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% gli Adelphi h

A pparso nel 1935, questo libro è il prim o


che abbia detto alcune essenziali verità su
Stalin. E le ha dette con tale nettezza che la
sua presenza ha accompagnato come un ’om­
bra gli ultimi vent’anni di vita del capo so­
vietico. Le ha dette, inoltre, per bocca di u-
no storico che era stato segretario della Ter­
za Internazionale, uno dei fondatori del Par­
tito Com unista Francese e infine com pagno
di Sim one Weil nelle lotte del sindacalism o
rivoluzionario in Francia.
«Che sia un classico, non v’ha dubbio. Come
un pioniere, Souvarine si è aperta, mezzo se­
colo fa, una strada nella fitta giungla dei mi­
ti, delle m enzogne, degli oblìi, e ci ha dato
la prima storia della Russia nell’età di Lenin,
fino al patto con H itler e alla guerra m on­
diale. La passione politica brucia queste pa­
gine. Ogni teorizzazione politica viene istinti­
vamente e vivacemente m essa da parte, te­
m endo sem pre che si trasformi in m aschera
e giustificazione di semplici crudeli realtà».
FRANCO VENTURI

In copertina: Gustav Kluzis,


La vita si èfatta migliore, la vi­
>■

ta si èfatta più felice» (I. Stalin),


1934 ca. Muséum Ludwig, Co­
lonia. ISBN 88-459-1800-9
© R H E IN IS C H E S B IL D A R C H IV -
KÓ LN

€ 18,00 788845 91 8001


Per il centenario della Rivoluzione russa
1917-2017
gli Adelphi
232

Boris Souvarine, pseudonimo di Boris Kons-


tantinovic Lifsic, è nato a Kiev nel 1895 e nel
1897 si è trasferito con la famiglia a Parigi,
dove è morto nel 1984. E stato corrisponden­
te del quotidiano «La vita nuova», pubblicato
da G or’kij a Pietroburgo, e in vista del con­
gresso di Tours del 1920 ha redatto, insieme
a Loriot e Monatte, la mozione che ha dato
origine al Partito Comunista Francese. Tra il
1921 e il 1924 ha soggiornato a Mosca, colla-
borando con i più importanti dirigenti del mo­
vimento comunista nella sua qualità di segre­
tario della Terza Internazionale - dalla quale
tuttavia è stato ben presto escluso per «indi­
sciplina». Ha diretto le riviste «La critique so­
ciale» (1931-1934) e «Le contrat social» (1957-
1968).
Pubblicato a Parigi nel 1935 dopo complesse
vicissitudini editoriali, Stalin ebbe un’edizione
ampliata nel 1940 e riapparve infine nel 1977
nell’edizione che qui si presenta.
B O R IS SO U V A R IN E

Stalin

ADELPHI EDIZIONI
t it o l o o r ig in a l e :

Staline
Aperçu historique du bolchevisme

Traduzione di Gisèle Bartoli

© 1977 É D IT IO N S C H A M P L I B R E P A R IS

© 1983 A D E L P H I E D IZ IO N I S .P .A . M ILA N O
I edizione gli Adelphi: agosto 2003
w w w .a d e l p h i .i t

ISBN 88-459-1800-9
INDICE

PREFAZIONE 15
PREMESSA 25

1. SOSO 33

Nascita di Stalin. La famiglia, il paese nata­


le. Infanzia e gioventù. Il Caucaso e la Geor­
gia. L ’ambiente e le usanze. Banditi e genti­
luomini. Stato economico e sociale. Il semina­
rio di Tiflis. La ferrovia della Transcaucasia. I
primi socialdemocratici georgiani. Adesione di
Stalin al movimento socialista.

2. GLI ANNI D ELL’APPRENDISTATO 53

Il socialismo in Russia. Operai e contadi­


ni. L ’industria sotto lo zarismo. Arretratezza
del capitalismo e impotenza della borghe­
sia. L ’intelligencija. I pionieri della rivoluzio­
ne. Teorici e dottrine. Herzen, Bakunin, Ne-
caev, Tkacëv. Populismo e terrorismo. Entra
m scena il proletariato. 11 marxismo. Plecha-
nov. Circoli operai e socialisti. I Congresso del
paitito socialdemocratico. Stalin a Tiflis
Autobiografia sommaria. Lenin. L ’« Iskra »'
Origini del bolscevismo. 1 rivoluzionari di pro­
fessione. Stalin militante. Arresto, primo esi­
lio. irockij. Le idee direttrici di Lenin.

il. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE

Stalin e Lenin. II Congresso della socialdem o­


crazia. I « duri » e i « molli ». Bolscevichi e
menscevichi. L a scissione. Lenin giacobino.
Malin bolscevico. Lotte intestine nel Partito
Isolam ento di Lenin. Discussioni e polemiche'
R osa Luxem burg. Profezia di Plechanov I
primi leninisti. L a guerra russo-giapponese.
U partito socialista rivoluzionario. Scioperi
e movimento operaio. Domenica di sangue a Pie­
troburgo. L a rivoluzione del 1905. ì l i Con­
gresso socialdemocratico, dei bolscevichi. Il so­
viet dei deputati operai. Disaccordi tra sociali­
sti. Lenin visto da Stalin.

4 .
UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE

Dopo la prima rivoluzione. L ’unità socialdemo­


cratica. И Congresso di Stoccolma. Nuovi dis­
sensi tra bolscevichi e menscevichi. La Du­
ma. Lenin e il boicottaggio delle elezioni. I
baemki. Espropri e attentati. La piccola guer­
ra partigiana. Il Centro bolscevico. Krasin.
L affare di Iiflis. Kamo. Stalin e il terrori­
smo bolscevico. Cincadze. Pilsudski. Il Con­
gresso di Londra. Stalin a Baku. Stalin in car­
cere. Stalin a Pietroburgo. Scissione definitiva'
nella socialdemocrazia. Bolscevismo e men­
scevismo. Declino della rivoluzione. Tenden­
ze, frazioni e gruppi. La questione del finanzia­
mento. Bogdanov. Il partito bolscevico. Sta­
lin membro del Comitato Centrale. Lenin e
Tròckij. La questione nazionale. Stalin in Au­
stria. Malinovskij. Stalin deportato in Sibe­
ria. Poliziotti e agenti provocatori.

5. LA RIVOLUZIONE 193.

La guerra del 1914. Dil'ensismo e disfatti­


smo. Lenin solo contro tutti. La rivoluzione di
Febbraio. Governo provvisorio e soviet di Pie-
trogrado. Stalin in libertà. Smarrimento dei
bolscevichi. Il ritorno di Lenin. Le tesi di apri­
le. «T utto il potere ai soviet». Trockij con
Lenin. Speranze di una rivoluzione mondia­
le. Le giornate di luglio. La questione dei so­
viet. L ’episodio Kornilov. VI Congresso del
Partito. Ruolo di Stalin. La grande ondata bol­
scevica. Trockij presidente del soviet di Pietro-
grado. Lenin teorico della democrazia integra­
le. Stato e Rivoluzione. Divergenze sulla data del­
l’insurrezione. Lenin chiede il colpo di Sta­
to. Trockij dirige le operazioni militari. La ri­
voluzione di Ottobre. Certezze e prospettive.

6. LA GUERRA CIV ILE 251

L ’indomani della vittoria. Dissensi tra i bolsce­


vichi. Lenin al lavoro. La libertà di stam­
pa. Gor’kij contro Lenin. Il Consiglio dei
commissari del Popolo. Stalin commissario alle
Nazionalità. Il diritto dei popoli, teoria e prati­
ca. Evoluzione di Lenin. Avvertimenti di Rosa
Luxemburg. In Georgia. Contraddizioni inso­
lubili. La questione agraria. La posizione di
Rosa Luxemburg. Variazioni di Lenin. La dit­
tatura del proletariato. Guerra e pace. Brest-
Litovsk. Disaccordi tra bolscevichi. Lenin e la
pace ad ogni costo. Atteggiamento di Troc­
kij. La frazione di sinistra. Crisi acuta nel Par­
tito. VII Congresso. Il partito comuni­
sta. Trockij commissario alla Guerra. La
Ceka. Stalin al fronte. L ’Armata rossa. Se-
dizioni, sommosse e ribellioni. L ’opposizione
militare. Caricyn. Il terrore. Stalin contro
Trockij. Armistizio e rivoluzioni. La guerra
civile russo-russa. Stalin capo militare. L ’Inter­
nazionale comunista. V ili Congresso del Parti­
to. Stalin commissario all’Ispezione. I colla­
boratori di Lenin.

7. LA REPUBBLICA DEI SOVIET 331

Evoluzione del bolscevismo. Lenin e la dittatu­


ra. L ’oligarchia dirigente. La pena di mor­
te. Militarizzazione del regime. Gli eserciti del
lavoro. Scomparsa dei soviet. Contraddizioni
di Lenin. Il Politbjuro del Partito. Il Segreta­
riato del Comitato Centrale. IX Congresso
del Partito. L ’Opposizione democratica. Di­
scussione sui sindacati. Lenin contro Troc­
kij. L ’Opposizione operaia. X Congresso del
Partito. Kronstadt. La nuova politica econo­
mica. Termidoro. Stalin segretario del Parti­
to. La realtà sovietica. L ’apparato. Anta­
gonismi personali. X I Congresso del Partito.
Lenin elogia Stalin. Malattia di Lenin. Sta­
lin all’opera. La burocrazia. Progetti riforma­
tori di Lenin. La politica delle nazionalità. Sta­
lin e la Georgia. Lenin contro Stalin. Ultimi
consigli di Lenin. Il Testamento. La questione
del piano economico. Rottura tra Lenin e Sta­
lin. Stato della Repubblica dei soviet.

8. L ’EREDITÀ 411

La trojka. Trockij in attesa. L ’Unione delle


Repubbliche Sovietiche. XII Congresso del Par­
tito. La crisi economica e le « forbici ». Trockij
e i contadini. Tendenze e gruppi nel Partito. Le
frazioni clandestine. La dittatura del triumvira­
to. Scioperi e dimostrazioni operaie. Trockij
contro la trojka. I Quarantasei. Stalin e la rivo­
luzione in Germania. Il triumvirato e la demo-
crazia. Il « nuovo corso ». Stalin contro Troc-
kij. Sconfitta" dell’opposizione. Responsabilità
di Trockij. Morte di Lenin. Il leninismo, reli­
gione di Stato. Bolscevismo e leninismo. X III
Congresso del Partito. La bolscevizzazione del­
l’Internazionale comunista. La caccia ai trocki-
sti. Stalin profeta. L ’insurrezione della Geor­
gia. Confessioni di Stalin. Ceka e gpu . Suici­
di. Nuovo conflitto nel Partito. Sconfitta di
Trockij. Rottura del triumvirato. L ’opposizio­
ne di Leningrado. La dittatura del Segretaria­
to. « Volgiamoci alla campagna ». « Arricchi­
tevi ». La sinistra e la destra. Stalin teori­
co. Il socialismo in un solo paese. X IV Con­
gresso del Partito. Stalin e la statistica. Scon­
fitta della nuova opposizione. Stalin segretario
inamovibile.

9. L ’EREDE 515

Stalin visto da Trockij. Variazioni sul Termido­


ro. Ottimismo di Trockij. Il blocco dell’oppo­
sizione. Condizione della classe operaia. Il
vagabondaggio infantile. Previsioni di Sta­
lin. Gli industrialisti. Il Piano. Regolamenti
di conti tra leninisti. La « questione ingle­
se ». Stalin al timone. Discordie, dispute e liti­
gi. Stalin contro, l’industrializzazione a oltran­
za. La « questione cinese ». Insuccessi di Sta­
lin. Disastro comunista in Cina. La guerra
imminente. Smembramento del blocco dell’op­
posizione. Contraddizioni di Trockij. Decimo
anniversario dell’Ottobre. Il piano quinquenna­
le. Trockij escluso dal Partito. L ’opposizione
messa fuori legge. XV Congresso del Parti­
to. Stalin industrialista. I « fautori della capi­
tolazione ». La Comune di Canton. Depor­
tazione dell’opposizione. Trockij in Siberia.
Contraddizioni e responsabilità dell’opposizio­
ne. Il processo di Sakty. Stalin e la colletti­
vizzazione dell’agricoltura. La destra contro Sta­
lin. Nuove lotte intestine. Rivelazioni di Bu-
charin. Il pericolo di destra. Trockij in esi­
lio. Stalin e il Piano. La dekulakizzazio-
ne. Sconfitta della destra. Il regime di Sta­
lin. Lo Stato knuto-sovietico. L ’« anno della
grande svolta ». Fine della n e p . Cinquantesi­
mo compleanno di Stalin.

10. STALIN 625

Il Piano di Stalin. Promesse e condizioni.


L ’istruzione pubblica. L ’apparato burocrati­
co. La dittatura di Stalin. XVI Congresso del
Partito. La « linea generale ». La collettivizza­
zione delle campagne. « Vertigine del succes­
so ». L ’industrializzazione. Misure draconia­
ne. Decreti e circolari. Il passaporto per l’in­
terno. La scarsità di merce. Repressioni, arre­
sti, deportazioni. Rjazanov. Il silenzio di Sta­
lin. La carestia. Bilancio del quinquennio in­
dustriale. Il Piano, risultati e conseguen­
ze. Apparenze e realtà. Antecedenti stori­
ci. Il ricordo di Pietro il Grande. Paralleli e
paragoni. Gli insegnamenti della storia della
Russia. La società sovietica. Socialismo о capi­
talismo di Stato? I nuovi privilegi. Eventualità
di una guerra. Neopatriottismo e neodisfatti­
smo. In senso contrario rispetto al socialismo e al
comuniSmo. L ’ineguaglianza politica e socia­
le. Le lettere e le arti sotto Stalin. Suicidi.
X V II Congresso del Partito. Stalin al disopra
di tutto. « Il più grande capo di tutti i tempi e
di tutti i popoli ». Il secondo piano quinquenna­
le. Evoluzione di Stalin. L ’URSS e la Società
delle Nazioni. Stalin pacifista. La gioventù
sovietica. Il comuniSmo screditato in campo in­
ternazionale. Chi è Stalin? Suicidio di Nadezda
Allilueva. L ’assassinio di Kirov, risposta del ter­
rorismo al terrore. Il coraggio di Stalin. Le ul­
time parole di Lenin.
11. LA CONTRORIVOLUZIONE 721

Date storiche. Il caso Kirov. Diversivo e re­


pressione. La Costituzione staliniana. Depor­
tazioni ed epurazioni. I metodi di Stalin. Tra­
sferimenti e scomparse. Nikolaj Ezov. La fine
della vecchia guardia. Soppressioni e liquida­
zioni. La grande ritirata. Misure economi­
che. La morale e le usanze. « Offensiva sul
fronte della cultura ». La vita felice. Lo sta-
chanovismo. Scoperta della patria. Stalin e
Hitler. Gerarchia e onorificenze. L’istruzione
pubblica. Revisione della storia. La tradizio­
ne. Voltafaccia di Stalin. La fine dei so­
viet. Unanimità. Suicidi e morti sospette. Il
processo dei Sedici. Il processo dei Diciasset­
te. Caduta di Jagoda. Arresti in massa, esecu­
zioni in serie. Decapitazione dell’Armata ros­
sa. L ’anno terribile. Serie di suicidi. Il pro­
cesso dei Ventuno. Mussolini e Stalin. La
grande ecatombe. La notte di San Bartolomeo
dei comunisti. Tentativo di statistica. Le ele­
zioni « democratiche ». Un nuovo XVI seco­
lo. Ivan il Terribile. Il significato dei proces­
si. « Uomini senza biografia ». La gioven­
tù. Enigmi storici. Congiura militare? I mo­
venti di Stalin. Apologie e ditirambi. Falli­
mento dell’economia totalitaria. XV III Con­
gresso del Partito. Il censimento del 1937. Bi­
lancio disastroso. La politica estera. Il regime
di Stalin.

POST SCRIPTUM - LA GUERRA 813

EPILOGO 823

B IB L IO G R A F IA 903
IN D IC E D E I N O M I 947
P R E F A Z IO N E

Questo libro, scritto dal 1930 al 1935, è stato commissio­


nato da un editore americano che aveva posto condizioni molto
sfavorevoli. Si doveva mandare il testo capitolo per capitolo a
New York, farlo tradurre man mano che giungeva, e dunque
rinunziare a rileggerlo, a fortiori senza poterne rivedere
l ’insieme. Molti capitolifurono scritti nel momento stesso in
cui si svolgevano gli avvenimenti, senza il minimo distacco.
Le biblioteche in Francia, allora, nonfornivano alcun mate­
riale utile all’argomento e l ’autore non poteva contare che su
se stesso. La documentazione topica era quasi inesistente e la
faticosa ricerca richiedeva più tempo della redazione vera e
propria. Non ho avuto neppure la possibilità di esaminare la
versione inglese per una necessaria messa a punto.
Durante il lavoro venni a sapere che l ’editore, Alfred
Knopf, aveva rinunziato alla pubblicazione con motivi pre­
testuosi; la sua decisione era stata influenzata da Raymond
Postgate, un « esperto » britannico conquistato alla causa
dello stalinismo di quegli anni. Senza consultarmi aveva
sciolto il contratto, cedendolo a Martin Secker and War-
burg, Publishers, di Londra e trattando il subappalto per
16 PREFAZIONE

l ’edizione americana con una piccola società che ebbe vita


brevissima, l ’Alliance Hook Corporation la quale, dopo
quattro edizioni nel 1939, la cedette a sua volta a un’altra
casa di cui non avevo mai sentito il nome. Solo due anni dopo
nefu i informato, per caso. Quanto a Secker and Warburg,
non fecero mai il minimo cenno sulla sorte dell’edizione
inglese.
Nelfrattempo il manoscritto era stato presentato a Parigi
all’editore Gallimard da Brice Parain, qualificato slavista,
molto informato sulle questioni sovietiche; questi ne racco­
mandò la pubblicazione e altri consulenti espressero lo stesso
parere. Dopo un certo periodo di attesa, che sembrò lungo
alla piccola cerchia dei miei amici di allora, uno di essi,
Georges Bataille, si incaricò d ’informarsi presso André
Malraux, membro del comitato di lettura. Malraux rispose
che non avrebbe preso posizione e aggiunse testualmente:
« Penso che lei abbia ragione e, con lei, Souvarine e i vostri
amici, ma sarò con voi quando sarete i più forti ». Poco
dopo, il libro fu rifiutato su intervento di un certo Bernard
Groethuysen che, dissimulando il suo partito preso infavore
di Stalin, ricorse a un argomento decisivo il cui significato
era il seguente: finirete per mettervi in urto con Mosca a
scapito degli interessi della casa.
Successivamente l ’opera fu accolta confavore dalla casa
editrice Plon, dove però fu osteggiata da Gabriel Marcel,
definitofilosofo « esistenziale », che negava al mio lavoro il
diritto di esistere. Dicono che abbia cambiato parere, ma
solo dopo la guerra. Tuttavia dopo una conversazione tra il
mio amico Auguste Detoeuf e Maurice Bourdelle, numero
uno di Plon, fu tolto l ’ostracismo; l ’operafu pubblicata nel
1935 e, inforza della sua attualità, favorevolmente accolta
dalla stampa nel suo insieme. Fu necessario aggiungere un
« capitolo finale », e poi nell’ottava edizione, del 1940,
completata di un indice, fu inserito d’urgenza un post
scriptum. L ’invasione della Francia da parte dell’esercito
tedesco mise la parola fine.
PREFAZIONE 17
Edita da Querido, una traduzione olandese fu data alle
stampe nel 1940, ad Amsterdam. Non so assolutamente cosa
ne è stato. Non conoscevo il traduttore, Edgar Du Perron,
sapevo soltanto che era molto noto nel suo paese e grande
amico di Malraux. È morto nel maggio 1940 poco prima che
Hitler invadesse l ’Olanda. Da un articolofirmato Mechtilt
Meijer Greiner ho saputo che Du Perron, grande scrittore
olandese, romanziere, poeta, saggista, critico, hafatto molto
per la letteraturafrancese in Olanda. Lo stesso articolo cita
Malraux che su Du Perron scrive: « Non credeva nella
politica, ma credeva nella giustizia... » ; e inoltre: « Per lui
la politica era il non accaduto, e così la storia, credo. Era il
mio miglior amico... ». Pascal Pia dice di Du Perron:
« Conservo di lui un ricordo meraviglioso. Era un uomo di
una qualità così rara che non ne ho mai incontrato nessuno
che, a mio parere, gli fosse pari... ». Considero per me un
grande onore l ’aver avuto come traduttore disinteressato
questo scrittore d’eccezione che considerò il mio libro un
servizio reso alla verità e alla giustizia.
Il 1940, anno terribile, ebbe conseguenze penose su molti
destini, sugli individui e sulle opere, e dico questo senza
perdere di vista le disgrazie delle vittime e dei loro congiunti.
La Gestapo e la a pu che operavano congiuntamente in
Francia, saccheggiarono la mia biblioteca, l ’archivio e tutta
la documentazione. A Marsiglia, il tirannello locale, de
Rodellec du Porzic, un ufficiale di marina degno esecutore
degli ordini del suo superiore, l ’ammiraglio Platon, nazista
dichiarato, mifece arrestare e incarcerare nel « vescovado »,
garbato appellativo per quel luogo di detenzione. Il mio
amico Henri Rollin, capitano di corvetta, collaboratore
dell’ammiraglio Darlan a Vichy, intervenne appena in tem­
po per salvarmi. (A quei tempi, la Francia era nelle mani dei
marinai). Dovetti espatriare. Negli Stati Uniti altre spia­
cevoli sorprese si sarebbero abbattute sul libro e sul suo
autore.
Infatti l ’aggressione tedesca contro la Russia sovietica nel
18 PREFAZIONE

giugno 1941 aveva provocato a Washington, e in seguito in


tutti gli Stati Uniti, una stupefacente revisione della scala
dei valori. Stalin che, per la sua connivenza con Hitler,
aveva gettato l ’Europa, e poi il mondo intero, negli orrori
della seconda guerra mondiale, apparve improvvisamente
come un modello di democrazia, un campione di civiltà e di
umanesimo. Il mio libro fu praticamente messo all’indice,
scomparve dalle vetrine, e la mia modesta personafu bandita
dalla società. Mi fu rifiutato ogni lavoro. Ironia di questa
vicenda: esiste una lettera di un certo Warburg, cugino
dell’editore di Londra, al direttore del « New Leader » di
New York, in cui si spiega che ero indesiderabile in quanto
autore di un libro su Stalin.
George Kennan, diplomatico americano di rara compe­
tenza e uomo integerrimo, proveniente da unafamiglia in cui
lo studio della Russia è tradizione, si espresse in tono cauto:
« Roosevelt non sapeva nulla della Russia e pochissimo
dell’Europa... Ma, peggio ancora, non cercava né teneva in
considerazione il parere di quelli che ne sapevano qualcosa.
Harry Hopkins, il suo consigliere più ascoltato, all’inizio
non ne sapeva più di lui... » (« Survey », 94, London).
I loro successori non hanno saputo né sanno di più.
Chiunque conosca l ’ignoranza enciclopedica degli uomini
politici e dei giornalisti americani in genere, non si stupirà
delfatto che l ’opinione pubblica negli Stati Uniti sia stata
fuorviata al punto di scambiare Stalin per un benefattore
dell’umanità. L ’etichetta « liberale » in politica divenne
sinonimo di comunista nel senso staliniano del termine, e
nacque una pletora di « compagni di strada » ; ed erano tanti
anche nell’amministrazione Roosevelt. Tuttavia, ci furono
alcune eccezioni: il mio librofu elogiato, raccomandato dal
celebre pedagogista e filosofo John Dewey, e fra gli altri
Max Eastman, Sidney Hook, Eugene Lyons, Ferdinand
Lundberg, James Fané II, William Henry Chamberlin. Un
ambasciatore riferì che questo libro diventò la « Bibbia del
corpo diplomatico » a Mosca. Il professore Sidney Hook
PREFAZIONE 19
scrisse che l ’autore aveva compiuto uno spade work (disso­
damento) meritorio; si è potuto constatare infatti quanti
uomini di cultura ne hanno approfittato senzafarvi esplicito
riferimento, indice di una consacrazione muta e involonta­
ria.
Ritornato in Francia dove dovevo riorganizzarmi parten­
do da zero, le deprimenti notizie sul mio spade work certo
mi tormentarono meno che la rivelazione delle indicibili
sofferenze delle vittime della guerra e la perdita di amici
insostituibili uccisi da Hitler, l ’ex alleato di Stalin, suo
emulo in tradimenti. Il partito stalinista, un tempo fuori
legge, partecipava al potere, i suoi « compagni di strada »
pullulavano in tutti gli ambienti, il culto di Stalin era di
moda. Non si capisce perchéfossero chiamati « esistenziali­
sti » e « intellettuali di sinistra » gli apologeti delle innu­
merevoli atrocità commesse da Stalin e dai suoi accoliti.
Tutto questo accadeva sotto gli sguardi compiacenti delle
autorità costituite della Quarta Repubblicafrancese prima e
della Quinta poi, e sempre col consenso del « bel mondo »,
^//'establishment. Solo per mezzo di pubblicazioni che
fossero strettamente « riservate » era possibile esprimersi
contro corrente, con prudenza, per dire la verità. Milioni di
incoscienti votavano nelle elezioni per la CPU e per il Gulag
di cui si ignorava allora il nome, ma non la sostanza.
Seppi che la traduzione tedesca del mio libro, eseguita
dalla signora Hilferding per Rowohlt, l ’editore di Kafka,
Faulkner, Hemingway e altri ancora, era introvabile. La
traduttrice, moglie dell’eminente socialista ed economista, ex
ministro delle Finanze del Reich, autore di Das Finanzka-
pital che suscitò ai suoi tempi vive controversie teoriche, è
deceduta negli Stati Uniti dove aveva trovato rifugio. Ru­
dolf Hilferding invece scomparve, consegnato ai carnefici
nazisti dal governofrancese. Il socialista Luis Portela fece
una traduzione in lingua spagnola, ma la distrusse quando
le truppe del generale Franco entrarono in Barcellona. Infine
non so nulla di una traduzione svedese che doveva essere
20 PREFAZIONE

pubblicata presso Fahlerantz e Gumelius a Stoccolma. Per


contro, si è saputo che esisteva una traduzione russa in un
unico esemplare, ad uso esclusivo di Stalin; una rivista
americana che riportava questa informazione dal giornale
parigino di Pauel Miljukov, aggiunse di sua iniziativa:
« Si ignora la sorte del traduttore... ».
E siccome la realtà molto spesso va oltre la finzione,
merita soffermarsi un momento sull’edizione inglese. L ’edi­
tore Warburg sì è sempre rifiutato di fornire la minima
informazione sulla diffusione e sulla tiratura. Tuttavia il
caso ha voluto che, dopo circa dieci anni di ritardo, venissi a
conoscenza d’un passo del libro intitolato An Occupation
for Gentlemen, di Fredric Warburg (London, 1959), in cui
lo strano « gentleman » così si esprime:
« Alla fine di settembre (1939) abbiamo pubblicato un
importante volume di 704 pagine scritto da Boris Souvarine,
che si intitola semplicemente Stalin.
« L ’autore, ex membro dell’Internazionale comunista,
aveva studiato le opere e i tortuosi processi mentali del
“ maestro ” Stalin con una cura amorevole o, forse più
precisamente, con un odio attento. La traduzione, dovuta a
C.L.R. James, aveva richiesto diversi mesi, e il ritardo fu
provvidenziale. Quando il libro uscì, un mese dopo la firma
del patto germano-sovietico, il pubblico si affrettò a legger­
lo. Perfettamente documentato, scritto in uno stile narrativo
piacevole, testimonianza di prima mano sull’argomento,
questo libro è stato ed èprobabilmente il migliore sulla vita e
la politica di Stalinfino al 1936. Sfortunatamente è esaurito.
Le migliaia di persone che soltanto due mesi prima lo
avrebbero accolto con insulti e grida di scherno, lo accettava­
no in quel momento come verbo di vangelo e rivelazione di
iniquità fino allora nascoste. Non posso fa r a meno di
pensare che Chrusc'év stesso ne avrebbe apprezzato l ’utilità
uno о due annif a quando, al XX Congresso, pronunciò il suo
famoso rapporto [segreto].
« Le prime vendile furono modeste, 348 copie soltanto.
PREFAZIONE 21

Ma, allafine del 1939, più di 1700 copie erano state vendute,
epiù di 2000 nel giugno 1940. Avevamofirmato un contratto
soddisfacente con un editore americano per i diritti negli
Stati Uniti, e il librofu stampato anche in Australia dove si
vendette assai bene. Sicuramente il libro avrebbe avuto una
vendita tre volte inferiore se James avesse consegnato la
traduzione nei tempi fissati, il che dimostra quanto sia
importante per un libro il momento della sua pubblicazione.
I nostri utilifurono cospicui nonostante il costo di produzio­
ne elevato.
« Souvarine, che ora vive a Parigi, era schedato come
trockista, ma lo era quanto me. Ecco le ultimefrasi del suo
libro, scritte nella seconda metà del 1939:
Il corso degli eventi e il comportamento degli uomini
hanno smentito tutte le previsioni ottimistiche di Lenin, tanto
le sue speranze in una democrazia superiore quanto le conce­
zioni semilibertarie formulate in Stato e Rivoluzione e in
altri scritti della stessa epoca, agli albori della rivoluzione.
Quanto alle tesi di Trockij, neanch’esse hanno resistito alla
prova deifatti, inparticolare la nozione verbosa e astratta di
« rivoluzione permanente ». Lenin è morto troppo presto per
poter commentare ilfallimento del bolscevismo. Trockij non
seppe approfittare degli oziforzati dell’esilio perfare un vero
esame di coscienza: le sue memorie non portano alla storia
neppure quel contributo documentario che avevamo il diritto
di aspettarci da un protagonista della sua statura, i suoi
articoli e i suoi opuscoli parafrasano argomentazioni trite e
ritrite senza chiarire nessun problema. Il fallimento del
bolscevismo in Russia è accompagnato dal fallimento irri­
mediabile del comuniSmo nell’Internazionale e le lezioni
dell’esperienza hanno un valore che trascende di gran lunga i
fatti della guerra civile. Il socialismo democratico nelle sue
varie correnti, in nome della legittima difesa contro ilfasci­
smo, si è lasciato quasi ovunque trascinare, circuire e com­
promettere dal comuniSmo totalitario. L ’agonia della spe­
ranza socialista nel mondo apre così una crisi ideologica che
22 privazione

è impossibile oggi valutare in tutta la sua portata. Sarà


dunque compito degli epigoni di questa generazione disar­
matafare il bilancio del bolscevismo nazionale, del comuni­
Smo internazionale e del socialismo tradizionale per trarne
gli insegnamenti necessari. Secondo la logica, questo dovreb­
be indurli a esaminare ciò che è vivo e ciò che è morto nella
dottrina-madre, abbastanza mal conosciuta benché celeber­
rima sotto il nome di « marxismo ».
Le riflessioni del cosiddetto « gentleman » non hanno
bisogno di commento. In attesa che sia chiarito il senso del
titolo del suo libro, resta da precisare perché il mio non è stato
ristampato in Francia dopo la guerra. Al saccheggio con­
giunto da parte della GPue della Gestapo nel 1941, cheprivò
l ’autore della documentazione essenziale e dei suoi strumenti
di lavoro, si aggiunsero le tristi condizioni materiali che non
permettevano di aggiornare l ’opera rimasta ferma alle con­
seguenze del patto Hitler-Stalin. La preoccupazione di pro­
curarmi da vivere non mi lasciava il tempo né per lo studio
della storia di Stalin durante e dopo la guerra, né per
l ’analisi delle rivelazioni di Chruscè'v sul suo regno. Il
successore di Stalin, in nome della direzione collettiva del
Partito, aveva rivelato col contagocce un numero infimo dei
crimini compiuti sotto il dispotismo del « meraviglioso geor­
giano ». Le rivelazioni, sotto forma di rapporto segreto,
furono presentate al X X Congresso del Partito Comunista
che si svolse a porte chiuse a Mosca, il 25febbraio 1956. Più
raccapriccianti ancorafurono le rivelazioni pronunciate cin­
que anni più tardi nel corso del X X II Congresso, dal 17 al
30 ottobre 1961, in cui i principali oratori denunziarono
alcuni sinistri misfatti imputabili ai più fedeli accoliti di
Stalin.
Una simile confessione pubblica dell’inconfessabile non
ha precedenti nella storia. Seguì un torrente di testimonianze
che gli scampali al grande terrore, se appena erano capaci di
tenere una penna in mano, tentarono di rendere pubbliche.
Queste sono troppe perché si possa anche solo menzionarle
PREFAZIONE 23
qui. Le principali sono evidentemente i tre volumi di Arcipe­
lago Gulag Aleksandr Solzenicyn (Paris, 1973-1976), e
l ’imponente, spaventoso necrologio di Roy Medvedev, Lo
Stalinismo (Paris, 1972), che giustificano e avvalorano
questa mia opera al di là di qualsiasi aspettativa. La massa
del materiale da elaborare è diventata così imponente che, se
si volesse redigere una « Vita di Stalin » nell’intero suo
arco, sarebbe necessario un altro grosso volume. L ’autore di
questo, giunto a un ’età troppo avanzata, non può intrapren­
derlo, e si è dunque limitato ad arricchirlo di alcune note e di
un breve addendum come suggerimenti per letture comple­
mentari.
Con ciò l ’essenziale è detto. Restano da ringraziare i
giovani professori, gli storici, i sociologi e gli editori che
hanno ritenuto che questo libro non sia invecchiato e meriti di
essere ristampato tale e quale, poiché ha conservato intatto il
suo valore quasi mezzo secolo dopo che l ’autore ne aveva
scritto la prima riga.
Aprile 1977 B.S.

P.S. L ’autore di questo libro non ha creduto di dover


modificare о correggere il testo quale è stato pubblicato nel
1935 e nel 1940. Certo oggi non lo scriverebbe come un
tempo. Durante il suo lungo lavoro ha già imparato molto,
ma ancor di più dopo averlo ultimato. E a ragion veduta:
basti tener presente, infatti, che le Opere di Lenin, prima in
20 volumi, poi in 32, erano lungi dall’essere complete. Le
Opere Complete, in 55 volumi, sono state pubblicate sol­
tanto nel 1958-1965 (e ancora non sono complete). Le Opere
di Stalin, in 13 volumi, risalgono al 1946-1952; trascuria­
mo pure il fatto che sono mutilate, snaturate e menzognere;
tre volumi supplementari sono stati pubblicati dall’Istituto
Hoover in California nel 1967. Tutto questo è dunque molto
posteriore alla fine della stesura di questo libro, avvenuta nel
1940, per non dire di una massa enorme di documenti,
24 PREFAZIONE

materiali, testimonianze, contributi vari che sono venuti alla


luce dopo la guerra e dopo la morte di Stalin. E dunque ovvio
che l ’autore non sia più qual era quando si mise all’opera: un
« comunista » nel senso in cui si definiva Jaurès all’inizio
del secolo, quando il termine era sinonimo di socialista e di
socialdemocratico. È normale che un osservatore attento,
diligente, scrupoloso, tragga profitto da un’esperienza così
ampia, significativa, tragica, che è costata vite umane, valori
morali e materiali accumulati nel corso dei secoli. Ciò che mi
sembra anormale, invece, è recitare lezioni imparate a me­
moria molto prima dì questa esperienza e ripetere formule
astratte avulse dalla realtà. Perciò posso permettermi di
concludere prò domo mea come quel pensatore celebre che,
centodieci anni prima di me, prendeva come motto lafrase del
grande fiorentino: « non ragioniam di lor, ma guarda e
passa ».
PREMESSA

« Dzugasvili, Iosif Vissarionovic, contadino della


provincia e del distretto di Tiflis, villaggio di Didi-Lolo,
ortodosso, contabile. Per decisione del ministero degli
Interni mandato in residenza sorvegliata per due anni a
partire dal 29 settembre 1908 a Sol’vycegodsk, provin­
cia di Vologda, da dove è fuggito. Per la seconda volta
mandato in esilio nella provincia di Vologda, è di nuovo
fuggito il 29 febbraio 1912. Per decisione del ministero
degli Interni mandato in residenza sorvegliata per tre
anni a partire dall’8 giugno 1912 nella regione di Na-
rym, da dove è fuggito di nuovo il 1° settembre 1912 ».
In queste poche righe stava, all’inizio della rivoluzio­
ne russa, tutta la biografia di un oscuro bolscevico so­
prannominato Stalin, biografia rintracciata al diparti­
mento moscovita della polizia e pubblicata nel 1918 a
Mosca. Il generale A.I. Spiridovic, uno dei capi dell’O-
chrana del vecchio regime (polizia politica segreta), la
cita quasi testualmente nel 1922 nella sua Storia del
bolscevismo in Russia. Ma allora nessuno vi prestava at­
tenzione; il nome di Stalin rimaneva ancora in un ano­
nimato quasi totale, ignorato non solo dal popolo russo
ma perfino dai membri del partito bolscevico in patria e,
26 PREMESSA

a maggior ragione, all’estero. Si può completare questa


scheda della polizia con una nota della gendarmeria
locale del 1903, riprodotta da compagni di Stalin nella
« Zarja Vostoka » di Tiflis, organo ufficiale del bolscevi­
smo in Georgia:
« Secondo le informazioni ricevute di recente dai nostri
agenti, Dzugasvili era conosciuto nell’organizzazione coi
soprannomi di Soso e di Koba; ha lavorato nel partito
socialdemocratico sin dal 1902, prima come menscevico,
poi come bolscevico, in qualità di propagandista e diri­
gente della prima circoscrizione (ferrovie) ».
La prima nota biografica consacrata a Stalin dal par­
tito comunista russo, meno scialba ma altrettanto breve
di quella dell’Ochrana, si trova nelle note esplicative о
di documentazione accluse alle Opere di Lenin:
« I. Stalin, nato nel 1879, membro del Partito dal
1898, uno degli organizzatori e dirigenti più in vista dei
bolscevichi. Più volte incarcerato, sei volte deportato;
dal 1912, membro del Comitato Centrale senza interru­
zione; nel 1917, redattore della « Pravda »; dopo la
rivoluzione di Ottobre, commissario del Popolo alle
Nazionalità; nel 1921-1923, commissario del Popolo per
l’Ispezione operaia e contadina; membro del Comitato
esecutivo centrale panrusso, segretario del Comitato
Centrale del Partito Comunista ».
Finché Lenin visse e benché Stalin fosse già segretario
del partito bolscevico, si concedeva dunque uno spazio
relativamente ristretto al futuro padrone della Russia. Il
suo nome non figurava in nessuna opera classica sulla
storia del socialismo, del movimento operaio, della rivo­
luzione russa. Nei primi dieci volumi delle opere di
Lenin che vedono protagonisti i fatti, le idee e gli uomini
di un’intera epoca, non è mai menzionato; lo è raramen­
te negli altri dieci, in questo caso con un rilievo da
comparsa. Gli innumerevoli ricordi e memorie stampati
in dieci anni mantenevano il mutismo su di lui. Nel
Grande Sconvolgimento, libro in cui Lunacarskij abbozza
una serie di Profili rivoluzionari, riuniti poi in volume
sotto questo titolo, non si parla di Stalin. Le sue tracce
PREMESSA 27
sono introvabili nelle pubblicazioni centrali e impercet­
tibili nella stampa locale. Il suo passato è apparente­
mente simile a quello di centinaia di altri rivoluzionari
delle varie scuole: arresti, deportazioni ed evasioni sotto
il vecchio regime, alte cariche politiche e amministrative
sotto il nuovo. A prima vista, è perfino più grigio di molti
altri, privo di azioni salienti, di episodi memorabili; non
c’è nessuna data che lo riguardi sul calendario della
rivoluzione, e non esiste un suo contributo all’opera
collettiva del pensiero socialista. In un altro volume
della stessa raccolta di opere di Lenin, compaiono negli
Allegati alcuni dettagli complementari, peraltro insi­
gnificanti per i profani:
« Stalin, I.V. Dzugasvili, soprannome rivoluzionario
Koba, di origine contadina, provincia di Tiflis. Più volte
arrestato e deportato. Partecipa a una serie di congressi
e conferenze. Uno degli organizzatori e dirigenti più in
vista fra i bolscevichi. All’inizio del 1912, entra per
cooptazione nel Comitato Centrale del partito social-
democratico operaio russo; dopo la conferenza generale
di Praga, fa parte dell’ufficio russo del Comitato Centra­
le e milita illegalmente in Russia dove viene presto
arrestato e in seguito deportato a Turuchansk. Torna
dall’esilio dopo la rivoluzione di Febbraio. Stretto colla­
boratore di Lenin nel periodo di preparazione e direzio­
ne della rivoluzione d’Ottobre. Membro del Comitato
Centrale senza interruzione dal 1912 e del Consiglio dei
commissari del Popolo dal 1917 ».
Note identiche si trovano in altri volumi di Lenin e
nelle Opere di G. Zinov’ev. Ogni volta, l’origine contadi­
na di Stalin è riportata. Nell’opera incompiuta di V.
Nevskij, Materiale per un dizionario biografico dei socialdemo­
cratici, l’articolo Dzugasvili sarà più esteso e particola­
reggiato ma con alcune inesattezze. Dopo la morte di
Lenin fu intrapresa una nuova edizione riveduta e ac­
cresciuta delle sue Opere-, gli storiografi ufficiali, nono­
stante lo zelo verso un nuovo padrone, nel 1927, dopo
dieci anni di rivoluzione, non poterono dedicargli che
una decina di righe. Vi si constatano alcune varianti:
28 PREMESSA

« Militante socialdemocratico russo sin dal 1896. Nel


1902, a Baku, organizza varie manifestazioni operaie, è
esiliato in Siberia orientale da dove evade nel 1904 e
passa all’azione illegale... Esiliato nel 1912 nella regione
di Narym; dopo una nuova evasione e ritorno a Pietro­
burgo, esiliato nel 1913 a Turuchansk ».
Ma nel volume seguente, pubblicato nel 1928, il tono
cambia, il tenore della biografia di Stalin si modifica e si
sviluppa. L ’intenzione apologetica traspare sotto l’ap­
parenza documentaria. Il bolscevismo era allora impe­
gnato in lotte intestine senza pietà, e il curriculum vitae di
ogni protagonista diventava un’arma. Ciascuno frugava
nel passato dell’avversario per scoprirvi una debolezza,
un errore, un passo falso. E ciascuno era teso a esibire i
propri titoli che gli avrebbero meritato la fiducia del
partito dirigente e della nuova classe dominante. Que­
sta volta, Stalin stesso aveva dettato о ispirato la nota:
« Stalin, I.V. (Dzugasvili), nato nel 1879. Figlio di un
operaio calzolaio di Tiflis, militante dal 1897, bolscevico
della prima ora; incarcerato nel 1901 per avere capeg­
giato degli scioperi a Baku, deportato in Siberia orienta­
le, evase e tornò nel Caucaso dove partecipò al lavoro
illegale del Partito. Nel 1905, fu tra i partecipanti alla
conferenza di Tammerfors; delegato ai congressi della
socialdemocrazia russa a Stoccolma e a Londra, nel
1907 fece dell’organizzazione di Baku la roccaforte del
bolscevismo nel Caucaso. Arrestato e deportato nel
1908 e 1910; militante clandestino a Pietroburgo, di
nuovo arrestato, eletto al Comitato Centrale nel 1912-
1913, deportato nel 1913 a Turuchansk, dove rimase
fino alla rivoluzione. Membro dell’Ufficio politico del
Partito dal maggio 1917, diresse l’organo centrale del
Partito durante la clandestinità di Lenin seguita alle
giornate di luglio 1917, diresse insieme a Sverdlov il VI
Congresso del Partito, fece parte dei comitati dei Cinque
e dei Sette che organizzarono l’insurrezione di Ottobre.
Commissario del Popolo alle Nazionalità, poi all’Ispe­
zione operaia, partecipò alla guerra civile nell’Armata
rossa (difesa di Caricyn, al fronte con la Polonia, cam-
PREMESSA 29
pagna contro VrangeP, ecc.). Dal 1920 al 1923, membro
del Consiglio rivoluzionario di guerra. Segretario genera­
le del Partito dal 1922. Membro del Comitato esecutivo
dell’Internazionale comunista dal 1925. Autore di una
serie di lavori sul leninismo e la questione nazionale ».
Così il contadino di Didi-Lolo era diventato un ope­
raio calzolaio di Tiflis e suo figlio Soso, affettuoso appel­
lativo georgiano, più tardi Koba 1e infine Stalin, faceva
conoscere i suoi meriti ignoti di uomo di penna, di
politico, di capo militare, di statista, perfino di pensato­
re e di teorico. Gli stessi dati saranno la trama per
l’articolo redatto dal suo segretario per il dizionario
enciclopedico Granat, riprodotto a sazietà in volumi e su
tutti i giornali del paese.
Ma questo non è nulla rispetto aH’avvenimento inat­
teso del 21 dicembre 1929, giorno del cinquantesimo
anniversario della nascita di Stalin. Tutta la stampa
sovietica uscì con titoli enormi, ritratti enormi e altret­
tanto enormi articoli. Le lodi tributate al dittatore erano
altrettanto smisurate. A dar credito agli incensatori del­
la sua cerchia, l’insieme delle qualità umane e molte
virtù sovrumane sarebbero incarnate in Stalin, l’uomo
d’acciaio. La sua modestia, il suo coraggio e la sua
devozione alla causa sono pari al suo sapere e alla sua
chiaroveggenza. E stato l’organizzatore del partito bol­
scevico, la guida della rivoluzione di Ottobre, il capo
dell’Armata rossa e il vincitore sia della guerra civile sia
della guerra contro i nemici stranieri. A completare il
quadro, è anche la guida del proletariato mondiale.
L ’uomo pratico si innalza al livello del teorico, ed en­
trambi sono infallibili: non esiste un solo esempio di un
errore di Stalin. In questi ditirambi il leitmotiv del-
l’« uomo di ferro » e del « soldato d’acciaio » ritorna con
insistenza. L ’allusione al soprannome che Stalin si scel-

1. Abbreviazione di Jakova (Jakov). Soprannome tratto dall’eroe


popolare di un romanzo patriottico georgiano, La Parricida, dello
scrittore Aleksandr Qazbegi (1868-1913), molto celebre nel Cauca­
so, che aveva appassionato Stalin in gioventù.
30 PREMESSA

se ritorna, con alcune variazioni, sul tema costante del­


l’acciaio e del ferro: leninista di bronzo, bolscevico di
granito. Le stesse formule, le stesse iperboli, le stesse
espressioni eccessive di ammirazione e di sottomissione,
strettamente conformi ai modelli inviati da Mosca, si
ritrovano in migliaia di indirizzi, di messaggi, di tele­
grammi ricevuti da tutte le parti della Russia, che riem­
piono intere pagine di giornali, poi diverse colonne ogni
giorno per diverse settimane. Le Edizioni di Stato dif­
fondono in milioni di copie le raccolte dove compaiono i
panegirici lunghi più di 250 pagine, senza contare gli
innumerevoli saluti semplicemente elencati con l’indi­
cazione d’origine. Un busto ufficiale è prodotto in serie e
distribuito seguendo un ordine. Il nome di Stalin, che
era già stato dato a molte città, è ancora attribuito a
fabbriche, centrali elettriche, aziende agricole, caserme
e scuole...
Con il titolo L ’enigma Stalin, un collaboratore della
« Pravda », organo ufficiale del bolscevismo a Mosca, si
compiace (21 dicembre 1929) nell’elencare i termini coi
quali si definisce, oltre i confini della Russia, l’uomo del
giorno: « Stalin, ospite misterioso del Cremlino », « Sta­
lin, dittatore della sesta parte del mondo », « Stalin,
vincitore di tutte le opposizioni », « Stalin, personalità
impenetrabile », « Stalin, sfinge comunista », « Stalin,
l’enigma ». Se i luoghi comuni che vengono più spesso
usati sono « mistero insolubile », « enigma indecifrabi­
le », è forse perché Stalin è entrato in scena senza scal­
pore, lasciando un passato oscuro e un presente appa­
rentemente banale, e infine perché nessuno —tranne
alcuni iniziati —riesce a spiegarsi come sia giunto all’on­
nipotenza.
Uno dei più vecchi compagni d’armi di Stalin, venuto
come lui dal Caucaso e come lui giunto all’apice del
potere, Sergo Ordjonikidze, afferma il giorno dell’anni-
versario: « Il mondo intero scrive oggi su Stalin ». Sem­
brerebbe che le prescrizioni della dittatura bolscevica
fossero legge per la stampa di tutti i paesi e le circolari
del Segretariato del Partito potessero propagarsi e im-
PREMESSA 31

porsi oltre i confini sovietici come onde luminose. Egli


aggiunge, questa volta con maggior ragione: « Si scrive­
rà molto anche in avvenire ». E precisa nel suo semplici­
smo: « I nemici scriveranno con odio, gli amici con
amore ». Escludeva che qualcuno potesse scrivere
« senza odio e senza timore », in tutta coscienza e con
spirito critico, in uno sforzo teso verso lo studio impar­
ziale e la verità storica.
Dieci anni prima, il 23 aprile 1920, erano stati cele­
brati a Mosca i cinquant’anni di Lenin —il vero padre
del bolscevismo, il vero fondatore del partito comunista,
il vincitore reale di Ottobre, il vero creatore dello Stato
sovietico. Era stata una serata quasi intima al comitato
moscovita del Partito. Dei ricordi scambiati tra vecchi
amici rimane un modesto opuscolo di trenta pagine...
Dal 1920 al 1930, si è compiuto un cambiamento pro­
fondo nella rivoluzione russa. Il bolscevismo di oggi non
è più quello di ieri. Proprio in ciò risiede l’interesse
eccezionale per la persona di Stalin, che fa tutt’uno
ormai con una potenza dittatoriale che non ha equiva­
lente nel mondo né precedente nella storia.
I

soso
Nascita di Stalin. La famiglia, il paese natale. Infanzia e
gioventù. Il Caucaso e la Georgia. L ’ambiente e le usan­
ze. Banditi e gentiluomini. Stato economico e sociale. Il
seminario di Tiflis. La ferrovia della Transcaucasia. Iprimi
socialdemocratici georgiani. Adesione di Stalin al movimento
socialista.

^>
Stalin, il cui vero nome era Iosif Vissarionovic Dzu­
gasvili, è dunque nato nel 1879 a Gori, in Georgia, e non
a Didi-Lolo (in realtà Didi-Lilo), villaggio natale del
nonno. Trockij (Lev Davidovic Bronstein), venne al
mondo nello stesso anno. La maggior parte dei capi
della rivoluzione del 1917 appartiene a quella genera­
zione degli Anni Ottanta del secolo scorso; Lenin (Vla­
dimir Il’ic Ul’janov) fu il maggiore, di circa dieci anni.
Il padre di Stalin, Vissarion, era contadino come pure
suo nonno, ma anche artigiano come molti coltivatori
kustari dei differenti paesi del vecchio Impero. Di padre
in figlio i Dzugasvili esercitarono il mestiere di calzolaio
pur continuando a far parte della gleba, e il piccolo Iosif
avrebbe seguito la tradizione familiare se non fosse di­
ventato orfano anzitempo. Secondo il biografo ufficiale,
Vissarion Dzugasvili lavorò persino nella piccola fab­
brica di scarpe Adelchanov, di Tiflis, l’unica città del
circondario.
Il contadino calzolaio morì lasciando un figlio unico
di undici anni. Altri tre figli morirono prima della nasci­
ta dell’ultimo. La madre, Ekaterina, settantaseienne nel
1935, vive a Tiflis in un modesto alloggio situato nel
36 STALIN

castello dell’ex viceré, naturalmente socializzato. Ama­


va teneramente il suo unico figlio, e lo fece studiare alla
scuola religiosa di Gori con l’intenzione di farne un
prete.1 Il giovane Soso vi ricevette i primi rudimenti di
istruzione e imparò molte preghiere.
Soso, perché l’usanza georgiana, egualitaria e sempli­
ce, trasforma in teneri diminutivi i nomi del calendario,
nello stesso modo che ha generalizzato il tu. Per tutta la
vita si conservano questi soprannomi affettuosi tra inti­
mi, e a volte perfino gli amici sarebbero in imbarazzo se
dovessero dire qual è il nome preciso di Tsito о Zakro,
Valico о Kote. Per i suoi intimi, Stalin è rimasto Soso.
Gori era un grosso borgo situato sulla riva sinistra
della Kura (in greco Kuros, in francese Cyrus), a 70
verste da Tiflis, capitale della Georgia e della Transcau­
casia. Le sorgenti del hume, torrentizio e pescoso, hanno
poetici nomi turchi come Acqua corallina о Ruscello di
perle. La « città » aveva 5000 abitanti quando Stalin vi
nacque e ora ne conta circa il doppio. Passando da
Tiflis, Dubois de Montpéreux aveva contato una mag­
gioranza di armeni « quasi tutti dediti a mestieri о al
commercio », ma più tardi la proporzione è molto dimi­
nuita. In questa valle le popolazioni tartare vivono in­
sieme ai georgiani. Gori si trova al centro di una pianura
di origine lacustre dove la terra è fertile e il clima molto
favorevole all’agricoltura; i contadini vi ottengono un
vino molto buono e il miglior grano del Caucaso. « Non
c’è nulla di più pittoresco » scrive un viaggiatore « della
fortezza vecchia di dieci secoli che domina la città dal­
l’alto di una collina la quale si innalza, isolata, in mezzo
a una pianura circondata da alte montagne dominate in
lontananza dalla vetta nevosa del Kazbek ». I pendìi
sono coperti di foreste; la regione è priva di industrie. A
otto chilometri da Gori si trova la città dei trogloditi,
Uplis Cikan, che la leggenda greca attribuisce a Ulisse e
1. Fino alla sua morte, avvenuta nel 1937, essa è rimasta credente e
pia, e rimpianse che suo figlio non fosse diventato prete (testimo­
nianza di sua nipote, Svetlana Allilueva, figlia di Stalin, in Vingt lettres
à un ami, Paris, 1967).
I. soso 37

le cui caverne conservano vestigia di civiltà antiche.


Soso crebbe fra i contadini georgiani e i tartari di Cori
fino a quattordici anni. Nel 1893 entrò nel seminario di
Tiflis dove l’insegnamento corrisponde a quello di un
liceo russo se si esclude la parte importante consacrata
alla religione cristiana ortodossa. (I seminaristi sono in
genere destinati dall’autorità episcopale a ricevere gli
ordini sacri о a diventare subalterni del clero). Molto
probabilmente fu qui che imparò i rudimenti dell’antico
slavo liturgico e le forme rituali di stile che appariranno
in seguito nei suoi scritti più rivelatori.
Il suo amico più caro, Baron Bibineisvili, gli ha con­
sacrato un breve capitolo delle sue memorie, pubblicate
a Tiflis nel 1930 con il titolo In un quarto di secolo. Per
documentare gli anni di scuola, Baron Bibineisvili uti­
lizza articoli di ex allievi del seminario, Bakuradze e
Parkadze, pubblicati sulla rivista « Drosa » (La Ban­
diera) nel 1924, da cui tuttavia attinge scarse notizie.
Uno di essi racconta che si poteva vedere nei corridoi
della scuola Soso giocare con ardore e cavalcare il loro
compagno di studio Miska Davitasvili gridando: « J a
stai’! J a stai7 » (Sono l’acciaio). Se prendiamo per vere
queste parole che non possiamo verificare (Davitasvili è
stato ucciso in Francia nel 1916), Stalin sarebbe stato
molto precoce nella coscienza della propria forza. Eka-
terina Dzugasvili crede, sicuramente a torto, che suo
figlio abbia ricevuto da Lenin il soprannome « metalli­
co ». Sembra anche che Soso scrivesse versi, alcuni dei
quali comparvero con lo pseudonimo di Soselo, su
« Iverja », una pubblicazione nazionalista locale diret­
ta da I. Cavcavadze. Questi versi però non sono mai
stati ripubblicati.
Sull’infanzia e la giovinezza di Stalin, non esistono
praticamente elementi di valutazione degni di fede, né
ricordi di parenti, né memorie di testimoni, né carte di
famiglia, né lettere intime, né pagelle scolastiche, né
saggi di adolescente. Le sole reali, ma inutilizzabili,
sono le prudenti confidenze di alcuni compagni di un
tempo. Il volume di I. Iremasvili, edito in Germania,
38 STALIN

Stalin und die Tragedie Géorgiens, è troppo poco attendibile


per essere utile, almeno finché il contenuto non sarà
stato confermato da testimoni seri. I cosiddetti psicoa­
nalisti, che pretendono di spiegare grandi avvenimenti
storici e sociali con la crisi di pubertà di un futuro
grande uomo, rischiano di non poter esercitare il loro
talento in un caso simile.
Una volta sola Ekaterina Dzugasvili ha parlato per il
mondo esterno, con sobrietà: « E sempre stato un bravo
ragazzo... Non ho mai dovuto punirlo. Studiava sodo,
era sempre occupato a leggere e a parlare, cercava di
capire ogni cosa. Andò a scuola sin dall’età di otto
anni ». La testimonianza orale di bolscevichi georgiani,
i vecchi compagni di seminario citati più sopra, con­
traddice le parole materne. Essi hanno conosciuto un
Soso già duro, insensibile, arrogante con la madre, e
citano a sostegno dei loro ricordi alcuni fatti abbastanza
penosi. Ma la madre è una madre e i compagni di
adolescenza indiscreti sono in carcere о in esilio.
Soso leggeva, ma solo in georgiano: i racconti popola­
ri e i racconti favolosi che costituiscono il patrimonio
della letteratura nazionale del suo paese, e probabil­
mente il grande poema epico-lirico di Rustaveli, L ’eroe
nella pelle di pantera. La Georgia opponeva una resistenza
tenace alla russificazione e il popolo conservava la lin­
gua originale. Tuttavia Stalin parla un russo scorretto,
con quel forte accento del Caucaso che provoca l’ironia
un poco sprezzante dei « veri russi ». Se l’interlocutore
non è georgiano sua madre ha bisogno di un interprete.
A questo proposito non si può fare a meno di pensare al
còrso Bonaparte la cui lingua madre era l’italiano e che
odiò la Francia prima di diventarne il dominatore. Lo
stesso fu, più tardi, per il caucasico Stalin che governò la
Russia di cui aveva detestato la tutela imperiale.
Le sue letture come l’istruzione scolastica gli hanno
dato una cultura elementare senza lasciare tracce visibi­
li nei suoi scritti e discorsi. In questo aspetto si differen­
zia da tutti i rivoluzionari eminenti dei tempi moderni.
Nelle parole dei rivoluzionari francesi ricorrono molto
I. s o s o 39

spesso reminiscenze di Montesquieu, Rousseau, Mably


nonché allusioni a eroi ed episodi celebri di Sparta e di
Roma, parole che evocano la loro ascendenza spirituale.
Nella nostra epoca il pensiero di Karl Marx e di Frie­
drich Engels impregna il linguaggio della rivoluzione
futura; in esso si mescolano anche formule di Lassalle e
Blanqui, Proudhon e Bakunin e le idee dei loro epigoni;
altrettanto frequenti sono i riferimenti ai precedenti
storici, al giacobinismo, al babuvismo, al cartismo, alle
insurrezioni del 1848, alla Comune del 1871. Non c’è
nulla di simile in Stalin. La filiazione che si afferma
attraverso i secoli e fa vivere ancora oggi il nome di
Spartaco non si esprime nelle sue parole, sebbene viva
nelle sue azioni. Ma a partire da un certo momento,
scriverà e parlerà solo citando Lenin in ogni circostanza,
come fosse debitore verso un unico libro, un’unica opera
in cinquanta volumi - nello stesso modo Cromwell sem­
brava non aver letto altro che la Bibbia. Se qualche volta
invoca un altro autore, lo fa con delle citazioni di secon­
da mano, per far credere di avere una erudizione discre­
ta che svelava a malincuore.
Un alto funzionario al servizio di Stalin e suo compa­
triota, A. Enukidze, afferma che « Stalin, ancora semi­
narista, leggeva libri di scienze naturali, di sociologia e
sul movimento operaio, ma segretamente come fosse un
cospiratore. Nonostante tutte le precauzioni, questo non
sfuggì all’occhio vigile degli ispettori che esercitavano
una sorveglianza monacale e Dzugasvili venne espulso
dal seminario ». E poco verosimile che la lettura di
opere strettamente scientifiche, peraltro sottoposte a
severa censura, fosse allora considerata un delitto perfi­
no nel seminario di Tiflis; lo zelatore maldestro vuole in
questo caso dimostrare troppo. E la madre nega molto
categoricamente l’espulsione di Soso: « Egli non è stato
espulso. Lo feci tornare io a causa del suo stato di salute.
Quando entrò nel seminario aveva quindici anni ed era
uno dei ragazzi più robusti. Ma a diciannove anni l’ec­
cessivo lavoro lo indebolì, e i medici mi dissero che
sarebbe potuto diventare tubercolotico. Lo ritirai dun-
40 STALIN

que dalla scuola. Egli non voleva lasciarla. Lo ritirai.


Era il mio unico figlio... ». Ed Ekaterina Dzugasvili
insiste con fermezza ripetutamente: « Non è stato espul­
so. L ’ho ritirato io ».
I rari dati relativi alla sua gioventù sono dunque
inesatti о contraddittori. Per i ricercatori ostinati di
analogie storiche, questa è di nuovo una modesta somi­
glianza con Cromwell. E, in ambedue i casi, è lecito
supporre che questa fase oscura non avrebbe nulla di
molto prezioso da rivelare. Per capire il carattere di
Stalin, non sarà così indispensabile conoscerne i segni
precursori né le sue impressioni d’infanzia, о le sue
prime curiosità, о i sentimenti precoci che lo hanno
animato per giudicarne l’importanza del ruolo. Certo
non lo hanno ossessionato gli eroi di Plutarco о le grandi
figure dell’antichità di cui alcuni capipopolo volevano
seguire l’esempio. Ciò che egli realizzerà un giorno non
sarà il frutto di meditazioni iniziali, l’esecuzione di un
grande disegno premeditato. La psicologia contadina
dell’ambiente sociale e della famiglia, la prima educa­
zione teologica —tali sono i primi elementi che entreran­
no nel corso di questa vita e che già si impongono
all’attenzione. Gli altri vanno ricercati nelle condizioni
generali del paese e del tempo, nella « penombra dei
sottosuoli storici », prima di trovare delle influenze più
dirette.

II Caucaso apparteneva alla leggenda ancor prima di


entrare nella storia. Ma la mitologia, la geografia, l’et­
nologia e la linguistica si mescolarono confusamente nei
lontani ricordi degli uomini quando la grande guerra del
1914-1918, sovvertendo i rapporti internazionali conso­
lidati, mise in giuoco gli interessi di Stati о coalizioni e
ripropose il problema dei confini ravvivando l’interesse
verso i territori contestati о le nazionalità che li abitava­
no. In occasione delle trattative di pace, propagande
rivali improvvisarono affrettate lezioni popolari per
rendere attuali i « diritti secolari » da tempo sopiti; così
si volle iniziare in modo sommario un vasto pubblico
I. soso 41

agli annali dei popoli dimenticati. La rivoluzione russa


portò in primo piano i problemi del Caucaso, in modo
particolare quello della Georgia, mentre dei compendi
di storia e geografia, sotto forma di piccoli opuscoli,
completarono le conoscenze correnti di preistoria leg­
gendaria. Ma che cosa di tutto ciò rimane nella mente
dei contemporanei di Stalin?
E il paese meraviglioso della Colchide dove Giasone
condusse gli Argonauti alla conquista del vello d’oro, per
alcuni simbolo delle ricchezze della regione, per altri pos­
sibile allusione alle pagliuzze di metallo giallo trattenute
nella pelle di montone usata per lavare le sabbie aurifere
dell’Ingur e del Rion. Prima ancora, gli ebrei credevano
che l’arca di Noè si fosse posata sul monte Ararat. 1 greci, e
in particolare Aristotele, sembra siano stati affascinati
dalla grandiosa catena che innalza le sue vette oltre i 5000
metri come un baluardo naturale tra due mondi. Essi vi
vedevano la culla della loro razza, l’origine della civiltà. Il
mito di Prometeo, nei secoli simbolo dell’umanità in rivol­
ta, è inseparabile dal paese e appartiene ora al pensiero
rivoluzionario moderno come annunciatore della tempe­
sta che doveva levarsi tra Oriente e Occidente.
Il Caucaso appartiene all’Europa о all’Asia? Storici e
geografi ne hanno discusso a lungo, cominciando da
Erodoto e Strabone, ma le incertezze ormai sono dissi­
pate. « Non è più permesso dubitare che il Caucaso
appartenga all’Asia » dice Elisée Reclus come Hum­
boldt, e prima ancora Pallas. La geologia è confermata
dalla storia e dall’etnografia. Le popolazioni indigene,
che si sono stabilite soprattutto sul versante sud, fanno
parte del mondo asiatico: prima della conquista russa,
erano completamente legate all’Asia Minore e alla Per­
sia. Infine, « sia per la fauna sia per la flora la Transcau­
casia appartiene già al mondo subtropicale asiatico »
scrive Reclus, riassumendo tutte le osservazioni riporta­
te fino allora. Asiatico: questa espressione spontanea
con cui si definisce Stalin in Russia nel tentativo di
caratterizzarlo è dunque esatta, prescindendo qui dalla
sfumatura spregiativa talvolta implicita.
42 STALIN

Il rilievo del suolo è stato descritto a sazietà: dapper­


tutto alte montagne e vallate strette, se si esclude il
bacino della Kura che si allarga fino al mar Caspio;
pendici ripide, scarpate a picco, burroni e precipizi,
torrenti alimentati dalle nevi perenni dei ghiacciai. La
vegetazione è splendida, soprattutto nella parte occi­
dentale, e le foreste dalle essenze più diverse ricoprono
più della metà del paese, nonostante un selvaggio dibo­
scamento. « Forse la vite è originaria di queste regioni,
dove, secondo la tradizione ebraica, il patriarca spre­
mette il primo grappolo e conobbe per primo l’ebbrezza
del vino. Si crede anche che il noce sia originario delle
vallate della Imerezia. In nessun paese al mondo si
trova una così grande quantità di alberi di frutta con
seme e nocciolo ». La caccia non ha sterminato una
fauna molto antica; un tempo vi esistevano ancora l’uro,
la lince, la tigre, la pantera, la iena, l’orso bruno, l’anti­
lope, l’aquila, il gipaeto, e alcuni uccelli rari, come lo
storno rosa e il merlo blu.
Secondo Strabone erano settanta i popoli caucasici e
altrettante le lingue. Secondo Plinio, nei mercati della
Colchide si comunicava in centotrenta idiomi. Gli arabi
chiamavano Montagna delle Lingue questa enorme
massa rocciosa i cui anfratti custodiscono i residui di
migrazione preistoriche. Ancora, secondo la stima di
Reclus, i dialetti e vernacoli locali, pur ricondotti ad
alcuni gruppi principali, erano settanta. Questa varietà
di lingue riflette il frazionamento della popolazione in
tribù differenziate secondo la configurazione del terre­
no, isolate dagli ostacoli naturali. L ’influenza conserva­
trice delle montagne, così spesso constatata, si verifica
nel Caucaso più che altrove. Gli specialisti vi trovano
temi inesauribili per le loro controversie sulle razze e le
lingue. Limitandosi ai soli georgiani (o Cartveli) da cui
Stalin proviene, si è concordi nel vedere in essi i discen­
denti degli Iberi; si suddividono in Gruzini veri e propri,
Svani, Imereti, Mingreli, Chevsury, Psciavi, Tusci,
Lasi, a cui si aggiungono Ceceni, Osseti e Lesghi; la loro
coesione etnica si è tuttavia conservata da duemila anni
I. soso 43

insieme alla purezza della loro lingua. Alcuni recenti


studi di linguistica tendono a fare luce sull’origine del
poema di Tristano e Isotta per mezzo della lingua geor­
giana e ricollegano il Caucaso alla Bretagna...
L ’incrocio dei popoli rende inutile ricercare in Stalin
le caratteristiche compiute della sua razza. Circondato
da nuclei superstiti di tribù mongole, slave e ariane, il
popolo georgiano si è mescolato a tartari, persiani, ar­
meni, kurdi e a diversi popoli mediterranei. Riferendosi
a Erodoto, Maspero segnala in Colchide perfino una
discendenza di egizi lì condotti da Sesostri. Cogliendo
l’essenziale delle osservazioni fatte sui georgiani da spe­
cialisti, Reclus ha scritto queste righe sorprendenti per
chi conosce Stalin: « Si dice siano mediamente meno
intelligenti degli altri caucasici; nelle scuole in cui ci
sono anche tartari e armeni, sono meno dotati di questi
per le lingue straniere, per le scienze e manifestano
minore facilità di parola ». Ma se si dovessero prendere
alla lettera i giudizi che presentano i georgiani come
affabili, aperti, spensierati, retti, socievoli e pacifici,
bisognerebbe supporre che Stalin abbia nelle vene una
forte dose di sangue mongolo, trasmessogli da un turco о
da un tartaro. Alcuni vecchi militanti socialisti del Cau­
caso assicurano che Ekaterina Dzugasvili è una osseta e
attribuiscono una grande importanza a questo partico­
lare: non solo gli osseti sono meno civili e più rozzi dei
georgiani, ma la Russia ha sempre reclutato fra loro una
forte percentuale di gendarmi e di carcerieri.
La storia di questo paese non è inferiore a nessun’al-
tra in episodi orrendi. Venticinque secoli fa, la Georgia
aveva raggiunto una civiltà superiore a quella della
maggior parte dell’Europa. I greci avevano colonizzato
le sue coste sul Ponto Eusino; successivamente gli ebrei,
i romani, i persiani, più tardi i genovesi solcarono i suoi
mari dal mar Nero al mar Caspio. Principale via terre­
stre verso l’Asia Centrale, essa aveva subito frequenti
invasioni, fu conquistata da Alessandro Magno, sotto­
posta a Mitridate Eupatore, prima di essere sottoposta
all’ondata distruttrice degli unni. Il cristianesimo vi
44 STALIN

diventò la religione dominante quasi nello stesso tempo


che in Grecia e molto prima di raggiungere l’Europa. La
Chiesa d’Iberia servì da anello di congiunzione con
Bisanzio. « ... Vi si formò un ambiente molto colto
caratterizzato da una singolare sintesi della civiltà bi­
zantina e con influssi dell’Oriente arabo e iraniano ».
L ’apogeo di questa cultura si ebbe nel X II secolo sotto il
re David, poi sotto la regina Tamara, grazie a guerre
combattute fra turchi e persiani che consentirono alla
Georgia un periodo di tregua, che fu però di breve
durata. Le orde mongole di Genghiz khan prima e quel­
le di Tamerlano poi misero a ferro e a fuoco il paese; fu
una devastazione totale delle città e dei villaggi e pochi
abitanti sfuggirono allo sterminio.
Nei cinque secoli che seguirono, la Georgia, appetita e
contesa dai suoi vicini di tempra guerriera, più volte
invasa, smembrata, saccheggiata, devastata, decimata
dagli eserciti persiani e turchi che facevano razzie di
bestiame umano (soprattutto di donne destinate agli
harem), fece appello invano alla protezione russa. Nel
1801, l’annessione da parte dei Romanov mise termine
alle secolari vicissitudini della Georgia che da allora
condivise la sorte poco invidiata, ma relativamente sop­
portabile, degli altri popoli russi. Dei sette milioni di
individui ne erano rimasti sei. Per più di mezzo secolo
ancora, la guerriglia continuò nella regione più montuo­
sa dove i georgiani ribelli alla russificazione violenta
sfidavano le truppe dello zar dai loro nascondigli inac­
cessibili con audaci colpi di mano.
Se da una parte il lungo susseguirsi di cruente calami­
tà aveva ridotto la Georgia, pur ricca di risorse naturali,
a uno stato miserabile, dall’altra il torpore, che seguiva
ai grandi dissanguamenti, la rese arretrata malgrado la
sua antica cultura. I russi, per motivi strategici, costrui­
rono strade, facilitando così la circolazione e gli scambi;
incoraggiarono la viticultura, che non poteva far con­
correnza alla loro, e contribuirono al ripopolamento
inviando militari, funzionari, mercanti, turisti, esuli
politici e deportati religiosi. Un secolo di pace rianimò
I. s o s o 45

lo sfortunato paese senza tuttavia elevarne sensibilmen­


te il livello spirituale e materiale né farne progredire la
tecnica.
All’epoca della nascita di Stalin, Reclus constatava:
« L ’antico modo di costruire le abitazioni georgiane è
identico da duemila anni. Interi villaggi sono fatti esclu­
sivamente di buchi scavati nella terra о nelle rocce, e
dall’esterno non li si può individuare che da mucchi di
ramaglia о dai tetti di argilla sui quali siedono le donne
nel fresco della sera. Nella maggior parte delle città
georgiane, molte case non hanno tetto ma sono ancora
ricoperte, com’è l’usanza, da uno strato di argilla battu­
ta... ».
Gli attrezzi per arare erano rudimentali e di scarsa
resa. Un rapporto ufficiale del 1900 li descriveva ancora
in questi termini: « L ’aratro georgiano... è uno stru­
mento molto voluminoso, costoso e pesante, il cui ren­
dimento non è soddisfacente e l’uso richiede un’enorme
quantità di mano d’opera;... a seconda dei terreni e per
altri motivi, sono necessarie da tre a dodici coppie di
buoi о di bufali ». Per un traino di questo tipo, i contadi­
ni formavano degli arteV temporanei, gli uni mettendo in
comune il vomere, i finimenti, il legname, gli altri il
bestiame. Come erpice si usava una semplice tavola;
dovunque, l’unico strumento per la mietitura era la falce
e spesso il trasporto del raccolto si faceva a spalla.
L ’industria era quasi inesistente, le risorse del sotto­
suolo trascurate, i trasporti antiquati. L ’estrazione del
manganese nella provincia di Kutais era appena agli
inizi e così pure il trattamento della nafta a Baku nel
paese vicino. Una piccola industria artigianale sopperi­
va ai bisogni domestici, al vestiario e all’armamento. La
ferrovia non aveva ancora soppiantato i solchi della
strada, dissestata dalle pesanti arba trainate dai bufali.
Gli strumenti di lavoro rimanevano primitivi.
Il passato incombeva, sinistro, sulla vita familiare e
sociale del popolo georgiano. I genitori di Stalin hanno
conosciuto la servitù della gleba, abolita in Transcauca­
sia solo verso il 1865. « ... I signori sono rimasti grandi
46 STALIN

proprietari e non tutti hanno ancora perso l’abitudine di


trattare i contadini come ammali sottomessi al loro
capriccio; i loro costumi di vita, che il popolo stesso
aveva assimilato nella schiavitù, perdurano tuttora ».
Lo stesso autore, Reclus, descrive lo stato delle campa­
gne nel modo seguente: « Nonostante la fecondità del
suolo georgiano e la relativa scarsità della popolazione
che vive dei suoi frutti, i contadini del bacino della Kura
sono in genere poverissimi e posseggono soltanto un
misero bestiame, vacche rognose e pecore la cui lana
non è che peluria ». La presenza di paludi e la mancanza
di igiene rendevano insalubri vaste zone.
Perfino la regione privilegiata del litorale, la « Riviera
caucasica », conosceva una fosca miseria, e un ex mini­
stro dell’Agricoltura poteva scrivere nel 1907: « Per
vedere queste meraviglie, bisognava percorrere centi­
naia di chilometri attraverso foreste vergini e terreni
incolti, trascorrere le notti in povere capanne di conta­
dini che si lamentano della miseria e che a volte muoio­
no di febbre, sentire gli urli degli sciacalli, raccogliere le
lagnanze degli abitanti sulle devastazioni compiute nei
campi di granturco da orsi e cinghiali..., infine vedere un
paese povero, desolato, circondato da una natura lussu­
reggiante... ». All’altra estremità, a valle di Tiflis, la
vallata della Kura, come quella dell’Arasse inferiore,
diventa arida sotto i venti infuocati dell’Asia; la povertà
non era minore.
Tale è l’ambiente in cui Stalin ha vissuto i suoi primi
anni. Intorno a lui, vestigia di barbarie e rovine, indi­
genza e talvolta la fame (ci fu un periodo di carestia nel
1891-1892 e nel 1897-1898). Tradizioni patriarcali e
usanze medievali impregnavano ancora l’atmosfera. La
religione esercitava un forte ascendente sulla popola­
zione, analfabeta per più di tre quarti; questa propor­
zione era più alta fuori delle città. « Non esiste paese al
mondo più ricco di chiese » scrive Dubois de Montpé-
reux e aggiunge: « Gori ha due grandi chiese moderne,
una cattolica, l’altra armena, e le altre, più piccole, sono
greche, in tutto otto chiese ». A Stalin bambino poteva
I. s o s o 47

capitare di incontrare senza stupore in montagna i


Chevsur. Questa tribù, sopravvivenza del Medioevo e
vera curiosità etnica, vestiva di maglie di ferro, scudi,
bracciali e di tutto quelFarmamentario per cui a lungo si
disse che discendessero dai Crociati. Il costume locale,
preso dai circassi, conservava l’impronta feudale. Man­
teneva ormai un interesse puramente decorativo e, per
la presenza di un paio di pistole, pugnale, sciabola e
cartucciere faceva pensare a un arsenale ambulante in
miniatura. La pratica del brigantaggio, conservatasi
grazie alla naturale inclinazione dei montanari in armi a
impadronirsi con violenza dei prodotti della pianura,
perdurava sotto aspetti diversi, dall’aggressione ai pas­
santi fino al banditismo politico. Gori, dice Dubois de
Montpéreux, si trovava al centro di una zona di intenso
brigantaggio. Sotto gli occhi del giovane Stalin si perpe­
tuavano gli odi nazionali che opponevano gli armeni ai
georgiani, i tartari agli armeni; odi fomentati dal russo
colonizzatore interessato a tenere in vita quegli antago­
nismi.
Gli abitanti (23 per chilometro quadrato secondo il
censimento del 1897), erano cinque volte più numerosi
nelle campagne che nelle città. La grande maggioranza
era di contadini senza terra e di piccoli mezzadri, sfrut­
tati da una pletora di nobili rurali privi di patrimonio.
Tutti i racconti di viaggi nel Caucaso esprimono lo
stupore degli occidentali davanti a questa abbondanza
di pidocchiosa aristocrazia terriera, davanti a un genti­
luomo mingro divenuto garzone di locanda о a principe
ibero, ora stalliere. In questo paese, i principi sono
numerosi come i polli, osservava von Thielmann. Un
altro viaggiatore a proposito dei georgiani scrive: « Per
lo più sono nobili e poveri, e questa non è l’unica carat­
teristica che li accomuna agli spagnoli ». A questa anali­
si alquanto breve seguono alcune giuste osservazioni
sulla pigrizia dell’indigeno, l’uso smodato del vino di
Kachetija e la propensione al banditismo: « Alcuni gio­
vani delle famiglie più antiche si sono fatta, sulle strade
maestre, una reputazione che, pur non nuocendo affatto
48 STALIN

alla considerazione che si ha di loro, finisce spesso per


portarli in Siberia ». Il possesso di 5-10 ettari poteva
implicare un titolo principesco. Gli artigiani, confusi ai
contadini in campagna о sui monti, e ai piccoli commer­
cianti in città, formavano una classe assai poco definita.
Gli operai veri e propri, che erano un gruppo esiguo,
rimanevano legati al villaggio natale. Non esisteva né
proletariato industriale né borghesia capitalista nell’ac­
cezione moderna dei termini. Una intelligencija ristretta e
il basso clero si mescolavano al popolo. Quel pugno di
nobili di rango più elevato, grandi proprietari fondiari,
si lasciava asservire dalla corte di Pietroburgo о arruola­
re nel corpo degli ufficiali. La burocrazia russa domina­
va il tutto.
Quando Stalin vi andò per intraprendere gli studi,
Tiffis era una città orientale di circa 150.000 abitanti in
rapida crescita, con un quartiere europeo, costruito dai
russi. I georgiani vi formavano una minoranza, essen­
do la popolazione composta di armeni, slavi, tartari,
persiani, tedeschi, ebrei, greci, osseti. I principali cen­
tri di attività erano i bazar, persiani, armeni e tartari,
dalle vie brulicanti di una variopinta moltitudine asia­
tica dove si accalcavano portatori d’acqua, cammelli e
asini carichi di otri о di sacchi; vi si vendevano tappeti
persiani e kurdistani, tessuti di lana e di cotone dai
colori vivaci, vasellame e oggetti intarsiati, sciabole del
Daghestan e armi dell’artigianato locale. Il grande
commercio urbano era nelle mani della borghesia ar­
mena. La vecchia Tiflis georgiana, sensibilmente se­
gnata dalla dominazione persiana, rimaneva un immu­
tabile ammasso di case grigie a terrazzi, e suddiviso da
un dedalo di viuzze ripide dove i rifiuti seccavano al
sole.

Non era certo in questo agglomerato medievale della


vicina Asia dalle moltiplici superstizioni religiose e na­
zionali, né in un ambiente così arretrato, costantemente
attraversato da nomadi, che Stalin adolescente poteva
attingere idee nuove e subire un’influenza europea; tari­
I. s o s o 49

lo meno nel centro amministrativo e militare dove il


dispotismo zarista si camuffava sotto un’architettura
d’aspetto occidentale. Fu il seminario a farlo entrare in
un nuovo ambiente, e, pur frequentando un’istituzione
clericale, conobbe per la prima volta lo spirito di ribel­
lione.
La gioventù universitaria infatti, a Tiflis come in
« tutte le Russie », sotto la ferula della disciplina religio­
sa, aveva già in germe una tradizione di rivolta. La
resistenza all’oppressione del vecchio regime, che gli
allogeni avevano sempre espresso con un carattere pu­
ramente nazionale, con le nuove generazioni si colorì
progressivamente di opinioni liberali, e in seguito socia­
liste. Sin dall’inizio del X IX secolo, con l’occupazione
russa della Georgia, le idee sovversive si erano infiltrate
nel paese per mezzo degli esiliati, costretti al domicilio
coatto ai confini dell’Impero. La politica di russificazio­
ne brutale del viceré del Caucaso Ermolov provocò un
movimento popolare di protesta, soffocato nella violen­
za dai cosacchi. Finché la schiavitù non viene abolita,
continue sommosse contadine insanguinano le campa­
gne. Il seminario di Tiflis diventa un centro intellettuale
di opposizione all’autorità russa. Infine, avviene il
grande fatto nuovo e decisivo che sposterà il centro
sociale della lotta insurrezionale: nel 1867 si inizia la
costruzione della prima linea ferroviaria che unisce Ti­
flis al mar Nero.
Il capitalismo si stava aprendo un varco nel Caucaso.
Nei cantieri, i contadini georgiani, diventati sterratori, e
operai russi specializzati si uniscono sotto la pressione
della stessa condizione salariale e formano i primi rag­
gruppamenti di un proletariato. A quell’epoca comincia
a svilupparsi lo sfruttamento del manganese di Ciaturi e
della nafta di Baku. I paesi d’oltre Caucaso escono
dall’isolamento provinciale e trascinati a loro volta fuori
dagli schemi dell’economia primitiva, entrano nello svi­
luppo generale della produzione capitalista.
Nel 1873, vent’anni prima dell’arrivo di Stalin, erano
scoppiati dei disordini nel seminario di Tiflis dove si
50 STALIN

soffocavano i sentimenti nazionali della gioventù. Nu­


merosi studenti, espulsi per rappresaglia, tornavano nel
loro villaggio dove si trasformavano in propagandisti
delle idee progressiste. Dieci anni più tardi, una piccola
rivolta scoppiò nella stessa scuola; essendosi il rettore
espresso in termini sprezzanti sulla lingua georgiana, un
allievo si alzò per colpire l’autore dell’insulto. Quel
giovane si chiamava Sil’vestr Dzibladze. Si sentiva ap­
poggiato dai suoi compagni di studio e perfino dagli
insegnanti georgiani. Fu condannato a tre anni di repar­
to di disciplina, e il seminario fu chiuso. Nel 1886 il
rettore, l’arciprete Cudneckij, viene ucciso a pugnalate
da un seminarista di diciannove anni. « Metà soltanto
degli allievi condanna il crimine, molti non cercano
neppure di dissimulare la loro gioia maligna... » scrive
l’esarca di Georgia al procuratore del Santo Sinodo,
Pobedonocev. « I maestri russi sono demoralizzati; i
maestri georgiani passeggiano con aria feroce. Alcuni
giungono perfino a scusare l’assassino, approvandolo
nel proprio intimo ». Il seminario fu di nuovo chiuso.
Nuove ondate di studenti si riversarono nei villaggi
diffondendovi ardenti convinzioni.
In quel momento si stava portando a termine il se­
condo troncone della ferrovia, da Tifiis al mar Caspio.
La linea percorreva così da ovest a est tutto il Caucaso,
attraverso le vallate del Rion e della Kura, lungo la
catena principale, collegando il mar Nero al mar Ca­
spio, Baku a Batum. L ’estrazione della nafta, favorita
dal nuovo mezzo di trasporto, riceve immediatamente
un potente impulso: da 800.000 tonnellate nel 1883
passa a 1.370.000 nel 1885, per aumentare via via pro­
gressivamente. Il proletariato dei pozzi e della ferrovia
cresce in proporzione. In quello stesso anno si costitui­
scono i primi raggruppamenti socialisti diretti da allievi
del seminario e formati soprattutto di intellettuali, geor­
giani о russi in esilio; in primo piano si fanno notare
Sil’vestr Dzibladze, Noij Zordanija, Nikolaj Òcheidze,
Ninosvili. E questo il « nucleo » iniziale della socialde­
mocrazia georgiana. Viene tradotto il Manifesto del parti-
i. s o s o 51

lo comunista di Marx ed Engels; i rivoltosi del Caucaso si


formano alla scuola della cultura europea.
Nel 1893, al suo arrivo nella piccola capitale, Stalin
vede dunque i primi passi del movimento rivoluzionario
socialista e ben presto, attraverso le spesse mura del
seminario, percepisce l’eco attutita di una effervescenza
operaia: il primo sciopero dei ferrovieri avviene nel 1896
a Tiflis. La lotta di classe ha il sopravvento sulla lotta
nazionale. L ’importanza della questione georgiana si
attenua davanti alla questione sociale. Un’unica forza
anima i ferrovieri di Tiflis, gli scavatori di pozzi di Baku,
i minatori di Ciaturi. Ormai il movimento comune dei
proletari dell’intera Transcaucasia non è più un episo­
dio di storia locale. Il gigantesco massiccio del Grande
Caucaso, che nel corso dei secoli aveva fermato tante
invasioni davanti alla steppa e trattenuto nelle sue pie­
ghe tanti popoli nomadi, non può più separare due
mondi, resi solidali dai legami del capitale e dalla sorte
dei lavoratori. La forza degli eventi fa dei rivoluzionari
caucasici un distaccamento del numeroso esercito della
rivoluzione socialista che si forma in Russia nella tem­
perie della battaglia.
Sull’origine della sua conversione al socialismo, Sta­
lin disse un giorno: « Sono diventato marxista grazie,
per così dire, alla mia condizione sociale - mio padre era
operaio in un calzaturificio così come mia madre - ma
anche perché sentivo le prime avvisaglie minacciose
della rivolta nell’ambiente che mi circondava, al livello
sociale dei miei genitori, infine a causa dell’intolleranza
rigorosa e della disciplina gesuitica che imperversavano
nel seminario ortodosso in cui trascorsi alcuni anni ». E
così continuava: « Tutta l’atmosfera che mi circondava
era satura di odio contro l’oppressione zarista e io mi
gettai di tutto cuore nell’azione rivoluzionaria ».
Nel 1898, quando Ekaterina Dzugasvili ritira suo
figlio dal seminario che era tutto un fermento di conci­
liaboli e circoli di ogni sfumatura, Soso è attirato nella
corrente dei giovani più risoluti della sua generazione.
Come tutti gli autodidatti del socialismo ha letto opu-
52 STALIN

scoli di propaganda, riassunti, schemi programmatici.


Tanto basta per aderire al gruppo socialdemocratico di
Tiflis. Nelle officine della ferrovia, dove faticò il mano­
vale Aleksej Peskov che un giorno diventerà celebre col
nome di Maksim Gor’kij, conosce dei proletari; alcuni
anni prima, vi avrebbe incontrato il fabbro ferraio Ser­
gej Alliluev, e due anni più tardi l’operaio tornitore
Michajl Kalinin. A quell’epoca, i circoli operai d’avan­
guardia, i kruziki clandestini, che negli ultimi vent’anni
si erano moltiplicati in tutta la Russia, tendevano a
unirsi in una organizzazione generale, a creare un cen­
tro direttivo. Lo stesso anno ha luogo a Minsk una
riunione ristretta di nove delegati che si definisce auda­
cemente « Congresso del partito socialdemocratico ope­
raio russo ». In una provincia dell’Ucraina, vicino a
Nikolaev, un adolescente dell’età di Soso aveva già subi­
to un arresto, e, trasferito di carcere in carcere, era in
attesa della deportazione in Siberia: si trattava del futu­
ro Trockij. Nella Siberia orientale, un deportato di ven­
tinove anni stava lavorando a un’opera documentata
sullo sviluppo del capitalismo in Russia, scriveva un
saggio sul « romanticismo economico » di Sismondi,
traduceva la Storia del tradunionismo di Sydney e Beatrice
Webb: si trattava del futuro Lenin.
La socialdemocrazia nascente aveva iniziato la sua
lotta all’ultimo sangue contro lo zarismo. Con la risolu­
zione, semplice e tranquilla, dei volontari della guerra
civile, Soso si metteva al servizio del nuovo partito,
sezione russa dell’Internazionale operaia: si trattava del
futuro Stalin.
II
GLI ANNI D ELL’APPRENDISTATO

// socialismo in Russia. Operai e contadini. L industria sotto


lo zarismo. Arretratezza del capitalismo e impotenza della
borghesia. L ’intelligencija. I pionieri della rivoluzione.
Teorici e dottrine. Herzen, Bakunin, Necaev, Tkac'èv. Po­
pulismo e terrorismo. Entra in scena il proletariato. Il mar­
xismo. Plechanov. Circoli operai e socialisti. I Congresso
del partito socialdemocratico. Stalin a Tiflis. Autobiografia
sommaria. Lenin. L ’« Iskra ». Origini del bolscevismo.
I rivoluzionari di professione. Stalin militante. Arresto,
primo esilio. Trockij. Le idee direttrici di Lenin.
Il socialismo è stato elaborato in Russia come ideolo­
gia ancora imprecisa e complessa verso la metà del
secolo scorso, in concomitanza con la formazione del
proletariato industriale, e a poco a poco si è rafforzato
differenziandosi. Ma sin dalle origini il socialismo russo,
come il suo proletariato, hanno presentato specificità
profonde che avrebbero conferito al loro destino un
corso originale, a cui mancò un’identità storica.
Per comprendere il bolscevismo e i suoi rappresentan­
ti nei differenti stadi evolutivi, da Lenin a Stalin, è
necessario gettare uno sguardo d’insieme sulle origini
del movimento socialdemocratico russo, sui predecesso­
ri, precursori e adepti.
In Russia una classe operaia miserabile crebbe len­
tamente nei centri dove erano sorte le prime filande,
fonderie e manifatture. Mosca, Kazan’, Jaroslavl’,
Tambov, Kaluga, Voronez, Tuia videro i primi scioperi
spontanei suscitati da crudeli condizioni di lavoro. Sotto
Alessandro I, su 200.000 operai la metà circa restava in
condizione di schiavitù, incatenata all’impresa per vo­
lontà del signore; gli altri, « liberi » di lavorare sedici ore
о più al giorno, gravati da multe, privazioni e persecu-
56 STALIN

zioni, godevano di condizioni di poco migliori. Nicola I,


chiamato anche « zar di ferro » —riguardo al regime
politico, infatti, la Russia ha conosciuto il ferro prima
dell’acciaio -, giunse al punto di emanare una legge che
puniva lo sciopero come delitto comune. La maggioran­
za di quei contadini, trasferiti brutalmente dal villaggio
alla fabbrica, restavano contadini e trascorrevano parte
delfanno nelle campagne. Tutti mantenevano stretti
legami con l’ambiente di origine e conservavano la psi­
cologia contadina anche quando il proprio ruolo nella
produzione era da tempo mutato.
Lo sviluppo molto rapido dell’industria, che progre­
diva quasi senza transizione grazie agli apporti stranieri
di capitale e di tecnica, fece sì che, in meno di quaran­
tanni dall’abolizione della servitù, il reclutamento ope­
raio assorbisse più di un milione e mezzo di rurali. Così
la massa del proletariato russo proviene direttamente
dalle campagne, mentre il nucleo di quello occidentale
discende dalle corporazioni artigiane del Medioevo da
cui ha ricevuto la cultura cittadina e tradizioni proprie.
Questa è la sua principale caratteristica.
Anche nella sua iniziale pratica rivoluzionaria, la clas­
se operaia russa porta i segni dell’influenza contadina. A
partire dal XVI secolo, osserva lo storico M. Pokrovskij,
la Russia fu forse il paese più ribelle d’Europa. Gli altri
grandi paesi ebbero ognuno la propria guerra civile con­
tadina; la Russia ne subì quattro in due secoli; quella del
« Tempo dei disordini », quella di Bogdan Chmel’nickij,
quella di Sten’ka Razin, quella di Pugacëv. Benché la
repressione fosse implacabile, la rivolta contadina non fu
mai completamente soffocata. E dalla liberazione della
servitù (1861) fino alla grande insurrezione del 1905 si
sono ancora susseguite duemila sommosse locali. Il popo­
lo russo, scrive A. Leroy-Beaulieu, « porta in sé, per così
dire, la rivoluzione allo stato latente ». Tale è il passato
che ha influito sui fatti contemporanei. Alcune accentua­
te caratteristiche di mentalità contadina si sono trasmes­
se al movimento operaio: rassegnazione passiva scossa da
ribellioni violente, diffidenza individuale e credulità col-
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 57

lettiva, idee semplicistiche, misticismo di sentimenti e


fanatismo nei pregiudizi. Il movimento eredita tutto ciò
da questa classe poco evoluta che secondo K. Marx
rappresenta la barbarie nella civiltà.
Col suo capitalismo tardivo e privo di vigore, la Russia
non ha avuto una borghesia capace di diventare classe
dirigente. Lo stesso Pietro il Grande creò le prime fabbri­
che, Caterina II ne seguì l’esempio, e più tardi fu necessa­
ria l’iniziativa della Corona per costruire le prime ferro­
vie. Nessun altro governo al mondo controllò tante im­
prese di produzione, fra cui, non ultima, la distillazione
dell’acquavite. All’inizio, l’industria faticò molto a met­
tere radici, pur essendo protetta da tariffe doganali. Una
borghesia debole nell’attività economica non poteva
aspirare al ruolo politico di terzo stato. La Russia non
ebbe l'equivalente della Magna charta libertatum inglese, né
della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Sarà Vintelligen-
cija, élite generosa e istruita dell’aristocrazia, della picco­
la nobiltà rurale, dei quadri dell’esercito e della borghesia
colta che, dopo vani tentativi di rovesciare l’assolutismo,
Ibrnirà i quadri per la rivoluzione operaia e contadina.
Nonostante specifiche caratteristiche nazionali, que­
sto assolutismo non aveva nulla di esclusivo. « Il tipo di
dominazione esercitata dai Romanov è assolutamente
identico a quello dei Valois e dei Tudor » asserisce
Pokrovskij. Gli iniziatori del liberalismo provenivano
quasi tutti dalla massoneria, due volte disciolta. Novi-
kov e Radiscev, per primi, scontarono l’uno in carcere,
l’altro in esilio, le loro anticipazioni umanitarie, per
grazia ricevuta da Caterina II, grande amica di Voltaire
e degli Enciclopedisti. Il tentativo insurrezionale dei
« decabristi » nel 1825, alla morte di Alessandro I, non
fu che un complotto militare senza legami col popolo;
ma i capi più risoluti pensavano già da repubblicani con
una qualche tendenza socialista. Fra i rivoltosi, usciti
dalle logge e da altre società segrete, c’erano soprattutto
ufficiali imbevuti dei princìpi della Rivoluzione francese
e intellettuali che dirigevano imprese capitalistiche. La
crudele esecuzione dei principali responsabili, Pestel’,
58 STALIN

Ryleev, Kachovskij, Murav’ëv-Apostol’, Bestuzev-


Rjumin, e la deportazione di centocinquanta congiurati
stroncarono per molto tempo i sogni di libertà, ugua­
glianza e fraternità. Il regno di Nicola I iniziava sotto gli
auspici della forca.
Contro l’oppressione di un dispotismo rinvigorito,
una vita spirituale intensa e varia trovò tuttavia una
certa espressione sotto lo zar di ferro. Respinto dalla
politica, il libero pensiero cercò rifugio nella letteratura
e nella filosofia. I maggiori scrittori della Russia, da
Puskin a Tolstoj, danno lustro a quell’epoca, Lermon­
tov prima di Nekrasov, Dostoevskij dopo Gogol’, oltre a
Goncarov e Turgenev, subito dopo Ostrovskij e Salty-
kov-Scedrin. In mancanza di tribune pubbliche, la poe­
sia e il romanzo, il teatro e la satira screditano la schiavi­
tù, si fanno beffe della burocrazia ed eludono la censura.
Belinskij innalza la critica letteraria a critica sociale e
apre la tradizione che sarà seguita da Dobroljubov,
Cernysevskij e Pisarev. La gioventù illuminata si appas­
siona a Fichte e Schelling, a Hegel, Feuerbach, più tardi
a Stuart Mill e Spencer, a Bùchner e Darwin. Il circolo
di Petrasevskij studia Saint-Simon e Fourier, Cabet e
Proudhon, Louis Blanc e Lamennais; ciò costerà ai suoi
membri il carcere, e poi l’ergastolo, dopo una condanna
alla pena capitale commutata all’ultimo momento in
lavori forzati. Nel 1825, poco mancò che la penna di
Puskin non si spezzasse nell’avventura dei decabristi,
ma, nel 1849, mancò ancora meno che Dostoevskij non
perisse sul patibolo insieme aipetrasevcy, prima di patire i
lunghi tormenti dei Ricordi di una casa di morti.
Durante gli Anni Quaranta, due correnti, nate in
epoca precedente, dividono gli intellettuali in « slavofi­
li » e « occidentalisti ». Per reazione contro le riforme
brutali di Pietro il Grande, introdotte con violenza per
riprodurre più rapidamente l’evoluzione europea, gli
slavofili, ostili alle influenze esterne e all’imitazione de­
gli stranieri, idealizzavano il passato russo e del ritardo
della « santa Russia » facevano la dottrina della sua
superiorità sull’« Occidente marcio », esaltavano la
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 59

conservazione gelosa e mistica dell’autocrazia, dell’or-


lodossia, delle caratteristiche nazionali, ripudiavano
inline come prodotti di una civiltà inaridita il razionali­
smo, la scienza e la democrazia. Gli occidentalisti vole­
vano portare il loro paese al livello dell’Europa colta,
laicizzare la vita russa, liberare il genio popolare, in-
staurare i diritti dell’uomo. Con Aleksandr Herzen si
profila una nuova tendenza, quella di un socialismo
russo originale che tenta la sintesi. Questa tendenza, che
gli epigoni elaborano in forme sempre più disparate,
sfocierà in seguito nel narodnicestvo (populismo).
Herzen concilia in una dottrina eclettica la sua fede
nella universale missione sovversiva degli slavi contadi­
ni con le sue idee mutuate dalle teorie rivoluzionarie
dell’Occidente, soprattutto da Proudhon. Egli elabora
la concezione che risolverebbe nello stesso tempo « la
questione russa e la questione sociale », predice la fine
dell’Europa borghese all’indomani di una guerra deva­
statrice, annuncia l’avvento del comuniSmo nel mondo
su un segnale partito dalla Russia dove i contadini
daranno l’esempio all’umanità intera. Poiché il popolo
russo, come credono Herzen e i suoi discepoli influenzati
dagli slavofili, ha su tutti gli altri il vantaggio delle sue
antiche istituzioni: la comunità contadina (obscina о mir)
tende per sua intima natura al socialismo e costituisce
l’embrione della futura organizzazione federalista e
cooperativa. La Russia contadina aprirà dunque l’èra
della rivoluzione sociale e la marcia verso il comuniSmo.
Grazie ad Haxthausen in Germania, Mackensie Wal­
lace in Inghilterra, Leroy-Beaulieu in Francia siamo
abbastanza informati fuori della Russia sul sistema di
proprietà collettiva e di sfruttamento agricolo del mir,
nel quale Herzen, il suo emulo Bakunin e i suoi conti­
nuatori e critici, Cernysevskij e Lavrov, veri teorici del
populismo negli Anni Sessanta, riponevano tante spe­
ranze. I populisti di ogni tendenza, sia quelli dell’azione
diretta come Bakunin, sia quelli della propaganda come
Lavrov, credono che l’evoluzione borghese non sia un
progresso bensì un regresso, e che l’economia russa
60 STALIN

arretrata sia un ideale perfettibile. Dalla base originale


del mir, completato dagli artel’ о associazioni artigiane,
nascerà una civiltà unica capace di evitare i mali del
capitalismo, a condizione che le terre siano cedute alle
comuni e le fabbriche agli operai. Ma dalla tendenza
generale del populismo derivano numerose scuole dagli
indirizzi più diversi, che trovano il loro alimento nelle
scienze naturali, nell’economia politica e nella sociolo­
gia. C ’è un abisso tra l’anarchismo contadino di Baku-
nin, radicale ed esplosivo, e il socialismo evoluzionista
di Lavrov, educatore ed equilibrato. I successori di
Herzen ne ripudiano il messianismo panslavo, il mistici­
smo, l’utopismo, ma adottano il programma riassunto
nella formula « Terra e Libertà » e seguono il famoso
consiglio di « andare verso il popolo ». Molti seguono
anche il suo esempio di emigrare in Occidente, dove egli
pubblica « Poljarnaja zvezda » (La Stella polare) e
« Kolokol » (La Campana), per combattere meglio lo
zarismo.
Bakunin, « apostolo della sovversione universale »,
coglieva nel popolo russo un’aspirazione spontanea al
possesso della terra da parte di quelli che la fecondano e
all’autonomia della comune, contro qualsiasi forma di
governo. Mentre predicava la rivolta contadina perma­
nente, anche se parziale e destinata al fallimento, conti­
nuava a sognare un’insurrezione unanime di cui Sten’ka
Razin e Pugacëv sarebbero stati i precursori. Attribuiva
una grande importanza anche ai briganti, quei « rivolu­
zionari istintivi ». Fu lui a lanciare agli studenti, come
una parola d’ordine imperativa, l’idea —concepita da
Herzen e ripresa da Lavrov —di andare verso il popolo-, idea
che, così formulata, suscitò una vasta emulazione:
« Abbandonate al più presto questo mondo destinato a
perire, queste università, accademie, scuole... Andate
fra il popolo... Questa scienza deve sprofondare insieme
a questo mondo di cui è l’espressione ». Un altro Sten’ka
Razin si sta avvicinando, aggiungeva, ma questa volta
diventerà esso stesso una massa di individui e dunque
invincibile... La rivolta generale doveva portare a una
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 61

federazione anarchica di comuni libere, senza potere


(entrale, senza Stato.
In previsione del grande giorno in cui si leverà l’irresi­
stibile incendio, che si propagherà veloce grazie a som­
mosse locali, Bakunin pensa a preparare gli strumenti,
cioè individui iniziati e risoluti a tutto. Per questi redige
un insieme di regole cui dovranno ispirarsi, documento
strano che contrasta con l’alto senso morale della gioven­
tù populista, più atto a respingerla che non a sedurla.
Il Catechismo del rivoluzionario, introdotto in Russia dal
suo discepolo Necaev, è diviso in più parti. Nella prima,
« Atteggiamento del rivoluzionario verso se stesso »,
Bakunin prescrive la rinunzia a ogni interesse, senti­
mento, legame personale; la rottura col mondo civile, le
sue leggi e convenzioni; l’apprendimento di un’unica
scienza, quella della distruzione; il disprezzo dell’opi-
nione pubblica, l’odio per le abitudini e le usanze comu­
nemente ammesse. Prescrive, inoltre, di mostrarsi spie­
tati e di non aspettarsi nessuna misericordia, di essere
sempre pronti a morire abituati a sopportare le torture;
di soffocare in sé ogni sentimento familiare, di amicizia,
amore, riconoscenza e onore; di non essere appagati se
non dal successo della rivoluzione; di far perire tutto ciò
che è di ostacolo a questo fine. Nella seconda parte,
« Atteggiamento del rivoluzionario verso i suoi compa­
gni », il catechista raccomanda la solidarietà tra neofiti,
in rapporto all’utilità di ognuno per la causa; ogni com­
pagno deve poter disporre di alcuni rivoluzionari di
seconda e terza categoria come una sorta di capitale da
spendere con parsimonia; in caso di fallimento, si deve
salvare un compagno in pericolo soltanto se la sua sal­
vezza vale il sacrificio di forze rivoluzionarie. Nella terza
parte, « Atteggiamento del rivoluzionario verso la socie­
tà », Bakunin consiglia di penetrare in tutti gli ambienti,
compresi la polizia, la Chiesa e la Corte; di redigere una
lista di condannati a morte secondo un ordine stabilito
in funzione dell’urgenza delle esecuzioni, e un’altra di
persone da risparmiare in attesa di condanna, qualora il
loro iniquo comportamento inciti il popolo alla rivolta;
62 STALIN

di sfruttare le personalità in vista, ricche о influenti, di


assoggettarle carpendo loro i segreti; di fingere di cospi­
rare con i liberali per ingannarli, tenerli in pugno e
comprometterli; di sollecitare e trascinare i dottrinari e i
cospiratori chiacchieroni, per affrettare la rovina della
maggioranza, risparmiando i restanti per istruirli e
temprarli; di usare le donne secondo il loro grado di
utilità - la vita delle mediocri può essere sacrificata,
mentre le migliori sono da considerarsi come « il tesoro
più prezioso ». Nella quarta parte infine, « Atteggia­
mento dell’associazione verso il popolo », l’autore rac­
comanda di aggravare con ogni mezzo le disgrazie e le
pene di cui soffre il popolo per esaurirne la pazienza e
costringerlo all’insurrezione generale; l’opera da com­
piere è una distruzione tremenda, completa e inesorabi­
le; perciò bisogna unirsi ai banditi, « i soli rivoluzionari
autentici in Russia », fare di loro una forza compatta che
distruggerà tutto al suo passaggio... Non c’è compendio
che possa rendere l’accento di odio spietato, di cinismo
dichiarato del celebre Catechismo anonimo che nessuno
studio sulle origini del bolscevismo può sottacere. 1
1. Per circa un secolo Bakunin è stato considerato l’autore del Catechi­
smo, sia dai suoi amici più intimi, M. Sazin (Armand Ross) e Z. Ralli,
sia dai narodovol’cy (membri della Narodnaja Volja) A. Uspenskaja, sua
sorella V. Zasulic, S. Perovskaja, e dagli storici più qualificati: M.
Dragomanov, A. Tun, G. Steklov, B. Koz’min, F. Mehring, B. Niko-
laevskij, F. Venturi. Perfino Max Nettlau, amico e biografo di Baku­
nin, finì per convincersene. Bakunin si chiuse in un silenzio enigmati­
co. Ma, nel 1966, la pubblicazione di una sua lettera inedita a Necaev
rimise tutto in questione: essa criticava « il vostro catechismo ». Tut­
tavia alcuni passi di una « confessione » anch’essa inedita, pubblicata
a Mosca nel 1968, dovevano rivelare che il suo autore, Georgij Eniser-
lov, si attribuiva la paternità del Catechismo, confermando l’indicazione
precedente di un archivista, passata inosservata al momento della
pubblicazione nel 1938. Rimane un punto interrogativo: l’unico testo
manoscritto del Catechismo, visto e distrutto da Sazin e altri ferventi
bakunisti, era di pugno di Bakunin. C ’è di che perdersi in ipotesi (cfr.
B. Souvarine, Le catéchisme du révolutionnaire, in Dostoevskij, Ed. de l'Her-
ne, Paris, 1973. Si veda anche la lettera di B. Souvarine al « Novyj
Zumai », n. 121, New York, dicembre 1975; seguita da un errata corrige
nel n. 122 della stessa rivista). [Sulla questione si veda il saggio di M.
Confino in II catechismo del rivoluzionario, Milano, 1976 - N.d.T.].
II. GLI ANNI DELL'APPRENDISTATO 63

