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“Ecco, ora si rompono gli indugi e questo leore, sempre accanto, sempre

addosso, sempre alle calcagna del testo, lo si colloca nel testo. Un modo di
dargli credito ma, al tempo stesso, di limitarlo e di controllarlo. Ma si
traava di fare una scelta: o parlare del piacere che dà il testo o del perché
il testo può dare piacere. E si è scelta la seconda strada.”

Dall’introduzione di Umberto Eco


Umberto Eco (Alessandria 1932 − Milano 2016), filosofo, medievista,
semiologo, massmediologo, ha esordito nella narrativa nel 1980 con Il nome
della rosa (Premio Strega 1981), seguito da Il pendolo di Foucault (1988),
L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma
della regina Loana (2004), Il cimitero di Praga (2010) e Numero zero (2015).
Tra le sue numerose opere di saggistica (accademica e non) si ricordano:
Traato di semiotica generale (1975), I limiti dell’interpretazione (1990),
Kant e l’ornitorinco (1997), Dall’albero al labirinto (2007), Pape Satàn aleppe
(2016) e Il fascismo eterno (2018). Ha pubblicato i volumi illustrati Storia
della Bellezza (2004), Storia della Bruezza (2007), Vertigine della lista
(2009), Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013) e Sulle spalle dei
giganti.
i Delfini.
Dello stesso autore
presso La nave di Teseo

Pape Satàn aleppe


Come viaggiare con un salmone
A passo di gambero
Il superuomo di massa
Arte e bellezza nell’estetica medievale
Traato di semiotica generale
I limiti dell’interpretazione
Kant e l’ornitorinco
Dalla periferia dell’impero
La struura assente
Non sperate di liberarvi dei libri
(con Jean-Claude Carrière)
Dall’albero al labirinto
Sulle spalle dei giganti
Il fascismo eterno
Sulla televisione
Il pendolo di Foucault
Migrazioni e intolleranza
Umbero Eco
Lector in fabula
La cooperazione interpretativa
nei testi narrativi

La nave di Teseo
© 2020 La nave di Teseo editore, Milano, su licenza eredi Eco
 
ISBN 978-88-346-0345-1
 
 
Prima edizione 1979
Prima edizione digitale La nave di Teseo marzo 2020
 
 
est’opera è protea dalla Legge sul dirio d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Sommario

Introduzione

1. Testo e enciclopedia
1.1. Teorie testuali di prima e seconda generazione
1.2. Selezioni contestuali e circostanziali
1.3. Il semema come istruzione orientata al testo
1.4. Il semema come testo virtuale e il testo come espansione di un
semema
1.5. Sul termine-ombrello |presupposizione|

2. Peirce: i fondamenti semiosici della cooperazione testuale


2.1. Interpretante, ground, significato, oggeo
2.2. Il ground
2.3. Oggeo Dinamico e Oggeo Immediato
2.4. Interpretanti del discorso e interpretanti dei termini
2.5. La definizione come enciclopedia e preceo operativo
2.6. Caraeri monadici e interpretanti complessi
2.7. L’interpretante finale
2.8. Semiosi illimitata e pragmatica
2.9. Direzioni per una pragmatica del testo

3. Il Leore Modello
3.1. Il ruolo del leore
3.2. Come il testo prevede li leore
3.3. Testi “chiusi” e testi “aperti”
3.4. Uso e interpretazione
3.5. Autore e leore come strategie testuali
3.6. L’autore come ipotesi interpretativa

4. Livelli di cooperazione testuale


4.1. Limiti del modello
4.2. La scelta di un modello di testo narrativo
4.3. Manifestazione lineare
4.4. Circostanze di enunciazione
4.5. Estensioni parentetizzate
4.6. Codici e soocodici
4.6.1. Dizionario di base
4.6.2. Regole di conferenza
4.6.3. Selezioni contestuali e circostanziali
4.6.4. Ipercodifica retorica e stilistica
4.6.5. Inferenze da sceneggiature comuni
4.6.6. Inferenze da sceneggiature intertestuali
4.6.7. Ipercodifica ideologica

5. Le struure discorsive
5.1. L’esplicitazione semantica
5.2. Il topic
5.3. L’Isotopia
5.3.1. Isotopie discorsive frastiche a disgiunzione paradigmatica38
5.3.2. Isotopie discorsive frastiche a disgiunzione sintagmatica
5.3.3. Isotopie discorsive transfrastiche a disgiunzione
paradigmatica
5.3.4. Isotopie discorsive transfrastiche a disgiunzione sintagmatica
5.3.5. Isotopie narrative vincolate a disgiunzioni isotopiche
discorsive che generano storie mutuamente esclusive
5.3.6. Isotopie narrative vincolate a disgiunzioni isotopiche
discorsive che generano storie complementari
5.3.7. Isotopie narrative non vincolate a disgiunzioni isotopiche
discorsive che generano in ogni caso storie complementari
5.3.8. Conclusioni provvisorie

6. Le struure narrative
6.1. Dall’intreccio alla fabula
6.2. Contrazione e espansione – Livelli di fabula
6.3. Struure narrative in testi non narrativi
6.4. Condizioni elementari di una sequenza narrativa

7. Previsioni e passeggiate inferenziali


7.1. Le disgiunzioni di probabilità
7.2. Le previsioni come prefigurazione di mondi possibili
7.3. Le passeggiate inferenziali
7.4. Fabulae aperte e fabulae chiuse

8. Struure di mondi
8.1. È possibile parlare di mondi possibili?
8.2. Definizioni preliminari
8.3. I mondi possibili come costrui culturali
8.4. La costruzione del mondo di riferimento
8.5. Il problema delle “proprietà necessarie”
8.6. Come determinare le proprietà essenziali
8.7. Identità
8.8. Accessibilità
8.9. Accessibilità e verità necessarie
8.10. I mondi della fabula
8.11. Proprietà S-necessarie
8.12. Proprietà S-necessarie e proprietà essenziali
8.13. Relazioni di accessibilità tra W0 e WN
8.14. Relazioni di accessibilità tra WNc e WN
8.15. Relazioni di accessibilità tra WR e WN
9. Struure aanziali e ideologiche
9.1. Struure aanziali
9.2. Struure ideologiche
9.3. I limiti e le possibilità dell’interpretazione profonda
9.4. Struure profonde intensionali e struure profonde estensionali

10. Applicazioni: Il mercante di denti

11. Applicazioni: Un drame bien parisien


11.1. Come leggere un meta-testo
11.2. Strategia meta-testuale
11.3. Strategia discorsiva: ai linguistici
11.4. Dalle struure discorsive alle struure narrative
11.5. Fabula in fabula
11.6. Passeggiate inferenziali e capitoli fantasma
11.7. Lo schema della fabula e dei capitoli fantasma
11.8. Il dramma dei capitoli fantasma
11.9. Conclusione

Appendici
1. Alphonse Allais, Un drame bien parisien
2. Alphonse Allais, Les Templiers
3. Il leore modello di Drame: un test empirico

Riferimenti bibliografici
Introduzione

ando nel 1962 pubblicavo Opera aperta mi ponevo il problema di come


un’opera d’arte da un lato postulasse un libero intervento interpretativo da
parte dei propri destinatari, e dall’altro esibisse caraeristiche struurali
che insieme stimolavano e regolavano l’ordine delle sue interpretazioni.
Come ho appreso più tardi, facevo allora senza saperlo della pragmatica del
testo; o almeno, di quella che oggi è dea pragmatica del testo, affrontavo
un aspeo, l’aività cooperativa che porta il destinatario a trarre dal testo
quel che il testo non dice (ma presuppone, promee, implica ed implicita),
a riempire spazi vuoti, a conneere quello che vi è in quel testo con il
tessuto dell’intertestualità da cui quel testo si origina e in cui andrà a
confluire. Movimenti cooperativi che, come poi ha mostrato Barthes,
producono e il piacere e – in casi privilegiati – il godimento del testo.
In verità non ero interessato a rifleere su questo godimento (che
risultava implicito dalla fenomenologia che tentavo delle esperienze di
“apertura”) e mi preoccupavo piuosto di stabilire cosa, nel testo,
stimolasse e regolasse a un tempo la libertà interpretativa. Cercavo di
definire la forma o la struura dell’apertura.
Per quanto maneggiassi concei semantici e informazionali, uniti a
procedimenti fenomenologici, per quanto mi trovassi stimolato dalla teoria
dell’interpretazione che mi perveniva dall’Estetica di Luigi Pareyson, non
avevo strumenti sufficienti per analizzare teoricamente una strategia
testuale. Li scoprii immediatamente dopo, e furono i portati del formalismo
russo, la linguistica struurale, le proposte semiotiche di Jakobson, Barthes
e altri – e di queste scoperte le edizioni successive di Opera aperta recano
tracce.
Ma se la scoperta dei metodi struurali mi apriva una strada, me ne
chiudeva un’altra. Infai era dogma corrente, in quella fase della vicenda
struuralista, che un testo andasse studiato nella propria struura
oggeiva, quale appariva nella propria superficie significante. L’intervento
interpretativo del destinatario era messo in ombra, quando non era
decisamente espunto come impurità metodologica.
Opera aperta era da poco apparsa in dedizione francese, nel 1965,
quando Claude Lévi-Strauss, in una intervista concessa a Paolo Caruso,1
diceva:

C’è un libro molto notevole di un suo compatriota, l’Opera aperta, il quale


difende appunto una formula che non posso assolutamente acceare. el
che fa che un’opera sia un’opera, non è il suo essere aperta ma il suo essere
chiusa. Un’opera è un oggeo dotato di proprietà precise, che spea
all’analisi individuare, e che può essere interamente definita in base a tali
proprietà. E quando Jakobson e io abbiamo cercato di fare un’analisi
struurale di un soneo di Baudelaire, non l’abbiamo certamente traato
come un’opera aperta in cui potessimo trovare tuo quello che le epoche
successive ci avessero messo dentro, ma come un oggeo che, una volta
creato dall’autore, aveva la rigidezza, per così dire, di un cristallo: onde la
nostra funzione si riduceva a meerne in luce le proprietà.

esto brano si presta a due interpretazioni. Se Lévi-Strauss voleva dire


che non si può affermare che un’opera contiene tuo quello che chiunque
può meerci dentro, non si può che convenirne, e io stesso nel mio libro
non dicevo diversamente. Se invece vuole dire che il contenuto (anche
ammesso che esso sia univoco e definito dall’autore una volta per tue) è
definitivamente manifestato dalla superficie significante dell’opera, così
come la struura molecolare di un cristallo si manifesta all’analisi, anche
se condoa per mezzo di un computer, e l’occhio di chi analizza non
contribuisce per nulla al formarsi di quella struura, allora non sono
d’accordo.
Non è neppur necessario citare quel che Jakobson aveva scrio nel 1958
sulle funzioni del linguaggio, per ricordare come anche da un punto di
vista struuralistico categorie come Emiente, Destinatario e Contesto
fossero indispensabili per traare il problema della comunicazione, anche
estetica. Sarà piuosto sufficiente trovare argomenti a nostro favore
proprio nello studio su Les Chats citato da Lévi-Strauss, per capire quale
funzione aiva assumesse il leore nella strategia poetica del soneo:
Les chats ne figurent en nom dans le texte qu’une seule fois… Dès le
troisième vers, les chats deviennent un sujet sous-entendu… remplacés par
les pronoms anaphoriques ils, les, leurs… etc.

Ora, è impossibile parlare della funzione anaforica di un’espressione


senza invocare, se non un leore empirico, almeno un destinatario come
elemento astrao ma costitutivo del gioco testuale.
Nello stesso saggio, due pagine dopo, si dice che vi è affinità semantica
tra l’Erèbe e l’horreur des tenèbres. esta affinità semantica non sta nel
testo come parte esplicita della sua manifestazione linguistica: è piuosto
postulata come il risultato di operazioni complesse di inferenza testuale
basata su competenza intertestuale. E se questo è il tipo di associazione
semantica che il poeta voleva stimolare, prevedere e sollecitare, questa
cooperazione da parte del leore era parte della strategia generativa messa
in opera dall’autore.
Oltretuo sembra, secondo gli autori del saggio, che questa strategia
mirasse a provocare una risposta imprecisa e indeterminata. Araverso
l’associazione semantica citata, il testo associa i gai ai coursiers funèbres.
Jakobson e Lévi-Strauss si domandano:

s’agit-il d’un désir frustré, ou d’une fausse reconnaissance? La


signification de ce passage, sur la quelle les critiques se sont interrogés,
reste à dessein ambigüe.

Non potevamo aenderci altro, almeno da Jakobson. Les Chats è dunque


un testo che non solo richiede la cooperazione del proprio leore ma vuole
anche che questo leore tenti una serie di scelte interpretative che, se non
infinite, sono perlomeno indefinite, e in ogni caso più di una. Perché allora
non parlare di “apertura”? Postulare la cooperazione del leore non vuole
dire inquinare l’analisi struurale con elementi extratestuali. Il leore
come principio aivo dell’interpretazione è parte del quadro generativo del
testo stesso. Al massimo c’è solo una obiezione alla mia obiezione
all’obiezione di Lévi-Strauss: se persino i rimandi anaforici postulano
cooperazione da parte del leore, allora nessun testo sfugge a questa
regola. Esao. I testi che allora definivo “aperti” sono solo l’esempio più
provocante di sfruamento, a fini estetici, di un principio che regola sia la
generazione che l’interpretazione di ogni tipo di testo.
Ricordo queste polemiche per dire perché mai quel mio primo tentativo
di pragmatica testuale non mi avesse condoo a ulteriori esplorazioni. Si
traava in quegli anni, quasi, di farsi perdonare l’aenzione al momento
interpretativo. E se proprio non si volevano tradire i propri interessi, si
traava almeno di cercare di fondarli su basi struurali. Ecco perché le mie
ricerche successive si sono orientate non sulla natura dei testi e sul
processo della loro interpretazione ma sulla natura delle convenzioni
semiotiche, ovvero sulla struura dei codici, e sulla struura più generale
dei processi comunicativi.
Rivedendo a distanza il lavoro compiuto negli anni successivi a Opera
aperta, da Apocaliici e integrati alla Struura assente, e di lì araverso Le
forme del contenuto al Traato di semiotica generale, mi rendo conto che il
problema dell’interpretazione, delle sue libertà e delle sue aberrazioni, ha
sempre araversato il mio discorso. L’aenzione si era spostata alla varietà
delle competenze (codici e soocodici, differenze tra codici di emienza e
codici di destinazione) e nel Traato si affrontava la possibilità di un
modello semantico in forma di enciclopedia che tenesse conto, nel quadro
di una semantica, delle esigenze di una pragmatica. Se vogliamo (e una
volta l’ho anche scrio) tui gli studi che ho condoo dal 1963 al 1975
miravano (se non unicamente almeno in buona parte) a cercare i
fondamenti semiotici di quella esperienza di “apertura” di cui avevo
raccontato, ma di cui non avevo dato le regole, in Opera aperta.
D’altra parte ritengo che lo stesso Modello Q che proponevo sia nelle
Forme del contenuto che nel Traato – modello che, se dovessi
accontentare tanti amici desideranti, non esiterei a definire abbastanza
rizomatico e senz’altro non arborescentemente gerarchizzato – costituisca
una immagine di Sistema Semantico instabile costruita proprio per dar
ragione della variabilità delle interpretazioni dei messaggi, o testi, o discorsi
che dir si voglia. Ma indubbiamente tue quelle ricerche insistevano sul
rapporto tra utente di un sistema semiotico e codice, o tra codice e
messaggio. La tematica del testo, della sua generazione e della sua
interpretazione rimaneva in ombra – anche se alcuni paragrafi del Traato
delineavano alcuni strumenti che infai riprendo ed amplifico in questo
libro. Per esempio, il conceo di ipercodifica, da cui ora come si vedrà
cerco di trarre il massimo partito possibile, integrandolo con quello recente
di frame o “sceneggiatura” – e dopo che ho visto che ad alcuni leori ha
dato idee appunto nella direzione di una semiotica del testo.
esta lunga premessa era necessaria per spiegare perché ora riunisca
in un discorso organico una serie di studi, scrii tra il 1976 e il 1978, sulla
meccanica di cooperazione interpretativa del testo. Oggi le ricerche di
semiotica testuale hanno raggiunto tale grado di diffusione e raffinatezza
che sarebbe arduo e deprecabile lanciarvisi solo per non sentirsi in ritardo.
Tanto è vero che in questi studi compio una doppia mossa: da un lato mi
ricollego (e non potrei fare altrimenti, per coerenza) alle motivazioni
“antiche” di cui dicevo, ma dall’altro assumo per dato e per conosciuto
quanto si è deo negli ultimi dieci anni sul testo e tento semmai qualche
avanzamento parziale: tento di saldare le semiotiche testuali alla semantica
dei termini e riduco l’oggeo del mio interesse ai soli processi di
cooperazione interpretativa, lasciando in ombra (o assumendo e
affrontando solo in questa prospeiva) la tematica generativa.
L’ultimo capitolo del libro è dedicato all’interpretazione di una novella
di Alphonse Allais, Un drame bien parisien, riportata nell’“Appendice 1”.
Ma si vedrà ben presto che a passi di questa novella ci si riferisce anche
negli altri capitoli. Non si traava solo di scegliere un unico testo di
riferimento per misurare via via le varie proposte teoriche a situazioni
testuali concrete. È che tui i discorsi di questo libro si originano proprio
dalla perplessità in cui mi ha piombato, alcuni anni fa, la novella di Allais
quando l’ho lea la prima volta. Anzi la primissima volta mi è stata
raccontata, poi ho scoperto curiose discrepanze tra il testo originale, il
riassunto che me ne era stato fao, e il riassunto del riassunto che ne
facevo io stesso, prima di controllare il testo originale. Dunque mi trovavo
di fronte a un testo “difficile”, inteso a meere in imbarazzo il leore, e
capace di produrre riassunti discordanti. O non era un testo che parlava
proprio della testualità e della difficoltà di riassumere testi, e dell’intervento
inevitabile del leore, e del modo in cui un testo lo prevede?
Di lì è iniziata una lunga frequentazione di questa novella, di cui do la
cronaca anche per poter pagare molti debiti.
La storia mi è stata raccontata a voce da Serge Clement, che conosce
tuo Allais quasi a memoria, e fa bene. Poi ne ho discusso con Paolo
Fabbri. indi ne ho discusso a San Diego, nel 1975, con Fred Jameson, che
mi ha messo tra le mani l’originale. Con quello, sempre a San Diego, ho
svolto un paio di seminari con gli studenti locali, e alla discussione hanno
partecipato Fred Jameson e Alain Cohen. Era stato appena pubblicato Vers
une théorie partielle du texte di Petöfi, in cui veniva proposta l’analisi dei
testi narrativi in termini di mondi possibili testuali, e iniziai a cercare di
meere in forma il labirinto di Allais.
L’anno dopo a Bologna dedicai metà del mio corso a questa storia.
Eore Panizon, Renato Giovannoli e Daniele Barbieri scrissero una
esercitazione intitolata “Come castrarsi col rasoio di Ockham” che mi ha
fornito molte utili idee. Alla fine del 1976 dedicai tuo un corso a Drame
(d’ora in poi lo designerò solo così, per brevità) con i graduate students del
Department of French and Italian della New York University. Io ero
interessato all’ossatura logica della fabula, essi (per il novanta per cento
“esse”) alla superficie discorsiva, alle soigliezze stilistiche e retoriche. Tra
gli auditors c’era, bontà sua, Christine Brooke-Rose, la quale arricchì la
discussione con alcune osservazioni che, mi si scusi l’espressione usurata,
erano davvero illuminanti.
Infine ho dedicato alle fasi finali della ricerca l’intero seminario svolto al
Centro di Semiotica di Urbino nel luglio 1977: di nuovo coi miei studenti,
con Paolo Fabbri, con Pierre Raccah e con Peer Age Brandt, che fornì della
storia un’altra analisi, diversa dalla mia che non conosceva ancora, ma in
sostanza abbastanza concordante. In quella occasione continuammo un
esperimento già iniziato a Bologna, soomeendo un campione di leori
alla leura del testo e controllandone poi i riassunti (di questo si dà notizia
nell’“Appendice 3”).
La stesura definitiva della ricerca ha avuto luogo all’Università di Yale
nell’autunno 1977. In quell’occasione mi sono stati di enorme aiuto e
stimolo le critiche e i consigli di Lucia Vaina, dalle cui ricerche sui mondi
possibili del testo avevo già ricevuto tanti suggerimenti teorici e
metodologici – anche se credo che le mie proposte generali si discostino
dalle sue. Siccome non cessavo di commentare la storia durante altri
seminari, Barbara Spackman scrisse una critica della mia interpretazione
come term paper, e ho tenuto conto di alcune sue osservazioni, che mi
hanno spinto per esempio a sviluppare il conceo di Leore Modello.
Come si vede dunque l’analisi di Drame ha accompagnato tue le
ricerche che culminano in questo libro. Il quale rifonde, amplia e collega
una serie di saggi scrii in questi tre anni per varie occasioni: in particolare
il capitolo iniziale (“e role of the reader”) e il capitolo finale (“Lector in
fabula”) stesi per la raccolta di miei saggi e Role of the Reader –
Explorations in Semiotics of texts, Bloomington, Indiana University Press,
1979; il saggio “Texts and Encyclopedia”, steso per un volume colleivo
curato da Janos Petöfi Text vs Sentence, Hamburg, Buske, 1979; una serie di
interventi a simposi peirciani culminati nel saggio “Peirce and
Contemporary Semantics” pubblicato in VS, 15, 1976.

Non so se sia il caso di far notare che, a differenza di quasi tui gli altri
miei libri, questo restringe il campo dell’indagine ai soli fenomeni verbali,
anzi ai soli testi scrii e tra questi ai soli testi narrativi. Ma il conceo
semiotico di testo è più vasto di quello meramente linguistico, e le proposte
teoriche che faccio aspirano, con gli opportuni aggiustamenti, a risultare
applicabili anche a testi non leerari e non verbali. Rimane quindi aperto il
problema della cooperazione interpretativa nella piura, nel cinema, nel
teatro.
Per concludere, se dovessi riassumere il senso dei problemi qui
dibauti, dovrei ricorrere a quello che scrivevo anni fa nell’introdurre il
mio studio sui Misteri di Parigi di Sue, ora ripubblicato ne Il superuomo di
massa:

Di che utilità possono risultare gli studi semiologici che considerano quelle
macrostruure comunicative che sono gli elementi dell’intreccio?
Sappiamo benissimo che c’è un modo di vedere le struure narrative come
elementi neutri di una combinatoria assolutamente formalizzata, che non
riesce a dar ragioni dell’insieme di significazioni che la storia e la società
aribuiranno poi all’opera; in tal caso i significati aribuiti, i risultati
pragmatici dell’opera-enunciato, rimangono sempre variazioni occasionali
che non intaccano l’opera nella sua legge struurale o addiriura ne
risultano determinati (o meglio risulta determinata la vanità di questo
successivo riempimento di senso di fronte alla presenza, massiccia ed
elusiva a un tempo, del puro significante). Sappiamo d’altra parte che ogni
sforzo di definire una forma significante senza investirla già di un senso è
vano e illusorio, così che ogni formalismo assoluto altro non è che un
contenutismo mascherato. Isolare delle struure formali significa
riconoscerle come pertinenti rispeo a una ipotesi globale che si anticipa
sul verso dell’opera; non c’è analisi di aspei significanti pertinenti che
non implichi già un’interpretazione e quindi un riempimento di senso.

Ecco, ora si rompono gli indugi e questo leore, sempre accanto,


sempre addosso, sempre alle calcagna del testo, lo si colloca nel testo. Un
modo di dargli credito ma, al tempo stesso, di limitarlo e di controllarlo. Ma
si traava di fare una scelta: o parlare del piacere che dà il testo o del
perché il testo può dare piacere. E si è scelta la seconda strada.

Luglio 1978

1 Paolo Caruso, Conversazioni con Lévi-Strauss, Foucault e Lacan, Milano, Mursia, 1969: 81-82)
(intervista pubblicata il 20 gennaio 1967 su Paese sera).
1. Testo e enciclopedia

1.1. Teorie testuali di prima e seconda generazione

Nello sviluppo delle semiotiche testuali si sono disegnate, sin dall’inizio,


due tendenze: quindi se parleremo di teorie di prima e di seconda
generazione, la distinzione non sarà cronologica. Si pensa piuosto a una
prima generazione estremista e vivacemente polemica nei confronti della
linguistica della frase (e ancora più, del codice) e a una seconda
generazione che tentava invece una accorta fusione tra le due possibilità e
poneva punti di raccordo tra uno studio della lingua come sistema
struurato che precede le aualizzazioni discorsive, e uno studio (sia pure
in termini emici) dei discorsi o dei testi come prodoi di una lingua già
parlata o in ogni caso parlanda. E se si parla, per il secondo tipo, di teorie di
“seconda generazione” è perché se ne valuta la complessità semiotica, la
capacità di mediare tra diversi universi d’indagine, il tentativo di stabilire
un approccio unificato. Che poi tentativi di seconda generazione abbiano
magari preceduto tentativi di prima generazione costituisce solo in parte
una violazione delle regole genetiche. Per fare un esempio, la semiotica
peirciana è senz’altro una teoria di seconda generazione: ma ci volevano
certo le teorie di prima generazione perché quelle di seconda che le
avevano precedute si aualizzassero in pieno (e a dir la verità si traa di un
processo ancora in corso).
In ogni caso, il dibaito si disegnava (e si disegna ancora) tra (i) una
teoria dei codici e della competenza enciclopedica per cui una lingua
(sistema di codici interconnessi) a un suo ideale livello di
istituzionalizzazione consente (o dovrebbe consentire) di prevedere tue le
sue possibili aualizzazioni discorsive, tui i possibili usi in circostanze e
contesti specifici, e (ii) una teoria delle regole di generazione e
interpretazione delle aualizzazioni discorsive.
In realtà le teorie di entrambe le generazioni hanno dimostrato che
esistono proprietà di un testo2 che non possono essere proprietà di una
frase; entrambe ammeono che l’interpretazione di un testo è anche (se
non principalmente) dovuta a faori pragmatici,3 e che pertanto un testo
non può essere affrontato sulla base di una grammatica della frase che
funzioni su basi puramente sintaiche e semantiche. In genere le teorie di
prima generazione ritengono che il proton pseudon di una grammatica della
frase sia il suo limite lessicalistico, per cui nessuna teoria a impianto
lessicalistico può spiegare il significato di una data frase come la mera
aggregazione o amalgama di significati lessicali previamente e
definitivamente codificati.
Già autori come Buyssens (1943), Prieto (1964) o De Mauro (1971)
avevano sostenuto che, data una espressione come |dammelo|, essa non
può essere disambiguata ricorrendo a una semplice analisi grammaticale di
|dare|, |me| e |lo|, perché l’espressione in questione acquista significati
diversi a seconda delle diverse situazioni enunciative – le quali
naturalmente coinvolgono processi deiici, menzioni, presupposizioni di
vario tipo.
In questa prospeiva il tentativo di stabilire una teoria del discorso con
spiccata componente pragmatica produceva il collasso di ogni analisi
lessicale condoa in termini di componenti elementari, fossero essi semi,
marcatori semantici o altro, e sia che essi fossero i membri di un insieme
finito di trai universali (costrui metalinguistici) o unità linguistiche
usate per definire altre unità linguistiche, come si assume in una semantica
(a orientamento peirciano) degli interpretanti.4
Tue queste obiezioni delle teorie di prima generazione sono
ragionevoli quando criticano i tentativi di analisi componenziale in forma
di dizionario, che rifiutano di includere nel quadro teorico l’informazione
enciclopedica (cfr. la discussione in Eco, 1975: 2). Una teoria semantica in
forma di dizionario, di fronte a espressioni come

(1) Dovremmo riportare Pierino allo zoo.

e
(2) Dovremmo riportare il leone allo zoo.

sembrano postulare una sorta di competenza extralessicale. Nessun


dizionario pare offrire il modo di stabilire una differenza sensibile tra le due
espressioni, così che appare difficile decidere se il leone debba intendere
l’espressione (2) come una minaccia e se Pierino possa intendere la (1)
come la promessa di un premio. In entrambi i casi solo una inserzione co-
testuale di ciascuna espressione può consentire al destinatario una
decisione interpretativa definitiva.

1.2. Selezioni contestuali e circostanziali

Tuavia ci pare scorreo affermare che un parlante nativo sia incapace di


disambiguare le due espressioni citate, quando gli vengano somministrate
fuori contesto. Ciascuno è in grado di comprendere intuitivamente che (1)
dovrebbe essere enunciata da una coppia di genitori con propositi
didascalici mentre (2) è probabilmente enunciata da un gruppo di domatori,
di accalappiacani, di pompieri che in qualche modo han messo le mani su
di un leone sfuggito alla custodia. In altre parole, un parlante normale ha la
possibilità di inferire dall’espressione isolata il suo possibile contesto
linguistico e le sue possibili circostanze di enunciazione. Contesto e
circostanza sono indispensabili per poter conferire alla espressione il suo
significato pieno e completo, ma l’espressione possiede un suo significato
virtuale che permee al parlante di indovinare il suo contesto.
È questo sospeo che genera le teorie testuali di seconda generazione.
Esse riconoscono che per capire un testo sono indubbiamente necessarie
delle regole che non sono riducibili a quelle di una grammatica
dell’enunciato, ma al tempo stesso esse non intendono abbandonare i
risultati di un’analisi semantica dei termini isolati. Al contrario le teorie di
seconda generazione cercano di costruire (o postulare) una analisi
semantica che analizzi i termini isolati come sistemi di istruzioni orientate
al testo. Per fare questo tali teorie devono passare ovviamente da una
analisi in forma di dizionario a una analisi in forma di enciclopedia o di
thesaurus.5
Come già proposto nel Traato di semiotica generale (2.11) un’analisi
componenziale in forma di enciclopedia è fondamentalmente orientata al
testo perché considera sia le selezioni contestuali che le selezioni
circostanziali.6 Rispeo a quanto si scriveva in quella sede, ci sarebbe qui
da chiarire soltanto una possibile confusione terminologica – chiarimento
che permeerà anche un maggiore affinamento del paccheo di categorie
che useremo in seguito. Può infai indurre in equivoco l’opposizione tra la
coppia contesto/circostanza usata nel Traato sulla scia di una tradizione
abbastanza assestata, e quella co-testo / contesto usata nelle più recenti
teorie testuali. Parrebbe infai che il co-testo delle teorie testuali sia quello
che nel Traato veniva deo contesto mentre quello che in quella sede era
la circostanza di enunciazione diventa nelle teorie testuali il contesto. La
situazione è tuavia un poco più complessa perché sono in gioco non due
coppie ma una terna di termini, dove il primo termine (co-testo) è una
categoria della teoria testuale mentre gli altri due sono categorie di una
teoria dei codici ovvero di una teoria del sistema semantico della lingua
(teoria che, essendo in forma di enciclopedia, tiene conto ovviamente
anche delle possibili condizioni d’uso dei termini di tale lingua). Vediamo
dunque di sciogliere questo nodo.
Nel Traato si definiva come contesto la possibilità astraa, registrata
dal codice, che un dato termine appaia in connessione con altri termini
appartenenti allo stesso sistema semiotico. indi, dato un termine come
|cane|, una buona rappresentazione semantica deve considerare una
selezione contestuale che avverta come, qualora il termine appaia in
connessione con espressioni quali |fucile|, |grilleo|, |calcio| eccetera, esso
significa un determinato artificio meccanico con funzioni di percussione.
In un contesto più vastamente biologico, in cui appaiano marche quali
|animato| et similiar, il termine andrà disambiguato come esprimente un
animale mammifero carnivoro eccetera eccetera. Rimangono naturalmente
casi ambigui in cui si parli di un cacciatore che sta sparando a una quaglia
e, più o meno metaforicamente, spera che il cane faccia il proprio dovere:
segno appunto che, come si vedrà, esistono regole di interpretazione
testuale che non sono riducibili alle regole di codice, cosa che nessuna
teoria di seconda generazione cerca di negare. Ma un conto sarebbe negare
l’esistenza di tali regole e un conto è negare che le regole di generazione e
interpretazione di un testo siano tue e radicalmente diverse dalle regole di
una semantica dei termini. A parte, poi, il fao che anche un caso come
quello citato potrebbe essere disambiguato in base a regole di ipercodifica
(cfr. anche Traato: 2.14.3) che comprendono anche i cosiddei frames o
“sceneggiature”, come vedremo in 4.6.5 e 4.6.6.
Una selezione contestuale pertanto registra i casi generali in cui un dato
termine potrebbe occorrere in concomitanza (e quindi co-occorrere) con
altri termini appartenenti allo stesso sistema semiotico. ando poi il
termine concretamente co-occorre con altri termini (quando cioè la
selezione contestuale si aualizza) ecco che abbiamo un co-testo. Le
selezioni contestuali prevedono dei possibili contesti: quando si realizzano
si realizzano in un co-testo.
anto alle selezioni circostanziali esse rappresentano la possibilità
astraa (registrata dal codice) che un dato termine appaia in connessione
con circostanze di enunciazione (che, per fare alcuni esempi, un dato
termine linguistico possa essere espresso durante un viaggio, sul campo di
baaglia, o al ministero dei lavori pubblici; che una bandiera rossa possa
occorrere lungo una linea ferroviaria o nel quadro di un comizio – per cui
un ferroviere comunista guarderebbe con apprensione al primo caso e con
confidenza al secondo). Sovente queste circostanze co-occorrenti sono
elementi di un altro sistema semiotico: per esempio l’espressione verbale
inglese |aye| inserita nel sistema eticheale di una seduta parlamentare
significa voto positivo mentre inserita nel sistema eticheale della
disciplina navale significa dichiarazione di obbedienza. Regole di
ipercodifica come le regole conversazionali (o altre convenzioni che
stabiliscono le condizioni di felicità per ai linguistici) rappresentano
altreante selezioni circostanziali, in cui la circostanza appare più o meno
semiotizzata. Infine in testi di tipo narrativo, anche le circostanze, in
quanto sono espresse verbalmente, si appiaiscono sui contesti.
In ogni caso dovrebbe apparire abbastanza chiara a questo punto la
distinzione che abbiamo deciso di adoare tra co-testo contesto e
circostanza.
Possiamo pertanto riformulare alcuni esempi (già dati nel Traato) in
questo modo: il lessema |balena| può essere disambiguato come pesce o
mammifero a seconda della selezione contestuale che ipotizza la sua
occorrenza in due distinte classi di possibili co-testi, l’una concernente
discorsi «antichi» (Bibbia, favole, bestiari medievali) l’altra concernente
discorsi «moderni» (almeno, dopo Cuvier). Ecco dunque come una
rappresentazione in termini di enciclopedia può tener conto, a livello di
codice, di contesti diversi e quindi di possibili occorrenze co-testuali in cui
il lessema occorre come realizzazione concreta.
Torniamo ora al nostro esempio del leone da riportare allo zoo. Di solito
(insisto su “di solito”: una competenza enciclopedica si basa su dati
culturali socialmente acceati a causa della loro “costanza” statistica) si
conoscono leoni in tre situazioni, nella giungla, al circo e allo zoo. Ogni
altra possibilità è fortemente idiosincratica ed esce appunto dalla norma:
come tali, quando si realizzano, meono in crisi l’enciclopedia e producono
testi che funzionano come critica metalinguistica del codice. Giungla, zoo e
circo sono circostanze (semiotizzate in quanto registrate dall’enciclopedia)
in cui il lessema |leone| può essere prodoo. In un testo anche queste
circostanze possono essere definite verbalmente, in modo da diventare
altreante occorrenze linguistiche. Diciamo allora che il semema «leone»,
che contempla una serie di marche denotative costanti (nei limiti ridoi del
dizionario), ospita poi una serie di marche connotative che variano a
seconda di tre selezioni contestuali. Un leone che appaia in una classe di
co-testi in cui co-occorrano termini come |giungla|, |Africa| e così via
connota «libertà», «ferocia», «selvaggio» eccetera. In un co-testo in cui sia
menzionato il circo connota «ammaestramento», «abilità» eccetera; in un
co-testo in cui sia menzionato lo zoo connota «prigionia»,
«ingabbiamento». Ecco dunque come una rappresentazione enciclopedica
di |leone| potrebbe rendere conto di queste selezioni contestuali:

Nell’enunciato (2), nell’espressione |zoo| è semanticamente inclusa la


marca di «caività»; per un amalgama abbastanza intuitivo con i significati
delle espressioni co-occorrenti, se ne conclude che l’espressione (2)
concerne il proposito di riportare il leone a una condizione di caività da
cui proviene (il verbo |riportare| presuppone che l’oggeo dell’azione
proviene originalmente dal luogo che costituisce il terminus ad quem
dell’azione stessa). A questo punto, per una serie di inferenze, il
destinatario del messaggio perviene alla conclusione che il leone, dallo zoo,
deve essersi allontanato fuggendo e contro la volontà dei propri guardiani
– e che tuo sommato dovrebbe preferire la sua auale condizione di
latitanza al ritorno alla prigionia. este inferenze sono materia di
interpretazione testuale e non sono direamente imposte dal codice;
benché, come si vedrà in seguito parlando di frames o sceneggiature,
anch’esse possono essere prodoe usando come premesse dati di
competenza enciclopedica, poiché la renitenza dei leoni alla caività
(nonché il fao che abitualmente non godano di franchigie e vacanze
premio e che pertanto escano dagli zoo solo di rado e per deprecabili motivi
accidentali) è previsto da una serie di informazioni circolanti in forma
standardizzata come, appunto, “sceneggiature” di eventi possibili e
probabili.

1.3. Il semema come istruzione orientata al testo

Vediamo ora quali conclusioni si possano trarre da tue queste


osservazioni per quanto riguarda il rapporto tra teoria dei codici e teoria
della competenza testuale.
Non c’è enunciato che, per essere semanticamente aualizzato in tue
le sue possibilità di significazione, non richieda un co-testo. Ma questo
enunciato abbisogna di un co-testo auale perché il testo possibile era
incoativamente o virtualmente presente nello stesso spero enciclopedico
dei sememi che lo compongono. Come affermava Greimas (1973: 174) una
data unità semantica come «pescatore» è nella propria stessa struura
sememica un potenziale programma narrativo: “Il pescatore reca in sé,
evidentemente, tue le possibilità del proprio fare, tuo ciò che ci si può
aendere da esso in fao di comportamento: la sua messa in isotopia
discorsiva ne fa un ruolo tematico utilizzabile per il racconto.” Pertanto
diremo che una teoria testuale abbisogna di un insieme di regole
pragmatiche che stabiliscano come e a quali condizioni il destinatario sia
co-testualmente autorizzato a collaborare per aualizzare ciò che può
aualmente sussistere solo nel co-testo ma che già virtualmente sussisteva
nel semema. Peirce è stato il primo semiologo a essere pienamente
cosciente di questa dinamica quando assumeva (su rigorose basi logiche)
che un termine è una rudimentale asserzione e una proposizione è un
rudimentale argomento.
Si potrebbe ora obieare che una rappresentazione semantica in termini
di selezioni contestuali e circostanziali funziona abbastanza per i termini
categorematici ma tiene assai meno per quelli sincategorematici, che
chiaramente appaiono disambiguabili solo su basi co-testuali.
A questo proposito tuavia si potrebbero assumere due diverse
posizioni, i sostenitori di una teoria di prima generazione potrebbero dire:
perché mai |loatore| dovrebbe avere significato anche fuori contesto
mentre |tuavia| lo assume solo su basi contestuali? È vero che senza
ambiente co-testuale la generica opposizione suggerita da |tuavia| non si
applica a nulla, ma è pur vero che senza il proprio ambiente co-testuale
anche il nostro loatore non si sa per chi e contro chi loi; dunque nessun
termine assume un significato soddisfacente fuori contesto.
Ma i sostenitori di una teoria di seconda generazione potrebbero
rispondere: quando trovo |loatore| fuori contesto so almeno (ed è un buon
punto di partenza) che ho a che fare con un agente presumibilmente
umano il quale si pone in situazione di confliualità (fisica o psicologica)
nei confronti di un altro o di altri esseri umani (o di forze naturali, nel caso
di uso retorico); ma del pari, quando trovo un |tuavia| fuori contesto, so
che un possibile parlante si sta ponendo in situazione di confliualità o
alternativa nei confronti di qualcosa precedentemente affermato.
Una volta individuate le analogie non sarà male – tuavia – individuare
le differenze: nel caso di |loatore| il co-testo che viene virtualmente
suggerito sembra strumentale nei confronti di una situazione
extrasemiotica di cui il testo parla, mentre nel caso di |tuavia| la stessa
confliualità suggerita è confliualità testuale. Dovremmo dunque dire
che, ammesso che |tuavia| abbia un significato al di fuori delle proprie
occorrenze co-testuali, questo significato riguarda la sua operatività
testuale – che è poi esaamente quello che si intende quando si parla di
termini sincategorematici.
Diciamo allora: esistono operatori co-testuali che funzionano
semanticamente solo in rapporto al loro co-testo, ma il cui destino
contestuale può essere stabilito in base a una analisi componenziale in
forma di enciclopedia.
Analizziamo uno di tali operatori, l’espressione |invece|. A prima vista
|invece| fuori contesto non significa nulla. Ma questo non vuol dire che
non ne sia possibile una rappresentazione sememica che ci fornisce
istruzioni su cosa potrebbe significare in determinate classi di co-testi.
Tanto per cominciare, sappiamo che questa espressione può avere sia
valore di avverbio che di preposizione. L’uso linguistico ci avverte che la
sua valenza preposizionale è marcata dalla sua co-occorrenza con la
preposizione |di|: “invece di venire manda tuo fratello”. Ed ecco che una
selezione contestuale iscria nella rappresentazione sememica può
avvertirci che |invece| è preposizione quando occorre con |di|.
Ma c’è di più: la selezione contestuale che specifica l’uso preposizionale
di |invece| ci avverte (o dovrebbe avvertirci, si traa di inserire una marca
sintaica di questo tipo nello spero componenziale) che in tale accezione
essa è un operatore frastico. Diversamente accade con |invece| nel suo
valore avverbiale: esso è un operatore testuale.
Come tale esso esprime opposizione o alternativa tra due porzioni
testuali. Esaminiamolo in ao in tre diverse espressioni:

(3) Maria ama le mele, Giovanni invece le odia.

(4) Maria ama le mele e invece odia le banane.

(5) Maria sta suonando il violino. Giovanni invece mangia una banana.

Intuitivamente, in tui questi esempi |invece | esprime una alternativa,


significa «contrariamente a». Ma contrariamente a cosa? Pare che |invece|
possa esprimere alternatività in generale, ma che solo la sua collocazione
contestuale ci dica a cosa. Siamo allora al di fuori di ogni possibilità di
codifica preliminare? Proviamo a fare un esperimento. Ciascuna delle frasi
succitate ha un soggeo, un oggeo, un verbo che esprime una azione. A
quali di queste entità semantiche si oppone il nostro avverbio?
Nella espressione (3) esso marca una alternativa al soggeo e alla sua
azione; nella espressione (4) marca una alternativa alla azione e all’oggeo;
nell’espressione (5), infine, sembra che tuo sia messo in questione.
Possiamo allora tranquillamente affermare che non si dà rappresentazione
semantica di |invece| e che tuo dipende da processi di interpretazione
testuale? Ma questa conclusione non può soddisfare neppure una teoria di
prima generazione: infai si rinuncerebbe a una spiegazione in termini di
codice senza trovarne una in termini di testo – e rimarrebbe a disposizione
solo il ricorso, piuosto deludente, all’intuizione del parlante (sgradevole
categoria a cui nessuna seria teoria semiotica dovrebbe mai fare ricorso
perché se una teoria semiotica ha un fine è proprio quello di spiegare come
funzioni l’intuizione del parlante, e di spiegarlo in termini non intuitivi).
Ora varie teorie testuali ci vengono in soccorso con una categoria
dall’uso molto ampio (anche troppo) che sembra tuavia funzionare in
modo soddisfacente nel nostro caso, e cioè il topic (in quanto opposto a
comment o tema nell’opposizione tema-rema). Del topic parleremo più a
lungo in 5.2, ma basti per ora suggerire che uno dei mezzi proposti per
individuare quale sia il topic di un testo è di vedere la parte espressa del
testo (il comment o il rema) come la risposta a una domanda, inespressa,
che appunto costituisce il topic o tema. Cerchiamo allora di inserire le
espressioni (3)-(5) in un co-testo possibile e di vederle come risposte alle
seguenti domande:

(3a) Ma a Maria e a Giovanni piacciono le mele?

(4a) Che tipo di frua piace a Maria?

(5a) Che diavolo stanno facendo i ragazzi? Non dovrebbero fare la loro ora
di musica?

Ecco che araverso la proposta di tre diverse domande abbiamo


individuato tre diversi temi testuali:

(3b) Persone a cui piacciono le mele.

(4b) Frua che piace a Maria.

(5b) Lezione di musica.

A questo punto appare chiaro che |invece| in (3) si oppone a (3b) in (4) a
(4b) e così via. Ma appare anche chiaro che è possibile una analisi
semantica di questo avverbio che registri una selezione contestuale del
tipo: “nel caso in cui l’argomento del testo (topic o tema) sia x,
l’espressione in questione marca una alternativa a x”. In termini più
sintetici (e tenendo conto della doppia valenza grammaticale
dell’espressione in questione) la rappresentazione di |invece| potrebbe
assumere il seguente formato (in cui la marca generica di alternativa
rimane costante per ogni possibile selezione contestuale):

esto tipo di analisi componenziale non sostituisce un insieme di più


complesse regole testuali: per esempio non aiuta affao a riconoscere
quale sia il topic – operazione che richiede inferenze basate su molteplici
tracce co-testuali. Tuavia costituisce un ragionevole insieme di istruzioni
semantiche per collocare generativamente e per disambiguare
interpretativamente il lessema in questione. In tal modo il destino e le
determinazioni testuali dell’espressione non vengono ignorate, ma
vengono prese in carico dalla rappresentazione enciclopedica, che si pone
appunto come un ponte tra il lessema isolato e la sua inserzione testuale.
Una rappresentazione di questo tipo ci dice almeno in quali classi di co-
testi |invece| possa essere inserito e come quivi funzioni. Ci dice per
esempio perché non potremmo mai costruire una espressione come

(6) Maria ama le mele e invece ama le pere

perché l’unico topic immaginabile è appunto «la frua che piace a


Maria» e in (6) l’avverbio promee una opposizione che non si realizza. Del
pari questa rappresentazione non esclude ma anzi permee

(7) Giuseppe dice che Maria ama le mele e invece essa ama le pere

perché qui chiaramente il topic è “opinioni di Giuseppe sulle preferenze


di Maria” e qui il parlante sta opponendo il proprio sapere al sapere
presunto di Giuseppe.
Ecco perché possiamo considerare questo tipo di rappresentazione
come lo strumento di una Instruktionssemantik orientata testualmente,
come viene proposta anche da Schmidt (1973: 56): “Un lessema si può
concepire teoricamente come una regola (in senso ampio) o un’istruzione
per la produzione di un dato ‘comportamento’ verbale e/o non verbale […].
Il campo-contesto [il campo lessematico] assegna al lessema le sue
possibilità generali di funzionamento nei testi.”

1.4. Il semema come testo virtuale e il testo come espansione di un semema

Vedremo più avanti come questo tipo di rappresentazione enciclopedica


possa essere integrata da elementi di ipercodifica araverso la registrazione
di “sceneggiature” comuni e intertestuali. In tal modo si postula una
descrizione semantica in termini di struura del codice che si costruisce ai
fini della comprensione di testi; e si postula nel contempo una teoria del
testo che non nega ma anzi ingloba (araverso la nozione di enciclopedia o
thesaurus e quella di frame) i risultati di una analisi componenziale
allargata. Allargata, si intende, in modo da soddisfare le esigenze di quel
Modello Semantico Riformulato proposto nel Traato lungo la prospeiva
di una semiosi illimitata e di un modello di campo semantico globale deo
Modello Q. In tal modo (e questo si intende per teoria testuale di seconda
generazione) teoria dei codici e teoria del testo risultano streamente
interrelate: in una semantica orientata alle sue aualizzazioni testuali il
semema deve apparire come un testo virtuale e un testo altro non è che
l’espansione di un semema (di fao è il risultato dell’espansione di molti
sememi, ma è teoreticamente produivo assumere che esso possa essere
ridoo all’espansione di un solo semema centrale: la storia di un pescatore
altro non fa che espandere tuo ciò che un’enciclopedia ideale avrebbe
potuto dirci del pescatore).
Poco rimane da aggiungere prima di approfondire i vari punti qui
proposti. Se non che – come già si era ampiamente deo nel Traato – una
volta assunta tale nozione, ampiamente comprensiva, di competenza
enciclopedica, la nozione di Sistema Semantico Globale, come insieme
struurato di informazioni enciclopediche, diventa molto astraa,
postulato della teoria e ipotesi regolativa dell’analisi. Il Sistema Semantico
Globale teoricamente precede le sue realizzazioni testuali ma in pratica può
essere costruito, aivato e parzialmente postulato solo nei momenti
concreti in cui ci si dispone a interpretare una data porzione testuale. I testi
sono il risultato di un gioco di unità semantiche prestabilite nel campo
virtuale della semiosi illimitata, ma il processo di semiosi illimitata può
essere ridoo alle sue descrizioni parziali solo quando si ha a che fare con
un dato testo o gruppo di testi (vedi Eco, 1971; 1975: 2.13; Schmidt, 1973:
4.4.2.1).
Come vedremo le stesse “sceneggiature” ipercodificate sono il risultato
di circolazione intertestuale precedente. La società riesce a registrare una
informazione enciclopedica solo in quanto essa è stata fornita da testi
precedenti. Enciclopedia o thesaurus sono il distillato (soo forma di
macroproposizioni) di altri testi.
Così semiotica del codice e semiotica del testo sono dialeicamente
interdipendenti. Si traa di una circolarità che non deve scoraggiare una
ricerca rigorosa: il problema è solo di stabilire procedure rigorose per dar
conto di questa circolarità.

1.5. Sul termine-ombrello |presupposizione|

anto si è deo nei paragrafi precedenti ha fao intravvedere a più


riprese fenomeni che semiotica testuale, filosofia del linguaggio, logica dei
linguaggi naturali e semantica generativa, a varie riprese, hanno definito
come |presupposizione|. Si traa di un termine che nei capitoli seguenti
verrà usato di rado, e quasi sempre in senso generico, e proprio perché
ormai bisogna decidersi a considerarlo come generico. Anche se in molti
casi è stato e potrà essere ancora felicemente generico: insomma si traa di
un termine-ombrello, come |iconismo| e come, probabilmente – ma se ne
riparlerà in 5.3 – |isotopia|. Termini che coprono fenomeni assai diversi
quanto alla loro natura semiotica.
Se, come si mostrerà via via, il testo è una macchina pigra che esige dal
leore un fiero lavoro cooperativo per riempire spazi di non-deo o di già-
deo rimasti per così dire in bianco, allora il testo altro non è che una
macchina presupposizionale.
Alla molteplicità di significati possibili della categoria di
presupposizione si era già rapidamente accennato nel Traato (2.11.1): ci
sono presupposizioni referenziali, semantiche, pragmatiche e molte altre.
Dire

(8) la Monaca di Monza era nubile, ma non le faceva certo difeo il gusto di
violare il voto di castità

implica un buon numero di quelle che la leeratura corrente in materia


chiama “presupposizioni”. Ma ciascuna di queste è di un tipo semiotico
diverso. Nominando la Monaca di Monza si presuppone che in un qualche
mondo ci sia un individuo che risponde a questa descrizione definita (e
piuosto antonomastica), e questa è presupposizione indessicale, o
referenziale, o estensionale. Dicendo che era nubile si presuppone che non
fosse sposata, ma questo è un processo di entailment o implicitazione, che
risponde a regole diverse e dipende da postulati di significato. Per collegare
il pronome |le| alla Monaca occorre auare un processo talora deo
presupposizionale, ma che è di coreferenza. Per stabilire che il voto di
castità (presupposto come già nominato in virtù dell’articolo
determinativo) si riferisce alla sua qualità di esser nubile bisogna ancora
una volta auare una coreferenza, ma presupponendo una regola
enciclopedica per cui le monache pronunciano un voto che le impegna in
due sensi, a non maritarsi e a non avere rapporti sessuali: il che impone
inoltre di vedere la differenza componenziale tra |nubile| e |casta| e a
speculare intorno a implicazioni vere o false (non è vero che tue le nubili
sono caste né è vero che tue le caste sono nubili, però è vero che tue le
monache sono nubili, mentre violare la castità implica avere rapporti
sessuali eccetera). Oltre al fao che quel |ma| impone di presupporre
correamente il topic, come accade per lo |invece| già ampiamente
analizzato.
Certo, se tui questi processi vengono visti come casi in cui il testo
lascia i propri contenuti allo stato virtuale aendendosi dal lavoro
cooperativo del leore la loro aualizzazione definitiva, si può continuare a
parlare di presupposizione, perché infine qualcosa unifica pur sempre
questi processi così diversi, ed è appunto il fao che un testo è sempre in
qualche modo reticente. Ma il problema dei capitoli che seguono è appunto
quello di sceverare gradi e livelli di questa reticenza.
Il che equivale a dire che tui i capitoli di questo libro riguarderanno il
fenomeno generico della presupposizione, che verrà a definirsi volta per
volta come una diversa modalità di cooperazione interpretativa.

2 Per la vasta leeratura in argomento rimandiamo a van Dijk (in part. 1972a; 1977); Petöfi
(1974b; 1975); Petöfi, Rieser, eds. (1973). In italiano, Garavelli Mortara (1974), van Dijk (1972b).
3 Si assume il termine |pragmatica| non nel senso morrissiano, che lo limitava allo studio degli

effei di un messaggio, e neppure nel senso, ancora restriivo, di interpretazione delle sole
espressioni indessicali, ma piuosto come studio della “dipendenza essenziale della
comunicazione, nel linguaggio naturale, dal parlante e dall’ascoltatore, dal contesto linguistico e
dal contesto extralinguistico” e della “disponibilità della conoscenza di fondo, della prontezza
nell’oenere questa conoscenza di fondo e della buona volontà dei partecipanti all’ao
comunicativo” (Bar-Hillel, 1968: 271). Cfr. pure Montague (1968) e Petöfi (1974b).
4 Per la teoria peirciana dell’interpretante cfr. Traato, 2.7 e tuo il capitolo 2 di questo libro.

5 Per l’opposizione dizionario vs enciclopedia cfr. Traato, 2.10. Per la nozione di thesaurus cfr.

Petöfi (1969).
6 Il problema delle selezioni contestuali e circostanziali, elaborato nel Traato, 2.11, viene

ampiamente ripreso in questo libro nel capitolo 4, dove viene integrato dall’esame della nozione
di sceneggiatura.
2. Peirce: i fondamenti semiosici della cooperazione testuale

Il semema è un testo virtuale e il testo è l’espansione di un semema.


L’affermazione non è nuova. Essa è implicita (quando non è esplicita a
chiare leere, magari in contesti in cui non si tenderebbe a cercarla) nella
teoria semiotica di Peirce, ed è anzi coerente con la sua prospeiva di una
semiosi illimitata e con la centralità del conceo di interpretante.
Nell’andare alla ricerca di questi elementi di semiotica testuale in Peirce
(indubbiamente il primo dei teorici di seconda generazione) dovremo
toccare anche altri argomenti, apparentemente eccentrici rispeo al nostro
proposito. Ma evitare questi argomenti significherebbe compromeere la
coerenza della semiotica peirciana, coerenza che esiste proprio là dove il
nostro autore sembra più incoerente, occasionale, contraddiorio. Ragion
per cui la presente esplorazione esige che si affrontino vari aspei del
pensiero di Peirce, in modo di ritrovare il nostro argomento centrale dopo
peregrinazioni interpretative che, per quanto lunghe, non risulteranno mai
infruuose. Certe volte la via più lunga è la più rapida, non solo perché
consente di arrivare in modo più sicuro ma anche perché permee di
arrivare alla meta molto più ricchi di esperienza, e per la varietà dei luoghi
visitati lungo il cammino, e per il fao (come vedremo, coerente con la
prospeiva peirciana) che un luogo diventa più familiare se ne
ricostruiamo le operazioni da compiere per arrivarvi.

2.1. Interpretante, ground, significato, oggeo

Nel 1895 (CP: 1.339) Peirce forniva questa definizione dell’interpretante:


“Un segno sta per qualcosa nei confronti dell’idea che esso produce o
modifica […]. Ciò per cui sta viene chiamato il suo oggeo, ciò che veicola,
il suo significato, e l’idea a cui dà origine, il suo interpretante.” La
definizione suonava ancora abbastanza mentalistica, ma nel 1897 (2.228)
Peirce specificava:

Un segno, o representamen,7 è qualcosa che sta per qualcuno in luogo di


qualcosa in qualche rispeo o capacità. Esso si indirizza a qualcuno, cioè
crea nella mente di quella persona un segno equivalente, o forse un segno
più sviluppato. Il segno che esso crea lo chiamo interpretante del primo
segno. esto segno sta per qualcosa, il proprio oggeo. Esso sta per
quell’oggeo, non soo tui i rispei, ma in riferimento a una sorta di idea,
che talora ho chiamato il ground della rappresentazione.

Appare chiaro che nel secondo testo l’interpretante non è più una idea
ma un secondo segno. Se qui c’è ancora una idea, essa è l’idea del secondo
segno, che deve avere il proprio representamen indipendentemente da
quell’idea. Inoltre l’idea qui interviene per ridurre la haecceitas di quel dato
oggeo: questo oggeo è tale solo in quanto pensato soo un certo profilo.
Viene pensato come astrazione, come modello di una possibile (e
angolatissima) esperienza.
Nulla ci autorizza a pensare che Peirce intendesse con “oggeo” una
data cosa concreta (quello che nella semantica di Ogden e Richards viene
chiamato “il referente”). Non che Peirce sostenga che non si possono
indicare oggei concreti, ma questo avviene in espressioni come “questo
cane” (e solo in tal senso l’oggeo è una ecceità, vedi 5.434). Bisogna però
ricordare che per Peirce anche |andare|, |sopra| |in qualsiasi caso| (e dunque
anche |invece| e |tuavia|) sono representamen. Naturalmente per un
realista quale Peirce si voleva, anche queste espressioni si riferiscono a
esperienze concrete; e d’altra parte qualsiasi teoria semantica che cerchi di
stabilire il significato dei sincategorematici sistema coppie oppositive come
sopra/soo o andare/venire quali elementi del contenuto proprio in quanto
essi rifleono e legiimano la nostra esperienza concreta delle relazioni
spazio temporali. Ma per Peirce |andare| è un’espressione che non ha altra
identità che non sia il consenso tra le sue molteplici manifestazioni:
pertanto il suo oggeo è l’esistenza di una legge. D’altra parte una idea è
una cosa anche se non ha il modo di esistenza di una ecceità (3.460).
anto a una espressione come |Amleto era pazzo| Peirce dice che il suo
oggeo è solo un mondo immaginario (un mondo possibile, dunque) ed è
determinato dal segno, mentre un comando come |Ri-poso!| ha come
proprio oggeo sia l’azione corrispondente dei soldati sia “l’universo delle
cose desiderate dal Capitano in quel momento” (5.178). Il fao che in
questo passo Peirce mescoli insieme la risposta dei soldati e le intenzioni
del capitano mostra che vi è qualcosa di ambiguo nella sua definizione di
oggeo. Infai il primo caso rappresenta piuosto una interpretazione del
segno, come vedremo più avanti. Ma in entrambi i casi è chiaro che
l’oggeo non è necessariamente una cosa o uno stato del mondo: è
piuosto una regola, una legge, una prescrizione (potremmo dire: una
istruzione semantica). È la descrizione operativa di una classe di possibili
esperienze.
In realtà Peirce parla di due tipi di oggei (4.536, nel 1906). C’è un
Oggeo Dinamico che “in qualche modo costringe a determinare il segno
alla sua rappresentazione” e c’è un Oggeo Immediato che è “l’oggeo
come il segno stesso lo rappresenta, il cui Essere è così dipendente dalla
Rappresentazione che di esso si dà nel Segno”.

2.2. Il ground

Per capire meglio il rapporto che così si pone tra representamen (o più
generalmente segno), oggeo, significato e interpretante, dobbiamo
esaminare il conceo di ground. In 2.418 l’oggeo è definito più
accuratamente come un correlato del segno (il segno |man| può essere
correlato al segno |homme| che ne diviene l’oggeo) e il terzo elemento
della correlazione, insieme all’interpretante, non è il significato ma il
ground. Un segno si riferisce a un ground “araverso il suo oggeo, o il
caraere comune di quegli oggei”. L’interpretante è significativamente
definito come “tui i fai noti intorno a quell’oggeo”. In 1.551 (siamo nel
1867)c’è una indicazione che può spiegarci perché mai il termine ground è
stato talora sostituito a significato e viceversa. La proposizione “questa
stufa è nera” assegna alla parola |stufa| un “aributo generale”. esto
aributo è altrove chiamato “qualità” e come tale esso dovrebbe essere una
Primità (Firstness). Ma una qualità, anche se in sé è una pura monade,
diventa qualcosa di generale quando “vi rifleiamo su” (4.226). Nella linea
di pensiero scotista a cui Peirce si rià, essa è un individuo, una monade, in
quanto è una qualità della cosa, ma è universale, un’astrazione, in quanto è
colta dall’intelleo. Una qualità è una “idea generale” e un “caraere
aribuito” (1.559): è un intellegibile.8 Essendo un “aributo generale”
(1.551) esso è, tra tui i possibili aributi generali dell’oggeo, quello che è
stato scelto per meere a fuoco l’oggeo soo qualche rispeo. esta
espressione viene formulata in modo esplicito solo più tardi (vedi per
esempio 2.228, trent’anni dopo) ma è già implicita nel 1867 (1.553), quando
è deo che l’interpretante rappresenta il relato “in quanto sta per” il
proprio correlato. Il ground è un aributo dell’oggeo in quanto l’oggeo è
stato selezionato in un certo modo e solo alcuni dei suoi aributi sono stati
resi pertinenti in modo da costruire l’Oggeo Immediato del segno. Poiché
il ground è solo uno tra i possibili predicati dell’oggeo (la stufa potrebbe
anche essere descria come calda, grande, sporca o altrimenti) esso è un
“caraere comune” e una “connotazione” (1.559: e qui connotazione è
opposta a denotazione come il significato è opposto al denotatum).
Vedremo dopo che questo significato sembra essere più complesso di
quanto non sia un caraere aribuito; esso è piuosto una sorta di
“diagramma scheletrico”, un “abbozzo di profilo” dell’oggeo, che
considera “quali modificazioni l’ipotetico stato di cose richiederebbe per
essere realizzato in quella immagine” (2.227). Si potrebbe allora suggerire, a
questo punto, che il ground altro non sia che una componente del
significato: e infai viene deo che i simboli che determinano i propri
grounds di qualità aribuite (e cioè i termini) sono “somme di marche”
(1.559).
Il senso di questa affermazione sarà più chiaro nei paragrafi seguenti.
Per il momento basti riconoscere che sia ground che significato sono della
natura di una idea: i segni stanno per i propri oggei “non in ogni rispeo,
ma in riferimento a una sorta di idea, che noi abbiamo talora chiamato il
ground del representamen e viene altrove chiarito che il termine “idea” non
viene inteso in senso platonico “ma nel senso in cui diciamo che un uomo
coglie l’idea di un altro uomo” (2.228).
Il ground è ciò che può venire compreso e trasmesso di un dato oggeo
soo un certo profilo: è il contenuto di una espressione e appare uguale al
significato (o a una componente elementare di esso).
2.3. Oggeo Dinamico e Oggeo Immediato

Rimane ora da stabilire in che senso il ground (e il significato) differiscano


dall’interpretante. In 1.338 (ma anche in altri passi) l’interpretante è l’idea a
cui il segno dà origine nella mente dell’interprete (anche se la presenza di
un interprete effeivo non è richiesta). Per questa ragione Peirce studia il
problema dello interpretante, più che nel quadro della Grammatica
Speculativa, in quello della Retorica Speculativa, la quale appunto si
occupa dei rapporti tra i segni e i loro interpreti. Ma abbiamo visto che il
ground è una idea nel senso in cui una idea può essere colta durante un
rapporto comunicativo tra due interpreti: e dunque si dovrebbe dire che
non vi è gran differenza tra significato (come somma di grounds) e
interpretante, un significato non potendo essere descrio altro che per
mezzo di interpretanti. L’interpretante è allora il mezzo per rappresentare, a
opera di un altro segno (|man| uguale a |homme|) ciò che il representamen
di fao seleziona di un dato oggeo (e cioè il suo ground).
L’ambiguità scompare in ogni caso se si considera che la nozione di
ground serve a distinguere l’Oggeo Dinamico (l’oggeo in sé in quanto
obbliga il segno a determinarsi alla sua rappresentazione, 4.536)
dall’Oggeo Immediato, mentre l’interpretante serve a stabilire la relazione
tra representamen e Oggeo Immediato. L’Oggeo Immediato è il modo in
cui l’Oggeo Dinamico è focalizzato, questo modo altro non essendo che il
ground o significato. L’Oggeo Immediato è “l’oggeo come il segno
stesso lo rappresenta e il cui Essere è così dipendente dalla
Rappresentazione che se ne dà nel segno” (4.536). L’Oggeo Dinamico
motiva il segno, ma il segno araverso il ground istituisce l’Oggeo
Immediato, che è “interno” (8.534), è una idea (8.183), una
“rappresentazione mentale” (5.473). Naturalmente per descrivere l’Oggeo
Immediato di un segno non si può che ricorrere all’interpretante di quel
segno:
In questo senso il significato (oggeo della Grammatica Speculativa) “è,
nella sua accezione primaria, la traduzione di un segno in un altro sistema
di segni” (4,127) e “il significato di un segno è il segno in cui esso deve
venir tradoo” (4.132). indi l’interpretazione araverso interpretanti è il
modo in cui il ground, come Oggeo Immediato, si manifesta quale
significato.
L’interpretante (come oggeo della Retorica Speculativa) è certamente
“ciò che il Segno produce in quella asi-mente che è l’Interprete” (4.536)
ma, poiché la presenza dell’interprete non è essenziale alla definizione
dell’interpretante, quest’ultimo deve essere considerato “anzituo” come
Interpretante Immediato e cioè come “l’interpretante quale si rivela nella
rea comprensione del Segno stesso, ed è di solito chiamato il significato
del segno” (4.536).
Dunque, distinti come sono in quanto oggei formali di diversi approcci
semiotici e in riferimento a diversi punti di vista, ground, significato e
interpretante sono di fao la stessa cosa, poiché è impossibile definire il
ground se non come significato ed è impossibile definire alcun significato
se non soo forma di una serie di interpretanti. Molti passi confermano
questa idea: “per significato di un termine comprendiamo l’intero
interpretante generale inteso” (5.179); “sembra naturale usare il termine
significato per denotare l’interpretante inteso di un simbolo” (5; L75);
“l’Oggeo Immediato completo, ovvero il significato” (2.293).

