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Paolo Spriano

I comunisti europei e Stalin


Einaudi
Questo nuovo libro di Paolo Spriano
affronta direttamente un tema tra i piu
appassionanti e tuttora meno scandaglia­
ti da una ricerca storica sistematica, cioè
il rapporto intercorso tra I comunisti
europei e Stalin. Fu un rapporto essen­
zialmente gerarchico, il quale ricavava la
sua singolarità dal fatto stesso che Sta­
lin era contemporaneamente il capo in­
discusso del movimento comunista e del­
lo Stato sovietico.
L’autore, avvalendosi di una vasta do­
cumentazione e di un continuo dialogo
con i risultati e le ipotesi della storiogra­
fia in materia, cala la trattazione, vivacis­
sima, nel contesto dei grandi avvenimen­
ti che sconvolsero l’Europa e il mondo
tra la lunga vigilia della seconda guerra
mondiale e l’immediato dopoguerra: si
va dalla stagione dei Fronti popolari in
Francia e in Spagna, nel 1934-38, sino
alla nascita del Kominform nel 1947. Le
tappe cruciali, dagli accordi di Monaco
del 1938 al patto tedesco-sovietico del
1939, dal biennio della «neutralità» rus­
sa all’aggressione hitleriana del 1941,
dalla fase dei «fronti nazionali» allo scio­
glimento dell’Internazionale comunista
nel 1943, dalla esperienza della resisten­
za europea sino alla elaborazione delle
«vie nuove» al socialismo, presto blocca­
te dall’insorgere della guerra fredda nel
1947-48, rivivono qui nel loro svolgersi
immediato ma anche come altrettante
«quistioni» aperte di interpretazione.
Gli zig-zag tattici, le svolte, le espan­
sioni e i ritorni addietro si presentano

In sopracoperta: I 70 anni di Stalin festeggiati al Teatro


Bol'šoj di Mosca nel 1949. Da sinistra a destra: Togliat­
ti, Budënnyj, Kaganovič, Suslov, Mao Zedong, Bulganin,
Stalin, Vasilevskij, Chrušćev, Iharruri, Gheorghiu Dej,
Svernik, Malenkov.
su un teatro quale quello di un continen­
te intero sconvolto dalla guerra. È una
dialettica di contrasti e di incontri pro­
fonda: da un canto, l’attenzione è porta­
ta sull’insieme del movimento operaio,
dalla componente socialista a quella tro-
ckista; dall’altro sviluppo e contraddizio­
ni dei partiti comunisti sono colti nella
logica dominante dello stalinismo (le re­
pressioni, il dogmatismo ideologico, il
prevalere costante della ragion di Stato)
contro la quale premono e insorgono rin­
novate esigenze di autonomia e di demo­
crazia: in sostanza, si ricercano nel de­
cennio considerato i germi e le ragioni
della grande divaricazione storica succes­
siva.

Paolo Spriano insegna storia dei partiti poli­


tici all’Università di Roma. Giunge a quest’ope­
ra attraverso molteplici ricerche di storia del
movimento operaio e della cultura politica con­
temporanea. È autore di una Storia del Partito
comunista italiano in 7 volumi (Einaudi, 1967-
1975) di numerose monografie su Gramsci, Go­
betti, Togliatti, sul socialismo a Torino, sulla
storia dell’informazione nell’Italia unita.
Biblioteca di cultura storica 149

per il centenario della rivoluzione russa


1917-2017
Copyright © 1983 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

ISBN 88-06-03340-2
Paolo Spriano

I comunisti europei e Stalin

Giulio Einaudi editore


p. IX Premessa

I comunisti europei e Stalin


3 I. Un milione e poco piu
il il. L’ala marciante del movimento
23 in. Il fallimento dell’« unità organica »
32 IV. Il grande terrore
47 V. Trockij e la IV Internazionale
59 vi. La capitolazione di Monaco
71 vii. Il « breve corso », bussola del comuniSmo
81 vin. Il patto germano-sovietico
92 ix. «Se la guerra scoppiasse...»
106 X. Il Komintern si adegua
117 xi. La strana neutralità sovietica
136 XII. L’ultima battaglia di Trockij
144 XIII. La sorprendente sorpresa del 22 giugno
155 XIV. Una guerra ideologica e due campi
164 XV. Sotto le bandiere dell’unità nazionale
181 XVI. Lo scioglimento del Komintern
194 XVII. Le zone d’influenza e i popoli europei
209 XVIII. Rivoluzione bloccata ad Ovest?
221 XIX. I comunisti si moltiplicano
233 XX. Partito vecchio e nuovo
248 XXI. La chimera dell’unità organica
258 XXII. Le « vie nuove » al socialismo
269 XXIII. La guerra fredda è arrivata
280 XXIV. IIKominform: nuova glaciazione

295 Indice dei nomi


Il titolo di questo libro ne indica a sufficienza l’argomento e il taglio.
Si tratta di una ricerca storica che affronta direttamente il tema del rap­
porto intercorso tra Stalin e quella parte - la prevalente — del movimento
comunista internazionale che operava in Europa. Il decennio considerato
è quello che corre dalla lunga vigilia della seconda guerra mondiale all’im­
mediato dopoguerra, anche se non si è sempre rimasti entro questi confini
di tempo e di spazio, poiché non mancano riferimenti a periodi precedenti
e successivi e alla dinamica di altri centri nevralgici del comuniSmo, dal­
l’Asia all’America.
La sostanza del rapporto indagato è di tipo gerarchico, una gerarchia
del resto accettata e osservata da tutti i partiti comunisti, nella buona e
nella cattiva sorte. La sua singolarità, semmai, è che Stalin era contempo­
raneamente il capo e il maestro riconosciuto del movimento e il capo asso­
luto di un paese, di uno Stato, coinvolto nella guerra ed emerso da essa
con una vittoria che mutava profondamente gli assetti internazionali e
situava l’Urss come una grande potenza su scala mondiale.
Il libro, pur senza perdere mai di vista questo intreccio, vuole anche
offrire una sintesi della storia del movimento comunista in uno dei suoi
periodi piu travagliati e meno conosciuti, nei suoi risvolti spesso dram­
matici e nelle sue numerose e improvvise svolte, dall’ultimo congresso
della III Internazionale (1935) allo scioglimento di quella organizzazio­
ne (1943), dall’epoca della resistenza sino alla costituzione di un nuovo
organismo, il cosiddetto Kominform, che apre una nuova stagione storica
(1947-48). Si sono qui esaminati i caratteri e le vicende comuni ai vari
partiti comunisti prima che la «guerra fredda» dividesse l’Europa in due,
anche se si sono rimarcate quelle particolarità nazionali, emergenti du­
rante la guerra e dopo, che contribuiscono a dare al quadro generale un
andamento assai mosso e contengono in sé il germe di future lacerazioni.
Ogni capitolo è concepito — dentro l’arco cronologico delineato — co­
me una quìstione e quindi si fa dialogico con i risultati e le ipotesi del­
X Premessa

l’abbondante letteratura in materia. Il colloquio con una storiografia or­


mai molto differenziata su questo o quel momento attraversato dal nostro
tema centrale, cosi come il vaglio critico di una accesa memorialistica e
delle numerose fonti a stampa, sono le condizioni stesse che l’epoca e
l’evoluzione del movimento comunista dettano a ogni approfondimento
ulteriore.
Ma se questi potrebbero essere dati di partenza comuni a ogni inve­
stigazione di storia contemporanea (e non solo di questa), nel nostro caso
essi vengono rafforzati da due limiti piu circostanziati. Per un verso lavo­
rare di congetture e deduzioni è inevitabile quando molte essenziali fonti
d’archivio restano inaccessibili (quelle del Komintern, ad esempio, e del
Pcus come della grande maggioranza dei partiti comunisti). Per l’altro,
impegnarsi su questioni tanto controverse implica lo sforzarsi di collo­
carle nel loro contesto storico effettivo, impone di resistere al richiamo
di una concezione troppo prospettica della fase esaminata. Al tempo stes­
so, molti dei dibattiti politici attuali sul socialismo, sulla involuzione di
sistemi di potere tipici del cosiddetto socialismo reale, debbono valersi
di un entroterra di cognizioni storiche ricavabili anche dal drammatico
decennio qui preso in esame. A loro volta, gli esiti offerti oggi influen­
zano anche l’ottica con la quale si guarda a quel passato.
Le questioni affrontate dall’autore in questo libro sono state molte.
Alcune si collegano alla storiografia generale sulle grandi tappe del perio­
do, alle classiche querelles che si rinnovano da un quarantennio (il signi­
ficato della Monaco del 1938; la natura del patto tedesco-sovietico del
1939; Ie prospettive aperte dagli incontri internazionali di Teheran e di
Jalta; le cause e le responsabilità dello scoppio della guerra fredda). Altre
investono piu direttamente la dialettica del movimento operaio; quindi
non solo l’epilogo del Komintern, ma il trockismo e la nascita della IV
Internazionale, non solo la stagione dei Fronti popolari in Francia e in
Spagna, bensì l’inabissarsi e poi il faticoso risorgere dell’Internazionale
socialista.
Altre questioni vengono esaminate a sé per l’interesse piu ampio che
presentano anche al di là del limite temporale qui osservato. Si tratta, ad
esempio, di quel «breve corso» di storia del Pc(b) che fu per generazioni
intere una sorta di summa del marxismo-leninismo; ne proponiamo una
lettura sia come spia di orientamenti immediati della politica estera so­
vietica sia come «modello», a lungo imperante, di partito e di apparato
dottrinale; oppure della fase della neutralità sovietica del 1939-41, fino
all’aggressione nazista, che si presenta sconcertante non meno della fa­
mosa «sorpresa» di Stalin dinanzi a tale aggressione. Ed è anche il caso
di un grosso problema che si ritroverà, seppure riproposto in termini
Premessa xi

nuovi, anche nei decenni successivi: i tentativi di riunificazione del mo­


vimento operaio, tra la componente socialista e quella comunista, di cui
seguiamo l’incerto corso e il fallimento sia per il 1935-37 sia Per l’imme­
diato dopoguerra nei paesi in cui lo sforzo di «unità organica» piu pareva
prossimo al successo.
È il caso, infine, di quella esigenza di autonomia nazionale, di quella
richiesta di «policentrismo», per il comuniSmo europeo (e non solo euro­
peo) di cui qui si colgono l’insorgere e le manifestazioni concrete durante
la resistenza, in Jugoslavia come in Italia e in Francia, in Grecia come
in Bulgaria e in Cecoslovacchia. Si seguono poi le varie teorizzazioni che
vengono espresse nel 1946-47 nelle formule delle «vie nuove al sociali­
smo» e delle «democrazie di tipo nuovo». E si ragiona del come e del
perché quella spinta venisse soffocata dall’alto e il movimento comunista
entrasse, con il 1948, in una nuova glaciazione anche per effetto della
contrapposizione crescente tra le due maggiori potenze vincitrici della
guerra, gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica. Su questa soglia,
dell’ingresso pieno nella «guerra fredda», si arresta la presente ricerca,
pur se facciamo cenno del primo episodio che annuncia una divaricazione
storica destinata ad annoverare nuovi episodi di crisi nel dopoguerra, vale
a dire la cosiddetta «scomunica» di Tito del giugno 1948.
La figura di uomo di Stato, la personalità politica e ideologica di Sta­
lin, i suoi metodi di governo, le repressioni di cui si macchiò, la sua stru­
mentalizzazione della teoria, messa al servizio degli zig-zag tattici del mo­
mento, campeggiano nella trattazione. Essa si presenta perciò stesso come
un contributo alla individuazione dello stalinismo, delle sue caratteristi­
che e conseguenze e, insieme, come un punto di osservazione di uno svi­
luppo di tendenze e contraddizioni più vaste del movimento comunista,
sia quando esso si trova quasi sommerso dalle avversità (il libro si apre
con una sorta di fotografia di gruppo scattata nella primavera del 1939),
sia quando conosce una straordinaria espansione, nel 1945-47, tanto nu­
merica quanto politica e ideale.
Sarebbero moltissimi coloro che vorremmo ringraziare per averci dato consigli e
ragguagli utili. Desideriamo almeno fare menzione di quanti hanno contribuito di­
rettamente alla realizzazione del lavoro. Anzitutto di Corrado Vivanti, a cui dob­
biamo l’incoraggiamento a intraprendere la ricerca. Un grazie particolare anche ai
membri dell’Istituto Gramsci in Roma, presso cui essa è stata condotta, dal diret­
tore Aldo Schiavone agli amici della biblioteca e dell’archivio, premurosi nel facili­
tarmi la consultazione di libri, carte, periodici. Ci è stata preziosa, inoltre, la cortesia
del signor Stephen Bird, dell’archivio del Labour Party a Londra, nonché quella del
personale della «Bibliothèque de documentation contemporaine» dell’università di
Nanterre (Parigi). Grazie anche a Giorgio Caredda per averci messo a disposizione
documenti da lui rintracciati presso archivi francesi sul periodo dell’occupazione
nazista. Infine, un grazie caloroso ad Antonietta Sciancalepore che ha egregiamente
provveduto alla dattilografia del manoscritto e alla messa a punto di testo e note.
I comunisti europei e Stalin
Capitolo primo
Un milione e poco piu

Il XVIII congresso del Partito comunista (bolscevico) dell’Urss si


apre il pomeriggio del io marzo 1939 nella «grande sala» del palazzo del
Cremlino. Una statua di marmo di Lenin «surplombe la table du Presi­
dium» riferisce il resoconto ufficiale della seduta. Il giorno dopo sale
alla tribuna, per svolgervi la sua relazione sull’« attività della delegazio­
ne sovietica presso il Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista»,
Dmitrij Manuil'skij. E quando conclude il rapporto inneggiando, come
di prammatica, al «genio dell’umanità lavoratrice», Stalin, «che veglia
instancabilmente sugli interessi della classe operaia del mondo intero»,
di nuovo il resoconto si abbandona a una rapida notazione di cronaca:
«Tonnerre d’applaudissements!» Tutti si alzano in piedi e gridano:
«Hurrà! Viva il grande capo del comuniSmo mondiale! »
Il discorso di Manuil'skij, al pari di quelli di Stalin, Molotov, Žda-
nov, riflette, però, piu che l’entusiasmo, la tensione e la preoccupazione
del partito e del popolo sovietici per una situazione internazionale di cre­
scente gravità. La repubblica spagnola vive i suoi ultimi drammatici gior­
ni. La Catalogna è già perduta e sta per cadere Madrid. Le truppe moto­
rizzate di Hitler occupano Praga il 15 marzo. Non a caso il tema domi­
nante del congresso è quello della «nuova guerra imperialistica», la quale
- dice Stalin - «è già un fatto», anche se ancora «un fatto strano e uni­
laterale», poiché non si è ancora trasformata in «una guerra generale,
una guerra mondiale»12.
Manuil'skij si muove rigorosamente su un tracciato comune di analisi
e di previsione che ripercorreremo. Ma il suo rapporto al congresso rive­
ste un interesse particolare perché, in un momento tra i più cupi e diffi­
cili, offre una rara occasione per una rassegna delle forze del comuniSmo
internazionale. Sono passati quasi quattro anni dal VII congresso dell’In-
ternazionale, che sarà anche l’ultimo. La vita di quell’organismo, voluto

1 «La Correspondance internationale», a. xvni, n. 11, 13 marzo 1939, P- 232.


2 Ivi, n. 14, p. 283.
4 Capitolo primo

e fondato da Lenin vent’anni prima, si è ulteriormente ristretta e buro­


cratizzata. Non si sono piu neppure tenute, né si terranno, sezioni ple­
narie dell’Esecutivo (i famosi «plenum», frequentissimi negli anni venti
e nella prima metà degli anni trenta). Gloriose battaglie, e tragedie in­
terne, hanno contrassegnato gli anni dal 1936 al 1939. Migliaia e mi­
gliaia di quadri comunisti hanno perso la vita combattendo nelle file del­
le Brigate internazionali in Spagna. La politica dei Fronti popolari è stata
una tappa storica fondamentale, in Spagna, in Francia, per l’insieme del
movimento, ma anch’essa è ormai conclusa. Un’unità di lotta con altre
forze politiche e sociali - per quanto assai labile e già contrastata — resi­
ste soltanto in Cina, dove comunisti e nazionalisti si battono contro gli
invasori giapponesi.
Dmitrij Manuil'skij ha molte cose da raccontare e non poche da tace­
re poiché la repressione staliniana ha fatto strage anche tra i militanti e
i dirigenti del Komintern rifugiati o residenti in Urss e il partito polacco
è stato addirittura sciolto d’autorità e in segreto. Il relatore al XVIII con­
gresso del Pc(b) è ucraino: ha una personalità politica e intellettuale
certo meno forte di quella di Dimitrov o di Togliatti — abitualmente de­
finiti il numero uno e il numero due del Komintern - ma non è un me­
diocre: un uomo di spirito, un carattere vigoroso, un’intelligenza acuta,
a dire dei memorialisti3. Vecchio bolscevico (nato nel 1883), anche se
si trovò vicino a Trockij nel 1917 avrebbe poi acquistato la fiducia di
Stalin nella lotta alle opposizioni; da tempo nel Segretariato dell’Inter­
nazionale, si era occupato assai dei partiti dell’Europa occidentale, non
lesinando loro critiche, spesso aspre. Anche ora, in ogni caso, la sua auto­
rità gli viene dal fatto che rappresenta nel Presidium e nell’Esecutivo
quel partito sovietico che persino numericamente è imparagonabile agli
altri: comprende, da solo, piu membri di quelli acquisiti da tutti gli altri
partiti comunisti nei cinque continenti. Esso è il modello, il faro, l’essen­
za stessa di un internazionalismo che «parla russo» anzitutto.
In un opuscolo dedicato ad illustrare un libro di cui ci dovremo occu­
pare come di un fenomeno politico-ideologico illuminante, il «compen­
dio» di storia del Partito bolscevico, Manuil'skij afferma — siamo sempre
nel 1939 - che «l’internazionalismo proletario di Lenin e di Stalin è
quello che il paese del socialismo vittorioso realizza»4. La supremazia
assoluta, indiscussa, del Pc(b) non è però tanto il risultato di una pro­
porzione (o sproporzione) di forze, è lo specchio dell’identificazione ge­

3 Cfr., in particolare, ernst fischer, Ricordi e riflessioni, Roma 1973, pp. 357 e 440-43.
4 D. manuil'skij, Lenin e il movimento operaio internazionale, Edizioni italiane di cultura,
Paris 1939, p. 13.
Un milione e poco più 5
nerale e quotidiana, di principio e di fatto, della causa dell’Urss con quel­
la del comuniSmo internazionale.
Ma vediamo il quadro complessivo offerto dalla relazione di Manuil'-
skij. Secondo essa, i comunisti «nei paesi capitalistici» ammontano a un
milione e 200 000. Il relatore non menziona quelli del «paese del socia­
lismo», i quali, secondo quanto dirà dalla stessa tribuna Malenkov, ri­
sultano essere, come «membri effettivi», un milione e 589 0005 (e si
tratta di un partito largamente epurato, dopo le purghe e gli arresti del
1936-38). La cifra dei comunisti «stranieri» è assai approssimativa. Lo
stesso Manuil'skij avverte che nel conto numerico non sono stati inclusi
«decine di migliaia» di militanti che lottano nell’illegalità o languono
nelle prigioni e nei campi di concentramento dei paesi fascisti e sotto
dittature reazionarie. Basti pensare ai comunisti tedeschi, rinchiusi dal
1933 a decine di migliaia nei campi hitleriani (nell’arco di sei anni i tri­
bunali regolari tedeschi condannano 225 000 persone per reati politici:
dopo la prima ondata di terrore, ancora nel 1936 ben 11 687 persone
vengono arrestate per attività comunista e 8068 nel 1937)6, 7a8quelli ita­
liani clandestini da dodici anni e i cui militanti nel paese, con scarsi con­
tatti fra gruppo e gruppo e con il loro centro estero di Parigi, sono qual­
che migliaio, tra anziani e giovani, mentre circa ottocento vivono inter­
nati al confino di polizia; in carcere i vecchi comunisti condannati dal
Tribunale speciale vengono raggiunti da due-trecento nuovi arrestati e
condannati ’.
Verso le insufficienze del Pei Manuil'skij è particolarmente critico,
mentre colmo di elogi è per i comunisti spagnoli. Al momento del suo
rapporto egli ne annovera 300 000 (ivi compresi i 45 000 del Partito
socialista unificato della Catalogna) ma proprio da quei giorni si abbatte
su di loro una vera caccia all’uomo da parte dei franchisti vincitori. Ese­
cuzioni sommarie, arresti, condanne; per gli scampati attraverso la fron­
tiera franco-spagnola si apre il durissimo campo del Vernet in Francia.
In altri campi di internamento nell’Africa del Nord vengono ammassati
decine di migliaia di ex combattenti dell’esercito repubblicano ’.
Possiamo dire che in Europa soltanto il Pc francese, forte di 270 000
iscritti resti ancora un partito di massa, e infatti Manuil'skij lo valo­

5 Cfr. léonard SCHAPIRO, Storia del Partito comunista sovietico, Milano 1962, pp. 536 sgg.
6 Giorgio Vaccarino, Storia della Resistenza in Europa: 1938-45 (I paesi dell’Europa centrale),
Milano 1981, p. 59.
7 paolo spriano, Storia del Partito comunista italiano, Torino 1970-73, III, pp. 336-48, IV, pp.
36-39. Sulle cifre fornite dalle autorità di polizia fasciste in merito ai condannati del Tribunale spe­
ciale e ai confinati, cfr. Renzo de felice, Mussolini: il duce, II, Lo Stato totalitario, Torino 1981,
pp. 45-48.
8 cesare colombo, Storia del Partito comunista spagnolo, Milano 1972, pp. 144 e 149-53.

>
6 Capitolo primo

rizza adeguatamente. Nell’ordine vengono il partito cecoslovacco con


60000 aderenti (tuttavia anch’esso è già clandestino dopo l’incontro
di Monaco: figuriamoci con l’occupazione tedesca...), quello britannico
(18 000), quello svedese (19 000), quello olandese (io 000), quello da­
nese (8000), quello belga (7000). Non vengono fornite dal relatore cifre
degli aderenti ai partiti comunisti dell’Europa centro-orientale e balca­
nica. A parte il caso polacco, su cui torneremo, si sa da altre fonti che il
Pc jugoslavo, anch’esso clandestino e che ha ora come segretario gene­
rale il futuro leggendario Tito, cioè Josip Broz, può contare su 3000 mi­
litanti (e su 17 800 iscritti alla gioventù comunista, Skoj) ’. Il Partito
rumeno e quello ungherese sono costituiti di poche centinaia di membri
perseguitati nel loro paese, come quello bulgaro, del resto, che però ha
radici piu salde. Il Partito comunista dell’Albania (altro paese che sta
per essere invaso: questa volta, nell’aprile del 1939, dall’Italia fascista)
non è neppure nato. Il Partito comunista greco, invece, si è già rivelato
un partito battagliero, anche se percorso da fazioni interne contrappo­
ste: quando s’inizia la sua lotta contro la dittatura di Metaxas, nel 1936,
può contare su 17 500 iscritti; ora, con il massimo dirigente Nicos Za-
chariades in carcere (il dirigente giovanile Maltezos è stato assassinato
durante l’interrogatorio di polizia) e drammatiche vicissitudini interne,
resta un raggruppamento combattivo, pronto a una lunga resistenza con­
tro gli aggressori fascisti
Questo è, grosso modo,lo «stato» organizzativo,estremamente prov­
visorio, del comuniSmo europeo alla vigilia della seconda guerra mon­
diale: esso non esaurisce il quadro del movimento su scala internaziona­
le anche se lo sguardo del Komintern per tradizione, almeno da una de­
cina di anni, è piuttosto «eurocentrico». Manuil'skij cita ovviamente
anche i comunisti cinesi, fornendo la cifra di 148 000 iscritti ", il Partito
comunista degli Usa (assicurando che esso raggruppa circa 90 000 mem­
bri) ”, e per l’America latina altri due partiti consistenti: quello messica­
no (30 000 iscritti) e quello cubano (23 000). Ma che cosa fa, che cosa
vuole essere il comuniSmo internazionale, che bilancio se ne può trarre?
Manuil'skij è reticente su vari punti essenziali, persino sulla misura di

9 phyllis AUTY, Tz?o, Milano 1972, p. 162. Il numero aumenterà tra il 1939 e il 1941. «Fino
all’aprile del 1941 il numero degli iscritti al Pcj era arrivato a 8000 dei quali 3000 si trovavano nelle
prigioni» (josip broz detto tito, I comunisti iugoslavi tra le due guerre, Roma 1978, p. 90).
10 antonio SOLARO, Storia del Partito comunista greco, Milano 1973, pp. 37 e 77-96.
11 II numero di iscritti al Partito comunista cinese cresce tumultuosamente di anno in anno:
nel 1937 erano 40 000, nel 1940 diventano addirittura 800 000. La grande base di massa dei reclu­
tati è quella dei contadini. Cfr. Jacques cuillermaz, Storia del partito comunista cinese 1921-
1949, Milano 1970, p. 404.
“ La cifra corrisponde a quella fornita in Joseph starobin, American communism in crisis,
1943-1957, Cambridge (Mass.) 1972, p. 21.
Un milione e poco piu 7
una condizione di clandestinità che sta diventando pressoché universale
per i vari partiti affiliati alla III Internazionale. Eppure l’elenco di quel­
li, tra essi, «sprofondati» nella piu completa illegalità è impressionante:
all’italiano, al tedesco, all’austriaco, allo spagnolo, al portoghese, al ceco-
slovacco, vanno aggiunti il greco, il bulgaro, il rumeno, l’ungherese, il
turco, il tunisino, la maggior parte di quelli del Medio Oriente - laddo­
ve esistono - e in Estremo Oriente, il giapponese (del quale Manuil'skij
dice che 60 ooo militanti sono stati arrestati in dieci anni), l’indonesia­
no, mentre l’indocinese verrà messo fuori legge dalle autorità francesi,
come il Pcf, dopo lo scoppio della guerra, ma già prima è praticamente
illegale; quanto all’America latina, anche qui sono illegali il Pc brasilia­
no, l’argentino, il peruviano, altri ancora.
Non si deve scordare questo dato che è storico e insieme psicologico.
Il comunista, membro di una formazione politica strettamente minorita­
ria, associato a quel Komintern contro il quale Giappone, Italia e Ger­
mania hanno addirittura stretto un patto, è quasi ovunque un persegui­
tato prima ancora che cominci la guerra mondiale. Le prigioni sono spes­
so la sua tomba, ma anche la sua scuola, di dottrina e di carattere. Già
alcune figure leggendarie fanno parte del suo nuovo patrimonio morale
e sentimentale: dall’«eroe di Lipsia», Georgi] Dimitrov, che è riuscito
nel 1933 a divenire da imputato accusatore dei giudici nazisti, alla «Pa-
sionaria», Dolores Ibarruri, presa a simbolo delle virtù di resistenza del­
la Repubblica spagnola, a Carlos Prestes, il brasiliano «cavaliere della
speranza», che sta scontando dal 1936 dieci anni di segregazione cellula­
re, a figure di capi-martiri dei rispettivi partiti: l’italiano Antonio Gram­
sci, morto nel 1937 dopo dieci anni di calvario, l’ungherese Mattia Ra-
kosi, in prigione dal 1925, il tedesco Ernst Thälmann, chiuso in un cam­
po di concentramento da cui non uscirà vivo. E la Spagna è stata fucina
di nuovi comandanti militari espressi dal popolo, da Modesto a Lister
a Carlos (Vittorio Vidali), ai cui nomi il XVIII congresso del Pc(b) del-
l’Urss tributa grandi onori.
Il momento epico è presente nella relazione di Manuil'skij che azzar­
da, seppure solo di scorcio, un giudizio storico: per la prima volta, do­
po la rivoluzione d’ottobre e l’incandescente immediato dopoguerra del
1919-21, si sono avute grandi masse in movimento; i comunisti sono alla
testa di lotte divenute scontri armati in Spagna e in Cina. Là la repubbli­
ca ha resistito quasi tre anni - e Manuil'skij assicura che il conto non è
chiuso -; qua, con la lunga marcia del 1934-33 e con la creazione di un
esercito popolare che si batte contro gli aggressori giapponesi, si sta scri­
vendo una pagina nuova di incalcolabile portata (anche se l’accento so­
vietico non è affatto portato sulla sola componente comunista dello schie-
8 Capitolo primo

ramen to antigiapponese). In entrambi i casi si è trattato e si tratta di


lotta antifascista. Ê il tratto distintivo dell’epoca dei Fronti popolari che
getterà un ponte sull’epoca delle resistenze nazionali.
Siamo in una fase di trapasso e da questo punto di vista il rapporto
da cui abbiamo preso le mosse è una spia di vari passaggi, incertezze, ri­
svolti oscuri. Lo schema di interpretazione della situazione è piu o meno
il seguente, che rivedremo nel contesto della crisi internazionale del 1939
e della politica estera dell’Urss. Esiste una crisi ineluttabile del mondo
capitalistico e imperialistico, causa e movente della guerra già in atto e
di quella in potenza. Quel mondo resta diviso tra Stati aggressivi - la
Germania, l’Italia, il Giappone - e Stati paghi dell’assetto esistente, pa­
cifici quindi, anche se la loro natura è sempre quella di Stati imperiali­
stici, colonialistici. Ma al blocco dei paesi fascisti quelli «cosiddetti de­
mocratici» non hanno saputo né sanno contrapporre una resistenza effi­
cace, nonostante dispongano di risorse economiche e militari molto piu
grandi. Non sanno perché non vogliono, perché sono guidati da gruppi
dirigenti reazionari e ferocemente anticomunisti. La pagina nera di Mo­
naco, il cedimento ai nazisti del settembre 1938 da parte del governo
inglese di Chamberlain e di quello francese di Daladier non è per Ma-
nuil'skij, cosi come non lo è per il governo sovietico, l’espressione di
illusioni, di viltà pacifiste. Se Monaco ha già avuto come risultato imme­
diato la fine dell’indipendenza cecoslovacca e ha inferto un colpo mor­
tale alla repubblica spagnola, indicherebbe al contempo un vero e pro­
prio disegno della «reazione mondiale», quello di incoraggiare i nazisti a
scatenare la loro aggressività verso Est, cioè contro l’Unione Sovietica.
Manuil'skij, in proposito, è ancora piu esplicito di Stalin. Dice:
Il blocco degli aggressori fascisti è stato ed è sostenuto dalle forze della rea­
zione mondiale, dagli elementi reazionari della borghesia francese e soprattutto
inglese. Questi elementi sognano di utilizzare il fascismo tedesco come un di­
staccamento d’urto della reazione contro l’Urss, di servirsene come d’un gen­
darme contro la classe operaia internazionale, contro il Fronte popolare e il
movimento di liberazione dei popoli asserviti. Il piano della borghesia reazio­
naria inglese consiste nel sacrificare al fascismo tedesco i piccoli Stati del Sud-
Est dell’Europa per spingere in seguito la Germania verso Est, contro l’Urss,
tentare attraverso questa guerra controrivoluzionaria di bloccare il progresso del
socialismo e la vittoria del comuniSmo in Urss, mettere cosi da parte le pretese
imperialistiche della Germania sulle colonie britanniche. D’altra parte, la rea­
zione inglese vorrebbe, per mezzo dell’Urss, rompere i denti dell’imperialismo
tedesco, indebolire la Germania per lunghi anni, per conservare aH’imperiali-
smo inglese la supremazia in Europa. Secondariamente, la reazione inglese in­
tende dividere con l’Italia, a detrimento della Francia, la Spagna e le zone d’in­
fluenza del Mediterraneo per realizzare l’equilibrio imperialista in Europa, otte­
nere un accordo con l’Italia distaccandola dalla Germania. In terzo luogo, in
Un milione e poco più 9
Estremo Oriente, i reazionari inglesi sognano di spartire la Cina. Oggi permet­
tono al Giappone di rovinare e indebolire la Cina ma al tempo stesso non s’op­
pongono all’espansione militare ed economica del Giappone per potere in se­
guito fungere da arbitro e stabilire una «pace di Monaco» in Estremo Oriente.
In quarto luogo, la reazione inglese non vuole consentire la disgregazione del
regime fascista né in Germania, né in Italia, né in Giappone, intende aiutare i
governi di questi Paesi a salvarsi dal fallimento offrendo crediti e porre cosi gli
Stati fascisti in una certa dipendenza nei confronti dell’imperialismo inglese
Quello che ci interessa, per ora, nella denuncia di Manuil'skij, nella
accusa intentata all’imperialismo inglese e ai suoi disegni, è il riverbero
che ne viene su un processo generale; ci si conferma che Monaco è uno
spartiacque della situazione; non solo l’Urss ma tutto il mondo comu­
nista ha vissuto quell’accordo come il tradimento di una politica di sicu­
rezza nei confronti dell’aggressività hitleriana. Per ciò stesso la politica
dei Fronti popolari è condannata al fallimento? Che essa sia ormai falli­
ta Manuil'skij non afferma, tant’è vero che continua a propugnarla. Ma
l’accento è del tutto mutato. Il fallimento viene insomma registrato im­
plicitamente, in modo indiretto. Il discorso che il dirigente del Komin­
tern rivolge, infatti, alla Internazionale socialista è ora piuttosto un atto
d’accusa che un appello a ritrovare l’unità antifascista. Se non si era mai
del tutto smorzata la polemica comunista contro il «socialdemocrati-
smo» nei quattro anni precedenti, non si parlava piu, però, di smasche­
rare i capi reazionari della II Internazionale come agenti dell’imperiali­
smo. Il tono, adesso, tende a tornare quello del decennio di massima
rottura, il 1923-33. Per Manuil'skij il compito della classe operaia ridi­
venta quello di esercitare una pressione dal basso contro i «capitolardi»,
contro i munichois, contro i dirigenti socialdemocratici rivelatisi «nemici
acerrimi» del Fronte popolare.
Non si tratta soltanto, è pur vero, di un semplice ripiegamento pro­
pagandistico. L’Internazionale socialista è profondamente divisa. Mona­
co ha acuito i contrasti al suo interno e le spaccature si avvertono, piu
che con una divisione tra destra e sinistra, che era già netta nel 1934-37,
lungo linee nazionali. I socialisti francesi, ad esempio, difendono la ne­
cessità di quella resa a Hitler firmata nel settembre del 1938, i laburisti
la criticano aspramente (come conservatori del peso di Churchill e di
Lloyd George), i partiti scandinavi, belga, olandese, svizzero si mostra­
no agnostici in proposito. Come è stato detto bene,
l’Internazionale socialista per la seconda volta dalla sua fondazione andava in­
contro a una guerra mondiale che avrebbe dimostrato il carattere sostanzial-

13 Dal testo del rapporto di Manuil'skij pubblicato «in extenso» su «La Correspondance inlci
nationale», a. xix, n. 22, 24 aprile 1939, P- 450.
io Capitolo primo
mente illusorio dell’internazionalismo socialdemocratico di fronte a un contra­
sto determinato da interessi nazionali “.
L’Internazionale comunista non conosce al suo interno, per ora, tali
spaccature. Ma il senso di una situazione che non lascia molti margini
alla ricerca di alleanze e di movimenti di massa nell’Occidente europeo,
emerge da tutto il contesto della relazione di Manuil'skij. Del tutto vago
è anche l’appello alla difesa della pace poiché il giudizio sull’inevitabilità
di un conflitto, già iniziatosi tra imperialismi concorrenti, prevale. Cosi
come la vecchia tema che quel conflitto comporti comunque un attacco
armato all’Urss quale «bastione della pace», la cui difesa torna ad essere
quindi il primo fondamentale compito della «classe operaia internazio­
nale».
Nel suo insieme questa primavera del 1939, carica di tempesta, men­
tre cadono due degli ultimi Stati democratici d’Europa, quello spagnolo
e quello cecoslovacco, ci dà la misura della sconfitta dell’intero movi­
mento operaio, della impotenza delle sue organizzazioni internazionali,
che escono praticamente di scena. La parola sarà presto al cannone, anche
se ancora la tengono per qualche mese le cancellerie. Eppure il tramonto
dei Fronti popolari, l’estenuarsi e il precipitare di coalizioni ed esperi­
menti, non è di per sé una pagina chiusa storicamente. Ne ritroveremo
echi e frutti anche in seguito. Se quell’esperienza viene ora pressoché li­
quidata nelle polemiche e nelle divisioni, conviene almeno segnare come
appunti e temi da riprendere quei motivi che hanno fatto dei «Fronti»,
per il movimento comunista, piu di un episodio, piti di una formula tat­
tica: una tappa della sua lunga storia. Al tempo stesso, tenendo d’occhio
«lo stato» e l’atteggiamento del movimento all’inizio del 1939, già co­
gliamo meglio la eccezionalità del momento attraversato nel quinquen­
nio precedente.

