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AlKiOMENTI / EDITORI MUNITI


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Jean Elleinstein, dirigente del Centro di studi e ricerche

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63 - 0878
marxiste e autore di una Storia dell’URSS in quattro
volumi, analizza in quest’opera le origini, l’evoluzione e
il declino del fenomeno staliniano, il cui apogeo si colloca
tra gli inizi degli anni trenta e la morte di Stalin, avvenuta

CL
nel 1953, offrendoci un tentativo di spiegazione marxista,
non riconducibile al solo « culto della personalità » denun­
ciato dal XX Congresso del PCUS nel 1956. Studiando la
funzione dello Stato socialista sovietico e i suoi rapporti
con l’economia e con la società, Jean Elleinstein ci permette
di capire come abbiano potuto coesistere uno sviluppo
economico e culturale senza precedenti nella storia e uno
Stato autoritario e dispotico. Il fenomeno staliniano non
nasce con Stalin e non scompare totalmente con lui. All’in­
terrogativo fondamentale del nostro tempo — se lo stali­
nismo fu la conseguenza necessaria del socialismo o invece
un infortunio provocato da cause secondarie — Jean
Elleinstein, risponde, col soccorso di prove storiche, che
esso fu la conseguenza delle condizioni nelle quali nacque
e si sviluppò il primo Stato socialista del mondo.

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(1.698)
per il centenario della rivoluzione russa
1917-2017
Jean Elleinstein

Storia
del fenomeno staliniano

Editori Riuniti
I edizione: dicembre 1975
Titolo originale: Histoire du phénomène stalinien
© Copyright by Editions Grasset et Fasquelle, Paris, 1975
Traduzione di Gianna Carullo
© Copyright by Editori Riuniti
Viale Regina Margherita, 290 - 00198 Roma
Copertina di Tito Scalbi
CL 63-0878-3
Indice

Introduzione 7

I. Genesi del fenomeno staliniano 9


IL Nascita del fenomeno staliniano 38
III. Le difficoltà dello stalinismo (1928-1934) 79
IV. Trionfo dello stalinismo (1934-1939) 111
V. La prova della seconda guerra mondiale 140
VI. Il dopoguerra. Apogeo e declino dello stalini­
smo (1945-1953) 167
VII. Aspetti economici e sociali del fenomeno stali­
niano 200
Vili. Lo Stato socialista e la democrazia 225
IX. Verso la scomparsadel fenomenostaliniano 245
Introduzione

Il fenomeno staliniano non nasce con Stalin e non muore


con lui. Non rimane limitato all’Unione Sovietica, — che co­
munque ne costituisce l’epicentro, — ma si estende a tutti
gli Stati socialisti nati dopo la seconda guerra mondiale ed a
tutti i partiti comunisti. Interessa la sfera teorica e quella
pratica, la politica come l’economia e l’ideologia. Nato nel­
l’Unione Sovietica negli anni venti, dopo la morte di Lenin,
è sempre nell’URSS che comincia ad accusare i primi colpi
dopo la morte di Stalin (1953) e dopo il XX Congresso del
Partito comunista dell’Unione Sovietica (1956). La stessa
espressione « fenomeno staliniano » rappresenta una scelta
della quale si deve cogliere il significato profondo. La parola
« stalinismo » non mi sembra da respingere ma presenta a
mio avviso alcuni inconvenienti. Storicamente, è un’invenzio­
ne della borghesia, un’arma al servizio della sua ideologia
e della sua politica, anche se è un termine d’uso corrente
(negli stessi ambienti comunisti) e d’impiego facile e popo­
lare *.
L’espressione « culto della personalità » coniata dal PCUS
e poi ripresa largamente dal movimento comunista internazio-

1 Cfr. in proposito il dibattito su Cahiers d’histoire dell’Isti­


tuto Maurice Thorez (nel secondo volume della mia Histoire de
l’URSS), pp. 101-108 (con la partecipazione di Claude Willard, Jean
Gacon, Jean Bruhat, Richard Lagache, Alexandre Adler). Cfr. inoltre
L. Althusser, Réponse à John Lewis, pp. 64-67, 79, 98; sulla pa­
rola « stalinismo » cfr. pp. 82-83.

7
naie mi sembra ancor meno esatta in quanto pone l’accento
solo su un momento del fenomeno: il culto del capo. Quanto
all’espressione « periodo stalinista », essa ha l’inconveniente di
restringere eccessivamente la durata del fenomeno. Rimane il
fatto che lo stesso aggettivo « stalinista » 1 solleva dei proble­
mi. Il fenomeno infatti non può essere circoscritto e tanto me­
no spiegato con la personalità di Stalin, eppure le è legato per
motivi storici evidenti. Pili elastica dal punto di vista del tem­
po e dello spazio, l’espressione « fenomeno staliniano » mi sem­
bra soddisfacente più di ogni altra.
Descrivere e spiegare: è questo l’intento del presente vo­
lume che completa l’Histoire de l’ÜRSS, in quattro volumi,
pubblicata dalle Editions sociales (l’ultimo è appena uscito).
Studiare il fenomeno staliniano nelle sue realtà contrad­
dittorie è il mio primo obiettivo, piu difficile di quanto non
possa sembrare a prima vista. Comprenderne le cause e, quin­
di, la natura profonda, è un secondo obiettivo il cui interesse
non sfuggirà a nessuno di coloro che vogliano meditare sul
nostro divenire. Nessuno, oggi, può sottrarsi a questo tragico
dilemma: il fenomeno staliniano si spiega con le condizioni
storiche della prima rivoluzione socialista della storia, è in­
somma un « infortunio » del comuniSmo, oppure ne è i)l pro­
dotto naturale, inevitabile? È a questo interrogativo di fondo
che tenteremo di dare una risposta nelle pagine che seguono.

1 Coniato da Trotskij e ripreso nelle pubblicazioni anticomu­


niste, fu poi usato nelle pubblicazioni comuniste dopo il 1929. Alla
fine degli anni venti si diceva « stalinista ».

8
I. Genesi del fenomeno staliniano

Al termine della guerra civile la situazione economica del­


la Russia sovietica era catastrofica. Nel 1913 la Russia zarista
non si poteva certo dire un paese ricco. Lo sviluppo industria­
le, dopo il 1880, era un fenomeno reale ma ancora limitato.
L’estrazione delle materie prime energetiche (petrolio, car­
bone) aveva la priorità sulla produzione industriale propria­
mente detta. La Russia era divenuta la quinta potenza indu­
striale del mondo, ma, ciò nonostante, restava enormemente in­
dietro rispetto ai grandi paesi capitalistici: Stati Uniti, Germa­
nia, Gran Bretagna e Francia (tenendo conto della loro po­
polazione) .
La produzione industriale della Francia superava di due
volte e mezza quella russa, con un numero di abitanti infe­
riore di ben quattro volte. La produzione industriale statuni­
tense era quattordici volte piu elevata di quella russa in cifre
assolute e, rispetto alla popolazione, la superava di ben venti-
due volte. E si ricordi che queste cifre offrono semplicemente
un’immagine quantitativa della situazione. Da un punto di vi­
sta qualitativo, la differenza era ancora piu marcata. Inoltre,
l’industrializzazione della Russia non aveva modificato pro­
fondamente le strutture rurali di questo immenso paese. Con­
centrata in poche grandi città e in alcune regioni (San Pietro­
burgo, Mosca, il Donbass, Baku, l’Ural), l’industria era una
sorta di corpo estraneo innestato artificiosamente e superfi­
cialmente sull’immenso organismo rurale della Russia zarista.

9
Quanto all’economia agricola, essa rimaneva povera ed ar­
caica a causa della mediocrità degli impianti, dello scarsissimo
impiego dei concimi chimici e del suo carattere ascientifico. La
resa era scarsa e la popolazione rurale in eccesso rispetto alla
superficie delle aree coltivate.
In questo contesto, le conseguenze della guerra civile (e
della prima guerra mondiale) non potevano non essere alta­
mente drammatiche.
L’industria era quasi completamente scomparsa (eccezion
fatta per la fabbricazione di armi) e l’agricoltura aveva visto
diminuire della metà la sua produzione. Ma lasciamo parlare
le cifre:

Percentuale rispetto al 1914 (in %)

Industria 2920 1921


Carbone 26,8 30,8
Petrolio 41,1 42,7
Ferro 1 1,6
Metallurgia 8,7 9,3
Zucchero 5,9 6,7
Cotone 5,2 7,5

Agricoltura Media 1909-1913 1920 1921

Raccolti idi cereali


(in pud) 4.079 1.738 1.617
Superficie coltivata
(in desiatine) 81,2 56,8 49
(1 pud = 16,380 kg)
(1 desiatina = 1,925 ha)

Il risultato di questo calo della produzione agricola fu la


grande fame dell’inverno 1920-1921, uno degli anni piu terri­
bili della storia. Ventiquattro milioni di persone furono colpite
dalla carestia su un territorio di circa due milioni di kmq che si
estendeva dalle regioni del Volga fino ai confini dell’Ural e del

10
Caucaso (Samara, Ufa, Kazan, Tsaritsyn, Stavropol) e fino alla
Crimea. Gli abitanti di queste regioni ripiombarono nei tempi
piu oscuri della storia, quando l’uomo moriva di fame nel sen­
so letterale del termine. Alla carestia si aggiunsero poi le epi-j
demie di tifo e di colera (piu di venti milioni di persone rima- ì
sero vittime del tifo tra il 1917 e il 1921). La carestia uccise
piu di sette milioni di persone. A queste cifre vanno aggiunte
quelle dei morti della prima guerra mondiale: 1.500.000 per­
sone; della guerra civile: un milione, e delle epidemie: 3 mi­
lioni. In tutto, dal 1914 all 1921, a causa delle guerre straniere
e civili e delle loro conseguenze, si contarono 13.500.000 de­
cessi. L’emigrazione si aggirava sui due milioni di persone. De-'
cine di milioni di mendicanti, di vagabondi, di bambini ab­
bandonati vagavano per le campagne. Il banditismo si svilup­
pò come in Francia all’epoca del Direttorio. Oggi si dimentica­
no troppo facilmente le realtà del 1921, o se ne sottovalutano
la gravità e le conseguenze.
Lo sviluppo economico dell’Unione Sovietica non avvenne
a partire dalla situazione del 1913. L’edificazione del sociali­
smo prese l’avvio nel 1921 e dalla situazione reale esistente
in quel preciso momento.
Nessuno può sostenere che furono i bolscevichi i respon­
sabili della prima guerra mondiale. Quanto alla guerra civile,
essi cercarono di evitarla e, se non vi si sottrassero, non si
può certo attribuirne a loro la colpa. Fin dal novembre del 1917
i bianchi organizzarono un esercito che tentò di rioccupare Pie-
trogrado e che fu sconfitto a Pulkovo. Fino all’armistizio del-
l’il novembre 1918 i tedeschi intervennero direttamente in
Ucraina nonostante la r tee russo-tedesca di Brest-Litovsk. Nel
marzo del 1918 i prigi rnieri cecoslovacchi — ne furono libe­
rati ben trentamila -— che avevano combattuto sotto bandiera
austriaca si ribellarono contro il giovane potere sovietico. I
bianchi crearono numerose armate per abbattere i soviet. Le
truppe di diciassetti paesi intervennero contro la rivoluzione
(Francia, Inghilterra, Giappone, Turchia, eoe.).
11 «comuniSmo di guerra» non era nient’altro che una

11
caricatura del comuniSmo, nata dall’indigenza e dalla guerra
civile. Le requisizioni in massa costituivano uno degli elemen­
ti piu spettacođari di questa politica, alimentata dall’utopia
secondo la quale si sarebbe potuto passare direttamente e im­
mediatamente alla produzione e alla distribuzione comuniste *.
Basti pensare che nel 1918 era stata proclamata la gratuità
delle tariffe pubbliche... È chiaro che, in simili condizioni, il
compito fondamentale e piu urgente previsto dal programma
del partito doveva essere lo « sviluppo delle forze produttive »
(v. 33, rapporto al II Congresso dei centri di educazione po­
litica di tutta la Russia, 17 ottobre 1921).
La nuova politica economica (la Nep12) nacque da queste
necessità oggettive, ma lo sviluppo delle forze produttive fu
ostacolato da due fattori essi stessi ereditati dalla guerra civi­
le: la partenza dalla Russia della maggioranza dei quadri, già
poco numerosi prima della rivoluzione, e il boicottaggio quasi
totale degli altri paesi. In altri termini, la ricostruzione doveva
essere realizzata senza tecnici e senza capitali stranieri.
Queste « circostanze » ebbero un peso ben preciso sul cor­
so degli avvenimenti degli anni venti e costituirono una delle
componenti dal terreno storico che vide nascere il fenomeno
staliniano. La situazione della Russia sovietica nel 1921 impo­
neva di dare la priorità allo sviluppo produttivo.
Nella sua recente opera Le lotte di classe nell’URSS3, Char­
les Bettelheim « dimentica » semplicemente di esaminare le con­
dizioni economiche della Russia sovietica all’indomani della
guerra civile. Nel suo libro il discorso sulla storia tende a so­
stituire lo studio storico. « Numerosi compiti incombono al

1 Lenin criticò energicamente questa politica utopistica nel 1921


[Opere complete, trad, it., Roma, 1954-1970, v. 33, p. 48). [Per le cita­
zioni di Lenin, salvo altre indicazioni bibliografiche, ci riferiremo
sempre a questa edizione.]
2 Fu cost chiamato il nuovo corso della politica sovietica. De­
cisa dopo la guerra civile, essa si fondava sull’abbandono delle re­
quisizioni e sulla libertà del commercio interno.
3 Ch. Bettelheim, Le lotte di classe nell’URSS (1917-1923),
Milano, 1975.

12
partito bolscevico per far progredire la Russia sulla via del so­
cialismo. Indicati nelle grandi linee da Lenin, essi sono i piu
disparati e riguardano innanzitutto la trasformazione dei rap­
porti ideologici e politici » (ibidem). Naturalmente, ci sembra
contestabile precisamente quell’« innanzitutto ». La trasforma­
zione dei rapporti ideali e politici è una necessità che non in­
tendo assolutamente negare, ma l’ordine degli aggettivi, prima
« ideologici » e poi « politici », mi sembra non fortuito e piu
che discutibile: nel 1922, infatti, occorreva « innanzitutto », se­
condo Lenin, promuovere lo sviluppo delle forze produttive.
Criticando la parola d’ordine « democrazia della produzione »
proposta da Bucharin, Lenin osservava: « La produzione è sem­
pre necessaria, la democrazia no... ». Del resto, già prima ave­
va precisato il suo pensiero: « La democrazia è una categoria
attinente soltanto al campo politico » (Discorso di Lenin del
30 dicembre 1920, v. 32, p. 16).
Non me la sento di accettare totalmente questa formula,
a mio avviso troppo restrittiva, ma è certo che il testo con­
ferma quanta importanza avesse la produzione agli occhi di
Lenin.
La « spaventosa catastrofe » economica ebbe conseguenze
sociali drammatiche per l’avvenire dell’esperimento sovietico.
Abbiamo già visto quali furono sul piano demografico. Quanto
si è detto poi della carestia dell’inverno 1921-1922 può dare
una qualche idea della grande miseria del popolo all’indomani
della guerra civile, la quale aveva tuttavia modificato profon­
damente lo status delle classi sociali. La conseguenza piu grave
fu la scomparsa del proletariato. Lenin lo riconobbe onesta­
mente nella sua allocuzione del 17 ottobre 1921 (al II Con­
gresso dei centri di educazione politica di tutta la Russia):
« ...quel proletariato industriale che da noi, a causa della guer­
ra e della terribile miseria e rovina, è declassato, cioè è uscito
dal suo alveo di classe e, in quanto proletariato, ha cessato
di esistere... Dato che la grande industria capitalistica è stata
distrutta, dato che si sono fermati gli stabilimenti e le fab­
briche, il proletariato è scomparso. Talvolta si figurava for-

13
malmente, ma non era tenuto insieme da radici economiche »
(v. 33, p. 51).
Nel 1913 la grande industria dava lavoro a circa tre milioni
e mezzo di operai (troppo poco per una popolazione di 174 mi­
lioni di abitanti): nel 1922 il loro numero scese a non piu di
1.118.000. V’erano ancora dei proletari nelle file dell’esercito
rosso, nel partito e negli organismi statali (soviet, commissa­
riati del popolo, Ceka), ma come classe il proletariato era scom­
parso (o quasi...). Moltissimi operai erano morti durante la
guerra civile, alla quale avevano partecipato attivamente.
La borghesia urbana aveva subito un destino quasi analo­
go nei suoi diversi strati. Con la nobiltà, essa costituì la parte
preponderante dell’emigrazione. Gli industriali e i finanzieri
avevano abbandonato in massa il paese, seguiti dai commer­
cianti. La socializzazione delle fabbriche aveva determinato la
scomparsa quasi totale dei capitalisti russi del periodo prece­
dente la rivoluzione.
L’emorragia era stata particolarmente pesante sul piano
intellettuale. La Russia sovietica era stata svuotata della sua
materia grigia. Non v’erano quasi piu ingegneri, dottori, inse­
gnanti: per i nove decimi erano emigrati. Quanto alla nobiltà,
essa aveva perduto le sue proprietà e le sue prerogative. Tutti
coloro che non erano morti nella rivoluzione e nella guerra
civile, erano fuggiti all’estero.
I contadini avevano registrato importanti trasformazioni.
Il decreto sulla nazionalizzazione delle terre appartenenti ai
proprietari fondiari e alla Chiesa ortodossa aveva avuto come
conseguenza la distribuzione del suolo ai contadini, che lo ser­
bavano in godimento di padre in figlio.
In realtà, nel 1922 la Russia sovietica era un universo di
contadini. Tra essi figuravano contadini ricchi, i kulaki, e con­
tadini poverissimi, i bednjaki (il 24% nel 1925), o addirittura
ì operai agricoli senza terra, i batraki, ma la maggioranza era
S formata da contadini medi, i serednjak; (il 64,7%) b L’espres-
1 V.L Lenin, I contadini medi sono divenuti l’elemento pre­
dominante nelle campagne, v. 32.

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sione va intesa tenendo conto della situazione della Russia:
i contadini medi erano di fatto, secondo le nostre norme, con­
tadini poveri che possedevano non piu di un cavallo e di pochi
ettari di terra. Causa lo spopolamento delle città (Pietrogrado
contava 2.415.000 abitanti nel 1916 e 740.000 nel 1920; Mo­
sca 1.753.000 abitanti nel 1916 e 1.120.000 nel 1930), l’inci­
denza delle campagne nella vita del paese era ancora piu rile­
vante che nell’anteguerra. Il panorama della società era quindi
completamente mutato tra il 1913 e il 1921. Il proletariato e
Vintelligentsia erano scomparsi, al pari dei grandi capitalisti
stranieri e russi. Rimanevano i contadini medi, circondati da
contadini piu poveri o ricchissimi e da operai e intellettuali
che rappresentavano l’ossatura del partito comunista e degli
organi amministrativi del paese.
La guerra civile non aveva soltanto rovinato l’economia e
sconvolto profondamente la società: aveva creato uno Stato
nuovo. Questo Stato socialista aveva assunto un volto assolu­
tamente sbalorditivo per chi avesse tentato di raffigurarselo
alla vigilia della rivoluzione. La storia non si scrive in antici­
po: nemmeno l’immaginazione piu fertile può far prevedere
il futuro. Lo Stato sovietico aveva preso il posto dello Stato
zarista. Naturalmente, la rivoluzione aveva distrutto quest’ul­
timo, l’aveva spazzato via, come raccomandava Marx e come
aveva compreso Lenin ’. La conquista del potere era stata pre­
ceduta dalla disintegrazione delle istituzioni zariste e dei sup­
porti ideologici dello Stato. La rivoluzione di ottobre aveva
spazzato via quella massa putrida ed aveva portato avanti, fin
dai primi mesi di esistenza del potere sovietico, quel processo
di disintegrazione. Ma, come dice il proverbio, cacciate via la
natura e tornerà al galoppo. Lenin l’aveva capito subito dopo
la guerra civile, poco prima di ammalarsi e morire. « È acca-

1 V.I. Lenin, Stato e rivoluzione, in op. cit., v. 25: « La rivo­


luzione consiste in questo: il proletariato distrugge 1’ ” apparato am­
ministrativo ” e l’intero apparato statale per sostituirlo con uno nuovo
costituito dagli operai armati ».

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duto qualcosa di simile a quello che ci raccontavano nelle le­
zioni di storia quando eravamo bambini. Ci insegnavano: tal­
volta un popolo ne conquista un altro, e il popolo che ha con­
quistato è il dominatore, mentre quello che è stato conquistato
è il vinto. [...] Se il popolo conquistatore ha un livello cul­
turale superiore a quello del popolo vinto, impone a quest’ul­
timo la propria cultura; se è il contrario, avviene che il popolo
vinto impone la propria cultura al vincitore. Non è accaduto
qualcosa di simile nella capitale della RSFSR? »1 (v. 33, pp.
261-262).
Fu cosi che la civiltà greca conquistò l’anima romana —
Graecia capta ferum victorem cepit (« La Grecia conquistata
ha conquistato il suo feroce vincitore», Orazio, epistola II,
156) — e che nel 1922 lo Stato zarista risorse nel nuovo Sta­
to sovietico. La burocrazia fini col dominare lo Stato sociali­
sta. Il programma del partito definiva chiaramente la situazio­
ne, parlando dello Stato sovietico come di « uno Stato operaio
che presenta una deformazione burocratica ». Gli articoli scrit­
ti da Lenin nei suoi ultimi due anni di vita attiva sono una
chiara testimonianza della sua angoscia di fronte a questa
« sopravvivenza del passato »2. La deformazione burocratica
si manifestava nella impotenza a risolvere i problemi econo­
mici concreti, nell’esistenza di un corpo di funzionari che agi­
vano al di sopra delle masse e godevano di tenore di vita ele­
vatissimo, nel ritorno in massa dei funzionari zaristi (a centi­
naia di migliaia). Come diceva Lenin nello schema di discorso
che avrebbe dovuto pronunciare al X Congresso dei soviet nel
dicembre del 1922 (uno dei suoi ultimi testi): « L’apparato
dello Stato in generale: terribilmente cattivo: inferiore alla cul­
tura borghese » (v. 36, p. 423).
L’eredità del passato gravava pesantemente sul destino del­
la rivoluzione e sull’avvenire del socialismo. Questa eredità
' Repubblica socialista federativa sovietica russa.
2 Ad esempio, gli ultimi articoli pubblicati sulla Pravda nel
1923, Pagine di diario, Sulla cooperazione, Sulla nostra rivoluzione,
Come riorganizzare l’Ispezione operaia e contadina, Meglio meno ma
meglio, in op. cit., (v. 33).

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proveniva da fonti diverse. Innanzitutto, dall’arretratezza cul­
turale: nel 1920 l’analfabetismo rimaneva ancora largamente
dominante.

Persone che sapevano leggere e scrivere (su 1.000 abitanti)

Donne Uomini Media


1897 131 318 224
1920 244 420 332

Il 70% della popolazione era quindi analfabeta. Queste


cifre richiedono qualche spiegazione. Si trattava infatti di per­
sone che avevano appreso qualche rudimento del leggere e del­
lo scrivere e, per lo piu, rudimenti ormai dimenticati. In real­
tà, il tasso reale di analfabetismo era molto superiore alle
cifre fornite dall’Ufficio centrale di statistiche sovietico (sul­
la base di un censimento del 1920 pubblicato nel 1922). L’anal­
fabetismo era piu diffuso tra le donne che tra gli uomini, piu
nelle campagne che nelle città, piu nelle regioni rimaste colo­
niali fino alla rivoluzione (Asia centrale, Caucaso, Siberia) che
nella Russia *. Il tasso di analfabetismo era dunque piu eleva­
to nella Russia sovietica che non nella Francia del 1789, dove
raggiungeva in media il 65%. Nel 1914 solo 635.591 ragazzi
frequentavano le scuole secondarie (591.645 nel 1922), dei
quali appena 14.575 nelle campagne. Quanto all’insegnamen­
to superiore, presentava squilibri ancora piu palesi: 127.000
studenti in tutto (36.000 dei quali nelle università), il 37,6%
dei quali era di origine nobile, l’ll,5% proveniva da famiglie
di alti funzionari, il 24,2% da famiglie di commercianti e di
intellettuali, il 7,7% da famiglie di pope, il 14,6% da fami­
glie di cosacchi e di contadini. Lo splendore della letteratura
russa nel XIX secolo e l’alta qualità della musica non debbono
far dimenticare che, dal punto di vista intellettuale, « la not­
te era piu profonda nella Russia del 1917 che nella Francia

1 L’edificazione culturale nell’URSS, Mosca, 1957.

17
del 1789 », come ebbe a dire il titolare della cattedra di storia
della rivoluzione francese alla Sorbona (Aulard, in un testo
pubblicato nel 1922, Histoire des soviets'). E l’arretratezza cul­
turale non si riferiva semplicemente all’istruzione: ai muiiki
dell’ex impero russo mancava la cultura tout court. Supersti­
ziosi, soggetti all’influenza dei pope della Chiesa ortodossa, essi
vivevano poveramente, adorando le icone, le sante immagini
del Cristo, della Vergine e dei santi che ornavano a profusione
tutte le isbe. Il loro massimo piacere era la vodka, quest’alcool
di patate del quale facevano un uso spropositato (un quarto
delle entrate del bilancio dello Stato era formato nel 1914 dal­
l’imposta sull’alcool). Anche se il quadro d’insieme va in qual­
che modo sfumato, in generale rimane però esatto.
Come osservava il sociologo francese Georges Friedmann
nel suo libro De la Sainte Russie à l’URSS, pubblicato nel 1938,
la « potenza delle tenebre » dominava la Santa Russia. Per mol­
ti aspetti — in verità la maggioranza delle sue caratteristiche —
la Russia era rimasta ancora al Medioevo, soprattutto al livello
della coscienza, delle strutture mentali, dell’ideologia. Oggi bi­
sogna spingersi fino ai paesi poveri dell’Africa, dell’America
latina, dell’Estremo Oriente per rendersi conto veramente di
che cosa sia l’arretratezza culturale, per capire in quali con­
dizioni abbia dovuto edificarsi il socialismo. Lo Stato zarista
era caratterizzato dal dispotismo, dall’arbitrio e dall’autocrazia,
e la rivoluzione del 1905 non aveva modificato tale stato di
cose. Le libertà fondamentali (di espressione, di stampa, di
riunione, di associazione) praticamente non esistevano. E non
esistevano né istituzioni rappresentative né elezioni a suffragio
universale. La Duma era nulla piu che una assemblea consul­
tiva eletta con un sistema di suffragio estremamente compli­
cato che privilegiava i proprietari fondiari a spese dei muiiki
e soprattutto degli operai. E quindi, né strutture, né cultura,
né prassi democratica. La stampa era imbavagliata come la let­
teratura e il teatro. La polizia politica (l’Ochrana) era onni­
potente.
Lo zar restava un potentato orientale circondato da nobili

18
e da burocrati appartenenti ai diversi ranghi della burocrazia
zarista. ( I ein costituivano quattordici classi di funzionari.
I primi otto ein militari erano riservati quasi esclusivamente
ai nobili.) La libertà individuale non esisteva: la polizia pote­
va arrestare chiunque in qualunque momento. Occorreva un
passaporto per viaggiare all’interno dell’impero, occorrevano
un’infinità di visti per recarsi all’estero. L’amministrazione
era poco efficace e profondamente corrotta dalla prassi della
vzjatka (bustarella). Venerato come un dio e adorato come tale
almeno fino alla tragica domenica di sangue (il 22 gennaio del
1905), quando dette ordine di sparare sulla folla inerme che
stava portando una petizione al Palazzo d’inverno, lo zar era
dunque alla testa di uno Stato onnipresente piu vicino ai reami
ellenici e all’impero bizantino che non agli Stati moderni de­
gli inizi del XX secolo. Era questa l’eredità del passato. E se
fu possibile abolirla brutalmente, con le leggi, ben piu proble­
matico si rivelò l’estirparfa dalla coscienza degli uomini. Si
può distruggerla con la forza, ma non sradicarla immediata­
mente dall’animo umano e dalla prassi quotidiana. Fu questa
l’amara costatazione che i bolscevichi dovettero fare nel 1922.
E a tutto questo si aggiungevano le conseguenze della rivo­
luzione e della guerra civile.

All’indomani della caduta dello zarismo — 15 marzo 1917


— fu instaurata una libertà politica reale, che durò fino a tut­
to il luglio del 1917. Dopo le sanguinose manifestazioni del
17 luglio, il governo provvisorio presieduto da Kerenskij prese
misure repressive contro il partito bolscevico, accusato di alto
tradimento: fu occupata la sede del partito, furono vietati i
giornali bolscevichi, arrestati molti dirigenti (Kamenev, Trot-
skij e decine di altri). Lenin potè salvarsi solo con la fuga.
Contro la rivoluzione si profilava una dittatura militare all’om­
bra di Kerenskij, ma il tentativo di colpo di Stato del generale
Kornilov falli grazie all’opposizione dei suoi stessi cold :i, r es­
sati alla causa bolscevica. La rivoluzione di ottobre si inscrisse

19
in questo preciso contesto storico. Se non fosse stata realizzata
e portata a termine, la Russia si sarebbe piegata sotto il giogo
di una dittatura militare, e tutti sanno, da tanti esempi storici,
quanto sia difficile sbarazzarsene.
Dopo la presa del potere a Pietrogrado, si dovette affron­
tare 'la controrivoluzione sul piano militare e combattere il sa­
botaggio economico e amministrativo. Fu così che il giovane
potere sovietico imboccò la via della repressione, ma con mol­
te esitazioni, lentamente. In teoria, i bolscevichi avevano pre­
so atto di questa necessità da molto tempo. La funzione della
violenza nella storia non era un segreto né per Marx né per
Engels, che l’avevano studiata con lucidità e precisione ’.
L’esperienza storica vissuta dal socialismo fin dai suoi inizi
confermava questa analisi, e si sa con quale attenzione, dopo
Marx, Lenin analizzò la storia della Comune di Parigi del 1871,
rivelatasi troppo magnanima e perita tragicamente nel sangue
di tante decine di migliaia di operai parigini per non aver preso
a tempo le misure necessarie contro i suoi nemici. Sotto questa
angolazione, gli esempi positivi della rivoluzione francese — il
Terrore del 1793-1794 — e quelli negativi della Comune del
1871 indicavano entrambi le necessità dell’esercizio del potere
rivoluzionario in determinate circostanze storiche. Ora, queste
circostanze, a poco a poco e progressivamente, condussero al
terrore rosso. Solo degli intellettuali disonesti potrebbero stu­
diare il fenomeno prescindendo dall’ambiente storico nel quale
esso nacque. Eppure, così hanno fatto molti autori, come Ro­
bert Conquest12 o, in forma letteraria, come A. Solženitsin (Ar­
cipelago Gulag)3. L’8 novembre 1917, contro l’opinione di
Lenin, il II Congresso dei soviet abolì la pena di morte, ma
lo stesso giorno fu deciso di praticare una « censura operaia »

1 Cfr. ad esempio F. Engels, Anti-Diihring, sezione II, para­


grafo II, Teoria della violenza, Roma, 1973.
2 R. Conquest, The great Terror, London, 1968.
3 Vorremmo fosse ben chiaro che la nostra critica al pensiero
di Solženitsin non si estende al suo talento letterario e non giu­
stifica misure repressive. Le idee vanno combattute soltanto con le
idee.

20
sui giornali per impedire alla borghesia di travisare gli avve­
nimenti. Il 30 novembre tutti i giornali non bolscevichi di
Pietrogrado furono messi al bando. Fu disciolto il Comitato
per la salvezza della patria e della rivoluzione e la stessa sorte
subì la Duma di Pietrogrado che lo aveva creato. L’8 dicembre
il partito cadetto (KD, costituzionale-democratico) fu messo al
bando, ma il terrore bianco si era già scatenato. A Mosca vio­
lenti combattimenti scoppiarono tra bianchi e rossi nella set­
timana dal 7 al 16 novembre 1917. Varie centinaia di soldati
rossi furono rinchiusi all’interno del Cremlino e massacrati
dai bianchi senza alcuna motivazione militare. I bolscevichi
si rifiutarono di adottare misure terroriste. Se si verificò qual­
che atto di crudeltà, esso fu il frutto di iniziative individuali.
Il generale Duchonin, comandante in capo dell’esercito, fu uc­
ciso dalla folla il 3 dicembre 1917 nel suo quartier generale.
Anche nei mesi di novembre e dicembre avvennero alcune ese­
cuzioni sommarie a Pietrogrado, ma non furono addebitabili
ai dirigenti bolscevichi, che anzi protessero gli ex ministri di
Kerenskij contro il furore popolare. Con l’aggravarsi della si­
tuazione interna, l’anarchia e l’inizio della guerra civile, la re­
pressione si aggravò. Come ebbe a dire Trotskij nelle sue Ope­
re-. « Non si entra nel regno del socialismo con i guanti bianchi
e su un pavimento tirato a lucido ». Dirigenti « cadetti » e so­
cialisti-rivoluzionari di destra furono arrestati a Pietrogrado e
a Mosca. Il 23 dicembre entrò in funzione il tribunale rivolu­
zionario di Pietrogrado. Il 20 dello stesso mese un decreto se­
greto (il cui testo fu pubblicato dalla Pravda il 18 settembre
1927) del Sovnarkom — il consiglio dei commissari del popo­
lo — creò la Ceka (Commissione straordinaria panrussa, chia­
mata Veéeka, dalle sigle russe), destinata a « combattere la
controrivoluzione e il sabotaggio ». Era un’emanazione del Co­
mitato militare rivoluzionario che aveva preparato e diretto
praticamente la rivoluzione d’ottobre. La commissione, presie­
duta da un militante rivoluzionario di notevole esperienza,
Dzeržinskij, di origine polacca, era composta da otto membri.
Sul suo modello furono create commissioni locali.

21
Nel gennaio del 1918 la situazione della Russia era già di­ può essere difficilmente considerata un fatto eccezionale »*, e,
venuta catastrofica. Un armata bianca, di volontari, si concen­ piu avanti: « Lo sviluppo della Ceka fu un processo graduale
trava sul Don. In Ucraina e in Finlandia violenti combattimen­ e in larga misura non premeditato... ». Nella primavera e gli ini­
ti vedevano schierati da parti opposte rossi e bianchi. Le trup­ zi dell’estate del 1918 la Ceka vide aumentare i suoi effettivi, i
pe tedesche minacciavano Pietrogrado e intendevano marciare quali rimasero tuttavia limitati e dotati di poteri ancora mo­
desti. L’insurrezione dei cecoslovacchi2 aggravo la situazione,
su Mosca. Il cibo scarseggiava ovunque. Fu in quel momento
mentre i giapponesi s’impadronivano di Vladivostok e gli in­
che Lenin scrisse un articolo intitolato Come organizzare l’emu­
glesi ed i francesi sbarcavano a Murmansk e ad Archangelsk.
lazione. Solzenitsin vi si richiama in Arcipelago Gulag per ten­
Nel luglio del 1918 un colpo di Stato militare dei socia­
tare di dimostrare che lo stalinismo risale a Lenin h In quel­
listi-rivoluzionari di sinistra (membri del Sovnarkom dal dicem­
l’articolo (redatto tra il 7 e il 10 gennaio 1918 e pubblicato
bre 1917 all’aprile 1918 e sempre al fianco dei bolscevichi, fino
soltanto il 20 gennaio 1929 dalla Pravdà) Lenin insisteva sul­ al luglio, nel Comitato centrale esecutivo dei soviet, il VTsIK)
la funzione degli operai e dei contadini nel campo della pro­ fu tentato senza successo a Mosca, a Pietrogrado e in alcuni
duzione e nell’organizzazione del censimento e del controllo, altri centri. Il 30 agosto 1918 Lenin rimase vittima di un at­
« che non possono che essere opera delle masse », dichiarava tentato compiuto da una socialista-rivoluzionaria di destra
« guerra e morte ai ricchi e ai loro reggicoda, gli intellettuali (Fanny Kaplan) e, colpito da due pallottole, sfuggi per poco
borghesi; [...] guerra ai furfanti, ai parassiti e ai teppisti » e alla morte. Quello stesso giorno, a Pietrogrado, il dirigente
aggiungeva che « migliaia di forme e di procedimenti pratici di della Ceka pietrogradese Uritskij fu assassinato da uno stu­
censimento e di controllo sui ricchi, sui furfanti e sui parassiti dente socialista-rivoluzionario di destra (nel giugno del 1918
debbono essere elaborati e provati al fuoco della pratica dalle un dirigente bolscevico di Pietrogrado, Volodarskij, aveva su­
” comuni ” stesse, dalle piccole cellule nella campagna e nella bito la stessa sorte). Fino a quel momento le esecuzioni erano
città. La varietà è qui una garanzia di vitalità, il pegno del state poco numerose. La famiglia imperiale era stata fucilata
successo nel raggiungimento dell’obiettivo comune e unico: ri­ il 17 luglio del 1918 ad Ekaterinburg, mentre le truppe ceche
stavano marciando sulla città. Non vi furono però esecuzioni
pulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo, delle
in massa. Il 23 luglio un decreto contro la speculazione pre­
pulci: una decina di ricchi, una dozzina di furfanti, una mezza
vedeva pene severe (fino a dieci anni di lavori forzati) per
dozzina di operai scansafatiche » (v. 26, pp. 391, 394). Il let­
tutti coloro che speculavano sui prodotti alimentari. Il ten­
tore voglia scusare questa lunga citazione, che ci è sembrata
tativo di assassinare Lenin fu la « goccia di sangue » che fece
necessaria per dimostrare come sia difficile, partendo da questo traboccare la collera popolare. Da questo momento in poi il
testo, spiegare il terrore stalinista, diretto, esso si, contro il terrore rosso fu istituzionalizzato. Il 2 settembre il Comitato
popolo. Il testo di Lenin data al gennaio 1918 e si spiega col centrale esecutivo dei soviet (VTsIK) dichiarava: « Al terrore
contesto storico di quel preciso momento. E. H. Carr ne con­ bianco dei nemici degli operai e dei contadini il governo ope-
viene parlando della creazione della Ceka. « Nel momento cri­
1 E.H. Carr, Storia della Russia sovietica, I. La rivoluzione bol­
tico di una lotta armata difficile, la creazione di questi organi scevica (1917-1923), Torino, 19684.
2 Si trattava di ex prigionieri cechi e slovacchi che avevano
combattuto sotto bandiera austriaca. Liberati al momento della rivo­
1 A. Solženitsin, Arcipelago Gulag, 2 vv., Milano, 1974-1975. luzione, presero le armi in circa trentamila contro i soviet.

22 23
raio e contadino replicherà con un terrore rosso di massa con­
tro la borghesia e i suoi agenti ». Quello stesso giorno fu crea­
to un Consiglio rivoluzionario di guerra presieduto da Trotskij.
Il 3 settembre il commissario del popolo per gli interni lan­
ciò un proclama: « Basta con la mansuetudine e la negli­
genza! Tutti i socialisti-rivoluzionari di destra noti ai soviet
locali debbono essere immediatamente arrestati. Ostaggi sa­
ranno presi in gran numero tra la borghesia e gli ufficiali. Alla
minima resistenza o alla minima attività dei bianchi, si ri­
sponderà senza discussioni con fucilazioni in massa ».
Queste righe non possono essere comprese se non ricollo­
candole nel contesto storico. La rivoluzione era in pericolo.
I cechi alleati ai bianchi minacciavano i centri nevralgici del
paese. Da ogni parte le potenze straniere si avventavano sulla
Russia per partecipare alla grande caccia ’. Il 7 settembre 1918
la Ceka di Leningrado annunciava l’avvenuta esecuzione di 512
persone. Vi furono inoltre migliaia di esecuzioni e decine di
migliaia di arresti. All’indomani del manifesto del duca di
Brunswick e delle prime sconfitte del settembre 1792, la ri­
voluzione francese aveva dovuto adottare misure terroristiche
contro i nobili e i loro complici stranieri, e fu allora che eb­
bero luogo i massacri di settembre. A sua volta, il terrore
bianco si estese a macchia d’olio. Decine di migliaia di sol­
dati russi fatti prigionieri furono fucilati dalle armate bianche
e dagli interventisti stranieri. Del resto, le potenze imperialiste
erano responsabili della prima guerra mondiale, che aveva pro­
vocato un bagno di sangue senza precedenti nella storia: piu
di dieci milioni di .morti e decine di milioni di feriti... Le po­
che decine di migliaia di vittime del terrore rosso erano ben
poca cosa a paragone di quell’ecatombe. Comunque, il nostro

1 Non ci sembra il caso, qui, di fare la storia dell’intervento


straniero, ma vorremmo ricordare la parte sostenuta dalle spie in­
glesi e francesi nella preparazione dei putsch di luglio e degli atten­
tati di agosto. (Cfr. Bruce Lockhart, tAemoirs of a British Agent.)
Le attività di Sidney Reilly, quelle del generale francese L. de La-
vergne sono state ricordate in molte opere e da numerose testi­
monianze.

24
intento non è qui di fare la storia di questo terrore, ma di
capirne le origini e di studiare le conseguenze che avrà in
avvenire. Diremo francamente il nostro pensiero. Se i bolsce-
vichi non si fossero comportati in quel modo, la rivoluzione
sovietica sarebbe stata soffocata sicuramente ed oggi non sa­
rebbe più che un ricordo seppellito nella memoria degli uomi­
ni, come la Comune di Parigi. Naturalmente, questo non giu­
stifica gli abusi che essa potè commettere allora, ma una cosa
non si può negare: se non avesse agito così, la rivoluzione
avrebbe dovuto soccombere. E, soprattutto, questo terrore
era diretto contro i nemici del popolo, contro i responsabili
della guerra e delle sue miserie, contro gli speculatori e i
furfanti. E, quindi, non lo si può paragonare al terrore stali­
niano, né nei suoi obiettivi, né nelle sue conseguenze. Inoltre,
non ci si può limitare, come fa ad esempio Solženitsin, a de­
scrivere con compiacimento le atrocità rosse, quando i bianchi
si mostrarono tanto crudeli e implacabili per tutti gli anni del­
la guerra civile. I crimini delle armate di Kornilov, di Denikin,
di Vrangel, di Petljura, di Judenié, di Koléak si contano a
centinaia di migliaia: comunisti torturati e uccisi a Kazan e a
Samara, operai assassinati in massa a Majkop, nel Caucaso,
villaggi incendiati, come quello di Ležuka sul Don, dove i
soldati di Kornilov massacrarono cinquecentosette persone. E
nessuno parla mai dei pogrom avvenuti sotto il governo dei
bianchi (centomila morti in Ucraina secondo un rapporto della
Croce rossa alla Società delle nazioni). Secondo i generali bian­
chi gli ebrei erano infatti i responsabili e i dirigenti della ri­
voluzione... Non vogliamo scusare nulla, ma semplicemente
ricollocare le cose al loro giusto posto. Perché tutto questo si
situò in un ambiente storico radicalmente diverso dal fenome­
no staliniano.
Nel 1921 esistevano alcune istituzioni, strutture e mecca­
nismi che erano sopravvissuti al di là delle necessità e delle
circostanze che avevano dato loro vita. Intendiamo riferirci in
particolare alla polizia politica. La Ceka aveva assunto un’im­
portanza sempre piu grande a causa degli avvenimenti. Arre­

25
stava i sospetti, li giudicava, li mandava a morte senza il mi­
nimo controllo. Le sentenze erano pronunciate in absentia de­
gli accusati. La Ceka controllava la stampa, i libri, gli sposta­
menti di persone, i luoghi pubblici, in altri termini tutto. Di­
sponeva di numerosi effettivi (centinaia di migliaia di perso­
ne) e di poteri discrezionali. La sua funzione non mancava di
suscitare un certo allarme tra gli stessi bolscevichi. Al IX
Congresso panrusso dei soviet — alla fine di dicembre del
1921 — Lenin ne parlò lungamente: « Prima di terminare, mi
permetterò di applicare ancora questo principio — e cioè che
i difetti sono a volte la continuazione delle nostre virtù — ad
un’altra delle nostre istituzioni, ed esattamente alla Commis­
sione straordinaria di tutta la Russia (Ceka) ». E, dopo aver
ricordato i complotti dei nemici interni ed esterni della rivo­
luzione, aggiunse: « Sapete che era impossibile rispondere a
costoro altrimenti che con la repressione, una repressione im­
placabile, rapida, immediata, sostenuta dalla simpatia degli
operai e dei contadini ». « Senza tale istituzione il potere dei
lavoratori non può esistere finché esisteranno al mondo gli
sfruttatori, i quali non hanno intenzione di offrire agli operai
e ai contadini su di un vassoio i propri diritti di agrari e di
capitalisti. Questo lo sappiamo perfettamente, ma sappiamo
anche che i meriti di un uomo possono diventare i suoi di­
fetti, e sappiamo che la situazione che si è creata presso di
noi esige imperiosamente di limitare questa istituzione alla
sfera puramente politica, di concentrare la sua attività su
quei compiti a cui l’ambiente e le condizioni si addicono. »
E, piu avanti, osservava: « Ma nel contempo noi diciamo chia­
ramente che è indispensabile riformare la Ceka, definire le
sue funzioni e la sua competenza e limitare la sua attività ai
compiti politici » (v. 33, pp. 156-157). È dunque chiaro che
per i dirigenti bolscevichi si trattava di una questione im­
portantissima. « La situazione che si è creata presso di noi
esige imperiosamente di riformare la Ceka, di definire le sue
funzioni e la sua competenza. » Non facciamo che riprendere
le stesse parole di Lenin. La sua conclusione era inequivoca­

26
bile: « ...piu urgente diviene la necessità di lanciare la parola
d’ordine decisa di una piu grande legalità rivoluzionaria »
(v. 33, p. 157).
Il congresso votò poi, su proposta di Smirnov, una riso­
luzione che fu adottata all’unanimità. « Il congresso ritiene
che l’attuale consolidamento del potere sovietico all’interno
e all’estero renda possibile concentrare l’attività della Ceka
e dei suoi organi, riservando agli organi giudiziari la lotta
contro i trasgressori delle leggi delle repubbliche sovietiche.
Il congresso dei soviet incarica quindi il presidium del VTsIK
di rivedere al piu presto possibile lo statuto della Ceka e dei
suoi organi nel senso di una riorganizzazione, di una limita­
zione delle loro competenze e di un consolidamento dei prin­
cipi della legalità rivoluzionaria. » Contrariamente a quanto
dice Carr, non si trattava di una manovra tattica, bensì di una
decisione di principio, che però trovò grosse difficoltà di ap­
plicazione. L’8 febbraio 1922 la Ceka venne sciolta e i suoi
poteri trasferiti al commissariato del popolo per gli interni,
il quale creò un’amministrazione politica di Stato (GPU, se­
condo la sigla russa, che, come è noto, si legge Ghepeu). Chiun­
que venisse arrestato doveva essere scarcerato o deferito al tri­
bunale entro due mesi, salvo parere eccezionale del presidium
del VTsIK. Insomma, la guerra civile creò una polizia politica
potente la cui importanza allarmava i dirigenti sovietici. Le
misure prese nel 1922 bastarono a combattere il pericolo di
uno Stato nello Stato? Quale sarà in futuro il peso di questa
polizia politica nella nascita del fenomeno staliniano? Le con­
seguenze della guerra civile furono ancora piu gravi.

In teoria la rivoluzione di ottobre aveva instaurato la « dit­


tatura del proletariato » e la guerra civile l’aveva sanzionata.
Coniata da Marx, l’espressione « dittatura del proletariato »
conteneva un concetto teorico di grande importanza. Questo
concetto contrapponeva la dittatura della borghesia esistente
nella società capitalistica a « un periodo politico di transizio-

27
ne, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzio­
naria del proletariato » 1 e doveva sussistere nel periodo inter­
corrente tra la società capitalista e la società comunista, vale
a dire nel periodo della società socialista. Marx non pensava
però a forme politiche determinate. In Stato e rivoluzione Le­
nin insisteva su due idee complementari: da un lato, la ne­
cessità della dittatura del proletariato nella sua essenza, dal­
l’altro la diversità delle forme politiche di questa « dittatura ».
Del resto, per Marx come per Lenin, si trattava di definire il
contenuto di classe dello Stato, essendo ovviamente, ai loro
occhi, ogni Stato, per definizione, uno strumento di domina­
zione di una classe su un’altra classe (o su tutte le altre). Nel
1922 la rivoluzione e la guerra civile avevano creato un nuovo
Stato che esprimeva la « dittatura del proletariato ». E tutta­
via, la situazione era delle piu singolari. Lenin riconosceva in­
fatti che il proletariato era scomparso (ma non i proletari,
molti dei quali lavoravano nei soviet e nelle organizzazioni del
partito o indossavano l’uniforme dell’esercito rosso o della
Ceka). Essendo scomparso il proletariato, la « dittatura del
proletariato » non poteva essere niente piu che un concetto
astratto. Non meraviglia se in tali condizioni la dittatura del
partito bolscevico si identificasse, de facto se non de jure, con
quella del proletariato. L’esistenza di un partito unico era le­
gata nel 1922 alla storia della guerra civile. Per i partiti di
destra la situazione si era chiarita ben presto a causa della
loro partecipazione immediata, diretta e attiva alla controri­
voluzione. Il partito cadetto, come abbiamo visto, era stato
disciolto, i suoi dirigenti incarcerati o perseguitati, i suoi gior­
nali colpiti d’interdetto (alcuni di loro saranno pubblicati an­
cora a Mosca durante l’estate del 1918, ad esempio lo Svoboda
Rossii).
Quanto agli altri partiti, la situazione era ancora piu com­
plessa. All’indomani della rivoluzione d’ottobre i dirigenti bol-
scevichi respinsero, non senza vivaci discussioni, il progetto

1 K. Marx, Critica al programma di Gotha, scritto nel 1875, in


K. Marx-F. Engels, Opere scelte, Roma, 1964, p. 970.

28
di un blocco socialista che avrebbe compreso socialisti-rivolu­
zionari, bolscevici e menscevichi. I socialisti-rivoluzionari si
erano divisi in due partiti. La destra si pose, fin dall’inizio della
rivoluzione, su posizioni controrivoluzionarie, la sinistra aderì
invece alla rivoluzione. I socialisti-rivoluzionari di sinistra fe­
cero parte ad esempio dal dicembre del 1917 all’aprile del
1918 del Consiglio dei commissari del popolo, rassegnando
poi le dimissioni in segno di protesta contro la firma della pace
di Brest-Litovsk. Comunque, - rimasero membri del Comitato
centrale esecutivo dei soviet fino al luglio 1918, allorché pre­
sero parte ad una insurrezione armata contro i bolscevichi. Fin
dal 14 giugno del 1918 i menscevichi erano stati eliminati dal­
l’Esecutivo centrale dei soviet; ora, subito dopo il colpo di
Stato del luglio 1918, fu la volta dei socialisti-rivoluzionari di
sinistra. Con tutto questo, i partiti non furono messi fuori
legge e qualche giornale continuò ad uscire. Nell’ottobre del
1918 i menscevichi, tennero a Pietrogrado una conferenza du­
rante la quale riconobbero che la rivoluzione di ottobre era
stata storicamente necessaria e condannarono l’intervento stra­
niero mentre, contemporaneamente, chiedevano la fine del
« terrore economico e politico ». Una frazione dei socialisti-
rivoluzionari di sinistra adottò la stessa posizione. Nel novem­
bre del 1918 il VTsIK decise di reintegrare i menscevichi —
fatta eccezione per i gruppi che si erano alleati ai bianchi e
agli interventisti stranieri — e poi, nel febbraio del 1919, i
socialisti-rivoluzionari di sinistra, sempre con la stessa riserva.
Nel 1920 esisteva ancora a Mosca una sede del partito men­
scevico. Comizi menscevichi si tennero nel maggio del 1920.
Nel 1920 il numero dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzio­
nari di sinistra membri dei soviet era ancora relativamente ele­
vato. Noti dirigenti menscevichi, come Dan e Martov, presero
parte addirittura al VII e all’VIII Congresso dei soviet nel
1919 e nel 1920. Solo dopo il marzo del 1921 e l’insurrezione
di Kronstadt le attività dei menscevichi e dei socialisti-rivolu­
zionari di sinistra furono messe al bando. Nel giugno del 1922
si apri a Mosca il processo contro i socialisti-rivoluzionari.

29
r

Sembra che i dirigenti bolscevichi esitassero fino alla fine del


1920 e agli inizi del 1921 sulla posizione da assumere nei con­
fronti dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari.
Kronstadt era il porto militare di San Pietroburgo. I ma­
rinai avevano avuto una parte di primo piano nell’insurrezione
d’ottobre. Nel 1921, approfittando della drammatica situa­
zione del paese sul piano economico, alcuni elementi ostili ai
bolscevichi indissero scioperi urbani e insurrezioni contadine,
trovando un certo appoggio popolare a causa della miseria e
della fame. A Kronstadt la situazione si deteriorò ben presto:
si costituì un « Comitato militare rivoluzionario » che adottò
una piattaforma con parole d’ordine mensceviche, socialiste-
rivoluzionarie ed anarchiche. I bolscevichi decisero di repri­
mere sul nascere questa insurrezione che rischiava di estender­
si a macchia d’olio. Dopo violenti combattimenti l’esercito ros­
so al comando di Trotskij e del giovane generale Tuchačevskij
riuscì a domare la rivolta. Il comportamento dei bolscevichi nel
1921-1922 si spiega in larga misura con il loro timore di ve­
nire sopravanzati da movimenti popolari strumentalizzati dai
nemici del potere sovietico ed estremamente pericolosi data la
tragica miseria della Russia.
La rivolta di Kronstadt li fece propendere verso la repres­
sione. Nel 1922, quindi, il partito bolscevico fini per trovarsi
in una situazione di monopolio del potere. Partito unico, esso
concentrava nelle sue mani la realtà del potere. Del resto, Lenin
lo aveva riconosciuto fin dal 1919: « Si, la dittatura di un
partito », aveva risposto a coloro che la mettevano in discus­
sione. E nel 1922, al X Congresso, aveva precisato: « Si può
esercitate la dittatura del proletariato soltanto attraverso il
partito comunista » (v. 32, p. 183). E il XII Congresso del
partito, nel 1923, dichiarava che « la dittatura del proleta­
riato può essere assicurata unicamente sotto forma della dit­
tatura della sua avanguardia dirigente, e cioè del partito co-
munista ». Formalmente, continuava ad esistere una distin-
' zione tra partito e Stato e, dal punto di vista istituzionale,
i esistevano strutture diverse che godevano di una certa auto­

30
nomia (variabile a seconda del momento, degli uomini e delle
regioni), ma, in realtà, il partito era il nucleo dello Stato
perché tutte le istituzioni gli erano subordinate.
Dopo il 1917 la funzione dei soviet era andata via via at­
tenuandosi. Le stesse necessità della guerra civile spiegano
perché le polemiche si smorzarono a beneficio della disciplina.
Gradualmente i soviet divennero organi di combattimento e di
amministrazione piu che circoli di discussione. Nell’esercito
rosso s’instaurò una disciplina severa, senza la quale esso non
avrebbe potuto sopraffare i bianchi. Quanto alla Ceka, onni­
potente ed onnipresente, essa sembrava confondere cospira­
zione e critica. In proposito ci è rimasta una testimonianza
preziosa: quella dello stesso Lenin. In un testo redatto agli
inizi del 1919 ma pubblicato sulla Pravda solo nel 1926,
Lenin criticava uno scritto di Latsis (un dirigente della Ceka,
« uno dei comunisti migliori, un comunista provato », a detta
dello stesso Lenin). L’articolo di Latsis era uscito sul Krasnyj
terror, il giornale della Ceka di Kazan. Invece di dire che il ter­
rore rosso è la repressione violenta degli sfruttatori che ten­
tano di restaurare il loro dominio, egli cosi scrive a p. 2 del
n. 1 della sua rivista: «Non cercate (!!?) delle prove d’ac­
cusa per accertare se è insorto contro i soviet con le armi in
pugno o con la parola » (v. 28, p. 393). Scrivere cose simili
significava, sempre secondo Lenin, « arrivare a dire delle as­
surdità ». Comunque, era una tendenza frequentemente diffu­
sa a causa della guerra civile. I soviet erano stati svuotati della
loro linfa democratica. A poco a poco prima i socialisti-rivolu­
zionari di destra, poi quelli di sinistra ed infine i menscevichi
ne erano stati totalmente eliminati, come dopo Kronstadt. In­
contestabilmente, . questa trasformazione della funzione dei so­
viet non fu egualmente massiccia dovunque, ma rappresentava
comunque la tendenza largamente dominante.
Mettere in discussione il diritto di parola significa di fatto
impedire ogni democrazia reale. La democrazia non era mai
esistita in Russia prima della rivoluzione, e questa non aveva
potuto instaurarla, malgrado l’esperienza dei pochi mesi del

31
+ )l7, a causa dell’atteggiamento dei bianchi, della borghesia
russa e dell’imperialismo straniero, che avevano scatenato una
implacabile guerra civile per domare la rivoluzione.
Secondo la Costituzione della Repubblica socialista fede­
rativa sovietica di Russia, votata il 10 luglio 1918 e rimasta
in vigore fino al 1936, i soviet ai diversi livelli rappresentava­
no gli organismi essenziali dello Stato, « una nuova forma di
Stato » sul modello della Comune parigina. Il potere supremo
apparteneva teoricamente al congresso panrusso dei soviet e,
nell’intervallo tra le sue sessioni, al Comitato centrale ese­
cutivo di cento membri eletti dal congresso (VTsIK). In real­
tà, però, questi organismi svolgevano le funzioni di parla­
menti. La vera direzione dello Stato era esercitata dal Con­
siglio dei commissari del popolo (Sovnarkom) nominato dal
VTsIK. E tuttavia, il suffragio era tutt’altro che universale,
dal momento che ne erano escluse numerose categorie di citta­
dini: commercianti, intermediari, ecclesiastici e tutti coloro
che non vivevano del loro lavoro (art. 65). Quanto alle mo­
dalità del suffragio, la Costituzione privilegiava il proletariato
urbano a spese dei contadini. Il Congresso panrusso dei soviet
era formato in effetti da rappresentanti dei soviet urbani (un
deputato ogni 25.000 abitanti). Esisteva pertanto un’inegua­
glianza, aggravata per di piu dai meccanismi elettorali in vi­
gore nei soviet di provincia, di governatorato, di distretto e
di cantone. Inoltre, il voto non era segreto. Quanto alle li­
bertà fondamentali, esse erano riservate agli operai e ai con­
tadini poveri, i quali decidevano dell’uso che si poteva farne
a seconda delle circostanze e degli uomini. La libertà d’espres­
sione, quella di riunione e quella di associazione, quindi, non
esistevano realmente. I bolscevichi non pretendevano che la
loro fosse una democrazia politica.
La loro critica alla democrazia borghese non era originale,
ma era stata estesamente sviluppata dal pensiero marxiano. La
democrazia borghese aveva un carattere puramente formale. Se
gli operai avevano ragione di usufruire della democrazia bor­
ghese, non dovevano però farsi alcuna illusione su « la men-

32
zogna, la falsità, l’ipocrisia » che essa esprimeva (v. 28, p. 376).
Lenin non aveva torto di indicarne i limiti e di combattere i
partiti socialisti che se ne erano accontentati. E tuttavia — a
causa delle circostanze e della propria esperienza storica (quel­
la della Russia) — non fu forse portato a sottovalutare l’im­
portanza del fenomeno democratico? La lettura di una nota
redatta nel 1920, Per la storia della questione della dittatura
(y. 31), che riprende testi del 1905-1906, lo lascia pensare.
Certo è che non vide, o non vide abbastanza, fino a qual punto
la dittatura, — vale a dire il potere illimitato extralegale fon­
dato sulla forza, — anche se fa leva sulle masse popolari, an­
che se rappresenta la maggioranza dei lavoratori, può costituire
un pericolo per gli stessi lavoratori. Dittatura non significa
forse, infatti, la possibilità per un uomo (o un gruppo di uo­
mini) di esercitare un’autorità illimitata e di esercitarla male?
In altri termini, la dittatura del proletariato, nella forma nata
in Russia durante la rivoluzione e la guerra civile, conteneva
I in nuce il fenomeno staliniano. Non era inevitabile, ma era
1 possibile, poiché le sue condizioni vennero a crearsi dal mo­
mento in cui non esistevano i meccanismi, le strutture e le
tradizioni democratiche di controllo.
Quanto al partito, del quale abbiamo già considerato il
ruolo reale, la sua situazione nel 1922 era estremamente com­
plessa. I suoi effettivi erano aumentati rapidamente fino al
1921. Nel febbraio del 1917, al momento della rivoluzione
democratica borghese che aveva costretto Nicola II ad abdi­
care, i bolscevichi erano circa 24.000: ebbene, il loro numero
sali a 240.000 nell’agosto dello stesso anno. Nel 1920 si con­
tavano 611.978 comunisti, nel 1921 730.000. Il X Congresso
(marzo del 1921) decise un’epurazione, per cui nel gennaio
del 1922 non restavano piu che 515.000 iscritti. L’aumento
sensibilissimo degli effettivi era dovuto all’adesione di giovani
che avevano partecipato alla rivoluzione e alla guerra civile ed
entravano nel partito sotto la spinta ideale, ma. era dovuto
anche a carrieristi che aderivano al partito per interesse (per­
ché era al potere). L’epurazione del 1921 fu decisa precisa-

33
mente per eliminare questi elementi. Inevitabile nel 1921, la
dittatura rischiava — nella misura in cui non evolveva nel
senso della democrazia — di rivolgersi contro gli stessi uomini
che l’avevano instaurata. Era insieme necessaria e pericolosa.
Nel 1922 i « vecchi bolscevichi » (quelli che avevano ade­
rito al partito nel febbraio del 1917) rappresentavano non piu
del 2 o 3% degli effettivi del partito (il 2% secondo Zinovjev).
Indubbiamente, l’esperienza pratica dei neobolscevichi era con­
siderevole, ma lo stesso non si poteva certo dire per la loro
formazione teorica, oltretutto ben poco favorita dagli avveni­
menti. Sul piano qualitativo il partito era estremamente gio­
vane: il 90% dei suoi iscritti aveva meno di quarant’anni, piu
della metà meno di trenta; inoltre, v’era una fortissima per­
centuale di uomini (solo il 7,5% erano donne). Se contava
il 45% di operai, il 26% di contadini e il 29% di impiegati e
intellettuali (agli inizi del 1923), la ripartizione degli effettivi
nelle cellule rifletteva le trasformazioni sociali cui abbiamo già
accennato. Solo il 18% degli iscritti lavorava nelle cellule del­
le fabbriche (il 30% nelle cellule contadine, il 24% nelle cel­
lule militari e il 19% nelle cellule amministrative). Lo stesso
Lenin osservava il fenomeno in una lettera a Molotov del 26
marzo 1922: « Non v’è dubbio che nel momento attuale il
nostro partito è insufficientemente proletario per la sua com­
posizione » (v. 33, p. 232). E ne ricavava la seguente con­
clusione:
■n Se non si vuole chiudere gli occhi dinanzi alla realtà,
bisogna riconoscere che attualmente la politica proletaria del
partito è determinata non dalla sua composizione, ma dall’au­
torità immensa e intatta di quel ridottissimo strato che si può
definire la vecchia guardia del partito » {ibidem, p. 233).
Il partito bolscevico aveva vissuto nella clandestinità fino
alla rivoluzione, anche se dopo la rivoluzione del 1905 aveva
potuto sfruttare talvolta le possibilità legali. I suoi militanti
avevano conosciuto per lo piu il carcere, la deportazione in
Siberia, l’esilio. E queste condizioni non avevano certo prepa­
rato il partito ad un’esistenza democratica. Piu tardi, ad aggra­

34
vare le cose sotto questo profilo, sopraggiunsero la rivoluzione
e la guerra civile. La democrazia fiorisce nei tempi di pace, ma
intiSichisce nei periodi travagliati.
Non mancarono dibattiti appassionati negli organismi di­
rigenti (ad esempio al momento della preparazione della rivo­
luzione di ottobre e subito dopo, al momento della firma del
trattato di Brest-Litovsk e all’indomani della guerra civile, a
proposito della Nep e della funzione dei sindacati, ma le de­
cisioni rimanevano monopolio di pochi. In guerra la disci­
plina e il comando si sostituirono logicamente, per le esigenze
del momento e per una maggiore efficacia delle operazioni, alla
discussione pubblica. Uno dei motivi dei successi riportati dai
bolscevichi fu precisamente la loro capacità di centralizzazione,
di decisione e di esecuzione. Il loro modello era quello dei gia­
cobini del 1793. Le decisioni adottate al X e XI Congresso del
partito confermarono questo orientamento. Per esempio, per
essere eletti membri del Comitato centrale bisognava essere
stati membri del partito prima della rivoluzione di febbraio.
La direzione era quindi riservata ad appena il 2% degli iscritti
al partito, e cioè a circa diecimila persone. Allo stesso modo,
per essere eletti segretari di cellula, bisognava aver partecipato
alla guerra civile; per essere eletti segretari regionali bisognava
essere stati membri del partito prima della rivoluzione di ot­
tobre. Il testo della risoluzione del dicembre 1922 della XI
Conferenza nazionale del partito comunista di Russia, ratificato
all’XI Congresso, è estremamente preciso al riguardo *. « Le or­
ganizzazioni di partito debbono prestare particolare attenzione
ai segretari provinciali e distrettuali e scegliere per i posti di
segretari dei comitati provinciali compagni iscritti al partito
prima della rivoluzione dell’ottobre 1917 e per quelli di segre­
tari dei comitati distrettuali compagni che abbiano almeno tre
anni di anzianità nel partito. La conferenza auspica che le ele­
zioni a segretario provinciale e distrettuale siano ratificate dalle
istanze supreme del partito. »

1 II testo si trova nel verbale stenografico dell’XI Congresso,


PP- 554 e sgg.

35
Anche le elezioni nei sindacati dovevano avvenire sotto il
controllo del partito. « La conferenza reputa necessario che i
presidenti e segretari dei comitati centrali dei sindacati desi­
gnati dalle frazioni comuniste siano stati membri del partito
prima della rivoluzione di ottobre e che i segretari dei con­
sigli dei sindacati provinciali siano membri del partito da
almeno tre anni. »
È vero che negli organismi dirigenti si discuteva molto, ma
il X Congresso aveva finito per eliminare le frazioni di fronte
al pericolo sin troppo reale di una scissione all’interno del par­
tito. Come contrappeso a questa misura, il congresso aveva
deciso di pubblicare un foglio di discussioni, destinato per
l’appunto a stimolare il dibattito all’interno del partito senza
tuttavia ricreare quelle frazioni che sarebbero state, ed erano
già, dei partiti nel partito. Il centralismo democratico impli­
cava e il centralismo e la democrazia. Troppa democrazia
avrebbe minato il partito e l’avrebbe portato alla disfatta.
Troppo centralismo rischiava di uccidere la democrazia e di
provocare il fenomeno staliniano.
Questo il terreno storico sul quale si sviluppò il sociali­
smo nell’Unione Sovietica *. Nel novembre del 1922 lo stesso
Lenin sollevava questo drammatico dilemma: « Per cinque
anni siamo stati soli; la rivoluzione negli altri paesi non è
ancora avvenuta; guerra e fame. Andare a picco? » (v. 36,
p. 421). La rivoluzione socialista era stata repressa in tutti i
paesi europei per motivi diversi: qui perché la borghesia ave­
va conservato forze sufficienti (come in Germania), là perché
l’intervento straniero aveva permesso di liquidarla (come in
Ungheria). La storia non si fa con la matematica. Le circo­
stanze e gli uomini vi svolgono un ruolo fondamentale. Sotto
un certo punto di vista, la rivoluzione avrebbe dovuto avere
maggiori probabilità di trionfare in Germania, in considera-

1 II 30 dicembre 1922 venne fondata l’Unione delle repubbliche


socialiste sovietiche grazie all’associazione della RSFSR (Russia), della
RSS di Ucraina, della RSS di Bielorussia e della RSS della Trans­
caucasia.