2.4. Interpretanti del discorso e interpretanti dei termini

Tuavia apprendiamo che l’interpretante non è solo il significato di un


termine ma anche la conclusione di un argomento traa dalle premesse
(1.559). Diremo allora che l’interpretante ha una accezione più vasta del
significato? In 4.127, quando dice che nella sua accezione primaria il
significato è la traduzione di un segno in un altro segno, Peirce dice anche
che, in un’altra accezione “applicabile anche qui” (Peirce sta traando il
problema di una logica della quantità) il significato è “una seconda
asserzione da cui tuo ciò che segue dalla prima asserzione ugualmente
segue, e viceversa”. Il che equivale a dire che una asserzione “significa
l’altra”. Il significato di una proposizione, così come il suo interpretante,
non esaurisce le possibilità che la proposizione ha di essere sviluppata in
altre proposizioni e in tal senso è “una legge, una regolarità di indefinito
futuro” (2.293). Il significato di una proposizione abbraccia “ogni sua ovvia
necessaria deduzione” (5.165).
Così il significato è in qualche modo implicitato dalle premesse e, in
termini più generali, è tuo ciò che è semanticamente implicato da un
segno. Non è il caso che si soolinei ulteriormente la portata di queste
posizioni di Peirce: sia pure araverso un lungo percorso araverso
definizioni multiple e non di rado confuse (ground, significato, Oggeo
Dinamico, Oggeo Immediato) siamo arrivati a serrare dappresso una idea
che si lega alle discussioni di questo libro: il significato di un termine
contiene virtualmente tui i suoi possibili sviluppi (o espansioni) testuali.

Non possiamo tuavia negare che a questo punto la nozione di


significato si è faa troppo ampia. Non è applicata ai singoli termini bensì a
premesse e argomentazioni. Ma si può dire, in termini peirciani, che oltre al
significato di un dicisegno e di un argomento, vi è anche il significato di un
rhema ovvero di un termine singolo? La risposta dipende dall’assunzione
peirciana che tuo ciò che si può dire di un dicisegno e di un argomento
può essere deo anche dei rhemi che li costituiscono. In altre parole la
teoria del significato e dell’interpretante non concerne solo gli argomenti
ma anche i singoli termini e, alla luce di tale teoria, il contenuto di un
termine singolo diventa qualcosa molto affine a una enciclopedia.
Dato il termine |peccatore| il fao che esso possa essere interpretato
come «miserabile» deve essere preso in considerazione da una sua analisi
componenziale. Ma vi è di più: il rhema |peccatore] deve implicare tue le
possibili conseguenze illative che lo riguardano. Così l’argomento “tui i
peccatori sono miserabili, John è un peccatore, pertanto John è miserabile”
non sarebbe altro che lo sviluppo naturale delle possibilità incoativamente
contenute nel rhema in questione – e sarebbe inoltre l’unico modo di
rendere espliciti i suoi interpretanti. Naturalmente è vero anche l’opposto e
ogni argomento altro non è che una asserzione analitica che delinea gli
interpretanti da assegnare a un dato termine (quindi rhemi e dicisegni
possono essere derivati dagli argomenti, si veda 3.440).
In 2.293 si dice che un simbolo denota un individuo e significa un
caraere, questo caraere altro non essendo che un significato generale (e
occorre ricordare che il ground di un segno è la sua connotazione e il
proprio caraere aribuito, vedi 1.559). La distinzione tra denotare e
significare dipende dalla distinzione tra estensione e intensione, ampiezza
e profondità o, in termini contemporanei, tra riferirsi a e significare
qualcosa. Il conceo di profondità è legato con quello di informazione che
è “la misura di predicazione” e la “somma delle proposizioni sintetiche in
cui il simbolo appare come soggeo o predicato” (2.418). Tui questi
concei riguardano non solo proposizioni e argomenti ma anche rhemi
ovvero termini.
“Un Rhema è un Segno che, per il suo Interpretante, è il segno di una
Possibilità qualitativa” ed esso identifica un ground, e cioè “viene capito in
quanto rappresenta tale o talaltro tipo di possibile Oggeo. Ogni Rhema,
forse, veicola qualche informazione, ma non viene interpretato soo
questo aspeo” (2.250). In altri testi peraltro Peirce appare meno insicuro:
non solo “la significazione di un termine è tue le qualità indicate da esso”
(2.431), ma i termini appaiono come insiemi di marche (o trai, o relazioni,
o caraeri, cfr. 2.776) regolati, proprio come le proposizioni, dal principio
per cui nota notae est nota rei ipsius (3.166). “Le marche che sono già
riconosciute come predicabili del termine includono l’intera profondità di
un altro termine, la cui ineludibilità non era ancora nota, aumentando così
la distinzione comprensiva del primo termine” (2.364). Un termine può
avere marche sia accidentali che necessarie (2.396), e queste marche
costituiscono la profondità sostanziale di un dato termine, e cioè “la forma
reale concreta che appartiene a tuo ciò di cui il termine è predicabile con
assoluta verità” (l’ampiezza sostanziale essendo invece “l’aggregato di
sostanze reali di cui solo un termine è predicabile con assoluta verità”,
2.414). In questo senso la profondità di un termine, vale a dire la sua
intensione, è la somma delle marche semantiche che caraerizzano il suo
contenuto. este marche sono unità generali (nominantur singularia sed
universalia significantur, 2.433, dal Metalogicon di Giovanni di Salisbury). E
sono esaamente quei “caraeri aribuiti” che venivano chiamati grounds.
esto insieme di trai semantici è destinato a crescere con
l’espandersi della nostra conoscenza degli oggei; il rhema arae come un
magnete tui i nuovi trai che il processo di conoscenza gli aribuisce:
“ogni simbolo è una cosa viva, in un senso reale che non è mera figura
retorica. Il corpo dei simboli muta lentamente, ma il suo significato cresce
inesorabilmente, incorpora nuovi elementi ed espunge i vecchi” (2.222). Il
termine, diremo allora, è una voce di enciclopedia che contiene tui i trai
che acquista nel corso di ogni nuova proposizione.
Non credo che qui si stia forzando l’interpretazione. È Peirce a dire varie
volte che ogni termine è una proposizione incoativa (ogni rhema è
potenzialmente il dicisegno in cui può essere inserito) e a richiamare più
volte la concezione semantica di un termine come predicato a più
argomenti. Il significato dei termini logici è una asserzione rudimentale
(2.342), così come una proposizione è una argomentazione rudimentale
(2.344), e questo è il principio base dell’interpretazione, e cioè la ragione per
cui ogni segno produce i propri interpretanti.
Si è a lungo inteso l’interpretante peirciano come l’espansione
definizionale di un termine, la sua capacità di essere tradoo in un altro
termine (di uguale o diverso sistema semiotico, come se l’interpretante
fosse soltanto uno strumento di chiarificazione ed esplicazione lessicale – e
la critica coinvolge anche le mie precedenti leure peirciane): ma non
bisogna dimenticare che per Peirce non è segno solamente una parola o
una immagine, ma una proposizione e addiriura un intero libro. La sua
concezione di segno è estendibile anche a testi e pertanto la nozione di
interpretante riguarda processi di traduzione molto più vasti e complessi
degli elementari processi di sinonimia o definizione lessicale elementare.
Potremmo dire che tra gli interpretanti della parola |bambino| non vi sono
solo immagini di bambini o definizioni tipo “maschio umano non adulto”
ma anche, per esempio, la vicenda della strage degli innocenti. Il problema
è solo come fare funzionare la semiosi illimitata per percorrerne tui i
tragii e i raccordi.
Possiamo allora capire la portata teorica di affermazioni come quelle che
abbiamo citato in precedenza e come quelle che seguono. Un termine è
una proposizione rudimentale perché esso è la forma vuota di una
proposizione:

per rhema o predicato intendiamo una forma proposizionale vuota quale


avrebbe potuto essere derivata cancellando certe parti di una proposizione,
lasciando uno spazio bianco al loro posto, la parte eliminata essendo tale
che se ogni spazio vuoto fosse riempito con un nome proprio, una
proposizione (anche se priva di senso) ne sarebbe ricomposta (4.560).

In 2.379, parlando della forma delle proposizioni, Peirce mostra come,


dato il verbo |sposare| esso potrebbe essere rappresentato come “– sposa –
a –”. Il che equivale a dire che, per rappresentare generativamente la
natura sintaica di |sposare| si dovrebbe scrivere “s(x, y, z)” (cfr. anche
3.64). Procedimento che, sviluppato a dovere, fa sì che la rappresentazione
semantica di un termine concerna fenomeni di implicitazione e di
presupposizione semantica. In termini che richiamano i postulati di
significato carnapiani Peirce dice che hi -< di “significa che nell’occasione
i, se l’idea h è definitivamente imposta alla mente, allora nella stessa
occasione la idea d è definitivamente imposta alla mente” (2.356). Che è poi
il principio tradizionale della nota notae, ma nelle stesse pagine Peirce
insiste sulla possibilità di una logica intensionale opposta alla logica
ordinaria che si occupa di classi generali di oggei. Egli separa il problema
delle proposizioni in estensione da quelli delle proposizioni in
comprensione, elaborando dodici tipi di proposizioni in cui il soggeo è
una classe di cose ma il predicato è un gruppo di trai semantici (2.520,
521).
Si potrebbe osservare che il metodo degli spazi vuoti è applicabile solo
ai verbi e predicati che riguardano azioni, in accordo con la logica dei
relativi di cui parla Peirce. E in realtà nella terminologia aristotelica rhema
significa solo “verbo”. Ma Peirce esplicitamente identifica a più riprese
rhema con termine: “ogni simbolo che può essere il costituente direo di
una proposizione è deo termine” (2.238). Ci sono anche termini
sincategorematici, mentre ogni termine “adao a essere soggeo di una
proposizione può essere deo onoma” (2.331). In ogni caso un nome
comune è un “simbolo rhematico” (2.261). In 8.337 ci viene deo che anche
nomi propri e nomi di classe sono rhemi. La ragione per la scelta di |rhema|
può essere dovuta al fao che Peirce sosteneva che anche i nomi sono
verbi reificati (3.440 e 8.337). In ogni caso: “un rhema è ogni segno che non
sia né vero né falso, come quasi ogni parola tranne sì e no” (8.337).
In molti casi Peirce fa ricorso allo spazio vuoto quando traa aggeivi o
nomi: in 1.363 il metodo è applicato ad |amante| e |servitore| e in 4.438 vi è il
seguente esempio di rhema: “ogni uomo è il figlio di –”, che costituisce un
buon esempio di rappresentazione semantica di |padre| visto dal punto di
vista di una logica dei relativi. L’affinità di questa prospeiva con quella di
una grammatica dei casi basata su una logica delle azioni (vedi Fillmore)
sarà più chiara nel paragrafo che segue. Ovviamente da questo punto di
vista “i nomi propri rimangono, ma la demarcazione tra nomi comuni e
verbi diventa indifendibile” e “il significato dei nomi nella sua logica dei
relativi, come quella dei verbi, consiste in una possibile azione” (Feibleman,
1946: 106-107, e proprio in riferimento al passaggio che tra poco
esamineremo).

2.5. La definizione come enciclopedia e preceo operativo

In 1.615 e 2.330 Peirce propone un esempio di definizione delle parole |duro|


e |litio|. In 1.615 ci viene deò che “sino a che una pietra rimane dura ogni
tentativo di scalfirla con la pressione moderata di un coltello sicuramente
fallirà. Chiamare la pietra dura significa predire che, indipendentemente da
quante volte voi tenterete l’esperimento, ogni volta esso fallirà.” In 2.330
l’esempio è ancora più convincente, e lo riportiamo integralmente in
inglese, non solo per la difficoltà stilistica del testo ma anche perché in
questa occasione cruciale (e con un soggeo così prosaico) l’inglese di
Peirce (abitualmente, e anche in questo caso, orribile) assume una sua
carica di poesia definitoria:

if you look into a textbook of chemistry for a definition of lithium you


may be told that it is that element whose atomic weight is 7 very nearly.
But if the author has a more logical mind he will tell you that if you search
among minerals that are vitreous, translucent, grey or white, very hard,
brile, and insoluble, for one which imparts a crimson tinge to an
unluminous flame, this mineral being triturated with lime or witherite rats-
bane, and then fused, can be partly dissolved in muriatic acid; and if this
solution be evaporated, and the residue be extracted with sulphuric acid,
and duly purified, it can be converted by ordinary methods into a chloride,
which being obtained in the solid state, fused, and electrolyzed with half a
dozen powerful cells will yield a globule of a pinkish silvery metal that will
float on gasolene; and the material of that is a specimen of lithium. e
peculiarity of this definition – or rather this precept that is more
serviceable than a definition – is that it tells you what the word lithium
denotes by prescribing what you are to do in order to gain a perceptual
acquaintance with the object of the world.

esta definizione rappresenta, sia pure in forma leerariamente


diluita, un oimo esempio di analisi semantica in termini di grammatica
dei casi. Ciò che può forse rendere l’identificazione difficoltosa è che la
definizione di Peirce contiene troppi trai difficili da organizzare in una
struura ad argomenti e predicati o ad aanti. Inoltre vi manca una
discriminazione chiara tra proprietà più o meno “necessarie” – nonché tra
marche esplicite e marche incluse o implicitate.9 i si vede cosa potrebbe
essere una buona definizione in termini, di enciclopedia ma non è ancora
deo come essa potrebbe essere elaborata più formalmente, e più
economicamente. Per esempio se Peirce avesse deo che il litio è un
metallo alcalino, alcune delle proprietà espresse avrebbero dovuto essere
considerate come automaticamente implicitate. Ma Peirce non voleva dare
un esempio di definizione “economica”, al contrario voleva mostrare come
un termine include la globalità dell’informazione che lo riguarda.
Un altro aspeo della definizione è che essa costituisce, malgrado la sua
apparenza così “enciclopedica”, solo una sezione della possibile
informazione intorno al litio. L’Oggeo Immediato stabilito dalla
definizione mee a fuoco l’Oggeo Dinamico corrispondente solo soo
qualche rispeo, e cioè prende in considerazione solo l’informazione
semantica sufficiente a inserire il termine in un universo di discorso fisico-
chimico. Invece il modello regolativo di una enciclopedia prevede vari
“sensi” ovvero diverse disgiunzioni possibili di uno spero semantico
idealmente completo. I trai semantici qui registrati avrebbero dovuto
apparire soo una precisa selezione contestuale, mentre altre avrebbero
dovuto risultare possibili, anche se inespresse. Per esempio il litio è un
minerale vitreo e translucido che talora appare come un globulo di metallo
rosato argenteo: se l’universo di discorso fosse stato di tipo favolistico
sarebbero stati questi i trai a dover essere particolarmente messi a fuoco,
aggiungendovene altri che qui mancano. Il litio è noto (dicono altre
enciclopedie) come l’elemento solido più leggero a temperatura ordinaria e
in un altro contesto questo caraere di leggerezza sarebbe probabilmente
fondamentale.
Peirce era cosciente di questi problemi e la soluzione che il suo sistema
filosofico provvede per rispondervi riguarda proprio alcuni problemi
cruciali per la semantica contemporanea, e particolarmente: (i) se i trai
semantici siano universali e finiti, e (ii) quale sia il formato che la
rappresentazione enciclopedica deve assumere per poter essere al tempo
stesso maneggiabile e soddisfacente (cfr. Eco, 1975: 2). Posta la nozione di
interpretante così come la abbiamo ricostruita, scompare anzituo la
necessità di operare con un insieme finito di costrui metasemiotici. Ogni
segno interpreta un altro segno e la condizione basilare della semiosi è
proprio questa condizione di regresso infinito. In questa prospeiva ogni
interpretante di un dato segno, essendo a propria volta un segno, diventa
costruzione metasemiotica transitoria e, solo in quell’occasione, agisce
come explicans rispeo all’explicatum interpretato, ma diventa a propria
volta interpretabile da un altro segno che agisce come suo explicans.

L’oggeo della rappresentazione non può essere altro che una


rappresentazione di cui la prima rappresentazione è l’interpretante. Ma una
serie senza fine di rappresentazioni, ciascuna rappresentando quella che le
sta dietro, può essere concepita come avente un oggeo assoluto quale suo
limite. Il significato di una rappresentazione non può essere altro che una
rappresentazione. Di fao altro non è che la rappresentazione stessa
concepita come spogliata del suo rivestimento irrilevante. Ma questo
rivestimento non può essere mai tolto del tuo: è solo sostituito da
qualcosa di più diafano. Così appare una infinita regressione. Infine,
l’interpretante non è altro che un’altra rappresentazione a cui viene
affidata la torcia della verità: e come rappresentazione ha di nuovo il
proprio interpretante. Ecco, un’altra serie infinita (1.339).10
esta serie infinita potrebbe peraltro rendere inaingibile
l’enciclopedia, frustrando di continuo le aspirazioni di completezza del
lavoro di analisi semantica. Ma c’è un limite logico all’enciclopedia, che
non può essere infinita: il suo limite è l’universo di discorso. La lista delle
dodici proposizioni in comprensione citate prima (2.520) presuppone un
universo limitato di trai:

Un universo illimitato comprenderebbe l’intero regno del logicamente


possibile […]. Il nostro discorso raramente si collega a questo universo: noi
pensiamo o a ciò che è fisicamente possibile o storicamente esistente, o al
mondo di qualche narrazione, o a qualche altro universo limitato. Un
universo di cose è illimitato se in esso ogni combinazione di caraeri, traa
dall’intero universo dei caraeri, occorre in qualche oggeo […]. Nello
stesso modo diremo illimitato un universo di caraeri quando ogni
aggregato di cose trao dall’intero universo delle cose possegga in comune
uno dei caraeri dell’universo dei caraeri […]. Nel nostro discorso
ordinario, al contrario, non solo ambo gli universi sono limitati ma, inoltre,
noi non abbiamo a che fare con oggei individuali o semplici trai: così
noi abbiamo semplicemente due distinti universi di cose e di trai correlati
l’uno all’altro, in generale, in una maniera perfeamente indeterminata
(2.519, 2.520; e anche 6.401).

Il brano non è tra i più perspicui e richiederebbe ben altra analisi


filosofica ma, anche alla luce dell’intera cosmologia peirciana,11 ci pare
aprire appassionanti prospeive su quella tematica dei mondi possibili che
tenta di ridurre i regesti enciclopedici negli ambiti di precisi universi di
discorso, e araverso modelli che riducano appunto a formato
maneggiabile il numero delle proprietà in gioco e le loro combinazioni.12

2.6. Caraeri monadici e interpretanti complessi

C’è comunque un’altra questione. Che il litio sia vitreo, translucido, duro e
così via sembra senza dubbio materia di predicazione in termini di qualità
(o proprietà o caraeri o trai) generali. Ma cosa diremo a proposito del
fao che “se triturato con calce e rifuso allora diventa solubile in acido
muriatico”? Essere vitreo è una qualità, – e come tale un caraere
monadico, una Primità – mentre reagire in un certo modo a un certo
stimolo sembra più simile a un comportamento o a una sequenza di fai
che conferma una ipotesi. Naturalmente anche questa sequenza di fai
“interpreta” il primo segno (il litio si definisce cioè come il materiale che si
comporta in quel modo in quelle condizioni) ma questo vorrebbe dire
soltanto che anche se i caraeri sono interpretanti, non tui gli
interpretanti sono meri caraeri.13 Si veda per esempio il caso già citato in
cui lo stesso Oggeo Dinamico sembra agire da interpretante: quando cioè
l’oggeo del comando |Ri-poso!| viene definito come l’universo delle cose
desiderate dal capitano nel momento in cui dà il comando, oppure come
l’azione conseguente dei soldati. Indubbiamente risposte comportamentali,
risposte verbali, immagini che interpretano una didascalia e didascalie che
interpretano una immagine, sono tui interpretanti. Sono al tempo stesso
caraeri?14

Ora Peirce dice con chiarezza che anche se le marche sono qualità non
per questo sono mere Primità. Esse sono “generali” e neppure la
sensazione di rosso è una pura percezione bensì un perceo, vale a dire una
costruzione perceuale, “la descrizione faa dall’intelleo di una evidenza
dei sensi” (2.141). Per avere una costruzione intelleuale si passa dal mero
perceo come Rhema a un Giudizio Perceuale di cui il fao bruto è
l’Interpretante Immediato (5.568). Dire che qualcosa è rosso non significa
averlo visto: si è ricevuta una immagine ma l’asserzione che qualcosa
possiede l’aributo di essere rosso costituisce già un giudizio. In tal modo
ogni caraere, pur essendo una pura Primità, viene subito inserito in una
correlazione e la sua predicazione è sempre l’esperienza di una Terzità
(5.182, 5157, 5.150, 5.183).15
Così non vi è differenza sostanziale tra dire che il litio si dissolve
quando è triturato e dire che è vitreo. Nel secondo caso abbiamo qualcosa
come un dicisegno, nel primo qualcosa come un argomento, ma entrambi i
“segni” interpretano il rhema |litio|. Non vi è differenza tra caraeri e altri
interpretanti dal punto di vista della descrizione del significato di un
termine. L’aribuzione di un caraere è materia di giudizio perceivo ma
anche i “giudizi perceivi devono essere considerati casi di inferenza
abduiva” (5.153).
D’altra parte il fao stesso che alcuni soldati, in diverse circostanze,
compiano una data azione regolare ogni volta che viene pronunciato
l’ordine |Ri-poso!| significa che questo comportamento è già sussunto soo
un conceo, è diventato un’astrazione, una legge, una regolarità. Per poter
essere inserito in questa relazione il comportamento dei soldati è diventato,
proprio come la qualità di essere rosso, qualcosa di generale.

2.7. L’interpretante finale

Rimane da chiederci come mai, nella filosofia di un pensatore che si vuole


realista scotista, ci possa essere regressione semiotica infinita, tale che
l’oggeo che ha determinato il segno non appaia mai determinato da esso,
se non nella forma fantasmatica dell’Oggeo Immediato – e si usa il
termine “fantasmatico” con qualche ragione (e qualche malizia) perché qui
ci pare di osservare quella stessa impossibilità di tornare a possedere
l’oggeo, che ha suscitato la percezione, che si manifesta nella gnoseologia
tomista: dove l’intelleo aivo esercita sul fantasma dell’oggeo l’ao di
astrazione offrendo la species impressa all’intelleo possibile, ma questi
non potrà mai ripossedere l’oggeo originario se non soo la
emasculatissima forma della reflexio ad phantasmata. Peirce esce da questa
difficoltà nell’ambito della Retorica Speculativa e nell’ambito della nozione
pragmaticistica di Interpretante Finale. esto punto va definito ai fini
della presente discussione, perché proprio e solo in tale prospeiva si vedrà
come la semantica peirciana assuma la forma, sia pure ancora imprecisa, di
una grammatica dei casi.
Come può un segno esprimere l’Oggeo Dinamico che appartiene al
Mondo Esterno (5.45) dato che “per la natura stessa delle cose” esso non
può esprimerlo (8.314)? Come può un segno esprimere l’Oggeo Dinamico
(“l’Oggeo tale quale esso è”, 8.183, un oggeo “indipendente in se stesso”,
1.538) dal momento che esso segno “può solo essere il segno di
quell’oggeo nella misura in cui questo oggeo è in se stesso della natura
di un segno o di un pensiero” (1.538)? Come si può correlare un segno a un
oggeo dal momento che per riconoscere un oggeo se ne deve avere
avuta una esperienza precedente (8.181) e il segno non fornisce nessuna
conoscenza o riconoscimento dell’oggeo (2.231)? La risposta è già data
alla fine della definizione di |litio|: “la peculiarità di questa definizione – o
meglio di questo preceo, cosa assai più utile di una definizione – è che
essa dice cosa la parola litio denota col prescrivere cosa bisogna fare per
oenere un contao perceivo con l’oggeo della parola” (2.330). Il
significato del simbolo sta nella classe di azioni intese a suscitare certi
effei percepibili (Goudge, 1950: 155). “L’idea di significato è tale da
coinvolgere qualche riferimento a un proposito” (5.166). E tuo ciò diventa
ancora più chiaro se si pensa che il cosiddeo realismo scotista di Peirce
deve essere visto nella prospeiva del suo pragmaticismo: la realtà non è
semplice Dato, è piuosto un Risultato. Per capire cosa il significato di un
segno deve produrre come Risultato, ecco la nozione di Interpretante
Finale.
Un segno, producendo serie di risposte immediate (Interpretante
Energetico) stabilisce a poco a poco una abitudine (habit), una regolarità di
comportamento nel proprio interprete. Un abito è “una tendenza… ad agire
in modo simile in circostanze simili nel futuro” (5.487), e l’Interpretante
Finale di un segno è questa abitudine quale risultato (5.491). Il che vale a
dire che la correspondenza tra significato e representamen ha assunto la
forma di una legge; ma vale anche a dire che capire un segno è imparare
cosa occorre fare per produrre una situazione concreta in cui si possa
oenere l’esperienza perceiva dell’oggeo a cui il segno si riferisce.
Non solo. La categoria di “abitudine” ha un duplice senso, psicologico e
cosmologico. Una abitudine è anche una regolarità cosmologica, anche le
leggi di natura sono il risultato di abitudini acquisite (6.97) e “tue le cose
hanno tendenza ad assumere abitudini” (1.409). Se una legge è una forza
aiva (una Secondità) ordine e legislazione sono una Terzità (1.337):
assumere un’abitudine è stabilire un modo di essere ordinato e regolato.
Dunque, tornando alla definizione di litio, l’interpretante finale del termine
|litio| si arresta alla produzione di una abitudine in due sensi: producendo
l’abitudine umana a intendere il segno come preceo operativo e
producendo (questa volta nel senso di rendere esplicita) l’abitudine
cosmologica per cui ci sarà sempre litio ogni qual volta la natura agirà in
un certo modo. L’interpretante finale esprime la stessa legge che governa
l’Oggeo Dinamico sia prescrivendo il modo in cui oenerne l’esperienza
perceiva che descrivendo il modo in cui esso funziona ed è percepibile.
A questo punto siamo in grado di capire quale gerarchia regoli la
disposizione degli interpretanti in questo modello ancora informale di
rappresentazione semantica: si traa di una sequenza ordinata e finalizzata
di operazioni possibili. I caraeri non sono organizzati per inclusione di
generi e specie ma secondo le operazioni essenziali che debbono essere
messe in ao da un agente che usa certi strumenti per modificare un dato
oggeo ai fini di vincere la resistenza di un contro-agente per poter oenere
certi risultati.
In tal modo si aenua l’opposizione apparente tra la semantica
intensionale dell’infinito regresso semiosico e la semantica estensionale del
riferimento a un Oggeo Dinamico. È vero che i segni non ci danno il
contao con l’oggeo concreto, perché essi possono solo prescrivere il
modo di realizzare questo contao. I segni hanno connessione direa coi
loro Oggei Dinamici solo in quanto questi oggei determinano la
produzione del segno; per il resto i segni “conoscono” solo Oggei
Immediati, e cioè significati (o dati di contenuto). Ma è chiaro che vi è una
differenza tra l’oggeo di cui un segno è segno e l’oggeo di un segno. Il
primo è l’Oggeo Dinamico, uno stato del mondo esterno, il secondo un
costruo semiotico, puro oggeo del mondo interno. Salvo che, per
descrivere questo oggeo “interno” bisogna ricorrere agli interpretanti,
cioè ad altri segni assunti come representamen, in modo da aver una
qualche esperienza di altri oggei del mondo esterno.
L’Oggeo Dinamico è, semioticamente parlando, a nostra disposizione
solo come insieme di interpretanti organizzati secondo uno spero
componenziale struurato operativamente. Ma mentre dal punto di vista
semiotico esso è il possibile oggeo di una esperienza concreta, dal punto di
vista ontologico esso è l’oggeo concreto di una esperienza possibile.

2.8. Semiosi illimitata e pragmatica

Tue le osservazioni precedenti ci inducono dunque a rivedere la nozione


di interpretante non solo come categoria di una teoria semantica ma anche
come categoria di una semiotica che considera tra le proprie branche una
pragmatica. Tuavia la nozione di pragmatica può essere intesa in vari
sensi: quello proposto da Morris riguarda soltanto l’effeo che i segni
hanno sui propri destinatari, e indubbiamente la prospeiva
pragmaticistica di Peirce dà vasto spazio a questa prospeiva. Cominciamo
per ora a esaminare questa direzione teorica.

Si potrebbe dire che, nel fornire l’immagine di una semiosi in cui


ciascuna rappresentazione rimanda a una rappresentazione successiva,
Peirce tradisca il proprio realismo “medievale”: egli non riuscirebbe a
mostrare come mai un segno possa essere riferito a un oggeo e
dissolverebbe la concreta relazione di denotazione in una rete infinita di
segni che rimandano a segni, in un universo finito ma illimitato di
fantomatiche apparenze semiosiche. Eppure basta pensare non in termini
di realismo ontologico ma di realismo pragmaticistico per rendersi conto
che è vero proprio il contrario, e che la dorina degli interpretanti e della
semiosi illimitata conduce Peirce al massimo del proprio realismo non
ingenuo. Peirce non è mai interessato negli oggei come insieme di
proprietà ma come occasioni e risultati di esperienza aiva. Scoprire un
oggeo, lo abbiamo visto, significa scoprire il modus operandi onde
produrlo (o produrne l’uso pratico). Un segno può produrre un
interpretante energetico o emozionale: quando si ascolta un brano
musicale l’interpretante emozionale è la nostra reazione al fascino della
musica; ma questa reazione emozionale produce anche sforzo mentale o
muscolare, e questi tipi di risposta sono interpretanti energetici. Una
risposta energetica non richiede di essere interpretata: essa produce (per
successive ripetizioni) un’abitudine. Dopo aver ricevuto una sequenza di
segni il nostro modo di agire nel mondo ne viene permanentemente o
transitoriamente mutato. esta nuova aitudine è l’interpretante finale. A
questo punto la semiosi illimitata si arresta, lo scambio dei segni ha
prodoo modificazioni dell’esperienza, l’anello mancante tra semiosi e
realtà fisica è stato finalmente identificato. La teoria degli interpretanti non
è idealistica.
Non solo. Siccome anche la natura ha abitudini, e cioè leggi e regolarità
– “i principi generali sono realmente operativi in natura” (5.101) – il
significato ultimo (o interpretante finale) di un segno va concepito come la
regola generale che permee di produrre o verificare questa abitudine
cosmologica. Ricordiamo la definizione di |litio]: essa è insieme la regola
fisica che governa la produzione di litio e la disposizione che dobbiamo
acquisire per produrre occasioni della sua esperienza da parte nostra.
L’obieività di questa legge è data dal fao che è controllabile
intersoggeivamente i sta l’opposizione tra il pragmatismo di James e il
pragmaticismo di Peirce: non è vero ciò che riesce all’azione pratica ma
riesce all’azione pratica ciò che è vero. Ci sono tendenze generali
(regolarità cosmologiche) e ci sono regole operative che ci permeono di
verificarle.
Intendere un segno come regola che si esplica araverso la serie dei
propri interpretanti significa aver acquisito l’abitudine ad agire secondo la
prescrizione fornita dal segno:

la conclusione […] è che a condizioni date l’interprete avrà formato


l’abitudine di agire in un certo modo ogni volta che desidererà un certo
tipo di risultato. La conclusione logica reale e vivente è questa abitudine: la
formulazione verbale semplicemente la esprime. Non nego che un
conceo, una proposizione o un argomento non possano essere
interpretanti logici, ma insisto che non possono essere l’interpretante
logico finale per la ragione che esso stesso è un segno di quel tipo che
richiede un proprio interpretante logico. Solo l’abitudine, anche se può
essere un segno in altro modo, tuavia non lo è in quel modo in cui quel
segno di cui è l’interpretante logico è segno. L’abitudine congiunta con il
motivo e le condizioni, ha l’azione come proprio interpretante energetico;
ma l’azione non può essere un interpretante logico perché manca di
generalità (5.491).

Così, araverso il proprio pragmaticismo, Peirce ha fao i conti con il


proprio realismo scotista: l’azione è il luogo dove l’ecceità pone fine al
gioco della semiosi.
Ma Peirce, a ragione ritenuto pensatore contraddiorio, è anche
pensatore dialeico – e più di quanto si creda. Ecco quindi che
l’interpretante finale non è finale in senso cronologico. La semiosi muore
in ogni momento, ma come muore risorge dalle proprie ceneri. Le azioni
individuali mancano di generalità, ma una serie di azioni uniformemente
ripetute possono essere descrie in termini generali. Proprio alla fine della
pagina appena citata Peirce aggiunge: “Ma come potrebbe un’abitudine
essere descria se non araverso la descrizione del tipo di azione a cui dà
origine, con la specificazione delle condizioni e del motivo?” Così l’azione
ripetuta che risponde a un dato segno diventa a propria volta un nuovo
segno, il representamen di una legge che interpreta il primo segno e dà
origine a un nuovo e infinito processo di interpretazione. In questo senso
Peirce appare abbastanza vicino al behaviorismo di Morris quando
quest’ultimo lega il riconoscimento del significato di un segno alla risposta
comportamentale che esso produce (salvo che per Peirce questa è solo una
delle forme dell’interpretazione): se io odo un suono in una lingua ignota e
realizzo che, ogni volta che un parlante lo emee, il suo interlocutore
reagisce con una espressione di rabbia, posso legiimamente inferire dalla
risposta comportamentale che il suono ha un significato sgradevole, e così
il comportamento dell’interlocutore diventa un interpretante del significato
della parola.
In questa prospeiva, il cerchio della semiosi si chiude ad ogni istante e
non si chiude mai. Il sistema dei sistemi semiotici, che potrebbe sembrare
un universo culturale idealisticamente separato dalla realtà, di fao porta
ad agire sul mondo e a modificarlo; ma ciascuna azione modificatrice si
converte a propria volta in segno e dà origine a un nuovo processo
semiosico.

2.9. Direzioni per una pragmatica del testo

È in questa prospeiva che la dorina degli interpretanti appare legata


anche ad altre concezioni di pragmatica, quella in cui anziché la struura
semantica dell’enunciato si privilegiano le circostanze di enunciazione, i
rapporti col co-testo, le presupposizioni messe in opera dall’interprete, il
lavoro inferenziale di interpretazione del testo.
Anzituo: nella vicenda degli interpretanti l’intera vita quotidiana
appare come un reticolo testuale in cui i motivi e le azioni, le espressioni
emesse a fini palesemente comunicativi così come le azioni che esse
provocano, diventano elementi di un tessuto semiosico in cui qualsiasi
cosa interpreta qualsiasi altra.16 In secondo luogo non vi è termine che,
essendo incoativamente una proposizione e un argomento, non significhi i
testi possibili in cui potrà o potrebbe essere immesso. E tuavia, rispeo a
questa ricchezza di implicitazioni, promesse argomentative,
presupposizioni remote, il lavoro di interpretazione impone la scelta di
limiti, la delimitazione di direzioni interpretative e dunque la progeazione
di universi di discorso. Ed è chiaro, a questo punto, che quello che Peirce
chiama universo di discorso rappresenta il formato ad hoc che dobbiamo
fare assumere alla enciclopedia potenziale (sistema semantico globale) per
poterla usare. L’enciclopedia viene di continuo aivata e ridoa, tranciata,
potata, la semiosi illimitata si imbriglia da sé proprio per poter sopravvivere
e diventar maneggiabile.
Ma la riduzione dell’universo di discorso, mentre imbriglia
l’enciclopedia di sfondo, fa lievitare il testo a cui la si applica. Le decisioni
pragmatiche (in senso contemporaneo) dell’interprete fanno per così dire
maturare giudiziosamente la ricchezza delle implicazioni che ogni porzione
testuale, dai termini agli argomenti, contiene. Potremmo interpretare Peirce
dicendo che, dato quel macro-segno che è Il rosso e il nero di Stendhal (ma
è un esempio scelto quasi a caso), l’intero romanzo può essere visto come
l’interpretazione della proposizione “Napoleone è morto il 5 maggio 1821”.
Realizzare pienamente il dramma di un giovane francese dell’età della
Restaurazione, diviso tra i sogni di una gloria perduta e la banalità del
presente, significa realizzare che Napoleone è morto irreversibilmente in
quella data – e che |Napoleone| è enciclopedicamente più di un designatore
rigido (come vuole Kripke) ma piuosto un gancio per appendervi infinite
descrizioni definite (come vuole Searle), tra le quali la serie delle
connotazioni di valore, dei progei, degli ideali, delle proposizioni
ideologiche che concorrono a costituire enciclopedicamente la nozione del
personaggio storico Napoleone (a caso: “l’autore del Codice Napoleonico”,
“il sistematore europeo degli ideali della Rivoluzione Francese”, “il
portatore di un nuovo conceo di gloria”, e così via – tue descrizioni di
cui il nostalgico Julien Sorel sostanzia la sua immagine, non troppo
idioleale, dell’unità semantica «Napoleone»).
Il rosso e il nero è un interpretante della proposizione sopra citata non
solo a causa dell’abbondanza di riferimenti concreti alla Francia
postnapoleonica ma anche a causa sia dei giudizi ideologici espliciti e
impliciti che costruiscono le sue macroproposizioni, sia della vicenda
frustrata di Julien che è parabola (e dunque definizione allegorica) di un
sogno bonapartista in ritardo. Tanto che per sapere cosa abbia significato
per una intera generazione la scomparsa di Napoleone noi siamo soliti
ricorrere, forse più che a volumi di correa storiografia, a libri come Il rosso
e il nero – o all’ode manzoniana. Segno che questi termini “interpretano”
(ovvero forniscono tue le conseguenze illative di) un fao, espresso da
una proposizione, meglio di altre interpretazioni che pure di quella
proposizione vogliono trarre alla luce tuo il significato.
Ma leggere in tal modo il romanzo di Stendhal significa aver scelto,
sull’onda di motivazioni varie, l’universo di discorso che l’interprete
giudicava pertinente. Si fosse mutato questo universo, la leura del
romanzo avrebbe portato ad altre interpretazioni (per esempio, e il titolo lo
permee: ideale religioso verso ideale laico – e perché no?). In ogni caso,
assunto come segno, il libro diventa a sua volta un preceo: l’ordine delle
sue interpretazioni costituisce anche l’ordine delle operazioni che esso
suggerisce per aingere un qualche Oggeo Dinamico. Ovvero: è vero che
un testo narrativo è una serie di ai linguistici che “fingono” di essere
asserzioni senza chiedere peraltro di essere credute, né pretendere di essere
provate; ma fa ciò per quel che riguarda l’esistenza dei personaggi
immaginari che mee in gioco, mentre non esclude che intorno alla serie
di asserzioni fiizie che dipana altre se ne allineino, che fiizie non sono, e
anzi trovano le loro condizioni di felicità nell’impegno con cui l’autore le
sostiene e nelle prove che (soo il velame della parabola narrativa), intende
portare a sostegno di quanto asserisce sulla società, la psicologia umana, le
leggi della storia.

Un aspeo della funzione che tali prodoi svolgono deriva dal fao che
ai linguistici seri (e cioè non fiizi) possono essere veicolati da testi
d’immaginazione, anche se l’ao linguistico veicolato non è rappresentato
nel testo. asi ogni importante opera d’immaginazione veicola un
“messaggio” o “messaggi” che sono veicolati dal testo e tuavia non sono
nel testo (Searle, 1975: 332).

A questo punto anche il romanzo stendhaliano diventa alquanto simile


alla definizione del litio, e prescrive cosa bisogna fare per acquisire
abitudini alla azione e alla modificazione del mondo. A differenza della
definizione del litio, il giro degli interpretanti diventa semplicemente più
vasto, e labirintico. E d’altra parte esiste ancora un altro oggeo, da
interpretare, che come per il comando |Ri-poso!| consiste nell’universo di
cose desiderato dall’autore nel momento dell’enunciazione.

Non diremo, a conclusione di questa vicenda interpretativa dei testi


peirciani, che in Peirce esista una esplicita semiotica del testo, direamente
traducibile nei termini di quelle che oggi si formulano. Ma ripetiamo che è
nella nozione di interpretazione che trova fondamento l’ipotesi che un
semema sia un testo virtuale e un testo un semema espanso – e che in
Peirce, meglio che in molti altri autori venuti dopo di lui, si disegna il
giunto cardanico che può unire una semiotica del codice a una semiotica
dei testi e dei discorsi. Lavoro da portare avanti, anche là dove Peirce non
pensava: ma si sa, siamo nani sulle spalle di giganti.

7 In 1.540 Peirce stabilisce una differenza tra segno e representamen: sembra che egli voglia
intendere con |segno| l’espressione come occorrenza, usata nel processo concreto di
comunicazione, e con |representamen| il tipo a cui il codice assegna un certo significato
corrispondente per mezzo degli interpretanti capaci di tradurlo. Oppure come segno gli artifici
esplicitamente comunicativi e come representamen ogni oggeo correlabile a un contenuto,
anche se non emesso intenzionalmente. “Per segno intendo qualsiasi cosa che veicola qualsiasi
nozione definita di un oggeo in qualsiasi modo, così come questi veicoli di pensiero ci sono
familiari. Ora, se parto da questa idea familiare e conduco l’analisi migliore che si possa fare di
cosa è essenziale a un segno, definisco come representamen ogni cosa a cui questa analisi si
applica […]. In particolare tui i segni veicolano nozioni a menti umane, ma non vedo ragioni per
cui ogni representamen debba far la stessa cosa”. Si può leggere in ogni caso questa pagina come
l’assunzione di una differenza tra concreti processi di comunicazione e astrai rapporti di
significazione. Comunque Peirce usa sovente un termine per l’altro, e non si insisterà su questa
differenza.
8 Poiché il caraere della “nerezza” non è considerato in sé ma in quanto riferito alla stufa,

esso non può non essere un aributo generale: “Noi non possiamo comprendere un accordo tra
due cose” ma solo “un accordo in qualche rispeo” (1.551). Le osservazioni che seguono nel testo
sono suggerite da Capreini (1976).
9 esto tema verrà ripreso più a fondo nel capitolo oavo e precisamente in 8.5.

10 Nel quadro di una semiotica generale, l’analisi componenziale di un termine verbale non

impone che si considerino solo interpretanti verbali. Tra gli interpretanti della parola |rosso| vi
sono anche sfumature (visive) di rosso, immagini di oggei rossi, tra gli interpretanti di |cane| vi
sono innumerevoli disegni di cani a disposizione nell’enciclopedia. Sulle varietà degli
interpretanti vedi Eco (1975: 2.7).
11 C’è un mondo ideale (in cui due proposizioni contraddiorie sono possibili) e c’è un mondo

reale o auale (in cui, data una proposizione, la sua contraddioria è impossibile): il secondo
rappresenta una selezione e una determinazione arbitraria del primo (6.192). L’universo auale,
rispeo a quel vasto representamen (5.119) che è l’intero universo “profused with signs” (5.448) è
un universo di discorso che, per così dire, riduce tui i possibili caraeri a un numero
maneggiabile.
12 Su questa operazione, nella prospeiva di una teoria costruivistica dei mondi possibili, si

dirà nell’ultimo saggio di questo libro e in particolare nel paragrafo 6.


13 Si veda in 5.569 dove è deo che “un ritrao con il nome del proprio originale sooscrio, è

una proposizione”. esta affermazione apre interessanti riflessioni sul ruolo delle icone nella
dorina degli interpretanti. Nel 1885 (1.372) si dice che mentre un termine verbale è una
descrizione generale, né indici né icone posseggono generalità. Ma nel 1896 (1.422 e 447) quelle
qualità che sono Primità come icone sono dee generali. Nel 1902 (2.310) solo un dicisegno può
essere vero o falso, ma nel 1893 (2.441) è deo che due icone possono formare una proposizione:
l’icona di una cinese e l’icona di una donna formano una proposizione e funzionano quindi come
termini generali. Nel 1902 (2.275) una icona, benché sia la mera immagine di un oggeo, produce
una idea che la interpreta. In 2.278 le icone possono funzionare come predicato di una
proposizione (il che sembra confermare quanto citato a inizio di questa nota). Per spiegare queste
contraddizioni apparenti bisogna ricordare che Peirce distingue le icone come esempi di Primità
(e quindi mere qualità) dai representamen iconici che chiama anche ipoicone. este sono
representamen, sono già della Terzità, e quindi sono interpretabili. Ecco dunque che il ritrao con
nome sooscrio è proposizione in molti sensi: l’ipoicona può agire come interpretante del
nome, o il nome può interpretare l’ipoicona. In ogni caso tua questa discussione serve a ridurre
la differenza tra caraeri come pure qualità e interpretanti più complessi, come si vedrà nel
seguito del discorso.
14 “Possiamo assumere un segno in senso così vasto che il suo interpretante non sia un

pensiero ma un’azione o un’esperienza, e possiamo anche allargare il significato di un segno a tal


punto che il suo interpretante sia una mera qualità di sentimento” (8.332).
15 Tuo ciò tra 1901 e 1903. Nel 1891 (recensendo i Principles of Psychology di James) Peirce era

più cauto: “Nella percezione la conclusione non è pensata ma vista in ao, così che non è proprio
un giudizio, anche se equivale a un giudizio” (8.65). “La percezione si avvicina a un giudizio
virtuale, sussume qualcosa soo una classe, e non solo, ma virtualmente appone alla
proposizione il sigillo dell’assenso” (8.66).
16 esto pansemiotismo, facendo sì che ogni cosa funzioni come interpretazione del

significato di un’altra, araverso la sua apparente fuga metafisica in avanti, in realtà salva la
categoria di significato da ogni platonismo. Araverso gli interpretanti le determinazioni del
significato come contenuto diventano in qualche modo fisicamente, materialmente, socialmente
aingibili e controllabili. Nulla esprime meglio la dialeica degli interpretanti – e il modo in cui
araverso di essa il contenuto cessa di essere inaingibile evento mentale – della Pietra di
Rosea. Il contenuto del testo geroglifico è interpretato e reso intersoggeivamente controllabile
dal testo demotico e questo dal testo greco. Il testo greco è interpretato da altri testi greci il cui
complesso dà e il dizionario e l’enciclopedia della lingua greca. Il significato si manifesta
araverso la realtà intertestuale.
3. Il Leore Modello

3.1. Il ruolo del leore

Un testo, quale appare nella sua superficie (o manifestazione) linguistica,


rappresenta una catena di artifici espressivi che debbono essere aualizzati
dal destinatario. Poiché in questo libro abbiamo deciso di occuparci
soltanto di testi scrii (e man mano che andremo avanti restringeremo i
nostri esperimenti di analisi a testi narrativi) parleremo d’ora in poi,
anziché di destinatario, di “leore” – così come useremo indifferentemente
Emiente e Autore per definire il produore del testo.
In quanto da aualizzare, un testo è incompleto, e per due ragioni. La
prima non riguarda solo quegli oggei linguistici che abbiamo stabilito di
definire come testi (cfr. 1.1) ma qualsiasi messaggio, comprese frasi e
termini isolati. Una espressione rimane puro flatus vocis sino a che non è
correlata, in riferimento a un codice dato, al suo contenuto convenzionato:
in tal senso il destinatario è sempre postulato come l’operatore (non
necessariamente empirico) capace di aprire, per così dire, il dizionario a
ogni parola che incontra, e di ricorrere a una serie di regole sintaiche
preesistenti per riconoscere la reciproca funzione dei termini nel contesto
della frase. Diciamo allora che ogni messaggio postula una competenza
grammaticale da parte del destinatario, anche se è emesso in una lingua
nota al solo emiente – e tranne casi di glossolalia in cui lo stesso
emiente assume che non vi sia interpretazione linguistica possibile ma al
massimo impao emotivo e suggestione extralinguistica.
Aprire il dizionario significa acceare anche una serie di postulati di
significato (cfr. Carnap, 1952):17 un termine è in sé incompleto anche
quando riceva una definizione in termini di dizionario minimo. Il dizionario
ci dice che un brigantino è una nave ma lascia implicitare da |nave| altre
proprietà semantiche. esto problema da un lato rileva della infinità
dell’interpretazione (che abbiamo visto fondata nella teoria peirciana degli
interpretanti), dall’altro rimanda alla tematica dell’implicitazione
(entailment) e del rapporto tra proprietà necessarie, essenziali e accidentali
(cfr. 4).
Un testo si distingue però da altri tipi di espressione per una sua
maggiore complessità. E motivo principale della sua complessità è proprio
il fao che esso è intessuto di non-deo (cfr. Ducrot, 1972).
“Non-deo” significa non manifestato in superficie, a livello di
espressione: ma è appunto questo non-deo che deve venir aualizzato a
livello di aualizzazione del contenuto. E a questo proposito un testo, più
decisamente che ogni altro messaggio, richiede movimenti cooperativi
aivi e coscienti da parte del leore.
Data la porzione testuale:

(9) Giovanni entrò nella stanza. “Sei tornato, allora!”, esclamò Maria,
raggiante

è evidente che il leore deve aualizzarne il contenuto araverso una


serie complessa di movimenti cooperativi. Trascuriamo per il momento
l’aualizzazione delle coreferenze (si deve cioè stabilire che il |tu| implicito
nell’uso della seconda persona singolare del verbo |essere| si riferisce a
Giovanni), ma già questa coreferenza è resa possibile da una regola
conversazionale in base alla quale il leore assume che, in mancanza di
chiarimenti alternativi, data la presenza di due personaggi, colui che parla
si rivolge necessariamente all’altro. Regola conversazionale che però si
innesta su un’altra decisione interpretativa, e cioè su di una operazione
estensionale auata dal leore: egli ha deciso che, in base al testo
somministratogli, va disegnata una porzione di mondo abitata da due
individui, Giovanni e Maria, dotati della proprietà di essere nella stessa
stanza. Che Maria – infine – sia nella stessa stanza di Giovanni dipende da
un’altra inferenza originata dall’uso dell’articolo determinativo |la| ovvero
dalla preposizione articolata |nella|: c’è una e una sola stanza di cui si
parla.18 E rimane da chiedersi se il leore ritiene opportuno identificare
Giovanni e Maria, mediante indici referenziali, come entità del mondo
esterno, che conosce in base a esperienza precedente condivisa con
l’autore, se l’autore sta riferendosi a individui ignoti al leore o se la
porzione testuale (9) va collegata con precedenti o successive porzioni
testuali in cui Giovanni e Maria sono stati o verranno interpretati da
descrizioni definite.
Ma trascuriamo pure, dicevamo, tui questi problemi. Rimane indubbio
che entrano in gioco altri movimenti cooperativi. Anzituo il leore deve
aualizzare la propria enciclopedia in modo da comprendere che Fuso del
verbo |tornare| in qualche modo implicita che il soggeo si fosse
precedentemente allontanato (un’analisi in termini di grammatica casuale
di questa azione equivale all’assegnazione di postulati di significato per i
sostantivi: chi torna si è allontanato, così come chi è scapolo è maschio
umano adulto). In secondo luogo al leore viene richiesto un lavoro
inferenziale per trarre dall’uso dell’avversativa |allora| la conclusione che
Maria non si aendeva questo ritorno, e dalla determinazione |raggiante| la
persuasione che essa in ogni caso e ardentemente lo desiderava.
Il testo è dunque intessuto di spazi bianchi, di interstizi da riempire, e
chi lo ha emesso prevedeva che essi fossero riempiti e li ha lasciati bianchi
per due ragioni. Anzituo perché un testo è un meccanismo pigro (o
economico) che vive sul plusvalore di senso introdoovi dal destinatario, e
solo in casi di estrema pignoleria, estrema preoccupazione didascalica o
estrema repressività il testo si complica di ridondanze e specificazioni
ulteriori – sino al limite in cui si violano le normali regole di
conversazione.19 E in secondo luogo perché, via via che passa dalla
funzione didascalica a quella estetica, un testo vuole lasciare al leore
l’iniziativa interpretativa, anche se di solito desidera essere interpretato con
un margine sufficiente di univocità. Un testo vuole che qualcuno lo aiuti a
funzionare.
Naturalmente non stiamo qui tentando una tipologia dei testi in
funzione della loro “pigrizia” o della loro offerta di libertà, altrove definita
“apertura”. Ne riparleremo più avanti. Ma quello che si deve dire subito è
che un testo postula il proprio destinatario come condizione indispensabile
non solo della propria capacita comunicativa concreta ma anche della
propria potenzialità significativa. In altri termini, un testo viene emesso per
qualcuno che lo aualizzi – anche se non si spera (o non si vuole) che
questo qualcuno concretamente ed empiricamente esista.
3.2. Come il testo prevede li leore

esta ovvia condizione di esistenza dei testi sembra peraltro urtare contro
una altreanto ovvia legge pragmatica, che se ha potuto restare coperta
per tanto tempo nella storia della teoria delle comunicazioni non lo è più
oggigiorno. La legge è facilmente formulabile in uno slogan: la competenza
del destinatario non è necessariamente quella dell’emiente.
Si è già ampiamente criticato (e definitivamente nel Traato, 2.15) il
modello comunicativo volgarizzato dai primi teorici dell’informazione: un
Emiente, un Messaggio e un Destinatario, dove il Messaggio viene sia
generato che interpretato sulla base di un Codice. E sappiamo ormai che i
codici del destinatario possono variare, totalmente o in parte, dai codici
dell’emiente, che il codice non è un’entità semplice ma più spesso un
complesso sistema di sistemi di regole, che il codice linguistico non è
sufficiente per comprendere un messaggio linguistico: |Fuma? |No| è
linguisticamente decodificabile come domanda e risposta sulle abitudini
del destinatario della domanda, ma in determinate circostanze di emissione
la risposta si connota come “maleducata” in base a un codice che
linguistico non è, bensì eticheale – bisognava dire |no, grazie|. Dunque
per “decodificare” un messaggio verbale occorre, oltre alla competenza
linguistica, una competenza variamente circostanziale, una capacità di far
scaare presupposizioni, di reprimere idiosincrasie eccetera eccetera. Così
che, sempre nel Traato suggerivamo una serie di costrizioni pragmatiche
che sono esemplificate nella figura 1.
Cosa garantisce la cooperazione testuale di fronte a queste possibilità di
interpretazione più o meno “aberrante “? Nella comunicazione faccia a
faccia intervengono infinite forme di rafforzamento extralinguistico
(gestuale, estensivo e così via) e infiniti procedimenti di ridondanza e
feedback, l’uno in sostegno dell’altro. Segno che non vi è mai mera
comunicazione. linguistica, ma aività semiotica in senso lato, dove più
sistemi di segni si completano l’un l’altro. Ma cosa accade con un testo
scrio, che l’autore genera e quindi affida a svariati ai di interpretazione,
come un messaggio in una boiglia?
Figura 1

Abbiamo deo che il testo postula la cooperazione del leore come


propria condizione di aualizzazione. Possiamo dire meglio che un testo è
un prodoo la cui sorte interpretativa deve far parte del proprio meccanismo
generativo; generare un testo significa auare una strategia di cui fan parte
le previsioni delle mosse altrui – come d’altra parte in ogni strategia. Nella
strategia militare (o scacchistica, diciamo in ogni strategia di gioco) lo
stratega si disegna un modello di avversario. Se io faccio questa mossa,
azzardava Napoleone, Wellington dovrebbe reagire così. Se io faccio questa
mossa, argomentava Wellington, Napoleone dovrebbe reagire così. Nella
faispecie Wellington ha generato la propria strategia meglio di Napoleone,
Wellington si è costruito un Napoleone-Modello che assomigliava al
Napoleone concreto più di quanto il Wellington-Modello, immaginato da
Napoleone, assomigliasse al Wellington concreto. L’analogia può essere
inficiata solo dal fao che, in un testo, di solito l’autore vuole far vincere,
anziché perdere, l’avversario. Ma non è deo. Il racconto di Alphonse
Allais che analizzeremo nell’ultimo capitolo assomiglia più alla baaglia di
Waterloo che alla Divina Commedia.
Ma nella strategia militare (a differenza di quella scacchistica) possono
intervenire accidenti casuali (per esempio l’ineitudine di Grouchy).
Accade anche nei testi, talora Grouchy torna (come non fece a Waterloo),
talora arriva Desaix (come accadde a Marengo). Il bravo stratega deve
meere in conto anche questi eventi casuali, con un suo calcolo
probabilistico. E così deve fare l’autore di un testo. “el ramo del lago di
Como”: e se mi capita un leore che non ha mai sentito parlare di Como?
Devo fare in modo di ricuperarlo più avanti, per il momento giochiamo
come se Como fosse flatus vocis, tal quale Xanadou. Più avanti si faranno
allusioni al cielo di Lombardia, al rapporto tra Como, Milano, Bergamo, alla
situazione della penisola italiana. Il leore enciclopedicamente carente
viene prima o poi aeso al varco.
A questo punto la conclusione pare semplice. Per organizzare la propria
strategia testuale un autore deve riferirsi a una serie di competenze
(espressione più vasta che “conoscenza di codici”) che conferiscano
contenuto alle espressioni che usa. Egli deve assumere che l’insieme di
competenze a cui si riferisce sia lo stesso a cui si riferisce il proprio leore.
Pertanto prevederà un Leore Modello capace di cooperare
all’aualizzazione testuale come egli, l’autore, pensava, e di muoversi
interpretativamente così come egli si è mosso generativamente.
I mezzi sono molti: la scelta di una lingua (che esclude ovviamente chi
non la parla), la scelta di un tipo di enciclopedia (se inizio un testo con
|come è chiaramente spiegato nella prima Critica…| ho già ristreo, e assai
corporativamente, l’immagine del mio Leore Modello), la scelta di un dato
patrimonio lessicale e stilistico… Posso fornire segnali di genere che
selezionano l’udienza: |Cari bambini, c’era una volta in un paese lontano…|;
posso restringere il campo geografico: |Amici, romani, conciadini!|. Molti
testi rendono evidente il loro Leore Modello presupponendo apertis verbis
(si scusi l’ossimoro) una specifica competenza enciclopedica. Per rendere
omaggio a tante illustri discussioni di filosofia del linguaggio, si veda
l’incipit di quel Waverley di cui l’autore è notoriamente l’autore:

(10) cosa avrebbero potuto aendersi i miei leori da epiteti cavallereschi


come Howard, Mordaunt, Mortimer o Stanley, o dai suoni più dolci e
sentimentali di Belmore, Belville, Belfied e Belgrave, se non pagine di
banalità, simili a quelle che sono state così baezzate ormai da mezzo
secolo?

Eppure in quest’ultimo esempio c’è di più. L’autore da un lato


presuppone ma dall’altro istituisce la competenza del proprio Leore
Modello. Ora anche noi, che pure non avevamo esperienza dei romanzi
gotici noti ai leori di Walter Sco, siamo invitati a sapere che certi nomi
connotano «eroe cavalleresco» e che ci sono romanzi cavallereschi abitati
dai sunnominati personaggi che ostentano caraeristiche stilistiche in
qualche modo deprecabili.
Dunque prevedere il proprio Leore Modello non significa solo
“sperare” che esista, significa anche muovere il testo in modo da costruirlo.
Un testo non solo riposa su, ma contribuisce a produrre una competenza.
Dunque un testo è meno pigro e la sua richiesta cooperativa è meno
liberale di quanto vuol far credere? Assomiglia di più a una scatola con
elementi prefabbricati, dea “kit”, che fa lavorare l’utente solo per produrre
uno e un solo tipo di prodoo finale, senza perdonare gli errori possibili, o
a un “lego” con cui costruire molte forme a scelta? È soltanto scatola
costosissima che contiene i pezzi di un puzzle, risolto il quale verrà sempre
fuori la Gioconda, o è addiriura e niente altro che una scatola di pastelli?
Ci sono testi pronti a prendere in carico i possibili eventi previsti nella
figura 1? E ci sono testi che giocano su questi scarti, li suggeriscono, li
aendono – e sono i testi “aperti” di cui mille leure son possibili, tue di
godimento infinito? E questi testi di godimento rinunciano a postulare un
Leore Modello o ne postulano uno di diversa natura?20
Si potrebbero tentare delle tipologie, salvo che la lista si presenterebbe
in forma di continuum graduato dalle infinite sfumature. Suggeriamo solo,
a livello intuitivo, due estremi (poi torneremo a cercare una regola
unificata e unificante, una matrice generativa molto trascendentale).

3.3. Testi “chiusi” e testi “aperti”

Certi autori conoscono la situazione pragmatica esemplificata dalla figura


1. Salvo che credono che sia la descrizione di una serie di accidenti
possibili ma evitabili. Pertanto fissano con sagacia sociologica, e con
brillante medietà statistica, il loro Leore Modello: si rivolgeranno, volta
per volta, a bambini, a melomani, a medici, a omosessuali, ad amatori di
surf, a casalinghe piccolo borghesi, ad amatori di stoffe inglesi, a pescatori
subacquei. Come dicono i pubblicitari, si sceglieranno un target (e un
“bersaglio” coopera pochissimo: aende di venir colpito). Faranno in modo
che ogni termine, ogni modo di dire, ogni riferimento enciclopedico, sia
quello che prevedibilmente il loro leore può capire. Punteranno a
stimolare un effeo preciso; per essere sicuri che scai una reazione di
orrore diranno in anticipo “e a questo punto accadde qualcosa di orribile”,
A certi livelli il gioco riuscirà.
Però basterà che il libro di Carolina Invernizio scrio per sartine torinesi
fine secolo cada in mano al più forsennato degustatore di kitsch leerario,
e sarà la kermesse della leura trasversale, della interpretazione tra le linee,
dell’assaporamento del poncif, del gusto huysmaniano per i testi che
balbeano. Il testo, da “chiuso” e repressivo che era, diventerà apertissimo,
macchina per generare avventure perverse.
Ma potrà accadere di peggio (o di meglio, secondo i casi). Che anche,
cioè, la competenza del Leore Modello non sia stata prevista a sufficienza
– per carenza di analisi storica, errore di valutazione semiotica, pregiudizio
culturale, soovalutazione delle circostanze di destinazione. Splendido
esempio di tali avventure della interpretazione è I misteri di Parigi di Sue.
Scrio con intenti dandystici per raccontare al pubblico colto le vicende
piccanti di una miseria pioresca, viene leo dal proletariato come
descrizione chiara e onesta della propria soggezione; come l’autore se ne
avvede, continua a scriverlo per il proletariato, e lo farcisce di moralità
socialdemocratiche per convincere queste classi “pericolose”, che egli
comprende ma teme, a traenere la propria disperazione confidando nella
giustizia e nella buona volontà delle classi abbienti. Bollato da Marx e
Engels come modello di perorazione riformistica, il libro compie un viaggio
misterioso nell’animo dei propri leori, e questi leori ritroviamo sulle
barricate quarantoesche a tentar la rivoluzione, anche perché avevano
leo I misteri di Parigi.21 Forse che il libro conteneva anche quella possibile
aualizzazione, disegnava in filigrana anche quel Leore Modello? Certo, a
pao di leggerlo saltando le parti moraleggianti – o di non volerle capire.
Nulla è più aperto di un testo chiuso. Salvo che la sua apertura è effeo
di iniziativa esterna, un modo di usare il testo, non di esserne dolcemente
usati. Si traa, più che di cooperazione, di violenza. Si può fare anche
violenza a un testo (si può anche mangiare un libro, come fa l’apostolo a
Pathmos), e traendone soili godimenti. Ma qui si sta parlando di
cooperazione testuale come di aività promossa dal testo, e quindi queste
modalità non interessano. Non interessano, si badi, in questa sede: il moo
di Valéry – il n’y a pas de vrai sens d’un texte – può permeere due leure:
che di un testo si può fare l’uso che si vuole, ed è la leura che qui non
interessa; e che di un testo si danno infinite interpretazioni, ed è la leura
che ora prenderemo in considerazione.
Si ha un testo “aperto” quando l’autore sa tuo il partito da trarre dalla
figura 1. La legge come modello di una situazione pragmatica ineliminabile.
La assume come ipotesi regolativa della propria strategia. Decide (ecco
dove la tipologia dei testi rischia di diventare un continuum di sfumature)
sino a che punto deve controllare la cooperazione del leore, e dove essa
va suscitata, dove va direa, dove deve trasformarsi in libera avventura
interpretativa. Dirà |un fiore|, e per quanto sappia (e voglia) che dalla parola
si levi il profumo di tui i fiori assenti, saprà per certo che non si leverà il
bouquet di un liquore ben stagionato, allargherà e contrarrà il gioco della
semiosi illimitata come vuole.
Una cosa sola tenterà con sagace strategia: che per quante
interpretazioni siano possibili, l’una riecheggi l’altra, così che non si
escludano ma anzi si rinforzino a vicenda.
Potrà postulare, come accade con il Finnegans Wake, un leore ideale
affeo da una insonnia ideale, dalla competenza variabile: ma questo
autore ideale dovrà avere come competenza fondamentale il possesso
dell’inglese (anche se il libro non è scrio in “vero” inglese); e non potrà
essere un leore ellenistico del secondo secolo dopo Cristo che ignori
l’esistenza di Dublino, come non potrà essere un illeerato dal lessico di
duemila parole (o potrà, ma allora sarà di nuovo un caso di uso libero,
deciso dall’esterno, o di leura estremamente ridoa, limitata alle più
evidenti struure discorsive, cfr. 4).
Dunque il Finnegans Wake si aende un leore ideale, con molto tempo
a disposizione, con molta sagacia associativa, con una enciclopedia dai
confini sfumati, ma non qualsiasi tipo di leore. Il proprio Leore Modello
se lo costruisce scegliendo i gradi di difficoltà linguistica, la ricchezza dei
riferimenti, e inserendo nel testo chiavi, rimandi, possibilità sia pure
variabili di leure incrociate. Il Leore Modello di Finnegans Wake è
quell’operatore capace di auare, nel tempo, il maggior numero possibile di
queste leure incrociate.22
In altre parole, anche l’ultimo Joyce, autore del testo più aperto di cui
sia possibile parlare, costruisce il proprio leore araverso una strategia
testuale. Riferito a leori che il testo non postula e non contribuisce a
produrre, il testo diventa illeggibile (più di quanto non sia), oppure diventa
un altro libro.

