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JOHN RONALD REUEL TOLKIEN

I FIGLI DI HÚRIN
(Narn I Chîn Húrin. The Tale Of The Children Of Húrin, 2007)

A Baillie Tolkien

PREFAZIONE

È innegabile: sono molto numerosi i lettori del Signore degli Anelli ai


quali le leggende dei Tempi Remoti (così come sono state pubblicate, in
varie versioni, nel Silmarillion, nei Racconti incompiuti e nella Storia
della Terra di Mezzo) sono del tutto sconosciute. Tutt'al più, a essi è nota
la loro nomea di narrazioni strane e inaccessibili per struttura e stile. Per
questa ragione, da molto tempo pensavo che esistesse un buon motivo per
offrire ai lettori la versione estesa della leggenda dei figli di Húrin e di
presentarla come opera a sé stante, con una copertina tutta sua e con un
minimo di intervento redazionale. L'obiettivo era una narrazione compiuta,
esente da interruzioni e da lacune, purché ciò fosse possibile senza
alterazioni del percorso narrativo e senza invenzioni arbitrarie, e malgrado
lo stato di incompiutezza in cui mio padre lasciò alcune parti.
Ho pensato: se la vicenda del destino di Túrin e Niënor, figli di Húrin e
Morwen, potesse essere presentata in tale forma, si potrebbe aprire una
finestra sullo scenario e sulla storia, che l'autore colloca in una sconosciuta
Terra di Mezzo e disegna con tratti vividi e immediati, pur se i loro
connotati ci fanno pensare che siano stati tramandati dai Tempi Remoti: le
terre sommerse dell'Occidente, oltre i Monti Azzurri, dove Barbalbero
camminò in gioventù; la vita di Túrin Turambar, nel Dor-lómin, Doriath,
Nargothrond e la Foresta di Brethil.
Perciò questo libro è destinato soprattutto a quei lettori che forse
ricordano come la tana di Shelob era così orrendamente dura «da non poter
essere forata da forza d'uomo; né Elfo o Nano potevano forgiare l'acciaio
adatto a tale impresa e neppure la mano di Beren o di Túrin vi sarebbe
riuscita»; o a quelli che rammentano come Elrond, conversando con Frodo
a Gran Burrone, descriva Túrin come «uno dei potenti amici degli Elfi di
un tempo» del quale, però, nulla più si sa.

Quando mio padre era un giovanotto, negli anni della Prima Guerra
Mondiale e assai prima che esistesse qualche accenno ai racconti dai quali
più tardi avrebbero preso forma le storie dello Hobbit o del Signore degli
Anelli, egli cominciò a scrivere alcune narrazioni che raccolse con il titolo
Il libro dei racconti perduti. Era il suo primo lavoro nell'ambito della
letteratura d'invenzione. Un lavoro di una certa sostanza: è vero che egli lo
lasciò incompiuto, ma nella raccolta ci sono quattordici storie complete. È
nei Racconti perduti che apparvero per la prima volta, in un testo
narrativo, gli Dei, o Valar; gli Elfi e gli Uomini come figli di Ilúvatar (il
Creatore); Melkor-Morgoth il grande Nemico; i Balrog e gli Orchi; e le
terre in cui i Racconti sono ambientati: Valinor, «terra degli Dei», al di là
dell'oceano occidentale, e le «Grandi Terre» (poi chiamate «Terra di
Mezzo», tra i mari dell'est e dell'ovest).
Fra i Racconti perduti, ve ne erano tre più lunghi e più completi, e tutti e
tre riguardano tanto gli Uomini quanto gli Elfi. Si tratta del Racconto di
Tinúviel (che appare in forma breve nel Signore degli Anelli come la storia
di Beren e Lúthien che Aragorn racconta agli hobbit sulla Vetta del
Tempo; e che fu scritta da mio padre nel 1917), di Turambar e il Foalókë
(Túrin Turambar e il Drago, certamente esistente già nel 1919, se non
prima), e della Caduta di Gondolin (1916-17). Nel passaggio, spesso
citato, di una lunga lettera in cui descrive il suo lavoro, scritta da mio
padre nel 1951, tre anni prima della pubblicazione della Compagnia
dell'Anello, egli racconta della sua iniziale ambizione: «Una volta (da
parecchio tempo ormai ho abbassato la cresta) avevo in mente di creare un
corpus di leggende più o meno collegate, che spaziasse dalla cosmogonia
più ampia fino alla fiaba romantica, più terrena, e che traesse il suo
splendore dallo sfondo più vasto... Alcuni dei racconti più vasti li avrei
narrati interamente e ne avrei lasciati altri solo abbozzati e sistemati nello
schema d'insieme».
Alla luce di questa reminiscenza, che poi alla lontana era parte dell'idea
di ciò che si sarebbe chiamato Il Silmarillion, alcuni dei racconti avrebbero
dovuto essere narrati in una forma più completa; e, in realtà, in quella
lettera del 1951, mio padre fece espresso riferimento alle tre storie che ho
menzionato sopra come le più lunghe del Libro dei racconti perduti. Qui
definì il racconto di Beren e Lúthien «la principale delle storie del
Silmarillion», e di quest'ultima egli disse: «La storia è (ritengo che sia
bella e potente) un romanzo eroico-fiabesco, comprensibile di per sé anche
se si ha solo una vaga conoscenza generale dello sfondo. Ma costituisce
anche un anello fondamentale del ciclo, che perderebbe il suo pieno
significato se ne venisse estrapolata».
«Ci sono altre storie,» continua «raccontate quasi altrettanto
diffusamente ed egualmente indipendenti, legate tuttavia alla storia
generale» e sono: I Figli di Húrin e La caduta di Gondolin.
Pertanto sembra indubbio, dalle stesse parole di mio padre, che se avesse
potuto completare la narrazione nel modo desiderato, la sua idea era che i
tre «Grandi Racconti» della Prima Era (Beren e Lúthien, I figli di Húrin e
La caduta di Gondolin) fossero lavori sufficientemente completi in se
stessi e che non richiedessero la conoscenza del grande corpus di leggende
conosciuto con il titolo del Silmarillion. D'altro canto, come osserva mio
padre nella stessa lettera, il racconto dei figli di Húrin è parte integrante
della storia degli Elfi e degli Uomini della Prima Era, e ci sono
necessariamente un gran numero di riferimenti a eventi e circostanze della
storia più ampia.
Sarebbe del tutto contrario alla concezione di questo libro appesantirne
la lettura con una pletora di note contenenti informazioni su persone ed
eventi, che sono, a dire il vero, di rado veramente importanti per il
racconto. Ciò non di meno, potrebbe essere di aiuto ottenere qui e là un po'
di assistenza. È per questo che nell'introduzione ho fornito un'esposizione
sintetica del Beleriand e delle sue popolazioni sul finire della Prima Era,
quando nacquero Túrin e Niënor; e, insieme con la mappa del Beleriand e
delle terre del Nord, ho incluso una lista di tutti i nomi che ricorrono nel
testo, corredata da concise indicazioni sulla genealogia semplificata di
ciascuno.
Alla fine del volume c'è un'Appendice in due parti: la prima concerne i
tentativi di mio padre di arrivare a una forma definitiva per i tre racconti;
la seconda dà ragguagli sulla composizione del testo che leggiamo in
questo libro, e che differisce per vari aspetti dai Racconti incompiuti.
Sono molto grato a mio figlio Adam Tolkien per il suo indispensabile
aiuto nell'ordinare e presentare il materiale dell'Introduzione e
dell'Appendice e per aver facilitato l'immissione del libro nello
scoraggiante (per me) mondo della comunicazione elettronica.

INTRODUZIONE

La Terra di Mezzo e i Tempi Remoti

Il personaggio di Túrin aveva un profondo significato per mio padre, il


quale, in modo chiaro e immediato, riuscì a fare un ritratto vivo della sua
fanciullezza, essenziale per l'insieme: la sua severità e mancanza di
gaiezza, il suo senso di giustizia e la sua compassione; e anche un ritratto
di Húrin, svelto, allegro e sanguigno, e di sua madre Morwen, riservata,
coraggiosa e fiera; nonché della vita della famiglia nella fredda campagna
del Dor-lómin durante gli anni, già ricolmi di paura, dopo che Morgoth
ebbe rotto l'assedio di Angband, prima della nascita di Túrin. Ma tutto ciò
succedeva nei Tempi Remoti, la Prima Era del mondo, in un tempo
incredibilmente lontano. La profondità del tempo che questa storia
raggiunge è espressa, in modo memorabile, in un passaggio del Signore
degli Anelli. Al Gran Consiglio di Gran Burrone, Elrond parlò dell'Ultima
Alleanza tra Elfi e Uomini e della sconfitta di Sauron al termine della
Seconda Era, più di tremila anni prima:

A questo punto Elrond si interruppe un attimo e sospirò. «Ricordo


perfettamente lo splendore delle loro bandiere» disse. «Mi rammento
la gloria dei Tempi Remoti e degli eserciti di Beleriand, dove tanti
grandi principi e capitani si erano riuniti. Eppure non erano né in tal
numero, né tanto splendenti come quando Thangorodrim fu distrutto,
e gli Elfi credettero che il male fosse ucciso per sempre, ma non fu
così.»
«Voi ricordate?» disse Frodo, esprimendo ad alta voce per lo
stupore il proprio pensiero. «Ma credevo,» balbettò allorché Elrond si
volse verso di lui, «credevo che la caduta di Gil-galad fosse avvenuta
in epoca molto lontana.»
«Infatti è così» rispose gravemente Elrond. «Ma la mia memoria
risale fino ai Tempi Remoti. Eärendil fu mio padre, che nacque a
Gondolin prima della sua caduta; e mia madre fu Elwing, figlia di
Dior, figlio di Lúthien di Doriath. Ho visto tre ere a ovest del mondo,
molte sconfitte e molte vittorie inutili.»

Circa seimila e cinquecento anni prima che il Consiglio di Elrond si


tenesse a Gran Burrone, nacque Túrin a Dor-lómin, «nell'inverno
dell'anno», come era riportato negli Annali del Beleriand, «con presagi di
dolore».
Ma la tragedia della sua vita non si comprende in nessun modo soltanto
attraverso il ritratto del personaggio, giacché questi era condannato a
vivere intrappolato in una maledizione di enorme e misterioso potere, la
maledizione d'odio scagliata da Morgoth su Húrin, Morwen e i loro figli,
poiché Húrin lo aveva sfidato e aveva rifiutato il suo volere. E Morgoth, il
Nemico Nero, come poi venne chiamato, era stato in origine - per sua
stessa ammissione in presenza di Húrin quando questi fu fatto prigioniero
e condotto al suo cospetto - «Melkor, il primo e il più potente dei Valar,
che esisteva da prima del mondo.» Ora, permanentemente incarnato nella
forma di un gigantesco, maestoso, ma terribile Re nel Nord-Ovest della
Terra di Mezzo, egli era fisicamente presente nella sua enorme fortezza di
Angband, l'Inferno di Ferro: il fumo nero che esalava dalle sommità delle
Thangorodrim, le montagne che aveva eretto al di sopra di Angband, lo si
poteva vedere da lontano tingere il cielo settentrionale. Si leggeva negli
Annali del Beleriand che «i cancelli di Morgoth distavano solo
centocinquanta leghe dal ponte di Menegroth: lontani, ma fin troppo
vicini». Il riferimento è al ponte che conduceva alle abitazioni del Re elfo
Thingol, che accolse Túrin e se ne occupò come fosse suo figlio. Si
chiamavano Menegroth, le Mille Caverne, nel profondo sud e a est del
Dor-lómin.

Ma, così incarnato, Morgoth aveva paura. Mio padre scrisse di lui:
«Mentre cresceva la sua cattiveria e promanava da sé il male che aveva
concepito nella forma di menzogne e di creature perfide, il suo potere
passava a loro e in loro veniva disperso; quindi Morgoth divenne sempre
più legato alla terra, restio a uscir fuori dalla sua oscura roccaforte».
Pertanto, quando Fingolfin, Re Supremo degli Elfi Noldor, cavalcò tutto
solo fino ad Angband per sfidare Morgoth in combattimento, gridò presso i
cancelli di Angband: «Vieni avanti, re codardo. Vieni a combattere con le
tue stesse mani! Tu che dimori in una tana, brandisci incantesimi, menti e
trami agguati, nemico degli Dèi e degli Elfi, vieni fuori! Così ch'io possa
vedere il tuo vile volto». Allora, si dice che «Morgoth apparve, giacché
non poteva rifiutare tale sfida dinanzi ai suoi capitani». Combatté con il
grande martello Grond, che a ogni colpo apriva una grande fossa e
schiacciò Fingolfin al suolo; ma questi, prima di morire, puntellò il grande
piede di Morgoth a terra, «e nero sangue ne sgorgò, riempiendo le fosse di
Grond. Morgoth fu fermato per sempre». E così pure quando Beren e
Lúthien, sotto forma di lupo e di pipistrello, si inoltrarono fino alla sala più
profonda di Angband, ove sedeva Morgoth, Lúthien fece su di lui un
incantesimo; e, «all'improvviso questi cadde, al pari di una collina che
scivola via come una valanga, e come un tuono precipitò dal suo trono
bocconi sul pavimento dell'inferno. La corona di ferro rotolò dal suo capo
rumorosamente».
La maledizione di un simile essere, che può asserire: «L'ombra dei miei
intenti si stende su Arda [la Terra] e tutto ciò che è in essa si piega
lentamente ma sicuramente al mio volere», è diversa dalle maledizioni e
dalle imprecazioni di esseri dai poteri assai minori. Morgoth non «invoca»
il male o le calamità su Húrin e sui suoi figli, non si «rivolge» a un potere
superiore per fare da agente, giacché egli, «Signore dei destini di Arda»,
come si descrive a Húrin, intende portare alla rovina il suo nemico con la
forza del proprio gigantesco volere. Quindi «progetta» il futuro di quelli
che odia e arriva a dire a Húrin: «Su tutti coloro che ami il mio pensiero
peserà come una nuvola di Rovina e li trascinerà in basso nell'oscurità e
nella disperazione».
Il tormento che aveva architettato per Húrin era questo: Hurin avrebbe
dovuto «vedere con gli occhi di Morgoth». Mio padre diede una
definizione di quello che ciò significava: se qualcuno fosse costretto a
guardare nell'occhio di Morgoth, «vedrebbe» (o riceverebbe nella sua
mente dalla mente di Morgoth) un'irresistibile visione di eventi, distorta
dalla infinita malizia di Morgoth. E se in realtà chiunque poteva rifiutare il
comando di Morgoth, Húrin non lo fece. Ciò era in parte dovuto, disse mio
padre, al suo amore per i parenti, e la sua angosciosa ansia per loro gli fece
desiderare di apprendere tutto quanto poteva di loro, a prescindere dalla
fonte. In parte anche per orgoglio, poiché credeva di aver battuto Morgoth
nella discussione e che avrebbe potuto «sfidare» lo sguardo di Morgoth,
almeno riuscendo a mantenere il suo spirito critico e distinguere i fatti
dalla malignità.
Per tutta la vita di Túrin, dal momento della sua partenza dal Dor-lómin,
e durante la vita di sua sorella Niënor che mai vide suo padre, questo fu il
destino di Húrin, immobile sull'alto seggio delle Thangorodrim, mentre in
lui cresceva l'asprezza ispirata dal suo tormentatore.
Nel racconto di Túrin, che chiamò se stesso Turambar «Padrone del
Destino», la maledizione di Morgoth sembra essere vista come un potere
scatenato per produrre il male, alla ricerca delle sue vittime. Così viene
detto che lo stesso Vala caduto temeva che «se la forza di Túrin fosse
cresciuta eccessivamente, la sua maledizione su di lui si sarebbe spezzata e
sarebbe così sfuggito al destino che gli aveva preparato» (p. 149). E più
avanti, a Nargothrond, Túrin nasconde il suo vero nome, cosicché, quando
Gwindor lo rivela, questi s'infuria: «Amico, mi hai fatto del male rivelando
il mio vero nome: così hai attirato su di me la cattiva sorte alla quale
cercavo di sottrarmi». Era stato Gwindor a raccontare a Túrin delle voci
che aveva sentito ad Angband, dove lo stesso Gwindor era stato tenuto
prigioniero, e cioè che Morgoth avesse fatto un incantesimo su Húrin e su
tutti i suoi parenti. Ma adesso risponde all'ira di Túrin: «Il tuo destino è
dentro di te e non nel tuo nome».
È così essenziale, ai fini della narrazione, questo complesso concetto,
che mio padre propose perfino un titolo alternativo: Narn e'Rach Morgoth,
Il Racconto della Maledizione di Morgoth. E la sua idea di essa è riflessa
in queste parole: «Così terminò il racconto di Túrin lo sventurato; la
peggiore delle opere di Morgoth fra gli Uomini nel mondo antico».

Quando Barbalbero attraversò la foresta di Fangorn portando Merry e


Pipino ciascuno nella piega del suo braccio, cantò loro di luoghi che aveva
conosciuto in tempi remoti e degli alberi che ivi crescevano:

Fra salici e prati a Tasarinan passeggiavo in Primavera.


Ah! la vista e il profumo di Primavera a Nan-tasarion!
Dicevo: «È bello!».
Nei boschi di olmi d'Ossiriand erravo d'Estate.
Ah! le luci e i suoni d'Estate fra i Sette Fiumi di Ossir!
Pensavo ch'era ancor meglio.
Ai faggi di Neldoreth giungevo infine in Autunno.
Ah! il rosso e l'oro e il fremer di foglie d'Autunno a Taur-na-neldor!
Colmava ogni mio desiderio.
Sino ai pini degli altipiani di Dorthonion salivo d'Inverno.
Ah! il vento e il bianco e il nero dei rami d'Inverno a Orod-na-Thôn!
S'innalzava il mio canto nei cieli.
E ora sommerse dall'onda son quelle terre.
E io cammino attraverso Ambaróna, Tauremona e Aldalómë,
Attraverso il mio territorio, il paese di Fangorn,
Ove lunghe son le radici,
E più fitti che foglie gli innumerevoli anni
A Tauremornalómë.

La memoria di Barbalbero - il più antico degli Ent, vecchio quanto le


montagne - era davvero lunga. Ricordava le antiche foreste del grande
paese del Beleriand, che fu distrutto durante i tumulti della Grande
Battaglia alla fine della Prima Era. Il Grande Mare sommerse tutte le terre
a occidente delle Montagne Azzurre, chiamate Ered Luin e Ered Lindon,
cosicché la mappa che accompagna Il Silmarillion finisce a oriente con
quella catena montuosa, mentre quella del Signore degli Anelli finisce a
occidente con lo stesso sistema montuoso; e le terre costiere oltre le
montagne, denominate sulla mappa Forlindon e Harlindon (Lindon Nord e
Lindon Sud) erano tutto ciò che rimaneva nella Terza Era del paese
chiamato sia Ossiriand, Terra dei Sette Fiumi, sia Lindon, e Barbalbero
una volta ne attraversò i boschi di olmi.
E attraversò anche la grande pineta sulle alte terre di Dorthonion («Terra
dei Pini»), che poi fu chiamata Taur-nu-Fuin, «la Foresta sotto la Notte»,
quando Morgoth la trasformò in «una regione di terrore e oscuro incanto,
del vagare e della disperazione» (pp. 153-154). E giunse a Neldoreth, la
foresta settentrionale di Doriath, reame di Thingol.
Fu nel Beleriand e nelle terre a nord che il terribile destino di Túrin si
compì; e, in verità, sia Dorthonion sia Doriath, che Barbalbero attraversò,
furono determinanti nella sua vita. Venne al mondo in un tempo di guerre,
sebbene egli fosse ancora un ragazzo, quando si combatté l'ultima e più
grande battaglia delle guerre del Beleriand. Un breve resoconto di come
andarono le cose chiarirà i possibili dubbi e i riferimenti cui si farà cenno
nel racconto.
A nord, i confini del Beleriand sembrano essere stati formati da Ered
Wethrin, le Montagne dell'Ombra, oltre le quali si trovava il paese di
Húrin, Dor-lómin, una parte dello Hithlum; mentre a est, il Beleriand si
estendeva fino ai piedi delle Montagne Azzurre. Più a est si trovavano le
terre che quasi non compaiono nella storia dei Tempi Remoti, ma le
popolazioni che dettero forma alla storia vennero da oriente attraverso i
passi delle Montagne Azzurre.
Gli Elfi apparvero sulla terra nel lontanissimo oriente, accanto a un lago
che si chiamava Cuiviénen, Acqua del Risveglio; e di lì furono invitati dai
Valar a lasciare la Terra di Mezzo, e passarono sul Grande Mare per
raggiungere il «Reame Benedetto» di Aman nell'occidente del mondo, la
terra degli Dei. Coloro che accettarono l'invito furono guidati in una
grande marcia attraverso la Terra di Mezzo dal Vala Oromë, il Cacciatore,
e sono chiamati Eldar, gli Elfi del Grande Viaggio, gli Alti Elfi, diversi da
quelli che, rifiutando l'invito, scelsero la Terra di Mezzo come loro terra e
loro destino. Essi sono gli «Elfi minori», detti Avari, i Riluttanti.
Ma non tutti gli Eldar, sebbene avessero attraversato le Montagne
Azzurre, solcarono le acque del mare; e coloro che restarono nel Beleriand
sono chiamati Sindar, gli Elfi Grigi. Il loro re supremo era Thingol (che
significa «Mantogrigio»), che regnò da Menegroth, le Mille Caverne, a
Doriath. E non tutti gli Eldar che attraversarono il Grande Mare rimasero
nella terra dei Valar, giacché una delle loro grandi stirpi, i Noldor (i
«Maestri di Sapienza»), fece ritorno alla Terra di Mezzo, e sono chiamati
gli Esiliati.
Chi di loro scatenò la ribellione contro i Valar fu Fëanor, «Spirito di
Fuoco»: era il figlio più grande di Finwë, capo dei Noldor durante il
viaggio da Cuiviénen, ma che era ormai morto. Questo evento
fondamentale nella storia degli Elfi fu brevemente raccontato da mio padre
nell'Appendice A del Signore degli Anelli:

Fëanor fu il più grande degli Eldar in arte e in scienza, ma anche il


più orgoglioso e ostinato. Egli creò i Tre Gioielli, i Silmarilli, e infuse
in essi lo splendore dei Due Alberi, Telperion e Laurelin, che davano
luce alla terra dei Valar. Morgoth il Nemico bramava possedere i
Gioielli e li rubò, distruggendo gli Alberi, e li portò nella Terra di
Mezzo custodendoli nella sua grande fortezza di Thangorodrim [le
montagne sopra Angband]. Contro il volere dei Valar, Fëanor
abbandonò il Reame Benedetto e si recò in esilio nella Terra di
Mezzo, portando con sé gran parte della sua gente; orgoglioso
com'era, voleva riprendere i Gioielli a Morgoth con la forza. Seguì la
disperata guerra degli Eldar e degli Edain contro Thangorodrim, ove
furono alla fine completamente sconfitti.

Fëanor fu ucciso in battaglia subito dopo il ritorno dei Noldor nella


Terra di Mezzo, e i suoi sette figli possedevano vasti territori a est del
Beleriand, tra Dorthonion (Taur-nu-Fuin) e le Montagne Azzurre; ma il
loro potere fu distrutto nella terribile Battaglia delle Innumerevoli
Lacrime, che è descritta nei Figli di Húrin e, da allora, «i Figli di Fëanor
vagarono come foglie al vento» (p. 60).
Il secondo figlio di Finwë era Fingolfin, il fratellastro di Fëanor, il
signore di tutti i Noldor; e questi, con suo figlio Fingon, governò nello
Hithlum, che si stendeva a nord e a est della grande catena degli Ered
Wethrin, le Montagne dell'Ombra. Fingolfin risiedeva a Mithrim, presso il
grande lago dello stesso nome; mentre Fingon governava a Dor-lómin, a
sud dello Hithlum. La loro fortezza principale era Barad Eithel (la Torre
della Sorgente) a Eithel Sirion (Fonte di Sirion), dove il fiume Sirion
nasceva dal versante orientale delle Montagne dell'Ombra: Sador, lo
storpio domestico di Húrin e Morwen, prestò servizio lì come soldato,
come disse a Túrin (pp. 39-40).
Dopo la morte di Fingolfin in singolar tenzone con Morgoth, Fingon
divenne il Re Supremo dei Noldor al suo posto. Túrin lo vide una volta,
quando egli e «molti dei suoi signori avevano cavalcato per il Dor-lómin
passando sul ponte di Nen Lalaith, in un luccichio bianco e argento» (p.
38).
Il secondo figlio di Fingolfin era Turgon. All'inizio, dopo il ritorno dei
Noldor, abitò nella casa chiamata Vinyamar, sul mare, nella regione di
Nevrast, a ovest del Dor-lómin; ma, in gran segreto, costruì la città
nascosta di Gondolin, situata su una collina in mezzo alla valle chiamata
Tumladen, completamente chiusa dai Monti Cerchianti, a est del fiume
Sirion. Quando Gondolin fu ultimata, dopo molti anni di duro lavoro,
Turgon cambiò residenza e andò ad abitare con la sua gente, sia con i
Noldor che con i Sindar, a Gondolin; e per secoli questo fortino elfico di
grande bellezza fu conservato nella più profonda segretezza, la sua unica
entrata ben celata e sorvegliata, così che nessun straniero potesse mai
oltrepassarla; e Morgoth non riuscì a scoprire dove si trovasse. Almeno
fino alla Battaglia delle Innumerevoli Lacrime, quando Turgon emerse da
Gondolin con il suo grande esercito, dopo più di trecentocinquanta anni.
Il terzo figlio di Finwë, fratello di Fingolfin e fratellastro di Fëanor, era
Finarfin. Questi non fece ritorno alla Terra di Mezzo, ma i suoi figli e sua
figlia vennero con la schiera di Fingolfin e dei suoi figli. Il figlio più
grande di Finarfin si chiamava Finrod e, ispirato dalla magnificenza e dalla
bellezza di Menegroth nel Doriath, fondò la città fortezza sotterranea e fu
chiamato Felagund, che significa «Signore delle Caverne» o «Scavatore di
Caverne» nella lingua dei Nani. Le porte di Nargothrond si aprivano sulla
gola dove il fiume Narog, nel Beleriand occidentale, attraversava le alte
colline chiamate Taur-en-Faroth o Alto Faroth; ma il reame di Finrod si
estendeva in lungo e in largo a est del fiume Sirion e a ovest del fiume
Nenning che si univa al mare presso il porto di Eglarest. Ma Finrod fu
ucciso nelle prigioni sotterranee di Sauron, il principale servo di Morgoth,
e Orodreth, secondo figlio di Finarfin, prese la corona del Nargothrond:
ciò avvenne nell'anno che seguì la nascita di Túrin a Dor-lómin.
Gli altri figli di Finarfin, Angrod e Aegnor, vassalli del loro fratello
Finrod, risiedevano nel Dorthonion che volgeva a nord sul vasto piano di
Ard-galen. Galadriel, sorella di Finrod, risiedette a lungo a Doriath con
Melian, la regina. Melian era una Maia, uno spirito di grande possanza che
prese sembianze umane e abitò nelle foreste del Beleriand con Re Thingol:
era la madre di Lúthien e antenata di Elrond. Non molto tempo prima del
ritorno dei Noldor da Aman, quando i grandi eserciti scesero da Angband a
sud ed entrarono nel Beleriand, Melian (come si dice nel Silmarillion)
«fece ricorso al proprio potere e cinse il dominio [le foreste di Neldoreth e
di Region] tutto intorno con un invisibile muro d'ombra e smarrimento: la
Cintura di Melian che nessuno in seguito poté oltrepassare contro la sua
volontà o quella di Re Thingol, a meno di non essere dotato di un maggior
potere di Melian la Maia». Da quel momento questa terra fu denominata
Doriath, «la Terra della Cintura».
Nel sessantesimo anno dal ritorno dei Noldor, ponendo fine a molti anni
di pace, una grande schiera di Orchi scese da Angband, ma subì una
sonora sconfitta e fu distrutta dai Noldor. Fu detta Dagor Aglareb, la
Battaglia Gloriosa; ma i capi degli Elfi capirono l'avvertimento e cinsero
d'assedio Angband per quasi quattrocento anni.

Si diceva che gli Uomini (che gli Elfi chiamarono Atani, «i Secondi», e
Hildor, «i Successivi») si fossero destati nel lontanissimo Oriente della
Terra di Mezzo verso la fine dei Tempi Remoti; ma della loro preistoria gli
Uomini che entrarono nel Beleriand nei giorni della Lunga Pace, quando
Angband era sotto assedio e serrate erano le sue porte, non fecero mai
menzione. Il capo di questi primi Uomini che attraversarono le Montagne
Azzurre si chiamava Bëor il Vecchio; e a Finrod Felagund, re di
Nargothrond, che fu il primo a incontrarli, Bëor dichiarò: «Una tenebra si
stende dietro di noi e noi le abbiamo voltato le spalle; non desideriamo
tornarvi neppure con il pensiero. I nostri cuori si sono volti all'Occidente
ed è lì che pensiamo di trovare la Luce». Sador, il vecchio servitore di
Húrin, parlò allo stesso modo a Túrin nella sua fanciullezza (p. 42). Ma più
tardi si dirà che quando Morgoth apprese del destarsi degli Uomini, lasciò
Angband per l'ultima volta e andò a Oriente; e che il primo Uomo a entrare
nel Beleriand «si era pentito e ribellato contro l'Oscuro Signore e furono
crudelmente braccati e oppressi da coloro che lo adoravano e dai suoi
servitori».
Questi Uomini appartenevano alle tre Casate, conosciute come la Casa
di Bëor, la Casa di Hador e la Casa di Haleth. Il padre di Húrin, Galdor
detto l'Alto, era della Casa di Hador, del quale era figlio. Ma sua madre era
della Casa di Haleth, mentre Morwen, sua moglie, era della Casa di Bëor e
parente di Beren.
La gente delle tre Casate era detta Edam (la forma Sindarin di Atani) ed
erano chiamati Amici degli Elfi. Hador abitava nello Hithlum e gli fu dato
il dominio del Dor-lómin dal Re Fingolfin; la gente di Bëor si stabilì nel
Dorthonion; e quella di Haleth a quel tempo dimorò nella Foresta di
Brethil. Al termine dell'Assedio di Angband, Uomini di tanti diversi generi
giunsero dalle montagne; ci si riferiva a loro chiamandoli gli Esterling e
alcuni di essi ebbero una parte importante nella storia di Túrin.
L'Assedio di Angband terminò con una terribile rapidità (sebbene fosse
stato a lungo preparato) in una notte di pieno inverno, 395 anni dopo il suo
inizio. Morgoth sprigionò rivi di fuoco che scendevano giù dalle
Thangorodrim e la grande pianura erbosa di Ard-galen che si stendeva a
nord dell'altipiano del Dorthonion fu trasformata in una landa inaridita e
desolata, più tardi conosciuta con il nuovo nome di Anfauglith, cioè
Polvere Soffocante.
Questo catastrofico assalto fu detto Dagor Bragollach, la Battaglia della
Fiamma Improvvisa. Glaurung, Padre dei Draghi, emerse da Angband per
la prima volta in piena possanza; vasti eserciti di Orchi si riversarono verso
sud; i signori degli Elfi del Dorthonion furono uccisi, così come gran parte
dei guerrieri della gente di Bëor. Il Re Fingolfin e suo figlio Fingon furono
respinti assieme ai guerrieri dello Hithlum nella fortezza di Eithel Sirion,
sul versante orientale delle Montagne dell'Ombra, e, nel difenderla, Hador
Testadoro fu ucciso. Allora Galdor, padre di Húrin, divenne signore del
Dor-lómin, giacché i torrenti di fuoco vennero fermati dalla barriera delle
Montagne dell'Ombra, e lo Hithlum e il Dor-lómin rimasero inespugnati.
Fu nell'anno successivo alla Bragollach che Fingolfin, nella furia della
disperazione, cavalcò fino ad Angband e sfidò Morgoth. Due anni dopo,
Húrin e Huron andarono a Gondolin. Dopo altri quattro anni, nel corso di
un nuovo attacco allo Hithlum, il padre di Húrin, Galdor, venne ucciso
nella fortezza di Eithel Sirion; Sador si trovava lì, come raccontò a Túrin
(p. 40), e vide Húrin (allora un giovanotto ventunenne) «assumere il
governo e il comando».
Tutte queste cose erano fresche nella memoria a Dor-lómin quando
nacque Túrin, nove anni dopo la Battaglia della Fiamma Improvvisa.

NOTE SULLA PRONUNCIA

La nota che segue intende semplicemente chiarire alcune delle questioni


principali relative alla pronuncia dei nomi.

Consonanti

C ha sempre il suono di k, mai di s; pertanto Celebros si pronuncia


«Kelebros» e non «Selebros».1
CH ha sempre il suono eh dello scozzese loch o del tedesco buch, mai
quello di ch dell'inglese church; ne sono esempi Anach, Narn i Chîn
Húrin.
DH è sempre usato per rappresentare la pronuncia sonora («morbida»)
del th inglese, cioè il th di then, non il th di thin. Ne sono esempi
Glóredhel, Eledhwen, Maedhros.
G ha sempre il suono della g inglese di get; per cui Region non si
pronuncia come l'inglese region, e la prima sillaba di Ginglith si pronuncia
come nell'inglese begin, non come in gin.2

Vocali

AI ha il suono dell'inglese eye; quindi, la seconda sillaba di Edain è


come nell'inglese dine, non come Dane3
AU ha il valore di ow nell'inglese town; così, la prima sillaba di Sauron
è come l'inglese sour, e non sore.4
EI che ricorre, ad esempio, in Teiglin ha il suono dell'inglese grey.
IE non va pronunciato come nell'inglese piece, ma con entrambe le
vocali i ed e sonore e dette assieme; per cui si pronuncia Ni-enor e non
«Neenor».
AE che ricorre, ad esempio, in Aegnor e Nirnaeth, è una combinazione
delle singole vocali a-e, ma ae può essere pronunciato allo stesso modo di
1
Né c ha mai il suono dolce, per il lettore italiano, di "Celebros".
2
In inglese get si pronuncia "ghet"; region si pronuncia con la g morbida
quindi differentemente da "Reghion" e da "Ereghion" di questo testo;
begin si pronuncia "beghìn", laddove gin ha la g morbida cone nell'inglese
region, quindi il suggerimento Ginglith si pronuncia "Ghinghlith".
3
In inglese eye si pronuncia "ai"; dine si pronuncia "dàin"; e Dane si
pronuncia "Dèin": quindi il suggerimento Edain si pronuncia "Edàin".
4
In inglese town si pronuncia "taun"; owl si pronuncia "aul"; sour si
pronuncia "sauar", e sore si pronuncia "sor": quindi Sauron si pronuncia
così come è scritto.
AI.
EA ed EO non formano dittongo, ma costituiscono due sillabe distinte;
queste vengono scritte ëa ed ëo, come in Bëor, o all'inizio di nomi Eä, Eö,
come in Eärendil.
Ú nei nomi come Húrin e Túrin, si pronuncia come l'inglese oo; quindi
«Toorm» e non «Tyoorin».5
IR, UR davanti a una consonante (come in Círdan e Gurthang) non si
debbono pronunciare come nell'inglese fir e fur, ma come in inglese eer e
oor.6
E al termine di un vocabolo è sempre pronunciata come una vocale
distinta e in questo caso si scrive ë. Non è mai muta in mezzo a vocaboli
quali Celebros e Menegroth.

Le precedenti note sono prese, con qualche piccola modifica dovuta ai


nomi qui presentati, dall'edizione 2004 del Silmarillion, pp. 369-371.

5
Quindi, in italiano, "Turin" e non "Tiurin".
66
Cioè in italiano si leggono come si scrivono: "Círdan" e "Gurthang".
I FIGLI DI HÚRIN

CAPITOLO I

L'INFANZIA DI TÚRIN

Hador Testadoro era un signore degli Edain, molto amato dagli Eldar.
Egli rimase, finché ebbe vita, sotto la signoria di Fingolfin che gli assegnò
vaste terre in quella regione dello Hithlum, che era detta Dor-lómin. Sua
figlia Glóredhel sposò Haldir figlio di Halmir, Signore degli Uomini del
Brethil; e durante la stessa cerimonia suo figlio Galdor l'Alto prese in
moglie Hareth, la figlia di Halmir.
Galdor e Hareth ebbero due figli, Húrin e Huor. Il primo era di tre anni
maggiore del secondo, ma era di statura più bassa di altri uomini della sua
stirpe; sotto questo profilo aveva preso da sua madre, ma per tutto il resto
era simile a Hador suo nonno, robusto di corporatura e focoso di
temperamento. Ma la fiamma in lui ardeva di continuo, e tenacissima era
la sua volontà. Di tutti gli Uomini del Nord, era quello che meglio
conosceva i propositi dei Noldor. Suo fratello Huor era alto, il più alto di
tutti gli Edain, eccezion fatta per Tuor, suo figlio, e veloce nella corsa; se
però il percorso era lungo e duro, Húrin era il primo a giungere alla meta,
perché correva con altrettanta velocità all'inizio come alla fine della gara.
Grande era l'amore che univa i due fratelli che in gioventù furono
raramente divisi.
Húrin sposò Morwen, figlia di Baragund figlio di Bregolas della Casa di
Bëor, che era pertanto parente stretta di Beren il Monco. Morwen era alta,
bruna di capelli, e per la luce dello sguardo e la bellezza del volto era detta
Eledhwen, cioè Splendore degli Elfi; ma era di modi piuttosto rigidi e
alteri. Le pene toccate alla Casa di Bëor le rattristarono il cuore, poiché
venne nel Dor-lómin dal Dorthonion da esule, dopo la rovina della
Bragollach.
Túrin era il nome del figlio maggiore di Húrin e Morwen, nato l'anno in
cui Beren venne nel Doriath e vi trovò Lúthien Tinúviel, la figlia di
Thingol. Morwen partorì a Húrin anche una figlia che fu chiamata Urwen,
ma era detta anche Lalaith, vale a dire Riso, da tutti coloro che la
conobbero durante la sua breve vita.
Huor sposò Rían, cugina di Morwen, figlia di Belegund figlio di
Bregolas. Duro fato aveva voluto che nascesse in giorni simili, perché era
mite di cuore e non amava né caccia né guerra. Il suo amore andava agli
alberi e ai fiori delle selve, ed era cantatrice e artefice di canti. Era sposata
da soli due mesi con Huor, quando questi andò col fratello alla Nirnaeth
Arnoediad, ed essa mai più lo rivide.
Ma ora il racconto ritorna a Húrin e Huor nei giorni della loro gioventù.
Si dice che per un po' di tempo i figli di Galdor abitassero nel Brethil e
fossero allevati come figli dallo zio Haldir, secondo le usanze degli
Uomini del Nord di quei tempi. Spesso si recarono in battaglia insieme con
gli Uomini del Brethil contro gli Orchi che allora vessavano con ripetuti
attacchi i confini settentrionali della loro terra. Húrin, sebbene solo
diciassettenne, era forte, mentre Huor, più giovane di lui, era già alto
quanto gli uomini più cresciuti di quella gente.
Una volta Húrin e Huor andarono con una compagnia di esploratori, ma
subirono un'imboscata degli Orchi, si dispersero e furono inseguiti fino al
Guado di Brithiac. Sarebbero stati catturati o uccisi se non fosse stato per il
potere di Ulmo che era ancora forte sulle acque del Sirion. Si dice che una
nebbia si levò dal fiume e li nascose allo sguardo dei loro nemici; ed essi
fuggirono di là dal Brithiac e giunsero nel Dimbar. Lì vagarono con grandi
privazioni tra le colline, ai piedi delle nude pareti del Crissaegrim, finché
non si smarrirono negli inganni di quella landa e non seppero più da che
parte proseguire, né come far ritorno. Quivi Thorondor li scorse e inviò
due delle sue Aquile in loro aiuto; e queste li trasportarono in alto, al di là
dei Monti Cerchianti, nella Valle segreta di Tumladen e la città nascosta di
Gondolin, che nessun Uomo aveva ancora mai visto.
Lì, Turgon il Re li ricevette cortesemente non appena seppe delle loro
parentele, dato che Hador era un Amico degli Elfi e Ulmo, inoltre, aveva
consigliato Turgon di trattare gentilmente i figli di quella Casa, dai quali
aiuto gli sarebbe giunto al momento del bisogno. Húrin e Huor abitarono
come ospiti nella casa del Re per ben quasi un anno. Si dice che durante
quel tempo Húrin, la cui mente era veloce e viva, molto apprese della
cultura degli Elfi e anche qualcosa delle idee e dei propositi del Re,
giacché a Turgon piacquero assai i figli di Galdor e a lungo con loro egli
conversò. Davvero avrebbe voluto tenerli con sé a Gondolin per semplice
affetto e non solo per la sua legge secondo la quale nessun straniero, Elfo o
Uomo che fosse, il quale trovasse la strada per il regno celato oppure
avesse avvistato la città, poteva ripartirne, finché il Re non sospendesse
l'isolamento e il popolo nascosto ne uscisse.
Húrin e Huor, però, desideravano tornare fra i loro e aver parte nelle
guerre e nelle sofferenze con cui adesso quelli erano alle prese. E Húrin
disse a Turgon: «Signore, noi non siamo che Uomini mortali, diversi dagli
Eldar. Questi possono attendere lunghi anni lo scontro con i loro nemici,
anche se l'ora debba suonarne in un tempo remotissimo; per noi, invece, il
tempo è breve, la nostra speranza e la nostra forza ben presto svaniscono.
Inoltre, non siamo stati noi a trovare la via per Gondolin e, puoi credermi,
non sappiamo esattamente dove si trovi questa città: vi siamo stati portati,
impauriti e meravigliati, per le alte vie del cielo, e buona sorte ha voluto
che i nostri occhi fossero velati».
Allora Turgon cedette alla sua preghiera e disse: «Avete licenza di
andarvene per la stessa via per la quale siete venuti, purché Thorondor lo
voglia. Sono addolorato per la vostra partenza; ma può darsi che ci si
incontri nuovamente, in un lasso di tempo breve secondo il computo degli
Eldar».
Però Maeglin, figlio della sorella del Re, il quale era potente a Gondolin,
non era affatto dispiaciuto che se ne andassero, non solo perché li
invidiava per il favore a loro concesso dal Re, ma anche perché non
nutriva affetto per nessuno della stirpe degli Uomini; e disse a Húrin: «La
grazia a te concessa dal Re è maggiore di quanto tu non creda; e qualcuno
potrebbe domandarsi perché la legge è divenuta meno severa di un tempo
per due bricconi figli di Uomini. Sarebbe più sicuro se non avessero altra
scelta che dimorare qui come nostri servitori fino alla fine dei loro giorni».
Replicò Húrin: «La grazia del Re è grande davvero; ma se la nostra
parola non basta, ebbene, noi presteremo giuramento a te». E i fratelli
giurarono di non rivelare mai i propositi di Turgon e di tenere segreto tutto
ciò che avevano visto nel suo regno. Presero poi congedo e le Aquile
scesero e li portarono via nottetempo, deponendoli nel Dor-lómin prima
dell'alba. I loro si rallegrarono nel vederli, avendo messaggeri riportato dal
Brethil la notizia che si erano perduti; ma i due non vollero nemmeno dire
al loro padre dov'erano stati, a parte che le Aquile li avevano salvati e
riportati a casa. Tuttavia, Galdor insistette: «Dunque, siete stati per un
anno nelle selve? O le Aquile vi hanno ospitati nei loro nidi? Eppure avete
trovato cibo e begli abiti, tant'è che siete riapparsi in veste di giovani
principi, non certo di derelitti del bosco».
E Húrin rispose: «Sii contento che siamo tornati, giacché ciò ci è stato
concesso solo in cambio del giuramento di non parlare». Allora Galdor più
non li interrogò, anche se sia lui che molti altri intuirono la verità, dato che
sia il giuramento del silenzio che le Aquile facevano pensare a Turgon,
considerarono gli Uomini.
Così trascorsero i giorni e l'ombra della paura di Morgoth si allungò. Ma
nell'anno quattrocentosessantanovesimo dopo il ritorno dei Noldor nella
Terra di Mezzo, fra gli Elfi e gli Uomini la speranza rifiorì, che si era
sparsa la voce delle imprese di Beren e Lúthien e dell'umiliazione di
Morgoth sul suo stesso trono in Angband, né mancava chi sosteneva che
Beren e Lúthien fossero ancora vivi o ritornati dai Morti. In quello stesso
anno, i grandi disegni di Maedhros giunsero quasi a compimento, e con il
rinascere delle forze degli Eldar e degli Edain l'avanzata di Morgoth venne
bloccata e gli Orchi furono scacciati dal Beleriand. Allora alcuni presero a
parlare di future vittorie e di vendicare la battaglia della Bragollach,
laddove Maedhros avrebbe dovuto mettersi alla testa degli eserciti uniti,
costringere Morgoth sotto terra e sigillare le Porte di Angband.
Ma i più prudenti erano ancora incerti, poiché temevano che Maedhros
svelasse troppo presto la sua crescente forza, dando così a Morgoth il
tempo di elaborare disegni contrari.
«Sempre, ad Angband, verranno architettate nuove perfidie che né
Uomini né Elfi potranno indovinare» dicevano costoro. E nell'autunno di
quell'anno, a confermarne le parole, ecco giungere un vento cattivo dal
Nord sotto plumbei cieli. Il Perfido Fiato, così fu chiamato, poiché era
pestilenziale; e molti s'ammalarono e morirono alla fine dell'anno nelle
contrade settentrionali confinanti con l'Anfauglith e per lo più si trattava di
bambini o di giovinetti nelle case degli Uomini.
Quell'anno, Túrin figlio di Húrin ne contava solo cinque, e sua sorella
Urwen ne compì tre all'inizio della primavera. I suoi capelli erano come i
gigli gialli tra l'erba quando correva per i campi, e il suo riso era come
l'acqua dei lieti rivi che venivano cantando dai colli, frusciando accanto
alle mura della casa di suo padre. Nen Lalaith era soprannominata, e così
tutti i familiari chiamavano la bambina Lalaith, e i loro cuori erano gai
quando essa era tra loro.
Túrin però era meno amato di lei. Era bruno di capelli come sua madre,
e prometteva lo stesso suo carattere; non era allegro, era laconico sebbene
avesse appreso a parlare precocemente e sembrasse anzi maggiore dei suoi
anni. Lento era Túrin a dimenticare ingiustizie o beffe; ma in lui era anche
il fuoco di suo padre, ed egli poteva mostrarsi impetuoso e feroce. Ma era
anche pronto alla pietà, e i dolori o la malinconia di creature viventi
bastavano a muoverlo alle lacrime; e anche per questo era come suo padre,
poiché Morwen era severa con gli altri come con se stessa. Túrin amava la
madre che sempre gli rivolgeva parole franche ed esplicite; il padre però lo
vedeva di rado, siccome Húrin era spesso lontano da casa, con l'esercito di
Fingon che custodiva le frontiere orientali dello Hithlum e, quando
tornava, la sua rapida favella, punteggiata di parole strane, battute e
allusioni, sbalordiva e confondeva Túrin. In quel periodo, il suo cuore era
tutto per la sorella Lalaith, con la quale però di rado giocava, più
piacendogli osservarla non visto e guardarla procedere sull'erba o tra gli
alberi, intenta a intonare quei canti che i figli degli Edain composero molto
tempo fa, quando la lingua degli Elfi era ancora fresca sulle loro labbra.
«Bella come una figlia di Elfi è Lalaith» disse Húrin a Morwen; «ma
assai meno longeva, ahimè! E per questo forse più bella, magari più cara.»
E Túrin, udendo queste parole, le meditò ma non gli riuscì di capirle,
essendo che non aveva mai visto figli di Elfi. Nessuno degli Eldar in quel
tempo viveva nelle terre di suo padre e una sola volta li aveva veduti, ed
era stato quando Re Fingon e molti dei suoi signori avevano cavalcato per
il Dor-lómin, passando sul ponte di Nen Lalaith, in un luccichio bianco e
argento.
Ma, prima che l'anno terminasse, la verità delle parole di suo padre fu
manifesta, che il Perfido Fiato penetrò nel Dor-lómin, e Túrin s'ammalò, e
a lungo giacque in preda alla febbre e a cupi sogni. E quando ne guarì,
poiché tale era il suo destino e la forza della vita che era in lui, chiese di
Lalaith. Ma la sua nutrice gli rispose: «Non parlare più di Lalaith, figlio di
Húrin; ma di tua sorella Urwen, devi chiedere a tua madre».
E allorché Morwen venne a lui, Túrin le disse: «Non sono più malato, e
voglio vedere Urwen; ma perché non devo più parlare di Lalaith?».
«Perché Urwen è morta e il riso si è spento in questa casa» rispose la
madre. «Tu però vivi, figlio di Morwen; e vive anche l'Avversario che ci
ha fatto questo.»
Non tentò di confortarlo più di quanto facesse con se stessa, poiché il
proprio dolore lo affrontava in silenzio e con fermezza di cuore. Túrin però
pianse apertamente e prese la sua arpa con l'intento di comporre un canto
di cordoglio; ma non gli riuscì e spezzò l'arpa e, uscito di casa, levò la
mano verso il Nord gridando: «Guastatore della Terra di Mezzo, possa io
vederti faccia a faccia, e marchiarti come ha fatto il mio signore
Fingolfin!».
Ma nottetempo, solo, Túrin piangeva amaramente, sebbene in presenza
di Morwen non pronunciasse mai più il nome della sorella. A un unico
amico si rivolgeva in quel periodo, a lui parlando del suo dolore e di
quanto vuota fosse la casa. Quell'amico si chiamava Sador, ed era un
domestico al servizio di Húrin; era zoppo e tenuto in scarso conto. Era
stato boscaiolo e per malasorte o per errore nel maneggiare la scure si era
tagliato il piede destro, e la gamba mutila gli si era rattrappita; e Túrin lo
chiamava Labadal, che vuol dire «saltellante», sebbene il soprannome non
dispiacesse a Sador, essendo dettato da compassione e non da scherno.
Sador operava nelle dipendenze a fabbricare o a riparare cose di poco
valore di cui ci fosse necessità in casa, avendo egli una certa abilità nel
lavorare il legno; e Túrin gli portava ciò che gli abbisognava perché non
gli si stancasse la gamba, e a volte veniva in segreto da lui con un arnese o
un pezzo di legno che trovava incustodito, se pensava che potesse servire
all'amico. Sador allora sorrideva, ma gli diceva di rimettere il dono al suo
posto; «Dai con generosità, ma dai solo del tuo» diceva. Ricompensava
come poteva la gentilezza del fanciullo, intagliando per lui figure di
uomini e animali; ma Túrin soprattutto si deliziava ai racconti di Sador,
che era stato giovane ai tempi della Bragollach e adesso amava indugiare
sui brevi giorni della sua piena virilità, prima della mutilazione.
«Fu una grande battaglia, così dicono, figlio di Húrin. Nel gran bisogno
di quell'anno, anch'io venni richiamato dalle opere cui ero intento nella
foresta; ma non sono stato alla Bragollach, altrimenti la mia ferita l'avrei
ricevuta con più onore. Siamo infatti giunti troppo tardi, appena in tempo
per riportare il feretro del vecchio signore, Hador, caduto con la guardia di
Re Fingolfin. Sono andato soldato, dopo di allora, e sono stato a Eithel
Sirion, la grande fortezza dei Re elfici, per lunghi anni, o almeno tali mi
sembrano, perché dei successivi e monotoni c'è ben poco da ricordare. Mi
trovavo a Eithel Sirion quando il Re Nero l'assalì, e Galdor padre di tuo
padre ne era il comandante in vece del Re. Fu ucciso durante l'assalto; e ho
visto tuo padre assumerne governo e comando, sebbene fosse appena
giunto all'età virile. V'era un fuoco in lui che rendeva, così dicono, calda la
spada che impugnava. Sotto la sua guida, abbiamo ricacciato gli Orchi
nelle sabbie; e da quel giorno non hanno più osato farsi vedere. Ma, ahimè,
il mio amore per la battaglia era saziato, poiché avevo visto abbastanza
sangue versato e ferite; e mi feci congedare per tornare ai boschi ai quali
agognavo; e lì mi sono ferito, poiché a un uomo che fugge la propria paura
può capitare di scoprire che ha solo imboccato la scorciatoia per
incontrarla.»
Così Sador parlava a Túrin mentre questi cresceva, e Túrin prese a porre
tante domande cui Sador aveva difficoltà a rispondere, ritenendo che altri
più vicini al ragazzo avrebbero dovuto fargli scuola. E un giorno Túrin gli
chiese: «Davvero Lalaith era simile a una figlia di Elfi, come ha detto mio
padre? E che cosa intendeva, dicendo che era meno longeva?».
«Molto simile» rispose Sador; «poiché nella prima giovinezza i figli
degli Uomini e degli Elfi sembrano parenti stretti. Ma i figli degli Uomini
crescono più rapidamente, e ben presto la loro giovinezza sfiorisce. Tale è
il nostro destino.»
Gli domandò allora Túrin: «Che cos'è il destino?».
«Quanto a quello degli Uomini,» rispose Sador «devi chiederne a coloro
che sono più sapienti di Labadal. Ma sappi che, come tutti possiamo
notare, ben presto noi ci stanchiamo e moriamo; e, per sventura, molti
trovano la morte persino prima del tempo. Gli Elfi invece non si stancano e
non muoiono se non per grandi ferite. Da ferite e dolori che
distruggerebbero gli Uomini, essi possono guarire; e v'è chi dice che,
anche quando i loro corpi sono corrotti, essi ritornano. Non così noi.»
«Dunque, Lalaith tornerà?» volle sapere Túrin. «E dov'è andata?»
«Non tornerà» replicò Sador. «Ma dove sia andata, nessuno lo sa. Io, per
lo meno, no.»
«Ed è sempre stato così? Oppure noi siamo vittime di una maledizione
del Re malvagio, qualcosa di simile al Perfido Fiato?»
«Lo ignoro. Alle nostre spalle si estende una tenebra, dalla quale pochi
racconti sono venuti. Può darsi che i padri dei nostri padri avessero
qualcosa da narrare, ma non l'hanno fatto. Dimenticati sono persino i loro
nomi. I Monti stanno tra noi e la vita da cui essi sono venuti, fuggendo da
che cosa nessuno lo sa.»
«Avevano dunque paura?» domandò Túrin.
«Può darsi» rispose Sador. «Non è escluso che fuggissero la paura della
Tenebra, solo per ritrovarla qui di fronte a noi, e nessun altro luogo dove
fuggire se non il mare.»
«Noi non abbiamo più paura,» disse Túrin «per lo meno non tutti noi.
Non ha paura mio padre, e io non ne avrò; o almeno, come mia madre, se
avrò paura non lo darò a vedere.»
Parve a Sador che gli occhi di Túrin non fossero quelli di un bambino, e
si disse: «Il dolore è una dote per un animo duro». E ad alta voce: «Figlio
di Húrin e Morwen, quale sarà il tuo cuore, Labadal non può indovinarlo.
Ma di rado e a pochi tu mostrerai ciò che è in esso».
Allora Túrin: «Forse è meglio non dire quel che si desidera se non si può
averlo. Ma, Labadal, mi piacerebbe essere uno degli Eldar. E allora Lalaith
potrebbe tornare, e io sarei ancora qui anche se la sua assenza dovesse
durare a lungo. Andrò soldato con un Re degli Elfi appena ne avrò l'età,
come hai fatto tu, Labadal».
«Potrai imparare molto da loro» disse Sador, e sospirò. «Sono bella
gente, gente meravigliosa, e hanno potere sul cuore degli Uomini. Pure, a
volte penso che sarebbe stato meglio se mai li avessimo incontrati, ma
avessimo proceduto lungo vie più umili. Che la loro sapienza è già antica,
e sono fieri e tenaci. Alla loro luce, noi ci offuschiamo o bruciamo con
troppo rapida fiamma, e il gravame della nostra sorte tanto più ci pesa».
«Ma mio padre li ama» ribatté Túrin «e senza di loro non è felice. Dice
che da loro abbiamo imparato quasi tutto ciò che sappiamo, così
nobilitandoci; e dice anche che gli Uomini giunti di recente da oltre i
Monti sono poco meglio degli Orchi.»
«Ciò è vero» confermò Sador. «Almeno per alcuni di noi. Ma salire è
faticoso, e dalle cime è facile precipitare.»

A quel tempo, Túrin aveva quasi otto anni, ed era il mese di Gwaeron
secondo il computo degli Edain, nell'anno che non può essere dimenticato.
Già correvano voci fra gli anziani di una grande adunanza e raccolta di
armi, di cui Túrin nulla udì, sebbene avesse notato che suo padre spesso lo
fissava intensamente, come un uomo può guardare qualcosa che gli è cara
e dalla quale deve separarsi. E Húrin, conoscendone il coraggio e la
discrezione, sovente parlava con Morwen dei disegni del Re degli Elfi e di
ciò che poteva accadere se fossero andati a segno o meno. Il suo cuore era
acceso di speranza, e ben poco si preoccupava dell'esito della battaglia,
non sembrandogli che nessuna forza nella Terra di Mezzo bastasse a
rovesciare la possanza e lo splendore degli Eldar. «Hanno visto la Luce in
Occidente» diceva «e alla fine la Tenebra dovrà sparire dai loro volti.»
Morwen non lo contraddiceva, poiché in compagnia di Húrin ciò che si
sperava sempre appariva come la cosa più probabile. Ma nel suo sangue
era conoscenza di saggezza elfica, e a se stessa diceva: «Pure, non hanno
forse lasciato la Luce e non ne sono ora esclusi? Può darsi che i Signori
dell'Occidente li abbiano allontanati dai loro pensieri; e quindi, come
possono, anche se sono i Primogeniti, vincere uno dei Poteri?».
Neppure l'ombra di simili dubbi sembrava sfiorare Húrin Thalion; e
tuttavia, un mattino della primavera di quell'anno si svegliò come dopo un
sogno inquieto, e per tutto il giorno una nube ne offuscò la gaiezza; e la
sera d'un tratto disse: «Quando sarò chiamato, Morwen Eledhwen, affiderò
alle tue cure l'erede della Casa di Hador. Le vie degli Uomini sono brevi, e
in esse molti sono gli eventi infausti persino in tempo di pace».
«È sempre stato così» replicò lei. «Ma che cosa nascondono le tue
parole?»
«Prudenza, non dubbio» rispose Húrin; ma sembrava turbato. «Tuttavia,
chi guardi in avanti non può rendersi conto che le cose non resteranno
quali erano. Sarà un grande scontro, e una parte cadrà più in basso di
quanto non sia ora. Se a cadere saranno i Re degli Elfi, andrà male per gli
Edain; e noi siamo quelli che dimorano più vicini all'Avversario. Ma se le
cose dovessero andar male, non sarò io a dirti: Non temere! Perché tu temi
ciò che temere si deve, e null'altro; e la paura non ti sgomenta. Invece ti
dico: Non aspettare! Io tornerò da te quando potrò, ma tu non aspettare!
Vattene a sud il più presto possibile; io ti seguirò e ti ritroverò, dovessi
cercarti da un capo all'altro del Beleriand.»
«Il Beleriand è vasto e inospitale per gli esuli» osservò Morwen. «Dove
dovrò fuggire, con molti o con pochi?»
Húrin allora rimase a riflettere per qualche istante in silenzio. «C'è la
stirpe di mia madre nel Brethil» disse poi. «A volo d'aquila, sono una
trentina di leghe.»
«Se tempi così tristi dovessero davvero venire, quale soccorso si può
sperare dagli Uomini?» domandò Morwen. «La Casa di Bëor è caduta. Se
cade anche la grande Casa di Hador, in quali buchi dovrà strisciare la
piccola gente di Haleth?»
«Sono pochi e ignoranti» replicò Húrin «ma non dubitare del loro
valore. C'è forse speranza altrove?»
«Non parli di Gondolin» osservò Morwen.
«No, perché quel nome non è mai uscito dalle mie labbra» ribatté Húrin.
«È vero però quel che hai udito dire: sì, ci sono stato. Ma in verità ti dico
una cosa che non ho detto e non dirò a nessun altro: non so dove si trovi.»
«Però lo indovini, e con una certa precisione, penso» fece Morwen.
«Può darsi» convenne Húrin. «Ma a meno che Turgon in persona non mi
sciolga dal mio giuramento, non posso dire neppure a te quale sia la mia
congettura; sicché, la tua cerca sarebbe vana. Ma, dovessi io parlare, per
mia vergogna, giungeresti al massimo a una porta serrata, che, a meno che
Turgon non scenda in guerra (e di questo non s'è udita parola, né lo si
spera), nessuno vi entrerà.»
«Sicché, se la tua stirpe non ha speranze, e i tuoi amici ti rinnegano»
disse Morwen «non mi resta che fare di testa mia; e in questo momento
m'è venuta l'idea del Doriath.»
«Ti sei posta un alto obiettivo» disse Húrin.
«Dici che sia troppo ambizioso?» replicò Morwen. «Ritengo infatti che,
di tutte le difese, l'ultima a cedere sarà la Cintura di Melian; e nel Doriath
la Casa di Bëor non sarà oggetto di disprezzo. Non sono forse parente del
Re? Beren figlio di Barahir era, infatti, nipote di Bregor, come anche mio
padre.»
«Il mio cuore non propende per Thingol» replicò Húrin. «Da lui nessun
aiuto verrà a Re Fingon; e ora so perché un'ombra cala sul mio spirito
quando sento nominare il Doriath.»
«Anche il mio cuore s'abbuia al nome del Brethil» replicò Morwen.
E all'improvviso Húrin scoppiò a ridere e se ne uscì a dire: «Ce ne
stiamo qui a discutere su cose che ci trascendono e di ombre uscite dal
sogno. Le cose non andranno poi così male; e se anche, dovrai affidarti al
tuo coraggio e al tuo buon senso. Fa' allora ciò che il tuo cuore ti detta; ma
non agire frettolosamente. E se otterremo il nostro scopo, sappi che i Re
degli Elfi sono decisi a restituire tutti i feudi della Casa di Bëor al loro
erede; e quella sei tu, Morwen figlia di Baragund. Ampi domini dovremo
allora possedere e una ricca eredità toccherà a nostro figlio. Senza far del
male, nel Nord arriverà a possedere grandi ricchezze e sarà re tra gli
Uomini».
«Húrin Thalion» disse Morwen «penso che sia più giusto dire che tu
guardi in alto, ma io temo di cadere in basso.»
«Anche se fosse così, non dovresti aver timore» disse Húrin.
Quella notte Túrin si svegliò a mezzo, e gli parve che la madre e il padre
stessero accanto al suo letto, osservandolo alla luce delle candele che
reggevano; ma i loro volti non li scorse.