36
zione del forte sviluppo delle forze produttive, dell’importan­
za numerica della classe operaia e dell’alto livello culturale
delle masse. I bolscevichi avrebbero potuto essere sconfitti
militarmente da Denikin o da Kolčak. Gli spartachisti avreb­
bero potuto trionfare nel 1919. Da questo punto di vista,
non esiste alcuna fatalità storica. È troppo comodo scrivere
la storia come se gli eventi avessero dovuto svolgersi neces­
sariamente come si svolsero... A partire da una determinata
situazione storica, esistono numerose virtualità ed è qui che
assumono tutta la loro importanza il concatenarsi delle cir­
costanze, la funzione degli uomini, delle masse, delle perso­
nalità. Nel 1922 l’Unione Sovietica era ormai nata e, uscita
esangue da tante prove, dovette imboccare da sola una stra­
da nuova, quella del socialismo. Il socialismo dovette edifi­
carsi in condizioni di estrema difficoltà, con un popolo a bran­
delli e senza cultura, esausto da otto anni di guerra e circon­
dato da Stati ostili.
Il fenomeno staliniano può spiegarsi ed essere compreso
solo tenendo conto di questo preciso terreno storico.

37
II. Nascita del fenomeno staliniano

Ormai padroni del potere dopo la guerra civile, i bolsce-


vichi si trovarono a dover affrontare problemi terribili. In­
nanzitutto, dovevano ricostruire il paese senza aiuti esterni.
Fu proprio questo il fine della Nep. La Nuova politica eco­
nomica rappresentava ad un tempo una necessità dettata dalle
circostanze ed una politica a lungo raggio destinata a creare
una economia socialista, ancora inesistente nel 1922. Lenin
aveva riconosciuto l’errore commesso nel 1918 con la deci­
sione di realizzare un passaggio immediato alla produzione e
alla ripartizione comuniste (v. 33, p. 48). In simili condi­
zioni, la Nep significava sostituire i prelievi nelle campagne
con l’imposta e, in larga misura, « passare alla restaurazione
del capitalismo » {ibidem, p. 50). Il commercio interno tor­
nava ad essere libero. La piccola industria privata rinasceva
(fino a ventuno operai). L’eredità veniva ripristinata, sia pu­
re entro certi limiti (fino a 10.000 rubli oro). Economia di
transizione, la Nep vedeva coesistere sotto l’egida dello Stato
socialista modi di produzione diversi, e in particolare il capi­
talismo di Stato. I dirigenti sovietici sanzionarono addirittura
il principio di concessioni al capitalismo straniero (valevoli
per trenta anni). Questa politica aveva i suoi rischi, tra l’al­
tro che il capitalismo finisse con l’avere il sopravvento sul
socialismo nell’economia e nella società, ma lo Stato socialista
conservava i trasporti, la grande industria, il monopolio del
commercio estero e del credito.

38
Partendo dalla costatazione che il contadino medio pre­
dominava nell’economia agricola, e quindi nell’intera econo­
mia sovietica, i dirigenti sovietici decisero di fondare la loro
politica sull’interessamento materiale dei contadini allo svi­
luppo della produzione. La creazione di una vera economia
socialista avrebbe richiesto, secondo Lenin, decine di anni,
« generazioni ». La Nep favori una certa rinascita del capi­
talismo. Rafforzò nelle campagne le posizioni dei contadini
ricchi, i kulaki. Arricchì piccoli industriali, piccoli commer­
cianti, sensali, i cosiddetti ne-pmen. Contemporaneamente, pe­
rò, favori lo sviluppo delle forze produttive. La produzione
agricola aumentò e l’industria progredì, anche se in propor­
zioni minori. La popolazione subi un incremento pari a quello
prebellico. Insomma, la Nep fu una politica di ricostruzione
economica che portò i suoi frutti e favori l’indispensabile ri­
presa economica.
Al tempo stesso, migliorarono in certa misura le relazioni
con l’estero. L’URSS firmò trattati commerciali con molti Sta­
ti capitalistici che seguirono l’esempio della Gran Bretagna
(firmataria, il 16 marzo 1922, di un trattato commerciale con
l’URSS). Fu riconosciuta da molte potenze (dalla Francia nel
1924, ma dagli Stati Uniti solo nel 1932). Partecipò nuova­
mente a conferenze internazionali, dopo quelle di Ginevra del
1922, trasse profitto dalle contraddizioni esistenti tra i paesi
capitalistici (firma del trattato di Rapallo con la Germania,
nel 1922), appoggiò ed aiutò i movimenti antimperialistici
(ad esempio la Turchia di Mustafà Kemal). Insomma, ebbe
inizio allora, come disse Trotskij, « un lungo periodo di coesi­
stenza pacifica e di seria cooperazione con i paesi borghesi ».
Il mondo del capitalismo continuò tuttavia ad erigere in­
torno all’URSS un cordone sanitario, vale a dire una cintura
di Stati anticomunisti che dovevano impedire ai « miasmi del
bolscevismo » di « appestare » l’Europa (Polonia, Ungheria,
Romania, Bulgaria), e continuarono anche a rifiutare un vero
aiuto economico, a preparare attivamente il crollo del nuovo

39
assetto. È significativo in proposito il fallimento della poli­
tica delle concessioni. Pochissime furono le società capitali­
stiche che si lanciarono nell’avventura: si assistette di fatto
ad un vero e proprio boicottaggio del mercato sovietico. Fu
questo boicottaggio ad imporre all’Unione Sovietica l’au­
tarchia.
Se la politica economica era stata profondamente modifi­
cata dopo il 1921, lo stesso non si può dire per l’esercizio
della dittatura da parte dei bolscevichi, che andò piuttosto
rafforzandosi proprio a causa del maggior liberalismo econo­
mico e dei pericoli che esso comportava. Né, sotto questa ango­
lazione, va sottovalutata l’importanza dei fatti di Kronstadt.
Il rinvigorimento della disciplina di partito seguito al X e XI
Congresso significò la scomparsa della frazione dell’« opposi­
zione operaia » animata da Sljapnikov e da Aleksandra Kol-
lontaj, che tutti i dirigenti bolscevichi avevano condannato
con vigore. Fu Trotskij, ad esempio, a pronunciare la requi­
sitoria all’XI Congresso e davanti all’Internazionale comu­
nista. Fu sempre lui, il 16 maggio 1922, sulla Pravda, a giu­
stificare l’esistenza dèi partito unico e le misure repressive.
« Queste misure di repressione non raggiungono il loro sco­
po quando un governo ed un regime anacronistico le dirigo­
no contro forze storicamente nuove e progressiste, ma, in
mano ad un governo storicamente progressista, esse possono
divenire mezzi efficacissimi per ripulire la scena politica delle
forze sorpassate che sopravvivono a se stesse. » Come aveva
osservato Lenin pressappoco nello stesso momento, « il po­
tere è conquistato, consolidato in mano ad un solo partito,
quel partito del proletariato che non ha nemmeno, al suo
fianco, compagni di strada poco sicuri ».
Il partito bolscevico, solo al potere, divenne un partito
unico. La mancanza di alleati anche incerti gli rendeva il
compito al tempo stesso piu facile e piu difficile: piu fa­
cile quanto all’efficacia immediata, piu difficile quanto allo
sviluppo della democrazia per l’avvenire. Esisteva quindi

40
una contraddizione tra la vittoria militare dell’esercito ros­
so e le difficoltà del regime con le masse. Da un lato, la
Nep doveva guadagnargli l’appoggio dei contadini. Dall’al­
tro, la dittatura e la repressione dovevano fare il resto.
Non v’era alternativa se non l’abbandono del potere. Il che
era logicamente escluso. E nessuno pensava a proporlo. Stan­
do cosi le cose, è chiaro che il conflitto nell’« esiguo strato
dirigente » rischiava seriamente di mettere in pericolo il re­
gime sovietico.
Troppo spesso si ritiene che questo fosse forte nel 1922
solo perché aveva vinto sui campi di battaglia. In realtà,
non fu mai tanto debole come in quel momento nel quale
appariva tanto potente. La malattia di Lenin, il suo for­
zato abbandono dell’attività politica e poi la sua morte do­
vevano rendere ancora piu drammatica la situazione ’. Spie­
gare il fenomeno staliniano con la scomparsa prematura di
Lenin sarebbe peccare di superficialità. « Ah, se Lenin non
fosse morto! », si legge troppo spesso. Rimane però il fatto
che, nelle condizioni che presiedettero alla nascita del feno­
meno staliniano, la morte di Lenin a soli cinquantaquattro
anni ebbe un peso ben preciso. La funzione di Lenin ne­
gli eventi della rivoluzione e della guerra civile fu consi­
derevole. Lenin non creò l’evento, ma forzò il destino con
la sua lungimiranza, il suo realismo, la sua tenacia. Con­
trariamente a quanto si fa troppo spesso, non bisogna idea­
lizzare il personaggio. Privo dell’alone mistico del quale vie­
ne circondato, egli appare ancora piu grande. Lenin era un
uomo dall’energia implacabile, uno statista che nulla riusci­
va a fermare quando era in gioco il destino della rivoluzione.
Fino ad allora tutte le rivoluzioni erano state sconfitte per­
ché non erano state portate fino in fondo. Lenin aveva ca-

1 Lenin ebbe un primo attacco di emiplegia il 25 maggio 1922.


Riprese a lavorare nel mese di settembre, ma ebbe un secondo
attacco il 16 dicembre 1922 ed un terzo il 10 marzo 1923. Da
allora, completamente paralizzato, dovette sospendere ogni attività.
Mori il 21 gennaio del 1924.

41
pito che non bisognava « rinunciare ai metodi dittatoriali
per affrettare questa assimilazione [...] per quanto riguarda
i costumi occidentali, con la Russia barbara, senza fermarsi
di fronte ai mezzi barbari di lotta contro la barbarie » (v.
32, p. 314). Si commette spesso l’errore di giudicare quel
periodo, quel paese, quella rivoluzione rifacendosi alla pro­
pria esperienza storica e ai propri criteri. Niente di piu
sbagliato. Nemmeno la rivoluzione francese del 1789 baste­
rebbe a spiegare quegli avvenimenti. Inoltre, dopo il 1945,
nonostante le guerre coloniali e locali, nonostante la guerra
fredda, il mondo ha conosciuto un periodo di pace generale
(e la Francia un periodo di pace interna nonostante alcuni
gravi momenti di tensione). Ben diversamente stavano le
cose nel 1917. La guerra infieriva provocando sofferenze
senza precedenti per decine di milioni di uomini. Alla mi­
seria si aggiungevano le distruzioni della guerra, di una guer­
ra totale e implacabile che coinvolgeva anche le popolazioni
civili.
Lenin rivolgeva tuttavia il suo rigore contro la borghe­
sia e lo limitava a taluni casi ed individui, senza coin­
volgere il popolo. Al momento dàlia preparazione della ri­
voluzione d’ottobre, alla vigilia della firma del trattato di
Brest-Litovsk, era stato messo in minoranza nel suo stesso
partito, e cosi avvenne ancora piu volte, ad esempio nel
1921, all’inizio della discussione sui sindacati. Lenin amava
la polemica e non esitava ad esprimere brutalmente la pro­
pria opinione sugli altri, ma nelle discussioni non sostituiva
mai la repressione alla battaglia ideale e non serbava mai a
lungo dell’animosità contro coloro che criticava.
Nonostante le sue violente discussioni con Trotskij dal
1902 al 1914, collaborò quotidianamente con lui dal 1917
al 1923 perché conosceva le sue altissime qualità e pensava
fosse preferibile impiegarle al servizio della rivoluzione. Com­
batte Kamenev e Zinovjev, che erano stati contrari alla ri­
voluzione d’ottobre, ma continuò a collaborare con loro alla

42
direzione del partito. Criticò violentemente Bucharin, dive­
nuto un « comunista di sinistra » al momento della firma
del trattato di Brest-Litovsk, ma continuò a stimarlo e a
lavorare con lui. Grande era la sua autorità tra i bolscevichi,
che aveva condotti alla vittoria, tra gran parte del popolo,
tra gli operai e i piccoli contadini che vedevano in lui un
uomo fedele ai suoi ideali e che si batteva per difendere i
loro interessi. Nel suo ultimo anno di attività aveva indi­
viduato con acutezza e realismo i pericoli che minacciavano
il regime sovietico. Alcuni provenivano dai suoi avversari, i
quali speravano — grazie alla Nep — in una restaurazione
pacifica del capitalismo, altri provenivano dalla stessa poli­
tica bolscevica nelle precise condizioni del momento. E quin­
di, ci sembra opportuno riflettere con Lenin: i suoi testi
del 1921-1922 ci chiariscono le origini, la nascita, lo svi­
luppo del fenomeno staliniano. La sua preoccupazione era
determinata in primo luogo dal fenomeno burocratico, un
rigurgito dell’epoca zarista stimolato dalle condizioni in cui
veniva esercitato il potere. Lenin non si faceva illusioni sul­
le difficoltà dell’edificazione socialista. L’impresa sarebbe sta­
ta lunga e complessa. L’apparato statale era invaso da ex
funzionari zaristi. Si verificava un netto rigurgito della prassi
dello Stato zarista, come la « bustarella » e la totale man­
canza di efficacia dovuta alle lungaggini burocratiche. Que­
sta situazione era dovuta alla debolezza politica ed ideale
del partito, nonostante l’epurazione compiuta dopo il X Con­
gresso, e all’arretratezza culturale. E quest’ultima non era
semplicemente una questione d’istruzione. È vero, bisognava
liquidare l’analfabetismo, ma bisognava andare ben piu avanti
e realizzare quella che Lenin chiamava una « rivoluzione cul­
turale », vale a dire una trasformazione delle mentalità e
dei comportamenti: e questo era molto piu difficile. Ben
piu difficile e lungo che non il successo politico o la vitto­
ria militare. Bisognava distruggere la « barbarie » nei costu­
mi e nelle mentalità.

43
Questa idea della « barbarie russa » ritorna come un
leit-motiv in tutti gli ultimi scritti di Lenin, compresa la
sua analisi dei processi rivoluzionari fuori di Russia. I gran­
di paesi capitalistici sviluppati d’Occidente potevano giun­
gere al socialismo in modo civile, dichiarò piu volte, ma la
Russia presentava ben altre caratteristiche. In Russia era
piu facile per il proletariato prendere il potere, ma più dif­
ficile costruire il socialismo: e la storia doveva illustrare
tragicamente questa verità ’...
In un articolo intitolato Sulla cooperazione Lenin indicò
con forza1 2 la necessità di far partecipare la popolazione al
« regime cooperativo ». Il contadino « commercia ora alla
maniera asiatica, ma per saper essere un buon mercante bi­
sogna commerciare all’europea. Da ciò lo divide un’intera
epoca » (v. 33, p. 431). Secondo Lenin, dopo il 1917 il
centro di gravità si era spostato verso il lavoro culturale,
e questo rendeva necessario « trasformare il nostro apparato
statale, che proprio non vale nulla » e condurre un « lavoro
culturale in favore dei contadini ». E precisava addirittura
che era « impossibile organizzare tutta la popolazione in coo­
perative senza una vera rivoluzione culturale ». Ai nemici
della rivoluzione, secondo i quali « intraprendiamo una opera
insensata nel voler impiantare il socialismo in un paese che
non è abbastanza colto », Lenin rispondeva: « Da noi il
rivolgimento politico e sociale ha preceduto il rivolgimento
culturale, la rivoluzione culturale di fronte alla quale pur
tuttavia oggi ci troviamo », ma « per noi questa rivoluzione
culturale comporta delle difficoltà incredibili, sia di carattere
puramente culturale (poiché siamo analfabeti), che di carat­
tere materiale (poiché per diventare colti è necessario un
certo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, è necessa­
ria una certa base materiale) » [ibidem, pp. 434-435). È que­

1 Discorso al VII Congresso del PCR (v. 27).


2 Redatto il 4 e 6 gennaio 1923, fu pubblicato sulla Pravda solo
il 26 e 27 maggio 1923.

44
sto il vero « testamento di Lenin »: andare a scuola dal­
l’Occidente, ricorrere al capitalismo di Stato, sviluppare la
cooperazione, combattere la burocrazia, operare in tal modo
una vera e propria rivoluzione culturale, stimolare la pro­
duzione, e il tutto a partire da uno Stato socialista, e con
pazienza, « perché questo richiederà dieci... vent’anni » (ma
non sottovalutava l’ampiezza delle difficoltà internazionali?).
Siamo ben lontani dalle tesi maoiste sulla « rivoluzione cul­
turale », che tendono a respingere i modelli occidentali di
cultura, di consumo e di organizzazione ed introducono la
idea di una riforma morale. Ciò non significa che essa non
fosse necessaria agli occhi di Lenin, ma solo come un ele­
mento del processo di modificazione del comportamento de­
gli uomini, reso possibile dal socialismo. Lenin era consa­
pevole del fatto che il passato, « sebbene abbattuto, non è
stato superato » (ibidem, p. 445) e costatava: « In tutti i
campi delle relazioni sociali, economiche e politiche noi sia­
mo ” terribilmente ” rivoluzionari. Ma quando si tratta di
rispettare i gradi, di osservare le forme e i riti amministra­
tivi, il nostro ” rivoluzionarismo ” è spesso sostituito dal piu
stantio tradizionalismo. In questo campo si può osservare
spesso un fenomeno interessante: il grandioso balzo in avanti
nella vita sociale si unisce ad una mostruosa timidezza di
fronte ai piu piccoli cambiamenti » (ibidem, p. 454).
Quello che indubbiamente Lenin non seppe vedere abba­
stanza chiaramente — per mancanza di sufficiente esperienza
storica — fu il rapporto che si doveva stabilire tra l’am­
piezza del fenomeno burocratico e il sistema politico sovie­
tico così come funzionava nel 1922, col partito unico, il
ruolo della Ceka (e poi della Ghepeu) e dell’esercito rosso,
la minore funzione dei soviet ed il basso livello di vita de­
mocratica a tutti i livelli del partito e dello Stato. Nel 1922
questi diversi fattori esistevano indipendentemente gli uni
dagli altri. Talvolta procedevano in modo parallelo, ma non

45
coincidevano mai. Il fenomeno staliniano sarebbe nato pre­
cisamente dalla loro confluenza.

Lenin era allarmato, anche, dai pericoli di una scissione


all’interno dell’« esiguo strato dirigente » del partito e dello
Stato. Ed è proprio qui che entra in scena Stalin, assente
finora dalla nostra analisi perché fino al 1922 il suo ruolo
rimase importante ma secondario. Nato nel 1879, di origine
georgiana, Iosif Vissarionovič Džugašvili proveniva da una
famiglia povera (i genitori erano rimasti servi fino al 1861).
Dopo aver frequentato la scuola religiosa (ortodossa), a quin­
dici anni entrò nel seminario ortodosso di Tbilisi (Tiflis in
persiano), un centro ricco di fermenti antirussi, nazionalisti
georgiani e liberali. Il giovane Džugašvili pubblicò alcuni
versi in una rivista nazionalista, VIberja, sotto lo pseudo­
nimo di Soselo. Lesse molti romanzi francesi, inglesi e russi,
opere di economia, di sociologia, di politica. A diciannove
anni aderì ad un gruppo socialista moderato clandestino,
il Messame Dassy (3° gruppo). Dal seminario fu espulso
perché non assisteva alle lezioni. In un rapporto del ret­
tore del seminario in data 29 settembre 1898 si poteva
leggere: « Alle nove del mattino un gruppo di studenti era
raccolto nella sala da pranzo intorno a Josif Džugašvili, che
leggeva ad alta voce libri proibiti dalle autorità del semi­
nario ». Qualche settimana dopo, un altro rapporto affer­
mava: « Džugašvili è generalmente irrispettoso e insolente
verso le autorità ». Rimasto senza lavoro, impartì lezioni
private, quindi, per alcuni mesi, occupò un posto modesto
di impiegato presso l’osservatorio di Tbilisi. Nel 1901 le sue
attività politiche lo costrinsero alla clandestinità. Da quel
momento la sua esistenza fu tutt’uno con quella del Par­
tito operaio socialdemocratico di Russia. Fin dalla fine del
1901, redattore di un giornale clandestino, Brdzola (La lotta),
appoggiò le idee sviluppate da Lenin sdB’lskra. Dal 1901

46
al 1917 conobbe a piu riprese il carcere, la deportazione
in Siberia, l’esilio. Rivoluzionario di professione, si rivelò
ad un tempo un militante devotissimo ed un abile giorna­
lista, propagandista e organizzatore bolscevico. Molte cose
false sono state scritte sulla sua attività di militante; si è
detto addirittura che sarebbe stato un agente dell’Ocbrana
(la polizia politica zarista) h Nulla permette di affermarlo
allo stato attuale delle nostre informazioni. In realtà, fu un
militante provato ed ebbe un ruolo importante nel Caucaso,
in Georgia e nell’Azerbajdžan (a Baku) per molti anni. Par­
tecipò attivamente alla rivoluzione del 1905 e diresse quindi
le brigate di lotta bolscevica che organizzarono gli « espro­
pri », e cioè attacchi a mano armata per procurare finanzia­
menti ai fondi di guerra dei bolscevichi.
Uscito finalmente dall’ambito del Caucaso, partecipò nel
1905 alla conferenza nazionale del partito organizzata a Tam­
merfors, in Finlandia, e poi al congresso di Stoccolma del
1906 e a quello di Londra del 1907. Nel 1912 fu cooptato
nel Comitato centrale del partito bolscevico12 e incaricato del­
l’organizzazione del partito in Russia nonché dell’edizione di
un giornale legale, la Pravda.
Quello stesso anno, Lenin lo chiamò a Cracovia (città
polacca allora occupata dall’Austria) per lavorare sul proble­
ma delle nazionalità e quindi lo inviò a Vienna per rappre­
sentare il partito. In tutto, Stalin rimase all’estero sei mesi.
È chiaro dunque che la sua esperienza alla vigilia della ri­
voluzione era ricca e molteplice, anche nel campo dei rap­
porti internazionali. Certo, visse all’estero meno di Lenin,
Trotskij, Bucharin, Zinovjev e Kamenev, comunque aveva viag­
giato in Europa. La stima che Lenin provava per lui trova
conferma in una lettera inviata da Vladimir Ilič a Gorkij,
nella quale parlava « del meraviglioso georgiano » che stava

1 A. Orlov (transfuga sovietico negli USA), The secret History


of Stalin's crimes, London, 1954.
2 II CC comprendeva sette membri e cinque candidati.

47
preparando un’opera poi pubblicata sotto il titolo La questione
nazionale e la socialdemocrazia. Arrestato poche settimane
dopo il ritorno in Russia, fu deportato nella Siberia setten­
trionale su denuncia di un agente dell’Ochrana, Malinovskij,
che, dopo essere riuscito a penetrare nelle file bolsceviche,
era divenuto membro del Comitato centrale. In Siberia ri­
mase fino alla caduta dello zarismo, nel marzo del 1917.
In realtà, non si sa gran che della vita reale di Džugašvili du­
rante tutto questo periodo. Modesto e ostinato, aveva rag­
giunto, con la sua devozione e l’efficacia della sua attività, i
vertici della gerarchia del partito, ma, poiché evitava deli­
beratamente di mettersi in mostra, non aveva particolarmen­
te colpito gli uomini che lavoravano con lui. Tutt’al piu
si può osservare che si era scelto dei soprannomi piuttosto
altisonanti. Oltre ai nomi propri d’uso corrente, ad esem­
pio Ivanovič, provò per molti anni il bisogno di assumere
come pseudonimo quello di Koba (l’Indomabile), un eroe
leggendario della Georgia medioevale, e nel 1923 quello di
Stalin (Acciaio) sotto il quale doveva entrare nella storia
alla stregua di un Alessandro, di un Giulio Cesare e di un
Napoleone. La scelta di questi pseudonimi evidenzia in cer­
to qual modo i pensieri reconditi di quest’uomo taciturno
che talvolta rendeva perplessi gli stessi compagni di depor­
tazione. « È un bravo ragazzo, ma un po’ troppo individua­
lista nella vita quotidiana », scriveva Sverdlov, il futuro pre­
sidente del Comitato centrale esecutivo dei soviet, nel marzo
del 1914 da Kurejka, dov’era deportato con Stalin. E nel
maggio dello stesso anno aggiungeva: « Nonostante tutto,
— ed è questo l’elemento piu triste dell’esilio — un uomo
viene messo a nudo e si rivelano i suoi punti deboli. Oggi
il mio compagno ed io viviamo in appartamenti separati
e ci vediamo poco»1. Sposato giovanissimo con Ekaterina

1 Cit. da Roy Medvedev, Lo stalinismo, Milano, 1972.

48
Svanidze, nel 1905 rimase vedovo e padre di un bambino
che fu allevato dai nonni. La sua vita personale sembrava
estremamente limitata. Non aveva amici, non aveva donne.
Rimase solo per tutti i molti anni di deportazione nel nord
della Siberia. Tutto il suo tempo era dedicato alla lettura:
vorremmo sapere di quali libri, ma non si hanno notizie
in proposito. Si sa soltanto che cercò di apprendere l’espe­
ranto, ma senza successo, e che non conosceva altre lingue
oltre il georgiano e il russo. Paragonata a quella degli altri
dirigenti della rivoluzione, non si può dire che la sua cul­
tura fosse considerevole. Era un uomo dai gusti semplici.
Non amava la buona tavola, ma in compenso gli piaceva la
vodka. Non era veramente interessato né al denaro né alle
donne. Le sue sole passioni erano la rivoluzione e il potere.
L’una gli doveva portare anche l’altro. E tuttavia, la sua
vita aveva delle caratteristiche che si riveleranno essenziali
in avvenire. Uscito da un ambiente modesto rispetto agli
altri dirigenti della rivoluzione, conosceva il popolo e le sue
reazioni. Affondava le sue radici in quel recentissimo pas­
sato in cui esisteva ancora il servaggio. Come ha scritto lo
storico francese A. Leroy-Beaulieu: « Per la maggior parte
del popolo il Medioevo dura ancora »; e questo Džugašvili
lo sapeva benissimo, non solo in teoria, ma concretamente,
dall’ambiente socio-culturale nel quale era cresciuto. Studente
di teologia fino ai diciannove anni, aveva conservato dai tem­
pi del seminario la tradizione ortodossa laicizzata, spogliata
dei suoi attributi mistici e religiosi: ed anche questo lo avvi­
cinava al popolo. Il suo stile, affine a quello della liturgia
ortodossa, sarà sempre semplice e accessibile al piu arretrato
muzik.
Convocato davanti ad un consiglio di revisione alla fine
del 1916, fu esentato dal servizio militare per una lieve
infermità al braccio sinistro. Con la caduta dello zarismo,
la sua vita doveva cambiare radicalmente. Aveva allora tren­
totto anni. Le prove della vita siberiana l’avevano reso an­

49
cora più scarno. Non molto alto (1,67 metri), magro, il
suo viso era deturpato dal vaiolo: fisicamente non era mol­
to attraente.
Finalmente, nel 1917 la rivoluzione si mise in cammino,
10 zarismo fu abbattuto. Stalin fu liberato e tornò dalla
Siberia a Pietrogrado con uno dei tanti convogli di deportati
politici entusiasticamente acclamati per tutto il percorso. Il
27 marzo giunse a Pietrogrado contemporaneamente a Ka­
menev, ma molto prima di tutti i capi storici della rivo­
luzione... Il suo ruolo era rilevante, ma non occupò il primo
posto nella storia di quel periodo, contrariamente a quanto
affermarono piu tardi molti agiografi che lo presentarono co­
me il discepolo migliore di Lenin e il piu vicino a lui. Ap­
pena tornato, assunse la direzione della Pravda insieme con
Kamenev ed occupò una posizione centrista nei dibattiti sul­
l’avvenire della rivoluzione, accettando persino l’apertura di
negoziati sull’unità socialista con i menscevichi e proponendo
una neutralità critica nei confronti del governo provvisorio.
Fu questo spirito « conciliatore » che Lenin denunciò fin dal
suo arrivo a Pietrogrado, il 16 aprile. Di fronte alle criti­
che di Lenin, Stalin fece marcia indietro e da quel momento
in poi appoggiò sempre Vladimir Ilič. Nel mese di maggio
fu eletto al Comitato centrale di nove membri che dirigeva
11 partito. Nel luglio e nell’agosto del 1917 si trovò a capo
della direzione del partito (molti dirigenti erano stati arre­
stati e Lenin era partito per entrare nella clandestinità). Quan­
do Lenin propose al Comitato centrale di preparare l’insur­
rezione, Stalin fu uno dei suoi piu decisi sostenitori, insieme
con Sverdlov e Trotskij, contro l’opposizione di Zinovjev e
di Kamenev. Il 2 novembre (20 ottobre) fu eletto all’Ufficio
politico, creato su proposta di Dzeržinskij (il futuro dirigente
della Ceka) con Lenin, Zinovjev, Kamenev, Trotskij, Sokol-
nikov e Bubnov *. Fece parte del Comitato militare rivolu-

1 Tutti uccisi, tranne Lenin, durante la repressione di massa


degli anni trenta, per ordine di Stalin.

50
zionario del soviet di Pietrogrado, ma vi svolse un ruolo
subalterno rispetto a Trotskij. Lui stesso riconobbe in se­
guito la funzione determinante svolta da Trotskij in un arti­
colo pubblicato sulla Pravda per il primo anniversario del­
l’Ottobre: « Tutto il lavoro pratico concernente l’organizza­
zione della rivolta fu realizzato sotto la direzione del com­
pagno Trotskij, presidente del soviet di Pietroburgo. Si può
affermare con certezza che il partito deve principalmente al
compagno Trotskij la rapidità con la quale la guarnigione è
passata al soviet e l’efficacia con cui è stato organizzato il
lavoro del Comitato militare rivoluzionario ».
Dopo la rivoluzione d’ottobre divenne commissario del
popolo per le nazionalità, una carica importante ma non di
primissimo piano. Grazie però all’appoggio dato a Lenin
nelle difficili discussioni seguite all’insurrezione, potè essere
eletto all’esecutivo (di quattro membri) incaricato di dirigere
il partito (con Lenin, Sverdlov e Trotskij), e al consiglio ri­
stretto dei commissari del popolo (con Lenin e Trotskij). In
tutto il periodo compreso tra il novembre del 1917 e la
fine della guerra civile, l’attività di Stalin fu considerevole
ma discreta. Nelle fotografie dell’epoca, — riunioni dei co­
mitati centrali o del Consiglio dei commissari del popolo,
— lo si riconosce appena, tanto si mette in secondo piano,
esile silhouette dagli enormi baffi, seduto modestamente al­
l’ombra dei dirigenti piu famosi. Il nostro intento non è
di scrivere una biografia di Stalin o di discutere sui suoi
meriti o su quelli di Trotskij durante la guerra civile, e quin­
di ci limiteremo a ricordare che la funzione di Stalin fu
rilevante (e forse più di quanto non appaia a prima vista) ',
ma in certo senso offuscata dalla viva luce emanata da
Trotskij, il quale, commissario del popolo alla guerra dopo
il 1918, si assunse l’onere ma anche la gloria della vitto-

1 Ê l’opinione di Deutscher (Stalin, Milano, 1951), che si fonda


sulla corrispondenza segreta (non pubblicata) dell’epoca da lui con­
sultata negli archivi Trotskij ad Harvard.

51
ria. Agli occhi dell’opinione pubblica, Trotskij appariva co­
me il secondo uomo del regime. Sulle fotografie ufficiali, su­
bito accanto a Kalinin, presidente dell’Esecutivo centrale dei
soviet, stavano su un piede di parità Lenin e Trotskij. Per
tutto questo periodo Stalin apprese l’arte di governare gli
uomini. Si mosse con grande abilità ed astuzia quand’era ne­
cessario, — ad esempio abbandonando le riunioni delle com­
missioni del commissariato per le nazionalità quando gli si
chiedeva un’opinione difficile, — ma non esitava a ricor­
rere al terrore di massa quand’era necessario e possibile,
per esempio a Tsaritsyn (poi Stalingrado, ora Volgograd).
La sua risposta a Lenin, allarmato dal pericolo di una
insurrezione dei socialisti-rivoluzionari di sinistra a Tsarit­
syn, è un modello nel suo genere: « Quanto agli isterici,
siate certo che la nostra mano non tremerà: i nemici saranno
trattati da nemici ». Al tempo stesso, però, sapeva far marcia
indietro quando le circostanze non gli erano favorevoli, ad
esempio di fronte a Trotskij nelle discussioni sulla condotta
delle operazioni militari. Piu che uno stratega, era un mae­
stro di tattica che dimostrava le proprie capacità sul ter­
reno. Nel marzo del 1919 fu eletto membro del nuovo Uf­
ficio politico (con Lenin, Trotskij, Kamćnev, Krestinskij, men­
tre Zinovjev e Bucharin furono eletti membri supplenti). Po­
co conosciuto fuori della dirigenza del partito, riuscì tutta­
via a concentrare nelle sue mani un potere sempre piu grande.
Membro dell’Ufficio politico, commissario del popolo per le
nazionalità e all’Ispezione operaia e contadina dopo il 1921
(il Rabkrin), aveva una sorta di autorità tentacolare.
Le sue idee, cosi come si conoscono attraverso la loro
pubblica esposizione, non sembrano diverse da quella della
maggioranza dei dirigenti bolscevichi se non, forse, perché
era meno sensibile di loro all’influenza dell’Occidente. Cau­
casico e responsabile dei problemi delle nazionalità, i suoi
occhi erano rivolti ad oriente. Due articoli che pubblicò do­
po la rivoluzione d’ottobre erano intitolati significativamen-

52
te: Non dimenticate l’Oriente ed Ex Oriente lux. Nel dibat­
tito sulla firma del trattato di Brest-Litovsk, si fece mettere
severamente a posto da Lenin, che pure aveva sempre ap­
poggiato, per aver dubitato delle possibilità rivoluzionarie del
proletariato dei paesi capitalistici sviluppati d’Occidente. Tut­
to questo, però, non bastava ad evidenziarlo nettamente tra
gli altri dirigenti bolscevichi.
Quali ragioni aveva quindi l’allarme espresso da Lenin
nei suoi appunti del 23 e 25 dicembre 1922, del 4 gennaio
1923 e in una serie di testi redatti alla fine del 1922 e
agli inizi del 1923? A nostro avviso, le ragioni erano due,
strettamente connesse. Da un lato, Lenin temeva che l’an­
tagonismo tra Trotskij e Stalin provocasse una scissione nel
partito, una guerra civile e la fine della rivoluzione (« I
rapporti tra loro, secondo me, rappresentano una buona me­
tà del pericolo di quella scissione » [v. 36, p. 428]). E que­
sta scissione gli sembrava tanto piu pericolosa perché perfet­
tamente possibile data l’esistenza, all’interno del partito, di
elementi favorevoli alla costituzione di piu partiti. D’altro
lato, si preoccupava per la crescente autorità di Stalin e per
l’uso che egli ne faceva. Il 3 aprile 1922, su proposta di
Kamenev, il Comitato centrale del partito riunitosi dopo
l’XI Congresso eleggeva Stalin alla carica di segretario gene­
rale del partito. La carica esisteva fin dal 1918 e Sverdlov
era stato il primo ad occuparla, fino alla sua morte, nel
marzo del 1919, sostituito poi da Krestinskij e quindi, nel
1921, da Molotov. Dapprima la carica era piu amministra­
tiva che politica ma poi, con l’accumularsi dei compiti del
partito e l’elevarsi continuo del suo ruolo, l’importanza del­
le funzioni di segretario generale divenne grandissima, so­
prattutto perché era lui a controllare i quadri e l’intera
attività dell’apparato di partito, sempre piu onerosa. Stalin
era inoltre membro dell’Orgburo (ufficio di organizzazione
incaricato della ripartizione degli effettivi). Con la malat­
tia di Lenin, la funzione di segretario generale si fece ancora

53
piu importante. Il segretario generale era il solo tra tutti
i dirigenti del partito ad essere insieme membro del Polit­
buro, deU’Orgburo e della segreteria e titolare di due com­
missariati del popolo. È comprensibile quindi la frase di
Lenin: « Il compagno Stalin [...] ha concentrato nelle sue
mani un immenso potere » (ibidem, p. 429). Era la costa­
tazione di un dato di fatto che Lenin giudicava allarmante:
« [...] non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre
con sufficiente chiarezza ». Su quali fatti fondava tale costa­
tazione, divenuta pochi giorni dopo una certezza — « Stalin
è troppo grossolano » (4 gennaio 1932) — e che lo indusse
a proporre « di pensare alla maniera di togliere Stalin da
questo incarico », cosa ormai difficilissima (ibidem, p. 430)?
Lenin si era fatto un suo preciso giudizio sull’attività quo­
tidiana di Stalin come responsabile di due commissariati del
popolo, quelli delle nazionalità e dell’Ispezione operaia e
contadina.
A proposito delle nazionalità, Lenin rimproverava a Sta­
lin innanzitutto la sua concezione d’insieme, che lo aveva
spinto a proporre una Costituzione secondo la quale le re­
pubbliche sovietiche non russe dovevano essere integrate nel­
la Repubblica sovietica federativa socialista russa (RSFSR). Fi­
nalmente, l’intervento di Lenin aveva permesso alla fine del
1922 la fondazione dell’URSS. In seguito, lo stesso Lenin
aveva violentemente criticato l’atteggiamento dei dirigenti
bolscevichi in Georgia, e cioè di Dzeržinskij (il dirigente
della Ceka), di Ordžonikidze e di Stalin. Quello di cui Lenin
soprattutto li accusava, e non senza ragione, era il compor­
tamento brutale e sciovinista. I dirigenti bolscevichi della
Georgia erano stati maltrattati, anche fisicamente, dai dele­
gati del Comitato centrale perché si erano opposti alla crea­
zione di una Repubblica socialista sovietica della Transcau­
casia ed avevano chiesto il mantenimento di una RSS geor­
giana. Lenin aveva violentemente criticato « l’invasione di
quell’uomo veramente russo, di quello sciovinista grande-russo,

54
in sostanza vile e violento, che è il tipico burocrate russo »,
e aggiungeva: « Io penso che qui hanno avuto una funzione
nefasta la frettolosità di Stalin e la sua tendenza a usare i
metodi amministrativi, nonché il suo odio contro il famige­
rato ” socialnazionalismo ” » (ibidem, p. 440, appunto del
30 dicembre 1922). Ed aveva qualificato la politica di Stalin
come « profondamente nazionalista grande-russa ». È vero che
Stalin era di origine georgiana, ma, osservava Lenin, « gli
allogeni [vale a dire i non russi] russificati calcano conti­
nuamente la mano ». Stalin voleva apparire piu russo dei
russi per bisogno politico di centralizzazione, cosi come il
corso Napoleone 1 aveva « calcato la mano » sviluppando la
centralizzazione alla fine della rivoluzione francese. La bru­
talità dei termini usati da Lenin merita che ci si soffermi.
« Il georgiano che considera con disprezzo questo aspetto
della questione, che facilmente si lascia andare all’accusa di
” socialnazionalismo ” (quando egli stesso è non solo un
vero e proprio ” socialnazionale ” ma anche un rozzo Der-
žimorda grande-russo), quel georgiano in sostanza viola gli
interessi della solidarietà proletaria di classe » (ibidem, p.
442, appunto del 31 dicembre 1922). Lenin aveva visto il
pericolo rappresentato dall’attività di Stalin e la natura
reale di questo pericolo: di qui il suo grido di allarme.
Né era piu tenero a proposito dei problemi dell’Ispe­
zione operaia e contadina. In un articolo scritto il 23 gen­
naio 1923 (e pubblicato sulla Pravda il 26 gennaio), descrisse
l’apparato statale sovietico come una « sopravvivenza del pas­
sato [...], il vero tipo del nostro vecchio apparato statale»
ed assunse ad esempio di questa « caducità » dell’apparato
statale l’Ispezione operaia e contadina diretta da Stalin dal
1921:

1 La Corsica era stata annessa dalla Francia poco prima della


nascita di Napoleone e vi era scoppiata una vera e propria insur­
rezione antifrancese diretta da Paoli. Napoleone, di origine corsa,
ebbe tuttavia un ruolo determinante nel processo di centralizzazione
della Francia moderna.

55
« Diciamolo pure: il commissariato del popolo per l’Ispe­
zione operaia e contadina non gode ora di nessun prestigio.
Tutti sanno che non esistono organismi peggio organizzati
dell’Ispezione operaia e contadina e che, nelle condizioni at­
tuali, è inutile pretendere qualcosa da questo commissariato
del popolo » (v. 33, p. 448).
Contemporaneamente, egli suggerì una riforma delle atti­
vità del Comitato centrale, del Politburo e della segreteria.
Le sue critiche divennero ancora piu violente nell’articolo
Meglio meno ma meglio, redatto a distanza di pochi giorni.
Insomma, la critica mossa da Lenin a Stalin era radicale.
Stalin aveva « un immenso potere ». Era « grossolano ». La
sua « frettolosità » aveva una « funzione nefasta ». La sua
politica era « nazionalista grande-russa ». Dissensi personali
tra la compagna di Lenin, la Krupskaja, e Stalin aggravarono
la situazione. Il problema, tuttavia, non si situava al livello
dei rapporti personali tra dirigenti. Contrariamente a quan­
to spesso si dice, questi difetti non erano né fortuiti né
secondari, ma erano invece durevoli e gravi e trascendevano
la sua stessa persona. Lenin si riavvicinò allora a Trotskij.
Dopo essersi opposto vigorosamente, nel 1921 (al X Con­
gresso ’), alle sue tesi sulla militarizzazione del lavoro e sul­
l’integrazione dei sindacati nello Stato, si riavvicinò a lui
pur criticando il suo rifiuto di accettare la vicepresidenza del
Consiglio e gli prodigò numerosi elogi pubblici, cosa raris­
sima in lui. L’8 marzo 1922, sulla Pravda, dichiarò a pro­
posito della conferenza di Genova che, « dal punto di vista
dei compiti pratici e non dal punto di vista delle altalene
diplomatiche, meglio di tutti ha definito la situazione il com­
pagno Trotskij » (v. 33, pp. 195-196). Il 12 marzo 1922 co­
minciò cosi un articolo pubblicato dalla rivista Pod znamenem

1 Trotskij aveva affermato: « La militarizzazione del lavoro è


la base indispensabile dell’organizzazione del nostro potenziale di la­
voro ». aveva revocato i dirigenti del sindacato ferrovieri e cer­
cato d’imporre una politica centralizzatrice, criticata sia da Lenin
che dal partito. Trotskij finì per accettare le decisioni del partito.

56
marksizma (Sotto la bandiera del marxismo): « Per quanto
riguarda gli obiettivi generali della rivista Pod znamenem
marksizma, il compagno Trotskij ha già detto l’essenziale
nel n. 1-2, e lo ha fatto in modo magnifico » (ibidem, p.
205). Al III e IV Congresso dell’Internazionale comunista
Lenin e Trotskij si batterono a fianco a fianco contro gli
elementi « di sinistra », per lo sviluppo del fronte unico.
Il 13 dicembre 1922 Lenin chiese a Trotskij di difendere
« la nostra comune posizione sul monopolio del commercio
estero » ’. Dopo aver criticato la proposta di Trotskij di con­
ferire al Gosplan (la commissione del piano) funzioni legi­
slative, il 27 dicembre 1922 ammise che « si possa e si
debba andare incontro al compagno Trotskij » (v. 36, p. 434).
Nelle sue critiche ai dirigenti disse a proposito di Trotskij
« che era forse2 il piu capace tra i membri dell’attuale CC »,
pur criticando la sua « eccessiva sicurezza di sé e una ten­
denza eccessiva a considerare il lato puramente amministra­
tivo dei problemi ». E il 5 marzo 1923 chiese a Trotskij di
assumere la difesa della questione georgiana dinanzi al Co­
mitato centrale del partito. « La cosa è ora sotto ” inquisi­
zione ” di Stalin e di Dzeržinskij, e non posso fidarmi della
loro imparzialità. Tutt’altro. Se voi accettaste di assumervene
la difesa, potrei essere tranquillo » (v. 45, p. 623). Citiamo
questi testi importanti perché ci sembra che solo alla loro
luce si possa comprendere la nascita del « fenomeno stali­
niano » e non per esaltare Trotskij e sminuire Stalin. L’im­
portante è la natura dei problemi sollevati da Lenin, non gli
individui in causa. Tra l’altro, Trotskij aveva proposto nel
1921 una politica militarista e burocratica che — è il mi­
nimo che si possa dire — non avrebbe certo contribuito a
correggere i difetti dell’apparato sovietico, dei quali Lenin
intravedeva i pericoli senza prevederne necessariamente tut­
te le conseguenze.
' Corrispondenza Lenin-Trotskij (in Archivi Trotskij).
2 La parola russa poialuj significa « forse », nel senso di « è pos­
sibile che... può darsi che... » (n.d.r.).

57
« La deformazione burocratica », la politica nazionalista
grande-russa non potevano essere combattute se non dando
corpo ad una democrazia i cui fondamenti non esistevano
nella Russia del 1923, tanto piu che questa democrazia ri­
schiava di mettere in pericolo lo stesso potere sovietico, co­
me avevano suggerito i fatti di Kronstadt. Sotto questa
angolazione non va dimenticato che l’Unione Sovietica, nel
1923, era un paese nel quale non esisteva libertà d’espres­
sione, di riunione, di associazione, nel quale non v’erano
elezioni libere e il potere era in mano ad un solo partito,
— e, all’interno di questo partito, in mano ad un numero
esiguo di persone (poche migliaia tutt’al piu) — e dove
la polizia politica restava onnipotente, dove, per le condi­
zioni stesse nelle quali la rivoluzione aveva trionfato, non
esistevano né tradizioni né strutture democratiche. G si ac­
corge subito, allora, che alcuni aspetti della forma sovietica
di socialismo provengono da questo terreno storico e non
dal socialismo in sé.
Gli archivi di Smolensk illustrano questa realtà. Tro­
vati nel 1941 durante l’invasione tedesca, i loro cinquecento
fascicoli contenenti duecentomila pagine di documenti fu­
rono inviati in Germania. Gli americani se ne impadronirono
nel 1945 e li trasportarono a Washington, dove si trovano
tuttora presso la sezione militare degli archivi federali mili-
tari. Di essi si è servito lo storico americano Fainsod (re­
centemente scomparso) in un’opera pubblicata nel 1958 ’,
ma non sono mai stati pubblicati tutti insieme. « Nel 1922 la
regione di Smolensk aveva 2.500.000 abitanti. Il partito con­
tava 128 iscritti prima della caduta dello zarismo e 366 nel
1917. Nel 1919 gli effettivi raggiunsero i 2.566 iscritti (12
mila nel marzo del 1919 secondo le autorità regionali, ma
le cifre si rivelarono false). Nel 1921, al momento dell’epu­
razione, essi raggiungevano il numero di 10.657. Soltanto
7.245 alla fine del 1921 e 5.416 alla fine del 1923, 5.655

1 M. Fainsod, Smolensk under Soviet Rule, Harvard Press, 1958.

58
al 1° aprile 1924. Su un totale di 5.416 iscritti al partito
(o candidati), 370 vivevano nelle città, 1.712 nelle zone agri­
cole: v’erano cioè 16 comunisti su ogni diecimila abitanti
abili al lavoro, vale a dire, approssimativamente, un mem­
bro del partito per ogni dieci villaggi; e, siccome la popo­
lazione della provincia era rurale per il 90%, l’estrema de­
bolezza del partito nelle campagne era ancora piu evidente »
(Fainsod, op. cit).
Nel 1924, quindi, in una regione occidentale — ma
estremamente agricola — il partito era ancora una goccia
d’acqua nel gran mare russo... Di qui le difficoltà dell’edi­
ficazione socialista e la nascita dello stalinismo. Non si può
assimilare questo fenomeno al periodo leninista, come tentano
di fare tanti autori. Il terrore rosso diretto contro i bianchi
e contro i loro sostenitori sociali e politici era nato dal ter­
rore bianco.
Il terrore rosso e la repressione di massa stalinista non
si possono paragonare tra loro né qualitativamente né quan­
titativamente. Eppure, Stalin si fece strada sotto Lenin e
contro di lui. Sarebbe pericoloso per lo storico non scor­
gere questo nesso perché in tal caso si condannerebbe a spie­
gare il fenomeno staliniano con la sola personalità di Stalin.
Potrebbe dire in modo caricaturale: « C’era una volta un
uomo buonissimo che si chiamava Lenin. Venne poi un uo­
mo cattivo che si chiamava Stalin... ». Un nesso tra l’inizio
degli anni venti e la metà degli anni trenta esistè inconte­
stabilmente, e consistette nel permanere di strutture politi­
che, di fenomeni di coscienza, di comportamento degli uo­
mini, frutto delle tradizioni e delle circostanze che costitui­
rono l’humus sul quale crebbero poi le piante piu velenose
del fenomeno staliniano. Ora, questo humus esisteva in parte
già nel 1923 e proprio per questo Lenin aveva tentato di
ridurne le dimensioni. Ciò non significa che questo feno­
meno fosse necessario, storicamente necessario, vale a dire
inevitabile, ma semplicemente che era possibile. I bolscevi-

59
chi dovevano davvero rinunciare al potere, come si sugge­
risce oggi con tanta insistenza? Come dirà Trotskij, « il ban­
dolo della storia si era sgomitolato all’inverso ». La rivolu­
zione socialista aveva trionfato in un paese povero e cultu­
ralmente arretrato, e non in un paese capitalistico svilup­
pato. L’URSS era il solo Stato socialista e doveva o andare
avanti o farsi il harakiri. Preferì andare avanti. Fu una scelta
storica incontestabile.

Dal 1923 al 1928 continuò l’esperimento della Nep: fu


un periodo di relativa stabilità sia sul piano internazionale
che sul piano interno. Contemporaneamente, si consolida­
rono le tendenze già osservate negli anni precedenti, mentre
aumentava l’autorità di Stalin. La Nep permise di realizzare
la ricostruzione economica del paese. Fin dal 1926 la pro­
duzione agricola raggiunse il 90% della produzione del­
l’anteguerra e, se i progressi della produzione industriale
furono piu lenti, essa si avvicinò comunque, quello stesso
anno, ai livelli del 1913. Per rendersi conto della rapidità
di questi progressi bisogna ricordare quali erano le condi­
zioni economiche dell’URSS nel 1922. La Francia, che pure
era stata molto meno provata dalle distruzioni belliche ri­
spetto all’Unione Sovietica, riuscì a raggiungere i livelli pro­
duttivi del 1913 non prima del 1926, e cioè otto anni dopo
l’armistizio. La ripresa economica sovietica fu dunque due
volte piu rapida — tenendo conto delle distruzioni — di
quella francese. La Nep aveva risposto alle speranze dei suoi
promotori. Sulla base dell’economia di mercato, dell’incenti­
vazione dei contadini e degli operai, del libero commercio
e della piccola impresa capitalistica, si era assistito ad un
notevole sviluppo delle forze produttive, ma lo Stato conti­
nuava a controllare il credito, la grande industria ed i tra­
sporti, nonché il commercio estero.
Anche sul piano sociale la Nep aveva portato i risul-

60
tati sperati. Con la rinascita della grande industria, si era
ricostituito anche il proletariato, che tuttavia rimaneva nume­
ricamente inferiore rispetto al 1913: e, soprattutto, si trat­
tava di un nuovo proletariato di estrazione contadina al qua­
le andava aggiungendosi un numero sempre crescente di sa­
lariati. La Nep aveva avvantaggiato anche il capitalismo.
Nelle campagne i kulaki si erano arricchiti, assumevano ma­
nodopera, prestavano denaro ai contadini poveri, estendevano
le loro superfici coltivabili aggirando con vari mezzi le di­
sposizioni del codice agrario e, infine, svolgevano un ruolo
piti importante nella commercializzazione dei prodotti del­
l’agricoltura e dell’allevamento, poiché i rendimenti erano
piu alti tra i contadini ricchi che non tra quelli medi. Il
numero dei contadini medi (serednjaki) era aumentato, ma
anche quello dei contadini senza terra (batraki) era cresciuto
e la loro sorte era peggiorata, come quella dei contadini po­
veri (bednjakï). I colcos (cooperative di produzione) e i sovcos
(fattorie di Stato) avevano ancora scarso peso (18.000 copri­
vano appena il 3% delle aree coltivate). Nelle città la disoccu­
pazione era altissima (700.000 disoccupati nel 1924, 1.400.000
nel 1928). Commercianti e piccoli industriali si erano arric­
chiti. I nepmen approfittavano largamente della Nep. Chi vin­
cerà? si era chiesto Lenin nel 1921. Ebbene, nel 1928 non
era ancora ben chiaro che sarebbe stato il socialismo a trion­
fare. Indubbiamente disponeva di preziosi atouts, ma il suo
avvenire rimaneva tanto piu incerto quanto piu precario ap­
pariva lo sviluppo economico. Fin dal 1927 si osservò una
stasi allarmante nei settori chiave dell’economia. Le stesse
condizioni della ripresa economica, dato il ricorso al capita­
lismo di Stato e al piccolo capitalismo privato, aveva reso
ancora piti necessario, per i bolscevichi, mantenere in vita
la loro dittatura, e piu precisamente quella del piccolo nu­
cleo dirigente di cui Lenin aveva parlato nella sua lettera
a Molotov. È importante osservare che nessun dirigente del
partito — quali che fossero le loro divergenze negli anni tra

61
il 1923 e il 1927 — mise in dubbio le strutture politiche
create nel 1922. Le poche decisioni prese allora per sviluppare
la democrazia o per creare condizioni migliori per la sua affer­
mazione — limitazione dei poteri politici della Ghepeu, pub­
blicazione di un foglio di dibattiti per il partito, ad esempio —
non trovarono applicazione concreta a causa dell’evolversi di
istituti e di prassi che si cristallizzarono, si ossificarono o si
completarono laddove sembravano insufficienti ad assicurare
l’egemonia bolscevica, confusa fin d’allora, completamente, con
quella del proletariato. I documenti degli archivi di Smolensk,
attendibili secondo le conclusioni di Fainsod, dimostrano che
il dibattito a livello dei dirigenti, pur determinante, non tro­
vò alcuna eco nelle province nemmeno all’interno del par­
tito Forse non era così in alcune regioni, ma la tendenza
generale andava verosimilmente nel senso di una certa in­
differenza. Anche se si sa poco dei sentimenti dell’opinione
pubblica di quel tempo e di quel paese, si ha la sensazione
di un diffuso e profondo desiderio di pace sia interna che
esterna. Il popolo aveva duramente sofferto dal 1914 al
1922, ed adesso non voleva piu sentir parlare né di avven­
ture esterne né di disordini interni.
La gente voleva lavoro, un miglioramento delle condi­
zioni di vita, il progresso culturale: di qui un certo avvi­
cinamento tra il potere sovietico e i contadini medi, osser­
vato da tutti i testimoni dell’epoca. In queste condizioni,
era naturale che i militanti bolscevichi si ponessero degli
interrogativi riguardo all’avvenire della rivoluzione nell’URSS
e nel mondo. I dibattiti del 1923-1927 all’interno della di­
rezione bolscevica ebbero come nodo centrale per l’appunto
questi problemi, ma furono ostacolati tutt’insieme dalla con­
giuntura, dalle polemiche personali e dalla mancanza di una
vera democrazia, la sola che avrebbe potuto dar vita ad un
vero dibattito.

1 M. Fainsod, Smolensk under Soviet Rule, cit.

62
Convocato nel mese di aprile del 1923, — Lenin non
era presente perché aveva dovuto abbandonare per sempre
l’attività politica, — il XII Congresso fu un chiaro riflesso
delle esitazioni del partito. Secondo una confidenza fatta
a Kamenev dalla Krupskaja, Lenin aveva deciso di stron­
care Stalin politicamente. Le circostanze non gli permisero
di realizzare il suo progetto, e nel 1923 nessun altro all’in-
fuori di lui era in grado di farlo: Stalin deteneva già un
« enorme potere ». Trotskij non aveva sufficiente autorità nel­
la direzione del partito. Il suo passato — il suo ruolo pre­
bellico — allontanava da lui molti bolscevichi della vec­
chia guardia. Commissario del popolo alla guerra, avrebbe
potuto tentare di ricorrere all’esercito rosso per ridurre Sta­
lin alla ragione. Ma non è detto che l’esercito l’avrebbe
seguito, mentre è probabile che Trotskij, consapevole dei
pericoli di una scissione del partito, non ci pensasse nem­
meno lontanamente. Lo si accusava di voler essere il Bona­
parte della rivoluzione sovietica: invece non aspirava sicu­
ramente a questo ruolo. Per di piu, sottovalutava troppo
Stalin per analizzare seriamente la situazione. Trotskij fu
talvolta un buon stratega. Grande scrittore e buon oratore,
fu però un tattico mediocre, trovandosi a suo agio piu
nelle situazioni di crisi che nei momenti di bonaccia rela­
tiva. Sapeva essere grande quando le acque s’intorbidivano,
ma era sempre mediocre quando tutto era calmo. Quanto
a Zinovjev e Kamenev, essi si allearono con Stalin costi­
tuendo quello che venne poi chiamato il triumvirato, o troi­
ka (tiro a tre cavalli). All’inizio del Consolato, dopo il 18
brumaio, v’erano tre consoli: ebbene, chi oggi, all’infuori de­
gli specialisti naturalmente, ricorda ancora Cambacérès de
Lebrun? e chi non conosce invece Napoleone Bonaparte?
Strateghi mediocri e tattici maldestri, Zinovjev e Kamenev
vedevano in Trotskij un nuovo Bonaparte al quale bisognava
sbarrare la strada del potere supremo. Capirono tutti e due

63
troppo tardi che la storia non si ripete mai e che Stalin
era un candidato dittatore di nuovo tipo.
Tutti i dirigenti conoscevano troppo a fondo la debo­
lezza del partito per provocare una crisi che poteva essere
fatale. Dopo la morte di Lenin, il suo testamento fu portato
a conoscenza del Comitato centrale e poi del presidium del
XIII Congresso (maggio 1924), ma si decise di non farne
parola ai delegati. Stalin fece onorevole ammenda sui pro­
blemi georgiani, disse che si doveva combattere energica­
mente il burocratismo, promise che sarebbe stato meno bru­
tale e più civile, dopo di che conservò il suo posto ed usò
dei suoi poteri per controllare l’apparato del partito con
revoche abilissime e nomine ad hoc, rese possibili dall’ap­
plicazione delle decisioni dell’XI Congresso. In precedenza
si era profilata un’opposizione all’interno della direzione del
partito: nell’ottobre del 1923 quarantasei dirigenti si erano
appellati al Comitato centrale per esigere una piu rapida in­
dustrializzazione ed una maggior democrazia all’interno del
partito *. Trotskij non aveva firmato la lettera, ma certo
non la sconfessava.
Il Comitato centrale decise di esprimere il suo biasimo
nei confronti dei firmatari della lettera, colpevoli di aver
ridato vita ad una frazione, il che era rigorosamente proi­
bito dopo il X Congresso, ma ammise la necessità di una
maggior democrazia all’interno del partito (articolo di Zi-
novjev sulla Pravda del 7 novembre 1923). I quarantasei
firmatari furono in parte appoggiati da Mosca, dalle cellule
dell’esercito e delle università. Il Comitato centrale reagì
energicamente. Antonov-Ovseenko, commissario politico del­
l’esercito rosso, fu destituito, e il Comitato centrale del Kom­
somol disciolto. L’opposizione dovette cedere. Data la si­
tuazione dell’URSS e quella del partito nel paese, il suo mar-

1 Tra i firmatari figuravano Preobraženskij, economista ed ex


segretario del CC, Pjatakov, Smirnov, Antonov-Ovseenko, Muranov,
Bubnov, ecc., tutti scomparsi durante la grande purga degli anni trenta.

64
gine di manovra era troppo ristretto. Sempre minacciata da
un’aggressione dall’esterno, l’Unione Sovietica era ancora de­
bole e precarie sotto molti aspetti le posizioni del partito
nel paese. Per consolidare il loro potere i bolscevichi con­
tavano sui risultati della Nep e della politica in favore dei
contadini medi. Fu quello che disse Bucharin, con la sua
foga abituale, nel 1925: « Arricchitevi, sviluppate le vostre
fattorie e non temiate che la costrizione si abbatta su di
voi ». Il consiglio, ispirato da quello dato da Guizot alla
borghesia francese durante la monarchia di luglio, fu natu­
ralmente criticato dall’opposizione di sinistra ed approvato
da Ustrjalov, ex membro del governo Kolčak, il quale pen­
sava di servirsi della Nep per restaurare il capitalismo in
Russia. Bucharin ritirò « questa formulazione abnorme di una
giusta proposta », ma la discussione che essa aveva provo­
cato confermava la gravità della situazione.
I bolscevichi contavano anche sui progressi culturali, ben
reali questi ultimi. L’analfabetismo era in netto regresso. Alla
fine del 1926 la metà della popolazione sapeva ormai leg­
gere e scrivere (ma la percentuale era piu debole tra le don­
ne e tra le popolazioni non russe dell’Unione). L’insegna­
mento secondario e professionale faceva grossi passi avanti,
al pari del numero degli studenti. I rabfaki (facoltà operaie)
e le scuòle del lavoro permettevano la formazione accelerata
di quei tecnici di cui l’URSS aveva tanto bisogno.
Contemporaneamente, i bolscevichi riprendevano alcuni
metodi tradizionali di governo, ad esempio il culto del capo.
Si cominciò con quello di Lenin. Fin dalla fine della guer­
ra civile il suo ritratto fu appeso dovunque. Lenin tentò
di sradicare questo fenomeno, ma non ci riuscì del tutto.
Dopo la sua morte, esso finì con l’assumere proporzioni ab­
normi. Il suo corpo fu imbalsamato e collocato in un mau­
soleo di legno sulla Piazza Rossa, di fronte al Cremlino, do­
ve la folla poteva recarsi a contemplarlo. Come scrisse Gorkij
su L’Internazionale comunista: « Lenin sta diventando un per­

65
sonaggio leggendario, e questo è un bene. Dico che è un
bene perché la maggioranza della gente ha assolutamente bi­
sogno di credere per poter cominciare ad agire. Sarebbe trop­
po lungo aspettare che cominciasse a pensare e a compren­
dere: nel frattempo il cattivo genio del capitale l’anniente­
rebbe sempre piu in fretta con la miseria, l’alcoolismo e lo
scoraggiamento » (20 luglio 1920, n. 12).
Lenin aveva cercato invano di contestare questa teoria.
Giustificando l’esposizione del corpo di Lenin nel mausoleo,
10 stesso Zinovjev parlò di « pellegrinaggio ». Nomi di diri­
genti ancora in vita furono dati a città e ad officine. Fin
dal 1923 figuravano cosi una Trotsk, in onore di Lev Trot-
skij (è la città di Gaščina, a 46 chilometri da Pietrogrado:
16.000 abitanti), nel 1924 Elizavetgrad divenne Zinovjevsk
e il 10 aprile Tsaritsyn prese il nome di Stalingrado: la tra­
dizione zarista e i riti ortodossi messi a frutto insieme. Il
contenuto di classe di questi metodi di governo era radi­
calmente diverso, ma il metodo restava lo stesso, anche se
laicizzato e in certo senso socializzato.. I suoi pericoli erano
evidenti, come doveva dimostrare chiaramente l’avvenire. Sta­
lin si rendeva perfettamente conto — e la sua formazione
personale lo aiutò in questo senso — dei vantaggi che si
potevano ricavare da questa tendenza. Il suo discorso ai fu­
nerali di Lenin fu un modello del genere perché riprendeva
le litanie ortodosse e nello stile e nella forma: « Lasciandoci,
11 compagno Lenin ci ha ordinato di tener alto e di con­
servare puro il grande appellativo di membro del partito.
Ti giuriamo, compagno Lenin, di eseguire con onore il tuo
comandamento ». La stessa litania la si ritrova su cinque
altri temi, l’unità del partito, la dittatura del proletariato,
l’unione degli operai e dei contadini, l’unione dèlie repub­
bliche sovietiche, la fedeltà ai principi delTInternazionale co­
munista. « Lasciandoci, il compagno Lenin... ci ha ordinato...
Ti giuriamo, compagno Lenin, di eseguire con onore il tuo
comandamento. » E cosi il « culto del capo », i riti quasi

66
religiosi, la stessa trasformazione dèi partito in una Chiesa
laica — « Noi comunisti siamo gente fatta in modo parti­
colare, siamo tagliati in una materia speciale », aveva detto
Stalin nel suo discorso ai funerali di Lenin —- furono con­
sapevolmente decisi ed applicati dall’insieme del partito. Un
aspetto caratteristico del fenomeno staliniano che rivela fino
a qual punto esso fosse il portato della storia russa e non
del socialismo.

