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SACRO E METALLURGIA NELL’ANTICO EGITTO

Paolo Galiano

Da quando l’uomo ha imparato a conoscere e trattare i metalli, l’arte della loro lavorazione, dall’estrazione fino alla
fusione e all’elaborazione del prodotto finale, è stata concepita come un atto sacro e chi eseguiva queste operazioni era
considerato un essere dotato di poteri particolari, argomento che è stato ampiamente trattato da Mircea Eliade 1, nei cui
scritti sono però scarsi gli accenni al mondo egiziano.
Se mettiamo a confronto gli accenni che si trovano nei trattati alchemici greci più antichi che ci sono pervenuti, e in
particolare gli scritti di Zosimo, con quanto in Egitto l’Archeologia ha potuto riportare alla luce, è possibile ricostruire il
ruolo che ebbero i templi egizi e i loro sacerdoti nelle lavorazioni metallurgiche e nella concezione della sacralità
dell’oro e dell’argento considerati la «carne» e le «ossa» degli Dèi.

Le miniere d’oro dell’Alto Egitto.


Per comprendere il rapporto esistente fin dai tempi più antichi tra la cultura egizia e la metallurgia è
necessario prendere l’avvio con una digressione sui siti minerari dell’Egitto antico, in particolare di
quelli da cui era estratto il minerale aurifero, e la loro correlazione con i centri templari2.
Lo strato geologico aurifero del deserto orientale dell’Egitto si estende circa da Memfi ad Assuan
per proseguire nella Nubia fino a sud dell’attuale Khartoum 3, il che spiega perché i centri di
lavorazione dell’oro cui si fa riferimento nei trattati alchemici greco-alessandrini, come si dirà più
avanti, coincidono con le più antiche città dell’Alto Egitto.
L’individuazione e lo sfruttamento delle miniere d’oro risalgono almeno all’età Predinastica, circa
3500 a. C.4, e lo sfruttamento proseguì per i secoli successivi con un progressivo e costante
miglioramento nella prospezione di nuove miniere e nelle tecniche di estrazione e di separazione del
metallo dal quarzo aurifero, raggiungendo l’apice nel Nuovo Regno con l’introduzione della macina
per il grano per triturare il minerale e delle vasche di lavaggio del composto polverizzato per
separare l’oro dai residui di quarzite5.

1
MIRCEA ELIADE, Forgeron et alchimistes, Paris 1978 (trad. italiana: Arti del metallo e Alchimia Torino 1980, 2018).
2
Per una visione d’insieme dell’influenza del mondo minerale sull’esistenza dell’uomo egizio segnaliamo SIDNEY
AUFRÈRE, L'Univers minéral dans la pensée égyptienne: essai de synthèse et perspectives, in «Archéo-Nil», 7 (1997),
pp. 113-144.
3
BASEM ZOHEIR, PETER JOHNSON, RICHARD GOLDFARB, DIETRICH KLEMM , Orogenic gold in the Egyptian Eastern
Desert: Widespread gold mineralization in the late stages of Neoproterozoic orogeny, in «Gondwana Research», 75
(2019) pp. 184–217, p. 186 fig. 2,
4
DIETRICH KLEMM, ROSEMARIE KLEMM, ANDREAS MURR , Gold of the Pharahos – 6000 years of gold mining in Egypt
and Nubia, in «African earth sciences», 33 (2001), pp. 643-659, p. 647.
5
KLEMM, Gold of the Pharahos, p. 649.
1
Le tecniche di lavorazione riscontrate dagli scavi archeologici confermano i testi alchemici tradotti
dal Berthelot sulla base principalmente del ms 299 della Biblioteca Marciana di Venezia (sec. X) e
del ms Grec. 2327 della BNF (sec. XV):
La pietra metallica rassomiglia al marmo: è dura, e gli uomini che nei luoghi sopra citati
l’estraggono con molta fatica la preparano nella profondità della terra … e quando trovano un
filone lo lavorano, le loro donne lo macinano e lo triturano, quando hanno ridotto il minerale in
polvere lo passano su tavole scanalate disposte in leggera pendenza e fanno passare sopra l’acqua;
la parte polverizzata leggera e inutile è portata via dall’acqua e rimane la parte utile, trattenuta dal
suo peso, raccolta nelle scanalature della tavola. Allora per la cottura la raccolgono e la pongono in
vasi di terracotta e, facendo un miscuglio secondo la formula [data da Agatarchide, geografo greco
del II sec. a. C., nel trattato Sul Mar Rosso], chiudono il vaso e lo scaldano al forno per cinque
giorni e cinque notti6.