Il mattino del compleanno di Túrin, Húrin gli regalò un coltello forgiato


dagli Elfi, e manico e fodero erano argentei e neri. Gli disse: «Erede della
Casa di Hador, eccoti un dono per questa ricorrenza. Ma fai attenzione! È
una lama affilatissima, e l'acciaio serve soltanto a coloro che sanno
maneggiarlo. Ti taglierebbe la mano con la stessa facilità con la quale
taglierebbe ogni altra cosa». E sollevò Túrin, lo mise in piedi su un tavolo,
lo baciò e disse: «Già mi superi in statura, figlio di Morwen; ben presto
sarai alto così sui tuoi stessi piedi. E quel giorno, possano molti temere la
tua lama».
Poi Túrin corse fuori e se ne andò solo, e in cuor suo c'era un calore
simile a quello del sole sulla terra fredda, che sommuove la crescita.
Ripeté a se stesso le parole del padre: «Erede della Casa di Hador»; ma
anche altre parole gli tornavano alla mente: «Dai con generosità, ma dai
solo del tuo». E andò da Sador e gridò: «Labadal, è il mio compleanno, il
compleanno dell'erede della Casa di Hador! E ti ho portato un dono per
celebrare questo giorno. Eccoti un coltello, proprio quello che ti occorre,
capace di tagliare qualsiasi cosa tu voglia, sottile come un capello».
Sador ne fu turbato, perché ben sapeva che Túrin aveva avuto il coltello
in dono lui stesso; ma gli uomini ritengono che sia mal fatto rifiutare un
dono liberamente dato, da qualsiasi mano provenga, e pertanto gli disse
con voce grave: «Sei di una stirpe generosa Túrin, figlio di Húrin. Non ho
fatto nulla che valga il tuo dono, e non posso sperare di far di meglio nei
giorni che ancora mi restano; ma ciò che posso fare lo farò». E quando
Sador sguainò il coltello, disse: «Questo, sì, che è un dono: una lama di
elfico acciaio. A lungo mi è mancato questo contatto».
Ben presto Húrin notò che Túrin non portava il coltello, e gli chiese se
per caso il suo avvertimento gliel'avesse fatto temere. Rispose Túrin: «No,
ma il coltello l'ho dato a Sador, il legnaiolo».
«Dunque, spregi il dono di tuo padre?» domandò Morwen; e Túrin
rispose di nuovo: «No. Ma voglio bene a Sador, e ne provo compassione».
E allora Húrin: «Tre doni ti era lecito dare, Túrin: amore, pietà e solo da
ultimo il coltello».
«Dubito però che Sador se lo meriti» disse Morwen. «È invalido per la
sua imperizia ed è lento nei lavori, perché molto tempo lo spreca in futilità
non richieste.»
«Di lui abbi comunque compassione» intervenne Húrin. «Una mano
onesta e un cuore sincero possono sbagliare taglio; e il dolore può essere
più duro da reggere che se fosse opera di un nemico!»
«Ma adesso dovrai attendere un'altra lama» osservò Morwen. «Così il
dono sarà tale davvero e a farne le spese sarai tu.»
Ciononostante, Túrin da allora s'avvide che Sador veniva trattato più
gentilmente, ed era intento adesso a costruire un grande seggio per il
signore che vi sedesse nella sua aula.

Era un chiaro mattino, nel mese di Lothron, quando Túrin fu risvegliato


da un improvviso suono di trombe; e, corso all'uscio, nel cortile scorse una
gran ressa di uomini a piedi e a cavallo, armati di tutto punto come per la
guerra. C'era anche Húrin, il quale parlò agli uomini e impartì ordini; e
Túrin seppe così che quello stesso giorno avrebbero mosso alla volta di
Barad Eithel. Erano armigeri e domestici di Húrin, ed erano stati convocati
tutti gli uomini della sua terra. Alcuni di loro erano già partiti con Huor,
fratello di suo padre; e molti altri si sarebbero uniti al Signore del Dor-
lómin strada facendo, per andare, seguendone lo stendardo, alla grande
rivista del Re.
Poi Morwen prese congedo da Húrin senza lacrime; e gli disse:
«Custodirò tutto quanto hai lasciato in mani mie, ciò che è e ciò che sarà».
E Húrin: «Addio, Signora del Dor-lómin; noi partiamo con maggiori
speranze di quante ne abbiamo mai avute. Auguriamoci che a metà
dell'inverno la festa sarà più allegra che in tutti i nostri anni precedenti, e
che le farà seguito una primavera senza timori!». Poi si prese Túrin in
spalla e gridò ai suoi uomini: «Che l'Erede della Casa di Hador veda il
balenio delle vostre spade!». E il sole smagliò su cinquanta spade che
balzavano dai foderi, e la corte risuonò del grido di battaglia degli Edain
del Nord: «Lacho caladi Drego morn! Fiammeggia Luce! Fuggi Notte!».
Solo allora Húrin balzò in sella, e il suo dorato stendardo venne
spiegato, e le trombe tornarono a squillare nel mattino; e così Húrin
Thalion partì per la Nirnaeth Arnoediad.
Ma Morwen e Túrin continuarono a stare sull'uscio, finché da molto
lontano giunse loro, portato dal vento, debole, il richiamo di un unico
corno: Húrin aveva superato la cresta del colle, oltre il quale più non
poteva scorgere la sua casa.
CAPITOLO II

LA BATTAGLIA
DELLE INNUMEREVOLI LACRIME

Molti canti sono intonati e molti racconti narrati dagli Elfi sulla Nirnaeth
Arnoediad, la Battaglia delle Innumerevoli Lacrime, nella quale Fingon
cadde e si spense il fiore degli Eldar. Se tutto si dovesse rinarrare, la vita di
un uomo non basterebbe per udirlo. Perciò qui si narrerà solo degli
accadimenti che riguardano il destino della Casa di Hador e dei figli di
Húrin il Costante.
Avendo raccolto alla fine tutta la forza che poteva, Maedhros scelse un
giorno, il mattino di Mezz'estate. Quel giorno le trombe degli Eldar
salutarono il Sole nascente e a oriente fu issato lo stendardo dei figli di
Fëanor; a occidente quello di Fingon, Re dei Noldor.
Allora Fingon scrutò l'orizzonte dalle mura di Eithel Sirion e il suo
esercito era schierato nelle valli e nei boschi a est dell'Ered Wethrin, ben
nascosto allo sguardo del Nemico; e constatò che era un assai grande
esercito dato che tutti i Noldor dello Hithlum erano riuniti e con loro molti
Elfi delle Falas di Nargothrond; e grande era pure il numero di Uomini.
Sulla destra v'erano l'esercito di Dor-lómin e tutta la possanza di Húrin e
Huor, suo fratello; a loro si erano uniti Haldir del Brethil, loro parente, con
molti Uomini dei Boschi.
Fingon allora volse lo sguardo verso est e la sua vista elfica scorse in
lontananza una nuvola di polvere e il bagliore dell'acciaio come stelle nella
nebbia, e seppe che Maedhros si era mosso e ne fu felice. Poi guardò verso
Thangorodrim e le vide avvolte da una cupa nuvola e fumo nero se ne
levava. Seppe allora che Morgoth era montato in collera e che la loro sfida
era stata raccolta. L'ombra del dubbio calò sul suo cuore. Ma in quel
momento un grido si levò e il vento lo portò da sud di valle in valle ed Elfi
e Uomini vociavano di meraviglia e gioia poiché, inaspettatamente e senza
che lo si fosse spronato a farlo, Turgon aveva aperto le porte di Gondolin
ed era giunto con un forte esercito di diecimila guerrieri rivestiti di lucenti
cotte di maglia, con le loro lunghe spade e lance da sembrare una foresta.
Allora, quando Fingon udì in lontananza la grande tromba di suo fratello
Turgon, l'ombra che era calata su di lui si dissolse, il suo cuore ne fu
sollevato e gridò forte: «Utulie 'n aurei Aiya Eldalië ar Atanatarni, utulie
'n aure! Il giorno è venuto! Ecco, popolo degli Eldar e Padri di Uomini, è
giunto il giorno!». E tutti coloro che ne udirono la forte voce echeggiare
tra i colli, risposero gridando: «Auta i lome! La notte sta per finire!».
Di lì a poco la battaglia avrebbe avuto inizio, giacché Morgoth,
ampiamente informato di ciò che veniva fatto e architettato dai suoi
nemici, aveva preparato i suoi piani per l'ora dell'attacco. Già una gran
schiera da Angband si stava portando verso lo Hithlum, mentre un'altra,
più imponente, andava incontro a Maedhros per impedire l'unione degli
eserciti dei re. E coloro che arrivarono contro Fingon erano tutti vestiti di
bruno, sì da non mostrare il nudo acciaio: per questo erano già assai avanti
sulle sabbie di Anfauglith quando la loro presenza fu segnalata.
Allora i cuori dei Noldor s'infuocarono e i loro capitani volevano
assalire gli avversari sulla piana; ma Fingon si dichiarò contrario.
E disse: «State attenti all'astuzia di Morgoth, signori! La sua forza è
sempre maggiore di quel che sembra e i suoi piani diversi da quello che
appaiono. Non mostrate la vostra forza e lasciate che sia il nemico a
sferrare il primo attacco sulle colline». Ed era nei piani dei re che
Maedhros marciasse apertamente su Anfauglith con tutte la sua forza di
Elfi, Uomini e Nani; e, come sperava, una volta suscitata la reazione delle
schiere principali di Morgoth, Fingon sarebbe giunto dall'ovest, così da
schiacciare tra incudine e martello la potenza di Morgoth e ridurla in pezzi.
Il segnale doveva essere l'accensione di un grande faro nel Dorthonion.
Ma il Capitano di Morgoth in occidente aveva ricevuto l'ordine di far
uscire fuori Fingon dalle sue colline con qualunque mezzo. Ragion per cui
continuò la marcia sinché il fronte delle sue schiere fu attestato sulla riva
del Sirion, dalle mura di Barad Eithel alla Palude di Serech, sì che gli
avamposti di Fingon potevano guardare il nemico negli occhi. Tuttavia la
sua sfida rimase senza risposta e gli Orchi, dopo un po', cessarono di
lanciare insulti trovandosi di fronte nient'altro che mura silenziose e la
minaccia nascosta tra le colline.
Allora il Capitano di Morgoth fece partire dei cavalieri con insegne di
parlamento e questi giunsero agli avamposti di Barad Eithel. Con loro
trascinavano Gelmir, figlio di Guilin, un signore del Nargothrond che
avevano catturato nella Bragollach e che avevano accecato. I loro araldi lo
esibivano gridando: «Ne abbiamo molti altri come lui da noi, ma dovete
fare in fretta se volete ritrovarli, perché ci occuperemo di loro quando
torneremo». Poi tagliarono braccia e gambe a Gelmir e lì lo lasciarono.
Sfortuna volle che in quel punto degli avamposti stesse Gwindor, figlio
di Guilin, con molti altri del Nargothrond e, in verità, aveva marciato alla
guerra con tutta la foga che aveva in corpo proprio per il dolore per la
cattura di suo fratello. La sua ira lo infiammò, balzò in sella al suo cavallo
e molti altri con lui; inseguirono gli araldi di Angband e li uccisero; tutta la
gente del Nargothrond li seguì e penetrarono a fondo nello schieramento di
Angband. A quella vista, l'esercito dei Noldor non seppe più trattenersi e
Fingon si pose in capo l'elmo bianco, fece dar fiato alle trombe e tutte le
armate s'avventarono da dietro le colline in un'improvvisa carica.
Il barbaglio delle spade sguainate dei Noldor era simile a fuoco in una
distesa di canne; così feroce e rapida fu la loro azione, che per poco i
disegni di Morgoth non andarono in fumo. Prima che l'esercito, che egli
aveva inviato a ovest per attirarli nella trappola, potesse ricevere rinforzi fu
spazzato via e distrutto e gli stendardi di Fingon volarono sull'Anfauglith e
furono piantati davanti alle mura di Angband.
Sempre in prima linea nella battaglia era Gwindor e con lui gli Elfi del
Nargothrond, e neppure ora si poté trattenerli: irruppero attraverso i
cancelli esterni e uccisero i guardiani nei cortili stessi di Angband.
Morgoth tremò sul suo trono nelle profondità, udendoli battere alle sue
porte. Ma Gwindor rimase lì intrappolato e catturato vivo, mentre i suoi
furono sterminati: Fingon non poté accorrere in loro aiuto. Inoltre, da
molte porte segrete delle Thangorodrim, Morgoth aveva, infatti, fatto
uscire gran parte delle sue forze che aveva tenuto di riserva e Fingon fu
ricacciato dalle mura con gravi perdite.
Allora, nella piana di Anfauglith ebbe inizio il quarto giorno di guerra,
cominciò lì la Nirnaeth Arnoediad, e nessun racconto può contenerne tutto
il dolore. Di tutto ciò che accadde nella battaglia a oriente - la disfatta di
Glaurung il drago da parte dei Nani di Belegost, il tradimento degli
Esterling e la distruzione dell'esercito di Maedhros e la fuga dei figli di
Fëanor - qui più non si dice. A occidente, le schiere di Fingon ripiegarono
sulle sabbie e lì caddero Haldir, figlio di Halmir, e gran parte degli Uomini
del Brethil. Il quinto giorno, però, quando calò la notte ed erano ancora
lungi dall'Ered Wethrin, ecco che gli eserciti di Angband circondarono
quello di Fingon e combatterono finché non si fece giorno, incalzati
sempre più da presso. La speranza rinacque al mattino, allorché si udirono
i corni di Turgon che accorreva con il grosso delle forze di Gondolin;
infatti questi erano rimasti di stanza a sud per guarnire i Passi del Sirion, e
Turgon era riuscito a trattenere gran parte dei suoi da una carica avventata.
Ora accorreva in aiuto di suo fratello e i Noldor di Gondolin erano forti, le
loro file luccicanti come un fiume di acciaio al sole, che spada e bardatura
dell'ultimo dei guerrieri di Turgon valeva ben più del riscatto di qualunque
re tra gli Uomini.
Ed ecco che la falange della guardia del Re irruppe tra i ranghi degli
Orchi e Turgon si aprì un varco fino a raggiungere suo fratello. Si narra
che, sebbene nel mezzo della battaglia, fu lieto l'incontro di Turgon con
Húrin che stava al fianco di Fingon. Per un po', allora, le schiere di
Angband furono respinte e Fingon iniziò di nuovo la ritirata. Ma, avendo
disfatto Maedhros a oriente, Morgoth aveva forze da vendere e, prima
ancora che Fingon e Turgon riuscissero a trovare rifugio dietro le colline,
furono assaliti da una marea di nemici, di tre volte superiori per numero di
tutte le forze che rimanevano loro. Gothmog, supremo comandante di
Angband, era lì giunto e piantò un negro cuneo tra gli eserciti degli Elfi,
accerchiando Re Fingon e respingendo Turgon e Húrin verso la Palude di
Serech. Poi si volse contro Fingon e fu uno scontro terribile. Alla fine
Fingon si trovò solo, con le sue guardie del corpo morte attorno a lui; e
combatté con Gothmog, finché un altro Balrog lo prese alle spalle,
imprigionandolo con un laccio d'acciaio. Allora Gothmog lo abbatté con la
sua ascia nera e una fiamma bianca sprizzò dall'elmo di Fingon quando
venne spaccato. Così cadde il Re dei Noldor e i nemici lo sfracellarono al
suolo nella polvere con le loro mazze e il suo stendardo azzurro e argento
gettarono e calpestarono nella pozza del suo sangue.
Perduta era la battaglia; ma Húrin e Huor, e quel che rimaneva della
Casa di Hador, resistevano ancora a piè fermo con Turgon di Gondolin; e
le schiere di Morgoth non riuscivano a impadronirsi dei Passi del Sirion.
Allora Húrin parlò a Turgon e disse: «Vattene, signore, finché sei in
tempo! Tu sei l'ultimo della Casa di Fingolfin e in te è riposta l'ultima
speranza degli Eldar. Finché Gondolin resiste, il cuore di Morgoth
conoscerà la paura».
Rispose Turgon: «Ormai Gondolin non può più rimanere celata a lungo
e, una volta scoperta, non potrà che cadere».
Parlò dunque Huor e disse: «Eppure, se resiste ancora un po', ecco che
dalla tua Casata verrà la speranza degli Elfi e degli Uomini. Questo è quel
che ti dico, o signore, ora che sono al cospetto della morte: sebbene qui ci
si debba separare per sempre e mai più rivedrò le tue bianche mura, da te e
da me sorgerà una nuova stella. Addio!».
Maeglin, figlio della sorella di Turgon, che era presente, udì quelle
parole e non le dimenticò.
Allora Turgon fece suo il consiglio di Húrin e Huor e diede ordine che i
suoi eserciti ripiegassero verso i Passi del Sirion; e i suoi capitani,
Ecthelion e Glorfindel, ne difendevano i fianchi a destra e a sinistra così
che nessuno dei nemici potesse aggirarli, giacché l'unica strada in quella
regione era angusta e passava lungo la riva occidentale del crescente rivo
del Sirion. Ma gli Uomini del Dor-lómin fecero da retroguardia, come
volevano Húrin e Huor: essi, infatti, non desideravano in cuor loro
abbandonare le Terre Settentrionali e, se non potevano recuperare le
proprie dimore, avrebbero resistito sino alla fine. Così avvenne che Turgon
si aprì la strada verso sud finché, sempre protetto dalle forze di Húrin e
Huor, si mise in salvo scendendo lungo il Sirion; scomparve tra i monti e
si celò agli occhi di Morgoth. I fratelli, però, raccolsero attorno a loro
quanti restavano degli Uomini della Casa di Hador e, arretrando passo
dopo passo, giunsero al di là della Palude di Serech, avendo davanti a loro
il rivo di Rivil. Quivi si fermarono senza più cedere.
Fu allora che tutti gli eserciti di Angband mossero a schiere contro di
loro e con i loro morti formarono un ponte e accerchiarono i superstiti
dello Hithlum come una marea che cresce attorno a uno scoglio. Lì, mentre
il sole calava a ovest e le ombre degli Ered Wethrin si facevano più scure,
Huor cadde trafitto da una freccia avvelenata che lo raggiunse a un occhio,
e tutti i prodi di Hador furono uccisi intorno a lui formando pile di corpi
senza vita. Gli Orchi tagliarono loro le teste e le ammucchiarono come un
tumulo d'oro nel tramonto.
Ultimo superstite rimase Húrin, il quale gettò lo scudo e afferrò un'ascia
di un capitano degli Orchi e la brandì con entrambe le mani. Si cantava che
l'arma fumasse del sangue nero delle guardie troll di Gothmog finché
questa tutta si dissolse e, ogniqualvolta Húrin menava un colpo, gridava:
«Aure entuluva! Il giorno risorgerà!». Settanta volte lanciò quel grido; ma
lo presero vivo per ordine di Morgoth che pensava di fargli così più male
che se lo avesse fatto uccidere. Allora gli Orchi afferrarono Húrin con le
mani benché egli ne falciasse le braccia; ma di continuo altri ne
sopraggiungevano, finché Húrin non cadde sepolto da tutti loro. Allora
Gothmog lo legò e, schernendolo, lo trascinò ad Angband.
Così terminò la Nirnaeth Arnoediad, mentre il sole tramontava di là dal
mare. La notte calò nello Hithlum e dall'Occidente irruppe un vento di
tempesta.
Grande fu il trionfo di Morgoth, sebbene non tutti i suoi malefici
propositi fossero stati ancora attuati. Un pensiero lo ossessionava
profondamente e gli rovinava la vittoria: Turgon era sfuggito alla sua rete e
di tutti i suoi nemici era quello che più desiderava catturare e distruggere
in quanto Turgon, della potente Casa di Fingolfin, era adesso, a pieno
diritto, Re di tutti i Noldor; e Morgoth temeva e odiava la Casa di
Fingolfin perché lo avevano disprezzato a Valinor e godevano
dell'amicizia di Ulmo, suo nemico; e a causa delle ferite che Fingolfin gli
aveva inferto in battaglia. Ma più di tutti temeva Turgon perché in tempi
antichi a Valinor l'occhio di questi l'aveva investito della sua luce e,
ogniqualvolta gli si accostava, un'ombra nera gli scendeva nell'animo,
preannuncio che, in un tempo ancora nascosto nel destino, da Turgon
sarebbe venuta la sua rovina.
CAPITOLO III

LE PAROLE DI HÚRIN E MORGOTH

Ora, per ordine di Morgoth, gli Orchi, con grande fatica, raccolsero tutti
i corpi senza vita dei loro nemici e, accumulandone equipaggiamenti e
armi, eressero nel cuore della piana dell'Anfauglith un enorme tumulo che
era come una collina visibile di lontano. Haudh-en-Ndengin, così la
chiamarono gli Elfi. Ma l'erba vi crebbe alta e verde, ricoprendo di erba la
collina, unica in tutto quel deserto; e nessuno dei servi di Morgoth calpestò
in seguito la terra sotto la quale le spade degli Eldar e degli Edain si
sgretolavano per la ruggine. Il reame di Fingon non c'era più e i Figli di
Fëanor vagavano come foglie al vento. Nessuno degli Uomini della Casa
di Hador aveva fatto ritorno nello Hithlum, né giunsero notizie della
battaglia e del destino dei signori. Ma Morgoth inviò colà gli Uomini che
erano sotto il suo dominio, gli scuri Esterling; li recluse in quella landa e
proibì loro di uscirne. Questo è tutto quanto Morgoth diede loro delle
ricche ricompense che aveva promesso per il tradimento di Maedhros:
depredare e tormentare vecchi, donne e bambini della gente di Hador.
Quelli che degli Eldar rimasero nello Hithlum, tutti coloro che non
fuggirono nei boschi e sulle montagne, furono portati nelle miniere di
Angband e divennero suoi schiavi. Ma gli Orchi andarono liberamente
attraverso tutto il nord e premevano sempre a sud nel Beleriand. Là
restavano ancora il Doriath e Nargothrond; ma Morgoth non dava a questi
molta importanza, forse perché ben poco ne sapeva o perché il loro
momento non era ancora giunto nei suoi piani malvagi. Ma il suo pensiero
tornava sempre a Turgon.
Quindi Húrin fu portato al cospetto di Morgoth, perché questi sapeva,
grazie alle proprie arti e spie, che Húrin godeva dell'amicizia del Re; e
tentò d'intimidirlo con lo sguardo. Ma Húrin, pur sempre indomabile, sfidò
Morgoth, il quale pertanto lo fece incatenare e sottoporre a lente torture;
dopo un po' andò da lui e gli offrì di scegliere di andarsene libero dove
volesse, oppure di avere i poteri e il grado del massimo tra i suoi
comandanti, a patto che rivelasse dove Turgon aveva la propria fortezza e
quant'altro sapeva delle intenzioni del Re. Ma Húrin il Costante se ne fece
beffe dicendo: «Cieco sei, Morgoth Bauglir, e cieco sarai sempre, poiché
vedi solo il buio. Ignori ciò che governa il cuore degli Uomini, e se lo
sapessi non potresti dirlo. Ma stolto è colui che accetta quel che Morgoth
offre. Perché ti prenderesti il premio per poi ritirare la promessa; e io avrei
solo morte se ti dicessi quel che mi chiedi».
Rise allora Morgoth e disse: «Ti capiterà di desiderare la morte da me
quale una grazia». Così portò Húrin allo Haudh-en-Nirnaeth, che era stato
appena eretto e vi stagnava sentore di morte; Morgoth mise Húrin in cima
al tumulo e gli ordinò di volgere lo sguardo a ovest, verso lo Hithlum, e di
pensare a sua moglie, a suo figlio e agli altri del suo sangue. «Perché ora
essi sono nel mio regno» disse Morgoth «e alla mia mercé».
«... Che a te manca» replicò Húrin. «Ma non arriverai da Turgon tramite
loro. Essi infatti ne ignorano i segreti.»
Allora Morgoth montò in collera e disse: «Ma posso mettere le mani su
di te e la tua maledetta casa; e sarai spezzato per mio volere, fossi tu anche
di acciaio».
E prese una lunga spada che lì stava, e la spezzò sotto gli occhi di Húrin,
che fu ferito al volto da una scheggia. Ma Húrin non batté ciglio. Allora
Morgoth, puntando il lungo braccio in direzione del Dor-lómin, maledisse
Húrin, Morwen e la loro discendenza, dicendo: «Ecco! L'ombra del mio
pensiero sarà su di loro ovunque vadano, e il mio odio li perseguiterà sino
ai limiti del mondo.»
Ma Húrin ribatté: «Parli invano, perché non puoi vederli né dominarli da
lontano: non finché conserverai quest'aspetto, e desidererai ancora di
essere un Re visibile sulla terra».
Al che Morgoth, volgendosi a Húrin, gli disse: «Stolto, piccolo tra gli
Uomini, i quali sono gli ultimi ad avere la parola! Hai mai visto i Valar o
misurato il potere di Manwë e Varda? Conosci la portata del loro pensiero?
O credi forse che il loro pensiero sia su di te e che da lungi possano
proteggerti?».
«Non lo so» rispose Húrin. «Ma potrebbe essere, se lo volessero,
giacché il Re Antico non sarà detronizzato finché durerà Arda».
«Sei tu che lo dici» disse Morgoth. «Sono io il Re Antico: Melkor,
primo e più possente di tutti i Valar, che era prima del mondo e che l'ha
creato. L'ombra del mio disegno si stende su Arda, e tutto quanto è in essa
lentamente e sicuramente si piega alla mia volontà. Ma su tutti coloro che
tu ami il mio pensiero graverà come una nube del Destino e li getterà nella
tenebra e nella disperazione. Ovunque andranno, sarà male. Ogniqualvolta
parleranno, le loro parole saranno foriere di cattivo consiglio. Qualsiasi
cosa facciano, si rivolterà contro di loro. Moriranno in disperazione,
maledicendo sia la vita che la morte.»
Húrin però rispose: «Dimentichi forse a chi parli? Cose simili tu le hai
dette molto tempo fa ai nostri padri; ma siamo sfuggiti alla tua ombra. E
ora abbiamo contezza di te, perché abbiamo guardato i volti che hanno
visto la Luce e udito le voci di coloro che hanno parlato con Manwë.
Prima di Arda tu eri, ma anche altri; e non sei stato tu a crearla. Né sei il
più possente, perché la tua forza l'hai sprecata su te stesso, e l'hai
vanificata nel tuo proprio vuoto. E ora non sei altro che uno schiavo
fuggiasco dei Valar, e la loro catena ancora t'attende».
«Hai imparato a memoria la lezione dei tuoi padroni» fece Morgoth.
«Ma è un infantile sapere che non ti sarà d'aiuto, ora che sono tutti
fuggiti.»
«Un'ultima cosa ti voglio dire, schiavo Morgoth,» disse Húrin «e non
viene dalla sapienza degli Eldar, ma in questo momento stesso mi è stata
posta nel cuore. Tu non sei il Signore degli Uomini, e non lo sarai anche se
tutta Arda e Menel cadranno in tua balìa. Non potrai perseguitare coloro
che ti rifiutano oltre i Cerchi del Mondo.»
«Oltre i Cerchi del Mondo non li perseguiterò» convenne Morgoth.
«Perché oltre i Cerchi del Mondo è il Nulla. Ma all'interno di essi non mi
sfuggiranno finché non entreranno nel Nulla.»
«Menti» ribatté Húrin.
«Vedrai, e dovrai ammettere che non mento» disse Morgoth. E, riportato
Húrin in Angband, lo mise su un seggio di pietra in un luogo elevato delle
Thangorodrim, dal quale poteva scorgere lontana la terra dello Hithlum
all'ovest e le contrade del Beleriand al sud. Lì fu avvinto dal potere di
Morgoth, e Morgoth standogli accanto ancora lo maledì e lo coprì del
proprio potere, sì che non potesse né allontanarsi da quel luogo né morire
finché Morgoth non lo avesse liberato.
«Stattene qui seduto» gli disse «e guarda le contrade dove male e
disperazione piomberanno su coloro che tu hai consegnato nelle mie mani.
Che hai osato farti beffe di me, e hai messo in dubbio il potere di Melkor,
Padrone dei destini di Arda. Pertanto, con i miei occhi vedrai, e con le mie
orecchie udrai, e nulla ti sarà celato.»
CAPITOLO IV

LA PARTENZA DI TÚRIN

Tre uomini soltanto alla fine giunsero nel Brethil passando per Taur-nu-
Fuin, una mala strada; e quando Glóredhel, figlia di Hador, seppe che
Haldir era caduto, ne morì di dolore.
Nel Dor-lómin non giunse nessuna notizia. Rían, moglie di Huor, fuggì,
la mente sconvolta, nelle selve; fu però aiutata dagli Elfi Grigi del
Mithrim, e quando suo figlio, Tuor, venne al mondo, essi se ne presero
cura. Ma Rían andò allo Haudh-en-Nirnaeth, e vi giacque e vi morì.
Morwen Eledhwen rimase nello Hithlum in silenzioso dolore. Suo figlio
Túrin era appena nel nono anno di età, ed essa era nuovamente incinta.
Infelici erano i suoi giorni. Gli Esterling giunsero nella contrada in gran
numero, e trattavano crudelmente quelli di Hador, derubandoli di tutto ciò
che possedevano e riducendoli in schiavitù. Portarono via quanti nelle
patrie terre di Húrin erano in grado di lavorare o di servire a uno scopo,
persino fanciulle e fanciulli, e i vecchi li uccisero oppure li indussero a
morire di inedia. Ma non osarono mettere le mani sulla Signora del Dor-
lómin né cacciarla di casa sua, che tra loro correva voce che era pericolosa,
una strega che aveva commerci con i dèmoni bianchi. Così infatti
chiamavano gli Elfi, che odiavano ma tanto più temevano. Per tale motivo
anche paventavano ed evitavano i monti, tra i quali molti degli Eldar si
erano rifugiati, soprattutto nel sud del paese; e dopo aver saccheggiato e
devastato, gli Esterling si ritirarono verso nord. La casa di Húrin si trovava
nella parte sud-orientale del Dor-lómin, e le montagne erano vicine; anzi,
il Nen Lalaith sgorgava da una sorgente all'ombra dell'Amon Darthir, sul
cui crinale era un erto passo per il quale l'audace poteva superare gli Ered
Wethrin e calare alle fonti del Glithui nel Beleriand. Ma non ne avevano
contezza gli Esterling, né ancora Morgoth, giacché tutta quella contrada,
finché la casa di Fingolfin resse, era al sicuro da lui e nessuno dei suoi
servi ancora vi si era spinto. Morgoth confidava che gli Ered Wethrin
fossero una muraglia insuperabile, sia per chi fuggisse dal nord che per chi
volesse assalire dal sud, e in effetti non vi erano altre vie, per chi fosse
privo di ali, tra la Serech e il remoto Occidente dove il Dor-lómin
confinava col Nevrast.
Accadde così che, dopo le prime incursioni, Morwen venisse lasciata in
pace, sebbene uomini fossero in agguato nei boschi circostanti: era
pericoloso spingersi lontano. Sotto il tetto di Morwen erano tuttora Sador il
legnaiolo e qualche vecchio e vecchia, nonché Túrin, che Morwen si
teneva sempre vicino, entro la cinta. Ma ben presto la dimora di Húrin
decadde e, per quanto Morwen faticasse, era povera e si sarebbe ridotta
alla fame, non fosse stato per l'aiuto che le veniva segretamente inviato da
Aerin, una parente di Húrin, che un certo Brodda, uno degli Esterling,
aveva costretto con la forza a diventare sua moglie: amara era l'elemosina
per Morwen, che però accettava l'aiuto per amore di Túrin e del nascituro,
e poiché, come diceva, era del suo che le tornava. Infatti quel Brodda si era
impadronito della gente, dei beni e del bestiame delle terre di Húrin,
portandoli nelle proprie dimore. Era un uomo coraggioso ma tenuto in
poco conto dai suoi prima che venissero nello Hithlum; ragion per cui,
bramoso di ricchezza, era pronto a mettere le mani su terre che altri del suo
stampo sdegnavano. Morwen l'aveva vista una volta, quand'era giunto a
cavallo dalle sue parti durante una scorreria. Ma poi era stato colto da
grande paura: aveva avuto l'impressione di scorgere gli occhi implacabili
di un demone bianco, ed era caduto in preda di mortale terrore all'idea che
gliene venisse qualche male; né aveva messo a sacco la casa di Morwen e
neppure scoperto Túrin, altrimenti la vita dell'erede del vero signore
sarebbe stata di breve durata.
Brodda ridusse in schiavitù le Teste di Paglia, come chiamava la gente
di Hador, e li mise a costruire un'aula di legno nella contrada a nord della
casa di Húrin; e i suoi schiavi erano ammassati come bestie in un recinto,
ma mal custoditi. Tra loro, ancora si trovava qualcuno non sottomesso e
pronto ad aiutare la Signora del Dor-lómin, sia pure a proprio rischio; e da
costoro in segreto giungevano a Morwen notizie del paese, sebbene foriere
di scarse speranze. Brodda però si prese Aerin come moglie, non già come
schiava, essendo poche le donne tra il suo seguito, e nessuna paragonabile
alle figlie degli Edain; ed egli sperava di crearsi una signoria in quella
contrada, e di avere un erede che la reggesse dopo di lui.
Di ciò che era accaduto e di ciò che poteva accadere nei giorni a venire,
ben poco Morwen diceva a Túrin, il quale non osava turbarne il silenzio
con domande. Allorché i primi Esterling erano penetrati nel Dor-lómin,
aveva chiesto alla madre: «Quando tornerà mio padre per scacciare questi
brutti ladroni? Perché non viene?».
E Morwen: «Non lo so. Può darsi che sia stato ucciso oppure che sia
prigioniero, o magari che sia stato costretto a fuggire lontano, e ancora non
possa tornare passando tra i nemici che ci circondano».
«In tal caso, penso che sia morto» disse Túrin, e in presenza della madre
trattenne le lacrime. «Nessuno infatti potrebbe impedirgli di tornare ad
aiutarci, se fosse vivo.»
«Credo che nessuna delle cose che hai detto risponda al vero, figlio
mio» replicò Morwen.

Col passare del tempo, il cuore di Morwen si riempì di paura per il figlio
Túrin, erede del Dor-lómin e del Ladros, poiché non vedeva per lui altra
speranza che di diventare schiavo degli Esterling nel giro di pochi anni. Si
ricordò allora di quel che lei e Húrin si erano detti, e ripensò al Doriath; e
decise alla fine di mandar via Túrin in segreto, se avesse potuto, e di
pregare Re Thingol di dargli rifugio. E mentre meditava su come fare, udì
con chiarezza nella propria mente la voce di Húrin che le diceva: «Vattene
in frettai Non aspettarmi!». Ma la nascita del figlio che aveva in seno era
prossima, e la strada sarebbe stata difficile e perigliosa, e più questa
andava minore la speranza di sopravvivere. E ancora una volta il suo cuore
la ingannò con speranze immotivate; l'intimo suo pensiero le diceva che
Húrin non era morto, e Morwen tendeva l'orecchio per coglierne il rumore
dei passi nelle insonni veglie notturne, oppure si risvegliava persuasa di
aver udito, in cortile, il nitrito di Arroch, il suo cavallo. Inoltre, sebbene
desiderasse che suo figlio crescesse nelle aule di altri, come era uso a quel
tempo, non era ancora disposta a umiliare il proprio orgoglio tanto da
essere ospitata per elemosina, sia pure da un re. Ragion per cui la voce di
Húrin, o meglio il ricordo della sua voce venne soffocato, e svolto il primo
filo del destino di Túrin.

L'autunno dell'Anno del Cordoglio fu alle porte prima che Morwen


avesse preso una risoluzione, e allora dovette fare in fretta: breve era il
tempo per il viaggio, e d'altra parte essa temeva che, a rimandarlo dopo
l'inverno, Túrin venisse preso. Degli Esterling scorrazzavano intorno alla
cinta, spiando la casa. Sicché, all'improvviso disse a Túrin: «Tuo padre
non ritorna, per cui devi andare, e subito. È quello che lui vorrebbe».
«Andare?» gridò Túrin. «E dove? Oltre i Monti?»
«Sì,» rispose Morwen «oltre i Monti, verso sud. A sud: può darsi che là
ci sia qualche speranza. Ma non ho detto noi, figlio mio. Tu devi andare, io
invece restare.»
«Non posso partire da solo!» ribatté Túrin. «Non intendo lasciarti.
Perché non dovremmo andare insieme?»
«Io non posso» rispose Morwen. «Ma tu non partirai da solo. Con te
verranno Gethron e forse anche Grithnir.»
«Non vuoi che venga con me Labadal?» domandò Túrin.
«No, perché Sador è zoppo» disse Morwen «e la strada sarà difficile. E
siccome tu sei mio figlio e i tempi sono tristi, non userò mezzi termini:
lungo la via può attenderti la morte. L'anno sta per finire. Ma, se rimani, ti
toccherà una fine peggiore: sarai schiavo. Se vuoi essere un uomo quando
sarai in età adulta, farai come ti dico, e coraggiosamente.»
«Ma ti lascerò sola con Sador e con il cieco Ragnir e le vecchie» osservò
Túrin. «Non ha forse detto mio padre che io sono l'erede di Hador? E
l'erede dovrebbe stare nella casa di Hador per difenderla. Ah, avessi ancora
il mio coltello!»
«L'erede dovrebbe restare, ma non può» replicò Morwen. «Un giorno
però potrà ritornare. E ora fatti animo! Se la situazione dovesse peggiorare,
ti seguirò, se mi sarà possibile.»
«Ma come farai a trovarmi, sperduto nelle solitudini?» chiese Túrin; e
d'un tratto il cuore gli venne meno ed egli apertamente pianse.
«Se piagnucoli, altri ti troveranno prima» disse Morwen. «Io però so
dove devi andare, e se ci arrivi e ci resti, io forse ti troverò. Ti mando
infatti da Re Thingol nel Doriath. Non preferisci essere ospite di un re
invece che schiavo?»
«Non lo so» rispose Túrin. «Ignoro che cosa sia uno schiavo».
«Ti mando via in modo che tu non debba impararlo» replicò Morwen.
Poi, tenendo Túrin davanti a sé, lo guardò ben bene negli occhi, come se
tentasse di leggervi un indovinello. «È duro, Túrin figlio mio,» disse alla
fine «e duro non solo per te. È arduo per me, in questi mali giorni, decidere
che cosa sia meglio per te. Ma agisco come ritengo giusto, altrimenti
perché dovrei dividermi dalla cosa più cara che mi resta?»
Altro non si dissero, e Túrin era addolorato e sconcertato. Il mattino
dopo andò da Sador, che avrebbe dovuto spaccare la legna per il fuoco, ed
era scarsa perché non osavano uscire a cercarla nei boschi; in quel
momento però, appoggiato alla stampella, era intento a guardare il grande
seggio di Húrin, che, non finito, era stato riposto in un angolo. «Meglio
farlo a pezzi,» disse «perché soltanto bisogni elementari possono essere
soddisfatti di questi tempi.»
«Aspetta a farlo» consigliò Túrin. «Può darsi che lui torni a casa, e
allora sarà contento di vedere ciò che hai fabbricato per lui durante la sua
assenza.»
«Le false speranze sono più pericolose delle paure» ribatté Sador «e non
ci riscalderanno quest'inverno.» Passò le dita sugli intagli del seggio e
sospirò. «Ho sprecato il mio tempo» disse poi «anche se sono state ore
piacevoli. Ma cose simili sono tutte di breve durata; e la gioia di farle è il
loro unico vero fine, temo. E a questo punto, tanto vale che ti restituisca il
dono.»
Túrin tese la mano, e subito la ritrasse. «Un uomo non riprende indietro i
propri doni» disse.
«Ma siccome il coltello è mio, non posso darlo a chi voglio?» domandò
Sador.
«Sì,» convenne Túrin «a chiunque tranne che a me. Ma perché vorresti
sbarazzartene?»
«Non ho speranza di potermene servire per compiti degni» spiegò Sador.
«Per Labadal nei giorni che verranno non ci sarà altro lavoro che fatica di
schiavo.»
«Che cos'è uno schiavo?» volle sapere Túrin.
«Un uomo che è stato un uomo, ma che è trattato come una bestia»
spiegò Sador. «Nutrito quel tanto da tenerlo in vita, tenuto in vita solo per
sgobbare, e che sgobba solo per paura del dolore o della morte. E da questi
ladroni possiamo avere dolore o morte semplicemente per il loro spasso.
Ho udito dire che prendono alcuni dei più agili alla corsa e danno loro la
caccia con i cani. Hanno imparato più rapidamente loro dagli Orchi che
noi dal Popolo Chiaro.»
«Adesso capisco meglio» disse Túrin.
«È una vergogna che queste cose tu le debba apprendere così presto»
riprese Sador; poi, notando la strana espressione di Túrin: «Ma che cosa
hai capito?»
«Ho capito perché mia madre vuole mandarmi via» e gli occhi si
riempirono di lacrime.
«Ah» fece Sador, e tra sé soggiunse: «Ma perché aver tardato tanto?».
Poi, ad alta voce: «Non mi sembra una notizia degna di lacrime. Ma non
dovresti parlare con Labadal o con chiunque altro dei propositi di tua
madre. Mura e recinti hanno orecchie, di questi tempi, orecchie che non
crescono su teste oneste».
«Ma devo pur parlarne con qualcuno!» protestò Túrin. «Ti ho detto
sempre tutto. Non voglio lasciarti, Labadal. Non voglio lasciare questa
casa né mia madre.»
«Ma se non lo fai» disse Sador «ben presto sarà per sempre la fine della
Casa di Hador, e questo devi capirlo. Labadal non desidera che tu te ne
vada; ma Sador servo di Húrin sarà più felice quando il figlio di Húrin sarà
fuori della portata degli Esterling. Su, su, non si può evitarlo: dobbiamo
prendere congedo. E adesso, vuoi accettare il mio coltello come dono di
addio?»
«No!» rifiutò Túrin. «Mia madre dice che andrò dagli Elfi, dal Re del
Doriath. E lì potrò avere altri oggetti come questo. Ma non potrò mandarti
alcun dono, Labadal. Sarò lontano e solo.»
E Túrin pianse; ma Sador gli disse: «Forza, dov'è il figlio di Húrin?
Ricordo di averlo udito dire, non molto tempo fa: 'Andrò soldato di un Re
degli Elfi non appena ne avrò l'età'».
Allora Túrin frenò le lacrime e disse: «Bene, se tali sono state le parole
del figlio di Húrin, a esse egli deve attenersi e partire. Ma se ho detto che
voglio fare questo o quello, certo è che le cose appaiono assai diverse
quand'è il momento. Ora non ne ho più voglia. Devo stare attento a non
avere più sortite del genere».
«Sì, sarebbe meglio» convenne Sador. «Accade che moltissimi
insegnino e pochi imparino. Che vengano i giorni futuri. Oggi è più che
sufficiente».

Túrin dunque si preparò al viaggio e, preso congedo dalla madre, partì


segretamente con i suoi due compagni. Ma quando questi lo esortarono a
voltarsi a guardare per l'ultima volta la casa di suo padre, l'angoscia del
distacco lo ferì come una spada, ed egli gridò: «Morwen, Morwen, quando
ti rivedrò?». Morwen però, di sulla soglia, udì l'eco di quel grido tra i colli
boscosi, e conficcò le unghie nello stipite dell'uscio tanto da ferirsi le dita.
Fu quello il primo dei dolori di Túrin.
All'inizio dell'anno successivo alla partenza di Túrin, Morwen diede alla
luce una bambina, e la chiamò Niënor, ossia Cordoglio; ma quando
nacque, Túrin era già molto lontano. Lunga e mala era la sua strada, perché
il potere di Morgoth si stendeva per ampio tratto; però aveva per guide
Gethron e Grithnir, che erano stati giovani ai tempi di Hador e, sebbene
ormai anziani, erano ancora prodi e conoscevano bene le contrade perché
in passato avevano sovente percorso il Beleriand. E così, con fortuna e
coraggio superarono le Montagne dell'Ombra e, calati nella Valle del
Sirion, penetrarono nella Foresta di Brethil; e alla fine, esausti e macilenti,
raggiunsero i confini del Doriath. Ma qui restarono disorientati e avvolti
dalle reti della Regina, e vagarono sperduti nei boschi senza sentieri,
finché tutto il loro cibo fu esaurito. E furono vicini a morte, perché
l'inverno calava gelido dal Nord; ma non così benigna era la sorte di Túrin.
Mentre erano immersi nella disperazione, udirono un suono di corno.
Beleg Arcoforte stava cacciando in quella zona, poiché dimorava proprio
sulle frontiere del Doriath, e di quei tempi era il più grande abitante dei
boschi. Udì le loro grida e accorse, e dopo che ebbe dato loro da mangiare
e da bere apprese come si chiamavano e donde venivano, e ne provò
meraviglia e pietà. E guardò con simpatia Túrin che aveva la bellezza di
sua madre e gli occhi di suo padre ed era saldo e forte.
«Che favore vorresti da Re Thingol?» chiese Beleg al ragazzo.
«Vorrei essere uno dei suoi cavalieri per andare contro Morgoth e
vendicare mio padre» rispose Túrin.
«Forse sarà possibile quando gli anni ti avranno fatto più grande»
assicurò Beleg. «Perché, sebbene tu sia ancora piccolo, hai l'aspetto di un
uomo valente, degno di essere un figlio di Húrin il Costante, se ciò fosse
possibile.» Il nome di Húrin era infatti tenuto in alto onore in tutte le terre
degli Elfi. Ragion per cui, Beleg ben volentieri si offrì di far da guida ai
viandanti e li condusse a un casino di caccia dove allora dimorava con altri
cacciatori, e dove li ospitò mentre un messaggero si recava a Menegroth. E
quando giunse notizia che Thingol e Melian erano disposti a ricevere il
figlio di Húrin e i suoi accompagnatori, Beleg per vie segrete li condusse
nel Regno Nascosto.
Così Túrin giunse al grande ponte sull'Esgalduin e varcò le porte delle
aule di Thingol; e fanciullo ancora contemplò le meraviglie di Menegroth
che nessun uomo mortale aveva visto prima, salvo il solo Beren. Poi
Gethron riferì il messaggio di Morwen a Thingol e Melian, e Thingol li
accolse benevolmente, e si prese Túrin sulle ginocchia in onore di Húrin, il
più possente degli uomini, e di Beren suo parente. E quanti assistevano se
ne meravigliarono, poiché era segno che Thingol faceva di Túrin il suo
figlio adottivo; e a quel tempo non era cosa usuale da parte dei re, e tanto
meno di un Signore degli Elfi con un Uomo.
«Sapienza ti sarà data più di quanta non ne tocchi a Uomini mortali, e
nelle tue mani saranno poste le armi degli Elfi. Tempo forse verrà in cui
riconquisterai le terre di tuo padre nello Hithlum, ma per ora dimora qui in
pace.»

Cominciò così il soggiorno di Túrin nel Doriath. Con lui per qualche
tempo restarono Gethron e Grithnir, i suoi accompagnatori, sebbene
bramassero di ritornare dalla loro Signora nel Dor-lómin. Poi, età e
malattia gravarono Grithnir, che rimase al fianco di Túrin fino alla morte;
Gethron invece se ne andò, e Thingol inviò con lui una scorta che lo
guidasse e proteggesse e che recasse notizie di Thingol a Morwen.
Giunsero finalmente alla casa di Húrin, e quando Morwen seppe che Túrin
era stato onorevolmente accolto nelle aule di Thingol, il suo dolore fu
alleviato. E gli Elfi portarono anche ricchi doni da parte di Melian e
l'invito a partire per il Doriath con gli inviati di Thingol. Melian infatti era
saggia e previdente, e in tal modo sperava di allontanare il male che
andava preparandosi nel pensiero di Morgoth. Morwen però non volle
lasciare la sua casa, essendo ancora immutato il suo cuore e forte il suo
orgoglio. Inoltre, Niënor era ancora un'infante: ragion per cui rinviò gli
Elfi del Doriath con i propri ringraziamenti, dando loro in dono le ultime
piccole cose d'oro che le restavano, nascondendo la propria povertà; e li
pregò di riportare a Thingol l'Elmo di Hador.
Túrin era in continua attesa del ritorno dei messaggeri di Thingol; e
quando tornarono soli, fuggì nei boschi e pianse, perché sapeva dell'invito
di Melian e aveva sperato che Morwen lo accettasse. Fu questo il secondo
dolore di Túrin.
Quando i messaggeri riportarono la risposta di Morwen, Melian fu
mossa a pietà, poiché le lesse nella mente; e si rese conto che il destino da
lei previsto non poteva essere facilmente scongiurato.
L'Elmo di Hador fu rimesso nelle mani di Thingol. Era fatto di grigio
acciaio con ornamenti aurei, e v'erano incise rune di vittoria: un potere era
in esso, che proteggeva chiunque lo portasse da ferita o morte, poiché la
spada che lo colpisse sarebbe andata in pezzi e il dardo ne sarebbe stato
respinto. A forgiarlo era stato Telchar, il fabbro di Nogrod, le cui opere
erano rinomate. L'elmo era munito di una visiera, a guisa di quelle che i
Nani costruivano nelle loro fucine per proteggersi gli occhi, e chi lo
indossava metteva paura nel cuore di chi lo vedeva, ed era invulnerabile da
frecce e fuoco. Sul cimiero era collocata, a sfida, un'immagine dorata della
testa di Glaurung il Drago, essendo stato l'elmo fabbricato subito dopo che
il Grande Verme era uscito dalle Porte di Morgoth. Più volte Hador, e
dopo di lui Galdor, se n'era munito in guerra; e i cuori dell'esercito dello
Hithlum esultavano quando lo vedevano torreggiare alto nel mezzo della
battaglia, e i guerrieri gridavano: «Più vale il Drago del Dor-lómin che il
Verme d'oro di Angband!».
Húrin però non portava senza sforzo l'Elmo-di-Drago, e comunque non
voleva servirsene, poiché diceva: «Preferisco mostrare ai nemici il mio
vero volto». Ciononostante, annoverava l'elmo tra i massimi retaggi della
sua Casa.
Ora, Thingol aveva, in Menegroth, profonde armerie colme di gran
dovizia d'armi: metalli forgiati a guisa di pelli di pesce e baluginanti come
acqua alla luna; spade e asce, scudi ed elmi fabbricati da Telchar stesso o
dal suo maestro Gamil Zirak il vecchio, o da artigiani elfici ancora più
abili. Certi oggetti, infatti, li aveva ricevuti in dono, erano giunti da
Valinor e a fabbricarli era stato Fëanor con la sua maestria, maggiore del
quale in tutti i giorni del mondo non vi fu artigiano. Pure, Thingol accolse
l'Elmo di Hador quasi che scarso fosse il suo tesoro, e disse, cortesemente
grato: «Fiero sarebbe il capo che portasse quest'elmo, che è stato indossato
dagli antenati di Húrin».
Poi gli venne un'idea, a chiamò Túrin, e gli disse che Morwen aveva
mandato al figlio una gran cosa, il retaggio dei suoi padri. «Ecco, prendi
l'Elmo-di-Drago del Nord» gli disse «e quando suonerà l'ora portalo
degnamente.» Ma Túrin era ancora troppo giovane per sollevare l'elmo, né
vi fece troppo caso per via del dolore che gli attanagliava il cuore.
CAPITOLO V

TÚRIN NEL DORIATH

Negli anni della sua infanzia nel regno di Doriath, Túrin fu sotto la tutela
di Melian, nonostante ella di rado lo vedesse. C'era però una fanciulla a
nome Nellas che viveva nei boschi; e, per ordine di Melian, essa seguiva
Túrin quando s'aggirava per la foresta, e spesso lo incontrava come per
caso. Poi giocavano insieme, o camminavano mano nella mano, giacché
egli crebbe velocemente, mentre lei non era altro che una ragazza della sua
età e lo fu nel cuore per tutti i suoi anni elfici. Da Nellas, Túrin molto
apprese circa le costumanze e le creature selvatiche del Doriath, ed essa gli
insegnò a parlare il Sindarin al modo dell'Antico Regno, che era più
vetusto e più cortese e più ricco di belle parole. Così, per un po' il suo
animo fu sollevato, finché non ripiombò sotto il peso dell'ombra, e
quell'amicizia trascorse come un mattino di primavera. Nellas infatti non
andava a Menegroth e non amava neppure stare sotto i tetti di pietra;
ragion per cui, passata che fu la fanciullezza di Túrin, e questi volse i
pensieri alle imprese degli uomini, sempre meno frequentemente la vide, e
alla fine più non la cercò. Lei tuttavia continuò a sorvegliarlo, ora però
tenendosi nascosta.
Per nove anni Túrin dimorò nelle aule di Menegroth, cuore e mente
sempre protesi ai suoi, e a volte, per suo conforto, gliene giungevano
notizie. Thingol infatti mandava messaggeri a Morwen ogniqualvolta
poteva, e Morwen ne inviava a sua volta al figlio; così Túrin seppe che la
situazione di Morwen era migliorata e che sua sorella Niënor cresceva in
bellezza, un fiore nel grigio Nord. E Túrin crebbe in statura fino a essere
alto tra gli Uomini, e superava quella degli Elfi del Doriath, e la sua forza
e il suo ardire erano celebri nel Regno di Thingol. In quegli anni molto
apprese in fatto di antica sapienza, avidamente ascoltando le storie di
giorni passati; e si fece pensoso e parco di parole. Sovente Beleg Arcoforte
veniva a Menegroth a cercarlo e condurlo lontano con lui, insegnandogli a
conoscere i boschi e l'arte del tiro con l'arco e, ciò che soprattutto amava, il
maneggio della spada; ma meno abile era nelle attività manuali, perché fu
lento a rendersi conto della propria forza e spesso gli capitava di guastare,
con gesto eccessivo, ciò che aveva fatto. Anche per altri versi sembrava
che la fortuna non gli fosse stata amica, sì che sovente ciò che progettava
andava di traverso e ciò che desiderava non l'otteneva; e neppure l'amicizia
se la guadagnava facilmente, poiché non era allegro e di rado rideva, e
un'ombra oscurava la sua giovinezza. Ciò non toglie che fosse amato e
stimato da coloro che lo conoscevano bene, ed era onorato quale figlio
adottivo del Re.
C'era però uno nel Doriath che per questo provava nei suoi confronti un
astio che andò aumentando con l'avvicinarsi di Túrin all'età virile: Saeros
era il suo nome. Ed era orgoglioso, e trattava con alterigia coloro che
riteneva di condizione più bassa e meno degni di lui. Strinse amicizia con
Daeron il menestrello, essendo anch'egli esperto nel canto; e non nutriva
amore per gli Uomini, e tanto meno per qualsiasi parente di Beren il
Monco. «Non è strano» diceva «che questa terra debba accogliere un altro
ancora di quella trista razza? Forse che gli altri non hanno fatto danno
abbastanza nel Doriath?» Ragion per cui guardava di traverso Túrin e ogni
atto di questi, dicendone tutto il male possibile; ma astute erano le sue
parole, e la sua malizia velata. Se s'imbatteva in Túrin da solo, gli parlava
con alterigia dandogli a vedere il suo disprezzo; e Túrin finì per averne
abbastanza di lui, sebbene a lungo replicasse alle male parole col silenzio,
essendo Saeros grande tra quelli del Doriath e un consigliere del Re. Ma il
silenzio di Túrin spiaceva a Saeros non meno delle sue parole.

L'anno che Túrin ne compì diciassette, il suo dolore fu rinnovato; poiché


da allora non gli giunsero più notizie da casa. Anno per anno, il potere di
Morgoth era cresciuto e la sua ombra si stendeva adesso su tutto lo
Hithlum. Indubbiamente molto sapeva dei fatti della stirpe di Húrin, e se
per qualche tempo l'aveva lasciata in pace, era perché i suoi disegni
fossero compiuti; adesso però, per realizzare il suo proposito, sottopose ad
attenta vigilanza tutti i passi delle Montagne dell'Ombra, sì che nessuno
potesse né entrare né uscire dallo Hithlum se non rischiando molto, e gli
Orchi scorrazzavano attorno alle sorgenti del Narog e del Teiglin e all'alto
corso del Sirion. Accadde così che una volta i messaggeri di Thingol non
facessero ritorno, e il Re non ne mandò altri. Era sempre stato restio a
permettere che ci si allontanasse dalle frontiere vigilate, e con null'altro
aveva mostrato il suo benvolere a Húrin e a quelli del suo sangue quanto
col mandare suoi uomini da Morwen sulle pericolose strade del Dor-lómin.
Túrin allora si sentì il cuore pesante, poiché non sapeva quale altra
disgrazia stesse per accadere, e temeva che mala sorte fosse toccata a
Morwen e Niënor; e per molti giorni restò silenzioso, a rimuginare sulla
caduta della Casa di Hador e degli Uomini del Nord. Poi si levò e andò in
cerca di Thingol; e lo trovò seduto con Melian ai piedi di Hírilon, la
grande betulla di Menegroth.
Thingol lo guardò meravigliato, vedendosi all'improvviso di fronte, in
luogo del figlio adottivo, un Uomo e un estraneo, alto, bruno di capelli,
che lo fissava con occhi cupi in un bianco viso, severo e altero; ma non
proferì parola.
«Cos'è che desideri, figlioccio?» disse Thingol, e indovinò che non
avrebbe chiesto niente di piccolo.
«Cotta, spada e scudo della mia statura, signore» rispose Túrin «e
reclamerò seduta stante l'Elmo-di-Drago dei miei padri.»
«Tutto questo lo puoi avere» disse Thingol «ma che bisogno ne hai ora
di queste armi?»
«Il bisogno di un uomo» replicò Túrin; «e di un figlio che ha un parente
da ricordare. E ho bisogno anche di valorosi compagni in armi.»
«Ti accoglierò tra i miei cavalieri della spada, che la spada sarà sempre
la tua arma» disse Thingol. «Con loro potrai, se lo desideri, provarti in
guerra sulle marche di frontiera.»
Ma Túrin replicò: «Ben oltre le marche del Doriath mi spinge il cuore;
anelo ad assalire l'Avversario più che a difendere le terre di frontiera».
«Quand'è così, dovrai farlo da solo» rispose Thingol. «Il ruolo della mia
gente nella guerra con Angband, sono io che lo stabilisco secondo il mio
giudizio, Túrin figlio di Húrin. E per ora non intendo spedire nessuna
schiera armata del Doriath, né prevedo di farlo.»
«Tu però sei libero di andare dove vuoi, figlio di Morwen» intervenne
Melian. «La Cintura di Melian non ostacola coloro che passano con il
nostro permesso.»
«Sempreché saggio consiglio non ti trattenga» soggiunse Thingol.
«Qual è il tuo parere, signore?» domandò Túrin.
«Di un uomo hai l'apparente statura» rispose Thingol «ma ciononostante
non sei ancora giunto alla piena virilità. Quando il tempo verrà, allora
forse potrai ricordarti della tua stirpe; ma ben poca è la speranza che un
uomo da solo possa fare, contro il Signore Tenebroso, più che aiutare i
Signori degli Elfi nella loro opera di difesa, finché questa possa durare.»
Disse allora Túrin: «Il mio parente Beren ha fatto di più».
«Sì, Beren, e anche Lúthien» disse Melian. «Non così alto è il tuo
destino, ritengo, Túrin figlio Morwen, sebbene la tua sorte sia intrecciata a
quella del popolo elfico, nel bene come nel male. Guardati da te stesso,
perché non te ne venga disgrazia.» Fece una pausa e riprese: «Va' adesso,
figlio adottivo; e segui il consiglio del Re. Ma io non credo che tu
dimorerai a lungo con noi nel Doriath una volta giunto all'età virile. Se nei
giorni che verranno rammenterai le parole di Melian, sarà per il tuo bene:
temi sia il calore che la freddezza del tuo cuore, e cerca di essere paziente
se puoi».
Túrin allora s'inchinò e prese congedo. E ben presto indossò l'Elmo-di-
Drago e prese le armi e andò nelle marche settentrionali unendosi ai
guerrieri elfici che incessantemente vi guerreggiavano contro gli Orchi e
tutti i servi e le creature di Morgoth. Così, sebbene da poco uscito di
fanciullezza, la sua forza e il suo coraggio furono messi alla prova; e,
memore dei torti inflitti alla sua stirpe, era sempre il primo in atti e
audacia; e molte furono le ferite che gli toccarono per lancia, freccia o
curve lame degli Orchi.
Ma il suo destino gli risparmiò la morte; e per i boschi corse veloce, e si
diffuse la notizia ben oltre il Doriath, che l'Elmo-di-Drago del Dor-lómin
era ricomparso. Allora molti si meravigliarono e dissero: «Possibile che lo
spirito di qualunque uomo faccia ritorno dalla morte, o invero Húrin dello
Hithlum è evaso dalle segrete di Angband?».
Uno solo era più valido di Túrin con le armi tra i custodi delle marche di
Thingol, e costui era Beleg Arcoforte; e Beleg e Túrin erano compagni in
ogni periglio, e insieme percorrevano in lungo e in largo i boschi selvaggi.

