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ANTROPOLOGIA = Dal greco anthropos uomo e logos studio, è la scienza che studia gli esseri

umani dal punto di vista della loro vita sociale e culturale. È l’esplorazione della diversità umana
nel tempo e nello spazio. Si può anche occupare di società che non esistono piu (antico Egitto) e di
diversi contesti culturali. Studia le culture primitive e dei ceti subalterni delle stesse società
occidentali, in particolare il mondo contadino. Rivendica una comune umanità tra noi e questi
gruppi opponendosi fin da subito al puro razzismo biologico e istituzionale delle colonie. Contro i
pregiudizi etnocentrici.
MDEA = discipline demo - etno – antropologiche
Demologia = studio dei popoli
Etnologia = studio dei gruppi etnici
L’antropologia nasce nel 1871 con la pubblicazione di Primitive Culture (Alle origini della
cultura) di Edward Burnett Tylor (1832-1917).
Precursori = Erodoto (primo grande narratore di viaggi, considerato padre della storia), Michel de
Montaigne (scrittore e innovatore della lingua francese, nel 500 comincia a commentare cosa farà
l’antropologia) – societè des observateurs de l’homme (progetto di sistemazione delle culture)
POSITIVISMO = corrente di pensiero che riconosce una grande fiducia nella scienza e ne
progresso scientifico e nello sviluppo capitalistico, attento a costruire la miglior società possibile
Antropologia a tavolino  Gli studiosi vittoriani non si recavano sul campo per fare ricerca, per
raccogliere dati. I libri erano quindi costruiti come dei trattati sulle culture del mondo enciclopedici
di taglio comparativo, comparavano diverse culture. Discutevano fonti tratte da una vasta letteratura
sui contesti esotici.
JAMES G. FRAZER (1854-1941), IL RAMO D’ORO (1890 – 1922)  libro enciclopedico,
diverse edizioni sempre più vaste. Descriveva riti agrari, credenze, tradizioni, riti di rinascita.
Comparazioni arbitrarie. Si paragonava la mentalità primitiva a quella infantile.
FIGURA DI ANTROPOLOGO = teorico ma anche ricercatore sul tempo. Raccoglie i dati e li
interpreta. Qui l’osservazione si deve nutrire di una ricerca scientifica. L’antropologia a tavolino si
trasforma.
Prima dell’800 la scienza moderna basata sulla ricerca scientifica non esisteva.
GRANDI PADRI DELL’ANTROPOLOGIA MODERNA:
- STATI UNITI = Franz Boas (Germania 1858- New York 1942) fondatore dell’antropologia
negli Stati Uniti e propone il particolarismo storico. Lotta contro il razzismo. Si oppone
all’evoluzionismo, non è vero che l’umanità può essere scritta su una sola linea, ma è vero
che ogni contesto ha una sua storia, non esiste un’evoluzione, bisogna eliminare le linee
evolutive. È contro all’individuare le leggi, è a favore del descrivere nel minimo dettaglio la
vita culturale per iniziare ad apprenderla (esempio: un rito agrario non è uguale ad un altro,
ma ogni rito ha delle proprie caratteristiche, diverse dagli altri).
- INGHILTERRA = a Cambridge la scuola di “ricerca intensiva in aree limitate”  William
H. R. Rivers (1864-1922) introduce il metodo genealogico ovvero prelevare dati attraverso
le interviste qualitative che entrano in profondità nella vita e nella storia delle persone.
BRONISLAW MALINOWSKY (1884-1942) polacco che si era formato a Lipsia in scienze
naturali. Si trasferi a Londra dove studiò l’antropologia e nel 1914 va in Australia per studiare
gli aborigeni. Alla scoppia della guerra si rifugia nelle isole Trobriand fino al 1918. Vive nei
villaggi e documenta tutti gli aspetti della vita quotidiana e non solo le grandi feste o i riti. Nel
1922 scrive Gli Argonauti del Pacifico Occidentale, riferimento alla mitologia classica perché
questi abitanti delle isole sono dei navigatoti che si spostano da un’isola all’altra. Con questa
opera inaugura un nuovo modo di scrivere e di fare antropologia e del modo di intendere i dati,
cioè la monografia etnografica ovvero la descrizione di un contesto fatta da un solo ricercatore
su un solo contesto. Il metodo di Malinowsky ci propone un decentramento e coinvolgimento
personale: osservazione partecipante. Ci si stacca dal proprio mondo per vivere in un’altra
cultura nell’ordinario, nella routine (indagine etnografica), senza l’osservazione partecipante
non si può entrare nella vita quotidiana di altre persone.
La monografia etnografica = nuovo genere di testo toglierà completamente il format
precedente cioè il trattato enciclopedico. Si descrive una cultura che viene descritta e
collocata nelle dimensioni ecologiche, economiche, dei rapporti di parentela, delle forme di
potere.

EMILE DURKHEIM (1858-1917) francese di una scuola definita sociologica. Crediamo


nell’anima perché la società ci fa credere nell’anima.
Teoria sociale di Durkheim = la società è qualcosa di più della somma degli individui che la
compongono. Non sono i pensieri individuali delle persone a determinare la società, ma è la società
che genera determina e fabbrica i pensieri individuali. Le situazioni sociali determinano tutti i
comportamenti. A mediare le società è una coscienza collettiva e le rappresentazioni collettive,
poiché abbiamo pensieri comuni ad altre persone, siamo unici ma parte delle cose che pensiamo
sono condivise con altri gruppi appartenenti allo stesso gruppo sociale.
Nel 1912 Durkheim pubblica Le forme elementari della vita religiosa, dove analizza la vita
religiosa a partire dalla differenza tra sacro e profano. Il sacro è la quinta essenza delle esperienze
collettive o sociali, è il sociale per eccellenza.
Importanti etnologi francesi  Marcel Mauss (nipote di Durkheim, 1858-1950), Robert Hertz
(1882-1915), Henri Hubert (1872-1927), Arnold Van Gennep (studioso delle tradizioni popolari in
particolare anche nelle Alpi italiane, 1873-1957).

SOCIOLOGIA = si sviluppa inizialmente in Francia ma poi anche in Gran Bretagna. Condivide


con l’antropologia l’interesse per le interazioni sociali, il comportamento sociale. In epoca classica
(seconda metà dell’800 e prima metà del 900) ci erano delle differenze ovvero le società
tradizionalmente studiate mentre l’antropologia studia le società semplici. Hanno anche metodi
diversi di raccolta dei dati poiché la sociologia utilizza questionari e strumenti statistici e
quantitativi, l’antropologia invece utilizza metodi qualitativi come le interviste. Oggi molte
convergenze.