L’unica differenza riscontrabile tra il testo manoscritto e i riscontri archeologici è la tecnica del
lavaggio: gli archeologi non descrivono le tavole scanalate di cui si parla nel testo sopra citato, per
cui la loro supposizione è che sulle tavole inclinate fossero stese pelli di pecore in modo che il pelo
stesso e la lanolina presente su si esse potessero raccogliere le particelle d’oro. Per tale motivo
Klemm, essendo un archeologo e non uno storico delle Religioni, ha supposto che il mito del Vello
d’Oro degli Argonauti potesse avere avuto in questo la sua origine7.
Un elenco dei siti in cui avveniva l’estrazione e la lavorazione dell’oro ci è giunto dal ms. Latin
2327 della BNF c. 249v, così commentato dal Berthelot:
‘I luoghi dove si compie l’opera divina8 sono l’Egitto, la Tracia (Costantinopoli), Alessandria,
Cipro e il tempio di Menfi’ … Esiste [però] un’enumerazione molto più antica dei luoghi in cui si
preparava l’oro, in cui sono enumerate solo città egiziane, il cui nome è in alcuni punti mutilato a
causa di un copista che non li conosceva: ‘Occorre conoscere in quali luoghi della terra della
Tebaide si prepara la polvere misteriosa: Cleopolis (Heracleopolis), Alycoprios (Lycopolis),
Aphrodite, Apolenos (Apollinopolis) ed Elefantina’. Questi nomi sembrano estratti da un
frammento di Agatarchide sui luoghi degli sfruttamenti metallurgici in Egitto9.

L’elenco delle città riportato da Berthelot corrisponde a quanto gli scavi finora effettuati in Egitto
hanno riportato alla luce circa le antiche miniere aurifere: le città di cui si parla nel manoscritto

6
MARCELIN BERTHELOT, Collection des anciens alchimistes grecs, Paris 1887, I, 2, Traduzione, p. 27.
7
KLEMM, Gold of the Pharahos, p. 653.
8
Così Zosimo chiama l’Alchimia: «L’arte divina, sia nelle sue parti dogmatiche e filosofiche, sia nella maggior parte
delle questioni minori, è stata confidata ai suoi guardiani per la loro conservazione» (Il primo libro del computo finale,
in MARCELIN BERTHELOT, Collection des anciens alchimistes grecs, Paris 1888, II, 3, Traduzione, p. 231.
9
MARCELIN BERTHELOT, Les origins de l’alchimie, Paris 1885, pp. 129-130. L’Autore riprende quanto aveva già scritto
a p. 36: «I nomi dei laboratori dove si preparava la pietra metallica, cioè la pietra filosofale, sono trascritti in un trattato
di Giovanni l’arciprete. Eccoli qui: Terra della Tebaide, Heracleopolis, Lycopolis, Aphrodite, Apollinopolis ed
Elefantina; queste sono in effetti tutte città conosciute in Egitto e sede di grandi santuari. Questa lista sembra riprodotta
da un passaggio di Agatarchide relativo agli sfruttamenti metallurgici dell’Egitto: può essere che i luoghi di estrazione
dell’oro dai suoi minerali fossero gli stessi di quelli in cui si pretendeva di fabbricarlo. In tutti i casi la lista è antica
perché questi nomi non sono più conosciuti dopo la conquista musulmana; non figura alcun nome di luogo al di fuori
dell’Egitto, come ne troveremo più tardi in liste scritte nel VII sec.».
2
corrispondono ai Distretti (sepat10) I «La Terra degli archi» (Elefantina), II «Il trono di Horus»
(Apollinopolis), X «La casa di Hathor» (Aphroditopolis), XIII «Il grande sicomoro» (Lycopolis),
XX «Il sicomoro del sud» (Herakleopolis).