Trascorsero così tre anni, durante i quali Túrin di rado venne alle aule di
Thingol: né più si curava del proprio aspetto o abbigliamento, ma
scarmigliati erano i suoi capelli, e la sua cotta coperta da un grigio
mantello insozzato dalle intemperie. Accadde però, durante la terza estate,
Túrin essendo in età di vent'anni, che egli, desideroso di riposo e
bisognoso di lavoro di fabbri per riparare le proprie armi, giungesse non
visto una sera a Menegroth nell'aula. Thingol non era presente: stava nel
bosco verde con Melian, cosa di cui a volte si deliziava nel pieno
dell'estate. E Túrin distrattamente andò a un seggio, poiché era stanco e
gravato di pensieri: e per sua mala sorte si sedette a un tavolo degli anziani
del regno, e proprio al posto che di solito era di Saeros. Questi, entrato
poco dopo, se ne risentì, persuaso che Túrin l'avesse fatto per alterigia e
con l'intento di sfidarlo; né placata fu la sua ira dalla constatazione che
Túrin non veniva rimproverato da quanti vi sedevano, ma anzi era il
benvenuto tra loro.
Per un po' dunque Saeros si finse dello stesso umore, e si sedette di
fronte a Túrin, dall'altra parte del tavolo.
«Di rado accade che il custode delle marche ci degni della sua
compagnia» disse «e io sono ben lieto di cedergli il mio solito posto per la
gioia di conversare con lui.»
Ma Túrin, che stava conversando con Mablung il Cacciatore, replicò
solamente con un secco: «Grazie».
Saeros allora lo incalzò con le domande, chiedendogli notizie riguardo
agli avvenimenti alle frontiere e alle sue imprese nelle selve; ma, sebbene
belle fossero le parole, impossibile non accorgersi del suo tono di scherno.
E Túrin ne fu infastidito, e si guardò attorno e conobbe l'amarezza
dell'esilio; e, pur tra le luci e le risa delle aule elfiche, il suo pensiero corse
a Beleg e alla vita che conducevano nei boschi, e ben più in là ancora, a
Morwen nel Dor-lómin e alla casa di suo padre; ed egli si accigliò, poiché
bui erano i suoi pensieri, e non diede risposta a Saeros. Al che, persuaso
che a lui fosse diretto quell'aggrottar di ciglia, Saeros più non trattenne la
propria collera ma tirò fuori un pettine d'oro e, gettandolo sul tavolo
davanti a Túrin, gli disse: «Indubbiamente, Uomo dello Hithlum, sei
venuto di fretta a questo tavolo, e ti si può scusare per il tuo mantello
sdrucito: ma non è necessario che il capo tu lo tenga incolto come un
cespuglio di rovi. E forse, se le tue orecchie non fossero coperte, udresti
meglio ciò che ti si dice».
Nulla disse Túrin, limitandosi a fissare Saeros, ma nelle scure pupille vi
fu un guizzo. Saeros però non diede peso all'avvertimento, e restituì lo
sguardo con disprezzo dicendo, sì che tutti lo udissero: «Se gli Uomini
dello Hithlum sono così selvatici e villosi, come saranno le donne di quel
paese? Se ne vanno forse come cerve, vestite solo del loro pelo?».
Túrin allora afferrò una coppa e la scagliò in faccia a Saeros che cadde
all'indietro malamente ferito; e Túrin sguainò la spada, e gli sarebbe
piombato sopra se non l'avesse trattenuto Mablung. Poi Saeros levandosi e
sputando sangue sul tavolo farfugliò con il labbro spaccato: «Fino a
quando terremo tra noi questo selvaggio dei boschi? Chi è che ha qui
governo? La legge del Re è spietata con coloro che attentano ai suoi fidi
nell'aula; e per coloro che sguainano spade, la messa al bando è la minore
delle punizioni. Fuori dell'aula, se vuoi, ti posso rispondere, selvaggio!».
Ma quando Túrin vide il sangue sul tavolo, la sua collera svanì; e,
liberatosi dalla stretta di Mablung, senza una parola lasciò l'aula.
Disse allora Mablung a Saeros: «Che cos'è che ti turba questa sera? Di
quel che è accaduto, la colpa è tua, e può darsi che la legge del Re ritenga
che un labbro spaccato sia una giusta replica alla tua provocazione».
«Se quel cucciolo ha lagnanze, le sottoponga al giudizio del Re» replicò
Saeros. «Ma sguainare la spada qui dentro non è giustificato da niente di
simile. Fuori dell'aula, se il selvaggio tornasse a sguainarla, lo
ammazzerò.»
«Questo mi sembra meno certo,» osservò Mablung «ma chiunque resti
ucciso sarà una mala azione, adeguata più ad Angband che al Doriath, e
sarebbe fonte di altro male ancora. Invero ritengo che un'ombra del Nord
sia giunta a sfiorarci questa sera. Sta' attento, Saeros, di non fare, nel tuo
orgoglio, la volontà di Morgoth, e ricordati che appartieni agli Eldar.»
«Non lo dimentico,» disse Saeros; ma non represse la sua ira e, nel corso
della notte, crebbe il suo rancore a lenire la ferita.
Il mattino, allorché Túrin lasciò Menegroth per far ritorno alle marche
settentrionali, Saeros gli tese un'imboscata, piombandogli addosso dal
nascondiglio con la spada sguainata e lo scudo imbracciato. Túrin però,
avvezzo a star sul chi vive nelle selve, lo scorse con la coda dell'occhio e,
balzato di fianco, sguainò velocemente la spada e affrontò l'avversario.
«Morwen!» gridò «ecco, adesso il tuo schernitore pagherà per la sua
beffa!» E infranse lo scudo di Saeros, e poi duellarono con lesti colpi di
lama. Túrin però era cresciuto a lungo a dura scuola, ed era divenuto agile
come qualsiasi Elfo, ma più forte. Ben presto ebbe la meglio e, ferito
Saeros al braccio che reggeva la spada, lo ebbe alla propria mercé. Piantò
allora il piede sull'arma che Saeros aveva lasciato cadere. «Saeros,» gli
disse «c'è una lunga corsa che ti aspetta, e le vesti ti sarebbero d'impiccio;
il pelo ti basterà.» E gettatolo immediatamente a terra, lo denudò, e Saeros
avvertì la grande forza di Túrin e ne fu spaventato. Túrin però lo fece
rialzare e quindi: «Corri, corri, schernitore di donne!» gridò. «Corri! E, a
meno che tu non vada veloce come un cervo, ti pungolerò da dietro.»
E allora infilò la punta della spada nella natica di Saeros; e questi corse
nella selva, invocando pazzamente aiuto; ma Túrin lo inseguiva come un
cane, e ovunque corresse o scartasse, sempre la sua spada gli stava alle
reni a spronarlo.
Le grida di Saeros attrassero molti altri, e costoro si misero
all'inseguimento, ma solo i più veloci potevano tenere il passo con i
corridori. In testa a tutti era Mablung, ed era turbato poiché, se la
provocazione gli era sembrata brutta cosa, «la perfidia che si sveglia al
mattino farà la gioia di Morgoth questa sera»; ed era inoltre ritenuto
offensivo mettere alla berlina uno del popolo degli Elfi, di propria
iniziativa, senza che la questione fosse stata portata in giudizio. Nessuno in
quel momento sapeva che Túrin era stato aggredito da Saeros con l'intento
di ucciderlo.
«Ferma, ferma, Túrin!» gridava Mablung. «È da Orchi dei boschi, quel
che fai!»
Ma Túrin replicò: «Sì, un'azione da Orchi nei boschi che risponde a
parole da Orchi nell'aula!». E tornò a balzare all'inseguimento di Saeros, il
quale, disperando in un qualsiasi aiuto e vedendosi la morte alle calcagna,
continuò a correre ciecamente, finché giunse d'un tratto a uno strapiombo
là dove un affluente dell'Esgalduin scorreva in un profondo crepaccio tra
alte rocce, ed era troppo ampio persino per un cervo. Pure Saeros, in preda
al terrore, rischiò il balzo; ma il piede gli mancò sulla riva opposta, e cadde
all'indietro con un grido e si sfracellò su un grande masso nell'acqua. Così
terminò la sua vita nel Doriath; e a lungo Mandos l'avrebbe trattenuto.
Túrin stette a guardare il corpo che giaceva nell'acqua, e si disse:
«Povero stolto! Da qui l'avrei lasciato tornare a Menegroth. Ecco che
adesso mi ha caricato di una colpa immeritata». E si volse e fissò cupo
Mablung e i suoi compagni, che l'avevano raggiunto e gli stavano accanto
sull'orlo. E dopo un silenzio Mablung disse: «Ahimè! Ora però torna con
noi, Túrin, poiché spetta al Re giudicare questi fatti».
Túrin però: «Se il Re fosse giusto,» disse «mi giudicherebbe innocente.
Ma non era costui uno dei suoi consiglieri? E perché un re giusto dovrebbe
scegliersi come amico un cuore perfido? Abiuro la sua terra e il suo
giudizio».
«Parole sconsiderate, le tue» ribatté Mablung, sebbene in cuor suo
provasse pietà per Túrin. «Non devi diventare un rinnegato. Ti invito a
tornare con me come amico. E qui ci sono altri testimoni. Quando il Re
saprà la verità, potrai sperare nel suo perdono.»
Túrin però era stanco delle aule degli Elfi e temeva di essere incarcerato;
e disse a Mablung: «Respingo il tuo invito. Per nessuna ragione implorerò
il perdono di Re Thingol; e me ne andrò dove la sua condanna non possa
raggiungermi. Hai due sole scelte: lasciarmi andare libero o uccidermi, se
questo è conforme alla vostra legge. Perché siete troppo pochi per
prendermi vivo».
Quelli gli lessero negli occhi che diceva il vero e lo lasciarono andare,
anche perché Mablung disse: «Una morte è abbastanza».
«Non l'ho voluta io, ma non me ne dolgo» replicò Túrin. «Che Mandos
lo giudichi equamente; e se mai ritorni alle terre dov'è vissuto, che si
dimostri più saggio. Addio!»
«Vattene libero,» disse Mablung «dato che questo è il tuo desiderio. Ma
dire bene sarebbe vano se te ne andassi così. Un'ombra è sopra di te. E se
dovessimo incontrarci di nuovo, mi auguro che non sia più scura di oggi».
Túrin non rispose, ma li lasciò e se ne andò di fretta, nessuno sapeva
dove.

Si dice che, non avendo Túrin fatto ritorno alle marche settentrionali del
Doriath, e poiché non se ne avevano notizie, Beleg Arcoforte si recò di
persona a Menegroth per cercarlo; e con cuore pesante accolse la nuova
delle gesta e della fuga di Túrin. Poco dopo, Thingol e Melian rientrarono
nelle loro aule, dato che l'estate era sul morire; e quando al Re fu riportato
l'accaduto, disse:
«Questo è un affare serio e voglio sentirne l'intero resoconto. Sebbene
Saeros, mio consigliere, sia stato ucciso, e Túrin, il mio figlioccio, sia
fuggito, domani mi siederò sul seggio del giudizio, e ascolterò tutti di
nuovo nel giusto ordine, prima di pronunciarmi.»
Il giorno seguente il Re si sedette in trono nella sua corte e intorno a lui
erano tutti i signori e consiglieri del Doriath.
Allora molti testimoni furono ascoltati e tra questi Mablung parlò più
chiaro di tutti e, non appena ebbe riferito della disputa al tavolo, sembrò al
Re che il cuore di Mablung pendesse per Túrin.
«Parli da amico di Túrin figlio di Húrin?» disse Thingol.
«Lo ero, ma ho amato la verità di più e più a lungo» rispose Mablung.
«Ascoltami sino in fondo, signore!»
Ogni cosa fu allora riferita e soppesata, comprese le parole di addio di
Túrin; e alla fine Thingol fece udire un sospiro e guardò coloro che
sedevano davanti a lui; poi disse:
«Ahimè, vedo un'ombra sui vostri volti. Come mai si è intrufolata nel
mio regno? La cattiveria è all'opera qui. Ritenevo Saeros fedele e saggio;
ma se fosse in vita, assaggerebbe la mia collera, perché mala cosa era la
sua provocazione, e lo ritengo responsabile di tutto quanto è accaduto
nell'aula. Per questo, Túrin ha il mio perdono. Ma l'aver coperto Saeros di
vergogna e averlo aizzato a morte sono stati torti maggiori dell'offesa, e su
questi fatti non posso transigere. Essi rivelano un cuore duro e altero». Poi
Thingol restò a lungo silenzioso, e finalmente riprese a parlare con tono
triste: «Costui è un ingrato figlio adottivo e un Uomo troppo superbo per la
sua condizione. Come potrei io dare asilo a chi spregia me e la mia legge,
o perdonare chi non vuole pentirsi? Ragion per cui bandirò Túrin figlio di
Húrin dal regno del Doriath. Se cercasse di entrarvi, sia tradotto in giudizio
al mio cospetto; e, finché non si prostri ai miei piedi chiedendo la grazia,
non sarà più mio figlio. Se qualcuno ritiene che questi racconti non siano
veritieri, che parli ora!».
Si fece silenzio nella sala, e Thingol levò la mano a pronunciare la
sentenza, ma proprio in quella entrò correndo Beleg e gridò: «Signore,
posso ancora parlare?».
«Giungi in ritardo» rispose Thingol. «Non sei stato forse convocato
insieme a tutti gli altri?»
«Vero, signore,» replicò Beleg «ma ho perso tempo a cercare qualcuno
che conosco, e adesso posso addurre un testimone che andrebbe ascoltato
prima che tu pronunci la sentenza.»
«Sono stati convocati tutti coloro che avevano qualcosa da dire» ribatté
il Re. «Che cosa ha da dire, costui, che pesi più delle parole di quanti ho
già udito?»
«Lo giudicherai quando l'avrai sentito» insistette Beleg. «Concedimi
questo, se mai ho meritato la tua grazia.»
«Te lo concedo» accondiscese Thingol.
E Beleg uscì, e rientrò traendo per mano la fanciulla Nellas, colei che
abitava nei boschi e mai veniva a Menegroth; e Nellas era intimorita sia
dalla grande sala con le colonne e il soffitto di pietra, sia dai molti occhi
che la scrutavano. E avendola Thingol invitata a parlare, così disse:
«Signore, ero appollaiata su un albero»; ma, a questo punto, per
soggezione del Re la parola venne meno e tacque.
Sorrise allora il Re e disse: «Anche altri hanno fatto lo stesso, ma non
hanno sentito il bisogno di venirmelo a dire».
«Anche altri, certo» convenne la fanciulla, incoraggiata dal suo sorriso.
«Anche Lúthien! E a lei pensavo stamani e a Beren l'Uomo.»
A questo Thingol non replicò né più sorrise, ma attese che Nellas
riprendesse il suo dire.
«Perché Túrin mi ha ricordato Beren» riprese finalmente lei. «Sono
parenti, a quanto mi dicono, ed è una parentela che può constatare
chiunque li osservi da vicino.»
A questo punto Thingol si spazientì. «Può essere» sbottò. «Ma Túrin
figlio di Húrin se n'è andato a mio scorno, e tu più non lo vedrai per
leggergli in faccia la parentela. Perché adesso pronuncerò la mia
sentenza.»
«Re signore!» gridò allora Nellas «sopportami e lasciami prima parlare.
Stavo sull'albero, e seguivo con lo sguardo Túrin che se ne andava; e ho
visto Saeros sbucare dalla selva con spada e scudo e gettarsi su Túrin alla
sprovvista.»
Vi fu un mormorio nella sala, e il Re levò la mano e disse: «Mi porti
notizie più gravi di quanto mi aspettassi. Bada bene a quel che dici,
essendo questa una corte di giustizia».
«È quel che m'ha detto Beleg» replicò Nellas «ed è appunto per questo
che ho osato venir qui: per evitare che Túrin sia ingiustamente punito. Egli
è coraggioso ma è misericordioso. Hanno duellato, signore, quei due,
finché Túrin non ha privato Saeros dello scudo e della spada; ma non l'ha
ucciso. Sicché, non credo che a conti fatti ne volesse la morte. E se Saeros
è stato messo alla berlina, era perché la vergogna se la meritava.»
«Il giudizio spetta a me» le ricordò Thingol. «Ma ciò che hai detto avrà
il suo peso.» Interrogò poi minuziosamente la fanciulla; e alla fine, rivolto
a Mablung, disse: «Mi sembra strano che Túrin non t'abbia detto nulla di
tutto questo».
«Pure non l'ha fatto» rispose Mablung. «E se ne avesse parlato, diverse
sarebbero state le parole che gli ho rivolto al momento del congedo.»
«E diversa ora sarebbe la mia sentenza» disse Thingol. «Uditemi! La
colpa che si possa attribuire a Túrin io la perdono, poiché ritengo che gli
sia stato fatto torto provocandolo. E siccome, come egli stesso ha detto, ad
abusare di lui è stato uno del mio consiglio, non dovrà implorare perdono,
ma manderò a cercarlo ovunque lo si possa trovare; e lo riaccoglierò
onorevolmente nelle mie aule.»
Ma, pronunciata che fu la sentenza, ecco Nellas scoppiare in lacrime. «E
dove lo si potrà trovare?» diceva. «Ha abbandonato la nostra terra, e il
mondo è vasto.»
«Lo si cercherà» assicurò Thingol.
Poi si levò, e Beleg condusse Nellas via da Menegroth, e le disse: «Non
piangere, che se Túrin è vivo o vaga lontano, io lo ritroverò, anche se tutti
gli altri dovessero fallire».
Il giorno successivo Beleg venne al cospetto di Thingol e Melian, e il Re
gli disse: «Consigliami, Beleg, poiché sono afflitto. Ho preso il figlio di
Húrin per mio figlio, e tale egli resterà, a meno che Húrin stesso non
ritorni dalle ombre per reclamare il suo. Non vorrei che si dica che Túrin è
stato cacciato ingiustamente nelle selve, e ben volentieri lo rivedrei, perché
molto lo amo».
«Lasciami andare signore» disse Beleg «e per tuo conto, se potrò,
riparerò a questo male. Un uomo di tal valore non dovrebbe correre via
verso il nulla. Il Doriath ha bisogno di lui e ce ne sarà ancor più bisogno in
futuro. Inoltre, io gli voglio molto bene.»
Allora Thingol disse a Beleg: «Ora spero davvero che tu lo ritrovi! Vai
con la mia benedizione e, se lo trovi, proteggilo e guidalo come puoi.
Beleg Cúthalion, per lungo tempo sei stato in prima linea a difesa del
Doriath e per le molte gesta di valore e saggezza ti sei guadagnato la mia
riconoscenza. Tra tutte le tue azioni la più grande sarà quella di ritrovare
Túrin. E al momento della tua partenza chiedimi pure qualunque cosa in
cambio e non te la negherò».
Rispose Beleg: «Ti chiedo allora una spada di valore, giacché gli Orchi
sono troppi e troppo vicini ora per il solo arco, e la lama che posseggo non
può nulla contro la loro armatura».
«Scegli fra tutto quello che ho» disse Thingol «ad eccezione della mia
Aranrúth.»
Allora Beleg scelse Anglachel; era una spada di grande fama e si
chiamava così perché era fatta di ferro caduto dal cielo come una stella
fulgente; poteva fendere tutto il ferro cavato dalla terra. Solamente un'altra
spada nella Terra di Mezzo le era pari ma non entrerà in questo racconto
sebbene provenisse dalla stessa roccia e fosse fatta dallo stesso fabbro:
questi era Eöl, l'Elfo Scuro, che prese in moglie Aredhel la sorella di
Turgon.
Questi diede a Thingol la Anglachel come compenso, ma lo fece
controvoglia, perché lo lasciasse abitare a Nan Elmoth; ma l'altra spada,
Anguirel, sua pari, la tenne per sé finché non gli fu rubata da Maeglin, suo
figlio.
Quando Thingol volse l'elsa di Anglachel verso Beleg, Melian guardò la
lama e disse:
«C'è malizia in questa spada. Il cuore del fabbro che la forgiò ancora vi
abita e quel cuore era scuro. Non amerà la mano di colui che servirà, né
rimarrà con te a lungo.»
«Finché potrò, comunque, la userò» disse Beleg; e, ringraziando il Re,
prese la spada e partì. E in lungo e in largo per il Beleriand invano cercò
notizie di Túrin, affrontando molti pericoli; e trascorse quell'inverno e la
primavera successiva.
CAPITOLO VI

TÚRIN FRA I FUORILEGGE

E qui il racconto ritorna a Túrin il quale, credendosi un fuorilegge


perseguito dal Re, non si ricongiunse con Beleg nelle marche settentrionali
del Doriath, ma se ne andò a ovest e, uscito in segreto dal Reame
Sorvegliato, si addentrò nelle selve a sud del Teiglin. Quivi, prima della
Nirnaeth, molti Uomini avevano dimorato in sparse fattorie; erano per lo
più della gente di Haleth, ma non avevano signori e vivevano sia di caccia
che di agricoltura, allevando maiali nelle alberete e dissodando radure
nella foresta, che recintavano a difesa dei selvatici. Ma adesso erano per lo
più periti o fuggiti nel Brethil, e su tutta la regione gravava la paura degli
Orchi e dei fuorilegge. Che in quel tempo di devastazione Uomini senza
casa e disperati si sbandavano: superstiti di battaglie e sconfitte, e le terre
erano desolate; e alcuni erano Uomini costretti nelle selve da male azioni.
Costoro cacciavano e raccoglievano quel cibo che trovavano; ma
d'inverno, quando la fame li assaliva, erano da temersi come lupi, e
Gaurwaith, Uomini-lupo, erano appunto detti da coloro che ancora
difendevano le proprie case. Una sessantina di codesti Uomini si era
riunita in banda, vagando per i boschi di là dalle marche occidentali del
Doriath; ed erano odiati poco meno degli Orchi, essendo fra loro alcuni
reietti duri di cuore, che nutrivano livore per i loro simili. Il più sinistro era
un tale di nome Andróg, fuggito dal Dor-lómin per aver sgozzato una
donna; e anche altri provenivano da quella contrada: l'anziano Algund, il
più vecchio della compagnia, superstite della Nirnaeth, e Forweg, così
almeno diceva di chiamarsi, il capo della banda, un tale dai capelli biondi e
inquieti occhi scintillanti, grande e audace che, però, si era assai
allontanato dalle vie degli Edain care al popolo di Hador. Ma poteva
ancora essere saggio e generoso, a volte; ed era il comandante della
compagnia. I fuorilegge erano ridotti a una cinquantina, falcidiati da
privazioni e risse; erano ormai diffidenti e, fossero in movimento o in
riposo, avevano sempre attorno esploratori o scolte; in tal modo ben presto
seppero di Túrin quando questi prese ad aggirarsi nei loro recessi. Ne
seguirono le tracce, stringendogli un cerchio intorno; e all'improvviso,
come Túrin sbucò in una radura presso un corso d'acqua, si ritrovò in una
cerchia di uomini con archi tesi e spade sguainate.
Si arrestò ma non mostrò paura. «Chi siete?» domandò. «Pensavo che
solo gli Orchi tendessero agguati agli Uomini, ma vedo che mi sono
sbagliato.»
«È uno sbaglio di cui puoi pentirti,» replicò Forweg «poiché questi sono
i nostri recessi, e non permettiamo ad altri Uomini di aggirarvisi. Le loro
vite sono nostre, a meno che non possano riscattarle.»
Rise allora Túrin. «Nessun riscatto avrete da me» disse «che sono un
reietto e un fuorilegge. Potete perquisirmi una volta che sia morto, ma vi
costerà caro constatare la verità delle mie parole.»
Ciò non toglie che la sua fine sembrasse prossima, poiché molte erano le
frecce incoccate in attesa dell'ordine del capo; e, sebbene Túrin indossasse
una cotta elfica sotto la tunica e il mantello grigio, qualcuna avrebbe
trovato un percorso mortale. Nessuno dei suoi avversari era tanto vicino da
permettergli di assalirlo, la spada in pugno. Túrin però, scorgendo delle
pietre ai margini della corrente ai suoi piedi, si chinò ratto, e in quel
preciso istante uno degli uomini, irritato dalle sue parole, lasciò partire una
freccia. La quale però passò sopra il capo di Túrin, e questi con uno scatto
lanciò un sasso all'arciere con grande forza e mira precisa; e quegli piombò
a terra con il cranio fracassato.
«Da vivo vi potrei essere di maggior aiuto che quel disgraziato» disse
Túrin; e, rivolto a Forweg, soggiunse: «Se sei il comandante, non dovresti
permettere ai tuoi uomini di tirare senza tuo ordine».
«Non lo permetto infatti» replicò Forweg. «Mi sembra che sia stato
castigato con sufficiente rapidità. Prenderò te in sua vece, a patto che tu ti
mostri più obbediente.»
«Lo farò,» disse Túrin «a patto che tu sia il capo, e in tutto ciò che
pertiene a un comandante. Ma la scelta di un nuovo uomo nella compagnia
ritengo non sia solo del capo. Le voci di tutti dovrebbero essere ascoltate.
C'è qualcuno qui che non gradisce la mia presenza?»
Due dei fuorilegge allora insorsero e uno di essi era amico del caduto.
Ulrad, si chiamava costui. «Strano modo, questo di entrare a far parte di
una confraternita» commentò. «Uccidere uno degli uomini migliori!»
«Ero stato provocato» replicò Túrin. «Ma fatevi avanti! Reggerò il
confronto con voi due, con le armi o con la sola forza delle braccia, e
allora vedrete se sono atto o meno a sostituire uno dei vostri uomini
migliori.»
E avanzò verso di loro; ma Ulrad arretrò, rifiutando lo scontro. L'altro
abbassò l'arco, squadrando Túrin da capo a piedi: e costui era Andróg del
Dor-lómin. Si piantò davanti a Túrin e lo squadrò dall'alto in basso.
«No» disse alla fine e scuotendo la testa. «Non sono, come tutti sanno,
un codardo; ma non sono alla tua altezza, e nessuno qui lo è, ritengo. Puoi
unirti a noi, per quanto mi riguarda. Ma c'è una strana luce nei tuoi occhi:
tu sei un uomo pericoloso. Come ti chiami?»
«Neithan l'Offeso, così mi chiamano» rispose Túrin, e Neithan fu in
seguito il suo nome tra i fuorilegge; ma, se raccontò loro di aver subito
ingiustizia (e a chiunque affermasse lo stesso fu sempre fin troppo pronto a
prestare orecchio), null'altro volle rivelare circa la sua vita o la patria.
Pure, quelli si avvidero che era decaduto da condizione elevata e che,
sebbene non avesse altro che le proprie armi, queste però erano state
forgiate da fabbri elfici. Ben presto Túrin si guadagnò il loro rispetto,
poiché era forte e valoroso e nelle selve mostrava maggiore abilità di loro,
che riponevano fiducia in lui che non era avido e poco si curava di se
stesso; ma anche lo temevano per via delle sue collere improvvise, di cui
di rado comprendevano i motivi. Nel Doriath, Túrin non poteva o, per
orgoglio, non voleva tornare; a Nargothrond, dopo la caduta di Felagund, a
nessuno era lecito metter piede. Né egli si degnava di andare tra la piccola
gente di Haleth nel Brethil; e non osava recarsi nel Dor-lómin che era
strettamente vigilato, e nessuno in quel periodo poteva, da solo, così egli
riteneva, superare i passi delle Montagne dell'Ombra. Ragion per cui Túrin
dimorò con i fuorilegge, poiché la compagnia di uomini qualsiasi rendeva
più facilmente tollerabili i disagi delle selve; e siccome desiderava vivere e
non poteva essere sempre in conflitto con loro, ben poco fece per
impedirne le male azioni. Pure, a volte pietà e vergogna si ridestavano in
lui, e allora Túrin era pericoloso nella sua collera. Così visse sino alla fine
dell'anno e per tutto l'inverno tra fame e penuria, finché giunse Fremito
seguito da una bella primavera.
Ora, nei boschi del Teiglin, come s'è detto, c'era ancora qualche fattoria
di Uomini, gente ardita e vigile, sebbene ormai scarsi di numero. Costoro
non amavano affatto i Gaurwaith, e ben poca pietà provavano per loro,
pure durante il crudo inverno deponevano, in luoghi in cui quelli lo
trovassero, il poco cibo di cui potevano privarsi, sperando così di evitare
l'attacco della banda di affamati. Ma minore era la gratitudine che ne
ricevevano dai fuorilegge che non da bestie e uccelli, e a salvarli erano più
che altro i loro cani e i loro recinti. Ogni fattoria infatti attorno al terreno
dissodato aveva alte siepi, e la casa era difesa da un fossato e da una
palizzata; e sentieri collegavano le varie dimore, e gli Uomini potevano
invocare aiuto e soccorso a suon di corno.
Ma, venuta la primavera, era pericoloso per i Gaurwaith aggirarsi così
vicino alle case degli Uomini dei Boschi, che potevano radunarsi e dar loro
la caccia; e Túrin si meravigliava quindi che Forweg non li guidasse
altrove. C'erano più cibo e più selvaggina, e minori pericoli, più lontano, a
sud, dove non restavano Uomini. Poi, un giorno Túrin notò che Forweg e
con lui Andróg suo amico, erano assenti; chiese dove fossero e i suoi
compagni risero.
«Per faccende loro, penso» rispose Ulrad. «Ma tra poco torneranno, e
allora ce ne andremo. E in fretta, forse: perché saremo fortunati se non si
tireranno dietro gli sciami d'api.»
Il sole splendeva e le foglie nuove erano verdi; e Túrin provò ripugnanza
per lo squallido accampamento dei fuorilegge e si addentrò da solo nella
foresta. Senza volerlo, si rammentò del Regno Nascosto, e gli parve di
udire i nomi dei fiori del Doriath quali echi di un'antica lingua quasi
dimenticata. All'improvviso, però, sentì grida, e da un fitto di noccioli uscì
correndo una giovane, le vesti stracciate dai rovi, in preda a grande paura,
e la donna incespicando cadde ansimante a terra. E Túrin, lanciatosi verso
il folto con la spada sguainata, abbatté un uomo balzato fuori dai noccioli
all'inseguimento; e solo mentre lo colpiva, si rese conto trattarsi di Forweg.
Ma mentre fissava stupefatto il sangue che macchiava l'erba, ecco
sbucare Andróg che a sua volta si arrestò sgomento. «Male hai fatto,
Neithan» gridò sfoderando la spada.
Ma Túrin si era calmato e domandò ad Andróg: «Dove dunque sono gli
Orchi? Li hai lasciati dietro di te per correre in aiuto di costei?».
«Orchi?» fece Andróg. «Stolto! E tu ti dici un fuorilegge. I fuorilegge
non conoscono altra legge al di fuori del loro bisogno. Pensa ai fatti tuoi,
Neithan, e lascia noi altri pensare ai nostri.»
«È quel che voglio» replicò Túrin. «Ma oggi i nostri sentieri si sono
incrociati. Questa donna la lascerai a me o raggiungerai Forweg.»
Andróg rise. «Se proprio lo desideri, sia fatta la tua volontà» disse. «Non
pretendo di tenerti testa da solo; ma può darsi che i tuoi compagni se la
prendano a male per il tuo assassinio.»
La donna allora si levò in piedi e posò la mano sul braccio di Túrin.
Guardò il sangue e guardò Túrin, e nel suo sguardo era gioia. «Uccidilo,
signore!» esortò. «Uccidi anche lui! E poi vieni con me. Se gli porti i loro
capi, Larnach mio padre non ne sarà dispiaciuto. Ricompenserà bene che
gli porta due 'teste di lupo'.»
Túrin però chiese ad Andróg: «È lontana la sua casa?».
«Un miglio circa» fu la risposta. «Una fattoria fortificata laggiù. Era
uscita dalla cinta.»
«Vattene in fretta» ingiunse Túrin alla donna. «E dì a tuo padre di
custodirti meglio. Ma io non taglierò la testa dei miei compagni per
guadagnarmi il favore suo o di chiunque altro.»
Quindi rinfoderò la spada e, rivolto ad Andróg: «Andiamo. È tempo di
tornare. Ma se desideri seppellire il tuo comandante devi farlo da solo. E
sbrigati, perché può darsi che diano l'allarme. E porta con te le sue armi!».
La donna si avviò attraverso il bosco e si girò a guardare molte volte
prima che il fitto del bosco la nascondesse. Poi Túrin se ne andò senza
aggiungere altro, e Andróg lo seguì con lo sguardo, corrugando la fronte
come chi cerchi di risolvere un enigma.

Tornato all'accampamento dei fuorilegge, Túrin ve li trovò inquieti e a


disagio; da troppo tempo infatti erano in quel luogo, nei pressi di fattorie
ben vigilate, e levavano la voce contro Forweg. «Corre rischi a spese
nostre» dicevano. «E può capitare che altri paghino per i suoi sollazzi.»
«Quand'è così sceglietevi un nuovo capo!» disse Túrin, piantandosi loro
dinanzi. «Forweg non può più guidarvi, poiché è morto.»
«E tu come lo sai?» domandò Ulrad. «Sei andato a saccheggiare lo
stesso alveare? Le api l'hanno forse punto?»
«No» rispose Túrin. «È bastata un'unica puntura. L'ho ucciso io. Ma ho
risparmiato Andróg, che tra poco sarà di ritorno.» Poi riferì loro quant'era
accaduto, rimproverando coloro che commettessero azioni simili; e mentre
ancora parlava, ecco tornare Andróg con le armi di Forweg, il quale gridò:
«Ehi, Neithan! Non hanno dato l'allarme. Forse quella spera d'incontrarti
nuovamente».
«Se ti permetti di scherzare con me» ribatté Túrin «mi pentirò di averle
rifiutato la tua testa. E adesso, racconta la tua e sii breve.»
Allora Andróg riferì con sufficiente precisione quanto era accaduto.
«Che cosa andasse cercando Neithan da quelle parti non lo so» soggiunse.
«Non quello che facevamo noi, a quanto pare. Perché, quando sono giunto
sul posto aveva già ammazzato Forweg. Cosa questa che piaceva molto
alla donna la quale gli ha offerto di andare con lei, portando le nostre teste
come dono nuziale. Ma lui non l'ha voluta e l'ha mandata via; sicché, non
riesco a capire che cosa avesse contro il comandante. M'ha lasciato la testa
sulle spalle, e gliene sono grato, anche se molto perplesso.»
«Quand'è così, rifiuto la tua affermazione di appartenere al popolo di
Hador» lo interruppe Túrin. «Tu sei piuttosto della schiera di Uldor il
Maledetto, e dovresti metterti al servizio di Angband. Ma adesso statemi
ad ascoltare» gridò rivolto a tutti i presenti. «Queste sono le mie proposte.
Dovete farmi vostro capo al posto di Forweg, oppure lasciarmi andare. Io
governerò d'ora in poi questa confraternita o la pianterò in asso. Se invece
volete uccidermi, fatevi sotto! Vi affronterò tutti fino alla mia morte - o
alla vostra.»
Molti allora diedero mano alle armi, ma Andróg gridò: «No! La zucca
che Neithan ha risparmiato non è senza sale. Se combattiamo, più di uno di
noi morirà inutilmente prima che riusciamo a uccidere il migliore di quanti
siamo». Rise e proseguì: «È andata allo stesso modo quando si è unito a
noi. Neithan uccide per farsi spazio. E quello che si è dimostrato utile una
volta, può darsi che lo sia ancora, e forse Neithan può condurci a sorte
migliore che non sia di aggirarci attorno alle concimaie di altri uomini».
E il vecchio Algund disse: «Il migliore di quanti siamo, già. C'è stato un
tempo in cui avremmo fatto lo stesso, se avessimo osato. Ma molto
abbiamo dimenticato. Può darsi che Neithan alla fine ci riconduca in
patria».
Al che, sorse in Túrin il pensiero che magari, a partire da quella sparuta
banda, poteva costruirsi una libera signoria tutta sua. Ma guardò Algund e
Andróg e fece: «Patria, hai detto? Alte e fredde s'interpongono le
Montagne dell'Ombra, dietro le quali sta la gente di Uldor, e tutt'attorno le
legioni di Angband. Se questo non vi sgomenta, sette volte sette uomini,
ebbene, posso condurvi, sì, in direzione della patria. Ma fin dove
giungeremo prima di morire?».
Tutti rimasero silenziosi e allora Túrin riprese: «Mi accettate per vostro
capo? Se sì, per prima cosa vi condurrò nelle selve, lungi dalle case degli
Uomini. Può darsi che lì ci sia riservata sorte migliore, oppure no; ma,
almeno, minore sarà l'odio che ci attireremo da quelli della nostra razza».
E tutti coloro che appartenevano al popolo di Hador gli si strinsero
attorno, e lo scelsero per proprio comandante; e gli altri, sia pure con
minor entusiasmo, acconsentirono. E subito Túrin li condusse via da quella
contrada.
Molti erano stati i messaggeri mandati da Thingol alla ricerca di Túrin
nel Doriath e nelle terre vicine ai confini; ma nell'anno della sua fuga
invano batterono il paese, perché nessuno sapeva o poteva supporre che
fosse con i fuorilegge nemici degli Uomini e, giunto l'inverno, fecero tutti
ritorno dal Re, salvo Beleg il quale, come gli altri se ne furono andati,
proseguì da solo.
Ma nel Dimbar e lungo le marche settentrionali del Doriath le cose erano
andate male. L'Elmo-di-Drago non si era più fatto vedere in battaglia, e
anche di Arcoforte si sentiva la mancanza; e i servi di Morgoth avevano
ripreso animo, crescendo di continuo in numero e audacia. Venne e passò
l'inverno, e con la primavera i loro assalti ripresero: il Dimbar fu travolto,
e gli uomini del Brethil erano in preda alla paura perché la perfidia adesso
s'aggirava lungo tutte le frontiere, salvo le meridionali. Quasi un anno era
trascorso dacché Túrin era fuggito, e ancora Beleg lo cercava, con sempre
minore speranza. Nei suoi vagabondaggi verso nord, giunse ai Guadi del
Teiglin, e quivi, udite cattive nuove di un'ulteriore incursione di Orchi a
partire da Taur-nu-Fuin, tornò sui suoi passi e caso volle che capitasse alle
dimore degli Uomini dei Boschi poco dopo che Túrin si era dipartito dalla
contrada. Ed ebbe sentore di uno strano episodio che vi si riferiva. Un
Uomo alto e imponente, o forse, dicevano certuni, un guerriero Elfo, era
comparso nei boschi e aveva ucciso uno dei Gaurwaith e salvato la figlia
di Larnach da quelli inseguita.
«Fierissimo egli era,» riferì a Beleg la figlia di Larnach «con occhi
accesi che a stento si degnavano di guardarmi. Pure, chiamava i suoi
compagni gli Uomini-lupo, e si è rifiutato di ucciderne un altro giunto sul
posto, uno che ne conosceva il nome. Neithan, così l'ha chiamato.»
«Sei in grado di chiarire quest'arcano?» domandò Larnach all'Elfo.
«Ahimè, sì» rispose Beleg. «Colui del quale parlate è un Uomo che
conosco.» Né altro volle dire di Túrin agli Uomini dei Boschi; ma li mise
in guardia contro il pericolo che andava addensandosi al Nord. «Ben presto
gli Orchi caleranno a far preda in questa contrada, in numero esorbitante
perché voi possiate resistere» avvertì. «Entro quest'anno vi toccherà
rinunciare alla vostra libertà o alle vostre vite. Andate nel Brethil finché
siete in tempo!»
Poi Beleg riprese in fretta il cammino, cercando le tane dei fuorilegge e
segni dai quali arguire dove si fossero diretti. Ben presto li trovò. Ma Túrin
aveva ormai un vantaggio di parecchi giorni, e si muoveva rapidamente
poiché temeva l'inseguimento degli Uomini dei Boschi e faceva ricorso a
tutte le arti in cui era esperto per eludere o sviare chiunque tentasse di stare
alle sue calcagna. Guidò i suoi uomini verso occidente, lontano dagli
Uomini dei Boschi e dai confini del Doriath, finché giunsero al confine
settentrionale delle grandi alture che si ergevano tra le Valli del Sirion e
del Narog. Non vi era terra più secca e la foresta cessava d'un tratto
sull'orlo di un costone. Sotto si poteva scorgere l'antica Strada Meridionale
che saliva dai Guadi del Teiglin per passare lungo i piedi orientali della
brughiera nel suo percorso per Nargothrond. Lì vissero i fuorilegge per un
periodo con circospezione, fermandosi di rado due volte nello stesso
luogo, e ben poche erano le tracce che lasciavano del loro passaggio o
delle loro tappe. E accadde così che persino Beleg li inseguisse invano.
Guidato da segni che sapeva interpretare o da voci di passaggio di Uomini
da parte di creature selvatiche con cui era in grado di parlare, spesso
giungeva vicino ai fuorilegge, ma poi sempre ne trovava la tana deserta,
poiché quelli mettevano sentinelle tutt'attorno giorno e notte, e al sentore
di qualcuno che fosse giunto nei pressi prontamente levavano il campo, e
via.
«Ahimè» gridava Beleg. «Troppo bene ho insegnato a questo figlio
d'Uomini la maestria nel bosco e nel campo! Vien fatto quasi di pensare
che questa sia una banda elfica.» Ma dal canto loro i fuorilegge si resero
conto di essere tallonati da un inseguitore instancabile, che non riuscivano
a vedere e neppure a scrollarsi di dosso; e si fecero inquieti.

Non molto dopo, come Beleg aveva temuto, gli Orchi varcarono il
Brithiach e, avendo urtato contro la resistenza di tutte le forze che
poterono essere radunate da Handir del Brethil, deviarono a sud oltre i
Guadi del Teiglin, in cerca di bottino. Molti degli Uomini dei Boschi
avevano accettato il consiglio di Beleg, mandando donne e figli a chiedere
asilo nel Brethil; e le une e gli altri con la scorta la scamparono, superando
i Guadi in tempo: ma gli armati che si mossero più tardi furono affrontati
dagli Orchi, ed ebbero la peggio. Pochi s'aprirono un varco e pervennero
nel Brethil, molti invece furono uccisi o catturati; e gli Orchi proseguirono
verso le loro fattorie, che saccheggiarono e diedero alle fiamme. Poi d'un
subito volsero a occidente, cercando la strada, poiché ormai desideravano
tornare al più presto a nord con il bottino e i prigionieri.
Ma gli esploratori dei fuorilegge ben presto ne ebbero contezza; e,
sebbene poco si curassero dei prigionieri, il sacco subito dagli Uomini dei
Boschi fece crescere la loro bramosia. A Túrin sembrò pericoloso rivelarsi
agli Orchi prima che se ne conoscesse il numero; ma i fuorilegge non
vollero dargli retta, che molte erano le cose di cui avevano penuria nelle
selve, e già alcuni di essi si rammaricavano di averlo per capo. Ragion per
cui, elettosi a solo compagno un certo Orleg, Túrin uscì a spiare gli Orchi;
e, affidato il comando della banda ad Andróg, lo incaricò di stare rintanato
e nascosto mentre loro due erano assenti.
Ora, la schiera degli Orchi era ben maggiore del gruppo dei fuorilegge,
ma i primi si trovavano in contrade nelle quali di rado osavano metter
piede, e sapevano anche che oltre la strada si stendeva Talath Dirnen, la
Piana Sorvegliata, su cui vigilavano esploratori e spie di Nargothrond; e,
timorosi del pericolo, andavano cauti, e i loro esploratori strisciavano tra
gli alberi d'ambo i lati della direttrice di marcia. Fu così che Túrin e Orleg
vennero scoperti, tre esploratori essendo incappati in loro che stavano
celati; e, sebbene due ne spacciassero, il terzo se la svignò e correndo
gridava Golug! Golug! Era questo un nome con cui quelli designavano i
Noldor; e d'un subito la foresta si riempì di Orchi che, in silenzio e in
caccia, la battevano in lungo e in largo. Túrin allora, avvedutosi che
c'erano ben poche speranze di scamparla, pensò per lo meno d'ingannarli e
di allontanarli dal nascondiglio dei suoi uomini; e, resosi conto, dal grido
di Golug! che quelli temevano le spie di Nargothrond, con Orleg fuggì
verso ovest. Subito iniziò l'inseguimento finché, per quanto giri e
deviazioni tentassero, furono sospinti fuori dalla foresta; e qui furono
avvistati e, mentre tentavano di attraversare la strada, Orleg fu abbattuto da
molte frecce. Túrin invece fu salvato dalla sua elfica cotta, e solo fuggì
nelle selve al di là; e grazie alla sua velocità e abilità, seminò gli avversari,
penetrando a lungo in contrade che gli erano ignote. Gli Orchi allora,
temendo che gli Elfi del Nargothrond intervenissero, sgozzarono i loro
prigionieri e in fretta ripiegarono verso nord.
Ora, passati che furono tre giorni, e ancora Túrin e Orleg non erano
riapparsi, alcuni dei fuorilegge espressero il desiderio di dipartirsi dalla
grotta in cui stavano nascosti. Ma Andróg fu di parere contrario. E nel
pieno della discussione, ecco d'un tratto una figura grigia piantarsi loro
dinanzi. Beleg li aveva finalmente trovati. Avanzò disarmato, esibendo i
palmi delle mani; i fuorilegge però balzarono in piedi impauriti, e Andróg,
scivolatogli alle spalle, gli lanciò un cappio e lo strinse, sì da
imprigionarne le braccia.
«Se non desiderate ospiti, dovreste vigilare meglio» disse Beleg.
«Perché mi accogliete a questo modo? Vengo da amico e cerco soltanto un
amico. Neithan, così ho udito che lo chiamate.»
«Non è qui» rispose Ulrad. «Ma, a meno che tu non ci abbia spiato a
lungo, come fai a sapere quel nome?»
«A lungo ci ha spiati» intervenne Andróg. «È lui l'ombra che ci
tallonava. Ma forse riusciremo a conoscerne i propositi veri.»
Sul che ordinò agli uomini di legare Beleg a un albero accanto alla
grotta; e quando fu ben bene avvinto mani e piedi, lo interrogarono, ma a
tutte le loro domande una sola era la risposta data da Beleg: «Sono stato
amico di quel Neithan dacché l'ho incontrato per la prima volta nei boschi,
ed era allora solo un ragazzo. A indurmi a cercarlo è null'altro che affetto,
e gli porto buone notizie».
«Uccidiamolo, così ci sbarazzeremo dello spione» propose Andróg
incollerito. E sogguardò il grande arco di Beleg e lo bramò, essendo lui un
arciere. Ma altri di più buon cuore respinsero la proposta e Algund gli
disse: «Può darsi che il capo ritorni, e allora ti pentiresti se venisse a
sapere che l'hai derubato insieme di un amico e di buone notizie».
«Io non credo al racconto di quest'Elfo» insistette Andróg. «Questi è una
spia del Re del Doriath. Ma, se invero è latore di notizie, ebbene, le dica a
noi: e noi giudicheremo se sono sufficienti per lasciarlo in vita.»
«Aspetterò il vostro capo» disse Beleg.
«Te ne starai lì finché ti deciderai a parlare» ribatté Andróg.
E così, su istigazione di Andróg, lasciarono Beleg legato all'albero senza
cibo né acqua, mentre loro lì accanto mangiavano e bevevano; ma Beleg
non disse loro null'altro. Passati così due giorni e due notti, i fuorilegge
s'innervosirono e impaurirono, e non vedevano l'ora di andarsene; e la
maggior parte di essi era adesso pronta a uccidere l'Elfo. Al calar della
notte, eccoli tutti raccolti intorno a lui, e Ulrad venne con un tizzone
acceso all'imboccatura della grotta. Ma proprio in quella Túrin ritornò.
Giungendo silenzioso com'era sua abitudine, stette nell'ombra dietro la
cerchia degli uomini e, alla luce del tizzone, scorse il volto emaciato di
Beleg.
Allora fu colpito come da una freccia, e come per un improvviso disgelo
lacrime a lungo trattenute gli riempirono gli occhi. Balzò fuori e corse
all'albero.
«Beleg! Beleg!» gridava. «Come sei giunto fin qui? E perché te ne stai
legato?» E subito tagliò i lacci che imprigionavano l'amico, e Beleg gli
cadde tra le braccia.
Quando Túrin udì ciò che gli uomini avevano da dire, ne fu indignato e
addolorato; dapprima però prestò attenzione solo a Beleg. E, mentre lo
accudiva con tutta l'arte in suo possesso, ripensava alla sua vita nelle selve,
e la sua collera si rivolse contro se stesso. Infatti, sovente stranieri erano
stati uccisi se sorpresi accanto alle tane dei fuorilegge o da questi attesi al
varco, né lui l'aveva impedito; e sovente egli stesso aveva parlato male di
Re Thingol e degli Elfi Grigi, sicché anche sua era la colpa se venivano
trattati come nemici. E quindi fu con amarezza che disse agli altri: «Siete
stati crudeli, e crudeli senza necessità. Mai finora abbiamo tormentato un
prigioniero; ma a indurci a una simile opera da Orchi è stata la vita che
conduciamo. Senza legge e infruttuose sono state le nostre gesta, poiché
abbiamo servito solo noi stessi, fomentando l'odio nei nostri cuori».
Ribatté tuttavia Andróg: «E chi dovremmo servire se non noi stessi? Chi
dovremmo amare, visto che tutti ci odiano?».
«Almeno le mie mani non saranno più levate contro Elfi o Uomini»
disse Túrin. «Angband ha sufficienti servi. E, se altri non vogliono
pronunciare il mio stesso voto, me ne andrò da solo.»
Allora Beleg riaprì gli occhi e sollevò il capo. «Non da solo!» disse.
«Ora finalmente ti posso riferire le notizie di cui sono latore. Non sei un
fuorilegge, e Neithan non è nome che ti si addica. Sei stato assolto dalle
imputazioni che ti erano state mosse. Un anno intero ti abbiamo cercato,
per riportarti all'onore e al servizio del Re. Per troppo tempo l'Elmo-di-
Drago è stato assente.»
Túrin però non mostrò gioia alla notizia, e stette a lungo in silenzio, che
alle parole di Beleg un'ombra gli era calata addosso. «Lasciamo passare
questa notte» disse alla fine. «Poi deciderò. Ma comunque vada, domani
dovremo abbandonare questa tana, perché non tutti quelli che ci cercano ci
vogliono bene.»
«Anzi, nessuno» borbottò Andróg, guardando di sbieco Beleg.

Il mattino, Beleg, prontamente rimessosi dalle sue sofferenze, come


accadeva agli antichi Elfi, tirò da parte Túrin.
«M'aspettavo maggior gioia alle mie notizie» gli disse. «Di certo ora
farai ritorno nel Doriath, vero?» E implorò Túrin di tentarlo con ogni
mezzo; ma, più lo esortava, più Túrin si mostrava riluttante, ancorché
interrogasse minuziosamente Beleg circa il giudizio di Thingol; e Beleg gli
riferì tutto ciò che sapeva, e alla fine Túrin chiese: «Dunque Mablung mi si
è mostrato amico quale un tempo appariva?».
«Direi piuttosto amico della verità» rispose Beleg «e a conti fatti è stata
questa la cosa migliore. Ma perché, Túrin, non gli hai detto
dell'aggressione di Saeros? Ben diversamente allora sarebbero andate le
cose. E porteresti» soggiunse con un'occhiata agli uomini stravaccati
all'imboccatura della grotta «ancora alto il tuo elmo, e non saresti caduto
così in basso.»
«Può darsi, se questo lo chiami cadere in basso,» replicò Túrin «può
darsi. Ma così è andata; e le parole mi sono rimaste chiuse in gola. Ho letto
rimprovero, negli occhi di Mablung, senza che me ne chiedesse ragione,
per un atto che non avevo commesso. Fiero era il mio cuore d'Uomo, come
ha detto il Re degli Elfi. E tale è ancora, Beleg Cúthalion. Né ancora
sopporta che io ritorni in Menegroth e mi attiri sguardi di pietà e perdono,
come un ragazzino scapestrato e pentito. Dovrei essere io a concedere, non
già a ricevere, perdono. E non sono più un ragazzo, bensì un uomo,
secondo quel che è tipico della mia razza; e un uomo tenace per mia
sorte.»
Beleg ne fu turbato e domandò: «E allora, che intendi fare?».
«Andarmene libero» rispose Túrin. «È questo l'augurio di Mablung al
momento del nostro distacco. La grazia di Thingol non si estenderebbe,
temo, a questi che mi sono stati compagni nella caduta; e d'altro canto, non
desidero adesso dipartirmi da loro, se essi non desiderano farlo da me. A
modo mio li amo, un poco persino il peggiore tra essi. Sono della mia
stessa razza, e in ciascuno c'è un seme di bene che potrebbe crescere.
Ritengo che vorranno restare con me.»
«Tu vedi le cose con occhi diversi dai miei» osservò Beleg. «Se tenti di
svezzarli dal male, si distaccheranno da te. Dubito di loro, e di uno
soprattutto.»
«Come può un Elfo giudicare gli Uomini?» chiese Túrin.
«Così come giudica tutte le azioni, da chiunque commesse» rispose
Beleg, ma altro non soggiunse, né parlò della perfidia di Andróg, alla
quale si dovevano principalmente i tormenti toccatigli, e ciò perché,
avvedutosi dello stato d'animo di Túrin, temeva di non essere creduto e di
guastare la loro antica amicizia, sospingendo Túrin sulla cattiva strada.
«Andartene libero, tu dici, amico Túrin» disse invece. «Che cosa intendi
con questo?»
«Che guiderò i miei uomini e farò guerra a modo mio» spiegò Túrin.
«Ma in una cosa almeno il mio cuore è mutato: mi pento di ogni ferita da
me inferta salvo quelle toccate per mano mia all'Avversario di Uomini ed
Elfi. E te più di ogni altro vorrei avere al mio fianco. Resta con me!»
«Se lo facessi, a guidarmi sarebbe amore, non già saggezza» replicò
Beleg. «Il cuore mi dice che dovremmo tornare nel Doriath. In qualunque
altro luogo vi è un'ombra ad attenderci.»
«Ciononostante, non ci andrò» ribatté Túrin.
«Ahimè!» replicò Beleg. «Ma come un padre amorevole che acconsente
al desiderio di suo figlio contro le proprie previsioni, mi arrendo al tuo
volere. Se me lo chiedi, resterò.»
«Va benissimo!» disse Túrin. E allora d'improvviso si fece silenzioso,
come se egli stesso fosse consapevole dell'ombra, e lottò con il suo
orgoglio che non lo faceva tornare sui propri passi. Per un bel po' sedette
meditando tristemente sugli anni trascorsi. Ritornando improvvisamente
alla realtà, guardò Beleg e disse:
«La fanciulla elfica che hai nominato, sebbene non ricordo come: le
debbo molto per la sua pronta testimonianza; ma non riesco a ricordarla.
Perché si trovava sul mio cammino?»
Allora Beleg gli rivolse uno sguardo interrogativo.
«Davvero, perché?» disse. «Túrin hai sempre vissuto con il tuo cuore e
metà della tua mente rivolti da un'altra parte? Quand'eri ragazzo solevi
passeggiare con Nellas nei boschi.»
«È stato tanto tempo fa» disse Túrin. «O, almeno, lontanissima mi
sembra la mia infanzia, e una nebbia la copre, salvo soltanto il ricordo
della casa di mio padre del Dor-lómin. Ma perché avrei dovuto scorrazzare
con una fanciulla elfica?»
«Forse per imparare quel che poteva insegnarti» rispose Beleg. «Se non
altro alcune parole elfiche, i nomi dei fiori dei boschi: quei nomi almeno
non li hai mai dimenticati. Ahimè, figlio di Uomini! Altri dolori si danno
nella Terra di Mezzo che non siano i tuoi, e ferite che nessuna arma ha
inferto. Invero comincio a pensare che Elfi e Uomini non dovrebbero mai
incontrarsi né mescolarsi». Nulla disse Túrin, ma a lungo fissò Beleg in
volto, come se volesse così svelare l'enigma delle sue parole. Ma Nellas
del Doriath mai più lo rivide, e l'ombra di Túrin se ne andò da lei.
Ora Beleg e Túrin passarono a parlare di altre questioni e dibatterono sul
luogo dove dovessero abitare. «Torniamo a Dimbar, nelle marche del
Nord, dove un tempo camminavamo insieme!» disse Beleg trepidante.
«C'è bisogno di noi lì, giacché gli Orchi hanno ultimamente trovato una
strada fuori Taur-nu-Fuin attraverso il Guado di Anach.»
«Non lo ricordo» disse Túrin.
«No, non ci siamo mai spinti così lontano dai confini,» disse Beleg «ma
tu hai visto i picchi del Crissaegrim in lontananza e a est di questi le scure
pareti del Gorgoroth. Anach si trova tra questi, sopra le alte fonti del fiume
Mindeb: una via difficile e pericolosa; ma sono in molti a percorrerla
adesso e Dimbar, che era in pace, sta cadendo sotto la Mano Nera e gli
Uomini del Brethil sono in pericolo. Ti dico, andiamo a Dimbar!»
«No, non tornerò sui miei passi in vita mia» replicò Túrin. «Né poss'io
tornare facilmente a Dimbar ora. Sirion si trova in mezzo, senza ponti né
guadi, sotto il Brithiach, lontano verso nord; è pericoloso attraversarlo.
Eccetto che nel Doriath, ma io non passerò per il Doriath approfittando del
permesso e del perdono di Thingol.»
«Ti sei detto uomo duro, Túrin. Ed è vero, se quel che volevi dire era
testardo. Ora è il mio turno. Andrò, col tuo permesso, non appena potrò e ti
dirò addio. Se vuoi avere davvero al tuo fianco l'Arcoforte, cercami a
Dimbar.» E Túrin più non disse.
Il giorno seguente Beleg si preparò a partire e Túrin andò con lui alla
distanza di un tiro d'arco nel campo, senza parlare.
«È il momento dell'addio, allora, figlio di Húrin?» disse Beleg.
«Se davvero vuoi mantenere la parola e stare al mio fianco» rispose
Túrin «cercami allora ad Amon Rûdh!» Così parlò essendo condannato,
ma ignaro di ciò che lo aspettava. «Allora, questo è il nostro ultimo
addio.»
«Forse è meglio così» rispose Beleg e andò per la sua strada.