14 Si tratta di un’affermazione di Werner roder, citata in rolf steininger, L’Internazionale so­


cialista dopo la seconda guerra mondiale, relazione pubblicata in AA.vv., La sinistra europea nel
secondo dopoguerra 1943-1949, Firenze 1981, p. 139.
Capitolo secondo
L’ala marciante del movimento

Anche se nella terminologia comunista «la svolta» per antonomasia


resta quella del 1929-30, la vera svolta, cioè il momento storico che se­
gna uno stacco maggiore dal passato, è quella del 1934-38, l’epoca dei
Fronti popolari, dell’unità antifascista, del «fronte unico» a sinistra. Ma
si trattò di vera svolta, cioè di un mutamento di strategia? Anche ciò è
materia del contendere storiografico e politico e i dubbi, i distinguo, tra
svolta tattica e svolta strategica si sono infittiti via via che emergevano,
nei loro effetti di lungo periodo e nella «memoria storica», i tratti con­
traddittori di quella fase con le sue straordinarie novità e un «sottofon­
do» non solo di continuità rispetto al quindicennio precedente bensì di
irrigidimento dommatico. È evidente che la maggiore contraddizione re­
sta quella - su cui ci soffermeremo - tra una coraggiosa politica unitaria
e 1’incrudire della repressione staliniana, fino al terrore, esercitata nei
confronti dei comunisti sovietici e di altri partiti «fratelli», ma la que­
stione si riflette sul merito dei nuovi indirizzi e orientamenti tendendo
a delimitarne l’ampiezza, a metterne in causa la sincerità o a contestarne
la coerenza.
Una cosa appare fuori di dubbio, ormai. Anche se la politica lanciata
dal VII congresso dell’Internazionale, nell’estate del 1933, è contrasse­
gnata dai nomi e dai rapporti di due dei suoi piu prestigiosi dirigenti,
Dimitrov e Togliatti, da poco assunti alle massime responsabilità del­
l’organizzazione, il suo vero artefice è Stalin. E non meno certa appa­
re la data d’inizio del nuovo corso internazionale, il giugno del 1934
(qualcuno fa menzione, come primo segno concreto, di un articolo della
«Pravda» del 30 maggio) *. È allora che si trae, seppure in ritardo, una
lezione salutare dall’avvento di Hitler al potere, cogliendo nella dinami­
ca aggressiva e distruttiva del nazismo il nemico principale del movimen-

1 Cfr. Jacques fauvet, Histoire du Parti communiste français, Paris 1964, pp. 143-45 e Fer­
nando CLAUDIN, La crisi del movimento comunista, Milano 1974, pp. 135-40. Cfr. anche, come con­
ferma del momento della «svolta», GIORGIO AMENDOLA, Storia del Partito comunista italiano, Roma
1978, pp. 228-34.
12 Capitolo secondo

to operaio e della pace, un pericolo gravissimo per la stessa sicurezza


dell’Urss. Di qui nasce il cambiamento di prospettive che si sviluppa ne­
gli anni successivi. È un cambiamento di centottanta gradi rispetto al­
l’orientamento e alle parole d’ordine del 1930, del 1931-33. Lo schema
che presiedeva prima l’azione era, infatti, quello di una contrapposizione
frontale all’Internazionale socialista, considerata alla stessa stregua del
fascismo; si era addirittura coniato il termine infamante di « socialfasci-
smo» per indicare nella socialdemocrazia un avversario ancora piu peri­
coloso del fascismo, poiché quella agiva all’interno del movimento ope­
raio come emissario della borghesia e quanto piu si presentava di sinistra
tanto piu era da avversare. In ogni caso, aveva avvertito Stalin, la social-
democrazia era sorella gemella del fascismo.
Ma, al di là delle formule, era tutto l’orizzonte delineato dalla Cen­
trale comunista a rinserrarla in un isolamento inerte. Il capitalismo era
— secondo tale orizzonte — destinato a produrre inevitabilmente fascismo,
le libertà democratiche erano ritenute una mistificazione. Bisognava crea­
re sindacati antagonistici a quelli guidati dai socialisti. La linea cosid­
detta di «classe contro classe» presupponeva che ci fosse una radicaliz-
zazione sociale, una occasione rivoluzionaria immediata da cogliere sul­
l’onda della grande crisi economica dell’inizio degli anni trenta. In base
a tale indirizzo non soltanto i comunisti francesi erano costretti a negare,
contro l’evidenza, che esistesse un pericolo di destra reazionaria ed ever­
siva nel loro paese e subivano un rovescio nelle elezioni del 1932, ma
quelli tedeschi venivano, tra il 1930 e il 1932, votati alla sconfitta nel­
l’urto frontale con i socialisti, incapaci a loro volta di impegnare la forza
di massa di cui disponevano per opporsi efficacemente al nazismo. La le­
zione della vittoria di Hitler e della fulminea trasformazione dello Stato
in una dittatura tardava a farsi luce nell’illusione che proprio la disgre­
gazione della repubblica di Weimar avrebbe aperto la strada a una rivo­
luzione proletaria anche se fin dal febbraio del 1934 una forte spinta
unitaria operaia di netto segno antifascista creava le basi di un rovescia­
mento di tendenza e di prospettiva in Francia.
Per la vivissima preoccupazione di Stalin dinanzi alle prime mosse di
politica estera di Hitler, che denotavano un «dinamismo» capace di pun­
tare all’Est, sulle frontiere sovietiche, cosi come per la sollecitazione di
unità partita dalla classe operaia francese in un processo che investiva
anche sindacati e partiti della socialdemocrazia, lo schema della contrap­
posizione finalmente si esauriva. Mentre sia la II che la III Internazio­
nale escono indebolite dalla perdita totale di influenza, di presenza anzi,
in una Germania in cui trionfa il nazismo e si dissolve tutta l’organizza­
zione del movimento operaio marxista, nell’Europa piu occidentale la
L’ala marciarne del movimento 13

Francia e la Spagna diventano terreno di una nuova linea politica, quella


appunto dei Fronti popolari, concepiti come strumento urgente e indi­
spensabile di difesa contro l’espandersi del fascismo in quei paesi. Con
l’estate del 1934 si stipula un patto d’unità d’azione tra il Pcf e la Sfio,
ci si avvia a una riunificazione sindacale, ci si prepara ad affrontare le ele­
zioni legislative della primavera del 1936, sia in Francia che in Spagna,
con liste di Fronte popolare, si ricerca l’alleanza con forze repubblicane,
radicali, liberali che allarghino lo schieramento operaio oltre i confini del
«fronte unito» comprendendo gruppi sociali non proletari, piccolo-bor­
ghesi, contadini.
I successi del Fronte emergono clamorosi dalle urne. Le sinistre uni­
te conquistano la maggioranza nei parlamenti di entrambi i paesi e il ca­
rattere difensivo dello schieramento unitario si trasforma in una grande
ondata offensiva di rinnovamento sociale superando largamente i limiti
iniziali. In Francia la classe operaia è protagonista di rivendicazioni e di
agitazioni, nel giugno del 1936. Esse portano alla storica conquista delle
quaranta ore settimanali e ad altre vittorie normative e salariali, eserci­
tano una pressione non facilmente contenibile nel quadro di un graduale
riformismo. In Spagna, attorno all’obiettivo di una riforma agraria che
spezzi la struttura semifeudale delle campagne e il prepotere dei grandi
proprietari di terre sorretti dalla Chiesa e dalle oligarchie finanziarie, si
mettono in moto masse contadine, proletarie e semiproletarie, nelle qua­
li l’aspirazione, persino il mito, di un collettivismo integrale, di una rivo­
luzione comunista-libertaria, sono molto forti, presenti sia nelle confede­
razioni sindacali guidate da anarchici (la Cnt) e da socialisti (l’Ugt), sia
nelle stesse forze politiche che hanno concorso alla vittoria del Fronte.
I comunisti vengono alla ribalta in modo inatteso, acquistano respon­
sabilità e forze prima neppure sperate. In questo caso le cifre sono già
di per sé sensazionali. Secondo le fonti ufficiali il Pcf, che aveva 30 000
membri nel 1934, ne conta 74 000 nel gennaio del 1936, e l’anno dopo
arriva fino a 341 000, con un aumento di 254 000 tra l’Vili e il IX con­
gresso. Il suo elettorato raddoppia tra il 1932 e il 1936 e la formula del­
le liste uniche di Fronte popolare gli consente di inviare all’Assemblea
72 deputati invece dei dieci precedenti (i socialisti hanno ottenuto 149
deputati, i radicali 109)\1 comunisti spagnoli erano, nel 1930, una pic­
cola setta di un migliaio di iscritti; nel 1934 sono divenuti 24 000, nel
gennaio del 1937 addirittura 230 000, a cui vanno aggiunti icirca 50 000
del Psuc e i 20 000 del Partito comunista basco. Alle elezioni del feb­
braio del 1936 il Pce ha visto eletti 14 suoi candidati dei 267 del Frentc

2 Histoire du Pcf Parti communiste français (manuel), Paris 1964, pp. 307, 310, 343.
i4 Capitolo secondo

popular*. Anche se, nel caso spagnolo, lo sviluppo tumultuoso del par­
tito è legato al ruolo crescente dei comunisti nella difesa armata della
repubblica e se le stesse cifre del reclutamento sono considerate esagera­
te da Togliatti, quando egli giunge in Spagna come consigliere del Pce
(secondo lui sono poco piu di 200000 gli iscritti)3 4, 5va tenuto presente
un indice di crescita che segna un vero salto di qualità: vi sono nell’Occi­
dente europeo per la prima volta partiti comunisti di massa e vi si inse­
diano essenzialmente in seguito e per frutto di una grande svolta politi­
ca condivisa, appoggiata, sospinta, da masse operaie, contadine, di ceto
medio.
È la misura, il carattere di questa metamorfosi che qui piu ci interes­
sa. I partiti comunisti francese e spagnolo diventano l’ala marciante di
tutto il movimento anche se le decisioni fondamentali, l’indirizzo poli­
tico, le grandi scelte vengono prese dall’Internazionale e per essa diret­
tamente da Stalin. Anzi è proprio il fatto che la svolta venga condotta
dal centro che le dà un valore piu generale. Davanti alle masse e alle altre
forze politiche - e non per un giorno, ma per anni ed anni, nonostante il
Fronte popolare sia destinato a una rapida involuzione - appare un volto
inedito e una voce diversa del comuniSmo.
Il fenomeno assume in Francia colorazioni particolari, toni e accenti
«tricolori», patriottici, quasi esasperati. Il giovane segretario del Pcf,
Maurice Thorez, preso a simbolo del carattere operaio del partito (viene
dalle miniere del Pas-de-Calais, ha poco piu di trent’anni, è «figlio del
popolo», come verrà chiamato), si batte per il fronte unico con i sociali­
sti invocando una unità nazionale che abbracci lo schieramento piu am­
pio, di cattolici ed ex combattenti oltre ai radicali, per isolare un pugno
di sfruttatori, le famose «deux-cent familles» del grande padronato e del
capitale finanziario. C’è in Thorez un’esaltazione della «missione» della
Francia che non è meno sincera per il fatto di accompagnarsi a quella
dell’Urss, paese del socialismo. Si veda come tipico del linguaggio thore-
ziano questo scampolo del suo rapporto al IX congresso del Pcf, del di­
cembre 1937:
Nell’insieme è lecito affermare che la vita è piu felice, piu libera, piu bella
nel nostro paese di Francia. L’Unione Sovietica a parte, la Francia ha ripreso il
primo posto nel mondo; ridiventa una terra di progresso e di libertà

3 Cfr. claudin, La crisi del movimento comunista cit., p. 16. Cfr. anche lìistoria del Partido
comunista de Espana, L’Avana 1964 e Guy iiermet, Les communistes en Espagne, Paris 1971.
4 Cfr. la relazione a Dimitrov e Manuil'skij del 28 gennaio 1938, in Palmiro togliatti, Opere,
Roma 1979, IV, 1, p. 300.
5 La France du front populaire et sa mission dans le monde, in Maurice thorez, Œuvres, Paris
1934, tomo XIV, p. 221.
L’ala marciarne del movimento ij
Si alimenta una retorica letteraria e artistica del Fronte popolare, at­
torno alla nuova dignità e «bellezza» del mondo operaio. Molto reale
ed evidente, tuttavia, è un concorso di forze intellettuali, di valori mora­
li, di spirito democratico che fanno di questo momento - del 1934-36,
in specie - il primo nella storia nel quale si esprima una confluenza tra il
mondo comunista e la tradizione umanistica e libertaria del socialismo
occidentale. In primo piano bisogna porre il concreto senso di una scelta
e di un’antitesi, quella dell’antifascismo. La lotta al fascismo è lotta di
civiltà, lotta di libertà. È questo respiro a schierare a fianco del Fronte,
in particolare con i comunisti, molti artisti e scienziati facendone «com­
pagni di strada», a conquistare un’avanguardia giovanile che andrà a bat­
tersi in Spagna.
Abbiamo già visto come, nel 1939, in un momento di ritirata, ciascu­
no tenda a trincerarsi nel proprio campo e ritorsioni polemiche facciano
rinascere le vecchie diatribe e formule accusatorie. Né si può sottovalu­
tare il fatto che accuse di tatticismo, oppure di volontà di prevaricazione,
vengano già mosse nel 1935-37 a quel comuniSmo unitario e patriottico
che sbalordisce per la rapidità con cui tende la mano alle altre forze po­
litiche e svolge un’opera di moderazione nel vivo della tensione sociale
che ha portato al successo le sinistre. Thorez, infatti, nel giugno del 1936,
ammonisce gli operai asserragliati nelle fabbriche occupate che si deve
saper finire uno sciopero. La stessa Internazionale comunista ha consi­
gliato i compagni francesi a non entrare nel governo Blum, ma ad appog­
giarlo dal di fuori, nella maggioranza, per non intimorire eccessivamente
i radicali che sono la destra dello schieramento frontista.
Anche sul piano del programma, di «progetti» sociali di pianificazio­
ne, se non di nazionalizzazione, il Pcf frena entusiasmi e impazienze del­
l’ala piu intransigente socialista, con l’argomento dottrinario per cui ogni
problema di passaggio al socialismo è subordinato alla presa del potere,
che non è compito dell’oggi6. Thorez, in effetti, risponde ai socialisti che
anche i comunisti sono per la socializzazione, «per l’espropriazione pura
e semplice degli espropriatoti capitalisti, ma ritengono che per socia­
lizzare bisogna soddisfare una condizione, una condizione quasi insigni­
ficante: possedere il potere, prendere il potere. Ora, per prendere il po­
tere esiste un solo metodo... ed è il metodo dei bolscevichi, l’insurrezione
vittoriosa del proletariato, l’esercizio della dittatura del proletariato e il
potere dei soviet»; nella sua risposta vi è certamente - come è stato no­

6 Cfr., su questi aspetti, Giorgio caredda, Il Fronte popolare in Francia 1934-1938, Torino 1977,
pp. 64-87 e 208-28. Cfr. anche Umberto coldagelli, Sinistra e società bloccata. I. Il sistema poli
tico della Terza Repubblica, in «Laboratorio politico», a. 1, n. 3, maggio-giugno 1981, pp. 32-6H.
16 Capitolo secondo

tato - una «frattura tra tattica e strategia» che «può rendere piu proble­
matica la capacità di incidenza della azione politica» ’.
Si toccano qui punti sensibili, anche dolenti, dello «stato ideologico»
del comuniSmo, che non concernono però soltanto quel momento sto­
rico ma in generale tutti quelli caratterizzati dall’ampiezza di un movi­
mento popolare nei quali il coesistere, su piani che non si intersecano, di
uno schema inalterato di modello di presa del potere, di finalismo rivolu­
zionario con una politica prudente, permeata di « spirito di compromes­
so», costituisce un impaccio alla comprensione delle novità della situa­
zione. Cosi anche il rapporto tra economia e politica, la stessa tematica
della «transizione al socialismo», restano poco sviscerati e praticati.
Il Pcf nuovo, del Fronte popolare, è da questo punto di vista cosi
scoperto che la critica storico-teorica lo ha spesso assunto a bersaglio.
È verissimo che in esso si accantona ma non si intacca minimamente il
bagaglio di «principi» del leninismo. La «bolscevizzazione» è avvenuta.
Thorez, pur sperimentato con successo anni prima alla scuola leninista
di Mosca, viene però affiancato da un consigliere del Komintern, il miste-
rioso e celebre Clément (si chiama Eugenio Fried, è di nazionalità ceca,
della minoranza ungherese) che si rivela un duttile e intelligente sugge­
ritore della nuova linea*. L’indottrinamento - che ritroveremo sempre
particolarmente puntiglioso nei quadri del Pcf - è un atto di fede, né lo
scalfiscono i «nuovi» filosofi accorsi nelle sue file, da Georges Politzer
a Henri Lefebvre a Paul Nizan, la figura intellettualmente piu interes­
sante’.
La critica cui si faceva cenno ha notato che il Pcf si rivela piu bolsce­
vico che leninista, resta essenzialmente pervaso dalla «ideologia france­
se», non marxista bensì giacobina, secondo un filone che nel guesdismo
ha espresso un «giacobinismo operaio» e dove il richiamo alla «Grande
Révolution» è particolarmente insistito107. 8Senonché,
* se tali tratti storici,
verificabili sui lunghi periodi, sono indubbi, il vero problema resta quel­
lo dell’azione e della penetrazione nel paese della politica di fronte po­
polare.
Stando alla realtà politico-sociale, l’accusa ai comunisti di avere bloc­
cato uno sviluppo rivoluzionario di tipo socialista non pare molto con-

7 franco de felice, I fronti popolari: perché ieri e non oggi, in «Rinascita», a. xxxm, n. 24,
li giugno 1976.
8 Cfr. sulla sua lunga missione in Francia e la sua funzione accanto a Thorez, Giulio cerreti,
Con Togliatti e Thorez, Milano 1973, pp. 198-203.
’ Molti suoi articoli, e corrispondenza inedita, in paul nizan, Intellettuale comunista: 1926-
1940, a cura di Jean-Jacques Brochier, Firenze 1974.
18 Cfr. le interessanti osservazioni e analisi contenute in Daniel lindenberg, Il marxismo intro­
vabile. Filosofia e ideologia in Francia dal 1880 a oggi, Torino 1978.
L’ala marciarne del movimento *7
vincente ". Come sempre, certe dispute retrospettive su quello che sareb­
be potuto accadere se le dirigenze si fossero comportate in modo diverso
sono la spia di controversie attuali, piu politiche che storiografiche. Ciò
che la storiografia sul Fronte popolare francese non ha posto seriamente
in dubbio è che il Pcf si batte senza riserve e con forza per l’unità e la
saldezza dello schieramento vittorioso della primavera del 1936: gli osta­
coli, i nemici del Fronte, vanno cercati a destra; la robustezza dell’oppo­
sizione di classe alle sinistre si manifesta presto quasi intatta. Curiosa­
mente - anche per giustificare le proprie debolezze ed esitazioni - Blum
ricorrerà, in una sua drammatica testimonianza, a una considerazione
non molto diversa da quella del Thorez che invitava a considerare che il
potere non era stato preso. Dirà infatti Blum al processo di Riom del
1942, nel quale sarà accusato-accusatore dei collaborazionisti di Vichy:
Anche quando la Camera eletta sembrava appartenere a una maggioranza
popolare, la borghesia conservava mezzi di resistenza che cedevano temporanea­
mente alla paura, e che ritrovavano la loro efficacia appena tornata la calma...
La borghesia francese deteneva il potere: essa non ha voluto né cederlo, né di­
viderlo. L’ha conservato tutto intiero... “.

Il Fronte non ha vita facile neppure per un mese. Il fascismo italiano


e tedesco è all’offensiva in Europa e ha molte buone carte da giocare an­
cora, in Francia come in Spagna. In Francia il padronato cerca subito di
sabotare gli accordi strappati dal sindacato operaio, inizia un suo « scio­
pero» che è l’esportazione di capitali, attua una pressione inflazionistica,
lancia una campagna di allarme efficace sulla grande massa di piccoli ri­
sparmiatori cercando di trarre partito dalla radicalizzazione sociale che il
governo cerca, a sua volta, di scongiurare. In Spagna siamo, con il 17 lu­
glio, alla rivolta dei generali guidata da Franco, che dilaga e mette subi­
to in forse l’esistenza stessa della repubblica democratica. Le truppe dei
«rivoltosi» conquistano province e regioni, in specie nel Sud, minaccia­
no Madrid e Barcellona.
L’internazionalizzazione dello scontro pone in crisi tutto lo schiera­
mento di sinistra. Mentre la resistenza popolare in Spagna riesce a evi­
tare un crollo repentino, Blum non ha il coraggio di impegnare la Francia

11 Classico, in proposito, è l’atto di accusa portato, come testimonianza personale e come rico­
struzione storica, in daniel guérin, Front populaire, révolution manquée, Paris 1963. Sulla scia
della tesi del militante trockista si muovono molti autori, da claudin, La crisi del movimento comu­
nista cit. a colette audry, Léon Blum, ou la politique du juste, Paris 1933. Per una discussione ili
tale orientamento cfr. JEAN lacouture, Léon Blum, Paris 1977, PP- 299-301. Per l’insieme degli
studi sul Fronte popolare e sull’azione in esso del Pcf e della Sfio, cfr. la bibliografia offerta in
appendice al saggio di Georges lefranc, Il socialismo in Francia compreso nella Storia del sociali­
smo, a cura di Jacques Droz, Roma 1978, III, pp. 499-302. Fondamentale resta, dello stesso lit uani:,
la Histoire du Front populaire, Paris 1963.
12 Devant la cour de Riom, in Léon blum, à l’échelle humaine, Paris 1943, pp. 86-87.
18 Capitolo secondo

in una fornitura massiccia di armi alla repubblica spagnola che sarebbe


decisiva nell’estate del 1936. Pressato, ricattato dal governo conservato-
re inglese, bloccato dalle titubanze del suo Stato maggiore, sceglie la li­
nea del «non intervento» che sarà esiziale, mentre la Germania nazista
- che ha potuto tranquillamente, nel febbraio del 1936, rimilitarizzare la
Renania - e l’Italia fascista, vittoriosa in Etiopia, si accingono a un inter­
vento risoluto a fianco della ribellione nazionalista spagnola, inviando
armi, aerei, truppe corazzate, fino a veri e propri corpi di spedizione di
70 - 80 000 uomini.
Abbiamo un paradosso di questo tipo: il Fronte si è costituito e ha
trionfato per difendere Francia e Spagna dal fascismo ma in uno di que­
sti paesi, il piu debole, sta prendendosi una rivincita clamorosa e armata
proprio la reazione piu violenta. E la Francia del Fronte popolare non sa
venire in aiuto della Spagna democratica nel momento cruciale. La con­
traddizione è colta con molta nettezza da parte comunista. Dal Pcf, dal
Komintern, dall’Urss. Tutta la impostazione del VII congresso dell’In­
ternazionale porta a prendere coscienza della gravità dell’assalto su scala
europea (e mondiale: il Giappone ha invaso la Cina). I comunisti fran­
cesi si verranno a trovare, però, inascoltati ancorché battaglieri nel suo­
nare l’allarme in seno alla maggioranza del Fronte. E l’Urss rompe gli
indugi del primissimo momento, di luglio-agosto. In settembre inter­
viene.
È a questo punto, infatti, che Stalin prende la decisione di correre
concretamente e urgentemente in aiuto alla repubblica spagnola. All’ini­
zio di autunno del 1936 il sostegno militare sovietico è già operante:
aerei, carri armati, mitragliatrici, fucili, munizioni, viveri. Il Komintern
sta organizzando le Brigate internazionali, mandando in Spagna a mi­
gliaia e poi a decine di migliaia, fino a 35 - 40 000 uomini, i suoi militanti
piu decisi, su una base il piu possibile nazionale: nasce il battaglione
tedesco-austriaco Edgard André, quello polacco che s’intitola al nome
del comunardo Dombrowski, quello franco-belga, anch’esso richiaman-
tesi alla «Commune de Paris», quello italiano, il Garibaldi. Alla guida
delle formazioni, che s’inquadreranno nell’esercito spagnolo, stanno diri­
genti comunisti di grande prestigio, da André Marty a Luigi Longo; nelle
Brigate combattono accanto agli «staliniani» uomini di altri partiti: so­
cialisti, democratici e giovani senza partito, inglesi, americani, jugoslavi,
canadesi, di cinquanta nazionalità.
L’intervento di Stalin va di certo collocato nelle ragioni della politica
estera sovietica di «sicurezza collettiva», di accordo in primo luogo con
la Francia, ma si esprime con questo vasto spettro di iniziativa politica e
di massa che è una novità di carattere storico per l’Urss. Da anni essa si
L’ala marciarne del movimento <9

era, per cosi dire, rinchiusa in se stessa, nel colossale sforzo di industria­
lizzazione e di collettivizzazione agricola. Ora si proietta all’esterno.
È assodato che l’aiuto militare sovietico salva Madrid e la repubblica
nell’ottobre-dicembre del 1936 13 14ma15l’intervento si esprime anche in ter­
mini politici ed «ideali» che fanno sensazione. Stalin, per l’occasione,
usa un linguaggio internazionalista che pare riprendere quello dei bol-
scevichi del 1917 e della guerra civile del 1918-20. Invia, il 16 ottobre
del 1936, a José Diaz, segretario del Pce, un «telegramma storico» “.
Aiutando le masse rivoluzionarie della Spagna i lavoratori dell’Unione So­
vietica non fanno che compiere il loro dovere. Sanno che liberare la Spagna dai
reazionari fascisti non è un compito dei soli spagnoli, bensì la causa comune
di tutta l’umanità progressista.
Non sfugge il fatto che Stalin scriva non solo e non tanto in quella
occasione nella sua qualità di massimo leader dello Stato sovietico, ma
come un capo comunista a compagni impegnati in una lotta acerrima. Piu
importante ancora sarà la lettera che sempre Stalin (firmando con Mo­
lotov e Vorošilov) invierà a Largo Caballero, il socialista presidente del
Consiglio, il 21 dicembre dello stesso 1936. Piu importante perché qui
si consigliano i governanti spagnoli ad attuare una politica di vaste al­
leanze sociali che comprenda contadini e piccola e media borghesia, li si
mette quindi in guardia da un estremismo collettivistico che restringe­
rebbe il fronte e allontanerebbe le simpatie di strati intermedi. Ma Stalin
si spinge anche piu lontano. Dice al «compagno» Largo Caballero:
La rivoluzione spagnola si apre strade che, per molti aspetti, differiscono
dalla strada presa dalla Russia. Ciò è determinato dalle differenze di ordine sto­
rico, sociale e geografico, dalle esigenze della situazione internazionale, diverse
da quelle che si posero dinanzi alla rivoluzione in Russia. È possibile che la «via
parlamentare» risulti un processo di sviluppo rivoluzionario più efficace in Spa­
gna di quanto non lo fu in Russia ls.

Stalin non nasconde che i suoi consigli hanno un contenuto di oppor­


tunità politica immediata tanto è vero che aggiunge che una politica del­
la repubblica spagnola la quale incoraggi i contadini piccolo-proprietari,
eviti confische di beni, garantisca la libertà di commercio, si assicuri il
favore dei gruppi politici antifascisti piu moderati, servirà a impedire
che « i nemici della Spagna vedano in essa una repubblica comunista » e

13 Cfr. David CATTELL, J comunisti e la guerra di Spagna, Milano 1962, pp. 88-105. Per nitre
testimonianze, cfr. gabriel jackson, Aproximaciòn a la Espana contemporànea, 1898-1975, Barce­
lona 1981, p. in.
14 Cfr. josé dìaz, Por la unidad, bacia la Victoria, rapporto al Cc del Pce, del 5 marzo 1937,
Barcelona 1937.
15 II testo, in lingua spagnola, in Guerra y revoluciôn en Espana 1936-39, Moskva 1966, 11,
pp. 101-2.
20 Capitolo secondo

quindi a «prevenire un loro intervento dichiarato che costituisce il pe­


ricolo piti grande per la Spagna repubblicana». Egli prospetta, nondime­
no, per la prima volta, e in una situazione aperta a esiti rivoluzionari (nel
corso di una «guerra di movimento», avrebbe detto Gramsci), la possi­
bilità di un cammino al socialismo diverso da quello percorso in Russia.
Sono discorsi che ritroveremo nell’immediato dopoguerra, tra il 1945 e
il 1947, per non andare a quel 1956, a quel XX congresso del Pcus, nel
quale Chruscëv riparlerà di una «via parlamentare». E, in ogni caso, la
questione delle «differenze» è già posta.
Il cenno di Stalin - che non affaccia neppure la distinzione tra rivo­
luzione democratica e rivoluzione socialista - ha un corrispettivo nella
elaborazione presente tra i comunisti spagnoli cosi come nei giudizi che
sulle «cose di Spagna» formula Paimiro Togliatti. I primi — in specie
José Diaz16 — e il secondo insistono sulla fase di rivoluzione democratica
che attraversa la Spagna, ma introducono anche un concetto rinnovato­
re che sta alla base di quella concezione di rivoluzione antifascista che
diverrà familiare nel movimento comunista con la Resistenza.
Il concetto si può esprimere succintamente: lottando in armi contro
i grandi agrari e il Capitale finanziario che sono il sostegno del fascismo,
le masse popolari spagnole non attuano soltanto una rivoluzione demo­
cratico-borghese classica, ma si fanno protagoniste di un rinnovamento
dell’intera società tale da produrre forme nuove di democrazia, anzi una
democrazia di tipo nuovo che supera l’ambito e gli steccati delle demo­
crazie borghesi. Il valore e la pratica della democrazia politica ne vengo­
no esaltati e per quanto concerne la Spagna non si tratta tanto del Parla­
mento - che, anzi, e non certo per smentire Stalin, Togliatti non crede
molto alla possibilità di far leva sulla vitalità del Parlamento, magari
attraverso nuove elezioni - quanto della vita democratica della repubbli­
ca. La questione che si comincia ad impostare e che sarà oggetto di rifles­
sione e delle soluzioni piu diverse in un altro periodo di « guerra di mo­
vimento», quello delle Resistenze appunto, è proprio delle forme in cui
si potrebbe calare questa nuova democrazia-, comitati di Fronte popolare
sui luoghi di lavoro e nelle assemblee elettive, sindacalismo di base, stru­
menti efficaci di autogoverno locale e regionale, cooperative.
Su tutto questo versante il discorso è appena all’inizio, a volte appe­
na un balbettio, travolto dalle crescenti difficoltà della situazione, sia in
Francia che in Spagna. Ciò che colpisce di piu, nell’intrico degli avveni­
menti - che qui non si possono ovviamente richiamare se non per cenni

“ Cfr. il suo rapporto al Pce, Por la unidad cit. e, piu in generale, Très ados de lucha, Barce­
lona 1939.
L’ala marciarne del movimento 21
complessivi - è il crescente deteriorarsi della situazione interna. In Spa­
gna tutto è subordinato al corso della guerra guerreggiata sui fronti, un
corso che, seppure con una tenace, eroica resistenza della repubblica, tra
il 1937 e la prima metà del 1938, vede un avanzare inesorabile dei na­
zionalisti: prima metà, poi due terzi del paese sono in mano degli eserciti
di Franco, la Catalogna è assediata, il «fronte centrale» tra Valenza e
Madrid tiene con estrema fatica. Eppure, non tutto il «negativo» è con­
tenuto nella sorte sfortunata di combattimenti impari. Nelle relazioni
riservate che Togliatti manda al Komintern gli aspetti piu inediti sono
quelli dai quali sorte l’immagine di un Fronte popolare che si sgretola
politicamente, di una classe operaia che resta profondamente divisa-con
gli anarchici sempre piu ostili, con rapporti via via peggiori tra le varie
correnti socialiste e tra socialisti e comunisti, con l’assenza di democrazia
reale.
La cosa che salta agli occhi è l’assenza di quelle forme democratiche che per­
mettono alle vaste masse di partecipare alla vita del paese e alla politica. Nella
Spagna attuale il parlamento non rappresenta quasi nessuno, d’altra parte non
ha senso pensare ora, in questa situazione, ad una sua rielezione. I consigli mu­
nicipali - gli ajuntamentos - e i consigli provinciali sono stati formati dall’alto,
dai governatori che distribuiscono i posti fra i vari partiti, d’accordo con gli
organi direttivi di questi. I comitati di Fronte popolare che a un certo punto
erano stati creati ovunque e avevano assunto funzioni governative, successiva­
mente dovettero passare quest’attività ai consigli municipali: da allora i comitati
di Fronte popolare hanno cessato di fatto di esistere, ad eccezione di alcuni posti
dove continuano a sopravvivere non essendo, d’altro lato, eletti dalle masse.
Ci sono i comitati di fabbrica ma è molto difficile stabilire se stati eletti o nomi­
nati dall’alto [...]. Nei sindacati, che sono divenuti una potente organizzazione
economica, c’è pochissima democrazia. I partiti politici, se escludiamo il nostro,
portano avanti un’attività politica molto debole tra i loro iscritti. La vita poli­
tica del paese si svolge al di fuori del controllo delle masse. Le questioni politi­
che sono decise in sedute, discussioni, macchinazioni, nella lotta tra i differenti
comitati dei partiti e dei sindacati, ecc.