I templi e le divinità dei cinque Distretti.


L’elenco dei luoghi «dove si compie l’opera divina» riportati nel ms Latin 2327, come scrive
Berthelot, cioè Elefantina, Apollinopolis, Aphroditopolis, Lycopolis e Herakleopolis, comprende
cinque Distretti dell’Alto Egitto i quali si trovano in prossimità della fascia mineraria di cui si è
detto e i templi più importanti di questi Distretti testimoniano l’antichità del rapporto tra essi e la
lavorazione dei metalli preziosi, in quanto tutti risalgono all’Antico Regno e alcuni forse già
esistevano nel periodo Predinastico e Protodinastico. Le divinità che in essi erano venerate (delle
quali qui ricordiamo solo le principali) sono tutte tra le più antiche da noi conosciute e in stretta
relazione con la teologia e la mitistoria dell’Egitto:

- nel I Distretto di Elefantina a Nubyt o Nubet, «La città dell’oro» (oggi Kom Ombo) era
venerato Horus l’Antico o Herihor: il suo attuale tempio è di epoca tolemaica ma sono state trovate
tracce di fasi precedenti risalenti alla XVIII Dinastia11; il tempio tolemaico è suddiviso in due templi
gemelli, quello a nord dedicato alla triade costituita da Horus, la consorte Tasen-neferet o Tefnut e
il figlio Paneb-tawi («Il Signore delle Due Terre»), il secondo a sud intitolato a Sobek, Hathor e al
figlio Khonsu. L’associazione di Horus con Sobek, il Dio coccodrillo figlio dell’arcaica Dèa Neith,
la creatrice del cosmo e degli stessi Dèi, e il fatto che il figlio di Horus fosse «il signore delle Due
Terre», uno dei cinque «nomi» del Faraone, indicano la stretta connessione del tempio con i miti
cosmogonici e la regalità divina.
Nubyt o Ombos è anche il nome della città del V Distretto scavata da Flinders Petrie 12 (oggi Qus,
all’inizio del Wadi Hammamat, la valle che portava al porto di Safaga sul Mar Rosso), appartenente
alla cultura di Naqada, culla del periodo predinastico e protodinastico, la quale aveva come divinità
principale Seth, detto per questo «l’Ombita».
- nel II Distretto a Behedet, la greca Apollinopolis (oggi Edfu 13), la divinità principale era
Horus di Behedet, il cui culto è testimoniato fin dalla IV Dinastia nei bassorilievi della piramide di
Djoser. L’attuale tempio di Horus, di epoca tolemaica, sorge sull’artico cimitero della VI Dinastia
ed è dedicato a Horus di Behedet, alla consorte Hathor di Denderah e al figlio Harsomtis,