Non ci diffonderemo sul merito delle discussioni e dei


conflitti che in questo periodo contrapposero alcuni dirigenti
alla direzione del partito e al partito nel suo insieme. Ci li­
miteremo invece ad addentrarci nell’essenza del fenomeno,
per quel che riguarda direttamente la nascita dello stalini­
smo. Stalin espresse chiaramente, fin dal 1925, l’idea che
si doveva « costruire il socialismo in un solo paese ». Nes­
suno sosteneva allora che la sua vittoria poteva essere defi­
nitiva, ma era necessario e possibile dare chiaramente que­
sto obiettivo al popolo e al partito. L’opposizione — quel­
la del 1923 o quella del 1925-1926 ■— ebbe il grande torto
di non comprendere la necessità di questa parola d’ordine
chiara ed accessibile alle masse contadine perché essa impli­
cava la rinuncia alla guerra rivoluzionaria offensiva e dunque
all’attacco. Si è scritto molto su questo argomento, e molti
autori hanno affermato che quella parola d’ordine era di per
se stessa nazionalista e contraria al pensiero di Marx e di
Lenin. Ma è puro e semplice talmudismo leggere i « testi
sacri » applicandoli meccanicamente a situazioni nuove rispet­
to al periodo in cui furono scritti. La rivoluzione socialista
era fallita ovunque fuori di Russia e nulla lasciava prevedere
che potesse trionfare immediatamente in qualche altro paese.
L’unica via possibile consisteva quindi néll’edificare il socia­
lismo in un solo paese. Certo, l’URSS continuava a svol­
gere un ruolo rivoluzionario col proprio sviluppo e con

67
l’aiuto che recava al movimento operaio internazionale, ma
il suo primo dovere era di edificare il socialismo in casa
sua. L’equilibrio da instaurare tra questi due aspetti com­
plementari era delicatissimo, ed il fatto che l’Unione Sovie­
tica non l’abbia sempre realizzato non è certo una prova
che la decisione presa nel 1925 fosse errata. Trotskij —
come dimostra il suo rapporto sull’industrializzazione al XII
Congresso e la sua attività a capo dei diversi comitati del
Consiglio superiore dell’economia nazionale — accettava le
conseguenze pratiche di questo fatto, ineluttabile date le cir­
costanze, ma ne rifiutava qualunque formulazione teorica.
Lo stesso Trotskij previde la competizione futura tra
l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, nella quale « il bolsce­
vismo americanizzato vincerà e schiaccerà l’americanismo im­
perialista » ’.
Il suo rifiuto di ammettere la possibilità di esistenza
del socialismo in un solo paese potè ciononostante essere
presentato, non senza ragione, come la conseguenza della
teoria della rivoluzione permanente da lui sviluppata prima
della rivoluzione e alla quale non aveva mai rinunciato.
Sul piano internazionale, l’unica alternativa era la coesi­
stenza pacifica: lo ammise lo stesso Trotskij in un colloquio
con il senatore americano King pubblicato sulle Izvestija il
30 settembre 1923. « Noi non interveniamo nelle guerre
civili straniere. È chiaro che non potremmo intervenire se
non dichiarando guerra alla Polonia. Ma noi non vogliamo
la guerra. Non nascondiamo le nostre simpatie per la classe
operaia tedesca nella sua eroica lotta per l’emancipazione.
Per essere piu preciso e franco, dirò che, se potessimo dare
la vittoria alla rivoluzione tedesca senza correre il rischio di
entrare in guerra, faremmo tutto il possibile. Ma non vo­
gliamo la guerra. La guerra sarebbe un grosso danno per
la rivoluzione tedesca. Può sopravvivere solo quella rivolu-

1 L. Trotskij, Europe et Amérique, Paris, 1926.

68
zione che riesce con le proprie forze, soprattutto quando è
in gioco un grande paese. »
Trotskij, e dopo di lui Kamenev, Zinovjev e tutti gli
oppositori, pensavano fosse opportuno fare della questione
del « socialismo in un solo paese » un tema di ampio dibat­
tito. Stalin e Bucharin ebbero buon gioco rispondendo che
bisognava essere coerenti con se stessi e trarre i giusti inse­
gnamenti dagli avvenimenti passati e dalle realtà presenti.
La parola d’ordine del « socialismo in un solo paese » tran­
quillizzava i contadini e l’opinione pubblica, dava a tutti
prospettive chiare. Il suo rifiuto, invece, poteva destare un
profondo allarme.
Tre furono le questioni al centro dei dibattiti sul piano
economico e sociale: quella dell’industrializzazione, quella
della pianificazione, quella della lotta contro i contadini ric­
chi. L’opposizione sostenne che si doveva industrializzare
la Russia nel piu breve tempo possibile, il che esigeva una
pianificazione rigorosa ed un’accumulazione socialista primi­
tiva, vale a dire dei prelievi che, data la situazione del paese,
potevano provenire unicamente dal mondo contadino e dal-
r artigianato.
Preobraženskij formulò chiaramente il suo punto di vista
in una serie di articoli pubblicati a partire dal 1921 ed
usciti nel 1926 sotto il titolo Novaja ekonomika (La nuova
economia). In un articolo del 1924 La legge fondamentale
dell’accumulazione socialista, egli la paragonava all’accumu­
lazione capitalistica primitiva. Quest’ultima si era realizzata
grazie ai capitali ricavati dallo sfruttamento del lavoro dei
piccoli produttori precapitalistici e delle colonie e grazie an­
che alle tasse e ai prestiti di Stato. Ora, lo sfruttamento
delle colonie era impossibile per il socialismo. Rimanevano
« lo sfruttamento della piccola produzione, l’esproprio del
surplus prodotto dalla campagna e dal lavoro artigiano ».
« L’idea che un’economia socialista possa svilupparsi da sola
senza toccare le risorse della piccola borghesia, economia con­

69
tadina compresa, è un’idea reazionaria, un’utopia piccolo-bor­
ghese.» Questa analisi era tanto piu interessante in quanto,
alla fine — e senza dirlo — Stalin la riprese per suo conto
in un rapporto al Comitato centrale (9 luglio 1928) per
giustificare la nuova politica che andava proponendo al par­
tito. Nel 1923-1924 era chiaro che una simile analisi ri­
schiava di compromettere l’alleanza (smycka) tra operai e
contadini sulla quale era fondata la Nep. Proprio per questo
le idee di Preobraženskij, riprese da Trotskij e dall’opposi­
zione, furono combattute e respinte. Krasin (commissario
del popolo per il commercio estero) aveva rivolto a Trotskij,
dopo il suo rapporto al XII Congresso, una domanda alla
quale la storia doveva dare un rilievo particolare: « Trotskij
aveva ricavato tutte le conseguenze da questa analisi della
accumulazione socialista primitiva? ». La risposta di Trotskij
fu imbarazzata, e ben a ragione, poiché realizzare l’accumu­
lazione in fretta e con brutalità significava di fatto rivolgere
il terrore contro i contadini (come avverrà precisamente nel
1929-1930). In verità, l’accumulazione socialista primitiva,
nel 1923, era una vera e propria necessità per l’Unione So­
vietica, tenendo conto delle condizioni economiche del paese
in quel momento. E tuttavia, doveva essere necessariamente
lenta, altrimenti si sarebbe realizzata a danno dei contadini
(e non solo dei kulaki)-. era precisamente quanto Lenin ave­
va temuto e criticato con forza nei suoi ultimi scritti, quanto
Bucharin riprese poi nei suoi testi del 1928-1929. L’edifi­
cazione del socialismo doveva durare « decine di anni ».
Possiamo osservare subito che questa situazione non ha
niente a che vedere con quella dei grandi paesi sviluppati
negli anni settanta del nostro secolo. L’accumulazione socia­
lista primitiva non è necessaria in questi paesi in quanto vi
è stata realizzata piu di un secolo fa l’accumulazione capi­
talistica primitiva. Ora, il fenomeno staliniano derivò in lar­
ga misura dalle condizioni nelle quali l’accumulazione socia­
lista primitiva fu realizzata da Stalin, vale a dire dalla fretta

70
eccessiva di industrializzare e di collettivizzare le terre
e dal terrore messo in opera contro i contadini prima, e
poi contro lo stesso partito. Le basi oggettive dello stalini­
smo, ad esempio, non esistono assolutamente nella Francia
contemporanea, ove il livello delle forze produttive è già
elevato. Ora, proprio questa costatazione ci fa capire chia­
ramente come quel fenomeno non fosse il prodotto del so­
cialismo, ma piuttosto delle condizioni spazio-temporali che
presiedettero al suo sviluppo in una situazione storica ben
precisa, quella dell’Unione Sovietica, — e dell’Unione Sovie­
tica degli anni 1920-1930, — e che differivano radicalmente
da quelle di altri paesi, ad esempio da quella della Francia
degli anni settanta del nostro secolo.
Si tratta insomma di un fenomeno spazio-temporale e
non di una necessità storica valida dovunque e sempre per
il socialismo passato, presente e futuro. La lotta contro i
kulaki era strettamente connessa con l’industralizzazione e la
pianificazione. Nessuno metteva in dubbio la necessità di
combattere i contadini ricchi. Nemmeno Bucharin. Ma come
combatterli senza mettere in pericolo 1’« alleanza » degli ope­
rai e dei contadini e nell’ambito della Nep? Fu questa dif­
ficoltà a provocare dibattiti e conflitti. L’opposizione chiese
misure piu severe contro i kulaki (soprattutto sul piano fi­
scale). Il partito esitò per parecchi anni ed infine respinse
queste richieste. Tuttavia, nel 1927, il XV Congresso, dopo
un particolareggiato rapporto di Motolov, fini per risolversi a
prendere alcune misure contro di loro, al tempo stesso che
decideva di accelerare l’industrializzazione e di elaborare il
primo piano quinquennale. Molotov aveva detto che non bi­
sognava confondere contadini medi e kulaki. La cooperazione
agricola doveva svilupparsi lentamente e sulla base del vo­
lontariato. Invece avvenne precisamente il contrario.
Il terzo grande problema al centro dei dibattiti degli
anni 1923-1927 fu quello della democrazia. Nel partito la
opposizione la reclamava a gran voce, ma non senza con-

71
«addizioni dal momento che poco tempo prima aveva rifiu­
tato ad altri, e soprattutto all’« opposizione operaia », que­
sta stessa democrazia. E cosi, decise di far marcia indietro.
Quanto al divieto dell’esistenza di frazioni, era un po’ come
tentare il diavolo, come creare le condizioni per una scis­
sione del partito. Il dibattito nel partito doveva svolgersi
liberamente ma senza che le opinioni si cristallizzassero in
frazioni rappresentanti in definitiva strutture generatrici di
impotenza e di divisione. Il margine era ridotto, tanto piu
che la prassi politica di Stalin — ed è il meno che si possa
dire — non tendeva certo ad estendere la democrazia. Se­
gretario generale del partito, Stalin si servi della sua carica
per imporre sempre piu la propria autorità eliminando i
membri dell’opposizione — e quelli che potevano divenirlo
-—• dai centri decisionali e ricorrendo al sotterfugio di tra­
sferirli all’estero o in regioni periferiche dell’Unione Sovie­
tica. Per lo piu, i dirigenti bolscevichi appoggiarono Stalin,
che consideravano il piu modesto e il piu capace di dirigere
il partito in quegli anni tormentati. Per lo piu, sarebbero
scomparsi tragicamente negli anni trenta, e proprio per suo
ordine, ma allora niente lo lasciava presagire. Non dobbiamo
dimenticarlo, noi che sappiamo quale sarà il loro destino.
Fin dall’estate del 1923 Zinovjev aveva preso l’inizia­
tiva di promuovere una riunione segreta in una cantina di
Kislovodsk, una delle più belle stazioni termali del Caucaso,
per limitare l’autorità di Stalin rendendo la segreteria un
organismo politico. Bucharin, Vorošilov e parecchi altri di­
rigenti avevano partecipato alla riunione, durante la quale
fu progettata la costituzione di una segreteria composta da
Stalin, T-rotskij e Zinovjev (o Kamenev, o Bucharin). Stalin,
messo al corrente da Ordžonikidze, sventò la manovra. Nel
1925 il partito contava 25.000 funzionari, dei quali 767 nel
Comitato centrale. La sezione del CC per l’impiego dei qua­
dri (Učraspred) controllava la nomina dei dirigenti (ad esem­
pio 12.277 tra il XIII e il XIV Congresso del partito).

72
Nel 1924 le sezioni di organizzazione e di destinazione dei
quadri si fusero per formare l’Orgraspred. A poco a poco
l’opposizione, la cui composizione era d’altronde fluttuante,
perse qualunque possibilità di espressione ed ogni responsa­
bilità. I suoi feudi: l’esercito rosso con Trotskij, l’università,
le organizzazioni del partito di Leningrado con Zinovjev e
di Mosca con Kamenev, furono epurati. Nel gennaio del 1925
Trotskij perse la carica di commissario del popolo per la
guerra (ma non la qualifica di membro del Politburo). Fino
al dicembre del 1925 Zinovjev e Kamenev, pur prendendo
le distanze da Stalin, continuarono a combattere Trotskij,
che avevano tentato di allontanare dal Politburo nel gen­
naio di quell’anno. Fu al XIV Congresso che Kamenev co­
minciò a criticare Stalin, imitato subito dopo da Zinovjev.
Kamenev perse il suo posto di titolare del Politburo, ma
rimase membro supplente e fu sostituito a Mosca da Uglanov
(fucilato piu tardi per ordine di Stalin), mentre Zinovjev fu
allontanato dalla direzione del partito a Pietrogrado e so­
stituito da Kirov. Isolata nel partito e nel paese, l’opposi­
zione non poteva contare che su poche migliaia di comunisti.
Violando le decisioni del X Congresso, tentò di organizzare
una frazione. Drappeggiandosi nelle pieghe della bandiera del­
l’unità del partito e del socialismo in un solo paese, Stalin
potè infliggere facilmente la stoccata finale.
Nell’ottobre del 1926 Trotskij fu espulso dal Politburo
e Zinovjev dalla presidenza dellTnternazionale comunista. Nel
dicembre del 1927, dopo alcuni tentativi di manifestazioni
separate per il decimo anniversario dell’Ottobre, Trotskij,
Kamenev, Smilga, Radek, Pjatakov, Laševič, Rakovskij fu­
rono espulsi dal partito. Ioffe si suicidò in segno di pro­
testa contro l’espulsione di Trotskij *. Si chiuse cosi una pa­
gina della storia del partito comunista sovietico. Grazie a

1 Ambasciatore sovietico a Berlino nel 1918 dopo essere stato


uno dei negoziatori della pace di Brest-Litovsk, quindi ambascia­
tore a Vienna e a Tokio.

73
questi avvenimenti, e spesso su una base politica ed ideale
piuttosto soddisfacente, il potere e l’autorità di Stalin erano
notevolmente aumentati. La democrazia nel partito e nel
paese non ne usciva rafforzata, tanto piu che la Ghepeu aveva
finito per svolgere un ruolo sempre piu importante in que­
sti avvenimenti. Creata nel febbraio del 1922 per limitare
i poteri della Ceka, della quale prese il posto, essa continuò
a disporre di poteri considerevoli. Il codice penale della
RSFSR promulgato nel 1922 ammetteva il principio del «cri­
mine di Stato» (artt. 57, 58, 59), dando di questa nozione
una definizione abbastanza vasta per comprendervi ogni cri­
tica scritta o verbale contro il regime sovietico e contro il
suo modo di funzionamento. Fin dall’agosto del 1922 fu
deciso di ammettere la deportazione senza processo, per un
massimo di tre anni, per chiunque avesse partecipato ad una
attività controrivoluzionaria, su decisione di una « Commis­
sione speciale » del commissariato del popolo per gli affari
interni (nella quale la Ghepeu svolgeva un ruolo fondamen­
tale).
Il controllo della Ghepeu si estese gradualmente ai campi
di lavoro forzato, alla stampa, alla letteratura, al cinema,
al teatro, a tutti i luoghi pubblici e allo stesso partito. Nel
giugno del 1923 fu la Ghepeu a far arrestare Sultan-Galev,
un bolscevico tartaro che voleva creare una grande Repub­
blica socialista sovietica tartara comprendente tutte le popo­
lazioni turco-mongole dell’Asia centrale e dell’Ucraina meri­
dionale. Fu la Ghepeu a far arrestare i responsabili degli
scioperi del 1923 e dei gruppi clandestini Pravda rabočich
(La verità degli operai) e Rabočaja pravda (La verità ope­
raia). Nell’ottobre del 1923 il Politburo decise di costrin­
gere i membri del partito a denunciare alla Ghepeu tutte le
attività ostili al partito di cui fossero a conoscenza. Era una
strada pericolosissima — dove cominciavano le attività ostili
al partito? e chi poteva giudicarne? — che doveva aprire

74
le porte ad innumerevoli eccessi, a tanti errori e a tanti
crimini.
Nel settembre del 1927, fu la Ghepeu a perquisire la
tipografia nella quale l’opposizione stava pubblicando la sua
piattaforma 1 per il XV Congresso. Fu essa ad « inventare »
l’esistenza di una guardia bianca ex soldato di Vrangel, per
provare artificiosamente la collusione tra i bianchi e l’oppo­
sizione. Stalin dovette riconoscere piu tardi che si era trat­
tato di un « errore della Ghepeu ». Al tempo stesso, egli met­
teva sullo stesso piatto della bilancia tutti i suoi nemici,
sia interni che esterni. Nel 1927, ad esempio, disse che si
era costituito « un fronte unico da Chamberlain a Trotskij ».
Nel 1923 Krylenko parlò per la prima volta di pericoli so­
ciali e del crimine di « pericolosità sociale ». Nell’ottobre
del 1924 i codici criminali delle repubbliche sovietiche co­
minciarono a mettere l’accento sulla necessità « di misure
di difesa sociale » contro i criminali colpevoli di agire diret­
tamente contro i fondamenti dell’ordine sovietico. Il divieto
di risiedere in un determinato luogo e la deportazione dal-
l’una all’altra località furono applicati secondo l’articolo 22
a tutte le persone riconosciute « socialmente pericolose », il
che consisteva nel decidere pene preventive, «1 in modo
estremamente arbitrario (chiunque poteva essere dichiarato so­
cialmente pericoloso). Procuratore della RSFSR (e futura vit­
tima di Stalin), Krylenko promosse la segregazione dei « ne­
mici di classe ».
Nell’ottobre del 1924 l’Esecutivo del soviet della RSFSR
promulgò un codice del lavoro forzato. Nel 1927 si conta­
vano 185.000 persone deportate secondo le indicazioni uf­
ficiali, sicuramente inferiori alla realtà. Secondo una nota
di Krasin a Trotskij (trasmessa il 2 giugno 1924 durante
una riunione del Comitato centrale e conservata negli ar-

1 II Comitato centrale ne aveva vietato la pubblicazione in virtù


delle decisioni del X Congresso sulle frazioni.

75
chivi Trotskij, citata da Carr ’), i prigionieri venivano impie­
gati per la costruzione di ferrovie. In questo modo, a poco
a poco, la GPU (divenuta OGPU in seguito alla fondazione
dell’Unione Sovietica — direzione generale degli affari po­
litici) fu impiegata piu contro i comunisti che non nella lot­
ta contro i nemici diretti del potere sovietico. Nel 1927 que­
sta tendenza si manifestava con estrema chiarezza e, pur aven­
do ancora conseguenze piuttosto limitate, rappresentava un
pericolò potenzialmente grave, tanto piu che il reclutamento
della Ghepeu lasciava molto a desiderare dal punto di vista
rivoluzionario. I vecchi bolscevichi (quelli della rivoluzione
e della guerra civile) erano stati sostituiti da elementi spesso
equivoci.
Una simile situazione non poteva certo facilitare la lotta
contro i fenomeni burocratici. L’apparato statale non era
stato sensibilmente modificato, anzi, il numero dei funzio­
nari era aumentato. L’osmosi tra partito e Stato si era ac­
centuata. Nel 1928 il 38,3% dei membri del partito era co­
stituito da impiegati delle amministrazioni statali e di par­
tito. Invece, v’erano non piu di 200.000 comunisti nelle
campagne e solo per là metà costoro erano realmente conta­
dini. L’aumento degli effettivi del partito — da 472.000
iscritti a 1.304.471 tra il 1924 e il 1928 — permise di
accrescere notevolmente la percentuale di iscritti di origine
operaia, ma qualitativamente la composizione del partito ne
fu trasformata. Il peso della vecchia guardia bolscevica di­
minuì. I neoiscritti erano in gran maggioranza giovani ope­
rai di origine contadina. Il partito cercò di dar loro una for­
mazione marxista di base. Fu questo, precisamente, Io sco­
po delle conferenze tenute da Stalin all’Accademia Sverdlov
e pubblicate poi in milioni di copie: I principi del leninismo.
Stalin si rivelò un divulgatore di vaglia che sapeva presen­
tare in modo pedagogico, accessibile cioè a molti, le idee

1 E. H. Carr, Storia della Russia sovietica, cit., II. Il socialismo


in un solo paese (1924-1926).

76
essenziali dei bolscevichi. Al tempo stesso, I principi del
leninismo rappresentavano una temibile tentazione, quella
del dogmatismo, se considerate come un’opera di ricerca
teorica. Negli anni venti il partito — nei limiti imposti
dalla sua dittatura — riuscì a condurre frontalmente la
propaganda di massa necessaria per far penetrare alcuni
principi elementari tra le masse ancora incolte e a condurre
una ricerca teorica di alto livello.
In filosofia con la rivista Pod ìnamenem marksiztna, in
storia con Pokrovskij, in giurisprudenza con Pašukanis, in
economia politica e in sociologia, le scienze umane sovietiche
raggiunsero livelli notevolissimi.
Il rifiuto del partito di intervenire nei dibattiti letterari,
una certa libertà di creazione in letteratura, in campo cine­
matografico e teatrale, unita allo slancio rivoluzionario e
alle facilitazioni concesse agli artisti, permisero la fioritura
di molte opere di grande valore egregiamente simboleggiate
dal cinema degli anni venti ’.
Sarebbe sbagliato però idealizzare questo periodo sotto
tale angolazione. Gli scrittori non comunisti non potevano
esprimersi e molti di loro continuavano a vivere nell’emi­
grazione. La lotta antireligiosa continuava in forme assolu­
tamente inaccettabili perché mettevano in causa la libertà di
coscienza e la libertà di culto. Il marxismo, divenuto filosofia
di Stato, veniva insegnato in modo sempre piu dogmatico. I
fondamenti dello stalinismo esistevano dunque già nel pe­
riodo della Nep, ma non le sue conseguenze piu dramma­
tiche, non le sue forme piu crudeli.
Nonostante alcuni sforzi compiuti per riattivare i soviet
su scala locale, la vita democratica rimase carente e nel
1927 non aveva fatto alcun progresso. Anzi, a cinque anni
dalla fine della guerra civile la situazione si era aggravata.
È vero che, secondo le parole di Trotskij riprese piu tardi

1 L’opera di maggior livello fu La corazzata Potemkin di Eizen-


štejn.

77
da Stalin, l’URSS era una « fortezza assediata ». Il cordone
sanitario continuava a circondarla, continuavano ad esistere
le cospirazioni antisovietiche e i pericoli di guerra, ma que­
sto non era una giustificazione; e, soprattutto, la persi­
stente mancanza di democrazia all’interno del partito e nel
paese creava una situazione pericolosa, mentre l’esistenza di
strutture autoritarie esponeva l’URSS ad un potere ancora
piu dittatoriale, molto piu cruento e piu personale.
Il fenomeno staliniano batteva già alle porte.

78
III. Le difficoltà dello stalinismo (1928-1934)

Nel 1928 si manifestavano già molti elementi di quello


che sarà lo stalinismo: alcuni apparsi dopo la rivoluzione o
la guerra civile, altri durante il periodo della Nep. Le tra­
dizioni (quelle della vecchia santa Russia), le strutture (eco­
nomiche, sociali, politiche), le circostanze storiche, gli uo­
mini (la funzione di Stalin, la sconfitta dell’opposizione),
tutto questo concorreva ad accrescere la densità del terreno
del quale si sarebbe nutrito il fenomeno staliniano. Gli av­
venimenti del periodo tra il 1928 e il 1934 dovevano per­
mettergli di manifestarsi in modo clamoroso anche se in­
completo: di qui le gravi difficoltà del 1934. Le decisioni
del XV Congresso del partito sulla lotta contro i contadini
ricchi misero in allarme i contadini. Molti contadini medi
si sentirono direttamente colpiti da queste misure. In teoria,
si trattava di aggravare l’onere fiscale dei ricchi e di eli­
minare quello dei poveri, di aiutare maggiormente i colcos
e i sovcos e di non fare piu nulla in favore dei kulaki. Il
presidente del Consiglio dei commissari del popolo Rykov
aveva ricordato la necessità di essere prudenti, e lo stesso
aveva fatto Molotov; invece, l’applicazione di questa linea
fu rigorosissima. Il raccolto del 1927 non fu buono. Lo
stato di ansia e d’allarme incoraggiato, alimentato dai ne­
mici del regime sovietico, ancora numerosi nelle campagne,
e dai kulaki fece il resto. Gli ammassi agricoli [zagotovki)
furono cattivi, anzi del tutto insufficienti. Non piu di 300

79
milioni di pud furono ammassati alla fine di dicembre del
1927, contro i 428 milioni del dicembre dell’anno prece­
dente. I documenti degli archivi centrali del partito ai quali
si è poi richiamato lo storico sovietico Konžuchov nel suo
volume II partito comunista nella lotta contro le difficoltà
dell’approvvigionamento granario del 1960, dimostrano incon­
testabilmente che agli inizi del 1928 un vento di panico
soffiava sul partito e sulla sua direzione a causa della inci­
piente penuria di cereali. « Si profilava una crisi economica
generale su scala nazionale », riconobbe la risoluzione del
Comitato centrale del partito dell’aprile 1928. La scelta non
poteva lasciar adito a dubbi: o tornare immediatamente indie­
tro, o andare avanti, e cioè prendere misure sempre piu rigoro-
sè contro i kulaki, il che presumeva però il loro isolamento
rispetto all’insieme dei contadini medi. Fu a questo punto
che le carenze del partito, l’esistenza della burocrazia, la
debolezza numerica del partito stesso nelle campagne dove­
vano avere un peso decisivo. Queste misure repressive e am­
ministrative presero a poco a poco il sopravvento sugli sti­
moli ideali. Il partito esitò per qualche tempo, in qualche
zona facendo marcia indietro, in altre andando avanti. Gli
inizi del 1928 videro il ricorso sempre piu frequente allo
articolo 107 del codice penale, che puniva con la deporta­
zione da tre a cinque anni (con confisca dei beni) qualsiasi
tentativo di speculazione. I contadini medi furono coinvolti
in queste misure, come riconobbe (30 giugno 1928) una
dichiarazione del Consiglio dei commissari del popolo. Il
responsabile del partito incaricato della questione agraria,
Bauman, dovette ammettere: « Il serednjak (il contadino me­
dio) si è messo dalla parte dei kulaki e contro di noi ».
Scoppiarono alcune rivolte contadine. Il partito impose un
brusco freno a questa politica (Comitato centrale del luglio
1928) elevando il prezzo del grano, condannando gli abusi
ed acquistando grano all’estero...
Stalin, intanto, aspettava il suo momento... In un di­

80
scorso pronunciato il 9 giugno di quell’anno davanti al
Comitato centrale aveva ripreso le tesi di Preobraženskij
sull’« accumulazione interna ». Non potendo sfruttare delle
colonie e non potendo ricorrere ai prestiti stranieri, lo svi­
luppo industriale poteva realizzarsi solo con l’accumulazione
interna. I contadini dovevano pagare il prezzo de'll’industria-
lizzazione. E quindi, « essi pagano prezzi relativamente alti
per i prodotti industriali mentre vedono ridursi il prezzo
dei prodótti agricoli ». Oltre alle imposte pagate da tutti
(indirette e dirette), essi dovevano versare « un tributo, una
sorta d’imposta supplementare che siamo costretti a prele­
vare temporaneamente ». Stalin riprendeva la figurazione del­
le forbici (usata da Trotskij al XII Congresso), cioè quella
dell’aumento dei prezzi dei prodotti industriali e della ri­
duzione dei prezzi dei prodotti agricoli, e confessava che
non si poteva rinunciare a questa politica prima di un certo
periodo di tempo. In realtà, egli orientò i suoi sforzi —
con la fretta, la precipitazione e la brutalità che lo caratte­
rizzavano, e spesso senza nemmeno consultare gli organi
dirigenti del partito e dello Stato — verso l’adozione di mi­
sure radicalmente nuove che si possono riassumere in indu­
strializzazione sempre piu accelerata, pianificazione, colletti­
vizzazione del suolo: tre risvolti di uno stesso piano. Per
industrializzare piu in fretta occorreva una pianificazione
totale e centralizzata che favorisse la concentrazione delle
forze (uomini, capitali, macchinari) in taluni settori econo­
mici e geografici. Era necessario quindi trasformare le cam­
pagne per sottrarle definitivamente alle influenze capitalisti-
che e per operare maggiori prelievi di capitali (collettiviz­
zazione del suolo). Lo stalinismo allargò poi le proprie basi
di partenza durante lo stesso processo storico e a partire
dalla situazione che si era creata: la storia crea la storia.
È facile inoltre osservare che il fenomeno staliniano partiva
sempre da elementi giusti ai quali dava una conclusione
9pesso errata per i mezzi cui ricorreva per raggiungere i suoi

81
obiettivi. Chi poteva contestare la necessità dell’industrializ-
zazione -nel 1928? Chi poteva mettere in dubbio la necessità
della pianificazione? Chi avrebbe potuto criticare il princi­
pio della collettivizzazione per un’economia ed una società
socialiste? Le discussioni nel partito, nel 1928-1929, non
furono democratiche. Le decisioni furono imposte dall’alto
al partito e allo Stato. Ma, se cosi fu fatto, è segno che si
poteva farlo. Stalin metteva i suoi avversari di fronte a
questo crudele dilemma: o appoggiate me o siete nemici
del partito, amici dei kulaki, siete contro l’industrializzazione
del paese e la pianificazione, e dunque contro il socialismo...
La cosiddetta opposizione di « destra » si vide intrappolata...
Bucharin fu senza dubbio quello che intravide meglio e
piu presto degli altri, nel 1928, la politica che Stalin inten­
deva seguire e le conseguenze di questa politica. Non dicia­
mo che tra il 1923 e il 1927 Bucharin avesse sempre ra-
gione nel suo modo di giudicare la Nep e la sua applica­
zione. Ravvedutosi dei suoi errori di « comunista di sini­
stra » (la sua opposizione al trattato di Brest-Litovsk nel
1918), aveva manifestato la chiara tendenza a scivolare ver­
so destra, ma sembra che con il fraterno aiuto di Lenin si
fosse reso conto de1! valore di ciò che questi intendeva rea­
lizzare negli anni futuri. Indubbiamente, nel 1929 non ave­
va del tutto ragione, ma è certo che aveva individuato con
sufficiente chiarezza un aspetto determinante del problema.
Un’industrializzazione troppo affrettata, una collettivizza­
zione del suolo realizzata con la costrizione, una centralizza­
zione troppo autoritaria avrebbero messo in pericolo l’allean­
za degli operai e dei contadini, sollevato i contadini medi
contro il regime, costretto quest’ultimo a ricorrere al ter­
rore contro il popolo e contro lo stesso partito. Pericoli
piu che reali data la mancanza di democrazia e la portata
del fenomeno burocratico. Fu per questo motivo che Bu­
charin e i suoi amici Rykov (il presidente del Consiglio dei
commissari del popolo), Tomskij (presidente del Consiglio

82
centrale dei sindacati) ed Uglanov (segretario della regione
moscovita) si erano battuti contro le tesi di Preobraženskij,
appoggiate da Trotskij, sull’accumulazione socialista primi­
tiva. Bucharin condensò il proprio pensiero in -molti testi
pubblicati dalla Pravda, ad esempio negli Appunti di un
economista (Pravda, 30 settembre 1928), nel Testamento
di Lenin (Pravda, 24 gennaio 1929), il discorso pronunciato
a Mosca per il quinto anniversario della morte di Lenin, ed
in Lenin ed i compiti della scienza e dell’edificazione del
socialismo (Pravda, 20 gennaio 1929). Prendendo spunto dai
cinque articòli pubblicati da Lenin prima di morire (Pagine
di diario, Sulla nostra rivoluzione, Come riorganizzare l’Ispe­
zione operaia e contadina, Sulla cooperazione, Meglio meno,
ma meglio} Bucharin insisteva a ragione nel dire che si trat­
tava di un piano d’insieme e non di appunti frammentari
ed aggiungeva: « Le tesi fondamentali del compagno Lenin
rimangono profondamente valide: dev’essere questo il fon­
damento teorico al quale dobbiamo richiamarci per decidere
le nostre grandi linee tattiche » ’. Bucharin (allora presidente
dell’Internazionale comunista) commetteva però un errore di
estrema gravità quando considerava « durevole la stabilizza­
zione del capitalismo ». Da questo punto di vista, Stalin
vedeva le cose piu chiaramente di lui: nèl 1929, infatti,
doveva esplodere con violenza la crisi economica. E da
questa crisi si dovevano trarre tutte le conclusioni necessa­
rie. Stalin prevedeva l’aggravarsi del pericolo di guerra con­
tro l’URSS, che giustificava la politica di industrializzazione
« a tutto vapore », e il maturare della crisi rivoluzionaria dei
paesi capitalistici altamente sviluppati, che giustificava la ces­
sazione di qualsiasi tentativo di avvicinamento tra socialisti
(o socialdemocratici) e comunisti preconizzato da Bucharin.
È proprio questo orientamento a spiegare le posizioni set­
tarie assunte negli anni successivi dal Comintern e dal Par­
tito comunista tedesco. Le schiaccianti responsabilità della

1 II testamento politico di Lenin.

83
II Internazionale e del Partito socialdemocratico tedesco in
questa situazione altamente drammatica che doveva essere la
matrice e del nazismo e della seconda guerra mondiale non
attenuano minimamente quelle del Comintern e di Stalin.
Le conclusioni tratte da Stalin nella sua analisi prospettica
della situazione del capitalismo alla fine del 1928 erano er­
rate, ma giuste ne erano le premesse. Era fin troppo vero
che l’URSS continuava ad essere estremamente debole, come
osservava Bucharin. « A paragone dell’Europa occidentale e
dell’America, ci troviamo sempre ad un livello di sviluppo
eccessivamente basso e semibarbaro. » Se voleva sviluppare
l’industria, l’Unione Sovietica non doveva assolutamente mi­
nare « l’alleanza degli operai e dei contadini », come ricordò
con forza la Krupskaja in un articolo pubblicato dalla Pravda
il 20 gennaio 1929 e intitolato Lenin e l’edificazione colco­
siana: « La ricostruzione delle stesse basi dell’agricoltura ri­
chiede tempi lunghi. È impossibile produrre dall’alto un rivo­
luzionamento nell’agricoltura », aggiungendo: « È pura follia,
è assolutamente idiota comportarsi cosi ». Ma allora, come
finanziare l’industrializzazione? Bucharin rispondeva: « Pri­
ma di tutto, riducendo al massimo tutte le spese improdut­
tive, che per la verità sono enormi nel nostro paese, ed ele­
vando gli indici qualitativi, e innanzitutto il rendimento del
lavoro ». Dunque, « nessuna emissione di banconote, nessuna
liquidazione dei depositi, nessuna sovrimposta per i conta­
dini ». Era un cammino lento, e quello di Stalin era ben
piu rapido, ma l’avvenire avrebbe mostrato che nella storia
la linea retta non è necessariamente la distanza piu breve
tra due punti, se si pensa alle conseguenze. Bucharin faceva
osservare che questa via era la sola « grazie alla quale l’edi­
ficazione economica e l’accumulazione socialista saranno una
base realmente solida e sana sia sul piano economico che
sul piano delle classi sociali [...] affinché la politica d’indu­
strializzazione non solo non provochi la rottura con i con­
tadini, ma al contrario cementi l’unione con loro ». Nulla,

84
né la crisi economica, né il pericolo di guerra, né la spe­
ranza di una rivoluzione europea potevano modificare la base
di questa politica, perché modificarla significava entrare in
conflitto con i contadini, che rappresentavano l’85% della
popolazione, significava imboccare la via del terrore di mas­
sa contro il popolo. Sarà questa, infatti, una delle principali
componenti del fenomeno staliniano. Bucharin ricordava per­
tinentemente le osservazioni di Lenin sulla cooperazione e
sulla rivoluzione culturale: « Una rivoluzione culturale è ne­
cessaria per realizzare il piano cooperativo... Lenin c’insegna
che bisogna far intendere al contadino i suoi veri interessi
e su questa base condurlo al socialismo tramite la coope­
razione, ed infine che la cooperazione conduce al socialismo.
Occorre una cooperazione civile ». E faceva osservare: « La
classe operaia ha il compito di trasformare continuamente la
classe contadina, di riformarla a propria immagine senza
mai separarsi da essa ». « L’esercito rosso, composto per lo
piu da contadini, costituisce una macchina culturale delle più
importanti per trasformare il contadino, che uscirà dalle sue
file con una nuova psicologia. » La rivoluzione culturale si­
gnificava una trasformazione della mentalità contadina che
non poteva ottenersi se non con l’istruzione e l’esempio.
Tutti questi compiti presumevano una riduzione dell’appa­
rato statale e un miglioramento del suo lavoro sulla base
della « partecipazione reale delle masse reali » ’. Nell’articolo
Lenin e i compiti della scienza, Bucharin aveva insistito sul­
la necessità di una gestione scientifica dell’economia, allora
pericolosamente carente, e sul fatto che, su questo piano, si
doveva andare a scuola dall’occidente. Nelle Note di un eco­
nomista criticava la superindustrializzazione realizzata senza
riserve, « una politica che sarebbe accompagnata continua-
mente da una mancanza di riserve, che rasenterebbe l’avven-

1 Tutte queste citazioni sono ricavate dall’articolo di Bucharin,


Il testamento polìtico di Lenin.

85
tura », e denunciava ogni tentativo « di ricorrere alla forza
contro i contadini ».
Nella sua lotta contro Bucharin, Stalin disponeva di
forze considerevoli. Al Politburo e al Comitato centrale
aveva la maggioranza, a condizione però di non superare
certi limiti (che invece intendeva varcare decisamente). Nel­
la lotta che si accese a quel tempo, il bassissimo livello di
democrazia esistente nel partito e nel paese doveva svol­
gere un ruolo importantissimo, perché era proprio a livello
delle direzioni — nel migliore dei casi — che s’impegnava
il dibattito. Sia Stalin che Bucharin cercarono allora l’ap­
poggio dell’opposizione, che avevano soffocato insieme po­
chi mesi prima. Bucharin si mise in contatto con Sokolnikov
e poi con Kamenev. Il verbale di questi incontri si trova
secondo Isaac Deutscher 1 negli archivi Trotskij. La tesi svi­
luppata il 9 luglio 1929, secondo la quale « via via che
continuerà la nostra avanzata la resistenza degli elementi
capitalistici si farà sempre piu forte, e piu aspra diventerà
la lotta di classe... », gli sembrava contenere il pericolo di
una repressione di massa, di un nuovo terrore. E nella piat­
taforma presentata nel gennaio del 1929 all’Ufficio politico
(insieme con Rykov e Tomskij) denunciò la mancanza di una
direzione collegiale e il fatto che « il partito non partecipa
alla soluzione di questi problemi ». « Tutto viene imposto
dall’alto », aggiunse... « Ci opponiamo a che il controllo da
parte di un Collettivo venga sostituito dal controllo da parte
di una sola persona, quale che sia la sua autorità » (citato
da Rudzutak al XVI Congresso, pp. 201-202, e da Ordžo-
nikidze, p. 325). Bucharin aggiunse, secondo Kamenev: « Sta­
lin non si lascerà fermare da niente, soffocherà le rivolte
nel sangue, ci assassinerà, ci strangolerà [...] la radice del
■male sta nel fatto che il partito e lo Stato si fondono com­
pletamente l’uno nell’altro... Stalin è un intrigante privo

1 I. Deutscher, Il profeta disarmano (Leone Trotskij 1921-1923),


V. II, Milano, 1961.

86
di princìpi che subordina ogni cosa alla sua passione per il
potere. Non conosce che la vendetta e la pugnalata alla
schiena [...]. È un Gengis Khan»1. Sorvoliamo l’analisi
delle motivazioni di Stalin: possono essere discusse, ma la
storia dovrà dare una drammatica conferma alle parole di
Bucharin.
Quanto a Stalin, anche lui fece clamorose aperture verso
l’opposizione, sostenendo addirittura che, a suo avviso, Trot­
skij non aveva abbandonato « il terreno dell’ideologia bol­
scevica » e che lui, Stalin, aspettava solo un’occasione per
farlo tornare a Mosca2 (dichiarazione di Stalin ad un comu­
nista asiatico3). La politica di Stalin apparve alla maggior
parte dei trotskisti come un’apertura a sinistra. E quindi,
secondo Preobraženskij, Pjatakov e Radek, bisognava appog­
giarlo contro Bucharin. Del resto, quest’ultimo aveva previ­
sto tale reazione. « Ciò che divide noi due — aveva detto
a Kamenev — è meno grave di ciò che ci divide da Stalin.
Occorre innanzitutto ristabilire la democrazia nel partito. »
Ma l’opposizione non la pensava allo stesso modo. Solo
Trotskij si rifiutò di schierarsi con Stalin, il che gli valse,
il 20 gennaio 1929, l’espulsione dall’URSS: la condizione
che aveva posto per tale avvicinamento era infatti il ripri­
stino della democrazia nel partito, a cui Stalin si opponeva
decisamente. Contemporaneamente, Stalin continuò a dire che
la destra buchariniana rimaneva il suo nemico principale.
Tuttavia, questi fatti screditavano ancor piu l’opposizione,
divisa, ridotta a tante piccole cappelle, spesso incoerente nel­
le sue analisi. Trotskij, ad esempio, aveva denunciato il
trionfo della linea del partito come « un nuovo Termidoro »
proprio quando Stalin parlava di annientare i kulaki e i
nepmen, il che era precisamente il contrario di un Termi­
doro. Le discussioni all’Ufficio politico e al Comitato cen-

1 I. Deutscher, op. cit.


2 Trotskij era allora esiliato ad Alma-Ata.
3 I. Deutscher, op. cit.

87
traie si protrassero dal febbraio del 1928 al febbraio dello
armo successivo, A questa data Bucharin fu allontanato dalla
sua carica al Comintern e alla Pravda, Tomskij dai sindacati
sovietici, ma rimasero nel Politburo, come lo stesso Rykov
(sempre presidente del Consiglio dei commissari del popolo).
Nel febbraio del 1929 la maggioranza dei membri del Comi­
tato centrale era decisa a passare all’azione contro i kulaki,
ad imporre una vera pianificazione, ad intensificare i ritmi
dell’industrializzazione. Non sospettava lontanamente le tra­
giche conseguenze che le loro decisioni avrebbero avuto per
l’Unione Sovietica, per il partito e per loro stessi. Molti di
loro dovevano infatti sparire tragicamente negli anni trenta:
quattro membri titolari del Politburo su nove (Bucharin,
Rykov, Tomskij e Rudzutak) e quattro membri supplenti
su otto (Kirov, Kosër, Uglanov, Cubar); complessivamente,
otto persone su diciassette.
Dopo le decisioni del febbraio 1929, l’Unione Sovietica
operò una svolta radicale nella sua politica economica, una
svolta che però andò ben oltre le decisioni del XV Con­
gresso e del Comitato centrale. Il raccolto di cereali durante
l’inverno 1928-1929 fu piuttosto cattivo a causa del sabo­
taggio dei kulaki, della speculazione e delle apprensioni dei
contadini medi. Fu giocoforza cominciare a razionare i pro­
dotti agricoli. La XVI Conferenza del partito, tenutasi nel­
l’aprile del 1929, approvò il primo piano quinquennale (1929-
1933). Preparato dai servizi del Gosplan, nei quali figura­
vano molti economisti qualificati, spesso ex menscevichi e
socialisti-rivoluzionari1 (Kondratjev, Bazarov, Groman), esso
prevedeva in origine due varianti: una ottimista e una pes­
simista. Il Politburo volle ad ogni costo che si scegliesse la
versione ottimista (aumento del 181% della produzione in­
dustriale e del 183% del reddito nazionale). Il piano pre-

' Il Consiglio supremo dell’economia nazionale aveva insistito


per far adottare obiettivi superiori a quelli previsti dal Gosplan.
Il piano adottato alla XVI Conferenza teneva conto di questi aumenti.

88
vedeva una espansione del settore cooperativo nell’agricol­
tura e nel settore statale. I colcos dovevano rappresentare
22 milioni di ettari nella forma piu elementare, quella dei
tosy (associazione per il lavoro della terra in cui solo una
parte del suolo e l’attrezzatura pesante erano messi in co­
mune, ma dove la proprietà restava privata), e 4.500.000
famiglie, i sovcos 5 milioni di ettari: in tutto, nel 1933, il
17,5% delle terre coltivabili per i sovcos e i colcos (il 43
per cento del grano commercializzato). Invece, negli anni
1929 e 1930 si osservò, nonostante le decisioni della XVI
Conferenza e le solenni promesse di Stalin e di Molotov,
un aumento sempre piu rapido degli obiettivi dell’industria­
lizzazione e della collettivizzazione del suolo. Il numero dei
colcos aumentò fin dalla metà del 1929. Ai primi di novem­
bre se ne contavano 70.000, con circa 2 milioni di famiglie
contadine ed il 7,6% delle superfici coltivate. Molto di piu,
quindi, che nel 1928 (il 4% in piu), ma non ancora abba­
stanza, soprattutto se si tiene conto che si trattava di pic­
coli colcos e che il 62,3% di loro erano dei tosy e soltanto
il 30,8% degli artel, dove la proprietà della terra era vera­
mente collettiva (ma in forma cooperativa) e solo il 6,9%
delle comuni1 (dove tutti i beni appartenevano alla collet­
tività). In teoria, l’adesione al colcos era volontaria. La dire­
zione del partito tentò di creare grandi colcos: in alcune re­
gioni si raggiunsero forti tassi di collettivizzazione (il 19%
nella regione del Caucaso settentrionale e il 14% in Ucrai­
na). Fino a novembre, nella grande maggioranza dei casi, le
pressioni delle autorità rimasero indirette e la creazione dei
colcos incontrò la resistenza talvolta armata dei kulaki. Negli
archivi di Smolensk sono recepibili le seguenti notizie: Rap­
porto dell’OGPU della regione occidentale per il 1929:
« Okrug (distretto) di Brjansk nella notte dal 1° al 2 otto­
bre nella regione del Rialto centrale, il presidente del soviet

1 Queste comuni preannunciavano per molti aspetti le comuni


popolari cinesi.

89
del villaggio di Khelvevsk è rimasto gravemente ferito da
un colpo di arma da fuoco... ». Il giorno prima era stato
aggredito il segretario del Selsoviet. Nel distretto di Velikije
Luki, nel villaggio di Smorodovnik, regione di Tsivelsk, il
29 agosto fu assassinato il segretario del Selsoviet, ecc., e
gli attentati contro i sostenitori della collettivizzazione si
moltiplicarono a migliaia durante il 1929. Nella regione occi­
dentale si ebbero trentaquattro azioni terroristiche nel luglio
e nell’agosto, quarantasette in ottobre (18 vittime erano pre­
sidenti ed 8 segretari dei Selsoviet). Nell’ottobre furono ar­
restate per questi crimini 122 persone, la metà delle quali
erano kulaki e l’altra metà contadini poveri o medi. Fin
dal giugno 1929, pur avendo indicato in un rapporto le
difficoltà nelle quali si trovavano i colcos, il Kolchozcentr
(Direzione centrale dei colcos) propose di raggiungere l’obiet­
tivo di 8 milioni di ettari coltivati dai colcos entro il 1930.
Tra l’agosto e il novembre, per tappe successive, fu deciso
di portare queste cifre a 30 milioni di ettari. Il 7 novem­
bre 1929, senza attendere la riunione del Comitato centrale,
che fu messo davanti al fatto compiuto, Stalin pubblicò sul­
la Pravda un articolo programmatico che annunciava una col­
lettivizzazione rapida e massiccia (L’anno della grande svolta).
Osserviamo di sfuggita che l’articolo fu pubblicato due set­
timane dopo il crack in borsa di Wall Street, che segnò lo
inizio della grande orisi economica del 1929. Stalin diceva che
nel 1929 si era operata una svolta perché l’industria era
progredita come mai in passato. Ma non era vero. Il pro­
gresso era reale ma non decisivo: basti pensare che non fu
superiore a quello degli anni precedenti. Quanto alla « svol­
ta radicale » che si andava operando tra gli stessi contadini
e della quale Stalin menava tanto vanto, esisteva sólo nella
sua mente: lo dimostra chiaramente l’opera collettiva pub­
blicata nell’URSS nel 1963 sotto la direzione di Danilov
(Storia della collettivizzazione della terra nelle repubbliche

90
sovietiche'1). In realtà, a partire dal novembre del 1929,
la collettivizzazione avvenne in modo autoritario e burocra­
tico, ricorrendo a misure coercitive e spesso alla violenza. Nel
suo rapporto al Comitato centrale (15 novembre 1929), Mo­
lotov si congratulò per i risultati ottenuti e sostenne che
la collettivizzazione doveva essere completata in molte regioni
entro il 1930. Il Comitato centrale, se non fu altrettanto
entusiasta, non osò far marcia indietro perché, cosi facendo,
avrebbe dato ragione a Bucharin contro Stalin: si limitò
quindi a nominare una commissione permanente incàricata di
studiare il problema, che era un modo come un altro per
limitare il disastro. Scambiando per realtà i propri desideri,
Molotov aveva dichiarato: « La campagna sta per essere mes­
sa sossopra, si è già trasformata in un mare in ebolli­
zione », ma l’ebollizione era dovuta piu alla volontà del
partito che non a quella dei contadini. Non solo si attacca­
vano i kulaki, la cui resistenza era feroce, ma, come aveva
previsto Bucharin, si fini per sferrare duri attacchi anche
contro i serednjaki. Alla fine del mese, la direzione del par­
tito impose ritmi piu elevati. Il 27 settembre del 1929 Stalin
lanciò in un discorso l’idea di « liquidare i kulaki come
classe », mettendo anche in questo caso le organizzazioni di
partito dinanzi al fatto compiuto, facendo leva sulla bednotà
(cioè l’insieme dei contadini poveri — bednjaki — e senza
terra, batraki). La definizione dei kulaki era quanto mai ap­
prossimativa: nella categoria furono inclusi anche molti con­
tadini medi. La maggioranza dei contadini, dunque, fu fatta
entrare con la forza nei colcos. Un’ondata di terrore dilagò
nei primi tre mesi del 1930 sulle campagne sovietiche. Gra­
zie agli archivi di Smolensk sappiamo cosa avvenne ad esem­
pio nel distretto di Velikije Luki. Il 28 gennaio il comitato

1 Questo punto di vista è contestato, ma senza vero fonda­


mento scientifico, da due autori sovietici: Voganov (Kommunist, n. 3,
1966; Questioni di storia del PCUS, febbraio 1968) e Trapeznikov
[Una esperienza storica del PCUS: la realizzazione del progetto leni­
nista delle cooperative-, Mosca, 1965).

91
di partito approvò la proposta di deportare i kulaki. Que­
sti (come avvenne anche in tutto il territorio sovietico) do­
vevano essere divisi in tre categorie: « I kulaki colpevoli di
attività controrivoluzionarie sono deportati, al pari dei piu
ricchi di loro; quanto agli altri, i loro beni vengono confi­
scati, ma essi rimarranno neXVokrug con l’incarico di disso­
dare le terre ». La circolare del 12 febbraio del comitato
di partito metteva in guardia contro il pericolo che si sa­
rebbe corso estendendo tali misure anche agli altri conta­
dini, ma riconosceva che cosi avveniva di frequente. Nei gior­
ni seguenti furono segnalati numerosi atti criminali. Come
avrebbe fatto piu tardi Mao Tse-tung all’epoca della rivolu­
zione culturale, Stalin aveva scatenato forze che difficilmente
poteva controllare. I rancori personali acuirono i conflitti di
classe nei villaggi. Dall’« ebollizione » delle campagne della
quale tanto si felicitava Molotov nasceva una situazione dram­
matica. I contadini, terrorizzati, uccidevano il bestiame. I
lavori agricoli erano in ritardo e incompleti. Ovunque re­
gnava il caos. Si « dekulakizzavano » i serednjaki. I kulaki
venivano deportati ad interi vagoni. Milioni di contadini ve­
nivano costretti ad entrare nei colcos, dopo di che si annun­
ciava la piena riuscita del piano di collettivizzazione totale...
Squadre di operai inviate dalle città e che non conoscevano
la campagna si comportavano in modo a dir poco arbitrario.
Un rapporto dell’OGPU della regione occidentale in data
28 febbraio 1930 osservava che ai kulaki e ai contadini me­
di venivano tolti perfino gli abiti. Gli arresti erano sempre
piti numerosi, per iniziativa di responsabili di ogni tipo,
come sottolinea un rapporto della stessa OGPU del 23 feb­
braio di quell’anno. Fin dal 20 febbraio Rumjantsev, segre­
tario regionale del partito e membro del CC (fu fucilato nel
1938), mise in guardia tutti i segretari distrettuali del par­
tito contro le numerosissime deviazioni manifestatesi in quel­
le ultime settimane. Indubbiamente, tra gli ottocento con­
tadini arrestati dall’OGPU c’erano anche dei kulaki, e sicu-

92
ramente questi avevano una posizione antisovietica che me­
ritava dure sanzioni. Senonché, nella lotta contro i contadini
ricchi si procedeva in modo burocratico e repressivo, in un
modo cioè che non poteva non far nascere il profondo mal­
contento dei contadini contro il regime sovietico. Il feno­
meno staliniano appariva qui in tutte le sue contraddizioni.
Prodotto della lotta di classe, esso condusse questa lotta in
modo tale che solo la repressione poteva permettergli di ri­
solvere i problemi che gli si ponevano a quel tempo. Pro­
blemi ben reali, indubbiamente, ma che avrebbero richiesto
soluzioni diverse. Lo stalinismo fu una soluzione che rispon­
deva agli interessi del socialismo quanto ad obiettivi ma
non quanto a mezzi. La nascita di un’agricoltura socialista,
collettivizzata, e la liquidazione dei contadini ricchi erano
di per sé positive, ma quale prezzo ha dovuto pagare la
Unione Sovietica e, con essa, l’intero movimento operaio
internazionale per il modo in cui fu compiuta questa « rivo­
luzione »! Dalla rivoluzione socialista, dalla politica di Stalin
nacquero comunque un’economia ed una società socialiste. È
necessario tenerne conto se non si vuol dare un’interpreta­
zione errata del mondo contemporaneo. È vero comunque
che furono usati metodi totalitari che se, in apparenza, per­
misero di procedere piu rapidamente, di bruciare le tappe,
in realtà si rivelarono deleteri nelle loro conseguenze e pro­
vocarono guasti di cui, indirettamente, l’Unione Sovietica sof­
fre ancora oggi. In realtà, era la via piu lunga per edifi­
care il socialismo, date le perdite umane, i danni materiali,
le difficoltà politiche ed ideologiche che essa determinò. Ra­
pida solo in apparenza, insomma.
L’ostacolo che hanno incontrato tanti studiosi sta nella
difficoltà di cogliere appieno le contraddizioni del fenomeno
staliniano. Da un lato, esso cercò di edificare il socialismo,
— cosa che molti autori negano tuttora, — dall’altro lo edi­
ficò in un modo spesso barbaro e dispotico, che lo ha reso
odioso a tutti coloro che non vogliono né barbarie né di-

93
spotismo. A partire da questa costatazione, o si nega il ca­
rattere socialista di queste trasformazioni, oppure si colle­
gano il socialismo e i procedimenti staliniani secondo una
logica necessaria, in certo senso fatale, valida dovunque e
sempre. Solo se si analizzano a fondo queste contraddizioni
si può giudicare il carattere propriamente storico e dunque
specifico del fenomeno staliniano, che è il prodotto di un
certo tempo e di un certo spazio e nel quale »’incarnano e
il meglio e il peggio. Naturalmente, ci si può dolere che
il socialismo non sia perfetto, ma sarebbe un’utopia preten­
derlo. Nulla mette il socialismo al riparo da questi pericoli.
Tutto dipende dalle condizioni di luogo e di tempo nelle
quali esso si sviluppa.
Al 1° marzo del 1930 avevano « deciso » di entrare nei
còlcós 14.245.000 aziende agricole. Il giorno dopo la Pravda
pubblicò un lungo articolo nel quale Stalin decretava una
battuta d’arresto nella rivoluzione contadina. L’articolo ricor­
dava che l’adesione al colcos doveva essere « libera » e con­
dannava « queste degenerazioni, questa collettivizzazione per
decreto, queste minacce indegne contro i contadini » (Que­
stioni del leninismo !). Stalin criticava duramente gli eccessi,
ad esempio di coloro che, per organizzare un artel, comin­
ciavano con lo staccare le campane dalle chiese. « Staccare
le campane, questo sì che è da rivoluzionari! » (Ibidem,
p. 332). Di fronte alla catastrofe, egli cercava di placare le
forze che egli stesso aveva scatenato. In poche settimane
gli eccessi diminuirono. Al 1° maggio del 1930 v’erano meno
di sei milioni di famiglie colcosiane (5.999.000), e cioè 8
milioni 246.000 di meno che al 1° marzo dello stesso anno:
in altri termini, almeno 8.246.000 contadini erano stati fatti
entrare di forza nei colcos, il che dà una chiara idea della
costrizione che aveva pesato su di loro. Nei mesi e negli
anni successivi la politica agraria del partito non fu tutta-

1 Questioni del leninismo, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1946,


p. 330.

94
via modificata. Le pressioni si fecero piu discrete, ma conti­
nuarono. Il numero delle aziende annesse ai colcos aumentò
rapidamente.

Aziende colcosiane

1° maggio 1930 5.999.000


2 febbraio 1931 8.250.000
10 luglio 1931 13.839.000
1° novembre 1931 15.000.000 (con 230.000 colcos)
1933 15.258.000
1934 15.717.000
e cioè il 71,4% del numero complessivo delle aziende contadine.

Allevamento
(in milioni di capi)

1929 1933
Bovini 67,1 38,6
Equini 30,7 16,6
Ovini 146,9 50,6
Suini 20,3 12,2

L’allevamento attraversò una crisi gravissima a causa del­


la macellazione massiccia del bestiame da parte dei conta­
dini, come dimostra la tabella qui in alto. Se il raccolto del
1930 non era stato cattivo (835 milioni di quintali), quello
del 1931 non fu buono (694 milioni di quintali) e quello
del 1932, sembra, addirittura catastrofico. La liquidazione
dei kulaki continuò anche dopo il marzo del 1930. A Roslavl,
nella regione di Smolensk, il 15 febbraio del 1931 ebbero
inizio i preparativi per la deportazione in Siberia dei kulaki
(furono deportate trentatré famiglie), ma le deportazioni al­
larmarono tutti i contadini, che temevano di essere conside­
rati contadini ricchi. Il 27 marzo 1931 2.202 persone (437
famiglie) furono raccolte nel centro di raduno di Roslavl.
Durante l’inverno 1932-1933 l’URSS si trovò sull’orlo di una
catastrofe economica analoga a quella del 1922. Alcune re­

95
gioni conobbero la fame. Indubbiamente, si è ben lontani
dai dieci milioni di morti di cui parla Lewin (I contadini e
il potere sovietico, 1961), ma è certo che si registrò un nuovo
deficit di nascite e una maggiore mortalità 1 proprio a causa
delle difficoltà alimentari. Infine, per molti anni bisognò
ricorrere nelle città ad un durissimo razionamento.
Nonostante le condizioni nelle quali erano stati creati,
i colcos divennero però centri d’istruzione tecnica e di ani­
mazione che stimolarono la rivoluzione culturale nelle cam­
pagne. La creazione delle Stazioni macchine e trattori ebbe
un’importanza considerevole. Lo statuto modello del colcos
adottato nel 1930 faceva dell’arte! il modello di organizza­
zione colcosiana — ogni colcos eleggeva il suo presidente
(ma a proporlo era l’organizzazione di partito) — e i col­
cosiani venivano retribuiti secondo il sistema del trudoden 2.
Non è il principio dei colcos a dover essere messo in discus­
sione, ma la costrizione alla quale — contrariamente agli
stessi principi del regime sovietico — si ricorse per crearli.
Dovettero passare degli anni prima che l’agricoltura sovie­
tica si riprendesse da queste difficoltà. Stalin aveva imposto
le proprie tesi sui problemi agricoli come in tanti altri cam­
pi. Lo sviluppo delle forze produttive doveva realizzarsi in
modo pianificato e a partire dall’industria pesante. Era la
linea che Stalin aveva chiamato « linea del metallo », in con­
trapposizione con l’incremento dell’industria dei beni di con­
sumo, la « linea del tessile ». Ma Stalin non si fermò qui:
impose in modo autoritario obiettivi che non avevano alcuna
probabilità di riuscita.

1 La popolazione sovietica contava 165.700.000 abitanti nel 1933


e 170.500.000 nel 1939. L’incremento avrebbe dovuto essere di tre mi­
lioni l’anno, ossia di 18 milioni. Invece, esso fu soltanto di cinque
milioni. Il deficit di 13 milioni era dovuto al deficit delle nascite, alle
conseguenze della carestia del 1933 e al terrore stalinista. Oggi come
oggi è difficile stabilire quale parte ebbero singolarmente questi diversi
fattori.
2 Trudoden = il valore di una giornata lavorativa-tipo corrispon­
dente ad una determinata attività agricola.

96
Alcuni economisti, come Sabsovič (L’URSS tra quindici
anni; L’URSS tra dieci anni), lanciarono idee deliranti che
sicuramente ebbero un gran peso su Stalin e su altri diri­
genti. Sabsovič era convinto che si potessero raggiungere gli
Stati Uniti entro il 1936! Quanto alle cifre proposte da
Stalin come obiettivi per l’industria entro la fine del primo
piano quinquennale, esse venivano aumentate di mese in
mese. AI XVI Congresso propose l’obiettivo di 17 milioni
di tonnellate di acciaio e di 45 milioni di tonnellate di
petrolio. Progressi reali non mancarono, grazie ai sacrifici
degli operai, ad investimenti ingenti che poterono essere rea­
lizzati sfruttando sempre piu intensamente i contadini, grazie
allo sviluppo dell’emulazione socialista e alla pianificazione
centralizzata. La produzione industriale aumentò mediamente
del 19,2% all’anno secondo le statistiche sovietiche (sicura­
mente superiori alla realtà), del 13% secondo lo storico ame­
ricano di origine russa Jasny. Ammettiamo comunque che
l’aumento sia stato del 15-16% annuo. Non è poco. Grandi
centri siderurgici sorsero nell’Ural (Magnitogorsk); grandi
dighe furono erette in Ucraina; furono costruiti canali e
grandi ferrovie, nuovi bacini petroliferi e carboniferi (il Dne-
prostroj, il Turksib, il canale del Mar Bianco, ecc.). Sorsero
città nuove, come Kuznetsk, mentre antiche città videro au­
mentare bruscamente la loro popolazione. L’URSS si co­
priva di cantieri. Si cominciarono a costruire 1.500 nuove
grandi officine, la maggior parte delle quali entrarono in fun­
zione durante il secondo piano quinquennale. Ciò nonostante,
si era ancora lontani dagli obiettivi fissati da Stalin e dai
suoi economisti.
Carbone Elettricità Acciaio Petrolio1
1928 35,5 5 4,5 11,6
1932 64,4 13,5 5,9 28,6

I 17 milioni di tonnellate di acciaio saranno raggiunti


1 In milioni di tonnellate, tranne l’elettricità, calcolata in miliardi
di kWh.

97
solo nel 1939. L’utopia e il volontarismo si rompono im­
mancabilmente le ossa contro le muraglie della realtà, e lo
stesso vale per le promesse fallaci, per gli obiettivi inacces­
sibili. Stalin cercò di nascondere la verità truccando le sta­
tistiche. Cominciò a far pubblicare solo delle percentuali,
fatta eccezione per alcune cifre generali il cui modo di cal­
colo era sconosciuto alle masse e che quindi erano ben poco
attendibili. La pianificazione centralizzata, utile per tanti
aspetti, fu maneggiata in modo da stimolare i già rilevanti
fenomeni burocratici. Il numero dei funzionari aumentò in
proporzioni considerevoli ed inutili. Spesso funzionari di par­
tito e dell’apparato statale disponevano di vantaggi materiali,
politici e morali che conferivano loro taluni privilegi nei
confronti del popolo. E tuttavia è difficile, perché contrario
alla realtà, parlare di una nuova dlasse di burocrati privile­
giati, come hanno fatto tanti trotskisti negli anni trenta e
in quelli successivi L’autorità di Stalin aumentò col tra­
scorrere degli anni. Le strutture e i meccanismi che dove­
vano dare allo stalinismo la sua tragica dimensione esiste­
vano fin dal 1928, ma non era ancora scoccata, a quel tem­
po, la scintilla che doveva metterli in moto. A partire dal
1929 Stalin decideva ormai di tutto sovranamente. Si mani­
festava già chiaramente, in lui, la tendenza a mettere gli
organi dirigenti del partito davanti al fatto compiuto, a tra­
sformarli in semplici cinghie di trasmissione, in organismi
esecutivi della sua politica. Fino agli ultimi giorni del 1934,
vale a dire fino all’assassinio di Kirov, la storia politica del-
l’URSS non fu che una lunga serie di tentativi purtroppo
abortiti di ristabilire una direzione collegiale nel partito limi­
tando i poteri del Gensek2.
1 II fenomeno burocratico non può essere identificato con resisten­
za di una classe burocratica: le funzioni dirigenti non erano né eredi­
tarie né a vita. Non esiste un complesso di individui che occupino lo
stesso posto nel processo di produzione e di circolazione del capitale,
come non esiste riproduzione sociale dei gruppi dirigenti.
2 Segretario generale. Cosi veniva solitamente soprannominato
Stalin, segretario generale del PCUS.

98
A poco a poco il culto di Stalin si diffuse in tutta
l’Unione Sovietica. La sua fotografia era visibile ovunque,
all’interno e all’esterno degli edifici pubblici. La stampa co­
minciava a celebrare i suoi meriti. Nel 1929 le Edizioni di
Stato pubblicarono una scelta di testi di dirigenti del par­
tito in occasione del suo cinquantesimo compleanno. Il 21
dicembre 1929 tutta la stampa sovietica gli dedicò nume­
rose pagine, celebrandone il cinquantesimo anno di età con
articoli ditirambici e fotografie. Il suo busto in terracotta e
la sua fotografia furono diffusi in milioni di copie. I com­
pagni d’arme lo citavano in lungo e in largo in articoli e
discorsi. Per lo piu, i dirigenti dell’opposizione di sinistra
si erano schierati al suo fianco per combattere i kulaki e
contribuire all’edificazione socialista. Solo Trotskij, dal suo
esilio, continuava a combatterlo, ma nella solitudine, senza
successo. La stessa opposizione di destra aveva finito per
appoggiarlo. Al XVI Congresso (giugno-luglio 1930) non gli
fu rivolta una sola critica: eppure continuava il dramma del­
la collettivizzazione. Il Gensek ricorreva sempre piu frequen­
temente e intensamente all’OGPU. Fu quest’organismo, ad
esempio, a controllare l’attività di Bucharin durante gli av­
venimenti del 1928-1929, a dirigere la « dekulakizzazione »
e la deportazione in massa di centinaia di migliaia di con­
tadini, a montare infine i primi grandi processi di Mosca.
L’obiettivo era allora — a differenza dei processi del 1936-
1938 — di attaccare gli specialisti non comunisti e di di­
mostrare l’esistenza di un vasto complotto straniero desti­
nato a « sabotare » l’economia sovietica. Sfruttando la realtà
delle cospirazioni antisovietiche, Stalin intendeva indubbia­
mente motivare le difficoltà economiche addebitandole allo
« imperialismo straniero e ai nemici interni del regime ». E
questo era indubbiamente vero: senonché, il meccanismo dei
processi organizzati dopo il 1928 prefigura troppo chiara­
mente quelli che saranno montati contro i dirigenti comu­
nisti negli anni 1936-1938 perché non si sia tentati di tro­

99
vare delle analogie (tanto piu che il personale giudiziario
e poliziesco era lo stesso). Molte testimonianze1 rivelano che
si trattava dello stesso tipo di « montaggio ». Il primo pro­
cesso — 1928 — fu quello contro gli ingegneri di Sakhty,
alcuni ingegneri minerari che, secondo l’atto d’accusa, ave­
vano sabotato la produzione di carbone nel Donbass. I me­
todi con i quali furono condotti gli interrogatori erano già
quelli che sarebbero stati usati durante i grandi processi di
Mosca. L’OGPU ricorreva alla tortura fisica, psicologica e
morale. Da questo processo prese l’avvio un’ondata di ter­
rore contro gli specialisti borghesi. Nel 1930 fu la volta
del processo contro il TKP, il « partito contadino del la­
voro ». I principali imputati erano, insieme con il grande
economista Kondratjev, molti altri economisti ed agronomi,
processati a porte chiuse. Alla fine dell’anno ebbe luogo in
pubblico il processo contro il Partito industriale (Prompar-
tia): otto quadri scientifici di alto livello furono accusati di
aver sabotato l’economia sovietica in combutta con le guàr­
die bianche e con il governo francese. Il presidente del tri­
bunale era Andrej Vysinskij, il pubblico ministero Krylenko
(fucilato per ordine di Stalin pochi anni dopo). Le accuse
si basavano sui paragrafi 3, 4 e 6 del codice criminale della
RSFSR del 1926. Gli accusati si dichiararono unanimemente
colpevoli e fornirono un’infinità di particolari sulle loro at­
tività di sabotaggio e sui loro collegamenti internazionali.
È quasi certo che queste confessioni furono dovute alle molte
pressioni e alle torture di ogni genere che avevano subite,
ma in molti ambienti -— e soprattutto nel movimento comu­
nista internazionale — esse furono ciecamente credute pro­
prio a causa dell’antisovietismo delirante che dominava nei
paesi capitalistici. Il principale imputato, Ramsin, direttore
dell’Istituto di studi termici, fece un’autocritica « convinta ».
Le uniche prove emerse durante il processo furono precisa-

1 In particolare, quelle citate da Roy Medvedev, Lo stalinismo, cit.

100
mente le confessioni degli accusati. Il grande storico sovietico
Tarte fu accusato di voler essere il futuro ministro degli
esteri del governo bianco. Arrestato, espulso dall’Accademia
delle scienze, fu liberato qualche tempo dopo... Cinque de­
gli accusati, tra cui Ramsin, furono condannati a morte ma
graziati perché si trattava di « criminali resi inoffensivi e
che riconoscono e si pentono delle loro azioni » 1 (Processo
contro il partito industriale, p. 232).
Nel gennaio del 1931 ebbe luogo il processo contro l’Uf­
ficio federale menscevico. Tra gli accusati figuravano Gro-
man, uno dei dirigenti del Gosplan ed economista di gran
valore, Suchanov, un ex menscevico in casa del quale si
era tenuta la riunione decisiva del Comitato centrale bol­
scevico alla vigilia della rivoluzione d’ottobre, e molti eco­
nomisti. Tutti gli imputati confessarono non solo il tenta­
tivo di ricostituire nell’URSS un partito menscevico, ma an­
che di aver cospirato con il « partito industriale » e con il
« partito contadino del lavoro », i grandi imputati dei pre­
cedenti processi, e, addirittura, di aver avuto contatti con
l’opposizione comunista nell’URSS. Fu cosi che venne mes­
so sotto accusa il direttore dell’Istituto Marx-Engels-Lenin,
Rjazanov, il che permise a Stalin di esautorarlo dalla sua
carica e di esiliarlo lontano da Mosca. Tutti questi processi
crearono un clima di sospetto nei confronti degli intellet­
tuali, dei quadri superiori e degli specialisti. Stalin impose
tagli profondi in molti settori di attività dello Stato e tentò
di richiamare all’ordine gli stessi intellettuali comunisti. Una
repressione di massa si abbatté su loro fin dal 1930: da

1 Le confessioni degli accusati erano tanto piu credibili in quanto


il governo e lo stato maggiore francesi ebbero per molti anni una posi­
zione antisovietica, intervenendo nel 1919 ad Odessa, aiutando Vrangel,
Kolčak e la Polonia dal 1919 al 1921, preparando nel 1940 un inter­
vento armato a Petsamo (Finlandia) ad un attacco aerotrasportato contro
i pozzi di petrolio del Caucaso. Stalin montò sempre questi processi
con grande intelligenza politica, in modo da rendere perfettamente atten­
dibili le confessioni degli accusati.

