine di luglio, in quanto Dollfuss


era deciso a ottenere aiuti concreti dall’Italia a conclusione del
colloquio 34.
L’incognita, che da ultimo e nel momento più inopportuno
si parava davanti ai cospiratori, era quella di ottenere l’approva­
zione di Hitler. Nella seconda settimana di luglio del 1934 Hitler
si era finalmente reso conto del fatto che Mussolini non avrebbe
abbandonato Dollfuss. Pertanto informò von Hassell che egli non
« aveva fretta » di risolvere il problema austriaco, che poteva
essere accantonato. Con una certa soddisfazione, von Hassell
affermò che l’atteggiamento di Hitler corrispondeva ormai, sia
pure per motivi differenti, a quello di Mussolini, il quale stava
sollecitando i tedeschi « a lasciare che le passioni si placassero »35.
Hitler aveva molti motivi per desiderare la pace in Austria. In
patria non aveva ancora imposto la sua piena autorità sul partito,
mentre Hindenburg era ancora capo dello Stato. La sua maggiore
preoccupazione era l’espansione delle forze armate, che sarebbero
state messe in grave pericolo da una crisi internazionale prema­
tura. Habicht (sostiene Dieter Ross), sapendo che l’idea di un
putsch poteva essere respinta, indusse Hitler con l’inganno a pre­
stargli appoggio ricorrendo a un astuto stratagemma. Gli disse
falsamente che l’esercito austriaco stava progettando un putsch
per conto proprio e gli chiese quali iniziative, dovessero prendere
i nazisti austriaci. Secondo quanto si dice, Hitler rispose che essi
dovevano naturalmente appoggiare i militari36.
In questa sede non ci interessano necessariamente i partico­
lari del putsch del 25 luglio, di cui si è parlato in modo ade­
guato altrove ’7. Nonostante l’uccisione di Dollfuss esso fallì, in
parte perché i capi delle S.A. di Vienna si rifiutarono di parte­
ciparvi (e avvertirono addirittura il governo austriaco della mi­
naccia di un putsch), in parte perché l’esercito austriaco — mal­
grado Fey avesse detto il contrario ai capi nazisti — in linea di
massima restò fedele al governo. Quando il putsch avvenne,
Hitler era a Bayreuth per assistere a un festival wagneriano.
Ricevendo i primi resoconti, con la notizia dell’assassinio di
Dollfuss, si mostrò notevolmente soddisfatto. Un fatto parve
indicare la complicità attiva del governo tedesco. Rieth, a titolo
personale, fu imprudentemente testimone di un accordo tra Fey e
gli insorti, in base al quale a questi ultimi veniva offerto un
libero passaggio attraverso la frontiera per la Germania. Hitler
100 Mussolini fondatore dell’Impero

decise immediatamente di lavarsi le mani dell’intera faccenda.


Rieth fu mandato a spasso e von Papen, il quale era sfuggito per
un pelo alla purga di Rohm del 30 giugno, accettò con rilut­
tanza di prendere il posto di Rieth con il pomposo titolo di
« rappresentante diplomatico a Vienna in missione speciale ».
Anche Habicht venne licenziato e la Legione austriaca fu incari­
cata di assumere i cosiddetti compiti assistenziali38. Per ogni
evenienza, la Legione austriaca rimase in Baviera e la sua esi­
stenza continuò a essere causa di grave attrito nei rapporti italo-
tedeschi39. Hitler aveva bisogno di una giustificazione abbastanza
valida da placare la collera violenta di Mussolini. Rohm fece
da capro espiatorio. Secondo Renzetti, il putsch era l’eredità di
Rohm e dei suoi seguaci. La loro azione era tanto più proditoria
in quanto, dopo il 30 giugno, gli accoliti austriaci di Rohm
avevano spostato all’improvviso la loro fedeltà da Berlino a
Belgrado, dove il governo jugoslavo da tempo aveva perseguito
una politica che era decisamente antiitaliana 40.

Molto prima del mancato putsch, Mussolini aveva scorto i


segnali di pericolo a nord del Brennero. Eppure egli fece l’enorme
errore di non adottare l’unica linea di condotta che avrebbe
incoraggiato l’Italia ad agire contro la Germania: un ravvicina­
mento con la Jugoslavia. Il 27 aprile disse apertamente ad Aloisi
che era tempo di cessare ogni rapporto con gli ustascia, che
definì « inutili e pericolosi ». Più tardi disse a un diplomatico
inglese che li avrebbe spediti negli Stati Uniti e, se necessario,
li avrebbe fatti affogare lungo il viaggio41. Ma non riuscì a
tradurre le sue parole in fatti, probabilmente perché l’influenza
degli albanesi filojugoslavi stava guadagnando terreno. Re Zog,
il quale in ogni caso era offeso per la tutela italiana, nel 1934
cominciò a diminuire il numero degli istruttori italiani che adde­
stravano il suo esercito. Il 23 giugno una squadra italiana di
navi da guerra entrò minacciosamente nel porto di Durazzo e vi
rimase alcuni giorni per intimidire il governo albanese. La stampa
mondiale parlò di una nuova « crisi di Agadir ». A seguito di
una protesta presentata dall’Inghilterra e dalla Francia, una di­
chiarazione proveniente da Roma spiegò che il mancato annuncio
alle autorità albanesi da parte dei comandanti dei vascelli ita­
liani in merito al loro amichevole avvicinamento era semplice-
mente dovuto a una svista di natura amministrativa. L’incidente
VI. L’assassinio di Dollfuss 101

portò non solo a uno scambio di insulti fra la stampa italiana e


quella jugoslava, ma anche a una minaccia di ostilità 42.
Ormai la Jugoslavia aveva poco o nulla da temere dall’accer-
cbiamento. Non solo l’Albania era relativamente bendisposta,
ma nel mese di maggio del 1934 era salito al potere in Bulgaria
un nuovo governo che rinunciava all’idea, tanto sgradita all’In­
tesa balcanica, di un grande Stato slavo meridionale formato
dall’unione della Bulgaria e della Jugoslavia. Esso strinse inoltre
i freni nei confronti dell’IMRO, l’organizzazione terroristica
croata alleata di un tempo degli ustascia 43.
In occasione del suo nuovo contrasto con l’Italia, la Jugo­
slavia si rivolse alla Germania. Una visita effettuata da Göring
il 16 maggio spianò la strada alle trattative per un accordo com­
merciale con la Germania, che entrò in vigore il I giugno. Il
22 dello stesso mese re Alessandro fece sapere ai tedeschi che
egli considerava una restaurazione degli Asburgo con una appren­
sione ancora più profonda rispetto a un Anschluss44. In queste
circostanze l’addetto militare austriaco a Roma sospettò per­
fino che tra i due paesi fosse stata stipulata una convenzione
militare segreta. Ciò che si può dire è che sin dal mese di aprile
certe rappresentanze jugoslave stavano tramando con i nazisti
nella Carinzia. Dopo l’assassinio di Dollfuss emerse così una
situazione sconcertante. Mentre le S.A. a Vienna non alzarono
un dito in appoggio al putsch, i loro camerati nella Carinzia e
nella Stiria, che confinano con la Jugoslavia, agirono di propria
iniziativa. Per di più, lo stesso governo jugoslavo non seguì
l’esempio tedesco e chiuse spietatamente la frontiera, ma offrì
anche rifugio agli insorti, creando con ciò gravi difficoltà all’eser­
cito e alla polizia austriaca. I profughi nazisti furono organizzati
in un campo a Vazasdin, su una base simile a quella della Legione
austriaca, i cui ospiti non partirono per la Germania fino al 1935 45.
Il 25 luglio Mussolini si trovò di fronte alla ostilità della
Germania e della Jugoslavia. Prima di tutto ebbe il compito non
invidiabile di dare la notizia dell’assassinio di Dollfuss alla sua
vedova, che era già a Riccione. Se Mussolini era « incapace di
scandalizzarsi, nondimeno era furente » *’. Lanciò una campa­
gna di stampa contro la Germania i cui abitanti, affermò in
seguito, erano dei barbari analfabeti all’epoca in cui Roma poteva
vantarsi di « Cesare, Virgilio e Augusto »47. Più significativa­
mente, prese misure concrete e inviò il grosso delle quattro
102 Mussolini fondatore dell’Impero

divisioni italiane allora disponibili in Italia settentrionale verso


la città di Tarvisio a nord-est dell’Istria, da cui esse potevano
invadere la Carinzia; verso il Brennero furono inviati soltanto
alcuni rinforzi Tuttavia le notizie provenienti dall’Austria arri­
vavano sotto certi aspetti come un sollievo. Aloisi riferì che
Mussolini, al suo ritorno da Riccione, avrebbe affermato di con­
siderare l’esito del putsch una via d’uscita offerta ai tedeschi per
mettere fine al terrorismo nazista. I tedeschi, affermò Mussolini,
in un modo o nell’altro dovevano districarsi da quella impresa
rischiosa. Quanto ai provvedimenti internazionali, prima di en­
trare in azione preferiva attendere ulteriori notizie 49.
Il giorno appresso (il I agosto) gli jugoslavi annunciarono
che un’invasione italiana dell’Austria avrebbe costituito un casus
belliGli jugoslavi godevano di un vantaggio: si sarebbero
serviti di un sistema favorevole di collegamenti che oltrepassava
la frontiera fino a Klagenfurt e che comprendeva una zona in
cui c’erano molti sloveni ad accoglierli. « Il pericolo più grande »,
osservò Aloisi, « è la possibilità di una alleanza tra Germania
e Jugoslavia. Essa rappresenta per l’Italia un pericolo immenso
e duraturo ». Si rammaricò molto che Mussolini avesse trascurato
di attuare la sua idea, avanzata agli inizi dell’anno, per un ravvi­
cinamento con la Jugoslavia51.
Nel ricevere i rapporti relativi al massacro su larga scala di
nazionalsocialisti nella Stiria e nella Carinzia, Hitler fu gettato
in uno stato di « notevole agitazione ». Era impaziente di sapere
se altre potenze potevano essere convinte a intervenire nel loro
interesse. Von Neurath suggerì che « probabilmente la cosa inte­
ressava la Jugoslavia ». Von Bülow rispose riferendo le voci di
un’invasione italiana della Carinzia. La cosa fu respinta da von
Neurath, in quanto avrebbe voluto dire la guerra tra la Jugo­
slavia e l’Italia. Si parlò anche della possibilità di intervento da
parte dell’Inghilterra o dell’Ungheria, ma non se ne tenne alcun
conto poiché si riteneva che le passioni si sarebbero placate una
volta resa nota la notizia della nomina di von Papen 52.
La nomina di von Papen produsse in realtà « un’enorme
impressione » a Roma, ma non nel senso positivo supposto dai
tedeschi. Secondo Aloisi, essa voleva dire che la Germania « non
intende in nessun modo tirarsi indietro. Sconfitta sul piano del
terrorismo, spera di vincere su quello diplomatico. Von Papen,
un uomo intelligente, assume un incarico diplomatico inferiore al
VI. L’assassinio di Dollfuss 103

suo grado di vice cancelliere della Germania. Si è portati a credere


che egli sia destinato a svolgere le funzioni di vice cancelliere
dell’Austria ». Per un momento il governo italiano fece pres­
sione su Schuschnigg, il successore di Dollfuss, affinché non accet­
tasse von Papen. Ma la Germania lo ritenne l’equivalente di una
guerra diplomatica, così l’Italia cedette53.
Riguardo all’avvenire dell’Austria, i francesi proposero di
costituire un’assemblea di ambasciatori da convocare a Roma,
per discutere come si potesse meglio salvaguardare la sua indi-
pendenza. Suvich e Aloisi erano favorevoli all’idea, ma speravano
che fosse possibile estenderla per creare una distensione gene­
rale e offrire così alla Germania « una dignitosa via d’uscita dalla
situazione in cui si era cacciata ». La partecipazione tedesca alla
progettata assemblea era consigliabile in modo particolare; inol­
tre « essa avrebbe voluto dire il risveglio dell’idea del patto
a quattro ». Si fece un’altra considerazione: la partecipazione
tedesca avrebbe controbattuto i tentativi da parte dei membri
della Piccola Intesa di pretendere lo stesso diritto di intervento
in Austria, di cui godeva l’Italia. Secondo Aloisi, l’efficacia del­
l’intervento dell’Italia sarebbe molto cresciuta qualora all’eser­
cito italiano, nel caso in cui avesse operato sul suolo austriaco,
venissero aggregati ufficiali di stato maggiore inglesi e francesi.
Questo è il primo accenno delle condizioni di un accordo mili­
tare che sarebbe stato stipulato tra l’Italia e la Francia nel
giugno del 1935 54 (cfr. cap. XII).
Diversi ostacoli si interposero per arrivare a una garanzia
collegiale dell’Austria. I tedeschi sarebbero stati spinti a parte­
ciparvi soltanto in caso di forza maggiore. Anche gli inglesi
erano assai restii ad assumere impegni nell’Europa centrale. La
Piccola Intesa sostenne che, se l’indipendenza austriaca era mi­
nacciata, la questione doveva essere sottoposta alla Società delle
Nazioni nella sua seduta di settembre. L’alternativa era rappre­
sentata da una garanzia italiana dell’Austria, alla quale altre
potenze potevano essere invitate ad aderire. Nonostante le riserve
da parte di Suvich e di Aloisi, Mussolini decise di presentare
questa proposta a Schuschnigg in un incontro fissato a Firenze
per il 21 agosto. Quando l’incontro ci fu, sorprese il fatto che
Schuschnigg non offrisse al duce alcuna occasione per sollevare
la questione di una garanzia italiana; il leader austriaco si limitò
a chiedere un prestito finanziario55. Come si spiega la mancanza
104 Mussolini fondatore dell’Impero

di interesse da parte di Schuschnigg per l’aiuto militare italiano?


Probabilmente la risposta sta nel fatto che egli aveva tendenze
legittimistiche e pangermanistiche più forti di Dollfuss. L’ultima
cosa che voleva era una presenza militare italiana sul suolo au­
striaco. Per di più, era convinto che ormai l’Austria si trovava
in una posizione migliore rispetto al Reich. Eliminati gli estre­
misti nazisti, egli poteva trattare con i nazisti « rispettabili » e
con le altre svariate sfumature del nazionalismo tedesco. Dopo
l’incontro, Mussolini fu costretto a rivedere il suo atteggiamento.
L’Italia, anziché agire come protettrice dell’Austria, avrebbe do­
vuto sottoscrivere per essa una garanzia generale su una base di
parità con l’Inghilterra e con la Francia: una soluzione a cui
Schuschnigg era favorevole.
Dopo il suo colloquio con Schuschnigg, è possibile scoprire
un mutamento nel modo di pensare di Mussolini riguardo all’Au­
stria. Egli disse ad Aloisi: « Non è più necessario discutere del­
l’indipendenza dell’Austria, essa deve arrangiarsi da sola ». Ormai
dubitava se perfino Starhemberg avesse ancora fiducia nell’indipen­
denza austriaca. C’era « scarsa speranza di essere in grado di
impedire un Anschluss, ma soltanto di ritardarlo » *. Le trattative
si trascinarono per quasi tutto il mese di settembre, mentre gli
inglesi erano più recalcitranti che mai a impegnarsi nella difesa
dell’Austria. Il 27 settembre Italia, Francia e Inghilterra ricon­
fermarono semplicemente la loro dichiarazione del 17 febbraio,
in cui esprimevano il pio desiderio di mantenere l’indipendenza
e l’integrità dell’Austria 51.

Nell’estate del 1934 i problemi europei assorbivano l’atten­


zione di Mussolini a un punto tale che il 10 agosto egli informò
i capi delle forze armate che i piani per un’invasione dell’Etiopia
non dovevano assolutamente mettere a repentaglio la capacità
dell’Italia di mantenere il suo prestigio di grande potenza euro­
pea 58. Se si progettava la guerra contro l’Etiopia, l’Italia doveva
prima di tutto fortificarsi sul turbolento continente europeo.
VII

GLI ASSASSINII DI MARSIGLIA


E LE LORO CONSEGUENZE

Mentre erano in corso le trattative per una garanzia dell’Au­


stria, i rapporti italo-jugoslavi si stavano avviando verso una
nuova crisi. Nell’agosto del 1934 Mussolini colse l’occasione delle
manovre militari italiane per abbandonarsi al suo passatempo pre­
ferito, quello di minacciare la guerra. In un’arringa rivolta in
quel mese agli ufficiali dell’esercito italiano, disse che la guerra
non era « lontana; potrebbe scoppiare in qualsiasi momento »
Alcuni autori hanno ritenuto che questo commento volesse dire
che egli pensava unicamente a un’invasione dell’Etiopia. Ma le
cose non stanno necessariamente così. Due giorni dopo il discorso,
Aloisi osservò che il duce « propende sempre a credere nella
guerra. Mi ha detto che, in base alle ultime notizie provenienti
dalla Jugoslavia (gli attacchi sulla stampa contro di noi a pro­
posito delle manovre su vasta scala), questa potenza vuole iniziare
una guerra ». Il duce voleva richiamare l’attenzione del governo
jugoslavo su questo argomento2.
Il I settembre Mussolini venne a sapere da Galli, il rappre­
sentante diplomatico a Belgrado, che, sebbene in Jugoslavia ci
fosse un sentimento fìloitaliano, il re criticava l’Italia con parti­
colare asprezza. Un ravvicinamento sarebbe stato possibile sol­
tanto se si fosse definitivamente risolto il problema degli ustascia.
Mussolini si rifiutò di mettere in atto le proposte concrete di
Galli3. La sua incessante ostilità nei riguardi della Jugoslavia
trovava espressione in molti modi. Mentre venivano frapposte
difficoltà ai cittadini italiani desiderosi di visitare Belgrado per
promuovere la simpatia tra i due popoli, il 9 settembre il generale
Italo Balbo tenne a Zara un discorso provocatorio. Esso riscosse
106 Mussolini fondatore dell’Impero

l’applauso degli italiani « optanti », che erano liberi di scegliere


la cittadinanza italiana pur vivendo in Jugoslavia; ma non sor­
prende che ricevesse un’accoglienza gelida da parte dei cittadini
serbi 4.
Nel frattempo era stato deciso che re Alessandro visitasse
Parigi nella seconda settimana d’ottobre. Successivamente, si
attendeva che Barthou, il ministro degli esteri francese, visitasse
Roma allo scopo di appianare la lite italo-jugoslava5. Ma quanto
a questo, le prospettive erano tutt’altro che positive. A quanto
pare, ai primi di ottobre gli jugoslavi respinsero una proposta
italiana per una tregua di stampa. Il risultato fu un rinnovato
attacco contro di loro, lanciato il 3 ottobre da un giornale italiano,
il « San Marco di Zara ». Suvich si precipitò a Milano, dove il
il giorno 6 Mussolini doveva tenere un importante discorso, e
gli chiese di inserirvi qualche parola conciliativa sulla Jugoslavia6.
Sebbene nel suo discorso vantasse la potenza militare italiana,
il duce non fece parola di « fuoco e strage » contro i suoi avversari,
com’era suo solito, ma si limitò a chiedere alla Jugoslavia di so­
spendere quelle polemiche di stampa che toccavano l’Italia nel
suo punto più sensibile: il suo primato militare durante la prima
guerra mondiale 7.
Mentre Mussolini parlava, Alessandro (il quale era ormai
molto più filo tedesco) era già in viaggio per Marsiglia, dove lui
e Barthou furono assassinati il 9 ottobre.

Gli ustascia avevano preparato i loro piani per le uccisioni di


Marsiglia nei campi in Ungheria e in Italia. Non è possibile di­
mostrare sul piano ufficiale la complicità italiana. Ma Paolo Cor­
tese, capo del settore croato a Palazzo Chigi, ritenne erroneamente
che, con la morte di Alessandro, lo Stato jugoslavo si sarebbe
disintegrato nel giro di un giorno o due. Probabilmente egli sapeva
fino a che punto c’entravano gli ustascia8. Dovette presto disil­
ludersi. Il duca di Spoleto, che rappresentò re Vittorio Ema­
nuele III al funerale celebrato il 17 ottobre 1934, informò Roma
che la Jugoslavia era saldamente unita molto più di prima Il
sentimento antiitaliano salì e la stampa jugoslava riferì che gli
italiani stavano concentrando truppe, specie nella zona di Zara,
per sferrare un attacco contro il paese. Essa accusò anche la po­
lizia francese di « incredibile negligenza » nel predisporre adeguate
misure di sicurezza. Non stupisce pertanto che il principe reggente
VII. Gli assassini! di Marsiglia e le loro conseguenze 107

Paolo, il quale agiva nell’interesse del giovane re Pietro, figlio


di Alessandro, fosse meno impaziente di proseguire la politica
filofrancese come in passato. Era stato istruito in Inghilterra, paese
che egli ammirava, e sperava che gli inglesi si sarebbero convinti
a collaborare con la Germania per proteggere lo status quo terri­
toriale nei Balcani e per reprimere il comuniSmo 10.
I funerali di Stato, specie quelli dei monarchi, offrono ottime
occasioni per le trattative diplomatiche. Goring, il quale rappre­
sentava la Germania, fu al centro dell’attenzione generale e fece
apparire piccolo il maresciallo di Francia Pétain. Il presidente
Lebrun passò inosservato. Con profondo disagio della Wilhelm­
strasse, Goring informò i diplomatici romeni che non era inten­
zione della Germania mutare lo status quo territoriale con la forza.
Alte proteste si levarono da Budapest, sospiri di sollievo a Bel­
grado n. Gli obiettivi di Goring non erano tenuti nascosti agli
italiani. Un funzionario tedesco, il quale il 10 ottobre annunciò
la partenza di Göring per il giorno seguente e apparteneva evi­
dentemente al suo entourage, si lasciò sfuggire un commento
minaccioso con il maggiore Renzetti. Per l’aprile del 1935, disse,
la Germania avrebbe avuto « 500 bombardieri pronti a entrare
in servizio ». Per quell’epoca la Francia, « una nazione morente »,
non avrebbe avuto « alcuna importanza ». Nel frattempo lo scopo
della Germania era di avvantaggiarsi dell’antagonismo fra le di­
verse potenze e di riarmarsi12.
Per impedire che la Jugoslavia cadesse del tutto nell’orbita
tedesca, Pierre Lavai, il nuovo ministro degli esteri francese, non
aveva altra possibilità di scelta se non di sostenere essa e i suoi
alleati della Piccola Intesa nella loro contesa con l’Ungheria. Ma
egli caricò tutta la colpa sulle spalle dell’Ungheria: all’Italia fu
consentito di farla franca. Perfino Pavelié, dopo un breve periodo
agli arresti, fu autorizzato a rimanere in Italia, presumibilmente
perché il diritto italiano non conteneva alcuna disposizione per
l’estradizione dei criminali politiciB. L’atteggiamento di Lavai
verso l’Italia non era semplicemente guidato da motivi di utilità
politica. Durante la sua carica di primo ministro nel 1931-32 aveva
approvato in pieno le trattative con l’Italia sulla sorte dell’Etiopia.
Nel 1934 era stato collega di Barthou in qualità di ministro delle
colonie, veste in cui sarebbe stato al corrente degli affari in Africa
orientale M. La sua nomina venne accolta con calore a Roma e con
qualche riserva a Berlino 1S.
108 Mussolini fondatore dell’Impero

Il governo francese e quello italiano (specie quest’ultimo)


temevano che, nella confusione causata dagli assassinii di Marsi­
glia, la Germania avrebbe tentato ancora una volta un Anschluss.
La Legione austriaca agli ordini del suo capo delle S. A., Reschny,
non aveva lasciato i suoi campi in Baviera, come promesso dopo
il tentativo di putsch del 25 luglio 1934. Nonostante le proteste
della Wilhelmstrasse, essa seguitava ad attaccare con energia il
governo di Schuschnigg 16. Allo scopo di garantire l’indipendenza
austriaca, Mussolini invitò la Germania ad aderire alla dichiara­
zione delle tre potenze del 27 settembre e a far rivivere così
l’idea del patto a quattro. La sua politica venne vigorosamente
sostenuta da Gömbös, il quale Γ8 novembre 1934 disse a von
Hassell che « l’asse Roma-Berlino, che si è incrinato, va riparato ».
Ma Mussolini, nei suoi sforzi di tenere a freno Hitler per quanto
riguardava l’Austria, ostentava freddezza, e lui ne era risentito.
Il 23 ottobre, da un incontro con von Hassell, che era appena
tornato dalle sue vacanze in Germania, emerse che Mussolini era
in ansia per via della « politica tedesca », non solo in Austria
ma anche nell’Europa sud-orientale. Egli si sentiva particolarmente
offeso dai presunti tentativi di Goring di stabilire contatti per­
sonali con funzionari jugoslavi, al dichiarato scopo di favorire
gli interessi economici tedeschi nei Balcani a danno dell’Italia 17.
Certamente Mussolini fondava la sua politica generale verso
la Germania su un falso presupposto. Dopo gli avvenimenti del­
l’estate precedente, ebbe motivo di ritenere che, nonostante le
apparenze, la Germania nazista mancasse di stabilità. Il 30 luglio
1934 Renzetti aveva perfino avvertito Roma che c’era il pericolo
che Hitler potesse essere assassinato in qualsiasi momento e che
si dovesse adottare ogni precauzione per proteggere anche la vita
di Mussolini18. Tuttavia non c’è prova a sostegno dell’opinione
espressa dal generale Fischer, l’addetto militare tedesco a Roma,
secondo cui Cerruti, spalleggiato da Suvich, riferiva regolarmente
a Roma che sin dal 30 giugno non si potesse tenere in alcun conto
la Germania come fattore di potenza w. A metà ottobre Cerruti
disse a Mussolini che il prestigio di Hitler era diminuito, ma
che egli seguitava a esercitare il pieno controllo sulle forze armate.
Gli erano contro gli intellettuali, ma non la borghesia. Cerruti
era convinto che nell’autunno del 1935, la Germania, quando
avrebbe avuto a sua disposizione un esercito di 300.000 uomini,
avrebbe cercato di attirare nella sua orbita l’Ungheria, la Jugo­
VII. Gli assassina di Marsiglia e le loro conseguenze 109

slavia, la Bulgaria e la Turchia, avendo di mira l’annientamento


della Cecoslovacchia. Nel frattempo si sarebbe ricostituito il si­
stema di alleanze anteriore al 1914 æ. Cerruti, il quale di sicuro
non sottovalutava la potenza tedesca, avrebbe visto giusto a pro­
posito della Cecoslovacchia se avesse aggiunto un anno nel calco­
lare il tempo degli obiettivi tedeschi. Ma nel 1934 Hitler era per
lo più preoccupato di conseguire all’interno della stessa Germania
la completa suprema potestà militare, che le era negata in base
al trattato; un attacco alla Cecoslovacchia non si configurava an­
cora in una politica concreta.
Nell’autunno del 1934 si stavano facendo i primi progressi
nel riarmo della Germania. Squadriglie della futura Luftwaffe già
solcavano in parata i cieli, mentre campi di aviazione sia militari
che civili venivano costruiti in tutto il Reich, tranne che nella
Renania 21. Esistevano alcune difficoltà nell’addestramento del per­
sonale di volo. Dopo il fallimento del trattato di Rapallo nell’au­
tunno del 1933, i piloti tedeschi non potevano più istruirsi in Rus­
sia. In modo sorprendente, l’Italia offrì un’alternativa: soltanto nel
1934 vi furono preparati 160 piloti tedeschi, soprattutto come
equipaggi per bombardieri. In particolare Goring e Balbo erano
in rapporti di amicizia e il primo nutriva grande rispetto per
l’aviazione italiana. Ma nell’autunno del 1934 la collaborazione
attiva tra le due forze aeree era finita, a seguito del rifiuto del­
l’Italia di esportare in Germania certi aeroplani che erano stati
già pagati; quindi i piloti tedeschi non vennero più inviati ad
addestrarsi in Italia
Tuttavia, sotto altri aspetti furono mantenuti rapporti cor­
diali tra i capi del servizio d’informazioni dei due paesi. Il gene­
rale Roatta, capo del servizio informazioni militari italiano, era
particolarmente bendisposto verso la Germania e il 19 novembre
1934 predispose un colloquio tra il duce e il generale Fischer,
l’addetto militare tedesco, la cui moglie era filonazista. Fischer si
sentì chiedere da Mussolini « qual era lo stato attuale delle cose
in Germania ». Presumendo impropriamente che Cerruti e Suvich
avessero dato a Mussolini l’impressione che la Germania fosse
debole, Fischer disse al duce che la Reichswehr stava collaborando
nell’interesse nazionale in perfetto accordo con le S.A. e le S.S.
Tuttavia, in una lettera riservata d’accompagnamento diretta al
generale Fritsch, comandante in capo dell’esercito, che non do­
veva essere mostrata a Hitler, Fischer aveva qualche altra cosa da
110 Mussolini fondatore dell'Impero

dire. Il duce, riferì, gli aveva espresso la speranza che « il colon­


nello generale von Blomberg e voi, signore [Fritsch], esercitiate
un’influenza decisiva sul Führer per le questioni più importanti,
di carattere non solo militare ma anche politico. Io, naturalmente,
ho favorito questo suo punto di vista ». Fischer concludeva: « Può
darsi che noi soldati possiamo ancora dare qualche contributo
per giungere a una distensione nella situazione attuale »23. Ma
già alla fine del 1934 l’influenza politica dei capi della Reichswehr
era molto inferiore a quanto Mussolini (e anche gli inglesi) ave­
vano ritenuto 24. Tanto per cominciare Goring — di cui Mussolini
ancora diffidava — e non von Blomberg fu designato a comandare
la futura aviazione militare tedesca. Nondimeno i rapporti per­
sonali tra il corpo ufficiali italiano e quello tedesco si mantennero
cordiali Η.
Se non che le relazioni politiche tra i due regimi andarono
di male in peggio. Verso la fine del 1934 Mussolini fu sgomentato
nell’apprendere che nel mese di febbraio la Germania aveva con­
cluso una tregua di stampa nella sua polemica con la Polonia,
mentre alcuni settori della stampa tedesca dimostravano ancora
un’ostilità sfrenata verso l’Italia. Più grave era la voce secondo
cui Rudolf Hess, sostituto del führer, aveva intenzione di appro­
fittare di una recente visita fatta a Parigi da von Ribbentrop, allo
scopo di preparare il terreno per un ravvicinamento franco-tede­
sco. Ciò avrebbe comportato l’isolamento italiano nel continente 26.
L’aumentata potenza militare tedesca coincideva con una rinno­
vata campagna diffamatoria contro l’Italia. L’assassinio di Ales­
sandro aveva dato la possibilità ai sapientoni del partito nazista
di rendere la pariglia per quello che essi consideravano un insulto
calunnioso lanciato dall’Italia contro i cosiddetti « barbari nor­
dici ». L’edizione bavarese del giornale nazista diretto da Goeb­
bels, il « Völkische Beobachter », si differenziava da quella di Ber­
lino ed era antiitaliana. Di conseguenza l’assurdo nacque dal fatto
che il giornale veniva letto da Mussolini, ma non dai diplomatici
tedeschi più autorevoli, i quali consideravano entrambe le edi­
zioni troppo grossolane per i gusti di persone di cultura 27. Inol­
tre, verso la fine del 1934 fu pubblicato in Germania un libro
in cui gli italiani (al pari degli ebrei) venivano descritti come una
razza inferiore 23. Il fascismo italiano e il nazionalsocialismo, cia­
scuno dei quali vantava una superiorità culturale o razziale, su
questo punto si contraddicevano a vicenda ed erano allacciati in
VII. Gli assassina di Marsiglia e le loro conseguenze Ut

un duro contrasto. Per la prima volta dal 1933, la propaganda


nazista stava addirittura fomentando un grave stato di agitazione
in mezzo alla minoranza tedesca che viveva nel Trentino-Al to
Adige. Mussolini non ebbe altra scelta se non di presentare una
protesta. Il 5 dicembre, in uno stato acuto di tensione emotiva,
ricevette von Hassell, il quale era andato a ringraziarlo per le
prestazioni italiane in merito all’accordo sulla Saar. Alla presenza
di Suvich, il duce si lasciò andare. Traendole evidentemente da
una dichiarazione preparata, lesse le seguenti parole: « Nessuna
guerra sarebbe tanto popolare in Germania quanto una sferrata
contro l’Italia ». Egli possedeva, dichiarò, « la prova attendibile »
che si stava preparando la Baviera come base per gli attacchi aerei
sull’Italia settentrionale29.
Mussolini non aveva alcun motivo reale di preoccuparsi. Le
Alpi erano una barriera talmente formidabile che all’inizio del­
l’anno Goring, mentre pilotava il suo apparecchio personale alla
volta di Roma, trovò difficoltoso superarle; nel 1934 i primi bom­
bardieri tedeschi, quando erano carichi, avevano scarse possibilità
di volare a grandi altezze e su lunghi percorsi30. La « prova at­
tendibile » cui Mussolini si riferiva, non proveniva certamente
da Cerruti. Perciò Jens Petersen giunge alla conclusione che la
protesta, dal momento che non si basava su un’informazione uffi­
ciale, non può essere considerata una dimostrazione valida 31. Bi­
sogna tenere anche conto che forse Mussolini parlava della mi­
naccia aerea tedesca, come pretesto per fare un accordo con la
Francia. Ma egli non aveva ancora saltato definitivamente il fosso
aprendo le trattative con Lavai. Una sola cosa è sicura. Sovente
Mussolini manifestava i suoi timori per una guerra preventiva,
cosa che era diventata quasi un’ossessione. Un tempo i possibili
aggressori erano stati la Francia, poi la Jugoslavia, più tardi ancora
l’Etiopia e infine l’Inghilterra. Grazie alle sue esperienze di pole­
mista, egli era incline ad accogliere come notizie « chiacchiere
avventate » e, quasi certamente, condivideva la convinzione comune
che « il bombardiere giungerà sempre a destinazione ». Nel 1934
Goring, con calcolata scaltrezza, ingigantì la potenza aerea della
Germania. Non può essere che uno dei suoi motivi per agire così
sia stato quello di impaurire gli italiani, i cui giornali ai primi
di dicembre del 1934 espressero un’autentica preoccupazione per
l’espansione della potenza aerea tedesca? 32.
Von Hassell fu talmente colto alla sprovvista dal violento
112 Mussolini fondatore dell’Impero

assalto verbale di Mussolini del 5 dicembre, che il giorno seguente


si mise in contatto con Suvich, il quale gli disse che il duce era
sincero in ciò che diceva. Von Neurath valutò la questione tal­
mente grave che informò i ministri tedeschi della guerra e del­
l’aeronautica. Mussolini non aveva altra scelta se non di cercare
di limitare la presunta minaccia formulata dal Reich e, di conse­
guenza, raddoppiò i suoi sforzi per favorire i buoni rapporti con
i componenti del comando supremo tedesco 33. Secondo il generale
Fischer, la Germania stava scaldando due ferri, l’Italia e la Fran­
cia 34. L’Italia aveva la possibilità non solo di contrapporre una
potenza all’altra a proprio vantaggio ma — almeno riguardo a una
questione — di agire anche da intermediaria tra loro.
Nell’agosto del 1934 il Consiglio della Società delle Nazioni
deliberò che, in conformità della pace di Versailles, il 31 gennaio
1935 si doveva indire un plebiscito nella Saar. Gli abitanti di
questo territorio potevano votare a favore dello status quo (vale
a dire di una amministrazione gestita da un alto commissario,
designato dalla Società delle Nazioni), o per farsi reincorporare
nella Germania, oppure per unirsi alla Francia. A una soluzione
del problema relativo al mantenimento dell’ordine pubblico nella
Saar per mezzo di un contingente formato da truppe inglesi, ita­
liane e svedesi, durante il plebiscito, si giunse finalmente a Roma,
nei giorni 2 e 3 dicembre 1934. Aloisi svolse una parte premi­
nente nelle trattative, guadagnandosi la gratitudine di Anthony
Eden, allora Lord del Sigillo Privato35. Mussolini aveva ogni
motivo per essere soddisfatto, in quanto i princìpi basilari del
patto a quattro si applicavano ormai su un piano concreto, almeno
nell’Europa occidentale. I francesi guidati da Lavai avevano espli­
citamente minacciato di inviare truppe nella Saar, per garantire
un comportamento corretto da parte della Germania. Ma appena
questa minaccia suscitò una reazione tedesca ostile, Lavai fece
marcia indietro e assicurò la Germania che la Saar non sarebbe
stata toccata. Lavai adesso era vittima dell’illusione che il Reich
avrebbe fatto di tutto per comportarsi bene. Si sbagliava36. Il
4 dicembre Hitler, in vena di allegria, dichiarò ai membri del
suo governo che la Germania era di nuovo una grande potenza.
« I francesi », disse, « hanno definitivamente perduto l’occasione
di una guerra preventiva »37. Una volta che la Saar fosse salda­
mente nelle sue mani, la Germania sarebbe stata in grado (come
VII. Gli assassina di Marsiglia e le loro conseguenze 11?

avrebbe dimostrato) di procedere con il riarmo, avendo poco o


nulla da temere da uno schieramento italo-francese o anglo-fran­
cese.
Mentre le trattative per il plebiscito nella Saar erano in corso,
l’ostacolo principale per un accordo tra l’Italia e la Francia si
trovava ancora nella zona del Danubio. Mussolini svelò le sue
vere intenzioni soltanto ai suoi diplomatici. Il 16 novembre or­
dinò ad Aloisi di difendere senza riserve l’Ungheria nella sua
divergenza con la Piccola Intesa, che doveva venire presentata
per l’esame nella seduta straordinaria del Consiglio, da tenersi a
Ginevra38. Il 22 novembre il delegato jugoslavo presentò un’ac­
cusa incriminante all’Ungheria, appoggiato non solo dagli altri
delegati della Piccola Intesa e dalla Francia, ma anche da quei
nemici di vecchia data dell’Italia, la Grecia e la Turchia. Dap­
prima l’opinione di quei membri della Società delle Nazioni non
direttamente coinvolti nella faccenda fu favorevole alla Jugoslavia,
ma ai primi di dicembre essa cambiò a seguito della spietata
espulsione di ungheresi innocenti dal territorio jugoslavo39. Il 9
dicembre, quando l’eccitazione era grande, gli jugoslavi minac­
ciarono di ritirare la loro nota diplomatica e di riservarsi « libertà
d’azione » — il che, a detta di Aloisi, « voleva dire la guerra ».
Questo pericolo estremo fu prevenuto in larga misura grazie agli
sforzi congiunti di Aloisi e di Eden. Il 10 dicembre quest’ultimo,
agendo in qualità di relatore della Società delle Nazioni, convinse
l’Ungheria ad ammettere che « alcuni suoi funzionari » avevano
imprudentemente rilasciato il passaporto a cittadini pericolosi 40.
La lite fra l’Ungheria e la Jugoslavia, che si protrasse anche
dopo il 10 dicembre, si rivelò in questa fase un ostacolo lungo
la strada di un accordo italo-francese più grave delle questioni
coloniali. Mentre Lavai sosteneva fermamente che, in occasione
della sua prossima visita a Roma (di cui si discusse per qualche
settimana), un accordo con l’Italia si poteva concludere soltanto
se l’indipendenza austriaca fosse stata garantita dalla Piccola In­
tesa, Mussolini si ostinava a sollecitare un accordo con l’Austria
e con la sua vicina, Lungheria. Nonostante Aloisi e Theodoli lo
supplicassero intensamente di accettare il punto di vista francese,
Mussolini ancora al 14 dicembre si rifiutava di mutare parere.
Egli sosteneva che l’opinione interna del partito fascista era con­
traria a sacrificare l’Ungheria e a blandire la Jugoslavia41.
114 Mussolini fondatore dell'Impero

Come conseguenza della politica arrogante di Mussolini du­


rante la crisi provocata dalle uccisioni di Marsiglia, l’opinione
liberale all’esterno dell’Italia si stava rivoltando duramente contro
il regime fascista. Il 14 dicembre egli protestò aspramente per
il commento ostile pubblicato dal « League of Nations Journal ».
Lo stesso giorno Hailè Selassiè si appellò al Consiglio della So­
cietà delle Nazioni affinché giudicasse l’incidente avvenuto il 5
dicembre nel villaggio di Ual-Ual (diventato presto famoso) come
una minaccia per la pace. L’incidente avvenne esattamente nel
momento in cui Mussolini aveva una grande paura della potenza
militare tedesca e l’Italia aveva le mani legate per via di una crisi
più grave nell’Europa sud-orientale.
Si è molto discusso, e tuttora si discute, della dimensione dei
progetti di Mussolini verso la fine del 1934 riguardo a un con­
flitto armato con l’Etiopia. È certo che nell’autunno del 1934
l’Italia aveva inviato truppe in Africa orientale, ma è importante
rilevare che esse erano numericamente sufficienti soltanto per
un’azione coloniale e non per una guerra nazionale contro l’Etio­
pia. L’obiettivo di Mussolini era una guerra coloniale e appunto
a questo fine furono predisposti piani dettagliati42. Fu soltanto
verso la fine del 1935 che gli osservatori del tempo cominciarono
ad accorgersi che la crisi sorgeva dall’incidente di Ual-Ual come
la cristallizzazione di un piano sistematico, che aveva avuto ori­
gine nell’estate del 1934, per una guerra totale di conquista.
Questo punto di vista è uno dei miti della storia degli anni Trenta;
purtroppo esso viene tuttora espresso, perfino in recenti e dotte
monografie d’altissimo pregio43.
vin

MUSSOLINI DECIDE IN MERITO ALLA GUERRA

Dopo che Hitler ebbe lanciato la sua campagna propagandi­


stica contro l’Austria nel mese di marzo 1933, Mussolini cercò
ancora di perseguire una politica grandiosa in Europa e non potè
dedicare in pieno le sue energie alla « politica periferica », che
nel 1932 e 1933 era tanto in voga tra i suoi diplomatici e fun­
zionari del ministero delle colonie (cfr. cap. I). Dopo il fallimento
del patto a quattro in conseguenza dell’uscita della Germania dalla
Società delle Nazioni il 14 ottobre 1933, Mussolini si disilluse
del tutto che l’Europa fosse un’area dove schierare il « dinamismo
fascista » nell’interesse della grandezza dell’Italia. Per distogliere
le menti degli italiani dalla disoccupazione e dall’apatia, il regime
aveva bisogno di qualche brillante successo al di là del mare. An­
cora una volta si doveva fare di Roma un centro di influenza a
livello mondiale, con l’Italia che riprendeva la sua « missione ci­
vilizzatrice ».
Un’aspirazione del regime era quella di fare dell’Italia un
fattore importante nel mondo musulmano, dove però la sua po­
sizione poteva essere rafforzata soltanto se essa avesse sanato le
ferite inflitte prima del 1932 dal massacro dei senussi in Cirenaica
a opera di Graziani. Nel 1932 la propaganda italiana era ancora
rivolta contro gli arabi, tanto che a questo fine una speciale orga­
nizzazione svolgeva la sua attività nella città di Addis Abeba non
più tardi del gennaio del 1933 Ma già al termine di quell’anno
si ebbe un voltafaccia. Nel mese di dicembre del 1933 oltre 500
studenti, provenienti da paesi islamici, benché non arabi (Afgha­
nistan, Libano, Persia e India), furono adunati nella sala Giulio
Cesare in Campidoglio e accolti con un discorso da Mussolini in
persona. Con il pieno appoggio della congregazione de Propaganda
116 Mussolini fondatore dell’Impero

Fide, venne rapidamente istituito a Roma un Centro per il Medio


Oriente 2.
L’Italia si atteggiava adesso a potenza antiimperialistica ed
era pronta a battersi per la causa del mondo arabo. La seconda
lingua degli arabi colti sull’intero bacino del Mediterraneo era il
francese. Nel 1933, per accattivarsi la loro simpatia, gli italiani
pubblicarono in quella lingua libri e successivamente giornali. Ma
Mussolini desiderava anche rivolgersi direttamente alle masse
arabe, formate per lo più da analfabeti e insoddisfatte della loro
sorte. Egli dimostrò il suo genio di propagandista usando con
efficacia un nuovo mezzo, la radio. A partire dal marzo del 1934
le trasmissioni italiane provenienti da radio Bari non furono più
limitate ai colonizzatori italiani sparsi in tutto il bacino del Me­
diterraneo, ma vennero rivolte prima di tutto agli arabi in Siria,
allo scopo di fare pressione sui francesi, più tardi agli arabi in
Palestina e quindi a quelli in Egitto, allo scopo di creare fastidi
agli inglesi. Le trasmissioni potevano essere ascoltate attraverso
apparecchi radio scadenti di produzione italiana, acquistate dai
proprietari dei ristoranti3. Gli slogan della propaganda erano
frammezzati con musica leggera araba, di modo che i programmi
richiamavano un vasto pubblico.
Ma, nonostante la bravura della propaganda italiana, non pas­
sarono inosservate alcune contraddizioni. Mussolini incoraggiava
gli arabi della Palestina a ribellarsi e, nello stesso tempo, finan­
ziava in quel territorio sotto mandato l’insediamento di ebrei di
cui egli sperava di servirsi per far progredire l’influenza italiana4.
Stava difendendo la causa dei nazionalisti egiziani e tunisini, ma
nello stesso tempo esigeva che ai colonizzatori italiani venisse
accordata una condizione giuridica privilegiata in entrambi i paesi.
Tuttavia, nel 1934 l’obiettivo fondamentale della propaganda di
Mussolini puntava più a conquistare il consenso degli arabi che
a scombussolare l’impero francese e quello inglese. La sua preoc­
cupazione maggiore era ancora in Europa: la sicurezza della fron­
tiera del Brennero, in ordine alla quale aveva bisogno della com­
prensione delle potenze occidentali.
Come si è visto, egli riteneva erroneamente che i Protocolli
di Roma del 17 marzo 1934, seguiti dalla visita di Hitler a Ve­
nezia, avrebbero procurato all’Italia una sicurezza ottimale in
Europa 5. Il 18 marzo, nel discorso celebrativo del secondo quin­
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 117

quennio del regime fascista (cui si è già accennato ai capp. I e V),


egli parlò dell’Italia come se fosse più un’isola che una penisola
e mise in evidenza che il Mediterraneo la collegava con l’Oriente
e con l’Occidente. Gli obiettivi storici dell’Italia avevano « due
nomi, Asia e Africa ». Non era questione di « conquiste territo­
riali », bensì di espansione culturale, politica ed economica. L’Ita­
lia doveva prendere l’iniziativa per fare in modo che i popoli
dell’Africa, del Vicino e dell’Estremo Oriente collaborassero tra
di loro. Più particolarmente, occorreva che le popolazioni africane
venissero portate a contatto del mondo civile in modo più com­
pleto 6. Sebbene il discorso venisse interpretato dalla Jugoslavia
e dalla Turchia come una energica asserzione di imperialismo,
nessuna protesta fu presentata da Hailè Selassiè il quale, a causa
delle scorrerie etiopiche di frontiera nella Somalia britannica e
in quella italiana, non poteva a questo punto permettersi di
bisticciare con l’Italia7.
Il 17 aprile 1934, quando Mussolini ebbe di nuovo motivo
di sospettare di Hitler a proposito dell’Austria, i francesi per il
tramite del loro ministro degli esteri Louis Barthou respinsero
un compromesso anglo-tedesco sul disarmo. Il mese seguente si
conclusero i contorti procedimenti della conferenza per il disarmo.
L’Italia, grazie all’ammasso della sua scorta di armi, o fabbricate
in Italia o catturate agli austriaci durante la prima guerra mon­
diale, nonché alla sua aviazione militare, esigua ma esaltante,
invidiata dagli stranieri, poteva ancora fingere di essere una grande
potenza8. Ma Mussolini si rendeva perfettamente conto che, se
fosse cominciata sul serio una corsa agli armamenti, l’Italia
— povera di adeguate risorse naturali — sarebbe stata presto
lasciata molto indietro. Le conclusioni da lui tratte a seguito
dell’insuccesso della conferenza per il disarmo furono esplicitate
in un articolo, Verso il riarmo, pubblicato nel « Popolo d’Italia »
del 28 maggio 1934, un giorno prima della chiusura della confe­
renza. A tutti gli effetti, dichiarò, la Società delle Nazioni non
aveva più poteri. Si sarebbe pertanto tornati al guazzabuglio di
alleanze anteriore al 1914 in vista della guerra. L’Italia, per so­
pravvivere, non aveva alcuna possibilità di scelta se non di riar­
marsi e di procurarsi rapide contropartite in Africa prima che gli
altri Stati si riarmassero. È stato detto che l’articolo è tutto im­
prontato di « attivismo, militarismo, nazionalismo combattivo »
118 Mussolini fondatore dell’Impero

Senza dubbio Mussolini doveva celare le sue precise intenzioni nei


riguardi dell’Etiopia. Ma la programmazione aveva già fatto pro­
gressi.

Prima di potersi arrischiare in una guerra con l’Etiopia, Mus­


solini doveva innanzi tutto diventare padrone in casa propria, il
che significava radunare sotto il suo diretto controllo tutti i più
importanti organi di governo. Si è visto che nel luglio del 1932
era diventato ministro degli esteri di se stesso; ma non si era
ancora liberato dalle limitazioni imposte dai suoi diplomatici di
professione e da altri consiglieri. Per modificare questa situazione
prese provvedimenti durante il 1933. Nel mese di agosto di quel­
l’anno tutte le materie relative all’Africa orientale vennero trasfe­
rite al ministero delle colonie diretto da De Bono, sul quale Mus­
solini poteva contare per promuovere una politica espansionistica
(cfr. cap. II). De Bono non era neanche esposto alla interferenza
inopportuna dei capi delle forze armate. In base a un decreto del
1927, il ministero della guerra, i capi di stato maggiore dell’eser­
cito, della marina e dell’aeronautica, come pure il capo dello stato
maggiore, erano responsabili soltanto della difesa metropolitana.
Essi dovevano essere tenuti semplicemente informati della situa­
zione politica e militare nelle colonie, essendo loro consentito di
esprimere un parere su questioni importanti relative al movimento
e all’organizzazione delle truppe nelle colonie, almeno fino al
punto in cui ciò interessava la difesa metropolitana. Ma il mini­
stero delle colonie poteva di propria iniziativa predisporre piani
operativi e metterli in pratica l0. È probabile che il generale Gaz-
zera, il cauto ministro della guerra, si risentisse di dover ottem­
perare alle direttive emanate da De Bono. Nel mese di luglio del
1933 venne destituito e Mussolini divenne ministro della guerra
di se stesso. Il generale Federico Baistrocchi, che godeva fama di
« fascista dinamico », fu nominato vicesegretario della guerra.
Nel novembre del 1933 Mussolini percorse un’altra tappa nel-
l’aumentare il suo potere personale. Il temibile Italo Balbo, mi­
nistro dell’aeronautica, nutriva le sue ambizioni. Era in grado di
parlare con baldanza a Mussolini e l’ultima cosa che avrebbe sop­
portato era il trasferimento in massa dell’aviazione militare ita­
liana al comando di De Bono in Africa orientale. Inoltre, avendo
sorvolato l’Atlantico nel 1933, stava mettendo in ombra il duce.
Nel novembre del 1933, tanto Italo Balbo che l’ammiraglio Giu-
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 119

seppe Sirianni, ministro della marina, furono destituiti. Il primo


fu incaricato di prendere il posto del maresciallo Pietro Badoglio in
qualità di governatore della Cirenaica e della Tripolitania (unificate
nel gennaio del 1934 per formare la Libia). Mussolini, pur avendo
tolto di mezzo un rivale potenziale, trascurò la possibilità che
Badoglio, eroe di Vittorio Veneto nel 1918, il quale come capo
dello stato maggiore conferiva direttamente con il re, sostituisse
un giorno lo stesso duce nel governo. Badoglio aveva un tempe­
ramento ambizioso, forte, ed era un eccellente organizzatore. Non
poteva soffrire il fascismo ed era fedele alla casa Savoia. Tuttavia,
come capo di corpo d’armata durante la prima guerra mondiale,
era stato accusato dai suoi colleghi generali di essere responsabile
in parte della disastrosa sconfitta italiana a Caporetto, avvenuta
nel novembre del 1917. Per ristabilire la sua reputazione macchiata
di condottiero sul campo, quale migliore occasione se avesse as­
sunto personalmente il comando delle forze italiane in Africa
orientale al posto di De Bono? 11
Si è visto (cfr. cap. II), da alcune lettere dirette ai capi di
stato maggiore italiani, che il 29 novembre 1932 De Bono aveva
presentato il primo piano per un’invasione dell’Etiopia e ne aveva
ottenuto l’approvazione da parte di Mussolini verso la fine di
quell’anno. Ma, data l’agitazione esistente in Europa, sarebbero
trascorsi nove mesi o giù di lì prima che Mussolini o i suoi stati
maggiori esaminassero sul serio la possibilità di attuarlo. Tuttavia,
nel settembre del 1933, in un momento in cui sembrò che il
riarmo tedesco sarebbe diventato un fatto compiuto, Mussolini
affidò a De Bono, che si trovava ancora a Roma, i preparativi con­
creti per un attacco contro l’Etiopia, tuttora previsto secondo il
piano per l’ottobre del 1935. In un primo momento De Bono
dovette contenere la spesa a un livello consono alle limitate dispo­
nibilità della sola Eritrea. Soltanto nell’aprile del 1934 ricevette
stanziamenti supplementari dal governo italiano.
Sotto aspetti puramente tecnici i piani di De Bono furono
esposti alla critica da parte dello stato maggiore e del ministero
della guerra. C’erano poi molti generali capaci, i quali non rite­
nevano giusto che fosse stato scelto lui come comandante. Il gene­
rale Alberto Bonzani, capo dello stato maggiore dell’esercito, era
un leale conservatore piemontese, per nulla attirato dal fascismo.
Deciso a servirsi della sua autorità fino all’estremo limite, sotto­
pose i piani di De Bono a una critica devastatrice. Le critiche
120 Mussolini fondatore dell’Impero

di Bonzani furono inoltrate a De Bono da Baistrocchi il 15 set­


tembre 1933. Secondo Bonzani, il tempo occorrente per inviare
35.000 soldati italiani (due divisioni e una brigata di montagna)
nel luogo di raduno avrebbe superato di gran lunga lo spazio di
un solo mese consentito da De Bono 12. In una seconda lettera
inviata a Baistrocchi il 14 marzo 1934 (il giorno dei Protocolli
di Roma), Bonzani enunciò le sue obiezioni al piano sotto l’aspetto
politico. Rinforzando l’Eritrea, si sarebbe privata la stessa penisola
italiana di truppe assolutamente necessarie. Secondo il punto di
vista di Bonzani, l’Eritrea poteva essere messa sul piede di guerra
soltanto dopo che si fossero portate a termine le fortificazioni
sulle frontiere alpine dell’Italia e le truppe metropolitane fossero
state riequipaggiate con armi moderne.
Bonzani annetteva la massima importanza alla funzione del
nemico ipotetico dell’Italia, cioè la Francia. Se fosse stato possi­
bile persuadere questo paese ad allearsi con l’Italia, l’Etiopia, pri­
vata delle armi provenienti dal porto di Gibuti, sarebbe stata
praticamente in balia dell’Italia. D’altro canto l’Italia, se si attirava
l’ostilità dei francesi, sarebbe stata costretta a inviare truppe in
Libia, dove era possibile aspettarsi un attacco francese proveniente
dalla Tunisia. L’Etiopia, temeva Bonzani, avrebbe approfittato
degli impegni bellici dell’Italia in Europa per sferrare una guerra
preventiva e colpire le sue colonie pericolosamente esposte all’at­
tacco n. (Strano che Bonzani, non meno dello stesso Mussolini,
non considerasse l’Inghilterra come un nemico potenziale). Con­
trariamente agli altri comandanti, egli era preoccupato anche di
rinforzare la Somalia italiana. Sia lui che Badoglio respinsero la
tesi secondo cui l’obiettivo della guerra fosse quello di estendere
le frontiere delle colonie italiane esistenti: esso doveva essere
piuttosto la conquista completa dell’Etiopia; pertanto le opera­
zioni dovevano essere di una dimensione tale da qualificare la
guerra non come un conflitto coloniale, bensì nazionale 14.
Il maresciallo Badoglio, le cui funzioni non erano ben definite,
accolse insieme a Baistrocchi molte delle idee di Bonzani, ma non
tutte, e le approfondì. In una lettera del 20 gennaio 1934, al suo
rientro dalla Libia, Badoglio aveva perentoriamente ricordato al
duce l’importanza degli interessi anglo-francesi in Etiopia. Ma era
d’accordo con la tesi di De Bono che l’Etiopia, qualora si fosse
trasformata in uno Stato unito con un esercito moderno, avrebbe
costituito una grave minaccia per l’Italia. Pertanto all’Italia non
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra J 21

restava altra alternativa se non di sferrare una guerra preventiva


in un momento di sua scelta 1S. Sebbene nel corso di una riunione
ministeriale dell’8 febbraio 1934 (presieduta da Mussolini e con
l’intervento di Badoglio, De Bono e Suvich) fosse stato già deciso
che le operazioni dovessero iniziare sotto il comando di De Bono
nell’ottobre del 1935, finita la stagione dei monsoni, i preparativi
preliminari furono quasi del tutto trascurati, forse a causa della
questione austriaca, che i generali potettero addurre come motivo
supplementare a favore di un rinvio 16.
Verso la fine di marzo del 1934 Badoglio, sostenuto da Bon-
zani e da Baistrocchi, demolì i piani e chiese a Mussolini se non
fosse il caso di affidare il comando delle operazioni a Bonzani
anziché a De Bono, che lui giudicava troppo anziano per la bi­
sogna. Saputolo, De Bono annotò nel suo diario del 28 marzo:
« Quel porco di Badoglio ha cercato di disfarsi di me ». Nella
sua corrispondenza con Mussolini, De Bono sostenne con fer­
mezza che lo stato maggiore non aveva alcun diritto di emendare
i piani elaborati dal ministero delle colonie 17. L’unico modo di
mettere fine a questa guerra di reciproca distruzione sarebbe stato
per Mussolini quello di diventare ministro delle colonie di se
stesso, come era già accaduto per il dicastero della guerra e quello
degli esteri; in questa nuova veste egli poteva conferire poteri
centrali ai preparativi militari, che erano decisivi se la guerra
doveva essere iniziata nell’autunno del 1935. Ma evidentemente
egli era troppo preso dagli affari europei per prendere questo
provvedimento, sicché nei mesi di aprile e di maggio lo stato
maggiore assunse il comando nella programmazione operativa e
si mise in contrasto con il ministero delle colonie. Invece dei
20.000 uomini chiesti da De Bono, Badoglio sosteneva che dal­
l’Italia se ne dovessero inviare dagli 80 ai 100 mila. Tuttavia, il
numero degli ascari in quel momento in Libia (sulla cui capacità
combattiva Badoglio era portato a dubitare) andava ridotto da
60 a 30 mila uomini. Era contrario al bombardamento delle città,
che in ogni caso avevano scarsa importanza strategica, a causa
dell’effetto ostile che avrebbe avuto sull’opinione pubblica mon­
diale. Badoglio ottenne l’approvazione di Mussolini in merito al­
l’idea che gli italiani cominciassero a combattere una guerra difen­
siva e poi, giunto il momento favorevole, passassero bruscamente
all’offensiva dopo che gli etiopici avessero concentrato le loro
forze, calcolando che per fare questo ci sarebbero voluti tre mesi.
122 Mussolini fondatore dell’Impero

Nel corso di una successiva riunione di esperti militari, tenuta il


7 maggio e presieduta da Mussolini, fu stabilito di inviare in
Eritrea un corpo d’armata di tre divisioni. Ma all’atto pratico una
parte molto esigua di queste forze giunse a destinazione entro la
fine del 1934, mentre la programmazione italiana rimase intral­
ciata dalle polemiche 18.
Il 12 maggio Badoglio supplicò Mussolini di non ricorrere alla
guerra se non a distanza di tre anni e di seguire nel frattempo
una politica pacifica in Africa orientale. Ritornò su questo argo­
mento, dopo avere esaminato una relazione del 29 maggio da
parte del colonnello Visconti-Prasca, membro del suo stato mag­
giore, il quale aveva da poco compiuto un giro ispettivo in Eritrea.
Badoglio sosteneva che i preparativi militari, già incominciati,
dovevano avere due obiettivi: primo, tenere a freno qualsiasi
incauta idea di Hailè Selassiè riguardo alla sua capacità di vincere
una guerra preventiva; secondo, garantire la vittoria all’Italia,
nel caso in cui questa venisse attaccata dall’Etiopia. Contraria­
mente a Bonzani, sia De Bono che Badoglio convennero che,
essendo il clima della Somalia presumibilmente troppo caldo per
l’uomo bianco, le operazioni in quel settore erano di secondaria
importanza 19. Verso la fine di giugno Badoglio, ma non Bonzani,
rinunciò a ogni idea di mandare via De Bono. Bonzani sollecitò
l’abrogazione della legge del 1927, ma non avendo più l’appoggio
di Badoglio e di Baistrocchi venne destituitoΆ.
In un nuovo incontro tra Mussolini e Badoglio del 28 maggio,
alla presenza di De Bono e di Suvich, le proposte del maresciallo
furono accettate. L’Eritrea doveva essere posta su una solida base
di difesa, ma si doveva mantenere la pace con l’Etiopia per salvare
le apparenze. Soltanto dopo che l’Italia fosse militarmente pronta
si doveva provocare indirettamente l’Etiopia a prendere l’inizia­
tiva contro l’Eritrea, in modo da fornire all’Italia un valido pre­
testo per entrare in guerra. Un incidente credibile sarebbe stato
montato dal colonnello Ruggero, addetto militare a Addis Abeba.
I piani dell’Italia non dovevano essere resi noti né all’Inghilterra
né alla Francia21.
Nei successivi mesi del 1934, i problemi tecnici e logistici che
si presentarono agli italiani si fecero anche più acuti. Secondo il
comando supremo della marina, il numero occorrente delle navi
per il trasporto delle truppe era talmente elevato che avrebbe
duramente colpito l’economia italiana. Ci volevano otto mesi per
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 12?

i lavori di costruzione al porto di Massaua. Il 18 luglio De Bono


chiese otto squadriglie di bombardieri, con una squadriglia di
ricognitori e una di caccia, da inviarsi in Eritrea entro venti-
quattr’ore. Dovevano opporsi a un attacco etiopico, che secondo
le sue previsioni avrebbe avuto luogo nell’ottobre di quell’anno,
quando l’Italia doveva essere pronta per la guerra in Europa.
Il generale Valle, vice segretario dell’aeronautica, riferì a De Bono
che in Libia c’erano soltanto alcuni apparecchi predisposti per il
servizio in Africa orientale e che i campi d’aviazione in Eritrea
potevano essere allestiti soltanto dopo la stagione dei monsoni
nel mese di settembre 22.
Mussolini dovette fare i conti anche con l’ostinata opposizione
dei suoi funzionari di Palazzo Chigi, i quali ne sapevano poco
riguardo ai piani militari. Il 30 giugno Raimondo Franchetti,
esperto di politica ferroviaria in Etiopia e speculatore coloniale,
ebbe una lite con Aloisi: « Il duce vuole lanciare immediatamente
la ‘ politica periferica ’ [la sovversione dei capi locali] ». Aloisi
gli domandò perché questa politica non fosse stata già iniziata.
Franchetti rispose di essere « preoccupato per la mancanza di
collegamento fra il ministero degli esteri e quello delle colonie ».
(Egli non accennò alla rivalità segreta tra il ministero della guerra
e quello delle colonie). Ma Franchetti aveva ragione nel mettere
in rilievo che, senza una forte direzione centrale, « non si poteva
fare nessun tentativo ». Aloisi mise da parte questa obiezione e
sottolineò che senza « una seria preparazione in Europa, un’im­
presa in Abissinia poteva concludersi soltanto con un disastro ».
Evidentemente Mussolini aveva tenuto nascoste ad Aloisi le sue
effettive intenzioni riguardanti l’Etiopia. Infatti fu Franchetti,
e non il duce, a riferire in via confidenziale ad Aloisi che De Bono,
dopo avere accompagnato il re in Eritrea nel mese di ottobre, vi
sarebbe rimasto in qualità di governatore delle due colonie ita­
liane, ma che probabilmente Mussolini avrebbe assunto personal­
mente la carica di ministro delle colonie. Chiaramente Balbo, go­
vernatore della Libia e molto più competente di De Bono come
soldato, desiderava guidare la campagna, ma nell’estate del 1934
si riteneva che fosse in cattivi rapporti con il duce Ώ.

