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Luigi Pirandello

La formazione culturale
La formazione culturale di Pirandello iniziò sulla base di quella classica, che non gli fornì,
però, un'armoniosa tavola di valori, ma nella sua formazione siciliana incontrò autori veristi
come Verga e Capuana dai quali prese le mosse per poi superare la loro visione del mondo
ed i moduli narrativi del Verismo. Pirandello aveva nutrito interesse per gli studi di psicologia
di Alfred Binet, il quale citava la debolezza dell'io. Pirandello fu attirato anche dal pensiero di
Bergson il quale diceva che il mondo è un enorme organismo vivente che contiene in sè
l'energia del suo perpetuo espandersi.

La visione del mondo e la poetica


Alla base della visione del mondo pirandelliana vi è una concezione vitalistica che è simile a
quella di varie filosofie contemporanee, in particolare quella di Henri Bergson teorico dello
slancio vitale:tuta la realtà è “vita”, “perpetuo movimento vitale”, inteso come eterno
divenire,cioè una trasformazione incessante da uno stato all'altro, un flusso continuo
incandescente, indistinto “ come lo scorrere di un magma vulcanico.
Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume “forma” distinta ed individuale, si
rapprende, si irrigidisce, comincia, secondo Pirandello a “morire”.
La stessa cosa accade per l'identità personale dell'uomo. In realtà noi siamo parte indistinta
nell' “universale ed eterno fluire” della “vita”, ma tendiamo a cristallizzarci in forme individuali,
a fissarci in una realtà che noi stessi ci diamo, in una personalità che vogliamo coerente ed
unitaria. In realtà questa personalità è un'illusione, e nasce solo dal sentimento soggettivo
che noi abbiamo del mondo, questo sentimento proietta intorno a noi come un cerchio di luce
e ci separa fittiziamente dal resto della vita, che resta al buio.
Non solo noi stessi, però, ci fissiamo in una “forma”. Anche gli altri, con cui viviamo in società,
vedendoci ciascuno secondo la sua prospettiva particolare, ci danno determinate “forme”. Noi
crediamo di essere “uno” per noi stessi e per gli altri, mentre siamo tanti individui diversi, a
seconda della visione di chi ci guarda. Ad esempio un individuo può crearsi di se stesso
l'immagine gratificante dell'onesto lavoratore, del buon padre di famiglia, mentre gli altri
magari lo fissano senza rimedio nel ruolo dell'ambizioso senza scrupoli o dell'adultero.
Ciascuna di queste “forme” è una costruzione fittizia*, una “maschera” che noi stessi ci
imponiamo e che ci impone il contesto sociale. Sotto questa maschera non c'è un volto
definito, immutabile: non c'è “nessuno”, o meglio, vi è un fluire indistinto e incoerente di stati
in perenne trasformazione, per cui un istante più tardi non siamo più quello che eravamo
prima.
Pirandello fu influenzato dalle teorie dello psicologo Alfred Binet sulle alterazioni della
personalità, ed era convinto che nell'uomo coesistano più persone, ignote a lui stesso, che
possono emergere inaspettatamente; Pirandello conduce, quindi, una critica serrata al
concetto di identità personale, di “io” , su cui si era fondata una lunga tradizione filosofica ed a
cui si appellava abitualmente la coscienza comune.
Questa teoria della frantumazione dell'io in una congerie ( accozzaglia )di stati incoerenti, in
continua trasformazione, senza un vero centro e senza un punto di riferimento fisso, è un
dato storicamente importante: infatti nella realtà novecentesca entra in crisi sia l'idea di una
realtà oggettiva, organica,definita, ordinata, interpretabile unicamente con gli schemi della
ragione, sia di un soggetto “forte”, unitario, coerente,punto di riferimento sicuro di ogni
rapporto con la realtà.
L'IO non ha più certezze, quindi si smarrisce,si disgrega. questa sue condizione è
determinata dalle trasformazioni che si stanno verificando nella società del '900, infatti in
campo economico si afferma il sistema del capitale monopolistico che annega l'iniziativa
individuale e costringe la persona in grandi apparati produttivi anonimi ( l'espandersi della
grande industria, l'uso delle macchine che meccanizzano l'esistenza dell'uomo e lo riducono a
rotella di un gigantesco meccanismo, il formarsi delle grandi metropoli moderne, in cui l'uomo
smarrisce il legame con gli altri e diviene una particella isolata ed alienata nella folla
anonima.) L'idea classica dell’individuo creatore del proprio destino e dominatore del proprio
mondo, che era stata alla base della cultura della borghesia ottocentesca, ora non esiste più.