10
Sepat è il nome in geroglifico delle regioni amministrative (chiamate dai Greci nômoi) in cui era suddiviso l’Egitto in
regioni.
11
KATHRYN A. BARD, Encyclopedia of the archaeology of Ancient Egypt, London-New York 1999, pp. 503-506.
12
WILLIAM FLINDERS PETRIE, JAMES QUIBELL, Naqada, London 1896.
13
BARD, Encyclopedia, pp. 319-321.
3
grecizzazione del nome egizio Har sema-tawi, «Horus signore delle Due Terre», il quale era
rappresentato in forma di fanciullo che emerge dal fiore di loto.
- nel IV Distretto, Aphroditopolis, si trova Per-Hathor, «La casa di Hathor» (l’egizia Inr-ty,
«Le due montagne», oggi Gebelein14), il tempio dedicato ad Hathor e risalente alla II Dinastia; il
cimitero che si trova presso il tempio è ancora più antico, databile al periodo Predinastico. Il nome
del Distretto, «Was»15, «Lo Scettro», è quello dello scettro magico con manico a forma di testa di
sciacallo e l’estremità biforcuta per fermare il serpente malefico Apophis ed è simbolo del potere
creatore e distruttore di Hathor, colei che nel suo aspetto teriomorfo di vacca era la nutrice degli Dèi
e dei Faraoni, divinità dell’Eros nella duplice forma creatrice e sensuale, la Dèa-gatto Bastet, e
distruttiva, la leonessa Sekhmet;
- a Lycopolis, capitale del XIII Distretto, in egizio Djauty, «La Guardia» 16 (oggi Asyut), il cui
nome già si trova nei Testi delle Piramidi, la divinità principale era Wepwawet o Upuaut, «Colui
che apre le strade», divinità dalla testa di lupo considerata figlio di Iside, poi sostituita da Anubis.
Del suo tempio nulla ci è rimasto ma sappiamo che almeno in epoca ramesside era una divinità
rappresentante l’Alto Egitto e quindi associata alla Dèa Wadjet signora di Buto e simbolo del Basso
Egitto. Inoltre la presenza dello stendardo di Wepwawet era parte integrante del rituale arcaico
dell’Heb Sed, la cerimonia con la quale periodicamente il Faraone rinnovava i suoi poteri divini17.
- nel XX Distretto di Herakleopolis a Heni-Nesut, «La città del figlio del Faraone» (oggi Beni
Suef18), il tempio principale era dedicato a Heryshef, «Colui che è nel suo lago», identificato dai
Greci con Eracle, un Dio creatore con testa di ariete di cui si ha notizia fin dalla XII Dinastia, anche
protettore di Iunu, la greca Heliopolis capitale del I Distretto del Basso Egitto, dove si trovava la
prima collina emersa dalle acque per volere di Atum (il ben-ben simboleggiato dagli obelischi e dal
pyramidion delle piramidi).
Il suo epiteto era «Il Signore delle Due Terre» e il suo capo era ornato con l’atef, lo stesso copricapo
di Amon con il quale egli era identificato con il nome di «Osiride di Naref», località presso
Herakleopolis ove era venerata la gamba destra di Osiride. I resti del suo tempio, poi inglobato in
quello costruito da Ramesse II, risalgono almeno al Medio Regno. Secondo i testi di Edfu qui fu
combattuta la battaglia tra Horus e Seth che terminò con la vittoria di Horus e la sua ascesa al trono
dell’Egitto come Signore delle Due Terre.

14
BARD, Encyclopedia, pp. 402-404.
15
Waset era il nome della vicina città di Tebe, i cui principi dettero inizio alla XI Dinastia, divenuta poi centro del culto
di Amon a Karnak.
16
BARD, Encyclopedia, pp. 180-182. A Lycopolis nacque Plotino, caposcuola del Neoplatonismo.
17
MASSIMILIANO NUZZOLO, La tradizione teurgica egiziana: il rituale della «Apertura della Bocca», in La teurgia
antico (a cura di L. ALBANESE, P. MANDER), Genova 2010, pp. 275-289, p. 287.
18
BARD, Encyclopedia, pp. 441-443 .
4
Ciò che accomuna queste divinità è il loro rapporto con la figura del Faraone: Hathor è la «nutrice»
del Faraone e, in quanto divinità cosmica dell’Eros che unisce e distrugge, la fonte stessa del suo
potere, e Heryshef, Paneb-tawi figlio di Horus l’Antico e Har sema-tawi figlio di Horus di Behedet
sono figura del Faraone stesso in quanto «Signori delle Due Terre», così come Wepwawet che è il
«Signore dell’Alto Egitto». Esisteva quindi un rapporto sacrale tra questi templi, che costituivano
anche il luogo della lavorazione dei metalli preziosi, e la regalità del Faraone, unico signore dei
metalli provenienti dalle vicine miniere, come scrive Zosimo nel Primo libro del computo finale:
«Sotto i re dell’Egitto gli artefici dell’arte della cottura [dei minerali] e coloro che hanno la
conoscenza delle procedure non operano per sé stessi ma per i re d’Egitto e lavorano per i loro
tesori … e così anche per ciò che riguarda le miniere d’oro»19.
Tutti i metalli preziosi quindi appartenevano al Faraone, però l’oro adoperato «per le suppellettili di
culto e per il corredo funerario del Faraone non [poteva essere] quello estratto dagli affioramenti e
dalle prospezioni alluvionali, chiamato “oro del fiume” (nwb n mw) ma quello estratto direttamente
dalle miniere, detto “oro delle montagne” (nwb n st)»20: evidente in questo la visione simbolica
della montagna come «luogo degli Dèi» e delle gallerie minerarie come vie di accesso all’Al di là21.