Unicamente per motivi militari Mussolini cercava con impa­


zienza di stringere un accordo con la Francia, una potenza che,
come si è visto, aveva un disperato bisogno dell’amicizia italiana
124 Mussolini fondatore dell’Impero

in vista del riarmo tedesco. Avendo rafforzato i legami della Fran­


cia con i suoi alleati nell’Europa orientale, a suo tempo Barthou
intendeva visitare Roma nel dicembre del 1934. Dal punto di vista
di Mussolini questa data era troppo avanzata; nel frattempo po­
teva succedere qualunque cosa 24. Nondimeno si poteva sgombrare
il terreno per l’incontro, per mezzo di trattative tra diplomatici
di mestiere italiani e francesi riguardo a quelle complicate que­
stioni coloniali che, per anni, avevano guastato i rapporti tra i
due paesi. Le questioni più importanti erano: le frontiere della
Libia; la cessione della zona nei pressi del lago Ciad all’Italia,
che faceva accedere la Libia all’Atlantico attraverso il Camerun;
la condizione giuridica degli italiani che vivevano in Tunisia.
Particolarmente importante era, secondo Aloisi, la pretesa italiana
avanzata nel 1919 su Gibuti che, « tenuto conto dei numerosi
propositi bellicosi manifestati da tutte le parti [in Italia] contro
l’Etiopia, è un problema scottante » 25. Chambrun, l’ambasciatore
francese, responsabile di queste trattative preliminari per parte
della Francia, si sentiva ottimista circa il loro esito. Ma il 20 luglio
fu abbastanza sincero da dire ad Aloisi che la pretesa italiana sulla
regione vicina al lago Ciad avrebbe dovuto essere abbandonata,
in quanto si sarebbe risolta nel sezionamento del dominio francese
in Africa occidentale. La replica di Aloisi fu scaltra. L’Italia sa­
rebbe stata disposta a lasciare alla Francia pieni poteri in Africa
accidentale, in cambio del diritto di perfezionare il suo dominio
in Africa orientale con l’acquisto di Gibuti. Fin dalle trattative
su questi argomenti nel 1931-32, i francesi avevano continuato a
investire cospicui capitali su questo porto e sulle strade della
Somalia francese. Erano perciò tutt’altro che disposti a cedere
Gibuti all’Italia
Il sogno imperiale italiano in Africa doveva di nuovo essere
eclissato dagli avvenimenti in Europa. Si è visto (cfr. cap. VII)
come, dopo l’assassinio di Dollfuss, l’Italia fu trascinata in una
più grave contesa sia con la Germania che con la Jugoslavia. In
alcune istruzioni impartite il 10 agosto Mussolini rammentò in
modo perentorio a De Bono e ai capi di stato maggiore italiani che
qualsiasi impresa in Africa che comportasse una riduzione del
potenziale militare italiano era assai pericolosa. Il trattato del
1928 con l’Etiopia doveva pertanto essere rispettato. Egli decise
di mettere fine a tutto « il chiacchierio secondo cui l’Italia acca­
rezzava progetti aggressivi contro l’Etiopia », e che già stava su­
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 125

scitando imbarazzo a Roma. Ma ciò non significava che Mussolini


avesse abbandonato ogni idea di fare la guerra in Africa orientale.
Può darsi che i rinforzi provenienti dall’Italia dovessero essere
fatti affluire rapidamente in Eritrea per prevenire un attacco etio­
pico. L’obiettivo essenziale era ancora di « respingere » un attacco
« al di là delle nostre posizioni di difesa e, soltanto dopo avere
inflitto una sconfitta decisiva al nemico, di passare alla controf­
fensiva in qualunque direzione e verso qualunque obiettivo fosse
consigliabile nella situazione in un dato momento qualsiasi »27.
Nell’autunno del 1934, non meno che nel 1932, la prospettiva
di una brillante impresa d’armi in Africa fu messa a repentaglio
dalla crisi in Europa. Tuttavia nella posizione italiana si ebbe uno
spiccato cambiamento. Mentre verso la fine del 1932 Mussolini
aveva esaminato la possibilità di prendere l’iniziativa contro la
Jugoslavia, nell’agosto del 1934 egli temeva che la Jugoslavia
avrebbe attaccato l’Italia. Per di più la situazione in cui egli si
trovava presentava altre differenze. Verso la fine del 1932 la
Francia si era posta decisamente alle spalle della Jugoslavia; nel­
l’autunno del 1934, a seguito di una minacciata invasione italiana
dell’Austria, la Germania potè gareggiare contro la Francia per
ottenere l’amicizia della Jugoslavia. I problemi si erano fatti per­
ciò più complessi per gli italiani, i quali stavano ormai sulla di­
fensiva in Europa e temevano che l’Etiopia potesse approfittare
della loro debolezza per attaccare.
Verso la fine di settembre del 1934 la data della progettata
visita di Barthou a Roma venne prorogata. L’obiettivo francese
era di spingere l’Italia a sostenere l’indipendenza dell’Austria in
collaborazione con i paesi della Piccola Intesa, specie la Jugoslavia.
In un primo tempo il 9 ottobre, prima che la notizia delle ucci­
sioni compiute a Marsiglia giungesse a Roma, Chambrun, di nuovo
in uno stato d’animo ottimistico, parlò con Aloisi dei problemi
relativi alla visita di Barthou a Roma 28. Purtroppo, non sono stati
pubblicati i documenti francesi né quelli italiani relativi a questo
periodo, ma da una ricapitolazione italiana sulla politica francese
del 1935, nonché da documenti inglesi, risulta evidente che Bar­
thou era sicuramente pronto a consentire all’Italia di estendere
la sua influenza in Etiopia entro limiti non ancora precisati, allo
scopo di ottenere la collaborazione italiana con la Jugoslavia contro
la Germania29.
Mussolini, il quale in ogni caso era convinto che la Francia
126 Mussolini fondatore dell’Impero

non avrebbe opposto ostacoli insuperabili alle ambizioni italiane


in Africa orientale, riteneva anche che i princìpi fondamentali
degli accordi da lui presi con l’Inghilterra nel 1925, in merito
a una eventuale divisione dell’Etiopia, fossero tuttora validiM.
Date le circostanze, Aloisi e Suvich, discutendo il 2 ottobre sulle
voci di guerra che le istruzioni di Mussolini del 10 agosto non
erano riuscite a impedire, furono più ottimisti. Si misero d’accordo
che nulla si doveva fare per preparare la guerra con l’Etiopia
finché la situazione internazionale non fosse diventata più stabile.
Secondo Suvich, il duce contava ormai di fare la guerra in Etiopia
« di qui a due anni »; per questo motivo Suvich credette ottimi­
sticamente che forse un attacco contro l’Etiopia non sarebbe mai
avvenuto31. Certamente Mussolini, nell’autunno del 1934, non
fece niente per rafforzare la posizione dell’Italia di fronte alla
Germania e alla Jugoslavia, anzi è poco probabile che abbia pre­
stato seria attenzione all’Etiopia dopo la crisi derivante dai fatti
luttuosi di Marsiglia.

Hailè Selassiè quasi sicuramente era al corrente dell’ingarbu-


gliata situazione italiana in Europa, ma egli non si attenne sem­
plicemente a una politica dell’immobilismo, sperando cioè che
preoccupazioni d’altra origine avrebbero distolto gli italiani dal-
l’attaccare. Per dare al suo paese il massimo della sicurezza, gli
si offriva la possibilità di scegliere due linee di condotta. Egli
poteva venire immediatamente a patti con l’Italia, oppure, avendo
ottenuto la promessa di appoggio da parte di paesi stranieri, get­
tare il guanto e affrontare il suo avversario prima che egli fosse
militarmente preparato. È chiaro che egli sperimentò ciascuna
alternativa. Il 30 settembre strappò a Mussolini l’assicurazione
che « l’Italia non ha alcun intento che non sia favorevole nei
riguardi del governo etiopico, con il quale siamo legati dal trat­
tato di amicizia del 1928 »32. Egli si sarebbe servito di questo
documento per consolidare successivamente la sua posizione.
In quello stesso mese Mussolini commise un errore marchiano,
di cui Hailè Selassiè non poteva non avvantaggiarsi. I piloti ita­
liani furono adibiti all’addestramento della nascente aeronautica
nazionalista cinese, mentre nel mese di settembre del 1934 la
legazione italiana di Canton venne elevata al rango di ambasciata.
I giapponesi se ne risentirono molto. Se Mussolini stava intral­
ciando il Giappone in Cina, perché i giapponesi non avrebbero
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 127

dovuto fare lo stesso gioco contro l’Italia in Etiopia? Si calcola


che Γ80 per cento delle importazioni etiopiche, che comprende­
vano prodotti tessili e oppio, venissero dal Giappone. Inoltre i
giapponesi provavano ammirazione per un regno indipendente non
europeo, con un’antica cultura autoctona. Nel gennaio del 1933
era stato ufficialmente annunciato a Tokio che la figlia di un prin­
cipe giapponese sarebbe stata promessa in matrimonio a un ni­
pote di Hailè Selassiè. Tale fu lo sdegno suscitato a Roma che
questa pittoresca storia d’amore dovette, a seguito di pressioni
diplomatiche, essere troncata. Ma le esportazioni giapponesi verso
l’Etiopia aumentarono e ci fu anche chi disse che l’Etiopia veniva
fornita di armi giapponesi. Motivo per cui nel mese di marzo, e
di nuovo nel mese di luglio, del 1935 fu lanciata da Roma una
violenta campagna di stampa contro il Giappone33.
Molto più prezioso per l’Etiopia era l’appoggio delle potenze
europee, soprattutto della Germania, con i cui rappresentanti di­
plomatici Hailè Selassiè era stato in buoni rapporti sin dai suoi
anni giovanili. Il 28 ottobre 1934, senza consultare i suoi consi­
glieri di mestiere, per la maggior parte stranieri, Hailè Selassiè
chiese a von Schoen, il rappresentante diplomatico tedesco a Ad­
dis Abeba, il quale verso la fine di agosto sapeva che gli italiani
stavano progettando una guerra, se non fosse possibile consentire
a una rappresentanza etiopica di visitare la Germania per trattare
l’acquisto di armi, compresi gli aerei Sebbene ricevesse una
risposta evasiva, l’appello dell’imperatore non cadde nel vuoto.
Von Neurath aveva attentamente esaminato i preparativi militari
italiani in Africa orientale e ne aveva tenuto completamente al
corrente Hitler, il quale rispose personalmente a Hailè Selassiè
con una lettera del 27 novembre, purtroppo scomparsa35. Fu
recapitata soltanto a distanza di un mese, dopo la crisi di Ual-Ual.
La domanda che subito si affaccia è questa: perché Hitler attese
un intero mese prima di inviare la sua lettera? È vero che un
componente tedesco della sezione etiopica della commissione per
i confini della Somalia, Beitz, era stato recentemente assas­
sinato, cosa che sicuramente suscitò rabbia a Berlino. Ma la
verità non è tutta qui. In un promemoria del 31 ottobre destinato
a Hitler, von Neurath analizzò con eccezionale intuizione l’imba­
razzante situazione politica generale in cui si trovava l’Italia:
« Finché la Francia séguita a recitare la parte di protettrice del-
l’Abissinia », osservò, « a mala pena è da supporre che avvenga
128 Mussolini fondatore dell’Impero

un conflitto armato tra l’Italia e l’Etiopia. Tuttavia potrebbe darsi


che l’Italia cercherà di giungere a un accordo politico generale
con la Francia per mezzo di una sistemazione di interessi in Etio­
pia ». Se l’Italia fosse riuscita a convincere la Francia a conside­
rare inutile l’Etiopia, allora « si sarebbe aperta la strada all’azione
italiana. L’Inghilterra rimarrebbe presumibilmente neutrale e il
suo comportamento favorevole verrebbe compensato con un au­
mento di territorio etiopico, come previsto dal trattato segreto
del 1906 ». Secondo von Neurath, la Germania doveva rimanere
neutrale e aspettare, prima di precisare il suo atteggiamento,
finché non fosse prossimo un accordo franco-italiano. Gli esperti
tedeschi prevedevano che una guerra, qualora fosse scoppiata,
sarebbe durata almeno per un anno Molto probabilmente Hitler
agì su consiglio di von Neurath e adottò pertanto una posizione
d’attesa.
Ma la Germania, anche se avesse deciso di correre in aiuto
dell’Etiopia, avrebbe potuto farlo con efficacia solo nel caso in
cui o l’Inghilterra o la Francia avessero consentito ai tedeschi di
servirsi del loro territorio per il trasporto delle armi. Nel 1934
Hailè Selassiè compì nuovi tentativi per giungere a un accordo
con la Francia, che però abortirono Successivamente cercò di
ottenere l’appoggio dell’Inghilterra. Nel 1931 egli aveva promul­
gato una costituzione che dava al suo paese un governo rappre­
sentativo, almeno sulla carta. I suoi sforzi per abolire la schia­
vitù furono giudicati sinceri, anche da certi liberali inglesi come
Noel Buxton. Mentre faceva di tutto per mantenere l’ordine fra
i ras locali, fece molta attenzione a non spingerli alla rivolta
concedendo troppe riforme. Per esempio, l’antico sistema del
diritto di possesso della terra, soprattutto nel meridione, che
permetteva ai ras e al clero il godimento di insopportabili privi­
legi sui contadini, non venne toccato. Nel 1934 l’Etiopia era più
che mai esposta alle guerre tribali; ma, purché le grandi potenze
consentissero a Hailè Selassiè di consolidare il suo potere cen­
trale, il paese avrebbe conseguito quello che gli inglesi ammiravano
sempre, « un governo capace di sviluppo », con il quale l’impe­
ratore avrebbe controllato i suoi sudditi. Si ignorava che Hailè
Selassiè intendeva semplicemente introdurre riforme per raffor­
zare la sua posizione di imperatore, non servirsi della sua carica
imperiale per attuare le riforme38.
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 129

In Etiopia e lungo i suoi confini erano in ballo gli interessi


coloniali dell’Inghilterra. La crisi economica del 1930 danneggiò
il cotone sudanese, che era un prodotto di primaria importanza,
con la conseguenza che gli inglesi erano meno interessati a co­
struire una diga nei pressi del lago Tana rispetto a dieci anni
prima. Ma, oltre alla diga, fra l’Inghilterra e l’Etiopia esistevano
molte divergenze insolute, come la demarcazione delle frontiere
etiopiche con il Kenia, con il Sudan e con la Somalia britannica.
Tuttavia gli inglesi non erano più, come nel 1925, del parere che
l’Etiopia fosse sul punto di disgregarsi. Pertanto speravano di
garantire i loro interessi nel paese con il consenso dell’Etiopia
e non dividendo il territorio con l’Italia 39.
Hailè Selassiè era pronto a pagare salato un accordo con l’In­
ghilterra, pur di ricavarne l’appoggio contro l’Italia. Si profilava
un problema. I somali si interessavano poco alle frontiere inter­
nazionali, ma mal sopportavano il dominio, a prescindere da chi
10 esercitasse. Erano alla ricerca di terreno da pascolo, che variava
a seconda delle stagioni, e soprattutto, come ai tempi biblici,
dell’acqua necessaria ai loro greggi. L’altopiano dell’Haud, che
formava una zona triangolare a circa un centinaio di miglia a sud
della costa del Mar Rosso, era tremendamente caldo e arido40.
A nord c’erano i 359 pozzi di Ual-Ual e di Gherlogubi. Poiché
la frontiera tra la provincia etiopica dell’Ogaden e la Somalia
italiana non era stata segnata in modo chiaro, sorgeva qualche
dubbio sul diritto di proprietà di quei pozzi. In base al trattato
italo-etiopico del 1928, essi si trovavano dalla parte etiopica lungo
una linea che si inoltrava per circa 150 miglia nell’entroterra,
parallelamente alla costa in direzione nord-est verso la frontiera
della Somalia britannica. Nel 1929 gli italiani, mentre rafforzavano
11 loro dominio nella Somalia settentrionale, riconobbero che
Ual-Ual si trovava in territorio etiopico. Ma l’anno seguente, dopo
l’invio di una spedizione militare italiana, i pozzi furono occupati
de facto dagli italiani e fortificati. Nel 1932 gli italiani pretesero
che anche gli appartenenti alle tribù protetti dal diritto etiopico
o inglese dovevano chiedere anticipatamente il permesso per l’uso
dei pozzi. È probabile che per Hailè Selassiè, il quale in ogni
caso giudicava la maggior parte dell’Ogaden con i suoi abitanti
musulmani una passività, i pozzi fossero meno importanti di
quanto li giudicassero gli italiani e sicuramente gli inglesi41. A
nord, sulle montagne dell’Harar, c’era acqua sufficiente per i
130 Mussolini fondatore -deU’Impero

soldati e per gli animali etiopici, ma nel caso in cui gli italiani
avessero deciso di invadere l’Etiopia, e poiché erano condizionati
dalle salmerie, i pozzi di Ual-Ual si sarebbero rivelati preziosi
per loro, in quanto la più vicina disponibilità idrica di riserva
che avevano era l’Uebi Scebeli, a oltre 150 miglia a sud-ovest
di Ual-Ual.
Tuttavia, gli italiani dovevano essere sloggiati dagli etiopici
soprattutto per ragioni di politica della forza. In diverse occasioni
a partire dal 1932 Hailè Selassiè aveva tentato di occupare Ual-
Ual, servendosi di solito di mercenari; così, in caso di fallimento,
si poteva sconfessare la responsabilità ufficiale da parte etiopica.
Un somalo si rivelò particolarmente prezioso per lui: Omar Sa-
mantar, il quale (cfr. cap. II) nel 1926 aveva disertato dagli ita­
liani 42. È chiaro che Samantar, che già serbava rancore verso gli
italiani, nell’estate del 1934 fu comprato da Hailè Selassiè affinché
facesse una dimostrazione con truppe irregolari nei pressi della
frontiera della Somalia italiana. Anche agli inizi del 1934 ci fu
un incidente che coinvolse cittadini italiani a Gondar e che suscitò
malcontento. Ai primi di novembre alle bande armate di Samantar
si unirono truppe regolari etiopiche al comando del fìtaurari Sci-
ferra. Il 20 novembre tutto il reparto, ormai salito a circa 1.000
uomini, raggiunse Ado, à una cinquantina di chilometri a nord-est
di Ual-Ual. Sebbene non si sappia con precisione quali fossero
le istruzioni di Sciferra, sicuramente un’esibizione di forza si ac­
cordava con un piano politico che allora si stava discutendo a
Addis Abeba e a Whitehall43.
Hailè Selassiè aveva bisogno di migliorare le comunicazioni
all’interno del proprio paese, in modo tale che gli italiani non
potessero usarle a scopi militari. Di vitale importanza era un
porto sotto la sovranità etiopica, grazie al quale si potessero im­
portare le armi. Nel 1928 si era concordato con gli italiani che,
in cambio di agevolazioni nel porto eritreo di Assab sul Mar
Rosso, il governo etiopico dovesse costruire nel proprio territorio,
con l’aiuto di ingegneri olandesi, quel tratto di autostrada che
collegava Assab con Dessiè, a circa 240 chilometri a nord di Addis
Abeba. Gli italiani tirarono per le lunghe le concessioni fatte
all’Etiopia nel porto di Assab; Hailè Selassiè, rendendosi conto
che questa strada, una volta costruita, poteva servire agli italiani
per penetrare nel cuore del suo paese, non permise neanche che
se ne iniziasse il lavoro. Inoltre, soltanto il 10 per cento del traf-
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 131

fico etiopico si svolgeva con l’Eritrea. Nello stesso tempo l’affi-


damento sulla buona volontà dei francesi a Gibuti, attraverso cui
si calcola che passasse il 65 per cento dell’attività commerciale
etiopica, era assai incerto. Verso la fine del 1934 truppe sene­
galesi furono inviate nella Somalia francese per la difesa di quella
piccola colonia contro le scorrerie dei nomadi del deserto. C’era
sempre il rischio che i funzionari coloniali francesi collaborassero
con gli italiani e lasciassero che le merci raggiungessero Addis
Abeba soltanto alle condizioni poste da loro.
I componenti del ministero delle colonie britannico, spalleg­
giati da Sir Sidney Barton, rappresentante diplomatico inglese a
Addis Abeba, si dimostrarono più compiacenti. Circa il 20 per
cento del commercio dell’Etiopia transitava da Gallabat nel Sudan
attraverso una mulattiera per Gimma fino al centro del paese che
rimaneva isolato dalla capitale durante la stagione delle piogge.
Nel 1934 era stata costruita anche un’autostrada da Dire Daua
sulla linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti, assai addentrata nella
frontiera etiopica, che collegava la capitale con il porto di Berbera
nella Somalia britannica. Ma soltanto il 5 per cento del movimento
commerciale dell’Etiopia passava per questa strada. Ne esisteva
un’altra, relativamente in buone condizioni, che univa Addis Abeba
a Gimma, nella zona fertile a sud-ovest44.
Nel 1932 Hailè Selassiè aveva avvicinato Sir Sidney Barton
con l’intento di fare ottenere all’Etiopia la locazione di Zeila, un
altro porto della Somalia britannica, unitamente a un corridoio
che lo collegasse con il territorio etiopico. Il ministero delle co­
lonie britannico non gradì l’idea di una locazione e suggerì invece
la totale cessione all’Etiopia del territorio in questione. In cambio
gli inglesi avrebbero chiesto delle compensazioni territoriali sulle
loro estese frontiere con l’Etiopia. Dopo ampia discussione con
Whitehall, alla quale parteciparono i capi di stato maggiore, il
21 marzo 1934 Barton ricevette istruzioni affinché riproponesse
la questione all’imperatore45. Un mese dopo, sorprendendo Bar­
ton, Hailè Selassiè (il quale non era riuscito a ottenere concessioni
dai francesi) si dimostrò disposto a prendere in attenta conside­
razione la proposta. In cambio di Zeila, l’Etiopia era pronta a
trasferire in territorio britannico un triangolo delimitato da una
linea che andava da Giggiga nel settentrione fino a Wardair e a
Ferfer nel meridione e poi piegava verso est fino a Damot. L’esten­
sione della frontiera della Somalia britannica, nota come la « linea
132 Mussolini fondatore dell’Impero

rossa », avrebbe posto sotto il controllo inglese una vasta zona


dell’Ogadèn, compresa Ual-Ual (ma non Gherlogubi, già occupata
dalle forze etiopiche nel maggio del 1934)*’. Il Foreign Office
sapeva bene che la proposta di Zeila avrebbe probabilmente in­
contrato opposizioni. Nel febbraio del 1934 i francesi si erano
messi in agitazione per via degli interventi compiuti dagli inglesi
a Addis Abeba nel tentativo di far deviare il traffico etiopico da
Gibuti verso Berbera e Aden. È probabile che gli italiani fossero
molto più testardi. La notizia della proposta per Zeila fu rivelata
loro verso la fine di dicembre del 1934. Sebbene gli etiopici l’aves­
sero accettata agli inizi del 1935, gli inglesi la lasciarono cadere,
poiché li avrebbe probabilmente trascinati in una contesa con
l’Italia41. (Tuttavia, come si vedrà al cap. XII, l’idea non era
destinata a morire).

La proposta di Zeila fu discussa in un momento in cui la


commissione per i confini anglo-etiopici, dopo avere fatto il rilievo
della frontiera esistente fra l’Etiopia e la Somalia britannica,
avanzò nell’Ogaden per esaminare i movimenti di migrazione dei
componenti delle tribù. Il colonnello Clifford, comandante britan­
nico della commissione, era accompagnato da una piccola scorta,
a suo parere sufficiente per proteggere la squadra di esperti. Il
22 novembre 1934, al suo arrivo a Ado, fu sorpreso di incontrare
il reparto comandato da Sciferra, il quale gli disse che egli avrebbe
rappresentato la scorta principale. Entrambi i gruppi proseguirono
poi alla volta di Ual-Ual
Sir Eric Drummond, ambasciatore britannico a Roma, aveva
informato in via ufficiosa Giovambattista Guarnaschelli, alto fun­
zionario del ministero delle colonie italiano, che la commissione
sarebbe giunta a Ual-Ual. Tuttavia Maurizio Rava, il governatore
italiano di Mogadiscio, non ricevette mai il messaggio. È assai
improbabile che le autorità coloniali italiane tenessero delibera­
tamente all’oscuro i loro funzionari in Somalia allo scopo di creare
un incidente. Il ministero delle colonie italiano, fatta eccezione
per De Bono, era convinto che le intenzioni di Hailè Selassiè
fossero pacifiche e veniva continuamente rimproverato da Musso­
lini per la sua mancanza di interesse nella « politica periferica ».
Può darsi che il messaggio di Drummond non venisse inviato
per un disguido amministrativo. Roberto Cimmaruta, il coman­
dante italiano a Wardair, non avendo istruzioni, voleva evitare
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra B3

incidenti, ma l’arrivo della commissione per i confini, accompa­


gnata da una scorta formidabile come quella guidata da Sciferra,
lo reputò una minaccia. Di conseguenza mandò un aeroplano
sugli accampamenti della commissione anglo-etiopica, per indurla
a sloggiare spaventandola. La commissione si mise al riparo dal
pericolo ripiegando su Ado, ma rimase la scorta di Sciferra unita­
mente agli irregolari di Samantar. Per i dieci giorni successivi un
migliaio circa di etiopici e 500 soldati ascari si fronteggiarono
minacciosamente. Sebbene i comandanti di entrambe le parti
dessero prova di uno straordinario controllo, il 5 dicembre fu
sparato un colpo dalle linee etiopiche durante le ore notturne,
quando l’aviazione italiana non poteva agire con efficacia. Il
giorno seguente, dopo una dura lotta, gli etiopici furono sbara­
gliati 49.
L’evidenza fa pensare che l’incidente di Ual-Ual non fu in­
scenato da Roma. In realtà, il genere di incidente di cui Mussolini
spesso parlava, e che egli intendeva usare come pretesto per
intraprendere un’azione militare, avrebbe dovuto essere organiz­
zato non in Somalia (che era praticamente priva di truppe ita­
liane), bensì in Eritrea. Doveva essere progettato dal colonnello
Ruggero, l’addetto militare italiano a Addis Abeba. Data la crisi
in Europa, nessuna epoca era meno favorevole del mese di dicem­
bre del 1934 per una spedizione punitiva italiana contro l’Etiopia.
Gli italiani furono colti di sorpresa. Subito dopo l’incidente,
Mussolini ordinò di fare affluire rapidamente in Africa orientale
aerei e autoblindate. Le truppe di ascari, che prestavano servizio
in Libia ed erano state messe da parte per l’Eritrea, dovevano
essere inviate in Somalia. A loro si doveva unire una divisione
metropolitana, la « Peloritana », composta da italiani meridio­
nali in grado di sopportare il caldo
I documenti militari italiani comprovano il verdetto della
commissione Politis del 3 settembre 1935: l’Italia non era respon­
sabile dell’incidente di Ual-Ual. Ma la predetta commissione non
riuscì a dimostrare la tesi italiana, secondo cui il responsabile era
Hailè Selassiè51. Qualora fosse stato fermamente deciso a slog­
giare gli italiani da Ual-Ual con un’azione militare, Hailè Selassiè
non avrebbe lasciato che Sciferra attendesse dieci giorni, dando
modo agli italiani di ricevere rinforzi per sferrare un attacco.
Inoltre, secondo gli inglesi, Sciferra era uomo prudente e di tem­
peramento tranquillo. Molto probabilmente Hailè Selassiè spe­
134 Mussolini fondatore dell'Impero

rava che gli ascari guidati dagli italiani si sarebbero convinti a


sgombrare Ual-Ual trovandosi di fronte a un reparto etiopico
due volte maggiore. La presenza di ufficiali inglesi nei pressi di
Ual-Ual avrebbe permesso a Sciferra di agire con maggiore auto­
rità. Una volta entrato effettivamente in possesso dei pozzi, Hailè
Selassiè avrebbe avuto qualcosa di sostanziale da offrire agli inglesi
in cambio di Zeila H.
Dopo l’incidente, Hailè Selassiè riteneva di stare su un ter­
reno saldamente legale. La reazione di Mussolini è stata parago­
nata a quella che egli ebbe per l’incidente di Corfu del 1923.
L’8 dicembre egli chiese una scusa formale, un elevato risarci­
mento, il riconoscimento del diritto dell’Italia a occupare Ual-Ual
con un saluto alla bandiera, nonché la resa dei disertori (com­
preso Samantar) alle autorità italiane. In questa fase Hailè Selas­
siè fu sconsigliato di fare appello alla Società delle Nazioni da
Sir Sidney Barton. Invece, il 9 dicembre, egli invocò l’articolo V
del trattato del 1928 con l’Italia, che era stato recentemente ricon­
fermato. Il 14 dicembre Mussolini si rifiutò di trattare sulla base
di questo trattato. Più tardi nella stessa giornata, stavolta con
l’approvazione degli inglesi, Hailè Selassiè segnalò l’incidente di
Ual-Ual all’attenzione della Società delle Nazioni. Il 3 gennaio
1935 egli invocò formalmente l’articolo XI del Patto societario,
che prevedeva la conciliazione ma non le sanzioni53.

Mussolini era stato appena attaccato dagli antifascisti sul


« Journal » della Società delle Nazioni, un’istituzione che egli
detestava. Ormai era risoluto a punire l’Etiopia per due motivi:
l’aver fatto ricorso alla Società delle Nazioni e l’aver intrigato
con una potenza straniera, l’Inghilterra. Il 20 dicembre redasse
le direttive per una invasione dell’Etiopia M.
De Bono e Vinci, il rappresentante diplomatico italiano a
Addis Abeba, probabilmente convocati da Mussolini, trascorsero
il Natale a Roma. Entrambi erano ansiosi di ricevere istruzioni
al più presto possibile. Il 24 dicembre De Bono commentò: « Gli
abissini si stanno facendo arroganti e vengono spalleggiati dagli
inglesi ». A distanza di tre giorni: « Stiamo mobilitando in Soma­
lia e in parte anche in Eritrea. Occorre tempo. Il principio non
dovrebbe essere ispirato all’urgenza; abbiamo bisogno di aerei
e di autoblindate. Per il bene dell’Italia spero che la crisi si
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 135

acquieti ». Le parole di De Bono fanno fortemente pensare che


l’Italia non fosse preparata per la guerra5S.
Il compito di Aloisi consisteva nel trattare su un livello poli­
tico le proteste etiopiche presentate alla Società delle Nazioni. Il
24 dicembre prese contatto con il ministero delle colonie, che
negò che le truppe italiane fossero avanzate contro gli etiopici.
Tuttavia il ministero dichiarò che i ras desideravano detronizzare
l’imperatore, il quale personalmente si opponeva a « un’azione su
vasta scala contro di noi ». In seguito Aloisi respinse la pretesa
etiopica, secondo cui l’Italia era responsabile dell’attacco: era
vero il contrario, affermò. Fu autorizzato dal duce a informare le
ambasciate italiane a Parigi e a Londra riguardo all’effettivo svol­
gimento dei fatti, dato che si contava sull’appoggio diplomatico
da entrambe le capitali *. Probabilmente gli italiani credevano
di essere la parte in causa innocente.
Il giorno di Natale del 1934 Aloisi andò di nuovo dal duce,
il quale gli disse che ogni cosa sarebbe stata messa a posto dopo
che egli avesse personalmente assunto il ministero delle colonie.
Mussolini aggiunse che « l’affare abissino maturerà dopo che
avremo concluso un accordo con la Francia », e che « ora è neces­
sario far muovere le cose alla svelta »57. Ma un accordo con la
Francia richiedeva un completo voltafaccia nella politica italiana.
Il 4 dicembre Mussolini si era opposto alla pressione fatta dalla
Francia di venire a patti con la Jugoslavia. Ma il 29 dicembre
acconsentì ad abbandonare l’Ungheria e a collaborare invece con
la Piccola Intesa per difendere l’indipendenza austriaca. Il 30
dicembre, dall’intercettazione di messaggi provenienti da Parigi,
si apprese che Lavai esigeva il prezzo più alto possibile per giun­
gere a un accordo durante la sua prossima visita a Roma. Nondi­
meno Mussolini era ormai pronto a intavolare le trattative 58.
Nel frattempo l’appello rivolto il 14 dicembre da Hailè Selassiè
alla Società delle Nazioni si era rivelato un fallimento. Il 10
dicembre il Consiglio aveva sospeso i lavori al termine di una
seduta faticosa. Il governo inglese e quello francese non volevano
giocarsi la buona volontà italiana, di cui avevano bisogno in
vista del plebiscito per la Saar e per controllare il riarmo tedesco.
L’incidente di Ual-Ual veniva tuttora giudicato da essi una fac­
cenda africana e non europea. Il loro punto di vista era vigorosa­
mente sostenuto da Joseph Avenol, il segretario generale della
136 Mussolini fondatore dell’Impero

Società delle Nazioni, egli stesso un francese. Per evitare attriti


con la Società delle Nazioni, Mussolini acconsentì a rinunciare
alle scuse, per sottoporre la controversia a un arbitrato in base al
trattato del 1928 59.

Prima che la crisi toccasse il culmine, Pimperatore ottenne


l’appoggio da una parte che deve averlo reso ancora più ostinato.
Il 26 dicembre 1934, quando un accordo tra la Francia e l’Italia
sembrava imminente, la lettera personale di Hitler del mese prece­
dente venne finalmente consegnata all’imperatore da Willy Un-
verferht, l’incaricato d’affari tedesco a Addis Abeba. Non era
presente nessun consigliere straniero. Hailè Selassiè « espresse i
suoi ringraziamenti e mise in risalto i floridi e cordiali rapporti
tra i due paesi »; la Germania era l’unico paese « sinceramente
amico » dell’Etiopia. Hitler doveva aver fatto qualche promessa,
in quanto l’imperatore diede a Unverferht un promemoria a inte­
grazione di quello precedente che von Schoen, il rappresentante
diplomatico tedesco, aveva portato con sé per condurre le tratta­
tive a Berlino. Esso conteneva dettagliate richieste di armi da
parte dell’Etiopia, compreso il materiale per la guerra chimica.
Se la risposta della Germania fosse stata favorevole, sarebbe stato
inviato a Berlino un incaricato speciale. Unverferht ricordò all’im­
peratore che « era impossibile che un ente governativo tedesco
si occupasse della consegna delle armi ». Allo scopo di distogliere
l’imperatore dalla questione delle armi, Unverferht avanzò l’idea
che la Germania si servisse della sua influenza diplomatica nel­
l’interesse dell’Etiopia — sia fra quegli Stati che appartenevano
alla Società delle Nazioni, sia fra quelli con cui la Germania aveva
rapporti di amicizia — per tentare di trovare una soluzione alla
controversia di Ual-Ual. Il giorno seguente la Wilhelmstrasse lo
avvertì che il Reich « avrebbe osservato la più rigorosa neutralità »
nel caso di un conflitto italo-etiopico e che non poteva agire da
intermediario a causa « dell’atteggiamento della Germania verso
la Società delle Nazioni ». Quanto alla questione della fornitura
di armi, si doveva usare la « massima cautela ». Non fu fatto
alcun accenno a quegli organi governativi ufficiosi nel Reich, di
cui c’era gran moltitudine, né ai contatti personali dell’imperatore
a Berlino“.
Il console generale onorario per l’Etiopia a Berlino, il mag-
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 137

giore Hans Steffen, era un trafficante d’armi internazionale e un


esperto di affari del Medio Oriente. Avendo agito come consi­
gliere di Feisal dell’Iraq e di Ihn Saud d’Arabia, negli anni Venti
si era guadagnato la « piena fiducia » di Hailè Selassiè. Può darsi
che, avendo saputo da von Schoen quali fossero le necessità di
Hailè Selassiè, ricevesse l’ordine di recarsi a Addis Abeba. Egli
però agiva in base alle istruzioni non della prudente Wilhelm­
strasse, bensì dell’ufficio del partito per gli affari esteri diretto
da Rosenberg, che alla fine del 1934 era violentemente antiita-
liano. A Steffen fu ingiunto di servirsi di « ogni mezzo possi­
bile » per promuovere la guerra in Africa orientale e al fine di
determinare una distensione della pressione politica esercitata sulla
Germania in Europa61. Steffen partì da Berlino verso la fine di
dicembre; come si vedrà, gli accordi di Roma furono firmati il
6 gennaio 1935. Da quel momento in poi la sua missione assunse
un’importanza molto maggiore. Il 18 gennaio, nel corso di una
discussione sulla situazione strategica generale, egli consigliò l’im­
peratore « à attaquer et prévenir l’ennemi avant que ses prépa­
rations soient finies ». Per raggiungere questo scopo, Steffen gli
promise che la Germania avrebbe fornito all’Etiopia tutte le
armi occorrenti. Con 11 milioni di marchi si potevano equipag­
giare tre armate etiopiche con armi pesanti. La Germania sarebbe
stata rimborsata con prodotti dell’agricoltura etiopica, che era
ormai organizzata da una società tedesca, da consegnarsi a rate
in dieci anni. Più tardi ai tedeschi venne perfino offerta terra da
colonizzare in Etiopiaa. Sebbene gli italiani avessero un ottimo
servizio di spionaggio sia a Addis Abeba che a Berlino, e più
tardi rendessero noti i particolari delle attività di Steffen 63, non
risulta che nel dicembre del 1934 Mussolini sospettasse l’inten­
zione della Germania di inviare armi all’Etiopia e che decidesse
di attaccare il paese per questo motivo. (Per lo sviluppo dei
contatti tra Etiopia e Germania riguardo alle armi, cfr. capp.
X e XII).
In quel momento Mussolini era molto più preoccupato per
la minaccia tedesca a nord del Brennero. Successivamente Cerruti
scrisse che, essendo stato richiamato a Roma ai primi di dicembre
del 1934, il duce gli domandò quanto tempo ci sarebbe voluto
prima che la Germania fosse in grado di attaccare l’Austria. L’am­
basciatore rispose: « Meno di due anni »; al che Mussolini os­
138 Mussolini fondatore dell’Impero

servò: « Per ora dovremo finire la guerra in Etiopia, in seguito


dovremo tornare ad adottare un atteggiamento di assoluta intran­
sigenza per quanto riguarda un Anschluss » 64.

Ormai Mussolini era pronto a entrare in azione. Il 30 dicembre


distribuì in cinque copie il suo progetto di istruzioni del giorno
20 ai capi di stato maggiore e al ministero delle colonie. Eviden­
temente a Palazzo Chigi non se ne conobbe mai neanche resi­
stenza. Il suo contenuto, poi, doveva essere tenuto a ogni costo
lontano dai francesi. Poiché le istruzioni sono ormai disponibili,
basterà solo riassumerle. Il duce affermava che « il tempo lavora
cóntro di noi »; era pertanto necessario risolvere il problema etio­
pico al più presto possibile, prima che Hailè Selassiè avesse modo
di modernizzare il suo esercito con l’aiuto di esperti stranieri.
Esso era già bene equipaggiato con armi portatili. Una massa di
100.000 combattenti, sostenuti dagli ascari, doveva essere pronta
a marciare all’inizio di ottobre del 1935, al termine della stagione
delle piogge. L’obiettivo doveva essere « la distruzione delle forze
abissine e la completa conquista del paese ». L’aviazione, ricor­
rendo alla guerra chimica, avrebbe svolto una funzione notevole.
In Europa non si prevedevano complicazioni per almeno due anni.
La Jugoslavia era troppo divisa all’interno per minacciare l’Italia,
mentre il riarmo tedesco non sarebbe terminato prima del 1937.
Per giunta la Germania era ancora lacerata dalla discordia interna
e poteva essere tenuta sotto controllo per mezzo di un accordo
con la Francia, per il quale adesso Mussolini era disposto a pagare
il prezzo più alto possibile. Gli interessi dell’Inghilterra e della
Francia in Africa orientale sarebbero stati rispettati, in modo da
mantenere la loro neutralità65.
Mussolini aveva gravemente sbagliato diversi conti. Più tardi
affermò che uno degli obiettivi della campagna era di interrompere
la linea Gibuti-Addis Abeba. Ma questa operazione poteva essere
compiuta soltanto con una manifesta violazione degli interessi
economici della Francia. Mussolini non previde mai che la Ger­
mania avrebbe veramente fornito armi all’Etiopia e chiuse gli
occhi di fronte a eventuali difficoltà da parte della Società delle
Nazioni, i cui fautori erano già pronti a criticare l’Italia fascista.
Credette erroneamente che al termine della guerra, l’equipaggia­
mento sarebbe tornato in Italia in buone condizioni e sarebbe
servito a mantenere il suo rango di potenza mondiale66.
Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 139

La decisione improvvisa di Mussolini, di lanciare una guerra


nazionale e non coloniale contro l’Etiopia, non segnò soltanto una
fase di rilievo in una reazione a catena che condusse alla seconda
guerra mondiale: doveva provocare anche uno sconvolgimento
più grave nell’Africa tropicale. È possibile considerare la sua
decisione o come l’ultima grande impresa rischiosa deH’imperia-
lismo europeo, oppure, dopo un ulteriore esame delle prove, come
una tappa di grande valore verso la decolonizzazione dell’Africa
e del Medio Oriente.
Nel valutare l’importanza di queste istruzioni, De Felice con­
divide il punto di vista dei revisionisti, secondo cui Mussolini,
dopo averle emanate, era preparato a concludere un compromesso
politico riguardo all’Etiopia ma non aveva intenzione di conqui­
starla. Per la verità, Mussolini non ordinò ai capi militari di com­
piere alcunché di concreto per metterle in atto fin verso la fine
del gennaio 1935, quando si sentì sicuro che la Francia avrebbe
concluso una convenzione militare. Tuttavia, a parere di chi scrive,
il vasto esercito inviato in Etiopia in base a quanto previsto nelle
istruzioni, era destinato a essere impiegato in operazioni militari
e non semplicemente a scopo di pressione politica. La dimostra­
zione di questa tesi sarà oggetto dei capitoli seguenti 67.
IX

LA MOBILITAZIONE DELL’ESERCITO ITALIANO

Al suo arrivo a Roma il 4 gennaio 1935, Lavai ricevette un’ac­


coglienza tumultuosa. Con tutto ciò, il susseguente mercanteggia­
mento tra diplomatici francesi e italiani si rivelò talmente diffi­
coltoso che per un momento sembrò che le trattative sarebbero
state sospese. Mussolini respinse una proposta francese in base
alla quale egli avrebbe dovuto dichiarare per iscritto che tra
l’Italia e Lungheria non esisteva alcun accordo militare. Né era
disposto a estendere gli accordi di Roma del 1934 per includervi
la Jugoslavia. L’accoglimento di tali proposte, protestò, lo avrebbe
messo in difficoltà con il partito fascista. Tuttavia disse a Lavai
che avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per migliorare i
rapporti dell’Italia con la Jugoslavia, in cambio di un désistement
dei francesi in Etiopia. Lavai mostrò il suo assenso con una
strizzatina d’occhio. Ma dopo questo incontro privato avvenuto
tra Lavai e Mussolini la sera del 6 gennaio, il francese disse ai
rappresentanti delle due delegazioni: « C’est fini » ’. Il giorno
dopo furono stipulati otto accordi, quattro dei quali furono resi
pubblici e quattro tenuti segreti.
Gli accordi « pubblici » riguardavano l’Europa centrale e orien­
tale. Francia e Italia si sarebbero consultate, nell’ambito dell’or­
dinamento della Società delle Nazioni, in merito ai provvedimenti
da prendere qualora l’indipendenza dell’Austria venisse minac­
ciata. L’Austria e gli « altri Stati interessati » — in cui si dove­
vano includere i suoi vicini (tranne la Svizzera) e forse la Romania
e la Polonia — sarebbero stati invitati a concludere una conven­
zione reciproca di non intervento nei rispettivi affari interni2.
Gli italiani cercarono di convincere la Germania, ma senza riu­
scirvi (il 28 gennaio), ad aderire a questo piano. Gli ungheresi,
142 Mussolini fondatore dell’Impero

poi, trovarono in particolare da ridire sull’inclusione della Ju­


goslavia. Nel presentare una protesta ufficiale subito dopo la firma
degli accordi, si sentirono dire da Mussolini che, se l’Italia non
avesse appoggiato l’Ungheria durante la crisi di fine dicembre del
1934, per gli jugoslavi sarebbe stato un gioco da ragazzi marciare
su Budapest3. Di lì a pochi mesi Hitler avrebbe avuto poca
difficoltà ad abbracciare la causa del revisionismo ungherese e,
quando gli avrebbe fatto comodo, a deviarla verso la Cecoslovac­
chia anziché contro la Jugoslavia4. Per un momento, agli inizi
del 1934 (come abbiamo visto al cap. V), Mussolini aveva ritenuto
decisivo un accordo politico con la Jugoslavia. Ma non vi riuscì,
cosa che in seguito ebbe gravi conseguenze.
In un Protocollo segreto sul disarmo, in base agli accordi di
Roma la Francia e l’Italia stabilirono di consultarsi qualora la
Germania « modificasse con atto unilaterale i suoi obblighi in
materia di armamenti ». Con questa clausola ci si proponeva di
essere all’altezza della situazione nel caso in cui il I marzo la Saar
fosse ceduta alla Germania, a seguito del plebiscito indetto per
il 13 gennaio 5.
Non si sapeva cosa avrebbe fatto successivamente Hitler. Lo
si poteva domare, oppure si sarebbe imbarcato in una nuova im­
presa rischiosa? Alla fine del 1934 il progetto di Simon era di fare
rientrare la Germania nella Società delle Nazioni e di giungere
con essa a un accordo di massima 6. Evidentemente Lavai sperava
che l’accordo con la Germania si potesse raggiungere con la col­
laborazione dell’Inghilterra. Ma Mussolini, all’insaputa di Lavai,
doveva tener conto di un’eventuale invasione tedesca dell’Austria
e perfino del Trentino-Alto Adige, mentre l’Italia teneva ancora
impiegato il grosso delle sue forze in Etiopia 7. Dal punto di vista
dei francesi, c’era la possibilità che il ripristino della coscrizione
in Germania fosse accompagnato dalla sua rioccupazione della
Renania.
Poiché né Francia né Italia potevano contare sull’aiuto del­
l’Inghilterra, nel corso delle discussioni di Roma venne sollevata
a titolo di prova la questione dei futuri colloqui a livello di stati
maggiori8. Sebbene l’iniziativa a questo riguardo partisse chiara­
mente da Mussolini, l’idea era stata per la prima volta abbozzata
da Aloisi durante il precedente mese di agosto. Può darsi che lo
stato maggiore italiano abbia sollecitato una convenzione militare
con la Francia per garantire il successo in Etiopia. Per lo stato
IX. La mobilitazione dell’esercito italiano 143

maggiore francese un accordo militare con l’Italia era oltremodo


auspicabile. Esso avrebbe consentito di spostare all’incirca 14
divisioni dalle frontiere con l’Italia in Europa e nel Nord Africa
verso quella allo scoperto con il Belgio, nonché di concentrare
le forze navali nel Mare del Nord anziché nel Mediterraneo. I
francesi erano in una particolare e grave condizione di svantaggio:
in conseguenza del calo dell’indice di natalità durante la guerra
del 1914-18, il numero di reclute dell’esercito francese era ap­
prossimativamente diminuito da 230.000 uomini nel 1934 a
118.000 nel 1935. Il problema era talmente importante che i capi
delle forze armate presero in seria considerazione l’eventualità
che la nuova riconciliazione portasse allo schieramento di truppe
italiane in territorio francese. In una circostanza imprevista, la
presenza di truppe italiane nelle zone più difendibili del perimetro
della Francia avrebbe permesso una concentrazione più intensa
della forza di lavoro nazionale disponibile in quelle più vulnera­
bili (Al cap. XII è riportato il seguito della storia di questa
straordinaria ipotesi).
Il più controverso degli accordi segreti fu di gran lunga quello
relativo all’Etiopia. La Francia era pronta a rinunciare agli inte­
ressi di cui aveva profittato in quel paese in base agli accordi del
1906, tranne che nella zona contigua alla ferrovia Gibuti-Addis
Abeba (di cui, comunque, il 7 per cento delle azioni doveva
essere acquistato dall’Italia). Gli interessi economici francesi nella
città di Harar e dintorni furono lasciati nel vago, cosa che più
tardi avrebbe creato delle difficoltà. Tra il compiacimento dei
suoi diplomatici, Mussolini tirò fuori a Laval il désintéressement
politique della Francia in Etiopia, e non c’è dubbio che Lavai
usasse l’espressione « carta bianca » riferendosi alle attività del­
l’Italia in quel paese. Tuttavia, è assai improbabile che egli abbia
agito a questo riguardo di propria iniziativa. La promessa doveva
essere fatta in modo da non poter essere disconosciuta né da lui
né dai suoi successori. Léger, segretario generale al Quai d’Orsay,
quasi certamente era al corrente che nel 1931-32 il suo predeces­
sore e Lavai avevano patrocinato un’intesa del genere (come si
è visto al cap. I). Ma Mussolini doveva ancora vincolare i francesi
su questo punto con un impegno scritto.
In una nota del 4 gennaio 1935, Lavai concesse che la Francia
non avrebbe cercato di trarre vantaggio per sé in Etiopia, « anche
nel caso di una modifica dello status quo », tranne che avrebbe
144 Mussolini fondatore dell'Impero

sostenuto i suoi interessi economici nel paese come stabilito negli


accordi. In Etiopia si dovevano rispettare anche gli interessi del­
l’Inghilterra 10. Questa lettera può essere ritenuta la prova con­
clusiva che Lavai non si opponeva a che gli italiani organizzassero
un colpo di Stato contro Hailè Selassiè, né che annettessero il
territorio etiopico con la forza. Ma la sua insistenza nel salva­
guardare gli interessi economici francesi nell’Harar e nello Scioà,
regioni per le quali passava la ferrovia Gibuti-Addis Abeba, esclu­
deva la complicità della Francia in una conquista totale dell’Etio­
pia. Su questa questione Lavai fu indotto in errore. Scopo di
Mussolini, ormai, era in realtà la conquista dell’Etiopia; e l’inter­
cettazione della ferrovia Gibuti-Addis Abeba era uno dei suoi
principali obiettivi strategici (cfr. cap. XV). Sembra che Lavai,
e in seguito i capi delle forze armate britanniche, si siano resi
conto che gli italiani avrebbero tutt’al più approfittato dello stato
di agitazione interna e seguito l’esempio del famoso maresciallo
Lyautey il quale, al termine di una lunga guerriglia durata dal
1912 al 1934, aveva conquistato il Marocco e ne aveva fatto un
protettorato francese 11.
A favore dell’Italia furono concordate anche rettifiche di
frontiera di secondaria importanza, tra l’Eritrea e la Somalia fran­
cese, tra la Tunisia e la Libia. Ai figli di genitori italiani, nati in
Tunisia dopo il 1945, si doveva dare la facoltà di scegliere la
cittadinanza italiana; quelli nati dopo il 1965 dovevano diventare
automaticamente cittadini francesi. Sebbene gli italiani che vive­
vano in Tunisia lo accusassero di venderli ai francesi, Mussolini
aveva un ampio margine di tempo per ripudiare questa intesa
qualora i francesi lo avessero piantato in asso *2.
Essendo a Roma, Lavai visitò il papa. Sovente si è trascurato
che egli fosse il primo statista francese al quale in settant’anni
fosse concessa un’udienza papale. Pio XI, da sempre patrocinatore
di un’amicizia italo-francese, donò all’ex socialista un rosario di
corallo e d’oro, in cambio di tre magnifici volumi rilegati in pelle
di vitello e pubblicati nel Seicento. L’incontro aveva un signifi­
cato politico. Il Vaticano era oltremodo preoccupato per l’inco­
raggiamento che Hitler stava dando in Germania ai neo-pagani
nazionalsocialisti, nonché per la recente rivolta dei minatori in
Spagna, guidata da anarchici e da socialisti militanti. Si ignora
se in occasione dell’udienza vaticana di Lavai venisse toccato
IX. La mobilitazione dell’esercito italiano 145

l’argomento relativo all’Etiopia. L’« Osservatore Romano » fino


a quel momento aveva appoggiato la tesi italiana riguardo all’in­
cidente di Ual-Ual, mentre il papa espresse la sua grande ricono­
scenza per l’amichevole comprensione della repubblica francese
riguardo alla « missione della Chiesa »

I missionari italiani, sotto la vigorosa influenza dei gesuiti,


furono straordinariamente tolleranti verso il regime fascista e,
più tardi, molti di loro sostennero la guerra in Etiopia. Tra loro
e le missioni francesi esisteva molto antagonismo. Già nel 1930
i missionari italiani adoperavano come base il collegio etiopico
di Addis Abeba, con lo scopo non di convertire i seguaci della
Chiesa copta etiopica al cristianesimo della Chiesa cattolica ro­
mana, bensì di allontanarli dal loro capo amministrativo, il pa-
tiarca copto di Alessandria, e di far loro giurare fedeltà a Roma
come « Chiesa uniate ». Un successo molto scarso in questo senso
era stato conseguito in Eritrea, con l’istituzione di una piccola
chiesa copta uniate '4. Mentre è quasi certo che il papa non sa­
pesse nulla dei piani militari di Mussolini per l’Etiopia, l’instau­
razione di un protettorato italiano sul quel paese poteva risultare
vantaggiosa per la Chiesa cattolica romana, purché ciò non com­
portasse in senso assoluto la guerra. Dal canto loro, i capi della
Chiesa copta ricordavano il successo dei loro predecessori durante
i secoli precedenti nell’opporsi all’influenza dei francescani e in
seguito dei gesuiti. Ormai c’era una nuova organizzazione alla
quale potevano rivolgersi per non soggiacere alla rinnovata pres­
sione cattolica romana. Già nel 1935 la League of Nations Unions,
appoggiata in particolar modo dalle Chiese acattoliche, era attiva
in Inghilterra e in altri Stati liberal-democratici. Gli appelli lan­
ciati dall’Etiopia a quella che viene vagamente definita « opinione
mondiale » non sarebbero rimasti inascoltatils.
Ma durante le prime fasi della polemica per i fatti di Ual-Ual,
i rappresentanti etiopici a Ginevra ottennero poco o nulla con
i funzionari permanenti della Società delle Nazioni. Il nuovo
appello dell’Etiopia del 3 gennaio 1935, affinché la contesa venisse
sottoposta al Consiglio in base all’articolo XI del patto, fu diver­
samente instradato da Joseph Avenol, il quale seguì con prontezza
il parere di Massimo Pilotti, il suo sostituto italiano. Secondo
Avenol, il Consiglio non era « automaticamente » tenuto a pren­
146 Mussolini fondatore dell’Impero

dere atto dell’appello. Egli ordinò invece che l’Italia e l’Etiopia


appianassero le loro divergenze in base all’articolo V del trattato
del 1928. Cosa cui Mussolini acconsentì il 19 gennaio 16.
Nonostante i segnali di pericolo, fino a quel momento la que­
stione di Ual-Ual aveva prodotto fra l’Italia e l’Inghilterra sol­
tanto un certo attrito, non una lite. Il 26 dicembre 1934 Vansit-
tart avvertì Barton a Addis Abeba che a quel punto « non si
doveva consentire che gli interessi coloniali esercitassero sotto un
certo aspetto un’influenza sui rapporti fra l’Italia e la Società
delle Nazioni e incidessero così sulla situazione europea ». Ma
l’atteggiamento dell’Inghilterra (di cui si tratterà esaurientemente
più avanti nel presente capitolo) non fu mantenuto su un piano
di coerenza.
A Roma Sir Eric Drummond era stato tenuto all’oscuro delle
questioni coloniali: disse a Mussolini che fra il governo inglese
e quello etiopico non era intercorsa nessuna trattativa riguardo
al piano di Zeila. Grazie al suo ottimo servizio di spionaggio,
Mussolini sapeva che era vero il contrario. Egli potè quindi accu­
sare l’inglese di falsità, gettando Drummond in uno stato critico
di confusione. Con una lettera del 27 dicembre 1934 Vansittart
cercò di chiarire a Drummond le effettive intenzioni del suo
governo. I timori sorti nell’ufficio degli affari egiziani presso il
Foreign Office a causa del trapelare a Addis Abeba delle proposte
per Zeila, suscitarono molta baruffa con il ministero delle colonie.
Di conseguenza Barton, non solo venne avvertito da Vansittart
di procedere con molta cautela con il piano di Zeila, ma gli si
disse anche che forse sarebbe stato necessario abbandonarlo del
tutto. « ...Devo dirti in assoluta confidenza che ci siamo trovati
di fronte a grandi difficoltà nel trattare l’intera faccenda, a causa
dell’accentuato atteggiamento antiitaliano del ministero delle colo­
nie ». Ammise che i timori di quest’ultimo avevano un certo fon­
damento. A parte la rinnovata attività « culturale » italiana a
Malta che suscitava molto risentimento nel ministero delle colo­
nie, si temeva che gli italiani, una volta occupata Ual-Ual, avreb­
bero successivamente negato l’uso dei pozzi ai nomadi protetti
dagli inglesi. Era convinzione diffusa tra gli abitanti indigeni su
« ampie estensioni del continente africano », proseguiva Van­
sittart, che l’Italia « ha intenzione presto o tardi di schiacciare
l’Etiopia, prestando scarsa attenzione ai diritti degli altri paesi ».
Un attacco all’Etiopia, non contrastato dall’Inghilterra o dalla
IX. La mobilitazione dell’esercito italiano 147

Francia, avrebbe condotto a una perdita certissima dell’autorità


inglese sulle tribù. Senza badare alla verità di queste afferma­
zioni, « ... Non ci giovano le sincere dichiarazioni fatte di recente
da Vitetti [l’incaricato d’affari italiano a Londra], nel senso che
l’Abissinia rappresenta l’unica regione in Africa disponibile per
lo sfruttamento politico-economico italiano » 17. Vansittart, al quale
era affidata una notevole responsabilità per le decisioni giorna­
liere in materia di politica estera, sebbene fosse fermamente con­
vinto che la difesa dell’Austria dovesse avere precedenza asso­
luta su quella dell’Etiopia, non desiderava tuttavia incoraggiare
gli italiani. Pertanto Mussolini non aveva completamente torto
nel ritenere che la migliore linea di condotta per l’Italia fosse
quella di « non stuzzicare il cane che dorme » l8. Italia e Inghil­
terra si scambiarono recriminazioni reciproche riguardo ad altre
questioni. Mussolini protestò che i funzionari inglesi a Ual-Ual
aiutavano e spalleggiavano gli etiopici. Il 14 gennaio Eden pre­
sentò per la seconda volta una protesta in merito agli ostacoli
che i funzionari italiani frapponevano ai nomadi protetti dagli
inglesi, che cercavano di usare i pozzi. Secondo Drummond, la
situazione era ormai « minacciosa » 19.

Dal punto di vista di Mussolini, la questione di Ual-Ual era


soltanto di importanza secondaria. Il 23 gennaio, avendo appro­
vato il compromesso del giorno 19 e i colloqui a livello di stato
maggiore con la Francia, prese la decisione molto importante che,
secondo Aloisi, avrebbe potuto « compromettere tutto l’avvenire
del regime ». Si doveva dare subito inizio ai preparativi concreti
per la guerra contro l’Etiopia. Era in uno stato d’animo estrema-
mente aggressivo. « Voglio », affermò il 24 gennaio, « formare
un esercito di soldati e di lavoratori. I rapporti fra le nazioni
sono fondati sulla forza delle armi ». E più tardi: « Una nazione,
per rimanere fiorente, deve avere una guerra ogni venti anni ».
La conquista dell’Etiopia era ormai diventata l’idea fissa di
Mussolini, tanto che egli trascurò altre importanti questioni di
Stato. Il I febbraio predispose un progetto affinché la milizia
fascista venisse integrata nell’esercito 20. Già ministro delle colo­
nie, dopo la partenza di De Bono per l’Eritrea avvenuta il 16
gennaio, decise altre modifiche ministeriali. Alessandro Lessona
divenne sottosegretario per le colonie, ma senza alcun potere
effettivo. Poiché Aloisi era tutt’altro che entusiasta del gioco
148 Mussolini fondatore dell’Impero

d’azzardo del suo capo, Mussolini voleva assegnarlo a Parigi. Ma


l’Italia aveva bisogno anche delle prestazioni di un diplomatico
esperto e brillante avvocato a Ginevra. Sicché adesso il compito
di Aloisi era di far tornare le maggiori potenze su un precedente
progetto per risolvere la polemica di Ual-Ual per mezzo di una
commissione di conciliazione e di arbitrato, come previsto dal
trattato italo-etiopico del 1928. La commissione doveva protrarre
le sue indagini fino al mese di ottobre, quando terminavano i
monsoni; allora avrebbero potuto avere inizio le operazioni mili­
tari. Questo era il piano italiano21.
Ora che i diplomatici italiani sapevano che Mussolini era
convinto e deciso a favore della guerra, non si poteva più tenere
in sospeso l’Inghilterra. Alcuni capi militari italiani ritenevano
che come conseguenza di un’invasione dell’Etiopia da parte ita­
liana gli inglesi avrebbero occupato determinate zone del paese.
Da un promemoria non datato, del gennaio 1935, sembra che
Suvich abbia pensato a questa evenienza. Infatti egli consigliava
di tacitare gli inglesi con un’offerta di territorio etiopico. Tale
proposta non fu mai presentata agli inglesi, probabilmente a causa
dello sdegno che essa avrebbe sollevato nel gruppo di pressione
filosocietario. Il 29 gennaio Vitetti, dietro istruzioni ricevute da
Roma, riferì a Simon « in via non ufficiale » che l’Italia, avendo
concluso accordi economici con la Francia in merito .al futuro
dell’Etiopia, sarebbe stata perfettamente disposta a intavolare trat­
tative con l’Inghilterra, in quanto « sembrava opportuno per
definire in modo più preciso l’estensione dei nostri rispettivi
interessi in relazione al patto tripartito del 1906 ». Secondo il
resoconto italiano, Simon terminò il colloquio facendo rilevare
che l’Italia sarebbe stata certamente contraria al pari delle altre
potenze a ritenere l’Abissinia una zona destinata a essere assor­
bita dagli Stati europei. Grandi, che personalmente condivideva
l’opinione di Simon, non aveva voglia di portare a termine il
colloquio con ulteriori domande riguardo all’atteggiamento del­
l’Inghilterra e non ricevette istruzioni precise per farlo. Succes­
sivamente sia Grandi che Simon furono richiamati all’ordine per
aver mancato di definire con maggiore precisione la posizione dei
loro rispettivi governi l’uno verso l’altron.
Mussolini non fece caso al velato avvertimento di Simon. Il
10 febbraio venne approntato il nucleo di un corpo d’armata
di due o tre divisioni in partenza verso l’Africa orientale13. La
IX. La mobilitazione dell’esercito italiano 149

stampa mondiale accolse questa notizia con la massima ostilità.