Herzen aveva detto: « Ci mancano tutte le ricchezze


dell’Occidente, tutta l’eredità. Nulla di romano, nulla di
antico, cattolico, feudale, cavalleresco, quasi nulla infi­
ne di borghese nei nostri ricordi. Nessun rimpianto,
rispetto о reliquia possono dunque fermarci ». Bakunin
10 mostra nel suo scritto, senza assumerne la responsabi­
lità, e Necaev lo dimostrerà con le sue azioni davanti alle
quali lo stesso Bakunin si ritrarrà dallo spavento о dal
disgusto. Con la menzogna e l’inganno, l’astuzia e l’in­
timidazione, l’intrigo e il ricatto, giacché tutti i mezzi
sono buoni, ma anche con un lavoro tenace e un’energia
straordinaria, l’agente riservato del Catechismo forma e
dirige una società segreta che finisce male, la Narodnaja
Rasprava (Giustizia popolare): uno degli affiliati viene
assassinato dai suoi compagni su istigazione di Necaev
che, per sbarazzarsene, ha sparso ingiustamente il so­
spetto di tradimento; la vicenda porta centinaia di arre­
sti seguiti da un clamoroso processo. In Europa e in
America, si conosce vi dramma allucinante attraverso /
Demoni di Dostoevskij. La divulgazione del Catechismo fa
scandalo tra i rivoluzionari e Bakunin si astiene dal
rivendicarne la paternità che per molto tempo sarà at­
tribuita a Necaev. Rifugiatosi in Svizzera, questi usa nei
riguardi di Bakunin dei procedimenti ripugnanti che
fanno parte delle regole del perfetto ribelle, riassunti
nella sua formula: « A tutta forza attraverso il fango... ».
11 maestro rompe i rapporti con l’allievo fanatico e
perverso di cui ammira sì la sconfinata dedizione alla
causa popolare, ma che giudica eccessivamente privo di
scrupoli. Il termine necaevscina rimarrà ormai a caratte­
rizzare Гimmoralismo pseudorivoluzionario. Ma non si
deve dimenticare che Necaev si è rivelato in Russia il
primo vero « esperto » dell’organizzazione sovversiva e
il primo rivoluzionario di professione per il quale il fine
dichiarato giustifica i mezzi inconfessabili. Sulle sue
orme cammineranno molti imitatori.
Agli « idealisti » degli Anni Quaranta seguiranno i
« realisti » degli Anni Sessanta, che avranno per succes­
sori gli uomini d’azione degli Anni Settanta. Contro i
64 STALIN

bakunisti, anarchici istigatori di sommosse, e i lavristi,


propagandisti educatori, si forma nel 1875 un gruppo
molto esiguo intorno a Pëtr Tkacëv. La sua ideologia,
affatto distinta, è quella del giacobinismo russo la cui
importanza sintomatica apparirà solamente nel secolo
successivo. Tkacëv resta un populista, poiché condivide
la credenza comune nel mir e fa affidamento sulle doti
creatrici del contadino, ma il suo modo di concepire le
vie e i mezzi della rivoluzione, rivelano il suo giacobini­
smo e la sua affinità intellettuale con Blanqui. Una
rivoluzione, spiega nel suo « Nabat » (Campana a
stormo), consiste innanzi tutto nell’impadronirsi del
potere, preludio indispensabile a realizzazioni definiti­
ve. La propaganda, che darà i risultati solo dopo la
presa del potere, deve seguire il colpo di Stato e non
precederlo. Il colpo di Stato sarà il frutto di una congiu­
ra, l’opera di una minoranza cosciente; esso è possibile
soltanto per mezzo della violenza, che rende necessario
un partito centralizzato, selezionato, disciplinato, con
una propria gerarchia, capace di vegliare sulla sicurezza
dei suoi militanti, di portare rappresaglie contro i suoi
carnefici, di vendicare i martiri. « Né ora, né in
futuro, il popolo, abbandonato a se stesso, è capace di
portare a termine la rivoluzione sociale. Noi soli, mino­
ranza rivoluzionaria, possiamo о dobbiamo farlo al più
presto... Il popolo non può salvarsi da sé..., non può
definire il suo destino in base ai propri bisogni reali, né
dare corpo e vita alle idee della rivoluzione sociale ».
Quanto meno numerosi sono gli elementi rivoluzionari
nel popolo, tanto più insignificante deve essere il suo
ruolo nello sconvolgimento e maggiore autorità dovrà
avere la minoranza cosciente che introdurrà il comuni­
Smo. « Il popolo privo di dirigenti non è in grado di
edificare un mondo nuovo sulle macerie del vecchio...
Questo ruolo e questa missione spettano esclusivamente
alla minoranza rivoluzionaria ». Tkacëv annunzia il
terrorismo imminente e il futuro bolscevismo.
Un primo tentativo di assassinare l’imperatore era
avvenuto nel 1866 con il gesto isolato dello studente
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 65

Karakozov. Sul finire degli Anni Settanta, la violenza


dell’opposizione contrattacca la forza della tirannia.
Alle persecuzioni, deportazioni, esecuzioni e sevizie nel­
le carceri rispondono il revolver, la bomba e il pugnale. I
populisti, delusi del loro movimento pacifico « verso il
popolo », si difendono con le armi contro la polizia e
dichiarano guerra al governo del terrore. Nel 1876, su
incitamento di Aleksandr Michajlov, i populisti hanno
creato il primo partito socialista e rivoluzionario di Rus­
sia, l’associazione Zemlja i Volja (Terra e Libertà), che
comprende i vecchi circoli di intellettuali e i rivoluziona­
ri indipendenti. Questa associazione convoca a Pietro­
burgo la prima manifestazione operaia di strada nel
corso della quale uno studente arringa la folla. Vi si
ritrovano i membri del Circolo Caikovskij, fondato al­
cuni anni prima, insieme a Mark Natanson, Sofja Pe-
rovskaja, Stepnjak, Kropotkin. L ’organizzazione ha un
comitato centrale, alcune sezioni di lavoro, un gruppo di
combattimento. Nel 1878 Vera Zasulic spara sul gene­
rale Trepov che ha inflitto la pena della fustigazione a
un detenuto politico, e Stepnjak pugnala il generale di
gendarmeria Mezencov. Nel 1879, il governatore di
Char’kov, un principe Kropotkin, cugino del preceden­
te, viene assassinato ma Solov’ëv manca di poco lo zar
Alessandro IL Si apre la serie degli attentati di cui,
Zemlja i Volja rivendica la piena responsabilità. Sotto i
colpi intensificati della repressione, i terroristi perfezio­
nano la loro tecnica preparando sanguinose rivincite.
Ma gli uomini migliori cadono, gli Osinskij, i Lizogub, i
Vittenberg. Fra gli zemljvoVcy nasce un contrasto di opi­
nioni sulla tattica da seguire; gli uni, con Aleksandr
Zeljabov, sono decisi al terrorismo sistematico, gli altri
che fanno capo a Georgij Plechanov, sono inclini alla
propaganda persuasiva. La scissione del partito ha luo­
go al congresso segreto di Voronez nel 1879, da cui
nascono la Narodnaja Volja (Volontà del popolo) e il
C'érnyj Peredel (Suddivisione nera).
Il Comitato esecutivo della Narodnaja Volja riprende
ben presto la lotta e alcuni mesi più tardi Sofja Perov-
66 STALIN

skaja, figlia del « generale-governatore » di Pietrobur­


go, tenta di far saltare il treno imperiale con l’aiuto di
Michajlov e di Hartman. Il suo amico Zeljabov, con i
compagni Kibal’cic e Vera Figner fanno altrettanto
lungo altri punti della ferrovia, ma senza successo. Nel
1880 l’operaio Chalturin riesce a far esplodere una cari­
ca di dinamite nel palazzo d’inverno e manca lo zar per
poco. Nel 1881, infine, Sofja Perovskaja dirige l’attenta­
to in cui soccombono Alessandro II e lo stesso assassino
Grinevickij, ma che costa la vita a tutti i regicidi, Perov­
skaja, Zeljabov, Michajlov, Rysakov e Kibal’cic, impic­
cati il mese successivo. Contrariamente alla loro aspet­
tativa, l’avvenimento non provocò il minimo contrac­
colpo nella popolazione contadina, che rimase inerte. Il
nuovo zar, su consiglio di Pobedonoscev, rifiuta di ascol­
tare le suppliche della Narodnaja Volja il cui Comitato
esecutivo, con uno scritto di Michajlovskij e di Tichomi-
rov, promette di cessare ogni attività terroristica a con­
dizione che il potere accordi una Costituente e alcune
libertà. All’indomani della morte di Alessandro II viene
creata l’Ochrana; segue una fase di reazione opprimen­
te, e lo sforzo disperato dei narodovol’cy, « avanguardia
senza esercito », va indebolendosi sottodxolpi dell’auto­
crazia. La defezione di Tichomirov, il tradimento di
Degaev e l’arresto di Lopatin affrettano il declino. Le
ultime cospirazioni falliscono, la Narodnaja Volja è ormai
agonizzante dopo l’esecuzione di cinque studenti impli­
cati in un complotto contro Alessandro III. Fra loro
c’era Aleksandr Il’ic Ul’janov, un fratello minore del
quale, Vladimir, diventerà Lenin.
Le lezioni della tragedia non furono vane e l’esempio
dei narodovol’cy entrò a far parte per sempre della tradi­
zione rivoluzionaria nazionale. Karl Marx non si sba­
gliava quando scriveva a sua figlia, nello stesso anno in
cui la Narodnaja Volja fu decapitata: « Sono tutte persone
meravigliose, semplici, senza pose melodrammatiche,
veri eroi. Gridare e agire sono due cose opposte che non
si possono conciliare. Il Comitato esecutivo di Pietro­
burgo che agisce con tanta decisione, pubblica dei mani-
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 67

lesti di una moderazione estrema... Il Comitato esecuti­


vo si rivolge all’Europa per convincerla che il suo modus
operandi è un modo di agire specificamente russo, peral­
tro storicamente inevitabile, sul quale si può fare la
morale, prò о contro che sia, altrettanto poco che sulla
catastrofe di Chio ». Modo di agire specificamente russo,
questo è appunto il tratto da sottolineare nell’atteggia­
mento di questi uomini per cui il terrorismo si imponeva
come una « triste e terribile necessità » e che hanno
protestato con eloquenza contro l’assassinio del presi­
dente Garfield dichiarando: « La violenza non trova la
propria giustificazione che contro la violenza ».
La stanchezza, il pessimismo, risultato del sacrificio
volontario dell’élite rivoluzionaria, non potevano impe­
dire la crescita e Гaffermazione della vera forza capace
di vincere lo zarismo. Sotto la pressione delle guerre e le
esigenze del mercato estero, l’evoluzione economica
aveva avviato questo paese agricolo sulla strada del
capitalismo moderno, modificandone la struttura socia­
le. La grande industria si sostituì alla piccola produzio­
ne di paese, la fabbrica gigante fece concorrenza al
laboratorio domestico, bruciando le tappe intermedie e
attingendo la manodopera fra i servi liberati ma privi di
lutto. Per molto tempo, le necessità militari fecero dello
Stato il principale cliente dell’industria. Le ferrovie die­
dero un impulso decisivo alla metallurgia, passando dai
2000 chilometri utilizzati nel 1860 ai 10.000 nel 1870,
aumentando poi di più di 1500 chilometri in media
all’anno. Il progresso dei trasporti stimolò tutta la pro­
duzione e gli scambi in un paese immenso, privo di
strade praticabili. Negli Anni Sessanta, da alcuni defini­
ti un « breve X V III secolo » per via dell’iniziazione ai
« lumi » di una minoranza privilegiata, un decimo sol­
tanto della popolazione abitava nelle città e meno di un
centesimo frequentava la scuola. La massa contadina,
oberata dai gravami sui suoi appezzamenti di terra
sempre più ridotti, cadde in una indescrivibile miseria.
Contemporaneamente, il proletariato formava agglo­
merati nei centri industriali dove il capitalismo primiti-
68 STALIN

vo realizzava, con eccessi mostruosi, profitti del 60%


grazie a un’attrezzatura scadente e a un’avida frode a
danno dei lavoratori che vivevano accampati in caser­
moni о stipati in cantine. Lo zarismo stroncava con la
forza gli scioperi in città e le rivolte in campagna. Tutta­
via, mentre gli intellettuali esauriscono le loro forze in
azioni individuali e vanno incontro alla sconfitta, si
profila un movimento nuovo. Da Pietroburgo a Odessa,
nascono circoli operai che avanzano rivendicazioni poli­
tiche sempre più conformi al programma del socialismo
europeo. Man mano che l’antagonismo fra capitale e
lavoro nell’industria ha il sopravvento sulla lotta dei
contadini contro i signori, si compie una selezione di
proletari e si predispongono gli elementi di un nuovo
partito. Durante gli anni seguenti si moltiplicano i segni
premonitori della socialdemocrazia. Alcuni populisti di
ieri, maturati dalle sconfitte, si convertono al marxismo.

Fra questi, il primo e il più importante è G. Plecha-


nov, lo studente che partecipò nel 1876 alla manifesta­
zione di Pietroburgo davanti alla chiesa di Kazan’, dove
duecentocinquanta operai osarono per la prima volt»,
scendere in strada. Plechanov si era diviso dai narodovol’
cy per costituire il gruppo del C'érnyj Peredel, che ebbe vita
brevissima. Nel 1882 traduce e scrive la prefazione del
Manifesto del Partito comunista. In una lettera a Lavrov,
critica senza mezzi termini il proudhonismo di Stepn-
jak, uno dei sopravvissuti del populismo terrorista, e si
dichiara pronto « a far del Capitale di Marx un letto di
Procuste per tutti i collaboratori del “ Messaggero della
Volontà del popolo ” ». Nel 1883, insieme ad Aksel’rod,
Leo Deutsch e Vera Zasulic, bakunisti fino a poco tem­
po prima, crea a Ginevra, subito dopo la morte di Marx,
il gruppo della liberazione del lavoro che professa il
marxismo. I suoi opuscoli: Socialismo e lotta politica e in
seguito Le nostre divergenze, fanno sensazione, lo consa­
crano come teorico prima ancora che la sua penna e la
sua parola di polemista straordinario abbiano fatto di
lui la figura centrale della socialdemocrazia. Nel 1889,
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 69

.il Congresso socialista internazionale, non esita ad af-


lermare che nel suo paese la rivoluzione о vincerà grazie
alla classe operaia о sarà sconfitta.
In Russia, i circoli socialisti si facevano più numerosi,
gli scioperi più frequenti. Negli Anni Ottanta, una
grande crisi economica ravviva la lotta di classe; gli
operai ottengono le prime leggi che pongono un freno
allo sfruttamento del lavoro. La carestia del 1891, cui
lece seguito un poderoso slancio industriale, accentua il
movimento. Alcuni gruppi si fondono, altri costituisco­
no « unioni di combattimento ». Si rivela una nuova
generazione di intellettuali rivoluzionari, appaiono forti
personalità: a Pietroburgo, Lenin e Martov; a Odessa,
Rjazanov; a Nikolaev, Trockij. Nel 1898 si tiene a Minsk
il primo Congresso socialdemocratico, che adotta il te­
sto di un manifesto redatto da Pëtr Struve; fanno prima
si era riunito il Bund, partito operaio socialista. I suoi
nove partecipanti del Congresso vengono arrestati о
costretti a nascondersi, ma intanto si erano stabilite le
prime basi per il futuro.
Fu allora che Stalin entrò, a Tiflis, in uno di quei
circoli operai, guidati da intellettuali votati agli interessi
del popolo. Quale fu il suo ruolo allora, mentre i princi­
pali protagonisti del Partito si dedicavano, nell’emigra-
/.ione, alle loro prime controversie dottrinali? Su questo
periodo disponiamo della sua stessa testimonianza. In
un discorso del 1926 agii operai di Tiflis, così risponde ai
funzionari servili che già lo incensano per assicurarsi i
favori del potere:
« ... Non ho meritato neppure la metà degli elogi che
qui mi sono stati indirizzati. A quanto pare, io sarei un
eroe dell’Ottobre e il dirigente del partito comunista
dell’Unione Sovietica e il capo dellTnternazionale co­
munista e un paladino meraviglioso e tutto ciò che si
vorrà. Non sono altro che frottole, compagni, e una
esagerazione assolutamente inutile.
« Il compagno Arakel (A. Okuasvili) ha detto qui che
si considerava, per il passato, un mio maestro ed io un
suo allievo. E assolutamente esatto, compagni. Infatti,
70 STALIN

io sono stato e rimango un allievo degli operai d’avan­


guardia delle officine delle ferrovie di Tiflis ».
Anche se questa apparente modestia non era che
affettazione e l’omaggio ai ferrovieri un’abile demago­
gia, il tono rimane tuttavia dignitoso ed è possibile che
in quel momento Stalin abbia parlato secondo coscien­
za. Proseguendo il discorso autobiografico, l’oratore si
esprime in questi termini:
« Permettetemi di volgere lo sguardo al passato. Ri­
cordo il 1898, quando per la prima volta gli operai delle
officine delle ferrovie mi hanno affidato la direzione di
un circolo. Sono passati ventott’anni da allora. Ricordo
come, nell’alloggio del compagno Sturua, in presenza di
Sil’vestr Dzibladze (era allora anche lui un mio mae­
stro), Zakro Chodrisvili, Georgij Ccheidze, Misa Boco-
risvili, Ninua e altri operai d’avanguardia di Tiflis, mi
furono impartite lezioni di lavoro pratico. In confronto a
quei compagni, ero allora un pivello.
« Forse ero allora un poco più istruito di loro. Ma come
militante grafico, ero incontestabilmente un principiante.
Qui, circondato da questi compagni, ho ricevuto allora il
primo battesimo di lotta rivoluzionaria. Qui, vicino a que­
sti compagni, sono allora diventato un apprendista rivo­
luzionario. Come vedete, i miei primi maestri furono gli
operai di Tiflis. Permettetemi ora di esprimere loro la mia
sincera riconoscenza di compagno.
« Ricordo poi gli anni 1905-1907, quando per volontà
del Partito io fui gettato nel lavoro a Baku. Due anni di
lavoro rivoluzionario fra gli operai dell’industria della
nafta mi hanno temprato come lottatore pratico e come
dirigent ^pratico. Sia frequentando operai d’avanguardia
di Baku come Vacek, Saratovec e altri, sia nella tempe­
sta delle lotte più accese tra operai e industriali della
nafta ho imparato per la prima volta che cosa significhi
dirigere grandi masse di operai. Lì, a Baku, ho così
ricevuto il secondo battesimo di lotta rivoluzionaria. Lì
sono diventato un operaio della rivoluzione. Permette­
temi di esprimere ora ai miei maestri di Baku la mia
sincera riconoscenza di compagno ».
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 71

In questo linguaggio volutamente rozzo, dai termini a


volte impropri, dalle metafore semplicistiche e dalle
ripetizioni monotone, appaiono alcune caratteristiche
dell’uomo:forma mentis clericale che si traduce nello stile
delle litanie, nel paragone insistente col « battesimo »,
umiltà vera о simulata del credente in una confessione
pubblica; allusione rinnovata a una certa attività « pra­
tica », vera vocazione di un capo che saprà imporsi
senza essere né scrittore, né oratore, né tantomeno teori­
co; infine, preoccupazione di mettersi al livello più basso
dell’uditorio senza tentare mai di elevarlo, né di elevare
se stesso; Stalin tiene anche a far sapere che ha sempre e
solo frequentato proletari, come terrà più tardi a passare
per figlio di operaio. La fine del discorso accentua anco­
ra tutti i particolari del quadro:
« Infine, ricordo il 1917, quando per volontà del Par­
tito, dopo essere passato dal carcere alla deportazione,
fui gettato a Leningrado. Lì, in mezzo agli operai russi, a
stretto contatto con il grande educatore dei proletari di
tutti i paesi, il compagno Lenin, nella tempesta delle
grandi lotte del proletariato e della borghesia, durante
la guerra mondiale, ho imparato per la prima volta a
capire ciò che significhi essere un dirigente del grande
partito della classe operaia. Lì, vicino agli operai russi,
liberatori dei popoli oppressi e soldati scelti della lotta
proletaria di tutti i paesi e di tutti i popoli, ho ricevuto il
terzo battesimo di lotta rivoluzionaria. Là, in Russia,
sotto la direzione di Lenin, sono diventato uno dei capi­
operai della rivoluzione. Permettetemi di portare ai miei
maestri russi la mia sincera riconoscenza di compagno e
di chinare la testa dinanzi alla memoria del mio maestro
Lenin.
« Dalla qualifica di apprendista (Tiflis), poi di ope­
raio (Baku), fino a quella di capo-operaio della nostra
rivoluzione (Leningrado), questa è stata, compagni, la
scuola del mio apprendistato rivoluzionario. Questo è,
compagni, il quadro autentico di ciò che ero e di ciò che
sono diventato, parlando senza esagerazioni, in coscien­
za ».
72 STALIN

Se è vero che non si può giudicare un individuo se­


condo l’idea che si fa di se stesso, e ancora meno secondo
l’idea che di sé vorrebbe offrire, tuttavia la personalità
dell’individuo in questione rivela qui, involontariamen­
te, alcuni dei suoi aspetti. Nella misura in cui « lo stile è
l’uomo », Stalin si presenta già sotto una luce piuttosto
cruda. Quanto ai fatti che possono illustrare о chiarire
l’inizio della sua carriera politica, essi sono quasi del
tutto assenti nei testi che si riferiscono a questo periodo:
documenti storici, pubblicazioni del tempo, letteratura
apologetica о polemica. Non è tanto necessario spiegare
questa lacuna apparente quanto citarla come spiega­
zione.
Sin dai primi passi di socialdemocratico Stalin mostrò
le qualità che dovevano in seguito attirare su di lui
l’attenzione dei dirigenti del Partito e che gli valsero
un’ascesa ininterrotta. La dedizione alla causa, il desi­
derio di rendersi utile, l’abnegazione non lo distinguono
da migliaia di altri rivoluzionari della stessa tempra; ma
il senso del lavoro « pratico », la capacità di agire quan­
do altri sono inclini a parlare, un sangue freddo piutto­
sto raro e una fermezza straordinaria ne fanno un esecu­
tore di prim’ordine.
Il lato « pratico » dell’azione era il lavoro oscuro e
ingrato, efficace ma senza gloria del cospiratore bracca­
to; era l’organizzazione paziente, meticolosa, conti­
nuamente osteggiata о distrutta dalla polizia ma sempre
risorgente, della propaganda e dell’agitazione per mez­
zo della stampa clandestina e di volantini; era ciò che in
tutti i partiti del mondo si chiama comunemente la
« cucina », attività molto ardua nella Russia di allora:
Stalin si trova nel suo elemento naturale.
E delle sue qualità possiede anche i difetti. Poco dota­
to per il lavoro intellettuale, la teoria о la scienza, deve
immergersi nei mille particolari delle questioni locali, il
lavoro ingrato della vita sotterranea e i rischi degli
interventi alla luce del sole. Il suo orizzonte provinciale
rimane limitato, la sua funzione strumentale non può
ampliare le sue vedute né favorire la sua maturazione.
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 73
Fortunatamente per Stalin, se così si può dire, come per
tutti i rivoluzionari, il carcere lo costringerà di lì a poco
all’ozio forzato, permettendogli di completare la propria
istruzione.
Tuttavia, perfino alcune sue debolezze gli sono utili
nell’ambiente e nelle circostanze da cui proviene. Per
l'arsi capire da contadini georgiani e tartari, anche se
vestono da poco la casacca dell’operaio, servi о figli di
servi recentemente liberati, chiusi alle idee generali e
attanagliati dalla miseria, era necessario un linguaggio
elementare, un po’ rozzo, e che, facendo appello all’inte­
resse più immediato, si adattasse alla mentalità regiona­
le, etnica e sociale. Stalin parlava questo linguaggio, e i
lavoratori delle ferrovie e delle manifatture di tabacco,
calzolai e manovali, lo capivano. Ma non ebbe voce
nelle discussioni dottrinali, allora importanti per l’av­
venire della socialdemocrazia e per la guida del movi­
mento rivoluzionario. E non si possono trovare le sue
tracce là dove non ha lasciato nulla.
Nel momento di cui si tratta, a cavallo del secolo, il
partito di Plechanov era ancora inconsistente, la sua
teoria incerta e dai contorni sfumati.
Il marxismo si stava aprendo la via contro l’influenza
delle ideologie che lo avevano preceduto e subiva esso
stesso interpretazioni deformanti. Marx era letto e mol­
to apprezzato dagli intellettuali russi prima che alcuni
fra questi diventassero suoi discepoli, la Narodnaja Volja
gli aveva reso un omaggio pubblico. Il Capitale, che era
stato pubblicato, c per la prima volta tradotto a Pietro­
burgo nel 1872, fornì il tema centrale alle controversie
tra i rappresentanti delle varie scuole socialiste. L ’opi­
nione di Marx e Engels sulla comunità contadina ali­
mentò in seguito un dibattito permanente. Plechanov e
Liberazione del lavoro pubblicarono all’estero una let­
teratura marxista che suscitava in Russia un’attenzione
più viva che altrove. Così scrisse Lenin: « Si pubblica­
vano, una dopo l’altra, opere marxiste, si fondavano
riviste e giornali marxisti, si assisteva a una conversione
in massa al marxismo, i marxisti erano adulati e corteg­
74 STALIN

giati, gli editori si entusiasmavano per la tiratura


straordinaria dei libri marxisti... ».
Il « marxismo legale » —« legale » perché la censura,
non capendo nulla degli studi economici dalla termino­
logia dotta, lasciava pubblicare le opere marxiste senza
sospettarne il significato e non vedendovi altro se non la
critica al populismo - nutrì per qualche tempo Vintelli-
geneija, avida di nuove conoscenze, ma fu ben presto
sostituito dal maxismo rivoluzionario, che invece era
fuori legge. Pur ignorandosi, il pensiero socialista mo­
derno e il movimento operaio spontaneo seguivano uno
sviluppo parallelo, nell’attesa di unirsi.
Lenin chiama « periodo intrauterino » del Partito
quel periodo che va dalla creazione del gruppo Libera­
zione del lavoro fino all’ascesa al trono di Nicola II
(1894); il programma socialdemocratico non aveva allo­
ra che pochi seguaci. In seguito e fino al 1898, il Partito
vive la sua « infanzia »; si assiste a un movimento spon­
taneo delle masse popolari, scioperi a catena; gli intellet­
tuali, ora, vanno verso gli operai, una generazione nuo­
va cresce intellettualmente nel marxismo, si agguerrisce
nella lotta; si fonda il Partito (secondo il suo storico, V.
Nevskij, contava circa 500 membri). Quella data segna
il passaggio all’« adolescenza », e si assiste a una crisi di
crescita; « nell’adolescente la voce cambia » dice Lenin
e anche « la voce della socialdemocrazia sta cambiando
e suona falsa ».
I marxisti legalisti con Pëtr Struve, Berdaev, Bulga-
kov, Tugan-Baranovskij procedono in una direzione ora
liberale e borghese, ora spiritualista e religiosa. Altri
socialdemocratici come Martynov e Kricevskij rinun-
ziano alla politica rivoluzionaria e diventano sindacali­
sti о tradunionisti, cui si dà il nome di « economisti ». I
portavoce delle diverse tendenze danno inizio a polemi­
che che si protrarranno a lungo. La classe operaia,
ovviamente, non poteva seguirne le argomentazioni né
comprendere la posta in giuoco, e cercava da sé la
propria via. I marxisti rivoluzionari, troppo intelligenti
per accontentarsi di formule precostituite, non avevano
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 75
ancora trovato la loro. Lenin così scrive nel 1899: « Non
consideriamo affatto la teoria di Marx come qualcosa di
perfetto e di indiscutibile; anzi, siamo persuasi che essa
lia fornito soltanto le basi della scienza che i socialisti
devono necessariamente perfezionare in tutti i sensi se
non vogliono essere in ritardo rispetto alla vita... I socia­
listi russi hanno particolarmente bisogno di una inter­
pretazione autonoma della teoria di Marx, poiché que­
sta non dà che direttive generali... ».
I socialdemocratici più decisi all’azione metodica si
accingono allora a organizzare seriamente il partito, a
fornirgli un organo direttivo. Lenin e Martov, al ritorno
dall’esilio siberiano dove hanno rispettivamente medi­
tato sui problemi del momento, si recano all’estero per
questo scopo; insieme a Potresov, si uniranno agli « an­
ziani » di Liberazione del lavoro. « La lotta rivoluziona­
ria è spesso impossibile senza l’emigrazione rivoluzio­
naria », pensava Lenin, ispirato dall’esempio di Herzen
e di Bakunin, di Tkacëv e di Lavrov. Insieme a Plecha-
nov, Aksel’rod e Vera Zasulic, i tre giovani fondano, nel
1900, a Monaco di Baviera l’« Iskra » (La Scintilla),
giornale del partito operaio socialdemocratico. La reda­
zione, nell’affermare la continuità della tradizione rivo­
luzionaria russa, poneva come epigrafe le parole che i
martiri decabristi indirizzarono a Puskin: « Dalla scin­
tilla divamperà la fiamma ». La dichiarazione introdut­
tiva e il primo articolo erano di Lenin.
Nulla potrebbe descrivere meglio la situazione di
queste righe del futuro capo della rivoluzione: « Questi
ultimi anni sono stati caratterizzati da una diffusione
sorprendentemente rapida delle idee socialdemocrati­
che fra la nostra intelligencija; a questa tendenza della
società pensante risponde il movimento, indipendente
per origine, del proletariato industriale che comincia a
unirsi e a combattere i suoi oppressori, mostrando un’a­
vida aspirazione al socialismo. Circoli di operai e di
intellettuali socialdemocratici sorgono dappertutto,
dappertutto si assiste alla diffusione di fogli che incitano
all’agitazione, la domanda di pubblicazioni socialde­
76 STALIN

mocratiche cresce e supera di molto l’offerta - e Ir


persecuzioni intensificate del governo sono impotenti
contro questo movimento. Le carceri sono gremite, i
luoghi di deportazione sovrappopolati; quasi ogni mesc­
si viene a sapere della scoperta di organizzazioni presen­
ti in tutto il territorio russo, del sequestro di materiale
clandestino, della confisca di pubblicazioni e di tipogra­
fie, ma il movimento non cessa di crescere... ». Riferen­
dosi alla socialdemocrazia, Lenin ne criticava il caratte­
re dispersivo, la disgregazione in circoli che spesso ave­
vano vita brevissima, idee confuse e contraddittorie,
privi com’erano di collegamenti e di tradizione. « Prima
di unirci e per poterci unire, dobbiamo risolutamente
differenziarci ».
Fin dal suo primo numero, l’« Iskra » denunzia i
socialdemocratici puramente riformisti, influenzati dal
« revisionista » tedesco E. Bernstein. Rivendica lo « spi­
rito di una tendenza chiaramente definita », quella del
marxismo rivoluzionario, e prevede sulle sue colonne la
« polemica tra compagni ». Si prefigge di lavorare a un
programma comune di tutto il Partito, alla creazione di
un meccanismo di collegamento, di informazione e di
diffusione della letteratura socialista. Con questo inten­
to, fa appello non solo agli operai e ai socialisti, ma a
« tutti coloro che il nostro regime politico opprime e
soffoca », a « tutti gli elementi democratici ».
Ma le idee più rilevanti dell’organo socialdemocrati­
co si trovano, sin dal primo numero, nell’articolo di
fondo di Lenin. In merito alle concezioni generali del
socialismo, l’autore anonimo non ha la pretesa di appor­
tare nulla di nuovo, e il suo enunciato è conforme al
marxismo classico di cui Karl Kautsky era l’interprete
incontestato dopo la morte di Engels —scrive però con
una conoscenza particolarmente lucida delle questioni
russe. Come Plechanov, confuta soprattutto la tesi sin­
dacalista che tende a relegare il movimento operaio
nella lotta economica, la condanna come contraria agli
interessi del proletariato nel suo insieme. Auspica la
riunione del socialismo al movimento operaio, insisten-
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 77

do sul carattere nazionali di tale necessità: « Dappertut­


to, questa riunione è stata un prodotto della storia, si è
operata attraverso vie originali a seconda delle condi­
zioni di tempo e di luogo ». Sottolinea infine l’urgenza di
una organizzazione politica di lotta fortemente control­
lata: « Mai una classe è giunta al potere senza avere
trovato in se stessa i capi politici, uomini d’avanguardia
capaci di organizzare il movimento e di guidarlo ».
Aksel’rod, l’eminente specialista di tattica della pri­
ma generazione socialdemocratica russa di cui Plecha-
nov fu il teorico, scrisse che questo articolo aveva fatto
su di lui « l’effetto di una corrente vivificante di acqua
fresca ». Un capopopolo di grande levatura si stava
affermando nella persona del nuovo venuto. Fra gli
aderenti all’« Iskra », dal 1900 al 1903, egli assumerà un
ruolo sempre più importante. « E precisamente in quei
brevi anni » dice Trockij « che Lenin diventa Lenin ».
Già a Pietroburgo i suoi compagni lo chiamavano « il
vecchio » per via della sua sicurezza, della sua precoce
autorità. Le sue conoscenze, già considerevoli, si accre­
scono di continuo. Sia sugli argomenti economici e sto­
rici di vasta portata, sia sulle questioni correnti di politi­
ca о di tattica, porta sempre rilevanti contributi. Inoltre,
ha il dono di far risaltare le linee direttrici su uno sfondo
carico di fatti о cifre, di saper porre l’accento sull’essen­
ziale. La sua opera sullo Sviluppo del capitalismo in Russia
mostra con quale coscienziosità esamini le statistiche,
con quale scrupolo le confronti, con quale tensione cer­
chi di trarne prospettive per il futuro.
Come tutti i socialisti del suo tempo, Lenin è innanzi
tutto un fervente democratico. Il suo socialismo mira a
conquistare la democrazia politica che sarà completata
da quella economica. « Fra le rivendicazioni politiche
della democrazia operaia e quelle della democrazia bor­
ghese, la differenza non è di principio bensì di grado »,
scriverà nell’« Iskra ». Simili riflessioni abbonderanno
nei suoi scritti; altre apparterranno al genere di questa
che segue: « Senza libertà politiche, tutte le forme di
rappresentanza operaia sono destinate a rimanere un
78 STALIN

pietoso inganno, il proletariato sarà prigioniero comi


prima, privato dell’aria, della luce e dello spazio indi
spensabili per la sua completa emancipazione ». Predi­
ce che la nazionalizzazione delle terre, rivendicata dagli
eredi del populismo, condurrebbe il pensiero a una
« assurda esperienza di socialismo di Stato » in assenza
di « istituzioni democratiche profondamente radicate,
pienamente affermate ».
Soprattutto per i problemi teorici e filosofici si consi­
dera allievo di Plechanov, mentre consulta con deferen­
za Aksel’rod, ha frequenti scambi di vedute con Martov
e Potresov. Ma al tempo stesso acquisisce la consapevo­
lezza della propria superiorità nel comando, e vede
avvicinarsi, a torto о a ragione, il momento in cui supe­
rerà i suoi maestri; prefigura il proprio destino di orga­
nizzatore di un’avanguardia e di trascinatore delle folle
nelle future lotte sociali. Per lui è di capitale importanza
giungere subito allo scontro e vincere. Comincia pru­
dentemente a delineare il suo gioco personale, in vista
dei difficili compiti imminenti.
I suoi scritti dell’« Iskra » e della rivista « Zarja », i
suoi libri e la sua corrispondenza lasciano trasparire le
idee che, sviluppandosi, dovevano separarlo dalla pri­
ma falange socialdemocratica e condurlo su una strada
originale. Nel 1902, pubblica un pamphlet, Chefare?, in
cui il suo valore di capo di guerra civile si afferma con
una forza straordinaria; già vi sono accennati molti
elementi della dottrina che porterà il suo nome e, in
forma più compiuta, la concezione specificamente russa
del « rivoluzionario di professione ».
Nel discorso riferito più sopra, Stalin si esprime con
termini propri: « Fui gettato nel lavoro a Baku », « fui
gettato a Leningrado ». Con questa espressione, ricorda
che il Partito ha potuto disporre di lui come di un
soldato manovrabile dalla volontà dei superiori e utiliz­
zabile in quel luogo о in questa missione, secondo l'esi­
genza del caso. Era così, infatti, che una frazione del
Partito era venuta organizzandosi conformemente al
punto di vista di Lenin sulla necessità di opporre alfe-
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 79

sercito della repressione assolutista un esercito di rivo­


luzionari di professione. La polizia, nella scheda già
citata, attribuiva al recidivo Dzugasvili il mestiere di
« contabile » che verosimilmente Stalin ha esercitato
all’uscita dal seminario о dopo un lavoro di alcuni mesi
all’osservatorio di Tiflis; doveva vivere infatti senza con­
tare sull’aiuto dei suoi genitori. Tuttavia, quanto più
crescevano le esigenze dell’azione politica, tanto più
Stalin dovette dcdicarvisi, lino a diventare precisamente
un rivoluzionario di professione nella piena accezione
del termine. E dunque importante conoscere la defini­
zione del concetto attraverso le parole dell’inventore
stesso.
« Dobbiamo formare degli uomini che non consacri­
no alla rivoluzione le loro serate libere, bensì tutta la
loro vita » scriveva Lenin già nel primo numero del-
Г« Iskra ». E qui contenuto in germe il suo principio di
organizzazione del Partito. Nel Chefare?, con l'insisten­
za che lo caratterizza, precisa la stessa idea in continui
ritorni e la completa ritorcendo la contraddizione. « La
lotta contro la polizia politica esige doti particolari,
rivoluzionari di professione »; deve essere organizzata
« a regola d’arte ». Parallela all’azione generale, esiste­
rà quella di uomini selezionati, addestrati, preparati in
vista di obiettivi precisi. « Studenti о operai, poco im­
porta: sapranno diventare rivoluzionari di professio­
ne ». Ogni distinzione tra intellettuali e proletari è abo­
lita nel gruppo ristretto e clandestino che « deve com­
prendere innanzi tutto e soprattutto individui la cui
professione è l’azione rivoluzionaria », mentre l’orga­
nizzazione operaia sindacale è necessariamente vasta e
pubblica. Questa argomentazione non pretende d’esse­
re valida in qualsiasi paese né sempre; riguarda solo la
Russia sottomessa al « giogo dell’autocrazia », e dove
ogni rivendicazione operaia è proibita.
In breve, Lenin afferma che nessun movimento rivo­
luzionario può essere solido senza un’organizzazione
stabile di dirigenti che ne assicuri la continuità; è impor­
tante costruire subito questa organizzazione e che sia
80 STALIN

solida; sarà composta principalmente di rivoluzionari di


mestiere, in numero ristretto; non accetterà che militan­
ti pratici della lotta contro la polizia, e perciò capaci di
sfuggirle. « C ’è una massa di persone, ma non di uomi­
ni », con questo intende che ci sono molte persone scon­
tente, molti ribelli, mancano però « dirigenti, capi poli­
tici, talenti ». Si tratta di formarne. « Senza una decina
di capi d’ingegno (gli ingegni non nascono a centinaia),
temprati, professionalmente preparati e istruiti da una
lunga pratica, in perfetto accordo fra foro, nessuna clas­
se nella società contemporanea può condurre ferma­
mente la lotta ». La concezione è simile a quella di
Tkacëv, derivata da Blanqui, ma più precisa e appro­
fondita.
Tuttavia la questione non è esaurita e Lenin pensa a
tutto. Come verrà assicurata l’esistenza materiale del
rivoluzionario di professione? « Dobbiamo fare in modo
che viva a spese del Partito, che possa, se vuole, passare
all'azione clandestina, cambiare località, diversamente
non potrà acquisire una grande esperienza, non amplie­
rà il suo orizzonte, non potrà reggere che per alcuni anni
nella lotta contro i gendarmi ». Sono indispensabili spe­
cialisti ben addestrati: « Quando avremo distaccamenti
di operai rivoluzionari, specificamente preparati da un
lungo tirocinio (e naturalmente « in tutte le armi » del­
l’azione rivoluzionaria), nessuna polizia al mondo potrà
vincerli ».
Una simile organizzazione non può essere democrati­
ca, non permettendo il regime autocratico né pubblicità,
né elezioni, condizione sine qua non della democrazia
giustamente realizzata nei partiti socialisti che godono
della libertà politica. « Segreto rigoroso, scelta accurata
dei membri », infine una « fiducia fraterna assoluta tra
rivoluzionari », ecco il compito che s'impone in Russia.
Si ritrova in questi enunciati la tradizione deizemljevol'cy
e dei narodovoVcy. Questo suscita molte obiezioni a cui
Lenin ribatte. A coloro che deplorano la facilità con cui
si potrebbe decapitare un movimento guidato da un
pugno di professionisti Lenin risponde: « E ben più
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 81

difficile impadronirsi di dieci persone intelligenti e ca­


paci che non di cento imbecilli ». « La concentrazione di
tutte le funzioni clandestine nelle mani di un ristrettis­
simo gruppo di rivoluzionari di professione non significa
affatto che quest’ultimi “ penseranno per tutti ” , che la
massa non parteciperà attivamente al movimento ». E
un problema di divisione del lavoro. E infine, categorico
e semplice, afferma: « Ciò che ci occorre, è un’organiz­
zazione militare ».

Così, in vista della rivoluzione imminente, Eenin pre­


vedeva la formazione di un vero esercito, forte in virtù
della disciplina militare ed esperto nell’azione. Stalin fu
una delle prime reclute e subito gli vennero riconosciute
le qualità del sottufficiale. Come i suoi compagni di
partito, partecipa a scioperi, a manifestazioni, distribui­
sce volantini, diffonde opuscoli scritti da altri. Un de­
mocratico radicale, Georgij Cereteli, pubblicava allora
in georgiano, a Tiflis, la rivista di estrema sinistra
« Kvali » (Il Solco), con la collaborazione di N. Zorda-
nija, F. Macharadze e altri che ne fecero una pubblica­
zione socialista. Il Partito passa dalla propaganda'all’a­
gitazione, vale a dire, per esprimersi con Plechanov, che
invece di persuadere pochi individui, di molte idee, si
diffondono meno idee per più individui. Si profila, così,
una vasta azione pubblica.
Il 1° maggio 1900, gli operai di Tiflis si radunano per
la prima volta nei sobborghi sotto una bandiera rossa
che porta scritti i nomi di Marx, Engels, Lassalle. Il
licenziamento è la forma di sanzione adottata; la conse­
guenza è l’arrivo nelle campagne di zelanti agitatori che
cominciano a convertire i contadini al socialismo. 111°
maggio dell’anno seguente, alcuni operai manifestano
in strada a Tiflis; il governo risponde con i cosacchi, ci
sono morti e feriti. Il Comitato socialdemocratico è
sciolto, i militanti ricercati e Soso, messo in guardia da
una perquisizione domiciliare, entra nella clandestinità,
spesso cambia nome. Talvolta sarà David, altre volte
Nizeradze, altre ancora Cizikov; a lungo porterà il so-
82 STALIN

prannome di Roba col quale capita tuttora di chiamar­


lo. (C’è chi pensa che quest’ultimo nome sia stato tratto
dai romanzi del poeta georgiano Aleksandr Qazbegi;
tale scelta denoterebbe un vivo sentimento nazionale.
Questa interpretazione, tuttavia, non è sicura 1 perché
« Roba » è un soprannome abbastanza diffuso in Geor­
gia). Infine, si presenterà ad alcuni congressi con lo
pseudonimo di Ivanovic prima di assumere definitiva­
mente il nome di battaglia, Stalin.
Nei dossier della gendarmeria locale si sono trovati
alcuni brevi rapporti: « Iosif Dzugasvili, impiegato al­
l’osservatorio di Tiflis, intellettuale, ha rapporti con gli
operai delle ferrovie » —comunicazione fatta il 28 marzo
1901 al dipartimento della Polizia. « La domenica del 28
ottobre alle 9 di mattina, in via della Stazione, ha avuto
luogo una riunione di operai d’avanguardia delle ferro­
vie, con la partecipazione dell’intellettuale Iosif Dzuga­
svili ». Altre denunce e ulteriori informazioni si riferi­
scono ai suoi spostamenti, alla sua corrispondenza, e
segnalano la sua estrema prudenza. Il suo amico più
intimo, R. Raladze, non ha trovato nulla da scrivere sul
loro rapporto di quel periodo. Bibineisvili osserva che il
« compagno Soso » fece allora la conoscenza di un gio­
vane armeno, Ter-Petrosjan, rivoluzionario senza dot­
trina, e lo incitò a entrare nelle file del Partito. La nuova
recluta godrà più tardi, con il nome di Ramo, di una
sorta di celebrità.
Alla fine del 1901, Stalin lascia improvvisamente Ti­
flis. Su questa strana partenza, la rivista socialdemocra­
tica georgiana « Brdzola Chma » (L’Eco della lotta)
offre l’unica spiegazione conosciuta: « Sin dai primi
giorni della sua attività nei circoli operai, Dzugasvili, con
i suoi intrighi, attirò l’attenzione contro il principale diri­
gente dell’organizzazione, S. Dzibladze. A questo pro­
posito, ricevette un avvertimento, che tuttavia ignorò,
continuando a diffondere calunnie per denigrare i rap-

1. Dopo la prima edizione di questo libro, il dubbio esistente su tale


punto è stato chiarito. Vedi sopra la nota a pagina 29.
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 83

presentanti autentici e riconosciuti del movimento e


accedere così alla direzione. Deferito a un tribunale del
Partito e riconosciuto colpevole di calunnia indegna
contro S. Dzibladze, fu espulso alfunanimità dall’orga­
nizzazione di Tiflis ». Secondo questa versione l’avidità
di potere, e gli intrighi per appagarla, sarebbero dunque
stati denunziati in lui sin dall’inizio della sua carriera.
L ’espulsione lo avrebbe costretto a prodigarsi per la
causa altrove. Partì per Batum, porto del mar Nero.

In passato villaggio di pescatori e nido di pirati, Ba­


tum era una cittadina di circa 35.000 abitanti situata in
una regione malsana. La sua popolazione era più che
decuplicata in vent’anni grazie al transito del petrolio di
Baku; Batum diventò così il principale porto commer­
ciale del Caucaso oltre che capolinea della ferrovia. I
principali nuclei operai erano concentrati nelle officine
Rothschild e Mantasev. Stalin svolge la propria attività
presso di loro, incita agli scioperi, partecipa a una mani­
festazione di piazza nel febbraio 1902. Agli inizi della
socialdemocrazia, il provvedimento disciplinare adotta­
to a Tiflis contro di lui non gli impediva di militare
altrove. Ma, poco incline a sopportare il confronto con i
dirigenti locali, N. Ccheidze, I. Ramisvili e altri, Stalin
crea un circolo separato dove nessuno possa metterlo in
ombra. I ricordi del tipografo S. Todrja indicano in C.
Kandelaki l’unica personalità di rilievo del gruppo. Il
recente arresto dei principali rappresentanti del Partito
lascia momentaneamente libero il campo. Stalin ne
approfitta e prende l’iniziativa di incitare un gruppo di
operai disarmati all’assalto del carcere, ma l’avventura
costa la vita ad alcuni assalitori. I lavoratori di Batum
non dovevano perdonargli uno spargimento di sangue
così inutile.

In seguito a questo scontro mortale, la maggior parte


dei militanti attivi è arrestata, compresi Kandelaki e
Stalin. Quest’ultimo trascorrerà diciotto mesi in carce­
re. Il 17 giugno 1902 il colonnello di gendarmeria Sabe-
84 STALIN

l’skij, trasmette sul detenuto Dzugasvili la seguente


scheda: « Altezza'. 2 arsiny, 4 verski e mezzo. Corporatura:
media. Età', ventitré anni. Segni particolari: secondo e
terzo dito del piede sinistro uniti. Aspetto esteriore', comu­
ne. Capelli', castano scuro. Barba e baffi: castano. Naso:
lungo e diritto. Fronte: diritta ma bassa. Viso: lungo,
bruno, butterato (segnato dal vaiolo) ». Il « Buttera­
to », così è soprannominato dalla polizia. Secondo alcu­
ni medici, la malformazione del piede, insieme a una
semi-invalidità del braccio sinistro, non rilevata dal
gendarme, sembra confermare l’alcolismo ereditario dal
lato paterno indicato da varie persone. 1
Nel pubblicare queste informazioni, B. Bibineisvili
offre anche (nel 1930) una testimonianza personale sul
comportamento di Stalin. Era, dice, un uomo calmo,
impassibile e soprattutto « implacabile » (la parola ri­
corre spesso), molto rigoroso in materia di disciplina e di
puntualità. Durante una riunione di comitato, inflisse
una ramanzina « implacabile » a un compagno in ritar­
do e concluse: « Non dovete farci aspettare, anche se
vostra madre fosse in punto di morte ».
Condannato a tre anni di confino amministrativo in
Siberia, Stalin raggiunse a tappe il piccolo villaggio di
Novaja Uda, in provincia di Irkutsk. Tutti i rivoluzio­
nari risoluti e dediti alla causa conoscevano gli stessi
avvicendamenti, le stesse traversie, la stessa sorte.
Tuttavia dalla Russia asiatica, dove le colonie di de­
portati si popolavano di sempre nuovi arrivati, partiva
un flusso in senso inverso che, attraverso vie sconosciu­
te, restituiva alla rivoluzione gli individui più energici.
Fra gli evasi, un giovane marxista si affrettò a unirsi
all’organizzazione dell’« Iskra » con la quale entrò in
contatto diretto a Samara. Dopo avere molto imparato
in carcere e durante il periodo di deportazione, Lev
1. Ipotesi interamente giustificata, diventata certezza da quando la
figlia di Stalin ha scritto nelle sue Vingt lettres à un ami (Paris, 1967),
che suo nonno morì per una coltellata ricevuta in una rissa fra
ubriachi. Non è del tutto irrilevante sapere che Stalin era figlio di un
bruto alcolizzato.
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 85
Trockij aveva esordito come pubblicista e le sue convin­
zioni socialiste si erano liberate dall’incertezza, precisa­
te, consolidate. Alla fine del 1902, al suo arrivo a Lon­
dra, si presenta a Lenin; strada facendo, aveva cono­
sciuto Victor Adler a Vienna, Aksel’rod a Zurigo.
L ’« Iskra » scoprì in questo partigiano di ventitré
anni un brillante collaboratore e propagandista, avido
di cultura, appassionato di dottrina; con le sue doti di
scrittore e oratore si affermò immediatamente fra i russi
emigrati. Ben presto Lenin lo propose alla redazione
come settimo membro. A Plechanov aveva scritto: « E
un uomo incontestabilmente dotato delle più grandi
capacità, sicuro, energico e che farà ancora molta stra­
da ». Nella sua prescienza di disaccordi latenti, Lenin si
preoccupava di possedere una maggioranza stabile di
« giovani » contro gli « anziani ». Plechanov comprese
la manovra e oppose resistenza. Il secondo Congresso
della socialdemocrazia era imminente e, con l’appros­
simarsi di grandi avvenimenti che avrebbero richiesto
un intervento attivo, i dissensi inconfessati si venivano
sordamente elaborando.
Per ora non erano che differenze di temperamento,
divergenze di vedute sulle modalità di applicazione dei
princìpi comuni, in merito a questioni di organizzazione
о di tattica. Fino al congresso, nulla filtrò sulle colonne
del giornale. L ’« Iskra » aveva improvvisamente rag­
giunto un livello itntellettuale superiore e la sua reda­
zione, a prezzo di un intenso lavoro, dava prova ai lettori
di una rara coesione. Da ciò trasse il prestigio e l’in­
fluenza sui rivoluzionari russi dell’epoca. Dietro le quin­
te, Plechanov e Lenin discutevano aspramente il proget­
to di programma del Partito. Nessuno ancora pensava a
opposizioni irriducibili.
Ma Lenin, col suo sesto senso che lo avvertiva del­
l’imminenza di un grande scontro politico e sociale, era
impaziente di accelerare la trasformazione dei circoli
socialdemocratici in unità di lotta. « Dateci una orga­
nizzazione di rivoluzionari e torneremo in Russia » di­
ceva parafrasando Archimede. Nessuno quanto lui
86 STALIN

era ossessionato dalla necessità e dall’urgenza di tale


realizzazione pratica e coltivava fermamente in sé la
volontà di andare il più lontano possibile in questa
direzione, pur non sapendo ancora con esattezza fin
dove si sarebbe spinto. Sul piano dottrinale, nulla lo
divideva dagli altri compagni dell’« Iskra ». Eppure,
sotto ogni aspetto, la sua opinione spiccava per la chia­
rezza, il tono categorico, lo spirito combattivo.
Appaiono inoltre nei suoi primi scritti molte idee
direttrici che, pur non essendo sue proprie, ne rivelano
la lucidità, esprimono le sue certezze. La sua attenzione
era particolarmente tesa verso la comprensione della
realtà russa: « La miseria senza via d’uscita, l’ignoran­
za, la disuguaglianza e l’umiliazione nelle quali spro­
fonda il contadino conferiscono a tutto il nostro regime
un’impronta asiatica ». Lenin considera lo zarismo
come « il più potente baluardo della reazione europea »,
pensiero mutuato da K. Marx, al quale aggiunge: « E
della reazione asiatica ». Nella Russia vede « uno Stato
politicamente assoggettato nel quale il 999%o della po­
polazione è corrotto fino in fondo dal servilismo pubbli­
co ». Questi giudizi non sono estranei alla sua concezio­
ne della gestione e organizzazione degli uomini, reazio­
ne brutale contro il servilismo e la corruzione ereditati
dalla schiavitù. Le abitudini coltivate in due secoli e
mezzo di obbedienza passiva influivano largamente sul­
l’inerzia politica. Lenin sapeva, citando ancora K.
Marx, che « la tradizione di tutte le generazioni passate
pesa come un incubo sul pensiero dei vivi ».
Sull’importanza della tradizione nello sviluppo stori­
co è necessario almeno un richiamo di queste righe di
Kropotkin: « ... Era nata tutta una serie di abitudini di
schiavitù domestica, di disprezzo esteriore della perso­
nalità individuale, di dispotismo dei padri e di ipocrita
sottomissione delle donne, dei figli e delle figlie. All’ini­
zio del secolo, il dispotismo domestico regnava in tutta
l’Europa a un grado elevato —come testimoniano gli
scritti di Thackeray e di Dickens - ma in Russia assai
più che altrove. La vita russa nella sua totalità ne porta-
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 87

va l’impronta: nella famiglia, nei rapporti tra capi e


subordinati, ufficiali e soldati, padroni e impiegati. Si
era andato formando a poco a poco tutto un mondo di
abitudini e modi di pensare, di pregiudizi e bassezza
morale, di usanze generate da una vita oziosa... ». Ciò
che Turgenevha chiamato « nihilismo », ingiustamente
confuso in Occidente col terrorismo о l’anarchia, e con­
siderato da Michajlovskij « la malattia infantile » del
movimento rivoluzionario, rappresentò negli Anni Ses­
santa la negazione di queste usanze. Fu una reazione
razionalista, estrema e specificamente russa, contro tut­
te le falsità convenzionali, l’ipocrisia familiare e sociale,
la cortesia e la moda, i pregiudizi e la routine, i dogmi e
la religione. Ma il nihilismo teorizzato da Pisarev -
dottrina del « realista pensante » che si nutre di scienze
fisiche e naturali, positivista e materialista, iconoclasta e
ateo —è rimasto una semplice corrente di individualismo
intellettuale, senza rapporto col popolo.
Lenin attribuiva agli operai un ruolo preponderante
nell’estinzione di questo greve passato: « Solo il proleta­
riato industriale è capace di combattere in massa e senza
esitare l’autocrazia ». Non dimenticava però le rivendi­
cazioni contadine « nell’intento di rendere utili, per la
causa della democrazia e della lotta politica per la liber­
tà, i collegamenti tenuti nelle campagne da un gran
numero di intellettuali e di operai fedeli alla socialde­
mocrazia ». Il contadino, scriveva, « è tormentato al­
trettanto se non di più dal regime precapitalista, dalle
sopravvivenze feudali più che dal capitalismo »; per
questo propugnava l’espropriazione della proprietà si­
gnorile e la nazionalizzazione delle terre. Nello stesso
tempo, ribadisce con fermezza che gli operai hanno
bisogno di intellettuali alla loro guida. Come Blanqui,
attribuisce un ruolo rivoluzionario di primaria impor­
tanza agli elementi socialmente decaduti. « I demago­
ghi sono i peggiori nemici della classe operaia », con
queste parole si rivolge ai sindacalisti. Combatte l’igno­
ranza pseudoplebea: « Senza teoria rivoluzionaria non
c’è movimento rivoluzionario », e la tendenza a chiù-
88 STALIN

dersi entro i confini nazionali: « Il nostro giovane mo­


vimento non può essere fecondo se non assimila l’espe­
rienza degli altri paesi ».
Particolare attenzione merita la sua concezione dei
rapporti tra operai e intellettuali: « La storia di tutti i
paesi attesta che, abbandonata alle proprie forze, la classe
operaia può elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè
la consapevolezza della necessità di unirsi in sindacati,
di condurre la lotta contro i padroni, di cercare di otte­
nere dal governo determinate leggi necessarie agli ope­
rai, ecc. La dottrina del socialismo invece, cresciuta
dalle teorie filosofiche, storiche, economiche, elaborate
da rappresentanti colti delle classi possidenti: gli intel­
lettuali. Per posizione sociale, gli stessi fondatori del
socialismo scientifico contemporaneo, Marx e Engels,
appartenevano all’intellettualità borghese. Allo stesso
modo, in Russia, la dottrina teorica della socialdemo­
crazia sorse del tutto indipendentemente dalla crescita
spontanea del movimento operaio, sorse come il risulta­
to naturale e inevitabile dello sviluppo del pensiero negli
intellettuali rivoluzionari socialisti ». Certamente, gli
operai possono contribuire a questa elaborazione: « Ma
essi non vi partecipano in quanto operai, bensì in quan­
to Proudhon e Weitling », dunque « nella misura in cui
riescano ad acquisire la conoscenza più о meno perfetta
della loro epoca e a farla progredire », e quando siano
capaci di assimilare una cultura generale. « Solo dei
mediocri intellettuali possono pensare che sia sufficien­
te parlare agli operai della vita della fabbrica e ripete­
re fino alla noia ciò che sanno da tempo ». I marxi­
sti devono contagiare il popolo col « bacillo rivoluzio­
nario ».
Quest’idea gli sta a cuore e vi insiste a più riprese.
« Lo sviluppo spontaneo del movimento operaio conduce
a una subordinazione all’ideologia borghese ». Perché?
« Per la semplice ragione che, cronologicamente, l’ideo­
logia borghese è assai più antica di quella socialista, più
perfezionata sotto ogni aspetto... ». Ne consegue che:
« La coscienza politica di classe non può essere portata
II. GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO 89

all’operaio che dall’esterno, dall’esterno della lotta eco­


nomica ». La si può attingere, afferma ancora, soltanto
nei rapporti di tutte le classi fra loro e con lo Stato. Gita
una pagina di Kautsky le cui parole sono « profonda­
mente giuste e gravi ». Così: « Il socialismo e la lotta di
classe nascono paralleli e non si generano l’un l’altra ».
Il proletariato non può creare né la scienza economica,
né la tecnica moderna. « Il veicolo della scienza non è il
proletariato ma la categoria degli intellettuali borghesi:
è nella mente di alcuni individui di questa categoria,
infatti, che è nato il socialismo... ». Chi voglia giudicare
i discepoli di Lenin dal pensiero del loro maestro deve
tenere ben presente tutto ciò.
Infine, sono già visibili il realismo politico, la duttilità
tattica che i suoi stessi nemici elogeranno più tardi: « La
socialdemocrazia non si mette nella situazione di avere
le mani legate, non si limita a un piano о a un metodo
stabilito una volta per sempre; essa ammette tutti quei
mezzi che corrispondano alle forze disponibili del mo­
vimento e permettano di raggiungere il massimo di
risultati in condizioni date ». Lenin si preoccupa di
usare il movimento universitario, allora all’avanguar­
dia, e di associarlo all’azione operaia. E convinto che si
debba appoggiare l’opposizione liberale contro lo Stato
reazionario, « far avanzare ogni opposizione democrati­
ca », portare « in tutte le classi della popolazione » l’at­
tività della socialdemocrazia. Sottraendosi all’influenza
del falso purismo sindacalista, prevede alleanze con i
liberali borghesi. « Solo coloro che non hanno fiducia in
se stessi possono temere alleanze temporanee, anche con
elementi incerti. Nessun partito politico potrebbe esiste­
re senza queste alleanze ». Il suo intuito di capo si
esprime perfettamente in questa frase: « Tutta la vita
politica è una catena senza fine di un numero infinito di
anelli. Tutta l’arte dell’uomo politico consiste precisa-
mente nel trovare e nell’afferrare saldamente l’anello
più difficile da strapparvi, il più importante al momento
dato e che vi garantisca meglio il possesso dell’intera
catena ».
90 STALIN

Prossimo ad assumersi la responsabilità di una rivo­


luzione nel suo partito, nell’attesa di una rivoluzione nel
suo paese, Lenin raggiungeva l’assoluta padronanza dei
propri mezzi. La sicurezza di sé era rafforzata dall’illi­
mitata fiducia in Marx e Engels, dall’accordo intellet­
tuale con Kautsky ma soprattutto con Plechanov, suo
iniziatore diretto nonostante gli attriti personali, quello
stesso Plechanov che aveva lanciato sull’« Iskra » una
sorta di avvertimento profetico: « In seno al grande
movimento socialista si vedono affiorare due tendenze
differenti e - chi può saperlo? —forse la lotta rivoluziona­
ria del X X secolo porterà a una rottura tra la Montagna
e la Gironda socialdemocratiche ». Ma in Plechanov
simili previsioni rimanevano un esercizio intellettuale.
In Lenin, il realismo delle idee doveva governare la
serietà delle azioni.
Il i
PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE

Stalin e Lenin. II Congresso della socialdemocrazia. I


« duri » e i « molli ». Bolscevichi e menscevichi. La scissio­
ne. Lenin giacobino. Stalin bolscevico. Lotte intestine nel
Partito. Isolamento di Lenin. Discussioni e polemiche.
Rosa Luxemburg. Profezia dì Plechanov. I primi lenini­
sti. La guerra russo-giapponese. Il partito socialista rivolu­
zionario. Scioperi e. movimento operaio. Domenica di sangue
a Pietroburgo. La rivoluzione del 1905. I li Congresso so­
cialdemocratico, dei bolscevichi. Il soviet dei deputati ope­
rai. Disaccordi tra socialisti. Lenin visto da Stalin.
« Conobbi Lenin per la prima volta nel 1903, non
personalmente, è vero, ma attraverso lo scambio di
corrispondenza. Eppure ne ebbi un’impressione indele­
bile che non mi ha mai abbandonato durante tutti i miei
anni di attività per il Partito. Mi trovavo allora in Sibe­
ria, esiliato ». Queste parole, pronunciate dopo la morte
di Lenin, sono l’unica allusione diretta di Stalin al suo
primo esilio.
Su questa breve tappa della sua vita avventurosa non
sembra esista alcuna documentazione; il diretto interes­
sato, infatti, si è largamente prodigato per farla scompa­
rire. A questo riguardo non è possibile ricavare alcunché
dalle memorie prolisse di ex carcerati о ex deportati
politici, né dalle voluminose opere storiografiche sul
partito socialdemocratico. Dagli archivi della polizia,
che hanno conservato preziosi materiali di storia rivolu­
zionaria, è stata eliminata ogni traccia di Stalin mentre
importanti riviste pubblicano tutto ciò che riguarda gli
uomini più о meno eminenti о semplicemente in vista
del bolscevismo. Si deve dunque, con Trockij, trarre la
conclusione che gli scritti dello Stalin di allora, di Koba,
potrebbero compromettere la sua reputazione? La ri-
94 STALIN

sposta emergerà dall’esposizione dei fatti e dall’analisi


dei testi.
Fin d’ora il seguito del discorso permette di giudicar­
ne la veridicità: « La conoscenza dell’attività rivoluzio­
naria di Lenin negli ultimi anni del secolo scorso e
particolarmente dopo il 1901, dopo la fondazione del-
Г “ Iskra ” , mi aveva convinto che avevamo in Lenin un
uomo straordinario. Non lo giudicavo allora un sempli­
ce dirigente del Partito, ne era il vero creatore; soltanto
lui infatti ne capiva la sostanza interna e gli immediati
bisogni. Quando lo confrontavo con gli altri dirigenti del
nostro partito, avevo sempre l’impressione che i suoi
compagni d’armi - Plechanov, Martov, Aksel’rod e gli
altri - non arrivassero neppure alla spalla di Lenin, e
che in loro confronto Lenin non fosse soltanto uno dei
dirigenti, ma un capo di tipo superiore, un’aquila delle
montagne, impavido nella lotta e audace guida del Par­
tito sulle vie inesplorate del movimento rivoluzionario
russo. Quest’impressione era scolpita così profonda­
mente nel mio animo che sentii il bisogno di scrivere a
un compagno, a un mio intimo amico, allora emigrato,
chiedendogli la sua opinione ».
Si tratta evidentemente di una versione costruita in
un secondo tempo per le esigenze di una causa che resta
da chiarire. Infatti, i lavori di Lenin negli Anni Novanta
erano ancora anonimi о firmati con nomi allora scono­
sciuti. Sull’« Iskra » gli articoli erano pubblicati senza
firma; nessuno, tranne alcuni iniziati a Londra e in
Svizzera, ma nessuno in Russia, tranne alcuni amici
strettissimi, e soprattutto nessuno nel Caucaso conosce­
va esattamente il compito di Lenin nella redazione.
Martov era la principale risorsa del giornale per la
fecondità nello scrivere, Plechanov per la vastità delle
conoscenze e l’autorità nell’Internazionale. Sulla « Zar-
ja », tranne una confutazione delle critiche opposte a
Marx sulla questione agraria, Lenin si firmava con varie
iniziali, mai però con le proprie. Il suo libro sullo svilup­
po del capitalismo in Russia, inaccessibile per un giova­
ne seminarista che ignorava tutto dell’economia politi-
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 95

ca, rivelava l’erudizione, le facoltà critiche e analitiche


dell’autore, non già la lucidità e l’audacia del futuro
capo. Soltanto attraverso il contatto diretto con Lenin
nel lavoro ordinario si poteva intuirne la natura, intra­
vederne l’importanza; e per questo motivo un rivoluzio­
nario già esperto, Alekseev, che frequentava Lenin a
Londra, poteva dire a Trockij: « Ritengo che per la
rivoluzione Lenin sia più importante di Plechanov ».
Per poter apprezzare - e a distanza di vent’anni - la
collaborazione personale di Lenin alla stampa social-
democratica anonima, è stata necessaria l’edizione delle
sue Opere; nondimeno fu impossibile a sua moglie, alle
sue sorelle, ai suoi collaboratori più stretti, attribuirgli
con sicurezza la paternità di alcuni articoli. La perspi­
cacia di cui Stalin ha potuto vantarsi in questo caso non
deve dunque trarre in inganno, ma piuttosto attirare
l’attenzione sul secondo fine che lo ha potuto ispirare.
« Qualche tempo dopo », continua Stalin « quando
ero già deportato in Siberia —alla fine del 1903 —ricevetti
un’entusiastica risposta dal mio amico e una lettera
semplice, ma profonda di Lenin, al quale il mio amico,
come seppi in seguito, aveva mostrato la mia lettera. Lo
scritto di Lenin era relativamente breve ma conteneva
una critica ardita e audace della pratica del nostro
partito e dava una esposizione molto chiara e concisa di
tutto il piano di lavoro del Partito per l’immediato futu­
ro. Solo Lenin sapeva scrivere sui più complicati argo­
menti in maniera così semplice e chiara, concisa e ardi­
ta, in modo che ogni frase non parla ma colpisce. Questo
scritto semplice e ardito mi rafforzò ancor più nella
convinzione che il nostro partito possedeva nella perso­
na di Lenin l’aquila delle montagne. Non posso perdo­
narmi di avere bruciato questa lettera di Lenin, insieme
a molte altre, secondo le mie consuetudini di vecchio
cospiratore ». (Traduzione letterale che lascia a Stalin
sia la responsabilità delle metafore sia quella del pen­
siero).
L ’inattendibilità è lampante se si considera che Sta­
lin, come confermano tutti i suoi biografi accreditati,
96 STALIN

non è rimasto che un mese in Siberia, durante il suo


primo esilio; ora, lo scambio di corrispondenza per via
clandestina tra l’Occidente e il Bajkal avrebbe richiesto
molto di più a quei tempi. Inoltre, Stalin evase durante
il viaggio, prima di arrivare a destinazione, perlomeno
se si fa affidamento al dizionario di V. Nevskij; non
avrebbe dunque potuto dare un recapito né ricevere una
lettera. Quanto alla pretesa abitudine di vecchio cospi­
ratore, non ha privato l’Istituto Lenin di migliaia di
manoscritti, lettere, copie, minute, progetti, frammenti,
eccetera —eredità sulla quale grava un controllo geloso.
Da tutto ciò resta il fatto che Stalin ha creduto necessa­
rio far risalire il suo rapporto con Lenin a una data
antecedente a quella vera, come per difendersi preventi­
vamente da un attacco.
Per quanto fastidioso possa sembrare, al difuori della
cerchia ristretta degli specialisti, l’esame di un partico­
lare così minuto non poteva essere evitato perché si
tratta di quei pretesti che, a Mosca, servono a motivare
le liti intestine più aspre. Inoltre la scomparsa non
fortuita dei dati biografici essenziali su Stalin, l’impos­
sibilità assoluta per gli abitanti del suo paese di portare
testimonianza e di stabilire i fatti in un contraddittorio
costringono a porre i frammenti l’uno accanto all’altro,
salvo poi interpretarli con conoscenza di causa. Si verifi­
ca per Stalin ciò che è già accaduto per altri personaggi
discussi dai loro contemporanei о messi in questione dai
posteri: non si può né credergli sulla parola, né contrad­
dirlo sistematicamente. Lo scrupolo storico non impone
altro che la verifica delle sue affermazioni e la ricerca,
all’occorrenza, dei motivi che lo hanno spinto ad altera­
re la verità.
La socialdemocrazia non aveva un’esistenza reale in
Russia, all’epoca in cui Roba viveva i suoi primi mesi di
carcere. La sua fondazione formale, cinque anni prima,
col piccolo comitato di Minsk, per via delle circostanze
si ridusse a un simulacro, gesto di pionieri il cui valore
simbolico non suppliva alla realtà di un partito. Ma i
progressi continui dell’industria, lo sviluppo del prole-
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 97
tariato, il susseguirsi degli scioperi, il moltiplicarsi dei
circoli rendevano sempre più necessaria un’organizza­
zione centrale che, abbracciando tutti i gruppi isolati, ne
coordinasse gli sforzi dispersi, un partito capace di tra­
scinare le masse, di inquadrarle nella loro azione spon­
tanea. Quest’organizzazione doveva ben presto entrare
in scena.

Il vero congresso costitutivo del « partito socialdemo­


cratico operaio russo », preceduto da lunghe trattative
preparatorie, si aprì a Bruxelles nel luglio 1903 ma,
disturbato dalla polizia, dovette trasferirsi a Londra. Su
58 delegati, di cui 14 con voto consultivo, erano presenti
soltanto 4 operai, e costò non poca fatica farli interveni­
re. Il fatto è degno di nota perché, come testimoniarono i
principali protagonisti, la pletora di intellettuali spie­
gherebbe in gran parte l’estenuante sottigliezza delle
interminabili discussioni dell’emigrazione socialista.
Il congresso si svolse con non meno di trentasette
sedute, cui seguirono innumerevoli conciliaboli privati.
L ’ordine del giorno includeva venti temi, alcuni dei
quali, come quello sul programma, ne implicavano mol­
ti altri e richiesero più consultazioni, senza contare gli
scrutini di procedura. Dalla complessità infinita di que­
ste controversie talvolta gravi, da queste classificazioni
spesso effimere - dove gli stessi iniziati stentano a orien­
tarsi e che una letteratura storico-polemica considerevo­
le (per quantità) ha ancora confuse e rese più oscure con
mille varianti, errori od omissioni, dove manca l’esat­
tezza stenografica, pullulano i sottintesi, abbondano i
moventi inconfessati, —bisogna tentare di cogliere lo
stretto necessario per comprendere gli avvenimenti che
seguono.
In un primo tempo gli iskristi, che avevano la maggio­
ranza nell’assemblea, fecero blocco principalmente con­
tro il Bund che voleva conservare la propria indipen­
denza in seno a un’organizzazione federativa. Ma sul
primo articolo dello statuto, si divisero in due frazioni
quasi uguali, 28 voti a Martov, 23 a Lenin. In mancanza
98 STALIN

di una definizione politica valida, questi furono detti i


« duri », quelli i « molli », per caratterizzarli secondo il
loro temperamento. Con una differenza di pochi voti, la
maggioranza oscillò ora a destra, ora a sinistra. Final­
mente, quando l’elezione degli organi direttivi pose il
problema delle persone, Lenin, favorito dalla partenza
dei congressisti più moderati, ottenne un vantaggio di
19 voti contro 17 e 3 astensioni, ma la minoranza rifiutò
di sottomettersi. Il Partito era virtualmente giunto alla
scissione. D’ora in poi, la socialdemocrazia avrà due
grosse frazioni distinte, quella dei maggioritari (bolsce-
vichi), quella dei minoritari (menscevichi), senza men­
zionare quelli che, come Rjazanov, si mantennero indi-
pendenti da entrambi.
Se il ruolo di Lenin si rivelò decisivo per l’esito del
congresso e per il dopo congresso, fu Plechanov che
dominò intellettualmente i dibattiti. Nella commissione
del programma, da lui presieduta, « illuminava la nu­
merosa assemblea come una vivida fiamma di scienza e
di spirito » leggiamo nelle memorie di Trockij. « La
salvezza della rivoluzione è la legge suprema » disse in
seduta plenaria, commentando il programma del Parti­
to in cui figuravano come rivendicazioni essenziali l’As­
semblea costituente eletta con suffragio universale, la
libertà di pensiero, di parola, di stampa, di riunione, il
diritto di sciopero, l’inviolabilità della persona. « Se la
salvezza della rivoluzione dovesse esigere la limitazione
temporanea di questo о quel principio democratico,
sarebbe criminale esitare... È anche ammissibile che si
verifichi la circostanza nella quale noi, socialdemocrati­
ci, saremmo contro il suffragio universale... Il proleta­
riato rivoluzionario potrebbe limitare i diritti politici
delle classi superiori, così come queste hanno un tempo
limitato i suoi ». Come prevedendo la sorte della futura
Costituente, dichiarò: « Se il popolo, in uno slancio di
entusiasmo rivoluzionario, eleggesse un Parlamento a
lui favorevole, dovremmo cercare di farne un Long Par-
liament; ma se le elezioni si dovessero rivelare sfortunate,
sarebbe nostro preciso dovere cercare di scioglierlo, non
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 99

dopo due anni, ma in capo a due settimane, se possibi­


le ». Queste parole si scolpirono nella memoria di Le­
nin. A proposito della pena di morte, infine, Plechanov
mise in guardia il congresso contro una posizione troppo
intransigente, nell’eventualità che la rivoluzione doves­
se sopprimere lo zar e alcuni grandi signori...
In una di quelle prime sedute, Trockij aveva pronun­
ziato, seguendo la linea generale dell’« Iskra », un in­
tervento molto apprezzato; Rjazanov lo chiamava allora
« il bastone di Lenin ». In un secondo tempo, benché
spontaneamente « duro » per eccellenza, fu sempre più
propenso ad avvicinarsi ai « molli ». A questo fatto non
era probabilmente estranea l’avversione istintiva che
Plechanov provava nei suoi riguardi. La sua fedeltà al
nucleo tradizionale della redazione, in particolare ad
Aksel’rod e Vera Zasulic, lo legava alla minoranza. Ma
probabilmente la sua linea di condotta si spiega anche
col semplice fatto che un uomo politico non può essere a
ventiquattr’anni ciò che sarà in piena maturità. Plecha­
nov aveva allora quarantasette anni, Lenin trentatré.
La cultura e l’esperienza rafforzavano l’ascendente del­
la loro eminente personalità. Non era cosa dappoco
tener loro testa con una argomentazione originale.
Il programma del Partito prevedeva già la dittatura
del proletariato, così definita: « La rivoluzione sociale
ha come condizione indispensabile la dittatura del pro­
letariato, vale a dire la conquista da parte del proletariato di un
potere che gli permetta di abbattere qualsiasi resistenza degli
sfruttatori ». Per Trockij, questa dittatura diventerebbe
possibile solo se la socialdemocrazia e la classe operaia
fossero sul punto di identificarsi: « Essa non sarà la
presa del potere da parte di cospiratori, ma il regno
politico della classe operaia organizzata, che costituirà
la maggioranza della nazione ». Tale concezione era
evidentemente inaccettabile per i « duri »... In previ­
sione di accordi tattici con i liberali, Trockij si opponeva
a Lenin in favore della formula più ampia proposta da
Potresov.
Quando si stabilì la linea di demarcazione tra bolsce-
100 STALIN

vichi e menscevichi, Trockij sostenne risolutamente


quest’ultimi. L ’articolo primo dello statuto, proposto da
Lenin, ammetteva come membro del Partito « chiunque
ne accetti il programma, e sostenga il Partito sia mate­
rialmente sia con la sua personale partecipazione all’at­
tività di una delle sue organizzazioni ». Martov vi op­
poneva un testo identico con questa sfumatura: « ... e
apporti una regolare cooperazione, svolta sotto la guida
di una delle sue organizzazioni ». L ’antagonismo si af­
fermò su queste parole. Aksel’rod si riferiva all’esempio
della Narodnaja Volja per sostenere che gli elementi più
impegnati dovevano circondarsi di una categoria di
membri meno attivi. In altre parole, il Partito poteva
considerare suoi anche quei « simpatizzanti » che non
avessero un’affiliazione formale con l’organizzazione.
« Noi siamo gli interpreti coscienti di un processo non
cosciente » diceva Martov per definire il Partito.
« Quanto più largamente sarà diffuso l’appellativo di
membro del Partito, meglio sarà. Potremo rallegrarci
solo quando ogni scioperante, ogni manifestante, con­
sapevole della propria azione, potrà dirsi membro del
Partito ».
Plechanov si schierò dalla parte di Lenin. Non ho idee
preconcette, diss’egli in sostanza, ma più rifletto sulle
parole qui pronunziate, e più ferma è la mia convinzione
che « la verità sta dalla parte di Lenin ». Non esiste
ostacolo insormontabile per l’entrata nel Partito di un
vero rivoluzionario. « Quanto a quei signori che non
vogliono aderire, non abbiamo bisogno di loro ». Solo
gli intellettuali esiteranno, per individualismo, a iscri­
versi al Partito; tanto meglio perché di solito sono degli
opportunisti... Trockij replicò sulla stessa linea di Mar­
tov: « Ignoravo che si potesse elevare contro l’opportu­
nismo un esorcismo statutario... Sono ben lungi dall’at-
tribuire a uno statuto un significato mistico ».
Nel rispondere ai contraddittori, Lenin esordì con
una constatazione rassicurante: « Non considero in al­
cun modo il nostro disaccordo così essenziale da far
dipendere da questo la vita о la morte del Partito. Non
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 101

moriremo certo per un articolo di statuto non riuscito ».


Tuttavia, non mutò nulla del suo testo. « Trockij non ha
capito nulla del pensiero fondamentale di Plechanov »
afferma, precisando in questi termini: « La mia formula
restringe о amplia la nozione di membro del Partito? La
restringe, mentre quella di Martov la rende elastica ».
Allo stesso modo, Trockij « ha interpretato molto male
il pensiero fondamentale del mio libro Chefare?, quando
replica che il Partito non è un’organizzazione di cospira­
tori... Egli ha dimenticato che ho proposto tutta una
serie di organizzazioni di vario genere, da quelle di tipo
cospiratorio fino a quelle relativamente più ampie e
allargate (lòse) ». La classe operaia, aggiungeva, deve
lavorare « sotto il controllo e la direzione » del Partito e
non identificarsi con esso. « Il nostro compito consiste
nel mettere insieme un gruppo clandestino di dirigenti e
nel far agire la più grande massa possibile ».
Ad Aksel’rod e Martov risponde: « E per noi estre­
mamente difficile, quasi impossibile, distinguere i
chiacchieroni da quelli che lavorano. Senza dubbio in
nessun altro paese queste due categorie sono così mesco­
late, e causa di altrettanta confusione e pregiudizio
quanto in Russia. Questo è il male profondo di cui
soffriamo, male che è presente sia nella classe operaia sia
nelVintelligencija, e la formula di Martov legalizza il
male ». Concludendo, afferma: « Ogni membro del Par­
tito è responsabile del Partito, e il Partito lo è di ogni
membro ».
Sconfitto per cinque voti, Lenin non si lasciò scorag­
giare, perseguì con tenacia il suo progetto e riuscì final­
mente a ottenere due voti di maggioranza relativa per
ridurre a tre i membri della redazione dell’« Iskra ».
Martov rifiutò di far parte del triumvirato insieme a
Plechanov e Lenin, la minoranza non partecipò all’ele­
zione del Comitato Centrale: l’irreparabile era avvenu­
to. Lenin non volle rassegnarvisi. Per lui come per tutti
la scissione fu una sorpresa e una disgrazia insieme. Ma
la sua intransigenza, intatta nel contenuto, non lasciava
sperare una conciliazione. Si cominciò a parlare di stato
102 STALIN

d’assedio nel Partito, di monopolio della direzione, di


dittatura. Lenin risponde con freddezza che questi paro­
ioni non gli fanno paura: « Contro gli elementi instabili
e vacillanti abbiamo non solo il diritto bensì il dovere di
creare uno stato d’assedio ». Agli anziani, stupefatti e
indignati dall’audacia del discepolo emancipato, Ple-
chanov disse: « Di questa pasta son fatti i Robespierre ».
Nel suo carcere di Batum, come reagisce Koba alla
notizia della rottura di Londra? La nota di polizia tratta
dalla « Zarja Vostoka » lo annovera tra i menscevichi
della prima ora; Stalin non l’ha smentita, e Trockij ne
trae argomento contro di lui. L ’ipotesi sembra dappri­
ma poco verosimile poiché i tre delegati del Caucaso al
Congresso, Topuridze (Tifìis), Zurabov (Batum),
Knunianc (Baku), si erano schierati sin dall’inizio dalla
parte dei bolscevichi. Zordanija, menscevico della pri­
ma ora, si trovava a Londra con voto consultivo, ma
rimase due anni all’estero. Tuttavia Koba, mente lenta
e prudente, avrebbe potuto subire l’influenza di Kande-
laki, suo stretto compagno e menscevico da sempre, о
esitare prima di schierarsi con i « duri » ai quali lo
destinava il suo carattere —non è esclusa questa possibi­
lità. D’altronde, i semplici militanti erano privi d’infor­
mazione. Forse è il caso di chiedersi se la sospetta vicen­
da della lettera di Lenin bruciata non ebbe lo scopo di
coprire una difficoltà per mezzo di una finzione non
verificabile. In ogni modo, l’esitazione fu certamente di
breve durata.
I bolscevichi attribuiscono a simili dettagli un’impor­
tanza straordinaria, senza tuttavia giustificarla. Nel
1903 nessuno si rendeva esattamente conto della natura
del conflitto, e Lenin stesso, col suo adoperarsi per
riunire le frazioni separate, col suo sforzo di associarle
nel lavoro e nell’azione, ha sufficientemente mostrato di
non considerare definitiva la rottura, né inviolabili le
posizioni assunte. L ’evoluzione del Partito doveva in
seguito riclassificare i dirigenti, provocare separazioni
impreviste e riavvicinamenti imprevedibili. Le contro­
versie degli emigrati sembravano in Russia confuse e
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 103
vane. In modo particolare nel Caucaso la scissione ri­
mase a lungo incomprensibile. Dappertutto l’unità for­
male dissimulava la verità al socialdemocratico medio.
Mancava la vera pietra di paragone —la rivoluzione -
per mettere alla prova gli uomini e verificare le idee. E
ancora non è forse arbitrario pretendere di giudicare gli
individui, mettendoli a confronto, senza considerare l’e­
tà, l’origine, l’ambiente, l’educazione ricevuta, le in­
fluenze subite?
Non mancano gli esempi storici per mostrare la vani­
tà di questi criteri retrospettivi, fra i quali in modo
particolare quei precedenti che i bolscevichi prediligo­
no. Marat non è entrato come repubblicano nella Rivo­
luzione francese; prima della caduta della Bastiglia,
condivideva le illusioni generali, sperava in un dispoti­
smo illuminato, limitato; i primi numeri dell’« Ami du
peuple » sono di idee monarchico-liberali; fino alla metà
del 1790, ha ancora fiducia nel re; in seguito si pronun­
zia contro il principio ereditario e, nel 1791, a favore di
una restrizione delle prerogative del trono; il 10 agosto, è
ancora favorevole a una monarchia elettiva; infine, ac­
cetta la Repubblica come un fatto compiuto. Allo stesso
modo, nel 1792 Robespierre ammetteva diverse forme di
sovranità: « Preferisco vedere un’assemblea rappresen­
tativa popolare e cittadini liberi e rispettati con a capo
un re, piuttosto che un popolo schiavo e avvilito sotto la
verga di un senato aristocratico e di un dittatore. Non
amo Cromwell più di Carlo I e sono più insofferente al
giogo dei decemviri che a quello di Tarquinio ». Un
anno prima del sollevamento armato dell’America del
Nord contro l’Inghilterra e della guerra di Indipenden­
za, Washington scriveva nel 1774: « L ’indipendenza
non è né il desiderio né l’interesse di questa colonia, né
di nessun’altra sul continente... ». E così Jefferson nel
1775: « Non c’è in tutto l’Impero britannico un uomo
che, più di me, abbia cara l’unione con la Gran Breta­
gna ». Cromwell, prima della seconda guerra civile, era
ancora favorevole alla monarchia costituzionale e a Car­
lo come sovrano... E nel corso stesso degli eventi, nella
104 STALIN

concatenazione di cause ed effetti che emergono le solu­


zioni insieme ai problemi da risolvere, che si affermano
gli uomini capaci di realizzarli. Lenin lo sapeva, lui che
amava la formula di Napoleone: « Si va avanti e poi si
vede ».
Poco importa dunque che Stalin sia stato prima men­
scevico, che Trockij non sia stato sempre bolscevico. Le
responsabilità che in seguito entrambi si sono assunti
sono sufficienti e più atte a giudicarli che i loro tenten­
namenti giovanili. Inoltre, esistono molti modi di pren­
dere posizione: come guida о come seguace, per tattica о
per convinzione. Koba, allora, non poteva essere che un
seguace. Tutto lascia credere che egli si sia deciso non
per qualche cosa, bensì contro qualcuno. Quando seguì
Lenin, gli sarebbe stato difficile motivare apertamente il
suo orientamento.

Nel gennaio 1904 Stalin, evaso dalla Siberia, ritorna a


Tiflis. La sua cautela nell’esporsi gli consente di rima­
nervi a lungo inosservato, di lavorare nell’organizzazio­
ne provinciale della Transcaucasia. Una lunga serie di
apologeti gli attribuiscono come merito principale di
quel periodo « una lotta accanita contro il menscevi­
smo ». A dire il vero, il menscevismo non esisteva anco­
ra e la socialdemocrazia georgiana « conservava la sua
unità, non conosceva lotte intestine, né scissione » scrive
F. Macharadze, storico comunista della rivoluzione nel
Caucaso. Asserzione peraltro molto imprudente, a giu­
dicare dai risultati, poiché lo sforzo di Koba doveva
portare a conseguenze estremamente negative: proprio
in Georgia i menscevichi riportarono i loro maggiori
successi; conquistarono incontestabilmente la maggio­
ranza della popolazione.
Del resto, basta consultare le memorie, i racconti e i
documenti relativi al socialismo in Transcaucasia per
accertarsi che Stalin non ha mai avuto nessuna influen­
za sugli avvenimenti, né con la sua presenza, né con la
sua assenza. E neanche vi ha mai assunto un posto di
qualche rilievo. Particolarmente significativo è il minu-
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 105

zioso « rapporto » di Enukidze al circolo dei vecchi


bolscevichi, nel 1923, sulle tipografie clandestine nel
Caucaso: Stalin vi è nominato una volta sola in ben
sessanta pagine e senza il minimo elogio. (Sei anni dopo,
lo stesso Enukidze scriverà dei « frammenti di ricordi »
destinati soprattutto ad affermare che il suo superiore
gerarchico « portò letteralmente sulle proprie spalle tut­
to il peso della lotta contro i menscevichi nel Caucaso
dal 1904 al 1908»). I Ricordi di S. Alliluev, militante
attivo in Transcaucasia e futuro suocero di Stalin, lo
menzionano incidentalmente una sola volta, in un sem­
plice elenco. Nelle loro memorie, molti subordinati di
Stalin citano a malapena il nome del loro attuale capo,
senza riuscire ad attribuirgli un’idea originale, un’azio­
ne di rilievo; invano si cercherebbe di cogliere attraverso
queste righe la benché minima caratteristica del perso­
naggio. I capitoli delle doviziose Storie del Partito, una
più ufficiale dell’altra, che si riferiscono a quell’epoca о a
quella regione, mantengono il silenzio più assoluto nei
suoi riguardi.
I bolscevichi e i menscevichi di quei tempi erano
abbastanza assimilabili ai « cartisti della forza fisica » e
ai « cartisti della forza morale », ma non esisteva ancora
né bolscevismo né menscevismo. 1Anche se irriducibile,
un disaccordo sulla nomina della redazione di un gior­
nale non era sufficiente a definire dottrine incompatibili.
I princìpi erano condivisi e il programma comune era
stato appena adottato. Tuttavia l’antagonismo non
doveva tardare a inasprirsi, le rispettive concezioni a
differenziarsi.
II congresso aveva generato dissensi e dispute di una
complicazione infinita. Per più di quindici anni, scissio­
ni e riunioni, dimissioni e adesioni verranno a formare
una fitta trama. Pur riassumendo al massimo, sarebbe
1. Nel movimento popolare di rivendicazioni democratiche detto
Chartism, durante gli Anni Trenta e Quaranta del secolo scorso in
Inghilterra, si distinguevano due correnti principali: quella della « for­
za morale » che tendeva a convincere con la persuasione, e quella della
« forza fisica » che sperava di vincere con un’azione violenta.
106 STALIN

necessario un intero libro per riferirne le peripezie. Solo i


veri esperti possono orientarsi fra tutti questi comitati,
consigli, uffici di frazioni, gruppi dissidenti, leghe, unio­
ni, cooptazioni, conferenze dove i minoritari erano in
maggioranza, congressi dove i maggioritari erano in
minoranza, frazionamenti delle frazioni, bolscevichi di
destra, menscevichi di sinistra, unitari, conciliatori,
estrema-destra, ultra-sinistra, partecipazione о defezio­
ne dei partiti nazionalisti (polacco, lettone, ebraico),
nascita e scomparsa di giornali di tendenze diverse e di
titoli simili, fiorire di innumerevoli soprannomi. Si deve
deliberatamente rinunziare ai molteplici dettagli per
ricordare solo le linee principali.
A prima vista, il frazionamento del Partito sembrava
votarlo irreparabilmente all’impotenza. Ma tale proces­
so di suddivisione era Yeffetto piuttosto che la causa e
poteva finire in presenza di una nuova situazione. « Un
partito si rivela vincitore quando si divide e può soppor­
tare la divisione » scriveva Engels trentanni prima
spiegando come « dappertutto la solidarietà del proleta­
riato si realizzi in raggruppamenti di partiti differenti
che si combattono a morte, come le sette cristiane nel­
l’Impero romano durante le persecuzioni più terribili ».
Nessuna sezione dell’Internazionale socialista combattè
tante lotte fratricide quanto quella russa, probabilmen­
te perché nessuna era così vicina a passare dalla teoria
alla pratica.

Questa guerra intestina non era stata intrapresa con


leggerezza e i suoi campioni, mossi da una forza imper­
sonale, furono i primi a soffrirne. Lenin, in modo parti­
colare, era profondamente afflitto per l’esito della sua
tattica. La fine dell’amicizia con Martov fu molto triste
per lui, gli ulteriori disaccordi con Plechanov dovevano
causargli un vero dolore. Secondo la testimonianza della
sua compagna Nadezda Krupskaja, la sua salute ne fu
persino scossa. Tuttavia reagì, certo di avere ragione, e
fronteggiò l’avversario, accettando talvolta compro­
messi per guadagnare tempo, ma senza retrocedere sui
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 107
problemi essenziali. Conobbe ore di sconforto e pensò
perfino di partire per l’America. I bolscevichi non per­
mettono allusioni a questo genere di episodi come se
potessero sminuire Lenin. E superfluo cercare una giu­
stificazione storica alla stanchezza individuale ma, se
fosse necessario, almeno due casi verrebbero in mente:
Marat, in piena rivoluzione, credendo persa la causa,
lasciò la Francia, e di nuovo fu sul punto di partire più
tardi; Cromwell aveva l’intenzione, qualora la « Grande
Rimostranza » non fosse stata votata, di abbandonare
l’Inghilterra...