La «Casa dell’Oro»: tecnici e sacerdoti.


Coloro che si occupavano dei metalli erano suddivisi in due classi, i tecnici specializzati e i
sacerdoti del Dio, di cui parla Zosimo quando scrive che gli alchimisti egiziani «erano amici dei re
d’Egitto e occupavano il primo posto nella cerchia dei profeti» 22: le parole di Zosimo sono
confermate dai testi del tempio di Denderah incisi sulle pareti della «Casa dell’Oro», il «luogo di
creazione del divino dove si forgiava, concretamente e simbolicamente, l’essenza stessa della
divinità»23 attraverso la preparazione delle statue e degli oggetti di culto resi «viventi» dai rituali.
I testi di Denderah24 forniscono precise informazioni: coloro che operano nella «Casa dell’Oro»
sono distinti in due differenti categorie, gli addetti alla trasformazione e lavorazione dei metalli

19
BERTHELOT, Collection, II, 3, p. 231. Per una traduzione più recente si veda MARTELLI, L’alchimista antico (Storie
della Scienza), Milano 2019, p. 47 e nota 7.
20
MASSIMILIANO NUZZOLO, Il valore dell’oro, l’oro del valore, in Aurum. Funzioni e simbologie dell’oro nelle culture
del Mediterraneo antico (a cura di M. TORTORELLI GHIDINI), Roma 2014, p. 43.
21
Il transito del Sole nel suo viaggio notturno era simbolizzato, come testimoniano i Libri dei Morti, dalla discesa in una
serie di caverne o comunque di luoghi sotterranei, perfettamente illustrati dalla pianta della tomba di Sethi I.
22
Traduzione di ANGELO TONELLI, Zosimo di Panopoli, visioni e risvegli, Milano 2004, citato in MARTELLI,
L’alchimista antico, p. 46. La dizione «profeta del Dio» è la non corretta traduzione greca dell’egizio hem netjer, «servo
del Dio», titolo della principale classe sacerdotale egiziana (quella inferiore era denominata itu netjer, «padre del Dio»).
Secondo Martelli «in età imperiale il termine ‘profeta’ aveva perso il significato tecnico di ‘membro della classe
sacerdotale’ … il testo zosimiano sembra comunque insistere sul legame tra i primi alchimisti e l’ambiente del tempio
egiziano».
23
NUZZOLO, Il valore dell’oro, p. 45.
24
I testi citati sono tratti da: PHILIPPE DERCHAIN, L’Atelier des Orfèvres à Dendara et les origines de l’Alchimie, in
«Chronique d'Egypte», 65 (1990), pp. 219-242.
5
preziosi provenienti dalle miniere, i quali «non sono iniziati davanti al Dio e sono coloro che fanno
venire al mondo le statue … in argento, oro fino, legno o tutte le altre sostanze», e coloro che
sovrintendono all’opera, cioè i sacerdoti iniziati ai quali spetta l’«opera segreta», perché «quando si
passa all’opera segreta per tutti gli oggetti l’ufficio è degli officianti iniziati presso il Dio, che sono
membri del clero … sotto l’autorità del preposto ai riti segreti, scriba del libro sacro … secondo
tutto ciò che è scritto nel libro sacro come prescrizione di Thot»25.
In questo «libro di Thot», da cui sono forse estratte le altre disposizioni che si leggono sulle pareti
della «Casa dell’Oro» circa i materiali da adoperare e i rituali di vivificazione delle statue degli Dèi
e del Faraone, Derchain riconosce la formulazione in epoca tolemaica di un testo più antico andato
perduto o ancora non ritrovato:
Il linguaggio del libro che descrive come vanno preparati gli oggetti era convenzionale o poteva
essere scritto in un linguaggio troppo antico rispetto all’epoca in cui fu inciso [sulle pareti del
tempio] … L’impiego di certe forme verbali e di certe grafie indicano una redazione tardiva … Il
libro perduto fa spontaneamente pensare a un qualche trattato sulle tinture — un bìblos fusikòn
baphòn26 — quale si conosceva all’epoca ellenistica.