3.4. Uso e interpretazione

Dobbiamo così distinguere l’uso libero di un testo assunto quale stimolo


immaginativo dalla interpretazione di un testo aperto. È su questa frontiera
che si fonda senza ambiguità teorica la possibilità di quello che Barthes
chiama testo di godimento: c’è da decidere se si usa un testo come testo di
godimento o se un determinato testo considera come costitutivo della
propria strategia (e dunque della propria interpretazione) la stimolazione
dell’uso più libero possibile. Ma crediamo che alcuni limiti vadano posti, e
che la nozione di interpretazione coinvolga pur sempre una dialeica tra
strategia dell’autore e risposta del Leore Modello.
Naturalmente si può dare, oltre che una pratica, una estetica dell’uso
libero, aberrante, desiderante e malizioso, dei testi. Borges suggeriva di
leggere l’Odissea come se fosse posteriore all’Eneide o l’Imitazione di Cristo
come se fosse stata scria da Céline. Splendide, eccitanti e realizzabilissime
proposte. Creative quant’altre mai, perché di fao viene prodoo un nuovo
testo (così come il Chiscioe di Pierre Menard è ben diverso da quello di
Cervantes, a cui accidentalmente corrisponde parola per parola). E che poi
nello scrivere questo altro testo (o testo Altro) si addivenga a far critica del
testo d’origine, o a scoprirne possibilità e valenze nascoste – questo è
ovvio, nulla è più rivelativo di una caricatura proprio perché sembra, ma
non è, l’oggeo caricaturato, e d’altro canto certi romanzi riraccontati
diventano più belli perché diventano “altri” romanzi.
Dal punto di vista di una semiotica generale, e proprio alla luce della
complessità dei processi pragmatici (figura 1) e della contraddiorietà del
Campo Semantico Globale, tue queste operazioni sono teoricamente
spiegabili. Ma se la catena delle interpretazioni può essere infinita, come
Peirce ci ha mostrato, l’universo di discorso interviene a limitare il formato
dell’enciclopedia. E un testo altro non è che la strategia che costituisce
l’universo delle sue interpretazioni – se non “legiime” – legiimabili.
Ogni altra decisione di usare liberamente un testo corrisponde alla
decisione di allargare l’universo di discorso. La dinamica della semiosi
illimitata non lo vieta, anzi lo incoraggia. Ma bisogna sapere se si vuole
tenere in esercizio la semiosi o interpretare un testo.
Aggiungiamo, per finire, che i testi chiusi sono più resistenti all’uso dei
testi aperti. Concepiti per un Leore Modello molto definito, nell’intento di
dirigerne repressivamente la cooperazione, lasciano spazi d’uso abbastanza
elastici. Prendete le storie poliziesche di Rex Stout, e interpretate il rapporto
tra Nero Wolfe e Archie Goodwin come un rapporto “kaiano”: perché
no? Il testo sopporta benissimo quest’uso, né si perde il divertimento della
fabula, e il gusto finale della scoperta dell’assassino. Ma prendete ora Il
processo di Kaa e leggetelo come se fosse una storia poliziesca.
Legalmente è permesso, ma testualmente produce un risultato
infelicissimo. Tanto varrebbe usar le pagine dei libro per arrotolarvi
sigaree di marijuana, ci sarebbe più gusto.
Proust poteva leggere l’orario ferroviario ritrovando nei nomi delle
località del Valois echi dolci e labirintici del viaggio nervaliano alla ricerca
di Sylvie. Ma non si traava di interpretazione dell’orario, bensì di un suo
legiimo uso pressoché psichedelico. Dal canto suo l’orario prevede un
solo tipo di Leore Modello, un operatore cartesiano ortogonale con un
senso vigile della irreversibilità delle successioni temporali.

3.5. Autore e leore come strategie testuali

In un processo comunicativo abbiamo un Emiente, un Messaggio e un


Destinatario. Spesso sia l’Emiente che il Destinatario sono
grammaticalmente manifestati dal messaggio: |Io ti dico che…|
ando ha a che fare con messaggi a funzione referenziale, il
destinatario usa queste tracce grammaticali come indici referenziali (|io|
designerà il soggeo empirico dell’ao di enunciazione dell’enunciato in
questione, e così via). Lo stesso può accadere anche con testi assai lunghi
come leere, pagine di diario, e in definitiva tuo ciò che vien leo per
acquisire informazioni circa l’autore e le circostanze d’enunciazione.
Ma quando un testo viene considerato in quanto testo, e specie nei casi
di testi concepiti per una udienza assai vasta (come romanzi, discorsi
politici, istruzioni scientifiche e così via), Emiente e Destinatario sono
presenti nel testo non tanto come poli dell’ao di enunciazione quanto
come ruoli aanziali dell’enunciato (cfr. Jakobson, 1957). In questi casi
l’autore è testualmente manifestato solo come (i) uno stile riconoscibile −
che può essere anche un idioleo testuale, o di corpus, o di epoca storico
(cfr. Traato, 3.7.6); (ii) un puro ruolo aanziale (|io| = «il soggeo di
questo enunciato»); (iii) come occorrenza illocutiva (|io giuro che| = «vi è
un soggeo che compie l’azione di giurare») o come operatore di forza
perlocutiva che denuncia una “istanza della enunciazione” ovvero un
intervento di un soggeo estraneo allo enunciato ma in qualche modo
presente nel più vasto tessuto testuale (|improvvisamente accadde
qualcosa di orribile…|; |…disse la duchessa con voce da far fremere i
morti…|). Di solito questa evocazione del fantasma dell’Emiente è
correlativa a una evocazione del fantasma del Destinatario (Kristeva, 1970).
Si veda questo brano dalle Investigazioni filosofiche di Wigenstein, par. 66:

(11) Considera, ad esempio, i processi che chiamiamo “giuochi”. Intendo


giuochi da scacchiera, giuochi di carte, giuochi di palla, gare sportive
e via discorrendo. Che cosa è comune a tui questi giuochi? – Non
dire: «deve esserci qualcosa di comune a tui, altrimenti non si
chiamerebbero ‘giuochi’» – ma guarda se ci sia qualcosa di comune a
tui. – Infai, se li osservi, non vedrai certamente qualcosa che sia
comune a tui, ma vedrai somiglianze, parentele, e anzi ne vedrai
tua una serie.

Tui i pronomi personali (impliciti o espliciti) non indicano affao una


persona chiamata Ludwig Wigenstein o un leore empirico qualsiasi: essi
rappresentano pure strategie testuali. L’intervento di un soggeo parlante
è complementare all’aivazione di un Leore Modello il cui profilo
intelleuale è determinato solo dal tipo di operazioni interpretative che si
suppone (e si esige) che egli sappia compiere: riconoscere similarità,
prendere in considerazione certi giochi… Nello stesso modo l’autore non è
altro che una strategia testuale capace di stabilire correlazioni semantiche:
|intendo…| (Ich meine…) significa che nell’ambito di questo testo il termine
|gioco| dovrà assumere una certa estensione (abbracciando giochi da
scacchiera, giochi di carte e così via) mentre ci si astiene intenzionalmente
dal darne una descrizione intensionale. In questo testo Wigenstein non è
altro che uno stile filosofico e il Leore Modello non è altro che la capacità
intelleuale di condividere questo stile cooperando nell’aualizzarlo.
Sia chiaro pertanto che d’ora in avanti, ogni qual volta si useranno
termini come Autore e Leore Modello si intenderà sempre, in entrambi i
casi, dei tipi di strategia testuale. Il Leore Modello è un insieme di
condizioni di felicità, testualmente stabilite, che devono essere soddisfae
perché un testo sia pienamente aualizzato nel suo contenuto potenziale.23

3.6. L’autore come ipotesi interpretativa

Se Autore e Leore Modello sono due strategie testuali, ci troviamo allora


di fronte a una duplice situazione. Da un lato, come si è deo sinora,
l’autore empirico, quale soggeo dell’enunciazione testuale, formula
un’ipotesi di Leore Modello e, nel tradurla in termini della propria
strategia, disegna se stesso autore quale soggeo dell’enunciato, in termini
altreanto “strategici”, come modo d’operazione testuale. Ma dall’altro
anche il leore empirico, come soggeo concreto degli ai di
cooperazione, si deve disegnare un’ipotesi di Autore, deducendola appunto
dai dati di strategia testuale. L’ipotesi formulata dal leore empirico circa il
proprio Autore Modello sembra più garantita di quella che l’autore
empirico formula circa il proprio Leore Modello. Infai il secondo deve
postulare qualcosa che non esiste ancora aualmente e realizzarlo come
serie di operazioni testuali; il primo invece deduce una immagine tipo da
qualcosa che si è precedentemente verificato come ao di enunciazione e è
presente testualmente come enunciato. Si pensi all’esempio (11):
Wigenstein soltanto postula che esista un Leore Modello capace di
compiere le operazioni cooperative che egli propone, mentre noi leori
riconosciamo l’immagine del Wigenstein testuale come serie di
operazioni e proposte cooperative manifestate. Ma non sempre l’Autore
Modello è così chiaramente distinguibile, e non di rado il leore empirico
tende ad appiairlo su notizie che già possiede circa l’autore empirico
quale soggeo dell’enunciazione. esti rischi, questi scarti, rendono
talora avventurosa la cooperazione testuale.
Anzituo per cooperazione testuale non si deve intendere
l’aualizzazione delle intenzioni del soggeo empirico dell’enunciazione,
ma le intenzioni virtualmente contenute dall’enunciato. Facciamo un
esempio.
Si ritiene che chi, in una discussione politica o in un articolo, designa le
autorità o i ciadini dell’URSS come |russi| anziché come |sovietici| intenda
aivare una esplicita connotazione ideologica, come se rifiutasse di
riconoscere l’esistenza politica dello stato sovietico uscito dalla rivoluzione
d’oobre e pensasse ancora alla Russia zarista. In certe situazioni l’uso
dell’uno o dell’altro termine diventa molto discriminatorio. Ora può
accadere che un autore privo di pregiudizi antisovietici usi tuavia il
termine |russo| per disaenzione, abitudine, comodità, leggerezza, aderendo
a un uso molto diffuso. Tuavia, commisurando la manifestazione lineare
(l’uso del lessema in questione) ai soocodici di cui ha competenza (vedi le
operazioni cooperative delineate in 4.6) il leore ha il dirio di assegnare al
termine |russo| una connotazione ideologica. Ne ha il dirio perché
testualmente la connotazione è aivata: e questa è l’intenzione che egli
deve aribuire al proprio Autore Modello, indipendentemente dalle
intenzioni dell’autore empirico. La cooperazione testuale è fenomeno che si
realizza, lo ripetiamo, tra due strategie discorsive, non tra due soggei
individuali.
Naturalmente il leore empirico, per realizzarsi come Leore Modello,
ha dei doveri “filologici”: ha cioè il dovere di ricuperare con la massima
approssimazione possibile i codici dell’emiente. Poniamo che l’emiente
sia un parlante dal codice assai ristreo, di scarsa cultura politica, che non
può aver presente (dato il formato della sua enciclopedia) questa differenza
– poniamo cioè che la frase sia pronunciata da un illeerato che ha
imprecise conoscenze politico-linguistiche, il quale dica per esempio che
Chruščëv era un uomo politico russo (mentre era un ucraino). È chiaro che
in tal senso interpretare il testo significa riconoscere una enciclopedia di
emissione più ristrea e generica di quella di destinazione. Ma questo
significa vedere il testo nelle sue circostanze di enunciazione. Posto che
quel testo compia un tragio comunicativo più ampio e circoli come testo
“pubblico” non più aribuibile al suo originale soggeo enunciativo, ecco
che occorrerà vederlo nella nuova situazione comunicativa, come testo che
ormai, araverso il fantasma di un Autore Modello molto generico, si
rapporta al sistema di codici e soocodici acceato dai suoi possibili
destinatari, e quindi chiede di essere aualizzato secondo la competenza di
destinazione. Il testo connoterà allora discriminazione ideologica. Si traa
naturalmente di decisioni cooperative che richiedono valutazioni circa la
circolazione sociale dei testi, così che si devono prevedere casi in cui
consciamente si delinea un Autore Modello diventato tale per accadimenti
sociologici pur sapendo che esso non coincide con l’autore empirico.24
Naturalmente rimane il caso in cui il leore ipotizzi che l’espressione
|russo| sia stata usata inintenzionalmente (intenzione psicologica aribuita
all’autore empirico) e tuavia azzardi una caraerizzazione socioideologica
o psicoanalitica dell’emiente empirico: colui non sapeva di aivare certe
connotazioni, ma inconsciamente lo voleva. Possiamo parlare in tal caso di
correa cooperazione testuale ovvero di interpretazione semantica del
testo?
Non è difficile accorgersi che qui si sta delineando lo statuto delle
“interpretazioni” sociologiche o psicoanalitiche dei testi, in cui si traa di
scoprire quello che il testo, indipendentemente dalla intenzione dell’autore,
di fao dice, sia circa la personalità o le origini sociali dell’autore, sia circa
lo stesso mondo del leore.
Ma è parimenti chiaro che qui ci si sta avvicinando a quelle struure
semantiche profonde che un testo non esibisce in superficie ma che
vengono ipotizzate dal leore come chiave per l’aualizzazione completa
del testo: struure aanziali (domande circa il “soggeo” effeivo del
testo, al di là della storia individuale del personaggio Tale o Talaltro che
apparentemente vi vien narrata) e struure ideologiche. este struure
saranno delineate in prima istanza nel capitolo successivo e verranno
discusse più in particolare nel capitolo 9. E in quella sede riprenderemo
questo problema.
Per ora potremmo limitarci a concludere che si ha Autore Modello
come ipotesi interpretativa quando ci si configura il soggeo di una
strategia testuale, quale appare dal testo in esame e non quando si ipotizza,
dietro alla strategia testuale, un soggeo empirico che magari voleva o
pensava o voleva pensare cose diverse da quello che il testo, commisurato
ai codici cui si riferisce, dice al proprio Leore Modello.
Tuavia non ci si può nascondere il peso che acquistano le circostanze
di enunciazione, spingendo a formulare una ipotesi sulle intenzioni del
soggeo empirico dell’enunciazione, nel determinare la scelta di un Autore
Modello. Un caso tipico è stato quello della interpretazione data dalla
stampa e dai partiti alle leere di Aldo Moro durante la prigionia che
doveva precedere il suo assassinio, su cui ha scrio osservazioni molto
acute Lucrecia Escudero.25
A dare delle leere di Moro una interpretazione che tenga conto dei
codici correnti, ed evitando di far rilievi sulle circostanze di enunciazione,
non ci sono dubbi: sono leere (e proprio della leera privata è assumere
di voler esprimere sinceramente il pensiero dello scrivente), in cui il
soggeo dell’enunciazione si manifesta come soggeo dell’enunciato ed
esprime richieste, consigli, asserti. Se ci riferiamo sia alle regole
conversazionali comuni che al significato delle espressioni usate, Moro sta
chiedendo uno scambio di prigionieri. Tuavia gran parte della stampa ha
adoato quella che chiameremo strategia cooperativa di rifiuto: da un lato
mee in questione le condizioni di produzione degli enunciati (Moro ha
scrio soo costrizione, quindi non ha deo quello che voleva dire) e
dall’altro l’identità tra soggeo dell’enunciato e soggeo dell’enunciazione
(gli enunciati dicono |io, Moro| ma il soggeo dell’enunciazione è un altro,
i rapitori, che parlano assumendo la maschera di Moro). In entrambi i casi
cambia la configurazione dell’Autore Modello e la sua strategia non viene
più identificata con la strategia che si sarebbe altrimenti aribuita al
personaggio empirico Aldo Moro (ovvero l’Autore Modello di queste leere
non è l’Autore Modello degli altri testi verbali o scrii di Aldo Moro in
condizioni normali).
Di qui le varie ipotesi: (i) Moro scrive quello che scrive ma
implicitamente suggerisce che vuole dire il contrario, e quindi i suoi inviti
non vanno presi alla leera; (ii) Moro usa uno stile diverso dal solito per
veicolare un unico messaggio, e cioè «non credete a quello che scrivo»;
(iii) Moro non è Moro perché dice delle cose che sono diverse da quelle
che normalmente diceva, che normalmente direbbe, che ragionevolmente
dovrebbe dire. E si vede subito da quest’ultima ipotesi quanto le aspeative
ideologiche dei destinatari abbiano giocato sui processi di “veridizione” e
sulla definizione sia dell’autore empirico che dell’Autore Modello.
D’altra parte partiti e gruppi favorevoli alla traativa hanno giocato la
partita cooperativa opposta elaborando una strategia di acceazione: le
leere dicono p e sono firmate Moro, dunque Moro dice p. Il soggeo
dell’enunciazione non è stato messo in discussione e di conseguenza
l’Autore Modello dei testi cambiava fisionomia (e strategia).
Naturalmente non si traa in questa sede di dire quale delle due
strategie fosse quella “giusta”. Se il problema era “chi ha scrio quelle
leere?”, la risposta rimane affidata a protocolli alquanto improbabili. Se il
problema era “quale è l’Autore Modello di queste leere?”, è chiaro che la
decisione veniva influenzata sia da valutazioni sulla circostanza di
enunciazione, sia da presupposizioni enciclopediche sul “pensiero abituale”
di Moro e sia (ma quest’ultimo fao surdeterminava evidentemente gli altri
due) da punti di vista ideologici preliminari (di cui si dirà in 4.6.7). A
seconda dell’Autore Modello che si sceglieva, cambiava il tipo di ao
linguistico presunto e il testo assumeva significati diversi imponendo
diverse forme di cooperazione. Che è poi quello che accade se si decide di
leggere un enunciato assolutamente serio come enunciato ironico, o
viceversa.
La configurazione dell’Autore Modello dipende da tracce testuali ma
pone in gioco l’universo di ciò che sta dietro al testo, dietro il destinatario e
probabilmente davanti al testo e al processo di cooperazione (nel senso che
dipende dalla domanda: “cosa voglio fare di questo testo?”).26

17 La questione viene ripresa in questo libro in 8.5.


18 Su questi procedimenti di identificazione in rapporto con l’uso degli articoli determinativi,
cfr. per una rassegna della questione van Dijk (1972a). Per una serie di esempi cfr. in questo libro
8.11 e 10.
19 Per le regole conversazionali ci si riferisce naturalmente a Grice (1967). Ricordiamo in ogni

caso le massime conversazionali di Grice. Massima della quantità: fa sì che il tuo contributo sia
tanto informativo quanto richiesto dalla situazione di scambio; massime della qualità: non dire ciò
che credi sia falso e non dire ciò di cui non hai prove adeguate; massima della relazione: sii
rilevante; massime della maniera: evita oscurità di espressione, evita l’ambiguità, sii breve (evita
prolissità inutili), sii ordinato.
20 Sull’opera aperta rimandiamo naturalmente a Opera aperta (Eco, 1962). Si consiglia però

l’edizione nei Tascabili Bompiani, che fa il punto sulle varie redazioni dell’opera e aggiunge il
saggio “Sulla possibilità di generare messaggi estetici in un linguaggio edenico”.
21 Cfr. Eco (1976), in particolare “Sue: il socialismo e la consolazione”. Sui problemi

dell’interpretazione “aberrante” si veda inoltre “Della difficoltà di essere Marco Polo” (in Eco,
1977). Cfr. anche Fabbri (1973), nonché Eco, Fabbri (1978).
22 Cfr. Eco, 1966 (1a ed. in Eco, 1962). Cfr. anche “Semantica della metafora”, in Eco, 1971.

23 Per le condizioni di felicità si rimanda ovviamente ad Austin, 1962; Searle, 1969.

24 Siamo sicuri che in |date a Cesare quel che è di Cesare| Gesù intendesse porre l’equivalenza

Cesare = Potere Statale in Generale, e non intendesse indicare solo l’imperatore romano al
potere in quel momento, senza pronunciarsi sui doveri dei propri seguaci in circostanze
temporali e spaziali diverse? Basta vedere la polemica sul possesso dei beni e la povertà degli
apostoli, quale si delinea nel XIV secolo tra francescani “spirituali” e pontefice, nonché quella,
ancora più vasta e antica, tra papato e impero, per vedere come questa decisione interpretativa
fosse difficile. Oggi però abbiamo acceato come dato d’enciclopedia l’equazione ipercodificata
(per sineddoche) tra Cesare e Potere Statale e su queste basi procediamo ad aualizzare le
intenzioni dell’Autore Modello deo il Gesù dei vangeli canonici.
25 “Il caso Moro; manipolazione e riconoscimento”, comunicazione presentata al Colloquio sul

discorso politico, Centro Internazionale di Semiotica e Linguistica, Urbino, luglio 1978. Si veda
anche quanto dice Bachtin sulla natura “dialogica” dei testi, ripreso anche da Kristeva, 1967.
26 La nozione di Leore Modello circola, soo altre denominazioni, e con varie differenze, in

molte teorie testuali. Si veda per esempio Barthes, 1966b; Lotman, 1970; Riffaterre, 1971; van
Dijk, 1976c; Schmidt, 1976a, 1976b; Hirsch, 1967; Corti, 1976: cfr. tuo il secondo capitolo,
“Emiente e destinatario”, con le nozioni di “autore implicito” e “leore ipotizzato come virtuale
o ideale”). Indicazioni indiree ma preziose stanno in Weinrich, 1976: 7, 8 e 9.
4. Livelli di cooperazione testuale

4.1. Limiti del modello

Un testo è un artificio sintaico-semantico-pragmatico la cui


interpretazione prevista fa parte del proprio progeo generativo. Lo si è
asserito nei capitoli precedenti. Per chiarire questa definizione occorre
anzituo rappresentare un testo come un sistema di nodi o di “giunti” e di
indicare a quali di tali nodi è aesa e stimolata la cooperazione del Leore
Modello.
Probabilmente una rappresentazione così analitica va al di là delle
possibilità auali di una semiotica testuale. alcosa di simile è stato
proposto per testi concreti – ed anche se l’analisi era affrontata con
categorie sovente ad hoc, queste aspiravano una applicabilità più generale.
Gli esempi più fecondi sono l’analisi di Sarrazine faa da Barthes (1970) e
quella di Deux Amis di Maupassant faa da Greimas (1976). Analisi più
formalizzate di frammenti testuali più ridoi (come quella condoa da
Petöfi, 1975, su Le Petit Prince di Saint-Exupéry) sono chiaramente
concepite più come esperimenti sull’applicabilità di una teoria che come
tentativi di interpretazione esaustiva di un testo.
ando propongono un modello di testo ideale o “tipo”, le teorie
correnti di solito lo rappresentano in termini di livelli struurali –
variamente concepiti come stadi ideali di un processo di generazione e/o di
interpretazione.
La nozione di livello testuale è peraltro abbastanza imbarazzante e ha
suscitato gran copia di discussioni e proposte. Così come ci appare, soo
forma di manifestazione lineare, un testo non ha livelli: quello che c’è è già
stato generato. Segre (1974: 5) suggerisce che “livello” e “generazione”
siano due metafore: l’autore non sta parlando, ha già parlato. Noi abbiamo
a che fare con il piano dell’espressione testuale e non è deo che le fasi
interpretative che auiamo per aualizzare l’espressione in contenuto
rifleano, all’inverso, le fasi generative araverso le quali un progeo di
contenuto è divenuto espressione. D’altra parte in molte teorie non è in
questione la dinamica dell’interpretazione bensì la dinamica della
produzione, e si ha piuosto a che fare con un progeo di processo
generativo, applicabile anche a un computer.
In realtà la nozione di livello testuale non può non essere una nozione
teorica, uno schema metatestuale. E può articolarsi diversamente a
seconda del progeo teorico che essa deve sostenere. Nel nostro caso
siamo interessati ai movimenti cooperativi del leore di un testo scrio, e
pertanto lo schema proposto in figura 2 è finalizzato a questo proposito.
Esso è stato ispirato dal modello di livelli testuali proposto da Petöfi per la
sua TeSWeST,27 ma non solo ha altri propositi ma tenta anche di inserire
nel proprio quadro elementi suggeriti da altri approcci teorici (e in
particolare quelli di Greimas e di van Dijk).28 Se ci si è ispirati al modello
petöfiano è perché esso, più di qualsiasi altro, tenta di considerare al tempo
stesso problemi estensionali e intensionali.
Tuavia il modello petöfiano stabilisce rigidamente la direzione del
processo generativo, mentre il nostro esplicitamente rifiuta di raffigurare le
direzioni e la gerarchia di fasi del processo cooperativo. A questo si deve
l’abbondanza di frecce in direzioni opposte: l’impressione che con tante
frecce non venga indicata alcuna direzione bensì un affannoso andirivieni,
è del tuo esaa. Nel nostro diagramma si esprime il fao che nel concreto
processo di interpretazione tui i livelli e soolivelli – di fao pure
“caselle” metatestuali – possono essere raggiunti anche per ampli “balzi”,
senza dover percorrere necessariamente sentieri obbligati, casella per
casella: se la metafora della mossa del cavallo non fosse già stata usata per
altri propositi, sarebbe il caso di usarla qui. Talora la cooperazione del
leore a livello di struure discorsive può aver successo proprio perché si
è già avanzata una ipotesi a livello di struure di mondi – e così via.
Ma – e si prenda questa osservazione come un semplice suggerimento
circa un punto che rimane fuori dalla presente discussione – si potrebbe
dire che anche nel momento generativo non avviene diversamente.
ante volte un autore non prende una decisione concernente la struura
semantica profonda del testo solo nel momento in cui, a livello di
realizzazione lessicale, sceglie un parola piuosto che un’altra? ante
volte, in una poesia, la decisione sulle struure semantiche profonde non
viene suggerita da esigenze di rima? Diciamo allora che in ogni caso le
frecce del nostro diagramma non segnano un processo temporale o logico,
sia pure idealizzato, ma mostrano l’interdipendenza tra le varie caselle. Se
costrizioni gerarchiche vi sono, esse riguardano solo le caselle inferiori:
non si può non partire dalla manifestazione lineare: ovvero, si decide di
aualizzare un testo solo quando ci viene somministrato come espressione.
E non si può cominciare ad aualizzarlo senza investire di contenuto le
espressioni, riferendosi al sistema delle competenze semiotiche (codici e
soocodici), sistema culturale che precede la stessa produzione della
manifestazione lineare concreta. Dopodiché la leura non è più
streamente gerarchizzata, non procede ad albero, né a main street, ma a
rizoma (sospeo conservatore: dice altrimenti la teoria spitzeriana del
circolo ermeneutico?).

4.2. La scelta di un modello di testo narrativo

I livelli testuali rappresentati in figura 2 si riferiscono a un testo di tipo


narrativo. esta decisione è stata presa perché si ritiene che un testo
narrativo presenti tui i problemi teorici di qualsiasi altro tipo di testo, oltre
a qualcuno in più. In esso troviamo esempi di ogni tipo di ao linguistico, e
quindi di testi conversazionali, descriivi, argomentativi e così via.
Van Dijk (1974-75) distingue tra narrativa naturale e narrativa
artificiale, dove entrambe sono esempi di descrizione di azioni, ma la prima
si riferisce a eventi presentati come realmente accaduti (a esempio, le
notizie di cronaca nei giornali), mentre la seconda riguarda individui e fai
aribuiti a mondi possibili, diversi da quello della nostra esperienza.
Naturalmente la narrativa artificiale non rispea molte delle condizioni
pragmatiche a cui è soomessa la narrativa naturale (l’autore per esempio
non si impegna a dire la verità né a provare le proprie asserzioni), ma
questa differenza è abbastanza irrilevante ai fini del nostro proposito,
perché lo schema tiene conto anche di queste decisioni interpretative. La
narrativa artificiale semplicemente comprende un numero più vasto di
questioni di tipo estensionale, come si vedrà nell’analisi dedicata alla
novella di Alphonse Allais nell’ultimo capitolo. Pertanto il modello
proposto concerne testi narrativi in generale, siano essi naturali o artificiali.
Figura 2. Livelli di cooperazione testuale

Come si è deo, il modello dovrebbe funzionare anche per specimen


testuali più ridoi quanto a mole o a impegno comunicativo. Un testo
narrativo è più complesso di un condizionale controfauale emesso nel
corso di una conversazione (|Se tu non fossi venuto me ne sarei andato a
cena da solo|), anche se entrambi riguardano un possibile stato di affari o
un possibile corso di eventi. C’è differenza tra dire a una ragazza cosa
potrebbe capitarle se acceasse la corte di un libertino e raccontare a
qualcuno cosa accadde irrimediabilmente, nella Londra del XVIII secolo, a
una ragazza di nome Clarissa per aver acceato la corte di un libertino
chiamato Lovelace. In questo secondo caso noi rileviamo alcuni trai
specifici della narratività artificiale e cioè che: (i) araverso una speciale
formula introduiva (implicita o esplicita) il leore è invitato a non
chiedersi se i fai raccontati siano veri o falsi (al massimo può essere
implicitamente invitato a decidere se gli appaiono abbastanza “verosimili”,
condizione peraltro sospesa in narrazioni fantastiche); (ii) vengono
selezionati e presentati alcuni individui araverso una serie di descrizioni
“appese” (come dice Searle) ai loro nomi propri, aribuendo così loro
alcune proprietà; (iii) la sequenza delle azioni è più o meno localizzata
spaziotemporalmente; (iv) la sequenza delle azioni è considerata “finita”
(c’è un inizio e una fine); (v) per dire ciò che accadde definitivamente a
Clarissa il testo parte da uno stato di cose iniziale che concerne Clarissa e
la segue araverso alcuni cambiamenti di stato, offrendo al leore la
possibilità di chiedersi, passo per passo, cosa accadrà al prossimo stadio
della narrazione; (vi) l’intero corso di eventi descrio dal racconto può
essere riassunto da una serie di macroproposizioni – lo scheletro della
storia, che chiameremo fabula – stabilendo così un livello successivo del
testo, derivato da e non identificabile con la manifestazione lineare.
D’altra parte però un condizionale controfauale differisce da un brano
di narrativa artificiale solo perché nel primo caso il destinatario è invitato a
cooperare più aivamente alla aualizzazione del testo somministratogli,
magari per costruire egli stesso la storia completa che il controfauale gli
suggerisce. Nel corso dei paragrafi che seguono, pur aenendoci al
modello di un testo narrativo rappresentato dalla figura 2, esamineremo
anche alcuni casi di testi non narrativi che non dovrebbero adeguare il
modello proposto. La soluzione più ragionevole parrebbe quella di ridurre il
modello: ma ci accorgeremo che è anche possibile espandere il testo non
narrativo e trasformarlo in testo narrativo semplicemente aualizzando
alcune delle possibilità che già contiene.
Il che ci convincerà della validità del progeo: i testi narrativi sono più
complessi, semioticamente più ricchi di problemi, e perciò “pagano” di più.
D’altra parte troppe teorie testuali abbondano di analisi di porzioni testuali
troppo minute, e vale forse la pena di provare certi principi teorici su
porzioni più ampie. È ovvio che lavorare su testi brevi aiuta a elaborare
teorie formalizzate che mirano a stabilire possibilità di calcolo generativo.
Ma il fine di queste pagine essendo un altro, varrà la pena di tentare la via
inversa. Ed ecco perché i suggerimenti teorici che andremo via via
elaborando saranno poi verificati, nell’ultimo capitolo, su di un testo
narrativo che, per quanto non troppo lungo, è estremamente complesso e
pone una serie di sfide ai tentativi di formalizzazione troppo elementare.

4.3. Manifestazione lineare

Chiamiamo manifestazione lineare del testo la sua superficie lessematica. Il


leore applica alle espressioni un dato codice, o meglio un sistema di
codici e soocodici per trasformare le espressioni in un primo livello di
contenuto (struure discorsive).
Ci possono essere dei testi con la sola manifestazione lineare, a cui cioè
non può essere encatalizzato un contenuto. Per esempio questi versi da Der
grosse Lalula di Christian Morgenstern:

(12) Kroklowafgi? Semememi!


Seikronto prafliplo.
Bifzi, bafzi; hulalomi…
quasti besti bo…
si presentano come manifestazione lineare a cui non può essere fao
corrispondere alcun contenuto aualizzabile, dato che l’autore non si è
riferito ad alcun codice esistente (escludiamo per ragioni di semplicità
l’ovvio alone di “leerarietà” che rimane connotata da questi versi e su cui
l’autore contava; e lo si esclude non perché non ne sia un contenuto
possibile ma perché il rapporto che si pone tra le articolazioni espressive e
una imprecisa nebulosa di contenuto non ci permee in questo caso di
parlare di testo, mentre si può parlare in qualche modo di messaggio
emesso a fini comunicativi).
Il testo che segue, da Toto-Vaca di Tristan Tzara,

(13) ka tangi te kivi


kivi
ka rangi te mobo
moho

è solo apparentemente simile al primo. Teoricamente parlando potrebbe o


dovrebbe avere un contenuto, perché pare che originalmente fosse una
poesia maori. In ogni caso è stato probabilmente emesso con le stesse
intenzioni del primo. A meno che la rivelazione extratestuale di Tzara
facesse parte, surreiziamente, del testo globale (così come un titolo può
essere considerato parte dell’opera):29 in tal caso alla connotazione di
leerarietà se ne aggiungerebbero altre di esotismo.
È certo che anche testi del genere, come pure i testi glossolalici di cui lo
stesso emiente ignora il contenuto, possono essere soomessi a
interpretazione fonetica (possono essere recitati) e possono scatenare
elementari e molteplici associazioni fonosimboliche. esto semplice fao
ci dice che, lavorando su testi che in qualche modo privilegiano una
“logica del significante” (per esempio casi di metatassi e metaplasmi),30
anche la manifestazione lineare riveste una funzione, indipendentemente
dal ricorso ai codici o complementarmente a esso. Si vedano le nostre
osservazioni sui livelli inferiori del testo e sulla ulteriore segmentazione del
continuo nel testo estetico, in Traato, 3.7.4. In questa sede trascuriamo
questo importante aspeo perché ci occupiamo di testi narrativi, in cui
esso riveste indubbiamente una funzione secondaria. Ma vorremmo
ricordare che a questo livello si realizzano molti casi di invenzione per ratio
difficilis (cfr. Traato, 3.4.9, 3.6.7, 3.6.8) in cui la manipolazione del piano
espressivo coinvolge radicalmente la riformulazione del contenuto.31

4.4. Circostanze di enunciazione

La manifestazione lineare è messa immediatamente in relazione con le


circostanze di enunciazione. La “immediatezza” di questo raccordo è
appunto materia di discussione (e quindi una fra le ragioni per cui il
modello della figura 2 non è streamente gerarchizzato). Nel caso di una
enunciazione verbale è abbastanza ovvio che si riferisca l’enunciato a colui
che lo enuncia e che, prima ancora di ricorrere ai codici linguistici per
decidere cosa il parlante stia dicendo, si ricevano dalla circostanza di
enunciazione varie informazioni extralinguistiche circa la natura dell’ao
che egli compie. Non è necessario decodificare linguisticamente
l’espressione |ti ordino di…| per sapere che si sta ricevendo un ordine:
possono intervenire prioritariamente elementi tonemici, la situazione
sociale, il gesto. Talora, tuavia, il percorso può essere opposto, e solo dalla
prima decodificazione dell’espressione si ricevono informazioni da far poi
confluire nella determinazione delle circostanze. Di solito il movimento è
oscillatorio, e araverso una serie di aggiustamenti progressivi il
destinatario decide a quale tipo di ao linguistico sia sooposto. Così se il
messaggio viene inteso come ao di riferimento, è da supporre che il
destinatario immediatamente esegua alcune delle operazioni estensionali
(cfr. 8), stabilendo cioè che il parlante si riferisce al mondo della comune
esperienza, se sta dicendo o meno la verità, se ordina o chiede qualcosa di
impossibile e così via. Addiriura, nel caso di una espressione come |vieni
qui, sporco intelleuale!| (a scelta: sporco ebreo, sporco negro, faccia da
prete, vecchia checca, mio giovane amico), da un primo investimento di
senso si passa ad avanzare supposizioni sulle struure ideologiche
dell’interlocutore (operazioni che pure parrebbero di pertinenza di fasi
interpretative più approfondite).
ando peraltro si legge un testo scrio, il riferimento alle circostanze
enunciative ha altre funzioni. Il primo tipo di riferimento consiste
nell’aualizzare implicitamente, a livello di contenuto, una
metaproposizione del tipo «qui c’è (c’era) un individuo umano che ha
enunciato il testo che sto leggendo in questo momento e che chiede
(oppure non chiede) che io assuma che sta parlando del mondo della
nostra comune esperienza». esto tipo di aualizzazione può implicare
anche una immediata ipotesi in termini di “genere” testuale (come
vedremo in 4.6.5): si decide allora se si è esposti a un testo romanzesco,
storiografico, scientifico e così via – di nuovo con rimbalzi a decisioni
estensionali. Un secondo tipo di riferimento implica operazioni più
complesse, di tipo “filologico”, quando cioè di un testo enunciato in epoca
lontana dalla nostra si cerca di ricostruire l’originaria localizzazione
spaziotemporale proprio per sapere a che tipo di enciclopedia si dovrà far
ricorso.
D’altra parte è proprio di fronte a un testo scrio (dove l’emiente non
è fisicamente presente, connotato da tue le proprietà decodificabili in
termini di sistemi semiotici extralinguistici), che il gioco cooperativo sul
soggeo dell’enunciazione, la sua origine, la sua natura, le sue intenzioni,
si fa più avventuroso. Ma è proprio in tal caso che le decisioni da prendere
dipendono da una interazione tra tui gli altri livelli testuali.

4.5. Estensioni parentetizzate

È proprio nel caso di testi scrii, e a maggior ragione nel caso di testi
narrativi, che possiamo postulare una serie di operazioni interlocutorie che
in un rapporto comunicativo verbale e in testi non narrativi verrebbero di
fao a coincidere con assegnazioni definitive di valori di verità. Come il
testo mee in gioco alcuni individui (persone, cose, concei) dotati di
alcune proprietà (tra cui quelle di compiere certe azioni: e abbiamo un
individuo che compie azioni anche nell’espressione |oggi piove|), il leore è
portato ad aivare indici referenziali. Ma sino a che il testo non sarà meglio
aualizzato si lascia in sospeso una decisione definitiva circa
l’appartenenza di questi individui a un mondo definito, “reale” o possibile.
Così il leore, come prima mossa, per poter applicare l’informazione
provvistagli dai codici e soocodici, assume transitoriamente una identità
tra il mondo a cui l’enunciato fa riferimento e il mondo della propria
esperienza, quale è riflesso dal dizionario di base.
Se, man mano che l’aualizzazione procede, si scoprono discrepanze tra
questo mondo dell’esperienza e quello dell’enunciato, allora il leore
compirà operazioni estensionali più complesse. In altre parole, al primo
approccio a un testo che dica, per esempio, |ieri alle cinque del pomeriggio
moriva il re di Svezia|, il leore assumerà che il testo parli dell’auale
monarca svedese. Porrà peraltro tra parentesi questo riconoscimento di
mondo, sospendendo provvisoriamente la propria credulità (o la propria
incredulità, il che è lo stesso) aendendo di incontrare altre tracce, a livello
delle struure discorsive, che lo inducano a riconoscere il tipo di ao
linguistico che sta esperimentando. La cautela rimarrebbe necessaria
anche se, per avventura, l’espressione citata apparisse in apertura di un
articolo stampato sulla prima pagina di un quotidiano. È vero che un
chiaro indice di circostanza di enunciazione lo avrebbe avvertito che
l’enunciato è stato emesso in una situazione in cui lo scrivente si assume
l’impegno di dire la verità, ma la frase potrebbe pur sempre essere seguita
dalla spiegazione |– così affermavano stamane voci che sono state
prontamente smentite|. Searle (1975) ha mostrato come le proposizioni
narrative (artificiali, o “fictional”) si presentino con tue le caraeristiche
degli asserti, salvo che il parlante non si impegna né sulla loro verità né
sulla sua capacità di provarle: e dunque sono asserti, ma di un tipo
particolare, dove il parlante non assume di dire la verità ma neppure
intende mentire; semplicemente “fa finta” di fare asserti, dove “far finta” va
inteso non nel senso in cui fa finta colui che si presenta con un nome falso
per millantar credito, ma nel senso in cui fa finta di essere un altro colui
che gioca alle belle statuine. Searle sostiene che questo far finta viene
determinato unicamente dall’intenzione del parlante senza che si possano
definire traccie testuali capaci di manifestarne l’intenzione; noi al contrario
riteniamo (cfr. 5 e 12) che esistano artifici testuali che manifestano in
termini di strategia discorsiva questa decisione. E proprio per questo le
prime operazioni estensionali vanno messe tra parentesi sino a che, a
livello di struure discorsive, non si saranno individuate garanzie
sufficienti per pronunciarsi sul tipo di ao linguistico in questione.

4.6. Codici e soocodici


Per aualizzare le struure discorsive il leore confronta la manifestazione
lineare col sistema di codici e soocodici provvisti dalla lingua in cui il
testo è scrio e dalla competenza enciclopedica a cui per tradizione
culturale quella stessa lingua rinvia. esto complesso sistema di codici e
soocodici, che definiremo in complesso come competenza enciclopedica, è
quello che nel Traato (2.12) è rappresentato dal Modello Q.
In un empito di oimismo lessicologico si potrebbe dire che
l’operazione non presenta difficoltà perché il contenuto di ogni espressione
è già stabilito dal lessico e che il leore non ha altro da fare che
decodificare le espressioni lessema per lessema e procedere ai dovuti
amalgami semantici. Naturalmente le cose non sono così semplici, e
nessuna teoria dell’amalgama (vedi Traato, 2.15) sfugge ai problemi posti
dai significati dei contestuali, o meglio dalla pressione del co-testo.
Vediamo tuavia di postulare, sia pure come ipotesi teorica, una serie di
passi cooperativi che vadano dalle operazioni più semplici alle più
complesse.

4.6.1. Dizionario di base

A questo soolivello il leore fa ricorso a un lessico in formato di


dizionario e subito individua le proprietà semantiche elementari delle
espressioni, in modo da tentare amalgami provvisori, se non altro a livello
sintaico (sostantivi che introducono un soggeo, verbi che introducono
un’azione, e così via). Funzionano a questo sublivello i postulati di
significato minimali, ovvero le leggi di implicitazione. Se si legge che |in un
regno lontano viveva una volta una bella principessa chiamata Biancaneve|
si sa quasi automaticamente che «principessa» implicita «donna» e di
conseguenza «vivente, umano, femmina». A questo livello l’individuo
descrio come principessa viene anche investito di proprietà che di solito
non sono ritenute implicitate perché non “analitiche” bensì “sintetiche”,
per esempio che un essere umano (di sesso femminile) deve avere alcune
proprietà biologiche (certi organi, un certo peso medio, una certa altezza
media, determinate capacità di azione). ello che il leore non sa ancora
è quali di queste proprietà debbano essere aualizzate: rimandando alla
discussione su Peirce (cfr. 2.9) non è ancora stato stabilito l’universo di
discorso, e la catena degli interpretanti potrebbe procedere all’infinito. Cosa
debba venir aualizzato si dirà parlando delle struure discorsive. ale
sia la differenza tra proprietà implicitate e altre proprietà non analitiche
verrà discusso in 8.5.
ello che per ora possiamo dire è che il leore sospenderà tali
decisioni e si limiterà a individuare quelle proprietà sintaiche connesse ai
lessemi in considerazione che gli permeono un primo amalgama
tentativo: di |principessa| si riterrà in ogni caso che si traa di entità
sintaicamente singolare, femminile, e semanticamente «umana e
animata».

4.6.2. Regole di conferenza

Non ci intraerremo a lungo su tali regole, ampiamente studiate oggi dalle


linguistiche del testo. Diciamo che il leore può subito disambiguare
espressioni deiiche e anaforiche almeno a livello di frase. Incontrerà poi
ambiguità coreferenziali che dovrà risolvere araverso l’identificazione del
topic (cfr. 5.3). In ogni caso se – dopo la frase citata su Biancaneve –
seguirà una frase del tipo |essa era molto bella| il leore non avrà difficoltà
a stabilire che |essa| si riferisce al soggeo femminile della prima fase.

4.6.3. Selezioni contestuali e circostanziali

Di queste si è già deo in 1.2. Un sistema di codici e soocodici in forma di


enciclopedia dovrebbe provvederne in numero sufficiente. Con le selezioni
contestuali ci si introduce nel sistema della competenza intertestuale (vedi
Kristeva, 1970) la cui portata risulterà più chiara quando discuteremo delle
sceneggiature o frames. In ogni caso assumere che l’espressione |verbo| va
interpretata non come categoria grammaticale ma come «seconda persona
della santissima trinità» in contesti teologici significa che non si dà
rappresentazione enciclopedica di un lessema senza far riferimento agli usi
che di quel lessema si sono fai in testi precedenti.

4.6.4. Ipercodifica retorica e stilistica

Dei processi di ipercodifica si è già parlato ampiamente nel Traato, 2.14.


La discussione che faremo sulle sceneggiature o frames mostrerà come
questa categoria viene sooposta ad approfondimento teorico ed
ampliamento di impiego nel corso del presente libro. Diciamo allora che a
questo sublivello il leore è in grado di decodificare, in riferimento a una
enciclopedia ipercodificata, tua una serie di espressioni “fae” (ovvero di
espressioni che realizzano concretamente dei tipi generali) solitamente
registrate dalla tradizione retorica. Il leore sarà in grado di riconoscere
tanto le espressioni figurate che i sintagmi stilisticamente connotati. Data
una espressione come |c’era una volta| il leore sarà subito in grado di
stabilire, automaticamente e senza sforzi inferenziali, che (i) gli eventi di
cui si parla si localizzano in una indefinita epoca non storica, (ii) essi non
sono da intendere come “reali”, (iii) l’emiente vuole raccontare una storia
immaginaria a fini di divertimento.
Tra queste regole di ipercodifica classificheremo anche le regole di
genere. Per esempio nella storia di Allais riportata in “Appendice 1” (Un
drame bien parisien) il titolo del primo capitolo introduce un |monsieur| e
una |dame|. La prima linea del testo del primo capitolo introduce gli
individui Raoul e Marguerite. Dato che il dizionario di base deve contenere
anche un dizionario onomastico, il leore non ha difficoltà a riconoscere
nei due individui un uomo e una donna. Ma nessuna regola di coreferenza
gli dice che Raoul e Marguerite vanno riferiti al |monsieur| e alla |dame| del
titolo – operazione peraltro essenziale per stabilire che i due individui sono
adulti e presumibilmente appartengono a un ambiente borghese.
Interviene a questo punto una regola ipercodificata per cui (salvo ironia o
altra figura retorica) il titolo di un capitolo ne annuncia il contenuto. Solo a
questo punto la coreferenza può essere stabilita, non su base grammaticale
ma su base di regole di genere (peraltro di amplissima applicazione).
Il testo continua dicendo che Raoul e Marguerite sono sposati. Non si
preoccupa di dire che sono sposati l’un l’altro, ma nessun leore
ragionevole nutre dubbi. L’autore sapeva che il testo poteva permeersi
questa pigrizia sulla base di una ipercodificatissima regola stilistica. Se
l’autore avesse voluto dire che erano sposati a persone diverse avrebbe
contemperato l’effeo di questa regola con espressioni ridondanti. Come fa
Woody Allen quando afferma: “Desidero disperatamente ritornare
nell’utero. Di chicchessia.”

4.6.5. Inferenze da sceneggiature comuni


Nel già citato Un drame bien parisien, al capitolo 2, Raoul e Marguerite
stanno litigando in un accesso di gelosia. A un certo punto Raoul insegue
Marguerite e il testo dice:

(14) La main levée, l’oeil dur, la moustache telle celle des chats furibonds,
Raoul marcha sur Marguerite…

Il leore capisce che Raoul leva la propria mano per colpire Marguerite
anche se la manifestazione lineare non manifesta né il fao né l’intenzione.
Si consideri che se Raoul fosse un deputato durante una votazione la mano
alzata acquisterebbe ben altro significato. Ma poiché sta litigando non vi è
altra inferenza possibile. Comunque di inferenza si traa, permessa da una
“sceneggiatura” prestabilita che definiremo come «litigio violento».
Le ricerche auali in Intelligenza Artificiale, insieme a varie teorie
testuali, hanno elaborato la nozione di frame, che qui si traduce appunto
come “sceneggiatura”. Una sceneggiatura appare qualcosa a metà strada
tra una rappresentazione sememica molto “enciclopedica” espressa in
termini di grammatica dei casi e un esempio di ipercodifica. L’incertezza
che si prova nel definirla è data proprio dalla natura ancora assai empirica
della proposta. Ma essa ci pare produiva proprio perché è stata elaborata
per risolvere in pratica problemi di difficile decodifica testuale:

ando si incontra una nuova situazione […] si seleziona nella memoria


una struura sostanziale chiamata frame. Si traa di una inquadratura
rimemorata che deve adaarsi alla realtà, se necessario mutando dei
deagli. Un frame è una struura di dati che serve a rappresentare una
situazione stereotipa, come essere in un certo tipo di soggiorno o andare a
una festa di compleanno per bambini. Ogni frame comporta un certo
numero di informazioni. Alcune concernono ciò che qualcuno può
aspearsi che accada di conseguenza. Altre riguardano quello che si deve
fare se queste aspeative non sono confermate. (Minsky, 1974)

I frames sono elementi di “conoscenza cognitiva […] rappresentazioni


circa il ‘mondo’ che ci permeono di auare ai cognitivi basilari come
percezioni, comprensione linguistica e azioni” (van Dijk, 1976b: 31). A
esempio il frame «supermarket» determina unità o gruppi di concei “che
denotano certi corsi di eventi o corsi di azioni che coinvolgono vari oggei,
persone, proprietà, relazioni o fai” (ibid.: 36; e si veda per una prima
formulazione Petöfi, 1976b).
indi la sceneggiatura «supermarket» comporterà la nozione di un
posto dove la gente entra per comperare mercanzie di diverso tipo,
prendendole direamente senza la mediazione di commessi e pagando poi
alla cassa. Probabilmente una buona sceneggiatura di questo tipo dovrebbe
considerare anche il tipo di mercanzia che viene venduta in un
supermarket (per esempio: spazzole sì, automobili no).
In tal senso una sceneggiatura è sempre un testo virtuale o una storia
condensata. Supponiamo che a un cervello eleronico sia data da
disambiguare l’espressione

(15) Giovanni doveva organizzare un party e andò al supermarket.

Posto che la macchina abbia semplici informazioni in termini di


dizionario di base, essa può capire cosa Giovanni vuole fare e dove va, ma
non può decidere perché per organizzare un party vada al supermarket. Se
la macchina invece è stata nutrita con la sceneggiatura «cocktail party»
che specifica, tra le altre condizioni sociali di realizzazione di un party, che
esso comporta la distribuzione di bibite, liquori e noccioline, e
contemporaneamente è stata nutrita con la sceneggiatura «supermarket»,
che contempla il fao che ivi si vendano, tra l’altro, anche bibite, liquori e
noccioline, a questo punto non è difficile l’amalgama, pressoché obbligato,
sugli elementi comuni alle due sceneggiature. Giovanni andrà al
supermarket per trovare i prodoi sunnominati trascurando, come peraltro
fa la macchina intelligente, bistecche, spazzole e detersivi. Né diversamente
fa, di solito, un destinatario umano. Se ripensiamo all’esempio di Peirce
(dato in 2.5) concernente la definizione di litio, ci accorgiamo che questa
definizione enciclopedica ha tuo l’aspeo di una sceneggiatura
ipercodificata su come si produce litio.32
Riteniamo che la comprensione testuale sia ampiamente dominata dalla
applicazione di sceneggiature pertinenti, così come le ipotesi testuali
destinate all’insuccesso (di cui vedremo un esempio lampante nell’ultimo
capitolo) dipendano dall’applicazione di sceneggiature sbagliate e “infelici”.
4.6.6. Inferenze da sceneggiature intertestuali

Nessun testo vien leo indipendentemente dall’esperienza che il leore ha


di altri testi. La competenza intertestuale (cfr. particolarmente Kristeva,
1970) rappresenta un caso speciale di ipercodifica e stabilisce le proprie
sceneggiature.
Il leore che deve disambiguare il brano (14) è convinto che Raoul levi
la mano per percuotere Marguerite perché tua una serie di situazioni
narrative hanno definitivamente ipercodificato la situazione «litigio comico
tra marito e moglie gelosi». D’altra parte anche una lunga serie di
sceneggiature iconiche (gli schemi dell’iconografia altro non essendo che
sceneggiature intertestuali visive) hanno presentato migliaia di mani alzate
per colpire. La competenza intertestuale (estrema periferia di una
enciclopedia) comprende tui i sistemi semiotici familiari al leore.
In realtà le sceneggiature intertestuali potrebbero essere avvicinate ai
tópoi della retorica classica e ai motivi di cui si è parlato da Veselovskij ai
giorni nostri. Il fao stesso che la categoria di “motivo” abbia dato origine a
tante discussioni (cfr. per esempio Erlich, 1954; Frye, 1957; Segre, 1974;
Avalle, 1975; 1977; e l’elenco è appena indicativo) ci dice che il termine
rinvia a molti blocchi enciclopedici diversi. Ne è testimone, sin dai tempi
dei formalisti russi, Boris Tomaševskij (1928) che propone una propria
accezione di motivo come parcella tematica non scomponibile
ulteriormente (“scese la sera”, “l’eroe morì”) ma avverte che differisce da
quella della analisi comparativa degli intrecci “erranti” dove le unità sono
più vaste e, più che non scomponibili, appaiono come “storicamente non
scompostesi” nell’ambito di un genere leerario. E fa l’esempio di motivi
come “il rapimento della fidanzata” o “gli animali aiutanti”. esti motivi
paiono più simili alle nostre sceneggiature intertestuali, ma riteniamo che
una sceneggiatura sulla persecuzione della fanciulla debba essere molto
più analitica, in termini di aori, strumenti, fini, situazioni.
In realtà bisognerà arrivare a stabilire delle gerarchie di sceneggiature,
nel quale quadro i cosiddei motivi occuperebbero solo una delle posizioni.
In primo luogo si potrebbero individuare sceneggiature massimali ovvero
fabulae prefabbricate: tali sarebbero gli schemi standard del romanzo
poliziesco di serie, o gruppi di fiabe in cui ricorrono sempre le stesse
funzioni (nel senso di Propp) nella stessa successione; queste
sceneggiature sarebbero in fondo regole di genere, come quelle che
prevedono la “correa” organizzazione di uno speacolo di varietà
televisivo, dove devono entrare certi ingredienti in successione definita (il
presentatore introduce la cantante, ha con lei una breve e spiritosa
conversazione, essa fa pubblicità al suo nuovo long-playing, quindi inizia la
esecuzione della canzone eccetera).33 In secondo luogo entrerebbero in
gioco sceneggiature-motivo, schemi abbastanza flessibili, del tipo “la
fanciulla perseguitata”, dove si individuano certi aori (il seduore, la
fanciulla), certe sequenze di azioni (seduzione, caura, tortura), certe
cornici (il castello tenebroso) e così via; senza che peraltro vengano
imposte costrizioni precise quanto alla successione degli eventi, per cui si
potrà avere la persecuzione di Justine, la persecuzione di Clarissa, la
persecuzione di Fleur-de-Marie e persino esiti diversi (morte, salvazione).
Seguirebbero in terzo luogo sceneggiature situazionali (tipico per esempio il
duello tra lo sceriffo e il caivo nel western) che pongono costrizioni allo
sviluppo di una porzione di storia, ma possono essere combinate in modo
diverso per produrre diverse storie. este sceneggiature variano a
seconda dei generi e implicano talora anche azioni minime: per esempio
nella situazione tipica della slapstick-comedy «litigio in cucina o durante la
festa con torta in faccia», è prescrio che la torta debba essere alla crema
(proibite le crostate) e che la torta debba colpire sulla faccia, che il colpito
si tolga la crema dagli occhi con entrambe le mani e che (ma è opzionale) il
colpito colpisca a sua volta l’aggressore lanciando una seconda torta;
eccetera. In quarto luogo si dovrebbero considerare tópoi retorici veri e
propri, come la sceneggiatura che prescrive le modalità descriive del locus
amoenus.
Ma l’elenco è ancora fatalmente incompleto. ale tipo di
sceneggiatura prescrive, nel romanzo giallo, che il colpevole non debba
essere il detective? In ogni caso si vede come il conceo di sceneggiatura
intertestuale, ancora fatalmente empirico, sia più vasto di quello di motivo,
più simile a una regola di genere, e prescriva comunque una serie di “casi”,
vale a dire numero degli aori, strumenti, tipi di azione, propositi. ello di
sceneggiatura intertestuale è dunque un altro conceo-ombrello, quale
|iconismo| (Traato, 3.5), |codice| (Eco, 1976), |presupposizione| (cfr. in
questo libro, 1.5), |isotopia| (cfr. in questo libro 5.3). E se si criticano i
concei-ombrello quando è possibile ormai risolverli in una rete più
analitica di categorie correlate, non se ne nega l’utilità in quelle fasi della
ricerca in cui servono ancora a designare delle “somiglianze di famiglia” su
cui c’è ancora da investigare.
Naturalmente le sceneggiature intertestuali circolano nell’enciclopedia,
si prestano a varie combinatorie, e l’autore può scientemente decidere di
disaenderle proprio per sorprendere, ingannare, dileare il leore. Negli
anni cinquanta la rivista Mad si era specializzata in una serie di fumei
muti intitolati a un dipresso “I film che ci piacerebbe vedere”, in cui si
ponevano le premesse “topiche” di una scena dall’esito ovvio, per poi
risolvere la vicenda in modo contrario a ogni previsione intertestuale. Per
esempio appariva la fanciulla legata dai banditi sulle rotaie del treno, si
mostrava, in un montaggio alla Griffith, la gara tra i salvatori che
arrivavano a cavallo e il treno che si appressava, e alla fine vinceva il treno
che stritolava la fanciulla.
indi le sceneggiature dee “comuni” provengono al leore dalla sua
normale competenza enciclopedica, che condivide con la maggior parte dei
membri della cultura a cui appartiene, e sono per lo più regole per l’azione
pratica: Charniak (1975) studia anche frames apparentemente banali quali
«come aprire un ombrello» o «come dipingere un mobile o una parete»,
dati di competenza operativa che coinvolgono una serie impressionante di
informazioni. Le sceneggiature intertestuali invece sono schemi retorici e
narrativi che fan parte di un corredo selezionato e ristreo di conoscenza
che non tui i membri di una data cultura posseggono. Ecco quindi perché
alcuni sono capaci di riconoscere la violazione di regole di genere, altri di
prevedere più facilmente come una storia andrà a finire, mentre altri, che
non posseggono sceneggiature sufficienti, sono esposti a godere o a
soffrire di sorprese, colpi di scena, soluzioni che il leore sofisticato giudica
invece abbastanza banali.
Sovente il leore, invece di far ricorso a una sceneggiatura comune,
preleva direamente dal repertorio della sua competenza intertestuale la
corrispondente sceneggiatura, più ridoa e più concisa rispeo alla prima
(e quindi più facilmente applicabile a un universo di discorso ben definito).
Infai la sceneggiatura intertestuale «rapina alla banca», popolarizzata da
tanti film, concerne un numero più ridoo di azioni, individui e altre
relazioni che non la sceneggiatura comune «come rapinare una banca» a
cui fanno riferimento i criminali professionisti (i dileanti sovente
falliscono proprio perché usano ai fini dell’azione pratica una
sceneggiatura intertestuale invece che una solida e ridondante
sceneggiatura comune).

4.6.7. Ipercodifica ideologica

Nel Traato (3.9) i sistemi ideologici sono visti come casi di ipercodifica.
Essi appartengono all’enciclopedia. Pertanto il leore avvicina il testo da
una prospeiva ideologica personale, parte integrante della propria
competenza, anche se non ne è conscio. Si traa piuosto di vedere (caso
per caso) in che misura un testo prevede un Leore Modello partecipe di
una data competenza ideologica. Ma si traa anche di vedere come la
competenza ideologica del leore (prevista o meno che sia dal testo)
interviene nei processi di aualizzazione dei livelli semantici più profondi,
in particolare quelli considerati struure aanziali e struure ideologiche.
In 5.3 parleremo dell’aualizzazione delle isotopie ovvero dei livelli di
senso di un testo. Anche a questo riguardo gli aeggiamenti ideologici del
destinatario possono intervenire a determinare il livello di leura. Si veda
cosa si è deo in 3.6 sulle varie interpretazioni delle leere di Moro. È
indubbio che la decisione circa il soggeo dell’enunciazione (“l’autore del
testo è veramente Aldo Moro?”) dipendesse dalle propensioni ideologiche
degli interpreti. Se si riteneva che lo stato non dovesse traare con le
Brigate Rosse si era indoi a ritenere che Moro non poteva aver suggerito
una soluzione contraria agli interessi dello stato (mentre una posizione
ideologica opposta inclinava a veder nella richiesta di traative una
posizione ragionevole che poteva benissimo essere aribuita a un uomo
ragionevole). Ma una volta presa questa decisione, la scelta ideologica
determinava il livello di leura. Come dice Lucrecia Escudero nel saggio
già citato: coloro che avevano deciso che il soggeo dell’enunciazione era
Moro, che aveva scrio soo costrizione ma in piena lucidità, hanno scelto
la leura “anagogica”, ovvero hanno ritenuto i suoi messaggi scrii in
codice. Moro aveva voluto probabilmente comunicare che era prigioniero
in un sommergibile perché aveva usato espressioni come |sooposto| (era
quindi “soo”), |processo| (stava in una cosa che procede), |processo
opportunamente graduato| (quindi la cosa può scendere e salire) eccetera.34
Non commentiamo la puerilità di questa interpretazione a metà tra il
romanzo spionistico e l’ermeneutica medievale. Sta di fao che è stato
possibile scegliere anche quel livello di leura dal momento che nella
competenza ideologica degli interpreti si configurava la premessa “un
dirigente democristiano non può pensare e dire che lo stato deve traare
coi terroristi”. Dunque doveva aver deo qualcosa d’altro.

27 Cfr. in particolare Petöfi, 1976b; 1976c. Per un’altra suddivisione tra struure profonde,
struure superficiali e struure di manifestazione, cfr. Greimas, Rastier, 1968.
28 È in dubbio, come si vedrà anche nei capitoli seguenti, che i quadri teorici sono diversi.

ello di Greimas è di tipo linguistico, accentua l’aspeo intensionale, è più aento ai valori
semantici che non ai processi pragmatici. ello di van Dijk è più aento ai valori pragmatici,
accentua l’aspeo estensionale, è debitore alla semantica e alla pragmatica di linea anglosassone.
Ma, anzituo, lo stesso van Dijk, come del resto lo stesso, Petöfi, che tenta la sintesi tra i due
universi di discorso, tiene presente le ricerche greimasiane e tua la tradizione struuralistica,
anche se via via si è andato avvicinando, per problemi e terminologia, alla filosofia del linguaggio
e alla logica dei linguaggi naturali. In secondo luogo tui questi autori (e altri) sia pure usando
termini diversi, parlano della stessa cosa, e cioè del testo e del modo in cui viene aualizzato. È
chiaro che un oggeo di discorso diventa una cosa diversa a seconda del quadro teorico in cui lo
si inserisce, ma il problema è non lasciare andare ciascuna di queste ricerche per conto proprio.
Di qui il tentativo, compiuto in queste pagine, di trovare un modello unificato che (almeno dal
punto di vista dei processi di cooperazione interpretativa) tenga conto dei vari problemi.
29 Una bibliografia sulla semantica e la pragmatica del titolo rischia ormai di occupare

parecchie pagine. Si veda per esempio Duchet in Liérature, 12, 1973; Furet e Fontana in Langages,
11; Charles Grivel, Production de l’interêt romanesque, Mouton, 1973; L. H. Hoek, Pour une
sémiotique du titre, Urbino, 1973; lo studio del Groupe μ sui titoli di film in Communications, 16,
1970; Helin su Marche romane, 3-4; Flandrin su Annales, 5, 1965; Che cosa è un titolo di Parisi,
Devescovi, Castelfranchi, mimeo, 1978. I vari autori già citati, che si sono occupati di tema e topic
testuale, hanno naturalmente dedicato molta aenzione ai titoli. Una ricerca futura (segnalo
quella in corso di Colee Kantorowicz, che mi ha fornito una ricca bibliografia sull’argomento)
dovrà affrontare il problema (trascurato da molti autori) tra titoli che forniscono il tema testuale
e titoli che invece ingannano, lasciano libera decisione tematica al leore, si pongono come
volutamente aperti e ambigui.
30 Si rinvia per questo aspeo alle ricerche del Groupe μ, 1970; 1977.

31 Rinviamo al nostro “Sulla possibilità di generare messaggi estetici in una lingua edenica” (in

Eco, 1971) e nell’ultima edizione (Tascabili Bompiani) di Opera aperta.


32 Un altro frame in Peirce è la situazione «come fare una torta di mele» discussa in Peirce,

1931-58: 1, 341. Vedi in proposito Capreini, 1976. Non ci pare che la nozione di frame come viene
usata in Intelligenza Artificiale sia la stessa proposta prima da Bateson, 1955, e poi da Goffman,
1974. È vero che Goffman afferma che “c’è un senso in cui ciò che è gioco per il giocatore di golf
è lavoro per il caddy” (Goffman, 1974), ma i frames suggeriti da Bateson sembrano piuosto
ipotesi testuali che non sceneggiature già depositate nell’enciclopedia, e cioè sembrano quadri
interpretativi sovrapposti a una situazione concreta in ao al fine di renderla comprensibile. In
questo senso sembrano simili a regole di genere introdoe per far cambiare l’interpretazione di
una situazione: “stai aento, questo è un gioco”, oppure “cerca di capire che la tua situazione
interaiva è struurata secondo la logica del doppio legame… ” Ma c’è da chiedersi se non si
trai di sfumature, dovute agli usi ancora imprecisi della categoria, e se a una analisi più
rigorosa non si potrebbero intravedere e istituire delle omologie semiotiche più forti. anto
alle ricerche in Intelligenza Artificiale si veda, per le varie sfumature della categoria di frame:
Minsky, 1974; Winston, 1977; Schank, 1975; van Dijk, 1977; Petöfi, 1976a.
33 Per interessanti estensioni di questa problematica alla televisione, si rinvia all’ampia ricerca

ancora inedita sulla competenza di genere in TV, condoa per la Fondazione Rizzoli da Francesco
Casei e Mauro Wolf (della più vasta équipe di ricerca citiamo solo i due autori che hanno
specificamente abbordato il problema dal punto di vista di una teoria testuale e delle auali
ricerche sull’interazione verbale).
34 Notizie su questa interpretazione sono desunte dall’Espresso, 16, 1978.
5. Le struure discorsive

5.1. L’esplicitazione semantica

ando si trova di fronte a un lessema il leore non sa quali delle


proprietà o semi del semema corrispondente debbano essere aualizzati, in
modo da meere in opera i processi di amalgama. Se ogni proprietà
semantica che il semema include o implicita dovesse venire tenuta
presente nel corso della decodifica del testo, il leore sarebbe obbligato a
delineare, in una sorta di impossibile diagramma mentale, l’intera rete di
proprietà interconnesse che costituisce il Campo Semantico Globale
secondo il Modello Q (cfr. Traato, 2.12).
Fortunatamente non si fa mai così. In casi normali le proprietà del
semema rimangono virtuali, vale a dire che esse rimangono registrate
dall’enciclopedia del leore il quale semplicemente si dispone ad
aualizzarle via via che il corso testuale glielo richiederà. Il leore cioè
esplicita, di ciò che rimane semanticamente incluso o implicitato, solo ciò
che gli serve. Nel far questo egli magnifica alcune proprietà mentre tiene le
altre soo narcosi.35
Per esempio in Un drame bien parisien si dice che Raoul è un
|monsieur|, il che implicita maschio umano adulto. Ma ogni essere umano
ha, come proprietà assegnategli dal codice, due braccia, due gambe, due
occhi, un sistema circolatorio a sangue caldo, un paio di polmoni e persino
un pancreas. Dal momento però che una serie di segnali di genere
avvertono il leore che non ha a che fare con un traato anatomico, questi
mantiene narcotizzate tue queste proprietà sino al capitolo secondo di
questa storia dove Raoul alza la propria mano. A questo punto la proprietà
virtuale di avere mani, che era rimasta per così dire “a disposizione”
nell’enciclopedia, viene magnificata. Raoul, per il resto, potrà testualmente
sopravvivere anche senza polmoni – ma se leggessimo La montagna
incantata i polmoni di Hans Castorp prima o poi dovremmo tirarli fuori.
D’altra parte una proprietà narcotizzata non è una proprietà eliminata.
Essa non è esplicitamente affermata ma non viene neppure negata. Se
improvvisamente la storia in esame ci dicesse che Raoul ha un sistema
circolatorio a sangue freddo, saremmo costrei a riaggiustare tua la
nostra aenzione cooperativa e riceveremmo un segnale di genere:
saremmo passati dalla commedia al romanzo dell’orrore.
Ma per decidere quali proprietà debbano venir magnificate e quali
narcotizzate, non basta comparare quanto ci viene provvisto da una
ispezione all’enciclopedia. Le struure discorsive vengono aualizzate alla
luce di una ipotesi circa il topic o i topic testuali.