101
questo momento tutti i ricercatori furono strettamente sor­
vegliati dalle autorità. Fu soffocata ogni libertà di ricerca
e di creazione. In campo storico si ebbero le dure critiche
a Jaroslavskij per la sua storia del PCUS e, soprattutto, a
Pokrovskij, colpevole di aver screditato il passato della Rus­
sia insistendo sulle origini dell’imperialismo russo. Lo stesso
Stalin scrisse nel 1931 una lettera alla rivista Proletarskaja
revoljutsija (La rivoluzione proletaria) per criticare l’orienta­
mento delle ricerche storiche (la rivista aveva pubblicato un
articolo troppo elogiativo su Rosa Luxemburg). « Ritengo
che gli editori siano stati mossi da quel putrido liberalismo
che è oggi molto diffuso tra alcuni bolscevichi. Alcuni ri­
tengono addirittura che il trotskismo sia stato una scuola
di pensiero all’interno del bolscevismo... In realtà, il trot­
skismo è la punta di lancia della borghesia controrivoluzio­
naria nella sua battaglia contro il comuniSmo. Il trotskismo
è l’avanguardia della borghesia controrivoluzionaria. Ecco
perché essere liberali nei suoi confronti rasenta il crimine
e il tradimento della classe operaia...» un testo eloquente,
estremamente sintomatico del tipo di ragionamento stalinia­
no '. La borghesia controrivoluzionaria lotta contro l’URSS,
la vuol distruggere. Lo si è detto, il punto di partenza di
Stalin era spesso giusto. Ed è proprio questa una delle ra­
gioni per cui potè ingannare a lungo tanta gente onesta, so­
prattutto all’estero. E, aggiungeva Stalin, il trotskismo cri­
tica l’URSS e il PCUS — il che era vero solo in parte,
tant’è vero che Trotskij scriveva nel febbraio del 1930: « Il
successo dell’Unione Sovietica sul piano dello sviluppo as­
sume un significato storico universale. I socialdemocratici
che non tentano nemmeno di valutare i ritmi che l’econo­
mia sovietica si sta rivelando capace di raggiungere non me­
ritano che disprezzo. Questi ritmi, è vero, non sono né sta-

1 Non bisogna dimenticare che il trotskismo del 1931 non era il


trotskismo del 1975, caratterizzato dall’antisovietismo e da una strategia
passatista e dogmatica.

102
bili né sicuri, ma forniscono la prova pratica delle immense
possibilità insite nel sistema economico del socialismo » (Sul­
l’imprudenza economica e i suoi pericoli, in Bollettino del­
l’opposizione, n. 9). È vero anche, però, che Trotskij, ac­
cecato com’era da sentimenti personali, non aveva capito
la contraddizione di fondo del fenomeno staliniano. Con gli
occhi fissi alla storia della rivoluzione francese, egli pensava
sempre al Termidoro: non aveva capito che il Termidoro era
la continuazione della rivoluzione francese sotto altre forme,
con altri metodi, e con altri uomini. Bonaparte aveva con­
solidato la rivoluzione borghese allo stesso modo che Stalin
continuava la rivoluzione socialista. Proprio perché avevano
capito questo, e non per motivi di carriera o per timore per­
sonale, i compagni di Trotskij avevano accettato per la mag­
gior parte la politica del partito. Preobraženskij, Pjatakov,
Smilga, Sosnovskij, Smirnov, Muralov, Antonov-Ovseenko,
Radek, — come avevano già fatto prima Zinovjev, Kame­
nev e molte migliaia di deportati, — erano tornati a Mosca,
dove erano stati nominati a cariche importanti nel partito e
negli organismi statali.
Questo non impediva comunque a Stalin di insistere nel
suo ragionamento: 1) la borghesia vuol distruggere l’URSS;
2) Trotskij critica l’URSS; 3) Trotskij è la punta di lancia
della borghesia; 4) coloro che sono troppo compiacenti con
il trotskismo aiutano Trotskij, e quindi la borghesia... Ap­
paiono già qui, dunque, i vari temi che saranno usati nella
repressione di massa degli anni successivi al 1935 e che
Stalin aveva preannunciato fin dal 1928 dichiarando: « Pa­
rallelamente alla nostra marcia avanti, va crescendo la resi­
stenza degli elementi capitalistici [...] la lotta di classe di­
venterà sempre piu aspra... » (discorso del 9 luglio 1928,
Opere, v. 2, p. 171, ed. russa).
In campo filosofico, Stalin criticò l’istituto dei professori
rossi e la rivista Pod znamenem marksizma, nonché le opere
dei filosofi Sten e Deborin. In letteratura, cominciò ad inter-

103
venire direttamente, fino dal 1930, distribuendo elogi e cri­
tiche. Soppresse tutte le associazioni letterarie indipendenti
che erano sopravvissute e tutte le cooperative editoriali. Nel
1929, per meglio controllare la vita letteraria, creò l’Unio­
ne degli scrittori sovietici che nel 1932 ottenne il monopo­
lio dell’organizzazione degli scrittori. Sarebbe sbagliato, pe­
rò, pensare che Stalin non incontrasse una certa resistenza
all’interno del partito e della sua direzione. Certo, la sua auto­
rità era sempre piu grande. Bucharin e Tomskij non face­
vano piu parte del Politburo dal novembre del 1929 e Rykov
vi si trovava « in prova », finché, alla fine del 1930, fu
espulso e sostituito da Molotov alla presidenza del Consiglio
dei commissari del popolo. Nonostante tutto, però, sia il
Politburo che il Comitato centrale non avevano alcuna inten­
zione di conferire a Stalin i pieni poteri. Stalin aveva ancora
dei freni che gli impedivano di muoversi come voleva. È
vero che aveva l’appoggio incondizionato di Molotov e di
Kaganovič, ma tutti gli altri dirigenti rappresentavano per
lui un pericolo. Molti dirigenti del partito giudicavano sicu­
ramente necessario esautorarlo, — forse erano addirittura
la maggioranza ’, — ma già allora era diventato difficile
prendere l’iniziativa dato il potere dispotico di cui godeva.
Le procedure democratiche potevano essere difficilmente im­
piegate dato lo stato in cui si trovava il partito: e comunque
Stalin non aveva nessuna intenzione di piegarvisi. Detentore
del potere, era pronto — lo dimostra tutto il suo comporta­
mento dopo il 1935 — ad estendere le basi della sua dit­
tatura. Alcuni dirigenti cercarono di resistere all’inizio del
terrore stalinista, ma Stalin e l’OGPU vigilavano e si tene­
vano al corrente di tutti i conciliaboli pericolosi per il Gen-
sek. Nel dicembre del 1930 Sirtsov (membro supplente del
Politburo e presidente del Consiglio dei commissari del po­
polo della RSFSR) e Lominadze (membro del Comitato

1 Proprio per questo motivo mandò a morte la maggior parte di


loro durante la repressione di massa degli anni 1936-1938.

104
centrale e segretario del comitato di partito della Trans­
caucasia) furono espulsi dal Comitato centrale perché ave­
vano avuto un colloquio privato durante il quale si dice­
va che avessero parlato di formare una coalizione contro
Stalin. La decisione fu presa dal Politburo e dalla presi­
denza della commissione di controllo in aperta violazione
dello statuto del PCUS. Piu grave ancora fu il caso Rjutin.
Si dice che Rjutin, segretario di un distretto moscovita ed
ex funzionario del Comitato centrale, avesse organizzato un
vero e proprio complotto per eliminare Stalin. Nel 1932 ave­
va creato un organismo segreto del quale faceva parte, tra
gli altri, anche Uglanov, ex segretario del partito a Mosca e
membro del Politburo fino al 1929 e, sembra, aveva avuto
contatti con Zinovjev e Kamenev. Comunque, redasse una
piattaforma politica nella quale rivendicava il rallentamento
della politica d’industrializzazione e la cessazione della collet­
tivizzazione forzata, nonché il ripristino di una direzione col­
legiale nel partito. Arrestato, fu espulso dal partito ed esi­
liato da Mosca insieme con molti altri dirigenti. Zinovjev
e Kamenev subirono la stessa sorte, insieme con Smirnov,
Preobraženskij ed altri.
Con tutto questo, Stalin falli nel suo intento di inten­
sificare il terrore. Di fronte alle difficoltà economiche nelle
quali si dibattè l’Unione Sovietica nel 1932, egli pensava che
solo il terrore di massa avrebbe permesso di salvare la sua
politica. Nel 1929 aveva imposto, sembra per la prima volta,
la condanna a morte di un bolscevico. Si trattava di un per­
sonaggio singolare, dell’ex socialista-rivoluzionario di sinistra
Blumkin, che nel luglio del 1918 aveva partecipato all’assas­
sinio del conte von Mirbach, ambasciatore tedesco a Mosca.
Dopo aver aderito in seguito al bolscevismo, Blumkin era di­
ventato agente della Ceka (e poi dell’OGPU). Nel 1929 si
era recato a Costantinopoli, incontrandosi con Trotskij, che
gli aveva affidato un messaggio per l’URSS. Denunciato da
Radek, fu arrestato e fucilato... Nel 1932 Stalin intendeva

105
continuare su questa strada e soffocare nel sangue qualun­
que tentativo di opposizione alla sua politica e al suo potere.
Il Politburo e il Comitato centrale si rifiutarono di cedere
al terrore. La stessa OGPU era esitante. Stalin lo ammise
piu tardi nel celebre telegramma inviato al Politburo in data
25 settembre 1936: « Jagoda ha dimostrato definitivamente
di essere incapace di smascherare il blocco trotskista-zinovje-
vista. La Ghepeu ha quattro anni di ritardo in questa fac­
cenda ». Nikolaevskij, un menscevico emigrato negli Stati
Uniti e cognato di Rykov, ebbe occasione di avere lunghe
discussioni con Bucharin durante il soggiorno parigino di que­
st’ultimo (febbraio-aprile 1936) e ne parlò poi in un testo
pubblicato a Londra nel 1938, The letter of an old bolshevik.
Secondo questa fonte, la cui attendibilità è stata confermata
su molti punti dagli stessi sovietici in occasione del XX
Congresso del PCUS e successivamente, Stalin fu messo
in minoranza al Politburo quando propose un grande pro­
cesso pubblico contro Rjutin, del quale voleva la condanna
a morte. Kirov e Rudzutak si opposero energicamente a
nuove misure di terrore dirette stavolta contro i bolscevichi.
Ordžonikidze, Kosër, Kalinin li appoggiarono. Kujbysev e
Vorošilov erano esitanti. Solo Molotov e Kaganovič erano
pienamente d’accordo con Stalin. Il Comitato centrale, riu­
nito dal 28 settembre al 2 ottobre 1932, accusò Rjutin e
i suoi sostenitori di voler ristabilire il capitalismo per aiu­
tare la borghesia e i kulaki.
Un’altra « opposizione » fu scoperta nel gennaio del 1933
e i suoi membri arrestati. Si trattava di Smirnov, di Eismont
(commissario per l’approvvigionamento), di Tolmašev (com­
missario per i trasporti) e di molti alti funzionari del com­
missariato per l’agricoltura. I dirigenti dell’« opposizione di
destra » Rykov, Schmidt, Tomskij, furono accusati di « averli
incoraggiati nelle loro attività sovversive ». Il 5 novembre
1932 la seconda moglie di Stalin, Nadedža Allilueva (la ma­
dre di Svetlana) si suicidò in una crisi di depressione do­

106
vuta, secondo molte testimonianze, al dolore per i metodi
del marito.
Severe misure furono prese, dal 1932 agli inizi del 1933,
anche nei confronti dei dirigenti dei partiti comunisti delle
repubbliche federate, definiti da Stalin « nazionalisti borghe­
si » perché si opponevano alla sua politica centralizzatrice e
nazionalista russa. In Ucraina, ad esempio, ebbe luogo un
processo contro una cosiddetta « Unione per la liberazione
dell’Ucraina ». Il vero obiettivo di questo processo era di
mettere sotto accusa Skripnik, un dirigente bolscevico ucrai­
no che aveva appoggiato Lenin sui problemi nazionali nel
1921-1923. Molti arresti ebbero luogo nelle università. Skri­
pnik si suicidò nel 1933. In Armenia numerosi dirigenti fu­
rono esautorati, tra gli altri N. Stepanjan, commissario della
RSS armena per l’istruzione. Purghe analoghe ebbero luogo
nelle repubbliche dell’Asia centrale. Il terrore era già in atto
contro molti contadini, e certo non tutti erano dei kulaki.
L’arsenale della repressione si era arricchito di nuove leggi.
Il 7 agosto 1932 fu deciso che il saccheggio dei beni colco­
siani sarebbe stato punito con almeno dieci anni di lavori
forzati e che da cinque a dieci anni di lavori forzati sareb­
bero stati comminati a chi avesse semplicemente minacciato
dei colcosiani per indurli ad abbandonare il colcos. L’ucci­
sione di bestiame veniva considerata un crimine e punita
con due anni di carcere. Il risultato fu che i campi di la­
voro forzato e le zone di lavoro forzato in Siberia comin­
ciarono a popolarsi di centinaia di migliaia di persone. Due
testi trovati negli archivi di Smolensk ci rivelano la portata
di questa repressione di massa contro i contadini. Il primo è
una lettera a firma di Molotov e Stalin in data 8 maggio
1933, l’altro una circolare del Comitato centrale e della Com­
missione centrale di controllo del 25 maggio dello stesso an­
no. Vi si legge tra l’altro: « La Commissione centrale di con­
trollo è informata che, sul piano locale, continuano gli ar­
resti di massa e che viene esercitata una repressione legale

107
di eccezionale ampiezza... ». È vero peraltro che il Comitato
centrale aveva deciso nel gennaio di quell’anno di porre
fine alla repressione e non d’intensificarla. Zinovjev, Kame­
nev, Preobraženskij ed altri dirigenti tornarono dalla depor­
tazione e la repressione contro i contadini si attenuò, senza
tuttavia che cessasse la collettivizzazione forzata delle terre
e che si rinunciasse ad una rapida industrializzazione. Di
fronte alla crisi alimentare e al malcontento dell’opinione
pubblica, il Comitato centrale aveva deciso di fare in certo
senso marcia indietro. Stalin, come sempre in questi casi, si
adeguò alla situazione e accettò la svolta con tanto entu­
siasmo da sembrarne personalmente l’artefice. Nei primi mesi
del 1933 si rivelò sempre piu « modesto » via via che si
manifestavano i risultati poco brillanti della sua politica.
I risultati del primo piano quinquennale furono alquanto
mediocri, nonostante i comunicati inneggianti alla vittoria,
rispetto agli alti obiettivi fissati da Stalin. Sul piano agri­
colo si registrò una grave crisi alimentare. All’estero Hitler
(30 gennaio 1933) aveva preso il potere in Germania. Ed
anche in questo campo la responsabilità di Stalin era schiac­
ciante. Dopo il 1928, sotto l’egida del PCUS, il Comintern
aveva riservato tutti i suoi attacchi alla II Internazionale
socialista, mentre in Germania il Partito comunista tedesco
si era battuto con la stessa forza sia contro la socialdemo­
crazia che contro Hitler, senza rendersi conto della natura
nuova, criminale del nazismo. È vero peraltro che la poli­
tica della socialdemocrazia tedesca contribuiva ad offuscare
questi nuovi dati. I comunisti tedeschi ricordavano ancora
vivamente come la rivoluzione tedesca era stata schiacciata
dalle truppe al comando del ministro socialdemocratico del­
l’interno Noske. Ricordavano la creazione della repubblica
di Weimar, la politica anticomunista e spesso conservatrice
condotta dai socialdemocratici negli anni venti, continuavano
a leggere i comunicati socialisti che ponevano sullo stesso
piano comunisti e nazisti. Ma è certo che il Partito comu­

108
nista tedesco e il Comintern non seppero vedere tempesti­
vamente dov’era il pericolo reale.
Stalin si atteneva ostinatamente ad una formula che aveva
lanciato nel 1924: « Il fascismo è un’organizzazione militante
della borghesia che ha l’appoggio concreto della socialdemo­
crazia. Obiettivamente, la socialdemocrazia è l’ala moderata
del fascismo [...] queste organizzazioni non si contrappon­
gono ma si completano. Non sono agli antipodi, sono ge­
melle ». Solo nel 1935, forte dell’esperienza francese del
1934, il Comintern lancerà l’unica parola d’ordine e ratifi­
cherà l’unica strategia capace di sbarrare la strada al nazi­
smo e alle varie forme di fascismo, e cioè: « O democrazia
o fascismo ».
La drammatica situazione economica delPURSS agli inizi
del 1933 e la vittoria di Hitler in Germania indussero il
Partito comunista dell’URSS a cambiare politica — ma di
poco — nel 1933 e nel 1934. Sul piano interno, gli obiet­
tivi del secondo piano quinquennale furono molto piu mo­
desti che nel primo, e gli investimenti meno rilevanti *. È
anche vero però, che, essenzialmente, nulla cambiò in con­
creto. Gli operai erano vincolati (dopo il 1931) da un li­
bretto di lavoro e non potevano lasciare senza autorizzazio­
ne la fabbrica dove lavoravano. L’assenteismo e la negli­
genza sul lavoro erano severamente puniti, ma al tempo
stesso il paese si copriva di nuove fabbriche, mentre centi­
naia di migliaia di operai di avanguardia (gli udarnikï) ten­
tavano di migliorare gli indici qualitativi del lavoro e, quindi,
il rendimento. Quanto ai colcosiani, ottennero a poco a poco
il diritto di coltivare il loro appezzamento di terra, di accre­
scere i propri capi di bestiame. Senza rinunciare alla collet­
tivizzazione, i dirigenti sovietici cessarono di premere nel sen-

1 Per il secondo piano quinquennale il tasso di aumento annuo


previsto doveva essere del 16% contro il 21% circa durante il primo
quinquennio. Anche gli investimenti furono meno elevati (il 19,5% del
reddito nazionale contro il 24%).

109
so di una sua estensione e lasciarono un certo spazio ai
meccanismi esistenti. Il raccolto del 1933 con i suoi 898
milioni di quintali di cereali, mise il paese al riparo dalla
carestia. Zinovjev, Kamenev, i deportati dell’opposizione, tor­
narono dalla Siberia. I campi di concentramento si spopo­
larono: si leggano in proposito la circolare del Comitato
centrale del maggio 1933 e la lettera a firma di Stalin e di
Molotov. Purtroppo, questo non impedi nuovi arresti tra i
quadri di partito e dello Stato. Nel 1933 trentacinque impie­
gati del ministero degli interni furono arrestati e fucilati.
Sul piano internazionale, l’URSS aveva denunciato di recente
tutte le clausole militari ed economiche degli accordi di Ra­
pallo con la Germania ’. Litvinov propose a nome dell’URSS
un piano audace di disarmo, chiese il suo ingresso nella
Società delle nazioni e finalmente l’ottenne (settembre 1934).
Perfino la letteratura sembrava piu libera in quegli inizi
del 1934. Con tutto questo, le strutture fondamentali che
avevano dato nascita al fenomeno stalinista sopravvivevano
e non erano state realmente modificate. Semplicemente, la
congiuntura non era favorevole al consolidamento dello sta­
linismo. Fin quando la sua evoluzione non fosse stata to­
tale, rimaneva ancora la possibilità di distruggerlo: di qui i
passi indietro di Stalin, che se ne rendeva conto. Lo stesso
Stalin, però, attendeva la sua ora e la preparava attiva­
mente. Il XVII Congresso del PCUS (gennaio 1934) si
svolse all’insegna di questa ambiguità, ma solo verso la fine
dell’anno, con l’assassinio di Kirov, cessò ogni equivoco. Solo
allora il fenomeno staliniano si evolse e si sviluppò senza
riserve, senza nessun ostacolo.

1 Campi militari tedeschi esistettero nell’URSS dal 1922 al 1934


e persino fabbriche di armamento clandestino (Krupp). La Germania
era ricorsa a questo sistema per eludere le clausole del trattato di Ver­
sailles, che le vietavano di possedere un esercito di piu di 100.000
uomini (cfr. lo studio di G. Castellan sul riarmo clandestino del III
Reich).

110
IV. Trionfo dello stalinismo (1934-1939)

Ad uno sguardo superficiale, se si considerano cioè solo


i discorsi ufficiali, il XVII Congresso del PCUS fu estrema-
mente favorevole a Stalin, acclamato senza riserve da tutti gli
oratori. Eppure, dei 1.966 delegati presenti nella grande sala
del Cremlino in quel 26 gennaio 1934, all’apertura del con­
gresso, ben 1.108 moriranno per suo ordine negli anni suc­
cessivi e, tra loro, 98 dei 139 membri del Comitato eletto
l’ultimo giorno dei lavori. Cerchiamo dunque di raffigu­
rarci la grande sala dalle pareti tappezzate di rosso, i ritratti
che le ricoprono, la tribuna che la domina. Quel giorno la
storia ha dato appuntamento alla storia.
Il resoconto stenografico dice: « L’ingresso in sala del
compagno Stalin è accolto da clamorosi applausi ». I delegati,
in piedi, gridano: « Urrà! », « Viva il compagno Stalin! ».
Molotov prende la parola per pochi minuti. È poi la volta
di Chruscëv, un giovane dirigente, — il secondo segretario
della regione di Mosca, — lo stesso che ventidue anni dopo
metterà la parola fine al culto di Stalin.
Chruscëv presenta la segreteria. Stalin sale alla tri­
buna per leggere un lungo rapporto che esalta i risultati
del primo piano quinquennale e traccia le grandi linee del
secondo. Alla tribuna siedono Kirov (assassinato alla fine
dell’anno), Ordžonikidze (che si suiciderà nel 1935), Kujby-
šev (morto nel 1935 in circostanze misteriose), Rudzutak (il
presidente della Commissione centrale di controllo, fucilato

111
nel 1938), Kalinin, presidente dell’URSS, Vorošilov, capo
dell’esercito rosso, Kosër (fucilato nel 1937), Cubar (fuci­
lato nel 1938), Postysev (fucilato nel 1938), Eiche (fuci­
lato nel 1940), Petrovskij (allontanato poi da ogni incarico),
Ždanov e Mikojan, Kaganovič e Molotov, i due fedeli di
Stalin.
Nella sala i delegati sono attentissimi. Si notano tra gli
altri Jagoda, il capo dell’OGPU (fucilato nel 1936), il suo
successore Ežov (fucilato nel 1938) e il suo sostituto Berija
(fucilato nel 1953, la prima vittima della destalinizzazione).
Non lontano da loro siedono i vecchi bolscevichi incanutiti
sotto il peso di tanti anni di carcere, di emigrazione e di
deportazione, i compagni di Lenin: Zinovjev, Kamenev, Bu-
charin, Tomskij, Preobraženskij, Radek, Rykov, Pjatakov. I
delegati piu giovani guardano con interesse e inquietudine
la vecchia guardia. Un solo assente, Trotskij, sempre in esi­
lio. Settant’anni di storia riuniti nella sala del congresso in
quella fredda giornata del gennaio 1934. Fuori un gelo da
spaccare le pietre. Nel suo mausoleo il cadavere imbalsa­
mato di Lenin è sempre guardato a vista da una guardia dai
riti già ben definiti. I delegati stranieri sono giunti a deci­
ne: dirigenti del Comintern e segretari dei partiti comunisti
(spesso clandestini). Il « congresso dei vincitori » comincia.
Come non provare una stretta al cuore pensando al dram­
matico destino di quei delegati, un destino che è il riflesso
di quello di tutto un popolo, di tutta un’epoca? Quante
prove hanno già dovuto affrontare! Ma queste prove non son
nulla a paragone di quelle che dovranno ancora venire: il
terrore stalinista, la seconda guerra mondiale, la ricostru­
zione...
In ogni caso, è sintomatico delle contraddizioni reali
esistenti in quel 1934 il fatto che tutti gli ex oppositori,
ad eccezione di Trotskij, siano presenti al congresso. E an­
cor piu significativo è il fatto che vengano ascoltati atten­
tamente. Nel suo rapporto Stalin denuncia con forza il trot-

112
skismo, ma non attacca nessuno dei presenti, alcuni dei quali
sono appena tornati dalla seconda deportazione. Si ha la
sensazione che si tratti di un vero congresso di unione del
partito e che si sia adottato una sorta di compromesso per
evitare discussioni che, dall’una e dall’altra parte, mette­
rebbero in pericolo questa unione. Stranamente, Isaac Deut­
scher, che pure è uno storico profondo e aggiornatissimo
su Trotskij e Stalin, non fa quasi parola del XVII Con­
gresso. Solo Roy Medvedev gli dedica alcune pagine nella
sua opera Lo stalinismo.
Inoltre, gli interventi degli ex oppositori — che saranno
fatti tutti morire tra il 1936 e il 1938 — non mancano di
interesse. Bucharin, ad esempio, comincia col rendere omag­
gio a Stalin e fa un’autocritica di una sincerità che farebbe
sorridere se non fosse tanto tragica. « Le condizioni della
vittoria del nostro partito sono state, in primo luogo, l’ela­
borazione di una linea notevolmente giusta ad opera del
Comitato centrale e del compagno Stalin, in secondo luogo
la realizzazione diligente e coraggiosa di questa linea e, in
terzo luogo, l’implacabile liquidazione delle opposizioni e
dell’opposizione di destra come pericolo principale, vale a
dire dello stesso gruppo del quale ho fatto parte io stesso. »
Di Stalin Bucharin dice: « È il miglior rappresentante ed ispi­
ratore della linea del partito che ha riportato la vittoria
sulle lotte intestine del partito fondandosi sulla politica di
Lenin ». Sempre secondo Bucharin, Stalin è « l’incarnazione
dello spirito e della volontà del partito, il suo capo, la sua
guida pratica e teorica ». Piu avanti, Bucharin pone l’ac­
cento sui cambiamenti provocati dalla realizzazione del primo
piano quinquennale sul piano tecnologico, sottolineando con
grande intelligenza il nuovo ruolo assunto dalla scienza nel­
la produzione. Ed ancora, mette in guardia con gran forza
sul pericolo di guerra, ricondotto a due matrici fondamen­
tali: la Germania fascista e l’impero nipponico. E cita a lungo
il Mein Kampf di Hitler, mentre nel suo discorso Stalin fa

113
una critica superficiale del nazismo, limitandosi a dire: « Sia­
mo ben lontani dall’entusiasmarci per il nazismo », e a par­
lare del conflitto tra la vecchia politica, tradottasi nei fami­
gerati accordi tra la Germania e l’URSS 1 e la nuova poli­
tica, che ricorda nelle grandi linee quella dell’ex Kaiser.
« E questa nuova politica s’imporrà sulla vecchia... ».
E, se critica la politica di superiorità razziale della Ger­
mania nei confronti degli slavi, non pronuncia nemmeno il
nome di Hitler. Partendo dall’idea giusta che il fascismo è
un sintomo di debolezza della borghesia, Stalin ne sottova­
luta la dannosità e l’originalità. Bucharin, invece, sottolinea
— citazioni alla mano — il pericolo che incombe sull’Unione
Sovietica e conclude con queste parole: « Ecco il volto be­
stiale del nemico di classe. Ecco ciò che si presenta ai nostri
occhi; ecco, compagni, ciò che dovremo fare nelle battaglie
piu gigantesche che la storia ci abbia mai imposto. Sappia­
mo perfettamente che il nostro campo è quello che lotta
per il socialismo ed è quindi il campo di coloro che si
battono per la tecnica, la scienza, la cultura e la felicità
degli uomini ». Poi, pur rendendo omaggio a Stalin, con­
clude insistendo sulla necessità dell’unione: « Ci batteremo,
affronteremo la lotta per il destino dell’umanità. In questa
battaglia è necessaria l’unione, l’unione, l’unione ad ogni
costo... ».
Secondo diverse testimonianze confermate dagli stessi
sovietici2, molti dirigenti del partito avrebbero voluto met­
tere Kirov al posto di Stalin. Il testamento di Lenin restava
ben presente alla memoria della maggior parte di loro. Certo,
il testamento non era stato publicato nell’URSS3, ma il
testo era stato egualmente stampato nel bollettino del con­
gresso, e quindi molti delegati ne erano a conoscenza. Kirov,

1 Si tratta degli accordi di Rapallo.


2 Histoire de l'URSS, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1948.
3 II testo era stato rivelato dallo studioso americano Max Eastman,
amico di Trotskij, nel 1925 in Since Lenin died.

114
segretario del partito a Leningrado, membro supplente del
CC dopo l’XI Congresso (1922) e membro del Politburo
come supplente dopo il XV Congresso (1927) e come tito­
lare dopo il XVI (1930), era stato un fedele luogotenente
di Stalin fino al 1933 ed aveva avuto una parte importante
nelle battaglie contro gli « oppositori nel partito ». Kirov
non accettò di essere contrapposto a Stalin, ma durante le
elezioni al Comitato centrale fu cancellato dalla lista solo tre
volte contro le 270 cancellature di Stalin. E questi se ne
ricorderà a tempo debito. In quell’inizio del 1934, però, la
situazione imponeva ancora la conciliazione.
Le elezioni del Comitato centrale furono un chiaro ri­
flesso di questa esigenza. Furono eletti alcuni giovani: Berija,
Ždanov, Chruscëv, Ežov (uomo di fiducia di Stalin), Bulga­
nin, che dovevano avere un ruolo importante nei trent’anni
successivi, mentre vennero rieletti tutti i dirigenti già eletti
al XV Congresso del 1927. Il solo membro del Politburo
del 1927 non rieletto al XVII Congresso fu Uglanov. Al­
cuni vecchi dirigenti dell’opposizione che avevano fatto ono­
revole ammenda furono rieletti al CC: Pjatakov come tito­
lare; Bucharin, Rykov e Tomskij come supplenti. Insomma,
Stalin restava in libertà vigilata. Del resto, alcune modifi­
che allo statuto del partito insistevano sulla democrazia in­
terna del partito con la stessa forza con cui esigevano una
rigorosa disciplina. Era specificato che i congressi del par­
tito dovevano tenersi ogni tre anni e il Comitato centrale
riunirsi ogni quattro mesi. I rapporti tra i vari organismi
dirigenti venivano cosi puntualizzati: « Articolo 33. Il Co­
mitato centrale affida il lavoro politico all’Ufficio politico,
la direzione generale del lavoro organizzativo all’Orgburo e
il lavoro quotidiano di organizzazione e di esecuzione alla
segreteria ». Ora, questo equivaleva praticamente relegare in
secóndo piano la segreteria (e il segretario generale con essa).
L’organo dirigente del partito era il Comitato centrale, af­
fermava il XVII Congresso. E l’articolo 35 precisava che esso

115
doveva rendere regolarmente conto del proprio operato alle
organizzazioni di partito. Evidentemente, era nulla piu che
un pio desiderio nella realtà sovietica del 1934, che però
indicava chiaramente in tutta la loro gravità, le grosse diffi­
coltà contro le quali puntavano le aspirazioni di Stalin. Inol­
tre, Kirov fu eletto membro della segreteria (con Kaganovič
e Zdanov) e membro dell’Orgburo (con Stalin, Kaganovič,
Kujbysev, Gamarnik, Ežov, Kosarev e Zdanov).
Infine, le espulsioni dal Comitato centrale potevano essere
decise unicamente previa riunione — su convocazione del
plenum — del Comitato centrale e della Commissione cen­
trale di controllo e a condizione che fossero approvate da
una maggioranza dei due terzi dei presenti (articolo 58),
il che non era mai avvenuto sino ad allora e non si sarebbe
mai piu ripetuto negli anni successivi. Tutte queste misure,
se si tien conto della prassi politica di Stalin e non dei suoi
discorsi, dovevano essergli necessariamente sgradite in quan­
to rafforzavano la legalità socialista e la direzione collegiale
e limitavano quindi la repressione contro i comunisti. L’an­
no 1934 fu contrassegnato in sordina dal conflitto tra que­
ste due linee che non contrapponevano piu la vecchia oppo­
sizione al partito, ma, questa volta, il partito a Stalin e
di cui Stalin finirà per trionfare ricorrendo, per schiacciare
il partito, alla provocazione, all’astuzia e al terrore. Il com­
promesso del XVII Congresso costrinse Stalin a cambiare
atteggiamento su diversi punti. Per il tramite di Gorkij
cercò di conquistarsi il favore degli scrittori ricevendoli per­
sonalmente. Nominò Bucharin redattore capo delle Izvestija
(il secondo giornale del paese dopo la Pravdaj, ebbe alcuni
colloqui con Kamenev e gli affidò un posto alla direzione
delle direzioni accademiche. Autorizzò Io svolgimento del
primo congresso degli scrittori sovietici, che si tenne alla
presenza di numerosi scrittori stranieri (tra cui Gide, Mal­
raux e Aragon). A questo congresso i rappresentanti delle
diverse correnti letterarie parlarono con relativa libertà, ben-

116
che Ždanov assegnasse alla letteratura obiettivi utilitaristici
e definisse lo scrittore « un ingegnere delle anime ». Bu-
charin protestò contro una definizione troppo riduttiva del
realismo socialista e attaccò l’estremismo letterario, mentre
Radek criticò la nuova letteratura facendo il nome di James
Joyce, difeso invece da altri delegati. Gorkij, Pasternak,
Ehrenburg, appoggiati da Bucharin, parlarono contro il dog­
matismo. Per lo piu, gli intellettuali che parteciparono a
questo congresso, che vide riunite tutte le tendenze, spari­
rono poi nella repressione di massa degli anni successivi.
Internazionalmente, l’URSS, ammessa alla Società delle na­
zioni, intensificò le aperture verso i paesi capitalistici in ma­
teria di disarmo, di sicurezza collettiva e di unione contro il
fascismo.
Il 10 luglio 1934 l’OGPU venne soppressa. Non è esclu­
so che con tale decisione si tentasse di ridurre i poteri del­
la polizia politica. Incaricato dei compiti sino ad allora de­
voluti all’OGPU (integrata nel nuovo commissariato, NKVD)
fu il « commissariato » del popolo per gli affari interni. In
seno al NKVD furono cosi costituite alcune direzioni cen­
trali: sicurezza di Stato; milizia operaia e contadina; guardia
di frontiera e territoriale; lotta contro gli incendi; campo
di rieducazione e colonie di lavoro (il Gulag); ufficio di
stato civile; direzione economica e amministrativa.
Soppresso fu anche il « collegio giudiziario ». La Pravda
usci col titolo: La salvaguardia dell’ordine rivoluzionario e
la sicurezza dello Stato.
Contemporaneamente, venne creata, in base al capoverso
n. 8, una Conferenza speciale (Osoboe Soveščanie: Osso)
presso il NKVD, con « il diritto di applicare per via ammi­
nistrativa il divieto di soggiorno, la deportazione, la reclu­
sione nei campi di rieducazione fino a cinque anni e l’espul­
sione dall’URSS ». In altri termini, si riprendeva con una
mano quello che si era dato con l’altra; la polizia politica
rimase inalterata nella sua direzione, nella sua composizione

117
e nei suoi poteri. Il partito e lo Stato erano stati incapaci
di trasformarla veramente con i soli mezzi legali: era dive­
nuta cosi uno Stato nello Stato, e Stalin continuò a domi­
narla direttamente per il tramite della sua segreteria perso­
nale. La deportazione per cinque anni era applicabile ad ogni
individuo « socialmente pericoloso ». La Conferenza speciale
era composta « dai vice del commissario del popolo per gli
affari esteri, dal delegato del commissario del popolo della
RSFSR, dal comandante della direzione centrale della mili­
zia, dal commissario del popolo per gli affari interni della
repubblica dell’Unione interessata ». Il procuratore dell’URSS
partecipava alle riunioni della Commissione speciale e aveva
il diritto di ricorrere presso il presidium del Comitato cen­
trale esecutivo. Quest’ultima disposizione doveva permettere
di limitare l’arbitrio della Conferenza speciale, ma chi occu­
pava quell’incarico fin dal 1933 era Vysinskij! 1 La Conferenza
speciale era un organo di eccezione: decideva fuori di qual­
siasi controllo e senza che la situazione interna ed estera
dell’URSS giustificasse veramente il suo operato. È facile
capire, leggendo il contenuto della legge che creava il NKVD,
fino a qual punto le carenze della democrazia fossero all’ori­
gine dello sviluppo dello stalinismo e del suo trionfo. Niente
è piu indefinito della definizione di « individuo pericoloso »:
e poi, chi può stabilirlo veramente? Lo stesso principio di
una Conferenza speciale che implicava la deportazione pre­
ventiva senza possibile difesa dell’« individuo socialmente
pericoloso », senza avvocato, senza consegna degli atti del
processo, era particolarmente pericoloso. Tanti dirigenti del
partito — la maggioranza — si scavavano la tomba con le
loro mani accettando queste disposizioni di un arbitrio e
di un rigore senza uguali, anche se l’intervento della procura
avrebbe potuto limitare in certa misura la repressione, cosa
che del resto non avvenne.

1 Vysinskij, ex menscevico. Aderì poi al bolscevismo e fu il pro­


curatore dei grandi processi di Mosca.

118
Costretto a giocare d’astuzia, Stalin usava abilmente i
suoi atouts: il miglioramento della situazione economica e
alimentare accresceva la sua popolarità anche se, al tempo
stesso, rendeva piu sbalorditive le misure eccezionali e il
terrore ai quali ricorreva e che erano il solo modo per eli­
minare i nemici personali passati e futuri, vale a dire la
maggior parte dei comunisti. Alla fine di novembre del 1934
il Comitato centrale si riunì nuovamente e confermò la poli­
tica di distensione sul piano interno e di unione antifascista
sul piano internazionale. Probabilmente, la situazione stava
diventando troppo pesante per Stalin, il quale aveva motivo
di temere che nei mesi successivi i suoi poteri venissero an­
cor piu limitati. Il relatore del Politburo dinanzi al CC fu
Kirov: segretario del partito a Leningrado, Kirov doveva tra­
sferirsi a Mosca fin dagli inizi del 1935 per lavorare alla
segreteria del Comitato centrale. Tutti i membri delle vec­
chie opposizioni erano tornati a Mosca, compreso Rakovskij.
Solo Trotskij mancava all’appello: ma per quanto tempo an­
cora? In caso di guerra si sarebbe pur dovuta realizzare
l’unione nazionale contro il nemico; e allora, come non fare
appello al creatore dell’esercito rosso, al vincitore della guer­
ra civile? Minacciato direttamente, a maggiore o minor sca­
denza, Stalin doveva quindi muoversi, e in fretta. In que­
sta prospettiva è piu facile capire l’assassinio di Kirov,
avvenuto nel tardo pomeriggio del 1° dicembre in un cor­
ridoio dell’Istituto Smolnyj ad opera di un certo Nikolaev.
Le circostanze, se non i motivi dell’assassinio, sono ormai
conosciute. Particolari sono stati forniti dalle autorità sovie­
tiche durante il XXII Congresso del PCUS (1961). Niko­
laev era un emarginato. Dopo la guerra civile, alla quale
aveva partecipato nelle file dell’esercito rosso, aveva occu­
pato vari impieghi amministrativi, ma ne era stato sempre
scacciato per scarso rendimento. Espulso dal partito nel mar­
zo del 1934, senza lavoro, inasprito, era una facile preda
per tutte le avventure. Fu un sicario o un fanatico strumen-

119
talizzato? Non si sapra mai. Quel che è certo invece è che
l’episodio è ricco di inverosimiglianze, soprattutto se si ri­
corda che esso avvenne nell’Unione Sovietica, in un momento
in cui il NKVD era già onnipotente. Un mese prima Niko­
laev era stato arrestato dalle guardie di Kirov. Gli si era
trovato addosso una mappa del percorso seguito abitualmen­
te da Kirov e una cartella contenente un revolver carico.
Interrogato dal viceresponsabile del NKVD di Leningrado
Zaporožets, Nikolaev fu scarcerato per ordine di Jagoda,
commissario del popolo all’interno. Arrestato una seconda
volta su un ponte di Leningrado, fu nuovamente rilasciato.
Bastano questi due episodi a denunciare le responsabilità del
NKVD nell’assassinio di Kirov. Secondo Medvedev (Lo sta­
linismo'} Borisov, il capo delle guardie del corpo (dei go­
rilla, diremmo oggi) di Kirov, lo avverti del pericolo, ma in­
vano. Dopo l’assassinio, Borisov perse la vita in un incidente
automobilistico provocato da agenti del NKVD, che lo con­
dussero a Smolnyj (Chruščev, rapporto al XXII Congresso).
Tutti questi agenti furono fucilati poco tempo dopo. Il pro­
cesso di Nikolaev ebbe luogo a porte chiuse, senza avvo­
cati. Nikolaev fu fucilato il 30 dicembre insieme con pa­
recchie altre persone accusate di complicità. Il responsabile
del NKVD di Leningrado e il suo vice furono revocati, giu­
dicati e scomparvero durante la repressione di massa. Jagoda,
al suo processo (1938), confessò di essere stato il mandante
dell’assassinio, ma per ordine di Rykov e di Enukidze. Na­
turalmente, quest’ultimo particolare non era vero. Chi dava
ordini a Jagoda se non Stalin? Certo, non esistono prove
concrete, forse non si scoprirà mai una prova assoluta della
responsabilità di Stalin, ma si può comunque sostenere con
piena fondatezza che l’assassinio di Kirov gli fu utilissimo
sotto ogni punto di vista.
Stalin si era sbarazzato finalmente dell’uomo che appa­
riva sempre più come un suo possibile sostituto, meno bru­
tale di lui, piu moderato, e per di piu gli era possibile ad-

120
dossarne la colpa ai comunisti che voleva eliminare. Grazie
alla viva sensazione suscitata dall’assassinio di Kirov tra
l’opinione pubblica sovietica e nel partito, poteva eliminare
i suoi potenziali avversari e condurre la politica che andava
proponendo senza successo da tanti anni. Insomma, l’assas­
sinio di Kirov, sia che Stalin ne fosse direttamente respon­
sabile *, sia che strumentalizzasse l’evento, fu un vero e pro­
prio putsch contro il partito e contro lo Stato sovietico. Fin
dalla sera dell’assassinio, senza consultarsi con i colleghi del
Politburo, Stalin fece promulgare un decreto che ordinava
di accelerare i processi in corso contro i terroristi e di ese­
guire senza indugi le sentenze capitali già pronunciate, e
tutto questo quando quei processi non avevano alcun rap­
porto diretto con l’assassinio di Kirov. Trentanove persone
furono fucilate a Leningrado, ventinove a Mosca, decine di
altre in Ucraina. Il NKVD estorse a Nikolaev delle confes­
sioni secondo le quali l’ordine di assassinare Kirov gli sa­
rebbe stato dato da un centro « zinovjevista » clandestino di
Leningrado. Il console di Lettonia a Leningrado, sostenne
Nikolaev, aveva messo i colpevoli in contatto con Trotskij.
Per iniziativa di un altro centro clandestino, questa volta
moscovita, era stato deciso anche l’assassinio di Stalin. Sap­
piamo oggi che si trattava di volgari menzogne. Il ladro che
gridava « al ladro! ». Sono ben pochi, nella storia, gli esem­
pi di doppiezza e di provocazione che possono stare alla
pari con questi. Zinovjev e Kamenev furono arrestati il 16
dicembre, insieme con molti vecchi dirigenti del partito. Il
primo grande processo si apri il 15 gennaio 1935 a Lenin­
grado. Zinovjev fu condannato a dieci anni di carcere, Ka­
menev a cinque. Ebbero luogo centinaia di arresti, tutti di
comunisti, e tutti gli accusati furono deportati per cinque

1 Responsabile dell’assassinio di varie centinaia di migliaia di co­


munisti, come vedremo più avanti, Stalin non esitava a far vittime. La
sua mancanza di scrupoli e di morale politica gli permettevano di ricor­
rere a metodi illegali per mantenersi al potere e consolidare la propria
dittatura.

121
anni su decisione dell’Osso (la Conferenza speciale del NKVD).
Nel 1933 e nel 1934 aveva già avuto luogo una epurazione
nelle file del partito. 800.000 persone erano state espulse
nel 1933, 340.000 lo furono nel 1934. Gli effettivi del par­
tito erano alquanto diminuiti, ma rimanevano elevati.

Iscritti Candidati Totale


1932 1.769.773 1.347.377 3.117.150
1933 2.203.251 1.351.387 3.554.638
1934 1.827.756 873.252 2.701.008
1935 1.659.104 699.620 2.358.724

Le misure prese alla fine del 1934 e nei primi mesi del
1935 colpirono solo alcune migliaia di comunisti, ma tutti
gli iscritti al partito erano minacciati. La circolare del Co­
mitato centrale del dicembre 1934 — « Le lezioni da ricavare
dagli avvenimenti legati all’esecrabile assassinio del compa­
gno Kirov » — esortava ad epurare i membri delle vecchie
opposizioni. Furono compilate liste di sospetti. Comincia­
rono a piovere le denunce. A Leningrado furono effettuati
migliaia di arresti. Il Politburo, messo davanti al fatto com­
piuto, preoccupato per l’evolversi della situazione e ingan­
nato sulla colpevolezza dell’opposizione interna, approvò tutte
queste misure. Il Comitato centrale non fu nemmeno con­
vocato. In poche settimane Stalin aveva raddrizzato la bar­
ra, ma non poteva spingersi oltre: la maggioranza del Polit­
buro continuava ad opporsi alla condanna a morte dei vec­
chi dirigenti del partito. Per Stalin la difficoltà era che in­
tendeva stabilire la propria dittatura sulla base del regime
sovietico, del socialismo e della rivoluzione d’ottobre. Do­
veva dunque presentarsi come il continuatore di Lenin e non
rompere brutalmente con il passato. Doveva procedere per
tappe e fare in modo che le proprie vittime apparissero
come nemiche della rivoluzione e del potere sovietico. Cosi
doveva essere sia sul piano interno che su quello interna­
zionale. E del resto questo rispondeva ad una realtà, forse

122
difficile da capire e da ammettere per noi: effettivamente,
Stalin portava avanti il socialismo, anche se procedeva in
modo dispotico. Si può sempre pensare che sarebbe stato
possibile e necessario fare altrimenti, ma, purtroppo, per
lo storico si tratta di una questione puramente morale: per­
ché un certo processo si sviluppa in un modo piuttosto che
in un altro? La caratteristica della storia è che essa segue
un corso certamente singolare ma tale che non lo si può piu
modificare nel momento che la storia è divenuta per l’ap­
punto... storia. Se diciamo questo non è certo perché ap­
proviamo lo stalinismo, — e il presente libro mi sembra
riveli sufficientemente quali sono al riguardo i sentimenti
dell’autore, — ma solo per tentare di farne un’analisi obiet­
tiva che tenga conto di tutti i suoi aspetti contraddittori *.
Per lo piu, gli storici che hanno scritto su questo periodo e
su questo argomento hanno indagato su un aspetto soltanto
di questo fenomeno, alcuni insistendo sul fattore dispotismo,
gli altri sul bilancio positivo dell’edificazione socialista. A
mio avviso, non hanno torto né gli uni né gli altri, ma
l’importante è di cogliere il nesso dialettico esistente tra i
diversi risvolti del fenomeno staliniano.
Agli inizi del 1935 la maggioranza del Politburo, appog­
giata da moltissimi iscritti al partito e dall’opinione pubblica,
continuava ad opporsi al terrore, del quale non capiva la
necessità, ma tutto quello che il Politburo poteva ormai fare
era di cercare di limitare la portata dello stalinismo. Pro­
prio in questo senso Passassimo di Kirov segnò una svolta
nella storia politica dell’URSS. Ormai, facendo leva sul NKVD,
Stalin dominava completamente il partito. Solo l’intervento
dell’esercito rosso avrebbe potuto modificare la situazione.
Ma, per questo, avrebbe dovuto volerlo e poterlo. I diri­
genti dell’esercito rosso non vollero, almeno fino al 1936,

1 Dopo il V. 2 della mia Histoire de /’URSS (Le socialisme dans un


seul pays, cit.), J. Ozouf, su Nouvel observateur, mi ha accusato di
giustificare i crimini di Stalin solo perché cercavo di spiegarli!

123
e dopo quella data non lo poterono piu. L’esercito rosso
conservava vive tradizioni di obbedienza all’autorità del par­
tito che ne rendevano difficile l’intervento nei suoi affari
interni. Il ricordo del ruolo sostenuto dall’esercito francese e
da Bonaparte nella rivoluzione francese e il timore di una
dittatura militare non invogliavano certo a ricorrere all’eser­
cito per stroncare con la forza un dibattito politico e ideale
o un conflitto tra dirigenti. Il pericolo era altrove. Oggi, nel
1975, lo sappiamo benissimo, ma quarant’anni fa il ricordo
del Brumaio era ancora troppo vivo.
Stalin tentò di controllare il Politburo e di impedire
qualsiasi opposizione alla sua politica, ma continuava a tro­
varsi in difficoltà. Zinovjev e Kamenev erano in carcere, ma
non erano morti. A comprova delle persistenti difficoltà di
Stalin, il Comitato centrale riunitosi nel febbraio 1935 elesse
al Politburo Mikojan e Cubar come membri titolari, Ždanov
ed Eiche come supplenti. Kujbysev era morto d’infarto il
26 gennaio 1 e bisognava sostituirlo cosi come bisognava so­
stituire Kirov. Cubar ed Eiche avevano appoggiato Kirov,
e quindi persero la vita negli anni seguenti. Le elezioni al
Politburo rispettavano quindi l’equilibrio delle forze cosi co­
me si era definito al XVII Congresso.
Questo non impedi che Stalin cominciasse ad instaurare
il terrore all’interno del partito, — lo confermano con pre­
cisione e chiarezza gli archivi di Smolensk, — ma questo
terrore non era paragonabile a quello che dilagò dopo il
1936. Al tempo stesso, egli costrinse i suoi potenziali ne­
mici a ritirate sapientemente calcolate. Enukidze dovette
fare onorevole ammenda sulla Pravda (16 gennaio 1935) e
Gorkij fu attaccato piu volte dal giornale del partito per

1 Una crisi cardiaca talmente opportuna — trattandosi di un


avversario della linea terroristica di Stalin — da far pensare che sia
stata provocata... Manca qualsiasi prova in proposito, se non la coinci­
denza — felicissima per Stalin — per cui egli si vide sbarazzato da un
dirigente competente e popolare nel partito, di un dirigente le cui
posizioni erano vicinissime a quelle di Kirov.

124
tutto il gennaio dello stesso anno. Nel mese di marzo Enu-
kidze perse la carica di segretario del Comitato centrale ese­
cutivo dei soviet e in giugno fu espulso dal CC. Nel frat­
tempo, Stalin aveva messo al bando due associazioni che
rappresentavano in certo qual modo la coscienza morale del
regime, la Società dei vecchi bolscevichi e l’Associazione de­
gli ex prigionieri politici. Entrambe le organizzazioni ave­
vano firmato una petizione contro l’applicazione della pena
di morte ai vecchi bolscevichi. Nel luglio del 1935 Kamenev
fu giudicato a porte chiuse e condannato a dieci anni di
carcere sotto l’accusa di aver organizzato un complotto con­
tro Stalin. Ciò nonostante, gli anni 1935 e 1936 rimasero
contrassegnati dallo stesso fragile equilibrio che si era os­
servato in occasione del XVII Congresso. In apparenza, il
partito comunista continuava a funzionare, sia pure ormai
in modo solo formale. Il Comitato centrale saltuariamente
si riuniva ancora, e così pure gli organismi dirigenti e le
organizzazioni di base a tutti i livelli. Una commissione spe­
ciale, della quale facevano parte Bucharin e Radek, era in­
caricata di elaborare una nuova Costituzione. Il progetto, pub­
blicato il 12 giugno 1936 e votato alla fine dell’anno dal
congresso dei soviet, stabiliva l’eguaglianza politica di tutti
i cittadini, il che rappresentava in teoria un passo avanti
considerevole rispetto alle Costituzioni del 1918 e del 1924.
Per il resto, venivano proclamati i diritti fondamentali dei
cittadini (lavoro, riposo, svaghi, istruzione, pensione) e ve­
nivano riconosciute l’eguaglianza delle nazionalità e dei
sessi, la libertà di coscienza, l’inviolabilità della persona, di
domicilio e della corrispondenza. Quanto alle altre libertà,
il loro esercizio rimaneva legato « agli interessi della classe
operaia » e doveva passare attraverso le organizzazioni di
massa ed il partito. Quest’ultimo era definito 1’« avanguardia
della classe operaia », il « nucleo dirigente di tutte le orga­
nizzazioni della classe operaia ». Nonostante questi limiti,

125
la Costituzione del 1936 rappresentava formalmente un qua­
dro giuridico favorevole allo sviluppo della democrazia.
E questo appariva tanto piti verosimile in quanto l’eco­
nomia sovietica registrava successi incontestabili. Sul piano
industriale il secondo piano quinquennale beneficiava degli
investimenti e degli sforzi compiuti fin dall’inizio del pri­
mo. La produzione delle fonti energetiche aumentava rapi­
damente (tranne che per il petrolio), quella dell’industria
siderurgica registrava ritmi ancora piu spettacolari. La pro­
duzione dell’acciaio, ad esempio, ebbe il seguente ritmo di
aumento:

(in milioni di tonnellate)


1932 1933 1934 1935 1936
5,9 6,9 9,69 12,59 16,40

E, se l’industria dei beni di consumo non si sviluppava


allo stesso ritmo, ciò avveniva perché si era data delibera­
tamente la priorità all’industria pesante. Il secondo piano
quinquennale fu realizzato anzi termine, come lo era stato
il primo (quattro anni e tre mesi). Naturalmente, si deve
tener conto delle invenzioni statistiche del tempo, ma i suc­
cessi erano innegabili e ben reali. Quanto all’agricoltura, an-
ch’essa registrava un incontestabile miglioramento. La pro­
duzione cerealicola era in aumento nonostante il mediocre
raccolto del 1936. Il rendimento per ettaro aumentò da sette
a nove quintali per il grano. Il patrimonio zootecnico era in
netta ripresa. Grazie agli appezzamenti di terra colcosiani la
produzione di frutta e di legumi registrava una ascesa note­
vole. Questi progressi economici, anche se non erano rile­
vanti quanto sosteneva Stalin, rappresentarono i fondamenti
reali sui quali si sviluppò il terrore stalinista, in netto
contrasto con quei successi, con la Costituzione e con l’asce­
sa culturale, notevolissime, di popoli condannati fino ad
allora all’ignoranza, all’alcoolismo e alla superstizione. Fino

126
all’agosto del 1936 la repressione continuò, ma in modo an­
cora limitato, sia nel partito che nel paese. L’epurazione del
1935 aveva colpito decine di migliaia di comunisti: agli ini­
zi del 1936 un nuovo tesseramento doveva permettere di
allontanare dal partito altre decine di migliaia di iscritti. Il
piu grave era il metodo usato per realizzare queste purghe.
Un metodo che, fondato sulla denuncia e sul controllo capil­
lare del NKVD, non lasciava la minima possibilità di difesa
ai comunisti epurati. I vecchi bolscevichi erano i piu col­
piti, mentre le epurazioni precedenti avevano eliminato solo
gli elementi « carrieristi ». Gli espulsi dovevano affrontare
grosse difficoltà nella ricerca di un lavoro e nella loro esi­
stenza quotidiana. Venivano cosi accuratamente preparati gli
strumenti del terrore. L’esistenza della Conferenza speciale
(Osso) permetteva di deportare chiunque per una durata di
cinque anni ed in base ad una semplice decisione ammini­
strativa. L’arsenale repressivo si arricchì nel 1935 di leggi
che comminavano la pena di morte a chiunque tentasse di
fuggire all’estero. Le famiglie dei militari fuggiti all’estero
dovevano essere automaticamente esiliate. Il 7 aprile 1935
un decreto imponeva l’esecuzione di tutte le sentenze penali,
ivi compresa quella di morte per tutti i sovietici dai dodici
anni in poi. Il NKVD vedeva crescere la propria importanza.
Oltre alla sicurezza all’interno e all’estero, i suoi compiti si
estesero anche al campo economico. Il principio dei campi
di rieducazione era destinato dapprima a rieducare i crimi­
nali comuni e i controrivoluzionari facendoli lavorare nello
interesse della collettività. Fino al 1929 i campi erano ri­
masti poco numerosi e scarsamente popolati. Dopo il 1930,
invece, il numero dei campi e dei deportati aumentò a causa
della repressione contro i kulaki e contro i contadini ostili
alla collettivizzazione. Mancando fonti attendibili, è assolu­
tamente impossibile citare cifre esatte. Si sa soltanto che nel
1933 il numero dei kulaki (o presunti tali) deportati (dopo
il 1929) era intorno agli 850.000, ma è la sola cifra pre-

127
cisa che si conosce (lettera Molotov-Stalin del maggio 1933).
Sappiamo anche che molti grandi lavori furono eseguiti sotto
la direzione dell’OGPU dopo il 1930, ad esempio il canale
Mar Bianco-Baltico (il canale Stalin), che occupò ben 300
mila persone provenienti dai campi di lavoro forzato del
nord. I primi campi furono creati fin dal 1923 nelle isole
Solovečki (lo ammise apertamente un’opera sovietica pub­
blicata a quel tempo). Le nostre informazioni provengono, a
parte gli archivi di Smolensk, unicamente dai racconti, dal­
le testimonianze di transfughi sovietici prima del 1953, di
stranieri deportati e, dopo il 1953, dalle stesse pubblicazioni
sovietiche che dettero la parola ai deportati liberati e ria­
bilitati.
Il 19 agosto 1936 si apri il primo grande processo di
Mosca. La data è importante perché per la prima volta
Stalin mise in esecuzione un piano tante volte fallito dopo
il 1932: instaurare il terrore contro i comunisti. Con una
abilità che ha dell’incredibile e un’audacia senza pari, si
ammantò della bandiera della rivoluzione e del socialismo e
costrinse i capi storici della rivoluzione del 1917 a rico­
noscere le loro « colpe ». In un mondo in cui il fragore del­
le armi risuonava sempre piu cupo ’, dove il nazismo era
in netta ascesa, dove l’antisovietismo non disarmava, doveva
riuscire a rendere credibili le invenzioni piu insensate della
sua polizia politica. Ai processi gli imputati ripetevano le
loro confessioni grazie a raffinati metodi di tortura12 (tor­
ture fisiche, uso di droghe, minacce alle famiglie, pressioni

1 La guerra civile ebbe inizio in Spagna il 16 luglio 1936 con la


rivolta del generale Franco appoggiato da Hitler e Mussolini.
2 Non riteniamo necessario insistere su questi metodi, oggi ben
conosciuti: il nostro intento non è di descrivere in modo dettagliato
il terrore stalinista, ma di tracciare una panoramica dello stalinismo
e di spiegarlo. La confessione di Arthur London mi sembra dare un’idea
abbastanza fedele di ciò che avveniva durante quei processi. La tortura
fu autorizzata nel 1937 (telegramma di Stalin del 1° gennaio 1938,
citato da Chruščev al XX Congresso del PCUS), ma era già in uso da
molto tempo.

128
politiche e ideologiche). Le confessioni degli accusati per­
mettevano di dare una giustificazione al terrore e alla repres­
sione di massa. La direzione del partito e il Comintern furono
messi davanti al fatto compiuto. Come dubitare dell’esistenza
di un complotto quando Zinovjev e Kamenev dichiaravano
di essere agenti della Gestapo e di aver organizzato l’assas­
sinio dei membri del Politburo? E il colmo è che Stalin
fece effettivamente assassinare alcuni di loro (sicuramente
almeno due membri titolari, Cubar e Kosër e tre membri
supplenti, Eiche, Postysev e Rudzutak) e fu probabilmente
responsabile della morte di Kujbysev e di Kirov e sicura­
mente di quella di Ordžonikidze. La sua tattica consisteva
precisamente nel far confessare agli imputati i suoi stessi
crimini. Ebbero luogo altri due grandi processi, entrambi al­
lestiti sullo stesso scenario. Nel 1937 Pjatakov, Radek ed
altri furono giudicati, confessarono i loro crimini e furono
fucilati. Nel 1938 fu la volta di Bucharin, di Rykov e di
alcuni altri. Tomskij si era suicidato nel 1936. Ordžonikidze
scomparve nel 1937, suicida o ucciso per volere di Stalin.
Jagoda, il responsabile del NKVD, era stato destituito, incar­
cerato nel 1937, giudicato e fucilato nel 1938. Il suo so­
stituto, Ežov, fu a sua volta arrestato e fucilato nel 1939.
Quasi tutti i dirigenti del partito tra il 1917 e il 1922
scomparvero allo stesso modo dopo aver confessato di es­
sere agenti della Gestapo o dei servizi segreti nipponici, ma
senza che una sola volta, a parte le confessioni, venisse pro­
dotta una prova materiale della loro colpevolezza. Gli organi
dirigenti del partito, nonostante le norme decise al XVII
Congresso, non furono consultati, e per un ottimo motivo:
nella loro maggioranza erano per lo piu contrari a questa
politica. Proprio per questo Stalin fece assassinare quella
maggioranza. Leggiamo i nomi dei membri del Comitato
centrale eletto al XV Congresso, l’ultimo tenuto alla presen­
za di Lenin:

129
Andreev deceduto nel 1972.
Bucharin 1 fucilato nel 1938.
Cubar fucilato nel 1937.
Dzeržinskij deceduto nel 1927.
Jaroslavskij scomparso nel 1938.
Kalinin deceduto nel 1946.
Kamenev fucilato nel 1936.
Korotkov fucilato nel 1937.
Kujbysev deceduto nel 1935.
Lenin deceduto nel 1924.
Molotov
Ordjonikidze suicidatosi nel 1937.
Petrovskij condannato a vent’anni
Radek fucilato nel 1938.
Rakovskij fucilato nel 1937.
Kudzutak fucilato nel 1938.
Kykov fucilato nel 1938.
Sapronov fucilato nel 1937.
Smirnov A. P. scomparso nel 1938.
Sokolnikov fucilato nel 1938.
Stalin deceduto nel 1953.
Tomskij suicidatosi nel 1936.
Trotskij assassinato nel 1940.
Vorošilov fucilato nel 1937.
Zelenskij deceduto nel 1970.
Zinovjev fucilato nel 1936.

Su ventisei membri titolari, quindi, ben diciassette fu­


rono condannati a morte, assassinati (o costretti a suici­
darsi), deportati da Stalin, ed inoltre sei membri del Polit­
buro del 1922 su dieci, otto su tredici del Politburo del
1924, nove su diciassette del Politburo eletto dopo il XV
Congresso del 1927.

1 In corsivo i nomi di coloro che persero la vita a causa del ter­


rore staliniano.