Se questo presunto «libro di Thoth» risalisse a un periodo precedente l’epoca tolemaica sarebbe
testimonianza della conoscenza dei metallurghi egiziani circa il modo di «tingere» 27 i metalli prima
che fossero diffusi gli insegnamenti attribuiti al mitico Ostane e allo pseudo Democrito, ai quali si
fa risalire la conoscenza delle «tinture». La possibile attendibilità dell’ipotesi di Derchain si basa
anche sul fatto che l’attuale tempio di Hathor a Denderah fu costruito in epoca tolemaica su
strutture molto più antiche: i testi incisi sulle pareti delle cripte del tempio riferiscono che esso
venne restaurato da Pepi I (VI Dinastia) e poi da Thutmosi III (XVIII Dinastia), come confermano i
resti ritrovati nel corso delle campagne archeologiche di scavo, ma il sito di Denderah è stato
occupato fin da un periodo ancora più antico, essendo state ritrovate tombe risalenti al periodo
Predinastico28 e all’Antico Regno29.
È quindi lecito ipotizzare, come fa Derchain, che il perduto «libro delle prescrizioni di Thot» risalga
a un tempo precedente, e forse di molti secoli, la costruzione del tempio tolemaico e che ci si possa
trovare davanti ai primi indizi di una proto-alchimia, come afferma anche Derchain:
Questi testi sembrano essere i primi reperti ritrovati di una letteratura pre-alchemica in lingua
egiziana … Un libro in cui si apprende come l’oro di una statua divina, di un dio dice il testo, non
è dell’oro che insegna a creare queste statue il cui culto comporta l’esistenza stessa degli uomini,

25
DERCHAIN, L’Atelier des Orfèvres, p. 234.
26
Testo di Denderah: «Questi [artigiani] sono coloro che colorano tutti i gioielli d’oro, d’argento e di vera pietra che
toccheranno il corpo divino [della statua]» (DERCHAIN, L’Atelier des Orfèvres, p. 234).
27
La «tintura» dei metalli costituisce la base della conoscenza delle leghe, per cui l’unione in diverse quantità di oro,
argento, rame, piombo, arsenico e altri minerali tra di loro consentiva di ottenere colori diversi nel materiale finale (si
veda JACK OGDEN, Metals, in Ancient Egyptian Materials and Technologies (a cura di P. NICHOLSON, I. SHAW),,
Cambridge 2000, pp. 148-176, passim)-
28
KATHRYN BARD (editor), Encyclopedia of the archaelogy of Ancient Egypt, London-New York 1999, pp. 298-301.
29
WILLIAM FLIINDERS PETRIE, Dendereh 1898, London 1900, pp. 4-12
6
citato nel contesto filosofico nel quale lo abbiamo ritrovato, in un luogo che conserva il segreto,
non è qualcosa che prelude al sogno della Grande Opera? … Precedendo di molti secoli la sua
fioritura, l‘officina degli Artisti documenta in modo singolare quali siano gli inizi delle due
correnti dell’Alchimia e dell’Ermetismo … e dimostra con estrema chiarezza che la loro radice si
trova nella tradizione religiosa egizia30.