Come la maggioranza divenne minoranza e vicever­


sa, è cosa facile a spiegarsi: i menscevichi erano più
numerosi fra gli emigrati, mentre i bolscevichi contava­
no su qualche partigiano in più in Russia. Il rapporto
doveva modificarsi in seguito. Ore difficili attendevano
Lenin a Ginevra, nei comitati in cui rimase ben presto
l’unico difensore della propria idea. Aveva voluto rista­
bilire l’intesa tra le due frazioni; Plechanov e Martov
erano parimenti fiduciosi in questo tentativo e così pure
Trockij. Ma ciascuno aveva una propria concezione
della pace, i tentativi degli uni e degli altri portarono al
risultato opposto: esasperato, Lenin finì per dimettersi
dall’« Iskra », che passò nelle mani dei menscevichi ai
quali si alleò temporaneamente Plechanov. « Robe­
spierre è caduto » disse questi. « Tra la vecchia e la
nuova “ Iskra ” c’è un abisso » scriveva Trockij. Ple­
chanov si separò dai bolscevichi mentre Trockij si allon­
tanerà dai menscevichi l’anno seguente. Allo stesso
modo si erano comportati Rjazanov e altri, meno cono­
sciuti, chiamati socialdemocratici tout court. Plechanov si
considerava « al disopra delle frazioni », Trockij, allora
più modesto, « fuori delle frazioni ».
Martov voleva un partito « strettamente centralizza­
to » ma non composto di membri « che rinunziassero,
volontariamente о no, a ragionare ». Gli sembrava di
ritrovare in Lenin le idee organizzative di Lassalle, che
prevedevano una dittatura occulta di teorici. Nei suoi
108 STALIN

libri denunzia l’obbedienza meccanica, lo stato di asse­


dio e il terrore nel Partito, accusa Lenin di formalismo
burocratico, di assolutismo, di giacobinismo, di bona­
partismo. Aksel’rod, nelle sue rubriche sull’« Iskra » e
altrove, riprende questi argomenti, parla di centralismo
autocratico, accusa Lenin del « soffocamento sistemati­
co dell’iniziativa individuale », gli rimprovera di tra­
sformare gli uomini in « ingranaggi e rotelle » di una
macchina. Lenin, ritornato padrone delle proprie forze,
replica con il suo opuscolo Un passo avanti e due indietro,
dove passa all’attacco per difendersi.
Secondo lui, « il metodo burocratico opposto a quello
democratico è appunto il centralismo contro l’autono­
mismo; è il principio di organizzazione rivoluzionaria
rispetto a quello di organizzazione opportunistica ».
Tutte le accuse dei menscevichi nascondono un vizio
opportunistico о anarchico... Ora, afferma citando
Kautsky, il suo autore preferito dopo Marx e Engels:
« La democrazia non è affatto assenza di potere; non è
anarchia; è invece la supremazia della massa sui suoi
rappresentanti mentre, con le altre forme di potere, gli
pseudoservitori del popolo sono in realtà i suoi padro­
ni ». Giacobinismo? « Se Aksel’rod grida contro i giaco­
bini, non è forse perché si è trovato in compagnia dei
girondini? ». Lenin non teme l’epiteto poiché è pronto a
dargli un contenuto: « Il giacobino, indissolubilmente
legato all’organizzazione del proletariato, consapevole
dei propri interessi di classe, è appunto il socialdemo­
cratico rivoluzionario ».
Tale definizione alimenterà a lungo le polemiche,
valicando i confini nazionali. Rosa Luxemburg, una
delle personalità più forti del socialismo, se ne servì
come tema per la sua confutazione che apparve sulla
nuova « Iskra » (n° 69). Rosa Luxemburg fu al tempo
stesso ispiratrice del partito socialdemocratico polacco e
lituano (fondato prima di quello russo), e partecipante
attiva del movimento operaio tedesco e russo. L ’impor­
tanza dei suoi lavori di economia politica, di critica
storica, di strategia e di tattica rivoluzionaria, la sua
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 109

fermezza d’animo, il suo talento di scrittrice, il suo


valore di propagandista, le permisero di gettarsi nella
controversia con importanti argomentazioni. Critican­
do la formula di Lenin, gli rimprovera una concezione
da socialdemocratico giacobino estraneo all’organizza­
zione del proletariato mentre « la socialdemocrazia è il
movimento stesso della classe operaia ». Non è per mez­
zo di uno statuto, per quanto severo, che l’opportunismo
può essere respinto: « Nulla può consegnare così facil­
mente e sicuramente un movimento operaio ancora gio­
vane ai capricci degli intellettuali quanto la sua reclu­
sione nella corazza di un centralismo burocratico ».
Kautsky, molto interessato ai problemi russi, si pronun­
zia per la stessa linea, come pure Parvus, uno dei più
notevoli scrittori marxisti del momento.
Ma i colpi più violenti, se non i più efficaci, saranno
portati da Trockij che, nel suo libro I nostri compitipolitici,
tratta Lenin come « capo dell’ala reazionaria del nostro
partito », e denunzia la « sciocca caricatura della tragi­
ca intransigenza del giacobinismo ». I metodi leninisti
conducono a una situazione in cui « il partito è sostituito
dall’organizzazione del partito, l’organizzazione dal
Comitato Centrale, e infine il Comitato Centrale dal
dittatore ». Col tempo essi imporranno ai socialisti la
disciplina della caserma, poi il regime di fabbrica: « Il
rigore in materia di organizzazione opposto al nostro
opportunismo non è nient’altro che il rovescio della
stupidità politica ». L ’ex « bastone di Lenin » colpiva
con vigore colui che un tempo lo teneva in mano.
Secondo Trockij, le questioni di organizzazione del
proletariato si risolvono spontaneamente nel corso della
lotta politica. I giacobini, scrive, « erano degli utopisti
mentre noi non vogliamo essere che l’espressione delle
tendenze reali. Loro erano idealisti dai piedi alla testa,
noi siamo materialisti dalla testa ai piedi. Loro erano
razionalisti, noi siamo dialettici... Loro tagliavano le
teste, noi le illuminiamo con la coscienza di classe ».
Lenin vuole ghigliottinare invece di convincere: « Con
la tattica dei giacobini-bolscevichi, tutto il movimento
по STALIN

internazionale del proletariato sarebbe accusato di


moderatismo davanti al tribunale rivoluzionario e la
testa leonina di Marx sarebbe la prima a cadere sotto la
mannaia della ghigliottina ». Trockij protesta contro
l’intimidazione in materia di teoria, contro ogni idea
preconcetta di ortodossia: « Colui che la nega deve esse­
re respinto. Colui che dubita sta per negare. Colui che fa
domande sta per dubitare... ». Per « dittatura del prole­
tariato », « Maximilien Lenin » e i bolscevichi intendo­
no una « dittatura sul proletariato ».
La controversia, alla quale Koba sarebbe stato molto
imbarazzato di dover partecipare, e di cui Lenin si
assunse il peso da solo contro una pleiade di dottrinari e
di scrittori seri, non ha perso nulla della sua attualità: gli
stessi temi, dibattuti e sviluppati per un quarto di seco­
lo, si ritrovano in successive discussioni, ma nel frat­
tempo vari protagonisti della controversia sono passati
dall’altra parte. Si può constatare che sin dalle origini il
bolscevismo fu ossessionato dalla grande Rivoluzione
francese alla quale fece costante riferimento sia per
prenderla come esempio, sia per evitarne il corso. Vi si
scopre anche in germe ciò che doveva diventare la forza
e la debolezza insieme del partito di Lenin: la tendenza
ad organizzarsi ed agire come un esercito disciplinato,
capace di eseguire come un sol nome una parola d’ordi­
ne, ma sempre alla mercé di un errore del capo e col
rischio di una passività intellettuale contraria alla sua
missione teorica di avanguardia esemplare.
Plechanov, infine, prese decisamente posizione con­
tro Lenin. Non si trattò di un vero e proprio allineamen­
to coi menscevichi costituitisi in frazione; la scelta non si
configurava come un dilemma; le dispute rimanevano
confinate tra generali senza truppe così che la scissione
non si imponeva apertamente benché i due gruppi prin­
cipali - le cui idee distintive erano ancora imprecise e
risultato soprattutto di affinità personali —agissero già
in completa autonomia. Ma Plechanov vedeva in Lenin
un teorico votato all’isolamento, pericoloso per la sua
ristretta e rigida interpretazione del marxismo. Al di là
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 111

del loro accordo al recente congresso, Plechanov preve­


de un’accentuazione estrema del centralismo dei bol-
scevichi, tanto nefasta quanto l’eccesso opposto da parte
dei menscevichi. Dopo avere diretto l’« Iskra » prima
con Lenin, e poi con Martov, pubblicherà da solo il suo
« Giornale di un socialdemocratico » e criticherà
aspramente le due frazioni rivali, i « fratelli nemici ». Su
quelle pagine predice ai bolscevichi la loro evoluzione
verso una situazione in cui « alla fine di tutto ogni cosa
ruoterà intorno a un solo uomo che, exprovidentia, riunirà
in sé tutti i poteri... ».
Lenin, duramente provato dalla separazione che non
credeva definitiva, riprese fiducia dopo essersi assicura­
to nuovi sostenitori. Il più importante fra questi era
Aleksandr Bogdanov, scrittore e scienziato, economista
e filosofo di grande cultura e di elevato sentire; il suo
appoggio era rafforzato dalla presenza dei suoi amici
Bazarov, Stepanov, Lunacarskij. Tra i fedelissimi rima­
nevano Leonid Krasin, che nascondeva sotto l’apparen­
za della professione di ingegnere la propria attività di
organizzatore dell’azione illegale e di esperto cospirato­
re, prezioso per più di un motivo ma particolarmente
per le sue relazioni all’interno della borghesia liberale
da cui otteneva sovvenzioni per il Partito; Vorovskij,
Ol’minskij, Litvinov, individui di levatura inferiore, ma
ausiliari devoti. Col loro aiuto, Lenin si risolve a una
lotta di largo respiro, crea il giornale « Vperëd » (Avan­
ti), fa appello ai modesti militanti della Russia contro i
brillanti leader dell’emigrazione e chiede un nuovo con­
gresso. Aveva già visto allontanarsi dal socialismo vec­
chi marxisti, per primo Pëtr Struve, l’autore del primo
manifesto del Partito; aveva visto il Bund, iniziatore
della socialdemocrazia in Russia, abbandonare il parti­
to comune, l’intera redazione dell’« Iskra » opporglisi
con violenza. Sentiva di non essere capito in seno all’In­
ternazionale. Ma poteva e doveva riprendere il lavoro; il
popolo custodiva in sé riserve immense, l’avvenire tene­
va in serbo possibilità incalcolabili; i prodromi della
tempesta si susseguivano in Russia dove i proletari,
112 STALIN

incuranti delle elaborazioni intellettuali, passavano dal­


la resistenza all’offensiva e scendevano sempre più spes­
so in piazza.
Lo sciopero di Batum del 1902, al quale partecipò
Stalin, e i suoi violenti seguiti di manifestazioni e repres­
sioni, avevano avuto un contraccolpo in molte città,
perfino a Niznij nel Nord. Una acuta crisi industriale e
commerciale, congiunta a una intensa disoccupazione,
stava accelerando il fermento rivoluzionario. Ogni lotta
economica assumeva un aspetto politico, suscitava ri­
vendicazioni repubblicane e socialiste. Alla fine dell’an­
no uno sciopero senza precedenti scoppia a Rostov,
trascinando la totalità dei lavoratori. Durante l’estate
del 1903, a Baku, gli operai del petrolio abbandonano il
lavoro e il loro esempio è seguito da tutto il proletariato;
da Tiflis a Batum, lo sciopero si estende a Odessa, Kiev,
in tutto il Sud. Dappertutto avvengono scontri con i
gendarmi, i soldati, i cosacchi. Le associazioni operaie,
create dal capo della polizia Zubatov allo scopo di disto­
gliere il movimento da ogni opposizione al regime, si
sottraggono ai cattivi pastori (Lenin lo aveva previsto
nel Chefare?). I socialdemocratici della base, nonostante
le discordie degli ambienti dirigenti e incuranti dell’ar­
ticolo primo dello statuto, cominciano a svolgere un
ruolo attivo nei conflitti sociali, talvolta ne assumono il
controllo conferendo loro un qualche orientamento poli­
tico.
Nelle campagne, intanto, il tragico bagliore degli in­
cendi dolosi illuminava la miseria dei contadini oberati
dalle tasse e dai gravami, condannati a uno stato di fame
permanente e decimati da periodiche carestie. L ’aboli­
zione della servitù era stata compiuta con metodi che in
pratica mantenevano i servi liberati in uno stato di
dipendenza dal signore terriero. Una sorta di feudale­
simo perdurava sotto forme particolari. Frequenti erano
le sommosse provocate dalla disperazione, che l’esercito
puniva selvaggiamente. Le pene corporali esistevano
ancora nei villaggi come nelle caserme. Il livello della
tecnica agricola non permetteva di sperare in raccolti
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 113
migliori, a meno di restituire ai coltivatori le terre pos­
sedute dai privilegiati. L ’indigenza di questa massa di
consumatori e il loro basso potere d’acquisto, che limi­
tava fortemente il mercato interno, ostacolavano i pro­
gressi dell’industria, già contenuti a causa di un pesante
carico fiscale.
Così lo zarismo paralizzava le forze produttive della
nazione e tutte le classi, tranne piccole caste parassitarle
della Corona, erano interessate al suo rovesciamento.
Lo Stato, principale imprenditore capitalista con le sue
banche, le ferrovie e il monopolio della vodka, aveva un
bisogno continuo di nuovi prestiti dall’estero, di nuove
entrate di bilancio. Gli interessi del debito pubblico e
delle spese militari assorbivano più della metà del reddi­
to del Tesoro. L ’economia russa, fatta di contrasti,
complessivamente arretrata nonostante l’importazione
di una tecnica superiore per la sua giovane industria,
con una concentrazione geografica maggiore che in ogni
altro paese, non poteva più svilupparsi senza un nuovo
impulso. L ’occasione fu la guerra russo-giapponese.
In passato l’autocrazia aveva risolto molte difficoltà
con la conquista. In Asia centrale era stata fermata dagli
inglesi, mentre nell’Estremo Oriente incontrò l’ostacolo
del Giappone, peraltro vincolato all’Inghilterra da un
trattato di alleanza. La guerra impose una breve tregua
al movimento rivoluzionario, ma ben presto mise in
evidenza la barbarie del regime, la sua impotenza, la sua
corruzione. Il « disfattismo », apparso già durante la
guerra di Crimea, trovò allora un vasto consenso presso
la borghesia liberale, le nazionalità oppresse, i partiti
socialisti, e fra gli operai e i contadini. Contro la Russia
imperiale, che subiva disfatta su disfatta, il giovane
imperialismo giapponese prendeva le sembianze di un
campione di civiltà. Di quest’opinione molto diffusa in
Europa l’inglese M.H. Hyndman si fece difensore ol­
tranzista nellTnternazionale; nei suoi scritti celebrava
la vittoria del Giappone come uno degli avvenimenti
storici più importanti e come un passo decisivo per
l’avvenire del socialismo...
114 STALIN

I disastri subiti in Manciuria scossero la « società »


russa, cioè la borghesia. La corrente democratica, resa
audace dalle potenti dimostrazioni operaie, tentò di
presentarsi alle assemblee degli zemstvo (consigli consul­
tivi provinciali), a congressi e banchetti. La potente
critica evangelizzatrice di Tolstoj minava il vecchio re­
gime dispotico. Ma il liberalismo russo, privo di una
solida base sociale e rappresentato soprattutto da una
intelligencija divenuta pavida, si dichiarava vinto ancor
prima di combattere. Gli intellettuali radicali e gli stu­
denti coraggiosi si unirono al movimento operaio, forza
coesiva essenziale con la quale lo zarismo dovette fare i
conti.
La socialdemocrazia non era l’unica forza che riven­
dicasse la direzione degli elementi popolari. Il « partito
socialista rivoluzionario », costituitosi all’estero nel
1901, composto di vari gruppi, leghe e unioni autonome,
stava per tenere il suo primo congresso. La sua tendenza
generale era quella del vecchio populismo riveduto da
Lavrov e Michajlovskij, con qualche influenza del socia­
lismo occidentale mentre la sua caratteristica principale
era la lotta terroristica. Nel 1902, la sua « organizzazio­
ne di lotta » aveva inaugurato una serie di attentati
individuali che, pur disapprovati all’inizio dai social-
democratici, mantenevano tuttavia un’atmosfera rivo­
luzionaria, esaltando e stimolando l’opposizione al re­
gime zarista. Fra le sue figure rappresentative, Michail
Gotz, Gersuni, Natanson e terroristi come Karpovic,
Balmasev, Sazonov, Kaljaev si mostrarono degni conti­
nuatori della resuscitata tradizione dei narodovoVcy. I
marxisti giudicavano i socialisti rivoluzionari dei libera­
li esasperati, democratici armati di bombe; i più energici
fra loro dovevano dirigersi verso estremi opposti, un
Savinkov a destra, una Spiridonova a sinistra.
In Polonia, accanto a un partito socialdemocratico di
lotta di classe, stava crescendo sempre più rapidamente
il « partito socialista polacco » di lotta nazionale, abba­
stanza vicino ai socialisti rivoluzionari per l’ideologia
confusa e i metodi terroristici. Nei diversi paesi di allo-
III. P R O L O G O D E L L A R IV O L U Z IO N E 1 15

geni sottomessi all’Impero, alcuni raggruppamenti rivo­


luzionari nazionalisti appoggiavano il movimento ope­
raio e contadino: erano gli « attivisti » in Finlandia, i
« socialisti-federalisti » in Georgia, come in seguito i
dacniki in Armenia, i musavacy in Azerbajdzan. Il governo
giapponese cercò di indebolire la Russia nelle retrovie
favorendo i disordini interni, e offrì denaro e armi a tutti
i partiti sovversivi; gii unici ad accettare furono gli
attivisti finlandesi, i socialisti-federalisti georgiani e la
frazione più nazionalista del partito socialista polacco il
cui leader, Pilsudski, si recò persino in Giappone per
accordarsi con i nemici del russo oppressore.
Nel dicembre 1904, sempre a Baku, scoppia uno scio­
pero che rende i socialdemocratici padroni della situazio­
ne per più settimane e dà l’avvio a una recrudescenza
dell’attività operaia. Nel gennaio 1905 un incidente nelle
officine Putilov provoca uno sciopero di solidarietà che si
estende a tutto il proletariato della capitale. Sempre a
Pietroburgo, l’associazione legale di Zubatov superò gli
obiettivi del.suo fondatore. Il 22 gennaio 200.000 operai
seguono il prete Gapon per sottoporre allo zar una sup­
plica con le loro rivendicazioni. La processione lealista e
pacifica, colpita dai fucili dei soldati e dispersa dalle
cariche dei cosacchi, finisce in un massacro e volge alla
sommossa. Le vittime si contavano a migliaia. La « do­
menica di sangue » di Pietroburgo provoca così una in­
surrezione generale, uno sciopero grandioso che abbrac­
cia più di cento città. La rivoluzione, sperata da molte,
generazioni, così spesso profetizzata e alla quale tanti eroi
avevano sacrificato la vita, era iniziata senza aspettare il
segnale dei rivoluzionari di professione.

La socialdemocrazia era stata colta alla sprovvista, le


sapienti considerazioni dei suoi maestri sventate dalla
spontaneità dell’esplosione popolare. I militanti russi,
senza distinzione di tendenza, si gettarono nel movi­
mento abbandonato a se stesso; cercarono di organiz­
zarlo e di imprimergli un programma socialista. I teorici
dell’emigrazione ripresero le loro controversie.
116 STALIN

Lenin riassumeva gli obiettivi del momento, propo­


nendo di preparare l’insurrezione armata, di fissarne
persino la data. Ci si predispone all’insurrezione, ri­
spondeva in sostanza Martov, ma non si prepara un’in­
surrezione. Secondo Lenin, la rivoluzione non poteva
essere decisa in anticipo ma l’insurrezione sì, « se coloro
che la decidono hanno influenza sulla massa e sanno
valutare il momento con esattezza ». Ai ragionamenti
astratti dei menscevichi, egli oppone un leitmotiv con­
creto: « Armi! ». Il suo giornale « Vperëd » pubblica i
consigli pratici che Cluseret, generale della Comune di
Parigi del 1871, aveva rivolto agli insorti; si trattava di
istruzioni tecniche sul modo di costruire le barricate.
Grazie alle letture e a studi approfonditi, Lenin era
piuttosto versato in strategia insurrezionale e nella tatti­
ca degli scontri di strada. Già prima di lui Plechanov,
che era stato un allievo del collegio militare di Voronez,
e più tardi della scuola degli junker di Pietroburgo,
aveva pubblicato un articolo su questo tema. Entrambi
erano debitori a Marx e soprattutto a Engels delle loro
nozioni sulla guerra civile. A loro volta i menscevichi,
grazie alla collaborazione di Michajl Pavlovic, pubbli­
carono sull’« Iskra » degli schemi di barricate e di trin­
cee, corredati di spiegazioni. Trockij, mettendo da parte
teorie e congetture, aveva varcato il confine per parteci­
pare all’azione.
Mentre in Russia i socialisti sconosciuti si prodigava­
no senza indugi in scioperi, meeting, dimostrazioni di
protesta, all’estero gli stati maggiori rifiutavano la con­
ciliazione. Nell’aprile-maggio 1905, i bolscevichi indi­
cono a Londra un piccolo congresso dei « duri » che
conta venti delegati incaricati, i menscevichi tengono
una conferenza a Ginevra. Le due assemblee si conte­
stano reciprocamente, e a ragione, il diritto di rappre­
sentare il Partito. « Non era presente nessun operaio al
III Congresso, ad ogni modo nessuno che fosse appena
un po’ degno di nota » scrive la Krupskaja nei suoi
Ricordi su Lenin. Krasin vi fece un intervento concordato
con Trockij, a dimostrazione di quanto fossero ancora
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 117

arbitrarie le linee di demarcazione. Stalin non faceva


parte della delegazione del Caucaso che comprendeva
Kamenev e Nevskij, i georgiani Cchakaja e Dzaparidze;
la sua assenza sarebbe inspiegabile se avesse avuto il
ruolo attribuitogli così tardi da Enukidze. Il congresso,
influenzato da Lenin, si pronunziò per lo sciopero gene­
rale, che si sarebbe trasformato in insurrezione armata,
e per l’instaurazione di un governo rivoluzionario de­
mocratico con la partecipazione dei bolscevichi. Esso
riconosceva implicitamente il carattere fittizio о prema­
turo della scissione e si pronunziava per la necessità di
unire le frazioni e i gruppi socialdemocratici.
La riunione dei due blocchi del Partito sarebbe stata
tanto più naturale in quanto Lenin non aveva mai ab­
bandonato il suo intransigente democratismo. Nel 1904
aveva scritto: « Dobbiamo appoggiare ogni democrati­
co, anche se borghese, nella misura in cui si conformi al
democratismo; dobbiamo smascherare senza pietà ogni
democratico, anche se socialista rivoluzionario, nella
misura in cui si allontani dal democratismo ». Nel suo
libro Due tattiche si legge in data 1905: « Chi voglia
arrivare al socialismo seguendo una strada diversa da
quella della democrazia politica approderà immanca­
bilmente a deduzioni assurde e reazionarie, sia econo­
miche sia politiche ». Lo stesso anno, definiva così la sua
concezione: « Ciascuno è libero di scrivere e di dire ciò
che vuole, senza la minima limitazione... La libertà di
parola e di stampa deve essere completa ». I menscevi­
chi non avrebbero potuto spingersi oltre; ma la diver­
genza sulle vie e sui mezzi aveva il sopravvento sull’ac­
cordo dei princìpi.
Le riserve di energia rivoluzionaria a lungo repressa
irrompevano in Russia in ogni dove, senza piano né
parole d’ordine: scioperi si susseguivano nelle città,
sommosse e saccheggi nelle campagne, ammutinamenti
nell’esercito e nella flotta, attentati a mano armata un
po’ dovunque. Gli operai organizzavano distaccamenti
di protezione e di lotta contro la reazione e le sue leghe
patriottiche, le sue bande nazionaliste, i suoi Cento Neri
118 STALIN

antisemiti fautori di pogrom, assassini di donne e di


bambini. Nella folla dei rivoluzionari senza affiliazione,
socialdemocratici, socialisti rivoluzionari, bundisti,
anarchici, davano l’esempio senza poter coordinare la
loro attività e si aiutavano a vicenda nonostante le diffe­
renze di tattica, a seconda degli incontri о per istinto di
difesa contro il nemico comune. I socialdemocratici
formavano dei comitati misti о federativi senza chiedere
l’autorizzazione ai loro leader di frazione.
Il governo, impotente a fronteggiare tutti gli attacchi,
a difendersi da tutti i colpi, concentrava le proprie forze
a salvaguardia delle posizioni essenziali del regime. L ’e­
sercito, sconfitto sui fronti dell’Estremo Oriente, era
ancora forte abbastanza per annientare un popolo di­
sarmato. Lo sciopero si estingueva in alcuni centri indu­
striali per riaccendersi in altri. I contadini, dispersi su
un territorio sconfinato, limitavano la loro azione nei
piccoli centri. Una sedizione militare nel campo di Nova
Aleksandrja, che vide protagonista il menscevico Anto-
nov-Ovseenko, fu subito soffocata; lo stesso destino eb­
bero gli ammutinamenti di Sebastopoli che il tenente
Schmidt, capo improvvisato e socialista moderato, pagò
con la vita; rimase pure isolata, nel mar Nero, la rivolta
della corazzata Potè'mkin, organizzata da menscevichi;
più tardi fu domato un tentativo a Kronstadt. La rivolu­
zione si lasciava battere su fronti divisi.
L ’insurrezione, provocata dal sentimento nazionale
oppresso, raggiunse il suo culmine; fu la Polonia a dare il
segnale d’esordio mentre il Caucaso fu l’ultimo baluar­
do. Cento furono i morti sulle barricate e quasi un
migliaio i feriti e i prigionieri dello sciopero di Varsavia,
risposta alle fucilate di gennaio di Pietroburgo. A Lodz
più tardi, gli scontri nelle strade lasciarono cinquecento
morti sul selciato. La bojowka di Pifsudski (organizza­
zione di lotta), divisa in squadre di cinque uomini decisi
a tutto, non dava tregua a poliziotti e cosacchi, eseguiva
colpi di mano mortali.
In Georgia, lo sciopero generale in risposta alla
« domenica di sangue » coinvolse tutte le classi della
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 119
popolazione, nelle campagne divenne insurrezione. Le
autorità zariste si ritirarono lasciando dei presìdi solo
nelle città di guarnigione e sulla linea ferroviaria. In
quelle regioni il partito socialdemocratico guidava il
movimento. Sotto la direzione dei suoi comitati, i conta­
dini poterono creare le proprie assemblee locali, proce­
dere alla confisca delle terre e alla sostituzione dei fun­
zionari; organizzarono una polizia, armarono la loro
milizia, i « Cento Rossi ». A Tiflis, alle violenze provo­
catorie dei cosacchi, gli operai risposero con attentati a
intervalli regolari prefissati dal Partito. Nel dicembre,
tutta la provincia di G uri, la più rivoluzionaria, era nelle
mani del popolo insorto. La socialdemocrazia, unica
forza che godesse della fiducia popolare, riuscì a frap­
porsi tra armeni e tartari fanatici, che i russi incitavano
a una reciproca distruzione, e a prevenire una carnefici­
na a Tiflis così come il Partito era riuscito a contenere in
febbraio quella di Baku.
A stento si trovano tracce di Stalin in questi avveni­
menti memorabili della rivoluzione in Transcaucasia.
La maggior parte delle pubblicazioni specializzate non
ne fa menzione, se si esclude la semplice citazione del
suo nome, in un’enumerazione in cui nulla lo distingue
dagli altri nomi; questo è il caso della monografia di F.
Macharadze, pubblicata però nel 1927. Da questo libro,
in cui lo storico bolscevico ha potuto utilizzare il mate­
riale della rivista « Revoljucii Matjane » (Annali della
Rivoluzione) di Tiflis e gli archivi governativi inediti,
appare con evidenza che Koba, fino al 1905, era ancora
una figura di secondo piano. Il suo opuscolo, Saggio sulle
divergenze nel Partito, semplice parafrasi in georgiano del­
le formule di Lenin, passò inosservato né è stato ristam­
pato da allora. Questo fatto non lascia dubbi sull’opi­
nione dell’autore stesso in merito a tale opuscolo se si
considera che in Russia i potenti sono propensi a racco­
gliere i loro scritti più insignificanti.
Del resto i menscevichi, in mancanza di avversari di
una certa levatura, dominavano facilmente in Georgia.
Macharadze lo constata con amarezza: « All’inizio del
120 STALIN

1905, l’organizzazione socialdemocratica, fino allora


unita, si scisse come in Russia. Tuttavia quello fu ancora
il male minore. Sfortuna volle che gli organi dirigenti del
Partito passassero interamente dalla parte dei mensce­
vichi. Questa circostanza rese inevitabile lo stesso schie­
ramento delle masse. Fu esattamente quanto avvenne ».
L ’orientamento in favore di Lenin dei delegati del Cau­
caso al Congresso del 1903 rimase dunque senza segui­
to. Al ritorno di Zordanija, tutto il Partito si allineò sulle
sue posizioni. Seguendo l’esempio di Topuridze, i
« duri » Zurabov e Knunianc divennero menscevichi
l’uno dopo l’altro. Stalin stava sprecando tempo e fatica.
Prima della scissione, Lenin aveva inviato nel Cauca­
so un compagno di deportazione, Kurnatovskij, propa­
gandista di valore la cui attività fu interrotta da un
nuovo esilio; dopo essere evaso, Kurnatovskij espatriò e
morì lontano dalla Russia; tutti i bolscevichi sono con­
cordi nel rendergli omaggio, ma Stalin si astiene dal
parlarne nei suoi ricordi, come se non lo conoscesse
affatto. Non nomina neppure Ketzchoveli, energico mi­
litante ucciso nel carcere di Baku da una sentinella, né
Postalovskij di Tiffis. Non fa mai allusione a Krasin che
pure visse a Baku per vari anni, vi rese molti servizi ai
compagni, mantenne in funzione la principale tipogra­
fia clandestina, alimentò il nucleo bolscevico di « lette­
ratura » e denaro. Allo stesso modo Stalin finge di igno­
rare la maggior parte delle personalità socialdemocrati­
che che hanno personificato il movimento a Kutais e a
Batum, così come a Tiflis e a Baku. I silenzi di Stalin
sono spesso significativi.
Nel 1905, i menscevichi avevano la maggioranza nel­
l’organizzazione socialdemocratica di tutto quanto
l’Impero: circa 15.000, di cui un terzo nel Caucaso,
contro 12.000 bolscevichi, secondo la stima di Nevskij;
Martov attribuisce una cifra sensibilmente minore ai
partigiani di Lenin (Storia della socialdemocrazia russa) e
Bubnov, lo storico più recente e forse più ufficiale del
bolscevismo, li valuta 8000. Su un proletariato indu­
striale di circa 3 milioni di individui, i socialdemocratici
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 121

ne raggruppavano dunque meno della centesima parte,


se si escludono gli intellettuali e secondo i calcoli più
generosi.
Tuttavia, bolscevismo e menscevismo cominciavano
a prendere corpo come politiche e tattiche divergenti, se
non ancora come dottrine. Occorrevano soluzioni per i
nuovi problemi posti da una situazione caratterizzata
da una mobilità straordinaria. Partiti e frazioni stavano
giungendo a un confronto che non sarà fatto di sole
parole.
Forti dello smarrimento del potere nascevano una
stampa relativamente libera e una profusione di edizioni
democratiche e socialiste; i meeting popolari si moltipli­
cavano nelle università. I cospiratori di ogni tendenza
uscivano dai nascondigli per sfruttare manifestamente
le possibilità di agitazione che, proibite per legge, erano
tollerate de facto. Per la prima volta si organizzarono
apertamente le « unioni professionali » (sindacati ope­
rai). L ’effervescenza dell’opinione pubblica favoriva
tutte le iniziative, lo scambio di opinioni al difuori dei
piccoli circoli clandestini tradizionali.
Nel settembre del 1905, a Mosca, uno sciopero dei
tipografi dà l’avvio a un movimento di solidarietà, il
potenziale rivoluzionario si manifesta con una nuova
spinta. In ottobre, lo sciopero conquista i lavoratori
delle ferrovie, si estende a tutto il paese, diventa uno
sciopero generale di una vastità mai conosciuta prima
d’allora. In varie città, il proletariato innalza barricate,
sfida la polizia e l’esercito: è il culmine della rivoluzione.
Sotto questa gigantesca pressione, lo zar infine indie­
treggia e promulga il manifesto costituzionale di otto­
bre. Si stava realizzando la previsione di Plechanov, la
classe operaia aveva riportato una prima vittoria sul­
l’autocrazia.

A Pietroburgo durante lo sciopero di ottobre, i men­


scevichi avevano lanciato la proposta di costituire una
delegazione dei lavoratori in lotta e invitato questi ulti­
mi a eleggere un delegato ogni 500 operai. L ’idea era
122 STALIN

stata espressa s u1Г« Iskra », in giugno e luglio, il suo


fautore più deciso fu Dan che propose la formazione di
« organi rappresentativi di self-government rivoluziona­
rio ». I bolscevichi erano ostili e alla parola d’ordine di
« municipalità rivoluzionarie » opponevano quella di
un « governo rivoluzionario ». Tali organi locali, diceva
Lenin, possono essere l'epilogo, non il prologo dell’insur­
rezione. Ma siccome l’iniziativa dei menscevichi soddi­
sfaceva il bisogno latente di una « vasta organizzazione
di classe al difuori dei partiti » (l’espressione è del-
l’« Iskra »), gli scioperanti si affrettarono a designare i
loro rappresentanti la cui riunione in consiglio diventò il
soviet dei deputati operai. Il menscevico Zborovskij fu il
primo presidente. Dopo di lui, Nosar’-Chrustalev, so­
cialista senza partito che in seguito si unì ai menscevi­
chi, assunse la carica fino al suo arresto. Fu allora
nominato un ufficio di tre membri, uno dei quali era
Trockij. Sorsero dei soviet analoghi in provincia che
ebbero però un’importanza minore, per lo più semplici
comitati di sciopero allargati.
In assenza di Lenin, ancora all’estero, i quadri bol­
scevichi non capirono il significato del fenomeno politi­
co a cui stavano assistendo. Nel loro semplicismo, essi
non attribuivano valore che al Partito, ossia a un esiguo
raggruppamento al difuori del quale ogni organismo
operaio appariva loro una concorrenza reazionaria. Allo
stesso modo, erano insensibili, se non sprezzanti, verso i
sindacati professionali. I socialdemocratici pretesero
dal soviet di Pietroburgo un’adesione esplicita che lo
avrebbe privato della sua ragione d'essere. I menscevi­
chi, più perspicaci a questo riguardo e più vicini al
popolo operaio, lavoravano con ardore sia nei soviet sia
nei sindacati, acquistandovi una sicura influenza. Fu
necessario il ritorno di Lenin per imporre un diverso
orientamento ai suoi seguaci. Nel polemizzare con
l’« Iskra », Lenin non aveva certo rinunciato alla sua
formula per cogliere una nuova prospettiva nella mute­
vole realtà.
Il fatto che senza Lenin non esistesse bolscevismo
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 123

illustra in maniera sorprendente la tara originaria del


partito bolscevico. E pur vero che la sua frazione aveva
spesso attratto uomini eminenti, ma i Bogdanov, i Kra-
sin, dovevano l’uno dopo l’altro separarsene come già in
precedenza Trockij, e più tardi Plechanov; non erano
rimaste che comparse incapaci di orientarsi da sole in
una situazione imprevista. Sotto molti aspetti, l’isola­
mento di Lenin fa pensare a Washington, che doveva
anch’egli contare esclusivamente su se stesso e i cui
luogotenenti, se abbandonati alla propria iniziativa,
avrebbero compromesso l’opera comune.
Nell’ottobre del 1905, prima di far ritorno in Russia,
Lenin aveva scritto a Plechanov: « La nostra rivoluzio­
ne fa piazza pulita delle divergenze tattiche con sor­
prendente rapidità. Era poco ci troveremo in una situa­
zione in cui sarà singolarmente facile dimenticare il
passato, e intenderci per un’opera viva... ». A Pietro­
burgo, fonda con Bogdanov e Kamenev un nuovo gior­
nale, « Novaja Zizn’ » (Vita nuova), pubblicato da
un’attrice, Marija Andreeva, con la collaborazione di
scrittori di fama, Gor’kij, Bal’mont, Leonid Andreev. I
menscevichi, dal canto loro, pubblicavano « Nacalo »
(Inizio), in cui Trockij e Parvus erano liberi di difendere
una loro concezione particolare, la « rivoluzione per­
manente ».
« Abbiamo sempre sostenuto che la rivoluzione non
indebolirà la borghesia, bensì la rafforzerà e fornirà le
condizioni indispensabili per una lotta vittoriosa per il
socialismo » aveva dichiarato Lenin al recente congres­
so della sua frazione. In Due tattiche, indugia sullo stesso
pensiero: « I marxisti sono assolutamente convinti del
carattere borghese della rivoluzione russa. Che cosa
vuol dire? Vuol dire che le trasformazioni democratiche
nel sistema politico e le misure economico-sociali, di­
ventate indispensabili alla Russia, non significano in sé
la distruzione del capitalismo, il crollo del dominio della
borghesia, ma al contrario sgombreranno veramente
per la prima volta il terreno per un ampio e rapido
sviluppo europeo, e non asiatico, del capitalismo, per la
124 STALIN

prima volta renderanno possibile il dominio della bor­


ghesia in quanto classe ». Tutti i socialdemocratici con­
cordavano sulla definizione generale. Ma i disaccordi
intervennero subito dopo. Trockij e Parvus giudicavano
che la classe operaia fosse l’unica capace di prendere il
potere e di conservarlo, con l’appoggio più о meno attivo
dei contadini; la socialdemocrazia doveva dunque pre­
tendere alla successione dello zarismo; con l’esercizio
dell’autorità, tuttavia, si sarebbe necessariamente av­
viata sulla strada di realizzazioni socialiste che solo una
rivoluzione internazionale avrebbe potuto consolidare;
la rivoluzione doveva essere quindi ininterrotta, perma­
nente, universale, e mantenersi per mezzo della dittatu­
ra del proletariato.
I menscevichi, invece, ossessionati dagli schemi delle
rivoluzioni occidentali, affermavano che solo la borghe­
sia poteva e doveva prendere il potere. Se là socialdemo­
crazia si fosse arrischiata, avrebbe subito lo stesso desti­
no della Comune di Parigi, non essendo la Russia matu­
ra per una trasformazione socialista. Il proletariato,
dunque, avrebbe dovuto appoggiare dall’esterno il par­
tito della borghesia progressista, quello dei democrati­
co-costituzionali о « cadetti », nato nel 1905. I mensce­
vichi citavano Engels: « Per il capo di un partito estre­
mista la cosa peggiore è di essere costretto a prendere il
potere in un momento in cui il movimento non è ancora
maturo per il dominio della classe che rappresenta e per
le misure che tale dominio richiede ».
Secondo Lenin, infine, si trattava di rovesciare non la
borghesia, ma l’autocrazia e non di instaurare la ditta­
tura socialista della classe operaia, bensì una « dittatura
democratica del proletariato e dei contadini ». In Rus­
sia, infatti, c’era « un’immensa popolazione contadina e
piccolo-borghese capace di appoggiare la rivoluzione
democratica, ma non ancora la rivoluzione socialista ».
Lenin condannava « le assurde concezioni semianar­
chiche sulla realizzazione immediata del programma
massimo, sulla conquista del potere per una trasforma­
zione socialista ». Una dittatura rivoluzionaria sarebbe
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 125

potuta durare solo con l’appoggio dell’immensa mag­


gioranza del popolo; prevedere l’avvento politico del
proletariato, come facevano Trockij e Parvus, significa­
va contentarsi di parole dal momento che il proletariato
russo era in minoranza. Si presentava dunque la pro­
spettiva di « fondare una repubblica democratica come
forma ultima di dominio borghese e come la più appro­
priata alla lotta del proletariato contro la borghesia ». A
questo scopo, i bolscevichi avrebbero dovuto eventual­
mente partecipare coi borghesi liberali a un governo
provvisorio.
Martov si dichiarava molto vicino a questa argomen­
tazione generale, di cui elogiava il « realismo » nella sua
Storia; per purismo dottrinale, tuttavia, respingeva come
compromettente l’eventualità di una partecipazione al
potere capitalista. Così Lenin passava per opportunista,
Martov per intransigente e Trockij per utopista dell’e­
strema sinistra... Rosa Luxemburg era propensa alla
tesi della « rivoluzione permanente », che invece era
criticata da Franz Mehring, storico e teorico del sociali­
smo tedesco. Vent’anni dopo, A. Joffe, ex menscevico
diventato collaboratore di Lenin, scriveva a Trockij dal
suo letto di morte: « Spesso vi dissi che avevo udito con
le mie orecchie Lenin riconoscere che voi avevate ragio­
ne, e non lui, nel 1905. Davanti alla morte non si mente,
e adesso lo ripeto di nuovo... ». La storia sarà l’arbitro
dei sopravvissuti a un dibattito che continua ancora
nella logomachia grazie ad apparenze ingannatrici.
Il governo di Nicola II interruppe con brutalità, ma
solo temporaneamente, le dissertazioni e i pronostici
sulle « forze motrici » della rivoluzione esercitando la
forza che ancora gli rimaneva nel dicembre quando il
movimento operaio cominciava a declinare dopo un
anno di guerra civile, che aveva visto protagonista sem­
pre la stessa avanguardia. A Pietroburgo, il soviet di cui
Trockij era stato il portavoce instancabile fu soppresso
dopo cinquantadue giorni di vita, e i suoi membri im­
prigionati; prima di scomparire, aveva lanciato il suo
Manifesto finanziario col quale rifiutava in anticipo di
126 STALIN

riconoscere i prestiti concessi allo zar « in guerra aperta


contro tutto il popolo ». A Mosca, dopo nove giorni di
combattimento fu domata un’insurrezione in cui, quella
volta, ai bolscevichi andavano riconosciute l’iniziativa,
l’organizzazione e l’audacia; durante gli scontri meno di
2000 operai, fra cui 500 socialdemocratici, tennero testa
alla guarnigione che aveva ricevuto rinforzi. Nel Cauca­
so, rinforzi uniti di tutte le armi ebbero la meglio sugli
insorti, l’artiglieria mise fine alla « Repubblica di Guri-
ja ». Queste furono le tappe principali di una sconfitta
che presagì la futura rivincita: « La nostra vittoria del
1917 sarebbe stata impossibile senza la prova generale
del 1905 » scrisse Lenin.
La rivoluzione si stava estinguendo senza riuscire a
portare il colpo decisivo; erano mancati la simultaneità
nell’attacco, la solidarietà cosciente tra città e campa­
gna, il coordinamento delle forze elementari scatenate,
erano mancati, infine, un’organizzazione e un centro
direttivo. I suoi sforzi disseminati si disperdevano con­
tro l’esercito rimasto in maggior parte passivo о fedele al
vecchio regime. Ma l’assolutismo aveva vacillato sotto
la scossa. Erano stati conquistati un abbozzo di Costitu­
zione e una sorta di Parlamento. La borghesia aveva
reso manifesta tutta la sua impotenza politica. Durante
la lotta, i suoi intellettuali rivoluzionari si erano confusi
col proletariato, l utti i partiti socialisti uscivano tem­
prati dalla mischia, cresciuti, se non di numero, almeno
per il prestigio. L ’anarchia non aveva retto alla prova.
Infine, lo sciopero d’ottobre lasciava un grande esempio
e il soviet di Pietroburgo una lezione indimenticabile.
Nessun teorico aveva previsto i soviet né il loro ruolo
futuro. I menscevichi potevano vantarsi di avere presta­
to il maggior contributo alla loro creazione, ma non
seppero sfruttarne appieno il potenziale. I bolscevichi si
adattarono con difficoltà al fatto compiuto, tranne Le­
nin che, dopo un ripensamento, intravide le possibilità
dell’avvenire... « Il passaggio della direzione del soviet
da Chrustalev a Trockij sarà un enorme passo avanti »
disse senza lesinare la propria stima a un avversario che
III. PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE 127

stava mostrando le sue capacità. I soviet di provincia, a


Mosca, Rostov, Novorossijsk, Baku, Odessa, eccetera,
si trovarono in generale sotto l’influenza dei menscevi­
chi. Quello di Novorossijsk merita una particolare men­
zione per essersi posto al comando di una repubblica
locale che ebbe breve vita. (Repubbliche di questo gene­
re sorsero anche in Lettonia). Solo il soviet di Bjelostok
fu nelle mani dei socialisti rivoluzionari e degli anarchi­
ci. Il ritorno offensivo della reazione spazzò via tutti i
soviet, ma il loro ricordo doveva conservarsi ben saldo
nella coscienza operaia.
Durante la rivoluzione del 1905, Lenin si tenne in
disparte: non era l’uomo delle azioni clamorose ma
piuttosto del lavoro a lunga scadenza, paziente ed effi­
cace. Inoltre, i bolscevichi furono in genere relegati in
secondo piano, tranne che nell’ultimo episodio di Mo­
sca. I socialisti rivoluzionari e i menscevichi si mostra­
rono più vivi e attivi, più irrequieti e intraprendenti,
forse perché meno vincolati da teorie dogmatiche. Ple-
chanov, ormai integrato nella realtà politica dell’Euro­
pa occidentale, rimase disorientato di fronte agli avve­
nimenti, quasi estraneo alle lotte pratiche del suo parti­
to; il fatto stesso di non essere tornato in Russia e il suo
commento dopo l’insurrezione di Mosca: « non si dove­
vano prendere le armi », sono abbastanza indicativi del
suo distacco dall’« opera viva » alla quale Lenin lo ave­
va invitato. Si può dire con Lunacarskij che, fra tutti i
leader socialdemocratici, Trockij « si dimostrò senza
dubbio, nonostante la sua giovane età, il più preparato,
più libero da una certa mentalità ristretta dell’emigra-
zione da cui lo stesso Lenin non era immune... Fu quello
che dalla rivoluzione si conquistò la maggiore “ popola­
rità ” mentre né Lenin, né Martov si conquistarono
nulla. Plechanov, invece, perse molto... Da allora,
Trockij fu in primo piano ». In Georgia, la socialdemo­
crazia tradizionale aveva acquisito ed esercitato un’au­
torità unanimemente riconosciuta. Si era rivelata una
nuova generazione, cui apparteneva J. Cere teli, conti­
nuatrice del gruppo iniziale di Zordanija.
128 STALIN

Di Stalin, non ci sarebbe nulla da dire se non fosse


stato convocato per la prima volta a una conferenza dei
bolscevichi a Tammerfors. Convocato, giacché non pote­
va essere, propriamente parlando, delegato di un’orga­
nizzazione che si era unita ai menscevichi. Fu allora che
conobbe veramente Lenin. In mancanza dei verbali
della riunione, le memorie dei partecipanti non gli attri­
buiscono alcun intervento, alcun ruolo di rilievo. Nei
suoi ricordi di Lenin, Stalin si è espresso a questo propo­
sito in termini abbastanza caratteristici:
« Incontrai Lenin per la prima volta nel dicembre
1905 durante la conferenza dei bolscevichi, a Tammer­
fors, in Finlandia. Mi attendevo di vedere l’aquila del
nostro partito, il grande uomo, grande non solo politi­
camente ma, se vogliamo, anche fisicamente; nella mia
immaginazione infatti, Lenin appariva come un gigante
dal bell’aspetto, dall’aria imponente. Quale fu invece la
mia delusione nel vedere l’individuo più ordinario, di
statura inferiore alla media, che non si distingueva in
nulla, letteralmente in nulla, dai comuni mortali. Si
ritiene di solito che un “ grand’uomo ” debba giungere
in ritardo alle riunioni affinché gli altri lo attendano col
cuore in sospeso e ne annuncino l’apparizione sussur­
rando: “ Zitti... silenzio... sta arrivando ” . Questo rito
non mi sembrava superfluo poiché impone, ispira ri­
spetto. Quale delusione quando seppi che Lenin era già
arrivato alla riunione prima dei delegati e che, apparta­
to in un angolo, parlava, parlava con la più grande
semplicità di cose comuni in un crocchio dei più comuni
delegati alla conferenza ». Eccetera.
Il seguito è sullo stesso tono, dello stesso livello, della
stessa sostanza. Non direbbe nulla di più al lettore. La
sostanza, perfettamente degna della forma, non ha biso­
gno di commenti. E ci sarebbe da chiedersi in quale
ordine di idee Koba potè farsi apprezzare da Lenin, se
gli anni successivi alla rivoluzione del 1905, epoca di
reazione politica e di ritirata socialista, non gli avessero
permesso finalmente di mostrare ciò di cui era capace.
IV

UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE

Dopo la prima rivoluzione. L ’unità socialdemocratica. Il


Congresso di Stoccolma. Nuovi dissensi tra bolscevichi e men­
scevichi. La Duma. Lenin e il boicottaggio delle elezioni. I
boeviki. Espropri e attentati. La piccola guerra partigia-
na. Il Centro bolscevico. Krasin. L ’affare di Tiflis.
Kamo. Stalin e il terrorismo bolscevico. Cincadze. Piisud-
ski. Il Congresso di Londra. Stalin a Baku. Stalin in car­
cere. Stalin a Pietroburgo. Scissione definitiva nella social-
democrazia. Bolscevismo e menscevismo. Declino della rivo­
luzione. Tendenze,frazioni egruppi. La questione delfinan­
ziamento. Bogdanov. Il partito bolscevico. Stalin membro
del Comitato Centrale. Lenin e Trockij. La questione nazio­
nale. Stalin in Austria. Malinovskij. Stalin deportato in
Siberia. Poliziotti e agenti provocatori.
La rivoluzione del 1905, dice Trockij, ha mostrato che
le leggi della storia non facevano eccezione per la Rus­
sia. Questo paese, che pur aveva uno sviluppo sociale
molto lento e arretrato, a sua volta attraversava le tappe
già superate dagli Stati capitalisti più progrediti. La tesi
degli slavofili, che poggiava esclusivamente sulle parti­
colarità nazionali, sembrava condannata. Ma le analo­
gie, che permettevano ai russi di chiarire il presente e in
parte il futuro del loro paese, grazie all’esperienza occi­
dentale, non cancellano i tratti caratteristici. Sono pre­
cisamente questi gli elementi da considerare poiché la
loro influenza ha determinato il corso storico originale
della Russia contemporanea.
In nessun altro paese lo Stato era a tal punto centra­
lizzato, né aveva un ruolo così importante nella trasfor­
mazione economica. « In Russia, lo Stato è tutto » scris­
se nel 1895 Combes de Lestrade, paragonando l’orga­
nizzazione del paese a « una vasta fabbrica che centra­
lizzi nelle sue officine le attività e le forze di tutti gli
abitanti, nessuno escluso ».
Si confidava che l’intervento dello Stato avrebbe agito
da impulso principale al progresso industriale. Così si
132 STALIN

esprimeva il professor D. Mendeleev: « Il vero lascito di


Pietro il Grande consiste nel fare del nostro paese, già
ricco di terre, di uomini e di cereali, un paese ugualmen­
te ricco di industrie ». Per ogni prospettiva di industria­
lizzazione si faceva sempre affidamento sull’aiuto del
governo piuttosto che sull’iniziativa privata.
Con i suoi massicci investimenti, la finanza estera
contribuiva e sviluppare l’industria più accentrata del
mondo. Oltre ai miliardi dati in prestito allo Stato,
l’80% dei capitali proveniva dall’estero. Le statisti­
che del tempo rivelano già che le fabbriche con 1000
lavoratori sono in proporzione più elevata che negli
Stati Uniti e in Germania. Da un punto di partenza
bassissimo, la produzione cresceva a balzi ben più rapi­
di che in America, senza tuttavia soddisfare i bisogni del
consumo. Si imponeva fin da allora, per usare un’e­
spressione di C. de Lestrade, un parallelo costante « tra
la Repubblica più grande e l’Impero più vasto dell’uni­
verso ». A quella concentrazione industriale corrispon­
deva il raggruppamento della classe operaia che, per la
sua provenienza contadina e la sua brusca crescita,
offriva una materia sociale vergine per le teorie rivolu­
zionarie.
Questo proletariato aveva appena pagato con circa
15.000 morti, 20.000 feriti e 80.000 reclusi le sue prime
conquiste politiche, la diminuzione della giornata di
lavoro, l’aumento dei salari, un diritto sindacale di fatto
se non legale. Ma la sua élite era soprattutto diventata
cosciente della propria forza e delle proprie debolezze, e
aveva capito l’utilità dei partiti e dei sindacati. Tutte le
tendenze del socialismo si erano propagate fra la popo­
lazione lavoratrice; secondo N. Rubakin, la diffusione
delle opere di tendenze socialiste salì nel 1905-1907 a
circa sessanta milioni di copie.
La socialdemocrazia divenne un grande partito che
nel 1906 contava più di 150.000 aderenti, di cui metà nei
raggruppamenti nazionali, nonostante lo stato di semi­
clandestinità. Contro i « generali », tesi a cogliere ogni
elemento di diversità, l’esercito operaio della rivoluzio-
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 133

ne esigeva e impose l’unità socialdemocratica, quanto­


meno formale. Lenin dovette seguire la corrente dopo
avere rifiutato l’anno precedente la mediazione di Au-
gust Bebel che, in nome del socialismo tedesco e dell’ In­
ternazionale, proponeva la fusione delle frazioni. Era
evidente che il bolscevismo non poteva ancora ambire a
un’esistenza indipendente, né come ideologia, né come
partito. Un congresso di unificazione si tenne a Stoc­
colma nel 1906; i menscevichi, indubbiamente maggio­
ritari, assunsero la direzione ufficiale del movimento.
Stalin, col nome di Ivanovic, era presente all’assem­
blea come delegato della provincia di Tiflis. Con quale
sotterfugio era riuscito a procurarsi il mandato in una
regione quasi interamente nelle mani dei menscevichi?
In realtà, Stalin rappresentava solo quel pugno di bol-
scevichi locali, troppo deboli sotto ogni aspetto per tener
lesta al socialismo georgiano tradizionale, ma astuti
abbastanza per costituire un gruppo sconosciuto e di­
chiararsi suoi rappresentanti al congresso, approfittan­
do dello spirito di conciliazione del momento. Vi fece tre
brevi interventi di una semplicità elementare, che non
ha mai osato riprodurre: il primo, sulla questione agra­
ria, confutato in poche parole da Dan, si esprimeva in
favore della distribuzione delle terre richiesta dai conta­
dini (i bolscevichi erano allora fautori della nazionaliz­
zazione, i menscevichi della municipalizzazione); il se­
condo, sulla tattica generale, passato inosservato, con­
cludeva col dilemma: « О l’egemonia del proletariato, о
l’egemonia della democrazia borghese », ciò che era del
tutto contrario al punto di vista bolscevico; il terzo
intervento, sul problema del Parlamento, era contrario
a ogni partecipazione alle elezioni, nel momento stesso
in cui Lenin rivedeva la sua tattica nel senso opposto.
Nulla meglio di questo fatto mostra l’inesistenza di un
bolscevismo più о meno coerente al difuori della mente
di Lenin. Ogni bolscevico abbandonato a se stesso si
allontanava dalla « linea » propria alla sua frazione. Ma
i tre brevi discorsi in questione, pieni di decisione, se non
addirittura di certezza, non impedirono a Stalin di vota-
134 STALIN

re coi suoi amici, tranne sull’ultimo punto, sul quale si


astenne; erano, infatti, il temperamento di ciascuno e
l’ascendente personale di Lenin a creare, più che le idee
stesse, un legame di solidarietà. Furono necessari anni
di azione comune e numerose crisi per realizzare una sia
pur minima convergenza dei punti di vista dei « giaco­
bini » del proletariato.
Tuttavia le frazioni sopravvivevano, con la loro disci­
plina particolare e le loro pubblicazioni discontinue,
ognuna con le proprie divergenze interiori, le proprie
sottotendenze, i propri dissidenti. Tendenzialmente, la
« destra » era propensa ad adattarsi al movimento po­
polare spontaneo, la « sinistra » a insinuarvisi per diri­
gerlo. Tutti prevedevano una prossima reviviscenza del­
l’offensiva operaia e contadina. I menscevichi furono i
primi a rendersi conto del declino della rivoluzione e
volevano quindi favorire l’azione legale, appoggiare il
partito borghese più avanzato, rafforzare l’autorità del­
la Duma. I bolscevichi, invece, aspettavano una immi­
nente recrudescenza della rivoluzione: classico errore
dell’ottimismo rivoluzionario. Ipotizzavano uno sciope­
ro generale seguito da un’insurrezione, che mirasse al
rovesciamento dell’autocrazia, alla convocazione di una
Costituente. Gli uni e gli altri comprendevano come per
un proletariato ancora debole fossero necessarie allean­
ze politiche; ma i menscevichi contavano innanzi tutto
sulla borghesia liberale, i bolscevichi sui contadini senza
terra.
Le loro polemiche fanno spesso riferimento alla rivo­
luzione del 1848 e le rispettive posizioni sono definite
dalle date: 1847 о 1849? In altre parole: si era alla vigilia
о all’indomani della rivoluzione? I bolscevichi si crede­
vano alla vigilia di un attacco decisivo ( 1847), i mensce­
vichi all’indomani di una parziale sconfitta (1849). Gli
uni avevano fretta di agire « all’europea », gli altri per­
sistevano nella loro attività specificamente russa, cioè gui­
data, secondo la loro interpretazione, dalle circostanze
di tempo e di luogo.
Lenin vedeva nella rivoluzione russa « due guerre
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 13 5
sociali distinte ed eterogenee: l’una in seno all’attuale
regime autocratico-feudale, l’altra in seno al futuro re­
gime borghese-democratico ». Era necessario, pensava,
condurre con decisione una triplice lotta: teorica, politi­
ca, economica. Prevedendo imminente l’insurrezione,
Lenin studia e critica nei particolari le battaglie mosco­
vite di dicembre, chiede come siano state usate le barri­
cate, quale ruolo abbia avuto l’artiglieria, quali i nuovi
congegni impegnati nella guerra russo-giapponese
(come la bomba a mano). Ricorda le parole di Marx:
« L’insurrezione è un’arte », dunque un’arte da impa­
rare, e incita gli operai a formare gruppi di tre, cinque о
dieci volontari, dà loro istruzioni, consigli.
« La battaglia è vicina » afferma, illudendosi sulla
prossimità della data. Sottolinea la necessità di « creare
uri organizzazione militare affiancatrice e protettrice dei
soviet per organizzare l’insurrezione senza la quale tutti
i soviet e tutti i delegati delle masse popolari rimarreb­
bero impotenti ». Quest’idea si realizzerà, ma dieci anni
più tardi. Instancabile, sollecita la vigilanza dei suoi
partigiani: « Ricordiamoci che la grande lotta di massa
si avvicina. Sarà l’insurrezione armata. Per quanto è
possibile, dev’essere simultanea. Le masse devono sape­
re che si lanciano in una lotta armata, sanguinosa,
disperata. Il disprezzo della morte deve diffondersi fra le
masse e assicurare la vittoria. L ’offensiva contro il ne­
mico dev’essere la più energica; l’attacco deve diventare
la parola d’ordine delle masse, lo sterminio implacabile
del nemico diventerà il loro obiettivo... ».
Intanto, si poneva innanzi tutto il meno nobile pro­
blema della partecipazione al Parlamento. Il primo
progetto di Duma, boicottato da tutti i partiti rivoluzio­
nari e democratici, non approdò a nulla, mentre il se­
condo, basato su un suffragio ristretto e indiretto, a tre
gradi, entrò in vigore. I diversi partiti socialisti boicotta­
rono le elezioni, assicurando così la vittoria ai « cadet­
ti » (monarchici costituzionali). I menscevichi, disposti
a utilizzare la campagna elettorale per i loro fini di
agitazione e di propaganda, almeno nei primi due gradi,
136 STALIN

non avevano resistito all’opinione generale, ma la loro


preponderanza era così forte nel Caucaso che cinque
candidati socialdemocratici vi furono tuttavia eletti. I
georgiani conducevano ormai una politica autonoma.
Così Zordanija e i suoi compagni divennero i portavoce
dell’intero Partito alla prima Duma.
Il successo politico ottenuto in Georgia fece rimpian­
gere l’astensione ai menscevichi, che presero così a so­
stenere risolutamente la partecipazione alle elezioni.
Lenin era d’accordo con loro. Alla Conferenza di Tam-
merfors, aveva ammesso il boicottaggio solo su insisten­
za dei partecipanti. Stalin ha riferito questo episodio in
uno dei suoi discorsi:
« Si aprirono i dibattiti, i delegati provinciali, sibe­
riani e caucasici, condussero l’attacco. Immaginate il
nostro stupore quando, alla fine dei nostri discorsi, Le­
nin intervenne e si dichiarò favorevole alla partecipa­
zione alle elezioni, ma poi capì il suo errore e aderì al
punto di vista della frazione. Eravamo stupiti. Tutto ciò
produsse l’impressione di una scarica elettrica. Gli tri­
butammo un’ovazione fragorosa ».
Lenin si lasciava di rado influenzare dai suoi seguaci.
Tuttavia poteva succedere, qualora le informazioni lo­
cali sullo stato d’animo del popolo servissero a formare il
suo giudizio in merito a problemi di tattica. In questa,
come nella maggior parte delle occasioni, ebbe a rim­
piangerlo. « Fu un errore » scrisse quindici anni dopo.
Ma allora rifiutò di ammetterlo; pur consigliando di
cambiare atteggiamento a causa di nuove condizioni,
giustificava il passato. Stalin era fra quelli che incitaro­
no il Partito a commettere questo « errore ».
Dopo lo scioglimento della Duma, Lenin comprese la
necessità di reagire con vigore contro la tendenza al
boicottaggio. A Stoccolma, aveva manifestato la sua
opinione votando la proposta dei menscevichi del Cau­
caso di partecipare alle elezioni complementari, senza
esitare a separarsi da compagni come Stalin, che si
ostinavano nell’« errore ». Su questo tema dovrà scrive­
re molti articoli persuasivi, e impegnarsi poi in severe
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 13 7

polemiche nel tentativo di convincere la sua frazione;


tanta era l’importanza che attribuiva all’azione legale,
senza che questa comportasse una rinunzia al lavoro
clandestino. Al contrario, la cospirazione, le manovre
nascoste, il terrorismo, le più pericolose operazioni a
mano armata conobbero allora uno sviluppo senza pre­
cedenti. In questo nuovo campo, Stalin doveva trovare
la possibilità d’impiego delle sue doti naturali.
La repressione non aveva infranto l’energia rivolu­
zionaria. Mentre il potere, implacabile, condannava
alla fucilazione i ribelli dell’esercito e della flotta e an­
nientava le sommosse nelle campagne con vere spedi­
zioni punitive, gli intrepidi druziny - distaccamenti di
lotta dei diversi partiti rivoluzionari - proseguivano la
loro azione, tanto più ardita quanto più il popolo mo­
strava segni di stanchezza. Abbandonata la loro origi­
naria missione difensiva, i boeviki (militanti armati,
franchi tiratori) passavano all’attacco seguendo l’esem­
pio dei lanciatori di bombe caucasici, dei bojowcy polac­
chi. Attentati mortali contro poliziotti, cosacchi e agenti
governativi, cominciarono a moltiplicarsi, così come gli
espropri a mano armata di fondi pubblici о privati.
Gli « espropri » (ekspropriacija), sequestri con la forza
di somme di denaro sia detenute da banche, uffici posta­
li, magazzini di Stato, sia trasportate da treni postali о
furgoni, ecc., ma all’occorrenza anche appartenenti a
privati, divennero una pratica frequente nel 1906 e
1907. La parola, eks per abbreviazione, entrò a far parte
della lingua. In genere, simili operazioni non erano
portate a compimento senza sparatorie, dunque senza
vittime da entrambe le parti. Ma i rivoluzionari, avvan­
taggiati dall’iniziativa, dalla sorpresa, dalla loro estre­
ma mobilità, riuscivano molto spesso a uscire indenni
da tali aggressioni, imboscate e colpi di mano. I sorve­
glianti dei depositi, civili о militari, presi alla sprovvista,
cadevano numerosi in questa guerriglia. Per contro, i
boeviki prigionieri rischiavano la forca per banditismo.
Lo scopo principale degli espropri consisteva nella
fornitura di risorse per i gruppi rivoluzionari. I piccoli
138 STALIN

eks servivano soprattutto al mantenimento degli espro-


priatori. Tuttavia il fenomeno, generalizzandosi, sfug­
giva sempre di più al controllo delle organizzazioni. Alle
squadre volanti di lotta si mescolavano elementi torbidi,
non disinteressati, indisciplinati, che operavano per
conto proprio. Con grande discredito del movimento si
ripeterono segni di degenerazione, delitti comuni, atti di
terrorismo contro i civili. Bande e banditi, dediti a ta­
glieggiare la popolazione piuttosto che a tormentare le
autorità, gettavano il sospetto sulla « guerra partigia-
na ». Diventò difficile distinguere tra gli eks di ogni tipo e
alcune forme di brigantaggio. Il partito socialdemocra­
tico non poteva ignorare questo pericolo imprevisto.
Al Congresso di Stoccolma fu votata una risoluzione
che condannava il furto, l’esproprio di beni e depositi
bancari privati, i contributi forzosi, la distruzione di
edifici pubblici e di linee ferroviarie. Su insistenza dei
bolscevichi, però, furono ammesse le confische di fondi
del Tesoro nelle località dove esistesse un potere rivolu­
zionario e a condizione che questo impartisse l’ordine.
Lenin infatti approvava gli eks - ne condannava natu­
ralmente la « deviazione apache » - purché il Partito
esercitasse un controllo rigoroso. Il congresso aveva
riconosciuto « la fatale necessità di una lotta attiva con­
tro il terrore governativo e le violenze dei Cento Neri »,
di atti, quindi, che miravano a uccidere il nemico; pre­
scriveva, tuttavia, di evitare di « attentare alle proprietà
personali di cittadini pacifici ».
Così la socialdemocrazia mutuava parzialmente la
tattica dai socialisti rivoluzionari, tattica a cui essi stessi
avevano rinunciato dopo il rescritto costituzionale di
ottobre. Il Congresso di Londra del 1903 aveva votato
una mozione di Aksel’rod contro i socialisti rivoluziona­
ri che, tra l’altro, denunciava i loro metodi terroristici
come avventurismo. Due anni dopo, Plechanov propose
di associarsi alla loro azione, di ispirarsi ai loro metodi,
ma si scontrò con l’opposizione irriducibile di Martov.
La violenza sistematica e gli attentati individuali ripu­
gnavano ai menscevichi, preoccupati di « europeismo ».
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 139

La tradizione terroristica dei narodovol’cy e dei loro di­


scendenti si prolungò, esasperandosi, nell’ala di estrema
sinistra del partito socialista rivoluzionario, detta
« massimalista », che diventò una lega indipendente e si
distinse per le sue audaci gesta. Anarchici e bolscevichi
divennero loro emuli.
Così scriveva Rosa Luxemburg: « ... In nome della
ragione sociale dell’ “ anarco-comunismo ” sono stati
commessi, a danno di privati, gran parte di quegli in­
numerevoli furti e atti di brigantaggio che, in questo
periodo di depressione e di momentanea difensiva della
rivoluzione, si levano come un’onda fangosa ». Era
un’affermazione sbagliata perché i rivoluzionari di ogni
sorta fornirono il proprio contingente di boeviki e di
espropriatori. Secondo la statistica pubblicata da F.
Macharadze, nel Caucaso, dove dominava la socialde­
mocrazia, furono commessi 1150 atti terroristici dal
1904 al 1908; i socialisti federalisti e i bolscevichi, poco
numerosi ma molto attivi, parteciparono alla maggio­
ranza di questi. In Lettonia, il partito sacialdemocratico
organizzava metodicamente eks e rilasciava ricevute. In
Polonia, il partito socialista di Pilsudski, rivale dei so­
cialdemocratici, agiva allo stesso modo.
Gli anarchici avevano alcuni gruppi e circoli ma solo
in un numero ristretto di località. « La patria di Baku-
nin doveva diventare la tomba della sua dottrina » disse
Rosa Luxemburg, mostrando come la rivoluzione russa
implicasse « una liquidazione storica dell’anarchia »;
ma la sua definizione dell’anarchia, « insegna ideologi­
ca della canaglia », rappresenta un eccesso polemico
privo di valore. Kropotkin, teorico libertario dell’espro-
prio generale della borghesia e della confisca dei mezzi
di produzione da parte della collettività (tesi esposta
soprattutto in Parole di un ribelle e La conquista del pane),
sconfessa gli eks parziali e individuali. Lenin, invece,
l’ammetteva in determinate condizioni. A Pietroburgo
un gruppo anarchico, con il nome di « azione diretta »,
predicò sì il terrore e il saccheggio dei negozi, ma i
bolscevichi non avevano bisogno di alcuna influenza per
140 STALIN

agire come volevano. Le accuse dei menscevichi di


anarco-blanquismo, espressione del resto molto impro­
pria, non poterono distoglierli dal loro modo di agire.
Lenin conveniva che « questi metodi di lotta sociale
sono stati adottati soprattutto, e quasi esclusivamente,
dagli elementi più miserabili della popolazione, pezzen­
ti, lumpenproletariat, gruppi anarchici ». Ma questo gli
sembrava inevitabile a quell’epoca. « Ci dicono: la
guerra partigiana avvicina il proletariato cosciente ai
bassifondi, agli straccioni, agli ubriaconi. E vero. Ma
bisogna trarre la sola conclusione che questo mezzo
deve essere subordinato ad altri, impiegato in giusta
misura rispetto ai mezzi principali, nobilitato dall’ap­
porto educativo e organizzativo del socialismo ».
Il marxismo, scriveva in sostanza, ammette i metodi
di lotta più vari, non li inventa ma li generalizza, dà
espressione cosciente ai processi spontanei; ostile alle
ricette dei dottrinari, alle scoperte degli « inventori di
sistemi » a tavolino, il marxismo non sconfessa nessuna
forma di lotta e, lungi dal far lezione alle masse, si mette
alla loro scuola. Ora, la guerra partigiana è nata sponta­
neamente in risposta ai misfatti dei Cento Neri, dell’e­
sercito, della polizia. Tutto ciò che è spontaneo è neces­
sario, così Lenin avrebbe potuto sintetizzare il suo pen­
siero.
Facendosi scudo di questa giustificazione teorica, e a
dispetto delle decisioni prese a Stoccolma, i bolscevichi
tentarono, a loro rischio e pericolo, di trarre profitto
dalle circostanze, dall’iniziativa bellicosa dei boeviki del
proprio partito, che talvolta agivano d’intesa con quelli
di un altro schieramento. La loro frazione, organizzata
in completa indipendenza rispetto alle istanze regolari
del Partito, era segretamente diretta da un Centro bol­
scevico secondo la concezione di Lenin sui rivoluzionari
di professione. Sotto la direzione occulta della trojka
Lenin-Krasin-Bogdanov, essa cercava di procurarsi
quanto più possibile in armi e denaro.
L ’« ufficio tecnico » del Comitato Centrale a Pietro­
burgo poteva fornire centocinquanta bombe al giorno; i
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 141

soldati di ritorno dalla Manciuria vendevano i loro fucili


ai ferrovieri. Ma ciò ancora non bastava. Immense era­
no le esigenze materiali di un’organizzazione di rivolu­
zionari di professione che si preparava a una insurrezio­
ne imminente. Le quote di iscrizione al Partito erano
insignificanti. Krasin e Gor’kij erano i principali pro­
cacciatori di fondi, grazie alle loro relazioni all’interno
della borghesia liberale e degli ambienti letterari e arti­
stici; tramite loro, alcuni capitalisti dell’industria tessi­
le, tra cui S. Morozov, diedero sussidi apprezzabili. Ma
la professione di rivoluzionario estesa a un partito, о
almeno ai suoi quadri, richiedeva ben altro; gli eks ali­
mentarono in gran parte la cassa del Centro bolscevico.
Krasin non era soltanto « ministro delle Finanze »
della frazione. Era lui che dirigeva la fabbricazione degli
esplosivi, gli acquisti e i trasporti di armi, i corsi di
istruttori « dinamitardi », lui che ispirava e riforniva la
squadra di lotta del Caucaso. Arrestato in Finlandia,
scampò per poco all’impiccagione. Più tardi, in Germa­
nia, alle dipendenze della ditta Siemens-Schuckert qua­
le ingegnere altamente qualificato, e al servizio illegale
dei bolscevichi quale cospiratore non meno qualificato,
uomo di un’energia e di un sangue freddo inflessibile,
partecipò alle imprese più « delicate » per assicurare al
Partito le risorse indispensabili per l’attività segreta
insurrezionale. Bogdanov, lo scrittore, filosofo, econo­
mista, era coinvolto attivamente nelle operazioni dei
boeviki degli Urali. Lenin dirigeva tutto, dall’alto e da
lontano.
Il 1906 fu un anno memorabile per gli eks e per il
terrorismo. A Mosca, un gruppo di venti socialisti rivo­
luzionari dà l’assalto a una banca (marzo), il bottino è di
875.000 rubli. A Duseti, in provincia di Tiflis, sei sociali­
sti federalisti in divise da soldati si impadroniscono
(marzo) di 315.000 rubli che i bolscevichi confiscano
con l’inganno. In Polonia, i bojowcy di Pilsudski attacca­
no simultaneamente in più città soldati e poliziotti, ne
uccidono a decine (agosto); la socialdemocrazia polacca
dovette protestare contro questo assassinio indiscrimi-
142 STALIN

nato di semplici reclute. Insieme ai « massimalisti »,


Г« ufficio tecnico » bolscevico di Pietroburgo partecipa
all’attentato contro la villa del ministro Stolypin (ago­
sto), poi al saccheggio di un’auto della Banca di Stato
(ottobre). I massimalisti avevano fatto uneks clamoroso
a spese di una società di mutuo credito, a Pietroburgo, il
famoso colpo del Fonarnyjpereulok di cui la stampa parlò
a lungo. Nel solo mese di ottobre, ci furono 121 atti
terroristici, 47 combattimenti con la polizia e 362 espro­
pri. In quattro mesi, 2118 rappresentanti о funzionari
del regime furono uccisi о feriti, dopo più di 2000 in
diciotto mesi. Il generale Spiridovic descrive il saccheg­
gio della Banca di Stato a Helsingfors come « un’opera­
zione con la quale può competere soltanto l’esproprio di
Tiflis del 1907 ».
Non è stata fatta ancora piena luce sui retroscena di
queste imprese leggendarie. Vent’anni dopo, alla morte
di Krasin, uno degli « anziani » del bolscevismo, l’inge-
gner G. Krzizanovskij, scriverà: « Neanche adesso è
giunta l’ora di decifrare completamente il lavoro segreto
di Leonid Borisovic... ». Ma in un altro articolo, dopo
un’allusione ad alcune tipografie clandestine e a dei
lavori di scavo nel carcere di Butyrkij, parla velatamen­
te dei legami che univano Krasin, alias Nikitic, al boevik
caucasico Kamo, famoso per il « saccheggio di una ban­
ca a Tiflis » e per certe « esplosioni sperimentali di
bombe macedoni sulle rocce della Finlandia ». Uno
storico comunista meno discreto, M. Ljadov, attribuisce
a Krasin-Nikitic la creazione del laboratorio dove i bol-
scevichi preparavano gli esplosivi: « Basti dire che il
congegno che fece esplodere la villa di Stolypin nell’isola
Aptekarskij e le bombe lanciate al Fonarnyj pereulok erano
stati fabbricati sotto la supervisione di Nikitic... ». Lo
stesso storico racconta anche che « i piani di tutti gli
espropri organizzati da quest’ultimo [Kamo] a К virila,
alla tesoreria di Duseti, sulla piazza di Erevan, furono
stabiliti e messi a punto con Nikitic ». L ’azione detta
« della piazza di Erevan » è la stessa di quella di Tiflis di
cui Spiridovic parla come di un record.
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 143

L’eks di Tiflis, infatti, il più « grandioso » secondo


l’espressione consacrata, una sorta di capolavoro nel
suo genere, farà impallidire tutti i precedenti per l’am­
piezza drammatica e la perfezione della riuscita. Sarà il
principale titolo di merito di Stalin presso i dirigenti
della frazione. Militante provinciale alle direttive del
misterioso triumvirato, rivoluzionario di professione/iar
excellence, ancora incapace di elevarsi nella gerarchia del
Partito per selezione intellettuale ma pronto a tutto per
servirne la causa svolgendo un ruolo sempre più impor­
tante, Koba aveva trovato condizioni propizie per valo­
rizzare la tempra del suo acciaio.
Tuttavia, l’evidente degenerazione degli eks in bandi­
tismo e 1’aggravarsi degli abusi corruttivi fecero sì che
un nuovo congresso generale della socialdemocrazia —
tenutosi a Londra nel 1907 e dove allora i bolscevichi
ebbero la maggioranza - condannasse categoricamente
come disorganizzatori e demoralizzatori « ogni parteci­
pazione о aiuto alle imprese di partigiani e agli espro­
pri », e ordinasse di sciogliere le squadre di lotta collega­
le al Partito. In quell’occasione numerosi bolscevichi,
allarmati dalla piega che stava prendendo la piccola
guerra civile, si erano separati da Lenin per sostenere i
menscevichi. Stalin assistette al congresso, con voto
consultivo. Ma per i rivoluzionari di professione del
bolscevismo, la disciplina di frazione era prioritaria ri­
spetto a quella di Partito, e gli ordini di Lenin suppliva­
no la morale politica. Alcuni giorni dopo il ritorno in
Russia dei congressisti di Londra, l’affare di Tiflis scop­
piò, è il caso di dirlo, come una bomba.

« Tiflis, 26 giugno ».
« Oggi, nella piazza Erevan, nel centro della città, e
proprio quando questa piazza era gremita di gente, sono
state lanciate dieci bombe l’una dopo l’altra. Sono
esplose con forza dirompente.
« Tra un’esplosione e l’altra risuonavano colpi di fuci­
le e di pistola. I camini, le porte e i vetri si sono spezzati о
sono crollati. La piazza è ricoperta di frantumi. Ci sono
144 STALIN

stati numerosi morti e feriti. Le autorità hanno imme­


diatamente costretto il pubblico ad allontanarsi e proi­
bito l’accesso al luogo della catastrofe ».
Tale è il dispaccio confuso (e scritto malissimo), pub­
blicato il 27 giugno 1907 sul supplemento del « Temps »
e completato l’indomani con queste poche righe ancora
imprecise: \
« Il furto era il movente dell’attentato di Erevan di cui
abbiamo riferito su “ Le Petit Temps ” di ieri. Gli autori
dell’attentato sono riusciti a rubare 341.000 rubli da
un’auto del Tesoro ».
Il « Novoe Vremja » dei giorni seguenti riferiva l’ac­
caduto con più particolari ma ancora incerti, cui segui­
vano commenti indignati contro gli « eroi della bomba e
della rivoltella »: otto bombe, seguite da ripetuti colpi di
armi da fuoco, sarebbero state lanciate in rapida succes­
sione dai tetti su due phaétons scortati da cosacchi che
trasportavano un’ingente somma alla Banca di Stato
(341.000 rubli, ossia circa l’equivalente di 170.000 dol­
lari, circa 850.000 franchi oro); si contavano tre morti e
più di cinquanta feriti, soldati о passanti inoffensivi,
c’era infatti molto affollamento alle 10.45 di mattina; ne
seguì un panico indescrivibile, accresciuto dal fracasso
dei vetri dei negozi e delle finestre delle case vicine che
andavano in frantumi; la folla si rifugiava nei negozi di
cui si chiusero precipitosamente le porte; erano state
notate due auto sospette, una aveva a bordo due donne,
l’altra « un individuo vestito da ufficiale »; gli aggresso­
ri, forse una cinquantina, erano scomparsi senza lascia­
re tracce... Sa il diavolo cosa sta « succedendo », si
lamentava il « Novoe Vremja » a proposito di « questo
saccheggio di una temerarietà inaudita ». Poco dopo, la
polizia comunicava in tutti i paesi le lettere e i numeri
dei biglietti da 500 rubli « espropriati ».
Due donne avevano partecipato al colpo, due compa­
gne del partito socialdemocratico: Pacija Goldava e
Anja Sulamlidze. E lo pseudo ufficiale era proprio il
capo della squadra dei boeviki in persona, Ter-Petrosjan
detto Kamo, anzi il vicecapo, poiché la direzione gene-
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 145

raie delle operazioni spettava a Stalin, a sua volta agli


ordini della trojka suprema.
Bisogna conoscere la vita straordinaria di un Ramo
per capire da quali inestimabili devozioni derivi la forza
dei bolscevichi guidati da un Lenin. Simon Ter-Petro-
sian (familiarmente Senko) nacque, come Stalin, a Gori
da genitori armeni. Divenne il fedele ausiliario di Stalin,
al quale diede il suo soprannome. Uno storico comuni­
sta potrebbe istituire un parallelo con Rob Roy, l’eroe
medievale di Walter Scott, e un pubblicista controrivo­
luzionario con Rocambole.
Prima della rivoluzione, serviva la socialdemocrazia
facendosi carico delle incombenze più ripugnanti, delle
missioni più difficili e pericolose. Arrestato, evaso, in­
sorto, catturato e poi torturato dai cosacchi che voleva­
no mozzargli il naso, costretto a scavare da sé la propria
tomba e due volte fatto salire sulla forca, imprigionato,
liberato con uno stratagemma, braccato senza tregua,
egli cospira senza posa ed è uno dei primi a entrare nella
guerra partigiana. Nel dicembre 1906, partecipa al frut­
tuoso esproprio di Kvirila, organizza dei druziny da
combattimento, su richiesta di Lenin parte per i Balcani
per comprare armi, fallisce nella sua missione e, dopo
varie peripezie, torna nel Caucaso dove forma una te­
mibile squadra di boeviki.
Nelle foreste e sulle montagne si nascondevano allora
gruppi di « fratelli dei boschi » in rivolta; non avevano
ideali né princìpi, ed era pericoloso incontrarli sulla
strada. Il momento storico favoriva una reviviscenza
delle vecchie tradizioni caucasiche di brigantaggio.
Ramo recluta nuovi compagni fra questi outlaws e infon­
de nei suoi uomini lo spirito rivoluzionario, li allena, dà
loro una disciplina. Egli stesso vive con soli 50 copechi al
giorno né dà loro di più. Eppure, Yeks di Rutais del 1907
frutta 15.000 rubli... Ma la « tecnica » è ancora medio­
cre. Ramo, travestito da ufficiale, si reca in Finlandia
presso Lenin e Rrasin, e ritorna a Tiflis con armi ed
esplosivi. In un libro dedicato alla sua memoria si legge
che « Quasi tutti i colpi di mano del nostro famoso
146 STALIN

Kamo... erano preparati e realizzati sotto la direzione di


Krasin... La migliore spia dello zar difficilmente avreb­
be potuto associare alla fisionomia di Krasin un’amici­
zia per Kamo, l’audace e famoso rivoluzionario cauca­
sico ».
Al suo ritorno in Georgia, viene fatto un tentativo per
procurare immediatamente una cospicua somma al
Centro bolscevico. Il colpo fallisce, Kamo è gravemente
ferito dalla deflagrazione di una bomba, perde la vista
all’occhio sinistro. Ma in poche settimane l’infaticabile
lottatore è di nuovo in piedi, intraprende una nuova
spedizione che, iniziata bene, finisce male in seguito alla
defezione di un complice. « Profondamente desolati, i
compagni tornarono a Tiflis; » riferisce la moglie di
Kamo « le bombe non erano sufficienti che per due о tre
giorni...; si doveva usarle immediatamente oppure ri­
nunziare per lunghi mesi all’azione pratica... Fortuna­
tamente, la sera stessa, una comunicazione annunziò
per l’indomani il trasferimento di 250.000 rubli alla
Banca di Stato... ».
Il giorno seguente, scrive S. Medvedeva-Ter-Petro-
sjan (il racconto, alleggerito dei particolari superflui,
merita di essere riferito), il cassiere K... e il contabile
G..., accompagnati da due sorveglianti e da cinque co­
sacchi, si stavano dirigendo verso la banca, portando
250.000 rubli (?). « Davanti alla piazza Puskin, dalla
quale si può vedere l’ufficio postale, Pacija Goldava fece
il segnale convenuto a Stepko Kickirvelli: “ Stanno par­
tendo! ” .
« Questi trasmise subito il segnale ad Anja Sulamlid-
ze che lo comunicò ai boeviki seduti al ristorante Tilipu-
curi. A sua volta, Bacua Kupriasvili fece il giro della
piazza Erivan spiegando il giornale. Per i compagni
appostati in diversi punti - Datiko Cibriasvili, Arcadij
Elbakidze, Vano Simsanovi, Vano Kalandadze, Il’ic
Cacjasvili e Il’ic Ebrjalidze - quel giornale indicava che
ci si stava preparando all’attacco. Inoltre Akakij Dala-
kisvili e Teofil Kavriasvili si tenevano pronti per tratte­
nere i cosacchi appostati davanti alla direzione. Infine
IV. UN RIVOLUZIONARIO 1)1 PROFESSIONE 147

Eliso Lominadze e Serapion Lomidze rimanevano al­


l'angolo del Bazar Armeno e della via V...; sorveglian­
do la strada dalla quale gli espropriatori dovevano fug­
gire.
« Circondati da soldati a cavallo, i phaétons procede­
vano rapidamente fra nuvole di polvere. I cosacchi, che
li precedevano, stavano già svoltando nella via S... In
quel momento Datiko fece alcuni passi. Con gesto vigo­
roso tutti lanciarono le loro bombe.
« Due esplosioni seguite da altre due. Sul selciato
giacevano due sorveglianti e un cosacco. I cavalli getta­
vano lo scompiglio nella scorta. Ma le bombe non ave­
vano fatto saltare in aria il phaéton col denaro, che,
trascinato dai cavalli, si dirigeva verso il Bazar S...
« Questo fu il momento decisivo, e Bacua fu l’unico a
non perdere la testa. Corse avanti per tagliare la strada
ai cavalli e raggiunse il phaéton in fondo alla piazza.
Senza esitare e incurante di se stesso, lanciò una bomba
fra le zampe dei cavalli. La violenza dell’esplosione lo
gettò a terra. Anche questa volta il denaro poteva sfug­
gire agli audaci boeviki ma Cibriasvili giunse in tempo.
Senza curarsi di Bacua, tirò fuori dal phaéton il sacco
del denaro e si lanciò verso la via V...
« Dov’era nel frattempo Kamo, l’organizzatore e l’i­
spiratore del colpo? Vestito da ufficiale, ancora pallido e
non del tutto ristabilito dalle ferite, sin dalla mattina,
faceva il giro della piazza e con abili e misteriose osser­
vazioni allontanava il pubblico (la divisa dissipava ogni
sospetto), per evitare un inutile spargimento di sangue.
Quando risuonarono le detonazioni Kamo era nel phaé­
ton. Doveva ricevere il denaro e metterlo al sicuro.
Quando, venendo dalla via G..., entrò nella piazza con­
formemente al piano prestabilito, gli sembrò che il colpo
fosse fallito un’altra volta.
« “ Bisogna comunque aiutare i compagni a cavarse­
la prima dell’arrivo dei soldati ” , questo fu il primo
pensiero di Kamo e, alzandosi dal sedile, sparando colpi
di rivoltella, bestemmiando e gridando come un vero
capitano, spinse il suo cavallo verso la via V... Lì, per
148 STALIN

caso, si trovò faccia a faccia con Datiko. Il denaro fu


portato a casa di Misa Bocaridze; da lì, nascosto in un
divano, fu trasportato in un luogo assolutamente sicuro,
lo studio del direttore dell’osservatorio.
« Quando i soldati ebbero accerchiato la piazza, non
trovarono nessuno. Tutti i partecipanti scamparono al­
l’arresto. Soltanto alcuni complici indiretti, che cambia­
rono dei biglietti all’estero, furono scoperti con piccole
somme, ma i governi rifiutarono di consegnarli alle
autorità russe ».
Questa versione, autenticata dal visto del partito bol­
scevico, completa e rettifica quella precedente ma po­
trebbe anch’essa essere riveduta e corretta. In un libro
di Bibineisvili su Kamo, infatti, esiste un’altra versione
di un partecipante aH’esproprio, un certo Dzvali; in
questa appare anche un rapporto di polizia e la deposi­
zione di un testimone: alcune affermazioni non concor­
dano fra loro e i nomi propri non sempre sono gli stessi.
Sembra poco verosimile che una tale macchinazione sia
stata improvvisata in poche ore e mancano indicazioni
sia sul ruolo personale di Stalin, sia sulla parte avuta dal
suo « collega », apparso di nuovo in quell’occasione:
Sergo Ordjonikidze. Alludendo a questa celebre impre­
sa, Trockij ammette che « rende onore alla fermezza
rivoluzionaria di Stalin », tuttavia, mentre chiede il
motivo dell’assenza di questo dalle biografie ufficiali del
personaggio, dà egli stesso la risposta: Stalin avrebbe
dimostrato in quella circostanza il suo scarso senso poli­
tico poiché gli eks, compatibili con un’offensiva di mas­
sa, degenerano in avventurismo in un periodo di ritira­
ta. Se la critica fosse fondata, il suo obiettivo sarebbe
Lenin, non un personaggio subalterno. Inoltre, se le
necessità di denaro del Partito о di una frazione giustifi­
cano simili metodi, le considerazioni retrospettive a ven-
t’anni di distanza sul flusso e il riflusso della rivoluzione
non sono poi così convincenti.

La fine della vicenda è riportata in un articolo di


Martov, Il misterioso sconosciuto. All’inizio del 1908
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 149

Ivamo, arrestato a Berlino col nome di Mirskij, riuscì a


evitare l’estradizione simulando la follia. Nel frattempo,
a Parigi, la polizia arrestava Litvinov, in possesso di una
quantità piuttosto rilevante di biglietti da 500 rubli
provenienti dall'eks di Tiflis. Molti altri bolscevichi si
fecero prendere a Monaco, a Stoccolma, a Ginevra,
mentre cercavano di cambiare alcuni di quei biglietti;
fra loro c’erano Semasko e Olga Ravie.

I menscevichi richiesero un’inchiesta imparziale e il


Comitato Centrale, diretto allora da Lenin, ne incaricò
una commissione presieduta da Cicerin. Questi, condu­
cendo l’istruttoria con molta energia, accertò che Kamo
stava preparando a Berlino il saccheggio della banca
Mendelssohn, di cui doveva far saltare la camera blin­
data. Inoltre Cicerin venne a sapere nella stessa occa­
sione che i bolscevichi avevano fatto un’importante or­
dinazione di carta speciale, adatta alla fabbricazione di
biglietti di banca; una certa quantità era già stata invia­
ta dal servizio spedizione del « Vorwaerts » a Kuokkala
(Finlandia) dove Lenin e Zinov’ev vivevano in clande­
stinità. Naturalmente, al « Vorwaerts » si ignorava il
contenuto dei pacchi. Il fornitore della carta, da alcune
fotografie, riconobbe in Krasin il suo cliente. Lenin pose
line a queste scoperte facendo in modo che il Comitato
Centrale decidesse di affidare l’inchiesta al suo Ufficio
per l’estero. Il Comitato della Transcaucasia, però,
avendo condotto sino in fondo le proprie investigazioni,
decise di espellere dal Partito tutti gli autori dell’assalto
di Tiflis, Stalin compreso. (Per non fornire indicazioni
alla polizia nessun nome veniva pronunciato in pubbli­
co; lo stesso scrupolo proibiva di parlare apertamente
del denaro falso).
Kamo ebbe per compagno d’armi un boevik di valore,
Alipij Cincadze (familiarmente chiamato Kote). Que­
st’ultimo, in carcere durante la grande impresa, non
potè parteciparvi. Ma poteva attribuirsene ben altre. Le
sue memorie su quel periodo non sono prive di interesse:
« Dopo la sconfitta della rivoluzione, all’inizio del
150 STALIN

1906 cominciò un’èra di cupa reazione. Al compagno


Arsneij Dzorziasvili fu affidata la missione di uccidere il
generale Grjaznov, tremendo reazionario incaricato dal
governo di annientare il movimento rivoluzionario in
Georgia. L ’esecuzione dell’atto terroristico stava an­
dando per le lunghe. Koba-Stalin mi fece venire e mi
disse: “ Se entro la settimana Dzordziasvili non eseguirà
l’uccisione di Grjaznov, affideremo l’incarico a te e, per
questo scopo, dovrai riunire alcuni terroristi seleziona­
ti ” . Ma Dzordziasvili eseguì la sua missione ».
Queste righe rivelano abbastanza bene quale fosse la
natura delle mansioni di Stalin e aiutano a definirne il
ruolo: non agiva, direttamente, preferendo dirigere la
mano dell’esecutore. Cincadze prosegue in questi ter­
mini:
« In quel periodo, le due frazioni lavoravano nella
stessa organizzazione e si preparavano al congresso di
unificazione di Stoccolma. La stragrande maggioranza
dei delegati della Transcaucasia, esclusi quelli di Baku,
era menscevica. Dopo il congresso, fu chiaro che noi
bolscevichi non potevamo coabitare in una stessa orga­
nizzazione con i menscevichi. Per conto mio, decisi di
creare un circolo esclusivamente bolscevico per l’espro­
prio dei fondi del Tesoro. I nostri compagni d’avan­
guardia, in modo particolare Koba-Stalin, approvarono
la mia iniziativa. A metà novembre 1906, il circolo di
espropriatori era organizzato e, all’incrocio di Ciatura,
capitammo su un vagone postale, prendemmo 21.000
rubli di cui 15.000 furono consegnati alla frazione dei
bolscevichi, i restanti al nostro gruppo per intraprende­
re una serie di ulteriori espropri... ».
La linea di condotta di Stalin si va man mano deli­
neando: talvolta lascia fare per sfruttare il risultato for­
tunato senza essere compromesso da un insuccesso, ta­
laltra incita all’azione senza esporsi direttamente, all’i­
nizio si tiene in ombra, non prende formalmente respon­
sabilità, assume poi una certa autorità effettiva in virtù
di una delega di potere tra il vertice e la base dell’orga­
nizzazione. Certo, non gli manca il coraggio fisico, ma è
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 15 1

meglio vivere per la rivoluzione piuttosto che morire per


essa.
Quanto a Kamo, non era alla fine delle sue pene. Si
deve tracciare, anche se in poche righe, la sua incredibi­
le storia, non per l’interesse romanzesco che presenta,
ma perché intimamente associata alla carriera politica
di Stalin. Inoltre, questa vita di ribelle illustra il caratte­
re affatto specifico dell’azione rivoluzionaria in Rus­
sia: nessun altro partito dell’Internazionale socialista
avrebbe potuto presentare un tale modello di ribelle.
Ogni confronto tra questo rivoluzionario di professione
della scuola leninista e qualsiasi socialdemocratico eu­
ropeo, laburista anglosassone о sindacalista di un paese
latino, basterebbe per far risaltare nettamente ambienti
sociali e situazioni storiche. Certo, si tratta di un armeno
della Georgia, ma si sono visti uomini della stessa specie
a Pietroburgo, in Polonia e negli Urali.
Rifugiatosi a Berlino, denunziato poi da uno dei prin­
cipali militanti bolscevichi, Zitomirskij, agente dell’O-
chrana, Kamo è arrestato in seguito a una perquisizio­
ne; la polizia scopre a casa sua degli esplosivi e un
apparecchio elettrico « in tutto simile a una macchina
infernale ». Incarcerato ad Alt Moabit, non parlando
tedesco e fingendo di capire male il russo, difeso con zelo
dall’avvocato socialista Oscar Cohn il quale gli fa per­
venire un biglietto di Krasin che consiglia di fingere
l’alienazione mentale, Kamo realizzerà il tour deforce di
simulare la pazzia furiosa per quattro anni, col corrispon­
dente regime. Pesta i piedi, urla, si strappa i vestiti di
dosso, getta via il cibo, picchia i guardiani. Viene rin­
chiuso nudo in una gelida cella d’isolamento, ma non
cede. Mentre è in osservazione presso l’infermeria, è
sottoposto a prove atroci, sta in piedi di continuo per
quattro lunghi mesi, rifiuta il cibo, lo nutrono con la
sonda rompendogli alcuni denti, si strappa i capelli, si
impicca contando su un intervento in extremis, si taglia le
vene con un osso appuntito, perde conoscenza in un lago
di sangue... I medici si arrendono e Kamo è trasferito in
un manicomio dove i suoi tormenti ricominciano.
152 STALIN

Per sperimentare la sua simulata insensibilità, gli


conficcano degli spilli sotto le unghie, lo pungono col
ferro rovente. Kamo sopporta con stoicismo. I professo­
ri riconoscono la realtà del male. Nel 1909, per non
dover tenere in vita uno straniero, l’amministrazione lo
consegna alla Russia. L ’opinione pubblica è scossa dagli
articoli sul « Vorwaerts » a Berlino, sull’« Humanité »
a Parigi, e su altri giornali ancora. Tradotto davanti al
consiglio di guerra a Tiflis, fa uscire dalla camicia un
uccello che ha addomesticato in carcere, gli dà briciole
da mangiare... Per la seconda volta in osservazione,
sopporta per sedici mesi nuove prove che avrebbero reso
pazzo un uomo sano. Infine, nell’agosto del 1911, grazie
a Rote Cincadze, riesce a portare a compimento una
evasione da virtuoso. Dopo aver passato tre mesi a
segare le catene e una sbarra della finestra, poco manca
che s’uccida su una roccia della Kura perché una corda
si è spezzata; se la cava ancora una volta, sfugge a ogni
sorveglianza, raggiunge Batum, s’imbarca su una nave
viaggiando nella stiva, arriva a Parigi « in casa di Vla­
dimir Il’ic » (Lenin)...
Questi giudica la salute di Kamo molto vacillante
(sic), prescrive un periodo di riposo. Il « brigante del
Caucaso », come lo chiama Lenin scherzando, parte per
« il Sud ». A Costantinopoli è arrestato; rimesso in liber­
tà grazie all’intervento di religiosi georgiani di Nostra
Signora di Lourdes (?), invia armi in Russia; arrestato di
nuovo in Bulgaria, è liberato con l’aiuto del socialista
Blagoev; arrestato ancora una volta su una nave, con un
bagaglio pieno zeppo di esplosivi, è rilasciato dai turchi
e raggiunge la Grecia. « Alcuni mesi dopo, d’accordo
con Vladimir Il’ic, Kamo torna in Russia per procurare
fondi al Partito, che si trovava allora in grosse difficoltà
materiali... ».
Nel Caucaso, raduna i sopravvissuti della sua squa­
dra e, nel settembre 1912, è la volta del colpo fallito di
Kodjor. Bacua Kupriasvili e Kote Cincadze, eccellenti
tiratori, coprono la ritirata uccidendo sette cosacchi, ma
tutto invano: i boeviki sono catturati. Imprigionato
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 153

un’altra volta nella fortezza di Matekh, Ramo è colpito


da quattro condanne a morte.
Cincadze, suo vicino di cella, riesce a fargli passare un
biglietto dentro una lama e riceve questa risposta:
« indovinato, trovato la lettera, rassegnato alla morte,
assolutamente calmo. Sulla mia tomba dovrebbe già
essere cresciuta un’erba di tre sazen. Non si può sempre
evitare la morte. Si deve pur morire un giorno. Ma
tenterò ancora la fortuna. Tenta qualsiasi cosa per fug­
gire. Forse faremo un’altra volta lo sberleffo ai nostri
nemici. Io sono incatenato. Fa’ ciò che vuoi. Sono pron­
to a tutto ». Il piano è irrealizzabile, Ramo è perduto.
Ma il procuratore prova simpatia per questo sorpren­
dente condannato, fa in modo che le formalità si trasci­
nino a lungo e guadagna tempo fino al tricentenario
della dinastia dei Romanov. Giunge un proclama impe­
riale: le condanne a morte sono commutate in vent’anni
di lavori forzati... Un regime penitenziario orribile ucci­
de lentamente il martire delle finanze del bolscevismo.
Nel 1917, la rivoluzione lo salva, lo resuscita, lo restitui­
sce a una nuova attività...
Non si riesce a immaginare un uomo simile nel nostro
Occidente industriale e difficilmente lo si considerereb­
be un contemporaneo. L ’allusione a un eroe medievale,
fatta dal vecchio bolscevico Lepesinskij, non è fortuita.
Il popolo russo, scriveva A. Leroy-Beaulieu, « invano è
stato visitato da Diderot, invano possiede la biblioteca
di Voltaire, è ancora all’età teologica... Per la gran
massa della nazione, il Medioevo dura tuttora ». L ’im­
mutabile fervore di un Ramo, il suo slancio di sacrificio,
la sua rassegnazione nella sofferenza e davanti alla mor­
te traggono origine da un misticismo che appare ana­
cronistico rispetto al razionalismo di paesi più evoluti,
qualsiasi opinione ce ne siamo fatta. Non c’è nulla di
« marxista » nei moventi di questo ardore inestinguibi­
le.
Una mentalità religiosa caratterizza anche il piccolo
gruppo bolscevico di Tiflis di cui Ramo era l’anima,
intenzionalmente separato dal Partito per salvare le
154 STALIN

apparenze dopo il Congresso di Stoccolma che proibisce


gli espropri. Alcuni socialisti russi, nell’evocazione dei
loro ricordi, lo fanno rivivere ancora nel suo ambiente e
nella sua atmosfera. Nella città in stato di assedio, dalle
strade perlustrate giorno e notte da pattuglie, sotto la
minaccia continua di perquisizioni e incursioni della
polizia, i sette compagni vivevano in comunità, come un
« piccolo clan » separato, pur conservando rapporti
personali con la socialdemocrazia. La loro dimora aper­
ta a tutti, in una tipica casa georgiana in cui porte e
finestre danno su un lungo balcone comune, compren­
deva due stanze dalla mobilia rudimentale; gli uomini
occupavano la più grande, le due donne quella piccola.
Avevano un’educazione socialista molto sommaria,
alcuni non leggevano che di rado, ma la loro dedizione
alla causa era illimitata. Lenin, l’incarnazione del Parti­
to ai loro occhi, ispirava loro un vero culto ed essi
ardevano dal desiderio di distinguersi per qualche azio­
ne clamorosa. Pur essendo di una grande bontà nei
rapporti fra compagni, potevano diventare feroci quan­
do credevano fosse in gioco l’interesse del Partito. La
miserabile vita materiale che conducevano debilitava il
loro corpo: quelli che sopravvissero alla repressione
morirono di tubercolosi.
I criteri morali di altri ambienti о di altri tempi non
sempre sono validi per giudicare terroristi ed espropria-
tori, i cui metodi non potrebbero metter radici in uno
Stato moderno. L ’assegno sbarrato, la girata bancaria
generalizzandosi, nonché gli strumenti di coercizione di
un governo forte perfezionandosi, eliminano in gran
parte i sanguinosi aspetti pittoreschi del modus operandi
dei paesi agrari. La barbarie dello zarismo generava la
crudeltà dell’opposizione. Nei paesi del dispotismo rus­
so-asiatico, il bagliore delle esplosioni annunzia l’inelut­
tabile incendio rivoluzionario. Un romanzo di Leonid
Andreev, Saska Zegulev, riflette la simpatia della società
colta russa verso i boeviki vendicatori. La violenza ri­
spondeva alla violenza, il fine sperato da un intero popo­
lo sembrava giustificare tutti i mezzi. Si interpreta male
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 15 5

la cura che Stalin ebbe nel cancellare ogni traccia delle


sue responsabilità negli eks, se non la si spiega con un
tardivo scrupolo per aver sacrificato la vita di compagni
tenendosi a distanza. Pifsudski non si vergognò del suo
ruolo di comandante della bojowka polacca, lui che fu
complice diretto del terrorismo armato.
L ’« organizzazione di lotta » del partito socialista
polacco eseguì un centinaio di eks, piccoli e grandi;
Rogow, Mazowieck, Bezdany ricordano le azioni più
importanti. Soltanto l’ultima fu realizzata col concorso
personale di Pifsudski, la regola della bojowka imponen­
do a ogni membro almeno un’azione a mano armata.
L’impresa ebbe luogo nella notte del 27 settembre 1908,
sulla linea Pietroburgo-Varsavia, nella piccola stazione
di Bezdany dove la squadra dei bojowcy tagliò i fili del
telefono e del telegrafo, si impadronì di un treno postale,
terrorizzò il personale della stazione e del vagone e potè
« lavorare » con comodo prima di portar via il suo bot­
tino (2.400.000 rubli, secondo un biografo ufficioso, ma
la cifra è dubbia). I confusi rapporti del « Novoe Vrem-
ja » non permettono di trarne un pur breve racconto
comprensibile. Ma se è vero che Pifsudski scrisse il suo
testamento prima della spedizione, la precauzione era
davvero inutile perché Bezdany sembra un gioco da
ragazzi in confronto agli eks di Tiflis.
Lo scioglimento della bojowka fu uno dei motivi della
scissione del partito socialista polacco nel 1906. La de­
stra nazionalista, con Pifsudski e Daszynski, si concen­
trò sempre di più nell’organizzazione militare segreta.
Allo stesso modo, gli eks approfondirono il solco già
esistente tra bolscevichi e menscevichi nella socialde­
mocrazia russa. Ma qui era la sinistra internazionalista
che attribuiva un’importanza prioritaria al lavoro mili­
tare e « tecnico ». Da una parte e dall’altra, gli uomini
d’azione tendevano alla preparazione pratica, ricerca­
vano mezzi tangibili per avere la meglio nell’imminente
guerra civile. Ai socialdemocratici polacchi, avversari di
Pifsudski perché ostili al nazionalismo, non ripugnava­
no affatto i suoi metodi a scopo di lucro; il loro stimato
156 STALIN

organizzatore, Leon Tychko, li usava alla stregua di


Lenin.
La questione finanziaria, inevitabile corollario della
concezione dei rivoluzionari di professione, assunse
gradualmente un’importanza eccessiva nella vita del­
l’emigrazione socialdemocratica, ricostituitasi dopo la
disfatta, e inasprì i rapporti tra le due frazioni. Infatti, se
i bolscevichi poterono assicurarsi la maggioranza nel
1907, fu in gran parte grazie alle enormi risorse ricavate
dagli eks, che permisero di mantenere una legione di
militanti, di mandare dappertutto emissari, di fondare
pubblicazioni, di diffondere una « letteratura », di crea­
re infine comitati più о meno rappresentativi. Il Cauca­
so non era l’unica fonte di reddito. Un ex boevik degli
Urali, Sulimov, riferisce nelle sue memorie che il gruppo
cui apparteneva versò al Comitato Centrale (bolscevi­
co) 60.000 rubli, al comitato regionale 40.000, che servi­
rono tra l’altro a pubblicare tre giornali; inoltre, sovven­
zionò il viaggio dei delegati (certamente bolscevichi) al
Congresso di Londra, il corso di istruttori a Kiev, la
scuola dei lanciatori di bombe a Lemberg, i passaggi di
materiale di contrabbando, eccetera. I bolscevichi di­
sponevano di somme considerevoli ma pur sempre in­
sufficienti rispetto ai loro bisogni; infatti, benché il bi­
lancio della direzione nominale del Partito non superas­
se 100 rubli al mese, durante gli anni di depressione, i
bolscevichi dovevano mandare 1000 rubli di sussidi
mensili al loro organo di Pietroburgo, 500 rubli a quello
di Mosca... I menscevichi, infatuati di legalismo euro­
peo, ridotti a quote di iscrizione infinitesimali, non po­
tevano misurarsi ad armi pari con i loro rivali senza
scrupoli, né quindi sottoporsi alla legge di una maggio­
ranza fittizia. La disciplina non esisteva dunque per
nessuno, e nel Partito si stavano logorando a vicenda
due partiti, le cui frazioni erano peraltro destinate a
sgretolarsi in nuove frazioni.