5.2. Il topic

Le sceneggiature e le rappresentazioni sememiche sono basate su processi


di semiosi illimitata e come tali richiedono una cooperazione del leore che
deve decidere dove ampliare e dove bloccare il processo di interpretabilità
illimitata. L’enciclopedia semantica è potenzialmente infinita (o finita ma
illimitata) e dalla estrema periferia di un dato semema il centro di ogni altro
può essere raggiunto, e viceversa (cfr. Traato, 2.12). Poiché ogni
proposizione contiene ogni altra proposizione, un testo potrebbe generare,
per via di successive interpretazioni e magnificazioni semantiche, ogni
altro testo (il che è poi quello che accade nella circolazione intertestuale e
la storia della leeratura ne è la prova).
Dobbiamo dunque decidere come un testo, in sé potenzialmente
infinito, possa generare solo le interpretazioni che la sua strategia ha
previsto. In realtà “una sceneggiatura contiene molti deagli la cui
supposizione non è garantita dalla situazione” (Winston, 1977: 180) e
“sembra ovvio che quando organizzo un party o quando leggo una storia
intorno a un party, non debba aualizzare l’intero supermarket per il
semplice fao che vado al supermarket a cercare qualche nocciolina per i
miei ospiti […]. In una situazione come ‘cercare noccioline per gli ospiti’ è
il topic […] il solo aspeo rilevante è il successo dell’ao che realizza il mio
proposito” (van Dijk, 1976b: 38).
Nel riprendere il conceo di topic, di cui si è già parlato nel primo
capitolo, c’è da chiarire perché si decide di usare un termine inglese
(peraltro ricalcato sulla terminologia retorica greca) e non si ricorre invece
a |tema|, che sembra servire egregiamente allo scopo. Non ci sarebbero
infai difficoltà a usare indifferentemente tema e topic, e talora lo faremo,
se non fosse che il termine |tema| rischia di assumere anche altre accezioni.
Per esempio, come lo impiega Tomaševskij (1928), esso si avvicina di molto
al conceo di fabula che sarà analizzato nel capitolo 6. Come si chiarirà più
avanti, il topic è uno strumento metatestuale, uno schema abduivo
proposto dal leore, mentre la fabula è parte del contenuto del testo
(l’opposizione è strumento pragmatico vs struura semantica). Come si
vedrà ci sono dei topic risolvibili in una macroproposizione di fabula (il
topic della prima parte di Cappucceo Rosso è indubbiamente «incontro di
una bambina col lupo nel bosco», e la macroproposizione che si oiene
astraendo dalle struure discorsive è «una bambina incontra il lupo nel
bosco»). Ma ci sono anche topic di frase e topic discorsivi che scompaiono
quando si passa ad astrarre il “tema dominante” di un testo.
Ščeglov e Žolkovskij (1971) parlano di “tema” come qualcosa che “è
legato al testo non da un segno di eguaglianza ma da una freccia di
inferenza”, non di un riassunto per il leore ma di una astrazione
scientifica ovvero di una “registrazione del significato in termini
metalinguistici” e riconoscono in un testo gerarchie di temi; in questo
senso il loro tema pare assai affine a quello che qui si chiama topic. Ma poi
quando analizzano le novelle di Conan Doyle definiscono come temi
generali i valori di calore, comfort, sicurezza, che in questo libro saranno
piuosto visti come grandi opposizioni a livello di struure ideologiche.
Come per la presupposizione, la sceneggiatura, l’isotopia, siamo di nuovo
di fronte a una categoria-ombrello. Come si vedrà si cercherà di
distinguere il topic dall’isotopia e questi dagli elementi della fabula.
Pertanto pare opportuno rischiare il barbarismo e usare |topic| in una
accezione molto precisa, anche se non sarà pericoloso designarlo talora,
per comodità, come tema.
Il topic non serve solo a disciplinare la semiosi riducendola: serve anche
a orientare la direzione delle aualizzazioni. Nel primo capitolo si è
esaminato lo spero sememico dell’espressione |invece| che riceve una sua
definizione quale istruzione semantica solo se registra un operatore
testuale come appunto il topic. Un caso analogo è dato dall’avverbio
|anche|, come si evince dalla espressione che segue:

(16a) Carlo fa all’amore con sua moglie due volte alla seimana. Anche
Luigi.

Anche il leore meno smaliziato non può traenere un sorriso di fronte


alla possibile ambiguità di questo testo. Potrebbe essere un semplice rilievo
statistico sulla frequenza dei ritmi sessuali di due coppie, ma potrebbe
anche essere l’allusione a un triangolo adulterino. Ci accorgiamo subito
che l’ambiguità cade se intendiamo (16a) come la risposta all’una o all’altra
delle due domande che seguono:

(16b) ante volte alla seimana Carlo e Luigi fanno all’amore con le
rispeive mogli?
(16c) Come stanno le cose tra quei tre? Voglio dire, chi fa all’amore con
chi?

Nel caso (16b) il topic è il ritmo sessuale di due coppie, mentre nel caso
(16c) è i rapporti tra una donna e due uomini. Come per |invece| ci
accorgiamo che |anche| non è solo definito da una marca o sema
omnicontestuale, ma deve recare una qualche selezione contestuale che
stabilisca che esso contrassegna una omogeneità di comportamento
rispeo all’azione individuata dal topic.
Osserveremo qui di passaggio due cose. Anzituo che l’ambiguità di
(16a) non nasce direamente dall’impiego dell’espressione |anche|, dato
che non vi sarebbe ambiguità nel caso che segue:

(17) Carlo porta a passeggio il suo cane tue le sere. Anche Luigi.

e cioè a nessuno verrebbe in mente che due uomini possano aspirare a


portare a passeggio lo stesso cane. Ciò significa che in (16a) scaano anche
sceneggiature intertestuali (tópoi abbastanza assestati concernenti triangoli
adulterini) mentre non esistono sceneggiature analoghe per i rapporti tra
uomini e animali domestici. La seconda osservazione è che per definire il
topic di (16a) il leore deve avanzare ipotesi sul numero di individui in
gioco nel mondo, possibile o “reale”, definitogli dal testo. Tuo dipende
infai dal sapere se il testo sta parlando di quaro o di tre distinti individui.
Tuo questo ci dice che l’individuazione del topic è materia di
inferenza, ovvero di ciò che Peirce chiamerebbe abduzione (cfr. Traato,
2.14.2). Individuare il topic significa avanzare un’ipotesi su una certa
regolarità di comportamento testuale. esto tipo di regolarità è anche
quello che, crediamo, fissa sia i limiti che le condizioni di coerenza di un
testo. Un testo come il seguente:

(18) Il furgoncino del pane di Boland che distribuisce a domicilio in telai il


nostro quotidiano ma lei preferisce le forme di pane di ieri rivoltate
nel forno con la crosta superiore calda crocchiante. Ti fa sentir
giovane. In qualche luogo dell’Oriente: maina presto: muoversi
all’alba, viaggiare intorno innanzi al sole, rubargli una giornata di
cammino.

potrebbe essere del tuo incoerente se non individuassimo un topic


formulabile come «libera associazione di idee che si aua nella mente di
Leopold Bloom, stimolato dal calore del sole, dopo aver evitato la botola del
numero 75 di Eccles Street». E infai si traa di un esempio di monologo
interiore dall’Ulisse di Joyce. Ma prima che una decisione testuale stabilisse
che si poteva elevare a tema narrativo anche un flusso di coscienza, testi di
questo genere sarebbero stati considerati incoerenti, e pertanto qualificati
come non-testi.
Nello stesso modo il topic fissa i limiti di un testo (altro problema su cui
molte teorie testuali sono poco più che evasive). A questo proposito
rimandiamo alla seconda novella di Alphonse Allais riportata in
“Appendice 2”, Les Templiers. Correntemente si ritiene che il titolo di un
brano ne fissi il tema. Se così fosse (e così di solito è) la novella di Allais
sarebbe incompleta, perché ci promee un tema del tipo «cosa accadde la
volta che incappai nei templari» e poi non soddisfa le nostre aese. Se
invece trascuriamo il titolo e leggiamo aentamente le prime righe della
storia, ci si accorge che il topic testuale è «come ricordare il nome di quel
tizio?». Una volta oenuto il risultato, risalendo da ricordo a ricordo sino al
ricordo più vivido, il testo non ha più motivo di continuare, è finito. La
storia dei templari era solo strumentale rispeo al proposito principale.
Naturalmente Allais ha posto un titolo ingannevole proprio perché sapeva
che il leore avrebbe usato il titolo come indicatore tematico. Ancora una
volta, come per molte novelle di Allais, siamo di fronte a un gioco
metalinguistico sulle convenzioni narrative, dove l’autore vuole proprio
meere in questione una regola di genere assai assestata.
Il problema è piuosto di sapere in che modo il Leore Modello (che di
solito non è oggeo di un raggiro da parte dell’autore) viene orientato alla
ricostruzione del topic. Sovente il segnale è esplicito: il titolo appunto, o
una espressione manifestata che dice di cosa appunto il testo si vuole
occupare. Talora invece il topic è da cercare. Il testo allora lo stabilisce
reiterando per esempio con molta evidenza una serie di sememi, altrimenti
dei parole chiave.36 Altre volte queste espressioni chiave, più che essere
abbondantemente distribuite sono solo strategicamente collocate. In questi
casi il leore deve, per così dire, annusare qualcosa di eccezionale in un
certo tipo di dispositio e su quella base azzardare la propria ipotesi. L’ipotesi
può naturalmente risultare fallace, come accade (e lo vedremo) in Un
drame bien parisien, che apparentemente suggerisce un topic mentre di
fao ne sviluppa un altro. Appunto per questo, e quanto più un testo è
complesso, la leura non è mai lineare, il leore è costreo a riguardare
all’indietro e a rileggere il testo, anche più volte, e in certi casi
ricominciando dalla fine.
Infine bisogna osservare che un testo non ha necessariamente un solo
topic. Si possono stabilire gerarchie di topic, da topic di frase a topic
discorsivi via via sino ai topic narrativi e al macrotopic che tui li ingloba.
All’inizio I promessi sposi parla del lago di Como, ed è necessario capirlo
per aribuire, per esempio, un senso geografico all’espressione |ramo|;
proseguendo nella leura ci rendiamo conto che è in gioco l’incontro di un
curato di campagna con due bravi; ma poi si realizza che questi temi
minori sono parte di un tema maggiore che è la difficoltà di celebrare un
matrimonio; e alla fine, volendo interpretare il libro nei suoi valori
ideologici, si elabora l’ipotesi che quello di cui parla sia il ruolo della
Provvidenza nelle cose umane. Ad ogni livello di questa gerarchia, un topic
stabilisce, come ha suggerito van Dijk, una aboutness, un essere-intorno-a
qualcosa. La aboutness del De bello gallico è la guerra nelle Gallie, il |de|
latino è appunto un segnale tematico.
L’individuazione del topic permee una serie di amalgami semantici
che stabiliscono un dato livello di senso o isotopia. Ma a questo proposito
occorre stabilire la differenza tra topic e isotopia (due nozioni che appaiono
collegate etimologicamente, e a buona ragione).
Ci sono dei casi in cui topic e isotopia sembrano coincidere, ma sia
chiaro che il topic è fenomeno pragmatico mentre l’isotopia è fenomeno
semantico. Il topic è una ipotesi che dipende dall’iniziativa del leore, che
la formula in modo alquanto rozzo, soo forma di domanda (“di che
diavolo si sta parlando?”) che si traduce quindi come proposta di un titolo
tentativo (“si sta probabilmente parlando di questo”). È dunque strumento
metatestuale che il testo può sia presupporre che contenere esplicitamente
soo forma di marcatori di topic, titoli, sootitoli, espressioni-guida. Sulla
base del topic il leore decide di magnificare o narcotizzare le proprietà
semantiche dei lessemi in gioco, stabilendo un livello di coerenza
interpretativa, dea isotopia.

5.3. L’Isotopia

Greimas (1970: 188) definisce l’isotopia come “un insieme di categorie


semantiche ridondanti che rendono possibile la leura uniforme di una
storia”. La categoria avrebbe dunque funzioni di disambiguazione
transfrastica o testuale, ma in varie occasioni Greimas fornisce esempi che
concernono anche frasi e addiriura sintagmi nominali. Per esempio per
spiegare in che senso l’amalgama su un solo classema (o categoria
semantica, o sema contestuale iterativo) permea una leura uniforme,
egli fornisce l’esempio delle due espressioni |il cane abbaia| e |il
commissario abbaia|. Dato che |abbaiare| ha due classemi, «umano» e
«canino», è la presenza del cane o del commissario che porta a reiterare
uno dei due a decidere se |abbaiare| va preso in senso proprio o figurato.
Dovrebbe essere chiaro che quelli che qui sono chiamati classemi sono le
nostre selezioni contestuali (cfr. 1.2 e 4.6.3). La presenza umana del
commissario introduce un contesto «umano» e permee di individuare
nello spero composizionale di |abbaiare| la selezione appropriata.37
Ma possiamo dire che una isotopia si realizzi sempre e solo a queste
condizioni? A parte il fao che allora essa non si distinguerebbe dalla
normale coerenza semantica e dal conceo di amalgama, i regesti compiuti
delle varie accezioni del termine, sia in Greimas che nei suoi discepoli (cfr.
Kerbrat-Orecchioni, 1976), ci dicono che si è parlato a varie riprese di
isotopie semantiche, fonetiche, prosodiche, stilistiche, enunciative,
retoriche, presupposizionali, sintaiche, narrative. È lecito pertanto
supporre che |isotopia| sia divenuto un termine-ombrello che copre diversi
fenomeni semiotici genericamente definibili come coerenza di un percorso
di leura, ai vari livelli testuali. Ma la coerenza si oiene, ai vari livelli
testuali, applicando le stesse regole? Ecco perché è opportuno – se non
realizzare una sistematica delle isotopie – rendere il termine più univoco e
maneggevole almeno ai fini del presente discorso, stipulando le condizioni
minime di impiego. Ci pare pertanto che, a una prima ispezione, emergano
le accezioni rappresentate in figura 3. esto diagramma non intende
esaurire una sistematica delle isotopie bensì mostrare in prima istanza
come questa categoria possa assumere varie forme:

Vediamo ora di considerare alcuni esempi che verifichino questa


casistica.

5.3.1. Isotopie discorsive frastiche a disgiunzione paradigmatica38

Nel saggio sulla scriura cruciverbistica Greimas (1970) esamina questa


definizione, con la denominazione correlata:

(19) L’amico dei semplici = erborista


dove l’arguzia definitoria nasce dal fao che |semplici| ha due selezioni
contestuali, una comune e l’altra specializzata, rea appunto dalla selezione
«vegetale». Solo dopo che si è deciso (per topicalizzazione) che il termine
va inteso nella seconda accezione, si stabilisce che esso vale
grammaticalmente come sostantivo e non come aggeivo e pertanto si
decide di decodificare | amico| come amatore o appassionato e non come
sodale. Il topic è intervenuto come ipotesi di leura (si sta parlando di erbe
e non di aeggiamenti etici), ha indirizzato verso la selezione contestuale
appropriata e ha imposto una regola di coerenza interpretativa che
interessa tui i lessemi in gioco. Possiamo chiamare isotopia il risultato
semantico di questa interpretazione coerente, e riconoscere l’isotopia
aualizzata come contenuto “oggeivo” dell’espressione (oggeivo nel
senso che è confortato dal codice: naturalmente nel caso di questa
espressione, che è volutamente ambigua o, se vogliamo, bi-isotopica, i
contenuti oggeivi sono due, entrambi aualizzabili). Si dovrebbe dire che
in questo caso l’isotopia non dipende da alcuna ridondanza di categorie
semantiche, dato che |amico| e |semplici| non paiono avere semi in
comune. In verità la frase bi-isotopica è data dalla definizione più la sua
soluzione. Vale a dire che, una volta stabilito il topic (si sta parlando di
erbe) si oiene la frase |l’erborista ama i semplici| dove |erborista| impone
un sema di vegetalità che permee di aualizzare l’appropriata selezione
contestuale nello spero componenziale di |semplici|. Casi del genere si
rivelano in quei giochi enigmistici dei “criografie mnemoniche” e
ampiamente studiati da Manei e Violi (1977). Data l’espressione stimolo
|Macbeth| e la soluzione bi-isotopica «il compagno di banco», mentre il
senso che diremo leerale o comune (il sintagma sclerotizzato pescato nel
repertorio mnemonico che significa «colui che divide il posto nel banco a
scuola») ha una sua coerenza semantica dovuta al sema di scolarità
contenuto sia in |compagno| che in |banco|, il senso secondo – più arguto –
deriva dalla combinazione dello stimolo e della risposta nella frase
|Macbeth è il compagno di Banco|, dove si deve postulare una enciclopedia
abbastanza ricca che fornisca una adeguata rappresentazione anche per i
nomi propri (cfr. Traato, 2.9.2).
Ecco perché queste isotopie sono definite come “frastiche” anche se in
prima istanza sembrano concernere solo descrizioni definite.
In ogni caso esse sono a disfunzione paradigmatica: dipendono dal fao
che il codice contempli espressioni lessicali a significato plurimo. È chiaro
che la disgiunzione paradigmatica dipende da una pressione co-testuale,
che si aua sintagmaticamente, ma ciò non toglie che qui si debba
decidere quale percorso di leura assegnare a uno o più speri
componenziali.
Inoltre queste isotopie sono denotativamente esclusive: o si parla dei puri
di spirito o delle erbe, o si parla di una classe elementare o di un dramma
shakespeariano.
Il topic interviene come ipotesi cooperativa per individuare selezioni
contestuali.

5.3.2. Isotopie discorsive frastiche a disgiunzione sintagmatica

La grammatica trasformazionale ci ha abituato a frasi ambigue come

(20) ey are flying planes (essi sono aerei in volo vs essi fanno volare
aerei)

che si distinguono per una diversa struura profonda. Nella


disambiguazione di questa frase giocano indubbiamente disgiunzioni
paradigmatiche (bisogna per esempio decidere se il verbo vien inteso in
senso transitivo o intransitivo) ma la decisione fondamentale (sempre
dipendente dalla scelta del topic) è se si sta parlando di soggei umani che
fanno qualcosa con gli aeroplani o di aeroplani che fan qualcosa. A quel
punto bisogna auare una coreferenza e stabilire a chi o a cosa si riferisce
|they|. Potremmo dire che la decisione coreferenziale (sintagmatica) decide
della scelta paradigmatica che concerne il senso del verbo.
Anche queste isotopie sono denotativamente esclusive: o si parla di una
azione umana o di oggei meccanici.
i il topic interviene come ipotesi cooperativa per aualizzare sia
coreferenze che selezioni contestuali.

5.3.3. Isotopie discorsive transfrastiche a disgiunzione paradigmatica


Esaminiamo, a questo proposito, la storiella che rappresenta due tipi che
discorrono nel corso di una festa, citata in Greimas (1966). Il primo elogia i
cibi, i servizi, l’ospitalità, la bellezza delle donne e infine si pronuncia
sull’eccellenza delle toilee. Il secondo risponde che non ci è ancora stato.
Ora il secondo parlante, in quanto interprete del testo emesso dal primo,
sbaglia perché sovrappone due sceneggiature. La sceneggiatura «festa»
contempla indubbiamente anche le toilee delle ospiti, ma non potrebbe
contemplare lo stato dei servizi igienici, altrimenti dovrebbe considerare
anche i servizi idraulici, gli impianti elerici, la solidità delle pareti, la
disposizione delle stanze. esti elementi sono semmai considerati,
diciamo, da una sceneggiatura come «architeura degli interni e
arredamento». La festa rimanda a una sceneggiatura di tipo sociale,
l’arredamento a una sceneggiatura di tipo tecnologico. Individuare il topic
significa in questo caso individuare il campo semantico, in modo da far
funzionare le selezioni contestuali. Il termine |toilee| è indubbiamente
polisemico e acquista due sensi a seconda della disgiunzione tra la
selezione «moda» (che rinvia a propria volta a un sema di «socialità») e la
selezione «architeura». In questo caso possiamo indubbiamente parlare
della presenza di un classema o di una categoria semantica dominante,
dato che il testo del primo parlante ha effeivamente ridondato termini
chiave che contenevano tui riferimenti alla festa e alla socialità della
situazione. Non erano possibili equivoci, e la storiella fa ridere proprio
perché rappresenta un caso di cooperazione testuale infelice.
este isotopie sono a disgiunzione paradigmatica perché, sia pure in
base a pressione co-testuale (sintagmatica) riguardano selezioni contestuali
in lessemi a significato plurimo.
Anche queste isotopie sono denotativamente esclusive: o si parla di
vestiti o si parla di gabinei.
Il topic interviene come ipotesi cooperativa, per individuare selezioni
contestuali ipotizzando sceneggiature.

5.3.4. Isotopie discorsive transfrastiche a disgiunzione sintagmatica

È questo il caso della espressione citata in (16a). Come si è visto, si traa di


leggere quel breve testo come la storia di due coppie o come la storia di un
triangolo. Anche in questo caso abbiamo isotopia discorsiva con
denotazioni alternative. In termini estensionali si traa anzi di decidere se
si parla di quaro o di tre individui. Per farlo bisogna decidere come si
vuole interpretare |anche|, ma poiché si traa di auare una coreferenza, la
scelta concerne la struura sintaica della frase e solo araverso una
decisione sintaica si oiene l’uno o l’altro risultato semantico. Come si è
visto è scegliendo il topic che si decide se si sta parlando di due coppie o di
un triangolo: nel primo caso la struura logica del testo diventa A : B = C :
D mentre nel secondo caso diventa A : B = B : C. È un problema di
coerenza interpretativa; se sono in gioco quaro individui e nella prima
frase si sono comparati A e B, |anche| impone che nello stesso modo nella
seconda frase si comparino C e D; se invece sono in gioco tre individui e
nella prima frase si sono comparati A e B, |anche| impone che nella
seconda frase si comparino B e C. Ma non si vede come le due decisioni
interpretative dipendano dalla ridondanza di categorie semantiche. i il
rapporto è tra topic e decisioni coreferenziali, senza la mediazione di
selezioni contestuali. Al massimo, come si è già visto, giocano
presupposizioni di sceneggiatura.
Le due isotopie sono a disgiunzione sintagmatica.
Sono mutuamente esclusive (o si parla del rapporto Kinsey o di una
storia di adulterio) ma non sono del tuo denotativamente alternative: alcuni
degli individui in gioco rimangono gli stessi in ogni caso, salvo che si
aribuiscono loro diverse azioni e diverse intenzioni. Come vedremo nel
capitolo 8, si disegnano diversi mondi possibili.
Il topic interviene come ipotesi cooperativa per stabilire le coreferenze e
così facendo orienta la struurazione di diversi mondi narrativi.

5.3.5. Isotopie narrative vincolate a disgiunzioni isotopiche discorsive che


generano storie mutuamente esclusive

Si esamini il testo che segue. Esso è la traduzione francese di un brano di


Machiavelli ed è irrilevante sapere se nell’originale italiano si manifesti la
stessa ambiguità del testo francese;39 il testo francese verrà esaminato
come se fosse un originale anonimo:

(21) Domitien surveillait l’âge des senateurs, et tous ceux qu’il voyait en
position favorable pour lui succéder il les abaait. Il voulut ainsi
abare Nerva qui devait lui succéder.
Il se trouva qu’un calculateur de ses amis l’en dissuada, vu que lui-
même [corsivo nostro] était arrivé à un âge trop avancé pour que sa
mort ne fût toute proche; et c est ainsi que Nerva put lui succéder.

Si vede subito che qui anzituo si profila la scelta tra due isotopie
discorsive transfrastiche a disgiunzione sintagmatica: l’anaforico |lui-
même| potrebbe riferirsi sia a Domiziano che a Nerva. Se si riferisce a
Domiziano anche la morte di cui si parla dopo (|sa mort|) è la morte
prossima di Domiziano, altrimenti è la morte di Nerva. C’è quindi da
decidere la coreferenza in base alla scelta del topic: si sta parlando dell’età
di Domiziano o dell’età di Nerva? Una volta decisa la coreferenza si ha una
sequenza discorsiva denotativamente alternativa rispeo all’altra. Infai in
un caso il consigliere dice a Domiziano di non uccidere Nerva perché lui –
Domiziano – morirà tra poco e quindi è vano che elimini i suoi possibili
successori, nell’altro il consigliere dice a Domiziano che Nerva
probabilmente morirà tra poco e quindi non costituisce un pericolo per
Domiziano.
Ma è chiaro che sulla scorta delle due isotopie discorsive si possono
riassumere due storie diverse. Nel capitolo seguente parleremo più
diffusamente delle macroproposizioni di fabula, ma è per ora sufficiente
rendere conto che le due isotopie discorsive generano due possibili
riassunti narrativi. In un caso c’è la storia di un amico di Domiziano che gli
fa un ragionamento sul Potere: “Morendo tu rischi di perdere il Potere, ma
risparmiando Nerva e designandolo implicitamente come tuo successore
tu, pur morendo, mantieni il controllo del Potere, generi il nuovo Potere.”
Nell’altro caso c’è la storia di un amico di Nerva che rende Domiziano
viima di un raggiro di cortigiano: “O Domiziano, perché vuoi uccidere
Nerva? È così vecchio che ormai muore da solo!” – e così il cortigiano
mee sul trono Nerva.
Si disegnano pertanto due storie mutuamente esclusive, la cui
individuazione dipende dalla aualizzazione discorsiva. Non solo, ma a
livello più profondo (cfr. figura 2) si disegnano diverse struure aanziali e
diverse struure ideologiche. Il consigliere può essere visto come
l’opponente di Domiziano e l’adiuvante di Nerva, o come adiuvante del
Potere e opponente di Domiziano in quanto individuo mortale, o ancora
adiuvante di Domiziano, neutro rispeo a Nerva. E si può decidere se qui si
sta definendo una opposizione ideologica Potere vs Morte (dove il Potere
vince anche la Morte) o Potere vs Astuzia, dove il raggiro del cortigiano
vince sulla brutalità del Potere. Ci si può anche legiimamente domandare
se è la scelta delle coreferenze che genera le diverse struure profonde, o è
una ipotesi preliminare sulle struure profonde che, suggerendo un topic
specifico, indirizza l’aualizzazione delle coreferenze a livello discorsivo. Lo
si è deo in 4.1 e lo si ripeterà nel capitolo 9 la cooperazione interpretativa
è faa di salti e cortocircuiti ai diversi livelli testuali, dove è impossibile
stabilire sequenze logicamente ordinate.
In ogni caso abbiamo visto che qui le isotopie narrative sono vincolate a
quelle discorsive (o viceversa).
Le due isotopie narrative sono mutuamente esclusive, ma non sono del
tuo denotativamente alternative: in entrambi i casi si narra sempre di
Nerva e di Domiziano, salvo che si aribuiscono loro diverse azioni e
diverse intenzioni. Come vedremo nel capitolo 8, gli individui restano gli
stessi ma mutano alcune loro proprietà. Si disegnano diversi mondi
possibili.
Il topic interviene a orientare la struurazione di questi mondi narrativi.

5.3.6. Isotopie narrative vincolate a disgiunzioni isotopiche discorsive che


generano storie complementari

È il caso della teoria medievale dei quaro sensi della scriura, enunciata
anche da Dante. Dato il testo

(22) In exitu Israel de Aegypto – domus Jacob de populo barbaro, – facta


est Judea santificatio ejus – Israel potestas ejus

sappiamo che “se guardiamo solo la leera è significata l’uscita dei figli
d’Israele dall’Egio al tempo di Mose; se guardiamo l’allegoria è significata
la redenzione nostra per opera di Cristo; se guardiamo il senso morale è
significata la conversione dell’anima dal luo e dalla miseria del peccato
allo stato di grazia; e se guardiamo il senso anagogico è significata l’uscita
dell’anima santa dalla servitù di questa corruzione alla libertà della gloria
eterna”. Consideriamo ora, per semplificare, i soli sensi leerale e morale.
Ancora una volta tuo dipende dall’ipotesi di topic: si sta parlando di
Israele o dell’anima umana? Una volta deciso questo punto cambia
l’aualizzazione discorsiva: nel primo caso |Israel| sarà inteso come nome
proprio di un popolo e |Aegyptus| come nome proprio di un paese africano;
nel secondo caso Israele sarà l’anima umana ma allora, per coerenza
interpretativa, l’Egio dovrà essere il peccato (non si possono confondere i
livelli di leura).
i però non si saranno scelti sensi alternativi di uno spero
componenziale, perché dobbiamo prevedere che in una enciclopedia
sufficientemente ricca come quella medievale |Israel| denotasse il popolo
eleo e connotasse l’anima. indi non è il caso di |toilee| che o ha il
senso x o ha il senso y; qui l’espressione connota il senso y proprio perché
denota il senso x. La relazione è di implicazione e non di disgiunzione.
indi esiste disgiunzione isotopica ma essa non è basata su disgiunzione
bensì su implicazione semantica.40
Una volta decisa la leura preferenziale a livello discorsivo, si possono
inferire dalle struure discorsive aualizzate diverse storie, e la storia
morale dipenderà dall’aualizzazione discorsiva morale, come quella
leerale dipenderà dall’aualizzazione discorsiva leerale. Ma le due storie
(e sappiamo che in realtà sono quaro) non sono mutuamente esclusive:
sono anzi complementari, nel senso che il testo sopporta di essere leo
contemporaneamente in due o più modi, e un modo rafforza l’altro anziché
eliminarlo.
indi isotopie narrative vincolate a isotopie discorsive, ma non
mutuamente esclusive. Invece, denotativamente alternative: o si parla del
popolo eleo o si parla dell’anima (e infai l’opzione è tra denotazione e
connotazioni varie). In virtù di questa scelta si disegnano diversi mondi
possibili.
Il topic (sia quello discorsivo che quello narrativo) interviene a
selezionare tra semi denotati e semi connotati e a orientare la
struurazione dei mondi narrativi.

5.3.7. Isotopie narrative non vincolate a disgiunzioni isotopiche discorsive che


generano in ogni caso storie complementari
Greimas (1970) nella sua analisi del mito bororo degli ara ci parla di un
altro tipo di isotopia narrativa.
Il mito contiene di fao due racconti, uno che concerne la ricerca delle
acque e l’altro che riguarda i problemi del regime alimentare. E dunque
isotopia “naturale” verso isotopia “alimentare”. Anche qui si pone
ovviamente un problema di coerenza interpretativa, non diverso da quello
che dobbiamo risolvere con Les Templiers già citato. Ma in entrambi i casi
ci accorgiamo che, qualsiasi sia la storia (ovvero, come si dirà nel capitolo
che segue, la fabula) che aualizziamo, non si ha mutamento a livello
discorsivo. I racconti parlano sempre di quei personaggi e di quegli
avvenimenti. Al massimo, a seconda dell’isotopia narrativa, noi
sceglieremo come più pertinenti alcune azioni piuosto che altre, ma le
azioni e i soggei che le compiono rimangono gli stessi, anche se può
mutare il valore che aribuiamo loro nell’economia narrativa. Si traa di
elaborare una ipotesi di tema narrativo e di appoggiarsi su termini o frasi
chiave senza peraltro operare disgiunzioni paradigmatiche per quello che
riguarda il senso dei lessemi o disgiunzioni sintagmatiche per quello che
riguarda il senso delle coreferenze.
La permanenza di un’unica coerenza discorsiva fa sì che in questo caso
le due isotopie narrative non si annullino a vicenda, non siano in rapporto
di esclusione o alternatività, ma di complementarità. Anche se Greimas
sceglie come migliore l’isotopia alimentare, ciò non significa che la storia
non sia leggibile anche araverso l’isotopia naturale. Anzi le due isotopie si
rafforzano a vicenda.
Nel caso della storiella sulle |toilee| erano in opposizione due leure di
cui una chiaramente perdente e se il primo interlocutore avesse voluto
davvero parlare dei gabinei il suo intervento sarebbe stato
conversazionalmente infelice perché violava la massima della rilevanza.
Non così si può dire del mito degli ara.
Pertanto abbiamo qui isotopie narrative non vincolate a disgiunzioni
discorsive.
Le due o più isotopie narrative non sono mutuamente esclusive. Esse non
sono neppure del tuo denotativamente alternative, al massimo si
aribuiscono agli stessi individui diverse proprietà S-necessarie (di cui si
parlerà in 8.11). Si disegnano perciò diversi mondi narrativi possibili.
Il topic interviene unicamente a orientare la valutazione delle proprietà
narrativamente pertinenti e perciò la struurazione di questi mondi.

5.3.8. Conclusioni provvisorie

anto si è deo ci consente di affermare che |isotopia| è un termine-


ombrello che copre fenomeni diversi. Come tui i termini-ombrello (come
|iconismo|, |presupposizione|, |codice|) esso rivela che soo la diversità si
cela una qualche unità. Infai |isotopia| si riferisce pur sempre alla
costanza di un percorso di senso che un testo esibisce quando lo si
soomee a regole di coerenza interpretativa, anche se le regole di
coerenza cambiano a seconda che si vogliano individuare isotopie
discorsive o narrative, disambiguare descrizioni definite o frasi e auare
coreferenze, decidere cosa fanno determinati individui o stabilire a quante
storie diverse può dare origine lo stesso fare degli stessi individui.
ello che comunque dovrebbe essere chiaro è che l’individuazione del
topic è movimento cooperativo (pragmatico) che indirizza il leore a
individuare le isotopie come proprietà semantiche di un testo.

35 “Il lessema è […] una organizzazione semica virtuale che, salvo rare eccezioni… non è mai
realizzato come tale nel discorso manifestato. Ogni discorso, dal momento che pone la propria
isotopia semantica, non rappresenta che uno sfruamento molto parziale delle considerevoli
virtualità che gli offre il thesaurus lessematico; se prosegue il proprio cammino, è lasciandolo
disseminato di figure del mondo che esso ha rigeato, ma che continuano a vivere la loro
esistenza virtuale, pronte a risuscitare al minimo sforzo di memorizzazione” (Greimas, 1973: 170).
Per comprendere questo brano bisogna ricordare che quando Greimas parla di lessema non
intende l’espressione verbale, ma il contenuto semantico, l’intero spero sememico (riservando il
termine |semema| a particolari percorsi di senso, o disgiunzioni della rappresentazione
sememica).
36 Per il tentativo di aribuzione dei topic cfr. van Dijk (1976b: 50), che parla di strategie

probabilistiche e aribuzioni provvisorie. Talora il topic è invece reso esplicito da una espressione
come |il punto cruciale della questione è…|; van Dijk chiama queste e altre espressioni, marcatori
di topic (vi rientrano in molti casi anche i titoli). Per i topic di genere cfr. Culler (1975: 7). Sulle
parole chiave cfr. van Dijk, 1975 e Greimas, 1973: 170 con la nozione di “percorso figurativo” (cfr.
anche Groupe d’Entrevernes, 1977: 24).
37 Cfr. Greimas, 1966: 52-53. Cfr. anche van Dijk (“Aspects d’une théorie générative du texte

poétique” in A.J. Greimas, ed., Essais de sémiotique poétique, Paris, Larousse, 1972: 180-206): “Si
potrebbe dire che l’isotopia centrale di un testo è costituita dal sema o classema più basso che
domina il maggior numero di lessemi del testo.”
38 La distinzione tra isotopie a disgiunzione paradigmatica e isotopie a disgiunzione

sintagmatica corrisponde a quella tra isotopie verticali e orizzontali suggerita da Rastier e


discussa in Kerbrat-Orecchioni (1976: 24-25).
39 Il testo è stato proposto da Alain Cohen nel corso di un colloquio sulle modalità del far

credere tenutosi a Urbino presso il Centro Internazionale di Semiotica nel luglio 1978. L’analisi di
Cohen mirava peraltro a fini diversi dai nostri e concerneva esclusivamente il discorso sul Potere
cui si farà cenno più avanti.
40 Per la distinzione denotazione/connotazione cfr. Traato 2.3 e 2.9.1.
6. Le struure narrative

6.1. Dall’intreccio alla fabula

Una volta aualizzato il livello discorsivo il leore è in grado di sintetizzare


intere porzioni di discorso araverso una serie di macroproposizioni (vedi
van Dijk, 1975). Il leore dei Promessi sposi dopo aver aualizzato le
struure discorsive delle prime pagine del romanzo è in grado di formulare
sommari di questo genere: “In un paesino sul lago di Como, dalle parti di
Lecco, una sera verso il tramonto, il locale curato stava facendo una
passeggiata quando incontrò sul suo cammino due loschi tipi che
riconobbe per bravi e che pareva aspeassero proprio lui.” Solo a questo
punto il leore è spinto a domandarsi: e adesso cosa capiterà al nostro
curato, cosa gli diranno i bravi?
Per capire meglio non solo il meccanismo di questo processo astraivo
ma anche la dinamica di queste interrogazioni, bisogna riprendere la
vecchia opposizione formulata dai formalisti russi tra fabula e intreccio.41
La fabula è lo schema fondamentale della narrazione, la logica delle azioni
e la sintassi dei personaggi, il corso di eventi ordinato temporalmente. Può
anche non essere una sequenza di azioni umane e può concernere una
serie di eventi che riguardano oggei inanimati, o anche idee. L’intreccio è
invece la storia come di fao viene raccontata, come appare in superficie,
con le sue dislocazioni temporali, salti in avanti e in indietro (ossia
anticipazioni e flashback), descrizioni, digressioni, riflessioni parentetiche.
In un testo narrativo l’intreccio si identifica con le struure discorsive.
Tuavia potrebbe anche essere inteso come una prima sintesi tentata dal
leore sulla base delle struure discorsive, una serie di macroproposizioni
più analitiche che peraltro lasciano ancora indeterminate le successioni
temporali definitive, le connessioni logiche profonde. Ma possiamo
trascurare queste soigliezze. ello che ci interessa a livello di stadi
cooperativi è che, dopo aver aualizzato le struure discorsive, per una
serie di movimenti sintetici, si arrivino a formulare le macroproposizioni
narrative.42

6.2. Contrazione e espansione – Livelli di fabula

Varie teorie testuali assumono che le macroproposizioni narrative


costituiscono solo una sintesi ovvero una contrazione delle
microproposizioni espresse a livello di struure discorsive. Ora, se questo è
vero in gran parte dei casi (qualcuno suggeriva che la fabula di Edipo re si
possa sintetizzare come “cercate il colpevole”) ci sono peraltro molte
situazioni in cui le macroproposizioni narrative espandono le
microproposizioni discorsive. ale è la macroproposizione che sintetizza i
primi due versi della Divina Commedia? Seguendo la teoria dei quaro
sensi abbiamo almeno quaro isotopie narrative, ciascuna delle quali può
essere espressa solo da una serie di macroproposizioni (ovvero di
interpretanti) che a livello di nuova manifestazione lineare si presentano
come più ampie della manifestazione lineare interpretata. Ed è chiaro che
una macroproposizione come, per esempio “verso i trentacinque anni di
vita Dante Alighieri si trova immerso in una condizione di peccato”, viene
aualizzata solo a livello morale: a livello leerale si stabilisce solo che c’è
un soggeo che, a metà del percorso medio della vita umana, si trova in
una buia foresta. La struura narrativa della nota frase |Dieu invisible créa
le monde visibile| si traduce come «C’è un Dio. Dio è invisibile. Dio crea
(tempo passato) il mondo. Il mondo è visibile». E si prenda l’esclamazione
del vecchio Orazio in Corneille |qu’il mourut!| per capire quale espansione
richieda la traduzione in termini narrativi di questo semplice ao
linguistico.
Una seconda osservazione riguarda l’analiticità o la sinteticità della
fabula. Diremo che il formato della fabula dipende da una iniziativa
cooperativa abbastanza libera: in altri termini, si costruisce la fabula al
livello di astrazione che interpretativamente si giudica più fruuoso.
Ivanhoe può essere sia la storia di cosa accade a Cedric, Rowena, Rebecca e
così via, sia la storia dell’urto di classe (e di etnia) tra normanni e
anglosassoni. Dipende se si deve ridurre la storia per un film o se si deve
scriverne una sintesi per la pubblicità su una rivista di studi marxisti. È
vero che per arrivare alla seconda fabula (a parte il fao che in qualche
modo si deve essere passati per la prima) si è già alla soglia del livello
aanziale: si sono identificati due aanti principali, di cui i vari aori
individuali o colleivi, che appaiono via via nel libro, sono manifestazione,
ma è anche vero che questa struura aanziale scheletrica viene ancora
vista come investita in due aori (due razze e due classi), e quindi ci si
muove ancora a livello, sia pure rarefao, di fabula.
A questo proposito risorge il quesito già aperto sul rapporto tra topic e
isotopia. È chiaro che una fabula è una isotopia narrativa: leggere l’inizio
della Divina Commedia come la storia di un’anima peccatrice che cerca
una strada di uscita dalla “selva” del peccato, significa leggere sempre allo
stesso livello di coerenza semantica tue le entità che a livello di struure
discorsive sono apparse nella loro forma leerale (a livello discorsivo una
lince è un animale, ma se si è deciso di leggerla come figura di qualche
vizio allora occorrerà aenersi alla stessa decisione anche per quanto
riguarda la lupa). Ma per aualizzare questa struura narrativa occorre
avere proposto un topic come chiave di leura: qui si sta parlando
dell’anima peccatrice.
Rileggiamoci la novella di Allais Les Templiers riportata in “Appendice
2”: abbiamo deo che essa diventa testualmente coerente o incoerente solo
se la vediamo come risposta, a due diversi topic: (i) «cercare di ricordarsi
come si chiamava la persona x» e (ii) «cosa accadde quando capitai nel
castello dei templari». Una volta aivato il topic, vediamo però che a livello
di struure discorsive l’aualizzazione non cambia; a livello narrativo si
disegnano invece due fabulae in base alle quali si stabilisce quali azioni
siano rilevanti. In accordo al primo topic, alcune delle azioni compiute dai
protagonisti sono poco caraerizzanti (per esempio essi potrebbero
capitare, anziché nel castello dei templari, in quello degli Assassini del
Veglio della Montagna) e possono essere lasciate cadere nel corso del
riassunto e della sintesi per macroproposizioni; mentre in accordo al
secondo topic diventerebbe irrilevante il fao che il narratore non si
ricorda il nome dell’amico (salvo che la seconda fabula rimane in ogni caso
sospesa a mezz’aria).
Molte volte la decisione circa il formato della fabula dipende anche dalla
competenza intertestuale del leore. Si veda l’Edipo re: se mai esiste un
destinatario che non conosca già il mito di Edipo, costui rileverà che la
tragedia (araverso anticipazioni e flashback) sta raccontando la storia di
un re che abbandona il proprio figlio perché un oracolo gli ha deo che
questo figlio un giorno lo avrebbe ucciso, e così via, sino al punto in cui
Edipo, ormai re di Tebe, scopre di essere stato l’assassino del proprio padre
e di aver sposato la propria madre. Rispeo a questa sintesi il gioco di
interrogazioni e denegazioni araverso cui Edipo conduce la sua inchiesta
finale può diventare di scarso rilievo. Ma se il destinatario conosce già il
mito, la cui conoscenza è presupposta dalla tragedia (la quale postula un
Leore Modello che capisca quello che Edipo non capisse, e partecipi
appassionatamente alla dialeica della sua volontà di sapere e del suo
desiderio profondo di non sapere), sintetizzerà una fabula diversa, che
concerne appunto i passi araverso i quali Edipo, a così breve distanza
dalla verità, da un lato la ricerca dall’altro la respinge, sino a che soccombe
all’evidenza. A questo punto la fabula di Edipo diventa la storia di come un
colpevole rifiuta di riconoscere un’altra storia. Con il che entrano in gioco
altri e più profondi livelli: struure aanziali e ideologiche e dialeica tra
mondi possibili – come si vedrà nel capitolo 8.
Per finire, notiamo che per passare dal livello narrativo a quello delle
struure aanziali, così come per passare dalle macroproposizioni di fabula
alle previsioni sul corso degli eventi, il leore deve compiere alcune
operazioni di riduzione successive, che la figura 2 non registra: e qui si
pongono probabilmente sintesi successive del tipo di quelle progeate da
Propp quando riduce una storia a funzioni narrative, da Brémond quando
riduce l’ossatura narrativa a serie di disgiunzioni binarie il cui esito è
intertestualmente codificato, o da tua una tradizione che ha studiato
“temi” e “motivi”. Ma a questo punto la nozione di motivo, come già deo
in 4.6.6, si salda con quella di sceneggiatura intertestuale, di cui si parlerà
ancora in 7.3.

6.3. Struure narrative in testi non narrativi

Il modello della figura 2, anche se è concepito per render conto di testi


narrativi, funziona anche per testi che narrativi non sono. In altri termini,
si può aualizzare una fabula, ovvero una sequenza di azioni, anche in testi
non narrativi, anche in ai linguistici più elementari come domande,
comandi, giuramenti, o in frammenti conversazionali. Di fronte all’ordine
vieni qui si può espandere la struura discorsiva in una macroproposizione
narrativa del tipo «c’è qualcuno che esprime in modo imperativo il
desiderio che il destinatario, rispeo a cui manifesta aeggiamento di
familiarità, si sposti dalla posizione in cui è e si avvicini alla posizione in
cui sta il soggeo dell’enunciazione». Il che, se vogliamo, è una piccola
storia, anche se di poco conto. Si veda un testo conversazionale come:

(23) Paolo – Dov’è Pietro?


Maria – Fuori.
Paolo – Ah. Pensavo stesse ancora dormendo.

Si può facilmente estrapolarne una storia che racconta come: (i) nel
mondo delle conoscenze di Paolo e di Maria esiste un certo Pietro; (ii)
Paolo in un tempo iniziale ti crede p (p = Pietro sta ancora dormendo in
casa), mentre Maria in un tempo t2 asserisce di sapere che q (q = Pietro è
uscito); (iii) Maria informa Paolo intorno a q; (iv) Paolo abbandona la sua
credenza circa p ed ammee che p non è il caso, mentre confessa di aver
creduto p in t1. Naturalmente tui gli altri problemi semantici
(presupposizioni circa il fao che Pietro sia un essere umano maschio, che
sia noto tanto a Paolo quanto a Maria, che la conversazione abbia luogo
dentro una casa o di fronte a una casa, che Paolo volesse sapere qualcosa
su Pietro o che il tempo della conversazione fosse probabilmente la tarda
mainata) riguardano il processo precedente di aualizzazione delle
struure discorsive. anto a stabilire se Maria dica la verità, se Paolo
creda che Maria dice la verità o se finge soltanto di crederle, questo
riguarda operazioni estensionali ulteriori (struure di mondi). Ma per
passare dalle struure discorsive alle struure di mondi sembra che una
sintesi a livello di fabula sia indispensabile. Indispensabile, certo, se noi
leggiamo un dialogo del genere; ma indispensabile anche a Paolo,
protagonista del dialogo in ao, se vuole rendersi conto di quale vicenda
stia vivendo e di quali previsioni possa fare (magari ricorrendo a
sceneggiature comuni) – per poter a esempio reagire alla situazione
decidendo di lasciare un messaggio per Pietro.
Come si è deo in 6.2, anche qui la fabula può essere aualizzata a
livelli più sintetici, per esempio formulando la macroproposizione «Paolo
cerca Pietro» oppure «Paolo interroga Maria circa Pietro» o ancora «Paolo
riceve da Maria una notizia inaesa».
Nello stesso modo anche gli esempi di implicatura conversazionale
proposti da Grice (1967) veicolano una storia possibile. Il valore pragmatico
dell’impalcatura consiste esaametnte nel fao che essa obbliga il
destinatario a formulare una storia là dove c’era solo, e apparentemente, la
violazione accidentale o maliziosa di una massima conversazionale:

(24) A – Sono senza benzina.


B – C’è un garage all’angolo.

Storia: A ha bisogno di benzina e B vuole aiutarlo. B sa che A sa che di


solito i garage hanno una pompa di benzina, sa che c’è un garage
all’angolo e sa (o spera) che questo garage ha benzina da vendere. Così B
informa A circa la localizzazione del garage e lo fa in modo da non perdersi
in lunghi ragionamenti e senza fornire più informazione di quella che la
situazione richieda. Si potrebbe aggiungere che, a questo punto, il leore
della conversazione (24) – e persino B come possibile destinatario della
storia di cui è protagonista – può iniziare a porsi una serie di interrogativi
sul futuro corso di eventi: seguirà A i suggerimenti di B? ci sarà benzina in
garage? ecc. Moderata ma indubbia suspence: e meccanismo di cui si dirà
in 7.2 e 7.3 a proposito delle previsioni e delle passeggiate inferenziali.

6.4. Condizioni elementari di una sequenza narrativa

Rimane da stabilire quali siano le condizioni elementari per cui una


sequenza discorsiva possa essere definita narrativamente rilevante e cioè
definita come una porzione di fabula. Decisione indispensabile per poter
avanzare previsioni e compiere passeggiate inferenziali.
Anche senza ricorrere alla distinzione, già proposta, tra narrativa
naturale e narrativa artificale, si potrebbe acceare come definizione di una
narrazione rilevante e coerente la seguente, che riassume una serie di
condizioni proposte da van Dijk (1974a): una narrazione è una descrizione
di azioni che richiede per ogni azione descria un agente, una intenzione
dell’agente, uno stato o mondo possibile, un mutamento, con la sua causa e
il proposito che lo determina; a questo si potrebbero aggiungere stati
mentali, emozioni, circostanze; ma la descrizione è rilevante (diremmo:
conversazionalmente ammissibile) se le azioni descrie sono difficili e solo
se l’agente non ha una scelta ovvia circa il corso di azioni da intraprendere
per cambiare lo stato che non corrisponde ai propri desideri; gli eventi che
seguono a questa decisione devono essere inaesi, e alcuni di essi devono
apparire inusuali o strani.
È chiaro che una serie di requisiti del genere esclude, e giustamente, dal
novero dei testi narrativi, delle asserzioni come:

(25) Ieri sono uscito di casa per andare a prendere il treno delle 8,30 che
arriva a Torino alle 10. Ho preso un taxi che mi ha portato alla
stazione, quivi ho acquistato il biglieo e mi sono portato al binario
giusto; alle 8,20 sono salito sul treno, che è partito regolarmente e mi
ha condoo a Torino.

Di fronte a qualcuno che narra una storia del genere ci chiederemmo


perché mai ci faccia perdere tanto tempo violando la prima massima
conversazionale di Grice, per cui non bisogna essere più informativi di
quanto richiesto (a meno naturalmente che ieri ci fosse uno sciopero delle
ferrovie, nel qual caso il racconto comunica indubbiamente un fao
inusuale).
Tuavia i requisiti sopra elencati sono forse eccessivi. Il primo libro del
Genesi racconta indubbiamente una storia in cui avvengono mutamenti di
stato, a opera di un agente fornito di chiari propositi, il quale aivando
cause ed effei compie azioni di rara difficoltà che (se non si identifica il
mondo esistente con il migliore dei mondi possibili) non costituivano
scelta del tuo ovvia. Ma nessuno potrebbe dire che gli eventi conseguenti
all’azione risultavano inaesi, strani o inusuali all’agente, perché egli
sapeva esaamente cosa sarebbe successo dicendo “fiat lux” o separando
la terra dalle acque (si aggiunga che anche il leore si aende esaamente
quello che di fao avviene). Eppure sarebbe difficile negare che il rapporto
sulla creazione dell’universo sia un bel pezzo di narrativa.
Si possono pertanto restringere i requisiti fondamentali
(introducendone altri solo a seconda del genere narrativo specifico che si
voglia poi definire) a quelli proposti (più o meno) dalla Poetica aristotelica:
dove è sufficiente individuare un agente (e non importa se umano o no),
uno stato iniziale, una serie di mutamenti orientati nel tempo e prodoi da
cause (da non specificare a ogni costo) sino a un risultato finale (anche se
transitorio o interlocutorio). Non aggiungeremmo per il momento (il
requisito varrebbe solo per certi generi di narrativa artificiale) che l’agente
a seguito delle azioni subisca un mutamento di fortuna passando dalla
felicità all’infelicità o viceversa. Mantenendo una serie di requisiti così
ridoa potremmo arrivare a dire che anche la descrizione delle operazioni
necessarie a produrre litio, data da Peirce (cfr. 2.5) sia un brano, sia pure
elementare, di narrativa.
In ogni caso questa serie di requisiti permee di individuare un livello
narrativo (una fabula) anche in testi che apparentemente narrativi non
sono. Esaminiamo per esempio l’inizio dell’Etica di Spinoza:

(26) Per causam sui intelligo id cujus essentia involvit existentiam; sive id
cujus natura non potest concipi nisi existens.

i ci sono almeno due fabulae incassate. L’una riguarda un agente


(grammaticalmente implicito) e cioè |ego| che compie l’azione di
comprendere o significare, e così facendo passa da uno stato di conoscenza
confusa a uno stato di conoscenza più chiara di cosa sia Dio. Si noti che se
|intelligo| viene interpretato come «capisco» o «riconosco», Dio rimane un
oggeo non modificato dall’azione. Ma se con lo stesso verbo si intende
«voglio significare» o «voglio dire» (I mean o Ich meine – come accadeva
per il brano di Wigenstein citato in 3.5) allora l’agente istituisce araverso
l’ao della propria definizione il proprio oggeo come unità culturale
(ovvero lo fa essere).
esto oggeo con i suoi aributi è peraltro il soggeo della fabula
incassata. È un soggeo che compie una azione mediante la quale per il
fao stesso di essere, esso esiste. Pare che in questa vicenda della natura
divina non “accada” nulla, perché non vi è lasso temporale tra l’auazione
dell’essenza e l’auazione dell’esistenza (né la seconda muta lo stato
rappresentato dalla prima); né l’essere pare un’azione, tale che auandola
si produca l’esistere. Ma si è scelto proprio questo esempio come caso
limite. In questa storia sia azione che decorso temporale sono a un grado
zero (uguale infinito). Dio agisce sempre automanifestandosi e dura
sempre, sempre producendo il fao che esiste per il fao stesso che è. Poco
per un romanzo d’avventura, abbastanza perché si diano, a grado appunto
zero, le condizioni essenziali di una fabula. Troppe puntate, nessun colpo di
scena – è vero – ma dipende anche dalla sensibilità del leore. Il Leore
Modello di una storia del genere è un mistico o un metafisico, un tipo di
cooperatore testuale capace di provare intense emozioni davanti a questa
nonvicenda che non cessa peraltro di stupirlo per il suo caraere
singolarissimo. Se non accade nulla di nuovo è perché ordo et connectio
rerum idem est ac ordo et connectio idearum, e tuo è già deo. Ma anche
l’Amor Dei Intellectualis è una fiera passione, ed esiste l’inesausta sorpresa
del riconoscimento della Necessità. Se vogliamo, la fabula è così
trasparente che conduce immediatamente a una vicenda immobile di puri
aanti: e alla costituzione di una struura di mondi con un solo individuo
che possiede tue le proprietà, e a cui tui i mondi possibili sono
accessibili.43
D’altra parte è pur sempre possibile avvicinare da un punto di vista di
costruzione narrativa anche testi che paiono non raccontare alcuna fabula:
è quello che ha fao mirabilmente Greimas (1975) analizzando un
“discorso non figurativo” e cioè la introduzione di Dumézil al suo
Naissance d’Archange. Dove il testo scientifico non manifesta soltanto una
“organizzazione discorsiva” ma anche una “organizzazione narrativa”, faa
di colpi di scena scientifici (o accademici), loa con opponenti, viorie e
sconfie. È la storia della costruzione di un testo e della messa in opera di
una strategia cui non mancano volontà persuasive, con un soggeo agente
che alla fin fine pretende impersonare la Scienza stessa. Suggerimento
molto importante che può portarci a rileggere tui i testi argomentativi
come la storia di una baaglia persuasiva, giocata e vinta – almeno sino al
momento che l’analisi non ne mea a nudo gli artifici.
41 Cfr. per la storia di questa distinzione Erlich, 1954. Per una discussione recente cfr. Segre,
1974, nonché Fokkema e Kunne-Ibsch, 1977.
42 La questione ha una sua dimensione teorica e una sua verificabilità empirica. Per l’aspeo

teorico cfr. l’idea di storia come “grande frase” in Barthes, 1966; cfr. anche Todorov, 1969. Si è già
citato peraltro Greimas (1973: 174) per la struura sememica come potenziale programma
narrativo. Su un altro versante, sono utili le ricerche compiute da van Dijk (1975; 1976b) sui
“sommari” che i leori forniscono di una storia.
43 A maggior ragione il principio vale per quei testi sperimentali dove si disegnano agenti

“immobili”, in cui non è dato di individuare vicenda rilevante, in cui è in questione la stessa
nozione di agente. Cfr. per esempio l’analisi di Nouvelles Impressions d’Afrique di Roussel faa da
Kristeva (1970: 73 sgg.).
7. Previsioni e passeggiate inferenziali

7.1. Le disgiunzioni di probabilità

Le macroproposizioni araverso le quali il leore aualizza la fabula non


dipendono da una decisione arbitraria: esse debbono in qualche modo
aualizzare la fabula veicolata dal testo. La garanzia di questa “fedeltà” al
testo in quanto prodoo è data da leggi semantiche verificabili anche
araverso test empirici. Data la porzione testuale (14) è garantito, in
termini di enciclopedia – poiché Raoul è un uomo e Marguerite una donna,
e poiché il verbo |marcher| reca un sema di «movimento verso» – che essa
può essere riassunta dalla macroproposizione «un uomo si muove verso
una donna». D’altra parte i test empirici sulle capacità medie di riassumere
un testo, ci dicono che la costruzione delle macroproposizioni si manifesta
come statisticamente omogenea.
Ma la cooperazione interpretativa avviene nel tempo: un testo viene
leo passo per passo. Pertanto la fabula “globale” (la storia raccontata da
un testo coerente), se pur viene concepita come finita dall’autore, si
presenta al Leore Modello come in divenire: egli ne aualizza porzioni
successive. Si può allora prevedere che il leore aualizzi
macroproposizioni consistenti: nel caso del testo (14) il leore, piuosto di
riassumere «un uomo muove verso una donna», aende che la sequenza
di eventi abbia raggiunto una certa consistenza per riassumere «Raoul si
precipita su Marguerite per picchiarla ed essa fugge». È pure prevedibile
che a questo punto il leore avverta una disgiunzione di probabilità, dato
che, secondo la sua esperienza enciclopedica (sceneggiature comuni e
intertestuali) Raoul può raggiungere Marguerite e picchiarla, non
raggiungerla, essere sorpreso da una improvvisa mossa di Marguerite che
rovescia la situazione (come di fao avviene nella novella).
Ogni qualvolta il leore perviene a riconoscere nell’universo della
fabula (sia pure ancora parentetizzato quanto a decisioni estensionali)
l’auazione di una azione che può produrre un cambiamento nello stato
del mondo narrato, introducendo così nuovi corsi di eventi, esso è indoo
a prevedere quale sarà il cambiamento di stato prodoo dall’azione e quale
sarà il nuovo corso di eventi.
È vero che una disgiunzione di probabilità si può produrre in qualsiasi
punto di una narrazione: “la marchesa uscì alle cinque”, per far che, per
andar dove? Ma disgiunzioni probabilistiche del genere si aprono anche
all’interno di una semplice frase, per esempio ogni qual volta occorre un
verbo transitivo (|Luigi mangia…|: cosa, un pollo, un panino, un
missionario?). Non prenderemo in considerazione una condizione
interpretativa così ansiosa, fidando nella velocità di leura del Leore
Modello, il quale coglie con un colpo d’occhio la struura di una o più frasi
e non fa in tempo a domandarsi cosa mangi Luigi che già ha ricevuto
l’informazione desiderata.
Invece è lecito domandarsi quali siano i corsi di eventi e i mutamenti
che implicano una disgiunzione di probabilità degna di interesse. La
risposta per cui le disgiunzioni interessanti si aprirebbero all’occorrere di
quelle azioni che sono “rilevanti” per il corso della fabula rischia di
costituire una petizione di principio. Altreanto insoddisfacente, anche se
esao, sarebbe dire che il leore individua le disgiunzioni di probabilità a
seconda dell’ipotesi di fabula che sta formulando sulla scorta del topic
prescelto.
Diremo piuosto che un testo narrativo introduce segnali testuali di
vario tipo per soolineare che la disgiunzione che sta per occorrere è
rilevante. Chiamiamoli segnali di suspence. Possono consistere per esempio
in una dilazione della risposta alla implicita domanda del leore. Pensiamo
alle pagine sulle grida che il Manzoni inserisce tra l’apparizione dei bravi a
Don Abbondio e il racconto di quello che i bravi gli diranno. Per maggior
sicurezza l’autore si adopera a segnalarci anche lo stato di aspeativa del
personaggio (che coincide col nostro e nello stesso tempo lo fonda) due
volte, prima e dopo la digressione sulle grida:
(27) vide una cosa che non s’aspeava, e che non avrebbe voluto vedere.
Due uomini stavano […] (segue la descrizione dei bravi, quindi si
inserisce – ad alimentar la suspence – la lunga discussione sulle
grida; poi il testo riprende con altri segnali di suspence)
[…] Che i due descrii di sopra stessero ivi ad aspear qualcheduno,
era cosa troppo evidente […]
Domandò subito in frea a se stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse
qualche uscita di strada […] Fece un rapido esame, se avesse peccato
contro qualche potente […] Mise l’indice e il medio della mano
sinistra nel collare… Diede un’occhiata, al di sopra del muricciolo, ne’
campi […]
Che fare?

Talora i segnali di suspence sono dati dalla divisione in capitoli, per cui
la fine del capitolo coincide con la situazione di disgiunzione. Talora
addiriura la narrazione procede a puntate e introduce un lasso di tempo
obbligato tra la domanda (non sempre implicita) e la risposta. Diciamo
allora che l’intreccio, a livello di struure discorsive, lavora a preparare le
aese del Leore Modello a livello di fabula, e che non di rado le aese del
leore sono suggerite descrivendo esplicite situazioni di aesa, non di rado
spasmodica, da parte del personaggio.

7.2. Le previsioni come prefigurazione di mondi possibili

Entrare in stato di aesa significa far previsioni. Il Leore Modello è


chiamato a collaborare allo sviluppo della fabula anticipandone gli stati
successivi. L’anticipazione del leore costituisce una porzione di fabula
che dovrebbe corrispondere a quella che egli sta per leggere. Una volta che
avrà leo si renderà conto se il testo ha confermato o no la sua previsione.
Gli stati della fabula confermano o disapprovano (verificano o falsificano)
la porzione di fabula anticipata dal leore (vedi Vaina, 1976, 1977). Il finale
della storia – così come stabilito dal testo – non solo verifica l’ultima
anticipazione del leore ma anche certe sue anticipazioni remote, e in
generale pronuncia una implicita valutazione sulle capacità previsionali
manifestate dal leore nel corso dell’intera leura.
esta aività previsionale araversa di fao tuo il processo di
interpretazione e si sviluppa solo araverso una dialeica serrata con altre
operazioni, mentre viene verificata di continuo dall’aività di
aualizzazione delle struure discorsive.
Come vedremo nel capitolo successivo, nel fare queste previsioni il
leore assume un aeggiamento proposizionale (crede, desidera, auspica,
spera, pensa) circa il modo in cui andranno le cose. Così facendo configura
un possibile corso di eventi o un possibile stato di cose – come si è deo
sopra, azzarda ipotesi su struure di mondi. In molta della leeratura
corrente sulla semiotica testuale è invalso l’uso di parlare, a proposito di
questi stati di cose previsti dal leore, di mondi possibili.
Esamineremo nel capitolo che segue le condizioni alle quali si può usare
questo conceo (preso a prestito con le dovute cautele dalla metafisica e
dalla logica modale) nell’ambito di una semiotica testuale. E vedremo pure
come questi usi sono stati giudicati illeciti in quanto presupporrebbero una
interpretazione metafisica e sostanzialistica del conceo di mondo possibile
(come se un mondo possibile, in quanto stato alternativo di cose, avesse
una consistenza ontologica pari a quella del mondo auale). Occorre
pertanto meere in chiaro, e una volta per tue, il senso che intendiamo
assegnare alla idea di possibilità quando si parla di un leore che immagina
(crede o spera in) uno sviluppo possibile degli eventi.
Prendiamo un orario ferroviario (e meglio ancora quelle cartine
schematiche che vi stanno all’inizio): vediamo che se intendo andare da
Milano a Siena devo andare necessariamente da Milano a Firenze; a quel
punto posso scegliere tra due possibilità, Firenze-Terontola-Chiusi-Siena
oppure Firenze-Empoli-Siena. Non stiamo a discutere quale sia la più
economica in termini di tempo, denaro e frequenza delle coincidenze
(anche se questi elementi aggiungerebbero utili variabili al gioco
previsionale).44 Sta di fao che, in termini narrativi oltre che ferroviari, dato
un passeggero a Firenze, si apre una disgiunzione di probabilità: quale delle
due vie prenderà? Dire che il passeggero ha due possibilità (e dire che chi
fa previsioni sul passeggero ha da scegliere tra due corsi alternativi di
eventi ugualmente possibili, coeteris paribus) non significa interrogarsi
sulla consistenza ontologica di questi corsi rispeo a quello che di fao poi
si verificherà, e nemmeno ridurre questi corsi alternativi a inafferrabili stati
psicologici del previsore. I due corsi di eventi sono possibili perché sono dati
come tali dalla struura della rete ferroviaria. Entrambi possono verificarsi
perché la rete provvede condizioni ragionevoli di realizzazione per
entrambi.
Ora, un testo che mi presenta un individuo x che spara su di un
individuo y, mi consente di fare, sullo sfondo della competenza
enciclopedica a cui rimanda (nella nostra analogia la rete ferroviaria non
corrisponde tanto a un testo quanto a un sistema di sceneggiature) due
previsioni: o l’individuo viene colpito oppure no. Sempre coeteris paribus
(escludendo cioè che l’individuo sia legato a un palo e il tiratore sia la
pistola più rapida del West, posto a mezzo metro di distanza – ma anche in
quel caso, quante belle possibili sorprese narrative! quante fantasie oative
da parte della viima nei suoi ultimi istanti di vita!) è possibile in virtù
della struura della “rete” che si verifichi l’uno o l’altro caso. Sarebbe
insensato a questo punto osservare che la previsione non soddisfaa sia
ontologicamente più debole di quella soddisfaa. In quanto previsioni,
aeggiamenti proposizionali, entrambe rimangono puro evento mentale di
fronte alla massiccia materialità del caso vincente.
Noi dobbiamo soltanto chiederci se, alla luce della competenza
enciclopedica a cui il testo narrativo si riferisce, e alla luce delle mosse
predisposte dal testo, è ragionevole intravvedere una disgiunzione di
probabilità. In questi termini possiamo chiamare benissimo “mondo
possibile” quello configurato dalla proposizione che il previsore esprime.
Poniamo che una narrazione equivalga a un manuale di addestramento
per scacchisti in cui l’autore a un certo punto ci raffigura sulla pagina di
sinistra lo stato si della scacchiera in un punto cruciale di una celebre
partita in cui Ivanov vinse Smith in sole due mosse successive. Sulla
pagina di destra l’autore raffigura lo stato sj (dove j è successivo a i)
conseguente alla mossa di Smith. Ora, ci dice l’autore, prima di voltare
pagina e trovare la raffigurazione dello stato sk, conseguente alla mossa di
Ivanov, provate a indovinare quale mossa ha fao Ivanov. Il leore prende
un foglio (o una scheda acclusa al manuale) e disegna quello che secondo
le proprie previsioni dovrebbe essere lo stato oimale in sk, vale a dire
quello stato realizzando il quale Ivanov mee Smith in situazione di stallo.
Cosa fa il leore? Ha a disposizione la forma della scacchiera, le regole
degli scacchi e una serie di mosse classiche, registrate dalla enciclopedia
dello scacchista, delle vere e proprie sceneggiature interpartita, considerate
per tradizione tra le più fruuose, le più eleganti, le più economiche.
esto insieme (forma della scacchiera, regole del gioco, sceneggiature di
gioco) è equivalente alla rete ferroviaria dell’esempio precedente:
rappresenta un insieme di possibilità consentite dalla struura
dell’enciclopedia scacchistica. Su questa base il leore si accinge a
disegnare la propria soluzione.
Per farlo compie un doppio movimento: da un lato considera tue le
possibilità oggeivamente riconoscibili come “ammesse” (per esempio non
considererà le mosse che meono il proprio re in condizione di essere
immediatamente mangiato: queste sono mosse da considerare “proibite”);
d’altro lato si prefigura quella che egli ritiene la mossa migliore tenendo
conto di quel che sa della psicologia, di Ivanov e delle previsioni che
Ivanov dovrebbe aver fao sulla psicologia di Smith (per esempio il leore
può supporre che Ivanov azzardi un ardito gambio perché prevede che
Smith cadrà nella trappola).
A questo punto il leore disegna sulla scheda quello che egli ritiene lo
stato sk validato dalla partita che l’autore presenta come oimale. Poi volta
pagina e confronta la propria soluzione su scheda con quella stampata sul
manuale. Delle due l’una: o ha indovinato o non ha indovinato. E se non
ha indovinato cosa farà? Buerà via (con dispeo) la sua scheda, perché
costituisce la raffigurazione di un possibile stato di cose che il corso della
partita (proposta come l’unica buona) non ha convalidato.
Ciò non toglie che lo stato alternativo che egli aveva previsto non fosse
scacchisticamente ammesso: esso era possibilissimo e lo era a tal punto che
il leore lo ha effeivamente configurato. Solo che non è quello che
l’autore proponeva. Si noti che (i) questo tipo di esercizio potrebbe protrarsi
per ogni mossa di una partita lunghissima e (ii) per ogni mossa il leore
potrebbe disegnare non uno ma vari stati possibili; infine (iii) l’autore
potrebbe divertirsi a rappresentare tui gli stati possibili che Ivanov
avrebbe potuto realizzare, con tue le risposte possibili di Smith, e così via,
per ogni mossa aprendo una serie di disgiunzioni multiple, all’infinito.
Procedimento poco economico ma in principio realizzabile.
Naturalmente occorre che il leore abbia deciso di cooperare con
l’autore e cioè di acceare che la partita Ivanov-Smith è da assumere non
solo come l’unica che di fao si è realizzata ma anche come la migliore che
si potesse realizzare. Se il leore non coopera, allora può usare lo stesso il
manuale, ma come eccitante immaginativo per concepirsi le proprie partite,
così come si può interrompere a metà un libro giallo per scriverne uno in
proprio, senza preoccuparsi che il decorso di eventi immaginato dal leore
coincida con quello convalidato dall’autore.
Ecco dunque che si possono dare delle possibilità scacchistiche
oggeivamente consentite dall’enciclopedia (la rete) scacchistica. Ecco che
si possono configurare mosse possibili che, pur essendo solo possibili
rispeo alla partita “buona”, non sono per questo meno concretamente
configurabili. Ed ecco come il mondo possibile prefigurato dal leore si
basa sia su condizioni oggeive della rete sia su proprie speculazioni
soggeive circa il comportamento altrui (e cioè il leore specula
soggeivamente su come Ivanov reagirà soggeivamente alle possibilità
offerte oggeivamente dalla rete).
Salvo la differenza di complessità tra rete scacchistica e rete ferroviaria,
ecco che entrambi i paragoni soddisfano alle condizioni di una fabula
intesa come racconto di un viaggio da Firenze a Empoli o di una partita di
scacchi tra Ivanov e Smith. anto al paragone scacchistico, un testo
narrativo può assomigliare sia a un manuale per bambini che a uno per
giocatori esperti. Nel primo si proporranno situazioni di partita abbastanza
ovvie (secondo l’enciclopedia scacchistica) così che il bambino abbia la
soddisfazione di avanzare previsioni coronate da successo; nel secondo si
presenteranno situazioni di partita in cui il vincitore ha azzardato una
mossa del tuo inedita, non ancora registrata da alcuna sceneggiatura, tale
da passare alla storia per arditezza e novità, in modo che il leore provi il
piacere di vedersi contraddeo. Alla fine di una favola il bambino è felice di
apprendere che i protagonisti vissero insieme felici e contenti proprio come
lui aveva previsto, e alla fine di Dalle nove alle dieci il leore di Agatha
Christie è felice di apprendere che lui aveva sbagliato tuo e che l’autrice è
stata diabolicamente sorprendente. A ogni fabula il suo gioco, e il piacere
che decide di somministrare.