Il 27 febbraio per la prima volta il governo inglese discusse la
questione etiopica e più tardi nominò una commissione interdi­
partimentale, con a capo Sir John Maffey (poi Lord Rugby), per
l’esame degli interessi inglesi in quel paese24. Precedentemente
durante il mese, sia Simon che Vansittart avevano cercato, tra­
mite Grandi, di distogliere Mussolini dall’impegnarsi in guerra
in Etiopia. Gli inglesi non potevano onorevolmente respingere
una richiesta etiopica di importazione di materiale bellico, acqui­
stato presso ditte straniere, da far transitare per la Somalia bri­
tannica. Il 27 febbraio Vansittart disse a Grandi senza mezzi
termini che « i preparativi militari italiani sembravano spropor­
zionati alla natura della vertenza », aggiungendo: « L’Italia non
deve farsi illusioni sull’atteggiamento della pubblica opinione in­
glese, che è contraria all’idea di una guerra in Africa come altro­
ve» . Ma, nonostante gli avvertimenti di Grandi e dei suoi diplo­
matici, Mussolini continuò a credere che « l’Etiopia potesse essere
considerata oggetto della politica coloniale delle tre potenze inte­
ressate e non di quella internazionale [vale a dire della Società
delle Nazioni] ». Egli sapeva perfettamente che gli interessi del­
l’impero britannico in Africa orientale non erano così importanti
per Londra quanto la sicurezza in Europa; era inoltre convinto
che l’accordo del 1925 fosse ancora in vigore
La sua interpretazione dell’atteggiamento inglese non era del
tutto sbagliata. Vansittart era del parere, ampiamente diffuso nel
Foreign Office, che si dovesse permettere uno sbocco alle energie
sia della Germania nazista che dell’Italia fascista. Ciò si sarebbe
conseguito, si pensava, con la penetrazione pacifica in Africa, non
in Europa dove il pericolo di guerra era maggiore. Ma finché
Simon, il quale aveva l’antipatia dell’uomo di legge per le iniziative
inutili, rimaneva ministro degli esteri, era fuori discussione che
l’Inghilterra offrisse deliberatamente all’Italia il territorio etio­
pico, a meno che non fosse imminente la guerra fra le potenze.
Sicuramente, la mira di Vansittart era di ottenere l’appoggio ita­
liano per frenare la Germania. Egli però era in disaccordo con il
duce. Quest’ultimo partiva dal presupposto che le forze italiane
avrebbero sopraffatto l’Etiopia e poi sarebbero tornate in Europa
prima che il riarmo tedesco fosse ultimato. Da parte loro Vansittart
e alcuni membri del governo erano convinti che l’Italia, se si
fosse impegnata in una guerra coloniale rivelatasi eventualmente
150 Mussolini fondatore dell’Impero

lunga, si sarebbe resa inutilizzabile come fattore di potenza in


Europa 26. Anche in questo caso, nonostante le divergenze fonda-
mentali d’opinione, nell’aprile del 1935 non c’erano ancora segni
di una palese rottura tra l’Inghilterra e l’Italia a causa dell’Etio­
pia. Agli occhi di Mussolini e dei suoi diplomatici era molto più
importante la politica inglese in Europa.
Verso la fine dell’anno si dovevano tenere le elezioni in Inghil­
terra. Nulla era più conveniente per mantenere al potere il « Go­
verno nazionale » in prevalenza conservatore, così pensava Musso­
lini, di qualche truffa all’americana escogitata dagli inglesi in
politica estera, come ad esempio il riconoscimento del riarmo
tedesco entro limiti ben stabiliti e, soprattutto, allettare la Ger­
mania affinché rientrasse nella Società delle Nazioni. I timori di
Mussolini non erano privi di fondamento. Egli aveva almeno un
motivo valido per ritenere che la Germania, se si fosse ricon­
giunta alla Società delle Nazioni, poteva rivelarsi ancora più
pericolosa per l’Italia che non restandone fuori. Egli aveva paura
non solo della potenza militare tedesca, ma anche di un appello
tedesco al principio dell’autodeterminazione, che era tanto ben
visto negli ambienti della Società delle Nazioni. Pertanto sperava
ardentemente che il plebiscito della Saar non si risolvesse in una
maggioranza schiacciante a favore dell’unione con la Germania
(cosa che in realtà accadde), non nascondendo agli inglesi la sua
antipatia per i plebisciti 71. Può darsi benissimo che abbia temuto
che la Germania, dopo il plebiscito della Saar, sarebbe rientrata
nella Società delle Nazioni soltanto per chiedere di indirne altri
in Austria e perfino nel Trentino-Alto Adige.
Può darsi inoltre che Mussolini abbia ingigantito i conflitti
personali fra coloro che prendevano decisioni a Londra, molto
al di là delle loro effettive dimensioni. Per esempio, stando a
quanto si diceva, Vansittart era contrario a Simon e in cattivi
rapporti con Eden, Lord del Sigillo Privato. Sebbene Eden non
condividesse il parere di Vansittart, secondo il quale la Società
delle Nazioni era uno strumento inefficace per mantenere la pace,
i due uomini agivano abbastanza bene insieme e, specie Eden,
trovavano congeniale l’atmosfera di Ginevra. Essi avevano ripe­
tutamente detto a Grandi che un attacco italiano contro l’Etiopia
avrebbe avuto gravi conseguenzeM. Presumendo che, in ultima
analisi, Mussolini fosse ragionevole, si sentivano sicuri che egli
non avrebbe cercato di compiere un atto che potesse mettere in
IX. La mobilitazione dell’esercito italiano 151

pericolo la pace. Ma un esame dei documenti militari italiani


disponibili fa pensare che forse gli statisti inglesi si fossero fatta
un’idea sbagliata delle intenzioni italiane (cosa che doveva rive­
larsi non meno incresciosa), così come era capitato agli italiani
nei confronti degli inglesi.
L’accoglienza data dai generali alle direttive di Mussolini del
30 dicembre 1934 fu tutt’altro che favorevole; inoltre, nono­
stante la richiesta di Baistrocchi affinché venissero coordinati i
piani di tutt’e tre le armi, c’era una confusione pressoché totale.
Il generale Valle, vice ministro dell’aeronautica, voleva che l’avia­
zione facesse una guerra per conto proprio. Trascurando comple­
tamente un precedente progetto per la costruzione di campi d’avia­
zione sull’altopiano eritreo, egli propose di costruirne altri nel
caldo soffocante della pianura confinante con la costa del Mar
Rosso, a una distanza di 100 chilometri dalle basi operative
dell’esercito. Egli aveva un doppio scopo: infondere un « salu­
tare terrore » nel nemico, distruggendo i centri urbani (di cui
non ce ne era neanche uno!); impedire un’invasione etiopica a
sud, dando fuoco alla boscaglia in Somalia 29. Voleva anche che
l’aviazione militare disponesse di navi proprie per il trasporto
via mare delle parti smontate degli apparecchi. Il comando supre­
mo della marina non era meno geloso della sua autonomia. Si
rese conto che ci sarebbero voluti quattro mesi e mezzo per
trasportare a Massaua la massa di uomini, di materiale e di ani­
mali (come si era calcolato prima che il piano venisse prolungato
fino al 30 dicembre). Invece di coordinare i piani di tutte e tre
le armi, il 19 gennaio Badoglio disse a Mussolini che, a causa
degli insormontabili problemi logistici (fra cui il trasporto di
legname per le baracche, in realtà superfluo), la campagna doveva
essere rinviata di due anni30.
De Bono, ormai in rapporti migliori con Badoglio, rimase
sconcertato dal nuovo progetto di Mussolini. Il 3 gennaio così
si rammaricò: « In materia militare il capo è un dilettante. Desi­
dera inviare quasi tutto l’esercito, l’aviazione e la marina [in
Africa orientale], senza considerare in che modo debbono esservi
trasportati e riforniti ». Mortificato, il generale Graziani — lo
spietato guerriero del deserto che era diventato famoso per la
brutalità dimostrata nella guerra contro i senussi e la cui devo­
zione personale era non per la monarchia ma per il duce — era
stato nominato comandante in Somalia. Dopo l’incidente di Ual-
152 Mussolini fondatore dell'Impero

Ual questo teatro delle operazioni era stato rinforzato a scapito


dell’Eritrea. De Bono aveva saputo da Graziani che Mussolini
non avrebbe «permesso che qualcun altro [tranne lui stesso]
fosse al centro dell’attenzione generale. Se gloria deve esserci,
quella gloria deve riversarsi solamente sul duce. Egli è troppo
convinto che il regime ha bisogno di gloria militare »31.
Giorgio Rochat e George W. Baer, unitamente a quegli storici
italiani che accettano a priori la supremazia della politica interna
su quella esterna, pongono giustamente in risalto la sete di gloria
personale di MussoliniM. Ma essi si spingono più oltre, affer­
mando che, poiché la crisi economica colpì l’Italia più tardi degli
altri paesi, Mussolini intendeva eliminare la disoccupazione e risol­
vere anche il problema demografico dell’Italia con una guerra
coloniale che riportasse un successo sfolgorante. Tuttavia ha un
peso enorme la prova che la crisi economica colpì per la prima
volta l’Italia nel 1932, e che la ripresa era cominciata nel 1934;
quando poi Mussolini emanò le sue direttive del 30 dicembre
1934, né esplicitamente né implicitamente si accennò a uno scon­
tento interno33. C’è da fare un’altra considerazione. Se Musso­
lini voleva la guerra per motivi interni, perché attese diverse
settimane dall’incidente di Ual-Ual prima di ordinare l’attacco?
Emanò le istruzioni del 30 dicembre per scuotere il popolo ita­
liano dal suo fiacco entusiasmo per il regime, oppure voleva
umiliare l’Etiopia? Nel corso della crisi, più veniva severamente
giudicato dall’Inghilterra e dalla Società delle Nazioni, maggiore
era la sua determinazione di vendicarsi della sua vittima desi­
gnata e, per lo stesso motivo, ottenere prestigio per il regime.
Pertanto non è possibile tracciare alcuna distinzione netta tra gli
stimoli esterni e quelli interni che insieme incitavano Mussolini
alla guerra.
Senza dubbio Mussolini era spronato anche dalla paura, espres­
sa in diverse occasioni (specie nelle sue direttive del 30 gennaio),
che Hailè Selassiè, dopo avere modernizzato il suo esercito, lo
avrebbe impiegato per assalire le colonie italiane. La paura di
venire svergognato da un barbaro regno africano cedette il passo
alle manie di grandezza imperiali e, con esse, a una sventatezza
nel modo di condurre la politica. Il 30 dicembre 1934 egli rite­
neva ancora che le intenzioni di Hailè Selassiè verso l’Italia
fossero ostili. Ma il 26 febbraio, nel pieno della campagna di
IX. La mobilitazione dell’esercito italiano 153

stampa internazionale contro l’Italia, telegrafò a De Bono: « Poi­


ché ora possiamo dire che il Negus non ha intenzione di attac­
carci, siamo pertanto in grado di prendere noi stessi l’iniziativa ».
L’8 marzo fu più esplicito: De Bono avrebbe avuto 300.000
uomini, dai 300 ai 500 aeroplani e 300 veicoli. « Tu mi hai chie­
sto tre divisioni per i primi di ottobre. Intendo inviartene 10,
ripeto, dieci. Cinque provenienti dall’esercito regolare, cinque dal­
le formazioni volontarie di camicie nere. Queste divisioni di cami­
cie nere dimostreranno che l’impresa riscuote il consenso popo­
lare... ». L’ultima frase sottintende che il partito e il suo capo
sarebbero stati coinvolti nella rischiosa impresa quanto l’esercito
e il suo re. Già a metà marzo De Bono riconobbe che la cam­
pagna aveva assunto un carattere radicalmente nuovo. Il 16 marzo
annotò: « Mentre in un primo momento si considerava che
un’azione difensiva potesse essere trasformata in una impetuosa
controffensiva, oggi si ritiene necessario per noi assumere decisa­
mente l’offensiva » M.
Badoglio — il quale Γ8 marzo redasse un piano particola­
reggiato della campagna, in cui sottolineò Limportanza della lotta
di annientamento, che si doveva vincere con l’apporto dell’avia­
zione militare — avvertì di nuovo Mussolini che « una guerra
totale contro l’Etiopia rappresenta senza dubbio l’impresa più
difËcile assunta da una nazione europea in Africa ». Perfetta­
mente al corrente dei problemi logistici, egli ricordò a Mussolini
che la strada tra Asmara e Massaua non poteva sopportare il
doppio del traffico esistente fino alla metà di ottobre del 1935.
Il duce non ebbe altra scelta che quella di arrendersi e di ridurre
la grandezza dei contingenti mensili di soldati che dovevano rag­
giungere Massaua. Tuttavia respinse la supposizione di Badoglio,
secondo il quale il fronte della Somalia era di « secondaria impor­
tanza ». Perciò si dovevano tenere in Italia 100.000 uomini per
rifornire l’uno e l’altro fronte 3S.
In modo imprevisto alla fine di marzo De Bono apprese da
diverse fonti che gli etiopici avevano in animo di sferrare un’offen­
siva verso Assab. Quasi in preda al panico, chiese a Mussolini
altri velivoli ed altri veicoli. Non sarebbe rimasto deluso. Ben
presto le prime unità della divisione « Gavinana » giunsero a
Massaua, dove non c’erano mezzi adeguati per trasportarle fino
ad Asmara. Dopo che nel maggio del 1935 le truppe italiane
154 Mussolini fondatore dell’Impero

erano sbarcate numerose in Eritrea, Mussolini si era compro­


messo in una politica di guerra *. L’alternativa di accettare una
pace di compromesso avrebbe voluto dire rimandare indietro in
Italia migliaia di soldati e il loro equipaggiamento. Una mossa
così costosa e insensata avrebbe fatto dell’Italia lo zimbello di
tutto il mondo e le avrebbe inflitto un’umiliazione maggiore di
quella che il regime fascista poteva sopportare.
X

L’INTERMEZZO DI STRESA

Nel frattempo, in seguito al risultato del plebiscito del 13


gennaio 1933, con il quale una schiacciante maggioranza degli
abitanti votò a favore dell’unione con la Germania, il I marzo
la Saar ritornò al Reich. Sebbene Aloisi ricevesse le congratula­
zioni di Hitler per l’abilità con cui aveva trattato il problema, né
lui né Mussolini potevano ormai conservare le precedenti illusioni
riguardo alla velocità del riarmo tedesco. In mezzo alle molte
cause di attrito fra l’Italia e la Germania, quella dell’Austria
rimase la più importante e « precluse la possibilità di discutere
di altre questioni internazionali sia in Europa che fuori »
In un incontro avvenuto a Londra il 3 febbraio, gli inglesi
avevano concordato con i francesi di consultarsi qualora l’indipen­
denza dell’Austria fosse minacciata, o se la Germania rifiutasse
di riconoscere con atto unilaterale i suoi obblighi relativi al
disarmo. Inoltre essi ripresero un’idea, in origine proposta dai
francesi, secondo cui si dovesse invitare la Germania a partecipare
agli accordi di reciprocità con le altre potenze del trattato di
Locamo per l’assistenza in caso di attacchi aerei. Hitler accettò
con prontezza l’idea di un patto aereo; poi, pur non desiderando
essere indotto a intavolare trattative per un accordo generale
sulla limitazione delle armi in sostituzione della parte V del trat­
tato di Versailles, cedette il passo e accettò la condizione di
Simon, in base alla quale gli argomenti delle future trattative
anglo-tedesche dovevano essere considerati « un insieme indivi­
sibile e integrato ». Il 20 febbraio si concordò che Simon avrebbe
visitato Berlino Γ8 marzo. Gli inglesi erano ottimisti quanto al
risultato2. Nell’apprendere la notizia, Grandi cercò immediata­
mente di incontrarsi con Simon. In una lettera personale diretta
156 Mussolini fondatore dell’Impero

a Mussolini gli descrisse l’incontro con una prosa magistrale e


oltraggiosa:

Uno dei risultati degli incontri di Roma e di Londra è stato


quello di dare alla Germania una sensazione nettissima del suo isola­
mento. L’esperienza dimostra che questo è l’unico modo che abbia
qualche possibilità di fare rinsavire i tedeschi. E adesso questi matti
di inglesi, invece di influire sul timore naturale dei tedeschi al vedere
rimesso in vigore il blocco alleato per la prima volta dall’epoca di
Versailles, si precipitano a Berlino semplicemente in conseguenza dei
loro squallidi intrighi elettorali completamente incancreniti... E così,
una volta di più... incostanti come la loro nebbia, gli inglesi avranno
dato una mano ad accelerare il momento della guerra, invece di avere
contribuito alla causa della pace.

Grandi si era già messo in contatto con Corbin, l’ambascia­


tore francese a Londra, in diverse occasioni sin dagli accordi di
Roma. Nonostante si unissero nella protesta, « la risposta di
Simon è stata ed è sempre la stessa... Io [Simon] vedo Lloyd
George che mi punta contro il dito: ‘ È colpa tua perché hai
respinto l’offerta di colloquio fatta da Hitler... ’ ». Simon cercò,
senza riuscirvi, di persuadere Grandi a discutere il differimento
dell’invio delle due divisioni italiane in Africa orientale3.
La notizia della progettata visita di Simon a Berlino giunse
a Roma in un momento in cui la Germania era ancora in prova,
in attesa della restituzione della Saar prima di commettere il
suo prossimo oltraggio. Giustamente gli italiani temevano che
l’amoreggiamento anglo-tedesco sarebbe continuato anche dopo
un altro fatto compiuto, la cui natura non era possibile preve­
dere 4. In realtà Hitler voleva incontrare Simon soltanto dopo
avere raggiunto una posizione di forza da cui mercanteggiare.
Prendendo a pretesto un libro bianco inglese sulla necessità di
accelerare il riarmo, in cui si era fatto cenno alla aumentata spesa
tedesca per le armi, contrasse un’infreddatura diplomatica e la
visita fu rimandata. Il 5 marzo la Luftwaffe, della cui esistenza
gli inglesi avevano paura, venne ufficialmente riconosciuta come
terza branca delle forze armate. Il 16 marzo venne emanata nel
Reich una legge che ripristinava la coscrizione. Sebbene la rea­
zione francese contro le decisioni di Hitler fosse dapprima molto
più energica di quella italiana, Mussolini si rammaricò appren­
dendo che gli inglesi respingevano una proposta affinché si dispo-
X. L'intermezzo di Stresa 157

nesse un incontro immediato in Italia per parlare dei provvedi­


menti atti a impedire in avvenire un’azione unilaterale da parte
della Germania 5. Peggio ancora Simon, anziché annullare la visita
a Berlino, decise di recarvisi alla fine di marzo. Il suo scopo era
di fare un’ofierta finale per indurre la Germania a riconoscere i
limiti stabiliti ai suoi armamenti, nonché (con raccapriccio di
Mussolini) di cercare di riportarla nella Società delle Nazioni6.
Diffidente nei confronti dell’Inghilterra e adiratissimo con
Hitler per via del ripristino del servizio militare obbligatorio, il
23 marzo Mussolini dichiarò in un discorso commemorativo della
fondazione del movimento fascista che sarebbe stata chiamata
alle armi la classe del 1911 7. È stato sostenuto con fermezza
che gli avvenimenti in Germania furono per lui semplicemente
un pretesto per radunare più soldati in vista dell’invasione del­
l’Etiopia 8. Ma i documenti italiani fanno supporre che il suo
obiettivo primario fosse ancora quello di recitare la parte del­
l’uomo forte in Europa e di incutere paura alla Germania. In
seguito disse ad Aloisi: « Conosco fin troppo bene i tedeschi.
Soltanto con questo sistema, cioè con una dimostrazione di forza,
è possibile convincerli »9. Avrebbe pensato anche al fatto che
presto l’Italia sarebbe rimasta priva delle sue unità migliori; per­
tanto aveva bisogno di schierare in patria forze sufficienti per
difendere il Brennero, mentre procedeva la guerra in Etiopia.
La notizia dell’incontro fra Simon e Hitler fu definita da
Mussolini « assolutamente disastrosa » 10. In realtà Simon e Eden
rimasero scossi nell’apprendere da Hitler, il quale stava men­
tendo, che la Germania aveva conseguito la parità aerea con
l’Inghilterra; inoltre Hitler, mentre si rifiutava ancora di cam­
biare parere sulla questione del rientro della Germania nella
Società delle Nazioni, era tuttavia pronto a intavolare trattative
per un accordo navale bilaterale con l’Inghilterra. La porta per
un ravvicinamento generale anglo-tedesco rimaneva perciò aperta 11.

Mussolini era infuriato con l’Inghilterra non solo a causa della


sua politica in Europa, ma anche di certi sintomi in base ai quali
essa stava collaborando con la Germania in Africa. Il 4 marzo
Drummond ricevette da Suvich accurati particolari dell’affare delle
armi stipulato tra Steffen e l’imperatore 12 (cfr. cap. Vili). Questo
forse servì da avvertimento in quanto, ai primi dell’anno, Grandi
si era sentito dire a Londra che i funzionari del ministero delle
158 Mussolini fondatore dell’Impero

colonie nella Somalia britannica non potevano negare a ditte


straniere il diritto di trasportare armi in Etiopia attraverso il
territorio britannicoB. Ma il governo tedesco dovette sorbirsi
l’assalto al completo delle proteste italiane. Il 27 marzo, di ritorno
da una visita a Parigi e dietro istruzioni ricevute dal duce, Suvich
si dolse con von Hassell non solo delle attività di Steffen, ma
anche di una manovra diplomatica effettuata, secondo quanto si
diceva, da Kircholtes, il rappresentante diplomatico tedesco per
l’Etiopia di nuova nomina. Il giorno prima di presentare le sue
credenziali, Kircholtes offrì a Hailè Selassiè « completa assicura­
zione » che l’Etiopia poteva fare pieno affidamento sull’appoggio
tedesco « sul piano diplomatico e per questioni di ordine pratico ».
A Roma si era convinti che sarebbero state inviate armi, compresi
velivoli, materiale per la guerra chimica e un distaccamento di
istruttori tedeschi per addestrare l’esercito e l’aviazione degli etio­
pici. Il 28 marzo fu inviato con la massima urgenza un corriere
da Berlino a Roma, con una dichiarazione preparata da von
Bülow, in cui si negava categoricamente che le accuse mosse
da Mussolini avessero la minima consistenza l4. In realtà nella
primavera del 1935 gli etiopici erano talmente sicuri che gli Stati
della Società delle Nazioni li avrebbero sostenuti con le armi,
che a quanto pare non riuscirono a utilizzare i contatti preceden­
temente stabiliti con Berlino15. Al cap. XII approfondiremo i
successivi sviluppi degli accordi tra Germania ed Etiopia in me­
rito alle armi.
Non minore fu la preoccupazione destata a Roma dal com­
mento nella stampa tedesca, decisamente fìloetiopico e antiitaliano.
L’11 aprile — il giorno dell’inaugurazione della conferenza dei
governanti inglesi, francesi e italiani a Stresa —- conversando con
Rust, ministro tedesco dell’istruzione, Renzetti protestò che alcuni
membri del partito nazista non prendevano ordini dal Führer,
bensì speravano di subordinarlo alla loro volontà. Egli propose
che questi fanatici, responsabili della propaganda filoetiopica,
venissero « buttati nei campi di concentramento ». La conclu­
sione di Renzetti fu che Hitler voleva stabilire rapporti migliori
con l’Italia, ma che non aveva ancora il pieno controllo del
Reich 16.
Ancora più gravi dell’aiuto tedesco all’Etiopia furono per
l’Italia le paure di una spinta tedesca verso sud, paure abba­
stanza consistenti da indurre in precedenza il governo svizzero
X. L’intermezzo di Stresa 159

a presentare una protesta a Berlino 17. Il 26 marzo, in risposta


al panico della guerra, von Hassel reputò necessario ricordare
a Suvich che « nessun italiano assennato crederebbe che noi
stiamo progettando un colpo di Stato contro l’Austria o un attacco
contro l’Italia... ». Suvich rispose che la buona volontà della
Germania nel negoziare con le potenze occidentali (alludendo
all’Inghilterra) aveva provocato una sorpresa tale che molti ita­
liani temevano « un’improvvisa decisione tedesca ». Dopo un ulte­
riore incontro con Suvich avvenuto il 29 marzo, von Hassell,
descrivendo l’atmosfera generale di Roma, riferì che l’Italia si
stava gradatamente sciogliendo dai suoi nodi tradizionali di ami­
cizia con l’Inghilterra e accettava semplicemente direttive da
Parigi. Sebbene non accennasse ai colloqui degli stati maggiori
italo-francesi, egli affermò: « L’Italia è continuamente esposta
a una potente pressione militare e politica da Parigi... ». Anche
al ministero degli esteri italiano si riteneva inevitabile uno « scon­
tro militare » con la Germania nel prossimo futuro. Mussolini,
che « secondo le previsioni sarebbe entrato in azione contro
l’Etiopia entro dodici mesi », era contrario agli « sviluppi bellici
in Europa» . Ma, concludeva von Hassell, non c’era « altra via
d’uscita, a meno che" la Germania non muti linea di condotta
all’ultimo momento » 18.
Anche i tedeschi giudicavano l’Italia un nemico potenziale.
Verso la fine di marzo, alla vigilia di nuovi colloqui a livello di
stato maggiore fra italiani e francesi, i progettisti militari e navali
tedeschi stavano partendo dal presupposto che la Francia e l’Italia
fossero « decise ad attaccarci ». Essi prevedevano che la flotta
francese, rinforzata da una squadra italiana, avrebbe agito nel
Mare del Nord 19.

Alla fine di marzo il panico della guerra coincise con la rinno­


vata attività diplomatica da parte dell’Etiopia contro l’Italia. Nei
giorni 16-17 marzo, appena dopo che la Germania aveva ripristi­
nato il servizio militare obbligatorio, il governo etiopico, appel­
landosi agli articoli XI e XV del Patto societario, protestò che
« a seguito della mobilitazione ordinata dal regio governo ita­
liano e del continuo invio di truppe e di materiale bellico verso
la frontiera italo-etiopica, esiste attualmente tra l’Etiopia e il
regio governo italiano una vertenza che probabilmente condurrà
a una rottura »20. Sarebbe interessante stabilire se Hailè Selassiè
160 Mussolini fondatore dell’Impero

in realtà, come lasciano intendere i documenti italiani, stesse


contemporaneamente tentando approcci a viso aperto con la So­
cietà delle Nazioni e in segreto con la Germania. A questo punto
Mussolini trovò sempre più difficile difendere la Società delle
Nazioni in Europa contro la Germania e sfidarla in Africa. Il
22 marzo censurò l’appello etiopico in quanto « impreciso e fuori
luogo », ma ancora una volta chiese che si facessero trattative
dirette. Il governo etiopico (rappresentato a Ginevra da Tede
Hawariate), rendendosi conto che Mussolini giocava sul tempo,
si rivolse a Avenol per far mettere la questione all’ordine del
giorno della prossima seduta del Consiglio, prevista per la metà
di aprile. Hawariate venne a sapere che lo stesso Consiglio avreb­
be dovuto prendere la decisione, il che significava che la respon­
sabilità ricadeva sull’Inghilterra e sulla Francia. Il 10 aprile, alla
vigilia della conferenza di Stresa, Mussolini compì un’altra mossa
per rendere praticamente inutile l’intervento della Società delle
Nazioni. Adesso era d’accordo di procedere alla designazione di
una commissione di arbitra tori 21.
Si è sostenuto che egli stesse perseguendo una politica abile
e sistematica per isolare l’Etiopia a grado a grado, allo scopo
di guadagnare tempo prima della data dell’attacco22. Sotto certi
aspetti ciò è vero. Per esempio Aloisi, nonostante le maldestre
interferenze di Mussolini, si occupò delle difficoltà dell’Italia con
la Società delle Nazioni con consumata abilità. Ma il duce non
conferì alla politica italiana verso l’Etiopia quella direzione cen­
trale che spesso gli viene attribuita, nonostante il 4 aprile avesse
costituito un ufficio per gli affari etiopici diretto dal vecchio
sostenitore della « politica periferica » Guariglia 23. Prima di assu­
mere l’incarico, Guariglia aveva preso conoscenza sotto tutti i
punti di vista delle condizioni degli accordi di Roma con la Fran­
cia, nonché dei motivi di Mussolini per firmarli. Egli era altresì
al corrente degli avvertimenti di Grandi in merito alla crescente
ostilità dell’opinione pubblica inglese verso la politica aggressiva
dell’Italia in Africa. Ma il suo compito non era facile. Oltre al
ministero degli esteri, a quello delle colonie e allo stato maggiore,
c’era immischiato l’ufficio stampa. Il suo capo, Galeazzo Ciano,
genero di Mussolini, stava brigando ai danni dei diplomatici ita­
liani di primo piano, come Suvich, e anche del Vaticano. Dai
rapporti di Drummond risulta evidente che la media degli ita­
liani era, a dir poco, tutt’altro che entusiasta dell’impresa etiopica,
X. L’intermezzo di Stresa 161

ragion per cui c’era da aspettarsi una preparazione propagandi­


stica. Ma è più probabile che l’ufficio stampa di Ciano offrisse a
Mussolini resoconti sullo stato dell’opinione pubblica italiana in
senso favorevole a una guerra di conquista in Etiopia. Inoltre
questo ufficio richiamava l’attenzione del duce sul materiale conte­
nuto in quei giornali (come il « Daily Express ») e riviste inglesi,
che stavano assumendo un atteggiamento favorevole verso l’Italia
ed erano meno preoccupati di fornire un servizio corrispondente
ai giudizi ostili da parte britannica24. Convinto che l’Inghilterra
fosse capace soltanto di brontolare su un piano morale, è chiaro
che Mussolini non riteneva necessario sollevare la questione del­
l’Etiopia a Stresa. Ma Suvich, avendone discusso con Guariglia,
lo persuase all’ultimo momento a prendere con sé il suo esperto
in questioni dell’Africa orientale, Guarnaschelli25.

Secondo De Felice, i francesi furono i principali responsabili


per avere mantenuto la discussione svoltasi a Stresa nell’aprile
del 1935 esente da domande imbarazzanti sull’Etiopia, con la
scusa che domande siffatte avrebbero probabilmente messo in
pericolo gli sforzi tesi a stabilire un fronte unito contro la Ger­
mania *. Ma la Francia e l’Italia non furono le uniche respon­
sabili nel decidere ciò che si doveva trattare a Stresa. Per motivi
esattamente opposti a quelli dell’Italia e della Francia, il governo
inglese era determinato a far sì che l’argomento dell’Etiopia non
venisse incluso nell’ordine del giorno più importante. Esso si
rendeva perfettamente conto di quanto Mussolini fosse infasti­
dito per via della visita effettuata a Berlino alla fine di marzo
da Simon e da Eden, ritenendo quindi che i rapporti con l’Italia
potevano soltanto peggiorare qualora si fosse indagato in modo
maldestro sui propositi italiani in Etiopia. Inoltre la politica
inglese in Europa si scostava seriamente da quella della Francia
e dell’Italia. L’8 aprile il governo aveva deliberato di respingere
un invito rivolto all’Inghilterra, che si supponeva fosse stato fatto
dalle altre due potenze, affinché partecipasse a un fronte unito con­
tro la Germania. Invece le sue intenzioni erano di compiere un
ulteriore tentativo per convincere i francesi e gli italiani a colla­
borare con gli inglesi, per attirare di nuovo la Germania in un
sistema di sicurezza collettivo, sotto gli auspici della Società delle
Nazioni e con l’obiettivo del disarmo. Per di più, l’Inghilterra
era più che mai preoccupata di non assumere altri impegni, come
162 Mussolini fondatore dell’Impero

per esempio quello di impedire alla Germania di acquisire Memel


dalla Lituania, o di impadronirsi dell’Austria27. Grandi si rese
conto che gli inglesi intendevano buttare sotto il tappeto le
complicazioni che sorgevano a causa dell’Etiopia e insistette affin­
ché se ne parlasse con franchezza. All’ultimo momento convinse
Vansittart a portare con sé a Stresa Geoffrey Thompson, l’esperto
inglese per l’Africa28.
Quando Ramsay MacDonald, Simon e Vansittart, ma non
Eden (il quale soffriva di mal d’aria), conferirono con Mussolini,
Flandin e Lavai, accompagnati dai loro rispettivi esperti a Stresa
dall’ll al 14 aprile 1935, non sorprende che gli atti più impor­
tanti fossero quasi interamente circoscritti ai problemi europei.
Si condannò il rifiuto della Germania a sottostare ai suoi obbli­
ghi per il disarmo; Inghilterra e Italia riconfermarono i loro
obblighi in base ai patti di Locamo; tutte e tre le potenze con­
cordarono di consultarsi sui provvedimenti necessari per il mante­
nimento dell’indipendenza dell’Austria.
Tuttavia l’Etiopia non venne ignorata. Mentre le trattative
principali si svolgevano sull’Isola Bella, sulla terraferma Thompson,
nel corso di quattro colloqui, venne a sapere dal suo collega Guar-
naschelli che l’Italia non poteva « escludere la possibilità di
risolvere la questione etiopica con la forza ». Thompson giudicò
questa rivelazione di somma importanza e ne informò immedia­
tamente Vansittart. Il 13 aprile gli fu chiesto sul tardi di parlare
della questione con Simon all’ora di colazione del giorno seguente.
Vansittart e Simon, prima di apprendere da Thompson delle in­
tenzioni ostili dell’Italia nei confronti dell’Etiopia, avevano già
compilato il testo del comunicato finale, secondo il quale le tre
potenze « operando nell’ambito dell’ordinamento della Società
delle Nazioni... sono pienamente d’accordo nell’opporsi con tutti
i mezzi pratici a qualsiasi rifiuto unilaterale dei trattati che
metta eventualmene in pericolo la pace dell’Europa » In realtà,
Simon partì alla volta dell’Isola Bella senza consultare Thompson,
il quale dovette fare colazione da solo.
È stato sostenuto che su Vansittart ricade la maggiore respon­
sabilità per avere mancato di avvertire Mussolini che la que­
stione etiopica si sarebbe presto rivelata qualcosa di più di una
causa di attrito tra l’Italia e l’Inghilterra, e che avrebbe pratica-
mente portato le due potenze sull’orlo della guerra. L’argomento
Etiopia non fu, come in genere si crede, trascurato a Stresa. Ma
X. L’intermezzo di Stresa 163

Stresa ha dato luogo a una leggenda. Nell’estate del 1935 Musso­


lini disse a Flandin e agli altri che all’ultimo momento egli aveva
ottenuto che nel comunicato alla parola « pace » venisse aggiunta
l’espressione qualificativa « d’Europa ». Nelle sue memorie Van-
sittart scelse la versione di Mussolini, che anche i più recenti
autori hanno accettato alla lettera. In realtà, gli inglesi avevano
compilato essi stessi il comunicato la notte prima della sua firma,
e può darsi che questo abbia maggiormente illuso Mussolini indu­
cendolo a credere che essi non l’avrebbero contrastato riguardo
all’Etiopia 30. I successivi due mesi avrebbero dimostrato che egli
aveva sbagliato di grosso i suoi conti.
XI

VERSO UNA DISTENSIONE CON LA GERMANIA

Mai Mussolini godette di un maggiore prestigio come dopo


Stresa e la riunione del Consiglio della Società delle Nazioni,
tenutasi immediatamente dopo a Ginevra nei giorni 15-17 aprile
1935 Il voto di biasimo lanciato contro la Germania per avere
disconosciuto i suoi obblighi in base alla parte V del trattato di
Versailles fu, come osservò Aloisi, « una manifestazione impres­
sionante contro la nazione tedesca, dovuta unicamente all’atteg­
giamento energico di Mussolini, il quale aveva imposto il suo
punto di vista alle altre due potenze »2. Sicuramente il duce, e
con lui Vansittart, venne accusato in Germania di aver capeggiato
la costituzione del fronte antitedesco presso la Società delle Na­
zioni. Il 20 aprile von Hassel! consegnò al governo italiano la
protesta diretta alle potenze della Società delle Nazioni, in cui i
tedeschi dichiaravano di rifiutarsi di riconoscere la discriminazione
dimostrata verso di loro a Ginevra e che si sarebbero riservato
il diritto di stabilire come comportarsi al riguardo. Aloisi rice­
vette ordine da Mussolini « di mettere agli atti quel documento » 3.
Due eventi connessi fra loro presto sarebbero stati causa di
ulteriore animosità tra l’Italia e la Germania. Il 24 aprile giunse
a Roma la notizia che l’Inghilterra aveva chiesto al governo del
Reich di inviare a Londra una commissione per concludere un
accordo navale. Ancora una volta i tedeschi cercarono di mettere
l’Inghilterra di fronte al fatto compiuto, in quanto avevano già
varato dodici sottomarini. La prospettiva che la Germania diven­
tasse di nuovo una potenza navale mise finalmente termine a una
questione tormentata che da diversi anni era oggetto delle dispute
diplomatiche italo-francesi: l’antagonismo navale. Adesso la Fran­
cia avrebbe concentrato la sua flotta contro la Germania. Collo­
166 Mussolini fondatore dell’Impero

qui tra stati maggiori ebbero luogo a Stresa su un piano ufficiale,


sicché l’Italia e la Francia si sarebbero presto avvicinate in modo
tale che ne sarebbe emerso uno schieramento strategico. Il 13
maggio stipularono una convenzione aerea4.
Il motivo principale di Mussolini per vincolare l’Italia alla
Francia era certamente la sua preoccupazione di difendere la fron­
tiera del Brennero, argomento su cui von Hassell aveva sovente
messo in guardia il suo governo 5. Anche prima dell’incontro di
Stresa, egli aveva sostenuto che si sarebbe ancora potuto evitare
che l’Italia unisse generosamente la sua sorte a quella della Fran­
cia, purché il governo del Reich dichiarasse pubblicamente di non
intendere né annettere l’Austria·, né interferire negli affari interni
di quel paese. Il principale interesse dell’Italia, affermò von
Hassell, era tuttora fermo alla actes oculorum degli antichi roma­
ni, ed esprimeva l’ansia per l’incursione dei « Cimbri e dei Teu­
toni » provenienti dal settentrione, nonché per « una soluzione
energica del problema austriaco ». Il fatto che le reiterate richie­
ste di Mussolini per una promessa tedesca suH’Austria fossero
accolte con freddezza era, lui stesso lo ammetteva, comprensibile;
ma il rifiuto assoluto da parte di Berlino di prenderle perfino in
considerazione feriva il duce nel suo punto più debole, l’amor
proprio. Von Neurath ignorò le rimostranze di von Hassell. Gio­
vava poco offrire il ramoscello d’olivo all’Italia, in un momento
in cui la stampa italiana si abbandonava a « esplosioni d’iste­
rismo » contro la Germania, mentre in Italia si prendevano prov­
vedimenti militari in risposta al ripristinato servizio militare
obbligatorio in Germania. Le paure di Mussolini per un’inva­
sione tedesca dell’Austria venivano attribuite da von Neurath
al « servizio informazioni italiano estremamente difettoso » 6. Tut­
tavia, la Wilhelmstrasse esercitava ancora poco o nessun controllo
sulle file del partito in Baviera, che seguitavano a scagliare insulti
contro il loro bersaglio preferito, l’Italia fascista. Nel ricevere i
rapporti di questi continui attacchi, Mussolini si infuriò a tal
punto che ai primi di maggio disse a Pittalis, il console italiano
a Monaco, che da quel momento in poi « tutti i ponti con la
Germania sono rotti. Se essa desidera collaborare per la pace in
Europa, tanto meglio; altrimenti la schiacceremo, in quanto in
avvenire staremo completamente al fianco delle potenze occiden­
tali ». Perciò egli desiderava migliorare i rapporti non solo con
XI. Verso una distensione con la Germania 167

la Francia, ma anche con l’antica antagonista dell’Italia, la Jugo­


slavia 7.
Comunque, Hitler ebbe presto occasione di far nascere un
dissidio tra la Francia e l’Italia. Dopo la conclusione degli accordi
di Roma del 6 gennaio 1935, Lavai e Mussolini continuarono a
dare impulso all’idea di un patto danubiano, in base al quale i
più importanti vicini dell’Austria (compresa possibilmente la Ger­
mania) si sarebbero impegnati a osservare nei suoi riguardi una
politica di non intervento o di non aggressione. A ogni membro
del patto si doveva lasciare aperta la possibilità di compiere un
ulteriore passo avanti, stipulando un trattato di mutua assisten­
za. Hitler giudicava con sospetto la formazione di un condominio
italo-francese nell’Europa sud-orientale; e quando la Germania
venne di nuovo invitata a partecipare alle trattative tergiversò,
adducendo a pretesto la sua preferenza per gli impegni bilaterali
rispetto a quelli collettivi. Ma da parte loro i francesi non vole­
vano essere troppo condizionati dall’appoggio dell’Italia. Il 2
maggio, dopo lunghe trattative, la Russia e la Francia conclusero
un trattato di mutua assistenza; il 16 maggio, poi, la Russia
accettò di appoggiare la Francia, qualora questo paese avesse
adempito i suoi obblighi di aiutare la Cecoslovacchia nel caso di
un attacco tedesco senza provocazione8. Da quel momento in
poi la rabbia di Hitler fu rivolta soprattutto contro la Cecoslo­
vacchia. In realtà, tra la fine di marzo e i primi di maggio del
1935 egli esaminò la possibilità di una guerra preventiva contro
quel paese9. Essendosi l’interesse tedesco indirizzato altrove, la
questione dell’Austria doveva retrocedere in secondo piano. Inol­
tre, anche Roma fu messa in grande agitazione dal trattato franco­
sovietico.
Come abbiamo visto, l’ostilità per il comuniSmo non impedì
a Mussolini di stipulare un accordo con l’Unione Sovietica sotto
forma del patto di non aggressione del 2 settembre 1933, quando
la cosa sembrava un espediente utile per fermare la Germania.
Ma egli condivideva con Hitler un profondo antagonismo verso
l’Unione Sovietica e verso il suo credo totalitario « concorrente ».
Egli temeva che la Russia, nel caso fosse stata indotta a pene­
trare in pieno nel sistema europeo, si sarebbe servita — oltre
che della sua autorità contro le aspirazioni espansionistiche del­
l’Italia e in modo speciale nel contrasto con l’Etiopia — anche
168 Mussolini fondatore dell'Impero

delle disposizioni del suo nuovo trattato per diffondere il comu­


niSmo, non solo tra i francesi ma anche tra i lavoratori italiani
in Francia. Nonostante si vantasse del contrario, era molto in­
quieto che l’antifascismo avesse la possibilità di guadagnare ter­
reno proprio nel suo paese ,0. Non aveva neanche molta simpatia
per la Cecoslovacchia, un paese in cui le istituzioni parlamentari
si dimostravano nell’insieme efficienti e che, secondo quanto si
diceva, funzionava da legame tra il Comintern e la Società delle
Nazioni. Inoltre, diversi austriaci cercavano la protezione di Praga,
piuttosto che quella di Roma.
Si doveva ancora eliminare un’altra causa di attrito tra l’Ita­
lia e la Germania. Il successo di una spedizione italiana contro
l’Etiopia dipendeva massimamente dalla possibilità di privare
delle armi l’imperatore. Gli italiani, sebbene von Neurath li
avesse assicurati ai primi di aprile che « neanche un fucile o un
cannone » erano stati inviati dalla Germania in Etiopia, conti­
nuavano a credere che cittadini tedeschi si arruolavano per pre­
stare servizio militare sotto il Leone di Giuda e che due missioni
sarebbero state mandate dal Reich a Addis Abeba, la prima per
occuparsi di questioni tecniche, la seconda di quelle militari. Gli
italiani temevano soprattutto l’eventuale invio di velivoli forniti
di equipaggi tedeschi ", Quanto a questo, le loro paure dovevano
presto calmarsi. Secondo un rapporto del 10 maggio diretto al
ministero degli esteri dal settore artiglieria dell’esercito tedesco,
le uniche armi giunte in Etiopia dalla Germania erano di minore
importanza, come le bombe a mano. Era vietato esportare arti­
glieria e mitragliatrici. Comunque, non era stato possibile per la
Luftwaffe controllare se apparecchi aerei tedeschi venivano con­
trabbandati in Etiopia attraverso altri paesi12.
Ci fu anche una nuova complicazione di portata mondiale. Le
pretese italiane sull’Etiopia avevano aperto il problema di una
ripartizione dell’Africa, cosa che aveva procurato a Hitler l’occa­
sione di sollevare la questione della restituzione delle colonie
tedesche con Simon e Eden, durante la loro visita a Berlino alla
fine di marzo. Come abbiamo visto (al cap. Ili), in base al
gentlemen’s agreement dell’aprile del 1933 Germania e Italia
erano tenute a consultarsi, qualora una delle due parti trattasse
con una terza per la ridistribuzione del territorio coloniale. Adesso
entrambe le parti potevano accusarsi reciprocamente di avere
violato questo accordo. A Roma, come pure a Parigi, si temeva
XI. Verso una distensione con la Germania 169

che la Germania si sarebbe servita di un’Etiopia indipendente


come base per allargare la sua influenza in Africa orientale. Suc­
cessivamente a Berlino si temette che gli inglesi e i francesi
avrebbero indotto gli italiani a rinunciare all’avventura etiopica
con il dono di un territorio in altra parte dell’Africa, probabil­
mente a spese del Portogallo, alle cui colonie agognava anche
la Germania. Certamente i portoghesi e i sudafricani si rende­
vano perfettamente conto della minaccia italiana: il solo parlare
di una ripartizione dell’Africa era destinato a provocare una
tensione antieuropea fra i loro sudditi africani di nascita u.
Poiché scopo supremo di Hitler era l’espansione in Europa
e non in Africa, egli doveva innanzi tutto spezzare il fronte di
Stresa, il che voleva dire ridurre l’Italia ai ferri corti con i suoi
alleati in Europa. La contesa tra l’Italia e la Società delle Nazioni
gli fornì « un’occasione piovuta dal cielo », che era risoluto a
sfruttare fino in fondo l4. Egli poteva forzare o allentare la pres­
sione sull’Italia come gli conveniva, purché nessuna delle due
linee di condotta si rivelasse pregiudizievole per gli interessi tede­
schi. Il successo o il fallimento della futura politica tedesca
dipendeva dalla sua capacità di inasprire il contrasto tra l’Italia
e la Società delle Nazioni.

Prima che la conferenza di Stresa si riunisse, all’Etiopia rima­


neva ancora aperta la possibilità di sottoporre le sue divergenze
con l’Italia per l’incidente di Ual-Ual al Consiglio della Società
delle Nazioni. Il 19 gennaio 1935 l’Italia aveva accettato che la
contesa fosse appianata in base all’articolo V del trattato del 1928,
ma non aveva fatto nulla di concreto per attuare questa decisione,
con la scusa che fra le due parti si dovessero prima di tutto
esperire le trattative dirette. Gli etiopici si stavano spazientendo
per la politica dilatoria di Mussolini. Il 17 marzo si erano di
nuovo rivolti alla Società delle Nazioni, questa volta in base
agli articoli X e XV. Fra il 10 e il 14 aprile Mussolini cercò di
minare il caso dell’Etiopia in vista di un ricorso al Consiglio,
nella sua prossima seduta del 20 maggio, consentendo in linea di
massima a nominare due rappresentanti italiani in seno alla com­
missione di conciliazione e di arbitrato ls. Ma non fu presa alcuna
iniziativa.
Per nessun motivo il governo inglese poteva lasciare che
Mussolini menasse il can per l’aia a tempo indeterminato, for-
170 Mussolini fondatore dell'Impero

nendo così all’Etiopia un pretesto valido per fare appello al Con­


siglio. Se Hailè Selassiè avesse fatto a modo suo, l’Inghilterra
si sarebbe trovata di fronte al dilemma insopportabile di dover
scegliere tra l’Italia e la Società delle Nazioni. Questo forse spiega
perché, nella riunione segreta del Consiglio del 15 aprile, Simon
invitò in modo imprevisto il governo d’Etiopia e quello d’Italia
a dare immediata assicurazione al Consiglio che « gli arbitri di
entrambe le parti sarebbero stati nominati prima della seduta
del Consiglio nel mese di maggio e che le condizioni di ricorso
alla commissione sarebbero state stabilite in anticipo ». Il dele­
gato etiopico accettò prontamente la proposta, purché venissero
sospesi i preparativi militari intrapresi dall’Italia. Aloisi, par­
lando per conto dell’Italia, disse che il suo governo si sarebbe
impegnato al massimo affinché la procedura di conciliazione e di
arbitrato venisse avviata al più presto possibile; ma, vivamente
spalleggiato da Lavai, si rifiutò di garantire che l’Italia avrebbe
acconsentito a ciò che essa giudicava un ultimatum degli inglesi.
Al termine della riunione Simon rivolse ad Avenol parole anche
più vivaciIé.
A questo punto i diplomatici italiani più autorevoli erano
assai più preoccupati dell’atteggiamento dell’Inghilterra di quanto
lo fosse lo stesso Mussolini, il quale non fu presente a Ginevra.
Gli inglesi non avevano risposto al suggerimento degli italiani
del 29 gennaio, di dichiarare cioè quali fossero i loro interessi
in Etiopia, mentre la commissione Maffey formata da esperti del
ministero delle colonie, che esaminava la questione, non aveva
terminato per niente il suo lavoro noioso. Il 16 aprile Guariglia
ricevette un rapporto che dava l’impressione (esatta) che l’Inghil­
terra fosse più ansiosa di garantire i suoi interessi imperiali che
di sostenere il Patto societario. Lo stato maggiore inglese, così
riferiva il rapporto, contava su una guerra italo-etiopica di una
una durata tale che al termine di essa, quando era prevista una
crisi europea, l’Italia non sarebbe stata in grado sul piano mili­
tare di far fronte alla Germania in Europa. Nel frattempo l’In­
ghilterra avrebbe approfittato del conflitto per rendere sicure le
proprie lunghe frontiere con l’Etiopia. Tanto più c’era motivo,
secondo Suvich e Guariglia, di tenere Londra pienamente al cor­
rente per mezzo di Grandi della portata delle intenzioni del­
l’Italia 17.
Grandi reagì con prontezza alle istruzioni. Durante il collo­
XI. Verso una distensione con la Germania 171

quio avuto con lui alla fine di aprile, Vansittart ignorò la tesi
secondo cui l’Inghilterra aveva motivi reconditi per esigere una
soluzione del problema di Ual-Ual ricorrendo a una commissione
di arbitrato. Viceversa, scopo degli inglesi era di allontanare
dall’atmosfera di Ginevra la polemica e di appianarla per mezzo
di trattative dirette. Grandi rispose che l’Italia « prevede nel
prossimo futuro un altro conflitto in Europa. Le occorreva per­
tanto mettere innanzi tutto al sicuro le sue frontiere in Africa
orientale », che riteneva minacciate dall’Etiopia. Dopo aver scon­
fitto l’Etiopia, l’Italia poteva allora trasferire le sue forze e fron­
teggiare la Germania. Vansittart gli ricordò che le cause di attrito
fra Italia e Inghilterra nell’Africa orientale potevano essere risolte
con lieve difficoltà. Per quanto valido fosse il caso italiano, il
nodo della questione era che « l’opinione pubblica inglese sarebbe
stata decisamente contraria all’Italia » e non poteva essere con­
trollata dal governo. Successivamente Simon confermò in termini
più generici l’esposizione di Vansittart della posizione inglese.
Subito dopo, il 4 maggio, Mussolini disse a Drummond che
per l’Italia era necessario risolvere il problema etiopico con
qualsiasi mezzo le si offrisse, allo scopo di conseguire libertà
d’azione in Europa. Ma Drummond non lo mise in guardia in
termini schietti contro i relativi pericoli. Egli si spinse addirit­
tura, il 14 maggio, al punto di dire a Suvich che, se lo scopo dei
francesi era quello di reprimere l’Etiopia, gli inglesi avrebbero
fatto altrettanto. In seguito Drummond fu chiamato a Londra,
dove fu informato della gravità della situazione18. Il giorno
prima di incontrarsi con Drummond (il 3 maggio), Mussolini
chiese al governo britannico tramite Grandi se era disposto a
dare carta bianca all’Italia in Etiopia, allo stesso modo in cui
l’avevano data i francesi nel mese di gennaio. Il governo discusse
la manovra diplomatica di Mussolini nelle riunioni tenute Γ8, il
15 e il 17 maggio. Si giunse alla conclusione che l’appoggio a
favore della Società delle Nazioni contro l’Italia « avrebbe forte­
mente compromesso i rapporti anglo-italiani». Peggio ancora, la
situazione europea « sarebbe stata assai gravemente intaccata » e
sarebbe stato « difficile immaginare una situazione meglio accetta
alla Germania ». D’altro canto il governo inglese, se non riu­
sciva a prendere posizione a favore della Società delle Nazioni,
avrebbe prestato il fianco a violente critiche pubbliche. Con il
perdurare della crisi, gli inglesi identificarono con maggior chia­
172 Mussolini fondatore dell'Impero

rezza la portata di un tradimento della Società delle Nazioni.


Sarebbe equivalso, disse il 17 luglio Simon al governo, a niente
altro che a « un duro colpo » inferto « al complesso di patti
e di accordi su cui era stato costruito il sistema europeo del
dopoguerra » ”. Riguardo all’Etiopia Mussolini aveva messo l’In­
ghilterra in una posizione non dissimile da quella in cui si trovò
l’inquisitore con Giovanna d’Arco. Come era possibile trovare una
formula idonea per salvare l’anima dell’Etiopia, senza doverne
bruciare il corpo?
Ma nell’atteggiamento inglese ci fu un mutamento signifi­
cativo. Prima di Stresa, gli inglesi tentarono di convincere l’Italia
ad accettare l’idea di un ravvicinamento con la Germania, un
paese con il quale era in aspro dissidio. Già alla metà di maggio
gli inglesi temevano che l’Italia sarebbe scesa a patti di propria
iniziativa con la Germania nazista.
In un momento in cui gli inglesi erano titubanti su come
dovessero comportarsi per il futuro, l’intera questione dell’Etiopia
assunse un aspetto minaccioso. Il 7 maggio una divisione rego­
lare e due di camicie nere furono messe sul piede di guerra,
mentre venivano richiamate alte armi classi più anziane. Lo stesso
giorno Lessona, sottosegretario alle colonie, dichiarò alla Camera
dei deputati che per l’Italia era giunta l’ora di risolvere una volta
per tutte il problema dell’Etiopia20. Il 14 maggio, parlando al
senato dopo Lessona, Mussolini in persona divulgò pubblicamente
gli scopi italiani. Egli scelse però con cura le sue parole, in
modo da non inimicarsi l’Inghilterra. Smentì che l’Inghilterra e
la Francia avessero compiuto una manovra diplomatica a Roma
per conto dell’Etiopia, gettando decisamente la colpa per i recenti
provvedimenti militari italiani addosso al governo etiopico, che
aveva dato inizio alla mobilitazione. Parlò con veemenza della
funzione dell’Italia nel continuare a mantenere la pace in Europa 21.
La sua mossa successiva consistette nel sottrarre all’Etiopia
un pretesto per fare ricorso al Consiglio della Società delle Nazioni,
che doveva riunirsi il 20 maggio. In conformità delle richieste
inglesi, il 19 maggio designò i membri italiani della commissione
di conciliazione e di arbitrato. Drummond tornò a Roma lo stesso
giorno, recando istruzioni verbali da Londra. Il 21 maggio disse
a Mussolini che non si doveva consentire che il dissenso a causa
dell’Etiopia indebolisse l’autorità della Società delle Nazioni.
Drummond pose al duce la domanda pericolosa: se l’Italia si
XI. Verso una distensione con la Germania 173

sarebbe ritenuta soddisfatta, qualora fosse stata in grado di


godere in Etiopia una condizione giuridica analoga a quella del­
l’Inghilterra in Egitto. Mussolini si mostrò interessato all’idea 22.

Fino alla importante riunione del Consiglio della Società delle


Nazioni nel mese di maggio del 1935, tutta la questione del­
l’Etiopia fu presa in considerazione nel contesto degli affari euro­
pei. A Londra e a Parigi ci si chiedeva come Hitler avrebbe
sfruttato le divergenze anglo-italiane per i propri fini. Il suo
discorso tenuto il 21 maggio al Reichstag fu un colpo diploma­
tico magistrale, che gettò nello scompiglio il fronte di Stresa.
Quantunque egli facesse allusione a « un elemento giuridico di
insicurezza » che l’alleanza della Francia con la Russia aveva
introdotto nel trattato di Locamo, la Germania avrebbe seguitato
a riconoscere detto trattato. La cosa garbava ai francesi. Hitler
disse anche: « La Germania non ha intenzione né desidera inter­
ferire negli affari interni degli austriaci... per annettere l’Austria
o per portare a termine un Anschluss ». Queste parole furono
pronunciate nel preciso istante in cui il governo austriaco stava
sollecitando l’aiuto da Roma. Non sarebbe stato possibile sce­
glierle meglio per mitigare i sospetti personali di Mussolini sulle
intenzioni di Hitler. Ma Hitler aggiunse una clausola, che spesso
è stata trascurata. Usando termini piuttosto confusi, egli dichiarò
che i tedeschi del Reich e dell’Austria erano gente della stessa
« stirpe », alla quale si doveva consentire di esercitare quel
diritto di autodeterminazione accordato ai cittadini di altri Stati.
Mentre i tedeschi che vivevano in Svizzera erano soddisfatti della
loro sorte, non altrettanto poteva dirsi degli austriaci. Implicita­
mente Hitler stava chiedendo il diritto di attuare un Anschluss
fondato sul consenso, mentre nello stesso tempo si rammaricava
per la tensione provocata dalla questione austriaca nei rapporti
italo-tedeschi23. Le ambigue parole di Hitler scatenarono prote­
ste nella stampa italiana. Il 25 maggio, con dispiacere tardivo
di von Bulow, alla stampa tedesca fu ingiunto di astenersi dal
fare ulteriormente propaganda « non solo riguardo alla questione
etiopica, ma a tutte le questioni relative alla politica italiana nel
suo complesso ». Due giorni dopo Mussolini apprese con com­
piacimento che Göring aveva vietato l’esportazione di forza aerea
in Etiopia. Il primo passo verso una distensione italo-tedesca
era stato compiuto24.
174 Mussolini fondatore dell’Impero

Dal punto di vista italiano, la tregua di stampa con la Ger­


mania non sarebbe potuta capitare in un momento più favore­
vole. Verso la fine di maggio il vero duello non si svolgeva
più, come osservò Aloisi, tra l’Italia e l’Etiopia, bensì tra l’Italia
e l’Inghilterra, dietro la quale erano schierati tutti i sostenitori
della Società delle Nazioni a. Certamente Mussolini era disposto
ad accettare la sfida inglese, ma non ancora poteva permettersi
di tradurre parole insensate in fatti. Dovette tenere conto del­
l’abile tattica adoperata da Tede Hawariate e Gaston Jèze (fran­
cese di nascita), i due delegati dell’Etiopia a Ginevra. Verso la
fine di maggio, su istruzioni impartite dall’imperatore, Jèze infor­
mò Ginevra che il suo governo avrebbe invocato l’articolo XV
del Patto societario, soltanto qualora l’Italia o si fosse rifiutata
di ammettere l’arbitrato su tutte le questioni della polemica (com­
presa la demarcazione delle frontiere), o avesse mancato di pro­
mettere in modo inequivocabile di non fare ricorso alla forza26.
Si son fatte un mucchio di congetture sul perché l’imperatore
desse priorità all’arbitrato rispetto alla citazione in giudizio in
base al Patto societario. Sicuramente egli aveva tutti i motivi
per ritenere che l’Italia paventasse l’arbitrato. Secondo Guariglia,
se la commissione di conciliazione e di arbitrato decideva che il
torto era dell’Italia, questa avrebbe dovuto pagare un risarci­
mento all’Etiopia. Se, d’altra parte, si fosse dimostrato che il
torto era dell’Etiopia, questa avrebbe dovuto fare concessioni
territoriali all’Italia, che sicuramente sarebbero state inferiori alle
aspettative di quest’ultima. Qualunque fosse l’esito del verdetto,
l’Italia sarebbe stata privata di un pretesto convincente per
entrare in guerra e sarebbe stata costretta a inventare un altro
incidente per raggiungere i suoi scopi . Ma se l’Italia paventava
l’arbitrato, per l’Etiopia era pericoloso fare ricorso alla Società
delle Nazioni. I: passato dell’Etiopia non era immacolato. Grazie
a una precedente esperienza, Hailè Selassiè era perfettamente
al corrente delle funzioni di Avenol, il segretario generale della
Società delle Nazioni, nel manipolare la complicata procedura del
Consiglio a favore dell’Italia. In realtà Avenol aveva un accorto
piano di riserva, in seguito rivelato a Theodoli (cfr. cap. XII),
per capovolgere la situazione a Ginevra a danno dell’Etiopia·, un
piano che avrebbe messo l’Italia in condizioni di agire da accusa­
trice. In base a questo piano l’Etiopia doveva essere condannata
come un cattivo vicino il quale, in violazione dei trattati del
XI. Verso una distensione con la Germania 175

1906 e del 1928, aveva acconsentito che bande armate attraver­


sassero le sue frontiere per penetrare nella Somalia italiana, fran­
cese e britannica. Essa aveva sottoposto i suoi abitanti galla e
negri a ogni sorta di oltraggi, compresa la schiavitù. Avenol,
pur non spingendosi al punto da suggerire che l’Italia avrebbe
ottenuto un appoggio sufficiente per fare espellere l’Etiopia dalla
Società delle Nazioni, credeva tuttavia che essa, in qualità di
membro del Consiglio, dovesse collaborare con i francesi per
infiacchire la posizione dell’Etiopia 28.
Ma Mussolini non era ancora pronto a trovarsi d’accordo con
l’astuto stratagemma di Avenol. Impartì invece istruzioni ad
Aloisi per intavolare trattative direttamente con Lavai e con
Eden e cercare il modo di tenere la polemica fuori dalla compe­
tenza della Società delle Nazioni. Mussolini respinse la proposta
etiopica che osservatori neutrali esaminassero la situazione militare
sul posto, affermando che i preparativi militari italiani non dove­
vano essere sottoposti a scrutinio dai rappresentanti del Consi­
glio. Respinse anche una proposta anglo-francese, secondo la
quale l’Italia avrebbe dovuto rinunciare in ogni caso a ricorrere
alla forza. Il 25 maggio, dopo la più ardua gara di mercanteg­
giamento cui Eden aveva dovuto fino a quel punto resistere, si
giunse a un compromesso. L’Italia e l’Etiopia accettarono di
sottoporre la controversia alla conciliazione e all’arbitrato, in
base all’articolo V del trattato del 1928: gli italiani speravano
di ricavare di più dalla conciliazione, gli etiopici dall’arbitrato.
Gli arbitratori, del cui gruppo etiopico poteva far parte un citta­
dino non etiopico (concessione fatta dall’Italia), dovevano occu­
parsi di tutte le controversie di frontiera, ma non della questione
della sovranità su Ual-Ual. Se l’arbitrato avesse avuto esito nega­
tivo, la controversia sarebbe stata appianata in base al Patto
societario. La proposta, come sottolinea George W. Baer, offrì al
Consiglio alla fine di agosto la possibilità di diventare parte in
causa nella vertenza Ώ.
Lo stesso giorno in cui aderì al compromesso, Mussolini parlò
alla Camera dei deputati. Il suo discorso mise gli obblighi del­
l’Italia in Europa molto meno in evidenza rispetto al 14 maggio.
Tenendo presenti le recenti assicurazioni di Hitler in merito
all’Austria, si rivolse a coloro ai quali sarebbe piaciuto « fossiliz­
zarci sul Brennero, per impedirci di spostare l’esercito in qual­
siasi altra parte del mondo ». Tutti i problemi europei « dove-
176 Mussolini fondatore dell'Impero

vano essere giudicati in relazione a ciò che sarebbe accaduto in


Africa orientale ». Dichiarò con vigore che il criterio di valuta­
zione dell’atteggiamento dell’Italia verso una data potenza sarebbe
stato determinato esclusivamente dalla possibilità che essa, per
quanto riguardava l’Etiopia, appoggiasse o meno l’Italia. Ma non
pronunciò minacce e il tono del discorso non fu affatto provo­
catorio 30.

Tuttavia l’umore di Mussolini sarebbe presto cambiato. La


notizia che in Inghilterra la stampa salutava come una vittoria
britannica l’accettazione dell’arbitrato da parte dell’Italia gettò
il duce in uno stato di autentico furore. Ormai egli pensava sul
serio di sfidare l’opinione mondiale, sia denunciando il trattato
del 1928, sia ritirando l’Italia dalla Società delle Nazioni31.
Agendo tramite Lessona, propose addirittura di convertire in
fatti chiacchiere avventate, creando un incidente che servisse da
pretesto per un attacco immediato. Decise inoltre di mobilitare
per la campagna altre tre divisioni, giungendo a un totale di
undici. Aloisi lo mise in guardia che una mobilitazione precipi­
tosa poteva esporre l’Italia a contromisure da parte degli Stati
che sostenevano la Società delle Nazioni; sarebbe stato preferi­
bile arrivare al numero occorrente di soldati un po’ alla volta.
I suoi diplomatici rimasero talmente atterriti che, appoggiati dai
generali (specie da Graziani), gli presentarono un appunto sulle
conseguenze spiacevoli che avrebbe avuto il suo ripudio inten­
zionale degli obblighi internazionali. Il 31 maggio Mussolini non
ebbe altra scelta se non di fare marcia indietro. L’Italia si sarebbe
attenuta al trattato del 1928 e sarebbe rimasta nella Società delle
Nazioni, ma si sarebbe accelerato il ritmo della mobilitazione32.
Impegnatosi alla guerra, Mussolini decise in merito a un
nuovo piano per il futuro dell’Etiopia33. Si accinse quindi a
esaminare la storia politica e religiosa del paese. Avendo abban­
donato l’idea di appoggiare la protesta di Ligg Iasu (deposto
nel 1916 e ancora vivente), adesso il suo scopo era quello di
far proclamare imperatore Vittorio Emanuele III. Guariglia, assi­
stito da Astuto, un funzionario del ministero delle colonie, si
mise a lavorare intorno a una « dotta monografia » sul problema
che si imponeva. Il re d’Italia doveva essere proclamato impera­
tore da una assemblea di ras e senza riguardo al patriarca della
Chiesa copta in Alessandria, il quale era il solo ad avere il diritto
XI. Verso una distensione con la Germania 177

di nominare l’abuna, il capo egiziano della Chiesa etiopica34.