Stalin aveva visto Lenin per la seconda volta al Con­


gresso di Stoccolma, ma i suoi ricordi a questo proposito
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 157

non offrono nulla di utile da citare. Il terzo incontro


avvenne al Congresso di Londra nel 1907, ma di nuovo
la relazione non presenta un maggior interesse: Stalin si
limita a esprimere la sua ammirazione per Lenin per
non essersi lasciato inebriare dal successo. Non era certo
il caso di inebriarsi di una precaria maggioranza di
pochi voti quando si sapeva a qual prezzo e con quali
mezzi era stata ottenuta. Se non fossero altri i meriti di
Lenin, il suo nome sarebbe da molto tempo dimenticato.
Il Partito si era profondamente trasformato durante
la rivoluzione, sia quantitativamente sia per esperienza
e maturità politica acquisite. A Stoccolma il congresso
contava 36 operai e 108 intellettuali, totalizzava 343
incriminazioni per delitto politico, 286 anni di carcere e
di deportazione. A Londra, 116 erano i congressisti
operai, 196 gli intellettuali, più altri ancora; la statistica
menziona fra loro 56 « rivoluzionari di professione » e
118 delegati «che vivono a spese del Partito», non
indica quanti militanti di questo tipo si trovano in Rus­
sia; riunivano un totale di 710 imputazioni, 834 anni di
carcere, fortezza о deportazione, di cui 597 realmente
scontati, 210 evasioni... Infine, in un anno, i menscevi­
chi erano passati da 18.000 a 43.000 membri, i bolscevi-
chi da 13.000 a 33.000; bundisti (33.000), polacchi
(29.000), lettoni (13.000) raddoppiavano l’effettivo.
La chiesa di Londra nella quale il congresso tenne le
sue trentacinque sedute fu la scena di tempestosi dibat­
titi. Trockij, evaso dalla Siberia, assunse la posizione di
« centrista », quasi unico conciliatore tra le due frazioni
pressoché uguali, i bolscevichi avendo l’appoggio dei
polacchi e dei lettoni, i menscevichi quello del Bund. « A
che cosa vi ha portati la scissione? » chiedeva ai rappre­
sentanti delle due tendenze. « A fare la stessa cosa banco
a banco, a calpestare un terreno comune e a pestarvi i
piedi a vicenda. E alla bne a che cosa siete giunti? Siete
stati costretti a riunirvi, prima su basi federative, poi al
congresso di unibcazione »... Ed evocava il pericolo di
una futura scissione con ulteriori alternative di nuove
unioni e separazioni. I suoi rapporti personali con la
158 STALIN

sinistra rimanevano tesi (il presidente dovette persino


richiamarlo all’ordine per avere tacciato Lenin di ipo­
crisia) ma sembrava delinearsi un riavvicinamento poli­
tico. Ebbe la soddisfazione di sentire un discorso di Rosa
Luxemburg molto vicino alla sua concezione della
« rivoluzione permanente ».
Un fatto nuovo era costituito dalla partecipazione al
congresso di una « frazione parlamentare », che subì
aspre critiche da parte dei bolscevichi. Dopo il brusco
scioglimento della prima Duma, seguito dal Manifesto
di Vyborg col quale tutti i partiti democratici rifiutava­
no anticipatamente di riconoscere i debiti dello zarismo,
contratti senza l’approvazione della rappresentanza
nazionale, il Partito si era impegnato nella lotta elettora­
le nonostante le disposizioni sfavorevoli del sistema cen-
suario. Subito nacquero i disaccordi interni sulla tattica
da seguire nei riguardi dei « cadetti ». « Colpire insie­
me, camminare separatamente », questa formula di
Marx, riscoperta da Plechanov e ripresa da Lenin, non
aderiva sufficientemente al problema. Martov propone­
va di appoggiare il liberalismo là dove la scelta s’impo­
neva tra questo e la reazione, e di concludere in quel
caso un accordo elettorale, anche a livello del primo
grado. Lenin ammetteva simili intese tranne che al pri­
mo grado, sostenendo più favorevolmente un « blocco
delle sinistre » sia con i trudoviki (laburisti), sia con i
socialisti rivoluzionari. Il Comitato Centrale prima e in
seguito una conferenza del Partito tenutasi in Finlandia
(novembre 1906), avevano dato ragione ai menscevichi.
Una Duma « rossa » succedette alla Duma dei « cadet­
ti », 54 deputati socialdemocratici entravano in Parla­
mento, dei quali due terzi erano menscevichi, un terzo
bolscevico. In Georgia la socialdemocrazia trionfava su
tutti i suoi avversari e concorrenti.
Sotto la costante minaccia dello scioglimento e in
mancanza di una reale immunità parlamentare, la fra­
zione dei deputati aveva un compito difficile e il suo
coraggio, la sua buona volontà non erano sufficienti a
risolvere tutti i problemi. Con le sue illusioni sui « cadet-
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 15 9

ti », « opposizione di Sua Maestà » e, con il suo pruden­


te linguaggio, essa non rispecchiava fedelmente il com­
battivo stato d’animo della maggioranza attiva del Par­
tito. Lenin diresse un attacco vivace contro di essa.
Cereteli, leader alla Duma e relatore al congresso, aveva
dichiarato: « Non si può lottare per la libertà senza una
coalizione qualsiasi con la democrazia borghese ». Le­
nin lo accusò di riformismo e rimproverò ai deputati di
tendere al parlamentarismo borghese. Trockij, par­
zialmente d’accordo con i bolscevichi sulla sostanza, ma
ostile al loro tono, intervenne contro di loro ottenendo
da Lenin questa replica: « Non è né intelligente né
dignitoso da parte di un partito operaio nascondere i
propri disaccordi ».
I bolscevichi riunirono il maggior numero possibile di
voti contro il progetto di « congresso operaio » di
Aksel’rod, che mirava a convocare tutti i partiti sociali­
sti e i raggruppamenti operai in una vasta assemblea,
probabile primo passo verso una sorta di Partito Labu­
rista. Essi fecero adottare una mozione che assegnava
alla socialdemocrazia un ruolo dirigente nei sindacati
professionali, che erano di recentissima formazione in
Russia e in genere di iniziativa socialista; si decise quin­
di di stabilire legami organici tra questi e il Partito.
Tuttavia, sui problemi di gestione interna, non riusciro­
no ad avere la meglio e, nel nuovo Comitato Centrale,
non ebbero che un voto di maggioranza e per di più poco
sicuro. Il Centro bolscevico continuò a vivere nell’om­
bra, conducendo in segreto la « guerra partigiana » e gli
espropri che il congresso aveva appena proibiti...
A Londra, Stalin vide Trockij per la prima volta, ma
questi probabilmente non lo notò; il leader del soviet di
Pietroburgo non era uomo incline a stringere rapporti,
né si legava ad alcuno se non esistevano reali affinità.
Fuori del Caucaso Koba non era conosciuto che da un
esiguo numero di bolscevichi. Non prese la parola a
questo congresso cui riuscì a partecipare con la frode,
valendosi di un mandato del distretto di Borcalo dove
non esisteva nessuna organizzazione del Partito. Quella
160 STALIN

volta, però, ebbe meno fortuna della precedente: la vera


delegazione del Caucaso protestò contro questa finzio­
ne, e solo grazie alla sua tolleranza Koba rimase quale
uditore senza diritto di voto. Un « vero bolscevico » non
si lascia impressionare per così poco. L ’alfare di Tiflis
mostrò ben presto in quale considerazione Stalin tenesse
il congresso, i suoi mandati e le sue risoluzioni.
La biografia ufficiale riferisce che Koba dirigeva il
« Dro » (Il Tempo) a Tiflis nel 1906 e, l’anno seguente,
il « Bakinskij Rabocij » (L’Operaio di Baku); scrisse
anche una serie di articoli rimasti ignorati, Anarchia e
socialismo. Quei piccoli giornali locali, i cui redattori
semplificavano e diluivano la prosa di Lenin, furono di
breve durata, spesso di poche settimane; quanto agli
articoli, ci guardiamo bene dal presentarli al lettore, e a
ragion veduta. Stalin non ambiva allora né al posto di
teorico né a quello di scrittore. Le sue mire, più modeste,
lo incitavano soltanto a impossessarsi del gruppo bol­
scevico di Baku, fuori della Georgia, entro i confini della
quale ben sapeva di non poter guadagnare neanche un
palmo di terreno. Inoltre, dopo una sfida così clamorosa
a una decisione del congresso la sua espulsione dal
Partito a Tiflis era inevitabile; la prudenza consigliava
di prevenire il colpo, di cambiare campo d’azione. Baku
si offriva come il più vicino, quello con le prospettive di
giorno in giorno più ampie.
La città nera del petrolio, antica città tartaro-persia­
na, cresceva « all’americana », da 14.000 abitanti nel
1865 era passata a 112.000 al censimento del 1897 (oggi
sono circa 450.000). Per una singolare sovrapposizione,
aveva conservato le moschee e i minareti, il vasto bazar
orientale, il labirinto di sordidi viottoli dove si addensa­
va la popolazione musulmana, il tempio degli « adora­
tori del fuoco » custodito da un Gebro... I pozzi di nafta
che producevano 340.000 pud nel 1862, ne davano già
636.000 nel 1902; attiravano un proletariato miserabile
e analfabeta, miscuglio di turchi, persiani, armeni, rus­
si; i due gruppi socialdemocratici antagonisti rivaleg­
giavano per esercitarvi la propria influenza.
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 16 1

Dopo la partenza di Krasin, e poi di Knunjanc che


doveva passare dalla parte dei menscevichi, i militanti
più in vista della frazione leninista erano S. Saumjan e
P. Dzaparidze. Quest’ultimo (da non confondersi col
suo omonimo di nome Arcil, deputato alla Duma) si
consacrava all’azione sindacale. Stalin, rivale di Saum­
jan per la preminenza nel Partito, manovrò per soppian­
tarlo. Ben presto i due uomini giunsero ai ferri corti.
« Fra di loro cominciò una lunga lotta, spintasi così oltre
che gli operai di Baku giunsero al punto di sospettare
Dzugasvili di avere denunziato Saumjan alla polizia e vollero
deferirlo a un tribunale del Partito; lo salvò l’arresto,
seguito dall’esilio in Siberia »: quest’episodio conosciu­
to da vecchi militanti, e riferito nell’articolo di « Brdzola
Chma » già citato, non è mai stato chiarito. Rimane un
dubbio sulla cronologia. Ma resta il fatto che un arresto
di Saumjan è stato spiegato nelle sfere del Partito con
una denunzia anonima, e che questa è stata attribuita a
Stalin.
Non ci sono prove per giustificarlo, prove simili non
esistono, per così dire, mai. Ma esistono sufficienti prove
indiziarie per sostenere il terribile sospetto? A questo
riguardo, forse una convinzione potrà emergere dall’in­
sieme di indizi. Ciò che è sicuro, e significativo, è che gli
stessi compagni di Stalin lo hanno creduto capace di
tradire un fratello d’armi per sbarazzarsi di un concor­
rente. Per la seconda volta, Stalin è accusato di intrighi e
di avidità di potere, e l’accusa non proviene dal nemico,
ma si leva dalle file stesse del suo partito, della sua
frazione. Meritata о no, la reputazione rimase.
Sempre a quel periodo si riferisce un ordine di prati­
che molto particolari di cui si parla solo velatamente fra
i bolscevichi, senza troppo precisare: si trattava di ma­
novre di estorsione di fondi (vymogatel’stvo) con pressioni
di vario genere sugli industriali della nafta, sempre allo
scopo di alimentare la cassa dell’organizzazione. Sareb­
be prematuro voler far luce su alcuni racconti diffusi da
coloro che frequentarono Stalin a Baku, tra i quali quelli
relativi allo spaccio del denaro falso, detto di Sakvare-
162 STALIN

lidze: riferirli anche senza far nomi significherebbe sve­


lare le fonti e mettere in forse la libertà di quegli indi­
screti. Il silenzio imposto agli ex compagni di lavoro, di
carcere o di esilio di Stalin è d’altronde abbastanza
eloquente, in un paese in cui vengono pubblicate senza
ritegno le memorie più insipide.
Gli stessi testi di Koba sono sistematicamente elimi­
nati. Trockij lo ha constatato: « Per tutto il periodo di
reazione 1907-1911, non troviamo un solo documento —
articolo, lettera, mozione —in cui Stalin abbia formulato
il suo giudizio sulla situazione e le prospettive. Ë impos­
sibile che non esistano simili documenti. È impossibile
che non siano stati conservati, almeno negli archivi del
dipartimento della Polizia. Perché non vengono pubbli­
cati? ».
Ma una testimonianza di grande interesse sullo Stalin
di allora ha potuto essere presentata all’estero da un
socialista rivoluzionario, Vereščak, che fu presidente del
soviet dei soldati della guarnigione di Tiflis. Qual è il
suo valore? Simon Vereščak gode di una impeccabile
reputazione morale nei diversi ambienti rivoluzionari; i
bolscevichi stessi gli hanno attribuito un’importanza
incontestabile riproducendo, pur a modo loro, i suoi
ricordi sulla « Pravda », organo ufficiale del Partito.
Con il titolo Dichiarato conforme! e, fatto eccezionale, in
due circostanze, il 7 febbraio 1928 e il 20 dicembre 1929,
quel giornale pubblicava un « pezzo » di Dem’jan Bed-
nyi, grande amico di Stalin, in cui alcuni passi di Vere-
ščak si alternano a un commento in rime dello scrittore
bolscevico. Dichiarato conforme, disse la « Pravda », per
sottolineare e confermare quei passi che le sembravano
di natura tale da rinsaldare il prestigio del suo padrone.
Ma il semplice confronto dei testi rivela tagli abili e
ingannatori, che danno un’idea inesatta della testimo­
nianza in questione. Basta riferirsi alla fonte per ristabi­
lire la verità e conoscere più profondamente il vero
Stalin.
Questi era stato arrestato nel marzo 1908, dopo
Saumjan, poi imprigionato nel carcere di Bajlov, in
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 163
seguito condannato all’esilio sotto sorveglianza per due
anni nella provincia di Vologda, a nord di Mosca. Tra­
scorse otto mesi in quel carcere dove Vereščak potè
vederlo da vicino. Sotto molti aspetti il carcere è un
luogo particolarmente favorevole per osservare e giudi­
care gli individui. In quello di Baku, destinato a 400
detenuti, ma che ne ospitava allora più di 1500, i « poli­
tici » avevano la loro cooperativa e un « decano » assi­
stito da una commissione paritaria di ammissione in cui
bolscevichi, menscevichi e socialisti rivoluzionari erano
rappresentati, e di cui Vereščak faceva parte. In qualità
di rappresentante, potè raccogliere su Stalin degli ele­
menti biografici che offrono almeno un riflesso dell’opi­
nione defl’ambiente. Non è difficile discriminare tra i
dati di fatto e i commenti.
Secondo Vereščak, il giovane Džugašvili era stato
espulso dal seminario perché membro di un circolo
socialista clandestino e agitatore: « I suoi compagni di
circolo raccontano che, poco tempo dopo la sua espul­
sione, furono a loro volta quasi tutti espulsi. Dopo qual­
che tempo, si seppe che le espulsioni erano il risultato di
una denunzia fatta da Stalin al rettore. Spiegando il suo
comportamento ai compagni, egli non negò il fatto, ma
lo giustificò affermando che gli espulsi, perdendo il loro
diritto al sacerdozio, sarebbero diventati dei buoni rivo­
luzionari ». S ’impone il confronto tra le due denunzie,
giacché Vereščak ignora l’affare Šaumjan al quale non
fa cenno. Se si tratta di una coincidenza di errori, allora
è sconcertante.
In carcere Stalin è ammesso senza difficoltà a far
parte della cooperativa dei politici. Il carcere, dice Ve-
reščak, « era una scuola rivoluzionaria di propaganda e
di lotta. Koba, quale marxista, si unì ai dirigenti delle
riunioni e dei circoli ». Il nuovo venuto era parco di
parole, poco comunicativo. « Mentre i politici cercava­
no di non frequentare i criminali comuni e mettevano in
guardia specialmente i giovani, si vedeva sempre Koba
in compagnia di assassini, ricattatori, saccheggiatori...
Le persone competenti in una qualsiasi “ faccenda ” gli
164 STALIN

facevano sempre impressione. La politica, la considera­


va come una “ faccenda ” che bisogna saper “ fare ” e
“ rifinire Aveva come compagni di cella i falsari della
faccenda dei biglietti da 500 rubli, Sakvarelidze e suo
fratello Niko, allora bolscevico ».
Vereščak presenta Stalin come un amatore di contro­
versie debitamente organizzate: « La questione agraria
in particolare suscitava calde discussioni, e a volte si
giungeva alle mani. Non dimenticherò mai un “ dibatti­
to agrario ” di Koba durante il quale il suo compagno
Sergo Ordžonikidze... a conclusione sferrò un pugno in
faccia al correlatore, il socialista rivoluzionario II ja
Karcevadze, ciò che gli valse un duro pestaggio da parte
dei socialisti rivoluzionari.
« L ’aspetto esteriore di Koba e la sua polemica roz­
zezza rendevano penosi i suoi interventi. I suoi discorsi
erano assolutamente privi di spirito e aridi nella forma.
Ciò che stupiva era la sua memoria meccanica... ». Era
sempre pronto a citare Marx, e ciò colpiva i giovani e gli
ignoranti. Rapportato alla media locale, sembrava una
specie di Lenin... « La sua eccezionale mancanza di
princìpi e la sua astuzia pratica ne fecero un dirigente
tattico ». Odiava i menscevichi ai quali non era capace
di tener testa: « Contro di loro, tutti i mezzi sono buoni »
era solito dire.
« Mentre l’intero carcere era in agitazione per un’ese­
cuzione capitale che doveva avvenire di notte, Koba
dormiva o recitava tranquillamente frasi in esperanto,
la lingua futura dell’Internazionale, diceva lui. Quanto
alla solidarietà tra prigionieri, non propose mai misure
di protesta né mai si levò contro quelle più estreme, o
addirittura assurde... Non era un istigatore ma era sem­
pre attivo nel sostenere gli istigatori. Per questo conte­
gno appariva agli altri prigionieri come un buon com­
pagno ». Un giorno (qui Vereščak si sbaglia certamente
sulla data), i detenuti del braccio politico furono selvag­
giamente picchiati da una compagnia di soldati: « Koba
passò sotto i colpi dei calci di fucili senza chinare la
testa, con un libro in mano ». Fu per questa frase che
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 165
il racconto si conquistò gli onori della « Pravda ».
E qui messa in luce un’altra caratteristica, « che forse
spiega in parte perché Stalin rimase a lungo sconosciu­
to: la sua capacità nello spingere di nascosto gli altri ad
agire pur stando egli stesso in disparte ». E una confer­
ma preziosa del suo comportamento negli espropri. Una
volta, in un corridoio del carcere un giovane georgiano
fu crudelmente picchiato a sangue, in seguito ad alcune
voci che lo accusavano di essere un provocatore; si portò
via il corpo insanguinato su una barella; dopo di che,
risultò che nulla si sapeva né della vittima, né dell’accu­
sa: « Molto tempo dopo, fu chiaro che la voce era partita da
Roba ». Come non pensare, di fronte alla terza denunzia
anonima, alle due precedenti?
Un’altra volta, nelle scale del braccio politico, l’ex
bolscevico Mit’ka G. uccise un giovane operaio con una
coltellata, perché, pur non conoscendolo, lo considerava
una spia. Ora, negli ambienti rivoluzionari, non è mai
stato ammesso che l’esecuzione di un traditore o d-i un
delatore avvenisse su iniziativa individuale; è di rigore,
in questi casi, una responsabilità collettiva. L ’affare
rimase a lungo oscuro: « Infine Mit’ka si lasciò sfuggire
che credeva di essere stato indotto in errore. L ’istigazione
veniva da Roba ». È questo il quarto fatto dello stesso
genere, che non permette più di dubitare delle seguenti
osservazioni di Vereščak, confermate del resto da altre
constatazioni:
« Quest’abilità nel colpire segretamente con la mano
altrui pur rimanendo inosservato, fece di Koba un
perfido organizzatore cui non ripugnava l’uso di nessun
mezzo e che eludeva ogni resa dei conti, ogni responsabi­
lità. Questo tratto della natura di Stalin traspare nel
carattere di tutti i suoi “ affari ” . Nell’organizzazione
dei falsari che spacciavano i biglietti da 500 rubli, nei
clamorosi saccheggi delle casse del Tesoro, si vedeva la
mano di Koba: egli però non venne mai implicato nelle
azioni giudiziarie, benché falsari ed espropriatori fosse­
ro incarcerati insieme a lui. Per di più, protestava con
violenza e nel modo più insolente contro i socialisti
166 STALIN

rivoluzionari per la loro azione terroristica ed espropria-


trice ».
Tali sono i dati soggettivi essenziali che la « Pravda »
ebbe l’imprudenza di « garantire conformi » sotto il
bisturi della sua censura, ringraziando l’autore per ave­
re « tracciato senza volerlo il ritratto vivente, seppure
ancora non ben delineato, di un vero bolscevico ». Lun­
gi dal contraddire le osservazioni già fatte, tali dati le
completano e le rafforzano. Dall’insieme si possono co­
gliere sufficienti caratteristiche: una « volontà di poten­
za » sproporzionata alla volontà di conoscenza, che ri­
duce quasi l’accezione nietzscheana al termine ultimo
della serie dei bisogni; il « pratico » senza l’analitico né
il sintetico né l’estetico, al servizio del rivoluzionarismo
istintivo di un individuo che non ha trovato collocazione
nel suo ambiente (ché lo spirito di rivolta non sempre
esprime un concetto di umanità superiore né di organiz­
zazione razionale della società); un realismo angusto ma
efficace a misura di un orizzonte ristretto, che va di pari
passo con la mancanza di senso teorico e di idee genera­
li, retaggio forse di una mentalità contadina; una forma­
zione religiosa che si ammanta di un marxismo contraf­
fatto da formule elementari imparate a memoria come i
versetti del catechismo; una maestria orientale nell’in­
trigo, la mancanza di scrupoli, l’insensibilità nei rappor­
ti personali, il disprezzo degli uomini e della vita umana.
Roba, sempre più rivoluzionario di professione, si sente
duro e freddo come l’acciaio da cui trarrà il nome defini­
tivo.
Nel luglio 1909 scappa da Sol’vycegodsk, provincia di
Vologda, suo domicilio coatto, e si nasconde a Pietro­
burgo in casa di Savéenko, intendente del reggimento di
guardie a cavallo. La fuga era facile per quella categoria
di esiliati, che erano costretti solo al soggiorno obbligato
in una località stabilita e al controllo amministrativo
periodico. Un mese dopo, torna a Baku, riprende la sua
vita di ‘ termite ’ politica fino al marzo del 1910, quando
viene di nuovo arrestato e, dopo alcuni mesi di carcere, è
rimandato a Sol’vycegodsk per cinque anni. Lì, in quel­
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 167

la regione di foreste scarsamente abitata ma dove gli


esiliati sono numerosi, « partecipa alla creazione di
un’organizzazione socialdemocratica, tiene conferenze,
lavora alla formazione di propagandisti », così almeno
riferisce V. Nevskij. In realtà, non si sa nulla della sua
esistenza in esilio e il riassunto vago del dizionario non
supplisce alle fonti dirette. Un dossier di polizia che
figurò in una mostra a Velikij Ustjug riferisce in suo
favore, sotto la voce comportamento: « Volgare, insolente,
irrispettoso verso le autorità ».
Il periodo della sua attività nel Caucaso è terminato;
l’espulsione dal Partito lo teneva lontano dalla Georgia
come militante, e a Baku non era più al sicuro. Che ne
era di quella città dopo il suo passaggio? « Una cittadel­
la del bolscevismo » risponde la sua biografia ufficiale.
Falsità evidente giacché la pseudocittadella scomparve
rapidamente in una fusione con i menscevichi. Fu neces­
saria un’altra rivoluzione per ricostituire un gruppo
bolscevico a Baku.
Nella primavera del 1911 Koba fugge di nuovo, giun­
ge a Pietroburgo, vive sotto il nome di Ivanov, trascorre
le notti in casa del suo compatriota Todrja ma, il 10
settembre dello stesso anno, viene arrestato in una pen­
sione, subisce varie settimane di carcere, è esiliato per la
terza volta e per tre anni a Sol’vyòegodsk. Poco tempo
dopo evade un’altra volta; alla fine del 1911, fa ritorno
nella capitale. Le biografie ufficiali non sono concordi
nei particolari, tuttavia né gli errori, né le contraddizio­
ni meritano di essere rilevati o rettificati. Si noti sempli­
cemente il carattere mite delle condanne e la trascura­
tezza con la quale veniva esercitata la sorveglianza, tutti
particolari che indicano che la polizia non considerava
ancora Stalin una personalità troppo minacciosa. I rivo­
luzionari definiti « pericolosi » erano colpiti più dura­
mente e sorvegliati con maggiore attenzione.
Nel febbraio 1912 una decisione presa all’estero dal
comitato ristretto nomina Koba membro del Comitato
Centrale del Partito. Non era forse un paradosso che un
membro escluso dal Partito potesse accedere così im­
168 STALIN

provvisamente all’istanza superiore dell’organizzazio­


ne? Sta di fatto che, in quel momento, non esisteva più
un partito socialista, bensì due. Le apprensioni di Troc-
kij si stanno verificando, una nuova scissione separa
ormai e oppone violentemente i « fratelli nemici » privi
di ogni sentimento di fratellanza. Lenin ha riunito i suoi
rivoluzionari di professione e scelto fra loro i più sicuri, i
più saldi, per costituire il « cerchio di dirigenti clande­
stini ». Stalin risponde alle sue esigenze. Le frontiere che
dividono i due partiti non sono ancora definitive e molti
socialisti democratici cambieranno il proprio schiera­
mento, tuttavia bolscevismo e menscevismo si cristalliz­
zano in corpi di dottrine inconciliabili.

All’indomani del Congresso di Londra, la Duma


« rossa » era stata sciolta, la Costituzione vilipesa, i
deputati della frazione socialdemocratica imprigionati e
deportati, primo fra tutti Cereteli. Il « colpo di Stato »
del giugno 1907 segna la fine della fase rivoluzionaria.
Non si levano proteste nel paese. Lenin, che fino a poco
tempo prima sosteneva tenacemente la necessità di
mantenere all’ordine del giorno il sollevamento armato,
non spera più di vedere presto unite in una insurrezione
vittoriosa le tre correnti distinte degli operai, dei conta­
dini, dei soldati, e si arrende all’evidenza: la reazione è
generale e profonda. Le masse popolari, riconosce, sono
impaurite, apatiche. Tutti i partiti socialisti sono allo
stremo delle forze, disorganizzati, disorientati. La re­
pressione precipita il declino del movimento operaio:
giornali soppressi, tipografie chiuse, sindacati profes­
sionali proibiti, perseguitati. La socialdemocrazia non è
la meno colpita: « Si può dichiarare senza remore che, in
quel periodo difficile, il Partito come “ insieme ” non
esisteva più » confessa Zinov’ev.
Il vecchio regime gode allora di una tregua favorita
dalla situazione internazionale. Nel gioco delle alleanze
europee, la Russia imperiale rappresenta, nonostante la
sfortunata guerra in Estremo Oriente, un elemento non
trascurabile —sebbene spesso sopravvalutato. I prestiti
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 169

finanziari del capitale francese, sordo agli avvertimenti


del soviet di Pietroburgo e del Manifesto democratico di
Vyborg, contribuiscono sensibilmente al consolidamen­
to dell’autocrazia. Contemporaneamente alfaumento
delle condanne a morte, il primo ministro Stolypin pre­
para la riforma agraria che tende a facilitare l’accesso
alla piccola proprietà rurale, al fine di disarmare la
rivolta contadina sempre latente. Lenin definisce questa
politica « bonapartismo agrario ». Dopo due anni di
carestia e mentre l’industria è ancora in piena crisi, il
raccolto del 1907 e le due successive messi, particolar­
mente abbondanti, danno un forte impulso all’agricol­
tura.
La rivoluzione sconfitta non si dà per vinta ma resiste
soltanto nella sua élite cosciente. Le organizzazioni so­
cialiste di ogni tendenza perdono i loro effettivi in meno
tempo di quanto sia stato necessario per arruolarli.
Riflusso, scoraggiamento, decadenza, scompiglio, tali
sono i termini che ricorrono in ogni pagina di quel
capitolo di storia sociale. L ’indifferenza in politica, una
rinascita di misticismo religioso, l’erotismo in letteratu­
ra, lo scetticismo e il pessimismo —fenomeni espressivi
dello smarrimento conseguente alla disfatta e all’ab­
bandono di grandi speranze —creano un’atmosfera sfa­
vorevole alla socialdemocrazia. Il Partito subisce una
graduale perdita delle sue forze fisiche, ed entra in un’è­
ra di scoraggiamento in cui i quadri si disperdono, il
nucleo fondamentale si smembra.
Con i suoi rivoluzionari di professione, Lenin aveva
operato una selezione in base al coraggio e non una
scelta intellettuale. Riuscì così a costituire un’armatura
gerarchizzata e disciplinata, a utilizzare a suo vantaggio
delle forze che i menscevichi avevano abbandonato qua­
li le squadre di combattimento, a riunire infine in confe­
renza a Helsingfors i suoi tecnici e specialisti militari,
futuro nucleo della guardia rossa. Ma un simile « atti­
vo », efficace in una certa misura come strumento nelle
mani di un capo fidato, agiva piuttosto da freno in un
àmbito in cui erano necessari l’intelligenza politica e il
170 STALIN

senso storico. Finché « l’uomo migliore » non si era


definitivamente imposto ai suoi subordinati nell’usare
lo strumento in maniera ottimale, doveva consacrare i
propri sforzi ad assicurarsi un’autorità riconosciuta e
lottare poi senza tregua per conservarla. Senza di lui la
falange era un corpo senza testa. Abbandonata ai luogo-
tenenti, poteva volgere al peggio.
Poco tempo dopo Londra, tutta la frazione si schiera
contro Lenin e il suo successo di un giorno al recente
congresso ri rivela illusorio. Nel luglio 1907 il Partito
tiene a Vyborg una conferenza in cui si pone di nuovo la
questione delle elezioni, questa volta a un Parlamento
da cui la rappresentanza dei lavoratori verrà quasi
esclusa dal dispositivo della legge rimaneggiata. I bol-
scevichi si pronunziano per il boicottaggio, tranne Le­
nin che vota con i menscevichi per la partecipazione
elettorale, l’unico della sua frazione, dice Kamenev, in
ogni caso quasi l’unico. Stalin, convinto sostenitore del
boicottaggio, non era presente, lo erano invece Zinov’ev
e Kamenev a mostrare un’intransigenza pseudorivolu­
zionaria a parole all’indomani di una rivoluzione man­
cata. Il fatto più grave per Lenin sarà il conflitto con i
suoi collaboratori più stretti, Bogdanov e Krasin, mem­
bri del Centro bolscevico segreto, chiamato anche « pic­
cola trinità ». E il punto di partenza di un’aspra lotta
intestina tra bolscevichi.
La Duma « nera », la terza, non conta che quindici
socialdemocratici, la maggior parte menscevichi. Anco­
ra una volta, i georgiani avevano superato ogni aspetta­
tiva e i loro deputati Čcheidze, Gegečkori, diventavano
gli interpreti più in vista del socialismo in Russia. Che
cosa fu questa Duma, lo lascia intendere la celebre frase
del ministro Kokovcev: « Grazie a Dio, non abbiamo
ancora un Parlamento ». Ma questo non era un buon
motivo, diceva Lenin, per non tentare di parteciparvi. I
fautori del boicottaggio si mutarono allora in « ultimati-
sti », che sostenevano la tesi dell’invio di un ultimatum
ai deputati socialdemocratici per imporre loro le diretti­
ve del Comitato Centrale, e in ocovicy, sostenitori del loro
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 17 1

richiamo. Lenin, alle prese con questa sinistra della


sinistra, dovette manovrare e destreggiarsi prima di
decidersi a un antagonismo dichiarato. Per ben due
volte, osserva Martov nella sua Storia, nel 1907 e nel
1908, egli si unì agli ultimatisti. In seguito, si ricredette,
rifiutò persino di riconoscerli come « tendenza legale del
marxismo ». Li chiamava « menscevichi alla rovescia »,
mentre questi lo accusavano di menscevismo puro e
semplice e lo trattavano da transfuga.
Da parte menscevica, la situazione non era migliore.
La maggioranza, con Potresov e Larin, voleva « liqui­
dare » il Partito quale era venuto formandosi nelle cir­
costanze precedenti la rivoluzione, abbandonare ogni
azione illegale, fondare un nuovo partito adatto alle
nuove condizioni, mantenerlo ad ogni costo nella legali­
tà. Era la destra della destra. Martov e Dan, in un primo
tempo trascinati da questa corrente, cercavano di dare
la priorità all’azione legale senza condannare in modo
categorico il lavoro illegale che pensavano fosse destina­
to a morire di morte naturale. Plechanov rappresentava
una terza tendenza del menscevismo, quella più vicina a
Lenin, nettamente favorevole al mantenimento del par­
tito clandestino.
Quest’ultimo, coerente con se stesso, intendeva conci­
liare la legalità e l’illegalità privilegiando la seconda. La
sinistra, guidata da Bogdanov, sosteneva la necessità di
un ritorno alla cospirazione di un tempo, l’abbandono
dei sindacati come pure la rinunzia al Parlamento.
Trockij, alla testa di un gruppo intermedio, si dichiara­
va « né bolscevico, né menscevico, ma socialdemocrati­
co rivoluzionario », e pretendeva conciliare opposti in­
conciliabili. Ben presto Lenin si trovò a far fronte a una
destra nella propria frazione, gli unitari o conciliatori,
capeggiati da Nogin, Rykov, Sokol’nikov e favorevoli a
qualsiasi compromesso con i menscevichi. Se a tutte
queste frazioni e tendenze si aggiungono i gruppi nazio­
nali (polacchi, lettoni, bundisti), anche a prescindere
dalle sfumature e dalle complicazioni secondarie, si avrà
una vaga idea del quadro presentato dai « vertici » di un
172 STALIN

partito che, in teoria, si proclamava la guida naturale


del proletariato. E si capirà perché un Rjazanov se ne
stava in disparte, preferendo dedicarsi alla pubblicazio­
ne delle opere postume di Marx ed Engels.
Bisogna rinunziare a seguire questi frammenti di so­
cialdemocrazia in tutti i loro passi, conferenze generali e
riunioni di frazione, combinazioni sapienti e considera­
zioni trascendentali, tema arduo per soli specialisti. E
invece essenziale osservare quei protagonisti che hanno
agito su quegli avvenimenti che fecero di Koba lo scono­
sciuto uno Stalin imprevisto, e conoscere a quali risulta­
ti hanno portato i loro accordi e contrasti. Per lo stesso
motivo ci si asterrà dal soffermarsi sui particolari episo­
di nati dalla rivalità di giornali e riviste. Di tutto questo
groviglio non rimane nulla di prezioso per le generazioni
future...
Nel 1908 Lenin aveva invitato Trockij a collaborare al
« Proletary », organo bolscevico, ma questi rifiutò. In
una lettera a Gor’kij, Lenin interpreta questo atteggia­
mento come una « posa ». In successive polemiche gli
capitò ancora di qualificare Trockij come « esibizioni­
sta » e « parolaio », giudizi con i quali esprime la sua
riprovazione per l’enfasi e il bel gesto, così contrari alla
sua sobrietà. Trockij si credeva più utile fuori delle
frazioni e, nell’attesa di intervenire per riunirle, si tene­
va in disparte esprimendo le proprie opinioni sulla
« Pravda ». Alla fine dell’anno una conferenza del Parti­
to condanna sia la destra sia la sinistra, sotto l’influenza
di Lenin, deciso a « liquidare i liquidatori » e a combat­
tere i suoi ex discepoli diventati « liquidatori di sini­
stra ». Nel 1909, un conciliabolo di bolscevichi confer­
ma la tattica della « lotta su due fronti ». Inoltre, mentre
la sinistra richiede la continuazione dei metodi cospira­
tivi e terroristici, Lenin fa sconfessare il « militarismo,
degenerato in avventurismo », fa sciogliere le ultime
squadre di lotta ed espellere gli ultimi espropriatori.
(Quando giudicava superati una tattica o metodi ap­
provati fino a poco tempo prima, non esitava a interve­
nire bruscamente dopo avere cercato di convincere colo­
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 173
ro che non procedevano abbastanza spediti; talvolta
dimenticava persino le sue recenti responsabilità).
Come sappiamo, tutto questo non gli impedì, nel 1912,
di mandare Kamo nel Caucaso a rischiare la vita sulla
strada di kodjor...
Era la rottura con la sinistra. Lenin perdeva non solo
Bogdanov e Krasin, ma Bazarov l’economista, Pokrov-
skij lo storico, Gor’kij il grande scrittore, e ausiliari
minori come Aleksinskij, Ljadov, Menžinskij, Lunačar-
skij, Manujl’skij. Ma non era uomo da indietreggiare
davanti a una netta separazione richiesta dafl'incompa-
tibilità delle concezioni. Secondo la sua espressione,
bisognava dar prova di « fermezza per lottare non solo
nei giorni di festa rivoluzionari, ma anche nei giorni
controrivoluzionari della settimana ». Rimprovera alla
sinistra di « ripetere una parola d’ordine distaccata dal
contesto in cui nacque e che le assicurò il successo, per
applicarla a un contesto essenzialmente diverso ». Du­
rante la rivoluzione, disse, abbiamo imparato a « par­
lare francese », si tratta, ora, di imparare a « par­
lare tedesco », con questo intendendo che all’eroico pe­
riodo rivoluzionario era necessario far seguire un pa­
ziente lavoro di organizzazione adeguato alla nuova si­
tuazione.
Rimaneva un impenitente giacobino del proletariato,
ammiratore senza riserve della « grande Rivoluzione
francese che dimostra la vitalità e la forza della sua
influenza sull’umanità attraverso l’odio feroce che provo­
ca ancora ai giorni nostri »; continuava ad essere osses­
sionato dalle « tradizioni nazionali del 1793 in Francia,
che forse per sempre saranno il modello di certi metodi
rivoluzionari ». Ma l’ora dei metodi giacobini non era
ancora suonata per la Russia. Intanto, dopo aver« parla­
to francese » e consigliando di « parlare tedesco », non
cessò à\parlare russo, vale a dire di sondare le possibilità, di
soppesare le opportunità, di calcolare le probabilità di
mantenere il Partito sulla giusta via, senza indulgere al
romanticismo insurrezionale, tardivo o prematuro che
fosse, né alle illusioni costituzionali e parlamentari.
174 STALIN

Parlare russo, sempre, anche rifacendosi alla teoria e


alla prassi degli altri movimenti rivoluzionari, appunto
in ciò risiede il segreto della sua superiorità sugli avver­
sari. Allievo di Marx senza dogmatismo, avido di scien­
za e di conoscenza, costantemente attento agli insegna-
menti della vita, capace di riconoscere sinceramente i
propri errori, di porvi rimedio, di superarli, elevandosi
dunque al disopra di se stesso, dotato di un tempera­
mento da capo e di un senso molto sicuro del reale e del
concreto, egli è per di più il tipico russo intuitivo. Troc-
kij, Aksel’rod, Martov, Dan, influenzati dalla continua
crescita del socialismo e dalla potenza numerica dei
sindacati in Germania, sostengono la necessità di « eu­
ropeizzare » la socialdemocrazia russa, di cambiarne
radicalmente la mentalità; mentre Lenin, che un tempo
disse ai menscevichi, accesi sostenitori del parlamenta­
rismo, di non copiare i modelli tedeschi, risponde ora che il
carattere di ogni socialdemocrazia è determinato dalle
condizioni economiche e politiche di quel particolare
paese. Nessuno più di lui rispettava le forme originali di
ogni partito operaio, non desiderava perciò modellare il
movimento rivoluzionario russo su nessun altro, a costo
di istruirlo alla scuola di tutti. Partecipò ai Congressi
socialisti internazionali di Stoccarda nel 1907 e di Co­
penaghen nel 1910, ma si astenne dafl’impartire lezioni
a chiunque, riservando le critiche ai « girondini » del
suo partito.
Secondo la configurazione politica convenzionale,
Trockij si teneva al « centro », da cui condannava gli
estremi di destra e di sinistra, posizione che se a prima
vista è simile a quella di Lenin, è in realtà molto differen­
te. Quest’ultimo si opponeva alle due ali senza temere di
staccarle dal Partito, mentre il primo ambiva all’unione
di tutte le tendenze attaccando principalmente i bolsce-
vichi, in quanto ostacolo maggiore all’unità. Trockij
denunziava in Lenin « lo spirito settario, l’individuali­
smo tipico dell’intellettuale, il feticismo ideologico ». La
sua opinione era che né bolscevismo né menscevismo
avessero messo radici molto profonde e che lottavano
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 175
« per ottenere l’influenza su un proletariato politica-
mente immaturo ». In Russia non vede altro che « so­
cialdemocratici senza socialdemocrazia ». Martov pa­
ragonava i leninisti alla setta socialista americana di
Daniel de Leon 1 e considerava 1’« esperienza russa »
una « vittoria dell’assenza di cultura blanquista e anar­
chica sulla cultura marxista »; riteneva i bolscevichi
responsabili del fatto che « la socialdemocrazia russa ha
troppo spesso parlato alla russa », non abbastanza « al-
Peuropea ».
A questa accusa Lenin così risponde: « Certo, il prole­
tariato russo è politicamente molto meno maturo di
quello occidentale. Ma fra tutte le classi della società
russa è stato il proletariato, nel 1905-1907, a dar prova
della maggiore maturità politica ». Tiene testa ai due
contraddittori sviluppando la tesi seguente: « Martov e
Trockij confondono periodi storici differenti quando
mettono a confronto la Russia, che sta compiendo la sua
rivoluzione borghese, e l’Europa, che da tempo ha ter­
minato la propria ». Ma attacca soprattutto Trockij di
cui condanna, per riassumere i suoi termini, le frasi
sonore e vuote alla Tartarin de Tarascon, la diplomazia
di consorteria, il peggior spirito da mediatore, e al quale
rimprovera di voler soffocare i disaccordi invece di ri­
cercarne le cause, di seguire il principio « vivere e lasciar
vivere ». Al Congresso internazionale di Copenaghen,
con la partecipazione di Plechanov, sempre ostile a
Trockij, Lenin tentò di farlo redarguire dalla delegazio­
ne russa perché colpevole di aver vivamente criticato sul
« Vorwaerts » (agosto 1910) menscevichi e bolscevichi,
questi ultimi per i loro espropri; ma Rjazanov e Luna-
čarskij si intromisero efficacemente.
Così andavano inasprendosi i rapporti tra le persona­
lità più forti del Partito, nonostante la comune opinione

1. Daniel de Leon (1852-1914), teorico e leader di un piccolo partito


socialista operaio degli Stati Uniti, a cavallo del secolo. Militante
sindacalista attivo. Traduttore di Marx e di Eugène Sue. Autore di
numerosi opuscoli di propaganda. Lenin aveva grande stima di lui.
176 STALIN

intermedia tra le deviazioni di destra e di sinistra. Nel


gennaiol910 il Comitato Centrale si riunì per un estre­
mo tentativo di conciliazione interna. Ben otto frazioni
erano rappresentate, senza contare le sottotendenze; le
principali giunsero a un compromesso per ripudiare gli
errori dei liquidatori delle due parti, riorganizzare il
Centro dirigente e la stampa. Il Comitato Centrale do­
veva essere trasferito in Russia, con un ufficio all’estero,
e la « Pravda » di Trockij diventare il suo organo ufficia­
le. Dopo di che, le decisioni furono violate ancora una
volta da tutte le frazioni che ripresero ognuna la propria
libertà di dilaniarsi a vicenda. Era uno stato di cose
inspiegabile se ci si attiene alle discussioni pubbliche,
ma molto comprensibile per chi s’informi dei veri moti­
vi, taciuti nel corso di riunioni ufficiali di Partito. Li si
rintracciano soprattutto in un opuscolo dell’epoca, Sal­
vatori o distruttori?, in cui Martov ricapitola un lungo
susseguirsi di lagnanze contro i bolscevichi ed espone i
fatti per troppo tempo riservati a pochi iniziati.
Le opinioni di Martov sono discutibili e sono state
sufficientemente discusse, ma nessuno ne ha mai messo
in dubbio la veridicità, neppure i suoi avversari più
appassionati. La Krupskaja, nei suoi Ricordi, attesta la
grande stima che Lenin non cessò mai di provare per lui,
anche durante le lotte di frazioni più feroci. « Martov
era un uomo di una sensibilità estrema che, grazie al suo
acume, sapeva capire le idee di Lenin e svilupparle con
grande talento » scriveva, e Lenin « riprendeva il rap­
porto con Martov ogni volta che questi modificava sia
pur di poco la sua linea di comportamento ». Durante la
guerra del 1914, Lenin disse in pubblico che il « Golos »
(La Voce), il giornale sul quale scriveva Martov era « il
miglior giornale socialista d’Europa », ed espresse spes­
so il desiderio di giungere a un accordo col suo vecchio
compagno di Pietroburgo. Trockij è caratterizzato come
« una delle figure più tragiche del movimento rivoluzio­
nario », scrittore di talento, ingegnoso uomo politico,
mente acuta ma dal pensiero non abbastanza ardito,
dalla lucidità priva di volontà. Comunque sia, la sinceri­
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 177

tà e il valore della sua testimonianza sono al disopra di


ogni contestazione. Da altre fonti si possono d’altronde
trarre particolari e precisazioni che confermano le sue
parole.
L ’opuscolo riferisce gli incidenti che si svolsero nel
segreto del Comitato Centrale e che rendevano impossi­
bile la benché minima armonia. La causa originaria era
costituita dall’« anarco-blanquismo » dei leninisti,
« prodotto originale delle contraddittorie condizioni di
sviluppo del movimento operaio russo » di cui Martov
non negava i benefici effetti nella guerra civile quale
stimolo per le energie rivoluzionarie. Tuttavia, le infra­
zioni alle risoluzioni del congresso sull’azione terroristi­
ca portarono in seguito a funeste conseguenze. Gli
espropri si mutarono in banditismo e compromisero il
Partito, introducendovi germi di decadenza e di disgre­
gazione. I fondi rubati non servivano solo per l’arma­
mento, ma in gran parte per gli interessi di una frazione
e talvolta per fini personali. I comitati russi pro-bolsce-
vichi, abituati a vivere di sussidi distribuiti dai loro
dirigenti, scomparivano man mano che le risorse anda­
vano assottigliandosi. Grazie alle sue fittizie ramifica­
zioni e ai mezzi materiali il Centro bolscevico esercitava
una vera dittatura occulta, alle spalle del Comitato
Centrale che era tuttavia in maggioranza schierato con
Lenin. Intorno a questi si era costituito un « ordine di
gesuiti all’interno del Partito », che professavano il cini­
co immoralismo di Nečaev. La questione del fmanzia-
mento divideva gli animi. Il Centro bolscevico arrivò al
punto di... « espropriare il Comitato Centrale » di una
ingente somma destinata al Partito. La direzione cerca­
va di venire a capo di una serie di scandali. Per un
cospicuo lascito che le due frazioni si contendevano
dopo la morte del donatore, un bolscevico soprannomi-
nato Viktor giunse a ricattare il detentore dei fondi. La
divisione dell’eredità tra alcuni parenti e il Partito pro­
vocò nuove minacce da parte dello stesso Viktor che si
accaniva a voler estorcere la loro parte agli eredi. Fu
necessario incaricare dell’affare una commissione neu-
178 STALIN

traie, nominata dal partito socialista rivoluzionario. I


boeviki degli Urali (gli Ibovcy, dal nome del loro capo
Lbov) accusavano il Centro bolscevico di essersi impos­
sessato indebitamente del loro denaro: il distaccamento
di partigiani di Perm’ aveva concordato coll’« ufficio
militare tecnico » dei bolscevichi una fornitura di armi
pagata in anticipo, mentre il Comitato Centrale aveva
sciolto tale ufficio che non consegnava armi e rifiutava di
restituire il denaro. Fu poi la volta dell’o r di Tiflis con le
sue ripercussioni, le difficoltà procurate al Partito dalla
‘ camorra ’ degli « spacciatori », coi loro biglietti da 500
rubli espropriati, e l’arresto di vari complici (Litvinov,
Semaško), infine la scoperta a Berlino del congegno
infernale di Kamo. Per contenere il pericolo, il Comitato
Centrale fu costretto a decidere la distruzione dei rima­
nenti biglietti di banca. In tutto questo si inserì l’affare
del denaro falso la cui carta, comprata da Krasin, era
stata controllata dalla Reichsbank. Ci fu anche un caso
di provocazione, vennero in luce numerosi sospetti, una
storia di falsificazione di Zinov’ev... A tutto questo si
aggiunsero conflitti personali portati al parossismo, che
richiedevano commissioni di inchieste, giurì d’onore,
« tribunali di partito ».
Queste interminabili discordie, così estranee al con­
fronto di idee, assumevano facilmente proporzioni al­
larmanti in un periodo di depressione politica in cui gli
incidenti si sostituivano agli avvenimenti. La disputa
sull’eredità, in modo particolare, con le sue complica­
zioni impreviste, ebbe un’importanza sproporzionata,
aggravò il disaccordo. Le corrispondenze private di quel
periodo, in parte pubblicate, lo testimoniano. Alcuni
scritti posteriori di Trockij, spesso citati nelle polemi­
che, fanno ancora allusione a un « esproprio all’interno
del Partito », al « denaro sporco » sottratto a Kautsky e
a Klara Zetkin dai bolscevichi. Si tratta sempre della
stessa faccenda.
Si potrebbe abbandonare il discorso se in seguito la
perenne e nefasta questione del finanziamento non aves­
se assunto tanta importanza per il bolscevismo interna-
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 179
zionale. Lo studente Nikolaj Schmidt, figlio di un ricco
fabbricante di mobili conquistato alla causa della so­
cialdemocrazia, morì in carcere lasciando al Partito una
grande fortuna che proveniva da V. Morozov. I bolsce­
viche in quanto aventi diritto, mandarono a Mosca un
loro rappresentante, un giurista, con l’incarico di sorve­
gliare la trasmissione del lascito, ma questi tradì la loro
fiducia, si unì alla sorella maggiore del defunto e attribuì
loro soltanto un terzo dell’eredità. Un altro emissario,
Taratuta, alias Viktor, si unì alla sorella minore e mi­
nacciò i parenti pro-menscevichi di un intervento ener­
gico di boeviki caucasici se non avessero versato inte­
gralmente la somma. Seguì una denunzia al Comitato
Centrale, un intervento di Martov, un tentativo di arbi­
traggio, contestazioni... Per farla breve, l’ultima fetta
del gruzzolo, affidata a Kautsky, Klara Zetkin e Franz
Mehring fino a nuova decisione, finì per tornare nelle
mani dei bolscevichi, sempre superiori ai loro rivali in
questo genere di affari.
Non c’è solo il problema dei soldi in queste storie
scabrose. Il socialdemocratico Vojtinskij riferì, come
fonte di seconda mano, che Lenin avrebbe giustificato
l’impiego di quel Viktor nel modo seguente: « Ha questo
di buono, che nulla lo ferma... Avreste potuto voi, per la
questione del finanziamento, farvi mantenere da una
ricca borghese? No? Anche per me, sarebbe stato supe­
riore alle mie forze. Viktor, invece, ha accettato. Que­
st’uomo è insostituibile ». Queste parole, non con­
trofirmate, non sono per questo meno plausibili. In un
articolo sulle elezioni, Lenin, parafrasando CernySev-
skij, aveva scritto: « Chiunque abbia paura di sporcarsi
le mani non deve fare politica... ». Tuttavia, il suo amo­
ralismo politico era sempre subordinato a una morale
sociale superiore, espressa più tardi nella sua formula:
« La moralità è ciò che serve a distruggere la vecchia
società degli sfruttatori ». Non ammetteva qualsiasi
azione con qualsiasi pretesto. Diceva infatti: « Per risol­
vere il problema basterebbe dunque invocare in favore
di una faccenda sporca, alla quale si partecipa, uno
180 STALIN

scopo irreprensibile o un buon punto di partenza? ». il


suo criterio era 1'efficiency adattata agli interessi generali
del proletariato e al progresso della rivoluzione sociali­
sta. Non perse mai di vista i suoi princìpi e quando
ruppe con Bogdanov fu perché i disaccordi filosofici gli
sembravano più importanti dell’utilità pratica del lavo­
ro in comune. Ma non essendo infallibile e soprattutto
essendo l’unico del gruppo ad associare il vasto orizzon­
te della storia agli espedienti contingenti, offriva un
esempio nocivo a imitatori mediocri. Da ciò nascevano
la riprovazione dei Trockij e dei Martov e le frequenti
allusioni a Nečaev, precursore degli espropri e compa­
gno di Bakunin, il cui famoso Catechismo sembra sia
servito ai bolscevichi come manuale di immoralità
pseudorivoluzionaria.

Parallelamente agli invisibili dissensi che avvenivano


dietro le quinte, le incompatibilità ideologiche si mani­
festavano alla luce del sole. La sinistra guidata da Bog­
danov aveva il proprio giornale « Vperëd », appoggiato
da un gruppo autonomo che coltivava la speranza di
creare un’arte, una scienza, una filosofia del proletaria­
to; concepì addirittura un progetto di « religione senza
Dio », contro il quale Lenin, come già Plechanov, intra­
prese una lotta in nome del materialismo. In questa
occasione Lenin ritrovò la sua vena di teorico polemista
che lo aveva reso famoso in Russia, per confutare
1’« empiriocriticismo » di Bogdanov. Poco versato nelle
questioni filosofiche, Lenin si mise con ardore allo stu­
dio, trascurando persino il giornale, per motivare se­
riamente la sua critica; questa scrupolosità nel lavoro
intellettuale, una delle caratteristiche essenziali della
sua natura, faceva di lui la personalità emergente del
gruppo. Bogdanov e Gor’kij avevano fondato una scuola
di socialismo per operai russi a Capri, e in seguito a
Bologna. Lenin ne creò una a Longjumeau, vicino a
Parigi; un suo allievo, Sergo Ordžonikidze, sarà destina­
to a una brillante carriera.
Nonostante profonde divergenze tattiche, e dopo aver
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 181
ritenuto che Plechanov « non era assolutamente all’al­
tezza come leader politico », Lenin tentò di giungere a
un accordo col suo ex maestro che rispose: « Penso
anch’io che l’unico modo di porre hne all’attuale crisi
del nostro partito sia un riavvicinamento tra i marxisti-
menscevichi e i marxisti-bolscevichi ». Tuttavia rincon­
tro subì continui rinvii. Plechanov vedeva chiaro nelle
intenzioni di Lenin a proposito delle quali affermava:
« Lenin vuole l’unione del Partito ma egli la concepisce
come l’uomo intende l’unione con un pezzo di pane: lo
inghiottisce ». Trockij pure aveva un suo modo di con­
siderare l’unità; si alleava con la destra e con la sinistra
per portare i bolscevichi a un accomodamento. Rosa
Luxemburg auspicava una conferenza generale riunita
che avrebbe convocato le due frazioni principali.
In Russia, i militanti e soprattutto gli operai mal
comprendevano queste considerazioni dello stato mag­
giore. Una lettera di Stalin, nel 1911, interpreta sensa­
tamente il loro parere: « Abbiamo sentito parlare della
tempesta in un bicchier d’acqua avvenuta all’estero: i
blocchi Lenin-Plechanov da una parte, Trockij-Mar-
tov-Bogdanov dall’altra. Per quanto ne so, gli operai
sono favorevoli al primo. Ma in genere cominciano a
guardare con disprezzo verso l’estero: che facciano pure
di testa loro e quanto a noi, chiunque abbia a cuore gli
interessi del movimento fa il proprio dovere, il resto si
aggiusterà. A mio avviso questo è l’atteggiamento mi­
gliore ». Tale era infatti l’opinione del bolscevico medio,
stanco di sottilissimi distinguo. Trockij tenta invano, in
un secondo tempo, di definire tale stato d’animo « indif­
ferenza teorica », e « miopia di uomo d’azione ». Certo,
si possono opporre a queste righe altre affermazioni di
Stalin, ma sarebbe una sfida al buonsenso scambiare le
miserie politiche dell’emigrazione per rispettabili con­
troversie o esigere dal rank andfile un contributo all’esa­
me dell’« empiriomonismo ».
Secondo alcune biografie di Nogin, sin dal 1910 questi
sarebbe andato a Baku per proporre a Roba di entrare
nel Comitato Centrale riorganizzato; non si hanno indi-
182 STALIN

cazioni sul risultato dell’iniziativa. Era evidentemente


impossibile per un espulso diventare membro del Comi­
tato Centrale prima di ridiventare membro del Partito,
quantomeno finché esisteva l’unità formale.
Ora, proprio quest’apparenza ingannevole stava per
scomparire. La vita comune diventava intollerabile, le
frazioni si paralizzavano l’una con l’altra, mentre la
situazione in Russia stava rapidamente evolvendosi.
Appaiono segni di un rinato dinamismo, come le dimo­
strazioni studentesche durante i funerali di Tolstoj nel
1910. Il torpore va dileguandosi, la crisi industriale è
finita e le innovazioni del processo produttivo stimolano
l’attività della classe operaia. Emergono nuove possibi­
lità di azione socialista. Trockij, precorrendo gli avve­
nimenti, aveva scritto alcuni mesi prima: « Sin da oggi
intravediamo, attraverso le scure nubi della reazione
che ci coprono, il riflesso vittorioso di un nuovo Otto­
bre ». Lenin, sensibile ai segni di rivitalizzazione politi­
ca in Russia, scriveva a sua volta: « Il popolo russo si
desta a una nuova lotta, va incontro a un’altra rivolu­
zione ». Entrambi prendono separatamente l’iniziativa
di convocare una conferenza socialdemocratica. Quella
indotta da Lenin si tiene a Praga nel gennaio 1912,
precipita gli avvenimenti, si attribuisce i poteri di un
congresso, nomina un Comitato Centrale: il partito bol­
scevico era finalmente costituito.
Questo nuovo Comitato Centrale, « usurpatore », si
componeva di sette membri, fra i quali Ordžonikidze, e
si arricchì subito di due altri membri, per cooptazione.
Stalin era uno dei due. I menscevichi avevano escluso
questo rivoluzionario di professione, i bolscevichi invece
lo fanno salire di grado. Sconosciuto nel partito di cui
era lo strumento, ne diventa un capo per l’esclusiva
volontà degli altri capi. Non è mai stato eletto: dai comi­
tati locali e provinciali del Caucaso sino al Comitato
superiore « panrusso » si innalza con pazienza e per
gradi nella gerarchia senza aver bisogno della fiducia
delle masse, né ritiene di dover render loro conto. Ri­
sponde esclusivamente al « circolo clandestino dei diri-
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 183
genti » che lo impone ai subordinati. Il Partito, che lo
ignorava prima della nomina, continuerà a ignorarlo
ancora per molto tempo. Con una nota di redazione,
Lenin tenta di mettere in evidenza la « corrispondenza
di Koba » sul suo « Social-Demokrat », ma poche deci­
ne di copie arrivano in Russia. Diversamente da un
Trockij —formatosi in completa indipendenza, matura­
to nella disputa e nella lotta con Plechanov, Lenin,
Martov, e a fianco dei rappresentanti del socialismo
internazionale —, Stalin è un prodotto del Partito, cre­
sciuto sotto la sua tutela, ma si trattava di un partito
ridotto a una frazione, essa stessa identificata con la
propria direzione.
Il Comitato Centrale, con sede all’estero, designò se­
duta stante un « ufficio esecutivo » per la Russia; Koba e
Sergo, compagni nelle operazioni di esproprio, ne face­
vano parte, « con uno stipendio di 500 rubli al mese »
secondo un rapporto di polizia. Si mostravano infatti
adatti a eseguire gli ordini che Lenin - al quale, pratica-
mente si riduceva il Comitato Centrale —era qualificato a
dare. Stalin scriveva a volte sulla « Zvezda » di Pietro­
burgo e portò un oscuro contributo alla creazione della
« Pravda » quando, nel 1912, si precisò l’opportunità di
un giornale bolscevico legale. Il risveglio, intuito da Le­
nin, diventava evidente dopo il massacro degli scioperan­
ti della Lena, che suscitò proteste e scioperi di solidarietà.
Una grande manifestazione caratterizzò il 1° maggio suc­
cessivo. La nuova « Pravda » giungeva al momento op­
portuno. Sostenuta da quote di partecipazione degli ope­
rai, rispondeva al bisogno reale di un quotidiano sociali­
sta; gli umili contributi volontari assicuravano la sua
esistenza meglio delle precedenti imprese basate sui pro­
venti degli espropri o le donazioni dei capitalisti.
Ha una certa importanza notare che le Storie del parti­
to bolscevico di Zinov’ev, Nevskij, Šelavin, Jaroslavskij
e Bubnov, non citano neppure Stalin a proposito della
« Zvezda » e della « Pravda ». Un libro di Ol’minskij
consacrato a quei due organi di diffusione non riconosce
la minima partecipazione di Stalin alla loro fondazione e
184 ST A U N

direzione; vi è solo citato una volta in una nota che


segnala la sua collaborazione occasionale. Il ruolo capi­
tale attribuitogli dal biografo ufficiale, suo segretario
personale che scriveva sotto dettatura, è dunque pura
immaginazione. In occasione del decimo anniversario
della « Pravda », su una quarantina di articoli che
commemoravano i redattori e i diversi militanti, due o
tre soltanto nominano Stalin, ma non dicono su di lui
nulla che valga la pena di essere ricordato. Incaricato di
compiti secondari, incapace di scrivere in modo grade­
vole, ha potuto rendersi utile occupandosi della diffu­
sione del giornale. Per i bolscevichi il termine « redazio­
ne » ha sempre avuto d’altronde un significato più
amministrativo che letterario: secondo la loro concezio­
ne, un buon « redattore », è colui che bada a che le
istruzioni del « circolo clandestino dei dirigenti » siano
eseguite alla lettera. A Pietroburgo Stalin si nascondeva
in casa del deputato Poletaev, i cui ricordi non riportano
particolari degni di nota. Nell’aprile dello stesso anno,
Stalin è arrestato, condannato a tre anni di Siberia,
confinato nella regione di Narym, in provincia di
Tomsk, da dove evade nel settembre.
Nel frattempo, alcune frazioni socialdemocratiche
ostili ai bolscevichi, rispondendo all’appello di Trockij,
avevano tenuto a Vienna, nell’agosto 1912, una confe­
renza detta « unitaria ». Il « blocco di agosto », privo di
prospettive e composto di forze diversissime, non aveva
possibilità di sopravvivenza e non portò ad alcun risul­
tato. La conseguenza però fu che inasprì al massimo i
rapporti tra Lenin e Trockij. Il linguaggio più aspro e
velenoso delle loro polemiche è di quel periodo. Il riferir­
le non arricchisce certo il patrimonio intellettuale del
bolscevismo, ma tacerle del tutto sarebbe sopprimere un
elemento di comprensione delle ulteriori crisi del Parti­
to.
Lenin denunzia la politica declamatoria di Trockij, la
sua assenza di princìpi, il suo avventurismo... (Sono le
sue espressioni testuali). « La gente della specie di
Trockij, con le sue frasi ampollose sulla socialdemocra­
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 185

zia russa, è la piaga della nostra epoca »... « Trockij


plagia oggi l’ideologia di una frazione, domani quella di
un’altra e così si dichiara al disopra delle frazioni »...
« Non si può discutere sulla sostanza dei problemi con
Trockij, perché non ha nessuna concezione sicura. Si
può e si deve discutere con chi è dichiaratamente di
destra o di sinistra, ma non con chi gioca a nascondere
gli errori degli uni e degli altri; costui deve essere sma­
scherato come un diplomatico della più bassa lega »...
« Trockij non ha mai avuto nessuna fisionomia politica;
va e viene dai liberali ai marxisti, con enfatici brandelli
di frasi rubati a destra e a sinistra »... « Non tutto ciò che
brilla, è oro. Le frasi di Trockij sono piene di orpelli e di
fragore ma non di contenuto... » e così via.
Gli apprezzamenti di Trockij su Lenin non erano
meno severi; lo tacciava di essere maestro in « miserabili
litigi » e « sfruttatore di professione di tutto quel che c’è
di arretrato nel movimento operaio russo ». Nella lette­
ra a Čcheidze in cui si possono leggere queste pqrole,
Trockij prevede « la distruzione delle basi stesse del
leninismo, che, incompatibile con l’organizzazione degli
operai in partito politico, lìorisce sul letame delle frazio­
ni ». Poco più sopra aveva affermato che « le intere
fondamenta del pensiero di Lenin si basano attualmente
sulla menzogna e sulla falsificazione e recano in sé il
germe venefico della loro decomposizione ».
Questo scambio di verità parziali andava di pari pas­
so con professioni di tolleranza reciproca il cui accento
di sincerità è pari solo all’assoluta vacuità. « Un partito
può contenere un’intera serie di tendenze i cui estremi
possono essere assolutamente contrari » dice Lenin nel
separarsi da Bogdanov, che non voleva più nella sua
frazione ma che non cercò mai di respingere dal Partito.
Trasponeva così al movimento socialista le sue convin­
zioni democratiche, da lui riassunte in un lapidario
assioma: « Fuori della democrazia, non c’è socialismo ».
Trockij, dopo la scissione definitiva, doveva scrivere:
« In una vasta comunità marxista che abbraccia decine
di migliaia di operai, non possono non esistere divergen-
186 S'l'ALIN

ze e disaccordi. Ogni membro di questa comunità ideo­


logica ha non solo il diritto ma l’obbligo di difendere il
proprio punto di vista sulla base del programma comu­
ne. Ma nel conformarsi ad esso, nessuno deve dimenti­
care che si tratta di controversie in seno a un fronte
fraterno... Disciplina e coesione combattiva sono incon­
cepibili senza un’atmosfera di stima e fiducia reciproche
e chi attenta a questi princìpi morali, quali che siano le
sue intenzioni, mina l’esistenza stessa della socialdemo­
crazia ». Nessuno però faceva il primo gesto per passare
dalla teoria alla pratica.
I tentativi di unificazione generale erano vani. Troc-
kij, resosene conto, partì per i Balcani come corrispon­
dente di guerra di un grande giornale liberale di Kiev. Lì
intraprese lo studio dei problemi militari, non senza
profitto per l’avvenire, e strinse una profonda amicizia
con Christian Rakovskij, leader del socialismo rumeno e
una delle figure più affascinanti del socialismo interna­
zionale. Lenin, che presentiva 1’avvicinarsi di una scos­
sa rivoluzionaria in Russia, lasciò Parigi per Cracovia,
dove le comunicazioni attraverso il confine austriaco
erano più facili e più rapide. Stalin, evaso dalla Siberia,
lo raggiunse nel dicembre 1912: i bolscevichi stavano
per indire una riunione del Comitato Centrale.
Non fosse stato per quel Vereščak, così opportuno,
che lo incontrò al villaggio di Kolpasë, non si saprebbe
nulla sulla breve permanenza di Koba nella regione di
Narym. Fra i deportati c’erano allora Sverdlov, Laševič,
Ivan Smirnov. Le evasioni si susseguirono e Koba partì
a sua volta con la nave « quasi apertamente, attraverso
la provincia di Tobol’sk ». Per compagno di strada ebbe
un socialista rivoluzionario, Surin, smascherato più
tardi come provocatore. In un giornale di Shanghai, il
cantante Karganov, anche lui socialista rivoluzionario,
pubblicò dei ricordi della Siberia in cui Stalin appare
come difensore di un ladro antipatico, come antisemita
e amico del commissario di polizia locale; questa col­
lusione gli avrebbe valso la traduzione davanti a un
tribunale di deportati. L ’articolo, che riporta una ero-
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 187

nologia errata, conferma le informazioni già raccolte


sulle inclinazioni personali di Stalin e aggiunge ben
poco di nuovo.
Dopo la sessione del Comitato Centrale, nel 1913
Koba trascorre alcune settimane a Cracovia e a Vienna.
Lenin, preoccupato di formare i suoi collaboratori e di
specializzarli, gli mette a disposizione gli elementi per
uno studio su La questione nazionale e la socialdemocrazia, lo
guida nel suo lavoro che viene pubblicato sulla rivista
« Prosveščenie » (L’Istruzione). E questo il primo arti­
colo con la firma di Stalin. Diventato uomo politico a
livello nazionale, Koba sceglie un nome con la desinen­
za russa ed esprime con una segreta soddisfazione la sua.
principale qualità, la durezza dell’acciaio. Rupert aveva
chiamato gli uomini di Cromwell « fianchi di ferro »,
Augustin Robespierre a suo fratello Maximilien indica­
va nella persona del giovane Bonaparte un « soldato di
ferro ». Stalin non aspettò nessuno per far risuonare il
metallo nel suo nome di battaglia.
Lenin lo giudicava adatto a trattare la « questione
nazionale » in quanto originario di un paese in cui geor­
giani, armeni, tartari e russi dovevano coesistere in
pace. A Gor’kij comunicava: « Abbiamo qui con noi un
meraviglioso georgiano che sta scrivendo per “ Prosve-
ščenie ” un lungo articolo che contiene tutto il materiale
austriaco e altro ». Stalin non conosceva nessuna lingua
straniera (anche i suoi studi di esperanto erano rimasti
infruttuosi) e il cosiddetto « materiale austriaco », tran­
ne forse il testo di Otto Bauer di cui esisteva una tradu­
zione in russo, gli era stato evidentemente messo a di­
sposizione da Lenin, come pure le idee direttrici. Il suo
articolo rappresenta lo sforzo di un allievo diligente; fu
certo un lavoro meritorio per un uomo della sua forma­
zione, ma passò inosservato; ancora nel 1923, M. Save­
l’ev lo ignora nell’articolo retrospettivo completamente
dedicato a « Prosveščenie ».
La questione nazionale, cioè quella dei rapporti tra i
piccoli popoli assoggettati e le grandi potenze domina­
trici, era allora molto dibattuta in Russia dove la lotta
188 ST A U N

rivoluzionaria era resa più difficile dalle rivendicazioni


di indipendenza o di autonomia degli allogeni. L ’Inter­
nazionale non aveva in merito un’opinione unica e riso­
luta. Il fatto che in Lettonia, Polonia, eccetera, esistesse­
ro più partiti socialisti nazionali, mentre nel Caucaso un
unico partito comprendeva tutte le nazionalità, dimo­
stra quanto complessa fosse la questione in Russia. I
marxisti austriaci, direttamente interessati, si limitava­
no ad auspicare 1’« autonomia nazionale culturale »
entro i limiti territoriali stabiliti, senza distinzione di
classe, senza l’obbligo per i lavoratori di organizzarsi
come tali, senza infine distinzione di nazionalità. Lenin
sosteneva il diritto dei popoli a disporre in maniera
completa di se stessi fino a giungere anche alla separa­
zione e, al tempo stesso, il dovere dei lavoratori di ogni
nazionalità di organizzarsi in ogni paese in una confede­
razione unica, sindacale o politica. A Stalin aveva affi­
dato appunto il compito di sviluppare questa tesi. Rosa
Luxemburg la giudicava contraria all’internazionali-
smo operaio e considerava la Polonia troppo saldamente
legata alla Russia da motivi economici per potersene
distaccare.
Di ritorno a Pietroburgo Stalin, incaricato di « dirige­
re » la piccola frazione dei bolscevichi alla Duma, più
precisamente di trasmetterle le istruzioni di Lenin, si
nascose in casa del deputato Badaev e dell’operaio Alli-
luev. Eletta nel 1912, la quarta Duma comprendeva 13
socialdemocratici di cui 6 bolscevichi, questi ultimi però
rappresentavano la maggioranza dei voti operai. L ’i­
dentità di programma delle due tendenze non impedì la
scissione, voluta da Lenin... e anche da altri, come si
verrà a sapere un giorno. (La Conferenza di Praga aveva
fatto proprie tre rivendicazioni fondamentali: repubbli­
ca democratica, giornata di otto ore, conhsca delle pro­
prietà dei latifondisti —era lo stesso programma dei
menscevichi). I georgiani Ccheidze e Čchenkeli, erano
gli oratori accreditati del socialismo al Parlamento. I
deputati bolscevichi, incapaci sia di dirigere se stessi sia
di esporre la dottrina del proprio partito, si limitavano a
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 189
leggere dalla tribuna le dichiarazioni redatte da Lenin a
Cracovia... Stalin, con mano ferrea, doveva sorvegliare
che questi seguissero fedelmente « la linea » indicata dal
capo. Lenin pensava per tutti quanti.
Il ruolo assegnato a Stalin fu di brevissima durata.
Nel febbraio 1913, pochi giorni dopo dunque, la polizia
vi pose fine arrestando il mentore per delega nel corso di
una « serata letteraria ». Dopo due o tre mesi di carcere,
è deportato nella regione di Turuchansk, oltre il circolo
polare, dove un tempo era stato esiliato Martov. Questa
volta, la condanna è severa: Stalin non evaderà più. La
sorveglianza è proporzionata alla sua funzione nel Parti­
to. Era stato denunziato dal leader bolscevico alla
Duma, principale lettore pubblico dei discorsi parla­
mentari di Lenin, l’operaio Malinovskij. Costui era
membro del Comitato Centrale nonché agente dell’O-
chrana e, prima di darne pubblica lettura, sottoponeva i
testi dei discorsi al dipartimento della polizia.
La polizia politica non si limitava a mantenere dela­
tori e provocatori nelle organizzazioni rivoluzionarie.
Manovrava in differenti modi i partiti, i gruppi e gli
uomini, contrastando i loro piani, fomentando, se neces­
sario, i disaccordi teorici. La rottura di Plechanov con la
Narodnaja Volja era stata favorita dall’agente segreto
Degaev, inviato presso Tichomirov per incitarlo all’in­
transigenza. Il pope Gapon, l’eroe della « domenica di
sangue » del 1905, diventò agente dell’Ochrana e fu poi
giustiziato per ordine del partito socialista rivoluziona­
rio. L ’« organizzazione di lotta » di questo partito, gui­
data dal provocatore Azev, era al servizio della polizia e
del governo, pur continuando a predisporre attentati
contro ministri e granduchi, contro lo zar stesso. Stoly-
pin fu ucciso da un poliziotto terrorista. I bolscevichi
erano loro stessi infestati di spie, che operavano sia alla
base sia al vertice del Partito; i più conosciuti, Malinov­
skij, Žitomirskij, Romanov, Lobov, Cernomazov, assol­
vevano le funzioni di « militanti responsabili ». Al pic­
colo congresso bolscevico segreto di Praga, su 28 delega­
ti presenti, perlomeno 4 erano provocatori che in seguito
190 STALIN

furono identificati. Per la loro minuzia e la ricchezza di


informazione, le circolari e i rapporti di polizia costitui­
scono un’ottima documentazione alla quale ricorrono
tutti gli storici. In particolare, la configurazione mute­
vole delle frazioni della socialdemocrazia è registrata in
quadri di un’esattezza fotografica; i delatori avevano
evidentemente informazioni di prima mano.
Il gruppo socialdemocratico alla Duma non si era
scisso soltanto per volontà di Lenin. Il generale P. Za­
varzin scrive nei suoi Ricordi di un capo dell’Ochrana:
« Malinovskij continuò la sua collaborazione segreta col
direttore del dipartimento della polizia S.P. Beleckij,
che gli consigliò di provocare una scissione fra i social-
democratici che sedevano alla Duma, con lo scopo di
ridurre, al momento delle votazioni, l’importanza di
questa frazione che comprendeva 13 membri. Malinov­
skij seguì il consiglio e ottenne il risultato desiderato,
senza destare il minimo sospetto nei suoi compagni »...
Ma un sospetto, che si andava sempre più precisando,
finì per formarsi nella mente di bolscevichi come A.
Trojanovskij, e nei menscevichi che pretesero un’inchie­
sta sul presidente della frazione bolscevica parlamenta­
re. Lenin rispose proteggendo Malinovskij e ingiungen­
do a Martov di ripetere le sue « calunnie » in Svizzera,
per render conto davanti al « tribunale della libera re­
pubblica elvetica ».
Lenin accordava a Malinovskij una fiducia illimitata.
Nel luglio 1913, nel villaggio di Poronino (Galizia), dove
aveva affittato una casa di campagna, si tenne una
riunione segreta tra cinque membri del Comitato Cen­
trale: Lenin, la Krupskaja, Zinov’ev, Kamenev, Mali­
novskij. Quest’ultimo era dunque al corrente di tutto. A
causa di arresti di dirigenti bolscevichi avvenuti poco
prima, si incaricò una riunione « ristretta » di tre mem­
bri con pieni poteri di designare, nel massimo segreto,
gli uomini di fiducia. La Krupskaja e Kamenev si ritira­
rono, Malinovskij rimase nel trio supremo. Fra le altre,
una decisione riguardava la progettata evasione di
Sverdlov e di Stalin, entrambi deportati presso Turn-
IV. UN RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE 191
chansk. L ’Ochrana, subito informata da Malinovskij,
prese evidentemente le misure necessarie per impedirla.
Nel settembre-ottobre, una nuova conferenza riunì
presso Poronino 18 delegati e 4 invitati: due rapporti
ritrovati al ministero degli Interni riportano un detta­
gliato resoconto. Malinovskij, sempre presente, fu no­
minato sostituto di Lenin all’Ufficio socialista interna­
zionale. Non ebbe l’opportunità di adempiere alla sua
missione.
Nel luglio 1914, l’Ufficio socialista internazionale, per
porre fine al frazionamento infinito della socialdemo­
crazia russa, convoca tutte le frazioni a Bruxelles. Ple-
chanov, Rosa Luxemburg, Aksel’rod, Martov, Trockij,
Čchenkeli, Aleksinskij, Zurabov, Lapinskij, eccetera,
partecipano alla seduta; Lenin è assente ma vifa leggere,
com’era sua abitudine, da Inessa Armand un lungo
memoriale che richiede che il partito bolscevico sia rico­
nosciuto incontestabilmente come sezione dell’Interna­
zionale. Vandervelde e Kautsky riescono a malapena a
calmare l’indignazione dei partecipanti russi e Plecha-
nov perde il controllo di sé fino al punto di trattare Lenin
come un ladro che si accanisce nel conservare la cassa;
per queste accuse il presidente è costretto a togliergli la
parola (almeno è ciò che si legge in una nota dell’O-
chrana, ma è pur questo il tono delle dispute di allora).
Se Malinovskij non fosse stato trattenuto in Austria per
discolparsi dai primi sospetti^- di cui Lenin, ancora nel
1917 tenne a proscioglierlo —,avrebbe letto il documento
bolscevico dopo averne mandato copia a Pietroburgo.
All’unanimità, eccetto l’astensione della delegata le­
ninista e del delegato lettone, la Conferenza di Bruxelles
invitò tutti i socialdemocratici di Russia a superare le
loro divisioni, a realizzare l’unità. Questo non era nel­
l’interesse dell’Ochrana. Una circolare del dipartimen­
to della polizia trasmise subito istruzioni che ingiunge­
vano « a tutti i collaboratori segreti partecipanti alle
varie riunioni del Partito di difendere con insistenza,
fermezza e perseveranza l’idea che ogni fusione delle
differenti correnti e particolarmente ogni unione dei
192 STALIN

bolscevichi con i menscevichi fosse assolutamente im­


possibile ». Lenin, per motivi che l’Ochrana da parte
sua non avrebbe mai capito, era di un’opinione appa­
rentemente simile. Egli però non disperava di raggiun­
gere un’unità relativa coi propri mezzi, raccogliendo le
forze disperse sotto la sua autorità.
... Stalin, silenzioso e cupo, relegato nel paesino sper­
duto di Kurejka, cacciava la volpe nella taiga siberiana e
l’anatra selvatica nella monotona tundra.
V

LA RIVOLUZIONE

La guerra del 1914. Difensismo e disfattismo. Lenin solo


contro tutti. La rivoluzione di Febbraio. Governoprovvisorio
e soviet di Pietrogrado. Stalin in libertà. Smarrimento dei
bolscevichi. Il ritorno di Lenin. Le tesi di aprile. « Tutto il
potere ai soviet ». Trockij con Lenin. Speranze di una rivolu­
zione mondiale. Le giornate di luglio. La questione dei so­
viet. L ’episodio Kornilov. VI Congresso del Partito. Ruolo
di Stalin. La grande ondata bolscevica. Trockij presidente
del soviet di Pietrogrado. Lenin teorico della democrazia inte­
grale. Stato e Rivoluzione. Divergenze sulla data dell’in­
surrezione. Lenin chiede il colpo di Stato. Trockij dirige le
operazioni militari. La rivoluzione di Ottobre. Certezze e
prospettive.
La guerra spezzò in Russia il risorgente movimento
rivoluzionario operaio che, con gli scioperi e le barricate
di Pietroburgo del luglio 1914 —in concomitanza con un
soggiorno di Raymond Poincaré - rivelava il suo pode­
roso impeto offensivo. La mobilitazione e lo stato di
assedio in un primo tempo soffocarono, in Russia come
altrove, le velleità di opposizione dichiarata. La politica
dei grandi partiti, che avevano aderito all’« unione sa­
cra » nei paesi belligeranti, turbò profondamente le cor­
renti del socialismo russo.
Tuttavia, alla Duma, menscevichi e bolscevichi tro­
varono un facile accordo nel rihutare il voto ai crediti di
guerra con una dichiarazione comune, peraltro abba­
stanza equivoca. Si trattava di un riavvicinamento che i
disaccordi dei teorici dell’emigrazione avrebbero reso di
breve durata.
Plechanov, influenzato da Jules Guesde, assunse la
posizione patriottica di partigiano degli Alleati, consi­
derati i campioni del progresso democratico, in opposi­
zione agli Imperi centrali reazionari. Identico fu l’atteg­
giamento di numerosi socialdemocratici, soprattutto
menscevichi, e di socialisti rivoluzionari. « Se fossi stato
196 STALIN

al posto di Jules Guesde, mi sarei comportato come lui e,


a dire il vero, se ora mi trovassi in Francia, sarei volonta­
rio nella Legione straniera » disse l’operaio Sljapnikov,
uomo di fiducia di Lenin, se si deve prestar fede a un
articolo retrospettivo di N. Krestinskij. (Molto presto,
peraltro, avrebbe cambiato opinione). Alcuni bolscevi-
chi, che avevano aderito in Francia allo stato d’animo
collettivo, partirono per il fronte come volontari. Perfino
degli anarchici, sull’esempio di Kropotkin per il quale il
retaggio della Rivoluzione francese era minacciato dal
militarismo tedesco, privilegiarono la necessità di una
vittoria dell’Intesa rispetto alla loro dottrina.
Contro il « difensismo », Lenin non esitò ad affermare
il « disfattismo », che, nella forma più compiuta, si
esprimeva in un disfattismo incondizionato, spinto alle
estreme conseguenze. Sul « Social-Demokrat », su opu­
scoli e manifesti, definisce il conflitto mondiale « una
guerra di brigantaggio capitalista », « una guerra tra
schiavisti per la spartizione degli schiavi e il rafforza­
mento della schiavitù », « una guerra tra negrieri che si
disputano il bestiame ». Muovendo da questa concezio­
ne, incitava i socialisti di ogni paese a contribuire alla
disfatta del proprio governo, a incoraggiare la fraterniz-
zazione dei belligeranti su tutti i fronti, a « trasformare
la guerra imperialista in guerra civile». Nel 1907, al
Congresso socialista internazionale di Stoccarda, in­
sieme a Rosa Luxemburg e Martov, aveva fatto pressio­
ne affinché si decidesse « la crisi economica e politica
generata dalla guerra per agitare gli strati popolari più
profondi e precipitare la caduta del dominio capitali­
sta ». Teneva ora fede alla risoluzione adottata e non
indietreggiava davanti ai fatti dopo la proposta verbale.
In ogni caso, giudicava che la disfatta della Russia, cioè
dello zarismo, fosse il « male minore ».
Unico a formulare una concezione così netta, così
decisamente contraria ad ogni altra, Lenin definiva i
defensisti « socialisti dello zar » così come Marx aveva
chiamato i lassalliani « socialisti del re di Prussia ».
Affrontando la lotta sulla scena europea, denunciò il
V. LA RIVOLUZIONE 197

fallimento dell’Internazionale, tacciò tutti i socialisti


patrioti di tradimento; non risparmiò i socialisti con­
dannandoli per pacifismo, accusò gli internazionalisti
platonici di essersi macchiati di sciovinismo e di essere
perciò complici più o meno consapevoli dei precedenti.
Secondo lui, la reale solidarietà del proletariato impli­
cava l’ostilità ad ogni difesa nazionale nelle condizioni
date, senza distinzione di campo, e imponeva l’insurre­
zione sia contro la guerra sia contro il regime borghese.
Infine, propugnava la fondazione di una nuova Interna­
zionale. Per tutto il periodo delle ostilità non cesserà di
sviluppare queste tesi che lo differenzieranno per sem­
pre da tutti gli altri socialisti. Ma persiste ugualmente
nel proclamarsi un irriducibile democratico: « Il sociali­
smo è impossibile senza democrazia, in due sensi; pri­
mo, il proletariato non può compiere nessuna rivoluzio­
ne socialista se non vi si prepara lottando per la demo­
crazia; secondo, il socialismo vittorioso non può conser­
vare la propria vittoria e condurre l’umanità all’estin­
zione dello Stato senza realizzare pienamente la demo­
crazia ».
Tra i due estremi, defensismo e disfattismo, numerose
erano le opinioni intermedie. Trockij e Martov, con la
maggior parte delle personalità importanti dell’interna-
zionalismo rivoluzionario, Rosa Luxemburg, Karl
Liebknecht, Franz Mehring, Rakovskij, Rjazanov, ecce­
tera, si dichiaravano contrari alla difesa nazionale ma
favorevoli a una pace senza vincitori né vinti; non inten­
devano inoltre rompere coi socialisti come Kautskij che,
pur essendo venuti a patti con i sostenitori dell’« unione
sacra », erano rimasti fedeli ai princìpi comuni. Trockij
sosteneva la rivendicazione di pace senza contributi né
annessioni, il diritto dei popoli all’autogoverno, e prefi­
gurava la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa. Lenin
attaccò senza mezzi termini questi « centristi » di sfu­
mature diverse, incalzando con critiche e ingiunzioni;
rimproverava loro l’esitazione, l’equivoco, l’eclettismo,
la compromissione, pur risparmiando per ragioni tatti­
che Rosa Luxemburg, ed esaltando il coraggio esempla-
198 STALIN

re di Liebknecht. Trockij aveva una posizione politica


molto vicina alla sua, ma proprio per questo Lenin
mostrava verso di lui una severa intransigenza.
Quanto a Stalin, si ignora ciò che abbia potuto pensa­
re durante quegli anni di esilio. Privo delle istruzioni di
Lenin, condivideva le idee del suo capo? Sono piuttosto
significativi il vuoto nella sua biografia, l’assenza di
qualsiasi documentazione a questo proposito, la scom­
parsa infine di ogni traccia di corrispondenza o di lavoro
intellettuale. Sotto questo aspetto, e dal punto di vista
bolscevico che Stalin rivendicava come proprio, Trockij
ha fondati motivi per chiedergli giustificazione: « E
impossibile che in quattro anni Stalin non abbia scritto
nulla sui fondamentali problemi della guerra, dell’In-
ternazionale, della rivoluzione... Se si fosse trovato an­
che solo un rigo in cui Stalin avesse formulato l’idea del
disfattismo o proclamato la necessità di una nuova In­
ternazionale, questo rigo sarebbe stato da tempo stam­
pato, fotografato, tradotto in tutte le lingue e arricchito
da dotti commenti di accademie e istituti. Ma questo
rigo è introvabile ».
Stalin non soltanto ha soppresso i suoi testi di quel
periodo, ma ha fatto in modo di non essere chiamato in
causa per gli altri. Egli non figura neppure nella volu­
minosa collezione di « Katorga i Ssylka » (Lavori forza­
ti e deportazione), rivista degli ex carcerati e deportati
politici, in cui è concesso ai sopravvissuti alla repressio­
ne zarista confidare ogni minimo ricordo, soprattutto se
possono evocare un personaggio di spicco. Neppure le
altre pubblicazioni storiche, piene di documenti e di
memorie, lo menzionano. In Russia costituisce un caso
unico e insolito, che consente le più sfavorevoli illazioni.
In mancanza di caratteristiche politiche, esiste una
reticente testimonianza su Stalin come persona in Sibe­
ria: quella del suo compagno di esilio Sverdlov, uno dei
principali bolscevichi non emigrati. Nelle lettere di que­
st’ultimo, pubblicate prima della rigorosa censura per­
sonale di Stalin, si legge che i rapporti tra i due deportati
di Kurejka si fecero subito difficili. Abitavano nella
V. LA RIVOLUZIONE 199

stessa casupola e uscivano insieme per le escursioni di


caccia. In un primo tempo Sverdlov giudicò Stalin « un
buon compagno, sebbene troppo individualista nel suo
comportamento quotidiano ». Ben presto, « ci cono­
scemmo troppo » scrive Sverdlov; « nella condizione di
esiliato e carcerato, l’uomo è messo a nudo e si svela
nella sua meschinità... ». Finirono per separarsi, i loro
incontri si fecero sempre più rari. Sverdlov ottenne il
trasferimento in un altro luogo della regione; senza
esplicitare direttamente alcuna recriminazione contro
Stalin, la sua corrispondenza lascia intendere l’impossi-
bilità di vivere con lui.
Stalin finì per isolarsi, frequentando solo a lunghi
intervalli Spandarjan, un bolscevico armeno che non ha
pubblicato memorie. Uno dei suoi attuali subordinati,
Sumiackij, 1ex deportato della stessa colonia, lo presen­
ta come un disfattista della prima ora e, in un libro su
Turuchansk, descrive quel cacciatore e pescatore solita­
rio, munito di tutta un’attrezzatura di reti, giàcchi,
fucili, trappole, tagliole, nasse... « Tagliava la legna, si
cucinava il cibo e trovava il tempo per lavorare ai suoi
manoscritti ». Sarebbero forse gli scritti di cui Trockij
chiede con tanta insistenza la pubblicazione? Ma
Sverdlov dice di ignorare se Stalin abbia svolto la mini­
ma attività intellettuale in esilio.
Una lettera del novembre 1915 in cui Lenin chiede
come si chiami esattamente Koba, mostra che se il vero
nome di Stalin era dimenticato, non lo era la sua rude
personalità. Forse la domanda posta indica un progetto
di evasione. Ma il cacciatore di pelli di Kurejka era
oggetto di un’attenta sorveglianza. Nel 1917, Sverdlov
parla di venti deportati della loro regione chiamati al
servizio militare; Stalin era fra questi, ma l’infermità al
braccio sinistro lo salvò.
1. Boris Zacharovič Sumiackij, pseudonimo Andrej Lervonnyj, sot­
to il regime sovietico ha ricoperto importanti incarichi in Siberia e in
Estremo Oriente. In seguito fu ambasciatore in Persia. Si veda il suo
libro A l servizio d ella d ip lo m a z ia so v ietica, 2“ edizione, Moskva, 1960,
che menziona altre sue opere.
200 STALIN

Il fatto che dei rivoluzionari riconosciuti fossero


chiamati alle armi, dove sicuramente avrebbero diffuso
Findisciplina, indica quanto la Russia avesse bisogno di
nuovi soldati. Per la mobilitazione erano già stati arruo­
lati quasi quindici milioni di uomini, ma le perdite erano
disastrose. Per la penuria di armamenti e munizioni, per
l’insufficienza dell’industria bellica, per lo sfacelo dei
trasporti, per lo sperpero nei servizi d’intendenza, per
l’incapacità dell’alto comando, per la paralisi burocra­
tica, infine per la corruzione governativa l’esercito era
votato alla strage. Due milioni e mezzo erano i morti nel
1917, tre milioni i feriti e i prigionieri. Ospedali e infer­
merie da campo straripavano di malati. Lo sperpero di
vite umane non poteva compensare il morale molto
basso delle truppe né la loro inferiorità rispetto al mate­
riale, né, ancora, il disordine e la dissolutezza nelle
retrovie.
Quanto più durava la guerra, tanto meno il popolo,
chiamato al sacrifìcio, ne comprendeva lo scopo. Sopita­
si l’esaltazione patriottica, i quadri militari, in gran
parte rinnovati in seguito alle numerose disfatte, erano
assaliti dal dubbio, mentre irritazione e disperazione si
impadronivano dei soldati estenuati, quei « martiri cie­
chi », stanchi di combattere all’arma bianca contro le
mitragliatrici ed esasperati dalle punizioni corporali:
nel 1917, più di un milione erano i disertori e i renitenti.
All’interno l’autocrazia non godeva certo di una si­
tuazione migliore. La sottoproduzione agricola, dovuta
alle successive leve di milioni di lavoratori attivi, il
logorio delle ferrovie, i bisogni del fronte, la speculazio­
ne e il blocco economico paralizzavano a poco a poco
l’approvvigionamento delle città. Il combustibile e le
materie prime scarseggiavano nelle fabbriche, la mag­
gior parte delle quali producevano per la guerra. L ’a­
narchia all’interno dell’amministrazione non lasciava
sperare in un razionale utilizzo delle risorse. Negli zemst­
vo e nelle diverse associazioni di mutuo soccorso, la
« società illuminata » cercava invano di compensare le
manchevolezze dello Stato. La svalutazione del rublo e
V. LA RIVOLUZIONE 201
la crescita dei prezzi riducevano i salari, rendevano
l’esistenza sempre più difficile per gli operai, costretti a
scioperi difensivi. Mentre le statistiche rilevavano la
crescente incidenza del movimento degli scioperi, i rap­
porti di polizia intensificavano gli avvertimenti del peri­
colo rivoluzionario. All’esasperazione dell’esercito fa
eco l’ostilità generale verso lo zarismo.
Parimenti, gli scandali di Corte e la cieca politica
della camarilla regnante fanno vacillare gli ultimi soste­
gni del regime. Così, i più fedeli servitori saranno sco­
raggiati da sovrani degeneri, circondati di avventurieri,
pazzi e ciarlatani, e dominati da uno pseudomonaco
ubriacone e dissoluto. Incurante degli avvertimenti più
velati così come degli indizi più allarmanti, Nicola II si
faceva garante degli intrighi insensati dei suoi ministri,
scelti contro la volontà di una Duma, pur reazionaria.
Invano i partiti di destra denunziavano per lealismo le
« forze occulte », la venalità e il tradimento nelle sfere
dirigenti. Persino alcuni membri della famiglia imperia­
le dovettero risolversi a partecipare ai complotti di pa­
lazzo che, per salvare la monarchia, miravano a deporre
il monarca. Granduchi e generali ordivano colpi di Sta­
to. L ’assassinio di Rasputin non fu che una sinistra
operazione ausiliaria. Gli intrighi del clan germanofilo
dell’aristocrazia, fautore di una pace separata con la
Germania, spingevano la borghesia nazionalista a rea­
lizzare il suo programma preventivo, cioè l’abdicazione
dello zar e l’instaurazione di una reggenza.
Ma la catastrofe avrebbe sorpreso 1’« opposizione di
Sua Maestà » nei suoi interminabili preparativi. All’ini­
zio del 1917, il freddo e la fame esasperano lo scontento
popolare, precipitano gli avvenimenti. In febbraio, non
c’è pane a Pietrogrado. I lavoratori indicono sciopero su
sciopero, le donne del popolo incoraggiano le dimostra­
zioni di strada; l’esercito dapprima esita a obbedire agli
ordini di repressione, poi, risoluto, si unisce al movi­
mento protestatario. Nel 1789 a Parigi la guardia fran­
cese aveva fatto altrettanto: l’insurrezione stava avan­
zando. Irresistibile, spazza via « in cento ore » l’assolu-
202 STALIN

tismo che nessuno, per così dire, difende. La Duma,


servile, superata dagli avvenimenti, è costretta a forma­
re un governo provvisorio. Lo stesso giorno nella capita­
le si improvvisa il soviet degli operai che presto com­
prende anche i soldati. Due autorità rivali si levano
simultanee sulle rovine del vecchio regime, crollato qua­
si senza lotta sotto la spinta dell’intera popolazione. Le
vittime dell’insurrezione erano meno di millecinquecen­
to, compresi i feriti. La provincia unanime seguì la
capitale.
A proposito della Comune -del 1871, Benoît Malon
osservò: « Mai rivoluzione giunse altrettanto improvvi­
sa per i rivoluzionari ». Ancora una volta, come già nel
1905, la rivoluzione cominciava senza l’iniziativa dei
rivoluzionari di professione. Nessun partito socialista
aveva trascinato o guidato la massa in rivolta. Non c’era
stato un capo a indicare la via. Le personalità parlamen­
tari, da Rodžianko a Čcheidze, e compresi Gučkov,
Miljukov e Kerenskij, subirono, ciascuno in modo di­
verso, il fatto compiuto. Abbandonato a se stesso, il
proletariato di Pietrogrado, seppe realizzare sponta­
neamente, fraternizzando con i contadini-soldati, la
condizione prima del successo. Senza alcuna direttiva
aveva preso d’assalto gli uffici di polizia e forzato le
porte delle carceri. La sua élite, resa agguerrita dai
combattimenti del 1905, maturata nell’azione quotidia­
na, abbastanza istruita alla scuola del socialismo, non
poteva tuttavia orientarsi da sola nel caos del momento.
Privata dei suoi leader riconosciuti, emigrati o deporta­
ti, abbandonò il potere nominale alle classi privilegiate,
ai sostenitori della monarchia costituzionale la cui unica
preoccupazione era quella di mantenere la dinastia al
fine di salvaguardare i propri privilegi. Kerenskij, nuo­
vo aderente al partito socialista rivoluzionario, tipico
rappresentante della confusione sentimentale di un pe­
riodo di transizione, fu 1’« ostaggio della democrazia »
per il Governo provvisorio, di cui il monarchico Milju­
kov era la reale incarnazione. Il soviet di Pietrogrado
non osò affermare la propria supremazia e neppure
V. LA RIVOLUZIONE 203

esigere la proclamazione della Repubblica. Ma questo


volontario porsi in disparte non lo privava dell’egemo­
nia effettiva, conferitagli suo malgrado dalla fiducia
degli operai armati e soprattutto dei soldati: ilprikaz n° 1
gli aveva messo a disposizione la forza militare. La
« diarchia », singolare combinazione di due poteri, si
trasformò subito in un sordo antagonismo di forze in­
conciliabili.
La trasformazione della guerra imperialista in guerra
civile, come diceva Lenin, si compì attraverso un logico
concatenarsi di circostanze e non già per finfluenza di
una propaganda. Gli appelli dei bolscevichi non furono
raccolti né dal popolo russo, né da alcun altro. Il disfat­
tismo, ampiamente diffuso durante la guerra di Crimea
e ancor più nel corso della campagna di Manciuria,
trovava questa volta un’eco meno diretta nel popolo e
nell’esercito, dove esisteva allo stato vago e latente. In
Svizzera, con l’aiuto di sua moglie, la Krupskaja, e del
suo aiutante maggiore Zinov’ev, Lenin impartiva le
direttive a un gruppo intransigente e isolato, privo di
qualsiasi influsso. Alle conferenze socialiste internazio­
nali di Zimmerwald (1915) e di Kienthal (1916), orga­
nizzate dai partiti socialisti svizzero e italiano, Lenin
costituiva una piccola frazione di intellettuali detta « di
sinistra », nemica di ogni pacifismo e di ogni concilia­
zione con l’Internazionale ufficiale. Nessuna organizza­
zione operaia sosteneva il suo sforzo, che era d’altronde
ignorato al difuori di una cerchia molto ristretta di
rivoluzionari internazionalisti. Lui solo ripudiava il
nome di socialdemocratico per sostituirlo con quello di
comunista. Lui solo voleva creare senza indugi la terza
Internazionale. Lui solo, - sull’esempio di Clausewitz
che definiva la guerra « continuazione della politica con
altri mezzi », definizione che trovava conferma nella
nozione marxista della forza « che aiuta le società a
sgravarsi nel travaglio del parto » —considerava la guer­
ra civile un inevitabile prolungamento della politica
delle classi in competizione. Ma le sue speranze anda­
vano affievolendosi e, un mese prima della rivoluzione
204 STALIN

di Febbraio, concluse tristemente un discorso a Zurigo


con queste parole: « Noi vecchi forse non vivremo abba­
stanza per vedere le battaglie decisive della prossima
rivoluzione... ».
Con rapporti epistolari, Lenin aveva ripreso la dire­
zione del remissivo gruppo dei bolscevichi della Duma, i
cui cinque deputati furono imprigionati e deportati. Il
Comitato Centrale del Partito aveva in lui l’unico rap­
presentante in libertà, se si esclude Zinov’ev. Fra i sette
membri del Comitato bolscevico di Pietrogrado, vengo­
no più tardi smascherati tre poliziotti che vanificavano
ogni attività. (Il provocatore Malinovskij si trovava
allora in Germania in un campo di prigionieri fra i quali
diffondeva il programma socialista di Erfurt). Pochis­
sime copie degli scritti di Lenin e di Zinov’ev, pubblicati
in seguito sotto il titolo Controcorrente, riuscivano fatico­
samente a raggiungere la Russia attraverso la Scandi­
navia. Privati delle direttive del loro maestro, i discepoli
erano di nuovo disorientati. Così si distinsero a malape­
na dagli altri socialdemocratici nell’esultanza delle pri­
me giornate rivoluzionarie. La « Pravda » di Pietrogra­
do, redatta da modesti militanti, Molotov e Šljapnikov,
ebbe difficoltà a motivare una linea di comportamento
specifica nel tentativo di imprimere al giornale uno stile
di sinistra riprendendo le vecchie formule del Lenin del
1905. A Irkutsk il « Social-Demokrat » pubblicava arti­
coli di Ordžonikidze, di Jaroslavskij, di Petrovskij, il cui
bolscevismo era talmente simile al menscevismo da non
riuscire a distinguerli. In provincia, numerosi gruppi
socialdemocratici univano le due vecchie frazioni.
La rivoluzione colse alla sprovvista i rivoluzionari che
da tempo ne prevedevano l’imminenza, così come la
guerra sorprese i socialisti che l’avevano annunciata e
denunciata in anticipo. Lenin si riprese rapidamente. In
principio, telegrafa da Zurigo ai suoi amici per avanzare
la modesta parola d’ordine: elezioni immediate alla
municipalità di Pietrogrado. Il suo programma è conte­
nuto in tre rivendicazioni fondamentali: « Repubblica
democratica, giornata di otto ore, confisca delle terre dei
V. LA RIVOLUZIONE 205
signori » - anche i menscevichi avevano lo stesso pro­
gramma. Così, Lenin conferma le sue parole del 1914:
« Noi vogliamo ad ogni costo una Grande Russia fiera,
repubblicana, democratica, indipendente e libera che,
nelle relazioni con i vicini, applichi il principio umano
dell’eguaglianza e non il principio feudale del privile­
gio ». Subito, però, scongiura i suoi seguaci di negare la
fiducia al Governo provvisorio, di opporsi alla politica
di appoggio seguita dai dirigenti del soviet pietrobur-
ghese. Le su e Lettere da lontano, spedite dalla Svizzera, su
« la prima tappa della prima rivoluzione » uscita dalla
guerra, parlano del soviet come di un « embrione di
governo operaio » e affermano la necessità di conquista­
re la « repubblica democratica » per andare verso il
« socialismo ».
Trockij formulava previsioni quasi simili sullo svi­
luppo della situazione. Pur essendo contrario al disfatti­
smo, che chiamava nazionalismo alla rovescia, alla pa­
rola d’ordine di guerra civile alla quale preferiva quella
di pace, e alla scissione ad oltranza praticata dai bolsce-
vichi, egli raggiunge tuttavia nelle sue previsioni le pro­
spettive ancora imprecise di Lenin. Dopo avere rotto
con Martov, che gli sembrava troppo esitante, aveva
pubblicato a Parigi con titoli diversi un giornale inter­
nazionalista perseguitato dalla censura che gli valse
l’espulsione dalla Francia, dopo essere stato condanna­
to in Germania per un opuscolo rivoluzionario e prima
di essere cacciato dalla Spagna dove lo inseguì il braccio
implacabile della polizia. Non pochi erano i bolscevichi
che non distinguevano il suo atteggiamento da quello di
Lenin. Scrive per esempio il bolscevico di sinistra Ma-
nuil’skij a sei anni di distanza: « Il “ Social-Demokrat ”
pubblicato da Lenin e Zinov’ev in Svizzera, il “ Golos ”
di Parigi soppresso dalla polizia francese e diventato
“ Naše Slovo ” diretto da Trockij, saranno per i futuri
storici della terza Internazionale i frammenti essenziali
coi quali è stata forgiata l’ideologia rivoluzionaria del
proletariato internazionale ». Trockij, emigrato in
America, collabora al « Novyj Mir » di New York, ac-
206 STALIN

canto a un giovane bolscevico ancora sconosciuto, Niko-


laj Bucharin, e a una transfuga del menscevismo, Alek-
sandra Kollontaj, che aveva da poco aderito alle idee di
Lenin. Anche lui pensava che gli avvenimenti di Russia
non fossero che una tappa verso la rivoluzione socialista,
un preludio alla rivoluzione sociale in Europa.
I bolscevichi rimasti in Russia non avevano idee così
ardite. Seguendo passivamente gli avvenimenti, condivi­
devano le illusioni collettive della folla inebriata da una
facile vittoria. Da Perm’ Lenin ricevette in Svizzera que­
sto telegramma: « Saluti fraterni, partiamo oggi per Pie-
trogrado, Kamenev, Muranov, Stalin ». I deportati, ricon­
quistata la libertà, si mettevàno in cammino. Lenin igno­
rava che Kamenev aveva poco prima firmato un altro
telegramma, a nome di un meeting popolare tenutosi in
Siberia, nel quale si felicitava col granduca Michail
Romanov per la sua rinunzia al trono fino a decisione
della futura Costituente... Giunti nella capitale, Mura­
nov, Kamenev e Stalin, i primi tre « capi » restituiti alla
frazione dei bolscevichi, presero d’autorità la direzione
della « Pravda ». Stalin, delegato dal Comitato Centrale
del suo partito, vale a dire da lui stesso e da alcuni stretti
compagni, entrò nel Comitato esecutivo del Soviet senza
essere stato eletto né dagli operai, né dai soldati. La storia
lo sottraeva a una vita oscura per offrirgli l’occasione di
esplicare la sua attività alla luce del sole.

