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PROPORZIONALITÀ DELLE TERAPIE NELLA VISIONE CATTOLICA

1. TRADIZIONE DELLA TEOLOGIA MORALE

L'impulso iniziale di tutta questa corrente di riflessione partì da Francisco de Vitoria (+ 1546.
Nel suo influente trattato di teologia, edito postumo, il teologo domenicano commenta la sentenza
di sacro Tomás sul dovere di alimentarsi, introducendo la distinzione tra mezza e situazioni diverse,
secondo le quali si arriva ad una diversa conclusione:

[...] se un malato può prendere cibo o alimento con qualche speranza di vita, deve farlo,
come dovrebbe essere dato al malato [...] io direi che se la depressione di coraggio è tanta e la
diminuzione della forza dell'appetito è tale che il malato potrebbe prendere alimento solamente con
un grande sforzo e quasi come una tortura, allora può essere considerata come un tipo di
impossibilità e pertanto si dà la scusa, saltem a mortali, soprattutto quando la speranza di vita è
esigua o nulla1.

Più avanti insiste nel dire che nessuno è obbligato a ricorrere ad alimenti "delicati e preziosi"
o a vivere in un posto "più salubre" per conservare la salute2. Ed in altre opere ritorna sul tema,
spiegando che non c'è l’obbligo di ricorrere a "tutti i mezzi" per conservare la vita, ma basta
utilizzare i mezzi a ciò di per sé ordinati e congruenti3.

Poco dopo, Domingo Soto, applicherà il pensiero di F. di Vitoria ad alcuni interventi medici:
"Nessuno può essere obbligato all'amputazione del membro o all'incisione del corpo che produce un
gran dolore: perché nessuno è obbligato a conservare la vita con tanto tormento, né deve essere
considerato omicidio di sé stesso"4.

Da quel momento in poi, i principali teologi proporranno riflessioni simili, creandosi una vera
corrente di pensiero o tradizione5. Con D. Báñez si comincia a parlare di "mezzi straordinari",

1
F. DE VITORIA, Relectiones Theologiae. Relectio de Temperantia, P. Landry, Lugduni 1587, 1.
2
Ibidem, n. 12.
3
Relectiones de Homicidio n. 35. Los mismos conceptos son recogidos también en su Comentarium Secunda
Secundae de Sante Tomae, in II:II, q. 147, art. 1.
4
D. SOTO, Theologia Moralis, Tractatus de Justitia et Jure, Lib. V, q. 2, art. 1.
5
He aquí una lista de algunos entre los más importantes, hasta el siglo XIX: L. MOLINA, De Justitia, Tom.
IV, Tract. IH, disp. I, col. 514; G. SAYRUS, Clavis Regia Casuum Conscientiae. Lib. VII, Cap. IX, n. 28; D.
BAÑEZ, in II:II, q. 65, art. 1; SÁNCHEZ, Consilia, Tom. II, Lib. V, Cap. 1, dub. 33; F. SUÁREZ, Opera Omnia
(Pàris, ed. Berton, Vives, 1858), Tom. XII, disp. 9, sect. 3; L. LESSIUS, De Justitia et Jure, II, Cap. 9, dub. 14.
n. 96; M. BONACINA, Moralis Theologica, Tom. II, Disp. 2, Quaest. Ultim., Sect. 1, Punct. 6, n. 2; P.
LAYMANN, Theologia Moralis, Lib. Ili, Tract. 3, p. 3, cap. 1, n. 4; GABRIELIS A S. VINCENTIO, De justitia et
Jure, Disp. 6, de restitutione, q. 6, n. 86; J. DE LUGO, De Justitia et Jure, Disp. 10, Sect. I, n. 21; A. DIANA,
Coordinatus, per R. P. Martinun de Alcolea (Lugduni, 1667) Tom. VIII, Tract. V, Resol. 53., (ex Diana, p. 5,
tr. 4, res. 33); H. TOUMELY, Theologia Moralis (Venetiis, 1756), Tom. III, Tract. de Decalogo, cap. 2, de
Quinto Praec., Alt. I, conc. 2; SALMANTICENSES, Cursus Theologiae Moralis, Tom III, Tract. XIII, de restii.,
Cap. II, Punct. 2, Sect. 2, n. 26; S. ALPHONSUS, Theologia Moralis, Lib. III, Tract. IV, cap. 1, n. 371; A. DE
ESCOBAR, Universae Theologiae Moralis (Lugduni, 1663), IV, Lib. 32, Sect. Cap. V, Prob. XXIV, n. 128; T.
TAMBURINI, Explicatio Decalogi (Venctus, 1719), Lib. Vi, Cap. II, Sect. II, n. 11; A. HOLZMANN, Theologia
Moralis (Benevento, 1743), Vol. I, Pars II, Traci. II, Disp. V, Cap. III, Cas. II; P. SPORER, Theologia
Moralis, Tom. I, Tract. V, Cap. III, Sect. I, n. 13; A. REIFLENSTUEL, Theologia Moralis (Mutinac, 1740),
Tract. IX, Distinc. III, Quaes II, n. 14; C. LA CROIX, Theologia Moralis (Ravennie, 1761), Vol. I, Lib. III,

