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Gli artt.

444-448, disciplinano il procedimento di applicazione della pena su richiesta delle parti (definito
anche nella prassi, come patteggiamento).

Sulla struttura originaria del rito, è stata innestata una variabile, che ha ampliato la sfera delle situazioni
suscettibile di accordo tra le parti: patteggiamento allargato.
Questo, consente all’imputato e al PM, di accordarsi su di una sanzione che: ridotta fino ad un terzo, vada
da 2 anni fino a un massimo 5 anni di pena detentiva, sola o congiunta a pena pecuniaria.
Il patteggiamento allargato, non comporta però, i benefici del patteggiamento tradizionale.
AMBITO DI APPLICAZIONE
Sono esclusi espressamente:
Sotto un profilo oggettivo alcuni reati suscettibili di determinare un particolare allarme sociale (delitti di
criminalità organizzata, di terrorismo, e una serie di delitti gravi specificamente indicati… come quelli
relativi a violenza sessuale e assimilati).
Sotto un profilo soggettivo alcune posizioni soggettive dell’imputato (chi sia stato dichiarato delinquente
abituale, professionale, per tendenza ed i recidivi reiterati).
Quindi… Rientrano nel patteggiamento allargato (almeno in astratto): il tentato omicidio, il peculato, la concussione, la rapina a
mano armata.
Nel patteggiamento tradizionale, invece, tali limiti oggettivi/soggettivi NON ci sono.

Il patteggiamento tradizionale, muove invece: da una richiesta dell’imputato o del PM (accolta dall’altra
parte), o da un loro accordo (che viene indirizzato al giudice).
Possono prendere l’iniziativa, tendente all’accordo: l’imputato, il difensore munito di procura speciale, il PM.
E il giudice, può anche disporre la comparizione dell’imputato, per verificare la volontarietà della richiesta/consenso.
E si richiede, una definizione anticipata del processo, sulla base di una pena determinata (nella specie e
nella quantità) dalle parti stesse.
Può trattarsi di:
-una sanzione sostitutiva o di una pena pecuniaria (diminuita fino ad un terzo)
-una pena detentiva. Quando questa (tenuto conto delle circostanze nel computo e diminuita fino a un
terzo), non supera 2 anni soli o congiunti a pena pecuniaria.
Dunque… Elemento di premialità del rito è: la riduzione fino ad un terzo, sulla pena da irrogarsi in concreto (cioè, la diminuzione
opera, dopo che è stato effettuato il computo delle circostanze).
Mentre la semplificazione consiste: nell’eliminare l’assunzione orale delle prove, in dibattimento. E nell’utilizzare i verbali degli atti
d’indagine, ai fini della decisione (che avviene dunque, allo stato degli atti).
Infatti… L’imputato accetta il fatto, la sua qualificazione giuridica e la pena. Ma rinuncia, alla facoltà di esercitare il diritto alla prova
(risultando giudicato, sulla scorta del materiale dell’accusa).
Ma nel momento in cui l’imputato, chiede l’applicazione della pena o stipula l’accordo col PM, non deve riconoscere la propria
responsabilità. Il patteggiamento cioè, non equivale ad una ammissione di reità.

La richiesta è formulabile:
- nell’udienza preliminare (sede naturale per l’esplicarsi dell’accordo, quando l’imputato ha già avuto
modo di conoscere l’intero fascicolo delle indagini, e può ponderare la sua strategia difensiva).
Il termine finale (per la presentazione della richiesta di patteggiamento, o per dare il consenso
originariamente negato) è la “presentazione delle conclusioni” nell’udienza preliminare.
- nel corso delle indagini preliminari Se al giudice viene presentata una richiesta:
a) congiunta= fissa con decreto (in calce alla richiesta), l'udienza per la decisione.
A cura del richiedente, la data dell’udienza, va notificata all’altra parte.
L’udienza: sarà poi preceduta, dal deposito del fascicolo del PM. E il PM e il difensore sono sentiti, se compaiono.
b) proveniente da una sola delle parti= fissa con decreto, un termine, affinché la controparte esprima un
eventuale consenso. Prima della scadenza del termine per l’accettazione, la richiesta NON è revocabile o
modificabile.
Quindi… Se ne deduce, che negli altri casi (richiesta congiunta): fino a che non perviene la decisione del giudice, può essere
revocata o modificata.