Dato che Mussolini era risoluto a giungere a una annessione
integrale, le proposte per un compromesso furono prese in con­
siderazione unicamente in termini di utilità tattica. Il primo
progetto per un compromesso territoriale pervenne da una fonte
imprevista. Il 7 giugno, quando in Inghilterra il risentimento
contro l’Italia stava crescendo in modo tale da mettere Vansittart
in grande agitazione, si ebbe un rimpasto di governo. Baldwin
assunse la carica di primo ministro da MacDonald, Sir Samuel
Hoare sostituì Simon al ministero degli esteri, Eden fu nomi­
nato ministro responsabile per le questioni della Società delle
Nazioni. Non si dovrebbe ingigantire la confusione derivante da
questi cambiamenti e dagli scopi contrastanti dei nuovi uomini
politici. Una cosa è sicura: il nuovo governo doveva prendere
decisioni urgenti. Il suo primo obiettivo importante era di prose­
guire le trattative con von Ribbentrop per un accordo navale
con la Germania, accordo che fu stipulato il 18 giugno. Si consen­
tiva alla Germania di costruire una flotta che superava appena
di un terzo il tonnellaggio di quella inglese35. Lo sdegno in
Italia a causa dell’accordo navale non fu così grande come ci
si sarebbe aspettato: l’Inghilterra stava semplicemente condu­
cendo il gioco infame che le si addiceva. Ma, nonostante l’ammo­
nimento anticipato, al quale il governo francese non fece alcuna
obiezione, dalla stampa francese si levò un baccano per quello
che i commentatori giudicavano un riconoscimento ufficiale da
parte dell’Inghilterra del fatto che la Germania si sottraeva ai
suoi obblighi derivanti dal trattato di Versailles. Inoltre, avendo
stretto un patto con uno Stato totalitario, il governo inglese trovò
più difficile in avvenire agire in conformità di alti princìpi morali
nei riguardi di un altro Stato totalitario. La maggior parte del­
l’appoggio che riceveva dalla Società delle Nazioni era rappre­
sentato dai paesi scandinavi, ai quali non garbava né la prospettiva
del dominio navale tedesco nel Baltico, né il modo arrogante con
cui a quanto pareva l’Inghilterra tollerava le violazioni del trattato.
Ma in un promemoria del 17 luglio gli inglesi esposero il loro
caso in maniera convincente, evitando così di perdere il soste­
gno degli Stati scandinavi3tl.
Subito dopo la conclusione dell’accordo navale, Hitler decise
di sfruttare la tregua del 25 maggio 1935 nelle polemiche di
stampa contro l’Italia, con una nuova mossa per migliorare i
178 Mussolini fondatore dell’Impero

rapporti con quel paese. Egli personalmente annetteva un peso


notevole ai buoni rapporti con l’Italia. C’era però l’ostacolo della
sua antipatia per Cerruti (verso la fine del 1933 aveva cercato
di convincere Mussolini a mandarlo a spasso). Il 21 giugno, in
un colloquio durato un’ora con il maggiore Renzetti, ammise
che ogni nazione aveva il diritto di inviare chiunque essa rite­
nesse idoneo a rappresentarla in Germania. « Anch’io ho il di­
ritto... di parlare sinceramente soltanto con quei rappresentanti
i quali difendono e sono tenuti a difendere gli interessi del pro­
prio paese ». Ma, disse Hitler, a prescindere che fossero « anti te­
deschi o antinazisti », a lui importava soltanto che essi registras­
sero fedelmente e con esattezza le sue parole. La maggior parte
degli ambasciatori a Berlino, dichiarò, rispondevano a questi requi­
siti. C’era una sola eccezione, l’ambasciatore italiano, « vale a
dire Cerruti ». Proseguì dicendo che, se si fosse presentato il
caso che anche Mussolini avesse lasciato intendere di non essere
soddisfatto di von Hassell, nel giro di ventiquattr’ore egli avrebbe
inviato come ambasciatore un’altra persona qualsiasi, tranne von
Ribbentrop (il quale, essendo firmatario dell’accordo navale con
l’Inghilterra, era sgradito sotto tutti i punti di vista a Roma)31.
È chiaro che il rapporto di Renzetti fu letto da Mussolini,
il quale passò immediatamente all’azione. Cerruti sarebbe stato
trasferito a Parigi, Bernardo Attolico, un uomo di partito, sarebbe
stato trasferito da Mosca a Berlino. Ma le prestazioni di Renzetti,
il quale era assai malvisto dai diplomatici di mestiere tanto
italiani che tedeschi, non erano più necessarie. In seguito, nello
stesso mese, fu nominato console generale italiano a San Fran­
cisco. Prima di partire alla volta di Parigi, Cerruti aveva ancora
del lavoro da svolgere. Il 21 luglio il duce disse ad Aloisi che,
poiché era prevedibile un colpo di Stato da parte della Reichs­
wehr da un momento all’altro, occorreva che Cerruti restasse
al suo posto M. La nomina di Attolico avrebbe dato i suoi frutti
soltanto a distanza di diversi mesi. Mussolini si fidava ancora
di von Hassell e fu soltanto il 19 febbraio 1936 che egli pro­
gettò di farlo richiamare39. Possiamo tuttavia constatare che fin
dal mese di giugno del 1935 i due dittatori avevano cominciato
in pratica a brigare ai danni dei loro diplomatici accreditati, un
processo che culminò con la destituzione prima di Suvich nel
giugno del 1936, poi di von Hassell nel novembre del 1937 e
infine di von Neurath.
XI. Verso una distensione con la Germania 179

Durante l’estate del 1935 Mussolini stava cercando ogni sorta


di mezzi per tenere aperta la possibilità di migliorare i rapporti
dell’Italia con la Germania, con l’intento di far pressione sul­
l’Inghilterra. Doveva restarci male. Il giorno in cui Renzetti
incontrò Hitler (il 21 giugno), un informatore a Roma lasciò
intravedere a von Hassell che tra l’Italia e la Germania si do­
vesse raggiungere un’intesa, in base alla quale l’Italia avrebbe
ottenuto carta bianca in Etiopia e la Germania avrebbe ricevuto
indietro le sue ex colonie. Ma i funzionari della Wilhelmstrasse,
i quali erano verso gli italiani più sprezzanti di Hitler, si fecero
beffe della proposta *. Trattato con ostentata indifferenza dalla
Germania verso la fine di giugno, Mussolini non ebbe altra alter­
nativa se non di rivolgersi ancora una volta alla Francia.
XII

GIUGNO-LUGLIO 1935:
IL CONFRONTO CON L’INGHILTERRA

Baldwin aveva appena formato il suo governo il 7 giugno


1935, quando la Defence Requirements Committee, costituita nel
1934 (da non confondere con la commissione presieduta da Sir
John Maffey), giunse alla conclusione che la Germania sarebbe
stata in grado di scatenare una guerra nel gennaio del 1939.
Mentre il Giappone, « enigmatico e allarmante », aspettava in
disparte, la migliore linea di condotta aperta all’Inghilterra era,
secondo il parere del governo, quella di proseguire la politica di
un ravvicinamento con la Germania. Ma Baldwin era deciso a che
l’Inghilterra accelerasse il suo riarmo. La paura della Germania
era la forza stimolante alle spalle della politica inglese ’. Il che
divenne particolarmente rilevante verso la fine di giugno, quando
sembrò che alTItalia si offrisse la possibilità di venire a patti
con la Germania. Già in quel momento una crisi diplomatica
stava assumendo un aspetto più marcatamente militare.
In coincidenza con gli attacchi rabbiosi della stampa italiana
contro l’Inghilterra e delle voci di una probabile svolta di Mus­
solini verso la Germania, a Londra venne riferito che molte navi
italiane per il trasporto di truppe erano in viaggio alla volta del
Mar Rosso. Ormai l’Italia si stava preparando attivamente alla
guerra contro l’Etiopia, senza curarsi dell’atteggiamento dell’In­
ghilterra. L’intensificarsi della crisi collimò con le variazioni mini­
steriali disposte da Baldwin, il nuovo primo ministro, e questo
permise a Vansittart di esercitare un’influenza ancora maggiore sulla
formulazione della politica. Il nuovo ministro degli esteri, Sir
Samuel Hoare, aveva lavorato bene con gli italiani, compreso
Mussolini, dopo la loro sconfitta a Caporetto nel novembre del
182 Mussolini fondatore dell’Impero

1917, ed era anche più disposto di quanto lo fosse stato Simon


a seguire l’iniziativa di Vansittart. L’8 giugno quest’ultimo disse
senza mezzi termini a Anthony Eden, adesso ministro per la
Società delle Nazioni, che si sarebbe dovuto « tacitare » l’Italia,
altrimenti « l’Etiopia sarebbe stata distrutta e con essa la Società
delle Nazioni ». Pertanto Vansittart riesumò l’idea di cedere Zeila,
unitamente a un corridoio attraverso la Somalia britannica, al­
l’Etiopia. Ma questa volta l’Italia, e non l’Inghilterra, avrebbe
ricevuto un risarcimento sotto la forma di una vasta fetta di
territorio nell’Ogaden. Come si vedrà, il governo approvò questa
proposta il 19 giugno2.
Nel frattempo la commissione interministeriale per la revisione
degli interessi inglesi in Etiopia, sotto la presidenza di Sir John
Maffey, fin dal 18 giugno aveva ultimato lo schema di una rela­
zione, i cui punti essenziali sarebbero stati accettati dal governo
ai primi di agosto. Da una prima lettura delle sue conclusioni
risulta che Vansittart aveva ragione: « Nessun interesse inglese
di importanza vitale esiste in Etiopia », così dice la relazione,
« né nei paesi confinanti, tale da costringere il governo di Sua
Maestà a opporsi a una conquista dell’Etiopia da parte dell’Ita­
lia ». Sotto certi aspetti, un’occupazione italiana di quel territorio
avrebbe reso più facile all’Inghilterra rettificare le sue frontiere
e garantire i suoi interessi presso il lago Tana. Le risultanze della
relazione erano basate sul presupposto che, dopo la conquista
dell’Etiopia, i rapporti anglo-italiani sarebbero rimasti amichevoli.
Non era previsto che Mussolini avrebbe unito la propria sorte
a quella dei cosiddetti « stati dinamici », la Germania e il Giap­
pone, che si erano già rifiutati impunemente di ubbidire alla
Società delle Nazioni.
La commissione Maffey non era stata invitata a esprimere
le sue opinioni sull’effetto che l’espansione italiana avrebbe avuto
sul problema più ampio e più grave della difesa imperiale, che
si era fatto più accentuato con il protrarsi della crisi. Tale pro­
blema veniva trattato soltanto implicitamente nella relazione:
« Dal punto di vista della difesa imperiale, sarebbe preferibile
che l’Etiopia rimanesse un paese Ìndipendente ». Sviluppando que­
sto argomento, in un promemoria del 5 agosto riservato al governo
i funzionari del Foreign Office osservarono: « Potrebbe non essere
eccessivamente esagerato sostenere che l’Italia nasconde l’ambi­
zione di lunga portata di collegare i suoi territori in Africa setten­
XII. Giugno-luglio 1933: il confronto con l’Inghillerra 183

trionale con quelli in Africa orientale ». Essa stava già spingendo


la sua frontiera in Eritrea in direzione nord-ovest verso la Libia,
i cui confini erano stati ingranditi ai primi dell’anno. Avendo
stabilito comunicazioni terrestri dalla Libia attraverso il Sudan
fino in Eritrea, nonché dall’Eritrea fino in Somalia, l’Egitto sa­
rebbe stato « tenuto in pugno », mentre l’Italia avrebbe ottenuto
l’accesso diretto e continuo verso l’Oceano Indiano, il sogno
supremo di Mussolini3.
Il Foreign Office e l’Ammiragliato stavano sempre più ren­
dendosi conto che Mussolini, parallelamente ai suoi progetti per
la conquista dell’Etiopia, aveva mire imperiali di maggiore esten­
sione, che si sarebbero rivelate esatte. In cambio della smilita­
rizzazione delle basi nel Mediterraneo, più tardi pretese conces­
sioni esose a favore dell’Italia. Già nel 1934 l’Italia aveva speso
somme enormi per la costruzione della sua flotta da guerra: aveva
inoltre militarizzato basi navali e aeree nel Dodecaneso, da cui
si poteva fare pressione sulla Turchia affinché concedesse condi­
zioni favorevoli per l’accesso al Mar Nero attraverso gli stretti,
una delle principali rotte commerciali dell’Italia (specie per il
petrolio proveniente dalla Romania). Dal Dodecaneso gli italiani
potevano minacciare anche le comunicazioni marittime dell’Inghil­
terra nel Mediterraneo orientale. Conducendo le trattative da una
posizione di forza, Mussolini sarebbe stato in grado di esigere
che l’Italia avesse diritti commerciali uguali a quelli dell’Egitto
e che la convenzione di Costantinopoli del 1888, che regolava il
traffico attraverso il canale di Suez, venisse modificata a favore
dell’Italia. Per di più, sin dal 1934 gli italiani avevano ampliato
Massaua e altre basi navali affinché fossero pronte per provve­
dere alla manutenzione delle navi da guerra, compresi i sotto­
marini, che potevano saccheggiare il naviglio nemico nelle angu­
ste acque del Mar Rosso. L’Inghilterra, Mussolini lo capì, si
sarebbe trovata molto svantaggiata sul piano strategico qualora
le navi italiane avessero occupato le loro posizioni di combatti­
mento prima che il canale di Suez venisse chiuso4.
Nel confronto generale dell’Italia con l’Inghilterra, Mussolini
doveva senza dubbio tener conto del temperamento pacifico della
sua gente che, nel complesso, era favorevolmente disposta verso
gli inglesi. Ma non c’era bisogno che egli usasse le sue doti
propagandistiche per farle cambiare atteggiamento 5. Ai primi di
agosto disse a von Hassell che era spronato all’azione dai com-
184 Mussolini fondatore dell’Impero

menti ostili della stampa inglese, che egli definì « una frusta
necessaria per scuotere le grandi masse ». Essa disperdeva le loro
« timorose riserve mentali » riguardo alla sua politica guerriera.
Il clero italiano era ormai al suo fianco e offriva generosamente
oro per pagare in parte la spesa della grande impresa militare 6.
Il governo britannico non aveva altra scelta se non di man­
tenersi fermo su quei princìpi morali che rendevano furiosi gli
italiani e ancora più ostinato Mussolini. Il 27 giugno del 1935
furono resi noti i risultati del famoso Peace Ballot in Inghilterra,
da cui emerse che il 94 per cento dei votanti ammetteva che,
sotto gli auspici della Società delle Nazioni, a un aggressore venis­
sero imposte sanzioni economiche e non militari; il 74 per cento
era favorevole alle sanzioni militari. Secondo i suoi critici, la
League of Nations Union, che organizzò il referendum, mancò
di stabilire con chiarezza l’esatta natura dell’iniziativa che la
Società delle Nazioni poteva prendere. Essa veniva presentata come
un’organizzazione efficiente con un proprio esecutivo, alla quale
l’Inghilterra avrebbe semplicemente fornito un contingente mili­
tare. La Società delle Nazioni, era sottinteso, avrebbe sostenuto
l’Inghilterra e non viceversa. Ai votanti non fu sufficientemente
spiegato che l’Inghilterra stessa avrebbe dovuto compiere il lavoro
della Società delle Nazioni quasi da sola. Inoltre, i votanti erano
contrari a che l’Inghilterra adempisse i suoi obblighi verso l’una
o l’altra delle parti del trattato di Locamo; ma non fu chiesto
quale sarebbe stato il loro atteggiamento qualora fossero stati
in gioco gli interessi vitali del loro paese7. Quale che fosse l’opi­
nione collegiale del governo riguardo al buonsenso e alla credi­
bilità del Peace Ballot, certamente l’esito di questa nuova forma
di consultazione di massa non contribuì affatto a fiaccare la sua
convinzione che l’unica possibilità di scelta che gli si presentava
fosse quella di seguire una via di mezzo, tra il sostenere i prin­
cìpi della Società delle Nazioni e dare soddisfazione all’Italia
entro le frontiere dell’Etiopia 8.

Avendo valutato attentamente la situazione, il 15-16 giugno


Hoare, Vansittart e Eden decisero in merito a un progetto che
si può definire soltanto come un atto rinunciatario. La proposta
di Vansittart di riesumare il piano Zeila — ventilato per la prima
volta nel 1932 (cfr. cap. Vili) — fu sottoscritta da Hoare e da
Eden, nella nuova forma « filoitaliana » che egli aveva sviluppato.
XII. Giugno-luglio 1935: il confronto con l’Inghilterra 185

All’Etiopia si doveva concedere il porto di Zeila, con una striscia


territoriale di collegamento aperta nella Somalia britannica. In
cambio, occorreva che l’Etiopia cedesse a sud la maggior parte
dell’Ogaden all’Italia e assegnasse a quest’ultima concessioni eco­
nomiche nel resto dell’impero. Il 19 giugno Eden ricevette istru­
zioni dal governo di presentare questo nuovo piano di Zeila a
Mussolini, in occasione di una visita a Roma9.
Prima di partire da Londra, Eden ricevette una lettera del
13 giugno da Avenol, il quale aveva saputo dal generale Visconti-
Prasca, membro importante dello stato maggiore di Badoglio,
che l’Italia era preparata militarmente soltanto per una guerra
difensiva. Le condizioni esistenti a Massaua venivano definite
caotiche. Visconti-Prasca aveva chiesto ad Avenol di calmare le
paure italiane (che può darsi benissimo che siano state autenti­
che) di una eventuale aggressione etiopica. Avenol, avendone
parlato con Visconti-Prasca, propose a Eden che l’Italia espo­
nesse tutte le sue rimostranze contro l’Etiopia in una riunione
del Consiglio della Società delle Nazioni. A suo modo di vedere
Avenol calcolava che l’Italia, così facendo, poteva farla in barba
all’Etiopia e sottrarle il monopolio della simpatia mondiale. Eden,
il quale era soprattutto preoccupato del nuovo progetto per
Zeila, diede ad Avenol una risposta evasiva, pur ammettendo
che tali proposte svelavano un tenue raggio di speranza l0.
Avenol aveva inoltre convinto Mussolini affinché adottasse
una linea di condotta più moderata in favore della Società delle
Nazioni. Prima dell’arrivo di Eden, egli parlò della crisi con
Alberto Theodoli, presidente della commissione dei mandati pres­
so la Società delle Nazioni. La Francia, affermò, poteva esercitare
la sua influenza sul governo britannico soltanto se fosse stato
possibile operare un cambiamento repentino nell’opinione pub­
blica inglese, che fino a quel momento era stata ostile all’Italia.
L’Italia, asserì, dopo che la commissione per la conciliazione e
l’arbitrato aveva terminato i suoi lavori, doveva presentare a
Ginevra prove concrete per dimostrare che l’Etiopia aveva violato
il suo trattato di amicizia con l’Italia del 1928 e che, in seguito,
aveva agito come un cattivo vicino, indegno di far parte della
Società delle Nazioni. Suvich, avendo esaminato le proposte di
Avenol, ritenne che esse fornissero una soluzione possibile ma
avrebbero dato buoni frutti soltanto in capo a un paio d’anni
circa. Per l’Italia sarebbe stato impossibile attendere così a lungo.
186 Mussolini fondatore dell’Impero

Anche Drummond era informato del colloquio tra Avenol e Theo-


doli, che egli riferì a Hoare. Le proposte di Avenol, sebbene
fossero con tutta probabilità note a Mussolini prima della visita
di Eden, in un primo momento non ebbero molto peso. Drum­
mond, il quale il 19 giugno informò Suvich dell’imminente visita,
si sentì ricordare « l’inamovibile decisione » di Mussolini11.
Eden, accompagnato da Strang, un funzionario del Foreign
Office, partì da Londra il 20 giugno e per prima cosa fece visita
a Lavai a Parigi. Il loro scopo era di calmare la collera dei fran­
cesi a proposito dell’accordo navale, ma non si accennò al pro­
getto Zeila. Giustamente questo silenzio è stato definito « un
errore molto grave e deplorevole »12. Se si fosse attuato il piano
Zeila, Gibuti, posseduto dai francesi, avrebbe perduto pratica-
mente ogni valore. Da parte sua l’Italia si opponeva energica­
mente all’acquisizione etiopica di Zeila. Le comunicazioni da que­
sto porto verso l’interno dell’Etiopia potevano essere interrotte
soltanto con una avanzata italiana dall’Eritrea attraverso la ferro­
via Gibuti-Addis Abeba controllata dai francesi, violando così gli
interessi economici francesi che l’Italia aveva promesso di rispet­
tare. Per di più, il corridoio fino a Zeila si trovava entro una
sfera d’influenza britannica ed era a distanza di tiro di un even­
tuale attacco britannico. A parere di Mussolini, se all’Etiopia si
doveva dare un porto, esso doveva essere agevolmente a portata
di mano degli italiani; quindi non poteva trattarsi altro che del
porto di Assab ”.
Eden incontrò Mussolini a Roma nei giorni 24 e 25 giugno.
Al duce fu riconosciuto giustamente dai suoi diplomatici il me­
rito di aver risposto con calma straordinaria alle proposte inglesi
che, se poste in atto, avrebbero trasformato l’Etiopia in una
potenza marinara e le avrebbero consentito di importare armi14.
In cambio, l’Italia ne avrebbe ricavato tratti ancora più vasti di
inutile deserto. Il duce, respingendo categoricamente la proposta,
e forse influenzato dal piano escogitato da Avenol, chiese la
cessione di tutte le zone non amariche dell’Etiopia a nord e a
sud, nonché un protettorato di fatto sul resto del paese. Qualora
queste pretese non fossero state accolte, Mussolini (prendendo
in prestito le parole di Crispi) dichiarò che « il nome dell’Etiopia
sarebbe stato cancellato dalla carta geografica ». Eden fu sorpreso
apprendendo da lui che nel mese di gennaio Lavai aveva dato al­
l’Italia pieni poteri politici, non solamente economici, in Etiopia *5.
XII. Giugno-luglio 1935: il confronto con l’Inghilterra 187

Molti italiani influenti, come Grandi a Londra, riconobbero


che, una volta accettato il principio dello smembramento, l’Ita­
lia poteva ottenere ciò che voleva senza ricorrere alla guerra.
Poiché i francesi si stavano già dando da fare a trovare una solu­
zione più radicale per soddisfare le esigenze dell’Italia, in base
alla quale l’Etiopia sarebbe stata trasformata a tutti gli effetti in
un protettorato italiano sull’esempio del Marocco, l’Italia si tro­
vava in una posizione favorevole di contrattazione. Non era pos­
sibile colmare la spaccatura tra le proposte francesi e quelle
inglesi e soddisfare una parte minima delle proposte di Musso­
lini? Ma a un compromesso del genere non si poteva giungere,
a meno di non rendere innanzi tutto inefficace il punto di vista
societario favorevole all’Etiopia. Prima della partenza di Eden il
piano di Avenol fu accettato da Aloisi. Al momento opportuno
Aloisi, come consigliato da Avenol, avrebbe lanciato a Ginevra
un attacco oratorio contro l’Etiopia. Francia e Inghilterra avreb­
bero allora cercato di convincere il Consiglio a rimettere la solu­
zione del problema alle due restanti potenze interessate: per
l’appunto la Francia e l’Inghilterra. La questione del Chaco aveva
stabilito un precedente l6. Se il Consiglio adottava questa proce­
dura, il pubblico inglese si sarebbe convinto che il prestigio della
Società delle Nazioni non era stato messo in pericolo.
Eden non si prestò al gioco di Aloisi. Il 3 luglio, in una
riunione di governo, riferì che la sua visita a Roma non lasciava
dubbi sul fatto che l’Italia, contrariamente ai suoi obblighi di
cui al trattato tripartito del 1906 e a quelli derivanti dal Patto
societario, aveva intenzione di invadere l’Etiopia. Ciò avrebbe
offerto ai membri della Società delle Nazioni la semplice alter­
nativa o di rispettare : loro impegni, o di lasciar crollare l’assetto
europeo del dopoguerra. Al termine della riunione Baldwin, di
fronte alla decisa opposizione dei capi militari, era ancora « fer­
mamente favorevole » all’azione, purché i francesi fossero d’ac­
cordo di aiutare l’Inghilterra 17.
Baldwin aveva tutti i motivi per preoccuparsi. Dopo il rifiuto
del piano per Zeila, gli italiani cominciarono a mobilitare in
segreto la loro flotta e a provocare disordini fra i nazionalisti
egiziani18. Sotto un certo aspetto, questa manifestazione di osti­
lità ebbe conseguenze rivoluzionarie per la politica estera inglese.
Fino a quel momento i francesi avevano dovuto pregare gli in­
glesi affinché li aiutassero in Europa, cosa che non accadde mai.
188 Mussolini fondatore dell'Impero

Adesso la situazione si era capovolta; adesso gli inglesi dipen­


devano dai francesi ed erano costretti a chiedere loro un aiuto
militare per difendere i loro interessi imperiali.

In realtà, una revisione della programmazione strategica aveva


reso i francesi meno condizionati all’appoggio inglese. Mentre
agli inizi del 1935 il loro scopo era ancora quello (almeno in
teoria) di occupare il Belgio come preavviso di un attacco contro
la Germania, dopo il mese di aprile del 1935 i capi militari
francesi passarono all’improvviso a una strategia puramente difen­
siva. L’occupazione del Belgio era ormai ritenuta necessaria sol­
tanto per difendere le zone industriali della Francia settentrio­
nale ”. Gli italiani potevano dar loro la possibilità di trovare le
forze di lavoro occorrenti meglio degli inglesi. Eden era appena
partito da Roma, quando vi arrivò Gamelin. Il 28 giugno venne
concluso un accordo militare, in base al quale la Francia si inca­
ricava di inviare un corpo d’armata che servisse da cuscinetto
tra gli italiani e gli jugoslavi sulla frontiera austriaca; in cambio
l’Italia avrebbe inviato un corpo per collaborare contro i tede­
schi nella zona relativamente sicura di Belfort. La convenzione
militare sarebbe entrata pienamente in vigore soltanto nell’am­
bito di un accordo generale politico, ancora da concludere a).
Quando il 2 luglio fu avvicinato in merito alla questione di
prestare aiuto agli inglesi, Lavai (ormai primo ministro francese)
si trovava su un terreno relativamente saldo. Dichiarò che era
troppo preso dal bilancio per poter prestare adeguata attenzione
al problema dell’Etiopia. Proseguì dicendo che la Francia non
avrebbe preso alcuna iniziativa che potesse risolversi nel ritiro
dell’Italia dalla Società delle Nazioni. A causa dell’indugio fran­
cese, Hoare si limitò a ricordare a Grandi che il rifiuto sbrigativo
del piano di Zeila da parte di Mussolini poteva voler dire per­
dere le occasioni di discuterne in futuro21. Con la Francia che
teneva a freno l’Inghilterra, Mussolini aveva tutti i motivi per
ritenere che l’Etiopia fosse isolata.
Governando un paese che era alle prese con una crisi econo­
mica, Lavai fece tutto quanto in suo potere per far risolvere la
crisi etiopica in via amichevole dai firmatari del trattato del
1906 n. Qualora si dovesse invocare il Patto societario, secondo
lui non potevano esserci dubbi che esso dovesse funzionare sulla
falsariga consigliata da Avenol. Dopo che Eden ebbe presentato
XII Giugno-luglio 1933: il confronto con l’Inghilterra 189

il piano per Zeila, Lavai aveva ancora motivo di sperare che la


Francia avesse la possibilità di sostenere sia la Società delle
Nazioni che l’Italia. Soltanto più tardi nel corso della crisi divenne
evidente che essa doveva fare una scelta.
Nonostante i suoi accordi militari con la Francia, Mussolini
cercò di mantenere i contatti, stabiliti verso la fine di dicembre
del 1934, fra i componenti del comando supremo tedesco e gli
ufficiali italiani di grado più elevato, guidati dal generale Roatta,
capo del servizio informazioni militare italiano. Chiaramente Roat­
ta era in buoni rapporti con il suo collega in Germania, generale
Stülpnagel (capo del servizio informazioni tedesco per l’esercito),
e con il generale Fischer (addetto militare a Roma). Subito dopo
la visita di Gamelin, Roatta disse a Fischer che con la Francia
erano stati conclusi accordi militari, ma non un’alleanza vinco­
lante, per la difesa dell’Austria. Nel mese di settembre Roatta
(come si vedrà al cap. XIV) avrebbe incontrato l’ammiraglio
Canaris (capo del servizio informazioni delle forze armate tede­
sche) per parlare della possibilità della collaborazione italo-tedesca
contro il comuniSmo 23.
Con Mussolini che teneva aperta una linea verso Berlino,
Lavai non poteva permettersi di inimicarsi gli inglesi. In ultima
analisi, un’alleanza impegnativa e politica con l’Italia dipendeva
dalla eventualità che essa non gli lasciasse altra scelta se non
di abbandonare ogni speranza di amicizia con l’Inghilterra. Game­
lin pose la questione in termini chiari: mentre l’appoggio italiano
era « auspicabile », quello degli inglesi era alla lunga « essen­
ziale » C’era tuttavia qualche possibilità che l’Italia e l’Inghil­
terra appianassero dopo tutto le loro divergenze, cosa che avrebbe
liberato Lavai da un dilemma insopportabile.
Già il 5 luglio la commissione per la conciliazione e l’arbi­
trato, che aveva iniziato i suoi lavori il 7 giugno, era giunta a
un punto morto, secondo quanto si diceva a causa dell’insistenza
etiopica di fare rientrare nella sua competenza la questione della
sovranità su Ual-Ual. Per nessuna ragione gli italiani potevano
rischiare che il Consiglio, come concordato il 25 maggio, met­
tesse l’intera discussione nel suo ordine del giorno della riunione
in programma per la fine di luglio. La competenza del Consiglio,
su questo insistevano gli italiani, doveva essere circoscritta alla
designazione di un arbitratore, scelto tra i membri non italiani,
il quale avrebbe agito come quinto membro della commissione.
190 Mussolini jondatore dell’Impero

La data di chiusura sarebbe stata allora il 25 agosto, epoca in


cui — questo speravano gli italiani — il Consiglio non avrebbe
preso alcuna iniziativa25.
Venuta meno l’attività della commissione, il governo inglese
si trovò di fronte al problema di ciò che andava fatto nel caso
in cui fossero state invocate le sanzioni. In un abboccamento
ministeriale del 15 luglio Eden suggerì che era venuto il momento
di parlare chiaro: « Si doveva dire a Lavai che il governo di
Sua Maestà sarebbe stato disposto a rispettare i suoi obblighi
previsti dal patto ginevrino, purché gli altri avessero fatto altret­
tanto ». La proposta di Eden fu respinta. Invece Hoare si sfor­
zava in tutti i modi per dare a Mussolini ciò che voleva in Etiopia,
sempre che non si ricorresse alla forza. L’11 luglio alla Camera
dei comuni disse perfino che il governo di Sua Maestà aveva
sempre capito il desiderio di espansione dell’Italia.
Aloisi non nascose la sua riconoscenza. « Il governo inglese »,
annotò, « attaccato da tutte le parti, aveva deciso di piantarla di
istigare la Società delle Nazioni contro di noi », avvertendo nelle
parole usate da Hoare alla Camera dei comuni « un cambiamento
di fronte » nel comportamento inglese 26. Il desiderio del governo
britannico di evitare uno scontro con l’Italia quasi certamente
era dovuto soprattutto, come si vedrà, ai timori assai gravi dei
capi militari, specie dell’ammiragliato. Il 15 luglio Mussolini,
approfittando dell’evidente cambiamento nell’atteggiamento ingle­
se, annunciò la mobilitazione di un corpo d’armata supplemen­
tare e di una divisione di camicie nere 71. Adesso il mondo aspet­
tava per vedere se Hailè Selassiè, nel caso in cui la Società delle
Nazioni lo avesse piantato in asso, avrebbe seguitato a battersi
per l’indipendenza del suo paese.

Con le casse dello Stato praticamente vuote e con le sue forze


militari deplorevolmente male armate, l’imperatore compì un ten­
tativo, peraltro fallito, per ottenere appoggio dagli Stati Uniti æ.
Ormai non aveva altra scelta tranne che rafforzare i collegamenti
con un’altra potenza esterna alla Società delle Nazioni: la Ger­
mania. Uno dei suoi più fidati consiglieri politici, D. Hall, era
mezzo tedesco. Il 17 luglio Hall arrivò in incognito a Berlino e
parlò con il dottor Prüfer, ex rappresentante diplomatico tedesco
a Addis Abeba. In nome dell’imperatore, Hall chiese a Prüfer
XII. Giugno-luglio 1935: il confronto con l’Inghilterra 191

se la Germania poteva mettere a disposizione dell’Etiopia 3


milioni di marchi per acquistare armi. L’imperatore, secondo Hall,
stava prendendo questo provvedimento senza alcun motivo recon­
dito di interesse personale ed era consapevole che la Germania
avrebbe accolto calorosamente un indebolimento del controllo
dell’Italia sull’Austria. Prüfer informò von Bülow, il quale ne
parlò con von Neurath. Von Bülow, pur temendo che un
accordo con l’Etiopia poteva avere conseguenze spiacevoli nel
caso fosse venuto a galla, era contrario a opporre a Hall un
netto rifiuto. Considerata la straordinaria importanza del conflitto
etiopico per la futura politica tedesca, von Bülow chiese a von
Neurath di far decidere da Hitler in persona. Hitler fu d’accordo
di accettare la richiesta di Hall; a causa di ciò egli rovesciò di
nascosto la politica di neutralità della Germania 29.
Attingendo da un fondo speciale a disposizione del ministero
degli esteri, Prüfer pagò puntualmente il rappresentante dell’im­
peratore. Successivamente il maggiore Steffen fu incaricato di
acquistare materiale bellico, compresi i cannoni Orliken fabbricati
in Svizzera. Furono caricati a Lubecca a bordo di una nave in­
glese, la « Santa Maria », alla quale Hall diede per motivi di
sicurezza uno pseudonimo arabo. Poi Steffen acquistò trenta can­
noni anticarro da 3,7 centimetri e relative munizioni. Queste armi,
in origine destinate all’esercito tedesco, furono comprate per
l’Etiopia su ordine personale di Hitler presso la ditta Rheinmetall-
Borsig. Fu adottata ogni precauzione per mantenere il segreto
assoluto. Dopo averne tolto le targhette dei fabbricanti, i cannoni
furono imbarcati a Stettino, un porto esente da dazio, sotto la
sorveglianza di un ufficiale della Luftwaffe a riposo 50. Può darsi
che la destinazione finale della « Santa Maria » sia stata Berbera,
dal cui porto i funzionari inglesi locali lasciavano che le armi
provenienti da ditte straniere proseguissero per l’Etiopia. Certa­
mente verso la fine di luglio gli italiani erano convinti che l’In­
ghilterra permettesse il transito di armi attraverso il suo terri­
torio e, sospettando che la fonte principale fosse la Germania,
seguitavano a presentare proteste alla Wilhelmstrasse. Il 3 agosto
von Hassell assicurò Mussolini che la Germania rimaneva neu­
trale. Il 10 agosto von Bülow mise Funke, segretario di Stato
presso il ministero degli esteri, pienamente al corrente della situa­
zione, informandolo che la spedizione di armi stava in realtà per
192 Mussolini fondatore dell’Impero

incominciare soltanto allora e che a nessun costo doveva trape­


lare alla stampa31. Nell’autunno una partita d’armi, presumibil­
mente trasportata dalla « Santa Maria », fu spedita via Norvegia
e Belgio fino a un porto adatto per l’Etiopia. Senza dubbio la
notizia di questa spedizione rafforzò il fermo proposito di Hailè
Selassiè di battersi. Si determinò così la situazione che, in un
momento in cui le potenze della Società delle Nazioni impone­
vano un embargo sulle armi contro l’Etiopia, i tedeschi facevano
esattamente il contrario32. (Tuttavia verso la fine di settembre
Hitler — per motivi di cui si parlerà al cap. XIV — decise di
non estendere all’Etiopia il suo contributo all’armamento).
L’imperatore ottenne l’appoggio anche da un’altra parte in­
sperata. Si è visto (cfr. cap. Vili) che nel 1933-34 il Giappone
aveva dimostrato un interesse amichevole per la situazione imba­
razzante in cui si trovava l’Etiopia. Data la sua posizione negli
affari mondiali già nel 1935, non sarebbe stata una sorpresa con­
statare che questa volta si allontanava dal socio più debole in un
conflitto i cui interessi venivano sempre più appoggiati all’in­
terno della Società delle Nazioni. Al pari della Germania, il Giap­
pone ne era uscito nel 1933. Era perfettamente soddisfatto di
vedere l’Inghilterra ai ferri corti con l’Italia a Ginevra. Per
giunta Sujimura, l’ambasciatore giapponese a Roma, non nascon­
deva la sua ammirazione personale per il fascismo. Nella seconda
metà di luglio egli dichiarò che il suo governo avrebbe adottato
una politica di neutralità nella contesa etiopica. Tuttavia in Giap­
pone era profondamente radicato un sentimento antioccidentale:
la situazione critica e difficile degli etiopici, come gente « di
colore » che lottava contro una potenza europea, sollevò l’emo­
zione popolare e offrì inoltre agli ambienti politici un’occasione
per giovare agli interessi mondiali del Giappone, L’asserzione di
Sujimura venne sconfessata dal ministero degli esteri a Tokio.
Ne derivò una campagna italiana contro il Giappone, lanciata
con « grande violenza »33. In Giappone si intensificò un senti­
mento antiitaliano in misura corrispondente. L’amarezza contro
« l’imperialismo europeo » era talmente spiccata, che nel mese di
settembre furono tributati i massimi onori diplomatici a Daba
Birru, l’incaricato d’affari etiopico, quando fu ricevuto a Tokio.
Circa 2.000 studenti, appartenenti all’associazione ultranaziona­
lista del Drago nero, si adunarono per salutarlo, portando car-
XII. Giugno-luglio 1935: il confronto con l’Inghilterra 193

telli con lo slogan « abbasso l’Italia ». Successivamente nel 1935


un gruppo di ufficiali giapponesi cercò di raccogliere fondi
per un distaccamento di volontari per il servizio militare in
Etiopia 34.
Nell’estate del 1935 Hailè Selassiè si era rivelato nei suoi
contatti con gli stranieri un ottimo propagandista; poi, contraria­
mente a Mussolini, si era attirato più simpatie all’estero che in
patria. In diverse occasioni egli o i suoi consiglieri furono capaci
di farla in barba agli italiani più rispettosi della legalità, i quali
operavano contro di lui dietro le quinte a Ginevra. Una delle
favole dell’epoca è che Mussolini lo avesse sistematicamente
superato passo passo sul terreno diplomatico e che la successiva
campagna fosse una passeggiata. In realtà Hailè Selassiè giocò
benissimo le sue carte. Ottenne l’appoggio materiale e morale (per
quello che quest’ultimo valeva) non solo da membri della Società
delle Nazioni, ma anche da paesi al di fuori di essa. La Germa­
nia promise — e inviò — materiale bellico, mentre il Giappone
offrì qualcosa di più della simpatia morale. Per giunta il « Terzo
mondo » dell’epoca, compresi l’Egitto e la Cina, condannò la
politica italiana nei riguardi dell’Etiopia. L’aiuto atteso dall’ester­
no, benché giunto tardi, consentì a Hailè Selassiè di combattere,
anche se non di vincere, una guerra in cui soldati arruolati da
proprietari terrieri feudali furono scaraventati contro un esercito
moderno e bombardati da una moderna forza aerea.
La funzione svolta dalla Germania durante la crisi fu forse
più significativa di quella dell’Inghilterra. Manfred Funke, il
quale ha portato alla luce certi documenti inediti relativi alla
politica di Hitler, giunge alla conclusione che questi intendeva
affidare al duce una parte nella guerra etiopica analoga a quella
che avrebbe avuto più tardi Franco nella guerra civile spagnola.
Infatti Hitler non augurava a Franco una « vittoria al cento per
cento », in quanto il perdurare del conflitto interno in Spagna
rientrava negli interessi della Germania. Tuttavia, occorre che si
faccia qualche riserva in un confronto tra il conflitto spagnolo e
quello etiopico. Quanto a quest’ultimo, Hitler dapprima cercò di
fare incominciare la lotta a entrambi i competitori, e non da
una parte sola. La sua politica nei riguardi della questione etio­
pico era bipartitica; essa era instabile, mentre egli non si limi­
tava a fare lo « spettatore sorridente » che osservava gli avver­
194 Mussolini fondatore dell’Impero

sari azzuffarsi. Il fatto che Hitler volesse inasprire la contesa


tra l’Italia e l’Etiopia non è una sorpresa. Era chiaramente suo
interesse che l’attenzione italiana venisse distolta dall’Austria e
dalla questione del riarmo tedesco. Inoltre, a seguito di Stresa,
aveva fortissimi motivi per volere rendere difficile all’Italia soste­
nere lo status quo in Europa, in collaborazione con la Francia35.
XIII

IL COMPROMESSO ANGLO-FRANCESE
DELL’AGOSTO 1935

Verso la fine di luglio del 1935 la concentrazione delle forze


italiane in Africa orientale e la costruzione di basi militari, seb­
bene non complete, erano abbastanza avanti da rendere Musso­
lini più risoluto a passare all’azione. In un articolo intitolato
Il “ dato ” irrefutabile e apparso sul « Popolo d’Italia » il 30
luglio, egli annunciò al mondo che non era possibile tornare
indietro. Ma in questa occasione egli diede molto meno rilievo
di prima alla « missione civilizzatrice » dell’Italia e non accennò
alla superiorità delle razze bianche. Si concentrò invece sulla
assoluta necessità per il popolo italiano di un maggiore sforzo
totale e sulla presunta minaccia militare da parte di un vicino
predatore in Africa. L’Etiopia, dichiarò, legava mani e piedi alle
forze italiane occorrenti per la difesa della frontiera del Bren­
nero. Non lasciò alcun dubbio ai suoi lettori sul fatto che ci
sarebbe stata « una soluzione totale... con Ginevra, senza Gine­
vra, contro Ginevra». Un compromesso era fuori discussione1.
Nella seconda metà di luglio il governo etiopico chiese che
la Società delle Nazioni inviasse osservatori neutrali per indagare
sugli sviluppi militari su entrambi i lati della frontiera e che si
invocassero gli articoli XI e XV del patto per appianare il dis­
senso. Avenol eluse il problema suggerendo che la controversia
non doveva arrivare davanti al Consiglio, bensì doveva essere
sistemata dai firmatari del trattato del 1906, con esclusione della
rappresentanza etiopica. Ma i delegati etiopici a Ginevra non
insistettero per il loro caso, perché sapevano che l’unico risultato
sarebbe stata una aperta rottura con l’Italia e il suo ritiro dalla
Società delle Nazioni2. Il 24 luglio, dopo che la commissione
196 Mussolini fondatore dell'Impero

italo-etiopica — costituita per decidere in merito alla questione


della responsabilità di Ual-Ual e degli incidenti successivi — era
di nuovo arrivata a un punto morto, la delegazione etiopica pro­
pose ancora una volta ad Avenol che venisse convocato il Con­
siglio in assemblea straordinaria, come era stato concordato il
25 maggio. Questa volta Avenol non potè ignorare l’appello,
specie perché Maxim Litvinov, il delegato sovietico e al momento
presidente del Consiglio, era più che impaziente che si prestasse
benevolo ascolto all’Etiopia. Fu stabilito che il Consiglio si riu­
nisse alla fine di luglio, mentre il mondo attendeva con ansia che
l’Inghilterra mettesse le sue carte in tavola 3.

A Londra il governo doveva senza dubbio tenere conto del


gruppo di pressione favorevole alla Società delle Nazioni, rap­
presentato sia nella Camera dei comuni, sia nella League of Na­
tions Union, che era organizzata su scala nazionale. Sarebbe però
un errore supporre che la maggior parte dei membri del governo,
o i loro consiglieri del Foreign Office, considerassero la Società
delle Nazioni come il malato d’Europa, al quale si dovesse tri­
butare un rispetto puramente verbale allo scopo di vincere le
elezioni politiche. Nel mese di agosto Vansittart ebbe addirit­
tura paura che, per difendere la Società delle Nazioni, Baldwin
trascinasse l’Inghilterra in una guerra con l’Italia4. Secondo il
punto di vista generale a Whitehall la Società delle Nazioni era
un utile strumento di conciliazione (ma non di coercizione), per
mezzo del quale l’Inghilterra poteva fare udire la sua voce in
quelle determinate controversie in cui non fossero in ballo i suoi
interessi vitali. La Società delle Nazioni poteva servire anche a
un fine più ampio. Il 29 luglio, prima che il Consiglio si riunisse,
il Foreign Office rammentò a Clerk, l’ambasciatore britannico a
Parigi, che « se la Società delle Nazioni veniva meno ai suoi
doveri, la guida morale dell’Inghilterra e della Francia sarebbe
finita ». Di conseguenza « i paesi dell’Europa centrale e orien­
tale, per timore della Germania », sarebbero stati attirati nel­
l’orbita di questo paese5. In altre parole, la Società delle Na­
zioni era uno strumento indispensabile per mantenere con mezzi
pacifici l’equilibrio del potere in Europa contro la Germania.
D’altro canto i francesi, nel valutare la Società delle Nazioni,
avevano un’opinione diversa della funzione che essa doveva svol­
gere. Lavai lottava apertamente per un’intesa diretta con la Ger­
XIII. Il compromesso anglo-francese dell’agosto 191} 197

mania, ma dopo l’accordo navale anglo-tedesco del 18 giugno


Léger, segretario generale del Quai d’Orsay, lo convinse che, dal
momento che la posizione della Germania era ormai assai più
forte, essa non aveva un bisogno tanto urgente dell’amicizia fran­
cese 6. Essendo l’unica alternativa a un’intesa diretta con la Ger­
mania, il sistema francese di alleanze, concluso nell’ambito del­
l’ordinamento della Società delle Nazioni, doveva essere poten­
ziato e usato — benché soltanto come ultima risorsa — con
energia in modo da contenere la Germania entro le sue frontiere.
Quanto all’Italia, sempre in agosto si registrò una più accentuata
diversità di tono negli atteggiamenti degli inglesi e dei francesi.
Lo scopo degli inglesi era di sostenere la Società delle Nazioni,
senza per questo tirarsi addosso l’ostilità dell’Italia; i francesi
cercavano, per motivi di natura militare, di coltivare l’amicizia
italiana, sperando che, così facendo, non avrebbero dovuto sce­
gliere fra l’Italia e la Società delle Nazioni. Inoltre, considera­
zioni di ordine interno intensificavano le divergenze tra i due paesi.
Contrariamente all’Inghilterra, in Francia l’estrema destra e l’estre­
ma sinistra erano ambedue potenti. Un crollo del fascismo in
Italia, provocato da una disfatta militare, si sarebbe probabilmente
risolto con l’esclusione della destra francese dal potere e con
l’aprire la strada alla sinistra. Lavai si trovava pericolosamente
al centro. Per una maggioranza alla Camera, non poteva fare
soltanto affidamento sulla destra moderata; aveva bisogno del
sostegno di quei radicali, guidati da Herriot, che erano favorevoli
alla Società delle Nazioni. È stato giustamente sostenuto che Lavai
stava tentando l’impossibile, vale a dire di appoggiare sia la So­
cietà delle Nazioni che l’Italia7.
Baldwin non aveva di fronte un dilemma altrettanto penoso.
Il suo scopo era quello di convertire il partito laburista alla causa
del riarmo e i conservatori, se possibile, al Patto societario. Se
fin dal principio Lavai avesse dichiarato da che parte stava la
Francia, il compito di Baldwin sarebbe stato infinitamente più
facile. Infatti, anche nel caso in cui la Francia avesse dichiarato
che avrebbe sostenuto l’Italia e non la Società delle Nazioni, a
Balwin sarebbe stato fornito un motivo convincente, di cui even­
tualmente servirsi in una campagna elettorale, per non prendere
un’iniziativa in base al Patto societario *.
Alla fine di luglio, a causa del peggiorare della situazione, en­
trambe le potenze dovettero rivedere la loro posizione strategica.
198 Mussolini fondatore dell’Impero

La preoccupazione maggiore del comando supremo inglese era la


difesa metropolitana contro gli attacchi aerei dei bombardieri te­
deschi. Si doveva prestare la dovuta attenzione anche a un pericolo
in una parte più lontana del mondo. Alla fine del 1934 il Giappone
aveva rifiutato di riconoscere gli accordi di Washington e di Lon­
dra per la limitazione degli armamenti navali. Se in Europa fosse
scoppiata la guerra, l’Ammiragliato inglese riteneva che esistesse
un pericolo concreto che il Giappone, giovandosi della sua cre­
scente forza navale, si sarebbe impadronito di qualcuno dei ricchi
territori dell’Asia sud-orientale. Dal momento che era da escludere
l’intervento americano a protezione degli interessi dell’impero
britannico, in caso di guerra l’Ammiragliato non aveva altra al­
ternativa tranne quella di abbandonare Hongkong. Singapore (il
cui potenziamento come base navale era stato interrotto, per
essere completato soltanto nel 1937) poteva essere tenuta, si pen­
sava, con una certa difficoltà. Sicuro che la Royal Navy non fosse
in grado di competere contemporaneamente con la Germania e
con il Giappone, l’Ammiragliato decise che, mentre un esiguo
nucleo di forze navali sarebbe stato trattenuto per l’azione di
difesa nelle acque territoriali, il grosso della flotta dovesse essere
inviato in caso di emergenza fino in Estremo Oriente da dove,
sconfitto il Giappone, sarebbe poi tornato per far fronte alla
minaccia proveniente dalla Germania ’.
Niente aveva un’importanza più vitale dell’accesso libero e
senza restrizioni attraverso il Mediterraneo fino al canale di Suez
e al Mar Rosso. Sebbene nel 1932 si fosse riconosciuta la necessità
del riarmo, fu soltanto nella primavera del 1934 che il governo
accolse, in ritardo, le proposte di dare effetto immediato a un
programma per colmare le carenze. Ma il ministero del tesoro,
secondo i suoi critici, era ammaliato da princìpi pre-keynesiani in
fatto di politica economica; ridusse drasticamente i programmi
di espansione che l’Ammiragliato e, più in particolare, lo stato
maggiore dell’esercito avevano sottoposto all’approvazione del go­
verno. Come alternativa alla norma decennale che regolava le
strategie della difesa britannica, i piani bellici contro l’Italia,
come pure gli Stati Uniti e la Francia, non più tardi del mese di
luglio del 1934 vennero esclusil0.
La crisi etiopica rese assurdi i piani dell’Ammiragliato. Du­
rante la prima settimana di luglio giunsero a Londra notizie al­
larmanti, secondo le quali gli italiani avevano cominciato a mobi­
XIII. Il compromesso anglo-francese dell'agosto 1935 199

litare in segreto la loro flotta. Pertanto l’Ammiragliato cominciò


di propria iniziativa e su piccola scala a rinforzare la sua flotta
nel Mediterraneo, poiché lo scopo era quasi certamente quello
di proteggere gli interessi dell’impero britannico da un « attacco
da cane idrofobo » ".
Fallite le trattative italo-etiopiche il 5 luglio 1935, gli stati
maggiori furono invitati a esaminare le prospettive di guerra con
l’Italia sotto il profilo militare. Essi non lasciarono dubbi sul fatto
che l’imposizione delle sanzioni, non meno dell’interruzione delle
comunicazioni dell’Italia con l’Etiopia, avrebbero condotto « quasi
inevitabilmente alla guerra »; una guerra in cui la collaborazione
di altre potenze marinare sarebbe stata di importanza vitale.
L’unica potenza a cui pensavano era la Francia. Questa non solo
possedeva una propria flotta formidabile, ma poteva mettere a
disposizione di un alleato due ottime basi, Tolone e Biserta, in
grado di ospitare e di raddobbare le corazzate. Impiegando la loro
aviazione militare congiuntamente a quella della Jugoslavia, i
francesi potevano bombardare i centri industriali dell’Italia set­
tentrionale e impedire che la tanto celebrata « Regia Aeronau­
tica » bombardasse Malta, l’unica base inglese nel Mediterraneo
dotata di adeguate attrezzature portuali per le corazzate 12. Inoltre
i francesi potevano essere di inestimabile aiuto in una guerra ter­
restre. Per esempio Mussolini, nel caso in cui decidesse un’azione
contro Suez partendo dalla Libia, possedeva certamente una forza
numericamente molto superiore a quella degli inglesi. Per giunta,
gli ufficiali italiani di grado più elevato erano perfettamente ad­
destrati alla guerra nel deserto. Ma poiché la costruzione della
famosa strada costiera, la « Litoranea », che collegava Tripoli con
la frontiera dell’Egitto, fu iniziata soltanto nel febbraio del 1935
e non fu ultimata se non nell’aprile del 1936, prima di arrivare
a Suez gli italiani avrebbero dovuto attraversare svariate centinaia
di chilometri di nudo desertoUn attacco francese alle loro
retrovie proveniente dalla Tunisia si sarebbe dimostrato per loro
una catastrofe. L’Ammiragliato, quando ricevette l’ordine di pre­
pararsi per un’eventuale guerra con l’Italia, ricordò al governo
che all’Inghilterra occorrevano due mesi per approntare la sua
flotta e mise in evidenza che la « garanzia del sostegno militare
della Francia » era essenziale. Il fatto che non si poteva pretendere
che i francesi prestassero aiuto all’Inghilterra a così breve distanza
dalla conclusione di accordi militari con l’Italia di importanza
200 Mussolini fondatore dell’Impero

vitale, non può essere sfuggito all’attenzione dei programmatori


britannici M.

Il governo britannico e i diplomatici di mestiere serbavano


l’illusione che Mussolini, nonostante la sua tendenza a sollevare
clamori di guerra, fosse in sostanza uno statista flessibile e accorto
che si sarebbe ritratto dallo sconvolgere la pace nel mondo per
amore dell’Etiopia. Ma nel tentativo di trattenerlo gli inglesi
dovettero adoperare un linguaggio più forte di quello che avevano
adottato in precedenza quell’estate. Essi inoltre calcolarono male
il fervore patriottico che aveva fatto presa all’interno della stessa
Italia. Verso la fine dell’estate del 1935 era troppo tardi per
offrire agli italiani libero accesso alle materie prime e ai viveri
in Etiopia. Ormai il prestigio nazionale premeva più dei melo­
grani: si avvertiva la diffusa sensazione che per l’Italia fosse
venuto il momento di battersi, non di mercanteggiare. Verso la
fine di luglio, Guariglia e i suoi colleghi del ministero degli esteri
si accorsero di un irrigidimento nell’atteggiamento inglese, che
essi attribuirono quasi esclusivamente a ciniche considerazioni di
egoismo nazionale e non alla determinazione di sostenere il Patto
societario. Sospettarono perfino che Vansittart, nel suo desiderio
di promuovere una crociata contro la Germania, si stesse adope­
rando per mettere in moto la Società delle Nazioni collaudandola
contro l’Italia, affinché più tardi si rivelasse pienamente efficiente
contro la Germania. Gli italiani giunsero anche alla conclusione
che gli inglesi incominciavano a nutrire gravi dubbi sull’impor­
tanza dell’Italia come potenziale alleato, partendo dal presupposto
che, indipendentemente dall’esito di una guerra in Etiopia, il ri­
sultato sarebbe stato pregiudizievole per gli interessi dell’Inghil­
terra e per il suo modo d’intendere lo stato di benessere interna­
zionale. Se l’Italia fosse uscita vittoriosa al termine di una rapida
campagna, nuove ambizioni in Africa, come per esempio la con­
quista del Sudan, avrebbero distolto la sua attenzione dall’Europa,
e l’avrebbero trasformata in una concorrente dell’Inghilterra a
livello imperiale. Nel caso in cui la campagna si fosse rivelata
una faccenda che andava per le lunghe (come prevedeva la mag­
gior parte degli esperti militari, compresi gli stessi generali ita­
liani), l’Italia avrebbe cessato di essere in Europa un fattore di
potenza degno di considerazione; cosa che avrebbe scombussolato
XIII. Il compromesso anglo-francese dell’agosto 1935 201

i calcoli inglesi in fatto di equilibrio del potere. Se, d’altra parte,


gli etiopici alla fine avessero vinto, non ne sarebbe uscito inde­
bolito solamente il dominio europeo in Africa e nel Medio Oriente,
ma anche il regime fascista, già sottoposto a uno sforzo economico,
sarebbe caduto per essere rimpiazzato da qualcosa di più disa­
stroso ls.
Alla vigilia della riunione del Consiglio fissata verso la fine
di luglio, Eden propose che a Mussolini venisse dato un ener­
gico ammonimento personale, ma i suoi argomenti vennero re­
spinti dal governo e al suo posto si presentò Lavai con le pro­
poste scritte del suo governo. Dietro i motivi avanzati nelle
proposte inglesi per evitare un conflitto a causa dell’Etiopia c’era
un gran pasticcio d’opinioni, mentre si accennava a dirottare
l’espansione italiana verso altre parti dell’Africa. Cosa di cui in
seguito si rammaricò, Lavai consegnò questo documento troppo
rivelatore ad Aloisi, il quale a sua volta lo spedì al duce. Il
frasario con cui il documento si esprimeva era così indelicato che
I suoi autori si esposero all’accusa ingiustificata di cercare delibe­
ratamente di attaccare lite con l’Italia. Leggendolo, Aloisi osservò:
« Questo per noi è terribile. Esso dice esplicitamente da cima a
fondo che intenzione ha il governo inglese nei nostri confronti.
Londra, che ci tratta da buffoncelli, si trova a disagio con la
Società delle Nazioni, per via del suo impero coloniale, e ci impe­
dirà a tutti i costi di fare la guerra » l6.
Il Consiglio della Società delle Nazioni, quando puntualmente
si riunì alla fine di luglio, non avrebbe potuto farlo in circo­
stanze meno favorevoli. Si concordò che la commissione per la
conciliazione e l’arbitrato, formata il 25 maggio e composta da
due rappresentanti italiani e da due etiopici, dovesse riprendere
i suoi lavori con l’aggiunta di un quinto membro rappresentante
di una potenza estranea alla controversia. La questione della
sovranità su Ual-Ual non sarebbe rientrata nella sua competenza.
Inoltre, dietro consiglio di Avenol, si concordò che l’Inghilterra,
la Francia e l’Italia, esclusa l’Etiopia, in qualità di firmatarie del
trattato del 1906, avrebbero cercato di giungere a una definizione
generale tra di loro senza fare ricorso alla Società delle Nazioni.
II 3 agosto il Consiglio, prima di sospendere la seduta e con sod­
disfazione della delegazione etiopica, deliberò che avrebbe riesa­
minato l’intera questione il 4 settembre 17.
202 Mussolini fondatore dell’Impero

Mussolini lasciò che i suoi diplomatici si occupassero delle


trattative e volse la sua attenzione ai preparativi bellici. In una
lettera del 6 agosto, diretta a Vittorio Emanuele III (il quale
trascorreva le sue vacanze a Sant’Anna di Valdieri in Piemonte),
il duce affermò che l’Italia avrebbe dovuto prepararsi alla guerra
con l’Inghilterra. Il re rispose subito che egli desiderava « arden­
temente » evitare un conflitto armato con l’Inghilterra che, a
causa dell’insicurezza dell’appoggio della Francia, si sarebbe rive­
lato « particolarmente grave » per l’Italia. « Siamo costretti a
tener conto del fatto che la Francia, se messa di fronte alla scelta
dell’amicizia con noi o con l’Inghilterra, alla fine preferirebbe
quest’iiltima ». In questo modo il re metteva in guardia Musso­
lini, ma non prese nessuna iniziativa per impedirgli di seguire
quella che poteva essere considerata una politica suicida 18. Mus­
solini rimase fermo nella sua decisione. Il 9 agosto disse a Suvich:
« Non voglio accordi, a meno che non mi diano tutto, compresa
la testa dell’imperatore ». Lo scopo adesso era quello di « guada­
gnare tempo » ”.
Il 13 agosto Badoglio, su ordini impartiti da Mussolini, con­
ferì con l’ammiraglio Cavagnari (rappresentante della marina da
guerra), con il generale Valle (aeronautica militare) e con il gene­
rale Baistrocchi (esercito). Cavagnari e Valle dichiararono cate­
goricamente che la flotta e l’aviazione erano assolutamente impre­
parate per una guerra contro l’Inghilterra. Baistrocchi fu più
ottimista riguardo alle possibilità dell’esercito, considerando la
rapidità con cui l’Italia poteva mobilitarsi e la debolezza del­
l’Inghilterra in una guerra terrestre. Anziché inviare a Mussolini
un piano d’azione, il 14 agosto Badoglio presentò una lettera di
protesta: « La nostra flotta non ha navi da guerra; ha degli
incrociatori veloci, poco o nulla fortificati; ha dei buoni cacciator­
pediniere, dei buoni sottomarini. È perciò in grado di impegnarsi
in poco più di quello che si può definire guerriglia sul mare...
Date le condizioni di palese inferiorità, la nostra flotta potrebbe
intralciare, ma non impedire, gli attacchi portati dalla flotta
inglese contro le nostre città e contro i nostri impianti industriali
sulla costa ». Gli aerei italiani erano già deprezzati per via del
logoramento di diversi anni. Effettivamente l’Italia possedeva al­
cuni apparecchi moderni, ma a causa della necessità di richiamare
in servizio e addestrare 2.000 piloti, il grosso dell’aviazione
militare sarebbe stato fuori uso appena le ostilità fossero iniziate.
XIII. Il compromesso anglo-francese dell’agosto 1935 203

Badoglio pose l’accento principale su un’arma relativamente nuova.


L’Inghilterra possedeva sei portaerei che costituivano una base
mobile per circa 220 apparecchi. Questa base, scortata da navi
da guerra, poteva spostarsi in qualsiasi punto del Mediterraneo.
Con l’Inghilterra padrona dei mari e dell’aria, la supremazia ita­
liana in terra era ridotta pressoché a zero. Le navi che trasporta­
vano soldati e rinforzi dall’Italia verso l’Africa potevano sempli­
cemente essere intercettate dagli inglesi. Pur ammettendo che
in Italia esisteva uno sdegno autentico contro l’Inghilterra, Bado­
glio disse a Mussolini: « È, ripeto, mio preciso dovere dichiarare
a Vostra Eccellenza che io giudico la situazione che ora ci si
presenta di gran lunga la più grave che il nostro paese abbia mai
dovuto affrontare durante la sua lunga e lieta storia dell’unifica­
zione e del consolidamento nazionale ». Mussolini accantonò sbri­
gativamente le proteste di Badoglio. Il 13 agosto informò De
Bono che stavano per essere imbarcate altre due divisioni di
camicie nere, che partirono puntualmente da Napoli tre giorni
dopo. Furono inoltre allestite per la guerra altre unità della flotta
italiana, alcune delle quali furono inviate verso la zona dove il na­
viglio inglese era più esposto agli attacchi, cioè il Mar Rosso.
Più oltre nel mese di agosto, in un momento in cui i pre­
parativi per la guerra si erano fatti agitati, l’opposizione con­
traria alla politica di Mussolini da parte dei conservatori a Roma
assunse un aspetto più preciso. Verso la fine di quel mese Bado­
glio e alcuni senatori più autorevoli studiarono addirittura un
piano da presentare al re per la destituzione del duce da capo
del governo. Secondo De Felice, però, questo piano non venne
attuato probabilmente perché l’entusiasmo popolare a favore del-
1’« impresa » era troppo impetuoso20.

I preparativi militari di Mussolini furono effettuati in un


momento in cui la situazione politica stava nettamente peggio­
rando. Ai primi di agosto, su istigazione di Lavai, era stato
deciso che da arbitro neutrale agisse Nicolas Politis, nemico di
vecchia data di Mussolini e amico di Hailè Selassiè, nonché
ministro greco degli esteri, in luogo di Nicolas Titulescu, il rumeno
che era assai preferito da certi diplomatici italiani. Evidente­
mente Lavai era convinto che l’Italia, purché potesse dimostrare
di essere la vittima della « continuata aggressione » etiopica, non
dovesse temere l’iniziativa della Società delle Nazioni. La com-
204 Mussolini fondatore dell’Impero

missione riprese i suoi lavori il 19 agosto, dapprima senza la


presenza di Politis21. Ma ormai la questione della responsabilità
per l’incidente di Ual-Ual era passata in secondo piano. Era in
ballo l’indipendenza dell’Etiopia.
L’11 agosto Aloisi, prima di partire per partecipare all’incontro
con i francesi e con gli inglesi fissato per il giorno 16 a Parigi,
ricevette istruzioni da Mussolini. Il duce dichiarò in tono ener­
gico: « Voglio vedervi partire con un contegno insolente. Dovete
comportarvi da combattente, più che da diplomatico, più da
fascista che da negoziatore. Anche se mi danno tutto, preferisco
vendicare Adua. Sono pronto ». Aloisi propose che fino al 4
settembre l’Italia prendesse tempo, buttando cosi all’aria la pre­
vista opposizione da parte della Società delle Nazioni. Mussolini,
risoluto com’era, disse ad Aloisi di parlare « con franchezza » a
Lavai, promettendogli che l’Italia avrebbe agito di concerto con
la Francia per la protezione della zona danubiana. Avrebbe accon­
sentito a un trattato, spingendosi addirittura a concludere una
alleanza con la Jugoslavia, « purché la Francia ci sostenga in que­
sta faccenda... Se avviene questo, alzeremo una barriera contro
l’espansione tedesca in Europa »22.
Lavai controllava per motivi militari gli inglesi e, a quanto
pareva, poteva assecondare i desideri dell’Italia. Alla vigilia delle
trattative i capi militari inglesi, spalleggiati da Vansittart, chie­
sero con insistenza al governo di « stare al passo con la Fran­
cia ». D’altra parte, l’Inghilterra godeva di un vantaggio poli­
tico nei confronti della Francia. Avenol aveva appena detto a
Eden che quasi tutti i delegati componenti del Consiglio, com­
presi quelli provenienti dai paesi alleati alla Francia, erano stati
istruiti dal suo governo affinché seguissero l’esempio indicato
dall’Inghilterra. La Francia, avendo perduto così la direzione
morale della Società delle Nazioni, non aveva altra scelta se non
di accostarsi di più all’Inghilterra23. Durante le trattative del 16
agosto, Lavai adottò pertanto una linea di condotta tra Eden e
Aloisi, ma non andò abbastanza lontano da soddisfare Mussolini,
il quale voleva tutto o niente. In base alla proposta dei francesi,
la Società delle Nazioni doveva investire Inghilterra, Francia e
Italia del diritto di introdurre riforme in Etiopia. Le prime due
potenze avrebbero affidato questo compito esclusivamente all’Ita­
lia, alla quale sarebbe stato perciò concesso in pratica un protet­
torato politico sul paese. D’altro canto il progetto inglese metteva
XIII. Il compromesso anglo-francese dell'agosto 1935 205

in rilievo le concessioni economiche, dal momento che il controllo


politico veniva assegnato a potenze estranee solo se l’imperatore
dava il suo assenso. Sebbene si dovesse parlare di « rettifiche di
frontiere » analoghe a quelle consigliate da Eden nel mese di
giugno, l’indipendenza e la sovranità dell’Etiopia dovevano essere
rispettate. Poiché le proposte inglesi avevano molte più proba­
bilità di quelle francesi di essere approvate dalla Società delle
Nazioni, Eden incontrò poca difficoltà nel convincere Lavai ad
accettarle.
Il 17 agosto dopo la presentazione del piano anglo-francese
a Roma, Mussolini lo respinse in modo provocatorio in quanto
« assolutamente inaccettabile da qualsiasi punto di vista ». Dieci
mesi prima le proposte sarebbero state « passate alla discussione ».
Ma sin da allora l’Italia aveva-inviato 280.000 soldati in Africa
orientale e speso 2 milioni di lire per la difesa delle sue colonie
contro l’Etiopia, che — stando alle supposizioni — schierava
ormai una forza di 450.000 soldati24. Mussolini, adottando una
tattica già impiegata da Hitler, adesso sperava di mettere gli
inglesi di fronte al fatto compiuto. Il 21 agosto propose di anti­
cipare la data dell’attacco contro l’Etiopia al 10 settembre. Per
ragioni logistiche ciò si rivelò impossibile. Agli inglesi e ai fran­
cesi veniva così offerto altro tempo per trovare una soluzione
politica25.
Mussolini reputava che Lavai non avesse dato all’Italia quel
tanto di sostegno diplomatico che ci si aspettava da lui: c’erano
state troppe chiacchierate amichevoli con gli inglesi. Che una volta
ancora si presentasse all’Italia l’occasione per cercare di migliorare
i suoi rapporti con la Germania? Il 19 agosto, il giorno dopo
che Mussolini aveva respinto le proposte anglo-francesi, Attolico
(il quale non aveva ancora presentato le sue credenziali a Hitler)
ebbe il suo primo colloquio con von Bülow. Egli si dolse per
via dell’isolamento della sua ambasciata e della difficoltà di tro­
vare un commento favorevole all’Italia nella stampa tedesca. Von
Bülow rispose: « Noi non vogliamo avere assolutamente niente
a che fare con il conflitto italo-abissino ». Il nuovo ambasciatore
in seguito cercò di migliorare i suoi rapporti con la gerarchia
nazista. Per esempio, acconsentì ad assistere al raduno del par­
tito, tenutosi a Norimberga nel mese di settembre26. Ma i tede­
schi, mettendo in risalto la loro rigida neutralità, ostentarono
un’indifferenza raggelante di fronte all’incertezza di Mussolini.
206 Mussolini fondatore dell’Impero

Anche Guariglia si lamentò che durante l’estate del 1935 si era


determinata l’assurda situazione per cui gli antifascisti italiani, per
motivi molto differenti, collaborarono con i funzionari tedeschi
allo scopo « di inasprire il malanimo tra l’Italia e l’Inghilterra »27.
Mussolini, respinto recisamente per la seconda volta dai tedeschi,
non ebbe altra alternativa che di restare in buoni rapporti con
Lavai. Permise che sulla stampa italiana apparissero riferimenti
lusinghieri sulle qualità positive di Lavai come statista e impe­
gnò la sua parola che sarebbe rimasto fedele a Stresa (il che
voleva dire che, se le truppe tedesche fossero penetrate in Au­
stria o nella zona smilitarizzata, egli avrebbe collaborato con la
Francia) Ά.
Alla fine di agosto gli accordi militari tra la Francia e l’Italia
cominciarono a dare i loro frutti. I francesi iniziarono lo sposta­
mento di alcune delle loro dieci divisioni, che fronteggiavano
l’Italia sulle Alpi, verso nord-est29. Gli accordi diedero agli
italiani la possibilità di ritirare truppe dalla frontiera francese e
di trasferirle in parte nelle vicinanze di Tarvisio nell’Istria nord-
orientale, ma soprattutto verso la frontiera del Brennero, dove
durante l’ultima settimana di agosto furono ostentatamente svolte
delle manovre militari Lo scopo di questo nuovo spiegamento
delle forze italiane era duplice: dissuadere la Germania dall’attac-
care l’Italia prima della riunione del Consiglio della Società delle
Nazioni fissata per il 5 settembre; porre in grado l’Italia di fare
pressione o sull’Inghilterra o sulla Francia, minacciando di riti­
rare quelle truppe e di dare così via libera a un’invasione tedesca
dell’Austria . (Ciò nonostante, Mussolini era sempre sinceramente
preoccupato per la minaccia tedesca, mentre il suo esperto di
problemi connessi con il Trentino-Alto Adige, Ettore Tolomei,
era arrivato al punto da presentargli un piano per espellere i
contadini tedeschi dalla regione alpina dell’Italia e insediarli di
nuovo, al termine della guerra, negli altopiani dell’Etiopia)32. Il
6 settembre si tornò a discutere della collaborazione militare tra
Italia e Francia, quando Badoglio ricambiò la visita a Gamelin.
Entrambi i generali erano impazienti che gli accordi militari
entrassero pienamente in vigore, ma che l’Italia dovesse cercare
un compromesso per quanto riguardava l’Etiopia33.
Venuta meno la trattativa a Parigi, Mussolini, sentendosi mili­
tarmente sicuro, telegrafò a De Bono informandolo che la confe­
renza tripartita era fallita. Poiché non c’era da aspettarsi alcun
XIII. Il compromesso anglo-francese dell’agosto 1935 207

risultato dal Consiglio della Società delle Nazioni, la situazione


diplomatica era esaurita. « Puoi trarne la conclusione ». Musso­
lini si rifiutò perfino di discutere la questione dell’Etiopia con
i diplomatici inglesi e avrà provato una grande gioia apprendendo
da Aloisi che, secondo Vansittart, ognuno doveva rassegnarsi
all’inevitabile: cosa che per il duce poteva voler dire soltanto
« alla nostra guerra con l’Abissinia » M.