1
intendendo come tali quelli che sono eccessivamente dolorosi o costosi6. Ricorda il teologo che una
cosa è non prolungare la vita ed un'altra molto diversa abbreviarla. Il grande Francisco Suárez
annota che mentre non è mai lecito all'uomo ammazzarsi, non è obbligato a conservare sempre la
vita con qualunque mezzo e modo, potendo posporla alla vita del prossimo o della patria7. È
interessante notare che alcuni autori considerano come motivo sufficiente del rifiuto di un
intervento medico qualcosa di tanto soggettivo come il senso del pudore. L. Lesius menziona il caso
di una donna, specialmente una donna vergine che sentisse offesa la sua modestia per la
medicazione nelle sue parti intime da parte di un uomo. E giustifica il rifiuto dell'intervento medico
dicendo che "nessuno è obbligato ad accettare una cura che odia non meno qua la stessa malattia o
la morte"8.Un contributo importante fu quello del prestigioso moralista J. Di Lugo che dedicò ampie
riflessioni a questo tema, affermando anch’egli con chiarezza che "l'uomo non è obbligato a
conservare la vita con mezzi straordinari e difficilissimi "9, mentre deve ricorrere a quelli ordinari,
perché chi li respinge dimostra di volere la sua morte10. Di modo simile si esprimono i
"Salmanticenses", S. Alfonso Maria di Liguori, e tanti altri.

2. PIO XII

Discorso di Sua Santità Pio XII in risposta ad alcuni importanti quesiti sulla “rianimazione”
(24 novembre 1957)

...8 - La ragione naturale e la morale cristiana insegnano che l’uomo (e chiunque abbia l’obbligo di
avere cura del suo prossimo) ha il diritto e il dovere, in caso di malattia grave, di adottare le cure
necessarie per conservare la vita e la salute. Tale dovere, che egli ha verso se stesso, verso Dio e verso la
società umana, e, il più sovente, verso determinate persone, deriva dalla ben ordinata carità, dalla
sottocommissione al Creatore, dalla giustizia sociale ed anche dalla stretta giustizia, come dalla pietà
verso la propria famiglia. Ma esso non obbliga, generalmente, che all’impiego dei mezzi ordinari
(secondo le circostanze di persone, di luoghi, di tempo, di cultura), ossia, di quei mezzi, che non
impongono un onere straordinario per se stessi o per gli altri. Un obbligo più severo sarebbe troppo
pesante per la maggior parte degli uomini, e renderebbe troppo difficile il raggiungimento di beni
superiori, più importanti. La vita, la salute, tutta l’attività temporale, sono, infatti, subordinate a fini
spirituali. D’altra parte, non è proibito di fare più dello stretto necessario per conservare la vita e la

Parsi, Tract. IV, Cap. I, dub. I; C. Roncaglia, Thelogia Moralis (Lucae, 1730), VoI. I, Tract. XI, Cap. I, Q.
III; N. MAZZOTTA, Theologia Moralis (Venetiis, 1760), Tbm. I, Tract. II, Disp. II, Quaest. I, Cap. I; B.
ELBEL, Theologia Moalis per modum Conferentiarum, ed. I Bierbaum (Paderbomae, 1891-1892), II, n. 25
and n. 27; C. BILLUART, Summa S. Theologiae (Parisiis, 1852), Tom. VI, Dissert. X, Art. Ili, Consect. n. 3;
V. Patuzzi, Ethica Christiana sive Theologia Moralis (Baa-wni, 1770), Tom. Ili, Tract. V, Pars V, Gap. X,
Consect. sept.; V. PARTUZZI, Ethica Christiana sive Theologia Moralis, Tom. III, Traci. V, Pars V, Gap. X,
Consect. sept.; P. SCAVINI, Theologia Moralis, II, n. 649; J. GURY, Compendium Theologiae Moralis (ed. 17;
Romae, 1866), I, n. 391.
6
D. BAÑEZ, in II:II, q. 65, art. 1. Cabría la hipótesis de que su recurso a esa terminología derive de las
expresiones usadas por Francisco de Vitoria, cuando habla de medios de por sí «ordenados» a la vida. De
hecho, poco antes de hablar de medios extraordinarios, Bañez se refiere a los medios «ordenados y
proporcionados» («ordinata et proportìonata»).
7
Cfr. F. SUAREZ, op. cit., Tom. XII, Tract. Ili, Disp. 9, Sect. 3, condii. 3.
8
L. LESSIUS, De Justitia et Jure, Lib. IV, Cap. 3, dub. 8, n. 60.