7.3. Le passeggiate inferenziali


Ma sia che si scelga l’analogia con la rete ferroviaria che quella con la
descrizione della partita, è essenziale alla cooperazione che il testo sia
rapportato di continuo all’enciclopedia. Per azzardare previsioni che
abbiano una minima probabilità di soddisfare il corso della storia, il leore
esce dal testo. Elabora inferenze, ma va a cercare altrove una delle premesse
probabili del proprio entimema. In altre parole, se la fabula gli dice “x
compie l’azione tale” il leore azzarderà: “e siccome ogni volta che un x
compie l’azione tale di solito si ha l’esito y” per concludere “allora l’azione
di x avrà l’esito y”.
Nel testo (14) quando Raoul alza la mano il leore è chiamato a
comprendere che per forza di enciclopedia, Raoul la alza per baere. Ma a
questo punto il leore si aende che Raoul baa Marguerite. esto
secondo movimento non è della stessa natura semiotica del primo. Il primo
aualizza le struure discorsive, non genera aspeativa ma sicurezza,
mentre il secondo coopera tentativamente ad aualizzare in anticipo la
fabula e ha la natura della tensione, della scommessa, dell’abduzione.
Per azzardare la sua ipotesi il leore deve ricorrere a sceneggiature
comuni o intertestuali: “di solito, tue le volte che, come avviene in altri
racconti, come risulta dalla mia esperienza, come ci insegna la
psicologia…”. In effei aivare una sceneggiatura (specie se intertestuale)
significa ricorrere a un tópos.45 Chiamiamo queste fuoriuscite dal testo (per
rientrarvi carichi di boino intertestuale) passeggiate inferenziali. E se la
metafora è disinvolta è proprio perché si vuole meere in risalto il gesto
libero e disinvolto con cui il leore si sorae alla tirannia del testo – e al
suo fascino – per andarne a ritrovare esiti possibili nel repertorio del già
deo. Salvo che la sua passeggiata è in principio direa e determinata dal
testo (come se alla disgiunzione di Firenze il testo avesse discorsivamente
suggerito che il nostro viaggiatore non vuol prendere coincidenze, e
dunque tra le varie sceneggiature a disposizione una sola è possibile, e
occorre rientrar nel testo azzardando l’ipotesi che il viaggiatore scelga la
via di Empoli). est’ultima limitazione non riduce la libertà del Leore
Modello, ma soolinea la pressione che il testo cerca di esercitare sulle
previsioni del leore.
La passeggiata inferenziale sembra a prima vista artificio per testi
giocati su tópoi consunti, e indubbiamente è per passeggiata inferenziale
che in un film western, se lo sceriffo è appoggiato al bancone del bar del
saloon e il caivo gli appare alle spalle, prevediamo che lo sceriffo lo
scorga nello specchio dietro alle boiglie dei liquori, si volti di colpo
estraendo la pistola e lo uccida; ma per la stessa sceneggiatura “depositata”
(questa volta giocata à rebours dall’autore malizioso) in un film alla Mel
Brooks, lo sceriffo si volterebbe e verrebbe steso al suolo dal caivo (lo
Speatore Modello venendo giocato da un autore che conosce tue le sue
possibili riserve enciclopediche). Ma non tue le passeggiate inferenziali
sono così meccaniche. Il romanzo contemporaneo, così intessuto di non-
deo e di spazi vuoti, affida appunto a passeggiate ben più avventurose la
previsione del leore. Sino ad ammeere, come vedremo in 7.4, più
previsioni, mutuamente alternative eppure tue vioriose.
Così la narrazione consolatoria ci fa passeggiare fuori del testo per
reintrodurvi proprio quello che il testo promee e darà; altri generi
narrativi faranno l’opposto. Un drame bien parisien, come vedremo
nell’ultimo capitolo, gioca su tue queste possibilità e, come nelle partite a
scacchi dei seimanali enigmistici, ci parla con la voce di un Bianco che
maa sempre e inevitabilmente in due mosse.
Un esempio di gioco sin troppo facile è dato dai Misteri di Parigi di Sue
(Eco, 1976). i il leore è di continuo invitato a supporre che Fleur-de-
Marie, la verginale prostituta salvata dal principe Rodolfo in un tapis-franc
parigino, altri non sia che la figlia che egli ha perduto e disperatamente
cerca. Infai. Ma costreo dal successo del suo romanzo ad allungare le
puntate, Sue non riesce a tenere a freno l’impazienza del suo Leore
Modello, e prima della metà del romanzo cede le armi: il mio leore avrà
ormai capito, ammee, e quindi non stiamo più né io a stimolare né lui ad
aivare previsioni, la rivelazione verrà alla fine, ma assumiamola per
avvenuta (per noi, se non per l’ignaro Rodolfo). Né si poteva fare
altrimenti, dalla commedia greca ai giorni suoi, il leore di Sue, per
illeerato che fosse, aveva a portata di mano troppe sceneggiature
intertestuali analoghe. I misteri di Parigi ha una buona fabula ma un
pessimo intreccio: ridoa ai suoi minimi termini la storia di questa
agnizione poteva funzionare; dissolta nelle more di una struura discorsiva
lutulenta e protraa, ecco che obbligava l’autore a far il mestiere del
leore, e cioè a formulare anticipazioni, rovinando un effeo finale peraltro
già compromesso.
7.4. Fabulae aperte e fabulae chiuse

Non tue le scelte previsionali fae dal leore hanno lo stesso valore
probabilistico. Data una probabilità iniziale (e teorica) di 1/2, l’intreccio
provvede a mutare il rapporto, le sceneggiature intertestuali a disposizione
compiono un’altra buona parte di riduzione. Sta naturalmente all’autore
scegliere poi, alla mossa successiva, la soluzione meno probabile, se è del
poeta il fin la meraviglia. E gioca naturalmente l’arguzia inferenziale e la
vastità enciclopedica del leore. Certe narrazioni possono anche scegliersi
due Leori Modello, uno più “astuto” dell’altro; oppure possono prevedere
un Leore che cresce in astuzia alla seconda leura (come fa Un drame
bien parisien). D’altra parte un libro troverà sempre dei leori non-modello
che eserciteranno i comportamenti previsionali più vari – e chissà quanti
leori di Sue, quando l’autore ha ammesso che Fleur-de-Marie era la figlia
di Rodolfo, sono caduti dalle nuvole. Si può infine narrare in modo
prevedibile o in modo sorprendente.
Ma non è questa l’opposizione che interessa: essa è abbastanza intuitiva
e su questa base si possono costruire anche tipologie più soili. Interessa
piuosto un’altra opposizione, quella tra fabulae aperte e fabulae chiuse.
Dove, naturalmente, si idealizzano due tipi teorici, ed è chiaro che nessuna
fabula sarà mai del tuo aperta o del tuo chiusa, e che si potrebbe e
dovrebbe stabilire una sorte di continuum graduato dove collocare le varie
narrazioni, ciascuna al posto che le compete – se non altro per generi.
Un modello di fabula chiusa è quello rappresentato dal diagramma (a),
mentre il diagramma (b) rappresenta, abbastanza schematicamente, una
fabula aperta:
Nel caso (a) siamo in una situazione analoga a quella del manuale di
scacchi di cui si parlava in 7.2. Ad ogni disgiunzione di probabilità il leore
può azzardare varie ipotesi, e non è affao da escludere che le struure
discorsive lo orientino maliziosamente verso quelle da scartare: ma è
chiaro che una e una sola sarà l’ipotesi buona. La fabula, via via che si
aua e si dispone lungo il proprio asse temporale, verifica le anticipazioni,
esclude quelle che non corrispondono allo stato di cose di cui essa vuole
parlare, e alla fine avrà tracciato una sorta di linea cosmologica continua in
cui (nei limiti del mondo costruito dal racconto) quello che è accaduto è
accaduto e quello che non è accaduto non ha più importanza (speerà al
leore incauto di mordersi le mani, di tornare a rileggere parti del testo
sorvolate troppo in frea, di dire “eppure avrei dovuto capirlo!”, come
accade appunto a chi chiude, beffato, Dalle nove alle dieci). esto tipo di
fabula è chiusa in quanto non permee (alla fine) nessuna alternativa ed
elimina la vertigine dei possibili. Il mondo (della fabula) è quello che è.46
Il diagramma (b) ci mostra invece come può funzionare una fabula
aperta. Nella sua schematicità il diagramma ci mostra una apertura allo
stato finale della fabula, ma un diagramma più minuzioso e articolato
(meno arborescente e più rizomatico) potrebbe mostrarci storie che di
queste aperture ne generano ad ogni passo (ancora una volta, pensiamo a
Finnegans Wake). Ma stiamo pure al modello minimo. Una fabula del
genere ci apre alla fine varie possibilità previsionali, ciascuna in grado di
render coerente (in accordo a qualche sceneggiatura intertestuale) l’intera
storia. Oppure nessuna capace di restituire una storia coerente. anto al
testo, non si compromee, non fa affermazioni sullo stato finale della
fabula: esso prevede un Leore Modello così cooperativo da essere capace
di farsi le sue fabulae da solo.
Non c’è bisogno di pensare a fabulae troppo “atonali” (benché ci stiano
anche quelle, dal nouveau roman a Borges e a Cortazar, o alle storie
raccontate dai film di Antonioni). Basti pensare al finale del Gordon Pym di
Poe.
ale che sia la natura (aperta o chiusa) della fabula, non cambia, ci
pare, la natura dell’aività previsionale e la necessità delle passeggiate
inferenziali. Muta solo (e non è poco) l’intensità e la vivacità della
cooperazione.47
44 A comprova del fao che, nel senso in cui la si sta usando, la nozione di possibilità non è
affao vaga, cito il Nuovo Orario Grippaudo Tua Italia – Estate 1978. ivi a pagina 3 vengono
rappresentate su mappe le due possibilità. Tuavia si riserva alla possibilità Firenze-Empoli-Siena
il quadro 26, dove si certifica che è possibile compiere il tragio senza prendere coincidenze.
L’altra alternativa richiede invece molta più iniziativa da parte del leore, che saltando dal
quadro 11 al quadro 26 deve studiarsi delle coincidenze possibili. A occhio e croce, la seconda
alternativa richiede tre ore e mezza contro le due (e anche meno) della prima. Pertanto se
giocasse la variabile tempo, la previsione che un soggeo sceglierebbe la prima alternativa
sarebbe probabilisticamente vincente. Naturalmente dipende dalle variabili, che in un testo sono
date anche dalla descrizione dell’individuo agente. Diciamo che Phileas Fogg avrebbe scelto la via
di Empoli, ma Cendrars e Butor avrebbero forse scelto quella di Terontola.
45 Cfr. anche Kristeva, 1969; 1970. Cfr. anche la nozione di codice proairetico in Barthes, 1970.

46 Di fao esiste una terza possibilità: falsa richiesta di cooperazione. Il testo fornisce indizi

intesi a confondere il leore, spingendolo sulla strada di previsioni che il testo non acceerà mai
di verificare. Tuavia il testo, dopo aver contraddeo le previsioni, le riconferma. Situazione che
ci porterebbe al modello (b) della fabula aperta, salvo che il testo, esplicitamente, impedisce al
leore di fare le proprie libere scelte e anzi gli soolinea il fao che nessuna scelta è possibile. È
questo il caso di Un drame bien parisien.
47 Si veda in Opera aperta come l’intensità della cooperazione richiesta possa diventare

elemento di valutazione estetica dell’opera. E in ogni caso si veda questa bella intuizione di Paul
Valéry: “Sarebbe interessante fare una volta un’opera che mostrasse a ciascuno dei suoi nodi la
diversità che si può presentare allo spirito, e tra la quale questi sceglie la sequenza unica che si
darà nel testo. Si sostituirebbe alla illusione di una determinazione nuova e imitatrice del reale,
quella del possibile-a-ogni-istante, che mi sembra più vero” (Oeuvres, Paris, Gallimard, II: 551).
8. Struure di mondi

8.1. È possibile parlare di mondi possibili?

Si è già visto come un qualche conceo di mondo possibile sia


indispensabile per parlare delle previsioni del leore. Ritorniamo ancora un
momento al testo (14): quando Raoul alza la mano il leore è portato ad
avanzare una previsione circa il fao se Raoul colpirà o no. Il leore
configura un aeggiamento proposizionale: prevede o crede p (= “Raoul
colpirà Marguerite”). Come si evince dal testo, la fabula nel suo stato
successivo contraddirà questa previsione: Raoul non colpisce Marguerite.
La previsione del leore (da “buar via”) rimane come lo schizzo di
un’altra storia che avrebbe potuto accadere (e che narrativamente non è
accaduta).
Vale la pena di soolineare ancora una volta la differenza tra
esplicitazione semantica e previsione narrativa: aualizzare, di fronte al
lessema |uomo| la proprietà di essere umano o di aver due braccia significa
assumere il mondo della storia come mondo “reale” (e quindi come mondo
in cui, sino ad affermazione contraria dell’autore, valgono le leggi del
mondo della nostra esperienza e della nostra enciclopedia). Prevedere
invece cosa accadrà nella fabula significa avanzare ipotesi su ciò che è
“possibile” (e sul modo di intendere la nozione di possibile si è già deo in
7.2).
Dobbiamo ora chiederci se sia lecito, nel quadro di una semiotica dei
testi narrativi, prendere a prestito la nozione di “mondo possibile” dalle
discussioni di logica modale, dove è stata elaborata per evitare una serie di
problemi connessi con l’intensionalità, risolvendoli in un quadro
estensionale. Ma per far questo una semantica logica dei mondi possibili
non deve determinare né le concrete differenze di significato tra due
espressioni né il codice necessario a interpretare un dato linguaggio: “La
teoria semantica traa lo spazio di entità e mondi possibili come insiemi
spogli e indifferenziati, privi di qualsivoglia struura, e anche se lo spazio
di momenti di tempo è almeno un insieme ordinato, è normale e
conveniente imporre alle relazioni d’ordine il minor numero possibile di
vincoli” (Richmond omason, “Introduction”, in Montague, 1974: 50).
È chiaro che quanto si cerca di fare in questo libro è invece l’opposto: si
è interessati alle occorrenze concrete sia delle esplicitazioni semantiche
che delle previsioni e quindi dal punto di vista di una semiotica testuale un
mondo possibile non è un insieme vuoto bensì un insieme pieno, o per
usare una espressione che circola nella leeratura in argomento, un
mondo ammobiliato. Non dobbiamo parlare quindi di tipi astrai di mondi
possibili che non contengano liste di individui (cfr. Hintikka, 1973: 1) ma al
contrario di mondi “gravidi” di cui dobbiamo conoscere e individui e
proprietà.
Ora una decisione del genere si presta a numerose critiche, alcune delle
quali sono state avanzate da Volli (1978). Le critiche di Volli si dirigono
peraltro verso tre obbieivi: l’uso eccessivo che si fa anche in ambienti
logici della metafora di “mondo possibile”; la nozione sostantiva o
ontologica di mondo possibile che circola in discussioni modali orientate
metafisicamente; l’uso della categoria di mondo possibile nelle analisi
testuali. Mentre condividiamo le prime due critiche, non ci pare di dover
condividere la terza.
Volli osserva che la nozione di mondo possibile è usata in molti contesti
filosofici come metafora che tra l’altro viene dalla narrativa fantascientifica
(è vero, ma è vero anche che la narrativa fantascientifica l’ha presa da
Leibniz e affini). ando serve a traare entità intensionali in termini
estensionali, la nozione è legiima ma l’uso della metafora è quanto meno
inessenziale alla teoria. D’altra parte anche molte definizioni date in termini
di logica modale lasciano adito a molte perplessità: dire che una
proposizione p è necessaria quando è vera in tui i mondi possibili e dire
poi che due mondi sono mutuamente possibili quando in essi valgono le
stesse proposizioni necessarie, altro non è che una petitio principii. E lo
stesso vale per la definizione di proposizioni possibili (che dovrebbero
valere almeno in un mondo).
Per alcune teorie, che manifestano pericolose tendenze metafisiche, si è
poi passati da una nozione “formale” a una nozione “sostantiva”. “Dal
punto di vista formale mondo possibile è un nome per una struura di un
certo tipo, il dominio di un’interpretazione alla Tarski, che sul piano
intuitivo può ben essere giustificato dalla metafora del mondo, o della
situazione controfauale, ma che è fao in maniera assai diversa, e che
soprauo è caraerizzato da proprietà di tipo molto diverso da quelle che
più o meno intuitivamente vanno aribuite a un’entità peraltro piuosto
confusa come un ‘mondo’ (per esempio un mondo possibile ‘formale’ non
‘esiste’, o piuosto ha il tipo di realtà delle figure geometriche o dei numeri
transfiniti…). La nozione sostantiva di mondo possibile, invece, ne fa
qualcosa che ‘non è auale ma esiste’48 ed è più o meno sommariamente
descrio dal formalismo. esta concezione sostantiva sembra supporre
che la realtà sia non solo una fra le tante possibili alternative, ma una
accanto alle altre, con la sola (piuosto ineffabile) differenza che c’è.”
esta critica di Volli ci trova consenzienti e nel capitolo precedente
(7.2) abbiamo cercato di definire il senso struurale in cui si può intendere
la nozione di possibilità: anche intuitivamente è chiaro che c’è differenza
tra la possibilità, che la rete ferroviaria mi offre, di andare da Firenze a
Siena via Empoli e la possibilità che Volli non sia nato. est’ultima è una
possibilità contrafauale e si dà invece il fao (piuosto ineffabile) che
Volli sia nato. Ma la possibilità di andare da Firenze a Siena via Empoli non
è controfauale nello stesso senso: il cosmo (ammesso che il termine abbia
un senso) è fao in modo che o Volli è nato o Volli non è nato. La rete
ferroviaria è faa invece in modo che è sempre possibile compiere una
scelta alternativa tra Empoli e Terontola. Possiamo parafrasare Vico
suggerendo che possibile ipsum factum e che cioè sia molto diverso parlare
dei possibili cosmologici e dei possibili struurali, iscrii in un sistema
costruito dalla cultura, come sono le reti ferroviarie, le scacchiere e i
romanzi?
Invece Volli, dopo aver giustamente criticato la nozione sostantiva
aggiunge: “Ma è anche la concezione che sta alla base di alcuni usi
apparentemente non compromeenti della nozione di mondo possibile,
come quelli relativi agli aeggiamenti proposizionali, o alle analisi
leerarie.”
Sia chiaro che si potrebbe portare a fondo una critica della nozione
come viene usata dalla semiotica testuale49 puntando sulla differenza
(cruciale) tra insiemi vuoti di mondi, quali li usa la logica modale, e mondi
“individuali” ammobiliati. Basterebbe dire che non sono la stessa cosa.
Infai: si traa di due categorie che funzionano in quadri teorici diversi.
Nelle pagine che seguono si prenderanno a prestito numerosi suggerimenti
provenienti dalla logica modale ma al fine di costruire una categoria di
mondo possibile pieno appositamente strumentata per servire a una
semiotica del testo narrativo. Una volta pagati i debiti e riconosciuti i
prestiti basterà affermare che si traa di una categoria che ha solo
relazione di omonimia con l’altra. Salvo che, se per i logici modali essa è
una metafora, per una semiotica del testo dovrà funzionare come
rappresentazione struurale di concrete aualizzazioni semantiche. E
vedremo come. Per esempio la nozione semiotico-testuale non permee
calcoli, ma permee comparazione tra struure, come (per esempio) le
matrici dei sistemi parentali in Lévi-Strauss, e permeerà di enunciare
alcune regole di trasformazione. In questa sede è quanto basta. E se si
rischia l’omonimia (si sarebbe potuto parlare di “universi narrativi” o di
“storie alternative”) è perché tuo sommato riteniamo che una teoria dei
mondi possibili testuali, con quanto comporta per una ridefinizione di
concei come proprietà necessarie ed essenziali, alternatività, accessibilità,
possa anche dare qualche suggerimento a chi pratica i campi disciplinari
da cui queste categorie sono state prese a prestito, con quello che forse si
potrebbe definire niente più che un colpo di mano. Ma il rao delle Sabine
non ha influito solo sulla storia dei Romani; ha influito in qualche modo
anche sulla storia dei Sabini.
Invece di misurarsi su questo fronte (critica delle condizioni
metodologiche di ammobiliamento forzato dei mondi) Volli ironizza sulle
finalità che orienterebbero chi parla di mondi possibili testuali. Critica
impropriamente l’applicazione della nozione a mondi narrativi chiedendosi
cosa significa dire che il mondo in cui vivo è un mondo possibile e citando
ine che si domanda sarcasticamente se un possibile signore calvo nel
vano di una porta sia lo stesso di un possibile signore grasso nel vano di
una stessa porta, e quanti signori possibili possano stare nel vano di una
porta. Caivo servizio reso a un filosofo che avrà forse il torto di non
credere nella logica modale, ma ha molti altri e interessantissimi meriti. Chi
ha mai deo che coloro che parlano di mondi testuali siano interessati a
sapere quanti signori stanno nel vano di una porta? Costoro sono
interessati piuosto a sapere che differenza struurale ci sia tra una storia
in cui Edipo si accieca e Giocasta si impicca, e una in cui Giocasta si
accieca ed Edipo si impicca. Oppure tra una storia in cui la guerra di Troia
si fa e una in cui la guerra di Troia non si farà. E cosa vuol dire, in un testo,
raccontare che don Chiscioe balza all’assalto di giganti e Sancho Pancha
lo segue malvolentieri all’assalto di mulini a vento? E quale storia Agatha
Christie prevedeva che il leore avrebbe costruito per dipanare la vicenda
di Dalle nove alle dieci, sapendo che sarebbe stata diversa dalla storia che
lei avrebbe terminato, e tuavia contando su questa diversità come uno
scacchista conta sulla contromossa sbagliata che l’avversario
(possibilmente) farà, dopo che sarà stato abilmente trao nella trappola di
un gambio?
È la rappresentazione struurale di queste possibilità che interessa una
semiotica testuale, non l’affannosa domanda che Volli (sia pure
retoricamente) si rivolge quando si chiede se egli esista in tui i mondi che
spera, immagina o sogna, o solo in quello in cui asserisce di esistere. “Io
esisto – dice Volli – Emma Bovary no (Emma Bovary ha una sua realtà
culturale, esistente, auale, ma questo non fa di lei affao una cosa che
c’è).” Maledizione. Da anni giravamo tue le feste patronali della provincia
francese nel tentativo di incontrarla… Ma, piacevolezze a parte, è proprio la
bizzarra natura delle operazioni estensionali che un leore compie nei
limiti di queste esistenze culturali che qui cercheremo di chiarire. Un
mondo culturale è ammobiliato, ma non per questo è sostantivo. Dire che
si può descrivere in termini di individui e di proprietà questo mondo pieno
non significa dire che gli si aribuisce una qualche sostanzialità. Esso non
c’è nel senso in cui c’è la macchina da scrivere con cui sto stendendo
queste righe. Ma c’è nel senso in cui c’è il significato di una parola:
araverso vari interpretanti posso darne la struura componenziale (a
parte il fao che nel cervello della gente, quando si capisce il significato di
una parola, dovrebbe succedere qualcosa, una strana faccenda di sinapsi e
dendriti di cui qui non ci occupiamo ma che non dovrebbe essere molto
diversa dalla rete ferroviaria). E se è lecito rappresentare il tessuto di
interpretanti che costituisce il significato di |gao| perché non è lecito
rappresentare il tessuto di interpretanti che costituisce l’universo in cui
agisce il Gao con gli Stivali?
Ma è proprio il mondo del Gao con gli Stivali che disturba Volli. O
meglio – ma è lo stesso – quello di Cappucceo Rosso. Volli stigmatizza le
tendenze a rappresentare il mondo della favola e i mondi degli
aeggiamenti proposizionali di Cappucceo Rosso, o della Nonna dicendo
che esso pecca di fissità fotografica e di naturalismo. D’accordo per la
fissità fotografica: per analizzare un film lo si blocca anche in fotogrammi,
si perde la diegesi ma si trova la sintassi, e dunque è certo che l’impresa a
cui ci stiamo accingendo correrà tui i rischi di chi lavora in moviola.
anto all’accusa di naturalismo essa vorrebbe che parlare di mondi
testuali equivalga a intendere la narrativa da realista stalinista, per cui una
narrazione deve rappresentare fotograficamente la realtà.
Ma qui non ci si preoccupa di sapere se e come un romanzo rappresenti
la realtà, nel senso del realismo ingenuo. esti son problemi estetici. Noi
siamo interessati, molto più umilmente, a problemi semantici. Noi siamo
interessati al fao che chiunque – all’inizio di un romanzo – legga che
|Giovanni andò a Parigi|, anche se è un ammiratore di Tolkien o un
assertore manganelliano della leeratura come menzogna, è portato ad
aualizzare come contenuto dell’enunciato che da qualche parte esiste un
individuo di nome Giovanni che va in una cià chiamata Parigi, cià di cui
si è già udito parlare al di fuori di quel testo, perché è citata nel libro di
geografia come capitale della Francia in questo mondo. E magari la si sarà
persino visitata di persona. Ma se poi il romanzo continua |arrivato a Parigi
Giovanni andò ad abitare in un appartamento al terzo piano della Tour
Eiffel| siamo pronti a giurare che il nostro leore, se appena appena ha una
enciclopedia consistente, deciderà che nella Tour Eiffel, in questo mondo,
non ci sono appartamenti (né muri). Con questi egli non si lamenterà che il
romanzo non “rappresenti” correamente la realtà (a meno che non
appartenga alla banda dei quaro): semplicemente assumerà alcuni
aeggiamenti interpretativi, deciderà che il romanzo gli sta parlando di un
universo un poco strano, in cui Parigi c’è, come nel nostro, ma la Tour
Eiffel è faa diversamente. Si preparerà magari ad acceare l’idea che
addiriura in Parigi non ci sia il Metro, né la Senna, bensì un lago e un
sistema di sopraelevate. Farà cioè previsioni in accordo con le indicazioni
che il testo gli ha dato circa il tipo di mondo che deve aendersi (penserà
infai: “qui accadono cose dell’altro mondo” e sarà più ben disposto verso
una teoria semiotica dei mondi possibili di quanto non siano i suoi critici).
anto al problema della “completezza” che questi modi testuali
dovrebbero (e non possono) avere, se ne riparlerà in 8.9.50
Per concludere, diremo dunque che: (i) pare difficile procedere a una
fondazione delle condizioni di previsione sugli stati della fabula senza
costruire una nozione semiotico-testuale di mondo possibile; (ii) questa
nozione, come la si formulerà in queste pagine, va presa come strumento
semiotico e le vanno imputati i difei che eventualmente esibisca, non i
difei che esibiscono altre nozioni omonime; (iii) se fosse vero che la
nozione di mondo possibile è arrivata alla logica modale dalla leeratura,
perché non riportarvela? (iv) è proprio nel tentativo di rappresentare la
struura di una storia come Un drame bien parisien che ci è apparso
indispensabile ricorrere ai mondi possibili.
D’altra parte dobbiamo ad Alphonse Allais un bellissimo slogan (senza
ombra di dubbio, per lui, un programma di poetica) che passiamo ai logici
che si preoccuperanno per l’uso che faremo di un conceo di loro
proprietà: “La logique mène à tout, à condition d’en sortir.”

8.2. Definizioni preliminari

Definiamo come mondo possibile uno stato di cose espresso da un insieme


di proposizioni dove per ogni proposizione o p o ~ p. Come tale un mondo
consiste di un insieme di individui forniti di proprietà. Siccome alcune di
queste proprietà o predicati sono azioni, un mondo possibile può essere
visto anche come un corso di eventi. Siccome questo corso di eventi non è
auale, ma appunto possibile, esso deve dipendere dagli aeggiamenti
proposizionali di qualcuno, che lo afferma, lo crede, lo sogna, lo desidera, lo
prevede eccetera.
este definizioni sono formulate in molta leeratura sulla logica dei
mondi possibili. Alcuni inoltre paragonano un mondo possibile a un
“romanzo completo” ossia a un insieme di proposizioni che non può essere
arricchito senza renderlo inconsistente. Un mondo possibile è ciò che
questo romanzo completo descrive (Hintikka, 1967; 1969b). Secondo
Plantinga (1974: 46) – di cui ci preoccupano peraltro le tendenze
ontologizzanti – ogni mondo possibile ha il proprio “libro”: per ogni mondo
possibile W il libro su W è l’insieme S di proposizioni tale che p è membro
di S se W implicita p. “Ogni insieme massimale di proposizioni è il libro su
qualche mondo.”
Naturalmente dire che un mondo possibile equivale a un testo (o libro
che sia) non significa dire che ogni testo parli di un mondo possibile. Se
scrivo un libro storicamente documentato sulla scoperta dell’America, mi
riferisco a quello che definiamo il mondo “reale”. Descrivendone una
porzione (Salamanca, le caravelle, San Salvador, le Antille…) assumo come
presupposto o presupponibile tuo ciò che so sul mondo reale (diciamo, che
l’Irlanda si trova a ovest dell’Inghilterra, che in primavera fioriscono i
mandorli e che la somma degli angoli interni di un triangolo fa centoanta
gradi).
Cosa accade invece quando delineo un mondo fantastico, come quello
di una fiaba? Raccontando la storia di Cappucceo Rosso ammobilio il mio
mondo narrativo con un limitato numero di individui (la bambina, la
mamma, la nonna, il lupo, il cacciatore, due capanne, un bosco, un fucile,
un canestro) forniti di un numero limitato di proprietà. Alcune delle
assegnazioni di proprietà a individui seguono le stesse regole del mondo
della mia esperienza (per esempio anche il bosco della fiaba è fao di
alberi), alcune altre assegnazioni valgono solo per quel mondo: per
esempio in questa fiaba i lupi hanno la proprietà di parlare, le nonne e le
nipotine di sopravvivere all’ingurgitazione da parte dei lupi.
All’interno di questo mondo narrativo i personaggi assumono
aeggiamenti proposizionali: per esempio Cappucceo Rosso ritiene che
l’individuo nel leo sia sua nonna (mentre al leore la fabula ha
anticipatamente contraddeo la credenza della bambina). La credenza della
bambina è un suo costruo doxastico, ma appartiene pur sempre agli stati
della fabula. Così la fabula ci propone due stati di cose, uno in cui nel leo
c’è il lupo e l’altro in cui nel leo c’è la nonna. Noi sappiamo subito (ma la
bambina non lo sa sino alla fine della storia) che uno di questi stati è
presentato come vero e l’altro come falso. Il problema è di stabilire quali
rapporti esistano, in termini di struura di mondi e di mutua accessibilità,
tra questi due stati di cose.

8.3. I mondi possibili come costrui culturali

Un mondo possibile è un costruo culturale. In termini molto


intuitivamente realistici, sia il mondo della favola di Cappucceo Rosso sia
il mondo doxastico della bambina sono stati “fai” da Perrault. Traandosi
di costrui culturali dovremmo essere molto rigorosi nel definirne le
componenti: visto che gli individui vengono costruiti per addizioni di
proprietà, dovremmo considerare come primitivi solo le proprietà. Hintikka
(1973) ha mostrato come si possano costruire diversi mondi possibili
araverso le differenti combinazioni di uno stesso paccheo di proprietà.
Date le proprietà

rotondo rosso non rotondo non rosso

esse possono essere combinate in modo da costituire quaro diversi


individui nel modo che segue:

così che si possa immaginare un W1 in cui esistono x1 e x2 e non x3 e x4, e


un mondo W2, in cui esistono solo x3 e x4.
È chiaro a questo punto che gli individui si riducono a combinazioni di
proprietà. Rescher (1973: 331) parla di mondo possibile come di un ens
rationis o come “un approccio ai possibili come a costrui razionali” e
propone una matrice (a cui faremo ricorso in seguito) con cui si possono
combinare pacchei di proprietà essenziali ed accidentali per delineare
diversi individui. indi Cappucceo Rosso, nel quadro della storia che la
costruisce, è solo il coagulo spaziotemporale di una serie di qualità fisiche e
psichiche (semanticamente espresse come “proprietà”), tra cui anche le
proprietà di essere in relazione con altri coaguli di proprietà, di compiere
certe azioni e di patirne altre.51
Tuavia il testo non elenca tue le possibili proprietà di questa
bambina: dicendoci che è una bambina affida alle nostre capacità di
esplicitazione semantica il compito di stabilire che essa è un essere umano
di sesso femminile, che ha due gambe eccetera. Per far questo il testo ci
indirizza, salvo indicazioni contrarie, all’enciclopedia che regola e definisce
il mondo “reale”. ando dovrà operare correzioni, come nel caso del lupo,
ci preciserà che esso “parla”. indi un mondo narrativo prende a prestito
– salvo indicazioni in contrario – proprietà del mondo “reale” e per far
questo senza dispendio di energie mee in gioco individui già riconoscibili
come tali, senza ricostruirli proprietà per proprietà. Il testo ci fornisce gli
individui araverso nomi comuni o propri.
esto accade per molte ragioni pratiche. Nessun mondo narrativo
potrebbe essere totalmente autonomo dal mondo reale perché non
potrebbe delineare un stato di cose massimale e consistente, stipulandone
ex nihilo l’intero ammobiliamento di individui e proprietà. Un mondo
possibile si sovrappone abbondantemente al mondo “reale”
dell’enciclopedia del leore. Ma questa sovrapposizione è necessaria non
solo per ragioni pratiche di economia bensì per ragioni teoriche più
radicali.
Non solo è impossibile stabilire un mondo alternativo completo ma è
anche impossibile descrivere come completo il mondo “reale”. Anche da
un punto di vista formale è difficile produrre una descrizione esaustiva di
uno stato di cose massimale e completo (si postula semmai un insieme di
mondi vuoti, appunto). Ma specialmente da un punto di vista semiotico
l’operazione appare disperata: nel Traato (2.12 e 2.13) si è cercato di
mostrare come l’Universo Semantico Globale non possa essere mai
descrio esaustivamente perché costituisce un sistema di interrelazioni in
continua evoluzione e fondamentalmente autocontraddiorio. Visto che
anche il Sistema Semantico Globale è una pura ipotesi regolativa, noi non
siamo in grado di descrivere il mondo “reale” come massimale e completo.
A maggior ragione un mondo narrativo prende a prestito i propri
individui e le loro proprietà dal mondo “reale” di riferimento. Ed ecco
perché possiamo continuare a parlare di individui e proprietà anche se solo
le proprietà dovrebbero apparire come primitivi. Essi ci appaiono nei mondi
narrativi come già precostituiti e discuterne le condizioni epistemologiche
di costituzione è problema da demandare ad altri tipi di ricerca che
concernono la costruzione del mondo della nostra esperienza. Non è un
caso se Hintikka (1969a) collega il problema dei mondi possibili alle
questioni kantiane sulla possibilità di aingere la Cosa in Sé.

8.4. La costruzione del mondo di riferimento

Nel quadro di un approccio costruivistico ai mondi possibili, anche il


cosiddeo mondo “reale” di riferimento deve essere inteso come un
costruo culturale. ando in Cappucceo Rosso giudichiamo “irreale” la
proprietà di sopravvivere all’ingurgitamento da parte di un lupo è perché,
sia pure in misura intuitiva, rileviamo che questa proprietà contraddice il
secondo principio della termodinamica. Ma il secondo principio della
termodinamica è appunto un dato della nostra enciclopedia. Basta
cambiare enciclopedia e varrebbe un dato diverso. Il leore antico che
leggeva che Giona fu divorato da un pesce e rimase tre giorni nel suo
ventre per poi uscirne intao, non trovava questo fao in disaccordo con
la sua enciclopedia. Le ragioni per cui noi giudichiamo la nostra
enciclopedia migliore della sua sono extrasemiotiche (per esempio
riteniamo che adoando la nostra si riesca ad allungare la vita media e a
costruire centrali nucleari), ma è indubbio che per il leore antico la storia
di Cappucceo Rosso sarebbe stata verisimile perché in accordo con le
leggi del mondo “reale”.52
este osservazioni non tendono a vanificare idealisticamente il mondo
“reale” asserendo che la realtà è un costruo culturale (anche se
indubbiamente il nostro modo di descrivere la realtà lo è): tendono a un
preciso risultato operativo all’interno di una teoria della cooperazione
testuale. Infai se i vari mondi possibili testuali si sovrappongono, come è
stato deo, al mondo “reale” e se i mondi testuali sono costrui culturali,
come potremmo paragonare un costruo culturale a qualcosa di
eterogeneo e renderli mutuamente trasformabili? Evidentemente rendendo
omogenei gli enti da paragonare e trasformare. Di qui la necessità
metodologica di traare il mondo “reale” come un costruo; anzi, di
mostrare che ogni qual volta paragoniamo un corso possibile di eventi alle
cose così come sono, noi di fao stiamo rappresentandoci le cose così
come sono soo forma di costruo culturale, limitato, provvisorio e ad hoc.
Un mondo possibile, come si è deo in 8.2, è parte del sistema
conceuale di qualche soggeo e dipende da schemi conceuali. Secondo
Hintikka (1969a) i mondi possibili si dividono tra quelli che si accordano ai
nostri aeggiamenti proposizionali e quelli che non si accordano. In questo
senso il nostro impegno verso un mondo possibile è, come dice Hintikka,
un fao “ideologico”.
Ci pare che per “ideologico”, in questo caso, si debba intendere
“qualcosa che dipende dall’enciclopedia”. Se a crede che p, dice Hintikka,
ciò significa che p è il caso in tui i mondi possibili compatibili con le
credenze di a. Le credenze di a possono essere anche opinioni molto banali
che concernono un corso di eventi alquanto privato, ma formano parte del
sistema più vasto di quelle credenze di a che sono la sua enciclopedia (se a
crede che un certo cane sia mordace è perché crede anche che sia vera la
proposizione per cui i cani sono animali che possono mordere l’uomo). Se
a crede che Giona possa essere inghioito da una balena senza incorrere in
serie conseguenze per la sua salute è perché la sua enciclopedia accea
questo fao come ragionevole e possibile (se a crede che il proprio
avversario possa mangiare la sua torre con un cavallo è perché la struura
della scacchiera e le regole degli scacchi rendono struuralmente possibile
questa mossa). Un medievale avrebbe potuto dire che mai nessun evento
della sua esperienza aveva contraddeo l’enciclopedia per quanto concerne
le abitudini delle balene. Lo stesso sarebbe accaduto per l’esistenza degli
unicorni: anzi la sua competenza enciclopedica avrebbe così
profondamente influenzato, soo forma di schemi mentali e di aspeative,
la sua dinamica perceiva che, l’ora del giorno e la densità della foresta
aiutando, avrebbe potuto facilmente “vedere” un unicorno, anche se noi
riteniamo che avrebbe soltanto applicato erroneamente un suo schema
conceuale a quel tipo di campo stimolante che a noi consentirebbe di
percepire un cervo.
indi il mondo di riferimento di a è un costruo enciclopedico. Come
suggerisce Hintikka (1969a) non c’è alcuna Cosa in Sé che possa essere
descria o identificata al di fuori dei quadri di una struura conceuale.
Ora cosa succede quando ci si esime da questo ao di prudenza
metodologica? Si considerano altri mondi possibili come se noi li si
guardasse da un mondo privilegiato, fornito di individui e proprietà già
dati, e la cosiddea identità araverso mondi (transworld identity) diventa
concepibilità o credibilità di altri mondi dal punto di vista del nostro.53
Rifiutare questo modo di vedere non significa negare che di fao noi
abbiamo esperienza direa di un solo stato di cose, e cioè di quello in cui
siamo. Significa solo che se vogliamo parlare di stati di cose alternativi (o
mondi culturali) bisogna avere il coraggio metodologico di ridurre il
mondo di riferimento alla loro misura. Sino a che si fa della teoria dei
mondi possibili (narrativi o no). Se si vive, semplicemente, allora si viva nel
nostro mondo senza farsi prendere da dubbi metafisici. Ma qui non si traa
di “vivere”: io vivo (dico: io che scrivo ho l’intuizione di essere vivo nel
solo mondo che conosco) ma nel momento in cui faccio una teoria dei
mondi possibili narrativi decido (dal mondo che esperisco direamente) di
procedere a una riduzione di questo mondo a un costruo semiotico per
compararlo a mondi narrativi. Così come io bevo acqua (chiara, dolce,
fresca, inquinata, calda, frizzante che sia) ma nel momento in cui voglio
paragonarla ad altri composti chimici la riduco a una formula di struura.
Non acceando questo punto di vista accade ciò che è stato lamentato,
e giustamente, nelle critiche già citate alla teoria dei mondi possibili: per
esempio la concepibilità di un mondo alternativo viene surreiziamente
ridoa a concepibilità psicologica. Nell’esempio di Hughes e Cresswell
citato alla nota 6 si dice per esempio che dal mio mondo posso concepire
un mondo senza telefoni mentre da un mondo senza telefoni non se ne
può concepire uno con. L’ovvia obiezione è: come avranno fao Meucci o
Graham Bell? Certo che ogni qual volta si parla di possibili stati di cose
nasce la tentazione di interpretarli psicologicamente: noi siamo nel nostro
mondo e il nostro in-der-Welt-sein fa sì che conferiamo una sorta di statuto
preferenziale all’hic et nunc. Ed è curioso vedere come alle frontiere
estreme della formalizzazione logica giochi il senso della Lebenswelt
costringendo i russelliani a diventare, senza volerlo, husserliani.54 Ma per
sfuggire a questo rischio non c’è appunto che considerare il mondo di
riferimento come costruo culturale – e costruirlo come tale, con tui i
sacrifici del caso.
Certo appare intuitivamente difficile considerare da un punto di vista
neutro due mondi W1 e W2 come se fossero indipendenti dal nostro mondo
di riferimento, e ancor più considerare quest’ultimo come un W0
struuralmente non diverso (non più ricco e non più privilegiato) di quelli.
Ma a pensarci bene è lo sforzo che ha fao la filosofia moderna, da
Montaigne a Locke, quando ha cercato di comparare i “nostri” costumi con
quelli dei popoli selvaggi; sfuggendo ai pregiudizi assiologici
dell’etnocentrismo. D’altra parte, anche in filosofia del linguaggio è stato
deo da più parti (cfr. per es. Stalnaker, 1976) che “presente” o “auale” (in
quanto riferito al nostro mondo) è solo una espressione indicale – ovvero
un commutatore come i pronomi personali o espressioni come |qui| e |ora|.
Una espressione come |il mondo auale di riferimento| indica qualsiasi
mondo da cui un abitante giudichi e valuti gli altri (alternativi e solo
possibili). In parole povere, per Cappucceo Rosso che giudicasse un
mondo possibile in cui i lupi non parlano, il mondo “auale” sarebbe il suo,
in cui i lupi parlano.
Pertanto d’ora in poi considereremo espressioni come “accessibilità” o
“concepibilità” quali semplici metafore che alludono al problema
struurale della mutua trasformabilità tra mondi – come vedremo. D’altra
parte sia chiaro che “concepibilità” non deve essere confusa con
“compatibilità con gli aeggiamenti proposizionali del parlante”. Un
aeggiamento proposizionale dipende dall’assunzione di una certa
enciclopedia e quindi non ha nulla a che fare con eventi psicologici come
la concepibilità: si traa di corrispondenza formale tra due costrui. Il
mondo della Bibbia dovrebbe essere “accessibile” a un leore medievale
perché la forma della sua enciclopedia non contraddice la forma
dell’enciclopedia biblica. Il nostro problema deve dunque concernere,
soltanto, trasformabilità tra struure.

8.5. Il problema delle “proprietà necessarie”

Costruire un mondo significa assegnare date proprietà a un dato individuo.


Dobbiamo dire che alcune di queste proprietà sono privilegiate rispeo alle
altre – diciamo pure “necessarie” – e che quindi resistono più di altre ai
processi di narcotizzazione? Cosa vuol dire la logica dei mondi possibili
quando definisce le verità necessarie come quelle che valgono in qualsiasi
mondo?
i stiamo sfiorando quel problema che nella semantica filosofica è
noto soo il nome di “rapporto di implicitazione” (entailment). Vediamo
quale soluzione si possa dare di questo problema dal punto di vista di una
semiotica della cooperazione testuale.
In Un drame bien parisien Raoul e Marguerite, al capitolo secondo, dopo
il litigio a teatro, tornarono a casa in un coupé. Cosa fa il leore quando
incontra questo lessema? Araverso una elementare operazione di
esplicitazione semantica, esso rileva che un coupé è una carrozza (|questo è
un coupé| implicita «questa è una carrozza») e che, per soprammercato, è
anche un veicolo. Tuavia i dizionari55 dicono che un coupé è “una corta
carrozza a quaro ruote, chiusa, con un sedile per due persone all’interno e
un sedile esterno davanti per il guidatore”. Nei dizionari inglesi esso è
talora confuso con un brougham, anche se in enciclopedie più accurate si
specifica che i brougham possono avere indifferentemente due o quaro
ruote e che in ogni caso hanno il sedile per il guidatore sul retro.
Tuavia c’è una ragione per cui molti dizionari fanno questa
confusione: entrambi i veicoli sono “carrozze borghesi”, diversi da carrozze
più popolari come l’omnibus, che possono portare anche sedici passeggeri
(naturalmente questi dati sono presi dalla enciclopedia vigente all’epoca in
cui il racconto di Allais è stato scrio, altrimenti dovremmo considerare il
caso di un leore dal codice molto ristreo che ritiene che il coupé sia un
tipo di automobile).
Ora si deve riconoscere che le proprietà di un coupé diventano più o
meno necessarie (o accidentali) solo rispeo al topic narrativo, per cui
necessità o essenzialità sarebbero solo materie di comparazione
contestuale. ando si compara un brougham con un coupé, la posizione
del guidatore diventa diagnostica mentre il fao che (entrambi) siano
chiusi rimane sullo sfondo (per le proprietà diagnostiche cfr. Nida, 1975).
Una proprietà diagnostica è allora quella che permee di individuare senza
ambiguità la classe degli individui a cui ci si sta riferendo nel contesto di
un dato mondo cotestuale (cfr. anche Putnam, 1970).
Nel capitolo in questione il topic dominante è che i nostri due eroi
stanno litigando; un soo-topic è che stanno andando a casa. Ciò che
rimane implicito (e rimane materia di inferenza, varie sceneggiature
comuni aiutando) è che Raoul e Marguerite, essendo una coppia borghese
per bene, devono risolvere il loro problema in privato. indi essi hanno
bisogno di una carrozza borghese chiusa. La posizione del guidatore conta
assai poco. Un cabriolet, col teo pieghevole di solito aperto, non farebbe al
caso loro, un brougham sì. In una traduzione inglese dello stesso testo56
coupé viene tradoo con hansom cab – che per l’appunto è una carrozza
con le stesse proprietà del brougham.
Tuavia sembra che ci sia una certa diversità tra essere una carrozza
(proprietà implicitata da |coupé|) e aver quaro ruote: infai l’espressione

(28) esto è un coupé ma non è un veicolo

è semanticamente insostenibile, mentre

(29) esto è un coupé ma non ha quaro ruote

è acceabile.
Dunque vi è una qualche differenza tra proprietà logicamente
necessarie e proprietà accidentali o fauali e, dal momento in cui sono stati
acceati alcuni postulati di significato (Carnap, 1952), un brougham è
necessariamente una carrozza (e un veicolo) mentre ha due o quaro ruote
solo accidentalmente:57

Tuavia la differenza tra proprietà necessarie e accidentali dipende da


una sorta di effeo “oico”. Proviamo a domandarci perché nessun
dizionario e nessuna enciclopedia, nel definire un brougham, menzionino
la sua capacità di muoversi, di essere trainato da cavalli, di essere di legno e
metallo. La risposta ovvia è: perché queste proprietà sono sointese dalla
proprietà, esplicitata, di essere una carrozza. Se non esistesse questo
fenomeno (un termine ne sointende un altro e questo a sua volta ne
sointende un terzo), una rappresentazione “pignola” di brougham
dovrebbe avere il formato che segue:

A dire il vero questa rappresentazione dovrebbe essere ancor più


pignola, dato che anche «contenitore», «mobile» e «cavallo» dovrebbero
essere a loro volta interpretati, e così all’infinito. Per fortuna noi abbiamo a
nostra disposizione una sorta di stenografia metalinguistica: per risparmiar
tempo e spazio noi evitiamo di esplicitare in una enciclopedia quelle
proprietà che l’enciclopedia ha già registrato soo voci di caraere
iperonimico (come «carrozza»), in modo che esse possano essere applicate
non solo ai coupé e ai brougham ma anche ai victoria, alle berline, ai landò,
ai calessi e ai cocchi. Dato che esiste la semiosi illimitata e ogni segno è
interpretabile da altri segni, dato che ogni termine è un asserto rudimentale
e ogni asserto è un rudimentale argomento, bisogna uscirne in qualche
modo: e si stabiliscono regole economiche di implicitazione.
Le procedure di implicitazione servono quindi ad abbreviare una lista
potenzialmente infinita di proprietà fauali. In una rappresentazione
semantica totalmente “pignola” non vi sarebbero differenze tra proprietà
necessarie e proprietà fauali o accidentali. Così come negli esempi di
postulati di significato forniti da Carnap è egualmente materia di
implicitazione dire che uno scapolo è un maschio adulto non sposato o che
i corvi sono neri.
È vero che nella prospeiva di Carnap c’è differenza tra L-verità e verità
sintetiche, e si intende per L-implicazione “un explicatum per
l’implicazione logica o entailment” (Carnap, 1947: 11); così che
l’implicitazione o entailment viene inteso come un caso di verità analitica.
In tal modo si dovrebbe dire che un coupé e un brougham rimangono
analiticamente veicoli mentre solo faualmente sono di caraere borghese.
Ma su questo, ci pare, ha già risposto egregiamente ine in “Two dogmas
of empiricism” (1951), quando ha svolto la sua critica alla concezione
carnapiana. Che un coupé sia una carrozza è tanto empirico (tanto
dipendente dalle nostre convenzioni semantiche) quanto la nozione storica
che sia stato privilegiato da un pubblico borghese.
ine osserva che, se per verità analitica si intende una verità logica
come

(30) Nessun uomo non sposato è sposato

nessuno pone in dubbio la verità incontrovertibile di questa tautologia. Ma


diverso è dire

(31) Nessuno scapolo è sposato

o, nel nostro caso “nessun coupé manca della proprietà di essere una
carrozza”. Perché in tal caso abbiamo solo la registrazione lessicografica di
un uso semantico corrente. Ciò che conta nel rendere vera o falsa questa
proposizione è il sistema generale della scienza che, come insieme solidale,
stabilisce quali proposizioni debbano costituirne il centro (e perciò le
assume come analiticamente incontrovertibili) e quali ne costituiscano la
periferia, discutibile, rivedibile, soggea a stipulazioni transitorie: “La
scienza nella sua globalità è come campo di forza i cui punti limite sono
l’esperienza.” Che in Elm Street ci sia o non ci sia una casa di maoni ci
appare come un fao contingente perché non sembra capace di disturbare
il centro del sistema. Ma rispeo alla globalità del sistema non c’è
differenza tra una legge fisica e il fao che in Elm Street ci sia una casa di
maoni: siamo noi (la scienza) che decidiamo a quali proposizioni
dobbiamo conferire il ruolo di verità la cui discussione esigerebbe il
riassestamento del campo globale, e a quali no.58

La cultura dei nostri padri è un tessuto di enunciati. Nelle nostre mani essa
si evolve e muta, araverso nuove revisioni e aggiunte più o meno
arbitrarie e deliberate, occasionate più o meno dalla continua stimolazione
dei nostri organi di senso. È una cultura grigia, nera di fai e bianca di
convenzioni. Ma non ho trovato alcuna ragione sostanziale per concludere
che vi siano in essa fili del tuo neri o altri del tuo bianchi. (ine, 1963)

Le leggi di implicitazione semantica sono elementi di un sistema globale


di questo tipo: “anto a fondamento epistemologico gli oggei fisici e gli
dèi differiscono solo per grado e non per la loro natura. Sia l’uno che l’altro
tipo di entità entrano nella nostra concezione soltanto come postulati
culturali.” Ciascuna proposizione sintetica avrebbe dirio di diventare una
proposizione analitica “se facessimo delle reifiche sufficientemente
drastiche in qualche altra parte del sistema”.
È singolare che si sia dovuto chiamare in aiuto proprio ine per
arrivare a una definizione di proprietà applicabile nell’ambito di una teoria
testuale dei mondi possibili – là dove il conceo viene da quella logica
modale contro cui ine ha sempre polemizzato. Ma forse egli non
avrebbe nulla da opporre a questa nozione di mondo possibile. Possiamo
comunque concludere che la differenza tra sintetico e analitico dipende
dalla determinazione del centro e della periferia di un sistema culturale
globale e omogeneo (qualunque sia il suo formato!). E a questo punto
possiamo acceare la definizione di Chisholm (1967: 6) per cui una
proprietà “diventa necessaria soo qualche descrizione.”
Consideriamo di nuovo le proprietà rilevanti (ma quali avremo
trascurato per rendere maneggevole il nostro esempio?) di tre tipi di
carrozze sopra menzionate, secondo i modi di un’analisi semantica tra le
più semplici (dove + significa presenza della proprietà, – significa assenza e
0 = indeterminato).
Le proprietà da 1 a 6 sono rilevanti nel contesto di Drame, mentre le
proprietà 7 e 8 non lo sono e possono essere narcotizzate (sia dall’autore
che dal leore). Ma se a richiedere un coupé fosse il direore del Museo
delle Carrozze sarebbero proprio le proprietà che vanno da 3 a 8 a essere
rilevanti, perché egli vuole qualcosa che si distingua sia da un risciò che da
un brougham. Per il resto, conta poco che il coupé da esporre si muova
ancora e possa davvero contenere persone (anche un modello in cartone al
limite andrebbe bene). Ciascuno si sceglie le sue proprietà necessarie.
Ma è chiaro che a questo punto il termine di “necessarie” risulta
ambiguo (e infai in 8.15 lo useremo per altri scopi). Diciamo allora che nel
descrivere le proprietà di un individuo in un mondo testuale siamo
interessati a privilegiare quelle che risultano essenziali ai fini del topic.59

8.6. Come determinare le proprietà essenziali

L’essenzialità di una proprietà è topico-sensibile. È il topic testuale che


stabilisce quale debba essere la struura minima del mondo in discussione.
esta struura non può essere mai globale e completa, ma rappresenta
(del mondo in questione) un profilo o una prospeiva. È il profilo che
risulta utile per l’interpretazione di una data porzione testuale.
Se mia suocera si chiedesse:

(32) Cosa sarebbe accaduto se mio genero non avesse sposato mia figlia?

la risposta sarebbe che, poiché nel suo mondo di riferimento W0 io sono


descrio (e quindi individuato) solamente come suo genero (proprietà che
l’individuo considerato dal suo controfauale W1 non può avere), lei sta
curiosamente pensando a due individui diversi, di cui il secondo
abbastanza impreciso, e si sta vanamente sforzando di farli coincidere. Se
invece qualcuno (volendo, anche mia suocera) si chiedesse:

(33) Cosa sarebbe accaduto se l’autore di questo libro non si fosse mai
sposato?

la risposta sarebbe diversa. L’individuo considerato nei due mondi W0 e W1


è in entrambi caraerizzato dalla proprietà di aver scrio questo libro. E
quindi se non si fosse mai sposato probabilmente questo libro non avrebbe
contenuto l’esempio che stiamo discutendo ma, almeno nei limiti in cui il
controfauale stabilisce un proprio co-testo elementare, le cose non
sarebbero cambiate molto (a meno che non si fossero stipulate precisazioni
come: “l’autore di questo libro, che è incapace di scrivere se non nel calore
della famiglia eccetera”). Possiamo dire che in entrambi i mondi abbiamo a
che fare con lo stesso individuo, salvo variazione di proprietà accidentali.
Tuavia i due esempi succitati rimarrebbero piacevoli giochi linguistici
se non ci servissero ad approfondire il problema di come stabilire
l’essenzialità e l’accidentalità delle proprietà in gioco e come costruire i
mondi di riferimento.
Rescher (1973) suggerisce che per definire un mondo possibile come
costruo culturale dobbiamo specificare:

(i) una famiglia di individui auali x1…xn;


(ii) una famiglia di proprietà F, C, M…, aribuite agli individui;
(iii) una “specificazione di essenzialità” per ogni proprietà di individuo, in
base alla quale stabilire se una proprietà gli sia essenziale o no;
(iv) relazioni tra proprietà (per esempio relazioni di implicitazione).

Dato un W1 abitato da due individui x1 e x2 e tre proprietà F, C, M, il


segno + significa che l’individuo in questione ha la proprietà in questione,
il segno – significa che non ce l’ha e le parentesi contrassegnano le
proprietà essenziali:

Ora immaginiamo un mondo W2 in cui ci siano i seguenti individui con


le seguenti proprietà:
Un individuo in W2 è la variante potenziale dell’individuo prototipo in
W1 se essi differiscono solo nelle proprietà accidentali.
indi y1 in W2 è una variante di x1 in W1 e y2 in W2 è una variante di x2
in W1.
Un individuo è un supranumerario rispeo a un individuo di un altro
mondo possibile se differisce da esso anche nelle proprietà essenziali.
indi y3 in W2 è supranumerario rispeo agli individui di W1.
ando un prototipo in un mondo W1 ha una e una sola variante
potenziale in un mondo W2, la varianza potenziale coincide con ciò che si
chiama identità araverso mondi o trans-world identity. Non si discutono
neppure, naturalmente, i casi di assoluta identità (uguali proprietà
essenziali e uguali proprietà accidentali).
Nel formulare il controfauale (32) mia suocera paragona un mondo
possibile W1 a un mondo di riferimento W0 e costruisce entrambi come
segue:

dove m è la proprietà essenziale di essere sposato con sua figlia e p è una


qualsiasi altra proprietà accidentale (per esempio quella di essere l’autore di
questo libro). Dato che nel suo controfauale W1 appare un individuo che
non ha la proprietà essenziale m, si deve dire che i due individui non sono
identici.
Chi formula invece il controfauale (33) paragona due mondi costruiti
in questo modo:
ed è chiaro che y1 è una variante potenziale di x2.
In realtà le cose non sono così semplici. Nel caso del controfauale (32)
il fao che il soggeo dell’enunciazione pensi a “suo” genero introduce
una ulteriore complicazione sia in W0 che in W1. Infai, definendo
l’individuo araverso una relazione al soggeo dell’enunciazione (“colui
che è caraerizzato da una certa relazione con il soggeo
dell’enunciazione”) si pone anche mia suocera tra gli individui del mondo
di riferimento (e del mondo controfauale) e si provvede dell’individuo in
questione una descrizione relazionale. Come vedremo in 8.15 si
introducono qui relazioni S-necessarie. Ma per il momento basti solo
mostrare come la costruzione del mondo di riferimento dipende da un
topic testuale: in (32) il topic era “stato civile del genero della signora tale”
mentre in (33) era “stato civile dell’autore di questo libro”.
La soluzione proposta ci permee in ogni caso di risolvere una
obiezione mossa da Volli (1978) al rapporto tra mondo possibile e mondo
“reale” a cui il primo fatalmente (a causa della impossibilità di formularlo
come completo) si sovrappone. Osserva Volli che nel riferirci al mondo
“reale” saremmo obbligati a considerare tue le proposizioni che, a termini
di enciclopedia, in esso valgono: per esempio, che la terra è rotonda, che 17
è un numero primo, che le Hawai sono nel Pacifico e così via,
probabilmente all’infinito. La soluzione qui proposta mira a risparmiare a
mia suocera una fatica così immane, da cui immaginiamo lo stesso Volli
rifugga quando al maino si chiede cosa accadrebbe se indossasse una
magliea Lacoste invece di una Fruit of the Loom. Il topic testuale ha
stabilito quali proprietà vadano prese in considerazione: tue le altre,
ancorché non negate, sono narcotizzate dall’autore e narcotizzabili dal
leore. Nel controfauale (33) non è pertinente se io abbia o no due gambe
(anche se non ci aendiamo che l’eventuale prosieguo del testo lo neghi)
ma è pertinente cosa voglia dire, per forza di entailment, |libro| o |autore|.
Costruire il mondo di riferimento, invece di prendere il nostro così com’è,
rappresenta un grande aiuto non solo per la semiotica testuale ma anche
per le meningi di qualsiasi persona normale che, data una proposizione,
non si chiede affao quali e quante siano tue le sue possibili conseguenze
logiche. Di solito quando mi chiedo se andare o no alla Scala per assistere
alla Traviata non considero anche il fao che la Scala sia stata costruita dal
Piermarini. E se faccio così nella vita di tui i giorni non vedo perché non
debba farlo nello struurare i mondi possibili di un testo.60

8.7. Identità

Il vero problema dell’identità araverso mondi è individuare qualcosa come


persistente araverso stati di cose alternativi. A ben rifleere, questo ci
riporta al problema kantiano della costanza dell’oggeo. Ma, nell’osservare
questo, Bonomi (1975: 133) ricorda che l’idea dell’oggeo deve essere
legata a una delle sue congruenze tra multiple localizzazioni. Così la
nozione di identità araverso mondi deve essere analizzata dal punto di
vista della nozione husserliana di Abschaung e cioè dei diversi profili che
io assegno all’oggeo della mia esperienza. Ora, stabilire un profilo altro
non è che delineare un topic testuale.
Chisholm (1967) aveva una volta proposto un W0 abitato da Adamo (che
secondo la Bibbia ha vissuto 930 anni) e Noè (vissuto 950 anni). Poi aveva
iniziato a delineare mondi alternativi in cui via via Adamo viveva un anno
di più e Noè un anno di meno, sino ad arrivare a un mondo possibile in cui
non solo Adamo aveva vissuto 950 anni e Noè 930, ma addiriura Adamo
si chiamava Noè e Noè si chiamava Adamo. Arrivato a questo punto però
Chisholm non dava l’unica risposta che ci pare ragionevole per definire la
questione dell’identità dei due: egli non aveva deciso in anticipo a quali
proprietà fosse testualmente interessato. Come sempre la risposta dipende
dalla domanda. Se l’esperimento di Chisholm concerneva l’identità del
primo uomo, nessun cambiamento nel nome e nell’età avrebbe potuto
ledere l’identità del personaggio in questione. Tuo dipende naturalmente
dal fao che si fosse o no postulato di “appendere” al nome |Adamo| la
descrizione “colui che è essenzialmente noto come il primo uomo”.
Insomma in questo esempio non si può giocare su meri “designatoti rigidi”,
come sarebbero i nomi propri secondo Kripke (1971a). Bisogna stabilire
araverso quale descrizione definita (nell’ambito di un dato testo) si
aribuiscono ad Adamo le proprietà essenziali. Ci pare che, per Darwin o
per eilhard de Chardin, il fao che il primo uomo si chiamasse Adamo o
Noè e che avesse novecento o mille anni, fosse del tuo accidentale. Essi
erano interessati a parlare di un x definito come “il primo uomo apparso
sulla terra”.
ando Hintikka (1969b) dice che, se io vedo un uomo senza essere
sicuro se esso sia John o Henry o chiunque altro, quest’uomo sarà
comunque lo stesso in ogni mondo possibile perché è l’uomo che io vedo
in quel preciso momento, egli sta agitando in termini di evidenza perceiva
il problema del topic testuale, ovvero di ciò di cui sto parlando in quel
momento. Dato che la mia domanda è “chi è l’uomo che vedo in questo
istante?”, l’unica proprietà essenziale di questo individuo è quella di essere
colui che vedo: i miei bisogni materiali e empirici hanno stabilito ciò che
testualmente conta.