A seguito del fallimento dei colloqui di Parigi, Baldwin inter­


ruppe le sue vacanze a Aix-les-Bains, per intervenire a una riu­
nione del governo tenuta il 21 e il 22 agosto, alla quale fu pre­
sente Sir Ernie (più tardi Lord) Chatfield, ministro della marina.
La decisione più importante che venne presa fu che le sanzioni
contro l’Italia sarebbero state applicate soltanto collegialmente,
vale a dire di concerto con la Francia. Ma venne altresì deliberato
che la Home Fleet, anziché lasciare le basi nel Regno Unito per
la sua crociera annuale a breve distanza, si sarebbe concentrata
a Portland il 29 agosto per essere pronta a salpare quasi senza
•preavviso verso Gibilterra. Fu convenuto inoltre che, a causa
delle deplorevoli condizioni delle difese antiaeree di Malta, non­
ché del malcontento istigatovi da agenti italiani, la flotta del
Mediterraneo si dirigesse, dando quanto meno possibile nell’oc­
chio, da Malta verso il Mediterraneo orientale, essendo Alessandria
la sua destinazione definitiva. La decisione di ritirare le navi dalla
posizione dominante di Malta menomò le possibilità dell’Inghil­
terra in una guerra offensiva nel Mediterraneo. Volendo a tutti i
costi evitare uno scontro con le navi italiane da guerra, il governo
decise di lasciare in vigore l’embargo sulle armi contro tutt’e due
le parti nonostante le proteste del governo etiopico. Per impedire
che dalla notizia delle disposizioni navali si traessero in patria
e all’estero conclusioni allarmistiche, venne bocciata una propo­
sta dell’Ammiragliato per il richiamo delle riserve della marina 35.
Tanto Chatfield che l’ammiraglio W. W. Fisher, comandante
in capo della flotta del Mediterraneo, erano convinti che gli
inglesi fossero più che in grado di competere con gli italiani.
Il professor Marder, lo storico della marina, ritiene del tutto
priva di fondamento l’accusa secondo cui la mancata assunzione
di una energica linea di condotta è da attribuire a viltà da parte
del comando della marina da guerra britannica. Oltre alla carenza
di munizioni esisteva un motivo particolarmente coercitivo per
208 Mussolini fondatore dell’Impero

cercare di evitare la guerra con l’Italia. L’Ammiragliato riteneva


che, anche nel caso in cui l’Inghilterra fosse uscita vittoriosa da
una guerra navale con l’Italia, si sarebbero avute sicuramente
delle perdite, anche di corazzate. L’equilibrio della forza nell’Estre­
mo Oriente si sarebbe perciò inclinato a favore del Giappone;
e perfino nelle acque interne stava pronta ad avvantaggiarsene la
Germania, che ormai possedeva veloci corazzate tascabili della
classe Deutschland e sottomarini. Tuttavia, se non fosse stato
possibile evitare la guerra con l’Italia, l’azione ostile da parte
di quest’ultima avrebbe dovuto essere affrontata, secondo il parere
di Fisher, nel giro di ventiquattr’ore mediante una mossa concer­
tata della Home Fleet, concentrata a Malta, e della flotta del
Mediterraneo proveniente da Alessandria. Chatfield lo informò
che questi piani offensivi si erano dovuti abbandonare dietro
insistenza del governo, a causa del rifiuto dei francesi a collaborare.
È vero che gli inglesi avevano, oltre alla Francia, alleati poten­
ziali nel Mediterraneo. La spavalderia dei diplomatici di Musso­
lini, nonché l’aperto appoggio alle organizzazioni terroristiche,
avevano reso l’Italia molto impopolare in Jugoslavia, in Turchia
e in Grecia. È chiaro che queste potenze erano talmente prese
dai loro problemi interni e da altri possibili nemici, che osten­
tavano un rispetto puramente verbale per la sicurezza collettiva
prevista dall’ordinamento della Società delle Nazioni; le loro forze
armate, poi, tranne forse quelle della Turchia, erano tutt’altro
che modernizzate. Tuttavia, questi paesi potevano almeno lasciare
a disposizione dell’Inghilterra delle basi utili. Per esempio, nel
mese di agosto l’Ammiragliato esaminò, secondo quanto si dice,
la possibilità di usare Navarino (Porto x) sulla costa occidentale
della Grecia come una base avanzata per una controffensiva, ma
in realtà per far deviare l’aviazione militare italiana da Malta.
Nel frattempo, la flotta doveva restare ad Alessandria. Sebbene
quest’ultima si trovasse in ottima posizione per interrompere le
comunicazioni italiane attraverso Suez per l’Africa orientale, il
canale che dal porto immetteva nel mare aperto era talmente
stretto che le navi che vi si rifugiavano potevano facilmente
venire intrappolate da un avversario (come era capitato nel 1904
ai russi a Port Arthur). Per giunta ad Alessandria, data la
variazione del livello dell’acqua causata daH’afflusso proveniente
dal Nilo, era difficile usare l’ecogoniometro per localizzare i
sottomarini. La ridistribuzione delle unità navali britanniche era
XIII. Il compromesso anglo-francese dell'agosto 2935 209

incominciata su piccola scala prima che il Consiglio della Società


delle Nazioni si riunisse il 4 settembre. Il fatto che esse venissero
completamente impegnate significava che la successiva controversia
tra l’Italia e l’Inghilterra avrebbe assunto un aspetto sia strate­
gico che politico

Il 28 agosto, in un momento in cui gli inglesi erano impa­


zienti di ottenere l’appoggio francese per la Società delle Nazioni,
Lavai riunì il consiglio dei ministri. Sicuro che l’imposizione delle
sanzioni voleva dire la guerra, dichiarò che il fine della politica
francese era di esercitare un’influenza moderatrice sull’Inghilterra
e, avendo di mira questo scopo, di continuare a cercare un
compromesso riguardo all’Etiopia. Lavai era fortemente spalleg­
giato da Jean Fabry, ministro della guerra, il quale unitamente
ai capi militari era preoccupatissimo che si mantenesse la colla­
borazione militare con l’Italia, prevista dai promettenti accordi
dei mesi di maggio e di giugno. Ma all’interno del governo di
Lavai esistevano voci dissenzienti. Herriot, capo dei radicali, nella
riunione del 28 agosto dichiarò di essere favorevole alle tratta­
tive riguardanti il futuro dell’Etiopia, « ma, se arriva il momento
in cui dobbiamo scegliere tra la Gran Bretagna e Mussolini, io
non esiterò dieci secondi: sto con la Gran Bretagna ». Lavai non
poteva ignorare il forte atteggiamento filosocietario assunto da
uomini di mentalità liberale in Francia e all’estero. Di conse­
guenza il 30 agosto informò Mussolini, tramite Chambrun, che
la Francia non poteva tradire la Società delle Nazioni e che
sarebbe stato opportuno per l’Italia accettare un compromesso37.
Nel frattempo lui e Avenol stavano elaborando un piano, abboz­
zato da quest’ultimo qualche mese prima, in base al quale l’Italia
doveva capovolgere la situazione a danno dell’Etiopia e assumere
la parte dell’accusatore. Il primo ministro francese pose l’accento
sull’indegnità dell’Etiopia di far parte della Società delle Na­
zioni; Avenol, sul maltrattamento delle minoranze all”interno
dell’Etiopia M.
Forse Lavai si sarebbe convinto ad abbandonare l’alleanza
franco-italiana, a condizione di poter contare sul futuro appoggio
inglese contro l’aggressione tedesca in Europa. Il 2 settembre,
prima che si riunisse il Consiglio a Ginevra, egli domandò a Eden
di assicurare la Francia « che l’Inghilterra sarebbe stata altret­
tanto decisa a difendere il patto ginevrino, fino a estendere in
210 Mussolini fondatore dell'Impero

avvenire le sanzioni in Europa, come era evidente che in quel


momento faceva in Abissinia ». Lavai mise in chiaro che egli
stava pensando a una « deliberata aggressione militare », che
equivalesse a una violazione del Patto societario, e « non sem­
plicemente a un disconoscimento dei trattati », che si sarebbe
avuto se Hitler avesse violato quello di Locamo o avesse tentato
di fare un Anschluss. Eden, in base a istruzioni del consiglio dei
ministri, rispose che sarebbe stato « impossibile » per il suo
governo promettere un appoggio incondizionato alla Francia in
Europa, ma che gli obblighi dell’Inghilterra di sostenere il Patto
sarebbero aumentati qualora esso fosse stato rinforzato in quel
momento, diminuiti se fosse stato impunemente violato dall’Ita­
lia 39. Non essendo riuscito a ottenere dall’Inghilterra assicura­
zioni di importanza vitale, a Lavai non rimase altra scelta se
non di fare tutto quanto in suo potere per dare soddisfazione a
Mussolini in Etiopia ed evitare così la guerra.
XIV

VERSO LO SCOPPIO DELLA GUERRA

Sicuramente con la sua propaganda Mussolini si proponeva


di far sì che la prossima guerra rafforzasse la celebrata struttura
monolitica del regime fascista; egli poi detestava mercanteggiare
attorno a un tavolo da convegni. Ma il fatto di gloriarsi che il
suo governo, a differenza di quelli dell’Inghilterra e della Fran-
cia, parlava all’unisono, va ridimensionato. Senza dubbio egli
aveva il monopolio degli organi chiave dello Stato, ma ciò non
significa che i suoi subordinati, i quali erano degli esperti nella
propria sfera di competenza, fossero nell’impossibilità di frapporre
ostacoli nella sua strada se ritenevano che la sua politica avrebbe
messo in pericolo la sicurezza del loro paese. Anche l’efficienza
amministrativa, tanto necessaria in tempo di guerra, fu gravemente
deteriorata a causa dei feroci antagonismi, incoraggiati dallo
stesso Mussolini, fra le contrapposte gerarchie dello Stato e del
partito. Praticamente non esisteva collegamento tra il ministero
degli esteri e quello delle colonie, nonché fra questi e le auto­
rità militari. Aloisi non sapeva neanche se l’attacco avrebbe avuto
luogo prima o dopo la riunione del Consiglio fissata per il 4
settembre *. In verità il duplicarsi del lavoro fra tutte le auto­
rità italiane che si occupavano dell’Etiopia fu così grave che è
un miracolo che l’Italia alla fine abbia avuto la meglio.
Certamente Badoglio si rese conto che la politica di Musso­
lini avrebbe condotto al disastro, ma egli non abbandonò — come
sostiene Rochat — tutto quello che riguardava la diplomazia al
« genio » di Mussolini. Come si è visto, agli inizi dell’estate
egli avvicinò Avenol tramite Visconti-Prasca. Il fatto che, a
quanto pare, lo fece senza informare Suvich, compromise in modo
grave l’efficacia della sua iniziativa2. Né Badoglio costituì un
212 Mussolini fondatore dell’Impero

organismo indispensabile che coordinasse i piani dei tre settori


delle forze armate a Roma con quelli dei comandi subalterni in
Africa orientale, dove c’era una rivalità accanita.
In Somalia Graziani non era pago dei 3.000 autoveicoli asse­
gnatigli personalmente da Mussolini agli inizi dell’estate. Senza
consultare De Bono, che in Africa orientale era comandante
generale, aveva scocciato il ministero della guerra per avere appa­
recchiature radio, carri armati e carri cingolati per il trasporto di
truppe. Le sue proposte furono respinte da Baistrocchi e da
Badoglio3. Ma Graziani trovò a Roma due preziosi alleati. Les-
sona, sottosegretario al ministero delle colonie, si sentiva messo
da parte non solo da De Bono in Eritrea e da Balbo in Libia, due
uomini che erano suoi superiori, ma anche dai capi militari a
Roma. Alleandosi con Suvich verso la fine di luglio, perorò la
causa di un piano, che secondo Badoglio era una maledizione,
per rafforzare il fronte meridionale. Lessona sosteneva con fer­
mezza che si doveva tentare una vigorosa avanzata italiana nel-
l’Ogaden, in quanto essa sarebbe stata appoggiata dagli abitanti
galla e somali della zona, in prevalenza musulmani, i quali erano
pieni di risentimento per il dominio di Addis Abeba. Un’offen­
siva nel sud, affermava, avrebbe inoltre consentito agli italiani di
raggiungere i fertili altopiani dell’Harar, dove gli europei potevano
insediarsi. Suvich si unì a Lessona per un’altra ragione: Harar
si trovava a distanza di tiro delle forze nella Somalia britannica,
alle quali si doveva impedire di raggiungere per prime la città 4.
A differenza di De Bono, Lessona e Suvich non calcolarono in
pieno le implicazioni politiche di un’offensiva nel meridione. Per
i francesi Harar si trovava nella loro sfera economica. Qualsiasi
mossa verso quella città o, peggio ancora, l’intercettazione della
ferrovia Addis Abeba-Gibuti avrebbero messo in serio pericolo la
fragile associazione italo-francese. Quando gli italiani presero dav­
vero in considerazione di portare la guerra in questa zona nel
dicembre del 1935 e nel gennaio del 1936, il risentimento fran­
cese si rivelò talmente forte da contribuire alla caduta di Lavai5.
I diplomatici italiani dovettero incrociare le spade non solo
con i loro avversari appartenenti ad altri settori governativi, ma
con Mussolini in persona. Una questione eclissò tutte le altre: i
diplomatici volevano o una pace di compromesso, o l’appoggio
attivo dei francesi e degli inglesi. Essi tenevano in grande consi­
derazione i rapporti di Grandi da Londra, che davano risalto
XIV Verso lo scoppio della guerra 213

all’opinione filoitaliana della catena di giornali Beaverbrook, se­


condo i quali la guerra in Etiopia era inevitabile. Sarebbe stato
preferibile che scoppiasse prima del 4 settembre, nel qual caso
ci sarebbe stato un sospiro di sollievo6.

Ma nello scontro per conquistare l’opinione mondiale Hailè


Selassiè già stava avendo la meglio sull’Italia. Il 25 luglio gli
arcivescovi di Canterbury e di Uppsala, a nome della maggior
parte delle Chiese acattoliche, avevano esortato gli inglesi e gli
altri governi a sostenere fermamente la Società delle Nazioni Il
parere sindacale non fu meno inflessibile. La Seconda Interna­
zionale denunciò l’aggressione fascista; e il 25 settembre la Terza
Internazionale a Mosca ingiunse ai suoi membri di opporsi alla
aggressione collaborando con quelli socialdemocratici affiliati alla
Seconda Internazionale 8. La crisi etiopica diede pertanto un forte
impulso alla formazione dei fronti popolari che in seguito avreb
bero mutato l’intero aspetto della politica internazionale.
Inoltre Hailè Selassiè cercò di nuovo di ottenere dagli Stati
Uniti qualcosa di più delle parole pietose di solidarietà. In Etio­
pia, come in Cina, il governo americano si sforzava, a causa dei
suoi interessi economici, di sostenere nei limiti del possibile il
principio della « porta aperta ». Ma a Washington il gruppo di
pressione isolazionista era talmente forte che il presidente Roose­
velt doveva procedere con cautela. Verso la fine di agosto, sotto
1’incalzare degli eventi europei, si dovette fare approvare con
procedura d’urgenza dal Congresso il primo Neutrality Act. Tale
provvedimento, firmato da Roosevelt il 31 agosto, conferiva al
presidente la facoltà di stabilire resistenza di uno stato di guerra
e di vietare l’esportazione di « armi, munizioni e attrezzature
belliche » a tutti i belligeranti. Secondo il decreto presidenziale
che definiva le « attrezzature belliche », fra queste non era com­
preso il petrolio. Sebbene la legge fosse gradita agli isolazionisti,
Roosevelt sperava che essa funzionasse a favore dell’Etiopia. Di­
fatti l’Italia aveva la possibilità finanziaria di acquistare armi
negli Stati Uniti, non invece l’Etiopia. È quasi certo che Hailè
Selassiè si rassegnò all’inevitabile e, ancora prima dell’approvazione
del Neutrality Act, si rese conto che l’Etiopia non poteva otte­
nere armi dagli Stati Uniti ’.
Tuttavia, egli sperava ancora di mettere il suo paese su un
piede di guerra attirando capitale americano. Trovò un prezioso
214 Mussolini fondatore dell'Impero

alleato in un inglese, Francis W. Rickett. Il 30 agosto, un giorno


prima che venisse approvato il Neutrality Act, Rickett aveva
evidentemente convinto l’imperatore ad assegnare una concessione
petrolifera a una azienda americana, riconoscendole un contratto
esclusivo d’affitto per 75 anni per l’esplorazione e lo sviluppo
di vaste zone nella parte orientale dell’impero. Dopo che il 31
agosto le condizioni furono rese di pubblico dominio, la stampa
italiana e quella francese giunsero alla conclusione che gli inglesi
stavano cercando di consolidare la loro posizione in Etiopia con
la copertura di una società americana. La stampa francese sarebbe
rimasta ostile agli inglesi per diversi mesi10. Pertanto, oltre che
di un dissenso anglo-italiano, possiamo parlare anche di uno
anglo-francese. Per evitare di esasperare l’Italia, gli inglesi con­
vinsero subito l’imperatore a rilasciare una smentita, in cui si
dichiarasse che il governo britannico non aveva nulla a che fare,
« né direttamente né indirettamente », con la concessione di
Rickett. In tempo di pace il presidente esercitava un controllo
minimo sull’economia americana, che si basava sull’iniziativa pri­
vata. Tuttavia l’amministrazione — seppure con notevole diffi­
coltà — riuscì a persuadere i rappresentanti della Standard Va­
cuum Oil Company (la società interessata) a rinunciare alla con­
cessione di Rickett. Le decisioni americane e inglesi furono
divulgate il 3 settembre, ma presto furono messe in ombra dagli
eventi ".
Il 3 settembre la commissione per la conciliazione e l’arbi­
trato, avendo fatto venire Politis come suo presidente neutrale
alla fine di agosto, pronunciò il suo giudizio da tempo atteso
sugli incidenti di Ual-Ual e quelli successivi. Mentre l’Italia non
fu di certo ritenuta responsabile, non si potè dimostrare nulla a
carico dell’Etiopia. Aloisi fraintese le parole usate nel verdetto
(che in realtà erano straordinariamente obiettive), come se voles­
sero significare che l’Italia veniva considerata « responsabile di
tutto ». Politis, affermò, « ci ha tradito ». Adesso sarebbe stato
meno facile accusare l’Etiopia di essere un cattivo vicino. Ma
Aloisi si sentì confortato dal fatto che la causa originaria del
conflitto rivestiva ormai un’importanza soltanto secondaria 12. Egli
sperava ancora di capovolgere la situazione a Ginevra a danno
dell’Etiopia.
Il giorno seguente, quando il Consiglio si riunì, Aloisi lanciò
contro l’Etiopia l’attacco da tempo progettato (che Lavai definì
XIV. Verso lo scoppio della guerra 215

« abile ») e presentò un documento predisposto con la massima


cura in un lungo arco di tempo, zeppo di fotografie da far rizzare
i capelli di atti di barbarie compiuti in Etiopia. Qui basta sol­
tanto riassumere il testo del documento. Aloisi affermò che l’Etio­
pia, con la sua condotta, si era collocata « al di fuori dell’ordina­
mento del Patto » e che si era resa « indegna di quella fiducia »
concessale quando era entrata a far parte della Società delle
Nazioni. Era dovere dell’Italia, « in modo pacifico, se possibile,
con la forza, se necessario, aggiustare questa situazione intolle­
rabile ». L’Italia aveva tutte le ragioni di difendere la sua « sicu­
rezza, i suoi diritti e la sua dignità », nonché di sostenere « il
prestigio della Società delle Nazioni » ”,
Quasi certamente molti delegati sapevano che rientrava nei
calcoli politici dell’Italia fomentare il caos nel paese come pre­
ludio di un’invasione italiana. Essi erano altresì consapevoli di
una contraddizione nella tesi italiana. Se l’Etiopia era veramente
così male organizzata da essere definita uno Stato barbaro « della
cui firma non ci si può fidare », cosa poteva esserci di vero nella
precedente protesta di Mussolini, secondo cui essa possedeva un
grande esercito bene addestrato, organizzato da consiglieri euro­
pei? Eppure le accuse italiane avevano una certa consistenza. Ecco
quanto scriveva nel 1935 un giornalista americano: « Non c’è
paese oltre l’America in cui i negri siano più intensamente abor­
riti quanto in Etiopia » M. Anche Eden — il quale precedente-
mente aveva condannato a Ginevra la Liberia che permetteva il
persistere della schiavitù — sapeva molto bene che accuse ana­
loghe potevano essere rivolte, con qualche giustificazione, all’Etio­
pia. Ma molti delegati presenti si rendevano conto che l’Italia,
per quanto valida fosse la sua causa, non aveva scuse per farsi
giustizia da sé 15. Lo stesso Patto societario forniva i mezzi per
affrontare uno Stato membro riluttante, che avesse mancato di
tener fede ai suoi obblighi internazionali o di trattare con equità
i suoi cittadini. Litvinov, il delegato sovietico, temendo che si
sarebbe stabilito un precedente in base al quale il suo governo
poteva essere condannato a causa della sua politica interna,
sostenne energicamente l’Etiopia, spalleggiato anche dal delegato
del Messico. Mussolini presentò una vibrata protesta al governo
sovietico, sicché l’Italia sarebbe rimasta in cattivi rapporti con
la Russia. In linea di massima le accuse italiane non fecero im­
pressione, ma « caddero nel vuoto » l6.
216 Mussolini fondatore dell’Impero

Il giorno seguente Gaston Jèze, il delegato di origine fran­


cese che rappresentava l’Etiopia, contestò le accuse mosse contro
la sua patria di adozione. Il suo linguaggio nel condannare l’Ita­
lia fu talmente energico che Aloisi e gli altri membri della dele­
gazione italiana si videro costretti a uscire dall’aula. Il suo di­
scorso, osservò Aloisi, fu praticamente « un’esplosione di odio
derivante dal mondo della massoneria e dall’antifascismo. Tutti
i campioni dell’antifascismo si trovano qui riuniti ». Più tardi
dichiarò che in avvenire non sarebbe intervenuto nelle trattative
in cui fosse presente un delegato etiopico *7.
Dietro raccomandazione del Consiglio, il 6 settembre venne
costituita la commissione dei Cinque, formata da rappresentanti
dell’Inghilterra, della Francia, della Polonia, della Turchia e della
Spagna. Fu designato a presiederla lo spagnolo Salvador de Mada­
riaga. All’Italia non fu consentito di esservi rappresentata, in
quanto essa stessa parte in causa. Venne respinta un’obiezione
italiana secondo cui si sarebbe dovuto escludere del pari l’Inghil­
terra, perché gli Stati minori si rifiutavano di agire senza la
presenza britannica. Pur non votando contro la proposta com­
missione, gli italiani si riservarono il diritto di ignorarne le con­
clusioni 18. Il 9 settembre, il giorno prima che la commissione dei
Cinque iniziasse i suoi lavori, l’Assemblea della Società delle
Nazioni si riunì ed elesse a suo presidente Beneš, che Mussolini
detestava personalmente.

Dietro le quinte Eden e Hoare incontrarono Lavai e parla­


rono dei mezzi con cui avviare il meccanismo della sicurezza col­
lettiva, in modo tale da non mettere a repentaglio la pace. Hoare
aveva appena appreso da Drummond, che stava a Roma, che
« nel loro attuale stato d’animo sia il Signor Mussolini che il
popolo italiano sono capaci di compiere un suicidio se questo
sembra Tunica alternativa al fare marcia indietro », e che per
tutta Roma « circolano voci di una imminente dichiarazione di
guerra » contro l’Inghilterra. Hoare voleva a tutti i costi evitare
uno scontro armato con l’Italia, spalleggiato in ciò dal comando
supremo inglese. Non sorprende il fatto che Hoare e Lavai fossero
concordi nell’adoperarsi per una risoluzione negoziata. Era possi­
bile prendere in considerazione soltanto limitate sanzioni econo­
miche, da imporsi « con cautela e gradatamente ». Il rischio della
guerra era talmente grande che le sanzioni militari, come il blocco
XIV. Verso lo scoppio della euerra 217

dell’Italia e la chiusura del canale di Suez al suo naviglio (che


da sola, secondo l’Ammiragliato, avrebbe messo l’Italia in ginoc­
chio), furono escluse in modo assoluto. Hoare e Lavai non cerca­
vano soltanto di eludere il pericolo di un conflitto: entrambi
ammiravano Mussolini e spesso esprimevano il timore che la sua
rovina avrebbe causato in Italia il caos e la vittoria del comu­
niSmo
Hoare aveva portato con sé il testo di un discorso abbozzato
con l’aiuto di Chamberlain e di Vansittart, e approvato da Baldwin.
Egli sperava, pronunciandolo all’Assemblea, di poter infondere
« nuova vita nel corpo sciancato della Società delle Nazioni ».
Sapeva anche che unità della Home Fleet erano in procinto di
partire alla volta di Gibilterra. La notizia del loro arrivo, appena
dopo il suo discorso, avrebbe dato nuovo coraggio a quei membri
della Società delle Nazioni la cui collaborazione era di vitale
importanza per l’Inghilterra, facendo sì che Mussolini ci pensasse
due volte prima di invadere l’Etiopia 20. L’energica denuncia fatta
da Hoare a carico dell’Italia l’l 1 settembre ha dato luogo a molte
discussioni. Ora si sa che egli aveva tolto dalla bozza del testo
una frase, proposta da Vansittart, in cui si diceva che l’Inghil­
terra avrebbe mantenuto i suoi obblighi secondo il Patto socie­
tario in Europa non meno che in altre parti del mondo. Cancel­
lato questo passo importante, il discorso può essere così inter­
pretato come una sfida ai francesi non meno che agli italiani21.
Lavai approfittò immediatamente del discorso. Quello stesso
giorno riferì ad Aloisi di avere avuto un lungo colloquio con
Hoare. Dal falso resoconto di Lavai gli italiani trassero la conclu­
sione che « l’Inghilterra aveva esercitato una forte pressione sulla
Francia e aveva chiaramente ottenuto il suo appoggio riguardo
alle sanzioni contro di noi, in cambio della promessa che sarebbe
stata al fianco della Francia qualora questa fosse impegnata in
guerra contro un altro paese ». Se la Francia si rifiutava di soste­
nere l’Etiopia, forse l’Inghilterra sarebbe stata costretta a uscire
dalla Società delle Nazioni e a prendere un’iniziativa unilaterale
contro l’Italia. Avendo informato Aloisi in merito alla risolu­
zione dell’Inghilterra, Lavai aggiunse: « Come ho sempre detto,
il mio compito rimane il medesimo: minimizzare i provvedimenti
che gli inglesi vogliono prendere contro l’Italia » e « cercare di
soddisfare la vostra richiesta nei limiti del possibile ». Aloisi
prese attenta nota delle parole di Lavai e definì il discorso di
218 Mussolini fondatore dell’Impero

Hoare « calmo, moderato e profondo » n. Esso era rivolto, rite­


neva, non solo all’elettorato inglese, ma anche alla Società delle
Nazioni e soprattutto all’Italia. La notizia relativa all’invio a
Gibilterra di unità della Home Fleet accrebbe l’impressione de­
stata dal discorso. Esse vi giunsero il 17 settembre: due incro­
ciatori da battaglia (« Hood » e « Renown »), accompagnati da
tre incrociatori da sei pollici e da sei cacciatorpediniere. Temendo
che l’Inghilterra facesse sul serio, il ministero degli esteri italiano
— informato da Grandi che Hoare non avrebbe esitato, se neces­
sario, a impiegare la flotta — ce la mise tutta per indurre Musso­
lini a un compromesso 23.
All’interno dell’Assemblea l’efletto del discorso fu elettriz­
zante. Paul Hymans, il delegato belga, dichiarò: « Gli inglesi
hanno deciso di fermare Mussolini anche se ciò comporta l’uso
della forza ». In seguito Eden sostenne con fermezza che questa
era l’unica conclusione che si potesse trarre dal discorso24. Fra
quelli successivamente tenuti all’Assemblea in difesa del Patto
societario, quelli che destarono la massima impressione furono
pronunciati, paradossalmente, dai delegati che rappresentavano i
due governi al mondo più coscienti della propria colpevolezza in
fatto di razzismo: quello del Sudafrica bianco e quello della
repubblica negra di Haiti. Parlando a nome del primo, Charles
te Water dichiarò: « La lunga memoria dell’Africa nera mai
dimentica e mai perdona un oltraggio o un’ingiustizia ». I suoi
compatrioti temevano sinceramente che l’Italia, una volta messa
l’Etiopia sotto controllo, avrebbe radunato un esercito di colore
da schierare altrove. Il generale Alfred Nemours di Haiti, par­
lando da « uomo di colore che rappresentava l’unica repubblica
negra nell’immenso continente americano », si distinse per la sua
oratoria. In un successivo discorso egli espresse chiaramente, con
parole profetiche, ciò che i membri degli Stati minori paventa­
vano di più: « Grandi o piccoli », esclamò, « forti o deboli, vicini
o lontani, bianchi o di colore, non dimentichiamo mai che un
giorno potremmo diventare l’Etiopia di qualcuno »25.
L’Assemblea attendeva con grande tensione il discorso di
Lavai, che fu pronunciato il 13 settembre. Lavai scelse attenta­
mente le sue parole. Dilungandosi a spiegare che la Francia era
« fedele » al Patto societario, da cui dipendeva completamente la
sua sicurezza, Lavai disse che essa avrebbe agito per sostenerlo
soltanto se gli sforzi del Consiglio per giungere a una concilia­
XIV. Verso lo scoppio della guerra 219

zione fossero falliti. Prendendo alla lettera le parole di Hoare,


egli cercò di legarlo mani e piedi: « Era desiderio », sottolineò,
« del Regno Unito allearsi incondizionatamente al sistema di sicu­
rezza collettivo... Di ciò mi rallegro e altrettanto fa il mio paese,
che comprende la necessità fondamentale di una stretta collabo-
razione con il Regno Unito in difesa della pace e per la salva-
guardia dell’Europa ». L’ultima frase alludeva al fatto che l’In­
ghilterra aveva accettato di sostenere la Francia contro la Ger­
mania, cosa tutt’altro che vera. Lavai usò toni gentili parlando
dell’Italia. « Consapevole dell’immenso valore dell’amicizia franco­
italiana », egli affermò che gli accordi di Roma del 7 gennaio non
solo « interessavano la Francia e l’Italia », ma anche « la pace
in Europa ». Accennando al futuro comportamento della Francia,
concluse: « Non ho lasciato nulla di intentato per impedire qual­
siasi azione a danno della nuova politica felicemente instaurata
tra la Francia e l’Italia »26.
Joseph Avenol, il quale si era dato da fare dietro le quinte
contro l’Etiopia, temeva che Hoare, addossando la responsabilità
di sostenere la sicurezza collettiva a ogni singolo membro della
Società delle Nazioni, si fosse fatto un dovere di giungere a un
compromesso « diffìcile e addirittura inattuabile ». Ma, secondo
James Barros, da quel momento in poi egli fu meno propenso
a prestare all’Italia un appoggio senza riserve27. Il 12 settembre
Aloisi, insieme a Enrico Cerulli, che a Ginevra rappresentava il
ministero delle colonie italiano, accettò che nel corso delle tratta­
tive della commissione dei Cinque (a cui Avenol interveniva in
veste ufficiosa) si facesse una distinzione tra il nucleo etiopico
di lingua amarica e quelle zone fuori mano conquistate da Mene-
lik II. Ricredendosi sul suo precedente modo di affrontare la
questione, Avenol osservò che le zone periferiche, essendo state
conquistate prima che l’Etiopia venisse ammessa nella Società
delle Nazioni, non potevano essere staccate dal resto del paese.
Fermo restando l’obbligo di rispettare la sovranità dell’Etiopia,
l’Italia doveva concentrarsi sui problemi della schiavitù e del
maltrattamento delle minoranze. Perciò essa poteva esercitare sugli
affari interni dell’Etiopia un controllo maggiore di quello consen­
titole dall’Inghilterra e dalla Francia nel piano di agosto.
Lavai, parlando quello stesso giorno con Aloisi, fu molto
più generoso verso l’Italia. Disse che durante le trattative della
commissione dei Cinque lui e Eden avevano esaminato le propo­
220 Mussolini fondatore dell’Impero

ste che di massima corrispondevano alle aspirazioni dell’Italia.


Difatti, osservò Aloisi, mentre si riconosceva il diritto di espan­
sione all’Italia, il disarmo dell’Etiopia sarebbe stato sottoposto a
controllo internazionale. Sostanzialmente Aloisi aderì a queste
proposte. Ma avendo bisogno per il loro accoglimento definitivo
di preparare il terreno in patria, telegrafò immediatamente a
Roma æ. Guariglia non era meno desideroso che le proposte, i
cui particolari aveva ricevuto in anticipo, venissero accettate come
base per la trattativa. In un promemoria datato 7 settembre e
indirizzato a Mussolini, egli sostenne che le proposte, anche se
fossero state accettate dall’imperatore in persona, sarebbero state
respinte da quei ras che avevano tutto da perdere qualora il loro
territorio fosse finito sotto il controllo italiano. Cacciata l’Etiopia
in una posizione in cui sembrava che il torto fosse suo, successi­
vamente l’Italia avrebbe trovato un pretesto legittimo per scen­
dere in guerra. In un secondo promemoria per Mussolini in data
14 settembre, Guariglia sottolineò che un rifiuto categorico delle
proposte della commissione dei Cinque poteva eventualmente con­
durre a due risultati: o la Società delle Nazioni avrebbe diffidato
dell’Italia e l’avrebbe ripagata con le sanzioni, oppure, se la
Società delle Nazioni si rifiutava di agire, l’Inghilterra, per difen­
dere i suoi interessi imperiali, sarebbe uscita dalla Società delle
Nazioni e avrebbe combattuto da sola contro l’Italia. Se, d’altra
parte, l’Italia poteva dimostrare che l’Etiopia l’aveva provocata
a scendere in guerra, probabilmente la Società delle Nazioni avreb­
be pronunciato una condanna morale dell’Italia e imposto san­
zioni di genere relativamente innocuo, mentre la stessa Inghil­
terra avrebbe avuto una scusa valida per non prendere alcuna
iniziativa contro l’Italia 29.
La commissione dei Cinque cercò di fare del suo meglio per
condividere le obiezioni al comportamento dell’Etiopia enumerate
nel promemoria italiano del 4 settembre. Le proposte della com­
missione furono contrarie a quelle previste da Aloisi e da Guari­
glia. Qualora fossero state messe in atto, l’Etiopia avrebbe per­
duto la piena sovranità diventando praticamente un territorio
sotto mandato della Società delle Nazioni. Tuttavia all’Italia non
si doveva dare l’autorità di controllare la commissione societaria
in questione. Ma dato che le condizioni furono rese note subito
dopo l’arrivo a Gibilterra della Home Fleet, un’aperta ricusa
si sarebbe dimostrata estremamente pericolosa30. Il 19 settem­
XIV. Verso lo scoppio della guerra 221

bre esse vennero presentate ad Addis Abeba e a Roma. I consi­


glieri in borghese di Mussolini, compresi Grandi a Londra e i
funzionari del ministero delle colonie, furono concordi: le propo­
ste dovevano essere accettate così com’erano, come base di tratta­
tiva; il rifiuto categorico si sarebbe probabilmente risolto in una
guerra con l’Inghilterra. Le proposte, quantunque lì per lì non
soddisfacessero tutte le aspettative, avevano secondo il parere degli
esperti italiani alcuni meriti positivi. Esse conciliavano due esi­
genze apparentemente contraddittorie: quella dell’Inghilterra per
la difesa dell’impero; quella dell’Italia riguardo all’espansione. Nel
caso in cui la commissione dei Cinque si fosse spinta oltre e
avesse praticamente lasciato all’Italia il controllo sull’esercito etio­
pico, le obiezioni inglesi sarebbero state perfettamente giustifi­
cate, in quanto a Londra si temeva che l’Italia avrebbe impiegato
il suo nuovo esercito in azioni contro il Sudan. Inoltre si doveva
avere riguardo della preoccupazione dell’Inghilterra di non far
montare in collera l’opinione nazionalista all’interno del suo im­
pero con lo spettacolo di uno Stato africano Ìndipendente che
veniva completamente spogliato della sua sovranità.

Ma Mussolini non avrebbe permesso ai guardinghi diploma­


tici, per quanto accorti nel fare le loro valutazioni, di dissuaderlo
dalla sua grande impresa coloniale. È stata avanzata l’ipotesi che
il suo servizio informazioni militare avesse intercettato segnalazioni
provenienti dalle navi inglesi nel Mediterraneo, secondo cui esse
avevano munizioni sufficienti per circa quindici minuti o mez­
z’ora di durata di fuoco (il che era esatto) e che, di conseguenza,
Mussolini si sentisse in grado di procedere con i suoi piani senza
temere eccessivamente l’intervento britannico3'. Eppure, secondo
Guariglia, i diplomatici italiani erano all’oscuro di questa scarsità
di munizioni da parte britannica, mentre appare incerto che Mus­
solini avesse un motivo convincente per nascondere un’informa­
zione di così vitale importanza 32. Ammesso che a un certo punto
della crisi fosse al corrente delle carenze inglesi, egli non poteva
basare la sua politica solamente su questo fattore senza correre
gravi rischi. Certamente Badoglio leggeva qualsiasi rapporto im­
portante dello spionaggio sull’argomento, ma rapporti del genere
quasi sicuramente non lo trattennero dal fare tutto quanto in
suo potere per impedire che Mussolini trascinasse l’Italia in una
guerra generale. Finché i documenti del comando supremo navale
222 Mussolini fondatore dell’Impero

italiano non saranno disponibili, le conclusioni circa l’eventualità


di un conflitto sul mare debbono rimanere nell’incertezza.
A metà settembre, quando la Home Fleet stava dirigendosi
verso Gibilterra, Badoglio fece di nuovo le sue rimostranze al
duce. Adesso l’Inghilterra, disse, aveva sul mare una « superio­
rità schiacciante »; « né possiamo cullarci nell’illusione » di com­
battere una guerra tendendo imboscate (probabilmente con i sotto­
marini). Questo sarebbe stato possibile in un mare stretto, come
l’Adriatico, ma non nel bel mezzo del Mediterraneo dove una
massa possente di navi da guerra inglesi, scortate da cacciatorpe­
diniere, sarebbe stata in grado di schierarsi e di infliggere danni
dove voleva lungo la costa indifesa. I 200.000 soldati italiani
in Africa orientale erano un pegno di garanzia per la forza navale
che, secondo Badoglio, gli inglesi potevano schierare in numero
schiacciante anche nel Mar Rosso. L’Italia poteva soltanto aspet­
tarsi dell’amore platonico dalla Francia. Ancora una volta Bado­
glio supplicò Mussolini di non esporre l’Italia a un disastro che
l’avrebbe ridotta alla condizione di uno Stato balcanico 33.
Mussolini non tenne conto degli avvertimenti di Badoglio.
In risposta all’arrivo della Home Fleet a Gibilterra, annunciò
che le truppe inviate in Libia ai primi di settembre avevano accre­
sciuto colà la forza italiana da 20.000 a 56.000 uomini. Rinforzi
furono inviati anche in Italia meridionale e nelle isole del Dode-
caneso. Il movimento di truppe verso la Libia fu logisticamente
efficace. Esse potevano o servire per minacciare l’Egitto, o essere
tenute pronte per il loro invio in Africa orientale una volta che
si fosse attenuato l’ingorgo a Massaua e a Mogadiscio. Pertanto
Rochat ne trae l’esatta conclusione che la spedizione della Home
Fleet costrinse Mussolini a mobilitare più in fretta di quanto
egli avrebbe fatto in circostanze diverse. Cosa che, lungi dall’inde-
bolirla, rinvigorì la sua determinazione di attaccare l’EtiopiaM.
Per giunta, a causa della inadeguata difesa dell’impero britannico,
dovuta in particolare alla scarsità di munizioni, l’annuncio dei
rinforzi militari in Libia si rivelò molto perspicace. Tenuto conto
del locale stato di tensione, in parte attizzato dall’Italia, gli
inglesi non potevano più attingere in pieno dalle loro forze in
India, bensì portare il numero dei soldati in Egitto da 11.000
a 15.000 uomini.
L’equilibrio delle forze navali nel Mediterraneo favoriva l’In­
ghilterra per quanto riguarda le categorie più grandi di navi da
XIV. Verso Io scoppio della guerra 223

guerra, ma l’Italia era in vantaggio per il naviglio più leggero.


Nella seconda metà di settembre, quando Badoglio credeva che
non ci fosse più nulla da fare, l’impero britannico disponeva, a
Gibilterra o Alessandria, oppure lungo il loro tragitto verso le
predette basi, di cinque navi da guerra, due incrociatori da batta­
glia, due portaerei, cinque incrociatori pesanti e dieci incrocia­
tori leggeri. La forza italiana in fatto di grandi unità da guerra
era la seguente: navi da guerra, due; incrociatori da battaglia,
nessuno; portaerei, nessuna; incrociatori pesanti, sette; incrocia­
tori leggeri, dieci. Riguardo al naviglio da guerra minore, i rispet­
tivi schieramenti erano: cacciatorpediniere, Italia 65, Inghilterra
54; sottomarini, Italia 62, Inghilterra 11; capiflottiglia, Italia 18,
Inghilterra nessuno. La superiorità italiana nel campo dei sotto­
marini (mezzi che si erano rivelati oltremodo efficaci nella prima
guerra mondiale) era nettamente spiccata3S. Quanto alla guerra
aerea nel teatro del Mediterraneo, i vantaggi stavano indubbia­
mente dalla parte dell’Italia. Sebbene i suoi equipaggi di volo
mancassero di un addestramento adeguato, il bombardiere italiano
più moderno, l’S 81, con base in Libia, aveva un’autonomia di
900 miglia e poteva pertanto attaccare obiettivi in Egitto, dove
c’era una grave carenza di cannoni antiaerei e di riflettori. Gli
antiquati bombardieri della R.A.F. non riuscivano a raggiungere
gli obiettivi in Libia. Gli inglesi erano perfettamente al corrente
che l’Italia poteva aggiudicarsi il controllo della via marittima tra
la Sicilia e il Nord Africa, costringendoli così a inviare truppe e
rifornimenti doppiando il Capo di Buona Speranza. Questo avreb­
be sottoposto le loro comunicazioni a uno sforzo quasi al limite
di rottura. In qualunque modo misurasse i pro e i contro della
guerra, l’Inghilterra doveva prendere in considerazione innanzi
tutto la possibilità di tenere aperto il Mediterraneo al suo na­
viglio
La situazione dell’Inghilterra nel Mar Rosso era particolar­
mente vulnerabile, come era noto agli italiani. L’oleodotto Haifa-
Atbara sarebbe stato costruito non prima del 1940, ragion per
cui le navi inglesi che attraversavano il Mediterraneo dirette in
Estremo Oriente dipendevano in larga misura da Aden per il
rifornimento di carburante. Verso la fine del mese di settembre
del 1935 gli italiani schierarono nel teatro del Mar Rosso due
incrociatori leggeri, tre cacciatorpediniere, quattro sottomarini,
due capiflottiglia, due corvette e una nave per trasportare aerei
224 Mussolini fondatore dell’Impero

(la « Miraglia »). Alla fine di ottobre la sua forza navale era
aumentata a tre incrociatori leggeri, cinque cacciatorpediniere e
otto sottomarini. Queste navi da guerra, potendo rifugiarsi nelle
isole di Massaua e disponendo di un’ampia protezione aerea,
costituivano una grave minaccia per il naviglio inglese. Allo scopo
di far fronte a questa circostanza imprevista, l’Ammiragliato tra­
sferì in questa zona d’operazioni tre incrociatori, cinque caccia­
torpediniere e cinque corvette, provenienti soprattutto dalla IV
Squadra in Estremo Oriente. Per di più la maggior parte dell’avia­
zione militare italiana, con base in Eritrea e in Somalia, poteva
essere dirottata su due piedi dalle operazioni in Etiopia per attac­
care sia lo stesso porto di Aden, sia il naviglio inglese. Inoltre
gli italiani stavano fomentando disordini in mezzo alle tribù dello
Jemen 37.
Il trasferimento di navi dall’Estremo Oriente mise pericolo­
samente allo scoperto in quella zona l’Inghilterra, che ormai si
sforzava di giungere a un accomodamento con il Giappone. An­
ziché cercare di mantenere la pace nel Mediterraneo allo scopo
di migliorare la loro posizione di fronte al Giappone, gli inglesi
furono costretti, almeno per un po’, a indebolire la loro pressione
in Estremo Oriente al fine di opporsi all’Italia.
Se fosse scoppiata la guerra con l’Inghilterra, gli italiani non
avrebbero avuto altra scelta se non di sospendere le operazioni
in Etiopia e di attaccare il Sudan con le forze di De Bono in
Eritrea, mentre le truppe di Graziani in Somalia avrebbero attac­
cato il Kenia. Un attacco contro l’Egitto con le forze di Balbo
in Libia, sebbene se ne stesse esaminando la possibilità, com­
portava troppi rischi. Con una linea di comunicazioni eccessiva­
mente estesa, gli italiani non potevano sperare di raggiungere il
canale di Suez prima che esso venisse chiuso alle loro navi.
Occorreva anche tener conto delle implicazioni politiche. La pro­
paganda italiana era estremamente attiva nel sostenere gli 80.000
italiani residenti in Egitto, soprattutto in Alessandria, alcuni dei
quali erano organizzati in reparti della milizia fascista. Essa
veniva rivolta anche ai nazionalisti egiziani. Poiché la bilancia
commerciale con l’Italia era. favorevole all’Egitto, in seguito gli
italiani poterono dare la colpa agli inglesi per avere costretto
l’Egitto a imporre le sanzioni subendone una perdita economica.
Tuttavia, l’opinione pubblica in Egitto si mantenne in genere
XIV. Verso lo scoppio della guerra 225

antiitaliana e filoetiopica, soprattutto a causa del massacro dei


senussi in Cirenaica, e non ci fu il pericolo di una sollevazione
di dimensioni tali da favorire un’invasione italiana M. Gli egiziani
si limitarono a servirsi della crisi per ottenere condizioni migliori
con l’Inghilterra, giungendo praticamente all’indipendenza me­
diante un trattato che sarebbe stato firmato nell’agosto del 1936.
Si è già visto che Mussolini, mentre in Egitto mirava a disgre­
gare l’autorità dell’Inghilterra per ottenere concessioni favorevoli
all’Italia, aveva progettato di far diventare la Palestina una sfera
d’influenza della politica italiana. Egli sosteneva contemporanea­
mente ebrei e arabi, ritenendo evidentemente che potessero vivere
entrambi in comunità autonome separate. Le agitazioni in Pale­
stina, che furono volutamente accese dagli italiani, sarebbero
scoppiate subito dopo l’attacco contro l’Etiopia. Poiché a quel­
l’epoca gli inglesi stavano trasformando Haifa in una base alter­
nativa di riserva rispetto ad Alessandria, i disturbi politici li
costrinsero a un ulteriore impegno militare che doveva durare
fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. L’effetto com­
plessivo della propaganda di Mussolini fu quello di indebolire
l’intero sistema difensivo inglese nel Mediterraneo orientale39.
Gli italiani si diedero da fare anche nel Mediterraneo occi­
dentale. Può darsi che i loro rappresentanti ufficiali presso il
comitato internazionale per l’amministrazione di Tangeri non ab­
biano riportato un successo strepitoso nell’abbattere la posizione
dell’Inghilterra a Gibilterra, il cui porto era allo scoperto in
caso di attacco dalla terraferma. Tuttavia la loro propaganda fu
più efficace nel preparare la strada all’occupazione italiana nel­
l’agosto del 1936 di Maiorca, i cui abitanti, aU’insaputa degli
inglesi, erano indifferenti oppure ostili alle brusche variazioni
politiche che avvenivano nella Spagna continentale. Un anno dopo
a Londra si venne a sapere che gli abitanti di Maiorca avrebbero
accolto la liberazione dal Comintern da parte di una potenza
straniera, vale a dire dall’Italia. Sebbene Maiorca e Minorca
fossero assai apprezzate, Luna come base aerea, l’altra come base
navale, nel 1935 l’Inghilterra, se le avessero chiesto di difendere
quelle isole, non avrebbe potuto farlo per mancanza di cannoni
antiaerei. Per lo stesso motivo gli inglesi respinsero una richiesta
francese per ottenere dagli spagnoli il permesso di usare uno dei
grandi porti continentali, come Barcellona o Valencia. Pertanto
226 Mussolini fondatore dell’Impero

il governo repubblicano adottò durante la crisi un atteggiamento


di attesa, sapendo perfettamente che italiani e tedeschi stavano
tramando ai suoi danni 40.

A vantaggio di Mussolini agirono gli sviluppi politici più che


l’impreparazione bellica dell’Inghilterra. Il 20 settembre egli ven­
ne a sapere da Drummond che il concentramento di forze nel
Mediterraneo non conteneva « intenzioni aggressive » nei riguardi
dell’Italia, bensì era una conseguenza logica del violento tono
anglofobo della stampa italiana, nonché della propaganda italiana
in appoggio al nazionalismo arabo. Hoare fu anche più esplicito
in favore del suo vecchio amico Mussolini. Libero dal timore di
un attacco britannico e ignorando i consigli dei suoi diplomatici,
il duce poteva ormai impartire istruzioni a De Bono affinché si
tenesse pronto a passare all’azione. Soltanto dopo le prime vit­
torie l’Italia sarebbe stata disposta a trattare. Essa avrebbe allora
preteso tutte le zone periferiche, compreso il Tigrai, con la sua
popolazione di lingua copto-tigrina. Egli trovò immediatamente
da ridire sulle proposte della commissione dei Cinque, definen­
dole « contrarie agli interessi dell’Italia, proprio perché signifi­
cavano che la Società delle Nazioni avrebbe occupato l’Etiopia,
escludendone praticamente l’Italia ». Inoltre, i consiglieri stra­
nieri presso il governo etiopico potevano essere nominati soltanto
con il consenso dello stesso imperatore, il quale era ancora al
comando dell’esercito. Il 22 settembre Aloisi (il quale si ebbe in
seguito una lavata di capo dal duce per essere favorevole all’acco­
glimento delle proposte) presentò il rifiuto di Mussolini — che
egli definì « cortese ma assoluto » — al presidente della com­
missione, lo spagnolo Salvador de Madariaga. Tuttavia Aloisi
continuò ad essere ottimista: « la porta » per ulteriori trattative,
affermò, « era chiusa, ma non sprangata ». Dato che l’Etiopia, a
differenza dell’Italia, aveva accettato le proposte, nessun paese
poteva entrare in guerra con l’Etiopia senza infrangere il Patto
societario 41.
Dopo che Mussolini ebbe respinto le proposte della commis­
sione dei Cinque, secondo gli inglesi un’invasione dell’Etiopia
era inevitabile. Ormai si doveva esaminare seriamente la possi­
bilità delle sanzioni. Secondo Drummond, esse potevano essere
imposte senza tema di entrare in guerra con l’Italia, soltanto
se la Francia si fosse unita agli Stati che vi aderivano. Dato che
XIV. Verso lo scoppio della guerra 227

gli inglesi non erano disposti a offrire alla Francia una solida
garanzia in Europa, Lavai continuava a tergiversare. Pertanto gli
inglesi e i francesi non erano riusciti a definire il loro atteggia­
mento prima che la guerra scoppiasse. Si è visto come Lavai
avesse indotto con l’inganno Aloisi a credere che l’Inghilterra
aveva accettato di assistere la Francia in Europa, avendo così
carta bianca di trattare con l’Italia. Non desta stupore che a
questo punto Aloisi definisse la crisi « estremamente grave ». Il
papa Pio XI si dimostrò ugualmente pessimista. « L’Italia »,
dichiarò, « si è cacciata in una situazione » in cui « non può né
avanzare né ritirarsi ». Il I ottobre, nel corso di un « acceso »
alterco con Aloisi, Mussolini ignorò tutti gli avvertimenti e gli
offrì un altro posto. Poi durante il colloquio la rabbia del duce
sbollì e Aloisi si meravigliò all’udirlo « ammettere che se vaste
regioni dipendenti fossero state date » all’Italia, si sarebbe potuta
trovare una soluzione. Quella stessa sera Cerruti, avendo saputo
che Mussolini era incline a un compromesso, telefonò da Parigi
per dire che Lavai condivideva in linea di massima le idee di
Mussolini e che si sarebbe messo in contatto con Eden. Il giorno
seguente Mussolini avvicinò direttamente Hoare, lasciando inten­
dere che le navi da guerra britanniche e le truppe italiane avreb­
bero dovuto essere ritirate contemporaneamente dal Mediterraneo
e dalla Libia. A Drummond fu riferito che non solo era possibile
un accordo tra l’Italia e l’Inghilterra ma che si poteva trovare
una soluzione della controversia riguardante l’Etiopia a favore
dell’Italia. Apertosi la strada per un compromesso, Mussolini
aveva ormai meno paura di una reazione ostile inglese a un’inva­
sione dell’Etiopia 42.

Mussolini dovette infine prendere in considerazione la più


imprevedibile di tutte le potenze europee: la Germania. Egli non
aveva assolutamente mutato atteggiamento nei riguardi dell’Au­
stria, la cui fabbrica d’armi a Hirtenberg produceva materiale
prezioso per lo sforzo bellico italiano. In un articolo pubblicato
il 2 settembre 1935 nel giornale parigino « Le Soir », De Bono
definì la Germania « composta come un gatto, pronta a balzare
sulla sua preda, l’Austria ». Da questo o da altri commenti del
genere i funzionari della Wilhelmstrasse conclusero che l’Italia
stesse deliberatamente architettando una crisi fra la Germania e
l’Austria, allo scopo di distogliere dall’Etiopia l’attenzione mon-
228 Mussolini fondatore dell’Impero

diale43. Hitler non poteva ignorare le forti inclinazioni filoetio­


piche dei nazisti austriaci i quali, dopo scoppiata la guerra, avreb­
bero distribuito migliaia di volantini che condannavano l’aggres­
sione italiana 44. Ma egli doveva anche riflettere in termini poli­
tici più generali. Manfred Funke sostiene giustamente che Hitler
si servì del contrasto tra l’Inghilterra e l’Italia allo scopo di
costringere la prima a collaborare con la Germania 45. Nondimeno,
egli aveva altresì motivo di temere che, se fosse scoppiata una
guerra europea, la Germania avrebbe potuto esservi trascinata
prima che il suo riarmo fosse ultimato. Perciò Hitler dovette
darsi agli esercizi funamboleschi tra Londra e Roma. Il 15 set­
tembre a Norimberga, in occasione del raduno del partito, egli
fece capire che forse la Germania non avrebbe aderito alle san­
zioni. La sdegnata risposta di Londra a questa dichiarazione gettò
nel dubbio il governo tedesco46. Sapendo che gli inglesi non
avevano munizioni sufficienti per sventare un attacco dei bom­
bardieri italiani, esso si spinse addirittura fino a proporre, tra­
mite canali non ufficiali, di vendere proiettili, aerei e navi all’In­
ghilterra 47.
Ma già nella seconda metà di settembre si scorge un graduale
mutamento di tono nella politica tedesca. Hitler non temeva più
che l’Etiopia non si sarebbe battuta: sembrava che la Società
delle Nazioni le avrebbe dato un appoggio travolgente. Pertanto
ordinò che si dovessero sospendere ulteriori spedizioni di armi
all’Etiopia, tranne quelle già avviate, e respinse una proposta di
Steffen relativa a un trattato definitivo tra la Germania e il
governo di Hailè Selassiè. Gli venne in mente un’altra brutta
possibilità. Da von Hassell e da altre fonti Hitler apprese che
l’Italia non poteva contemporaneamente combattere l’Etiopia e
reggere alle sanzioni. Nonostante la presunta efficienza della sua
aviazione militare, adesso la sconfitta dell’Italia appariva concre­
tamente possibile, specie se i suoi soldati contraevano la malaria.
Alla sconfitta avrebbe potuto benissimo far seguito il crollo del
regime fascista, dopo di che in Italia sarebbe andato al potere
il comuniSmo. Si dovevano adottare a tutti i costi provvedimenti
per impedire l’espandersi dell’infezione alla Germania. A seguito
del marcato peggioramento dei rapporti tra l’Italia e la Russia,
Roma e Berlino avevano ormai un avversario in comune e dove­
vano concordare la loro linea politica. Tale era il nuovo calcolo
delle probabilità fatto dalla Germania48.
XIV. Verso lo scoppio della guerra 229

Quindi nei giorni 14-15 settembre, a Gardone presso Verona,


per ordine di Hitler, l’ammiraglio Canaris (capo del servizio infor­
mazioni delle forze armate del Reich) si incontrò con il suo
collega italiano generale Roatta. Essi parlarono dei modi e dei
mezzi per attenuare l’attrito fra i due paesi, dello scambio di
informazioni sul naviglio nell’Estremo Oriente e — soprattutto —
della collaborazione fra le polizie segrete di Germania e d’Italia
nella loro « lotta contro la minaccia comunista ». Sebbene fra i
due servizi segreti non venisse firmato un accordo se non alla
fine di marzo del 1936, il colloquio Canaris-Roatta può essere
ritenuto una svolta decisiva 49.- Nel mese di settembre del 1937
Hitler avrebbe sostenuto che le origini dell’Asse si potevano far
risalire al settembre del 1935. Forse aveva ragione50. Quando,
più tardi nel settembre del 1935, Mussolini respinse un compro­
messo, Hitler, temendo una sconfitta italiana, permise che si acce­
lerasse l’esportazione di carbone verso l’Italia; poi nel febbraio
del 1936 i tedeschi vendettero dieci sottomarini al governo ita­
liano51. Ma nel settembre del 1935 l’obiettivo principale di Hitler
era diventato quello di impedire al suo confratello dittatore di
imbarcarsi in una guerra, non di aiutarlo a vincerla. Il 3 ottobre
von Hassell disse a Mussolini che, secondo il punto di vista
di Hitler, i tempi non erano ancora maturi per il grande scontro
tra Stati « dinamici » e Stati « immobili ». Ma la manovra diplo­
matica tedesca giunse troppo tardi52.

Il 2 ottobre, nel momento in cui in Etiopia si poteva udire


il rullo dei tamburi che invitava le sue schiere feudali a prepa­
rarsi alla guerra, in Italia le campane delle chiese sonarono a
distesa per chiamare il popolo a partecipare alle adunate orga­
nizzate dal partito fascista. Nell’appello pronunciato quel giorno,
Mussolini dichiarò che « alla Lega delle Nazioni, invece di rico­
noscere i nostri diritti, si parla di sanzioni ». « Sino a prova
contraria », proseguì, « mi rifiuto di credere che l’autentico popolo
di Gran Bretagna... sia disposto al rischio di gettare l’Europa sulla
via della catastrofe per difendere un paese africano, universal­
mente bollato come un paese senza ombra di civiltà ». Concluse
con un’osservazione provocatoria: « Alle sanzioni militari noi ri­
sponderemo con misure militari. Ad atti di guerra risponderemo
con atti di guerra. Nessuno pensi di piegarci senza aver prima
230 Mussolini fondatore dell'Impero

duramente combattuto »S3. Il 3 ottobre — con due giorni di


anticipo rispetto alla data a suo tempo stabilita — le forze ita­
liane, senza una dichiarazione di guerra e con il pretesto di
continue aggressioni da parte dell’Etiopia, passarono il confine
eritreo segnato dal fiume Marèb. L’invasione dell’Etiopia era
incominciata.
APPENDICI
I

LE CONSEGUENZE

Non è possibile trattare a fondo in questa sede gli avveni­


menti e le conseguenze derivanti dall’invasione dell’Etiopia da
parte dell’Italia. Possiamo tuttavia porre alcune domande, anche
se a molte di esse si risponderà soltanto in modo esitante per
mancanza di dati sicuri. Renzo De Felice, nella sua esauriente
e ben documentata biografia di Mussolini, giunge a due conclu­
sioni. In primo luogo egli sostiene che il duce desiderava non
solo una pace di compromesso in Etiopia, ma anche un accordo
generale con l’Inghilterra per quanto riguardava tutte le diver­
genze insolute nell’area del Mediterraneo. In secondo luogo egli
afferma che Mussolini ebbe successo nell’identificare il popolo
italiano con gli obiettivi della sua politica personale in Etiopia.
La guerra fu popolare: la vox ducis era diventata la vox populi.
Per questi due motivi De Felice definisce la campagna etiopica
un « capolavoro politico » ’.
Dopo l’invasione Mussolini si mantenne apertamente in con­
tatto con il governo inglese attraverso diversi e svariati canali.
Ma le interminabili proposte e controproposte sul futuro del­
l’Etiopia assumono un significato unicamente se le si analizza nel
quadro della complicata geografia politica e struttura sociale del­
l’Etiopia (cfr. Appendice II). Un fattore d’importanza decisiva
fu soprattutto l’andamento delle operazioni militari. A parere del­
lo scrivente le prove di cui disponiamo indicano che Mussolini,
appena sancite le istruzioni del 30 dicembre 1934 destinate ai
capi militari italiani, pensava soprattutto a una soluzione militare
e alla conquista dell’Etiopia (cfr. cap. IX). Ma, se vi fosse stato
costretto, sarebbe stato disposto a prendere in considerazione un
compromesso politico, purché esso soddisfacesse in misura minima
234 Mussolini fondatore dell’Impero

le richieste dell’Italia. In diverse occasioni, sia prima che dopo


lo scoppio delle ostilità, egli avanzò delle proposte nei seguenti
termini: l’annessione da parte dell’Italia della maggior parte
delle zone non amariche dell’Etiopia, conquistate da Menelik II.
Vi sarebbe stata compresa la maggior parte del territorio a sud
della Rift Valley; la cessione all’Italia di quelle zone degli alti­
piani orientali tigrini, i cui abitanti erano strettamente di lingua
amarica ma il cui territorio, in seguito alla conquista di Macallè
avvenuta il 10 novembre 1935, era già occupato dalle truppe
italiane; secondo le mire italiane, la nuova frontiera proposta
doveva confinare con quelle zone del deserto dancalo occupate
per lo più dagli afar, i quali erano filoitaliani; il diritto di
costruire un’autostrada che collegasse l’Eritrea attraverso Harar
con la Somalia italiana, passando preferibilmente a est di Addis
Abeba (e non a ovest, come richiesto in precedenza), derivava
da esigenze d’ordine militare. I monti Chercher, che si proten­
dono a ovest di Harar, erano tenuti in gran conto in vista della
futura colonizzazione italiana. In cambio di queste annessioni,
si sarebbe potuto concedere all’Etiopia un corridoio territoriale,
preferibilmente verso un porto nei pressi di Assab. Esso doveva
servire a scopi esclusivamente commerciali e poteva essere inter­
rotto dagli italiani in qualsiasi momento. La regione centrale
amarica, eccetto il Tigrai, stando alle proposte di Mussolini
doveva essere amministrata da una commissione dipendente dalla
Società delle Nazioni, su cui l’Italia avrebbe esercitato il suo
controllo. Da ultimo, si doveva disarmare l’Etiopia e invitare i
suoi consiglieri militari stranieri a lasciare il paese. Durante le
lunghe trattative, tanto gli inglesi che i francesi furono tutt’altro
che preparati a mettersi d’accordo su tutte quelle proposte. In
un primo momento gli inglesi erano ben disposti a tollerare che
l’Italia ottenesse un’esigua striscia comprendente sia il Tigrai
orientale che il deserto dancalo confinante, definito da Mussolini
un deserto di sale. In cambio l’Etiopia avrebbe ottenuto un porto,
ad Assab oppure a Zeila nella Somalia britannica. Ai primi di
dicembre quando il pericolo della guerra si era fatto più minac­
cioso, Vansittart si spinse più oltre lasciando intendere a Grandi
che al Tigrai sarebbe stata riconosciuta l’indipendenza de jure,
rùa che la provincia sarebbe diventata a tutti gli effetti un
satellite italiano. Inoltre egli era pronto a concedere all’Italia una
zona a sud più vasta di quella prevista successivamente dal
Appendice I. Le conseguenze 235

piano Hoare-Laval2. I documenti francesi relativi al 1935 non


sono stati ancora pubblicati, ma possiamo essere certi che l’acqui­
sto di Harar da parte dell’Italia era contrario agli interessi econo­
mici della Francia, tanto che non se ne fece cenno né nello
stesso piano Hoare-Laval, né nelle precedenti proposte anglo­
francesi. Tranne eventualmente il Tigrai orientale, le popolazioni
delle zone che l’Italia avrebbe acquistato in base al piano Hoare-
Laval del 7-8 dicembre erano ostili all’autorità di Hailè Selassiè,
ma ciò non vuol dire che fossero filoitaliane (cfr. Appendice II).
Le proposte anglo-francesi, perciò, non equivalsero a una viola­
zione del principio di autodeterminazione così esecrabile come
sovente si ritiene. Tuttavia, dato che l’Italia era stata già con­
dannata dalla Società delle Nazioni per avere compiuto un’azione
bellica, le proposte avanzate a scapito dell’Etiopia giustificarono
in pieno gli appelli dei piccoli Stati affinché non si effettuasse
« nessun saccheggio servendosi della procedura » 3.