ETNOLOGIA = etnos (categoria difettiva rispetto a polis). L’etnologia designava un popolo sui
legami di sangue e parentela. Etnologia si riferisce a tradizioni francesi e tedesche. È la fase
analitica, interpretativa e comparativa dei dati etnografici. Generalizza su una cultura e una società
specifica. L’antropologia invece parla di sistemi economici, politici.
DEMOLOGIA E STUDIO DELLE TRADIZIONI POPOLARI E IL FOLKLORE = da demos
(popolo), studia forme di vita culturale in continua trasformazione, vive. Nella fase positivista
dominava l’evoluzionismo. Nel secondo dopo guerra si sviluppano diversi approcci condizionati
dall’influenza di Gramsci (studioso marxista italiano) e dedicati allo studio della cultura popolare.
Si studia la cultura attiva e contemporanea, non lontana.
ETNOMUSICOLOGIA o ANTROPOLOGIA DELLA MUSICA = una forma di antropologia
che richiede una forte preparazione psicologica ed è autonoma. Musica popolare e non colta.
Alan Lomax = studioso americano, grazie alle sue ricerche su repertori musicali popolari sono nati
molti generi musicali. Lavorò anche in Italia con Diego Carattel.
LINGUISTICA, SOCIOLINGUISTICA, ETNOLINGUISTICA, ANTROPOLOGIA DEL
LINGUAGGIO = si sviluppano soprattutto in Francia e negli Stati Uniti. Studiano il linguaggio
che comprende la lingua, ma anche la prossemica cioè il modo in cui ci esprimiamo non solo
attraverso parole, la comunicazione, nel contesto sociale e culturale nel tempo, nello spazio e nelle
relazioni quotidiane. Nessun sistema linguistico è omogeneo, non c’è un modo unico per
comunicare, ognuno usa un determinato linguaggio.
ANTROPOLOGIA FISICA, BIOLOGIA UMANA = studia la diversità umana biologica e non
culturale, nel tempo e nello spazio. È composta da 6 filoni principali: l’evoluzione umana/biologica,
la genetica umana (non esistono le razze biologiche umane), la crescita e lo sviluppo delle
popolazioni, la plasticità biologica umana, l’etologia (comportamento dei primati non umani), la
biologia e la vita sociale dei primati.
19^ secolo  evoluzionismo
20^ secolo  scoperta del DNA (si rivaluta la genetica con altri studi
In America l’archeologia (studio delle civiltà e culture del passato) viene insegnata insieme
all’antropologia. La storia è affine all’antropologia.
PSICOLOGIA = affine all’antropologia. Molti psicologi tradizionalmente e inizialmente svolgono
ricerca della propria società. L’antropologia psicologica studia le variazioni trans culturali tra
culture. L’antropologia raccoglie diversi punti di vista per lavorare in collettivo, mentre la
psicologia raccoglie un solo punto di vista individuale.
Etno-psicologia e l’etno-psicanalisi = si occupano dei sistemi della psiche, della costruzione
sociale dei ruoli di genere, il modo in cui si manifestano le emozioni.
Etno-psichiatria = studia gli aspetti culturali e politici della forma di sofferenza della psiche.
SCIENZE E ANTROPOLOGIA DELL’EDUCAZIONE = già a partire dagli anni 30,40,50 del
900 alcuni antropologi americani iniziarono a porsi delle domande simili a quelle delle teorie
psicologiche. Il comportamento di un individuo è determinato prima di tutto dalla cultura del
gruppo a cui appartiene. La personalità dell’individuo non rispecchia solo la sua individualità, ma
l’interiorizzazione di una cultura e il processo di socializzazione che la accompagna. Le autrici più
note di questa scuola, entrambe allieve di Franz Boas, sono Margaret Mead (1901-1978) e Ruth
Benedict (1887-1948).
ANTROPOLOGIA DEI MEDIA
Negli anni 60 dell’800 nascono i CULTURAL STUDIES in Inghilterra  si ispirano alle teorie
marxiste, ma rinnovate, che vanno al di là della visione classica della Scuola di Francoforte.
I cultural studies vanno oltre la visione marxista, aggiungono un approccio semiotico ovvero
l’analisi di testi cercando di svelare tratti nascosti, sistemi di segni che producono significati, poi si
ispirano molto alla psico-analisi.
Stuart Hall  È vero che ci sono dei poteri che influiscono sugli individui, ma non è nemmeno
cosi vero che le persone comuni sono totalmente vittime di questo. I messaggi massmediali sono
codificati in termini egemonici e implicano un lettore preferito. Ma codifica e decodifica non sono
necessariamente processi simmetrici e scontati. La differenza insita nel momento della fruizione si
dispiega sull’asse gramsciano egemonia – subalternità (Egemonia = forma di dominio senza
l’uso della violenza, della repressione, e può essere esercitata attraverso mezzi indiretti come quelli
della comunicazione, poteri morbidi e non forti (si crea un gruppo dominante su uno subalterno)).
Ciò che definisce l’egemonico subalterno non è solo il modo di produzione, ma ci sono tante
disuguaglianze di genere, si definisce entro occupazioni mobili. Vi sono spazi di autonomia e
resistenza, contro-culture e forme di appropriazione, che trasformano i prodotti culturali. I campi
privilegiati dai primi studi sono televisione e subculture.
NOI PRIMITIVI
Francesco Remotti  fondatore dell’antropologia torinese. Conoscenza come forma di
purificazione del pensiero e della ragione.
Nel mondo contemporaneo gli antropologi non pensano più a se stessi come studiosi moderni che si
occupano di altri primitivi, lontani. In epoca di globalizzazione l’antropologia continua a definirsi
per la sua vocazione per lo studio delle differenze. La globalizzazione delle economie iniziò con le
scoperte delle Americhe (secondo alcuni) nel 1492. La globalizzazione renderà omogenei i contesti,
segna la fine delle culture specifiche. Ha promosso grandi flussi migratori.
L’approccio antropologico sceglie un giro lungo/la via esterna (comparare e guardare altre culture,
non solo locali, Erodoto, Michel de Montaigne).
Erodoto e Montaigne  conoscenza come una forma di viaggio, non poteva esserci conoscenza
senza questo movimento dall’interno verso l’esterno
Metodo comparativo  per fare il giro lungo è importante utilizzare questo metodo, che
l’antropologia e l’etnologia hanno accolto fin da subito
L’attrazione per la diversità sta anche nella vocazione intrinsecamente critica, della disciplina, nei
confronti della propria società e cultura.

RELATIVISMO EPISTEMOLOGICO = epistema è la conoscenza e deriva dal greco, discorso


sulla conoscenza. Si traduce come relativismo conoscitivo. L’antropologia può essere intesa come
la descrizione empirica di contesti nei quali maturano forme particolari e irriducibili di razionalità:
questa è la prospettiva del relativismo epistemologico. Possiamo conoscere la realtà in modi diversi.
RELATIVISMO ETICO = Melville Herskovits nel 1960 scriveva che i pregiudizi sono basati
sull’esperienza, e l’esperienza è interpretata da ogni individuo nei termini della sua propria
inculturazione.
SPIEGARE VS COMPRENDERE  Wilhelm Dilthey (filosofo 1883-1911): le scienze dello
spirito hanno a che fare con il comportamento umano che non può essere semplicemente colto
dall’esterno. Sosteneva che le scienze della natura non possono essere comparate a quelle dello
spirito, e viceversa; il comportamento umano deve essere studiato non solo da fuori, ma anche da
dentro. Il ruolo che la coscienza svolge negli eventi storici e umani esclude che ci occupiamo dei
nostri simili, non possiamo spiegarla con causa-effetto. Noi interpretiamo un comportamento, non
possiamo spiegarlo o generalizzarlo.
Max Weber (1864-1920) e George Simmel (1858-1918) tedeschi che adottano questa filosofia di
Dilthey. I fatti sociali sono fatti storici, non possono essere spiegati e compresi. Il punto principale è
il significato che gli agenti attribuiscono alle loro pratiche in quanto costitutivo di queste intese
come fatti sociali (non psicologiche). Non conta lo stato di coscienza degli attori sociali, non sono
consapevoli al 100% di cio che fanno.
IL CIRCOLO ERMENEUTICO DI HANS GEORG GADAMER (filosofo 1990-2002) = circolo
interpretativo

ETNOCENTRISMO = può essere sia un grande errore o fonte di grandi pregiudizi, sia una fonte
di conoscenza.
Etnocentrismo CRITICO = Ernesto De Martino (antropologo napoletano 1908-1965).
L’antropologia interpretativa è un sapere comprendente e non esplicativo che cerca di chiarire il
significato delle pratiche culturali attraverso un progressivo accostamento delle categorie del
ricercatore con quelle degli attori sociali. Il confronto con l’alterità deve nutrire un costante sforzo
di ampliamento del nostro orizzonte.
ETNOCENTRISMO e RELATIVISMO  De Martino contrappone a questi due
L’ETNOCENTRISMO CRITICO che cerca di essere consapevole di se stesso e di mettersi in
discussione. L’incontro etnografico costituisce l’occasione per il piu radicale esame di coscienza
che sia possibile all’uomo occidentale, un esame il cui esito media una riforma del sapere
antropologico e delle sue categorie valutative, una verifica delle dimensioni umane oltre la
consapevolezza che dell’essere uomo ha avuto in occidente (citazione del 1977).