130
Su trentuno persone elette al Politburo fra il 1918 e il
1935 venti scomparvero tragicamente. Lo stesso avvenne a
livello del Comitato centrale, dei segretari regionali, provin­
ciali e distrettuali. I processi pubblici di Mosca coinvolsero
solo una minoranza di comunisti. Per lo piu, i comunisti
arrestati furono fucilati o deportati senza processo. Ežov
presentò a Stalin (1937-1938) 383 liste di dirigenti che
dovevano essere giudicati dal tribunale militare ma la cui
sentenza, sempre la stessa (la condanna a morte), secondo
Chruščev (rapporto segreto al XX Congresso) era decisa
in precedenza. Stalin sanzionava queste sentenze, e con lui
Molotov (intervento di Sverdjuk, primo vicepresidente del
Comitato di controllo di partito, XXII Congresso).
In definitiva, questo terrore non può essere paragonato
né con quello della rivoluzione francese né con quello della
guerra civile e per due ragioni: non era assolutamente giu­
stificato da motivi rivoluzionari e fu incomparabilmente piu
sanguinoso. Durante il terrore degli anni 1793-1794 si con­
tarono circa trentamila morti. Quanto al terrore rosso della
guerra civile, esso fece non piu di 150.000 vittime (secondo
le valutazioni piu anticomuniste). Invece, il terrore staliniano
dal 1936 al 1938, fece molte centinaia di migliaia di vit­
time, e nel conto sono compresi solo i fucilati, e non co­
loro che scomparvero nei campi di lavoro forzato. Ai re­
sponsabili del partito si aggiunsero economisti, intellettuali,
comunisti stranieri, molti comunisti delle repubbliche fede­
rate e autonome appartenenti a nazionalità non russe, diri­
genti del Komsomol e dei sindacati. Comunque, non inten­
diamo fare qui un bilancio particolareggiato di questa re­
pressione di massa. Abbiamo visto cosa avvenne al livello
del Politburo e del Comitato centrale: lo stesso si ripetè a
tutti i livelli della vita sovietica. Questa repressione di
massa significò di fatto la liquidazione del partito.
Sotto la pressione del NKVD i bolscevichi si accusavano
a vicenda. Nel febbraio del 1937, sotto la forte pressione di

131
Stalin, il Comitato centrale doveva approvare questa politica,
il che non impedì peraltro ai due terzi dei suoi membri di
essere arrestati e di morire sotto i colpi del NKVD. La
maggioranza degli uomini che dirigevano il partito al mo­
mento della rivoluzione di ottobre furono fucilati. La mag­
gioranza dei dirigenti del Gosplan, molti commissari del
popolo e ambasciatori scomparvero nella tormenta: ad esem­
pio due vicepresidenti del Consiglio dei commissari del po­
polo, il presidente del Consiglio dei commissari della RSFSR
e i suoi due vicepresidenti, molti commissari del popolo del­
l’Unione della RSFSR, molti presidenti del Consiglio delle
altre repubbliche federate (tra cui dell’Ucraina, dell’Azer-
bajdžan, della Georgia, del Tadžikistan e dell’Armedia) o au­
tonome caddero vittime della repressione staliniana. I diri­
genti dei comitati centrali dei partiti delle repubbliche fe­
derate furono letteralmente decimati (Ucraina, Uzbekistan,
Tadžikistan, Turkmenistan, Armenia, Georgia, ecc.). La mag­
gioranza del Comitato centrale del Komsomol subi la stessa
sorte.
Stalin non risparmiò nemmeno l’esercito rosso. Il 12
giugno 1937 la stampa sovietica pubblicava una notizia se­
condo la quale era stato scoperto un complotto militare, i
cui autori erano stati « giustiziati ». Si trattava del mare­
sciallo Tuchačevskij, vicecommissario alla difesa, del gene­
rale Jakir, comandante della regione militare di Kiev, del
generale Uborevič, comandante della regione militare della
Bielorussia, e di molti altri generali. Il responsabile della
amministrazione politica dell’esercito rosso, Gamarnik, si era
suicidato pochi giorni prima. L’esercito rosso fu letteralmente
decimato dalla repressione: decine di migliaia di ufficiali di
gran valore persero la vita e decine di migliaia di altri fu­
rono deportati. Tra le vittime i marescialli Bljucher ed Ego­
rov, il generale Vatsetis, numerosi ammiragli, la maggioran­
za dei dirigenti delle accademie militari: complessivamente,
tre marescialli su cinque, tredici comandanti d’armata su

132
quindici, cinquantasette comandanti di corpo d’armata su ot-
tantacinque, centodieci generali di divisione su centonovan-
tacinque caddero vittime della repressione staliniana.
Né meno grave fu la repressione contro gli intellettuali.
Stalin aveva soppresso tutte le nuove istituzioni nate dopo
la guerra civile, come ad esempio l’università Sverdlov, la
stessa davanti alla quale aveva tenuto le sue conferenze, rac­
colte poi in un volume divenuto celebre: I principi del le­
ninismo. Storici e filosofi, biologi e matematici, scrittori ed
artisti morirono a migliaia o furono deportati per molti an­
ni. Fu questa, ad esempio, la sorte riservata al direttore del­
l’Istituto di storia del partito Knorin, al filosofo Sten, al
biologo Vavilov, agli scrittori Mandelstam e Babel, al re­
gista Mejerchold.
La repressione di massa colpi anche i comunisti stranieri
presenti a Mosca. I vecchi compagni di Lenin, lo svizzero
Platten e il polacco Ganetski, furono condannati a morte.
Il Partito comunista polacco fu disciolto nel 1938. Lo stesso
avvenne per il Partito comunista dell’Ucraina occidentale e
per quello della Bielorussia occidentale. La repressione si
abbatté sui dirigenti del PC lettone, estone, lituano (le re­
pubbliche baltiche non erano ancora repubbliche sovietiche).
Scomparvero anche alcuni dirigenti del PC jugoslavo (tra
cui un segretario del Comitato centrale, Copié), del PC bul­
garo (tra cui Popov e Tanev, che erano stati con Dimitrov al
processo di Lipsia), dei PC cinese, coreano, iraniano, indiano.
Béla Kun, uno dei dirigenti della rivoluzione ungherese del
1919, fu condannato a morte. Anche alcuni comunisti tede­
schi rifugiatisi nell’URSS rimasero vittime della repressione:
tra gli altri Eberlein, segretario del Comitato centrale.
Vorrei citare un esempio che può dare un’idea piu esatta
della repressione di massa, e cioè quello della regione di
Smolensk. L’intera direzione del partito fu eliminata nel
giugno del 1937, a cominciare dal segretario dell’Obkom,
Rumjantsev, un vecchio bolscevico membro del Comitato

133
centrale. Mille quadri del partito e dei soviet furono sosti­
tuiti nel giro di poche settimane. La repressione si estese al­
le famiglie delle vittime e ai non comunisti. E i motivi non
erano sempre politici. Il sistema delle denunce e il numero
di queste denunce erano tali per cui era facile rimanere a
propria volta vittime della repressione. Milioni di persone fu­
rono cosi deportate. (Se ne ignora la cifra esatta, sicuramente
elevata, e quindi non è possibile essere precisi al riguardo.)
I controlli effettuati da numerosi studiosi occidentali si fon­
dano spesso su indicazioni frammentarie, pubblicate qua e
là dopo il XX Congresso del PCUS. L’ordine di grandezza
è sicuramente di parecchi milioni. Medvedev parla di cinque
milioni di persone arrestate tra il 1936 e il 1939, delle quali
quattro o cinquecentomila furono mandate a morte. Queste
cifre vengono riprese da Naun Jasny (ma si tenga presente
il suo antisovietismo viscerale) e da Isaac Deutscher. Basta
leggere gli interventi dei dirigenti sovietici al XXII Con­
gresso del PCUS, nel 1961. Selepin (allora presidente del
Comitato di sicurezza di Stato ed oggi presidente del Con­
siglio centrale dei sindacati) conferma la diretta responsabi­
lità di Stalin, Molotov, Kaganovič e Vorošilov in queste
esecuzioni (resoconto stenografico, Cahiers du communisme,
pp. 291-292), ma è difficile pensare che gli altri membri
del Politburo — Ždanov, Chruščev (ma nel 1961 gli era
difficile dirlo perché era segretario generale del PCUS), Mi-
kojan e tanti altri — non ne fossero al corrente. Spiridonov
(membro del Comitato centrale, segretario del partito a Le­
ningrado) dichiara ad esempio: « Per quattro anni un’ondata
incessante di misure repressive si abbatté su uomini che non
avevano mai fatto nulla di infamante. Molti furono uccisi
senza processo, in base ad istruttorie affrettatamente mon­
tate, Vittime della repressione erano non soltanto questi stes­
si lavoratori, ma anche le loro famiglie, e persino i bambini... »
(ibidem, p. 358). E D. Lazurkina (Leningrado) aggiunge:
« E quale atmosfera si è creata nel 1937? Regnava la paura,

134
una paura che noi leninisti non avremmo mai dovuto cono­
scere. Non avevamo fiducia in nessuno. Arrivavamo persino
a calunniarci a vicenda » (ibidem, p. 364). Altri ricordano
le purghe in Georgia, in Armenia, in Bielorussia. La storia
ha conosciuto ben pochi drammi simili a questo. Pensiamo
a quelle centinaia di migliaia di comunisti che soffrirono nella
loro carne e nella loro anima, perseguitati dagli stessi uomini
che avrebbero dovuto proteggerli, dai loro stessi compagni
d’arme, vittime di un regime che avevano creato con le loro
mani, di un uomo del quale avevano fatto la fortuna. Persi­
no alcuni membri del Politburo addebitavano al NKVD tutti
questi crimini, assolvendone Stalin. Eiche scrisse a Stalin:
« Le confessioni che figurano nel mio dossier sono non solo
assurde, ma contengono delle calunnie nei confronti del Co­
mitato centrale... Voglio parlare adesso della parte piu in­
fame della mia vita, della vera grave colpa che ho commesso
nei confronti del partito e di voi personalmente » (di aver
ceduto alle torture), e concludeva: « Non ho mai tradito né
voi né il partito... » (27 ottobre 1939). Fu cosi che Ždanov,
divenuto nel 1934 segretario del partito a Leningrado, rima­
se il solo sopravvissuto dell’UfBcio regionale. I sette membri
del CC furono condannati a morte. Dei 65 membri del Co­
mitato regionale, nove soltanto sopravvissero. Chruscëv, ma
questo non toglie nulla ai suoi meriti futuri, ebbe una parte
importante nell’epurazione a Mosca e in Ucraina, come Mi-
kojan in Armenia. Eiche aveva fatto quest’amara costatazio­
ne: « Non esiste sconforto piu amaro per chi si trova nelle
prigioni di un governo per il quale si è sempre battuto » (1°
ottobre 1939). E Rudzutak: « Esiste nel NKVD un altro cen­
tro, ancora funzionante, che strappa le confessioni agli inno­
centi e monta artificiosamente i processi. [...] I metodi di
istruttoria sono tali da costringere a mentire e a calunniare
persone assolutamente innocenti oltre a quelle che già sono
accusate ». Bucharin, torturato, costretto a mentire su se stes­

135
so e sugli altri, scrisse alla moglie una lunga lettera pochi
giorni prima di morire: « La mia vita finisce qui, chino il
capo sotto l’accetta del boia, ma questa accetta non è quella
del proletariato, che dev’essere implacabile si, ma anche sen­
za macchia. Provo un senso d’impotenza totale davanti a que­
sta macchina infernale che, ricorrendo a metodi medievali, ha
acquistato un potere gigantesco, fabbrica calunnie a catena,
si muove con audacia e forza di convinzione. Se piu di una
volta ho sbagliato nell’azione che ho condotto per edifi­
care il socialismo, i posteri non mi giudichino piu severamen­
te di quanto non fece Vladimir Ilič. Abbiamo marciato verso
un solo, identico obiettivo per la primissima volta, e il cam­
mino non era ancora tracciato. Altri tempi, altri costumi. Al­
lora la Pravda dedicava un’intera pagina ai dibattiti; tutti di­
scutevano sui mezzi e sui metodi piu efficaci; litigavamo e poi
facevamo la pace. Marciavamo tutti insieme. Mi appello a voi,
future generazioni di dirigenti del partito. Uno dei vostri com­
piti storici sarà di fare l’autopsia della mostruosa nube di
crimini che prolifica in quest’epoca spaventosa, divampando
come una fiamma e soffocando il partito. Mi appello a tutti
i membri del partito ». Le parole dell’uomo che Lenin aveva
soprannominato « il figlio prediletto del partito » 1 risuonano
oggi in tutta la loro gravità e ci inducono a compiere lo
sforzo di riflessione necessario per capire veramente il feno­
meno staliniano. Nel novembre del 1938 la repressione aveva
assunto dimensioni tali che le sue conseguenze si ripercuote­
vano in tutti i campi della vita economica e sociale. L’econo­
mia socialista si era sviluppata fino al 1937 nonostante il tota­
litarismo staliniano. E questo era dovuto alla sua stessa na­
tura, vale a dire alla socializzazione dei mezzi di produzione
e di scambio, alla capacità di espansione che le era propria
indipendentemente da ogni sistema politico, da ogni metodo

1 «Bucharin [...] non è soltanto un validissimo e importantissimo


teorico del partito, ma è considerato anche, giustamente, il prediletto
di tutto il partito» (cfr. I. Lenin, op. cit., v. 36, p. 429). (Lenin criti­
cava poi i suoi punti di vista teorici.)

136
di gestione. Indubbiamente, questi fattori incidevano piu o
meno favorevolmente sullo sviluppo economico. In questo
senso, il fenomeno staliniano ebbe un ruolo negativo, fre­
nando questo sviluppo impetuoso. Nel 1938 il terrore aveva
raggiunto una tale intensità che finì per divenire un ostacolo
per lo stesso sviluppo economico. Il terzo piano quinquen­
nale, adottato ufficialmente solo al XVIII Congresso dell’apri­
le 1939, era iniziato in realtà nel 1938. Anche il passaggio
ad un’economia di guerra — dovuto alle minacce che incom­
bevano sulla pace — rallentò lo sviluppo economico. Si do­
vettero stanziare crediti maggiori per le forze armate *, per
l’industria bellica e per lo sviluppo delle regioni orientali del
paese, meno esposte in caso d’invasione. Questo non spiega
perché la produzione dell’acciaio ristagnasse tra il 1937 e il
1939 2. Solo la scomparsa di centinaia di migliaia di quadri
qualificati e il dissesto della produzione che ne derivò causa­
rono questo ristagno. E fu indubbiamente questa costatazione
a dettare un rallentamento del terrore. Il 13 novembre 1938
il Comitato centrale e il Consiglio dei commissari del popolo
si pronunciarono (in un testo non pubblicato) per una dimi­
nuzione della repressione. L’8 dicembre venne annunciato che
il responsabile del NKVD, Ežov, abbandonava la carica. Ežov
aveva avuto una pesante responsabilità in tutti questi avveni­
menti. Per designare il terrore, si parla per l’appunto del pe­
riodo di Ežov come dell’« ežovščina ». È vero e falso ad un
tempo. Jagoda, responsabile del NKVD prima di lui, e Berija,
che gli succedette, furono altrettanto crudeli e dispotici. Inol­
tre, il NKVD non fu che il braccio secolare di Stalin, la sua
Inquisizione. Ma questa Inquisizione poteva essere piu o me­
no arbitraria e dispotica. Con Ežov essa aveva raggiunto il
vertice della crudeltà e dell’orrore. L’eliminazione di Ežov3
1 I crediti militari rappresentarono il 3,9% del bilancio sovietico
nel 1933, il 16,1% nel 1936 e il 25,6% nel 1939.
2 (In milioni di tonnellate) 1937: 17,7; 1938: 18,1; 1939: 17,6.
3 Nominato commissario ai trasporti marittimi e fluviali, Ežov
scomparve alla fine di gennaio del 1939 e fu fucilato ad una data sco­
nosciuta.

137
rappresentò pertanto una certa distensione. Migliaia fra i
torturatori piu efferati del NKVD furono torturati e fucilati
a loro volta. Alcune migliaia di persone furono scarcerate, ad
esempio i futuri marescialli Rokosovskij e Meretskov, il fu­
turo generale Gorbatov, il fisico Landau, il costruttore di
aerei Tupolev. I nuovi arresti diminuirono di numero, ma
non cessarono. Eiche fu fucilato nel 1940. Molti ufficiali che
avevano combattuto in Spagna furono arrestati e fucilati al
ritorno in patria, ad esempio Antonov-Ovseenko (che aveva
occupato il Palazzo d’inverno nel 1917), il generale Stern,
Gorev e molti altri. Fu in queste condizioni che, nell’aprile
del 1939, si apri il XVIII Congresso del PCUS. Nessuno
parlò degli uomini che erano scomparsi e che tuttavia erano
stati eletti al Comitato centrale durante il precedente con­
gresso. Stalin presentò il rapporto politico, Ždanov quello
sul partito. Le nubi si accumulavano nel cielo sovietico. Ad
est combattimenti giganteschi avevano luogo tra sovietici e
giapponesi sul lago Khassan; ad ovest i nazisti, dopo essersi
annessi l’Austria e la Cecoslovacchia, minacciavano di attacca­
re l’Unione Sovietica con il beneplacito dei francesi e degli
inglesi, che nel settembre del 1938 avevano concluso con
Hitler l’accordo di Monaco. La guerra civile si era conclusa
in Spagna con la vittoria di Franco. L’Unione Sovietica, eco­
nomicamente e militarmente piu debole della Germania di
Hitler, era dissanguata dal terrore che aveva duramente colpi­
to l’esercito rosso e l’economia. Stalin aveva stritolato il par­
tito per rendersene padrone e per eliminare tutti gli avver­
sari passati, presenti e futuri della sua dittatura e della sua
politica. Con la fine della guerra civile la dittatura del proleta­
riato era divenuta tutt’uno con quella del partito. Nel 1939
era divenuta tutt’uno con quella di un uomo. Quest’uomo dis­
se nel suo rapporto: « Non si può dire che l’epurazione sia
stata effettuata senza gravi errori. Purtroppo, gli errori sono
stati piu numerosi di quanto non si sarebbe potuto supporre.

138
Non v’è dubbio che non dovremo piu ricorrere al metodo del­
l’epurazione di massa ».
Milioni di sovietici erano ancora deportati. Tre membri
del Politburo — Cubar, Eiche, Postysev — erano in carcere
e dovevano essere fucilati da li a poco. Jakovlev fu fucilato
durante il congresso. Dei 1.827 delegati al XVIII Congres­
so solo trentacinque erano sopravvissuti al XVII (circa il
2%). Eppure, al tempo stesso, l’economia sovietica si era
trasformata in modo sbalorditivo. Era nata una società nuova.
L’analfabetismo era diminuito in misura considerevolissima,
fino a scomparire del tutto tra le nuove generazioni. La cul­
tura era largamente diffusa tra le masse, anche tra quelle che
prima erano state piu arretrate. Lo stalinismo era nato e si
era sviluppato sul terreno del socialismo, non come una sua
naturale conseguenza ma piuttosto come il frutto di determi­
nate condizioni ambientali e temporali. Dopo il 1917 non
erano certo mancate le prove — e come dure! — per la
prima rivoluzione socialista della storia. Con la seconda guer­
ra mondiale, altre prove l’attendevano, non meno pesanti.

139
V. La prova della seconda guerra mondiale

Non si può certo dire che dal 1934 al 1941 l’Unione


Sovietica ottenne solo successi sul piano della politica este­
ra. Le si debbono però riconoscere alcune circostanze atte­
nuanti. I grandi Stati capitalistici democratici d’occidente non
avevano capito il carattere originale del nazismo e il pericolo
che esso rappresentava per la civiltà. In un primo momento
essi avevano visto nel nazismo nulla più che un antidoto,
anche se talvolta allarmante, al comuniSmo. Ben presto, però,
Hitler si era rivelato una seria minaccia sia per l’occidente
che per l’oriente. Il commissario del popolo per gli affari
esteri, Litvinov, aveva fatto osservare fin dal 1933: « Un can­
none può sparare ad est ma anche ad ovest ». È certo che,
se si fosse creata qualche anno prima una grande coalizione
antihitleriana, si sarebbe potuta evitare la seconda guerra
mondiale e schiacciare il nazismo prima che esso diventasse
veramente pericoloso. Nonostante l’antinazismo del presiden­
te Roosevelt, gli Stati Uniti erano neutrali e tali intendevano
rimanere. La Francia aveva avuto qualche velleità antihitle­
riana, — la firma del patto franco-sovietico del 1935, — ma
non era giunta fino in fondo nella logica della propria po­
litica, anzi, aveva finito per schierarsi con la politica britan­
nica, assai piu anticomunista ed antisovietica che antinazista.
Se ne ebbe una chiara conferma con la guerra di Spagna,
quando il governo di Fronte popolare presieduto da Léon
Blum scelse — non senza qualche rimorso di coscienza, va

140
detto — il non intervento nella guerra civile perché cosi ave­
va deciso l’Inghilterra. Infine, né gli Stati Uniti, né l’Inghil­
terra, né la stessa Francia cercarono realmente di allearsi con
l’Unione Sovietica in funzione antihitleriana. Peggio ancora:
nel settembre del 1938, con gli accordi di Monaco, francesi
ed inglesi consegnarono la Cecoslovacchia a Hitler e ten­
tarono poi di dirottare verso est la minaccia nazista’.
Di fronte al perìcolo hitleriano, l’Unione Sovietica tentò
di isolare Hitler e di accordarsi con l’occidente. Furono gli
inglesi e, sia pure in minor misura, i francesi i responsabili
di un fallimento dalle conseguenze drammatiche dal quale
doveva scaturire il secondo conflitto mondiale. Si può dire
comunque che la politica sovietica fu senza macchia? Non
credo. I difetti della politica sovietica furono dovuti alla sot­
tovalutazione, da parte di Stalin, del pericolo nazista e della
sua originalità. Abbiamo visto che così era stato nel 1933:
ebbene, lo stesso fu fino al 1941. La politica occidentale ebbe
tra le altre conseguenze quella di accrescere in Stalin la dif­
fidenza nei confronti dei grandi paesi dell’occidente capitali­
stico. Era nella logica delle cose che Stalin dovesse sotto­
valutare l’importanza dei fenomeni democratici e la minaccia
del fascismo. È assolutamente falso identificare il nazismo e
il fenomeno staliniano, come fa la filosofa americana Anna
Ahrendt1 2. Il nazismo fu una forma politica ed ideologica del
capitalismo moderno e si edificò sulla base del capitalismo,
seppure con forme politiche radicalmente diverse da quelle
che esistevano allora in Francia, in Gran Bretagna e negli
Stati Uniti.
Lo stalinismo, invece, aveva avuto come terreno la rivo­
luzione socialista e l’edificazione del socialismo. Così come il
nazismo non era e non è la forma obbligatoria — politica ed

1 La Francia concluse un patto di non aggressione con la Ger­


mania durante la visita a Parigi (6 dicembre 1938) del ministro tedesco
degli esteri (cfr. in proposito, nel Libro giallo francese, la corrispon­
denza degli ambasciatori di Francia a Berlino).
2 A. Ahrendt, Le origini del totalitarismo, Torino, 1967.

141
ideale — di esistenza del capitalismo, allo stesso modo lo
stalinismo non era e non è la forma di esistenza unica del
socialismo. Sia l’uno che l’altro furono il prodotto di una
determinata evoluzione storica, di precise circostanze stori­
che, della funzione di taluni uomini, di storie nazionali spe­
cifiche, tedesca in un caso, russa nell’altro. Radicale era però
la differenza tra gli obiettivi perseguiti, in funzione dello
stesso contenuto di classe dei due fenomeni. Possono esistere
delle analogie. Un campo di concentramento rimane sempre
un campo di concentramento, una denuncia rimane sempre
una denuncia, una tortura rimane sempre una tortura, a pre­
scindere dall’assetto economico e sociale. L’esperienza stori­
ca russa e sovietica non passava per la democrazia politica.
Certo, con lo sviluppo economico e grazie allo sviluppo cul­
turale fondato sulla proprietà socialista dei mezzi di produ­
zione e di scambio, essa rappresentava una garanzia di demo­
crazia per un lontano avvenire, ne creava le basi per il futu­
ro, ma al tempo stesso, cosi com’era, non permetteva ai di­
rigenti sovietici di comprendere l’importanza dei meccanismi,
democratici e il loro nesso con il socialismo.
Lo stesso Lenin, che pure aveva tratto su questo pro­
blema conclusioni validissime, ne sottovalutò sempre l’impor­
tanza perché lo considerava attraverso l’ottica della propria
esperienza russa, perché aveva assimilato le esperienze demo­
cratiche solo dall’esterno e solo nei loro aspetti piu negativi,
quali si manifestarono ad esempio nella posizione della II In­
ternazionale durante la prima guerra mondiale e, successiva­
mente, durante le rivoluzioni socialiste d’Ungheria e di Ger­
mania. Nei testi di Lenin successivi alla rivoluzione sovietica
si possono trovare pertanto numerosi giudizi che mettono in
discussione i meccanismi democratici e raffigurano i processi
rivoluzionari solo attraverso il prisma deformato e deformante
della propria esperienza, la quale sembrava a Lenin tanto piu
importante in quanto era l’unica esperienza di una rivolu­

142
zione vittoriosa. Di qui a concludere — e il Comintern con
lui che non v’era altra via, per passare al socialismo, se
non quella seguita dalla Russia il passo era breve, e la rea­
zione contro « il fallimento della II Internazionale » permi­
se di compierlo piu rapidamente. Lenin, certo, ammetteva
anche forme diverse di rivoluzione. « Non imitate servil­
mente la rivoluzione russa », scriveva; ma al tempo stesso
considerava queste altre possibili forme nell ambito di uno
schema piuttosto rigido nel quale la violenza, la forza e la
guerra avevano un ruolo ben piu importante della scheda
elettorale o di qualsiasi altra prassi democratica. A confer­
mare come fosse la sua stessa esperienza a dettare la sua
teorizzazione sta il fatto che, dopo aver previsto il passag­
gio pacifico al socialismo tra l’aprile e il luglio del 1917,
in seguito non ne fece quasi piu parola, semplicemente per­
ché le condizioni della Russia erano cambiate. I suoi giudizi
senza possibilità di appello sulla funzione della guerra civile
e della forza — ad esempio La rivoluzione proletaria e il rin­
negato Kautsky oppure i suoi Appunti per la storia di una
dittatura — possono essere intesi solo alla luce della profon­
da crisi rivoluzionaria che contrassegno la fine della prima
guerra mondiale e gli anni immediatamente successivi ad es­
sa. Gli squilibri provocati dalla guerra erano talmente pro­
fondi che il ricorso alla violenza e alla guerra civile potevano
apparire come la sola via possibile per i paesi capitalistici del­
l’occidente. E non esisteva difatti una crisi rivoluzionaria dal­
le vastissime potenzialità, quella che si sarebbe incarnata nella
rivoluzione tedesca (nonostante il suo fallimento)? Ora, pro­
prio questo fallimento sembrava dimostrare che i bolscevichi
erano nel giusto: in definitiva, non erano stati proprio la
mancanza di un partito rivoluzionario disciplinato e preparato
da tempo alla rivoluzione e l’opportunismo, ossia l’anticomu­
nismo della socialdemocrazia tedesca, a permettere alla bor­
ghesia tedesca di trionfare della rivoluzione socialista?

143
Nella Rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky Lenin
muove dalla reale prassi politica di Kautsky e dei socialisti
tedeschi. La sua critica è incontestabilmente fondata dal pun­
to di vista storico; è esatto che i socialdemocratici contribui­
rono a soffocare la rivoluzione proletaria tedesca, chiaramente
realizzabile, subito dopo la prima guerra mondiale, attraver­
so un processo violento analogo a quello della Francia del
1871 o della Russia del 1917. Lo Stato capitalistico era usci­
to stremato e disorganizzato dalla guerra e dalla sconfitta.
Il terreno era maturo per una rivoluzione armata, per una
presa del potere brutale e immediata. Tutto, nella storia vis­
suta da Lenin, lo portava a concludere in questo senso.
« La dittatura è un potere che poggia direttamente sulla
violenza e non è vincolato da alcuna legge. La dittatura rivo­
luzionaria del proletariato è un potere conquistato e sostenuto
dalla violenza del proletariato contro la borghesia, un potere
non vincolato da alcuna legge » (V.I. Lenin, v. 28, p. 241).
La critica di Lenin alla democrazia borghese è dunque giu­
stificata, ma lo porterà a sottovalutare la funzione storica
della stessa democrazia. È assolutamente vero che non esiste
democrazia « pura », come diceva nella sua critica a Kautsky,
ma in una società socialista la democrazia non può limitarsi
ai soli aspetti economici e sociali. Lenin non poteva sapere
nel 1918 — e non lo poteva nemmeno nel 1923 — che il
socialismo, pur essendo un periodo di transizione dal capita­
lismo al comuniSmo, sarebbe durato decine e decine di anni
e che lo Stato avrebbe assunto una funzione sempre piu ri­
levante.
Le tesi di Lenin del 1918 prendono le mosse da una si­
tuazione storica ben precisa, mai ripetutasi e che mai si ri­
peterà (« la storia non ripassa i piatti »). La critica a Kautsky
era storicamente fondata nel 1918, ma oggi i problemi da ri­
solvere sono radicalmente diversi. Nel 1918, sempre nella
stessa opera, Lenin sollevava il seguente interrogativo: « Sul
piano teorico la questione si pone diversamente, si pone cioè

144
come segue: è possibile la dittatura del proletariato senza che
si violi la democrazia nei confronti della classe degli sfrutta­
tori? ». E rispondeva:
« [Kautsky] non ha fatto parola della cosa principale, del
fatto che il proletariato non può vincere senza spezzare la
resistenza della borghesia, senza schiacciare con la violenza i
propri avversari, del fatto che là dove c’è la ” repressione vio­
lenta ”, là dove non c’è la ” libertà ”, non ci può essere, na­
turalmente, nemmeno la democrazia »1 [ibidem, p. 261).
La verità è che le esigenze della rivoluzione e della guer­
ra civile portarono i bolscevichi a violare la « democrazia ».
Venne il momento in cui « le violazioni della democrazia »
colpirono la classe operaia e gli stessi comunisti. Era una
naturale conseguenza della mancanza di democrazia messa
tanto acutamente in rilievo dalla Luxemburg nella sua ana­
lisi della rivoluzione russa.
La sostituzione della « democrazia per i poveri alla demo­
crazia per i ricchi » [Democrazia e dittatura, v. 28, p. 377)
non implica necessariamente la soppressione delle strutture
democratiche, che anzi, ove non esistano, ed era il caso della
Russia, debbono essere assolutamente create se non si vuol
correre il rischio di un potere dispotico, come avvenne al­
l’epoca staliniana. Col passar del tempo, quella che nel 1919
era la norma doveva rivelarsi un’eccezione e, di conseguenza,
10 schema strategico adottato originariamente dall’Internazio­
nale comunista non rispondeva piu, chiaramente, ai dati del­
la situazione reale quali si riscontravano nei paesi capitalisti­
ci altamente sviluppati. Piuttosto, questo schema doveva
coincidere ben piu con la situazione dei paesi coloniali, dove
11 movimento di liberazione nazionale poteva far avanzare
rapidamente i popoli verso la rivoluzione socialista per strade
storicamente diverse da quelle della rivoluzione russa ma
analoghe per lo scarso rilievo assunto dai processi democra­
tici. L’Internazionale comunista subiva inoltre il contraccol-

1 Sottolineato nel testo.

145
po degli avvenimenti dell’Unione Sovietica, la quale, a causa
« del ritardo della rivoluzione nei grandi paesi capitalistici
sviluppati », si vedeva costretta a costruire « il socialismo in
un solo paese ». Il fatto che nell’URSS il partito e lo Stato
fossero tutt’uno, il trionfo del fenomeno burocratico e del
dogmatismo, del fenomeno staliniano dovevano porre al Co­
mintern una serie di problemi angosciosi. Avendo la propria
sede a Mosca, esso veniva a trovarsi sempre piu legato, per
il peso stesso esercitato dal partito sovietico, alla politica
sovietica. Il partito sovietico, il solo partito al potere, in­
fluenzava direttamente la linea generale del Comintern e, di
conseguenza, quella dei partiti comunisti aderenti, per il fat­
to stesso che il Comintern era un’organizzazione centraliz­
zata le cui decisioni avevano forza di legge per tutti i par­
titi membri.
Prima ancora di fallire in Germania, il Comintern aveva
subito una sconfitta clamorosa in Cina, dove aveva predi­
cato la collaborazione tra il Kuomintang di Chiang Kai-shek
e il Partito comunista cinese. La sconfitta del Partito comu­
nista tedesco nel 1933 e il suo scioglimento violento ad opera
di Hitler misero i partiti comunisti e il Comintern di fronte
a problemi nuovi. Il dogmatismo stalinista impediva un di­
battito serio sulle vie e sui mezzi della rivoluzione sociali­
sta di fronte ad un capitalismo che si riorganizzava per lot­
tare contro la crisi economica e per scongiurarne una nuova,
ma non potè evitare che, proprio a causa del fallimento te­
desco, i partiti comunisti occidentali studiassero il modo di
adottare una politica diversa. Questa politica, che si sarebbe
realizzata in Francia e in Spagna, fu all’origine nulla piu
che una politica difensiva destinata a realizzare l’unità anti­
fascista. Nata in Francia nel febbraio del 1934, essa fu alla
base di un patto di unità d’azione tra socialisti e comunisti,
firmato nel luglio di quell’anno. A poco a poco, poi, quella
alleanza si estese e, per impulso del Partito comunista fran­
cese e del suo segretario generale Maurice Thorez, divenne

146
sempre più attiva. L’alternativa « democrazia o fascismo » ave­
va fatto capire ai comunisti francesi tutta l’importanza dei
processi democratici in quanto tali e nel loro rapporto con
il socialismo. Il Fronte popolare francese e il Frente po­
pular espanol dovevano nascere proprio in questo contesto.
È vero che i comunisti francesi, allora, non portarono que­
sta politica fino alle sue logiche conseguenze, rifiutandosi
ad esempio di partecipare al governo di Fronte popolare e
non vedendo o non osando dire quanto questo orientamento
modificasse la strategia fondamentale del movimento comu­
nista e dovesse consentire il formarsi di una concezione nuo­
va della rivoluzione socialista nei paesi capitalistici svilup­
pati e democratici d’occidente. Il VII Congresso del Comin­
tern (1935) aveva segnato un compromesso tra questi diversi
punti di vista. Nel suo rapporto Dimitrov aveva analizzato
l’esempio francese e fortemente e giustamente insistito sul­
l’alternativa « democrazia o fascismo ». Il freddo riserbo dei
sovietici si concretò nella palese ritrosia dei dirigenti piu
in vista a partecipare al congresso. Non vi si fecero vedere
né Stalin, né Molotov, né Kaganovič, e, benché il congresso
si tenesse a Mosca, nessun membro del Politburo vi prese
la parola. La critica di Stalin a Hitler rimase sempre mo­
derata. L’abbiamo visto a proposito del XVIII Congresso.
La sua ostilità verso qualsiasi forma di democrazia politica
e la sua diffidenza — peraltro giustificata — passata e
presente verso gli Stati capitalistici democratici erano tali
da non fargli prendere piena coscienza della natura vera del
pericolo hitleriano, della sua realtà e della sua ampiezza.
Non vogliamo dire con questo che l’Unione Sovietica non
si adoperasse per concludere un’alleanza contro Hitler. Pur
sentendosi debole economicamente e militarmente, essa si
impegnò indubbiamente, in questo senso, molto piu degli
Stati capitalistici sviluppati. Il problema è piuttosto un al­
tro, se cioè fece davvero tutto quanto avrebbe potuto tenen­
do conto del pericolo. Durante il suo VII Congresso il Co-

147
mintern dette maggior spazio ai partiti comunisti, ma niente
piu di questo. Di fronte al pericolo, lo scioglimento della
Internazionale comunista, deciso nel 1943, non avrebbe per­
messo ai partiti comunisti di condurre con maggiore audacia
una politica di unione nazionale indipendentemente dalle vi­
cissitudini della politica sovietica? D’altro canto, il terrore
staliniano degli anni 1936-1938 forniva agli avversari di una
alleanza con l’URSS pretesti che non potevano non influire
sui partiti socialisti aderenti alla II Internazionale e non
facilitava la loro partecipazione alla unità antifascista. Tutto
questo, naturalmente, non giustifica la politica di non inter­
vento in Spagna e la firma degli accordi di Monaco ed è
incontestabile che, in alcuni momenti, iniziative sovietiche
piu audaci, piu clamorose, piu unitarie avrebbero messo in
imbarazzo gli occidentali dinanzi alla loro stessa opinione
pubblica. È vero comunque che l’Unione Sovietica fu co­
stretta, per la posizione assunta dagli anglo-francesi, a fir­
mare un patto con Hitler il 23 agosto del 1939. La firma
del patto di non aggressione russo-tedesco non fu, a nostro
avviso, un errore di Stalin. Esso era perfettamente giusti­
ficato dal suo punto di vista, in quanto gli permetteva di
guadagnar tempo per preparare l’Unione Sovietica ad uno
scontro reso inevitabile dalla mancanza di un accordo mili­
tare inequivocabile con la Francia e la Gran Bretagna, re­
spinto da questi due paesi. Piu contestabili sono piuttosto
le condizioni nelle quali si realizzò quell’accordo e le sue
conseguenze dal punto di vista sia della politica estera so­
vietica che del Comintern. Il patto di non aggressione com­
prendeva clausole segrete discutibili perché prevedevano, di
accordo con Hitler, talune modifiche territoriali a spese del­
la Polonia, della Romania, degli Stati baltici (Estonia, Litua­
nia e Lettonia) e della Finlandia *. D’altro canto, si deve

1 Cfr. i testi di tutti questi accordi negli archivi segreti della Wil­
helmstrasse (v. 8), Protocollo segreto del 23 agosto 1939 e del 28 set-
Acciaio 1
2

148
tener conto che alcuni territori, ad esempio quelli della
Polonia orientale, erano stati strappati con la forza alla
Russia sovietica dopo la guerra civile (trattato di Riga del
1921) e che erano popolati da ucraini e da bielorussi. La
URSS rimase neutrale all’inizio della seconda guerra mon­
diale in conformità con le clausole pubbliche del trattato
russo-tedesco del 23 agosto, ma Stalin e Molotov dichiara­
rono che la Francia e l’Inghilterra intendevano distruggere
il regime hitleriano con la forza « con il falso pretesto di
lottare per la democrazia » (Molotov, 31 ottobre 1939, di­
scorso al Soviet supremo). La Pravda pubblicò addirittura,
su tre colonne (dicembre 1939), un discorso pronunciato da
Hitler a Monaco. E Stalin, nella sua risposta ai telegrammi
inviati da Hitler e da von Ribbentrop in occasione del suo
sessantesimo compleanno, scrisse: « L’amicizia tra i popoli
dell’Unione Sovietica e la Germania, cementata dal sangue,
rimarrà sicuramente solida e duratura ». Uno scambio di cor­
tesie ebbe luogo tra Stalin ed Hitler per l’anniversario della
rivoluzione di ottobre. Gli scambi economici s’intensificarono.
L’Unione Sovietica fornì ad Hitler grano, petrolio e grandi
quantitativi di materie prime. La stampa sovietica cessò ogni
critica nei confronti del regime hitleriano, mentre contem­
poraneamente intensificava gli attacchi contro gli Stati capi­
talistici democratici. Firmare un accordo diplomatico con
Hitler era una cosa, — e fu « un dramma per l’URSS »
essere costretta a farlo, — ma continuare a seguire questa
linea era ben diverso. In questo modo, non si poteva certo
preparare l’Unione Sovietica ad affrontare i nazisti in un con­
flitto inevitabile e in un prossimo futuro. Fu questa poli­
tica, tra l’altro, a provocare la guerra contro la Finlandia.
Certo, il governo finlandese era violentemente anticomunista,
ma bastava questo a giustificare una guerra? L’esercito rosso,
indebolito dalle purghe del 1937-1938, non riuscì a scon­
figgere l’esercito finlandese se non dopo molti mesi di com­
battimento (25 novembre 1939 - 12 marzo 1940). Com­

149
plessivamente, tra il settembre del 1939 ed il giugno del
1940, l’Unione Sovietica aveva registrato un incremento di
popolazione pari a 21.385.000 abitanti e si erano costituite
cinque nuove repubbliche sovietiche (Lettonia, Estonia, Li­
tuania, Moldavia, Repubblica carelo-finnica). In questo perio­
do, il Comintern si convinse a seguire una politica analoga
a quella sovietica. L’Internazionale comunista chiese ai par­
titi comunisti non soltanto di approvare il patto russo-tede­
sco, ma di combattere la politica anglo-francese, responsabile
della seconda guerra mondiale. È vero che la guerra aveva
risvolti piuttosto equivoci. Entrate in guerra per difendere
l’indipendenza e l’integrità territoriale della Polonia contro
Hitler, la Francia e l’Inghilterra la lasciarono sopraffare dai
nazisti senza lanciare una sola offensiva. Dal settembre del
1939 al maggio dell’anno successivo le ostilità rimasero ad
un punto morto sul fronte occidentale. Fu il periodo della
drôle de guerre. Lo stato maggiore francese si preoccupò al­
lora, essenzialmente, di organizzare operazioni militari con­
tro l’Unione Sovietica, al nord, in Finlandia (progetto di
sbarco a Petsamo) e a sud (progetto di spedizione aerotra­
sportata contro Baku *). Restava comunque il fatto che fin
dal settembre del 1939 la guerra vedeva schierati in campi
opposti fascismo e democrazia. Le posizioni del Comintern,
impegnative per i partiti comunisti, costrinsero ad esempio
il Partito comunista francese ad opporsi al conflitto, men­
tre nei primi giorni, e nonostante la repressione anticomu­
nista 12, i deputati comunisti avevano votato i crediti mili­
tari. Se il Comintern fosse stato sciolto fin dal 1935, i par­
titi comunisti avrebbero potuto agire nel 1939 in modo auto­
nomo senza tuttavia slittare nell’antisovietismo. Sarebbe loro
bastato dimostrare che, dal punto di vista sovietico, il patto
con la Germania era una necessità dettata dal rifiuto degli

1 Cfr. il terzo volume delle memorie di Weygand.


2 I giornali comunisti furano vietati fin dal 29 agosto 1939 e il
Partito comunista francese sciolto subito dopo la dichiarazione di guerra.

150
occidentali di concludere un’alleanza militare con l’URSS; al
tempo stesso, il Partito comunista francese avrebbe potuto
sostenere lo sforzo bellico del proprio paese e combattere
la borghesia francese che, nonostante la dichiarazione di guer­
ra, continuava testardamente a voler rivolgere i propri colpi
piu contro l’Unione Sovietica che contro Hitler, preparan­
dosi insomma al grande tradimento di Vichy e al collabora­
zionismo *. Ecco come lo stalinismo dimostrò — fin dagli
anni venti, del resto — la propria dannosità sul piano in­
ternazionale, rendendo ancora più oscura una politica estera
i cui dati erano di difficile intendimento anche per i politici
piu esperti. Lo stesso stalinismo, del resto, condannò il Co­
mintern a gravi insuccessi sia nella sua prassi politica che
a livello teorico. È vero che erano nati alcuni partiti comu­
nisti e che questi partiti si erano « bolscevizzati » in molti
paesi, soprattutto in quelli coloniali, per cui non si può ri­
durre l’azione del Comintern a questi soli insuccessi: questi
furono comunque considerevoli, soprattutto nei paesi capita­
listici altamente sviluppati. L’Unione Sovietica non appro­
fittò come avrebbe dovuto della tregua concessale dal patto
con la Germania né per prepararsi alla guerra, né dal punto
di vista politico, né da quello economico e militare. La pro­
duzione industriale continuava a stagnare dal 1937. La pro­
duzione di acciaio — 18.300.000 tonnellate nel 1940 —
non superava quella del 1937. Le statistiche sovietiche pub­
blicate in quegli anni erano piu ottimiste quanto all’aumento
complessivo della produzione industriale, ma comprendevano
i dati relativi ai territori federati e abbellivano notevolmente
la realtà. L’industria bellica versava in una situazione dram­
matica. Le vecchie produzioni, inadeguate alla guerra mo­
derna, erano state abbandonate. Si erano messi in servizio
nuovi tipi di aerei, di carri armati, di cannoni, la cui pro-

1 Nel giugno del 1940 il PC francese propose misure di salvezza


nazionale contro l’invasione, ma la linea del Comintern l’ostacolò note­
volmente nell’applicazione di questa linea fino al 1941.

151
duzione in serie ebbe inizio però non prima del 1941. La
agricoltura registrava ancora livelli piuttosto bassi. La produ­
zione cerealicola superava appena quella del 1913 e il be­
stiame era addirittura meno numeroso di allora (fatta ecce­
zione per i suini). Quanto all’esercito, esso si stava appena
risollevando dalle grandi purghe del 1937-1938 (lo si era
potuto constatare in occasione della guerra con la Finlandia).
Soltanto il 7% degli ufficiali usciva da un’accademia mili­
tare superiore. Lo stato maggiore contava pochi generali di
alto livello, — soprattutto Zukov (divenuto capo di stato
maggiore nel febbraio del 1941), — e comprendeva molti
dirigenti privi di un’alta qualifica, come il maresciallo Voro-
šilov, Kulik (a capo dell’artiglieria) e Mechlis (direttore del­
l’amministrazione politica dell’esercito). Dopo il XVIII Con­
gresso si erano compiuti sforzi innegabili per migliorare la
situazione economica e militare, ma il ritardo era ancora
rilevante proprio per le conseguenze del terrore staliniano,
la cui nocività non va assolutamente sottovalutata.
Fin dal luglio del 1940, cioè subito dopo la sconfitta
francese, Hitler si stava preparando ad invadere l’URSS. Pa­
drone della maggior parte dell’Europa, egli concentrava forze
colossali alle proprie frontiere orientali con l’aiuto degli al­
leati romeni, italiani, ungheresi e finlandesi. Convinto che
Hitler non avrebbe attaccato prima del 1942, Stalin non
volle tener conto dei molti avvertimenti rivoltigli dai pro­
pri servizi segreti (Richard Sorge in Giappone, rete Dora
in Svizzera, rete Trepper e Orchestra rossa nell’Europa occi­
dentale), da Churchill e da Roosevelt, ritenendoli semplici ma­
novre provocatorie degli anglosassoni per affrettare l’entrata in
guerra dell’URSS contro Hitler. Il 14 giugno del 1941 l’agen­
zia Tass smentiva che si fosse prodotto un raffreddamento
nei rapporti tedesco-sovietici. Il 22 giugno gli eserciti nazi­
sti attaccavano su tutto il fronte. L’esercito sovietico non
era nemmeno in stato d’allarme: qualche ora dopo l’inizio
dell’invasione Stalin continuava impertubabilmente a pen­

152
sare che si trattasse di scontri di frontiera di scarso rilievo.
Raramente un errore storico illustrò con maggior forza i
pericoli del potere assoluto di un uomo. Lo stalinismo porta
la pesante responsabilità dinanzi alla storia dell’imprepara­
zione sovietica nel giugno del 1941 e delle prime sconfitte.
L’argomento tante volte ripetuto secondo cui l’opera di Sta­
lin dal 1929 al 1939 — la collettivizzazione forzata e il
terrore — era necessaria e permise la vittoria dell’URSS
nella seconda guerra mondiale appare chiaramente contesta­
bile se si pensa ai colpi terribili inferti all’economia sovie­
tica e all’esercito rosso, all’incuria delle autorità sovietiche
alla vigilia del confitto e nelle prime settimane dopo l’inva­
sione, agli errori storici di Stalin, le cui previsioni strate­
giche si rivelavano ancora una volta assolutamente errate.
Non è il caso, qui, di compiere uno studio dettagliato
dell’URSS durante la seconda guerra mondiale. Il nostro
proponimento è piuttosto di esaminarne gli elementi diret­
tamente legati allo stalinismo, perché sono proprio questi
elementi che permettono di coglierne le manifestazioni, di
meglio comprenderne i caratteri attraverso una crisi tanto
drammatica. Le prime settimane di guerra furono catastro­
fiche. La maggioranza degli aerei sovietici fu abbattuta fin
dalle prime ore del conflitto. I mezzi corazzati tedeschi avan­
zarono per 250 chilometri in tre soli giorni. Le truppe so­
vietiche si ritirarono disordinatamente nonostante i numerosi
atti di eroismo, lodevolissimi ma insufficienti a colmare le
brecce. Nel dicembre le truppe naziste si erano impadronite
delle repubbliche baltiche, della Bielorussia, di una parte del­
l’Ucraina, tra cui il Donbass, della Crimea (tranne Sebasto­
poli), di Kiev, di Charkov e di Odessa. Ormai erano alle
porte di Leningrado e a 25 chilometri da Mosca. La scon­
fitta sovietica era dunque pesante. Con tutto questo, Hitler
non riuscì a raggiungere i suoi obiettivi. Nonostante l’asse­
dio, Leningrado resisteva in condizioni che avevano dell’in­
credibile (senza cibo, senza combustibile). I tedeschi furono

153
fermati davanti a Mosca. Il piano di Hitler — battere la
URSS prima dell’inverno e costringerla a capitolare — era
fallito. I sovietici avevano perduto molte battaglie, ma ave­
vano vinto la guerra. Sembra che nei primi giorni dopo la
invasione Stalin fosse colpito da un vero e proprio esauri­
mento nervoso. Prendendo finalmente coscienza del fallimen­
to totale della sua politica, si chiuse in una stanza del suo
appartamento al Cremlino. Solo il 3 luglio parlò al popolo
sovietico: fu un discorso misurato, fermo, cordiale, che fa­
ceva appello alla fedeltà allo spirito di Lenin e al regime
sovietico nonché al sentimento nazionale russo. Da questo
momento in poi riprese saldamente in mano le redini dello
Stato. Presidente del Comitato statale per la difesa *, che
totalizzava i poteri civili e militari, divenne anche generalis­
simo (comandante in capo dell’esercito). Sarebbe sbagliato
raffigurarsi Stalin solo nelle vesti di un despota sanguinario.
Nel momento della prova seppe essere anche un capo corag­
gioso e pieno di dignità. Il 7 novembre del 1941 — i tede­
schi erano a 25 chilometri da Mosca — organizzò la sfilata
per il 24° anniversario della rivoluzione d’ottobre. Aveva
già preso la parola il giorno prima alla stazione « Majakov-
skij » della metropolitana. Il 7 novembre tornò a parlare,
imperturbabile nell’infuriare della tempesta, chiedendo ai po­
poli sovietici di resistere ad Hitler e sviluppando i temi del­
la sua allocuzione del 3 luglio. In quel mese di novembre
Stalin seppe simboleggiare col suo atteggiamento la volontà
di resistenza dei sovietici, anche se questo non gli impedì di
commettere alcuni gravi errori strategici: si rifiutò tra l’altro
di evacuare Kiev nel settembre del 1941, con la conseguenza
che molte centinaia di migliaia di soldati sovietici si trova­
rono accerchiati e furono catturati dai nazisti. La guerra mise
in luce e probabilmente accentuò gli aspetti contraddittori
dello stalinismo cui abbiamo già accennato piu volte. Duran-

1 Molotov ne era il vicepresidente; Berija, Vorošilov e Malenkov


ne erano membri.

154
te queste prove, Stalin fu sempre tutt’uno col popolo. Con­
temporaneamente, lo stalinismo sopravviveva ed anzi, tal­
volta, le sue conseguenze furono portate agli estremi. Negli
anni dell’anteguerra la centralizzazione aveva permesso di
concentrare le forze disponibili, in uomini e capitali, sul
fronte economico ed aveva contribuito al tempo stesso a
dare sempre piu spazio ad una ipertrofica burocrazia nella
gestione delle fabbriche, nei rapporti tra le direzioni cen­
trali e le fabbriche, ecc.; senonché, questa stessa centralizza­
zione, questa stessa burocrazia si erano sviluppate sulla base
della proprietà socialista dei mezzi di produzione e di scam­
bio. Non esisteva piu la proprietà privata dei mezzi di pro­
duzione e di scambio, e quindi non v’erano piu capitalisti,
non v’era piu appropriazione di plusvalore o di profitto,
anche se alcuni burocrati potevano trarre beneficio dalla
situazione. Questa centralizzazione fondata sulla proprietà so­
cialista si rivelò determinante sul piano economico nei primi
mesi di guerra, permettendo di smontare in poche setti­
mane 1.523 grandi fabbriche situate ad ovest, di trasportarle
verso le regioni orientali del paese (Siberia, Ural, Volga) e
di farle entrare in funzione rapidamente nonostante i bom­
bardamenti tedeschi, nonostante il terribile gelo dell’inverno
russo, nonostante la mobilitazione della maggior parte de­
gli uomini validi. La burocrazia non era scomparsa del tut­
to, ma, di fronte alle necessità vitali del momento, aveva
perso in gran parte la sua consistenza, lasciando spazio ad
un sistema altamente razionale, razionale perché non esisteva
piu il profitto capitalistico. Grazie a queste misure l’industria
bellica sovietica, nonostante un brusco calo di produzione
dovuto all’invasione *, fu in grado di fornire fin dal 1943
un quantitativo di armi superiore a quello prodotto dalla
Germania nazista (3.000 aerei, 2.000 carri armati, piu di

1 Alla fine del 1941 il territorio occupato dai tedeschi compren­


deva il 40% della popolazione sovietica e produceva il 38% dei cereali,
il 58% dell’acciaio, il 63% del carbone, il 60% dell’alluminio.

155
10.000 cannoni e mortai al mese) e di qualità altrettanto
buona. L’economia socialista rivelò pertanto una facoltà di
adattamento e di espansione assolutamente eccezionale se si
tien conto delle enormi difficoltà create dall’invasione e del­
le sue condizioni alla vigilia della guerra. E lo stesso si può
dire sul piano politico e ideale. La resistenza sovietica fu
esemplare, anche se qua e là si registrarono cedimenti do­
vuti alla debolezza e alla codardia di singoli individui e agli
aspetti piu negativi dello stalinismo d’anteguerra. Nei ter­
ritori occupati alcuni individui si misero al servizio dei te­
deschi per interesse o per paura. Ciò nonostante, i territori
sovietici ceduti alla Germania rappresentavano un settimo
appena di quelli che il Reich potè occupare in Francia. E
i motivi sono facilmente spiegabili. In Francia esisteva il
capitalismo e gran parte della borghesia francese scelse per
vari motivi la collaborazione economica con i nazisti. Si ri­
cordino le celebri parole rivolte da De Gaulle ai rappresen­
tanti del padronato a liberazione avvenuta: « Eccovi qui,
dunque! Ma dov’eravate, signori, durante la guerra? ». In
alcune repubbliche non russe si registrarono casi isolati di
collaborazione con Hitler, ad esempio nella Repubblica so­
cialista sovietica autonoma tartara (in Crimea), nella repub­
blica autonoma dei calmucchi, in quella dei ceceni-ingusci, nel­
la repubblica autonoma kabardino-balkara, nella regione auto­
noma dei karaciai. Si trattava però di popolazioni ancora molto
arretrate culturalmente ed esasperate dalla politica centralizza-
trice condotta da Stalin in un passato recente. Lo stesso feno­
meno si registrò in Ucraina, ma in dimensioni molto minori.
Anche alcuni preti ortodossi, alcuni uniati (cristiani di rito gre­
co fedeli al Vaticano) furono tentati dal demone della col­
laborazione a causa delle persecuzioni religiose dell’ante­
guerra. Infine, vi fu il tradimento di Vlasov. Vlasov, gene­
rale dell’esercito rosso e vicecomandante del fronte del Vol-
chov, reclutò con l’aiuto nazista un esercito di uomini pro­
venienti per lo piu dai campi hitleriani e che avevano colto

156
al volo l’occasione di essere liberati. Alcuni di loro dove­
vano poi ribellarsi ai nazisti ed aiutare la resistenza euro­
pea. In Arcipelago Gulag Solženitsin scrive a proposito del
tradimento di Vlasov: « È stato un fenomeno senza prece­
denti nella storia universale quello per cui varie centinaia
di migliaia di giovani dai venti ai trent’anni hanno preso le
armi contro la loro patria alleandosi ai loro peggiori nemici ».
In realtà, avvenne precisamente il contrario. Se si confronta
la situazione dell’URSS con quanto è avvenuto nell’Europa
occupata da Hitler è facile cogliere la differenza. Nessun uf­
ficiale superiore dell’esercito rosso, eccettuato Vlasov, nes­
sun dirigente nazionale del partito tradi l’Unione Sovietica.
Il tradimento fu un’eccezione anche tra i dirigenti a livello
regionale. Purtroppo, lo stesso non si può dire per la Fran­
cia, in cui tanti deputati, ex ministri, generali, ammiragli,
ecc. fecero a gara per collaborare con i nazisti.
Quali furono i motivi del comportamento dei popoli so­
vietici? Come spiegare tanta accanita resistenza, l’eroismo
di decine di milioni di persone del quale i combattenti di
Stalingrado e di Leningrado rappresentano l’immagine piu
luminosa e di cui non si hanno precedenti su cosi vasta
scala in tutta la storia mondiale? Per alcuni, ad esempio
per Hélène Carrère d’Encausse, la causa principale della re­
sistenza del popolo sovietico fu la molla nazionale, vale a
dire il sentimento nazionale russo. È vero che Stalin fece
appello a questo sentimento ben prima del 1941, arrivando
tra l’altro a riabilitare — il che è discutibile — alcuni fatti
ed uomini del passato della vecchia Russia. Dopo il 1941
le autorità sovietiche si spinsero anche piu avanti su questa
strada, soprattutto nel momento della grave crisi dell’estate
del 1942, allorché le truppe tedesche entrarono nel Caucaso
e si avvicinarono a Stalingrado. Nell’esercito rosso tornarono
in uso le spalline e i privilegi degli ufficiali cosi come esi­
stevano nell’epoca zarista. Furono create scuole per allievi
ufficiali, denominate « scuole Suvorov » dal nome di un ge-

157
nerale zarista che aveva combattuto contro la rivoluzione fran­
cese. Furono onorati i nomi degli eroi dei tempi antichi, di
Aleksandr Nevskij, di Ivan IV il Terribile e di molti altri
« grandi antenati », come li definì Stalin nel suo discorso
del 7 novembre. Lo stesso Stalin doveva addirittura dichia­
rare, alla fine della guerra contro il Giappone, che la vitto­
ria « cancellava l’onta » della sconfitta della Russia nel 1904
(una guerra imperialista condotta dallo zar contro il Giap­
pone!). Un nuovo inno sovietico sostituì nel 1943 Vlnterna-
zionale, celebrando l’unione dei popoli sovietici « sigillata
dalla grande Russia ». Stalin esaltò anche, a piu riprese, « la
unione dei popoli slavi » contro i tedeschi. Sui giornali fu
adottato in molti articoli un tono nazionalista che, se poteva
essere in certo senso giustificato dalle circostanze, era chia­
ramente contestabile perché la resistenza sovietica non pote­
va sicuramente essere attribuita al solo sentimento naziona­
lista. Il nazionalismo non era certo inferiore in Francia. Lo
si è visto dopo il conflitto mondiale, in occasione delle guer­
re coloniali. Ebbene, esso non impedì il crollo del giugno
1940, il regime di Vichy, la collaborazione massiccia delle
classi al potere, la perplessità di tanta parte dell’opinione
pubblica. In realtà, la lotta condotta dai sovietici si situò
su un duplice piano: quello di una battaglia nazionale con­
tro l’aggressore tedesco e quello di una lotta rivoluzionaria
in difesa del socialismo. Del resto, non vi fu un solo di­
scorso di Stalin che non ricordasse le origini del regime, la
rivoluzione sovietica, la guerra civile, il ruolo di Lenin, quel­
lo del partito bolscevico, ecc. Ed è proprio questa la ragione
della difficoltà che si incontra nell’analizzare il fenomeno
staliniano. Partendo da taluni elementi della politica condot­
ta da Stalin dopo il 1929, — la collettivizzazione forzata, il
terrore, — molti storici perdono di vista i caratteri contrad­
dittori di tale fenomeno. In quanto regime socialista, il re­
gime sovietico permise uno sviluppo economico e culturale
estremamente rapido che liberò popoli fino ad allora arretrati

158
dalla miseria, dalla superstizione, dall’ignoranza e che con­
senti uno sviluppo reale delle forze produttive. In quanto
sistema politico totalitario, esso fu di ostacolo all’utilizza­
zione razionale di tutte le potenzialità dell’economia socia­
lista. Ora, il fenomeno staliniano presenta per l’appunto en­
trambi questi risvolti. I popoli dell’Unione Sovietica dife­
sero il regime sovietico sotto la direzione del partito e di
Stalin nonostante il totalitarismo del quale erano stati essi
stessi vittima in cosi grande misura. Il fenomeno senza pre­
cedenti nella storia — « un fatto inaudito », come dice Sol-
ženitsin a proposito di Vlasov e dei suoi soldati senza accor­
gersi del vero « fatto inaudito » di quella guerra — fu che
milioni di sovietici direttamente o indirettamente vittime del
terrore staliniano parteciparono alla lotta con eroismo e ab­
negazione. Ê noto il caso del generale Gorbatov, arrestato,
torturato e deportato a Magadan. Liberato nel 1940 per in­
tervento del maresciallo Budënnyj, Gorbatov si vide affi­
dare durante la guerra importanti missioni e alla fine del
conflitto comandava il corpo d’armata sovietico che operò
il congiungimento con le truppe americane nella primavera
del 1945 (!’« incontro sull’Elba »). Qualunque altro regime,
dopo aver attraversato prove simili, sarebbe precipitato nel
nulla. Perché non quello sovietico? Proprio perché le sue
basi erano socialiste, a prescindere dalle forme politiche con­
tingenti e dalla politica seguita dallo Stato e dai suoi respon­
sabili. È vero che, se questa politica fosse stata diversa,
l’URSS si sarebbe trovata in condizioni migliori per affron­
tare Hitler, ma Luna cosa non esclude l’altra. È pura utopia
pensare che gli aspetti piu negativi del fenomeno staliniano
avrebbero potuto sparire il 22 giugno del 1941. Sarebbero
sempre rimasti le strutture, le abitudini, gli uomini. La guer­
ra ebbe un duplice effetto quanto mai contraddittorio. Da
un lato, accentuò il carattere autoritario del regime. Le guer­
re sono sempre state favorevoli al dispotismo per la tensione
delle forze che richiedono, per la disciplina che impongono

159
ai belligeranti. La democrazia è un lusso riservato ai tempi
di pace. Filippo il Macedone, despota alla testa di un reame
centralizzato, vinse senza difficoltà Atene nella quale conti­
nuava ad esistere la democrazia (« Si parla, ci si agita, non
si fa niente — diceva Demostene — e intanto Filippo avan­
za »). Il NKVD era stato scisso nel febbraio del 1941 in
due tronconi, il NKGB (sicurezza di Stato) e il NKVD pro­
priamente detto, ma la divisione divenne effettiva non prima
del 1943. Esso continuò ad esercitare il suo controllo capil­
lare su tutti i settori della vita sovietica. I campi di concen­
tramento videro uscire solo gli ufficiali necessari alla difesa
e alcuni tecnici superiori, ma si riempirono in compenso di
polacchi rifugiatisi nell’URSS per sottrarsi all’invasione na­
zista, di abitanti dei paesi baltici, di tedeschi del Volga la
cui repubblica autonoma era stata disciolta il 18 agosto
1941 (e tutti gli abitanti deportati: 600.000 persone!). An­
che parecchie altre repubbliche autonome furono sciolte e i
loro abitanti deportati col pretesto che si erano registrati
casi di tradimento. Cosi avvenne per la repubblica auto­
noma dei calmucchi (200.000 abitanti), per la repubblica au­
tonoma dei ceceni-ingusci (600.000 abitanti), per la repub­
blica autonoma kabardino-balkara (300.000 abitanti), per
la repubblica autonoma dei tartari di Crimea (200.000 abi­
tanti), nonché per la regione autonoma dei karaciai (100
mila abitanti). Stalin rinnovava in tal modo il meccanismo del­
l’operazione antikulaki del 1929-1930. La base di partenza
era giusta — la lotta contro il tradimento e la necessità di
assicurare solide retrovie all’esercito rosso — ma, al solito,
le soluzioni furono estreme, enormemente piu gravi degli
errori commessi. E questo, in generale, aggravò la situazione.
Al tempo stesso, la censura continuò ad infierire sia sulla
stampa, sulla letteratura e su tutti i mezzi di espressione,
sia sulla corrispondenza privata. Nel febbraio del 1945 Sol-
ženitsin fu arrestato per aver scritto imprudentemente, in una
lettera privata, che Stalin, « forse », non era il piu grande

160
genio militare di tutti i tempi. Il partito comunista svolse
un ruolo importantissimo nella guerra (due milioni di co­
munisti perirono sui fronti di guerra), ma il Comitato cen­
trale non tenne una sola riunione dal 1941 al 1945, come
doveva rivelare Chruščev. Si tennero riunioni regionali, lo­
cali, ma nessuna riunione centrale. Stalin continuò quindi a
dirigere lo Stato e il partito in modo personale e dispotico.
Il solo campo nel quale, nonostante il suo grado di gene­
ralissimo, dovette cedere il passo ad uomini piu competenti
di lui fu quello della condotta delle operazioni belliche. Per
il resto, continuò a lavorare al Cremlino, da dove dirigeva
lo sforzo bellico sovietico circondato dagli stessi uomini che
lo avevano assistito negli anni dell’anteguerra: Molotov, Ka-
ganovič, Berija e Malenkov. Zdanov era a Leningrado, Chru-
ščev sul fronte meridionale. Voznesenskij aveva la respon­
sabilità del settore economico (fu eletto membro supplente
del Politburo dopo il 1941) e Zukov rimase capo di stato
maggiore generale per tutta la durata del conflitto. Mikojan,
Andreev e Svernik occupavano posti di minor responsabi­
lità. Quanto a Vorošilov, la sua influenza andò sempre piu
diminuendo, finché nel 1944 dovette abbandonare la sua ca­
rica nel Comitato di Stato per la difesa. Bulganin e Kosygin
assunsero un ruolo sempre piu importante col trascorrere
del tempo. Contemporaneamente, e in modo paradossale, le
esigenze dell’unione nazionale contro Hitler favorirono una
certa distensione sul piano interno. Stalin riprese i contatti
con la Chiesa ortodossa ed autorizzò la riapertura di decine
di chiese e il funzionamento legale delle istituzioni ecclesia­
stiche. Nel 1943 si tenne un concilio ortodosso. Anche gli
ebrei e i musulmani videro estendersi i loro diritti. Fu au­
torizzata la creazione di un Comitato antifascista ebraico e, a
Taškent, quella di una Direzione centrale dei musulmani.
La propaganda antireligiosa fu messa a tacere. La lega degli
atei e i suoi giornali furono soppressi. Gli scrittori pote­
rono pubblicare le loro opere relativamente con maggior li­

161
berta che non negli anni prebellici. Tutto questo, però, non
avvenne in modo lineare, come si potrebbe credere. In pie­
na guerra Stalin fece fucilare due dirigenti ebrei polacchi
che aveva appena fatto scarcerare (Alter ed Ehrlich). Co­
munque, la tendenza generale andava nel senso di una mag­
giore elasticità nei rapporti tra il potere e le diverse cate­
gorie nazionali e religiose, tanto diverse tra loro. Per tutti
questi motivi si poteva sperare che il dopoguerra sarebbe
stato piu libero dell’anteguerra: e le memorie di Ilja Ehren-
burg testimoniano di questa speranza. Una speranza che pe­
rò non teneva conto delle drammatiche conseguenze del con­
flitto. L’Unione Sovietica, pur avendo vinto, uscì stremata
dalla seconda guerra mondiale. Indubbiamente, la popolarità
di Stalin era al suo zenit. Per decine di milioni di sovietici
era il « piccolo padre dei popoli », il condottiero che aveva
battuto Hitler. L’esercito rosso aveva occupato Berlino, li­
berato molte capitali europee e si trovava ad appena 500
chilometri dalla frontiera francese. Per gli stessi popoli euro­
pei Stalin rappresentava la liberazione e la fine di un incubo
durato molti anni.
In realtà, le perdite umane e materiali dell’URSS furono
pesantissime. Tanto piu pesanti in quanto il peso principale
della guerra contro Hitler era ricaduto sulle sue spalle fino
al 6 giugno del 1944, vale a dire fino allo sbarco in Nor­
mandia. Il « secondo fronte », promesso per il 1942, fu rin­
viato al 1943 ed infine realizzato soltanto nel 1944. Nono­
stante le operazioni nel Nord-Africa e in Italia, gli alleati
occidentali dell’URSS si erano accontentati per lunghi anni
di buone parole e di inviare armi e vettovagliamento. Anche
dopo il giugno del 1944, era rimasto concentrato sul fronte
orientale il grosso del potenziale bellico tedesco. Hitler ave­
va continuato a battersi nella speranza di dividere gli al­
leati. Le città tedesche ad ovest si arrendevano per telefono,
mentre ad est la Wehrmacht si batteva accanitamente per
il possesso di ogni pollice di terra. Le conseguenze sono elo­

162
quenti: le perdite inglesi ammontarono a 375.000 morti,
quelle statunitensi a 405.000, quelle francesi a 600.000. Se
l’Inghilterra e la Francia subirono ingenti danni materiali
(ma senza paragone con quelli dell’URSS), gli Stati Uniti
non ne subirono affatto. Tutto questo è ben noto e nulla
toglie ai meriti e ai sacrifici degli uni e degli altri: ma bi­
sogna pur misurare la portata di questi fatti e di queste
cifre. Dal 1941 al 1945 l’URSS ebbe come minimo 23 mi­
lioni di morti *, ai quali va aggiunto il deficit delle nascite
provocato dalla guerra. Il numero delle sole vittime civili
e militari dell’assedio di Leningrado superò la cifra comples­
siva delle perdite inglesi, francesi e americane prese insie­
me durante tutto il secondo conflitto mondiale. Quanto ai
danni materiali, essi furono enormi. La parte piu ricca e
piu popolata dell’Unione Sovietica era stata messa a sacco
dai nazisti: 1.700 città e 70.000 villaggi erano stati rasi al
suolo. Le campagne erano devastate dai combattimenti, le
officine e le ferrovie completamente distrutte. Per centinaia
di migliaia di chilometri quadrati l’Unione Sovietica « non
era piu che rovina e lutto ». L’agricoltura e l’industria dei
beni di consumo erano nel 1945 appena al 60% del loro
livello del 1940, la produzione industriale ad appena il
70%.
1940 1945

Acciaio12 18,3 123


Elettricità 48,3 433
Carbone 165,9 149,3
Petrolio 31,1 19,3

L’URSS doveva essere ricostruita da cima a fondo. Si


pensi alla terribile emorragia che aveva subito dopo il 1917

1 Si può arrivare senza errore fino a 25 milioni.


2 In milioni di tonnellate, tranne che per l’elettricità, (in miliardi
di kWh).

163
c la cui principale responsabilità era stata dell’imperialismo
(prima guerra mondiale, guerra civile, seconda guerra mon­
diale). Lo stalinismo si spiega anche alla luce di questi fatti,
di questo tragico destino, di questo incredibile accanimento
contro il primo Stato socialista. Non vogliamo qui giustifi­
care e scusare nulla, ma solo prendere coscienza della na­
tura dei problemi che l’URSS ha dovuto affrontare e risol­
vere e degli ostacoli che ha dovuto superare. La popolazione
sovietica ha registrato la seguente evoluzione:

1913 164,8
1922 152,3
1940 194,1
1950 178,5

Un calcolo difficile da fare poiché i limiti territoriali


hanno subito dei mutamenti dai tempi dell’impero zarista
del 1913 a quelli dell’Unione Sovietica del 1950 e perché
le statistiche sovietiche non parlano degli anni dal 1933 al
1939 e dal 1940 al 1949. Le perdite reali possono essere
tuttavia cosi valutate (in milioni di abitanti):

1913-1921: prima guerra mondiale, guerra civile, ostilità, epidemie 13,5


1930-1939: crisi alimentare, terrore stalinista 7
1941-1945: seconda guerra mondiale 23
43,5

A queste cifre va aggiunto il deficit delle nascite, dovuto


alla maggiore mortalità e alla minore natalità durante le
guerre (45 milioni di persone). Insomma, la popolazione
sovietica è inferiore di circa 90 milioni di persone rispetto
a quella che avrebbe dovuto essere se le guerre, la care­
stia e la repressione di massa non avessero « falciato prima
della spigatura » tanti sovietici, spesso tra i piu qualificati:
quadri dell’economia, del partito e dello Stato, giovani o ra-

164
gazze le cui qualità cominciavano appena ad affermarsi ’. Di
fronte all’Unione Sovietica gloriosa ma esausta, gli Stati
Uniti uscirono dalla seconda guerra mondiale piu potenti e
piu ricchi che mai. Essi soltanto possedevano la bomba
atomica. La loro industria rappresentava la metà della pro­
duzione industriale mondiale. Il reddito nazionale sovietico
era appena un quarto di quello americano. I rapporti tra i
partner della coalizione antihitleriana non erano facili: non
solo i regimi economici e sociali erano l’uno l’opposto de­
gli altri, ma anche i sistemi politici erano radicalmente di­
versi. Il ritardo nell’apertura del secondo fronte fu compen­
sato solo in parte dallo sbarco del 1944. Stalin ebbe un bel
rassicurare gli anglosassoni facilitando lo scioglimento del
Comintern: la loro diffidenza non diminuì. A Teheran e poi
a Yalta, pur mettendosi d’accordo per costringere la Germa­
nia hitleriana alla resa senza condizioni, i tre grandi non
poterono che prendere atto delle situazioni di fatto nate di­
rettamente dalle operazioni militari delia guerra mondiale. La
spartizione postbellica del mondo, sul piano territoriale co­
me su quello dei sistemi economici, sociali, politici ed ideo­
logici, cosi come esiste tuttora in gran parte (a trent’anni
di distanza), non è avvenuta a Yalta ma sui campi di bat­
taglia: cujus actes, ejus respublica, tale esercito, tale regi­
me. Lo si vide chiaramente in Grecia quando i carri armati
di Churchill repressero in un bagno di sangue i resistenti
che non volevano accettare il potere delle stesse autorità
greche che avevano appoggiato i nazisti. È vero che Stalin
dette prova di brutalità e addirittura di cinismo nei suoi
rapporti con gli altri Stati e con i partiti comunisti interes­
sati. È vero che le sue proteste contro la politica inglese
in Grecia avrebbero potuto essere piu energiche. In fondo,

1 Le cifre citate sono imprecise, ma rappresentano comunque ordini


di grandezza assolutamente accettabili e riflettono una tendenza che
permette di misurare le sofferenze dei popoli sovietici e i problemi
sollevati da questa emorragia che non ha precedenti nella storia.