Una questione di capitale importanza, al punto da essere


tuttora oggetto di polemiche, è se Mussolini sarebbe entrato vera­
mente in guerra con l’Inghilterra, qualora quest’ultima avesse
acconsentito tramite la Società delle Nazioni a estendere le san­
zioni al petrolio, oppure avesse deciso più drasticamente di chiu­
dere il canale di Suez al naviglio italiano. In una riunione del
Gran Consiglio del fascismo, tenuta il 16 novembre 1935, Mus­
solini non fece mistero delle sue intenzioni, dichiarando catego­
ricamente che l’Italia avrebbe prevenuto le sanzioni entrando per
prima cosa in guerra con l’Inghilterra. Se all’atto pratico sarebbe
riuscito a convincere i capi militari, i diplomatici, per non parlare
del re, della necessità che l’Italia prendesse una decisione così
grave, è materia opinabile. Egli parlò di nuovo di guerra ai primi
di febbraio del 1936, quando le sanzioni tornarono in argomento
per un riesame4.
Sotto un certo aspetto Mussolini aveva dimostrato agli inglesi
che il loro modo d’agire si basava su un falso presupposto. L’im­
posizione delle sanzioni « morbide » del 18 novembre 1935,
anziché demoralizzare gli italiani, sortì l’effetto opposto di unirli
più saldamente che mai al seguito del duce e di scoraggiare
l’opinione pubblica in molti Stati fautori delle sanzioni. L’esten­
sione delle sanzioni da parte della Società delle Nazioni per com­
prendervi il petrolio era perciò densa di pericoli d’ordine poli­
236 Mussolini fondatore dell’Impero

tico; lo si può considerare uno dei motivi che convinsero gli


inglesi e i francesi a venire a un compromesso 5.
I capi militari inglesi, informati del modo di comportarsi di
Mussolini, furono messi pienamente al corrente, sia pure in ritardo,
delle pessime condizioni delle loro difese nel Mediterraneo nel
caso di un’azione da « cane arrabbiato ». Se ne preoccuparono a
tal punto che verso la fine di novembre del 1935, postisi in
contatto con Vansittart, sollecitarono il governo affinché aderisse
a un compromesso a scapito dell’Etiopia6. Anche in questo caso
Vansittart si rese conto che, per quanto fosse auspicabile giun­
gere a un accomodamento, l’Italia doveva essere sottoposta a
forte pressione. Così il governo inglese, mentre cercava di ripri­
stinare rapporti cordiali con l’Italia a spese dell’Etiopia, invitò
la Jugoslavia, la Grecia e la Turchia, unitamente alla Romania,
a un pubblico scambio di garanzie ai fini di una collaborazione
militare. Agli inizi di dicembre gli Stati interessati fornirono
all’Inghilterra le assicurazioni richieste ma, a causa della loro
debolezza interna e di problemi non attinenti all’Etiopia (di cui
gli italiani erano pienamente edotti), l’aiuto militare sperato fu
trascurabile e all’Italia non fu impartita alcuna pubblica diffida 7.
Sicché né Hoare né Vansittart potevano trattare partendo da una
posizione di forza. I francesi, nel timore di un’occupazione tede­
sca della Renania, erano in una posizione ancora più debole.
All’infuori della loro marina da guerra, non sarebbero stati pronti
prima di un paio di mesi8.
II 18 ottobre Lavai, pur aderendo su sollecitazione di Londra
ai colloqui a livello di stato maggiore con gli inglesi in merito
ai problemi militari nel Mediterraneo, precisò diffusamente che la
Francia non sarebbe entrata in guerra con l’Italia qualora fossero
state imposte le sanzioni sul petrolio. Inoltre rassicurò l’Italia
che egli riteneva tuttora in vigore gli accordi militari franco­
italiani della scorsa estate. Dato che la posizione parlamentare
di Lavai era ancora solida, né gli inglesi né gli italiani potevano
ignorare il suo punto di vista9.
In tali circostanze Vansittart e Grandi elaborarono le condi­
zioni per una « ridistribuzione » del territorio etiopico a favore
dell’Italia. Sebbene, stando a quanto viene riferito, la prima
reazione di Mussolini a quelle trattative ai primi di dicembre
fosse « favorevole », il piano Hoare-Laval che ne scaturì il 7-8
Appendice I. Le conseguenze 237

dicembre era per lui inaccettabile. Il Gran Consiglio del fa­


scismo, che tornò a riunirsi il 18 dicembre, lo sottopose a for­
tissima pressione per fargli accettare quelle condizioni. Ma egli,
anziché respingerle o accoglierle, volle attendere fino al giorno
seguente prima di prendere una decisione irrevocabile. Evidente­
mente sperava che le controproposte abbozzate dai suoi diplo­
matici il giorno 15, che assegnavano all’Italia un territorio anche
più vasto di quello proposto in base al piano Hoare-Laval, sareb­
bero state accolte. La sua tattica dilatoria fruttò ricchi dividendi.
Il giorno stesso della riunione del Gran Consiglio la Camera dei
comuni respinse il piano Hoare-Laval. La vittoria di Mussolini
fu tale da stimolare Aloisi a tessere le lodi del suo intuito
superiore ,0.
Un eminente studioso come A. J. P. Taylor ha sostenuto che
« la morte effettiva della Società delle Nazioni avvenne nel
dicembre del 1935, e non nel 1939 o nel 1945 » ", vale a dire
in conseguenza del piano Hoare-Laval. Questa asserzione richiede
una precisazione per un unico motivo. Il 15 dicembre, il giorno
in cui gli italiani stavano preparando le loro proposte di riserva
e nel momento in cui si contava di vincere, gli etiopici lancia­
rono la loro offensiva di Natale. Contrariamente alle previsioni
sia di Hoare che di Lavai, per non dire dello stesso Mussolini,
essa si rivelò insolitamente coronata dal successo, facendo così
apparire assurdo il piano Hoare-Laval. Per un momento a Londra
si credette addirittura che la Società delle Nazioni avrebbe ripor­
tato « una vittoria senza sanzioni ». Anche in Francia al gruppo
di pressione filosocietario si presentò una nuova prospettiva. Il
10 gennaio 1936 il Fronte popolare formulò il suo programma 12.
Lo fece in un momento in cui i rapporti italo-francesi volsero
bruscamente al peggio.
Tra la fine di dicembre 1935 e i primi di gennaio 1936 gli
italiani decisero che si dovesse bombardare la ferrovia Gibuti-
Addis Abeba, ma non la città di Harar. Léger, parlando a nome
del suo governo, dichiarò che, in caso questo piano fosse stato
attuato, la Francia avrebbe considerato nulli gli accordi di Roma.
Non gli fu data alcuna assicurazione soddisfacente, cosa che
senza dubbio contribuì alla caduta di Lavai13. Verso la fine di
gennaio Mussolini, nonostante l’opposizione dei suoi diplomatici,
giunse alla conclusione che i colloqui anglo-francesi a livello di
238 Mussolini fondatore dell’Impero

stato maggiore sulla collaborazione militare nel Mediterraneo ave­


vano distrutto il delicato equilibrio del trattato di Locamo, non­
ché dell’accordo di Stresa 14.
Ma di nuovo le decisioni politiche furono determinate dalle
mutate sorti della guerra. A metà gennaio Graziani conseguì un
modesto successo sul fronte meridionale. Mentre lo stato mag­
giore britannico, non più tardi del 24 febbraio, seguitava a credere
che l’Italia non potesse vincere la guerra, ancora una volta la
questione delle sanzioni del petrolio offrì materia di grave consi­
derazione. Il 26 febbraio, dopo lunghe riflessioni, il governo
britannico decise che si dovessero imporre le sanzioni sul petrolio.
Baldwin in persona si convinse ad abbracciare questo punto di
vista, rendendosi conto che se l’Inghilterra, tramite la Società
delle Nazioni, avesse mollato l’Etiopia una seconda volta, per il
governo nazionale (apparentemente in prevalenza più conserva­
tore a partire dalle elezioni del 1935) sarebbe stato impossibile
convincere i sindacati e il movimento sindacale ad aderire nel
complesso alla causa del riarmo e della coscrizione industriale 15.

Prima che la decisione inglese potesse essere messa in atto,


il centro dell’interesse si spostò bruscamente a Berlino.
Dopo l’incontro tra Canaris e Roatta (di cui si è parlato),
i membri degli organi di partito a Roma si misero in contatto,
con circospezione e con l’approvazione di Mussolini, con gli
organi di partito tedeschi allo scopo di scambiarsi informazioni,
di avviare una collaborazione generale e soprattutto di promuo­
vere una propaganda concordata. Nel 1935, mentre il bersaglio
principale della propaganda tedesca era costituito dal Comintern,
quello dell’Italia fascista era il mondo plutocratico che, annien­
tando le nazioni proletarie come l’Italia, sosteneva la Società
delle Nazioni. Secondo Petersen, l’antisemitismo era il potenziale
« denominatore comune » di entrambe 16. Tranne qualche riserva,
questa tesi revisionista ha un certo fondamento. Stando a un
recente studio compiuto da Gene Bernardini, il sentimento an­
tiebraico, piuttosto che l’antisemitismo d’ordine biologico, nacque
« logicamente e naturalmente dal fascismo », essendo inoltre tra­
dizionalmente forte presso certi gesuiti italiani. Dopo l’invasione
dell’Etiopia, quando molti eminenti ebrei appoggiarono l’inizia­
tiva contro l’Italia presa dalla Società delle Nazioni, il sentimento
antiebraico si delineò più nettamente. Tra la fine di novembre
Appendice I. Le conseguenze 239

e il mese di dicembre del 1935 Aloisi, spalleggiato da personaggi


non fascisti come Bocchini, capo della polizia, e dallo storico
gesuita Pietro Tacchi-Venturi (il quale manteneva i contatti di
Mussolini con il Vaticano), reputò di approfittare di un attacco
già lanciato nella stampa francese contro i massoni e gli ebrei l7.
L’iniziativa fu presa totalmente dagli italiani e non esiste prova
di complicità da parte tedesca: von Hassell ne fu informato sem­
plicemente a cose fatte. Tuttavia è più che una coincidenza il
fatto che a metà dicembre Mussolini riconoscesse la necessità di
avviare trattative per un accordo tra la polizia politica italiana
e quella tedesca 18. Forse fu alla fine del 1935 e non ai primi
del 1936, come suggerito da Denis Mack Smith e da Bernar­
dini, che è possibile scorgere i primi chiari segni di quella Schic­
ksalsgemeinschaft (comunanza di destini) fra i due regimi e non
solamente fra i due capi. Successivamente i rispettivi governi
avrebbero collaborato prima nel Mediterraneo e poi in Europa
Ma verso la fine del 1935 la politica della forza assurse a una
posizione elevata rispetto all’ideologia. Anche Hitler ebbe, fino
al 18 dicembre, tutti i motivi di temere che l’Italia potesse essere
spinta ad accettare il piano Hoare-Laval, in quanto la conseguenza
inevitabile sarebbe stato il ripristino del fronte di Stresa. Dopo
l’insuccesso del piano Hoare-Laval, il ministero degli esteri tede­
sco si sentì sollevato apprendendo che la stampa italiana si stava
interessando di nuovo alla Germania 20.

Ma le prospettive militari dell’Italia erano talmente scarse


che non più tardi del 7 gennaio Hitler ebbe sempre paura che
essa potesse perdere la guerra e che il regime fascista sarebbe
crollato. Ai primi di gennaio gli italiani fecero nuovi sondaggi
per migliorare i rapporti con la Germania. Ma l’Austria segui­
tava a essere un grosso intoppo. Dopo il fiasco del piano Hoare-
Laval e il ritiro delle truppe dal Trentino-Alto Adige, il governo
di Schuschnigg non credeva più che l’Italia fosse in grado di
difendere l’indipendenza dell’Austria, o che ne avesse perfino
l’interesse. Per di più il suo governo si era reso sgradito sotto
tutti i punti di vista agli Stati societari per non avere votato a
favore delle sanzioni. Al fine di sfuggire all’isolamento totale,
agli inizi del 1936 Schuschnigg cercò di venire a patti con i
cecoslovacchi. Mussolini ormai si sforzava di offrire ai tedeschi
qualcosa che lui stesso non possedeva: il controllo dell’Austria.
240 Mussolini fondatore dell’Impero

Il 6 gennaio, tramite von Hassell, informò Hitler che l’Italia non


avrebbe avuto nulla da obiettare se l’Austria, pur rimanendo
indipendente sul piano formale, fosse praticamente diventata un
satellite della Germania. Dal mutamento della linea di condotta
(ma non d’animo) di Mussolini, la Wilhelmstrasse dedusse che
egli voleva immischiare la Germania in una contesa con l’Inghil­
terra e con la Francia riguardo all’Austria, per distogliere così
la loro attenzione dalle sanzioni. Inoltre Mussolini, anche dopo
il 6 gennaio, seguitò a sostenere Schuschnigg 21.
Hitler era molto più interessato alla crescente avversione del
duce per il trattato di Locamo, che verso la fine di gennaio
divenne una questione di pubblico dominio. L’11 febbraio, in
un momento in cui Mussolini stava di nuovo meditando di en­
trare in guerra con l’Inghilterra a causa delle sanzioni sul
petroliou, Hitler decise che la Germania doveva rioccupare la
Renania. Il 14 febbraio egli disse a von Hassell, che era stato
convocato in Germania, che bisognava convincere Mussolini a
ripudiare per primo i patti di Locamo; la Germania avrebbe
immediatamente seguito l’esempio con la rioccupazione della Re­
nania. Per ammansire l’Italia, promise di far rivivere l’idea di
Mussolini relativa al patto a quattro, limitatamente alla sfera
dell’Europa occidentale23.
Von Hassell era appena rientrato a Roma per sondare Mus­
solini in merito al progetto di Hitler, quando sul campo di
battaglia etiopico si ebbe un nuovo cambiamento drammatico.
L’11 febraio Badoglio lanciò un’offensiva più grande, sicché il
giorno 19 la resistenza etiopica nel nord era già quasi stroncata.
Ciò persuase Mussolini di poter vincere la sua guerra anche
con l’imposizione delle sanzioni, al punto che ormai non era
nello stato d’animo di parlare di generose proposte di compro­
messo. Egli voleva, così disse, « niente di meno dell’intera Abis-
sinia ». Proprio quello stesso giorno (19 febbraio) Hitler, con
straordinaria preveggenza, disse a von Hassell (che si trovava di
nuovo in Germania) che Mussolini, in seguito ai successi italiani,
avrebbe ormai preteso « tutto ». Ma per lo stesso motivo l’atteg­
giamento di Mussolini nei confronti di una rioccupazione tedesca
della Renania era più che mai imprevedibile. Adesso l’Italia aveva
meno bisogno dell’appoggio della Germania e poteva una volta
ancora atteggiarsi a protettrice dell’Austria.
L’equilibratura dei fattori variabili del modo di pensare di Mus-
Appendice I. Le conseguenze 241

solini fu determinata dagli sviluppi di Ginevra. Il 2 marzo a


Roma si venne inaspettatamente a sapere che Eden aveva dichia­
rato alla Società delle Nazioni che l’Inghilterra era favorevole
alle sanzioni sul petrolio. Il giorno seguente a Hitler venne rife­
rito che Mussolini non avrebbe più appoggiato i patti di Locamo.
In realtà, il duce riuscì a stento a trattenere la sua rabbia. Il
6 marzo egli decise che l’Italia avrebbe risposto a questa mano­
vra diplomatica britannica ritirandosi dalla Società delle Nazioni
e riavvicinandosi alla Germania 24.
Ma Hitler agì per primo. Il 7 marzo annunciò che le truppe
tedesche stavano già rioccupando la Renania. La notizia fece
piacere a Mussolini. Se non che, con suo enorme fastidio, apprese
anche che Hitler — evidentemente per rendere la sua mossa meno
sgradevole agli inglesi — aveva dichiarato che la Germania sarebbe
rientrata nella Società delle Nazioni, purché venisse riconosciuto
il nuovo status quo, ma non aveva più accennato di riprendere il
progetto mussoliniano del patto a quattro. L’11 marzo i diplo­
matici italiani, riflettendo sulla nuova situazione, furono d’accordo
nel ritenere che i tedeschi, al loro rientro a Ginevra, si sarebbero
spinti fino al punto da unirsi all’Inghilterra nel votare l’imposi­
zione delle sanzioni sul petrolio contro l’Italia. I consiglieri di
Mussolini sostenevano che l’unica linea di condotta che si presen­
tava all’Italia consisteva nell’agire di concerto con la Francia con­
tro la Germania. Anche il re era del parere che in seguito alla
crisi renana l’Italia dovesse cercare una pace di compromesso in
Etiopia. Ma tutti i loro argomenti furono respinti da Mussolini,
il quale decise che non si dovesse prendere alcuna iniziativa,
tranne quella di inviare Grandi in qualità di osservatore nelle
deliberazioni delle altre potenze firmatarie dei patti di Locamo K.
Giustamente Elizabeth Wiskemann sostenne che all’epoca della
crisi renana non ci fu collusione fra i due dittatori: difatti essi
erano in disaccordo Tuttavia la stima di Hitler per l’ardimento
dell’Italia fascista dopo le vittorie in Etiopia era talmente grande,
che egli non vedeva l’ora che i due paesi venissero legati da quel
destino comune che, secondo quanto egli aveva previsto, era
nella logica della storia. Da parte sua Mussolini prese in esame
la fratellanza con la Germania più con rassegnazione che con
entusiasmo. Dopo la caduta di Starhemberg, avvenuta il 18 mag­
gio, si rese conto che l’Italia avrebbe dovuto accettare un
Anschluss27. Anziché manovrare in mezzo alle potenze in base
242 Mussolini fondatore dell’Impero

al principio della « equidistanza », in avvenire l’Italia avrebbe


dovuto scegliere un solo associato, la Germania, rispetto al quale
— sia che Mussolini avesse perfettamente capito la realtà o
meno — sarebbe passata in second’ordine.
Nel 1936, al punto in cui stavano le cose, Germania e Italia
collaboravano già in molte questioni. Nel mese di febbraio i tede­
schi, di stanza a Haifa, si erano uniti agli italiani nel fomentare
disordini fra gli arabi in Palestina. L’esito fu uno sciopero in
quel paese nel mese di aprile e il successivo invio di truppe
inglesi. Inoltre, ai primi di febbraio la Germania aveva venduto
all’Italia dieci piccoli sottomarini 28. Soprattutto, le due potenze
stavano flettendo i loro muscoli in vista di affrontare quei paesi
(il primo dei quali fu la Spagna) che sarebbero stati governati
dai Fronti popolari. Verso la fine di marzo Himmler e Bocchini
stipularono a Berlino un accordo di collaborazione fra la polizia
segreta italiana e quella tedesca. Dietro insistenza di Mussolini,
gli ebrei italiani non sarebbero stati inclusi in quei gruppi sulle
cui azioni si doveva vigilare congiuntamente 29.
A rischio di cadere in un eccesso di semplificazione, si può
dire che Mussolini, battendosi in Palestina per la causa araba
contro gli inglesi si fece mallevadore del moderno nazionalismo
arabo. Hitler, grazie al suo antisemitismo, diventò senza volerlo
il padre adottivo del nazionalismo sionista.

Il 5 maggio 1936 gli etiopici furono completamente sconfitti.


Di lì a pochi giorni Vittorio Emanuele III fu proclamato impe­
ratore d’Etiopia. Eppure, quella di Mussolini fu una vittoria di
Pirro. Sul piano dei rapporti interni italiani Badoglio era diven­
tato un eroe nazionale, potenzialmente un uomo in grado di spo­
destare il duce in un momento di crisi nazionale. A livello inter­
nazionale Mussolini dovette tener conto di un avversario più
immediato. Anziché accettare un onorevole collocamento a riposo,
Hailè Selassiè si rifiutò di lasciare libero il trono. Così facendo
avrebbe indebolito totalmente la sua posizione all’interno del­
l’Etiopia, dove in realtà si contava che egli rimanesse. Anche
in esilio seguitò a essere per gli italiani una minaccia permanente,
un simbolo di ammonimento e di ammirazione per il numero
crescente di persone negli Stati democratici che si stavano impe­
gnando all’idea di opporsi al fascismo sotto le sue svariate forme.
La restaurazione definitiva di Hailè Selassiè avvenuta nel 1941
Appendice 1. Le conseguenze 243

sarebbe stata in parte dovuta alle insurrezioni interne contro gli


italiani (specie nell’Uolleggà e nel Goggiam) e in parte alle forze
del Commonwealth, specie ai King’s African Rifles, che dimostra­
rono di saper combattere non meno bene delle truppe europee 30
La crisi etiopica non fu soltanto uno scivolone pericoloso
giù per la china che portò alla seconda guerra mondiale; essa
esercitò anche un’influenza sostanziale sul modo in cui più tardi
sarebbero state condotte le operazioni belliche nell’area del Medi-
terraneo. Già all’epoca in cui l’Italia si mise a combattere a
fianco della Germania nel giugno del 1940, l’Inghilterra aveva
compensato alcune delle più gravi carenze rivelatesi nel 1935.
Successivamente alla crisi etiopica, ufficiali e soldati britannici
acquistarono un’esperienza inestimabile riguardo alle condizioni
del servizio permanente effettivo nel deserto; la Royal Navy, poi,
si fece un’idea molto più chiara dei tipi di navi occorrenti per la
guerra moderna nel Mediterraneo. Si appresero molte lezioni
nell’analizzare i problemi logistici attinenti al frequente sposta­
mento di uomini e di materiali da o per la Palestina e l’Egitto31.
La guerra etiopica ebbe tuttavia una conseguenza ancora più
significativa. Non riuscendo ad acquistare possedimenti nel Medi-
terraneo per l’impero italiano, Mussolini preferì sovvertire l’auto­
rità dei principali antagonisti dell’Italia, l’Inghilterra e la Fran­
cia, in tutta la regione e nel Medio Oriente. Analogamente, con­
quistando l’Etiopia egli impresse un vigoroso impulso al risenti­
mento contro il dominio europeo nell’Africa tropicale. La conse­
guente sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, non
meno di quella subita dalla Francia, era destinata a esercitare
una profonda influenza sulla forma che avrebbe assunto la deco­
lonizzazione in Africa. Certamente l’impresa etiopica dell’Italia
va riguardata nel suo contesto tanto africano che europeoH. Se
ne può dedurre che Mussolini, anche se il suo successo di fonda­
tore di imperi fu di breve durata, contribuì — per mezzo della
propaganda, della sovversione, del terrorismo, nonché delle sue
conquiste e della sua disfatta finale — a determinare la caduta
di altri imperi oltre al suo.
II

GRUPPI ETNICI DI SUDDITI ETIOPICI

Hailè Selassiè, al pari di Menelik II, non ebbe da lottare


unicamente con i suoi sudditi amarico-tigrini Su un totale di
16 milioni di abitanti, calcolato nel 1935, essi rappresentavano
soltanto il 30 per cento circa. Gli afar della Dancalia parlavano
un idioma diverso da quello dei somali nell’Ogaden. Ma essi era­
no pastori nomadi di religione musulmana e, mentre la loro
fama di incredibile ferocia molto probabilmente è ingiustificata,
quelli di loro che vivevano all’interno dell’Etiopia erano più
che disposti a barattare la fedeltà a favore del migliore offerente,
che nel caso specifico era il ministero delle colonie italiano. Per­
ciò, se all’Etiopia si doveva concedere un porto tramite un corri­
doio fino al Mar Rosso ad Assab, a Obock nella Somalia francese
o a Zeila (cfr. la cartina), esso sarebbe necessariamente passato
attraverso un territorio i cui abitanti nomadi, afar o somali,
erano ostili. Anche all’interno degli altipiani, soprattutto a sud
della Rift Valley, il gruppo amarico-tigrino non era prevalente.
A partire dal XVI secolo un insieme di popolazioni d’origine
cuscitica, note come galla o oromó, le quali all’inizio erano
unite soltanto da una lingua comune (priva di scrittura), si erano
aperte un varco nelle moderne frontiere dell’Etiopia, stanzian­
dosi su vasti tratti di territorio. I galla rappresentavano il 40
per cento circa della popolazione complessiva. Forse il gruppo
più pericoloso si trovava sull’erta a nord di Dessiè nella provincia
di Uollò, confinante con gli afar del deserto dancalo. Quantunque
i membri della sua nobiltà fossero inclini ad accettare la lingua
e le istituzioni sociali amariche, nonché in taluni casi la religione
cristiana, la popolazione era nel complesso di salda fede musul­
mana. Sotto Hailè Selassiè gli uollo galla, sobillati da certi ras
246 Mussolini fondatore dell’Impero

(principi) tigrini, erano in aspro contrasto con l’autorità del


governo di Addis Abeba. Durante una rivolta nel 1928-30 essi
e i loro alleati riuscirono a interrompere le comunicazioni tra
lo Scioà e il Tigrai. Se fosse scoppiata la guerra con l’Italia,
Hailè Selassiè aveva tutte le ragioni di temerli2.
All’interno dello stesso Scioà e in quelle zone dell’UoIleggà
limitrofe al Goggiam e allo Scioà, in linea di massima i galla
accettavano il sistema amarico del possesso della terra e la reli­
gione cristiana. Purché fosse rispettata la loro autonomia locale,
i principi dell’UoIleggà ben volentieri riconoscevano la sovranità
dell’imperatore ma non avevano alcuna intenzione di battersi
contro gli italiani. Per di più essi avevano stretti legami con il
Sudan e gli avvenimenti del 1936 avrebbero dimostrato che al
dominio italiano preferivano essere affidati all’amministrazione
dell’Inghilterra come mandato societario 3. Di conseguenza, i capi
militari italiani dovettero predisporre i loro piani partendo dal
presupposto che, nel caso di un attacco all’Etiopia, gli inglesi
avrebero potuto scovare un pretesto per occupare, o essere invi­
tati a farlo, determinate zone nella parte occidentale4.
I galla dell’UoIleggà erano separati da quelli della loro razza
a sud della Great Rift Valley da una popolazione del Sudan orien­
tale, da lungo tempo stabilitasi in Etiopia, nota con il nome di
sidama, che rappresentava all’incirca il 9 per cento degli abitanti.
Essendosi imparentati per matrimonio con altri gruppi etnici, i
sidama parlavano un assortimento di dialetti e professavano soprat­
tutto credi religiosi autoctoni5. In linea generale, la parte sud­
occidentale, dove predominavano gruppi linguistici, religiosi ed
etnici non classificati (musulmani nell’Uolleggà orientale), era tro­
picale e densamente boscosa. Essa era molto apprezzata per via
dell’oro, dell’avorio, del caffè e degli schiavi. La maggior parte
del traffico commerciale con il Sudan passava attraverso Gam-
bela neff’Illubor sul fiume Baro; quello con l’interno passava per
Gimma, centro commerciale arabo della provincia di Caffa, e da
quel punto si dirigeva verso Addis Abeba. Anche gli agricoltori
galla nei pressi di Gimma avevano abbracciato l’islamismo. Seb­
bene i galla di Caffa avessero conservato la loro autonomia sotto
Menelik II, i loro capi erano venuti a contesa con Hailè Selassiè
e già agli inizi degli anni Trenta erano alle dipendenze degli
italianib. Ancora più ostili al dominio amarico erano i galla mao­
mettani negli altipiani dei balli e degli arussi. Nel tardo Otto­
Appendice II. Gruppi etnici di sudditi etiopici 247

cento erano stati conquistati da Menelik II e la parte migliore


del loro territorio, che produceva ottimi pascoli, venne confiscata
dalla corona, dai nobili scioani e dal clero. Tra i borana sidama,
nell’estremo sud, vivevano pastori nomadi galla di religione au­
toctona i quali, al pari dei loro vicini a oriente, i somali, erano
probabilmente pronti ad afferrare la minima occasione per rivol­
tarsi 7.
Al giorno d’oggi i somali dell’Ogaden e fuori dell’Etiopia
penetrano nell’acrocoro di Harar in cerca di pascolo e alcuni di
loro fanno ritorno all’altopiano dell’Haud, restando per lo più
nella Somalia britannica o nelle sue vicinanze, dopo la stagione
dei monsoni. Da lungo tempo, inoltre, i somali si stanno spo­
stando in cerca di pascoli migliori in direzione sud-ovest. In
effetti, anche prima del 1935 sconfinarono a gruppi nel Kenia.
Sebbene fossero uniti da un comune idioma, che non era stato
ridotto a lingua scritta ancora nel 1935, e dalla fede islamica,
l’ostilità tra gruppi di discendenza (tribali) era forte e veniva
sfruttata dal potere imperiale. Essi consideravano la città di
Harar come il loro centro culturale. Tuttavia i somali del setten­
trione provavano scarsa simpatia per gli italiani, che li avevano
conquistati verso la fine degli anni Venti8.
Mentre la maggior parte degli abitanti dell’Ogaden era com­
posta da somali, quelli sulle stesse montagne di Harar erano per
lo più agricoltori galla maomettani, sparpagliati in mezzo a colo­
nizzatori di fede cristiana. Ma gli abitanti della città e dei suoi
immediati dintorni parlavano adari, una lingua semitica dalla
ricca letteratura. Certo che i maomettani di Harar erano risentiti
per la perdita della loro indipendenza sotto Menelik II, ma erano
ben governati da Hailè Selassiè in persona e dai suoi più capaci
luogotenenti, e chiaramente non parteciparono alle rivolte più
importanti tra la fine degli anni Venti e i primi degli anni Trenta.
Avendo facoltà di scegliere tra il dominio francese e quello ita­
liano, avrebbero sicuramente optato per il primo9. Ma gli ita­
liani, nonostante l’eventualità di una violazione degli interessi
francesi tanto legati alla linea Gibuti-Addis Abeba, agognavano
la maggior parte della zona montuosa di Chercher a ovest di
Harar. La spiegazione è semplice: questa zona era adatta alla
coltivazione della vite e della frutta, quindi andava bene per i
colonizzatori italiani. Inoltre, per considerazioni d’ordine tecnico,
era più facile per gli italiani collegare l’Eritrea e la Somalia ita-
248 Mussolini fondatore dell’Impero

liana per mezzo di una strada che passasse a est di Addis Abeba
attraverso Harar, per la quale occorreva il tacito consenso dei
francesi, che non di un’altra che scavalcasse il terreno montuoso
a ovest di Addis Abeba, dove si dovevano rispettare gli interessi
idrici degli inglesi presso la sorgente nel Nilo Azzurro sul lago
Tana 10.

Gli italiani cercavano di espandersi al sud per motivi politici.


Non desta meraviglia che dopo il 1919 essi fossero tanto desi­
derosi di acquistare Gibuti dalla Francia. Ma neanche per un
momento dimenticarono che l’Eritrea era un’estensione del Tigrai,
così come il Tigrai lo era dell’Eritrea. Metà circa della popola­
zione di quest’ultima era di religione cristiana e parlava tigrino.
I tigrini avevano addirittura l’impressione di essere stati abban­
donati da Menelik II dopo la battaglia di Adua del 1896, avendo
egli consentito che tanta parte del loro territorio restasse in pos­
sesso degli italiani11. Perché Hailè Selassiè non assumeva la loro
causa e — così si temeva a Roma — non entrava in guerra con
l’Italia? Non aveva egli, non meno di Mussolini, qualche motivo
di vendicare Adua?
TAVOLA CRONOLOGICA
1890 Viene istituita la colonia italiana di Eritrea
1896 I marzo Battaglia di Adua: gli italiani sconfitti dal­
l’esercito di Menelik II
1913 13 dicembre La morte di Menelik II conferma la precedente
designazione al trono di Ligg Iasu
1916 27 ottobre Battaglia di Sagalé: a Ligg Iasu, sconfitto e
mandato in esilio, succede l’imperatrice Zauditù
con ras Tafari (più tardi Hailè Selassiè) in
qualità di reggente
1918 Ultimata la ferrovia Gibuti-Addis Abeba
1919 14 febbraio Approvazione del Patto della Società delle
Nazioni
23 marzo Costituzione e programma dei Fasci di com­
battimento
28 giugno Firma del trattato di Versailles
10 settembre Trattato di Saint-Germaine-en-Laye con l’Au­
stria
12 settembre D’Annunzio occupa Fiume
1920 10 gennaio Entrata in vigore del trattato di Versailles;
trattati sussidiari nel corso dell’anno con Lun­
gheria e la Turchia
14 agosto Alleanza tra Cecoslovacchia e Jugoslavia
12 novembre Trattato di Rapallo tra Italia e Jugoslavia
1921 27 marzo Fallisce in Austria un colpo di stato asburgico
5 giugno Alleanza tra Cecoslovacchia e Romania
7 giugno Alleanza tra Jugoslavia e Romania
21-25 ottobre Fallisce in Ungheria un colpo di stato asburgico
6 novembre Costituzione del Partito Nazionale Fascista
1922 6 febbraio Accordo navale (conferenza di Washington) che
stabilisce la forza delle flotte delle cinque po­
tenze: parità navale dell’Italia con la Francia
16 aprile Accordo di Rapallo tra Russia e Germania
252 Mussolini fondatore dell’Impero

27-30 ottobre Marcia su Roma: Vittorio Emanuele III no­


mina primo ministro Mussolini
1923 Nel corso dell’anno l’Italia appoggia l’ammis­
sione dell’Etiopia alla Società delle Nazioni
agosto Incidente di Corfù: azione navale italiana con­
tro i greci
17 settembre L’Italia annette formalmente la città di Fiume
1924 25 gennaio Alleanza tra Francia e Cecoslovacchia
27 gennaio Trattato di Roma tra Italia e Jugoslavia
febbraio Durante questo mese Inghilterra e Italia rico­
noscono separatamente il regime sovietico; ri­
conoscimenti della Francia e di altri paesi eu­
ropei nel corso dell’anno
2 ottobre Protocollo di Ginevra per la composizione pa­
cifica delle controversie internazionali
1925 Scambio di note nel corso dell’anno tra Italia
e Inghilterra sul futuro dell’Etiopia; gli in­
glesi cedono Chisimaio all’Italia
I dicembre I trattati negoziati a Locamo vengono formal­
mente firmati a Londra
1926 24 aprile Trattato di Berlino russo-tedesco
10 giugno Trattato di amicizia franco-rumeno
17 agosto Trattato di amicizia greco-jugoslavo
10 settembre La Germania entra nella Società delle Nazioni
16 settembre Trattato di amicizia italo-romeno
27 novembre Trattato di Tirana tra Italia e Albania
1927 5 aprile Trattato di amicizia italo-ungherese
23 maggio A Ginevra, conferenza economica internazionale
20 giugno - 2
agosto A Ginevra, conferenza navale
11 novembre Intesa tra Francia e Jugoslavia
1928 Nel corso dell’anno ras Tafari diventa Negus.
Firma del trattato di amicizia e di arbitrato
italo-etiopico. Il controllo italiano si estende
oltre la Somalia settentrionale. In Eritrea, pro­
seguimento della ferrovia italiana da Asmara
a Agordat. Ammissione dell’Italia all’ammini­
strazione internazionale di Tangeri
gennaio Contrabbando di armi italiane, avviate verso
l’Ungheria, scoperto a Szent Gottard in Austria
27 agosto Patto Briand-Kellogg, per l’abolizione della
guerra
Tavola cronologica 253

1929 6 gennaio Re Alessandro di Jugoslavia instaura un pro­


prio regime dittatoriale; i gruppi di terroristi
croati (ustascia) fuggono in Ungheria e in
Italia
Successive convenzioni militari italo-ungheresi,
cui gli estremisti croati partecipano come con­
sulenti; si prendono accordi per il transito di
armi italiane dirette in Ungheria attraverso
l’Austria
11 febbraio Patti lateranensi stipulati tra l’Italia e la Santa
Sede
1930 22 aprile Conferenza navale di Londra: Italia e Francia
si rifiutano di ratificare gli accordi
17 maggio Piano Briand relativo agli stati uniti d’Europa
30 giugno La Francia finisce di sgombrare la Renania
14 settembre Progresso dei nazionalsocialisti alle elezioni
del Reichstag
novembre A seguito della morte dell’imperatrice Zauditù,
ras Tafari viene incoronato imperatore con il
nome di Hailè Selassiè. Si consente all’Etiopia
di importare armi dall’Italia, dalla Francia e
dall’Inghilterra
1931 Nel corso dell’anno si inasprisce in Italia il
conflitto tra la Chiesa e lo Stato
Hailè Selassiè promulga una costituzione per
l’Etiopia
21 marzo Progetto di una unione doganale tra l’Austria
e la Germania (fallito nel mese di settembre)
11 maggio Crollo in Austria del Creditanstalt
19 maggio Varo della corazzata tascabile tedesca Deutsch­
land
luglio Iniziano le discussioni italo-francesi in merito
all’Etiopia (continueranno nel 1932)
11 agosto Protocollo di Londra sulla moratoria Hoover,
per la dilazione dei debiti e delle riparazioni
di guerra
24 agosto In Inghilterra si forma il governo nazionale
1932 2 febbraio Si apre a Ginevra la conferenza internazionale
per il disarmo
11 febbraio Mussolini in udienza dal papa: fine della con­
troversia in Italia tra Chiesa e Stato
9 marzo Il Giappone fonda lo stato fantoccio del Man-
ciukuò, in spregio della Società delle Nazioni
254 Mussolini fondatore dell’Impero

22 marzo De Bono consiglia una guerra preventiva con­


tro l’Etiopia
8 aprile Al Gran Consiglio del fascismo si parla del­
l’Etiopia
maggio Nel Goggiam scoppia una rivolta a sostegno
di Ligg Iasu
16 giugno-20
agosto Conferenza di Losanna per le riparazioni
fine luglio Mussolini assume il ministero degli esteri da
Grandi, che si trasferisce all’ambasciata di
Londra
agosto Passaggio di tutte le questioni riguardanti
l’Etiopia da Palazzo Chigi al ministero delle
colonie
settembre Rivolta nella zona di Lika in Dalmazia: la
responsabilità italiana provoca una crisi con la
Jugoslavia. Vittorio Emanuele III visita l’Eri­
trea
4 ottobre In Ungheria, Gömbös diventa primo ministro
22 ottobre Nel suo discorso di Torino, Mussolini perora
la causa dell’accordo delle Quattro potenze
28 ottobre Rinnovo del trattato franco-jugoslavo. Fallisce
la proposta fatta per ritorsione da Mussolini
per l’unione doganale italo-albanese
29 novembre De Bono presenta il primo piano per l’invasione
dell’Etiopia. Firma del patto di non aggressione
tra Russia e Francia
2 dicembre Incidenti dei « Leoni di Traù »: peggioramento
della crisi italo-jugoslava
15 dicembre Mussolini accetta il piano di De Bono: l’attacco
all’Etiopia è previsto per il mese di settem­
bre 1935
1933 gennaio Durante questo mese si deteriorano i rapporti
italo-nipponici per via del progettato matri­
monio della figlia di un principe giapponese
con un nipote di Hailè Selassiè
3 gennaio Mussolini espone per la prima volta il piano
della guerra etiopica ai suoi diplomatici di
grado più elevato
8 gennaio A Vienna la stampa socialista rivela i partico­
lari della spedizione di armi italiane a Hirten-
berg in Austria: conseguente aggravamento
della crisi
Tavola cronologica 255

30 gennaio Hitler diventa Cancelliere del Reich


31 gennaio Renzetti presenta a Hitler le congratulazioni
di Mussolini
6 febbraio Proposta italo-ungherese alla Germania per
un’intesa politica; Hitler respinge il progetto
16 febbraio Le potenze della Piccola Intesa si accordano
sulle misure difensive da prendere contro la
Germania
marzo Ai primi del mese giunge notizia a Roma di
una guerra preventiva franco-jugoslava proget­
tata contro l’Italia per il mese d’aprile
4 marzo Mussolini traccia il piano del patto a quattro
5 marzo Elezioni del Reichstag: nazionalsocialisti e na­
zionalisti raggiungono la maggioranza
7 marzo In Austria Dollfuss sospende il governo parla­
mentare
9-10 marzo Il Gran Consiglio del fascismo delibera di ab­
bandonare la politica filotedesca
14 marzo Il piano di Mussolini per il patto a quattro
viene presentato alla Germania, alla Francia e
all'Inghilterra
16 marzo Ramsay MacDonald presenta un piano per il
disarmo
27 marzo Il Giappone esce dalla Società delle Nazioni
11-12 aprile Göring e von Papen in visita a Roma
17 aprile Dollfuss incontra Mussolini a Roma
19-20 aprile Gentlemen’s agreement tra Mussolini e von
Hassell per la consultazione italo-tedesca in
merito ai problemi non europei e coloniali
7 giugno Viene siglato il patto a quattro
12 giugno-27
luglio A Londra, conferenza economica internazionale
luglio In questo mese Mussolini assume il ministero
della guerra
15 luglio Firma del Patto a quattro (che però non viene
successivamente ratificato)
20 luglio Concordato tra la Germania e la Santa Sede
fine luglio Accordo di collaborazione italo-ungherese con­
tro un Anschluss
19-20 agosto Incontro Mussolini-Dollfuss a Riccione: si pro­
mette all’Austria l’aiuto italiano in campo eco­
nomico e militare
2 settembre Patto di non aggressione tra Russia e Italia
256 Mussolini fondatore dell’Impero

10 settembre Dollfuss espelle i liberali dal suo governo


14 ottobre La Germania si ritira dalla conferenza per il
disarmo ed esce dalla Società delle Nazioni
novembre In questo mese Mussolini diventa ministro sia
dell’aeronautica che della marina
6 novembre Göring porta a Roma la lettera personale di
Hitler a Mussolini
14 novembre Discorso di Mussolini contro la Società delle
Nazioni
dicembre Verso la fine del mese il governo italiano orga­
nizza a Roma il congresso degli studenti pro­
venienti dai paesi del Medio Oriente
5 dicembre Mussolini presenta al Gran Consiglio del fa­
scismo il suo piano per la « riforma » della
Società delle Nazioni
1934 Nel corso dell’anno piloti tedeschi si addestrano
in Italia (l’accordo si conclude nell’autunno)
26 gennaio Trattato di amicizia tra Germania e Polonia
8 febbraio Mussolini discute il piano di guerra per l’Etio­
pia con i consiglieri militari e politici. Trattato
commerciale tra Russia e Italia
12-16 febbraio A Vienna scoppia la guerra civile
17 febbraio Dichiarazione dell’Inghilterra, della Francia e
dell’Italia in difesa dell’indipendenza austriaca
21 febbraio Rinnovo del trattato commerciale tra la Ger­
mania e l’Ungheria
16 marzo Hitler ordina ai nazisti austriaci di interrom­
pere le attività terroristiche
17 marzo Italia, Ungheria e Austria firmano i Protocolli
di Roma
18 marzo Nel suo discorso alla seconda assemblea quin­
quennale del partito fascista Mussolini dichiara
che gli interessi più importanti dell’Italia si
trovano in Asia e in Africa
21 marzo L’Inghilterra riesuma con l’Etiopia il piano
di Zeila
29 marzo Ventilata proposta per un incontro di Musso­
lini con Hitler
aprile In questo mese vengono stanziati per la prima
volta da Roma i fondi per fare dell’Eritrea una
base di guerra
17 aprile La Francia respinge le proposte inglesi e tede­
sche per un compromesso sul disarmo
Tavola cronologica 257

I maggio Dollfuss dichiara che l’Austria è uno Stato


corporativo
7 maggio In una riunione di esperti Mussolini decide di
inviare in Eritrea un corpo d’armata
12 maggio Per l’attuazione del piano di guerra contro
l’Etiopia Badoglio insiste per una proroga di
tre anni
25 maggio Mussolini e consiglieri decidono che un inci­
dente in Eritrea, come pretesto per muovere
guerra contro l’Etiopia, si deve inscenare sol­
tanto quando l’Italia è militarmente pronta
28 maggio « Il Popolo d’Italia » pubblica il bellicoso arti­
colo di Mussolini
29 maggio Si conclude la conferenza per il disarmo. Mus­
solini dice a von Hassell che per lui l’Austria
è uno Stato « tedesco »
14-15 giugno Mussolini e Hitler si incontrano a Venezia
23 giugno Dimostrazione navale italiana a Durazzo, in
Albania: proteste internazionali
25 giugno I nazisti austriaci riuniti a Zurigo progettano
un putsch contro Dollfuss
30 giugno Eccidio di Rohm e dei suoi seguaci
luglio Mussolini e Dollfuss avrebbero dovuto incon­
trarsi a Riccione alla fine di questo mese
10 luglio Dollfuss costituisce un governo di emergenza,
in cui assume personalmente il ministero per
la sicurezza
16 luglio I nazisti austriaci mettono a punto a Monaco
i piani per il putsch
25 luglio Dollfuss viene assassinato, ma il putsch fallisce.
Inizia una campagna di stampa italiana contro
la Germania; invio di rinforzi alla frontiera
dell’Italia con l’Austria
agosto Durante questo mese il Consiglio della Società
delle Nazioni stabilisce che il plebiscito nella
Saar si tenga nel gennaio del 1935
I agosto La Jugoslavia dichiara che un’invasione ita­
liana dell’Austria costituirebbe un casus belli
10 agosto Mussolini emana disposizioni per smentire le
voci secondo cui l’Italia intende entrare in
guerra con l’Etiopia. La tensione italo-jugoslava
si aggrava
21 agosto Mussolini e Schuschnigg si incontrano a Firenze
258 Mussolini fondatore dell’Impero

settembre Durante questo mese l’Italia promuove ad am­


basciata la legazione di Canton, peggiorando
i rapporti con il Giappone
9 settembre Discorso provocatorio di Balbo a Zara in me­
rito agli affari italo-jugoslavi
18 settembre La Russia entra nella Società delle Nazioni
27 settembre Italia, Francia e Inghilterra riconfermano la di­
chiarazione fatta il 17 febbraio in merito al­
l’Austria
30 settembre Rinnovo del trattato italo-etiopico del 1928
ottobre Durante questo mese Vittorio Emanuele III
visita l’Eritrea e la Somalia italiana. Si pre­
dispone la visita di Barthou a Roma
3 ottobre Si intensifica il conflitto della stampa italo-
jugoslava
6 ottobre Il discorso di Mussolini a Milano contiene toni
meno ostili nei riguardi della Jugoslavia
9 ottobre A Marsiglia vengono assassinati re Alessandro
di Jugoslavia e Louis Barthou, primo ministro
francese
28 ottobre Hailè Selassiè chiede armi alla Germania
22 novembre A Ginevra la Jugoslavia accusa l’Ungheria di
complicità negli assassinii di Marsiglia. L’Italia
difende l’Ungheria
dicembre Durante questo mese vengono ultimati i piani
per le trattative italo-francesi di gennaio
5 dicembre Mussolini protesta contro la Germania a causa
di voci sui preparativi in Baviera di attacchi
aerei sull’Italia
5-6 dicembre Incidente di Ual-Ual nella zona contesa tra
l’Etiopia e la Somalia italiana. Rinforzi italiani
inviati in Somalia
8 dicembre L’Italia esige scuse e risarcimento dall’Etiopia
a seguito dell’incidente di Ual-Ual
9 dicembre L’Etiopia invoca l’articolo V del trattato del
1928 con l’Italia. La Jugoslavia minaccia di
riprendere « libertà d’azione » nei riguardi del­
l’Ungheria
10 dicembre Gli sforzi italiani e inglesi evitano che la crisi
tra la Jugoslavia e l’Ungheria giunga alle estre­
me conseguenze
14 dicembre Mussolini si rifiuta di negoziare con l’Etiopia
Tavola cronologica 259

in base al trattato del 1928; l’Etiopia denuncia


l’incidente di Ual-Ual alla Società delle Nazioni
20 dicembre Mussolini traccia le direttive per l’invasione
dell’Etiopia
26 dicembre Hailè Selassiè riceve la lettera di Hitler del
27 novembre; Steffen si reca in Etiopia per
parlare dell’aiuto militare tedesco
28 dicembre Mussolini decide di abbandonare l’Ungheria e
di accordarsi con la Francia e con la Jugoslavia
in merito all’Europa sud-orientale
30 dicembre Le direttive di Mussolini per la guerra etiopica
vengono presentate ai capi militari
1935 3 gennaio L’Etiopia invoca l’articolo XI del patto gi­
nevrino
4 gennaio Lavai giunge a Roma
7 gennaio Firma degli accordi di Roma tra Francia e
Italia (con clausole segrete riguardanti l’Etiopia
e la cooperazione militare)
13 gennaio Maggioranza schiacciante del plebiscito saarrese
a favore dell’unione con la Germania
14 gennaio Nuova protesta dell’Inghilterra per le molestie
causate dagli italiani ai nomadi della zona di
Ual-Ual sotto protezione inglese
16 gennaio De Bono raggiunge Massaua; Mussolini diventa
ministro delle colonie
19 gennaio L’Italia accetta di negoziare con l’Etiopia in
base al trattato del 1928
23 gennaio Mussolini ordina l’esecuzione dei preparativi
di guerra contro l’Etiopia
28 gennaio L’Italia non riesce a ottenere l’appoggio tede­
sco per una convenzione europea di non in­
tervento
29 gennaio A Londra Vitetti informa Simon in merito a
un accordo economico italo-francese riguardo
all’Etiopia, suggerendone uno analogo con l’In­
ghilterra
4 febbraio Il comunicato anglo-francese sull’indipendenza
austriaca propone anche un patto aereo europeo
10 febbraio Si prepara in Italia il corpo d’armata da desti­
nare all’Africa orientale; chiasso della stampa
internazionale
20 febbraio A Londra si è d’accordo che Simon visiti Ber-
260 Mussolini fondatore dell’Impero

lino Γ8 marzo (data successivamente postici­


pata)
27 febbraio Il governo inglese affronta per la prima volta
la questione etiopica; viene costituita la com­
missione Maffey per l’accertamento degli inte­
ressi inglesi in Africa orientale
1 marzo La Saar ritorna alla Germania
5 marzo Viene ufficialmente istituita la Luftwaffe
16 marzo Ripristinato in Germania il servizio militare
obbligatorio
17 marzo L’Etiopia invoca gli articoli X e XV del Co­
venant ginevrino
25-26 marzo Simon e Eden incontrano Hitler a Berlino
26 marzo Von Hassell smentisce le voci in merito al­
l’intenzione dei tedeschi di invadere l’Austria
e l’Italia
28 marzo La Germania controbatte le accuse italiane di
un accordo segreto per fornire armi all’Etio­
pia
Verso la fine del mese De Bono sospetta che
l’Etiopia voglia attaccare l’Eritrea; si affrettano
i preparativi militari italiani
aprile Durante questo mese Roma protesta energica­
mente contro la campagna di stampa antiita-
liana promossa in Germania
4 aprile Guariglia nominato capo del nuovo diparti­
mento degli affari etiopici
8 aprile Il governo inglese discute della posizione da
assumere alla conferenza di Stresa con l’Italia
e la Francia
10 aprile Mussolini accetta finalmente l’arbitrato con
l’Etiopia
11-14 aprile La conferenza di Stresa ribadisce gli impegni
di Locamo; i funzionari italiani e inglesi par­
lano dell’Etiopia in sede privata
15-17 aprile Si riunisce il Consiglio della Società delle Na­
zioni: Simon chiede che l’Italia e l’Etiopia
designino dei conciliatori prima che il Consiglio
torni a riunirsi il 20 maggio
24 aprile A Roma si viene a sapere della proposta di
trattative navali anglo-tedesche
2 maggio Firma del trattato di reciproca assistenza tra
Russia e Francia. In Germania si emanano
Tavola cronologica 261

disposizioni militari per una eventuale inva­


sione della Cecoslovacchia
3 maggio Grandi chiede se l’Inghilterra darà all’Italia
carta bianca in Etiopia come ha fatto la Francia
7 maggio L’Italia richiama alle armi altre classi
13 maggio Firma degli accordi aerei italo-francesi
14 maggio Nel suo discorso al senato Mussolini conferma
la volontà dell’Italia di mantenere una funzione
attiva a salvaguardia della sicurezza europea
16 maggio Trattato di reciproca assistenza tra Russia e
Cecoslovacchia; Francia e Russia d’accordo in
merito al problema cecoslovacco
19 maggio Mussolini designa i membri italiani della com­
missione di conciliazione e arbitrato
20 maggio Il Consiglio della Società delle Nazioni torna
a riunirsi
21 maggio Nel suo discorso al Reichstag Hitler smentisce
che la Germania abbia di mira un Anschluss
25 maggio A Ginevra, soluzione di compromesso in merito
all’Etiopia: la controversia sarà discussa dal
Consiglio della Società delle Nazioni soltanto
in caso di fallimento della commissione di con­
ciliazione e arbitrato. Parlando alla Camera dei
deputati Mussolini mette in rilievo la portata
mondiale della sua condotta politica. La Ger­
mania ordina la tregua di stampa sulla politica
italiana
Verso la fine di maggio Mussolini medita di
inscenare un altro incidente come scusa migliore
di quello di Ual-Ual per invadere immediata­
mente l’Etiopia. Diplomatici e generali si op­
pongono alla proposta. Richiamo alle armi di
altre classi
giugno In questo mese giunge voce a Londra di navi
italiane per trasporto truppe in rotta verso il
Mar Rosso
7 giugno Rimpasto di governo in Inghilterra: primo mi­
nistro Baldwin, ministro degli esteri Hoare
18 giugno Firma dell’accordo navale anglo-tedesco. Ulti­
mata la prima stesura del rapporto Maffey
19 giugno Il governo inglese accetta una nuova versione
del piano relativo al porto di Zeila
20 giugno Eden si reca da Lavai a Parigi
262 Mussolini fondatore dell'Impero

24-25 giugno Eden incontra Mussolini a Roma


27 giugno Resi noti i risultati del Peace Ballot
28 giugno Concluso l’accordo militare italo-francese
luglio Ai primi del mese l’Italia dà inizio alla mobi­
litazione navale nel Mediterraneo e nel Mar
» Rosso. L’Ammiragliato adotta misure cautela­
tive
Nel corso del mese si hanno in Giappone vi­
branti manifestazioni antiitaliane
3 luglio Eden esprime al governo la sua convinzione
che l’Italia intende invadere l’Etiopia
5 luglio La commissione di conciliazione e arbitrato
arriva a un punto morto
17 luglio L’Etiopia si rivolge ancora a Berlino chiedendo
armi tedesche, trasportate successivamente dal­
la « Santa Maria » in Africa orientale
24 luglio L’Etiopia chiede con insistenza la riunione
straordinaria del Consiglio della Società delle
Nazioni
25 luglio Appello degli arcivescovi per sostenere la So­
cietà delle Nazioni
31 luglio-3
agosto Si riunisce il Consiglio della Società delle
Nazioni
agosto Ai primi del mese viene presentato al governo
il rapporto Maffey
3 agosto Von Hassell informa Mussolini che la Germa­
nia resterà neutrale nella crisi etiopica
6 agosto Mussolini avverte Vittorio Emanuele III della
eventualità di una guerra con l’Inghilterra
14 agosto Badoglio obietta a Mussolini che l’Italia è im­
preparata per una guerra con l’Inghilterra
15-18 agosto Colloqui italo-anglo-francesi a Parigi. Mussolini
respinge il compromesso anglo-francese. Cerca,
ma senza riuscirvi, di anticipare la data del­
l’invasione
17 agosto Altri rinforzi italiani in partenza per l’Africa
orientale. Attuazione dei piani per l’aumento
della forza navale italiana nel Mar Rosso
22-24 agosto Riunioni di emergenza del governo inglese: si
decide in merito alle nuove disposizioni navali
23 agosto Nella zona del Brennero iniziano le manovre
Tavola cronologica 263

dell’esercito italiano: Germania e Austria pro­


testano energicamente
29 agosto La flotta inglese del Mediterraneo lascia Malta
dirigendosi verso Alessandria
31 agosto Roosevelt firma il Neutrality Act
settembre Ai primi del mese l’Italia invia rinforzi n
Libia. Badoglio esorta di nuovo Mussolini a
evitare la guerra con l’Inghilterra
3 settembre La commissione di conciliazione e arbitrato,
presieduta da Politis, emette un verdetto che
non è pregiudizievole né per l’Italia né per
l’Etiopia
4 settembre L’Italia denuncia al Consiglio della Società
delle Nazioni la « barbarie » etiopica
6 settembre Il Consiglio della Società delle Nazioni nomina
la commissione dei Cinque per arrivare a un
compromesso italo-etiopico
10 settembre Hoare e Lavai concordano di imporre all’Italia
soltanto sanzioni non militari
11 settembre Hoare denuncia l’Italia all’Assemblea della So­
cietà delle Nazioni
13 settembre Discorso di Lavai all’Assemblea
16-17 settem­ Canaris e Roatta parlano della collaborazione
bre di polizia segreta
15 settembre Il discorso di Hitler a Norimberga lascia in­
tendere che la Germania non sosterrà le san­
zioni: energica reazione inglese
17 settembre Unità della Home Fleet raggiungono Gibil­
terra
L’Italia accresce le sue forze nel Mar Rosso
19 settembre Le proposte della commissione dei Cinque
vengono presentate all’Italia e all’Etiopia
22 settembre L’Italia respinge le proposte
25 settembre L’Etiopia chiede l’invio di osservatori neutrali
alle sue frontiere
26 settembre La società delle Nazioni nomina la commis­
sione dei Tredici per giungere a un nuovo com­
promesso
29 settembre Mobilitazione in Etiopia
Tra la fine di settembre e i primi di ottobre
la Germania offre di vendere armi all’Inghil­
terra. Mussolini propone a Hoare di ritirare
264 Mussolini fondatore dell'Impero

contemporanearente dal Mediterraneo le navi


da guerra inglesi e le truppe italiane. Hoare
indica che per l’Etiopia si può trovare una
soluzione favorevole all’Italia
2 ottobre Discorso di sfida di Mussolini al raduno di
Roma
3 ottobre Le truppe italiane invadono l’Etiopia dall’Eri­
trea, senza dichiarazione di guerra
7 ottobre Il Consiglio della Società delle Nazioni con­
danna l’Italia come paese aggressore
18 ottobre Accordi anglo-francesi di cooperazione nel Me­
diterraneo
6 novembre La commissione delle sanzioni sostiene di in­
cludere nell’embargo il petrolio. Al Gran Con­
siglio del fascismo Mussolini dice che l’Italia
deve prevenire le sanzioni entrando in guèrra
con l’Inghilterra
14 novembre Elezioni politiche inglesi; confermato il go­
verno nazionale con una maggioranza diminuita
2-3 dicembre Mussolini viene a sapere delle trattative favo­
revoli all’Italia, svoltesi a Londra tra Grandi
e Vansittart
6 dicembre Gli Stati dell’Europa orientale accettano, con
alcune riserve, di sostenere l’Inghilterra nella
guerra con l’Italia qualora la Società delle
Nazioni estenda le sanzioni
6-7 dicembre Perfezionato a Parigi il piano Hoare-Laval
15 dicembre Gli etiopici lanciano la controffensiva. Gli ita­
liani preparano la risposta al piano Hoare-
Laval
18 dicembre Mussolini si oppone alle pressioni del Gran
Consiglio del fascismo affinché egli accetti il
piano Hoare-Laval. Lo stesso giorno la Camera
dei comuni respinge il piano e Hoare si di­
mette
1936 5 gennaio I francesi protestano contro le intenzioni ita­
liane di bombardare la ferrovia Gibuti-Addis
Abeba
6 gennaio Da Roma von Hassell informa Hitler che l’Ita­
lia non farà più obiezione a che l’Austria di­
venga un satellite tedesco
12 gennaio Graziani lancia l’offensiva dal meridione
Tavola cronologica 265

16 gennaio Vittoria del Fronte popolare nelle elezioni


spagnole
17 gennaio Hitler informa von Hassell di essere preoccu­
pato per paura che la sconfitta italiana deter­
mini il crollo del fascismo
19 gennaio Fallita offensiva di Badoglio nel settentrione
22 gennaio Dimissioni di Lavai
11 febbraio Hitler decide di occupare la Renania. Badoglio
lancia una nuova offensiva sul fronte setten­
trionale
14 febbraio Hitler conferisce con von Hassell
19 febbraio L’offensiva di Badoglio coronata dal successo;
ormai Mussolini vuole conquistare tutta l’Etio­
pia. Ulteriori colloqui tra Hitler e von Hassell
26 febbraio Il governo inglese delibera di includere il pe­
trolio nelle sanzioni
2 marzo Eden comunica a Flandin la decisione relativa
al petrolio
3 marzo Mussolini fa capire a von Hassell che l’Italia
non si oppone alla occupazione tedesca della
Renania
6 marzo Mussolini decide di far ritirare l’Italia dalla
Società delle Nazioni e di adottare una politica
filotedesca
7 marzo Ingresso delle truppe tedesche nella Renania.
La contemporanea dichiarazione di Hitler di
voler rientrare nella Società delle Nazioni la­
scia sbalordito Mussolini
11 marzo Il ministero degli esteri italiano è favorevole
a sostenere la Francia in base al trattato di
Locamo, ma Mussolini insiste per la neutralità
30 marzo Vengono firmati a Roma gli accordi interve­
nuti tra Bocchini e Himmler per la coopera-
zione tra la polizia segreta italiana e quella
tedesca
Abbreviazioni

ASMAE Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, Roma


CAB Cabinet Office, London
D.B.F.P. Documents on British Foreign Policiy
D.D.F Documents Diplomatiques Français
D.G.F.P. Documents on German Foreign Policy
F.O. Foreign Office, London
P.R.O. Public Record Office, London
R.I.I.A. Royal Institute of International Affairs, London
SAC St Anthony’s Collection, Oxford
W.O. War Office, London
Introduzione

1 Cfr. I. Kirkpatrick, Mussolini: Study of a Demagogue, London-New


York 1964, pp. 84-8 (trad. it. Storia di Mussolini, Milano 1964, pp. 87-8).
2 Grandi descrisse il problema demografico nel suo discorso al senato
italiano del 3 giugno 1932: cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi del­
l'Europa di Versailles: Studio sulla diplomazia italiana ed europea, 1931-
1933, Milano 1967, pp. 71-2, nonché F. Chabod, A History of Italian
Fascism, London 1963.
3 Per le critiche di Enrico Corradini contro i liberali, cfr. C. Seton-
Watson, Italy from Liberalism to Fascism, 1870-1923, London 1967, p. 351
(trad. it. L’Italia dal liberalismo al fascismo, 1870-1923, Bari 1967, pp.
410 sgg.).
4 Jens Petersen mi ha cortesemente fatto leggere il suo articolo Gesell­
schaftssystem, Ideologie und Interesse in der Aussenpolitik des Faschistischen
Italien, « Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Biblio­
theken », LIV, Tübingen 1974, in cui si tratta degli aspetti ideologici della
politica di Mussolini. Aspetti che, sotto il profilo della politica estera, sono
illustrati anche da P. V. Cannistraro e E. D. Wynot (Jr), On the Dynamics
of Anti-Communism as a Function of Fascist Foreign Policy, 1933-1943,
« Il Politico », XXXVIII, 1973.
5 Per una valida esposizione della funzione degli emigrati e delle con­
siderazioni ideologiche nella politica di Mussolini, cfr. A. Cassels, Mussolini’s
Early Diplomacy, Princeton (N. J.) 1970, pp. 365-76 e 9.
6 G. Salvemini, Prelude to World War II, London 1953, in partico­
lare pp. 119-20 (ed. it. Preludio alla seconda guerra mondiale, in G. Sal­
vemini, Opere, serie III: Scritti di politica estera, vol. Ili, Milano 1967).
Per una trattazione particolareggiata della storiografia italiana moderna,
cfr. J. Petersen, La politica estera del fascismo come problema storiografico,
« Storia Contemporanea », III, 1972.
7 Salvemini, op. cit., cap. 59.
8 G. Carocci, Salvemini e la politica estera del fascismo, « Studi Sto­
rici », X, 1968.
9 Citato da Petersen, La politica estera del fascismo cit., p. 665.
10 Seton-Watson e Cassels, opp. citi. Cfr. anche H. S. Hughes, The
Early Diplomacy of Italian Fascism, 1922-1932, in The Diplomats, 1919-
1939, a cura di G. A. Craig e F. Gilbert, Princeton (N. J.) 1953.
11 G. Rumi, ‘ Revisionismo ’ fascista ed espansione coloniale, 1923-
1933, « Il Movimento di Liberazione in Italia », XVII, n. 85, 1965; Pe­
tersen, La politica estera del fascismo cit., p. 672.
270 Mussolini fondatore dell'Impero

12 Petersen, La politica estera del fascismo cit., p. 674.


13 Per un riassunto del discorso di Mussolini del I novembre 1936, in
cui si parla dell’Italia come di un’isola, cfr. Ciano's Diplomatic Papers, 12
June 1936-10 April 1942, a cura di M. Muggeridge, London 1948, pp. 60-1.
14 F. W. Deakin, The Brutal Friendship: Mussolini, Hitler and the Fall
of Fascism, London 1962, pp. 19-22 (trad. it. Storia della repubblica di
Salò, Torino 1963, pp. 7-8). Riguardo agli obiettivi a lungo termine di
Mussolini nel Mediterraneo, cfr. G. Rumi, Alle origini della politica estera
fascista, 1918-1923, Bari 1968.
15 D’Amoja, op. cit., p. 132.
16 G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista, 1923-1928, Bari
1969, pp. 18-31.
17 R. De Felice, Mussolini il Duce: gli anni del consenso, 1922-1936,
Torino 1972, pp. 367-70, parla dei cambiamenti sopravvenuti a seguito della
nomina di Grandi a ministro degli esteri.
18 Carocci, op. cit.
19 Sono molto grato a Frau Ilse von Hassell, vedova di Ulrich von
Hassell, per aver attirato la mia attenzione su questo particolare.
20 Kirkpatrick, op. cit., p. 273 (trad. it. cit., p. 277). Per il testo,
cfr. SAC, Job 1/3.
21 Cfr. R. L. Hess, Italian Colonialism in Somalia, Chicago-London
1966, cap. 7.