Si dice che Beleg tornò a Menegroth e si presentò a Thingol e Melian,


raccontò loro tutto quel che era accaduto, eccetto il cattivo trattamento
riservatogli dai compagni di Túrin.
Allora Thingol sospirando disse: «Mi sono assunto la paternità di Húrin
e non si può trasformarla per amore o odio, a meno che lo stesso Húrin il
Valoroso non faccia ritorno. Cos'altro vuole che io faccia?».
Ma Melian disse: «Ora, Cúthalion, avrai da me un regalo per il tuo aiuto
e per il tuo onore, giacché non v'è nessuno più degno cui darlo».
E gli diede una provvista di lembas, il pan di via degli Elfi, avvolto in
foglie d'argento; e i lacci che lo legavano erano sigillati al nodo con il
sigillo della Regina, un dischetto di cera bianca dalla forma di fiore di
Telperion e, secondo le usanze degli Eldalië, il possesso e la distribuzione
di questo cibo apparteneva alla sola Regina. «Questo pan di via, Beleg,»
disse «ti sarà di aiuto nel viaggio e nell'inverno e aiuterà anche chi tu
vorrai. E io affido a te ora il compito di amministrarlo in mia vece.» In
null'altro Melian mostrò maggior favori a Túrin che con questo regalo,
poiché mai prima avevano gli Eldar consentito agli Uomini di usare questo
pan di via e di rado lo fecero nuovamente.
Allora Beleg partì da Menegroth e tornò alle marche settentrionali dove
aveva i suoi alloggiamenti e molti amici; ma quando giunse l'inverno e la
guerra fu placata, all'improvviso i suoi compagni sentirono la mancanza di
Beleg e questi mai più tornò da loro.
CAPITOLO VII

DI MÎM IL NANO

Ora il Racconto si volge a Mîm il Nanerottolo. I piccoli Nani sono da


tempo dimenticati e Mîm ne è stato l'ultimo rappresentante. Poco si sapeva
di loro persino nei tempi antichi. Tanto tempo fa, gli Elfi del Beleriand li
chiamavano Nibin-nogrim, anche se i piccoli Nani non li amavano; infatti,
non amavano che se stessi. E se è vero che odiavano e temevano gli Orchi,
odiavano anche gli Eldar e gli Esuli in particolar modo, giacché i Noldor -
sostenevano - avevano loro rubato le terre e le case. Il Nargothrond era
stato fondato ed iniziato a scavare dai piccoli Nani, ben prima che Finrod
Felagund giungesse dal Mare.
Alcuni sostenevano che essi fossero i Nani che erano stati banditi dalle
città naniche dell'oriente nei tempi antichi. Ben prima del ritorno di
Morgoth avevano vagato verso occidente. Essendo senza un capo e pochi
di numero, fu per loro difficile trovare un giacimento di metalli e si ridusse
la loro capacità di fabbri nonché la scorta di armi; si diedero ai furti e
divennero più piccoli di statura dei loro parenti orientali, piegati nelle
spalle com'erano nel dare passi veloci e furtivi. Ma, come tutti gli
appartenenti alla razza dei Nani, erano ben più forti di quanto la loro
statura facesse presagire, ed erano in grado di aggrapparsi alla vita anche
nelle grandi difficoltà. Ora, però, si erano andati riducendo in numero fino
a scomparire dalla Terra di Mezzo, tutti tranne Mîm e i suoi due figli; e
Mîm era vecchio persino come Nano, vecchio e dimenticato.
Dopo la partenza di Beleg (che ebbe luogo la seconda estate dopo la
fuga di Túrin nel Doriath), le cose si misero male per i fuorilegge. Piovve
fuori stagione, e Orchi in maggior numero di prima calarono dal Nord e
oltre il Teiglin, seguendo l'antica Strada Meridionale, infestando tutti i
boschi lungo i confini occidentali del Doriath. Non si davano né requie né
sicurezza, e la compagnia era più spesso cacciata che non cacciatrice.
Una notte, mentre stavano acquattati nel buio senza fuoco, Túrin rifletté
sulla propria esistenza, e gli parve che avrebbe potuto essere ben migliore.
«Devo trovare un rifugio sicuro» si disse «e provvedere a difendermi
dall'inverno e dalla fame.» Ma non sapeva dove volgersi. E il giorno dopo
condusse altrove i suoi uomini, più lontano che mai dal Teiglin e dalle
marche settentrionali del Doriath. Dopo tre giorni di cammino, fecero sosta
al margine meridionale dei boschi della Valle del Sirion. Quivi il suolo era
più arido e più nudo, come prendeva a salire verso le brughiere. Ben presto
accadde che, mentre la luce di un grigio giorno di pioggia si affievoliva, e
Túrin e i suoi uomini se ne stavano al riparo di una macchia di agrifogli; e
al di là si spalancava una distesa senz'alberi, costellata di numerosi grandi
massi sparpagliati o ammucchiati; e tutto era silenzio, a eccezione del
gocciolio della pioggia dalle foglie; ecco, che all'improvviso una sentinella
lanciò un richiamo e, balzati in piedi, scorsero tre figure incappucciate,
ammantate di grigio, che procedevano furtive tra i massi. Erano cariche
ognuna di un gran sacco, e ciò non pertanto, andavano svelte.
Túrin gridò loro di fermarsi, e gli uomini corsero a dar loro la caccia
come cani; ma quelli tirarono dritto e, per quante frecce scagliasse Andróg,
due svanirono nel crepuscolo. Uno rimase indietro, fosse più lento o più
pesantemente gravato; e ben presto fu catturato e gettato a terra, e
trattenuto da molte dure mani, per quanto si dibattesse e mordesse come
una bestia.
Accorse però Túrin, che rimbrottò gli uomini: «Che vi succede?» chiese.
«Perché tanto accanimento? È vecchio e piccolo, e che male volete che vi
faccia?»
«Morde» rispose Andróg, mostrando la mano insanguinata. «È un Orco
della razza degli Orchi. Ammazzalo».
«Altro non merita, per aver deluso le nostre speranze» disse un altro che
aveva aperto il sacco. «Qui non ci sono che radici e pietruzze».
«No,» decise Túrin «è barbuto. Penso sia solo un Nano. Fatelo alzare, e
che parli.»
Fu così che Mîm entrò nel Racconto dei Figli di Húrin. Si mise egli
infatti in ginocchio davanti a Túrin e implorò di aver salva la vita. «Sono
vecchio e povero» disse. «Soltanto un Nano, come tu hai detto, e non un
Orco. Mîm, così mi chiamo. Non lo permettere che mi uccidano, signore,
senza nessun motivo, come farebbero gli Orchi.»
Túrin allora in cuor suo ne provò compassione, ma disse: «Povero
sembri, Mîm, sebbene sia insolito in un Nano; ma noi, ritengo, siamo più
poveri ancora: Uomini senza casa e senza amici. Se ti dicessi che noi non
risparmiamo nessuno solo per pietà, nel gran bisogno che ci attanaglia, che
cosa sei disposto a offrire in riscatto?».
«Non so che cosa tu desideri, signore» rispose Mîm prudente.
«In questo momento ben poco» disse Túrin, volgendo amareggiato lo
sguardo all'intorno, gli occhi velati dalla pioggia. «Un luogo sicuro in cui
dormire fuori dall'umidità dei boschi. E senza dubbio tu ne hai uno.»
«Ce l'ho» assicurò Mîm «ma non posso cederlo in riscatto. Sono troppo
vecchio per dormire all'aperto.»
«Non hai bisogno d'invecchiare ancora» intervenne Andróg, levando un
coltello con la mano non ferita. «Io te lo posso risparmiare.»
«Signore!» gridò Mîm terrorizzato aggrappandosi alle ginocchia di
Túrin. «Se perdo la vita, tu perderai il ricovero, perché senza Mîm non lo
troveresti. Non posso cederlo, ma lo condividerò. C'è più spazio in esso di
quanto ve ne fosse un tempo, perché tanti se ne sono andati per sempre.» E
prese a piangere.
«Ti risparmio la vita, Mîm» assicurò Túrin.
«Almeno finché arriviamo alla sua tana» soggiunse Andróg.
Ma Túrin, a questi rivolto, disse: «Se Mîm ci porta a casa sua senza
trucchi, e la casa ci piace, ebbene, la sua vita sarà riscattata; e non sarà
ucciso da nessuno dei miei seguaci. Lo giuro».
Allora Mîm baciò le ginocchia di Túrin, dicendo: «Mîm sarà tuo amico,
signore. Dapprima ho pensato che tu fossi un Elfo, giudicando dalle tue
parole e dal suono della tua voce; ma se sei un Uomo, meglio. Mîm non
ama gli Elfi».
«Dov'è dunque questa tua casa?» insistette Andróg. «Dev'essere bella
davvero, perché Andróg la condivida con un Nano. Perché ad Andróg i
Nani non vanno a genio. La sua gente non conserva buoni ricordi di quella
razza dell'Est.»
«Hanno lasciato ricordi peggiori di se stessi dietro di loro» replicò Mîm.
«Giudicherai la mia casa quando la vedrai. Ma avrete bisogno di luce
strada facendo, voi Uomini dal passo incerto. Torno subito e vi conduco.»
Quindi si alzò e prese il suo sacco.
«Eh, no» fece Andróg. «Non lo permetterai, vero capo? Questo
mascalzone non lo rivedresti mai più.»
«Si fa buio» osservò Túrin. «Che ci lasci un pegno. Ci terremo il tuo
sacco e il suo contenuto, che ne dici, Mîm?»
A queste parole, però, il Nano tornò a gettarsi in ginocchio tutto agitato.
«Se Mîm non avesse intenzione di ritornare, non lo farebbe certo per un
vecchio sacco pieno di radici» gemette. «Ritorno di sicuro. Lasciatemi
andare!»
«Non ne ho nessuna intenzione» disse Túrin. «Se non vuoi separarti dal
tuo sacco, resterai con esso. Una notte sotto il fogliame ti indurrà forse ad
avere a tua volta compassione di noi.» Ma notò, e altri con lui, che Mîm
annetteva maggior valore al suo carico di quanto questo non sembrasse
averne a prima vista.
Condussero il vecchio Nano al loro triste accampamento, e andando
Mîm borbottava in una strana lingua che sembrava carica di antichi odi;
ma quando legarono le sue gambe, d'un tratto s'azzittì. E coloro che gli
facevano la guardia lo videro starsene seduto per tutta la notte, silenzioso e
immobile come un sasso, salvo per gli occhi insonni che balenavano come
se vagassero nell'oscurità.

Prima che facesse giorno la pioggia cessò, e un vento sommosse i rami.


Venne l'alba, più chiara di molti giorni passati, e zefiri del Sud aprirono un
cielo pallidamente limpido dalla parte del sole nascente. Mîm continuò a
starsene seduto immobile, tanto da sembrare morto, che adesso le sue
pesanti palpebre erano serrate, e la luce del mattino lo rivelava avvizzito e
raggrinzito dall'età. Túrin gli si piantò davanti a scrutarlo. «Adesso c'è
abbastanza luce» constatò.
Allora Mîm riaprì gli occhi e indicò i lacci che lo avvinghiavano; e,
liberatone, parlò con tono irato: «Mettetevi bene in testa questo, stolti»
disse. «Non legate mai un Nano! Lui non lo perdonerà mai. Non ho voglia
di morire, ma per ciò che avete fatto il mio cuore fiammeggia. Mi pento
della promessa fattavi.»
«Io invece no» disse Túrin. «Adesso ci condurrai a casa tua, e per
intanto non si parlerà di morte. Perché questa è la mia volontà.» Fissò bene
il Nano negli occhi, e Mîm non seppe reggerne lo sguardo; pochi del resto
erano in grado di sfidare lo sguardo di Túrin, volendolo o trascinati dalla
collera che fossero. E ben presto, eccolo distogliere il suo e alzarsi
dicendo: «Seguimi, signore».
«Benone» commentò Túrin. «Ma una cosa voglio dirti ormai: capisco il
tuo orgoglio. Magari morirai, ma non sarai rimesso in ceppi.»
«Non lo sarò» disse Mîm. «Ma ora venite!» E così li ricondusse al luogo
dov'era stato catturato e indicò l'ovest. «Lì è casa mia!» disse. «Dovete
averla vista più volte, penso, perché è alta. Sharbhund la chiamavamo
prima che gli Elfi cambiassero tutti i nomi.»
S'avvidero allora che indicava l'Amon Rûdh, la Collina Calva, la cui
cima nuda dominava per molte leghe d'intorno le selve.
«Sì, l'abbiamo vista, ma mai ci siamo avvicinati!» disse Andróg. «Infatti,
può esserci ricovero sicuro, o acqua o quant'altro ci occorre? Secondo me,
qui gatta ci cova. Si son mai visti uomini nascondersi sulla cima di un
colle?»
«Veder lontano può esser più sicuro che starsene acquattati» fece Túrin.
«Dall'Amon Rûdh, lo sguardo spazia per ampio tratto. Bene, Mîm, verrò a
vedere che cos'hai da offrirci. Quanto ci vorrà a noi, uomini dal passo
incerto, per arrivarvi?»
«Tutta la giornata fino al tramonto» rispose Mîm.
La banda si mise in marcia verso occidente, Túrin in testa con Mîm al
suo fianco. Procedettero cauti una volta usciti dai boschi, ma la contrada
era vuota e silente. Superarono il pietrame rotolato ai piedi del colle,
quindi iniziarono l'ascesa di questo; l'Amon Rûdh infatti si levava al
margine orientale delle alte brughiere tra le Valli del Sirion e del Narog, e
la sua vetta sovrastava ancora di mille piedi e più la landa sassosa alla
base. Lungo il versante orientale, il terreno accidentato saliva lentamente
tra ciuffi di betulle, sorbi e antichi rovi radicati nella roccia. Più in là, sulla
brughiera e nelle pendici più basse dell'Amon Rûdh, crescevano macchie
di aeglos; ma la sua erta cima grigia era nuda, a parte il rosso seregon che
ammantava la pietra.
Mentre il pomeriggio finiva, i fuorilegge giunsero ai piedi dell'altura.
Erano venuti, seguendo Mîm, da nord, e la luce del sole al tramonto
illuminava la cima dell'Amon Rûdh, e il seregon era tutto in fiore.
«Guardate! C'è sangue sulla cima del colle» disse Andróg.
«Non ancora» fece Túrin.
Il sole calava e la luce veniva meno nelle bassure. Ora il colle
torreggiava alto di fronte a loro che si chiedevano quale necessità vi fosse
di una guida per raggiungere una meta così visibile. Ma andando dietro
Mîm, quando affrontarono gli ultimi, erti pendii, s'avvidero che il Nano
batteva un sentiero secondo segni segreti o antica abitudine. Ora infatti
procedeva a zigzag; e, guardando di lato, i fuorilegge s'avvedevano che a
destra e a manca si spalancavano buie vallicelle e burroni, oppure che il
terreno era una scoscesa pietraia con crepacci e buche mascherate da rovi e
cespugli spinosi, che, senza una guida per trovare la strada, avrebbero
dovuto faticare arrampicandosi per giorni e giorni.
Alla fine pervennero a un terreno ancor più scosceso ma meno aspro.
Passarono sotto l'ombra di vecchi sorbi, penetrando tra filari di aeglos dai
lunghi fusti: una semioscurità piena di un dolce odore. Poi all'improvviso,
si trovarono di fronte a una parete di roccia liscia e ripida, che torreggiava
alta quaranta piedi, forse, e il crepuscolo oscurava il cielo al di sopra
rendendo incerto il loro passo.
«È questo l'uscio di casa tua?» chiese Túrin. «Già, dicono che i Nani
amino le pietre.» E s'accostò vieppiù a Mîm, per timore che facesse loro
qualche tiro.
«Non l'uscio della casa, ma il cancello del recinto» precisò Mîm.
Quindi volse a destra al piede della rupe, per fermarsi d'un tratto dopo
venti passi; e Túrin notò, aperto da mani o dalle intemperie, un crepaccio,
siffatto che le due facce si sovrapponevano e l'apertura s'insinuava verso
sinistra ed era mascherata da lunghe piante rampicanti radicate nei
crepacci sovrastanti, tra le quali però nel buio saliva un ripido sentiero
pietroso. Acqua ne gocciava, e dentro era umido. Uno a uno vi entrarono.
All'interno, il sentiero volgeva a destra e quindi a sud, e li menò,
attraverso un folto di rovi, su una verde spianata, lungo la quale proseguiva
sparendo nelle tenebre. Erano giunti alla casa di Mîm, Bar-en-Nibin-noeg,
di cui restava memoria solo in antichi racconti del Doriath e del
Nargothrond e che nessun Uomo aveva mai visto. Ma la notte stava
scendendo, stelle s'accendevano a oriente, e così non poterono vedere
come fosse conformato quello strano luogo.
L'Amon Rûdh era coronato da una grande roccia simile a un erto
cappuccio di sasso, piatto e nudo in cima. A nord ne aggettava una
sporgenza invisibile dal basso, poiché dietro di essa la vetta si levava a
guisa di muro e verso ovest e a est ne piombavano giù lisce rocce. Solo da
nord, la direzione da cui erano venuti, la si poteva raggiungere
agevolmente a patto di conoscere la strada. Dal cancello, vi conduceva un
sentiero, ben presto penetrando in un boschetto di betulle nane crescenti
intorno a una limpida pozza in un bacino scavato nella roccia. La pozza era
alimentata da una sorgente che sgorgava al piede della parete retrostante, e
mediante un canaletto l'acqua ne defluiva come un lucente filo,
precipitando dal margine occidentale della sporgenza. Dietro la quinta di
alberi, tra due alti contrafforti rocciosi, si apriva una grotta. Sembrava
poco profonda sotto un arco basso e irregolare; ma era stata allargata e
scavata per ampio tratto dentro il colle dalle lente mani dei Nanerottoli, nei
lunghi anni in cui vi avevano dimorato, indisturbati dagli Elfi Grigi dei
boschi.
Nel fitto crepuscolo, Mîm li condusse oltre la pozza, dove ora le deboli
stelle si riflettevano tra le ombre dei rami di betulla. All'imboccatura della
grotta si volse e accennò un inchino a Túrin. «Entra» lo invitò «nella Bar-
en-Danwedh, la Casa del Riscatto, perché d'ora in poi così sarà chiamata.»
«Può darsi» rispose Túrin. «Prima, però, voglio dare un'occhiata.»
Quindi entrò con Mîm, e gli altri, vedendo che non aveva paura, lo
seguirono, compreso Andróg che più di tutti diffidava del Nano. Subito
furono immersi in una nera oscurità; ma Mîm batté le mani, e un lumino
apparve da dietro un angolo: da un passaggio in fondo all'ingresso
avanzava un altro Nano reggendo una piccola torcia.
«Ah, dev'essere quello che mi son lasciato sfuggire» disse Andróg. Ma
Mîm scambiò frettolose parole con l'altro nel loro aspro linguaggio, e poi,
apparentemente turbato o furibondo per ciò che aveva udito, infilò di corsa
il passaggio e scomparve. Andróg allora propose di seguirlo.
«Attacchiamoli per primi» disse. «Deve essercene un intero alveare, ma in
compenso sono piccoli.»
«Secondo me sono solo tre» replicò Túrin, e s'avviò, guidando i
fuorilegge che avanzavano tentando le scabre pareti. Il corridoio più e più
volte piegò di qua e di là con bruschi angoli; ma alla fine comparve una
pallida luce e giunsero in una sala, angusta ma alta, debolmente rischiarata
da lanterne che pendevano, appese a catenelle, dalle ombre del soffitto.
Mîm non era lì, ma se ne udiva la voce, e da questa guidato, Túrin giunse
alla soglia di una camera alla quale si accedeva dalla sala. E Túrin lo vide
inginocchiato sul pavimento, e accanto a lui, in silenzio, stava il Nano con
la torcia; ma su un giaciglio di pietra lungo la parete opposta, un altro era
disteso. «Khîm Khîm Khîm!» gemeva il vecchio Nano strappandosi la
barba.
«Non tutte le tue frecce sono andate a vuoto» disse Túrin ad Andróg.
«Questo tuttavia può rivelarsi un tiro sbagliato. Sei troppo pronto a
scoccare; ma può darsi che tu non viva tanto a lungo da imparare la
saggezza.»
Allontanandosi dagli altri, Túrin entrò in punta di piedi e si fermò dietro
il Nano rivolgendogli queste parole: «Qual è il problema, maestro?» disse.
«Conosco un po' l'arte della guarigione. Posso esserti d'aiuto?»
Mîm volse il capo, e nei suoi occhi era un rosso bagliore. «No, se non
puoi far tornare indietro il tempo e poi tagliare le mani crudeli dei tuoi
uomini» rispose. «Ecco qui mio figlio trafitto da una freccia. Ormai non
può più parlare. È morto al tramonto. I vostri legacci mi hanno impedito di
curarlo.»
Una volta ancora la pietà, a lungo soffocata, sgorgò nel cuore di Túrin
come acqua da roccia. «Ahimè,»disse al Nano «se potessi la richiamerei,
quella freccia. Ora sì che questa ben merita il nome di Bar-en-Danwedh,
Casa del Riscatto. Perché, che noi vi dimoriamo o meno, mi riterrò tuo
debitore; e se mai riuscirò ad accumulare ricchezze, ti verserò un danwedh
di oro pesante per tuo figlio in segno di dolore, sebbene certo più non
posso rallegrare il tuo cuore.»
Allora Mîm si levò e a lungo guardò Túrin. «Ti ho sentito» disse poi.
«Le tue parole sono quelle di un signore di Nani del tempo che fu; e me ne
meraviglio. Adesso il mio cuore si è placato, ancorché non sia lieto. Il mio
riscatto dunque lo pagherò: se vuoi, puoi dimorare qui. Una cosa però
voglio aggiungere: colui che ha scoccato la freccia spezzi il suo arco e le
altre sue frecce, e le deponga ai piedi di mio figlio; né mai più maneggerà
freccia né arco. Se lo farà, ne morrà. Questa è la maledizione che getto su
di lui.»
All'udire quelle parole, Andróg impallidì; e, sebbene assai a malincuore,
spezzò l'arco e le frecce e li depose ai piedi del Nano morto. Ma, uscendo
dalla camera, guardò storto Mîm e borbottò: «La maledizione di un Nano
mai si spegne, a quel che dicono: ma anche quella di un Uomo può
giungere a segno. Che possa costui morire con un dardo in gola».

Trascorsero la notte nella sala, poco dormendo per via dei gemiti di Mîm
e di Ibun, l'altro suo figlio. Quando i pianti cessarono, non poterono dirlo;
ma, nell'ora in cui finalmente si destarono, i Nani erano partiti e la camera
chiusa con una pietra. Il tempo s'era rimesso al bello, e al sole del mattino i
fuorilegge si lavarono alla pozza e prepararono il poco cibo che avevano
con loro; e mentre mangiavano riapparve Mîm.
Questi s'inchinò a Túrin e disse: «Se n'è andato, e tutto è compiuto. Ora
giace con i suoi padri. Dedichiamoci alla vita che ci resta, per quanto brevi
possano essere i giorni che abbiamo davanti. Ti piace la casa di Mîm? Il
riscatto è stato pagato e accettato?»
«Sì» confermò Túrin.
«Allora è tutto tuo, puoi disporre la tua dimora qui come vuoi, con
questa sola limitazione: che la camera che è chiusa nessuno la riapra salvo
me».
«Ti abbiamo sentito» rispose Túrin. «Quanto alla nostra vita qui, siamo
al sicuro, o almeno così sembra. Ma ci occorrono cibo e altre cose ancora.
Come faremo a uscire e, più ancora, come faremo a rientrare?»
Inquieti, udirono Mîm ridacchiare chioccio. «Temete forse di aver
seguito un ragno nel centro della sua tela?» domandò il Nano. «Mîm non
mangia uomini! E un ragno ben difficilmente potrebbe vedersela con trenta
vespe alla volta. Guardate, voi siete armati, e io sono qui a mani nude. No,
dobbiamo dividere, voi e io: casa, cibo e fuoco, e magari altri vantaggi
ancora. La casa penso che la custodirete e ne terrete il segreto per il vostro
stesso bene, anche sapendo come fare a entrarvi e uscirne. Col tempo lo
imparerete, ma intanto dovrà guidarvi Mîm o Ibun suo figlio.»
Ne convenne Túrin e ringraziò Mîm, e gli uomini si mostrarono per lo
più soddisfatti perché, al sole del mattino, mentre ancora durava l'estate,
quello sembrava un luogo ideale. Il solo Andróg era scontento. «Più presto
impareremo a entrare e uscire, e meglio sarà» disse. «Mai prima abbiamo
avuto un prigioniero che potesse condizionare le nostre mosse.»
Quel giorno si riposarono, pulendo le armi e rammendando i panni;
avevano infatti cibo ancora per un giorno o due, e Mîm ne aggiunse
dell'altro. Prestò loro tre grandi paioli e di che accendere; e se ne uscì con
un sacco. «Roba da poco» disse. «Non vale la pena rubarla. Null'altro che
radici selvatiche.»
Ma, cotte, queste si rivelarono buone da mangiare, di sapore simile al
pane; e i fuorilegge ne furono lieti, perché da un pezzo non assaporavano il
pane, salvo quello che riuscivano a rubare. «Gli Elfi selvaggi non le
conoscono; gli Elfi Grigi non sanno trovarle; gli orgogliosi d'oltremare
sono troppo orgogliosi per scavare» spiegò Mîm.
«Come si chiamano?» domandò Túrin.
Mîm gli scoccò un'occhiata di traverso. «Non hanno nome, salvo che in
lingua nanica, che noi non insegniamo» rispose. «E non riveliamo agli
Uomini come si fa a trovarle, perché gli Uomini sono bramosi e spreconi,
e non cesserebbero di raccoglierle se non dopo aver dato fondo a tutte le
piante, mentre ora passano loro accanto mentre s'aggirano per le selve.
Altro da me non saprai; ma del mio bottino puoi approfittare finché parli
onestamente e né spii né rubi.» E di nuovo fece udire la sua risatina
chioccia. «Queste radici sono preziosissime» riprese. «Più dell'oro durante
l'inverno di carestia, perché possono essere immagazzinate come le noci di
uno scoiattolo, e già stiamo costituendo la nostra scorta, cogliendo le
prime mature. Ma voi siete sciocchi, se credete che non fossi disposto a
separarmi da un piccolo carico neppure per salvarmi la vita.»
«Ho capito» disse Ulrad, che al momento della cattura di Mîm aveva
guardato nel sacco. «Eppure non volevi separartene, e le tue parole non
fanno che meravigliarmi ulteriormente.»
Mîm si volse a guardarlo rabbuiato. «Tu sei uno di quegli sciocchi che la
primavera non rimpiangerebbe se perisse d'inverno» ribatté. «Avevo dato
la mia parola, e dovevo tornare, volente o nolente, con o senza sacco, e che
un uomo senza legge e infedele la pensi come vuole! Ma a me non va di
essere separato dal mio con la forza dal malvagio, si tratti anche solo di un
laccio di scarpa. Ricordo bene che le tue mani erano quelle che mi hanno
legato, e m'hanno trattenuto sì che non potessi ancora parlare con mio
figlio. Sempre, quando distribuirò il pane della terra traendolo dal mio
magazzino, tu ne sarai escluso, e se ne mangi, mangerai di quello dei tuoi
compagni, non perché io te l'abbia dato.»
Allora Mîm se ne andò, ma Ulrad, che aveva perso il coraggio di fronte
alla collera di questi, parlò dietro le sue spalle dicendo: «Belle parole! Ciò
non toglie che il vecchio mascalzone avesse anche altro nel sacco, di
forma simile, ma più duro e pesante. Può darsi che ci siano altre cose, nelle
selve, oltre al pane della terra, cose che gli Elfi non hanno trovato e di cui
gli Uomini non debbono sapere».
«Può essere» convenne Túrin. «E tuttavia, il Nano ha detto la verità su
un punto almeno, quando ti ha dato dello sciocco. Perché devi dire
apertamente ciò che pensi? Il silenzio, se le parole gentili ti restano in gola,
servirà meglio ai nostri scopi.»
Il giorno trascorse tranquillo, senza che nessuno dei fuorilegge
mostrasse desiderio di allontanarsi. Túrin passeggiò a lungo sul verde
prato sopra la sporgenza rocciosa, da un margine all'altro; e spinse lo
sguardo a est, a ovest e a nord, chiedendosi fin dove potesse spaziare la
vista nell'aria limpida. Guardò verso nord, e scorse la Foresta di Brethil
che saliva verde attorno all'Amon Obel, e a quella volta il suo sguardo era
di continuo richiamato, non sapeva perché: il suo cuore infatti era attratto
piuttosto dal nord-ovest dove, una lega dopo l'altra, ai margini del cielo, gli
pareva d'intravedere le Montagne dell'Ombra e i confini della sua patria.
La sera, però, Túrin volse lo sguardo all'occaso dove il sole scendeva rosso
tra le foschie delle coste lontane, e la Valle del Narog giaceva immersa
nelle ombre intermedie.
Così cominciò la dimora di Túrin figlio di Húrin nelle aule di Mîm nella
Bar-en-Danwedh, la Casa del Riscatto.

Per parecchio tempo ai fuorilegge andò proprio come volevano. Il cibo


non mancava, erano ben riparati, stavano al caldo e all'asciutto, lo spazio
era più che sufficiente. Constatarono che le grotte avrebbero potuto
ospitare cento o più persone all'occorrenza. Più avanti si apriva una sala
minore, con un camino su un lato, dal quale partiva una canna fumaria che,
attraversata la roccia, terminava con un orifizio, accuratamente nascosto in
un crepaccio sul fianco dell'altura. C'erano anche molte altre camere, che si
aprivano sulle sale o sui corridoi tra esse, alcune destinate ad abitazione,
altre adibite a officine e magazzini. Più arti di loro conosceva Mîm e
possedeva molti recipienti e forzieri di pietra e legno che apparivano
antichissimi. Adesso, però, gran parte delle camere erano deserte: nelle
armerie erano appese ascie e altri strumenti di guerra arrugginiti e
polverosi, gli scaffali e gli armadi erano vuoti e le fucine spente. Eccetto
una: una piccola stanza che s'apriva sulla sala interna ove si trovava un
focolare che sfogava nella stessa canna fumaria del camino della sala. A
volte Mîm lavorava qui senza però consentire mai ad altri di stare lì. E
nulla rivelò di una scala nascosta che conduceva dalla sua casa alla cima
piatta dell'Amon Rûdh. Andróg la scoprì per caso quando, affamato, si
mise alla ricerca delle provviste di cibo di Mîm e si perse nelle grotte; ma
tenne per sé la scoperta. Durante il resto di quell'anno non compirono altre
incursioni e, se si dedicavano alla caccia o alla raccolta di cibo, per lo più
lo facevano in piccoli gruppi. Per molto tempo, però, riuscì loro difficile
ritrovare la strada e, a parte Túrin, non più di sei dei suoi uomini riuscirono
a tanto. Però, visto che i più abili di loro potevano tornare al nascondiglio
anche senza l'aiuto di Mîm, misero una sentinella al crepaccio della parete
nord, giorno e notte. Dal sud, non si aspettavano nemici, né c'era il rischio
che qualcuno scalasse l'Amon Rûdh da quel lato. Ma di giorno c'era quasi
sempre un'altra sentinella di guardia sulla vetta, così da controllare tutto il
territorio all'orizzonte. Per quanto fossero ripidi i fianchi del colle, si
poteva salire in vetta grazie a dei rozzi gradini intagliati nel fianco
dell'altura a est dell'entrata della caverna, sui quali gli uomini potevano
inerpicarsi senza aiuto.
Così l'anno trascorse, senza scontri né allarmi. Ma, con il passare dei
giorni, la pozza divenne grigia e fredda e spoglie si fecero le betulle;
tornarono anche le forti piogge, per cui dovettero rimanere più spesso al
coperto. E fu così che si stancarono ben presto del buio nelle viscere
dell'altura e della penombra delle sale; e a gran parte di loro sembrò che la
vita potesse essere migliore se non l'avessero dovuta condividere con Mîm.
Troppo spesso questi sbucava da qualche anfratto o soglia ombrosa quando
lo credevano altrove. E, quando si avvicinava, il disagio calava sulla loro
conversazione. Presero l'abitudine di parlare tra loro sempre sottovoce.
Eppure, anche se a loro sembrava strano, per Túrin non era così. Anzi,
questi diventava ogni giorno più amico del vecchio Nano e sempre più di
buon grado ne ascoltava i consigli. Durante il successivo inverno, molte
furono le ore che trascorse con Mîm, ascoltando i suoi insegnamenti e i
racconti della sua vita; né Túrin lo redarguiva al sentirlo parlar male degli
Eldar. Dal parte sua, Mîm ne sembrava piuttosto compiaciuto e mostrava
grande attaccamento a Túrin, che era l'unico ammesso a volte nella sua
fucina, dove parlavano a bassa voce.

Ma al finire dell'autunno, l'inverno si fece davvero sentire. Prima del


periodo natalizio, la neve scese dal nord più abbondante di quanto non ne
avessero mai vista nelle valli del fiume. In quel tempo, e sempre più con
l'aumentare del potere di Angband, gli inverni si fecero più rigidi nel
Beleriand. L'Amon Rûdh era sotto una fitta coltre di neve e solo i più arditi
avevano il coraggio di andare in giro. Alcuni si ammalarono e tutti
sentivano i morsi della fame. Nella debole luce di un giorno d'inverno,
apparve all'improvviso tra loro un Uomo, così sembrò, grande e
corpulento, avvolto da un candido manto con cappuccio. Aveva eluso la
sorveglianza e si era accostato al fuoco senza proferire parola. Come i
presenti balzarono in piedi impauriti, quegli, ridendo, si tirò indietro il
cappuccio. Riconobbero allora in lui Beleg Arcoforte. Sotto la sua ampia
cappa portava un grosso fardello nel quale recava molte cose per aiutare
gli uomini.
E fu così che Beleg tornò da Túrin, arrendendosi all'affetto piuttosto che
alla saggezza. Túrin ne fu davvero lieto, perché spesso si era pentito della
sua testardaggine; e ora i desideri del suo cuore erano esauditi senza che
questi dovesse umiliarsi o dovesse cedere. Ma se Túrin era felice,
altrettanto non si può dire di Andróg né di qualcun altro della sua
compagnia. Sembrò loro che Beleg e il loro comandante si fossero dati
appuntamento e che questi lo avesse a loro tenuto nascosto. Andróg li
osservava sospettoso mentre i due in conversazione sedevano in disparte.
Beleg aveva portato con sé l'Elmo di Hador ritenendo che forse sarebbe
valso a indurre Túrin a guardare un po' più in là di quell'esistenza nelle
selve, a capo di una misera banda. E nel tirar fuori l'elmo, disse a Túrin:
«Questo è tuo: te l'ho riportato. Mi è stato affidato nelle marche
settentrionali; ma non credo che sia stato dimenticato».
Al che Túrin: «Quasi. Ma non succederà più». E sedette in silenzio e
assorto nei suoi pensieri guardava lontano finché, all'improvviso, non
scorse il luccichio di qualcos'altro che Beleg teneva in mano. Era il regalo
di Melian e le foglie d'argento rosseggiavano alla luce del fuoco; e quando
Túrin scorse il sigillo, il suo sguardo si rabbuiò: «Che hai lì?» domandò.
«Il più gran dono che chi ti ama può darti» rispose Beleg. «Questo è il
lembas in Elidh, il pan di via degli Eldar, che nessun uomo ha mai
assaggiato.»
«L'elmo dei miei padri lo accetto ben volentieri dalle tue mani, ma non
voglio doni dal Doriath» disse Túrin.
«Quand'è così, rimanda indietro la tua spada e le tue armi» replicò
Beleg. «E rimanda indietro anche gli insegnamenti e l'educazione che hai
ricevuto da ragazzo. Lascia che i tuoi uomini, che (tu dici) esserti stati
fedeli, muoiano nel deserto per soddisfare i tuoi capricci! E poi, questo
viatico era un dono fatto a me, non già a te, e io posso farne quel che
voglio. Non mangiarlo se ti va di traverso; ma altri può darsi che siano più
affamati e meno orgogliosi.»
Gli occhi di Túrin dardeggiavano, ma quando incontrarono il volto di
Beleg, il fuoco che era in essi si spense e tornarono grigi e questi disse con
un filo di voce, difficile a udirsi: «Mi chiedo, amico, se ti degnerai di
tornare da un tale screanzato. Da te prenderò qualunque cosa, anche i
rimproveri. D'ora in poi mi consiglierai in tutto, a eccezione della strada
per il Doriath».
CAPITOLO VIII

LA TERRA DELL'ARCO E DELL'ELMO

Nei giorni che seguirono, Beleg molto si prodigò per il bene della
compagnia. Coloro che erano feriti o malati furono da lui curati e
prontamente guarirono, giacché a quei tempi gli Elfi Grigi erano ancora
gente superiore, possedevano un grande potere sulle vie della vita e su
tutte le cose viventi; e, sebbene fossero meno abili e sapienti degli Esiliati
da Valinor, possedevano molte arti che non erano alla portata degli
Uomini. Inoltre, Beleg l'Arciere era tenuto in grande considerazione dalla
gente del Doriath: era forte e resistente, lungimirante e previdente e, al
bisogno, valoroso in battaglia, potendo contare non solo sulla sua veloce
freccia, ma anche sulla sua grande spada Anglachel. Ma l'odio crebbe
sempre più nel cuore di Mîm, che odiava tutti gli Elfi, e, come si racconta,
era geloso dell'affetto che Túrin nutriva per Beleg.
Passato l'inverno, con la primavera i fuorilegge ebbero ben presto lavoro
ben più duro da fare. La potenza di Morgoth fu mobilitata. Ma chi poteva
misurare l'ampiezza dei suoi disegni, di colui che era stato Melkor,
possente tra gli Ainur del Grande Canto, e adesso se ne stava, tenebroso
signore, sullo scuro trono al Nord, valutando, nella sua perfidia, tutte le
notizie che gli giungevano da spie o traditori, vedendo con gli occhi della
sua mente e compenetrando molto di più nelle azioni e nelle intenzioni dei
suoi nemici, anche più di quanto non paventasse il più prudente tra loro, a
eccezione di Melian la Regina? A lei sovente si spingeva il suo pensiero,
ma ne era frustrato.
In quell'anno, allora, volse la sua malvagità alle terre a ovest del Sirion,
dove ancora un potere gli si opponeva. Gondolin era ancora in piedi, ma
era nascosta. Nel Doriath, lo sapeva, non poteva ancora entrare. Più in là si
trovava il Nargothrond per il quale nessuno dei suoi servi aveva ancora
scoperto la strada, persino il nome faceva loro paura. Lì la gente di Finrod
viveva in celata forza. E ben lontano dal Sud, di là dai bianchi boschi di
betulle del Nimbrethil, dalle coste di Arvernien e dalle Bocche del Sirion,
giunsero voci circa i Porti delle Navi. Lì non poteva arrivare prima di far
cadere tutto il resto.
Così ora gli Orchi scesero dal Nord in grandissimo numero. Giunsero
attraverso l'Anach e il Dimbar fu conquistato e tutte le marche
settentrionali del Doriath ne furono infestate. Lungo l'antica strada, che
passava attraverso la lunga gola del Sirion, superata l'isola dove un tempo
si levava la Minas Tirith di Finrod, e più avanti attraverso la contrada tra il
Malduin e il Sirion e lungo i margini del Brethil giunsero fino ai Guadi del
Teiglin. Di lì la via proseguiva verso la Piana Sorvegliata; e poi ai piedi
degli altipiani controllati dall'Amon Rûdh, e giù giù dentro la valle del
Narog arrivava infine al Nargothrond. Ma gli Orchi non la percorsero per
lungo tratto, almeno per il momento, perché nelle selve dimorava adesso
un terrore che vi si celava e, sulla collina rossa, erano occhi vigilanti di cui
non erano stati avvertiti.
Quella primavera, Túrin si era rimesso in capo l'Elmo di Hador e Beleg
ne era felice. Al principio la loro compagnia contava meno di cinquanta
uomini, ma il saper vivere e cacciare nei boschi di Beleg e il valore di
Túrin li facevano sembrare un esercito agli occhi dei loro nemici. Gli
esploratori degli Orchi erano stati messi in fuga, i loro accampamenti spiati
e se si radunavano per marciare in forza in qualche luogo stretto, da dietro
le rocce o dall'ombra degli alberi sbucavano l'Elmo-di-Drago e i suoi
uomini, alti e fieri. Ben presto, al solo suono del corno sulle colline, i loro
capitani perdevano coraggio e gli Orchi se ne scappavano prima che una
freccia venisse scagliata o una spada fosse sguainata.

Si è narrato che quando Mîm cedette la sua dimora nascosta sull'Amon


Rûdh a Túrin e alla sua compagnia, chiese che colui che aveva scagliato la
freccia che aveva ucciso suo figlio rompesse il suo arco e le sue frecce e li
ponesse ai piedi di Khîm: quell'uomo era Andróg. E fu così che davvero
controvoglia Andróg fece come richiesto da Mîm. E per di più, Mîm
dichiarò che Andróg non doveva mai più portare arco e frecce; e gettò su
di lui la maledizione che se lo avesse comunque fatto, quel tipo di arma gli
avrebbe dato la morte.
Ora, nella primavera di quell'anno, Andróg, a dispetto della maledizione
di Mîm, prese di nuovo in mano un arco in una uscita dalla Bar-en-
Danwedh; e fu così che fu colpito da una freccia avvelenata degli Orchi e
fu riportato indietro moribondo e in preda al dolore. Ma Beleg guarì la sua
ferita e, per questo, l'odio di Mîm per Beleg crebbe ulteriormente perché
così facendo aveva vanificato la sua maledizione; ma disse «tornerà a
mordere».
Quell'anno per tutto il Beleriand, tra i boschi e lungo i fiumi, per i passi
e di là dalle alture, si sussurrava che l'Elmo e l'Arco caduti nel Dimbar
(così si pensava) si fossero risollevati contro ogni speranza. E quindi
accadde che molti, sia Elfi che Uomini, che erano senza capi, spodestati
ma non piegati, coloro che rimanevano dopo le battaglie e le sconfitte e le
terre ridotte alla desolazione, ripresero coraggio e si recarono in cerca dei
Due Capitani, sebbene non si sapesse dove fosse la loro fortezza. Túrin
accoglieva volentieri tutti coloro che venivano a lui, ma, su consiglio di
Beleg, non ammetteva nessun nuovo arrivato al suo rifugio sull'Amon
Rûdh (che adesso era chiamato Echad i Sedryn: Campo dei Fedeli); la
strada per giungervi la conoscevano solo quelli della Vecchia Compagnia e
nessun altro vi era ammesso. Ma tutt'attorno furono costruiti altri
accampamenti e forti ben vigilati: nella foresta a est come sugli altipiani,
tra le paludi a sud, dalla Methed-en-glad («la fine del bosco») al Bar-erib,
qualche lega a sud dell'Amon Rûdh, in quella che un tempo era terra fertile
tra il Narog e le Paludi del Sirion. Da tutti questi luoghi gli uomini
potevano vedere la sommità dell'Amon Rûdh e, tramite segnali, ricevere
notizie e comandi.
Così, prima della fine dell'estate, i seguaci di Túrin erano diventati una
forza cospicua e il potere di Angband venne respinto. Ne giunse notizia
anche nel Nargothrond dove molti divennero impazienti perché
sostenevano che, se un bandito poteva far tanto danno al Nemico, che cosa
non avrebbe mai potuto il Signore di Narog? Però Orodreth, re di
Nargothrond, non era disposto a cambiare parere. In ogni cosa seguiva
Thingol, con il quale scambiava messaggi per vie segrete; ed era un saggio
signore, essendo la sua saggezza propria di coloro che hanno cura
soprattutto del proprio popolo, e nutriva il desiderio di conservarne più a
lungo la vita e i beni nonostante le brame del Nord. Ragion per cui, non
consentì a nessuno della sua gente di andare da Túrin e inviò a questi
messaggeri per comunicargli che, qualsiasi cosa facesse o progettasse nel
corso della sua guerra, non doveva metter piede nella terra del
Nargothrond, né spingere gli Orchi verso questa. Ma offrì ai Due Capitani
aiuti di altro genere che non fossero di braccia, qualora ne avessero
bisogno (e si ritiene che vi fosse indotto da Thingol e Melian).
Allora Morgoth ritirò la mano, quantunque frequenti fossero gli attacchi
simulati, cosicché i ribelli potessero acquistare eccessiva fiducia dalle
facili vittorie. E fu davvero così e Túrin diede il nome di Dor-Cúarthol a
tutto il territorio fra il Teiglin e la marca occidentale del Doriath; e,
rivendicando per sé la signoria di questo, si cambiò il nome in Garthol, il
Terribile Elmo; e il suo cuore tornò a esultare. Ma a Beleg sembrò ora che
l'Elmo avesse avuto su Túrin un effetto diverso da quello sperato; e
aspettava con animo turbato quello che il futuro avrebbe portato.
Un giorno, mentre l'estate stava scorrendo via, Beleg e Túrin stavano
seduti nell'Echad, riposandosi dopo tanto litigare e marciare, e Túrin disse
a Beleg: «Perché sei triste e pensieroso? Forse che non tutto va per il
meglio da quando sei tornato da me? Forse che i miei propositi non si sono
rivelati validi?».
E Beleg: «Tutto va per il meglio. I nostri nemici sono ancora in preda
alla sorpresa e alla paura. E altri giorni felici ci aspettano, almeno per un
po'».
Al che Túrin: «E poi?».
«L'inverno» replicò Beleg «e poi un altro anno, per quelli che
sopravviveranno.»
«E poi?»
«E poi l'ira di Angband. Abbiamo scottato la punta delle dita della Mano
Nera, niente di più. Ma non si ritirerà.»
«Non è forse l'ira di Angband il nostro scopo e la nostra delizia?» disse
Túrin. «Cos'altro vorresti ch'io facessi?»
Rispose Beleg: «Lo sai benissimo; ma di quella via mi hai proibito di
parlarti. Adesso però ascoltami: il re o il comandante di un grande esercito
ha varie necessità. Deve disporre di un nascondiglio sicuro, e deve avere
ricchezze e molta gente la cui opera non consista nel guerreggiare. Ma con
il numero cresce il fabbisogno di cibo, superiore a quanto non possano
fornirne le selve ai cacciatori. E così va in fumo la segretezza. Amon Rûdh
è un luogo per pochi: ha occhi e orecchie. Ma è isolato e visibile da
lontano. E non occorrono chissà quali forze per stringerlo d'assedio, a
meno che non vi sia un esercito a difenderlo, più grande di quello di cui
disponiamo e di cui potremo mai disporre».
«Ciò non toglie che io voglia essere comandante del mio esercito» disse
Túrin «e se dev'essere ch'io cada, cadrò. Qui mi trovo sul sentiero di
Morgoth e finché sarò qui Morgoth non potrà servirsi della Strada
Meridionale.»

Racconti dell'Elmo-di-Drago nella terra a ovest del Sirion giunsero


presto alle orecchie di Morgoth e quegli rise giacché ora Túrin tornava a
rivelarglisi, dopo che a lungo lo aveva perso nell'ombra e sotto i veli di
Melian. Ma cominciò a temere che, se la forza di Túrin fosse cresciuta
eccessivamente, la sua maledizione su di lui si sarebbe spezzata e sarebbe
così sfuggito al destino che gli aveva preparato; oppure avrebbe potuto
rifugiarsi nel Doriath e così lo avrebbe perso di vista di nuovo. Quindi ora
aveva in mente di catturarlo e di affliggerlo anche, come suo padre, di
tormentarlo e renderlo suo schiavo.
Beleg aveva visto giusto quando disse a Túrin che non avevano altro che
scottato le dita della Mano Nera e che non si sarebbe fermata. Ma Morgoth
non svelò i suoi piani e per il momento si accontentò d'inviare i suoi
migliori esploratori e ben presto Amon Rûdh fu chiuso in un cerchio di
spie, che si annidavano insospettate nella landa senza fare alcuna mossa
contro le bande di uomini che entravano e uscivano.
Ma Mîm si era accorto della presenza degli Orchi nella terra dell'Amon
Rûdh e l'odio che portava a Beleg lo spinse ora con il cuore ottenebrato a
una malvagia decisione. Un giorno sul finire dell'anno disse agli uomini a
Bar-en-Danwedh che si sarebbe recato con suo figlio Ibun a raccogliere
radici per la provvista invernale; ma il vero scopo era di cercare i servi di
Morgoth e di guidarli al nascondiglio di Túrin.7
Ciò non di meno, tentò d'imporre certe condizioni agli Orchi, che gli
risero in faccia. Ma Mîm disse loro che ne sapevano ben poco se
pensavano che avrebbero potuto ottenere qualcosa da un Nanerottolo con
la tortura. Allora gli chiesero quali fossero le condizioni e Mîm fece le sue
richieste: la ricompensa l'avrebbe voluta in ferro per il peso di ogni uomo
che avrebbero catturato o ucciso, ma per Túrin e Beleg voleva
l'equivalente in oro. Inoltre, la casa di Mîm, una volta liberata di Túrin e
della compagnia, sarebbe dovuta tornare a lui e che lo si sarebbe dovuto
lasciare in pace; e che Beleg fosse lasciato lì legato che ci avrebbe pensato
lui stesso; e Túrin fosse lasciato andare libero.
A queste condizioni, gli emissari di Morgoth acconsentirono
7
Ma si dice in un altro racconto che Mîm non incontrò gli Orchi
deliberatamente. Sarebbe stata invece la cattura di suo figlio da parte di
questi e la minaccia della tortura che lo avrebbero indotto al tradimento.
immediatamente, non avendo alcuna intenzione di onorare né la prima né
la seconda. Il comandante degli Orchi pensò che il destino di Beleg
potesse pure essere abbandonato nelle mani di Mîm; ma quanto a lasciare
che Túrin andasse via libero, «vivo ad Angband» erano i suoi ordini. Nel
concordare le condizioni, insistette che tenessero Ibun in ostaggio. E fu
allora che Mîm si spaventò e cercò di ritirarsi dall'iniziativa oppure
scappare. Ma gli Orchi avevano in mano suo figlio, così Mîm fu costretto a
guidarli al Bar-en-Danwedh e fu così che la Casa del Riscatto venne
tradita.
Si narra che la massa rocciosa che costituiva la corona o cappuccio
dell'Amon Rûdh fosse sopra liscia o piatta, ma per quanto fossero ripidi i
suoi fianchi, gli uomini potevano raggiungere la sommità arrampicandosi
su una scala intagliata nella roccia che portava su dalla terrazza di fronte
all'entrata della casa di Mîm. Sulla sommità erano di guardia delle
sentinelle e dovevano avvertire se si avvicinassero dei nemici. Ma gli
Orchi, guidati da Mîm, giunsero al livello della terrazza di fronte alle porte
e Beleg e Túrin furono ricacciati all'entrata del Bar-en-Danwedh. Alcuni
degli uomini che cercarono di arrampicarsi sugli scalini nella roccia furono
uccisi dalle frecce degli Orchi. Túrin e Beleg, ritiratisi nella grotta, fecero
rotolare un grande masso davanti al passaggio. Alle strette, Andróg rivelò
loro l'esistenza di una scala nascosta che portava alla sommità dell'Amon
Rûdh che si dice lui avesse scoperta quando si era perso in giro per le
grotte. Allora Túrin e Beleg con molti altri dei loro uomini salirono per
quella scala e uscirono sulla sommità, sorprendendo quei pochi Orchi che
già si trovavano lì avendo percorso il sentiero esterno, e lì buttarono giù
nel precipizio. Per un po' riuscirono a tener a bada gli Orchi che si
arrampicavano sulle rocce, ma non v'era rifugio sulla nuda cima e molti
vennero colpiti dal basso. Il più valoroso fu Andróg, che cadde ferito a
morte da una freccia in cima alla scala esterna.
Allora Túrin e Beleg, insieme a dieci degli uomini rimasti, ripiegarono
verso il centro della sommità dov'era un masso eretto e, formando un
cerchio attorno a questo, si difesero finché non caddero tutti uccisi, salvo
Beleg e Túrin che furono intrappolati nelle reti degli Orchi. Túrin fu legato
e portato via; anche Beleg, che era ferito, fu legato, ma posto in terra con i
polsi e le caviglie legati a dei puntelli di ferro infissi nella roccia.
Ora, avendo gli Orchi scoperto la scala segreta, lasciarono la sommità ed
entrarono a Bar-en-Danwedh che lordarono e devastarono. Non trovarono
Mîm, che si aggirava non visto per le grotte. Quando lasciarono Amon
Rûdh, Mîm riapparve sulla sommità e, direttosi dove giaceva Beleg in
ceppi, esultava malignamente mentre affilava un coltello.
Ma Mîm e Beleg non erano gli unici esseri in vita su quella altura di
pietra. Andróg, sebbene ferito mortalmente, strisciò tra i cadaveri verso di
loro e, afferrata una spada, la scagliò contro il Nano. Terrorizzato Mîm si
precipitò giù dal colle e sparì: corse giù per il ripido e difficile sentiero
delle capre che però conosceva. Ma Andróg, raccolte tutte le forze
rimastegli, slegò i polsi e i piedi di Beleg liberandolo e, morendo, disse:
«Le mie ferite sono troppo profonde perché tu le possa guarire».
CAPITOLO IX

LA MORTE DI BELEG

Beleg cercò Túrin fra i morti onde dargli sepoltura; ma non riuscì a
trovare il suo corpo. Allora si rese conto che il figlio di Húrin era ancora
vivo ed era stato tratto ad Angband; ma rimase di necessità a Bar-en-
Danwedh finché le sue ferite non furono guarite. Con scarse speranze si
dipartì cercando di trovare tracce degli Orchi e le rinvenne presso i Guadi
del Teiglin. Lì si erano divisi, alcuni passando lungo i bordi della Foresta
di Brethil verso il Guado di Brithiach, altri andandosene a occidente. E
sembrò ovvio a Beleg che avrebbe dovuto seguire quelli che erano andati a
gran velocità ad Angband, attraverso il Passo di Anach. Perciò marciò
senza sosta attraverso Dimbar e su per il Passo di Anach nell'Ered
Gorgoroth, le Montagne del Terrore, e così fino agli altipiani di Taur-nu-
Fuin, la Foresta sotto la Notte, una regione di terrore e oscuro incanto, del
vagare e della disperazione.
Sorpreso dal calar della notte in quella malefica terra, successe che
Beleg scorse una piccola luce tra gli alberi e, andando verso questa, trovò
un Elfo che giaceva addormentato sotto un grande albero morto: accanto
alla testa c'era una lampada dalla quale era scivolata via la copertura.
Allora Beleg svegliò il dormiente e gli diede del lembas; poi gli chiese
quale sorte lo avesse condotto in quel terribile luogo. E questi si disse
Gwindor, figlio di Guilin.
Addolorato Beleg lo guardò, giacché Gwindor non era che l'ombra,
curva e impaurita, del sembiante e degli atti di un tempo quando, alla
Battaglia delle Innumerevoli Lacrime, quel signore di Nargothrond s'era
spinto fino alle porte stesse di Angband e lì era stato catturato. Ma dei
Noldor che Morgoth catturava, pochi venivano messi a morte, a ragione
della loro abilità nel forgiare e ricercare metalli e gemme; e Gwindor non
fu ucciso, ma messo a lavorare nelle miniere del Nord. Questi Noldor
possedevano molte delle lampade fëanoriane, che erano dei cristalli
sospesi in una reticella, sempre risplendenti di una luce interna azzurra,
meravigliosi per trovare la strada nel buio della notte o nelle gallerie; di
queste lampade essi stessi non conoscevano il segreto. Molti degli Elfi
riuscirono a trovare così la strada per scappare dalle oscure miniere. Ma
Gwindor ricevette una spada da uno che lavorava nelle fucine e si rivoltò
all'improvviso contro una delle guardie. Scappò, ma ci rimise una mano; e
ora giaceva esausto sotto i grandi pini della Taur-nu-Fuin.
Da Gwindor, Beleg apprese che la piccola compagnia di Orchi avanti a
loro e dalla quale si era nascosto, non aveva prigionieri e andava di gran
volata: si trattava forse di un'avanguardia che recava notizie ad Angband.
A queste nuove Beleg si disperò, giacché aveva pensato che le tracce che
aveva visto svoltare a occidente dopo i Passi del Teiglin fossero quelle di
una schiera più grande che, alla maniera degli Orchi, era andata razziando
il territorio, saccheggiando e cercando cibo e che questa potesse ora far
ritorno a Angband attraverso la «Terra Stretta», la lunga gola del Siríon,
molto più a ovest. Se fosse stato così, la sua unica speranza sarebbe stata
quella di tornare al Guado di Brithiac per poi proseguire a nord verso il Tol
Sirion. Si era ben poco soffermato su questo, quando sentirono il rumore di
una grande guarnigione che attraversava la foresta da sud. Nascosti tra i
rami di un albero, osservarono i servi di Morgoth passare: si muovevano
lentamente, carichi di bottino e prigionieri, ed erano circondati da lupi. E
videro Túrin con le mani in catene che veniva spinto avanti a frustate.
Allora Beleg gli raccontò dello scopo del suo viaggio nella Taur-nu-Fuin
e Gwindor cercò di dissuaderlo, dicendo che non avrebbe potuto far altro
che raggiungere Túrin per poi subire con lui le afflizioni che lo
attendevano. Ma Beleg non aveva intenzione di abbandonare Túrin e, pur
disperandosi, fece rinascere la speranza nel cuore di Gwindor; e insieme
proseguirono seguendo gli Orchi finché non giunsero fuori dalla foresta,
sulle alte pendici che scendono verso le nude dune di Anfauglith. Lì, in
vista delle cime delle Thangorodrim, gli Orchi piantarono il loro
accampamento in una piccola valle spoglia e posero tutt'attorno lupi a far
da sentinella. Fecero baldoria e gozzovigliarono con il loro bottino e, dopo
aver tormentato i loro prigionieri, molti di loro caddero, ubriachi,
addormentati. A quel punto la luce del giorno andava affievolendosi finché
non fu buio pesto. Una gran tempesta avanzava dall'occidente e un tuono
rombò in lontananza, mentre Beleg e Gwindor avanzavano strisciando
verso la valletta.
Quando all'accampamento tutti furono addormentati, Beleg prese il suo
arco e, nell'oscurità, fulminò quattro dei lupi di guardia sul lato
meridionale, uno a uno e in silenzio. Quindi, con grandissimo rischio,
penetrarono nel campo e trovarono Túrin incatenato mani e piedi a un
albero secco. I coltelli che gli erano stati lanciati contro dai suoi
tormentatori erano infitti tutt'attorno a lui nel tronco, ma egli era incolume;
e sembrava tramortito da un innaturale stordimento o sprofondato in un
sonno d'infinita stanchezza. Allora Beleg e Gwindor tagliarono i lacci che
lo tenevano legato all'albero e trasportarono Túrin fuori dal campo. Ma era
eccessivamente pesante per trascinarlo troppo lontano e non riuscirono a
portarlo più in là di un boschetto di rovi, in alto sulle pendici sopra
l'accampamento. Quivi lo deposero al suolo; ed ecco ormai la tempesta
farsi più vicina e i fulmini lampeggiavano sulle Thangorodrim. Beleg
trasse la sua spada Anglachel e con essa tagliò i lacci che impedivano
Túrin; ma il fato era più forte quel giorno e volle che la lama di Eöl l'Elfo
Scuro gli scivolasse mentre la maneggiava, ferendo Túrin al piede.
Ridestandosi in preda a un eccesso di rabbia e paura, e scorgendo uno
chino su di lui con una lama snudata in pugno, Túrin balzò in piedi con un
forte grido, credendo che gli Orchi fossero tornati a tormentarlo e, lottando
con quegli nel buio, s'impadronì di Anglachel e trafisse Beleg Cúthalion,
credendolo un avversario. Ma, quando si tirò su, scoprendosi libero e
pronto a vender cara la pelle ai suoi immaginari nemici, ecco che su di loro
si accese accecante la luce di una saetta e, a quel chiarore, riconobbe il
volto di Beleg. Túrin restò impietrito e silenzioso al cospetto di quella
morte atroce, consapevole di ciò che aveva fatto; e così terribile era il suo
volto rischiarato dai lampi che a sprazzi illuminavano il cielo intorno a
loro, che Gwindor s'appiattì al suolo senza più osare levare lo sguardo.
Ecco però che nell'accampamento sottostante gli Orchi si svegliarono,
sia per il temporale che per il grido lanciato da Túrin, e scoprirono che
questi era fuggito; ma non si misero in cerca di lui giacché erano in preda
al terrore per il tuono che proveniva dall'occidente e credevano che fosse
stato inviato contro di loro dai Grandi Nemici di là dal Mare. Poi si levò il
vento e una furiosa pioggia cadde e torrenti si rovesciarono giù dalle alture
di Taur-nu-Fuin. Sebbene Gwindor gridasse a Túrin avvertendolo
dell'enorme pericolo, quegli non gli rispose e rimase seduto, immobile e
incapace persino di piangere accanto al corpo di Beleg Cúthalion che
giaceva nella buia foresta ucciso per sua mano, sebbene avesse questi
tagliato a lui i lacci di servaggio che lo immobilizzavano.
Quando venne il mattino, la tempesta era passata proseguendo verso
oriente sul Lothlann e il sole autunnale s'alzava rosso e splendente; ma gli
Orchi lo odiavano quasi quanto i tuoni e, credendo che Túrin fosse fuggito
assai lontano da quel luogo e che ogni traccia ne fosse stata dilavata, se ne
andarono in fretta, ansiosi di far ritorno ad Angband. Gwindor li scorse
marciare verso nord sulle sabbie fumiganti dell'Anfauglith. Così accadde
che fecero ritorno da Morgoth a mani vuote, lasciandosi dietro il figlio di
Húrin, che sedeva, impazzito, privo di senno, sulle pendici della Taur-nu-
Fuin, gravato da una pena più pesante delle loro catene.
Poi Gwindor riuscì a scuotere Túrin perché lo aiutasse a seppellire Beleg
e Túrin si levò come un sonnambulo; insieme deposero Beleg in una fossa
poco profonda e misero accanto a lui Belthronding, il suo grande arco fatto
di nero legno di tasso. Ma la terribile spada Anglachel, quella Gwindor la
prese, dicendo esser meglio che servisse a trar vendetta dei servi di
Morgoth anziché giacere inutilizzata sottoterra; e prese anche il lembas di
Melian per trarne energia nelle selve.
Così finì Beleg Arcoforte, il più fedele degli amici, il massimo in
destrezza di tutti coloro che trovavano ricetto nei boschi del Beleriand nei
Tempi Remoti, e per mano di colui che più aveva amato; e quel dolore era
inciso sul volto di Túrin e mai più si cancellò.