Oro e argento, la carne e le ossa degli Dèi.


Altri metalli, oltre l’oro31, erano estratti in maggiore o minore quantità dalle miniere del deserto
orientale, quali il piombo, lo stagno e, in piccola quantità, l’argento e il rame (la maggior parte del
rame necessario alle attività edilizie e agricole degli Egizi veniva dal Sinai e dall’Arabia). I
metallurghi egiziani, fin dalle prime Dinastie, non solo sapevano adoperare i metalli in purezza ma
erano in grado di creare leghe di oro-argento (elettro), oro-rame e oro-arsenico e bronzo-stagno
conoscevano le tecniche di preparazione e applicazione di pigmenti e smalti, ben prima delle
«ricette» dei trattati di Alchimia greco-alessandrina, considerati il primo segno della nascita
dell’Alchimia spagirica32.
Un ruolo particolare insieme all’oro aveva l’argento: conosciuto fin dal periodo predinastico, esso
era scarso in Egitto, per cui doveva essere importato dall’estero o essere sostituito da una lega di
bronzo e stagno33, il che lo rendeva più prezioso dell’oro dal punto di vista economico, ma è l’oro, e
non l’argento, a possedere un particolare ruolo di sacralità: «L’oro non sarà mai utilizzato come
merce di valutazione e transazione economica a scapito dell’argento, solitamente impiegato per
questo tipo di attività»34. La sacralità dell’oro si vede anche nel fatto che il più antico dei cinque
nomi35 del Faraone, adoperato almeno fin dalla IV Dinastia, è il nome di «Horus d’oro», formato dal
nome del Faraone racchiuso entro un geroglifico che raffigura il palazzo reale e sormontato
dall’immagine del falco.
L’argento era considerato come elemento costituente le «ossa degli Dèi» mentre l’oro era la «carne
degli Dèi», una concezione teologica di cui abbiamo evidenza nei testi:
Il corpo divino è di natura metallica, come scrive chiaramente il pap. JE 97249 del Cairo: ‘Osiride
N [nome del defunto], la tua carne è d’oro, non soffrirà mai, Osiride N, le tue ossa sono d’argento,

30
DERCHAIN, L’Atelier des Orfèvres, pp. 232-233.
31
Si veda per una trattazione esauriente sui diversi metalli provenienti dalle miniere dell’Egitto OGDEN, Metals.
32
OGDEN, Metals, e in particolare per quanto concerne la lavorazione dell’oro p. 166.
33
DEBORAH SCHORSCH, Silver in Ancient Egypt, in Heilbrunn Timeline of Art History. New York 2000,
http://www.metmuseum.org (consultato 24/05/2021).
34
NUZZOLO, Il valore dell’oro, p. 48.
35
Il «nome», in geroglifico ren, si identifica con l’essenza stessa dell’individuo per cui «nominare non significa
semplicemente ‘indicare’ ma anche far esistere» (ALESSANDRO BONGIOANNI, MARIO TOSI, Spiritualità nell’Antico
Egitto. I concetti di akh, ka e ba, Rimini 2002, p. 109). Occorre «far vivere il nome» pronunciandolo e scrivendolo sulle
pareti delle tombe perché il defunto viva nell’Al di là: nel Libro dell’uscita al giorno del papiro. di Torino n° 1791 al
capitolo 25 si legge: «Io faccio che l’uomo si ricordi il suo nome (ren) nella Grande Dimora e si ricordi il suo nome
nella Dimora del Fuoco in mezzo alla Compagnia degli Dèi» (BORIS DE RACHEWILTZ, Il Libro dei Morti degli antichi
egizi. Il papiro di Torino, Roma 1992, p. 52).
7
esse non scompariranno mai’, e il pap. Harris: ‘Amon, del quale le ossa sono d’argento, la carne
d’oro e ciò che copre il suo capo è di veri lapislazzuli’36.