165
però, non sarebbe cambiato molto. Nel 1945 l’URSS era
povera e debole, gli Stati Uniti forti e ricchi. E poi, l’URSS
non poteva e non voleva essere trascinata in una terza guer­
ra mondiale. Nella sua opera La crise du mouvement com­
muniste, Fernand Claudin omette questa realtà quando parla
della situazione in Francia e in Italia subito dopo la se­
conda guerra mondiale. Liberati dagli anglosassoni, questi
due paesi, anche se i popoli l’avessero voluto — il che non
era — non potevano pagarsi il lusso di una rivoluzione che
gli angloamericani avrebbero sicuramente soffocato nel san­
gue senza che l’URSS potesse intervenire per il semplice mo­
tivo che non ne aveva assolutamente la possibilità.
Il fenomeno staliniano, quindi, lungi dallo scomparire a
causa della guerra, era ancora vitalissimo nel 1945. Le strut­
ture, le abitudini, gli uomini ne uscivano piu forti, e piu
grandi l’autorità e il prestigio del segretario generale. Le
ragioni che avevano dato vita al fenomeno staliniano non
erano scomparse con la vittoria. E non erano ancora matu­
rate le condizioni che ne avrebbero favorito l’eliminazione.

166
VI. Il dopoguerra.
Apogeo e declino dello stalinismo (1945-1953)

Sul piano interno, nel dopoguerra la situazione non dif­


ferì sensibilmente da quella che era stata negli anni trenta.
E come avrebbe potuto essere altrimenti? Stalin era sempre
al timone dello Stato, piu popolare e piu onnipresente che
mai. Il suo culto raggiunse in quegli anni dimensioni che
ricordano la devozione tributata ai re ellenici e agli impe­
ratori romani, ma con i mezzi, infinitamente superiori, of­
ferti dalla scienza e dalla tecnica moderna. Non solo la sua
fotografia era diffusa ovunque a decine di milioni di copie
— non averla in casa era considerato un atto di slealtà! —
ma le sue statue e i suoi busti invasero a decine di migliaia
tutto il paese. La stampa, la letteratura, il cinema, il teatro
l’esaltavano alla stregua di un dio vivente. Il suo busto fu
eretto sull’Elbruz, la cima piu alta del Caucaso, con questa
scritta: « All’uomo piu grande di tutti i tempi ». Il suo no­
me fu dato a officine, a colcos, a decine di città. Il picco
piu alto del Pamir prese il suo nome. Come scrive Ilja Ehren-
burg: « Per milioni di sovietici Stalin si trasformò in un mi­
tico semidio; tutto il mondo tremava nell’udire il suo no­
me; tutti credevano che lui soltanto sarebbe riuscito a sal­
vare l’Unione Sovietica dall’invasione e dalla catastrofe ».
Si è visto quanto fosse pericoloso criticarlo anche nella cor­
rispondenza privata. Quanto ad eliminarlo dal potere, poi,
era l’utopia delle utopie. Stalin teneva nelle sue mani tutti
i fili dell’autorità e, fermamente intenzionato a conservarli,

167
faceva leva sulla polizia politica. Dopo il 1946 i commissa­
riati del popolo si erano trasformati in ministeri, ma le pre­
rogative della polizia non furono intaccate e rimasero esorbi­
tanti. Tutti i cittadini sovietici, membri del partito compresi,
tutte le organizzazioni e le amministrazioni, tutti i luoghi
pubblici, le fabbriche, le università, la letteratura, i mezzi
d’espressione, gli stranieri, l’esercito e la posta erano sotto
il suo controllo quotidiano e dispotico. L’Osso (la Conferenza
speciale) continuava ad esistere e a deportare senza processo
(per dieci anni dopo il 1938, per vent’anni dopo il 1943)
chiunque venisse considerato « socialmente pericoloso ». Sa­
rebbe utile un’analisi di questi strumenti fondamentali del
terrore, ma è superfluo dire che le notizie al riguardo sono
estremamente scarse. Sappiamo che i membri della polizia
politica godevano di stipendi elevati e di considerevoli van­
taggi e che erano molti (sicuramente piu di un milione di
persone). Dotato di poteri discrezionali, il MVD (ministero
dell’interno) dominava quindi lo Stato e il partito. Col pre­
testo di lottare contro i nemici del regime, esso costituiva
una forza temibile, una sorta d’inquisizione che nulla pote­
va fermare. Per la gran maggioranza dei sovietici la persona
di Stalin era sacra. Si realizzava in certo senso una specie
di transfert dal piano religioso al piano laico che esprimeva,
in questa società senza dio, un bisogno di salvezza scaturito
dal profondo dei secoli. Non si trova forse un culto analogo
nella Cina comunista intorno a Mao Tse-tung, il « Grande
timoniere », Colui la cui parola illumina il mondo? E non
si è forse osservato lo stesso fenomeno in molti paesi so­
cialisti e in paesi non socialisti dell’Africa e dell’Asia? È
un metodo di governo vecchio quanto il mondo e, al con­
trario di quanto si pensa troppo spesso nei paesi capitalistici
sviluppati, tutt’altro che desueto. Dopo tutto, il fenomeno
hitleriano è esploso in uno dei paesi piu colti del mondo,
nel paese di Goethe, di Marx, di Beethoven, di Wagner,
di Nietzsche. Non intendiamo dire che il culto del capo

168
sia una buona cosa, ma dobbiamo tener conto della sua
realtà storica, dei suoi fondamenti religiosi e psicologici ol­
tre che politici. I bolscevichi si servirono di questa realtà
e, così facendo, crearono meccanismi di cui rimasero essi
stesse vittime e che il socialismo non è stato in grado di
distruggere per anni ed anni. Il MVD prosperò proprio
grazie a questi meccanismi, né valse a fermarlo la fine del­
la guerra. Tutti i prigionieri sovietici liberati dai campi
hitleriani furono considerati sospetti e come tali deportati
perché « socialmente pericolosi ». Il comportamento delle au­
torità di polizia si può spiegare in due modi: l’essere stati
fatti prigionieri era un atto di codardia che meritava di es­
sere punito; l’essere vissuti all’estero e in contatto con i
nazisti dava adito a gravi sospetti. Comunque, molti milioni
di soldati liberati dai campi hitleriani furono deportati nei
campi del Gulag (l’amministrazione generale dei campi, sotto
il controllo del MVD). E in questi campi si ritrovarono an­
che molti prigionieri tedeschi, i deportati del periodo pre­
bellico e quelli degli anni di guerra. La totale mancanza di
libertà democratiche e la repressione rendevano impossibile
ogni azione contro il MVD. Lo stesso partito, ormai, fun­
zionava in modo puramente formale. Il Comitato centrale
non veniva piu convocato, non si era piu tenuto un solo
congresso dal 1939 al 1952, e cioè per tredici anni. Lo
stesso Politburo aveva finito per svolgere un ruolo mode­
sto, sostituito da commissioni che si riunivano con Stalin
al Cremlino e che erano composte da cinque, sei o sette per­
sone. Stalin, sempre piu sospettoso con l’età, non si fidava
piu di nessuno. Qualunque proposta non avanzata da lui
personalmente veniva bocciata e spesso chi l’aveva avanzata
era addirittura punito, tanto che i suoi piu vicini collabora­
tori presero l’abitudine di non proporre piu niente del tutto.
Voznesenskij, vicepresidente del Consiglio, membro del Polit­
buro, responsabile per le questioni economiche, fu comple­
tamente emarginato su semplice decisione di Stalin e senza

169
che nessuno venisse ufficialmente informato della cosa. Sem­
plicemente, il suo nome scomparve dalla stampa sovietica.
Qualche tempo dopo fu arrestato e fucilato senza processo.
Per giustificare la ripresa del terrore (anche se la sua am­
piezza era minore rispetto all’anteguerra) Stalin prese a pre­
testo la guerra fredda e le cospirazioni imperialistiche. Co­
me aveva fatto nel 1929-1930 a proposito dei kulaki e dei
pericoli di aggressione, o nel 1937-1938 a proposito di Hi­
tler, o dell’imperialismo nipponico, Stalin partiva da una
realtà incontestabile. Ed era proprio questo a rendere cre­
dibili le sue affermazioni per molti sovietici e per i comu­
nisti stranieri, tanto piu che gli accusati confessavano cri­
mini immaginari. La principale responsabilità della guerra
fredda non ricadeva forse sull’imperialismo, e innanzitutto
sul piu forte dei paesi imperialistici, gli Stati Uniti? E il
suo fine non era forse di contenere il comuniSmo entro i
limiti territoriali fissati dall’esito delle armi alla fine della
seconda guerra mondiale, ossia di farlo retrocedere e di af­
fermare la propria autorità in tutta la parte del mondo non
comunista? A questo si aggiungevano per l’imperialismo in
declino, indebolito dalle guerre, gli ultimi sussulti del colo­
nialismo. In Francia e in Gran Bretagna il colonialismo mi­
nacciava di rendere la guerra fredda ancora piu pericolosa.
Gli Stati Uniti, in possesso esclusivo della bomba atomica
fino al 1949, svolgevano il ruolo di « gendarmi del mondo ».
Con la dottrina Truman, col piano Marshall e il Patto atlan­
tico essi crearono un blocco militare forte e temibile dotato
di un’organizzazione militare ben coesa, la NATO. I comu­
nisti furono allontanati dai governi dell’Europa occidentale
(Francia, Italia, Belgio) dei quali avevano fatto parte dopo
la liberazione, mentre gli Stati Uniti davano il loro attivo
contributo alla rinascita di un forte Stato tedesco (la RFT)
e di un prospero Giappone.
Stalin si servì della guerra fredda per giustificare la pro­
pria politica. Uscita terribilmente indebolita dal conflitto,

170
l’URSS aveva un’economia solo apparentemente forte. Con
l’esercito rosso (divenuto dopo la guerra esercito sovietico)
disponeva di una forza gigantesca (7 milioni di uomini nel
1945, circa 4 milioni nel 1948) e ben equipaggiata con armi
convenzionali, ma, proprio per lo stato di prostrazione dovuto
alla guerra, non aveva né la possibilità né la volontà di im­
pegnarsi in un’azione offensiva. Le esigenze della ricostru­
zione ebbero il sopravvento su qualsiasi altra preoccupazione.
Ma la situazione rimaneva difficile. L’industria era in ritar­
do, l’agricoltura stava attraversando gravi difficoltà. Biso­
gnava stanziare ingenti crediti per l’istruzione e la ricerca,
e, soprattutto, raggiungere gli Stati Uniti in campo atomico
e preparare l’avvenire del paese in campo spaziale. Ora, una
bomba costa altrettanto (se non di piu) nell’URSS che negli
Stati Uniti. Se poi si pensa che il reddito nazionale ameri­
cano, nel 1945, era quattro volte piu elevato di quello so­
vietico, è chiaro che la stessa bomba atomica costava quat­
tro volte di piu al cittadino sovietico rispetto al cittadino
americano. Il tenore di vita sovietico, nel 1946, era bassis­
simo. Né poteva elevarsi rapidamente perché, nella situazione
sovietica, non si potevano fabbricare insieme burro e tessuti,
acciaio, bombe atomiche e razzi spaziali. Si aggiunga che i
raccolti del 1945-1946 furono piuttosto scarsi a causa delle
distruzioni belliche e di catastrofiche condizioni meteorolo­
giche.

1945 47.300.000 tonnellate di cereali,


1946 39.600.000 tonnellate di cereali,

ossia, nel 1946, il 40% del raccolto del 1913 (per una po­
polazione piu numerosa). Una politica di leale collabora­
zione con gli alleati vittoriosi di Hitler avrebbe forse per­
messo di evitare la guerra fredda e la corsa al riarmo. A
Yalta, nel febbraio del 1945, questo era ancora possibile.
I tre grandi si erano accordati per « denazificare, smilitariz­

171
zare e smembrare la Germania » *, Erano state addirittura
create commissioni per Io smembramento e le riparazioni.
Stalin aveva sollevato il problema di un aiuto economico
americano, una richiesta piuttosto logica dal momento che
l’URSS era stata distrutta da Hitler e gli Stati Uniti erano
ricchi, e Roosevelt non aveva detto di no. La conferenza
di Potsdam fu piu difficile. Hitler era morto nel suo bun­
ker e la Germania si era arresa. Truman aveva preso il po­
sto di Roosevelt, morto in aprile, e gli Stati Uniti speri­
mentavano la loro prima atomica, disponendosi a sganciarla
sul Giappone. Non si poteva piu parlare di un aiuto econo­
mico americano se non accompagnato da condizioni politi­
che, ciò che avvenne puntualmente nel 1947, con il piano
Marshall. Il mondo stava per spaccarsi in due. L’URSS do­
veva contare sulle sue sole forze per ricostruire la propria
esistenza. Le stesse riparazioni si sarebbero limitate ai pre­
lievi effettuati dall’URSS nella propria zona d’occupazione,
la meno ricca di tutte. La politica staliniana del dopoguerra
si spiega precisamente in questo contesto storico che ci per­
mette di capire perché e come mai, partendo da strutture
rimaste inalterate, la politica condotta dall’URSS non cam­
biò rispetto al passato. I sovietici dovevano sopportare an­
cora pesanti sacrifici e compiere sforzi considerevoli perché
il loro tenore di vita potesse migliorare leggermente. (Nel
1947, a causa della guerra fredda, esso era nettamente in­
feriore a quello del 1928.) Infine, occorreva una disci­
plina rigorosa. Grazie alle strutture esistenti, Stalin impose
questi sforzi, questi sacrifici e questa disciplina e giustificò
la repressione con la guerra fredda e con i complotti impe­
rialisti. Doveva impedire che il popolo sovietico stabilisse un
qualunque confronto con l’occidente perché questo confronto
■poteva tornare a svantaggio del regime sovietico. A questo

1 Questi termini figurano nel protocollo segreto della conferenza


di Yalta. A Teheran Roosevelt aveva proposto la creazione di cinque
Stati tedeschi e Stalin non si era opposto all’idea.

172
scopo vietò piu che mai i contatti con l’estero, i viaggi dei
sovietici fuori dell’URSS e quelli degli stranieri nell’Unione
Sovietica. Quanto ai visti d’ingresso nell’URSS, essi furono
concessi solo ai diplomatici stranieri e ai delegati dei partiti
comunisti e delle delegazioni amiche invitate a riunioni o
per viaggi di studio. La stampa sovietica descrisse il modo
di vita degli altri paesi in modo apocalittico, la polizia con­
trollò col massimo rigore gli spostamenti degli stranieri nel­
l’URSS e la posta. Al tempo stesso, Stalin fece leva sul na­
zionalismo russo piti apertamente e piu intensamente che
mai. La stampa « russificò » tutte le piu importanti inven­
zioni moderne sul piano tecnico e scientifico. I testi di
storia continuarono ad esaltare il passato russo, non di rado
anche quello piu contestabile. Le conquiste coloniali zariste
furono portate ad esempio come la grande opportunità sto­
rica di popoli in realtà assoggettati dall’imperialismo russo.
Criticati furono invece i movimenti di opposizione a queste
conquiste, perché d’« ispirazione nazionalista borghese ». La
repressione tornò a colpire i partiti comunisti delle repub­
bliche non russe. In Georgia, nelle repubbliche sovietiche
baltiche (Lituania, Estonia, Lettonia), in Armenia, nella
Ucraina, nelle repubbliche dell’Asia centrale centinaia di mi­
gliaia di persone furono arrestate e deportate. La repres­
sione non risparmiò nemmeno i comunisti russi. È nell’am­
bito di questa politica nazionalista russa che vanno collocate
la lotta « contro il cosmopolitismo » e le campagne antise­
mitiche. La lotta contro il cosmopolitismo permise di eli­
minare ogni influenza straniera. Strano destino per una rivo­
luzione che si ispirava ad un tedesco di origine ebraica, un
certo Karl Marx, e molti promotori della quale avevano la
stessa origine! Pur citandolo ogni tanto quando gli serviva
per giustificare questo o quell’aspetto della propria politica,
ma poco e sempre meno, Stalin si guardò bene dall’onorare
la memoria di Marx. Karl Marx non aveva nemmeno una
statua nella Mosca del 1953, mentre i busti del generalis­

173
simo si contavano a decine di migliaia. I danni di questa
politica furono incalcolabili. Le scienze umane, ma anche le
scienze della natura, furono imbavagliate. Le tenebre intel­
lettuali avvolsero l’Unione Sovietica. In economia politica
le tesi di Varga, che analizzavano l’evoluzione del capitali­
smo contemporaneo in modo aperto ed acuto, furono con­
dannate, e fu messo il veto alle sue ricerche. I nuovi me­
todi usati dagli economisti americani, che facevano ricorso
alla matematica, furono condannati perché borghesi. Le ri­
viste Questioni di storia e Questioni di filosofia furono cri­
ticate per la loro scarsa fermezza ideale. Sotto la direzione
di Ždanov e poi, dopo il 1948, di Suslov, la letteratura,
la musica, le arti furono assoggettate ad una tutela sempre
piu rigida ’. La denuncia delle influenze occidentali fu ac­
compagnata da esigenze politiche ed ideali sempre piu in­
compatibili con una creazione originale e con una vera ri­
cerca. Nemmeno il cinema e il teatro sfuggirono a queste
direttive. In biologia Lysenko divenne il sommo sacerdote
di una chiesa antiscientifica che criticava le tesi di Mendel,
giudicate idéaliste. Le teorie dei quanta, della relatività, del­
la risonanza furono criticate come borghesi. La cibernetica
e la psicanalisi furono radiate dall’albo delle scienze. Per
le autorità sovietiche Freud ed Einstein divennero perico­
losi cosmopoliti. In questo modo, contrapponendo scienza
« borghese » e scienza « proletaria », si contribuiva a mum­
mificare sempre piu il marxismo e a far ristagnare la scienza
sovietica. Il partito giudicava ogni cosa e con lui, e tramite lui,
Stalin, il « grande corifeo della scienza », come l’aveva so­
prannominato uno scrittore animato da sacro zelo. Gli at­
tacchi di Ždanov contro la musica « decadente » raggiunsero
il colmo del dogmatismo e dell’imbecillità se si pensa che
furono rivolti a musicisti come Šostakovič, Prokofjev, Mu-

1 Si è fatto di Ždanov il capro espiatorio della politica staliniana,


di qui l’espressione tanto spesso ricorrente di Zdanovščina (periodo di
Ždanov).

174
radeli, Khačaturjan, Kabalevskij. Lo stesso Zdanov giunse
addirittura a condannare i musicisti perché... usavano ecces­
sivamente il tamburo e i cembali. La pittura astratta fu
messa sotto accusa... « Una cosa da pazzi: per esempio, si
disegna una testa su quaranta gambe, con un occhio che
guarda da una parte e un altro chissà diavolo dove... » Fin
dal 1946 la rivista Zvezda di Leningrado era stata violente­
mente criticata dai dirigenti sovietici. La natura di questi
attacchi può essere misurata da questo estratto del rapporto
di Zdanov su una grande poetessa di Leningrado, Anna Ach-
matova, « monaca o fornicatrice, o meglio monaca e fornica­
trice insieme, nella quale la fornicazione si allea alla pre­
ghiera ». E lo stesso Zdanov citava questi versi per giusti­
ficare il proprio punto di vista:

Ma lo giuro sul giardino degli angeli


Te lo giuro sull’icona miracolosa
E sulle estasi ardenti delle mie notti...

« L’Achmatova è tutta qui, con la sua piccola, limitata


vita personale, le sue emozioni insignificanti e il suo ero­
tismo religioso »! 1
Quanto all’antisemitismo, esso si sviluppò sulla base del­
la tradizione zarista, ancora non completamente scomparsa
tra una parte dell’opinione pubblica slava. In teoria, vale
a dire secondo la legge, il razzismo era proibito dalla Costi­
tuzione e punito dalla legge. In pratica, le cose andavano
ben diversamente. Stalin attaccò innanzitutto la cultura ebrai­
ca e le manifestazioni religiose. Fece fucilare la maggioranza
dei dirigenti del Comitato antifascista ebraico, creato durante
la guerra, e molti scrittori di cultura ebraica. Dopo il 1949
attaccò il sionismo, una lotta che, seguendo uno schema ben
conosciuto, permise di sviluppare l’antisemitismo identifican­
do sionismo e giudaismo. In molti grandi processi organiz­

1 Zdanov, Sur la littérature, la philosophie et la musique, Paris,


1938, p. 26.

175
zati nei paesi di democrazia popolare, ad esempio al pro­
cesso Slansky (fino ad allora segretario generale del Par­
tito comunista cecoslovacco), durante il quale fu condannato
anche Artur London, gli accusati « confessarono », con gli
stessi metodi usati durante i grandi processi di Mosca, di
« essere al servizio del sionismo internazionale, agente del­
l’imperialismo americano ». L’identificazione tra sionisti e
imperialisti americani, tra ebrei e sionisti, destava in quel­
la parte dell’opinione pubblica ancora dominata da pregiu­
dizi antisemiti il vecchio demone che sonnecchiava. Stalin
aveva trovato negli ebrei i capri espiatori ideali per le per­
sistenti difficoltà economiche dell’Unione Sovietica.
Il 13 gennaio 1953 la stampa sovietica annunciava la
scoperta di un complotto fomentato da medici, quasi tutti
di origine ebraica, che, diceva l’atto di accusa, dopo aver
assassinato molte personalità, si preparavano ad assassinare
numerosi dirigenti sovietici. Il complotto « dei camici bian­
chi » portò l’antisemitismo ad un parossismo ancora mai rag­
giunto nell’Unione Sovietica. Stalin pensò addirittura di de­
portare in massa i due milioni di ebrei sovietici che erano
sopravvissuti alle persecuzioni naziste. Tra i « casi » mon­
tati da cima a fondo vi fu, nel dopoguerra, quello di Lenin­
grado: migliaia di quadri responsabili o di oriundi della
città del Baltico furono arrestati e fucilati senza processo.
Tra le vittime figuravano un segretario del Comitato cen­
trale, Kuznetsov, il presidente del Consiglio dei ministri
della RSFSR, Rodionov, i segretari del partito di Mosca e
di Leningrado. La stampa non ne parlò nemmeno. Altri
dirigenti morirono tragicamente: tra gli altri l’ex presidente
dellTnternazionale sindacale rossa, Lozovskij. Stalin emarginò
inoltre molti militari la cui gloria rischiava di eclissare la
sua. I! maresciallo Žukov si ritrovò comandante della re­
gione militare di Odessa. Voznesenskij, membro titolare del
Politburo, scomparve senza che l’opinione pubblica ne fosse
informata. Naturalmente, all’estero la borghesia non mancò

176
di strumentalizzare questi tragici episodi, come del resto fa
tutt’oggi. Nonostante tutte le precauzioni che si prendevano,
una simile situazione non poteva restare eternamente nasco­
sta all’estero, tanto più che l’Unione Sovietica manteneva
relazioni diplomatiche con decine di paesi. (Alcuni stranieri,
ad esempio dei polacchi, dovettero essere liberati in applica­
zione degli accordi internazionali.) L’imperialismo potè cosi
giustificare la propria politica addossandone la responsabilità
allo stalinismo e ai suoi aspetti totalitari. Churchill parlò
di « cortina di ferro » sovietica. Violente campagne antiso­
vietiche, alle quali parteciparono attivamente alcuni transfu­
ghi giunti dall’URSS (ad esempio Kravčenko), alimentarono
la guerra fredda. Tutto è lecito in guerra, e tanto piu lecito
è ciò che ha un suo riscontro nella realtà, anche se di que­
sta realtà venivano evidenziati solo gli aspetti più negativi,
più sfavorevoli all’URSS. Per molti si trattava innanzitutto
di un pretesto per giustificare la loro politica aggressiva nei
confronti dell’Unione Sovietica, per far accettare il Patto
atlantico e la NATO, per far dimenticare le repressioni
anticomuniste in Grecia, le atrocità del colonialismo fran­
cese in Indocina, nel Madagascar e in Algeria, l’appoggio
a Franco in Spagna, a Salazar nel Portogallo, a Chiang
Kai-shek a Formosa, ecc. Quanto ai progressi industriali e
culturali dell’Unione Sovietica, la regola era di ignorarli com­
pletamente *.
Proprio in questo contesto trova la sua giustificazione
l’atteggiamento del movimento comunista internazionale, che
continuò a negare in blocco queste realtà fino al XX Con­
gresso del PCUS, e cioè fino al 1956. I partiti comunisti
stranieri affermavano trattarsi di menzogne della propaganda
borghese. L’evento più significativo sotto questo punto di
vista fu il processo intentato alle Lettres françaises, che ave­

* Ad esempio Suzanne Labin, in Staline le Terrible, Paris, 1948;


Brzezinski, The permanente Parte, Cambridge, Harvard University Press,
1956.

177
vano dichiarare menzognere le dichiarazioni di Kravcenko in
Ho scelto la libertà-, le rivelazioni fatte sull’Unione Sovie­
tica dopo il 1930 apparvero sospette ai comunisti, tanto
piu che gli accusati dei grandi processi moscoviti avevano
confessato e che i complotti imperialistici non erano certo
un’invenzione del MGB. Inoltre, le notizie filtravano essen­
zialmente attraverso i transfughi sovietici rifugiati in occi­
dente (Krivitskij, Orlov, Kravcenko), attraverso Trotskij e
i trotskisti, attraverso i centri di studi universitari dei paesi
imperialisti. Misure efferate come il diritto di deportazione
per via amministrativa non potevano essere ignorate, ma ve­
nivano attribuite al rigore della lotta di classe e all’atteggia­
mento degli Stati capitalistici. I partiti comunisti e i loro
dirigenti erano stati tutti formati dal Comintern. Inoltre,
l’Internazionale comunista aveva fatto della difesa incondizio­
nata dell’Unione Sovietica uno dei pilastri della propria po­
litica. La difesa dell’URSS era una delle ventuno condizioni
per l’adesione alla III Internazionale. Si era radicata quindi
l’abitudine di considerare vero e sacro tutto ciò che affer­
mavano i dirigenti sovietici e di difendere l’Unione Sovietica
in blocco. Per molto tempo l’URSS rimase il solo Stato so­
cialista del globo: una « fortezza assediata » che appariva la
vittima di numerosi complotti e ancora debole nella tormen­
ta. Era necessario dunque difenderla, prima perché era mi­
nacciata da Hitler o dagli imperialismi francese, inglese e
nipponico, poi perché Hitler l’aveva attaccata, poi ancora
perché gli americani e gii inglesi si accingevano ad aggre­
dirla a loro volta. Era ormai impossibile fare una distinzione
tra Stalin e l’Unione Sovietica. Di qui la difficoltà in cui
si trovarono il Partito comunista jugoslavo e Tito nel 1948,
durante la rottura imposta da Stalin.
Oggi, nel 1975, è piu facile giudicare con serenità tutti
questi fenomeni. Quando divenni comunista, ancora giova­
nissimo, dopo la seconda guerra mondiale, ebbi la sensazione
di partecipare ad una crociata per il socialismo in un’epoca

178
in cui infieriva la guerra fredda e in cui la Francia della
IV Repubblica veniva coinvolta nelle guerre coloniali, in
scandali a catena, in ingiustizie sociali. Il mio stalinismo si
fondava sul convincimento profondo che fino alla seconda
guerra mondiale l’URSS era stata la sola a tracciare una
nuova strada e sulla parte preponderante che essa aveva
avuto nella vittoria sul nazismo. Contrariamente ad altri
comunisti, non credo né di aver rovinato la mia giovinezza
né di averla sacrificata ad un vano ideale. Ho appreso sem­
plicemente — « e l’esperienza mi fu crudele », come scri­
veva Romain Rolland a Hermann Hesse il 5 marzo del
1935 — che « i filosofi, come si diceva al tempo di Jean-
Jacques, non contano piu per chi è al potere. Fortunata­
mente, la causa che essi servono è piu grande di loro ».
Non biasimo coloro che si sono dignitosamente ritirati sul
loro Aventino nella convinzione, non del tutto infondata, di
essersi ingannati o di essere stati ingannati consapevolmente
dagli uni e inconsapevolmente dagli altri. Sono sempre stato
convinto però che si poteva andare piu avanti nella rifles­
sione e dissociare lo stalinismo dal socialismo, del quale, do­
potutto, esso non fu che la prima mutazione creata dalla
storia in condizioni di tempo e di spazio ben determinate.
Il 5 marzo 1953 vivevo nella clandestinità in un villino
alla periferia meridionale di Parigi, a pochi passi dalla Sen­
na ’. Ricordo di aver pianto a lungo ascoltando la radio
che annunciava la morte di Stalin. Gli uomini e le donne
della mia generazione portano tutti in cuore questa ferita
della quale dovremo pur guarire un giorno se vogliamo con­
tinuare a procedere su una strada della quale tutto si può
dire tranne che sia maestra, come aveva capito Marx. Capi­
sco che per i giovani Stalin è già storia vecchia — sono

1 Era una conseguenza del « complotto dei piccioni ». Parecchi di­


rigenti dell’Unione della gioventù repubblicana francese erano stati
arrestati, altri rimasero per molti mesi nella clandestinità.

179
nati dopo la sua morte, loro, — ma i problemi sollevati da
questa storia sono ancora fin troppo reali...
Il fatto profondamente nuovo rispetto all’anteguerra era
l’esistenza di alcuni Stati che, in Europa come in Asia, ini­
ziavano l’edificazione del socialismo partendo da condizioni
ben diverse e secondo processi profondamente mutati. Le
circostanze e le conseguenze della seconda guerra mondiale
furono tali che nessun grande paese capitalistico sviluppato
si trovò racchiuso nell’area del socialismo, estesasi fin dal
1949 dall’Elba al Pacifico. L’Unione Sovietica, divenuta gra­
zie alla vittoria e alla sconfitta tedesca la seconda potenza
del mondo (ben dietro gli Stati Uniti, però), era il più po­
tente degli Stati socialisti. Non solo aveva aperto per prima
il cammino, ma proprio grazie a lei, in gran parte, altri
paesi avevano preso la stessa direzione.
Cina esclusa, i nuovi Stati socialisti erano scarsamente
popolati.

Paesi Popolazione Superficie


(abitanti) (in kmq)

Albania 1.175.000 28.740


Bulgaria 7.100.000 110.842
Cecoslovacchia 12.339.000 127.827
Jugoslavia 15.772.000 237.384
Polonia 23.970.000 311.730
RDT 17.313.000 107.173
Romania 16.000.000 237.384
Ungheria 9.165.000 93.111

Inoltre, ad eccezione della Cecoslovacchia (e, anche qui,


solo nella sua parte occidentale, cèca) si trattava di paesi
relativamente poveri, essenzialmente agricoli, ancora poco svi­
luppati dal punto di vista sia economico che culturale.
Secondo un rapporto della Commissione finanze del Se­
nato americano, nel 1939, in questi paesi, il reddito pro
capite era a mezza strada tra quello dei paesi dell’occidente
europeo e quello dei paesi del terzo mondo (americano-afro­

180
asiatico). Le caratteristiche economiche e le strutture sociali
di questi paesi erano simili a quelle dell’impero zarista nel
1917. Eccettuata sempre la Cecoslovacchia, non esistevano
tradizioni e strutture democratiche. Naturalmente, il caso
della Repubblica democratica tedesca, fondata nel 1949, è
diverso perché si trattava di una parte dell’ex Reich.
Secondo Stalin, questi paesi dovevano essere strettamen­
te dipendenti dall’Unione Sovietica. E quindi, egli intendeva
imporre loro regimi analoghi a quelli dell’URSS sul piano
politico ed economico e controllare rigorosamente la loro
politica estera. Era completamente estranea alla sua menta­
lità l’idea che tra i nuovi Stati dell’est europeo e l’Unione
Sovietica potessero annodarsi rapporti paritetici: prova ne
sia la crisi jugoslava. Al termine della seconda guerra mon­
diale, un forte movimento popolare aveva portato al potere
il Partito comunista jugoslavo diretto da Tito. L’esercito
rosso aveva contribuito a liberare il paese, ma il suo ruolo
non era stato determinante: l’esercito di liberazione popolare
controllava già quasi tutto il territorio.
Fin dall’inizio della guerra fredda i partiti comunisti e
operai1 si riunirono (22-27 settembre 1947) a Szklarska Po-
reba, in Polonia, per adottare una strategia comune. Ždanov,
rappresentante del PCUS con Malenkov, presentò un rap­
porto nel quale insisteva sulla divisione del mondo in due
campi antagonisti ed esortava i comunisti dei diversi paesi
a non sottovalutare le loro forze e a serrare le file dietro
il Partito comunista dell’Unione Sovietica nella lotta contro
l’imperialismo. In quell’occasione, d’accordo con i sovietici,
il Partito comunista jugoslavo aveva criticato la politica dei
partiti comunisti francese e italiano, giudicati opportunisti
perché non avevano sfruttato tutte le possibilità rivoluzionarie

1 Partito comunista francese. Partito comunista italiano, Partito co­


munista dell’Unione Sovietica, Partito operaio bulgaro, Partito comu­
nista ungherese, Partito operaio polacco, Partito comunista albanese,
Partito comunista jugoslavo, Partito comunista romeno.

181
esistenti e in Francia e in Italia alla fine della seconda guer­
ra mondiale.
Queste critiche non tenevano sufficientemente conto del­
la differenza di situazione tra i paesi dell’Europa orientale
e quelli dell’Europa occidentale. Nei primi la liberazione era
avvenuta ad opera dell’esercito rosso, nei secondi ad opera
delle truppe anglosassoni.
Dopo aver approvato il rapporto di Ždanov e le criti­
che jugoslave, la conferenza aveva adottato il principio del­
la creazione di un Ufficio d’informazione dei partiti comu­
nisti e operai (Cominform) destinato ad « organizzare scam­
bi di esperienze e a coordinare l’attività sulla base di un
reciproco accordo ». Non si trattava di ricostituire il Comin­
tern, bensì di colmare in certo qual modo il vuoto di « rap­
porti durevoli e regolari », come ebbe a dire Malenkov.
La sede del Cominform era stata fissata a Belgrado. Ben
presto, però, fu messo in discussione il concetto stesso di
uguaglianza tra gli Stati socialisti: il partito jugoslavo non
intendeva accettare questa ineguaglianza. Stalin aveva detto
a Chruscëv: « Mi basterà muovere un mignolo e Tito non
ci sarà piu, crollerà letteralmente ». Di fatto, Stalin intendeva
dare un duro esempio attaccando la Jugoslavia, ma questa
non si lasciò intimorire.
Il 18 marzo del 1948 i dirigenti sovietici decisero di
ritirare dalla Jugoslavia i loro consiglieri militari. La Jugo­
slavia rispose negativamente alle ingiunzioni sovietiche e nel
giugno del 1948 fu condannata dal Cominform. Sembra che
Stalin desse per scontato l’appoggio di una parte importante
del Partito comunista jugoslavo e pensasse, rendendo il caso
di dominio pubblico, d’indurre Tito a piegarsi o a dimet­
tersi. (Fin dal mese di aprile molti dirigenti jugoslavi ave­
vano appoggiato le posizioni sovietiche.) Stalin accusò Tito
di nazionalismo borghese. La risoluzione del Cominform in­
vitava a tutte lettere « le forze sane del Partito comunista

182
jugoslavo ad imporre alla direzione una nuova linea po­
litica ».
Avvenne invece che il « mignolo » di Stalin non bastò
a ridurre la Jugoslavia alla ragione. A Belgrado falli misera­
mente un complotto militare di diretta ispirazione sovie­
tica. A Stalin non restava piu che l’intervento militare di­
retto, ma, di fronte alla determinazione jugoslava e all’at­
teggiamento americano, non osò tradurre in atto il suo pro­
posito. La posizione del Partito comunista jugoslavo era
difficile. (Alla fine degli anni venti e negli anni trenta era
stata analoga a quella di Trotskij.) Ora, combattere Stalin
non significava forse combattere l’URSS, e dunque inflig­
gere un duro colpo al socialismo, e, obiettivamente, fare
il gioco dell’imperialismo? Una differenza c’era, però, e fon­
damentale. Il PC jugoslavo era al potere e Tito dirigeva uno
Stato che stava passando dal capitalismo al socialismo. Gli
Stati Uniti aiutarono Tito contro Stalin, ma Tito rifiutò
qualsiasi pregiudiziale anticomunista e il PC jugoslavo det­
te impulso all’economia socialista del paese rifiutandosi di
creare una nuova internazionale scissionista. Il margine di
manovra era tuttavia ridottissimo.
La Jugoslavia, isolata economicamente nella penisola bal­
canica, riuscì comunque a resistere nonostante violenti inci­
denti che si produssero per molti anni alle sue frontiere
con la Bulgaria, l’Ungheria e la Cecoslovacchia.
Stalin, nell’impossibilità di piegare Tito, finì per con­
trollare ancora piu rigorosamente le altre democrazie popo­
lari d’Europa. In questi paesi o il partito comunista diven­
ne un partito unico (sul modello del PCUS), oppure i par­
titi che sopravvissero rimasero solo formalmente autonomi.
Per lo piti, i dirigenti socialdemocratici indipendenti dovet­
tero emigrare o furono arrestati e fucilati, sotto l’accusa,
sempre la stessa, di « spionaggio al servizio dell’imperiali­
smo americano ». Il controllo dei partiti comunisti (e operai)
sulla vita pubblica fu totale fin dal 1949. Ovunque la po-

183
lizia politica controllata dal MGB sovietico svolse un ruolo
dominante. Soprattutto controllati furono i mezzi d’espres­
sione, mentre la repressione si abbatteva pesantemente su­
gli ambienti intellettuali. I partiti comunisti subirono una
severa repressione che ricordava quella che aveva colpito il
PCUS sia prima che dopo la guerra.
Grandi processi pubblici furono organizzati contro diri­
genti dei partiti comunisti, i quali confessarono i loro cri­
mini dopo torture analoghe a quelle avvenute nell’URSS
negli anni 1937-1938. In Ungheria il ministro degli esteri
Rajk fu fucilato e Radar imprigionato (nel 1933 si conta­
vano ben 150.000 prigionieri politici). In Polonia Gomulka
fu processato e condannato a vita. In Bulgaria Kostov, uno
dei segretari del partito, fu processato e fucilato, cosi come
Dzodze in Albania. Il caso della Cecoslovacchia fu partico­
larmente significativo, perché si trattava del solo paese rela­
tivamente sviluppato di questa parte di Europa e di un
paese che per di piu aveva conosciuto la tappa della demo­
crazia borghese. Il PC cèco era molto forte (il 38% dei
voti nel 1945 in tutto il paese) e, contrariamente a quanto
si dice troppo spesso ancor oggi, l’intervento sovietico nel
processo rivoluzionario che portò ai fatti del 19 febbraio
1948 fu soltanto indiretto. La Cecoslovacchia non si trovava
nella zona d’occupazione delle truppe americane e britanni­
che. Era stato l’esercito rosso a liberare il paese, un fattore
questo estremamente favorevole all’impianto del socialismo
nel paese. Per poco, invece, non si realizzò nel 1948 un
colpo di Stato controrivoluzionario, fallito grazie all’opposi­
zione popolare e non in seguito all’intervento dell’esercito
rosso. Quello che fu poi chiamato il « colpo di Praga » non
fu niente altro che la reazione popolare al tentativo di ri­
durre l’influenza comunista in Cecoslovacchia e di vanifi­
care le conquiste della liberazione.
Purtroppo, negli anni successivi la tutela dell’URSS si
fece sempre piu pesante e la Cecoslovacchia fini per copiar-

184
ne i metodi di direzione politica, di gestione economica e
di pianificazione. Il risultato non avrebbe potuto essere piu
catastrofico: la situazione della Cecoslovacchia si prestava
meno di qualsiasi altra all’importazione dei metodi sovietici.
La repressione si abbatté sul Partito comunista ceco e su­
gli intellettuali. Gustav Husak fu incarcerato. Con l’aiuto
dei consiglieri dei servizi segreti sovietici fu montato un
grande processo: Slansky, segretario generale del PC cèco,
dovette confessare crimini immaginari, e con lui altri accu­
sati, come Artur London ed E. Loebl, che dovevano essere
liberati qualche anno dopo.
Quanto alla Repubblica democratica tedesca, essa dovet­
te affrontare gravi difficoltà a causa dell’esodo in massa at­
traverso Berlino, dove si poteva passare liberamente dal set­
tore orientale a quello occidentale.
La pressione sovietica sui paesi di democrazia popolare
ebbe anche motivazioni economiche. Società miste sovietico-
romene controllarono ad esempio una parte tutt’altro che
trascurabile dell’economia romena fSovrom-Petrol). I rap­
porti economici tra l’URSS e le democrazie popolari furono
spesso ineguali, perché l’URSS acquistava i prodotti di que­
sti paesi sotto costo, e per di piu in rubli non convertibili.
L’aggravarsi della guerra fredda e la minaccia di un terzo
conflitto mondiale rafforzarono queste tendenze all’inegua­
glianza e la giustificarono con le necessità di una ferrea di­
sciplina all’interno del « campo antimperialistico ». Come sem­
pre, la politica staliniana partiva da un dato di fatto reale.
Per i motivi cui abbiamo accennato, Stalin non inten­
deva assolutamente affrontare una nuova guerra mondiale,
ma è certo che aveva bisogno della tensione internazionale
per giustificare la propria politica interna e il proprio com­
portamento nei confronti delle democrazie popolari. L’impe­
rialismo americano, il principale responsabile della guerra
fredda, intensificò la sua politica aggressiva, ma nel 1949
l’Unione Sovietica fece esplodere la sua prima atomica ed

185
in Europa si creò un certo equilibrio, precario quanto si
vuole ma reale e fondato sulla corsa al riarmo.
Al Patto atlantico e alla NATO si contrapponevano ora
il patto di Varsavia e la sua organizzazione militare, alla
Repubblica federale tedesca la Repubblica democratica te­
desca, al pool carbone-acciaio dei paesi dell’Europa occiden­
tale il Comecon (creato nel 1949). I due blocchi si organiz­
zarono e si accamparono sulle rispettive posizioni.
In questo campo come in tutti gli altri, i risultati fu­
rono contraddittori. L’Europa orientale e balcanica stava
realizzando profonde trasformazioni economiche e sociali.
Capitalisti e grandi proprietari fondiari perdevano sempre
piu la loro egemonia, mentre venivano gettate le basi del
socialismo, che consentivano lo sviluppo delle forze produt­
tive e una lotta a fondo contro l’arretratezza culturale. Con­
temporaneamente, e come nell’URSS, la politica staliniana
imponeva un sistema dispotico, che nella maggioranza di
questi paesi concideva peraltro con le tradizioni locali, e
provocava l’aggravarsi del fenomeno burocratico.

In Estremo Oriente il processo fu alquanto diverso a


causa della rivoluzione cinese, compiutasi secondo un pro­
cesso storico estremamente diverso dagli schemi classici del
marxismo-leninismo. Cacciati dalle grandi città, i comunisti
cinesi, poco numerosi rispetto alla popolazione cinese, a cau­
sa della repressione, avevano fondato una nuova repub­
blica, essenzialmente rurale, che doveva essere la cellula di
base della futura Repubblica popolare cinese, ed avevano
realizzato una riforma agraria che doveva servire da model­
lo alle future trasformazioni del paese. Nel contempo, si
formò l’esercito popolare, strumento della vittoria contro lo
imperialismo. La repubblica aveva resistito a tutte le pres­
sioni militari, a quelle dei giapponesi come a quelle dei
nazionalisti cinesi del Kuomintang di Chiang Kai-shek.

186
Stalin non aveva certo dato prova di comprensione nei
confronti della politica del Partito comunista cinese. Aveva
stabilito buoni rapporti con il governo di Chiang Kai-shek
e intendeva mantenerli. Durante la guerra contro il Giap­
pone era stato favorevole ad un’integrazione delle forze co­
muniste nell’esercito nazionalista. Mao Tse-tung, forte della
sfortunata esperienza del 1927, si rifiutò categoricamente di
infilare la testa nelle « fauci del lupo ». Nonostante i con­
sigli dei sovietici, i quali facevano pressioni sui comunisti
cinesi perché realizzassero operazioni militari di largo rag­
gio contro i nipponici, Mao si limitò a condurre azioni di
guerriglia. Nell’aprile del 1941 l’URSS aveva firmato un
patto di non aggressione col Giappone, ma temeva che esso
venisse infranto e quindi insisteva perché in Cina si raffor­
zasse la pressione sulle forze nipponiche. La « guerra rivo­
luzionaria » — una combinazione di lotta armata e di azione
politica — permise ai comunisti cinesi di liberare vaste zone
nelle retrovie delle truppe giapponesi e del Kuomintang. Al­
l’atto della capitolazione nipponica, i comunisti cinesi di­
sponevano di forze considerevoli, divenute ancora piu in­
genti nel periodo della guerra antinipponica. L’Unione So­
vietica partecipò alla fine di questa guerra e liberò la Man-
ciuria. Intanto, però, Stalin continuava a trattare con Chiang
Kai-shek, come disse lui stesso ai diplomatici americani Hur­
ley (ambasciatore statunitense in Cina) il 15 aprile del 1945,
ed Hopkins (consigliere del governo americano) il 28 mag­
gio 1945. Lo stesso Stalin firmò con Chiang Kai-shek un
patto di amicizia e di alleanza che restituiva all’Unione So­
vietica i privilegi territoriali della Russia zarista in Cina.
L’aiuto sovietico ai comunisti cinesi fu prezioso in quanto
permise loro di impadronirsi di zone molto vaste in Man-
ciuria e di una parte del materiale bellico dei giapponesi,
ma fu certo inferiore a quello che si aspettavano i comu­
nisti cinesi. Stalin cercò di convincerli — inutilmente — a
partecipare ad un governo di unità nazionale diretto da

187
Chiang Kai-shek. La guerra civile doveva protrarsi fino alla
fine del 1949. Profondamente corrotto, il regime di Chiang
Kai-shek crollò politicamente e militarmente nonostante il
forte aiuto americano.
La nascita della Repubblica popolare cinese, nel 1949,
creò in Estremo Oriente una situazione completamente nuo­
va, consolidando le posizioni della Repubblica popolare co­
reana diretta da Kim II Sung (Corea del nord) e favorendo
la lotta del Vietminh diretto da Ho Chi Minh contro il co­
lonialismo francese nel Vietnam. Al tempo stesso, il trionfo
dei comunisti cinesi favoriva il campo antimperialista. Stalin,
edotto dall’esperienza jugoslava, aveva capito che Mao non
poteva essere trattato alla stregua di Tito. Quanto a Mao,
egli giudicò necessaria l’alleanza con l’Unione Sovietica, e
del resto l’atteggiamento delle potenze occidentali che boicot­
tarono il nuovo regime non gli lasciava altra scelta. Il trat­
tato cino-sovietico firmato nel 1950 e valevole per trent’anni
stabili un’alleanza, diceva il protocollo, solida e durevole.
L’URSS otteneva la creazione di società miste cino-sovietiche
nel Sinkiang e di società per lo sfruttamento delle linee
aeree. Nel 1952 doveva consegnare alla Cina la linea fer­
roviaria della Manciuria, la base di Port-Arthur e s’impegna­
va a concederle crediti per lo sviluppo economico e ad aiu­
tarla dal punto di vista tecnico (invio di specialisti sovie­
tici e formazione di tecnici cinesi). In compenso, conservava
la base di Da'iren fino alla firma del trattato di pace con
il Giappone. C’erano volute settimane di accese discussioni
per raggiungere questo risultato. Ciò nonostante, il compro­
messo del 1950 doveva durare per qualche tempo e resi­
stere alle prove della guerra di Corea, alla quale la Cina
intervenne in appoggio della Repubblica popolare coreana
per salvaguardare la sua indipendenza contro gli americani.
Le difficoltà reali esistenti nei rapporti tra i due grandi
Stati comunisti dovevano avere veramente inizio solo dopo
la morte di Stalin. I due Stati erano indubbiamente legati

188
da un’ideologia comune, ma il marxismo si era « cinesizzato »
con Mao così come si era « russificato » con Stalin. I pro­
blemi che questi due Stati dovevano risolvere differivano
sensibilmente. Il peso della storia, piu che avvicinarli, li
divideva. In apparenza, i rapporti cino-sovietici volgevano
costantemente al meglio, ma in realtà questa euforia deri­
vava piu da un ottimismo forzato che non da una realtà
vera.
Nel 1953, quindi, il campo antimperialista poteva sem­
brare unito e coeso intorno all’Unione Sovietica. Solo la
Jugoslavia sfuggiva alla sua forza di attrazione. In realtà,
però, dietro quell’unità le tensioni erano vere e profonde
e dovevano manifestarsi con forza dopo il 1953. Comunque,
il peggio era stato evitato: si era riusciti a scongiurare una
terza guerra mondiale. Al momento della crisi di Berlino,
e poi durante la guerra di Corea, « la pace era stata so­
spesa ad un filo », ma questo filo non si era spezzato. Co­
me avevano dimostrato l’ampiezza della campagna di firme
sotto l’appello di Stoccolma contro l’impiego delle armi ato­
miche e l’azione dei « partigiani della pace », i popoli non
volevano piu passare per gli orrori di un nuovo conflitto che
rischiava di essere ancora piu catastrofico di quello prece­
dente.
Anche per la politica staliniana v’erano dei limiti da
non superare, e che difatti non superò. Se talvolta contri­
buì ad aggravare la tensione internazionale favorendo in
ultima analisi i propositi dei paesi imperialisti, se fu spesso
sfruttata come giustificazione dell’anticomunismo e dell’anti-
sovietismo, l’imperialismo non riuscì tuttavia a riguadagnare
il terreno perduto dopo la seconda guerra mondiale e conti­
nuò a perderne con la rivoluzione cinese e con l’evolversi
dei movimenti di liberazione nazionale in Asia, in Africa
e nell’America latina. Sotto tutti gli aspetti, si poteva dire
che la situazione fosse meno rosea proprio nei paesi capi­
talistici sviluppati.

189
Nonostante la ripresa del terrore, nonostante l’intensifi­
carsi dei fenomeni burocratici, l’URSS registrò negli anni tra
il 1946 e il 1953 uno sviluppo industriale e culturale con­
siderevole, non seguito però da analoghi progressi in agri­
coltura.
In campo industriale, nel quarto piano quinquennale e
nella prima metà del quinto si registrò un incremento note­
vole nella produzione delle fonti energetiche e in quella del­
la industria pesante.

1940 1945 1950 1953


Carbone1 165,9 149,3 261,1 320,4
Petrolio 31,1 19,4 37,9 52,8
Elettricità 48,3 43,2 91,2 134,8
Acciaio 18,3 12,3 25,4 38,1
Cotone 3,9 1,6 3,8 5,3
Calzature 211 63 203,4 239,5

Ad un livello mediocre rimaneva invece l’industria dei


beni di consumo, ma questo non meraviglia piu se si ricor­
da che gli investimenti erano destinati prioritariamente alla
industria atomica, all’armamento, alla siderurgia, all’insegna­
mento e ai grandi lavori. L’URSS, nel 1953, produceva an­
cora pochissimi televisori, lavatrici e apparecchi elettrici di
uso domestico. L’industria chimica era in gran ritardo: il
nylon non veniva ancora fabbricato. L’URSS produceva cal­
zature in numero solo leggermente inferiore al 1940, tessuti
in quantità insufficiente e di qualità mediocre, pochissime
automobili (soprattutto camion ed autocarri). Questa, chia­
ramente, l’origine del divieto di contatti con l’estero e il
panorama falsato che la stampa sovietica offriva ai suoi lettori
sulla vita in occidente. Sacrifici notevolissimi furono necessa­
ri per molti anni a causa della situazione originaria della
Russia, a causa dell’ostilità del resto del mondo e della se­

1 Carbone, petrolio e acciaio: in milioni di tonnellate; elettricità:


in miliardi di kWh; cotone: in milioni di tonnellate; calzature: in mi­
lioni di paia.

190
conda guerra mondiale, ma questi sacrifici furono in gran parte
imposti con la forza e le minacce al popolo sovietico. Invece
di convincere, Stalin preferì reprimere. La burocratizzazione
dello Stato e la mancanza di fiducia nel popolo lo spinsero
ad appoggiarsi al MVD e a diffidare di ogni dibattito ideale.
I beni di largo consumo spesso mancavano ed erano di pes­
sima qualità. A Mosca l’occupazione di un appartamento da
parte di piu coppie era ormai una norma. E non v’era da
stupirsi. I crediti disponibili erano riservati ad opere d’in­
teresse collettivo, utili e di lungo impiego. Una politica, bi­
sogna dire, realista e intelligente. Ma si sarebbe dovuto
spiegarla e farla capire. È probabile che qua e là si sareb­
bero potuti apportare dei miglioramenti e che la burocrazia
ritardava lo sviluppo delle forze produttive, ma la tipicità
del fenomeno staliniano stava per l’appunto in questo: che
cioè i problemi concreti venivano affrontati si sulla base
di un’economia e di una società socialiste, ma con la forza,
col nazionalismo, con la burocrazia.
La situazione dell’agricoltura, abbiamo detto, era dram­
maticissima. Le conseguenze della guerra erano particolar­
mente sensibili in questo campo, ma non bastavano a spie­
gare tante carenze.
Il raccolto cerealicolo del 1952 fu inferiore a quello del
1940 (92.200.000 tonnellate contro 95.600.000) e solo leg­
germente superiore a quello del 1913. La produzione di
cotone, di barbabietole da zucchero, di patate era aumentata,
quella dei legumi e della frutta era invece diminuita ri­
spetto al 1940.
Quanto all’allevamento, esso rimaneva ad un livello bas­
sissimo, di poco superiore a quello del 1914.

1914 1953
Bovini1 54,1 56,6
Suini 23 24,3
Ovini 89,7 94,3
In milioni di capi.

191
Complessivamente, e con una popolazione molto supe­
riore (159.200.000 abitanti nel 1913, 188.000.000 nel 1953),
la produzione agricola sovietica era aumentata in misura qua­
si trascurabile.
La politica burocratica aveva aggravato la situazione già
difficile nata dalla seconda guerra mondiale. Gli investimenti
nel settore agricolo erano rimasti poco elevati: il 7,3% per
il quarto piano quinquennale, il 9,6% per il quinto. I prezzi
dei generi agricoli erano rimasti bassi, mentre quelli dei pro­
dotti industriali erano aumentati.
Come doveva riconoscere Chruscëv nel settembre del
1953, il principio dell’interessamento materiale dei conta­
dini non veniva rispettato. Furono prese misure per limi­
tare la superficie degli appezzamenti individuali che i col­
cosiani avevano il diritto di possedere in applicazione del­
lo statuto dei colcos del 1935. In compenso, questi appez­
zamenti — che non costituivano nemmeno il 4% della su­
perficie coltivata — rappresentavano comunque la metà del­
la produzione sovietica di cereali, di frutta, di patate, di latte
e di carne, e la metà del bestiame.
I sistemi di coltivazione continuavano ad essere arcaici.
L’applicazione delle teorie di Lysenko si era dimostrata cata­
strofica. Il maggese continuava ad immobilizzare un anno
su tre (o addirittura su due) una parte notevole delle super-
fici coltivabili. Colture nuove, poco adatte al suolo e al cli­
ma, venivano imposte ai colcos dalle direzioni del ministero
(i glavki). In Ucraina, in luogo del grano invernale, fu in­
trodotto il grano primaverile. Nel sistema di rotazione delle
colture fu reso obbligatorio un anno di colture foraggere, che
erano spesso sfavorevoli alle condizioni climatiche e pedolo­
giche. Il sistema di pianificazione agricola era tanto piu ne­
gativamente condizionato dalla burocrazia in quanto si trat­
tava di un settore nel quale la pianificazione era già di per
se difficile. Stalin non aveva piu visitato un solo colcos do­
po il 1929 e ciò nonostante pretendeva di dettar legge in

192
agricoltura come in qualunque altra materia. S’informava sul­
la vita agricola visionando un film intitolato I cosacchi del
Kuban, che ne dava un’immagine piu che ottimistica.
Tutti questi problemi economici — e le loro ripercus­
sioni sul piano sociale e sul tenore di vita — provocarono
dibattiti sia nella direzione del partito comunista che tra gli
organismi economici competenti. Se non sempre ne conosciamo
i particolari, possiamo però farcene un’idea nelle grandi linee.
Il 19 febbraio del 1950 la Pravda pubblicava un articola
di critica al sistema delle catene nei colcos (gli zvena). Si
trattava di piccole unità di lavoro alle quali la Pravda rim­
proverava di essere poco razionali e che proponeva di sosti­
tuire con il sistema delle brigate di produzione. Nei giorni
successivi lo stesso giornale sollevò il problema della con­
centrazione dei colcos e il 4 marzo del 1951 pubblicò un
articolo di Chruscëv che sollecitava la creazione di grandi
unità urbane di lavoratori agricoli, la « agrocittà », ma il gior­
no dopo dichiarava che l’articolo era destinato solo alla discus­
sione, e il progetto delle « agrocittà » fu definitivamente
abbandonato. Andreev, membro del Politburo e segretario del
Comitato centrale, criticato nell’articolo del 19 febbraio 1950,
dovette fare onorevole ammenda e perse il posto (ma conser­
vò le sue prerogative fino al XIX Congresso, nel 1952).
Il numero dei colcos fu comunque ridotto. Da 252.000
nel 1950 scese a 76.355 nel 1952: ma, almeno per il mo­
mento, la situazione agricola non ne ricavò alcun vantaggio.
Stalin pensava addirittura — come disse Chruscëv al XX
Congresso — di aumentare i prelievi nelle campagne e si
rifiutava di aumentare il prezzo dei prodotti agricoli.
Lo stesso Stalin aveva fatto pubblicare piani giganteschi
di « trasformazione della natura »: fertilizzare i deserti, da­
re l’acqua alla steppa, piantare decine di migliaia di filari
di alberi, deviare il corso dei fiumi in Siberia, creare grandi
laghi destinati a modificare il clima. La stampa sovietica in­
neggiava ai « grandi cantieri del comuniSmo ». È vero che

193
in quel periodo furono inaugurati il canale Volga-Don, lo
Jugsib (ferrovia Ural-Kuzbass) e le prime grandi centrali
idriche sul Volga, ma è altrettanto vero che il piano allora
proposto, il piano Davydov, dalnome del suo autore, era a
dir poco utopistico date le condizioni in cui si trovava la
Unione Sovietica nel 1952.

Col tempo, con l’età, con l’esercizio sempre piu solitario


del potere, Stalin si rivelava sempre meno adatto a diri­
gere il paese tenendo conto delle realtà sovietiche. Viveva
nella sua dacia di Kuntsevo, venti chilometri a sud-ovest
di Mosca, e ne usciva solo per recarsi al lavoro al Crem­
lino, lungo un percorso riservato a lui e a lui soltanto e
sorvegliato notte e giorno dal MVD. Esigeva dai subordinati
un’obbedienza totale. Una domanda inopportuna, uno sguar­
do imprudente, un’osservazione fuori luogo, e, secondo Chru­
scëv, non ci voleva di piu per indurlo a sbarazzarsi dei suoi
collaboratori. Nei suoi ultimi anni di vita la sua diffidenza
divenne talmente ossessiva che allontanò Vorošilov, accusato
di essere una spia al servizio degli inglesi, minacciò Molo­
tov e Mikojan, fece deportare la moglie del primo, i due
figli del secondo e il fratello di Kaganovič (membro del
Comitato centrale).
Come ebbe a dire Bulganin mentre tornava in macchina
da Kuntsevo con Chruscëv: « Certe volte vai da Stalin su
suo cordiale invito e, quando gli sei seduto di fronte, non
sai piu se dormirai a casa tua o in prigione ».
Nella personalità di Stalin sul finire della vita si os­
servano tratti psicologici che non è possibile ignorare, an­
che se non costituiscono la causa essenziale dei fenomeni che
stiamo esaminando. La sua megalomania era sbalorditiva, al
punto che non esitò a far erigere i propri busti lungo tutti
i viali del giardino della sua stessa dacia. Si è detto spesso
che era paranoico, ed è certamente vero, a giudicare al­

194
meno dalla diffidenza sempre più ossessiva di cui dava pro­
va nei confronti dei collaboratori piu fedeli.
Il genere di esistenza che Stalin conduceva era comun­
que semplicissimo. Il suo solo vero piacere era l’esercizio
del potere, una passione terribile, ancora piu pericolosa e
divorante di quella del denaro. Era questa passione a ren­
derlo sospettoso verso gli altri, perché temeva che altri po­
tessero fare a lui quello che lui aveva fatto a tanti altri.
Nella dacia di Kuntsevo le camere erano molte: quando
scendeva la notte non sapeva nemmeno lui in quale avreb­
be dormito. È questa la chiave del personaggio...

Nell’ottobre del 1952 si tenne il XIX Congresso del


PCUS. Il Comitato centrale e l’Ufficio politico non si erano
piu riuniti da anni. Quanto al congresso, esso si era tenuto
per l’ultima volta nel 1939. Stalin dirigeva il partito attra­
verso commissioni di sei o sette membri la cui composi­
zione variava a seconda del suo capriccio. Il partito esisteva
alla base nei comuni, nelle province, nelle repubbliche fede­
rate, anche se nelle organizzazioni di base e regionali il
MVD controllava l’attività dei responsabili e dei comunisti
in modo minuziosissimo, impedendo di fatto ogni dibattito.
Al vertice incombeva Stalin...
Stalin non prese la parola al congresso, ma aveva pub­
blicato poco prima un’opera « teorica »: I problemi econo­
mici del socialismo nell’URSS, nella quale esaminava le leg­
gi economiche del socialismo in modo estremamente super­
ficiale e prevedeva un nuovo conflitto mondiale tra paesi
capitalistici. L’opera rappresentava un po’ una marcia indie­
tro rispetto agli eccessi degli anni precedenti, nel senso che
veniva ammessa l’esistenza di leggi oggettive nell’economia.
In realtà, però, pur ammettendo questa verità, Stalin si ri­
fiutava ostinatamente di apportare delle modifiche nel siste­
ma di gestione economica, di calcolo dei prezzi e di pianifi­

195
cazione. Anzi, proponeva addirittura di trasformare i colcos
in aziende statali...
Quanto alla sua analisi politica, essa era dominata dal
problema dell’inevitabilità delle guerre tra i paesi capitalisti
e dalla convinzione che l’analisi leninista rimaneva piena­
mente valida. Secondo Stalin, come si può leggere nella ri­
vista Kommunist del gennaio 1953, « finché esisterà il capi­
talismo nei principali paesi capitalistici, non si può pensare
di liquidare l’accerchiamento capitalistico ». Venivano cosi a
giustificarsi la guerra fredda e il terrore, la tesi dell’aggra-
varsi della lotta di classe parallelamente allo sviluppo del
socialismo, anche sul piano internazionale. La tesi, insomma,
che Suslov aveva affermato chiaramente ad una riunione del
Cominform nel novembre del 1949:
« L’esperienza storica dimostra che, quanto piu disperata
è la situazione della reazione imperialista, tanto piti essa
si scatena, e tanto piu sono da temere, da parte sua, av­
venture belliciste ».
Malenkov presentò il rapporto di politica generale del
XIX Congresso e Chruscëv il progetto del nuovo statuto. La
discussione fu puramente accademica. Nessun problema im­
portante fu discusso veramente a fondo. Stalin pronunciò
una brevissima allocuzione, destinata ai partiti comunisti
stranieri, nella quale esaltò l’internazionalismo, la pace, la
lotta per la democrazia e l’indipendenza nazionale. Erano
belle parole, parole giuste, che contrastavano però troppo
spesso con la sua prassi politica. Piu interessante fu la com­
posizione degli organi dirigenti eletti al congresso. Il Co­
mitato centrale vide raddoppiare i suoi effettivi: il numero
dei suoi componenti, tra effettivi e supplenti, fu portato a
236, il 60% dei quali erano già membri del Comitato cen­
trale eletto nel 1939. (La repressione aveva diradato le file
della direzione del partito meno che nel periodo intercorso
tra il XVII e il XVIII Congresso.) Il Politburo venne so­
stituito da un presidium molto numeroso (25 titolari e 11

196
candidati). È vero che stava per entrare in funzione un uf­
ficio del presidium del quale ignoriamo la composizione.
Eccettuato Andreev (eletto comunque al CC), tutti i
membri uscenti furono rieletti (tranne Kosygin, che, titolare
dopo il 1948, tornava ad essere membro candidato). Suslov
divenne membro effettivo del Politburo e Brežnev membro
supplente. Nella segreteria, di dieci persone, figuravano, ol­
tre Stalin, Malenkov, Chruscëv, Suslov e Brežnev.
Il partito perse la qualifica di bolscevico. Dal 1945 i
commissari del popolo erano diventati ministri e l’esercito
rosso si chiamava esercito sovietico. Il nuovo statuto pre­
vedeva che il Comitato centrale dovesse riunirsi ogni sei
mesi e il congresso ogni quattro anni (invece di ogni tre
mesi e di ogni tre anni rispettivamente).
Doveva essere messo in cantiere un nuovo programma
del partito: fu eletta a tal fine una commissione presieduta
da Stalin.
Il XIX Congresso si chiuse il 14 ottobre 1952 e segnò
l’apogeo di Stalin, che un noto scrittore, A. Surkov, chiamò,
il giorno dell’apertura del congresso, il « grande architetto
del comuniSmo ». Gli applausi dei delegati sovietici e stra­
nieri erano entusiastici. Il resoconto dice: « Tutti i presenti
si alzano in piedi. Un uragano di applausi che si trasformano
in una lunga ovazione: Viva il compagno Stalin! Urrà per
il compagno Stalin! Viva la grande guida dei lavoratori del
mondo, viva il compagno Stalin! Urrà per il grande Stalin!
Viva la pace tra i popoli! ».
Già in occasione del suo settantesimo compleanno, nel
1949, gli erano stati inviati centinaia di migliaia di doni da
tutti i paesi. Il Museo della rivoluzione, a Mosca, era stato
trasformato in museo dei doni offerti a Stalin. Il Partito
comunista francese aveva organizzato una grande mostra ad
Ivry. Stalin sembrava una sola cosa con la rivoluzione e con
il socialismo.
Il 7 novembre 1952 si svolse la grande sfilata organiz­

197
zata per il trentacinquesimo della rivoluzione di ottobre. Sta­
lin vi assisté in divisa da generalissimo. Ci teneva a non sem­
brare vecchio, ma aveva ormai settantatré anni. Sembrava
alto, ma in realtà misurava appena un metro e sessantasette.
Gli stivali gli aggiungevano qualche centimetro, come a
Luigi XIV. Era ingrassato dal periodo in cui veniva foto­
grafato giovane, ancora magro e bruno. Ottanta chili di peso
davano al suo viso butterato dal vaiolo l’aria di un buon
vegliardo. Eppure... Guardiamo l’ultima fotografia di grup­
po scattata prima della morte della « grande guida dei po­
poli ». Sulla tribuna il nuovo presidium, membri titolari e
candidati, appare schierato al gran completo alla destra e
alla sinistra del capo. I piu vecchi, Berija (che sarà fucilato
nemmeno un anno dopo), Molotov, Kaganovič, Malenkov,
Chruščdv, che poco piu di tre anni dopo denuncerà i suoi
crimini, Vorošilov, Mikojan, Svernik, e i piu giovani, Kosy­
gin, Suslov e Breznev, che governano tuttora l’Unione So­
vietica. Un altro dei tanti crocevia della storia. Tutti posano
per essa e sembrano guardare al di là dell’obiettivo ad un
avvenire misterioso, a quell’avvenire che noi, uomini del
1975, conosciamo già in parte.