Ma coraggio e forza erano rinati nell'Elfo di Nargothrond e, lasciandosi


alle spalle la Taur-nu-Fuin, condusse via, lontano, Túrin. Neppure una
volta, mentre insieme vagavano per lunghi e affannosi sentieri, Túrin parlò
e andava come chi sia svuotato di desideri e di intenti, mentre l'anno
volgeva al termine e l'inverno calava sulle terre settentrionali. Ma Gwindor
gli era sempre accanto, a proteggerlo e a guidarlo; e così passarono a
ovest, di là dal Sirion, e giunsero infine al Bel Laghetto e a Eithel Ivrin, le
sorgenti dalle quali nasceva il Narog, ai piedi delle Montagne dell'Ombra.
Allora Gwindor parlò a Túrin dicendogli: «Svegliati, Túrin figlio di
Húrin! Sul Lago di Ivrin il riso è perenne. È alimentato da cristalline fonti
inesauribili e lo protegge da ogni contaminazione Ulmo, Signore delle
Acque, che in tempi antichi ne ha plasmato la bellezza». Allora Túrin
s'inginocchiò e bevve di quell'acqua. D'un tratto si gettò a terra, le sue
lacrime finalmente si sciolsero ed egli fu guarito dalla sua follia.
Lì compose un canto in onore di Beleg, che intitolò Laer Cú Beleg, cioè
Canto del Grande Arco, intonandolo ad alta voce, incurante del pericolo. E
Gwindor affidò alle sue mani la spada Anglachel e Túrin s'avvide ch'era
pesante e forte e dotata di grande potere; solo che la lama era nera e
smussata e ottuso il filo. Disse allora Gwindor: «Questa è davvero una
strana lama, ben diversa da qualunque altra lama da me vista nella Terra di
Mezzo. Si duole per Beleg proprio come fai tu. Ma confortati perché io
faccio ritorno nel Nargothrond della Casa di Finarfin, dove vidi la luce e
abitai prima del mio dolore. E tu verrai con me, guarirai e ti rinnoverai».
«Ma tu, chi sei?» disse Túrin.
«Un Elfo ramingo, uno schiavo fuggiasco, che Beleg ha incontrato e
confortato» rispose Gwindor. «Eppure, un tempo io ero Gwindor, figlio di
Guilin, un signore del Nargothrond, finché andai alla Nirnaeth Arnoediad e
venni tratto schiavo ad Angband.»
«Dunque, hai visto Húrin, figlio di Galdor, il guerriero del Dor-lómin?»
chiese Túrin.
«No, non l'ho visto personalmente» rispose Gwindor «ma di lui si dice
ad Angband che continui a sfidare Morgoth e che questi abbia lanciato una
maledizione su di lui e su tutta la sua stirpe.»
«Ci credo davvero» disse Túrin.
Poi si alzarono e, partiti da Eithel Ivrin, si avviarono verso sud lungo le
rive del Narog, finché furono catturati da esploratori degli Elfi e condotti
come prigionieri nella rocca nascosta. E fu così che Túrin giunse nel
Nargothrond.
CAPITOLO X

TÚRIN NEL NARGOTHROND

Dapprima il suo popolo stesso non riconobbe Gwindor, che se n'era


andato giovane e forte e adesso tornava con l'aspetto di uno invecchiato tra
Uomini mortali, e ciò a causa dei tormenti e delle fatiche cui era stato
sottoposto; ed era anche stato mutilato. Ma Finduilas figlia di Orodreth, il
Re, lo riconobbe e gli diede il benvenuto, poiché lo aveva amato, anzi
erano addirittura sposi promessi prima della Nirnaeth; e Gwindor amava di
lei la bellezza a tal punto da chiamarla Faelivrin, cioè il barbagliare del
sole sugli Stagni d'Ivrin.
Così Gwindor giunse a casa e, grazie a lui, Túrin fu accolto perché
Gwindor disse trattarsi di un uomo valoroso, caro amico di Beleg
Cúthalion del Doriath. Ma quando Gwindor stava per svelarne il nome,
Túrin lo trattenne dicendo: «Io sono Agarwaen, figlio di Umarth (che
significa Macchiato di Sangue, figlio di Malasorte), e sono un cacciatore
dei boschi». Sebbene gli Elfi avessero capito che aveva preso questi nomi
a causa dell'uccisione del suo amico (non conoscendo altre motivazioni),
non gli posero altre domande.
La spada Anglachel venne riforgiata per lui da abili fabbri del
Nargothrond e, sebbene i margini fossero rimasti anneriti, balenavano pure
di pallido fuoco. E Túrin stesso divenne noto nel Nargothrond con il nome
di Mormegil, vale a dire Spada Nera, per i racconti delle sue gesta con
quell'arma. Ma Túrin chiamò la spada Gurthang, Ferro di Morte.
Per la sua prodezza e destrezza nelle guerre contro gli Orchi, Túrin
guadagnò i favori di Orodreth e fu ammesso nel suo consiglio. Ora, però, a
Túrin non andava il modo di condurre la guerra da parte degli Elfi del
Nargothrond, tutta imboscate, azioni furtive, frecce scoccate di nascosto, e
premette affinché lo abbandonassero a favore dell'uso della loro forza per
attaccare i servi del Nemico in campo aperto e poi inseguirli. Ma, in seno
al consiglio del Re, Gwindor espresse opinioni contrarie a quelle di Túrin
sulla questione, argomentando che, essendo stato ad Angband e avendo
visto il potere di Morgoth, si era fatto un'idea dei suoi piani. «Piccole
vittorie a lungo andare si mostreranno vane» disse. «Infatti, così Morgoth
verrà a sapere dove trovare i più audaci dei suoi nemici e raccoglierà forze
sufficienti a sterminarli. Tutta la potenza degli Elfi e degli Edain uniti è
bastata appena a trattenerlo e a garantire la pausa di un assedio; lunga,
invero, ma lunga soltanto finché Morgoth non ha colto l'occasione per
rompere il cerchio; e mai più un'alleanza del genere potrà realizzarsi.
Ormai, solo nel segreto risiede la speranza: finché non giungano i Valar.»
«I Valar!» esclamò Túrin. «Vi hanno abbandonato e disprezzano gli
Uomini. A che serve guardare a occidente, al di là del mare sconfinato?
Uno solo è il Vala con cui abbiamo a che fare ed è Morgoth; e se alla fine
non riusciremo a vincerlo, per lo meno potremo fargli del male e
ostacolarlo. Una vittoria è una vittoria, per piccola che sia, né vale solo per
ciò che consegue. Essa, infatti, reca anche vantaggi giacché, se nulla si fa
per fermare Morgoth, tutto il Beleriand cadrà sotto la sua ombra prima di
quanto crediate, e allora a uno a uno Morgoth vi spingerà come fumo fuori
dai vostri focolari. E allora? Allora, uno sparuto residuo fuggirà a sud e a
ovest, per acquattarsi sulle rive del mare, preso tra Morgoth e Osse.
Meglio, allora, assicurarsi un periodo di gloria, per quanto breve sia,
perché non per questo la fine sarà peggiore. Tu parli di segretezza e dici
che in essa risiede l'unica speranza. Ma anche se si potessero tendere
imboscate e sorprendere ogni esploratore e spia di Morgoth, non uno
escluso, in modo che nessuno porti notizie ad Angband, questo gli
basterebbe per sapere che sei vivo e per intuire dove sei. E un'altra cosa io
dico: sebbene gli uomini godano di breve vita rispetto a quella concessa
agli Elfi, meglio per loro gettarla in battaglia che fuggire o sottomettersi.
La sfida di Húrin Thalion è una grande impresa; e, anche se Morgoth ne
uccide l'autore, non può impedire che il fatto sia avvenuto. Perfino i
Signori dell'Occidente lo faranno oggetto di onore; e forse che questo non
è scritto nella storia di Arda, che né Morgoth né Manwë possono
cancellare?»
«Parli di cose elevate» replicò Gwindor «ed è evidente che hai vissuto
tra gli Eldar. Ma sei ottenebrato se metti sullo stesso piano Morgoth e
Manwë; o parli dei Valar come dei nemici degli Elfi e degli Uomini; i
Valar, invece, nulla e nessuno tengono in spregio, tanto meno i figli di
Ilúvatar. Né conosci tutte le speranze degli Eldar. Tra noi ha corso una
profezia secondo la quale un giorno un messaggero della Terra di Mezzo
giungerà, di là dalle ombre, a Valinor, e Manwë gli presterà ascolto e
Mandos si addolcirà. In vista di quel momento, non dobbiamo forse
cercare di conservare il seme dei Noldor, nonché quello degli Edain? E
adesso Círdan dimora nel Sud e vi costruisce navi. Ma che ne sai tu di
navi, che ne sai tu del mare? Tu pensi a te stesso e alla tua gloria e ci esorti
tutti a fare lo stesso. Ma noi dobbiamo pensare ad altri e non solo a noi
stessi, dato che non tutti possono combattere e cadere e costoro dobbiamo
preservarli dalla guerra e dalla rovina finché possiamo.»
«E allora, mandateli alle vostre navi, finché siete in tempo» disse Túrin.
«Non vogliono separarsi da noi» ribatté Gwindor «anche ammettendo
che Círdan riesca a sostentarli. Dobbiamo restare uniti finché possiamo, e
non corteggiare la morte.»
«A tutto ciò ho già dato risposta» replicò Túrin. «Valida difesa dei
confini e duri colpi prima che il nemico si raduni: in questo risiede per voi
la migliore speranza di restare uniti. E coloro di cui tu parli amano forse i
codardi che se ne stanno nei boschi, sempre in caccia come lupi, o
preferiscono che uno si metta l'elmo e imbracci lo scudo istoriato e ricacci
i nemici, anche se questi sono più numerosi del suo esercito? Per lo meno,
questo non è il caso delle donne degli Edain, le quali non hanno certo
trattenuto gli uomini dalla Nirnaeth Arnoediad.»
«Ma le loro sofferenze sono state maggiori di quanto non sarebbe
accaduto se quella battaglia non avesse avuto luogo.»

E Túrin acquistò sempre più i favori di Orodreth e divenne consigliere


capo del Re, il quale gli sottoponeva ogni questione per avere i suoi pareri.
Fu così che in quei giorni gli Elfi del Nargothrond abbandonarono la loro
segretezza e si accumulò una gran quantità di armi. Su consiglio di Túrin,
poi, i Noldor costruirono un enorme ponte sul Narog, davanti alle porte di
Felagund, in modo che i loro eserciti potessero passare di là più
rapidamente, dato che adesso la guerra era principalmente a est del Narog,
nella Piana Sorvegliata. Come marca settentrionale, Nargothrond
comprendeva la «Terra Controversa» vicino alle sorgenti del Ginglith, il
Narog e i margini dei Boschi di Núath. Tra Nenning e Narog non si videro
Orchi. A est del Narog, il loro regno arrivava al Teiglin e ai confini della
Brughiera del Nibin-noeg.
Gwindor cadde in disgrazia perché non era più pronto alla battaglia e la
sua forza era minima. In più, spesso provava dolore al suo arto sinistro
menomato. Mentre Túrin era giovane e solo ora stava raggiungendo la sua
piena virilità. E sembrava, a vederlo, tale e quale il figlio di Morwen
Eledhwen: alto, capelli scuri e pallida pelle, occhi grigi e sul suo volto una
bellezza maggiore di chiunque altro fra gli Uomini mortali nei Tempi
Remoti. Il suo linguaggio e il suo portamento erano degni dell'antico
reame del Doriath e, persino tra gli Elfi, avrebbe potuto essere scambiato a
prima vista per uno delle grandi casate dei Noldor. Così valoroso era Túrin
e così eccezionalmente abile nel maneggiare le armi, specialmente la spada
e lo scudo, che gli Elfi dicevano che non sarebbe mai stato ucciso, se non
per disdetta o a causa di una freccia malefica scoccata da lontano.
Gli fecero allora dono di una cotta da Nano che lo difendesse; e, tetro e
feroce, egli cercò e trovò negli arsenali una maschera da Nano
completamente dorata, se ne rivestì in battaglia e alla sua vista i nemici
fuggivano.
Ora che tutto andava come lui voleva, e tutto andava bene, e aveva
lavoro da fare secondo il suo cuore, e persino onore in esso, Túrin era
sempre gentile e meno cupo di un tempo, così che quasi tutti i cuori
battevano per lui; e molti lo chiamavano Adanedhel, cioè Uomo-Elfo. Ma
più di tutti Finduilas, la figlia di Orodreth, il cui cuore sobbalzava
ogniqualvolta questi le si avvicinava o si trovava nella sala. Finduilas
aveva i capelli d'oro come tutti quelli della Casa di Finarfin e Túrin
cominciò a trarre piacere dalla sua vista e dalla sua compagnia, poiché ella
gli rammentava la sua stirpe e le donne del Dor-lómin che erano nella casa
di suo padre.
Dapprima s'incontrò con lei solo in presenza di Gwindor; ma ben presto
lei cercò di vederlo da solo e a volte le riuscì, anche se sembrava sempre
che avvenisse per caso. E gli domandava degli Edain, pochi dei quali, e
raramente, aveva visto e lo interrogava sul suo paese e sulla sua stirpe.
E Túrin le parlava liberamente di queste cose, pur non nominando mai la
contrada dov'era nato, né alcuno della sua stirpe; e una volta le disse:
«Avevo una sorella, Lalaith, così almeno io la chiamavo; e tu me la
ricordi. Ma Lalaith era una bambina, un fiore giallo tra l'erba verde di
primavera; e se fosse sopravvissuta, forse sarebbe ora oppressa dal dolore.
Ma tu sei regale e simile a un albero dorato. Vorrei avere una sorella così
bella».
«Tu sei regale» disse lei «proprio come i signori del popolo di Fingolfin.
Vorrei avere un fratello valoroso come te. E non credo che Agarwaen sia il
tuo nome, né ti si addice, Adanedhel. Io ti chiamerò Thurin, il Segreto.»
Al che Túrin sobbalzò e disse: «Non è il mio nome; e io non sono un re,
poiché i nostri re appartengono agli Eldar, e io tale non sono».

Ora Túrin si avvide che l'amicizia di Gwindor si andava raffreddando;


constatò anche che, se dapprima il ricordo dell'orrore e della sofferenza di
Angband aveva cominciato ad affievolirsi in lui, sembrava adesso che
stesse risprofondando nella preoccupazione e nel dolore. E pensò che forse
era afflitto perché si opponeva alle sue idee e perché su di lui l'aveva avuta
vinta. Non desiderava che le cose andassero così perché voleva bene a
Gwindor quale sua guida e guaritore e per lui provava pietà. Ma in quei
giorni anche la radiosità di Finduilas si appannò, i suoi passi si fecero lenti,
il suo volto mesto; e Túrin, avvedutosene, sospettò che le parole di
Gwindor le avessero messo paura per quel che poteva accadere.
In verità, l'animo di Finduilas era diviso: teneva in gran conto Gwindor e
provava pietà per lui e non desiderava affatto aggiungere altra sofferenza;
ma, pur non volendo, giorno per giorno cresceva il suo amore per Túrin e
pensava a Beren e a Lúthien. Túrin, però, non era come Beren! Non la
spregiava, anzi era felice in sua compagnia; ma ben sapeva che il suo non
era amore del tipo da lei sperato. La mente e il cuore di Túrin erano
altrove, sulle rive di fiumi, in primavere trascorse da tempo.
Túrin allora parlò a Finduilas e le disse: «Non lasciarti spaventare dalle
parole di Gwindor, che ha sofferto nelle tenebre di Angband. E per uno
valoroso come lui è assai duro essere mutilato e infiacchito a quel modo.
Ha bisogno di conforto e di lungo tempo per guarire».
«Lo so bene» disse lei.
«Ma noi gli assicureremo il tempo che gli occorre!» disse Túrin. «Il
Nargothrond resisterà! Mai più Morgoth il Vile uscirà da Angband e dovrà
affidarsi completamente ai suoi servi: così afferma Melian del Doriath. I
servi sono le dita delle sue mani; quelle dita noi le colpiremo e le
mozzeremo, finché non ritiri le grinfie. Il Nargothrond resisterà!»
«Forse» fece lei. «Resisterà se ne sarete capaci. Ma bada a te, Thurin; il
mio cuore è pesante quando tu vai in battaglia perché temo che il
Nargothrond sia di te privato.»
Poi Túrin andò a cercare Gwindor e gli disse: «Gwindor, amico caro,
stai ripiombando nella tristezza; non lasciarti andare! La tua guarigione
avverrà, infatti, nelle case della tua stirpe e alla luce di Finduilas».
Allora Gwindor fissò Túrin, senza proferire parola, e il suo volto era
rabbuiato.
«Perché mi guardi a quel modo?» domandò Túrin. «Spesso è accaduto,
in questi ultimi tempi, che i tuoi occhi mi abbiano lanciato strani sguardi.
Ti ho forse offeso? Mi sono opposto alle tue idee, ma un uomo deve dire
ciò che pensa, né nascondere la verità o celare ciò in cui crede per motivi
personali. Vorrei che fossimo dello stesso avviso perché ti sono
largamente debitore e non lo dimenticherò mai.»
«Davvero?» chiese Gwindor. «Eppure le tue azioni e i tuoi pareri hanno
trasformato la mia casa e la mia stirpe. La tua ombra si stende su di loro.
Perché dovrei essere lieto dal momento che tutto ho perduto per cederlo a
te?»
Ma Túrin non comprese queste parole e non fece altro che pensare che
Gwindor gli fosse ostile per il posto che occupava nel cuore e nei propositi
del Re.

Ma quando Túrin se ne fu andato, Gwindor rimase seduto immerso in


funesti pensieri e maledì Morgoth che poteva così infliggere dolore ai suoi
nemici in qualunque luogo essi potessero fuggire. Poi disse: «E infine, ora,
credo a quel che ho sentito dire ad Angband: che Morgoth ha maledetto
Húrin e tutta la sua stirpe». Andò a cercare Finduilas e le disse: «Tristezza
e dubbio ti assalgono. Troppo spesso, ormai, non ci incontriamo e
comincio a pensare che tu mi stia evitando. Dato che tu non mi riveli il
perché, debbo tentare d'indovinarlo. Figlia della Casa di Finarfin, che non
vi sia rancore tra noi; infatti, sebbene Morgoth mi abbia rovinato
l'esistenza io continuo ad amarti. Ma va' dove ti porta l'amore, giacché io
sono diventato inadatto a sposarti. E né la mia prodezza, né le mie idee
sono più tenuti in considerazione».
Allora Finduilas pianse. «Non versare ancora lacrime!» disse Gwindor.
«Ma fa' attenzione che non te ne sia dato motivo per farlo. Non si confà ai
Figli Maggiori di Ilúvatar contrarre matrimonio con i Minori; né è cosa
saggia poiché essi vivono poco e ben presto trapassano, lasciando chi li
sposa in vedovanza finché duri il mondo. E, d'alto canto, il destino non lo
permette, se non una o due volte e per ragioni troppo alte perché si riesca a
penetrarle. Ma quest'Uomo non è Beren, anche se è come lui bello e
coraggioso. Una cattiva sorte è invero su di lui, davvero cattiva. Non farla
tua! E, se lo farai, ricordati che il tuo amore ti tradirà arrecandoti amarezza
e morte. Dammi dunque ascolto! Per quanto egli sia davvero un agarwaen
figlio di úmarth, il suo vero nome è Túrin, figlio di Húrin che Morgoth
tiene prigioniero ad Angband e di cui ha maledetto la stirpe. E non
dubitare del potere di Morgoth Bauglir. Non è forse inciso sulla mia
persona?»
Allora Finduilas si levò e il suo aspetto era davvero regale.
«Il tuo sguardo è offuscato, Gwindor» disse. «Evidentemente non vedi o
non comprendi che cosa è accaduto. Devo ora subire la duplice vergogna
per rivelarti la verità? Perché io ti amo, Gwindor, e mi vergogno di non
amarti di più, ma sono stata presa da un amore ancora più grande, al quale
non so sottrarmi. Non l'ho cercato. A lungo ho cercato di soffocarlo. Ma se
io ho pietà delle tue ferite, tu abbi pietà di me. Túrin non mi ama, né mi
amerà.»
«Dici questo» replicò Gwindor «per evitare il biasimo a colui che tu
ami. Perché viene a cercarti e a lungo se ne sta con te e sempre ne ritorna
rallegrato?»
«Perché anche lui ha bisogno di conforto» rispose Finduilas «ed è
lontano dai suoi. Ambedue avete le vostre esigenze. Ma che ne è di
Finduilas? Non è abbastanza che io debba confessarti di non essere amata
e, per giunta, sentirmi dire da te che parlo così per ingannare?»
«No. Una donna in casi del genere difficilmente s'inganna» disse
Gwindor «e non sono molti coloro i quali negherebbero di essere amati, se
invece lo sono.»
«Se qualcuno di noi tre è infedele, quella sono io: non però per mia
volontà. Ma che ne è della vostra sorte e delle notizie da Angband? Notizie
di morte e distruzione? L'Adanedhel gode di grande fama nel Mondo e la
sua statura può darsi che in futuro eguagli quella di Morgoth.»
«È orgoglioso» osservò Gwindor.
«Ma anche misericordioso» fece Finduilas. «Non è ancora ben desto, ma
la pietà può sempre toccarne il cuore ed egli mai la negherà. La pietà
potrebbe rimanere sempre l'unica chiave. Ma per me non ne prova. Nutre
per me rispetto, quasi che fossi sua madre e una regina!»
E forse Finduilas diceva il vero, lei che vedeva le cose con gli acuti
occhi degli Eldar. Ed ecco che Túrin, all'oscuro di ciò che era avvenuto tra
Gwindor e Finduilas, man mano che lei si faceva più triste, le si mostrava
più gentile. Ma un giorno Finduilas disse: «Túrin Adanedhel, perché m'hai
nascosto il tuo vero nome? Forse, se avessi saputo chi eri, ti avrei tenuto in
minor conto, ma avrei meglio compreso il tuo dolore».
«Che vuoi dire?» chiese Túrin. «Chi credi che io sia?»
«Túrin figlio di Húrin Thalion, Comandante del Nord.»

Ora, quando Túrin ebbe appreso da Finduilas quant'era accaduto, montò


in collera e disse a Gwindor: «Io ti voglio molto bene perché mi hai
salvato e per avermi tenuto al sicuro. Ma ecco che tu, amico, mi hai fatto
del male rivelando il mio vero nome: così hai attirato su di me la cattiva
sorte alla quale cercavo di sottrarmi». Ma Gwindor replicò: «Il cattivo
destino è dentro di te, non nel tuo nome».

In quell'intervallo di sollievo e speranza, quando, grazie alle gesta di


Mormegil la potenza di Morgoth venne arginata a ovest del Sirion,
Morwen finalmente fuggì dal Dor-lómin con Niënor sua figlia e si
avventurò in un lungo viaggio verso la dimora di Thingol. Lì nuovo dolore
l'attendeva perché constatò che Túrin se n'era andato e dal Doriath nessuna
notizia era giunta da quando l'Elmo-di-Drago era scomparso dalle contrade
a ovest del Sirion. Ma Morwen rimase nel Doriath con Niënor, entrambe
ospiti di Thingol e Melian e trattate con grande onore.
CAPITOLO XI

LA CADUTA DI NARGOTHROND

Trascorsi cinque anni da quando Túrin era giunto nel Nargothrond, nella
primavera di quell'anno, giunsero due Elfi, che si chiamavano Gelmir e
Arminas ed erano della gente di Finarfin; questi si dissero latori di
un'ambasciata per il Signore del Nargothrond. Túrin a quel tempo
comandava tutte le forze del Nargothrond e si occupava di tutte le
questioni di guerra. Era davvero divenuto duro e fiero e ordinava ogni cosa
a suo piacimento o come riteneva giusto. I due Elfi furono portati al suo
cospetto, ma Gelmir disse: «Noi vorremmo parlare con Orodreth, figlio di
Finarfin».
Giunto che fu Orodreth, Gelmir gli disse: «Signore noi eravamo della
schiera di Angrod e abbiamo a lungo vagato dopo la Nirnaeth; di recente,
però, siamo stati tra i seguaci di Círdan alle Bocche del Sirion. E un giorno
Círdan ci ha convocati e ci ha ingiunto di venire da te perché Ulmo in
persona, Signore delle Acque, gli era apparso per ammonirlo del grande
pericolo che minaccia il Nargothrond».
Orodreth era, però, diffidente e domandò: «E allora, come mai provenite
dal Nord? O avevate per caso altri incarichi?».
Rispose allora Arminas: «Sì, signore. Fin dalla Nirnaeth ho cercato il
Regno Nascosto di Turgon, senza però trovarlo; e in questa ricerca, temo,
ho perduto molto tempo e ho trascurato la commissione che avevo da farti.
Círdan, infatti, ci ha mandati lungo la costa per nave, per ragioni di
sicurezza e perché facessimo in fretta; così abbiamo preso terra a Drengist.
Ma tra i marinai ve n'erano che in anni passati son giunti a sud quali
messaggeri di Turgon e mi è parso di capire, dai loro cauti accenni, che
forse Turgon risiede ancora nel Nord invece che nel Sud, come molti
sostengono. Noi però non abbiamo trovato alcun segno né conferma di ciò
che cercavamo».
«Perché cercate Turgon?» disse Orodreth.
«Perché si dice che il suo regno resisterà più a lungo di ogni altro a
Morgoth» rispose Arminas. E tali parole sembrarono a Orodreth di cattivo
presagio e ne restò turbato.
«Quand'è così, non indugiate nel Nargothrond» disse «perché qui notizie
di Turgon non ne avrete. E non ho bisogno di nessuno che mi dica che il
Nargothrond è in pericolo.»
«Non adirarti, signore,» disse Gelmir «se alle tue domande rispondiamo
con sincerità. Aggiungo che la nostra deviazione nel venire da te non è
stata infruttuosa perché ci siamo spinti più in là di quanto non facciano i
tuoi esploratori più avanzati: abbiamo attraversato il Dor-lómin e tutte le
contrade ai piedi degli Ered Wethrin; siamo poi andati a esplorare il Passo
del Sirion, spiando le vie del Nemico. In quelle regioni è in corso un
grande raduno di Orchi e perfide creature, e un esercito si sta raccogliendo
attorno all'isola di Sauron.»
«Lo so» intervenne Túrin. «Le vostre notizie sono superate. Se il
messaggio di Círdan doveva servire a qualcosa, prima doveva giungere.»
«Per lo meno lo udrai adesso, signore» gli disse Gelmir. «Ascolta allora
le parole del Signore delle Acque il quale ha così parlato a Círdan il
Carpentiere: 'Il male del Nord ha contaminato le sorgenti del Sirion e il
mio potere si ritira dalle dita delle acque scorrenti. Ma cosa ben peggiore
sta per accadere: dì, pertanto, al signore del Nargothrond: serra le porte
della fortezza e non uscirne. Getta le pietre del tuo orgoglio nel fiume
fragoroso, sì che nessuna strisciante sciagura riesca a scovare l'uscio'.»
Queste parole sembrarono oscure a Orodreth, il quale, come sempre, si
rivolse per consiglio a Túrin che però, non fidandosi dei messaggeri, disse
con tono sprezzante: «E che ne sa Círdan delle nostre guerre, lui che vive
vicino al Nemico? Che il marinaio si occupi delle sue navi! Invero, però,
se il Signore delle Acque volesse mandarci consiglio, che parli più chiaro.
Altrimenti a qualcuno addestrato alla guerra sembrerebbe nel nostro caso
più opportuno raccogliere le proprie forze e andare coraggiosamente
incontro ai nemici, prima che si avvicinino troppo».
Allora Gelmir s'inchinò a Orodreth e disse: «Ho parlato come mi era
stato ordinato, signore» e si allontanò. Arminas, però, chiese a Túrin: «Sei
davvero della Casa di Hador, come ho udito dire?».
«Qui sono chiamato Agarwaen, la Spada Nera del Nargothrond» rispose
Túrin. «Ti occupi assai, mi sembra, di segreti, amico Arminas. Ed è un
bene che il segreto di Turgon ti sia celato, altrimenti ben presto si verrebbe
a sapere ad Angband. Il nome di un uomo è di sua proprietà e se il figlio di
Húrin venisse a sapere che l'hai tradito mentre voleva restare nascosto,
allora possa Morgoth prenderti e bruciarti la lingua!»
E Arminas restò sgomento per la nera collera di Túrin. Ma Gelmir disse:
«Non sarà tradito da noi, Agarwaen. Non siamo noi forse a consiglio a
porte chiuse per cui si può parlare più liberamente? E se Arminas ti ha
rivolto quella domanda, penso sia perché a tutti coloro che dimorano sulle
rive del Mare è noto che Ulmo nutre grande affetto per la Casa di Hador e
v'è chi dice che Húrin e suo fratello Huor un tempo siano andati nel Reame
Nascosto».
«Se così fosse, Húrin non ne avrebbe parlato con nessuno, grande o
piccolo che fosse, e, men che meno, a suo figlio bambino» ribatté Túrin.
«Ragion per cui Arminas me l'ha chiesto nella speranza di sapere qualcosa
di Turgon. Io diffido dei messaggeri ingannevoli.»
«Risparmiati la diffidenza!» insorse Arminas. «Gelmir mi ha frainteso.
T'ho fatto quella domanda perché dubitavo di ciò che qui sembra sia
opinione diffusa. Ben poco infatti tu somigli a quelli del sangue di Hador,
quale che sia il tuo nome.»
«E tu che ne sai di loro?» domandò Túrin.
«Húrin io l'ho visto,» rispose Arminas «e i suoi padri prima di lui. E nei
deserti del Dor-lómin ho incontrato Tuor, figlio di Huor, fratello di Húrin;
ed egli somiglia ai suoi padri, mentre tu no.»
«Può darsi,» replicò Túrin «sebbene di Tuor non abbia mai sentito finora
parlare. Ma che la mia testa sia bruna o dorata, non me ne vergogno di
certo. Non sono certo io il primo figlio che riprende dalla madre. E
discendo da Morwen Eledhwen della Casa di Bëor e sono consanguineo di
Beren Camlost.»
«Non intendevo riferirmi alla differenza tra il nero e l'oro» riprese
Arminas. «Ma al fatto che altri della Casa di Hador si comportano
diversamente, e Tuor fra loro. Infatti, essi si mostrano cortesi e prestano
orecchio ai buoni consigli, nutrono rispetto per i Signori dell'Occidente. Tu
invece, per ciò che vedo, ti affidi solo a quello che ti detta la tua saggezza
o, magari, solo la tua spada. E parli con tono arrogante. E io ti dico,
Agarwaen Mormegil, che, se fai così, ben diversa sarà la tua sorte da
quella cui uno delle Case di Hador e di Bëor potrebbe aspirare.»
«E diversa è sempre stata» ribatté Túrin. «E se, come sembra, devo
essere oggetto dell'odio di Morgoth a causa del valore di mio padre, devo
dunque sopportare anche gli insulti e i cattivi presagi di un fuggiasco, per
quanto si proclami di stirpe regale? Ascolta il mio consiglio: tornatene alle
sicure coste sul mare.»
Gelmir e Arminas allora se ne andarono, tornando al Sud; ma,
nonostante le ingiurie di Túrin, ben volentieri avrebbero partecipato alla
battaglia accanto a quelli della loro stirpe, e se se ne andarono fu solo
perché Círdan aveva ingiunto loro, su comando di Ulmo, di riportargli
notizie di Nargothrond e della loro missione presso Orodreth. E
quest'ultimo restò assai turbato dalle parole dei messaggeri, ma ancor più
indignato dal contegno di Túrin, e per nessuna ragione volle ascoltare i
loro consigli, tanto menò accettare che il grande ponte fosse abbattuto.
Così, almeno in questo le parole di Ulmo furono correttamente
interpretate.

Poco tempo dopo la partenza dei messaggeri, Handir, signore del


Brethil, venne ucciso allorché gli Orchi ne invasero la contrada, cercando
di assicurarsi i Guadi del Teiglin in vista di un ulteriore avanzamento.
Handir li affrontò in battaglia, ma gli Uomini del Brethil ebbero la peggio
e furono ricacciati nei loro boschi. Gli Orchi non li inseguirono perché, per
il momento, il loro scopo era stato raggiunto. E continuarono a radunare le
loro forze al Passo del Sirion.
Nell'autunno di quell'anno, scelto il momento opportuno, Morgoth
lanciò contro la gente del Narog il grande esercito che a lungo aveva
preparato; e Glaurung, il Padre dei Draghi, venne per Anfauglith e di lì
penetrò nel bacino settentrionale del Sirion, facendo molti danni.
All'ombra degli Ered Wethrin, alla testa di un grande esercito di Orchi,
contaminò la Eithel Ivrin e poi entrò nel regno del Nargothrond e arse la
Talath Dirmen, la Piana Sorvegliata, tra il Narog e il Teiglin.
Allora i guerrieri del Nargothrond gli uscirono incontro e, quel giorno,
alto e terribile sembrò Túrin; e il morale di tutto l'esercito fu sollevato alla
vista di Túrin che cavalcava alla destra di Orodreth. Ma l'esercito di
Morgoth era ben maggiore di quanto gli esploratori avessero riferito e
nessuno, salvo Túrin, protetto dalla sua maschera da Nano, poté reggere il
confronto con Glaurung. Gli Elfi furono respinti e sconfitti sul campo di
Tumhalad; e lì tutto l'orgoglio dell'esercito di Nargothrond svanì.
Orodreth, il Re, cadde nelle prime file e Gwindor, figlio di Guilin, fu ferito
a morte. Ma Túrin volò in suo soccorso e tutti fuggirono davanti a lui; ed
egli trasse Gwindor fuori dalla mischia e, rifugiatosi in un bosco, lo depose
sull'erba.
Allora Gwindor disse a Túrin: «Ora siamo pari! Ma l'aiuto che un tempo
ti diedi è stato sfortunato e vano è il tuo; il mio corpo è, infatti, deturpato
in modo inguaribile e io devo lasciare la Terra di Mezzo. E, sebbene io ti
voglia molto bene, figlio di Húrin, pure mi rammarico di averti un giorno
sottratto agli Orchi. Non fosse infatti per la tua prodezza e il tuo orgoglio,
ancora godrei di amore e di vita e il Nargothrond ancora resisterebbe. Ora,
se mi vuoi bene, lasciami! Affrettati a far ritorno a Nargothrond e salva
Finduilas. E questo ancora voglio dirti: lei sola s'interpone fra te e la tua
sorte. Se tu venissi meno a Finduilas, la sorte non mancherà di piombarti
addosso. Addio!».
Allora Túrin si precipitò a Nargothrond, raccogliendo tutti gli sbandati
che trovava strada facendo; e, mentre marciavano, le foglie cadevano dagli
alberi strappate da un vento impetuoso, poiché l'autunno già lasciava il
posto a un terribile inverno. Ma Glaurung e il suo esercito di Orchi erano
di fronte a lui a causa del soccorso prestato a Gwindor e sopraggiunsero
all'improvviso, prima che quelli che erano di guardia sulla sinistra si
rendessero conto di quanto era successo sul campo di Tumhalad. Quel
giorno il ponte che Túrin aveva fatto in modo che venisse costruito si
rivelò una disgrazia; poiché era grande e ben costruito non si poteva
facilmente abbattere. Sicché il nemico superò senza difficoltà il profondo
fiume e Glaurung, con tutte le sue spire di fuoco, si avventò contro le porte
di Felagund, abbattendole ed entrò.
E quando Túrin sopravvenne, lo spaventoso saccheggio di Nargothrond
era praticamente compiuto. Gli Orchi avevano ucciso o portato via tutti
quanti si opponevano loro in armi e ormai stavano depredando le grandi
aule e camere, rubando e distruggendo; ma le fanciulle e le donne che non
erano bruciate né morte, le avevano radunate sui terrapieni davanti alle
porte con l'intento di ridurle in schiavitù, al servizio di Morgoth. Nel bel
mezzo di cotanta rovina e desolazione, sopraggiunse Túrin e nessuno poté
né volle resistergli perché abbatté chiunque gli si parasse davanti, e superò
il ponte e si aprì un varco verso le prigioniere.
E adesso era lì da solo, poiché i pochi che l'avevano seguito gli avevano
girato le spalle. E proprio in quel momento Glaurung uscì dalle porte
sventrate di Felagund e si piantò alle spalle, fra Túrin e il ponte. E
all'improvviso parlò grazie allo spirito malefico ch'era in lui e disse:
«Salve, figlio di Húrin. Che bell'incontro!».
Allora Túrin gli balzò davanti mulinando la spada e la lama di Gurthang
splendeva come fosse in fiamme. Ma Glaurung trattenne il suo sbuffo
infuocato e spalancò i suoi occhi da serpente, piantandoli su Túrin. Senza
alcun timore, Túrin gli guardò dritto dentro e levò la sua spada. Ma,
immediatamente, cadde sotto il terribile incantesimo del drago e rimase
immobile come un sasso. Restarono così immobili a lungo, in silenzio
davanti alle porte di Felagund. Poi Glaurung tornò a parlare, beffandosi di
Túrin, e disse: «Perverse sono state tutte le tue azioni, figlio di Húrin;
ingrato figlio adottivo, bandito, assassino del tuo amico, ladro d'amore,
usurpatore di Nargothrond, comandante sconsiderato, traditore del tuo
stesso sangue. Come schiave tua madre e tua sorella vivono nel Dor-lómin,
in miseria e indigenza. Tu sei vestito come un principe, ma loro son
coperte di stracci. Per te si struggono, ma tu non te ne curi. Ben lieto può
essere tuo padre di avere un figlio simile: e lo saprà!». E Túrin, sotto
l'incantesimo di Glaurung, rimase ad ascoltare queste parole e si vide,
come in uno specchio, deformato da maligne arti, e detestò ciò che vide.
Mentre era ancora trattenuto dagli occhi di Glaurung, in preda a tormentosi
pensieri e incapace di muoversi, a un segnale del Drago, gli Orchi
portarono via le prigioniere radunate e, passando accanto a Túrin,
superarono il ponte. Tra loro v'era Finduilas, che protese le braccia verso
Túrin e lo chiamò per nome. Ma finché le grida di questa e i gemiti delle
prigioniere non si furono spenti lungo la strada che portava a nord,
Glaurung non liberò Túrin dall'incantesimo e questi, per quanto cercasse di
tapparsi le orecchie, continuò sempre a udire quella voce che lo
ossessionava.
Ed ecco che all'improvviso Glaurung distolse lo sguardo e attese; e
Túrin ricominciò lentamente a muoversi, come qualcuno che si risvegli da
un orribile sogno. Tornato in sé, con un forte grido balzò sul drago. Ma
Glaurung, ridendo, disse: «Se proprio vuoi che ti uccida, lo farò ben
volentieri. Ma di scarso aiuto sarà la tua morte per Morwen e Niënor. Non
hai fatto caso alle grida della donna degli Elfi. Allora vuoi anche rinnegare
i tuoi legami di sangue?».
Ma Túrin, brandita la spada, mirò agli occhi del drago. E Glaurung,
ritraendosi rapidamente, torreggiò sopra di lui e disse: «No, non si può dire
che tu non sia valoroso più di chiunque altro io abbia mai incontrato. E chi
dice che noi non onoriamo il valore dei nemici, mente. Ecco! Ti offro la
libertà. Va' dai tuoi se ci riesci. E se Elfo o Uomo resterà per narrare di
queste giornate, di certo parleranno di te con disprezzo, se disdegni il dono
che ti faccio».
Allora Túrin, ancora sbigottito dallo sguardo del drago, quasi stesse
trattando con un avversario capace di muoversi a pietà, credette alle parole
di Glaurung e, voltandogli le spalle, imboccò di corsa il ponte. Ma, mentre
andava, Glaurung gli disse con una voce terribile: «Affrettati, figlio di
Húrin, corri nel Dor-lómin! Altrimenti gli Orchi anche questa volta
potrebbero arrivare prima di te. E, se indugi per cercare Finduilas, mai
rivedrai Morwen e mai, proprio mai, Niënor tua sorella; ed esse ti
malediranno».
Ma Túrin imboccò la strada del nord e Glaurung rise di nuovo, poiché
ancora una volta aveva portato a termine l'incarico che gli aveva dato il
suo Padrone. Poi si dedicò ai suoi piaceri e con il suo fiato di fiamme
bruciò ogni cosa attorno a lui. Così facendo, disperse e mise in fuga tutti
gli Orchi intenti al saccheggio e impedì loro d'impadronirsi persino delle
cose più insignificanti. Il ponte poi ruppe e ne gettò le macerie tra la
schiuma del Narog. Essendo, così, al sicuro, raccolse tutti i tesori e le
ricchezze di Felagund e, fattone un gran mucchio nella stanza più interna,
vi si distese sopra per riposare un po'.
Intanto Túrin correva lungo le vie che portavano a Nord, per contrade
ormai desolate tra il Narog e il Teiglin, e il Funesto Inverno gli andò
incontro, giacché quell'anno la neve scese prima che l'autunno fosse
terminato e la primavera giunse tardi e fredda. Mentre andava, gli pareva
sempre di udire le grida di Finduilas che ne invocava il nome, per boschi e
colline, e grande era la sua angoscia. Ma il suo cuore ribolliva per le
menzogne di Glaurung e, avendo sempre davanti agli occhi l'immagine
degli Orchi intenti a bruciare la casa di Húrin e a tormentare Morwen e
Niënor, proseguì per la sua strada, senza mai deviare.
CAPITOLO XII

IL RITORNO DI TÚRIN NEL DOR-LÓMIN

Alla fine, esausto per la lunga strada percorsa tanto in fretta (che aveva
coperto senza riposarsi quaranta leghe e più), Túrin giunse con il primo
ghiaccio dell'inverno agli Stagni di Ivrin, dove in precedenza aveva bevuto
l'acqua guaritrice. Ora però non erano che un pantano gelato, e non poté
più dissetarvisi.
Da lì giunse ai passi del Dor-lómin; e la neve scendeva inesorabile dal
Nord, e le strade erano perigliose e fredde. Sebbene ventitré anni fossero
trascorsi da quando aveva calcato quel sentiero, esso gli stava impresso nel
cuore, tale era la pena che aveva provata a ogni passo dipartendosi da
Morwen. Così alla fine ritornò alla terra della sua infanzia. Era nuda e
tetra; e la gente era poca e rozza, e parlavano l'aspra lingua degli Esterling,
e l'antica favella era divenuta quella dei servi o dei nemici. Ragion per cui
Túrin procedeva cauto, incappucciato e silenzioso, e giunse alla fine alla
casa che cercava. Era vuota e buia, nessuno vi abitava, poiché Morwen se
n'era andata e Brodda l'Intruso (colui che aveva preso in moglie con la
forza Aerin, parente di Húrin) l'aveva saccheggiata, impadronendosi di
tutto quanto le era rimasto in fatto di beni e di servi. La casa di Brodda era
vicinissima a quella di Húrin, e lì si diresse Túrin, sfinito dall'errare e dal
dolore, implorando ricovero; e gli fu concesso, perché in parte le antiche,
più gentili maniere di un tempo, vi erano mantenute da Aerin. Gli fu dato
uno sgabello accanto al fuoco tra i servi e qualche vagabondo quasi
altrettanto tetro e sfinito dal cammino; ed egli chiese notizie della
contrada.
Al che sulla compagnia calò il silenzio, e alcuni se ne andarono in fretta
guardando storto lo straniero. Ma un vecchio vagabondo con la stampella
disse: «Se proprio devi parlare l'antica lingua, messere, fallo a voce bassa e
non chiedere notizie. Vuoi forse essere battuto come un furfante o
impiccato come spia? Perché puoi essere l'uno e l'altro, stando al tuo
aspetto. Ciò vuol semplicemente dire» soggiunse, avvicinandosi e parlando
all'orecchio di Túrin «una delle gentili persone di un tempo giunte con
Hador nei giorni d'oro, prima che sulle teste crescessero peli di lupo.
Alcuni qui sono di quel genere, benché adesso ridotti mendicanti e schiavi,
e non fosse per dama Aerin non avrebbero né questo fuoco né questa
brodaglia. Di dove sei, e che notizie vorresti?».
«C'era una dama di nome Morwen» rispose Túrin «e molto tempo fa
sono vissuto nella sua casa. Qui sono giunto dopo lungo peregrinare,
sperando di ricevere il benvenuto, ma non ci sono né fuoco né abitanti
ora.»
«E non ci sono stati per tutto questo lungo anno e prima ancora» replicò
il vecchio. «Ma scarsi erano sia il fuoco che gli abitanti, in quella casa,
dopo la guerra mortale; perché Morwen apparteneva all'antica gente e,
come indubbiamente tu sai, era la vedova del nostro signore, Húrin figlio
di Galdor. Non hanno tuttavia osato metterle le mani addosso perché ne
avevano paura, ed era fiera e bella come una regina prima che il dolore la
consumasse. Strega, la chiamavano, e le stavano alla larga. Strega: cioè,
nella nuova lingua, semplicemente 'amica degli Elfi'. Derubata, però,
l'hanno. E sovente lei e sua figlia sarebbero state ridotte alla fame, non
fosse stato per dama Aerin che le aiutava in segreto, così si dice, e spesso
per questo fu battuta da quello zotico di Brodda, suo marito per forza.»
«Ed è trascorso più di questo lungo anno?» domandò Túrin. «Sono
morte o ridotte in schiavitù? Oppure gli Orchi hanno assalito Morwen?»
«Non lo si sa per certo» rispose il vecchio. «Ma Morwen se n'è andata
con sua figlia, e quel Brodda l'ha depredata e spogliata di quanto le
restava. Non un cane è rimasto, e i suoi pochi domestici sono stati fatti
schiavi, salvo alcuni che si sono dati alla mendicità, come ho fatto io. L'ho
servita per molti anni, come prima ho servito il grande Padrone, io Sador
Piedemonco: una maledetta ascia nei boschi, tanto tempo fa, altrimenti
giacerei sul Grande Tumulo. Ben ricordo il giorno in cui il figlio di Húrin
se n'è andato, e come poi piangeva; e lei pure quando lui fu lontano.
Dicono che il ragazzo se ne sia andato nel Regno Nascosto.»
Quindi il vecchio frenò la lingua, e guardò Túrin dubbioso. «Sono
vecchio e straparlo, maestro» soggiunse. «Non farci caso! Ma, per
piacevole che sia parlare la vecchia lingua con uno che la conosce bene,
come ai giorni che furono, i tempi sono grami, e bisogna essere prudenti.
Non tutti coloro che parlano la bella lingua hanno il cuore limpido.»
«Vero» convenne Túrin. «Il mio cuore è triste. Ma se temi che io sia una
spia del Nord o dell'Est, vuol dire che hai poco più sale in zucca di quanto
ne avevi tanto tempo fa, Sador Labadal.»
Il vecchio lo guardò sbalordito; e fu tremando che parlò, dicendo:
«Usciamo di qui, fuori fa più freddo ma si è più al sicuro. Tu parli troppo
forte, e io troppo, per una sala di Esterling».
Come furono in cortile, il vecchio afferrò Túrin per il mantello. «Molto
tempo fa hai abitato in quella casa, affermi. Túrin, mio signore, perché sei
tornato? Finalmente gli occhi mi si sono aperti, e le orecchie anche: hai la
voce di tuo padre. E il solo Túrin da ragazzo mi chiamava con quel nome,
Labadal. E non lo faceva per malignità: in quei giorni eravamo grandi
amici. Che cosa cerchi qui, adesso? Pochi siamo rimasti; vecchi e senza
armi. Più felici quelli del Grande Tumulo.»
«Non sono venuto col proposito di dar battaglia,» rispose Túrin
«sebbene le tue parole abbiano ridestato in me quel desiderio, Labadal. Ma
esso deve attendere. Sono venuto a cercare dama Morwen e Niënor. Che
cosa sai dirmene, in breve?»
«Ben poco, mio signore» rispose Sador. «Se ne sono andate in segreto.
Si sussurrava tra noi che fossero state chiamate dal Sire Túrin, perché noi
non dubitavamo che nel corso degli anni fosse divenuto grande, un re o un
signore in qualche contrada del Sud. Ma sembra che così non sia.»
«Non è così» confermò Túrin. «Un signore, ero, ed ero in una contrada
del Sud, sebbene oggi sia un vagabondo. Ma io non le ho chiamate.»
«Quand'è così, non so che dirti» riprese Sador. «Ma sono certo che dama
Aerin lo saprà, lei che conosceva tutti i propositi di tua madre.»
«E come posso giungere da lei?»
«Questo non lo so. Può costarle molto caro essere sorpresa a sussurrare a
un uscio con un miserabile vagabondo del popolo calpestato, posto che un
messaggio le possa arrivare. E un mendicante del tuo stampo non può
certo attraversare la sala diretto alla tavola dei signori, senza che gli
Esterling lo prendano e lo percuotano o peggio ancora.»
Incollerito, Túrin gridò: «Non posso percorrere la sala di Brodda, e
quelli mi percuoteranno? Sta' un po' a vedere!».
Allora entrò nella sala, gettò indietro il cappuccio e, scostando tutti
coloro che gli si paravano dinanzi, si avviò alla tavola alla quale sedevano
il padrone di casa, sua moglie e altri nobili Esterling. Qualcuno corse a
mettergli le mani addosso, ma egli lo gettò a terra gridando: «Nessuno
governa questa casa, o è un covo di Orchi? Dov'è il padrone?».
Si levò allora Brodda infuriato. «Governo io questa casa» disse.
Ma senza dargli il tempo di soggiungere altro, Túrin gridò: «Quand'è
così, non hai imparato la cortesia che regnava in questo paese prima di te.
È adesso costumanza degli uomini lasciare che i tirapiedi maltrattino i
parenti delle proprie mogli? Tale io sono, e ho una commissione per dama
Aerin. Posso venire liberamente, o devo farlo a modo mio?».
«Vieni!» fece Brodda, accigliandosi; e Aerin impallidì.
Allora Túrin s'accostò alla tavola padronale, si piantò lì davanti e
s'inchinò. «Ti chiedo scusa, dama Aerin,» disse «per il disturbo che ti reco;
ma la mia commissione non può attendere e mi ha condotto da lungi.
Cerco Morwen, Signora del Dor-lómin e Niënor sua figlia. Ma la sua casa
è vuota e saccheggiata. Che puoi dirmene?»
«Nulla» disse Aerin fortemente intimorita, perché Brodda la scrutava
attentamente.
«Questo non lo credo» ribatté Túrin.
Balzò allora in piedi Brodda, rosso di ebbra collera. «Adesso basta!»
urlò. «Dovrò tollerare che mia moglie sia contraddetta al mio cospetto da
un mendicante che parla la lingua dei servi? Non c'è nessuna Signora del
Dor-lómin. E per quanto riguarda Morwen, era della razza degli schiavi, ed
è fuggita come fanno gli schiavi. Tu fa' lo stesso, e in fretta, o ti faccio
appendere a un albero!»
Allora Túrin gli balzò addosso, e trasse la sua nera spada e afferrò
Brodda per i capelli, tirandogli indietro la testa. «Che nessuno si muova»
disse «o la sua testa lascerà le spalle! Dama Aerin, ti chiedo scusa un'altra
volta, se ho pensato che questo zotico t'abbia mai fatto altro che del male.
Ma adesso parla, e non deludermi! Non sono io forse Túrin, Signore del
Dor-lómin? Devo ordinartelo?»
«Ordinamelo» rispose lei.
«Chi ha saccheggiato la casa di Morwen?»
«Brodda» rispose la donna.
«Quando è fuggita Morwen, e per dove?»
«Un anno e tre mesi fa» rispose Aerin. «Mastro Brodda e altri Intrusi
dell'Est l'hanno brutalmente maltrattata. Molto tempo fa era stata chiamata
nel Regno Nascosto, e finalmente è partita. Infatti, le contrade intermedie
per un certo tempo sono state libere dal male grazie alla prodezza della
Spada Nera del paese meridionale, così dicono almeno; ma anche questo è
finito. Sperava di trovare suo figlio ad attenderla. Ma se tu sei qua, temo
che tutto sia andato storto.»
E Túrin rise amaramente. «Storto? Storto?» gridò. «Sì, sempre storto:
storto come Morgoth!» E all'improvviso una nera collera lo scosse, perché
gli occhi gli si erano aperti e l'incantesimo di Glaurung allentò l'ultima
presa, e Túrin si rese conto delle menzogne con le quali era stato
ingannato. «Dunque mi hanno gabbato, inducendomi a venir qui per
morire disonorato, io che avrei per lo meno potuto perire valorosamente
davanti alle porte di Nargothrond?» E dalla notte fuori dell'aula gli parve
che gli giungessero le grida di Finduilas.
«Ma non sarò il primo a morire qui dentro!» urlò. E afferrato Brodda,
con la forza datagli dalla grande angoscia e ira, lo levò alto e lo scosse
come se fosse un cane. «Morwen appartiene alla razza degli schiavi, hai
detto? Tu, rampollo di vermi, ladro, schiavo di schiavi!» E così dicendo
scagliò Brodda oltre il tavolo, addosso a un Esterling levatosi per assalire
Túrin.
Nella caduta, Brodda si spezzò il collo; e Túrin gli balzò dietro, e uccise
tre altri che cercavano di scansarsi perché in quel momento senz'armi.
Gran tumulto si alzò nella sala. Gli Esterling che vi stavano avrebbero
voluto dare addosso a Túrin, ma molti altri vi erano radunati dell'antico
popolo del Dor-lómin; a lungo erano stati servi sottomessi, ma eccoli ora
levarsi con grida ribelli. E ben presto fu grande battaglia nella sala, e
sebbene gli schiavi avessero soltanto coltelli da scalco e poco altro con cui
difendersi da daghe e spade, molti furono ben presto uccisi d'ambo i lati,
prima che Túrin, balzato nella mischia, spacciasse l'ultimo degli Esterling
superstite.
Quindi si fermò, appoggiato a una colonna, e il fuoco della sua ira era
ormai cenere. Ma il vecchio Sador andò da lui e gli abbracciò le ginocchia,
poiché era ferito a morte. «Tre volte sette anni e più, è stato lungo
attendere questa ora» disse. «Ma adesso va', va', signore, e non tornare se
non con maggiori forze. Leveranno il paese contro di te. Molti può darsi
siano fuggiti dalla sala. Va', o morirai qui. Addio!» E scivolò a terra e
morì.
«Ha detto la verità dei morenti» intervenne Aerin. «Quel che volevi,
l'hai saputo. E adesso vattene in fretta! Ma per prima cosa va' da Morwen e
confortala, altrimenti mi sarà difficile perdonare il disastro che hai
provocato qua dentro. Perché, per mala che fosse la mia vita, con la tua
violenza m'hai arrecato morte. Gli Intrusi questa notte si vendicheranno di
quanto è accaduto. Impulsivi sono i tuoi atti, figlio di Húrin, quasi tu fossi
ancora il bambino che conoscevo.»
«E fiacco è il tuo cuore, Aerin figlia di Indor, come quando io ti
chiamavo zia, e bastava un cane feroce a spaventarti» ribatté Túrin. «Eri
fatta per un mondo più gentile. Ma adesso vieni via. Ti porterò da
Morwen.»
«La neve copre fitta la terra, ma più fitta ancora è sul mio capo» rispose
lei. «Con te nelle selve morirei non meno rapidamente che per mano dei
crudeli Esterling. Non puoi riparare al danno che hai fatto. Vattene!
Restando, non faresti che peggiorare le cose e derubare inutilmente
Morwen. Va', t'imploro.»
Túrin allora le rivolse un profondo inchino e lasciò la sala di Brodda; ma
tutti i ribelli che ne avevano la forza lo seguirono. Fuggirono verso i
monti, perché alcuni di loro conoscevano bene i sentieri delle solitudini e
benedicevano la neve che, cadendo dietro di loro, ne cancellava le tracce.
Così, sebbene subito la caccia avesse preso il via, con molti uomini e cani
e fra nitriti di cavalli, riuscirono a sottrarsene tra le alture meridionali.
Quivi, guardandosi indietro videro, remota nella piana che avevano
lasciata, una luce rossa.
«Quelli hanno dato fuoco alla sala» constatò Túrin. «A che scopo, poi?»
«Quelli? Nossignore: lei, secondo me» disse uno che aveva nome
Asgon. «Accade spesso che uomini d'arme equivochino sulla pazienza e la
dolcezza. Dama Aerin ha fatto molto bene a noialtri con suo grave
pericolo. Il suo cuore era forte, ma la pazienza a lungo andare finisce.»
Orbene, alcuni dei più robusti, capaci di sopportare l'inverno, rimasero
con Túrin e, per sentieri insoliti, lo condussero a un rifugio montano, una
grotta nota a banditi e fuggiaschi, dove era un deposito di cibo. Lì attesero
che la nevicata cessasse, quindi, rifocillatolo, lo condussero a un passo
scarsamente usato da cui si accedeva a sud, alla Valle del Sirion, dove la
neve non era caduta. Arrivati dall'altra parte, si congedarono.
«Addio, Signore del Dor-lómin» disse Asgon. «Ma non dimenticarti di
noi. Ormai saremo uomini braccati; e la Stirpe del Lupo si mostrerà ancora
più crudele dopo che tu sei comparso. Vattene dunque, e non tornare, se
non con forze sufficienti per liberarci. Addio!»
CAPITOLO XIII

L'ARRIVO DI TÚRIN NEL BRETHIL

E Túrin calò verso il Sirion, e il suo animo era lacerato, poiché gli
sembrava che, se prima aveva due amare scelte, adesso erano tre, e il suo
popolo oppresso faceva appello a lui, ed egli non aveva arrecato altro che
maggiori sofferenze. Un unico conforto aveva, e cioè che senza dubbio
Morwen e Niënor da un pezzo erano giunte nel Doriath, e che solo grazie
alla prodezza della Spada Nera del Nargothrond avevano trovato la strada
sgombra. E tra sé disse: «In quale miglior luogo avrei potuto condurle, se
fossi giunto prima? Se la Cintura di Melian è infranta, allora tutto è finito.
No, meglio che le cose stiano così; perché, con la mia collera e la mia
impulsività, ovunque io vada porto disgrazia. Che Melian le ospiti! E per
un po' le lascerò in pace senza che la mia ombra gravi loro addosso».
Ma a questo punto troppo tardi Túrin si mise alla ricerca di Finduilas,
battendo in lungo e in largo i boschi sotto le pendici degli Ered Wethrin,
selvatico e cauto come una bestia, mettendosi all'agguato lungo tutte le
strade che andavano a nord verso il Passo del Sirion. Troppo tardi, giacché
tutte le tracce erano state cancellate dalle piogge e dalle nevi. Accadde
però così che Túrin, calando verso il Teiglin, s'imbattesse in alcuni del
popolo di Haleth venuti dalla Foresta di Brethil. Costoro erano ridotti a
ben pochi a causa della guerra che conducevano contro il Piccolo Popolo,
e per lo più dimoravano in segreto entro un recinto sull'Amon Obel, nel
cuore della foresta. Ephel Brandir, così era detto il luogo, essendo che
Brandir figlio di Handir era adesso il loro signore da quando suo padre era
stato ucciso. E Brandir non era uomo di guerra, zoppo com'era per avere
avuta una gamba spezzata per un incidente in giovane età, e inoltre di modi
gentili, amante più del legno che del metallo e della conoscenza delle cose
che crescono in terra più di ogni altro sapere.
Ma alcuni degli abitanti dei boschi ancora davano la caccia agli Orchi ai
loro confini. E fu così che Túrin, giungendo sul posto, udì il frastuono di
una mischia. Corse a quella volta e, sbirciando cauto tra gli alberi, scorse
un pugno di uomini che, accerchiati da Orchi, si difendevano alla
disperata, le schiene a un gruppo d'alberi che sorgeva al margine di una
radura; gli Orchi però erano in gran numero e gli assaliti avevano poca
speranza di scampo, a meno di ricevere aiuto. Sicché, nascosto nel
sottobosco, Túrin levò un gran rumore di passi e rami rotti, e gridò a gran
voce, come se fosse alla testa di molti: «Avanti, eccoli qui! Seguitemi!
Fuori, e ammazziamoli!».
Al che molti degli Orchi si volsero sgomenti, ed ecco balzar fuori Túrin,
facendo cenno come a uomini che lo seguissero, e in pugno aveva
Gurthang, il cui taglio baluginava come fiamma. Troppo ben nota era
quella lama agli Orchi, e prima ancora che fosse loro addosso molti si
dispersero e fuggirono. Allora gli abitanti dei boschi si unirono a Túrin, e
insieme respinsero i nemici al fiume: pochi riuscirono a superarlo.
Alla fine, si fermarono sulla riva, e Dorlas, il capo degli abitanti dei
boschi, disse: «Sei veloce nella caccia, signore; ma i tuoi uomini sono lenti
a seguirti».
«Ah,» replicò Túrin «noialtri corriamo tutti assieme come un unico
uomo e non ci separiamo mai.»
Risero allora gli uomini del Brethil, e dissero: «Be', uno così ne vale
molti. E ti siamo assai grati. Ma tu chi sei, e che cerchi da queste parti?».
«Non faccio che occuparmi dei fatti miei, che consistono
nell'ammazzare Orchi» spiegò Túrin. «E dimoro dove ho da fare. Io sono il
Selvaggio dei Boschi.»
«Vieni allora a stare con noi» proposero quelli. «Noi infatti dimoriamo
nei boschi e abbiamo bisogno di gente del tuo stampo. Sarai il benvenuto!»
Allora Túrin lanciò loro una strana occhiata e chiese: «C'è dunque
ancora qualcuno disposto a sopportare che io ne oscuri la soglia? Amici, io
però ho ancora una dolorosa missione da compiere: trovare Finduilas,
figlia di Orodreth di Nargothrond, o per lo meno averne notizie. Ahimè,
molte settimane sono passate da quando è stata catturata nel Nargothrond,
ma io devo continuare a cercarla».
Quelli allora lo guardarono con compassione, e Dorlas disse: «Non
cercarla più. Devi sapere infatti che una schiera di Orchi è venuta dal
Nargothrond ai Guadi del Teiglin, e a lungo li abbiamo tenuti d'occhio:
procedevano molto lentamente a causa del gran numero di prigionieri che
conducevano con sé. Abbiamo allora pensato di dare il nostro piccolo
contributo alla guerra, e abbiamo teso un'imboscata agli Orchi con tutti gli
arcieri che siamo riusciti a radunare, nella speranza di salvare qualche
prigioniero. Ma, ahimè!, non appena si son visti assalire, gli abominevoli
Orchi hanno sgozzato prima le donne tra i loro prigionieri, e la figlia di
Orodreth l'hanno inchiodata a un albero con una lancia».
Pareva che Túrin avesse ricevuto un colpo mortale.
«Come lo sapete?» domandò.
«Perché lei mi ha parlato prima di morire» rispose Dorlas. «Ci guardava
come se cercasse qualcuno che aspettava, e ha detto: 'Mormegil. Dite al
Mormegil che Finduilas è qui'. E altro non ha detto. Ma, a causa delle sue
ultime parole, l'abbiamo seppellita dov'è morta. Giace in un tumulo sulla
riva del Teiglin. Quest'è accaduto un mese fa.»
«Conducetemi là» chiese Túrin, ed essi lo portarono a un poggio non
lungi dai Guadi del Teiglin. Quivi egli si lasciò cadere, e una tenebra gli
piombò addosso, sì che quelli pensarono che fosse morto. E Dorlas
l'osservò mentre era al suolo, e quindi, rivolto ai suoi, disse: «Troppo tardi!
Triste caso! Vedete, qui giace il Mormegil in persona, il grande capitano di
Nargothrond. Avremmo dovuto riconoscerlo dalla spada, come hanno fatto
gli Orchi». Infatti la fama della Spada Nera del Sud si era ampiamente
diffusa, giungendo sin nelle profondità della foresta.
Lo sollevarono dunque reverenti e lo portarono nell'Ephel Brandir; e
Brandir, uscito loro incontro, si meravigliò vedendoli venire con un
cataletto. Scostò la coperta, e scorse il volto di Túrin figlio di Húrin; e una
buia ombra gli scese sul cuore.
«O crudele gente di Haleth» gridò. «Perché avete respinto la morte di
costui? A gran fatica avete portato qui l'estremo flagello del nostro
popolo.»
Ma gli Uomini dei Boschi replicarono: «No, questi è il Mormegil del
Nargothrond, un possente uccisore di Orchi, che ci sarà di grande aiuto se
sopravvive. E anche se così non fosse, dovremmo noi lasciare un uomo
abbattuto dal dolore abbandonato come una carogna sulla via?».
«Non potevate certo farlo» convenne Brandir. «Sorte non ha voluto che
così fosse.» E portò Túrin in casa sua e lo curò con solerzia.
Ma quando finalmente Túrin si liberò della sua cupezza, la primavera
stava tornando; e, riaprendo gli occhi, scorse le verdi gemme illuminate
dal sole. E allora in lui si risvegliò il coraggio della Casa di Hador, e si
levò e disse in cuor suo: «Tutti i miei giorni passati sono stati scuri e pieni
di malvagità. Ma un nuovo giorno è venuto. Qui starò in pace, rinunciando
al nome e alla stirpe, e così facendo mi lascerò alle spalle la mia ombra, o
per lo meno non la proietterò su coloro che amo».
Assunse pertanto un nuovo nome, chiamandosi Turambar, che in Alto
Elfico significa Padrone del Destino; e dimorò tra gli abitanti dei boschi, e
da essi era amato, e li pregò di dimenticare il suo vecchio nome e di
annoverarlo tra i nativi del Brethil. Pure, cambiando nome non per questo
poteva mutare completamente il proprio carattere né dimenticare del tutto i
vecchi rancori nei confronti dei servi di Morgoth; e usciva a caccia di
Orchi con pochi che la pensavano come lui, sebbene la cosa dispiacesse a
Brandir. Questi infatti avrebbe preferito preservare il proprio popolo grazie
al silenzio e alla segretezza.
«Il Mormegil non è più,» diceva Brandir «ma badate che il valore di
Turambar non attiri sul Brethil una nuova vendetta!»
Ragion per cui Turambar depose la nera spada, non portandola più con
sé in battaglia, e usando piuttosto arco e lancia. Ma non permetteva agli
Orchi di servirsi dei Guadi del Teiglin né di avvicinarsi al tumulo dov'era
sepolta Finduilas. Haudh-en-Elleth, così era chiamato, cioè Tumulo della
Fanciulla Elfica, e ben presto gli Orchi impararono a temere quel luogo, e
ne stavano alla larga. E Dorlas disse a Turambar: «Hai rinunciato al nome,
ma continui a essere la Spada Nera; e non risponde forse al vero la voce
che lo diceva figlio di Húrin del Dor-lómin, Signore della Casa di
Hador?».
Rispose Turambar: «Così ho udito dire. Ma non spargere la voce, ti
prego, se mi sei amico».
CAPITOLO XIV

IL VIAGGIO VERSO NARGOTHROND


DI MORWEN E NIËNOR

Quando il Crudele Inverno si attenuò, nel Doriath giunsero nuove


notizie del Nargothrond. Alcuni infatti che erano sfuggiti al saccheggio,
sopravvivendo all'inverno nelle selve, alla fine giunsero a cercare rifugio
da Thingol, e i custodi delle marche li portarono dal Re. E qualcuno tra
loro disse che tutti i nemici si erano ritirati a nord, e altri che Glaurung
ancora dimorava nelle aule di Felagund; e altri ancora che il Mormegil era
stato ucciso, oppure che il Drago aveva gettato un incantesimo su di lui
che ancora rimaneva lassù, tramutato in sasso. Tutti però affermarono che,
prima della fine, era noto nel Nargothrond con il nome di Spada Nera
null'altri che Túrin figlio di Húrin del Dor-lómin.
Grandi allora furono la paura e il dolore di Morwen e Niënor, e la prima
disse: «Diffondere siffatti dubbi è opera di Morgoth! Come fare a sapere la
verità, e conoscere davvero magari quel che di peggio può toccarci?».
Ora, Thingol stesso desiderava grandemente di conoscere meglio la sorte
di Nargothrond, e già aveva in mente di mandare qualcuno che vi si
recasse in segreto, e d'altro canto riteneva che Túrin fosse stato davvero
ucciso o che nulla si potesse fare per salvarlo, e paventava il momento in
cui Morwen l'avrebbe saputo per certo. Le disse pertanto: «È un'impresa
pericolosa, Signora del Dor-lómin, e bisogna ben ponderarla. Dubbi del
genere possono invero essere l'opera di Morgoth, intesi a indurci a passi
avventati».
Ma Morwen, che era fuori di senno, gridò: «Passi avventati, signore? Se
mio figlio si nasconde affamato nei boschi, se langue in ceppi, se il suo
corpo giace insepolto, che io sia avventata! Voglio andarlo a cercare senza
perdere un istante».
«Signora del Dor-lómin,» ribatté Thingol «questo di certo il figlio di
Húrin non lo vorrebbe. Ti riterrebbe più al sicuro qui che in ogni altra terra
che ancora resta: qui, sotto la protezione di Melian. Per amore di Húrin e
di Túrin, non ti lascerò vagabondare negli oscuri pericoli di questi tempi.»
«Non hai trattenuto Túrin dal pericolo, me però vorresti trattenere da
lui» gridò Morwen. «Sotto la protezione di Melian! Sì, prigioniera della
Cintura. A lungo ho esitato prima di superarla, e adesso me ne pento.»
«No, Signora del Dor-lómin,» fece Thingol «se dici questo, sappi che la
Cintura è aperta. Liberamente sei giunta, e sei libera di restare o di
andartene.»
Parlò allora Melian che fino a quel momento era rimasta in silenzio.
«Non andartene, Morwen. Hai detto il vero: questo dubbio è opera di
Morgoth. Se te ne vai, è per sua volontà.»
«La paura di Morgoth non mi tratterrà dal richiamo del mio sangue»
ribatté Morwen. «Ma se temi per me, signore, manda con me qualcuno dei
tuoi.»
«Su di te non ho autorità,» rispose Thingol «ma sulla mia gente esercito
il comando. E li mando dove mi sembra opportuno.»
Morwen null'altro disse, ma pianse e se ne andò dal cospetto del Re.
Thingol si sentiva il cuore gonfio, sembrandogli che Morwen fosse
impazzita; e chiese a Melian se non potesse trattenerla con i suoi poteri.
«Posso far molto per impedire che il male entri» rispose Melian. «Ma
nulla per impedire di andarsene a coloro che lo vogliono. È cosa che spetta
a te. Se Morwen va trattenuta, fallo con la forza. Ma può darsi che questo
le sconvolga del tutto la mente.»