1. Il rimpasto di luglio-agosto del 1932

1 Per il testo dell’accordo del 1906, cfr. A. J. Barker, The Civilising


Mission: The Italo-Ethiopian War, 1933-1936, London 1968, appendice I,
pp. 303-7.
2 R. Greenfield, Ethiopia: A New Political History, London-New York
1965, pp. 134-9.
3 R. L. Hess, Italy and Africa: Colonial Ambitions in the First World
War, « J. African History », IV, 1963.
4 G. W. Baer, The Coming of the Italian-Ethiopian War, Cambridge
(Mass.) 1967, p. 14 (trad. it. La guerra italo-etiopica e la crisi dell'equi­
librio europeo, Bari 1970, p. 14); Seton-Watson, op. cit., pp. 683-4 (trad,
it. cit., pp. 757-8).
5 F. Hardie, The Abyssinian Crisis, London 1974, pp. 17-9; Cassels,
op. cit., pp. 297-300; P. G. Edwards, Britain, Fascist Italy and Ethiopia,
1923-1928, «European Studies Review», IV, 1974, e The Austen Cham­
berlain-Mussolini Meetings, «Historical J.», XIV/1, 1971. Edwards con­
trobatte l’opinione secondo cui l’Inghilterra aveva bisogno dell’appoggio
italiano per far pressione sulla Turchia, allo scopo di incorporare nell’Iraq
la provincia di Mosul. Antoinette Iadarola, Co-operation and Conflict:
Anglo-Italian Relations towards Ethiopia, 1919-1934 (tesi di laurea, George­
town University, Washington, D. C., 1975), parla dell’ammissione del­
l’Etiopia alla Società delle Nazioni (cap. 2) e degli accordi anglo-italiani
(cap. 5). Basando la sua relazione in parte sui documenti del Committee of
Imperial Defence, ella sostiene che nel 1924-25 l’Inghilterra aveva bisogno
della cooperazione di altre potenze, compresa eventualmente l’Italia, con­
tro la Turchia. Le sono grato per avermi consentito di citare il suo lavoro.
Noie al capitolo I 271

6 F. P. Walters, A History of the League of Nations, 2 volt, London


1952, pp. 397-8.
7 D.D.F., serie I, vol. II, 182, allegati; Iadarola, op. cit., cap. 3.
8 Cfr. l’introduzione dj M. Toscano a P. Aloisi, journal, 25 juillet
1932-14 juin 1936, Paris 1957.
9 Hardie, op. cit., pp. 20-2.
10 Cfr. J. Petersen, Hitler-Mussolini: Die Entstehung der Achse Berlin-
Rom, 1933-1936, Tübingen 1973, p. 381 (trad. it. Hitler e Mussolini. La
difficile alleanza, Roma-Bari 1975, p. 340).
11 Baer, op. cit., p. 19 (trad. it. cit., p. 18); G. Rochat, Militari e poli­
tici nella preparazione della campagna d’Etiopia: studio e documenti, 1932-
1936, Milano 1971, p. 23.
12 D.D.F., (1) II, 182, allegato 7.
13 R. Guariglia, Ricordi, 1922-1946, Napoli 1950, pp. 127 sgg.
14 Cfr. G. Warner, Pierre Laval and the Eclipse of France, London
1968, pp. 42-4.
15 ASMAE, fascicolo 3, sottofascicolo 2: Grandi a Mussolini, 25 lu­
glio 1932.
16 E. De Bono, La preparazione e le prime operazioni, Roma 1937,
pp. 2-4; Rochat, op. cit., pp. 26-9.
17 SAC, Job 263 (1).
18 D’Amoja, op. cit., pp. 72-3.
19 Guariglia, op. cit., pp. 164, 180 e Appendice A, pp. 763-73.
20 Ivi.
21 D.D.F., (1) II, 182, allegati.
22 Cassels, op. cit., pp. 364-5; S. H. Roberts, The History of French
Colonial Policy, 1870-1939, London 1963, pp. 285-93. Cfr. inoltre D.D.F.,
(1) II, 41: dispaccio da Roma, 28 novembre 1932.
23 D.D.F., (1) II, 182; Cassels, op. cit., pp. 361-4. Mussolini appoggiò
anche un movimento per l’autonomia in Corsica, ritenuta un’importante
base aerea francese per eventuali attacchi alle zone industriali dell’Italia
settentrionale: cfr. Cassels, op. cit., pp. 87-8; Seton-Watson, op. cit., p. 692
(trad. it. cit., pp. 776-7); e nota 49 di questo capitolo.
24 D.D.F., (1) I, 105, 110; II, 182. Cfr. anche Guariglia, op. cit.,
pp. 184 sgg.
25 D.D.F., (1) I, 179; Cassels, op. cit., pp. 362-5. Per una esposizione
generale sugli insediamenti italiani nel Mediterraneo, cfr. E. Monroe, The
Mediterranean in Politics, London 1938, pp. 125-9, 172, 196.
26 Guariglia, op. cit., pp. 184, 198-9, 773-89. Cfr. anche D’Amoja,
op. cit., p. 107.
27 D.D.F., (1) I, 105, 110, 260. Cfr. anche D.B.F.P., serie 2, vol. VI,
357, n. 1
28 Seton-Watson, op. cit., pp. 697-8 (trad. it. cit., p. 787).
29 DDF., (1) II, 182, allegati.
30 Ivi, 174, 182, 197; IV, 17; V, 486.
31 Guariglia, op. cit., p. 450: e D.D.F., (1) I, 317; II, 182, allegati.
32 Guariglia, op. cit., pp. 139 sgg.
33 DD F., (1) II, 182.
34 Ivi, I, 214; II, 182.
35 Guariglia, op. cit., pp. 139-40.
36 Ivi, p. 144. Berthelot preferì condurre queste trattative con Theo-
doli, anziché con l’ambasciatore italiano a Parigi.
37 Ivi, pp. 144-64.
272 Mussolini fondatore dell’Impero

38 Ivi, pp. 175-6, Per un resoconto del problema degli emigrati, cfr.
Cassels, op. cit., pp. 365 sgg.
39 D.D.F., (1) I, 214; II, 183.
90 Guariglia non credeva che le difficoltà incontrate fossero sufficienti
a far desistere l’Italia dal proseguire la « politica periferica » (Guariglia,
op. cit., Appendice A).
41 ASMAE, Carte Grandi, fascicolo 3, sottofascicolo 2, 309: testo di
una conversazione in data giugno o luglio 1932 tra Grandi e Paganon, un
collaboratore di Herriot.
42 D.D.F., (1) I, 260, 266, 272, 273. Riguardo all’atteggiamento del­
l’esercito francese, cfr. I, 244, 250, 260, 277; II, 203; IV, 168. De Felice,
Mussolini il Duce cit., pp. 363, 384-5, parla dell’antagonismo navale e co­
loniale italo-francese.
43 D.D.F., (2) I, 329.
44 D.D.F., (1)1, 266, allegato alla nota del 21 ottobre 1932.
45 Seton-Watson, op. cit., pp. 692-3 (trad. it. cit., p. 782).
46 D.D.F., (2) I, 82, 83.
47 D.D.F., (1) I, 203. È interessante conoscere che il generale Wey-
gand criticò energicamente l’opinione secondo cui la programmazione mi­
litare francese dovesse partire dal presupposto che una guerra futura sa­
rebbe stata puramente difensiva.
48 Ivi, I, 266.
49 Aloisi, op. cit., 14 gennaio 1933. I francesi si preoccuparono delle
mire italiane in Corsica nel settembre del 1933: D.D.F., (1) IV, 188.
50 Cfr. Cassels, op. cit., pp. 85-7.
51 Per un ragguaglio completo, cfr. J. Barros, Fbe Corfu Incident of
1921: Mussolini and the League of Nations, Princeton (N. J.) 1965, pp.
42-57. Cfr. anche Walters, op. cit., pp. 245-55; Cassels, op. cit., pp. 86-7.
52 La politica navale inglese dopo il 1930 sarà trattata da S. W. Roskill,
Naval Policy between the Wars, vol. II (in via di pubblicazione). Per la
politica inglese nell’Estremo Oriente, cfr. C. Thorne, The Limits of Foreign
Policy, London 1972.
53 Esprimo la mia gratitudine a Peter Kent, della New Brunswick
University, che mi ha permesso di utilizzare il capitolo su Malta della sua
tesi di laurea The Repercussions of the Lateran Agreements on Mussolini’s
Policy (in preparazione). Cfr. inoltre W. K. Hancock, Survey of British
Commonwealth Affairs, vol. I: Problems of Nationality, London 1937.
54 Per una esauriente esposizione in merito ai gruppi di pressione che
cercavano di formulare la politica estera italiana, cfr. Carocci, La politica
estera cit., cap. 2, pp. 18-31.
55 P.R.O., F.O. - C 1742/24/22, I marzo 1929. Il Vaticano aveva altri
motivi di lamentarsi; Strickland si era rifiutato di autorizzare le autorità
ecclesiastiche a espellere per motivi disciplinari un prete ribelle: P.R.O.,
F.O. - C 1535/24/22, 25 febbraio 1929.
56 Ivi, F.O. - 800/281, Carte Arthur Henderson: lettera da Graham
a Henderson, 6 maggio 1930.
57 Ivi, F.O. - C 2670/3/22, 20 aprile 1931.
58 Ivi, F.O. - C 1474/1027/22, 22 febbraio 1932.
39 Ivi, F.O. - C 8719/491/22, 14 ottobre 1932.
« Ivi, F.O. - C 7428/7/22, 21 agosto 1933; ivi, C 7821/7/22, 5 set­
tembre 1933; Aloisi, op. cit., 6 novembre 1933. Cfr. anche D.B.F.P., (2)
VI, 164.
61 Guariglia, op. cit., pp. 144-64.
Note al capitolo II 273

62 Ivi, p. 434.
63 D’Amoja, op. cit., pp. 74, 106.
64 Ivi, pp. 82-3; Aloisi, op. cit., 26 luglio 1932, n. 2.
65 Aloisi, op. cit., 26 luglio 1932; D’Amoja, op. cit., pp. 73, 109-10.
66 D’Amoja, op. cit., pp. 88, 133 sgg.
67 Ivi, pp. 95 sgg., 99.
68 Per un breve ma valido studio della politica estera di Mussolini
negli anni Trenta, cfr. C. J. Lowe e F. Marzari, Italian Foreign Policy 1870-
1940, London 1975. Sull’abilità propagandistica di Mussolini, cfr. D. Mack
Smith, Mussolini’s Roman Empire, London-New York 1976, cap. IL

Li. Europa e Africa nel 1932-33

1 Aloisi, Journal cit., 28 luglio 1932. La portata del rimpasto viene


esagerata da G. Craig, Totalitarian Approaches to Diplomatic Negotation, in
Studies in Diplomatic History and Historiography in Honour of G. P.
Gooch, London-New York 1961, pp. 107-25.
2 Aloisi, op. cit., 26 luglio, 13 settembre, 4 e 28 ottobre 1932.
3 Petersen, Hitler-Mussolini cit., p. 142, nota 37 (trad. it. cit., p. 140,
nota 40).
4 Opera Omnia di Benito Mussolini, a cura di E. e D. Susmel, 36 voli.,
Firenze 1951-63, vol. XXV, pp. 141-4. Cfr. anche D’Amoja, Declino cit.,
pp. 132-5.
5 Aloisi, op. cit., 27 ottobre, 6 novembre 1932; D.D.F., (1) I, 271.
Cfr. inoltre D’Amoja, op. cit., pp. 132-5.
6 Aloisi, op. cit., 3, 4, 25 dicembre 1935.
7 Ivi, 28 novembre 1932.
8 Ivi, 6, 8, 10 novembre 1932; D DF., (1) I, 317.
9 D D F., (1) II, 182; nonché III, 415. Il testo di questa conversa­
zione non è stato riprodotto nei documenti francesi; Aloisi ne parla in
data 14 gennaio 1933.
10 Per un resoconto particolareggiato, cfr. D’Amoja, op. cit., pp. 146-57;
L. Hory-M. Broszat, Der kroatische Vstascha-Staat, 1941-1943, Stuttgart
1964, cap. 1.
11 C. A. Macartney-A. W. Palmer, Independent Eastern Europa, Lon­
don 1966, pp. 268-77.
12 D’Amoja, op. cit., pp. 153-4; D.D.F., (2) III, 304.
13 Macartney-Palmer, op. cit., pp. 224-6. Cfr. anche R.I.I.A., Survey
1934, pp. 540-54.
14 Sul trattamento disposto da Mussolini per i tedeschi del Trentino-
Alto Adige, cfr. C. F. Latour, Südtirol und die Achse Berlin-Rom, 1938-
1943, Stuttgart 1962, cap. 2. Cfr. inoltre Seton-Watson, Italy cit., pp. 679,
689 (trad. it. cit., pp. 770, 780); Cassels, Mussolini’s Early Diplomacy cit.,
pp. 338-48.
15 Aloisi, op. cit., 15 dicembre 1932.
16 D’Amoja, op. cit., pp. 146-55. Un sunto in data 19 marzo 1933 sui
rapporti italo-jugoslavi si trova anche in D.G.F.P., serie C, vol. I, 99;
cfr. inoltre Macartney-Palmer, op. cit., pp. 294-5.
17 Aloisi, op. cit., 5 dicembre 1932.
18 D.G.F.P., (C) I, 99; cfr. anche D’Amoja, op. cit., p. 148.
19 D’Amoja, op. cit., pp. 137-9. L’autore si è servito delle memorie te­
274 Mussolini fondatore dell'Impero

desche inedite di Starhemberg, conservate a Vienna (cfr. foglio 137, n. 47),


nonché della versione pubblicata. Cfr. inoltre F. L. Casten, Fascist Move­
ments in Austria: from Schönerer to Hitler, London 1977, cap. 7.
20 Aloisi, op. cit., 28, 30 novembre, 30 dicembre 1932. Cfr. anche Pe­
tersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 81-4 (trad. it. cit., pp. 81-4).
21 D’Amoja, op. cit., pp. 159 sgg.; R.I.I.A., Survey 1914, p. 555.
22 ASMAE, B3/FX: nota del 14 dicembre 1932, firmata dal duce.
23 D.D.F., (1) II, 54, 110, 120, 129 e, in particolare, 142: rapporto da
Roma, 28 dicembre 1932. Cfr. inoltre ivi, 419: riepilogo del ministero degli
esteri francese sui rapporti italo-jugoslavi, 16 marzo 1933.
24 Aloisi, op. cit., 25 dicembre 1932.
25 Ivi, 15 dicembre 1932.
26 De Bono, La preparazione cit., cap. 1; Rochat, Militari e politici cit.,
pp. 26-33 e documento n. 1.
27 Rochat, op. cit., pp. 25-6; Barker, The Civilising Mission cit.,
pp. 136-9.
28 Hess, Italian Colonialism in Somalia cit., pp. 153-4; Rochat, op. cit.,
pp. 78-9.
29 Greenfield, Ethiopia cit., pp. 100-1 ; Hess, op. cit., p. 146; Rochat,
op. cit., p. 159.
30 Hess, op. cit., pp. 153-4.
31 Ivi, pp. 9-10, 99 sgg., 185.
32 Per un recente resoconto della struttura sociale dell’Etiopia, cfr.
P. Gilkes, The Dying Lion: Feudalism and Modernisation in Ethiopia,
London 1975, capp. 1 e 2.
33 Per notizie relative alla Chiesa etiopica, cfr. A. H. M. Jones - E. Mon­
roe, A History of Abyssinia, London 1935 (edizione riveduta, 1960), pp. 35-
43, 105-18.
34 Greenfield, op. cit., pp. 15, 53-7; Gilkes, op. cit., cap. 7.
35 Rochat, op. cit., pp. 29-32, e documenti nn. 1 e 2.
* Ibid.
37 Ibid.·, Aloisi, op. cit., 15 dicembre 1932.
38 Aloisi, op. cit., 3 gennaio 1933.
39 Cfr. l’introduzione di M. Toscano a P. Aloisi, op. cit.·, Baer, The
Coming of the Italian-Ethiopian War cit., pp. 23-4 (trad. it. cit., pp. 20-4).
40 E. R. Starhemberg, Eetween Hitler and Mussolini, London 1942,
p. 107.
41 Aloisi, op. cit., 7 gennaio 1933.
42 Ivi, 8 gennaio 1933. Per notizie più complete in merito all’affare
di Hirtenberg, cfr. L. Kerekes, Abenddämmerung einer Demokratie: Mus­
solini, Gömbös und die Heimwehr, Wien 1966, p. 125; Petersen, Hitler-
Mussolini cit., pp. 95-7 (trad. it. cit., pp. 95-7).
43 Aloisi, op. cit., 8, 9 gennaio 1933. Cfr. anche D.D.F., (1) II, 196.
44 D.D.F., (1) II, 202, 259; Aloisi, op. cit., 12 febbraio 1933. Per la
versione tedesca, cfr. D.G.F.P., (C) I, 81.
45 D’Amoja, op. cit., pp. 187 sgg.; Petersen, Hitler-Mussolini cit.,
pp. 98-9 (trad. it. cit., pp. 96-7). Cfr. inoltre Aloisi, op cit., 18 marzo 1933.
46 I colloqui a livello di stato maggiore fra i capi militari della Piccola
Intesa si tennero per la prima volta il I dicembre 1932: D.D.F., (1) II, 54.
Cfr. anche ivi, 120, 124, 194, 204, 209, 302; nonché Macartney-Palmer.
op. cit., p. 329, nota 2.
47 Aloisi, op. cit., 14 gennaio 1933. Cfr. inoltre Petersen, Hitler-Musso­
lini cit., pp. 88 sgg. (trad. it. cit., pp. 88 sgg.).
Note al capitolo II 275

4S SAC, Job 20, rapporto di Renzetti a Mussolini, 23 gennaio 1933.


Cfr. anche Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. Ill sgg. (trad. it. cit.,
pp. 110 sgg.); De Felice, Mussolini il duce cit., p. 442.
49 SAC, loc. cit., rapporto di Renzetti, 31 gennaio 1933; Aloisi, op. cit.,
13 febbraio 1933.
50 SAC, loc. cit.
51 R. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo fino al­
l’andata al potere di Hitler, 1922-1933: Appunti e documenti, Napoli 1971,
p. 207; Petersen, Hitler-Mussolini cit., p. 113 (trad. it. cit., p. 112).
52 Aloisi, op. cit., 21 maggio 1933.
53 Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 164-5 (trad. it. cit., pp. 156-7).
54 Aloisi, op. cit., 4 febbraio 1933; dispacci di von Hassell: D.G.F.P.,
(C) I, 12, 15, 29. Il carattere e gli scopi di von Hassell sono descritti da
M. Poulain, Aussenpolitik zwischen Machtpolitik und Dogma: Die deutsch-
italienischen Beziehungen von der Jahreswende 1932-1933 bis zur Stresa
Konferenz, pp. 41 sgg. (tesi di laurea, Università di Francoforte, 1971).
55 In merito alla manovra diplomatica di Gömbös del 6 febbraio 1933,
cfr. D.G.F.P., (C) I, 15; Macartney-Palmer, op. cit., p. 299. Cfr. anche
D. Ross, Dollfuss und Hitler: Die deutsche Österreich-Politik, 1933-1934,
Hamburg 1966, p. 15.
56 D.D.F., (1) II, 282.
57 Aloisi, op. cit., 13, 16 gennaio 1933; DDF., (1) II, 194.
58 Aloisi, op. cit., 16, 17 febbraio 1933. Può darsi che nelle sue me­
morie (cap. 7) Starhemberg abbia esagerato la funzione antinazista e non
quella antisocialista che a quel tempo egli stava svolgendo.
59 Aloisi, op. cit., 18 febbraio 1933. Per la politica economica francese
in Austria, cfr. L. Kerekes, Neuer Aktenfund zu den Beziehungen zwischen
Hitler und Dollfuss im Jahre 1933, « Acta Historica », XVIII, 1972.
60 D.G.F.P., (C) I, 51, 64: dispacci di von Hassell, 6, 8 marzo 1933.
61 Cfr. E. M. Robertson, Hitler’s Pre-War Policy and Military Plans,
1933-1939, London 1963, pp. 4-7.
62 In un dispaccio del 10 febbraio 1933 ne parla François-Poncet, am­
basciatore francese a Berlino, in D.D.F., (1) II, 282, 319. Cfr. anche il
promemoria di von Bülow in data 18 febbraio 1933, in D.G.F.P., (C) II,
24 e n. 3.
63 D.D.F., (1) II, 332, 424: dispacci del 22 febbraio, 17 marzo 1933;
ivi, III, 150: rapporto da parte di Jouvenel a Paul-Boncour e a François-
Poncet, 20 aprile 1933. Cfr. anche Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 123
sgg. (trad. cit. it., pp. 121 sgg.).
64 D.G.F.P., (C) I, 206: istruzioni di Köpke a Rieth a Vienna, 23
marzo 1933; ivi, 112: promemoria al direttore del dipartimento II, 23 marzo
1933. Per una trattazione molto chiara dell’aggrovigliata questione austriaca,
cfr. Ross, op. cit., pp. 23-7.
65 Ross, op. cit., pp. 19 sgg.; J. Gehl, Austria, Germany and the
Anschluss, 1931-1938, London 1963, cap. 3.
66 II 4 marzo 1933 Aloisi fu informato da Suvich che Parazzoli, intimo
amico e corrispondente da Parigi per « Il popolo d’Italia », aveva inviato
un « importante rapporto » al duce, sostenendo che il generale Weygand
aveva intenzione di lanciare una guerra preventiva nel mese di aprile:
Aloisi, op. cit., 4, 5 marzo 1933. Cfr. inoltre D D F., (1) II, 136.
67 De Felice, Mussolini il duce cit., p. 446, cita un interessante docu­
mento proveniente dalle carte Lancellotti, in cui si riporta l’atteggiamento
di Mussolini verso la Germania e la Francia nell’aprile del 1933.
276 Mussolini fondatore dell’Impero

68 D.D.F., (1) II, 360: dispaccio di de Feurin, ambasciatore francese a


Londra, I marzo 1933, in cui si parla dell’opposizione di Grandi a un
Anschluss.
& D.B.F.P., (2) V, 38: Simon a Graham, 8 marzo 1933. Cfr. anche
Aloisi, op. cit., 10, 11 marzo 1933.
70 De Felice, Mussolini tl duce cit., p. 444; D.D.F., (1) II, 421. Peter­
sen, Hitler-Mussolini cit., p. 145 (trad. it. cit., p. 140) respinge l’opinione
assai diffusa secondo cui il duce, nel proporre un direttorio di quattro po­
tenze, o seguiva l’iniziativa britannica, oppure agiva di concerto con l’In­
ghilterra.
71 D.G.F.P., (C) 1, 83, 84, 95, 98.
72 K. H. Jarausch, The Four Power Pact, 1933, Madison (Wise.) 1965.
73 Aloisi, op. cit., 13 aprile 1933, n. 1; 17 aprile 1933.
74 R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino
1972, pp. 147-51; Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 156-61 (trad. it. cit.,
pp. 148-53). Cfr. anche D.G.F.P., (C) I, 119, 122.
75 De Felice, Storia degli ebrei italiani cit., p. 155. Cfr. anche i com­
menti di Mussolini a Jouvenel riguardo all’antisemitismo di Hitler: Aloisi,
op. cit., 30 marzo 1933.

III. 1933: rapporti tesi con la Germania a causa dell’Austria

1 Ross, Dollfuss und Hitler cit., pp. 26 sgg.


2 Aloisi, Journal cit., 18 .marzo 1933; D.D.F., (1) II, 142.
3 D.G.F.P., (C) I, 107: istruzioni in data 22 marzo 1933 da Köpke a
Rieth, rappresentante diplomatico tedesco a Vienna. Cfr. ivi, 112, per le
attività di Frank, e 128, per il dispaccio di von Neurath a von Hassell,
27 marzo 1933.
4 Aloisi, op. cit., 18, 26 marzo 1933.
5 Ivi, 11, 12 aprile 1933; cfr. anche Petersen, Hitler-Mussolini cit.,
pp. 164-8 (trad. it. cit., pp. 156-9).
6 Aloisi, op. cit., 17 aprile 1933; D.G.F.P., (C) I, 173, per il dispaccio
di von Hassell, 20 aprile 1933. Inoltre Poulain, Aussenpolitik cit., pp. 66-8;
Petersen, Hitler-Mussolini cit., p. 188 (trad. it. cit., pp. 177-8).
7 Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 189-90 (trad. it. cit., pp. 178-9).
Cfr. Ross, op. cit., pp. 19 sgg. per un resoconto generale degli avvenimenti
in Austria agli inizi del 1933.
« D.D.F., (1) II, 379.
9 Ross, op. cit., pp. 33-8.
w D.G.F.P., (C) I, 219, 234, 249, 256.
» Ivi, 262.
12 Ivi, 267: Nota verbale del governo austriaco, 27 maggio 1933.
13 Ross, op. cit., pp. 50-6.
14 D.G.F.P., (C) I, 298, 305, 306, 307; Petersen, Hitler-Mussolini cit.,
pp. 190-1, 215-16 (trad. it. cit., pp. 181-2).
15 Robertson, Hitler’s Pre-War Policy cit., pp. 15-6.
D.B.F.P., (2) V, p. 246.
17 Aloisi, op. cit., 19 giugno 1933. Per un ragguaglio dell’incontro tra
il duce e Dollfuss ai primi di giugno del 1933, cfr. Petersen, Hitler-Musso­
lini cit., p. 195 (trad. it. cit., p. 183).
,s Simon espose questo punto di vista a Graham, ambasciatore inglese
Note al capitolo IV 277

a Roma, il 12 luglio 1933: D.B.F.P., (2) V, 249. Cfr. ivi, 257, per l’atteg­
giamento di Vansittart riguardo alla politica della Germania in Austria,
quale risulta dal dispaccio diretto a Roma in data 18 luglio 1933; e ivi,
274, per la risposta di Graham del 26 luglio. Quanto al comportamento in
genere di Vansittart verso la Società delle Nazioni, cfr. I. Colvin, Van­
sittart in Office, An Historical Survey of the Origins of the Second World
War, London 1965, cap. 3. Cfr. inoltre A. L. Goldman. Sir Robert Van-
sittart’s Search for Italian Co-operation against Hitler, 1933-1936, « J. Con­
temporary History », IX, 1974.
» D.G.F.P., (C) I, 83, 164, 171.
20 II 19 aprile 1933 von Hassell propose che con l'Italia si doveva
giungere a un « gentlemen’s agreement » ai fini di una consultazione di
carattere generale: Aloisi, op. cit., 19 aprile 1933; e D.G.F.P., (C) I, 164.
Cfr. anche Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 171 sgg. (trad. it. cit.,
pp. 161 sgg.).
21 D.D.F., (1) III, 7, 35, 37.
22 Cfr. D.G.F.P., (C) I, 451-5 per gli estratti dal testo. Cfr. anche ivi,
239, per il promemoria del ministero degli esteri tedesco sul disarmo, in
data 15 maggio 1933, privo di firma.
23 Ivi, 269, 272, 274, 276, 282, 290.
24 Ivi, 324, 330; Aloisi, op. cit., 27 luglio 1933.
23 D.G.F.P., (C) I, 365.
26 Graham a Simon, 11 luglio 1933: D.B.F.P., (2) V, allegato al 233,
minuta 4; e ivi, 246. Cfr. inoltre Gehl, Austria, Germany and the
Anschluss cit., pp. 62 sgg.
27 D.B.F.P., (2) V, 270: Vansittart a Harvey e a Graham; cfr. anche
ivi, 271, 376, 385, 390, 391.
28 D.G.F.P., (C) I, 389: promemoria di von Bülow, 31 luglio 1933.
29 Ivi, 397: dispaccio di von Hassell, 8 agosto 1933; e ivi, 398: let­
tera di von Neurath a Hitler, 9 agosto 1933. Cfr. inoltre ivi, 401, 402, 407.
30 In merito all’accordo italo-ungherese, cfr. Aloisi, op. cit., 25 luglio
1933. Cfr. anche Ross, op. cit., pp. 78-80; Petersen, Hitler-Mussolini cit.,
p. 205 (trad. it. cit., p. 192).
31 D.BF.P., (2) V, 338, 343, 345, 353, 356. Cfr. anche Ross, op. cit.,
pp. 79-80.
32 D.G.F.P., (C) I, 408, 411, 416: dispaccio da Roma, 21 agosto 1933.
33 Ivi, 427, 485; Ross, op. cit., pp. 85, 89.

IV. 1933: Mussolini e il disarmo

1 D.G.F.P., (C) I, 251; Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 233 sgg.


(trad. it. cit., pp. 217 sgg.).
2 D.D.F., (1) III, 372, 400, 415; D.G.F.P., (C) I, 322.
3 Aloisi, Journal cit., 2 settembre 1933.
4 D.BF.P., (2) V, 269; D.G.F.P., (C) I, 370, 374.
5 D.G.F.P., ivi, 396.
6 Ivi, 413.
7 Ivi, 426.
8 Ivi, 431.
9 D.D.F., (1) IV, 241, 242, 243, 246; cfr. anche D.B.P.F., (2) V, 406,
407; Aloisi, op. cit., 23 settembre 1933.
278 Mussolini fondatore dell’Impero

10 D.D.F., (1) IV, 241, 242, 243, 2%.


11 D.G.F.P., (C) I, 441, 442, 445, 446, 475.
12 Ivi, 478, 479.
13 D.B.F.P., (2) V, 444.
14 D.G.F.P., (C) I, 194, 448, 502; Aloisi, op. cit., 13 ottobre 1933.
>5 D.G.F.P., (C) I, 489.

V. Ottobre 1933 - marzo 1934: disillusione in Europa

1 D.G.F.P., (C) II, 2, 4, 10. Cfr. anche ivi, IV, 61, per la descrizione
fatta da von Hassell (in un promemoria senza data, evidentemente del­
l’aprile del 1935) della reazione di Mussolini di fronte alla decisione di Hitler.
2 D.B.F.P., (2) V, 457, 476; D.D.F., (1) IV, 346.
3 Aloisi, Journal cit., 14 ottobre 1933.
4 D.G.F.P., (C) II, 28, 67, 104; IV, 61.
5 D.D.F., (1) IV, 280.
6 D.G.F.P., (C) II, 28, per la nota di von Neurath a margine del
dispaccio di von Hassell del 25 ottobre 1933.
7 Ivi, II, 499. Per il colloquio di Hitler con Fernand de Brinon nel
mese di novembre del 1933, cfr. N. Baynes, Hitler’s Speeches, London
1942. Quanto alla politica generale di Hitler verso la Francia nel 1933,
cfr. G. L. Weinberg, The Foreign Policy of Hitler’s Germany: Diplomatic
Revolution in Europe, 1933-1936, Chicago 1970, pp. 169-74.
8 Aloisi, op. cit., 28 ottobre 1933; D.G.F.P., (C) II, 32.
9 D.D.F., (1) IV, 277, 293.
10 Ivi, IV, 281. Cfr. anche R.I.I.A., Survey 1934, pp. 495-6.
11 D.D.F., (1) IV, 294, 313, 333, 382.
12 Ross, Dollfuss und Hitler cit., pp. 94 sgg.
13 D.G.F.P., (C) II, 50: promemoria di von Hassell, 8 novembre 1933.
Cfr. inoltre ivi, IV, 61, per la descrizione sommaria della visita in merito
alle trattative italo-tedesche, redatta da von Hassell evidentemente nel mese
di aprile del 1935. Aloisi ha parlato della visita alle date 3, 6, 7 novem­
bre 1933.
14 D.D.F., (1) IV, 404; Aloisi, op. cit., 6 novembre 1933.
15 D.G.F.P., (C) II, 45, promemoria privo di firma, evidentemente del
3 novembre 1933 Cfr. anche Aloisi, op. cit., 18 novembre 1933. Nel 1934
Cerruti affermò che importanti documenti italiani erano caduti nelle mani
di von Hassell, il che forse spiegava perché Goring chiedesse l’allontana-
mento di Cerruti: cfr. Aloisi, op. cit., 4 febbraio 1934.
16 D.G.F.P., (C) II, 104.
17 Aloisi, op. cit., 27 agosto, 20 novembre 1933. Cfr. inoltre Petersen,
Hitler-Mussolini cit., p. 182 (trad. it. cit., p. 170).
18 Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 182-3 (trad. it. cit., pp. 170-1),
parla degli articoli più importanti, il 4 e il 5.
19 Aloisi, op. cit., 2 settembre, 3, 4 dicembre 1933.
20 D.G.F.P., (C) II, 130, da von Hassell, 15 dicembre 1933. Aloisi,
op. cit., 3, 4, 5 dicembre 1933, accenna alla visita di Litvinov.
2> D.G.F.P., (C) II, 120, 126, 145, 219, 224; Aloisi, op. cit., 8 feb­
braio 1934.
22 D.G.F.P., (C) II, 32. Cfr. anche Petersen, Hitler-Mussolini cit.,
pp. 268 sgg. (trad. it. cit., ρρ. 245 sgg.).
Note al capitolo V 279

23 Aloisi, op. cit.; 16, 18 novembre, 3, 6, 7 dicembre 1933. Per il col­


loquio di Mussolini con Drummond, del 12 dicembre 1933, cfr. D.B.F.P ,
(2) VI, 290, nonché D.G.F.P., (C) II, 208, 266.
24 D.B.F.P., (2) I, 71; Walters, A History of the League cit., p. 711.
25 D.G.F.P., (C) II, 160, 166, 167, 179, 184, 188.
26 Ross, op. cit., pp. 163-9.
27 D.G.F.P., (C) II, 213, e nota del curatore, pp. 442-3. In merito
alla funzione della Società delle Nazioni e dell’Austria, cfr. Gehl, Austria,
Germany and the Anschluss cit., pp. 78-81.
28 L. Jedlicka, Neue Forschungsergebnisse zum 12.2.1934, in Österreich,
1918-1938, Vienna 1970, pp. 73-93; D.B.F.P., (2) VI, 275.
29 D.G.F.P., (C) II, 254; Ross, op. cit., pp. 175-7; Gehl, op. cit.,
PP- 81 sgg.
30 Petersen, Hitler-Mussolini cit., p. 311 (trad. it. cit., p. 284).
31 Aloisi, op. cit., 12 dicembre 1933.
32 Rochat, Militari e politici cit., p. 39.
33 Per il testo, cfr. D.B.F.P., (2) V, 331, Drummond a Simon, 17 feb­
braio 1934.
34 Aloisi, op. cit., 27 gennaio, 4 febbraio 1934. Cfr. Petersen, Hitler-
Mussolini cit., pp. 225-31 (trad. it. cit., pp. 211-5), per un ragguaglio com­
pleto della politica italiana nell’Europa sud-orientale.
35 D.G.F.P., (C) III, 246 e n. 2, in cui è descritta la costellazione
politica nei Balcani.
36 Horv-Broszat, Der kroatische Ustascha-Staat cit., p. 24.
37 R.I.I.A., Survey 1934, pp. 503, 548-50.
38 D.G.F.P., (C) II, 72, 91, 92.
39 Ivi, 192, 309, 316, 318; ivi, III, 13. Cfr. anche Petersen, Hitler-
Mussolini cit., pp. 308-10 (trad. it. cit., pp. 281-3); Macartney-Palmer, In­
dependent Eastern Europe cit., pp. 315-7.
40 In merito a una conversazione fra Mussolini e Cerruti, cfr. Aloisi,
op. cit., 5 febbraio 1934.
41 Aloisi, op. cit., 27 febbraio, 7, 12-17 marzo 1934. Per un sunto del
testo dei Protocolli di Roma, cfr. R.I.I.A., Survey 1934, pp. 499-500; Pe­
tersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 314-24 (trad. it. cit., pp. 291-7). Per la
descrizione fatta da von Hassell delle trattative che condussero ai Protocolli
di Roma, cfr. D.G.F.P., (C) II, 332.
42 In merito ai nazisti austriaci e alla Jugoslavia, cfr. Jedlicka, Neue
Forschungsergebnisse cit.
43 Di questo accordo si parla in W. C. Askew, Italian Intervention in
Spain: The Agreements of 31 March 1934 with the Spanish Monarchist
Parties, « J. Modern History », XXIV, giugno 1952.
44 Mussolini, Opera omnia cit., vol. XXVI, pp. 185-93. Il sunto del
discorso sta in R.I.I.A., Survey 1934, pp. 314-24. Cfr. anche D.D.F., (1)
IV, 23 n. 1; D.B.F.P., (2) VI, 361.
45 Per le reazioni jugoslave al discorso, cfr. D.G.F.P., (C) III, 381;
per quelle turche, cfr. R.I.I.A., Survey 1936, p. 330, n. 2.
46 Rochat, op. cit., pp. 40, 97.
28Û Mussolini fondatore dell'Impero

VI. L’assassinio di Dollfuss

1 D.G.F.P., (C) II, 328; IV, 61. Cfr. inoltre Petersen, Hitler-Mussolini
eit., pp. 328, 330 (trad. it. cit., pp. 300, 301).
2 D.G.F.P., (C) II, 368, 393; Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 332-6
(trad. it. cit., pp. 301-7).
3 D.G.F.P., (C) II, 389, 393.
4 Ross, Dollfuss und Hitler cit., p. 198.
5 D.G.F.P., (C) II, 409; Ross, op. cit., pp. 200-1.
6 Sul punto di vista vaticano, cfr. Petersen, Hitler-Mussolini cit.,
p. 351 (trad. it. cit., p. 323). Sugli avvenimenti in Austria, cfr. Ross, op.
cit., pp. 208 sgg.
7 D.G.F.P., (C) II, 459, 462.
8 SAC, Job 20, rapporto di Renzetti, 15 giugno 1934.
9 D.G.F.P., (C) II, 461, 462, 479, 492, 501; ivi, III, 3, 17. Cfr. anche
Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 342-3 (trad. it. cit., pp. 309-10); Ross,
op. cit., p. 217.
10 D.G.F.P., (C) II, 449; Aloisi, Journal cit., 9 maggio 1934; Petersen,
Hitler-Mussolini cit., pp. 325-7, 351 (trad. it. cit., pp. 299-301).
» D.D.F., (1) VI, 97, 142, 165.
>2 D.G.F.P., (C) II, 472.
13 Ivi, 449.
14 Ivi, 472, nonché 432, 449, 472. Per una esposizione dei differenti
punti di vista riguardo alla politica austriaca di Hitler, cfr. Petersen, Hitler-
Mussolini cit., pp. 336-8, in particolare n. 34 (trad. it. cit., pp. 304-6,
e n. 35).
15 Cfr. Weinberg, The Foreign Policy of Hitler’s Germany cit., pp.
172 sgg., per una indagine generale della questione del disarmo nei mesi
di aprile e maggio.
16 A. Rosenberg, Das politische Tagebuch Alfred Rosenbergs, aus den
Jahren 1934-1933 und 1939-1940, a cura di H.-G. Seraphim, München
1964, p. 39.
17 Ross, op. cit., pp. 208-9; Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 342-4
(trad. it. cit., p. 311).
18 Ross, op. cit., p. 21; Jedlicka, Heue Forschungsergebnisse cit.
19 E. Wiskemann, The Rome-Berlin Axis, London 19662, pp. 53-5
(trad. it. L’Asse Roma-Berlino. Storia dei rapporti tra Hitler e Mussolini,
Firenze 1955, pp. 47-50). Per un resoconto completo, cfr. Petersen, Hitler-
Mussolini cit., pp. 344 sgg. (trad. it. cit., pp. 311 sgg.).
20 Aloisi, op. cit., 14 giugno 1934; Rosenberg, op cit., pp. 39 sgg.
21 D.G.F.P., (C) III, 5, 7, 10.
22 Aloisi, op. cit., 15 giugno 1934.
23 Rosenberg, op. cit., pp. 39-40.
24 D.GF.P., (C) III, 26.
23 Ivi, 56, 62, n. 3.
26 Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 357-9 (trad. it. cit., pp. 313-4);
Ross, op. cit., pp. 218-21.
27 Ross, op. cit., p. 225.
28 Rosenberg, op. cit., p. 39.
29 Ross, op. cit., pp. 228-30.
30 Ivi, pp. 231-2.
Note al capitolo VII 281

s* D.G.F.P., (C) III, 56, 100.


32 SAC, Job 20, rapporto di Renzetti, 14 luglio 1934.
33 D.G.F.P., (C) III, 100, 112.
34 Ross, op. cit., p. 233.
35 D.G.F.P., (C) III, 89, 100.
36 Ross, op. cit., pp. 235 sgg. Il 24 luglio l’ambasciatore francese a
Berlino, François-Poncet, si aspettava che avvenisse una sommossa il giorno
seguente: D.D.F., (1) VI, 497. Impressione analoga la ebbero gli inglesi:
D.B.F.P., (2) VI, 326 .
37 Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 360-6 (trad. it. cit., pp. 321-7);
Ross, op. cit., pp. 236-43. Cfr. inoltre D.B.F.P., (2) VI, 522, 524, 528.
3« D.G.F.P., (C) III, 115, 123.
39 Ivi, 135, 141.
40 SAC, Job 20, rapporti di Renzetti, 4, 21 agosto 1934.
41 Aloisi, op. cit., 27 aprile 1934; D.B.F.P., (2) VI, 380. Cfr. anche
P.R.O., F.O. 371/19577R 1910: Henderson a Simon, 16 marzo 1935.
42 R.I.I.A., Survey 1934, p. 536 e sezione D (1), p. 556; Aloisi, op.
cit., 23 giugno 1934; D.D.F., (1) VI, 397, 422.
43 Macartney-Palmer, Independent Eastern Europe cit., pp. 319-20.
44 D.G.F.P., (C) III, 23, 27. Per un quadro generale della politica
jugoslava nel mese di giugno del 1934, cfr. D.D.F., (1) VI, 318.
45 Jedlicka, Neue Forschungsergebnisse cit., pp. 73-93.
46 Macartney-Palmer, op. cit., p. 326.
47 Per il discorso di Bari, del 6 settembre 1934, cfr. Mussolini, Opera
omnia cit., vol. XXVI, pp. 318-20.
48 Macartney-Palmer, op. cit., p. 326; Aloisi, op. cit., 26 luglio 1934.
49 Aloisi, op. cit., 30 luglio 1934.
50 D.G.F.P., (C) III, 134.
51 Aloisi, op. cit., 27 luglio 1934.
52 D.G.F.P., (C) II, 122, 127, 134.
53 Aloisi, op. cit., I agosto 1934.
54 Ivi, 21 agosto 1934. Cfr. anche D.D.F., (1) VI, 509, 511.
55 Aloisi, op. cit., 21 agosto 1934.
56 Ivi, 30 agosto 1934.
* Cfr. D.B.F.P., (2) XII, 124.
58 Rochat, Militari e politici cit., pp. 76-7 e documento, n. 21. Questa
disposizione è pubblicata in Fhe Coming of the Second World War, a cura
di A. Adamthwaite, London 1977.

VII. Gli assassini! di Marsiglia e le loro conseguenze

1 Aloisi, Journal cit., 27 agosto 1934. Riguardo alla controversia italo-


jugoslava, cfr. D.B.F.P., (2) XII, 15.
2 Aloisi, op. cit., 19 agosto 1934.
3 Ivi, I settembre 1934.
4 R.I.I.A, Survey 1934, p. 557; D.B.F.P., (2) XII, 15.
5 D.D.F., (1) VI, 246, 332, 336, 340, 371; D.B.F.P., (2) XII, 9, 14.
6 Aloisi, op. cit., I settembre 1934.
7 Si parla di questo discorso in R.I.I.A., Survey 1934, pp. 330, 558.
Quanto alle tendenze filotedesche di Alessandro, cfr. D.B.F.P., (2) XII, 112.
8 Aloisi, op. cit., 9, 14 ottobre 1934. Secondo Aloisi (13 ottobre) lo
282 Mussolini fondatore dell’Impero

pseudonimo dell’assassino era Kadeder, ma il suo vero nome era Kortoff.


Faceva parte degli ustascia che partirono da Arezzo il 25 settembre 1934;
Bocchini, capo della polizia italiana, lo riconobbe da una fotografia. Stando
alla nota del curatore in D.G.F.P., (C) III, 468, l’assassino si chiamava
Vlado Georgiejev.
9 Aloisi, op. cit., 20 ottobre 1934. Cfr. anche Macartney-Palmer, Inde­
pendent Eastern Europe cit., p. 327.
10 D.G.F.P., (G) III, 263: dispaccio del 22 ottobre 1934, proveniente
dal rappresentante diplomatico tedesco in Jugoslavia. Cfr. inoltre ivi, III,
264, 269, 273; D.B.F.P., (2) XII, 112, 133.
» D.G.F.P., (C) III, 284, 305, 335.
12 SAC, Job 20, promemoria firmato da Renzetti, in data 10 ottobre
1934.
13 Aloisi, op. cit., 16, 20 ottobre 1934.
14 SAC, Job 321-3, « Francia ».
15 Aloisi, op. cit., 14 ottobre 1934. Secondo il dispaccio del 17 ottobre
inviato da Hoesch, ambasciatore tedesco a Londra, la nomina di Lavai era,
rispetto a quella di Barthou, un « miglioramento »: D.G.F.P., (C) III, 254.
Cfr. inoltre Warner, Pierre Lavai cit., p. 58.
16 D.G.F.P., (C) III, 230, 231, 235, 337 n. 7, 347, 362, 398. Cfr. an­
che D.G.F.P., (2) XII, 139, 182, 195.
17 D.G.F.P., (C) III, 241, 266, 291, 292, 310 n. 4.
18 SAC, Job 20, incartamento « Renzetti », 30 luglio 1930.
19 D.G.F.P., (C) III, 352. Secondo Aloisi, op. cit., 21 luglio 1935,
Mussolini affermò che in qualsiasi momento ci si poteva aspettare un colpo
di Stato da parte della Reichswehr; quindi Cerruti doveva restare al suo
posto. Anche gli inglesi ebbero il sospetto di un eventuale putsch·. D.B.F.P.,
(2) XII, 120.
20 Aloisi, op. cit., 16 ottobre 1934.
21 D. Irving, The Rise and Fall of the Luftwaffe: The Life of Luftwaffe
Marschal Erhard Milch, London 1973, p. 31; D.G.F.P., (C) III, 381.
22 D.G.F.P., (C) III, 363, 406; Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 271,
377 (trad. it. cit., pp. 249, 336).
23 D.G.F.P., (C) III, 352.
24 Ivi, 406.
25 Ivi, 376.
26 Ivi, 388: promemoria di von Bülow, 10 dicembre 1934.
27 Ivi, 266: conversazione di von Hassell con Mussolini, 23 ottobre
1934, durante la quale l’ambasciatore tedesco si rammaricò per certi « com­
menti ironici ed estremamente ostili » apparsi nella stampa tedesca dopo
l’assassinio di Alessandro.
28 Ivi, 381: il libro venne pubblicato a Lipsia da un certo Adolf Klein.
Cfr. inoltre ivi, 383, in merito a una conversazione del 7 dicembre 1934
tra Cerruti e von Neurath.
29 Ivi, 376.
30 Irving, op. cit., pp. 42-3.
31 Petersen, Hitler-Mussolini cit., p. 376 η. 33 (trad. it. cit., p. 336
n. 53).
32 Ivi, p. 377 (trad. it. cit., pp. 336-7).
33 D.G.F.P., (C) III, 381, 385; cfr. ivi, 406 n. 6, riguardo all’osserva­
zione fatta il I gennaio 1935 da Mussolini al Fliegerkapitän Hoffmann von
Waldajt, che la funzione delle forze armate deve essere determinata da con­
siderazioni d’ordine politico.
Note al capitolo Vili 283

34 Ivi, 293, in merito alla riunione degli addetti militari tedeschi in


Europa.
35 D.B.F.P., (2) XII, 250; Aloisi, op. cit., 23, 24 novembre, I, 2, 3
dicembre 1934. Per un ragguaglio della politica tedesca in relazione al
plebiscito della Saar, cfr. Weinberg, The Foreign Policy of Hitler’s Ger­
many cit., pp. 173-4, 203-4. Quanto alla politica francese, cfr. Warner,
op. cit., pp. 60-3, e Lord Avon (Anthony Eden), The Memoirs of Anthony
Eden: Facing the Dictators, London 1962, pp. 102-6.
36 D.B.F.P., (2) XII, 174, 529, 662; cfr. anche D.G.F.P., (C) III, 370
n. 3. Warner, op. cit., p. 71, sostiene che, dopo il plebiscito, Lavai credette
nella possibilità di un accordo tra la Francia e la Germania.
37 D.G.F.P., (C) III, 373.
38 Aloisi, op. cit., 16 novembre 1934.
39 R.I.I.A., Survey 1934, pp. 574-7.
40 Aloisi, op. cit., 9 dicembre 1934; Lord Avon, op. cit., pp. 100, 104-5.
41 Aloisi, op. cit., 14 dicembre 1934.
42 Rochat, Militari e politici cit., pp. 87-8 e 89, tavola.
43 Per fare un esempio, probabilmente Baer in tutto il suo libro, The
Coming of the Italian-Ethiopian War cit., accentua troppo il controllo
centrale che Mussolini impresse alla politica estera italiana, come pure il
successo da lui conseguito nell’isolare a grado a grado l’Etiopia.

Vili. Mussolini decide in merito alla guerra

1 D DF., (1) II, 197: rapporto del 14 gennaio 1933.


2 Aloisi, Journal cit., 17, 21, 22 dicembre 1933.
3 Ringrazio in questa sede la dottoressa Rosaria Quartararo per avermi
lasciato consultare la sua ricerca sui rapporti fra Inghilterra e' Italia, Le
relazioni anglo-italiane fra Europa e Mediterraneo, 1933-1938 (tesi di
laurea, Università di Roma 1976), e il dottor Callum A. MacDonald, che
con altrettanta cortesia ha messo a mia disposizione, prima che venisse
pubblicata, la sua monografia Radio Bari and Italian Propaganda in the
Middle East and British Counter Measures, « Middle East Studies », 1977.
4 De Felice, Storia degli ebrei italiani cit., tratta in particolare questo
argomento.
5 Wiskemann, The Rome-Berlin Axis cit., pp. 47-8 (trad. it. cit.,
pp. 41-42); Aloisi, op. cit., 17 marzo 1934.
6 Mussolini, Opera omnia cit., vol. XXVI, pp. 190-2, 18 marzo 1934;
Baer, The Coming of the Italian-Ethiopian War cit., pp. 29-30 (trad. it.
cit., p. 37).
7 R.I.I.A., Survey 1934, vol. II, pp. 40-2. Incursioni particolarmente
gravi si ebbero nella Somalia britannica il 23 febbraio, 2 e 6 marzo. Du­
rante i primi mesi del 1934 Sir Sidney Barton, rappresentante diplomatico
inglese per l’Etiopia, e il ministero delle colonie ne furono assai preoccupati.
8 Cfr. P. Wright, Italy’s African Dream: Fatal Victory, « History To­
day », marzo, aprile, maggio 1973.
9 Mussolini, op. cit., vol. XXVI, pp. 224-6; Baer, op. cit., p. 28 (trad,
it. cit., p. 36).
10 Rochat, Militari e politici cit., pp. 33-4.
11 Sull’atteggiamento di Badoglio nel 1934, cfr. P. Pieri - G. Rochat,
Pietro Badoglio, Torino 1974, p. 194.
284 Mussolini fondatore dell’Impero

12 Lettera a Baistrocchi, citata in Rochat, op. cit., p. 35.


13 Ivi, pp. 43-5.
14 Ivi, p. 45. Il 22 marzo 1934 Baistrocchi aderì alle idee di Bonzani.
15 Ivi, p. 37.
16 Ivi, pp. 39-40.
17 Ivi, p. 47.
18 Ivi, p. 55.
19 Ivi, pp. 56-63.
20 Ivi, pp. 65-9.
21 Rochat non parla di questo incontro. Per un sunto di quanto avvenne
cfr. Hess, Italian Colonialism in Somalia cit., pp. 172-3.
22 Rochat, op. cit., pp. 73-5.
23 Aloisi, op. cit., 30 giugno 1934.
24 Ivi, 29 giugno 1934. Per un breve resoconto del patto orientale,
cfr. G. M. Gathorne-Hardy, A Short History of International Affairs, 1920-
1939, Oxford 1950, pp. 371-2.
25 Aloisi, op. cit., 30 giugno 1934.
26 Ivi, 20 luglio 1934; A. H. M. Jones - E. Monroe, A History of Abys­
sinia, London 1935 (ed. riv. 1960), p. 172.
27 Rochat, op. cit., pp. 76-7; Adamthwaite, The Coming of the Second
World War cit.
28 Aloisi, op. cit., 9 ottobre 1934.
29 SAC, Job 321-3, « Francia ». Sebbene il 26 settembre 1934 venissero
smentite a Roma le voci di un’intesa franco-italiana, Barton riferì la con­
ferma data dal conte Vinci al ministro degli esteri etiopico, nel senso che
Roma e Parigi erano giunte a un accordo: P.R.O., F.O. 371/18022, J
2468/15/1. Questo documento sta per essere pubblicato in D.B.F.P., (2)
XIV (in preparazione).
30 R.I.I.A., Survey 1933, vol. II, pp. 27-8. Si può trovare un eccellente
resoconto di quanto si mormorava a Roma nella tesi di Ronald Rotunda,
The Rome Embassy of Sir Eric Drummond, 16th Earl of Perth, London
1972 (tesi di dottorato). Il 19 settembre 1934 John Murray (Roma) parlò
di queste voci con Suvich, il quale ne fu molto imbarazzato ma affermò
che per l'Italia era necessario migliorare gli effettivi militari nelle sue
colonie a causa del riarmo etiopico: Murray a Simon, 21 settembre 1934,
P.R.O., F.O. 371/18032, J 2247/2082/1.
31 Aloisi, op. cit., 2 ottobre 1934; Petersen, Hitler-Mussolini cit.,
p. 387 (trad. it. cit., pp. 344-5).
32 Aloisi, op. cit., 28 settembre 1934. Cfr. anche D.G.F.P., (C) III,
239: promemoria di von Bülow, 10 ottobre 1934.
33 Aloisi, op. cit., 28 settembre 1934; Rosenberg, Das politische Tage­
buch cit., p. 165: promemoria, 12 maggio 1934; R.I.I.A., Survey 1933,
vol. II, p. 28, 164 η. 2; M. Martelli-Chantard, L'Expansion japonaise en
Afrique, « L’Afrique Française », XLIV, 1934.
34 D.G.F.P., (C) III, 280. Cfr. inoltre Petersen, Hitler-Mussolini cit.,
pp. 386-7, 389 (trad. it. cit., pp. 344-5, 346).
35 Per l’appello rivolto da Hailè Selassiè alla Germania, cfr. D.G.F.P.,
(C) III, 402; e Petersen, Hitler-Mussolini cit., p. 388 (trad. it. cit., pp.
346-7).
36 M. Funke, Sanktionen und Kanonen: Hitler, Mussolini und der
internationale Abessinienkonflikt, 1934-1936, Düsseldorf 1970, p. 31.
37 D.D.F., (1) I, 383, 486; IV, 301.
Note al capitolo Vili 285

38 Greenfield, Ethiopia cit., pp. 165-86; Gilkes, The Dying Lion cit.,
cap. 7; Jones-Monroe, op. cit., p. 171.
39 Di questi problemi sarà trattato in D.B.F.P., (2) XIV: agosto 1934-
3 ottobre 1935 (in preparazione).
40 Greenfield, op. cit., pp. 100-1; Hess, op. cit., pp. 185-6.
41 Baer, op. cit., pp. 45-6 (trad. it. cit., pp. 61-2).
42 Hess, op. cit., p. 154.
43 Baer, op. cit., pp. 50-65 (trad. it. cit., pp. 67-77).
44 R.I.I.A., Survey 1935, vol. Il, pp. 40-1; cfr. anche Jones-Monroe,
op. cit., p. 172.
45 P.R.O., F.O. 371/18022 J 26468/15/1: promemoria di Wallinger,
15 ottobre 1934.
46 Baer, op. cit., pp. 49, 51-2 (trad. it. cit., pp. 66-7).
47 Rotunda, op. cit.·, D.D.F., (1) V, 338: rapporto del 6 febbraio 1934
48 Cfr. D.D.F., (1) V, 338, sull’atteggiamento francese: rapporto del
6 febbraio 1934 da parte di De Reffy, rappresentante diplomatico a Addis
Abeba. D.B.F.P., (2) XIV (in preparazione) tratterà i rapporti anglo-italiani
e la « Linea Rossa » all’epoca in cui fu avanzata la proposta per Zeila.
49 Baer, op. cit., pp. 56-7 (trad. it. cit., pp. 68-9); Rotunda, op. cit.
Cfr. anche il promemoria di Wallinger del 15 ottobre 1934, di cui a pre­
cedente nota 45.
50 Rochat, op. cit., p. 88.
51 Per la visita di Vinci, cfr. Aloisi, op. cit., 25 dicembre 1934.
52 Rotunda, op. cit.
53 Hardie, The Abyssinian Crisis cit., pp. 85-6.
54 A. Lessona, Memorie, Firenze 1958, pp. 165-71. Cfr. inoltre Baer,
op. cit., p. 58 (trad. it. cit., pp. 74 sgg.).
55 Rochat, op. cit., p. 101, n. 1 e 2.
56 Aloisi, op. cit., 24 dicembre 1934.
57 Ivi, 25 dicembre 1934.
58 Ivi, 14, 29, 30 dicembre 1934.
59 Walters, A History of the League of Nations cit., pp. 229-30.
80 D.G.F.P., (C) III, 402, 403; Petersen, Hitler-Mussolini cit., p. 389
(trad. it. cit., pp. 346-7).
61 Brani di un rapporto firmato da Steffen e presentato all’Ufficio per
gli affari esteri del partito, destinato « esclusivamente per uso riservato e
interno ». A quanto pare Hess e Goring conoscevano il piano di Steffen;
la minuta di una conversazione avvenuta tra Hess e Rosenberg il 18 di­
cembre 1935 fa pensare che si discutesse di questo argomento. Cfr. Funke,
op. cit., pp. 36-7.
42 Funke; Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 390-2, n. 112 (trad. it.
cit., pp. 347-8, n. 116).
43 M. Magistrati, La Germania e l’impresa italiana di Etiopia: Ricordi
di Berlino, « Rivista di studi politici internazionali », XVII, dicembre 1950,
p. 585.
64 V. Cerruti, Perché Hitler aiutò il Negus, « Il Tempo », 20 aprile
1959. Esprimo la mia gratitudine per avermi fatto conoscere questo docu­
mento a K. J. Passmore, The Failure of France and Italy to Conclude a
Military Alliance, London 1972 (dissertazione di M. A.).
65 II testo completo è trattato e riprodotto in Rochat, op. cit., pp. 102-4
e documento 92.
86 Rochat, op. cit., pp. 105, 108.
286 Mussolini fondatore dell'Impero

67 De Felice, Mussolini il duce cit., pp. 606-10, chiama in causa Les­


sema, Memorie cit., per dimostrare che Mussolini non aveva intenzione di
dare immediata esecuzione alle direttive. Cfr. anche De Felice op cit,
pp. 642, 688, 689, 708.

IX. La mobilitazione dell’esercito italiano

1 Aloisi, Journal cit., 2, 3, 4 gennaio 1935; De Felice, Mussolini il


duce cit., pp. 524-33.
2 Warner, Pierre Lavai cit., pp. 66-71. Un sunto del testo degli accordi
sta in SAC, Job 321-3, « Francia », 62, i cui estratti sono pubblicati da
W. C. Askew, The Secret Agreement between France and Italy on Ethio­
pia, January 1935, « J. Modern History », XXV, marzo 1953, pp. 47-8. Per
un’analisi completa degli accordi, cfr. D. C. Watt, The Secret Laval-Musso-
lini Agreement of 1935 on Ethiopia, «Middle East J.», XV, 1961, ripub­
blicato in The Origins of the Second World War: Historical Interpretations,
a cura di E. M. Robertson, London-New York 1971. Cfr. inoltre De Felice,
op. cit., pp. 524-33.
3 D.G.F.P., (C) III, 459, 646. Quanto alla reazione dell’Ungheria,
cfr. Aloisi, op. cit., 9 gennaio 1935.
4 P.R.O., F.O. 371/19577R 1910. Weinberg, The Foreign Policy of
Hitler's Germany cit., pp. 321-3.
5 Sui timori italiani per l’iniziativa tedesca dopo il plebiscito della
Saar, cfr. D.B.F.P., (2) XII, 285.
6 R. A. C. Parker, Great Britain, France and the Ethiopian Crisis of
1935-1936, «English Historical Review», LXXXIX, 1974, p. 295.
7 Baer, The Coming of the Italian-Ethiopian War cit., p. 84 (trad. it.
cit., p. 97).
8 M. Gamelin, Servir: Le prologue du drame, 1930 - août 1939, 2 voll.,
Paris 1946-47, vol. II, pp. 166 sgg.
9 D.D.F., (2) I, 99 e n. 180.
10 De Felice, Mussolini il duce cit., p. 220; la lettera è stata rinvenuta
tra le carte Lancellotti, il cui fondo è conservato all’ASMAE.
11 Per la descrizione delle operazioni finali francesi nel Marocco, fatta
da Weygand all’addetto militare inglese, cfr. D.B.F.P., (2) VI, 357 e nota.
Cfr. anche Baer, op. cit., p. 84 (trad. it. cit., p. 104).
12 Wiskemann, The Rome-Berlin Axis cit., pp. 61-2 (trad. it. cit.,
pp. 53-4); J. Bastin, L’Affaire d’Ethiopie et les diplomates, Paris 1937,
p. 90, citato in Baer, op. cit., p. 84 (trad. it. cit., pp. 97-8).
13 E. Rossi, Il manganello e l’aspersorio, Bari 1968, pp. 230-1. Cfr.
inoltre D.G.F.P., (C) III, 361: 29 novembre 1934; III, 459: 27 gennaio
1935.
14 Barker, The Civilising Mission cit., p. 59; nonché Ethiopian Church,
in Oxford Dictionary of the Christian Church, a cura di F. L. Cross,
Oxford 1963.
15 Sull’atteggiamento delle Chiese acattoliche, cfr. R.I.I.A., Survey
1935, vol. II, pp. 57-9, 64-5. B. Sundkler, Nathan Söderblom: His Life
and Work, London 1968, p. 385, spiega in che modo un ecclesiastico sve­
dese avesse agito da consigliere di Hailè Selassiè. Il professor D. P. Waley
parla di questo problema in British Public Opinion and the Abyssinian War,
1935-1936, London 1976.
Note al capitolo X 287

16 J. Barros, Betrayal from Within: Joseph Avenol, Secretary-General


of the League of Nations, 1933-1940, New Haven (Conn.) 1969, pp. 54-61.
17 P.R.O., F.O. 371/18027 J 179/18; e 371/18027 J 3181/18: 27 di­
cembre 1934.
18 Guariglia, Ricordi cit., p. 215.
19 Aloisi, op. cit., 14 gennaio 1935; P.R.O., F.O. 371/19101 J 165/1:
dispaccio di Drummond, 15 gennaio 1935.
20 Aloisi, op. cit., 23 gennaio, I febbraio 1935. Cfr. anche Baer, op.
cit., pp. 140-1 (trad. it. cit., pp. 189-90).
21 Rochat, Militari e politici cit., pp. 127 sgg.; Aloisi, op. cit., 15 feb­
braio, I marzo 1935.
22 P.R.O., F.O. 371/20931 J 47/47/1: 30 dicembre 1936, relativo al
colloquio Grandi-Simon del 29 gennaio 1935. Cfr. anche Guariglia, op. cit.,
pp. 214-5, e, per ulteriore dimostrazione, De Felice, Mussolini il duce cit.,
pp. 638-44.
23 Sui preparativi militari tra la fine di febbraio e il mese di marzo,
cfr. Rochat, op. cit., p. 146. Sui preparativi politici cfr. anche Aloisi, op. cit.,
6, 10, 12 febbraio 1935.
24 K. Middlemas - J. B. Barnes, Baldwin: A Biography, London 1969,
p. 830.
25 Guariglia, op. cit., pp. 216-7.
26 Colvin, Vausiliari cit., p. 122. Per una testimonianza molto utile
sull’atteggiamento di Vansittart, che non fu così antitedesco come di solito
si crede, cfr. A. L. Goldman, Sir Robert Vansittart’s Search for Italian
Co-operation against Hitler, 1933-1936, « J. Contemporary History », IX,
1974.
27 D.B.F.P., (2) XII, 285, 495.
28 Guariglia, op. cit., pp. 216-7.
29 Rochat, op. cit., p. 114.
30 Ivi, pp. 117 sgg.
31 Ivi, p. 108. Sul carattere e sulla nomina di Graziani, ivi, pp. Ill,
168 s88·
32 Per una esposizione particolareggiata delle polemiche degli storici
italiani, riguardo alla supremazia della politica estera rispetto a quella in­
terna, e viceversa, cfr. J. Petersen, La politica estera del fascismo come
problema storiografico, « Storia contemporanea », III, 1972.
33 Cfr. A. Aquarone, Italy: The Crisis and Corporative Economy in the
Great Depression, « J. Contemporary History », IV, 4, 1969.
34 Rochat, op. cit., pp. 146-7.
35 Ivi, pp. 143, 148.
36 Ivi, p. 153 nn. 48 sgg.