Il quadro è drammatico: non meno rilevante è che, dandolo, uno dei


massimi dirigenti dell’Internazionale comunista mostri come la demo­
crazia politica venga intesa da lui quale democrazia di massa, di base o
partecipativa che dir si voglia, e che nella sua assenza sia indicata una
delle cause della sconfitta. Anche questa è una delle novità da segnare,
se non si vuole pensare al recupero delle originarie impostazioni in parte
leniniane in parte gramsciane (nel dirigente comunista italiano) del rap­
porto tra democrazia operaia e costruzione di un regime socialista.
In Francia, in termini meno angosciosi ma anche meno aperti, esiste

17 Dalla relazione del 30 agosto 1937, in togliatti, Opere cit., IV, i, pp. 264-63.

3
22 Capitolo secondo

lo stesso problema. Il Fronte ha vita stenta di base. È sempre piu som­


merso dai nemici esterni, dal prevalere di un clima di preoccupazione e di
disgregazione, da uno spirito di pacifismo inerte che pervade vasti strati
di piccola e media borghesia, anche di popolo, e sarà alla radice della
resa di Monaco. Il suo decadere è rapido. Il primo governo Blum cade
nel giugno del 1937 mentre il Comitato del Fronte popolare pare avere
già chiuso i battenti. I successivi ministeri, Chautemps e Blum, sono fan­
tasmi dello schieramento che ha trionfato nel giugno del 1936. E quello
di Daladier, che nasce nell’aprile del 1938, formato di radicali ed espo­
nenti del centro-destra con l’appoggio parlamentare di socialisti e comu­
nisti, ne è già il becchino, pronto a una politica estera arrendevole fino al
cedimento nei confronti del nazismo, persino a riconoscere Franco: in­
somma, il governo dei munichois.
È impressionante il cambiamento di atmosfera dal 1936 al 1938. An­
che la classe operaia francese pare ormai rinchiusa in se stessa. È stato
notato che ciò derivava anche dal fatto che «la base ideologica del mo­
vimento operaio francese sia socialista che comunista era il pacifismo...
sentimento dominante fino alla guerra del 1939»18. Se questa classe ope­
raia che nel giugno del 1936 pareva lanciata verso esiti rivoluzionari in
una situazione in cui «tutto era possibile» va, negli anni successivi, ver­
so l’isolamento il problema si presenta anche come problema di una sua
mancata unità politica, in altri termini della fallita riunificazione di socia­
listi e comunisti.

18 LEO vALiANi, Fronti popolari e politica sovietica (relazione tenuta al seminario di studi orga­
nizzato nell’aprile del 1972 dalla fondazione Luigi Einaudi), in Problemi di storia dell’Internazio­
nale comunista, a cura di Aldo Agosti, Torino 1974, p. 2ir.
Capitolo terzo
Il fallimento dell’«unità organica»

La storia di un fallimento non è la storia dei «se». Nel caso del falli­
mento dei propositi e dei tentativi di tornare dopo le grandi scissioni del
1920-21 a una riunificazione politica, «organica» come si dice già allo­
ra, tra socialisti e comunisti durante la stagione dei Fronti popolari, si
tratta di un fenomeno da analizzare con grande attenzione: sia per la
possibilità che ci offre di misurare quanta distanza separi le due compo­
nenti, a livello nazionale e su scala internazionale, sia perché il tentativo
si ripete circa dieci anni dopo, tra il 1944 e il ’46-47. Il secondo falli­
mento, se ha tratti nuovi e piu complessi, ripete certe costanti e dà quin­
di il senso piu preciso di una divaricazione destinata a perpetuarsi nel
movimento operaio europeo per decenni.
Guardare a tale fenomeno con l’esperienza dello «scacco» ulteriore
è inevitabile, anche se può comportare la sottovalutazione dell’impulso
reale a questa unità che sale dai luoghi di lavoro, dalle fabbriche, dalla
«calle». Il fermento penetra nelle dirigenze e si accompagna con la sen­
sazione esaltante della vittoria del Fronte come premessa a conquiste so­
ciali piu consistenti, alla creazione di un potere popolare. È inutile ram­
mentare ancora i limiti generali che abbiamo già tratteggiato dello schie­
ramento delle sinistre sia in Francia che in Spagna - gli unici Paesi dove
il discorso dell’unità organica si faccia consistente nel 1935-37. All’ori­
gine delle proposte che circolano sin dalla fine del 1934 si deve, però,
collocare lo slancio iniziale. Infatti, dalle file stesse della Sfio, in Francia,
dalla sinistra socialista di Zyromski e dalla «gauche révolutionnaire» di
Marceau Pivert e altri, si lancia la parola d’ordine dell’unità organica in
funzione di un compito «massimalistico»: unirsi strettamente in un par­
tito che voglia e sappia attuare la dittatura del proletariato in Francia,
che abbia nel suo programma la socializzazione dei mezzi di produzione,
anzitutto delle banche e di alcune grandi industrie. Il Pcf replica che hi
sogna fare prima saldamente il «fronte unico», e partire dall’unità di
24 Capitolo terzo

azione per giungere all’unità organica È la linea tracciata dall’Interna­


zionale comunista. In ogni modo, si dà il primo paradosso: vi sono due
partiti che paiono rivaleggiare nella rincorsa di prospettive «soviettiste»
(e il Pcf non vorrà essere da meno, come si vedrà) ciascuno dei quali è
affiliato però a organizzazioni internazionali incapaci di trovare un terre­
no di azione comune nella difesa della pace e nella lotta al nazismo. Tut­
tavia nel 1933 sembra che si debbano percorrere passi in avanti proprio
sul disegno, sull’architettura di un modello di Stato operaio. Si crea una
commissione comune di unificazione, ci si scambiano progetti, si sfiora­
no appena le questioni piu delicate: il rapporto con Mosca del Pcf, la
penetrazione nella Sfio di trockisti, la struttura interna del partito da
edificare, i rapporti con l’Internazionale socialista.
Quando Dimitrov tiene il suo rapporto al VII congresso dell’Inter­
nazionale comunista, nel luglio del 1935, e cita come esempio per tutti
il Pcf, non evita il tema dell’unità organica. Detta tuttavia condizioni
«di principio» per procedere a tale ambiziosissimo obiettivo. Letta, co­
me si diceva, con il senno di poi, la piattaforma offerta dal segretario
generale del Komintern sembra talmente rigida da precludere ogni reale
progresso. Riproduciamo il passo testuale della relazione:
Questa unificazione è possibile soltanto:
Primo-, a condizione della indipendenza completa dalla borghesia e della rot­
tura completa dal blocco della socialdemocrazia con la borghesia-,
Secondo-, a condizione che si sia preventivamente realizzata l’unità d'azione-,
Terzo: a condizione che si riconosca la necessità dell’abbattimento rivolu­
zionario del dominio della borghesia e della instaurazione della dittatura del
proletariato nella forma dei Soviet-,
Quarto: a condizione che si rinunci ad appoggiare la propria borghesia nel­
la guerra imperialista-,
Quinto: a condizione che il partito venga organizzato sulla base del centra­
lismo democratico, che garantisce l’unità di volontà e di azione e che è stato
verificato dalla esperienza dei bolscevichi russi\

In sostanza, l’unificazione sarebbe l’assorbimento dei socialisti in un


partito bolscevico che guardi all’esperienza e al modello russo come de­
terminanti. Dimitrov tace sull’eventualità dello scioglimento della III In­
ternazionale; si preoccupa, invece, di mettere in guardia dalle manovre
di chi lavorerebbe a un partito unico della classe operaia solo per farne
un nuovo partito socialista, per dare vita a una «nuova Internazionale

1 j. BERLIOZ, La marche au parti unique du prolétariat français, in « La Correspondance interna­


tionale», a. XV, n. 113-14, 30 novembre 1933.
2 GEORGij Dimitrov, La classe operaia contro il fascismo (rapporto al VII congresso dell’Inter­
nazionale comunista), Bruxelles 1933, P- 94-
Il fallimento dell’«unità organica» 23

la quale, diretta contro il movimento comunista, approfondisca la scis­


sione della classe operaia». Lo spettro del trockismo si aggira e piu an­
cora si aggirerà — come vedremo - per il movimento comunista. Ma, al
di là di tale evocazione la rigidità dell’impostazione del Komintern pare
indicare che l’unica unità auspicabile da Mosca sia quella d’azione. Se il
moto unitario è piu intenso - suggerisce Dimitrov - lo si raccolga allora
stringendo le forze in un unico partito disciplinato, retto dal centralismo
democratico, capace di fare quella politica antifascista di larga unione de­
mocratica che è quella che sta a cuore a Stalin, per la Francia e la Spagna
in quanto Stati in primo luogo.
La preoccupazione di non spostare l’asse ideologico, di non smuovere
l’orizzonte delle forze rivoluzionarie, è vivissima al VII congresso. Esso
è quello in cui la esaltazione di Stalin è già rituale, con i toni che abbia­
mo segnalato per il 1939. È anche il congresso dove cura particolare di
relatori e intervenuti diventa il ribadire che non si toccano i presupposti
teorici e strategici del «marxismo-leninismo». Dimitrov precisa che ogni
ricerca di forme di transizione non mira ad avviare uno « stadio interme­
dio democratico» bensì a favorire la rivoluzione proletaria, per appro­
dare alla dittatura come in Unione Sovietica. In questa solenne occasione
Thorez ripete, pari pari, l’impostazione di Dimitrov. Dice ai congressisti
che il Pcf lavora per un’unità organica fondata su questi principi: «Pre­
parazione all’insurrezione armata, alla dittatura del proletariato, al pote­
re dei Soviet come forma di governo operaio; internazionalismo conse­
guente; appartenenza a un partito unico mondiale della classe operaia;
centralismo democratico» ’.
Sono questi, però, gli ostacoli insuperabili per il processo di unifica­
zione politica? Lo sono nel fondo, se si vuole, perché lo saranno anche
nel 1944-46. L’andamento delle trattative che continuano nel 1936 e nel
1937 indica piuttosto che, quando la spinta unitaria di massa è piu forte,
quando sale l’ondata del Fronte popolare, i socialisti non hanno alcuna
intenzione di lasciare ai comunisti il monopolio dell’appello all’unità or­
ganica; poi, via via che le cose si complicano, tergiversano e avanzano le
riserve piu diverse.
Se allarghiamo lo sguardo dalla Francia alla Spagna il quadro non mu­
ta se non all’apparenza. Anche il Pce avanza proposte analoghe ai socia­
listi spagnoli. Si realizza l’unificazione in Catalogna, dando vita al Psuc,
ma è una unificazione di gruppi assai minoritari del socialismo e dello
stesso comuniSmo catalano. Se il Psuc, diretto dall’ex socialista Juan Co-

3 Dall’intervento di M. Thorez al VII congresso dell’Internazionale comunista, il 3 agosto ìoij,


in «La Correspondance internationale», a. xv, n. 106, 12 novembre 1933.
26 Capitolo terzo

morera* aderisce fin dall’estate del 1936 alla III Internazionale, le cor­
renti eterodosse hanno dato vita a formazioni che si raggruppano in quel
«Partido obrero de unification marxista» (Poum) che sarà il bersaglio
- purtroppo non solo politico - dello stalinismo, fino alla soppressione
fisica di Andrés Nin, la personalità di maggior rilievo, amico ma non se­
guace ortodosso di Trockij4 5. Anche la fusione della gioventù socialista
diretta da Santiago Carrillo con quella comunista di Fernando Claudin,
nell’aprile del 1936, non è che il suo passaggio nelle file del Pce. Tutti i
gruppi fondamentali del socialismo spagnolo, dal «centro» di Prieto alla
sinistra di Caballero, oppongono sempre un «fin de non recevoir» al­
le proposte del Pce. E non solo a quelle del partito spagnolo. A stare a
testimonianze socialiste e anarchiche attendibili, Caballero respinge con
un «no» molto netto, nel febbraio del 1937, una proposta precisa giun­
tagli da Stalin di guidare lui stesso una fusione di socialisti e comunisti.
Caballero replicherebbe che il Pce conduce una politica di proselitismo
che mira semplicemente ad assorbire l’altro partito6. 7Di certo si sa che
un mese dopo, nel marzo, José Diaz ammette pubblicamente che non vi
sono le condizioni per l’unità organica ’.
In Spagna non si è neppure riusciti a realizzare l’unificazione sinda­
cale. La divisione originaria del proletariato spagnolo in tre formazioni,
socialista, anarchica, comunista, resta, anzi si approfondisce. Ma il corso
infelice del processo di unificazione politica non è che un riflesso della
crisi più generale del Fronte popolare, della divaricazione tra Internazio­
nale socialista e Internazionale comunista. La prima vive un momento
nel quale le forze centrifughe stanno per dilacerarla. Tutto l’impegno del
presidente De Brouckère e del segretario Adler si esaurisce in un’opera
di mediazione interna defatigante *. Dal luglio del 1937, dopo l’incontro
inconcludente con i delegati del Komintern ad Annemasse, i dirigenti
della socialdemocrazia respingono ogni proposta comunista di azioni co­
muni in favore della Spagna repubblicana.
Le grandi questioni di politica estera che divideranno, nel 1938-39, i
socialisti europei nazione per nazione già sono un fattore di impotenza
e di frattura. Come ha scritto il Cole, d’altronde, «l’Internazionale socia­

4 Cfr. manuel tunon de lara, Storia del movimento operaio spagnolo, Roma 1976, pp. 661-64.
Sul Psuc durante la guerra civile si veda il durissimo giudizio di Togliatti in ID., Opere cit., IV, x,
pp. 272-75..
5 Su di lui cfr. F. BONAMUSA, Andrés Nin y el movimiento comunista en Espana, Barcelona 1977.
6 luis de ARAQUiSTAiN, El comuniSmo y la guerra de Espana, citato in josé peirats, La Cnt
nella rivoluzione spagnola, Milano 1978, III, p. 172. L’episodio è confermato da claudin, La crisi
del movimento comunista cit., p. i8r.
7 Cfr. il suo rapporto al Ćc del Pce, Por la unidad cit.
’ Cfr. Leonardo RAP0NE, L’età dei fronti popolari e la guerra, in Storia del socialismo italiano,
diretta da Giovanni Sabbatucci, IV, 1926-43, Roma 1981, pp. 270-71.
Il fallimento dell’«unità organica» 27
lista e laburista dal 1933 in poi fu in effetti poco piu di una blanda fede­
razione dei partiti inglese e francese e di quelli di piccoli Stati dell’Euro­
pa occidentale»’. L’unico minimo comun denominatore è l’avversione
all’Internazionale comunista. Si prenda il laburismo britannico. Anche
qui vi è una tendenza di sinistra, favorevole a rapporti di collaborazione
con i comunisti, i quali in Gran Bretagna vorrebbero poter entrare nel
Partito laburista. Ma i gruppi intellettuali piu aperti e lungimiranti, qua­
li quello di Harold J. Laski e John Strachey, che dànno vita al Left Book
Club, vengono posti al margine; al «manifesto dell’unità», lanciato nel
gennaio del 1937 da Laski e da Cripps, oltre che da autorevoli sindaca­
listi, l’esecutivo del « Labour party » risponde espellendo dal proprio se­
no la «lega socialista» che l’aveva promosso.
La cornice del quadro è questa. Si capisce cosi che stancamente, tra
l’autunno del 1936e quello del 1937, in coincidenza con il logorarsi del
primo vero governo di Fronte popolare, si succedano, e a grandi inter­
valli, riunioni e contatti per una fusione che non ci sarà né può esserci.
La storia è stata egregiamente sintetizzata dallo stesso Cole in questi ter­
mini:
I negoziati per l’unità fra socialisti e comunisti, che continuarono con inter­
mittenza, accompagnati da molte mutue recriminazioni, furono condotti nel cor­
so di questi anni in gran parte con propositi opposti: i comunisti volevano che
il Partito socialista si amalgamasse con loro, convinti di potere, con la loro ener­
gia e determinazione, prendere in mano la direzione di un partito unitario; in­
vece i socialisti, che rifiutavano la nozione stessa di «centralismo democratico»
e di dittatura di partito, ma sentivano quanto fosse forte l’opinione popolare a
favore di un’azione unitaria, favorivano una forma di collaborazione fra i due
partiti che li avrebbe lasciati entrambi intatti10.

Non esiste, insomma, alcun dubbio che la Sfìo di Blum e di Paul Faure
tutto voglia meno che di procedere all’unità organica. Anche le differen­
ze strutturali tra i due partiti restano enormi. A un Pcf fortemente cen­
tralizzato, che penetra nelle officine attraverso la sua efficiente organiz­
zazione di cellule di fabbrica, si contrappone una Sfio divisa in correnti
e il cui organismo dirigente, la «Commissione amministrativa permanen­
te», non ha veri poteri decisionali né sulle organizzazioni territoriali né
sul gruppo parlamentare11. Come ha notato Jacques Fauvet, i socialisti
sanno benissimo che «l’unité sonnerait le glass de la Sfio» “. Perché dun­
que quando la Sfio ritira la mano prima tesa il Pcf porge la sua con un’in-

’ G. D. H. cole, Storia del pensiero socialista, V, Socialismo e fascismo 1931-1939, Bari 1968,
P. 71-
10 Ibid., p. 123.
11 Sulla struttura della Sfio cfr. lefranc, Il socialismo in Francia cit., pp. 462-64.
12 fauvet, Histoire du Pcf cit., p. 21J.
28 Capitolo terzo

sistenza che assume persino - come diremo - aspetti patetici? Per otte­
nere una vittoria propagandistica? Per smascherare - alla vecchia ma­
niera — i «nemici dell’unità»? Per salvare, con questa insistenza, il sal­
vabile dell’unità d’azione? Per resistere meglio a pressioni di tipo con­
servatore che vengono dalle dirigenze del Komintern? Non si può che
lavorare di congetture. Il clima che si è instaurato a Mosca con i grandi
processi non spiana certo la strada al dialogo sull’unità organica. Il fatto
che i trockisti francesi - pur essendo una minoranza sparuta - siano en­
trati nella Sfio aumenta l’assillo del Pcf.
Nel giugno del 1937, quando i socialisti pongono con maggiore forza
la questione dei vincoli internazionali da rescindere per procedere all’uni­
ficazione, nonché quella del «carattere democratico» del nuovo partito
da fondare, Georges Cogniot scrive un articolo sull’organo ufficiale del
Komintern nel quale, pur rinnovando l’appello a procedere sulla strada
dell’unificazione, respinge semplicemente ogni idea di abbandono del
centralismo democratico e di concessione a un «sistema di correnti e di
frazioni»13. Nel novembre del 1937, interviene Georgi) Dimitrov con
uno scritto che servirà di spunto, o di pretesto, alla Sfio per seppellire
definitivamente la proposta comunista. Dimitrov, l’uomo che piu si è
battuto per l’unità d’azione, conduce un attacco durissimo al «socialde-
mocratismo» e alla sua tradizione storica in termini che paiono quelli del
1930 o, se si preferisce, anticipano il linguaggio di Manuil'skij del 1939.
Cita Stalin, ma lo Stalin che nel 1934 aveva affermato che «è impossibile
finirla con il capitalismo prima di avere liquidato il socialdemocratismo
nel movimento operaio».
È vero che lo stesso Dimitrov segnala con favore i passi innanzi fatti
negli ultimi anni sulla via dell’unità, in Francia, in Spagna, tra il Partito
comunista e quello socialista italiani, tendendo a distinguere tra «capi
reazionari» dell’Internazionale socialista e dirigenti piu unitari tra quel­
le file. Eppure il tono generale torna quello delle tradizioni consolidate­
si: l’unificazione si deve fare ispirandosi al modello bolscevico, l’atteg­
giamento nei confronti dell’Urss è una linea di demarcazione storica.
L’esistenza del paese del socialismo «è il piu grande fattore che contri­
buisce alla liquidazione della scissione del movimento operaio mondia­
le» ”. Contemporaneamente, Maurice Thorez scrive senza reticenze che
il nuovo partito unificato della classe operaia deve « ammettere il centra­
lismo democratico come garanzia della solidità incrollabile del partito»15.
13 G. cogniot, Le Front populaire de France et Vunite de la classe ouvrière, in « L’Internatio­
nale communiste», a. xix, n. 6, giugno 1937, pp. 331-63.
14 G. DIMITROV, L'Union soviétique et la classe ouvrière des pays capitalistes, ivi, n. 10-11-12,
ottobre-dicembre 1937, pp. 947-34.
13 Maurice thorez, La grande Revolution d’Octobre et la France, ivi, pp. 110-13.
Il fallimento dell’«unità organica» 29

Eppure, alla fine di dicembre del 1937, celebrandosi il IX congresso


del Pcf, Jacques Duclos vi tiene un rapporto tutto dedicato al tema del­
l’unità organica reiterando — nonostante il no definitivo dei socialisti -
l’offerta alla Sfio in termini accorati. Bisogna liquidare la scissione di
Tours di esattamente diciassette anni prima; si deve fare la fusione, e
quanto prima.
Noi comunisti, il cui scopo è quello di liberare l’umanità dalle catene del
capitalismo, noi che sotto le bandiere di Marx, Engels, Lenin e Stalin, abbiamo
sempre lavorato ad unire il popolo, giuriamo di lottare con tutte le nostre forze
per realizzare al piu presto il partito unico della classe operaia di Francia, pegno
delle nostre vittorie di domani, pegno di coesione e di unione del Fronte popo­
lare del pane, della libertà e della pace “.

Un’unica classe operaia, un unico sindacato, un unico partito, è la


parola d’ordine del Pcf, rilanciata al congresso. «Si pensi - aggiunge Du­
clos, invocando l’unità persino a nome dei compagni tedeschi prigionieri
nei campi nazisti, dei soldati della repubblica spagnola, dei confinati ita­
liani nelle isole di deportazione mussoliniane, delle mamme che non vo­
gliono i loro figli massacrati in una nuova guerra — alla potenza che rap­
presenterebbe in Francia un Partito unico, forte di 450 000 comunisti
giovani e adulti e di 300 000 socialisti giovani e adulti, fraternamente
uniti». Nel suo lungo rapporto, che evita i toni polemici e non raccoglie
neppure, se non per attenuarlo e minimizzarlo, l’atto di accusa di Dimi­
trov al socialdemocratismo, Duclos pare non dare per scontata la fine del­
le trattative con la Sfio. Ma la ripulsa socialista è definitiva. La Cap della
Sfio ha deciso all’unanimità di farla finita.
Il discorso torna alle considerazioni generali, agli ostacoli crescenti
che incontra il Fronte popolare. Esso è ormai l’ombra di se stesso in Fran­
cia e regge più come facciata che come vero e proprio schieramento uni­
tario nella stessa Spagna dove pure si combatte strenuamente. Quella
politica, lo sforzo di arrivare a una nuova unità, non sono stati, però, da
parte comunista, una mera escogitazione tattica. Sia Thorez, ad esempio,
che Togliatti vi credono veramente. Se sono entrambi disciplinatissimi
il primo ha condotto una lotta tenace contro il settarismo del suo par­
tito e il secondo segnala da Mosca, ancora nel maggio del 1939 - cioè
dopo il rapporto di Manuil'skij da cui abbiamo preso le mosse - che la
tendenza, contro la quale egli ha dovuto a più riprese in Spagna prendere
posizione, «è stata quella di credere [da parte del Pce] che la soluzione
di tutti i problemi sarà possibile se e quando il partito avrà nelle sue

“ JACQUES DUCLOS, Faire l’unité (rapporto sulla «liquidazione della scissione e la ricoitituziunc
dell’unità» al IX congresso del Pcf, Arles, 25-29 dicembre 1937), Paris 1938, p. 46.
30 Capitolo terzo

mani tutte le leve del comando » E anche nei giorni della sconfitta To­
gliatti ha ripetuto che la politica dei Fronti popolari è l’unica giusta. Non
meno sincera, però, in lui come negli altri dirigenti comunisti che hanno
operato in Francia e in Spagna, è la sensazione di essere stati lasciati via
via piu soli a battersi per quella politica, di essere stati sempre piu accer­
chiati da un coacervo di forze disparate, fuori e dentro il Fronte, decise
a farla fallire.
Tuttavia sarà a questo primo esperimento storico che ci si richiamerà
durante e dopo la Resistenza. In particolare in Francia resterà una diffu­
sa coscienza nella classe operaia che l’unità è l’arma vincente delle sini­
stre: un tema, quello della «gauche» unita, che percorrerà tutta la suc­
cessiva storia francese, nei successi e negli échecs. Anche per un movi­
mento operaio come quello italiano, all’epoca dei Fronti popolari fatto
semplicemente di emigrati che vivono intensamente quella stagione, il
Fronte popolare è destinato a divenire un’esperienza fondamentale. Non
si arriva alla fusione neppure tra il Psi e il Pei, tuttavia il rinnovo del pat­
to d’unità d’azione tra i due partiti nel 1937 “ sarà una tappa in un pro­
cesso unitario - soprattutto di fronte al fascismo - piu intenso e profon­
do di quanto non sia stato, o non sarà, per i francesi e gli spagnoli.
E vi è un altro risvolto della politica unitaria che si coglierà meglio
nel decennio successivo. Avere sperimentato la politica del Fronte po­
polare, avere perseguita la ricerca unitaria alla base e al vertice, avere
educato quadri e masse alla pratica del « fare politica » in mezzo alle cose,
alla luce del sole, nel confronto con i grandi temi della vita nazionale, ha
creato finalmente partiti comunisti di massa nell’Occidente europeo. Lo
ha notato efficacemente Leo Valiani:
Proprio nel periodo in cui il Fronte popolare fini sconfitto, i partiti comu­
nisti da piccole sette diventarono quei grandi partiti di massa che mai piu cessa­
rono di essere. Il Partito comunista italiano, prima del Fronte unico e del Fron­
te popolare, che esso cercò di mettere in piedi nell’emigrazione, ma che cercò di
varare anche in Italia, era un piccolo partito. Nel ’39, il Partito comunista nel­
l’emigrazione era già, in embrione, un partito di massa. Il Partito comunista
francese non era proprio un partito esiguo, però la sua centrale sindacale, la
Cgtu, nel 1934 aveva, si e no, 250 000 iscritti, mentre la centrale sindacale so­
cialista, la Cgt, ne aveva 900000; il Partito comunista francese aveva da io a
12 deputati, il Partito socialista ne aveva dieci volte tante. Alla fine del perio-

17 Togliatti, Opere cit., IV, i, p. 271.


18 Nella «nuova carta» firmata tra i rappresentanti del Psi e quelli del Pei il 26 luglio 1937, si
scrive: «I due partiti vedono nella unità d’azione un primo passo verso il partito unico della classe
operaia, che costituirà la piu possente arma del proletariato nella sua lotta contro il fascismo e il
capitalismo». Il testo in Trenta anni di vita e di lotte del Pei, Quaderno di «Rinascita», n. 2, Roma
1952, pp. 147-48.
Il fallimento dell’«unità organica» 3i
do del Fronte popolare, nonostante la sconfitta del Fronte popolare e la rottura
dell’unità d’azione, il Pcf ha la grande maggioranza della classe operaia francese
con sé
È vero che non era questo l’obiettivo dichiarato dell’unità organica.
L’obiettivo era tutto e immediatamente politico: creare, se non uno stru­
mento nuovo per la rivoluzione socialista, un baluardo operaio inespu­
gnabile contro il fascismo. Quell’obiettivo non è raggiunto e già sap­
piamo come il 1939 apra una situazione tragica per il comuniSmo e non
meno grave per il socialismo europeo che scende lungo la china dell’ar­
rendevolezza o dell’impotenza dinanzi ad Hitler. Ma la concezione del­
l’unità come assorbimento dei socialisti nel partito unico di tipo «bol­
scevico» è stata presente, persino prevalente nel Komintern. Perché? Il
discorso non può non tornare alla natura dell’Internazionale comunista,
al suo rapporto con la politica estera sovietica, al suo «regime interno»,
uno dei fattori che hanno vanificato gli sforzi sinceri di unificazione.

19 LEO VALIANI, Fronti popolari e politica sovietica, in Problemi di storia dell’Internazionale co­
munista cit., p. 212.
Capitolo quarto
Il grande terrore

Non c’è mai stato un rapporto segreto analogo a quello celebre tenuto
da Nikita Chruscëv al XX congresso del Pcus, che sia stato dedicato alle
repressioni di cui, durante il «grande terrore», tra il 1936 e il 1939, fu­
rono vittime i militanti e i dirigenti «stranieri» della III Internazionale,
cosi come i rifugiati politici, i lavoratori emigrati in Urss, persino i com­
battenti delle Brigate internazionali che rientravano dai campi di bat­
taglia.
È una storia sinistra a ricostruire la quale servono certo le numerose
rivelazioni e testimonianze che si sono susseguite da allora, e anche pri­
ma, ma di cui non si è offerto ancora un quadro esauriente neppure da
parte degli organi dirigenti di quei partiti comunisti - quasi tutti illegali
in patria, all’epoca - sui quali piu la repressione ha infierito: il partito
polacco, quello tedesco, quello ungherese, quello jugoslavo, ma anche il
bulgaro, il rumeno, l’italiano, il finlandese, l’estone, l’austriaco.
Si può dire che l’ondata di arresti, di processi ed esecuzioni somma­
rie, di deportazioni, abbia risparmiato soltanto quei partiti, il francese,
l’inglese, l’americano, il belga, lo svedese, il ceco, a quell’epoca impe­
gnati attivamente nella politica di Fronte popolare, ma soprattutto par­
titi rimasti legali, insediati in paesi democratici nei quali l’eco della scom­
parsa di un dirigente comunista non si sarebbe potuta soffocare. Valga
per tutti l’ironico e amaro commento di uno dei piu famosi e collaudati
quadri del Komintern, capo di uno dei piu piccoli partiti: lo svizzero
Humbert-Droz, il quale nel ’38 a Mosca temeva da un momento all’altro
l’arresto ma si considerò protetto, forse, dal fatto che colla sua sparizio­
ne sarebbe venuta a mancare metà della rappresentanza comunista al
Parlamento elvetico ’. Eppure anche il partito svizzero ebbe la sua vitti­
ma, Fritz Platten, condannato a cinque anni di lavori forzati e morto in
un campo.
Nessuna regola, nessuna distinzione può essere assunta come assoluta
in una materia nella quale regnava l’arbitrio, penetrava la follia e il de-
1 Jules Humbert-Droz, Dix ans de lutte antifasciste, 1931-1941, Neuchâtel 1972, p. 349.
Il grande terrore 33

stino di un uomo poteva essere deciso dal caso. Se lo stesso Humbcrt-


Droz citato diceva che «forse Stalin era semplicemente di buon umore o
in uno stato d’euforia sotto l’influenza della vodka il giorno in cui diede
l’ordine di lasciarmi tornare in Svizzera», Chruscëv ha affermato nel
1961:
Stalin era capace di guardare un compagno seduto al suo stesso tavolo e di
dirgli: «oggi i tuoi occhi sono sfuggenti». Si poteva essere certi che il compa­
gno i cui occhi erano ritenuti sfuggenti era caduto in sospetto2.

«Stalin è molto sospettoso», confidava anche Togliatti a Ernst Fi­


scher 3. E l’aneddotica serva a rammentarci, appunto, che nessuna analisi
volta alla ricerca dei perché razionali dello scatenarsi del terrore, nessuna
ipotesi formulata partendo da cause economiche e politiche, o fondata su
uno specifico meccanismo di potere suscettibile di dare tali risultati «per­
versi», può risultare completamente esauriente. Resta come una zona
d’ombra che non si può illuminare se non con i mezzi della investigazio­
ne psicologica o con la diagnosi di una patologia. Le componenti di osses­
sione sono da tenere sempre nel conto, sia per quanto concerne l’animo
e la mente di un uomo che poteva, con un gesto o un tratto di penna,
emettere sentenza di morte nei confronti di chiunque, sia per quanto ri­
guarda la dinamica della repressione. Ad esasperarla concorrevano, in­
fatti, la delazione anonima, la diffusa chiamata di correo da parte degli
inquisiti, la confessione di colpevolezza richiesta, ed ottenuta, da quasi
tutti i grandi imputati, anche se ciò comportava un’autoflagellazione pub­
blica e gettava il discredito sul loro proprio passato di rivoluzionari.
Non a caso, nelle esegesi degli storici come nelle riflessioni delle vitti­
me, degli scampati, dei superstiti, si è fatto ricorso all’atmosfera e alle
motivazioni dei personaggi dei romanzi dostoevskiani. Si è anche soste­
nuta la strana complicità tra boia e vittima. Fu Otto Bauer, il teorico piu
autorevole dell’austromarxismo, che rimase sempre un sostenitore del-
l’Urss, il primo a spiegare le stupefacenti confessioni dei principali accu­
sati alla sbarra, tutti vecchi bolscevichi,
in base all’argomentazione che fra accusati e accusatori si era stabilita una sorta
di complicità maledetta in difesa del regime socialista: una complicità fra chi
non aveva ormai altro destino se non quello di servire con le confessioni l’or­
dine sociale che aveva pur contribuito a costruire e chi, preso nella tenaglia del
proprio potere dittatoriale, usava in difesa di quello stesso ordine gli strumenti
del dispotismo terroristico4.

2 Dalle Conclusioni di N. S. Chrusèèv, in XXII Congresso del Pcus, atti e risoluzioni, Roma
1962, p. 680.
J ernst fischer, Ricordi e riflessioni cit., p. 21.
4 massimo L. salvadori, La critica marxista allo stalinismo, in Storia del marxismo, Torino
1981, III, 2, p. 101.
34 Capitolo quarto

Tale interpretazione avrebbe trovato la sua traduzione letteraria nel


famoso romanzo di Koestler, scritto nel 1940, Buio a mezzogiorno. In
realtà, nella generalità dei casi, le confessioni - assunte a unica «prova»
della colpevolezza, in mancanza di quelle documentarie — venivano estor­
te con la tortura e con la minaccia di fare ricadere sui suoi familiari la
non collaborazione dell’arrestato durante l’istruttoria e, soprattutto, du­
rante il dibattimento dei grandi processi del 1936-385. Vero è invece
che molti degli arrestati «minori» si attennero alla parola d’ordine, diffu­
sasi tra i prigionieri, di coinvolgere il maggior numero possibile di inno­
centi nelle accuse affinché Stalin - ritenuto all’oscuro dell’ondata repres­
siva - si rendesse conto che questo soltanto era il vero complotto ordito
contro l’Unione Sovietica e il suo regime. Come ha scritto un poeta che
era bambino all’epoca, Evgenij Evtusenko, il culto di Stalin era già pro­
fondo in mezzo ai militanti e al popolo.
Molti vecchi bolscevichi, arrestati e torturati, erano convinti di essere stati
perseguitati a sua insaputa. Non avrebbero mai ammesso che era lui, Stalin, a
volere personalmente la loro disgrazia. Molti, tornando dalla tortura, scriveva­
no con il sangue sui muri delle loro celle «Viva Stalin»6.