E Morwen andò da Niënor e le disse: «Addio, figlia di Húrin. Vado a


cercare mio figlio, o almeno notizie attendibili sul suo conto, poiché
nessuno qui vuol far nulla, se non starsene con le mani in mano finché sia
troppo tardi. Resta qui e aspetta, forse ritornerò».
Niënor allora, in preda a paura e disperazione, cercò di dissuaderla, ma
Morwen nulla rispose e si ritirò nella sua stanza; e il mattino dopo,
montata a cavallo, se ne andò.
Ora, Thingol aveva ordinato che nessuno la fermasse né desse
l'impressione di sorvegliarla. Ma, non appena Morwen fu partita, raccolse
una schiera dei più arditi e più abili tra i custodi delle marche, e li affidò al
comando di Mablung.
«Seguila immantinente,» gli disse «ma fa' in modo che non si accorga di
te. Se però, una volta che sia nelle selve, un pericolo la minacci, mostrati a
lei; e se si rifiuta di tornare, difendila meglio che puoi. Vorrei però che
alcuni di voi si spingessero più avanti possibile, apprendendo tutto quello
che c'è da sapere.»
Accadde così che Thingol inviasse una schiera più numerosa di quanto
non avesse avuto intenzione di fare inizialmente, e tra loro erano dieci
cavalieri con muta di cavalli. Seguirono le tracce di Morwen, la quale si
diresse a sud, attraversando il Region, e giunse così alle rive del Sirion,
sopra gli Stagni del Crepuscolo; qui si arrestò, perché il Sirion era ampio e
veloce, né Morwen conosceva la via. Pertanto, adesso ai suoi custodi
convenne mostrarsi; e Morwen chiese: «Thingol intende trattenermi?
Oppure s'è deciso in ritardo a mandarmi quell'aiuto che mi aveva negato?».
«Una cosa e l'altra» rispose Mablung. «Non vuoi tornare?»
«No!» rispose Morwen.
«Quand'è così, devo aiutarti,» riprese Mablung «sebbene lo faccia a
malincuore. Ampio e profondo in questo punto è il Sirion, e per bestia o
uomo è pericoloso passarlo a nuoto.»
«Allora portatemi sull'altra riva per la strada che usano gli Elfi, quale
che sia» pretese Morwen. «Altrimenti, tenterò di passarlo a nuoto.»
Mablung allora la portò sulle rive orientali degli Stagni del Crepuscolo
dove, dentro insenature e fra le canne, erano nascoste e sorvegliate
imbarcazioni. Era per mezzo di queste infatti che messaggeri collegavano
Thingol e la sua gente nel Nargothrond. Attesero fino a ora tarda nella
notte stellata, e varcarono il fiume tra le bianche nebbie prima dell'alba. E
anche quando il sole sorse rosso da dietro i Monti Azzurri, e un forte vento
si levò a disperdere le brume, le guardie proseguirono il cammino sulla
riva occidentale, lasciandosi alle spalle la Cintura di Melian. Erano alti Elfi
del Doriath, vestiti di grigio e con mantelli che ne coprivano le cotte.
Dall'approdo, Morwen stette a guardarli mentre passavano in silenzio, e
all'improvviso lanciò un grido, indicando l'ultimo della fila.
«Da dove viene costui?» chiese. «Eravate tre volte dieci quando mi
avete raggiunta. E a riva siete giunti in tre volte dieci più uno.»
Gli altri allora si volsero, e s'avvidero che il sole splendeva su una
chioma bionda: si trattava infatti di Niënor, il cui cappuccio era stato tirato
indietro dal vento. Ci si rese così conto che aveva seguito il gruppo,
unendosi ai cavalieri nel buio, prima che superassero il fiume. Ne rimasero
sgomenti, e più di tutti Morwen. «Torna indietro, torna indietro! Te lo
ordino!» gridò.
«Se la moglie di Húrin può partire, respingendo ogni consiglio,
seguendo il richiamo del suo sangue,» replicò Niënor «lo stesso può fare la
figlia di Húrin. Cordoglio, mi ha chiamata, ma non intendo piangere da
sola il padre, il fratello e la madre. Di loro, te sola ho conosciuto, e ti amo
più di chiunque altro. E niente di ciò che tu non temi io temo.»
In effetti, né il suo volto né il suo portamento esprimevano paura.
Appariva alta e forte, che di grande statura erano quelli della Casa di
Hador e, vestita a mo' degli Elfi, si confondeva con i componenti la scorta,
essendo più bassa solo dei più imponenti fra loro.
«Che intendi fare?» chiese Morwen.
«Andare dove vai tu» affermò Niënor. «Ti offro un'unica scelta:
ricondurmi indietro e riportarmi sana e salva da Melian, non essendo
saggio respingere il consiglio; oppure sapere che, se lo fai tu, anche io
andrò ad affrontare il pericolo.» Niënor infatti era venuta soprattutto nella
speranza che, indottavi dal timore e dall'affetto per lei, la madre tornasse; e
l'animo di Morwen era invero lacerato.
«Una cosa è respingere un consiglio» disse. «Ma ben diverso è rifiutarsi
a un ordine di tua madre. Torna indietro!»
«No» replicò Niënor. «Non sono più una bambina. Ho una volontà mia e
so quel che faccio, anche se finora non ti ho mai contrastata. Verrò con te.
Preferirei il Doriath per rispetto di coloro che lo governano; ma, in caso
contrario, verso occidente! A dire il vero, se una di noi due deve
proseguire, quella dovrei essere io che sono nel pieno delle mie forze.»
Morwen allora lesse, nei grigi occhi di Niënor, la tenacia di Húrin; ed
esitò, e d'altra parte non seppe vincere il proprio orgoglio; e, nonostante le
belle parole, non voleva far la figura di una ricondotta indietro dalla figlia
perché vecchia e instupidita.
«Proseguirò come ho deciso di fare» disse dunque. «Vieni anche tu, ma
contro la mia volontà.»
«E così sia» concluse Niënor.
Disse allora Mablung ai suoi compagni: «Di certo, è per mancanza di
buon senso, non di coraggio, che la gente di Húrin trascina gli altri nei
guai! Lo stesso vale per Túrin, anche se così non accadeva con i suoi
antenati. Ma eccoli ora tutti condannati, e la cosa non mi piace. Temo più
questa missione affidataci dal Re che non la caccia al Lupo. Che fare?».
Morwen però, che giunta sulla riva s'avvicinava, udì le sue ultime
parole. «Quello che il Re ha ordinato» gli rispose. «Cercare notizie di
Nargothrond e di Túrin. È per questo che siamo venuti.»
«Ma la strada è ancora lunga e pericolosa» osservò Mablung. «Se volete
proseguire, dovete entrambe andare in sella e restare tra i cavalieri, senza
allontanarvene di un passo.»

E così accadde che per tutto il giorno proseguissero lentamente e


cautamente uscendo dalla zona delle canne e dei salici bassi e giungendo ai
boschi grigi che coprivano tanta parte della piana meridionale prima del
Nargothrond. Per tutta la giornata andarono sempre a ovest, senza scorgere
altro che desolazione, e senza nulla udire: le terre infatti erano silenziose, e
Mablung aveva l'impressione di una minaccia incombente. Quella stessa
strada l'aveva percorsa, anni prima, Beren, e allora i boschi erano pieni
degli occhi nascosti dei cacciatori; ora invece, tutta la gente se n'era andata
dalle rive del Narog, e pareva che gli Orchi non si spingessero ancora tanto
a sud. Quella notte s'accamparono nella grigia foresta, senza fuoco né
lume.
Continuarono così per altri due giorni, e la sera del terzo da quando
avevano lasciato il Sirion, superata la piana, furono vicini alla sponda
orientale del Narog. Allora, di una tale inquietudine fu preda Mablung, che
implorò Morwen di non proseguire oltre. Lei però rise e disse: «Sarai lieto
di sbarazzarti tra poco di noi, come sembra probabile. Ma dovrai
sopportarci ancora un po'. Siamo ormai troppo vicine per tornare,
impaurite, sui nostri passi».
Esclamò allora Mablung: «Siete tutt'e due pazze e temerarie. Voi non
aiutate ma anzi ostacolate la raccolta di notizie. E adesso ascoltatemi bene!
Ho avuto ordine di non fermarvi con la forza, ma anche di vigilare su di
voi nei limiti del possibile. In questa situazione, un'unica cosa posso fare, e
sarà di custodirvi. Domani vi condurrò sull'Amon Ethir, la Collina delle
Spie, che non è lontana; e là ve ne resterete sotto buona scorta, né
proseguirete finché ad avere qui il comando sono io».
Ora, l'Amon Ethir era un tumulo grande quanto un colle, che molto
tempo prima Felagund aveva fatto erigere con un grande lavoro nella piana
davanti alle sue Porte, a una lega a est del Narog. Era ricoperto di alberi
salvo che sulla sommità, donde lo sguardo spaziava ampiamente in tutte le
direzioni, e si vedevano le strade che portavano al grande ponte del
Nargothrond e le terre tutt'attorno. Giunsero al colle il mattino tardi,
salendovi da est. Poi, volgendo lo sguardo verso l'Alto Faroth, bruno e
nudo oltre il fiume, Mablung scorse, con la sua elfica vista, le terrazze di
Nargothrond sulla ripida sponda occidentale; e un minuscolo buco nero sul
versante del colle erano le spalancate Porte di Felagund. Ma non udì suono
né scoprì traccia di nemici, e neppure segno alcuno del Drago, salvo le
tracce di fuoco attorno alle porte, da lui lasciate il giorno del saccheggio.
Tutto era quieto sotto il pallido sole.
Pertanto Mablung, come aveva detto, comandò a dieci suoi cavalieri di
trattenere Morwen e Niënor sulla cima del colle, restandovi finché egli non
fosse tornato, tranne che in caso di grave pericolo: e se questo si fosse
profilato, i cavalieri dovevano, circondando Morwen e Niënor, fuggire il
più rapidamente possibile a est, verso il Doriath, inviando uno di loro a
recare notizie e chiedere aiuto.
Con il resto della scorta, Mablung scese poi dal colle; e, giunti sui campi
a ovest dell'Amon Ethir, dove gli alberi erano radi, si dispersero,
procedendo ciascuno per proprio conto, con prudente decisione, verso le
rive del Narog. Mablung si teneva al centro, diretto al ponte, e, giunto che
fu all'estremità di esso, lo trovò crollato; e il fiume, profondamente
incassato, era ingrossato dalle piogge cadute molto più a nord, e
schiumando e rombando correva veloce tra i sassi.
Ma lì stava Glaurung, nell'ombra, all'ingresso dell'ampia galleria che
conduceva all'interno delle Porte in rovina, e da un pezzo s'era avveduto
delle spie, anche se ben pochi occhi della Terra di Mezzo le avrebbero
scorte. Ma lo sguardo dei suoi occhi spietati era più acuto di quello delle
aquile e giungeva più lontano di quello degli Elfi; e si era avveduto anche
che alcuni erano rimasti indietro e se ne stavano sulla cima nuda
dell'Amon Ethir. E così, mentre Mablung strisciava tra le rocce, cercando
il modo di guadare il fiume tumultuoso passando sulle pietre del ponte
crollato, improvvisamente Glaurung s'avventò fuori con un gran getto di
fuoco, scivolando nel fiume. Ed ecco che s'udì un immane sibilo ed enormi
vapori si levarono, e Mablung e i suoi guerrieri, acquattati nei pressi,
furono sommersi da un vapore accecante e da un immondo fetore; e la
maggior parte di loro fuggì, cercando di orientarsi alla meno peggio, in
direzione della Collina delle Spie. Ma, mentre Glaurung varcava il Narog,
Mablung si scansò e si appiattì sotto una roccia, dove rimase,
sembrandogli che la sua missione non fosse ancora compiuta. Se infatti ora
sapeva che Glaurung dimorava nel Nargothrond, aveva avuto anche ordine
di sapere, se possibile, come stavano le cose con il figlio di Húrin. E, nella
fermezza del suo cuore, si propose pertanto di varcare il fiume non appena
Glaurung se ne fosse andato, per recarsi a esplorare le aule di Felagund.
Pensava infatti che tutto il possibile fosse stato fatto per la salvezza di
Morwen e Niënor: ci si sarebbe di certo accorti di Glaurung, e ormai i
cavalieri dovevano essere in corsa alla volta del Doriath.
Glaurung dunque superò Mablung, vasta forma nella nebbia; e
procedeva in fretta, poiché era un enorme Verme, e tuttavia agile. E
scomparso che fu, Mablung guadò il Narog con grave rischio; ma coloro
che vigilavano sull'Amon Ethir s'avvidero del Drago, e ne furono
sgomenti. Subito ordinarono a Morwen e Niënor di balzare in sella senza
discutere, preparandosi a fuggire verso est, secondo gli ordini ricevuti. Ma,
nel momento in cui, scesi dal colle, giungevano alla piana, ecco un vento
maligno spingere verso di loro gli immani vapori, con un lezzo al quale
nessun cavallo poteva reggere. E, accecati dalla nebbia, resi folli di terrore
dal sentore di drago, i cavalli s'imbizzarrirono e presero a correre alla
disperata di qua e di là; e le sentinelle furono disperse, e cozzarono
ferendosi contro gli alberi, invano cercandosi a vicenda. I nitriti dei cavalli
e le grida dei cavalieri giunsero all'orecchio di Glaurung, il quale assai se
ne rallegrò.
Uno dei guerrieri elfici, che nella nebbia era alle prese con il suo
destriero, vide passargli accanto dama Morwen, una forma grigia su un
corsiero impazzito; ma sparì nella nebbia, gridando «Niënor», né più la
videro.
E mentre il cieco terrore s'impadroniva dei cavalieri, il destriero di
Niënor, correndo all'impazzata, incespicò, sbalzandola di sella. Niënor
cadde sull'erba e restò incolume; ma, rialzatasi, si ritrovò sola, sperduta
nella nebbia, senza più né cavallo né compagni. Il cuore però non le venne
meno, ed essa rifletté con calma; e le parve vano muovere alla volta di
queste o quelle grida, che si levavano tutt'intorno a lei, sia pure sempre più
deboli. Le parve più opportuno ritornare al colle, dove senza dubbio
Mablung sarebbe a sua volta tornato prima di andarsene, non fosse che per
assicurarsi che nessuno dei suoi v'era rimasto.
E così, procedendo a caso, ritrovò il colle, che in effetti era vicinissimo,
e sentì il terreno salire sotto i suoi piedi; e lentamente ripercorse il sentiero
che conduceva alla cima sul versante orientale. E più saliva, più la nebbia
si diradava, finché si ritrovò in pieno sole, sulla nuda sommità. Avanzò di
qualche passo e guardò verso ovest. E lì, proprio di fronte a lei, era la
grande testa di Glaurung, giuntovi in quella dall'altra parte; e prima di
esserne consapevole, i suoi occhi s'imbatterono in quelli dello spirito
immondo, ed erano terribili, pieni del funesto spirito di Morgoth suo
padrone.
Niënor allora lottò contro Glaurung, poiché forti erano la sua volontà e il
suo cuore; ma egli le oppose tutto il suo potere. «Che vai cercando?» le
domandò; e, costretta a rispondere, Niënor disse: «Sto semplicemente
cercando un certo Túrin che un tempo ha dimorato qui. Ma forse è morto».
«Non lo so» fece Glaurung. «Era rimasto qui a difendere le donne e i
deboli; ma quando io sono venuto li ha abbandonati ed è fuggito. Un
millantatore, ma anche un pusillanime, a quel che sembra. Perché cerchi
uno così?»
«Menti» ribatté Niënor. «I figli di Húrin per lo meno non sono vili. Non
ti temiamo.»
Rise allora Glaurung, perché così facendo la figlia di Húrin era esposta
alla sua perfidia. «Vuol dire che siete stolti tutti e due, tu e tuo fratello»
disse. «E inutili saranno le vostre vanterie. Perché io sono Glaurung.»
Poi ne attirò lo sguardo, e la volontà di Niënor cedette. E le parve che il
sole sbiadisse, e tutto attorno a lei si oscurasse; e lentamente una grande
tenebra le calò addosso, e in essa v'era il vuoto; nulla più sapeva, nulla più
udiva, nulla più ricordava.

A lungo Mablung esplorò le aule di Nargothrond, per quanto glielo


permettessero il buio e il fetore. Ma non vi trovò creatura vivente: nulla si
muoveva tra le ossa, nessuno rispose alle sue grida. Alla fine, oppresso
dall'orrore del luogo, e temendo il ritorno di Glaurung, tornò alle Porte. Il
sole stava tramontando, e le ombre del Faroth alle sue spalle si
proiettavano scure sulle terrazze e sul fiume in piena ai loro piedi; ma
laggiù lontano, alla base dell'Amon Ethir, gli parve di scorgere la mala
forma del Drago. Più faticoso e periglioso fu il ritorno di là dal Narog per
Mablung pungolato dalla fretta e dal timore; e aveva appena toccato la riva
orientale, e scivolava di lato sotto l'argine, quand'ecco avvicinarsi
Glaurung. Adesso, però, questi era lento e cauto, perché i fuochi in lui si
erano attenuati: grande era il potere cui aveva dato fondo, e adesso aveva
bisogno di riposarsi e dormire al buio. E così serpeggiò nelle acque e
scivolò verso le Porte come un'enorme biscia color cenere, insozzando il
suolo con il ventre.
Ma prima di sparire, si volse a guardare verso est, e da lui uscì la risata
di Morgoth, debole ma orribile, quale un'eco di perfidia che venisse da
buie profondità lontane.
E poi se ne udì la voce, fredda e bassa: «Te ne stai come un sorcio sotto
l'argine, Mablung il possente! Male hai condotto la missione di Thingol.
Affrettati al colle e vedrai che ne è stato di coloro che ti erano affidati!».
Poi Glaurung penetrò nella tana, e il sole tramontò, e grigia la sera scese,
e fredda sulla terra. Mablung tornò di corsa all'Amon Ethir, e mentre saliva
le stelle spuntarono a oriente. E sul loro sfondo vide immobile, nera, una
figura che sembrava di pietra. Così stava Niënor, e nulla udì di ciò che egli
diceva, nulla gli rispose. Ma quando alla fine Mablung la prese per mano,
si mosse e si lasciò condurre; e se egli la teneva a quel modo, lei lo
seguiva, ma se la lasciava andare si fermava.
Grande fu allora il dolore e lo stupore di Mablung; ma non gli restava
altra scelta di condurre a quel modo Niënor per tutta la lunga strada verso
est, senza aiuto né compagnia. E così andavano, camminando come
trasognati, per la piana ammantata dalla notte. E quando spuntò il mattino,
Niënor incespicò, cadde e rimase immobile. E Mablung le si sedette
accanto disperato.
«Non per nulla temevo questa missione» si disse. «Ed essa sarà la mia
ultima, a quel che sembra. Insieme a quest'infelice figlia di Uomini, perirò
nella desolazione, e il mio nome sarà oggetto di dileggio nel Doriath,
sempreché del nostro destino si sappia qualcosa. Tutti gli altri, è chiaro,
sono stati uccisi, e lei sola risparmiata, ma non certo
misericordiosamente.»
Vennero così ritrovati da tre sbandati fuggiti dal Narog all'arrivo di
Glaurung e che, dopo lungo peregrinare, diradatasi la nebbia, erano tornati
al colle; e, vistolo deserto, avevano ripreso la via di casa. La speranza
allora rinacque in Mablung; e si rimisero insieme in cammino, volgendo a
nord e a est, non essendovi strada per ritornare al Doriath dal sud e, in
seguito alla caduta di Nargothrond, ai custodi del traghetto era proibito di
portare chiunque sulla riva opposta, a meno che non provenisse
dall'interno.
Lento fu il loro cammino, come potrebbe essere di chi porti un debole
bambino. Ma, mentre s'avvicinavano al Doriath, un po' alla volta le forze
tornarono a Niënor, che un'ora dopo l'altra proseguiva obbediente, sempre
condotta per mano. Ma nulla vedevano i suoi occhi sbarrati, le sue
orecchie non udivano suono, le sue labbra non pronunciavano parole.
E finalmente, dopo molti giorni, furono nei pressi del confine
occidentale del Doriath, un po' a sud del Teiglin. Intendevano infatti
superare le barriere della piccola contrada di Thingol di là dal Sirion,
giungendo così al ponte custodito nei pressi della confluenza
dell'Esgalduin. Quivi fecero tappa; e distesero Niënor su un letto d'erba, e
Niënor chiuse gli occhi come fino a quel momento non aveva fatto, e parve
che dormisse. Allora anche gli Elfi si riposarono, e la stanchezza li rese
noncuranti. Accadde così che venissero assaliti di sorpresa da una banda di
Orchi in caccia, di quelle che ormai scorrazzavano liberamente nella
regione, osando persino avvicinarsi alle barriere del Doriath. Nel pieno
della mischia, d'un subito Niënor balzò dal giaciglio d'erba, come chi si
ridesti dal sonno a un allarme notturno, e con un grido fuggì nella foresta.
Si volsero allora gli Orchi a inseguirla, e dietro gli Elfi. Ma uno strano
mutamento si verificò in Niënor, che tutti li distanziò, fuggendo come una
cerva tra gli alberi, i capelli svolazzanti nel vento della corsa. Ben presto
Mablung e i suoi compagni raggiunsero gli Orchi, e tutti li uccisero a uno a
uno, continuando poi l'inseguimento. Ma ormai Niënor era scomparsa,
quasi fosse un fantasma; e non la si rivide né se ne trovò più traccia,
ancorché per molti giorni la cercassero.
Alla fine Mablung tornò nel Doriath, curvo sotto il peso del dolore e
della vergogna. «Trovati un nuovo capo dei tuoi cacciatori, signore,» disse
al Re «perché io sono disonorato.»
E Melian allora: «Non è vero, Mablung, hai fatto tutto ciò che potevi, e
nessun altro tra i servi del Re avrebbe potuto fare altrettanto. Ma sfortuna
ha voluto che ti trovassi alle prese con un potere troppo grande per te:
troppo grande, anzi, per tutti coloro che oggi vivono nella Terra di
Mezzo».
«Ti ho spedito alla ricerca di notizie, e le hai raccolte» soggiunse
Thingol. «Non è colpa tua se coloro ai quali esse soprattutto interessano
sono ormai lontani. Triste invero è la fine di tutti i familiari di Húrin, ma
non è a te che ne va attribuita la colpa.»
Ora, infatti, non soltanto l'insensata Niënor si era persa nelle selve, ma
anche Morwen era scomparsa. Né allora né in seguito notizie certe sul suo
destino giunsero nel Doriath o nel Dor-lómin. Mablung però non volle
darsi pace, e con una piccola compagnia tornò nelle solitudini e per tre
anni si spinse lontano, dagli Ered Wethrin alle Bocche del Sirion, in cerca
di segni delle disperse o di voci sul loro conto.

CAPITOLO XV

NIËNOR NEL BRETHIL

Quanto a Niënor, essa corse per il bosco, e all'orecchio le giungevano le


grida degli inseguitori; e si stracciò le vesti e le gettò correndo, sì che restò
nuda; e per tutto quel giorno continuò a correre, come una bestia braccata
fino a che non le scoppi il cuore, e che non osi né fermarsi né tirare il fiato.
Ma la sera, all'improvviso, la follia le passò. Rimase immobile per un
istante, come meravigliata, e quindi, in un accesso di totale sfinimento,
cadde come folgorata in un fitto di felci. E lì, tra le vecchie piante e i nuovi
getti della primavera, ristette e dormì, indifferente a tutto.
Il mattino si svegliò e si allietò della luce come chi apra gli occhi alla
vita; e ogni cosa che vedeva le sembrava nuova e strana, e ne ignorava il
nome perché dietro di lei si estendeva solo una vuota tenebra, attraverso la
quale non le giungeva memoria di nulla da lei conosciuto, né eco di parola
che fosse. Un'ombra di paura, ecco tutto ciò che rammentava, e pertanto
stava sul chi vive, continuamente alla ricerca di nascondigli: s'arrampicava
sugli alberi o s'infrattava, veloce come uno scoiattolo o una volpe, se un
suono o un'ombra la spaventavano; e di là a lungo stava a spiare tra le
foglie, prima di decidersi a uscirne.
E così fu che, continuando per la via che aveva iniziato di corsa, giunse
al fiume Teiglin dove placò la propria sete; ma cibo non ne trovò, né
sapeva dove cercarne, ed era affamata e infreddolita. E poiché gli alberi di
là dall'acqua sembravano più fitti e più bui (e lo erano davvero, essendo
quello il margine della Foresta di Brethil), si decise a superare il fiume e,
giunta a un verde tumulo, vi si lasciò cadere: era sfinita, e aveva
l'impressione che la tenebra che aveva alle spalle stesse per ripiombarle
addosso e che il sole si oscurasse.
In effetti si trattava di una nera tempesta che proveniva da sud, carica di
lampi e di pioggia torrenziale; e lei se ne stette lì, rannicchiata nel terrore
del tuono, e la nera pioggia ne frustava la nudità; rimase a guardare senza
proferir parola come un animale selvatico in trappola.
Ora accadde che certi abitanti dei boschi del Brethil proprio in quell'ora
passassero di lì, reduci da un'incursione contro Orchi, affrettandosi verso
un vicino ricovero oltre i Guadi del Teiglin; e alla gran luce di un fulmine
scorsero lo Haudh-en-Elleth rischiarato come da una bianca fiamma.
Allora Turambar, che guidava il gruppo, sussultò e si coprì gli occhi
tremante, poiché gli era sembrato di vedere, abbandonato sulla tomba di
Finduilas, il fantasma di una fanciulla uccisa.
Ma uno dei suoi uomini corse al tumulo e gli gridò: «Vieni, signore! C'è
una giovane donna, ed è viva!». E Turambar, accorso, la sollevò, e acqua
le gocciava dai capelli zuppi, ma questa chiuse gli occhi percorsa da un
brivido, senz'altre reazioni. Allora, meravigliato di vederla così nuda,
Turambar le gettò addosso il mantello e la portò al capanno dei cacciatori
nel bosco. Ivi accesero un fuoco, l'avvolsero in coperte, e lei riaprì gli
occhi e li scrutò; e quando il suo sguardo si posò su Turambar, il volto le si
illuminò, ed essa tese la mano verso di lui, perché le sembrò di aver
trovato finalmente uno che aveva cercato nelle tenebre, e ne fu confortata.
E Turambar le prese la mano, sorrise e disse: «Orsù, signora, non vuoi
dirci il tuo nome e qual è la tua gente, e che cosa ti è accaduto?».
Allora quella scosse il capo, e nulla disse, ma prese a piangere; e quelli
la lasciarono in pace finché non ebbe mangiato avidamente quel po' di cibo
che poterono darle. E mangiato che ebbe, sospirò e tornò a posare la mano
in quelle di Turambar; e questi disse: «Con noi sei al sicuro. Qui puoi
riposarti questa notte, e domattina ti condurremo alle nostre case nell'alta
foresta. Vorremmo però sapere il tuo nome e la tua gente, sì che magari la
si possa trovare e recare loro tue notizie. Non vuoi dircelo?».
Ma di nuovo essa non rispose e pianse.
«Non tormentarti!» la esortò Turambar. «Può darsi che il racconto ti sia
ancora troppo triste per farcelo. Ma io ti darò un nome, ti chiamerò Níniel,
Fanciulla in Lacrime.» E a quel nome essa levò lo sguardo e scosse il capo,
ma ripeté: «Níniel». E fu la prima parola che pronunciò dopo la tenebra in
cui era stata immersa, e da allora fu il suo nome tra gli Uomini dei Boschi.

Il mattino condussero Níniel alla volta dell'Ephel Brandir, e la strada


saliva ripida fino a un luogo in cui bisognava superare la corrente vorticosa
del Celebros. Quivi era stato costruito un ponte di legno, al di sotto del
quale le acque precipitavano da un margine di sasso consunto e ricadevano
per una serie di schiumanti rapide in una conca scavata nella roccia; e l'aria
era piena di vapore simile a pioggia. Un vasto prato si stendeva sopra la
cascata, e vi crescevano betulle, ma dal ponte lo sguardo spaziava
ampiamente sulle gole del Teiglin distante un paio di miglia a occidente.
Lì l'aria era sempre fresca, e d'estate i viandanti vi sostavano e bevevano
l'acqua fredda. Dimrost, la Scala Piovosa, erano chiamate quelle rapide,
ma dopo quel giorno furono dette Nen Girith, Acqua Rabbrividente;
giacché Turambar e i suoi uomini vi si fermarono, ma non appena Níniel
giunse si fece fredda e tremante, né essi poterono riscaldarla o confortarla.
S'affrettarono pertanto a riprendere il cammino; ma, prima che giungessero
all'Ephel Brandir, Níniel già vaneggiava in preda alla febbre.
A lungo giacque malata, e Brandir fece ricorso a tutta la propria abilità
per curarla, e le mogli degli Uomini dei Boschi la accudivano notte e
giorno. Ma soltanto quando Turambar le era vicino se ne stava tranquilla o
dormiva senza gemere; e questo fu notato da quanti la osservassero;
durante tutto il suo stato febbrile, per quanto sovente apparisse sconvolta,
mai pronunciò una parola in qualsivoglia lingua degli Elfi o degli Uomini.
E allorché la salute lentamente le tornò, ed essa riprese a camminare e a
mangiare, ecco che le donne del Brethil dovettero insegnarle a parlare,
parola per parola, come si fa con un bambino. Ma ella fu rapida ad
apprendere, e ne gioiva come chi ritrovi tesori grandi e piccoli andati
smarriti; e quando finalmente ne seppe abbastanza da poter parlare con gli
amici, eccola chiedere: «Come chiamate questo? Perché nella mia tenebra
l'ho dimenticato». E quando fu nuovamente in condizioni di muoversi da
sola, prese ad andare in casa di Brandir, poiché era desiderosissima di
conoscere i nomi di tutte le creature viventi, e Brandir molto sapeva in
proposito; e insieme passeggiavano per gli orti e le radure.
E Brandir se ne innamorò; e riacquistate le forze, questa gli porgeva il
braccio per sorreggerlo, zoppo com'era, e lo chiamava suo fratello. Ma il
cuore l'aveva dato a Turambar, e solo quando lo vedeva sorrideva, e solo
quand'egli si mostrava allegro essa rideva.
Una sera del dorato autunno sedevano assieme, e il sole incendiava il
fianco della collina e le case dell'Ephel Brandir, e profondo era il silenzio.
Allora gli disse Níniel: «Di tutto e tutti ho chiesto ormai il nome, salvo il
tuo. Come ti chiami?».
Ed egli: «Turambar».
Allora Níniel tacque come se ascoltasse un'eco, poi disse: «E significa
qualcosa, o è solo un nome proprio?».
«Significa Signore dell'Ombra Scura. Perché anch'io, Níniel, ho avuto la
mia tenebra, in cui le cose care si sono perdute; ora però l'ho superata,
penso.»
«E anche tu ne sei fuggito correndo fino a giungere a questi bei boschi?»
domandò Níniel. «E quando ti sei sottratto a essa, Turambar?»
«Sì,» le rispose «per molti anni sono fuggito. E mi sono sottratto a essa
quando tu l'hai fatto. Perché era buio quando sei venuta, Níniel, ma da quel
momento la luce è tornata. E mi sembra che ciò che a lungo e invano ho
cercato mi sia giunto.» E nel crepuscolo, tornato alla sua casa, si disse:
«Haudh-en-Elleth! Dal verde tumulo Níniel è venuta. È forse un segno, ma
come interpretarlo?».

Ora, la stagione dorata finì trasformandosi in un mite inverno, e fu un


altro anno luminoso. Era pace nel Brethil, e gli abitanti dei boschi stavano
tranquilli e non si allontanavano di molto, né giungevano loro notizie dalle
contrade circostanti. Infatti gli Orchi, che in quel tempo si spingevano a
sud, verso il buio regno di Glaurung, o venivano mandati a spiare le
frontiere del Doriath, evitavano i Guadi del Teiglin, procedendo verso
ovest ben al di là del fiume.
E ormai Níniel era completamente guarita e s'era fatta bella e forte; e
Turambar non seppe più resistere e la chiese in moglie. Níniel ne fu lieta;
ma quando Brandir lo seppe si sentì stringere il cuore e le disse: «Non aver
fretta! Non credermi scortese se ti consiglio di attendere».
«Nulla di ciò che tu fai è scortese» replicò lei. «Ma allora perché mi dai
questo consiglio, saggio fratello?»
E lui: «Saggio fratello? Zoppo fratello, piuttosto, non amato e non
amabile. Non lo so di preciso. Pure, su quell'uomo grava un'ombra, e io ho
paura».
«Gravava un'ombra» precisò Níniel. «Lui stesso me l'ha detto. Ma a essa
si è sottratto, come ho fatto io. E non è forse degno di amore? Sebbene ora
sia in pace, non è stato un tempo il più grande dei comandanti, di fronte al
quale tutti i nemici fuggivano al solo vederlo?»
«Chi te l'ha detto?» domandò Brandir.
«Dorlas. Non ha forse detto il vero?»
«Ha detto il vero» ammise Brandir, ma ne era dispiaciuto perché Dorlas
era il capo della brigata che voleva far guerra agli Orchi. E Brandir
continuava a escogitare motivi per ritardare la decisione di Níniel, e disse
dunque: «Il vero, ma non l'intera verità; devi sapere infatti che era il
Capitano di Nargothrond, e prima era sceso dal Nord e, a quanto si dice,
era figlio di Húrin del Dor-lómin della bellicosa Casa di Hador».
E Brandir, avvedutosi dell'ombra che a quel nome le era passata sul
volto, equivocò e soggiunse: «Invero, Níniel, hai ben ragione di pensare
che un uomo del genere ben presto tornerà alla guerra, magari lungi da
questa terra. E in tal caso, come potrai reggere? Sta' dunque attenta, perché
prevedo che, se Turambar torna alle battaglie, ad avere il sopravvento sarà,
non lui, bensì l'Ombra».
«Reggerei,» replicò Níniel «ma maritata meglio che nubile. E può darsi
che una moglie riesca più facilmente a trattenerlo e a tenere lontana
l'Ombra.» Era però turbata dalle parole di Brandir, e pregò Turambar di
attendere ancora un poco. Ed egli ne fu meravigliato e avvilito: ma quando
seppe da Níniel che era stato Brandir a consigliarle di attendere, ne fu
irritato.
Giunse la primavera, ed egli disse a Níniel: «Il tempo passa. Abbiamo
atteso, ma ora non voglio aspettare dell'altro. Fai come il cuore ti detta,
Níniel carissima, ma tieni presente che io ho di fronte a me una scelta:
tornare a guerreggiare nelle selve, oppure sposarti e mai più partire in
battaglia, salvo che per difendere te, se un male assalisse casa nostra».
Allora lei ne fu felice e gli diede parola, e a mezza estate si sposarono; e
gli Uomini dei Boschi fecero grande festa, e donarono loro una bella casa
che avevano costruito sull'Amon Obel. Quivi Turambar e Níniel vissero
felici, ma Brandir era turbato, e l'ombra che gli gravava sul cuore s'infittì.
CAPITOLO XVI

L'ARRIVO DI GLAURUNG

Ora il potere e la perfidia di Glaurung crebbero rapidamente, ed egli


s'ingrassò, e convocò a sé Orchi, e governò quale un Re drago, e tutto
quello che era stato il Regno di Nargothrond fu sotto il suo dominio. E
prima che l'anno finisse, terzo della dimora di Turambar tra gli Uomini dei
Boschi, prese ad assalirne la contrada che per un periodo aveva avuto
pace: perché invero era ben noto a Glaurung e al suo padrone che nel
Brethil ancora aveva dimora un resto di uomini liberi, gli ultimi delle Tre
Casate che sfidavano il potere del Nord. E questo non erano disposti a
tollerarlo, essendo proposito di Morgoth di sottomettere tutto il Beleriand e
di non lasciarne angolo inesplorato, così che in nessuna tana o
nascondiglio fosse chi non era suo schiavo. E dunque, o che Glaurung
indovinasse dove Túrin era celato, o che (come certuni sostengono) Túrin
per tutto il tempo si fosse davvero sottratto all'occhio del Male ond'era
perseguitato, poco importa. Perché alla fin fine i consigli di Brandir
dovevano rivelarsi vani, e due scelte soltanto si offrivano a Turambar:
starsene con le mani in mano fino a essere trovato e perseguitato come un
ratto; o uscire al più presto a dar battaglia, e così rivelarsi.
Ma quando giunsero all'Ephel Brandir le prime notizie della calata degli
Orchi, non andò in guerra e cedette alle preghiere di Níniel. Disse infatti
questa: «Le nostre case non sono ancora assalite, e certo ti ricordi le tue
parole. Dicono che gli Orchi non siano molti, e Dorlas mi ha detto che,
prima che tu venissi, incursioni del genere erano tutt'altro che rare, e gli
abitanti dei boschi dovevano respingerle».
Gli Uomini dei Boschi, però soccombettero perché quegli Orchi erano di
una razza feroce, crudeli e astuti, ed erano calati col preciso scopo
d'invadere la Foresta di Brethil, non già, come prima, per superarne i limiti
diretti poi ad altre imprese, né per cacciare in piccole bande. Sicché,
Dorlas e i suoi furono respinti con perdite, e gli Orchi, superato il Teiglin,
scorrazzarono in lungo e in largo nei boschi. E Dorlas andò da Turambar,
gli esibì le proprie ferite e gli disse: «Vedi, signore, è venuta l'ora in cui la
miseria ci piomba addosso dopo una pace illusoria, come io prevedevo.
Non avevi tu chiesto di essere considerato uno del nostro popolo, non già
uno straniero? E questa minaccia non riguarda anche te? Che le nostre case
non rimarranno celate agli Orchi se essi penetrano vieppiù nella nostra
terra».
Si levò dunque Turambar e ridiede mano alla spada Gurthang e salì in
battaglia; e quando gli Uomini dei Boschi lo appresero, assai si
rianimarono e gli si radunarono attorno, tanto che poté contare su una
forza di molte centinaia. Allora batterono la foresta uccidendo tutti gli
Orchi che vi si aggiravano e appiccandoli agli alberi presso i Guadi del
Teiglin. E quando una nuova schiera ne mosse contro di loro, la sorpresero
in un'imboscata, e gli Orchi, sopraffatti sia dal numero degli abitanti dei
boschi sia dal terrore della riapparsa Spada Nera, furono messi in fuga e
uccisi in gran numero. Gli uomini eressero poi grandi pire e a mucchi vi
bruciarono i cadaveri dei militi di Morgoth, e il fumo della loro vendetta
salì nero al cielo, e il vento lo portò all'ovest. E pochi furono gli Orchi che
tornarono vivi nel Nargothrond con tali notizie. Allora Glaurung fu preda
di grande collera, e tuttavia ancora per qualche tempo rimase immobile, a
riflettere su quanto aveva udito. Così l'inverno passò tranquillo, e gli
uomini dicevano: «Grande è la Spada Nera del Brethil, tant'è che tutti i
nostri nemici sono vinti». E Níniel ne era confortata e gioiva della nomea
di Turambar; questi però se ne stava pensieroso, e in cuor suo diceva: «Il
dado è tratto. Ora ecco che viene la prova, nella quale il mio vanto avrà
conferma o sarà affatto smentito. Più non fuggirò. Voglio essere davvero
Turambar, e con la mia volontà e prodezza sopraffare la mia sorte - o
cadere. Ma, che io cada o rimanga in piedi, Glaurung almeno lo voglio
uccidere».
Ciononostante era inquieto, e inviò uomini coraggiosi a esplorare
lontano. Perché, sebbene senza dirlo esplicitamente, egli adesso faceva a
modo suo, come se fosse lui il Signore del Brethil, e nessuno prestava
orecchio a Brandir.
Venne, ricca di speranze, la primavera, e gli uomini cantavano
lavorando. Ma quella primavera Níniel concepì, e si fece pallida e smunta,
e la sua felicità era offuscata. E ben presto giunsero strane voci dagli
uomini che si erano spinti lontano, oltre il Teiglin, di un vasto incendio
laggiù nei boschi sulla piana verso il Nargothrond, e ci si chiedeva di che
cosa si trattasse. Non passò molto che giunsero altre notizie: che gli
incendi procedevano verso il Nord, e che era Glaurung stesso ad
appiccarli. Aveva infatti lasciato il Nargothrond, ed era intento a chissà
quali imprese. Allora dissero i più insensati e speranzosi: «Il suo esercito è
distrutto, e ora finalmente il Verme è rinsavito e torna là donde è venuto».
E altri: «Speriamo che passi alla larga da noi».
Turambar però non nutriva speranze del genere, ben sapendo che
Glaurung veniva a cercare proprio lui. Sicché, pur nascondendo il proprio
pensiero a cagione di Níniel, sempre, giorno e notte, rifletteva sul da farsi;
e la primavera declinò nell'estate.
Giorno venne in cui due uomini tornarono dall'Ephel Brandir in preda al
terrore, poiché avevano visto il Grande Verme in persona. «Invero,
signore,» dissero a Turambar «ora s'avvicina al Teiglin, e non devia.
Giaceva nel bel mezzo di un grande incendio, e tutt'attorno a lui gli alberi
fumavano. Il fetore che ne emana è difficile da sopportare. E per tutte le
lunghe leghe sino al Nargothrond si stende la sua immonda caligine, in una
linea, ci sembra, che senza spostamento alcuno punta dritta su di noi. Che
possiamo fare?»
«Ben poco,» rispose Turambar «ma su quel poco ho già riflettuto. Le
notizie di cui siete latori m'infondono più speranza che timori; perché, se
davvero procede diritto, come voi dite, e se non intende deviare, ho un
progetto per cuori arditi.» Gli uomini si stupirono poiché al momento
null'altro aggiunse; ma la sua fermezza ridiede loro animo.

Ora, ecco come si presentava il corso del Teiglin. Al pari del Narog,
veloce scendeva dagli Ered Wethrin, dapprima però tra vaste rive, finché,
oltre i Guadi, ingrossato da altri rivi, si scavava il letto ai piedi
dell'altipiano coperto dalla Foresta di Brethil, e poi correva in profonde
gole, le cui ripide pareti erano simili a mura di roccia, e imprigionate al
fondo le acque fluivano con grande violenza e frastuono. E proprio sulla
strada di Glaurung si apriva una di queste gole, nient'affatto la più
profonda, sì però la più angusta, esattamente a nord della confluenza del
Celebros. Turambar pertanto mandò tre uomini arditi a vigilare dall'orlo
del burrone i movimenti del Drago; quanto a lui, intendeva spingersi sino
all'alta cascata di Nen Girith, dove rapide gli sarebbero giunte le notizie e
donde egli stesso avrebbe potuto spaziare con lo sguardo sulle contrade.
Prima, però, radunò gli abitanti dei boschi dell'Ephel Brandir, e così
parlò loro: «Uomini del Brethil, un pericolo mortale ci minaccia, e solo un
grande ardire varrà a stornarlo. Ma, in questa necessità, un gran numero
sarebbe di scarso profitto. Dobbiamo usare l'astuzia e sperare nella buona
sorte. Se salissimo contro il Drago con tutte le nostre forze, come contro
un esercito di Orchi, non faremmo che esporci tutti alla morte, lasciando
così senza difesa le nostre spose e i nostri cari. Io dico pertanto che voi
dovrete rimanere qui, preparando la fuga, poiché, se Glaurung arriva, vi
converrà abbandonare questo luogo e disperdervi più che potete; e così
facendo, alcuni la scamperanno e sopravviveranno. È certo infatti che,
potendolo, egli distruggerà questo luogo e quant'altro gli capiti sott'occhio.
Poi, però, qui non sosterà. Tutti i suoi tesori si trovano a Nargothrond,
dove sono le profonde aule nelle quali può vivere al sicuro, e crescere».
Ne furono sgomenti gli uomini, ed erano del tutto scoraggiati, poiché
confidavano in Turambar e s'erano aspettati parole più ottimistiche. Egli
però soggiunse: «No, questa è l'eventualità peggiore, ed essa non si
verificherà se il mio progetto e il mio destino sono buoni. Io non credo
infatti che codesto Drago sia invincibile, sebbene anno per anno cresca in
forza e in perfidia. Di lui so qualcosa. Il suo potere risiede più nel malo
spirito che lo abita che non nella forza del suo corpo, per grande che esso
sia. Udite infatti quanto mi è stato raccontato da uno che ha combattuto
l'anno della Nirnaeth, quando io e gran parte di coloro che mi stanno ad
ascoltare eravamo ancora bambini. Su quel campo i Nani gli tennero testa,
e Azaghâl di Belegost gli inferse una ferita così profonda, che il Verme
fuggì ad Angband. Ma ecco qui una spina più tagliente e lunga del coltello
di Azaghâl». E Turambar sguainò Gurthang e se la fece roteare sopra il
capo, e agli astanti parve che una fiamma dalla mano di Turambar balzasse
in aria per molti piedi. E allora levarono un gran grido: «La Spina Nera del
Brethil!».
«La Spina Nera del Brethil» confermò Turambar. «E ben dovrebbe
temerla. Sappiate infatti che la sorte di codesto Drago (e, dicono, di tutta la
sua stirpe) vuole che, per grande che sia la sua corazza di corno, dura più
del ferro, sotto deve accontentarsi di un ventre di serpe. E pertanto, uomini
del Brethil, io ora intendo cercare il ventre di Glaurung, e con ogni mezzo
possibile. Chi vuol venire con me? Ho bisogno solo di poche braccia forti
e cuori ancora più forti.»
Allora si fece avanti Dorlas e disse: «Verrò con te, signore, poiché ho
sempre preferito andare incontro al nemico che attenderlo».
Ma nessun altro rispose all'appello, poiché gravava su di loro la paura di
Glaurung, e il racconto degli esploratori che l'avevano visto, essendo corso
di bocca in bocca, via via cresceva. Gridò allora Dorlas: «Ascoltatemi,
uomini del Brethil! Ormai è manifesto che, per i mali dei tempi nostri, vani
erano i consigli di Brandir. Non c'è scampo nel tenersi nascosti. Nessuno
di voi vuol prendere il posto del figlio di Handir, sì che la Casa di Haleth
non sia coperta di vergogna?». Così Brandir, che sedeva sull'alto seggio
del signore dell'assemblea, ma nessuno gli badava, fu umiliato, e il cuore
gli si riempì di amarezza perché Turambar non rimproverò Dorlas. Ecco
però levarsi un certo Hunthor, parente di Brandir, il quale disse: «Male fai,
Dorlas, a parlare così a vergogna del tuo signore, le cui membra per mala
sorte non possono fare ciò che il suo cuore vorrebbe. Bada, a te può
accadere il contrario! E come si può affermare che i suoi consigli fossero
vani, se mai sono stati ascoltati? Tu, suo vassallo, non li hai mai tenuti in
conto. E io ti dico che Glaurung adesso ci viene addosso, come prima ha
fatto con Nargothrond, perché i nostri atti ci hanno tradito, proprio come
Brandir temeva. Ma poiché questa disgrazia è ormai realtà, col tuo
permesso, figlio di Handir, io andrò a dar man forte alla Casa di Haleth».
Disse allora Turambar: «Tre sono sufficienti. Porterò voi due con me.
Ma, signore, io non ti disprezzo. Come vedi, dobbiamo fare in fretta, e il
compito che ci attende richiede salde membra. Penso che il tuo posto sia
con il tuo popolo, poiché sei saggio e sei un taumaturgo. E può darsi che
tra poco qui ci sia bisogno di saggezza e di arte medica». Ma quelle parole,
per quanto dette con buone intenzioni, non fecero che amareggiare vieppiù
Brandir, il quale disse a Hunthor. «Va' dunque, ma non con il mio
consenso. Perché un'ombra grava su quest'uomo, ed egli ti condurrà a
perdizione».
Ora Turambar non vedeva l'ora di partire: ma quando andò da Níniel per
prenderne congedo, lei gli si aggrappò piangendo a calde lacrime. «Non
partire Turambar, t'imploro» diceva. «Non sfidare l'Ombra da cui sei
fuggito. No, no, continua a fuggire e portami con te, lontano da qui!»
«Níniel carissima,» replicò Turambar «non possiamo fuggire ancora, tu
e io. Siamo inchiodati a questa terra. E anche se me ne andassi,
abbandonando il popolo che ci è stato amico, non potrei certo portarti nelle
selve inabitate, a morte tua e di nostro figlio. Un centinaio di leghe ci
separano dalla prima terra che sia fuori dalla portata dell'Ombra. Ma fatti
animo, Níniel. Questo infatti ti dico: né tu né io saremo uccisi da codesto
Drago, e neppure da qualsiasi nemico del Nord.» Níniel allora cessò di
piangere e rimase in silenzio, ma freddo fu il suo bacio di congedo.
Poi Turambar, accompagnato da Dorlas e da Hunthor, mosse in gran
fretta verso Nen Girith, e vi giunsero che il sole stava tramontando e le
ombre allungandosi; mentre i due ultimi esploratori erano lì ad attenderli.
«Non arrivi certo troppo presto, signore» dissero costoro. «Il Drago
infatti ha continuato la sua avanzata, e già quando noi siamo partiti aveva
raggiunto il margine del Teiglin, e fiammeggiava di là dall'acqua. Si
muove sempre di notte, e dunque c'è da attendere il suo assalto prima
dell'alba di domani.»
Turambar volse lo sguardo alle cascate del Celebros, e vide il sole calare
e nere spire di fumo levarsi dalle rive del fiume. «Non c'è tempo da
perdere» disse. «Ma queste sono buone notizie. Temevo infatti che
deviasse; e se si fosse spostato più a nord, muovendo verso i Guadi e
quindi verso la vecchia strada nella piana, la speranza sarebbe stata vana.
Ma ecco invece che l'orgoglio e la malizia che lo animano lo spingono a
precipitarsi in avanti.» Pure, già mentre parlava, tra sé rifletteva e si
diceva: «Ma può davvero essere che uno così malvagio e feroce eviti i
Guadi, proprio come gli Orchi? Haudh-en-Elleth! Che Finduilas continui a
interporsi tra me e il mio destino?».
Poi, rivolto ai compagni: «Questo è dunque il compito al quale
dobbiamo assolvere. Ci conviene però aspettare ancora un po', perché il
troppo presto in questo caso sarebbe sbagliato come il troppo tardi.
Quando si farà buio, ci caleremo, in gran segreto, al Teiglin. Attenti, però.
Le orecchie di Glaurung sono sensibili quanto i suoi occhi, i quali sono
mortiferi. Se senza farci notare raggiungeremo il fiume, dovremo
proseguire in fondo alla gola, guadare la corrente e così giungere sulla
direttrice che il Drago seguirà muovendosi».
«Ma come potrà superare la gola?» chiese Dorlas. «Per agile che sia, è
pur sempre un gran Drago, e come farà a calare lungo una parete e a
risalire l'altra, quando una parte di lui si troverà ad ascendere prima che
l'altra sia discesa del tutto? E se di tanto è capace, a che ci varrà trovarci
nella vorticosa acqua al di sotto?»
«Forse è in grado di farlo,» rispose Turambar «e in tal caso ci andrà
male. Ma io spero, da ciò che di lui sappiamo, e stando al luogo in cui ora
si trova, che il suo proposito sia un altro. È giunto al margine della Cabed-
en-Aras che, come tu stesso riferisci, una volta un cervo superò d'un balzo
fuggendo ai cacciatori di Haleth. E Glaurung è ormai tanto grande che, a
mio parere, tenterà di scagliare se stesso al di là. È tutta qui la nostra
speranza, e in essa dobbiamo confidare.»
A queste parole Dorlas si sentì mancare il cuore, lui che meglio di ogni
altro conosceva la terra del Brethil tutta quanta, e la Cabed-en-Aras era
davvero un luogo triste. Il suo fianco orientale era una liscia parete di una
quarantina di piedi, nuda ma coronata in cima di alberi, e sul lato opposto
la riva era un po' meno scoscesa e alta, rivestita di alberi e cespugli
ricadenti, e tra l'una e l'altra l'acqua scorreva impetuosa tra rocce; e, se è
vero che un uomo coraggioso e dal piede saldo avrebbe potuto guadarlo di
giorno, era pericoloso farlo di notte. Ma quello era il parere di Turambar,
ed era inutile contraddirlo.
Si misero quindi in marcia all'imbrunire, ma non subito alla volta del
Drago, bensì prendendo dapprima il sentiero per i Guadi e, a poca distanza
da questi, volgendo a sud per un sentiero più stretto e addentrandosi, nella
luce incerta, nei boschi sopra il Teiglin. A mano a mano che
s'avvicinavano alla Cabed-en-Aras, procedendo passo passo, sovente
fermandosi per tendere l'orecchio, più forte si facevano il puzzo di bruciato
e un fetore che dava loro la nausea. Tutto però era immerso in un mortale
silenzio, senza un alito di vento. Davanti a loro, a oriente, tremolavano le
prime stelle, e contro l'ultima luce in occidente si levavano, diritte e non
oscillanti, deboli spire di fumo.