CONCETTO DI CULTURA  concetto scientifico usato dalle scienze sociali intorno al XIX e il
XX secolo. Termine che può essere discriminatorio ma molto utile perché ha uno spessore
scientifico. L’opposizione fondamentale tra natura e cultura fin dai tempi di Rousseau (1712-1778).
Il termine originariamente si riferisce alle attività che trasformano lo stato di natura del mondo
fisico come l’agricoltura o l’addomesticamento e l’allevamento di animali. È l’allontanarsi dallo
stato di cacciatori e raccoglitori. La cultura si definisce come modi di fare, credenze, standard di
giudizio.
Polo  autore che nel 2008 scriveva che la cultura è l’organizzazione di tutte le azioni quotidiane
in diversi contesti.
La cultura nel passato era una coltivazione, affinamento di una conoscenza o di una capacità dello
spirito di elevarsi attraverso le arti e la letteratura o attraverso maniere acquisite tramite
l’educazione: La Cultura = elevazione di uno spirito attraverso le arti ecc
Alla fine del 700 la cultura iniziò a spostarsi in direzione dei contadini e dei pescatori. A metà del
XIX sec la consapevolezza di questo contatto con l’alterità si fece schiacciante grazie all’espansione
coloniale dei Paesi Europei e degli Stati Uniti all’interno del proprio territorio – gli indigeni delle
colonie -. Con la creazione degli Stati Nazionali si forma una nuova forma di dominio = il
colonialismo (la Cina rimase intatta).
CULTURA COME PATRIMONIO  patrimonio appreso e condiviso. Rispetto alle teorie
razziste che imponevano l’idea che esistevano delle culture più elevate ed altre meno, quindi una
gerarchia. Alla fine dell’800 invece si inizia a cambiare idea, secondo la quale gli esseri umani
imparavano ad essere umani grazie ai modi di vivere di dove si trovano.
1871 Tylor  la cultura va intesa come un insieme di saperi, credenze, arti, regole, morali, leggi,
costumi e di tutte le altre capacità e abitudini acquisite da un uomo in quanto membro della società.
Si impara ad essere umani sviluppando diversi modi di vivere in circostante diverse e si insegna.
Franz Boas  cultura come tratto universale del genere umano. Bisogna combattere le spiegazioni
razziali. La scienza non può mischiarsi con il razzismo. L’apprendimento della cultura per gli allievi
di Boas era visto come un processo totalizzante che plasmava l’intera persona. = Coming of Ager
in Samoa (1928, prima monografia dedicata all’educazione e all’adolescenza di Margaret Mead che
voleva dimostrare l’influenza culturale sul temperamento). La crisi adolescenziale era molto diffusa
nelle persone americane. La cultura samoana è ben delimitata, omogenea.
Kroeber  principale allievo di Boas. La cultura come dimensione superorganica, piuttosto che
ereditata biologicamente. Questione di nutrimento più che di natura. Nessuna cultura è inferiore o
più involuta di un’altra, ma semplicemente diversa.
Kant  visione di Kultur
Hegel  cultura come processo di estraniamento dal se’ naturale assumendo la prospettiva di
qualcun altro.
Le società erano viste come insiemi integrati le cui parti si completavano a vicenda e contribuivano
a dar forma e mantenere in equilibrio il tutto.
Dopo la seconda guerra mondiale questa idea del pensare che un contesto sociale contenga un’unica
cultura, cambia. Gli antropologi mettono in discussione questa visione della cultura come entità
fuori dal tempo, sostenendo che vi è un costante confronto conflittuale che anima una società al suo
interno. Vedevano le teorie funzionaliste del culturalismo americano come delle teorie superate che
trascuravano la dimensione politica e sottovalutavano i conflitti, descrivevano la cultura in modo
troppo statico. La cultura secondo gli antropologi invece non è una realtà omogenea, vi sono diversi
stili di vita all’interno e all’esterno di una singola comunità. Cosi venne coniato il termine
SUBCULTURA = forme culturali non autonome da altre ma sono versioni leggermente diverse
all’interno di un contesto. Anche il femminismo contribui nel secondo dopo guerra a introdurre
l’importante variabile di genere riguardo alle differenze culturali.
Robert Redfield  in una monografia culturalista nel 1930 ritrae in modo raffinato la vita del
villaggio in cui arriva
CULTURA COME COMUNICAZIONE = sistema di segni arbitrari che sono convenzioni
umane come lo è una lingua. Secondo queste concezioni a cultura è una rappresentazione del
mondo, un modo di dar senso alla realtà oggettivandola in storie, miti, descrizioni, teorie, proverbi,
prodotti e rappresentazioni artistiche.
Claude Levi – Strauss  iniziò a scrivere dopo il secondo dopo guerra. Mori dopo 100 anni, padre
del strutturalismo. Lotta contro il razzismo. Secondo lui tutte le culture sono come lingue e sono
destinate ad esprimere delle realtà e delle conoscenze. Secondo lui la mente umana è ovunque la
stessa. Le culture sono realizzazioni diverse di proprietà logiche astratte fondamentali del pensiero
comuni a tutti gli esseri umani. Strauss viveva ancora nella realtà delle società semplici e complesse
e sosteneva che l’antropologia dovesse occuparsi solo di quelle semplici. Il pensiero primitivo, il
mito, e la scienza occidentale funzionano in modo uguale: entrambi fanno uso di segni servendosi di
analogie e comparazioni.
Clifford Geertz  approccio interpretativo. Segna l’antropologia americana ma anche europea, in
Italia. La cultura è comunicazione. L’esperienza umana, culturale, è un processo di interpretazione
senza fine. Ritiene con Max Weber che l’uomo è un animale impigliato nelle reti di significati che
egli stesso ha tessuto, la cultura consiste in queste reti che perciò la loro analisi non sia anzitutto una
scienza sperimentale in cerca di leggi, ma una scienza interpretativa in cerca di significato.
Descrizione densa  movimento di traduzione/interpretazione. Un etnografo deve tornare piu
volte sul campo per analizzare gli stessi materiali in ogni particolare osservando cosa succede e ciò
che le persone gli raccontano; ogni volta aumenta la densità etnografica, aggiunge strati, e cosi noi
possiamo cogliere tutte le reti di significati.
Immanuel Kant  distingueva segni arbitrari (un suono nella lingua) e naturali (es. fumo segno di
fuoco).
Charles Peirce  Chiamò il fumo un indice distinguendolo dai segni arbitrari (i simboli) e dai
segni che tentano di riprodurre alcuni aspetti dei propri referenti (icone). Indici: segni che hanno un
certo tipo di rapporto esistenziale con ciò a cui si riferiscono e acquisiscono significato in virtù di
questo rapporto.
Le forme comunicative (espressioni linguistiche, gesti, performances) veicolano pratiche culturali
perché presuppongono o creano altri tratti contestuali non necessariamente descritti dal messaggio
ma compresi. = metapragmatica
LA CULTURA COME SISTEMA DI PRATICHE
Wittgenstein  le regole grammaticali formali e astratte non ci consentono di esprimerci, ma
quando parliamo siamo inseriti in un gioco con le proprie regole, in un sistema di comunicazione di