Le zone «profonde» scavate dalla memorialistica o dalla letteratura


sull’universo concentrazionario sono tante. E sono state ravvisate anche
nei risvolti del furore ideologico, dei sedimenti e risentimenti lasciati da
lotte precedenti sia nel Partito bolscevico quanto nei vari partiti comu­
nisti. Ad esempio, è oggetto stesso di dibattito storiografico il carattere,
la natura della «demonizzazione» del trockismo, divenuto spesso il leit­
motiv delle repressioni: quel Trockij «mostruoso», supremo architetto
di ogni complotto e dei sabotaggi denunciati, era una figura creata ap­
posta per giustificare le repressioni in alto e in basso? Secondo Robert
McNeal,
Trockij doveva diventare, agli occhi di tutti, una forza oscura e imperso­
nale, più malefica del capitalista con il cappello a cilindro, del nazista guerra­
fondaio e dei vari personaggi politici messi regolarmente alla berlina nelle vi­
gnette e nei manifesti. Trockij fini cosi per rivestire un ruolo importante nello
stalinismo. Il suo nome non fu cancellato, ma anzi continuò a circolare nell’Urss
in contrapposizione a quello di Stalin e quasi con la stessa frequenza. Trockij
era il simbolo del male dell’universo, al di là dei sistemi economici. Non era
neanche un capitalista: voleva distruggere il socialismo solo per soddisfare la
sua sete di potere, per appagare i «suoi begli occhi», secondo le parole di Radek.
Un essere del genere era necessario a Stalin per giustificare la continua lotta

5 Cfr. in particolare su questo punto Stephen Cohen, Bucharin e la rivoluzione bolscevica, Mi­
lano 1975,P- 371.
6 evgenij evtušenko, Autobiografia precoce, Milano 1963, p. 16.
Il grande terrore 35
contro ogni forma di deviazione e l’esigenza di una vigilanza instancabile. Se
non ci fosse stato un Trockij, Stalin avrebbe dovuto inventarlo. E lo inventò ’.
Ma anche qui ci incontriamo con un’immagine, un paradosso, che, a
sua volta, non esaurisce il problema delle cause e degli effetti della lotta
al trockismo. Essa viene impostata da Stalin nella riunione del Comitato
centrale del partito del febbraio-marzo 1937 (la sessione che verrà ricor­
data come quella dei «morituri», in cui appare per l’ultima volta Bu-
charin), secondo una nuova discriminante che avrà parecchie conseguen­
ze, come vedremo. La discriminante è questa: il trockismo non è piu una
«tendenza politica», per sbagliata che sia, del movimento operaio; si è
trasformato in «una banda di sabotatori, disfattisti, spie e assassini sen­
za principi né ideologie». Si innestano, indubbiamente, in tale assioma­
tica definizione, sul piano della ideologia politica, «categorie assolute e
soprannaturali: il proprio Bene come il Male di Trockij». E siamo nel
campo della psicologia ma anche in quello del retaggio, fin che si vuole
«degenerato», di una «tradizione» ideologica che portava in sé un ele­
mento di manicheismo.
Cosi, dinanzi al caso piu clamoroso del terrore esercitato contro i mi­
litanti di partiti comunisti esteri, quello del vero e proprio massacro dei
comunisti polacchi, ci sarebbe da ravvisare, secondo il Deutscher, un ri­
flesso - ancora una volta in parte ossessivo, in parte razionale — della
vecchia ostilità a quel luxemburghismo da cui proveniva una parte del
quadro dirigente del Pc polacco.
Mi sembra - ha scritto il Deutscher - che il comportamento di Stalin in que­
sto caso non possa essere spiegato con una singola ragione o con uno specifico,
freddo calcolo. I suoi impulsi irrazionali non erano meno importanti dei suoi
calcoli «razionali»; ed egli fu spinto ad agire nel modo in cui agi da vecchi ran­
cori e antiche fobie, accentuati al massimo dalla mania di persecuzione che lo
attanagliava all’epoca dei grandi processi di Mosca, quando chiuse definitiva­
mente la partita con la vecchia guardia leninista. In quello stato mentale, Stalin
vide nel Partito comunista polacco la cittadella dell’odiato luxemburghismo, la
«varietà» polacca del trockismo che lo aveva sfidato fin dal 1923: il partito di
cui uno dei dirigenti era legato a Bucharin e l’altro a Zinov'ev, il partito affetto
da incurabili eresie, orgoglioso della propria tradizione e del proprio eroismo;
il partito, infine, che in determinate circostanze internazionali avrebbe potuto
porre ostacoli sulla sua strada... ’.
E si potrebbe continuare. Nell’infierire contro tanti comunisti ebrei,
numerosissimi nei gruppi dirigenti di quasi tutti i partiti della III Inter­
nazionale, si rispecchia soltanto la diffidenza staliniana per tutto quello

7 Stalin, a cura di Robert McNeal, consulente Stephen Cohen, Milano 1980, p. 866.
• La tragedia del Partito comunista polacco, in Isaac deutscher, Lenin: frammento di una vita
e altri saggi, prefazione di Tamara Deutscher, Bari 1970, p. 148.
36 Capitolo quarto

che è «cosmopolita», senza patria, o si esprime anche un antisemitismo


atavico, profondo in Stalin come nel vecchio mondo popolare russo e
non solo russo?
Ci aggiriamo tra ipotesi diverse, alimentate da una cesura non solo
storiografica ma storica eccezionale: che alle denunce formulate da Chru-
ščev nel 1956, al XX congresso, e divenute un coro, una valanga di accu­
se, al XXII, del 1961, è succeduto un ormai ventennale silenzio ufficiale
da parte sovietica sulla misura, le cause, il corso del grande terrore. An­
cora nel 1962 l’accademico Pospelov affermò in veste ufficiale: «Posso
dichiarare che basta studiare con attenzione i documenti del XXII con­
gresso del Pcus per dire che né Bucharin né Rykov, naturalmente, erano
spie o terroristi» Tuttavia non è mai giunta una esplicita «riabilitazio­
ne» dei grandi imputati dei processi di Mosca, pronunciata invece per le
figure minori. Cosi è avvenuto, partito per partito, a volte apertamente
a volte alla chetichella (e in blocco) per le vittime lamentate nelle loro
file. In sostanza, «le piu recenti storie sovietiche semplicemente evitano
di parlare dei processi come se non avessero mai avuto luogo»“. Dal­
l’interno dell’Urss si sono invece levate voci di denuncia, come quelle
- di diversa ispirazione e intonazione l’una dall’altra, ma ugualmente
fondate sui fatti e le testimonianze dirette - del Medvedev di Al giudizio
della storia, ovvero de Lo stalinismo, e del Solzenicyn di Arcipelago
Gulag, che non sono mai state seriamente contestate anche se sono ri­
maste clandestine in patria, per non dire delle memorie di Ehrenburg e
di molti altri sopravvissuti.
Cercheremo di districare dal groviglio i fili che piu ci riconducono al
nostro assunto, tenendo presente che l’impressione d’assieme è proprio
quella efficacemente espressa dal comunista austriaco (proveniente dal­
le file del socialismo di sinistra e all’epoca funzionario del Komintern),
Ernst Fischer: che il terrore penetrò «come un mostro della preistoria
in un mondo che si richiamava a Marx e a Lenin, alla ragione e ai diritti
dell’uomo, un mostro che parlava il gergo di una burocrazia delirante» “.
Basteranno pochi cenni, riassuntivi, sulla misura e i bersagli del ter­
rore staliniano rivolto all’interno, non separabili dalla repressione con­
dotta nei confronti degli «stranieri». L’offensiva si esercita, nel 1936,
in primo luogo sul Partito bolscevico, sui suoi dirigenti, sul corpo intero
del partito, si estende ai capi dell’esercito rosso, dell’apparato statale
(travolgendo anche gli stessi solerti artefici della macchina repressiva,

9 Giuseppe BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica, Milano 1976, I, p. 593


10 Ibid.
11 fischer, Ricordi e riflessioni cit., p. 451.
Il grande terrore 37
della polizia segreta, da Jagoda a Ežov a tanti altri), a scrittori, artisti, in­
tellettuali, fino ad assumere caratteri di massa nel 1937, l’anno nel quale
si scatena «la piu massiccia e devastatrice offensiva di repressioni poli­
tiche che l’Unione Sovietica avesse mai conosciuto»12. *Essa continua nel
1938, per spegnersi soltanto nel 1939.
Sono condannati a morte, in due dei tre grandi processi pubblici del
1936-38, Zinov'ev e Bucharin, che erano stati entrambi alla testa del­
l’Internazionale comunista nel suo primo decennio di vita. Morirà in pri­
gionia Karl Radek, una delle figure piu popolari del Komintern; sono
fucilati anche Pjatakov, Sokol'nikov, Serebrjakov, Kamenev, Ivan Smir­
nov, Rykov, Rakovskij, Pjatnickij (e Tomskij si suicida). È tutta la schie­
ra dei piu prestigiosi dirigenti del partito di Lenin ad essere eliminata
e come doppiamente sepolta, sotto accuse infamanti, quale una banda di
spie al soldo dei servizi segreti stranieri, in cui le distinzioni tra i membri
delle vecchie opposizioni di sinistra e di destra sono state fatte scompa­
rire: trockisti e insieme opportunisti di destra, tutti quanti riuniti in un
«blocco».
Ma numerosi, e senza processi pubblici, cadono anche i quadri piu or­
todossi formatisi alla selezione staliniana, russi ucraini, bielorussi, geor­
giani, di tutte le repubbliche sovietiche. Secondo il rapporto di Chrušćev,
vengono arrestati 1018 dei 1966 comunisti che furono delegati al XVII
congresso del Pc(b), quello del 1934. Dei membri del Comitato centrale
eletti a quel congresso (71 effettivi e 68 candidati), dieci vengono fucilati
nel 1936 e 98 arrestati, eliminati anch’essi per la maggior parte nel 1937-
1938. Decimata è l’ufficialità dell’Armata rossa. Dopo processi segreti o
con esecuzioni sommarie, scompaiono il numero uno, il famoso mare­
sciallo Tuchaćevskij, il maresciallo Bljucher, il capo di Stato maggiore,
maresciallo Egorov, il comandante d’armata Jakir, il comandante della
Marina ammiraglio Orlov, il comandante d’armata Uboreviè, molti co­
mandanti di corpo d’armata e di distretti militari. La repressione contro
gli ufficiali sovietici pare abbia raggiunto la cifra di 33 000 uomini elimi­
nati e sia stata quindi una decapitazione maggiore di quella provocata da
una guerra. Interi comitati regionali di partito sparirono. A Leningrado
perisce, in blocco, 1’«attivo» della città. A Tbilisi, dei 644 delegati al
congresso del Partito georgiano, nel maggio del 1937, i due terzi, 423,
furono nei mesi successivi arrestati, deportati, fucilati. Cosi in Armenia,
Tataria, Uzbekistan. «Sarebbe diffìcile - è stato notato - stabilire una
graduatoria di gravità tra una repubblica e l’altra» “. La repressione si

12 BOFFA, Storia dell'Unione Sovietica cit., I, p. 575.


15 Ibid., p. 584.

4
38 Capitolo quarto

abbatté massiccia sugli intellettuali: piu di 600 scrittori arrestati; scom­


paiono nomi celebri, da Babel' a Pil'niak, da Mandel'štam a Mejerchol'd;
molti si uccidono.
Amministratori, tecnici, funzionari dirigenti dell’apparato produtti­
vo sono anch’essi colpiti. Un piccolo esempio: scompaiono nelle aziende
siderurgiche 117 direttori su 161. Periscono celebri scienziati come Va­
vilov e Tulajkov.
Quante furono le vittime? Non esistendo cifre sicure le valutazioni
oscillano: secondo Roj Medvedev, vi furono «almeno» 400-500000
morti e dai quattro ai cinque milioni di cittadini arrestati14. Secondo il
dirigente jugoslavo Moša Pijade, «piu di tre milioni di persone furono
uccise in Urss dal 1936 al 1938» 15. 16 Per
17 lo studioso inglese Conquest,
gli arresti ammontarono a circa otto milioni e mezzo e le esecuzioni si
situavano nella proporzione del io per cento. Il numero dei morti «si ag­
gira probabilmente intorno al milione», anche se «non si può fare una
valutazione esatta» “. E certamente non tutti, uno per uno, furono man­
dati al macello da Stalin, anche se la maggior parte delle liste dei condan­
nati erano da lui «vistate».
La proporzione dell’ecatombe è tale che di per sé non può non con­
tenere quegli elementi irrazionali cui si faceva cenno. Gli storici si sono
sbizzarriti in ipotesi sulle cause del grande terrore, su una marea che si
alzò incontenibile. Se non si privilegiano quelle accentrate sul carattere
sanguinario del tiranno, novello Ivan il Terribile, cosi come su un vorti­
ce in cui la macchina repressiva fu presa, e poiché nessun ragionevole
dubbio esiste sul fatto che né i vecchi bolscevichi, ex oppositori o meno,
né i dirigenti di partito periferici o i comandanti dell’Armata rossa ave­
vano ordito complotti o erano in qualche modo responsabili dei reati che
confessavano (del resto, il castello di accuse sui legami tra i maggiori im­
putati dei processi pubblici con l’esule Trockij fu smantellato sin da allo­
ra in un contro-processo, presieduto da John Dewey in America "), mol­
to credito ha avuto, pur con varianti, l’interpretazione generale data dal
Deutscher, e condivisa dallo Schlesinger, secondo la quale Stalin, dinan­
zi alla prospettiva di una guerra ormai prossima, avesse voluto eliminare
fin da principio ogni possibile oppositore che si sarebbe potuto valere
delle sconfitte militari come di un’occasione per assumere il potere, per
costituire un altro governo diverso dal suo18, e che la repressione fu con­

14 roj medvedev, Lo stalinismo, Milano 1971, pp. 294-95.


15 Cfr. Vladimir DEDjER, Tito speaks, London 1955, p. 101.
16 Robert conquest, Il grande terrore, Milano 1970, pp. 725 sgg.
17 Cfr. Isaac deutscher, il profeta esiliato: Leone Trockij 1929-1940, Milano 1965, pp. 470-90.
18 id., Stalin, Milano 1969, pp. 557-38.
Il grande terrore 39
dotta fino al limite che sappiamo per prevenire o colpire un’autodifesa
organizzatasi all’interno del partito e dell’esercito
La riflessione sulle cause del terrore si è fatta negli ultimi decenni
molteplice e varia: si è posto l’accento sulle funeste conseguenze del mo­
do come era stata attuata la collettivizzazione forzata delle campagne e
della «compenetrazione strettissima tra l’apparato del partito e quel­
lo dello Stato » ”, sulla mentalità secondo la quale ogni difficoltà econo­
mica, ogni traguardo non raggiunto dal piano erano da attribuirsi a sabo­
tatori21: si è collocata all’origine «teorica» delle degenerazioni polizie­
sche l’affermazione di Stalin secondo la quale quanto piu si coglieranno
successi nell’edificazione del socialismo, «tanto piu i residui delle vec­
chie classi sfruttatrici distrutte diverranno feroci... tanto piu ricorreran­
no ai mezzi di lotta piu disperati come agli ultimi mezzi di chi è condan­
nato a morte».
E, in effetti, il riaffermarsi ed estendersi di uno spirito di inquisizio­
ne, di «vigilanza di massa», di stato d’assedio, nel quadro di crescenti
pericoli di guerra, mentre si combatteva in Spagna e il fascismo dilagava
in Europa, sono dati da tenere presenti, sia per l’eco internazionale del
terrore - come vedremo - sia per il legame tra la politica estera stalinia­
na e la politica interna. Tutto ciò costituì un incentivo all’affermazione
del potere assoluto di Stalin, del culto della sua persona e funzione. Med­
vedev ha attirato l’attenzione su un fattore di questo tipo:
Pur sembrando paradossale, un altro importante fattore che può servire a
spiegare il culto di Stalin furono i delitti da lui commessi. Non li commise da
solo. Sfruttando l’entusiasmo rivoluzionario e la fiducia popolare, l’enorme po­
tere del partito e il senso di disciplina dello Stato, oltre al basso livello di edu­
cazione operaia e contadina, Stalin coinvolse milioni di persone nei suoi crimini.
Non soltanto gli organi di sicurezza dello Stato, ma l’intero apparato di partito
e di governo parteciparono attivamente alla campagna repressiva degli anni tren­
ta. Migliaia di funzionari furono membri delle troiki che condannarono gente
innocente. Decine di migliaia di funzionari sanzionarono l’arresto dei propri su­
bordinati, come si richiedeva in una risoluzione del Politbjuro del 1937.1 com­
missari furono costretti a sanzionare l’arresto dei propri aiutanti, i segretari di
Obkom l’arresto dei funzionari di partito del proprio oblast, cosi come il presi­
dente dell’Unione scrittori sanzionò l’arresto di molti letterati. Centinaia di mi­
gliaia di comunisti votarono per l’espulsione dal partito dei «nemici del popo­
lo». Milioni di persone comuni presero parte a riunioni e manifestazioni per
chiedere severe rappresaglie contro i «nemici». Di frequente la gente chiedeva
che venissero puniti i suoi stessi piu vecchi amici. In quegli anni la maggioranza

Rudolf Schlesinger, Il Parlilo comunista deii'Urss, Milano 1962, p. 261.


giuliano procacci, Il partito nell'Unione Sovietica, Bari 1974, p. 154.
PIETRO INGRAO, L'origine degli errori, in «Rinascita», a. xvm, n. 12, dicembre 1961.
40 Capitolo quarto

del popolo sovietico credeva in Stalin e nella Nkvd ed era sincera nella sua indi­
gnazione contro i «nemici del popolo» “.

È evidente che, da questo punto di vista, l’insistenza, nelle requisito-


rie pronunciate da Vysinskij ai grandi processi pubblici - le cui udienze
erano largamente popolarizzate - sulla penetrazione di spie, sulla misura
del sabotaggio organizzato dall’estero, dai servizi segreti - in primo luo­
go tedesco e giapponese - aveva anche un significato piu ampio, concor­
reva a infondere la convinzione di massa che l’Urss era circondata di ne­
mici agguerriti e spietati, che bisognava rinserrare le file, prepararsi a
nuovi sacrifici, affidarsi piu che mai all’incrollabile determinazione di
Stalin.
Forse è andato piu addentro nell’analisi del fenomeno chi - come
Giuseppe Boffa, nel suo dialogo con un Gilles Martinet sostanzialmente
consenziente — sostiene che la vera causa delle repressioni staliniane di
massa, considerate alla stregua di un «salto di qualità» nel regime sovie­
tico, risieda nella volontà di Stalin di colpire tutto lo strato dirigente del
Partito bolscevico per stroncare definitivamente ogni possibile alternati­
va. Il vecchio partito continuava per lui ad essere un pericolo, un osta­
colo, «un’anima» del comuniSmo che continuamente risorgeva e poteva
riproporre ancora un’opposizione al sistema e alle concezioni del potere
staliniano.
Si trattava di colpire e annientare organismi che avevano acquistato un au­
tentico potere nelle precedenti battaglie. Era quindi necessario porre l’apparato
poliziesco al di sopra del partito perché potesse agire senza freni contro il par­
tito stesso. Il meccanismo del terrore doveva diventare incontrollabile, autoali-
mentandosi di rancori e denunce, prendendo il carattere generale che ebbe nel
1937-38: era difficile infatti colpire uno strato politico cosi esteso, che per di
piu dirigeva non soltanto il partito ma l’intera società, senza creare un’atmo­
sfera di paura generalizzata, di vero e proprio timore ossessivo, per cui non c’era
nessuno che osasse levarsi a protestare2223.

Stalin aveva dunque bisogno di spezzare una resistenza che non era
prima riuscito a stroncare completamente, aveva bisogno di uccidere
un’anima del vecchio bolscevismo in primo luogo. La repressione come
fenomeno essenzialmente controrivoluzionario, insomma. Non per caso
essa colpisce i comunisti sovietici e quelli stranieri legati per molti fili al
vecchio strato dirigente bolscevico.
Che il regime interno del Komintern si deteriori in concomitanza con
lo scatenarsi del terrore pare ovvio, data la realtà circostante e sovrastan­

22 medvedev, Lo stalinismo cit., p. 445.


23 Giuseppe boffa e gilles martinet, Dialogo sullo stalinismo, Bari 1976, p. 103.
Il grande terrore 41
te, a Mosca e in tutto il paese. Va notato peraltro che già con il VII con­
gresso dell’Internazionale comunista, quindi con il 1935, l’apparato del­
l’organizzazione è posto nelle mani di funzionari della Nkvd, non sog­
getti ad alcun controllo da parte di un Dimitrov o di un Togliatti ma
dipendenti direttamente dal capo della polizia. N. I. Ezov stesso entra
allora nell’Esecutivo del Komintern, mentre nel Presidium e nella segre­
teria viene eletto un certo Moskvin, un nome fittizio dietro al quale si
cela Michail A. Trilisser, un dirigente della Nkvd (anch’egli destinato ad
essere travolto dalla repressione)2*. In una situazione nella quale la mag­
gior parte dei partiti comunisti affiliati già dipende finanziariamente del
tutto dalla «Centrale» e alla vecchia emigrazione politica di militanti che
hanno trovato rifugio in Urss, essendo perseguitati in patria, si aggiun­
gono nuovi arrivi via via che il nazifascismo si impadronisce di nuovi
paesi l’introduzione di un’atmosfera poliziesca ha conseguenze catastro­
fiche.
Si è osservato che anche per i vari gruppi dirigenti che lavorano o
sono ospitati in Urss vale la dinamica che ha caratterizzato i processi di
Mosca: il colpo principale è inferto ai vecchi quadri, uomini che spesso
facevano parte della sinistra zimmerwaldiana della prima guerra mon­
diale in particolare ai polacchi, da Mieczyslaw Bronski ad Adolf Wars-
zawski (pseudonimo, Warski), da Maksimilian Horowitz (Walecki) a
Wladislaw Stein a Pawel Lewinson (pseudonimo, Lapinski), ma non sol­
tanto ai polacchi: oltre allo svizzero Platten già ricordato, sono arrestati
l’austriaco Franz Koritschoner, molti ungheresi, da Béla Kun a Jozsef
Rabinovicz, il tedesco Hugo Eberlein, uno dei fondatori del Komintern
nel 1919, finlandesi, lettoni, jugoslavi, della vecchia guardia raccoltasi
attorno a Lenin nel primo dopoguerra. Tuttavia anche per i bersagli del­
la repressione condotta nei confronti dei rivoluzionari rifugiatisi in Urss
non esistevano regole fisse. Se si vuole fissare una graduatoria per nume­
ro delle vittime, il primato spetta al partito polacco, il cui quadro diri­
gente è sterminato e che viene sciolto, segretamente, nell’agosto del ’38 “.
Cadono, oltre ai già ricordati, il segretario del partito Julian Leszczynski
(pseudonimo, Lenski), Edward Prochniak, già membro dell’Esecutivo

2* Cfr. M. M. drachkovitch e B. LAZiCH, The Comintern: Historical Highlights, New York


1966, p. 140. Cfr., anche, Giuseppe berti, Problemi di storia del Pei e dell’Internazionale comuni­
sta, in «Rivista storica italiana», a. lxxxii, n. i, marzo 1970, PP- 190 sgg.
25 Cfr. DRACHKOviTCH e LAZiCH, The Comintern: Historical Highlights cit., pp. 142 sgg.
26 Cfr. Storia dell'Internazionale comunista, edizioni Progress, Moskva 1974, p. 433- Si tratta
di un «breve saggio» sulla storia del Komintern, edito dall’Istituto del marxismo-leninismo presso
il Cc del Pcus, redatto con la collaborazione di esponenti di primo piano dell’Internazionale comu­
nista, avente quindi carattere ufficiale. In esso si ricorda che le accuse mosse nel 1937-38 «1 partito
polacco, di «trovarsi nelle mani dei nemici di classe», erano infondate.
42 Capitolo quarto

del Komintern, Henryk Stein (Domski), Maria Koszutska, notissima con


lo pseudonimo di Wera Kostrzewa, dirigente di primo piano, arrestata
nel 1937 - come quasi tutti gli altri - e morta nella prigione della Lu-
bianka, Jerzy Heryng (pseudonimo, Ryng), che viveva clandestino in Po­
lonia, fu chiamato a Mosca alla fine del 1937 e scomparve. Così accadde
anche a un altro dirigente dell’Ufficio politico, Saul Amsterdam (pseudo­
nimo, Henryk Henrykowski).
Abbiamo citato soltanto le figure dei massimi leaders polacchi, ma la
repressione colpiva anche semplici militanti, lavoratori «senza partito»,
da tempo residenti in Urss. Si trattava di decine di migliaia di persone.
« Secondo un comunista polacco, nella sola Mosca all’epoca del processo
Bucharin furono giustiziati io 000 polacchi, con un totale di 30 000 in
La tragedia polacca fu la piu grave, come si è detto, e la
tutto il paese»27. 28
decisione di sciogliere quel partito comunista non si potrebbe definire
meglio che con le parole impiegate nel 1961 da Paimiro Togliatti - il
quale pure, come gli altri membri della segreteria, avallò all’epoca il prov­
vedimento «una decisione errata e catastrofica» “. Oltre alle ragioni e
ai risentimenti adombrati dal Deutscher, certamente pesò, nei confronti
del gruppo dirigente del Pcp, il fatto che esso fosse stato diviso da aspre
lotte politiche interne. Contarono i contatti che or l’uno or l’altro dei di­
rigenti avevano avuto negli anni venti con i membri delle opposizioni
bolsceviche. Ma valga anche, in proposito, l’insieme delle osservazioni
generali già introdotte per questo doloroso capitolo. Il sospetto gravava
su tutti, lo zelo degli ortodossi poteva spingerli a gettarlo anche sui com­
pagni della stessa emigrazione, dello stesso partito.
Un militante comunista italiano, Paolo Robotti, operaio specializzato
che lavorava in un’industria sovietica ed era cognato di Togliatti, fu arre­
stato il 9 marzo 1938 e liberato il 4 settembre 1939, dopo essere stato
sottoposto a torture in carcere. Egli ha testimoniato che gli inquirenti
non solo volevano «confessasse» un complotto degli italiani membri del
«club degli emigrati» (di cui era dirigente), ma ricercavano anche respon­
sabilità piu in alto, dello stesso Togliatti e di Giuseppe Di Vittorio, in
quel momento in Spagna l’uno e in Francia l’altro ”. L’episodio indiche­
rebbe che la macchina girava in modo tale da accumulare «dossiers» di
accusa su tutti e ciascuno. Robotti si salvò perché riuscì a resistere alle

27 conquest, Il grande terrore cit., p. 601.


28 Palmiro togliatti, Diversità e unità nel movimento comunista internazionale, in «Rinasci­
ta», a. XVIII, n. 12, dicembre 1961, p. 909. Quanto alla sua partecipazione personale alla decisione
di scioglimento del partito polacco, cfr. paolo spriano, Il compagno Ercoli, Roma 198t, pp. 147-31.
” La testimonianza piu completa fu resa dal Robotti nel 1980, in un’intervista alla Tv italiana.
Per il racconto delle sue traversie cfr. paolo robotti, La prova, Bari 1965, e per i ricordi autobio­
grafici, id. , Scelto dalla vita, Roma 1980.
Il grande terrore 43
pressioni fisiche e negò ogni addebito fino al momento in cui si spense
l’ultima ondata repressiva. La caccia era stata tuttavia condotta sistema­
ticamente per piu di due anni. La maggior parte dei dirigenti polacchi
erano già stati fucilati quando venne il provvedimento di scioglimento
del partito. Manuil'skij, nel suo ricordato rapporto del 1939, disse sem­
plicemente che il partito polacco era risultato «le plus encombré d’élé­
ments ennemis»: un «ingombro» di cui ci si era nel frattempo sbaraz­
zati.
Nel Partito comunista tedesco, le perdite furono numerose. Le repres­
sioni privarono quel partito di alcuni dei suoi elementi piu prestigiosi.
Si è già ricordato Hugo Eberlein, presente a Mosca al congresso di fon­
dazione dell’Internazionale comunista nel 19x9. Con lui cadono Heinz
Neumann, membro dell’Ufficio politico (arrestato nel 1937 con la mo­
glie Margarete), Leo Flieg, membro della commissione di controllo, Her­
mann Remmele, che rappresentava, fino al suo arresto nel 1937, il par­
tito tedesco nell’Esecutivo dell’Internazionale, Fritz David, Hermann
Schubert, Hans Kippenberg, Werner Hirsch e molti altri. Né si può ta­
cere della misteriosa morte di Willi Münzenberg, l’uomo che organizzò,
per conto del Komintern, l’invio di armi e volontari per la repubblica
spagnola, una personalità molto forte. Munzenberg si rifiutò di rientrare
a Mosca nel 1937, fu rinchiuso nel 1939 in un campo d’internamento
francese e, nel corso di un trasferimento a un altro campo, nel 1940 spa­
ri: si ritrovò il suo cadavere qualche tempo dopo in un bosco. Se nel
1936, secondo la testimonianza della moglie di Hans Neumann, Marga­
rete Buber, Münzenberg era riuscito a lasciare l’Urss solo per l’interven­
to di Togliatti30, Tito, a sua volta, ha raccontato che fu Dimitrov a sot­
trarlo all’accusa, che gli sarebbe stata fatale, di essere un trockista ma­
scherato; ma il Partito comunista jugoslavo perse piu di un centinaio di
militanti nelle repressioni staliniane. Mentre nel ’37 la polizia della dit­
tatura reazionaria jugoslava arrestava mille comunisti clandestini, a Mo­
sca le epurazioni decapitavano il gruppo dirigente emigrato. Come ha
scritto Tito,
Durante le epurazioni staliniane furono arrestati, condannati e liquidati, o
se ne perse ogni traccia in prigione, Filip Filipović, Kamilo Horvatin, Kosta
Novakovic, Duka e Stefan Cvjić, Radé e Grgur Vujovič, Mladen Conic, Anton
Mavrak ed altri. La loro tragedia era tanto maggiore in quanto furono mandati a
morte sotto accuse mostruose di delitti mai commessi. La situazione era in quel
tempo eccezionalmente grave. Veniva accusato persino il nostro partito intero.
Nel Komintern si parlava di scioglierlo31.

” Margarete Buber neumann, La révolution mondiale, Tournai 1971, P- 386.