L'indebolimento dell'Io
Quanto avvenuto nella società novecentesca, dunque,porta , inizialmente, l'individuo a
rifiutare la realtà oggettiva e a chiudersi gelosamente nella soggettività ( caratteristica del
Decadentismo e degli autori decadenti: D'Annunzio: l'esteta, il superuomo) ma, poi
progressivamente anche questa finisce per sfaldarsi: l'individuo non conta più, l'io si
indebolisce, perde la sua identità, si frantuma in una serie di stati incoerenti,la sfiducia nella
realtà esterna si dilata, dunque, anche all'IO.
Pirandello è uno degli interpreti più acuti di questi fenomeni e li riflette lucidamente nelle sue
teorie e nelle sue opere letterarie.

La trappola
Nei personaggi pirandelliani la presa di coscienza di questa inconsistenza dell'io suscita
smarrimento e dolore. La consapevolezza di non essere “nessuno”, l'impossibilità di avere
un'identità certa provoca in loro angoscia ed orrore e genera un senso di tremenda solitudine.
Viceversa l'individuo soffre anche ad essere fissato dagli altri in “forme” in cui non può
riconoscersi. L'uomo si vede vivere, si esamina dall'esterno, come se fosse sdoppiato,mentre
compie gli atti abituali che la sua “forma”, la sua maschera gli impone di compiere e che a lui
appaiono assurdi perché la sua identità personale è in continuo fluire, in continuo scorrere e
non corrisponde più a quella “forma” cristallizzata ed irrigidita.
Queste “forme” sono sentite, quindi, dall'individuo come una “trappola”, come un “carcere” in
cui l'individuo si dibatte, lottando invano per liberarsi.
Pirandello identifica le trappole che imprigionano l'individuo negli istituti della vita sociale, nei
ruoli che la vita sociale impone all'uomo, nelle convenzioni su cui si fonda.
L'istituto in cui si manifesta per eccellenza la “trappola” della “forma” che imprigiona l'uomo,
separandolo dall'immediatezza della “vita”, è la famiglia.
Pirandello è molto bravo nel cogliere il carattere opprimente dell'ambiente familiare, il suo
grigiore avvilente, le tensioni segrete, gli odi, i rancori, le ipocrisie, le menzogne che si
mescolano alla vita degli affetti più profondi ed oscuri.
L'altra “trappola” è quella economica, la condizione sociale e il lavoro, almeno a livello piccolo
borghese : i suoi eroi sono prigionieri di una condizione di vita misera e stentata, di lavori
monotoni e frustranti, di un'organizzazione gerarchica e oppressiva.
Quale possibilità di salvezza per uscire da queste trappole esiste per l'uomo?
Per Pirandello non esiste un modo per cambiare le caratteristiche della società borghese che
lui esamina, né ricerca le cause storiche per cui la società è una “trappola”, per lui è la società
in quanto tale, in assoluto, che è condannabile in quanto negazione del movimento vitale.
La società borghese del suo tempo che egli indaga per lui non è altro che un simbolo
particolare di una condizione metafisica, universale.
L'unica possibilità di relativa salvezza che gli eroi pirandelliani hanno è :
1) la fuga nell'irrazionale: nell'immaginazione che trasporta verso una realtà fantastica, come
per l'impiegato Belluca di “il treno ha fischiato” che sogna paesi lontani e, attraverso
questa evasione può sopportare l'oppressione del suo lavoro di contabile e della famiglia
composta di tre cieche, due figlie vedove con sette nipoti da mantenere.
2) la follia, che è lo strumento di contestazione per eccellenza, in Pirandello delle forme della
vita sociale, l'arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all'assurdo e
rivelandone l'inconsistenza( si pensi ai protagonisti dell'Enrico IV o di Uno, nessuno,
centomila.)
Il rifiuto della vita sociale dà luogo, nell'opera pirandelliana, ad una figura ricorrente:
il “forestiere dalla vita”, colui che “ha capito il gioco” , ha preso coscienza del carattere del
tutto ingannevole (falso) del meccanismo sociale e si esclude, si isola, guardando vivere gli
altri dall'esterno della vita e dall'alto della sua superiore consapevolezza, rifiutando di
assumere la sua “parte”, osservando gli uomini imprigionati dalla “trappola” con un
atteggiamento umoristico, di irrisione e pietà.
Questo atteggiamento Pirandello lo definisce “Filosofia del lontano”: essa consiste nel
contemplare la realtà come da un'infinita distanza, in modo da vedere in una prospettiva
assorta (straniata) tutto ciò che l'abitudine ci fa considerare “normale” e in modo da coglierne
l'inconsistenza, l'assurdità, la mancanza totale di senso.