Senza dubbio la guerra ha avuto un ruolo preponde­


rante nello sviluppo della nostra rivoluzione. Essa ha
materialmente disorganizzato l’assolutismo; ha porta­
to lo scompiglio nell’esercito; ha ispirato ardore nella
grande massa della popolazione. Mafortunatamente non ha
creato la rivoluzione, ed è stato un bene, perché la rivoluzione nata
dalla guerra è impotente: è il prodotto di circostanze straor­
dinarie, poggia su una forza esterna e in definitiva si
dimostra incapace di conservare le posizioni conquista­
te ». Queste righe di Trockij, nella sua opera La nostra
rivoluzione, si riferiscono alla rivoluzione del 1905 e alla
guerra russo-giapponese.
V. LA RIVOLUZIONE 207

Lungi dall’attribuire al suo partito dei meriti illusori,


anche Lenin riconobbe nella guerra in corso la spiega­
zione determinante degli sconvolgimenti del 1917, ma
senza per questo trarre la conclusione dell’impotenza
della rivoluzione: « L ’incendio della rivoluzione si è
propagato unicamente a causa dell’ignoranza e delle
tremende sofferenze della Russia, e di tutte le condizioni
create dalla guerra », così si espresse, aggiungendo in
un’altra occasione: « La nostra rivoluzione è generata
dalla guerra; senza la guerra, vedremmo tutti i capitali­
sti uniti nella lotta contro di noi ». Più tardi precisò il
suo pensiero sottolineando l’indifferenza della maggio­
ranza della popolazione nei riguardi dei confini, la man­
canza del sentimento nazionale: « Era facile cominciare
la rivoluzione in un paese simile. Era più facile che
sollevare una piuma. Ma sarebbe vano sperare di intra­
prendere una rivoluzione senza sforzo né preparativi in
un paese dove il capitalismo fosse rigoglioso ».
Nel 1917, la guerra rese possibile quella cooperazione
tra operai e contadini che mancò nel 1905. La guerra
aveva inoltre sviluppato alcune industrie e accentuato la
concentrazione del proletariato a Pietrogrado e a Mo­
sca. I vuoti lasciati dalla mobilitazione e dagli immensi
massacri del fronte furono colmati da un afflusso di
contadini nelle città. Questa giovane classe operaia in­
colta, priva di tradizioni consolidate o conservatrici, ma
anche d’istruzione tecnica ed educazione politica, offri­
va un’intatta freschezza di temperamento rivoluziona­
rio per ogni partito capace di interpretarne le aspirazio­
ni, che erano rese precise da tendenze profonde ma al
tempo stesso confuse nelle manifestazioni esterne.
Gli operai rivendicavano da tempo un più alto tenore
di vita e libertà democratiche; i contadini bramavano la
terra ancora in possesso di classi parassitane; i soldati
chiedevano la pace. Ma la maggioranza di quei soldati
erano contadini avidi di terra, gli operai non desidera­
vano certo con minor ardore la pace e i contadini le
libertà. Inoltre, i popoli allogeni oppressi dall’Impero
avevano sete di autonomia o di indipendenza nazionali.
208 STALIN

La massa unanime nei suoi imperiosi bisogni comuni


aspettava dunque, impaziente, che l’Assemblea costi­
tuente soddisfacesse le sue esigenze vitali.
Il Governo provvisorio, espressione degli interessi e
delle idee di una infima minoranza senza legami col
popolo né esperienza di potere, si mostrò incapace di
comprendere l’urgenza delle rivendicazioni popolari, e
a maggior ragione di cominciare a risolvere i problemi
che erano emersi. Non garantiva pane agli operai, né
terra ai contadini, né pace ai soldati, né libertà di auto­
determinazione alle nazionalità. Col pretesto di creare
innanzitutto un capolavoro di legge elettorale, la convo­
cazione della Costituente era prevista per una data lon­
tana e imprecisa. La guerra continuava ineluttabile. La
crisi economica si andava aggravando.
Il soviet di Pietrogrado, nel quale i lavoratori vedeva­
no l’organo autentico della democrazia nonostante la
sua amorfa costituzione, che esercitava per un tacito
riconoscimento il suo prestigio su « tutte le Russie »,
cercava, temporeggiando, una via di mezzo tra la
« demagogia » e la « reazione ». I menscevichi occupa­
vano un posto preponderante nella direzione. I bolsce-
vichi non erano che un pugno di uomini. La socialdemo­
crazia georgiana era ancora una volta in primo piano:
Čcheidze fu presidente sin dall’inizio e Cereteli, tornato
dalla Siberia, il leader più ascoltato. Al Comitato esecu­
tivo, unanime nel dichiararsi assertore dello spirito di
Zimmerwald, gli internazionalisti Suchanov e Steklov
formavano l’ala sinistra accanto a bolscevichi poco co­
nosciuti, prima della partecipazione di Kamenev e Sta­
lin.
Nei suoi Appunti sulla Rivoluzione, esageratamente pro­
lissi ma sinceri e vivi, messi a disposizione di tutti gli
storici che hanno trattato di quell’epoca, Suchanov
esprime in questi termini l’impressione prodotta da Sta­
lin:
« Fra i bolscevichi, a parte Kamenev, apparve allora
Stalin nel Comitato esecutivo. E una delle figure centrali
del partito bolscevico e, quindi, uno dei pochi individui
V. LA RIVOLUZIONE 209

che ha tuttora potere sulle sorti della rivoluzione e dello


Stato. Perché sia così, non mi assumo il compito di dirlo:
l’influenza nelle sfere superiori, lontane dal popolo, irre­
sponsabili, estranee a ogni pubblicità, è cosa così bizzar­
ra! Ma comunque, per quanto riguarda il ruolo di Sta­
lin, c’è di che rimanere perplessi. Il partito bolscevico,
malgrado il modesto livello del suo “ corpo di ufficiali ”
e la sua massa ignorante e casuale, ha fra i suoi “ genera­
li ” una serie di personalità importanti degne di essere
dei capi. Stalin, durante la sua modesta attività nel
Comitato esecutivo, produsse, e non soltanto su di me,
l’impressione di una macchia grigia, che vivacchiava
spesso in modo scialbo e riservato. Insomma, nient’altro
si può dire di lui ».
Infatti, sul ruolo di Stalin nel Comitato esecutivo
ancora non si è potuto ricavare nulla né dai resoconti né
dagli archivi. Per contro, si conosce il suo modo di
esercitarsi alla guida del Partito, sia attraverso gli arti­
coli della « Pravda » sia attraverso i libri di Sljapnrkov,
militante bolscevico, diventato poi memorialista.
Stalin soppiantò brutalmente la direzione del giorna­
le senza tenere in alcun conto né l’organizzazione né i
quadri. Nella sua sola qualità di membro del Comitato
Centrale - peraltro ottenuta con la semplice cooptazio­
ne—impose Porientamento « difensista » vincolante per
l’organo ufficiale del Partito. Secondo questa concezio­
ne il Governo provvisorio avrebbe ottenuto l’appoggio
dei bolscevichi nella misura in cui la sua politica avesse
corrisposto alle posizioni del soviet menscevico-sociali­
sta-rivoluzionario. Kamenev era il teorico di questo
voltafaccia, Muranov lo legittimava in qualità di depu­
tato perseguitato e Stalin aveva il comando de facto.
Questo piccolo colpo di Stato, che illustra perfettamente
i procedimenti dei rivoluzionari di professione nei ri­
guardi del Partito sottoposto alla volontà di un dirigente
clandestino —sconosciuto a tutti e da nessuno eletto -
suscitò una viva indignazione fra i subordinati che anco­
ra non erano abituati all’obbedienza passiva. Šljapni-
kov ne descrive così le prime ripercussioni:
210 STALIN

« Il 15 marzo, giorno dell’uscita del primo numero


della “ Pravda ” “ riformata ” , fu un giorno di giubilo
per i difensisti. L ’intero palazzo di Tauride, dagli uomi­
ni del Comitato della Duma fino al Comitato esecutivo,
cuore della democrazia revoluzionaria, echeggiava di
un’unica notizia: la vittoria dei bolscevichi moderati, e
ragionevoli sugli estremisti. Nel Comitato esecutivo
stesso, fummo accolti da perfidi sorrisi. Questa fu la
prima e l’unica volta in cui la “ Pravda ” riscosse l’ap­
provazione dei difensisti della peggior specie.
« Nelle fabbriche, quel numero della “ Pravda ”
provocò lo stupore fra gli aderenti del nostro partito e i
simpatizzanti, e la soddisfazione sarcastica dei nostri
nemici. Al Comitato di Pietrogrado, all’Ufficio del
Comitato Centrale e alla redazione della “ Pravda ” ,
giunsero numerose domande: che cosa sta succedendo,
perché il nostro giornale sta abbandonando la linea
bolscevica per seguire la via difensista? Ma il Comitato
di Pietrogrado, come tutta l’organizzazione, era stato
colto alla sprovvista dal colpo di Stato e perciò, pro­
fondamente irritato, accusò l’Ufficio del Comitato Cen­
trale. L ’indignazione nei quartieri operai fu considere­
vole e quando i proletari vennero a sapere che tre diri­
genti della “ Pravda ” giunti dalla Siberia si erano
impossessati del giornale, richiesero la loro espulsione
dal Partito ».
Soprattutto il quartiere di Vyborg, il più « rosso »
della capitale, proponeva di escludere Stalin e i suoi due
soci. Dopo violenti dibattiti, tutt’e tre vennero sconfes­
sati e condannati dall’istanza superiore del Partito, e la
precedente redazione, a cui si assegnarono i nuovi venu­
ti, fu confermata nei suoi diritti. Il partito bolscevico
non era ancora strutturato su modelli militari e l’opi­
nione della base poteva farsi valere. Stalin, fattosi più
avveduto dopo il suo sfortunato esordio nella politica ad
alto livello, giudicò prudente abbandonare per un po’
Kamenev, autore del principale articolo incriminato e
assumere opportunisticamente una posizione un poco
più a sinistra, anche se ancora alquanto vicina al men-
V. LA RIVOLUZIONE 211
scevismo. La formazione di una esigua tendenza più
decisamente a destra permise di classificarlo « centri­
sta ». A dire il vero, prima del ritorno di Lenin, si
distingueva nettamente come conciliatore, in polemica
quindi col bolscevismo.
Se si dà credito al suo libro Le vie dell’Ottobre, Stalin
fino a quella data non avrebbe scritto che tre articoli. Il
primo, sui soviet, si pronuncia per la necessità di una
« repubblica democratica per tutti i cittadini della Rus­
sia » (senza distinzione di classe). Il secondo, sulla guer­
ra, considera una « pressione sul Governo provvisorio »
per l’apertura di trattative di pace (concezione fatta
propria dai menscevichi). Il terzo ha come tema le
condizioni della vittoria rivoluzionaria, ne elenca tre:
formazione di un soviet panrusso quale futuro organo
del potere, armamento degli operai, immediata convo­
cazione della Costituente. Un quarto articolo, contro il
federalismo, pubblicato all’indomani dell’arrivo di Le­
nin, riflette, a proposito delle nazionalità, le esitazioni e
le contraddizioni del bolscevismo, nettamente ostile alla
federazione poco prima di imporla come soluzione indi­
spensabile.
In realtà Stalin era solidale in tutto ciò che impegnava
la responsabilità politica del Partito, tanto nell’articolo-
programma della « Pravda » che ripudiava il disfatti­
smo quanto nell’atteggiamento della frazione bolscevica
al soviet, unanime in occasione di voti essenziali in cui
per i suoi princìpi era d’obbligo conservare le distanze.
Nei ricordi pubblicati l’anno seguente sul giornale
« Bor’ba » di Tiflis, Zurabov osserva che, verso la metà
di marzo, consegnò a Lenin un telegramma in cui K a­
menev e Stalin segnalavano la limitata tiratura della
« Pravda », la modesta influenza dei bolscevichi sulla
classe operaia di Pietrogrado, l’inopportunità infine del­
le direttive troppo radicali e intransigenti, ricevute dalla
Svizzera, mentre la situazione in Russia richiedeva
moderazione e prudenza. I rappresentanti bolscevichi
avevano perfino approvato, durante una conferenza
sovietica tenutasi all’inizio di aprile, una risoluzione
212 STALIN

difesa da Dan, teorico del menscevismo, tornato dalla


Siberia. « Non osteggiare il Governo provvisorio », que­
sta era la loro linea di condotta. In provincia, i comitati
socialdemocratici unificati riconciliavano, nella confu­
sione generale, i « fratelli nemici ».
Nel frattempo Lenin era vivamente irritato per la
confusione che regnava nella sua frazione così mal go­
vernata. Dopo le sue Lettere da lontano, scrive in tono
minaccioso: « Il nostro partito si disonorerebbe per
sempre, andrebbe incontro al suicidio politico, se accet­
tasse un simile imbroglio... E addirittura preferibile la
scissione immediata con chicchessia nel Partito, piutto­
sto che scendere a patti col socialpatriottismo... ». Ri­
chiama al senso del dovere Kamenev, il suo compagno
più stretto e quello più rappresentativo dello stato d’a­
nimo che condanna, per mettere in guardia tutti i conci­
liatori, fra cui Stalin. Infine, persa la pazienza, riesce a
tornare in Russia attraversando la Germania con un
gruppo di emigrati, da ciò la leggenda del « vagone
piombato ».
L ’idea fu di Martov e non di Lenin. Davanti al rifiuto
opposto dai governi di Parigi e di Londra al rimpatrio
degli esiliati politici, l’unica via d’uscita passava attra­
verso la Germania e la Scandinavia. I socialisti svizzeri
negoziarono il passaggio come uno scambio di prigio­
nieri civili e tutti i rivoluzionari russi proscritti poterono
approfittarne, compresi i patrioti. L ’esempio di Lenin fu
seguito da molti avversari. A Pietroburgo, il giornale di
Miljukov scrisse allora affabilmente: « Un capo sociali­
sta così universalmente conosciuto come Lenin deve
entrare in scena, e non possiamo far altro che salutare il
suo arrivo in Russia, qualunque sia la nostra opinione
sulle sue dottrine politiche ».
Lenin, sopraggiunto in pieno svolgimento della con­
ferenza bolscevica, trovò il suo partito in preda allo
smarrimento. Era « più a sinistra della nostra sinistra »,
scrive Šljapnikov. Unico a prefigurarsi l’imminente
acuirsi della rivoluzione russa con la dittatura del prole­
tariato, in corrispondenza della rivoluzione europea,
V. LA RIVOLUZIONE 213

Lenin doveva riconquistare alle sue idee i propri allievi


prima di convincerne il popolo (persino Zinov’ev era
incline a unirsi con Kamenev e Stalin al nucleo dei
« vecchi bolscevichi » ostili alla tattica intransigente).
Attaccò senza indugi la posizione dei dirigenti ad interim
del Partito e pubblicò con la sua sola firma le « tesi di
aprile », diventate famose in Russia come punto di par­
tenza di una nuova azione del bolscevismo.
Queste tesi affermavano che era impossibile una pace
democratica se prima non si fosse rovesciato il capitali­
smo, proponevano di sviluppare la fraternizzazione dei
soldati al fronte, definivano il momento presente come
una transizione verso la conquista del potere da parte
del proletariato e dei contadini poveri, sostenevano la
futura Repubblica dei soviet, la soppressione della poli­
zia, dell’esercito permanente, dei funzionari di profes­
sione, la nazionalizzazione delle terre, il controllo ope­
raio sulla produzione, la fusione delle banche in un’uni­
ca banca controllata dallo Stato. Al Partito proponeva­
no la revisione del programma, l’attribuzione di un
nuovo nome, la fondazione della nuova Internazionale.
Lenin le sostenne alla conferenza di frazione che si tenne
al suo ritorno.
In quella stessa assemblea, Stalin aveva in preceden­
za difeso un punto di vista contrario. Gli sembrava di
poter distinguere una sorta di divisione del lavoro tra il
Governo provvisorio e il soviet: « Il potere è diviso tra
due organi, nessuno dei quali ne ha la totalità... Il soviet
dei deputati operai e dei soldati mobilita le forze, con­
trolla, mentre il Governo provvisorio, pur ostinandosi e
smarrendosi, si assume il ruolo di consolidare le conqui­
ste del popolo, già realizzate di fatto. Questa situazione
presenta aspetti negativi ma anche positivi: non ci con­
viene ora forzare gli avvenimenti, accelerare il processo
di distacco degli strati borghesi che in seguito si separe­
ranno inevitabilmente da noi... ». Come i menscevichi
suggeriva di appoggiare il Governo provvisorio « nella
misura in cui consolida il cammino della rivoluzione ».
Krestinskij poteva constatare: « Non c’è disaccordo
214 STALIN

pratico tra Stalin e Vojtinskij »; quest’ultimo doveva


passare dalla parte dei menscevichi.
La conferenza dovette discutere una proposta di Ce-
reteli in favore dell’unità socialdemocratica. Stalin ap­
provò: « Dobbiamo accettare. E indispensabile precisa­
re le nostre proposte in merito alla linea dell’unità.
L ’unità è possibile sulla linea di Zimmerwald-Kien-
thal ». Alle caute obiezioni di Molotov replica: « Non
dobbiamo anticipare o prevenire le divergenze. Senza
divergenze, non c’è vita nel Partito. All’interno del Partito,
noi supereremo le piccole divergenze ». Lenin giunse
tempestivo a spezzare questi progetti, dichiarando sen­
za ambagi:
« Perfino i nostri bolscevichi dimostrano credulità
verso il governo. Questo si può spiegare soltanto con i
fumi della rivoluzione. Sarebbe la fine del socialismo.
Voi compagni avete fiducia nel governo. Se è così, non
facciamo la stessa strada. Piuttosto rimarrò in minoran­
za. Un Liebknecht vale più di centodieci defensisti del
genere di Steklov e Čcheidze. Se simpatizzate con
Liebknecht ma porgete anche solo un dito ai defensisti,
tradirete il socialismo internazionale ».
Lenin non solo rifiutò ogni intesa con i menscevichi,
ma si oppose apertamente all’uditorio con la proposta di
assumere il nome di « partito comunista ». E necessario,
disse, « cambiare i panni, togliere la camicia sporca per
indossarne una pulita ». Secondo lui, il socialismo era
fin d’ora scisso dappertutto, la « sinistra di Zimmer­
wald » esisteva in tutti i paesi. E, ponendo rapidamente
fine alle cerimonie in suo onore, alle congratulazioni e ai
discorsi, disse: « Basta coi saluti, con le mozioni, è tem­
po di mettersi all’opera, di passare agli affari seri ».
Dopo di che, espose di nuovo le sue tesi davanti a una
riunione comune di bolscevichi e menscevichi, in cui le
risate dominarono sulle grida di scherno, il disprezzo
ebbe la meglio sull’indignazione, e mediamente lo si
giudicò più ridicolo che pericoloso. Alcuni credevano a
una forma di delirio, altri si rallegravano di vedere il
bolscevismo screditato dal suo capo. L ’ex bolscevico
V. LA RIVOLUZIONE 215

Goldenberg esclamò: « Il posto di Bakunin è rimasto a


lungo vuoto nella rivoluzione russa. Eccolo occupato da
Lenin... Abbiamo ora sentito la negazione della dottrina
socialdemocratica e del marxismo scientifico. Lenin
come leader del nostro partito socialista è morto. E nato
un nuovo Lenin, un Lenin anarchico ».
Mentre Stalin se ne stava zitto, Kamenev cercò, in
nome dei « vecchi bolscevichi », di confutare le « tesi di
aprile », che definiva inaccettabili perché facevano as­
segnamento sulla prossima trasformazione della rivolu­
zione borghese in rivoluzione socialista e perché erano
contrarie alle classiche parole d’ordine del bolscevismo.
Lenin risponde mostrando le impreviste particolarità
della situazione, soprattutto il dualismo del potere in
Russia e la congiuntura internazionale, e asserendo la
necessità di rivedere le vecchie formule. « Non siamo dei
blanquisti, sostenitori della presa del potere da parte di
una minoranza »; si tratta dunque di lottare per la
preminenza nei soviet, di lavorare alla conquista della
maggioranza lavoratrice.
Invano Kalinin, altro portavoce della tendenza
Kamenev-Stalin, diceva poco tempo dopo: « Io appar­
tengo ai vecchi bolscevichi-leninisti e penso che il vec­
chio leninismo non si è affatto mostrato inapplicabile
alla attuale situazione originale. Mi stupisce che Lenin
accusi i vecchi bolscevichi di essere un intralcio nell’at­
tuale momento ». Lenin non esitò a trattare con durezza
« ... quei vecchi bolscevichi che, già più di una volta,
hanno avuto un triste ruolo nella storia del nostro parti­
to col ripetere stupidamente una formula imparata a
memoria invece di studiare l’originalità di una situazio­
ne viva e nuova ».
La formula cui si riferiva era la « dittatura democrati­
ca degli operai e dei contadini », a lungo opposta dai
bolscevichi alla « rivoluzione permanente » e al « go­
verno operaio » di Trockij, Parvus e Rosa Luxemburg.
Senza rinnegarla in un secondo tempo, Lenin credeva
fosse giunta l’ora di superarla: « Le idee e le parole
d’ordine dei bolscevichi sono state nell’insieme intera­
216 STALIN

mente confermate dalla storia ma, nella realtà concreta,


le cose sono successe diversamente da quanto potevamo —e
nessuno lo poteva - aspettarci ».
Gli sembrava che l’occasione fosse adatta per dare ai
« vecchi bolscevichi », ostinatamente fermi sulle vec­
chie posizioni, una lezione di marxismo applicato: « Il
marxista deve tener conto della realtà viva, dei fatti
precisi dell’attualità, e non aggrapparsi alla teoria del
passato, capace al massimo, come ogni teoria, di indica­
re l’essenziale e il generale, di avvicinarsi soltanto alla
complessità del reale ». E aggiungeva: « Il marxista, per
giudicare la situazione, deve partire non da una possibi­
lità ma dalla realtà ».
Poiché i soviet erano l’organizzazione della maggio­
ranza del popolo, Lenin si dichiara « contrario a ogni
giuoco per la presa del potere da parte di un governo
operaio, contrario a ogni avventura blanquista » e favo­
revole a un’azione per determinare un « intervento co­
sciente di questa maggioranza » in direzione della futura
dittatura del proletariato, del potere dei soviet.
In due settimane si compì un cambiamento radicale,
tanto lo schema generale di Lenin rispondeva al rapido
evolversi della situazione. In riunioni pubbliche e dap­
pertutto si votavano risoluzioni contro il Governo provvi­
sorio che chiedevano pace e terra, e testimoniavano la
forza della corrente popolare opposta alle mezze misure e
tergiversazioni, a sottigliezze teoriche del socialismo
temporeggiatore. Le condizioni esterne influenzavano
efficacemente il Partito. E ancora, i « vecchi bolscevichi »
erano superati da una nuova leva di aderenti: l’organiz­
zazione raggiunge 80.000 membri durante la conferenza
dei primi giorni di maggio. Lenin aveva ripreso la dire­
zione dei suoi uomini, imposto le sue tesi, respinto la
destra. Kamenev, Kalinin, Rykov, Tomskij si attardava­
no a difendere il « vecchio bolscevismo ». Kalinin chiese
invano l’unione con i menscevichi. Lenin però era ancora
solo, assolutamente solo, a caldeggiare la rottura con ogni
corrente socialista indecisa, anche se internazionalista
come la maggioranza « di Zimmerwald ».
V. LA RIVOLUZIONE 217

Stalin si era affrettato a sottomettersi. Alla conferenza


di maggio, tenne un rapporto conforme alle idee di
Lenin sulla questione nazionale, la sua specialità, nella
cui tesi principale si riconosceva il diritto delle naziona­
lità a separarsi dallo Stato dominatore; dovette affronta­
re un’opposizione di sinistra, ispirata da Rosa Luxem­
burg e rappresentata da Dzeržinskij, Pjatakov, Bucha-
rin che temevano di vedere il Partito favorire lo sciovini­
smo regionale e incoraggiare le tendenze separatiste
reazionarie. I suoi scritti e discorsi a partire da questa
data non fanno altro che parafrasare fedelmente le diret­
tive ufficiali. Si limita a seguire Lenin con abbondanti
ripetizioni. Non se ne trae nulla di utile per caratterizza­
re la sua futura personalità.
Sette anni più tardi, nella prefazione al libro Le vie
dell’Ottobre, Stalin ritiene necessaria una spiegazione
retrospettiva sulla sua affinità politica con Kamenev, il
meno bolscevico tra i bolscevichi, colui che, prima del
telegramma al granduca Michail, aveva già ripudiato il
leninismo nel corso del processo dei deputati bolscevichi
alla Duma dell’Impero.
I primi tre articoli, scrive con cautela, « riflettono
alcune esitazioni esistenti nella maggioranza del nostro
partito, a proposito delle questioni della pace e del
potere dei soviet, verificatesi, come si sa, nel marzo-apri­
le 1917. Era un periodo di brusca rottura con le vecchie
posizioni. La vecchia piattaforma che sosteneva di rove­
sciare direttamente il governo, ormai non rispondeva
più alla realtà... Era necessario un nuovo orientamento
del Partito. Non c’è da stupirsi se i bolscevichi, dispersi
dallo zarismo nelle carceri e nei luoghi di deportazione,
e da pochissimo tempo autorizzati a incamminarsi da
tutte le parti della Russia per elaborare una nuova
piattaforma, non siano riusciti a destreggiarsi immedia­
tamente nella nuova situazione. Non c’è da stupirsi se,
nel cercare un nuovo orientamento, il Partito si è ferma­
to a metà strada sui problemi della pace e del potere dei
soviet. Sono state necessarie le celebri “ tesi di aprile ”
di Lenin perché il Partito potesse con uno slancio av-
218 ST A U N

viarsi su una nuova strada... Questa posizione errata io


l’ho condivisa con la maggioranza del Partito e l’abban­
donai del tutto alla fine di aprile quando accettai le tesi
di Lenin »...
E la conferma ripetuta di una osservazione capitale
per la comprensione dello svolgimento della rivoluzio­
ne: il bolscevismo esisteva solamente attraverso Lenin.

Il Governo provvisorio, in stato di crisi permanente,


era impotente a sciogliere le contraddizioni in cui si
stava dibattendo la rivoluzione di Febbraio e neppure a
diminuirne l’acutezza, mentre tentava ad uno ad uno
tutti gli espedienti suscettibili di prolungare la sua vita
fittizia. Né la presidenza di Kerenskij seguita a quella
del principe L ’vov, né le successive dimissioni di vari
ministri dopo la clamorosa partenza di Miljukov, né il
direttorio pseudodittatoriale, seguito alla coalizione li-
beral-socialista, risolvevano il problema del potere.
Erano altrettante tappe che portavano al logorio e al
discredito che avrebbero preceduto il crollo.
Tutti i fenomeni visibili di decadenza economica,
constatati sotto il vecchio regime, esistevano tuttora e
andavano accentuandosi verso una catastrofe: scarsità
di derrate, deprezzamento della moneta, aumento dei
prezzi, paralisi dei trasporti, chiusura delle fabbriche, -
le conseguenze sociali erano: crescente miseria, insicu­
rezza, scioperi e disordini. Nell’esercito in pieno scom­
piglio, il numero dei disertori raddoppierà prima di
ottobre. Il rinvio della questione agraria a una Costi­
tuente, aggiornata a tempo indefinito, lascia vaste diste­
se di campi non seminate, sicura minaccia di carestia. I
soldati del fronte, temendo che si proceda alla spartizio­
ne delle terre in loro assenza, tornano in massa ai villag­
gi senza autorizzazione. I contadini cominciano a sac­
cheggiare le proprietà, a impadronirsi del bestiame.
Dappertutto si moltiplicano i sintomi allarmanti.
Tuttavia la borghesia persisteva nella sua cieca poli­
tica. Le mire confessate da Miljukov sull’annessione di
Costantinopoli e dell’Armenia e sullo smembramento
V. LA RIVOLUZIONE 219

dell’Impero austro-ungarico e della Turchia —in un


paese il cui esercito in rotta a malapena sopportava la
difensiva e il cui popolo era privo di ambizioni conqui­
statrici come di sentimento patriottico — mostrano
l’immaturità politica di quella classe dirigente, tanto
più debole in Russia quanto più forte era, in rapporto, il
capitale straniero.
Al suo seguito, i socialisti rivoluzionari e i menscevi­
chi facevano di tutto per perdere la fiducia del proleta­
riato e dell’esercito, forze attive della rivoluzione, e per
deludere le campagne. La loro partecipazione al potere
che perpetuava lo stato di cose unanimemente esecrato,
le loro compromissioni con i diretti responsabili del caos
lasciavano per così dire al partito bolscevico il monopo­
lio, lo rendevano espressione delle aspirazioni della mol­
titudine impaziente.
Il partito socialista rivoluzionario, sempre meno so­
cialista e rivoluzionario, sempre più parolaio e sterile,
stava diventando un « grandioso zero », così si diceva
alludendo alle dimensioni del suo seguito assai poco
durevole; una sinistra energica si distaccava dal suo
fianco per seguire i bolscevichi al fine di « approfondi­
re » la rivoluzione. La socialdemocrazia tradizionale,
infatuata della civiltà occidentale, cercava un equilibrio
introvabile con metodi parlamentari inattuali e inadat­
ti; alla sua sinistra, il gruppo dei menscevichi interna­
zionalisti, diretti da Martov, assunse un severo atteg­
giamento verso la maggioranza e i suoi strateghi, Dan e
Cereteli. I bolscevichi, più omogenei e disciplinati, ad­
destrati all’azione collettiva, guidati da un capo realista,
duttile e fermo insieme, pronto all’iniziativa e irriducibi­
le sui princìpi, non tardarono a trarre profitto da una
situazione eccezionalmente favorevole e dai continui
errori dei loro rivali.
Con la parola d’ordine semplice e persuasiva « Tutto
il potere ai soviet! », dalla penetrante forza d’attrazione
si conquistavano di giorno in giorno la simpatia dei
poveri, di quelli che Kerenskij, fuori di sé, chiamava
« plebaglia » e « soldatesca » suscitando l’indignazione
220 STALIN

di Martov; si univano a loro gli operai delle fabbriche, i


marinai di Kronstadt, i fucilieri lettoni e i mitraglieri
finlandesi. Nel maggio, constata Suchanov, un terzo del
proletariato di Pietrogrado era dalla loro parte. La loro
avanzata non trovava ostacoli. Al primo Congresso dei
soviet, in giugno, furono presenti con soli 105 delegati
contro 285 socialisti rivoluzionari e 248 menscevichi: la
provincia era in ritardo sulla capitale. Ma nel soviet di
Pietrogrado, la loro frazione si rafforzava a ogni elezione
parziale. I soviet di circoscrizione, per primo quello di
Vyborg, cadono l’uno dopo l’altro nelle loro mani. Inte­
ri reggimenti, le fabbriche principali - fra cui Putilov
con 40.000 lavoratori —rispondono al loro appello.
Col ritorno di Trockij e la partecipazione dell’orga­
nizzazione socialdemocratica detta « intercircoscrizio-
ne », che raggruppava menscevichi e bolscevichi dissi­
denti, essi avevano ricevuto un potente rinforzo. Trockij
non arrivò che in maggio avendo incontrato maggiori
difficoltà di Lenin per tornare in Russia. Era stato infatti
arrestato su una nave dagli inglesi, internato vicino ad
Halifax, in ultimo liberato su domanda del soviet di
Pietrogrado. La rivoluzione trovava in lui il suo tribuno.
Egli sperava ancora nell’unione delle frazioni socialde­
mocratiche, ma cambiò parere una volta giunto in Rus­
sia; nonostante il comune programma la distanza tra
bolscevichi e menscevichi era ormai incolmabile. D’al­
tro canto, la sua concezione della « rivoluzione perma­
nente » convergeva con la nuova strategia di Lenin.
Dopo avere temuto lo spirito settario della frazione sot­
tomessa al « regime di Il’ič », gli sembrò di rilevare una
« debolscevizzazione del bolscevismo ». Le antiche con­
troversie sembravano appianate e completa l’identità di
vedute sugli obiettivi immediati. Il gruppo « intercirco-
scrizioni » si unì ai bolscevichi nell’azione ancora prima
di confluire nel loro partito, nel luglio 1917. Oltre a
Trockij, vi facevano parte ex menscevichi come Jofte,
Urickij, Volodarskij, Karachan ed ex bolscevichi di si­
nistra espulsi come Lunačarskij e Manuil’skij. Altri
menscevichi dell’ultima ora, Aleksandra Kollontaj,
V. LA RIVOLUZIONE 221
Larin, Antonov, aderivano al bolscevismo; il loro esem­
pio fu seguito più tardi da Čicerin, Steklov e altri ancora.
Il « fuori-frazione » Rjazanov aveva fatto lo stesso.
Il nome di Trockij trovò immediatamente posto ac­
canto a quello di Lenin, sia sulla stampa sia fra l’opinio­
ne pubblica, in Russia e all’estero. Entrambi personifi­
cavano davanti al mondo l’ascesa della rivoluzione ple­
bea in cammino. Lenin, esponendosi poco in pubblico,
maneggiava con sicurezza le leve del Partito, impiegava
ottimalmente il gruppo dei rivoluzionari di professione,
mentre elaborava la giustificazione dottrinale dei suoi
piani tattici. Trockij, sempre presente alle assemblee, ai
meeting o in strada, scrittore e oratore instancabile,
galvanizzava le folle e reclutava le legioni per la lotta
finale. « Lenin e Trockij », questa ragione sociale si
scolpiva nella memoria e nella storia. Si finì addirittura
per scrivere « Lenin-Trockij ».
I due avversari di ieri si capivano meglio alla piena
luce della guerra civile che non nei chiaroscuri dell’emi­
grazione e si compensavano efficacemente. « Da come
Trockij parlava di Lenin, si sentiva l’attaccamento del
discepolo. A quella data, durava ormai da trent’anni
l’attività militante di Lenin al servizio del proletariato,
quella di Trockij da venti. Le tracce dei disaccordi del
periodo precedente alla guerra erano completamente
scomparse. Tra la tattica di Lenin e quella di Trockij
non c’era differenza. Questo riavvicinamento, delinea­
tosi già durante la guerra, si era nettamente precisato
sin dal ritorno di Lev Davidovič in Russia. Subito dopo i
suoi primi discorsi, noi tutti, vecchi leninisti, avevamo
capito che era dei nostri ». Questi righe sono di Raskol’-
nikov, bolscevico della « vecchia guardia ».
Lenin apprezzava profondamente il suo emulo: « A
nessuno verrebbe in mente di discutere una candidatura
come quella di L.D. Trockij » scrive a proposito delle
liste bolsceviche di candidati alla Costituente. E in
un’altra occasione, a proposito della conciliazione dei
diversi partiti socialisti dice: « Trockij ha affermato da
molto tempo che l’unione è impossibile. Trockij lo ha
222 ST A U N

compreso e, da allora, non c’è stato bolscevico miglio­


re ». Nel suo ambiente, questo sentimento disinteressa­
to non era probabilmente condiviso da coloro che si
sentivano messi in ombra dal nuovo venuto, tra cui
Stalin. I bolscevichi formavano una confraternita molto
chiusa rispetto al nucleo dirigente, e l’ascesa di Trockij
al « vertice » era senza precedenti. Forse l’origine di
alcune rivalità personali risale a quel periodo. Tuttavia
l’atmosfera della lotta collettiva per il potere non ne
permetteva allora la crescita.
Lenin, facendo proprie la formula politica e tattica
della dittatura del proletariato a breve scadenza, la
motivava con l’imminenza della rivoluzione sociale nei
paesi progrediti d’Europa. Era sua convinzione che la
rivoluzione russa fosse inseparabile dall’avvento del so­
cialismo europeo. La vittoria della socialdemocrazia,
aveva scritto sin dal 1905, « ci offrirà la possibilità di far
insorgere l’Europa, e il proletariato socialista occidenta­
le, liberandosi dal giogo della borghesia, ci aiuterà a sua
volta a portare a termine la rivoluzione socialista ». La
guerra mondiale, proprio allora alimentata dall’inter­
vento degli Stati Uniti, lo confermava nella sua opinione
sull’approssimarsi di una guerra civile universale, della
quale l’episodio russo non sarebbe stato che la tappa
inaugurale.
Kautsky, in uno studio su Gli slavi e la rivoluzione,
pubblicato sull’« Iskra » nel 1902, aveva individuato lo
spostamento dell’epicentro rivoluzionario dall’Occi­
dente all’Oriente, e altresì predetto la missione di avan­
guardia dei popoli slavi, ma molto tempo dopo Herzen,
Bakunin e i populisti: « La Russia, che è debitrice al­
l’Occidente di tante iniziative rivoluzionarie, è forse
pronta ora a servirgli come fonte di energia rivoluziona­
ria »; la rivoluzione russa avrebbe purificato l’aria vizia­
ta in cui vegetava il movimento operaio europeo, corro­
so dal parlamentarismo. Dopo il 1905 lo stesso Kautsky
aveva previsto, come conseguenza della guerra russo­
giapponese, un’èra di rivoluzioni in Asia e nel mondo
musulmano; la previsione si verificò due anni più tardi
V. LA RIVOLUZIONE 223
in Turchia, l’anno seguente in Persia, infine due anni
dopo in Cina. E i segni di effervescenza si verificarono
anche nelle Indie e nell’Africa del Nord. Per contro,
Lenin si aspettava che la guerra portasse la rivoluzione
in Europa, senza la quale un tentativo socialista in Russia
non avrebbe avuto possibilità di vita.
Con l’ottimismo organico tipico del precursore, aveva
sempre sopravvalutato la capacità rivoluzionaria del
proletariato occidentale, sottovalutando al contempo le
risorse e le capacità di resistenza del capitalismo. Nel
1914, le sue illusioni sul socialismo tedesco erano così
salde che rifiutò di credere che i socialdemocratici del
Reichstag avessero concesso il loro voto ai crediti di
guerra e considerò un falso il numero del « Vorwaerts »
che ne riportava la notizia, ma dovette arrendersi all’e­
videnza. Tuttavia la sua reazione contro i vecchi partiti
socialisti, adattatisi alla legalità borghese, fu tanto più
intransigente, e unica perfino in seno all’Internazionale;
si pronunciò infatti sull’ineluttabilità così come sulla
necessità di nuovi partiti operai, e di una nuova Inter­
nazionale comunista, destinata a porre fine alla guerra
per mezzo del rovesciamento del capitalismo. Senza
dubbio la sua tattica in Russia non sarebbe stata così
radicale se non fosse stato altrettanto sicuro della riscos­
sa rivoluzionaria europea.
Il suo grido di guerra: « Tutto il potere ai soviet! »
non esprime l’intempestiva ambizione di impadronirsi
degli organi dello Stato; al contrario egli crede che si
debbano distruggere e sostituire i soviet, dominati allora
dal socialismo riformatore. Ma egli è più lungimirante,
poiché presagisce l’ascesa delle sue forze grazie al falli­
mento dei « Louis Blanc » della situazione. Nondimeno,
ha ben presente il pericolo latente nella sconfinata mas­
sa contadina, capace di appoggiare la reazione più
estrema: « Dobbiamo aspettarci l’eventualità in cui la
classe contadina potrebbe unirsi alla borghesia » disse,
considerando il peggio. A causa dei suoi contadini, « la
Russia è il paese più piccolo-borghese d’Europa ». Per­
ciò auspica, peraltro senza risultato, la formazione di
224 STALIN

soviet separati di contadini poveri, destinati a controbi­


lanciare la piccola e la media proprietà agraria. Lungi
dal volere forzare il corso della storia, Lenin consiglia ai
soviet di « decretare unicamente delle riforme che siano
assolutamente mature per la realtà economica e, insie­
me, per la coscienza della stragrande maggioranza del
popolo ».
Il suo giudizio era equilibrato nel figurarsi il grado di
maturità del proletariato russo, numericamente debole,
« meno cosciente, meno organizzato, meno preparato di
quello degli altri paesi ». In molte occasioni, ripete sotto
forme diverse lo stesso concetto: « Il socialismo in Rus­
sia non può vincere né immediatamente né direttamen­
te ». Non si stanca di raccomandare al suo partito di
spiegare con pazienza alle masse ignoranti quale sia il loro
interesse. E altresì attento allo stato d’animo dell’opi­
nione pubblica mutevole, sta all’erta per non lasciarsi
superare o prendere in contropiede dalle correnti spon­
tanee: « Il paese è mille volte più a sinistra di Černov e
Cereteli, e cento volte più a sinistra di noi ». Convinto
della necessità di una dittatura, di un potere che pog­
giasse non sulla legge ma sulla forza, Lenin aveva già
stupito il Congresso dei soviet nel dichiararsi pronto col
suo partito ad assumere tutto il potere senza riserve,
mentre gli altri socialisti indietreggiavano davanti alle
responsabilità. Riteneva che i soviet rappresentassero sì
gli interessi del popolo operaio e contadino, ma confu­
samente, solo la sua frazione invece ne era l’espressione
cosciente e conseguente.
Dopo le « giornate di luglio » - il proletariato e la
guarnigione di Pietrogrado erano scesi spontaneamente
nelle strade, in risposta alla disastrosa offensiva in Gali-
zia, voluta dagli Alleati ma decisa da Kerenskij e ratifi­
cata dalla maggioranza del soviet - Lenin rivede bru­
scamente la tattica, cambia parola d’ordine. I bolscevi-
chi non avevano fomentato la ‘ sortita ’ ma, davanti
all’inevitabile, si erano decisi a prenderne la guida.
Seguì una dura repressione che pagarono ad alto prezzo.
L ’azione decisiva si rivelò prematura e il suo obiettivo —
V. LA RIVOLUZIONE 225

« Tutto il potere ai soviet! » —ancora inaccessibile. La


reazione gridava alla sommossa. Le sedi del partito
della rivoluzione permanente furono saccheggiate;
Trockij, Kamenev, la Kollontaj e altri imprigionati,
Lenin e Zinov’ev costretti a nascondersi. Alcune pre­
sunte rivelazioni, architettate per far apparire i leader
del bolscevismo come agenti al soldo della Germania,
gettavano il sospetto su di loro, nonostante fossero visi­
bilmente false. Erano giunti i giorni cupi.
Tutta una letteratura, in apparenza imponente, tende
a mostrare un popolo di 150 milioni di anime in balìa di
venalità individuali e di pochi miserabili marchi. A
prescindere daU’incorruttibilità del principale perso­
naggio in causa, attestata dalla sua intera esistenza, le
« prove » in questione si annullano da sé. Per nessuna
distribuzione di sussidi è mai stata necessaria una tale
abbondanza di documentazione inutile, inconcepibile
se non come dimostrazione di cose inesistenti. Del resto,
Kerenskij non osò tener conto di questi « corpi del-rea­
to » di cui gli archivi del Reich, resi accessibili dalla
rivoluzione tedesca, non presentano alcuna traccia. Ol­
tre a questa confutazione, T.G. Masaryk li ha ricusati
nelle sue memorie: « Non so quanto gli americani, gli
inglesi e i francesi abbiano pagato quei documenti, ma il
loro stesso contenuto rivelava chiaramente, a qualsiasi
conoscitore di queste questioni, che i nostri amici ave­
vano comprato dei falsi. Se ne ebbe una prova ad oculos:
quei documenti che si diceva provenissero da paesi dif­
ferenti erano stati battuti sulla stessa macchina ». Così,
la macchina dimostra anche la macchinazione.
Nel suo ritiro, Lenin meditava sulle lezioni della
sconhtta e ne deduceva che il motto « Tutto il potere ai
soviet! » aveva cessato di essere vero. Da quel momento
era necessario rivendicare la dittatura del proletariato
esercitata dal partito bolscevico. Per colpa dei « Louis
Blanc » e dei « Cavaignac », l’evoluzione pacifica della
rivoluzione diventa impossibile, s’impone una parola
d’ordine che inciti alla battaglia, annunziatrice di una
lotta senza quartiere. Sempre perentorio, Lenin affer­
226 STALIN

ma: « Non capirlo significa non capire nulla dei proble­


mi essenziali del momento ».
Il Partito appunto non capiva, e il futuro giustificò il
mantenimento della vecchia formula popolare. In quel­
la circostanza, l’inerzia conservatrice aveva la meglio
sulla mutevolezza d’intenti del capo, che non ebbe modo
di far prevalere la sua tesi al di là della cerchia dei
dirigenti del Partito. Gli avvenimenti precipitavano a
un ritmo vorticoso, sconvolgendo i presupposti del ra­
gionamento. In agosto, il fallito atto di forza di Kornilov
segna una svolta insperata: contro il generale sedizioso,
nel quale la controrivoluzione riponeva le sue speranze,
si chiamano in aiuto i bolscevichi, fino a poco prima
disprezzati e perseguitati. Essi hanno l’intelligenza tat­
tica di accettare una coalizione socialista per difendere
la rivoluzione minacciata,e, insieme alle armi, ricupe­
rano così il diritto di controllare le piazze. I socialisti
conciliatori, alleati di Kerenskij, perdono terreno a vista
d’occhio, e lo stesso Kerenskij, superato il pericolo, vede
il suo prestigio sempre più diminuito a causa del ruolo
sospetto nell’avventura e della sua manifesta impoten­
za. In compenso, i sobborghi, le caserme e gli equipaggi
della flotta, sollecitati dall’allarme, vanno verso i bol­
scevichi che avevano preannunciato il pericolo incom­
bente. Uno dopo l’altro, i compagni incarcerati a luglio
vengono rimessi in libertà. Un nuovo flusso rivoluziona­
rio si leva dalle profondità della capitale.
Il prestigio personale, che i bolscevichi trassero da tali
circostanze, si accrebbe, ma Trockij superò, a questo
riguardo, tutti gli altri. Si riferiva la scena struggente del
suo intervento in mezzo alla folla inferocita, per salvare
Černov dal linciaggio. In contrasto con l’atteggiamento
equivoco del bolscevico di sinistra Lunačarskij, di cui
la stampa commentava l’evoluzione opportunistica,
Trockij aveva solidarizzato senza indugi con i vinti del
momento: « Condivido la posizione di principio di Le­
nin, di Zinov’ev, di Kamenev. L ’ho sostenuta in partico­
lare sul “ Vperëd ” e in generale in tutti i miei discorsi
pubblici ». Davanti al giudice istruttore egli tenne, se­
V. LA RIVOLUZIONE 227

condo la testimonianza dei suoi coimputati, un conte­


gno « eroico ». In assenza di Lenin, i bolscevichi lo
stimavano come il loro più autorevole portavoce, ancora
prima della sua iscrizione formale al Partito.
Lenin, incline ad attribuire al nemico il proprio spiri­
to di decisione, il proprio senso innato per l’azione effi­
cace, aveva detto in luglio: « Adesso, ci fucileranno tutti.
È il momento buono per loro ». Parimenti, al suo arrivo
in Russia, si era aspettato l’arresto. Ma ben presto la
piega presa dagli avvenimenti lo avrebbe rassicurato.
Dopo l’affare Kornilov, commenta: « Ci siamo straor­
dinariamente avvicinati al potere, ma per vie traver­
se... ». E riprende, come compromesso, la vecchia paro­
la d’ordine che aveva ripudiata troppo frettolosamente:
« Tutto il potere ai soviet! » - ultima possibilità, secon­
do lui, di assicurare il progresso pacifico della rivoluzio­
ne. « Formazione di un governo di socialisti rivoluzio­
nari e di menscevichi, responsabile davanti ai soviet » —
questo era il significato.
Quanto a Stalin, è ancora molto difficile attribuirgli
qualche spazio in quel periodo, se si vogliono rispettare
le proporzioni. Non c’è nulla di rilevante, né nei suoi
scritti, né nelle sue azioni. Che fosse calcolata o no,
questa riservatezza è forse la sua caratteristica. Egli
assume una funzione amministrativa al quartier gene­
rale del Partito, e una redazionale nei suoi giornali, ma
si guarda bene dal dire o dal fare qualsiasi cosa che
possa coinvolgerlo a fondo. Dem’jan Bednyi riferisce
con ammirazione questo esempio dei suoi meriti: alla
vigilia della manifestazione di luglio, alcuni marinai di
Kronstadt telefonano alla « Pravda » per sapere se
devono sfilare con i loro fucili; Stalin risponde: « I fuci­
li?... Sta a voi decidere, compagni... Noi scribacchini ci
portiamo sempre appresso la nostra arma, la penna...
Quanto a voi, per le vostre armi, sta a voi decidere... ».
Secondo Trockij, si teneva prudentemente in disparte,
aspettando l’occasione di mostrare la sua saggezza. In
ogni caso, era pur sempre qualcuno fra i principali
militanti, ma al riparo delle quinte dove, in mancanza
228 STALIN

di originalità, si rendeva utile per la sua perseveranza.


In assenza di Lenin e degli ideologi accreditati del
Partito, il Congresso socialdemocratico bolscevico, che
si riunì quasi clandestinamente nel luglio-agosto sotto la
direzione ferma e discreta di Sverdlov, fu in realtà un’as­
semblea che si limitò a registrare e a sbrigare gli affari
correnti. Il Comitato Centrale aveva predisposto il lavo­
ro, mentre le lettere e gli articoli di Lenin determinarono
rigorosamente l’orientamento. I delegati si sentivano
esecutori piuttosto che dirigenti, così che, su questa
scala ridotta, Stalin potè sostenere un ruolo di primo
piano come relatore del Centro direttivo. Obbediente
alle istruzioni di Lenin, raccomandò di rinunziare alla
parola d’ordine « Tutto il potere ai soviet! ». Nella riso­
luzione votata, fece inserire una frase che indica molto
bene lo smarrimento passeggero dello stato maggiore
bolscevico: « I soviet giungono al termine di una tor­
mentata agonia, si disgregano per non avere preso in
tempo tutto il potere nelle loro mani ». Era un grosso
errore, pensavano molti compagni della base, ma la
responsabilità iniziale era da attribuirsi a Lenin, che
escludeva l’eventualità della bolscevizzazione dei so­
viet. Più tardi Stalin si è indebitamente vantato di avere
opposto resistenza al cambiamento, da lui stesso formu­
lato, nel testo in questione, peraltro vago abbastanza
per permettere differenti interpretazioni: « Liquidazio­
ne totale della dittatura della borghesia controrivolu­
zionaria », questo non sostituiva le direttive pratiche né
indicava alcuna via precisa di accesso al potere.
Alla fine del VI Congresso, ci fu un breve scambio di
osservazioni spassionate tra Stalin e Preobraženskij cir­
ca le ultime parole della risoluzione. Le classi rivoluzio­
narie, stava scritto, dovevano prendere il potere per
andare, « insieme al proletariato rivoluzionario dei pae­
si progrediti, verso la pace e la ricostruzione socialista
della società ». Preobraženskij suggeriva un’altra for­
mulazione: « ... verso la pace e, quando avverrà la rivo­
luzione proletaria in Occidente, verso il socialismo ».
Stalin vi si oppose dichiarando: « Non è affatto escluso
V. LA RIVOLUZIONE 229

che proprio la Russia sarà il paese ad aprire la via al


socialismo ». Era un disaccordo in apparenza insignifi­
cante, ma gravido di conseguenze future.
Per la prima volta Stalin fu confermato da un con­
gresso nelle sue funzioni di membro del Comitato (dopo
esserlo stato in occasione della precedente conferenza di
maggio). Egli si avvaleva della situazione acquisita per
cooptazione nella fase misteriosa della sua attività. Nes­
suno pensava a discutere il fatto compiuto né a contesta­
re la validità della precedente scelta di Lenin. Il Partito
riuniva allora più di 175.000 membri, ma i suoi quadri
direttivi e il suo nucleo stabile erano già alquanto gerar-
chizzati al fine di assicurare la continuità di direzione e
organizzazione. Il fatto che Trockij, pur assente, venne
eletto al Comitato Centrale con più voti di Stalin, mette
in luce il carattere eccezionale della sua adozione.
La biografia ufficiale non attribuisce nulla di rilevan­
te a Stalin tra febbraio e ottobre, e non fa che dar atto del
suo « completo accordo » con Lenin. Come fanno fede i
testi citati, l’accordo cominciò con una profonda diver­
genza per continuare sotto forma di sottomissione pas­
siva. Nelle sue memorie Trockij caratterizza in questi
termini il contributo personale di Stalin alla politica del
Partito durante la rivoluzione: « Non c’è un articolo di
quei tempi in cui Stalin abbia tentato di valutare la sua
precedente politica e di aprirsi la via verso la posizione
leninista. Tacque, semplicemente. Era troppo compro­
messo dal modo nefasto con cui aveva diretto le opera­
zioni durante il primo mese della rivoluzione. Preferì
tenersi in ombra. Non ci fu occasione in cui intervenne
per difendere i punti di vista di Lenin. Fu elusivo e
aspettò. Nei mesi più importanti, quelli della prepara­
zione teorica e politica della sommossa, Stalin, politi­
camente, non esisteva ».
La constatazione è abbastanza esatta se per politica si
intendono le idee generali, i concetti d’insieme che con­
cernono la dottrina e il programma, i piani a lunga
scadenza. Ma in una eccezione più ristretta e al livello
inferiore della spicciola politica quotidiana, Stalin era
230 STALIN

uno dei primi agenti-esecutori della volontà di Lenin.


Come tale, e nei limiti delle sue capacità, egli sapeva
rendere incontestabili servizi al Partito. L ’essenziale era
utilizzarlo con discernimento e, sotto questo aspetto,
Lenin sembrava destreggiarsi piuttosto bene.

« Nonostante i loro grossi errrori e le frequenti assur­


dità, i soviet sono stati le matrici primitive, politiche e
sociali, in cui il torrente di lava rivoluzionaria ha potuto
scorrere per raffreddarvisi ». Kerenskij, autore di queste
righe compiacenti, rassicurava l’ambasciatore d’Inghil­
terra asserendo che i soviet « moriranno di morte natu­
rale ». Era pressappoco il punto di vista di Stalin sulla
« tormentata agonia » dei soviet. Le « Izvestija » del
primo Comitato esecutivo scrivevano pure: « Il ruolo
dei soviet sta giungendo al termine ». A prima vista i
fatti inflissero a tutti questi profeti una sorprendente
smentita: invece di scomparire, i soviet si stavano bol­
scevizzando.
In settembre il soviet di Pietrogrado passa in maggio­
ranza dalla parte dei vinti di luglio, Trockij è eletto
presidente per acclamazione. Quelli di Mosca, di Kiev,
delle altre principali città fanno altrettanto. Alle elezioni
municipali, lo sviluppo progressivo dei bolscevichi è
parallelo, e ancora più marcato nei comitati dell’esercito
e della marina. I leninisti si conquistano la hducia dei
sindacati operai, dei comitati di fabbrica. Il loro partito
era stato il primo ad organizzare i distaccamenti di
guardie rosse. In questo paese in disfacimento, Lenin
disponeva della sola forza reale e attiva, tenace e disci­
plinata.
Non era certo uomo da non servirsene, né da lasciarsi
sfuggire l’ora propizia. Tutta la sua esistenza non era
stata che una laboriosa e attenta preparazione all’urto
decisivo. E vede giungere quest’ora tanto attesa dal suo
nascondiglio dove analizza le notizie, sonda le opportu­
nità, calcola le possibilità di successo e i rischi. L ’orga­
nizzazione bolscevica, la sua opera, risultato di ventan­
ni di lavoro e di lotta, ha fatto propria l’élite più intrepi­
V. LA RIVOLUZIONE 231
da del movimento operaio rivoluzionario. Intorno a lui
si radunano tutti coloro che fermamente credono il so­
cialismo una necessità attuale e ardono dal desiderio di
passare dalla teoria alla pratica. I socialisti rivoluziona­
ri di sinistra lo appoggiano con i loro elementi combat­
tenti, sempre più numerosi. I menscevichi internaziona­
listi, per bocca di Martov, gli rendono giustizia e non
disperano di potersi presto riunire. Gli avversari agisco­
no in modo sempre più sconsiderato, favoriscono il suo
giuoco. Non c’è dubbio, l’epilogo è vicino.
Se nel momento supremo il Partito, strumento dei
suoi progetti, fosse all’altezza dell’azione, la rivoluzione
potrebbe superare l’ultima tappa. « Controrivoluzione
o giacobinismo », così Lenin definisce l’alternativa. La
conquista del potere si pone in una prospettiva imme­
diata. A qual fine? Al fine di realizzare una « repubblica
pienamente democratica ». La democrazia integrale,
questo è il punto essenziale del programma.
I soviet, dice Lenin, sono un « tipo superiore di demo­
crazia ». Non si tratta di un’astrazione: « Il potere ai
soviet, ecco l’unico mezzo per assicurare Vevoluzione gra­
duale, pacifica, indolore degli avvenimenti, per far in modo
che tale evoluzione proceda di pari passo con lo sviluppo
della coscienza, dello spirito di decisione e dell’esperien­
za della maggioranza delle masse popolari ».
Insiste in modo particolare sul carattere pacifico di
tale concezione: « ... Lo sviluppo pacifico della rivoluzione
sarebbe possibile e prevedibile se tutto il poterefosse in mano ai
soviet. La lotta dei partiti per il potere può svilupparsi
pacificamente in seno ai soviet a condizione che questi
rinunzino a fare deroghe ai princìpi democratici, come per
esempio concedere ai soldati un rappresentante ogni
500 e agli operai uno ogni 1000. \n \ma.repubblica democra­
tica queste infrazioni ai princìpi non devono essere tolle­
rate ».
Questa sua idea ritorna frequente negli scritti di quel
periodo, con alcune varianti che non fanno che confer­
marla: « Se i soviet prendessero il potere, potrebbero
tuttora - ed è probabilmente l’ultima occasione favore-
232 STALIN

vole - assicurare lo sviluppo pacifico della rivoluzione, reie­


zione pacifica dei deputati da parte del popolo, la concorren­
za pacifica dei partiti in seno ai soviet, la verifica pratica
del programma dei differenti partiti, la pacifica succes­
sione dei partiti al potere ».
Quanto alle misure che i soviet sovrani dovrebbero
adottare per realizzare la vera democrazia, esse si rias­
sumono nella soppressione della polizia, dell’esercito per­
manente, della burocrazia. Invariabilmente ripete, e una
volta in più piuttosto che una in meno, questo preciso e
categorico proposito: sopprimere la polizia, l’esercito e i
funzionari di mestiere, abolire i privilegi distintivi. La
milizia, armamento generale del popolo, con i suoi qua­
dri eletti a tutti i gradi, dovrà sostituire insieme la vec­
chia polizia e il vecchio esercito. Le funzioni dello Stato
saranno espletate da cittadini designati/^ elezione, revo­
cabili in qualsiasi momento, il cui stipendio non supere­
rà il salario operaio. « Queste misure democratiche,
semplici e ovvie, rendendo solidali gli interessi degli
operai e della maggioranza dei contadini, faranno al
tempo stesso da passerella tra il capitalismo e il sociali­
smo ». L ’esempio da seguire, rispetto a queste misure, è
quello della Comune di Parigi del 1871.
Pali sono le proposte che espone sulla stampa bolsce­
vica e che motiva con più vigore nella sua opera Stato e
Rivoluzione, scritta nei successivi ritiri dove si nasconde
lavorando con ardore e fermezza straordinari. Contem­
poraneamente, analizza la situazione economica e poli­
tica in un opuscolo: La catastrofe imminente e i mezzi per
scongiurarla, dove propugna il controllo operaio sulla
produzione, la nazionalizzazione delle banche e dei
trust, il lavoro obbligatorio... Vi si può leggere, tra gli
altri, questo avvertimento: « La guerra è inflessibile,
pone la questione in termini inesorabili: perire oppure
raggiungere e superare i paesi progrediti, anche sul terreno
economico. Ciò è possibile, poiché ci avvantaggiamo
dell’esperienza di numerosi paesi evoluti e dei risultati
della loro tecnica e della loro cultura generale... Perire o
andare avanti a tutto vapore, è in questi termini che la
V. LA RIVOLUZIONE 233

storia pone il problema ». Il giorno stesso in cui termina


questo studio, Lenin indirizza al Comitato Centrale del
Partito una lettera che inizia con queste parole: « Dal
momento che hanno ottenuto la maggioranza nei soviet
dei deputati operai e soldati delle due capitali, i bolsce-
vichi possono e devono prendere il potere ».
Secondo le sue previsioni, « i bolscevichi formeranno
un governo che nessuno potrà rovesciare ». E necessario
affrettarsi poiché corre voce di un imminente abbando­
no di Pietrogrado ai tedeschi e si parla anche di pace
separata tra l’Inghilterra e gli Imperi centrali. (Non
mancavano allora le voci che diffondevano il panico).
Non bisogna aspettare la Costituente perché « con la
capitolazione di Pietrogrado, Kerenskij e compagni
avranno sempre la possibilità di far fallire la convoca­
zione di una Costituente ». Inhne, è altrettanto necessa­
rio assimilare le parole di Marx: « L ’insurrezione è
un’arte »...
A questa prima lettera fa seguito una seconda nella
quale Lenin spiega, portando a sostegno gli insegna-
menti di Marx e Engels, come e perché l’insurrezione è
un’arte, e applica il suo metodo alla situazione presente.
Vi afferma tra l’altro: « ... Solo la nostra vittoria insur­
rezionale farà fallire gli intrighi che mirano alla pace
separata » e, in previsione del peggio: « Se la nostra
offerta di pace (generale) venisse respinta, e se non
dovessimo ottenere neppure un armistizio, divente­
remmo allora accaniti fautori della difesa nazionale ».
Seguono alcuni consigli pratici per la creazione di un
quartier generale dell’insurrezione, la suddivisione delle
forze, l’occupazione dei punti strategici, le indispensabi­
li operazioni preliminari. Allora, o mai più, era il mo­
mento di mettere a frutto, nell’interesse della guerra
civile, la scienza militare attinta dallo studio dei « mae­
stri della guerra », fra i quali anche Clausewitz, e dall’e­
sperienza delle battaglie del 1905.
Come rispondeva il Partito alle speranze e agli appelli
di Lenin? I verbali del Comitato Centrale mostrano
quanto i dirigenti in libertà fossero ben lontani dal
234 STALIN

pensare autonomamente alle eventualità indicate con


tanta certezza. Nel ricevere messaggi così pressanti,
alcuni si convincono con la logica, altri seguono per
fedeltà, altri ancora restano prudentemente in attesa,
altri infine reagiscono negativamente. Stalin era fra co­
loro che, pur seguendo la corrente, si astenevano dal
pronunciarsi. Trockij, d’accordo con Lenin sulla dire­
zione da seguire, si preoccupava di conferire all’insurre­
zione una copertura legale, facendo coincidere la solle­
vazione con l’inizio del secondo Congresso dei soviet,
ormai conquistato alla causa dei bolsceviche Zinov’ev e
Kamenev, con la tacita approvazione di pochi altri,
giudicavano pericoloso e prematuro impadronirsi del
potere, perché temevano l’isolamento del Partito e le
conseguenze di un’avventura.
Per contro, le proposte di Lenin riflettevano fedel­
mente il sentimento della massa in rivolta, soprattutto
dei soldati, impazienti di uscire dall’incubo della guer­
ra. Le delegazioni del fronte richiedono ogni giorno a
Pietrogrado l’intervento liberatore del soviet, ingiungo­
no ai bolscevichi di agire energicamente in favore della
pace e della soluzione della questione agraria. L ’eco dei
disordini delle campagne diffonde dappertutto l’allar­
me; l’esaurirsi della pazienza contadina si esprime nella
conhsca di raccolti, nel sequestro delle terre, nella resi­
stenza armata alle repressioni di Kerenskij.
Nel settembre, il partito bolscevico raggiunge i
240.000 membri. La sua destra, che aveva contorni
imprecisi e un’importanza non consolidata, era ancora
propensa a un ruolo di opposizione parlamentare all’in­
terno delle istituzioni rappresentative della Repubblica,
finalmente proclamata. Fu responsabile della decisione
di partecipare alia Conferenza democratica, la cui com­
posizione fu scelta arbitrariamente, riunita dal governo
in attesa della Costituente, a titolo di assemblea provviso­
ria da dove uscì il pre-Parlamento. Trockij, appoggiato
da Stalin, ne propose il boicottaggio, ma si trovò in
minoranza. Una volta di più, fu necessario l’intervento di
Lenin per riportare il Partito sulla via dell’insurrezione.
V. LA RIVOLUZIONE 235

« Ci siamo tutti sbagliati » scrive Lenin nel suo artico­


lo. « Gli errori del nostro partito »; « dovevamo boicot­
tare la Conferenza democratica »; adesso, « si deve boi­
cottare il pre-Parlamento ». Si congratula con Trockij e
lo incoraggia, esige addirittura un congresso straordina­
rio del Partito per tornare sulla decisione « vergogno­
sa » degli « ambienti dirigenti ». Il Comitato Centrale si
sottomette, la frazione abbandona il pre-Parlamento
dopo che Trockij ha letto una dichiarazione minacciosa.
Lo scoppio del conflitto violento ormai era solo una
questione di ore.
Lenin dimostra che « la crisi è matura » in un nuovo
articolo nel quale afTerma che « alla Hne di settembre si è
prodotta una grande svolta nella storia della rivoluzione
russa e, secondo tutte le apparenze, della rivoluzione
mondiale ». Gli sembra di scorgere « i sintomi evidenti
della grande svolta, i segni del preludio di una rivolu­
zione su scala mondiale » in Italia ein Germania: « Non
è più permesso dubitare, siamo alla vigilia della rivolu­
zione proletaria mondiale ». Spetta a noi incominciare,
afferma, sfruttando i vantaggi, le libertà, i mezzi di cui
disponiamo in Russia. Il crollo dei socialisti riformisti e i
vertiginosi progressi dei bolscevichi, comprovati da tut­
te le elezioni, non consentono più di esitare: « Insieme ai
socialisti rivoluzionari di sinistra, noi abbiamo attual­
mente la maggioranza nei soviet, nell’esercito, nel pae­
se ».
Ma esiste nel Comitato Centrale del Partito una ten­
denza « che vuole aspettare il Congresso dei soviet e si
pronuncia contraria alla presa immediata del potere »;
tale tendenza deve essere vinta, « altrimenti i bolscevi­
chi si disonoreranno per sempre e scompariranno in
quanto partito ». E chiara l’allusione a Trockij. Aspet­
tare questo congresso sarebbe un’« idiozia » o un « tra­
dimento ». Bisogna colpire all’improvviso a Pietrogra-
do, a Mosca e nella flotta del Baltico... Tardare vuol dire
perdere tutto... E per sollecitare i suoi uomini di fiducia
troppo passivi, Lenin dà le dimissioni dal Comitato
Centrale; infatti sa di essere indispensabile.
236 STALIN

Lenin non si limita a spingere all’azione, discute e


persuade con la validità delle sue argomentazioni. Il suo
opuscolo / bolscevichi conserveranno il potere? trascina molti
che ancora esitavano. Confuta a uno a uno i pregiudizi
dell’opinione comune secondo la quale, se i bolscevichi
prendessero il potere, sarebbero incapaci di conservar­
lo. Fingendo di rispondere ai nemici, si propone soprat­
tutto di convincere i partigiani indecisi. È in quella
occasione che usa le parole minatorie di san Paolo: « Chi
non lavora non mangia », e ai sofismi dei timorosi oppo­
ne con sicurezza un suo sofisma: se 130.000 proprietari
fondiari hanno potuto governare la Russia nell’interesse
dei ricchi, 240.000 bolscevichi la potranno amministra­
re nell’interesse dei poveri. Certo, immense sono le diffi­
coltà che incombono, ma « non c’è frittata se non si
rompono le uova ». I bolscevichi vinceranno poiché essi
incarnano l’idea di giustizia dei lavoratori e « le idee
diventano una forza quando si impadroniscono delle
masse ».
Il Comitato Centrale si arrendeva a queste ragioni,
ma con un ritardo e una lentezza esasperanti per Lenin,
ossessionato dalla possibilità di perdere tutto se si fosse
lasciato passare il momento. « L ’attesa sta diventando
un vero e proprio delitto » scrive in una nuova lettera
agli organi direttivi del Partito. « Temporeggiare è un
delitto, aspettare il Congresso dei soviet è un formalismo
infantile, assurdo e disonorevole, significa tradire la rivo­
luzione... Bisogna fare l’insurrezione immediatamen­
te... La vittoria è certa a Mosca, dove nessuno può
combatterci. A Pietrogrado, si può ancora aspettare. Il
governo è impotente, è in una situazione senza via d’u­
scita: si arrenderà... La vittoria è sicura e ci sono nove
probabilità su dieci di ottenerla senza spargimento di
sangue... Aspettare è un delitto verso la rivoluzione ».
L ’indomani, Lenin manda i suoi « Consigli di un
assente » per ricordare ancora una volta che la presa del
potere implica l’insurrezione armata e per richiamare
alla memoria di tutti le nozioni marxiste dell’arte insur­
rezionale. E conclude: « Il trionfo della rivoluzione rus­
V. LA RIVOLUZIONE 237

sa e insieme della rivoluzione mondiale dipende da due


o tre giorni di lotta ».
In un’altra lettera dello stesso giorno, indirizzata ai
bolscevichi della Conferenza regionale dei soviet del
Nord, incita a passare all’offensiva: « L ’ora è così grave
che ogni temporeggiamento, in verità, equivale alla
morte ». Dopo molti sintomi premonitori, infatti, gli
ammutinamenti della flotta tedesca annunziano la rivo­
luzione mondiale. Per tre volte Lenin ripete: « Temporeg­
giare significa morire ».
Il 23 ottobre, tornato clandestinamente a Pietrogra-
do, partecipa alla seduta del Comitato Centrale che
decide finalmente l’insurrezione. I motivi della risolu­
zione adottata citano a sostegno in primo luogo la « cre­
scita della rivoluzione socialista mondiale », la « minac­
cia di pace tra gli imperialisti », « l’indubitabile deci­
sione della borghesia russa e di Kerenskij & C. di conse­
gnare Pietrogrado ai tedeschi ». E importante far notare
che l’atto storico si fondò innanzitutto su tre supposizio­
ni errate. Tuttavia, l’esatta valutazione della situazione
interna in Russia fu sufficiente per garantire il successo.
Gli unici a resistere apertamente all’impulso dato da
Lenin erano stati Kamenev e Zinov’ev, per quanto le
loro inquietudini fossero condivise da molti altri. Essi
non credevano così vicina né matura la « rivoluzione
proletaria internazionale », ed erano contrari a com­
promettere tutto l’avvenire puntando unicamente sul­
l’insurrezione. Nel timore di una « sconfitta sicura »,
giungono persino al punto di violare la disciplina, di
sconfessare la direzione del proprio partito sul giornale
di Gor’kij, ostile al bolscevismo. Kamenev sottolinea la
gravità del disaccordo rassegnando le dimissioni dal
Comitato Centrale. Proprio mentre ci si preparava al­
l’attacco, la defezione di due dei principali « vecchi
bolscevichi » era di cattivo augurio. y
Tuttavia Lenin non giudicava irreparabile la perdita.
Alludeva a discepoli di questo genere quando citava le
amare parole di Marx: « Ho seminato draghi e ho rac­
colto pulci ». Ma, dopo avere pazientemente confutato
238 STALIN

la loro tesi, li denunzia implacabilmente come « tradito­


ri » non appena sa della loro opposizione pubblica,
invita il Partito a espellere questi « disertori », questi
« gialli » di cui condanna irrevocabilmente « l’infamia
senza limiti ». Stalin ha l’infelice idea di tentare di smi­
nuire la gravità del fatto con una nota della redazione
sull’organo centrale del Partito: « Il tono aspro dell’ar­
ticolo di Lenin non modifica il fatto che, sostanzialmen­
te, siamo tutti dello stesso parere... ». Per la generale
riprovazione, è costretto a dimettersi dalla redazione,
ben sapendo peraltro che le innumerevoli difficoltà del
momento imponevano il rifiuto delle sue dimissioni.
Non era ciò che più preoccupava Lenin. Il Congresso
dei soviet, più volte rinviato prima di essere fissato al 7
novembre, si stava avvicinando e il Comitato Centrale
sembrava aspettare questa data per dare il segnale del­
l’insurrezione. A Trockij premeva collegare i due avve­
nimenti, Lenin era impaziente di provocare il fatto
compiuto, di realizzare l’operazione tecnica, a costo di
farla sanzionare dall’operazione politica. Kerenskij non
avrebbe forse potuto precederli e, con alcuni reggimenti
sicuri, contrastare tutti i loro piani? Ma non successe
nulla di simile; un singolare addensarsi di circostanze
favorevoli facilitava la vittoria della nuova rivoluzione.
Secondo l’espressione di John Reed, tutto concorse a
versare « olio sul fuoco bolscevico ». Posto di fronte alle
necessità collettive più impellenti, il potere continuava a
oscillare tra mediocri soluzioni e una repressione ineffi­
cace, accumulava delusioni facendo incetta di errori.
L'unica speranza delle masse popolari deluse trovava
espressione nelle chiare note del programma di Lenin.
Il governo, incapace di fare un passo verso la pace e
responsabile dell’inutile massacro in Galizia, era diven­
tato inviso ai soldati. I bolscevichi, mentre favorivano il
diffondersi della fraternizzazione nelle trincee, propo­
nevano di offrire immediatamente a tutti i belligeranti
« una pace democratica », senza annessioni né indenni­
tà. « In caso di rihuto, faremmo la guerra rivoluziona­
ria » diceva Lenin, e Trockij usava lo stesso linguaggio.
V. LA RIVOLUZIONE 239
Il governo, ostinato a dilazionare alle calende greche
il soddisfacimento dellafame di terra, impelagato in stati­
stiche, studi, commissioni, progetti, aveva perso ogni
autorità sulle campagne. I bolscevichi proponevano la
consegna immediata della terra ai soviet contadini, con
l’obbligo di disporne secondo le condizioni locali. Si
trattava di un esproprio di proporzioni gigantesche che
assecondava gli interessi di ogni lavoratore della terra.
Il governo si rifiutava di soddisfare le rivendicazioni
sempre più imperative delle nazionalità oppresse dallo
zarismo, entrava in aperto conflitto con la Finlandia e
l’Ucraina. I bolscevichi proponevano di restituire ai
popoli da emancipare la totale libertà di disporre di se
stessi.
Il governo pareva complice del tentativo controrivo­
luzionario di Kornilov e, col suo comportamento sospet­
to in quest’affare, non solo non conquistò nessuno alla
sua causa, ma si inimicò anche i capi militari, perse
l’appoggio delle forze di destra mentre continuava a
perdere la fiducia delle forze di sinistra. I bolscevichi,
che avevano previsto il ritorno offensivo della reazione,
per primi contribuirono a vanificarlo. Il governo ag­
giornava la Costituente dando così l’impressione di
temerla; i bolscevichi dal canto loro ne esigevano la
convocazione immediata. Il governo sabotava visibil­
mente la riunione del prossimo congresso dei soviet. I
bolscevichi si spingevano ben oltre.
Il governo, come se volesse toccare il colmo dell’im­
popolarità, ristabilì la pena di morte nell’esercito, lasciò
credere imminente il trasferimento della capitale a
Mosca, rivelò l’intenzione di mandare al fronte i due
terzi della guarnigione di Pietrogrado. I bolscevichi,
sfruttando abilmente una triplice occasione di sopraffa­
re l’avversario, si impegnavano a sopprimere la pena di
morte, a mantenere la capitale a Pietrogrado, a conser­
varvi la guarnigione rivoluzionaria. I progetti governa­
tivi si riducevano a vane minacce, ma incoraggiavano e
rinvigorivano l’opposizione. Alla fine di ottobre il parti­
to bolscevico ha circa 400.000 membri...
240 STALIN

La logica dei fatti agisce nella stessa direzione: il


crollo economico infatti imponeva ai soviet locali di
intromettersi in tutti i campi della vita pubblica, di
trasformarsi in organi di direzione, soprattutto in mate­
ria di approvvigionamento per mezzo di tassazioni e
requisizioni. 11 soviet menscevico di Tiflis, per esempio,
presieduto da Zordanija, agiva come un governo regio­
nale e alcune municipalità rivoluzionarie di importanza
minore improvvisavano a modo loro nelle questioni di
loro competenza. La socializzazione di alcune aziende
sembrava Tunica risposta possibile alle interruzioni
parziali di produzione volute dagli industriali d’assalto,
agli scioperi subdoli di ingegneri che provocavano para­
lisi industriali. Nelle decisioni sulla questione del potere
i soviet di Kaluga, di Taškent, di Kazan', di Kronstadt e
di altre città precederanno persino il secondo Congresso
sovietico.
Il conflitto sulla guarnigione di Pietrogrado servì di
pretesto e d’avvio per la prima fase del colpo di Stato. Il
26 ottobre, il soviet nominò un Comitato rivoluzionario
militare e assunse il controllo dei movimenti di truppe.
Trockij, presidente di entrambi gli organi, reggeva dun­
que tutte le leve di manovra. Dal canto suo, il Comitato
Centrale bolscevico aveva investito un Ufficio politico di
sette membri del compito di dirigere il Partito senza
formalità; Lenin e Trockij ne erano la mente, Zinov’ev,
Kamenev, Stalin, SokoTnikov e Bubnov il braccio. Inol­
tre si costituì un Centro militare di cinque membri
(Sverdlov, Stalin, Bubnov, Urickij e Dzeržinskij) che
entrò nel Comitato rivoluzionario militare presieduto
da Trockij. Quest’ultimo si trovò così a disporre di un
vero e proprio stato maggiore insurrezionale.
Il risultato finale dipendeva dall’esercito, il cui stato
d’animo era ormai chiarissimo. All’inizio di ottobre,
Tufficiale Dubasov aveva dichiarato davanti al soviet:
« In questo momento i soldati non rivendicano né la
libertà, né la terra. Vogliono soltanto la fine della guerra. E
qualsiasi cosa possiate dire qui, essi non si batteranno
più ». Negli ultimi giorni del mese, un gruppo di delega­
V. LA RIVOLUZIONE 241

ti del fronte dichiara al Comitato esecutivo sovietico:


« E impossibile continuare la guerra nella situazione
attuale... Il fronte vive nell’attesa febbrile della pace.
Molte unità chiedono una pace purchessia, anche sepa­
rata »; uno dei delegati aggiunge: « Se è una pace infa­
me, dateci la pace infame ». All’inizio di novembre, il
generale Verchovskij, ministro della Guerra, dichiara in
una seduta segreta delle commissioni del pre-Parlamen-
to: « Nessun genere di persuasione fa presa su chi non
capisce perché deve affrontare la morte e le privazioni...
Disgregazione generale... Situazione senza via d’usci­
ta... Si contano almeno due milioni di disertori... L ’eserci­
to non può più essere approvvigionato... Non può essere
sufficientemente rifornito di vestiti né di scarpe... Non
c’è più un comando... Il bolscevismo continua a sgreto­
lare le nostre forze armate... Questi dati obiettivi ci costrin­
gono a riconoscere, francamente e apertamente, che non possiamo
più fare la guerra ». L ’insurrezione poteva fare assegna­
mento sulla simpatia di milioni di soldati.
Il Comitato rivoluzionario militare prendeva le pro­
prie disposizioni sotto gli occhi di tutti. Scrive Bucharin:
« Al centro di questo lavoro di mobilitazione stava il
soviet di Pietrogrado che, a mo’ di dimostrazione, aveva
eletto presidente Trockij, il più brillante tribuno della
sollevazione proletaria ».
Alla Conferenza regionale dei soviet del Nord, Troc­
kij aveva fatto votare questa risoluzione: « Il paese vuole
vivere, il governo deve scomparire. I soviet non hanno
soltanto dalla loro parte il diritto, ma anche la forza. Il
tempo delle parole è passato. E giunta l’ora in cui un’a­
zione decisiva e unanime di tutti i soviet può salvare il
paese e la rivoluzione, e risolvere la questione del potere
centrale ». Al soviet di Pietrogrado, Trockij, presente
dovunque, proclama: « Ci dicono che stiamo preparan­
do uno stato maggiore per impadronirci del potere. Non
ne facciamo mistero ». Ma, al tempo stesso, non lascia
nulla di intentato per ingannare, sopire la vigilanza del
nemico. Interpellato davanti al soviet sugli intrighi dei
bolscevichi, risponde con abilità: « Non nascondiamo
242 STALIN

nulla. Io dichiaro in nome del soviet: non abbiamo


ordinato nessuna azione armata. Ma se il corso degli
avvenimenti dovesse costringere il soviet a ordinare di
passare all’azione, gli operai e i soldati marcerebbero
come un sol uomo ». Nel frattempo, per guadagnare
tempo, alcuni rappresentanti del Partito trattano un
compromesso con gli altri socialisti.
Kerenskij lascia fare o reagisce senza vigore. « Tutta
la Russia è con noi. Non c’è nulla da temere » dice tre
giorni prima del colpo di Stato. Tuttavia, durante gli
ultimi mesi, i partiti di minor importanza si erano anda­
ti logorando a vantaggio degli estremi di destra e di
sinistra. La reazione aperta agisce ormai allo scoperto
nel Sud, comincia a impiegare i cosacchi, a sciogliere i
soviet. I cadetti radunano il grosso delle forze attive
della conservazione sociale; fra loro, alcuni praticano la
tattica del peggio, sperando così di avere facilmente la
meglio sui bolscevichi dopo la caduta di Kerenskij, altri
preferiscono 1’« ordine » tedesco al « disordine » russo.
I socialisti rivoluzionari non sono più un partito ma una
moltitudine confusa, incosciente e chiacchierona, sem­
pre in preda allo scompiglio. La loro sinistra, staccatasi
definitivamente, integra le forze del bolscevismo. I men­
scevichi si screditano nel pronunziarsi in teoria per la
pace, in pratica per la guerra: « Questa politica non fu
capita né in Europa dagli Alleati, né tantomeno in Rus­
sia » confessa Vojtinskij. L ’iniziativa di Martov, appog­
giata dai menscevichi della Georgia, che si prefìggeva la
costituzione di un « governo socialista omogeneo » —dai
populisti fino ai bolscevichi - giunse troppo tardi e non
corrispondeva più alle tendenze dei gruppi ai quali si
proponeva l’unione.
« Eravamo incontestabilmente deboli » scrive Troc-
kij in riferimento alla tecnica e all’organizzazione. Ma i
bolscevichi avevano di fronte chi era ben più debole di
loro, e la corrente li stava portando. Secondo lo stesso
autore, particolarmente qualificato, « l'esito dell’insur­
rezione del 7 novembre almeno per tre quarti era già
predeterminato quando ci opponemmo a che la guarnì-
V. LA RIVOLUZIONE 243

gione di Pietrogrado fosse allontanata ». Lenin, costret­


to a nascondersi, non poteva rendersene conto; perciò
consigliò di iniziare a Mosca, e si spazientiva tanto per il
ritardo; questa spiegazione di Trockij non è convincen­
te: in realtà, Lenin voleva prevenire ogni misura difensiva
del potere, mettere il Congresso dei soviet davanti al
fatto compiuto, non già sottoporgli un progetto da di­
battere. Così Trockij afferma: « Da quando, su ordine
del Comitato rivoluzionario militare, i battaglioni si
erano rifiutati di uscire dalla città, avevamo nella capi­
tale un’insurrezione vittoriosa appena velata... L ’insur­
rezione del 7 novembre non ebbe che un carattere com­
plementare ».
Fatto sta che questo non era il parere di Lenin, come
lo dimostra anche un’ultima lettera al Comitato Centra­
le, documento unico in cui l’intelligenza e la volontà del
capo urlano letteralmente l’ordine di attaccare alla vigi­
lia del Congresso dei soviet: « E più chiaro della luce che
ogni temporeggiamento nell’insurrezione, oggi, equivale alla
morte... Con tutta la mia energia mi sforzo di convincere i
compagni che tutto è oggi sospeso a unfilo, che le questioni
all’ordine del giorno non possono essere decise né da
conferenze né da congressi (neppure dal Congresso dei
soviet)!... Bisogna a ogni costo, questa sera, questa notte, arre­
stare il governo, dopo aver disarmato gli junker (e averli
sconfitti se resistono)... Non è più possibile aspettare, si può
perdere tutto!... Chi deve prendere il potere? Poco importa
in questo momento: lo prenda il Comitato rivoluziona­
rio, o qualsiasi altro organo... La faccenda deve essere
assolutamente decisa questa sera o questa notte. La storia
non perdonerebbe il temporeggiamento ai rivoluzionari
che possono vincere oggi (e vinceranno certamente
oggi), ma rischierebbero di perdere molto, di perdere
tutto domani... La presa del potere sarà opera dell’insurrezio­
ne:; lo scopo politico lo si preciserà dopo. Sarebbe nefasto
o formalistico aspettare la votazione incerta del 25 otto­
bre. Il popolo ha il diritto e il dovere di risolvere tali questioni con
la forza e non con i voti... I rivoluzionari che lasciassero
sfuggire il momento... commetterebbero il più grande
244 STALIN

delitto. Il governo esita. Bisogna finirlo a ogni costo,


ogni temporeggiamento nell’azione equivale alla mor­
te ».
Adesso o mai più, dice Lenin. Finalmente, il Comitato
rivoluzionario militare agisce senza differire oltre, passa
dai preparativi alla realizzazione. Scrive Trockij: « I
punti strategici della città furono da noi occupati duran­
te quella notte decisiva, quasi senza combattimento,
senza resistenza, senza vittime ». Le previsioni di Lenin
si stavano verificando; non ci fu spargimento di sangue a
Pietrogrado; ma, contrariamente ai suoi calcoli, a Mo­
sca la lotta fu sanguinosa. Nell’insieme, l’insurrezione
non incontrò seri ostacoli. Come fece notare Trockij,
essa ebbe luogo a data fissa. Sulla questione così dibat­
tuta dell’ora, che era stata rimandata fino al Congresso
dei soviet, Lenin, a cose fatte, disse ai suoi compagni del
Comitato Centrale: « Sì, avete avuto ragione » —e Stalin
lo avrebbe riferito tre anni dopo in un discorso comme­
morativo. Il regime di ieri, rappresentato dall’episodica
comparsa di Kerenskij, cadde quasi altrettanto facil­
mente del regime di ier l’altro, incarnato nel personag­
gio ereditario dello zar, e per ragioni analoghe, se non
identiche. « La guerra ha dato il potere al proletariato »
osserva Gor’kij dopo Lenin « ha dato, perché nessuno
potrà dire che è stato il proletariato stesso, con la pro­
pria forza, a prendere in mano il potere... ».
Fu necessario, però, in una situazione staordinaria,
un partito capace di approfittarne, uomini capaci di
dirigerlo. Una testimonianza di Stalin, tra mille altre,
afferma: « Tutto il lavoro di organizzazione pratica del­
l’insurrezione fu svolto sotto il diretto comando di Troc­
kij, presidente del soviet di Pietrogrado. Si può afferma­
re con certezza che per quanto riguarda il rapido pas­
saggio della guarnigione dalla parte del soviet e l’abile
organizzazione del lavoro del Comitato rivoluzionario
militare, il Partito è prima di tutto e soprattutto debitore
al compagno Trockij ». Quanto al ruolo di Lenin, brilla
sufficientemente di luce propria.
Il 7 novembre, scrive Bucharin con entusiasmo, « A
V. LA RIVOLUZIONE 245

nome del Comitato rivoluzionario militare Trockij,


splendido e coraggioso tribuno della sollevazione, in­
stancabile e ardente apostolo della rivoluzione, dichiarò
al soviet di Pietrogrado, sotto lo scroscio di applausi
degli astanti, che il governo provvisorio non esisteva
più. E come prova vivente del fatto apparve alla tribuna,
salutato da una strepitosa ovazione, Lenin, che la nuova
rivoluzione liberava dal mistero di cui aveva dovuto
circondarsi ». In capo a sei mesi, la rivoluzione russa
aveva generato la Repubblica e in meno di nove mesi la
dittatura dei bolscevichi. La Rivoluzione francese im­
piegò più di tre anni per instaurare la Repubblica e la
dittatura dei giacobini.

I rivoluzionari di professione questa volta avevano


svolto il loro ruolo nella riuscita; senza di loro Lenin non
avrebbe condotto a buon fine l’impresa, non l’avrebbe
neppure concepita. Se per l’avvento del bolscevismo è
stato necessario un concorso affatto particolare di circo­
stanze propizie —una politica suicida delle classi possi­
denti e l’ostinata follia di conciliazione sociale da parte
dei socialisti -, non meno necessario fu l’intervento di un
partito relativamente consapevole dello scopo immedia­
to da raggiungere. Rispetto a tutti gli altri il partito
bolscevico ebbe il vantaggio di mirare con risolutezza al
potere e di non lasciare nulla d’intentato per impadro­
nirsene. E tra questi rivoluzionari di professione, strut­
tura portante del Partito, Stalin era senza dubbio una
specie di prototipo. Non aveva ancora fatto nulla che lo
segnalasse come personalità politica, e già si vide asse­
gnare ai posti di comando del nuovo Stato, unicamente
in virtù della sua fedeltà al gruppo vincente e grazie alle
sue doti di soldato, sufficienti per i primi compiti da
svolgere.
Nella letteratura storica o documentaria sulla rivolu­
zione d’Ottobre, ormai considerevole, è molto raro tro­
vare il nome di Stalin. La maggior parte delle opere non
lo menzionano mai. Solo nelle raccolte dei verbali del
Partito è indicato nella sua qualità di membro dei comi­
246 STALIN

tati in cui svolse il lavoro politico-amministrativo quoti­


diano. In questi comitati « Lenin e Trockij soltanto
erano in favore dell’insurrezione », scrisse John Reed;
affermazione questa da non prendersi alla lettera, ma
che tuttavia esprime una certa verità profonda. Lenin
non avrebbe mai scritto una prefazione così calorosa e
incondizionata al libro dello scrittore comunista ameri­
cano, né l’avrebbe definito un « ritratto esatto e straor­
dinariamente vivo », se vi avesse rilevato una svaluta­
zione dell’importanza del Partito nel quale i rivoluzio­
nari di professione come Stalin intendono identificarsi.
« Gli uomini fanno la propria storia, ma non di loro
iniziativa né in circostanze liberamente scelte »: il pen­
siero di Marx, di cui il bolscevismo rivendica l’esclusiva,
sintetizza così i dati obiettivi e soggettivi del fatto stori­
co. Visti sotto questo aspetto, Lenin e Trockij emergono
in modo disuguale dalla massa crescente del loro parti­
to, fino al punto di dominarla. Fra loro e la massa, i
rivoluzionari di professione sono agenti di trasmissione
che comunicano l’impulso e l’orientamento voluti dal
« circolo clandestino di dirigenti ». Nell’Ottobre, Stalin
non è ancora qualcuno ma è già qualcosa; se si ignora il
suo nome, se ne subisce tuttavia il peso, incorporato
nell’autorità collettiva del Partito. Con l’inizio della
singolare esperienza, i rivoluzionari di professione pas­
seranno attraverso la vera prova, quella dell’edificazio­
ne di uno Stato socialista, tappa transitoria verso una
società senza classi.
Né Stalin né alcun altro fra loro intravedeva allora le
prospettive del futuro immediato. Per dei socialisti, è
evidente che la conquista del potere non è un fine in sé
ma solo il mezzo indispensabile per realizzare un pro­
gramma. A questo proposito, il Partito non aveva chiara
la benché minima idea; doveva confidare interamente
nei suoi dirigenti, i cui punti di vista erano molto incerti.
Dopo aver fatto assegnamento sulla « rivoluzione
mondiale » e pur contando su di essa a breve scadenza,
Lenin, per scrupolo teorico, alcuni giorni prima del
colpo di Stato, dovette correggere la sua concezione,
V. LA RIVOLUZIONE 247
collaborando alla revisione del programma socialdemo­
cratico. Respingendo come una millanteria la proposta
di Bucharin di sopprimere il « programma minimo »,
scriveva: « Non sappiamo quando, dopo la nostra vitto­
ria, sopraggiungerà la rivoluzione in Occidente. Non è
escluso che entriamo in un periodo di reazione... Non
sappiamo né possiamo saperne nulla ». Su questo pun­
to, Zinov’ev e Kamenev non ebbero torto a mettere in
guardia contro l’illusione di una rivoluzione internazio­
nale imminente. E Rjazanov aveva ragione di dire, se
John Reed riferisce esattamente le sue parole, « I lavo­
ratori d’Europa non si muoveranno ».
Ma in questa stessa eventualità, Lenin non rinunzia-
va al potere; l’essenziale era conservarlo adottando mi­
sure di transizione che portassero al socialismo. « La
vittoria definitiva del socialismo è impossibile in un solo
paese » dice tre mesi dopo l’Ottobre, ma spera che
presto giungano i rinforzi dall’esterno. Evocando le pa­
role di Marx e Engels: « Il francese comincerà, il tedesco
terminerà », Lenin esprime la sua certezza con una
variante: « Il russo ha cominciato, il tedesco, il francese,
l’inglese termineranno e il socialismo vincerà... ». Un
mese più tardi, pur affermando sempre: « La nostra
salvezza, in mezzo a tutte le difficoltà, è la rivoluzione
paneuropea », arriva addirittura a dichiarare: « La ri­
voluzione non avverrà così presto come noi l’aspetta­
vamo. La storia lo ha dimostrato. Bisogna saperlo
ammettere come un fatto ».
Non si sbagliava però quanto alle ragioni per cui « il
russo ha incominciato ». Nell’aprile 1918, dirà in un
discorso al soviet di Mosca: « Il fatto che siamo un paese
arretrato ci ha permesso di essere in anticipo e siamo destinati a
perire se non reggeremo fino al momento in cui la nostra
rivoluzione riceverà un aiuto efficace da parte degli
insorti di tutti i paesi ». Non si tratta di un’affermazione
casuale: « Noi siamo un distaccamento rivoluzionario
avanzato della classe operaia, non perché migliori degli
altri operai, non perché il proletariato russo sia superio­
re alla classe operaia degli altri paesi, ma unicamenteperché
248 ST A U N

eravamo uno dei paesi più arretrati del mondo ». In una lettera
di alcuni mesi dopo agli operai americani dice ancora:
« Le circostanze hanno fatto avanzare il nostro distac­
camento, il distaccamento russo del proletariato sociali­
sta, grazie nongià ai nostri meriti bensì allo stato particolarmen­
te arretrato della Russia ».
S’impone qui il raffronto con l’opinione di Plechanov,
che, pur avendo esaurito molto prima della rivoluzione
la sua funzione politica, conservava tuttavia il suo vigo­
re intellettuale. Così rispondeva ai suoi amici inclini a
considerare il regime sovietico un breve episodio: « La
forza dei bolscevichi sta nella stanchezza, nell’ignoran­
za del nostro popolo e anche nelle nostre condizioni
economiche arretrate. Il bolscevismo durerà molti anni
e il nostro popolo non diventerà consapevole che dopo
questa dura esperienza. Allora sarà la fine del bolscevi­
smo. Ma tutto ciò è ancora lontano ».
Trockij rimaneva fedele alla propria teoria della
« rivoluzione permanente » quando proclamava, all’in­
domani dell’insurrezione, al Congresso dei soviet: « O
la rivoluzione russa provocherà un movimento rivolu­
zionario in Europa, o le potenze europee scalzeranno la
rivoluzione russa ». Tutto il Comitato Centrale condi­
videva questo parere. « Senza la rivoluzione socialista in
Occidente, la nostra repubblica socialista è minacciata
di morte » disse uno dei suoi membri all’inizio del 1918
per riassumere l’opinione comune. Al che Stalin replicò:
« Anche noi puntiamo sulla rivoluzione, ma voi contate
in settimane, noi in mesi ». Nessuno contava in anni.
Ma la vana attesa della rivoluzione socialista occiden­
tale implicava errori sempre più pericolosi per il bolsce­
vismo. E Lenin per primo, in mancanza di un pronostico
valido sulla data, tentò di spiegare il « ritardo » degli
altri paesi. « Passare con una simile facilità da una
vittoria all’altra » disse parlando della rivoluzione russa
« è stato facile soltanto perché l’attuale costellazione
internazionale ci ha momentaneamente protetti contro
l’imperialismo ». Altrove, e in altre condizioni, avverrà
diversamente: « È ben più diffìcile cominciare in Euro­
V. LA RIVOLUZIONE 249

pa; se per noi è stato infinitamente più facile cominciare,


lo sarà assai meno continuare. Per l’Europa è l’opposto:
una volta iniziata la rivoluzione, sarà assai più facile
spingerla avanti... ».
E, richiamando al senso della realtà i bolscevichi di
sinistra, ostinati nella loro mistica, aggiunge: « Sì, ve­
dremo la rivoluzione mondiale, ma intanto, non è che
una favola molto seducente, una favola molto bella.
Capisco benissimo che i bambini amino le belle favole,
ma io chiedo: può un rivoluzionario serio credere alla
favole? ».
VI
LA GUERRA CIV ILE

L ’indomani della vittoria. Dissensi tra i bolscevichi. Lenin


al lavoro. La libertà di stampa. Gor’kij contro Lenin. Il
Consiglio dei commissari del Popolo. Stalin commissario alle
Nazionalità. Il diritto dei popoli, teoria epratica. Evoluzio­
ne di Lenin. Avvertimenti di Rosa Luxemburg. In Geor­
gia. Contraddizioni insolubili. La questione agraria. La
posizione di Rosa Luxemburg. Variazioni di Lenin. La dit­
tatura del proletariato. Guerra e pace. Brest-Litovsk. Di­
saccordi tra bolscevichi. Lenin e la pace ad ogni costo. Atteg­
giamento di Trockij. La frazione di sinistra. Crisi acuta nel
Partito. VII Congresso. Il partito comunista. Trockij
commissario alla Guerra. La Ceka. Stalin al fronte.
L ’Armata rossa. Sedizioni, sommosse e ribellioni. L ’op­
posizione militare. Caricyn. Il terrore. Stalin contro Troc­
kij. Armistizio e rivoluzioni. La guerra civile russo-rus­
sa. Stalin capo militare. L ’Internazionale comunista. Vili
Congresso del Partito. Stalin commissario all’Ispezione. I
collaboratori di Lenin.
Il bolscevismo ereditava una situazione gravida di
catastrofi. Questi erano gli aspetti principali: mancanza
di viveri, riduzione dei terreni seminati, sfacelo dell’in-
dustria e dei trasporti, caduta della carta moneta con
corrispondente aumento del costo delle merci, specula­
zione e aggiotaggio ad oltranza, smobilitazione sponta­
nea. Erano condizioni poco favorevoli per 1’« esperienza
senza precedenti » annunziata da Trockij nell’esalta­
zione della vittoria rivoluzionaria d’Ottobre.
Nessuna soluzione magica poteva porre rimedio a
questo stato di cose. L ’èra di violenze e di dolori, aperta
dalla guerra del 1914, stava soltanto entrando in una
nuova fase. La storia dimostrava ancora una volta firn-
possibilità di una trasformazione sociale pacifica. La
resistenza delle classi possidenti all’interno e l’ostilità
del mondo capitalista all’esterno dissipavano ogni spe­
ranza di potersi risparmiare una vera e propria guerra
civile. E le crudeli leggi dello stato d’assedio dovevano
soppiantare le promettenti clausole del programma di
Lenin. Era necessario vincere prima ancora di convin­
cere; prima colpire e poi persuadere.
I bolscevichi avevano promesso l’immediata convo-
254 STALIN

cazione della Costituente; dovettero aggiornarla e suc­


cessivamente scioglierla. Protestavano contro la pena di
morte nell’esercito; la ristabilirono dopo averla soppres­
sa, più tardi la decretarono sia per i civili sia per i
militari. Si opponevano violentemente al trasferimento
della capitale a Mosca; lo attuarono. Riconoscevano alle
nazionalità il diritto all’indipendenza; le incitarono a
separarsi di loro spontanea volontà per sottometterle
poi a viva forza. Denunziavano con veemenza ogni pace
separata; furono costretti a firmarla. Si erano impegnati
a condurre piuttosto una guerra rivoluzionaria; non
poterono mantenere la parola. Volevano la pace « de­
mocratica »; subirono una pace « vergognosa ». Pro­
mettevano la terra ai contadini; fu per confiscarne i
prodotti. Quanto agli obiettivi dell’abolizione della po­
lizia, dell’esercito permanente e del funzionarismo, fu­
rono rimandati sine die\ le istituzioni condannate da
Lenin dovevano sopravvivere con altri nomi: Commis­
sione straordinaria (Ceka), Armata rossa, burocrazia
sovietica.
In altre parole, per quanto sinceri fossero i promotori,
il programma bolscevico si rivelò inattuabile quando si
trattò di passare dalla teoria alla pratica. L ’unico obiet­
tivo realizzabile e attuato, la presa del potere, dipendeva
da una irripetibile concatenazione di circostanze: « Se
non avessimo preso il potere in Ottobre, non lo avrem­
mo mai ottenuto » riconosce Trockij. Secondo le parole
di Lenin, tutto era appeso a « un filo ».
La guerra civile aveva distolto i bolscevichi dalla linea
di comportamento prestabilita; ancora a causa di questa
non poterono neppure conformarsi al piano di socializ­
zazione per tappe, cominciando dal controllo operaio
della produzione. Le immediate necessità vitali che inci­
tavano a sacrificare momentaneamente i princìpi, con la
riserva mentale di non ipotecare il futuro, spingevano
anche alle improvvisazioni estreme in campo economi­
co. La prescienza di Jaurès ha giustificato in anticipo 1

1. Nella sua H isto ire so c ialiste de la Revolution fr a n ç a is e .


VI. LA GUERRA CIV ILE 255
questo radicalismo ineluttabile: « Il giorno in cui avve­
nimenti imprevisti, un sovvertimento storico analogo a
quello del 1871, portasse i proletari socialisti al potere,
essi sarebbero costretti ad attuare, o quanto meno a
tentare di attuare una rivoluzione sociale attraverso la
trasformazione del sistema di proprietà. Avrebbero un
bel dire che forse l’insieme della classe contadina non è
preparato, che forse perfino nella classe operaia ci sono
ancora troppe forze inerti o inconsce, sarebbero con­
dannati per la logica stessa del socialismo a usare in
senso rivoluzionario, ossia nel senso di una trasforma­
zione completa della proprietà, il potere che la storia
avesse riposto nelle loro mani ».
La rivoluzione di Febbraio (marzo) fallì agli occhi del
popolo per avere ignorato quella verità che Kropotkin
formulò nelle sue memorie: « Una rivoluzione deve es­
sere sin dagli inizi un atto di giustizia verso le classi
maltrattate e oppresse, e non una promessa di fare in
seguito questo atto di riparazione. Altrimenti, è sicura
di fallire ». Sebbene la rivoluzione di Ottobre (novem­
bre) avesse mancato anche agli impegni presi, nondi­
meno aveva dimostrato l’intenzione e la volontà di as­
solverli. E quando il crescente scontento popolare la
mise in pericolo, essa seppe imporsi diversamente che
attraverso discorsi, combinando opportunamente una
repressione vigorosa e abili concessioni. I giacobini del
proletariato avevano fatto tesoro di non poche lezioni
della storia.
Infatti, coi decreti sulla pace e sulla terra, approvati al
II Congresso dei soviet, i bolscevichi ebbero cura di
mantenere, una volta giunti al potere, le promesse fatte
quando erano un partito di opposizione. Il decreto sulla
pace, che si voleva democratica, nei fatti non potè essere
tale, condizionata com’era dalla situazione internazio­
nale, dai rapporti di forza tra belligeranti. Il decreto
sulla terra, lungi dal risolvere in senso socialista la que­
stione agraria, consolidò il capitalismo che il nuovo
regime si proponeva precisamente di limitare, e poi di
eliminare. Tuttavia le illusioni comuni dei bolscevichi e
256 STALIN

delle masse furono appagate in un primo momento da


gesti simbolici. Man mano che queste svanirono, il gio­
vane governo sovietico si affermò con nuovi mezzi: piegò
ogni ostacolo con la forza, non si ostinò in strade senza
via d’uscita e, come prima del colpo di Stato, si avvalse
degli enormi errori dei suoi avversari; tutto ciò gli costò
il graduale abbandono del programma iniziale.
Con la sua solita lungimiranza Kerenskij aveva pro­
clamato cinque giorni dopo l’insurrezione di Ottobre:
« Il bolscevismo si sta disgregando, è isolato e, come
forza organizzata, non esiste più, neppure a Pietrogra-
do ». Tutta la « società colta », i partiti politici, sociali­
sti e altri, la borghesia, grande, piccola e media, le
ambasciate e le missioni degli Alleati condividevano tale
opinione, che era diffusa all’estero attraverso le corri­
spondenze della stampa e le informazioni ufficiose o
ufficiali.
I reazionari dichiarati si erano astenuti dal dar man­
forte al governo provvisorio, - l’Alto Quartier Generale
era rimasto in attesa, e i cosacchi avevano dichiarato la
loro neutralità nella capitale -, ma si riservavano di
agire per conto proprio. Un contingente di truppe di cui
si ignorava l’entità, comandato dal generale Krasnov,
stava marciando su Pietrogrado, suscitando allarme in
alcuni, speranza in altri. Uno sciopero generale di fun­
zionari e impiegati statali paralizzava l’amministrazio­
ne pubblica, i ministeri e le banche. Il sindacato dei
ferrovieri e quello delle poste e telegrafi esigevano un
governo di coalizione socialista, in caso contrario
avrebbero privato di trasporti e di comunicazioni
il nuovo potere, il Consiglio dei commissari del Po­
polo.
In quel momento critico Lenin vide nuovamente.le-
varglisi contro nel proprio partito un’opposizione di
« vecchi bolscevichi », anch’essi sostenitori di un « go­
verno socialista di tutti i partiti sovietici » e di un accor­
do tra bolscevichi, menscevichi e socialisti rivoluzionari
di destra e di sinistra. Dieci giorni dopo il colpo di Stato,
proprio mentre si negoziava la spartizione del potere,
VI. LA GUERRA C IV ILE 257

undici commissari del Popolo dimissionari affermava­


no: « Fuori di questa via, ne rimane una sola: la conser­
vazione di un governo esclusivamente bolscevico con gli
strumenti del terrore politico ». Rykov, Nogin, Miljutin,
Šljapnikov e i loro colleghi aggiungevano: « Questa po­
litica allontana le organizzazioni delle masse proletarie
dalla direzione della vita politica,porta all’instaurazione di
un regime irresponsabile, alla rovina della rivoluzione e del
paese ».
Kamenev, Zinov’ev, Rykov, Nogin e Miljutin rasse­
gnarono le dimissioni dal Comitato Centrale del Partito
accusando il suo gruppo dirigente (vale a dire Lenin e
Trockij appoggiati da Sverdlov, Dzeržinskij, Stalin e
Bucharin) di « volere ad ogni costo un governo esclusi­
vamente bolscevico senza curarsi delle vittime, operai e
soldati, che potrebbe costare ». Col loro gesto speravano
di far cessare al più presto lo « spargimento di sangue
tra i differenti partiti della democrazia ». Il bolscevico di
sinistra Lunačarskij li aveva preceduti dimettendosi dal
Consiglio dei commissari alla falsa notizia del bombar­
damento di una chiesa a Mosca... Sljapnikov appose la
sua firma senza dimettersi. Fra i protestatari c’era anche
Rjazanov, ma non era un bolscevico inveterato e si
sentiva legato al sindacato dei ferrovieri di cui era stato
uno dei fondatori. A Gatčina, il commissario del Popolo
Dybenko concludeva con i cosacchi di Krasnov un com­
promesso nel quale si accettava di allontanare provviso­
riamente Lenin e Trockij dal governo e perfino dalle
assemblee popolari.
E vero che la firma di un bolscevico già non impegna­
va più nessuno in nulla. L ’astuzia che si usa in guerra
prendeva il sopravvento sulla lealtà politica. Lenin e
Trockij pensavano soprattutto a come guadagnare tem­
po, poiché tempo significava vittoria.
A questo scopo essi accettavano di mandare dei dele­
gati alle conferenze conciliatrici riunite dai ferrovieri e
non rifiutavano di costituire un governo di coalizione,
senza cessare tuttavia di opporre irriducibili condizioni
di principio alle condizioni politiche e personali dei
258 STALIN

socialisti; con ciò miravano a dilazionare le trattative


nell’attesa di poter parlare con un tono diverso e di far
ricadere sui rivali la responsabilità di una inevitabile
rottura. La cecità di questi ultimi facilitò in tutto il gioco
bolscevico. Pari era l’intransigenza da entrambe le par­
ti; i vincitori volevano la sanzione dei loro decreti fon­
damentali sulla pace e sulla terra e la sovranità del
nuovo Comitato esecutivo dei soviet, strumento del loro
partito; i vinti pretendevano in particolare di decapitare
la rivoluzione colpendo unicamente Lenin e Trockij.
Questi conoscevano da lunga data i loro avversari
chiacchieroni e seppero manovrare con maggiore a-
bilità.
Sempre eccessivi nell’ottimismo riguardo alle pro­
spettive rivoluzionarie internazionali, Lenin e Trockij
non si lasciavano ingannare dalle apparenze in Russia e,
in quest’ora decisiva, consideravano freddamente lo sta­
to delle cose: apatia profonda della popolazione delle
città, testimoniata dalle ultime elezioni municipali in
cui l’assenteismo raggiunse a volte più dei due terzi del
corpo elettorale; ondata di anarchia nelle campagne,
illustrata da sanguinosi disordini, saccheggi, linciaggi e
pogrom; massa contadina dai sentimenti incerti ma
neutralizzata dalle distribuzioni di terre in provincia e
dalla promessa di pace al fronte; nazionalismi in Fin­
landia e in Ucraina, nei paesi del Baltico e del Caucaso
soddisfatti con il diritto di separazione; soviet cittadini
bolscevizzati ma sempre meno eletti dalla maggioranza
operaia; sindacati professionali deboli e di formazione
troppo recente per poter assumere un ruolo indipenden­
te; tutti gli avversari, socialisti, liberali, reazionari, divi­
si e disorientati, incapaci di azione a breve scadenza. La
partita si giocava dunque tra forze limitate. Soldati e
marinai erano padroni della situazione.
Trockij non si faceva scrupolo di parlare apertamente
del soldato « nelle mani del quale sta il potere ». Il colpo
di Stato era stato un atto essenzialmente militare, rea­
lizzato sotto la direzione di un comitato militare, contro
un governo privo di difesa militare: « La gente dormiva
VI. LA GUERRA C IV ILE 259

tranquilla e non sapeva che un potere stava succedendo a


un altro » disse ancora Trockij. Disciolta la vecchia poli­
zia, non esisteva ancora quella nuova per poter fronteg­
giare la congiura. Gli assalitori erano poco più combattivi
degli assaliti: impiegarono un’intera giornata per prende­
re il palazzo d’inverno, così vulnerabile da poter essere
espugnato in pochi minuti. Qualche cannonata a salve,
sparata da un incrociatore, aveva seminato il panico nel
campo democratico. A Mosca fu l’indecisione dell’azione
bolscevica a prolungare inutilmente la lotta. Altrove, in
provincia, fu sufficiente un telegramma per assicurare il
cambiamento di regime. La « battaglia » davanti a Pie-
trogrado tra Rossi e Bianchi, la « presa » di Carskoe Selo,
temi perfetti per comunicati magniloquenti, si riduceva­
no in realtà alle proporzioni di una stanca scaramuccia,
seguita dall’occupazione di un villaggio evacuato...
Lenin non aveva avuto torto di dire: « Era facile inizia­
re la rivoluzione in un simile paese. Era più semplice che
sollevare una piuma ». Per poter continuare, si trattava
innanzi tutto di ottenere una tregua per creare l’apparato
di coercizione che era mancato al precedente governo; la
guardia rossa e i marinai ne fecero le veci, prima che
venisse organizzata la Čeka, la polizia rivoluzionaria. In
seguito, il « primitivo istinto gregario dei russi », come
dice Engels, avrebbe fatalmente favorito i più forti. Non si
trattava più della concorrenza pacifica dei partiti in seno
ai soviet (Lenin dixit un tempo). I bolscevichi intendeva­
no conservare il potere ad ogni costo, se necessario con i
mezzi impiegati per conquistarlo. Il parallelo di Lenin tra
i 130.000 signori terrieri di ieri e i 240.000 bolscevichi di
oggi, diventati 400.000, si stava verificando al di là di ogni
previsione; in tutt’e due i casi, nonostante le differenze di
classi, il dominio politico di una infima minoranza impli­
ca non poche conseguenze analoghe.
Le trattative per la conciliazione lasciarono il tempo
per affrontare le difficoltà più immediate e per forgiare
un embrione di meccanismo governativo. Fra i negozia­
tori, da parte bolscevica, Kamenev e Rjazanov credeva­
no sinceramente alla necessità di un compromesso. Al
260 STALIN

contrario, Lenin e Trockij prevedevano il fallimento di


qualsiasi collaborazione di quel genere; non respinge­
vano, tuttavia, un’alleanza temporanea almeno con i
socialisti rivoluzionari di sinistra. Stalin partecipò alle
manovre diplomatiche in qualità di uomo di fiducia del
« circolo clandestino dei dirigenti »; aveva la consegna
di giocare d’astuzia per quanto riguardava la forma
senza concedere nulla nella sostanza: astuzia e inflessi­
bilità, le sue caratteristiche principali, fecero di lui l’e­
missario efficiente per un simile compito. Lenin sapeva
utilizzare per il meglio le qualità e i difetti del suo
personale.
Il Comitato Centrale bolscevico si dichiarava allora
pronto a formare sotto condizione una « coalizione nel
quadro dei soviet », non solo con i vari socialisti di
sinistra, ma anche con quelli di destra. Prima di costi­
tuire il Consiglio dei commissari, aveva invitato invano
tre socialisti rivoluzionari a parteciparvi. Le pretese dei
moderati resero l’accordo impossibile, ma misero in
buona luce i bolscevichi, che guadagnarono così al loro
governo la partecipazione molto apprezzabile dei socia­
listi rivoluzionari di sinistra.
Lenin, già maestro nell’arte di « negoziare combat­
tendo », vedeva consolidarsi dovunque le proprie posi­
zioni col favore della tregua. Aveva diretto dall’alto le
prime operazioni militari servendosi di Trockij e di
Stalin come luogotenenti, l’uno in prima linea, l’altro
nelle retrovie, ognuno al proprio posto secondo le loro
migliori qualità: Trockij in prima linea per il suo potere
magnetico di trascinare gli uomini, per l’ardito spirito di
iniziativa, per il coraggio comunicativo; Stalin nelle
retrovie per il suo valore di organizzatore puntuale,
coscienzioso, rigoroso, e di esecutore energico e sicuro.
Contemporaneamente Lenin affrontava i « disertori »
del vecchio gruppo di rivoluzionari di professione, gli
Zinov’ev, i Kamenev, i Rykov; con aspre filippiche mise
contro di loro l’opinione del Partito, li ridusse al silenzio,
infine alla sottomissione. Impaziente di avviare i preli­
minari dell’armistizio con la Germania, superava l’o­
VI. LA GUERRA CIV ILE 261
stacolo del quartier generale, se così si può dire, per
radio, facendo appello alle truppe scavalcando gli uffi­
ciali; di nuovo Stalin gli fu vicino in quell’azione che
praticamente fu condotta in porto da Krylenko. Infine,
non tenendo in alcun conto le esitazioni e gli scrupoli
democratici della base del Partito, avviava con risolu­
tezza la condizione prima di ogni dittatura, la restrizio­
ne della libertà di stampa. Nessuno osava allora preve­
derne la soppressione totale.
Subito dopo il colpo di Stato non si parlava che di
abolire il « monopolio della borghesia sulla stampa »,
tale era l’espressione piuttosto paradossale che appariva
sui giornali bolscevichi a grande tiratura. « Ogni grup­
po di cittadini deve poter disporre di tipografie e di
carta » dichiarava Trockij. Dal canto suo, Lenin affer­
mò: « Ora che l’insurrezione è terminata, non abbiamo
assolutamente l’intenzione di sopprimere i giornali degli altri
partiti socialisti, tranne che nel caso di incitamento alla
sollevazione armata o alla sedizione ». LTn decreto sulla
stampa, redatto da Lenin, assicurava espressamente:
« Non appena il nuovo ordine sarà consolidato, ogni
pressione amministrativa sulla stampa cesserà; verrà
stabilita una completa libertà di stampa nel quadro
della responsabilità legale, secondo la regolamentazione
più ampia e avanzata... ». Nell’attesa, gli attacchi ai
princìpi democratici, cui Lenin e Trockij ancora si rifa­
cevano, non furono ammessi senza proteste all’interno
stesso del bolscevismo, ancora chiamato socialdemocra­
tico; ma per imporli c’era un argomento che non ammet­
teva replica: la guardia rossa e i marinai.
Tutta la stampa non bolscevica stigmatizzava e con­
dannava gli « usurpatori ». Solo i giornali di destra
erano stati sospesi, ma gli altri si sentivano minacciati
dal colpo inferto al diritto di stampa. Gli articoli di
Gor’kij, 1 bolscevico di sinistra fin dalla prima ora,

1. Tutti raccolti in P ensées intem pestives , sul testo stabilito da Herman


Ermolaev, prefazione di Boris Souvarine (Ed. L ’âge d’homme, Lau­
sanne, 1975).
262 STALIN

danno un’idea del tono generale e riassumono molto


bene l’opinione media dell’intelligencija rivoluzionaria e
socialista: « Lenin, Trockij e i loro adepti sono già intos­
sicati dal veleno del potere come dimostra il loro atteg­
giamento vergognoso nei riguardi della libertà di paro­
la, dell’individuo e di quell’insieme di diritti per il trion­
fo dei quali ha lottato la democrazia ». In quella stessa
« Novaja Zizn’ » in cui aveva preso le difese di Lenin,
braccato dopo le tragiche giornate di luglio, Gor’kij
definiva i bolscevichi « ciechi fanatici, avventurieri pri­
vi di coscienza » e il bolscevismo « calamità nazio­
nale ».
Egli denunziava « la vanità delle promesse di Le­
nin..., la sua follia senza confini..., la sua anarchia alla
Neéaev e alla Bakunin », e definiva il suo governo una
« autocrazia di selvaggi ». Alle prime misure dittatoria­
li, scrive con appassionata indignazione: « Lenin e i suoi
accoliti credono di potersi permettere tutti i delitti ». E
così si interroga: « Nel suo comportamento nei riguardi
della libertà di parola, in che cosa Lenin si distingue da
Stolypin, da Pieve e da altre caricature umane? Il potere
di Lenin non trascina forse in carcere tutti coloro che
non pensano come lui, esattamente come faceva il pote­
re dei Romanov? ».
Gor’kij, che conosce molto bene Lenin, lo giudica in
questi termini: « Lenin non è un taumaturgo onnipoten­
te ma un cinico prestigiatore che non si cura né dell’ono­
re né della vita del proletariato ». Lenin, aggiunge, ha
tutte le qualità di un capo, « in particolare l’amoralità
indispensabile per tale ruolo e il disprezzo del barin per
la vita delle masse popolari ». I leninisti non valgono di
più dal momento che, per loro, « la classe operaia è
come il minerale per l’operaio metallurgico ». Il para­
gone con Neéaev gli sta a cuore: « Vladimir Lenin sta
introducendo in Russia il regime socialista secondo il
metodo di Neéaev, a tuttaforza attraverso il fango. Lenin,
Trockij e tutti gli altri che con loro vanno alla rovina nel
pantano della realtà sono evidentemente persuasi, in­
sieme a Neéaev, che è col diritto al disonore che si può meglio
VI. LA GUERRA CIV ILE 263
trascinare un russo con sé... ». Egli assimila volentieri il
bolscevismo allo zarismo: « Con la minaccia della fame
e del massacro per tutti coloro che non approvano il
dispotismo di Lenin-Trockij, questi capi giustificano il
dispotismo del potere contro il quale hanno così a lungo
lottato le forze migliori del paese ».
In risposta ai rimproveri di alcuni sostenitori del
nuovo regime, Gor’kij risponde: « La “ Novaja Žizn’ ”
ha affermato e continuerà ad affermare che nel nostro
paese non esistono i requisiti necessari per l’introduzio­
ne del socialismo e che il governo dello Smolnyj tratta
l’operaio russo come una fascina di legna: accende la
fascina per vedere se la rivoluzione europea potrà ac­
cendersi al fuoco russo ». Senza lasciarsi intimidire met­
te in guardia i lavoratori scrivendo a più riprese sotto
forme diverse: « Si sta facendo ora sul proletariato russo
un esperimento che quest’ultimo pagherà col proprio
sangue, con la propria vita e, ciò che è peggio, con una
delusione duratura verso l’ideale socialista ».
Un altro ex bolscevico di sinistra, Bazarov, collabora­
tore di Gor’kij, diceva di Lenin sullo stesso giornale: « È
un maniaco incurabile che firma dei decreti in qualità di
capo del Governo russo, invece di sottoporsi a un trat­
tamento idroterapico sotto la sorveglianza di un esperto
alienista... ». Su questo tono e con questo spirito si
esprimevano tutti i rappresentanti del socialismo tradi­
zionale in Russia e altrove, e fra loro molti vecchi com­
pagni d’arme di Lenin.
E pur vero che questi firmava numerosi decreti che
rimanevano lettera morta. Egli stesso ebbe in seguito
a dire: « Durante tutto un periodo, i decreti furono
una delle forme della nostra propaganda ». Secondo
Trockij, con quei decreti Lenin si sforzava di rispon­
dere a tutte le necessità della vita economica, politica,
amministrativa e culturale: « Egli non era guidato dal­
la passione della regolamentazione burocratica, bensì
dalla propensione a sviluppare il programma del Par­
tito nel linguaggio del potere ». Tuttavia, a sua insa­
puta, il programma si svuotava ogni giorno del suo
264 STALIN

iniziale contenuto socialista per tendere a uno scopo


esclusivo: mantenere il partito bolscevico al potere.