Queste frasi richiedono una digressione su alcuni aspetti dell’antropologia egizia, argomento sul
quale torneremo in un successivo articolo.
L’essere umano è costituito da «parti dure» e «parti molli» 37: le «parti dure» sono le ossa, i denti, le
unghie, il sistema pilifero, e a esse gli egizi attribuivano un’origine paterna in quanto lo sperma era
considerato come la sostanza da cui si formano le ossa, come si legge nell’Inno a Khnoum di Esna:
«Egli ha fatto che il seme si coaguli nelle ossa», mentre le «parti molli» sono di provenienza
materna in quanto trasmesse con l’allattamento, e sono gli organi interni, i muscoli, i legamenti e il
sistema vascolare, cioè più precisamente i «condotti-metou» nei quali scorrono i flussi necessari alla
vita, cioè l’aria e l’acqua, costituenti il sangue, il quale deriva dall’apporto materno, liquido
nutritivo considerato nei Testi dei Sarcofagi equivalente al tuorlo dell’uovo38 e allo stesso tempo
legante l’insieme del corpo, con ha la funzione di unire il seme maschile e il latte femminile per
aggregare le «parti dure» e le «parti molli».
La distinzione dell’antropologia egizia tra «parti dure» e «parti molli» sembra indicare
un’equivalenza tra «parti molli», maschile e oro da un lato e «parti dure», femminile e argento
dall’altro.
Una concezione simile al significato del sangue in rapporto ai «condotti-metou» nell’antropologia
egizia si potrebbe riscontrare nel Pitagorismo sulla base di quanto scrive Diogene Laerzio 39, il
quale, attingendo alle Successioni dei filosofi di Lucio Cornelio Alessandro detto Polyhistor, autore
neopitagorico del I sec. a. C., parla del sangue come il supporto dell’anima attraverso il sistema
vascolare e nervoso:
L’anima nell’uomo si distingue in tre parti, intelletto, mente e animo … Il dominio dell’anima si
estende dal cuore fino al cervello e la parte di essa che è nel cuore è animo, le parti che sono nel
cervello sono intelletto e mente. L’anima si nutre del sangue … i legami dell’anima sono le vene,
le arterie e i nervi.

L’«opera segreta» compiuta dai sacerdoti sulle statue divine di cui si fa accenno nei testi di
Denderah veniva realizzata con uno specifico rituale, il «Rituale dell’Aperura della Bocca», di cui
abbiamo notizie certe a partire dal Regno Antico, nel quale troviamo collegate concezioni religiose
e antropologiche di grande importanza che tratteremo in un successivo articolo.
36
BERNARD MATHIEU, Les couleurs dans les Textes des Pyramides: approche des systèmes chromatiques, in «ENIM
2», 2009, pp. 25-52, pp. 32-33, http://recherche.univ-montp3.fr/egyptologie/enim/ (consultato 28/05/2021).
37
Su questo si veda il commento dell’inno a Khnoum del tempio di Esna di BERNARD MATHIEU, La conception du
corps humain à Esna (Esna n° 250, 6-12), in Et in Ægypto et ad Ægyptum. Recueil d’études dédiées à Jean-Claude
Grenier (a cura di A. GASSE, F. SERVAJEAN, C. THIERS), Montpellier 2012, pp. 499-516, pp. 500-501 e note.
38
MATHIEU, La conception du corps, p. 501.
39
DIOGENE LAERZIO, Vitae phil, VIII, 29-30. Sulla dottrina del sangue si veda PAOLO GALIANO, Roma prima di Roma,
Roma 2011 (II ediz. Roma 2016), pp. 128-130.
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