cui siamo solo in parte consapevoli. Molte regole sono implicite, non vengono espresse.
Garfinkel  1967 afferma che gli attori sociali producono senso, usano e creano sapere su come
agire, bisogna sapere come seguire e applicare quelle regole, è frutto di una esperienza culturale
Bourdieau  sociologo francese che nel 1976 afferma che l’azione sociale va oltre il rispetto
letterale delle regole. Gli attori sociali operano in base a valori sociali piuttosto che di regole. Gli
attori sociali non sono né un prodotto di condizionamenti materiali esterni né soggetti intenzionali
socialmente coscienti le cui rappresentazioni mentali siano autosufficienti. L’HABITUS è un’unità
di analisi, è un sistema di disposizioni che è dotato di una dimensione storica, che mutua
costantemente. Non è un processo totalmente predicibile. Non è deterministico. La cultura non è
solo esterna né fenomeno totalmente interna all’individuo. Esiste nell’azione ripetuta, incorporata,
abitudinaria di cui sono parte integrante le condizioni materiali e l’esperienza interiore degli attori
sociali.
Disposizioni consolidate o habitus (Bourdieu)  competenze, disposizioni, atteggiamenti
incorporati, risultato del processo di inculturazione, tecniche del corpo, forme del parlare, del
comunicare, abitudini, gusti, piaceri estetici.. consente agli attori sociali di muoversi nel campo
sociale inteso come campo di forze costellato di differenze.
POSTRUTTURALISMO = ’60-’70. Rimessa in discussione il paradigma strutturalista, compresa
l’idea dell’esistenza uno a uno fra un significato e la sua espressione linguistica. È una costruzione
momentanea, progressiva e dialogica delle interpretazioni. All’interesse per gli aspetti stabili dei
sistemi culturali si sostitui un ritorno alla diacronia, alla storicità, a una diffusa consapevolezza della
fluidità delle culture.
3 grandi assi di ripensamento di Bourdieu  partono dalla messa in discussione dell’idea che la
cultura è un assetto stabile e integrato di regole apprese nell’infanzia. Si va verso un’idea della
cultura come idea molto elastica, sistema di principi che guidano le nostre esperienze, pensieri e
azioni ma che possiamo adattare ai nostri interessi e obbiettivi.
- Essenzializzazione = secondo il quale a una specifica società corrisponde una cultura data e
uniforme  cambia  tutti cambiano e tutte le culture cambiano con le persone, con altri
individui, che sono differenti tra loro
- La trasmissione culturale e l’apprendimento non sono solo una questione intergenerazionale
 il cambiamento culturale è in corso sempre a livello sociale quanto individuale, è solo in
parte prevedibile e normale, in ogni società e non solo su larga scala.
- Il luogo primario di apprendimento culturale e di innovazione culturale è la comunità locale
delle pratiche culturali: una famiglia, una casa, un quartiere, un gruppo di amici, la classe di
scuola, un posto di lavoro. Nel corso della vita le persone incontrano/vivono nel quotidiano
in una lunga serie di comunità di pratiche.
In conclusione, le culture sono pensate sempre più non come un tutto (Tylor) ma come un insieme
di parti prese in traiettorie (individuali e sociali) che combinano continuità e cambiamento. Sono
l’organizzazione di condotte del quotidiano, di esperienza vissuta, appresa e agita nella comunità di
praticanti, in una molteplicità di comunità e grazie a un dinamico e personale repertorio
multiculturale.
RAZZA = nel 500 indicava la discendenza da un gruppo di parentela. Dal 600 diventa sinonimo di
stirpe, ceto sociale, si amplia rispetto a un singolo gruppo. A partire dal XIX assume il significato
attuale cioè un gruppo umano caratterizzato da specificità sia somatiche sia intellettuali e
comportamentali che si suppongono fondate e trasmesse per via ereditaria.
Nell’800 si afferma come strumento di ricerca e di riflessione sull’origine e la diversità del genere
umano. È uno strumento in cui il linguaggio scientifico si sostituisce progressivamente a quello
filosofico e religioso. Si afferma anche come fulcro di una concezione etico-politica dei rapporti tra
Occidente e resto del mondo, legata al colonialismo.
La diffusione delle dottrine razziste a metà del XIX secolo tra Europa e Nord America. Il più
celebre saggio sull’ineguaglianza delle razze umane è del conte Gobineau (1816-1882) (saggio nel
1856). Biologizzazione o naturalizzazione di ogni tipo di differenza tra culture o civiltà umane
(sono naturali le differenze, sono essenze biologiche diverse); affermazione di una gerarchia rigida
fra le razze che vede ai vertici quella bianca (esistono razze biologicamente superiori e delle razze
inferiori); l’orrore per la mescolanza tra le razze.
Ma nel razzismo ottocentesco c’è un altro filone che si distanzia da questo pessimismo reazionario
di Gobineau. È il filone di pensiero che trova espressione nelle teorie evoluzioniste di Darwin
(1809-1882) e Spencer (1820-1903). Teorie che sostengono che tutta l’umanità stia percorrendo
un’unica linea evolutiva. Essi mettono fine alla lunga disputa tra teorie monogenetiche e
poligenetiche delle razze ereditata dalle discussioni cinquecentesche accese dall’incontro con gli
indiani d’America. L’evoluzionismo discreta la poligenesi e crede nella monogenesi. Queste teorie
monogenetiche non abbatte la gerarchizzazione delle razze ma la rafforza, si legittima. L’idea di
differenze tra gli esseri umani saldamente radicate nella biologia viaggia insieme alle ideologie
moderniste, consolida e naturalizza le relazioni di potere coloniali. Diversamente da Gobineau i
razzisti progressisti ritengono di poter influire sull’evoluzione delle razze attraverso una
programmazione scientifica: le politiche biologiche. L’antisemitismo fondato su basi scientifiche,
tipico del 900, porta all’ideologia nazista e alla Shoah. Si innesta su una definizione scientifica della
razza reinterpretando e saldando una lunga tradizione di pregiudizi religiosi. Il razzismo
progressista diffuso in molti paesi democratici fonda pratiche di ingegneria biologica come
l’eugenetica (etimologia=buona genetica) che viene teorizzata da Galton (1822-1911) che ne
formula i principi (perché non possiamo aiutare l’evoluzione riproducendo gli elementi migliori e
impedire a quelli peggiori di riprodursi?). le esperienze eugenetiche o di biologia razziale nel XX
secolo coinvolgono sia le democrazie liberali (Stati Uniti) che i regimi comunisti (Romania);
sterilizzazione forzata e campagne di interruzione di gravidanza su larga scala ai danni di alcune
etnie (indios e rom). Il progetto di eutanasia hitleriano che portò allo sterminio di centinaia di
migliaia di devianti, inadatti. Ma le politiche biologiche del nazismo non sono né uniche né ultime
nella storia del 900.
ETNIA = reificazione dei termini culturali ed etnici rischia di produrre una nuova assolutizzazione
delle differenze, avvicinandosi al vecchio so del concetto di razza. L’identità etnica (appartenenza a