Il Consiglio dei commissari del Popolo era, nello spi­


rito dei suoi creatori e nella lettera formale dell’atto
costitutivo adottato al Congresso dei soviet, un governo
provvisorio fino all’Assemblea costituente —risoluzione
solenne dimenticata in seguito, insieme a tante altre.
Lenin lo considerava come necessariamente subordina­
to ipso facto al partito sovrano, dunque al Comitato
Centrale bolscevico. Perciò giudicò superflua la parte­
cipazione. Il suo non era assolutamente un atto di mo­
destia, piuttosto dimostrava la sua attenzione al pro­
blema della divisione del lavoro. Propose di nominare
Trockij alla presidenza del Consiglio, come l’uomo più
capace di dar vita alle decisioni di principio del Partito,
e infine accettò egli stesso quel posto cedendo alla pres­
sione unanime del Comitato Centrale.
In quel periodo di estrema confusione, di improvvi­
sazioni e tentennamenti, nessuno dei dirigenti aveva
chiara l’idea del ruolo dei differenti organismi della
dittatura rivoluzionaria. Non esistevano né precedenti
storici, né ricetta scientifica cui riferirsi, e l’esempio
della Comune del 1871, così spesso evocato, non offriva
che vaghe indicazioni generali. Così, né Lenin né
Trockij credevano all’utilità di un commissariato agli
Affari Esteri. I dipartimenti ministeriali furono affidati
ad amministratori o supposti tali, non a uomini rap­
presentativi, o a politici. Questo spiega in parte perché
la maggioranza dei commissari, sin dai primi giorni, si
trovò in opposizione con Lenin e Trockij a proposito
della questione capitale della divisione del potere. Ma
il fatto che questa opposizione non abbia avuto in­
fluenza sul corso degli avvenimenti e che Lenin abbia
potuto facilmente procedere basta per mostrare dove
fosse il vero potere. Nel sostenere la necessità di un
« governo bolscevico omogeneo », dopo aver per tattica
lasciato parlamentare per una settimana, Lenin inti­
midiva i sostenitori di una intesa con i socialisti di
VI. LA GUERRA C IV ILE 265
destra con queste parole significative: « Se ci sarà la
scissione, tanto peggio... Per conto nostro, andremo verso i
marinai ».
A poco a poco, il Comitato Centrale del Partito e il
Consiglio dei commissari giunsero a differenziarsi, e il
secondo finì per servire da strumento al primo. Soltanto
la presenza di socialisti rivoluzionari di sinistra al Con­
siglio impose un rispetto apparente delle temporanee
forme costituzionali. Ma, per alcuni mesi, con Lenin e
Trockij come membri principali, il Consiglio dei com­
missari figurò come governo. Durante la guerra civile, lo
stesso pugno di uomini, sopraffatto dal caos e sommerso
dal lavoro, finirà per assumersi tutte le responsabilità,
dirigere tutte le istituzioni —e certo le distinzioni giuridi­
che non sarebbero state opportune. Il potere effettivo si
concentrò nelle mani di un piccolo gruppo direttivo del
Comitato Centrale, che faceva capo a Lenin. Per risol­
vere le questioni urgenti fu nominato un Ufficio politico
di quattro membri, « ma con l’obbligo di consultare
tutti i membri del Comitato Centrale presenti al mo­
mento dato allo Smolnyj », quartetto composto da Le­
nin, Trockij, Sverdlov e Stalin, e modificato più volte
dalle peripezie delle lotte « russo-russe ».
Nella suddivisione del lavoro governativo, gli « Affari
per le Nazionalità » erano assegnati a Stalin. Questi,
con tale nomina, assumeva anche la direzione del gior­
nale « Žizn’ Nacional’nostej » (La Vita delle Nazionali­
tà), organo di quel commissariato. Il suo collaboratore
Pestkovskij ha raccontato come, mentre cercava di met­
tersi al servizio del potere sovietico ai suoi primi passi,
fece la conoscenza di Stalin:
« —Compagno Stalin, dissi, siete commissario del po­
polo agli Affari delle Nazionalità? —Sì. —E avete un
commissariato? —No. —Allora, ve ne “ faccio ” uno io. —
Bene! che cosa vi occorre per questo? —Per ora, soltanto
un mandato con l’ordine di “ dare aiuto ” . —Bene! ».
Il dialogo riflette esattamente lo stato dei servizi go­
vernativi dell’epoca e, insieme, una delle principali qua­
lità di Stalin, l’austerità verbale, così notevole in un
266 STALIN

paese di parlatori e soprattutto nel culmine della febbre


oratoria collettiva. Pestkovskij prosegue il racconto de­
scrivendo la prima organizzazione del commissariato;
in un locale già occupato dell’Istituto Smolnyj, l’instal­
lazione era costituita da un tavolino, due sedie e un
foglio di carta affisso al muro con su scritto Commissariato
del Popolo agli Affari delle Nazionalità. « Stalin accettò,
gettò un’occhiata al commissariato, proferì un suono indi­
stinto che poteva esprimere sia l’approvazione sia lo
scontento, e tornò nello studio di Lenin ». La notazione
è molto giusta circa la capacità di Stalin di dissimulare
le proprie opinioni.
Il carattere sommario del commissariato alle Nazio­
nalità non corrispondeva soltanto all’aspetto generale
delle nuove istituzioni organizzate in tutta fretta e prov­
visoriamente, ma anche al ruolo stesso del commissario
che non esigeva molto di più. L ’attività di Stalin era
soprattutto dedicata al lavoro invisibile del Comitato
Centrale. Sul piano « ministeriale », egli rappresentava
il governo oppure si faceva rappresentare presso assem­
blee, congressi, comitati popolari degli allogeni. Il suo
commissariato riceveva e indirizzava messaggi alle
minoranze nazionali, accoglieva delegazioni di lettoni e
ucraini, ebrei e tartari, lapponi e baschiri, classificava
rivendicazioni e lagnanze che si perdevano nel fiume
delle lagnanze e rivendicazioni di quel periodo.
Nel novembre 1917, al Congresso socialdemocratico
di Finlandia, Stalin lancia, in nome del Consiglio dei
commissari, un appello all’azione decisiva per la presa
del potere da parte degli operai di Helsinki, prometten­
do l’aiuto fraterno del proletariato russo; due mesi dopo,
il consiglio veniva seguito, ma in mancanza degli aiuti
promessi, la rivoluzione finlandese fu soffocata nel san­
gue e il movimento operaio annientato dal terrore bian­
co. La firma di Stalin appare accanto a quella di Lenin
sotto la Dichiarazione dei diritti dei popoli di Russia che
auspica 1’« unione volontaria e sincera » e la « completa
e reciproca fiducia »; appare anche in calce al manifesto
Ai lavoratori musulmani di Russia e d’Oriente, che ripudia le
VI. LA GUERRA CIV ILE 267
mire imperialistiche della Russia sulla Persia e la Tur­
chia —documenti che avevano allora un valore propa­
gandistico, oggi invece un interesse retrospettivo per
quanto riguarda l’evoluzione del bolscevismo dalla teo­
ria alla pratica.
In questo campo, la dottrina di Lenin, attuata da
Stalin, era esitante, confusa, e soprattutto contradditto­
ria. I socialdemocratici austriaci avevano difeso 1’« au­
tonomia nazionale culturale » nel quadro degli Stati
esistenti, mentre i socialdemocratici di sinistra del Parti­
to, in Russia e in Polonia, si erano mostrati indifferenti
ai particolarismi nazionali. Contro entrambe le posizio­
ni Lenin aveva appoggiato la vecchia formula democra­
tica del diritto dei popoli a disporre di se stessi come se,
per un marxista, questo non significasse il diritto delle
classi dominanti a disporre delle classi dominate e talora
il diritto di un paese a mettere in causa la sorte del paese
vicino.
Nel 1913, in una lettera a S. Šaumjan, Lenin respinge
il federalismo in questi termini: « Siamo per il centrali­
smo democratico, senza condizioni. Siamo contro la
federazione. Siamo per i giacobini contro i girondini...
In linea di principio siamo contro la federazione poiché
essa indebolisce i legami economici, non conviene come
tipo di Stato... In genere, siamo sì contro la separazione ma
per il diritto alla separazione a causa del nazionalismo
reazionario grande russo... ». Ma nel 1917, in Stato e
Rivoluzione, riferendosi a Marx e Engels, ammette la
necessità della federazione a titolo di eccezione, di tran­
sizione verso la Repubblica una e indivisibile. Predica la
separazione come un diritto e al tempo stesso la federa­
zione come un dovere. L ’anno seguente non teme di
dichiarare, contrariamente alle sue precedenti afferma­
zioni: « Gli interessi del socialismo sono di gran lunga
superiori al diritto delle nazioni a disporre di se stes­
se... ». Stalin si è limitato a seguirlo con docilità nelle sue
variazioni.
I bolscevichi, avversari della federazione, dopo aver
creato una repubblica federativa, capirono l’impossibi-
268 STALIN

lità di mantenerla senza calpestare i nazionalismi rea­


zionari da loro stessi stimolati. La borghesia finlandese e
ucraina, e in seguito quella di altri paesi limitrofi, fece
appello all’imperialismo tedesco contro il movimento
rivoluzionario, e la Russia sovietica dovette rispondere
con l’intervento armato. Per il diritto delle nazionalità
avvenne lo stesso che per gli altri punti del programma
di Lenin: dopo poco tempo la pratica non ebbe più nulla
in comune con la teoria. E Stalin, teorico del diritto dei
popoli all’indipendenza, divenne il realizzatore del di­
ritto dello Stato sovietico a imporsi con le armi ai popoli
ricalcitranti.
Rosa Luxemburg aveva indicato il vicolo cieco in cui
si stava perdendo la politica bolscevica. La parola d’or­
dine di Lenin, disse, è in grossolana contraddizione con
il centralismo democratico proclamato altrove e col ge­
lido disprezzo ostentato nei riguardi delle altre libertà
democratiche. Quella « vuota fraseologia » tende in
realtà al frazionamento della Russia senza alcun van­
taggio per il socialismo; al contrario, porta acqua al
mulino della controrivoluzione. Nel sopprimere il dirit­
to di riunione, la libertà di stampa e il suffragio univer­
sale, i bolscevichi rifiutano al popolo russo quel diritto di
« libera decisione » raccomandato alle altre nazioni.
Essi hanno d’un sol gesto abbandonato le masse alla
demagogia reazionaria « e messo così nelle mani dei loro
stessi nemici il pugnale che questi dovevano affondare
nel cuore della rivoluzione russa ». La loro formula
nazionalista, utopia o mistificazione, è al servizio della
dominazione borghese poiché, sotto il capitalismo, ogni
classe cerca di « disporre di se stessa » a modo suo e la
borghesia ha mille modi di influenzare un voto popola­
re, per quei motivi che rendono per sempre impossibile
l’instaurazione del socialismo attraverso un plebiscito.
Rosa Luxemburg così concludeva: « Le tragiche conse­
guenze della fraseologia introdotta nella rivoluzione
russa, nelle spine della quale i bolscevichi dovevano
impigliarsi e scorticarsi fino al sangue, devono servire
d’esempio ammonitore al proletariato internazionale ».
VI. LA GUERRA CIV ILE 269
Né Lenin né Trockij tentarono di confutare il ragio­
namento di una rivoluzionaria della stessa socialdemo­
crazia, la cui personalità, secondo il loro stesso parere, si
può annoverare fra le più eminenti del marxismo di
questo secolo. A maggior ragione non ci ha provato
Stalin, benché la questione nazionale fosse il suo princi­
pale tema « letterario » in quel periodo e avesse una
grande importanza nella sua vita di militante. La rac­
colta dei suoi scritti sull’argornento dovrebbe essere
analizzata se vi si potesse trovare qualcosa di diverso
dalla parafrasi delle considerazioni di Lenin - in cui le
vedute dottrinali si adattano alla preoccupazione tattica
di disgregare l’Impero e di trovare momentanei alleati
per le classi rivoluzionarie - e se i fatti non avessero
ulteriormente annullato le parole.
Alcuni indizi mostrano tuttavia che Stalin, abbando­
nato a se stesso, sarebbe stato incline alla posizione
detta « di sinistra » di Bucharin e di Pjatakov, spesso
tacciata d’imperialismo moscovita dai leninisti in quan­
to negava agli allogeni il diritto alla secessione. Lo si
potè notare soprattutto durante l’elaborazione della
Costituzione della Repubblica dei soviet e in alcuni
dibattiti di congresso. Ma queste complicazioni non
meritano uno studio particolareggiato perché Lenin
aveva sempre l’ultima parola e Stalin, nei suoi due
atteggiamenti differenti, non portava nulla di originale;
la sua politica effettiva fornirà l’occasione di giudicarlo
all’opera.
Un altro capitolo dei ricordi di Pestkovskij, otto anni
dopo il primo, presenta Stalin nelle sue funzioni di
commissario alle Nazionalità. Questo frammento con­
trasta col precedente per il carattere tendenzioso e inte­
ressato, come tutta una letteratura imposta, al servizio
delle lotte intestine. Vi si vede Stalin in un ruolo di
educatore amabile e tollerante verso i suoi interlocutori
del « collegio » del commissariato, afflitti da quel-
P« estremismo » che Lenin chiamava malattia infantile
del comuniSmo. Quando la sua pazienza era stata esau­
rita da interminabili discussioni, Stalin scompariva di-
270 STALIN

cendo: « Esco solo per un attimo », e non tornava più; al


collegio dei commissari non rimaneva altro che aggior­
nare la seduta. Era una caratteristica tipica, al modo
orientale, per evitare una franca decisione. Stalin tra­
scorreva la maggior parte del tempo accanto a Lenin,
allo Smolnyj, successivamente al Cremlino, ma gli affari
delle nazionalità non erano quelli che lo occupavano
maggiormente. Lenin doveva risolvere innnumerevoli
problemi e aveva bisogno di uomini solerti per eseguire i
suoi ordini; sotto questo aspetto Stalin fu uno dei suoi
più preziosi collaboratori diretti.
Nelle memorie di Kote Cincadze, il temibile compa­
gno di avventure di Kamo nel Caucaso, c’è un passo di
Lenin sulla questione nazionale che chiarisce la sua
reale pratica meglio delle fitte tesi e dei voluminosi
rapporti che erano diventati la specialità di Stalin:
« Dopo il colpo di Stato d’Ottobre, partii dalla Geor­
gia per Pietrogrado con una lettera di Šaumjan per
vedere Stalin e Lenin. Trovai Stalin solo nell’ufficio, ma
poco dopo Lenin entrò e Stalin mi presentò dicendo: “ E
Kote, il vecchio terrorista espropriatore georgiano ” .
“ Allora? parlateci della Georgia! ” mi disse Lenin.
Quando arrivai alla vicenda dell’arsenale di Tiflis, pre­
so dai menscevichi, Lenin mi interruppe: “ Dunque,
avete abbandonato l’arsenale in mano ai menscevi­
chi? ” . Qualsiasi tentativo facessi per spiegare le cause
che avevano determinato la presa dell’arsenale, egli
ripeteva: “ Eppure, avete abbandonato l’arsenale in
mano ai menscevichi! Nell’ufficio entrò Kamo. Lenin
aveva fretta, si congedò da noi e disse a Stalin: “ Non
farli aspettare, eseguire tutte le disposizioni necessarie
senza perdere tempo ” . Decidemmo di non rimanere
più di due giorni. Fummo riforniti di alcuni milioni in
moneta dello zar e ci fu anche dato il colonnello Sereme-
tev come dirigente militare per la Transcaucasia, più
particolarmente per la Georgia. Partimmo ».
Non occorrono lunghi commenti. Il diritto dei popoli
a disporre di se stessi, arma a doppio taglio, si stava
volgendo in Transcaucasia contro i suoi zelatori e quella
VI. LA GUERRA C IV ILE 271
classica terra di antagonismi nazionali dava persin
troppo ragione a Rosa Luxemburg contro Lenin. Non
esisteva possibilità di una soluzione democratica là dove
le lotte di classe si univano alle lotte di razza in una
situazione storica in cui i conflitti secondari si ricollega­
vano alle rivalità di potenze mondiali. Tutti i partiti
presenti nel Caucaso facevano appello agli aiuti dall’e­
sterno, e l’intervento più forte doveva porre fine alla
tragedia. Stalin in persona diresse le prime manovre
clandestine del bolscevismo per sovietizzare il proprio
paese d’origine e, per una singolare ironia del destino,
contro la socialdemocrazia georgiana dalla quale pro­
veniva.
La Georgia non aveva seguito l’evoluzione della Rus­
sia verso il bolscevismo, né la sua rivoluzione. Il timore
dell’invasione turca vi creò un terreno sfavorevole al
disfattismo perché conferì un preciso significato locale
alla nozione di difesa nazionale. Per molto tempo i
bolscevichi ebbero influenza soltanto sui soldati in mag­
gioranza russi, stanchi della guerra, impazienti di rag­
giungere il loro focolare. Ma la guarnigione di Tiflis,
poco combattiva, si lasciò prendere l’arsenale e disar­
mare da poche centinaia di operai socialisti decisi che
formarono una « guardia popolare » così come gli ope­
rai bolscevichi avevano organizzato una guardia rossa
in Russia. Entrambe le guardie adempirono rispettiva­
mente alla loro missione: mantenere l’ordine a profitto
del partito dominante con fini opposti ma con mezzi
identici.
I menscevichi georgiani, padroni incontestati del
paese, consideravano il loro partito come una semplice
sezione regionale dell’organizzazione socialdemocratica
panrussa. A Pietrogrado, dove Čcheidze e Cereteli furo­
no i loro rappresentanti più famosi, al primo soviet e al
governo provvisorio, erano sostenitori inflessibili di una
Repubblica russa una e indivisibile, anche contro le più
legittime rivendicazioni della Finlandia. Dopo la rivolu­
zione d’Ottobre, benché fossero privi di una « tendenza
centrifuga » e ostili al punto di vista di Lenin sulle
272 STAI.IN

nazionalità, ripiegarono al di là del Caucaso per entrare


in una federazione, che ebbe vita brevissima, insieme
alla Georgia, all’Armenia e all’Azerbaigian. Mentre i
sostenitori russi del separatismo diventavano « acquisi­
tori di terre » per necessità rivoluzionaria, i difensori
georgiani della più grande Russia diventavano separati­
sti per salvaguardare la propria democrazia. Come Le­
nin, seppure in direzione opposta, Cereteli si sentiva
costretto a seguire una via opposta al suo programma
per la logica inesorabile della lotta politica e della guerra
sociale.
« Per il suo odio verso il bolscevismo la Transcaucasia
si è resa indipendente dalla Russia » ha riconosciuto il
socialista Albert Thomas. Ma la causa immediata della
balcanizzazione del Caucaso, e successivamente dei
continui disordini e delle guerre che dovevano condurre
alla negazione dello pseudoprincipio delle nazionalità, è
meno importante delle cause remote. Con serenità di
giudizio già Elisée Reclus le indicava nella sua opera
monumentale: « La configurazione geografica della
Georgia non favoriva certo il mantenimento dell’indi­
pendenza delle popolazioni e la formazione di una sola
nazione ben delimitata ». In seguito, il petrolio di Baku
ha costituito l’argomento geologico e il movente politico
come cause avvaloranti la tesi del geografo. Né la neu­
tralità, né l’indipendenza erano possibili nell’èra del­
l’imperialismo.
Ponte dell’Europa verso l’Asia, come la definì Žorda-
nija, la Transcaucasia non poteva disporre di se stessa
senza l’aiuto di uno dei giganti imperialisti che avevano
lì degli interessi. La questione nazionale, che in queste
regioni aveva sempre un’attualità scottante e funesta,
non faceva che moltiplicare i pretesti di un intervento
esterno. Gli armeni, per paura dei turchi, chiamavano i
russi; i tartari musulmani, per paura dei russi, chiama­
vano i turchi; i georgiani, per paura dei turchi e dei russi,
chiamarono i tedeschi, e poi gli inglesi. Per di più,
armeni, tartari e georgiani, combattevano tra di loro
contendendosi il territorio. Alle loro frontiere, i russi
VI. LA GUERRA CIV ILE 273

erano di due specie, i Rossi e i Bianchi. All’interno, il


bolscevismo progrediva e minava degli Stati già fragili.
Nonostante una repressione implacabile, si susseguiva­
no insurrezioni contadine. Le missioni straniere, civili e
militari, attizzavano i conflitti mentre contrastavano a
vicenda i propri intrighi. La soluzione teorica dei bol-
scevichi della questione nazionale non poteva dunque
risolvere nulla e poneva a sua volta una questione inso­
lubile: il diritto di chi a disporre di che cosa? « Il diritto
dei popoli a disporre di se stessi equivale forse al diritto
di recare impunemente danno ai propri vicini? ». Que­
sta domanda posta da Trockij ai menscevichi georgiani
era anche una replica involontaria a Lenin.

La quadratura del cerchio nazionale rimaneva intatta


a meno di non smentire la teoria con la pratica. Allo
stesso modo, la questione agraria fu risolta per mezzo di
un espediente tattico che rimandava la soluzione delle
difficoltà invece di superarle. Teoricamente, il decreto
sulla terra aboliva la grande proprietà fondiaria senza di
fatto fondare l’azienda collettiva. La coltivazione indi­
viduale dava al contadino un diritto di godimento sul
suolo, un usufrutto perpetuo equivalente alla proprietà.
Rosa Luxemburg aveva detto a proposito della solu­
zione leninista del problema delle nazionalità: « Era
un’analogia con la politica dei bolscevichi verso i contadi­
ni, di cui si pretendeva soddisfare la fame di terra con la
parola d’ordine di prendere direttamente possesso delle
proprietà aristocratiche e ottenere così la fedeltà alla
bandiera della rivoluzione... Sfortunatamente, in tutt’e
due i casi, il calcolo si è rivelato assolutamente sbaglia­
to ». Come lo smembramento territoriale dello Stato, il
frazionamento del suolo ostacolava la tendenza naturale
alla centralizzazione economica. Nel seguire ciecamente
Lenin e Trockij, né Stalin, né alcun altro bolscevico di
secondo piano prevedevano i futuri pericoli di questa
strategia di grande portata.
Il possesso immediato della terra da parte dei conta­
dini non ha nulla in comune col socialismo, scrive in
274 STALIN

sostanza Rosa Luxemburg: « Non solo non è una misura


socialista, ma sbarra la via che conduce al socialismo ».
Si edifica così non già una proprietà sociale, ma una
nuova proprietà individuale tecnicamente arretrata a
causa del frazionamento della grande proprietà relati­
vamente progredita. Il carattere arbitrario della sparti­
zione degli appezzamenti accentua l’ineguaglianza in­
vece di tendere a sopprimerla. I contadini ricchi, i kulaki,
grazie alla loro effettiva superiorità nel villaggio, sono i
principali beneficiari della rivoluzione agraria. Il socia­
lismo avrà dunque una nuova e potente categoria di
nemici nelle campagne. La futura socializzazione della
terra, logica conseguenza del modo di produzione nel
suo insieme, richiederà in avvenire una lotta accanita
tra il proletariato delle città e la massa contadina... Il
corso degli avvenimenti doveva confermare questa ana­
lisi e, dieci anni più tardi, giustificare la previsione
finale.
Lenin non contestava il carattere di opportunità, se
non di opportunismo, della sua politica agraria. Su
questo punto aveva cambiato tattica più volte. Prima
del 1905, il suo programma era il più modesto fra tutti
quelli del socialismo russo. La prima rivoluzione gli fece
capire il suo errore: « Avevamo individuato esattamente
la direzione del movimento, ma ci eravano sbagliati sul
grado di sviluppo ». A quell’epoca, propugnava la
confisca delle grandi proprietà a vantaggio dei piccoli
contadini. Nell’opuscolo Ai contadini poveri, scrive: « I
socialdemocratici vogliono privare dei loro beni soltanto i
grandi proprietari, solo coloro che vivono del lavoro altrui.
Non priveranno mai dei loro beni i contadini piccoli e medi ».
Ma, in seguito, si dichiara favorevole alla nazionalizza­
zione del suolo, cioè all’esproprio generale senza esclu­
dere i piccoli appezzamenti. E infine, nel 1917, fa suo il
programma dei socialisti rivoluzionari, i suoi tradizio­
nali avversari; traduce in atto il programma col suo
famoso decreto: si procedeva alla confisca della grande
proprietà fondiaria, della quale disponevano i comitati
agrari locali e i soviet contadini regionali; la soluzione
VI. LA GUERRA C IV ILE 275

definitiva spettava alla Costituente; nel frattempo il


« cahier contadino » dei socialisti rivoluzionari, com­
pendio delle rivendicazioni delle campagne, serviva
« come istruzione ».
A proposito di questo « cahier » Lenin così risponde­
va a chi gli rimproverava il suo voltafaccia: « Poco
importa chi lo ha scritto. Essendo noi ungoverno democratico,
non possiamo eludere la decisione delle masse, anche se
non concorda con la nostra opinione ». Alcuni giorni più tardi
riconoscerà francamente: « Non stiamo realizzando il
programma bolscevico, la nostra politica agraria è rica­
vata dai cahiers contadini ». Tre anni più tardi spieghe­
rà così quell’abbandono del programma: « Durante la
rivoluzione d’Ottobre, abbiamo stretto con la classe
contadina piccolo-borghese un’alleanza politica se non
formale, comunque molto seria e ben riuscita, accettan­
do in blocco, senza un solo cambiamento, il programma
agrario dei socialisti rivoluzionari, venimmo cioè a un com­
promesso per dimostrare ai contadini che non volevamo assoluta-
mente imporre loro un regime ma anzi metterci d’accordo con
loro ». A dire il vero, si era limitato a riconoscere un fatto
acquisito, poiché i contadini si dividevano le terre senza
consultare nessuno.
Nonostante le sue intenzioni di « ... arare il terreno
in modo tale che nessuna borghesia possa più ricresce­
re sulla sua superficie », aveva creato le condizioni di
una rinascita capitalistica nel paese, nell’attesa di una
rivoluzione europea che superasse tutte le contraddi­
zioni della Russia arretrata. Lenin lo ammette a cose
fatte: « I contadini hanno incontestabilmente avuto di
più dalla rivoluzione che non la classe operaia... Certo,
questo prova che la nostra rivoluzione fu, fino a un
certo punto, una rivoluzione borghese». Ma nel 1917
subordinava tutte le considerazioni di principio alla
conquista del potere e questo imponeva di conquistare
la simpatia o la neutralità delle campagne. Secondo la
metafora così calzante di Trockij, « il giovane proleta­
riato russo ha potuto compiere la sua attuale opera
soltanto trascinando con sé la pesante massa contadi-
276 STALIN

na, così come si strappa una zolla di terra insieme alle


radici ».
Lenin aveva evidentemente molte riserve quando
decretò le sue prime misure di governo. Senza farsi
illusioni sulle possibilità di realizzare il socialismo sulla
via impostagli dalle circostanze, Lenin confidava di
abbandonarla grazie ai progressi della rivoluzione so­
cialista in Occidente. Più volte ha ripetuto che il propa­
garsi della rivoluzione internazionale avrebbe fatto del­
la Russia un « paese sovietista arretrato ». E si propo­
neva di resistere, di durare per quanto poteva fino al
crollo, per lui certo e imminente, del capitalismo in
Europa. Questa convinzione lo guidava in tutti gli atti
che contravvenivano al suo programma; là dove alcuni
videro una evoluzione affrettata o un cinico rinnega­
mento, egli credette di rimanere fedele allo scopo cam­
biando provvisoriamente i mezzi. Concepiva la tattica
come un qualcosa di variabile all’infinito e quel « dot­
trinario » spesso tacciato di dogmatismo citava volen­
tieri una frase del Faust di Goethe: « La teoria è grigia,
amico mio, ma l’albero deliavita è eternamente verde ».
La sorpresa più brusca riservata agli avversari, e a
molti suoi sostenitori, fu la politica interna. Per lui la
dittatura non era una parola vana, e intendeva eserci­
tarla attraverso il suo partito quale mandatario delle
classi povere che avevano seguito le sue parole d’ordine,
prolungarla persino oltre il momento in cui questa fidu­
cia lo avrebbe sostenuto. « La dittatura del proletariato
presuppone la violenza contro gli sfruttatori » diceva,
ma rihutando di limitarla con qualsiasi legge, giunse
prestissimo a rivolgerla contro ogni opposizione, pacifi­
ca o legale, contro ogni partito non bolscevico, operaio o
contadino, addirittura contro i socialdemocratici le cui
frazioni antagoniste avevano ancora un programma
comune. Dopo avere chiesto ai socialisti al potere la
libertà in nome dei loro princìpi, la rifiutava agli stessi in
nome della sua tattica. Lo scioglimento della Costituen­
te « fu in qualche modo il punto di svolta » di questa
politica, constatò Rosa Luxemburg, preoccupata per il
VI. LA GUERRA CIV ILE 277

destino di una rivoluzione che aveva glorificata senza


tuttavia perdere lo spirito critico.
Sotto Kerenskij la Costituente, di volta in volta ag­
giornata, stava diventando un mito e i bolscevichi ne
chiedevano imperiosamente la convocazione. A prima
vista la loro rivendicazione contraddice apertamente
quella del potere ai soviet. Lenin non ha mai chiarito la
questione ma pensava, così sembra, a un « tipo di Stato
combinato » che armonizzasse la Costituente e i soviet,
il potere nazionale e il potere municipale. Zinov’ev e
Kamenev hanno potuto citare alcune parole in questo
senso. Nei mesi seguenti all’Ottobre, la fedeltà alla Co­
stituente rimaneva immutabile. I principali decreti so­
vietici avevano un carattere provvisorio fino alla ratifica
da parte dell’Assemblea. Lenin dichiarò: « Sottoporre­
mo tutte le proposte di pace alla decisione della Costi­
tuente ». Trockij scrisse: « Il paese può essere salvato
soltanto da un’Assemblea costituente che rappresenti le
classi lavoratrici sfruttate ». Simili affermazioni non
mancano.
Le elezioni diedero un risultato inaspettato a Pietro-
grado: circa metà dei voti ai supposti « usurpatori ». I
bolscevichi ebbero per un momento la speranza illusoria
di un successo analogo nella provincia; l’appoggio dei
socialisti rivoluzionari di sinistra, rappresentati al Con­
siglio dei commissari, e alcune misure rigorose contro i
cadetti avrebbero garantito la maggioranza al regime
sovietico. Ma le successive notizie fecero dileguare l’illu­
sione: per tradizione i contadini votavano per i socialisti
rivoluzionari senza distinguere la sinistra dalla destra.
Lenin vide il pericolo e volle correre tempestivamente ai
ripari con un nuovo aggiornamento e una modifica dello
statuto elettorale. Il Comitato Centrale era di diverso
avviso. Bucharin parlava di amputare la futura Assem­
blea della sua destra e di riunire il resto in Convenzione.
Stalin insisteva sull’urgenza di escludere definitivamen­
te i cadetti dal gioco, già messi fuori legge da un decreto.
Nel disordine e nell’incertezza delle sfere dirigenti, l’i­
278 STALIN

dea di sciogliere la Costituente si stava facendo strada .1


I bolscevichi ottenevano in totale un quarto dei suffra­
gi, ma in compenso la maggioranza nelle due capitali,
nelle città industriali, nell’esercito sui fronti principali e
nella marina. Come dimostrò Lenin, la dislocazione delle
forze assicurava loro la preponderanza nei punti chiave. I
socialisti rivoluzionari, con più della metà dei voti, ma
disseminati nelle campagne, si dimostravano impotenti
contro il potere reale. I cadetti diventavano per numero il
secondo partito delle città. I menscevichi pagavano con
una sconfìtta irreparabile le incoerenze e i compromessi,
tranne che nel Caucaso dove la socialdemocrazia geor­
giana conservava la sua inespugnabile posizione.
La Costituente sognata da numerose generazioni di
rivoluzionari si disperse al primo giorno, alla prima
intimazione di un marinaio, 2 senza osare di contraddire

1. La Costituente tenne la sua unica seduta il 18 e 19 gennaio 1918


nel palazzo di Tauride. Il quartiere era in stato d’assedio. Mitraglia­
trici sui tetti, poliziotti, soldati e marinai molestavano i deputati con
molti atteggiamenti intimidatori. Numerosi furono gli arresti arbi­
trari. L ’Assemblea riuniva 370 socialisti rivoluzionari, 40 socialisti
rivoluzionari di sinistra (che si schierarono con i bolscevichi), 175
bolscevichi, 16 menscevichi, 17 cadetti, 99 rappresentanti degli allo­
geni. (Le cifre subiscono qualche variazione a seconda che si sommi­
no o meno i risultati russi a quelli delle minoranze nazionali). Senza
preavviso la truppa sparò colpi di mitragliatrice sulla sfilata pacifica
di operai dei quartieri di Obuchov, di Vyborg, della Polveriera, ecc.,
cui si erano uniti impiegati e intellettuali con bandiere rosse. Ci
furono ventun morti e numerosi feriti. Dal carcere berlinese Rosa
Luxemburg critica aspramente Lenin e Trockij. Nella « Novaja
Žizn’ » Maksim Gor’kij denunzia con veemenza questo avvenimento
« infamante » e le menzogne della « Pravda » (si veda Maksim
Gor’kij, op. c it., p. 184).
2. E quanto disse tutta la stampa e dicono tutti gli autori. Dopo
verifica, risulta inesatto. L ’Assemblea non obbedì all’ingiunzione del
« compagno marinaio », rimase in funzione ininterrottamente e tolse
la seduta soltanto alle 4.40 della mattina del 19 gennaio. Le fu
impedito con la forza di riunirsi di nuovo (cfr. I l p rim o giorno d e ll’A s ­
sem blea costituente p a n r u ssa . Resoconto stenografico. 5-6 gennaio 1918.
Stampato su decisione del presidente dell’Assemblea costituente).
Le date dell’edizione russa sono quelle del calendario giuliano orto­
dosso, le nostre appartengono al calendario gregoriano.
VI. LA GUERRA C IV ILE 279

la politica del governo dei soviet sulla pace e la terra. Il


decreto di scioglimento, redatto da Lenin, fu emanato
solo il giorno seguente. Le obiezioni della destra bolsce­
vica furono lettera morta e il III Congresso dei soviet
sanzionò automaticamente l’operazione. La Russia
rimaneva indifferente tranne poche eccezioni, e soprat­
tutto poco combattive, negli ambienti socialisti e libera­
li. Il parlamentarismo imitato sull’esempio occidentale
non riusciva ad acclimatarsi in quell’immenso paese
arretrato dove la minoranza attiva si imponeva senza
Parlamento a una maggioranza passiva incapace di
imporre il proprio Parlamento, e in condizioni storiche
in cui la democrazia, nella sua relatività, non esisteva
più da nessuna parte. La borghesia aveva allontanato
l’Assemblea mentre i bolscevichi la esigevano e prese a
rivendicarla quando questi la soppressero. Rovescia­
mento dei ruoli che sottolinea l’anacronismo di una
istituzione ereditata dall’esterno dalla tradizione rivo­
luzionaria borghese e disarmata all’interno di fronte al
fatto compiuto di un nuovo sistema rappresentativo
specificamente russo.
I fautori della Costituente aspettavano la salvezza da
un crollo spontaneo del bolscevismo, da un naturale e
improvviso ridestarsi della dignità popolare, da un ri­
medio sconosciuto che nascesse dall’eccesso del male, e
la maggioranza da un aiuto esterno. Gor’kij osservava
giustamente: « Anche ora che è di fatto padrone della
propria vita, il popolo continua ad aspettare un barin',
per alcuni, questo barin è il proletariato europeo; per
altri, è il tedesco, creatore di una disciplina ferrea, altri
ancora credono che sarà il Giappone a salvarli; ma
nessuno ha fiducia nelle proprie forze ». I bolscevichi
avevano quella superiorità che consisteva nel confidare
innanzitutto in se stessi, nell’attesa della rivoluzione
mondiale.
A cose fatte, Trockij condannò la Costituente come il
« riflesso tardivo di un’epoca superata dalla rivoluzio­
ne ». Le elezioni avrebbero seguito l’insurrezione trop­
po tempestivamente, le campagne erano scarsamente
280 STALIN

informate sul cambiamento sopraggiunto nelle città, il


pesante meccanismo democratico non esprimeva il ra­
pido evolversi della situazione politica in un paese così
vasto e male organizzato. Al che Rosa Luxemburg ri­
spose in nome dei princìpi stessi del bolscevismo: biso­
gnava dunque revocare la vecchia Costituente e sosti­
tuirla con un’Assemblea uscita dalla Russia rinnovata.
Secondo Trockij, disse, « il corpo eletto democratico
sarebbe sempre l’immagine della massa al momento
delle elezioni esattamente come, secondo Herschel, il
cielo stellato ci dà la rappresentazione dei corpi celesti
non quali sono quando li guardiamo ma quali erano nel
momento in cui, da una distanza incommensurabile,
mandavano i loro raggi sulla Terra... ». Questa nega­
zione di qualsiasi legame vivo tra eletti ed elettori è
smentita dall’esperienza storica la quale mostra che
« l’onda viva dell’opinione popolare bagna continua-
mente i corpi rappresentativi, li penetra, li dirige ». La
critica amica restava senza risposta; al di là dell’argo­
mento, oggetto della controversia, il disaccordo implica
l’irriducibile opposizione di due concezioni della ditta­
tura rivoluzionaria.
In verità, Lenin e Trockij, ugualmente sinceri nel
chiedere la Costituente e poi nel denunziarla, non ave­
vano previsto a quali realtà avrebbero corrisposto le loro
formule astratte e, adattando queste ultime a nuove
realtà, trovavano nella complessità dei fatti il motivo
sufficiente per giustificare giorno dopo giorno le solu­
zioni meno premeditate. In questo caso, l’anticipazione
di Plechanov al Congresso socialdemocratico del 1903,
che legittimava un futuro attentato al suffragio univer­
sale, probabilmente tornò loro in mente soltanto sotto
l’impulso di una pressante necessità di guerra civile.
Parimenti, la conclusione della pace fu realizzata in
modo assai differente da come le loro intenzioni lascia­
vano prevedere. Come disse J . de Maistre: « La rivolu­
zione conduce gli uomini più di quanto gli uomini non la
conducano ».
VI. LA GUERRA CIV ILE 281

Lenin aveva posto numerose volte il dilemma: pace


democratica onorevole o guerra rivoluzionaria. I bol-
scevichi, unanimi nella convinzione di avere una patria
da difendere in regime socialista, con una simile pace
intendevano la fine delle ostilità senza annessioni né
indennità e il diritto dei popoli a disporre di se stessi.
L ’imperialismo tedesco, in virtù di quel diritto formale,
intendeva appoggiare la controrivoluzione in Finlandia,
in Polonia, in Ucraina. Le tesi di Lenin e del suo disce­
polo Stalin sulle nazionalità potevano servire in senso
contraddittorio a seconda della forza messa in atto per
interpretarle. Il rifiuto degli Alleati di acconsentire al­
l’armistizio, preliminare di una pace senza vincitori né
vinti, costringeva la Russia sia alla guerra rivoluziona­
ria senza speranza, sia alla pace separata biasimata dal
bolscevismo intransigente.
L ’impossibilità di conciliare la rivoluzione e l’impe­
rialismo fu evidente nei primi incontri di Brest-Litovsk.
Nella speranza tenace di una imminente rivoluzione
socialista in Occidente, e innanzi tutto in Germania, i
bolscevichi volevano guadagnare tempo, moltiplicava­
no gli appelli al proletariato internazionale, i manifesti
per radio, che d’altronde erano intercettati e censurati
in ogni paese. L ’ultimatum tedesco mise fine alle mano­
vre: era necessario capitolare per ottenere una tregua o
esporsi all’invasione con la certezza della disfatta.
Lenin per primo capì questa alternativa di vita o di
morte. Già subito dopo il colpo di Stato, aveva messo in
guardia l’opinione contro un irragionevole ottimismo:
« Il nostro partito non ha mai promesso di dare la pace
immediata. Ha detto che avrebbe avanzato immedia­
tamente una proposta di pace e pubblicato i trattati
segreti. È fatta, la lotta per la pace sta cominciando ».
All’avvicinarsi del pericolo, non esita ad affrontare di­
rettamente il romanticismo bellicoso del Partito e so­
stiene risolutamente la necessità di accettare una « pace
infame »; la repubblica socialista, dice, ha bisogno di
una tregua e la rivoluzione in Germania può non essere
immediata.
282 STALIN

Ma il Partito, incline a passare all’azione, non ha


dimenticato le sue stesse parole sulla guerra rivoluzio­
naria. Ancora una volta Lenin si trova in minoranza.
Contro di lui si levavano i comunisti di sinistra, pronti a
rompere le trattative e a morire in una lotta ad oltranza
piuttosto che venire a patti col nemico; fra loro, i mili­
tanti più energici, o i più abili, erano Bucharin, Pjata-
kov, Preobraženskij, Radek, Joffe, Krestinskij, Džerzin-
skij, Pokrovskij, Osinskij, Sapronov, la Kollontaj, Ines­
sa Armand e molti altri; nei soviet godevano dell’appog­
gio dell’attiva frazione dei socialisti rivoluzionari di sini­
stra. Senza rendersene conto, i neogiacobini ricadevano
nella politica di guerra dei girondini, denunciata prima
da Marat e poi da Robespierre. Al Comitato Centrale
del Partito i soli alleati sicuri di Lenin erano Sverdlov,
Stalin, Sokol’nikov e Smilga, per non citare Zinov’ev e
Kamenev, piuttosto compromettenti in quanto « diser­
tori d’Ottobre ». Trockij, senza identificarsi con la sini­
stra, assunse una posizione intermedia detta « centri­
sta », che consisteva nel non fare la guerra senza perciò
firmare la pace e, per il momento, nel dilazionare i
negoziati di Brest-Litovsk; con ciò intendeva offrire una
evidente dimostrazione dell’incompatibilità delle due
politiche e favorire l’effervescenza rivoluzionaria negli
Imperi centrali.
Stalin seguiva prudentemente Lenin. Ma come? Se si
deve credere a Trockij, non aveva nessuna idea precisa,
temporeggiava, si destreggiava, manovrava, consultava
ora Lenin ora Trockij per accattivarsi entrambi nell’in­
decisione del risultato definitivo: « Stalin non fece nes­
sun intervento. Nessuno si interessava in modo partico­
lare alle sue contraddizioni. Ciò che per me era la preoc­
cupazione principale, cioè chiarire il più possibile al
proletariato mondiale il nostro atteggiamento sul pro­
blema della pace, per Stalin era certamente una faccen­
da secondaria. Egli si interessava alla pace in uno solo paese
come più tardi al socialismo in un solo paese. Al momento
del voto decisivo si unì a Lenin ».
Pur non intervenendo in pubblico, Stalin partecipava
VI. LA GUERRA C IV ILE 283

alle deliberazioni segrete del Comitato Centrale del Par­


tito, che a quella data era già il governo effettivo della
Repubblica. Se i verbali del « circolo clandestino di
dirigenti » lo mostrano assai più deciso di quanto so­
stenga Trockij, non per questo i suoi moventi sono pari a
quelli di Lenin. La prima volta in cui prende la parola su
questo argomento, Elena Stasova, segretaria della sedu­
ta, riassume così il suo intervento:
« Il compagno Stalin pensa che, adottando la parola
d’ordine della guerra rivoluzionaria, facciamo il gioco
dell’imperialismo. Non c’è movimento rivoluzionario in
Occidente, non ci sono fatti, c’è soltanto un potenziale e
non possiamo tener conto di un potenziale. Se i tedeschi
passano all’offensiva, la controrivoluzione in Russia si
rafforzerà. La Germania può attaccare, ha infatti le sue
truppe korniloviane, la Guardia. In Ottobre parlavamo
di guerra santa perché ci dicevano che la sola parola pace
avrebbe provocato la rivoluzione in Occidente. Ma quel
giudizio non era fondato. L ’introduzione di riforme so­
cialiste nel nostro paese scuoterà l’Occidente, ma per
questo ci occorre tempo. L ’adozione della politica del
compagno Trockij creerebbe le peggiori condizioni per
il movimento in Occidente, e perciò [Stalin] propone di
adottare le proposte del compagno Lenin ».
Dunque Stalin giunge alla stessa conclusione di Le­
nin, ma ponendosi sul terreno nazionale, mentre le mo­
tivazioni di Lenin poggiavano precisamente su quel
« potenziale » rivoluzionario internazionale. In risposta
a Stalin Lenin afferma che in Occidente la rivoluzione
non è ancora cominciata; « tuttavia, se per questo moti­
vo dovessimo cambiare tattica, tradiremmo il sociali­
smo internazionale ». Propone di firmare la pace solo
nella convinzione di vederla annullare dalla « rivolu­
zione socialista generale ». Stalin invece non concepiva
un movimento rivoluzionario in Occidente che sotto
l’influenza di future riforme socialiste in Russia.
Il compromesso di Trockij, « cessare la guerra, non
firmare la pace, smobilitare l’esercito », fu accettato al
Comitato Centrale con 9 voti contro 7 —soluzione di
284 ST A U N

attesa che presentava quanto meno il vantaggio di pre­


servare il Partito da una scissione mortale. Stalin lo
riconobbe alla seduta seguente: « La via d’uscita da una
situazione difficile ci è stata data dal punto di vista
centrista, la posizione di Trockij ». Si tratta di quella
stessa posizione che Stalin poco prima aveva accusato di
non essere neppure tale.
Lenin agì allora in modo abile e tenace per logorare i
suoi interlocutori. Le opposizioni intestine giungevano a
un’asprezza inconsueta. Fra i soviet consultati più di
duecento si pronunziarono per la rottura delle trattative
di Brest-Litovsk, e soltanto due soviet importanti per la
pace. La frazione di sinistra si suddivise in diverse ten­
denze. Al Comitato Centrale, con 7 voti contro 6, la
maggioranza approvò di nuovo il rifiuto di Trockij di
riprendere i negoziati. Ma il giorno stesso, alla notizia
dell’offensiva tedesca, ci si affrettò a convocare un’altra
seduta. In nome del diritto dei popoli a disporre di se
stessi, la Rada di Kiev veniva a patti con gli Imperi
centrali, il nazionalismo ucraino preannunciava l’inva­
sione. A nord, Dvinsk cadeva nelle mani del nemico,
Pietrogrado era minacciata; i fatti confermavano che il
vecchio esercito russo era incapace di combattere, l’Ar­
mata rossa ancora non esisteva... La tesi di Lenin si
avverava di ora in ora.
Non era più possibile sbagliare, Trockij oscillava e
cominciava a propendere per la tesi di Lenin. Stalin si
risolse: « Bisogna parlare chiaramente sulle questioni di
sostanza, i tedeschi stanno attaccando, non abbiamo
effettivi, è tempo di dire chiaro e tondo che bisogna
riprendere le trattative ». Lenin, più che mai sicuro di
sé, ripetè la propria argomentazione in brevi frasi lapi­
darie: « Non si scherza con la guerra. Stiamo perdendo
vagoni ferroviari, i nostri trasporti stanno peggiorando.
Non si può più aspettare, la situazione è chiara. Il
popolo non capirà: se è la guerra, allora non bisognava
smobilitare. I tedeschi ora si prenderanno tutto. Il gioco
è entrato in un tale vicolo cieco che il crollo della rivolu­
zione è inevitabile se si persiste in una politica di com-
VI. LA GUERRA CIV ILE 285

promesso ». Trockij diventava meno intransigente pur


insistendo per porre agli Imperi centrali una questione
preliminare sulle loro esigenze. Stalin risponde: « Cin­
que minuti di fuoco continuo e non ci rimarrà un solo
soldato sul fronte. Bisogna finirla con questa confusione.
Non sono d’accordo con Trockij: una simile domanda
può essere posta soltanto in letteratura. Adesso bisogna
soppesare tutto e dire che siamo favorevoli alla ripresa
delle trattative di pace ». Infine, al momento del voto,
Lenin vinse per 7 voti contro 5 e una astensione. Trockij,
ancora non convinto, aveva tuttavia aderito alla tesi di
Lenin per dargli un voto di maggioranza; temeva infatti
una frattura irrimediabile.
La crisi interna del Partito era al suo culmine, la
discordia giungeva al parossismo. Trockij rassegnò le
dimissioni dal Consiglio dei commissari, Lenin minac­
ciò di dimettersi dal Comitato Centrale. « Stiamo tra­
sformando il Partito in un letamaio! » esclamò Bucharin
singhiozzando fra le braccia di Trockij. La sinistra iniziò
a pubblicare i suoi organi d’opposizione alla stampa
ufficiale, dove Lenin era definito « parolaio dell’oppor­
tunismo », colpevole degli « stessi sbagli di Kautsky » e
si denunziava « l’errore profondo che porta al fallimento
della rivoluzione russa e internazionale ». Secondo
Bucharin il potere sovietico era diventato « puramente
formale ». Alla seduta successiva del Comitato Centrale
Stalin tentò di conciliare gli estremi: « Possiamo ancora
non firmare, ma avviare le trattative ». Lenin era ina­
movibile: « Stalin ha torto quando dice che si può non
firmare. Bisogna sottoscrivere alle condizioni poste. Se
non firmate adesso, entro tre settimane firmerete la
condanna a morte del potere sovietico. Le condizioni
non riguardano il potere dei soviet. Non ho la più pallida
ombra di esitazione. Io non pongo un ultimatum per
ritirarlo. Non voglio più frasi rivoluzionarie. La rivolu­
zione tedesca non è matura. Ci vorranno mesi. Bisogna
accettare le condizioni ». Con 7 voti contro 4 e 4 asten­
sioni, fra cui quella di Trockij, Lenin ottenne una mag­
gioranza relativa per subire le condizioni imperialiste. Il
286 STALIN

Comitato Centrale, unanime, decideva la preparazione


di una futura guerra rivoluzionaria.
Quattro membri della sinistra, fra cui Bucharin e
Bubnov, rassegnarono immediatamente le dimissioni
da tutti i loro « incarichi di responsabilità ». Col con
senso di Lenin, essi si riservavano di provocare l’agil.i
zione nelle file del Partito contro la risoluzione del Co­
mitato Centrale. La scissione sembrava inevitabile. S i i
commissari del Popolo, fra cui Pjatakov e Urickij, n i
dimettevano seguendo l’esempio di Trockij. Visibil
mente preoccupato per la mancanza di personale diri
gente, Stalin, con un tono amichevole che non gli eia
abituale, si prodigava lodevolmente per giungere alla
conciliazione. Trockij, sebbene il suo disaccordo con
Lenin permanesse, si adoperava soprattutto per salva
guardare l’unità. Il VII Congresso bolscevico fu chin
mato a pronunziarsi sulla ratifica della « pace vergo­
gnosa », mentre le istanze sovietiche non avrebbero
potuto poi che conformarsi alla posizione del partito
sovrano.
Quel congresso improvvisato, con soli 29 delegati in
possesso di mandati, si tenne nel marzo 1918 nell’atmo­
sfera drammatica delle prime avvisaglie della guerra
civile. Stalin non vi partecipò. Non era un uomo di
tribuna e raramente si mostrava nella piena luce delle
assemblee. Senza mai apparire in primo piano né iscri
vere il suo nome nei fasti della rivoluzione, servitore
oscuro, ma efficiente, delle direttive di Lenin, Stalin si
renderà utile come amministratore energico di un’orga
nizzazione che già cumula di fatto, se non di diritto,
tutte le prerogative politiche esistenti nello Stato. A
quella data Sverdlov valuta approssimativamente a
300.000 il numero dei membri del Partito; ossessionali
da un prossimo crollo del nuovo regime, un quarto degli
effettivi avrebbe dunque abbandonato il Partito in meno
di sei mesi.
La maggioranza del congresso si allineò sotto la dire­
zione di Lenin; con questo atto ripudiò retrospettiva­
mente la formula népace néguerra, e non si curò di rendere
VI. LA GUERRA CIV ILE 287
giustizia al ruolo di Trockij a Brest-Litovsk, al suo frap­
porsi disinteressato tra le frazioni rivali nel Comitato
Centrale. Amareggiato, Trockij si dimise da tutte le
cariche e funzioni nel Partito e nei soviet. Lenin aveva
duramente criticato le sue « frasi rivoluzionarie » che,
attenuandolo, aggravavano il rischio enorme che la
rivoluzione stava correndo. Rjazanov, benché comuni­
sta di destra, uscì dal Partito, e il suo esempio venne ben
presto seguito dalla Kollontaj. L ’accanita opposizione
della tendenza di sinistra, pur in fase discendente, si
protraeva. Ma la guerra civile doveva ben presto rag­
gruppare tutti i rivoluzionari per la difesa della « patria
socialista in pericolo ». Prima di sciogliersi, il congresso
decise di modificare il vecchio programma socialdemo­
cratico e, cedendo infine al desiderio pressante di Lenin,
di adottare il nome di « comunista ».
Lenin aveva riacquistato quell’ascendente che nessu­
no, d’ora in poi, osò più contestargli. Lenin, incarnazione
deH’intelligenza politica e tattica del bolscevismo, che
una volontà inflessibile e infaticabilmente tesa verso uno
scopo esclusivo rendeva più salda, si impone definitiva­
mente col semplice « buonsenso » di cui la maggior parte
dei suoi compagni e seguaci si rivelano privi nel momento
delle grandi prove. Per aver tracciato la sua linea di
comportamento con una logica elementare: non battersi se
si è vinti in partenza, Lenin sarà giudicato il genio del
Partito che gli deve tutto - origine, organizzazione, dot­
trina e programma, strategia e tattica, teoria e pratica,
conquista e conservazione del potere —e che rischiò di
perdere tutto perdendo la fiducia nel suo ispiratore. In
realtà, la sua peculiare superiorità risiede, oltre che nel­
l’insieme delle qualità personali, nella facoltà essenziale
di cogliere « sotto la paglia delle parole, il seme delle
cose ». A questo riguardo, egli si mostra veramente degno
dell’unico elogio che desiderasse meritare, quello di esse­
re un marxista. E sotto questo stesso aspetto è evidente la
debolezza politica di Trockij, nonostante le sue prodigio­
se doti esteriori. L’episodio di Brest-Litovsk mise in piena
luce l’idealismo dell’uno, il realismo dell’altro.
288 STALIN

In quella circostanza, giudicando inammissibile


confidare unicamente in una prossima rivoluzione in
Germania per la sorte della giovane rivoluzione russa,
Lenin voleva, secondo l’espressione di Radek, cedere spa­
zio per guadagnare tempo. Quando gli rammentarono le sue
stesse parole sulla guerra rivoluzionaria, Lenin rispose:
« Parlavamo della necessità di preparare e di condurre
la guerra rivoluzionaria... Ma non ci siamo mai impe­
gnati a buttarci in una guerra rivoluzionaria senza la
consapevolezza delle possibilità e probabilità di succes­
so ». La rivoluzione socialista sta maturando in tutti i
paesi ma verrà « alla fine di tutte le fini, e non al princi­
pio dei princìpi ». Bisogna saper indietreggiare. Colui
che non si adatta al peggio « è solo un chiacchierone,
non un rivoluzionario ». I comunisti di sinistra « assu­
mono il punto di vista del gentiluomo, io quello del
contadino ». Per il trattato di Brest-Litovsk avverrà
quanto è avvenuto per la pace di Tilsit: « La pace non è
che un mezzo per ricostituire le proprie forze... La pace è
una tregua fra le guerre, la guerra un mezzo per ottenere
una pace migliore ». E che non si possa dire un giorno
questa verità amara: « La frase rivoluzionaria sulla
guerra rivoluzionaria ha portato la rivoluzione alla ro­
vina ».
Se Trockij non riuscì a stimolare la coscienza popola­
re dei paesi belligeranti, il patetico duello di Brest-Li­
tovsk non fu tuttavia privo d’effetto sull’opinione uni­
versale. Ne rimane la prova in un messaggio in cui il
presidente Wilson rendeva omaggio ai bolscevichi: « I
rappresentanti della Russia hanno insistito molto giu­
stamente, molto saggiamente e nel vero spirito della
democrazia moderna affinché le conferenze avessero
luogo pubblicamente e non a porte chiuse... Il popolo
russo... non vuole cedere né sui princìpi, né di fatto. La
sua concezione di ciò che per esso è giusto, umano e
onorevole accettare è stata formulata con una sincerità,
un’ampiezza di vedute, una generosità di spirito, una
simpatia universale tali che devono provocare l’ammi­
razione di ogni amico dell’umanità ». Un altro uomo di
VI. LA GUERRA C IV ILE 289

stato, T.G. Masaryk, ha fatto giustizia delle volgari


accuse rivolte ai bolscevichi: « Essi si trovavano in una
situazione senza via d’uscita; che cosa dovevano, che
cosa potevano fare? Tutti i negoziati di Brest-Litovsk, il
modo in cui i tedeschi estorsero con la forza la pace...
provano che i bolscevichi non Brinarono di buon grado.
Firmando, non fecero che seguire le orme dei loro prede­
cessori del regime zarista. Anche Miljukov, l’ho già
detto, era disposto a negoziare la pace con i tedeschi e
Tereščenko la negoziò con l’Austria... ».
Il governo comunista aveva appena ottenuto la tre­
gua sulla nuova frontiera occidentale che dovette fron­
teggiare i pericoli, molteplici e sempre crescenti, dell’in­
terno. Un nuovo « Tempo dei disordini » si stava
aprendo per la Russia. Durante l’anno 1918 la situazio­
ne volge al peggio nel paese che è a ferro e a fuoco.

Mentre i tedeschi occupavano, oltre alla Finlandia e


alla Polonia, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania river­
sandosi sul territorio russo, e poi ancora l’Ucraina e la
Crimea, infine la Georgia, dove il potere menscevico li
aveva chiamati per sostituirsi agli invasori turchi, la
guerra civile si accendeva dovunque in tutte le sue for­
me. Al sabotaggio dei servizi pubblici, allo sciopero dei
funzionari e dei tecnici vengono ad aggiungersi com­
plotti, ammutinamenti, tradimenti.
Dopo le sollevazioni fallite di Kaledin sul Don, di
Dutov negli Urali, la « Vandea cosacca » dà vita a una
perenne insurrezione. Al Nord la controrivoluzione
finlandese, appoggiata da truppe tedesche, minaccia
Pietrogrado. Poco dopo le forze inglesi e francesi occu­
peranno Archangelsk e la costa di Murmansk. Sul me­
dio Volga alcuni distaccamenti di prigionieri di guerra
cecoslovacchi, che stanno per essere rimpatriati, inizia­
no una ribellione armata. Sul basso Volga i cosacchi di
Krasnov premono su Caricyn. Nel Kuban si raggrup­
pano i primi volontari del futuro esercito di Denikin. A
sud del mar Caspio i Bianchi, insieme a ufficiali inglesi
venuti dalla Persia, prendono di mira la Comune di
290 STALIN

Baku dove i Rossi sono al potere. La Bessarabia viene


invasa dal confine con la Romania. In Estremo Oriente i
giapponesi sbarcano a Vladivostok e, se gli Stati Uniti
non si fossero opposti, sarebbero avanzati lungo la
Transiberiana, avrebbero ristabilito 1’« ordine » nella
Russia asiatica devastata da bande armate, percorsa da
« grandi compagnie », da « colonne infernali ». Infine,
dopo il blocco, ci si aspetta l’intervento militare degli
Alleati che con agenti, missioni, ambasciate e falsi con­
solati fomentano e sovvenzionano sedizioni e attentati.
Nelle campagne operavano gruppi di partigiani di
ogni tendenza, che si segnalavano con colpi di mano e
atti di forza. I contadini nascondono il grano, rifiutano
un denaro senza valore, tornano allo scambio diretto.
L ’inflazione raggiunge in quel periodo cifre astronomi­
che. I soviet locali, esauriti tutti gli espedienti, riscuoto­
no contributi straordinari, decretano requisizioni,
confische arbitrarie. Nelle città affamate la produzione
industriale si avvicina a quota zero, il commercio ago­
nizza, la mancanza di derrate impone un razionamento
sempre più rigoroso. Contravvenendo ai progetti di
« controllo operaio » delle aziende, i comunisti ne deci­
dono la nazionalizzazione graduale, a volte loro mal­
grado ma per mantenerle in attività, a volte su richiesta
degli operai, a volte ancora su richiesta dei padroni. I
menscevichi provocano degli scioperi, i socialisti rivolu­
zionari risuscitano il terrorismo, gli anarchici formano
la loro « guardia nera » in cui si infiltrano molti Bianchi,
la controrivoluzione si organizza armando le sue « le­
ghe » liberatrici e patriottiche. In questo caos indescri­
vibile e sotto la pressione delle esigenze della difesa
rivoluzionaria, 1’« edificazione socialista », sperata dai
bolscevichi, passa in secondo piano.
Invano Lenin, nel 1918, abbozzò un programma co­
struttivo dei « compiti attuali del potere dei soviet »,
sottolineando come necessità primordiali il risanamento
economico da attuarsi attraverso calcoli e controlli seve­
ri sulla produzione e distribuzione, l’organizzazione del
lavoro, d’ordine e di concetto, attraverso la direzione
VI. LA GUERRA C IV ILE 291
collegiale nell’industria, l’impiego di specialisti con alte
retribuzioni, l’adattamento del sistema tayloristico, il
salario a cottimo, l’uso combinato dell’emulazione e
della costrizione. Denunziava al tempo stesso l’opposi­
zione degli « isterici di sinistra », quei « comunisti di
sventura ». Reprimere è ancora più urgente che ammi­
nistrare. Trockij, ora commissario alla Guerra, aveva
riassunto la medesima tesi nella sua formula: « Il lavo­
ro, la disciplina e l’ordine salveranno la Repubblica dei
soviet ». Ma, come gli avvenimenti dimostreranno, i
bolscevichi dovevano innanzi tutto annientare l’impla­
cabile avversario per non essere sterminati a loro volta.
Jaurès era stato un buon profeta quando scriveva alla
fine del secolo scorso: « Allo stato attuale dell’Europa e
secondo l’andamento visibile degli eventi, solo un cieco
può sperare, e un traditore annunciare, l’instaurazione
pacifica del socialismo presso le nazioni che sono all’a­
vanguardia. Il popolo che, per primo, intraprenderà la
via del socialismo, vedrà immediatamente avventarglisi
contro tutti i poteri reazionari, fuori di sé dalla paura.
Soccomberebbe se non fosse pronto a prendere le armi, a
rispondere alle granate con le granate, per dar tempo
alla classe operaia degli altri paesi di organizzarsi e
insorgere a sua volta ».
In maggio è sospesa la pubblicazione degli ultimi
giornali ostili che si auguravano l’intervento armato
straniero; sarà la fine a breve termine della stampa di
opinione. In giugno i partiti « antisovietici » sono esclu­
si dai soviet; ben presto inizierà il monopolio comunista
in materia politica. Volodarskij è assassinato a Pietro-
grado da socialisti rivoluzionari di destra. La Ceka
prende ostaggi; la sua azione repressiva non commette
ancora eccessi mentre i Bianchi, con fucilazioni e impic­
cagioni in massa, già seminano un odio inestinguibile e
si preparano dure rappresaglie. Il terrore rosso risponde
a malapena al terrore bianco. Ma nei villaggi comincia
una lotta senza pietà, spedizioni operaie portano via con
la forza il grano ai kulaki, in realtà a tutti i contadini
produttori, e provocano una sanguinosa chouannerie. Bi-
292 STALIN

sognava a tutti i costi approvvigionare i centri industria­


li. Su iniziativa di Lenin si formano i « comitati dei
contadini poveri » per spezzare la resistenza dei posses­
sori di cereali, requisire il bestiame, confiscare le ecce­
denze. Necessità non conosce legge. Non si tratta più di
« esperienza socialista », ma di vincere la fame.
Alla testa di un distaccamento di soldati rossi munito
di due autoblindo, Stalin parte per Caricyn, che è sotto il
comando di Vorošilov, per dirigere le operazioni di
approvvigionamento nel Sud; gli « affari delle naziona­
lità » potevano aspettare e, d'ora in poi, aspetteranno a
lungo. La maggior parte dei militanti energici sono
allora mobilitati per il « fronte alimentare » quando non
diventano commissari all’Esercito. D’altronde tutti
quanti i fronti finiranno per confondersi e, sopprimendo
la divisione del lavoro, imporranno l'accorpamento di
funzioni e responsabilità. Dzeržinskij, Pjatakov, Smilga,
Sokol’nikov, Sljapnikov, Vorošilov sono entrati nei
quadri dell’esercito, alcuni nominati commissari, altri
improvvisati generali. Stalin a sua volta comincia « per
caso » la sua carriera militare; aveva trovato Caricyn in
un disordine inestricabile che gli rendeva il compito
impossibile a meno di non influire sul comando, in
questo caso sul Quartier Generale della X Armata.
Non vi è traccia di Stalin nelle pubblicazioni militari
né nelle memorie o studi storici sulla grande guerra
« russo-russa ». Per dieci anni, nessun autore comunista
gli concede il sia pur minimo ruolo degno di essere
registrato. Se il nome di Trockij è per tutto il mondo,
amici o nemici, associato alle vittorie della rivoluzione,
solo nel 1929 la parte avuta da Stalin è stata scoperta.
Sono occorse violente rivalità intestine perché Vorošilov
pensasse improvvisamente a « colmare questa lacuna »
e perché Trockij apportasse alla sua tardiva testimo­
nianza le correzioni documentarie indispensabili. La
reputazione di Stalin, capo militare, non ne esce accre­
sciuta, ma insieme alle sue capacità di organizzatore,
alla sua inclinazione per la dittatura, alla sua abilità
nell'intrigo sono poste in evidenza le origini di un anta-
VI. LA GUERRA CIV ILE 293

gonismo personale che doveva influire in maniera non


trascurabile sul prossimo destino della Repubblica.
La storia dell’Armata rossa si confonde con la vita di
Trockij così come quella del partito bolscevico con Le­
nin. Nei due uomini la rivoluzione aveva trovato i valori
complementari ai quali, nelle ore più critiche, dovette la
sua salvezza, sia detto senza prescindere dai dati obiet­
tivi né sottovalutare l’eroismo anonimo del Partito e
della coraggiosa élite del popolo operaio e contadino.
Secondo l’espressione di Marx e Engels, che certo non
attribuivano un’eccessiva importanza all’individuo nel­
la storia, « per realizzare le idee sono necessari degli
uomini che mettano in gioco una forza pratica ».
Trockij riconosceva la superiorità e la supremazia di
Lenin, che in compenso stimava Trockij per i suoi meri­
ti. Gor’kij ha riferito queste parole di Lenin su Trockij,
pronunziate in una conversazione amichevole: « Mi si
indichi un altro uomo capace di organizzare in un anno
un esercito quasi esemplare e per di più di conquistare la
simpatia degli specialisti militari! Quest’uomo noi lo
abbiamo. Abbiamo tutto. E si faranno miracoli ». Non
erano escluse le divergenze di vedute, per quei motivi
molto semplici che un tempo facevano dire a Bonaparte,
con una sfumatura di paradosso: « Piuttosto un cattivo
generale che due buoni ». Ma durante quei terribili anni
l’accordo profondo e la reciproca stima dei due princi­
pali capi erano rinsaldati dall’attività di uno Sverdlov
afl’amministrazione pubblica, di un Dzeržinskij alla
sicurezza generale, di un Rakovskij alla guerra e diplo­
mazia in Ucraina e di molti altri capi di carattere e
talento. Tale coesione conferiva al gruppo dirigente del­
la rivoluzione un’autorità che si potrebbe dire unica non
fosse stata, mutatis mutandis, la rievocazione di Robe­
spierre e di Saint-Just. Altri erano i tempi, altri gli
uomini, altre le circostanze, diverse infine le tappe stori­
che e sociali, ma le analogie sono sufficienti per giustifi­
care un rapido parallelo su questo punto preciso.
Stalin allora non è un personaggio di rilievo, ancora
sconosciuto nel paese e poco conosciuto nel Partito,
294 STALIN

tuttavia conta già fra quei rivoluzionari agguerriti sem­


pre pronti ai compiti imprevisti. Stalin, pur dipendendo
in teoria da Trockij - in quanto commissario alla Guerra
e contemporaneamente presidente del Consiglio rivolu­
zionario di guerra -, comunica direttamente con Lenin
nella sua qualità di membro del Comitato Centrale del
Partito, organismo extracostituzionale già sovrapposto
ad ogni altro. Per di più, il Consiglio dei commissari
cesserà di esistere come parvenza di governo quando i
socialisti rivoluzionari di sinistra spezzeranno l’alleanza
con i bolscevichi, di cui combattono vivamente la politi­
ca contadina e la tattica di pace.
Durante il V Congresso dei soviet, all’inizio di luglio
1918, questi « isterici di sinistra » passano all’offensiva
contro il partito comunista, tentano di riaccendere la
guerra con la Germania assassinando l’ambasciatore
Mirbach e di rovesciare il Consiglio dei commissari
bombardando il Cremlino. La repressione della som­
mossa in ventiquattr’ore segna il principio della fine per
i socialisti rivoluzionari di sinistra: alcuni sono passati
per le armi, altri imprigionati, il loro partito è smembra­
to. (Gli anarchici, già colpiti in aprile, subiranno presto
una sorte analoga). D’ora in poi, i comunisti saranno
soli al Consiglio dei commissari e quasi soli all’Esecuti­
vo dei soviet. Neppure le precauzioni formali saranno
più necessarie al Comitato Centrale bolscevico per eser­
citare la dittatura attraverso il suo Ufficio politico. Nello
stesso periodo, su istigazione di agenti diplomatici fran­
cesi, un gruppo di socialisti rivoluzionari di estrema
destra e di Bianchi, guidati da Savinkov, provocano con
la sollevazione di Jaroslavl’ il primo grande massacro
fra la popolazione civile e la distruzione di una delle più
belle città dell’antica Russia. L ’episodio può ricordare
quello di Lione nel 1793. Il terrorismo generava il terro­
re.
In quel tragico clima il Congresso dei soviet, interrot­
to da bombe e cannoni, vota su proposta di Sverdlov la
« Costituzione della Repubblica Socialista Federativa
dei Soviet », codificazione idealizzata dell’ordine esi­
VI. LA GUERRA C IV ILE 295

stente. È preceduta da una Dichiarazione dei diritti del


popolo lavoratore. In questa carta solenne non si fa
parola della dittatura di un solo partito, del monopolio
comunista del potere. Ma, di fatto, la forza delle cose
concentrava, a titolo transitorio, la potenza pubblica
nelle mani del partito vincitore.
Intanto, le notizie dal fronte non erano rassicuranti.
Sul Volga il comandante in capo Murav’ëv tradisce, poi
si suicida. Sotto Caricyn, dove Vorošilov non si dimo­
stra all’altezza del compito affidatogli, i cosacchi sfon­
dano le linee dei Rossi. L ’esercito dei soviet, distribuito
su ampie distanze, mal nutrito, male equipaggiato, male
inquadrato, indietreggia su tutti i fronti. Il partito co­
munista mobilita tutti i suoi uomini validi, raccoglie le
sue ultime risorse. Stalin si affretta verso il fronte.
Pochi minuti prima di partire, scrive a Lenin: « Pun­
golo e insulto tutti coloro che ne hanno bisogno, spero in
un prossimo riassesto della situazione. State sicuro che
non risparmieremo nessuno, né me stesso né gli altri, e
che manderemo finalmente grano. Se i nostri specialisti
militari (dei ciabattini!) non dormissero e non stessero a
gingillarsi, le linee non sarebbero state sfondate; e se le
linee saranno ristabilite, non sarà grazie ai militari ma
loro malgrado ».
Alle preoccupazioni di Lenin sui socialisti rivoluzio­
nari di sinistra a Caricyn, dove gli anarchici avevano già
tentato una insurrezione in maggio, Stalin risponde:
« Quanto agli isterici, state sicuro che la nostra mano
non tremerà; con i nemici, agiremo da nemici ». E infat­
ti, in quel periodo, una constatazione sarà confermata
una volta per sempre: la mano di Stalin non trema.
Una frase significativa della sua breve lettera riguar­
da gli « specialisti », cioè i militari di professione. Stalin
non riconosce loro alcun valore. La sua avversione si
esprime ancora in un telegramma in cui dice: « I nostri
specialisti sono psicologicamente inadatti a una guerra
decisiva con la controrivoluzione ». Un’intera frazione
del Partito condivideva allora lo stesso pregiudizio.
L ’« opposizione militare », reclutata soprattutto fra i
296 STALIN

comunisti di sinistra, auspicava come sistema la guerri­


glia di franchi tiratori, l’autonomia dei distaccamenti
partigiani, la nomina dei capi per elezione, il federali­
smo e l’improvvisazione in materia militare. Mentre gli
ultimi rappresentanti dell’opposizione di sinistra tac­
ciano Lenin di miopia, opportunismo e indulgenza ver­
so il capitalismo per l’impiego di specialisti nell’indu­
stria, l’opposizione militare rimprovera a Trockij i me­
todi del centralismo, di una disciplina rigida e l’impiego
di specialisti nell’esercito. Intorno a Vorošilov si rag­
gruppa un nucleo di quell’opposizione. A Caricyn, Sta­
lin lo incoraggia in sordina.
Ora, se Trockij ha potuto far passare l’Armata rossa
dal volontariato alla coscrizione, aumentare i suoi effet­
tivi da 100.000 soldati a 1, poi 2, poi 3 milioni, inquadra­
re sedici eserciti su un fronte di 8000 chilometri, è perché
realizzò, sull’esempio di Dubois-Crancé, 1’« amalga­
ma » degli elementi sani del vecchio esercito con quello
nuovo, utilizzò i militari di mestiere sotto la sorveglian­
za di commissari, abolì l’eleggibilità dei capi e i consigli
di soldati, istituì una rigorosa disciplina sotto un co­
mando unico. La resistenza di Caricyn, agli ordini del
Consiglio rivoluzionario di guerra, non portava che a
sconfitte. Come spiega Trockij nelle sue memorie, i
sottufficiali e i sostenitori dell’opposizione non potevano
fare a meno di specialisti ma, per ostilità al principio,
finivano per chiamarne di mediocri.
Senza essere un comunista di sinistra Stalin sostenne
il nuovo tipo di opposizione. Trockij afferma che la
maggior parte del suo lavoro era diretta contro di lui.
Per quali motivi? Trockij non lo dice. Forse Stalin si era
risentito per la popolarità di un ex avversario, estraneo a
quella cerchia clandestina di rivoluzionari di professio­
ne che consideravano il comando della rivoluzione di
loro esclusiva competenza. Per Stalin e i suoi simili
Trockij era, se non un intruso, almeno un raccolto per
strada e, se nessuno contestava più il primo posto a
Lenin, i caratteri più forti dovevano fatalmente venire a
uno scontro per avere un’influenza predominante sul
VI. LA GUERRA CIV ILE 297

maestro. Stalin e Trockij, così dissimili per origine,


formazione, spirito e cultura, avevano precisamente in
comune una caratteristica inconciliabile: il tempera­
mento autoritario.
Secondo la testimonianza di Vorošilov che involonta­
riamente accusa se stesso, il quartier generale della X
Armata presentava all’arrivo di Stalin un quadro pieto­
so di confusione e impotenza. La presenza di quest’ul­
timo si fece ben presto sentire, sia in prima linea sia nelle
retrovie. Stalin « dispiega un’energia smisurata », epu­
ra il servizio di approvvigionamento, l’amministrazio­
ne, lo Stato Maggiore. Il tono delle sue lettere a Lenin
mostra da quale volontà sia animato: « Correggerò que­
sti difetti su scala locale e molti altri, prendo e prenderò
una serie di provvedimenti fino alla destituzione di gra­
duati e comandanti che stanno portando la causa alla
rovina, e piegherò le difficoltà formali, se necessario. Me
ne assumo naturalmente la piena responsabilità davanti
a tutte le istituzioni superiori ».
Soprattutto nella città, l’azione di Stalin sortiva i suoi
effetti. Vi organizza una Ceka locale e dà inizio a una
repressione inesorabile. Vorošilov cita con soddisfazio­
ne e conferma il racconto di un Bianco, il transfuga
Nosovič, che su Stalin ha scritto: « Si deve rendergli
giustizia ammettendo che la sua energia può essere
motivo d’invidia per ogni vecchio amministratore e che
le sue capacità di adattamento all’opera e alle circostan­
ze potrebbero essere d’esempio a molti altri ». L ’atmo­
sfera a Caricyn si fa pesante, « la Ceka lavora a pieno
ritmo », ogni giorno si scoprono complotti, « tutte le
prigioni della città traboccano »... Un ingegnere e i suoi
due figli, venuti da Mosca, vengono arrestati per cospi­
razione: « La decisione di Stalin fu rapida:fucilare. L ’in­
gegnere Alekseev, i suoi due figli, e con loro un conside­
revole numero di ufficiali, alcuni dei quali appartenenti
all’organizzazione, altri soltanto sospettati, furono presi
dalla Ceka e fucilati immediatamente, senza processo ».
La mano di Stalin non trema.
Nessuna documentazione rivela il numero dei con-
298 STALIN

dannati sotto questo proconsolato. In quello stesso pe­


riodo, d’altronde, iniziative e fermezze identiche si ma­
nifestavano un po’ dappertutto. In quel luglio 1918, in
cui i soviet sembrano avere i giorni contati, i comunisti
degli Urali, con a capo Beloborodov, all’avvicinarsi dei
cecoslovacchi vittoriosi, giustiziano l’imperatore desti­
tuito e la sua famiglia. Contemporaneamente, un co­
munista di sinistra, l’operaio Mjaniskov, sopprime il
granduca Michail. In agosto, dopo la perdita di Sim­
birsk e di Kazan’, Trockij in persona parte per la regione
del Volga dove si sta decidendo la sorte della rivoluzione
e forma il suo « treno » leggendario col quale, per più di
due anni, accorrerà da un fronte all’altro nei punti più
minacciati.
Alla hne dello stesso mese la guerra civile entra nella
sua fase più acuta. Successivamente, un attentato mette
in pericolo la vita di Lenin, Urickij è assassinato a
Pietrogrado: un’organizzazione segreta di socialisti con­
trorivoluzionari era all’opera. Trockij, durante un viag­
gio a Mosca, sfugge per caso alle pallottole e alle bombe
dei terroristi. Questa volta la Ceka risponde con fulmi­
nea rapidità. Il terrore rosso si pone apertamente all’or­
dine del giorno, la legge marziale entra in vigore: cin­
quecento controrivoluzionari, o presunti tali, sono giu­
stiziati a Pietrogrado, altrettanti a Kronstadt, un centi­
naio forse a Mosca, un numero imprecisato in provincia.
La rivoluzione russa conosceva i suoi massacri di Set­
tembre. Le atrocità degli uni cominciano a rispondere
alle atrocità degli altri. La stampa pubblica liste di
ostaggi, annunzia arresti in massa. Nessuna statistica
valuta esattamente il numero delle vittime. Ogni traccia
di democrazia scomparve nel fuoco della repressione. Al
fronte si fucilano comunisti presi dal panico. Alcuni
giorni dopo la V Armata di Ivan Smirnov riprende
Kazan’, Tuchačevskij entra a Simbirsk con la I Armata,
i partigiani rossi degli Urali, comandati dall’operaio
Bljucher, si uniscono sotto Perm’ con la III Armata
dopo 1500 chilometri di marcia e cinquanta giorni di
mortali combattimenti.
VI. LA GUERRA CIV ILE 299

Trockij non doveva occuparsi solo della lotta sul fron­


te di Kazan’. Caricyn era un motivo di preoccupazione
per lui, per l’inamovibile opposizione allo Stato Mag­
giore, per l’aperta indisciplina, per i procedimenti di
sordo ostruzionismo ai piani dell’Alto Comando. Voro-
šilov, sempre citando Nosovié, ammette il ruolo nocivo
di Stalin:
« Una particolarità significativa fu l’atteggiamento di
Stalin verso le istruzioni telegrafiche del Centro. Quan­
do Trockij, preoccupato per la distruzione delle diretti­
ve regionali, da lui stabilite con tanta fatica, mandò un
dispaccio che prescriveva di lasciare immutati lo stato
maggiore e i commissari e di dar loro la possibilità di
lavorare, Stalin scrisse su quel telegramma un’annota­
zione categorica e significativa: “ Da nonprendere in consi­
derazione ” ... La direzione dell’artiglieria al completo e
una parte dello Stato Maggiore rimasero prigionieri su
una chiatta a Caricyn ».
Lenin non poteva conoscere questo particolare dav­
vero eloquente, ma si preoccupava anch’egli del conflit­
to. Conoscendo un poco Stalin, doveva supporre il suo
comportamento sospetto, ma cercava di attutire gli at­
triti per trarre il massimo dalle capacità di ognuno.
All’inizio di ottobre 1918, Trockij gli telegrafa:
« Insisto categoricamente perché Stalin sia richiama­
to. Sul fronte di Caricyn le cose non vanno, nonostante
una sovrabbondanza di effettivi. Vorošilov può coman­
dare un reggimento, ma non un esercito di 50.000 uomi­
ni. Tuttavia, gli lascerò il comando della X Armata di
Caricyn a condizione che sia subordinato al comandan­
te dell’Armata del Sud, Sytin. Fino ad oggi, Caricyn non
ha neppure mandato i rapporti delle operazioni a Ko­
zlov. Ho imposto che venissero presentati due volte al
giorno riassunti delle ricognizioni e delle operazioni
svolte. Se quest’ordine domani non sarà eseguito, defe­
rirò Vorošilov e Minin davanti al tribunale, e ne infor­
merò l’esercito con un ordine del giorno. Finché Stalin e
Minin rimangono a Caricyn, i loro diritti, conforme­
mente allo statuto del Consiglio rivoluzionario di guer-
300 STALIN

ra, si limitano a quelli di membri del Consiglio rivolu­


zionario di guerra della X Armata. Poco tempo ci separa
dall’offensiva prima del fango d’autunno, quando le
strade qui non sono più praticabili né per la fanteria né
per la cavalleria. Se manca il coordinamento con Cari-
cyn, nessuna azione seria è possibile. Non c’è tempo da
perdere in trattative diplomatiche. Il comando di Cari-
cyn deve sottomettersi o dimettersi. Abbiamo una incal­
colabile superiorità di forze, ma un’anarchia completa
al vertice. Si può venirne a capo in ventiquattr’ore a
condizione di avere il vostro appoggio fermo e deciso.
Comunque, è l’unica via che io possa prendere in consi­
derazione ».
L ’indomani, Trockij comunica telefonicamente a
Lenin: « Ho ricevuto il seguente telegramma: “ Bisogna
sospendere l’esecuzione dell’ordine di combattimento di
Stalin n° 18. Ho dato ogni indicazione necessaria al
comandante del fronte Sud, Sytin. I maneggi di Stalin
distruggono tutti i miei piani... Vatsetis, comandante in
capo. Danisevskij, membro del Consiglio rivoluzionario
di guerra ».
Stalin fu subito richiamato a Mosca. Per usargli dei
riguardi, Lenin gli mandò Sverdlov con treno speciale e
Trockij, diretto a Caricyn, lo incrociò sulla strada. Ci fu
un incontro tra Trockij e Stalin: « E vero che volevate
cacciarli via tutti? » domandò questi con voce rassegna­
ta, riferendosi all’opposizione di Caricyn. La rassegna­
zione era soltanto apparente. Stalin covava un risenti­
mento e meditava una rivincita.
A Caricyn, dove Trockij ingiunse a Vorošilov di spie­
garsi, questo singolare militare riconobbe di volersi con­
formare unicamente a quelle direttive che considerava
giuste. Al che Trockij gli intimò di obbedire senza con­
dizioni agli ordini superiori, sotto pena di essere inviato
a Mosca sotto scorta e deferito a giudizio. Vorošilov fu
costretto a obbedire, ma Trockij si creò un nuovo nemi­
co personale. Partito il commissario alla Guerra, l’oppo­
sizione di Caricyn non desistette, appoggiata dietro le
quinte da Stalin. Tale, almeno, è la versione di Trockij
VI. LA GUERRA CIV ILE 301

per quanto segue così come per i fatti fin qui riferiti; a
sostegno esistono documenti irrecusabili che nessuno ha
mai potuto mettere in dubbio.
Si dovette richiamare anche Vorošilov in seguito a un
nuovo dispaccio di Trockij a Lenin: « Impossibile la­
sciare ancora Vorošilov che vanifica ogni tentativo di
compromesso. A Caricyn occorre un nuovo Consiglio
rivoluzionario di guerra con nuovo comandante, perciò
mandare Vorošilov in Ucraina ». Era di nuovo un colpo
indiretto contro Stalin. Soltanto allora, grazie all’impul-
so dato da Trockij, fu stimolata la capacità difensiva e
offensiva della X Armata. Šljapnikov entrò nel nuovo
Consiglio rivoluzionario di guerra su questo fronte.
Ma in Ucraina Vorošilov non abbandonò la sua pre­
cedente attività, sempre con l’appoggio nascosto di Sta­
lin. Ciò costrinse Trockij a telegrafare a Sverdlov:
« Dichiaro nel modo più categorico che la linea di con­
dotta di Caricyn, che ha completamente disgregato que­
sto esercito, non può essere tollerata in Ucraina... Fra gli
ucraini, è il disordine completo, la lotta tra cricche per
mancanza di dirigenti responsabili e autorevoli... La
linea di condotta di Stalin, Vorošilov e Ruchimovič
significa la rovina di tutta l’operazione ». Stalin intriga­
va nell’ombra, ma Trockij svelava il suo gioco equivoco.
A Lenin e Sverdlov che si sforzano di accomodare le
cose, giacché i capi sono rari, Trockij risponde: « E
evidente che bisogna giungere a un compromesso, ma
non un compromesso che nasca già morto... Penso che la
copertura di Stalin in appoggio alla tendenza di Caricyn
sia una piaga pericolosissima, peggiore di ogni tradi­
mento o fellonia di specialisti militari... Rileggete atten­
tamente il rapporto di Okulov sull’esercito di Caricyn,
demoralizzato da Vorošilov con l’aiuto di Stalin ». La
prospettiva di un intervento militare anglo-francese in
Ucraina non permetteva a Trockij di tergiversare; tut­
tavia-non insiste per una sanzione di urgenza.
Dopo alcuni mesi di temporeggiamenti Lenin telegra­
fa finalmente a Vorošilov: « Bisogna ad ogni costo farla
finita immediatamente con i discorsi, consacrare tutta
302 STALIN

l’attività alla situazione militare, designare assoluta-


mente qualcuno che risponda dell’esecuzione precisa di
un determinato lavoro. La disciplina deve essere milita­
re... ». Lo invita a mettere fine « al caos, alle chiacchiere
e alle dispute sulla supremazia ». Lo stesso giorno, riu­
nisce l’Ufficio politico del Comitato Centrale che dà
ragione a Trockij, ingiunge a Vorošilov di adempiere ai
suoi obblighi, « in caso contrario Trockij vi convocherà
dopodomani a Izjum e disporrà nei particolari »... L ’in­
domani, il Comitato Centrale incarica Rakovskij e
Trockij di adottare misure energiche affinché Vorošilov
restituisca il materiale bellico che si è indebitamente
autorizzato a prendere. Lenin telegrafa a Trockij:
« Dybenko e Vorošilov stanno dilapidando il materiale
bellico. Caos completo, nessun aiuto serio al bacino del
Donee ». Con la tenacia Trockij finisce per tenere in
scacco l’influenza di Stalin e liquidare lo « caricyni-
smo ».
Ma a quale prezzo? Nelle sue memorie, contributo
finora essenziale per la biografia di Stalin oltre che per la
propria, Trockij riconosce di avere urtato e ferito molte
persone nel corso del duro periodo del suo comando
supremo: « Nella grande lotta che conducevamo, la po­
sta in palio era troppo importante per permettermi di
prestare attenzione a chi mi stava intorno ». Non ci sono
dubbi che lo ispirasse l’interesse superiore della causa
comune. Ma doveva ritrovare sulla sua strada, nelle ore
difficili dei dissensi intestini, tutti gli scontenti e gli
offesi. Quando Lenin aveva ferito dei compagni in una
polemica che non risparmiava colpi, ottenuto il vantag­
gio, cercava sempre di lenire le piaghe e di conciliarsi
i vinti. Trockij non se ne curava, sprezzante verso
la crescente inimicizia. Per un politico era un punto
debole.
Stalin, racconta, « riuniva accuratamente tutti coloro
che avevano subito uno scacco. Aveva per questo abba­
stanza tempo e interesse personale ». Trockij allude qui
a una reputazione di pigrizia orientale che Bucharin
confermava con queste parole: « La prima qualità di
VI. LA GUERRA CIV ILE 303
Stalin è la fannullaggine. La seconda è una invidia
irriducibile verso coloro che sono più capaci di lui.
Persino intorno a Lenin ha tentato di costruire un terre­
no minato ». Già allora, dice Trockij parlando delle
recriminazioni che affluiscono a Lenin ad ogni insucces­
so sul fronte, « Stalin dirigeva queste macchinazioni
dietro le quinte ». Il vicecommissario alla Guerra,
Skljanskij, che Lenin apprezzava molto e Trockij para­
gonava a Carnot per le doti di organizzatore, era oggetto
dei subdoli attacchi di Stalin. Questi si stava formando
una clientela di intriganti delusi e di ambiziosi in cerca
di carriera. Trockij riferisce ancora una storia caratteri­
stica svelata da Menžinskij al quale risultava che Stalin
avesse tentato di suggerire a Lenin che Trockij ordiva
una cabala contro di lui. Davanti a un’invenzione di
questa natura, come non ricordarsi delle vecchie accuse
di Tiflis, dei vecchi sospetti di Baku, di tanti indizi
ripetuti? E Trockij così concludeva questo passo di La
mia vita: « Stalin evidentemente seminava semi cattivi.
Solo più tardi mi fu chiaro come egli si dedicasse siste­
maticamente a ciò, o addirittura fosse la sua esclusiva
occupazione. Stalin infatti non ha mai compiuto un
lavoro serio ».
NeH’esprimersi così, con esagerazioni polemiche,
Trockij si riferisce certamente all’attività intellettuale e
alla politica di alto livello. Infatti Stalin non era soltanto
un pigro e furbo matricolato, come lo giudicavano Bu-
charin e molti altri; i suoi difetti si accompagnavano ad
attitudini compensatrici, che ben si adattavano a un
orizzonte limitato. La sua brutale energia nella repres­
sione poliziesca e la sua astuzia calcolata nei rapporti
personali, al servizio di un certo intuito per la politica
spicciola, gli valevano, nell’àmbito ristretto del Partito,
un posto sempre più importante all’ombra degli uomini
indispensabili. Queste qualità minori dovevano contri­
buire alla sua ascesa in una fase propizia e su un terreno
favorevole.
Una lettera di Lenin a Trockij mostra quanto Stalin
riuscisse a raggirare gli altri pur evitando di offrire il
304 STALIN

fianco agli attacchi. Richiamato da Caricyn, Stalin fìnge


di volere un’intesa, di consigliare a Vorošilov la sotto
missione, di desiderare di far esperienza in un nuovo
settore. Infatti, Lenin scrive: « Stalin desidererebbe
molto lavorare sul fronte Sud... Stalin spera di provate
col proprio lavoro la fondatezza delle sue vedute... Nel
comunicarvi, Lev Davidovič, tutte queste dichiarazioni
di Stalin vi prego di rifletterci e di dire innanzi tutto se
accettate di spiegarvi personalmente con Stalin —in tal
caso egli consentirebbe a venire —e poi se pensate si.t
possibile, a condizioni concrete ben definite, dimentica­
re i precedenti attriti e disporre il lavoro in comune, ciò
che Stalin desidera. Per quanto mi riguarda, considero
indispensabile non lasciare nulla di intentato per giun­
gere a un simile accomodamento con Stalin ». Dopo la
risposta affermativa di Trockij, meno intransigente nel­
le azioni che nell’amarezza dei ricordi, Stalin fu nomina­
to al Consiglio rivoluzionario di guerra del fronte Sud.
Vi continuò senza successo i suoi intrighi, ma tenendosi
prudentemente in guardia.