8.8. Accessibilità

Cerchiamo ora di stabilire in che modo si possa parlare di accessibilità


tra mondi. Secondo la leeratura corrente l’accessibilità è una relazione
diadica Wi R Wj dove Wj è accessibile a Wi. Se vogliamo trascurare le
interpretazioni psicologiche (del tipo: un individuo in Wi può “concepire” il
mondo Wj), dobbiamo limitarci a dire che Wj è accessibile a Wi se dalla
struura di Wi è possibile generare, araverso la manipolazione dei
rapporti tra individui e proprietà, la struura di Wj.
Abbiamo così diverse possibilità di relazione:

(i) Wi R Wj ma non Wj R Wi: la relazione è diadica ma non simmetrica;


(ii) Wi R Wj e Wj R Wi: la relazione è diadica e simmetrica;
(iii) Wi R Wj, Wj R Wk, Wi R Wk: la relazione è diadica e transitiva;
(iv) la relazione precedente diventa anche simmetrica.

Dati due o più mondi le relazioni sopra considerate possono cambiare in


accordo con le condizioni che seguono:
(a) il numero degli individui e delle proprietà è lo stesso in tui i mondi
considerati;
(b) il numero degli individui aumenta in almeno un mondo;
(c) il numero degli individui diminuisce in almeno un mondo;
(d) le proprietà cambiano;
(e) (altre possibilità risultanti dalla combinazione delle precedenti
condizioni).

Parlando di mondi narrativi si potrebbe tentare una tipologia di diversi


generi leerari proprio su queste basi (cfr. per una prima proposta Pavel,
1975). Ai fini del presente discorso consideriamo soltanto alcuni casi.
Esaminiamo anzituo un caso in cui (al di qua di ogni differenza tra
proprietà essenziali e accidentali) ci sono due mondi con lo stesso numero
di individui e di proprietà:

È evidente che con alcune manipolazioni noi possiamo far sì che gli
individui in W2 diventino struuralmente identici agli individui in W1 e
viceversa. Parleremo allora di relazione diadica e simmetrica.
Ora consideriamo un secondo caso in cui in W1 ci sono meno proprietà
che in W2. Immaginiamo, seguendo l’esempio di Hintikka già dato in 8.3
che le proprietà in W1 siano l’essere rotondo e l’essere rosso, mentre in W2
gli individui, oltre che rotondi e rossi, possono essere anche rotanti:

Si vede che in W2 non è difficile generare gli individui di W1: basta


considerare per ciascuno di essi la proprietà di non essere rotante:
Auando una trasformazione del genere ci si rende conto che y4 è
struuralmente identico a y2, mentre y3 appare come un nuovo individuo
(che in W2 non esisteva ancora, ma che era possibile concepire).
Non è invece possibile fare l’opposto e cioè generare da W1 gli individui
di W2, perché il primo mondo, rispeo al secondo, possiede una matrice (o
struura di mondo) più povera, e in essa non può essere valutata né
l’assenza né la presenza della proprietà di essere rotante. Pertanto la
relazione tra i due mondi non è simmetrica. Dal secondo posso “concepire”
(e cioè produrre per ragioni di flessibilità della struura) il primo, ma non
viceversa.
A pensarci bene, siamo di fronte alla situazione delineata da Abbo in
Flatlandia: un essere vivente in un mondo tridimensionale visita un
mondo bidimensionale e riesce a capirlo e a descriverlo, mentre gli esseri
del mondo bidimensionale non riescono a rendere ragione della presenza
del visitatore (che possiede per esempio la proprietà di poter araversare il
loro mondo dall’alto in basso, mentre loro ragionano solo in termini di
figure piane). Una sfera tridimensionale che araversa un mondo
bidimensionale si presenta come una serie di cerchi successivi, di formato
variabile, ma gli essere bidimensionali non riescono a concepire come
possa avvenire che il visitatore cambi continuamente di formato.
Ora consideriamo un terzo caso, in cui ai due mondi dell’esempio
precedente si aggiunge un terzo mondo W3 in cui vale la discriminazione
tra proprietà essenziali e accidentali. Per questo terzo mondo la proprietà di
essere rotante è essenziale a ogni suo individuo (situazione simile a quella
degli individui del nostro sistema solare):
Per passare da W3 a W2 ci sono varie soluzioni. Se si considera che y1
abbia la proprietà di ruotare in misura accidentale, esso sarà un
supranumerario (come d’altra parte y2) rispeo ai prototipi di W3. Se si
decide di costruire da W3 un y1 a cui si riconosce come essenziale la
proprietà di essere rotante, ecco che si sarà oenuto y1 come variante
potenziale di k1. Dato che da W2 si passa facilmente a W1, come si era già
mostrato abbiamo oenuto una relazione diadica e transitiva ma non
simmetrica.
Per passare da W3 a W1 basta costruire un mondo in cui ciascun
individuo ha la proprietà essenziale di non essere rotante. Secondo quanto
deo in 8.7 gli individui di W1 così individuati saranno supranumerari
rispeo a quelli di W3.
Siccome in logica modale il tipo di relazione cambia a seconda del
sistema usato (T, S4, S5, brouweriano) si potrà rifleere sui rapporti tra le
situazioni sopra esemplificate e i diversi sistemi modali; e il leore
informato avrà riconosciuto alcune analogie tra questi rapporti tra matrici
di mondi e i parlour games usati da Hughes e Cresswell (1968) per
esemplificare i vari tipi di relazione. Ma nell’ambito del presente discorso
non è necessario trovare a tui i costi una omologia formale tra i due
ordini di ricerca. ello che ci interessa è aver stabilito matrici struurali
adae a rappresentare il formato di mondi testuali e a stabilire regole di
trasformazione tra essi.

8.9. Accessibilità e verità necessarie

Nel ridurre le pretese proprietà necessarie a proprietà essenziali


(stabilite come tali dal topic) abbiamo evidentemente compiuto una utile
semplificazione del problema. Ciò non toglie che rimanga una questione:
cosa fare di quelle verità dee “logicamente necessarie”, come a esempio il
principio di identità o il Modus Ponens.
La risposta è che queste verità non debbono venire considerate come
proprietà di individui di un mondo, ma semmai come condizioni
metalinguistiche di costruibilità delle matrici di mondi. Dire che tui gli
scapoli hanno essenzialmente le proprietà di essere maschi umani adulti
non sposati, significa stabilire (come si è già deo) quali proprietà
definiamo come essenziali in virtù di un certo topic discorsivo; ma definire
da un lato che è impossibile essere insieme scapolo e sposato (postulato di
significato) e al tempo stesso asserire che alcuni scapoli sono sposati, è
quanto meno irragionevole. Possiamo concepire una matrice di mondo in
cui, per una qualsiasi ragione, non consideriamo essenziale agli scapoli
l’essere umani (per esempio nell’espressione: “Nell’universo di Walt Kelly,
Pogo Possum è scapolo”), ma una volta stipulato che uno scapolo (anche
se non umano) è non sposato, non possiamo dire che “nell’universo di
Walt Kelly, Pogo Possum è scapolo ed è sposato”.
Una verità logica come per esempio “p oppure ~ p” è la condizione di
possibilità di una struura di mondo. Se esistesse un mondo W4 in cui gli
individui possono avere e non avere allo stesso tempo la proprietà di essere
rotondi (vale a dire, in cui il segno + o – della matrice non avesse nessun
valore stabile, e l’uno potesse venir confuso con l’altro), questo mondo
sarebbe incostruibile (e se si vuole “inconcepibile”: ma nel senso di
struuralmente informulabile). Tra l’altro ci accorgiamo che questo pare il
caso dell’esempio (32) dove mia suocera pensa a un mondo possibile in cui
un individuo, caraerizzato dal fao di essere suo genero, è al tempo stesso
caraerizzato dal fao di non esserlo: ma questa contraddizione diventerà
più chiara in 8.14 sgg.
Le verità logicamente necessarie non sono elementi
dell’ammobiliamento di un mondo ma condizioni formali di costruibilità
della sua matrice.
Tuavia qualcuno potrebbe obieare che nei mondi narrativi si danno
casi in cui le verità logiche vengono negate. Tipici in tal senso molti
romanzi di fantascienza in cui, per esempio, esistendo catene causali
chiuse,61 dove accade che A causi B, B causi C e C a sua volta causi A, e si
possono trovare personaggi che viaggiano all’indietro nel tempo e non solo
incontrano se stessi più giovani, ma diventano il proprio padre o il proprio
nonno. Potremmo anche decidere che in un viaggio del genere il
protagonista scopra che 17 non è più un numero primo e trovi messe in
questione molte altre di quelle che si chiamano “verità eterne”. Non si
dovrebbe allora parlare di mondi in cui le verità logicamente necessarie
non tengono più?
Ci pare però che si trai qui di una singolare illusione narrativa. Tali
mondi non sono “costruiti”, essi sono semplicemente “nominati”. Si può
dire benissimo che esiste un mondo in cui 17 non è un numero primo, così
come si può dire che esiste un mondo dove esistono i verdoni mangiasassi.
Ma per costruire questi due mondi bisogna, nel primo caso, fornire le
regole in base alle quali 17 possa essere diviso, con qualche risultato, per
un numero che non sia se stesso, e nell’altro descrivere degli individui
nominati come verdoni mangiasassi aribuendo loro delle proprietà: per
esempio l’essere vissuti nel Seicento, l’essere stati verdi, l’aver risieduto
soo terra per mangiare tui i sassi che padre Kircher lasciava cadere nei
crateri dei vulcani per vedere se fuoriuscissero agli antipodi o si
arrestassero gravitando al centro del Mundus Subterraneus. Come si vede,
in tal caso si costruirebbero individui combinando sia pure in modo inedito
proprietà che sono registrabili in una matrice W0 di riferimento. Che è poi
la questione, dibauta nella storia della filosofia, se possa essere concepita
una montagna d’oro, o quella dibauta da Orazio se possa essere
immaginato un essere umano con la cervice equina. Perché no? Si traa di
combinare cose nuove partendo dal già noto. Più difficile, come insegna la
storia della logica, concepire (nel senso di dare le regole di costruzione di)
un circolo quadrato.
Invece in un romanzo di fantascienza in cui si asserisca che esiste una
macchina che smaterializza un cubo e lo fa riapparire più indietro nel
tempo (per cui il cubo apparirà sulla piaaforma della macchina un’ora
prima di avervelo posto), tale strumento viene nominato ma non costruito,
cioè si dice che c’è e che si chiama in un certo modo, ma non si dice come
funziona. Esso allora rimane un operatore di eccezione come il Donatore
Magico delle favole o Dio nelle storie di miracoli: un operatore cui si
aribuisce la proprietà di poter violare le leggi naturali (e le verità
logicamente necessarie). Però per postulare questa proprietà si devono
acceare le leggi che essa violerebbe. Infai per citare un operatore capace
di sospendere il principio di identità (e di far diventare di me stesso il mio
proprio padre), devo però costruire matrici di mondi in cui vale il principio
di identità, altrimenti non potrei neppure parlare di me stesso, di mio padre,
della possibile e curiosa confusione tra i due, né potrei assegnare
all’operatore “magico” questa proprietà, perché l’avrebbe e non l’avrebbe al
medesimo tempo. Distinguiamo pertanto tra nominare, o citare una
proprietà e costruirla. Naturalmente postulando un mondo in cui esiste un
individuo x (Dio, un Donatore, un “infundibolo cronosinclastico” come
avviene in Vonnegut) capace di sospendere le verità logicamente
necessarie, io fornisco questo mondo di un individuo che è
supranumerario rispeo al mondo di riferimento. Viene messa in crisi,
quanto a questo individuo x, l’identità araverso mondi, ma non viene
messa in crisi l’accessibilità tra i due mondi in questione, secondo le regole
già enunciate in 8.11, perché anche nell’enciclopedia di W0 esiste la
proprietà di essere nominato come violatore di leggi logiche.
È stato obieato (Volli, 1978: nota 37) che la distinzione tra proprietà
nominate e proprietà costruite o descrie struuralmente non tiene,
perché “tua la storia della scienza (e della leeratura) stanno a dimostrare
come faticosamente, usando modelli e metafore che poi diventano
designatori, si possa conoscere (cioè nominare e descrivere) oggei e
proprietà nuovi, cioè prima ‘inesistenti’ nei mondi possibili cognitivi”. Se
questa obiezione vuole dire che partendo da proprietà note si possono
suggerire combinazioni di proprietà ancora ignote, si sta dicendo quel che
abbiamo già deo (e con noi la storia della filosofia) sulla montagna d’oro.
Osservando il volo degli uccelli e un cavalluccio a dondolo un uomo di
genio come Leonardo poteva immaginare una combinazione di proprietà
assortite (essere più pesante dell’aria, avere le ali baenti, costituire un
modello in materiale inerte di una forma organica) tali da permeergli di
descrivere un aeroplano, di postulare un mondo in cui esso fosse
costruibile e di orientare così l’immaginazione di chi poi avrebbe pensato a
costruirlo. In Le meraviglie del Duemila Emilio Salgari aveva immaginato
grandi elefanti metallici addei alla pulitura delle strade, i quali aspiravano
la spazzatura con la proboscide. Per quanto ricordo l’idea dell’aspirapolvere
doveva già circolare, a quel tempo, ma non importa: era pur sempre un
modo di suggerire una certa combinazione di proprietà per produrre un
individuo nuovo, è bastato poi ridurre l’individuo a un elemento tubiforme
aspirante e a un “ventre” o contenitore, e la cosa è stata faa. Si noti però
che Salgari non diceva come mai avvenisse l’aspirazione: quindi egli
costruiva il proprio individuo solo in parte e per il resto si limitava a
postularlo (a nominarlo) come operatore d’eccezione. Che poi leggendo
quelle pagine qualcun altro potesse essere indoo a tradurre l’eccezionalità
nominata in operatività costruibile e descrivibile, è un altro discorso.
Ma se l’obiezione citata vuole dire che un romanzo di fantascienza può
suggerire l’esistenza di infundiboli cronosinclastici e, così facendo,
anticipare la scoperta di una entità poi descrivibile e costruibile, allora si
equivoca sulla definizione del termine |descrivere|. Rimandiamo al secondo
capitolo di questo libro: dare una definizione, Peirce lo sapeva, significa
specificare le operazioni da compiere per realizzare le condizioni di
percepibilità della classe d’oggei a cui il termine definito si riferisce.
indi dire che un infundibolo cronosinclastico è un vortice
spaziotemporale non costituisce ancora una definizione soddisfacente. Che
uno scienziato, leggendo di questa strana entità, sia immaginativamente
spinto a cercare le condizioni di descrizione e costruzione (operazioni per
individuare) di qualcosa di analogo, nulla da obieare, quanta gente non è
andata a cercare unicorni, per trovare magari poi rinoceronti. Che la
leeratura possa avere funzioni profetiche (un libro annuncia e nomina
qualcosa che poi si realizzerà davvero) è opinione aendibile: ma si
traerebbe qui di ridefinire la nozione aristotelica di “verisimile”. È
inverosimile affermare oggi che si possa raggiungere Aldebaran come si è
fao per la Luna? Secondo i criteri scientifici correnti, pare non verosimile
perché non pare realizzabile in un lasso di tempo ragionevole. Però a una
mentalità non-scientifica non dovrebbe risultare ripugnante pensare:
“poiché siamo arrivati sulla Luna quando si riteneva fosse impossibile,
perché non ritenere possibile un viaggio ad Aldebaran?” E siccome la
scienza, lo si sa, è molto prudente nel formulare i propri criteri di
verisimiglianza, mentre l’opinione comune, l’immaginazione quotidiana e
quella poetica, lo sono molto meno, ecco che un testo leerario può
anticipare un mondo possibile in cui si arrivi ad Aldebaran. Siccome però
lo fa contro tue le evidenze provviste dalle nostre conoscenze fisiche,
dovrà limitarsi a nominare gli individui in grado di realizzare questa
impresa (razzi, contraori spaziotemporali, smaterializzatori a onde zeta,
operazioni parapsicologiche), senza costruirli. Naturale poi l’effeo oico di
chi, vivendo in un mondo in cui questi individui esistano, si chieda stupito
come l’antico poeta avesse potuto descriverli, senza accorgersi che li aveva
solo nominati. Così noi, leggendo Ruggero Bacone, ci stupiamo come egli
avesse decisamente asserito la possibilità di macchine volanti e lo
consideriamo altreanto brillante di Leonardo: ma Leonardo le aveva
rozzamente descrie, Bacone le aveva solo genialmente postulate
limitandosi a nominarle.
Per finire, possiamo certo dire che talora si azzarda la descrizione di un
mondo possibile araverso metafore. Ma si traa di definire il meccanismo
della metafora: aenendoci alla definizione datane nel Traato (3.4.7)
ricordiamo che la metafora si realizza quando di due unità semantiche
l’una diventa l’espressione dell’altra a causa di un amalgama realizzato su
una proprietà che entrambi hanno in comune. indi la metafora, se è tale,
è già un tentativo di “costruzione” in base a una combinazione di proprietà:
nomino l’entità x (fornita delle proprietà a, b e c) araverso la sua
sostituzione con l’entità y (fornita delle proprietà c, d, e), per amalgama
sulla proprietà c, e in tal modo prefiguro una sorta di unità semantica
inedita fornita delle proprietà a, b, c, d, e. In questo senso anche la metafora
poetica può diventare strumento di conoscenza proprio perché rappresenta
il primo passo, ancora impreciso, verso la costruzione di una matrice di
mondo. Un mondo per esempio dove una donna sia un cigno perché
vengono suggerite possibili fusioni tra donne e cigni, individui appunto di
fantasia che partecipano delle proprietà dell’uno e dell’altro.
anto alle novelle di fantascienza in cui io divento il padre di me
stesso e il domani si identifica con lo ieri, esse di solito vogliono proprio
farci provare il disagio della contraddizione logica, giocano sul fao che,
secondo le regole di costruzione di mondi e la lista di proprietà che la
nostra enciclopedia ci fornisce, il mondo possibile che essi propongono
non potrebbe funzionare (e di fao non è costruibile se non in modo
sbilanciato e struuralmente vago). Ci chiedono di provare il piacere
dell’indefinibile (giocando sulla nostra abitudine a identificare parole e
cose, per cui istintivamente crediamo che una cosa nominata sia per ciò
stesso data e quindi in qualche modo costruita). Al tempo stesso ci
invitano a rifleere sulla possibilità che la nostra enciclopedia sia
incompleta, mozza, orbata di qualche proprietà intuibile. Vogliono insomma
che noi ci sentiamo come in Abbo si sentivano gli abitanti del mondo
bidimensionale quando venivano araversati da una sfera tridimensionale.
Ci suggeriscono l’esistenza di altre dimensioni. Ma non ci dicono come
individuarle. Per questo rimane qualche differenza tra i mondi di Flatlandia
e la teoria della relatività ristrea. Al di là delle nostre personali preferenze.

8.10. I mondi della fabula

Possiamo ora tradurre i risultati dei paragrafi precedenti nei termini di una
teoria della fabula e della cooperazione previsionale del leore.
alcuno ha suggerito che i vari stati di una fabula costituiscano
altreanti mondi possibili. Idea da respingere decisamente se non si vuole
proprio abusare di quella che, questa volta sì, diventerebbe una vuota se
pur affascinante metafora. Una fabula è un mondo possibile: Cappucceo
Rosso disegna una serie di personaggi e proprietà che sono diversi da quelli
del nostro W0. Ora in un primo stato della fabula Cappucceo Rosso
discute con la mamma, in un secondo entra nel bosco e incontra un lupo.
Perché dire che il frammento temporale in cui la bambina incontra il lupo è
un mondo possibile rispeo a quello in cui essa parla con la mamma? Se
mentre parla con la mamma la bambina si immagina cosa farà nel bosco
nel caso incontrasse il lupo, questo sì, sarebbe – rispeo al fondo delineato
dallo stato iniziale della fabula – un mondo possibile, quello cioè delle
credenze e aspeative della bambina. Come tale potrebbe essere
convalidato o falsificato dallo stato successivo della fabula, in cui si dice
cosa avviene aualmente (e ricordiamo che “auale” è una espressione
indicale: è auale il mondo della fabula una volta che abbiamo acceato di
considerarlo come punto di riferimento per valutare le credenze dei suoi
personaggi). Ma Cappucceo Rosso che parla con la mamma e
Cappucceo Rosso che discorre col lupo sono assolutamente lo stesso
individuo che passa araverso diversi corsi di eventi. Se si dice:

(34) Ieri ero a Milano e oggi sono a Roma


nessun dubbio che il soggeo dell’enunciazione stia parlando “oggi” di
un individuo che è lo stesso di quello di ieri, e stia parlando di due stati
dello stesso mondo. Se invece si dice:

(35) Se ieri non fossi partito da Milano oggi non sarei a Roma

si sta delineando “oggi”, nel mondo reale del parlante, uno stato di cose
possibile (che di fao non si è realizzato) e il problema sarà semmai di
stabilire se alla luce del topic testuale l’io in questione in entrambi i mondi
è lo stesso individuo, una coppia prototipo-variante, una coppia individuo-
supranumerario.
Alla luce di queste osservazioni si può procedere a fornire le seguenti
definizioni:

(i) In una fabula il mondo possibile WN è quello asserito dall’autore. Non


rappresenta uno stato di cose ma una sequenza di stati di cose si…sn
ordinata per intervalli temporali ti…tn. Rappresenteremo pertanto una
fabula come una sequenza WNsi…WNsn di stati testuali. Dovendo
delineare un WN nella sua completezza dovremmo delinearlo solo a
WNsn realizzatosi. In altri termini siamo nel giusto quando diciamo che
Madame Bovary è la storia di una adultera piccolo borghese che
muore, e sbaglieremmo dicendo che Madame Bovary è la storia della
moglie di un medico che vive felice e beata, anche se gli stati iniziali
della fabula possono confortarci in questa persuasione. Ripetiamo
ancora che i vari WNsi non sono mondi possibili: sono stati diversi dello
stesso mondo possibile. Come vedremo, il leore che paragona un
dato stato della fabula al proprio mondo di riferimento o al mondo
delle proprie aspeative, assume questo stato come un mondo
possibile; ma ciò avviene perché egli non possiede ancora il mondo
possibile narrativo nella sua completezza – e proprio perché sulla sua
persuasione che lo stato della fabula vada in qualche modo
completato si gioca la sua tendenza ad avanzare previsioni.
(ii) Nel corso del testo ci vengono presentati come elementi della fabula
alcuni WNc cioè i mondi degli aeggiamenti proposizionali dei
personaggi. indi un dato WNcsi dipinge il possibile corso di eventi
come è immaginato (sperato, voluto, asserito e così via) da un
determinato personaggio c. Gli stati successivi della fabula devono
verificare o falsificare queste previsioni dei personaggi. In certe storie
gli aeggiamenti proposizionali dei personaggi non sono verificati da
stati successivi ma da stati anteriori della fabula. Cioè, quando
Cappucceo Rosso arriva al leo della nonna crede che la persona nel
leo sia la nonna (mentre la fabula ha già deo che è il lupo). In
questo caso il leore partecipa dell’onniscienza della fabula e giudica,
con una buona dose di sadismo, l’aendibilità del WNcsi di quel
personaggio.
(iii) Nel corso della leura del testo (o della sua trasformazione successiva
in parziali macroproposizioni di fabula) si configura una serie di WR,
vale a dire di mondi possibili immaginati (temuti, aesi, desiderati
eccetera) del leore empirico (e previsti dal testo come movimenti
probabili del Leore Modello). esti WR si configurano alle
disgiunzioni di probabilità rilevanti di cui si è deo in 7.2. Gli stati
successivi della fabula verificheranno o falsificheranno le previsioni
del leore. A differenza dei mondi dei personaggi i mondi del leore
possono essere verificati solo da stati della fabula successivi al nodo
in cui si innesta la previsione (è del tuo inutile preoccuparsi di un
leore che, saputo che il lupo si è messo al posto della nonna,
continui a pensare con Cappucceo Rosso che la persona nel leo sia
la nonna – vale a dire, è sciocco dal nostro punto di vista, mentre è
probabilmente assai interessante per un pedagogista, uno psicologo
infantile o uno psichiatra). Naturalmente ci sono casi in cui il testo ha
lasciato capire che si stava verificando un dato stato della fabula, ma
solo tra le righe, per cui il leore continua a nutrire una credenza che
la fabula dovrebbe già aver provveduto a disapprovare. Tale è il caso,
come vedremo, della strategia narrativa di Un drame bien parisien.
(iv) Nel corso dei propri movimenti previsionali il leore può anche
immaginare (e nel racconto di Allais è tenuto a farlo in alcuni punti) i
mondi possibili delle credenze (aspeative, desideri eccetera) dei
personaggi della fabula. Chiameremo WRc il mondo possibile che il
leore, nel fare previsioni, aribuisce a un personaggio, e WRcc il
mondo possibile che il leore immagina che un personaggio
aribuisca a un altro personaggio (“forse egli crede che essa creda
che…”). Esistono storie in cui il leore è chiamato a formulare dei
mondi di tipo WRcccc…, che è poi la situazione di una storia “a specchi
di barbiere”.62

8.11. Proprietà S-necessarie

Se riassumiamo in macroproposizioni di fabula l’inizio di Un drame bien


parisien possiamo trarne la seguente descrizione di stato di cose:

(36) In un periodo intorno al 1890 c’era a Parigi un uomo chiamato Raoul.


Esso era il marito di Marguerite.

Il leore, ricorrendo alla propria enciclopedia, realizza che Parigi è un


individuo del proprio W0 di riferimento e che 1890 è uno degli stati dello
stesso mondo (la data 1984 delineerebbe invece un mondo possibile
rispeo a W0). Fino a prova contraria (estensioni parentetizzate) il leore
assumerà che esiste una omologia di fondo tra WN e W0. Ma cosa deciderà
a proposito di Raoul? Per quel che ne sa esso è descrio come l’individuo
che ha le sole proprietà di essere maschio umano adulto e di vivere a Parigi
intorno al 1890. Fortunatamente, subito dopo, viene deo che Raoul è
sposato a Marguerite. esto è sufficiente a individuare Raoul all’interno
della fabula senza possibilità di errore. Ci possono essere altri maschi
umani adulti che vivono a Parigi in quell’epoca (e magari hanno tui la
proprietà di chiamarsi Raoul) ma solo questo ha la proprietà di essere
sposato a quella Marguerite di cui il testo ci parla. Volendo usare una
appropriata simbolizzazione, dovremmo assegnare a Raoul un operatore
iota di identificazione individuale:

(∃x) [Uomo (x) . Sposato (x, z, WN, s0 < s1)] . (∀y) [Uomo (y) . Sposato (y, z,
WN, s0 < s1) . (z= x2)] ⊃ (y = x1) . ( x1 = Raoul)

Vale a dire che c’è almeno un individuo x che è uomo e che nei mondo
che stiamo considerando si è sposato con un altro individuo z in uno stato
precedente quello in cui inizia la storia, e che per ogni individuo y che
partecipi delle stesse proprietà, purché l’individuo z che y ha sposato sia
stato previamente identificato, questo y non può essere altri che lo x di cui
si parlava (il quale oltretuo si chiama Raoul).
Cosa c’è di strano in questa formula? Che per identificare Raoul si ha
bisogno di un altro individuo precedentemente identificato, e cioè di
Marguerite. Ma per identificare Marguerite bisogna procedere come con
Raoul e stabilire una formula simmetrica, in cui Raoul interviene come
ancoraggio di Marguerite:

(∃x) [Donna (x) . Sposata (x, z, WN, s0 < s1)] . (∀y) [Donna (y) . Sposata (y, z,
WN, s0 < s1) . (z= x1)] ⊃ (y = x2) . ( x2 = Marguerite)

Raoul non può essere identificato senza Marguerite e Marguerite non


può essere identificata senza Raoul. esto non è forse il modo in cui
individuiamo gli x nella nostra esperienza (anche se si dovrebbe rifleere a
questa possibilità) ma sta di fao che è il modo in cui eminentemente
identifichiamo gli x in un testo narrativo. Almeno; è il modo in cui
identifichiamo i supranumerari rispeo a W0. Infai per Parigi non
abbiamo bisogno di questa identificazione incrociata: esso è già
abbondantemente identificato nell’enciclopedia. Ma per Raoul e Marguerite
non possiamo fare diversamente.
Immaginiamo un testo che dica:

(37) C’era una volta Giovanni. E c’era una volta Giovanni.

Intuitivamente, diremmo che non è una bella storia, anzi che non è
affao una storia, e non solo perché non vi succede niente, ma perché non
riusciamo a capire quanti Giovanni vi appaiano. Supponiamo al contrario
che la storia inizi così:

(38) Una sera a Casablanca un uomo in giacca bianca stava seduto al


Rick’s bar. Nello stesso momento un uomo accompagnato da una
donna bionda stava arrivando all’aeroporto.

Il primo uomo viene identificato in relazione alla sua relazione specifica


con un dato bar (a sua volta in relazione con Casablanca, individuo già
identificato in W0); il bar è identificato a sua volta in relazione all’uomo.
anto al secondo uomo, una volta stabilito che arriva “nello stesso
momento” all’aeroporto, esso non viene identificato col primo, ma in
relazione sia all’aeroporto che alla donna bionda (per la quale varrà lo
stesso procedimento di identificazione).
È importante che i due uomini vengano distinti araverso due diversi
procedimenti di identificazione, perché ci sono romanzi come i feuilleton
oocenteschi che giocano sovente su false distinzioni: si veda in Eco (1976)
la definizione del tópos del falso sconosciuto, dove a inizio di capitolo ci
viene presentato un personaggio misterioso per poi rivelarci (sorpresa di
solito abbastanza scontata) che si traava di un x già abbondantemente
identificato e nominato nei capitoli precedenti.
Ora la relazione che intercorre tra Raoul e Marguerite, come quella che
intercorre tra l’uomo in giacca bianca e il bar (e poi via via tra costui e gli
altri due personaggi che stanno arrivando all’aeroporto), è una relazione
diadica e simmetrica x R y dove x non può stare senza y e viceversa.
Invece la relazione tra l’uomo in giacca bianca, il bar e Casablanca è
diadica, transitiva ma non simmetrica, perché: (i) l’uomo è identificato dalla
sua relazione col bar; (ii) il bar è identificato sia dalla sua relazione con
l’uomo che con la sua relazione con Casablanca; (iii) transitivamente
l’uomo è identificato dalla sua relazione con Casablanca; (iv) ma
Casablanca, come individuo di W0, non è necessariamente identificato dalla
sua relazione con gli altri due individui (bensì viene identificato
dall’enciclopedia con altri mezzi; e nella misura in cui è identificato solo
dalla sua relazione con l’uomo e col bar non è deo che sia la Casablanca
che conosciamo tramite l’enciclopedia). esto ci consente di dire che: (a)
in una fabula le relazioni tra supranumerari sono simmetriche mentre (b) le
relazioni tra le varianti e i loro prototipi in W0 non lo sono. ando le
relazioni sono complesse, esse sono transitive.
Chiamiamo allora queste relazioni diadiche e simmetriche (e
all’occorrenza, transitive), che valgono solo all’interno della fabula,
relazioni S-necessarie, ovvero proprietà struuralmente necessarie. Esse
sono essenziali all’identificazione degli individui supranumerari della
fabula.
Una volta identificato come il marito di Marguerite Raoul non potrà mai
più essere separato dalla propria controparte: potrà divorziare in un WNsn,
ma non cesserà di aver la proprietà di essere colui che in un WNs1 è stato
marito di Marguerite.

8.12. Proprietà S-necessarie e proprietà essenziali

Raoul è un uomo e Marguerite una donna. Si traa di proprietà


essenziali già riconosciute a livello di struure discorsive e acceate dalla
fabula. Ora le proprietà S-necessarie non possono contraddire le proprietà
essenziali, perché anche le proprietà S-necessarie sono vincolate
semanticamente. Vale a dire che se tra Raoul e Marguerite vale la relazione
S-necessaria rSm essa appare nella fabula come relazione M di matrimonio
(rMm) ed è vincolata semanticamente in quanto, a termini di enciclopedia
1890, ci si può sposare solo tra persone di sesso diverso: quindi non si può
stabilire che Raoul è S-necessariamente sposato a Marguerite e poi
sostenere che essi siano entrambi maschi (salvo voler alla fine dichiarare
che quella relazione necessaria era soltanto apparente, non consisteva
nell’essere sposati, ma nell’apparire come sposati (una cosa del genere
avviene alla fine del Falstaff).
In quanto semanticamente vincolate le relazioni S-necessarie possono
essere soomesse a costrizioni di vario tipo. Per esempio:

– relazioni di antonimia graduata (x è più piccolo di y)


– relazioni di complementarità (x è il marito di y che è a sua volta sua
moglie)
– relazioni veoriali (x è a sinistra di y)
– e molte altre, comprese le opposizioni non binarie, ternarie, i continua
graduati eccetera (cfr. Lyons, 1977; Leech, 1974).

Basti pensare a come si identifica “quel ramo del lago di Como” o la


“casina piccina piccina picciò che sorgeva nella piccola piazza di una
grande borgata, proprio davanti alla chiesa, ai piedi del monte”.
Ma se le proprietà S-necessarie non possono contraddire le proprietà
essenziali, esse possono contraddire quelle accidentali, e in ogni caso i due
ordini di proprietà non sono struuralmente dipendenti. Raoul è
necessariamente sposato a Marguerite ma solo accidentalmente prende un
coupé per tornare a casa da teatro. Poteva anche tornare a casa a piedi e la
storia non sarebbe cambiata granché. Si noti che se il topic testuale non
fosse stato quello che è, ma fosse stato affine a quello della Leera rubata o
del Cappello di paglia di Firenze, o del Fiacre n. 13 – se cioè tua la storia
fosse stata incentrata su un misterioso oggeo, il coupé, da ritrovare a ogni
costo, sia Raoul che quel coupé sarebbero stati legati da relazione S-
necessaria.
I supranumerari in un mondo narrativo sono dunque legati da relazioni
S-necessarie così come due trai distintivi in un sistema fonologico, sono
legati dalla loro mutua opposizione. Per citare il dialogo che intercorre tra
Marco Polo e Kublai Kan in Le cià invisibili di Calvino:

(39) Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.


– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – Chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra – risponde
Marco – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, rifleendo. Poi soggiunge: – Perché mi
parli di pietre? È solo dell’arco che m’importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.63

È solo perché intraengono relazioni S-necessarie che due o più


personaggi di una fabula possono essere intesi come aori che
impersonano dati ruoli (l’essere Adiuvante, Donatore, Viima e così via)
che sussistono solo come relazioni di S-necessità. Fagin non è il Malvagio
di Clarissa così come Lovelace non il Malvagio di Oliver Twist.
Incontrandosi al di fuori delle rispeive fabulae Lovelace e Fagin
potrebbero riconoscersi come una simpatica coppia di buontemponi, l’uno
diventando magari l’Adiuvante dell’altro. Potrebbero. Di fao non possono.
Senza Clarissa da sedurre Lovelace non è più nulla, non è mai nato. E
vedremo più avanti che questo suo destino ha un qualche peso nel nostro
discorso.
Per concludere, in un WN gli individui supranumerari sono identificati
araverso le loro proprietà S-necessarie, che rappresentano relazioni
diadiche e simmetriche di strea interdipendenza cotestuale. Esse possono
o meno coincidere con le proprietà aribuite agli stessi individui come
essenziali, ma in ogni caso non possono contraddirle. Le proprietà
accidentali non sono prese in strea considerazione dal mondo della fabula
e sono considerate solo a livello delle struure discorsive. Il che vale a dire
che, non appena una proprietà si salva nel corso del lavoro di riduzione
dalle struure discorsive a macroproposizioni narrative, essa risulta
struuralmente necessaria.

8.13. Relazioni di accessibilità tra W0 e WN

La comparazione tra mondo di riferimento e mondo narrativo può


assumere forme diverse.
(i) Il leore può comparare il mondo di riferimento a stati diversi della
fabula, cercando di capire se quanto avviene in essi risponda a criteri di
verisimiglianza. In tal caso il leore assume gli stati in questione come
mondi possibili, bloccati nella loro immobilità (“è verosimile che ci sia un
bosco abitato da lupi che parlano?”).
(ii) Il leore può paragonare un mondo testuale a diversi mondi di
riferimento: si possono leggere gli eventi narrati nella Divina Commedia
come “credibili” rispeo all’enciclopedia medievale e come leggendari
rispeo alla nostra. In tal modo si auano anche operazioni di “veridizione”
(di cui diremo nel capitolo 9) imputando veridicità o meno a certe
proposizioni, cioè riconoscendole in quanto proposte come vere o false.
(iii) A seconda del genere leerario, il leore può costruire diversi
mondi di riferimento ovvero diversi W0. Un romanzo storico chiede di
essere riferito al mondo dell’enciclopedia storica mentre una favola chiede
al massimo di essere riferita all’enciclopedia dell’esperienza comune,
perché noi si possa godere delle varie inverosimiglianze che propone.
indi si accea che una favola racconti che mentre regnava il Re
Roncisbaldo (storicamente mai esistito, ma il fao è irrilevante) una
fanciulla si sia trasformata in una zucca (inverosimile secondo il W0
dell’esperienza comune: ma questa discrepanza tra W0 e WN deve venir
presa in considerazione proprio per godere della favola). Invece se leggo un
romanzo storico e trovo che vi si nomina un re Roncisbaldo di Francia, la
comparazione al W0 dell’enciclopedia storica produce una sensazione di
disagio, che prelude al riaggiustamento dell’aenzione cooperativa:
evidentemente non si traa di un romanzo storico ma di un romanzo di
fantasia. Dunque l’ipotesi formulata sul genere narrativo determina la
scelta costruiva dei mondi di riferimento.
Vediamo cosa accade al leore di Drame, il quale abbia deciso di trovarsi
di fronte a un racconto di costume contemporaneo e abbia scelto come
mondo di riferimento l’enciclopedia aggiornata al 1890. Il leore avrà
costruito una certa struura di mondo W0 in cui Raoul e Marguerite non
sono considerati. Nel leggere il secondo capitolo della novella tuavia sarà
portato ad assumere che esistono in W0 sia il éâtre d’application che Mr.
de Porto-Riche (che presumiamo noti al Leore Modello parigino
dell’epoca, come se in una storia italiana odierna si dicesse che un
personaggio è andato alla Piccola Scala per ascoltare un’opera di Luciano
Berio). Adesso consideriamo le operazioni che il leore deve compiere per
paragonare il WN di Allais al W0 di riferimento. Consideriamo tra le
proprietà in gioco: M (essere maschio), F (essere femmina), D (essere un
drammaturgo), nonché la proprietà S-necessaria xMy (essere legati da
rapporto matrimoniale e pertanto in tal modo identificati). Notare che una
proprietà come quest’ultima può essere registrata anche nella struura di
W0, dove non si esclude affao che esistano degli x sposati a degli y. A
differenza delle struure di mondi realizzate nei paragrafi precedenti, qui
introduciamo anche delle proprietà tra parentesi quadre: esse sono le
proprietà S-necessarie. Naturalmente in W0 non esistono proprietà di
questo tipo. indi quando si deve trasformare la struura di WN in quella
di W0 le proprietà tra parentesi quadre diventano relazioni qualsiasi,
diciamo essenziali: xRy diventa una relazione di conversità o di
complementarita (essere marito di una moglie).
Dati dunque due mondi W0 e WN (in cui p = Porto-Riche, t = éâtre, x
= Raoul e y = Marguerite):
ecco che in W0 appaiono due individui di cui si dà la variante in WN (data
l’elementarità della struura essi sono assolutamente identici). Ma in WN ci
sono un x e un y che in W0 non sono considerati. Rispeo a W0 essi sono
semplici supranumerari. Non è impossibile trasformare la struura di W0 in
quella di WN, e cioè (secondo la metafora psicologica) concepire dal mondo
in cui siamo un mondo in cui esistano anche Raoul e Marguerite. La sola
questione è che in WN essi posseggono una proprietà S-necessaria. Visto
che in W0 tale proprietà non può essere riconosciuta come tale, essa verrà
tradoa in termini di proprietà essenziale. Ed ecco come apparirà la
struura di mondo in cui da W0 si dà ragione di WN:

Per questo si dice che il mondo narrativo è accessibile al mondo della


nostra esperienza quotidiana. Ma non possiamo dire l’opposto. Cioè, questa
relazione tra mondi W0RWN non è simmetrica. Infai per costruire da WN
la struura di W0 dovremmo assegnare a x e a y una relazione S-
necessaria, ciò che la struura di W0 non consente di fare. Ci
mancherebbero quindi le regole per rendere identificabili gli x e y di WN in
W0. In altri termini, visti dal mondo di riferimento, Raoul e Marguerite sono
dei supranumerari che potrebbero esistere, e che potrebbero anche esistere
ciascuno per conto suo, come probabilmente sono esistiti prima di
incontrarsi e sposarsi; ma dall’interno della struura WN (ovvero nei
termini costruivi di quella matrice di mondo) essi sussistono solo in
quanto legati da relazione necessaria. Senza questa relazione di mutua
identificazione essi non esistono, così come Lovelace non esisterebbe se
non fosse esistita (narrativamente) Clarissa. In WN un individuo
supranumerario rispeo a W0 è l’insieme degli x che soddisfano la
condizione di essere in relazione simmetrica con un altro individuo y. Il
fao che questo insieme abbia uno e un solo membro fa sì che
l’identificazione di un supranumerario sia narrativamente possibile.
i non si sta dicendo che non si possono costruire in W0 gli individui
x e y solo perché non disponiamo di parentesi quadre: ovvero, si sta
dicendo esaamente questo purché si intenda che araverso l’artificio
delle parentesi quadre abbiamo introdoo la proprietà di essere
narrativamente e indissolubilmente simmetrici, proprietà che in un mondo
di riferimento W0 non ha gran senso mentre in un mondo narrativo WN è
costitutiva.
In altri termini dato un mondo narrativo con due individui legati da S-
necessità:

noi dovremmo in realtà registrarlo come

perché gli individui non possono essere veramente nominati se non come
“quell’x che è S-necessariamente legato a y” e viceversa. Per cui se dal WN
si volesse pensare a un qualsiasi mondo in cui queste relazioni S-
necessarie fossero negate, si perverrebbe a una matrice contraddioria di
questo genere:

dove appunto verrebbe menzionato “quell’x che è legato da relazione con y


e che non è legato da relazione con y” (e così per y). Chiaro esempio di
matrice non formulabile perché viola le sue stesse leggi costitutive.
Se il conceo rischia di essere ancora oscuro, o se riesce difficile
applicarlo al di fuori di una matrice di mondi, basti ricorrere ancora una
volta all’esempio degli scacchi, che già abbiamo usato nel capitolo
precedente. Un pezzo degli scacchi in sé non ha significati, ha solo delle
valenze sintaiche (può muoversi in un determinato modo sulla
scacchiera). Lo stesso pezzo all’inizio del gioco ha tui i significati possibili
e nessuno (può entrare in qualsiasi relazione con qualsiasi altro pezzo). Ma
a uno stato si della partita, il pezzo è una unità di gioco che significa tue
le mosse che può fare in quella data situazione; ovvero è un individuo
fornito di precise proprietà e queste proprietà sono le proprietà di poter fare
certe mosse immediate (e non altre) che preludono a una rosa di mosse
future. In questo senso il pezzo è sia una entità espressiva che veicola certi
contenuti di gioco (e perciò anche nel Traato, 2.9.2, si sosteneva che gli
scacchi non sono sistema semiotico monoplanare come voleva Hjelmslev)
sia qualcosa di struuralmente simile a un personaggio di una fabula, nel
momento in cui si apre una disgiunzione di possibilità.
Posto che questo individuo sia la regina bianca, possiamo dire che ha
alcune proprietà essenziali (quella cioè di poter muovere in tue le
direzioni, di non poter fare la mossa del cavallo, di non poter scavalcare
altri pezzi sul suo cammino in linea rea) ma ha, nella situazione si, anche
delle proprietà S-necessarie, che le derivano dall’essere, in quello stato del
gioco, in relazione con altri pezzi. Sarà quindi una regina S-
necessariamente legata alla posizione, diciamo, dell’alfiere nero, il che le
consente di fare certe mosse ma non quelle che la meerebbero soo
minaccia dell’alfiere. L’inverso vale simmetricamente per l’alfiere. Tuo
quello che si può pensare, sperare, progeare, auspicare rispeo alle mosse
della regina bianca, deve partire dal fao che si sta parlando di una rRa,
ovvero di una regina che si definisce solo per la sua relazione con l’alfiere.
Ora se qualcuno volesse pensare a una regina non vincolata a
quell’alfiere starebbe pensando a un’altra situazione di gioco, a un’altra
partita, e quindi a un’altra regina definita da altre relazioni S-necessarie.
Naturalmente il parallelo tiene solo se si paragona l’intera fabula nella
totalità dei suoi stati a uno stato della partita: è infai caraeristica di una
partita a scacchi (a differenza di una narrazione) che le relazioni S-
necessarie tra pezzi cambino fatalmente mossa per mossa.
Ora se cercassimo di immaginare la regina dello stato si affannosamente
tesa a pensare a se stessa come svincolata dal suo rapporto necessario con
l’alfiere, questa regina si troverebbe nella situazione molto bizzarra
raffigurata dall’ultima matrice di mondo. Essa dovrebbe pensare cioè a una
se stessa che non è se stessa, ovvero dovrebbe formulare il controfauale
“cosa accadrebbe se quella rRa che sono io non fosse una rRa”, cioè “cosa
accadrebbe se io non fossi io” – giocheo metafisico a cui talora ciascuno
di noi indulge, ma quasi sempre con scarsi risultati.
Dire però che dall’interno di un certo mondo narrativo (o di un certo
stato di una partita di scacchi) non si può concepire o costruire il mondo di
riferimento del leore (o del giocatore, il quale è in grado di immaginare
stati diversi) sembrerebbe in sé una sciocchezza, condannata dalla sua
stessa ovvietà. Come dire che Cappucceo Rosso non è in grado di
concepire un universo in cui c’è stato l’incontro di Yalta e in cui in un
periodo successivo il TG 2 è stato direo da Andrea Barbato. La cosa però
è meno sciocca di quel che sembra, e basta rivedere le matrici appena
costruite per accorgersi il partito che se ne può trarre. Tanto per
cominciare, esse ci dicono perché il controfauale (32), in cui mia suocera
si chiedeva cosa sarebbe accaduto di suo genero se non avesse sposato sua
figlia, ci pareva così bizzarro. Mia suocera avrebbe costruito il suo mondo
di riferimento come un testo, definendo me stesso solo nei termini di una
relazione S-necessaria con lei e non riuscendo a concepirmi altrimenti. È
naturale che nel pensare a un mondo possibile W1 in cui io fossi e non
fossi contemporaneamente suo genero, si trovava in una situazione simile
a quella raffigurata dalla ultima (e impossibile) matrice. el controfauale
appariva dunque bizzarro perché lasciava intravvedere una tendenza, da
parte dell’ipotetico soggeo, a costruire il mondo della propria esperienza
come un mondo irreale, più affine a quelli della fantasia che a quelli che si
formulano nel corso del nostro vivere quotidiano. Che è quanto accade al
malato di cui si dice che vive in un mondo tuo suo, o al bambino che
pensa la madre così streamente legata a sé che quando la madre si
assenta, non potendola più definire in rapporto alla propria presenza, la
avverte come dissolta.
Non si può pensare a un mondo in cui gli individui si definiscono solo
rispeo al fao che noi li pensiamo soo una certa descrizione e poi
pretendere di identificare gli stessi individui in un mondo possibile in cui
essi non soddisfano a questa descrizione. Per tornare all’esempio di
Hintikka (già citato in 8.10), non possiamo pensare cosa sarebbe l’individuo
che ora percepisco se non fosse l’individuo che ora percepisco. Possiamo al
massimo pensare dove sarebbe Giovanni (il cugino di Lucia, il direore
della banca locale) che ora vedo davanti a me, se non fosse davanti a me.
Sarebbe altrove, è ovvio, ma potrebbe esserlo perché ne abbiamo
disancorato l’identificazione da una relazione S-necessaria col soggeo
enunciatore del controfauale: saremmo cioè usciti dall’affabulazione
pseudo-narrativa per entrare nell’universo delle ipotesi controllabili.
Visto che le trasformazioni da mondo narrativo a mondo reale sono
impossibili, capiamo meglio quanto accade in un dramma come I sei
personaggi di Pirandello. Dove “pare” che i personaggi possano concepire il
mondo del loro autore, ma in verità concepiscono un altro mondo testuale
di cui l’autore come personaggio del dramma fa parte. I sei personaggi è
semplicemente un testo in cui collidono un WN drammatico e un WN
metadrammatico.
Chiarito questo punto, potremmo dire che la discussione partiva da una
questione paradossale (può un personaggio pensare il mondo dei propri
leori?) semplicemente per chiarire altri problemi che riguardano e il
mondo del personaggio, da un lato, e il mondo del leore dall’altro.
Tuavia la domanda iniziale non era priva di una sua forza euristica.
esto esperimento – sia pure condoo in termini di fantapsicologia –
ha una sua utilità e vale la pena di condurlo a fondo. Prendiamo I tre
moscheieri. In questo WN abbiamo certi individui che sono varianti
potenziali di individui nel W0 dell’enciclopedia storica: Richelieu, Luigi XIII
e in una certa misura, ma con cautela, d’Artagnan. Poi ci sono dei
supranumerari come Athos e Milady (trascuriamo la possibile identità,
discussa peraltro dai filologi dumasiani, tra Athos conte de la Fere e un
probabile conte di La Fare).64 esti due supranumerari hanno la proprietà
S-necessaria di essere (stati) marito e moglie. Se questa interidentificazione
non avesse avuto luogo I tre moscheieri sarebbe stato un altro romanzo.
Ora vediamo se possiamo immaginarci Athos il quale (dall’interno del
suo WN) pensa cosa sarebbe accaduto se egli non avesse mai sposato
Milady quando si chiamava ancora Anne de Breuil. La domanda è priva di
senso. Athos non può identificare Anne de Breuil se non come colei che
ha sposato da giovane. Egli non può concepire un mondo alternativo in cui
esiste una variante potenziale di se stesso che non ha sposato Anne,
perché egli dipende, per la sua definizione narrativa, proprio da quel
matrimonio. Diverso sarebbe se Dumas ci dicesse che Athos pensa “come
sarebbe stato bello se non avessi sposato quella sciagurata” (e di fao
Dumas ci lascia capire che Athos non fa altro, e per giunta beve, per
dimenticare il mondo reale e sognare un mondo diverso). Ma se avesse
fao questo nel romanzo Athos avrebbe formulato il suo mondo WNc
riferendosi al suo WN come se fosse un mondo W0, reale, in cui non
valgono relazioni S-necessarie: artificio a cui le narrazioni ricorrono, così
come ricorrono anche a operatori di eccezione. Noi acceiamo che un
personaggio possa pensare dei controfauali rispeo al mondo della
narrazione per una semplice convenzione narrativa. Come se cioè l’autore
ci dicesse: “facendo finta di assumere il mio mondo narrativo come un
mondo reale, ora immagino un personaggio di questo mondo che ne
immagina uno diverso. Ma sia chiaro che questo mondo è inaccessibile al
mondo della mia fabula”. Infai se dovessimo immaginare il controfauale
di Athos (intendendo Athos come x, Milady come y, e M come sposato)
dovremmo immaginare che Athos partendo da un Wn così costituito:
ne configuri uno alternativo così costituito

Ora i due mondi non sono accessibili perché in essi valgono diverse
condizioni struurali di identificazione dei personaggi. Nel primo mondo x
è definibile come avente la proprietà xRy, negata la quale non solo lo x del
secondo mondo non è lo stesso, ma non è neppure formulabile, dato che
non può essere formulato che nei termini della relazione che lo costituisce.
La seconda osservazione ha invece rilievo per l’estetica e la critica
leeraria. È vero che di solito noi giudichiamo il mondo di una narrazione
dal punto di vista del nostro mondo di riferimento e raramente facciamo
l’inverso. Ma cosa vuol dire affermare con Aristotele (Poetica 1451b e
1452a) che la poesia è più filosofica della storia, perché nella poesia le cose
accadono necessariamente mentre nella storia accadono accidentalmente?
Cosa significa, leggendo un romanzo, riconoscere che quanto vi accade è
più “vero” di quanto accade nella vita reale, che il Napoleone preso di mira
da Pierre Besuchov è più vero di quello morto a Sant’Elena? Cosa significa
dire che i caraeri di un’opera d’arte sono più “tipici” e “universali” dei
loro effeivi e presumibili prototipi reali? Ci pare che il dramma di Athos,
che in nessun mondo possibile potrà mai abolire il proprio incontro con
Milady, ci testimoni della verità e grandezza dell’opera d’arte, al di fuori di
ogni metafora, per forza di matrici struurali di mondi, facendoci
intravvedere cosa significhi “necessità poetica”.65
Per concludere: il mondo Wn della fabula è accessibile al mondo W0 di
riferimento, ma la relazione non è simmetrica.

8.14. Relazioni di accessibilità tra WNc e WN

Il paragone tra W0 e WN (sia pure assunto in uno dei suoi stati transitori) è
sempre sincronico. Al contrario un certo WNc può essere paragonato sia a
uno stato precedente che a uno stato successivo di WN come già si è deo
in 8.13. Un personaggio può avanzare previsioni e formulare mondi
epistemici e doxastici sia a livello di struure discorsive che a livello di
struure narrative. Come abbiamo visto i mondi delineati dal personaggio
a livello di struure discorsive possono concernere proprietà accidentali
trascurate dalla fabula. Che nel capitolo 2 di Drame Raoul possa o non
possa baere Marguerite (e dunque non solo che il leore ma che anche i
personaggi avanzino previsioni in proposito) è abbastanza irrilevante ai fini
della fabula – come si vedrà il capitolo 2 fornisce una sorta di modello
ridoo della fabula, ma potrebbe essere espunto senza che la fabula cambi;
esso è invece essenziale all’intreccio, sostenuto dalle struure discorsive,
per indurre il leore a far previsioni di un certo tipo circa il corso della
fabula.
Nel corso delle struure discorsive i personaggi possono immaginare o
volere tante cose (contraddee o meno che siano dagli eventi successivi); il
testo mee in gioco questi loro aeggiamenti proposizionali per delinearne
la psicologia. Il personaggio pensa che la data persona verrà, quella non
viene, il personaggio riconosce la falsità della propria previsione, la
abbandona. Si veda cosa accade sempre nel secondo capitolo di Drame.
Raoul e Marguerite vanno a teatro, Marguerite pensa che Raoul osservi
con desiderio Mademoiselle Moreno (colui che è S-necessanamente suo
marito e che è essenzialmente un maschio, accidentalmente desidera una
certa altra donna). Si noti che il testo non si preoccupa di verificare se
davvero Raoul desiderasse la Moreno. È psicologicamente interessante
sapere che Marguerite ha la proprietà di pensarlo (e cioè di essere gelosa,
come si realizzerà a livello di macroproposizioni di fabula). Nel mondo
doxastico di Marguerite quel Raoul che accidentalmente desidera la
Moreno è una potenziale variante del Raoul narrativo che, supponiamo,
non la desidera. Nessun problema di identificazione araverso mondi.
L’identificazione è auabile.
Ma ci sono casi invece in cui gli aeggiamenti proposizionali dei
personaggi riguardano le relazioni S-necessarie della fabula. ando Edipo
crede di non aver nulla a che vedere con la morte di Laio, noi ci troviamo
di fronte a una credenza che ha due caraeristiche: (i) concerne proprietà
indispensabili allo sviluppo della fabula e (ii) concerne relazioni S-
necessarie (Edipo altro non essendo, narrativamente, che quel personaggio
che ha ucciso suo padre e sposato sua madre senza saperlo). Naturalmente
essere S-necessario ed essere indispensabile allo sviluppo della fabula sono
la stessa cosa, a questo punto dovrebbe essere chiaro.
A un certo punto della storia di Sofocle, Edipo crede che ci siano in
gioco quaro individui: Edipo (e) che ha ucciso un giorno un viandante
sconosciuto (v), Laio (l) e uno sconosciuto assassino (a) che lo ha ucciso.
Nel mondo WNc delle proprie credenze Edipo ritiene che valgano certe
proprietà S-necessarie, e cioè:

– eAv: la relazione che fa di Edipo l’assassino e del viandante la viima;


– aAl: la relazione che fa di uno sconosciuto l’assassino e di Laio la
viima.

Ma il finale della fabula, così come Sofocle ce lo fornisce, è assai meno


complicato (meno complicato struuralmente e più complicato
psicologicamente, ma proprio questa relazione inversa ha qualche
significato per noi). Nella fabula esistono solo due personaggi, Edipo e Laio,
perché sia l’ignoto assassino che l’ignoto viandante si identificano
rispeivamente con Edipo e con Laio. Per cui le proprietà S-necessarie in
gioco si riducono da due a una:

– eAl: la proprietà che fa di Edipo l’assassino e di Laio la viima.


Vediamo cosa ciò comporti in termini di struure di mondi e per
rendere le struure più maneggevoli e gli individui più riconoscibili
aggiungiamo al paccheo delle proprietà in gioco anche quella di essere
vivente (V): dato che anche l’assassino presunto è considerato vivente
nello stesso mondo possibile delle previsioni di Edipo. Ed ecco che le
struure dei due mondi WN e WNc assumono il seguente formato:

È facile accorgersi che questi due mondi sono mutuamente inaccessibili


perché le loro due struure non sono isomorfe. Non è che uno abbia più
individui dell’altro: è che gli individui sono identificati nei due mondi
araverso proprietà S-necessarie diverse. Si noti che le struure dei due
mondi avrebbero potuto essere complicate introducendo le relazioni che
fanno di Edipo il figlio e di Laio il padre (ma nel mondo delle credenze di
Edipo anche qui ci sarebbero stati in gioco più individui e diverse relazioni)
e infine quelle che fanno di Edipo il figlio e di Giocasta la madre, e di
Giocasta la moglie e di Edipo il marito (anche qui con discrepanze tra il
mondo delle credenze di Edipo e quello della fabula). Tuo diventerebbe
allora (come di fao diventa in Sofocle) ben più drammatico. Ma basta già
la rappresentazione ridoa che abbiamo fornito. Il finale della fabula
propone una struura di mondo assolutamente disomogenea rispeo a
quella creduta da Edipo. Edipo non può riassestare il suo mondo e
trasformarlo in quello della fabula. Edipo credeva p e ora scopre che invece
q, realizzando che nel mondo “reale” non si può dare p e q allo stesso
tempo, ovvero che p = ~ q.
Edipo deve “geare via” il mondo delle sue credenze. Visto che quello
da prendere in cambio è assai meno gradevole, e visto che sul mondo
creduto egli aveva edificato la propria salute mentale, ecco una buona
ragione per diventare pazzo. O meglio, per accecarsi. In effei la storia di
questi mondi incompatibili ci appare proprio come la storia di una “cecità”
anticipata. Come era possibile essere così cieco da non avvedersi di quanto
il mondo delle proprie credenze fosse inaccessibile al mondo della realtà?
La rabbia e la disperazione vengono incrementate dal fao che, se a livello
di fabula i mondi sono mutuamente inaccessibili, a livello di struure
discorsive a Edipo erano state date tante tracce evidenti per costruirsi un
mondo doxastico più accessibile a quello finale della fabula… Se Edipo ci
fosse riuscito, i due mondi WNc e WN sarebbero accessibili, come sono
accessibili i mondi doxastici che il bravo detective costruisce per adeguare
sia il mondo della fabula sia il mondo delle intenzioni dell’assassino. Ma
Edipo re è appunto la storia di una indagine fallita.
indi, per concludere questo paragrafo: per quanto riguarda le
relazioni S-necessarie, quando il WNcsm è isomorfo nella sua struura con lo
stato della fabula WNsn che lo verifica (dove sia m < n che n < m), allora il
WNcsm è approvato dalla fabula e i due mondi sono mutuamente accessibili.
ando ciò non accade, il mondo doxastico del personaggio è disapprovato
e i due mondi diventano perciò mutuamente inaccessibili – con tue le
conseguenze del caso in termini di effeo psicologico o estetico della
narrazione.

8.15. Relazioni di accessibilità tra WR e WN

I mondi delineati dalle previsioni del leore sono sooposti alle stesse
regole di accessibilità:

(i) il mondo delle aspeative del leore può essere paragonato allo stato
della fabula che lo verifica (sempre e soltanto, come già si è deo,
successivo alla previsione);
(ii) anche il leore può avanzare previsioni minori e parziali nel corso della
aualizzazione delle struure discorsive, e il fenomeno non ha un
andamento diverso da quello che concerne i mondi possibili del
personaggio;
(iii) quando i mondi possibili delineati dal leore riguardano proprietà S-
necessarie, il suo mondo è accessibile al mondo della fabula, e
viceversa, solo se si verifica isomorfismo tra i due mondi. Altrimenti
egli deve “gear via” la propria previsione e acceare lo stato di cose
definito dalla fabula.

Basta pensare a un Leore Modello che segua gli stessi processi mentali
di Edipo e che faccia previsioni su quel nodo di eventi: la scoperta della
rivelazione finale meerà il leore nella stessa situazione struurale di
Edipo.
Si è deo però che un testo prevede e calcola i possibili comportamenti
del Leore Modello, che la sua possibile interpretazione fa parte del
processo di generazione del testo. Come si può allora affermare che le
previsioni del leore vengono rifiutate? A questo proposito bisogna fare
aenzione a non confondere i meccanismi del testo nel suo complesso coi
meccanismi della fabula. In Drame si vedrà come il testo, a livello
discorsivo, inviti il leore a disporsi in modo da fare false previsioni, e poi a
livello di fabula gliele contesti. Il caso di Drame è anzi più complesso
perché, come vedremo, le false previsioni del leore vengono
ambiguamente prese in carico dalla stessa fabula, nel momento stesso in
cui le contraddice. Ma quanto si è deo vale per testi più “normali”, per
esempio un romanzo poliziesco, dove le struure discorsive traggono in
inganno il leore (per esempio facendogli apparire come ambiguo e
reticente un certo personaggio) per spingerlo ad avanzare previsioni
avventate; interverrà poi lo stato finale della fabula a obbligare il leore a
“buar via” la propria previsione. Si stabilisce così una dialeica tra
inganno e verità a due diversi livelli testuali.
Il testo, per così dire, “sa” che il suo Leore Modello sbaglierà
previsione (e lo aiuta a formulare previsioni sbagliate), ma il testo nel suo
complesso non è un mondo possibile: esso è una porzione di mondo reale
ed è al massimo una macchina per produrre mondi possibili: quello della
fabula, quelli dei personaggi della fabula e quelli delle previsioni del leore.
Certo si può dire che nello scrivere un testo l’autore fa ipotesi sul
comportamento del proprio Leore Modello, e il contenuto di questa
ipotesi è un mondo possibile previsto e sperato dall’autore. Ma questa
ipotesi non riguarda il testo, bensì la psicologia dell’autore. este
intenzioni di chi scrive possono essere estrapolate in termini di descrizioni
di strategia testuale: ma non appena si descrivono metatestualmente le
possibili anticipazioni del leore si ha già a che fare, sia pure come ipotesi
critica, con i mondi possibili auati dal leore. In altre parole, e tornando
alla nostra metafora ferroviaria di 7.2: che si possa andare da Firenze a
Siena per una linea o per l’altra non costituisce ancora una descrizione di
mondi possibili; costituisce la descrizione di una struura auale che
permee di formulare decisioni, opinioni, aese, ipotesi circa la linea da
scegliere o la linea che altri potrebbero scegliere o aver scelto. Un mondo
possibile è un ens rationis, mentre il tessuto della rete ferroviaria è un ens
materiale, con tui i suoi nodi di fao realizzati.
Si può dire del testo quello che si può dire di qualsiasi espressione che
miri a un effeo perlocutorio. Affermare |oggi sta piovendo| può voler dire
che il parlante sta emeendo un ordine mascherandolo da asserto e
confida che l’ascoltatore si raffiguri una possibile azione (non uscire). Ma
l’espressione in se stessa non configura mondi possibili, anche se può
essere valutata come meccanismo in grado di stimolarne la formulazione.