un gruppo) viene giocata all’interno di uno specifico contesto in cui vi sono relazioni.
Razzismo differenzialista o fondamentalismo culturale (lega anni 90 e 2000 era una forma di
fondamentalismo)  costruire e riconoscere come naturali delle essenze etniche e culturali da poter
contrapporre ad altre essenze. Pregiudizi discriminatori. Il razzismo differenzialista non parla di
razze e differenze naturali. Parla di etnie e culture le cui radici profonde distinguerebbero i popoli.
Lo straniero è visto come un elemento negativo. Il razzismo differenzialista fa leva sulle differenze
culturali e religiose e non più su quelle biologiche; le vecchie accezioni di razza, dopo le scoperte
degli orrori del nazismo, erano diventate inaccettabili; nonostante ciò, in qualche modo le
ideologie, i pregiudizi e le discriminazioni hanno semplicemente cambiato forma con questo
razzismo differenzialista/fondamentalismo culturale, in cui non si rivendica più la superiorità
biologica, ma prendono il sopravvento altre forme di discriminazione (accettare che siamo tutti figli
dello stesso antenato ma avere comunque la paura del diverso, dello straniero). Si parla quindi di
etnie e culture con radici profonde che distinguono i vari popoli, ma il tutto intrinseco di paura degli
stranieri e dei presunti rischi che questi porterebbero nella nostra società.
Nuove forme di razzismo  da quello biologico a quello differenzialista/culturalista.
Oggi è ancora più difficile riconoscere il razzismo, siccome non è apertamente dichiarato da nessun
governo. Quali sono i punti in comune tra il
nuovo e il vecchio razzismo? L’autore Taguieff individua 3 pratiche intellettuali del
comportamento razzista:
- la categorizzazione essenzialista degli individui e dei gruppi (es. gli arabi sono tutti uguali),
come se qualsiasi persona sia un rappresentante perfetto della sua razza. Oggi ancora si
usano parole sbagliate come extracomunitari, clandestini, immigrati, e vengono tutti
accomunati sotto queste etichette seppur magari appartenenti ad etnie differenti.
- la stigmatizzazione, ovvero il seguire un processo di esclusione simbolica imperniato da
giudizi negativi e degradanti, arrivando così alla paura del “contagio derivato dal
mescolarsi”
- la barbarizzazione del diverso, convincendosi che certe categorie di esseri umani non siano
visualizzabili, perfetti, educabili, convertibili o assimilabili.
Taguieff identifica anche 3 livelli pratici di azioni del comportamento razzista: discriminazione e
segregazione, espulsione e persecuzione diretta, violenza essenzialista e genocidio; quest’ultimo è
un livello più programmato dalle mani dello stato, che mette in atto uno sterminio sistematico dei
rappresentanti di un gruppo etnico.
Lo sviluppo di atteggiamenti razzisti non discende solo dalle credenze, infatti gli studiosi hanno
dimostrato che tale atteggiamento è sempre articolato e profondo, legato ad esperienze vissute,
prendendo piede nel punto in cui si intreccia con convinzioni politiche ed interessi economici.
Queste nuove forme di razzismo, oltre ad essere radicate in assetti politici ed economici, sono
diffuse anche nel linguaggio comune.
IDENTITA’ CULTURALE = L’antropologia è proprio ciò che ha formato questo concetto
pluralista di identità culturale. Contro la gerarchizzazione e il razzismo legati al dominio coloniale,
ha cercato di affermare il principio secondo il quale ogni popolo ha la propria specificità, identità e
il proprio mondo di valori, saperi e forme di vita né superiori né inferiori. Questo concetto è entrato
a nel modo comune di pensare, finendo però per diventare una leva per il neo razzismo e per il
conflitto etnico, tanto che la stessa antropologia ha dovuto attuare una profonda revisione del
concetto di identità. Per l’antropologia non è più possibile accettare concezioni di naturalizzazione,
facendo sembrare quindi più corretto parlare di processi di etnicizzazione più voluti o favoriti,
potendo così rivendicare un’identità, che però nessuno può imporre ad un altro, poiché è necessaria
la libertà espressiva. Compito fondamentale dell’antropologia è quindi
decostruire usi e categorie.
LA GLOBALIZZAZIONE
Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’antropologia smette di pensare che si tratti della scienza dei
popoli non europei e non occidentali, ma inizia a rivolgersi, con la sociologia, a contesti più
famigliari distinguendosi per il metodo dell’etnografia. Il fenomeno che più caratterizza la storia, il
futuro e l’orientamento degli sviluppi delle società di tutto il mondo è stato definito come
‘’globalizzazione”.
È un periodo di crisi per l’antropologia, le teorie che vogliono mettere in ordine questo nuovo
mondo devono rimettersi in discussione.
Dagli anni ’90 in avanti si ha un periodo di grande innovazione dal punto di vista mediatico e delle
tecnologie.
Lewellen prova a dare una definizione di globalizzazione: ‘’Il flusso crescente di commercio,
finanza, cultura, idee e persone, consentito dagli sviluppi delle tecnologie di comunicazione e di
trasporto, nonchè della diffusione mondiale del neocapitalismo liberale’’ nonchè ‘’gli adattamenti
locali o regionali a questi flussi, e le resistenze operati in
essi’’
Il neocapitalismo liberale si riferisce al periodo successivo al crollo del muro di Berlino e si
caratterizza per la sua diffusione in gran parte dei paesi del mondo.
Prima del 1989, nel corso della modernità, già c’era un clima favorevole alla globalizzazione. Triste
esempio è la tratta atlantica, navi dall’Europa piene di paccottiglia che veniva scambiata con esseri
umani maschi africani per essere ‘’utilizzati’’ come braccianti nei campi europei o americani
(economia schiavista).
Lo Stato Nazione non è sparito, ma dopo l’89 la globalizzazione l’ha trasformato radicalmente.
Gli Stati non sono più le uniche cornici dell’economia e della cultura.
Per Robinson (2007) ci sono 5 grandi filoni di studio e ambito sociale della
globalizzazione:
1. Sulla globalizzazione economica, studiandola dal punto di vista degli scambi finanziari,
delle reti planetarie di produzione e consumo (es. coca-cola), delle imprese multinazionali;
2. Sulla globalizzazione politica, si sviluppano e nascono istituzioni internazionali
(mediazione, ONG), non si parla tanto di governo ma di ‘’governance’’, le autorità e le
sovranità statali devono entrare in relazioni con nuove entità;
3. Sui nuovi flussi migratori, la globalizzazione porta con sé movimenti demografici di massa
che formeranno grandi diversità culturali (comunità transnazionali);
4. Sulla globalizzazione della cultura e dei flussi di comunicazione, i rapidi sviluppi di
tecnologia mediali e informatiche e l’ampiamento dei mercati delle industrie culturali, i
messaggi comunicativi riescono ad attraversare il pianeta in 0 secondi.
5. Sulle nuove gerarchie sociali e disuguaglianze che si formano a livello interdipendente.