Il trasferimento di Stalin coincideva con alcuni gran­


di avvenimenti storici. Al primo anniversario della rivo­
luzione d’Ottobre, la carta militare e politica d’Europa
era molto cambiata: disfatte degli Imperi centrali sui
fronti d’Occidente e dei Balcani, ammutinamenti nella
flotta tedesca, rivoluzioni in Bulgaria, in Austria-Un-
gheria, in Germania, armistizio e trattative di pace ge­
nerale. Il trattato di Brest-Litovsk era annullato. L ’in­
tervento economico e militare degli Stati Uniti aveva
permesso agli Alleati di resistere fino all’ultimo. Inoltre,
negli eserciti austro-tedeschi, il cosiddetto « contagio
bolscevico », favorito nelle retrovie dall’ambasciatore
dei soviet a Berlino, Joffe, aveva precipitato la line.
Non era ancora la rivoluzione socialista mondiale
sperata da Lenin, ma questi credeva di vedervi l’ultima
tappa verso un « Ottobre » riprodotto sulla scala dei
due continenti. Il ‘ ritardo ’ nella realizzazione delle sue
previsioni lo aveva reso cauto senza tuttavia togliergli la
VI. LA GUERRA CIV ILE 305

speranza di un conflitto sociale universale. « Il proleta­


riato mondiale è con noi e cammina dietro di noi »
diceva al minimo accenno di rivolta in uno dei paesi
belligeranti. « Questa guerra non ha altra via d’uscita
che una rivoluzione » ripete un’altra volta, precisando
più tardi: « Soltanto gli operai e i contadini di tutti i
paesi faranno la pace ». I prodromi della rivoluzione
tedesca lo incitano a dichiarare: « La crisi in Germania è
appena all’inizio. Finirà inevitabilmente con la presa
del potere da parte del proletariato ». Lo schema della
rivoluzione russa lo ossessiona al punto da imporsi alla
sua mente come l’unica prospettiva immediata aperta al
mondo intero. « In questi ultimi giorni la storia mondia­
le ha accelerato sempre di più il suo corso verso la
rivoluzione operaia mondiale... ».
Nondimeno, si preoccupa della vittoria degli Alleati,
che potrebbe concretizzarsi in un intervento armato a
favore dei Bianchi nella guerra civile russa: « Mai siamo
stati così vicini a una rivoluzione proletaria mondiale, e
mai ci siamo trovati in un così grande pericolo ». Ma i
motivi di speranza sono più forti delle apprensioni. Al
VI Congresso dei soviet, nel novembre 1918, afferma:
« Molti paesi si accendono alla fiamma della rivoluzione
operaia. Le nostre previsioni si stanno avverando, tutti i
nostri sacrifici sono giustificati ».
Trockij si esprimeva nello stesso senso: « La storia
forse non si svolge secondo i nostri desideri ma segue la
curva che avevamo tracciato... La fine sarà quella che
avevamo previsto: la caduta degli dèi del capitalismo e
deirimperialismo... La Russia dei soviet non è che l’a­
vanguardia della rivoluzione tedesca ed europea... ».
Allora Stalin non si azzardava a esprimere un’opinione
in pubblico su tali argomenti. I comunisti di sinistra,
posti di fronte ai risultati tangibili della tattica di Lenin,
ritrattavano oppure tacevano.
Per l’avvenire dell’umanità, i dirigenti della Russia
rivoluzionaria consideravano la rivoluzione in Germa­
nia più importante della loro. In nome degli interessi del
socialismo, si dicevano pronti a sacrificare alla rivolu-
306 STALIN

zione del paese più avanzato quella del paese più arre­
trato. In teoria Lenin pensava che, se necessario, « si
dovesse rischiare una sconfìtta e persino la perdita del
potere dei soviet » pur di salvare la rivoluzione tedesca.
In pratica, una simile eventualità non si presentò. La
Germania compì soltanto una rivoluzione politica su­
perficiale e i mezzi di cui disponeva la Repubblica dei
soviet bastarono appena per salvare se stessa.
Infatti, terminata la guerra delle nazioni, la guerra
civile andava assumendo proporzioni sempre più vaste.
Grazie al ritiro degli eserciti tedeschi, i Rossi si affretta­
no a occupare le province baltiche e lituane, subito
convertite in staterelli sovietici. In Ucraina, dove una
quindicina di governi si succederanno in meno di quat­
tro anni, disputano il terreno alle truppe reazionarie
dell’atamano Skoropadskij, agli insorti nazionalisti di
Petljura, ai contadini anarchici di Machno, alle bande
di partigiani di ogni tendenza, agli chajdamaki delle vie
maestre e dei viottoli. Ad est, penetrano negli Urali
dopo avere scacciato da Samara il Comitato della Costi­
tuente, e poi da Ufa il direttorio dei socialisti controrivo­
luzionari, ma ripiegheranno davanti all'Armata bianca
di Kolčak agli ordini del governo dittatoriale di Omsk,
protetto dagli Alleati. In Siberia, i loro gruppi isolati di
partigiani combattono disperatamente i generali e gli
atamani che esercitano una tirannia efferata su immen­
se zone di influenza.
Per decreto dell’Esecutivo dei soviet, la Repubblica
era stata proclamata territorio di guerra. Per unificare la
direzione delle forniture all’Armata rossa, in novembre
fu creato un Consiglio della difesa operaia e contadina
presieduto da Lenin, col suo inevitabile ufficio con a
capo Trockij. Le differenti istituzioni di Stato e del
Partito mal si adattavano alle esigenze della situazione,
e perciò si tentava di porvi rimedio con organismi sup­
plementari. Di fatto, gli stessi uomini si ritrovano in
tutte le istanze superiori e, nell’Ufficio politico del Co­
mitato Centrale bolscevico, si concentravano sempre
più le responsabilità della dittatura. Stalin compariva
VI. LA GUERRA CIV ILE 307
fra i sei membri del nuovo Consiglio, prova questa che
Lenin e Trockij facevano affidamento sulla sua energia
per l’amministrazione militare, se non sulla sua potenza
lavorativa.
L ’ultimo giorno dell’anno, Lenin telegrafa a Trockij:
« Dalla zona a sud di Perm’ giungono una serie di
comunicazioni del Partito sullo stato catastrofico dell’e­
sercito e sull’ubriachezza. Ve le trasmetto. Vi chiedono di
arrivarefin laggiù. Ho pensato di mandare Stalin, temen­
do che Smilga sia troppo indulgente verso X. che, così si
dice, beve anche lui e non è in grado di ristabilire
l’ordine. Telegrafatemi la vostra opinione ». Infatti la III
Armata in rotta aveva evacuato Perm’ e rischiava di
scoprire Vjatka. Trockij risponde confermando le in­
formazioni e gli apprezzamenti di Lenin e conclude:
« D’accordo per l’invio di Stalin con i poteri del Partito e
del Consiglio rivoluzionario di guerra ». Forse non gli
dispiaceva sbarazzarsi di Stalin destinandolo a una re­
gione del Nord. Ma si poteva delegare Stalin a colpo
sicuro, là dove fosse necessario un dirigente inflessibile.
II Comitato Centrale, cioè il suo onnipotente Ufficio
politico, designò Dzeržinskij e Stalin a condurre un’in­
chiesta sulla capitolazione di Perm’ e le sconfitte del
fronte orientale, incaricandoli di « ripristinare al più
presto il lavoro del Partito e dei soviet nell’àmbito della
III e della II Armata ».
Si trattava dunque di un viaggio di ispezione sul
fronte di Vjatka per la riorganizzazione politica e am­
ministrativa nelle retrovie. « Il lavoro del Partito e dei
soviet », in altri termini il funzionamento delle istituzio­
ni ufficiali, doveva essere « ripristinato » dai due inviati
straordinari. Questo dimostra a qual punto lo Stato
sovietico fosse già separato dal popolo e come l’iniziati­
va cosiddetta superiore si sostituisse alla coscienza « dal
basso ». Si erano davvero dimenticate le tesi di Lenin
sullo Stato senza funzionari, né polizia né esercito pro­
fessionali. Una situazione eccezionale, però, sembrava
legittimare tutte le misure straordinarie.
Nel riprodurre il dispaccio di Lenin sulla disfatta di
308 STALIN

Perm’, Vorošilov ha creduto necessario falsificarlo sop­


primendo le parole sottolineate: Ve le trasmetto. Vi chiedono
di arrivare fin laggiù... Telegrafatemi la vostra opinione. E
evidente l’intenzione di dissimulare sia l’appello a
Trockij nei momenti difficili sia l’accordo d’allora tra
Lenin e Trockij. Vorošilov è tanto compiacente da giu­
stificare il viaggio di Dzeržinskij e Stalin a Vjatka con la
presa di Ural’sk... situata a circa 1000 km più a sud. I
rapporti scritti di Stalin e Dzeržinskij non autorizzano
alcuna supposizione di questo genere. Si limitano a
chiedere tre reggimenti di rinforzo per risollevare il
morale della III Armata.
Secondo Vorošilov, che non cita nessun testo a questo
proposito, Stalin avrebbe anche denunziato i « crimina­
li e inauditi procedimenti del Consiglio rivoluzionario di
guerra nella direzione del fronte », allusione oscura ma
diretta alle capacità di Trockij. Se esatta, l’affermazione
sottolinea quanto poco Lenin si interessasse alle denun­
ce di Stalin, che ignorò completamente: Trockij rimase
al comando supremo per tutta la durata della guerra
civile e oltre.
L ’ultimo rapporto di Stalin indica in breve l’oggetto
principale della sua attività: « La Ceka regionale è stata
epurata e ricostituita con altri militanti del Partito... ».
Come a Caricyn, la coercizione poliziesca costituiva la
sua principale preoccupazione. Verosimilmente la sua
esperienza lo convinceva che un potere debole poteva
autoconservarsi attraverso la forza, la distruzione fisica
delfavversario e l’intimidazione degli indecisi. La stret­
ta collaborazione fra Stalin e Dzeržinskij, presidente
della Ceka, non era fortuita. Sembra che la loro missione
a Vjatka sia durata due o tre settimane.
Stalin apparirà di nuovo al fronte solo cinque mesi più
tardi; nell’intervallo si era occupato di lavori ammini­
strativi. Stalin non apparteneva, né si attribuiva l’ap­
partenenza, agli ideologhi del Partito; non per questo si
giudicava meno utile come « uomo pratico », secondo la
propria espressione. La sua collaborazione alla stampa
fu insignificante e inesistente il contributo all’elabora-
VI. LA GUERRA CIV ILE 309
zione della politica comunista, proprio mentre si fonda­
va la terza Internazionale. Siccome non si interessava
molto alle questioni teoriche né ai problemi internazio­
nali, non svolse alcun ruolo nella prima sessione della
nuova organizzazione.
La sconfitta della lega Spartacus in Germania, cui
seguì l’assassinio di Liebknecht e di Rosa Luxemburg
nel gennaio 1919, aveva oscurato le prospettive rivolu­
zionarie. Ma Lenin non rinunziava né alle speranze, né
ai progetti, e la creazione di un’Internazionale comuni­
sta gli stava a cuore. Nessuno obiettò, nel Partito, alla
sua proposta di convocare a Mosca la conferenza alla
quale, tranne i bolscevichi delle varie nazionalità del­
l’antica Russia, partecipò soltanto un emissario regolare
di un partito, quello del comuniSmo tedesco. I parteci­
panti, reclutati fra rifugiati, sbandati e proscritti, ancora
non rappresentavano altri che se stessi. Il delegato di
Spartacus si fece portavoce delle opinioni che erano
appartenute a Rosa Luxemburg, nettamente ostili alla
formazione prematura di una nuova Internazionale. Il
Comitato Centrale del suo partito condivideva lo stesso
parere imperativo. Dopo molte esitazioni Lenin proce­
dette: l’Internazionale comunista nasceva per sua vo­
lontà. Non si curava di un esordio così modesto. La
fortuna politica del proprio gruppo iniziale, di cui era
stato l’unico membro pienamente consapevole, gli sem­
brava una promessa di vittoria futura per l’embrione
comunista sul piano mondiale. Alcuni giorni dopo, la
conferenza si trasformava in congresso, e a rinsaldare le
sue illusioni giungeva la notizia della proclamazione
della Repubblica dei soviet in Ungheria, e più tardi in
Baviera, dove non esistevano neppure partiti comunisti.
Ma la pace non era ancora acquisita all’interno dei
confini. Al contrario, la guerra civile doveva intensifi­
carsi durante l’anno 1919 con l’avanzata concentrica
degli eserciti di Kolčak e di Denikin verso Mosca, e la
marcia di Judenič su Pietrogrado. La Repubblica dei
soviet, isolata dalle regioni produttive, fu per un breve
periodo ridotta - secondo l’espressione corrente - all’in-
310 STALIN

circa al territorio dell’antico granducato di Moscovia.


Occorsero una leva in massa e la tensione sovrumana
delle risorse fisiche e morali del Partito per restituirle la
quasi totalità delle frontiere dell’Impero.
Tuttavia si stava dissipando la minaccia mortale di
un intervento militare di vaste proporzioni. A questo
proposito Lenin dichiarò: « Se siamo ancora vivi un
anno dopo la rivoluzione d’Ottobre, lo dobbiamo al
fatto che l’imperialismo internazionale era diviso in due
gruppi di belve... Nessuno dei due poteva mandarci
contro delle forze di una certa consistenza ». E più tardi:
« Avrebbero potuto annientarci in poche settimane ».
Reagendo contro le millanterie dei suoi compagni, ripe­
terà ancora: « Sarebbero bastate poche centinaia di
migliaia fra questi milioni di uomini... perché l’Intesa ci
annientasse con la forza militare ». Infatti, l’ingerenza
straniera rimase velleitaria e scoordinata, limitata ad
alcuni sbarchi senza grande importanza. L ’« Anabasi »
cecoslovacca, per mancanza di effettivi e di artiglieria,
non fu una spedizione, bensì una ritirata in buon ordine.
Le intenzioni bellicose di Clemenceau si scontravano
con l’opposizione del presidente Wilson e di Lloyd
George; il fallito progetto di una conferenza dei vari
governi russi a Prinkipo rende esplicite le contraddizioni
di quel momento convulso. Inoltre, la stanchezza fra
l’esercito e la marina, manifestatasi soprattutto su alcu­
ne navi francesi nel mar Nero, sconsigliava uno sbarco.
La guerra civile fu davvero « russo-russa » e i simula­
cri dell’intervento armato servirono solo a fare il gioco
dei Rossi, visti nel classico atteggiamento di « acquisito­
ri di terre », e a suscitare in loro favore quel poco di
patriottismo russo che ancora esisteva. Ciò che Marx
aveva scritto sulla rivoluzione del 1848: « Non si pro­
dusse nessuna di quelle grandi complicazioni esterne
che avrebbero potuto stimolare l’energia, precipitare il
corso della rivoluzione, spronare il governo provvisorio
o gettarlo a mare », spiega esattamente il vantaggio che
la rivoluzione russa ha finito per trarre dai pericoli
dall’esterno. Gli Alleati lo hanno capito un po’ tardi. I
VI. LA GUERRA CIV ILE 311
menscevichi per primi si arresero all’evidenza, i sociali­
sti rivoluzionari li seguirono, entrambi respingendo
ogni solidarietà con l’intervento straniero. Soltanto i
socialdemocratici georgiani, sconfessati dai loro com­
pagni russi, persistettero a speculare sull’aiuto armato
degli Alleati. E Lenin potè constatare: « In tutti i paesi
Vintelligencija borghese, i socialisti rivoluzionari e i men­
scevichi —questa razza sfortunatamente esiste dovun­
que - hanno condannato l’intervento negli affari della
Russia ».
All’V III Congresso del Partito Comunista, ormai
l’unica organizzazione politica del paese, l’opposizione
militare fu irrevocabilmente disarmata dopo delibera­
zioni segrete di cui non sono mai stati pubblicati i verba­
li. Stalin non osò difenderla apertamente e, come al
solito, si astenne dal comparire in tribuna. Riuscì, però,
a entrare nella commissione di redazione proprio su
quel punto dell’ordine del giorno come rappresentante
della maggioranza, simulando cioè un’opinione diversa
dalla propria. La sua abilità specifica si mostra in quel
tipo di tattica. In assenza di Trockij, trattenuto al fron­
te, le sue tesi sull’esercito furono riferite da Sokol’nikov e
votate all’unanimità sotto l’egida di Lenin.
L ’adozione del nuovo programma diede luogo a una
controversia accademica suH’imperialismo tra Lenin e
Bucharin e a una nuova discussione sulla questione
nazionale; non vi furono, tuttavia, nuovi apporti. Con­
tro Lenin e Rjazanov, sostenitori del « diritto dei popo­
li » a disporre di se stessi, Bucharin e Pjatakov sostene­
vano esclusivamente il « diritto delle classi lavoratrici ».
Secondo il rendiconto dei dibattiti, Stalin era della ten­
denza di sinistra, ma si guardò prudentemente dall’in-
tervenire in pubblico, ben conoscendo gli inconvenienti
di un aperto disaccordo con Lenin. Ancora una volta
quest’ultimo riuscì a far sanzionare in linea di principio
proprio quel diritto di autodeterminazione che di fatto i
bolscevichi calpestavano.
Il congresso decise un capovolgimento radicale della
politica verso le classi contadine, spogliate e perseguita-
312 ST A U N

te da tutti i protagonisti della guerra civile, esasperate


dai saccheggi della « commissarocrazia ». Perché Lenin
—così riferisce Sosnovskij —parlasse di « cessare gli
abomini e la politica da bascibozuki » ' verso i contadini
medi, bisognava che i Rossi avessero davvero superato il
segno. Una serie incontestabile di abusi da parte delle
autorità sovietiche dei villaggi furono denunziati e con­
dannati. I contadini riducevano le aree seminate, na­
scondevano le magre riserve e cominciavano a ribellarsi.
Si doveva prestar loro attenzione e fare concessioni per
rianimare la produzione agricola. Ricordando le parole
di Engels « forse non sarà necessario schiacciare con la
forza neppure i contadini ricchi », Lenin dichiarò:
« Non ammettiamo nessuna violenza verso il contadino
medio. E anche nei riguardi della classe contadina ricca
non affermiamo così decisamente come per la borghesia:
espropriazione assoluta... ». I Comitati di contadini
poveri avevano fatto il loro tempo. Si era trattato di
decisioni tranquillizzanti sulla carta ma problematiche
nell’attuazione.
Già la rapida degenerazione del Partito e dei soviet in
sistema burocratico parassitario, in « gerarchia di fun­
zionari alla vecchia maniera » venne criticata da Osin-
skij e Sapronov. A dispetto della Costituzione promul­
gata l'anno precedente, il Comitato Centrale comunista
si sostituiva nello stesso tempo al Consiglio dei commis­
sari e all’ufficio dell’Esecutivo dei soviet. E, per di più,
quello stesso Comitato Centrale « in quanto collegio,
cessava in realtà di esistere ». Le sue riunioni si facevano
sempre più rare. « Un solo uomo teneva tutti i fili »,
Lenin per la politica, Sverdlov per Pamministrazione.
Contrariamente alle idee leniniste sbandierate prima di
Ottobre, i funzionari non erano eletti né responsabili
davanti al popolo, e formavano una categoria sociale1

1. Nome dato a truppe irregolari volontarie nell’Impero ottomano


nella seconda metà del secolo scorso. Tristemente famosi per le stragi
e devastazioni compiute nel reprimere rivolte di popolazioni soggette
alla Porta [ N .d .T .] .

__
VI. LA GUERRA CIV ILE 313

privilegiata. I comitati locali del Partito si sostituivano


d’autorità ai comitati esecutivi nei soviet, gli organi
militari o di polizia non rispettavano nessuna istituzione
legale. Osinskij propose invano di operare la fusione tra
il Consiglio dei commissari e l’ufficio dell’Esecutivo dei
soviet, di farvi entrare i membri principali del Comitato
Centrale comunista per assicurare l'unità e la continuità
di direzione, di riorganizzare razionalmente 1’« appara­
to » amministrativo. La risoluzione adottata promise
delle riforme che la guerra civile e la mancanza di edu­
cazione civica non permettevano di realizzare.
L ’elezione del nuovo Comitato Centrale mise in risal­
to sei nomi su tutte le liste, quelli di Lenin, Zinov’ev,
Trockij, Kamenev, Bucharin e Stalin. Questi sei uomini
ben rappresentavano il circolo clandestino dirigente del
Partito e dello Stato, non dovendo in verità render conto
a nessuno. Sverdlov era morto di tifo, perdita irrepara­
bile per il regime di cui fu il grande organizzatore.
Zinov’ev e Kamenev fecero a poco a poco dimenticare il
loro appellativo di « disertori di Ottobre », grazie a
continue sottomissioni verso Lenin che aveva bisogno di
agenti docili per i suoi lavori secondari. Bucharin aveva
la fama di teorico di valore, e gli si voleva bene come
amico perché era abbastanza leale e sensibile. Stalin,
sempre ignorato dal Partito e dal paese, coltivava par­
zialmente le relazioni personali nello « strato superio­
re » dei funzionari: la scomparsa di Sverdlov, suo vec­
chio compagno di deportazione, lasciava libero un po­
sto... Lenin e Trockij erano indiscutibili e indiscussi.
Durante il congresso Zinov’ev fu accolto da uno scro­
scio di applausi quando lesse il messaggio che annun­
ciava la proclamazione della Repubblica dei soviet in
Ungheria e aggiunse di sua iniziativa: « Speriamo che a
Parigi la radio sia presto nelle mani degli operai insor­
ti ». Lo stesso Zinov’ev affermerà poco dopo, in un
manifesto delFInternazionale comunista in occasione
del 1° maggio: « Non passerà un anno e tutta l’Europa
sarà in mano ai soviet ». Il linguaggio di Lenin nello
stesso periodo non era molto differente: « Il sistema
314 STALIN

sovietico ha riportato la vittoria non soltanto nella Rus­


sia arretrata ma nel paese più civilizzato d’Europa, la
Germania, e nel più vecchio paese capitalista, l’Inghil­
terra ». Perfino in America, « il più potente e il più
giovane dei paesi capitalisti, i soviet hanno la simpatia
delle masse operaie ». Lenin vedeva dovunque dei so­
viet, considerava tali gli effimeri shop stewards' commit­
tees 1in Inghilterra, come altrove i più infimi comitati di
sciopero, né temeva di annunziare anzitempo: « I soviet
hanno vinto in tutto il mondo ». Impaziente di genera­
lizzare alcuni fenomeni passeggeri, basava il suo schema
generale su verità parziali e incertezze, talvolta su erro­
ri: « ... Nessuno potrà pagare questi enormi debiti né
porre rimedio a questa rovina disperata; in Francia la
produzione di grano è calata di più di metà, la fame
batte alle porte, le forze produttive sono distrutte »... Ne
deduce ottimisticamente: « Siamo sicuri che non ci sa­
ranno più di sei mesi veramente duri ». L ’episodio un­
gherese gli fa dichiarare: « La borghesia stessa ha rico­
nosciuto che nessun altro potere può esistere tranne
quello dei soviet » e, da quel cambiamento pacifico di
regime, predice pieno di speranza: « Gli altri paesi
giungeranno al potere sovietico attraverso un’altra via,
una via più umana ».
Non era ancora suonata l’ora più critica per la rivolu­
zione russa, abbandonata alle sue sole risorse in attesa
della realizzazione di questi sogni grandiosi. Ma già si
preannunciava con l’offensiva quasi simultanea di Kol-
čak a est, di Denikin a sud, di Judenič a nord.
Kolčak fu respinto per primo e la sua stessa ritirata
suscitò dissensi fra i comunisti. Si doveva inseguirlo fin
nelle remote distese della Siberia o prelevare dei rinforzi
sul fronte orientale per arrestare la minacciosa avanzata
di Denikin a sud? Trockij propendeva per la seconda

1. Comitati di lavoratori costituitisi dopo la prima guerra mondiale


in alcune fabbriche e manifatture inglesi per appoggiare le rivendi­
cazioni operaie. I comunisti dell’epoca videro in questi un embrione
di soviet.
VI. LA GUERRA CIV ILE 315

eventualità, a torto come ammise più tardi. Stalin colse


questo pretesto per appagare il suo risentimento; più di
una volta aveva mandato a Lenin delle denunce che
riguardavano Trockij, ma inutilmente; all’inizio di giu­
gno 1919 Stalin accusa di nuovo di imperizia il comando
del fronte Sud col pensiero riposto di colpire Trockij e
insiste, in termini apparentemente ambigui ma chiari
per gli iniziati, che siano inflitte sanzioni: « Adesso tutta
la questione sta nel sapere se il Gomitato Centrale avrà
il coraggio di trarre le deduzioni necessarie. Avrà carat­
tere e tenacia sufficienti ? ». Pur ignorando questa cor­
rispondenza, Trockij sentì l’intrigo e offrì le sue dimis­
sioni.
L ’incidente non ebbe conseguenze immediate. Ma ha
conservato il duplice interesse di sottolineare sia l’atteg­
giamento del Comitato Centrale verso Trockij, sia il
modo di agire di Stalin. Infatti, il Comitato Centrale
rispose confermando tutti i poteri di Trockij, assicuran­
dolo della sua volontà di fare tutto il necessario per
facilitargli il compito sul fronte Sud, « il più difficile,
pericoloso e importante al momento attuale, e scelto da
T rockij stesso »; lo assicurò inoltre di accordargli tutti i
mezzi d’azione possibile e, se lo avesse desiderato, di
impegnarsi a sollecitare la riunione di un congresso del
Partito, essendo « fermamente convinto che in questo
momento le dimissioni di Trockij sono assolutamente
impossibili e sarebbero un male gravissimo per la Re­
pubblica ». Quella risoluzione portava la firma... di
Stalin.
Un’altra divergenza di vedute sorse a proposito delle
operazioni contro Denikin. In sostanza, iT piano di
Trockij prevedeva l’offensiva attraverso le regioni ope­
raie di Char’kov e del Donee, socialmente favorevoli ai
Rossi, mentre il piano dello stato maggiore di quel fron­
te, appoggiato da Stalin, consisteva nel superare le re­
gioni contadine cosacche, socialmente favorevoli ai
Bianchi. Il Comitato Centrale approvò dapprima il se­
condo piano ma gli avvenimenti diedero ragione a
Trockij. Attaccando i cosacchi al momento sbagliato
316 ST A U N

l'Armata rossa li rendeva alleati di Denikin, rafforzava il


nemico, mentre si sarebbe logorata segnando il passo.
Nel frattempo i Bianchi avanzavano sul territorio della
Grande Russia, prendevano Kursk e Orël e marciavano
su d'ula, principale arsenale della Repubblica, a 220
chilometri da Mosca. L ’errore dello Stato Maggiore, del
Comitato Centrale e di Stalin —dunque di Lenin in
ultima istanza —costò caro in vittime e in materiale.
Inoltre, generò una situazione allarmante nel Sud pro­
prio mentre il pericolo più grande si stava delineando a
nord.
La VII Armata, indebolita da numerose defezioni e
demoralizzata da un lungo periodo di inattività, cedeva
davanti a Pietrogrado. Stalin aveva passato tre settima­
ne su questo fronte, in giugno-luglio, al momento della
resa del forte Krasnaja Gorka, riconquistato senza diffi­
coltà in quattro giorni. Tutto l’affare si riassumeva allo­
ra in un tradimento subito represso. A questo riguardo
Vorošilov attribuisce a Stalin un « immenso lavoro
creativo » e la liquidazione di una « situazione pericolo­
sa sotto Pietrogrado la Rossa ». In realtà, nessuna pub­
blicazione del tempo né dei dieci anni successivi, né
alcuna opera retrospettiva testimoniano il fatto; anzi, la
posizione della vecchia capitale andò aggravandosi fino
a ottobre, quando Lenin la giudicò perduta e si rassegnò
all’idea di evacuarla.
L ’abbandono di Pietrogrado sarebbe stato più che
una parziale sconfitta. Trockij, che era accorso a Mosca,
vi si oppose energicamente con l’appoggio di Krestin-
skij, Zinov’ev e, questa volta, di Stalin. Trockij intende­
va difendere la città ad ogni costo, anche ad oltranza in
combattimenti di strada. Lenin si arrese ai suoi argo­
menti, il piano di Trockij fu adottato e il commissario
alla Guerra raggiunse il fronte Nord-Ovest.
Se mai situazione fu capovolta sotto l’impulso di un
uomo, ciò avvenne in questo caso sorprendente, come
attestano i due schieramenti. Pietrogrado era in preda al
panico, la sua caduta annunziata in tutta Europa, i
Bianchi erano per così dire alle porte. Trockij divenne
VI. LA GUERRA CIV ILE 317

l’anima della resistenza. Col suo comportamento ride­


stò la fiducia della popolazione scoraggiata ravvivando
giorno e notte l’iniziativa e la volontà dei difensori,
galvanizzando l’opinione operaia riunita intorno all’u­
nico partito della rivoluzione. Lo si vide persino sfidare
a cavallo i colpi della mitraglia per riportare alcuni
fuggiaschi in prima linea. In quindici giorni, ma a prez­
zo di grandi sacrifici, l’esercito di Judenič fu vinto e
messo definitivamente fuori combattimento.
« Salvare Pietrogrado la Rossa significava rendere al
proletariato mondiale, dunque all’Internazionale co­
munista, un servizio d’inestimabile valore. Il primo po­
sto in questa lotta vi spetta chiaramente di diritto, caro
compagno Trockij... ». Con questa enfasi si espresse
Zinov’ev in un messaggio dell’Esecutivo della nuova
Internazionale. Identico era il tono generale delle mo­
zioni di riconoscenza, degli unanimi omaggi che saluta­
vano Trockij. In quella circostanza Lenin era stato sul
punto di commettere un errore irreparabile col voler
rendere sistematica la tattica di ritirata, correttamente
usata fanno precedente. La sua collaborazione con
Trockij compensò gli inconvenienti di un’autorità per­
sonale smisurata. Fortunatamente per il regime, il suo
fondatore non aspirava all’onniscienza né all’onnipo­
tenza, ma si sforzava di realizzare una direzione colletti­
va.
L ’Ufficio politico conferì a Trockij l’ordine della
Bandiera rossa. Il ripristino delle decorazioni nell’eser­
cito, così contrario all’ideologia comunista, era sembra­
to spiegabile, a rigore, come stimolo temporaneo per i
soldati, in maggioranza contadini arretrati; ma deco­
rando i capi se ne estendeva e consolidava l'uso. All’ini­
zio, non si pensò affatto di instaurare un ordine civile,
tuttavia al primo passo seguirà il secondo e poi il terzo.
Trockij non dimostrò la fermezza di principio né il senso
politico di contenere il male dando l’esempio. Così la
rapida riviviscenza degli usi del passato smentiva ogni
giorno di più le apparenze innovative della rivoluzione.
Nella stessa occasione, Kamenev propose di decorare
318 STALIN

anche Stalin, con grande sorpresa di Kalinin, il succes­


sore nominale di Sverdlov, che chiese: « Perché Stalin?
Non riesco a capirlo ». La risposta di Bucharin è abba­
stanza istruttiva: « È un’idea di Il’ič: Stalin non può
vivere senza avere ciò che ha un altro. Non perdonereb­
be mai... ». Lenin aveva dunque avvertito la gelosia di
Stalin e cercava di evitare tutto ciò che potesse eccitare
la sua animosità contro Trockij. Stalin d’altronde fu
tanto saggio da non farsi vedere alla cerimonia di pre­
miazione e nessuno capì la sua nomina onorifica.
La Repubblica dei soviet celebrava il suo secondo
anniversario. Contro ogni aspettativa, era vissuta e po­
teva durare, ma rinnegando il suo programma. Tutta­
via, il pericolo rimaneva, il fronte Sud era troppo vicino
a Mosca. Si dovette prendere in considerazione il pro­
getto di Trockij di cui Stalin si era tardivamente appro­
priato. In una lettera piena di insinuazioni, di cui Voro-
šilov si fa cura di non indicare la data, Stalin auspica un
nuovo piano, conforme a quello di Trockij, e minaccia a
sua volta di dimettersi: « ... Senza questo il mio lavoro al
fronte Sud sarebbe assurdo, criminale, inutile, il che mi
dà il diritto o piuttosto il dovere di andare dovunque,
foss’anche all’inferno, ma di non rimanere al fronte
Sud ». Una severa replica dell’Ufficio politico lo ri­
chiama all’ordine: « L ’Ufficio politico pensa che è asso­
lutamente inammissibile che le vostre esigenze siano
scandite da ultimatum e dimissioni ». Simili insuccessi
attizzavano il suo odio represso, di cui Trockij sottova­
lutava la violenza e l’efficacia.
Lo storiografo militare di Stalin, il suo stretto collabo­
ratore e subordinato Vorošilov, afferma dopo dieci anni
di riflessione che prima di partire per il fronte Sud Stalin
ottenne una decisione che prescriveva a Trockij di non
intervenire negli affari del suo settore. Secondo questa
affermazione, il commissario alla Guerra e presidente
del Consiglio rivoluzionario di guerra, nonché membro
del Comitato Centrale e dell’Ufficio politico, avrebbe
potuto rimanere estraneo al fronte principale. Per pro­
vare quest’affermazione sarebbe stato facile per coloro
VI. LA GUERRA CIV ILE 319
che disponevano degli archivi trovarvi la documenta­
zione relativa. Vorošilov con ogni precauzione si guarda
bene dal farlo e si astiene dal produrre ogni riferimento.
In compenso, nella raccolta intitolata Come si è armata la
Rivoluzione (volume II, libro primo), non si trovano
meno di ottanta documenti relativi all’attività di Trockij
sul fronte Sud. Non tutto è limpido negli scritti ulteriori
di quest’ultimo a proposito del suo conflitto con Stalin,
ma la documentazione è evidentemente inconfutabile:
Vorošilov non si è azzardato a contraddirla. Per di più,
da questa letteratura storico-polemica, gli insegnamenti
emergono senza che ci sia bisogno di ulteriori particola­
ri.
All’inizio del 1920, dopo la sconfitta di Denikin, Sta­
lin è nominato al fronte del Caucaso, ma si sottrae alla
missione col pretesto che i suoi frequenti spostamenti
avrebbero provocato interpretazioni malevole. A Lenin,
che ordina l’invio di due divisioni nel Caucaso, così
risponde: « Non capisco perché la difesa del fronte del
Caucaso dovrebbe innanzi tutto spettare a me. Secondo
la regola, il problema di rafforzare il fronte del Caucaso
spetta al Consiglio rivoluzionario di guerra della Re­
pubblica, i cui membri, da quanto mi risulta, godono di
perfetta salute, e non a Stalin che è già sovraccarico di
lavoro ». A queste arroganti parole, Lenin risponde su
un tono di contenuto rimprovero: « Spetta a voi accele­
rare l’invio dei rinforzi dal fronte Sud-Ovest al fronte del
Caucaso. In genere è meglio aiutare in ogni modo e non
discutere su attribuzioni di competenze... ». Lo scambio
di repliche caratterizza bene i due uomini.
Ritroviamo Stalin militare nella campagna del 1920
contro la Polonia. Durante l’estate, Pilsudski, l’ex capo
dei bojowcy espropriatori, aveva spinto l’esercito polacco
in Ucraina fino a Kiev e costretto così i Rossi esausti a
una nuova guerra. Per un’ironia della sorte, nello Stato
Maggiore delle truppe russe in ritirata si trovava Stalin,
l’altro virtuoso degli espropri boeviki. Lo scacco subito
suscitò un guizzo di energia combattiva in Russia e
l’Armata rossa del Sud-Ovest, ricevuti i rinforzi, si ri-
320 STA1.IN

prese, i polacchi dovettero abbandonare Kiev e poi


indietreggiare più rapidamente di quanto non avessero
avanzato su più di 600 chilometri in cinque settimane.
Da questa inversione di parti nacque uno dei più vivi
disaccordi strategici e politici del tempo tra dirigenti
comunisti. Trockij si pronunziò risolutamente per la
conclusione della pace, lo stesso fece Radek. Ma la
maggioranza, con Lenin e Stalin, volle sfruttare il suc­
cesso sino in fondo, sviluppare l’offensiva, prendere
Varsavia e attuarvi a modo suo il diritto dei popoli a
disporre di se stessi « aiutando » i comunisti polacchi a
fondare una Repubblica dei soviet.
Ciò signihcava cedere a propria volta all’eccesso
combattivo « girondino » dei comunisti di sinistra e
dimenticare le lucide parole di Robespierre: « L ’idea
più stravagante che possa nascere nella testa di un uomo
politico è di credere che a un popolo basti entrare nel
paese di un popolo straniero con le armi in pugno per
fargli adottare le proprie leggi e la propria Costituzione.
A nessuno piacciono i missionari armati ». Si rinsaldò
così l’unità nazionale polacca sotto la pressione del ne­
mico esterno invece di stimolare la lotta di classe. Il
Comitato Centrale aveva dato ragione a Lenin, ma i
fatti gli diedero torto. L ’avanzata dei Rossi si rivelò
un’avventura e si concluse con una pesante sconhtta.
Una delle cause della catastrofe, spiega Trockij, fu il
comportamento del quartier generale del fronte Sud, di
cui Stalin era il principale personaggio politico. Per
dimostrarlo non è indispensabile esporne le peripezie
nei più minuti particolari. Mentre al Nord il gruppo di
armate al comando di Smilga e Tuchačevskij aveva
pericolosamente assottigliato il fronte in direzione di
Varsavia con la sua avanzata troppo rapida, Stalin
voleva condurre su L ’vov l’esercito del Sud, contraria­
mente alle istruzioni che gli prescrivevano di soccorrere
il gruppo Nord attaccando i polacchi ai Banchi. Per
segnare al suo attivo la presa di una grande città, Stalin
compromise la manovra essenziale: « Soltanto dietro
ordini e ingiunzioni ripetute il comando Sud-Ovest
VI. LA GUERRA C IV ILE 321
mutò orientamento. Ma alcuni giorni di ritardo erano
stati fatali ». Vorošilov sorvola discretamente su questo
fatto d’armi.
Lenin non fu l’ultimo a capire il significato del suo
insuccesso. Vi alluse apertamente in più occasioni. Tra
le altre superiorità intellettuali su coloro che lo circon­
davano aveva quella di riconoscere i propri errori e di
farne tesoro. « Ci siamo sbagliati », questa frase ricorre
frequente nei suoi scritti e discorsi. Nei suoi Ricordi su
Lenin Klara Zetkin annotò, fra le altre, la confidenza che
Lenin le fece a proposito del suo calcolo sbagliato su
Varsavia: « Radek aveva predetto ciò che avvenne... Mi
ero irritato molto e l’avevo trattato da disfattista. Ma
essenzialmente era lui a veder chiaro. Conosce meglio di
noi la situazione fuori della Russia e particolarmente in
Occidente... ». In quella circostanza non lesinò neppure
gli elogi a Trockij. Meglio di ogni altro risentiva la
penuria di uomini di valore nel suo partito e rendeva
giustizia ai più capaci. « I buoni quadri sono precisa-
mente l’elemento che manca in ogni rivoluzione » scri­
veva già Engels a Marx mezzo secolo prima. Lenin ne
sapeva qualcosa per esperienza.
Ma la sua relativa chiaroveggenza, spesso palesata
troppo tardi davanti a un fatto compiuto, non diminui­
sce affatto le sue responsabilità nelle sconfitte che il
comuniSmo in azione subì sul piano internazionale men­
tre egli era vivo. Dopo la Finlandia, dopo la Baviera,
dove i bolscevichi avevano incitato alla rivoluzione sen­
za essere in grado di portarle aiuto, ci fu il triste crollo
dell’effimero regime sovietico di Ungheria, a cui seguì
un lungo periodo di reazione politica e sociale in tutta
l’Europa centrale. « Le notizie che abbiamo appena
ricevute dai soviet ungheresi ci riempiono di gioia e di
felicità. Il potere sovietico in Ungheria ha appena due
mesi, ma sembra che il proletariato ungherese ci abbia
superati... ». Così si esprimeva Lenin in un messaggio
mandato via aerea a Budapest alcune settimane prima
della caduta della Repubblica ungherese dei Consigli.
C ’è da dubitare che simili passi delle sue opere pos-
322 STALIN

sano mai figurare in una futura antologia leninista.


Stalin partecipò finalmente accanto a Frunze alle
operazioni contro l’ultima grande Armata bianca, che
Vrangel’ aveva arruolato nel Sud; ma la sua partecipa­
zione durò poco: la malattia interrompeva la sua carrie­
ra militare. Vorošilov non gli attribuisce nessuna impre­
sa gloriosa né alcun merito particolare su questo fronte.
Ebbe qualche responsabilità nel crudele massacro di
prigionieri disarmati, ordinato da Bela Kun in Crimea
dopo la vittoria definitiva dei Rossi? Non è lecito suppor­
lo, essendo così imprecise le date della sua presenza in
quella regione.
Con quest’ultima battaglia che costò una vera eca­
tombe ai rivoluzionari come ai Bianchi, la guerra civile
si avvicinava alla conclusione dopo due anni di lotte
paragonabili soltanto, nei tempi moderni, alla guerra di
Secessione per l’ampiezza delle forze in campo e il furore
dello scontro. In America durò più a lungo, ma in
Russia fu più intensa a causa della tecnica dell’arma­
mento e più micidiale per le proporzioni territoriali del
campo d’azione. Doveva durare ancora circa un anno
prima che venisse ultimata la conquista del Caucaso e
venissero disperse le truppe insorte che ancora operava­
no in Ucraina, in Siberia, e nel Turkestan. Tuttavia,
l’anno 1920 apre per la Repubblica dei soviet una nuova
fase, quella del lavoro pacifico.

Stalin usciva maturato e temprato da quelle prove


sanguinose. In mancanza di notorietà, aveva acquisito
accanto a Lenin un certo mestiere nell’arte del governa­
re, una certa dose di sapienza politica empirica e la
fiducia in sé. Al fronte dovette abituarsi a non fare caso
alla vita e alla sofferenza umane. E questo « duro » tra i
duri nelle retrovie era diventato ancor più duro nella
repressione.
Intorno a lui si erano creati grandi vuoti: Sverdlov, il
genio organizzatore della dittatura; Urickij, Volodar-
skij, Čudnovskij e molti altri, tutti scomparsi; i suoi
compagni e rivali del paese natale, S. Šaumjan che
VI. LA GUERRA CIV ILE 323
veniva chiamato « il Lenin del Caucaso » e A. Džapa-
ridze, fucilati dagli inglesi insieme ad altri ventisei
commissari dopo la caduta della Comune di Baku. I
quadri decimati del bolscevismo hanno ormai un mon­
do nuovo da creare. Infinite possibilità sembrano offrirsi
agli audaci sopravvissuti. Quali ambizioni nascono al­
lora nell’animo di Stalin?
Che si sentisse misconosciuto e ingiustamente confi­
nato nell’oscurità della storia, lo si comprende dalla
lettura di queste poche righe dedicate più tardi alla
memoria di Sverdlov: « Ci sono capi del proletariato a
proposito dei quali non si la un gran parlare sui giornali,
forse perché essi stessi non fanno volentieri parlare di sé,
ma che sono tuttavia la linfa vitale e gli autentici diri­
genti del movimento rivoluzionario ». E sicuramente lui
stesso il soggetto di queste goffe parole in onore di
Sverdlov.
Esprimeva senza dubbio una vecchia amarezza, che
in quel caso si univa a un’idea giusta: nella Russia
sovietica, come altrove, gli uomini di penna e i tribuni
catturavano l’attenzione pubblica che non sempre meri­
tavano. Stalin, che se ne stava per lo più in silenzio nelle
grandi riunioni e passava inosservato sulla stampa, con­
tinuava a essere ignorato fuori degli ambienti ristretti
della politica ufficiale, benché partecipasse al potere
effettivo nel segreto dell’Ufficio politico e del Comitato
Centrale. Non si rassegnava, però, a questa oscurità e,
senza sospettare ancora le opportunità che l’avvenire gli
teneva in serbo, aspettava e preparava la sua ora con la
prudente pazienza del contadino.
Durante le giornate rivoluzionarie del 1917, Lenin
chiede a Trockij in previsione di un attentato: « Se i
Bianchi ci uccidono, voi e io, credete che Sverdlov e
Bucharin se la caveranno? ». Non pensa affatto a Stalin
come successore eventuale, né a fortiori ai « disertori di
Ottobre ». Molto attento alla qualità degli uomini, non
può sbagliarsi sul livello intellettuale e morale dei suoi
seguaci o discepoli, fossero pure a lui molto vicini. A
Trockij dice che Zinov’ev è coraggioso una volta passato
324 STALIN

il pericolo, opinione che Sverdlov così conferma: « Zi-


nov’ev è il panico fatto persona ». Di alcuni bolscevichi
di sinistra aveva scritto: « Lunačarskij, Manuil’skij e
simili sono delle teste vuote ». Il suo giudizio non è più
lusinghiero per molti suoi discepoli. In compenso, stima
secondo il loro valore i collaboratori seri e li appoggia, li
incoraggia in ogni circostanza difficile.
Ai tragici bagliori della guerra sociale, senza esitazio­
ne distingue in Stalin e Dzeržinskij le personalità dal
carattere più saldo, a parte Trockij e Sverdlov. Nel 1919,
tra due campagne contro i Bianchi, fa nominare Stalin
commissario all’Ispezione operaia e contadina; il nuovo
organismo di controllo non è né operaio né contadino al
pari delle altre istituzioni sovietiche, e non fa che ag­
giungere una complicazione burocratica alla burocra­
zia. L ’utilità di questo commissariato come di quello
alle Nazionalità si dimostra abbastanza chiaramente
nel fatto che Stalin, due volte commissario, passava la
maggior parte del suo tempo al fronte lasciando i suoi
uffici ministeriali ai subalterni. Ma la scelta di Stalin è
rivelatrice, quanto meno per l’epoca.
Nulla conferma l’ipotesi di Trockij secondo la quale
Lenin, che aveva conosciuto Stalin solo attraverso brevi
contatti nell’emigrazione, ne avrebbe avuto una pessi­
ma impressione subito dopo averlo visto all’opera sul
posto. Sembra che ci sia un anacronismo. Certo Lenin
non giudica Stalin un’aquila ma un uomo di polso.
Tuttavia solo dopo molti anni cambierà parere sul conto
del « meraviglioso georgiano ».
Sensibilmente differente è la sua stima per Trockij, di
cui non ama la retorica e il romanticismo, ma di cui sa
utilizzare l’intelligenza, la cultura, l’iniziativa e l’ener­
gia per il meglio degli interessi della rivoluzione. Con
Trockij condivide la direzione e le responsabilità e con
lui stringe un’alleanza permanente, in modo implicito o
esplicito, tranne in caso di divergenza dichiarata in cui
la controversia ristabilisce i suoi diritti. A proposito
dell’atteggiamento bolscevico verso i contadini, Lenin
scrive sulla « Pravda »: « Confermo interamente la di­
VI. LA GUERRA C IV ILE 325

chiarazione di Trockij. Fra noi non esiste il minimo


disaccordo... Firmo con tutt’e due le mani ciò che ha
detto il compagno Trockij ». Un’altra volta difende
Trockij, accusato di eccessiva severità: « Se abbiamo
vinto Denikin e Kolčak, è stato perché da noi la discipli­
na fu più rigida che in tutti i paesi capitalisti del mondo.
Trockij ha stabilito la pena di morte, noi lo approvia­
mo ». Gli consegna perfino un mandato in bianco recan­
te queste parole, per controfirmare in anticipo le sue
azioni più discusse: « Conoscendo il rigore degli ordini
del compagno Trockij, sono talmente persuaso e così
assolutamente convinto della giustezza, opportunità e
necessità, nell’interesse della causa, dell’ordine del
compagno Trockij, che l’approvo interamente ». Il loro
accordo fondamentale non era uno degli elementi più
trascurabili per la stabilità del potere.
Nella divisione del lavoro, quel potere dittatoriale si
suddivideva tra l’Ufhcio politico, il Consiglio rivoluzio­
nario di guerra e la Commissione straordinaria (Ceka),
che erano tutti organi extracostituzionali. Lenin dirige­
va il primo, Trockij il secondo, Dzeržinskij il terzo. In
ultima istanza l’Ufficio politico era sovrano, ma in pra­
tica Trockij e Dzeržinskij, assistiti da un collegio, eserci­
tavano un’autorità quasi illimitata nei loro rispettivi
campi. In una certa fase la « Pravda » potè dire che la
formula « Tutto il potere ai soviet » era sostituita da
« Tutto il potere alle Ceka ». Il paese si copriva di una
rete sempre più fitta di Ceka sovrapposte: locali, distret­
tuali, regionali, senza elencare tutte le Ceka speciali nei
trasporti e altrove. Al vertice di questa piramide polizie­
sca, la Ceka centrale in teoria doveva rispondere al
Consiglio dei commissari, in realtà all’Ufficio politico.
Di fatto, aveva i mezzi per ottenere l’interinazione au­
tomatica delle sue azioni, salvo rarissimi interventi di un
Lenin o di un Trockij, talvolta direttamente informati.
La fine delle ostilità a mano armata ridusse l’influen­
za militare ai campi e alle caserme, ma lasciava un
sistema di Ceka ramificato che, semplificandosi, conti­
nuava a perfezionarsi. Ufficio politico e Ceka, questa
326 STALIN

strumento di quello, concentravano le prerogative go­


vernative all’incirca come in Francia il Comitato di
salute pubblica e il Comitato di sicurezza generale sotto
la dominazione dei giacobini. Pur non essendoci identi­
tà assoluta di situazione, le stesse cause avevano deter­
minato effetti analoghi.
Ma in Russia l’apparato dittatoriale, forgiato nella
guerra civile, sopravvisse alle condizioni che l’avevano
reso necessario e storicamente giustificato. La pace non
fu realizzata immediatamente, i rivoluzionari di profes­
sione, sempre più numerosi, restavano all’erta e lo stato
d’assedio, formalmente abolito, permaneva sotto nuovi
aspetti, sia per forza d’inerzia sia come ricorso al più
facile metodo di governo.
Prima di avere una Costituzione, la Repubblica dei
soviet disponeva di una parvenza di sistema costituzio­
nale, complesso e mal definito. I soviet locali deteneva­
no le briciole del potere. Socialdemocratici, socialisti
rivoluzionari e anarchici ebbero, pur nell’insicurezza,
dei rappresentanti all’Esecutivo sovietico. Nonostante
la repressione, una stampa di opposizione vessata appa­
riva con frequenti rifacimenti di titoli. Il partito comuni­
sta non imponeva ancora che una dittatura relativa, i
comitati e le frazioni si spartivano l’autorità nei limiti
delle loro competenze e sotto un regime interno di de­
mocrazia che tollerava i confronti delle idee. Questo
stato di cose cambiò con l’esplosione del terrorismo e il
contraccolpo del terrore.
Lenin non fu colto alla sprovvista. A questo riguardo
non si può dire che sia cambiato; sin dal 1901, infatti,
scriveva sull’« Iskra »: « In linea di principio non ab­
biamo mai rinnegato il terrore, non possiamo farlo. Ë un
atto di guerra... indispensabile a un certo momento
della lotta », ma ammetteva che questo atto passeggero
« non basta a se stesso ». Mai ha considerato il terrore
come un metodo costante della sua « dittatura democra­
tica ». In un primo tempo non potè controllare gli avve­
nimenti e dopo giudicò conveniente prolungare l’uso di
mezzi suggeriti da circostanze eccezionali. Nelle sue
VI. LA GUERRA CIV ILE 327

frasi la parola « fucilare » ritorna allora come un sinistro


leitmotiv; è vero che spesso si trattava di una semplice
minaccia che però, dal tono del linguaggio, ci fa capire la
violenza delle azioni - segno evidente di debolezza.
Nella misura in cui teorizzano il terrore, Lenin e
Trockij entrano in contraddizione col pensiero marxista
di cui si credono i fedeli interpreti. Non ebbero risposta
per chi opponeva loro il pensiero di Engels per il quale il
terrore è « il dominio di individui terrorizzati a loro
volta », fatto di « crudeltà inutili che proprio chi ha
paura commette per rassicurarsi ». Opinione niente af­
fatto casuale che Marx conferma elogiando la Comune
di Parigi per essersi « mantenuta pura da tutte quelle
violenze che le rivoluzioni e soprattutto le controrivolu­
zioni delle classi superiori commettono ». Venticinque
anni prima, Engels così scriveva: « La rivoluzione spar­
gerà meno sangue, meno vendetta e meno furore nell’e­
satta proporzione in cui il proletariato si arricchirà di
elementi socialisti e comunisti ». Considerata da questo
punto di vista, la rivoluzione russa ha mostrato una
singolare povertà di socialismo e di comuniSmo.
Bianchi e Rossi si sono reciprocamente attribuiti l’o­
rigine dei crimini della guerra civile e si sono accusati a
vicenda dei peggiori abusi ed estorsioni. Da entrambe le
parti abbondano la documentazione sospetta e le testi­
monianze deliranti. Ma, nell’attesa di una futura messa
a punto, esiste una dose di verità ampia abbastanza per
rendere inutile l’esame minuzioso di tutte le requisitorie
e la contestazione di questo o quel particolare: a un certo
grado dell’orrore, le varianti poco importano. Si conosce
l’essenziale prima ancora che tutti gli archivi rivelino i
loro segreti e tutti i testimoni portino la loro libera
testimonianza. Ostaggi fucilati, prigionieri sterminati,
innocenti massacrati, villaggi incendiati, stupri, sac­
cheggi e scorrerie, rappresaglie, impiccagioni e torture,
tutto ciò è troppo vero in generale per meritare di essere
confutato nei particolari.
La storia prova a sufficienza che queste infamie non
hanno nulla di specificamente russo. Sono state consta­
328 STALIN

tate in tutte le guerre, in molte rivoluzioni. Jaurès ha


giustamente sottolineato: « Le rivoluzioni sono la forma
barbara del progresso. Per quanto nobile, feconda e
necessaria sia una rivoluzione, appartiene sempre all’e­
poca inferiore e semibestiale dell’umanità ». E Lenin
non sottoscriveva forse queste parole quando consiglia­
va di « non indietreggiare davanti ai mezzi barbari per
combattere la barbarie »? E Trockij quando parlava
della rivoluzione « col suo eroismo e le sue crudeltà, la
sua lotta per l’individuo e il suo disprezzo dell’indivi­
duo »?
A discolpa dei bolscevichi, è giusto citare altre rifles­
sioni della Storia socialista della Rivoluzione francese'.
« Quando un grande paese rivoluzionario lotta contro le
fazioni interne armate e insieme contro il mondo, quan­
do la minima esitazione e il minimo errore possono
compromettere forse per secoli il destino dell’ordine
nuovo, coloro che dirigono quest’impresa non hanno
tempo di radunare i dissidenti, di convincere i loro
avversari. Non possono concedere molto spazio al tem­
po della disputa o a quello dell’accordo. Devono com­
battere, agire, e per conservare intatta tutta la loro forza
d’azione, per non dissiparla, chiedono alla morte di
creare intorno a loro quell’unanimità immediata di cui
hanno bisogno ».
Non c’è nulla di specificamente russo e soprattutto
nulla di proprio a un’« esperienza socialista » nel di­
spiegamento di efferatezza determinatasi in secoli di
dispotismo, arbitrio e ignoranza, nel risveglio di brutali­
tà ancestrale suscitato dalla guerra fra le principali na­
zioni cosiddette civilizzate. Piuttosto ci sono fenomeni
assimilabili allo stato arretrato della Russia, di cui
Gor’kij ha scritto nella sua Rivolta degli schiavi: « Un
popolo allevato a una scuola che ricorda con volgarità i
tormenti dell’inferno, educato a pugni, a colpi di frusta e
di nagajka, non può avere il cuore tenero. Un popolo che
è stato calpestato dai poliziotti sarà capace a sua volta di
camminare sul corpo degli altri. In un paese in cui
l’iniquità regnò così a lungo è difficile per il popolo
VI. LA GUERRA C IV ILE 329

realizzare da un giorno all’altro la potenza del diritto.


Non si può esigere che sia giusto colui che non ha
conosciuto la giustizia ».
Il bolscevismo non poteva sottrarsi alla psicosi collet­
tiva dell’omicidio sistematizzato. Uscito dalla guerra
civile, ne rimase impregnato per molto tempo. I suoi
princìpi, i metodi, le istituzioni, le abitudini avevano
deviato sotto il peso delle calamità vissute. Non si trattò
di una sua colpa, fu piuttosto la sua disgrazia. Sorpren­
dente divenne la disparità tra il bolscevismo diventato
conservatore e il bolscevismo vincitore. Ma nel passag­
gio dal « comuniSmo di guerra » al comuniSmo di pace,
la sua élite doveva inoltrarsi nella « via più umana », di
cui parlò Lenin, in forza della sua dottrina, cultura,
passato socialista e presente rivoluzionario. Rinunziare
alla « via più umana » opponendo la dittatura alla de­
mocrazia, invece di giungere alla loro sintesi, significava
compromettere per sempre l’avvenire e votare al falli­
mento il tentativo più ardito che fosse mai stato intra­
preso. Ma se avessero agito conformemente al loro pro­
gramma, i bolscevichi avrebbero potuto, con l’aiuto dei
lavoratori degli altri paesi, realizzare quella Repubblica
socialista federativa dei soviet che non era ancora né
repubblica, né socialismo, né federazione, e ridare vita a
quei soviet che avevano virtualmente cessato di esistere.
La loro impotenza nelfarmonizzare le parole con l’a­
zione, la teoria con la pratica, illustrerà perfettamente la
profezia di Rosa Luxemburg: « In Russia, il problema
poteva essere posto, non poteva essere risolto ».
VII
LA REPUBBLICA DEI SOVIET

Evoluzione del bolscevismo. Lenin e la dittatura. L ’oligar­


chia dirigente. La pena di morte. Militarizzazione del regi­
me. Gli eserciti del lavoro. Scomparsa dei soviet. Contrad­
dizioni di Lenin. Il Politbjuro del Partito. Il Segretariato
del Comitato Centrale. IX Congresso del Partito. L ’Oppo­
sizione democratica. Discussione sui sindacati. Lenin contro
Trockij. L ’Opposizione operaia. X Congresso del Parti­
to. Kronstadt. La nuova politica economica. Termido­
ro. Stalin segretario del Partito. La realtà sovietica. L ’ap­
parato. Antagonismi personali. XI Congresso del Parti­
to. Lenin elogia Stalin. Malattia di Lenin. Stalin all’ope­
ra. La burocrazia. Progetti riformatori di Lenin. La poli­
tica delle nazionalità. Stalin e la Georgia. Lenin contro Sta­
lin. Ultimi consigli di Lenin. Il Testamento. La questione
del piano economico. Rottura tra Lenin e Stalin. Stato della
Repubblica dei soviet.
Che cosa rimane del bolscevismo di un tempo alla fine
della guerra civile? Una dottrina che ha subito un’evo­
luzione e il cui vecchio vocabolario serve a designare
nuove realtà. I quadri politici, che le avversità avevano
selezionati e l’esperienza gerarchizzati, formano un par­
tito agguerrito ma gradualmente bolscevizzato nei suoi
effettivi, accresciutisi a dismisura per l’effetto calami-
tante del potere (313.000 erano i rappresentati, nel
1919, aH’V III Congresso, e 611.000 nel marzo dell’anno
seguente).
I bolscevichi hanno vinto ma, l’essenza del bolscevi­
smo tradizionale ha fatto il suo tempo. Nel 1920 ciò che
continua a vivere, del bolscevismo, è solo la concezione
militare di una organizzazione di rivoluzionari di pro­
fessione. E vero che la falange iniziale, decimata, è
disposta a retrocedere, convinta di rimanere fedele alle
proprie origini e ai propri fini nonostante gli espedienti
imposti dalle circostanze. Ma basteranno pochi anni per
dimostrare l’impossibilità d’invertire la direzione di tale
processo evolutivo.
Vengono progressivamente abbandonate le tesi fon­
damentali del Lenin d’Ottobre sulla democrazia sovie-
334 STALIN

tista, la soppressione dei privilegi, l’eguaglianza dei sa­


lari e degli stipendi, l’abolizione della polizia, dell’eser­
cito e dei burocrati di professione, l’usufrutto della terra
ai contadini, il diritto dei popoli all’autodeterminazio­
ne. A poco a poco si affievoliscono le convinzioni dei
leninisti sull’attualità di una rivoluzione socialista
mondiale, la mistica di una imminente fine del mondo
capitalista, il credo messianico nel contagio universale
dell’esempio russo. Il dubbio comincia a insinuarsi nella
mente dei dirigenti e si diffonde nella mentalità passiva
della schiera dei subordinati. Quanto alla massa apoli­
tica, gravata da privazioni e miseria, non pensa che a
vivere alla giornata, abbandonando le città affamate e
disputando aspramente il pane nero alle autorità nelle
campagne.
« La dittatura del proletariato significa che mai pri­
ma d’ora il proletariato delle capitali e dei centri indu­
striali si è trovato in una situazione altrettanto terribi­
le » dichiarava brutalmente Lenin; « il proletariato ope­
raio, nel realizzare la propria dittatura, sopporta le
sofferenze senza eguali della carestia ». E aggiunge: « A
Mosca, la carestia è atroce ». E, più tardi, insiste sulla
stessa verità: « La dittatura del proletariato ha portato
alla classe dirigente, al proletariato, sacrifici e sofferen­
ze, e una miseria senza precedenti nella storia... ». Nel
1921 afferma ancora: « La situazione della classe ope­
raia è molto dura: soffre orrendamente ». E un anno
dopo: « Per il popolo è essenziale porre rimedio all’atro­
ce miseria, alla carestia ». Allora era di rigore una rela­
tiva sincerità nelle parole del governo.
In quelle critiche condizioni i bisogni alimentari e
difensivi avevano avuto il sopravvento su tutto il resto, a
scapito della dottrina e del programma. « Abbiamo
commesso molti errori, ma dovevamo agire il più presto
possibile, organizzare ad ogni costo l’approvvigiona­
mento dell’esercito... »; con queste parole, Lenin vuole
spiegare le deviazioni della sua politica e nel contempo
mettere in guardia i suoi sostenitori contro la loro ripeti­
zione sistematica. Ma Lenin fa qui allusione alle im­
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 335

provvisazioni economiche piuttosto che alle misure dit­


tatoriali, adottate dapprima contro gli avversari ed este­
se poi a tutte le categorie degli scontenti, operai o conta­
dini, rivoluzionari o socialisti. Fra gli errori che ricono­
sce pubblicamente, Lenin non include l’abbandono del­
la democrazia sovietica durante il periodo terrorista. Su
questo punto la pratica smentisce la teoria senza indur­
re, tuttavia, il teorico a una ritrattazione.
Secondo Lenin, la dittatura veniva esercitata « dal
proletariato organizzato nei soviet diretti dal partito
comunista bolscevico ». In pratica, nulla e nessuno po­
teva più ostacolare né mitigare quel monopolio tempo­
raneo di direzione che equivaleva ormai, come per forza
d’inerzia, a una esclusività definitiva del potere da parte
dei bolscevichi.
Violando la Costituzione i partiti rivali sono dichiara­
ti fuori legge, e gli ultimi socialdemocratici, un tempo
invitati a sedere all’Esecutivo dei soviet, prenderanno la
via dell’esilio. Eppure Martov e i suoi compagni rappre­
sentavano una « opposizione leale » che aveva aderito
alla rivoluzione d’Ottobre « storicamente necessaria »,
rinunziato alla Costituente e perfino mobilitato i propri
membri per difendere la Repubblica in pericolo.
« Ammetteremo il vostro partito nella legalità ma serbe­
remo il potere solo per noi » disse Lenin che infatti serbò
il potere, ma non legalizzò i suoi pacifici avversari. I
socialisti rivoluzionari di sinistra, al pari degli anarchi­
ci, erano assimilati alla controrivoluzione. La stessa
sorte toccò ai sindacalisti, ai sionisti e ai tolstoiani più
innocui.
La libertà di stampa e il diritto di riunione non sono
ormai che un ricordo. Il decreto di Lenin che promette­
va « una completa libertà di stampa » ha il valore di
un’anticaglia. Non solo i soviet, ma anche i sindacati
operai e i comitati di fabbrica diventano docili strumenti
nelle mani del partito governante. Sempre secondo Le­
nin, « tutte le istituzioni dirigenti della stragrande mag­
gioranza dei sindacati... sono composte di comunisti e
non fanno che applicare le direttive del Partito »; il
336 STALIN

Partito, inoltre, è guidato esclusivamente « da un Comi­


tato Centrale di diciannove membri, poiché il lavoro
permanente a Mosca è assicurato da due comitati anco­
ra più ristretti, l’Orgbjuro (Ufficio di organizzazione) e
il Politbjuro (Ufficio politico), eletti in seduta plenaria
con cinque membri per ufficio: si perviene dunque a una
vera e propria oligarchia ». Anche se a questo termine si
attribuiva di solito un significato spregiativo, Lenin non
teme di usarlo, e precisa con franchezza: « Nessun pro­
blema di una certa importanza... viene risolto da una
qualsiasi istituzione della nostra Repubblica senza le
direttive del Comitato Centrale del nostro partito », cioè
da uno dei due onnipotenti uffici, dalla « vera oligar­
chia ».
Scritte nel 1921, le sue parole rivelano una profonda
evoluzione dei comunisti, decisi a mantenere in tempo
di pace quel sistema e quei mezzi « provvisori » che la
guerra civile e la guerra con l’estero avevano suggeriti.
Trockij, apologeta del terrorismo in situazioni eccezio­
nali, aveva annunziato: « Quanto più avanzeremo, tan­
to più facile sarà il nostro compito, tanto più libero si
sentirà ogni cittadino, meno percettibile sarà la coerci­
zione dello Stato proletario ». Avvenne il contrario.
Lenin aveva anche promesso neH’immediato futuro
un’attenuazione della dittatura, una direzione politica
« sempre più mite ». Tuttavia 1’« oligarchia » in que­
stione introduceva, con lo stato d’assedio e la legge
marziale, metodi sommari di governo che impercetti­
bilmente stavano diventando la seconda natura del
neobolscevismo.
La pena di morte, soppressa dopo la vittoria dei Rossi
conformemente alle loro intenzioni iniziali, fu ristabilita
tre mesi più tardi e mai più abolita, né all’interno né al
fronte, nonostante la fine della lotta armata. Solo poco
tempo prima i bolscevichi, solidali con gli altri social-
democratici d’Europa e d’America, esigevano attraver­
so l’Internazionale l’abolizione della pena di morte; le
parole del Plechanov del 1903, cui si rifacevano per
giustificare il loro rigore, in realtà sostenevano la pena di
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 337

morte per alcuni soltanto e in via del tutto eccezionale.


Lenin un tempo denunziò nelle opinioni del socialista
inglese Hyndman « molti elementi borghesi e filistei »
riferendosi ai motivi che questi adduceva in favore della
pena capitale. E quando fece ricorso a questa misura
estrema, all’inizio della guerra civile, dal Partito si leva­
rono numerose proteste: Dybenko giunse al punto di
dimettersi. Ma, dopo anni di assuefazione, nel 1922 la
voce comunista di Rjazanov fu la sola a protestare con­
tro l’introduzione della pena di morte nel Codice penale,
chiave di volta dell’intero edificio dittatoriale.
Tra il 1917 e il 1920 Lenin aveva auspicato, in ordine
di successione, la dittatura democratica del proletariato
e dei contadini, poi la dittatura del proletariato e dei
contadini poveri, infine la dittatura del proletariato.
Dopo l’Ottobre non esita a proclamare: « Sì, dittatura
di un solo partito, e non cederemo su questo punto ».
Perviene così alla dittatura del partito comunista che, ai
suoi occhi, è l’unico interprete qualificato degli interessi
della rivoluzione, e infine alla dittatura del Comitato
Centrale, del suo Politbjuro, di una « oligarchia ». Que­
sta fu la scuola politica di Stalin.
« Alla fine di tutto, ogni cosa ruoterà intorno a un solo
uomo che, ex providentia, riunirà in sé tutti i poteri »: la
profezia di Plechanov non si era ancora avverata ma,
secondo il parere di molti comunisti, era sul punto di
avverarsi. « Dittatura sul proletariato » - la vecchia
critica che Trockij muoveva a Lenin —era la formula
accusatrice adottata da tutti gli oppositori del nuovo
regime. I « vecchi bolscevichi » di destra evocavano in
segreto i loro avvertimenti d’Ottobre sulla « conserva­
zione di un governo esclusivamente bolscevico attraver­
so i mezzi del terrore politico ». E tuttavia Lenin non
aveva affatto una naturale inclinazione per il potere
personale né per l’uso della violenza; subiva la logica di
una situazione nonché lo sviluppo di un sistema.
Proiettata sulla scala di uno Stato di enormi dimen­
sioni, è una trasposizione del modello militare di una
ristretta organizzazione di rivoluzionari di professione
338 ST A U N

agli ordini del « circolo clandestino di dirigenti ». Ma,


nello stato d’allarme protratto per anni e nell’inquietu­
dine del periodo immediatamente successivo, in cui nes­
suno osa sperare in una sicurezza durevole, in mezzo
alle difficoltà economiche e al pericolo politico e sociale,
le abitudini democratiche del Partito, ereditate dalla
vecchia socialdemocrazia, cedono progressivamente il
passo a un centralismo sempre più autoritario. Le con­
seguenze di sei anni di guerre, esterne e interne, non si
lasceranno facilmente cancellare. Il X Congresso del
Partito doveva riconoscere la « militarizzazione dell’or­
ganizzazione » e adottare i provvedimenti per porvi
fine, ma con quale efficacia? Dittatura e disciplina mili­
tare sono rese necessarie dalle « condizioni della lotta e
dalla volontà attiva che attualmente la storia richiede »
scriverà Bucharin. « Il nostro partito... è costruito mili­
tarmente, e ovviamente crea a sua immagine anche le
istituzioni sovietiche... ».
Le necessità della lotta non furono l’unica causa di
quella trasformazione. Allora, come in passato, il disor­
dine economico e l’anarchia contadina generavano
come contropartita i metodi militari di organizzazione,
subordinazione e comando, un tempo applicati sotto
Pietro I, Alessandro I e Nicola I. E siccome perfino la
smobilitazione rischiava di aggravare i disordini, si cre­
dette di trovare una soluzione empirica negli « eserciti
del lavoro », utilizzazione delle formazioni difensive per
compiti urgenti ed elementari.
Trockij riponeva grandi speranze in questa realizza­
zione parziale dell’obbligo del lavoro, di cui i menscevi­
chi avevano denunziato il carattere improduttivo o pa­
rassitario e predetto l’inevitabile fallimento; fra loro,
Abramovič paragonava il tentativo ai metodi impiegati
dai faraoni per la costruzione delle piramidi e, nella
storia di Russia, alle colonie militari di Arakčeev, quel
ministro di Alessandro I che, preso d’ammirazione per il
grande Federico, voleva piegare i muziki al regime della
caserma prussiana. Nella controversia Trockij sostenne
al contrario che gli « eserciti del lavoro » avevano
VII. I,A REPUBBLICA DEI SO V IET 339
« dimostrato la loro vitalità », che « questa esperienza
quasi scientifica ci indica brillantemente la via da segui­
re ». Respinge l’argomentazione dei menscevichi affer­
mando: « La militarizzazione del lavoro è un procedi­
mento alla Arakčeev solo quando si scontra con l’oppo­
sizione dei lavoratori. Diventa un procedimento di dit­
tatura socialista per volontà dei lavoratori stessi ». Si­
gnificava identificare astrattamente l’iniziativa di una
« oligarchia » con la volontà dei lavoratori ed esporsi
alla smentita del risultato finale. Mezzi identici, scopi
differenti, così può essere riassunta la dimostrazione di
Trockij. In risposta al riferimento all’antichità egizia,
pone la domanda pensando di darne anche la risoluzio­
ne: « Chi detiene il potere? La classe operaia o la nobiltà,
i faraoni o i muziki?... ». Ma questa semplificazione del
problema non servì a rendere automaticamente più
semplice la soluzione e fu necessario sciogliere gli « eser­
citi del lavoro » dopo averne constatato il fallimento.
Stalin fu presidente del Consiglio dell’« esercito del la­
voro » dell’Ucraina ma, in quanto tale, non ha lasciato
tracce né ricordi.
« Chi detiene il potere? ». Nessuno avrebbe potuto
rispondere con certezza a Trockij in quell’epoca transi­
toria di sconvolgimento economico e decadimento so­
ciale. Il Politbjuro lo esercitava incontestato al riparo
del Consiglio dei commissari e dell’Esecutivo dei soviet,
in nome di una certa concezione dell’interesse della
maggioranza lavoratrice e del progresso storico; ma in
che misura ne era l’interprete lucido e fino a qual punto
poteva contare sul tacito consenso popolare, in mancan­
za di una consapevole approvazione? Per avere una
qualche opinione in merito, mancava l’espressione, per
quanto imperfetta, della volontà o del sentimento di
quegli operai e di quei contadini di cui il bolscevismo si
proclamava il rappresentante esclusivo.
Lenin aveva scritto prima dell’Ottobre: « La lotta dei
partiti per il potere può svilupparsi pacificamente in
seno ai soviet a condizione che questi rinunzino a fare
deroghe ai princìpi democratici, come per esempio quello di
340 STALIN

concedere ai soldati un rappresentante ogni 500 e agli


operai uno ogni 1000. In una repubblica democratica, queste
infrazioni ai princìpi nonpossono essere tollerate ». Ora teoriz­
za apertamente la « deroghe » e le « infrazioni », ma a
modo suo: « Il voto di un solo operaio vale molti voti
contadini ». Le contraddizioni si moltiplicano: « Non
ammettiamo né libertà, né eguaglianza, né democrazia
operaia se si oppongono agli interessi della liberazione
del lavoro... ». E chi sarebbe giudice di questa opposi­
zione? Il partito unico, cioè i suoi funzionari, dalla base
al vertice, i suoi comitati sovrapposti, i suoi militanti
responsabili che costituiscono ciò che gli anglosassoni
chiamano la « macchina » e i tedeschi 1’« apparato », e
per ultimo il Comitato Centrale, i suoi due uffici, in
breve una « oligarchia » sovrana formatasi per coopta­
zione.
I soviet, un tempo eletti dai lavoratori e poi dalla loro
minoranza più attiva, dall’inizio del terrore furono desi­
gnati direttamente o indirettamente dai comitati del
Partito, tranne che nei villaggi privi d’influenza dove
non c’erano comunisti. Ma le libertà locali non supera­
vano i limiti dei piccoli affari municipali. Nelle istanze
superiori defl’amministrazione pubblica la preponde­
ranza del Partito risultava dalla pressione meccanica
dell’« apparato » su tutti gli ingranaggi dello Stato. I
congressi di soviet diventavano delle riunioni stretta-
mente regolamentate dai funzionari salariati, tenuti ad
obbedire alle istruzioni dettate dall’alto e a votare da
automi risoluzioni prese all’unanimità. Questa meta­
morfosi del regime si compì a poco a poco all’insaputa
dei suoi beneficiari, senza calcolo premeditato né piano
prestabilito, a causa del triplice effetto della mancanza
di cultura generale, dell’apatia delle masse esauste e
dello sforzo fatto dai bolscevichi per dominare il caos.
Lenin non impiegò molto tempo ad accorgersene, ma
non immaginava un altro modo di prevenire la controri­
voluzione in Russia, nell’attesa che la rivoluzione si
estendesse in Europa. Il suo ben noto leitmotiv, « Non
raggiungeremo la vittoria finale che insieme a tutti gli operai
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 341
riuniti degli altri paesi», si ritrova nei suoi principali
discorsi e rapporti. « Il proletariato russo non può, con
le sue sole forze, realizzare la rivoluzione socialista »
aveva scritto nel 1917 nella sua lettera di congedo agli
operai svizzeri. « La vittoria totale della rivoluzione
socialista è impossibile in un unico paese; essa esige
almeno il concorso attivo di vari paesi progrediti, fra i
quali la Russia non figura affatto» disse nel 1919 al
Congresso dei soviet. « Va da sé che soltanto il proleta­
riato di tutti i paesi progrediti messi insieme può conse­
guire la vittoria finale » ripete nel 1919. « Non si può
portare vittoriosamente a compimento la rivoluzione
limitandosi alla sola Russia, senza estenderla ad altri
paesi» ricorda nel 1920. « L a rivoluzione scoppierà
negli altri paesi... o noi periremo » dirà nel 1921 senza
ricredersi, riassumendo quello che era stato il pensiero
dei bolscevichi in Ottobre. « Abbiamo sempre diffuso e
ripetuto questa verità elementare del marxismo secondo
la quale, per conseguire la vittoria del socialismo, sono
necessari gli sforzi congiunti degli operai di vari paesi
progrediti » scriverà nel 1922. Era anche l’opinione co­
stante di Trockij. L ’ABC del comuniSmo, di Bucharin e
Preobraženskij, manuale diffuso in milioni di copie, af­
fermava pure: « La rivoluzione comunista può vincere
solo come rivoluzione mondiale... ». L ’isolamento della
Repubblica dei soviet giustificava, secondo Lenin, tutti i
mezzi di coercizione suscettibili di salvaguardare la
« dittatura di un solo partito ».
Ciò non gli impedirà di sostenere che « noi siamo...
per uno Stato proletario che si appoggi sul proletariato e
i cui organi siano eletti dal proletariato. Il nostro Stato
riconosce al proletariato tutti iprivilegi politici e attira a sé
i contadini tramite il proletariato ». Nonostante queste
affermazioni confuse e contraddittorie, la Costituzione
diventava un ideale da cui la realtà si allontanava sem­
pre di più invece di tendere ad avvicinarsene. E come
avrebbero potuto non essere fittizi quei privilegi che si
dicevano « concessi » ai proletari da se stessi, dal loro
stesso Stato —contro i princìpi comunisti che miravano
342 STALIN

per definizione all’abolizione di tutti i privilegi - in


quella « situazione terribile », in mezzo alle « sofferenze
senza pari della carestia », « alla miseria senza prece­
denti nella storia », inflitte a quel proletariato, come
confessava ripetutamente Lenin altrove?
I ra gli altri motivi, quell’ultima svolta degli avveni­
menti gli aveva fatto constatare: « I contadini hanno
incontestabilmente avuto di più dalla rivoluzione che
non la classe operaia... Certo, questo prova, che la no­
stra rivoluzione fu, fino a un certo punto, una rivoluzio­
ne borghese ». Nel 1906 non aveva forse approvato calo­
rosamente Kautsky per avere dimostrato che la rivolu­
zione russa non sarebbe stata né borghese, né socialista? Né
borghese « poiché la borghesia non appartiene alle forze
motrici dell’attuale movimento rivoluzionario in questo
paese », né socialista poiché la rivoluzione « non saprà
in nessun modo [sottolineato da Lenin] portare il proleta­
riato a esercitare da solo l’egemonia o la dittatura ».
L ’unico socialdemocratico russo che annunziasse allora
come imminenti la rivoluzione socialista e la dittatura
del proletariato fu Trockij, violentemente avversato da
Lenin e dai leninisti. Ora Lenin non ammette più conte-
stazioni quando parla contemporaneamente di rivolu­
zione borghese e di Stato proletario, dei contadini eco­
nomicamente avvantaggiati e dei privilegi politici del
proletariato. Abborracciando tutto, definisce l’opera
della dittatura rivoluzionaria una « edificazione del so­
cialismo »...
Singolare capovolgimento dei ruoli: prima della rivo­
luzione, i socialisti rivoluzionari, continuatori della tra­
dizione populista, attribuivano alla futura rivoluzione
un carattere socialista, mentre i socialdemocratici di
destra e di sinistra (Trockij escluso) si preparavano a
una rivoluzione borghese; durante e dopo la rivoluzione,
gli uni e gli altri fecero il contrario di ciò che avevano
promesso, eccetto i menscevichi che non si smentirono
su questo punto, ma che si perderanno con la loro
abdicazione di fronte alla borghesia liberale. Černov e i
socialisti rivoluzionari difesero il capitalismo, Lenin e i
V II. LA REPUBBLICA DEI SO V IET 343
bolscevichi tentarono, contro la loro dottrina, di impor­
re il socialismo con la forza.
Questi ultimi sapevano tuttavia che il popolo, nella
stragrande maggioranza, li aveva seguiti in Ottobre per
la pace e la terra, non per il loro programma dottrinale
nella sua totalità. Essi non potevano ribattere a Rosa
Luxemburg quando scriveva: « Il socialismo, per sua
stessa natura, non può essere concesso, né stabilito con
un ukase », e le loro incongruenze dovevano illustrare
la sua lucida osservazione: « Il valore più alto e i sacri­
fici più sublimi del proletariato in un solo paese sono ine­
vitabilmente presi in un vortice di contraddizioni e di
errori ».
Pur giustificando la « dittatura di un solo partito », e
in fin dei conti di una « oligarchia », in nome del sociali­
smo che tentava di instaurare in un paese di cui non
ignorava l’immaturità, Lenin così replica ai rimproveri
di Kautsky: « Il potere di tipo sovietico è mille volte più
democratico della più democratica delle repubbliche
borghesi ». Egli si basa sul testo della Costituzione che
sulla carta riserva agli sfruttati le libertà rifiutate agli
sfruttatori e ai parassiti. Ma oltre al fatto che il dettato
costituzionale rimase lettera morta, Rosa Luxemburg
aveva confutato il sofisma in anticipo, mostrando che il
diritto di suffragio destinato ai soli lavoratori avrebbe
avuto un senso solo in una società capace di assicurare
un lavoro a tutti i suoi membri, « una vita decente,
degna della civiltà ». Constatava inoltre l’impossibilità
per la Russia sovietica di soddisfare a questo riguardo le
necessità primarie della popolazione lavoratrice, così
priva di ogni diritto, e concludeva con un assioma del
marxismo: « La missione storica del proletariato, una
volta giunto al potere, è di creare una democrazia socia­
lista che sostituisca la democrazia borghese, c non di
distruggere ogni democrazia ».
Ma per capire meglio Lenin, costretto ad usare espe­
dienti dalla necessità in cui si trovavano i bolscevichi di
continuare ad esistere in quanto Stato, e votato alle
contraddizioni dai crudeli paradossi della situazione
344 STALIN

che vedeva al potere un’avanguardia rivoluzionaria iso­


lata in un ambiente arretrato, si deve tenere conto del
suo disinteresse assoluto al servizio del socialismo e
della sua rigorosa sincerità di fronte al popolo lavoratore
di cui aveva abbracciato la causa. Lungi dall’idealizzare
le proprie azioni o quelle dei suoi collaboratori che
protegge col proprio prestigio, guarda coraggiosamente
in faccia la realtà più penosa e chiama i fatti col loro
nome: una sconfitta è una sconfitta, una ritirata una
ritirata, un compromesso un compromesso, un errore
un errore. Se la politica del Partito lo costringe alla
demagogia, la usa suo malgrado, e reagisce di continuo
contro l’autosoddisfazione, e col proprio esempio stimo­
la intorno a sé un’autocritica sana e onesta. Lui, che fra i
suoi compagni d’armi è quello che meno si lascia trarre
in inganno, è sempre pronto a precedere chiunque nel-
l’alfermare: « Ci siamo sbagliati ». E a questo riguardo
si devono ancora citare almeno le sue parole dell’inizio
della rivoluzione sovietica: « Non facciamo altro che
cominciare il nostro compito in Russia, e per ora non
siamo molto bravi », e i suoi consigli agli operai d’Euro­
pa ai quali avrebbe voluto suggerire di pensare: « Se i
russi ora fanno male, noi faremo meglio ». Non era la
prima volta che si rivolgeva ai suoi sostenitori con amare
verità, e non sarà neppure l’ultima.

Il Politbjuro, organo supremo della dittatura di cui la


Russia non sospettava l’esistenza e a lungo ignorato
perfino dal rank and.file comunista, originariamente fu un
direttorio insurrezionale segreto che il Comitato Centra­
le nominò su iniziativa di Dzeržinskij alcuni giorni pri­
ma del colpo di Stato. Si componeva di sette membri:
Lenin, Trockij, Stalin, Zinov’ev, Kamenev, Sokol’nikov
e Bubnov. Lo statuto del Partito non lo aveva previsto,
ma l’esperienza lo rendeva indispensabile. Le difficoltà
di riunire d’urgenza in seduta plenaria il Comitato Cen­
trale disperso avevano già determinato tempo prima il
formarsi di « un Comitato Centrale ristretto » di undici
membri fra i quali erano suddivisi gli affari correnti.
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 345

La presa del potere restituirà al Comitato Centrale le


sue prerogative più ampie, ma il corso degli eventi e le
esigenze di un’azione intensa e differenziata imporran­
no poco dopo la creazione di un nuovo Ufficio politico.
Questa volta era composto di quattro persone (cetv'érka),
Lenin, Trockij, Sverdlov, Stalin, e, per qualsiasi deci­
sione, era tenuto a consultare ogni membro del Comita­
to Centrale presente allo Smolnyj. Durante la guerra
civile, poiché Trockij e Stalin erano quasi sempre al
fronte come la maggior parte dei loro colleghi, Lenin e
Sverdlov, da soli, fungeranno da Politbjuro o da Comi­
tato Centrale, assistiti da Kresdnskij e talvolta da K a­
menev, Bucharin, Preobraženskij o Serebrjakov. Nelle
circostanze importanti, l’uno o l’altro organismo era
oggetto di convocazione particolare. Non esistevano
conflitti di prerogative: si trattava di fare presto e il
meglio possibile, di troncare i discorsi oziosi ed econo­
mizzare le forze pur dividendo le responsabilità.
Accanto al Politbjuro si costituì il segretariato del
Comitato Centrale, che fu affidato a una équipe di cin­
que militanti sotto la direzione effettiva di Sverdlov. In
precedenza lo stesso incarico era assegnato a una ener­
gica collaboratrice, Elena Stasova, senza che quel mo­
desto compito corrispondesse a un rango gerarchico.
Dopo la morte di Sverdlov, non si troverà un sostituto
della sua levatura. Kalinin gli succedette nel titolo di
presidente dell’Esecutivo dei soviet mentre Stalin, a
poco a poco, assorbirà le funzioni amministrative di
Sverdlov al Comitato Centrale. La Stasova continuava
a esercitare il ruolo di segretaria, ma per l’autoritarismo
sempre più eccessivo sarà ben presto allontanata.
Con la crescita numerica del Partito e finasprimento
della dittatura fu necessario rafforzare la direzione per­
manente e precisare la divisione del lavoro. Portato a
cinque membri, Lenin, Trockij, Stalin, Zinov’ev e
Kamenev, il Politbjuro trasmise la competenza degli
affari correnti all’Orgbjuro. Questo organismo era stato
creato nel 1919 e comprendeva lo stesso numero di
membri del Politbjuro. I due uffici disponevano di un
346 STALIN

segretariato esecutivo affidato a Krestinskij, Preobra-


ženskij e Serebrjakov. Era ciò che veniva chiamato il
« vertice » dell’apparato.
Così organizzato, il Comitato Centrale vero e proprio
si riuniva al completo a intervalli molto lunghi e poteva
solo sanzionare i resoconti e le proposte dei suoi dirigen­
ti e funzionari. In realtà, il Politbjuro giungerà gra­
dualmente a un potere quasi assoluto, attenuato soltan­
to nella misura - sempre minore - in cui sopravviveva
una opinione pubblica, circoscritta alle file del Partito
ma informata, modellata e orientata dalla stampa mo­
nopolizzata. Il Consiglio dei commissari, l’Esecutivo dei
soviet, il Consiglio del Lavoro e della Difesa, il Consiglio
economico superiore, il Consiglio rivoluzionario di
guerra, la Ceka, tutti gli organismi direttivi dello Stato
gli erano sottomessi di fatto, se non di diritto sovietico,
giacché il Partito costituiva l’armatura principale della
burocrazia sotto la quale i « simpatizzanti » e i « senza
partito » arricchiranno il numero dei quadri subalterni.
Trockij, l’unico dei Cinque del Politbjuro, ha pubbli­
cato delle memorie che fanno un po’ di luce sulle rela­
zioni personali dei suoi membri: « Quando non condi­
videvo le idee di Lenin, lo dicevo ad alta voce, e se lo
giudicavo necessario, mi appellavo al Partito ». Ma
quanto a Stalin, Zinov’ev e Kamenev, « nei casi di
disaccordo con Lenin, che erano incomparabilmente
più frequenti, di solito tacevano oppure, come Stalin,
facevano il broncio e andavano a nascondersi qualche
giorno in campagna nei pressi di Mosca ». Trockij af­
ferma che le divergenze tra lui e Lenin erano un’ecce­
zione; si capivano al volo e arrivavano alle stesse conclu­
sioni senza essersi prima accordati; così scrive prima di
proseguire: « Quante volte Stalin, Zinov’ev o Kamenev
sono stati in disaccordo con me, poi hanno taciuto non
appena si delineava la solidarietà tra Lenin e me!
Ognuno può apprezzare come crede la propensione dei
“ discepoli ” a rinunziare alla loro opinione per quella
di Lenin. Ma ciò non implicava nessuna garanzia che
sapessero arrivare senza Lenin alle decisioni di Lenin ».
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 347

Si pone la questione del valore della testimonianza,


poiché Trockij è necessariamente molto utilizzato in
ogni studio sugli individui e le cose di quel tempo. Oltre
all’irrecusabile parte documentaria, si deve evidente­
mente dargli credito per molti fatti notori o verificabili
in Russia e nel movimento rivoluzionario internaziona­
le. E anche certo, per chi conosca appena un poco
l’uomo e il suo carattere, che le parole riferite a memoria
non sono state inventate e possono essere considerate
veridiche, fatta astrazione dall’esattezza della forma.
Ma bisogna consultare con precauzione i passi riguar­
danti i dissensi intestini in cui Trockij, talvolta involon­
tariamente, modifica le proporzioni a suo vantaggio e
altera la verità, per esempio non rispettando la cronolo­
gia. La sua forma mentis determinata lo induce a far
pesare sui suoi ricordi uno schema deformante al quale
tutto è ricondotto in modo più o meno arbitrario. Ben­
ché conservi salda la memoria delle idee, egli sembra
colpito da amnesia quando sono in causa i suoi errori e le
sue manifeste contraddizioni, o i suoi antagonismi con
Lenin dei quali è incline, nel suo intimo, a ridurre
l’importanza. Allo stesso modo, degli individui di cui
parla egli non ricorda che i difetti e i torti se hanno rotto
con lui, le qualità e i servizi resi nei casi rarissimi in cui
gli siano rimasti fedeli; è più imparziale verso coloro che
sono scomparsi troppo presto per aver avuto l’occasione
di disapprovarlo. Verso Stalin la sua malevolenza è
dettata da un disprezzo naturale, ciò che non esclude la
veridicità, ma costringe ad attingere da questa fonte solo
con estrema prudenza.
Trockij ammette che i suoi rapporti con Lenin si sono
offuscati in occasione di una « discussione sui sindaca­
ti » nel 1920. « Stalin e Zinov’ev ottennero per così dire
la possibilità legale di trasferire la loro lotta contro di me
dalle quinte alla scena. Con tutte le loro forze tentarono
di sfruttare la situazione ». È appurato che Stalin nu­
trisse contro il più brillante dei leader della rivoluzione
un’inimicizia gelosa e ostinata, conseguenza degli anta­
gonismi della guerra civile. Dei moventi di Zinov’ev,
348 STALIN

però, non si conosce nulla, neppure dopo avere letto


Trockij. Questi si astiene dallo spiegare l’ostilità che gli
stretti collaboratori di Lenin gli dimostravano ogni vol­
ta che il momento era propizio. Molto probabilmente,
allontanatosi il pericolo controrivoluzionario diretto, le
vecchie rivalità dell’emigrazione riprendevano il so­
pravvento. E Trockij, abbastanza altezzoso e schivo,
conscio della sua superiorità, non sapeva farle dimenti­
care.
La discussione sui sindacati sorprese il Partito in una
completa ignoranza sui dissensi del « vertice ». Som­
mandosi alla stanchezza degli anni di guerra sociale, la
« disciplina di ferro » in vigore aveva come conseguenza
un certo torpore intellettuale e politico, scosso soltanto
in occasione delle assemblee deliberative annuali. In
quella occasione la base ruppe il silenzio provocando
una violenta animazione.
Nel 1920, al IX Congresso, si era delineata un’oppo­
sizione contro gli intrighi dittatoriali del Comitato Cen­
trale; la degenerazione burocratica dell’« oligarchia »
veniva attaccata piuttosto aspramente. Secondo Jure-
n’ev, gli alti funzionari del Partito soffocavano il diritto
di critica liberandosi dei protestatari con metodi equiva­
lenti all’esilio amministrativo: « Uno viene mandato a
Kristiana, l’altro negli Urali, il terzo in Siberia ». Mak-
simovskij denunziò il carattere arbitrario della burocra­
zia dirigente e ammonì: « Dicono che il pesce cominci a
marcire dalla testa. Il Partito, al vertice, comincia a
subire l’influenza del centralismo burocratico ». Se si
deve credere a Sapronov, portavoce più in vista di que­
sta tendenza, non si tenevano in alcun conto le decisioni
del Congresso dei soviet; c’erano commissari che si
permettevano di arrestare illegalmente « interi comitati
esecutivi provinciali ». Lo stesso dichiarava dalla tribu­
na: « Si ha un bel parlare di diritto elettorale, di dittatu­
ra del proletariato, di tendenza del Comitato Centrale
alla dittatura del Partito, di fatto tutto ciò porta alla
dittatura del funzionarismo del Partito ». E chiedeva a
Lenin: « Credete che la salvezza della rivoluzione stia
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 349

nell’obbedienza meccanica? ». Secondo l’operaio Luto-


vinov, « il Comitato Centrale e in particolar modo il suo
Orgbjuro, si è trasformato da organo superiore dirigente
in organo esecutivo degli affari più minuti e insignifican­
ti », si intromette arbitrariamente nei minimi particola­
ri, procede alle nomine anche per le funzioni di infimo
grado, eccetera. Jakovlev testimonia: « L ’Ucraina è
diventata un luogo di esilio. Vi si deportano i compagni
che per un qualsiasi motivo sono indesiderabili a Mo­
sca... ».
L ’opposizione si poneva su un terreno solido appel­
landosi al « centralismo democratico », conforme alla
tradizione dottrinale del Partito. Si screditava, però, con
un formalismo di tipo parlamentare e con l’inconsisten­
za della rivendicazione principale, la direzione colletti­
va o « collegiale » delle imprese, così contraria alle le­
zioni di una esperienza negativa che incitava Lenin a
ristabilire la direzione tecnica individuale. 11 Gomitato
Centrale fu unanime a metterla in scacco al congresso.
Alla fine dello stesso anno, di fronte alle inestricabili
difficoltà della produzione, degli scambi e dell’approv­
vigionamento, Trockij pose in tutta la sua ampiezza il
problema del ruolo dei sindacati operai nella vita eco­
nomica. Adattando i rudi metodi dell’esercito alla rete
dei trasporti, li aveva provvisoriamente salvati con un
duro lavoro al quale Lenin e tutto il Partito rendevano
giustizia. E, ispirandosi a quei primi risultati, credette
opportuno generalizzare il sistema con l’incorporazione
dei sindacati nello Stato affinché diventassero istituzioni
governative a gestione industriale. Quella concezione di
una « democrazia di produttori » implicava per i sala­
riati l’obbligo sindacale e per i sindacati l’assoggetta­
mento organico alla direzione politica ed economica
dello Stato, al partito comunista. Trockij sosteneva la
tesi che in uno Stato operaio l’unica ragione di esistere
per i sindacati fosse la partecipazione alla produzione.
Lenin pensava diversamente. I metodi del commissa­
rio alla Guerra avevano già suscitato un aspro conflitto
nel sindacato dei trasporti e rischiavano di annientare
350 STALIN

l’insieme dell’organizzazione sindacale per abuso di


autoritarismo. I tentativi di militarizzazione del lavoro
erano eloquenti nel loro insuccesso. Era giunta l’ora di
alleggerire la pressione sulla classe operaia, non di ap­
pesantirla maggiormente. La statalizzazione dei sinda­
cati sarebbe dunque stata prematura. Riunendo i suoi
abituali collaboratori o i pentiti, Stalin, Zinov’ev, K a­
menev, Kalinin, e leader come Tomskij e Rudzutak,
Lenin ostacolò i progetti di Trockij.
Lo Stato di cui parla Trockij è un’astrazione, dice nel
dibattito in corso: « Il nostro Stato non è operaio, ma
operaio e contadino », e inoltre « numerose sono le de­
formazioni burocratiche ». I sindacati devono dunque
difendere gli interessi operai contro un simile Stato:
« Ecco la triste realtà... ». La democrazia della produ­
zione è un’idea inconsistente, una deviazione di origine
sindacalistica: « La produzione è necessaria sempre, la
democrazia solo qualche volta... ». E avendo fatto allu­
sione alle « centinaia di migliaia di errori » dei comuni­
sti, ripete secondo una sua consuetudine: « Abbiamo
fatto molti errori, non c’è dubbio. La maggior parte dei
nostri decreti dev’essere riveduta. Sono assolutamente
d’accordo su ciò... ». Ma quello non era un motivo, a suo
parere, per cadere nell’errore infinitamente più grave di
T rockij.
Questi ebbe l’appoggio di Dzeržinskij, Rakovskij,
Bucharin, Sokol’nikov, Pjatakov, Andreev, e dei tre se­
gretari del Partito, Krestinskij, Preobraženski j e Serebr­
jakov. Ancora una volta, Lenin fu in minoranza di un
voto al Comitato Centrale. Una volta di più, dovrà
manovrare, temporeggiare, logorare i suoi contraddit­
tori che non si lasceranno dividere. Pur esponendosi
personalmente il meno possibile, Lenin usava a questo
scopo tutti i mezzi efficaci, tra gli altri la demagogia di
Zinov’ev e l’astuzia di Stalin. La discussione evolse
rapidamente in toni aspri per degenerare ben presto in
una polemica esacerbata. Trockij godeva di un grande
prestigio presso vaste assemblee, ma Stalin e Zinov’ev,
sotto l’egida di Lenin, lo colpivano facilmente nei corri­
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 351

doi, presso i militanti diventati funzionari, prodigando


promesse o sfruttando risentimenti e rancori, residui
della guerra civile.
Piuttosto che nozioni precise saranno l’intuizione e le
simpatie personali a determinare il Partito. Le due
« piattaforme » presentate alle riunioni contraddittorie
non si differenziano in modo molto evidente e abbonda­
no di formule simili, affermazioni democratiche gratui­
te, fraseologia dotta e oscura. Entrambe le parti non
parlano che del grande ruolo storico dei sindacati. Ma
era giunto il momento della statalizzazione? L ’ultimo
congresso del Partito l’aveva deciso e Trockij potè trar­
ne vantaggio. Lenin non la contestava raccomandando
vivamente di non affrettarsi troppo ad applicare la deci­
sione. Trockij constatava che la statalizzazione era de
facto in via di compimento. Zinov’ev ne accettava il
principio non discutendo che le modalità. I sindacati
sono una scuola di comuniSmo, spiegherà Lenin, ma
Trockij non affermava il contrario... Quella controver­
sia bizantina, che a Lenin parve un « lusso inammissibi­
le » e una minaccia di scissione, durò per parecchi mesi
attizzando le passioni e talvolta gli odii. « Il Partito è
malato, il Partito trema per la febbre », così Lenin
esprimeva la sua preoccupazione.
Il X Congresso era chiamato a fare da arbitro tra i
gruppi antagonisti che, invece, grazie alla contesa fra i
potenti, diventarono più di due. A Mosca si conteranno
fino a otto tendenze. L ’opposizione quasi classica del
Centralismo democratico, rappresentata specialmente
da Bubnov, Boguslavskij, Osinskij e Sapronov, riteneva
che le due frazioni principali fossero l’espressione di due
sfumature di « un solo e unico gruppo di vecchi milita-
rizzatori dell’economia »; per quanto riguarda l’opposi­
zione del Centralismo democratico, non proponeva che
misure pratiche di riorganizzazione dei centri direttivi
economici e sindacali. L ’Opposizione operaia, con
Šljapnikov, Aleksandra Kollontaj, Lutovinov, eccetera,
sosteneva la necessità di affidare ai sindacati non solo la
gestione, ma anche la direzione di tutta la produzione, e
352 STALIN

di « sindacalizzare » lo Stato. Rjazanov, quasi unico


sostenitore della propria opinione, rifiutava ai sindaca­
listi qualsiasi ruolo nella vita economica, attribuendo
loro esclusivamente la difesa degli interessi corporativi.
Nogin prevedeva la scomparsa dei sindacati mediante la
fusione nell’amministrazione economica dello Stato.
Ma le tesi rispettive di Lenin e di Trockij erano il polo
dell’attenzione.
La parte svolta da Stalin in questa crisi si riduce in
apparenza a un solo articolo intitolato I nostri disaccordi,
in cui parafrasa nel suo modo semplice, di una pedago­
gia elementare e con molte ripetizioni, gli argomenti di
Lenin contro l’applicazione di una costrizione burocra-
tico-militare all’interno dei sindacati.
Dopo avere osservato a sua volta che « i nostri disac­
cordi non sono disaccordi di principio », Stalin si espri­
me come segue: « Esistono due metodi: quello della
costrizione (metodo militare) e quello della persuasione
(metodo sindacale). Il primo metodo è lungi dall’esclu-
dere gli elementi di persuasione che, però, vengono qui
sottomessi alle esigenze del metodo di costrizione e co­
stituiscono per esso un mezzo di soccorso. Il secondo
metodo, a sua volta, non esclude gli elementi di costri­
zione che, però, sono qui sottomessi alle esigenze del
metodo di persuasione e costituiscono per esso un mezzo
di soccorso. Confondere questi due metodi è altrettanto
inammissibile quanto fare uno stesso fascio dell’esercito
e della classe operaia ». Il saggio di stile è molto caratte­
ristico di tutti gli scritti usciti dalla stessa penna.
L ’esercito, continua in sostanza Stalin, è composto
soprattutto di contadini; perciò bisogna usare il metodo
della costrizione; senza questo, infatti, i contadini non si
batteranno per il socialismo. Mentre gli operai, « am­
biente sociale omogeneo » (?), si organizzano volonta­
riamente in sindacati, e sono il « sale dello Stato sovieti­
co ». Più avanti, alcune righe riassumono l’argomenta­
zione: « L ’errore del compagno Trockij consiste nel fat­
to che egli sottovaluta la differenza tra l’esercito e la
classe operaia, mette sullo stesso piano le organizzazioni
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 353

militari e sindacali, tenta, senza dubbio per inerzia, di


trasferire i metodi militari dell’esercito nei sindacati,
nella classe operaia ». L ’articolo rimprovera a Trockij
di « continuare a portare avanti la vecchia linea semibu­
rocratica, semimilitare » e, con un tono calmo e pacato
che non rende affatto l’animosità del conflitto, si pro­
nunzia per la necessità di « normali metodi di democra­
zia proletaria nei sindacati » e il ricorso a « metodi di
persuasione ».
Nel marzo 1921 il X Congresso porrà fine afl’intermi-
nabile dibattito approvando Lenin con 336 voti, contro
50 a Trockij e 18 all’Opposizione operaia. La risoluzio­
ne adottata fu d’altronde revisionata l’anno seguente, e i
protagonisti saranno poi concordi nel riconoscere che la
febbrile discussione... non trattò il vero problema in
gioco. Tanta sicurezza perentoria degli uni così come la
categorica certezza degli altri furono spese sconsidera­
tamente dunque, e a scapito dell’opera comune.
Come giunsero Trockij e i suoi amici a commettere
l’errore tattico di provocare una battaglia campale che
si sarebbe conclusa con un’inevitabile sconfitta? Nelle
circostanze di allora, lottare per la supremazia nel Parti­
to significava porre inconsapevolmente la questione del
potere. Ciò che Lenin criticava della loro iniziativa, non
era tanto la sostanza delle tesi difese quanto il metodo di
creare frazioni comuniste avverse, che sicuramente
avrebbe comportato, prima o poi, il rischio di una scis­
sione. Il fatto che personalità di valore si raggruppasse­
ro intorno a Trockij lo allarmava come sintomo di un
pericolo futuro e lo induceva a prendere più saldamente
in mano la direzione del Partito, a servirsi perciò degli
uomini più arrendevoli. Invece di ridar fiducia, Trockij
aveva ridestato la diffidenza di vecchi avversari che, a
loro volta, cercavano di isolarlo. Tutti i suoi sostenitori,
ad esclusione di quattro, verranno allontanati dal Comi­
tato Centrale (il numero dei componenti fu portato a 25
membri e 15 supplenti) e fra questi sacrificati i segretari
troppo indipendenti, Krestinskij, Preobraženskij, Se­
rebrjakov. Succederà loro Molotov, militante di sicura
354 STALIN

ubbidienza, affiancato da due segretari aggiunti. Stalin,


che era membro sia dell’Orgbjuro sia del Politbjuro,
preparava il suo avvenire in silenzio.
Il congresso deliberò in un clima di allarme e quasi di
panico: la sessione coincideva con un’esplosione di mal­
contento popolare. Gli operai di Pietrogrado mostrava­
no segni di rivolta, i marinai di Kronstadt minacciavano
di passare all’azione, l’Armata rossa, esasperata, mani­
festava la sua impazienza, i contadini si ribellavano
apertamente in alcune province, in particolare quella di
Tambov. Non si trattava dunque di una « crisi di cresci­
ta » dei sindacati, bensì di una crisi profonda della
rivoluzione. Non erano più in causa i « piccoli difetti del
meccanismo », segnalati quotidianamente sulla stampa
ufficiale, quanto piuttosto il vizio fondamentale dell’in­
tera macchina sovietica. Nelle città e nelle campagne
mancavano il pane, il combustibile, i generi alimentari
indispensabili. La produzione, i trasporti, gli scambi
erano paralizzati. Invano la dittatura bolscevica crede­
va di poter rispondere a tutto con requisizioni e repres­
sioni. A meno di un brusco capovolgimento, la Repub­
blica dei soviet si avviava verso la catastrofe.
Il Partito non aveva previsto nulla. Ma ai primi ba­
gliori della sommossa Lenin capì immediatamente l’a­
berrazione della sua politica. E mentre il congresso, ben
sapendo quanto l’esercito non fosse fidato, mobilitava i
suoi membri per soffocare la ribellione, il capo elabora­
va una « nuova politica economica », che sostituiva alle
requisizioni forzate la tassa in natura e ristabiliva entro
certi limiti la libertà del commercio interno; 140 con­
gressisti si mettevano in cammino verso Kronstadt, il
punto più critico per la sua prossimità a Pietrogrado e
per le possibilità di ricevere soccorsi dall’esterno; Troc-
kij dirigeva la sanguinosa operazione. I delegati, mobili­
tati seduta stante, raggiungeranno il numero di 300.
Ancor prima del voto sui sindacati, le delegazioni delle
regioni contadine si affrettavano a partire: « Il congres­
so svanisce e si disperde » diceva il presidente, Kame­
nev. Stalin tenne di nuovo il suo solito esposto sulla
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 355

questione nazionale di fronte a un uditorio disattento, se


si escludono alcuni specialisti, discorso « fuori del tem­
po e dello spazio » fece notare Zatonskij. L ’opposizione
del Centralismo democratico rinunziò al suo punto di
vista. L ’Opposizione operaia, vessata e condannata per
eresia « sindacalista », persistette da sola nella sua resi­
stenza impotente alla maggioranza. La coesione del
Partito si faceva più compatta di fronte al pericolo. Il
congresso, dominato dai cannoni di Kronstadt, mutò
bruscamente direzione.