31 josip BROZ TITO, I comunisti jugoslavi tra le due guerre cit., p. 72.
44 Capitolo quarto

All’elenco va aggiunta la figura principale, il segretario del partito,


Milan Gorkić, membro candidato dell’esecutivo del Komintern, arre­
stato e ucciso nel 1937, con la moglie ucraina, Betty Glane, accusata di
essere una spia dell’Intelligence Service. Il dato piu significativo della
testimonianza di Tito concerne la minaccia di scioglimento dell’intero
partito jugoslavo’’. Sono questi elementi a dirci fino a quale misura si
spingesse l’autoritarismo dell’apparato centrale dell’Internazionale sot­
to la spinta degli uomini dei servizi di sicurezza del ministero degli In­
terni sovietico, ma anche sull’onda di una vera e propria furia di «epu­
razione» nella quale ogni gruppo dirigente veniva travolto.
Se è vero quanto è stato rilevato - che, dei partiti illegali, vennero
risparmiati dalle «purghe» soltanto il partito italiano e quello bulgaro,
per la funzione moderatrice esercitata da Togliatti e da Dimitrov - non
meno provato è il fatto che, nell’atmosfera di caccia al trockista e al pro­
vocatore, di accuse di scarsa «vigilanza rivoluzionaria», anche il Centro
estero del Pei, per sua fortuna operante a Parigi, fu sottoposto a tali cri­
tiche e sospetti che, nel 1938, si decise a Mosca di scioglierne il Comitato
centrale, con un atto d’autorità simile a quelli messi in opera o ventilati
per polacchi, lettoni e jugoslavi32 33. E un centinaio di lavoratori italiani
che vivevano in Urss, comunisti, anarchici, «senza partito», per la mag­
gior parte «in produzione», ma anche funzionari di organizzazioni poli­
tiche o sindacali, pert nelle repressioni: tra di essi, un giornalista molto
noto ai tempi di Gramsci, Edmondo Peluso, Vincenzo Baccalà già segre­
tario della federazione romana del Pei, Giuseppe Rimola, un operaio
meccanico novarese, Natale Premoli, Lino Manservigi, Paolo Baroncini,
Giuseppe Guerra, Emilio Guarnaschelli34 e numerosi altri, quasi tutti
operai, o tecnici, quasi tutti già condannati in contumacia dal Tribunale
speciale fascista ”,
Il particolare piu illuminante, riferito da Paolo Robotti, concerne la
mentalità degli inquisitori, spesso giovanissimi, funzionari della Nkvd
dell’ultima leva: che il passato di combattenti in armi contro il fascismo

32 Secondo testimonianze raccolte dal conquest (Il grande (errore cit., p. 322) anche il Partito
comunista lettone fu sciolto nel 1937-38.
33 Cfr. paolo SPRIANO, Storia del Partito comunista italiano, Torino 1970, III, pp. 246.6t.
34 Cfr. Emilio guarnaschelli, Una piccola pietra, Milano 1982.
33 Un calcolo non ufficiale di fonte sovietica, del 1942, dà la cifra di 104 persone, tra caduti e
dispersi, che dovrebbero essere stati tutti «riabilitati» dopo le revisioni condotte per le vittime
delle repressioni (spriano, Storia del Pci cit., Ili, p. 242). Cfr. anche, sulla tragedia delle repres­
sioni che colpiscono gli italiani residenti in Urss, guelfo zaccaria, 200 comunisti italiani tra le vit­
time dello stalinismo, Milano 1964; renato mieli, Togliatti 1937, Milano 1964, pp. 90-97 e, soprat­
tutto, la testimonianza personale offerta da un sopravvissuto, dante corneli, II redivivo tiburtino,
Milano 1977.
Il grande terrore 45

era considerato un indizio a carico. Raccontando di un interrogatorio


condotto da uno di essi, Robotti scriveva:
La sua ignoranza delle cose internazionali era addirittura sorprendente. In­
sistette particolarmente sull’accusa di terrorismo e le «prove» le trovò nel fatto
che io, all’estero, avevo organizzato alcuni atti di rappresaglia contro il fascismo.
- È vero o no? - urlava.
- Sì, è vero e me ne vanto!
- Allora, vedi che sei un terrorista! “.
Nel «sovversivo» si poteva sempre celare il nemico dell’ordine stali­
niano, tanto piu se era straniero, se proveniva da un mondo sconosciuto
e dipinto a colori foschi. La Spagna della guerra civile non faceva ecce­
zione. Se perì nelle repressioni, richiamato in patria, Vladimir Antonov-
Ovseenko, console sovietico a Barcellona, l’uomo che nel 1917 aveva
guidato l’assalto al Palazzo d’inverno, la stessa sorte toccò a Michail
Kol'cov, autore di popolarissime corrispondenze dal fronte sulla «Prav-
da»’7. Lo jugoslavo Vlada Copie fu eliminato appena tornato dal co­
mando della sua Brigata internazionale in Spagna. E molti ex combatten­
ti delle Brigate furono soppressi. Quella mentalità sarebbe rimasta anche
nel dopoguerra. Basti rammentare il celebre libro sugli interrogatori su­
biti a Praga nel 1949 dal cecoslovacco Arthur London, anch’egli com­
battente in Spagna38 37 sua volta Vittorio Vidali, il commissario del
A
36. 39
«Quinto reggimento», rientrato a Parigi nel 1938, fu formalmente scon­
sigliato dall’amica Elena Stassova, l’ex segretaria di Lenin, dal tornare
in Urss: meglio andare negli Usa, anche a costo di esservi arrestato. Chi
gli portava il messaggio, il comunista inglese Tom Bell, disse a Vidali
che a Mosca gli apparati internazionali erano stati svuotati «già due o
tre volte» ”. Le direzioni dei partiti illegali si salvavano soltanto quando
operavano in paesi europei, democratici o meno. Per quanto concerne il
Pei, un suo dirigente, Ambrogio Donini, ha affermato:
Si è trattato di un vero e proprio dramma, che solo la fermezza di Togliatti
— e il precipitare della situazione internazionale, con l’inizio delle ostilità e la
dispersione dei compagni colpiti dalla repressione in Francia, in Spagna e in
Italia - impedì che degenerasse in una tragedia non meno sanguinosa e alluci­
nante di quella che pesò sull’Unione Sovietica negli anni 1936-39 ".
Quanto ai comunisti bulgari, alcuni arrestati furono liberati per in­
tervento di Dimitrov, altri scomparvero: tra questi Blagoi Popov e Vasil

36 La prova cit., p. 202.


37 Le si possono leggere in Michail kol'cov, Diario della guerra di Spagna, Milano 1966.
38 Arthur london, La confessione, Milano 1969.
39 Vittorio vidali, La caduta della Repubblica, Milano 1979, PP- 116-18.
" Ambrogio DONiNi, I comunisti e la Chiesa di fronte alla guerra, in I comunisti raccontano,
a cura di Massimo Massara, Milano 1972, I, p. 267.
46 Capitolo quarto

Tanev, che erano stati coimputati del segretario dell’Internazionale co­


munista al processo di Lipsia. Del partito rumeno cadde, tra gli altri,
Marcel Pauker, segretario generale e rappresentante del Per nell’Esecu­
tivo del Komintern (la moglie, Ana Pauker, fu arrestata dai fascisti in
Romania, contemporaneamente al marito che veniva liquidato in Urss)41.
Accusato di fare parte del gruppo di Zinov'ev-Kamenev, Pauker fu fuci­
lato nel 1937. Sotto accuse analoghe, di collusione con le opposizioni
trockista o zinov'evista, vennero arrestati alcuni dirigenti comunisti un­
gheresi, in testa il famoso Béla Kun, il capo della effimera e gloriosa re­
pubblica dei Consigli del 1919. Béla Kun non aveva piu posti di respon­
sabilità politica anche se era stato membro dell’Esecutivo del Komintern.
Arrestato nel giugno del 1937, pare che sia morto nel novembre del
1939. La moglie, anch’essa internata e confinata in un campo dal 1938
al 1946, seppe ufficialmente della sua morte soltanto nel 1933 “. Tocche­
rà a Eugenio Varga, al tempo del XX congresso del Pcus, «riabilitare» la
figura del piu grande rivoluzionario ungherese: sulla «Pravda» del 21
febbraio del 1936. Nel caso dei finlandesi emigrati, di certo non tutti
comunisti, la deportazione avrebbe colpito migliaia di persone.
Di fronte a un olocausto di queste proporzioni, si comprende bene
come l’Internazionale comunista non potesse sopravvivere come organi­
smo politico che avesse un minimo di vitalità e di dialettica interna. Gior­
gio Amendola lo ha denunciato in termini lapidari: «L’Internazionale
comunista non si riprese piu dai colpi inferti dalla repressione»

41 DRACHKOviTCH e LAziCH, The Comintern: Historical Highlights cit., pp, 163-64.


42 Iren GAL, Béla Kun, prefazione di Enzo Santarelli, Roma 1969, p. xxv.
43 Amendola, Storia del Pei cit., p. 344.
Capitolo quinto
Trockij e la IV Internazionale

L’immagine dell’Urss prevalente tanto nel movimento operaio orga­


nizzato quanto tra gli intellettuali progressisti e nell’opinione pubblica
democratica non viene sostanzialmente sconvolta, almeno fino al patto
russo-tedesco dell’agosto 1939, dallo scatenarsi della repressione stali­
niana che abbiamo sommariamente ricordato. L’immagine resta larga­
mente positiva. E la ragione è essenzialmente politica, si riconduce alla
discriminante generale che già si è posta, e durante la seconda guerra
mondiale diverrà via via piu netta, quella tra fascismo e antifascismo.
Non bisogna, beninteso, scordare alcuni dati di fatto. La misura del gran­
de terrore è generalmente ignorata, anche tra i militanti comunisti. Sono
pubblici solo i tre grandi processi di Mosca. Ed è impressionante consta­
tare quanta riluttanza vi sia in noti uomini di cultura di sinistra a mo­
strare una qualsiasi solidarietà con Trockij o Zinov'ev: la rifiutano non
solo Romain Rolland o Barbusse, bensì Theodore Dreiser, Max Lenner,
Anna Louise Strong, Paul Sweezy. E la stessa preoccupazione, di non
dare un colpo all’Urss in quel momento, manifestano molti altri, da Ber­
tolt Brecht a George Shaw, mentre sui giornali americani compaiono
corrispondenze di Louis Fischer e di Lion Feuchtwanger che avallano
l’attendibilità delle accuse mosse agli imputati dei grandi processi e delle
loro confessioni ’.
Corre altresì tra quanti manifestano perplessità una versione «stori­
cistica» che si richiama al grande precedente della rivoluzione francese.
Se avevano tradito Danton e Mirabeau, potevano essere traditori anche
Bucharin e Trockij1 2. E chi non pensa che essi si siano trasformati in agen­
ti dei servizi segreti tedeschi o giapponesi, ricorda che la tradizione in­
terna del bolscevismo, di aspre lotte di frazione, può avere fatto degli
oppositori altrettanti congiurati. Ai dubbi si contrappone comunque, nei

1 Cfr. deutscher, II profeta esiliato cit., pp. 467-71.


1 L’interpretazione di questo tipo è corrente tra i comunisti francesi. Cfr. Philippe koiikikux,
Histoire intérieure du Parti communiste français, Paris 1980, I, p. 471.
48 Capitolo quinto

militanti, lo spirito di disciplina e di fiducia3.1 tempi sono duri, l’avan­


zata del fascismo non consente che ci si divida quando nessun altro Stato
europeo si è rivelato altrettanto decisamente antifascista dell’Urss.
È impossibile comprendere - ha scritto Eric Hobsbawm - la riluttanza di
uomini e donne di sinistra a criticare, e spesso persino ad ammettere di fronte
a se stessi, quanto accadeva nell’Urss di quegli anni, o l’isolamento dei critici
di sinistra dell’Urss, se non si tiene conto della convinzione che, nella lotta con­
tro il fascismo, comuniSmo e liberalismo stavano combattendo, nel senso piu
profondo, per la stessa causa; per non parlare poi del fatto piu ovvio, cioè che
ciascuno aveva bisogno dell’altro, e che nella situazione degli anni trenta ciò
che faceva Stalin, per quanto agghiacciante, era affare dei russi, mentre ciò che
faceva Hitler costituiva una minaccia per tutti *.

È sintomatica, da questo punto di vista, la regola cui si attiene la


stampa socialista francese, di limitarsi ai resoconti ufficiali sovietici sui
grandi processi di Mosca. Blum tace a lungo5. Non mancano, è vero, le
voci - in specie nel campo della socialdemocrazia, da De Brouckère ad
Adler, sino alle figure piu autorevoli e prestigiose di teorici tedeschi e
austriaci della II Internazionale, Karl Kautsky, Rudolf Hilferding, Otto
Bauer - che denunciano apertamente l’ondata repressiva. La critica so­
cialdemocratica all’Urss, non nuova ma fattasi piu acuta in seguito ai pro­
cessi, si sviluppa tuttavia attorno a motivi non uniformi, anche se comu­
ne è l’individuazione di un potere personale dispotico e della prevalenza
di una «burocrazia» che sottopone a sé l’intera società. Mentre Kautsky
ritiene ineluttabile che a seguito del modo come si è sviluppata la rivolu­
zione bolscevica, da Lenin a Stalin, una dittatura di minoranze, di par­
tito, si trasformi in dittatura di un individuo sul partito e sullo Stato,
Hilferding insiste su un «incontrollato assolutismo politico» che ha pie­
gato, forzato, l’economia e conferisce alla politica un «primato senza pre­
cedenti» 6 persino per un regime totalitario.
Ma anche analisi severe non arrivano sempre alle conclusioni nega­
tive di un Kautsky, di un Hilferding o di un esule come Victor Serge7.
Otto Bauer, ad esempio, riporta il discorso alla crisi generale del capita­
lismo che genera il fascismo e afferma la sua convinzione che la costru-

’ Tipica in proposito, con qualche eccezione quale quella di Altiero Spinelli che rompe con il
partito, la reazione dei dirigenti comunisti italiani nelle carceri fasciste. Cfr. Pietro secchia, L’azio­
ne svolta dal Partito comunista in Italia durante il fascismo: 1926-1932, in «Annali Feltrinelli
1971», Milano 1973, p. XXIV.
* Gli intellettuali e l’antifascismo, in Storia del marxismo cit., Ili, 2, p. 449.
5 L'Urss vue de gauche, a cura di Lilly Marcou, Paris 1982, pp. 141-42.
6 salvadori, La critica marxista allo stalinismo cit., pp. 83-128.
7 Del 1937 è la sua riflessione, consegnata in Destin d'une révolution, sulla società sovietica
come «società di diseguali in cammino». Cfr. anche, per la sua vicenda politica, Memorie di un
rivoluzionario, Torino 1948, un’autobiografia giustamente definita dal Salvadori (La critica marxista
allo stalinismo cit., p. 115) «uno dei capolavori della memorialistica politica».
Trockij e la IV Internazionale 49
zione del socialismo in Urss sia riuscita in modo piti completo di quanto
egli stesso non pensasse qualche anno prima. Per Bauer, nel 1936, il ri­
gore terroristico non può che essere una fase di passaggio, breve, che la-
scerà luogo a una trasformazione in senso democratico del regime stali­
niano. E anche per l’illustre austromarxista la novità da difendere e po­
tenziare è una sola: quella di una comunanza di intenti e di sforzi tra
l’Internazionale socialista e il bolscevismo russo per preservare la pace '.
Stalin diventa per gli antifascisti anche non comunisti un simbolo di fer­
mezza, una garanzia di intransigenza. Persino un uomo come André Mal­
raux, che non ha nascosto le sue simpatie trockiste, che è accorso tra i
primi in Spagna alla testa di una squadriglia aerea ed è giunto in America
nel 1937 per raccogliere fondi in favore della repubblica, si rifiuta di
andare a deporre alla commissione Dewey, accompagnando il suo riser­
bo con questa dichiarazione:
Trockij è una grande forza morale nel mondo ma Stalin ha donato all’uomo
la dignità; e come l’Inquisizione non ha privato il cristianesimo della sua di­
gnità fondamentale, cosi i processi di Mosca non hanno diminuito la fondamen­
tale dignità del comuniSmo ’.

Sappiamo che nella stagione dei Fronti popolari generale è l’enfasi


posta dalla propaganda comunista sulle libertà democratiche. La promul­
gazione della nuova Costituzione sovietica viene accolta come un segno
consentaneo, come un’evoluzione nella direzione della democrazia socia­
lista. Essa non mette in discussione il ruolo dirigente del partito unico
al potere. Tuttavia i suoi enunciati si prestano, nel complesso, a una let­
tura che ne esalta due elementi: l’affermazione che la società sovietica
è ormai giunta a «realizzare nell’essenziale il socialismo»10 e l’accento
portato sulle garanzie di diritti politici e civili offerte al cittadino. Per il
primo postulato si è parlato della manifestazione più clamorosa del co­
sidetto «decisionismo teorico» staliniano. Stalin ha certo modellato in
questo caso una teorizzazione al suo disegno politico. Se per i classici del
marxismo il concetto di società socialista era quello di una società senza
classi, non potendo Stalin realizzare col 1936 questa trasformazione del­
la società sovietica, «perché non ricorrere all’ausilio di una teoria che
proclami socialismo ciò che non esiste?» «La decisione è realizzata non
realizzando il suo oggetto ma modificandolo» “.

• otto Bauer, Tra due guerre mondiali?, introduzione di Enzo Collotti, Torino 1979. PP- 289-
290.
’ Cfr. deutscher, Jl profeta esiliato cit., p. 469.
10 Dal rapporto sul progetto di nuova Costituzione dell’Urss, in josif staun, Questioni del
leninismo, Roma 1952, p. 57°.
11 Valentino GERRATANA, Stalin, Lenin e il marxismo-leninismo, in Storia del marxismo cit.,
Ili, 2, p. 191.
yo Capitolo quinto

Ma l’aspetto maggiormente esaltato in Occidente è il secondo: una


costituzione pienamente democratica, piu democratica di quelle borghe­
si, perché sancisce una libertà fondata sulla giustizia. Così, per il noto
giornalista e scrittore americano Louis Fischer, «il dominio della legge è
ora stabilito definitivamente in Unione Sovietica» : e per l’intellettuale
inglese Harold Laski, laburista di sinistra, si «sono fatti grandi progres­
si per passare dalla dittatura del proletariato alla democrazia socialista»12
13; 14 15 16
per il poeta inglese Stephen Spender la Costituzione del 1936 «già sod­
disfa le piu ambiziose promesse e speranze del liberalismo» ". Sidney e
Beatrice Webb, celebre coppia di socialisti inglesi «fabiani», vanno piu
in là. «È evidente - scrivono - che l’Unione Sovietica, sorretta dalla Co­
stituzione riveduta ed entrata in vigore nel 1936, è la piu ampia e la piu
egualitaria democrazia del mondo»
L’apologià che la cultura progressista fa della Costituzione staliniana
rivela un’altra sollecitazione. Ogni tentativo di teorizzare nuove forme
di democrazia, ad esempio per la Spagna repubblicana, ne viene incorag­
giato e sorretto. Il richiamo alla Costituzione del 1936 è infatti, durante
gli anni del Fronte popolare, frequente, rituale, sia presso i comunisti sia
da parte dei «compagni di viaggio». L’impostazione acerbamente pole­
mica di Trockij incanala simpatie anche di parte socialista e liberale ver­
so l’Urss giacché appare scarsamente convincente la sua tesi che Stalin
e l’Internazionale comunista stiano affossando la rivoluzione in Francia e
in Spagna. Trockij non dice, per quest’ultima, che non sia opportuno
fare sforzi unitari per vincere la guerra: sostiene che solo portando avan­
ti lo sviluppo rivoluzionario interno si rafforzerà la repubblica contro
Franco Ma, nel maggio del 1937, la rivolta anarchica e «poumista» di
Barcellona sarà condannata dall’antifascismo come un atto di diversione
incosciente se non di provocazione. È questo, ad esempio, il parere di
Carlo Rosselli17 18
e di Pietro Nenni “. Il trockismo è considerato un ele­
mento di disturbo. Nessuna voce esprime meglio imbarazzo e contrarietà
di quella degli antifascisti italiani di «Giustizia e Libertà», i quali, pur
elevando una protesta dinanzi ai processi di Mosca, così si esprimono:

12 Da «New Statesman and Nation», i° agosto 1936.


13 Ivi, 20 giugno 1936.
14 Stephen spender, Forward from Liberalism, London 1937, p. 275.
15 Sidney e beatrice webb, The truth about Soviet Russia, London 1942, p. 31. Nel 1936 i co­
niugi Webb pubblicano un’apologià dell’Urss, Soviet communism: a new civilization? che avrà larga
diffusione. Il libro sarà tradotto anche in Italia nel secondo dopoguerra (Torino 1930).
16 Pour la victoire de la revolution espagnole, 19 febbraio 1937, in LÉON trotsky, La révolu­
tion espagnole, testi raccolti e presentati da Pierre Broué, Paris 1973, pp. 336-39.
carlo rosselli, Guerra e politica in Spagna, in «Giustizia e Libertà», 7 maggio 1937.
18 Pietro nenni, Stringiamoci attorno alla Spagna, al suo esercito, al suo governo, in «La voce
degli italiani», Paris, 3 agosto 1937.
Trockij e la IV Internazionale 5»
Anche se non fossimo, come siamo, difensori dell’Urss, noi non avremmo
alcuna simpatia per Trockij né per il trockismo. Trockij è, per serietà politica,
al di sotto di Stalin e la sua cultura magniloquente rassomiglia molto alla sfog­
giata ricchezza di certi pescicani estremamente intelligenti che la guerra ha reso
celebri in Europa. Il trockismo, poi, è quanto di piti disordinato e demagogico
abbia prodotto la lotta politica del dopoguerra. Ma lasciare fucilare dei rivolu­
zionari innocenti senza protesta sarebbe forma di complicità indegna di antifa­
scisti che combattono anche per una causa di giustizia ”.

È necessario distinguere nei suoi vari aspetti la polemica trockista e


la collocazione del trockismo anche per intendere meglio il tipo di lotta
ad esso che gli «staliniani» conducono con inaudita violenza. Per Trockij
si deve parlare di « rivoluzione tradita » in Urss sotto il dominio stalinia­
no: tradita perché in mano a una burocrazia dispotica e perché la Russia
ha ormai smarrito la sua funzione ed iniziativa internazionalistica. Il li­
bro che con quel titolo Trockij pubblica nel 1936 è tutt’altro però che
uno sfogo, un’invettiva o un’astrazione. Si tratta di un’analisi assai pe­
netrante della società sovietica, dei suoi sviluppi e delle sue contraddi­
zioni. Al centro è posta quella tra la burocrazia, impersonata da Stalin,
e le masse lavoratrici. Come Hilferding, Trockij osserva che la politica è
divenuta un fattore decisivo nella vita sociale, nel senso che «non c’è
nessun governo al mondo che tenga a un tal punto nelle sue mani i de­
stini del paese» “. Anche Trockij usa il precedente della rivoluzione fran­
cese per definire lo stadio attuale dell’Urss come «termidoriano»: un
Termidoro che lascerà il campo a nuove crisi. Quali? Per intanto Trockij
sottolinea la provvisorietà della vittoria burocratica in un regime che
«con tutte le sue contraddizioni va definito non socialista ma transito­
rio tra il capitalismo e il socialismo o preparatorio al socialismo»21. In
sostanza, esiste la possibilità che le masse si liberino della burocrazia
controrivoluzionaria. I frutti dell’Ottobre non sono perduti definitiva­
mente.
Tutta l’analisi trockista è animata dalla fede in una ripresa dello slan­
cio rivoluzionario. E da un appello allo spirito originario, «liberante»,
della rivoluzione russa. Egli avverte come sulla cultura russa pesi oppri­
mente la dittatura «pedagogica» dello stalinismo.
La creazione dello spirito ha bisogno di libertà. L’idea comunista, che in­
tende sottoporre la natura alla tecnica e la tecnica al piano per costringere la
materia a dare all’uomo, senza ripulse, tutto quello di cui ha bisogno e molto
di piu, questa idea tende a un fine piu elevato: ed è quello di liberare per sem-

” fen, Il nuovo processo di Mosca, in «Giustizia e Libertà», 29 gennaio 1937.


20 lev D. trockij, La rivoluzione tradita, prefazione di Livio Maitan, Roma 1972, p. 41.
21 Ibid., p. 43.
52 Capitolo quinto

pre le facoltà creatrici dell’uomo da tutti gli ostacoli, da tutte le dipendenze


umilianti o da tutte le dure costrizioni. Le relazioni personali, la scienza, l’arte,
non dovranno subire nessun piano imposto, nessuna ombra di costrizione
Anche se Trockij definisce la burocrazia come uno strato sociale pri­
vilegiato polemizza apertamente con la definizione dell’Urss quale «ca­
pitalismo di Stato» e con altrettanta decisione nega che le distorsioni e
le degenerazioni presenti abbiano rovesciato la natura sociale dell’Urss.
Essa resta per lui uno «Stato operaio», pur se degenerato. La burocrazia
non è divenuta una classe.
La burocrazia non ha creato una base sociale per la sua dominazione, sotto
forma di condizioni particolari di proprietà. Essa è obbligata a difendere la pro­
prietà dello Stato fonte del suo potere e dei suoi redditi. Per questo aspetto
della sua attività resta uno strumento della dittatura del proletariato. I tenta­
tivi di presentare la burocrazia sovietica come una classe capitalistica di Stato
non reggono visibilmente alla critica. La burocrazia non ha né titoli né azioni.
Essa si recluta, si completa e si rinnova grazie a una gerarchia amministrativa,
senza avere particolari diritti in materia di proprietà. Il funzionario non può
trasmettere ai suoi eredi il suo diritto allo sfruttamento dello Stato. I suoi privi­
legi sono abusi “.

Se questo è il giudizio, se l’Urss nel suo insieme per lui è una società
intermedia tra il capitalismo e il socialismo, lo schema generale che pre­
siede alle interpretazioni trockiste della situazione, tra il 1935 e il 1937
almeno, si può grosso modo sintetizzare così: si attraversa, su scala mon­
diale ma soprattutto europea, una fase rivoluzionaria. La rivoluzione pro­
letaria è all’ordine del giorno in Francia e in Spagna e la classe operaia
occidentale sarà anche la leva che ridarà slancio e coscienza dei suoi com­
piti al proletariato russo, imprigionato dalla burocrazia staliniana. Di qui
la sua aspra polemica contro la linea «moderata» dei Fronti popolari, che
frenerebbe e ostacolerebbe il cammino rivoluzionario degli operai fran­
cesi e spagnoli, la loro via «verso il potere».
Nel 1939-40 la tormentata analisi di Trockij si porrà più stringenti
dilemmi. Se restiamo per ora alla vicenda della stagione precedente, due
altre considerazioni si impongono. L’una è che Trockij, già lucidissimo
nel denunciare l’errore della formula del «socialfascismo» all’inizio de­
gli anni trenta, nel fissare le differenze di base di classe e di rapporto con
lo Stato esistenti tra socialdemocrazia e nazifascismo, non pare altret­
tanto lungimirante rispetto alla crisi che investe l’Europa nel 1936-38.
Troppo volontaristici appaiono i suoi accenti, unilaterale un giudizio
che sottolinea solamente le potenzialità rivoluzionarie della situazione,

22 Ibid., p. 164.
23 lbid.t p. 228.
Trockij e la IV Internazionale 53

sia per quanto concerne la Francia del 1935-36 che per la Spagna dalla
rivolta delle Asturie allo scoppio della guerra civile. È quella materia del
contendere storiografico su cui ci siamo già intrattenuti. Per quanto con­
cerne l’ottica trockìana - se cost ci si può esprimere per caratterizzare
l’opinione personale del «profeta esiliato» -, il limite più intrinseco po­
trebbe essere colto in quella trasposizione per la quale « i problemi del-
l’Urss si risolvono nella penisola iberica, in Francia, nel Belgio», ed è
quindi necessario che si compia una rivoluzione proletaria in Occidente
perché le masse operaie sovietiche si sveglino. Il capoverso finale della
Rivoluzione tradita è illuminante al riguardo:
Se la burocrazia sovietica riesce, con la sua perfida politica dei «Fronti po­
polari», ad assicurare la vittoria deUa reazione, in Francia e in Spagna - e l’In­
ternazionale comunista fa tutto il possibile in questo senso - l’Urss si troverà
sull’orlo dell’abisso e sarà all’ordine del giorno piu la controrivoluzione bor­
ghese che l’insurrezione degli operai contro la burocrazia. Se al contrario, mal­
grado il sabotaggio dei riformisti e dei capi «comunisti», il proletariato occiden­
tale si aprirà la strada verso il potere, si inizierà un nuovo capitolo nella storia
dell’Urss. La prima vittoria rivoluzionaria in Europa farà alle masse sovietiche
l’effetto di uno choc elettrico, le risveglierà, ridesterà il loro spirito d’indipen­
denza, rianimerà le tradizioni del 1905, e del 1917, indebolirà le posizioni della
burocrazia e non avrà per la IV Internazionale minore importanza di quanta ne
abbia avuta per la III la vittoria della rivoluzione d’Ottobre. Il primo Stato
operaio non può salvarsi, per l’avvenire del socialismo, che per questa via

La realtà andrà in tutt’altra direzione, come si sa. E pare dunque


lecito ravvisare nello schema dilemmatico trockiano un tipico caso di
«wishful-thinking». Il dilemma vero, fascismo-democrazia, che vale an­
che per la classe operaia occidentale, non è ritenuto decisivo da Trockij,
a differenza di un vasto schieramento che almeno ai tempi dei Fronti po­
polari raccoglie comunisti, socialisti e quei «liberali» cui ha fatto rife­
rimento l’Hobsbawm. Non sarebbe esatto sostenere l’insensibilità asso­
luta di Trockij al tema. Egli è già portato a domandarsi se il fatto stesso
che la dittatura proletaria in Urss si sia trasformata nel «cesarismo» stali­
niano non riproponga la validità della democrazia politica come condizio­
ne indispensabile allo sviluppo del socialismo, ma tende ad accantonare
la scelta; sarà la rivoluzione mondiale a spazzare sia il «bonapartismo
plebiscitario», sancito dalla Costituzione del 1936, sia i fascismi reazio­
nari europei.
E sta qui la funzione assegnata alla costituenda IV Internazionale.
Ma di che forze può disporre, nel 1935 e ancora nel 1937-38, la corrente
trockista? Il grande biografo di Trockij, Isaac Deutscher - che fu anche

" lbid., p. 266.

j
54 Capitolo quinto

un suo attivo seguace, ma evitò nella sua opera ogni tentazione agiogra­
fica - ci ha offerto un panorama impietoso degli effettivi del trockismo
internazionale. Le condizioni obiettive sono da lui poste in rilievo ade­
guato come uno dei limiti dell’azione. Il Capo, negli anni in cui arden­
temente fida nella nuova ondata rivoluzionaria e opera per animarla e
indirizzarla, non fa che continuare la sua peregrinazione forzata. È cac­
ciato dalla Francia nel 1935, è ospitato in Norvegia ma le pressioni del
governo sovietico sono tali che ne viene espulso. Egli deve allontanarsi
addirittura dall’Europa, andare in Messico, nel gennaio del 193725 23. * Se
*
non soltanto i genuini, ultimi adepti di Trockij ma quelli passati o i pre­
sunti nuovi trockisti vengono sterminati in Urss, i gruppi che si richia­
mano esplicitamente a lui sono rari anche in quei paesi europei nei quali
la loro organizzazione - pur insidiata dalla provocazione - è ancora le­
galmente possibile.
Dal 1933, almeno, data il progetto di costituire attorno alla «oppo­
sizione bolscevica-leninista» una IV Internazionale. Ma bisogna atten­
dere il 1938 perché si avvìi una realizzazione del progetto: nonostante
10 scetticismo di talune «sezioni», in particolare dei due polacchi (ovvia­
mente esuli), Trockij è deciso a procedere alla fondazione avendo in men­
te soprattutto una scadenza che ritiene imminente e davanti alla quale
11 nuovo organismo può assolvere, nelle sue intenzioni e speranze, a una
funzione insostituibile: lo scoppio della seconda guerra mondiale. Alme­
no in questo egli è dello stesso avviso di Stalin: la guerra è inevitabile,
si avvicina. Trockij scrive nell’agosto del 1937:
La guerra può scoppiare verso la fine dei prossimi tre o quattro anni, cioè
proprio nel momento in cui il completamento del programma di riarmo do­
vrebbe assicurare la pace. Questa indicazione non ha, beninteso, che un valore
molto generale. Avvenimenti politici possono accelerare o ritardare il momento
dell’esplosione. Ma la sua inevitabilità discende dalla dinamica dell’economia e
dalla dinamica degli armamenti “.

Dinanzi alle crisi dei Fronti popolari, alla caduta dello slancio «offen­
sivo» delle masse operaie, al corso sempre piu travagliato della lotta in
Spagna, Trockij, nel 1937-38, non si fa piu illusioni sulla possibilità che
i lavoratori dell’Europa occidentale siano in grado di fermare la corsa
alla guerra. Ma ancora di piu a suo avviso, per fronteggiare i compiti che
la guerra porrà alle masse, è necessario un organismo che sostituisca la
II e la III Internazionale, «moralmente defunte». Trockij pare certo che

23 Cfr. anche, sulle peregrinazioni di Trockij, oltre all’opera del Deutscher citata, jean van
heijenoort, In esilio con Trockij, Milano 1980.
26 Di fronte a una nuova guerra mondiale, in lev trockij, Guerra e rivoluzione, Milano 1973,
pp, IÏ-12.
Trockij e la IV Internazionale 55

«le masse che la guerra spingerà all’esasperazione non troveranno altra


guida che quella offertagli dalla IV Internazionale».
Per tutta l’estate del 1938, da Città del Messico egli prepara il «pro­
gramma di massima» e le risoluzioni per «il congresso di fondazione»
della nuova Internazionale. In realtà - ci informa il Deutscher - il con­
gresso, che si tiene a Périgny, un villaggio nei pressi di Parigi, il 3 set­
tembre 1938, è semplicemente «una piccola riunione di trockisti, in tut­
to ventuno delegati che affermavano di rappresentare le organizzazioni
di undici paesi»27. *Accanto a un veterano come Alfred Rosmer, e all’al­
tro francese, Pierre Naville, c’è l’italiano Alfonso Leonetti, l’americano
Max Schachtmann, che presiede. Sono presenti personaggi piu oscuri,
alcuni sono agenti di Stalin. Tra loro «un individuo che si fa chiamare
Jacques Mornard», ed è invece il futuro assassino di Trockij: quel Ra­
mon Mercader che il 20 agosto del 1940 lo assalirà nel suo studio a colpi
di piccozza. Un altro provocatore non meno insidioso è «Étienne», che
dovrebbe rappresentare la sezione russa e rappresenta la Nkvd: si chia­
ma Mark Zborowski, si è da tempo conquistato la fiducia di Trockij e
del figlio Ljova, è al corrente di tutti i «segreti» dell’organizzazione. Il
congresso si esaurisce rapidamente.
Naville presentò il «rapporto» che doveva giustificare la decisione degli or­
ganizzatori di proclamare la fondazione della IV Internazionale. Tuttavia rivelò
involontariamente che l’Internazionale era poco piu di un’illusione: nessuno dei
suoi cosiddetti organi esecutivi e internazionali era stato in condizione di fun­
zionare negli anni precedenti. Le sezioni deU’Internazionale comprendevano po­
che dozzine o, al piu, poche centinaia di membri ciascuna: persino la sezione
americana, la piu numerosa di tutte, vantava un totale di duemilacinquecento
membri ufficiali “.

Il congresso approva la risoluzione di fondazione con diciannove voti


a favore e due contrari (i polacchi). Non sono stati ammessi alla discus­
sione i rappresentanti degli unici gruppi «fiancheggiatori» che abbiano
un minimo di consistenza e di esperienza politica autonoma: il Poum
catalano, ridotto ormai anch’esso a poca cosa, e il piccolo nuovo «Parti
ouvrier et socialiste français», nato nell’aprile del 1938 da una scissione
a sinistra della Sfio, cioè il raggruppamento di Marceau Pivert.
Se le proporzioni della IV Internazionale sono minime e la sua possi­
bilità d’incidenza sulla situazione trascurabile, resta il fatto che le idee
di Trockij, il suo prestigio, la forza della sua personalità di uomo e di
scrittore conservano un’influenza, in specie tra gli intellettuali, che va

27 deutscher, Il profeta esiliato cit., p. 530.


Ibid., p. 531.
Capitolo quinto

ben al di là della consistenza numerica e organizzativa dei seguaci del­


l’esule perseguitato e coperto di ingiurie. Tuttavia il problema principa­
le, riguardando le vicende del comuniSmo internazionale, nasce proprio
da questa clamorosa sproporzione: come mai tanto accanimento, tanti
ostracismi, tanta «mobilitazione» e «vigilanza», a cui si invitano peren­
toriamente tutte le «sezioni nazionali» del Komintern, contro sparuti
gruppi di trockisti?
Il problema non contiene soltanto le dimensioni psicologiche cui si
accennava a proposito dei delitti di Stalin, anche se le comprende. Né
si può ridurre alla osservazione già riferita, pur fondata, secondo cui quel
Trockij «mostruoso» - e il pericolo che rappresenterebbe - viene inven­
tato per poter giustificare le repressioni e creare il clima di intimidazio­
ne, di sospetto, di irrigidimento che ne consente l’esecuzione e ne utiliz­
za gli effetti. Intanto, la lotta al trockismo è proiettata molto all’esterno,
negli altri paesi, viene lanciata e perseguita in Francia, in Spagna, con
particolare asprezza29. 30E i suoi effetti già sono negativi, tangibilmente
negativi sul piano politico immediato e lo diverranno di piu per i tossici
che introducono nel movimento. Se in Francia la pregiudiziale, la preclu­
sione antitrockista, è uno dei motivi, se pur secondario, di frizione tra
socialisti e comunisti, in Spagna, laddove la lotta ai «banditi» trockisti
è condotta con i metodi della liquidazione fisica (in particolare contro il
Poum, come abbiamo già ricordato nel caso di Andres Nin, fatto sparire
il 16 giugno del 1937 a Barcellona) ”, le conseguenze sono piu gravi. Di­
ventano uno dei fattori di indebolimento del Fronte, una delle cause
di profonde fratture nel governo Negrin. Lo hanno rilevato osservatori
storici tutt’altro che sospettabili di simpatia per il trockismo (o per l’a­
narchismo). Tunon de Lara, ad esempio, ha scritto:
Da una parte i comunisti realizzavano la politica di Fronte popolare e di
trasformazioni nel quadro della legalità repubblicana e l’Unione Sovietica aiu­
tava la Spagna, si opponeva al non-intervento e faceva una politica estera ten­
dente a realizzare l’unione dei paesi democratici contro il fascismo; dall’altra
lo stalinismo entrava nella sua prima fase virulenta, rompendo la stessa legalità
socialista e favorendo di fatto, con le persecuzioni contro comunisti, il fascismo
internazionale. E nel caso della Spagna si offrivano armi polemiche a coloro che
in quel momento intendevano lottare contro il governo Negrin e contribuivano
con la loro demagogia a indebolire o ad aprire delle brecce nel fronte della lotta
del popolo spagnolo e del suo governo31.