48 Volli cita Plantinga, ma si potrebbero citare anche certe affermazioni di Lewis in


Counterfactuals (1973): “Io soolineo che non identifico in nessun modo i mondi possibili con
rispeabili entità linguistiche: io li assumo come entità rispeabili a pieno dirio. ando
professo un aeggiamento realistico verso i mondi possibili, intendo essere preso alla leera. I
mondi possibili sono quello che sono, e non un’altra cosa. Se qualcuno mi chiede cosa sono, non
posso dare il tipo di risposta che probabilmente egli si aende da me, e cioè la proposta di
ridurre i mondi possibili a qualcosa d’altro. Io posso solo invitarlo ad ammeere che egli sa che
sorta di cosa sia il nostro mondo auale, e quindi spiegargli che gli altri mondi sono molte più
cose di questo genere, che non differiscono quanto al tipo ma quanto alle cose che vi succedono. Il
nostro mondo auale è solo un mondo tra gli altri […]. Voi credete già nel nostro mondo auale.
Io vi chiedo di credere in più cose di questo genere, non in cose di un qualche genere diverso”
(Volli, 1973: 85-87).
49 Che la nozione sia ormai diffusa nell’ambito della semiotica testuale, testimoniano le

ricerche di van Dijk, Petöfi, Pavel, del gruppo rumeno direo da Lucia Vaina (cfr. VS 17, 1977), di
Schmidt (1976b: 165-173) e Ihwe (1973: 339 sgg.) che discutono il conceo di “fictional possible
world”.
50 Si dovrebbe a questo punto riconoscere che Volli, nello svolgere la sua critica, pensava a

certe utilizzazioni del conceo piuosto che ad altre, e che sarebbe probabilmente disposto ad
acceare usi aenuati o più o meno metaforici dell’espressione |mondo possibile|. Ma dal
contesto del suo articolo non si possono inferire tali distinzioni, e dunque a critica generica,
risposta generale. Risposta che andava data proprio perché l’articolo di Volli solleva utilmente un
problema che esiste e che va discusso, affinché si precisino sempre meglio le condizioni di un
trapianto disciplinare che presenta indubbiamente molti rischi.
51 È possibile anche una visione molto più atomistica. Ma ci limitiamo ad assumere come
primitivo la nozione di proprietà e non tanto perché sia correntemente usata dalla leeratura
corrente sui mondi possibili, quanto perché traduce la nozione di marca semantica, o sema, o
unità culturale usata come interpretante (e la stessa nozione peirciana di ground) che nel presente
contesto, riferendoci anche al Traato, consideriamo già fondate categorialmente nel quadro
della teoria semiotica.
52 Cfr. la nozione di mondo “auale” come apparato semantico relativizzato in riferimento a

un utente singolo, presentata da Volli, 1973. Vedi anche in van Dijk (1976c: 31 sgg.) la nozione di
S-mondi (mondi possibili del parlante/ascoltatore).
53 Si veda per esempio Hughes e Cresswell (1968: 78): “Noi possiamo concepire un mondo

senza telefoni […] ma se non ci fossero telefoni sicuramente si darebbe il caso che in tale mondo
nessuno saprebbe cosa sia un telefono, e così nessuno potrebbe concepire un mondo (come il
nostro) in cui ci sono telefoni; vale a dire che il mondo senza telefoni sarebbe accessibile al nostro
ma il nostro non sarebbe accessibile ad esso.” Benché l’esempio sia chiaramente proposto a fini
didaici, questo tipo di didaica implica fatalmente una psicologizzazione del problema.
54 Poi ci sono naturalmente i logici che hanno davvero leo Husserl e cercano di

appropriarsene in modo critico e produivo. Si veda per esempio Hintikka (1978) dove si
riconosce senza ambagi che per discutere l’intensionalità bisogna affrontare il problema
dell’intenzionalità.
55 Sono stati consultati: e Encyclopedia Americana, Grand Dictionnaire du XIX Siècle (Larousse,

1869), e Encyclopedia Britannica (1876), e Oxford English Dictionary, Webster’s Dictionary (1910),
Nuovissimo Melzi (1905: dove “brúm = cupé”).
56 Si traa della traduzione scria da Fred Jameson per l’edizione americana del nostro saggio

su Un drame hien parisien.


57 esta distinzione corrisponde a quella tra proprietà Sigma e proprietà Pi sviluppata dal

Groupe μ nella Rhétorique générale. Pertanto la critica che segue investe anche quella distinzione,
peraltro utile agli effei descriivi delle operazioni retoriche a cui è destinata.
58 Viene alla mente la discussione di Kuhn (La struura delle rivoluzioni scientifiche, Torino,

Einaudi, [1962] 2009): tui i fisici sono interessati alla meccanica quantistica “ma essi non
imparano tui le stesse applicazioni di quelle leggi e perciò non vengono influenzati tui nello
stesso modo dai mutamenti che avvengono nella prassi della meccanica quantistica”; quindi un
mutamento che si riflee solo su una delle applicazioni della teoria sarà rivoluzionario (e cioè
obbligherà a rivedere l’intero sistema teorico) solo per una parte dei fisici.
59 Esistono proprietà che a nessun costo potrebbero mai essere ridoe al rango di proprietà

accidentali? Anche al Museo della Navigazione un brigantino dovrebbe conservare, almeno


potenzialmente, la proprietà di stare a galla. Ma solo perché usualmente consideriamo i
brigantini come strumenti di navigazione. Per un cercatore di tesori sommersi un brigantino
rimane tale anche se si è ridoo al rango di un relio a cui non possono essere riconosciute le
tradizionali proprietà di un oggeo galleggiante e navigante. Per il comandante di Dachau gli
esseri umani avevano la sola proprietà di essere adai a produr sapone. Noi abbiamo il dirio di
giudicare la scelta morale che lo ha spinto a narcotizzare tue le altre proprietà di un essere
umano; ma se possiamo respingere l’ideologia che governava la sua etica, non possiamo
obieare nulla alla sua semantica: in riferimento al proprio topic e alle proprie sceneggiature il
comandante di Dachau si comportava in modo semanticamente lecito. Il problema è stato semmai
di distruggere le sue sceneggiature ed espungerle dalla nostra enciclopedia.
60 Il problema è stato peraltro già dibauto nelle discussioni di logica epistemica. Possiamo

dire che se p allora q implica che se a sa p allora a conosce q? o che se p allora q, se a crede p
allora a crede anche q? Si può dire cioè che se qualcuno sa o crede qualcosa allora sa o crede eo
ipso tue le sue conseguenze logiche? Si risponde sostenendo che i casi idiosincratici di ignoranza
non affeano questo principio (che è poi quello del nota notae di cui si parlava in 2.4). Ma la
risposta dipende da cosa vuol dire “capire” ciò che si sa o si crede. C’è differenza tra ciò che è
presupposto (semanticamente) dall’enciclopedia e ciò che è pragmaticamente presupposto nel
processo di interpretazione di un testo. Chiedersi se sapere che un dato individuo è un uomo
significa anche sapere che ha due polmoni, e che, per forza di successive implicazioni, nulla si crea
e nulla si distrugge, dipende dalla profondità quantificazionale dell’enunciato, vale a dire dalla
“complessità massimale della configurazione degli individui considerati in esso in qualsiasi
tempo, commisurati al numero degli individui coinvolti” (Hintikka, 1970: 170).
Tuo ciò ci sembra confermato da Hintikka, nell’articolo “Degrees and Dimensions of
Intentionality” pubblicato in VS 19/20, 1978: “I critici che meono in dubbio il realismo della
semantica dei mondi possibili trascurano di frequente il fao che una delle discipline più
importanti per lo studio della natura e della società, e cioè la teoria della probabilità, è
normalmente formulata in termini affini a quelli di una semantica dei mondi possibili.” Hintikka
osserva però che probabilmente i modelli dei teorici della probabilità sono più “modesti” dei
mondi possibili leibniziani: essi sono “piccoli mondi” e cioè un tipo di corso alternativo che un
esperimento può ragionevolmente prendere in considerazione. Ma – dimostrandosi perplesso
circa un uso più ambizioso della metafora leibniziana − ritiene che si debba appunto lavorare su
“piccoli mondi”.
61 Si intende |chiuso| in senso del tuo diverso da quello usato per l’opposizione tra fabulae

aperte e chiuse. Lo si intende nel senso proposto da Reichenbach (e Direction of Time,
University of California Press, 1956: 36-40): in tal senso una catena causale chiusa consente
percorsi all’infinito e (quanto ad effei testuali) esiti piuosto “aperti”. Ma è chiaro che si traa
di categorie diverse, e che le due ricorrenze del lessema |chiuso| rappresentano un caso di
omonimia.
62 Proponiamo di formalizzare la seguente affermazione, diventata anche oggeo di un poster:

“I know that you believe you understand what you think I said, but I am not sure you realize that
what you heard is not what I meant.”
63 Italo Calvino, Le cià invisibili, Torino, Einaudi, 1972: 89. Sono grato a Teresa De Lauretis

(“Semiosis unlimited”, in Poetics and eory of Literature, 2, 1977: 367-384) per aver suggerito
questo testo come “parabola” finale in un articolo sul mio Traato di semiotica generale.
64 Cfr. Charles Samaran, “Introduction” a A. Dumas, Les trois mousquetaires, Paris, Garnier,

1968.
65 Cosa dire allora delle parodie leerarie, dove rimane come l’immagine vivida dell’opera

originale, ma molte proprietà S-necessarie sono alterate? Come possiamo in questi casi stabilire
identità tra un individuo di un mondo WN parodiato e quello, omonimo, di un mondo WP
parodiante? Immaginiamo un musical ispirato ai Tre moscheieri in cui però Richelieu sia un
danzatore di tango e d’Artagnan sposi felice Milady (che non ha mai conosciuto Athos), dopo
aver venduto a un usuraio i puntali di diamanti di Anna d’Austria. Cosa ci consentirebbe di
riconoscere i personaggi del musical come personaggi di Dumas, dopo che tante proprietà S-
necessarie ed essenziali sono state alterate? Una prima risposta è che molte volte parodie del
genere non si riferiscono più ai personaggi di un romanzo ma a dei personaggi ormai mitici, che
sono passati dal romanzo d’origine a un repertorio enciclopedico generalizzato. Molta gente non
ha mai leo Cervantes e tuavia conosce un personaggio dell’enciclopedia che si chiama Don
Chiscioe e che aveva la proprietà di essere magro, mao e spagnolo. È su questi tipi generici
che la parodia gioca. Però potrebbe anche accadere che la parodia abbia individuato il vero
caraere di un personaggio romanzesco: diciamo che nel nostro caso avrebbe deciso che la vera
morale (la vera fabula) dei Tre moscheieri è “come vincere con colpi bassi e godersi la vita”. E in
questo caso riducendo gli individui romanzeschi alle sole proprietà necessarie che concernono
questa fabula, suggerirebbe: “voi non li riconoscete, ovvero li riconoscete solo come omonimi, ma
io vi dico che a legger bene il libro, i personaggi altro non erano che questi.” Ci sarebbe stata una
riduzione delle proprietà che contano alla luce di una certa descrizione.
9. Struure aanziali e ideologiche

9.1. Struure aanziali

Una volta aualizzate le struure narrative e mentre avanza previsioni


sugli stati della fabula (delineando mondi possibili), il leore può formulare
(prima, dopo, contemporaneamente) una serie di macroproposizioni ancora
più astrae di quelle narrative. Può cioè individuare dei ruoli aoriali
(Greimas) o delle funzioni narrative (Propp). Può spogliare i ruoli aoriali
della loro individualità residua e ridurli a opposizioni aanziali
(soggeo/oggeo, adiuvante/opponente, destinatore/destinatario),
decidendo che in alcuni casi un unico ruolo aanziale è ricoperto da più
aori.
ello che rende difficile definire la collocazione teorica di questo nodo
cooperativo è che da un lato il leore dovrebbe già aver prefigurato ipotesi
circa gli aanti per poter definire certe struure narrative, e dall’altro
dovrebbe aver già delineato mondi possibili, coi loro individui, per poter
stabilire quali siano gli aori in gioco. Si veda per esempio un testo come
Sylvie di Gérard de Nerval. Delle tre donne che vi appaiono, Sylvie, Aurelia
e Adrienne, ciascuna entra con un’altra in un gioco di opposizione sempre
mutevole, rivestendo diversi ruoli aanziali, volta a volta l’una o l’altra
diventando la presenza reale in quanto opposta al ricordo, a seconda dello
stato della fabula e della sezione temporale (presente, passato prossimo o
passato remoto) di cui il narratore sta parlando. Così da un lato il leore
deve aver già avanzato una ipotesi sul ruolo del personaggio in quella
porzione di fabula per poter formulare delle macroproposizioni narrative,
dall’altro deve aver riconosciuto gli stati della fabula nella loro successione
logica per stabilire se una data porzione discorsiva rappresenta un fao che
sta avvenendo, che è avvenuto, che è ricordato, che nel passato era stato
creduto e poi è stato contraddeo dalla realtà successiva e così via. Né si
possono ovviamente identificare mondi possibili senza aver aualizzato le
struure discorsive; ma per disambiguare, a livello di queste ultime, certi
intrichi di tempi verbali, bisognerebbe aver già formulato ipotesi non solo
circa i mondi ma circa l’intelaiatura aanziale e i ruoli ricoperti dai
personaggi.
Ecco alcune delle ragioni che rendono improbabile una
rappresentazione teorica dei livelli profondi di cooperazione in sequenza
lineare. Il testo è araversato, come si suggeriva in 4.2, da rimandi e salti,
anticipazioni e controlli all’indietro.
D’altra parte la tematica delle struure aanziali, per la quale
indubbiamente il contributo più interessante e fruuoso è quello di
Greimas, ha avuto varie anticipazioni anche al di fuori dello studio delle
narratività. Si pensi alle nozioni di agente e controagente in Burke (1969), ai
ruoli situazionali di Pike (1964) e soprauo ai casi di Fillmore (1970)
nonché alle proposte di analisi semantica in Bierwisch (1971). La nozione
di aante si introduce nel cuore stesso di una rappresentazione sememica
in forma di enciclopedia (come si è cercato di mostrare nei primi due
capitoli di questo libro). E dunque se da un lato il semema già propone
elementi per la formulazione di ipotesi aanziali a livelli narrativi più
complessi, dall’altro ipotesi aanziali formulate oltre il livello della fabula
determinano sin dai primi passi della cooperazione testuale le decisioni
circa le aualizzazioni semantiche.
ando leggiamo Novantatré di Hugo, a che punto del romanzo
decidiamo, su esplicite e reiterate dichiarazioni dell’autore, che vi si
racconta la storia di un soggeo grandioso, la rivoluzione, voce del popolo
e voce di Dio, che si disegna contro il proprio opponente, la reazione?
ando cioè si comprende appieno che Lantenac o Cimourdain, Gauvain o
la Convenzione, Robespierre o la Vandea sono manifestazioni superficiali
di un conflio più profondo sul quale e del quale l’autore eminentemente
parla? E quando avviene che, questo compreso, il leore rinuncia a
individuare i personaggi, alcuni “storici” e altri fiizi, che popolano il
romanzo oltre i limiti del memorizzabile? È chiaro che in una opera del
genere l’ipotesi aanziale sopravviene non in risoluzione di una serie di
astrazioni successive, da struure discorsive a fabula e da questa alle
struure ideologiche, ma si instaura molto presto nel corso della leura e
guida le scelte, le previsioni, determina i filtraggi macroproposizionali.
Una azione o un evento possono essere lasciati cadere, mentre le
lunghe perorazioni filosofiche dell’autore entrano a far parte di ciò che
veramente pertiene alla fabula, perché tra una folla di volti, gesti, vicende,
dobbiamo ritenere solo ciò che ci dice cosa la rivoluzione stia facendo per
perseguire il suo disegno, e come essa agisca sugli individui e ne diriga le
azioni.
Con questo non si vuole affao dire che il tentativo di costruire
quadrati e opposizioni, di far emergere l’intelaiatura profonda di un testo,
sia da trascurare. Anzi solo così si mee in luce ciò che nel testo “conta” e
che il leore cooperativo, in qualche modo, dovrebbe fare. ello che qui
si vuole dire è che la costruzione dell’intelaiatura profonda è risultato finale
di una ispezione critica e, come tale, sopravviene solo a una fase avanzata
(e reiterata) di leura. Ma dal punto di vista del discorso che stiamo
facendo (in cui si cerca di individuare i nodi testuali in cui un determinato
tipo di cooperazione è richiesta), la decisione teorica si fa disperata. Noi
sappiamo, almeno a ricostruzione critica avvenuta, che un testo ha o
dovrebbe avere la tale struura aanziale, ma difficilmente potremmo dire
in quale fase della cooperazione il Leore Modello è invitato a identificarla.

9.2. Struure ideologiche

Lo stesso si può dire per quelle che abbiamo chiamato struure


ideologiche, e a cui tanto spazio si è dedicato nelle ricerche testuali
dell’ultimo decennio.66 Sulla scia di quanto è stato deo sulla natura
semiotica delle ideologie nel Traato (3.9), osserveremo subito che mentre
una impalcatura aanziale si presenta – già come armamentario
d’enciclopedia, prima ancora che sia realizzata in un testo – come un
sistema di opposizioni, e cioè un s-codice (cfr. Traato, 1.3 e Eco, 1977), una
struura ideologica (sia a livello di competenza enciclopedica, sia nella sua
aualizzazione testuale) si presenta come codice in senso proprio e cioè
come sistema di correlazioni. Potremmo anzi dire che una struura
ideologica si manifesta quando connotazioni assiologiche vengono
associate a poli aanziali iscrii nel testo. È quando una impalcatura
aanziale viene investita di giudizi di valore, e i ruoli veicolano opposizioni
assiologiche come Buono vs Caivo, Vero vs Falso (o anche Vita vs Morte o
Natura vs Cultura) che il testo esibisce in filigrana la sua ideologia.
A questo punto ci rendiamo conto di ciò che si era appena suggerito in
4.6.7: la competenza ideologica del Leore Modello interviene a dirigere la
scelta della impalcatura aanziale e delle grandi opposizioni ideologiche.
Per esempio un leore la cui competenza ideologica consista in una rozza
ma efficace opposizione tra Valori Spirituali (connotati come «buoni») e
Valori Materiali (connotati come «caivi») potrà essere tentato di
aualizzare in un romanzo come La morte a Venezia due grandi
opposizioni che diremo ideologiche, la vocazione estetica di Aschenbach
contro il suo desiderio carnale (e dunque Spirito vs Materia) assegnando, a
livello di struure ideologiche, al primo una marca di «positività» e al
secondo una marca di «negatività». Leura alquanto povera e scarsamente
problematica, ma si cercava appunto un esempio di come la competenza
ideologica determini l’aualizzazione delle struure profonde testuali.
Naturalmente un testo può prevedere tale competenza nel proprio Leore
Modello e lavorare – a tui i propri livelli inferiori – per meerla in crisi e
indurre il leore a individuare struure aanziali e ideologiche più
complesse.
Ci sono poi i casi di decodifica “aberrante” (più o meno felice):67 tipico
quello dei Misteri di Parigi (cfr. 3.3) in cui la propensione ideologica dei
leori proletari ha funzionato come “commutatore” di codice e li ha indoi
ad aualizzare in chiave rivoluzionaria un discorso fao in chiave
socialdemocratica. La competenza ideologica non agisce necessariamente
da freno alla interpretazione ma può funzionare anche come stimolo. E
talora porta a trovare nel testo quello di cui l’autore era inconsapevole ma
che il testo in qualche modo veicolava.68

9.3. I limiti e le possibilità dell’interpretazione profonda

Ma cosa accade quando il leore, identificando struure profonde, porta


alla luce qualcosa che l’autore non poteva voler dire e tuavia il testo
sembra esibire con assoluta chiarezza? È evidente che qui si sta sfiorando il
limite soilissimo che separa cooperazione interpretativa da ermeneutica: e
d’altra parte non è proprio dell’ermeneutica assumere che essa scopre nel
testo la verità che esso offre, dischiude, lascia trasparire?
Ovviamente c’è ermeneutica ed ermeneutica. Le etimologie di Isidoro di
Siviglia – e molte di quelle di Heidegger – fanno dire alle parole quello che
esse non possono dire se l’enciclopedia ha una sua oggeiva esistenza
sociale; e le leure medievali di Virgilio usato come testo profetico
facevano violenza al discorso virgiliano. Sono questi i casi in cui un testo
non viene interpretato bensì usato in assoluta libertà, come fosse un mazzo
di tarocchi.
Ma diverso sembra il caso di chi percorre un testo per trarne
conclusioni sulle pulsioni profonde dell’autore o per trovarvi tracce della
sua ideologia inconfessata. Sue voleva essere rivoluzionario e ha scrio un
libro blandamente riformista. Ma i suoi leori operai vi hanno trovato
appelli rivoluzionari. Chi aveva ragione? Poe voleva raccontare la storia di
una mente lucidissima, Dupin, e molti hanno trovato nella trilogia di Dupin
la messa in scena di un teatro dell’inconscio. È lecito disaendere le
numerose affermazioni esplicite dell’autore sulla lucida e controllata
razionalità di Dupin?
Supponiamo che esista un testo narrativo, prodoo negli ultimi anni, in
cui non solo a livello di individui, proprietà e relazioni, ma a livello delle
stesse struure sintaiche si manifestano in modo ossessivo imprecisioni
aanziali, scambi di anafore, passaggi bruschi da prima a terza persona, in
una parola, difficoltà nel riconoscere e rendere riconoscibili i soggei messi
in gioco dall’enunciato e lo stesso soggeo-autore inteso come strategia
enunciativa. Non è difficile aribuire questa descrizione a una vasta serie
di testi sperimentali o di avanguardia. In tal caso si può tranquillamente
presumere che l’autore avesse presente tui quegli aspei
dell’enciclopedia corrente per cui tali fenomeni espressivi sono correlati a
contenuti di dissociazione e crisi d’identità. Al testo va aribuita, tra i suoi
contenuti, una visione schizomorfa – non descria ma manifestata in presa
direa, come stile, come modalità organizzativa del discorso. L’autore come
soggeo empirico dell’enunciato poteva essere più o meno cosciente di
quel che faceva, ma testualmente lo ha fao, nello stesso modo in cui io
posso non sapere che una certa parola ha un certo significato, ma se la
pronuncio ho deo quello che ho deo. Semmai a livello psicologico si
parlerà di gaffe, si potrà dire che ho parlato in stato di obnubilazione
mentale, che sono sciocco, che ho commesso un lapsus.
Ma a questo punto si è già passati a una situazione diversa.
Esemplifichiamola con un altro testo, emesso in un’epoca in cui tante
scoperte della psichiatria o della psicoanalisi non erano ancora di dominio
pubblico (o da un autore contemporaneo ma dall’enciclopedia molto
ristrea). esto testo racconta magari una storia irrilevante ma dà
l’impressione chiara che, araverso l’uso di metafore ossessive o la
particolare disposizione sintaica, vi si disegni come in filigrana la
rappresentazione di un aeggiamento schizoide, o di un complesso di
Edipo. Potremo dire che questa struura fa parte del contenuto del testo
che il Leore Modello era chiamato ad aualizzare?
Per interpretazione si intende (nell’ambito di questo libro) la
aualizzazione semantica di quanto il testo quale strategia vuole dire
araverso la cooperazione del proprio Leore Modello – nei modi e ai
livelli delineati nei capitoli precedenti. Si potrebbe allora sostenere che un
testo che, araverso le proprie struure manifesta la personalità schizoide
del proprio autore, o il fao che egli sia ossessionato da un complesso
edipico, non è un testo che chiede la cooperazione di un leore ideale per
rendere palese queste tendenze inconscie. Rilevare queste tendenze non
pertiene al processo di cooperazione testuale. Pertiene piuosto a una fase
successiva dell’approccio testuale, per cui, dopo aver aualizzato
semanticamente il testo, si procede a valutarlo, a criticarlo, e la critica può
puntare alla valutazione del suo successo “estetico” (qualunque definizione
si voglia dare di questo effeo), alla valutazione dei rapporti tra ideologia e
soluzioni stilistiche dell’autore e situazione economica, alla ricerca di
quelle struure inconsce che si manifestano araverso le struure
aanziali (senza che peraltro ne costituissero il contenuto inteso
dall’autore). Pertanto tali indagini psicologiche, psichiatriche o
psicoanalitiche, importanti e fruuose, apparterrebbero all’utilizzazione del
testo a fini documentari e si porrebbero a una fase successiva alla sua
aualizzazione semantica (anche se i due processi possono surdeterminarsi
a vicenda). Come se di fronte all’espressione confesso tuo fosse materia
di cooperazione testuale auare le esplicitazioni semantiche, definire il
topic, chiarire insomma le presupposizioni remote e le circostanze di
emissione di questo ao linguistico; e fosse invece materia di utilizzazione
documentaria impiegare il testo come testimonianza del fao che il
parlante è colpevole di un certo delio. Ma questo vorrebbe dire che di
fronte all’espressione |vieni qui, ti prego| non è materia di cooperazione
testuale inferirne che il parlante è mosso da un evidente desiderio che io
vada da lui. Mentre ci pare che questo tipo di inferenza sia parte essenziale
dell’aualizzazione del messaggio. Poniamo che esista un testo in cui
l’autore chiaramente non poteva essere al corrente di dati enciclopedici per
cui una serie di azioni o relazioni esprimono dati contenuti psichici, e
tuavia appare assai evidente che l’intera strategia testuale porta
fatalmente a investirvi contenuti di questo genere. Un caso tipico potrebbe
essere l’Edipo re di Sofocle, almeno come lo ha leo Freud. È chiaro che
noi possiamo leggere ora la tragedia come riferita a una enciclopedia che
contiene tra i propri soocodici i risultati dell’ipercodifica freudiana, ma si
dovrebbe dire che né Sofocle come soggeo dell’enunciazione né Sofocle
come strategia testuale poteva rinviare a questa enciclopedia. E tuavia
l’ostinazione cieca di Edipo nel rimuovere la verità che pure gli viene
offerta a più riprese, e in modo così incontrovertibile, sembra proprio il
contenuto primario del testo sofocleo (si veda la leura in termini di mondi
possibili e relazioni struuralmente necessarie che ne diamo nel capitolo
8). Diremo allora che in questo caso l’autore stava istituendo nuovi dati di
codice, o di enciclopedia. Il testo come ao di invenzione (vedi la
definizione di questa categoria in Traato, 3.6.7 sgg.) istituisce un nuovo
codice, pone per la prima volta correlazione tra elementi espressivi e dati di
contenuto che il sistema semantico, sino a quel punto, non aveva ancora
definito e organizzato. In tale caso la leura freudiana costituisce una
operazione legiima di cooperazione testuale, essa aualizza quello che nel
testo c’è e che l’autore come strategia di enunciato vi pone. Che poi il
Sofocle empirico, come soggeo dell’enunciazione, fosse più o meno
cosciente di quanto testualmente stava facendo, questo sì è materia di uso,
leura sintomatologica, ed esula dall’aività definita da una teoria della
cooperazione testuale; riguarda, se vogliamo, Freud come medico
personale di Sofocle e non Freud come Leore Modello dell’Edipo re. Il che
induce anche a dire (o a ridire) che il Leore Modello dell’Edipo non è
quello a cui Sofocle pensava, ma quello che il testo di Sofocle postula.
È chiaro parimenti, a questo punto, che il testo di Sofocle, nel postulare
il proprio Leore Modello come strategia cooperativa, costruisce un leore
capace di portare alla luce quei dati di contenuto che sino ad allora erano
rimasti coperti (ammesso naturalmente che Sofocle non fosse il primo a
rendersi conto di quei fenomeni che vanno soo il nome di complesso
d’Edipo e che nell’enciclopedia della cultura greca dell’epoca non
esistessero già competenze organizzate in proposito, magari come
tradizione intertestuale). In altri termini il Leore Modello dell’Edipo è
richiesto di compiere cooperativamente le stesse operazioni di
riconoscimento di relazioni che Edipo come personaggio è invitato a
compiere – e che compie piuosto in ritardo. In tal senso certi testi
narrativi, nel raccontare la storia di un personaggio, forniscono nel
contempo istruzioni semantico-pragmatiche al loro Leore Modello, di cui
raccontano la storia. È lecito supporre che, in una certa misura, accada così
in ogni testo narrativo, e forse in molti altri che narrativi non sono. De te
fabula narratur.
Per disegnare meglio la differenza che stiamo cercando di individuare, si
prenda a esempio una delle interpretazioni date da Marie Bonaparte
dell’opera di Edgar Allan Poe. Nel suo saggio su “Luo, necrofilia,
sadismo”,69 essa si diffonde all’inizio su una serie di traamenti
sintomatologici dell’opera del poeta per trarne la conclusione che egli (già
definito da Lauvrière un degenerato superiore e da Probst un epileico) era
evidentemente un impotente completo, dominato dalla impressione che
provò bambino quando vide la madre – morta di consunzione – sul
catafalco, per cui nella vita adulta si sentì sempre morbosamente arao,
nella finzione come nella realtà, da donne con gli aributi morbosi e
mortuari della madre. Di qui amori per donne bambine malate e storie
popolate da morti viventi.
Naturalmente i dati sono presi indifferentemente sia dalla vita del poeta
che dai suoi testi; procedimento non scorreo per una indagine psicologica
sul personaggio deo Edgar Allan Poe, ma da respingere come indagine su
quell’Autore Modello che il leore di questi testi si configura e ha bisogno
di configurarsi anche se non possiede dati biografici su Edgar Allan Poe. In
questo caso possiamo dire tranquillamente che Maria Bonaparte sta usando
i testi di Poe come documenti, come sintomi, come protocolli psichiatrici. È
un peccato che non abbia potuto farlo Poe vivente, contribuendo così a
guarirlo dalle sue ossessioni; ma tant’è, la colpa non è dell’autrice, e a Poe
morto ci rimane la soddisfazione (umanissima; e anche scientificamente
produiva) di rifleere su casi esemplari di un Grande e sui misteriosi
nessi tra malaia e creatività.
Tuo ciò non ha nulla a che fare con una semiotica del testo né con
una analisi di quel che il leore può trovare in Poe. Ma Maria Bonaparte sa
fare anche semiotica testuale, ed egregiamente. Infai poche pagine dopo,
nello stesso saggio, essa analizza il poemeo “Ulalume”: il poeta vuole
dirigersi verso l’astro di Venere-Astarte, Psiche aerrita lo traiene, egli
prosegue ugualmente il suo cammino ma, alla fine del percorso, trova la
tomba dell’amata. Osserva Maria Bonaparte che il simbolismo del poemeo
è molto trasparente, e ne fa una sorta d’analisi aanziale ante lieram: un
aore morto impedisce a Poe di andare verso l’amore normale, psichico e
fisico, simboleggiato da Venere. Trasformiamo gli aori in pure polarità
aanziali e abbiamo un soggeo che mira a un oggeo, un adiuvante e un
opponente.
Infine l’autrice esamina tre racconti, “Morella”, “Ligeia” e “Eleonora”
trovando che tui e tre hanno la stessa fabula. Tranne poche differenze,
abbiamo sempre un marito innamorato di una donna straordinaria, la
donna muore di consunzione, lo sposo le giura luo eterno, non mantiene
la promessa e si lega a un’altra creatura; ma la morta riapparirà e avvolgerà
la nuova donna nel manto del suo funebre potere. Da questa fabula (vera
sceneggiatura intertestuale) è facile passare a struure aanziali, e Maria
Bonaparte lo fa d’istinto quando decide di considerare come morta anche
la seconda donna dell’ultima novella – che pure non muore ma in qualche
modo ricopre il ruolo di oggeo d’amore che si sorae all’amato
identificandosi così con la prima donna. Maria Bonaparte riconosce nelle
tre novelle la struura di una ossessione e la riconosce anzituo come
ossessione testuale.
Ma ecco che dopo questa bella analisi l’autrice conclude: “Ebbene, la
vita di Edgar Poe fu simile a quella degli eroi di questi racconti”, operando
uno scarto metodologico che sposta la sua aenzione dall’interpretazione
dei testi al loro uso in chiave clinica.
Vediamo ora una leura di segno opposto e più affine ai nostri
intendimenti. È quella condoa da Jacques Derrida sulla “Leera rubata” in
Le facteur de la verité (rifacendosi sia a un’altra leura della Bonaparte sia a
quella celeberrima di Lacan, che peraltro egli critica).70 Partendo da una
propria competenza ideologica che lo porta a privilegiare nel testo il
discorso dell’inconscio, egli vi identifica soggei più generali degli aori
che li rappresentano. Non conta tanto la natura della leera quanto il fao
che essa ritorni alla donna a cui era stata soraa, o che essa venga
ritrovata appesa a un chiodo soo il centro del camineo (“sull’immenso
corpo della donna, fra gli stipiti, fra le gambe del camino”); e non conta
tanto l’aore Dupin quanto il fao che esso manifesti un caraere doppio
per cui “si identifica successivamente con tui i personaggi”. Non è il caso
qui di decidere se l’interpretazione di Derrida soddisfi la pluralità di
contenuti possibili esibita dal testo di Poe. ello che ci interessa è che
Derrida voglia meere in luce, come egli dice (e in opposizione alla
posizione che egli imputa a Lacan) le “struure testuali”: voglia cioè sì
“interrogare l’inconscio di Poe” ma “non le intenzioni dell’autore”, e per far
questo cerchi di identificarlo via via “con questa o con quella posizione dei
suoi personaggi”.
Nel far questo Derrida procede dalla fabula (selezionata secondo le
proprie propensioni ideologiche, che lo indirizzano a individuare quello che
per lui è il topic di tua la vicenda, una storia di castrazione) alle struure
aanziali, mostrando come esse si manifestino ai livelli profondi del testo.
Buona o caiva che sia, l’operazione è legiima.
Rimarrebbe da dire se questo modo di procedere non sia da riconoscere
più come interpretazione critica che non come cooperazione interpretativa.
Ma i confini tra queste due aività sono molto esili, e vanno stabiliti in
termini di intensità cooperativa e di chiarezza e lucidità nell’esporre i
risultati di una cooperazione auata. Il critico in questo caso è un leore
cooperante che, dopo aver aualizzato il testo, racconta i propri passi
cooperativi, e rende evidente il modo in cui l’autore, araverso la propria
strategia testuale, lo ha portato a cooperare in quel modo. O ancora, valuta
in termini di riuscita estetica (comunque teoricamente la definisca) le
modalità della strategia testuale.
I modi della critica sono vari, lo sappiamo: si dà critica filologica, critica
estetica, critica sociologica e critica psicoanalitica; critica che esprime
giudizi di valore e critica che mee in luce il percorso di una scriura. E
altre ancora. La differenza che ci interessa non passa tra cooperazione
testuale e critica, ma tra critica che racconta e mee a fruo le modalità di
cooperazione testuale e critica che usa il testo, come abbiamo visto, per
altri fini. Limitiamoci a considerare il primo tipo di critica come
streamente legato ai processi che questo libro sta cercando di meere in
luce. È questa la critica che aiuta a realizzare la cooperazione anche là dove
la nostra disaenzione l’aveva faa fallire. Ed è il tipo di critica che si dovrà
definire, nei limiti del presente discorso, come esempio di cooperazione
testuale “eccellente”. Anche quando discorda dai risultati della nostra
cooperazione e si ritiene di dover rifiutare al critico la funzione di Leore
Modello. Gli si sia grati per aver tentato.

9.4. Struure profonde intensionali e struure profonde estensionali

C’è un’altra ragione per cui nel corso di questo capitolo si è preferito
discutere non tanto la meccanica struurale delle opposizioni ideologiche e
aanziali quanto il momento e le condizioni della loro identificazione. Si
consideri ancora la figura 2. A destra abbiamo i movimenti compiuti dal
leore in estensione (quali individui sono in gioco, quali stati del mondo,
quali corsi di eventi? ci troviamo di fronte a una serie di asserti che
riguardano il mondo in cui viviamo o un mondo possibile? e qualunque sia
questo mondo, quali previsioni possiamo fare circa ciò che sta per
verificarvisi?). A sinistra i movimenti compiuti dal leore in intensione:
quali proprietà assegneremo agli individui in gioco, indipendentemente dal
fao che essi esistano o no nel mondo della nostra esperienza? quali
astrazioni essi rappresentano? sono buoni o caivi? più individui svolgono
lo stesso ruolo? eccetera.
Ma questi due ordini di movimenti sono davvero così irriducibili? Se un
testo narrativo (se ogni testo) fosse significante solo nella misura in cui le
sue proposizioni fossero verificabili nel mondo della nostra esperienza –
solo cioè se tuo quello che il testo dice è o è stato il caso nel mondo deo
“reale”– allora su un testo narrativo (su ogni testo) ci sarebbe ben poco
lavoro cooperativo da fare. Tuo si risolverebbe là dove (nella figura 2)
avevamo invece parentetizzato le estensioni. Se si ritiene che o il testo
parla di stati “reali” o non parla di nulla, è allora inutile far previsioni,
tentare di individuarvi aanti.
Ma è proprio per uscire da queste secche che la semantica logica ha
elaborato la nozione di mondo possibile, per tradurre i problemi intensionali
in termini estensionali. Trova questo e tui gli altri libri gratis molto prima
nel sito da cui vengono copiati. Clicchi su questo testo e troverà la
biblioteca, completamente gratuita, più fornita del web. Se invece questo
link non si dovesse aprire, cerchi cortesemente eurekaddl.today su Google.
La aspeiamo! Dire allora che una proprietà vale per un individuo in un
mondo possibile e che una proposizione è vera in un mondo possibile
(decisione formulata in termini estensionali) significa riproporre quella
problematica della “veridizione” che la semantica struurale greimasiana
(Greimas, 1973: 165; 1976: 80) mee in gioco a livello intensionale. Dire che
un testo ci propone una data proposizione come vera in un mondo
possibile (quello disegnato dalla fabula o quello che il testo aribuisce agli
aeggiamenti proposizionali dei personaggi) significa dire che il testo aua
delle strategie discorsive per presentarci qualcosa come vero o come falso,
come oggeo di menzogna o di reticenza (segreto), come oggeo di
credenza o come proposizione asserita per far credere o per far fare. Così il
fao che il leore, a livello di previsioni, avanzi un progeo di possibile
stato di eventi, va valutato a livello estensionale come coerente o meno
con lo sviluppo successivo della fabula, ma a livello intensionale può porci
degli interrogativi su come il testo ha agito per stimolare quella credenza (a
cui il testo, a una fase successiva della fabula, assegna un valore di verità 1
o 0).
Diremo allora che costruire matrici di mondi mutuamente comparabili e
assegnare proprietà a individui, non appare molto diverso dall’assegnare
ruoli aanziali ad aori, specie se alcune delle proprietà degli individui di
una fabula sono struuralmente necessarie, e cioè fondate sulla mutua
solidarietà degli individui all’interno di un mondo. Di converso c’è da
chiedersi se anche le assegnazioni di valori di verità, in termini
estensionali, non debbano rientrare tra le struure ideologiche del testo. Ci
sono struure ideologiche anche nelle fabulae logiche.
Per questi motivi i processi di decisione estensionale in termini di
struure di mondi, studiati nel capitolo precedente, sembrano sovrapporsi
per molti versi ai processi intensionali di cui abbiamo parlato in questo
capitolo – che dei primi propongono forse solo una versione alternativa.
Si è deo “sembrano” e “forse”, per cautela metodologica: perché di
fao il modello rappresentato dalla figura 2 ha tentato di porre in rapporto
categorie provenienti da universi di ricerca assai diversi. Si è ritenuto
necessario compiere questa operazione (senza nascondercene il rischio
sincretistico) perché in definitiva tui questi universi di ricerca hanno un
oggeo comune, anche se lo definiscono diversamente, ed è la semantica e
la pragmatica dei testi.

66 Cfr. a esempio le nostre ricerche su James Bond, I misteri di Parigi, Superman eccetera in Eco
(1965a; 1965b; 1968; 1976).
67 Sul conceo di decodifica aberrante ci si è già ripetutamente intraenuti (Eco, 1968; Eco,

1977; Eco, Fabbri, 1978) e si veda anche il diagramma di figura 1 in questo libro (ripreso dal
Traato, 2.15). Al termine |aberrante| non va aribuita alcuna connotazione negativa: si intende
soltanto una decodifica che, lungi dall’adeguare le intenzioni dell’emiente, ne ribalta gli esiti.
Tale decodifica è “aberrante” rispeo all’effeo previsto ma può costituire un modo di far dire al
messaggio ciò che poteva dire, o altre cose che sono comunque interessanti e funzionali ai
propositi del destinatario.
68 i non si sta considerando il caso che Sue credesse di essere rivoluzionario mentre era

socialdemocratico. Le struure ideologiche non riguardano le intenzioni del destinatario ma ciò


che il testo manifesta o contiene virtualmente. Né riguardano nomi o etichee, ma struure
semiotiche aualizzabili. Perciò poteva essere benissimo che Sue, per ragioni idiosincratiche,
chiamasse “ideologia rivoluzionaria” quello che altri (per esempio Marx e Engels leori di Sue)
chiamavano “ideologia riformista”: l’opposizione di etichee lasciava e lascia immutate le
opposizioni ideologiche che si disegnano nei Misteri, per esempio l’opposizione «oceano della
rabbia popolare vs illuminata azione caritativa del capitale», che connota l’opposizione «Rischio
da evitare vs Soluzione oimale». Naturalmente è difficile leggere Sue e separare tali opposizioni
ideologiche dal modo in cui l’autore le etichea. Non a caso si richiede, per meere in luce
queste contraddizioni tra livello discorsivo e livello ideologico una analisi critica, come esempio
di cooperazione interpretativa “eccellente” che premia il testo contro l’autore, ovvero l’Autore
Modello contro l’autore empirico.
69 Vedi Maria Bonaparte, Psicoanalisi e antropologia, Bologna, Guaraldi, 1971.

70 Jacques Derrida, Il faore della verità, Milano, Adelphi, [1978] 2010. L’opera di Marie

Bonaparte a cui qui ci si riferisce è Edgar Poe, sa vie, son oeuvre. Étude analytique, Paris, PUF, 1933
(trad. it. Edgar Allan Poe. Studio psicoanalitico, Roma, Newton Compton, 1976).
10. Applicazioni: Il mercante di denti

Le proposte teoriche dei capitoli precedenti sono state via via messe alla
prova su brevi frammenti testuali. In questo e nel capitolo seguente si
cercherà di applicarle a porzioni testuali più ampie. In questo capitolo si
traerà dell’incipit di un romanzo di gradevole consumo, meno di una
pagina; nel prossimo di una novella completa che presenta inoltre la
caraeristica di essere “difficile”, ambigua, passibile di diverse leure.
Il testo che sarà analizzato ora costituisce l’inizio del romanzo e Tooth
Merchant di Cyrus A. Sulzberger. È stato scelto per due ragioni. La prima è
che si traa di un esempio di narratività “piana” che non presenta
particolari difficoltà interpretative e quindi, secondo ogni apparenza, non
dovrebbe richiedere interventi cooperativi da parte del leore: e invece si
vedrà quanto ne richieda e di quale complessità, segno dunque che il
principio di cooperazione interpretativa vale per ogni tipo di testo. La
seconda ragione è che di questo testo abbiamo anche un esempio di
traduzione italiana (il libro è stato pubblicato col titolo Il mercante di denti).
La traduzione è correa, ma come vedremo “aggiunge” qualcosa al testo
originale: cioè colloca soo forma di lessemi nella superficie lineare del
testo ciò che l’originale inglese lasciava all’aualizzazione del leore.
Procedimento tipico di tue le traduzioni, le quali infai rappresentano,
quando sono riuscite, un esempio di cooperazione interpretativa messo in
pubblico. Pertanto la traduzione italiana sarà affiancata all’originale inglese
proprio a verifica delle ipotesi teoriche che abbiamo sinora elaborato. Il
traduore è un leore empirico che si è comportato come un Leore
Modello.
Un’ultima avvertenza. Potremmo tradurre il brano in esame, passo per
passo, in formule logiche che mostrano con estrema minuzia le varie fasi di
aualizzazione; e potremmo sooporre il testo a un traamento in termini
di matrici di mondi quando si inseriscono e aeggiamenti proposizionali dei
personaggi e (presumibilmente) previsioni da parte del leore. Ma per
ragioni di brevità forniremo solo accenni riassuntivi, lasciando al nostro
Leore Modello di compiere più accurate formalizzazioni sulla base delle
proposte del capitolo 8.71

(40)
Il leore avrà già risolto i problemi che concernono le circostanze di
enunciazione. Ha stabilito che c’è un x il quale in un tempo anteriore a
quello di leura ha emesso per iscrio il testo in oggeo. esto x soggeo
dell’enunciazione (empiricamente: Cyrus A. Sulzberger) potrebbe
identificarsi con il soggeo dell’enunciato, e cioè l’io narrante che fa la sua
apparizione in 2. Assumendo peraltro regole di genere, si sarà dissociato il
soggeo dell’enunciazione dal soggeo dell’enunciato che è chiaramente
un individuo del mondo narrativo. La narrazione quindi non espone
solamente fai esterni ma anche fai “interni” riguardanti in particolare le
reazioni psicologiche della voce narrante.
Per questo, aualizzato 1 (esplicitazioni semantiche volte ad arricchire
|casino| di tue le sue componenti incluse), in 2 si procede ad aualizzare la
dichiarazione del protagonista (c’è un x, il quale per ora è imprecisamente
descrio come colui che sta enunciando le proposizioni in oggeo, e che
assume di conoscere tui i casini d’Europa) e quindi ad applicarvi una
regola d’ipercodifica retorica: si traa chiaramente di una iperbole.
Inferenza: poiché conoscere tui casini d’Europa è operazione che richiede
molto tempo, anche a considerare una ragionevole riduzione dell’iperbole, il
narratore ha dedicato molto della sua vita a questa pratica. L’iperbole è
contemperata dalla limitazione che restringe il numero dei casini noti ai più
luridi: ciò impoverisce il mondo epistemico del narratore ma arricchisce la
nostra conoscenza dei suoi gusti e delle sue abitudini. Altra inferenza: o
frequenta i casini più luridi per perversione o è obbligato a limitarsi a quelli
per ragioni sociali; pertanto il narratore è probabilmente uomo di bassa
condizione; siccome deve aver molto viaggiato per l’Europa, appare come
un vagabondo. Solo a 4, apprendendo che ci si trova a Istanbul, noto porto
di mare, l’inferenza si arricchisce di altri probabili elementi: si traa forse di
un marinaio.
Nel corso di tui questi movimenti cooperativi il leore ha fraanto fao
riferimento all’enciclopedia per stabilire, araverso |Europa| un riferimento
al mondo W0 della propria esperienza. Il che nel contempo gli ha consentito
anche di aualizzare meglio sia |casini| che |più luridi|, ricorrendo a
sceneggiature comuni valide nella propria enciclopedia (non si traerà della
taverna galaica di Guerre stellari, ma di casini come se ne trovano a
Genova, a Marsiglia, ad Atene). Si noti che arrivato a 6 il leore è in grado,
grazie alla data 1952, di prendere decisioni sulla natura della enciclopedia
cui fare ricorso (per esempio: a quell’epoca il narratore poteva ancora
frequentare legalmente i casini di Genova). Naturalmente a questo punto il
leore non sa ancora quale delle proprietà semantiche di |casino| deve
esplicitare e quali narcotizzare. Aende, mantenendo per così dire il
casseo dell’enciclopedia aperto. Una cosa sa, grazie a pressione cotestuale:
dei casini aualizzerà la proprietà connotativa di essere luoghi sordidi.
Una volta leo 3 e 4, si auano alcune operazioni abbastanza complesse.
È prevedibile anzituo che il formato dell’enciclopedia del leore consenta
di aver nozioni circa Istanbul ma non circa via Albanoz e il quartiere di
Perah. Il leore dunque aualizza anzituo quanto gli serve di Istanbul. Da
un lato che è cià turca porto di mare, porta dell’oriente (e terrà a
disposizione alcune sceneggiature intertestuali su questa cià levantina,
luogo di ambigui traffici; per un leore che si dispone a una sceneggiatura
cinematografica, vengono qui aivate anche sceneggiature visive e
musicali). La pressione cotestuale dice che di Istanbul si debbono anzituo
aualizzare le dimensioni: infai si deve realizzare un’operazione logica per
cui Istanbul-cià maggiore di quartiere e quartiere maggiore di strada. Il
leore (pur parentetizzando le estensioni, e cioè non chiedendosi se il
quartiere di Perah esiste davvero, né se vi sia in Istanbul una via Albanoz)
costruisce un universo narrativo fornito di questi tre individui disposti
secondo relazioni spaziali precise. Ecco un caso in cui aualizzazione di
struure discorsive e aualizzazione di struure di mondi vanno di pari
passo. In tal modo il leore ha già stabilito dei procedimenti di
individuazione: Perah è legato da relazione S-necessaria con Albanoz Street
(simmetricamente) ed entrambe sono legate da relazione S-necessaria a
Istanbul (che, appartenendo all’enciclopedia, è già stata individuata e non
richiede relazioni S-necessarie; si veda quanto deo in 8.14).
Si traa ora di identificare il narratore senza possibilità di equivoco. Vi
provvedono i frammenti 5 e 6. Il narratore è quell’x che in un preciso
momento di tempo sta dormendo in un luogo già precedentemente
aualizzato e a esso legato quindi da relazione S-necessaria. Si noti che a
questo punto il traduore compie una operazione di precisazione spaziale
che l’originale evita. Il testo italiano dice infai |in uno di questi (casini)|
mentre il testo inglese dice solamente |there|: che può essere in via Albanoz,
nel quartiere di Perah, a Istanbul. Naturalmente il traduore ha ragione
perché compie la seguente inferenza: se il narratore mi ha nominato con
tanta precisione non solo la cià, ma il quartiere e la via e ha iniziato
tematizzando la nozione di casino, non si vede perché, dopo tante
precisazioni, egli dovrebbe dirmi che dormiva in un luogo che non fosse un
casino. È vero che il testo originale potrebbe suggerire: “I casini più luridi
d’Europa sono in via Albanoz, e proprio in questa via stavo dormendo –
non necessariamente in uno dei suoi casini”; ma qui vale una buona regola
conversazionale, per cui si suppone che il narratore non sia più esplicito di
quanto la situazione richieda. Per questo l’inferenza del traduore è, se non
semanticamente, pragmaticamente (conversazionalmente) correa, e viene
verificata poi da 7, in cui si apprende che il protagonista sta dormendo
accanto a una prostituta. Se il narratore voleva dire che, malgrado si
trovasse nel paradiso dei casini, aveva scelto l’unico edificio rispeabile di
via Albanoz, lo avrebbe precisato a chiare leere.
anto alla precisazione che si traasse di una maina di tarda estate,
per il momento viene accantonata: infai assumerà un certo rilievo
narrativo solo nelle pagine seguenti, che non prendiamo in considerazione.
Anche l’anno 1952 per ora vale solo come indicazione generica: «ai nostri
tempi». Solo nei capitoli successivi si vedrà quale funzione ha: il romanzo
racconta infai una storia di guerra fredda.
Infine, ci pare scusabile che il traduore trascuri di registrare che la
puana è turca: si comporta da leore normale che ritiene il fao del tuo
ridondante, dato che ci troviamo a Istanbul. Discorsivamente possiamo
presumere che il testo inglese intendesse aggiungere una connotazione
dispregiativa: il che sarebbe confermato dal frammento 8. Frammento che
non sooporremo ad analisi, e non per pudore, ma perché mee in gioco
meccanismi di ipercodifica retorica e sceneggiature intertestuali troppo
complesse. C’è una similitudine, una iperbole, il richiamo a sceneggiature
comuni sulle condizioni ginecologiche delle prostitute dei porti, e a
sceneggiature intertestuali sullo stile immaginifico dei musulmani…
Insomma, troppo materiale. Diciamo che il Leore Modello dovrebbe capire
che la prostituta è vecchia e sgradevole e nondimeno generosa delle proprie
grazie. Ancora una volta, per facili inferenze, il narratore ne viene connotato
come individuo dai gusti grossolani (o soilmente perversi).
Ciò che è più interessante in 7 è che qui il narratore viene
definitivamente individuato in termini di fabula, streo ormai da una serie
di relazioni S-necessarie: prima al luogo e ora a Iffet. Del pari Iffet è
individuata senza ambiguità come quell’unica prostituta che in quella
maina del 1952 dorme con quell’individuo in quel luogo. Sappiamo ancora
pochissimo di quell’x che sta narrando, ma d’ora in poi non lo
confonderemo con nessun altro individuo. Se improvvisamente costui
enunciasse l’improbabile controfauale “cosa succederebbe se io non fossi
oggi in un casino di via Albanoz accanto a Iffet” dovremmo parlare di
assoluta inaccessibilità tra mondo controfauale e mondo di riferimento,
perché non disporremmo più di alcuna proprietà che ci permea di parlare
di una qualche forma di identità.

Con 9 accade qualcosa di testualmente più interessante, e le stesse


discordanze tra originale e traduzione ci dicono che qui ci troviamo di
fronte a un interessante nodo cooperativo. Anzituo, l’originale dice che ci
fu improvvisamente un grido alla porta e il traduore interpreta che il
narratore e Iffet furono svegliati di soprassalto. L’inferenza è spiegabile: se
qualcuno narra di una esperienza personale, dice che stava dormendo e che
poi ci fu un grido, significa che il grido lo ha udito; siccome prima dormiva
occorre che si sia svegliato subito prima o durante l’emissione del grido; è
probabile (sceneggiatura comune) che sia stato svegliato dal grido (e così
Iffet, visto che in 11 si lamenta ad alta voce). Il traduore ha anzi inserito in
struura narrativa profonda una serie di fasi temporali ordinate che
l’originale lasciava inespresse: prima x dorme, poi qualcuno emee il grido,
poi (ma si traa di frazione di secondo) x si sveglia. Altrimenti perché mai il
grido dovrebbe essere stato “improvviso”? Improvviso per chi?
Evidentemente per chi ne è stato svegliato, non è stato il grido a essere
improvviso, ma l’esperienza che ne ha avuto il dormiente. el |suddenly|,
se fosse riferito al grido, sarebbe un’ipallage.
Non è tuo. L’originale dice che ci fu un grido alla porta seguito da un
colpo sordo sulle scale. Il traduore ne inferisce una serie di operazioni
ordinate temporalmente e spazialmente: il grido fu alla porta d’ingresso a
pianterreno, quindi il rumore (qui reso con |scalpiccio|) si fece sentire lungo
le scale che recano alla camera dove dormivano i due. Notiamo che,
secondo l’originale, vi sono altre interpretazioni possibili: (i) il grido viene
emesso alla porta a pianterreno dagli intrusi, che colpiscono qualcuno che
sbarrava loro la strada, facendogli fare un tonfo sui primi gradini della scala;
(ii) il grido viene emesso sulla porta da qualcuno della casa, poi colpito e
fao cadere sui primi gradini della scala; (iii) il grido viene emesso da
qualcuno della casa davanti alla porta della stanza, poi questo qualcuno
viene colpito e rotola giù per le scale. E si potrebbe continuare. Cosa ha
fao il traduore? Ha fao ricorso a sceneggiature comuni e ha appreso
che di solito una casa di tolleranza ha una porta che dà sulla strada, poi una
scala che reca alle stanze del peccato, di regola ai piani superiori. Il
traduore ha reso |scream| con «strilli». Esao, ma ci pare vi abbia aggiunto
una connotazione di femminilità. Dunque l’inferenza, peraltro implicita
nella stessa traduzione, è: gli intrusi hanno trovato sulla porta la tenutaria,
che ha gridato, sono entrati dabbasso e ora stanno salendo le scale che
portano alla camera (dove evidentemente c’è una seconda porta). La
faccenda delle due porte ci dice che tradurre (e leggere) significa stabilire
struure di mondi, con individui in gioco. In questo caso la porta di soo è
rilevante, la porta di sopra un po’ meno (si configura in trasparenza in 14,
presumibilmente sfondata dalla polizia). Ma che la porta che appare in
manifestazione lineare non sia la porta della camera è certificato dal fao
che prima c’è il grido alla porta poi il rumore sulle scale. Purché si sia già
deciso che il rumore è uno scalpiccio e non un tonfo… Insomma, ecco come
una espressione apparentemente piana e leerale coinvolge il leore in una
serie di decisioni interpretative. Un testo è davvero una macchina pigra che
fa fare gran parte del proprio lavoro al leore.
I frammenti da 11 a 13 sono ancora più complessi. Perché Iffet geme e
dice la frase che dice? Il leore deve fare le stesse inferenze che il testo
aribuisce a Iffet: se violento e rumoroso arrivo di qualcuno, allora molte
persone; se molte persone irrompono in un bordello del porto, allora
marinai; se marinai in un porto mediterraneo allora marinai della Nato; se i
marinai arrivano all’improvviso, non floa nazionale; per abduzione,
probabilmente sono americani. Giocano inoltre numerose sineddochi (la
floa per alcuni dei marinai che ne fanno parte), iperboli (tua la floa!
esagerata!). E poi un secondo ordine di inferenze: anche per una mondana
dal cunno grande come la misericordia di Allah, tua la floa, o anche solo
una buona rappresentanza di essa, è troppo; e poi sceneggiature comuni e
intertestuali: quando i marinai sono appena sbarcati e si buano sui
bordelli, apriti cielo… Insomma, la situazione è passabilmente goliardica, ma
per aualizzarla il lavoro cooperativo non è da poco. Tra l’altro, su Iffet si
addensano implicitamente descrizioni che la connotano in tuo il suo
squallore di vecchia prostituta che deve averne passate di tui i colori, e che
sa per esperienza come vanno certe cose.
Ma è proprio vero che Iffet geme disperata? Così interpreta il traduore,
ma alcuni parlanti americani ci han fao notare che l’interpretazione
potrebbe essere diversa: |moaned| può voler dire gemere di dolore, ma
anche mugolare di lussuria, e allora lo |aaaaaaiiiiieee| potrebbe essere un
urlo di trionfo, tanto più che in 13 Iffet agita il lenzuolo come una vela o
come uno stendardo. In verità, nelle pagine che seguono, Iffet perde ogni
funzione narrativa e quindi la decisione interpretativa di cui stiamo dicendo
non è poi così rilevante: ma il nodo rimane ambiguo.
Poche parole su |hauling|: ci sono indubbie connotazioni di vela, volo,
gran pavese, ma potrebbe essere metafora ironica, Iffet spaventata vuole
coprirsi la testa, come uno struzzo. Il lenzuolo è |flyblown|, verminoso,
pieno di mosche, schifosamente sudicio. Si veda come il traduore di fronte
a queste due espressioni, per rimanere in ogni caso fedele alla isotopia dello
spavento, ha lasciato cadere questi particolari.
Ma la questione più interessante è da dove venga quel lenzuolo: il
lenzuolo, the sheet, proprio quello e non uno qualunque. La risposta di
qualsiasi leore, per quanto sprovveduto, è tale da giustificare la
disinvoltura del testo: è chiaro, Iffet dorme, dunque dorme in una camera e
su un leo, un leo ha un materasso, un cuscino e un lenzuolo, anzi ne ha
due, ma uno solo può essere sollevato dal dormiente… Certo, è così, ma
perché il testo sia aualizzato in tal modo dobbiamo postulare che il leore
abbia aivato la sceneggiatura comune «stanza da leo». Supponiamo che
il frammento 13 venga propinato a un computer nutrito con un lessico ma
non con un paccheo consistente di sceneggiature (tra cui «bordello» e
«camera da leo»). Esso saprebbe aualizzare il fao che c’è una donna che
dormiva – ma avrebbe potuto dormire per terra o in sacco a pelo – e che c’è
un lenzuolo che curiosamente il testo identifica araverso un articolo
determinativo, come se si dovesse presupporre che è già stato menzionato.
E non saprebbe dire da dove viene il lenzuolo. Solo il Leore Modello che sa
che i bordelli sono organizzati per camere singole, ammobiliate secondo un
certo standard (o sceneggiatura comune), e quindi non ha esitazioni
nell’individuare quel lenzuolo: appartiene alla classe dei lenzuoli che in ogni
sceneggiatura coprono un leo, ed è quel lenzuolo che si trova in relazione
S-necessaria con Iffet. Il lenzuolo è da presupporre perché sta già nella
sceneggiatura.
E arriviamo al frammento 14. i l’originale è lapidario. Dopo aver
prefigurato il mondo possibile di Iffet abitato dalla marina americana, e aver
permesso che il leore si associasse in questa previsione, il testo oppone lo
stato finale di questa porzione di fabula, ovvero il mondo (WN) così com’è.
Tuo il fracasso era stato compiuto dalla polizia. Iffet, e il leore, debbono
gear via i loro mondi possibili: gli individui che li abitavano,
narrativamente non esistono. Potremmo dire che il mondo delle credenze di
Iffet rimane accessibile al mondo della fabula: è abitato da dei marinai
supranumerari, ma per il resto gli altri individui (casino, scala, Istanbul)
rimangono gli stessi. Segno che non si traa di una collisione di mondi
rilevante per lo sviluppo della fabula, è un semplice gioco di previsioni
auato a livello di struure discorsive, chi farà un riassunto finale del libro
dimenticherà questo equivoco di Iffet, così come in Drame si dimenticherà
facilmente che nel capitolo 2 Marguerite ha creduto che Raoul guardasse
con desiderio Mademoiselle Moreno.
Il traduore in ogni caso soolinea la differenza tra mondi con un
|invece|: contrariamente al topic del mondo possibile di Iffet, come si diceva
nel capitolo 1.
A questo punto il leore avverte di essere di fronte a una disgiunzione di
probabilità abbastanza interessante. Cosa vorrà la polizia da questo
vagabondo dei see mari? Forse siamo entrati nel vivo della fabula. Ma
anche sino a questo punto il leore ha avuto il suo da fare per far “parlare”
il testo. Un testo non è davvero “un cristallo”. Se lo è, la cooperazione del
proprio Leore Modello fa parte della sua struura molecolare.

71Il testo che segue è suddiviso, sia in italiano che in inglese, in “versei”. La suddivisione non
riflee alcuna ipotesi su presunte unità minimali del testo, pause del leore, nodi di disgiunzione
di probabilità: essa risponde solo alle esigenze dell’esposizione che segue.
11. Applicazioni: Un drame bien parisien72

11.1. Come leggere un meta-testo

Al leore superficiale Un drame bien parisien, pubblicato da Alphonse


Allais nel 1890 su Le chat noir, può sembrare un semplice gioco di arguzia,
un esercizio di trompe-l’oeil leerario, qualcosa a metà strada tra le
incisioni di Escher e le novelle di Borges (in entrambi i casi, comunque,
valorosamente ante lieram). Ammeiamo pure che sia null’altro che
questo. Proprio per queste ragioni deve essere visto, rispeosamente, come
un testo narrativo che ha il coraggio di raccontare la propria storia. Che al
postuo si trai di una storia sfortunata, aggiunge sapore all’esperimento.
E visto che questa sfortuna è stata accuratamente pianificata dall’autore,
Drame non rappresenta un fallimento bensì un successo meta-testuale.
Drame è stato scrio per essere leo due volte (almeno): la prima
leura presuppone un Leore Ingenuo, la seconda un Leore Critico che
interpreti il fallimento dell’impresa del primo. Ecco dunque un esempio di
testo con duplice Leore Modello.
Nel procedere alla nostra leura si presume che il nostro leore abbia
già leo Drame (vedi “Appendice 1”) e che l’abbia leo una volta sola, a
una normale velocità di leura. Infai, per il leore ingenuo, è calcolato un
tempo di leura che lasci in ombra molte tracce importanti dedicate al
leore critico. La nostra leura sarà dunque una leura seconda, condoa
a spese della prima, una analisi critica della leura ingenua di Drame.
D’altra parte, siccome ogni leura critica è sempre una rappresentazione e
una interpretazione delle proprie procedure interpretative, questo capitolo
è anche, implicitamente una interpretazione della possibile leura critica
(seconda) della novella. Forse questa premessa è ambigua, ma il leore si
tranquillizzi: Drame lo è ancora di più.
Drame è un meta-testo che racconta almeno tre storie: la storia di quel
che accade alle sue dramatis personae, la storia di cosa accade al suo
leore ingenuo e la storia di cosa accade alla novella stessa come testo
(questa stessa storia essendo in fondo la storia di cosa accade al suo leore
critico). Il presente capitolo non è quindi la storia di cosa accade al di fuori
di Drame come testo (le avventure dei suoi leori empirici essendo di
scarso interesse ai nostri fini: è ovvio che un testo così ambiguo possa
offrire il destro a molti usi e aberrazioni, nonché a rifiuti di cooperare): esso
non è altro che la storia delle avventure dei Leori Modello di Drame.73

11.2. Strategia meta-testuale

ando arriva al capitolo 6 il leore di Drame non sa più dove si trova. In


termini intuitivi, i capitoli 6 e 7 non possono essere giustificati se non si
assume che i capitoli precedenti postulassero un leore capace di elaborare
le seguenti ipotesi:
(i) alla fine del capitolo 4 il leore ingenuo dovrebbe sospeare che Raoul
e Marguerite decidano di andare al ballo travestiti l’uno da Templare e
l’altra da Piroga Congolese, ciascuno nel proposito di sorprendere
l’altro in flagrante adulterio;
(ii) durante la leura del capitolo 5 il leore ingenuo dovrebbe sospeare
che le due maschere che partecipano al ballo siano Raoul e
Marguerite (al massimo dovrebbe sospeare che quaro persone,
rilevanti ai fini dell’azione, partecipino alla festa, Raoul, Marguerite e i
loro due supposti partner).

Si badi bene che per elaborare queste due ipotesi si dovrebbe postulare
che ciascuno dei due coniugi ha leo la leera ricevuta dall’altro,
altrimenti non saprebbe come è travestito il rivale da sostituire; mentre il
testo non solo non conforta ma chiaramente esclude questa ipotesi: ma
tant’è, il leore ingenuo si comporta di regola così, come provano anche i
controlli empirici riportati nell’”Appendice 3”. I riassunti di solito suonano:
“Raoul riceve una leera dove è deo che Marguerite, vestita da Piroga,
incontrerà il proprio amante vestito da Templare” (e viceversa). ello che
qui si assume è che questo tipo di interpretazione ingenua, auata a ritmo
normale di leura, è quello stesso previsto da Allais nel preparare la sua
trappola testuale. E non perché si avanzino ipotesi sulle intenzioni della
persona empirica dell’autore, ma perché il testo non si concluderebbe
come si conclude se non parlasse a questo tipo di Leore Modello.74
A essere onesti, il testo è di una onestà adamantina. Non dice
assolutamente nulla che possa far sospeare che Raoul e Marguerite
progeino di andare al ballo: presenta Piroga e Templare al ballo senza dir
nulla che possa far credere che si trai di Raoul e Marguerite; in definitiva
non dice neppure, nemmeno una volta, che i nostri due eroi abbiano
ciascuno un/una amante. indi è il leore empirico che si assume la
responsabilità di fare false inferenze, è solo il leore empirico che si
permee di avanzare insinuazioni sulla moralità dei nostri due coniugi.
Ma il testo postula proprio questo tipo di leore come proprio elemento
costitutivo: altrimenti perché si dovrebbe dire nel capitolo 6 che il Templare
e la Piroga, quando scoprono di non essere Raoul e Marguerite, lanciano
un grido di stupore? L’unico ad essere stupito dovrebbe essere il leore
empirico che aveva coltivato aese non soddisfae dal testo… Tuavia
questo leore empirico è stato autorizzato, come Leore Modello, a
coltivare proprio queste aese. Drame ha preso a carico i suoi possibili
errori perché li ha accuratamente pianificati.
Ma allora se l’errore del leore è stato artatamente provocato, perché
rifiutarlo come indebita inferenza? E perché dopo essere stato rifiutato
viene in qualche modo legiimato?
La lezione (implicita) di Drame è in realtà coerentemente
contraddioria: Allais ci vuole dire che non solo Drame ma ogni testo è
fao di due componenti, l’informazione provvista dall’autore e quella
aggiunta dal Leore Modello, la seconda essendo determinata e orientata
dalla prima. Per dimostrare questo teorema meta-testuale Allais spinge il
leore a riempire il testo con informazioni che contraddicono la fabula,
obbligandolo a cooperare nel meere in piedi una storia che non si
sorregge. Il fallimento di Drame come fabula è la vioria di Drame come
meta-testo.