Andatosene Turambar, Níniel rimase muta come pietra; ma Brandir


venne a lei e le disse: «Níniel, non temere il peggio finché non avvenga.
Ma non ti avevo consigliato di attendere?».
«È vero» rispose lei. «Ma ormai, a che mi varrebbe? L'amore infatti può
esserci e far soffrire anche se non si è sposati.»
«Questo lo so» convenne Brandir. «Ma il matrimonio non è stato senza
frutto.»
«È da due mesi che ho concepito» replicò Níniel. «Ma non per questo è
più difficile da reggere la paura di una possibile perdita. Non ti capisco.»
«Né io capisco me stesso» replicò Brandir. «Ma questo non attenua i
miei timori!»
«Bel conforto che sai dare!» insorse lei. «Comunque, Brandir, amico
mio, sappi che, sposata o no, madre o nubile, la mia angoscia è
insopportabile. Il Padrone del Destino è andato a sfidare la sua sorte
lontano da qui, e come potrei io rimanere in attesa di uno stillicidio di
notizie, buone o cattive che siano? Questa notte forse si scontrerà con il
Drago, e come potrei rimanere in piedi o seduta o trascorrere altrimenti
queste ore spaventose?»
«Non te lo so dire, so solo che in qualche modo le ore devono passare,
per te e per le mogli di coloro che sono andati con lui.»
«Che facciano come comanda loro il cuore» esclamò Níniel. «Quanto a
me, partirò. Tra me e il pericolo del mio signore non devono interporsi le
miglia. Voglio andare incontro alle notizie!»
A tali parole, l'angoscia di Brandir divenne insopportabile, ed egli gridò:
«Non lo farai se posso impedirtelo, altrimenti renderesti vano qualsiasi
proposito. Le miglia che s'interpongono possono significare il tempo di
mettersi in salvo, dovessero le cose andar male».
«Se le cose vanno male, non fuggirò» ribatté Níniel. «E ormai la tua
saggezza è vana, e non mi tratterrà.» E si presentò alla gente ancora
raccolta sullo spiazzo dell'Ephel e gridò:
«Uomini del Brethil! Non intendo restare qua in attesa. Se il mio signore
fallisce, allora ogni speranza sarà vana. La vostra terra e i vostri boschi
saranno carbonizzati, le vostre case ridotte in cenere, e nessuno, dico
nessuno la scamperà. E quindi, perché indugiare qui? Io ora vado incontro
alle notizie e alla sorte, quale che sia, di cui sono latrici. Quelli che come
me la pensano, mi seguano!»
Molti si mostrarono allora desiderosi di andare con lei: le mogli di
Dorlas e di Hunthor perché quelli che amavano avevano seguito Turambar;
altri mossi da pietà per Níniel e dal desiderio di darle prova di amicizia; e
molti di più attratti dalla fama stessa del Drago, che il loro era ardire o
follia (poiché non sapevano abbastanza del male) e pensavano di poter
assistere a fatti strani e gloriosi. Tale infatti era la statura che nelle loro
fantasie aveva assunto la Spada Nera, da far ritenere a ben pochi che
persino Glaurung potesse vincerla. Si misero pertanto subito in marcia in
gran numero, verso un pericolo che non comprendevano; e, poiché non si
concessero riposo, alla fine giunsero, stanchi, mentre la notte scendeva,
alla Nen Girith, da dove poco prima Turambar si era dipartito. Ma la notte
è una fredda consigliera, e molti adesso erano stupiti della loro stessa
impulsività; e allorché, dagli esploratori rimasti sul posto, seppero quanto
vicino fosse ormai Glaurung, e quale il disperato proposito di Turambar,
sentirono gelo nel cuore e non osarono andare oltre. V'era chi volgeva
sguardi ansiosi alla Cabed-en-Aras, ma nulla scorgeva, nulla udiva salvo la
fredda voce delle cascate. E Níniel sedeva in disparte, colta da un
irrefrenabile tremito.
Partita Níniel con quanti l'avevano seguita, Brandir così parlò ai rimasti:
«Vedete quanto mi si spregia, e come il mio parere sia ignorato! Che
Turambar sia vostro signore anche di nome, dato che già si è impadronito
della mia autorità. Qui infatti io rinuncio sia alla signoria che al popolo. E
che nessuno più mi venga a cercare per avere da me consigli o cure». E
spezzò il suo bastone di comando. Tra sé disse: «Ormai null'altro mi resta,
salvo l'amore per Níniel. E quindi, ovunque lei vada, per saggezza o follia,
anch'io devo andare. In quest'ora buia, impossibile qualsiasi previsione;
può darsi però che possa preservarla da qualche disgrazia, se le sto
accanto».
Cinse pertanto una corta spada, come di rado in precedenza, prese la
gruccia e, quanto più in fretta possibile, uscì dalla porta dell'Ephel,
zoppicando dietro gli altri per il lungo sentiero che portava alla marca
occidentale del Brethil.
CAPITOLO XVII

LA MORTE DI GLAURUNG

Alla fine, mentre la notte gravava fitta sulla terra, Turambar e i suoi
compagni giunsero alla Cabed-en-Aras, e furono lieti del gran rumore
prodotto dalle acque, poiché esso, se minacciava pericolo in basso, copriva
però ogni altro suono. Dorlas li condusse un po' lontano dal sentiero, verso
sud, dove per un crepaccio si calarono alla base dello strapiombo; lì però il
cuore gli venne meno, il fiume essendo irto di rocce e grandi massi, tra i
quali l'acqua correva furiosa, e sembrava che arrotasse i denti. «È la via
sicura per la morte» disse Dorlas.
«È l'unica via per la morte o la vita,» ribatté Turambar «e l'indugio non
varrà a renderla meno pericolosa. E quindi, seguitemi!» E prese ad
avanzare per primo e, fosse abilità, ardimento o sorte benigna, giunse
sull'altra riva, e nella tenebra fitta si volse per vedere chi gli veniva dietro.
Accanto a lui, una forma scura. «Dorlas?» chiese.
«No, sono io, Hunthor» rispose questi. «Dorlas non ce l'ha fatta. Un
uomo infatti può amare la guerra e tuttavia temere molte cose. Penso che
sia rimasto a tremare sulla riva; e che possa vergognarsi per le parole che
ha rivolto al mio parente.»
Allora Turambar e Hunthor si riposarono qualche istante, ma ben presto
il freddo della notte li fece rabbrividire, essendo che entrambi erano
bagnati da capo a piedi, e cominciarono a cercare un sentiero lungo la
corrente in direzione nord, verso il punto dov'era Glaurung. La gola si
faceva sempre più buia e più stretta, e procedendo a tentoni scorsero un
balenio sopra di loro, come di fuoco che covasse, e udirono il russare del
Grande Verme immerso in vigile sonno. S'ingegnarono allora di salire la
scarpata per giungere proprio sotto il bordo, su ciò basando tutta la loro
speranza di colpire il nemico dov'era indifeso. Ma talmente immondo era
adesso il fetore, che ne erano storditi, e salivano scivolando,
aggrappandosi agli alberi, e vomitando, nella loro miseria dimentichi di
ogni paura salvo quella di precipitare nelle fauci del Teiglin.
Disse allora Turambar a Hunthor: «Invano sprechiamo le nostre ormai
deboli forze. Perché, accertatici del punto in cui il Drago passerà, sarà
inutile arrampicarsi».
«Ma quando lo sapremo» osservò Hunthor «ci mancherà il tempo di
cercare il modo di risalire dall'abisso.»
«Vero» ammise Turambar. «Ma dove tutto è affidato al caso, nel caso
conviene fidare.» Si fermarono quindi e attesero, e dal buio della gola
videro salire una bianca stella lungo la sottile striscia di cielo; e poi
lentamente Turambar sprofondò in un sogno, nel quale tutta la sua volontà
era tesa a restare avvinghiato, sebbene una nera marea ne succhiasse e
straziasse le membra.
All'improvviso fu un gran rumore, e le pareti dell'abisso tremarono ed
echeggiarono. Turambar sobbalzò e disse a Hunthor: «Si muove. È giunta
l'ora. E colpisci a fondo, perché adesso due devono colpire per tre».
E Glaurung iniziò così il proprio assalto contro il Brethil. Tutto andò
secondo le speranze di Turambar. Il Drago infatti scivolò, lento e greve,
fino all'orlo del burrone, senza deviare, accingendosi a scattare di là
dall'abisso con le grandi zampe anteriori, per poi trascinarsi dietro il resto
del corpo. E il terrore giunse con lui; perché il Drago non iniziò
l'attraversamento esattamente al di sopra dei due acquattati, ma un po' più
a nord, e Turambar e Hunthor ne scorsero la sagoma del capo contro le
stelle; e le fauci del Drago si spalancarono, ed egli aveva sette lingue di
fuoco. Poi emise una vampata, sicché il burrone si riempì di rossa luce e di
nere ombre fuggenti tra le rocce; e davanti a lui gli alberi si seccarono ed
esalarono in fumo, e massi piombarono nel fiume. Allora il Drago si
scagliò in avanti e s'aggrappò al dirupo opposto con i possenti artigli,
cominciando a tirarsi dall'altra parte.
Ora sì che occorreva essere audaci e veloci, perché, sebbene Turambar e
Hunthor fossero sfuggiti alla vampa, non essendosi trovati sulla direttrice
di Glaurung, pure dovevano ancora farglisi sotto prima che passasse al di
là, pena altrimenti il fallimento di tutte le loro speranze. Incurante del
pericolo, Turambar s'inerpicò lungo il dirupo per giungere sotto di lui; ma
lì, così mortiferi erano il calore e il puzzo, che barcollò e sarebbe caduto se
Hunthor, il quale bravamente lo seguiva, non l'avesse afferrato per un
braccio e sorretto.
«Saldo è il tuo cuore!» disse Turambar. «Felice è stata la scelta di te
come compagno.» Ma, mentre così parlava, un gran masso precipitò
dall'alto e colpì Hunthor al capo, scagliandolo nelle acque, e così finì uno
che certo non contava tra i meno valorosi della Casa di Haleth. Esclamò
allora Turambar: «Ahimè, porta male procedere nella mia ombra! Perché
ho cercato aiuto? Adesso sei solo, Padrone del Destino, come avresti
dovuto sapere che non poteva non essere. E da solo ora vinci!».
Raccolse quindi le proprie energie, facendo appello a tutto il suo odio
per il Drago e il suo Padrone, e gli parve d'un tratto di trovare nel cuore e
nel corpo una forza che mai aveva avuto prima; e ascese il dirupo, pietra
dopo pietra, radice dopo radice, fino ad afferrarsi a un alberello che
spuntava poco sotto il bordo dell'abisso, e le cui radici erano ancora salde,
benché la cima ne fosse arsa. E mentre si appollaiava all'incrocio di due
rami, l'addome del Drago fu esattamente sopra di lui, per il peso calando
fin quasi sul suo capo, prima che il mostro potesse risollevarlo. Pallido e
grinzoso era il ventre, e fradicio di un umore grigio al quale aderiva ogni
sorta di sudiciume; e ne emanava tanfo di morte. Trasse allora Turambar la
Spada Nera di Beleg e l'avventò all'insù con tutta la forza del suo braccio e
del suo odio, e la lama mortale, lunga e bramosa, penetrò nel ventre sino
all'elsa.
Allora Glaurung, avvertendo le fitte della morte, lanciò un urlo tale che
tutti i boschi ne furono scossi e le sentinelle alla Nen Girith ne rimasero
sgomente. Turambar vacillò come sotto un colpo, e scivolò in basso, e la
spada gli fu strappata di mano e restò infitta nel ventre del Drago giacché
Glaurung, in un immane spasmo, inarcò tutta la sua massa tremante e la
scagliò oltre il burrone, e lì, sull'altra sponda, si contorse urlando, agitando
la coda e dibattendosi nell'agonia, devastando tutt'attorno a sé per ampio
tratto, e lì infine rimase, tra fumo e rovina, immobile.
Turambar stava aggrappato alle radici dell'albero, intontito e quasi
sopraffatto. Ma lottando con se stesso si riprese e un po' scivolando e un
po' arrampicandosi, calò al fiume, e ancora osò la perigliosa traversata, e
strisciando adesso su mani e piedi, aggrappandosi, accecato dagli spruzzi,
risalì stancamente la ripa per il crepaccio lungo il quale erano discesi.
Giunse così finalmente al Drago morente, e guardò il nemico abbattuto
senza pietà, e ne gioì.
Lì giaceva adesso Glaurung, le fauci spalancate, ma spenti erano tutti i
suoi fuochi, chiusi i suoi occhi perfidi. Se ne stava abbandonato quant'era
lungo, rotolato sul fianco, l'impugnatura di Gurthang sporgendogli dal
ventre. Allora il cuore si gonfiò in petto a Turambar e, sebbene il Drago
ancora respirasse, egli volle recuperare la spada che, se prima gli era cara,
adesso valeva per lui tutti i tesori di Nargothrond. Veritiere si erano
dimostrate le parole pronunciate mentre veniva forgiata, che nulla e
nessuno, grande o piccolo, sarebbe sopravvissuto una volta trafittone.
Sul ventre del suo nemico posò dunque il piede e, afferrata
l'impugnatura di Gurthang, esercitò tutta la propria forza per estrarla. E
gridò, facendosi beffe delle parole pronunciate da Glaurung a
Nargothrond: «Salve, Verme di Morgoth! Ben ritrovato! Crepa, adesso, e
che ti abbia la tenebra. Così Túrin figlio di Húrin si è vendicato».
Strappò a forza poi la spada, e come lo fece ecco che un fiotto di sangue
nero sgorgò dalla ferita, schizzandogli sulla mano, e la carne ne fu bruciata
dal veleno, sì che Turambar gridò forte per il dolore. Al che Glaurung si
mosse e riaprì gli occhi malevoli, e guardò il suo uccisore con tanta
perfidia che a Turambar parve di essere stato colpito da una freccia; e per
questo e per il dolore alla mano cadde svenuto, e giacque come morto
accanto al Drago, al suo fianco la spada.
Ora, le urla di Glaurung giunsero alle orecchie di quanti erano alla Nen
Girith, riempiendoli di terrore; e quando le sentinelle scorsero da lontano
la devastazione e l'incendio provocati dal Drago negli spasmi dell'agonia,
credettero che stesse calpestando e sterminando coloro che l'avevano
assalito. E allora s'augurarono che le miglia che li separavano fossero più
lunghe; pure non osarono abbandonare l'altura su cui si erano radunati,
memori delle parole di Turambar, secondo cui, se a spuntarla fosse stato
Glaurung, si sarebbe precipitato per prima cosa sull'Ephel Brandir.
Attesero dunque, intimoriti, di scorgere segni dei suoi movimenti, ma
nessuno fu così ardito da andare a cercare notizie sul luogo dello scontro.
E Níniel sedeva affatto immobile, salvo per il tremito che la scuoteva
senza che potesse controllarlo; perché, all'udire la voce di Glaurung, il
cuore le si era serrato e aveva sentito la tenebra ripiombarle addosso.
Così la trovò Brandir, giunto per ultimo, lentamente e a fatica, al ponte
sopra il Celebros: tutta la lunga strada l'aveva percorsa da solo,
zoppicando, appoggiandosi alla gruccia, e da casa sua erano almeno cinque
leghe. A spronarlo era stato il timore per Níniel, ma le notizie che gli
furono date non erano peggiori di quanto avesse temuto. «Il Drago ha
passato il fiume» gli dissero gli uomini «e la Spada Nera è certamente
morta, e così quelli che l'hanno seguita.»
Brandir si accostò allora a Níniel e ne indovinò l'angoscia, e molto se ne
angustiò; ma non poté impedirsi di pensare: «La Spada Nera è morta, e
Níniel viva». E rabbrividì, poiché d'un tratto gli parve che facesse freddo,
lì, accanto alle acque della Nen Girith; e gettò il suo mantello sulle spalle
di Níniel, senza però trovare nulla da dire; né lei aprì bocca.
Il tempo passava, e Brandir continuava a starle accanto in silenzio,
affondando lo sguardo nella notte e tendendo l'orecchio. Ma nulla riusciva
a vedere e non gli giungeva suono che non fosse quello delle acque che
precipitavano dalla cascata del Nen Girith. E si disse: «Di sicuro Glaurung
se n'è andato e si è addentrato nel Brethil». Ma più non provava pietà per
la sua gente, quegli stolti che s'erano fatti beffe dei suoi consigli e che
l'avevano spregiato. «Che il Drago vada all'Amon Obel, e ci sarà così il
tempo di fuggire, di condurre in salvo Níniel.» Dove, non lo sapeva, lui
che mai era uscito dal Brethil.
Alla fine si chinò a toccare il braccio di Níniel, e le disse: «Il tempo
passa, Níniel. Vieni! È ora di andare. Se me lo concedi, ti porto via con
me».
Lei allora si alzò in silenzio, lo prese per mano e, varcato il ponte, si
avviarono per il sentiero che conduceva ai Guadi del Teiglin. E quanti li
videro andare come ombre nel buio, non li riconobbero né se ne curarono.
Avevano percorso un tratto di strada fra gli alberi silenti, allorché la luna
sorse dietro l'Amon Obel, e le radure della foresta si colmarono di grigia
luce. Si fermò allora Níniel e chiese a Brandir: «È questa la strada?».
E lui: «Ma quale strada? Tutte le nostre speranze nel Brethil sono morte,
e non abbiamo strada che non sia fuggire il Drago e andarcene lontano da
lui finché siamo ancora in tempo».
Níniel lo guardò meravigliata e insistette: «Ma non ti sei offerto di
portarmi da lui? Volevi forse ingannarmi? La Spada Nera è il mio amato e
mio marito, e solo per trovarlo ti ho seguito. Che ti credevi? Ora fa' come
vuoi, ma io devo affrettarmi».
E anche se Brandir rimase per un istante sbalordito, già lei s'allontanava;
ed egli le gridò dietro: «Aspetta, Níniel! Non andare da sola! Non sai che
cosa ti potrebbe capitare! Vengo con te!». Ma lei non gli fece caso, e
andava come se dentro le bruciasse il sangue che prima era stato freddo; e,
per quanto Brandir si sforzasse di tenerle dietro, ben presto Níniel
scomparve alla vista. Allora Brandir maledisse il proprio destino e la
propria debolezza, ma non per questo tornò sui suoi passi.
Ormai la luna saliva in cielo ed era quasi piena, e quando Níniel
dall'altura giunse in riva al fiume, le parve di rammentarsi quella contrada,
e ne ebbe paura. Era infatti giunta ai Guadi del Teiglin, e dinanzi a lei,
pallida al chiaro di luna, si levava l'Haudh-en-Elleth, con un'ombra nera
che la traversava; e da quel poggio spirava un gran terrore.
Níniel allora si volse con un grido e fuggì a sud lungo il fiume, e
correndo gettò il mantello, quasi a sbarazzarsi dell'oscurità che
l'avvinghiava; e siccome sotto era vestita tutta di bianco, passando tra gli
alberi splendeva alla luce della luna. E così Brandir, ancora sul pendio, la
scorse e s'avviò per tagliarle il passo, sempreché lo potesse; e, per caso
imboccato lo stretto sentiero seguito da Turambar, quello che, lasciata la
strada più battuta, calava rapido verso sud e il fiume, rieccolo finalmente
vicinissimo a lei. Ma, per quanto si sgolasse, Níniel non gli diede retta
oppure non lo udì, e ancora una volta scomparve; e in tal modo ambedue
andarono avvicinandosi ai boschi tra la Cabed-en-Aras e il luogo in cui
agonizzava Glaurung.
La luna veleggiava nel cielo meridionale sgombro di nuvole, e spandeva
una luce fredda e chiara. Giunta al margine della rovina provocata da
Glaurung, Níniel ne scorse il corpo disteso, il ventre grigio nel chiarore; e
accanto a lui, un uomo. Dimentica allora di ogni timore, corse per la
fumante devastazione e giunse da Turambar, il quale era caduto sul fianco,
la spada sotto di lui, il volto pallido come un cadavere nella luce lunare.
Allora gli si gettò sopra piangendo e baciandolo; le parve che respirasse
debolmente, ma la credette l'illusione di una falsa speranza, poiché
Turambar era freddo, non si muoveva, non le dava risposta. E
carezzandolo, Níniel s'avvide che aveva la mano annerita come se fosse
stata bruciata, e la lavò con le lacrime e, strappandosi un lembo dell'abito,
gliela fasciò. Ma Turambar continuò a restare immobile, e Níniel ancora lo
baciò, gridando: «Turambar, Turambar, ritorna! Ascoltami! Svegliati!
Sono Níniel. Il Drago è morto, è morto, e accanto a te ci sono io sola». Ma,
da Turambar, nessuna risposta.
La udì gridare Brandir, giunto intanto al margine della rovina; e fece per
avviarsi alla sua volta, ma si fermò e ristette immobile. Perché, alle grida
di Níniel, Glaurung ebbe un ultimo sussulto, il suo corpo fu percorso da un
fremito; e il Drago socchiuse gli occhi malvagi, che balenarono alla luna, e
ansimando parlò e disse:
«Salve, Niënor figlia di Húrin. Ci rivediamo, finalmente. Mi congratulo
con te che hai trovato tuo fratello. E ora sappi chi è: uno che colpisce
nell'ombra, sleale con i nemici, infido con gli amici, e una maledizione per
tutti i suoi, questi è Túrin figlio di Húrin! Ma la peggiore delle sue azioni,
la sentirai in te stessa.»
E Niënor restò seduta, stordita, ma Glaurung morì. E come spirò, il velo
della sua perfidia cadde da lei, e tutti i ricordi le tornarono nitidi, giorno
dopo giorno, senza che mancasse nulla di tutto ciò che le era accaduto da
quando era crollata sull'Haudh-en-Eileth. E tremò in tutto il corpo di orrore
e angoscia. Brandir però, che aveva udito le parole del Drago, ne era
rimasto annientato, e si appoggiò contro il tronco di un albero.
Ed ecco all'improvviso Niënor balzare in piedi e stare, pallida come un
fantasma, nella luce della luna, e guardando Túrin gridava: «Addio, due
volte amato! A Túrin Turambar turún' ambartanen: Padrone del Destino e
dal Destino dominato. Ah, felice tu che sei morto!». Quindi, fuori di sé dal
dolore e dall'orrore, corse pazzamente via da quel luogo e Brandir dietro,
zoppicando e gridando: «Aspetta, aspetta, Níniel!».
Un istante lei si fermò, volgendosi a guardare con occhi sbarrati.
«Aspettare?» urlò. «Aspettare? Sempre questo, il tuo consiglio? Ah,
t'avessi dato retta! Ma ormai è troppo tardi. E ormai più non voglio
aspettare nella Terra di Mezzo.» E corse via veloce davanti a lui.
Giunse all'orlo della Cabed-en-Aras, e quivi si fermò fissando l'acqua
fragorosa e urlando: «Acqua, acqua! Prendi adesso Níniel Niënor, figlia di
Húrin, Cordoglio, Cordoglio figlia di Morwen! Prendimi e portami al
mare!».
E così dicendo si gettò giù: un lampo bianco inghiottito dal nero abisso,
un grido perduto nel fragore del fiume.

Le acque del Teiglin continuarono a scorrere, ma Cabed-en-Aras non fu


più: Cabed Naermarth, fu da allora chiamata dagli uomini, poiché nessun
cervo più provò a saltarla, e ogni essere vivente la evitò. E non v'era uomo
che volesse calpestarne le rive. L'ultimo degli uomini ad affondare lo
sguardo nella sua tenebra fu Brandir figlio di Handir; ed egli se ne distolse
orripilato, poiché s'era sentito mancare il cuore, e sebbene ormai odiasse la
propria esistenza non poté darsi lì la morte che desiderava. Quindi il suo
pensiero si rivolse a Túrin Turambar, ed egli gridò: «Ti odio o ti
compiango? Ma tu sei morto. Non devo alcuna riconoscenza a te che mi
hai preso tutto ciò che avevo o volevo avere. La mia gente però ti è
debitrice, ed è giusto che da me sappiano come sono andate le cose».
E prese a zoppicare alla volta di Nen Girith, evitando il luogo del Drago
con un brivido; e, risalito il ripido sentiero, s'imbatté in un tale che spiava
tra gli alberi e che al vederlo si ritrasse; ma al raggio della luna, Brandir lo
riconobbe.
«Ah, Dorlas!» chiamò. «Quali notizie porti? Come ne sei uscito vivo? E
dov'è il mio parente?»
«Non lo so» rispose Dorlas scontroso.
«Questa sì che è strana» fece Brandir.
«Se proprio vuoi saperlo,» riprese Dorlas «la Spada Nera pretendeva che
guadassimo le rapide del Teiglin al buio. Ti sembra strano che io non me
la sia sentita? Con un'ascia in pugno sono meglio di tanti altri, ma non ho il
piede caprino, io.»
«Sicché, hanno affrontato il Drago da soli?» chiese Brandir. «Ma che
cosa hai fatto quando lui ha ripassato il fiume? Potevi almeno stargli
vicino e vedere quel che accadeva.»
Dorlas però non rispose, limitandosi a fissare Brandir con occhi di odio.
E allora Brandir comprese, all'improvviso rendendosi conto che
quell'uomo aveva abbandonato i suoi compagni e che, schiacciato dalla
vergogna, si era nascosto nei boschi. «Vergogna a te, Dorlas!» gli disse.
«Tu sei l'artefice delle nostre disgrazie, perché sei stato tu a istigare la
Spada Nera, ad attirare su di noi il Drago, a mettermi alla berlina, a
trascinare Hunthor alla morte, e poi scappi e ti rintani nei boschi!» E
mentre così parlava, un altro pensiero gli attraversò la mente, e in preda
all'ira soggiunse: «Perché non hai portato notizie? Era il minimo che
potessi fare per riscattarti. Se l'avessi fatto, dama Níniel non avrebbe
dovuto andarle a cercare da sola, non sarebbe stato necessario che vedesse
il Drago e forse ora sarebbe viva. Dorlas, ti odio!».
«Tieniti il tuo odio!» ribatté Dorlas. «È altrettanto vano dei tuoi consigli.
Per quanto mi riguarda, gli Orchi sarebbero potuti venire ad appenderti nel
tuo giardino come uno spaventapasseri. Codardo sarai tu!» E, così
dicendo, la vergogna accendendone vieppiù la collera, fece per sferrare un
gran colpo a Brandir, e così ebbe fine la sua esistenza, prima che
l'espressione di stupore ne lasciasse gli occhi: perché Brandir, tratta la
spada, l'aveva colpito a morte. Poi, per un istante, Brandir rimase
immobile, tremante, nauseato dal sangue; e, gettata la spada, si volse e
riprese il cammino, piegato sulla gruccia.
Giunse alla Nen Girith che la pallida luna era tramontata e già la notte
volgeva al termine; il mattino s'annunciava a oriente. La gente che ancora
se ne stava rannicchiata accanto al ponte lo vide venire a guisa di grigia
ombra nell'alba, e vi fu chi meravigliato gli diede una voce: «Dove sei
stato? L'hai vista? Dama Níniel se n'è andata».
«Sì, se n'è andata» rispose Brandir. «Andata, andata, e non tornerà più!
Io però sono venuto a portarvi notizie. Ascolta, popolo del Brethil, e dì se
mai si è udito racconto simile a questo. Il Drago è morto, ma morto è
anche Turambar al suo fianco. E sono buone notizie: sì, ambedue sono
buone.»
Mormorò allora la gente sorpresa da quel discorso, e alcuni lo dissero
impazzito; ma Brandir tornò a levare la voce: «Ascoltatemi sino in fondo!
Anche Níniel è morta, Níniel la bella che voi amavate, che io più di ogni
altro amavo. Si è gettata giù dal Salto del Cervo, e le fauci del Teiglin
l'hanno inghiottita. Se n'è andata, odiando la luce del giorno. Perché questo
ha appreso prima di fuggire: che entrambi erano figli di Húrin, sorella e
fratello. Mormegil, egli era chiamato, e Turambar il nome che si era dato,
nascondendo il proprio passato: Túrin figlio di Húrin. Níniel, noi la
chiamavamo, ignorandone il passato. Ed era Niënor, figlia di Húrin. Nel
Brethil essi hanno portato l'ombra del loro oscuro destino. Qui la loro sorte
è piombata, e questa terra mai più sarà libera dal dolore. Non la si chiami
più Brethil, e neppure terra degli Halethrim, bensì Sarch nia Hín Húrin,
Tomba dei Figli di Húrin!».
Allora, sebbene quelli ancora non comprendessero come tanto male
potesse essere accaduto, presero a piangere, e alcuni dissero: «Nel Teiglin
è una tomba per Níniel, la beneamata, una tomba vi sarà per Turambar, il
più valente degli uomini. Non lasciamo che il nostro liberatore giaccia
abbandonato sotto il cielo. Andiamo da lui».
CAPITOLO XVIII

LA MORTE DI TÚRIN

Ora, mentre Níniel fuggiva, Túrin si destò, e gli parve che, dalla
profonda oscurità in cui era immerso, gliene giungesse, remoto, il
richiamo; ma morto Glaurung, il nero mancamento lo lasciò, ed egli tornò
a respirare a fondo, e sospirò, e sprofondò in un sonno di enorme
stanchezza. Ma prima dell'alba scese un freddo tagliente, ed egli si agitò
nel sonno, l'elsa di Gurthang gli premette contro il fianco, e d'un tratto
Túrin riaprì gli occhi. La notte se ne andava, nell'aria era il respiro del
mattino; ed egli balzò in piedi, memore della sua vittoria e del bruciore del
veleno sulla sua mano. Se la portò agli occhi, la guardò, se ne stupì: era
fasciata con un lembo di bianca tela ancora umido, né più gli doleva; e
Túrin si chiese: «Perché qualcuno ha sentito il bisogno di medicarmi a
questo modo, per poi abbandonarmi qui, al freddo, tra devastazione e il
fetore di Drago? Che strane cose sono accadute?».
Chiamò allora forte, ma non venne risposta. Attorno a lui tutto nero e
tetro, e c'era sentore di morte. Si levò a raccogliere la spada, ed era intatta,
nient'affatto offuscato il bagliore del taglio. «Immondo era il veleno di
Glaurung,» disse «ma tu, Gurthang, sei più forte di me! Non c'è sangue che
tu non beva. Tua è la vittoria. Ma adesso vieni! Devo cercare aiuto.
Spossato è il mio corpo, e nelle ossa un fremito di gelo.»
Volse le spalle a Glaurung e lo lasciò lì a imputridire; ma, mentre
s'allontanava, ogni passo gli riusciva più pesante, e Túrin pensò: «Forse
alla Nen Girith troverò uno degli esploratori che mi aspetta. Ah, fossi io
subito a casa mia, a sentire la carezza gentile delle mani di Níniel, ben
curato da Brandir!». E così alla fine, procedendo stancamente,
appoggiandosi a Gurthang, giunse alla Nen Girith nella grigia luce del
giorno nascente, e comparve davanti al popolo proprio mentre uomini
s'accingevano ad andare a cercare il corpo.
Quelli allora arretrarono terrorizzati, credendolo uno spettro senza
requie, e le donne gemettero e si coprirono gli occhi. Ma Túrin disse: «No,
non piangete, ma rallegratevi! Guardate, non sono forse io vivo? E non ho
forse ucciso il Drago che tanto temevate?».
Ed ecco che quelli, voltisi a Brandir, gridarono:
«Stolto! False erano le tue notizie, secondo le quali Turambar era morto.
Non s'era già detto che sei pazzo?»
Brandir però era sgomento, e fissava Túrin, gli occhi sgranati per la
paura, senza riuscire a proferir parola.
Gli disse Túrin: «Dunque, sei stato tu che sei venuto laggiù e mi hai
medicato la mano? Certo, però, che ben poco vale la tua arte, se non sai
distinguere deliquio da morte». Quindi, rivolto al popolo: «Non parlate
così di lui, stolti voi tutti. Chi di voi avrebbe saputo far di meglio? Per lo
meno, Brandir ha avuto il coraggio di venire al luogo della battaglia,
mentre voi ve ne state qua a piagnucolare! E ora su, figlio di Handir! C'è
ancora altro che voglio sapere. Perché sei qui, e con te tutta questa gente
che ho lasciato nell'Ephel? Possibile, visto che affronto il pericolo per
amor vostro, che non mi si presti ascolto appena ho voltato le spalle? E
dov'è Níniel? Posso almeno sperare che non l'abbiate portata qui con voi,
ma lasciata dove volevo che restasse, in casa mia, con uomini degni di tal
nome a custodirla?».
E, come nessuno gli dava risposta: «Orsù, ditemi dov'è Níniel?» gridò.
«Lei è la prima che voglio vedere e la prima cui voglio raccontare delle
mie gesta nella notte».
Ma quelli volsero la faccia altrove, e Brandir si decise finalmente a dire:
«Níniel non è qui».
«Bene, allora» disse Túrin. «Vuol dire che andrò a casa. Non c'è un
cavallo che mi ci porti? Meglio ancora sarebbe un cataletto. Mi sento venir
meno dalla stanchezza.»
«No, no» disse Brandir in preda all'angoscia. «La tua casa è vuota.
Níniel non è là. È morta.»
Ma una delle donne, la moglie di Dorlas, che poco amava Brandir, levò
una voce stridula a dire: «Non prestargli attenzione, signore! Gli ha dato di
volta il cervello. È arrivato dicendo che tu eri morto e sostenendo che era
una buona notizia. Tu invece sei vivo. E allora, perché dovrebbe essere
vera questa faccenda di Níniel, che sarebbe morta, e che altro ancora?».
Túrin allora si fece addosso a Brandir. «Dunque,» gridò «la mia morte
era una buona notizia? Sì, sempre mi hai invidiato Níniel, questo lo
sapevo. Adesso è morta, tu dici. E che altro? Che menzogne hai
macchinato nella tua malizia, Piedezoppo? Vorresti forse ucciderci con
sporche parole, poiché altre armi non sai maneggiare?»
Allora la collera scacciò la pietà dal cuore di Brandir, il quale gridò:
«Pazzo, io? No, pazzo sei tu, Spada Nera della nera sorte! E con te anche
questo stupido popolo. Io non mento! Níniel è morta, morta, morta!
Cercala nel Teiglin!».
E Túrin ristette, silenzioso e freddo. «Come fai a saperlo?» disse
debolmente. «Come l'hai potuto inventare?»
«Lo so perché l'ho vista saltare giù» rispose Brandir. «Ma a causarlo sei
stato tu. Da te è fuggita, Túrin figlio di Húrin, e si è gettata nella Cabed-
en-Aras, per non doverti più rivedere. Níniel, Níniel? Macché: Niënor
figlia di Húrin!»
Allora Túrin lo afferrò e lo scosse, perché in quelle parole aveva udito il
passo del suo destino che lo aveva raggiunto ma, in preda a furia e orrore,
il suo cuore riluttava come una bestia che, ferita a morte, prima di morire
voglia ferire a sua volta chiunque le sia vicino.
«Sì, sono Túrin figlio di Húrin» gridò. «Devi averlo capito già molto
tempo fa. Ma nulla sai di Niënor mia sorella. Nulla! Essa dimora nel
Regno Nascosto ed è al sicuro. È una menzogna escogitata dalla tua mente
abbietta, allo scopo di far perdere il senno a mia moglie e adesso a me.
Diavolo di uno zoppo: vuoi dunque spingerci entrambi alla morte?»
Ma Brandir se ne liberò con uno strattone. «Giù le mani!» gli disse.
«Smettila di vaneggiare. Colei che tu chiami tua moglie è venuta da te e ti
ha curato, e tu non hai risposto al suo richiamo. Uno però l'ha fatto:
Glaurung il Drago, che ritengo vi abbia stregati entrambi per vostra
disgrazia. E così ha detto prima di crepare: 'Niënor figlia di Húrin, ecco
qui tuo fratello: sleale con i nemici, infido con gli amici, e una maledizione
per tutti i suoi, Túrin figlio di Húrin'.» E d'un tratto Brandir fu scosso da
una folle risata. «Sul letto di morte, corre voce che gli uomini dicano il
vero» blaterò. «E persino un Drago lo fa, a quanto pare! Túrin figlio di
Húrin, una maledizione per tutti quelli del tuo sangue e per chiunque ti dia
ricovero!»
Allora Túrin diede mano a Gurthang, e una luce feroce era nei suoi
occhi. «E che dire allora di te, Piedezoppo?» domandò, parlando
lentamente. «Chi le ha detto in segreto, alle mie spalle, il mio vero nome?
Chi l'ha esposta alla perfidia del Drago? Chi le era vicino e l'ha lasciata
morire? E chi è venuto qui per svelare in gran fretta quest'orrore? Chi
adesso se la gode della mia disgrazia? Gli uomini dicono la verità prima
della morte? E allora, affrettati a dirla adesso.»
Allora Brandir, letta in volto a Túrin la propria sentenza di morte, restò
immobile senza sgomentarsi, sebbene non avesse altra arma che la gruccia,
e disse: «Tutto quanto è accaduto sarebbe un lungo racconto, e io sono
stanco di te. Ma tu mi calunni, figlio di Húrin. Forse che Glaurung ti ha
calunniato? Se mi uccidi, tutti si renderanno conto che non l'ha fatto. Ma
non ho paura di morire, perché così potrò andare a cercare Níniel che
amavo, e chissà che non la ritrovi oltre il mare».
«Cercare Níniel!» urlò Túrin. «No, Glaurung troverai, e insieme
macchinerete menzogne. Dormirai con il Verme, il compagno dell'anima
tua, e nella stessa tenebra marcirai!» Poi levò Gurthang e la calò su
Brandir, uccidendolo. Ma il popolo distolse lo sguardo da quell'atto, e
quando Túrin se ne andò dalla Nen Girith, fuggirono da lui terrorizzati.
E Túrin s'aggirò per le selve come chi è fuor di senno, ora maledicendo
la Terra di Mezzo e la vita tutta degli Uomini, ora chiamando Níniel. Ma
quando finalmente la follia e il dolore lo abbandonarono, a lungo stette
seduto, a meditare sulle sue azioni, e udì se stesso gridare: «Ella dimora
nel Regno Nascosto, ed è al sicuro!». E pensò che ora, sebbene la sua
esistenza fosse tutta una rovina, lì doveva andare, essendo che le
menzogne di Glaurung lo avevano sempre fuorviato. Si alzò dunque e si
recò ai Guadi del Teiglin, e passando presso lo Haudh-en-Elleth gridò:
«Caro ho pagato, Finduilas, il fatto di aver dato retta al Drago. Inviami tu
un consiglio».
Ma mentre così gridava vide dodici cacciatori bene armati che
superavano i Guadi, ed erano Elfi; e come gli furono più vicini, ne
riconobbe uno, ed era Mablung, capocaccia di Thingol. E Mablung lo
salutò dicendogli: «Túrin! Finalmente ci incontriamo. Ti cercavo e sono
lieto di rivederti vivo, per quanto gli anni ti siano stati pesanti».
«Pesanti!» replicò Túrin. «Sì, come i piedi di Morgoth. Ma se sei lieto di
rivedermi vivo, sei l'unico ormai nella Terra di Mezzo. E dunque, perché?»
«Perché eri tenuto in grande onore tra di noi;» rispose Mablung «e
sebbene tu sia sfuggito a molti pericoli, fino all'ultimo ho temuto per te.
Ho assistito all'uscita di Glaurung, e pensavo che avesse assolto al suo
malo compitò e stesse tornando dal suo Padrone. Invece, si è diretto verso
il Brethil, e in pari tempo ho appreso, da viandanti, che la Spada Nera del
Nargothrond era riapparsa da quelle parti, e che gli Orchi evitavano i
confini come la morte. Allora mi sono sentito prendere da paura e ho detto:
'Ahimè, ecco che Glaurung va dove i suoi Orchi non osano, a cercare
Túrin'. Per questo sono giunto qui al più presto possibile per avvertirti e
aiutarti.»
«Presto, ma non presto abbastanza» disse Túrin. «Glaurung è morto.»
Allora gli Elfi lo guardarono meravigliati, ed esclamarono: «Tu hai
ucciso il Grande Verme! Per sempre lodato sarà il tuo nome tra Elfi e
Uomini!».
«Non me ne curo» ribatté Túrin. «Perché anche il mio cuore è ucciso.
Ma, visto che venite dal Doriath, datemi notizie dei miei. Nel Dor-lómin
ho saputo che mia madre e mia sorella erano fuggite nel Regno Nascosto.»
Muti stettero gli Elfi, ma alla fine Mablung parlò e disse: «Così hanno
fatto invero, l'anno prima della venuta del Drago. E, ahimè, adesso non
sono più là!». Allora il cuore di Túrin sobbalzò, poiché aveva uditi i passi
della sorte che l'avrebbe perseguitato sino alla fine.
«Continua!» gridò. «E in fretta!»
«Si sono addentrate nelle selve per cercarti» riprese Mablung. «Era
contrario a ogni buon senso, ma hanno voluto partire per Nargothrond
quando si è risaputo che la Spada Nera eri tu; e Glaurung era uscito dalla
tana, e tutti gli uomini della loro scorta si sono dispersi. Da quel giorno,
più nessuno ha visto Morwen; quanto a Niënor, ottenebrata da un
incantesimo, è fuggita a nord, nei boschi, come una cerva selvaggia, e si è
perduta.»
Allora, con stupore degli Elfi, Túrin diede in una risata fragorosa e
stridula. «Non è forse, un bello scherzo?» gridò. «Oh, la bella Niënor!
Sicché, dal Doriath è corsa verso il Drago, e dal Drago sarebbe venuta a
me. Troppa grazia! Bruna come una bacca, era, e scuri i suoi capelli;
piccola ed esile come un bambino elfo, impossibile sbagliarsi.»
Ne restò sbalordito Mablung, che rispose: «No, ti sbagli. Non era così,
tua sorella. Era alta, gli occhi azzurri, i capelli d'oro fino, la versione
femminile di Húrin suo padre. Non puoi averla vista!».
«Come, Mablung, non potevo?» gridò Túrin. «E perché no? Ah, già, io
sono cieco. Non lo sapevi? Cieco, cieco, e fin dall'infanzia brancolo nella
nebbia scura di Morgoth! E quindi lasciami! Vattene, vattene, torna nel
Doriath, e che l'inverno lo inaridisca. Maledizione a Menegroth! E
maledetta la tua cerca! Non mi mancava che questo! E ora scende la
notte!»
E fuggì da loro veloce come il vento, lasciandoli pieni di stupore e
paura. Disse Mablung: «Dev'essere successo qualcosa di strano e
spaventoso che noi ignoriamo. Seguiamolo e aiutiamolo, se possiamo:
perché ora è pazzo e insensato».
Ma Túrin ben presto li distanziò, e giunse alla Cabed-en-Aras, e lì
s'arrestò; udì il fragore dell'acqua e constatò che tutti gli alberi, vicini e
lontani, erano rinsecchiti, e che le foglie ne cadevano tristemente, come se
l'inverno fosse sopraggiunto nei primi giorni d'estate.
«Cabed-en-Aras, Cabed Naeramarth!» gridò. «Non voglio insozzare le
tue acque che hanno lavato Níniel. Perché male sono state tutte le mie
azioni, e l'ultima è la peggiore.»
Poi sguainata la spada disse: «Salve, Gurthang, Ferro di Morte, tu sola
mi rimani! Ma quale signore leale conosci tu, salvo la mano che
t'impugna? Nessun sangue ti ripugna! Vuoi bere anche quello di Túrin
Turambar? Vuoi uccidermi in fretta?».
E dalla lama uscì in risposta una fredda voce: «Sì, voglio bere il tuo
sangue, per modo che possa dimenticare il sangue di Beleg mio padrone, e
il sangue di Brandir, ucciso ingiustamente. Ti ammazzerò in fretta».
Allora Túrin piantò l'impugnatura in terra e si gettò sulla punta di
Gurthang, e la nera lama si prese la sua vita.
Giunse Mablung, guardò l'orrenda massa di Glaurung che giaceva
morto, guardò Túrin e ne fu addolorato, pensando a Húrin quale lo aveva
visto alla Nirnaeth Arnoediad e all'atroce sorte di quelli del suo sangue. E,
mentre gli Elfi così stavano, uomini scesero dalla Nen Girith per andare a
guardare il Drago, e quando s'avvidero della fine toccata all'esistenza di
Túrin, piansero e gli Elfi appresero infine la ragione delle parole di Túrin e
ne furono sgomenti. Allora Mablung commentò amaramente: «Anch'io son
stato coinvolto nella sorte dei figli di Húrin, ed è così accaduto che con le
parole uccidessi uno che amavo».
Sollevarono poi il corpo di Túrin, e s'avvidero che la sua spada si era
spezzata. E così finì tutto ciò che possedeva.
Col lavoro di molte mani raccolsero legname ed eressero un'alta pira e
fecero un gran fuoco, distruggendo il corpo del Drago, finché non ne
rimase che nera cenere, e le ossa le polverizzarono, e il sito del rogo da
allora rimase nudo e sterile. Túrin, invece, lo inumarono in un alto tumulo
là dove era caduto, e accanto gli misero le schegge di Gurthang. E quando
tutto fu compiuto, e i menestrelli di Elfi e Uomini ebbero intonato un
lamento, raccontando il valore di Turambar e la bellezza di Níniel, un gran
masso grigio venne posto sul tumulo, e su di esso gli Elfi incisero con le
rune del Doriath:

TÚRIN TURAMBAR DAGNIR GLAURUNGA


e sotto scrissero:

NIËNOR NÍNIEL

Ma lei lì non era, né mai si seppe dove le fredde acque del Teiglin
l'avessero portata.

Così finisce il Racconto dei Figli di Húrin,


il più lungo di tutti i «lai» del Beleriand.

Dopo la morte di Túrin e Niënor, Morgoth liberò Húrin dalla


schiavitù per perseguire i suoi scopi malefici. Nel suo vagare,
raggiunse la Foresta di Brethil e uscì durante la sera dai Guadi del
Teiglin nel luogo in cui era stato bruciato Glaurung e dove vi era una
grande pietra sull'orlo del Cabed-Naeramarth. Di ciò che avvenne lì
qui si racconta.

Ma Húrin non guardò la pietra poiché sapeva che cosa c'era scritto, e i
suoi occhi avevano notato che non era solo. Seduta all'ombra del masso vi
era una figura umana piegata sulle ginocchia. Sembrava che si trattasse di
qualche vagabondo senza tetto, fiaccato dall'età, troppo logorato per
prestare attenzione al suo arrivo; ma i suoi stracci erano quel che rimaneva
di un abito di donna. Húrin rimase lì in silenzio mentre lei tirò indietro il
suo cappuccio sbrindellato e lentamente sollevò il volto, sconvolto e
affamato come un lupo a lungo cacciato. Aveva i capelli grigi, un naso
appuntito e denti rotti e con la mano ossuta afferrò il mantello sul suo
petto. Ma all'improvviso i suoi occhi incontrarono quelli di Húrin e questi
la riconobbe. Sebbene essi fossero ora inselvatichiti e pieni di paura, una
luce ancora emanava da loro, dura a morire: la luce elfica che molto tempo
prima le aveva guadagnato il suo nome, Eledhwen, la più orgogliosa delle
donne mortali nei tempi remoti.
E Húrin gridò: «Eledhwen! Eledhwen!», e colei che aveva chiamato si
alzò e avanzò incespicando. Húrin la prese tra le sue braccia.
Ella disse: «Sei arrivato finalmente. A lungo ti ho atteso».
Egli replicò: «La strada era scura e io sono arrivato come ho potuto».
Ed ella: «Ma è tardi, troppo tardi. Sono perduti».
Ed egli disse: «Lo so, ma tu non sei persa».
«Quasi» rispose lei. «Sono completamente sfinita. Me ne andrò con il
sole. Loro sono perduti.» E si aggrappò al mantello di lui «C'è rimasto
poco tempo» continuò «se sai qualcosa, dimmelo! Come ella l'ha trovato?»
Ma Húrin non rispose e sedette accanto alla pietra con Morwen nelle sue
braccia; più non proferirono parola. Il sole tramontò e Morwen sospirando
strinse la mano di lui e rimase immobile. Allora Húrin seppe che era
morta.
GENEALOGIE

Bregor

Barahir Bregolas

Lúthten = Berem Belegund Baragund


Tinúvie il Monco
figlia di
Thingol
Rian = Huor Morwen = Húrin
del Dor-lómin Eledhwen del Dor-lómin
Dior

Idril = Tuor Túrin Urwen Niënor


Figlia di
Turgon

Elwing =Eärendil

Elrond
Di Gran Burrone La Casa di Bëor

Finwë'

Fëonor Fingolfin Finarfin

Sette Fingon Turgori Aredhel Finrod Orodreth Angrod Galadrie


figli = Eòl l
L'ELfo Aegnor
Scuro
Tuor = Idril Maeglin Finduilas
Della Casa
di Hador

Eärendil

Elrond
di Gran Burrone I principi del Noldor
APPENDICE

(1)

L'EVOLUZIONE DEI GRANDI RACCONTI

Queste storie, correlate fra loro ma indipendenti, da molto tempo erano


emerse dalla lunga e complessa storia di Valar, Elfi e Uomini a Valinor e
nelle Grandi Terre; e negli anni che seguirono l'abbandono dei Racconti
perduti prima di completarli, mio padre interruppe la composizione in
prosa e cominciò a lavorare un lungo poema dal titolo Túrin figlio di
Húrin e Glórund il Drago, più tardi cambiato nella versione rivista nei
Figli di Húrin. Ciò avveniva all'inizio degli anni Venti quando aveva degli
incarichi all'Università di Leeds. Per questo poema impiegò l'antico metro
allitterativo inglese (sul tipo del Beowulf e di altra poesia anglosassone)
imponendo all'inglese moderno gli schemi rigorosi di accenti e «rime
iniziali» osservati dagli antichi poeti: un abilità nella quale raggiunse un
alto grado di maestria, in molte modalità diverse, dal dialogo drammatico
del Ritorno di Beorhtnoth all'elegia per gli uomini caduti nella battaglia dei
Campi del Pelennor. Il poema allitterativo I Figli di Húrin era di gran
lunga il più ampio dei suoi poemi in questo metro, oltre duemila versi; e lo
concepì in scala così abbondante che, sebbene fosse arrivato non più avanti
nella narrazione dell'assalto del Drago a Nargothrond, lo abbandonò. Con
tanto altro del Racconto perduto ancora da scrivere, il poema avrebbe
necessitato su questa scala di molte altre migliaia di versi; mentre una
seconda versione, abbandonata un momento precedente nella narrazione, è
di circa il doppio la lunghezza della prima versione fino a quel punto.
In quella parte della leggenda dei Figli di Húrin che mio padre raggiunse
nel poema allitterativo, la vecchia storia del Libro dei racconti perduti
veniva sostanzialmente ampliata ed elaborata. Soprattutto, era a quel punto
che emergeva la grande città fortezza sotterranea di Nargothrond e le vaste
terre del suo dominio (elemento centrale non solo nella leggenda di Túrin e
Niënor, ma nell'intera storia dei Tempi Remoti della Terra di Mezzo), con
una descrizione dei terreni coltivati dagli Elfi del Nargothrond che fornisce
una rara suggestione delle «arti di pace» nel mondo antico, essendo queste
descrizioni poche e molto distanziate. Arrivando a sud lungo il fiume
Narog, Túrin e il suo compagno (Gwindor nel testo di questo libro)
trovarono le terre vicino all'entrata di Nargothrond, secondo ogni
apparenza, deserte:

... essi giunsero in una terra lavorata con cura;


attraverso il bosco in boccio e linde lande
viaggiarono e svuotati di gente videro
i pascoli, le pasture e i prati di Narog
gli arati campi dagli alberi avvolti
tra le colline e il fiume. Le zappe abbandonate
lì gettate nei campi e scale cadute
nell'erba alta dei rigogliosi orti;
ogni albero lì la sua chioma intricata girava
e segretamente li osservava, e le orecchie della mossa erba
ascoltavano; e seppure splendesse il sol di mezzodì
su terra e foglie, infreddolite avevano le membra.

Così i due viandanti giunsero alle porte di Nargothrond, nella gola del
Narog:

ripidi erano i forti margini


dei colli sovrastanti le rapide acque;
lì, avvolta dagli alberi, una terrazza splendente
ampia e tortuosa, resa liscia dal tempo,
sagomata di fronte alle pendici scoscese.
Le porte oscure e gigantesche
erano incise nel fianco della collina; enormi i loro legni
e i pilastri e gli stipiti di pesante pietra.

Catturati dagli Elfi, vennero trascinati attraverso il portale che si chiuse


dietro di loro:

Salda e sonora sui suoi grandi cardini


la porta gigantesca con gran fragore
sbatté chiudendosi come scoppio di tuono,
e spaventosa eco nei vuoti corridoi
corse e rombò sotto sconosciute volte;
il chiarore calò. Li condussero poi
giù per lunghi e tortuosi passaggi nel buio,
le guardie guidavano i loro incerti passi,
finché la fioca fiamma delle infuocate torce
sfarfallò di fronte a loro, discontinui discorsi
come di molte voci in consiglio accalcate
ascoltarono mentre s'affrettavano. Alta appariva la volta.
Data un'improvvisa svolta, stupiti stettero
scorgendo un solenne silente simposio,
ove centinaia tacevano nel grande crepuscolo e
sotto discoste cupole oscure li aspettavano silenziosi.

Ma nel testo dei Figli di Húrin non ci viene detto più di così (p. 160):

Poi si alzarono e, partiti da Eithel Ivrin, si avviarono verso sud


lungo le rive del Narog, finché furono catturati da esploratori degli
Elfi e condotti come prigionieri nella rocca nascosta.
E fu così che Túrin giunse nel Nargothrond.

Come è accaduto tutto ciò? Cercherò qui di rispondere a questa


domanda.
Sembra certo, di fatto, che tutto quanto mio padre scrisse del suo poema
allitterativo su Túrin lo fece a Leeds, abbandonandolo alla fine del 1924 o
all'inizio del 1925; ma perché lo abbia fatto non si sa. Quello cui si dedicò,
però, non è un mistero: nell'estate del 1925 s'imbarcò nella creazione di un
nuovo poema con una metrica completamente differente, in distici
octosillabici in rima, intitolato Il Lai di Leithian «liberazione dalla
schiavitù». Così riprese un altro dei racconti che, anni dopo, nel 1951,
come ho già evidenziato, descrisse come del tutto compiuto, a sé stante,
sebbene collegato alla «storia generale»; infatti, il tema del Lai di Leithian
è la leggenda di Beren e Lúthien. Lavorò a questo secondo lungo poema
per sei anni e poi lo abbandonò nel settembre 1931, avendo scritto più di
4000 versi. Come succede per l'allitterativo I Figli di Húrin, che a esso
seguì e di cui prese il posto, questo poema rappresenta un sostanziale
passo avanti nell'evoluzione della leggenda, a partire dall'originale
Racconto perduto di Beren e Lúthien.
Mentre Il Lai di Leithian era in lavorazione, nel 1926, egli scrisse una
Breve esposizione della mitologia, espressamente rivolta a R.W. Reynolds,
che era stato suo insegnante alla King Edward School di Birmingham, «per
spiegargli la tela di fondo della versione allitterativa di Túrin e il Drago».
Questo breve manoscritto, che stampato raggiunge le venti pagine circa,
era dichiaratamente redatto come una sinossi, al tempo presente e in stile
sintetico. Eppure, si trattava di un punto di partenza delle successive
versioni del Silmarillion (sebbene il nome non fosse ancora stato dato).
Ma, mentre l'intera creazione mitologica era già in questo testo, il racconto
di Túrin conserva, evidentemente, la sua posizione di preminenza; in
realtà, il titolo nel manoscritto è Breve esposizione della mitologia con
speciale riferimento ai «Figli di Húrin», mantenendo così lo scopo per cui
era stato scritto.
Nel 1930 seguì un lavoro molto più sostanzioso, il Quenta Noldorinwa
(la Storia dei Noldor, giacché la storia degli Elfi Noldorin è il tema
centrale del Silmarillion). Questo derivava direttamente dalla Breve
esposizione e, mentre ampliava di molto il precedente testo utilizzando una
scrittura più rifinita, mio padre, ciononostante, considerava ancora il
Quenta un lavoro di sintesi, un sommario di creazioni narrative ben più
ricche, come è, a ogni modo, chiaramente dimostrato dal sottotitolo che gli
diede, nel quale dichiarava trattarsi di «una breve storia [dei Noldor]
derivata dal Libro dei racconti perduti».
Si deve tener presente che, a quel tempo, il Quenta rappresentava (anche
se solo attraverso una scarna struttura) il «mondo immaginario» di mio
padre nella sua totalità. Non si trattava della storia della Prima Era, come
divenne più tardi, poiché non v'erano ancora né la Seconda né la Terza
Era; non c'era Númenor, né gli Hobbit, e naturalmente non v'era alcun
Anello. La storia terminava con la Grande Battaglia nella quale Morgoth
veniva finalmente sconfitto dagli altri Dei (i Valar), e da loro «spinto
attraverso la Porta della Notte Senza Tempo dentro il Vuoto, oltre le Mura
del Mondo»; e mio padre scrisse alla fine del Quenta: «Questa è la fine dei
racconti dei giorni precedenti a quelli nelle regioni settentrionali del
mondo occidentale». Pertanto, sembrerebbe strano davvero che il Quenta
del 1930 fosse, ciò non di meno, l'unico testo completo (dopo la Breve
esposizione) del Silmarillion che egli avesse mai scritto. Ma, come spesso
accadeva, le pressioni esterne ebbero il loro effetto sull'evoluzione di
questo lavoro. Il Quenta fu seguito più tardi, negli anni Trenta, da una
nuova versione in un bel manoscritto, che recava finalmente il titolo
Quenta Silmarillion, storia dei Silmaril. Questo era, o sarebbe stato, molto
più lungo del precedente Quenta Noldorinwa, ma la creazione del lavoro
essenzialmente come sintesi dei miti e delle leggende (essi stessi di natura
e portata completamente differenti se raccontati in toto) non era affatto
persa e viene di nuovo definita nel titolo: «Il Quenta Silmarillion... Si
tratta di una breve storia tratta da molti racconti più vecchi, giacché tutta la
materia che contiene era vecchia e ci sono ancora gli Eldar dell'Occidente,
raccontati in modo più esteso in altre storie e canzoni».
Sembra per lo meno probabile che l'idea di mio padre del Silmarillion
derivasse in effetti dal fatto che ciò che può essere chiamata la «fase
Quenta» del lavoro negli anni Trenta iniziò con una sinossi condensata che
aveva uno scopo particolare, ma che poi venne ampliata e raffinata in stadi
successivi finché non perse il carattere della sinossi, conservando però,
della forma originale, una caratteristica «uniformità» di tono. Ho scritto
altrove che «la compendiosa o schematica forma del Silmarillion, con le
sue allusioni all'età della poesia e alle 'leggende', evoca fortemente un
senso di 'racconti non raccontati', persino quando questi vengono
raccontati; la 'distanza' non viene mai persa. Non v'è urgenza narrativa, né
pressione o timore dell'evento immediato o sconosciuto. Non si
percepiscono, in realtà, i Silmaril come succede con l'Anello».
Ciononostante, il Quenta Silmarillion in questa forma, come si scoprì
poi, ebbe all'improvviso la sua fine decisiva nel 1937. Lo Hobbit fu
pubblicato da George Alien e Unwin il 21 settembre di quell'anno e, non
molto tempo dopo, su invito dell'editore, mio padre inviò diversi dei suoi
manoscritti che furono consegnati a Londra il 15 novembre 1937. Tra
questi vi era il Quenta Silmarillion fino a dove arrivava in quel momento,
terminando nel bel mezzo di una frase a piè di pagina. Ma, mentre non
l'aveva più tra le mani, mio padre continuò la sua narrazione in forma di
abbozzo sino ad arrivare alla fuga di Túrin dal Doriath e alla sua scelta di
vita da bandito:

Superando i confini del regno, raccolse attorno a sé una compagnia


di gente così raminga e disperata che poteva incontrarsi in quei brutti
giorni mentre si aggirava nel bosco, e le loro mani si volgevano contro
tutti quelli che attraversavano il loro cammino, fossero essi Elfi,
Uomini o Orchi.

Questo è il precedente del passaggio che si trova in questo libro alla


pagina 98 all'inizio di «Túrin fra i fuorilegge».
Mio padre era arrivato fino a queste parole quando il Quenta
Silmarillion e gli altri manoscritti gli furono restituiti; e tre giorni dopo, il
19 dicembre 1937, egli scrisse ad Alien e Unwin: «Ho completato il primo
capitolo di una nuova storia sugli Hobbit: 'Una festa a lungo attesa'». È
stato a questo punto che la tradizione ininterrotta e in itinere del
Silmarillion nella sintesi stile Quenta giunse al termine, arrestato nel bel
mezzo della partenza di Túrin dal Doriath.
La successiva storia da quel punto in poi rimase, negli anni a seguire,
nella forma semplice, compressa e ancora da sviluppare del Quenta del
1930, congelato così com'era, mentre le grandi strutture della Seconda e
Terza Era emersero con la scrittura del Signore degli Anelli. Ma quella
ulteriore storia era di fondamentale importanza nelle antiche leggende,
poiché i racconti conclusivi (derivanti dall'originale Libro dei racconti
perduti) narravano della disastrosa storia di Húrin, padre di Túrin, dopo
che Morgoth lo aveva liberato, e della rovina dei regni elfici del
Nargothrond, Doriath e Gondolin, dei quali Gimli cantò nelle miniere di
Moria molte migliaia di anni dopo.

Il mondo era bello, alte le montagne


nei Tempi Remoti prima della caduta
di potenti re nel Nargothrond
e a Gondolin, che ora oltre
i Mari Occidentali hanno cessato di esistere...

E questo sarebbe stata la corona e il completamento del tutto: il destino


degli Elfi Noldorin nella lunga lotta contro il potere di Morgoth, e i ruoli
che Húrin e Túrin ebbero in quella storia; per finire con il racconto di
Eärendil che fuggì dalle rovine in fiamme di Gondolin.

Quando, molti anni più tardi, nei primi anni Cinquanta, Il Signore degli
Anelli fu terminato, mio padre si dedicò con energia e fiducia alla «Materia
dei Tempi Remoti», adesso divenuta la «Prima Era», e negli anni
immediatamente successivi rispolverò molti vecchi manoscritti che da
tempo giacevano da parte. Occupandosi del Silmarillion, mio padre riprese
il bel manoscritto del Quenta Silmarillion con correzioni e aggiunte; ma
quella revisione cessò nel 1951, prima che arrivasse al punto della storia di
Túrin dove il Quenta Silmarillion fu abbandonato nel 1937 con l'avvento
della «nuova storia degli Hobbit».

Iniziò una revisione del Lai di Leithian (il poema in rima che racconta la
storia di Beren e interrotto nel 1931) che presto divenne quasi un nuovo
poema, di ben più grande perfezione; ma ciò andò scemando e venne
infine abbandonato. S'imbarcò in quello che sarebbe diventato una lunga
saga di Beren e Lúthien in prosa, basata soprattutto sulla forma riscritta del
Lai; ma anche questa fu abbandonata. Dunque il suo desiderio, che
realizzò in successivi tentativi, di dare al primo dei «grandi racconti» un
rilievo maggiore non riuscì mai a concretizzarlo.
E da allora riprese anche il «grande racconto» della caduta di Gondolin,
ancora esistente soltanto nel Racconto perduto di trentacinque anni prima e
nelle poche pagine a esso dedicate nel Quenta Noldorinwa del 1930.
Questa sarebbe stata la presentazione, quando era al massimo della sua
potenza creativa, sotto il profilo narrativo e nei relativi aspetti, dello
straordinario racconto che aveva letto alla Essay Society del suo college di
Oxford nel 1920, e che rimase, nel corso di tutta la vita, un elemento vitale
nella sua immaginazione dei Tempi Remoti. Lo speciale collegamento con
il racconto di Túrin sta nei fratelli Húrin, padre di Túrin, e Huor, padre di
Tuor. Húrin e Huor in giovinezza erano entrati nella città elfica di
Gondolin, nascosta all'interno di una cerchia di alte montagne, come si
dice nei Figli di Húrin (p. 33); e più avanti, nella Battaglia delle
Innumerevoli Lacrime, si incontrarono di nuovo con Turgon, Re di
Gondolin, che disse loro (p. 51): «Ormai Gondolin non può più rimanere
celata a lungo e, una volta scoperta, non potrà che cadere». E Huor replicò:

«Eppure, se resiste ancora un po', ecco che dalla tua Casata verrà la
speranza degli Elfi e degli Uomini. Questo è quel che ti dico, o
signore, ora che sono al cospetto della morte: sebbene qui ci si debba
separare per sempre e mai più rivedrò le tue bianche mura, da te e da
me sorgerà una nuova stella».

Questa profezia si avverò quando Tuor, primo cugino di Túrin, giunse a


Gondolin e sposò Idril, figlia di Turgon; e il loro figlio fu Eärendil, la
«nuova stella», «speranza degli Elfi e degli Uomini», che fuggì da
Gondolin. Nella saga in prosa di quella che sarebbe stata La Caduta di
Gondolin, iniziata probabilmente nel 1951, mio padre raccontò il viaggio
di Tuor e del suo compagno elfico Voronwë, che lo guidò; e lungo la
strada, da soli nelle selve, udirono un grido nel bosco:

E mentre aspettavano uno venne fuori da dietro gli alberi e videro


trattarsi di un uomo alto, armato, in nero, con una lunga spada
sguainata; ed essi erano meravigliati, giacché anche la lama della
spada era nera, ma il taglio baluginava ed era freddo.