Le teorie generali sulla globalizzazione (non antropologiche) privilegiano la posizione economica.


Il sociologo Immanuel Wallerstein (1974) ‘’si sta configurando un sistema mondo’’.
Il sistema mondo indica la scala planetaria dei rapporti tra economie che caratterizza lo sviluppo del
capitalismo sin dal 1500.
Dal 1500 il capitalismo si è costruito interconnettendo mercati, e il capitalismo non può essere
studiato a partire da analisi ristrette come regioni e nazioni (non possiamo analizzare il mercato
delle sigarette guardando solo l’Italia), ma bisogna riferisti a rapporti su scala mondiale. Il
capitalismo si sviluppa, sin dalla scoperta delle Americhe, come un sistema planetario. Per
Wallerstein Il mondo sarebbe strutturalmente suddiviso in tre macroaree: centro, periferia e
semiperiferia.

C’è una continuità tra pre-globalizzazione, capitalismo moderno e la globalizzazione (capitalismo


post-moderno); ma ci sono dei teorici che affermano il contrario e vengono detti teorici della
discontinuità che affermano che il capitalismo globale (contemporaneo) è radicalmente diverso da
quello mondiale (precedente il crollo del muro di Berlino), questo perché prima erano le economie
Nazionali che si connettevano tra di loro attraverso flussi commerciali e finanziari, con la
globalizzazione si afferma una sorta di integrazione dei processi produttivi, una dissoluzione dei
confini nazionali a favore di élite globali.
Secondo la teoria della discontinuità nell’era della globalizzazione, gli agenti effettivi del potere
economico e delle decisioni diventano inafferrabili (opacità politica), non si sa chi gestisca davvero
le cose, è vero che le democrazie rappresentative eleggono dei governanti, però la reale sfera di
influenza di queste persone è sempre più limitata perché durante la globalizzazione grandi
multinazionali hanno più potere e capacità di influenzare l’agire delle persone.
Le teorie critiche di Michael Hardt e Antonio Negri condensano questa idea di un nuovo ordine
universale (economico-politico) nella nozione di Impero. Non sono più gli Stati o i poteri forti a
dare ordine nel mondo, ma assistiamo ad un nuovo ordine economico-politico universale: Impero,
diffuso non in centri di potere specifici, senza barriere fisse, che si muovono a livello globale e
contribuiscono a forgiare nuove forme di sovranità. Sono le persone stesse che attraverso i media
possono costruirsi una coscienza e possono assorbire questi condizionamenti senza che questo
dipenda da un quadro di riferimento pubblico statale: “Impero” non è una forza che si impone
dall’esterno, ma una questione che plasma la visione del mondo delle persone, sono poteri diffusi e
sfuggenti che si fa fatica ad identificare. Nuova forma di sovranità, legata al declino degli Stati-
nazione.
Il contributo di Manuel Castels è importante per lo studio dei media, per lui sono gli sviluppi
tecnologici a muovere la globalizzazione. La new economy si baserebbe sull’informazione, non
sull’industria di massa dei beni di consumo, ma un’economia calibrata sul consumatore in modo
personalizzato. La struttura reticolare (a rete, flessibile) sostituisce le strutture fisse e rigide delle
grandi imprese nazionali e multinazionali del capitalismo classico, aggirando i confini geografici e
politici. Le merci sono ora segni, informazioni beni immateriali. Internet è il luogo dove si verifica
ciò.
L’antropologia si è opposta all’idea di globalizzazione come sinonimo di omologazione e
uniformazione del mondo.

TRANSNAZIONALISMO
La globalizzazione è costituita, oltre a flussi di capitali e segni … anche da flussi di persone:
nascono nuove migrazioni, da aree più povere aree più ricche, dagli anni 1980 in avanti. Chi migra
oggi in Europa non è detto che trovi a disposizione questo miglior tenore di vita, soprattutto dopo la
crisi del 2008 e l’inasprimento delle diseguaglianze sociali ed economiche. Questo fenomeno di
migrazione di massa non è una novità: gli spostamenti di massa della forza-lavoro, esodo delle
campagne verso le città (processo di inurbamento delle popolazioni, fenomeno estremamente
diffuso). A partire dagli anni ’80 queste migrazioni assumono nuove caratteristiche perché si passa
da un modello migratorio internazionale (tra nazioni, es tra Francia a Italia) a un modello
transnazionale (costituzione di legami stabili e unitari che attraversano confini nazionali, ovvero
facilità delle comunicazioni e dei mezzi di trasporto, permettono di mantenere legami costanti con
persone oltre confine). Si pensi al fenomeno delle vedove bianche, che erano le mogli di migranti
italiani che migravano verso il Venezuela, U.S.A, agli inizi del 900, non potevano comunicare tra
coniugi perché troppo lontani. Ai giorni d’oggi la comunicazione è rapidissima e facilissima, e
permette una continua circolazione da un contesto all’altro.
Fenomeni diasporici spostamento permanente di gruppi compatti, da paesi poveri a più ricchi, che
mantengono rapporti molto forti con le loro identità culturali di origine.
I media permettono di creare delle sfere pubbliche che viaggiano attraverso la condivisione di
notizie, immagini, segni e messaggi. Le persone non sono in un territorio fisso ma sono in
movimento, e attraverso queste immagini ricreano l’immagine del loro paese di provenienza.
Il transnazionalismo rappresenta la formazione di comunità che mantengono strette reti di relazioni
ma creano e coltivano nuove e distinte identità (es: una forma di essere senegalese a Torino nel
2021).
La cultura e l’identità sono estremamente dinamiche, cambiano nel tempo e si adattano al contesto
circostante. Gli spazi transnazionali non preservano semplicemente autentiche culture di
provenienza: sono spazi terzi, nuovi, diversi da quelli dei contesti di origine
come di quella di arrivo. Si cambia nella nuova cultura. Tutto ciò è possibile poiché le nuove forme
di comunicazione sono a bassissimo costo e raggiungibili da tutti. Le comunità transnazionali
abitano e creano luoghi sociali e culturali nuovi e ibridi (che mescolano elementi del contesto
d’origine con quelli d’arrivo). Gli spazi transnazionali non sono più costituiti da flussi migratori
classici, cioè da lavoratori a basso livello di salario, ma oggi ci sono sfere alte.
Possiamo distinguere la globalizzazione e il transnazionalismo in 2 fattori:
o sfere alte basate su professionisti che intessono reti di rapporti trasversali ai confini statali
(élite globali cioè manager, intellettuali…)
o il migrante poco qualificato che parte in maniera irregolare (non sempre per causa sua).

Ulf Hannerz  antropologo svedese, dice che le culture legate alle sfere alte diventano
transnazionali sia quando gli individui coinvolti fanno veloci incursioni da una casa madre a altri
luoghi (trasferta es. di lavoro) per poche ore o giorni in una settimana, per qualche settimana qua e
là in un anno, sia nel caso che essi lascino le loro basi per periodi più lunghi nel corso della vita
(espatriati es. dirigente ONG che mi sposto a vendere salami in Tanzania). Queste élite, ovunque
vadano, troveranno qualcuno che gli accoglie, pronto ad interagire con loro nei termini di un sapere
specialistico ma collettivamente condiviso. Queste sfere alte sono meno propense a produrre
ibridazione culturale perché fortemente strutturate da modelli egemonici. Quindi le sfere alte, in
qualche modo, non si portano dietro una cultura specifica.
Il turismo produce spostamenti occasionali, o periodici, di ampie masse di persone, dalla
globalizzazione la distanza spaziale per quanto riguarda il turismo è sempre meno importante nella
programmazione dei viaggi (voli low cost). I collegamenti, i soggiorni, sono possibili quasi
ovunque esperienza transnazionale.
Turismo di massa  Tra economia del turismo e pratiche sociali, l’ingrandimento del turismo di
massa sviluppa caratteristiche i luoghi di frontiera in cui le figure e le istituzioni addette ai lavori
mediatici sono importanti (prendo da mediatori tra una ‘’cultura locale’’ e quella degli ospiti). La
cultura, il modo di mangiare, comportarsi non è che per essere un turista ci si deve adeguare o
modificare i propri modi di comportarsi. Il turista rimane quello che è parla la propria lingua e che,
se io vado in Tailandia due settimane in vacanza non devo imparare il thailandese. Le persone
nell’economia del turismo continueranno a fare la propria vita, tuttavia ci sono delle istituzioni,
delle figure, guide turistiche, tour operator, che mediano, cercano di inventare configurazioni ibride
all’interno del quale il turista sarà felice a suo agio nel muoversi in questo contesto culturale.
Queste figure, queste istituzioni, inventano configurazioni ibride in un gioco di rappresentazione e
stereo tipizzazioni, in qualche modo bisogna semplificare i tratti culturali per renderli comprensibili.
Gli studi sulle comunità transnazionali sottolineano la grande varietà dei fenomeni che queste
comunità racchiudono.

Tra gli anni 90 gli anni 2000 le persone venivano principalmente da paesi dell’est Europa che
ancora non erano proprio paesi europei. In questa situazione di transnazionalità si continuano le
relazioni familiari e sociali, le classi di provenienza continuano ogni giorno a ricollegarsi con la
propria famiglia (benché vivano a migliaia di chilometri) però si integrano spesso, e questa è una
grande differenza con altri tipi di immigrazione, spesso più maschile è molto diversa. Spesso queste
donne lavoratrici e collaboratrici domestiche, che si integrano con i contesti familiari, almeno
quando trovano un’affinità, approdano e diventano quasi quelli che
L’antropologia ha descritto come dei parenti fittizi, parantelizzazione delle persone.