29 Cfr. claudin, La crisi del movimento comunista cit., pp. 181-94.


30 Cfr. Julian Gorkin, Les communistes contre la révolution espagnole, Paris 1978, pp. 139-30
e pierre broué - Émile temine, La rivoluzione e la guerra di Spagna, Milano 1962, pp. 324-28. Sul­
l’estraneità di Togliatti cfr. spriano, Il compagno Ercoli cit., pp. xio-12.
31 manuel tunon de lara, Storia della repubblica e della guerra civile in Spagna, Roma 1966,
p. 390.
Trockij e la IV Internazionale 57
C’è anche la testimonianza accorata di Fernando Claudin, fattosi sto­
rico delle esperienze vissute:
Da parte nostra aggiungiamo che la repressione contro il Poum e l’odioso
assassinio di Andres Nin fu la pagina piu nera della storia del Partito comunista
spagnolo, che si fece complice del crimine commesso dai servizi segreti di Stalin.
Noi comunisti spagnoli eravamo certamente alienati - come tutti i comunisti
del mondo in quell’epoca e in seguito ancora per molti anni - dalle mostruose
menzogne fabbricate a Mosca. Ma questo non salva la nostra responsabilità sto­
rica 32.

La contraddizione piu seria risulta molto evidente dall’impostazione


generale della lotta al trockismo: è quella della identificazione del tro-
ckismo col fascismo, talmente insostenibile da apparire grottesca. Ma
essa, sostenuta da José Diaz come da Maurice Thorez, da Togliatti come
da Dimitrov, comporta un indebolimento evidente della linea unitaria,
persino nell’analisi prima che nella condotta politica e militare in Spa­
gna. E forse proprio il dirigente che piu lavora nella prospettiva della
unità e piu ne coglie il nuovo, Paimiro Togliatti, riflette meglio tale con­
traddizione. Nella sua missione in Spagna presso il Pce, egli non si stanca
di indicare la necessità di raggruppare attorno al governo e al fronte an­
che gli anarchici, mette in guardia i comunisti dalla tendenza a risolvere
le difficoltà politiche aumentando semplicemente la loro presa sull’eser­
cito o sulle organizzazioni e l’amministrazione dello Stato, comprende
perfettamente che le divisioni interne alla classe operaia spagnola «ven­
gono di lontano», per tradizioni e condizioni di vita diverse, che il «sov­
versivismo», o anche soltanto «l’izquierdismo», non hanno nulla a che
spartire con il fascismo. Tuttavia anche lui, e come direttiva generale, fa
l’equazione fascismo-trockismo, sostiene che solo eliminando i trockisti
si rafforza l’unità antifascista33, quasi tale epurazione fosse preliminare-,
vuole vedere nella impostazione della guerra spagnola come guerra tra il
proletariato e il capitalismo la strada aperta alla provocazione e al tra­
dimento34. 35 * che non ci siano stati e l’una e l’altro. Un socialista ita­
Non
liano come Pietro Nenni, presente in Spagna, ha scritto nel suo diario
che «vi furono momenti in cui l’atteggiamento degli anarchici rasentò la
provocazione per cadervi in pieno coi moti di Barcellona del maggio
1937»“. Fernando Claudin è della stessa opinione34. Ma quando, nel

32 claudin, La crisi del movimento comunista cit., pp. 182-83.


33 Gli insegnamenti del processo di Mosca (dicembre 1936), in Togliatti, Opere cit., IV, 1, pp.
155-77-
34 Da una lettera riservata inviata a un dirigente del centro estero del Pei il 20 marzo 1957, ci­
tata in SPRIANO, Storia del Pci cit., Ili, p. 174.
35 PIETRO NENNI, Spagna, Milano 1958, p. 53.
* claudin, La crisi del movimento comunista cit., p. 182.
58 Capitolo quinto

1938, s’indebolisce ulteriormente l’unità antifascista ed esplode una sor­


ta di coalizione anticomunista tra le forze politiche spagnole nella repub­
blica, ciò è anche, se non principalmente, un frutto di quella violenza
discriminatoria e dei metodi autoritari e polizieschi esportati da Stalin.
La lotta al trockismo ha anche un evidente significato di campagna
intimidatrice all’interno dei vari partiti comunisti. È uno strumento per
richiamare ogni dirigente all’ossequio piu assoluto, richiesto dinanzi alle
repressioni. Non per nulla Togliatti, ricevendo a Mosca, nel febbraio del
1937, un dirigente del Pei, gli dà questo consiglio: «Sarebbe un errore
pensare che contro il trockismo e in difesa della politica di Stalin debba­
no scrivere soltanto o prevalentemente i compagni che sono su [cioè a
Mosca], Si tiene conto di ciò che scrivono tutti i dirigenti del partito»37.
C’è qui una spiegazione del coro che tutta la stampa comunista interna­
zionale, nel 1936-38, intona, gareggiando nella denuncia del pericolo
trockista. È un coro assordante dal quale si dovrebbe dedurre che Tro­
ckij non solo è moralmente paragonabile a Hitler o a Franco, ma è un
nemico altrettanto minaccioso dei dittatori fascisti. La concentrazione
degli attacchi verbali e l’instaurazione di una lotta senza quartiere al tro­
ckismo, sono tali che non si può, però, scartare l’ipotesi affacciata da uno
storico secondo cui Stalin davvero temeva Trockij. Temeva l’affermarsi
in Spagna di un contagio trockista e temeva la sua possibile incidenza in
un’Urss minacciata dalla guerra o invasa. Ha scritto Adam Ulam:
Quando nel 1937 la guerra entrò nella sua fase più sanguinosa, i sovietici
ebbero nuove preoccupazioni. Tra i numerosissimi partiti estremisti spagnoli,
ce n’era uno, il Poum, che aveva un carattere nettamente trockista. Non era
escluso che il Poum e gli anarchici, che erano particolarmente forti in Catalo­
gna, si alleassero per creare un governo provvisorio regionale semitrockista
creando cosi la base, anche se temporanea, da cui avrebbe potuto diffondersi
l’eresia. Questo fu il motivo della campagna di assassinii sistematici organizzata
dagli agenti della polizia segreta sovietica e dai comunisti spagnoli contro i tro-
ckisti e gli anarchici dichiaratamente anticomunisti; una campagna che suscitò
una guerra civile all’interno delle file repubblicane38.

Ed ha aggiunto che Stalin riteneva seriamente Trockij pericoloso


quanto Hitler:
È inutile dire che non fu mai trovata l’ombra di una prova che esistesse un
collegamento tra un qualsiasi trockista e funzionari tedeschi o italiani. Ma Sta­
lin e i suoi colleghi erano ossessionati dalla storia: meno di vent’anni prima un
altro esule era tornato in Russia per assumere la direzione di un piccolo gruppo
di seguaci, e sei mesi dopo aveva preso il potere.

37 Cfr. SPRIANO, Il compagno Ercoli cit., pp. 107-8.


38 Adam B. ulam, Storia della politica estera sovietica, Milano 1970, p. 353.
Capitolo sesto
La capitolazione di Monaco

Monaco è ancora una di quelle parole del vocabolario politico, uno di


quei luoghi geografici che non hanno perso il loro significato simbolico.
Da quel 29 settembre del 1938, quando Chamberlain e Daladier, accorsi
nella città bavarese, accettavano l’ultimatum di Hitler, Monaco è sino­
nimo di resa. La discussione può appena concernere le motivazioni della
condotta dei due statisti, non i risultati. Sei mesi dopo, i nazisti entra­
vano a Praga, meno di un anno dopo a Danzica. Se le democrazie occi­
dentali, cosi, si illudevano di avere preservato la pace (per una genera­
zione, disse il premier inglese di ritorno in patria), i fatti forniscono un
giudizio inappellabile sul loro scacco. Che, quindi, l’avere abbandonato
la Cecoslovacchia di Beneš, l’avere accondisceso alla prima spartizione
del suo territorio con l’annessione dei Sudeti al Terzo Reich sia stato un
errore fatale per la Francia - legata da un patto militare d’assistenza alla
Cecoslovacchia — così come per la Gran Bretagna, è divenuto constata­
zione pacifica. E che tale arrendevolezza non abbia allontanato la guerra
ma l’abbia resa inevitabile è non meno certo.
Proprio Winston Churchill, tenace difensore dell’impero inglese, an­
ticomunista della prima ora, poneva in rilievo i dati essenziali. Sin dal
21 settembre, da Parigi, dove si era recato a fare visita ai ministri fran­
cesi Reynaud e Mandel, Churchill rendeva nota una sua dichiarazione in
cui era scritto:
La spartizione della Cecoslovacchia, effettuata sotto il peso dell’influenza in­
glese e francese, costituisce la resa completa delle democrazie occidentali alla
minaccia nazista. Un crollo simile non assicurerà la pace, né all’Inghilterra né
alla Francia, ma porrà al contrario ambedue queste nazioni in una posizione di
pericolo ancora maggiore. Il semplice fatto di avere reso neutrale la Cecoslo­
vacchia permette alla Germania di liberare venticinque divisioni che minacce-
ranno il fronte dell’ovest e apre ai nazisti trionfanti la strada verso il Mar Nero.
Non soltanto la Cecoslovacchia si trova in pericolo, ma la libertà e la democra­
zia di tutti i Paesi. Ritenere che si possa raggiungere la sicurezza gettando un
piccolo Stato nelle fauci del lupo è una illusione fatale. Entro breve tempo il
potenziale bellico della Germania verrà accresciuto, con rapidità superiore a
6o Capitolo sesto

quella che la Francia e la Gran Bretagna potranno raggiungere nel completare


i loro mezzi di difesa
Davvero qui Churchill rivela una lungimiranza straordinaria. E ri­
pensando agli avvenimenti del settembre del 1938 egli stesso rammen­
terà due altri aspetti non meno influenti sulla futura evoluzione della
situazione. Il primo è offerto dal successo che Hitler, riuscendo a piega­
re la Cecoslovacchia senza dovere fare uso della forza, ottiene presso gli
stessi generali tedeschi, riluttanti, preoccupati, contrari a lanciare una
sfida cosi pericolosa. Se la Cecoslovacchia fosse stata sostenuta dalle po­
tenze occidentali, dirà il maresciallo Keitel al processo di Norimberga,
il Reich non avrebbe attaccato. E aggiungerà un elemento che ci interes­
sa particolarmente, il secondo aspetto posto in risalto da Churchill: «Lo
scopo di Monaco era di estraniare la Russia dall’Europa, acquistare tem­
po e completare gli armamenti»12. 3L’Urss aveva dichiarato solennemente,
per bocca del suo ministro degli Esteri, Litvinov, che se la Francia avesse
onorato i suoi impegni anch’essa sarebbe stata pronta ad intervenire, a
fornire un aiuto effettivo ed immediato alla Cecoslovacchia in caso di
aggressione nazista. L’avere isolato e umiliato l’Urss fu per Churchill
uno degli errori piu gravi. «Gli eventi seguirono il loro corso come se
la Russia non fosse esistita. E piu tardi scontammo duramente questo
errore»’.
«Particolarmente sordida e sinistra»4 è stata definita la parte che la
Polonia, guidata dal colonnello reazionario Beck, giocò negli avvenimen­
ti. Essa si prestò a secondare Hitler nella distruzione della Cecoslovac­
chia, fomentando manifestazioni irredentistiche da parte della minoran­
za polacca del territorio cecoslovacco di Teschen. L’isolamento dell’Urss
ne veniva aggravato. Mentre Stalin minacciava di denunciare il patto
russo-polacco di non aggressione del ’32, in caso di attacco alla Cecoslo­
vacchia da parte della Polonia, i francesi consigliavano i cechi ad accondi­
scendere alle pretese di Varsavia5. Si può disputare sull’ipotesi se l’Urss
davvero nel settembre del 1938 sarebbe accorsa in aiuto dei cechi a fian­
co dei francesi6, *cosi come si è sostenuto che la Cecoslovacchia avrebbe
fatto bene - perché militarmente ne era in grado — a resistere da sola ’,

1 winston Churchill, La seconda guerra mondiale, I, Da guerra a guerra, Milano 1949, pp.
336-37-
2 Ibid., p. 352.
3 Ibid., p. 338.
4 L, B. Namier, Diplomatic prelude: 1938-39, London 1948, p. 447.
5 Vaccarino, Storia della resistenza in Europa cit., I, p. 297.
6 max BELOFF, La politica estera della Russia sovietica, Firenze 1953, I, p. 360.
’ Questa è l'opinione di Churchill (La seconda guerra mondiale cit., I, p. 329). Cfr. anche mi-
los HÂJEK e j. novotny, La politique et l'armée de la Tchécoslovaquie, in «Revue d’histoire de la
deuxième guerre mondiale», a. xm, n. 32, ottobre 1963, pp. 7-8.
La capitolazione di Monaco 61

ma il punto fondamentale resta la resa di Daladier e di Chamberlain, i


quali mostravano in tal modo di non avere alcuna intenzione di valersi
dell’aiuto sovietico.
Vi era un disegno cosciente di spingere la Germania nazista verso
Est? Operava quella congiura tratteggiata da Manuil'skij al XVII con­
gresso del Pb(b) deH’Urss del marzo 1939? Sarebbe sbagliato sottovalu­
tare la paura, il panico, l’illusione di un pacifismo imbelle che presiede al­
l’affannoso accorrere di Chamberlain, all’affiancamento di Daladier. So­
no sentimenti e stati d’animo che prevalgono in larghe masse europee nel
settembre del 1938. I reduci dall’incontro di Monaco vengono salutati
al loro rientro in patria da vere e proprie ovazioni, da un’ondata di sol­
lievo profonda. Così è a Parigi, così a Londra, così in Italia. Mussolini,
arrivato a Monaco come mediatore, in realtà sostenitore delle proposte
tedesche8, *riceve sulla via del ritorno, dal Brennero a Roma, un tripudio
quale «salvatore della pace». Ha raccontato Galeazzo Ciano, il suo mini­
stro degli Esteri:
In Italia, dal Brennero a Roma, dal Re ai contadini, il Duce riceve accoglien­
ze quali io non avevo mai visto. Egli stesso mi dice che un uguale calore vi fu
soltanto la sera della proclamazione dell’Impero ’.

E se in Gran Bretagna 150 deputati laburisti votano contro la con­


dotta di Chamberlain (e Churchill si astiene, con una esigua minoranza
di conservatori), i socialisti francesi manifestano la loro soddisfazione a
Daladier. Persino Blum parla sul «Populaire» del i° ottobre di «gioia»,
di senso di liberazione. Il dopo-Monaco vede i comunisti denunciare la
capitolazione e il tradimento in termini tali da mostrare che essi non nu­
trono piu alcuna fiducia nella possibilità di un’azione comune con la In­
ternazionale socialistal0. IlGià si fa luce quell’impostazione di ritorno al-
1’«unità dal basso», contro i capi traditori che abbiamo segnalato per la
primavera del 1939.
Ma torniamo al punto degli effetti di Monaco e delle intenzioni di
Chamberlain e di Daladier. Si tratta soltanto di illusioni, di errori, di una
mal riposta fiducia nella successiva moderazione di Hitler? Sembra leci­
to dubitarne. Anche se l’imperialismo inglese non possiede quel disegno
diabolico che gli presterà Manuil'skij nella requisitoria che abbiamo let­
to, nella politica dell’«appeasement» verso la Germania nazista non c’è

8 renzo de felice, Mussolini: il duce cit., II, pp. 513-36.


’ Galeazzo ciano, Diario: 1937-38, Bologna 1948, p. 254.
10 È quanto risulta chiaramente da un manifesto lanciato dall’Internazionale comunista dopo
Monaco, nel quale si chiede anche la convocazione di una conferenza internazionale per la pace, da
indire attraverso le organizzazioni politiche e sindacali operaie. Il manifesto non avrà interlocutori.
Il testo in «La Correspondance internationale», a. xvii, n. 53, 15 ottobre 1938.
6z Capitolo sesto

solo disorientamento. C’è, perlomeno, il frutto di una impreparazione


militare: questa si traduce nella «volontà» di sfuggire a ogni rischio di
guerra, di cercare la pace «ad ogni costo». Ma c’è anche una propensione
politica che può venire letta in due modi: o come calcolo di giungere con
la Germania a una spartizione delle zone d’influenza che spinga quest’ul-
tima contro l’Urss e l’induca cosi a rinunciare a sollevare rivendicazioni
coloniali; o come semplice intento di lasciare a Hitler «le mani libere»
all’Est, anche senza ipotizzare o incoraggiare un’aggressione diretta alle
frontiere sovietiche. La prima lettura è quella fatta da molti storici che
hanno insistito sul disegno di circoli conservatori inglesi di fare della
Germania il principale baluardo contro il bolscevismo, una minaccia che
essi avevano già considerato quale la maggiore per la Spagna del 1936.
Proprio il tentativo di dirottare ad Oriente l’incombente tempesta - ha scrit­
to Enzo Collotti - conferma che Chamberlain non ignorava le mire espansioni­
stiche del nazionalsocialismo. L’Unione Sovietica fu esclusa dall’incontro di Mo­
naco come naturale risultato di tutta la politica sino allora seguita dalle potenze
occidentali che, mentre non avevano risparmiato blandizie nei confronti di na­
zismo e fascismo, avevano deliberatamente ignorato l’esistenza in Europa di una
forza come quella sovietica 11.

Il punto è essenziale. Non è dubbio, perché risulta da molte testi­


monianze, oltre che dalla loro condotta diplomatica e politica concreta,
che sia la Francia sia l’Inghilterra ritengono scarsa, nel 1938, la capacità
militare sovietica, indebolita ulteriormente dalle «purghe» nell’esercito,
e inquieta la sua situazione interna. Lo stesso storico inglese A. J. P.
Taylor, che ha difeso Chamberlain come l’uomo che cedette a Monaco
anche perché era convinto che fosse giusta l’aspirazione di tre milioni e
più di tedeschi dei Sudeti a ricongiungersi alla madrepatria, ha scritto:
I governi britannico e francese prendevano in considerazione la Russia so­
vietica solo per sottolinearne la debolezza militare; e questa opinione, seppure
certamente basata sulle notizie in loro possesso, esprimeva anche ciò che essi
desideravano. Essi volevano che la Russia sovietica fosse esclusa dall’Europa, e
volentieri perciò sostenevano che essa ne fosse esclusa per forza di circostanze.
I loro desideri andavano oltre? Avevano essi in animo di sistemare l’Europa
non solo senza la Russia sovietica ma anche contro di essa? Era loro intenzione
che la Germania nazista distruggesse la «minaccia bolscevica»? Questo il so­
spetto dei sovietici sia allora che in seguito. D’un intento del genere c’è scarsa
prova nei documenti ufficiali o anche altrove. I dirigenti britannici e francesi
erano troppo distratti dal problema tedesco per considerare che cosa sarebbe
accaduto quando la Germania fosse divenuta la potenza dominante nell’Europa
orientale. Naturalmente essi preferivano che la Germania marciasse verso est,11

11 Enzo COLLOTTI, Sul significato del patto di Monaco, in « Il movimento di liberazione in Ita­
lia», n. 58, gennaio-marzo i960, p. 69.
La capitolazione di Monaco 63

non verso ovest se marciare doveva; ma il loro obiettivo era di prevenire la


guerra, non di prepararne una, ed essi credevano sinceramente - o per lo meno
10 credeva Chamberlain - che Hitler sarebbe stato contento una volta appagate
le sue richieste “.

11 patto di Monaco, in ogni caso, cambiava completamente la situa­


zione nell’Est europeo: faceva cadere tutta la politica francese di sicu­
rezza collettiva, rendeva la Germania - a cui si era accostata la Polonia —
una potenza egemone in quella zona. E dopo Monaco sia la Francia sia
l’Inghilterra si muovono in modo da incoraggiare la prospettiva di un’av­
ventura hitleriana in Ucraina, appoggiando un movimento irredentistico
costituito, con base in Germania, da esuli ucraini. E non si sa davvero
se non sia piu cieca e moralmente meno condannabile una politica che,
nell’autunno del 1938, conti sulla sovversione ucraina per mantenere la
pace ad Ovest. Secondo André Scherer, Parigi considerava probabile un
attacco «indiretto» di Hitler:
Si sapeva che aveva piu di una carta buona nel suo mazzo, che si era rive­
lato un maestro nel suscitare disordini interni in casa dei suoi vicini. Si pensava
che il prossimo obiettivo tedesco sarebbe stato quello di erigere l’Ucraina in
stato indipendente. Tale convincimento era fondato sull’attività in Germania
del movimento nazionalista ucraino del colonnello Evhen Konovaletz e le emis­
sioni sovversive di radio Vienna. Bonnet diceva di avere informazioni secondo
le quali c’era una certa effervescenza in Ucraina in seguito a numerose esecu­
zioni recenti in Russia. Egli considerava probabile l’esistenza di movimenti se­
paratisti in Ucraina. Infine si pensava che la situazione alimentare in Germania
fosse cosi catastrofica che un’espansione verso l’Ucraina era per essa una neces­
sità vitale ".

Volontà di indirizzare le mire di Hitler ad Oriente e illusione che la


Francia potesse stare al riparo della linea Maginot. Quindi per il presi­
dente del Consiglio Daladier e il suo ministro degli Esteri Bonnet Mo­
naco poteva bensì essere una fonte di umiliazione, non una minaccia.
«Erano convinti che in Europa occidentale si fosse giunti a un punto
morto: loro non potevano ostacolare l’avanzata tedesca in Europa orien­
tale; ma la Germania dal canto suo non poteva invadere la Francia» ”.
Una convinzione assai poco fondata, anche se nel 1938-39 poche convin­
zioni erano tanto generali quanto quella della invincibilità della forza
militare francese.
È una Francia torbida, pervasa di correnti reazionarie e filofasciste,

12 A. j. p. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale, Bari 1965, p. 220.


13 andre scherer, Le problème des «mains libres» à l'Est, in «Revue d’histoire de la deuxième
guerre mondiale», a. vin, n. 32, ottobre 1958, pp. 4-5.
“ Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale cit., p. 232.
64 Capitolo sesto

divisa, ostile a imboccare la strada di un’alleanza reale con l’Urss in fun­


zione della sicurezza antinazista, illusa di poter separare Mussolini da
Hitler, quella che si affianca alla politica britannica. La gente ha paura
della guerra, non vuole morire per i Sudeti. Persino il motivo dell’onore
nazionale vilipeso dalla mancata assistenza alla Cecoslovacchia non su­
scita grande emozione. Il padronato è alla controffensiva: un decreto-
legge presentato dal governo Daladier contempla una deroga alla stori­
ca conquista delle quaranta ore. Un esule comunista italiano, Giorgio
Amendola, ha reso bene l’atmosfera della Parigi autunnale del 1938:
Sui calcoli diplomatici e militari dominava nel popolo francese una volontà
generale di mantenere, ad ogni costo, il ritmo della propria vita quotidiana, di
prolungare il piu a lungo possibile la propria tranquillità. Si, c’era l’inflazione,
l’aumento dei prezzi, ma la disoccupazione era ridotta, gli operai piti qualificati
guadagnavano bene, nelle macellerie anche le donne del popolo si permettevano
di contendere alle signore i pezzi di carne migliori. Nell’estate gli operai ave­
vano conteso ai piccoli borghesi i posti disponibili nelle pensioni piu modeste.
Era una vergogna! Nella borghesia dominava un odio egoistico e cieco contro
Blum e gli ebrei, contro la classe operaia e naturalmente contro i comunisti.
I rossi stavano perdendo in Spagna, bisognava che ricevessero una lezione an­
che in Francia, anche a costo di trovare un accordo con Hitler. All’attacco della
borghesia gli operai, divisi ed amareggiati, non reagivano in modo coerente e si
chiudevano nella difesa delle conquiste ottenute '5.

Un grande comizio che tiene al «Ve? d’Hiv» il 7 ottobre Maurice


Thorez riflette singolarmente l’atmosfera descritta da Amendola. C’è la
protesta piu veemente, la rinnovata solidarietà per quella Spagna repub­
blicana che gli accordi di Monaco hanno pugnalato alla schiena, la co­
scienza dell’umiliazione nazionale («Che vergogna! Dovremo arrossire
dappertutto nel mondo! Chi può piti avere fiducia nella parola della Fran­
cia?») Ce il senso angoscioso dell’isolamento ma anche l’orgoglio del­
l’arroccamento. I comunisti-dice Thorez-hanno una parola sola, l’Urss
ha una parola sola; non si tratta di scegliere tra burro e cannoni, «noi
non andremo a cercare la nostra cotoletta nella spazzatura»15 16. La Cgt
proclamerà uno sciopero contro il decreto di Daladier, il 30 novembre.
Ma la prova di forza è vinta dal governo e dal padronato. Il Pcf si scon­
tra a una reazione vincente. Tutto il «mondo comunista» dà la sensazio­
ne palpabile di tale arroccamento. E bisognerà tenere presente questo
stato d’animo anche quando esso sarà posto di fronte al trauma del patto
tedesco-sovietico. Chi ha tradito per primo? - si replicherà allora da par­

15 Giorgio amendola, Un’isola, Milano 1980, pp. 250-51.


16 Après la trahison de Munich (rapporto di Maurice Thorez del 7 ottobre 1938), in «La Cor­
respondance internationale», a. xvii, n. 53, 15 ottobre 1938.
La capitolazione di Monaco 65

te di tanti militanti comunisti. Un’ondata settaria già pare incontenibile.


Quando, nell’ottobre del 1938, muore il vecchio Karl Kautsky, nel suo
esilio di Amsterdam, l’organo ufficiale della Internazionale comunista
sfoga tutta la sua rabbia sulla tomba del «rinnegato»:
Il seme antibolscevico sparso da Kautsky ha attecchito: il fascismo ha vinto
la classe operaia disunita in Germania prima, in Austria dopo. E ora ha ottenuto
una grande vittoria sulla repubblica democratica cecoslovacca! ".

L’arroccamento significa anche, per l’Urss, come è stato notato, ripie­


gamento «sulla tradizionale diffidenza verso il mondo capitalistico nel
suo complesso, fascista o democratico che fosse, quindi la vecchia pro­
pensione a vedere gli scontri nel suo interno come rivalità e conflitti tra
coalizioni imperialistiche e a pensare che l’Urss dovesse cercare di trarre
vantaggio da questi contrasti, tornando alla vecchia dottrina che consi­
gliava di tenersi in disparte dalla lotta armata quanto piu a lungo possi­
bile» È un atteggiamento che data soltanto dal settembre del 1938, da
Monaco? Si può parlare di una svolta in questo senso? Forse la strada
per districare una matassa assai aggrovigliata è quella di intendere resi­
stenza di due piani: quello generale, potremmo dire di un atteggiamento
insieme storico ed ideologico, e quello della politica estera sovietica, con­
creta nelle mutevoli circostanze di quegli anni.
È evidente che a un certo punto i due piani si congiungono (sarà il
caso dell’estate del 1939), ma una distinzione è indispensabile. Fuori di
metafora, per Stalin, anche nel 1934-38 continua a non esistere una gran­
de differenza, di qualità, tra «banditi» fascisti e tedeschi e «banditi»
imperialisti anglo-francesi. Gli uni valgono gli altri, dal punto di vista
del loro atteggiamento di fondo nei confronti del paese del socialismo;
sono tutti nemici dell’Urss. Cosi egli non muta certo idea sulla social-
democrazia occidentale. Si è appunto insistito sulla interpretazione «re­
strittiva» che Stalin, e con lui altri dirigenti dell’Internazionale comuni­
sta, hanno sempre dato della linea emersa dal VII congresso: una linea
solo tatticamente nuova E questa interpretazione, questa riserva, na­
turalmente, viene rafforzata dalla rapida crisi dei Fronti popolari, dal­
l’avversione britannica alla Spagna repubblicana, dalla riluttanza dello
Stato maggiore francese a stipulare una convenzione militare che desse
vigore al patto franco-sovietico del 1933, nonché dalla condotta generale

17 Karl Kautsky (1854-1938), ivi.


” boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit., I, p. 624.
*’ Cfr. giuliano procacci, Aspetti e problemi della politica estera sovietica, in aa.vv., Momenti
e problemi della storia dell’Urss, Roma 1978, pp. 36-48. Cfr. anche Marta dassó, Ironie unico e
fronte popolare: il VII Congresso del Comintern, in Storia del marxismo cit., Ili, 2, pp. 621-26.
66 Capitolo sesto

dell’Internazionale socialista, restia all’unità d’azione con quella comu­


nista.
D’altro canto, è molto difficile dimostrare che Stalin non abbia, sep­
pure con un certo scetticismo, perseguito — sia in seno alla Società delle
Nazioni che nei rapporti bilaterali - una politica di sicurezza collettiva
con la Francia e la Gran Bretagna per fronteggiare la minaccia nazista,
che è la piu pressante, la piu aggressiva, in atto sin dalla primavera del
1936, proseguita con l’intervento in Spagna, con il riarmo intensivo, con
l’annessione dell’Austria e l’attacco alla sovranità cecoslovacca. Non per
nulla la linea dei Fronti popolari egli l’aveva intrapresa dopo il campa­
nello d’allarme del riavvicinamento polacco-tedesco del 1934, era inter­
venuto in Spagna anche per favorire un’intesa con il governo Blum (e
questo era uno degli scopi perseguiti dai suoi consigli di moderazione ai
socialisti spagnoli e ai comunisti francesi).
Certo, Stalin non credeva alla possibilità di una rivoluzione socialista
in Occidente nel 1935-37, non la favoriva in ogni caso, non intendeva la
teoria del «nemico principale» elaborata, pur con cautele, al VII con­
gresso dell’Internazionale come una linea che facesse dell’unità antifa­
scista un’arma capace di sventare del tutto la minaccia di una prossima
guerra. Riteneva piuttosto questa inevitabile, con una dinamica che po­
teva sempre ritorcersi direttamente contro l’Urss. Chi poteva escludere
che, a un certo momento, i «banditi» dell’uno o dell’altro gruppo si met­
tessero d’accordo a spese del paese del socialismo?
Ha osservato un comunista spagnolo come Santiago Carrillo che la
politica estera di Stalin era sempre quella di «giocare sulla scacchiera in­
ternazionale una partita che consentiva tutte le ritirate e tutti gli arroc­
camenti, a seconda delle circostanze, con avanzate e ritirate ma evitando
comunque di chiudersi in una via di scontro radicale con le forze del­
l’Asse» Dopo Monaco piu che mai, si potrebbe aggiungere. Ma prima?
Trockij scriveva nell’ottobre del 1938:
Il crollo della Cecoslovacchia è il crollo della politica estera sovietica di Sta­
lin nel corso degli ultimi cinque anni. L’«alleanza tra le democrazie», idea lan­
ciata da Mosca per lottare contro il fascismo, non è che una finzione priva di
vita. Nessuno vuole combattere per la salvezza di un astratto principio di demo­
crazia: tutti lottano per interessi materiali. L’Inghilterra e la Francia preferisco­
no soddisfare gli appetiti di Hitler a spese dell’Austria e della Cecoslovacchia
piuttosto che a spese delle loro colonie 2021.

20 Santiago carrillo, H eurocomunismo e lo Stato, Roma 1977, p. 140.


21 Dopo Monaco, Stalin cercherà un accordo con Hitler, in trockij, Guerra e rivoluzione cit.
pp. 22-23.
La capitolazione di Monaco *7
Come si vede, l’idea che Trockij ha delle democrazie occidentali non
è molto diversa da quella che ne ritiene Stalin. Ma il vecchio oppositore
aggiunge:
Dobbiamo ora sicuramente aspettarci un tentativo della diplomazia sovie­
tica di riavvicinarsi a Hitler al prezzo di nuove ritirate e di nuove capitolazioni,
che a loro volta non possono che avvicinare la caduta dell’oligarchia staliniana.

L’avvicinamento a Hitler sarebbe dunque, in definitiva, il risultato


della politica arrendevole e ambigua dei governanti francesi e inglesi. Vi
è chi è andato anche piu in là. George Kennan ha avanzato una complessa
ipotesi legata alla «politica interna» sovietica. Se concordava con quanti
già abbiamo visto collegare il grande terrore alla convinzione staliniana
di una guerra ineluttabile e imminente, Kennan precisava tale legame
con due scadenze. Sin dal 1936 Stalin avrebbe contemplato una doppia
eventualità: trovarsi coinvolto in un conflitto contro Hitler, oppure ve­
nire a patti con lui. In entrambi i casi, doveva poter agire con le spalle al
sicuro, quanto a situazione interna. Nel 1937, quindi assai prima di Mo­
naco, egli avrebbe raggiunto la convinzione che Francia e Inghilterra non
si sarebbero affatto opposte al dinamismo hitleriano. La sua scelta di
venire a patti con il dittatore tedesco, quindi, andrebbe datata a quel
momento: di qui lo scatenarsi delle «purghe» perché nessun potenziale
oppositore interno gli impedisse di manovrare in tal senso “.
È una congettura troppo meccanica che non tiene in conto la stessa
dinamica delle repressioni non tutta programmata cosi freddamente, né
l’insicurezza che pervade la politica sovietica dopo la grande ondata di
terrore, dinanzi alla «decapitazione» delle forze armate che ha indebo­
lito gravemente la capacità di difesa immediata dell’Urss. Né dà il peso
che pur ha avuto all’amara lezione di Monaco, allorquando davvero Sta­
lin stesso può misurare fino a che punto arrivi lo spirito di resa delle
democrazie occidentali e temere seriamente che ci sia in queste il disegno
preciso di scatenare la furia hitleriana contro le frontiere sovietiche, co­
minciando da una penetrazione in Ucraina. Molti storici hanno ricorda­
to, ad esempio, il commento fatto da Litvinov subito dopo gli accordi di
Monaco. Ricevendo l’ambasciatore francese il ministro degli Esteri so­
vietico gli dice, il 4 ottobre 1938: «Mi limito a constatare che le poten­
ze occidentali hanno deliberatamente escluso l’Urss dalle trattative. Mio
povero amico, cosa avete mai fatto? Per quello che ci riguarda, non ci
rimane che procedere alla quarta spartizione della Polonia» ". Un osscr-

22 george kennan, Russia and the West under Lenin and Stalin, London 1961, p. 313
22 Robert couLONDRE, De M.0SC0U à Berlin, Paris 1939, p. 163. Cfr. la valorizzazione ili i|iic«l«
testimonianza in andre fontaine, Storia della guerra fredda, Milano 1968,1, p. 114.
68 Capitolo sesto

vatore attento della politica sovietica come Joseph Davies, ambasciatore


americano a Mosca fino al giugno del 1938, scriveva dal canto suo, a
Harry Hopkins, il 18 gennaio 1939:
Quel che si può fare secondo me è di incoraggiare in qualche modo la Russia
perché rimanga fedele alla sicurezza collettiva e alla pace. I reazionari d’Inghil­
terra e di Francia l’hanno messa in quarantena... La politica di Chamberlain che
consiste nel gettare l’Italia, la Polonia e l’Ungheria nelle braccia di Hitler può
essere completata disgustando a tal punto i sovietici da indurli a un accordo eco­
nomico e a una tregua ideologica con Hitler. Questo non è fuori dei limiti e del­
le possibilità o anche delle probabilità...M.