La mattina del 3 marzo del 1953 radio Mosca interruppe


i programmi per annunciare che il segretario generale era
malato. Il 28 febbraio Stalin aveva invitato a Kuntsevo i
suoi quattro collaboratori piu vicini, i suoi quattro compa­
gni d’armi, (i soratniki) Berija, Malenkov, Bulganin e Chru-
scëv. Si era bevuto molto. Il 1° marzo Stalin non aveva
dato segno di vita per tutto il giorno. Nessuno aveva osato
disturbarlo. La sera l’ufficiale di guardia telefonò ai sorat-
niki per chiedere consiglio. I quattro accorsero, aprirono le
porte delle camere, perché non si sapeva in quale si trovava.
Finalmente lo trovarono: giaceva moribondo sul tappeto, evi-

198
dentemente già da alcune ore. Erano le tre del mattino del
2 marzo.
Mori, secondo i comunicati bollettini ufficiali, il giorno
5 alle 21,50, non senza aver indicato sulla parete la ripro­
duzione di un brutto quadro (una ragazza che allattava un
agnello). Forse mori prima, e l’annuncio della morte fu ri­
tardato per prendere le disposizioni necessarie. Forse fu as­
sassinato, come sostiene qualcuno (ma non esistono prove).
Che importa? Per la storia mori a quell’ora, o, meglio an­
cora, in quella in cui lo speaker di radio Mosca, Levitan,
annunciò: « Il cuore di Iosif Vissarionovič ha cessato di
battere ».
Restava da seppellirlo. Il suo corpo, modellato nella cera,
doveva riposare nel Mausoleo accanto a quello di Lenin.
Per tre giorni milioni di sovietici sfilarono nella Sala delle
colonne nella quale era esposto il suo corpo. Vi fu addirit­
tura un momento di « panico », un tumulto che causò decine
di vittime.
Il 9 marzo Stalin venne portato al Mausoleo, dove doveva
riposare in eterno... un’eternità che durò otto anni. Una
folla immensa ascoltò i discorsi di Malenkov, ' di Berija, di
Molotov, ed ebbe agio di osservare i dirigenti di tutti i
partiti comunisti presenti: Duclos (Thorez, malato, non ave­
va potuto partire), Togliatti, Ciu En-lai (ma non Mao), il
cecoslovacco Gottwald, l’ungherese Ràkosi, il tedesco Ul­
bricht, il polacco Bierut e decine di altri.
Manifestazioni imponenti ebbero luogo in tutto il mon­
do. A Pechino fu organizzata una grandiosa sfilata, questa
volta alla presenza di Mao, a Parigi una grandiosa veglia
mortuaria al Velodromo d’inverno.
Il fenomeno staliniano non moriva con Stalin, ma la
scomparsa del Gensek ne segnò il declino. A Roma, la rupe
Tarpea è vicina al Campidoglio: il Mausoleo sulla Piazza
Rossa è vicino alla sala del Cremlino dove doveva tenersi
il XX Congresso.

199
VII. Aspetti economici e sociali
del fenomeno staliniano

Complesso e contraddittorio, il fenomeno staliniano è


difficile da analizzare e ancor piu difficile da spiegare. Ab­
biamo tentato sinora d’impostarlo storicamente perché l’ap­
proccio storico ci sembrava decisivo non solo per il nostro
lavoro, ma soprattutto in linea di principio. Ma nemmeno
questo c’è parso sufficiente: abbiamo giudicato indispensa­
bile studiarne i diversi aspetti per tentare di definirlo piu
in profondità e di spiegarlo piu chiaramente.
Le trasformazioni economiche e sociali realizzate dalla
Unione Sovietica dopo il 1922 hanno colpito tutti gli osser­
vatori, anche se alcuni hanno tentato e tentano tuttora di
ridurne la portata o di distorcerne il senso. Lo sviluppo delle
forze produttive è considerevole, tanto piu che si debbono
prendere in considerazione due fattori:
— esso cominciò realmente non prima del 1928, perché
solo nel 1927 vennero raggiunte le cifre di produzione del
1913;
— fu interrotto dalla seconda guerra mondiale, che causò
all’Unione Sovietica sacrifici inenarrabili.
Abbiamo visto con esattezza quali furono le conseguenze
demografiche ed economiche di queste guerre, e quindi non
ci sembra necessario diffonderci oltre in proposito. Ricor­
diamo però che dopo il 1913 le popolazioni dell’Unione
Sovietica hanno perduto almeno 45 milioni di abitanti a

200
causa delle guerre, delle carestie e del terrore e che il defi­
cit delle nascite è stato dello stesso ordine di grandezza.
La popolazione sovietica, nel 1953, contava 188 milioni
di abitanti, mentre avrebbe dovuto essere intorno ai 270.
Ha raggiunto i 250 milioni il 9 agosto del 1973. Raggiun­
gerà i 270 solo intorno al 1990, ossia trentasette anni dopo.
Si ha cosi un’idea del ritardo che le guerre e lo stesso
fenomeno staliniano hanno causato all’Unione Sovietica dal
punto di vista demografico e, sicuramente, sul piano econo­
mico.
Le cifre produttive del 1940, ad esempio, furono rag­
giunte nell’industria non prima del 1948 o 1949.
Se si considerano globalmente i risultati di questo pe­
riodo, si può dire che sono stati eccellenti per l’industria
pesante (fonti energetiche, siderurgia), mediocri per l’indu­
stria leggera e di consumo, e addirittura pessimi per l’agri­
coltura.

1913 1922 1928 1940 1945 1953

Carbone1 28,4 11,4 35,9 165,9 149,3 320,4


Petrolio 9,4 3,8 10,9 31,1 19,4 52,8
Elettricità 2,0 1,1 5,0 48,3 43,2 134,8
Acciaio 4,3 1,4 4,2 18,3 123 38,1
Cotone 1,9 0,7 — 3,9 1,6 5,3
Cereali 80,1 43,0 73,0 95,6 47,3 92,2
Bovini 54,1 — 60,0 47,8 47,6 56,6
Popolazione 159,2 — — 194,1 171,0 188,0

Questi risultati esigono qualche osservazione. Ad esem­


pio, non possono essere paragonati con quelli dei grandi
Stati capitalistici, il cui punto di partenza era incomparabil­
mente piu elevato e le cui difficoltà dopo il 1913 furono
infinitamente minori. È questo, per l’appunto, uno dei gran­

1 Carbone, petrolio, acciaio: in milioni di tonnellate; elettricità: in


miliardi di kWh; cereali: in milioni di tonnellate; bovini: in milioni
di capi; cotone: in milioni di tonnellate; popolazione: in milioni di
abitanti. (Sul territorio attuale dell’URSS).

201
di problemi sollevati dalla storia del socialismo. Dal mo­
mento che esso ha trionfato solo in paesi arretrati o a debole
sviluppo (eccettuata la Cecoslovacchia, la quale è peraltro
un paese piccolo), il confronto non può essere obiettiva­
mente valido. La superiorità del socialismo, se realmente esi­
ste, e di questo siamo assolutamente convinti, può essere
dimostrata nella realtà storica solo in modo concettuale,
astratto insomma. Non può essere misurata: di qui le inter­
minabili discussioni su questo terreno e il notevole sforzo
intellettuale che si deve compiere per rendersene conto *.
Proprio per questo uno degli aspetti, comprensibile quanto
si vuole ma estremamente dannoso, del fenomeno staliniano
fu la menzogna sistematica sulla realtà dei paesi capitalistici
altamente sviluppati, una menzogna dettata dall’impossibilità
di spiegare e di far comprendere le ragioni profonde del
ritardo sovietico, ancora notevole nel 1953 rispetto agli Stati
Uniti e agli Stati capitalistici avanzati dell’Europa occiden­
tale.
Rimane comunque il fatto che l’Unione Sovietica aveva
recuperato in parte il suo ritardo nonostante condizioni sto­
riche infinitamente più sfavorevoli di quelle statunitensi.

1913 1951 (1973)


Elettricità (in miliardi di kWh)
URSS 2 103 915
Stati Uniti 25,8 370 1.853
Carbone (in milioni di tonn.)
URSS 29,2 281 668
Stati Uniti 517,8 523 532
Petrolio (in milioni di tonn.)
URSS 10,3 42 421
Stati Uniti 34,0 309 467
Acciaio (in milioni di tonn.)
URSS 4,3 31 131
Stati Uniti 31,5 95 123,5
1 La situazione è cambiata nel 1975. L’economia sovietica ha pro-
gredtto. L'Unione Sovietica supera oggi gli Stati Uniti per il car-
bone, la ghisa, il ferro. Il suo ritardo nella produzione di beni di
consumo sta diminuendo, proprio mentre l’economia capitalistica è tra­
vagliata da una crisi gravissima, dall’inflazione e dalla disoccupazione.

202
Il ritardo rimaneva gigantesco nella produzione dei beni
di consumo e nel tenore di vita (automobili, elettrodomesti­
ci, materie plastiche, ecc.). Nel 1955 la produzione per ogni
mille abitanti era la seguente:

URSS USA

Radio 66 974
Frigoriferi 5 288
Televisori 4 318
Lavatrici 1 216
Elettrodomestici minori 2 211
Automobili 2 300

L’Unione Sovietica aveva sviluppato prioritariamente al­


cuni settori che giudicava fondamentali: le fonti energetiche
e la siderurgia, l’industria bellica e l’attrezzatura socio-cul­
turale (a cominciare dalla pubblica istruzione). Si pensi che
possedeva la bomba A nel 1949 e la bomba H nel 1953.
Nel 1957 lanciò il primo sputnik, vale a dire il primo mis­
sile gravitante intorno alla terra. Per salvaguardare l’indi­
pendenza dell’URSS non v’era altra scelta. La socializzazione
dei mezzi di produzione e di scambio la rendeva possibile
purché gli investimenti fossero concentrati in taluni settori
e non in altri. Era un dato di fatto incontestabile, e solo
dei sognatori e degli utopisti ignoranti delle realtà della
storia possono negare una tale evidenza: l’URSS era un paese
prevalentemente agricolo, ancora povero, insufficientemente
sviluppato e culturalmente arretrato.
La discussione non può vertere quindi, su queste scelte,
ma piuttosto sul modo in cui furono realizzate. L’interroga­
tivo che s’impone a questo stadio della riflessione non è
soltanto economico e nemmeno sociale, ma squisitamente po­
litico. Quelle scelte implicavano sacrifici enormi dal punto
di vista del tenore di vita e del consumo. L’abbiamo già vi­
sto a proposito del periodo 1929-1930: questa scelta avreb­
be potuto essere decisa democraticamente, ma questo era
piu facile a dirsi che a farsi in quanto avrebbe richiesto

203
una consapevolezza politica e ideologica di altissimo livello,
che nell’Unione Sovietica del 1929 non esisteva ancora. Le
tappe della realizzazione di questi obiettivi avrebbero potuto
essere più lente, come sosteneva Bucharin, e combinare le
sollecitazioni economiche e i processi democratici. Oppure
gli obiettivi prescelti potevano essere realizzati in modo rela­
tivamente rapido, ma questo, in mancanza della democrazia,
implicava precisamente il ricorso alla costrizione e al terrore.
L’Unione Sovietica imboccò questa seconda strada per motivi
attinenti alla storia dell’impero russo, della rivoluzione sovie­
tica e dell’Unione Sovietica fino al 1929, ed è questa la
causa dello sviluppo del fenomeno staliniano. Non è tanto
la necessità di sviluppare l’economia a dover essere messa in
discussione, quanto piuttosto il modo in cui si operò per
questo sviluppo. In altri termini, la colpa non fu dell’eco­
nomismo *, ma delle deformazioni burocratiche di uno Stato
operaio in cui la mancanza di democrazia politica era legata
alle condizioni stesse del passaggio al socialismo e della sua
edificazione.
L. Althusser ha ragione quando esorta noi marxisti, noi
storici, a trascurare la cronaca e il positivismo per cercare
una spiegazione storica piu profonda, pluridisciplinare, scien­
tifica. Ebbene, se cerchiamo con lui le ragioni per cui il
fenomeno staliniano potè manifestarsi e dilagare, dobbiamo
indagare sull’economia politica del socialismo.
Althusser ricorda giustamente quale fu la matrice della
coppia economismo-umanesimo: il modo di produzione e di
sfruttamento capitalistico (Réponse à John Lewis, p. 90),
ma è precisamente questo modo che scompare nell’Unione
Sovietica. Lo sviluppo delle forze produttive era una neces­
sità per uno Stato socialista qual era l’Unione Sovietica nel
1922. Esso non può risolvere tutto, ma in sua assenza niente
è possibile: è una condizione necessaria, ma non sufficiente,
dell’edificazione socialista. È indispensabile elevare la pro-

1 Cfr. L. Althusser, Réponse à John Lewis, pp. 88, 89.

204
duttività. Si tratta di altrettante realtà storiche con le quali
il socialismo ha dovuto scontrarsi acutamente. La lezione di
Lenin del 1922 è proprio questa, con tutti i suoi corollari:
la lotta contro la burocrazia e la rivoluzione culturale.
Ma su questo torneremo più avanti. Per il momento,
restiamo sul terreno economico e sociale. Senza lo sviluppo
delle forze produttive, senza la rivoluzione tecnica e scienti­
fica, senza l’aumento della produttività, non può edificarsi
il socialismo. Ora, per l’appunto queste necessità sono alla
origine del fenomeno staliniano: quale socialismo è possibile
sulla base dell’arretratezza, della povertà, della miseria?
Andiamo avanti. O l’URSS non è uno Stato socialista
ma uno « Stato capitalistico di tipo particolare » — come
sostiene Bettelheim, — nel quale non esistono rapporti di
produzione socialisti ma sussistono rapporti di produzione
capitalistici sotto altra forma, e di conseguenza uno sfrut­
tamento capitalistico, oppure è uno Stato socialista nel quale
esistono rapporti di produzione socialisti. Ed è proprio su
questo aspetto delle cose che conviene soffermarsi. Il socia­
lismo non è il comuniSmo. Contrariamente alle speranze e,
in certa qual misura, alle utopie dei fondatori del sociali­
smo scientifico, e dello stesso Marx, il meno utopistico di
tutti, la storia contemporanea ha imposto che il socialismo
rappresenti un lunghissimo « periodo di transizione » dal
capitalismo al comuniSmo — già quasi sessanta anni. E oc­
correranno sicuramente ancora decine e decine di anni, per­
ché il comuniSmo esige un livello estremamente elevato del­
le forze produttive, una nuova coscienza sociale e il pre­
ventivo trionfo del socialismo in tutti i paesi. Insomma, do­
vranno prima sparire lo Stato e l’economia mercantile, un
processo che richiederà ancora molto tempo. Non lo diciamo
per dimostrarne l’impossibilità, ma solo per indicare la dif­
ficoltà di accedervi per le nostre società contemporance. Si
può dire che non si tratta di un problema di attualità nem­
meno per i bambini nati in questo 1975. Ciò che non do-

205
veva essere all’origine se non una fase di transizione dal
capitalismo al comuniSmo si rivela quindi una formazione
economico-sociale largamente autonoma rispetto al capita­
lismo dal quale proviene e al comuniSmo verso il quale
va. È un modo di produzione, una formazione economico-
sociale che durerà per un periodo storico almeno altret­
tanto lungo del capitalismo. Una transizione, se si vuole, ma
in senso larghissimo, cosi come il modo di produzione feu­
dale fu una transizione tra il modo di produzione schiavistico
e il modo di produzione capitalistico in talune società eu­
ropee.
Come faceva già osservare Marx nella sua lettera ad
Annenkov del 28 dicembre 1846, « tutte le forme econo­
miche sono transitorie e storiche ». Ora, questa formazione
economica e sociale diversa dal capitalismo si rivela tutta­
via vicina ad esso, tanto vicina anzi che molti possono cre­
dere trattarsi della stessa cosa. E per l’URSS questa affi­
nità è tanto piu grande in quanto le condizioni di nascita
e di sviluppo del socialismo sono state particolarmente dif­
ficili per ragioni propriamente storiche. Che cosa significa?
In una economia socialista rimane totalmente valida la sfera
d’azione della legge del valore: « Il valore di una merce è
determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario al­
la sua produzione », diceva Marx nel Capitale. Il socialismo
è tuttora dominato dall’economia di mercato. La moneta, i
prezzi, i salari, gli investimenti, il capitale, la sua forma­
zione e la sua circolazione, tutto questo esiste ancora. La dif­
ferenza — di fondo — con il capitalismo sta nel sistema
di proprietà. Qui l’appropriazione è privata, nel socialismo è
collettiva. Il plusvalore non esiste piu in quanto tale e non
si ha piu formazione di profitto capitalistico, ma i prezzi
sono ancora determinati dalla legge del valore, il prodotto
del lavoro è diviso tra il produttore (l’operaio) e la collet­
tività, rappresentata dallo Stato che valuta la somma di que­
sti prodotti in funzione dei bisogni della collettività cosi co­

206
me esso li intende tenendo conto delle necessità storiche
(ad esempio gli investimenti per l’industria atomica e spa­
ziale, l’informatica per lo sviluppo culturale, l’insegnamento,
ecc.). Ebbene, una simile economia è certo piu vicina al
capitalismo che non al comuniSmo.
Il fenomeno staliniano si è manifestato sul terreno del
formarsi di questo modo di produzione socialista, di questo
assetto economico e sociale. Osserviamo le conseguenze so­
ciali di queste trasformazioni economiche. Grazie allo svilup­
po delle forze produttive, è nata una classe operaia (che
non esisteva nel 1922 e che era numericamente esigua nel
1913). Nel 1950 si contavano complessivamente 40.400.000
operai e impiegati e 50.300.000 nel 1955 (circa 45 mi­
lioni nel 1953). Il numero degli operai (grande industria,
edilizia, trasporti) può essere valutato nel 1953 intorno ai
25 milioni.
La proprietà privata dei mezzi di produzione e di scam­
bio scomparve quasi interamente nell’industria fin dal 1935,
e così pure il commercio privato; sopravvissero solo le coo­
perative artigiane, gli artel. In agricoltura i cambiamenti
sono non meno rilevanti: la piccola proprietà contadina è
scomparsa fin dal 1937. I colcos (cooperative di produzione)
contano 30 milioni di contadini, i sovcos (aziende di Stato)
5 milioni. Gli intellettuali sono divenuti una categoria im­
portante della popolazione sovietica fin dal 1953.
Nel 1913 il numero complessivo degli studenti era di
112.000 per le università e le scuole superiori. In com­
plesso, 1.500.000 russi e allogeni avevano superato lo stadio
dell’insegnamento primario.
Nel 1940 si contavano 811.700 studenti, 585.000 dei
quali a tempo pieno; nel 1953 il loro numero era salito a
1.562.000 (1.042.700 a tempo pieno). Questi dati danno una
chiara idea non solo delle trasformazioni culturali, ma anche
delle incredibili trasformazioni sociali realizzatesi nell’URSS
in questo periodo.

207
L’industrializzazione del paese è stata accompagnata da
un intenso processo di urbanizzazione, come dimostra la
seguente tabella:

Popolazione totale Città Campagna


(milioni (milioni (milioni
di abitanti) di abitanti %) di abitanti %)
1912 159,2 28,5 18 130,7 82
1940 194,2 63,1 33 131 67
1953 188 80,2 43 107,8 57

(Annuario statistico: L’economia nazionale dell’URSS nel 1972, p. 7)

Dal 1913 al 1953, quindi, le città hanno visto aumen­


tare la loro popolazione di 51.500.000 abitanti. L’industria­
lizzazione e l’urbanizzazione si sono realizzate « a tutto va­
pore », come voleva Stalin, soprattutto se si tiene conto
delle guerre e di tutti gli avvenimenti storici di cui abbiamo
parlato. In effetti, queste gigantesche trasformazioni si sono
sviluppate in trentasei anni (1917-1953), nove dei quali so­
no stati anni di guerra; si può dire quindi che si sono rea­
lizzate in soli ventisette anni, o addirittura in venti se si
tiene conto delle distruzioni dovute alle guerre e alla rico­
struzione.
Come osservava giustamente Isaac Deutscher nel 1954:
« Nessuna delle grandi nazioni occidentali ha realizzato la
sua rivoluzione industriale in un lasso di tempo tanto breve
è in condizioni tanto irte di ostacoli » 1.
I capitalisti sono scomparsi fin dal 1936 ed è difficile,
anche per gli ingegni piu acuti, farli figurare, in una analisi
della società sovietica del 1953. È allora che si pone piut­
tosto il problema dei « burocrati » e della burocrazia.
Per alcuni storici, non ultimo Bettelheim, l’URSS non
sarebbe uno Stato operaio, socialista, bensì uno Stato buro-

1 I. Deutscher, La Russia dopo Stalin, Milano, 1954.

208
cratico nel quale una nuova classe, la « burocrazia », oppri­
merebbe e sfrutterebbe gli operai e i contadini. Di qui la
definizione datane dallo stesso Bettelheim: « uno Stato capi­
talistico di tipo particolare ». Il fenomeno staliniano avreb­
be qui le sue radici di classe. Un’idea che era stata sugge­
rita già nel 1921 dall’opposizione operaia per la penna di
Kollontaj e di Sljapnikov. Lenin, invece, aveva detto che lo
Stato sovietico era uno Stato operaio con talune deforma­
zioni burocratiche, il che non è certo la stessa cosa. Furono
alcuni trotskisti a riprendere piu chiaramente il concetto.
Rakovskij, allora esiliato in Siberia, lo scrisse fin dal 1929
(Bollettino dell’opposizione, n. 15-16, 1930). Lo stesso
Trotskij (La rivoluzione tradita} sembra esitare su una si­
mile caratterizzazione del fenomeno staliniano. L’idea è
espressa anche da Boris Suvarin nel suo Stalin (pubblicato
nel 1935). Ed è stato un trotskista italiano, Risi, ad insiste­
re maggiormente su questo tema in un’opera pubblicata nel
1939, La burocratizzazione del mondo.
Risi scrive che nella società sovietica gli sfruttatori non
si appropriano direttamente del plusvalore, come fa il capi­
talismo quando intasca i dividendi della sua impresa. Lo
fanno indirettamente, tramite lo Stato che incassa l’ammon­
tare complessivo del plusvalore nazionale e lo distribuisce
tra i suoi funzionari. Per Risi si trattava di uno stadio
inevitabile dello sviluppo della società, di « un progresso
storico ». Lo stesso Risi affermò, partendo da queste con­
siderazioni, l’affinità tra il nazismo, lo stalinismo e il New
Deal, al che Trotskij replicò (L’URSS in guerra} giustamente
che le differenze tra nazismo e stalinismo sul piano econo­
mico e sociale erano qualitative, quali che fossero le analogie
tra i metodi di governo.
Secondo Trotskij, « la burocrazia era sempre un’escre­
scenza parassitaria della classe operaia, pericolosa quanto può
esserlo un’escrescenza, ma non costituiva un corpo indipen­

209
dente ». Era piuttosto « una deviazione dal corso della rivo­
luzione » (Deutscher, Trotskij, v. 3, p. 609).
Le idee di Risi, che lo indussero a negare il carattere
socialista dell’URSS, lo fecero parlare di « convergenza » tra
i regimi capitalistico e socialista. La stessa tesi si ritrova in
Burnham (in Science and Society, A reply to comrade Trot-
skij) e soprattutto in The managerial revolution. Per Burnham
i manager sono destinati a dirigere le società industriali. Tesi
analoghe si ritrovano ancora in Raymond Aron, in Gilas e
in molti altri dopo di loro.
Ma cos’è realmente questa « classe burocratica »? Per­
ché la sua esistenza sia confermata nei fatti, la trasmissione
di questo « plusvalore » dovrebbe avvenire di padre in fi­
glio. Ora, non è sicuramente così. Nell’URSS le cariche nel
partito, nell’amministrazione, nella direzione delle fabbriche,
nei sindacati, ecc., non vengono trasmesse di generazione in
generazione. Sono cariche non trasmissibili. È vero che in
molti casi la carica ricoperta offre certi vantaggi, certi pri­
vilegi. Spesso i funzionari di partito, gli apparatčiki, sono
meglio pagati degli operai piu qualificati. Molti di loro
dispongono di una macchina o del diritto di acquistare in
magazzini speciali. Dopo la Nep il ventaglio dei salari era
piuttosto largo (in media da uno a dodici). Si può ammet­
tere che una parte — minima — del prodotto del lavoro
non distribuito ai salariati (sotto forma di salario) e ripresa
dallo Stato venga accaparrata dai funzionari di partito e del­
lo Stato in proporzioni abnormi. Si tratta di una logica con­
seguenza del fenomeno burocratico: ma di qui a parlare di
plusvalore, di classe burocratica, c’è di mezzo il mare!
Inoltre, questi vantaggi non trasmissibili sono in funzione
dell’incarico, e quindi revocabili. E non possono nemmeno
essere trasformati in beni mobili o immobili perché, se la
proprietà privata « personale » continua ad esistere, essa non
deve superare però certi limiti. I privilegi di cui godono i

210
burocrati permettono quindi loro di vivere meglio degli al­
tri sovietici, magari di vivere troppo bene rispetto ai piu,
ma questo non basta a creare una classe burocratica. Sotto
il socialismo possono anche esistere delle ingiustizie sociali,
è vero. Ma sarebbe un’utopia pensare il contrario, proprio
perché si tratta di socialismo e non di comuniSmo. Inoltre,
un simile ragionamento imporrebbe una identificazione tra
funzionari e burocrati, il che è sbagliato. È vero che il fe­
nomeno staliniano è burocratico, ma questo significa che il
ruolo degli uffici ha il sopravvento su quello delle masse,
che la decisione amministrativa ha il sopravvento sugli sti­
moli economici. Vuol dire che l’economia può essere mal
gestita, le città male amministrate, i colcos mal diretti per­
ché le decisioni vengono prese da funzionari incompetenti e
irresponsabili o che si sottraggono alle loro responsabilità
o che sono addirittura corrotti. Al XXI Congresso del PCUS
Chruščev ammise l’esistenza di questo fenomeno: « Metodi
difettosi si erano diffusi nella direzione del partito, dello
Stato e dell’economia: burocratismo, dissimulazione degli
errori, codardia. In questo ambiente erano nati molti adu­
latori, incensatori, gente che gettava la polvere negli occhi ».
Il male non è però specificatamente socialista, ma è
legato nelle nostre società contemporanee alle accresciute fun­
zioni, al ruolo sempre maggiore dello Stato. Non esiste forse
in tutti i paesi capitalistici, compreso il piu « liberale » di
loro, gli Stati Uniti? E in Francia, non esistono forse gravi
fenomeni burocratici in tanti ministeri? Si pensi al mini­
stero della pubblica istruzione, o a quello delle finanze. Il
male non è senza rimedio, ma corrode le nostre società.
In uno Stato socialista, e soprattutto nell’Unione Sovietica,
il pericolo può aggravarsi a causa delle tradizioni storiche e
dell’ipertrofia dello Stato. Se si pensa all’URSS cosi com’era
nel 1953, si può osservare che tutto appartiene allo Stato
e che è quest’ultimo ad occuparsi di tutto. Tende insomma
a dissolversi la distinzione tra lo Stato e la società civile,

211
il che, del resto, era già nelle tradizioni russe. Il socialismo,
in definitiva, ha accentuato un aspetto che già contraddi­
stingueva lo zarismo.
Contro l’onnipotenza dello Stato e contro le sue conse­
guenze burocratiche i rimedi sono due soltanto: l’incentiva-
• zione economica e la democrazia. Incentivazione economica
significa razionale utilizzazione dei meccanismi dell’economia
di mercato. Il burocrate scompare dinanzi alle necessità fi­
nanziarie, alla redditività dell’officina, del complesso, del
ministero; anche l’interessamento materiale dei singoli può
svolgere una funzione determinante nella lotta contro la
burocrazia. È quanto avviene in una grande azienda capi­
talistica: le tendenze burocratiche vengono vanificate dalle
necessità del prezzo di costo e della concorrenza e dai van­
taggi finanziari che i dirigenti della ditta ricavano dalla loro
eliminazione. Ora, contrariamente a quanto sostengono molti
studiosi, la politica staliniana dopo il 1929 ha fatto scarso
ricorso a questi incentivi economici. Stalin si è limitato ad
aprire piuttosto largamente il ventaglio dei salari, ma il prin­
cipio dell’interessamento materiale non è stato applicato né
nel commercio, né nell’agricoltura, né nella stessa industria.
Le aziende non beneficiavano di autonomia finanziaria e la
pianificazione, centralizzata al massimo, si era estremamente
burocratizzata. Erano le direzioni dei ministeri interessati (i
glavki) a decidere per le aziende, per i trust e i complessi,
e a decidere in modo capillare e da lontano. Il risultato
era spesso un ritardo considerevole negli approvvigionamenti
di materie prime e in pezzi staccati, uno sperpero conside­
revole nei trasporti e nella rete distributiva. Il numero dei
funzionari moscoviti era enorme se si pensa che negli anni
successivi due milioni di loro, che lavoravano nei glavki
moscoviti, poterono essere trasferiti altrove. Questi glavki
lavoravano inoltre in modo empirico, cosi come i servizi del
Gosplan (il piano di Stato), con i quali mantenevano rap­
porti estremamente ridotti. Era questa la burocrazia. Il si-

212
stema di gestione era « antieconomico » in tutte le istanze.
Aggiungiamo che questi problemi venivano gravemente sot­
tovalutati. Non esistevano scuole per la formazione di tec­
nici della gestione né scuole per il commercio, l’ammini­
strazione o le tecniche finanziarie. Non veniva insegnata la
sociologia. Quanto all’economia politica, essa era sottoposta
ad un tale controllo ideologico e poliziesco che il suo svi­
luppo veniva ostacolato nella maggioranza dei settori vera­
mente utili. Ad esempio, era vietato l’impiego della mate­
matica nelle scienze economiche. I lavori di Kantorovič (Me­
todi matematici di organizzazione e di pianificazione della
produzione}, pubblicati nel 1939, furono utilizzati solo verso
la fine degli anni cinquanta, ed altre opere dello stesso Kan-
torovič, scritte nel 1941, furono pubblicate non prima del
1959. Il sistema creditizio era rimasto arretratissimo. Le
statistiche erano manipolate e falsificate. Dal 1933 al 1953
furono spesso pubblicati solo percentuali, indici o addirit­
tura cifre gonfiate, e quindi false. Per nascondere le diffi­
coltà dell’agricoltura, le autorità sovietiche menzionarono il
raccolto cerealicolo in campo (raccolto biologico) e non piu,
come avveniva prima nell’URSS (e come avviene dovunque),
immagazzinato. Il sistema burocratico giunse cosi a negare
le leggi economiche, a non tener conto della realtà. Le pos­
sibilità economiche del socialismo furono pertanto grave­
mente sottovalutate. I risultati conseguiti sono tanto piu
considerevoli, ma sono dovuti in realtà alla razionalità del
socialismo.
Quanto alla democrazia, essa costituisce un altro mezzo
di lotta contro la burocrazia. Se non basta da sola a com­
battere il fenomeno burocratico, può contribuirvi però note­
volmente. E non alludiamo tanto alla democrazia politica in
generale, ad esempio al diritto di votare ogni cinque anni
per eleggere un deputato ed ogni sette per eleggere il pre­
sidente della repubblica, quanto piuttosto alla democrazia
economica e sociale, al controllo e all’iniziativa delle masse,

213
all’attività dei sindacati, alle possibilità di gestione democra­
tica delle aziende, al diritto di espressione sulla stampa, alla
radio o alla televisione, alla libertà in letteratura, nel tea­
tro, nel cinema, nell’arte.
Invece, è avvenuto precisamente il contrario. È vero che
si è compiuto uno sforzo reale per creare un nuovo atteg­
giamento verso il lavoro, per migliorarne la produttività e
l’organizzazione grazie ad un movimento di massa fondato
sulla iniziativa e sull’entusiasmo popolari. Nato con i « sa­
bati comunisti » alla fine della guerra civile, questo movi­
mento si è sviluppato con gli operai d’avanguardia, gli udar-
niki, e poi con lo stachanovismo. Stachanov era un mina­
tore del Donbass che aveva polverizzato tutti i record di
produzione. Il suo esempio fu largamente propagandato, tan­
to che nel novembre 1935 si tenne addirittura una confe­
renza degli operai stachanovisti, con tremila delegati rac­
colti al Cremlino.
Le fotografie degli operai migliori erano esposte all’in­
gresso delle officine. Venivano loro concessi alcuni privilegi
(premi, ferie, ecc.). Il movimento stachanovista aveva mo­
tivazioni pedagogiche evidenti e che non vanno sottovalu­
tate. Si creò insomma una « mistica » dell’industrializzazione
rilevata a suo tempo da molti osservatori anche dai piu ac­
cesamente antisovietici.
Dopo la risoluzione del XVI Congresso del partito
(1930), i sindacati si erano visti affidare compiti di stimo­
lazione della produzione e di partecipazione alla gestione.
Il diritto di sciopero non esisteva. Lo sciopero veniva seve­
ramente represso dalla legge. Nel 1933 il commissariato del
popolo per il lavoro si fuse con i sindacati.
Il 20 dicembre 1938 entrò in vigore un libretto operaio
che permetteva un rigoróso controllo della manodopera. Sul­
le Izvestija si potè leggere il seguente commento: « D’ora in
poi, al momento delle assunzioni bisognerà presentare il li­
bretto di lavoro, che contiene tutti i dati sul lavoro del suo

214
portatore, sui suoi trasferimenti dall’una all’altra azienda e
sui motivi di questi trasferimenti ». L’assenza ingiustificata
(progni) fu punita con sei mesi di lavoro forzato da scontare
in loco ma con una diminuzione salariale del 25%.
Il 26 giugno del 1940 fu promulgato un decreto che
proibiva ai salariati di cambiare azienda o lavoro. Una mi­
sura destinata a preparare la guerra? Non sembra, poiché
sanzionava una realtà di fatto e fu mantenuta fino al 1953.
Solo il direttore dell’azienda poteva autorizzare il salariato a
cambiare azienda o lavoro.
I salari erano fissati dalle direzioni centrali dei mini­
steri. La legge del 2 ottobre 1940 sulle riserve del lavoro
decise che un mibone di giovani sarebbe stato indirizzato
ogni anno verso l’industria dopo un tirocinio professionale
di due anni al massimo e con l’impegno di lavorare per
almeno quattro anni. Questo ukase rimase in vigore fin dopo
il 1953.
In alcune professioni la regolamentazione era ancora piti
rigida, ad esempio nelle ferrovie e nell’industria bellica. In
caso di assenza ingiustificata ripetuta, veniva applicata ai
colpevoli la legge sull’« abbandono del lavoro »: la condan­
na era a due-quattro mesi di carcere, con perdita dell’al­
loggio.
Quanto ai colcosiani e ai sovcosiani, essi non potevano
abbandonare il luogo di lavoro senza espressa autorizzazione
delle autorità.
Sappiamo già che la democrazia politica esisteva solo
nei testi costituzionali e mai nella realtà. I risultati ottenuti
in campo economico e sociale furono pertanto raggiunti a
prezzo di sforzi e di sacrifici indicibili. Le scelte del 1929
(industrializzazione accelerata e collettivizzazione delle ter­
re) avevano ancora pesanti conseguenze: legittimando il ri­
corso alla coercizione e alla burocrazia contro il popolo, ave­
vano dato vita al terrore e alla dittatura di Stalin. Il prezzo
pagato per queste trasformazioni fu durissimo. Il fenomeno

215
staliniano contribuì a sviluppare le forze produttive e a tra­
sformare radicalmente la società, ma, al tempo stesso, « fre­
nò » questo sviluppo e queste trasformazioni. La sua con­
traddizione di fondo — socialismo-dispotismo — trovò pro­
prio qui la sua piena espressione. Da un lato, funziona­
vano i meccanismi dell’economia socialista, dall’altro il di­
spotismo impedi che si mettessero a frutto tutte le possi­
bilità del socialismo e ne dissimulò i grandi vantaggi sul
piano della razionalità, della concentrazione degli sforzi, del­
l’identificazione con l’interesse generale. Capita talvolta di
udire sinceri difensori dell’Unione Sovietica sostenere che il
fenomeno staliniano era necessario se pur condannabile nelle
sue conseguenze piu drammatiche. A mio avviso, un simile
punto di vista denota una scarsa conoscenza della realtà so­
vietica all’epoca di Stalin. Se il terrore si fosse tradotto
unicamente nella scomparsa di qualche migliaio di controri­
voluzionari, nella morte violenta di alcuni comunisti vittime
di errori giudiziari, il loro ragionamento non sarebbe total­
mente infondato. Ma non è cosi.
Il lavoro forzato esercitò ad esempio un ruolo econo­
mico relativamente importante. Lo si è visto a proposito
del canale Baltico-Mar Bianco. Senonché, a partire dal 1936
il sistema si diffuse, i campi di concentramento si molti­
plicarono nelle regioni settentrionali ed orientali, fu usata
manodopera dei campi nelle miniere di carbone e dei me­
talli preziosi e non preziosi, nella costruzione di ferrovie
(il Turksib) e persino nei grandi cantieri edilizi di Mosca
e delle grandi città (i primi grattacieli) e, tanto per fare
un esempio, nella metropolitana. Intere regioni erano con­
trollate dal Gulag, come nel caso del Dalstroj (rete di can­
tieri in estremo oriente). Una parte dei deportati era con­
dannata a vivere in regioni povere nelle quali la vita era
particolarmente dura a causa del freddo intenso. Non erano
campi di sterminio, si dirà: ma l’esistenza che vi si condu­
ceva era durissima e la mortalità elevata a causa delle con­

216
dizioni di lavoro e di clima. Oltre ai racconti dei superstiti
dei campi, pubblicata sotto forma di memorie o di racconti
romanzati (Ginzburg, Viaggio nella vertigine-, Salamov, Rac­
conti di Kolyma-, Solženitsin, Una giornata di Ivan Deniso-
vič e le preziose testimonianze di Arcipelago Gulag), pos­
sediamo un documento importante sulla manodopera dei
campi di concentramento: Il piano statale di sviluppo del­
l’economia nazionale per il 1941. Il testo, non destinato
alla pubblicazione, fu trovato dai nazisti, come gli archivi
di Smolensk, durante l’invasione. Vi si legge che il NKVD
riceveva 6 miliardi 810 milioni di rubli di investimenti su
un totale di 37 miliardi 650 milioni, vale a dire il 18%
circa dell’ammontare complessivo. I calcoli fatti da Jasny
indicano che il NKVD controllava nel 1941 circa 1.172.000
lavoratori sui cantieri edili, ai quali vanno aggiunte la ma­
nodopera del Dalstroj e quella delle miniere, delle officine
belliche e delle aziende forestali. Jasny arriva alla cifra at­
tendibile di 3.500.000 deportati nel 1941. Naturalmente, si
deve considerare che questa cifra fu superiore nel 1937-1938
nonché negli anni postbellici. La cifra complessiva dal 1930
al 1953 potrebbe essere quindi valutata a piu di 12 milio­
ni. Quanto alla mortalità, è difficile farne un’esatta valuta­
zione per mancanza d’informazioni precise, ma fu comunque
fortissima.
Per quanto diffuso e scandaloso potesse essere l’impiego
di manodopera prelevata dai campi di concentramento, si
trattava tuttavia « di un fattore che s’inscriveva ai margini
del sistema » (Deutscher, La Russia dopo Stalin) in quanto
rappresentava appena un decimo della manodopera industriale.
Dal punto di vista comunista, il fenomeno staliniano non
può avere giustificazione alcuna. Esso fu il frutto di una
serie di cause di vario carattere, economico, politico, ideale,
nelle quali i fattori personali svolsero un ruolo conside­
revole.
Gli avversari del socialismo si servono del fenomeno

217
staliniano per combattere lo stesso socialismo in paesi nei
quali non esistono le cause che gli dettero vita e dove il
terreno storico è radicalmente diverso. Invece, il fenomeno
staliniano va decisamente dissociato dal socialismo. Da difen­
dere, nel socialismo sovietico, non sono le sue deviazioni, le
sue escrescenze, le forme contingenti e specifiche che esso
ha potuto assumere, quanto piuttosto i suoi meccanismi eco­
nomici di fondo, le sue conseguenze sociali e culturali, la
sua razionalità.
Quali sono i rapporti intercorrenti tra fenomeno stali­
niano e lotta di classe? Secondo Stalin, la sua politica espri­
meva gli interessi della classe operaia e si spiegava con lo
aggravarsi della lotta di classe dovuto all’attività ostile del­
la borghesia. Ora, la borghesia russa non aveva nel 1928 che
forze disperse. Naturalmente, v’erano i nepmen e i kulaki, ma
non rappresentavano una forza politica coesa. Inoltre, lo
Stato socialista controllava rigidamente l’esercito e la poli­
zia, nonché le principali leve economiche. Stalin si appel­
lava all’azione fin troppo reale dell’imperialismo straniero
— francese, inglese e americano, e poi tedesco e giappo­
nese, e poi ancora americano e inglese — per giustificare la
propria politica. Allo stesso modo, si appellava alla neces­
sità di lottare contro i kulaki per accrescere a poco a poco
l’area della repressione, che infatti coinvolse anche i conta­
dini medi o gli stessi contadini poveri. Il terreno sul quale
crebbe il fenomeno staliniano fu effettivamente quello della
lotta di classe, ma ben presto Stalin oltrepassò quest’ambito
per condurre una politica che con quella lotta aveva solo
un rapporto indiretto. Nel 1937 i kulaki e i nepmen non
esistevano piu. Erano stati completamente liquidati, depor­
tati e per lo piu uccisi. Un certo pericolo poteva profilarsi
sul piano interno nel 1929, ma certo non piu nel 1937. In
nome della teoria dell’« aggravarsi della lotta di classe a
misura che si costruisce il socialismo », Stalin prese a per­

218
seguitare gli stessi comunisti, accusati di essere agenti dello
imperialismo straniero. Ma anche questo si spiega con la
logica stessa del sistema: il partito comunista costituiva la
unica reale forza di opposizione a Stalin nelle condizioni
dell’Unione Sovietica del 1934. La lotta di classe non ebbe
piu, allora, la copertura politica e ideale destinata a giu­
stificare il fenomeno staliniano.
Qualunque spiegazione di tale fenomeno con la lotta di
classe tende, a mio avviso, lo si voglia o no, a riprendere
la tesi stalinista che servi a giustificare il terrore. Questo
non aveva altro fondamento obiettivo se non quello nato
dal terreno storico sul quale si evolse il fenomeno staliniano.
Gli interessi della classe operaia o i compiti della lotta di
classe non possono assolutamente né spiegarlo né giustifi­
carlo. Mascherato o meno sotto il velo dell’« umanesimo »,
il fenomeno staliniano non ebbe niente a che vedere con la
prassi politica della II Internazionale, né con l’umanesimo
piccolo-borghese. Non sono in causa né Kautsky, né Hilfer-
ding, né Bernstein, né Kant, né Bentham, bensì realtà asso­
lutamente nuove nate dalle condizioni particolari nelle quali
si sviluppò il primo esperimento socialista della storia. In
particolare, 1’« espansione » della produzione e la produtti­
vità erano una necessità assoluta per un’economia socialista.
Se questi fattori fossero venuti a mancare, essa non avrebbe
potuto edificarsi, soprattutto nella situazione del 1922. Quan­
to alla libertà, essa fu per Stalin nulla piu che una maschera
ideologica destinata a coprire una politica di terrore che
nulla poteva giustificare. Il malato non è responsabile del
cancro che lo divora: allo stesso modo l’espansione econo­
mica e la produttività non hanno alcuna responsabilità nel
fenomeno staliniano. Le condizioni storiche della Russia e
della rivoluzione avevano creato uno Stato socialista di tipo
particolare, con strutture, tradizioni, circostanze ed uomini
che resero possibile lo stalinismo e gli conferirono il volto

219
che gli conosciamo. Non a caso Bettheleim, lo giustifica *,
almeno in certa misura. Non nego che Stalin abbia avuto
anche dei meriti. Il socialismo in un solo paese era Tunica
via possibile dopo il fallimento della rivoluzione in Europa.
La priorità assegnata all’industria pesante era una necessità
imposta dallo sviluppo economico. Nell’ottobre-novembre del
1941 Stalin seppe essere paziente e deciso mentre le truppe na-
ziste erano a venti chilometri da Mosca. Ma non è dei meriti di
un uomo che stiamo parlando, o dei suoi difetti, quanto
piuttosto del modo in cui il socialismo è stato edificato nel­
l’Unione Sovietica e delle ragioni per le quali è stato edi­
ficato precisamente in questo modo e non in un altro.
Sono d’accordo con quanto dice L. Althusser sulla ne­
cessità di un’« analisi marxista e scientifica » di questi pro­
blemi. Essa però non può partire se non da un’analisi dei
processi che si sono storicamente costituiti.

Alcuni sostengono che il fenomeno staliniano ebbe la sua


matrice in un’economia di guerra. L’economista polacco
Oskar Lange scrive ad esempio: « È un’economia di guerra
generis ». Una tesi interessante, in quanto ci sembra con­
tenere una verità profonda dal punto di vista storico. La sto­
ria dell’URSS fino al 1953 fu la storia delle guerre che si
combattevano, alle quali ci si preparava e delle quali si do­
vevano poi curare le ferite. Questo contesto non potè non
influire sullo sviluppo economico e sui metodi di direzione
dell’economia, nonché sullo stesso sistema politico. Lo stes­
so Stalin considerava il settore economico come un vero e
proprio fronte, e tutti i termini da lui impiegati lo atte­
stano chiaramente. Ci vorrebbero studi piu approfonditi del
vocabolario storico, ma è certo che nei suoi discorsi si par-

1 «Stalin ha commesso gravi errori [sic] [...] Gli errori commessi


erano sicuramente inevitabili », Ch. Bettheleim, La lotta di classe nel-
IVRSS, V. 1, p. 38.

220
lava sempre di « fronte », di « battaglia », di « mobilitazio­
ne », di « esercito », ecc. Le necessità contingenti e le abi­
tudini che ne derivarono per molto tempo a venire accen­
tuarono gli aspetti militari della politica economica stalinia­
na: lo dimostra l’importanza attribuita alla « disciplina del
lavoro », uno dei temi prediletti della stampa sovietica del
tempo. Molti risvolti del fenomeno staliniano si spiegano
proprio col ruolo della guerra nella storia sovietica. « Fortez­
za assediata », l’Unione Sovietica doveva presentarsi come
un immenso campo trincerato. Proprio per questo, ad esem­
pio, era proibito agli stranieri di circolare nel paese, di scat­
tare fotografie, addirittura di far domande. Tutto era se­
greto militare, almeno fino al 1953. Non esistevano né elen­
chi telefonici né mappe delle città. Quanto alla « spionite »,
essa dilagava dovunque: « Tacete, diffidate, il nemico vi
ascolta » era uno dei temi favoriti della stampa sovietica.
Logica conclusione: l’operaio doveva restare nella sua offi­
cina, il colcosiano nel suo campo, il soldato nella sua unità,
e tutti dovevano essere disciplinati al massimo perché, come
tutti sanno, la disciplina è la spina dorsale degli eserciti.
Tutta l’Unione Sovietica era quindi un vero e proprio eser­
cito. E, logicamente, era vietata qualsiasi critica, perché
avrebbe rischiato di mettere in causa l’unità dell’esercito, e
dunque la disciplina.
Con tutto questo, direi che la definizione di Lange è
insufficiente, nel senso che si trattò di un’economia di guer­
ra socialista; ora, questo dato di fatto, se da un lato, in
certa misura accrebbe la sua rigidità a causa del ruolo quasi
esclusivo della proprietà statale, dall’altro poteva facilitarne
la scomparsa. Fu un dato di fatto imposto dalle circostanze
piu che da un vero e proprio proposito nato da una certa
struttura economica e da una determinata dottrina politica.
Niente a che vedere, ad esempio, con il nazismo, in cui il
riarmo dell’economia assolveva un ruolo fondamentale, vita­
le. Il riarmo dell’economia e il militarismo rappresentavano

221
per Hitler i mezzi fondamentali per raggiungere l’obiettivo
che si proponeva, e cioè la dominazione germanica sul
mondo.
Per Stalin, invece, essi furono soltanto la risposta piu
semplice, piu rapida, piu efficace ad una certa situazione:
il ritardo sovietico di fronte al mondo capitalistico e la mi­
naccia continua di un’aggressione. Com’è noto, la distanza
piu breve tra due punti non è necessariamente la linea retta.
Ciò che oggi è piu efficace non è obbligatoriamente ciò che
darà domani i migliori risultati. Ciò che è piu semplice in
un certo momento può rendere le cose piu complicate in
avvenire. Collettivizzare le terre con la forza, spingere i con­
tadini nei colcos a colpi di knut era una soluzione rapida,
semplice, efficace. Ma quali difficoltà doveva generare per
l’avvenire una simile politica!
Nel 1941 l’agricoltura sovietica non si era ancora ripresa.
La situazione, aggravata dalla guerra e dalle distruzioni na-
ziste, non era certo migliore nel 1953. Era giusto creare
una grande agricoltura scientifica e meccanizzata sulla base
della cooperazione, ma l’Unione Sovietica, nel 1930, non
aveva i mezzi necessari. Non possedeva né un’industria chi­
mica avanzata, indispensabile per la produzione di concimi
in quantità sufficiente, né una metallurgia abbastanza svilup­
pata per una fabbricazione qualitativamente e quantitativa­
mente sufficiente di macchinari agricoli, né abbastanza agro­
nomi per assicurare una scelta razionale delle colture, delle
rotazioni e delle specie adatte alle condizioni di clima e di
terreno, tanto diverse nell’enorme superficie dell’Unione So­
vietica, e spesso tanto difficili.
La fatale precipitazione di cui aveva parlato Lenin a
proposito di Stalin su un tema diverso (i rapporti con le
nazionalità non russe) si manifestava qui in modo tragico,
ma non era una scelta del solo Stalin. La maggioranza dei
comunisti, non prevedendo le conseguenze di questa poli­
tica, la consideravano giusta, anche quelli che dovevano pa­

222
gare con la propria vita — e furono centinaia di migliaia
— quest’errore fatale. Il volontarismo e il soggettivismo del­
la politica staliniana erano incredibili. Basta rileggere i testi
di Sabsovič o di Strumilin degli anni 1929-1930. Il primo,
un economista del Gosplan, prevedeva un incremento annuo
della produzione industriale intorno al 40-50%. Nel 1936 la
produzione sovietica doveva a suo avviso raggiungere la pro­
duzione americana. Quanto a Strumilin, egli confutava il
concetto di legge economica: « Il nostro compito non è di
aiutare la scienza economica, ma di trasformarla. Non siamo
legati da alcuna legge. Non v’è fortezza che i bolscevichi
non possano prendere d’assalto. La questione dei ritmi di
sviluppo dipende dalla volontà degli esseri umani » {Econo­
mia pianificata, n. 7, 1927, p. 11). Al XVIII Congresso, nel
1939, Kosygin, allora commissario del popolo per l’indu­
stria tessile, disse che la produzione americana sarebbe stata
superata nel giro di pochi anni. Ora, non fu soltanto la se­
conda guerra mondiale ad impedire la realizzazione di que­
sto obiettivo altamente utopistico. Ancor oggi, nel 1975, la
Unione Sovietica è ben lontana dall’averlo raggiunto.
Tutto quanto si è detto permette di capire meglio il
bilancio economico e sociale del 1953. L’URSS era dive­
nuta la seconda potenza mondiale. Possedeva un’industria
pesante in pieno sviluppo, ma l’industria leggera restava a
livelli appena mediocri. L’agricoltura produceva meno, pro
capite, che nel 1913. La società si era trasformata in modo
radicale. L’industria e il commercio erano stati compieta-
mente socializzati, l’agricoltura collettivizzata. L’arretratezza
culturale era quasi totalmente scomparsa. Sussistevano talune
classi sociali — operai, colcosiani — ed erano nati strati
sociali intermedi.
Da un lato, le conseguenze della seconda guerra mon­
diale spiegano in parte — la piu importante — il persistere
delle difficoltà anche dopo il 1946. Ma soltanto in parte.
Il fenomeno staliniano, vale a dire la direzione burocratica,

223
dispotica e volontaristica, ha una grossa responsabilità in una
situazione che può essere spiegata sempre piu chiaramente
via via che ci si allontana nel tempo dalla guerra. I successi
economici avevano limiti derivanti dalle condizioni nelle quali
erano stati ottenuti. L’economia socialista e la pianificazione
avevano favorito lo sviluppo dell’industria pesante, ma lo sta­
linismo non permetteva di superare le difficoltà negli altri
settori economici (industria leggera, agricoltura) e di miglio­
rare la produttività.
Comunque, già nel XVIII secolo, a coloro che s’indigna­
vano per il modo in cui Pietro il Grande aveva costruito
San Pietroburgo — centomila servi erano morti nei cantieri
della città — Voltaire rispondeva: « Ma, in fin dei conti,
la città esiste! ».
È vero: nel 1953 il socialismo esisteva nell’URSS anche
se vi aveva assunto un volto che la storia può spiegare ma
non giustificare. Il fenomeno staliniano fu un freno per la
realizzazione di nuovi progressi sia all’interno che all’estero.
Al tempo stesso, però, era nato un terreno nuovo che ten­
deva a rigettarlo. Il fenomeno staliniano costituiva un siste­
ma di governo e di gestione economica sempre meno adatto
alle necessità del suo tempo e sempre piu in contraddizione
con la situazione reale dell’Unione Sovietica.

224
Vili. Lo Stato socialista e la democrazia

Il socialismo non può risolvere con un colpo di bacchetta


magica i problemi del governo degli uomini, ben più diffi­
cili e complicati da risolvere che non quelli attinenti all’eco­
nomia. Proudhon non era nel giusto quando privilegiava la
lotta contro « il governo dell’uomo » rispetto a quella che
si doveva condurre contro lo « sfruttamento dell’uomo da
parte dell’uomo ». Marx, invece, aveva stabilito tra questi
due momenti una gerarchia delle « urgenze ». Eliminando lo
sfruttamento dell’uomo, si creavano le condizioni favorevoli
per l’abolizione del governo dell’uomo da parte dell’uomo.
Col comuniSmo lo Stato è destinato a scomparire. Ma il so­
cialismo è ben lontano dal comuniSmo. Lo Stato sussiste e
sussisterà ancora per molto tempo. Non è escluso che, nel
processo di evoluzione del socialismo, il suo ruolo sia desti­
nato a ridursi. Cosi non è stato nell’Unione Sovietica, né
avrebbe potuto esserlo. La necessità dello Stato, nell’URSS,
era reale proprio a causa della minaccia continua rappresen­
tata dall’imperialismo e delle esigenze dell’economia. Le tra­
dizioni, poi, aggiungevano il loro peso a queste necessità:
non senza pericolo, come doveva dimostrare ampiamente lo
avvenire. È precisamente al livello delle sovrastrutture che
va cercata la chiave per la comprensione del fenomeno sta­
liniano. I fenomeni di classe, i rapporti tra le classi sociali
e le loro lotte costituiscono lo sfondo di quella singolare tra­
gedia che è la storia, ma il rapporto tra i vari elementi co-

225
stitutivi dell’infrastruttura e della sovrastruttura non è né
diretto né immediato. Lo Stato è sempre lo strumento di
dominazione di una classe, ma si costituisce e si sviluppa a
partire da determinate situazioni storiche, e non in assoluto.
Ogni Stato ha pertanto la propria specificità, singolar­
mente accentuata dall’ampiezza assunta ai nostri giorni dal
fenomeno nazionale. Nonostante le maggiori facilità di co­
municazione tra i popoli, i fattori nazionali hanno assunto
un’importanza tale per cui oggi si osserva una maggior dif­
ferenza tra gli Stati di quanta non ve ne fosse nel XVII e
nel XVIII secolo. Al tempo stesso, i progressi tecnici e scien­
tifici hanno offerto allo Stato maggiori possibilità d’informa­
zione, di controllo e d’intervento nella vita quotidiana di
quante non ne abbia mai avute sinora, e in un momento in
cui le sue funzioni si accrescono. Stalin aveva a sua dispo­
sizione mezzi infinitamente superiori per governare di quanti
non ne avevano avuto a loro tempo Alessandro, Giulio Cesare,
Pietro il Grande o Napoleone. Grazie al telegrafo e alla
radio, era informato di ciò che avveniva negli angoli piu
remoti dell’Unione Sovietica, praticamente via via che si
svolgevano. Grazie all’aviazione, gli agenti del potere cen­
trale potevano recarsi dovunque nel giro di poche ore, o le
autorità locali essere convocate in breve tempo a Mosca. In
simili condizioni, ogni Stato diviene piu popolare, perché il
fondamento del potere — anche nelle dittature — è l’ap­
poggio popolare, altrettanto importante del potere di cui di­
spongono i detentori dell’apparato statale. Lo Stato, questo
Leviatano dei nostri giorni, tende ad assorbire tutto, divo­
rando istituzioni prima autonome, intervenendo nella vita
quotidiana di tutti i cittadini, controllandoli tutti, passo per
passo, fin dalla nascita.
Gli anarchici hanno condotto contro lo Stato lunghe
battaglie. Hanno intuito il pericolo, ma non hanno saputo
opporgli nient’altro che le folgori di una condanna morale
o l’esempio di poche personalità d’eccezione che tentavano

226
di vivere al di fuori delle regole stabilite, piu con un ritorno
ai costumi degli antenati che non con una nuova organizza­
zione della vita contemporanea. Marx aveva perfettamente
ragione di combattere gli anarchici, Proudhon, Bakunin, che
si rifiutavano di considerare prioritaria la lotta contro lo sfrut­
tamento dell’uomo da parte dell’uomo e di servirsi dello
Stato per combattere ed eliminare questo sfruttamento.
Lo stesso Marx intuì anche la necessità di liquidare lo
Stato capitalistico e di creare al suo posto uno Stato operaio
di tipo nuovo, del quale vide il modello nel governo della
Comune di Parigi. Nella Guerra civile in Francia egli in­
sistette sulla necessità per questo Stato operaio di liquidare
i corpi speciali di militari e di poliziotti, di avere funzionari
eletti, poco pagati e revocabili e, al tempo stesso, sottolineò
decisamente l’importanza per la classe operaia di disporre di
proprie organizzazioni e in primo luogo di un partito politico
indipendente dalla borghesia. E tuttavia, fedele alle origini del
socialismo e del comuniSmo, il programma politico che egli
proponeva era decisamente democratico. La « dittatura del
proletariato » era per lui un concetto teorico da contrappor­
re alla « dittatura della borghesia », per caratterizzare il con­
tenuto di classe del nuovo Stato che si doveva creare. È
significativo il fatto che nella Guerra civile in Francia, egli
non usò questa espressione, limitandosi a parlare del « go­
verno della classe operaia », del quale considerava un mo­
dello la Comune parigina. È vero che aveva parlato di « dit­
tatura del proletariato » in una lettera inviata a Weydemeyer
nel 1852 e che vi tornò sopra piu a lungo nella Critica al
programma di Gotha, nel 1875, ma si trattava ancora di
un concetto teorico di cui si servi in un contesto ben preciso
sempre per definire il contenuto di classe del potere di
fronte allo Stato capitalista dominato dalla « dittatura del­
la borghesia ».
Venne poi l’epoca della II Internazionale. Furono creati
partiti socialdemocratici che, nelle democrazie occidentali, de­

227
rivavano dallo stesso movimento democratico. Il programma
politico della Comune di Parigi presentava notevoli affinità
con il programma radicale di Belleville, adottato dagli elet­
tori di Gambetta nel 1869. Eletta a suffragio universale, la
Comune aveva soppresso l’esercito permanente, ridotto gli
effettivi della polizia, separato la Chiesa dallo Stato, dimi­
nuito gli stipendi degli alti funzionari, reso eleggibili alcune
cariche. Niente di specificatamente socialista, in queste mi­
sure, se non il fatto che esse furono realizzate dal « governo
della classe operaia ». I partiti socialdemocratici ebbero un
ruolo determinante nel diffondere il socialismo tra le mas­
se, piu nei suoi aspetti sociali e politici che sotto il punto
di vista teorico. Servendosi della democrazia borghese per
creare molte potenti organizzazioni, essi fecero leva sulla
aspirazione delle masse ad una maggiore eguaglianza e giu­
stizia sociale per collegare l’azione democratica e la coscienza
socialista. I successi elettorali, se non furono determinanti,
furono comunque soddisfacenti in molti paesi, e i partiti
divennero partiti di massa solidamente ancorati alle realtà
nazionali. Il Partito socialdemocratico tedesco fu la polena
della II Intemazionale. Nel 1914, con 1.700.000 iscritti, il
35% dei voti, 110 deputati e 4.000 funzionari, esso era il
piu importante dei partiti tedeschi e il piu forte dei partiti
socialisti del mondo.
In Francia la SFIO aveva piu di cento deputati ed un
ruolo importante nella vita politica francese. In Inghilterra
il partito laburista era divenuto una forza parlamentare, men­
tre le Trade Unions vedevano consolidarsi ed estendersi la
loro influenza. In Italia il partito socialista era forte, così
come in Austria-Ungheria.
La prima guerra mondiale segnò il fallimento del socia­
lismo democratico dell’Europa occidentale e centrale. Lenin
parlerà non senza ragione di « fallimento della II Interna­
zionale ». È vero che qua e là una corrente di sinistra ten­
tava di battersi contro il nazionalismo, il quale aveva avuto

228
il sopravvento sui partiti socialisti e li aveva convinti ad
allearsi con la loro borghesia, ognuno nel proprio paese, e
quindi a contrastarsi l’uno con l’altro. La rivoluzione sovie­
tica usci come un torrente dalla prima guerra mondiale. Col
fallimento delle rivoluzioni in Germania e in Ungheria, il
centro di gravità del movimento operaio si spostò in Rus­
sia. A cose fatte, si possono trovare per questo fenomeno
ragioni profonde e preesistenti che lo spiegherebbero come
una sorta di dato immanente della storia. Quanto a me, di­
rei piuttosto che si trattò di un seguito di circostanze in
cui la funzione delle masse e degli individui fu decisiva.
E non è uno dei crimini minori dello stalinismo l’aver ali­
mentato nel marxismo un dogmatismo storico che lo ha
impoverito e isterilito.
NeW.’Ideologia tedesca Marx osservava: «... è un pro­
cesso che sul terreno speculativo viene distorto al punto di
fare della storia successiva lo scopo della storia precedente,
di assegnare ad esempio alla scoperta dell’America lo scopo
di favorire lo scoppio della rivoluzione francese; per que­
sta via poi la storia riceve i suoi scopi speciali... » ’. La ri­
voluzione tedesca avrebbe potuto vincere, e quella sovietica
essere vinta. Lo Stato sovietico, cosi come si è edificato
dopo la guerra civile, rappresenta un sistema originale, asso­
lutamente diverso da quello descritto da Marx a proposito
della Comune di Parigi ed anche da quello che Lenin aveva
immaginato in Stato e rivoluzione e negli scritti del 1917,
quando scriveva: « I soviet, nuovo tipo di Stato senza bu­
rocrazia, senza polizia, senza esercito permanente ».
Nel 1922, come si è visto, la burocrazia dominava lo
Stato. La polizia politica era onnipotente. L’esercito rosso
contava cinque milioni di uomini. E per tutto questo c’erano
motivi eccellenti. Senza l’esercito rosso, senza il « terrore
rosso » e il « comuniSmo di guerra », i bolscevichi sareb­
bero stati liquidati ed ogni anno si celebrerebbe piamente

1 K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma, 1967, p. 27.

229
il ricordo della loro sconfitta come si commemora quello dei
comunardi sopraffatti dalle truppe di Versailles nel maggio
del 1871. Al tempo stesso, gli strumenti della vittoria del
potere sovietico e le condizioni nelle quali questa vittoria fu
ottenuta sollevavano problemi angosciosi dai quali, infine, il
fenomeno staliniano doveva attingere la propria essenza. La
funzione tentacolare dello Stato fu inoltre favorita, poten­
ziata dalla tradizione zarista, secondo la quale lo Stato russo
era dotato di poteri tanto piu grandi in quanto non v’erano
né classi sociali né uomini che potessero limitarli.
Lo spessore del tessuto democratico in Francia e in oc­
cidente data dal Rinascimento, si è formato attraverso secoli
di esperienze storiche, con movimenti alterni, di flusso e
riflusso, e sappiamo, dopo Hitler, come sia rimasto fragile
e sempre minacciato.
Quella che si suol chiamare la democrazia borghese « fu
imposta in larga misura » dalla classe operaia dopo le rivo­
luzioni del 1848. In Russia, invece, l’evoluzione storica è sta­
ta radicalmente diversa. Il tessuto democratico era estrema-
mente esiguo, una trama sottile formatasi nell’opposizione
allo zarismo, mentre in Francia si era formata attraverso
la rivoluzione borghese del 1789 e attraverso il socialismo
democratico del XIX secolo. Come aveva osservato Lenin, il
capitalismo aveva dato « una cultura e un’organizzazione de­
mocratica a tutti gli uomini, dal primo all’ultimo ».
L’isolamento dell’Unione Sovietica dopo il 1922, il ruolo
sempre piu importante dello Stato dal punto di vista eco­
nomico, sociale e culturale, i mezzi infinitamente maggiori
di cui disponeva, l’esistenza di un partito unico e onnipo­
tente aggravarono la situazione.
Le vicissitudini della storia sovietica che causarono lo
sviluppo del fenomeno staliniano sono oggi ben note. Co­
munque, non insisteremo mai abbastanza sul peso schiac­
ciante dello Stato, perché solo cosi ci sembra di poter pe­
netrare veramente a fondo in quello che fu lo stalinismo.