Dall’inizio della rivoluzione la situazione economica


non accennava a migliorare. Contrariamente al loro
programma, i bolscevichi avevano iniziato a introdurre,
senza alcuna transizione, il socialismo, e addirittura il
comuniSmo, in un paese di cui erano i primi a riconosce­
re la mancanza di preparazione, in un momento in cui si
erano già esaurite le scorte nelle città spopolate e con­
sumate le riserve nei villaggi. 1 Spinti dalle urgenti ne­
cessità della guerra civile e trascinati da uno slancio
mistico-romantico, ereditato dall’anarchismo, i bolsce-
vichi spezzavano ogni impresa capitalistica privata sen-

1. La carestia del 1921-1922, principalmente nelle regioni del Volga


e del Kuban, fece innumerevoli vittime. « Il rapporto della delega­
zione sovietica alla Conferenza internazionale di Genova (1922) ha
comunicato che, nel 1921, 3 milioni di persone sono morte d’inedia,
nonostante l’aiuto considerevole fornito dall’American Relief Asso­
ciation » (cfr. N. de Basily, L a R u ssie sous les So v ie ts, Paris, Plon, 1938.
Opera di documentazione sicura, fornita da N. Vol’skij, alias Valen­
tinov). La realtà si rivelò ancora peggiore in un secondo tempo.
« Secondo le cifre fornite dalPUfficio centrale di statistica, durante la
carestia del 1921-1922, in seguito all’aumento della mortalità e alla
diminuzione delle nascite, il paese ha perso 5.053.000 abitanti » (cfr.
Serge Prokopovicz, H isto ire économique de l ’ U . R . S . S . Paris, Flamma­
rion, 1952). Lo stesso testo, di un’autorità incontestata, precisa
ulteriormente che detta carestia « fece 5 milioni di vittime », oltre al
deficit di nascite. Kalinin, al II Congresso dei soviet del 1924,
riconobbe che la stessa carestia aveva crudelmente colpito una popo­
lazione di 36 milioni di abitanti (cfr. Benjamin M. Weissman,//erA«f
H oover a n d F a m in e R e l i e f to Soviet R u s s ia , 1921 -23. Stanford University,
1974).
356 STALIN

za essere capaci di sostituirla con l’iniziativa popolare e


confiscavano ogni prodotto del lavoro individuale prima
di aver creato la produzione collettiva.
Operai e soldati, i « privilegiati », vivevano a stento
con una miserabile razione, mentre i contadini (molti
dei quali erano affamati ma tutti esasperati) si difende­
vano con l’occultamento delle derrate, con lo sciopero
delle semine e talvolta con l’ostruzionismo a mano ar­
mata. Gli « abomini da bascibozuki » di cui Lenin aveva
parlato a un congresso comunista conservavano la loro
cocente attualità. Le risoluzioni ufficiali che promette­
vano di trattare con riguardo la popolazione rurale non
andavano al di là di frasi vane come tanti decreti, leggi,
istruzioni, circolari, come la Costituzione stessa. Il rac­
colto del 1920 non poteva che essere disastroso.
Con un’industria che produceva meno del 20% di
prima della guerra, con le finanze estenuate dall’emis­
sione illimitata di carta moneta, con un commercio
interno ridotto al baratto clandestino, con il commercio
estero che toccava quasi lo zero, l’economia sovietica si
trovava in un vicolo cieco.
In un secondo tempo Lenin chiamerà tutto ciò
« comuniSmo di guerra » per riassumere in una formula
concisa la sua giustificazione retrospettiva, adducendo
il pretesto di una circostanza straordinaria. Ma con
un’altra contraddizione, Lenin confesserà anche la re­
sponsabilità dei comunisti in questa politica di spolia­
zione cieca e crudele: « Abbiamo commesso molti erro­
ri, e il crimine più grande sarebbe non capire che ab­
biamo oltrepassato il segno ». Riconoscendo la sconfitta
subita in questo campo —« Abbiamo registrato una
sconfitta sul fronte economico, una sconfitta molto pe­
sante... » —, ne preciserà nettamente il significato: « Il
nostro tentativo di p assare immediatamente al comuniSmo ci
ha procurato una sconfitta più grave di tutte quelle
inflitteci da Kolčak, Denikin e Pifsudski... ». Insistendo
sugli errori della vigilia, confermerà la sua ammissione
in questi termini: « La maggior parte di noi ha creduto
possibile... passare direttamente all’edificazione del so-
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 357
cialismo ». In realtà, egli pronunziava ora parole di
propaganda o di incoraggiamento per prevenire i cedi­
menti, ora parole di critica e di verità per reagire contro
le illusioni o l’ottimismo imposto.
Il « comuniSmo di guerra » fu certamente un tentati­
vo —all’inizio poco consapevole, in seguito volontario e
intransigente - di bruciare le tappe per instaurare il
socialismo « d’assalto ». I teorici accreditati di un parti­
to, che si richiamava al marxismo, nell’ebbrezza dei
successi politici ne avevano dimenticato i postulati eco­
nomici meno contestabili. A provarlo sarebbe sufficien­
te la loro convinzione di realizzare nel 1920 la soppres­
sione del denaro. Trockij scriveva allora in un manife­
sto: « Il salario in denaro tende sempre di più ad essere
sostituito dal pagamento in natura, l’emissione conti­
nua di carta moneta e la rapida caduta del suo valore
non fanno che sanzionare la scomparsa del vecchio si­
stema finanziario e commerciale ». Alla fine dell’anno la
stampa comunista annunziava la gratuità dei viveri per
gli operai e gli impiegati come « un passo avanti verso
l’abolizione del sistema monetario, una delle sopravvi­
venze capitalistiche ancora esistenti sotto il regime so­
vietico » come la fine del « feticismo del denaro », es­
sendo già risolta la gratuità per i servizi pubblici, i
trasporti, gli alloggi, l’illuminazione, gli spettacoli.
(L’ABC del comuniSmo prevede tuttavia l’uso del denaro
in una società socialista, prima del comuniSmo). Meno
di un anno più tardi, Lenin consiglierà di conservare
preziosamente l’oro in Russia, in attesa di far costruire
sulle piazze pubbliche, « quando avremo vinto in tutto il
mondo », dei vespasiani d’oro, come dice con una meta­
fora ispirata probabilmente a Tommaso Moro...
Né la socializzazione delle banche e dei capitali, né la
nazionalizzazione dell’industria, né la collettivizzazione
dell’agricoltura corrispondevano ai progetti dei vincito­
ri di Ottobre. In risposta alle accuse della stampa bor­
ghese che confondeva la nazionalizzazione con la confi­
sca, prima del colpo di Stato, Lenin proclamò, inequi­
vocabilmente, le sue vere intenzioni: i bolscevichi, con-
358 STALIN

quistato il potere, avrebbero nazionalizzato le banche


« senza togliere un soldo a nessun proprietario », inten­
dendo per nazionalizzazione semplicemente la direzio­
ne effettiva. Parimenti, la sindacalizzazione industriale,
o costituzione obbligatoria in cartelli, « non avrebbe
cambiato nulla rispetto alla proprietà né avrebbe priva­
to di un soldo alcun proprietario ». Lenin ripete più
volte « non un soldo ». Quanto all’ipotesi di un espro­
prio dei contadini, si trattava ancora di un’invenzione
malevola, « perché anche in caso di rivoluzione sociali­
sta vera e propria, i socialisti non vorranno né potranno
espropriare i piccoli contadini ». Tutte queste promesse
finiranno per portare alla socializzazione integrale delle
banche, dell’industria e della produzione agricola. Nel
suo impeto, la rivoluzione aggredita realizzava, oltre
all’« esproprio degli espropriatori » da tempo premedi­
tato, anche l’esproprio degli espropriati.
L ’appropriazione da parte dello Stato delle officine e
delle fabbriche non rientrava nel programma del bol­
scevismo né in quello del socialismo occidentale. Nel
1918, fronteggiando 1’« infantilismo di sinistra », cioè
gli utopisti sostenitori di un’immediata socializzazione
ad oltranza, Lenin scriveva: « Abbiamo già confiscato,
nazionalizzato, infranto e demolito più di quanto pos­
siamo registrare in un inventario... ». Ma l’ostilità dei
padroni e dei tecnici, il fallimento irreparabile della
direzione operaia, l’incapacità tecnica e direttiva dei
sindacati, il trattato di Brest con le sue clausole protet­
trici dei beni tedeschi, il saccheggio e l’abbandono di
molte imprese in seguito ai disordini, tutto ciò spinge­
va alla soluzione più radicale. (Il monopolio di Stato sul
commercio dei cereali venne adottato sotto Kerenskij in
condizioni analoghe, per l’impossibilità di agire diver­
samente). Tuttavia, invece di cogliere la prima occasio­
ne di smobilitare l’industria al pari dell’esercito, i bol-
scevichi finirono per idealizzare una soluzione di ripiego
e, col pretesto di « saccheggiare ciò che è stato saccheg­
giato », vivranno saccheggiando anche ciò che nessuno
aveva saccheggiato. Questo rinnegamento dei propri
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 359
princìpi, reso ancor più grave da quello della propria
scienza sociale, portò a errori di previsione di cui l’insur­
rezione di Kronstadt fu l’episodio culminante.
Il movimento di rivendicazione degli operai e dei
marinai, che in origine sembrava assolutamente pacifi­
co, corrispondeva all’agitazione del proletariato di Pie-
trogrado, esasperato dalle privazioni, dalle delusioni e
dalle brutalità della « commissarocrazia ». Alla fine del
febbraio 1921 gli scioperi si moltiplicano nella capitale
del Nord e alcune assemblee di lavoratori rivendicano
pane e libertà, la riforma dei soviet e il ripristino del
commercio. I socialisti di varie tendenze ne approfittano
per influenzare quest’azione spontanea in una direzione
conforme alle loro vedute. Le autorità comuniste ri­
spondono con arresti, con la serrata delle fabbriche in
subbuglio, con la repressione delle manifestazioni. Zi-
nov’ev, presidente del soviet di Pietrogrado, sapeva ri­
correre soltanto a misure di polizia.
Ma il freddo e la fame, la crisi del carbone e la
riduzione delle razioni - dovute in parte al mancato
sviluppo della rete ferroviaria - spingevano la popola­
zione ad agire. G li equipaggi della flotta e la guarnigione
di Kronstadt presiedono allora un’assemblea imponen­
te alla quale partecipa Kalinin in persona, ricevuto con
tutti gli onori, musica e bandiere. Il risultato è una
risoluzione che richiede, nello spirito della Costituzione
sovietica e del programma di Ottobre dei bolscevichi,
libere elezioni nei soviet; la libertà di parola e di stampa
per gli operai e i contadini, i socialisti di sinistra, gli
anarchici, i sindacati; la liberazione dei prigionieri poli­
tici, operai e contadini; l’abolizione dei privilegi del
partito comunista; razioni uguali per i lavoratori; il
diritto dei contadini e degli artigiani, non sfruttatori, a
disporre del prodotto del proprio lavoro. Una delega­
zione, mandata a Pietrogrado, viene imprigionata. Zi-
nov’ev non possedeva altri argomenti.
Dopo di che, un comitato rivoluzionario provvisorio
viene eletto a Kronstadt, dove la stragrande maggioran­
za dei comunisti aderisce al movimento. Tutto si limita
360 STALIN

a dei proclami, ma tanto basta per mettere in allarme


Zinov’ev, che trasmette a Mosca una sorta di panico. 11
Consiglio del Lavoro e della Difesa replica con un ordine
che decreta lo stato d’assedio e denunzia la controrivo­
luzione, i socialisti rivoluzionari, le guardie bianche, i
Cento Neri, lo spionaggio francese, i generali russi...
Invece di un ritorno alla calma, era la lotta. Lo spargi­
mento di sangue diventava inevitabile. Dopo un’ingiun­
zione che non sortì alcun effetto, Trockij ordinerà di
rispondere con le armi a coloro che un tempo aveva
chiamato 1’« orgoglio della rivoluzione ».
Se i marinai e gli operai di Kronstadt avessero ordito
un complotto o preordinato un piano, avrebbero atteso
il disgelo che avrebbe reso imprendibile la fortezza e
messo Pietrogrado sotto il tiro dei cannoni della flotta.
Ma speravano di aver la meglio con la sola potenza del
loro diritto e grazie alla solidarietà della Russia lavora­
trice. In maggioranza figli di contadini miseri e privati
di tutto, erano consapevoli di essere gli interpreti delle
rimostranze popolari. Il loro candore politico rimane
indubbio così come la loro fedeltà alla rivoluzione. Ma
ormai l’opprimente « apparato » del partito bolscevico
già era insensibile alla purezza delle migliori intenzioni.
Gli ammutinati, assaliti sul ghiaccio dai kursanty (allievi
ufficiali scelti), si difesero, diventando così degli insorti
involontari. L ’Armata rossa, spinta all’attacco dei forti,
si rifiutò di marciare. Si dovette epurarla, inquadrarla e
plasmarla in modo particolare per mezzo di rinforzi
comunisti giunti dal X Congresso. Per una sinistra iro­
nia della storia la Comune di Kronstadt soccombette il
18 marzo 1921, cinquantesimo anniversario della Co­
mune di Parigi.
Ci sono vittorie che non costituiscono vanto. Trockij
ha consacrato non più di due righe delle sue memorie
all’affare di Kronstadt, nel quale riconosce un « ultimo
avvertimento » diretto al suo partito. Senza peraltro
attribuire troppa importanza alle grossolane diatribe
dei bolscevichi che si accanivano a screditare i vinti, è
probabile che la controrivoluzione abbia cercato di insi­
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 361

nuarsi nella sommossa nel tentativo di orientarla a suo


profitto. Ma su chi ricadrebbe la principale responsabi­
lità? Trockij lo ha sufficientemente indicato il giorno in
cui scrisse: « Il regime della razione da fame era legato a
disordini crescenti che hanno portato alla fine all’insur­
rezione di Kronstadt ». E la razione dafame fu una conse­
guenza del cosiddetto comuniSmo di guerra, tardiva­
mente abbandonato da Lenin dopo 1’« ultimo avverti­
mento ».
Tuttavia, la legittimità delle rivendicazioni dei ribelli
trovava implicita conferma nella svolta che, operata
sotto l’impulso di Lenin al X Congresso, si concretizzò
nell’adozione di una « nuova politica economica » —la
N E P — che doveva emendare l’utopismo dei metodi falli­
mentari. La fine del razionamento e delle confische
arbitrarie, la facoltà per i piccoli produttori di vendere le
loro merci, la riapertura dei mercati, insomma la restau­
razione di un capitalismo limitato e controllato, soddi­
sfacevano i bisogni essenziali del popolo estenuato. Se è
vero che le sue aspirazioni o velleità politiche erano
sempre così brutalmente vessate, la distensione econo­
mica sembrava un primo passo verso tempi migliori.
Il paese accolse la NEPcon sollievo, mentre il Partito
Faccettò non senza stupore. I militanti, disorientati,
obbedirono ma non comprendevano. Rjazanov fu quasi
il solo ad avere il coraggio di denunziare l’insolita pro­
cedura di Lenin che imponeva un brusco voltafaccia
senza consultazioni preliminari né autorizzazione a de­
liberare. L ’Opposizione operaia gli fece eco ma non
aveva serie obiezioni di fronte al fatto compiuto. La
gravità della situazione prevaleva sulle formalità: « Se
non avessimo trasformato la nostra politica economica,
non saremmo durati per più di qualche mese » dirà
Lenin al prossimo congresso.
Il Partito seguì per obbedienza, e piuttosto a malin­
cuore, prima di meravigliarsi ancora una volta della
chiaroveggenza della propria guida. Ma Lenin, in quel­
la occasione, non era in sintonia con gli avvenimenti e
non aveva affatto il merito di un pioniere. Due anni
362 STALIN

prima, nel 1919, Trockij non aveva forse invitato il


Comitato Centrale, per il tramite di Stalin, a porre fine
agli abusi che opprimevano i contadini medi del Volga,
e a punire i funzionari sovietici colpevoli? L ’anno se­
guente, non propose forse di sostituire le requisizioni
con una imposta progressiva in natura e di istituire uno
scambio equo di manufatti in cambio di derrate agricole
per arginare il decadimento dell’economia rurale? Lenin
credette di confutarlo con l’accusa di essere unfree trader
(libero scambista) mentre il Comitato Centrale respinse
il suo progetto con 11 voti contro 4. Com’era sua abitu­
dine, Stalin figurava fra i sostenitori della maggioranza.
Due mesi prima di Kronstadt, il menscevico Dalin di­
fendeva al Congresso dei soviet l’imposta in natura e il
diritto dei contadini a disporre dell’eccedenza. Lenin si
era dunque lasciato prevenire e nulla qui rivela il « ge­
nio » che i suoi discepoli hanno celebrato —e di cui aveva
realmente dato prova in Ottobre —ma piuttosto una
intelligenza duttile pronta a riprendersi dopo uno smar­
rimento passeggero.
Con la NEP Lenin fa una concessione in campo econo­
mico affinché il suo partito conservi tutti i privilegi
politici. Egli torna in una certa misura al suo vero
programma, e applica ai rapporti di classe all’interno
qualche tattica di compromesso che aveva adottata con
successo all’esterno nelle relazioni con le nazioni capita­
liste. Su quest’ultimo capitolo le sue idee erano molto
precise. All’indomani della grande guerra, fece manda­
re da Čičerin una nota agli Alleati per offrire il ricono­
scimento di prestiti e di debiti, il consenso a concessioni
economiche e addirittura a cessioni territoriali. Nel 1921
consigliava ai comunisti tedeschi di sottomettersi al
trattato di Versailles così come i bolscevichi avevano
accettato la pace di Brest. La sua certezza sull’inelutta­
bilità di una rivoluzione mondiale concilia la rigidezza
dottrinale con gli artifici della ritirata e le transazioni del
compromesso. Lenin si conforma istintivamente ai pre­
cetti di Napoleone sulla guerra « la cui l’arte consiste
soltanto nel guadagnar tempo quando si dispone di
V II. LA REPUBBLICA DEI SO V IET 363
forze inferiori » e che considerava i princìpi « come assi
ai quali si riferisce una curva ».
La complessità dei problemi da risolvere all’interno
non si prestava alle soluzioni relativamente semplici
delle relazioni con l’esterno. Perciò Lenin si considerava
in diritto di tergiversare, aggirare gli ostacoli, salire o
scendere « a zig-zag ». Più di una volta ha sottolineato
che non esistevano libri che insegnassero come condurre
a buon hne una rivoluzione e che, non avendo Marx
fugato in anticipo ogni dubbio, era necessario imparare
a trarsi d’impaccio senza il suo aiuto postumo... La nep
non era una concezione immediatamente compiuta, ma
un cambiamento di prospettiva, seguito da tentenna-
menti e da scoperte, da una serie di decreti successiva­
mente completati. Restituzione sotto condizione di abi­
tazioni e appalto di piccole e medie imprese ai vecchi
proprietari, locazione di fabbriche, concessioni agli
stranieri, reintroduzione del salario, riabilitazione del
denaro, ripristino del commercio privato, soppressione
dei servizi gratuiti... Nessuno sapeva esattamente fino a
che punto si sarebbe dovuto indietreggiare. « Siamo
stati sconfitti nel tentativo di realizzare il socialismo
d’assalto » spiegherà Lenin per risollevare il morale del
Partito messo a dura prova, ma « il pericolo più grande
non è la sconfitta bensì il timore di riconoscere la propria
sconfitta ». Dopo sei mesi annunzierà ancora un « ulte­
riore indietreggiamento » e dopo un anno soltanto la
fine della « ritirata ».
Le sue numerose definizioni della nep, prolisse e in­
sieme frammentarie, mettono in risalto ora l’una ora
l’altra caratteristica, a seconda dell’opportunità. Una
delle più appropriate è quella in cui afferma la necessità
di « abbandonare la costruzione immediata del sociali­
smo per ripiegare in molti àmbiti economici verso il
capitalismo di Stato ». Sul tema del capitalismo di Stato
fa riferimento a un opuscolo del 1918 dove aveva scritto:
« Se la rivoluzione tarderà in Germania, dovremo impa­
rare dal capitalismo di Stato dei tedeschi, imitarlo con
tutte le nostre forze, non temere i mezzi dittatoriali per
364 STALIN

accelerare questa assimilazione della civiltà occidentale da parte


della Russia barbara, non indietreggiare davanti ai mezzi
barbari per combattere la barbarie ». Prescrizione che,
fra tutte, doveva rimanere impressa nella mente dei suoi
eredi e più particolarmente di Stalin.
La sua argomentazione generale, così importante per
l’evoluzione ulteriore del regime, mal si adatta a un
riassunto testuale, ma alcune linee direttrici, tratte da
vari scritti, rapporti, discorsi e commenti, offriranno
un’idea di insieme.
Vi si nota sin dall’inizio un ripensamento per quanto
riguarda l’imminenza della rivoluzione internazionale:
« Fare assegnamento sulla rivoluzione mondiale non
può significare aspettarla per una data precisa... Il suo
sviluppo, sempre più rapido (?), può portare la rivolu­
zione a primavera ma questo può anche non succede­
re ». Nel 1919 pensava ancora che la « disgregazione
dell’imperialismo tedesco porta la Germania non solo
verso la repubblica ma verso la rivoluzione socialista ».
Nel 1920 sosteneva con sicurezza: « Non è lontano il
giorno in cui avanzeremo, mano nella mano, col gover­
no dei soviet tedeschi ». Nel 1921 tradisce il suo imba­
razzo con frasi contraddittorie: « La rivoluzione inter­
nazionale sta progredendo... Ma saremmo semplice­
mente dei pazzi se supponessimo che tra breve riceve­
remo un aiuto sotto forma di una rivoluzione proletaria
durevole... ».
Sul capitalismo di Stato, che considera « un grande
passo in avanti » per la Russia sovietica, Lenin scrive:
« E un capitalismo che noi possiamo e dobbiamo am­
mettere perché è indispensabile per le masse contadi­
ne... ». E ricorda la dottrina comune a coloro che l’han­
no dimenticata: « Il capitalismo è un male rispetto al
socialismo. Il capitalismo è un bene rispetto al regime
feudale, alla piccola produzione ». Le concessioni,
« rapporti di alleanza o di vincolo economico col capita­
lismo », si impongono al più arretrato fra i grandi paesi
d’Europa: « Le concessioni sono forse la forma più sem­
plice, più netta, più esattamente delimitata che il capita­
V II. LA REPUBBLICA DEI SO V IET 365

lismo di Stato abbia assunto all’interno del sistema


sovietista ». Anche la cooperazione è « una specie di
capitalismo di Stato, sebbene meno semplice, meno net­
tamente delimitata, più complessa ». Le illusioni, a que­
sto riguardo, devono dileguarsi: « Nello stato attuale
della Russia, diritti e libertà per la cooperazione signifi­
cano diritti e libertà per il capitalismo. Coprirsi gli occhi
con le mani per non vedere questa verità evidente sa­
rebbe stupido o criminale... ».
Infine insiste senza sosta sull’alleanza economica,
indispensabile dopo quella militare, con i contadini;
l’unico modo per realizzarla consiste nel concedere la
libertà di scambio: « La libertà di scambio significa
libertà di commercio; la libertà di commercio, il ritorno
al capitalismo ». E proibire questa libertà « sarebbe una
sciocchezza e un vero suicidio ». Poiché solo l’intesa con
i contadini « può salvare la rivoluzione socialista in
Russia, a meno che non nasca una rivoluzione negli altri
paesi ». Bisogna dimostrare alla classe contadina che i
comunisti « portano un aiuto effettivo al piccolo conta­
dino rovinato, privo di tutto, che sta morendo di fame,
nella sua atroce situazione attuale. O glielo dimostre­
remo, o ci manderà al diavolo... Questo è il senso della
nuova politica economica ».
Tuttavia, sul significato storico della n e p , salutata dai
loro avversari come una ripetizione russa del Termido­
ro, i bolscevichi sono ancora lontani dal definire la
propria opinione. La interpretano come un Termidoro
specifico —che essi stessi hanno tempestivamente realiz­
zato - e salutare per la rivoluzione. Lenin non ha avuto
nulla da eccepire in merito alle seguenti riflessioni di
Trockij che portano la data del 1922: « I menscevichi di
tutto il mondo si sono messi a parlare dui Termidoro
della rivoluzione russa. Non loro, ma noi abbiamoformulato
questa diagnosi. E, più importante ancora, il partito co­
munista ha fatto alle aspirazioni termidoriane e alle ten­
denze della piccola borghesia quelle concessioni neces­
sarie perché il proletariato conservasse il potere senza
spezzare il sistema né abbandonare il timone ». Čičerin
366 STALIN

spiegava in un’intervista del 1921: « La nostra politica


estera non è altro che l’espressione di questa n e p che è
veramente un Termidoro proletario »; non avrebbe usa­
to queste espressioni senza precise istruzioni del Politb-
juro, dunque di Lenin e di Trockij. Più tardi, nel paros­
sismo delle lotte intestine, lo spettro del Termidoro sarà
evocato in nuove circostanze con minore serenità.
Spesso si è tentati di cercare dei precedenti in altre
rivoluzioni per meglio comprendere le tappe di un gran­
de sconvolgimento politico e sociale. Benché non ne
esistano di esattamente simili, si presentano tuttavia dei
paralleli tra molte situazioni, addirittura tra alcuni per­
sonaggi. Si scoprono reali rassomiglianze tra Nikolaj
Romanov, Luigi Capeto e Carlo Stuart, come tra Alek-
sandra Feodorovna, Maria Antonietta e Enrichetta di
Francia. Può essere utile paragonare, a condizione di
non assimilarli, Lenin con Robespierre e Cromwell, in
quanto figure centrali della loro rivoluzione. Per vari
motivi si suggerisce talvolta un confronto con Washing­
ton, e ancora più spesso con personaggi della storia
russa. Ma gli uomini che « vivono nel futuro » sono già
meno identificabili delle ombre del passato. Il soviet di
Pietrogrado, in una certa fase, ha un ruolo abbastanza
analogo a quello della prima Comune di Parigi; il parti­
to bolscevico, a quello del Club dei giacobini. Tuttavia,
né l’uno né l’altro avranno la sorte dei loro predecessori.
La guerra civile di tutte le Russie ricorda per più di un
aspetto quelle dell’America del Nord. « Gironda social-
democratica » e « Vandea cosacca » non sono espres­
sioni arbitrarie. La distruzione dei Levellers e quella
degli Enragés trovano una qualche corrispondenza nel­
la Repubblica dei soviet. Ogni rivoluzione ha i suoi
Indulgenti e i suoi Esagerati. Il terrore, « dittatura della
miseria » diceva il figlio di Carnot, non è stato una
novità russa. Non mancano altri esempi. Ma ogni raf­
fronto dello stesso ordine ha valore soltanto nella misura
in cui risaltano le differenze, vere caratteristiche dei
fenomeni individuali o collettivi degni di interesse. Sotto
apparenze comuni, la storia non sempre si ripete, piut-
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 367
tosto continua. Le analogie più sorprendenti non per­
mettono mai di valutare gli avvenimenti, tanto meno di
prevederli, se si fa astrazione dall’ambiente economico e
dalle condizioni storiche date. A questo riguardo, hanno
maggiore rilevanza le distinzioni di contenuto sociale
che le analogie di superficie. Perciò coloro che furono
troppo impazienti di annunziare il Termidoro, e a mag­
gior ragione il Brumaio, hanno avuto ai giorni nostri
tutto il tempo di meditare sulPoriginalità del corso della
rivoluzione russa dopo averla misconosciuta.
Lenin era più saggio quando affrontava il dilemma
dei liberali che avevano aderito al nuovo regime, di­
lemma così correttamente posto: la nep era un’evoluzio­
ne o una misura tattica? A questa « verità di classe di un
nemico di classe », Lenin risponde lealmente: « Una
evoluzione come quella prevista da Ustrjalov è possibi­
le. La storia conosce ogni genere di metamorfosi... Sono
le grandi masse che decidono i risultati storici ». E
nell’attesa grandi conflagrazioni destinate a smuovere le
moltitudini, la selezione dei comunisti e la qualità del
loro lavoro nel presente possono garantire —così crede —
contro una degenerazione della tattica temporanea in
evoluzione irrimediabile e preparare un avvenire che si
pronunzierà per la prospettiva rivoluzionaria. La nep,
dice Lenin, è stata decisa « seriamente e per un lungo
periodo ». Perciò la scelta degli uomini diventa il compi­
to principale: « Non bisogna aver paura di riconoscere
che 99 volte su 100 i comunisti responsabili non sono al
loro posto, non sanno lavorare e ora hanno bisogno di
istruirsi ». Ognuno al proprio posto... Per Stalin si stava
appunto avvicinando l’occasione di occupare il proprio.

I conflitti personali tra rivoluzionari hanno spesso


precipitato il declino del loro movimento, che cause più
profonde avevano determinato. Sotto questo aspetto la
rivoluzione russa sembrò fare eccezione finché visse
Lenin: né le discordie né le avversità riuscivano a scalfi­
re la profonda solidarietà dei dirigenti. Il fatto nuovo
consisteva nell’organizzare gli iniziatori e gli istruttori
368 STALIN

di questa rivoluzione in partito coerente e disciplinato,


la cui unità sarà l’elemento essenziale di stabilità del
regime.
Tuttavia, dietro una facciata rassicurante, le rivalità
minavano oscuramente 1’« apparato ». La discussione
sui sindacati aveva mostrato l’acutezza di questi anta­
gonisti, ai quali la nep non pose fine. In Trockij non
rimaneva traccia del suo disaccordo con Lenin, a sua
volta preoccupato di facilitare la collaborazione tra gli
avversari di ieri. Per coloro che circondavano Lenin ciò
non era ovvio: anche se isolato al Politbjuro e quasi
l’unico rappresentante della propria tendenza al Comi­
tato Centrale, Trockij appariva temibile alla confrater­
nita dei « vecchi bolscevichi » che intendeva relegarlo in
àmbiti ristretti e indebolirne l’influenza disperdendo i
suoi partigiani, al fine di riservarsi il controllo sulle leve
di comando del Partito e dello Stato. Zinov’ev, Kame­
nev e Stalin lavoravano in segreto a questo progetto. E
per meglio realizzarlo individuavano uno strumento
efficace nel segretariato del Comitato Centrale, incarico
considerato tecnico ed esecutivo, ma di importanza cre­
scente per le sue funzioni nella dislocazione del persona­
le politico.
Nel 1922 raggiungeranno il loro scopo: dopo l’X I
Congresso del Partito, Stalin divenne segretario genera­
le succedendo a Molotov, retrocesso al rango di segreta­
rio aggiunto. Le funzioni erano sempre parse così mode­
ste che l’operazione passò quasi inosservata. Trockij
afferma che nessuno ad esclusione di Lenin mosse obie­
zioni; ma la sua memoria è in questo caso debole, per lo
meno sulla data, che anticipa di un anno. La sua testi­
monianza, inoltre, sembra smentita dagli elogi che Le­
nin rivolse a Stalin in seduta di congresso. E vero che le
contraddizioni si succederanno numerose nelle azioni e
nelle parole dei leader del bolscevismo. « Questo cuoco
preparerà solo pietanze piccanti » disse Lenin a propo­
sito del nuovo segretario, ma probabilmente più tardi e
tra amici.
A quell’epoca Stalin non era ancora conosciuto che da
VII LA REPUBBLICA DEI SO VIET 369
una cerchia poco numerosa di militand e funzionari; ma
quelli che ebbero rapporti con lui nelle attività quoti­
diane si preoccupavano della sua presenza al « verti­
ce ». La frase di Krestinskij: « E un tipo sgradevole, con
quegli occhi gialli », esprime un’antipatia condivisa.
Lenin, non opponendosi espressamente alla nomina di
Stalin, forse sottovalutava il possibile ruolo di un fun­
zionario subordinato al Politbjuro. Comunque fosse, la
sua astensione lasciava via libera al piccolo clan che
occupava accanto a lui i punti strategici del potere.
Senza alcuna risonanza, ebbe luogo così un fatto essen­
ziale della rivoluzione, e per di più senza che i promotori
ne sospettassero la portata o ne prevedessero le conse­
guenze.
All’apogeo della sua influenza, Lenin esercitava sui
suoi collaboratori una sorta di magistratura arbitrale
mentre assumeva la principale responsabilità della di­
rezione nello Stato sovietico e nell’azione rivoluzionaria
internazionale. L ’energica ripresa della nep, e più tardi il
bilancio fortunato della tattica di Brest, confermavano
nelle sfere comuniste la sua reputazione di relativa infal­
libilità. Per merito suo, la Repubblica dei soviet stava
per commemorare, fiduciosa, il suo quinto anniversario.
Benché Lenin non abbandonasse la sua modestia abi­
tuale, nessuno si azzardava più a criticarlo in pubblico.
Il suo tono, che talvolta diventava imperativo, in alcune
polemiche esprimeva, non già la certezza di un pontefi­
ce, ma il sentimento di una comprovata superiorità
politica sui suoi interlocutori. Nel censurare i propri
errori, non gli sfuggivano quelli degli altri. Avrebbe
potuto far proprie quelle parole ben note: « Mi giudico
ben poca cosa quando mi guardo... ma mi considero
molto se mi confronto ». Da ciò deriva il contrasto tra la
sua prudente riserva intellettuale davanti ai grandi pro­
blemi da risolvere e la sua sicurezza nella controversia.
Per necessità pedagogica, introduce nella controversia
anche parole lapidarie, che servono sia da semplifica­
zione schematica, sia come stimolo tonificante per l’udi­
torio da educare. Ciò non esclude, però, una costante
370 STALIN

benevolenza verso i compagni meno dotati sui quali


agisce con sollecitazioni e che cerca di associare all’ope­
ra collettiva secondo le loro capacità. Al suo ascendente
spirituale sul Partito univa una premurosa sollecitudine
nei riguardi di tutti e di ciascuno, utilizzando accorta-
mente le loro forze, vegliando sull’intesa, incoraggiando
gli uni o gli altri con consigli o col suo appoggio. Dal
canto suo, si prodigava con generosità.
In Stalin, scrive Trockij, Lenin apprezzò innanzitutto
« le qualità di fermezza e di uno spirito pratico che per
tre quarti consisteva in astuzia ». In seguito, però, do­
vette constatare « l’ignoranza, l’estrema ristrettezza di
orizzonte politico, la sconfinata volgarità morale e l’in­
delicatezza di Stalin ». Il memorialista riferisce che Le­
nin ricorreva di preferenza a Stalin, Zinov’ev e Kame­
nev per espletare gli affari correnti e le incombenze
spicciole, dietro sue istruzioni o sotto la sua direzione; al
Comitato Centrale come altrove, Lenin aveva bisogno
di ausiliari arrendevoli, del tipo di Rykov e di Cjurupa
che nominò suoi supplenti insieme a Kamenev al Consi­
glio dei commissari quando la stanchezza lo costrinse a
limitare le sue fatiche. A questo abbozzo esatto ma
troppo sommario bisogna aggiungere alcune caratteri­
stiche indispensabili per la comprensione di una situa­
zione già gravida di crisi.
Tutto il sistema governativo poggiava allora sulla
personalità di Lenin la cui levatura creava, con la conca­
tenazione delle circostanze storiche, uno stato di cose
singolarmente differente dall’ordine sovietico costitu­
zionale.
Le istituzioni politiche, economiche e amministrative
si trovano assoggettate, ai vari gradi dell’organizzazio­
ne, ad altrettanti organi paralleli, rigorosamente comu­
nisti. Il Partito si sovrappone dunque allo Stato, come
su una piramide un coperchio della stessa forma. Al
vertice, il Politbjuro concentra tutti i poteri, delegati
dall’alto verso il basso alle istanze inferiori nei limiti
della loro competenza. Come presidente del Consiglio
dei commissari, Lenin non fa che convertire in misure
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 371

pratiche le decisioni prese al Politbjuro sotto la sua


direzione, e distribuire i compiti fra i dipartimenti mini­
steriali. Finì poi per liberarsi da questa fastidiosa in­
combenza e, dal canto suo, Trockij smise di perdere
tempo al Consiglio, trasformatosi in commissione esecu­
tiva di alti funzionari. A questo fu annesso un « consiglio
ristretto » per la stesura delle leggi. Il Comitato esecuti­
vo dei soviet, privato delle prerogative definite nella
Costituente, funge da « Rump Parliament »,' assemblea a
funzionamento discontinuo di funzionari di medio livel­
lo preposti al voto automatico dei progetti di legge pre­
sentati dal suo Ufficio permanente, con facoltà di disser­
tare su particolari insignificanti. Agli ordini del Polit­
bjuro c’è anche il Consiglio del Lavoro e della Difesa, le
cui competenze sono indefinibili, e perciò è tanto più
incline a sconfinare in tutti gli àmbiti. Dal Politbjuro
dipendono ancora il Consiglio economico superiore,
preposto alla produzione e agli scambi, ma inglobato
dall’industria e la Commissione del Piano, incaricata di
censire le risorse e di elaborare progetti e preventivi.
Tutti questi organismi, aggiunti ai commissariati delle
Finanze, dei Trasporti, dell’Agricoltura, del Commer­
cio estero, dell’Ispezione operaia e contadina, ai soviet
delle due capitali, ai comitati centrali delle cooperative e
dei sindacati, eccetera, che, per mancanza di iniziativa,
si trovavano in uno stato di continua competizione di
autorità burocratica, facevano a gara nell’ostacolarsi a
vicenda. E Lenin non esagerava quando affermava:
« Abbiamo un caos di istanze di ogni genere ».
In questo caos, lui solo è abbastanza accreditato per
ergersi arbitro tra gli organismi concorrenti e far preva­
lere una lucida nozione di interesse generale. Ma il suo
ruolo implica il moltiplicarsi dello sforzo mediante l’im­
piego di sottordini che servano da strumenti, ma che1
1. R u m p P a rlia m e n t, ossia « Parlamento tronco », è il nome con cui è
noto il L o n g P a rlia m e n t inglese nel periodo successivo all’epurazione
voluta da Cromwell nel gennaio 1649, la cosiddetta « purga di
Pride » dal nome del colonnello che arrestò quaranta parlamentari
filomonarchici [N . d . T .].
372 STALIN

sono sempre più incapaci di pensare senza le direttive


del maestro. Stalin al segretariato del Partito, Zinov’ev
al soviet di Pietrogrado, Kamenev al soviet di Mosca,
Bucharin alla direzione della stampa, Kalinin all’Ese­
cutivo dei soviet, Kamenev al Consiglio del Lavoro e
della Difesa, Rykov al Consiglio economico superiore,
più tardi al Consiglio dei commissari, Zinov’ev, Radek
e Bucharin all’Esecutivo dell’Internazionale comunista
- questa distribuzione dei pezzi sulla scacchiera non era
priva di efficacia, ma a condizione che un Lenin ne
decidesse le mosse. Abbandonati a se stessi, come già in
precedenti circostanze, piuttosto infelici per la loro re­
putazione comunista, che valore avrebbero avuto gli
epigoni?
Due dei principali dipartimenti di Stato avevano
acquisito una qualche autonomia, grazie alla fiducia che
Lenin aveva accordato ai loro rispettivi capi: la polizia e
l’esercito.
I poteri della Ceka, teoricamente ridotti nel 1920, poi
nel 1922 quando la « Commissione straordinaria » fu
riorganizzata in « Direzione politica di Stato » {sic) o
GPU, all’inizio non erano illimitati. Il « collegio » presie­
duto da Dzeržinskij doveva sottopporre le sue « propo­
ste » al commissariato della Giustizia. Di fatto, un fun­
zionario del commissariato si veniva ad aggiungere, per
le sue funzioni speciali, a detto collegio sul quale solo il
Politbjuro esercitava una sorveglianza illusoria dele­
gandovi uno dei suoi membri, salvo poi impadronirsi di
tanto in tanto dei casi eccezionali. Così Stalin continue­
rà, in qualità di rappresentante del Politbjuro presso la
GPU, la sua attività poliziesca iniziata durante la guerra
civile. E ovvio che né Lenin, né i suoi collaboratori
diretti potevano verificare le affermazioni di Dzeržinskij
o di Stalin, tranne rare eccezioni, mentre il collegio
aveva carta bianca nelformare l’opinione del Politbjuro in
materia di repressione. Come tutte le polizie politiche, la
GPU tendeva a mostrarsi indispensabile accentuando i
pericoli da combattere, supposti o reali che fossero.
Spesso Dzeržinskij ricorrerà al mezzo classico per otte­
V II. LA REPUBBLICA DEI SO V IET 373

nere la sanzione dei suoi rigori: le dimissioni, motivate


dall’impossibilità, in mancanza di diritti sufficienti, di
rispondere dell’ordine pubblico e della sicurezza del
regime. Insomma, la g p u recupererà a poco a poco l’on­
nipotenza della Ceka contrariamente alle intenzioni ini­
ziali del Partito e allo spirito della riforma del 1922, e
assumerà proporzioni mostruose in quella Repubblica
dei soviet che Lenin aveva prematuramente definito
« un nuovo tipo di Stato, senza burocrazia, senza poli­
zia, senza esercito permanente ».
Trockij occupava un posto a parte. Al Politbjuro il
suo accordo con Lenin era decisivo. In queste due menti
il Partito si sentiva incarnato come per selezione natura­
le. I loro nomi sembravano inseparabili per l’opinione
popolare, le foro persone costantemente associate alle
responsabilità supreme. In contrasto col « caos » buro­
cratico di cui parlava Lenin, il commissariato alla Guer­
ra era giudicato una istituzione esemplare, alla quale il
Politbjuro si rivolgeva in molte circostanze anche se
estranee ai problemi militari. Trockij aveva saputo for­
mare un personale adatto ai suoi metodi di lavoro razio­
nali, organizzati, puntuali, efficaci, ed era stato capace
di servirsene per portare a buon fine le missioni più
diverse. A lui si faceva appello dovunque il disordine e
l’incuria esigessero un intervento salutare (come al
commissariato dell’Istruzione pubblica, screditato da
Lunačarskij), poiché si sperava in risultati analoghi a
quelli che egli aveva raggiunti per i servizi della guerra,
l’industria degli Urali, i trasporti. Oltre al suo valore di
uomo di Stato e al suo talento di organizzatore, si rende­
va omaggio alla sua fecondità intellettuale, al suo con­
tributo attivo alla stampa e al movimento delle idee. Ai
congressi della terza Internazionale dominava facil­
mente. E tuttavia, questo molteplice prestigio non corri­
spondeva a una pari autorità nel principale elemento del
nuovo Stato: l’apparato della dittatura.
Quest’apparato, sempre più distinto dal Partito come
il Partito era sempre più politicamente isolato nello
Stato, rappresentava l’insieme degli ingranaggi motori
374 STALIN

dell’enorme macchina burocratico-sovietica che si era


formata sulle rovine della vecchia amministrazione
imperiale, prodotto di condizioni sociali immutate. Un
quarto di secolo di progresso industriale —che rimaneva
risibile nonostante l’attrezzatura moderna delle grandi
imprese del capitale straniero e lasciava la Russia molto
in ritardo rispetto agli altri paesi civilizzati —non aveva
formato una borghesia né un proletariato che potessero
controbilanciare « lo stato semi-selvaggio e il più reale
stato selvaggio » che Lenin indicava come principale
ostacolo sulla via del socialismo. L ’intelligencija, deca­
dente e presuntuosa, era stata spazzata via dalla rivolu­
zione, emigrata in massa o dispersa all’interno; la classe
operaia era stata più volte decimata nel corso della
guerra civile, in parte respinta nelle campagne dalla
carestia, in parte assorbita nei quadri della nuova buro­
crazia. Non resterà che quell’immenso popolo rurale
che Gor’kij aveva caratterizzato come « un grande cor­
po flaccido, senza alcuna educazione politica, quasi
inaccessibile all’influenza delle idee capaci di nobilitare
le azioni della volontà » e « abbrutito dalle condizioni
della sua stessa esistenza, paziente in un modo quasi
disgustoso, astuto a modo suo »... Secondo il parere dei
rivoluzionari sinceri e lungimiranti, senza l’intervento
di energici metodi democratici che possano rigenerare
questa massa umana e favorire lo sviluppo delle sue
élites, il nuovo regime sarebbe condannato a evolversi
secondo la tradizione burocratica e poliziesca del vec­
chio regime fino al punto in cui si imporrebbe una nuova
rivoluzione. Dipendeva dal Partito, ora possiamo dire
dal suo apparato, comunicare a quel « grande corpo »
inerte l’orientamento e l’impulso nella direzione del
progresso democratico che figurava nel suo pragramma.
Ma la democrazia promessa dal bolscevismo originario
si spegneva nel partito privilegiato così come nel paese
indebolito. L ’apparato viveva già la sua propria esisten­
za, con i suoi interessi distinti dalle aspirazioni del popo­
lo di cui si proclamava l’unica espressione, e l’opposi­
zione inconfessata che vi incontrava Trockij non aveva
V II. LA REPUBBLICA DEI SO V IET 375

nulla di casuale. Se l’antagonismo non era apertamente


dichiarato, Trockij lo doveva soprattutto a Lenin.
In quale misura le incompatibilità individuali in­
fluenzavano le relazioni al « vertice » dell’apparato?
Gor’kij, che ha riferito l’apprezzamento elogiativo di
Lenin su Trockij, ha creduto di dover aggiungere - ma
sei anni più tardi - alcune parole, sempre di Lenin: « E
tuttavia, Trockij non è nostro. Con noi, ma non nostro.
Ambizioso. E in lui c’è qualcosa di sinistro, alla Lassal-
le... ». Se Gor’kij non ha inventato questa aggiunta
sospetta, è sufficiente la data per ridurne il significato.
Per di più, è evidente che Trockij non era « nostro » per
« vecchi bolscevichi » come Gor’kij nel senso che non si
definiva affatto membro di una casta appagata. E, allo
stesso modo, coloro che manipolavano direttamente
l’apparato, Zinov’ev, Kamenev e soprattutto Stalin, si
sentivano a disagio di fronte a un uomo insensibile alle
loro preoccupazioni private, spesso volgari.
In un partito sano e normale, la cui pratica avesse
corrisposto alle teorie democratiche, i problemi di dirit­
to di successione alla direzione non avrebbero assunto
proporzioni allarmanti. Tuttavia, il partito bolscevico
nella fase adulta si sviluppava fisicamente ma con tra­
sformazioni più grandi in senso morale e politico. Arro­
gandosi il monopolio della coscienza rivoluzionaria,
negava qualsiasi libertà ai lavoratori che considerava
non coscienti, cioè all’insieme della popolazione lavora­
trice non arruolata nei suoi quadri, e si rifiutava perciò
di accordare la più piccola libertà ai suoi stessi membri
per timore che, sotto la pressione popolare, questi si
facessero interpreti di tutto il malcontento. Più aumen­
tava il numero dei suoi aderenti dopo la vittoria e più si
restringeva la cerchia dei privilegiati che godevano di
diritti civili, fino a formare una sorta di gerarchia mas­
sonica dove si realizzava la vecchia predizione di Troc­
kij: « Il Partito è sostituito dall’organizzazione del Parti­
to, l’organizzazione dal Comitato Centrale, e infine il
Comitato Centrale dal dittatore ». Non esisteva ancora
un dittatore unico perché Lenin si rifiutava di esercitare
376 STALIN

una dittatura personale e condivideva il potere al Polit-


bjuro. Ma l’equilibrio dell’« oligarchia » avrebbe man­
tenuto la stabilità senza il suo fondatore?
Nel 1922, all’epoca dell’XI Congresso comunista, il
Partito conta circa 515.000 membri, invece dei 730.000
del precedente congresso. Una epurazione ne aveva
eliminato quasi 150.000 per diversi motivi: corruzione,
ricatto, arrivismo, ubriachezza, sciovinismo, antisemi­
tismo, appropriazione indebita. Molti militanti rasse­
gnavano le dimissioni, disgustati dall’obbedienza passi­
va imposta ai comunisti della base. La maggior parte dei
nuovi venuti erano spinti da moventi strettamente inte­
ressati. Nuovamente, a quel congresso si levarono pro­
teste contro il regime interno del Partito che, forte del
silenzio di Lenin, respinse con un voto di maggioranza
la proposta di escludere l’Opposizione operaia, ultima
manifestazione di indipendenza nei confronti dei fun­
zionari dirigenti.
« Il Parlamento inglese può tutto, meno che cambiare
un uomo in donna. Il nostro Comitato Centrale è ben più
potente: ha già trasformato più di un uomo sicuramente
rivoluzionario in donnetta e il numero di queste donnette
si sta incredibilmente moltiplicando » dice Rjazanov
rimproverando all’« oligarchia » di violare le regole più
elementari della democrazia. Stukov criticò il « privilegio
originario » grazie al quale solo a Lenin tutto era permes­
so: « Bisogna dare ad altri compagni la possibilità di
parlare liberamente nel Partito senza minaccia di danna­
zione per aver detto oggi ciò che Lenin diceva ieri ».
Sljapnikov si difese citando Frunze che « mi ha promesso
di convincermi con una mitragliatrice »; certo, era un
modo di dire, ma piuttosto significativo. V. Kosior com­
mentò la diminuzione degli effettivi: « Molti operai la­
sciano il Partito... Questo si spiega col regime del pugno
di ferro, che non ha nulla in comune con la vera disciplina
e che si coltiva qui da noi. Il nostro partito carica legna,
spazza le strade e si limita a votare, ma non decide su
nessun problema. Il proletario che si cala in questa atmo­
sfera, per sano che sia, non può resistervi ».
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 377

Ma chi formulò involontariamente l’osservazione più


severa contro l’onnipotenza del Politbjuro fu Lenin che,
servendosi del prosaico esempio di un acquisto di con­
serve alimentari, adatto a rivelare la pusillanimità, la
routine, la paura delle responsabilità dell’alta burocra­
zia sovietica, così disse: « Come può succedere che nella
capitale della Repubblica dei soviet siano necessarie due
inchieste, l’intervento di Kamenev e di Krasin e un
ordine del Politbjuro per comprare delle conserve? ». A
questo interrogativo Lenin stesso risponde generica­
mente parlando della mancanza di cultura dei comuni­
sti, della necessità di punire gli incapaci, eccetera, ma
non sfiora neppure la causa del male: il regime sovietico
privo di democrazia. Persiste nel giustificare con termini
vaghi i poteri esorbitanti del Politbjuro: « Certo, tutte le
gravi questioni di Stato devono pervenire al Politbju­
ro », dimenticando che l’ineguaglianza civile, l’assenza
di garanzie di sicurezza legale per la maggioranza dei
cittadini fanno di ogni storia di conserve un affare di
Stato —e che tutto ciò dipende dal fatto che ci si sottrae
alle responsabilità, gettate dalle autorità minori a quelle
superiori fino al Politbjuro, l’unico a godere dell’impu­
nità. Offre ottimi consigli platonici: « Ora, bisogna sa­
pere affrontare l’affare più semplice con uno spirito
civile », ma chiude gli occhi davanti alla ragione essen­
ziale di regressione della civiltà, la soppressione di tutte
le libertà. Egli risolve la difficoltà con una metafora che
serve piuttosto da scappatoia: « Il nostro apparato è
forse cattivo ma si dice che anche la prima macchina a
vapore inventata fosse cattiva... Non era quello l’impor­
tante: l’invenzione era realizzata... La macchina del
nostro Stato può essere esecrabile, tuttavia esiste, l’in­
venzione più grande è fatta, lo Stato proletario è stato
creato... ».
La confusione dei poteri tra Partito e Stato, che impli­
cava un cumulo eccessivo delle funzioni, sollevava vio­
lente critiche e il caso di Stalin servì da illustrazione a
Preobraženskij: « Prendiamo per esempio il compagno
Stalin, membro del Politbjuro e contemporaneamente
378 STALIN

commissario del Popolo in due commissariati. È forse


concepibile che un solo individuo sia in grado di rispon­
dere del lavoro di due commissariati e inoltre del Polit-
bjuro, dell’Orgbjuro e di una decina di commissioni del
Comitato Centrale? ». Al che Lenin risponderà che in
genere « non ci sono uomini », e in particolare di Stalin,
personaggio muto al congresso, dirà: « Ci occorre una
persona alla quale ogni rappresentante di una naziona­
lità possa rivolgersi e raccontare ciò che accade. Dove
trovarlo? Io credo che Preobraženskij non potrebbe fare
altro nome se non quello di Stalin. Lo stesso vale per
l’Ispezione operaia e contadina. L ’opera è immensa.
Ma per sapere come dirigerla, bisogna che a capo si
trovi un uomo che abbia autorità, senza di che ci scredi­
teremo in piccoli intrighi ». Questi discorsi precedono di
pochi giorni la nomina di Stalin all’incarico di segretario
del Partito. Se dunque Lenin aveva già allora di Stalin
l’opinione sfavorevole che Trockij gli attribuisce, sapeva
bene come dissimularla.
Molto probabilmente la verità è che l’esperienza ha
fatto sì che Lenin mutasse parere, su questo punto come
su tanti altri. Non sempre soppesava le parole, né attri­
buiva loro sufficiente importanza da sentirsi imbarazza­
to a smentirle quando fosse necessario. La sua rettitudi­
ne intellettuale gli permetteva anche di rivedere, senza
vergognarsene, i suoi giudizi sbagliati. Dopo il congres­
so i rapporti tra Lenin e Stalin andarono deteriorandosi
come già in precedenza quelli fra Stalin e Trockij. Poco
dopo il commissariato alle Nazionalità verrà soppresso.
La requisitoria a cui Lenin sottoporrà l’Ispezione ope­
raia e contadina annienterà il commissario. E ben pre­
sto, come segretario del Comitato Centrale, Stalin si
coprirà di un discredito irrimediabile agli occhi di Le­
nin.
Tuttavia, nel frattempo successe un avvenimento
inatteso che sconvolse i dati personali del problema
della dittatura. All’inizio di maggio del 1922 Lenin soc­
combeva sotto il peso del compito, il cervello della rivo­
luzione mostrava segni di paralisi. Allora fu solo un
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 379
primo attacco di arteriosclerosi, ma la malattia sarà
fatale. Il Partito non riusciva ad arrendersi all’idea di
perdere Lenin, speranza irragionevole che Trockij con­
divise. Alcuni, alieni da sentimentalismi, vedevano più
chiaro, e calcolavano freddamente le ripercussioni di
questa perdita, prima o poi inevitabile: erano i tre mem­
bri del Politbjuro che si sentivano, insieme o separata-
mente, inferiori al quarto.

Al segretariato del Partito, Stalin aveva intrapreso un


lavoro invisibile e senza precedenti: destinava, trasferi­
va e sostituiva a uno a uno i funzionari dell’apparato,
secondo misteriose considerazioni di cui era l’unico
depositario.
Un pretesto era sufficiente, e addirittura non sempre
indispensabile. Come regola generale, bastava la disci­
plina per motivare le nomine e i trasferimenti. Del pe­
riodo eroico, i bolscevichi dei ranghi inferiori e interme­
di conservavano le usanze egualitarie, il salario massi­
mo, lo spirito di mobilitazione, la dedizione obbligato­
ria. Tuttavia, in un paese così vasto, dalle comunicazio­
ni così poco estese, dalla vita provinciale così tetra, una
distanza di qualche chilometro può determinare la ca­
duta o l’avanzamento. Il trasferimento da un’istituzione
a un’altra può anche comportare dei vantaggi di ordine
morale o materiale. Infine, a questo o a quel grado della
gerarchia, la funzione implica più o meno soddisfazioni
immediate o promesse future. « Quando chiunque va
bene per qualsiasi cosa, può essere destinato in qualsiasi
momento a un qualsiasi posto »: questo assioma ironico
di uno scrittore politico francese trovava un’applicazio­
ne notevole nella Russia sovietica. Lenin diceva bene
all’ultimo congresso comunista: « Il nodo della situa­
zione è la selezione degli uomini », però non ne precisa­
va troppo i criteri... Stalin aveva le sue ragioni.
Sebbene egli non le abbia mai formulate in modo
esplicito, possono essere dedotte da un insieme di fatti di
cui non è personalmente responsabile.
Il pensiero guida del suo partito si cristallizzava in un
380 STALIN

credo semplicistico e alquanto mistico secondo il quale


gli interessi dell’umanità sarebbero rappresentati esclu­
sivamente da un proletariato ideale, il proletariato da
un Partito predestinato, il partito da un Comitato Cen­
trale trascendente, il Comitato Centrale dal suo Polit-
bjuro. Nella sua qualità di segretario, Stalin poteva
dunque considerarsi come il perno del sistema sovietico
- modello russo in miniatura della futura repubblica
socialista universale - poiché il Partito era identificato
con lo Stato e la dittatura immanente incarnata in una
« oligarchia » inamovibile, reclutata per cooptazione.
Questa sovrapposizione di astrazioni in cui solo l’ul­
timo termine traduce una realtà tangibile; il potere in­
commensurabile del Politbjuro su 130 milioni di indivi­
dui, non aveva altro che la terminologia in comune col
marxismo, di cui i bolscevichi invocavano ritualmente il
patrocinio. « Abbiamo preso dall’Europa occidentale la
dottrina marxista già fatta » disse Lenin, e una tale
concezione « presa » dall’estero - sintesi di filosofia te­
desca, di economia politica inglese e di socialismo fran­
cese —non poteva essere assimilata 1 nel corso di una
generazione, da un popolo arretrato, e neppure dalla
sua « avanguardia ».
Stalin, come la maggior parte dei quadri intermedi
bolscevichi, di cui è il tipico rappresentante, conosceva
Marx solo attraverso Lenin, e prendeva la lettera forma­
le del marxismo senza penetrarne lo spirito vivo. Stalin,
dopo aver ammesso una volta per tutte come un dogma
la mescolanza di verità ipotetiche e di errori verificati, di
cui il bolscevismo si componeva, pose la sua inflessibile
volontà al servizio di tale credenza, fondendosi con l’ap­
parato a tal punto che per molto tempo non si potrà
distinguere tra Stalin strumento dell’apparato e l’appa­
rato strumento di Stalin.
L ’obbedienza passiva, che esigeva dai suoi innume-

1. Lenin ha mutuato da Karl Kautsky questa definizione del marxi­


smo come sintesi di filosofia tedesca, di economia politica inglese e di
socialismo francese.
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 381
revoli subordinati e che otterrà con ogni mezzo, non era
sua invenzione. Egli non faceva che accentuare, portan­
do all’eccesso, la nozione militare di disciplina ereditata
dal « comuniSmo di guerra » e teorizzata da Lenin e
Trockij in contrasto con i loro princìpi. « Il rimedio
escogitato da Lenin e Trockij, la soppressione della
democrazia in generale, è ancora peggiore del male che è
supposto guarire » scrisse sin dal 1918 Rosa Luxemburg
che inoltre predisse: « Se si soffoca la vita politica in
tutto il paese, è fatale che la vita sia sempre più paraliz­
zata negli stessi soviet ». Lo stesso processo si avverava
per il Partito, ridotto in pochi anni a uno stato letargico.
I due estremi della curva, che rappresenta l’evoluzione
del bolscevismo sotto questo aspetto, meritano di essere
messi in luce.
Nel 1917, all’Esecutivo dei soviet, il bolscevico Čud-
novskij « si permise », secondo la sua espressione, di
criticare Lenin, Stalin e Krylenko per « mancanza di
tatto e per una leggerezza senza pari » nell’appello ai
soldati che ingiungeva la fraternizzazione col nemico.
Lenin rispose testualmente: « Non si tratta di “ permes­
so ” o “ non permesso ” a proposito della critica più
violenta; una simile critica rientra nei doveri del rivoluzionario-,
e i commissari del Popolo non si considerano in nessun
modo infallibili ».
Nel 1921, al Congresso dei sindacati dove sedevano
3500 delegati di cui solo 8 socialdemocratici, una com­
missione, designata dal Comitato Centrale del Partito per
« guidare il congresso », detta la risoluzione che intende
far votare dalla « frazione comunista », che invece adot­
ta un progetto di Rjazanov. La commissione incarica
Tomskij della difesa della propria risoluzione ma questi,
davanti alla forza di convinzione che anima i suoi com­
pagni, si rivela incapace di svolgere il compito affidato­
gli. Il Comitato Centrale decide allora di non riconosce­
re il voto, destituisce di propria iniziativa l’ufficio del
congresso, manda Tomskij nel Turkestan e Rjazanov
all’estero, intimidisce la frazione costringendola a ricre­
dersi sotto la minaccia di rappresaglie. Un’altra com-
382 ST A U N

missione speciale, che comprende Stalin e Dzeržinskij,


esperti in materia di repressione, infligge un nuovo
« severo biasimo » a Tomskij in esilio. Al suo ritorno,
l’impenitente Rjazanov si vede interdire la parola in
qualsiasi riunione e l’insegnamento all’università; potrà
intervenire solo alle assisi annuali del Partito dove i
congressisti sono severamente selezionati, e dove il con­
formismo è assicurato in anticipo.
Un caso simile, scelto tra mille, lascia capire con
quale rudezza si potesse richiamare all’ordine umili
militanti anonimi e quale trattamento dovessero subire i
semplici mortali fuori dell’ambiente comunista privile­
giato. E se si pensa alla valutazione di Lenin, « Il voto di
un solo operaio vale molti voti contadini », la considera­
zione concessa alle libertà sindacali non permette di
farsi illusioni sul valore dell’opinione pubblica nella
Repubblica dei soviet all’inizio della n e p .
Quanto più Lenin si rassegnava alle concessioni e ai
compromessi sul piano economico, tanto più giudicava
necessario consolidare la dittatura sul terreno politico:
« Ci vuole un pugno di ferro » diceva. Alludendo agli
abusi degli « pseudo-comunisti » nelle campagne, così
scrive nel 1921: « Eliminare tutto ciò col terrore: proce­
dura sommaria, pena di morte senza appello ». Presto il
procedimento giudiziario sembrerà superfluo e rimarrà
la pena di morte. « I menscevichi e i socialisti rivoluzio­
nari, mascherati da senza partito o esplicitamente di­
chiarati, li terremo in carcere » proseguiva Lenin. Un
anno dopo, il tono si inasprisce: « Ci vogliono le mitra­
gliatrici per coloro che noi chiamiamo menscevichi, so­
cialisti rivoluzionari... ». Il peso del « pugno di ferro » si
fece rapidamente sentire su tutti i cittadini, compresi gli
appartenenti al sindacato, i comunisti. D’ora in poi nel
Partito esisterà una sola verità, quella del Politbjuro,
ortodossia di cui Trockij un tempo aveva detto: « Colui
che la nega deve essere respinto. Colui che dubita sta per
negare. Colui che fa domande sta per dubitare... ». Ma
Trockij non pensava più alle sue polemiche di gioventù e
Stalin non concepiva salvezza al difuori dell’ideologia
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 383

ufficiale e mutevole del suo partito, che i dirigenti accre­


ditati periodicamente fissavano senza possibilità di
appello.
Il ricorso al « pugno di ferro » non poteva dispiacere a
Stalin, spontaneamente portato verso questo modo di
governo. Lenin non aveva previsto tutte le conseguenze
del metodo, applicato ad oltranza e senza le sue istru­
zioni. Quando tornò a occuparsi direttamente degli af­
fari, dopo vari mesi di malattia e di convalescenza,
sembrò intravedere il pericolo: i suoi allievi abusavano
della dittatura e se ne servivano senza discernimento.
Inoltre, Lenin vedeva con preoccupazione lo sviluppo
nefasto del corpo burocratico, di cui l’apparato del Par­
tito forma la spina dorsale. Contro tale degenerazione
dei comunisti in burocrati irresponsabili e autoritari,
aveva già creduto di adottare una misura efficace quan­
do aveva creato, a scopo di sorveglianza, la Commissio­
ne di controllo, indipendente dal Comitato Centrale e
dal commissariato dell’Ispezione. Ora pensa a una spe­
ciale commissione di « lotta contro il burocratismo »,
che egli stesso avrebbe diretto insieme a Trockij, al fine
di epurare e raggruppare i quadri del Partito. Infine,
preoccupato di lasciare una maggiore iniziativa e una
più ampia libertà ai commissari del Popolo, vuole fare di
Trockij il suo vice e possibile successore al Consiglio dei
commissari, rimaneggiando a questo scopo l’alto perso­
nale dirigente.
In questa serie di riforme al « vertice », la coscienza
politica dei comunisti non è presa in considerazione e il
sistema del Comitato Centrale bolscevico « al disopra di
tutto » resta intatto, col suo Politbjuro, il suo Orgbjuro e
il suo Segretariato. Non si tratta né di ridare vita al
Partito, né di restituire i diritti ai lavoratori, costretti
all’obbedienza agli uffici dirigenti come la plebe a Roma
sotto i pontefici e gli auguri.
L ’esperienza mostrava a Lenin come Trockij fosse il
più sicuro dei suoi continuatori, il più adatto a governa­
re lo Stato nello spirito del socialismo. Era solo necessa­
ria la sua fusione con la piccola cerchia superiore dei
384 STALIN

leninisti tradizionali, ma proprio lì cominciavano le


difficoltà. Trockij era riconosciuto all’unanimità come
l’uomo più prestigioso del Comitato Centrale, sia per le
facoltà intellettuali sia per la forza di carattere. Tutta­
via, ciò non faceva di lui il sostituto naturale di Lenin:
era privo soprattutto di un certo senso politico, in man­
canza del quale nessuno può ambire alla direzione di un
partito. Il suo passato non aveva forse dimostrato che
era incapace di riunire un gruppo coerente oppure di
trovare posto in una qualsiasi frazione della socialde­
mocrazia? Perfino all’interno del partito comunista la
sua personalità sembrava autonoma. Durante la rivolu­
zione potè mostrare il suo talento a fianco di Lenin. Ma
che cosa avrebbe fatto al Politbjuro senza Lenin e
avrebbe saputo associarsi a quei leninisti che in sei si
sentivano numerosi abbastanza per fargli da contrappe­
so? Infatti, a Stalin, Zinov’ev e Kamenev, triumvirato
clandestino del Politbjuro, si aggiungevano i supplenti,
Bucharin, Kalinin e Molotov. Con la sua conoscenza
degli uomini e il suo acume psicologico, Lenin non tardò
a comprendere che l’ostacolo per tale collaborazione
futura portava il nome di Stalin.
Stalin era il più oscuro dei dirigenti, ma l’unico che
fosse pari a Trockij per vigore di temperamento e « vo­
lontà di potenza ». Egli superava agevolmente i suoi
colleghi sul piano della politica corrente per l’abilità
nell’intrigo, la maestria nelle manovre e l’uso dei mezzi
spiccioli. Troppo prudente per avventurarsi in una con­
troversia dottrinale, trovava una rivincita nel suo cam­
po preferito del « lavoro pratico » dove approfittava di
ogni occasione per resistere in segreto sia a Lenin sia a
Trockij, e per far prevalere la sua volontà su aspetti
marginali. In merito alla questione nazionale, suo tema
prediletto, pensò di poter finalmente sottrarsi alla tutela
di Lenin e fu allora che si rivelò manifesta l’incompatibi­
lità di spirito tra il teorico riconosciuto e il pratico
misconosciuto.
Una corrispondenza segreta del settembre 1922 indi­
ca l’origine del disaccordo. Era allo studio la revisione
V II. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 385

della Costituzione per trasformare la Repubblica socia­


lista federativa sovietica di Russia in « Unione delle
Repubbliche Socialiste Sovietiche », a cui le diverse
nazionalità avrebbero aderito a parità di diritti. Sulla
carta l’egemonia russa sarebbe stata così soppressa.
Mosca sarebbe diventata la sede di due Comitati esecu­
tivi dei soviet, quello della Repubblica di Russia e quello
dell’Unione delle repubbliche federate. Stalin voleva
che fosse il Politbjuro a decidere l’adesione pura e sem­
plice dei paesi sovietizzati allo Stato federativo esistente,
dunque esigeva da essi la rinunzia alla propria indipen­
denza formale a profitto della Grande Russia. Egli op­
poneva al progetto in discussione delle critiche, peraltro
formalmente corrette: « La coesistenza di due Comitati
esecutivi centrali a Mosca, l’uno dei quali sarà senza
dubbio la “ Camera alta ” e l’altro la “ Camera bassa ” ,
genererà urti e conflitti ». (Per quanto strano possa
sembrare, prendeva ancora sul serio le finzioni costitu­
zionali, a meno che non fingesse). Ferito nel suo amor
proprio da un’allusione di Lenin alla sua eccessiva fret­
ta, ritorce contro di lui l’espressione in modo piuttosto
duro, e insieme gli rimprovera un « liberalismo naziona­
le » pericoloso; secondo Stalin, ammettere i punti di
vista « liberali » di Lenin significava attribuire eccessi­
va importanza alle nazionalità minori e incoraggiare il
nazionalismo degli allogeni. Per contro, Lenin comin­
ciava a individuare in Stalin un certo sciovinismo pan­
slavo proprio dei russi di recente acquisizione. Tante
tesi, tante dissertazioni, tante risoluzioni elaborate in
comune, per poi giungere a una divergenza irriducibile
al contatto con la realtà...
Fra le contraddizioni del bolscevismo, nessuna era
più violenta di quella tra la teoria e la pratica in materia
di politica « nazionale », e fu proprio Stalin a sottoli­
nearla con la sua caratteristica brutalità.
Al diritto dei popoli di disporre di se stessi, la crudele
necessità aveva sostituito il diritto dei bolscevichi a
disporre dei piccoli popoli vicini, costretti al dilemma:
imperialismo o rivoluzione. Ciò che l’Armata rossa non
386 STALIN

potè fare in Finlandia o in Polonia, lo fece in Ucraina, e


poi nel Caucaso, con metodi analoghi a quelli che gli
Stati Uniti avevano adottato nell’annessione del Texas.
La speranza dei socialisti georgiani di creare una nuova
Svizzera tra l’Europa e l’Asia, in quelle circostanze non
era che un sogno. In Georgia, alle elezioni alla Costi­
tuente, i menscevichi avevano ottenuto 640.000 voti, i
bolscevichi 24.000... Nonostante quella imponente
dimostrazione di un sentimento popolare espresso quasi
liberamente, l’Armata rossa ebbe l’ultima parola tre
anni più tardi, quando « aiutò » quei 24.000 a disporre
con le armi dei 640.000. Tutto il resto non era altro che
letteratura.
Sarebbe perfino esagerato dire che i bolscevichi di
Russia abbiano « aiutato » quelli della Georgia perché,
per loro stessa ammissione, dovettero usare violenza
alla piccola minoranza comunista georgiana come a
tutto il resto della popolazione. In un documento intito­
lato: Materiale del resoconto politico del Comitato Centrale del
partito comunista georgiano, destinato al III Congresso di
questo partito, il segretario di detto Comitato Centrale
scrive a chiare lettere: « La nostra rivoluzione georgiana
è cominciata nel 1921 con la conquista della Georgia per
mezzo delle baionette dell’Armata rossa... La sovietiz-
zazione della Georgia si è presentata sotto forma di
un’occupazione da parte delle truppe russe. Per quasi
due anni, i menscevichi hanno attinto la loro forza prin­
cipale nel sentimento nazionale umiliato, non solo dei
possidenti, ma anche delle vaste masse lavoratrici della
Georgia ». Il firmatario di questo importante documen­
to, V. Lominadze, constata poi che il partito menscevico
locale, con i suoi 80.000 membri, ha per molto tempo
conservato intatta la sua influenza sotto la dominazione
bolscevica russa, e critica il partito comunista georgia­
no, sospetto di patriottismo: «N el 1921 il Partito è
rimasto quasi passivo durante l’offensiva dell’Armata
rossa in Georgia. Ciò dimostra che anche in passato i
bolscevichi georgiani hanno dato prova di gravissime
deviazioni dal bolscevismo realizzato e veramente leni­
VII. LA REPUBBLICA DEI SO V IET 387

nista ». Le ultime parole nascondono un conflitto irri­


ducibile tra comunisti di Mosca e di Tiflis.
« La relativa stabilità del regime menscevico era do­
vuta all’impotenza politica delle masse contadine di­
sperse » scrisse Trockij, ma questa nota potrebbe adat­
tarsi a maggior ragione al regime sovietico in tutte le
Russie. Nel 1920 una delegazione socialista europea
visitò la Georgia e, al suo ritorno, E. Vandervelde evocò
i cortei entusiasti di contadini conquistati alla causa del
socialismo: « Un giorno, a Gori, quando un intero vil­
laggio ci venne incontro con le bandiere rosse dell’In-
ternazionale... ». Gori, paese natale di Stalin. Alcuni
mesi più tardi, un gruppo di delegati comunisti stranieri
assisteranno, nella stessa cornice, a scene simili, ma
vedranno le bandiere rosse rendere omaggio a una nuo­
va Internazionale.
Il corso degli avvenimenti confermava dunque le pre­
visioni di Rosa Luxemburg e dissipava il sofisma del
diritto astratto di autodeterminazione. Alla prova dei
fatti i bolscevichi con l’invasione della Georgia calpesta­
rono i propri princìpi, così come i menscevichi smenti­
rono il loro programma separando la Georgia dalla
Repubblica dei soviet, loro che erano coscienti, secondo
le parole di Cereteli, della « comunanza di interessi che
univa tutti questi popoli » ai tempi dell’autocrazia.
Le apprensioni di Lenin non saranno motivate solo
dallo sciovinismo russo verbale di Stalin, ma ben presto
anche dai suoi intrighi sempre più smodati. Dopo la
sovietizzazione militare del Caucaso, la burocrazia e la
polizia dei vincitori seguivano le orme dell’esercito. E
come in Russia e in Ucraina, il « pugno di ferro » si
abbatté pesantemente sui comunisti, sugli operai e i
contadini poveri, dopo avere colpito gli oppositori socia­
listi di ogni tendenza. Nel 1921 Stalin si era recato sul
luogo per organizzare l’amministrazione nel suo carat­
teristico modo.
Il « Socialističeskij Vestnik » di Berlino, a proposito
di quel viaggio, riferiva in sostanza: Stalin è giunto a
Tiflis investito di ampi poteri, ha destituito Macharadze
388 STALIN

per mancanza di fermezza, lo ha sostituito con Budu


Mdivani, lo stesso per Cincadze sostituito da Atabekov.
(Il primo era presidente del Consiglio dei commissari; il
secondo, presidente della Ceka). Macharadze si sarebbe
rifiutato di imprigionare dei socialisti stimati come Dži-
bladze, e Stalin lo trattò con villania. Tutto ciò fu com­
piuto in nome del Comitato Centrale comunista di
Georgia, in verità di sua propria iniziativa. Stalin, con­
vocata un’assemblea operaia, vi pronunziò un discorso-
programma, accolto con ostile freddezza e alla riunione
seguirono gli arresti...
Il segretario generale del Partito già congeda senza
troppi riguardi i commissari del Popolo delle piccole
« repubbliche-sorelle », ma non è che il principio. In
quel periodo Lenin copre tutto, spesso senza sapere la
verità. Perciò Stalin può agire a Tiflis da vero dittatore,
in nome del Segretariato, dunque del Politbjuro, dun­
que del Comitato Centrale, dunque del Partito... Meno
di un anno più tardi, entrerà in aperto conflitto con
Mdivani, suo compagno d’infanzia, come un tempo con
Macharadze, il bolscevico georgiano di maggior spicco,
con Cincadze, il famoso boevik, compagno di imboscate e
di espropri di Kamo. Attaccherà anche S. Kavtaradze
(commissario agli Affari Esteri), B. Kirkvelja (commis­
sario agli Interni), A. Svanidze (commissario alle Fi­
nanze), L. Dumbadze (presidente del soviet di Tiflis),
Todrja, Torošelidze, Okudžava, tutta la « vecchia
guardia » bolscevica georgiana che accusa di deviazione
nazionalista, tutti i quadri del Partito che si propone di
eliminare con sanzioni, revoche, provvedimenti di
confino. Infatti, il Comitato Centrale comunista di Ti­
flis, con un’unanimità quasi completa, si sforzava di
salvaguardare l’indipendenza nominale della Georgia
sovietica - poiché desiderava un’unione diretta con le
altre Repubbliche e non già un’adesione di secondo
grado tramite la Federazione di Transcaucasia come
Stalin prevedeva nel suo progetto costituzionale, viziato
da un nazionalismo grande-russo. Ma ai comunisti della
Georgia, in balìa dei provvedimenti arbitrari di Stalin,
VII. LA REPUBBLICA DEI SOVIET 389

rimane un’unica risorsa, prima e ultima: appellarsi non


più al Lenin male informato ma a un Lenin meglio
informato... A cinque anni dalla rivoluzione d’Ottobre,
il diritto dei popoli del vecchio Impero si riduce a una
vaga speranza nell’intervento provvidenziale di un
uomo. E ancora non si tratta che del diritto dei comuni­
sti, e comunisti di prima classe.
Si deve tuttavia constatare, a questa data, il progresso
realizzato in una certa direzione: i popoli sovietici di
Russia e d’Asia, di Ucraina e del Caucaso, si trovavano
in una condizione di eguaglianza all’interno di una iden­
tica privazione di libertà. Per un fenomeno inverso a
quello della Rivoluzione francese, il numero di « citta­
dini passivi » era costantemente aumentato fino a re­
stringere la categoria dei reali « cittadini attivi » all’e­
quivalente degli upper ten thousand; il livello economico,
però, era inferiore poiché la massa livellata dal basso
subiva la legge, non scritta, di un nuovo genere di patri­
ziato suddiviso in più ranghi sotto il Politbjuro e il suo
Segretariato. La saggezza aleatoria di Lenin rimaneva il
supremo correttivo ad ogni eccesso.

«Viviam o in un mare di illegalità»: tale fu una


delle prime osservazioni che Lenin convalescente
scrisse in una lettera al Politbjuro, indirizzata a Sta­
lin. Aveva allora recuperato l’uso della parola, se non
di tutte le facoltà, e ripreso quel poco d’attività intel­
lettuale che i medici permettevano. Durante l’estate
del 1922, dai dintorni di Mosca segue gli affari prin­
cipali, dà consigli, detta appunti. Non era più il Le­
nin instancabile ed enciclopedico di un tempo, ma
sui problemi controversi la sua lucidità sembrava
intatta.
A settembre discute con Stalin la questione nazionale
e s’informa presso Mdivani dello stato di cose in Geor­
gia. Studia, si mette d’accordo con gli uni e con gli altri,
si prepara a un dibattito conforme alle regole. In ottobre
riprende il suo posto nel Politbjuro e constata il peggio­
ramento dei mali che aveva indicato prima della sua
390 STALIN

malattia: dappertutto incuria, parassitismo, impotenza


dell’apparato.
Aveva già aspramente denunziato l’ignoranza dei
comunisti pervasi da funzionarismo, le loro vanterie
(« com-vanterie ») e le loro menzogne (« coni-menzo­
gne »): « Sentiamo ogni giorno, io soprattutto per via
delle mie funzioni, tante menzogne comuniste melliflue,
tante com-menzogne che il cuore duole, a volte atrocemen­
te ». La bizzarra espressione « com-vanteria », spesso
ripetuta, fece fortuna, a tal punto rispondeva a un biso­
gno. « Il nucleo comunista al governo manca di cultura
generale. Prendiamo ad esempio Mosca con i suoi 4700
comunisti responsabili e tutta la macchina burocratica,
chi dei due guida l’altro? Dubito molto che siano i
comunisti. In verità, essi non guidano, sono guidati ».
Eppure, la cultura della borghesia in Russia « era insi-
gniheante, miserabile, ma valeva pur sempre di più di
quella dei nostri comunisti responsabili ».
Ora, si vanno moltiplicando gli indici di degenerazio­
ne non soltanto dell’apparato, ma del « vertice ». Alle
decorazioni militari si era aggiunto l’ordine della Ban­
diera rossa del lavoro, imitazione pseudo-rivoluzionaria
degli onori della società condannata. Durante l’assenza
di Lenin, e con sorpresa generale, Stalin propone il
cambiamento del nome di Caricyn in Stalingrado. Non
invano il segretario del Partito ha designato, trasferito e
sostituito tanti militanti. Presto esisterà anche una Zi-
nov’evsk invece di Elisabetgrad... Gli stessi personaggi
faranno attribure il loro nome a scuole, fabbriche, navi.
Non erano pochi i funzionari disposti a dare prova di
compiacenza verso i potenti. Come contagiati, alcuni
mostreranno il proprio zelo sbagliando indirizzo e così
Gačina divenne Trock. E significativo che nessuno osas­
se glorihcare Lenin in questo modo; egli non lo avrebbe
tollerato. A Pietrogrado le Edizioni di Stato avevano
stampato un opuscolo di Zinov’ev col ritratto dell’auto­
re in veste di console romano... Si potrebbero notare
molti altri segni di questo tipo. Lenin ebbe la debolezza
di lasciar fare. Trockij non ebbe l’intelligenza politica di
V it. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 391
reagire. Solo Rjazanov protestò, ma non ricevette rispo­
sta. I giacobini decadenti del proletariato ignoravano il
consiglio di un grande giacobino della borghesia, Ana-
charsis Cloots: affrancarsi dagli individui. Un tempo,
Barras fece dare il suo nome a una nave varata a Tolone,
ma era il periodo del Direttorio.
Nel novembre 1922, con uno scritto Lenin interviene
contro una recente decisione del Comitato Centrale sul
monopolio di Stato del commercio estero, monopolio
che stabiliva un protezionismo socialista al riparo del
quale l’industria nazionalizzata cominciava a risolle­
varsi. Krasin, commissario al Commercio Estero, defi­
niva con perspicacia uno dei vantaggi del sistema: « Gli
interessi dei paesi capitalisti —e dei singoli capitalisti in
ogni paese - sono contraddittori e grazie all’unità, alla
concentrazione del nostro sistema commerciale non
sarà difficile manovrare in modo da interessare ai nostri
affari questo gruppo o quella azienda capitalisti con i
quali sia possibile un accordo provvisorio a determinate
condizioni ». Tuttavia Stalin e i suoi colleghi poco lun­
gimiranti, sotto l’influenza di Sokol’nikov e in assenza di
Lenin e di Trockij, adottarono una risoluzione contraria
al monopolio. Privato dei suoi consiglieri incontestati, il
Comitato Centrale si dimostrava incapace di fare un
passo importante senza smarrirsi. Occorse un’ulteriore
pressione di Lenin, di Trockij, di Krasin per fare sì che
tornasse sulla sua decisione.
Nel dicembre 1922, al IV Congresso dell’Internazio­
nale, i due leader della rivoluzione si dividono il rappor­
to sul tema principale: « Cinque anni di rivoluzione
russa e le prospettive della rivoluzione mondiale ».
Come ai precedenti congressi, essi offrono alla giovane
organizzazione internazionale il meglio del loro pensie­
ro, maturato nelle prove, corretto dalle dure lezioni
della storia. Lenin ricorda ancora una volta: « Abbiamo
fatto una quantità enorme di stupidaggini e ne faremo
altre »; a spiegazione di ciò porta la mancanza di cultu­
ra, l’isolamento della Russia, e la scadente qualità del­
l’apparato: « Al vertice abbiamo non so quanti, credo
392 STALIN

una decina di migliaia dei nostri; alla base, centinaia di


migliaia di vecchi funzionari dello zar ». Nella sua con­
clusione insiste con forza sulla necessità dello studio:
« Dobbiamo innanzi tutto imparare a leggere e a scrive­
re e a capire ciò che abbiamo letto ». Imparare: ripete
sotto forme diverse questa raccomandazione che resterà
il suo leitmotiv fino alla morte.
Sempre a dicembre, pronunzia un ultimo discorso
davanti al soviet di Mosca. È per sottolineare questo
aspetto della n e p : « Offrire ai capitalisti dei vantaggi che
costringano qualsiasi Stato a concludere un accordo con
noi ». È per consigliare ai comunisti di imparare a calco­
lare e a commerciare. E per condannare l’apparato e
propugnarne la riorganizzazione: « Il vecchio apparato
continua a esistere e il nostro compito, oggi, consiste nel
ricostruirlo diversamente ». Più che mai, conclude, la
NEP è la nostra parola d’ordine essenziale e « la Russia
della NEP diventerà la Russia socialista ».
Lenin detta lettera dopo lettera sul monopolio del
commercio estero e affida a Trockij la responsabilità di
difendere la loro comune concezione nelle assemblee
comuniste. Al tempo stesso si peoccupa ansiosamente
della questione nazionale, che si evolve in modo grave e
inatteso nel conflitto provocato da Stalin in Georgia;
infine del problema dell’apparato da rinnovare e rior­
ganizzare. Nella sua mente, la personalità di Stalin si
precisa come l’incarnazione delle deviazioni il cui svi­
luppo avrebbe minacciato il futuro della rivoluzione. Il
compito più urgente gli sembrava essere la prevenzione
di una scissione del Partito, della quale intravede la
causa, e di conseguenza il mantenimento della stabilità
del gruppo dirigente al Comitato Centrale. Il 25 dicem­
bre scrive su tale argomento, soppesando ogni parola
con infinite precauzioni, una nota confidenziale destina­
ta al prossimo congresso del Partito al quale teme di non
poter partecipare:
« Ritengo che l’elemento fondamentale nel problema
della stabilità, considerato da questa prospettiva, siano
membri del Comitato Centrale come Stalin e Trockij. I
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 393

rapporti tra loro rappresentano, a mio avviso, il più


grave pericolo di una scissione, che potrebbe essere
scongiurata, e il cui scongiuramento potrebbe essere
favorito, tra l’altro, aumentando il numero dei membri
del Comitato Centrale a 50 oppure 100.
« II compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concen­
trato nelle proprie mani un potere immenso e non sono sicuro che
possa sempre usarlo con sufficiente prudenza. D’altra parte il
compagno Trockij, come ha dimostrato la sua lotta
contro il Comitato Centrale a proposito della questione
del commissariato del Popolo alle Comunicazioni, si
distingue non soltanto per le sue segnalate capacità.
Personalmente egli è, credo, l’uomo più capace dell’at­
tuale Comitato Centrale, ma si distingue anche per
l’eccessiva sicurezza di sé e per l’eccessiva inclinazione
per l’aspetto puramente amministrativo del lavoro.
« Queste due caratteristiche dei due più capaci diri­
genti dell’attuale Comitato Centrale possono, senza
volerlo, portare a una scissione; se il nostro Partito non
adotta provvedimenti atti a prevenirla, una scissione
può accadere inaspettatamente ».
Lenin crede così di ovviare alle conseguenze funeste
di un antagonismo dichiarato tra Stalin e Trockij uni­
camente attraverso il rafforzamento numerico del Co­
mitato Centrale. All’ultimo congresso del Partito, l’un­
dicesimo, il Comitato Centrale era stato portato a 27
membri e 19 supplenti. La Commissione di controllo si
componeva di 5 membri e 2 sostituti. Ciò non era dun­
que sufficiente a controbilanciare i « due dirigenti più
capaci », uno dei quali era isolato nell’apparato, e l’altro
sconosciuto fuori dell’apparato. Ma quanto più il Comi­
tato Centrale aumenta di numero, tanto meno influenza
conserva. La crescita delle dimensioni lo costringe a
delegare i poteri al Politbjuro, il quale dispone di tutti i
mezzi per costituire a suo vantaggio una « clientela »,
nell’antica accezione del termine. Lenin, con l’ottica
particolare che gli derivava da una osservazione « dal­
l’alto » dei fenomeni politici, non se ne rendeva conto;
non concepiva altro che le riforme al « vertice ».
394 ST A U N

La nota in questione —tenuta a lungo segreta ma


rivelata poco a poco a frammenti nelle « sfere superio­
ri » con la designazione abituale di Testamento, e poi
divulgata all’estero - caratterizza ancora sommaria­
mente quattro personalità.
« L ’episodio di Ottobre di Zinov’ev e di Kamenev
evidentemente non è stato casuale » dice Lenin consi­
gliando di non continuare a rinfacciar loro il fatto, né a
Trockij il suo «non bolscevismo» di un tempo. Su
Bucharin formula un’opinione contraddittoria, « il teo­
rico più pregevole e più grande », tuttavia « le sue con­
cezioni teoriche con grandissimo dubbio possono essere
considerate pienamente marxiste, perché in lui c’è qual­
cosa di scolastico (non ha mai imparato e, credo, mai
capito a fondo la dialettica) ». Pjatakov, infine, si impo­
ne per la volontà e le capacità, ma è troppo attratto
« dall’aspetto amministrativo del lavoro perché si possa
contare su di lui in un serio problema politico ». Ammini­
strativo ha qui il senso di burocratico, sia per Pjatakov sia
per Trockij.
In questo singolare documento Lenin dosa gli ap­
prezzamenti con prudenza e si esprime con sfumature
sottili. Le sue intenzioni sono tuttavia abbastanza chia­
re. Vuole incitare i suoi stretti collaboratori a una certa
modestia indicando loro le debolezze di ciascuno, ed
evitare che perpetuino le vecchie lamentele del passato;
al tempo stesso, tra tutti riconosce Trockij come il più
capace; a proposito di Stalin, si limita a mettere in
guardia contro la tendenza del segretario del Partito ad
abusare del potere. Poco oltre, però, sente il bisogno di
accentuare il suo avvertimento, di conferirgli una forma
categorica. Il 4 gennaio 1923 aggiunge alcune righe,
questa volta prive di diplomazia:
« Stalin è troppo brutale {grub) e questo difetto, del
tutto sopportabile nei rapporti tra noi comunisti, divie­
ne intollerabile nell’incarico di segretario generale. Per­
ciò propongo ai compagni di pensare al modo di rimuo­
vere Stalin da quelfincarico e nominarvi un altro che
sotto tutti gli altri aspetti differisca dal compagno Stalin
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 395
soltanto per una prerogativa, e precisamente che sia più
paziente, più leale, più gentile e più premuroso verso i
compagni, meno capriccioso, eccetera. Questa circo­
stanza può sembrare un’inezia, ma io penso che, al fine
di impedire una scissione, e dal punto di vista di ciò che
ho scritto sopra sui reciproci rapporti tra Stalin e Troc-
kij, ciò non sia un’inezia, o sia un’inezia che può assu­
mere un significato decisivo ».
Tra il 25 dicembre 1922 e il 4 gennaio 1923, nuove
informazioni sull’affare della Georgia avevano indigna­
to Lenin e ravvivato il suo rimpianto di essersi lasciato a
lungo ingannare da Stalin, di non avere attaccato più
energicamente e attivamente il segretario troppo « bru­
tale ». Stalin si era servito di Dzeržinskij e di Ordžoni-
kidze per sostenere nel Caucaso la sua politica di op­
pressione che Lenin considerava disonorevole per il re­
gime. Poiché Ordžonikidze era stato così incosciente da
abbandonarsi ad atti di violenza su un compagno geor­
giano, Lenin, indignato, voleva farlo espellere dal Parti­
to, pur ritenendo Stalin responsabile del suo subordina­
to.
Il 30 dicembre scrive in una delle sue note confiden­
ziali: « ... Il fatto che Ordžonikidze si sia potuto sfogare
al punto di ricorrere alla forza fisica, cosa che mi è stata
comunicata da Dzeržinskij, ci permette di vedere la
palude in cui siamo caduti ». Definisce l’apparato di
Stato russo come « derivato dallo zarismo, e appena
sfiorato dal mondo sovietico ». E un « meccanismo bor­
ghese zarista ». In queste condizioni la libertà delle
nazionalità di « uscire dall’Unione », prevista dalla
Costituzione, rimarrà un « pezzo di carta straccia, im­
potente a difendere gli allogeni di Russia contro l’inva­
sione di quei russi, sciovinisti grande-russi, essenzial­
mente vigliacchi e aguzzini come il tipico burocrate
russo ». Abbiamo preso, domanda, le misure necessarie
per proteggere gli allogeni perseguitati dai derzimordy
(tiranni e bruti)? Porre la domanda significava rispon­
dervi. E, dopo queste trasparenti allusioni a Stalin, lo
chiama apertamente in causa: « Un ruolo fatale è stato
396 STALIN

svolto dalla precipitazione e dall’impulsività ammini­


strativa di Stalin, e anche dal suo risentimento contro il
famigerato “ social-sciovinismo il risentimento in
genere produce le peggiori conseguenze in politica ».
Accusa Dzeržinskij e Stalin, entrambi russi d’adozione,
di nazionalismo « autenticamente russo », osservando
che gli allogeni russificati sono peggiori dei russi d’ori­
gine quando assimilano la loro mentalità sciovinista.
L ’indomani Lenin prosegue la nota del giorno prece­
dente. Insiste qui sulla necessità di distinguere tra il
nazionalismo intollerabile del paese oppressore e il na­
zionalismo comprensibile del paese oppresso: « Chi non
abbia capito ciò non capisce decisamente nulla dell’at­
teggiamento del proletariato nella questione naziona­
le ». Dopo questo colpo diretto contro Stalin, egli spiega
l’urgenza di dare agli allogeni non solo l’eguaglianza
formale ma di « indennizzarli » per gli oltraggi subiti nel
corso dei secoli. « Il georgiano che trascuri quest’aspet­
to della faccenda e accusi gli altri di “ social-sciovini­
smo ” (mentre egli stesso non solo è un vero social-scio­
vinista, ma un villano brutale al servizio di una grande
potenza), questo georgiano, in fondo, attenta agli inte­
ressi della solidarietà di classe proletaria... ». In tal
modo il maestro giudica definitivamente Stalin e Ord-
žonikidze.
Quello stesso giorno, il 31 dicembre 1922, Lenin scri­
ve una terza nota per trarre le conclusioni pratiche dalle
considerazioni generali che precedono. Tra l’altro
« bisogna punire Ordžonikidze in modo esemplare » e
rivedere 1’« enorme quantità di giudizi errati e di pre­
giudizi » di Dzeržinskij. (I comunisti georgiani più seri,
più stimati, tutti membri del Comitato Centrale del
Partito o del Consiglio dei commissari erano stati desti­
tuiti, trasferiti, banditi). Infine, « considerare Stalin e
Dzeržinskij politicamente responsabili per questa cam­
pagna nazionalista degna della Grande Russia ».
Lenin non si limita a ciò. Detta ancora un articolo
sulla questione nazionale, contro la politica di Stalin.
« Questo problema lo teneva molto in apprensione, e si
VII. LA REPUBBLICA DEI SO VIET 397
preparava a intervenire sull’argomento al congresso del
Partito » scrive la sua segretaria a Kamenev: « Poco
tempo prima della sua ultima ricaduta, mi informò che
avrebbe pubblicato quell’articolo, ma più tardi. Dopo di
che si ammalò senza aver dato l’ordine definitivo ». Il
contenuto dell’articolo fu trasmesso a Trockij, sul quale
Lenin faceva affidamento per difendere il loro comune
punto di vista al congresso.
Nel frattempo, il « caos di istanze di ogni genere » e i
suoi effetti disastrosi sulla vita economica preoccupava­
no sommamente Lenin, che scrive al Politbjuro per
sostenere un’idea proposta da Trockij. Questi indivi­
duava nella mancanza di un piano le cause del disordine
e dello spreco. Sin dal 1920, generalizzando la sua espe­
rienza dei trasporti, aveva asserito la necessità del
« piano economico unificato », per associare, controlla­
re e stimolare l’azione dei differenti organi qualificati.
Trockij avrebbe voluto riunire i vari commissariati eco­
nomici e assicurare l’unità di direzione attraverso il
Consiglio del Lavoro e della Difesa —il Consiglio eco­
nomico superiore essendosi trasformato in pratica in un
commissariato delflndustria. Il progetto, però, impli­
cava anche l’utilizzazione degli « eserciti del lavoro » il
cui fallimento si ripercosse sulla nozione stessa del piano
generale. Il « Gosplan », Commissione del Piano di Sta­
to creata per coordinare i piani parziali, non aveva
autorità. Trockij proponeva di estenderne le competen­
ze e di rinforzarne i poteri, di farne uno stato maggiore
economico, subordinato al Consiglio del Lavoro e della
Difesa. Il piano di elettrificazione, istituito alla fine della
guerra civile, rispondeva soltanto alle prime necessità in
un campo ristretto. Il Gosplan avrebbe steso metodica-
mente dei progetti e tenuto aggiornato il « piano di
orientamento » della produzione, della distribuzione,
degli scambi. Ora, Lenin approva la « sana idea » di
Trockij con qualche riserva di poco conto, lui che all’ini­
zio della rivoluzione affermava: « Non esiste né può
esistere un piano concreto per organizzare la vita eco­
nomica. Nessuno può fornirlo. Le masse soltanto ne
398 STALIN

sono capaci, grazie alla loro esperienza... ». Rimane da


realizzare questo progetto a dispetto delle istituzioni
rivali.
Lenin sa di essere abbastanza malato da prevedere il
futuro della rivoluzione senza la sua presenza, ma non è
ancora sufficientemente consapevole della gravità del
suo caso per usare in conseguenza le forze che gli resta­
no. Spera di partecipare direttamente al X II Congresso
del Partito e fare adottare le misure salutari sulle quali
sta riflettendo. È chiaro che il suo pensiero gira intorno a
un asse principale, la riforma dell’apparato burocratico
dello Stato, e si sofferma con insistenza su due o tre
problemi di cui il Partito non avverte sufficientemente
l’importanza: cultura generale, rapporti tra nazionalità,
cooperazione.
Pubblica Paginette di diario sul rallentamento dell’i­
struzione pubblica, cioè dell’ignoranza, nella Repubbli­
ca dei soviet; vi condanna i vani discorsi sulla « cultura
proletaria » e incita ad adoperarsi per raggiungere in­
nanzitutto il « normale livello di uno Stato civilizzato
dell’Europa occidentale ». Il 25 gennaio 1923 la « Prav-
da » pubblica il suo articolo Come riorganizzare l’Ispezione
operaia e contadina. Stalin non vi è nominato perché i
bolscevichi evitano di discutere pubblicamente le que­
stioni di famiglia, ma le critiche rivolte contro l’Ispezio­
ne lo colpiscono e lo screditano davanti agli iniziati. Si
tratta sempre di risanare l’apparato dello Stato, « so­
pravvivenza al massimo grado del vecchio » e « soltanto
appena riverniciato in superficie ». Lenin propone di
eleggere da 75 a 100 nuovi membri alla Commissione di
controllo che si unirà al Comitato Centrale nelle confe­
renze periodiche del Partito e si fonderà con l'Ispezione
riorganizzata. Inconsapevolmente accelerava nel suo
cammino l’evoluzione verso una completa fusione dei
poteri, l’annullamento di ogni controllo effettivo e l’on­
nipotenza autocratica del Politbjuro.
In febbraio mette i puntini sugli i in un articolo intito­
lato Meglio meno, ma meglio, che è schiacciante per Stalin:
« Le cose da noi sono così tristi, per non dire ripugnanti,
VII. LA REPUBBLICA DEI SOVIET 399

quando si tratta dell’apparato dello Stato », che tutto va


riorganizzato da cima a fondo. E soprattutto la cultura
elementare che manca alla Russia: « Per rinnovare il
nostro apparato di Stato, dobbiamo a ogni costo prefìg­
gerci il compito; primo: imparare, secondo: imparare,
terzo: imparare... ». L ’Ispezione deve diventare uno
strumento di rinnovamento. In quale situazione Stalin
ha lasciato il suo commissariato? « Parliamoci chiaro.
Attualmente l’Ispezione non ha la benché minima auto­
rità. Tutti sanno che non c’è istituzione peggiore della
nostra Ispezione... Io chiedo a qualsiasi attuale dirigen­
te dell’Ispezione o a chiunque sia in contatto con essa di
dirmi in coscienza che bisogno abbiamo di un simile
commissariato... ». Segue un minuzioso piano di rior­
ganizzazione, articolato su una prospettiva di alcuni
anni di lavoro.
Doppiamente screditato come commissario alle Na­
zionalità e all’Ispezione, Stalin non sapeva di essere
ancora direttamente minacciato nell'incarico di segre­
tario del Partito. Ma istintivamente abbozza una resi­
stenza. Il Politbjuro, ispirato da Stalin, si oppone non
solo al progetto di Lenin, ma addirittura alla pubblica­
zione dell’ultimo articolo. L ’apparato ha compreso il
significato di un’allusione alla burocrazia del Partito e
cerca di difendersi. Lenin si spazientisce, la Krupskaja
telefona, Trockij interviene. Tal Kujbysev, collaborato­
re di Stalin, suggerisce di far apparire l’articolo su un
numero unico della « Pravda » per calmare « il vec­
chio »... Infine il Politbjuro cede e l’articolo esce nor­
malmente il 4 marzo 1923.
L ’indomani, Lenin si rivolge a Trockij: « Vi prego
insistentemente di incaricarvi della faccenda georgiana
al congresso del Partito. L ’affare è attualmente bersa­
glio delle “ persecuzioni ” di Stalin e di Dzeržinskij e
non posso fidarmi della loro imparzialità. Anzi è esat­
tamente il contrario. Se accettaste di assumervi la dife­
sa, sarei più tranquillo ». Il giorno seguente scrive a
Mdivani, Macharadze e altri: « Seguo il vostro caso con
tutto il cuore. Indignato dalla brutalità di Ordžonikidze
400 ST A U N

e dalla connivenza tra Stalin e Dzeržinskij, sto prepa­


rando per voi delle note e un discorso ».
Alcune nuove macchinazioni di Stalin in Georgia lo
avevano deciso a troncare la questione: « Vladimir Il’ic
sta preparando una bomba contro Stalin al congresso »,
diceva la sua segretaria in quella stessa giornata del 6
marzo, ripetendo un’espressione di Lenin. Sentendosi
peggiorare comunica a Trockij il materiale della « bom­
ba », articolo e note sulla questione nazionale. Trockij
voleva informarne Kamenev: « Assolutamente no! —gli
fece dire Lenin. - Perché? Kamenev mostrerà subito
tutto a Stalin, e Stalin concluderà un lurido compromes­
so, poi mentirà ». Ma qualche minuto dopo, già espri­
mendosi a fatica, Lenin teme di non poter intraprendere
nulla e cambia parere: manda a Kamenev copia della
sua lettera a Mdivani. « Vladimir Il’ič sta peggiorando
e si a