POST MODERNITA’
Nella post-modernità, a partire dagli anni ’80 del 1900, i segni e le comunicazioni non trovano più
limiti e si diffondono in tempo reale (i suoni le immagini le parole le idee abbandonano i loro
supporti materiali come i giornali e le pellicole, per farsi flussi intangibili e smaterializzati, che i
mercati e gli stati controllano in maniera difficile e complessa). Molte teorie hanno cercato di dar
conto a come queste comunicazioni trasformano la nostra vita quotidiana e la nostra relazione con
luoghi, gruppi sociali, con il tempo. L’era della globalizzazione (’90) coincide con il passaggio di
questa post-modernità.
Secondo Leotaro (filosofo francese), la post-modernità si riferisce ad un nuovo modo di intendere
il progresso e la storia. La modernità classica si nutriva di grandi narrazioni, cioè schemi filosofici
che cercavano di capire la realtà e di spiegarla (forma di conoscenza supremazia del mondo e
dell’essere umano) come ad esempio l’escatologia religiosa e le grandi narrazioni laiche della
modernità davano adito a questo modello. Nel post-moderno si dice che non c’è più bisogno di
queste cose, poiché la modernità non ha funzionato e addirittura ha scatenato due grandi guerre.
Il pensiero post-moderno accetta la frammentazione dell’esperienza, l’abbandono delle ideologie
(esempio: il comunismo), delle aspirazioni avanguardistiche nell’arte. Il pensiero post-moderno
accetta che tutte queste cose che non possono più funzionare.

Anthony Giddens (1990)  Teoria della continuità tra modernità e post-modernità, secondo il
quale la globalizzazione è una tarda modernità, una sua evoluzione all’interno della quale
l’individualismo e libertà di pensiero sono garantiti.

Teorie della discontinuità e del rovesciamento dei modelli sociologici classici (ispirati a Max
Weber): de-differenziazione delle sfere dell’agire sociale.

La modernità si caratterizza per maggiore distinzione tra gli aspetti della vita, mentre nelle società
pre-moderne non vi era questa specializzazione sociale.

‘’disincanto del mondo’’ per la quale le società, non affidandosi più alle religioni, iniziano ad
affidarsi alla scienza svelando i meccanismi dell’animo umano e il cittadino avrebbe sviluppato una
conoscenza esattamente scientifica, il così detto processo di secolarizzazione (separazione
fede/scienza). Nell’era della post-modernità si assiste ad un rincanto del mondo, ritorno di pensieri
magici e oscurantistici, che non riescono a trovare nella scienza una base sicura che dia risposte.
Post-modernità: era dell’incertezza. A partire dagli anni ’90, infatti, si diffondono nuove religioni
a livello globale. Nelle nuove religioni si affermano istanze mistiche miracolistiche e integraliste
(il terrorismo è una forma di rivendicazione politica). Le nuove religioni spesso vengono definite
‘’religioni globali’’, forme di religioni carismatiche che rinstaurano l’esorcismo o pratiche di
guarigioni miracolose all’interno dei propri riti costruendo veri e propri imperi.

Le teorie della globalizzazione culturale e del post-modernismo in qualche modo si dispongono


in due grandi assi:

1. Il primo vede la globalizzazione come flusso di forze omogenizzanti (diffusione di un’unica


cultura, con prevalenza di quella occidentale), cancellazione delle differenze e realtà locali;
2. Il secondo prevede una sorprendente capacità dei contesti locali di reagire attivamente
inventando o rivitalizzando differenze.

Teoria dell’omologazione Globalizzazione come prosecuzione di un imperialismo culturale. I


centri più potenti drenano le risorse dalle periferie che lavorano per aumentare economicamente i
centri, venendo così sfruttati. Questo approccio identifica un processo di acculturazione delle
periferie: imposizione dall’esterno di una cultura dominante che cancella quella dominata. Pensiero
in linea con la scuola di Francoforte.
George Ritzer (1933) parla di macdonaldizzazione della società, la quale sradicherebbe le
peculiarità locali. Il fenomeno che riguarda tanti prodotti materiali a quelli immateriali.

Modelli egemonici. Ritzer parla persino di ‘’globalizzazione del nulla’’, ovvero di forme sociali
che vengono ideate e controllate da centri di potere ma che sono prive di contenuti, approccio che
però non presta importanza all’analisi etnografica (come le persone vivono davvero)

Teorie dell’eterogeneità o dell’ibridazione (Goodman 2007). I modelli culturali egemonici


interagiscono profondamente coi contesti locali, trasformandoli ma venendo anche trasformati,
assumono forme variabili e significati variabili. Interazione profonda tra locale e globale:
‘’glocale’’ (Robertson 1995). Non è una pioggia di beni di consumo che asfalta tutto il resto. Se
sono soprattutto i prodotti occidentali/americani a circolare (anni ’90), essi mentre si diffondono si
‘’indigenizzano’’ (espressione di Goodman), assumendo forme precise e modi di fare specifici in
una cultura, vengono riletti e risignificati sullo sfondo di specifici contesti culturali. A volte
vengono rivalutati e messi in contrasto, con le idee diresistenza o di patrimonializzazione (es.
fastfood/slowfood).
Nella post-modernità la maggior parte delle persone vivono in sfere ibride, la globalizzazione è
percorsa da tendenze omologanti, ma rappresenta anche scenari che rendono più forti le differenze e
ne crea di nuove. Gli antropologi parleranno di interconnettività complessa e non più di
globalizzazione, di una ‘’struttura comune di differenze’’ (Goodman): cornice unitaria da cui si
esprimono differenze.

Arjun Appaudurai ‘’Modernità in polvere’’ (1996) La globalizzazione diventa un campo di azioni


di forze diverse, complesse, a volte contrastanti che si aggregano in 5 grandi
dimensioni/scapes/scenari/panorami.

Ethnoscapes  non si può più parlare di culture nell’epoca della globalizzazione ma di panorami,
etnografi dei gruppi in movimento, confini spezzati che creano dei panorami , e si spostano in flussi
discontinui e continui.

Technospaces  la configurazione globale della tecnologia sempre più ad alta velocità, distrugge i
confini.

Finalcescapes  finanziorami (tradotto in italiano): movimenti del capitale globale, che sono
sempre più misteriosi, rapidi, difficili da captare e da indagare.

Ideoscapes  panorami di valori, di ideologie e modi di immaginare la liberà, il potere…

Mediascapes  panorama della informazione e produzione mediale che fornisce vastissimi


repertori di immagini, narrazioni (ecc..) che nutrono ognuno di noi. È importantissimo perché
alimenta e sta alla base dei 4 scenari precedenti, di informazioni.

Queste sfere, secondo Appaudurai, sarebbero caratterizzate continuamente da disgiunture, da


incastri. Sono campi di forze che spingono in direzioni diverse, anche contrastanti, e contradditorie,
non c’è nulla di semplice ma è tutto dinamico e complesso.
Le persone e i gruppi si muovono in questi campi per costruire mondi immaginati, evoluzione delle
comunità immaginate di Anderson. Anderson, negli anni ’80 scrive ‘’Comunità immaginate” nel
quale afferma che gli stati nazionali durante la modernità hanno costruito solo dei confini, ma hanno
anche dovuto convertire tutte le persone e i cittadini in membri di una comunità e lo hanno fatto
attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Agli inizi del ‘900 ci si poteva sentire parte dell’Italia
perché si era costantemente immersi in forme di comunicazione che stimolavano questa percezione.
Gli Stati sono anche comunità immaginate costruite dai media di massa. Ora non è più così,
pensando alla diaspora e al transnazionalismo, queste persone che migrano continuano a
immaginare il proprio mondo e lo portano con loro. La gamma di possibilità di immaginare mondi è
più ampia rispetto agli inizia del ‘900, grazie ai mediorami.