230
Il nuovo contenuto di classe di questo Stato, il suo fondamen­
to economico e sociale tendevano ad occultarci e ci hanno ef­
fettivamente occultato per decine di anni la gravità del feno­
meno. Non dimentichiamo inoltre che le società capitaliste
l’hanno subito almeno altrettanto, e talvolta anche piu grave­
mente, e che sono tuttora minacciate da un ritorno di fiamma
dal quale nulla garantisce che saranno risparmiate. Lo Stato è
ad un tempo necessario e pericoloso. Lo dimostra senza pos­
sibilità di equivoco la storia sovietica, lo si osserva a livello
del partito comunista. A poco a poco questo si è svuotato
della sua essenza democratica, con un processo lento e sot­
tile ma continuo ed inarrestabile. Rifacciamoci ad un esem­
pio preciso. Nel 1920, al X Congresso, la decisione di vie­
tare le frazioni fu accompagnata da misure destinate a svi­
luppare il dibattito democratico nel partito. La pubblica­
zione di un foglio di « discussioni » doveva permettere al
dibattito ideale di circolare orizzontalmente (all’interno di
una data organizzazione) e verticalmente (dal basso in alto
e dall’alto in basso). Senza la democrazia, il centralismo demo­
cratico si trasforma gradualmente in dittatura, ed è per lo
appunto quanto avvenne nell’Unione Sovietica alla fine degli
anni venti e agli inizi degli anni trenta. Ogni critica contro
Stalin divenne un delitto. Gli « oppositori », mandati a la­
vorare lontano da Mosca all’inizio degli anni venti, furono
espulsi dal partito a partire dal 1926. Fin dal XIV Con­
gresso (dicembre 1925) Stalin disse di Rjazanov, che lo cri­
ticava: « Rjazanov ha nostalgia del Turkestan »; e un bol­
scevico dichiarò: « Chi se la sente di alzare la mano contro
il segretario generale per farsi spedire a Murmansk o nel Tur­
kestan? ». Gli oppositori furono arrestati a partire dal 1932,
poi fucilati senza processo a partire dal 1936.
Gradualmente, questo stato di cose andò estendendosi
dalla direzione del partito a tutto il partito, alle organizza­
zioni e agli organismi superstiti: sindacati, Komsomol, appa­
rato statale propriamente detto. La mancanza di ogni libertà

231
di espressione impediva qualsiasi controllo sull’attività del
potere, il quale estese a poco a poco la propria sfera di
controllo e di repressione all’intera società. Lo Stato avvolse
nelle sue spire ogni momento della vita degli individui, la
scuola, il lavoro, gli svaghi. Presi separatamente, nessuno
degli elementi che dettero vita al fenomeno staliniano e che
lo caratterizzarono era scandaloso: il pericolo proveniva piut­
tosto dalla loro saldatura.
L’onnipotenza dello Stato si confuse con quella del par­
tito, quella del partito con quella di Stalin. Il ruolo del­
l’uomo, il suo carattere, i suoi metodi, la sua mentalità
accusavano taluni aspetti del fenomeno, ma certo non lo
crearono. Stalin, insomma, non fece che cristallizzare, che
ipertrofizzare realtà che esistevano prima di lui e che deri­
vavano dall’originalità della storia russa e poi sovietica e
poi dello Stato russo, allo stesso modo che, su un terreno
radicalmente diverso ed opposto, quello del grande capita­
lismo, Hitler cristallizzò e ipertrofizzò tratti originali della
storia tedesca e dello Stato germanico.
Il capitalismo ha prodotto forme politiche e Stati di
tipo estremamente diverso a seconda dei luoghi, delle epo­
che, delle nazioni. Lo stesso ha fatto il socialismo. .L’auto­
nomia del momento politico e ideologico rispetto al mo­
mento economico e sociale è molto maggiore di quanto non
si pensi, a causa dello stesso dogmatismo staliniano. E bi­
sogna vederne tutte le conseguenze. Se, « in ultima istanza,
la necessità economica ha sempre il sopravvento » (lettera
di Engels a W. Borgius, 25 gennaio 1894), il rapporto non
è sempre immediato e diretto. In una lettera a Mehring del
14 luglio 1893 Engels riconosceva l’errore che il marxismo
aveva commesso trascurando « la forma per la sostanza » ed
insisteva sulla necessità di conoscere l’azione reciproca nella
storia, mentre si tendeva per lo piu a dimenticare che un
fattore storico, non appena generato da altri fatti econo­

232
mici, reagisce a sua volta e può reagire sul proprio am­
biente e sulle sue stesse cause.
Rimane il fatto che il fenomeno staliniano era legato ad
una evoluzione delle strutture dello Stato socialista sovie­
tico e dei suoi meccanismi, nelle forme create dalla storia.

Al peso della storia (le sopravvivenze dello Stato russo


zarista e le conseguenze della guerra civile) si aggiunsero
l’arretratezza culturale e l’accerchiamento capitalistico. Il
culto del capo permette di capire meglio ciò che è avve­
nuto. Esso si riallacciava infatti ad una tradizione che, se
non era soltanto russa, presentava però in Russia una spe­
cificità incontestabile. L’universalità di tale fenomeno ci
sembra piuttosto evidente, si può dire anzi che esso si sia
addirittura esteso nel XX secolo. Insomma, non si tratta di
un fenomeno specificamente socialista, ma lo si riscontra ben
prima del socialismo, fin da quando esiste lo Stato. Fin dal­
l’antichità si può costatarne l’esistenza in Egitto e in Me­
sopotamia. A misura che lo Stato estende il proprio potere
sulla vita degli individui, il culto del capo offre una base
popolare al regime politico costituito dalla società. Nei rea­
mi ellenistici il re era il salvatore, il protettore della città,
il custode, colui che allontanava le sventure.
Si obietterà che l’Internazionale proclamava non esservi
« né Dio, né Cesare, né Salvatore supremo », un pio voto che
si è rivelato derisorio dinanzi alle realtà della storia con­
temporanea. Il culto di Mao in Cina ha assunto proporzioni
non minori (anche se meno cruente) di quello di Stalin, —
le stesse cause producono sempre gli stessi effetti, — anche
se le forme del culto maoista differiscono da quelle del culto
stalinista perché s’inseriscono in una realtà nazionale diversa
e in un diverso contesto storico. Nel caso di Stalin la « gui­
da » (void) era venerata alla stregua di un dio: puniva i
malvagi, proteggeva i deboli, impersonava lo Stato sociali­

233
sta. Era il salvatore, il pegno e il cemento dell’unità dei
popoli sovietici. Ed è proprio questo che permette di capire
più a fondo le ragioni della sua popolarità, del suo carisma,
nonostante il terrore che fece incombere sui popoli sovie­
tici per una ventina d’anni.
Alla sua morte milioni di sovietici, molti dei quali erano
parenti di vittime della repressione, piansero la guida scom­
parsa. Il culto del capo fu una componente importante del
fenomeno staliniano e si frantumò in innumerevoli culti re­
gionali. Nella regione di Smolensk il culto del segretario
regionale del partito, Rumjantsev, era quasi altrettanto vivo
del suo. La sua fotografia era appesa, accanto a quella di
Stalin, in tutti i luoghi pubblici e nelle sedi del partito.
Il suo nome fu dato ad alcune fabbriche. Le sue parole
venivano pubblicate con compunzione dai giornali (fino al
giorno del suo arresto, nel 1937). Il culto si sviluppò an­
che nei partiti comunisti e operai dei paesi dov’essi erano
al potere. In Ungheria il culto di Stalin e di Rakosi, in Ce­
coslovacchia quello di Gottwald associato a quello di Stalin,
ecc. Persino i partiti comunisti d’occidente lo praticarono,
seppure in forma attenuata. Comunque, il settantesimo com­
pleanno di Stalin fu celebrato ovunque con solennità.
E del resto, lo stesso mausoleo di Lenin non rappre­
senta in certo senso un transfert dei sentimenti religiosi sul
piano laico e socialista? Società senza dio ma non preparata
ad esserlo, la società sovietica si crea dei riti, dei cerimo­
niali, dei templi, un vocabolario che in certo senso discen­
dono dall’ortodossia sconfitta. Naturalmente, il fondamento
è diverso, poiché il materialismo ha vinto e il marxismo,
per diffondersi, si serve dello Stato: ma le forme sono quasi
identiche.

Al centro dello Stato sovietico sta il partito comunista.


La distinzione tra partito e Stato non significa piu gran che,

234
nell’Unione Sovietica degli anni successivi alla guerra civile.
Si crea un’osmosi. La funzione dirigente del partito è tale
che esso impone la propria volontà nelle nomine ai posti di­
rigenti. La nomenklatura, vale a dire l’elenco dei posti di­
sponibili, e che si rendono tali soltanto con l’autorizzazione
o su proposta degli organi dirigenti del partito, aumenta con
gli anni, mentre il controllo si fa sempre piu rigoroso. Lo
accesso a queste funzioni permette di partecipare al potere,
ma, a partire dal 1935, l’emarginazione significa, piu che la
perdita del potere, quella della libertà, e spesso, della stessa
esistenza. Viene il momento in cui il fatto di accedere a
talune responsabilità diventa un po’ come giocare a « lascia
o raddoppia ». Il nucleo dirigente dello Stato non è pro­
tetto piu di quanto lo siano i semplici militanti. Anzi, è
colpito dalla repressione piu dei semplici iscritti, i quali,
a loro volta, lo sono piu dei non iscritti. Singolarità di un
sistema che viene spesso giudicato tutto il contrario di quello
che è.
Nella sua onnipotenza, lo Stato staliniano — la forma
assunta dallo Stato socialista nell’URSS — calpesta le leggi
che ha esso stesso promulgato. In campo economico, gli in­
centivi economici potrebbero contribuire a combattere effi­
cacemente la burocrazia. In campo politico, questo è chia­
ramente impossibile. Solo una prassi realmente democratica
può opporsi alle tendenze dispotiche dello Stato. Ed è
precisamente l’assoluta mancanza di democrazia politica nel­
l’Unione Sovietica dopo il 1922 che permette di comprendere
le realtà del fenomeno staliniano. Tocchiamo cosi il nocciolo
di un problema decisivo della storia contemporanea.
L’esperienza dei bolscevichi, le condizioni della loro lot­
ta clandestina, della rivoluzione e della guerra civile, la loro
mancanza di esperienza in materia li portò a disconoscere
i processi e i meccanismi democratici. Di fronte ad uno
Stato generatore di burocrazia e di dispotismo, necessario
ma oppressivo, non esistevano i contrappesi necessari senza

235
i quali tutto diventa possibile. È facile osservare che anche
nelle società culturalmente sviluppate e democratiche dello
occidente europeo il totalitarismo rappresentava un pericolo
reale, tanto da trionfare addirittura in Germania. Come stu­
pirsi, in simili condizioni, se, nonostante l’esistenza del so­
cialismo — ma si è visto fino a qual punto esso fosse
debole e insicuro a causa delle circostanze oggettive — il
dispotismo si è sviluppato nell’Unione Sovietica sotto la
forma del fenomeno staliniano?
Il partito unico, l’assoluta mancanza di libertà di espres­
sione, di associazione e di riunione ha avuto solo conse­
guenze minori, marginali. Ma è sul suo terreno che l’ar­
bitrio si è sviluppato senza che nessuna forza potesse op-
porvisi.
La completa mancanza di critica divenne realmente dram­
matica all’interno stesso del partito e della sua direzione
dopo il 1925. Criticare questo o quell’atto della direzione
del partito e del Comitato centrale significava rischiare di
perdere il posto e le proprie funzioni. Da quel momento
la critica non fu piu possibile. Contrariamente a quanto
pensava Lenin, la democrazia non è soltanto una categoria
politica della quale, in taluni casi, si può arrivare a mettere
in dubbio la necessità. Essa costituisce invece una struttura,
un’organizzazione, una prassi in mancanza della quale le so­
cietà contemporanee possono slittare verso il totalitarismo
per le stesse basi tecniche e scientifiche sulle quali poggiano
e per il maggior peso assunto dallo Stato nella vita quoti­
diana. Il socialismo non può ritenersi al sicuro da questo
male della nostra epoca se non si sviluppa prevalentemente
sulla base di processi democratici, se non determina un’espan­
sione dei meccanismi democratici. L’economia socialista non
crea ipso facto questi meccanismi democratici. Lo dimostra
eloquentemente la storia del fenomeno staliniano. Comunque,
se il socialismo non impedisce necessariamente il dispotismo,
nemmeno lo crea.

236
Sarebbe però andar contro la storia limitare il fenomeno
staliniano a questi aspetti. Il suo contenuto economico e
sociale fu autenticamente socialista, ed è precisamente que­
sto duplice carattere che tanto spesso si finisce col trascu­
rare. Vederne solo un risvolto significa condannarsi all’in­
comprensione totale della storia sovietica.
I mezzi usati sono spesso in contraddizione con l’obiet­
tivo perseguito — a prescindere dal momento morale —
ma questo obiettivo esiste e si apre il cammino attraverso
tutti gli ostacoli. Lo sviluppo culturale costituisce uno dei
migliori esempi di questa antitesi. Per tutto il periodo in
esame esso fu considerevole. Guardiamo le cifre. Fin dal
1939 la frequenza scolastica fu totale per tutti i bambini
per un periodo di sette anni (fino a 13 anni circa):

1914 9.656.000 alunni


1939 31.517.000 alunni

L’analfabetismo era scomparso tra i giovani di età infe­


riore ai trent’anni. Nel 1953 l’insegnamento secondario era
frequentato da oltre la metà dei ragazzi per classi di età. Il
numero degli studenti era salito da 127.400 nel 1914 a
1.562.000 (di cui 1.042.700 nelle università a tempo pieno).
Ma non è tanto importante studiare l’aumento numerico
degli studenti, quanto piuttosto costatare la finalità sociale
di questo sviluppo. Operai e colcosiani inviavano in massa
i loro figli alle scuole secondarie e nelle università e spesso
seguivano essi stessi corsi serali o per corrispondenza. Le
case dei pionieri, dei giovani, le associazioni culturali ve­
nivano create a decine di migliaia. La promozione culturale
delle masse era considerevole, tanto da diffondersi anche in
occidente proprio sulla scia dell’esperienza sovietica. Malraux
ed Aragon riportarono dal loro viaggio nell’URSS, nel 1934,
l’idea delle Case della cultura. È vero che molti figli di
dirigenti seguono gli studi superiori e che si registra di

237
conseguenza una certa riproduzione sociale. La società so­
vietica non è egualitaria: sussistono differenze di classe, non­
ché determinati ambienti socio-culturali. Rimane comunque
il dato di fatto, incontestabile, che oltre la metà degli stu­
denti è rappresentata da figli di colcosiani e di operai. Nel
1953 l’Unione Sovietica era il paese in cui la promozione
e la mobilità sociali erano le piu rilevanti. I figli dei conta­
dini sedevano in massa sui banchi delle università. Simbolo
di questo sviluppo culturale, l’università di Mosca, costruita
nel 1952 sulle colline Lenin, a dominare la città.
Nel 1953 l’Unione Sovietica aveva ormai liquidato l’arre­
tratezza culturale e riguadagnato gran parte del suo ritardo
rispetto all’occidente. Aveva formato milioni di tecnici e
centinaia di migliaia di scienziati e di ricercatori. Si allar­
gavano cosi i fondamenti della democrazia. Il fenomeno
staliniano, proprio perché fondato su un’economia socialista,
aveva insomma creato le condizioni stesse del proprio affos­
samento.
Abbiamo visto quale fu la posizione dello Stato in me­
rito alla ricerca, alla scienza, alla creazione. Come scriverà
A. Tvardovskij sulla rivista sovietica Novyj Mir nel 1965,
fu un periodo « di falsificazione, di deformazione della ve­
rità vissuta ». Eppure, non si può ridurre in blocco tutto il
periodo a questa politica autoritaria. In tutti i campi si
formò un pubblico nuovo, colto e numeroso. Gli scienziati
e gli ingegneri sovietici misero a punto la ricerca atomica,
l’industria spaziale. Furono pubblicate molte opere letterarie
di alto livello, furono realizzati film importanti. Ed erano
proprio qui le radici delle contraddizioni del fenomeno sta­
liniano, particolarmente clamorose proprio sul piano cultura­
le. Ejzenštejn realizzò YAleksandr Nevskij e Ivan il Terribile,
anche se a prezzo di numerose concessioni.
Il marxismo, divenuto filosofia di Stato, veniva inse­
gnato in modo dogmatico fin dalla piu tenera età. Corsi di
Diamat (materialismo dialettico) e di Ismat (materialismo

238
storico) furono organizzati a tutti i livelli dell’insegnamento.
Questo dogmatismo fu causa di una grave « deviazione teo­
rica »: lo stalinismo.
Lo stesso processo, insomma, — mantenendo le debite
proporzioni, — che il cristianesimo, divenuto religione di Sta­
to, subi sotto l’Impero romano una volta che l’imperatore Co­
stantino si fu convertito alla nuova religione agli inizi del
IV secolo. Filosofia critica, il marxismo divenne una costru­
zione dogmatica destinata a conferire un contesto ideale a
decine, anzi a centinaia di milioni di uomini. Metodologia
di ricerca, fu sclerotizzato e isterilito in parte da un sistema
che vietava qualsiasi libera ricerca e qualsiasi critica.
Le conseguenze di questo dogmatismo furono gravi sia
nell’Unione Sovietica che in tutto il movimento comunista
internazionale. L’influenza dello stalinismo sui partiti comu­
nisti stranieri si spiega per i motivi che abbiamo analizzato.
Per venticinque anni l’Unione Sovietica rimase il solo Stato
socialista del mondo. Il Comintern impegnava i partiti comu­
nisti a difenderla contro tutto e contro tutti. Sola rivolu­
zione vittoriosa della storia, la rivoluzione sovietica appa­
riva ai comunisti corne un modello che bisognava imitare
pur consentendo qua e là qualche variante nazionale. Fino
al 1934 una delle principali parole d’ordine dei comunisti
francesi fu: « I soviet ovunque ».
A sua volta, l’edificazione socialista nell’URSS divenne
un modello che, dopo i fatti della seconda guerra mondiale,
fu imitato pedissequamente negli Stati socialisti dell’Europa
orientale. Gli stessi successi della rivoluzione, della costru­
zione del socialismo, del conflitto mondiale, dettero al feno­
meno staliniano un’eco enorme in tutti i paesi, compresi
quelli la cui situazione era radicalmente diversa sul piano
economico, culturale e politico rispetto alla Russia del 1917
e all’URSS del 1945.
Il dover difendere ad ogni costo l’Unione Sovietica e le
sue conquiste nascose in parte, ai partiti comunisti, la neces­

239
sita di una riflessione teorica sulle vie di passaggio al so­
cialismo e sulle forme che questo doveva assumere nei di­
versi paesi tenendo conto delle condizioni di tempo e di
luogo proprie di ogni epoca e di ogni regione. Sotto l’in­
flusso di Stalin, si finì insomma per generalizzare una sin­
gola esperienza e per passare dogmaticamente dallo specifico
al generale. Per gli Stati socialisti dell’Europa orientale
non fu sempre questione di volontà. Per gli altri partiti co­
munisti la spiegazione di questa accettazione sta ned fatto che
si trattava di un’esperienza unica nella storia, di un’espe­
rienza realizzata da un grande paese, mentre il socialismo
era fallito in occidente su tutti i piani. Ora, e nella rivo­
luzione sovietica e nell’edificazione del socialismo cosi come
avvenne nell’URSS, esistono elementi di universalità che pe­
rò si esprimono nella storia reale solo con la mediazione di
aspetti specifici. Cosi è stato per la conquista del potere
politico, per la socializzazione dei mezzi di produzione e di
scambio, per tutto quello che la rivoluzione sovietica ha
saputo realizzare. Non si capi abbastanza, allora — e non
10 si comprende del tutto nemmeno oggi — che le condi­
zioni storiche dei grandi Stati capitalistici economicamente e
culturalmente sviluppati sono radicalmente diverse e che le
vie di passaggio come le forme che deve assumervi il socia­
lismo devono essere necessariamente diverse, pur sussistendo
momenti generali, comuni, a seconda delle circostanze e dei
paesi. Dal canto loro, sotto l’influenza di Stalin, i bolscevi-
chi finirono — nonostante i moniti di Lenin — per con­
siderare la propria esperienza come un modello che doveva
essere assolutamente imitato. Cosi avvenne ad esempio per
11 sistema del partito unico.
La drammatica esperienza vissuta dalla Germania nel
1933 servi alla Francia del 1934. Con l’unione antifascista
e l’affermazione degli obiettivi democratici della battaglia
comunista (« democrazia o fascismo »), si assistette allora
ad una svolta radicale, accentuata poi dal Fronte popolare.

240
Il VII Congresso del Comintern, nel 1935, confermò que­
st’orientamento. Sfortunatamente, il fenomeno staliniano con­
trastò la realizzazione di questa nuova politica e, in larga
misura, impedì che le si desse la necessaria dimensione teo­
rica.
La situazione internazionale mandò in frantumi ogni spe­
ranza di spingersi piu avanti su questa via, della quale non
va sottovalutata l’importanza decisiva per la storia contem­
poranea. Si dovette attendere il dopoguerra.
In un’intervista al Times il segretario generale del Par­
tito comunista francese Maurice Thorez dichiarò il 19 no­
vembre del 1946 che si potevano « raffigurare, per la via
al socialismo, strade diverse da quella seguita dai comunisti
russi. In ogni modo, la strada è necessariamente diversa per
ogni paese ». Criticata da Ždanov e da Malenkov durante
la riunione costitutiva del Cominform e accantonata a causa
della guerra fredda, questa dichiarazione segnò tuttavia una
data capitale nel rifiuto dello stalinismo teorico da parte del
segretario generale di uno dei partiti comunisti più forti
del mondo capitalistico. Il dogmatismo staliniano, contrario
all’evoluzione scientifica su tanti piani, cozzava contro le
realtà e le necessità del suo tempo. Comodo sul piano pe­
dagogico, e talvolta addirittura utile, esso fu nondimeno
fonte di sclerosi non solo all’interno dell’Unione Sovietica,
ma in tutti i partiti comunisti. Sarebbe però sbagliato con­
siderare solo questo aspetto. Tanto per fare un esempio, il
Partito comunista francese ebbe un ruolo considerevole nel­
la diffusione del marxismo e nel suo approfondimento teo­
rico. Fu per sua iniziativa che nacquero i primi circoli mar­
xisti di intellettuali e che si pubblicarono le prime serie
traduzioni di Marx. In filosofia, in letteratura, furono com­
piuti tentativi nuovi e interessanti che preannunciavano le
ricerche degli anni post-staliniani. Il marxismo penetrò nelle
università e nel mondo della cultura. Significativi in pro­
posito nomi come quelli di Eluard, Aragon, Picasso, Joliot-

241
Curie, Langevin, Politzer, Henri Wallon. Singoli aspetti, an­
che numerosi, del fenomeno staliniano non debbono nascon­
dere l’esistenza del socialismo e il suo sviluppo. Questo svi­
luppo si realizzò all’interno stesso del fenomeno, le cui
contraddizioni andarono esasperandosi col trascorrere degli
anni. Le basi economiche e sociali del regime sovietico si
affermavano sempre piu, mentre al tempo stesso diveniva
piu pesante il sistema di governo autoritario e burocratico.
L’inadeguatezza di questo sistema alle esigenze economiche
(sviluppo dell’industria leggera e dell’agricoltura), alla ricer­
ca scientifica e al progresso tecnico divenne sempre piu
manifesta col passar del tempo. Occultata dal carisma del
capo vittorioso e dal timore di un terzo conflitto mondiale,
tale inadeguatezza non fu per questo meno drammatica. Il
rifiuto di contatti con l’estero, l’instabilità delle direzioni,
continuamente minacciate dalla spada di Damocle delle epu­
razioni cruente, tutto questo rallentò il ritmo dell’espansione
economica, impedì di mettere a frutto tutti i vantaggi of­
ferti da un’economia socialista sul piano delle nazionalità,
della produzione e della pianificazione, isterilì la cultura
sovietica, tanto ricca di promesse all’indomani della rivolu­
zione.
Da tutto questo il socialismo uscì traumatizzato ma non
distrutto: anzi, paradossalmente, continuò a progredire. Un
po’ come un’automobile che abbia subito uno scontro vio­
lento ma che continui ugualmente a camminare.
Stalin fece arrestare, deportare o fucilare decine di mi­
gliaia di dirigenti delle repubbliche sovietiche non russe.
Perseguitò rigorosamente in queste repubbliche il « nazio­
nalismo borghese » ed impose una politica russo-centralizza-
trice, ma al tempo stesso, le lingue nazionali furono stu­
diate meglio e piu a fondo di quanto non fosse mai avve­
nuto in passato. Rinacquero o apparvero ex novo le lette­
rature asiatiche. L’arretratezza fece enormi passi indietro do­
vunque. Le donne abbandonarono il velo che avevano con­

242
servato per secoli di generazione in generazione. L’insegna­
mento si diffuse dovunque e a tutti i livelli in regioni dove
un tempo non esistevano nemmeno le scuole elementari. Ven­
ne cosi a formarsi un substrato che rese ancora piu fragile
il sistema staliniano. Il terrore continuò tuttavia a domi­
nare in tutto il paese; in proporzioni forse minori rispetto
all’anteguerra ma ancora vastissime, la sicurezza delle per­
sone continuava ad essere minacciata dall’onnipotenza del
MVD, dalle denunce, dalla violazione della legalità sociali­
sta, e talvolta, addirittura, dalla stessa legge (come per lo
Osso).
« Un giorno Lara usci e non fece piu ritorno. » Questa
tragica frase che si può leggere nell’epilogo del Dottor
Zivago di Boris Pasternak era ancora di piena attualità nel
1953.

La chiave per la comprensione del fenomeno staliniano


sta nell’analisi dello Stato sovietico.
La dittatura si era resa necessaria per consolidare una
rivoluzione nata da un’insurrezione e seguita da una spie­
tata guerra civile. Rileggiamo cosa ne disse Rosa Luxem­
burg: « Ma il rimedio trovato da Lenin e Trotskij, la sop­
pressione cioè della democrazia in generale, è ancor peggiore
del male che si deve curare; esso ostruisce infatti proprio
la fonte viva dalla quale soltanto possono venire le corre­
zioni ad ogni insufficienza congenita delle istituzioni sociali:
la vita politica attiva, libera ed energica, delle piu vaste
masse popolari » ’. È insieme sbagliato e giusto. Sbagliato
perché senza quella dittatura la rivoluzione sarebbe stata
annientata. Giusto perché, effettivamente, il fenomeno stali­
niano fu il logico corollario di quella dittatura.
« La libertà riservata ai soli fautori del governo, ai soli

1 R. Luxemburg, La rivoluzione russa, in Scritti politici, Roma.


1974, p. 585.

243
membri di un partito, per quanto numerosi essi siano, non
è libertà. La libertà è sempre la libertà di chi pensa diver­
samente. Non per fanatismo di giustizia, ma perché tutto
ciò che vi è di istruttivo, di salutare, di purificante nella
libertà politica discende di qui ed essa perde ogni efficacia
quando diventa un privilegio » (ibidem, p. 39).
In un regime capitalista questa libertà e questa demo­
crazia sono limitate e contraddette ora per ora dall’inegua-
glianza sociale e dal regno del profitto. E tuttavia, il so­
cialismo non crea di per sè questa libertà e questa demo­
crazia. La dittatura è una spada a doppio taglio. Necessaria
dal 1917 al 1922, contrariamente a ciò che pensava Rosa
Luxemburg, fini per rappresentare un pericolo proprio per­
ché non creò poi la democrazia e non garanti la libertà a
tutti. Mancando la democrazia, il terrore divenne un siste­
ma di governo in uno Stato sempre piu forte, e dunque sem­
pre piu invadente, divenuto totalitario nel senso letterale
del termine dal momento che abbracciava tutte le sfere della
vita degli individui.
Rimane il fatto che l’URSS è stata il primo Stato socia­
lista della storia, uno Stato esposto all’ostilità di tutti gli
altri Stati del mondo fino al 1945, perpetuamente minac­
ciato dall’imperialismo straniero, soggetto al pericolo conti­
nuo di distruzione e che questa distruzione conobbe real­
mente in proporzioni drammatiche. Si può, si deve anzi do­
lersi per gli errori commessi sulla via al socialismo, condan­
nare fermamente e senza esitazioni il fenomeno staliniano,
ma, al tempo stesso, si deve tener conto del dato di fatto
che esso fu una forma di esistenza del socialismo.

244
IX. Verso la scomparsa del fenomeno staliniane

Morto Stalin, il fenomeno staliniano non scomparve, e


non scomparve proprio perché non lo si poteva ridurre uni­
camente alla personalità della « guida ». Nonostante tutto,
nonostante la polizia politica, i campi di lavoro forzato, le
misure draconiane in campo economico e sociale, tutto un
popolo pianse il capo scomparso e lo accompagnò al mau­
soleo sulla Piazza Rossa, dove doveva riposare al fianco
di Lenin, come lui imbalsamato per un’eternità che durò
appena otto anni. Per i sovietici, esso rappresentava il loro
stesso tragico e glorioso destino: si videro allora le fami­
glie degli uomini morti a causa della sua politica unire il
loro pianto a quello dei parenti, ben piu numerosi, delle
vittime della seconda guerra mondiale.
Restava da risolvere il problema della successione: cre­
dendosi immortale, Stalin non aveva previsto nulla. Appro­
fittando dell’emozione suscitata dalla sua morte, Malenkov
tentò di assumere il potere (probabilmente con l’appoggio
di Berija).
Il 6 marzo fu annunciato precipitosamente — gli organi
dirigenti non erano stati riuniti — che Malenkov diveniva
il primo segretario del partito e presidente del Consiglio
dei ministri. La successione sembrava assicurata. Il presidium
venne riorganizzato, con solo dieci titolari (invece di 25) e
4 supplenti (invece di 11). La Pravda del 10 marzo 1953

245
pubblicava una fotografia — in realtà un fotomontaggio —
raffigurante l’uno al fianco dell’altro Stalin, Mao e Malenkov.
Beri] a, vice presidente del Consiglio, era anche ministro
dell’interno. Nel nuovo presidium si ritrovavano gli otto
membri dell’ex presidium in carica prima del XIX Congresso:
Malenkov, Berija, Molotov, Chruscëv, Vorošilov, Mikojan,
Kaganovič e Bulganin, e due nuovi (già eletti nel 1952),
cioè Pervuchin e Saburov.
Suslov, Kosygin e Brežnev erano scomparsi dal presi­
dium. Il 21 marzo, grande colpo di scena! Fu annunciato
che Chruscëv sostituiva Malenkov come primo segretario del
partito. La decisione era stata presa il 14 marzo. Da quel
momento si assistette nel volgere di poco tempo ad alcune
modifiche importanti nella politica del partito comunista e
dello Stato.
Fin dal 16 aprile la Pravda mise l’accento sul principio
della direzione collegiale. Il 28 marzo un decreto di amni­
stia fece uscire dal carcere tutti coloro che erano stati con­
dannati a meno di cinque anni di pena detentiva e ridusse
a metà le altre condanne. Le madri di famiglia, i giovani
in età inferiore ai diciott’anni e le persone di una certa età
venivano immediatamente liberati. Fu prevista una revisione
del codice penale che doveva sopprimere la responsabilità
criminale per i delitti economici.
11 4 aprile la Pravda annunciò che il « complotto dei
camici bianchi » era stato « prefabbricato » dalla polizia po­
litica e le loro confessioni estorte con la tortura.
Il 10 luglio 1953 venne annunciato l’arresto di Berija
(operato il 26 giugno e, secondo Chruscëv, fucilato quello
stesso giorno) *.
Tutte queste misure rimettevano in discussione elementi
essenziali del sistema staliniano. La polizia politica vide ri-

1 La condanna a morte di Berija fu annunciata il 23 dicembre 1953,


dopo un processo svoltosi a porte chiuse dinanzi ad un tribunale pre­
sieduto dal maresciallo Konev.

246
dotto il suo ruolo. Molti dirigenti del MVD furono arre­
stati e fucilati. I campi di lavoro forzato cominciarono a
svuotarsi, mentre la situazione internazionale registrava una
certa distensione grazie alla cessazione del fuoco in Corea
(27 luglio 1953).
Le rivelazioni sul « complotto dei camici bianchi » mi­
sero bruscamente l’opinione pubblica di fronte al problema
della repressione degli anni precedenti. Quello che era av­
venuto nel 1952-1953 non era forse successo anche nel 1936-
1938? Di qui alla necessità di rivedere tutti i grandi pro­
cessi politici dei decenni precedenti il passo era breve.
Il fenomeno staliniano cominciò quindi a perdere ter­
reno fin dal luglio del 1953. Con la morte di Stalin, il culto
del capo aveva perso il suo oggetto. Il tentativo di sosti­
tuirlo falli fin dai primi giorni, un po’ perché non si crea
un nuovo Stalin in pochi giorni, un po’ perché il terreno
non era piu favorevole.
Il fatto che si ponesse tanto energicamente l’accento
sulla direzione collegiale stava a dimostrare eloquentemente
che non si era disposti a tornare alla dittatura di un solo
uomo. I campi di lavoro forzato esistevano ancora, ma ciò
nonostante si scendeva di un gradino nell’assolutismo, non
solo, ma, per la prima volta da vent’anni, lo si faceva pub­
blicamente.
Il disgelo (dal titolo di un romanzo di Ilja Ehrenburg
pubblicato a quel tempo) aveva realmente e finalmente ini­
zio. Accelerato dalla morte di Stalin, il declino del feno­
meno staliniano si spiegava col nuovo terreno storico che
esso stesso aveva tuttavia contribuito a creare.
L’Unione Sovietica aveva liquidato l’arretratezza cultu­
rale. Possedeva ormai la seconda industria del mondo, una
forte industria pesante e una industria bellica tecnicamente
avanzata. E tuttavia, le sopravvivenze del sistema di gestione
e di pianificazione burocratico ritardavano una maggiore evo­
luzione dell’economia socialista, soprattutto nel settore della

247
industria leggera e dell’agricoltura. Tutto veniva deciso al
vertice. Nelle fabbriche e nei colcos la disciplina era pe­
sante, si ricorreva piu frequentemente alla repressione che
non all’impiego di incentivi materiali per i salariati e i col­
cosiani. Tutte le misure draconiane dell’anteguerra e della
guerra rimanevano in piedi, senza vere e proprie modifiche.
I salariati non potevano abbandonare le loro aziende né i
colcosiani i loro campi senza autorizzazione, peraltro con­
cessa assai raramente. I viaggi erano ancora limitati e seve­
ramente controllati.
Nonostante il gran numero di tecnici e di ingegneri che
si erano formati con gli anni, la produttività del lavoro era
ancora bassa, e i rendimenti agricoli piu bassi ancora. Il
sistema era spesso efficace per quanto riguardava la crea­
zione di grandi aziende siderurgiche, la costruzione di canali,
di ferrovie e di grandi dighe, l’entrata in funzione di nuovi
pozzi petroliferi o di carbone: per il resto era quanto di
meno adeguato si potesse immaginare.
Il 10 giugno 1953 la Pravda parlò per la prima volta,
sia pure in modo generico, di « culto della personalità ».
Nel settembre dello stesso anno il Comitato centrale
discusse sui problemi agricoli in base ad un rapporto pre­
sentato da Chruščev che analizzava in modo realistico la ca­
tastrofica situazione dell’agricoltura. Le quote delle conse­
gne obbligatorie furono ridotte e aumentati i prezzi dei
prodotti agricoli.
A poco a poco, si fini col contestare l’insieme della
politica seguita negli ultimi anni di vita di Stalin. L’Unione
Sovietica riprese ad esempio le relazioni diplomatiche con la
Jugoslavia: Chruscëv si recò a Belgrado, dove riconobbe i
torti dell’URSS attribuendoli a Berija... (giugno 1955).
Dopo le dimissioni di Malenkov dalla carica di presi­
dente del Consiglio nel gennaio del 1955, il suo successore
Bulganin si dedicò ai grandi problemi dell’industria. Tra il
1953 e l’inizio del 1956 furono adottate numerose misure

248
che modificarono la situazione dell’Unione Sovietica e pre­
pararono il terreno per il XX Congresso del Partito comu­
nista dell’Unione Sovietica.
L’impiego della manodopera dei campi di lavoro forzato
fu sottratto ad esempio al MVD e affidato ai ministeri indu­
striali competenti. I campi cominciarono a svuotarsi. Eb­
bero luogo le prime riabilitazioni. Questa nuova politica sol­
levava numerosi problemi sia all’interno dell’URSS che al­
l’estero. All’interno, incontrava un’opposizione accanita nei
circoli dirigenti del partito. Non si sa con precisione quale
fu la portata dei conflitti interni, ma l’ampiezza delle modi­
fiche realizzate a livello delle direzioni dopo il 1956 può
dare un’idea abbastanza esatta dei dissensi che vi esistevano.
Molti dirigenti temevano che il rifiuto di tanti elementi del
fenomeno staliniano potesse compromettere i risultati posi­
tivi del periodo precedente e rompere l’equilibrio sul quale
poggiava l’Unione Sovietica. Per abitudine, per prassi, essi
erano stati legati al fenomeno staliniano: ma non si poteva
dire lo stesso per coloro che, come Chruscëv, intendevano
adesso liquidare nel modo più rapido, brutale e profondo
gli aspetti negativi del passato? La linea di spartizione, nel
1956, non passava per la posizione che questo o quel diri­
gente aveva sostenuto negli anni precedenti, bensì per le loro
posizioni sui problemi del momento, ad esempio sulla valo­
rizzazione delle terre vergini dell’Asia centrale (e soprattutto
del Kazachstan). È possibile, anzi certo, che l’atteggiamento
adottato in passato avesse il suo peso nei conflitti che si
delineavano, ma non era questo il centro focale. I meriti
di Chruscëv e di molti altri dirigenti — qualunque abbia
potuto essere la loro posizione passata — non furono certo
trascurabili per quanto riguarda la storia. Essi imbrigliarono
la polizia politica, svuotarono i campi di concentramento, si
impegnarono nella soluzione dei grandi problemi economici,
tentarono di contenere i fenomeni burocratici, condussero
sul piano internazionale una energica politica di pace e di

249
pacifica coesistenza, riannodarono i rapporti con la Jugoslavia
socialista. Il lavoro dei sovietici divenne piu libero, la sicu­
rezza degli individui maggiormente tutelata: è questo il
senso del XX Congresso del PCUS.
È vero che gran parte dell’opinione pubblica sovietica
restava soggiogata dal fascino del carisma staliniano (piu
in certe regioni, ad esempio nel suo paese natale, la Geor­
gia, che in altre, come Leningrado).
Sul piano internazionale, la situazione era delle più com­
plesse. Nei paesi di democrazia popolare il fenomeno sta­
liniano aveva conosciuto uno sviluppo vigoroso. Il sistema
politico, i metodi di gestione erano stati frequentemente co­
piati, o imposti dall’Unione Sovietica. Stalin aveva condotto
una politica fondata sull’ineguaglianza dei rapporti tra i vari
paesi socialisti. La condanna del fenomeno staliniano nella
Unione Sovietica non poteva non produrre gravi guasti in
paesi nei quali, per lo piu, il fascismo aveva dominato fino
a poco tempo prima (meno di otto anni), in cui la borghe­
sia restava forte e in un mondo in cui l’imperialismo era
sempre in agguato. Lo si vide dopo il 1953, con gli scio­
peri e le manifestazioni popolari nella Repubblica democra­
tica tedesca, a Berlino e in molte altre città, e in Polonia
a Breslavia. I partiti comunisti dei paesi capitalistici dove­
vano affrontare pertanto numerosi problemi di ordine poli­
tico e ideologico, perché era stato precisamente in questi
settori che il fenomeno staliniano aveva fatto particolarmente
presa.
Quanto alla Cina, il suo caso era indubbiamente ancora
piu complesso. La rivoluzione cinese aveva trionfato sulla
base di un processo autonomo nei confronti dell’Unione
Sovietica. La rivoluzione sovietica aveva avuto una parte
importante nella nascita del comuniSmo cinese, il quale, pe­
rò, si era poi sviluppato legandosi fortemente alla realtà
cinese e secondo processi originali. I rapporti tra Mao e
Stalin non erano stati facili, ma nel 1950 si era raggiunto

250
una specie di compromesso che regolava le relazioni tra i
due partiti e stabiliva un’unità politica antimperialistica (che
si manifestò poi in occasione della guerra di Corea). Il ri­
getto del fenomeno staliniano nell’URSS non rischiava for­
se, a causa della politica di pacifica coesistenza, di mettere
in pericolo questo compromesso, di dividere i due grandi
Stati socialisti del mondo o addirittura di aizzarli l’uno con­
tro l’altro?
Dal 1953 al 1956 Chruscëv procedette piu per modifi­
che graduali che non per trasformazioni profonde e clamo­
rose. In definitiva, però, queste modifiche furono radicali a
livello della prassi e contribuirono ad eliminare gli aspetti
piu sanguinosi e coartanti del fenomeno staliniano. Fino
al XX Congresso del PCUS non vi fu alcuna discussione
sulla sostanza delle cose: direttamente e personalmente Sta­
lin non fu messo nemmeno in discussione. Era difficile far
altrimenti, e, al tempo stesso, indispensabile andare avanti.
Al XX Congresso del PCUS, nel febbraio del 1956,
Chruscëv annunciò nel suo rapporto pubblico che la « lega­
lità socialista » era stata ristabilita, che si era alleggerito lo
apparato dei soviet (750.000 funzionari erano stati destituiti)
e riabilitati molti innocenti. Tornò a far ricadere gli errori
del passato sulle spalle della « banda Beri) a » ed insistette
sulla necessità della direzione collegiale.
Si è saputo poi che molti membri del presidium si erano
opposti ad una critica diretta e radicale dello stalinismo. Su
due punti Chruscëv aveva avanzato idee, se non nuove, al­
meno relativamente audaci. Aveva dimostrato che, contraria­
mente all’analisi compiuta dai marxisti all’inizio del XX se­
colo, la guerra non era piu ineluttabile, e questo grazie
ai cambiamenti prodottisi nel mondo. L’imperialismo aveva
visto ridursi la propria sfera d’azione grazie alla nascita di
numerosi Stati socialisti. Con la disgregazione del sistema
coloniale le retrovie dell’imperialismo erano ormai diretta-
mente minacciate. Dopo la conferenza delle grandi potenze

251
tenutasi a Ginevra nel 1955, con la fine delle guerre di
Corea e del Vietnam, con la firma del trattato di pace con
l’Austria, la coesistenza pacifica poteva dunque estendersi e
consolidarsi.
In secondo luogo, Chruscëv riconobbe — riprendendo le
tesi sostenute da Maurice Thorez nel 1946 — che le forme
di transizione al socialismo potevano essere diverse e che
nulla vietava che questa transizione fosse pacifica, che po­
tesse cioè realizzarsi senza una guerra civile. Molti oratori
— la Furtseva, Suslov, Kiričenko — criticarono il culto
della personalità, la burocrazia e il dogmatismo, ma in modo
estremamente generico.
Fu Mikojan (membro supplente del Comitato centrale
dal 1922, candidato al Politburo nel 1927 e titolare dal
1935) che attaccò per primo Stalin. « Per quasi vent’anni
non v’è piu stata direzione collettiva », disse, e passò poi
a criticare le tesi sviluppate da Stalin nel 1952 in I pro­
blemi economici del socialismo nell’URSS sull’inevitabilità
delle guerre tra paesi capitalistici e sulla « sottoproduzione »
delle aziende nei paesi capitalistici, a condannare « il cat­
tivo uso delle statistiche » e a sottolineare la necessità di
far ritorno al leninismo.
La storica A. Pankratova rivelò il profondo ritardo in
cui si trovava il lavoro storico e, piu in generale, il « lavoro
teorico » e riconobbe tra l’altro « che si era quasi del
tutto ignorata la denuncia dell’oppressione nazionale e co­
loniale esercitata dall’autocrazia zarista ».
Finalmente, la sera del 24 febbraio, dinanzi al Congres­
so riunito a porte chiuse, Chruscëv lesse il suo « rapporto
segreto » incentrato sulla denuncia del culto della persona­
lità di Stalin. Il rapporto fu poi portato a conoscenza dei
membri del Partito comunista dell’URSS e delle direzioni dei
partiti fratelli dei paesi socialisti (ma non è mai stato pub­
blicato nell’URSS). Il New York Times ne pubblicò il 5
luglio 1956 una traduzione che non fu mai smentita. Insieme

252
con la risoluzione del Comitato centrale del PCUS del 30
giugno 1956, il rapporto Chruščev rappresenta uno dei do­
cumenti base del processo che la stampa occidentale chiamò
di « destalinizzazione ». All’alba del 25 febbraio 1956 i de­
legati al congresso uscirono sconvolti e scioccati da quella
storica seduta.
Quanto ai dirigenti dei partiti comunisti occidentali, essi
ne conobbero il contenuto solo piu tardi.
Nonostante le nuove misure adottate dopo il 1953, la
opinione pubblica sovietica era poco preparata a quel trau­
ma. Questo colpo ad effetto era probabilmente motivato
dalla necessità delle lotte intestine nel partito, ma certo pro­
vocò uno choc che si aggiunse, aggravandolo, a quello nato
dal contenuto stesso del rapporto. Nel rapporto figuravano
documenti già conosciuti (ma non in Unione Sovietica) e che
ricevevano cosi un crisma di autenticità, e documenti nuovi,
come il telegramma di Stalin ai membri del Politburo sulla
repressione, la risoluzione del Comitato centrale sull’uso del­
la tortura, le lettera dei dirigenti assassinati Eiche e Rud-
zutak.
Il rapporto conteneva cifre, ad esempio quella dei mem­
bri del Comitato centrale eletti nel 1934 e poi fucilati, e
il resoconto critico della posizione di Stalin su numerose
questioni, ad esempio a proposito della Jugoslavia. Per lo
piu, i fatti citati erano esatti, anche se talvolta il tono era
un po’ sforzato, come la descrizione di Stalin che dirigeva
su un mappamondo le operazioni militari della seconda guer­
ra mondiale.
Ben poche, invece, furono le spiegazioni sulle cause del
fenomeno. La stessa espressione di « culto della personali-
lità » riduceva il fenomeno staliniano ad un aspetto rela­
tivamente secondario: il culto del capo. Quanto alla so­
stanza — e sul piano storico e su quello teorico — l’ana­
lisi restava piuttosto superficiale. Le condizioni in cui era
avvenuta la collettivizzazione, i problemi della libertà di

253
creazione e di ricerca, la critica alla politica nazionalista rus­
sa di Stalin venivano passati sotto silenzio. Restava il rico­
noscimento del carattere personale, autoritario, burocratico,
spesso sanguinario del potere di Stalin. E, accanto a questo,
il tentativo di addossare a lui tutte le passate difficoltà e
di spiegare l’insieme dei fenomeni che avevano visto la luce
nell’URSS con le sue caratteristiche personali.
La risoluzione del 30 giugno 1956, piu politica che
teorica, distingueva due serie di cause: « le condizioni sto­
riche oggettive e concrete nelle quali si costruisce il socia­
lismo nell’URSS » e « i fattori oggettivi legati alle caratte­
ristiche personali di Stalin ». Naturalmente, lo studio delle
condizioni storiche è sempre essenziale. La risoluzione met­
teva l’accento sulle difficoltà che la rivoluzione socialista
e l’edificazione del socialismo avevano incontrato sul piano
sia internazionale che interno. Le circostanze interne ed este­
re, nella loro complessità, avevano imposto una disciplina
di ferro e una vigilanza sempre più sostenuta, la centraliz­
zazione rigorosa della direzione, tutti elementi che dovevano
necessariamente avere conseguenze negative sullo sviluppo di
talune forme di democrazia. Queste « limitazioni della de­
mocrazia dovevano essere considerate temporanee ».
Riflessioni fondamentali, ma poco sviluppate e, per di
piu, riduttive a causa di riferimenti storici estremamente
vaghi. E quindi, pur sollevando brutalmente alcuni problemi,
il XX Congresso e le decisioni che furono poi prese non
arrivarono al cuore del fenomeno, e cioè alle cause profonde
del fenomeno staliniano.
Gli aspetti piu visibili e pericolosi del fenomeno stali­
niano furono eliminati, senza però che avvenisse una discus­
sione in profondità sull’insieme del fenomeno stesso. Le con­
seguenze della nuova politica decisa dal XX Congresso fu­
rono contraddittorie. La vita dei sovietici migliorò, e mi­
gliorarono anche le condizioni di lavoro. I salariati comin­
ciarono a poter cambiare lavoro senza ostacoli. Nelle aziende

254
scomparvero le misure repressive. I sindacati cominciarono
a svolgere un ruolo piu attivo in difesa degli interessi dei
salariati. I salari piu bassi furono aumentati, la burocrazia
combattuta. Piu di due milioni di funzionari furono cost
eliminati dagli organismi centrali nei quali lavoravano. La
sicurezza della persona fu meglio tutelata. La libertà di ri­
cerca e di creazione, senza essere riconosciuta per tale, di­
venne incomparabilmente maggiore che non nel periodo sta­
liniano. Fu soppressa la Conferenza speciale del MVD.
Con tutto questo, le riforme economiche rimasero par­
ziali. Si adottarono numerosi provvedimenti organizzativi per
lottare contro la centralizzazione burocratica, furono creati ad
esempio i sovnarcos (consigli economici regionali), anche se
in modo spesso caotico, ma non furono eliminati i metodi
di gestione e si continuò a far poco ricorso agli incentivi
economici, a sottovalutare la funzione della legge del valore
nella formazione dei prezzi. L’URSS registrò successi econo­
mici reali, ma l’industria dei beni di consumo, e piu ancora
l’agricoltura, continuarono a trovarsi in serie difficoltà.
Resistenze accanite alla politica del XX Congresso si
manifestarono a livello della stessa direzione del partito. Nel
giugno del 1957 Chruscëv fu messo in minoranza nel pre­
sidium eletto dal XX Congresso ’. Dovette convocare in
tutta fretta il Comitato centrale per far fronte alla situa­
zione e piegare gli avversari.
Nel nuovo presidium si trovavano, tra i nuovi titolari,
Brežnev e il maresciallo Žukov, tra i supplenti Kosygin e
Mazurov. Ciò nonostante, contro gli oppositori non fu adot­
tata alcuna misura amministrativa. Non è escluso però che
i dissensi nel partito fossero gravi ancora dopo il 1957 e
che proprio per questo la « destalinizzazione » rimase limi­
tata e si svolse a sussulti. Le vittime dei grandi processi di

1 Bulganin, Vorošilov, Kaganovič, Malenkov, Molotov, Pervuchin,


Saburov, sette membri titolari su undici, gli erano ostili. Suslov, Mikojan,
Kiričenko, invece, lo appoggiarono, come Brežnev, Žukov e altri due
membri supplenti.

255
Mosca, ad esempio, non furono riabilitate, benché la loro
innocenza penale apparisse evidente. Nonostante una certa
ripresa di attività nella vita dei soviet, le strutture politiche
dell’URSS non subirono cambiamenti. Ad esempio, la liber­
tà di espressione rimase sulla carta e soggetta al buon volere
delle autorità. Lo stesso per la libertà di creazione. È indub­
bio che il problema della democrazia non poteva porsi nel­
l’Unione Sovietica del 1956 allo stesso modo in cui si po­
neva nei paesi capitalistici dell’occidente democratico. La
URSS aveva creato dopo il 1922 le basi fondamentali del­
la democrazia economica e sociale. Con lo sviluppo cultu­
rale, aveva permesso l’accesso a tutti i campi del sapere e,
di conseguenza, si erano consolidate le basi della democra­
zia politica: non esisteva però la democrazia politica vera
e propria.
Il partito unico era nell’URSS un dato di fatto irre­
versibile, il risultato di una storia particolare: non era pos­
sibile far marcia indietro. La democrazia politica poteva svi­
lupparsi solo a partire da questa realtà del partito dirigente
unico. E, indubbiamente, proprio su questo terreno la dif­
ficoltà era particolarmente grave. Non stupisce che la let­
teratura fosse il campo nel quale si scontrarono con maggior
combattività le tendenze contraddittorie che si manifestarono
nell’URSS dopo il 1953. Il fenomeno staliniano continuò a
manifestare su questo terreno i suoi effetti deleteri, e cioè
il prevalere delle misure amministrative, o repressive, sul
dibattito politico e ideale. La funzione degli uomini e delle
strutture aveva un suo peso ben preciso in queste manife­
stazioni di « paleostalinismo » che si esprimevano nel divieto
di pubblicazione per molte opere letterarie, storiche e filoso­
fiche, e talvolta addirittura nell’arresto di scrittori e nella
loro condanna a pene detentive pesanti o alla deportazione 1
(e in alcuni casi nell’internamento in ospedali psichiatrici).
1 Fu questa, ad esempio, la sorte riservata agli scrittori Sinjavskij
e Daniel nel 1965 e al biologo Jaurès Medvedev, internato arbitraria­
mente in un ospedale psichiatrico.

256
Nel 1961 il XXII Congresso del PCUS riapri il dibat­
tito sul fenomeno staliniano. Vi furono fatte nuove rivela­
zioni, soprattutto sull’assassinio di Kirov. Il congresso decise
di togliere la salma di Stalin dal mausoleo 1 e di cambiare
il nome della città di Stalingrado in quello di Volgograd.
Chruščev disse che si sarebbero pubblicati i risultati della
commissione d’inchiesta sulla morte di Kirov (il che invece
non avvenne) e propose addirittura di erigere a Mosca un
monumento alle vittime del terrore staliniano (ma dopo il
XXII Congresso non se ne parlò piu).
Dopo il 1956, quindi, il sistema politico sovietico non
subi cambiamenti di rilievo. La Costituzione sovietica del
1936 rimase spesso un ambito formale che trovava scarso
riscontro a livello della prassi politica.
Sarebbe andar contro il vero descrivere l’URSS di oggi
come un paese stalinista. Le manifestazioni di « paleostali­
nismo » che vi si osservano sono sopravvivenze del passato,
manifestazioni di rigurgito dovute alle abitudini, alle strut­
ture amministrative, alle mentalità, che, si sa, sono tanto dif­
ficili da cambiare. Non intendo dire che si debba sottova­
lutare la gravità di queste manifestazioni. Esse continuano
ad offuscare in parte l’immagine dell’Unione Sovietica nel
mondo e, quindi, quella del socialismo che l’URSS rappre­
senta dinanzi alla storia. E, sicuramente, rappresentano un
freno per lo sviluppo economico e culturale del paese. Esi­
stono innegabilmente gravi conseguenze del fenomeno stali­
niano, ed è in questa chiave che vanno considerati i fatti
della Cecoslovacchia del 1968.
La Cecoslovacchia, Stato socialista, alla fine del 1967
non aveva ancora eliminato le conseguenze piu gravi del
fenomeno staliniano. Dopo numerose ed accese discussioni,
fu eletta una nuova direzione del partito comunista che si

1 Le sue ceneri si trovano oggi sotto le mura del Cremlino, accanto


alle tombe di molti altri dirigenti sovietici. Un busto di piccolo for­
mato ne indica l’ubicazione ai passanti.

257
appoggiò su un vasto movimento popolare per democratiz­
zare la vita politica del paese e migliorare il sistema di
gestione economica, rimasto estremamente burocratico. Na­
turalmente, si può discutere sulla validità delle misure adot­
tate, ma si deve comunque costatare che esse non rappre­
sentavano in alcun modo una minaccia contro il socialismo
in Cecoslovacchia, nella quale non esistevano piu le basi per
una restaurazione pacifica del capitalismo né dal punto di
vista sociale né dal punto di vista politico. Quanto alla Ger­
mania occidentale, essa non costituiva — nemmeno nel 1968
— una seria minaccia contro il socialismo cecoslovacco. Lo
obiettivo era semplicemente di creare forme politiche di­
verse da quelle esistenti nell’URSS e negli altri paesi socia­
listi, e tra l’altro di eliminare la censura. L’intervento mili­
tare sovietico e di altri quattro Stati del Patto di Varsavia
(RDT, Polonia, Ungheria, Bulgaria) ebbe luogo il 21 agosto
1968 senza l’accordo delle autorità regolari cecoslovacche e
con motivazioni essenzialmente politiche e ideologiche. In
sostanza, si voleva mettere fine ad un esperimento politico
giudicato pericoloso perché non rispondeva più alle norme
politiche sovietiche e rischiava di espandersi nello spazio
socialista europeo.

La politica di « destalinizzazione » sollevò a suo tempo


innumerevoli problemi nel movimento comunista internazio­
nale. Se non fu la causa della rottura cino-sovietica, è certo
che rese più difficili i rapporti tra l’URSS e la Cina. La ne­
cessaria e felice modifica dei rapporti tra l’URSS e i paesi
socialisti europei aveva creato squilibri e tensioni che pote­
vano fare il gioco dell’imperialismo. Lo si vide fin dal 1956,
in occasione della crisi ungherese. Quanto ai partiti comu­
nisti dei paesi capitalistici, essi incontrarono difficoltà anche
più gravi a causa della pressione ideologica e politica alla
quale erano soggetti. Il Partito comunista francese non ave­

258
va alcuna responsabilità negli avvenimenti svoltisi nell’Unio­
ne Sovietica dopo la rivoluzione. Aveva dato il suo appoggio
politico e ideale al primo Stato socialista della storia perché
stava edificando il socialismo, e nulla aveva modificato il
suo punto di vista al riguardo. Quanto al fenomeno stali­
niano, esso si era identificato con l’Unione Sovietica in mo­
do tale che era assolutamente impossibile dissociare l’uno
dall’altra. Si era prodotto indubbiamente un certo slittamen­
to nell’atteggiamento del PCF verso Stalin, del quale si era
finito per celebrare il culto in varie occasioni (ad esempio
per il suo settantesimo compleanno). Sul piano teorico il
dogmatismo staliniano non lo aveva risparmiato, ma non è
giusto trarne argomento contro la politica seguita dal PCF.
Quest’ultimo, infatti, ha sempre seguito una prassi profon­
damente democratica. Si può discutere semmai su singoli
aspetti della sua posizione politica in determinati momenti
della storia contemporanea, ma è sicuramente impossibile
accusarlo di aver violato la democrazia. Infatti, esso ha sem­
pre rispettato il verdetto del suffragio universale e, dal 1934,
ha sempre posto al centro dei suoi obiettivi politici le ri­
vendicazioni democratiche. Si può recriminare che dopo il
1956 non abbia aperto piu ampiamente il dibattito sui pro­
blemi sollevati dal XX Congresso, ma questa carenza non
era dovuta ad ostilità verso le decisioni di quel congresso.
Semplicemente, esso ha temuto una eventuale erosione delle
proprie posizioni qualora si fosse maggiormente impegnato
in un dibattito tanto difficile, tanto piu che la congiuntura
politica era resa pericolosa e complessa dalla guerra fredda
e dalla guerra d’Algeria.
Il Partito comunista francese approvò apertamente e sen­
za riserve le decisioni pubbliche del XX Congresso e chiese
alla direzione del PCUS delucidazioni e una spiegazione piu
approfondita delle cause della situazione rivelata e condan­
nata dal XX Congresso: non si dimentichi che fu dopo la

259
visita a Mosca di una delegazione del PCF che il Comitato
centrale del PCUS adottò la risoluzione del 30 giugno 1956.
Maurice Thorez criticò il « culto della personalità » fin
dal XIV Congresso di Le Havre (1956), ma, al tempo stes­
so, il PCF si rifiutò di discutere il rapporto segreto di Chru-
scëv, preferendo contestare il fenomeno staliniano nella pro­
pria prassi politica e sul piano teorico piuttosto che discu­
tere formalmente, con tutti i rischi che ne sarebbero deri­
vati in un paese nel quale sfuggivano quasi completamente
al suo controllo i grandi mezzi d’informazione e in cui, di
conseguenza, la borghesia aveva tanti assi nella manica.
Un tentativo interessante per spiegare il fenomeno sta­
liniano fu compiuto da Paimiro Togliatti. Segretario gene­
rale del Partito comunista italiano (il piu forte del mondo
capitalistico insieme con il PCF) ed ex segretario del Co­
mintern, Togliatti senti il bisogno per il proprio partito di
una chiarificazione piu approfondita di quella fornita dal
XX Congresso e dal rapporto di Chruščev e tentò di analiz­
zare l’insieme del fenomeno staliniano, le carenze della de­
mocrazia e la funzione dell’apparato burocratico ’.
Da qualche anno, con i progressi compiuti in Francia
dalla sinistra e con la piu diffusa aspirazione al socialismo,
l’interesse per tutti gli esperimenti socialisti è sensibilmente
aumentato. Sarebbe ingenuo ignorare l’uso che viene fatto
degli aspetti piu negativi del fenomeno staliniano per con­
vincere i francesi a rifiutare in blocco il socialismo e il
Partito comunista francese. La dichiarazione fatta da Ponia­
towski tra i due turni delle presidenziali ne è stata una
dimostrazione clamorosa, confermata dal suo intervento al
Senato nel novembre del 1974. Per quanto ci riguarda, non
crediamo che il silenzio basti a scongiurare il pericolo e non
pensiamo ci si possa accontentare di spiegazioni rapide e
sporadiche.

1 Cfr. ad esempio la Risposta a sette domande sullo stalinismo, in


Nuovi Argomenti maggio-giugno 1956, n. 20.

260
Il socialismo esiste. Contrariamente a quanto dice Roger
Caraudy, l’URSS non ha voltato le spalle al socialismo. Essa
ha creato un tipo di socialismo le cui forme politiche s’in­
scrivono in un determinato contesto di spazio e di tempo,
in un contesto che non è il nostro. Il fenomeno staliniano
è nato, si è sviluppato e sta declinando su un terreno sto­
rico radicalmente diverso da quello francese. Né i modi di
transizione al socialismo, né le condizioni della sua edifica­
zione possono essere analoghi. Gramsci osservava giustamen­
te, negli anni venti: « Mi pare che Ilici aveva compreso che
occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata
vittoriosamente in Oriente nel ’17, alla guerra di posizione
che era la sola possibile in Occidente » h
Il modo in cui l’Unione Sovietica è giunta al socialismo
rappresenta per le società capitalistiche sviluppate d’occi­
dente nulla piu che un’ipotesi, e improbabile per giunta.
Da un secolo a questa parte le sole rivoluzioni che si sono
avute in occidente sono state la Comune di Parigi del 1871
e la rivoluzione tedesca del 1919. Entrambe sono avvenute
sulla scia di una sconfitta militare e in paesi capitalistici al­
tamente sviluppati. La sconfitta aveva indebolito lo Stato:
di qui la possibilità di sopraffare la borghesia grazie ai di­
sordini provocati dal conflitto. Per i suoi aspetti militari —
l’occupazione tedesca e poi la liberazione ad opera degli an­
glosassoni, o l’occupazione anglo-americana in Germania —
non è stato possibile il ripetersi di una identica situazione
storica durante la seconda guerra mondiale. È assai impro­
babile, e ancor meno auspicabile, che essa possa ripresentarsi
in avvenire. Il cammino che porta al socialismo sarà dun­
que radicalmente diverso in occidente. Le trasformazioni di
rilievo avvengono tramite fratture brusche o smottamenti me­
no visibili ma che modificano ugualmente il terreno anche

1 Cfr. A. Gramsci, Note sul Machiavelli, Roma Editori Riuniti,


1975, p. 95.

261
se con maggior lentezza '. Non esistono solo la conquista
del Palazzo d’inverno o la Lunga Marcia: chi considerasse
solo questi momenti ignorerebbe il leninismo, che è l’analisi
concreta di una situazione altrettanto concreta. Ed averlo
troppo spesso offuscato è una delle maggiori conseguenze
del fenomeno staliniano.
Nonostante tutte le vicissitudini e i drammi di una storia
tanto travagliata, il socialismo si afferma a poco a poco.
Dalla sua storia, dalle sofferenze e dai sacrifici dei popoli
dell’URSS emergono riflessioni gravi e qualche sprazzo di
luce. Attraverso le difficoltà della sua edificazione, il sociali­
smo ha rivelato la propria capacità di espansione e di ade­
guamento in un contesto spazio-temporale radicalmente di­
verso dal nostro.
Se non deve e non può essere considerato un modello,
il socialismo sovietico rappresenta nondimeno il primo e il
piu importante degli esperimenti socialisti della storia. Il
fenomeno staliniano, per quanto tragico abbia potuto essere,
rimane nondimeno limitato nel tempo e nello spazio. La sua
esistenza e le conseguenze che ha avuto al di là delle fron­
tiere dell’URSS e degli anni che lo videro dominare incon­
trastato non debbono nasconderci la ricchezza del socialismo,
la sua capacità di appagare le speranze che esso ha risve­
gliato. Rimane adesso da costruire il socialismo in un paese
capitalistico d’occidente. E l’esperienza sovietica, per la sua
stessa realtà e le sue conseguenze di fondo, ci aiuterà a
farlo meglio, a condizione però che si riesca sempre a di­
stinguere lo specifico dal generale.

1 Cfr. G. Marchais, Le socialisme pour la France, in France nou­


velle, 20 gennaio 1974, n. 13.

262
Argomenti

1 Weiss Note politico-culturali dal Vietnam


2 Šik Piano e mercato nel socialismo
3 Sartre Il filosofo e la politica
4 Togliatti Lezioni sul fascismo
5 Gruppi Il pensiero di Lenin
6 Verret L’ateismo moderno
7 Lukâcs Cultura e potere
8 Ilenkov L’uomo e i miti della tecnica
9 Poulantzas Potere politico e classi sociali
10 Filinis Teoria dei giochi e strategia politica
11 Badaloni Il marxismo italiano degli anni sessanta
12 Gruppi Il concetto di egemonia in Gramsci
13 Brus Economia e politica nel socialismo con­
temporaneo
14 Fischer L’artista e la realtà
15 Autori vari Ideologia e azione politica
16 Aczel Cultura e democrazia socialista
17 Dobb Le ragioni del socialismo
18 Strada Gogol, Gorki), Čechov
19 Barbaro Il cinema tedesco
20 Togliatti Discorsi alla Costituente
21 Zazzo, Piaget, Psicologia e marxismo
altri
22 Lukâcs L’uomo e la rivoluzione
23 1st. Gramsci Scienza e organizzazione del lavoro
24 Togliatti L’emancipazione femminile
25 Morawski Il marxismo e l’estetica
26 Autori vari La rinascita del mondo arabo
27 Commoner La tecnologia del profitto
28 Ragionieri Paimiro Togliatti
29 Autori vari L’uomo e l’ambiente
30 Autori vari La ricerca storica marxista in Italia
31 ]ànossy La fine dei miracoli economici
32 Brus Sistema politico e proprietà sociale nel
socialismo
33 Vlahovic Rivoluzione e attività creativa
34 Argentieri La censura nel cinema italiano
35 Autori vari Crisi della medicina
36 Lecourt Lenin e la crisi delle scienze
31 Rosiello Linguistica e marxismo
38 Gruppi Togliatti e la via italiana al socialismo
39 Autori vari Per una critica marxista della teoria
psicoanalitica
40 Graziosi Biologia e società
41 Autori vari Casa città e struttura sociale
42 Berlinguer La « questione comunista »
43 F'édorov Risorse ambiente popolazione
45 Muldworf Sessualità e femminilità
45 Cardia Il diritto di famiglia in Italia
46 Solov'év Produttività e socialismo
47 Cerroni Il rapporto uomo-donna nella civiltà
borghese
48 Clouscard I tartufi della rivoluzione
49 Ellenstein Storia del fenomeno staliniano

Finito di stampare nel novembre 1975


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per conto degli Editori Riuniti
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