11.3. Strategia discorsiva: ai linguistici


Per costruire un Leore Modello occorre meere in opera alcuni artifici
semantici e pragmatici. Così la novella tesse subito una rete soile di
segnali illocutivi e di effei perlocutivi, lungo la sua intera superficie
discorsiva.
Il testo è dominato dalla prima persona singolare (il narratore) che a
ogni passo soolinea il fao che qualcuno, estraneo alla fabula, sta
raccontando (con distacco ironico) avvenimenti che non è necessario siano
presi per veri. esti interventi pesanti del soggeo dell’enunciazione
stipulano indireamente (ma senza equivoco, per poco che il leore coltivi
nella propria enciclopedia dati di ipercodifica stilistico-retorica) un mutuo
contrao di educata sfiducia: “Voi non credete a quello che vi racconto e io
so che voi non ci credete, ma una volta stabilito questo, seguitemi con
buona volontà cooperativa, come se io stessi dicendovi la verità.” È la
tecnica definita da Searle (1975) come “finto asserto”, soolineata più che
altrove e che implica appunto una parentetizzazione preliminare e
provvisoria delle estensioni.
Molte espressioni ipercodificate sono messe in gioco per stabilire questo
contrao (s) fiduciario:

– |à l’époque ou commence cee histoire| è un indicatore di finzione come


“c’era una volta”;
– |un joli nom pour les amours| rimanda a convenzioni leerarie
ipercodificate, anche di stampo simbolista;
– |bien entendu| è una strizzata d’occhio che significa “come già sapete da
tante sceneggiature intertestuali”;
– |Raoul, dis-je…| ribadisce, come molte altre espressioni, la presenza di un
narratore, onde dissolvere l’impressione di realtà che la storia può
creare;
– |c’était à croire que…| invita quasi il leore ad avanzare le sue proprie
supposizioni, così come l’autore avanza le sue, collaborando alla
storia; insomma è un invito a cercare schemi narrativi al di soo della
struura discorsiva. E l’elenco potrebbe continuare, ma basta
rileggere il testo per identificare tue queste istanze
dell’enunciazione.
Il testo progea il proprio leore ingenuo come un tipico consumatore
di storie d’adulterio borghese fine secolo, educato dalla commedia di
boulevard e dalle barzellee della Vie parisienne. Di questo leore non si
celano le propensioni al colpo di scena e la natura di “cliente” disposto a
pagare per avere prodoi saporiti: |simple episode qui donnera à la
clientèle|, espressione che appare nel titolo del secondo capitolo, richiama
alla mente le prime frasi del Tom Jones di Fielding (un autore che aveva
chiara l’idea del romanzo come prodoo confezionato per un mercato):

Un autore non dovrebbe considerarsi come un gentiluomo che dà un


bancheo privato e o di beneficenza, ma come il gestore di un locale
pubblico in cui chiunque è benvenuto in virtù del proprio denaro.

esti clienti sono membri di una udienza pagante pronta ad


apprezzare una narratività costruita secondo ricee garantite. L’exergue
del capitolo 1, con la sua citazione da Rabelais, menziona un |challan|, che
significa appunto «cliente».
Il titolo del capitolo 3 |vous qui faites vos malins| mee in berlina il
leore presunto perché lo riconosce come uno di coloro che si aspeano
una narratività costruita secondo sceneggiature correnti. Proprio per
questo tipo di leore il testo non si nega espressioni usurate, modi di dire
da appendice o da conversazione di portineria come |la pauvree s’enfuit,
furtive et rapide comme fait la biche en les grands bois| oppure |ces billets
ne tombèrent pas dans les oreilles de deux sourds|. Il messaggio reiterato a
ogni passo è: “aendetevi una storia standard”.
Tuavia non si può dire che il testo rinunci a suscitare sospei sulla sua
vera strategia (rivolgendosi così al proprio secondo leore). Espressioni
come |c’était à croire|, |un jour, pourtant… un soir, plutôt|, |bien entendu|,
|comment l’on pourra constater| sono così pesantemente ironiche da
svelare la loro menzogna nel momento in cui la impongono. Ma si traa di
strategie che diventano chiare solo a una seconda leura.

11.4. Dalle struure discorsive alle struure narrative


A livello discorsivo non ci sono problemi di ambiguità. I personaggi sono
nominati e descrii in modo sufficiente, le conferenze sono pianamente
disambiguabili, il leore riconosce i topic discorsivi e stabilisce le sue
isotopie. I dati dell’enciclopedia del leore fluiscono dolcemente a riempire
gli spazi vuoti del testo, il mondo di Raoul e Marguerite assume una forma
simile al mondo del leore 1890 (o del leore capace di “pescare” in quella
enciclopedia).
Solo gli exergue sembrano introdurre qualche complicazione: sono
ermetici. Ma alla prima leura vengono lasciati cadere (non si fa così di
solito?). Il leore è incoraggiato dalla strategia di complicità che l’istanza
dell’enunciazione fa funzionare a pieno regime. Facile cadere nella
situazione aristotelica di “pietà” ovvero di partecipazione affeiva: de te
fabula narratur. Tuo a posto per suscitare, dopo la pietà, il terrore, ovvero
l’aesa dell’inaeso.
Ma non è affao vero che le struure discorsive siano così poco
problematiche. Il meccanismo sintaico delle coreferenze è scarsamente
ambiguo, ma il meccanismo semantico delle co-indessicalità non è così
semplice. ando nel capitolo 5 appaiono finalmente la Piroga e il
Templare il leore è pronto a credere che essi siano Marguerite e Raoul.
esta co-indessicalità è favorita dalla leera del capitolo 4: poiché là si
diceva che Raoul sarebbe andato al ballo vestito da Templare e al ballo c’è
un Templare, dunque Raoul e il Templare sono una persona sola (e lo
stesso vale per Marguerite). Logicamente parlando l’inferenza non è affao
correa – come dire che i gai sono animali, il mio levriero è un animale,
quindi è un gao. Ma narrativamente parlando la supposizione è più che
giustificata: abbiamo già parlato del tópos del falso sconosciuto, così
popolare nella narrativa oocentesca, in cui un personaggio già nominato
riappare a inizio di capitolo soo spoglie che lo rendono irriconoscibile,
sino a che l’autore svela di chi si trai. Pare proprio il caso del Templare al
ballo. Ci si aspea solo che si dica: “Come i nostri leori avranno
indovinato, il nostro personaggio non era altro the Raoul.” In realtà Allais
sta proprio prendendo di contropiede questa sceneggiatura intertestuale.
Come più tardi farà un altro grande umorista, Achille Campanile, nel suo
alato inizio di Se la luna mi porta fortuna:
(41) Chi, in quella grigia maina del 16 dicembre 19…, si fosse introdoo
furtivamente, a proprio rischio e pericolo, nella camera in cui si
svolge la scena che dà inizio alla nostra storia, sarebbe rimasto,
oltremodo sorpreso nel trovarsi un giovane coi capelli arruffati e le
guance livide, che passeggiava nervosamente avanti e indietro; un
giovine nel quale nessuno avrebbe riconosciuto il door Falcuccio,
prima di tuo perché non era il door Falcuccio, e, in secondo luogo,
perché non aveva alcuna rassomiglianza col door Falcuccio.
Osserviamo di passaggio che la sorpresa di chi si fosse introdoo
furtivamente nella camera di cui parliamo è del tuo ingiustificata.
ell’uomo era in casa propria e aveva il dirio di passeggiare come e
finché gli piacesse.

Così, speculando su una passeggiata inferenziale nutrita di buone


sceneggiature, la novella stabilisce un legame tra i due individui e fa sì che
tui i pronomi usati nel capitolo 5 per il Templare implicitamente vengano
riferiti a Raoul o a Marguerite. Sia chiaro, la coreferenza non ha basi
grammaticali, bensì narratologiche, grazie alla mediazione di una scorrea
operazione in estensione. Ma questa prova che già nell’aualizzazione delle
struure discorsive giocano non solo ipotesi avanzate a livello di struure
narrative ma anche tentative prefigurazioni di struure di mondi.
D’altra parte è normale, in ogni testo narrativo, che le struure
discorsive preludano alla formulazione delle macroproposizioni di fabula, e
ne siano al contempo influenzate. ello che è singolare in Drame è che
sino al capitolo 6 le struure discorsive lasciano la strada aperta a due
diverse fabulae. I topic potrebbero essere due: storia di un adulterio e storia
di un malinteso, colle rispeive sceneggiature intertestuali; a seconda del
topic che si sceglie, ecco due storie possibili:

(i) Raoul e Marguerite si amano teneramente ma sono molto gelosi.


Ciascuno dei due riceve una leera che annuncia come il rispeivo
partner si accinga a incontrare il proprio amante. Entrambi cercano di
cogliere il proprio partner in flagrante. E scoprono che le leere
dicevano la verità.
(ii) Raoul e Marguerite si amano teneramente ma sono molto gelosi.
Ciascuno dei due riceve una leera che annuncia come il proprio
rispeivo partner si accinga a incontrarsi col proprio amante.
Entrambi cercano di cogliere il proprio partner in flagrante. Scoprono
invece che le leere mentivano.

Il finale non conferma né contraddice nessuna delle due ipotesi


narrative: verifica e falsifica entrambe. Drame pianifica a livello discorsivo
un raggiro che deve dare i suoi frui a livello narrativo, e le cui ragioni si
situano a un livello più profondo ancora (struure di mondi). Il testo non
mente mai a livello discorsivo ma induce in equivoco a livello di struure
di mondi.
Abbiamo deo che un topic discorsivo (da cui inferire poi il topic
narrativo) si deduce (formulando una domanda) da una serie di parole
chiave, statisticamente reiterate o strategicamente collocate. Ora nella
novella tue le parole chiave che indirizzano al topic (i) sono
statisticamente reiterate, mentre quelle che indirizzano al topic (ii) sono
strategicamente collocate.
La prima domanda è: “Chi sono i due intrusi che stan meendo a
repentaglio la fedeltà dei nostri due eroi?” (oppure “riusciranno i nostri eroi
a sorprendere il rispeivo coniuge col suo amante sconosciuto?”). Troppo
tardi il leore scoprirà che il vero topic era “quanti individui sono
realmente in gioco?”
Per condurre il proprio gioco, e cioè spingere ad aualizzare il primo
topic, il testo gioca sapientemente sulle presunte competenze ideologiche
del leore, il quale non riesce a concepire la vita coniugale se non in
termini di possesso reciproco. esto leore è così pronto a concepire il
sesso come possesso e il matrimonio come insieme di doveri sessuali, che
si aspea dalla storia ciò che peraltro essa spudoratamente promee nel
titolo: un dramma “molto parigino”, dove ci si acquista un coniuge e da
buon “challan” ci si aende che esso funzioni da fedele mercanzia (la legge
vale tanto per la donna che per l’uomo, un dramma molto parigino è un
dramma molto democratico borghese, non può essere feudale).
Naturalmente il testo fa di tuo per incoraggiare questa prospeiva
ideologica. Un matrimonio, ad analizzare enciclopedicamente la faccenda, è
molte cose, è un contrao legale, un consenso sulla comunanza dei beni,
un rapporto parentale che ne istituisce altri, un’abitudine di mangiare e
dormire insieme, la possibilità di generare figli coi crismi della legalità, tua
una serie di obblighi sociali (specie nella Parigi belle époque). Ma il
discorso di Drame non fa altro che meere in rilievo, di tue queste
proprietà, il contrao di fedeltà sessuale, nonché il rischio continuo a cui
esso è sooposto. L’ombra dell’adulterio è continuamente evocata. L’unità
semantica «matrimonio» è circondata da altre unità appartenenti al campo
dei rapporti sessuali: il matrimonio è «d’inclinazione» (amore vs
economia), Raoul giura che Marguerite non apparterrà a nessun altro, le
gelosia appare a ogni passo. Il capitolo 2 è addiriura una epifania della
gelosia: si potrebbe dire che esso altro non è che un macro-interpretante
del lessema |gelosia| così come in Peirce il comportamento dei soldati è
l’interpretante del comando |at-tenti!|. D’altra parte, che dire del capitolo 4?
È una serie di istruzioni semantiche su come realizzare sia una denuncia di
adulterio (anonima) che un comportamento evasivo in caso di sospei
adulterini.
anto al secondo topic, il titolo, nel momento in cui suggerisce
frivolezza e atmosfera “parigina”, è costruito come un ossimoro e dovrebbe
anche suggerire l’idea dominante di contraddizione: dramma e commedia
allegra non possono andare insieme. Il titolo del primo capitolo mee in
evidenza la nozione di malinteso. L’ultima frase dello stesso capitolo lascia
capire che i nostri eroi barano, ingannano o se stessi o il coniuge, fanno
una cosa per oenere il suo contrario. L’exergue del capitolo 2 ricama sulla
coincidenza degli opposti: false etimologie, paronomasie, somiglianze
fonetiche e rime suggeriscono che ogni cosa può diventare un’altra, amore
e morte, morso e rimorso. Per soprammercato, se il leore fosse proprio
disaento, appare anche il termine |piège|, trappola. Ma il leore deve
essere disaento.
Il capitolo 3 apparentemente non ha storia, ma è molto importante per
quanto concerne entrambi i topic. Il leore è invitato dalla serie di puntini
di sospensione a immaginare quanto avverrà nell’intimità dell’alcova.
L’exergue richiama al leore molto colto (troppo: dove trovarlo?) un verso
di Donne: “For God’s sake hold your tongue and let me love.” Per quanto
riguarda il tentativo di condurre il leore su una falsa pista questo capitolo
vuoto è un invito implicito a riempirlo, a fare anticipazioni, a scrivere
capitoli “fantasma” (sbagliati). Ma per quanto riguarda il secondo topic,
l’exergue rappresenta un chiaro (?) avviso: “Controlla la tua lingua, non
parlar troppo, non intromeerti nei miei affari di narratore.”
È vero che il capitolo 2 è dominato dal tema dell’infedeltà, ma il capitolo
4 mee in gioco il tema dell’incoerenza (a cui è intitolato il ballo), mentre il
titolo suggerisce una idea di confusione e intrusione, deprecandola. Ancora
un avviso: “Non mescolatevi negli affari che non vi riguardano, lasciatemi
raccontare la mia storia!” E se vogliamo, altre tracce di incoerenza
troviamo in un Templare “fine secolo” (quando mai? sono finiti con Filippo
il Bello!), e persino l’idea di una maschera da Piroga. Ma tue queste
indicazioni sono date proprio nel capitolo dove il livello discorsivo sembra
tuo risolversi in un discorso sull’infedeltà…
Certo, il leore sagace potrebbe accorgersi (ma dopo quante leure) che
dal primo al quarto capitolo la gelosia è sempre stimolata da un testo: una
canzone (1) una commedia (2), una leera (4). Nessuna insinuazione è
validata da prove diree, tuo dipende da ciò che dice, pensa, asserisce,
crede qualcun altro.

11.5. Fabula in fabula

Se tuo ciò non bastasse, ecco che l’intero capitolo secondo si presenta
come un modello ridoo dell’intera novella e della sua strategia profonda.
Lo dice anche il titolo: “Semplice episodio che, senza collegarsi
direamente alla storia, darà alla clientela un’idea sul modo di vivere dei
nostri eroi.” Più chiaro di così… E quale è questo modo di vivere? È un
vivere, sì, nella gelosia, ma per vaghi sospei, e un risolvere il dramma
nella commedia di una confusione tra ruoli.
Raoul insegue Marguerite, Marguerite si volta e gli chiede di aiutarla.
ali sono gli aanti in gioco? Ci sono un Soggeo e un Oggeo della
loa, un Destinatario e un Destinatore della richiesta d’aiuto, un Adiuvante
e un Opponente. Ma i ruoli sono tre: Viima, Caivo e Salvatore. Salvo che
i tre ruoli sono manifestati da soli due aori. Come si collochi Marguerite è
chiaro, ma che fare di Raoul? Raoul che nella realtà (narrativa) è il Caivo,
diventa il Salvatore del mondo dei desideri (o dei comandi) di Marguerite.
Marguerite vuole o crede che Raoul sia il suo salvatore e il suo
aeggiamento proposizionale crea una sorta di situazione performativa:
essa fa cose con le parole.
Vale la pena di rivedere in deaglio cosa succede in questo scorcio di
capitolo perché esso contiene tuo Drame in nuce. A simbolizzare cosa
accade in questa fabula in fabula possiamo dire che: (i) dato s come
Salvatore e ~ s come Caivo o Opponente; (ii) dato Bm come “Marguerite
crede che”, Km come “Marguerite sa che” e Wm come “Marguerite vuole
che” il leore (dopo aver constatato che Raoul è il Caivo ma che
Marguerite gli chiede di essere il suo Salvatore contro il Caivo) è
condoo a concluderne, per una serie di inferenze:

(∀x) [s(x)v ~ s(x)]


Km{[(∃x) ~ s(x) · (x = Raoul)] ·
· Wm[(∃x)s(x) · (x = Raoul)]} ⊃
Bm possibile [ ~ s(x) · s(x)]

indi Marguerite sa che essa vuole ciò che è logicamente (e


narrativamente) impossibile. Ma siccome lo vuole, crede che questa
contraddizione sia acceabile. Naturalmente questa non è l’unica inferenza
che il leore può fare: si può ritenere che Marguerite creda che, dal
momento che essa vuole qualcosa, l’impossibile diventi possibile. O che
essa voglia che Raoul creda che l’impossibile è possibile, e così via.
In ogni caso la fabula in fabula anticipa il labirinto di contraddizioni tra
mondi epistemici e doxastici e mondo reale di cui l’intera storia è intessuta,
e a cui il leore sarà condoo a invischiarsi; e nel contempo assicura il
leore che è possibile prendere i propri desideri (o aspeazioni) per la
realtà. Se questa fabula in fabula fosse lea subito con spirito critico, il
leore potrebbe evitare i propri successivi errori: ma come meere a fuoco
così lucidamente il tema del malinteso e della contraddizione quando
anche in questo capitolo ridonda a più riprese il tema dell’adulterio? Al
massimo si sorride sulle bizzarrie del cervellino di Marguerite, capace di
così squisite incongruenze. E ancora una volta il testo specula sulla
competenza ideologica del leore: “tu sai che le donne sono animalei che
ragionano così, non farci caso!” È il lampo geniale dell’angoscia suprema
che folgora il “piccolo” cervello di Marguerite, che esce per il roo della
cuffia mescolando deliziosamente le carte… E così il leore non si rende
conto che Allais sta denunciando in anticipo il modo in cui egli mescolerà
le carte testuali.
Ma è inutile: Dio acceca coloro che vuol perdere. O perde coloro che
vorrà accecare. Si diceva di Edipo… Un testo è un dio crudele e
vendicativo, e punisce chi non traiene la lingua e vuole assaggiare
dell’albero del possibile e del necessario. Così almeno vuole dire Allais.
Nelle enciclopedie viene definito come autore “minore”. Le enciclopedie si
vendicano di chi le mee in questione.

11.6. Passeggiate inferenziali e capitoli fantasma

Una fabula stabilisce una successione temporale di eventi a … n


permeendo al leore di avanzare previsioni da ogni disgiunzione di
probabilità. Per formulare le sue previsioni il leore compie le sue
passeggiate inferenziali nell’universo extratestuale dell’intertestualità, e poi
aende che lo stato successivo della fabula approvi o contraddica le sue
previsioni. Ma non di rado le fabulae, data una successione a … e,
introducono lo stato a e quindi, dopo alcune dilazioni discorsive (che
possono anche essere sostituite da suddivisioni testuali, intervalli tra
capitoli), passano a parlare dello stato e, dando per sointeso che, in base
alle proprie passeggiate inferenziali, il leore abbia già provveduto a
“scrivere “per conto suo, come capitoli fantasmi, quanto riguarda gli eventi
b, c e d. Avviene anche nei film: due si baciano, scorrono i fogli del
calendario e si vede un bambino nella culla. Cosa è avvenuto nel
fraempo? Il testo, meccanismo assai pigro, ha lasciato che il leore
compisse parte del suo lavoro – e manifesta la massima convinzione che il
leore abbia fao quel che doveva fare. Anche perché molti testi, a livello
discorsivo, non pongono gli eventi in successione temporale ordinata,
anticipano, ritardano, e il leore deve riempire i vuoti.
Così il leore quando al capitolo 4 apprende delle due leere, si dispone
a scrivere un primo capitolo fantasma. Tema: i progei dei due coniugi, i
passi che ciascuno farà per andare alla festa eccetera. ando poi si
accorge che il capitolo 5 descrive la festa già in ao, il leore non ha più
esitazioni: ha riempito il vuoto che il testo non si è preoccupato di riempire.
Per scrivere il suo capitolo fantasma (per delineare cioè il proprio
mondo possibile che anticipa quello reale della fabula) il leore ha a
disposizione certe tracce testuali. La leera a Raoul dice che Marguerite
andrà al ballo per spassarsela: non ci sono dubbi, se se la spassa vuol dire
che se la spassa con qualcuno. Se se la spassa con qualcuno, questo
qualcuno esiste. Ed ecco introdoo l’amante di Marguerite come elemento
dell’ammobiliamento del mondo dei capitoli fantasma. Naturalmente il
testo non dice che Marguerite andrà a spassarsela con qualcuno. Dice solo
che qualcuno dice che. Ma il leore ingenuo non bada a queste
soigliezze. E come procede con la leera di Raoul, così procede con quella
di Marguerite, Anche perché viene in aiuto l’intertestualità: di solito le cose
vanno in questo modo.
Poi, quando Raoul e Marguerite si dicono che si assenteranno la sera
del fatale giovedì, lo fanno “dissimulando ammirevolmente i loro progei”.
|Dissimulare| per esplicitazione semantica presuppone l’esistenza di un
qualcosa di dissimulato. Dal momento che entrambi i personaggi
dissimulano un progeo e ne manifestano un altro, è chiaro che il progeo
manifestato è falso. ale sarà quello vero? Anche qui viene in soccorso
l’universo delle sceneggiature intertestuali: da Boccaccio ai giorni di Allais,
che fa un coniuge sospeoso? va a spiare il coniuge sospeato. A questo
punto la previsione è fatale: ciascuno dei due andrà al ballo mascherato
come l’amante dell’altro, e si è visto che a questo punto il leore non è più
in grado di rendersi conto con lucidità che nessuno dei due può sapere
come sarà mascherato il presunto amante dell’altro perché la leera dice
solo a ciascuno come sarà mascherato il suo proprio coniuge. È questo un
caso abbastanza interessante di identificazione delle conoscenze del leore
con le conoscenze del personaggio: il leore aribuisce ai personaggi una
competenza che è soltanto sua. Ovvero pensa che il WNcsi di un
personaggio debba essere ammobiliato come il WNsi della fabula di cui lui,
leore, è al corrente, ma il personaggio no. Le informazioni sono state
fornite dal testo con tale intensità e in modo così incrociato che districarle
è difficile, per un leore di primo pelo.
Una volta eccitato nel suo gusto cooperativo, il leore non si limita a far
pensare Raoul e Marguerite di voler andare al ballo: li fa andare, tout court.
ando poi trova un Templare e una Piroga alla festa, non ha dubbi e li
identifica con i personaggi che lui vi ha fao andare. Così facendo il leore
non fa solo una inferenza avventata: costruisce un sorite di paralogismi. La
leera di Marguerite dice che Raoul sarà al ballo vestito da Templare, e il
leore dimentica che questa informazione rimane materia alquanto opaca
e l’assume come materia di fao: Raoul andrà al ballo vestito da Templare.
indi il leore trasforma una proposizione contingente (c’è un Templare
che è Raoul) in una proposizione necessaria (per ogni individuo in ogni
mondo possibile Templare allora Raoul). Infine al capitolo 5 il leore usa
l’affermativa particolare asserita dal testo (c’è qui un Templare) per
validare un sillogismo in Modus Ponens: se Templare allora Raoul; ma
Templare; allora Raoul.
Come exploit logico è assai povero. Ma come exploit cooperativo è per
lo meno giustificabile: l’enciclopedia intertestuale ossessiona il leore con
l’immagine del cocu magnifique. E d’altra parte non vanno i nostri due eroi
a vedere le commedie di Mr. de Porto-Riche che (e qui parla l’Enciclopedia
Britannica) realizzò sempre nelle sue commedie “continue variazioni sullo
stesso tema, l’eterno triangolo di moglie, marito e amante”? Così il leore
immagina due triangoli con la base in comune, così da formare una
seconda figura cornuta

quando, a frustrare le sue aese, il doppio triangolo è destinato a rivelarsi


una coppia di parallele che, come è postulato dal quinto postulato, non si
incontreranno mai:

È che Drame è uno strano gioco d’azzardo. Sino al capitolo 4 sembra


funzionare, diciamo, come una roulee, dove al massimo si è puntato rosso
ed esce nero, ma un gioco è un gioco. Il leore si adegua alle regole della
roulee e scopre, al capitolo 6, che lui aveva puntato sul rosso e il croupier
annuncia Scala Reale. E se il leore protesta, il croupier col massimo
candore dice: “Rosso? Ma a che gioco credeva di giocare?” I due giochi
non sono accessibili l’un l’altro. Come il mondo dei capitoli fantasma e
quello della fabula.
Rileggiamo Drame alla luce delle regole per la costruzione di mondi
fornite nel capitolo 8 di questo libro. ello che balza però agli occhi (ma
balza agli occhi solo dopo che si è discusso a lungo sulle struure di
mondi, e non è così intuitivo come ora, col senno di poi, appare) è che:

(1) Nel capitolo 5 due individui appaiono al ballo, Templare e Piroga,


identificati araverso la proprietà S-necessaria che li pone in rapporto
simmetrico. Nel capitolo 6 ci viene deo che essi non sono Raoul e
Marguerite. Se per caso il leore aveva costruito un mondo possibile
in cui Raoul aveva la proprietà S-necessaria di essere in relazione
simmetrica con la Piroga e Marguerite aveva la proprietà S-necessaria
di essere in relazione simmetrica col Templare, si è sbagliato. Il suo
mondo WR non è accessibile al mondo della fabula quale viene
delineato nel capitolo 6. Se il leore aveva identificato Raoul col
Templare e Marguerite con la Piroga, peggio che peggio. Come Edipo,
si mangi le mani, se proprio non vuole cavarsi gli occhi con una fibbia
(e non è il caso). L’abbiamo deo, in questo gioco il banco vince
sempre. Nel WN Raoul e Marguerite non sono mai andati al ballo e
non vi hanno mai incontrato nessuno. E se si era immaginato che il
Templare e la Piroga fossero caraerizzati ciascuno dalla proprietà S-
necessaria di essere in relazione di amore adulterino con l’eroe di
sesso opposto, anche in questo caso il WR non ha rapporti di sorta con
il WN.

(2) Ma la fabula, dopo aver opposto il suo WN al WR, continua a mescolare


le carte. Facendo sì che il Templare e la Piroga si stupiscano di non
riconoscersi, e facendo sì che nel capitolo 7 Raoul e Marguerite
traggano una lezione da ciò che non è successo a loro stessi e di cui
loro stessi non possono essere informati, ecco che la fabula
reintroduce nel proprio WN allo stadio finale proprietà S-necessarie
che valevano solo nei precedenti (e contraddei) WR formulati
erroneamente dal leore.

Dunque: il leore ha prodoo dei mondi possibili delineando le proprie


aspeative, e ha scoperto che questi mondi sono inaccessibili al mondo
della fabula; ma la fabula, dopo aver giudicato questi mondi inaccessibili, in
un certo modo se ne riappropria. Come? Non certo ricostruendo una
struura di mondo che tenga conto di proprietà contraddiorie, ché non
potrebbe farlo. Semplicemente, a livello di struure discorsive, lascia
pensare che questi mondi inaccessibili potrebbero entrare in mutuo
contao. Diciamo che nomina il contao, non ne descrive le modalità
struurali. Ma anche qui per effeo “oico” il leore pensa che la fabula si
riappropri a pieno dirio anche del proprio mondo già ripudiato. Si traa di
un mirabile gioco di specchi tra struure discorsive e struure di fabula.
Ma per capirlo meglio dovremo seguire passo per passo le operazioni di
cooperazione che il testo stimola a livello di macroproposizioni narrative.

11.7. Lo schema della fabula e dei capitoli fantasma

In questa rappresentazione schematica della fabula e dei suoi capitoli


fantasma considereremo solo gli eventi e gli aeggiamenti proposizionali
indispensabili allo sviluppo della macchina narrativo-previsionale di
Drame. Invece di costruire le struure di mondi secondo le modalità
esposte nel capitolo 8, le riassumeremo soo forma di macroproposizioni,
dove:

P sono le proposizioni che descrivono stati di WN


Q sono le proposizioni che descrivono i vari WNc
R sono le proposizioni che descrivono le previsioni WR
Z sono le proposizioni, normalmente incassate nelle proposizioni R, che
descrivono aeggiamenti proposizionali WRc e WRcc
La successione di proposizioni P1…Pn e Q1…Qn rappresenta una
successione univoca e temporalmente ordinata di stati della fabula; invece
le proposizioni R1…Rn e le dipendenti Z1…Zn possono rappresentare anche
ipotesi alternative che il leore azzarda allo stesso tempo.
La fabula di Drame può essere sintetizzata nelle macroproposizioni
seguenti:

P1 = ci sono due individui identificati dalla proprietà S-necessaria di essere


sposati l’uno con l’altro, di amarsi reciprocamente e di essere
reciprocamente gelosi
P2 = in un dato stato c’è un x che asserisce Q1
P3 = in un dato stato c’è un x che asserisce Q2
Q1 = Marguerite in uno stato successivo andrà al ballo e sarà identica a una
Piroga
Q2 = Raoul in uno stato successivo andrà al ballo e sarà identico a un
Templare
P4 = Raoul asserisce che egli vuole Q3, il che è falso
P5 = Marguerite asserisce che essa vuole Q4, il che è falso
Q3 = Raoul andrà a Dunkerque
Q4 = Marguerite andrà da sua zia Aspasie
P6 = vi sono due individui caraerizzati dalla proprietà S-necessaria di
incontrarsi allo stesso ballo
P7 = il Templare e la Piroga gridano sorpresi
P8 = essi non si riconoscono l’un l’altro
P9 = il Templare non è Raoul
P10 = la Piroga non è Marguerite
P11 = Raoul trae una lezione dalle proposizioni P6…P10
P12 = Marguerite trae una lezione dalle proposizioni P6…P10

Tuavia le macroproposizioni P7…P10 non avrebbero senso se la fabula


non prendesse a proprio carico tre capitoli fantasma scrii dal leore, e
riassunti dalle proposizioni seguenti:
R1 = ci sono due individui legati a Raoul e Marguerite dalla relazione S-
necessaria di essere i loro rispeivi amanti
R2 = Raoul progea Z1
Z1 = Raoul andrà al ballo vestito da Templare (si vede come la Z1 formulata
da Raoul coincide con la Q2)
R3 = Marguerite progea Z2
Z2 = Marguerite andrà al ballo vestita da Piroga (Z2 = Q1)
R4 = Raoul conosce il possibile corso di eventi espresso da Q2
R5 = Marguerite conosce il possibile corso di eventi espresso da Q1
R6 = ci sono due individui, Raoul e la propria amante, legati dalla relazione
S-necessaria di incontrarsi al ballo. Raoul è il Templare ma crede Z3
Z3 = la Piroga è Marguerite (proposizione però falsa)
R7 = ci sono due individui, Marguerite e il proprio amante, legati dalla
relazione S-necessaria di incontrarsi al ballo. Marguerite è la Piroga
ma crede Z4
Z4 = Raoul è il Templare (proposizione però falsa)
R8 = ci sono due individui, Raoul e Marguerite, legati dalla relazione S-
necessaria di incontrarsi al ballo. Essi sono identici al Templare e alla
Piroga. Raoul crede Z5 e Marguerite crede Z7
Z5 = Marguerite è la Piroga e crede Z6
Z6 = il Templare è l’amante di Marguerite
Z7 = il Templare è Raoul e crede Z8
Z8 = la Piroga è l’amante di Raoul
R9 = se il Templare sa che la Piroga non è Marguerite e emee un grido di
stupore, allora in uno stato precedente credeva che la Piroga fosse
Marguerite
R10 = se la Piroga sa che il Templare non è Raoul ed emee un grido di
stupore, allora in uno stato precedente credeva che il Templare fosse
Raoul
R11 = R9 è impossibile perché l’identità tra Marguerite e Piroga era un
elemento dell’ammobiliamento di WRc mentre la loro differenza
irriducibile è elemento dell’ammobiliamento di WN. Siccome questi
due mondi sono mutuamente inaccessibili, R9 non tiene
R12 = R10 è impossibile perché l’identità tra il Templare e Raoul era un
elemento dell’ammobiliamento di WRc mentre la loro differenza
irriducibile è un elemento dell’ammobiliamento di WN. Siccome
questi due mondi sono mutuamente inaccessibili, R10 non tiene
R13 = i capitoli fantasma debbono essere riscrii assumendo che vi fossero
due individui, diversi da Raoul e Marguerite, legati dalla relazione S-
necessaria di incontrarsi al ballo, rispeivamente travestiti come
Templare e Piroga, e il Templare credeva Z3 mentre la Piroga credeva
Z4

Simboli per gli individui


r = Raoul
m = Marguerite
t = Templare
p = Piroga
b = luogo del ballo (Moulin Rouge)
x1 = supposto amante di Marguerite
x2 = supposta amante di Raoul

Operatori doxastici ed epistemici


B = credere (BxP1 = x crede che P1 sia il caso)
K = sapere
W = volere
A = asserire

Struure di mondi
WNsi = stati della fabula
WNCsi = mondi possibili costruiti dai personaggi
WRsi = mondi possibili costruiti dal Leore Modello
WRCsi = mondi possibili che il Leore Modello immagina che i personaggi
costruiscano
WRCCsi = mondi possibili che il Leore Modello immagina che un
personaggio immagini che un secondo personaggio costruisca

Proprietà S-necessarie
M = essere identificati da una relazione simmetrica di matrimonio
L = essere identificati da una relazione simmetrica di passione amorosa
J = essere identificati da una relazione simmetrica di gelosia
E = essere identificati da una relazione reciproca di incontro in un dato
luogo

Altri predicati
G = andare al ballo
D = andare a Dunkerque
H = andare da zia Aspasie
S = esprimere stupore
~ K = non riconoscere

Come si vedrà dalla seguente rappresentazione simbolica della fabula, le


proposizioni qui fornite assumono per date tue le esplicitazioni
semantiche aualizzate a livello delle struure discorsive.
Il capitolo 2, come si è deo, non pertiene allo svolgimento della fabula,
e così ovviamente il capitolo 3.
11.8. Il dramma dei capitoli fantasma

La rappresentazione schematica che precede ha cercato di mostrare come i


capitoli fantasma si inseriscano nel tessuto della fabula e come gli stati
finali della fabula sembrino prenderne in carico le proposizioni che la
stessa fabula aveva precedentemente contraddeo. Vale la pena di
rileggere per extenso questi capitoli per vedere quali sforzi disperati faccia
il leore per realizzare una cooperazione destinata a qualche successo.

Primo capitolo fantasma – Il leore immagina due imprecisi individui


legati rispeivamente da relazione S-necessaria a Raoul e a Marguerite.
indi aribuisce a Raoul e Marguerite il progeo di andare al ballo. Non
decide se essi hanno progeato di andarvi coi loro rispeivi amanti o per
sorprendere il coniuge. Diciamo che anche il leore più cooperativo lascia
in sospeso questo punto.
Nel caso che i protagonisti vadano per sorprendersi a vicenda il leore è
obbligato ad assumere che ciascuno conosca il contenuto della leera
dell’altro, e quindi ad assumere come materia di fao ciò che in WNS2 era
referenzialmente opaco. Nel caso che i protagonisti vadano per incontrarsi
con il rispeivo amante – e che quindi esistano due comploi,
Raoul/amante e Marguerite/amante – il leore deve implicitamente
supporre che le due coppie abbiano ideato all’insaputa l’uno dell’altra lo
stesso paio di maschere.
Come si vede, in entrambi i casi il leore assume, sia pure senza
rendersene conto, qualcosa di errato. Nel primo caso la scorreezza è
logica, nel secondo caso è intertestuale (coincidenze del genere sono
improbabili). Ma entrambe le ipotesi sono state avanzate soo la pressione
dell’intertestualità. Possiamo supporre che il leore oscilli tra le due ipotesi
senza decidersi per l’una o per l’altra: il primo capitolo fantasma è “aperto”
e il testo ha calcolato questa incertezza.
In ogni caso Raoul e Marguerite sono stati legati da relazione S-
necessaria con due individui che il testo non ha mai né nominato né
descrio e che la fabula non conosce. La fabula conosce solo nel capitolo 5
due individui legati da mutua relazione, Templare e Piroga, non assume
che siano i due amanti, di cui essa non sa nulla, né naturalmente assume
che Raoul e Marguerite siano presenti al ballo.
Tue le inferenze di questo capitolo fantasma sono pertanto prive di
supporto.

Secondo capitolo fantasma – Il leore è spinto a credere (o a credere che sia


possibile credere) che siano alternativamente possibili i seguenti casi:

(i) Raoul è il Templare e crede falsamente che Marguerite sia la Piroga;


(ii) Marguerite è la Piroga e crede falsamente che Raoul sia il Templare;
(iii) Raoul è il Templare e crede correamente che Marguerite sia la Piroga
ma crede pure che Marguerite creda falsamente che lui sia il suo
amante;
(iv) Marguerite è la Piroga e crede correamente che Raoul sia il Templare
ma crede pure che Raoul creda falsamente che essa è la sua amante.

Se le supposizioni del primo capitolo fantasma fossero state vere,


ciascuna delle supposizioni del secondo capitolo fantasma potrebbe tenere,
indipendentemente dalle altre. Ma tue insieme sono mutuamente
contraddiorie.
Il leore sembra aver dato eccessivo credito a Hintikka (1967: 42)
quando dice che “il fao che un personaggio in un ‘romanzo completo’
reagisca e si comporti precisamente come il membro di un altro mondo
possibile, rappresenta una prova assai forte per la loro identificazione”. Ciò
che il leore non sembra aver appreso da Hintikka (1962) sono tue le
precauzioni che van prese quando si vuole quantificare in contesti opachi
governati da un operatore epistemico.
In ogni caso il leore procede ad auare false identificazioni
manovrando illecitamente proprietà S-necessarie. Si può supporre che
come nel primo capitolo fantasma, il leore avanzi a un tempo le varie
ipotesi, pur avvertendo che sono incompatibili tra loro, mantenendo la sua
storia “aperta” e aendendo conferme dalla fabula nell’uno o nell’altro
senso. Sia chiaro che un leore empirico potrebbe fare molti altri tipi di
supposizione, ma quelle che abbiamo registrato sono quelle che gli stati
successivi della fabula sembrano prendere in considerazione.

Terzo capitolo fantasma – A questo punto la fabula ha deo con chiarezza


che il Templare e la Piroga non sono Raoul e Marguerite. Però ha
malignamente aggiunto che essi sono stupiti di non riconoscersi. Il leore,
frastornato, cerca disperatamente di scrivere un terzo capitolo fantasma per
razionalizzare la situazione. Per esempio: se i due non si riconoscono ma si
stupiscono di non riconoscersi, vuol dire che prima di smascherarsi
credevano di trovare rispeivamente soo le mentite spoglie Raoul e
Marguerite. Ma non appena avanzata questa razionalizzazione il leore
deve (o dovrebbe) rendersi conto che questa credenza non è mai stata
aribuita al Templare e alla Piroga dal WN della fabula ma nel WR del
leore stesso. Come fanno due personaggi della fabula a comportarsi come
se la fabula disapprovasse una credenza che essi avrebbero nutrito non nel
mondo “reale” della fabula ma in quello possibile (e inaccessibile) del
leore? Anche se il leore non ha leo il capitolo 8 di questo libro, avverte
più o meno confusamente che qui c’è qualcosa che non funziona. È
obbligato a formulare in modo oscuro e “selvaggio” una osservazione che
Leibniz aveva formulato assai meglio nella leera ad Arnauld del 14 luglio
1686: “Se nella vita di qualcuno o anche nell’intero universo ogni cosa
fosse andata diversamente da come è accaduto, niente potrebbe impedirci
di dire che è stata un’altra persona o un altro universo che Dio ha scelto.” Il
leore deve ora decidere chi sia Dio: o lui o il proprio Autore Modello. O
bua via la fabula o bua via i mondi delle proprie aese frustrate. Ma
come farli stare insieme? E perché il testo lo invita a farlo?
Il fao è che la fabula assume su di sé, a questo punto, lo stupore del
leore: nel capitolo 6 è la fabula in persona a essere struuralmente e
pragmaticamente stupita perché riconosce di essere il risultato infelice di
una cooperazione pragmatica coronata dall’insuccesso (cfr. Barbieri,
Giovannoli, Panizon, 1975).
Per non acceare questa idea, troppo meta-testuale, il leore tenta altre
razionalizzazioni (avvertiamo anche i nostri leori: non la finiranno di
discutere con gli amici per trovare altre spiegazioni razionali; e così
facendo continueranno a essere viime del testo). Per esempio si può
immaginare che Templare e Piroga fossero realmente gli amanti dei due
coniugi e che ciascuno aspeasse per conto proprio il proprio partner
adulterino. E la supposizione sarebbe anche aendibile se ci riferissimo al
mondo dell’esperienza quotidiana dove tuo può accadere e gli individui
sono innumerevoli: ma in una fabula esistono solo gli individui nominati e
descrii, il mondo della fabula è ridoo, se si incomincia a introdurvi altri
individui allora si dovrebbe davvero considerare anche che le Hawai sono
nel Pacifico e che 17 è un numero primo… Nella fabula di Drame i due
amanti non esistono e decidere che essi si identificano con il Templare e la
Piroga sarebbe come decidere che Mr. de Porto-Riche è l’amante di
Marguerite (o, per cambiar di fabula, che Renzo Tramaglino è una spia al
soldo di Ferrer).
Inoltre si ricadrebbe in ogni caso nell’incongruenza intertestuale già
citata: se le due maschere sono i due amanti allora due coppie hanno
deciso a reciproca insaputa di andare allo stesso ballo con la stessa coppia
di maschere. Se il testo volesse rompere l’etichea narrativa sino a questo
punto sarebbe obbligato a dire qualcosa in più per confortare la propria
incredibile assunzione. Vale a questo punto per ogni leore ragionevole
una sorta di implicatura narrativa, per cui è impossibile che un testo abbia
così spudoratamente violato la regola intertestuale: e se l’ha fao era per
suggerire qualcosa d’altro. esto qualcosa d’altro era appunto il teorema
meta-testuale che stiamo aribuendo ad Allais.
Anche perché qualsiasi tentativo di razionalizzazione è messo in crisi
dal capitolo 7. Se Raoul e Marguerite traggono una severa lezione da
quanto è accaduto, questo vuol dire che essi non solo sono al corrente di
quanto narrato nel capitolo ma dovrebbero essere al corrente anche di
quanto il leore ha scrio di propria iniziativa nei capitoli fantasma, perché
dovrebbero sapere degli aeggiamenti proposizionali aribuiti al Templare
e alla Piroga, in modo da poter spiegare la loro delusione. E poi, ci sono
regole di ipercodifica stilistica che non vanno soovalutate: quando il testo
dice che |cee petite mésaventure servit de leçon a Raoul et Marguerite|
lascia capire che si sta parlando della loro disavventura e del loro errore. Il
che non può essere.
Ma se ci fosse una spiegazione razionale, perché allora il titolo
dell’ultimo capitolo: “Scioglimento felice per tui salvo gli altri”?
i – e magistralmente – l’incoerenza semantica rinforza quella
narrativa. Nessuna analisi semantica di |tui| (o di |tout le monde|)
permee di considerare degli |altri| lasciati fuori. esto titolo rappresenta
non solo una sfida alle nostre buone abitudini intensionali ma anche alla
estensionalità più istintiva. E quindi è splendida epitome della intera storia,
allegoria finale dell’inconsistenza e dell’incoerenza.
A meno che |tout le monde| significhi tui gli individui di WN, e |gli
altri| si riferisca ai leori, che hanno la sventura di appartenere a un W0
dove valgono ancora le leggi di una logica bene educata. Il che sembra
costituire una buona morale per la novella: non intrufolatevi nel mondo
privato di una storia, è un assurdo universo in cui potreste sentirvi a
disagio.
Ma c’è anche una morale opposta: Drame voleva mostrare quanto le
narrazioni richiedano l’intrusione del loro Leore Modello e non possano
vivere senza sostanziarsi del suo fantasma. Anche a costo di morirne, per
eccesso di cooperazione.

11.9. Conclusione

A questo punto lasciamo la fabula e torniamo al testo in tua la sua


complessità. La disgrazia di questa fabula serve a ricordare al leore che
esistono diversi tipi di testi. Alcuni richiedono un massimo di intrusione,
non solo a livello di fabula, e sono testi “aperti”. Altri invece fan mostra di
richiedere la nostra cooperazione, ma sornionamente continuano a pensare
a modo proprio, e sono “chiusi” e repressivi.
Drame sembra stare a mezza strada: seduce il proprio Leore Modello
lasciandogli intravvedere i paradisi liberali della cooperazione e poi lo
punisce perché ha strafao. In questo senso Drame non sarebbe né aperto
né chiuso: parlerebbe di entrambe le possibilità, esibendole. In realtà esso
appartiene a un club raffinato di testi, presieduto, crediamo, da Tristram
Shandy: il club dei testi che raccontano storie intorno al modo in cui le
storie si fanno. Nel far ciò questi testi sono molto meno innocui di quanto
sembrino: il loro oggeo critico è la macchina della cultura, quella stessa
che permee la manipolazione delle credenze, che produce ideologie e
titilla la falsa coscienza permeendo di nutrire senza avvedersene opinioni
contraddiorie. È la macchina che produce e fa circolare gli endoxa, che
permee ai discorsi persuasivi di manovrare, per esempio, il tópos della
qualità insieme al tópos della quantità, senza mai lasciare intravvedere la
contraddiorietà del proprio procedere.
I testi come Drame ci dicono molto sulla circolazione della semiosi, sulle
modalità del far credere e del far fare. Per questo su Drame abbiamo
verificato le nostre ipotesi teoriche sulla cooperazione testuale affinché,
provandole su un oggeo di preoccupante complessità logica e semiotica,
mostrassero la loro applicabilità ad altri oggei più semplici: al discorso
persuasivo in tue le sue forme, ai meccanismi di produzione ideologica.
Drame ci dice anche qualcosa sulla natura estetica di un testo.
Apparentemente la nostra indagine non si è preoccupata di discernere i
valori estetici. Ma l’aver mostrato come un testo funziona, e in virtù di
quali strategie funzioni così bene (nelle sue volute disfunzioni) da
obbligarci a considerarne la struura ai suoi vari livelli, dalla superficie
lessematica ai livelli più profondi, ci dice ancora una volta che il messaggio
estetico possiede la duplice qualità dell’ambiguità e dell’autoriflessività, e
che nel lavorare a livello dell’espressione produce alterazioni nell’ordine
del contenuto e ci impone di rivedere l’intero universo dell’enciclopedia
che mee in crisi.75
Drame è un meta-testo, non è un discorso teorico sui testi. Perciò
invece di fare le proprie affermazioni dal podio incontaminato della lucidità
critica, esibisce direamente il processo delle proprie contraddizioni.
Diventa la prima viima di se stesso per invitarci a non diventare viime
degli oggei testuali di cui implicitamente svela le trame. Per tornare a una
nostra vecchia (e metaforica) definizione, potremmo dire che Drame è
davvero un’opera aperta perché rappresenta una “metafora
epistemologica”.
Ma forse siamo andati troppo avanti. Drame è solo un meta-testo che
conduce un pacato discorso in direa sul principio della cooperazione
interpretativa nella narrativa, e così facendo sfida il nostro desiderio di
cooperazione e punisce con grazia la nostra invadenza.
Per dimostrare il nostro pentimento, ci chiede di estrapolare dalla
propria storia le regole della disciplina testuale che suggerisce e postula.
Cosa che abbiamo tentato umilmente di fare. E così raccomandiamo a
te, gentile leore.

72 Alphonse Allais (1864-1905) ha pubblicato questa novella su Le chat noir, 26 aprile 1890.
André Breton ne ha riportato i capitoli 4-7 sulla sua Anthologie de l’humour noir. Per il testo
originale completo vedi l’”Appendice 1” di questo libro.
73 Vedi l’“Appendice 3” per una verifica sul comportamento dei leori empirici.

74 esta assunzione non esclude che si possano dare altre leure, anche le più “aberranti”,

della novella. I due Leori che proponiamo sono due strategie interpretative deducibili dalla
strategia testuale. Come si vedrà alla fine, è possibile anche prevedere diverse strategie
interpretative (per esempio, più “razionalizzanti”) ma queste contrastano con la strategia testuale,
ovvero la rendono incompleta, inspiegabile, oscura. In altre parole, ogni interpretazione che
desse un vantaggio al leore porrebbe il testo in svantaggio. Il testo risulta vincente e “ben fao”
solo come macchina che mira a meere in difficoltà il leore.
75 Riteniamo pertanto che Drame realizzi tue le condizioni che in Traato, 3.7 sono elencate

come tipiche di un testo estetico. Inoltre, in conclusione dell’intero libro, è legiimo chiedersi
quanto tue le leggi di cooperazione testuale adeguino la tipologia dei modi di produzione
segnica proposta nel Traato, 3.6. Leggendo un testo si ha in principio a che fare con repliche e
unità pseudo-combinatorie, sia a livello grammatologico che a livello di aualizzazione fonetica.
ando si cercano parole chiave per individuare il topic, si individuano sintomi e tracce. Le
sceneggiature intertestuali sono casi evidenti di stilizzazioni, mentre le citazioni esplicite (come
negli exergue di Drame) sono casi di ostensione. La successione temporale ordinata dalle
macroproposizioni narrative è un caso di veorializzazione. ando un testo − come Drame −
mima nella propria struura testuale una ambiguità che in definitiva si vuole aribuire
all’enciclopedia (metafora epistemologica), abbiamo proiezioni e grafi rei da ratio difficilis − così
come quando si stabiliscono omologie tra livelli dello stesso testo.
Appendici
1. Alphonse Allais, Un drame bien parisien76

Chapitre I
Où l’on fait connaissance avec un Monsieur et une Dame qui auraient pu être
heureux, sans leurs éternels malentendus.

O qu’il ha bien sceu choisir, le challan!


Rabelais.

A l’époque où commence cee histoire, Raoul et Marguerite (un joli nom


pour les amours) étaient mariés depuis cinq mois environ.
Mariage d’inclination, bien entendu.
Raoul, un beau soir, en entendant Marguerite chanter la jolie romance
du colonel Henry d’Erville:

L’averse, chère à la grenouille,


Parfume le bois rajeuni.
… Le bois, il est comme Nini.
Y sent bon quand y s’débarbouille.

Raoul, dis-je, s’était juré que la divine Marguerite (diva Margarita)


n’appartiendrait jamais à un autre homme qu’à lui-même.
Le ménage eût été le plus heureux de tous les ménages, sans le fichu
caractère des deux conjoints.
Pour un oui, pour un non, crac! une assiee cassée, une gifle, un coup
de pied dans le cul.
A ces bruits, Amour fuyait éploré, aendant, au coin d’un grand parc,
l’heure toujours proche de la réconciliation.
Alors, des baisers sans nombre, des caresses sans fin, tendres et bien
informées, des ardeurs d’enfer.
C’était à croire que ces deux cochons-là se disputaient pour s’offrir
l’occasion de se raccommoder.

Chapitre II
Simple épisode qui, sans se raacher directement à l’action, donnera à la
clientèle une idée sur la façon de vivre de nos héros.

Amour en latin faict amor.


Or donc provient d’amour la mort
Et, par avant, soulcy qui mord,
Deuils, plours, pièges, forfaitz, remord…
(Blason d’amour)

Un jour, pourtant, ce fut plus grave que d’habitude.


Un soir plutôt.
Ils étaient allés au éâtre d’Application, où l’on jouait, entre autres
pièces. L’Infidèle, de M. de Porto-Riche.
and tu auras assez vu Grosclaude, grincha Raoul, tu me le diras.
Et toi, vitupéra Marguerite, quand tu connaîtras Mademoiselle Moreno
par coeur, tu me passeras la lorgnee.
Inaugurée sur ce ton, la conversation ne pouvait se terminer que par les
plus regreables violences réciproques.
Dans le coupé qui les ramenait, Marguerite prit plaisir à graer sur
l’amour-propre de Raoul comme sur une vieille mandoline hors d’usage.
Aussi, pas plutôt rentrés chez eux, les belligérants prirent leurs
positions respectives.
La main levée, l’oeil dur, la moustache telle celle des chats furibonds,
Raoul marcha sur Marguerite, qui commança dès lors, à n’en pas mener
large.
La pauvree s’enfuit, furtive et rapide, comme fait la biche en les
grands bois.
Raoul allait la raraper.
Alors, l’éclair génial de la suprême angoisse fulgura le petit cerveau de
Marguerite.
Se retournant brusquement, elle se jeta dans les bras de Raoul en
s’écriant:
Je t’en prie, mon petit Raoul, défends-moi!

Chapitre III
Où nos amis se réconcilient comme je vous souhaite de vous réconcilier
souvent, vous qui faites vos malins.

“Hold your tongue, please!”


....................
....................
....................

Chapitre IV
Comment l’on pourra constater que les gens se mêlent de ce qui ne les regarde
pas feraient beaucoup mieux de tester tranquilles.

C’est épatant ce que le monde deviennent rosse dépuis quelque temps!


(Paroles de ma concierge dansla matinée de lundi dernier.)

Un matin, Raoul reçut le mot suivant:


“Si vous voulez, une fois par hasard, voir votre femme en belle humeur,
allez donc, jeudi, au bal des Incohérents, au Moulin-Rouge. Elle y sera
masquée et déguisée en pirogue congolaise. A bon entendeur, salut!
Un ami”
Le même matin, Marguerite reçut le mot suivant:
“Si vous voulez, une fois par hasard, voir votre mari en belle humeur,
allez donc, jeudi, au bai des Incohérents, au Moulin-Rouge. Il y sera,
masqué et déguisé en templier fin de siècle. A bonne entendeuse, salut!
Une amie”
Ces billets ne tombèrent pas dans l’oreille de deux sourds.
Dissimulant admirablement leurs desseins, quand arriva le fatal jour:
Ma chère amie, fit Raoul de son air le plus innocent, je vais être forcé de
vous quier jusqu’à demain. Des intérêts de la plus haute importance
m’appellent à Dunkerque.
Ça tombe bien, répondit Marguerite, délicieusement candide, je viens de
recevoir un télégramme de ma tante Aspasie, laquelle, fort souffrante, me
mande à son chevet.

Chapitre V
Ou l’on voit la folle jeunesse d’aujourd’hui tournoyer dans les plus
chimériques et passagers plaisirs, au lieu de songer à l’éternité.
Mai vouéli vièure pamens:
La vido es tant bello!
Auguste Marin

Les échos du Diable boiteux ont été unanimes à proclamer que le bal des
Incohérents revêtit cee année un éclat inaccoutumé.
Beaucoup d’épaules et pas mal de jambes, sans compter les acces-
soires.
Deux assistants semblaient ne pas prendre part à la folie générale: un
Templier fin de siècle et une Pirogue congolaise, tous deux
hermétiquement masqués.
Sur le coup de trois heures du matin, le Templier s’approcha de la
Pirogue et l’invita à venir souper avec lui.
Pour toute réponse, la Pirogue appuya sa petite main sur le robuste bras
du Templier, et le couple s’éloigna.

Chapitre VI
Où la situation s’embrouille.
– I say, don’t you think the rajah laughs at us?
– Perhaps, sir.
Henry O’Mercier

– Laissez-nous un instant, fit le Templier au garçon de restaurant, nous


allons faire notre menu et nous vous sonnerons.
Le garçon se retira et le Templier verrouilla soigneusement la porte du
cabinet.
Puis, d’un mouvement brusque, après s’être débarrassé de son casque, il
arracha le loup de la Pirogue.
Tous les deux poussèrent, en même temps, un cri de stupeur, en ne se
reconnaissant ni l’un ni l’autre.
Lui, ce n’était pas Raoul.
Elle, ce n’était pas Marguerite.
Ils se présentèrent mutuellement leurs excuses, et ne tardèrent pas à
lier connaissance à la faveur d’un petit souper, je ne vous dis que ça.

Chapitre VII
Dénouement heureux pour tout le monde, sauf pour les autres.

Buvons le vermouth grenadine,


Espoir de nos vieux bataillons.
George Auriol

Cee petite mésaventure servit de leçon à Raoul et à Marguerite.


A partir de ce moment, ils ne se disputèrent plus jamais et furent
parfaitement heureux.
Ils n’ont pas encore beaucoup d’enfants, mais ça viendra.

76 Le chat noir, 26 aprile 1890.


2. Alphonse Allais, Les Templiers77

En voilà un qui était un type, et un rude type, et d’aaque! Vingt fois je l’ai
vu, rien qu’en serrant son cheval entre ses cuisses, arrêter tout l’escadron,
net.
Il était brigadier à ce moment-là. Un peu rosse dans le service, mais
charmant, en ville.
Comment diable s’appelait-il? Un sacré nom alsacien qui ne peut pas
me revenir, comme Wurtz ou Schwartz… Oui, ça doit être ça, Schwartz. Du
reste, le nom ne fait rien à la chose. Natif de Neurisach, pas de
Neurisach même, mais des environs.
el type, ce Schwartz!
Un dimanche (nous étions en garnison à Oran), le matin, Schwartz me
dit: «’est-ce que nous allons faire aujourd’hui?» Moi, je lui réponds:
«Ce que tu voudras, mon vieux Schwartz.»
Alors nous tombons d’accord sur une partie en mer.
Nous prenons un bateau, souque dur, garçon! et nous voilà au large.
Il faisait beau temps, un peu de vent, mais beau temps tout de même.
Nous filions comme des dards, heureux de voir disparaître à l’horizon la
côte d’Afrique.
Ça creuse, l’aviron! Nom d’un chien, quel déjeuner!
Je me rappelle notamment un certain jambonneau qui fut ratissé
jusqu’à l’indécence.
Pendant ce temps-là, nous ne nous apercevions pas que la brise
fraîchissait et que la mer se meait à clapoter d’une façon inquiétante.
– Diable! dit Schwartz, il faudrait…
Au fait, non, ce n’est pas Schwzrtz qu’il s’appelait.
Il avait un nom plus long que ça, comme qui dirait Schwartzbach. Va
pour Schwartzbach!
Alors Schwartzbach me dit: «Mon petit, il faut songer à rallier.»
Mais je t’en fiche, de rallier. Le vent soufflait en tempête.
La voile-est enlevée par une bourrasque, un aviron fiche le camp,
emporté par une lame. Nous voilà à la merci des flots.
Nous gagnions le large avec une vitesse déplorable et un cahotement
terrible.
Prêts à tout événement, nous avions enlevé nos boes et notrc veste.
La nuit tombait, l’ouragan faisait rage.
Ah! une jolie idée que nous avions eu là, d’aller contempler ton azur, ô
Méditerranée!
Et puis, l’obscurité arrive complètement. Il n’était pas loin de minuit.
Où étions-nous?
Schwartzbach, ou plutôt Schwartzbacher, car je me rappellc maintenant,
c’est Schwartzbacher: Schwartzbacher, dis-je, qui connaissait sa
géographie sur le bi du bout du doigt (les Alsaciens sont très instruits), me
dit:
– Nous sommes dans l’île de Rhodes, mon vieux.
Est-ce que l’administration, entre nous, ne devrait pas mere des
plaques indicatrices sur toutes les îles de la Méditerranée, car c’est le diable
pour s’y reconnaître, quand on n’a pas l’habitude?
Il faisait noir comme dans un four. Trempés comme des soupes, nous
grimpâmes les rochers de la falaise.
Pas une lumière à l’horizon. C’était gai.
– Nous allons manquer l’appel de demain matin, dis-je, pour dire
quelque chose.
– Et même celle du soir, répondit. sombrement Schwartzbacher.
Et nous marchions dans les petits ajoncs maigres et dans les genêts
piquants. Nous marchions sans savoir où, uniquement pour nous
réchauffer.
– Ah! s’écria Schwartzbacher, j’aperçois une lueur, vois-tu, là-bas?
Je suivis la direction du doigt de Schwartzbacher, et effectivement une
lueur brillait, mais très loin, une drôle de lueur.
Ce n’était pas une simple lumière de maison, ce n’étaient pas des feux
de village, non, c’était une drôle de lueur.
Et nous reprîmes notre marche en l’accélérant.
Nous arrivâmes, enfin.
Sur ces rochers se dressait un château d’aspect imposant, un haut
château de pierre, où l’on n’avait pas l’air de rigoler tout le temps.
Une des tours de ce château servait de chapelle, et la lueur que nous
avions aperçue n’était autre que l’éclairage sacré tamisé par les hauts
vitraux gothiques.
Des chants nous arrivaient, des chants graves et mâles, des chants qui
vous meaient des frissons dans le dos.
– Entrons, fit Schwartzbacher, résolu.
– Par où?
– Ah! voilà… cherchons une issue.
Schwartzbacher disait: «Cherchons une issue», mais il voulait dire:
«Cherchons une entrée». D’ailleurs, comme c’est la même chose, je ne
crus pas devoir lui faire observer son erreur relative, qui peut-être n’était
qu’un lapsus causé par le froid.
Il y avait bien des entrées, mais elles étaient toutes closes, et pas de
sonnees. Alors c’est comme s’il n’y avait pas eu d’entrées.
A la fin, à force de tourner autour du château, nous découvrîmes un
petit mur que nous pûmes escalader.
– Maintenant, fit Schwartzbacher, cherchons la cuisine.
Probablement qu’il n’y avait pas de cuisine dans l’immeuble, car
aucune odeur de fricot ne vint chatouiller nos narines.
Nous nous promenions par des couloirs interminables et enchevêtrés.
Parfois, une chauve-souris voletait et frôlait nos visages de sa sale
peluche.
Au détour d’un corridor, les chants que nous avions entendus vinrent
frapper nos oreilles, arrivant de tout près.
Nous étions dans une grande pièce qui devait communiquer avec la
chapelle.
– Je vois ce que c’est, fit Schwartzbacher (ou plutôt
Schwartzbachermann, je me souviens maintenant), nous nous trouvons
dans le château des Templiers.
Il n’avait pas terminé ces mots, qu’une immense porte de fer s’ouvrit
toute grande.
Nous fûmes inondés de lumière.
Des hommes étaient là, à genoux, quelques centaines, bardés de fer,
casque en tête, et de haute stature.
Ils se relevèrent avec un long tumulte de ferraille, se retournèrent et
nous virent.
Alors, du même geste, ils firent Sabre-main! et marchèrent sur nous, la
lae haute.
J’aurais bien voulu être ailleurs.
Sans se déconcerter, Schwartzbachermann retroussa ses manches, se
mit en posture de défense et s’écria d’une voix forte:
– Ah! nom de Dieu! messieurs les Templiers, quand vous seriez cent
mille… aussi vrai que je m’appelle Durand…!
Ah! je me rappelle maintenant, c’est Durand qu’il s’appelait. Son père
était tailleur à Aubervilliers. Durand, oui, c’est bien ça…
Sacré Durand, va! el type!

77 Le chat noir, 1 oobre 1887.


3. Il leore modello di Drame: un test empirico

Nel corso dell’ultimo capitolo il profilo del Leore Modello di Drame è


stato estrapolato dalla strategia testuale, in accordo con le posizioni
espresse in questo libro. È tuavia interessante chiedersi (senza inficiare la
purezza del metodo) se un approccio più empirico condurrebbe agli stessi
risultati. L’esperimento che segue, ancorché di formato modesto, induce a
pensare che il profilo teorico sia congruente con quello ricavato
sooponendo a test un gruppo di leori.
Il campione di leori è stato costituito nel 1977, dapprima presso
l’Istituto di Discipline della Comunicazione e dello Speacolo
dell’Università di Bologna e poi presso il Centro Internazionale di
Semiotica e Linguistica della Università di Urbino. I soggei furono
sooposti alla leura orale dei capitoli 1-5 e quindi richiesti di riassumerli.
In una fase successiva sono stati sooposti alla leura orale dei capitoli 6 e
7 e poi richiesti di riassumerli. La leura orale serviva a mantenere la
velocità di leura nella misura media di un primo approccio al testo, dato
che ci servivano indicazioni sul comportamento del leore ingenuo.
Nell’analizzare i sommari della prima fase si è cercato di trovarvi la
risposta alle seguenti domande, che peraltro non erano state fae ai
soggei: (i) ci si ricorda che Raoul e Marguerite sono marito e moglie e
sono gelosi l’uno dell’altro? (ii) è stato compreso in modo appropriato il
contenuto delle leere del capitolo 4? (iii) si fa la supposizione che Raoul
e/o Marguerite formulino il progeo di andare al ballo? (iv) si fa la
supposizione che uno di essi o entrambi progeino di assumere la
maschera del presunto rivale? (v) il Templare e la Piroga vengono
identificati con Raoul e Marguerite nel corso del capitolo 5? (vi) qualcuno
sospea che gli individui in gioco nel capitolo 5 siano più di due?; (vii) ci si
aende che Raoul scopra, nel capitolo 6, che la Piroga è Marguerite e
viceversa? (viii) ci si aspea che Raoul scopra che la Piroga non è
Marguerite e viceversa? (ix) la soluzione del capitolo 6 viene in qualche
modo anticipata dal leore?
Nella seconda fase si è cercato di capire se i sommari rivelassero che il
mutuo non-riconoscimento dei due era stato inteso leeralmente e se si
era rilevata l’illogicità della situazione; se i soggei avevano realizzato che
il capitolo 7 è inconsistente con le conclusioni del capitolo 6; quale tipo di
reazione il soggeo mostrasse rispeo al duplice finale della storia:
perplessità, tentativo di dar spiegazioni razionali, coscienza critica della
strategia testuale, totale incapacità di cogliere l’aspeo paradossale della
vicenda.
Il campione comprendeva studenti universitari. Si è ritenuto che, date le
condizioni sociali di circolazione della leeratura nel 1890 e il caraere
sofisticato di Drame, la storia fosse rivolta pur sempre a un pubblico di
cultura medio-alta. D’altra parte i nostri soggei hanno mostrato che
anche un leore colto si comporta, alla prima leura, da Leore Modello
ingenuo. Uno dei soggei si ricordava di aver già leo la storia sulla
Anthologie de l’humour noir di Breton, ma ha reagito come gli altri, cadendo
in tue le trappole che il testo gli tendeva.
In breve, una consistente maggioranza di soggei ha identificato bene i
due personaggi (90%) e ha ritenuto che essi progeassero di andare al ballo
(82%). Il 72% ha riassunto correamente il contenuto delle leere. Il 42%
era convinto che Raoul e Marguerite fossero rispeivamente il Templare e
la Piroga. Solo il 25% ha fao anticipazioni circa un possibile scioglimento e
solo il 15% ha cercato di anticipare il risultato finale.
Nella seconda fase il 70% ha ricordato correamente la scena del non-
riconoscimento e il fao che Raoul e Marguerite avevano trao una
lezione dall’episodio. anto all’aeggiamento critico, il campione si è
curiosamente frazionato: solo il 4% si è dimostrato incapace di cogliere le
contraddizioni della storia, il 40% ha cercato di individuare un meccanismo
semiotico, il 20% ha cercato di razionalizzare in vari modi (esempio: forse il
Templare era colui che ha scrio la leera a Marguerite ed è andato alla
festa convinto di trovarvela, e per questo si è poi stupito). Meno del 20% si
è dichiarato completamente smarrito. Per il resto, riassunti imprecisi e
lacunosi. Tuavia se un buon riassunto dimostra che c’è stata buona
comprensione, l’opposto non è vero: si può aver cooperato al testo
formulando aese e previsioni, ed essere incapace, dopo, di verbalizzare il
processo, anche a causa della tensione dovuta all’“esame” a cui si è
sooposti.
In ogni caso, quanto basta per ritenere che i leori empirici si siano
comportati più o meno da Leore Modello ingenuo. Interessanti
suggerimenti per l’organizzazione del test sono dovuti a van Dijk (1975).
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