MONDI LOCALI
‘’L’antropologia e l’etnografia si riferiscono sempre a un’unità di luogo: reti concrete di legami
sociali, delle comunità di persone accomunate da un linguaggio, una lingua, rapporti di parentela o
amicizia, valori e tradizioni, tratti e repertori culturali inscritti nei discorsi pubblici, nelle pratiche,
nella profondità del corpo e nell’interiorità degli attori sociali.’’
Le teorie della globalizzazione non parlano mai in maniera generica, decontestualizzata,
deterritorializzata. Il perfetto cosmopolita, il cittadino del mondo non esiste. In qualsiasi contesto,
gli oggetti comprati vengono trasformati dalla cultura locale e dal vivere quotidiano in maniera
personale (es. un oggetto di arredo varia molto da cultura in cultura). Anche la comunicazione
attraverso internet, che è smaterializzata per natura e deterritorializzata, nutre e rafforza soprattutto
rapporti locali. In ‘’Come il mondo ha cambiato i social-media’’, l’uso di internet anche se
virtualmente ci porta in luoghi lontani deteritorializzati, in realtà nutra e rafforza i rapporti sociali
locali. Per gli adolescenti che passano la maggior parte del tempo sui social network sappiamo che
le comunità virtuali coincidono con le comunità reali (grande scoperta di questa ricerca nel libro),
quindi noi non possiamo fare a meno di radicare il modo in cui usiamo i social con la nostra realtà
che viene influenzata dagli ultimi.
Per l’etnografo cogliere le grandi forze della globalizzazione significa comprendere come queste si
inseriscono all’interno dell’esperienza quotidiana, all’interno di universi locali delle persone. Le
grandi filosofie della storia (mcdonalizzazione esempio) sono poco coerenti e efficaci.

ANTROPOLOGIA DEI MEDIA


- Onnipresenza dei media→mezzi di comunicazione non necessariamente “moderni”.
Siamo circondati da segni che continuamente codifichiamo e mandiamo agli altri (con il
linguaggio verbale ma anche non verbale). L’uomo ha da sempre cercato dei mezzi di
comunicazione che trascendessero il linguaggio del corpo, essi sono stati chiamati media.
(Da medium=mezzo). Per media non non vanno solo intesi quei mezzi di comunicazione
moderni o premoderni che noi conosciamo: anche un messaggio scritto su un foglio ad
esempio è un media. L’antropologia dei media si occupa di analizzarli all’interno al contesto
in cui si collocano e analizzare le gerarchie interne a quel contesto specifico che gli attori
sociali stessi gli attribuiscono. Ogni contesto organizza in modo diverso la circolazione e la
gerarchizzazione dei media.
- Variano da un contesto all’altro→ i media sono culturalmente condizionati. Non esistono
media a-culturali (fuori da un contesto culturale), sempre uguali a se stessi. Non è il media
che definisce il suo uso e il suo significato, ma a definire ciò è il contesto.
- I media sono elementi centrali della vita sociale e culturale→ (educazione, economia ,
potere, cambio, eccetera). I media modificano la vita sociale, basti pensare a come i telefoni
cellulari abbiano cambiato le nostre abitudini nel corso degli anni. Allo stesso tempo il
telefono ha influito profondamente anche sui flussi migratori, adesso i migranti hanno la
possibilità di mantenere stretti i contatti con il proprio popolo di origine. I media sono
sottoposti a condizionamenti culturali, ma al tempo stesso modificano, distruggono e creano
nuove pratiche e forme di vita sociale.
- I media trasmettono messaggi e costruiscono relazioni→ mediano tra persone, gruppi,
società. È necessario uscire dalla sfera che i media rappresentano e guardare il modo in cui
impattano nelle nostre vite. È importante uscire dalla dimensione strettamente mediatica per
entrare in quella sociale. Non servono solo per inviare messaggi, ma sono dei luoghi grazie
ai quali si costruiscono relazioni (così come disfare).
- I media non sono neutri→ ma trasformano, promuovono, ostacolano azioni, conflitti,
collaborazioni. Ad esempio, nelle cosiddete Primavere arabe che a partire dal 2011 hanno
investito sul Nord Africa (fino a quel momento soggiogata da regimi dittatoriali) e hanno
promosso l’uso dei social media che hanno contribuito a mobilitare le persone sfuggendo dal
controllo dei governi (prima con la stampa erano controllati dai governi). Importante
distinzione tra mezzi di comunicazione di massa e i nuovi media.
- Nuovi e vecchi media coesistono → stratificazione complessa mediatica che cambia da un
contesto all’altro. Ad esempio possiamo ascoltare la radio mentre stiamo con il telefono su
Facebook, ecc. Non si può pregiudicare lo statuto di un media in base alla sua novità o
anzianità, perché molto spesso vecchi media possono giocare nuovi ruoli nella società. Le
industrie culturali non occidentali. Uno dei primi oggetti di studio dell’antropologia dei
media è stata quella delle produzioni cinematografiche non occidentali. Non esiste solo il
cinema industriale come lo intendiamo noi, la produzione cinematografica presenta una
grande variabilità in giro per il mondo. In particolare due grandi industrie culturali, non solo
cinematografiche ma anche produttrici di video destinati alla televisione, sono state quelle
Bollywoodiane (in India) e Nollywoodiane (in Nigeria). La Nigeria è un paese dell’Africa
occidentale, nel golfo di Guinea, che nel corso degli anni 70 ha subito una grave crisi
economica. Il colonialismo aveva impiantato sale cinematografiche nei grandi centri urbani
per le classi benestanti, e in queste sale venivano proiettati film occidentali. Tuttavia nel
secondo dopo guerra iniziò a fiorire anche la produzione di film d’autore africano, un
cinema pan africano che cercava di ricopiare il modello occidentale ma in modo che
esprimesse valori africani volti a riscattare la loro identità. Questo tipo di cinema, però, non
raggiunse subito grande popolarità: si trattava di film che venivano proiettati nei festival del
cinema in Occidente e non destinati alle sale cinematografiche, un cinema elitario. Durante
la crisi degli anni 70/80 che colpì i paesi africani, ci furono delle riforme tese al taglio dei
fondi pubblici e alla privatizzazione delle economie africane e ciò ha comportato la
scomparsa di questo tipo di contesto elitario portato dal colonialismo. All’inizio degli anni
90, l’emergere delle nuove tecnologie (ad esempio il digitale) più economiche rispetto ai
supporti del cinema analogico (pellicole), hanno permesso ai piccoli produttori di
cominciare a montare film a basso costo. Questi produttori non erano registi formati nelle
scuole di cinema e ispirati alla grande letteratura, ma erano ispirati a modelli della tradizione
popolare africana di prodotti culturali. Questi film iniziarono ad avere successo di pubblico,
non erano film destinati alle sale cinematografiche (che in quel momento storico stavano
fallendo a causa della crisi economica), ma erano destinati alla distribuzione in forma di
videocassette e più avanti in DVD. In poche parole si trattava di film destinati all’ “home
cinema”, cioè una forma di cinema casalingo la cui distribuzione era estremamente facile:
questo ha permesso l’espansione di questa industria. A partire degli anni 90 fino ad oggi,
hanno cominciato a circolare film venduti in maniera formale, spesso direttamente dal
regista stesso che ne stampava una serie di copie, ma anche in maniera informale attraverso
la pirateria. Anche se illegale, il diffondersi della pirateria ha sicuramente contribuito alla
diffusione di questi film che divennero popolari. L’avanzamento della tecnologia, inoltre, da
un lato rendeva possibile abbassare i costi di produzione e dall’altro migliorare la qualità
video (il digitale). Iniziò a proliferare quest’industria ma non era di tipo autoriale, ma
commerciale l’obbiettivo era quello di vendere il più possibile. I generi dominanti erano
quelli del melodramma, i fil d’azione, i thriller.