Inoltre, la parte può subordinare l'efficacia della richiesta, alla concessione della sospensione condizionale
della pena. E se il giudice, ritiene che questa non possa essere concessa, rigetta la richiesta.
Nel valutare la richiesta di patteggiamento proveniente dall’imputato: Il PM ed il giudice, hanno una
discrezionalità vincolata (in quanto, le loro determinazioni, sono sottoposte ad un successivo controllo).
 Il PM, può esprimere il proprio dissenso, ma deve essere motivato (deve quindi, enunciarne le
ragioni).
Queste ultime possono consistere, ad es. nella esiguità della pena proposta (tenuto conto della gravità del reato e della
colpevolezza) o nella non corretta qualificazione del fatto da parte del richiedente.
Il diniego del pubblico ministero, impedisce al GUP, di decidere sulla richiesta unilaterale
dell’imputato.
 Il giudice, valuta la legittimità e la fondatezza dell’accordo delle parti, sulla base di: tutti gli atti
contenuti nel fascicolo delle indagini, e sulla base dell’eventuale documentazione delle
investigazioni difensive.
Il controllo, riguarda: la correttezza della qualificazione giuridica del fatto, l’applicazione e
comparazione delle circostanze prospettate dalle parti, e la congruità della pena richiesta.
In caso positivo (accoglimento) il giudice (con sentenza), dispone l’applicazione della pena.
Enunciando, nel dispositivo, che vi è stata richiesta delle parti.
Il giudice, potrebbe anche ritenere che: sulla base degli atti, l’imputato debba essere prosciolto (pronuncia così, d’ufficio
sentenza, con una delle formule terminative previste).
In caso negativo (rigetto) si rigetta la richiesta (con ordinanza), ordinandosi di procedere con il
rito ordinario, e gli atti sono restituiti al PM.
Il giudice dunque, se ritiene di non concedere il beneficio, è vincolato ad una scelta secca (irrogare la pena di cui si chiede
l’applicazione o rigettare “in blocco” la richiesta di patteggiamento).
Ma NON può apportare alcuna modifica, all’accordo (cui sono giunti imputato e PM).

Sia in caso di rigetto del giudice, che di dissenso da parte del PM:
 La richiesta di applicazione della pena, non può essere utilizzata nella motivazione di una successiva
sentenza, come “argomento” al fine di dimostrare la reità.
Il comportamento dell’imputato, è solo una rinuncia a difendersi, che può essere fondato sui più vari motivi (come quello
di evitare i costi e la pubblicità del dibattimento).
 L’imputato, potrà modificare la richiesta, e riproporla (dinanzi allo stesso giudice e prima
dell’apertura del dibattimento di primo grado).
 Qualora fossero ingiustificati: potranno essere riconosciuti, dopo la chiusura del dibattimento di
primo grado o nel giudizio di impugnazione.
Cioè… Quando il giudice, è in grado di valutare (alla luce delle prove raccolte), se le ragioni del dissenso/rigetto erano
giustificate.

La sentenza patteggiata, NON è appellabile.


Ma l’ufficio di procura, può proporre appello, se il PM non ha consentito al patteggiamento e il giudice ha applicato la pena su
richiesta dell’imputato.
È possibile poi, proporre ricorso in Cassazione, da parte del PM e imputato.
Ma solo per motivi attinenti: all'espressione della volontà dell'imputato, al difetto di correlazione tra la
richiesta e la sentenza, all'erronea qualificazione giuridica del fatto, all'illegalità della pena.

La parte civile, è il soggetto maggiormente sacrificato dal patteggiamento. Poiché il giudice (quando accoglie la richiesta), non può
decidere sulla richiesta di risarcimento del danno derivante dal reato.
Quindi si limiterà a: condannare l’imputato, al risarcimento delle spese processuali, sostenute dalla parte civile (salvo che ricorrano
giusti motivi, di compensazione totale o parziale).
E il danneggiato, può proporre l’azione di danno, in sede civile.

«Salve diverse disposizioni di legge, la sentenza, è equiparata ad una pronuncia di condanna» (art. 445).
Ad oggi però: sono intervenute numerose leggi, che hanno disciplinato espressamente, gli effetti sostanziali e processuali della
sentenza di patteggiamento. Con ciò, eliminando le incertezze lasciate dall’ambiguo dettato normativo.
ES. Tra le più importanti si ricorda quella, che ha equiparato la sentenza di patteggiamento alla condanna, ai fini della possibilità di
revisione (nuovo art. 629).
O le Sezioni Unite, che hanno affermato: l’idoneità della sentenza di applicazione della pena, a provocare la revoca del beneficio
della sospensione condizionale della pena.
A diff. della sentenza di condanna, la sentenza che applica la pena NON comporta:
- l’efficacia di giudicato nei giudizi civili o amm.ivi
- la condanna al pagamento delle spese del procedimento penale
- l’irrogazione di pene accessorie
- l’applicazione di misure di sicurezza (ad eccezione della confisca)
- il reato è estinto se l’imputato non commette un delitto o una contravvenzione della stessa indole (entro il termine
rispettivamente di 5 e 2 anni).
- la non menzione nel certificato del casellario giudiziale richiesto dall’interessato