Quegli era Túrin, che correva via dal saccheggio di Nargothrond (p.
183); ma Tuor e Voronwë non gli parlarono quando questi passò e «non
sapevano che Nargothrond era caduta e che questi era Túrin, figlio di
Húrin, la Spada Nera. Perciò, solo per un momento, e mai poi in seguito, il
cammino di questi due parenti, Túrin e Tuor, s'intrecciò».
Nel nuovo racconto di Gondolin, mio padre portò Tuor sulla sommità
dei Monti Cerchianti dal quale l'occhio poteva scorgere la piana fino alla
Città Nascosta; e lì, mestamente, si fermò e non andò oltre. E così, anche
nella Caduta di Gondolin, non riuscì nel suo scopo; e non ritroviamo più
avanti né Nargothrond né Gondolin.
Ho detto da qualche altra parte che «con il completamento della grande
'intrusione' e l'avvio del Signore degli Anelli, sembra che mio padre sia
ritornato ai Tempi Remoti con il desiderio di riprendere su scala ben più
vasta quello che aveva iniziato nel Libro dei racconti perduti. Il
completamento del Quenta Silmarillion rimase soltanto un obiettivo; ma i
'grandi racconti', ampiamente sviluppati rispetto alla loro forma originale,
dai quali i successivi capitoli avrebbero dovuto derivare, non gli
riuscirono mai». Questi commenti sono veri anche per quanto riguarda il
«grande racconto» intitolato I Figli di Húrin; ma in questo caso mio padre
fece molto di più, anche se non gli riuscì mai di condurre una parte
sostanziale della successiva e ben più ampia versione alla forma
conclusiva e finita.
Al contempo, mentre si occupava del Lai di Leithian e della Caduta di
Gondolin, iniziò il suo nuovo lavoro sui Figli di Húrin, non con l'infanzia
di Túrin, ma con la seconda parte della storia che culmina con la sua
vicenda disastrosa dopo la distruzione di Nargothrond. È il testo contenuto
nel presente libro dal «Ritorno di Túrin nel Dor-lómin» (p. 184 e segg.)
fino alla sua morte. Perché mio padre abbia proceduto in questo modo,
così inusuale rispetto alla sua abitudine di iniziare sempre dal principio,
non so spiegarlo. Ma in questo caso, lasciò anche tra le sue carte una
massa di scritti posteriori ma non datati riguardanti la storia dalla nascita di
Túrin al sacco di Nargothrond, con una grande elaborazione delle vecchie
versioni e un dilatarsi della narrazione del tutto sconosciuto in precedenza.
La gran parte del suo lavoro, se non tutto, appartiene al periodo
successivo alla pubblicazione del Signore degli Anelli. In quegli anni I
Figli di Húrin divenne per lui la storia dominante della fine dei Tempi
Remoti, e per un lungo periodo dedicò a essa tutti i suoi pensieri. Ma trovò
difficile a quel punto imporre una precisa struttura alla narrazione, mentre
il racconto cresceva per la complessità del personaggio e degli eventi; e
invero in un lungo passaggio la storia è contenuta in un mosaico di abbozzi
scollegati e di frammenti di trama.
Ma I Figli di Húrin, nella sua forma ultima, è il principale racconto della
Terra di Mezzo narrato dopo la conclusione del Signore degli Anelli; e la
vita e la morte di Túrin sono dipinte con pennellate convincenti e con una
immediatezza che raramente si riscontra tra le genti della Terra di Mezzo.
Per questo motivo ho tentato nel presente volume, dopo aver a lungo
studiato i manoscritti, di comporre un testo che fornisca un racconto
ininterrotto dall'inizio alla fine, senza l'introduzione di qualsivoglia
elemento che non fosse autentico nella sua concezione.

(2)

COMPOSIZIONE DEL TESTO

Nei Racconti incompiuti, pubblicati più di un quarto di secolo fa, ho


presentato un testo parziale della lunga versione di questo racconto
conosciuto come il Narn, dal titolo in elfico Narn i Chîn Húrin, il
Racconto dei Figli di Húrin. Ma quello non era che un elemento di un
grosso libro dal contenuto vario e il testo era molto incompleto dal punto
di vista dello scopo generale e della natura del libro stesso. Infatti avevo
omesso diversi passaggi sostanziali (e uno di loro era molto lungo) dove il
testo del Narn e quello della versione assai più breve nel Silmarillion sono
parecchio simili, o dove ho deciso che nessun «lungo» testo diverso poteva
essere fornito.
Pertanto, la forma del Narn in questo libro differisce da quella dei
Racconti incompiuti in molti aspetti, alcuni dei quali derivanti dal ben più
approfondito studio che, dopo la pubblicazione di quel libro, ho compiuto
sul formidabile complesso di manoscritti. Ciò mi ha portato a conclusioni
differenti circa le relazioni e la sequenza di alcuni testi, soprattutto
nell'evoluzione estremamente confusa della leggenda nel periodo di «Túrin
fra i fuorilegge». Qui di seguito vi è una descrizione e viene data una
spiegazione della composizione di questo nuovo testo dei Figli di Húrin.
Un importante elemento in tutto ciò è il particolare status del
Silmarillion pubblicato, giacché, come ho già menzionato nella prima
parte di questa Appendice, mio padre aveva abbandonato il Quenta
Silmarillion al punto in cui si trovava (Túrin diventa un bandito dopo la
sua fuga dal Doriath) quando iniziò Il Signore degli Anelli nel 1937. Nel
formare la narrazione per il lavoro pubblicato ho fatto largo uso degli
Annali del Beleriand, originariamente un «Racconto degli Anni», ma che
in versioni successive crebbe e si sviluppò in una narrazione annalistica in
parallelo con i successivi manoscritti del Silmarillion e che si diffuse fino
alla liberazione di Húrin da parte di Morgoth dopo le morti di Túrin e di
Niënor.
Quindi, il primo passaggio che ho omesso nella versione del Narn i Chîn
Húrin nei Racconti incompiuti (p. 86 e nota 1, p. 206)8 è il resoconto del
soggiorno di Húrin e Huor a Gondolin durante la loro giovinezza. E ho
fatto questo semplicemente perché il racconto è contenuto nel Silmarillion
(pp. 191-193)*. Ma mio padre ne scrisse in realtà due versioni: una era
intesa espressamente per l'apertura del Narn, ma era in gran parte basata su
un passaggio degli Annali del Beleriand e, davvero, ne differisce ben poco.
Nel Silmarillion ho usato entrambi i testi, qui la versione del Narn.
Il secondo passaggio che ho omesso dal Narn nei Racconti incompiuti
(p. 97 e nota 2, p. 206) è il racconto della Battaglia delle Innumerevoli
Lacrime, un'omissione dovuta ai medesimi motivi. Anche in questo caso
mio padre ne scrisse due versioni, una negli Annali, e una seconda, assai
più tarda, ma con il testo degli Annali ben presente, e in realtà per la
maggior parte quasi uguale. Questa seconda versione della grande battaglia
era, di nuovo, intesa espressamente come elemento costitutivo del Narn (il
testo è intitolato Narn II, cioè la seconda sezione del Narn) ed esordisce
così (p. 51 nel presente testo): «Qui si narrerà solo degli accadimenti che
riguardano il destino della Casa di Hador e dei figli di Húrin il Costante».
E nel far questo, mio padre conservò del racconto degli Annali solo la
descrizione della «battaglia a occidente» e la distruzione dell'esercito di
Fingon; e, per mezzo di questa semplificazione e riduzione della storia,
alterò il corso della battaglia come raccontata negli Annali. Nel
Silmarillion io, naturalmente, ho seguito gli Annali, sebbene abbia mutuato
qualcosa dalla versione del Narn; ma in questo libro mi sono attenuto al
testo che mio padre ritenne adeguato per il Narn nel suo insieme.
Da «Túrin nel Doriath» in poi il nuovo testo è parecchio cambiato
8
Da qui in avanti ci si riferisce per i Racconti incompiuti all'edizione
Bompiani del 2001 e per il Silmarillion all'edizione Bompiani del 2004.
(NdR)
rispetto a quello dei Racconti incompiuti. Vi è qui un tipo di scrittura, in
larga parte molto irregolare, che riguarda gli stessi elementi della
narrazione in vari stadi dell'elaborazione, ed essendo questa la situazione è
possibile, ovviamente, avere diverse opinioni su come il materiale
originario debba essere trattato. Sono arrivato a pensare che, quando ho
messo insieme il testo dei Racconti incompiuti, io abbia concesso a me
stesso più libertà redazionale di quanta non ne fosse necessaria. In questo
libro ho ripreso in mano i manoscritti originali e ricostruito il testo, in
molte parti (generalmente davvero secondarie) reinserendo le parole
originali, introducendo frasi o brevi passaggi che non si sarebbe dovuto
omettere, correggendo alcuni errori e operando scelte differenti tra gli
scritti originali.
Per quanto attiene alla struttura della narrazione di quel periodo della
vita di Túrin, dalla sua fuga dal Doriath alla tana dei fuorilegge sull'Amon
Rûdh, mio padre aveva in mente certi «elementi» narrativi: il processo a
Túrin dinanzi a Thingol; i regali di Thingol e Melian a Beleg; il
maltrattamento di Beleg da parte dei fuorilegge in assenza di Túrin; gli
incontri di Túrin e Beleg. Metteva questi «elementi» in relazione tra loro e
inseriva passaggi di dialogo in contesti differenti; ma trovò difficile
comporli in una «trama» prefissata, «per scoprire quel che in realtà era
successo». Ma ora mi sembra chiaro, dopo aver compiuto ulteriori studi,
che mio padre avesse raggiunto una struttura e una sequenza soddisfacenti
per questa parte della storia prima di abbandonarla. Inoltre, la narrazione in
forma assai ridotta che ho messo insieme per il Silmarillion edito è
conforme a questa, con una differenza.
Nei Racconti incompiuti vi è un terzo vuoto nella narrazione a p. 138: la
storia s'interrompe al punto in cui Beleg, avendo finalmente ritrovato Túrin
tra i fuorilegge, non riesce a persuaderlo a tornare nel Doriath (pp. 116-119
nel nuovo testo) e non riprende fino al punto in cui i fuorilegge incontrano
i Nanerottoli. Qui ho di nuovo fatto riferimento al Silmarillion per riempire
il vuoto, notando che lì segue nella storia l'addio di Beleg a Túrin e il suo
ritorno a Menegroth «dove ricevette la spada Anglachel da Thingol e il
lembas da Melian». Ma è in effetti dimostrabile che mio padre scartò
questo, giacché «quello che in realtà successe» fu che Thingol diede
Anglachel a Beleg dopo il processo di Túrin, quando Beleg andò la prima
volta in cerca di lui. Nel testo del presente volume, quindi, il dono della
spada è inserito in quel punto (p. 96) e non vi è lì alcuna menzione del
lembas in regalo. In un passaggio successivo, quando Beleg fa ritorno a
Menegroth, non vi è, naturalmente, alcun riferimento ad Anglachel nel
nuovo testo, ma solo al dono di Melian.
A questo punto è opportuno notare che ho omesso due passaggi, inclusi
nei Racconti incompiuti, ma che sono parentetici rispetto alla narrazione.
Si tratta della storia di come l'Elmo di Drago giunse nelle mani di Hador
del Dor-lómin (p. 110) e le origini di Saeros (p. 112). Sembra certo, per
inciso, che mio padre avesse bocciato il nome Saeros e lo avesse sostituito
con Orgol che, per un «accidente linguistico» coincide con l'anglosassone
orgol, orgel, cioè «orgoglio». Però sembra ora troppo tardi per togliere
Saeros.

La maggiore lacuna nella narrazione nei Racconti incompiuti (p. 149),


viene colmata nel nuovo testo da pagina 143 a pagina 183, alla fine del
capitolo su «Mîm il Nano» e nei seguenti «La Terra dell'Arco e
dell'Elmo», «La morte di Beleg», «Túrin nel Nargothrond» e «La caduta di
Nargothrond».
C'è una complessa relazione in questa parte della «saga di Túrin» tra i
manoscritti originali, la storia così come è raccontata nel Silmarillion, le
pagine scollegate raccolte nell'appendice al Narn nei Racconti incompiuti e
il nuovo testo in questo volume. Ho sempre pensato che fosse intenzione
generale di mio padre, a tempo debito, quando avesse con soddisfazione
realizzato il «grande racconto» di Túrin, derivare da questo una forma ben
più breve della storia in quella che si potrebbe chiamare «la modalità
Silmarillion». Ma, naturalmente, ciò non avvenne. Così io, ormai più di
trenta anni fa, ho assunto lo strano compito di cercare di simulare quello
che lui non fece: la scrittura di una «versione Silmarillion» dell'ultimissima
forma della storia, facendola derivare, però, dai materiali eterogenei della
«versione lunga» del Narn. Si tratta del capitolo 21 nel Silmarillion
pubblicato. Pertanto il testo di questo libro, che riempie la lunga lacuna
nella storia narrata nei Racconti incompiuti, deriva dagli stessi materiali
originali, come nel corrispondente passaggio del Silmarillion (pp. 238-
273), ma sono usati in ciascun caso con uno scopo diverso e, nel nuovo
testo, con una maggiore conoscenza del labirinto di abbozzi e note e della
loro sequenza. Molto dei manoscritti originali che era stato omesso o
compresso nel Silmarillion rimane disponibile; ma dove non c'era nulla da
aggiungere alla «versione Silmarillion» (come nel racconto della morte di
Beleg, derivato dagli Annali del Beleriand), quella narrazione è stata
semplicemente ripetuta.
Così, anche se ho dovuto introdurre passaggi di raccordo qua e là nel
mettere insieme differenti stesure, non vi è alcun elemento estraneo
«inventato», di nessun tipo, benché minimo, nel testo lungo di questo
volume.
Si tratta, comunque di un testo artificiale e non potrebbe essere
altrimenti, soprattutto perché questo grande corpus di manoscritti
rappresenta una evoluzione continua della storia stessa.
Bozze di stesure, fondamentali per la formazione di una narrazione
ininterrotta, potrebbero, infatti, risalire a uno stadio anteriore.
Per dare un esempio di un punto ideato precedentemente, il testo
originario dell'episodio dell'arrivo della banda di Túrin sulla collina di
Amon Rûdh, la dimora che ivi trovarono e la vita che lì condussero,
nonché l'effimero successo della terra del Dor-Cúarthol, venne scritto
prima che vi fosse alcuna ombra dei Nanerottoli; eppure una descrizione
ben definita della casa di Mîm sotto la cima del monte appare prima di
Mîm stesso.

Per quanto riguarda il resto della storia, dal ritorno di Túrin nel Dor-
lómin, di cui esiste la stesura definitiva di mio padre, ci sono,
naturalmente, ben poche differenze rispetto al testo dei Racconti
incompiuti. Ma in due dettagli nel racconto dell'attacco contro Glaurung a
Cabed-en-Aras ho cambiato le parole originali e devo spiegarne il perché.
Il primo cambiamento riguarda la geografia. Vi si dice (p. 234) che
Túrin e i suoi compagni, quando in quella serata fatidica si misero in
viaggio dalla Nen Girith, non andarono dritti incontro al Drago, che
giaceva sul lato più lontano della forra, ma imboccarono dapprima il
sentiero che portava ai Guadi del Teiglin e «poi, prima di arrivare troppo
in là, girarono verso sud prendendo un sentiero stretto» e attraversarono il
bosco sopra il fiume, verso Cabed-en-Aras. Mentre si avvicinavano, nel
testo originale di questo passaggio si legge: «le prime stelle brillavano a
est, dietro di loro».
Quando preparai il testo per i Racconti incompiuti, non mi resi conto che
non poteva essere così, dato che non si stavano certo muovendo in
direzione ovest, bensì est, o sud-est, lontano dai Guadi, e le prime stelle a
est dovevano trovarsi davanti a loro e non dietro di loro. Nell'analizzare
questo in The War of the Jewels9, mi feci convincere dall'idea che il
9
* J.R.R. Tolkien, The History of Middle-earth (11). The War of the
Jewels, a cura di Christopher Tolkien, HarperCollins, Londra, 1994, p.
«sentiero stretto» diretto a sud in realtà poi voltasse a occidente per
raggiungere il Teiglin. Ma ora ciò mi sembra improbabile, perché non
avrebbe motivo nella narrazione, e che la soluzione più semplice sia quella
di correggere «dietro di loro» con «davanti a loro», come ho fatto nel
nuovo testo.
Lo schizzo di mappa che ho disegnato nei Racconti incompiuti (p. 209)
per illustrare il territorio non è, infatti, ben orientato. E, come si vede dalla
mappa del Beleriand di mio padre, e come riprodotto nella mia mappa per
Il Silmarillion, l'Amon Obel era quasi a est dei Guadi del Teiglin («la luna
sorse dietro l'Amon Obel», in questo testo a p. 245), e il Teiglin scorreva a
sud-est o a sud-sud est nelle gole.
Adesso ho ridisegnato la mappa e ho anche inserito il luogo
approssimativo dove doveva trovarsi il Cabed-en-Aras (si dice, in questo
testo a p. 228, che «proprio sulla strada di Glaurung si apriva una di queste
gole, nient'affatto la più profonda, sì però la più angusta, esattamente a
nord della confluenza del Celebros»).
Il secondo cambiamento riguarda l'episodio dell'uccisione di Glaurung.
Di questo ne esistono un abbozzo e una stesura finale. Nell'abbozzo, Túrin
e i suoi compagni si arrampicarono su per il lato più lontano del precipizio
finché giunsero sotto il ciglio; rimasero lì mentre trascorreva la notte e
Túrin «lottò con i sogni neri di terrore in cui tutta la sua volontà serviva
per tenersi aggrappato e resistere».

157. (NdR)
Quando si fece giorno, Glaurung si preparò ad attraversare in un punto
«molti passi in direzione nord»; così Túrin dovette scendere giù nel letto
del fiume e poi risalire di nuovo il dirupo per arrivare sotto la pancia del
Drago.
Nella versione finale (in questo testo pp. 239-240), Túrin e Hunthor si
trovavano solo poco in alto sul lato più lontano quando Túrin disse che
stavano sprecando le loro forze per salire in quel momento, visto che
ancora non sapevano dove Glaurung sarebbe passato per attraversare; «si
fermarono quindi e attesero». Non si dice se essi scesero da dove si
trovavano quando smisero di arrampicarsi, e il passaggio relativo al sogno
di Túrin in cui «tutta la sua volontà era tesa a restare avvinghiato» riappare
come nella stesura dell'abbozzo. Ma nella revisione non v'era bisogno che
questi rimanessero aggrappati: essi avrebbero potuto e certamente
sarebbero scesi giù e sarebbero rimasti lì ad attendere. Infatti, questo è quel
che fecero: viene detto nel testo finale (Racconti incompiuti, p. 190) che
non si trovavano proprio sul cammino di Glaurung e che Túrin «s'inerpicò
lungo la riva per giungere sotto di lui». Sembra allora che la storia finale
conservi un tratto non necessario della stesura precedente. Per questioni di
congruenza, ho così cambiato il testo (pp. 240-241) «non stando proprio
sulla direttrice di Glaurung» con «non essendosi trovati sulla direttrice di
Glaurung»; e «s'inerpicò lungo la riva» con «s'inerpicò lungo il dirupo».
Si tratta veramente di piccoli dettagli, ma chiariscono quelle che sono
forse le scene meglio visualizzabili dei Tempi Remoti, e uno degli eventi
più importanti.

INDICE DEI NOMI DEL


RACCONTO DEI FIGLI DI HÚRIN

I nomi che appaiono nella mappa del Beleriand sono seguiti


dall'asterisco *.

Adanedhel «Uomo-Elfo», appellativo dato a Túrin nel Nargothrond.


Aeriti Parente di Húrin nel Dor-lómin, presa in moglie da Brodda
l'Esterling.
Agarwaen «Macchiato di Sangue», appellativo che Túrin si attribuì
quando arrivò nel Nargothrond.
Ainur «Coloro che sono Santi», i primi esseri creati da Ilúvatar, che era
prima del Mondo: i Valar e i Maiar («spiriti dello stesso ordine dei Valar,
ma di livello inferiore»).
Algund Uomo del Dor-lómin, membro della banda di fuorilegge cui si
unì Túrin.
Alto Faroth* Alture a ovest del fiume Narog sopra Nargothrond; anche
dette il Faroth.
Anton Darthir* Una cima nella catena degli Ered Wethrin a sud del Dor-
lómin.
Amon Ethir «La Collina delle Spie», un grande tumulo eretto da Finrod
Felagund, una lega a est del Nargothrond.
Amon Obel* Una collina al centro della Foresta di Brethil sulla quale fu
innalzato l'Ephel Brandir.
Amon Rûdh* «La Collina Calva», un'altura isolata nelle terre a sud del
Brethil, residenza di Mîm.
Anach* Passo per il quale si scendeva dalla Taur-nu-Fuin al limite
occidentale degli Ered Gorgoroth.
Andróg Uomo del Dor-lómin, un capo del gruppo dei fuorilegge cui si
unì Túrin.
Anfauglith* «Polvere Soffocante», la grande piana a nord della Taur-nu-
Fuin, un tempo erbosa e chiamata Ardgalen, ma trasformata in deserto da
Morgoth nella Battaglia della Fiamma Improvvisa.
Angband La grande fortezza di Morgoth a nord-ovest della Terra di
Mezzo.
Anglachel La spada di Beleg, dono di Thingol; dopo essere stata
riforgiata per Túrin fu chiamata Gurthang.
Angrod Terzo figlio di Finarfin, ucciso nella Dagor Bragollach.
Anguirel Spada di Eöl.
Anno del Cordoglio L'anno della Nirnaeth Arnoediad.
Aranrúth «Collera del Re», spada di Thingol.
Arcoforte Nome di Beleg; vedi Cúthalion Arda La Terra.
Aredhel Sorella di Turgon, moglie di Eöl.
Arminas Elfo Noldorin che andò con Gelmir nel Nargothrond per
avvertire Orodreth del pericolo.
Arroch Cavallo di Húrin.
Arvernien* Le regioni costiere del Beleriand a ovest delle Bocche del
Sirion; nominate nella canzone di Bilbo a Gran Burrone.
Asgon Uomo del Dor-lómin che aiutò Túrin a fuggire dopo l'uccisione di
Brodda.
Avversario Morgoth
Azaghâl Signore dei Nani di Belegost.

Barad Eithel «Torre del Pozzo», fortezza dei Noldor sull'Eithel Sirion.
Baragund Padre di Morwen; cugino di Beren.
Barahir Padre di Beren; fratello di Bregolas.
Bar-en-Danwedh «Casa del Riscatto», nome dato da Mîm alla sua casa.
Bar-en-Nibin-noeg «Casa dei Nanerottoli» sull'Amon Rûdh.
Bar Erib Una roccaforte del Dor-Cúarthol a sud dell'Amon Rûdh.
Battaglia delle Innumerevoli Lacrime Vedi Nirnaeth Arnoediad.
Bauglir «Il Costrittore», nome dato a Morgoth.
Beleg Elfo del Doriath, un grande arciere; amico e compagno di Túrin.
Detto Cúthalion «Arcoforte».
Belegost «Granrocca», una delle due città dei Nani nelle Montagne
Azzurre.
Belegund Padre di Rían; fratello di Baragund.
Beleriand Terre a ovest delle Montagne Azzurre nei Tempi Remoti.
Belthronding Arco di Beleg.
Bëor Capo dei primi Uomini che entrarono nel Beleriand; capostipite
della Casa di Bëor, una delle tre Casate degli Edain.
Beren Uomo della Casa di Bëor, amante di Lúthien, che staccò un
Silmaril dalla corona di Morgoth; chiamato «Monco» e Camlost
«Manovuota».
Bragollach Vedi Dagor Bragollach.
Brandir Signore del Popolo di Haleth nel Brethil all'epoca dell'arrivo di
Túrin; figlio di Handir.
Bregolas Padre di Baragund; nonno di Morwen.
Bregor Padre di Barahir e Bregolas.
Brethil* Foresta tra i fiumi Teiglin e Sirion; Uomini del Brethil, il
popolo di Haleth.
Brithiach* Guado del Sirion a nord della Foresta di Brethil.
Brodda Un Esterling nello Hithlum dopo la Nirnaeth Arnoediad.

Cabed-en-Aras «Il Salto del Cervo», profonda gola del fiume Teiglin
dove Túrin uccise Glaurung.
Cabed Naeramarth «Il Salto dell'Atroce Destino», nome dato alla
Cabed-en-Aras dopo che Niënor si precipitò dai suoi dirupi.
Casa di Hador Una delle Casate degli Edain.
Celebros Corso d'acqua del Brethil che precipita nel Teiglin presso i
Guadi.
Cintura di Melian Vedi Melian.
Círdan Chiamato «Il Carpentiere»; signore delle Falas; quando i Porti
furono distrutti, dopo la Nirnaeth Arnoediad, fuggì a sud nell'Isola di
Baiar.
Collina delle Spie Vedi Anton Ethir.
Crissaegrim* I picchi montani a sud di Gondolin, dove erano i nidi di
Thorondor.
Cúthalion «Arcoforte», nome di Beleg.

Daeron Menestrello del Doriath.


Dagor Bragollach (anche la Bragollach) La Battaglia della Fiamma
Improvvisa in cui Morgoth pose fine all'Assedio di Angband.
Dama del Dor-lómin Morwen.
Dimbar * La terra tra i fiumi Sirion e Mindeb.
Dimrost «La Scala Piovosa», le cascate del Celebros nella Foresta di
Brethil, in seguito dette Nen Girith.
Dor-Cúarthol «Terra dell'Arco e dell'Elmo», nome dato al paese difeso
da Túrin e Beleg dal loro covo nell'Amon Rûdh.
Doriath * Il regno di Thingol e Melian nelle foreste di Neldoreth e
Region, con capitale Menegroth sul fiume Esgalduin.
Dorlas Un uomo importante del Popolo di Haleth nella Foresta di
Brethil.
Dor-lómin * Regione a sud dello Hithlum assegnata dal Re Fingolfin
come feudo alla Casa di Hador; patria di Húrin e Morwen.
Dorthonion * «Terra dei Pini», i grandi altipiani boscosi ai confini
settentrionali del Beleriand, in seguito chiamata Taur-nu-Fuin.
Drengist * Lungo fiordo del mare che penetrava negli Ered Lómin, le
Montagne Echeggianti.
Echad i Sedryn (anche l'Echad) «Campo dei Fedeli», nome dato al
rifugio di Mîm sull'Amon Rûdh.
Ecthelion Signore Elfo di Gondolin.
Edain (singolare Adan) Gli Uomini delle Tre Casate degli Amici degli
Elfi.
Eithel Ivrin * «Fonte dell'Ivrin», le sorgenti del fiume Narog sotto gli
Ered Wethrin.
Eithel Sirion * «Fonte del Sirion», sul versante orientale degli Ered
Wethrin; la fortezza dei Noldor in quel luogo, anche detta Barad Eithel.
Eldalië Il popolo degli Elfi, equivalente di Eldar.
Eldar Gli Elfi del Grande Viaggio dall'Oriente al Beleriand.
Eledhwen Nome di Morwen, «Splendore degli Elfi».
Elfi Grigi I Sindar, nome dato agli Eldar che rimasero nel Beleriand e
non attraversarono il Grande Mare per andare a Occidente.
Eöl Detto «Elfo Scuro», un grande fabbro che visse nella Nan Elmoth;
forgiò la spada Anglachel; padre di Maeglin.
Ephel Brandir «Il Recinto di Brandir», che circondava le dimore degli
Uomini del Brethil sull'Amon Obel; anche detto l'Ephel.
Ered Gorgoroth * «Montagne del Terrore», i vasti precipizi sui quali la
Taurnu-Fuin si stendeva verso sud; anche Gorgoroth.
Ered Lómin * «Monti Echeggianti» costituenti la barriera occidentale
dello Hithlum.
Ered Luin «Montagne Azzurre», «Monti Azzurri».
Ered Wethrin «Montagne dell'Ombra», la grande catena che delimitava
lo Hithlum a est e a sud.
Esgalduin * Il fiume del Doriath, che separava le foreste di Neldoreth e
Region e confluiva nel Sirion.
Esiliati I Noldor che si ribellarono ai Valar e ritornarono nella Terra di
Mezzo.
Esterling Tribù di Uomini che giunsero nel Beleriand provenienti da est
dopo la Dagor Bragollach.
Faelivrin Nome dato a Finduilas da Gwindor.
Falas * Le coste occidentali del Beleriand.
Fëanor Figlio maggiore di Finwë, il primo capo dei Noldor; fratellastro
di Fingolfin; artefice dei Silmaril; capo dei Noldor nella ribellione contro i
Valar, ma ucciso in battaglia subito dopo il suo ritorno nella Terra di
Mezzo. Vedi Figli di Fëanor.
Felagund «Scavatore di caverne», nome dato a Re Finrod dopo che si fu
stabilito nel Nargothrond e spesso usato da solo.
Figli di Fëanor Vedi Fëanor. I sette figli ebbero le terre del Beleriand
orientale.
Figli di Ilúvatar Elfi e Uomini.
Figli Minori, Figli più Giovani Uomini. Vedi Figli di Ilúvatar.
Finarfin Terzo figlio di Finwë, fratello di Fingolfin e fratellastro di
Fëanor; padre di Finrod Felagund e di Galadriel. Finarfin non fece ritorno
alla Terra di Mezzo.
Finduilas Figlia di Orodreth, secondo Re di Nargothrond.
Fingolfin Secondo figlio di Finwë, il primo capo dei Noldor; Re
Supremo dei Noldor, dimorava nello Hithlum; padre di Fingon e Turgon.
Fingon Figlio maggiore del Re Fingolfin, e Re Supremo dei Noldor
dopo la sua morte.
Finrod Figlio di Finarfin; fondatore e re del Nargothrond, fratello di
Orodreth e Galadriel; spesso chiamato Felagund.
Forweg Uomo del Dor-lómin, capo del gruppo di fuorilegge cui si unì
Túrin.

Galdor l'Alto Figlio di Hador Testadoro; padre di Húrin e Huor; ucciso


all'Eithel Sirion.
Gamil Zirak Fabbro Nano, maestro di Telchar di Nogrod.
Gaurwaith «Uomini-lupo», la banda di fuorilegge alla quale Túrin si unì
nei boschi oltre i confini occidentali del Doriath.
Gelmir (1) Elfo del Nargothrond, fratello di Gwindor.
Gelmir (2) Elfo Noldorin che con Arminas giunse a Nargothrond per
avvertire Orodreth del pericolo.
Gethron Uno dei compagni di Túrin nel viaggio per il Doriath.
Ginglith * Fiume che sfocia nel Narog sopra Nargothrond.
Glaurung «Padre dei Draghi», il primo dei Draghi di Morgoth.
Glithui Fiume originario dagli Ered Wethrin e tributario del Teiglin a
nord dell'immissione del Malduin.
Glóredhel Figlia di Hador, sorella di Galdor, il padre di Húrin; moglie di
Haldir del Brethil.
Glorfindel Signore Elfo di Gondolin.
Gondolin * La città segreta del Re Turgon.
Gorgoroth Vedi Ered Gorgoroth.
Gorthol «Elmo Terribile», nome assunto da Túrin nella terra di Dor
Cúarthol.
Gothmog Signore dei Balrog; uccisore del Re Fingon.
Grande Canto La musica degli Ainur con la quale il Mondo fu iniziato.
Grande Tumulo Vedi Haudb-en-Nirnaeth.
Grithnir Uno dei compagni di Túrin nel viaggio verso il Doriath, dove
morì.
Guadi del Teiglin * Guadi dove la vecchia Strada Meridionale
attraversava il Teiglin in direzione del Nargothrond.
Guilin Elfo del Nargothrond, padre di Gwindor e Gelmir.
Gurthang «Ferro di Morte», il nome che Túrin diede alla spada
Anglachel dopo che questa fu riforgiata a Nargothrond.
Gwaeron «Il mese ventoso», marzo.
Gwindor Elfo del Nargothrond, amò Finduilas; compagno di Túrin.

Hador Testadoro Amico degli Elfi, signore del Dor-lómin, vassallo di


Re Fingolfin; padre di Galdor padre di Húrin e Huor; ucciso all'Eithel
Sirion durante la Dagor Bragollach.
Haldir Figlio di Halmir del Brethil; sposò Glóredhel figlia di Hador del
Dor-lómin.
Haleth Detta Dama Haleth, che divenne capo della seconda Casa degli
Edam, gli Halethrim o Popolo di Haleth, che abitavano nella Foresta di
Brethil.
Halmir Signore degli Uomini del Brethil.
Handir del Brethil Figlio di Haldir e Glóredhel; padre di Brandir.
Hareth Figlia di Halmir del Brethil, moglie di Galdor del Dor-lómin;
madre di Húrin.
Haudh-en-Elleth «Il Tumulo della Fanciulla Elfica» vicino ai Guadi del
Teiglin, in cui Finduilas fu seppellita.
Haudh-en-Ndengin Nome elfico di Haudh-en-Nirnaeth.
Haudh-en-Nirnaeth «Il Tumulo delle Lacrime» nel deserto di
Anfauglith.
Hirilorn La grande betulla a tre tronchi nella Foresta di Neldoreth.
Hithlum * «Terra di Bruma», regione settentrionale limitata dalle
Montagne dell'Ombra.
Hunthor Uomo del Dor-lómin, compagno di Túrin nell'assalto a
Glaurung.
Huor fratello di Húrin; padre di Tuor padre di Eärendil; ucciso nella
Battaglia delle Innumerevoli Lacrime.
Húrin Signore del Dor-lómin, marito di Morwen e padre di Túrin e
Niënor; detto Thalion, «il Costante».

Ibun Uno dei figli di Mîm il Nanerottolo.


Ilúvatar «Padre di Tutto».
Indor Uomo del Dor-lómin, padre di Aerin.
Innumerevoli Lacrime La battaglia di Nirnaeth Arnoediad.
Isola di Sauron Tol Sirion.
Ivrin * Il lago e le cascate ai piedi degli Ered Wethrin da cui nasceva il
fiume Narog.

Khîm Uno dei figli di Mîm il Nanerottolo, ucciso da una freccia di


Andróg.

Labadal Nome che Túrin diede a Sador.


Ladros * Le terre al nord-est del Dorthonion che furono cedute dai Re
Noldorin agli Uomini della Casa di Bëor.
Lalaith «Riso», «Risata», nome dato a Urwen.
Larnach Uomo dei Boschi nelle terre a sud del Teiglin.
Lothlann Una grande pianura a est del Dorthonion (Taur-nu-Fuin).
Lothron Il quinto mese.
Lúthien Figlia di Thingol e Melian, che dopo la morte di Beren scelse di
diventare mortale come questi e di condividerne il destino. Chiamata
Tinúviel, «Figlia del crepuscolo», usignolo.

Mablung Elfo del Doriath, primo capitano di Thingol, amico di Túrin;


detto «Il Cacciatore».
Maedhros Figlio maggiore di Fëanor, ebbe le terre a oriente oltre il
Dorthonion.
Maeglin Figlio di Eöl «l'Elfo Scuro» e Aredhel, sorella di Turgon;
traditore di Gondolin.
Maliuin * Un tributario del Teiglin.
Mandos Un Vala: il Giudice e Custode delle Case dei Morti a Valinor.
Manwë Il Capo dei Valar; chiamato l'Antico Re.
Melian Una Maia (vedi Ainur); Regina e moglie del Re Thingol nel
Doriath; intorno al Doriath ella pose un'invisibile barriera di protezione, la
Cintura di Melian; madre di Lúthien.
Melkor Il nome in Quenya di Morgoth.
Menegroth * «Le Mille Caverne», «Le Mille Grotte», le aule di Thingol
e Melian sul fiume Esgalduin nel Doriath.
Menel Il Cielo, il Firmamento, regione delle stelle.
Methed-en-glad «Fine del Bosco», una fortezza del Dor Cúarthol sul
limitare della foresta a sud del Teiglin.
Mîm Il Nanerottolo, la cui casa era sull'Amon Rûdh.
Minas Tirith «Torre di Guardia», costruita da Finrod Felagund su Tol
Sirion.
Mindeb* Un tributario del Sirion, fra Dimbar e la Foresta di Neldoreth.
Mithrinr* La regione sud-orientale dello Hithlum, separata dal Dor-
lómin dalle Montagne di Mithrim.
Montagne Azzurre, Monti Azzurri La grande catena montagnosa
(chiamata Ered Luin e Ered Lindon) fra il Beleriand e l'Eriador nei Tempi
Remoti.
Monti Cerchianti Le montagne attorno a Tumladen, la vallata di
Gondolin.
Monti Echeggianti Vedi Ered Lómin.
Monti Ombrosi, Montagne dell'Ombra Vedi Ered Wethrin.
Morgoth Il grande Vala ribelle, in origine il più possente delle Potenze;
chiamato il Nemico, l'Oscuro Signore, il Re Nero, Bauglir.
Mormegil «Spada Nera», nome dato a Túrin nel Nargothrond.
Morwen Figlia di Baragund della Casa di Bëor; moglie di Húrin e madre
di Túrin e Niënor; chiamata Eledhwen «Splendore degli Elfi» e Dama del
Dor-lómin.

Nan Elmoth * Una foresta nel Beleriand orientale; dimora di Eöl.


Nanerottoli Una razza di Nani della Terra di Mezzo dei quali Mîm e i
suoi due figli erano gli ultimi superstiti.
Nargothrond * «La grande fortezza sotterranea sul fiume Narog»,
fondata da Finrod Felagund, distrutta da Glaurung; anche il reame di
Nargothrond che si estendeva a est e a ovest del fiume.
Narog * Il fiume principale del Beleriand occidentale, originario
dell'Ivrin e affluente del Sirion vicino alle bocche. Gente di Narog, gli Elfi
del Nargothrond.
Neithan «L'Offeso», nome che Túrin stesso si diede quando era tra i
banditi.
Nellas Elfo del Doriath, amica di Túrin fin da bambino.
Nemico Morgoth.
Nen Girith «Acqua Rabbrividente», nome dato a Dimrost, la cascata del
Celebros nel Brethil.
Nen Lalaith Ruscello che nasceva sotto l'Amon Darthir, un picco degli
Ered Wethrin, e che fluiva vicino alla casa di Húrin nel Dor-lómin.
Nenning * Fiume del Beleriand occidentale, alla cui foce sorgeva il
Porto di Eglarest.
Nevrast * Regione a ovest del Dor-lómin, oltre i Monti Echeggianti*
(Ered Lómin).
Nibin-noeg, Nibin-nogrim I Nanerottoli.
Niënor «Cordoglio», figlia di Húrin e Morwen, e sorella di Túrin; vedi
Níniel.
Nimbrethil * Boschi di betulle nell'Arvernien; menzionati nella canzone
di Bilbo a Gran Burrone.
Níniel «Fanciulla in Lacrime», nome che Túrin diede a Niënor nel
Brethil.
Nirnaeth Arnoediad La Battaglia delle Innumerevoli Lacrime, anche
detta la Nirnaeth.
Nogrod Una delle due città dei Nani nei Monti Azzurri.
Noldor La seconda delle schiere degli Eldar che intrapresero il Grande
Viaggio dall'Oriente al Beleriand; gli «Elfi Profondi», i «Maestri delle
Tradizioni».
Núath, Boschi di * Boschi che si estendevano a ovest dal corso superiore
del fiume Narog.

Orleg Un uomo della banda di fuorilegge di Túrin.


Orodreth Re del Nargothrond dopo la morte di suo fratello Finrod
Felagund; padre di Finduilas.
Osse Un Maia (vedi Ainur); vassallo di Ulmo, Signore delle Acque.

Piana Sorvegliata * Vedi Talath Dirnen.


Potenze, Le, i Poteri I Valar.
Ragnir Servo cieco nella casa di Húrin nel Dor-lómin.
Re Nero Morgoth.
Reame Sorvegliato Doriath.
Region * La foresta meridionale del Doriath.
Regno Nascosto Nome dato sia a Gondolin, sia al Doriath.
Rían Cugina di Morwen; moglie di Huor, fratello di Húrin; madre di
Tuor.
Rivil * Corso d'acqua che scendeva dal Dorthonion fino a unirsi al Sirion
nella Palude di Serech.

Sador Falegname, attendente di Húrin nel Dor-lómin e amico di Túrin


quando era bambino e dal quale veniva chiamato Labadal.
Saeros Elfo del Doriath, un consigliere di Thingol, ostile a Túrin.
Salto del Cervo Vedi Cabed-en-Aras.
Selvaggio dei Boschi Nome assunto da Túrin appena giunse tra gli
Uomini del Brethil.
Serech* La grande palude a nord del Passo del Sirion, dove il fiume
Rivil scorreva proveniente dal Dorthonion.
Sharbhund Nome nanico dell'Amon Rûdh.
Signore delle Acque Il Vala Ulmo.
Signore Oscuro Morgoth.
Signori dell'Occidente I Valar.
Sindarin degli Elfi Grigi, lingua elfica del Beleriand. Vedi Elfi Grigi.
Sirion* Il Grande Fiume del Beleriand, nasceva dalla Eithel Sirion.
Spada Nera Nome di Túrin nel Nargothrond; anche la spada stessa. Vedi
Mormegil.
Stagni del Crepuscolo* Regione di paludi e stagni alla confluenza
dell'Aros con il Sirion.
Strada Meridionale L'antica strada da Tol Sirion a Nargothrond presso i
Guadi del Teiglin.

Talath Dirnen* «La Piana Sorvegliata», a nord di Nargothrond.


Taur-nu-Fuin* «Foresta sotto la Notte», più tardi chiamata Dorthonion.
Teiglin* Un tributario del Sirion che nasceva dalle Montagne dell'Ombra
e scorreva attraverso la Foresta di Brethil. Vedi Guadi del Teiglin.
Telchar Rinomato fabbro di Nogrod.
Telperion L'Albero Bianco, il più antico dei Due Alberi che davano la
luce a Valinor.
Terra del Recinto Doriath.
Teste di Paglia Nome dato al Popolo di Hador dagli Esterling nello
Hithlum.
Thangorodrim «Montagne della Tirannia», erette da Morgoth sopra
Angband.
Thingol «Mantogrigio», Re del Doriath, signore supremo degli Elfi
Grigi (Sindar); sposato con Melian la Maia; padre di Lúthien.
Thorondor «Re delle Aquile» (cfr. Il Ritorno del Re, VI, 4: «il vecchio
Thorondor, che costruì i suoi nidi sulle inaccessibili vette dei Monti
Cerchiami quando la Terra di Mezzo era giovane»).
Thurin «Il Segreto», nome dato a Túrin da Finduilas.
Tol Sirion* Isola nel fiume al Passo del Sirion sulla quale Finrod eresse
la torre di Minas Tirith; fu poi conquistata da Sauron.
Tre Casate (degli Edain) Le Casate di Bëor, Haleth e Hador.
Tumhalad * Valle nel Beleriand occidentale tra i fiumi Ginglith e Narog
dove l'esercito del Nargothrond venne sconfitto.
Tumladen «La Valle Larga», la valle nascosta nei Monti Cerchianti dove
sorgeva la città di Gondolin.
Tuor Figlio di Huor e Rían; cugino di Túrin e padre di Eärendil.
Turambar «Padrone del Destino», nome assunto da Túrin tra gli Uomini
del Brethil.
Turgori Secondo figlio del Re Fingolfin e fratello di Fingon; fondatore e
re di Gondolin.
Túrin Figlio di Húrin e Morwen, oggetto principale del lai intitolato
Narn i Chîn Húrin. Per i suoi altri nomi si veda Neithan, Gorthol,
Agarwaen, Thurin, Adanedhel, Mormegil (Spada Nera), Selvaggio dei
Boschi, Turambar.

Uldor il Maledetto Un capo degli Esterling ucciso nella Battaglia delle


Innumerevoli Lacrime.
Ulmo Uno dei grandi Valar, «Signore delle Acque».
Ulrad Un componente del gruppo dei fuorilegge cui si unì Túrin.
Úmarth «Malasorte», nome fittizio che Túrin diede a suo padre nel
Nargothrond.
Uomini dei Boschi Abitanti dei boschi a sud del Teiglin, perseguitati dai
Gaurwaith.
Uomini-lupo Vedi Gaurwaith.
Urwen Figlia di Húrin e Morwen che morì bambina; chiamata Lalaith,
«Riso».

Valar «Le Potenze», i grandi spiriti che entrarono nel Mondo all'inizio
del tempo.
Valinor La terra dei Valar nell'Occidente, oltre il Grande Mare.
Varda La più grande delle regine dei Valar, consorte di Manwë.

NOTA SULLA MAPPA

Questa mappa è basata principalmente su quella pubblicata nel


Silmarillion, che a sua volta è derivata dalla carta che mio padre disegnò
negli anni Trenta e che mai sostituì, anzi la usò per tutte le sue opere
successive. Le rappresentazioni formali, e ovviamente molto selettive, di
montagne, colline e foreste sono eseguite sul modello del suo stile.
In questo nuovo disegno ho introdotto certe differenze, intese a
semplificarlo e a renderlo più direttamente applicabile al Racconto dei figli
di Húrin. Quindi la mappa non si estende a est fino a includere l'Ossiriand
e i Monti Azzurri e certe caratteristiche geografiche sono state omesse;
inoltre (tranne alcune eccezioni) solo i nomi che ricorrono nel testo sono
riportati nella mappa.

Christopher Tolkien

POSTFAZIONE
ALL'EDIZIONE ITALIANA

di Gianfranco de Turris

«Aure entuluvo! Il giorno risorgerà!»


(Húrin al termine della Battaglia
delle Innumerevoli Lacrime)

«Se Turambar torna alla battaglia,»


ad avere il sopravvento sarà,
non lui, bensì l'Ombra.
(Brandir, Signore del Brethil)

La storia della Terra di Mezzo non è un ininterrotto confronto tra Bene e


Male, come in genere banalmente si afferma: piuttosto, tutto «è per lo più
legato alla Caduta, alla Morte e alla Macchina», come invece scrive J.R.R.
Tolkien a Milton Waldman alla fine del 1951. In base alle sue successive
spiegazioni di quel che per lui significano queste tre parole, noi possiamo
legittimamente sostenere che se un ininterrotto confronto c'è nel mondo
immaginario tolkieniano, esso è fra Potere temporale negativo (inteso
come brama di possesso, pervertimento di ogni valore, dominio violento su
corpi e menti, sopraffazione, menzogna) e Autorità spirituale positiva
(intesa come legittimo e condiviso imperio di Potenze divine e di loro
creature - Elfi e Uomini - che da esse lo ricevono e ne traggono a loro
volta legittimazione, e che a esse fanno riferimento). Una storia lunga
migliaia e migliaia di anni che il nostro professore divise in tre Ere,
ognuna delle quali si conclude con un epico, titanico scontro fra il primo,
impersonato dal Vala ribelle Melkor, che si è «incarnato» in Morgoth, e in
seguito dal suo più potente servo, Sauron, e la seconda, impersonata dai
Figli di Ilúvatar, Elfi e Uomini, comunque da coloro che non si sono
convertiti alla brama di potere e di male che avanza con l'Ombra: la Guerra
dell'Ira o Grande Battaglia, la Guerra dell'Ultima Alleanza, la Guerra
dell'Anello. Ogni volta l'Avversario, l'Oscuro Signore, viene sconfitto e
ricacciato nei suoi confini e addirittura al di là delle Mura del Mondo, ma
ogni volta all'inizio dell'Era successiva, pian piano riprende forza e vigore.
È, dunque, una visione ciclica della storia che Tolkien propone (della
Quarta Era, quella della «dominazione degli Uomini», essendo in corso,
per ora nulla si può dire, anche perché, come spiega Tolkien sempre a
Waldman, in essa il Male è multiforme dato che la precedente Terza Era è
l'ultimo periodo «in cui il Male prende forma in una singola figura»). A
ogni apice di tenebra inizia il suo declino, e a ogni picco di luce inizia il
suo tramonto.
Mentre tutto sappiamo della Terza Era grazie a Lo Hobbit e a Il Signore
degli Anelli, assai poco si sa della Prima Era, eccezion fatta dei brani
inseriti nel Silmarillion o nei Racconti incompiuti. E così, se della Seconda
e Terza Era lo stesso Tolkien ha redatto una cronologia dettagliata (vedi
l'Appendice B del Signore degli Anelli, Bompiani 2003, pp. 1168-1187),
della Prima esiste solo una comunque utilissima cronologia degli eventi
compilata dagli autori del Dizionario dell'universo di J.R.R. Tolkien,
Bompiani 2003, pp. 82-90). Ora, con quella che potrebbe essere forse la
sua ultima opera di «ricostruzione» editoriale, Christopher Tolkien (classe
1924) ce ne offre una significativa ed emozionante «finestra», come lui
stesso la definisce. Certo I Figli di Húrin, ammette, è un «testo artificiale»,
perché, spiega, «questo corpus di manoscritti rappresenta una evoluzione
continua della storia». Però, aggiunge ancora, a differenza di quanto è
avvenuto in precedenza (ad esempio nella versione inserita nei Racconti
incompiuti), qui «non c'è alcun elemento estraneo 'inventato', di nessun
tipo, benché minimo».
Dunque, nonostante che vi si narri di una singola vicenda all'interno
della storia complessiva della Prima Era, I Figli di Húrin ne è la più
significativa, insieme a quelle di Beren e Lúthien e di Gondolin, non
soltanto perché è fra le prime scritte dal men che trentenne Tolkien fra il
1917 e il 1919, ma perché ripresa in più occasioni - quindi con una
intenzione di continuità - negli anni Trenta e Cinquanta. Essa, insieme alle
altre due citate, fa parte di vicende «indipendenti» e significative, quelle
cui l'autore teneva di più: accennava infatti nella citata lettera a Waldman
riferendosi al racconto di Beren: «La storia è (ritengo che sia bella e piena
di potenza) un romanzo eroico-fiabesco, comprensibile di per sé anche se
si ha solo una vaga conoscenza generale dello sfondo». Vale a dire, una
narrazione autonoma, quindi meritevole di essere conosciuta nella sua
interezza, sia quella sia ovviamente le altre due.
Un «romanzo eroico-fiabesco» è la definizione che dà il suo autore di
questo tipo di Grandi Storie (come le chiama Christopher Tolkien), il che
vuol dire in sintesi: epico. Ma allora anche I Figli di Húrin essendo pur
esso una Grande Storia, lo è, ma di un eroismo, di una favolosità e di
un'epicità assai diversi da quelli cui il lettore de Lo Hobbit e del Signore
degli Anelli è stato da decenni abituato: il racconto di una maledizione
infernale e dei suoi ineluttabili effetti, anche perché i protagonisti non
fanno assolutamente nulla per cercare di sfuggirli, anzi, indirizzandosi
verso l'inevitabile conclusione trascinati dal loro carattere. Una storia fosca
e quasi senza speranza, un'atmosfera da tragedia classica, dove giocano le
coincidenze, le fatalità, gli scherzi del destino, gli equivoci e le
incomprensioni. Tutto farà sì che le cose vadano come Morgoth aveva
deciso, come aveva predestinato nel futuro.
Perché? Per vendicarsi di Húrin. E che cosa aveva fatto Húrin?
Semplicemente non aveva ceduto alle lusinghe del Nemico: «lo aveva
sfidato e rifiutato il suo potere» dopo un titanico scontro verbale. Cose
insopportabili e inammissibili per chi si riteneva onnipotente, creatore e
signore di Arda, ed era quindi abituato a possedere tutto, i corpi, i pensieri,
le azioni, i sogni e le anime. E qual è la maledizione che Melkor/Morgoth
lancia contro Húrin, Morwen e la loro discendenza? «L'ombra del mio
pensiero sarà su di loro ovunque vadano, e il mio odio li perseguiterà sino
ai limiti del mondo. (...) Ovunque andranno sarà male. Ogniqualvolta
parleranno, le loro parole saranno foriere di cattivo consiglio. Qualsiasi
cosa facciano, si rivolterà contro di loro. Moriranno in disperazione,
maledicendo sia la vita che la morte.» Mentre Húrin, impotente, assisterà a
questa nemesi attraverso gli occhi di Melkor/Morgoth, vale a dire
attraverso gli occhi del Male stesso...
Perseguitati, senza saperlo, da una maledizione di tal fatta, avverrà
proprio così per le parole e gli atti di Morwen, di Túrin e di Niënor. Una
concatenazione ininterrotta di disastri accompagnerà le loro decisioni, le
loro azioni, i loro consigli e avvertimenti: susciteranno equivoci e
fraintendimenti, uccideranno senza volerlo (o volendolo) amici e
innocenti, trascineranno nella rovina chi è loro vicino, nei momenti
cruciali faranno scelte e prenderanno vie sempre sbagliate. Una frase di
Mablung, l'Elfo detto «il Cacciatore», riassume bene la situazione: «Di
certo, è per mancanza di buon senso, non di coraggio, che la gente di
Húrin trascina gli altri nei guai!».
Infine, sotto l'incantesimo di Glaurung, il Padre dei Draghi, compiranno
l'atto finale che li porterà alla disperazione e alla perdita consapevole della
vita: infrangeranno uno dei più forti tabù dell'umanità sin da quando essa si
è aperta alla ragione.
In una mescolanza di echi shakespeariani (Giulietta e Romeo) e sofoclei
(Edipo), gli esseri umani sembrano burattini nelle mani del Fato, verso cui
nulla possono neppure gli Dèi. Ad esso non si sfugge, e tutto quel che si
cerca di fare per evitarlo, al contrario ne accresce la potenza e ne rafforza
la predestinazione. E predestinato da una maledizione del Vala decaduto e
dedito al male, Túrin la consolida con il proprio carattere: certo coraggioso
e, quando vuole, altruista e disinteressato, ma anche tenace, duro, testardo,
screanzato, presuntuoso, e soprattutto di un orgoglio così smisurato da
velargli gli occhi e il giudizio. E questo lo perderà definitivamente. Come
gli dice Gwindor: «Il tuo destino è dentro di te e non nel tuo nome»... E gli
ricorda Melian, la Maia: «Guardati da te stesso, perché non te ne venga
disgrazia».
Come si legge nel Signore degli Anelli, questa storia si colloca ben 6500
anni prima della guerra dei popoli della Terra di Mezzo contro Sauron, in
un tempo durissimo, in un'epoca ferrea, che il giovane Tolkien degli anni
Dieci prima e il maturo Tolkien degli anni Cinquanta poi descrive con tono
scabro, asciutto, a tratti solenne e vaticinante, ma allo stesso tempo
vigoroso, evocativo, pieno di emozione e suggestione, specie nei capitoli
finali che raggiungono un sapore di epopea mitologica ricordando allo
stesso tempo quella nibelungica, quella finlandese e quella greca. Nella
citata lettera a Waldman, Tolkien spiega infatti che Túrin è «una figura che
si potrebbe dire derivi da elementi di Sigfrido, Edipo e dal finnico
Kullervo».
In questo che possiamo, bene o male, definire il suo esordio narrativo i
simboli portano però in evidenza quasi esclusivamente il loro aspetto
negativo, come se quell'epoca disperata e tenebrosa lì descritta avesse
capovolto o distorto ogni valore: la spada non è più il «prolungamento
dell'Io», un simbolo di luce, ma un'arma assetata di sangue e di anime,
spesso di color nero, che si rivolta contro il suo possessore («C'è malizia in
questa spada» intuisce Melian); il Drago non è un simbolo di saggezza e di
sapere arcano, ma è il Grande Verme, creatura di Morgoth, suo emissario,
che parla con la sua stessa voce, simbolo del sottosuolo, del fuoco ctonio,
dell'interiorità oscura e malata; Túrin non è un eroe solare, ma è un
personaggio spezzato, un uomo diviso a metà, fra Ombra e Luce, dove la
prima ha alla fine il sopravvento sulla seconda, certo per la maledizione
dell'Avversario, ma anche perché essa fa leva e si sovrappone,
potenziandoli, ai suoi difetti personali, prima di tutto l'orgoglio, come si è
detto. Se Melkor, ora «un gigantesco, maestoso, ma terribile Re del Nord-
Ovest della Terra di Mezzo», cioè Morgoth, come scrive Tolkien «divenne
sempre più legato alla terra» e divise il suo potere malefico con le creature
al suo servizio, lo stesso accade a Túrin: legato alle sue passioni non riesce
a deviare dalla strada che gli ha preparato nel futuro il Vala ribelle e
decaduto, il «Signore di questo mondo» (Satana è definito così nei
Vangeli).
Si prova quasi l'angosciante sensazione che il libero arbitrio non esista,
nonostante che Túrin abbia scelto come suo nome, alla fine, quello di
Turambar, cioè Padrone del Destino, e che prima di avviarsi alla sua
impresa definitiva dica a se stesso: «Voglio essere davvero Turambar, e
con la mia volontà e prodezza sopraffare la mia sorte - o cadere». Ma sono
proprio le sue mosse per evitare la sorte che ne provocano il verificarsi.
Infine, soprattutto la cosiddetta «eucatastrofe» fiabesca, la conclusione
in positivo e consolatoria per il lettore (la «Consolazione del Lieto fine»),
che verrà teorizzata nel saggio-conferenza Sulle fiabe (1939), è ancora di
là da venire: la conclusione è qui invece cupa e disperata, la maledizione si
compie, la famiglia di Húrin viene distrutta, anzi si autodistrugge (il che è
ancora peggio).
Si può ben dire che questa sia la visione di un mondo preda totalmente
del Male condizionante, in cui ogni valore è appannato o stravolto, che il
professor Tolkien lanciava come un monito sin da quando aveva
cominciato a scrivere a matita sui suoi quadernetti il Libro dei racconti
perduti nelle trincee francesi della Grande Guerra e negli ospedali inglesi
al ritorno da quella sconvolgente esperienza che distrusse e pervertì molti
miti della Vecchia Europa.

Roma, luglio 2007

UNA NOTA

di Quirino Principe

Da più di mezzo secolo esiste il «caso Tolkien»: una singolarità che si è


rivelata unica e irriducibile a generi e categorie, malgrado i numerosi
tentativi di regolarizzarla e storicizzarla facendola rientrare in un
ragionevole percorso della letteratura occidentale, oppure di sottoporla a
una valutazione riduttiva (come vorrebbero alcune ideologie avverse ai
grandi simboli e alle visioni archetipiche), oppure di annetterla a
confortevoli, collaudate e presunte verità (come vorrebbe oggi la rumorosa
interpretazione «cristiana» di Tolkien). Il lascito tolkieniano non si adatta
ad alcuna esegesi critica di natura storicistica, sociologica, religiosa, né a
un qualsiasi inquadramento nella storia degli stili. È un lascito, per così
dire, metastorico, e perciò anche, sia detto in modo definitivo,
metapolitico. Viene meno, in tale prospettiva, anche l'oziosa discussione
sulla qualità dello stile, che anni or sono, quando apparvero i tre film di
Peter Jackson, indusse un critico letterario italiano a un incauto paragone
tra Tolkien e Céline.
Forse proprio questa strana natura dell'opera tolkieniana nel suo insieme,
nei suoi aspetti d'invenzione narrativa ma anche di creatività linguistico-
filologica e pittorico-grafica, ha dato linfa alla nascita e diffusione di una
sorta di società esoterica: quella dei fedeli di Tolkien per i quali gli Hobbit,
Frodo, Eowyn, Aragorn, Arwen, la Terra di Mezzo, sono divenuti quasi
termini di auto-identificazione. Ed è oramai evidente anche un altro
fenomeno, propriamente letterario: nel corso dell'ultimo cinquantennio è
gradualmente venuta meno ogni gerarchia d'importanza e di primarietà tra
i testi maggiori (Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli, il postumo
Silmarillion) e quelli cosiddetti minori. Ogni appassionato e competente
lettore di Tolkien sa che ogni libro dell'immensa saga è integrante e mai
secondario rispetto agli altri. Ciò vale anche per Il figli di Húrin,
probabilmente (ma possiamo sperare in una futura smentita?) l'ultimo dono
che l'invenzione assoluta dell'autore, sapientemente amministrata dai suoi
eredi dopo il 1973, possa ancora trasmetterci.
Per chi abbia scoperto con meraviglia e gioia Il Signore degli Anelli, sia
nel 1970 al tempo della prima edizione italiana, sia in anni recenti, ogni
nuovo titolo tolkieniano ha sempre aggiunto spazio e risonanza interiore e
reminiscenze e profondità alla memoria di quella prima lettura. I figli di
Húrin è un libro che riafferma questa funzione. La vicenda qui narrata è
smisuratamente anteriore agli anni intorno al 1420 della Terza Era della
Terra di Mezzo in cui si colloca la vicenda del Signore degli Anelli: una
catena di generazioni e di ere, migliaia d'anni. Si sprofonda a ritroso nella
preistoria, e se la vicenda di Bilbo, di Frodo e di Aragorn è un mito, qui
approdiamo al mito del mito. Qui si narra della genealogia di Hador, da cui
discendono gli eroi del Dor-lómin; di Galdor che dalla sposa Hareth ha due
figli maschi, Húrin e Huor; della tragica Battaglia delle Innumerevoli
Lacrime; della tenebrosa presenza di un orrore il cui nome è in origine
Melkor e sarà in futuro Morgoth e infine Sauron; delle nozze di Húrin e
Morwen e del destino di Túrin loro figlio, la cui morte epica e amarissima
dopo che egli avrà sconfitto il mostruoso Glaurung precede la raggelante
conclusione del libro, nella quale il vecchio Húrin ritroverà dopo lungo
tempo la vecchia sposa Morwen soltanto per vederla morire pochi istanti
dopo averla stretta tra le sue braccia. Lasciata l'ultima pagina dei Figli di
Húrin, il lettore potrà ritornare alla rilettura del Signore degli Anelli
scoprendo nuove e prima inavvertite vie d'accesso.
FINE

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