I tedeschi non facevano neppure grande mistero della loro volontà


di espansione all’Est. Se tenere fuori la Russia dall’Europa era l’obietti­
vo di Monaco, rammentato da Keitel, il capo di Stato maggiore tedesco,
generale Franz Haider, dichiarava, nel dicembre del 1938, al console
americano a Berlino, Raymond Geist: «Voi dovete tenere ben conto del
programma nazionalsocialista verso l’Est. Se voi, potenze occidentali, vi
opporrete al nostro programma nell’Est, noi dovremo muovervi guer­
ra»2425. Il programma includeva non solo l’occupazione della Cecoslovac­
chia ma l’attacco alla Polonia, alla Jugoslavia, alla Romania e all’Urss.
In effetti, l’aggressività nazista è tale che non esiste un «nemico princi­
pale» per Hitler: tutti i paesi europei debbono cadere sotto il suo domi­
nio o fungere da vassalli. E forse qui, pur dando il loro peso alla miopia
e alle manovre pericolose della diplomazia franco-britannica, sta anche
il limite della condotta staliniana: lasciarsi libere tutte le vie d’uscita,
come Stalin voleva, poteva soltanto ritardare, non impedire, una resa dei
conti con il nazismo.
Vedremo, a proposito delle circostanze drammatiche che precedono,
accompagnano e seguono il patto tedesco-sovietico del 23 agosto 1939,
come calcoli, necessità stringenti, paure, determinino le mosse dell’Urss
dinanzi alla seconda guerra mondiale. Le vedremo tenendo anche d’oc­
chio un’ipotesi tutt’altro che da scartare: che davvero Stalin pensasse di
poter stornare l’attacco hitleriano fino a renderlo impossibile, pensasse
a un compromesso con lui a piu lunga scadenza. In particolare dopo Mo­
naco in Urss tende a prevalere quella che abbiamo indicato come una
componente storico-ideologica, una continuità di tradizione e di giudizio
per la quale tutto il mondo capitalistico è ugualmente da considerare un
nemico diretto, permanente, dell’Unione Sovietica ed essa quindi non
deve e non può scegliere strategicamente a favore di una possibile coali­

24 Joseph davies, Missione a Mosca, Milano 1946, p. 438.


25 IHOR KAMENETSKi, Hitler’s occupation of Ukraine (1941-44), Milwaukee (Wis.) 1936, p. 64.
La capitolazione di Monaco 69

zione antifascista, di Stati e di popoli, di paesi e di masse lavoratrici.


L’Urss si orienta solo su se stessa.
Intanto, l’antifascismo è in crisi, è debole, non vive certo nell’ispira­
zione di Daladier e di Chamberlain. L’unità operaia è perduta in Francia,
mentre in Spagna la repubblica è agonizzante. Tuttavia l’antitesi fasci­
smo-antifascismo si imporrà come decisiva nella seconda guerra mondia­
le in termini che non pare siano colti affatto dal gruppo dirigente sovie­
tico, che si trova di fronte a scelte impegnative, prima e dopo Monaco.
Ciò non significa, nella condotta politica quotidiana, che all’indomani
degli accordi di Monaco Stalin abbia ormai scelto come unica via percor­
ribile quella dell’incontro con la Germania nazista. Al XVIII congresso
del Partito bolscevico (marzo 1939), Stalin non abbandona la distinzio­
ne tra «paesi aggressori», Germania, Giappone, Italia, e paesi «pacifi­
ci», «Stati democratici non aggressori», Gran Bretagna, Francia, Stati
Uniti. Ma la distinzione è tutta racchiusa in una misura empirica, non
certo di valori. Se, in sostanza, gli Stati «aggressori» sono tali perché
hanno costituito un «blocco militare» che persegue un piano di conqui­
ste territoriali, gli Stati pacifici sono tali semplicemente perché paghi
dello «statu quo», delle conquiste coloniali già ottenute, della loro for­
za economica e militare. L’ossessione di essere «offerto» da questi ulti­
mi ai primi come possibile preda, in ogni caso perché tedeschi e russi, o
russi e giapponesi si dissanguino a vicenda, è già trasparente in quanto
egli dice al XVIII congresso del Pc(b) dell’Urss quando parla della poli­
tica di «non-intervento» delle democrazie occidentali:
La politica di non-intervento significa un incoraggiamento all’aggressione,
allo scatenamento della guerra, e per conseguenza, alla sua trasformazione in
guerra mondiale. La politica di non-intervento tradisce la volontà, il desiderio di
non disturbare gli aggressori, nel loro losco lavoro, di non impedire per esem­
pio, al Giappone, di avventurarsi nella guerra contro la Cina e soprattutto con­
tro l’Unione Sovietica, di non impedire, diciamo, alla Germania di invischiarsi
negli affari europei, di avventurarsi nella guerra contro l’Unione Sovietica, di
lasciare i paesi belligeranti impantanarsi sempre piu nella palude fangosa della
guerra, di incoraggiarli alla chetichella, di lasciarli indebolire ed esaurirsi reci­
procamente e poi, quando saranno sufficientemente indeboliti, entrare in scena
con delle forze fresche, intervenire naturalmente «nell’interesse della pace» e
dettare le proprie condizioni ai paesi belligeranti indeboliti “.

È, in termini meno aspri, lo stesso discorso che già conosciamo di


Manuil'skij. L’Urss conta sulle proprie forze in primo, in secondo, in
terzo, in quarto, in quinto luogo, ripete Stalin: sulla propria potenza eco-

“ Dal Rapporto di Stalin sull’attività del Comitato centrale e del Partito comunista dell'llninne
Sovietica, in «La Correspondance internationale», a. xix, n. 11, 13 marzo 1939.
7° Capitolo sesto

nomica; sulla propria unità morale e politica; sull’amicizia dei popoli


dell’Unione, sull’Armata rossa e la «Marina militare rossa»; sulla sua
politica di pace. Solo in sesto luogo conta «sull’appoggio morale dei la­
voratori di tutti i paesi che hanno un interesse vitale al mantenimento
della pace» e in settimo «sulla saggezza di quei paesi che non hanno in­
teresse, per una ragione o per l’altra, alla violazione della pace». L’Urss
- dice ben chiaro Stalin - non è disposta a cavare la castagna dal fuoco
per conto di altri, è per la pace con tutti i paesi.
L’ipotesi di trovare un accordo con Hitler - ha scritto Adam B. Ulam - pur
essendo stata sondata in precedenza, non si presentò alla mente di Stalin come
una possibilità concreta fino al marzo del 1939 ”.

Se le enunciazioni precise e i cauti riferimenti che prospetta l’Urss


nel marzo del 1939 sono quelli che abbiamo visto, per approfondire il
tema delle ispirazioni piu profonde, radicate, del comuniSmo staliniano
possediamo un documento che è assai piu importante dei dispacci diplo­
matici e delle fonti d’archivio - tuttora peraltro inaccessibili un libro,
un manuale di storia, che diventa in quel momento una sorta di « testo
sacro» di tutto il movimento.

” ulam, Stalin cit., pp. 540-41.


Capitolo settimo
Il «breve corso», bussola del comuniSmo

La misura del fenomeno è davvero eccezionale. Il «breve corso di


storia del Partito comunista (bolscevico) dell’Urss» che viene pubblicato
nell’ottobre del 1938, redatto da una commissione di cui fanno parte di­
rigenti politici di primo piano, da Kalinin a Molotov, da Vorošilov a
Kaganovič, da Mikojan a Zdanov a Berija, sotto la diretta supervisione
di Stalin è di certo il compendio storico a cui è arrisa la maggiore for­
tuna editoriale.
Viene subito stampato in dodici milioni di copie in lingua russa e in
altri due milioni nelle diverse lingue dell’Unione. Tra l’autunno del 1938
e la primavera del 1939 ne vengono curate le traduzioni in moltissime
lingue parlate fuori dell’Urss, con una tiratura di 673 000 copieE da
allora, per un ventennio, il numero delle copie diffuse diventa astrono­
mico3, tra nuove generazioni di militanti, studenti, lavoratori, intellet­
tuali nel mondo intero: si attingerà a questa esposizione sommaria della
storia del «partito-guida» anche attraverso una rete capillare di scuole
di partito, il suo studio diventerà obbligatorio nelle scuole dell’Urss. Già
con il «decennale» della sua pubblicazione, nel 1948, le edizioni sono
diventate duecento, in sessantadue lingue, con una tiratura complessiva
di 34 milioni di copie \
Si tratta di un’operazione che non ha precedenti nel movimento ope­
raio internazionale, dinanzi a cui impallidisce - beninteso dal punto di
vista quantitativo - la diffusione del Manifesto del 1848 di Marx ed En-

1 La «Pravda» ne comincia la pubblicazione a puntate nel settembre 1938, annunciando che a


«questo immenso lavoro» ha presieduto lo stesso Stalin. Cfr. Un abrégé de l’histoire du Parti com­
muniste de l'Urss, in «La Correspondance internationale», a. xvix, n. jo, 24 settembre 1938. I nomi
dei dirigenti sovietici vengono fatti in un’elegante edizione italiana pubblicata a Napoli nel marzo
del 1944 per i tipi di Riccardo Ricciardi.
2 BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica cit., I, pp. 612-13.
3 L. grunwald, Per una storia della «storia del Pcus», in «L’Est», a. vili, n. 1, 31 marzo 1973,
p. 60.
4 Cfr. Una possente arma ideologica del movimento comunista internazionale, in «Per una pace
stabile, per una democrazia popolare! », a. 11, n. 19, 1-13 ottobre 1948.
72 Capitolo settimo

gels per le generazioni socialiste dell’Ottocento e del primo Novecento


oppure di Stato e rivoluzione di Lenin per la leva comunista del primo
dopoguerra. Per trovargli un riscontro bisogna arrivare ai tempi più re­
centi del «Libretto rosso» di Mao Zedong. E in effetti, questa dimen­
sione generale non va scordata. Se al XVIII congresso del Pc russo, dove
il richiamo al «breve corso» è già costante da parte di quasi tutti i rela­
tori, Andrej Zdanov può affermare che «da quando il marxismo esiste,
esso è il primo libro marxista che abbia avuto una simile diffusione»5 6, 7 8
un osservatore scrupoloso come lo Schlesinger consigliava, vent’anni do­
po, di tenere presente, qualunque cosa si potesse pensare della fedeltà
con cui nel testo erano presentati gli avvenimenti, «che attraverso la for­
mulazione datane in questo libro il marxismo è arrivato ai quadri politici
da cui è guidato un terzo dell’umanità» ’. Ma quella non è la sola proie­
zione da considerare. Il libro può e deve essere letto come un documen­
to, una spia di grande interesse sugli obiettivi immediati che si prefigge,
sul tipo di interpretazione e della storia e della «dottrina» che dà, legato
come esso è alle drammatiche circostanze di quegli anni.
L’uso spregiudicato della teoria «marxista-leninista» in funzione del­
l’empiria politica è indubbiamente uno dei tratti costitutivi dello stalini­
smo. Ne rivedremo parecchie applicazioni. Per quanto concerne l’aspet­
to generale, valgano le considerazioni di György Lukàcs, fondate sulla
differenza sostanziale tra l’approccio di Lenin a un patrimonio di pensie­
ro, la sua verifica di «metodo scientifico», e quelli di Stalin. Ha scritto
Lukàcs:
Stalin, che non disponeva dell’autorità di Lenin, prodottasi in virtù di gran­
di e importanti realizzazioni teoriche, e diventata ormai qualcosa di «naturale»,
trovò il modo di dare una giustificazione immediatamente evidente di tutte le
sue misure presentandole come la conseguenza diretta e necessaria delle dottri­
ne marxiste-leniniste. A questo scopo bisognava sopprimere le mediazioni, e la
teoria e la prassi dovevano essere collegate immediatamente tra loro... La man­
canza di scrupoli di Stalin giunse fino al punto di alterare, se necessario, anche
la teoria, per venire incontro alle sue pretese di autorità *.

La stessa osservazione si deve fare per la disinvoltura con cui è alte­


rata la storia, in primo luogo la storia del proprio movimento, del par­
tito. Anzi: il «marxismo-leninismo» viene a coincidere con un’operazio­
ne storiografica interna. La storia — notava Ernesto Ragionieri — è ormai

5 Cfr. HERT andreas, Le Manifeste Communiste de Marx et Engels (Histoire et Bibliographie:


1848-1918), Milano 1963.
6 Andrej ždanov, Politica e ideologia, Roma 1932, p. 233.
7 Schlesinger, Il partito comunista nell'Urss cit., p. 272.
8 Dalla lettera-risposta di G. Lukàcs a 8 domande sul XXII congresso del Pcus, in « Nuovi ar­
gomenti», n. 49-30, marzo-giugno 1961, p. 121.
Il «breve corso», bussola del comuniSmo 73
«la fonte e il criterio supremo della formazione ideologica dei militan­
ti»’. L’illustrazione, la semplificazione del corpo dottrinale, si cala nel­
l’interpretazione dei fatti storici e a sua volta concorre a semplificare, a
dare un segno univoco, di storia a disegno, a quegli stessi fatti. Non per
nulla nel «breve corso» una parte del quarto capitolo del libro, stesa
personalmente da StalinI0, viene dedicata a una divulgazione dei principi
del materialismo dialettico e del materialismo storico: una quarantina di
pagine che debbono fornire al lettore la certezza che «la scienza della
società, nonostante tutta la complessità dei fenomeni della vita sociale,
può diventare una scienza altrettanto esatta quanto, ad esempio, la bio­
logia» 11. Di qui anche il corollario logico. Per conoscerne davvero la sto­
ria, per padroneggiarne le leggi e l’insegnamento non basta una ricerca
singola: ne va data una interpretazione ufficiale, quella del partito. Nella
decisione adottata in proposito dal Comitato centrale, il libro in questio­
ne diventa «una guida insostituibile... che fornisce una interpretazione
ufficiale dei problemi fondamentali nella storia del Pc(b)... in modo da
prevenire tutte le interpretazioni arbitrarie» u.
L’opera di prevenzione è puntuale. Lukàcs ha indicato nella uscita
del «breve corso» il punto culminante della tendenza a istituire una con­
nessione immediata fra i dati di fatto piu crudi e le posizioni teoretiche
piu generali. E se per utilizzare Lenin, a giustificazione della condotta
politica quotidiana, non si esitava - proprio da allora - a purgare i suoi
scritti di quanto poteva suonarvi contraddizione (si riorganizzava all’uo­
po l’Istituto Marx-Engels e si preparava una nuova acconcia edizione
delle opere leniniane), la sacralizzazione della storia del partito doveva
contribuire a sancire la successione canonica Marx-Engels-Lenin-Stalin e
a fare di quest’ultimo non soltanto il legittimo successore ed erede di
Lenin, ma l’uomo in cui si identificava il partito, la causa del socialismo,
la cattedra dottrinale inappellabile. Il processo non era iniziato nel 1937-
1938, ma era stato avviato proprio «facendo pulizia» nel campo degli
studi storici, con la celebre lettera di Stalin alla rivista «Proletarskaja
revolucjia» del 1931, nella quale si accusavano vari studiosi di contrab-

* ERNESTO ragionieri, La Terza Internazionale e il Partito comunista italiano, Torino 1978,


P- 234.
10 Questa parte verrà presto pubblicata a só e largamente diffusa da parte di tutti i partiti co­
munisti. Significativo il fatto che non appena legale il Pei, nel 1944, a Napoli ne dia alle stampe
un’edizione italiana, ripubblicata l’anno appresso a Roma. Nella presentazione dell’opuscolo si dice
che il saggio «rappresenta quanto di più semplice e nello stesso tempo di più profondo sia stato
scritto finora sulla teoria del marxismo-leninismo». Cfr. J. stalin, Materialismo dialettico e mate­
rialismo storico, edizioni a cura della «delegazione del Pei per l’Italia meridionale», Napoli (1944).
L’edizione romana del 1945 appare nella collana di «nuova biblioteca marxista-leninista» come
quinto opuscolo della serie.
11 Ibid., p. 16.
u schlesinger, Il partito comunista nell’Urss cit., p. 271.
74 Capitolo settimo

bandare idee trockiste e soprattutto di dare prova di «marcio libera­


lismo» 13. *
A indicare quali salde radici questa concezione avrebbe messo all’in­
terno dei gruppi dirigenti comunisti dell’Urss concorre persino il tipo di
critica (ma anche il credito che esso mantiene) rivolto al manuale che
stiamo considerando da A. I. Mikojan nel suo intervento al XX congres­
so, del 1956:
Nel rapporto al Comitato centrale si parla chiaramente dell’inadeguato li­
vello del nostro lavoro di propaganda. Una delle ragioni fondamentali di questa
situazione sta nel fatto che in genere il marxismo-leninismo viene studiato da
noi solo sul Breve corso di storia del Pc(b). E questo, naturalmente, è sbagliato.
La ricchezza delle idee del marxismo-leninismo non può essere circoscritta nel­
l’ambito ristretto della storia del nostro partito e tanto meno del suo breve cor­
so. Bisogna quindi scrivere manuali teorici per i compagni con diverso grado di
preparazione. È questa la prima cosa da fare. In secondo luogo il Breve corso
di storia del Pc(b) non può soddisfarci anche perché in esso non sono illustrate
le vicende degli ultimi vent’anni circa la vita del nostro partito. Si può forse
giustificare la mancanza di una storia elaborata dal partito negli ultimi ven­
t’anni?

Cosi apparivano le cose vent’anni dopo a uno dei consulenti - o esten­


sori - del «breve corso». E si sarebbe proceduto da allora con nuovi ma­
nuali teorici e storici, non solo in Urss. Il Partito comunista francese
pubblicava un «manuel» ufficiale della sua storia ancora nel 196415, otto
anni dopo il XX congresso, tre dopo quel XXII congresso nel corso del
quale le accuse a Stalin diventano una valanga e questi è ormai dipinto
come un despota sanguinario. Tuttavia con la destalinizzazione, nei li­
miti che essa era destinata a mantenere in Urss, se scompariva la rappre­
sentazione demiurgica offerta dal manuale del 1938 i criteri metodolo­
gici, la concezione di una storia ufficiale come unica ammissibile, non
cambiavano. Né mutava l’impianto che stava alla base dello stalinismo
teorico del famoso quarto capitolo del «breve corso», capolavoro del
cosiddetto diamat, il materialismo dialettico. Quell’impianto è stato cosi
sintetizzato:
Ogni concetto risulta dalla sua definizione assiomatica, e ogni definizione dà
luogo a una serie di semplici deduzioni per cui alla fine risulta evidente che «il
socialismo proletario è una deduzione diretta dal materialismo dialettico». Evi-

13 Cfr. Medvedev, Lo stalinismo cit., pp. 181-83 e boffa, Storia dell'Unione Sovietica cit., I,
p. 436.
“ Dall’intervento di Mikojan, in XX Congresso del Partito comunista dell'Unione sovietica.
Atti e risoluzioni, Roma 1936, p. 202.
15 Histoire du Parti communiste français (manuel), Paris 1964. Il manuale viene elaborato da
una commissione del Ce del Pcf sotto la direzione di Jacques Duclos e di François Billoux.
Il «breve corso», bussola del comuniSmo 75
denza e semplicità deduttiva sono fin dall’inizio, e rimarranno sempre, i princi­
pali requisiti delle teorizzazioni staliniane. Tutto ciò che sfugge a tali requisiti
merita di essere accantonato. Così la complessità di analisi del Capitale può es­
sere tranquillamente ignorata da Stalin, che del pensiero di Marx ha bisogno
solo per estrarne semplici formule traducibili in chiare parole d’ordine (e per
questo può anche limitarsi a ricorrere alle divulgazioni manualistiche). Avendo
bisogno di una teoria che serva di fondamento alla certezza della fede, e che
possa essere ristretta in una bandiera di combattimento, la sua coerenza è fuori
discussione, e non sorprende che anche in questi casi - come in altri illustri
esempi - il martello diventi il piu importante strumento della filosofia ".

Ma se la semplificazione assiomatica (o quello che è stato chiamato


il «decisionismo teorico», o ancora, per tornare a Lukacs, la priorità as­
soluta data all’agitazione) ha effetti negativi a lunga durata e conduce,
in buona sostanza, a una fossilizzazione del marxismo, a un blocco della
libera ricerca, interessano non meno altri aspetti, quelli adombrati dal­
lo Schlesinger, non perché questi bilancino gli altri, ma perché diventano
costitutivi di un nuovo quadro, della formazione di un dirigente centrale
o periferico, intermedio, tipico, riscontrabile in ogni partito, reso assai
piu omogeneo di quanto non fosse il quadro della prima generazione del­
l’Internazionale comunista. L’indottrinamento cosi semplificato, reso ac­
cessibile a uomini e donne per lo piu di origine operaia e contadina, su
una scala di massa prima sconosciuta, viene dunque a configurarsi come
un dato importante della realtà. I «quadri decidono di tutto», diceva
appunto Stalin; e questi quadri avrebbero diretto efficacemente masse
popolari, avrebbero dimostrato uno spirito di disciplina piu saldo pro­
prio perché dotati di una certezza di fede, della coscienza di essersi im­
padroniti delle leggi del divenire sociale.
Su questo spessore di indottrinamento — insieme promosso tra i gio­
vani dei diversi popoli che formano l’Unione Sovietica e nelle avanguar­
die combattenti dei partiti comunisti «all’estero» - ci si potrebbe diffon­
dere piu a lungo. Esso continua ad operare durante la guerra e soprat­
tutto nel decennio successivo - fino al 1956, almeno —, quando molti
partiti comunisti, diventati anch’essi di massa, vanno al potere - come
accadrà all’Est, in Europa e in Asia -, oppure - come nel caso del Pei e
del Pcf - raccolgono centinaia e centinaia di migliaia di nuovi adepti. Il
* * trovare osta­
«breve corso» continua allora il suo lungo viaggio1714senza
coli di ricezione neppure tra quegli intellettuali occidentali divenuti co­

14 gerratana, Stalin, Lenin e il marxismo-leninismo cit., p. 182.


” Significative alcune cifre delle tirature dell’immediato dopoguerra: Francia, 24 000 copie Pel
1944-45, altre 300000 dal 1943 al ’48; Italia, 330000 copie nel 1944-48; Romania, 300000 copie
nel 1943-48; Bulgaria, 95 000 copie nel 1944-48; Ungheria, 90 000 copie nel 1943-48; Gran Bretagna,
123000 copie nel 1940-48; Polonia, 100000 copie nel 1948; Olanda, 30000 copie nel 1943-48;
Austria, 26 000 copie nel 1946 e io 000 nel 1948. (Da Una possente arma ideologica cit.).
76 Capitolo settimo

munisti che pure si sono abbeverati, o possono abbeverarsi, anche ad al­


tre fonti meno aride della cultura marxista, ai suoi autentici «classici».
La bontà, l’utilità, la piena legittimità di una volgarizzazione come
quella offerta dal «breve corso» non vengono contestate in quel decen­
nio, essenzialmente perché non vi viene contestato il ruolo del «partito-
guida» e in esso l’autorità teorica di Stalin. La critica ideologica succes­
siva partirà in primo luogo dalla crisi di quel ruolo e dalla demolizione
di quella figura iniziatasi col XX congresso e che i successivi drammatici
avvenimenti del 1956 approfondiranno. Prima, quel testo resta un po­
tente strumento di unificazione ideologica del movimento attorno al suo
centro, e della società sovietica attorno al partito. La storia del Pc(b) è
considerata esemplare, anche per la ricostruzione che ne viene fatta delle
lotte interne, sempre dipinte come lo scontro tra la «linea giusta» (de­
stinata a trionfare) e i vari opportunisti di destra e di sinistra, dagli «eco­
nomisti» ai menscevichi, dai trockisti al gruppo «Bucharin-Rykov». È
una storia che deve servire di ammaestramento a tutti gli altri «reparti»
nazionali, neppure menzionati peraltro.
La supremazia, quasi la splendida eccezione, dei bolscevichi non è
celata tra le righe dell’esposizione. Delle quattrocento pagine del «breve
corso» non piu di un paio vengono dedicate alla fondazione della III In­
ternazionale, nel 1919; i suoi successivi congressi sono citati di sfuggita
e non si fa neppure cenno del VII ”. Si tratta di un’omissione non casua­
le, altro segno - se ve ne fosse bisogno - di una ormai consolidata inter­
pretazione restrittiva, tattica, di quell’assise.
Le vicende del movimento operaio internazionale, dalla sconfitta del­
la rivoluzione in Occidente nel primo dopoguerra al fenomeno straordi­
nario del volontariato in difesa della repubblica spagnola, sono passate
sotto silenzio anche se hanno emozionato l’opinione pubblica sovietica
e costituito momenti importanti della sua partecipazione, nel diffuso sen­
timento antifascista nel popolo. Molto rilievo ha invece la lotta attuale
di liberazione dei cinesi contro l’invasione giapponese, descritta essen­
zialmente come lotta nazionale. E pour cause. Non va scordato che il li­
bro, la campagna impegnata per diffonderlo, illustrarne le tesi, non sono
avulsi dall’attualità, dalle necessità di «agitazione» e di puntualizzazione
politica. Queste opportunità risalgono dal compatto sottofondo ideolo­
gico, dalla rappresentazione generale di una società - quella del sociali­
smo già realizzato, «per l’essenziale» - e di uno Stato - quello sovietico -
consolidato nella sua continuità da Lenin a Stalin (gli unici due perso-

“ Cfr. V. M. LEjBZON - K. K. širinija, Il VII Congresso deU’Internazionale comunista, Roma


1975, P- 263.
Il «breve corso», bussola del comuniSmo 77
naggi «positivi» della trattazione concreta), che paiono usciti diretta­
mente dalle leggi del divenire sociale. Anzi, la continuità viene esaltata
anche con un richiamo diretto al passato russo, allo sviluppo unificatore
impresso dal popolo russo a tutti i popoli dell’Unione "•
Sul piano piu generale, il compito del «breve corso» è quello di un
«rilancio ideologico» che stabilisca verità ufficiali di dottrina. Ma in qua­
le direzione? Nella direzione di accentuare la funzione oltreché la con­
tinuità dello Stato, dello Stato definito socialista. Stalin intende fissare,
e lo ribadisce al XVIII congresso del partito, un punto teorico: che lo
Stato socialista ha ancora da svolgere funzioni decisive. E quindi accan­
tona l’analisi teorica marxista «di quel processo noto con la formula en-
gelsiana della estinzione dello Stato». Osserva che tale tesi è giusta a cer­
te condizioni ma non è giusta in altre condizioni.
Anziché porsi il problema del modo, delle forme, del ritmo di sviluppo, del­
le difficoltà e delle contraddizioni attraverso cui può farsi strada in quelle par­
ticolari condizioni della società sovietica il processo di estinzione dello Stato,
elimina il problema perché in Engels si presenta con «un carattere generale e
astratto». Naturalmente il significato della generalità e della astrattezza della
teoria marxista viene completamente svisato, e quello che Engels, ha descritto
come un processo è da Stalin raffigurato come una semplice ipotesi scolastica “.

Stalin si presenta come unico erede e fedele continuatore dell’opera


di Lenin. E rivendica la stessa posizione anche sul piano teorico. La sua
elaborazione di una teoria dello Stato socialista viene legittimata come
naturale completamento della teoria leninista dello Stato, quasi corne la
seconda parte di Stato e rivoluzione che l’autore non aveva avuto il tem­
po di scrivere. Tale è la premessa formale. «Nella sostanza — ha notato
Valentino Gerratana - l’analisi è sostituita con una teoria del tutto nuo­
va dello Stato socialista»21 20una teoria che deve porre in primo piano
19. È
anche la funzione repressiva della macchina statale.
Quali scopi immediati persegua l’iniziativa editoriale è largamente
intuibile. Uno dei primi appare la convalida, la giustificazione retrospet­
tiva, dei grandi processi conclusisi pochi mesi prima. Trockij, Zinov'ev,
Kamenev, Pjatakov, Bucharin, vi sono dipinti come «mostri» intenti,
per cosi dire da sempre, a cospirare contro il successo della rivoluzione
e contro l’edificazione del socialismo. Le loro «posizioni antibolscevi­
che», le loro «concezioni imperialistiche e sciovinistiche» sono presen­
tate piu che come errori come colpe personali, come tali da avere un co-

19 Cfr. Jacques Droz, Il comuniSmo sovietico ed europeo, in Storia del socialismo, a sua cura,
Roma 1981, IV, p. 457.
20 gerratana, Ricerche di storia del marxismo, Roma 1972, p. 178.
21 Ibid., pp. 179-80.
78 Capitolo settimo

rollano naturale nella pretesa congiura ordita contro Lenin tra il 1918
e il 1924 e rinnovata contro Stalin dopo. Il linguaggio è ovviamente pe­
santissimo; e anche questa è traccia che segnerà profondamente l’intero
movimento, sostituendo a motivazioni politiche dei dissensi epiteti infa­
manti per tutti i possibili «oppositori», reali o potenziali. Lo si potrà
constatare nel dopoguerra e non solo in occasione dei processi condotti
nelle «democrazie popolari».
Ma l’ispirazione giudiziaria e la terminologia «criminalizzante» non
sono ovviamente il dato piu rilevante. Ben piu essenziale è il fatto che il
cammino del partito viene sempre illustrato come risultato di un pro­
cesso autoctono, sia rispetto alla società quanto alle circostanze esterne;
al tempo stesso, la storia dell’Urss è presentata come la storia di un paese
che resiste a un assalto ininterrotto degli imperialisti stranieri, complici
i sabotatori e le spie da essi assoldati. Si definiscono fascisti gli Stati fa­
scisti, ma non si dimentica che gli altri paesi capitalistici non hanno con­
corso meno in passato a stringere quell’assedio intorno all’Unione So­
vietica.
Di certo, gli Stati cosidetti democratici non approvano le «esagerazioni» a
cui si abbandonano gli Stati fascisti e temono che questi si rafforzino. Ma essi
temono ancora di piu il movimento operaio in Europa e il movimento di libe­
razione in Asia e ritengono che il fascismo sia un buon antidoto contro tutti
questi movimenti pericolosi22.

Nel testo, così come al XVIII congresso del Pc(b) dell’Urss, la «se­
conda guerra imperialistica» è data come inevitabile. Anzi, Stalin ripete­
rà da quella tribuna, nel marzo del ’39 («... la seconda guerra imperiali­
stica è di fatto incominciata, furtivamente, senza dichiarazione di guer­
ra») quanto si legge già nell’ultimo capitolo del «breve corso». Vale la
pena di ricordare che esso è evidentemente steso prima del patto di Mo­
naco ad indicare la continuità dell’ispirazione staliniana: diffidenza e
sospetto verso i «cosiddetti democratici», fiducia riposta soltanto nel-
l’Urss, nella sua forza, nella sua saldezza, nella sua coesione interna, ne­
gli amici fedeli che essa annovera tra «il movimento operaio in Europa
e il movimento di liberazione in Asia». Quanto alle potenze occidentali,
si dice ben chiaro con un sintomatico parallelo storico:
I circoli dirigenti degli Stati «democratici», soprattutto i circoli conserva-
tori inglesi, si limitano a una politica di persuasione degli sfrenati capibanda
fascisti perché «non spingano le cose agli estremi», lasciando capire loro con­
temporaneamente che in sostanza essi «comprendono pienamente» la loro poli-

22 Dall’edizione italiana stampata in Urss nel 1939, Storia del partito comunista (bolscevico)
dell’Urss. Breve corso, p. 377.
Il «breve corso», bussola del comuniSmo 79
tica reazionaria e poliziesca contro il movimento operaio e il movimento di libe­
razione nazionale e simpatizzano con essa. I circoli dirigenti inglesi seguono ora
pressapoco la stessa politica seguita sotto lo zarismo dai borghesi liberali mo­
narchici della Russia i quali, pur temendo le «esagerazioni» della politica zari­
sta, temevano ancora di piu il popolo e adottavano perciò una politica di persua­
sione nei riguardi dello zar, ossia una politica di collusione con lo zar, contro il
popolo a.
Il libro si congeda dai lettori su questo fosco orizzonte. Deve diven­
tare per i sovietici un richiamo alle nuove prove che possono attenderli.
Per i lettori stranieri lo studio di quest’opera è anch’esso finalizzato al
«serrate le righe» del movimento comunista. Leggere, diffondere, stu­
diare il «breve corso» significa, nel 1938-39, imparare l’essenza stessa
del «bolscevismo» come tipo di organizzazione ferrea, centralizzata, si­
cura di sé, rendere il dovuto omaggio al partito-guida, in un momento di
crisi cruciale della situazione internazionale.
L’eco che ne riflettono i vari partiti comunisti, l’impegno che le loro
direzioni ripongono nel propagandarlo, suonano appunto in questi termi­
ni. Bastano pochi esempi. Quando esce l’edizione francese, nell’aprile del
1939, Georges Cogniot tiene una conferenza pubblica nella quale comu­
nica che il libro si stampa in Francia in 300 000 copie, invita i militanti
a leggerlo muniti di carta e matita, anzi di un quaderno dove si possano
segnare, in colonna, le citazioni dei classici, i riferimenti storici princi­
pali, ecc. ecc. Ma al di là della cura didascalica, il dirigente del Pcf ne
raccomanda la lettura per gli insegnamenti attuali che ne possono scatu­
rire. Situazione grave - egli dice —, allarmante, non però tale da fare
smarrire la fiducia. Può anche sembrare un’ingenuità che Cogniot segnali
ai suoi ascoltatori della «salle Pleyel» che se l’antifascismo ha subito
disfatte in Austria, in Cecoslovacchia, in Spagna, non c’è da disperare
perché anche la rivoluzione del 1905 in Russia fu sconfitta; ad essa però
succedette l’Ottobre vittorioso del 1917. Ma la cosa piu importante è
un’altra, quella che Cogniot mutua dall’immagine complessiva che il
«breve corso» vuole offrire: tutto il mondo «è come in un caos» salvo
l’Urss. Essa è tuttora l’ancora di salvezza, è il faro da cui continua a irra­
diarsi la luce del marxismo. Eia sua storia è «la bussola del comuniSmo».
Per ora [in Francia] la vita è pacifica; gli organi di direzione e di trasmis­
sione del movimento operaio funzionano con regolarità. Ma sapete bene che vi­
viamo in un tempo nel quale gli avvenimenti camminano velocemente. Possono
sopravvenire circostanze nelle quali i militanti saranno dispersi, nelle quali i co­
munisti o i semplici antifascisti senza partito si troveranno a prendere decisioni
da soli, ad assumersi da soli iniziative gravi. Nell’esercito si dà una bussola al

’ Ibid.,vp. 377-78.
8o Capitolo settimo

gruppo di combattimento isolato. E noi abbiamo una bussola da dare ad ogni


operaio, a ogni lavoratore, a ogni democratico onesto... Questa bussola esiste.
È la Storia del Partito comunista dell'Unione Sovietica...