9
J. DE LUGO, De Justitia et Jure, Disp. 10, Sect. I, n. 21.
10
Ibidem, n. 29.

2
salute, a patto di non mancare a doveri più gravi.

[...]

15 - Nei casi ordinari, si concederà che la anestesiologo ha il diritto di agire in tal modo, ma non ne ha
l’obbligo, a meno che si tratti dell’unico modo di soddisfare ad un altro dovere morale certo. I diritti e i
doveri del medico sono correlativi a quelli del paziente. Il medico, infatti, non ha, di fronte al paziente,
un diritto separato o indipendente; in generale, non può agire, se il paziente non lo autorizza
esplicitamente o implicitamente (direttamente o indirettamente). La tecnica della rianimazione, di cui si
tratta, non ha nulla, in se, di immorale; perciò il paziente - se è capace di decisione personale -
potrebbe usarla lecitamente e quindi darne al medico l’autorizzazione. D’altra parte, siccome queste
forme di cura superano i mezzi ordinari, che si è obbligati ad usare, non si può sostenere che sia
obbligatorio ricorrere a tali forme e quindi autorizzare il medico ad applicarle.
16 - I diritti e i doveri della famiglia dipendono, in generale, dalla volontà presunta dell’infermo
incosciente, se questi è maggiorenne e sui iuris. Quanto al dovere proprio e indipendente della famiglia,
esso non obbliga, abitualmente, che all’impiego dei mezzi ordinari. Perciò, se il tentativo di
rianimazione costituisce per la famiglia un onere, che, in coscienza, non si può ad essa imporre, questa
può lecitamente insistere perché il medico interrompa i suoi tentativi, ed il medico può lecitamente
acconsentire. In tal caso non c’è alcuna disposizione diretta della vita del paziente, e neppure eutanasia,
che non sarebbe mai lecita; anche quando provoca la cessazione della circolazione sanguigna,
l’interruzione dei tentativi di rianimazione è soltanto indirettamente causa della cessazione della vita, ed
in tal caso bisogna applicare il principio del duplice effetto e del volontarium in causa.
17 - 2) In tal modo abbiamo già risposto, quanto all’essenziale, alla seconda domanda: “Può il medico
sottrarre l’apparecchio respiratorio prima che si produca l’arresto definitivo della circolazione? - Lo
può, almeno, quando il paziente ha già ricevuto l’estrema unzione? - E questa è valida quando la si
amministra mentre cessa la circolazione, ed anche dopo?”.
18 - Bisogna rispondere affermativamente alla prima parte di questa domanda, come abbiamo già
spiegato.

3. IURA ET BONA

IV. L'USO PROPORZIONATO DEI MEZZI TERAPEUTICI


È importante oggi proteggere, nel momento della morte, la dignità della persona umana e la concezione
cristiana della vita contro un tecnicismo che rischia di divenire abusivo. Di fatto, alcuni parlano di
"diritto alla morte", espressione che non designa il diritto di procurarsi o farsi procurarla morte come si
vuole, ma il diritto di morire in tutta serenità, condita umana e cristiana. Da questo punto di vista, l'uso
dei mezzi terapeutici talvolta può sollevare i problemi.
In molti casi la complessità delle situazioni può essere tale da far sorgere dei dubbi sul modo di
applicare i principi della morale. Prendere delle decisioni spetterà in ultima analisi alla coscienza del
malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei medici, alla luce degli
obblighi morali e dei diversi aspetti del caso.
Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare. Coloro che hanno in cura gli ammalati devono prestare
la loro opera con ogni diligenza e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili.
Si dovrà, però, in tutte le circostanze, ricorre ad ogni rimedio possibile?
Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all'uso dei mezzi "straordinari". Oggi però la
risposta, sempre valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l'imprecisione del
termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi
"proporzionati" e "sproporzionati". In ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a
confronto il tipo di terapia, il grado di difficoltà ed i rischi che comporta, a le spese necessarie e le
possibilità di applicazione, con il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni della
malato e delle sue forze fisiche e morali. Per facilitare l'applicazione di questi principi generali si

3
possono aggiungere le seguenti precisazioni:
- In mancanza di altri rimedi, e lecito ricorrere, con il consenso dell'ammalato, ai mezzi messi a
disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono
esenti da qualche rischio. Accettandoli, l'ammalato potrà anche dare esempio di generosità per il bene
dell'umanità.
- È anche lecito interrompere l'applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte
in essi. Ma nel prendere una decisione del genere si dovrà tener conto del giusto desiderio
dell'ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere dei medici veramente competenti; costoro
potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altra se l'investimento di strumenti e di personale è
sproporzionato e risultati prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e
disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre.
- È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi,
imporre a nessuno l'obbligo di ricorrere ad alcun tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è
ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o
semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo
medico sproporzionato e risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri
troppo gravi alla famiglia o alla collettività.
- Nell'imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la
decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso
della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi. Perciò il
medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza ad una persona in
pericolo.

4. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

2278. L' interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate


rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento
terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni
devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che
ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del
paziente.
2279. Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d' ordinario sono dovute ad una
persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L' uso di analgesici per alleviare le
sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente
conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto
prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della
carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

5. PONTIFICIO CONSIGLIO COR UNUM, QUESTIONI ETICHE RELATIVE AI MALATI GRAVI E AI


MORENTI (27 GIUGNO 1981)

I mezzi terapeutici

1. Mezzi ordinari e mezzi straordinari


Il gruppo si è soffermato sulla distinzione tra "mezzi ordinari" e "mezzi straordinari" a cui ricorrere
nella cura delle malattie. Se l'uso di queste espressioni, nella terminologia scientifica e nella pratica
medica, tende ad essere superato, agli occhi del teologo esse hanno ancora valore per dirimere
questioni morali della più grande importanza, dal momento che il termine "straordinario" qualifica dei
mezzi a cui non si ha mai l'obbligo di ricorrere.
Tale distinzione permette di esplorare più a fondo alcune complesse realtà, e svolge in questo un

4
ruolo di mediazione (middle axiom). La vita nel tempo è un valore primordiale ma non assoluto, per
cui è necessario individuare i limiti dell'obbligo di mantenersi in vita. La distinzione tra mezi
"ordinari" e "straordinari" esprime questa verità e ne illumina l'applicazione ai casi concreti. L'uso
di termini equivalenti, in particolare dell'espressione "cure proporzionate", esprime la questioni in
un modo che sembra più soddisfacente.
2. Criteri
I criteri per distinguere i mezzi straordinari da quelli ordinari sono molteplici; li si applicherà in
base alle esigenze dei casi concreti. Alcuni sono di ordine oggetivo, come la natura dei mezzi, il
loro costo, alcune considerazioni di giustizia nella loro applicazione e nelle scelte che essa implica;
altri sono di ordine soggetivo, come la necessità di evitare a un certo paziente degli shock
psicologici, delle situazioni di angoscia, dei disagi, ecc. In ogni caso, per decidere dei mezzi a cui
ricorrere, si tratterà sempre di stabilire la proporzione tra il mezo e il fine perseguito.
3. Importanza del critero della qualità della vita
Fra tutti i criteri, si darà particolarmente peso alla qualità della vita salvata o mantenuta della
terapia. La lettera del card. Villot al congresso della Federazione internazionale delle associazioni
mediche cattoliche è esplicita su questo punto: "Bisogna sottolineare che il carattere sacro della vita
è ciò che proibisce al medico di uccidere e nello stesso tempo gli impone il dovere di adoperarsi
con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Ma questo non significa che egli sia
obbligato a utilizzare tutte le techniche di sopravvivenza che gli vengono offerte da una scienza
infaticabilmente creatrice. In molti casi, non sarebbe una tortura inutile imporre la rianimazione
vegetativa nell'ultima fase di una malattia incurabile?" (La Documentation catholique, 1970. p.
963).
Il critero della qualità della vita, comunque, non è l'unico che va preso in considerazione, poiché,
come abbiamo detto, anche alcune considerazioni soggettive devono entrare nella formazione di un
prudente giudizio sull'azione da intraprendere o da omettere. Ciò che rimane fondamentale è che la
decisione venga presa sulla base di un'argomentazione razionale che tenga conto dei diversi
elementi della situazione, compresa la loro incidenza sull'ambiente familiare. Il principio è dunque
che non c'è obbligo morale di ricorrere a mezzi straordinari; e che, in particolare, il medico deve
inchinarsi di fronte alla volontà del malato che rifiutese tale ricorso.
4. Mezzi minimali obbligatori
Rimane, invece, l'obbligo stretto di proseguire ad ogni costo l'applicazione dei mezzi cosiddetti
"minimali", di quelli cioè che normalmentre e nelle condizioni abituali sono destinati a mantenere la
vita (alimentazione, trasfusioni di sangue, iniezioni, ecc.). Interromperne la somministrazione
significherebbe in pratica voler porre fine ai giorni del paziente.