X. L’intermezzo di Stresa

1 Aloisi, Journal cit., I, 2 maggio 1935.


2 Per il comunicato anglo-francese, cfr. D.B.F.P., (2) XII, 397, 348,
400; D.G.F.P., (C) II, 501-3; Weinberg, The Foreign Policy of Hitler’s
Germany cit., pp. 203-5.
3 SAC, Job 54, « Carte Grandi »; D.B.F.P., (2) XII, 519.
4 Quanto il governo inglese fosse tutt’altro che disposto a dare soddi­
sfazione alla Germania in Europa e nei territori oltremare è dimostrato da
288 Mussolini fondatore dell'Impero

W. N. Medlicott, Britain and Germany: The Search for Agreement, 1930-


1937, London 1970.
5 D.B.F.P., (2) XII, 642.
6 Weinberg, op. cit., pp. 204-6.
7 Aloisi, op. cit., 24 marzo 1935; D.B.F.P., (2) XII, 584, 610.
8 Baer, The Coming of the Italian-Ethiopian War cit., pp. 114 sgg.
(trad. it. cit., pp. 148-9).
9 Aloisi, op. cit., 20, 25 marzo 1935; cfr. anche D.B.F.P., (2) XII,
579, 584.
10 Aloisi, op. cit., 27 marzo 1935; D.B.F.P., (2) XII, 651.
11 D.G.F.P., (C) III, 555, 564.
12 Funke, Sanktionen und Kanonen cit., pp. 37-8.
13 Guariglia, Ricordi cit., p. 233.
14 D.G.F.P., (C) III, 557: istruzioni di von Bülow a von Hassell,
26 marzo 1935; ivi, II, 558: dispaccio di von Hassell, datato lo stesso
giorno.
15 Tale era l’opinione di D. Hall, uno dei consiglieri di Haile Selassiè,
il quale era mezzo tedesco: cfr. Funke, op. cit., p. 38 n. 6.
16 D.G.F.P., (C) III, 557; SAC, Job 320, «Germania», pp. 9-10, e
Job 20, « Renzetti ».
17 D.G.F.P., (C) III, 457.
18 Ivi, 559, 563.
19 Ivi, 568; D. C. Watt, The Anglo-German Naval Agreement of 1933:
An Interim Judgement, «J. Modem History», XXVIII, 1956.
20 Baer, op. cit., pp. 111-2 (trad. it. cit., pp. 145-6).
21 Ivi, p. 42 (trad. it. cit., pp. 191-2); Barros, Betrayal cit., pp. 63-7;
Hardie, The Abyssinian Crisis cit., p. 87.
22 Baer, op. cit., p. 116 (trad. it. cit., p. 151) propende per questa
opinione.
23 Aloisi, op. cit., 4 aprile 1935; Guariglia, op. cit., pp. 212 sgg.
24 Guariglia, op. cit., p. 231 n. 1. Per l’aspra protesta del cardinal
Dolci nei riguardi di Ciano, cfr. Aloisi, op. cit., 15 marzo 1935; P.R.O.,
F.O. 371/19103 J 775/1/1: dispaccio di Drummond, 19 febbraio 1935.
Rotunda, The Rome Embassy of Sir Eric Drummond cit., p. 198, mette in
evidenza che, quantunque Drummond sottolineasse l’impopolarità della
guerra, ciò non significava che essa non avrebbe avuto luogo.
25 Guariglia, op. cit., pp. 226-8.
26 De Felice, Mussolini il duce cit., pp. 661-2.
27 D.B.F.P., (2) XII, 696: promemoria di Simon su Stresa, in data
4 aprile 1935. Cfr. Parker, Great Britain, France and the Ethiopian Crisis
cit., p. 295, in merito alla riunione di governo dell’8 aprile 1935.
28 Lord Avon, The Memoirs of Anthony Eden cit., p. 175; Guariglia,
op. cit., pp. 226-8.
29 D.B.F.P., (2) XII, 717 n. 28, 722 n. 43. Cfr. anche Rotunda, op. cit.,
pp. 219-27, 234-6.
30 Lord Vansittart, The Mist Procession: The Autobiography of Lord
Vansittart, London 1958, p. 520. Hardie, op. cit., p. 117, accetta il reso­
conto di Vansittart. È assolutamente falso che a Stresa non venne solle­
vato il problema dell’Etiopia.
Note al capitolo Ni 289

XI. Verso una distensione con la Germania

1 Walters, A History of the League of Nations cit., pp. 609-14.


2 Aloisi, Journal cit., 17 aprile 1935.
3 D.G.F.P., (C) IV, 36 e n. 2: colloquio Cerruti-von Biilow, 17 aprile
1935. Cfr. inoltre ivi, 65, per la nota del curatore; e Aloisi, op. cit.,
20 aprile 1935.
4 Aloisi, op. cit., 24, 30 aprile 1935, nonché 13 maggio 1935, in rife­
rimento alla convenzione aerea, firmata dal generale Valle, vice ministro
dell’aeronautica italiana, e dal generale Bergeret.
5 Per un riassunto esauriente dell’azione di von Hassell, cfr. il suo
promemoria (redatto evidentemente nell’aprile del 1935) in D.G.F.P., (C)
IV, 61.
6 D.G.F.P., (C) IV, 5: dispaccio di von Hassell, I aprile 1935; ivi,
9: risposta di von Neurath, 4 aprile 1935. Cfr. anche Aloisi, op. cit.,
19 aprile 1935.
7 Aloisi, op. cit., 30 aprile, 5 maggio 1935; D.B.F.P., (2) VI, 380.
Nel marzo del 1934 era stato inviato a Belgrado un nuovo ambasciatore
italiano. Il 24 giugno 1935 Stoyadinovic sostituì nell’incarico di primo mi­
nistro e ministro degli esteri jugoslavo l’antiitaliano B. Jeftié: Macartney-
Palmer, Independent Eastern Europe cit., p. 338.
8 Warner, Pierre Lavai cit., pp. 72-6, 81-2; riguardo a queste trattative,
Warner si è servito di documenti russi. Per un ragguaglio particolareggiato,
cfr. W. E. Scott, Alliance Against Hitler: The Origins of the Franco-Soviet
Pact, Durham (N. C.) 1962.
9 Robertson, Hitler’s Pre-War Policy cit., pp. 89-92.
10 D.G.F.P., (C) IV, 245: dispaccio di von Hassell, 3 agosto 1935.
11 SAC, Job 320, « Germania », passim.
12 D.G.F.P., (C) IV, 83.
13 Cfr. Lord Avon, The Memoirs of Anthony Eden cit., pp. 246-7, in
merito alle preoccupazioni portoghesi. Quanto all’atteggiamento sudafricano,
cfr. D. C. Watt, South African Attempts to Mediate between Britain and
Germany, in Studies in International History, a cura di K. Bourne e D. C.
Watt, London 1960.
14 Funke, Sanktionen und Kanonen cit., pp. 45-7.
15 League of Nations, Official Journal 1935, pp. 577, 749. Cfr. inoltre
Baer, The Coming of the Italian-Ethiopian War cit., pp. 131-2 (trad. it.
cit., pp. 173-4).
16 Hardie, The Abyssinian Crisis cit., pp. 86-7; Baer, op. cit., pp. 133-4
(trad. it. cit., pp. 176-7); Barros, Betrayal cit., pp. 69-70.
17 Guariglia, Ricordi cit., pp. 229-33.
18 Ivi, pp. 235-7.
19 Hardie, op. cit., pp. 119, 126.
20 Rochat, Militari e politici cit., pp. 155 sgg.; per la mobilitazione
italiana nel mese di maggio, cfr. Lessona, Memorie cit., p. 177.
21 Mussolini, Opera omnia cit., vol. XVII, pp. 72-4. Cfr. anche Baer,
op. cit., pp. 141-3 (trad. it. cit., pp. 191-2).
22 Guariglia, op. cit., pp. 236-8; Lord Avon, op. cit., pp. 204-6.
23 Per il testo, cfr. D.G.F.P., (C) IV, 171-9; cfr. inoltre Aloisi, op. cit.,
21, 22 maggio 1935.
24 D.G.F.P., (C) IV, 120, 124; Funke, op. cit., p. 46.
290 Mussolini fondatore dell'Impero

25 Aloisi, op. cit., 24 maggio 1935.


26 Baer, op. cit., p. 154 (trad. it. cit., p. 205).
27 Guariglia, op. cit., pp. 238-9.
28 Aloisi, op. cit., 22 maggio 1935; Barros, Betrayal cit., p. 70.
29 Riguardo a questo modo di procedere, cfr. Baer, op. cit., p. 156
(trad. it. cit., pp. 207-8); Walters, op. cit., pp. 633-5; Lord Avon, op. cit.,
pp. 204-9.
30 Mussolini, op. cit., vol. XXVIII, pp. 76-80; Baer, op. cit., p. 162
(trad. it. cit., pp. 214 sgg.).
31 Aloisi, op. cit., 20, 27, 28 maggio 1935.
32 Rochat, op. cit., pp. 158 sgg.; Aloisi, op. cit., 30 maggio 1935.
33 Cfr. Aloisi, op. cit., 18 gennaio 1933.
34 Guariglia, op. cit., p. 139.
35 Watt, The Anglo-German Naval Agreement cit. Per un resoconto
completo sui cambiamenti di governo, cfr. Middlemas-Barnes, Baldwin cit.,
pp. 821-3.
36 D.B.F.P., (2) XII, 419. Cfr. inoltre Middlemas-Barnes, op. cit.,
pp. 826-8; nonché Barros, op. cit., pp. 88-9. Per una esposizione generale
sugli Stati scandinavi e la crisi etiopica, cfr. N. Orvik, The Decline of
Neutrality, 1914-1941, Oslo 1953, cap. 1.
37 SAC, Job 20, « Renzetti ». Cfr. anche De Felice, Mussolini il duce
cit., pp. 491-2.
38 Aloisi, op. cit., 21 luglio 1935.
39 Ivi, 19 febbraio 1936.
« D.G.F.P., (C) IV, 164, 166.

XII. Giugno-luglio 1935: il confronto con l’Inghilterra

1 Middlemas-Barnes, Baldwin cit., pp. 845-6.


2 P.R.O., F.O. 371/19113 J 2435/1: estratti dalla riunione di governo,
33 (35). Cfr. anche Goldman, Sir Robert Vansittart Search cit., p. 115 e
n. 76; e Hardie, The Abyssinian Crisis cit., p. 124.
3 L’argomento è trattato da Rosaria Quartararo, Imperial Defence in
the Mediterranean on the Eve of the Ethiopian Crisis: ]uly-October 1935,
«The Historical Journal», n. 20, 1, 1977, pp. 185-220. L’autrice fa riferi­
mento a P.R.O., F.O. 371/19124 J 365/1/1: promemoria di Campbell, 9
agosto 1935; e a Baer, The Coming of the Italian-Ethiopian War cit.,
pp. 188-9 (trad. it. cit., pp. 248-50). Il testo completo del rapporto Maffey
sta in P.R.O., F.O. 371/19184/97/1, e deve essere pubblicato in D.B.F.P.,
(2) XIV (in preparazione). Cfr. inoltre Baer, op. cit., p. 277 (trad. it. cit.,
p. 357).
4 Cfr. E. Chiavarelli, E’opera della marina italiana durante la guerra
italo-etiopica, Milano 1969, pp. 24-44, per una trattazione della funzione
logistica della marina da guerra italiana. In merito alla produzione navale
italiana fra il 1934 e il 1936, cfr. R. Quartararo, Ea crisi mediterranea del
1935-1936, « Storia contemporanea », dicembre 1975.
5 Cfr. M. Toscano, Storia dei trattati e politica internazionale, 2 voli.,
Torino 1963, p. 35, in cui si afferma che Mussolini si servì del rapporto
Mafley (che gli pervenne per mezzo del servizio informazioni militare ita­
liano) per dimostrare che l’Inghilterra non voleva battersi. Ma evidente­
mente ricevette il rapporto nell’autunno del 1935.
Note al capitolo XII 291

6 Funke, Sanktionen und Kanonen cit., pp. 54-5, 157-8. F. Chabod,


Italian Fascism cit., pp. 76-8, è del parere che in un primo momento gli
italiani furono nel complesso indifferenti di fronte all’imminente avventura
etiopica, finché nell’estate del 1935 non si scontrarono con l’opposizione
inglese.
7 Baer, op. cit., pp. 206-7 (trad. it. cit., pp. 264 sgg.).
8 Secondo Middlemas-Barnes, op. cit., p. 834, nel governo emersero
tre gruppi distinti: 1) Chamberlain, Eden e Eustace Percy (scelto da
Baldwin come ambasciatore a Washington) erano a favore di un’azione
contro l’Italia tramite la Società delle Nazioni; 2) MacDonald (in quel
momento presidente del Consiglio) era favorevole a Stresa; 3) Runciman
(preposto alle attività economico-commerciali) e B. M. Eyres Monsell
(Primo lord dell’Ammiragliato) parteggiavano per il «realismo» di Van-
sittart. Eyres Monsell, molto preoccupato per le comunicazioni marittime
attraverso il Mediterraneo, era contrario alle sanzioni.
9 Viscount Templewood (Samuel Hoare), Nine Troubled Years, London
1954, pp. 153-4; Baer, op. cit., p. 191 (trad. it. cit., p. 252); Hardie, op. cit.,
pp. 124-6.
10 Barros, Betrayal cit., pp. 71-3. Per le condizioni esistenti a Massaua,
cfr. Barker, The Civilising Mission cit., pp. 137-8; e Rochat, Militari e
politici cit., pp. 162-3.
11 Barros, op. cit., pp. 77-80; Guariglia, Ricordi cit., pp. 241-3.
12 Baer, op. cit., p. 193 (trad. it. cit., p. 254).
13 Per la versione di Eden, cfr. Lord Avon, The Memoirs of Anthony
Eden cit., pp. 221-2. Per un resoconto basato su documenti italiani, cfr.
M. Toscano, Eden's Mission to Rome on the Eve of the Italian-Ethiopian
Conflict, in Studies in Diplomatic History and Historiography in Honour
of G. P. Gooch, a cura di A. O. Sarkissian, London-New York 1961.
14 Guariglia, op. cit., p. 245.
15 Aloisi, op. cit., 26 giugno 1935.
16 Per la questione del Chaco, cfr. Walters, A History of the League of
Nations cit., pp. 531-3.
17 Middlemas-Barnes, op. cit., pp. 839-40; Parker, Great Britain,
France and the Ethiopian Crisis cit., p. 301.
18 Gli italiani furono incoraggiati dai persiani a creare fastidi per gli
inglesi in Egitto, ma venne detto loro che la questione effettiva doveva
essere Malta, non l’Etiopia: Aloisi, op. cit., 8 luglio 1935. Sulla propaganda
italiana in Egitto, cfr. J. Marlowe, Anglo-Egyptian Relations, London 1969,
p. 306.
19 P. E. Tournoux, Défense des frontières: Haut Commandment-Gou-
vernement, 1919-1939, Paris 1960, p. 337.
20 Gamelin, Servir cit., vol. Il, pp, 167-9. Cfr. anche De Felice, Mus­
solini il duce cit., p. 615 n. 2.
21 Middlemas-Barnes, op. cit., p. 846.
22 Sui problemi interni della Francia, cfr. Warner, Pierre Lavai cit.,
pp. 85-9.
23 D.G.F.P., (C) IV, 373: promemoria del 21 ottobre 1935 (firmato
da M. Lorenz, funzionario del Dipartimento II del ministero degli esteri,
responsabile per l’Italia e per l’Europa sud-orientale) che riassume i rap­
porti del servizio segreto redatti ai primi di luglio del 1935 e successi­
vamente.
24 Gamelin, op. cit., vol. II, p. 175.
292 Mussolini fondatore dell’Impero

25 Baer, op. cit., pp. 208-9 (trad. it. cit., pp. 272-3); Aloisi, op. cit.,
5, 10, 21 luglio 1935.
26 Middlemas-Barnes, op. cit., p. 846; Baer, op. cit., pp. 217-18 (trad,
it. cit., pp. 288-9); Aloisi, op. cit., 10, 11 luglio 1935.
27 Baer, op. cit., p. 220 (trad. it. cit., p. 290).
28 Ivi, pp. 220-1 (trad. it. cit., pp. 291-3).
29 D.G.F.P., (C) IV, 212; Funke, op. cit., pp. 43-5.
» D.G.F.P., (C) IV, 246.
31 Sulla protesta italiana perché l’Inghilterra permetteva l’esportazione
di armi attraverso il suo territorio, cfr. Aloisi, op. cit., 23 luglio 1935.
Cfr. inoltre P. Wright, Italy’s African Dream cit.
32 D.G.F.P., (C) IV, 246, 261.
33 Aloisi, op. cit., 22 luglio 1935. Sir Arnold Toynbee, in R.I.I.A.,
Survey 1935, vol. II, p. 28, affermò addirittura che fino al mese di luglio
del 1935 nella stampa italiana il nemico numero uno dell’Italia era il
Giappone, mentre l'Inghilterra lo divenne soltanto successivamente.
34 Cfr. A. Del Boca, La guerra d’Abissinia 1935-1941, Milano 1966,
p. 28, in cui l’autore cita il « Times » di Londra del 20 settembre 1935.
Quanto alla proposta di finanziare l’arruolamento di volontari giapponesi
per l’Etiopia, cfr. Dilemmas of Growth in Pre-War Japan, a cura di J. W.
Morley, Berkeley (Cal.) 1973, p. 298.
35 Per la trattazione di questo argomento, cfr. E. M. Robertson, Hitler
and Sanctions: Mussolini and the Rhineland, « European Studies Review »,
voi. 7, n. 4, ottobre 1977, nonché Funke, op. cit., pp. 43-50, 84-121, 181-6.

XIII. Il compromesso anglo-francese dell’agosto 1935

1 Baer, The Coming of the Italian-Ethiopian War cit., p. 234 (trad. it.
cit., pp. 307-8).
2 Ibid.
3 Barros, Betrayal cit., pp. 88-9.
4 Colvin, Vansittart cit., pp. 67-8.
5 P.R.O., F.O. 371/19120 J 3204.
* Barros, op. cit., p. 89.
7 Parker, Great Britain, France and the Ethiopian Crisis cit., pp.
298-300.
« Ibid.
9 Per un quadro generale del riarmo inglese, cfr. Middlemas-Barnes,
Baldwin cit., capp. 27 e 28; in merito alla politica navale inglese nel
Mediterraneo, cfr. A. Marder, The Royal Navy and the Ethiopian Crisis
of 1935-1936, « American Historical Review », LXXV, 1970, pp. 1327-56;
per una nuova interpretazione delle possibilità militari dell’Inghilterra a
seguito della crisi etiopica, cfr. Quartararo, Imperial Defence cit.
10 Middlemas-Barnes, op. cit., pp. 762-3.
11 PRO., F.O. 371/19150 J 7493: dispaccio di Drummond, 5 no­
vembre 1935, contenente il rapporto dell’addetto navale britannico in data
29 ottobre, che riassumeva gli avvenimenti nelle prime fasi della crisi.
12 Marder, op. cit., pp. 1340-3.
13 Baer, op. cit., p. 470 (trad. it. cit., p. 470).
14 Tuttavia gli inglesi sapevano dell’esistenza degli accordi militari
Note al capitolo XIV 293

franco-italiani, da essi definiti il « Sandwich Plan »: D.B.F.P., (2) XII,


197 n. 2.
15 Guariglia, Ricordi cit., pp. 250-2.
16 Lord Avon, The Memoirs of Anthony Eden cit., p. 245; Aloisi,
Journal cit., 31 luglio, I agosto 1935; Guariglia, op. cit., pp. 250-1.
17 Walters, A History of the Eeague of Nations cit., pp. 647-8.
18 Rochat, Militari e politici cit., p. 225 n. 27.
19 Aloisi, op. cit., 5, 8, 9 agosto 1935.
20 Rochat, op. cit., pp. 226-7; De Felice, Mussolini il duce cit., pp.
630 e 673.
21 Guariglia, op. cit., p. 259; Baer, op. cit., pp. 300-2 (trad. it. cit.,
pp. 393 sgg.).
22 Aloisi, op. cit., 8, 11 agosto 1935.
23 Barros, op. cit., p. 91.
24 Aloisi, op. cit., 17 agosto 1935; Lord Avon, op. cit., pp. 249-51.
Per una versione recente, cfr. Hardie, The Abyssinian Crisis cit., pp. 91 sgg.
25 Rochat, op. cit., p. 218.
26 D.G.F.P., (C) IV, 265.
27 Guariglia, op. cit., p. 256.
28 Aloisi, op. cit., 19 agosto 1935.
29 D.G.F.P., (C) IV, 375: lo confermano i rapporti del servizio segreto
tedesco.
30 DBF.P., (2) XII, 533: evidentemente i curatori dei documenti
inglesi si sono erroneamente riferiti alla mobilitazione sul Brennero del
1934, non a quella del 1935.
31 Aloisi, op. cit., 21 agosto 1935. Mussolini ricorse alla minaccia di
ritirare le truppe dal Brennero alla vigilia del discorso tenuto da Hoare
Γ11 settembre 1935: cfr. Hardie, op. cit., p. 136.
32 C. F. Latour, Südtirol und die Achse Berlin-Rom cit., p. 21.
33 De Felice, Mussolini il duce cit., p. 677.
34 E. De Bono, citato da Hardie, op. cit., p. 132. Per il riferimento a
Vansittart, cfr. Aloisi, op. cit., 19 agosto 1935.
35 Middlemas-Barnes, op. cit., pp. 852-4; Hardie, op. cit., cap. 15.
Un riepilogo italiano della politica britannica sta in SAC, Job 320-3, « Gran
Bretagna », in cui la data della riunione del governo è indicata al 24 agosto.
36 Marder, op. cit., passim.
37 Warner, Pierre Lavai cit., pp. 102-3.
38 Guariglia, op. cit., p. 241; Barros, op. cit., pp. 91-2.
39 Lord Avon, op. cit., pp. 257-8; Warner, op. cit., p. 103.

XIV. Verso lo scoppio della guerra

1 Guariglia, Ricordi cit., p. 261; Aloisi, Journal cit., 5 agosto 1935.


2 Rochat, Militari e politici cit., p. 233.
3 Ivi, pp. 195 sgg.
4 Ivi, p. 222 per il promemoria di Lessona del 19 luglio 1935, e p. 223
per quello di Suvich.
5 L’argomento è trattato da Robertson, Hitler and Sanctions cit.
6 Guariglia, op. cit., pp. 257-8.
7 Walters, A History of the League of Nations cit., p. 641.
294 Mussolini fondatore dell’Impero

8 Baet, The Corning of the Italian-Ethiopian War cit., p. 305 (trad, it


cit., p. 403); Walter, op. cit., pp. 306-7.
9 Sul punto di vista americano, cfr. H. Braddick, A New Look at
American Policy during the Italo-Ethiopian Crisis, 1931-1936, « J. Modern
History », XXXIV, marzo 1962, pp. 64-73; e R. Divine, The Illusion of
Neutrality, Chicago 1962, pp. 64-73.
10 SAC, Job 321-3, « Francia », da cui si rileva il grande risalto dato
dagli italiani al tono antibritannico della stampa francese, che perdurò oltre
lo scoppio delle ostilità.
11 R.I.I.A., Survey 1935, vol. II, pp. 178-9; Baer, op. cit., pp. 297-8
(trad. it. cit., pp. 389-91).
12 Guariglia, op. cit., pp. 250-4; Aloisi op. cit., 3 settembre 1935.
13 Per il testo, cfr. League Officiai Journal; 1935, pp. 1137, 1595-1601,
14 L. Farago, Abyssinia on the Eve, London 1935, p. 45.
15 Alla riunione del Consiglio nel maggio del 1935 Eden aveva condan­
nato la Liberia per non avere adempito i suoi obblighi in base all’art. 23
del patto ginevrino: cfr. Walters, op. cit., p. 571. Quando venne sollevato
l’argomento dell’espulsione dell’Etiopia, egli arrossì: cfr. Aloisi, op. cit.,
5 ottobre 1935.
16 Walters, op. cit., p. 645; Aloisi, op. cit., 7 settembre 1935; Guariglia,
op. cit., p. 258.
17 Walters, op. cit., p. 645; Baer, op. cit., pp. 318-9 (trad. it. cit.,
pp. 412-5).
18 Aloisi, op. cit., 6 settembre 1935.
19 Viscount Templewood, Nine Troubled Years cit., pp. 167-9; Lord
Avon, The Memoirs of Anthony Eden cit., pp. 260-3; Baer, op. cit., p. 322
(trad. it. cit., p. 426).
20 Sulle discussioni di Hoare con Baldwin e Chamberlain, cfr. Middle-
mas-Barnes, Baldwin cit., pp. 885-6; Lord Avon, op. cit., pp. 261-2; Baer,
op. cit., p. 332 (trad. it. cit., p. 434). La versione più recente sta in Hardie.
The Abyssinian Crisis cit., pp. 96-9.
21 Parker, Great Britain, France and the Ethiopian Crisis cit., p. 307.
Lunghi estratti del discorso sono forniti da Baer, op. cit., pp. 338-9 (trad,
it. cit., pp. 441-3).
22 Aloisi, op. cit., 10, 11 settembre 1935.
23 Guariglia, op. cit., p. 264.
24 Walters, op. cit., pp. 650-5.
25 Ivi, pp. 648-9; Lord Avon, op. cit., p. 262.
26 Baer, op. cit., pp. 327-9 (trad. it. cit., pp. 429-31).
27 Barros, Betrayal cit., pp. 94-5.
28 Ivi; e Aloisi, op. cit., 12 settembre 1935.
29 Guariglia, op. cit., pp. 264-9.
30 Per il testo delle proposte della commissione, cfr. R.I.I.A., Docu­
ments, vol. II, pp. 106-10. Cfr. inoltre Baer, op. cit., pp. 343-4 (trad. it.
cit., pp. 447-9).
31 P.R.O., F.O. 371/19197 J 3863/G, J/3861/1. In merito al servizio
segreto italiano, cfr. L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico,
Bologna 1943, p. 141. Toscano, Storia dei trattati cit., pp. 35-6, accetta la
versione di Villari, ma ai primi del 1936 l’ammiraglio Denti (comandante
in capo italiano nel Mediterraneo) disse ad Aloisi che l’Inghilterra aveva
una supremazia assoluta in terra, sul mare e nel cielo; non fece alcun
accenno alla carenza di munizioni da parte britannica: Aloisi, op. cit., 1
febbraio 1936.
Note al capitolo XIV 295

32 Guariglia, op. cit., p. 270.


33 Rochat, op. cit., pp. 226-9.
34 Ivi, p. 229; Baer, op. cit., pp. 360-1 (trad. it. cit., pp. 470-7).
35 Marder, The Royal Navy and the Ethiopian Crisis cit., passim.
36 Queste cifre, desunte da Marder, op. cit., p. 1338, corrispondono a
quelle fornite da Chiavarelli, L’opera della marina italiana cit., pp. 77-8.
37 Sull’aumento dei sottomarini italiani nel Mar Rosso e sui compiti
del « Miraglia », cfr. Quartararo, Imperial Defence cit. Riguardo alla posi­
zione dell’Inghilterra a Aden, cfr. P.R.O., Air Staff Note 8/189, 2 ottobre
1935. Quanto all’attività italiana antibritannca nel Mediterraneo, cfr. P.R.O.,
F.O. 371/20411R 5839 G, 20 ottobre 1936.
38 P.R.O., F.O. 371/19077 J 6767/110/16 e J 7255/110/16: rapporti
di Lampson, 18 e 21 ottobre 1935. Aloisi e il nuovo ambasciatore egiziano
a Roma parlarono di un’insurrezione: Aloisi, op. cit., 19 novembre 1935.
39 Sento il dovere di ringraziare Callum A. MacDonald per avermi
messo a disposizione la sua monografia su Radio Bari cit., prima che venisse
pubblicata.
40 P.R.O. CAB 24/265, CP 335 (36), « Spain-the Balearic Islands De­
cember 1936 ». Il professor Kent mi ha cortesemente fatto consultare il
capitolo relativo alla Spagna nella prima stesura della sua tesi The Reper­
cussions of the Lateran Agreements cit.
41 Aloisi, op. cit., 18, 19, 24 settembre 1935. Cfr. anche Baer, op. cit.,
pp. 361-2, 370 (trad. it. cit., pp. 474, 484); Middlemas-Barnes, op. cit.,
p. 858.
42 Grazie ai loro servizi segreti, gli italiani erano esattamente al cor­
rente di quanto interveniva tra Londra e Parigi: cfr. SAC, Job 320-3,
« Gran Bretagna », e Job 321-3, « Francia ».
43 Brani della lettera di De Bono sono riportati da Funke, Sanktionen
und Kanonen cit., pp. 53-4. Secondo Barker, The Civilising Mission cit.,
p. 141, alia fine del 1935 nel Tigré operava soltanto una divisione di
alpini. Parte delle truppe schierate nei pressi del Brennero raggiunsero il
Dodecaneso nel mese di ottobre: P.R.O., W.O. 106/284.
44 « Sunday Times », 6 ottobre 1935, citato da Del Boca, La guerra
d’Ahissinia cit., p. 28.
45 Funke, op. cit., p. 60.
46 D.G.F.P., (C) IV, nota del curatore, 632-3; D.B.F.P., (2) XIII, 500,
502, 513, 533.
47 P.R.O., F.O. 371/19891 C 1831, con un appunto di Hankey, rela­
tivo alle conversazioni tra Laube (un industriale tedesco) e Leo Amery
(un deputato conservatore, ben noto per i suoi sentimenti filoitaliani). L’ar­
gomento è trattato da Quartararo, Imperial Defence cit.
48 Funke, op. cit., p. 59 n. 70, pp. 68-9.
49 R. H. Whealey, Mussolini’s Ideological Diplomacy: An Unpublished
Document, « J. Modern History », XXXIX, 1967, pp. 432-7.
50 Wiskemann, The Rome-Berlin Axis, cit., p. 70.
51 P.R.O., F.O. 371/20419 R 794/22: dispaccio di Drummond, 11
febbraio 1936, con cui si trasmette un rapporto del console inglese di Trieste.
52 D.G.F.P., (C) IV, 322, 323, 325.
53 Cfr. Mussolini, Opera omnia cit., vol. XXVI, pp. 155-60. Un sunto
del discorso sta in Baer, op. cit., pp. 369-70 (trad. it. cit., pp. 486-7).
296 Mussolini fondatore dell’Impero

Appendice I

1 De Felice, Mussolini il duce cit., p. 642.


2 Alcuni documenti di Grandi relativi alle trattative svoltesi a Londra
verso la fine del 1935 sono pubblicati da R. Quartararo, Le origini del Piano
Hoare-Laval, « Storia contemporanea », VII, 1977, n. 4. Un resoconto
basato sui documenti inglesi si trova in J. C. Robertson, The Hoare-Laval
Pian, « Journal of Contemporary History », X, η. 3, luglio 1975, e in Hardie,
The Abyssinian Crisis cit., pp. 164 sgg.
3 Hardie, op. cit., p. 171, esprime questo punto di vista. Cfr. anche
R.I.I.A., Documents on International Affairs, 1935, vol. II, p. 380.
4 Aloisi, Journal cit., 16, 20 novembre 1935. Cfr. inoltre nota 22, infra.
5 Quartararo, Le origini cit.
6 Roskill, Naval Policy cit., vol. II, cap. IX; Quartararo, Imperial
Defence cit.; Marder, The Royal Navy and the Ethiopian Crisis cit.; L. Pratt,
East of Malta West of Suez, Cambridge 1975.
7 Sono molto grato a M. J. Rooke per avermi lasciato consultare The
British Governments Relations with the States of South-Eastern Europe
1934-39, parte IV, London School of Economics (tesi di laurea in prepa­
razione).
8 Ivi; Warner, Pierre Laval cit., pp. 108-9, 114.
9 Guariglia, Ricordi cit., pp. 289, 292-3; Aloisi, op. cit., 2 dicembre
1935.
10 Aloisi, op. cit., 18 dicembre 1935.
11 A. J. P. Taylor, The Origins of the Second World War, London
1964, p. 274. Può darsi che le conclusioni di Taylor siano state accettate
troppo alla lettera da Hardie, op. cit., p. 6.
12 Warner, op. cit., pp. 126-8.
13 Rochat, Militari e politici cit., pp. 239-40. Cfr. anche Aloisi, op. cit.,
3, 9, 20 e 26 gennaio 1936. Riguardo all’andamento delle operazioni mili­
tari, cfr. Barker, The Civilising Mission cit.
14 Funke, Sanktionen und Kanonen cit., p. 107, nota 120.
15 Hardie, op. cit., pp. 207-10; Parker, Great Britain, France and the
Ethiopian Crisis cit.
16 Petersen, Hitler e Mussolini, ed. cit., pp. 386-91. Cfr. inoltre M. Mi­
chaelis, II Conte Galeazzo Ciano di Cortellazzo quale antesignano dell’asse
Roma-Berlino, «Nuova Rivista Storica», LXI, 1977, pp. 116-49.
17 Aloisi, op. cit., 28, 30 novembre, 11, 14, 20 e 26 dicembre 1935.
Cfr. anche G. Bernardini, The Origins and Development of Racial Anti-
Semitism in Fascist Italy, « The Journal of Modern History », voi. 49, n. 3,
settembre 1977, pp. 431-53.
18 Petersen, Hitler e Mussolini, ed. it. cit., pp. 388-9; Mack Smith,
Mussolini's Roman Empire cit., p. 91; Bernardini, op. cit.
19 Ivi; Quartararo, Imperial Defence cit.
20 Questo argomento è trattato da E. M. Robertson, Hitler and San­
ctions cit., e Hitler’s Pre-War Policy cit., pp. 66 sgg.
21 Ivi.
22 Aloisi, op. cit., 4 febbraio 1936. Secondo questo autore, op. cit.,
7 febbraio 1936, l’ammiraglio Denti di Piraino non condivideva l’ottimismo
di Mussolini sull’esito di un conflitto armato (cfr. n. 31 del cap. XIV).
23 Robertson, Hitler and Sanctions cit.
Note all’Appendice 11 297

24 Ivi.
25 Aloisi, op. cit., 11 marzo 1936. In merito all’atteggiamento del re,
cfr. De Felice, Mussolini il duce cit., p. 629.
26 E. Wiskemann, Europe of the Dictators, 1919-1943, London 1966,
pp. 114-5.
27 Aloisi, op. cit., 13 maggio 1936.
28 Quartararo, Imperial Defence cit.; Roskill, op. cit., vol. II, p. 268.
29 R. De Felice, Alle origini del patto d’acciaio: rincontro e gli accordi
tra Bocchini e Hitler nel marzo-aprile 1936, « Cultura », I, 1963. Cfr. anche
R. Quartararo, Politica fascista nelle Baleari (1936-1939), «Quaderni della
F.I.A.P. », n. 23, 1977.
30 Gilkes, The Dying Lion cit., capp. 6-8.
31 I. S. O. Playfair, History of the Second World War: The Mediter­
ranean and the Middle East, London 1956, vol. I, cap. 1.
32 C. Zaghi, L’Africa nella coscienza europea e l’imperialismo italiano,
Napoli 1973, tratta ampiamente questo problema da un punto di vista
marxista.

Appendice II

1 La presente appendice si basa soprattutto su R. Greenfield, Ethiopia:


A New Political History cit.; J. Markakis, Ethiopia. Anatomy of a Tradi­
tional Polity, Oxford 1974; Gilkes, The Dying Lion cit.; R. L. Hess, Ethio­
pia. The Modernization of Autocracy, Ithaca-London 1970.
2 Gilkes, op. cit., pp. 7-9, 204-5; Greenfield, op. cit., pp. 57-9, 161-2.
3 Gilkes, op. cit., pp. 205, 210-3; Markakis, op. cit., p. 54.
4 Cfr. cap. IX, supra.
5 Hess, op. cit., pp. 9-10, 18; Markakis, op. cit., pp. 23, 57.
6 Gilkes, op. cit., p. 210.
7 Ivi, pp. 13-4, 48-9.
8 I. M. Lewis, The Modern History of Somaliland: Prom Nation to
State, London 1965, di cui è imminente una seconda edizione. Cfr. inoltre
Greenfield, op. cit., p. 286; Hess, Italian Colonialism in Somalia cit., passim.
9 Hess, Ethiopia cit., pp. 11, 14; Greenfield, op. cit., pp. 99-100.
10 Questo argomento forma oggetto di un estratto della tesi di laurea
di Antoinette Iadarola, Prolegomena to the Ethiopian Crisis: Anglo-Italian
Relations towards Ethiopia 1923-1934, Georgetown University 1975.
11 Gilkes, op. cit., pp. 186-8. In merito alle zone amarico-tigrine cfr.
anche cap. II, supra.
INDICI
INDICE DEI NOMI

Alessandro I, re di Jugoslavia, 33- Beaumarchais, Maurice Delarne Ca­


34, 50, 84-5, 101, 106-7, 110. ron de, 32.
Aloisi, Pompeo, 23, 28, 31-2, 35, Beitz, 127.
37-8, 44-7, 55, 57-9, 63, 70, 74-5, Beneš, Edward, 47, 216.
77, 84, 87, 95-6, 100, 102-5, Bérenger, Henri, 32-3, 48.
112-3, 123-6, 135, 142, 147-8, Bernardini, Gene, 238-9.
155, 157, 160, 165, 170, 174-6, Berthelot, Philippe, 21.
178, 187; 190, 201, 204, 207, Birru, Daba, 192.
211, 214-7, 219-20, 226-7, 237, Blomberg, Werner von, 72-3, 89,
239. 110.
Aosta, Emanuele Filiberto, duca Bocchini, Arturo, 33, 239, 242.
d’, 45. Bonaparte, Letizia, 50.
Astuto, Riccardo, 44, 176. Bonaparte, Napoleone, 50.
Atatürk, Gazi Mustafa Kemal, 19. Bonzani, Alberto, 119-22.
Attolico, Bernardo, 178, 205. Brüning, Heinrich, 50.
Augusto, 101. Bülow, Bernhard Wilhelm von, 52,
Avenol, Joseph, 135, 145, 160, 170, 66-7, 71-2, 76, 89, 102, 158,
174-5, 185-8, 195-6, 201, 204, 173, 191, 205.
209, 211, 219. Bufi, Gino, 38.
Buxton, Noel, 128.
Badoglio, Pietro, 39, 44, 119-22,
151, 153, 185, 202-3, 206, 211-2, Canaris, Wilhelm, 189, 229, 238.
221-3, 240, 242. Carocci, Giampiero, 5, 8.
Baer, George W., 45, 152, 175. Cassels, Alan von, 6.
Baistrocchi, Federico, 118, 120-2, Cavagnari, Domenico, 202.
151, 202, 212. Cerruti, Vittorio, 47-9, 54-5, 58,
Balbo, Italo, 9, 18, 22, 27-8, 44, 61, 66-7, 73, 79-80, 84, 108-9,
87, 105, 109, 118, 123, 212, 111, 137, 178, 227.
224. Cerulli, Enrico, 219.
Baldwin, Stanley, 72, 177, 181, Cesare, 101.
187, 196-7, 207, 217, 238. Chamberlain, Austen, 11.
Balugdžič, 86-7. Chamberlain, Neville, 217.
Barros, James, 219. Chambrun, Charles Pincton de, 78,
Barthou, Louis, 83, 106-7, 117, 124-5, 209.
124-5. Chatfield, Ernie, 207-8.
Barton, Sidney, 131, 134, 146. Ciano, Galeazzo, 160-1.

* Per la frequenza con cui ricorrono nel testo, in questo indice non
sono stati registrati i nomi di A. Hitler e B. Mussolini.
Non compaiono peraltro i nomi nelle note e nella tavola cronologica.
302 Indice dei nomi

Cimmaruta, Roberto, 132. Galli, Carlo, 105.


Clerk, George, 196. Gamelin, Maurice-Gustave, 188-9,
Clifford, E. H. M., 132. 206.
Conti, Ercole, 33. Gazzera, Pietro, 44, 118.
Cora, Giuliano, 13. Giolitti, Giovanni, 5.
Corbin, Charles, 156. Giovanna d’Arco, 172.
Cors, 61. Glass, 98.
Cortese, Paolo, 37, 58, 106. Goebbels, Paul Joseph, 4, 110.
Crispi, Francesco, 186. Gömbös, Gyula Jakfai, 37, 50-1,
Cubeddu, Luigi, 38, 43-4. 86, 89, 108.
Curzon, George Nathaniel, 11. Göring, Hermann, 48-9, 58-9, 73,
77, 79-80, 101, 107-11, 173.
Daladier, Edouard, 72. Graham, Ronald William, 25, 62,
D’Amoja, Fulvio, 8, 47. 73, 75.
D’Annunzio. Gabriele, 11. Grandi, Dino, 8-9, 14-5, 20-2, 25,
Davis, Norman, 71. 27-8, 53-4, 148-50, 155-7, 160,
De Bono, Emilio, 14-5, 27-8, 38-9, 162, 170-1, 187-8, 212, 218, 221,
43-5. 118-24, 132, 134-5, 147, 234, 236, 241.
151, 153, 203, 206, 212, 224, Graziani, Rodolfo, 10, 39, 115,
226-7. 151-2, 176, 212, 224, 238.
De Caix, Robert, 20-1, 32. Guariglia, Raffaele, 14-6, 20-1, 27-
De Felice, Ren?o, 8, 56, 139, 161, 28, 31, 45, 160-1, 170, 174, 176,
203, 233. 200, 206, 220-1.
De Vecchi, Cesare Maria, 41. Guarnaschelli, Giovambattista, 132,
Dollfuss, Engelbert, 36, 47, 50-2, 161-2.
54-5, 57-62, 65, 67, 78, 83-4, 86,
89-91, 93-9, 101, 103-4, 124. Habicht, Theodor, 60-1, 66-7, 83,
Drummond, Eric, 132, 146-7, 157, 90-2, 95, 98-100.
160, 171-2, 186, 216, 226-7. Haile Selassie I (Tafari), 12-6, 19,
Dupuy, Pierre, 79. 39, 41, 43, 45, 114, 117, 122,
126-38, 144, 152-3, 158-9, 170,
Eden, Antony, 112-3, 150, 157, 174, 190, 192-3, 203, 213, 228,
161-2, 168, 175, 177, 182, 184-8, 235, 242, 245-8.
190, 201, 204-5, 209-10, 215-6, Hall, 190-1.
218-9, 227, 241. Hasseil, Ulrich von, 48, 50, 59,
63, 67, 70, 73-7, 79-81, 86, 93,
Fabbri, 94-5. 97-9, 108, 111, 158-9, 165-6,
Fabry, Jean, 209. 178-9, 183, 191, 228-9, 239-40.
Federzoni, Luigi, 14, 20. Hawariate, Tede, 19, 160, 174.
Feisal, 137. Heeren, 52, 66.
Fey, Emil, 90, 95, 98-9. Henderson, Arthur, 69-70.
Filippo, principe d’Assia, 58, 79. Henderson, Nevile, 38.
Fischer, 108-10, 112, 189. Herriot, Edouard, 32, 50, 197, 209.
Fisher, William, 207-8. Hess, Rudolf, 110.
Flandin, Pierre-Etienne, 162-3. Himmler, Heinrich, 242.
Foppa, 90. Hindenburg, Paul von, 62, 99.
Franchetti, Raimondo, 16, 123. Hoare, Samuel John, 177, 181,
Franco, Francisco Bahamonte, 193. 184, 186, 188, 190, 216-9, 226-7,
François-Poncet, André, 51. 235-7, 239.
Frank, Hans, 57, 60-1. Hughes, H. Stuart, 5.
Frick, Wilhelm, 92. Hymans, Paul, 218.
Fritsch, Werner von, 91, 109-10.
Funke, Manfred, 191, 193, 228. Ibn Saud, 137.
Indice dei nomi 303

Jarausch, Konrad Hugo, 54. Paolo, principe reggente di Jugo­


Jedlicka, Ludwig, 83. slavia, 107.
Jelié, 85. Paul-Boncour, Joseph, 38, 71.
Jèze, Gaston, 174, 216. Paulucci di Calboli Barone, Gia­
Jouvenel, Henri de, 32. como, 27.
Pavelić Ante, 33-4, 37, 46, 85, 107.
Kent, Peter, 26. Perčeć, Gustav, 33, 85.
Kerl, 60-1. Petersen, Jens, 4, 111, 238.
Kircholtes, 158. Pfrimer, 60.
Koch, Ottaviano Armando, 35. Pietro I, re di Jugoslavia, 107.
Köpke, Gerhard, 52, 58. Pilotti, Massimo, 145.
Pio XI, papa, 144, 227.
Langer, 92. Pirro, 242.
Lavai, Pierre, 14, 20, 107, 111-3, Pittalis, Francesco, 166.
135, 141-4, 162, 167, 170, 175, Politis, Nicolas, 133, 203-4, 214.
186, 188-90, 196-7, 201, 203-6, Ponzio Pilato, 42.
209-10, 212, 214, 216-9, 227, Preziosi, Gabriele, 58.
235-7, 239. Prüfer, 190-1.
Lebrun, Albert, 107.
Léger, Alexis Saint-Léger, 143, 197, Ranke, 3.
237. Rava, Maurizio, 132.
Lessona, Alessandro, 147, 172, 176, Renzetti, Giuseppe, 48-9, 91, 98,
212. 100, 107-8, 158, 178-9.
Ligg Jasu, imperatore, 11, 15, 176. Reschny, 62, 90, 98, 108.
Litvinov, Maksim Maksimovic, 81, Ribbentrop, Joachim von, 110,
196, 215. 177-8.
Lloyd George, David, 156. Rickett, Francis W., 214.
Lyautey, Louis Hubert, 144. Rieth, Kurt, 92, 97, 99-100.
Rintelen, Anton, 95, 97-8.
MacDonald, James Ramsay, 54-5, Ritter, Karl, 76.
69, 177. Roana, Mario, 109, 189, 229, 238.
Maček, 34. Rochat, Giorgio, 44, 152, 211, 222.
MacSmith, Denis, 3, 239. Rohm, Ernst, 91-2, 98, 100.
Madariaga, Salvador de, 216, 226. Roosevelt, Franklin Delano, 213.
Maffey, John, 149, 170, 181-2. Rosenberg, Alfred, 49, 85, 91-2,
Marder, 207. 94-7, 137.
Menelik II, imperatore, 11, 42-3, Ross, Dieter, 99.
219, 234, 245-8. Rosso, Augusto, 20, 28.
Muff, Wolfgang, 91, 94. Ruggero, Vittorio, 122, 133.
Muhammad ibn Abdallah ibn Ha­ Rumi, Giorgio, 6.
san, 40-1. Rust, Bernhard, 158.
Mussolini, Arnaldo, 9.
Salvatorelli, Luigi, 5.
Nemours, Alfred, 218. Salvemini, Gaetano, 4-6.
Nenni, Pietro, 6. Samantar, Omar, 41, 130, 133-4.
Neurath, Konstantin von, 6, 54, Schleicher, Kurt von, 48.
62, 66-7, 71-2, 77, 89, 92, 97-8, Schoen, Hans von, 127, 136-7.
102, 112, 127-8, 166, 168, 178, Schuschnigg, Kurt von, 103-4, 108,
191. 239-40.
Sciferra, fitaurari, 130, 132-4.
Papen, Franz von, 58, 60, 66, 80, Schiller, 62.
89, 100, 102-3. Seton-Watson, Christopher, 6.
304 Indice dei nomi

Sforza, Carlo, 5. Toscano, Mario, 65.


Simon, John, 53-4, 63, 65, 72, 142, Trotskij, 6.
148-50, 155-7, 161-2, 168, 170-2,
177, 182. Unverfehrt, Willy, 136.
Sirianni, Giuseppe, 119.
Starhemberg, Ernst Rüdiger von, Valle, Giuseppe, 123, 151, 202.
36-7, 45, 47, 50, 60, 83, 90, Vansittart, Robert, 63, 65, 146-7,
104, 241. 149-50, 162-5, 171, 177, 181-2,
Steffen, Hans, 137, 157-8, 191, 184, 196, 200, 204, 207, 217,
228. 234, 236.
Strang, William, 186. Vittorio Emanuele IH, re d’Italia,
Strickland, George, 25-6. 39, 106, 176, 202, 242.
Stülpnagel, Karl Heinrich von, Vinci-Gigliucci, Luigi, 44-5, 134.
189. Virgilio, 101.
Sujimura, 192. Visconti-Prasca, 122, 185, 211.
Suvich, Fulvio, 28, 36, 38, 44, Vitetti, Leonardo, 147-8.
57-8, 62-3, 79-81, 83, 103, 106,
108-9, 111-2, 121-2, 126, 148, Wächter, 90, 92.
157-61, 170-1, 185-6, 202, 211-2. Walters, F. P., 82.
Wasserbach, 61.
Tacchi-Venturi, Pietro, 239. Water, Charles de, 218.
Tauschitz, 61. Weizmann, Chaim Ben Ozer, 56
Taylor, A. J. P„ 237. Weygand, Maxime, 23, 38, 46.
Theodoli, Alberto, 20-1, 31-2, 45, Whitehall, 131.
113, 174, 185-6. Winkler, Franz, 78, 90.
Thompson, Geoffrey, 162. Winter, Ernst Karl, 59-60.
Titulescu, Nicolas, 47, 203. Wiskemann, Elizabet, 241.
Tolomei, Ettore, 206.
Tönnigen, Rost van, 65. Zog, re d’Albania, 33, 100.
Zoli, Corrado, 14.
INDICE DEL VOLUME

Prefazione v

Introduzione 3

I. Il rimpasto di luglio-agosto 1932 11

II. Europa e Africa nel 1932-33 31

III. 1933: Rapporti tesi con la Germania a causa dell’Austria 57

IV. 1933: Mussolini e il disarmo 69

V. Ottobre 1933-marzo 1934: disillusione in Europa 75

VI. L’assassinio di Dollfuss 89

VII. Gli assassinii di Marsiglia e le loro conseguenze 105

Vili. Mussolini decide in merito alla guerra 115

IX. La mobilitazione dell’esercito italiano 141

X. L’intermezzo di Stresa 155

XI. Verso una distensione con la Germania 165

XII. Giugno-luglio 1935: il confronto con l’Inghilterra 181

XIII. Il compromesso anglo-francese dell’agosto 1935 195

XIV. Verso lo scoppio della guerra 211


306 Indice del volume

Appendici

I. Le conseguenze 233

II. Gruppi etnici di sudditi etiopici 245

Tavola cronologica 250

Note 267

Indice dei nomi 301


STORIA E SOCIETÀ

Guido Gigli La seconda guerra mondiale, 1964


Giampiero Carocci (a cura di) Il Parlamento nella storia d’Italia, 1964
Brunello Vigezzi (a cura di) 1919-1925. Dopoguerra e fascismo. Poli­
tica e stampa in Italia, 1965
Enzo Piscitelli Storia della Resistenza romana, 1965
Franco Fortini (a cura di) Profezie e realtà del nostro secolo, 1965
Elio Apih Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia (1918-
1943), 1966
Giorgio Bocca Storia dell’Italia partigiana, 1966, 19674
Michael Edwardes Storia dell’India dalle origini ai giorni nostri, 1966
F. Margiotta Broglio Italia e Santa Sede dalla grande guerra alla Con­
ciliazione, 1966
Gastone Manacorda (a cura di) Il socialismo nella storia d’Italia, 1966
Aldo Romano Storia del movimento socialista in Italia·.
vol. I. L’Unità italiana e la Prima Internazionale. 1861-1871, 1966
voi. II. L’egemonia borghese e la rivolta libertaria. 1871-1882,
1966
vol. III. Testi e documenti. 1861-1882, 1967
Pietro Scoppola (a cura di) Chiesa e Stato nella storia d’Italia. Storia
documentaria dall’Unità alla Repubblica, 1967
Giampaolo Pansa Guerra partigiana tra Genova e il Po. La Resistenza
in provincia di Alessandria, 1967
Giorgio Rochat L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini.
1919-1925, 1967
Chr. Seton-Watson Storia d’Italia dal 1870 al 1925, 1967
Mario Toscano Storia diplomatica della questione dell’Alto Adige,
1967, 19682
Stuart J. Woolf (a cura di) Il fascismo in Europa, 1968
E. Forcella - A. Monticone Plotone di esecuzione. I processi della
prima guerra mondiale, 1968, 19682
D. Mack Smith II Risorgimento italiano. Storia e testi, 1968, 19682
Michael M. Postan Storia economica d’Europa (1945-1964), 1968
Giorgio Rumi Alle origini della politica estera fascista. 1918-1923,
1968
A. J. P. Taylor Storia dell’Inghilterra contemporanea, 1968
Giorgio Bocca Storia d’Italia nella guerra fascista. 1940-1943, 1969
Giampiero Carocci La politica estera dell’Italia fascista (1925-1928),
1969
Luigi Cortesi II socialismo italiano tra riforme e rivoluzione. Dibat-
liti congressuali del PSI. 1892-1921, 1969
Piero Melograni Storia politica della grande guerra. 1915-1918, 1969,
19724
Ernesto Ragionieri Italia giudicata. 1861-1945. Ovvero la storia degli
italiani scritta dagli altri, 1969
Michal Reiman La Rivoluzione russa dal 23 febbraio al 25 ottobre,
1969
Sergej A. Tokarev URSS: popoli e costumi. La costruzione del socia­
lismo in uno Stato plurinazionale, 1969
Piero Malvezzi Le voci del ghetto. Antologia della stampa clande­
stina ebraica a Varsavia (1941-1942), 1970
Patrick Renshaw II sindacalismo rivoluzionario negli Stati Uniti,
1970
D. Mack Smith Storia della Sicilia medievale e moderna, 1970, 19735
Edgar Quinet Le rivoluzioni d’Italia, 19702
Moses I. Finley Storia della Sicilia antica, 1970, 19722
Valerio Castronovo La stampa italiana dall’Unità al fascismo, 1970
George W. Baer La guerra italo-etiopica e la crisi dell’equilibrio
europeo, 1970
Renzo De Felice II fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei
e degli storici, 1970
L. Colletti - C. Napoleoni II futuro del capitalismo. Crollo o svilup­
po?, 1970
Rosario Villari Storia dell’Europa contemporanea, 1971, 19722
Jack Belden La Cina scuote il mondo, 1971
Lucio Villari II capitalismo italiano del Novecento, 1972
Sidney Sonnino Diario 1866-1912, vol. I, 1972
Diario 1914-1916, vol. II, 1972
Diario 1916-1922, vol. Ili, 1972
Sidney Sonnino Scritti e discorsi extraparlamentari 1870-1902,
vol. I, 1972
Scritti e discorsi extraparlamentari 1903-1920,
vol. II, 1972
D. Mack Smith Vittorio Emanuele II, 1972, 19723
Max Gallo Storia della Spagna franchista, 1972
John P. Diggins L’America Mussolini e il fascismo, 1972
Bernardino Farolfi Capitalismo europeo e rivoluzione borghese, 1789-
1815, 1972
Giorgio Bocca Paimiro Togliatti, 1973
N. Branson-M. Heinemann L’Inghilterra negli anni Trenta, 1973
R. M. Hartwell La rivoluzione industriale inglese, 1973
Victor Serge Vita e morte di Trotskij, 1973
George Lichtheim L’Europa del Novecento. Storia e cultura, 1973
Adrian Lyttelton La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al
1929, 1974
Carlo Ghisalberti Storia costituzionale d’Italia 1849-1948, 1974
Sidney Sonnino Carteggio 1914-1916, 1974
George Rude L’Europa del Settecento. Storia e cultura, 1974
Giuseppe Fiori Vita di Antonio Gramsci, 1974
U. Alfassio Grimaldi - G. Bozzetti Dieci giugno 1940. Il giorno della
follia, 1974
Christopher Hill Vita di Cromwell, 1974
Antonio Gambino Storia del dopoguerra. Dalla Liberazione al po­
tere DC, 1975
Sidney Sonnino Carteggio 1916-1922, 1975
James Joli Cento anni d’Europa 1870-1970, 1975
Jens Petersen Hitler e Mussolini. La difficile alleanza, 1975
Giuliano Procacci Storia degli italiani, 1975
Michael A. Ledeen D’Annunzio a Fiume, 1975
Sandro Setta L'Uomo Qualunque. 1944-1948, 1975
Denis Mack Smith Le guerre del Duce, 1976
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di) La stampa italiana
del Neocapitalismo, 1976
Angelo del Boca Gli italiani in Africa Orientale. Dall’Unità alla
marcia su Roma, 1976
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di) La stampa italiana
dal Cinquecento all'Ottocento, 1976
Eric J. Hobsbawm II trionfo della borghesia. 1848-1875, 1976
Giorgio Bocca La repubblica di Mussolini, 1977
John F. Coverdale I fascisti italiani alla guerra di Spagna, 1977
Geoffrey Barraclough Atlante della storia. 1945-1975, 1977
Georges Duby L’arte e la società medievale, 1977
Manin Carabba Un ventennio di programmazione. 1954-1974, 1977
Giorgio Galli Storia della Democrazia cristiana, 1978
Maurice Duverger I sistemi politici, 1978
René Albrecht-Carrié Storia diplomatica d’Europa. 1815-1968, 1978
Alexander J. De Grand Bottai e la cultura fascista
Rosario Villari (a cura di) Il Sud nella storia d’Italia, 1978
Armando Saitta 2000 anni di storia vol. I. Cristiani e Barbari, 1978
Detalmo Pirzio-Biroli Africa nera, 1978
Michael Howard La guerra e le armi nella storia d’Europa, 1978
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di) La stampa italiana
del Risorgimento, 1979
Alexander J. De Grand Bottai e la cultura fascista, 1978
Francesco Valentini II pensiero politico contemporaneo, 1979
Nello Ajello Intellettuali e Pei. 1944-1958, 1979
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. VI, tomo I.
I nostri anni. Dal 1947 a oggi, 1979
COLLEZIONE STORICA

George F. Moore Storia delle religioni, 2 volumi, 1922


Michelangelo Schipa II Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla mo­
narchia, 1923
Guido De Ruggiero Storia del liberalismo europeo, 1925, 19596
Michelangelo Schipa Masaniello, 1925
John R. Seely L’espansione dell’Inghilterra, 1928
Ernesto Buonaiuti II cristianesimo nell’Africa romana, 1928
Arturo C. Jemolo 11 giansenismo in Italia prima della Rivoluzione,
1928
Adolfo Omodeo La mistica giovannea, 1930
H. A. L. Fisher Storia d’Europa, 3 volumi, 1936, 19616
R. N. Carew Hunt Calvino, 1938
Kent R. Greenfield Economia e liberalismo nel Risorgimento, 1940,
19642
Luigi Blanch Scritti storici, 3 volumi, 1945
Gaetano Salvemini La Rivoluzione francese. 1788-1792, 1954
Luigi Einaudi II buongoverno, 1954, 19552
AA.VV. Dieci anni dopo: 1945-1955, 1955
Alcide De Gasperi I cattolici dall’opposizione al governo, 1955, 19552
Edmond Vermeil La Germania contemporanea, 1956
Robert W. e Alexander J. Carlyle II pensiero politico medievale,
vol. I, 1956
Serghéj N. Prokopovic Storia economica dell’URSS, 1957
Heinrich Fichtenau L’impero carolingio, 1958
Salvatore F. Romano Storia dei Fasci siciliani, 1959
D. Mack Smith Storia d’Italia dal 1861 al 1958, 1959, 19667; e,
riveduta e aggiornata al 1969, 19713, 197310
Georges Lefebvre Les Paysans du Nord pendant la Révolution fran­
çaise, 1959
Helmut Berve Storia greca, 1959
Robert W. e Alexander J. Carlyle II pensiero politico medievale,
vol. II, 1959
Georges Lefebvre Napoleone, 1960, 19642
Armando Saitta Storia e miti del ’900, 1960, 19612

I
Emilio Sereni Storia del paesaggio agrario italiano, 1961, 19622

I
Thomas A. Sinclair II pensiero politico classico, 1961
Rosario Villari (a cura di) Il Sud nella storia d’Italia, 1961, 19632
A. J. P. Taylor L’Europa delle grandi potenze, 1961
Jacques Godechot La Grande Nazione. L’espansione rivoluzionaria
della Francia nel mondo, 1962
Luciano Cafagna (a cura di) Il Nord nella storia d’Italia, 1962
Jean Chesneaux La Cina contemporanea, 1963
Pierre Mesnard II pensiero politico rinascimentale, vol. I, 1963;
vol. Il, 1964
Gerhard Ritter La formazione dell’Europa moderna, 1964, 19682
Albert Soboul La Rivoluzione francese, 1964
Santo Mazzarino II pensiero storico classico, vol. I, 1965, 19744;
voi. II.l, 1966, 1974s; vol. II.2, 1966, 19744
Gino Luzzatto Dai servi della gleba agli albori del capitalismo, 1966
Georges Duby L’economia rurale nell’Europa medievale, 1966
Gabriele De Rosa Storia del movimento cattolico in Italia, 2 vo­
lumi, 1966
Guido Calogero Storia della logica antica, vol. I. L’età arcaica, 1967
Robert W. e Alexander J. Carlyle II pensiero politico medievale.
vol. Ili, 1967
Johan Huizinga La mia vita alla storia e altri saggi, 1967
G. D. H. Cole Storia del pensiero socialista
voi. I. I precursori. 1789-1850, 1967
voi. II. Marxismo e anarchismo. 1850-1890, 1967
voi. III. La Seconda Internazionale. 1889-1914, 2 tomi, 1968
voi. IV. ComuniSmo e socialdemocrazia. 1914-1931, 2 tomi, 1968
vol. V. Socialismo e fascismo. 1931-1939, 1968
Joseph Vogt La Repubblica romana, 1968
Robert W. e Alexander J. Carlyle II pensiero politico medievale,
vol. IV, 1968
H. G. Rönigsberger - C. L. Mosse L’Europa del Cinquecento, 1969
Rosario Romeo Cavour e il suo tempo, vol. I. 1810-1842, 1969, 19712
Rosario Romeo II Risorgimento in Sicilia, 19702
E. Le Roy Ladurie 1 contadini di Linguadoca, 1970
Robert Mandrou Magistrati e streghe nella Francia del Seicento, 1971
Pierre Vilar Oro e moneta nella storia. 1450-1920, 1971
Fritz M. Heichelheim Storia economica del mondo antico, 1972
Jacques Heurgon II Mediterraneo occidentale dalla preistoria a Roma
arcaica, 1972
A. H. M. Jones II tramonto del mondo antico, 1972
Fernand Braudel (a cura di) Problemi di metodo storico, 1973
Mario Mazza Lotte sociali e restaurazione autoritaria nel III se­
colo d.C., 1973
Fernand Braudel (a cura di) La storia e le altre scienze sociali, 1974
Clifford T. Smith Geografia storica d’Europa dalla preistoria al XIX
secolo, 1974, 19752
Dimitri Obolensky II Commonwealth bizantino. L'Europa orientale
dal 500 al 1453, 1974
F. Furet e D. Richet La Rivoluzione francese, 1974
Georges Duby Le origini dell’economia europea. Guerrieri e conta­
dini nel Medioevo, 1975
Robert Folz Origine e formazione dell’Europa medievale, 1975
D. K. Fieldhouse L’età dell’imperialismo. 1830-1914, 1975
Henry Kamen II secolo di ferro. 1530-1660, 1975
Louis Chevalier Classi lavoratrici e classi pericolose. Parigi nella rivo­
luzione industriale, 1976
Hermann Miiller-Karpe Storia dell’età della Pietra, 1976
H.-Ch. Puech Storia delle religioni vol. I. L’Oriente e l’Europa nel­
l'antichità, 2 tomi, 1976
Rosario Romeo Cavour e il suo tempo vol. I. 1842-1854, 2 tomi,
1977
Rosario Romeo Cavour e il suo tempo vol. II. 1842-1854, 2 tomi,
1977
H.-Ch. Puech Storia delle religioni vol. II. Giudaismo, cristiane­
simo, e Islam, 2 tomi, 1977
H.-Ch. Puech Storia delle religioni vol. III. Il cristianesimo da
Costantino a Giovanni XXIII, 1977
Paolo Alatri Parlamenti e lotta politica nella Francia del Sette­
cento, 1977
H.-Ch. Puech Storia delle religioni vol. IV. India, Tibet e Sud-Est
asiatico, 1977