Dunque un’arma, una bussola con la quale orientarsi in vista della


tempesta che è già nell’aria. Un omaggio all’Unione Sovietica come rin­
novato impegno di comunisti. «Noi - dice Cogniot - siamo legati stret­
tamente con tutte le fibre del nostro essere al paese del socialismo, come
membri del partito mondiale dei comunisti, di cui Stalin è il capo e l’edu­
catore». Sono gli stessi accenti che risuonano nella stampa di tutti i par­
titi comunisti, legale e illegale. Un grande sforzo fanno i comunisti bri­
tannici diffondendo la prima edizione inglese in 127000 copie. L’edi­
zione italiana, del 1939, è composta in Urss, ma il centro estero del Pei
a Parigi, definendo il «breve corso» «un avvenimento di importanza sto­
rica nella vita ideologica di tutti i partiti comunisti»24
25, 26
comincia a diffon­
derlo tra i lavoratori italiani in Francia. Il libro deve servire a ogni co­
munista come guida «che gli indichi la via per la quale il nostro popolo
potrà liberarsi dal giogo del fascismo».
È evidente che le traduzioni sono utilizzate anche per le esigenze pro­
pagandistiche e organizzative dei vari partiti comunisti. Ad esempio in
Cina Mao, impegnato in una campagna contro il settarismo e una menta­
lità schematica dei militanti, sceglie tra le pagine del «breve corso» pro­
prio le indicazioni di metodo offerte dal quinto punto delle «conclusio­
ni» del libro Queste raccomandazioni suonano cosi:
Il partito è invincibile se non teme la critica e l’autocritica, se non nasconde
gli errori e le insufficienze del proprio lavoro, se istruisce ed educa i suoi quadri
illuminandoli negli errori dell’attività del partito, se sa a tempo correggere que­
sti errori.

Le avvertenze di Mao Zedong ci rammentano un altro canone del mo­


vimento comunista del tempo: che un libro di storia, cosi come un testo
teorico, si deve utilizzare per quello che serve nel presente: si troverà
sempre e in questo e in quello una citazione che fa allo scopo che già ci si
è prefissi.

24 GEORGES cogniot. Ce que nous enseigne l’<rHistoire du parli bolchêvik», in «La brochure
populaire», n. 9, aprile 1939.
25 Dalla risoluzione del Comitato centrale del Pci pubblicata in «Lo Stato operaio», a. xm,
n. 9, 15 maggio 1939.
26 Contro lo schematismo nel lavoro di partito (discorso tenuto l’8 febbraio 1942 alla conferen­
za dei quadri svoltasi a Yenan), in mao tse-dun, Scritti scelti, Roma 1936, IV, p. 73.
Capitolo ottavo
Il patto germano-sovietico

Torniamo a quel marzo del 1939 da cui abbiamo preso le mosse per
fotografare lo «stato» del movimento comunista. Non è neppure ancora
concluso il XVIII congresso del Pc(b) dell’Urss che l’effimera speranza
di preservare la pace nutrita dai popoli europei dopo gli incontri di Mo­
naco crolla. Hitler determina nuove situazioni e suscita nuove tensioni.
Tra il 14 e il 15 marzo sparisce la Cecoslovacchia. Mentre all’ombra del­
la croce uncinata si proclama la Slovacchia Stato indipendente, con un
governo fantoccio presieduto da monsignor Tiso, Hitler fa il suo ingres­
so a Praga e la Boemia-Moravia diventa protettorato tedesco. È una nuo­
va sfida alle potenze occidentali firmatarie degli accordi di Monaco ora
stracciati, ma è anche un nuovo passo per la marcia ad Est. Il 23 marzo
la Germania si annette anche il distretto lituano di Klaipeda (in tedesco
Memel). Si sta avvicinando l’ora della Polonia.
La nuova rivendicazione posta brutalmente sul tappeto dal Führer è
l’annessione di Danzica al Terzo Reich. Non solo: si richiede al governo
polacco, da parte tedesca, di entrare in possesso dell’autostrada e della
linea ferroviaria che passano per il cosiddetto «corridoio»; quella fascia,
assegnata alla Polonia dal trattato di Versailles, che separa la Prussia
orientale dal resto della Germania. Sin dal 3 aprile Hitler emana un’ordi­
nanza segreta ai capi delle forze armate tedesche in cui li avverte che va
perseguito l’obiettivo di annientare l’esercito polacco in caso di resisten­
za su quelle frontiere. «I preparativi debbono essere compiuti in modo
che l’operazione sia possibile in qualsiasi momento, dal i° settembre
1939 in poi»
È dunque già fissata una data di massima che risulterà poi quella del­
l’attacco: l’alba del i° settembre. Che la Polonia sia decisa a difendersi

1 Da 11 caso bianco, riprodotto in william shirer, Storia del Terzo Reich, Torino 1962. pp.
JII-X2. Si tratta di uno dei documenti più significativi, tratti dagli archivi segreti del governo na­
zista sequestrati dagli Alleati nel 1945. Richiameremo, per comodità del lettore, gli altri che cite­
remo, dalla stessa fonte. Nella sua opera lo Shirer si è valso piti di ogni altro autore di questa pre­
ziosa base documentaria.
82 Capitolo ottavo

appare però evidente sin dal marzo-aprile. Anche da parte occidentale


c’è una novità importante. Con una dichiarazione del 31 marzo il gover­
no inglese si impegna a garantire unilateralmente l’indipendenza e l’in­
tegrità territoriale della Polonia. È la prima risposta decisa a Hitler an­
che se sarà seguita da mosse assai meno rigide. La travagliata vicenda
dei mesi successivi, infatti, fino a quel fatale inizio di settembre, ruota
attorno a una serie di sondaggi, manovre, trattative, tutt’altro che chiare
o definitivamente chiarite. Contano maggiormente, in ogni caso, i fatti
ed essi concorrono quasi tutti ad aggravare la tensione internazionale.
Il 7 aprile l’Italia, con un’azione caldeggiata particolarmente dal mini­
stro degli Esteri Ciano, occupa l’Albania e se l’annette. Questo significa
estendere le «zone calde» ai Balcani. Il 13 aprile Francia e Inghilterra
reagiscono offrendo la loro garanzia alla Grecia e alla Romania.
Il 3 maggio una notizia da Mosca colpisce le cancellerie come un fatto
nuovo, variamente interpretabile. Litvinov, apparso da anni il piu tenace
alfiere della politica di sicurezza collettiva contro l’aggressività nazista,
viene esonerato dalla funzione di «commissario del popolo agli Esteri»
che viene assunta direttamente da Molotov, presidente del Consiglio. Se
non è una svolta di indirizzi significa per lo meno che Stalin intende sotto-
lineare, affidando la condotta della politica estera a uno dei suoi piu stret­
ti e qualificati collaboratori, la libertà maggiore di iniziativa e di mano­
vra che si riserva l’Urss per l’innanzi.
Il 22 maggio le potenze fasciste, la Germania e l’Italia, firmano il
«patto d’acciaio». Il patto — come indica l’espressione enfatica con cui
è definito - consiste nell’impegno di ciascuno dei due contraenti di porsi
immediatamente a fianco dell’alleato «con tutta la sua potenza militare»
nel caso che questo sia entrato comunque «in complicazioni belliche con
un’altra o altre potenze»: il patto dovrebbe «scattare» dunque anche
nel caso uno dei due firmatari si gettasse in una guerra d’aggressione.
L’automatismo del patto non sarà poi tale nel settembre 1939, tuttavia
la scelta del fascismo italiano di legarsi strettamente alle imprese tede­
sche, la tendenza a un blocco militare di attacco e non di difesa, ne risul­
tano esaltate. Hitler, il 23 maggio, riunisce i capi militari per dire loro
che una guerra è inevitabile, anche se non è possibile prevederne l’am­
piezza.
Non si può nemmeno pensare di risparmiare la Polonia e non ci resta che
questa decisione: attaccare la Polonia alla prima occasione propizia. Non ci si
deve attendere una ripetizione dell’afiare ceco. Questa volta sarà la guerra. Il
primo obiettivo consiste nell’isolare la Polonia. Riuscire a isolarla sarà un ele­
mento decisivo2.
2 shirer, Storia del Terzo Reich cit., p. 526.
Il patto germano-sovietico 83

Alla stretta dell’immediata vigilia della guerra, tra maggio e agosto,


il gioco politico-diplomatico pare svolgersi attorno a una fitta quanto
nebbiosa triangolazione di rapporti. Se Hitler avrebbe interesse (e in tal
senso preme il suo Stato maggiore) ad assicurarsi la neutralità sovieti­
ca ove gli anglo-francesi intervenissero in aiuto della Polonia aggredita,
l’interesse di questi ultimi sarebbe quello di sollecitare un’alleanza con
l’Urss. Potrebbe essere anche l’unico modo per sventare il pericolo che
già paventa l’ambasciatore francese a Berlino, Coulondre: che Hitler e
Stalin finiscano questa volta per mettersi d’accordo sulla pelle della Po­
lonia3. 4Piu in generale, giungere a un’impegnativa alleanza tripartita
Russia-Francia-Inghilterra potrebbe se non dissuadere Hitler dall’appic-
care l’incendio costringerlo a combattere su due fronti, ad Ovest e ad
Est. L’interesse della Polonia sarebbe quello di assicurarsi il soccorso
dell’Urss nel caso di invasione da parte della Germania. Quell’aiuto non
potrebbe però essere prestato se non intervenendo con le proprie forze
armate in territorio polacco. L’interesse di Stalin sarebbe quello di ga­
rantirsi, a sua volta, dalla minaccia hitleriana incombente alle frontiere
stringendo un patto militare e politico con le potenze occidentali.
Abbiamo usato il condizionale, e va da sé che parliamo con il senno
di poi sapendo come effettivamente andarono le cose mentre gli uomi­
ni di Stato protagonisti di quell’aggrovigliata vicenda paiono muoversi
piti in base a sospetti e ad astuzie che non a scelte strategiche ben deter­
minate. Ma è pure di un certo interesse notare come Winston Churchill
avesse chiara coscienza di quale posta si giocasse nella primavera del
1939. Egli dice ai Comuni il 19 maggio, rivolto ai governanti inglesi:
È facile rendersi conto come la Russia abbia interessi essenziali su tutto il
fronte orientale, e quindi sembra logico concludere che essa potrebbe lavorare
di intenti con gli altri paesi interessati. Se siete pronti a divenire alleati della
Russia in caso di guerra, affrontando cioè il cimento supremo, se siete pronti a
collaborare con la Russia in difesa della Polonia, alla quale avete concesso una
garanzia, o della Romania qualora venisse attaccata, perché mai dovreste ricu­
sare di allearvi con l’Unione Sovietica, ora, quando questo gesto potrebbe forse
evitare lo scoppio del conflitto? *.

Gli è che Chamberlain non è disposto a una vera alleanza con l’Urss,
forse temendo che essa pregiudichi i tentativi da lui rinnovati di giun­
gere a un compromesso con la Germania. Nelle tergiversazioni del pre­
mier britannico pesa indubbiamente anche la scarsa considerazione in
cui egli (e i suoi consiglieri militari, cosi come quelli francesi) tiene la

3 ïbid., p. 525.
4 Churchill, La seconda guerra mondiale cit., parte I, vol. I, p. 409.
84 Capitolo ottavo

capacità bellica sovietica. Ma l’Urss non sta ferma. Avvia negoziati eco­
nomici con la Germania. Molotov accenna, in maggio, all’ambasciatore
tedesco a Mosca Schulenburg che i negoziati potrebbero essere ripresi
qualora fossero create le «basi politiche necessarie». Intanto preme sul­
le potenze occidentali per un accordo. E Chamberlain si decide a malin­
cuore il 27 di maggio ad iniziare conversazioni con Mosca (analogo passo
fanno i francesi). Si discute di un patto di mutua assistenza, di una con­
venzione militare e di una garanzia ai paesi minacciati da Hitler. Ma il
governo sovietico, latore di questa proposta, vuole un impegno parita­
rio, esteso ed impegnativo. Gli inglesi sono più che perplessi e le conver­
sazioni procedono pigramente in giugno. Il 29 di quel mese, la «Pravda»
pubblica un articolo sintomatico di Andrej Ždanov, che esprime un pa­
rere «personale», quanto mai autorevole:
È mia impressione che il governo britannico e quello francese non siano se­
riamente intenzionati a concludere un accordo accettabile anche da parte del­
l’Unione Sovietica, ma soltanto a condurre delle conversazioni per dimostrare
all’opinione pubblica dei loro paesi la presunta intransigenza dell’Urss e facili­
tare in tal modo la conclusione di una intesa con gli aggressori. I prossimi giorni
dimostreranno se le cose stanno effettivamente cosi5.

L’articolo può essere inteso come un monito a Londra e a Parigi? È


un altro segnale per Berlino? Molte sono le congetture, i contatti prose­
guono tra sovietici e tedeschi. Ma si hanno anche nuove proposte del­
l’Urss alle potenze occidentali. E solo il 23 luglio queste accettano di te­
nere una conferenza tra esperti per stipulare una convenzione militare.
Non hanno fretta di concludere. Le consegne per gli inglesi sono di «pro­
cedere molto lentamente»6. È noto che le missioni militari anglo-france­
si impiegano una settimana — dal 5 all’i 1 agosto - per raggiungere, via
mare, Leningrado e arrivare a Mosca; non sono dotate di pieni poteri.
Le conversazioni politiche frattanto sono interrotte e quelle militari si
trovano dinanzi a scogli insuperabili. Vengono eluse le richieste di un
impegno particolareggiato di mutua assistenza avanzate dalla delegazio­
ne sovietica capeggiata da Vorošilov.
Forse, a questo punto, i giochi sono fatti, la scelta di Stalin è presa.
Egli si volge ormai verso i tedeschi. I sondaggi ripetuti, prima intrapresi
sul tema delle relazioni economiche tra i due paesi, si trasformano dai
primi giorni d’agosto in trattative che hanno un oggetto più concreta­

5 shirer, Storia del Terzo Reich cit., p. 539.


6 Cosi risulta che fossero le istruzioni riservate del governo di Chamberlain all’ammiraglio Drax
(neppure dotato di credenziali scritte), secondo la ricerca condotta da Arnold Toynbee e dai suoi
collaboratori nell’opera The Eve of War, 1939, London 1958.
Il patto germano-sovietico »5

mente politico. Il 14 agosto Ribbentrop fa pervenire a Molotov, tramite


l’ambasciatore tedesco a Mosca, un lungo promemoria in cui è scritto:
La crisi provocata nelle relazioni polacco-tedesche dalla politica inglese, e
dai tentativi di alleanza legati a tale politica, rendono necessaria una pronta chia­
rificazione delle relazioni russo-tedesche. Altrimenti le cose... potrebbero pren­
dere una piega che toglierebbe ad entrambi i governi la possibilità di ristabilire
l’amicizia russo-tedesca e di sistemare, insieme, a tempo debito, le questioni
territoriali dell’Europa orientale. Così i governi dei due paesi dovrebbero evi­
tare il precipitare della situazione, agendo tempestivamente. Sarebbe un triste
destino se, unicamente per ignoranza delle rispettive vedute ed intenzioni, i due
popoli dovessero allontanarsi definitivamente ’.

Molotov si rivela a questo punto tra il 15 e il 19 agosto, propenso a


un accordo politico generale, a un vero e proprio patto di non aggressio­
ne tra Unione Sovietica e Germania. Hitler, intanto, mentre convalida i
piani militari già elaborati per l’attacco alla Polonia a partire dal x° set­
tembre, non nasconde la sua impazienza: vuole concludere. Ribbentrop
propone, a suo nome, di recarsi personalmente a Mosca, quanto prima.
La risposta positiva di Molotov giunge il 19 agosto. Hitler insiste perché
il suo ministro degli Esteri venga ricevuto, come plenipotenziario, il 22
o il 23 di agosto. Rivolgendosi direttamente a Stalin, il Führer non na­
sconde che la fretta è motivata dalla tensione «diventata insostenibile»
tra la Germania e la Polonia. Ha bisogno, dunque, di un patto di non
aggressione con l’Urss per sventare il pericolo di una guerra su due fron­
ti e forse spera cosi di scongiurare la stessa entrata in guerra dell’Inghil­
terra e della Francia. La sera del 21 agosto giunge la risposta di Stalin:
Al cancelliere del Reich tedesco
A. Hitler
Vi ringrazio per la Vostra lettera. Spero che il patto germano-sovietico di
non aggressione conduca a una svolta decisiva per il miglioramento delle rela­
zioni politiche tra i nostri due paesi.
I nostri popoli sentono la necessità di relazioni pacifiche. Il consenso del
governo tedesco a un patto di non aggressione fornisce la base necessaria per
eliminare ogni tensione politica e per stabilire tra i nostri due popoli un regime
di pace e di collaborazione.
II governo sovietico mi ha incaricato di informarvi che è d’accordo che il
signor von Ribbentrop giunga a Mosca il 23 agosto. Stalin) ’

La sera stessa del 21 agosto il maresciallo Vorošilov avverte le dele­


gazioni militari inglese e francese che l’Urss ha invano atteso una rispo­
sta sul punto decisivo: il consenso del governo polacco a un ingresso

7 SHiRER, Storia del Terzo Reich cit., p. 560.


* Ibid.,p. 374.

7
86 Capitolo ottavo

delle truppe sovietiche in Polonia in caso di attacco tedesco. Si è dunque


bloccati. Nonostante le pressioni anglo-francesi si siano rafforzate il co­
lonnello Beck ha continuato a dire loro di no ancora il 19 agosto. E né
lord Halifax né Bonnet sono giunti sino all’unica minaccia che poteva
essere determinante per piegare la riluttanza polacca: quella di ritirare
la garanzia unilaterale data a quel paese. Ma non sono passate che poche
ore e il mondo ascolta sbalordito l’annuncio lanciato da radio Berlino
alla mezzanotte del 21 agosto e che suona cosi:
Il governo del Reich ed il governo sovietico hanno deciso di concludere un
patto di non aggressione. Il ministro degli Esteri del Reich arriverà a Mosca
mercoledì 23 agosto per condurre a termine i risultati.

L’indomani, 22 agosto, Hitler, sicuro di essersi assicurata la neutra­


lità sovietica, convoca un’ennesima volta i supremi capi militari: vuole
accorciare ancora i tempi, attaccare la Polonia sin dal 26 agosto’. Intan­
to, con una lettera affidata all’ambasciatore inglese a Berlino che gliela
porta a Berchtesgaden, Chamberlain fa sapere al dittatore tedesco che la
Gran Bretagna manterrà assolutamente l’impegno preso con i polacchi10.
Analogo passo compie l’ambasciatore francese Coulondre, mentre Mus­
solini avverte Hitler che l’Italia non è in condizioni di entrare in guerra
subito. Sono cattive notizie che inducono quest’ultimo semplicemente a
ritardare l’attacco. La data è nuovamente fissata per il x° settembre; e
cosi sarà.
Diremo dello sconcerto che il patto tedesco-sovietico provoca parti­
colarmente nelle file del movimento operaio, socialista e comunista. Bi­
sogna prima precisare quale sia la portata di quell’accordo (noto in tutti
i suoi termini soltanto quando, dopo la guerra, si apriranno gli archivi
del Terzo Reich). L’accordo è assai ampio: ha una parte pubblica, impor­
tante e classica, e una parte segreta ancora piu impegnativa. Il trattato di
non aggressione pubblico è semplice anche se gravido di conseguenze:
prevede che nessuno dei due firmatari si impegni in accordi diretti con­
tro l’altra parte, né sostenga azioni ostili contro di essa. E un protocollo
segreto aggiuntivo prevede una spartizione della Polonia tra l’Urss e
la Germania. Questo protocollo addizionale ipotizza eccezionali novità
(«mutamenti»):
I ) Nel caso di mutamenti territoriali e politici dei territori appartenenti agli
Stati baltici (Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania), la frontiera settentrionale
della Lituania rappresenterà la linea divisoria delle rispettive sfere d’influenza
della Germania e dell’Urss.

’ Ibid., pp. 576-78.


10 Churchill, La seconda guerra mondiale cit., parte I, vol. I, pp. 431-32.
Il patto germano-sovietico 87
2) Nel caso di mutamenti territoriali e politici dei territori appartenenti allo
Stato polacco, le sfere d’influenza della Germania e dell’Urss saranno approssi­
mativamente delimitate dalla linea dei fiumi Narew, Vistola e San.
Soltanto in base ai futuri sviluppi politici sarà possibile decidere il mante­
nimento di uno Stato polacco indipendente; in tal caso come debbono essere
delimitate le frontiere di tale Stato.
In ogni modo i due governi risolveranno tale questione mediante un’intesa
amichevole11.

La Germania, infine, dichiara il suo disinteresse per la Bessarabia


(regione perduta dai russi nel 1919 e incorporata alla Romania). Un di­
sinteresse che si accompagna ovviamente all’interesse sovietico per ria­
vere quella regione. La sostanza del protocollo è dunque abbastanza evi­
dente. Germania e Urss si sono accordate sulla spartizione della Polonia;
Stalin avrà mani libere nel Baltico orientale, ivi compresa la Finlandia.
Le concessioni di Hitler paiono notevoli anche se sappiamo che egli non
intendeva rispettare il patto che ora sottoscrive. L’accordo, perfezionato
rapidamente durante il soggiorno di Ribbentrop a Mosca (due riunioni
la sera del 23 bastano per giungere alla firma sia del trattato sia del pro­
tocollo segreto), è festeggiato in una lunga seduta conviviale. Stalin brin­
da alla salute del Führer («So quanto la nazione tedesca lo ami»...) e ri­
corda a Ribbentrop che l’Urss prende il patto molto seriamente e non
tradirà il suo impegno.
Ma perché Stalin si è risolto a un passo cosi grave? Le ipotesi fatte
dagli storici hanno presentato un ventaglio piu ridotto di quanto non si
potrebbe supporre. Per un dato comune molto semplice: che le conget­
ture partono dal punto di vista dell’interesse statale dell’Urss in quella
stretta decisiva. Si prescinde, in generale, da tutto quell’insieme di posi­
zioni, di valori ideali, di immagine dell’Urss (come paese socialista, come
forza intrinsecamente antifascista, la più antitetica al nazismo per la sua
natura, il suo passato, le battaglie condotte negli anni precedenti), i quali
pure contano enormemente nel 1939 e dopo.
Sulla base di un esame ristretto all’ambito statuale, sono state mag­
giori, in sede storica, le giustificazioni che non le critiche. Il Deutscher
ha posto in particolare rilievo l’effetto negativo che ebbe sui sovietici
il modo come erano composte, giunsero a Mosca, si comportarono, le
missioni militari inglese e francese, le loro riserve dinanzi a un impegno
concreto, la debolezza di Chamberlain nei confronti delle resistenze po­
lacche.

" SHiREK, Storia ael Terzo Reich cit., pp. 586-87.


88 Capitolo ottavo

Stalin - ha scritto il Deutscher - non dovette avere il minimo dubbio che il


patto liberasse di colpo Hitler dall’incubo di una guerra su due fronti e che in
questo senso rappresentava il segnale di via libera per la seconda guerra mon­
diale. Eppure, egli, Stalin, non aveva nulla da rimproverarsi. A suo parere la
guerra era inevitabile; se non si fosse accordato con Hitler la guerra sarebbe
scoppiata egualmente o subito o con qualche ritardo, in condizioni infinitamente
sfavorevoli per il suo paese. Non si sentiva per nulla un incendiario: l’incendia­
rio era Hitler. Se Hitler appiccava il fuoco al mondo, egli si limitava ad allon­
tanare la conflagrazione dalla Russia. Come dovevano mostrarci gli avvenimenti
successivi, Stalin si aspettava che la Polonia potesse resistere più a lungo di
quanto le riuscì in realtà. Ma non dubitava che la Polonia avrebbe ceduto e che
le potenze occidentali non avrebbero saputo o voluto darle un aiuto efficace

Anche il Taylor è giustificazionista:


Comunque si volti la sfera magica e si cerchi di guardare nel futuro dal pun­
to di vista del 23 agosto 1939, è difficile vedere quale altra strada avrebbe po­
tuto prendere la Russia sovietica. Le preoccupazioni sovietiche di un’alleanza
europea contro la Russia erano esagerate ma non infondate12 13. * 15 16

Su queste preoccupazioni e sul loro fondamento insistono molti com­


mentatori, il Fleming in particolare, per il quale restano di importanza
fondamentale l’esclusione dell’Urss da Monaco e il rifiuto occidentale di
giungere con essa ad un’alleanza antinazista ", La mancanza di fermezza
anglo-francese nei confronti di Hitler provocò - ha osservato un altro
studioso americano - «un’alienazione quasi totale dell’Urss dall’Occi­
dente» ls. Chi, come il francese Fontaine, rifiuta di pronunciarsi sulla
questione tanto discussa se e quando vi sia stata una decisa scelta piut­
tosto dell’altra da parte di Stalin, cosi ha motivato l’opzione staliniana
per i tedeschi:
Si continua ad almanaccare sulle vere intenzioni dell’Urss in questo fran­
gente. Ma in realtà sono chiarissime. Entrambe le tesi sostenute da vent’anni,
e cioè che Stalin avrebbe invano cercato di mettersi d’accordo con gli alleati
oppure che fin dall’inizio cercava solo l’intesa con Hitler, sono tendenziose.
Stalin non aveva particolari preferenze né per l’uno né per l’altro e fino all’ul­
timo minuto ha cercato di capire chi poteva essergli piu utile o meno dannoso.
Scettico quanto il Führer sulla volontà di combattere degli alleati, convinto non
a torto che essi erano profondamente ostili a tutto ciò che l’Urss rappresentava,
niente affatto ansioso di immischiare il proprio paese in guerra, se poteva evi­
tarla o perlomeno ritardarla, li ha abbandonati al momento opportuno ”,

12 deutscher, Stalin cit., p. 620.


n guerra mondiale cit., p. 123.
Taylor, Le origini della seconda
“ D. F. FLEMING, Storia
della guerra fredda, Milano 1964, p. no.
15 P. E. HALEY, Sur les
origines de la deuxième guerre mondiale, in «Revue d’histoire de la
deuxième guerre mondiale», a. xix, n. 73, luglio 1969, p. 102.
16 ANDRE fontaine, Storia della guerra fredda, Milano 1968, I, pp. 133-34.
Il patto germano-sovietico 89

Non è dissimile l’opinione del Fejtö:


I tedeschi erano disposti a offrire, per la neutralità sovietica, un prezzo piu
alto di quello proposto dagli anglo-americani per la sua alleanza. Il mercato sem­
brava cosi assolutamente vantaggioso per i dirigenti sovietici. Questi pensavano
che la conseguenza del conflitto germano-polacco, ormai inevitabile, sarebbe sta­
to o una nuova Monaco, e allora l’Urss sarebbe stata invitata a parteciparvi, o
la guerra tra i tedeschi e gli occidentali; in questo ultimo caso la potenza aggres­
siva della Germania sarebbe stata rivolta verso l’Ovest e la neutralità avrebbe
messo l’Urss in condizione di aumentare la sua influenza e il prezzo del suo even­
tuale intervento in favore dell’uno o dell’altro avversario

Secondo lo storico francese Pierre Renouvin, che parte da considera­


zioni analoghe, Stalin, il quale preferisce naturalmente che la guerra scop­
pi all’Ovest piuttosto che all’Est, «ha tutte le ragioni per ritenere che
quella guerra sarà lunga e per sperare che l’Urss, al momento opportu­
no, possa non solo imporre il proprio arbitrato ma trovarvi le condizioni
favorevoli alla rivoluzione mondiale» E, in questo caso, spunterebbe
dunque il rivoluzionario dietro l’accorto e spregiudicato statista. È un
punto di vista abbastanza vicino a quello espresso da un comunista ita­
liano, Celeste Negarville, il quale notava, in un appunto di diario, nel
1942, guardando a quanto era avvenuto nel 1940 e nel 1941 :
È molto probabile che il governo sovietico credesse piu del necessario alla
solidità del patto con la Germania, o almeno contasse su una resistenza militare
della Francia molto piu seria di quella che c’è stata, resistenza che avrebbe im­
pedito alla Germania di passare dopo meno di un anno all’attacco contro l’Urss.
In questo caso la neutralità sovietica sarebbe apparsa sempre di piu alle masse
come la sola politica giusta; i sacrifici inauditi della guerra avrebbero aumentato
il prestigio del paese che aveva saputo tenersi allo scarto del conflitto; e verso
i Pc dei diversi paesi si sarebbero appuntate le speranze dei popoli dissanguati ”.

È difficile, però, convincersi che nell’agosto del 1939 Stalin facesse


tutti questi calcoli. Certo, se egli aveva previsto che la Polonia avrebbe
resistito di piu, che la Francia e l’Inghilterra non sarebbero intervenute
(è ciò che egli stesso confiderà a Churchill nello stesso 1942 )2017o18
che
19 la
Francia avrebbe in ogni modo retto all’urto dell’esercito tedesco, i suoi
calcoli dovevano venire smentiti dalla realtà. E resterebbe dunque inop­
pugnabile l’osservazione di William Shirer, secondo cui il compromesso
con la Germania nazista «fu il piti grande errore della sua vita»21. Un

17 François fejtö, Storia delle democrazie popolari, Firenze 1955, I, pp- 41-42.
18 pierre renouvin, Histoire des relations internationales, Vili (Les crises du xxa siècle), Paris
1958, pp. 184-8.5.
19 II testo dell’appunto in spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV, p. 313.
20 La seconda guerra mondiale cit., I, pp. 431-32.
21 Storia del Terzo Reich cit., p. 390.
90 Capitolo ottavo

errore obbligato? E quindi neppure un errore, a ben vedere? Molti sto­


rici - in particolare su ciò concordano studiosi comunisti francesi e ita­
liani 22 - hanno insistito sullo stato di necessità, persino angoscioso, in
cui era ormai entrata l’Urss nella drammatica estate del 1939: essa do­
veva ad ogni costo, anche a quello di una «politica di ricambio», allon­
tanare la guerra dalle sue frontiere: per la impreparazione militare, per
le difficoltà economiche, per il pericolo estremo e urgente rappresentato
dagli attacchi giapponesi ai confini della Manciuria, che proprio in quel
momento - attraverso incidenti molto seri lungo il Silka - parevano pre­
ludere a un attacco che sarebbe potuto cominciare in Mongolia e dive­
nire simultaneo a quello tedesco verso l’Ucraina.
Gli storici sovietici hanno elencato i vantaggi che l’Urss cavava dal
patto del 23 agosto 1939: Mosca evitava così il rischio di un «fronte
comune» dei paesi capitalistici contro il paese del socialismo (che fu l’in­
cubo della politica estera sovietica per un ventennio); metteva tra sé e la
Germania nazista spazio e tempo; riacquisiva molti dei territori abitati
da russi e ucraini sottrattigli dal trattato di Versailles; parava il pericolo
di un attacco concentrico tedesco-giapponese23. 24 Nondimeno - anche su
questo piano di stringenti necessità e di inattese opportunità da coglie­
re - è innegabile che molte delle previsioni che Stalin poteva fare all’atto
di firmare questa «tregua» si avvereranno fallaci: quando Hitler attac­
cherà, nel giugno del 1941, potrà scatenare tutta la furia dei suoi eserciti
sull’Urss essendo padrone dell’Europa continentale intera. È vero che
l’Inghilterra rimaneva in piedi ma ci si è giustamente chiesti come Stalin
abbia utilizzato il respiro di cui potè godere per quasi due anni e perché
egli sarà cost sorpreso dall’attacco hitleriano del giugno 1941 ". Non si
può infatti escludere - vi torneremo, anche alla luce dell’estensione suc­
cessiva degli accordi germano-sovietici - che Stalin pensasse a qualcosa
di piu di una «tregua» nei confronti di Hitler. In ogni caso resta sco­
perta, gravida di domande inquietanti, quella dimensione «ideale» ricor­
data nelle riflessioni di uno scrittore sovietico, Konstantin Simonov, che
ha scritto:
Continuo a ritenere che il patto del 1939 fosse fondato sulla raison d’état e
che noi fummo costretti ad appoggiarlo nella situazione senza speranza creatasi
nell’estate del 1939, allorché il rischio che le potenze occidentali spingessero
contro di noi la Germania nazista divenne immediato e reale. Ma ora, guardan-

22 Cfr. Jean Ellenstein, Storia dell’Urss, Roma 1976, II, pp. 9-20; boffa, Storia dell’Unione
Sovietica cit., I, p. 635; Roberto battaglia, La seconda guerra mondiale, Roma i960, pp. 46-32;
Amendola, Storia del Pei cit., pp. 392-93.
23 Per un’analisi di queste tesi, cfr. boffa, Storia dell'Unione Sovietica cit., I, pp. 633-33.
24 Adriano guerra, Gli anni del Cominform, Milano 1977, pp. 35-36.
Il patto germano-sovietico 91
do retrospettivamente al passato, è facile vedere che con tutta la logica di raison
d’état che il patto conteneva, molto di ciò che ne accompagnò la pratica appli­
cazione ci privò per almeno due anni, semplicemente come popolo, di quel par­
ticolarmente importante senso di noi stessi che era la nostra caratteristica più
preziosa, legato al concetto di «primo Stato socialista del mondo». Accadde
cioè, insomma, qualcosa di molto negativo moralmente parlando
Oggi si direbbe una crisi d’identità.

25 Testimonianza citata in medvedev, Lo stalinismo cit., p.


Capitolo nono
«Se la guerra scoppiasse...»

Il movimento comunista internazionale ha le sue date traumatiche.


Sono quelle date alle quali — come accadrà nel febbraio e nel novembre
del 1956, nell’agosto del 1968 e nel dicembre del 1981 - l’immagine
dell’Urss come paese socialista si incrina, agli occhi degli stessi militanti.
Troppo evidente è la contraddizione tra la sua asserita natura socialista
e quanto gli avvenimenti e le rivelazioni indicano. Chi reagisce andan­
dosene, chi arroccandosi nella fede, chi cercando spiegazioni e distinzio­
ni. E se con il rapporto segreto di Chruščev al XX congresso era soprat­
tutto in discussione un’epoca, quella che stiamo considerando, il succes­
sivo intervento armato in Ungheria, l’invasione della Cecoslovacchia, la
repressione militare incoraggiata in Polonia riproponevano ancora una
volta nel presente il tema dell’internazionalismo, del modo come l’Urss
teneva o non teneva conto degli interessi, delle esperienze, dell’autono­
mia di partiti comunisti e di Stati del suo campo. Prima e dopo la teoriz­
zazione della loro «sovranità limitata», questa restava una realtà e il fat­
to stesso di non accettarla passivamente apriva un dramma per popoli
interi.
Si può tranquillamente affermare che il 23 agosto del 1939 è la prima
data davvero traumatica. Misurarne il carattere di sconvolgimento nei
vari «reparti» del movimento che possono ancora in quel momento ma­
nifestare pubblicamente una reazione (ma anche in quelli clandestini,
non meno colpiti), è, tutto sommato, facile e facilmente documentabile.
Piu arduo, al di là di quei giorni e di quei mesi, valutare la portata sto­
rica di una crisi che ora si introduce e i cui effetti saranno molti e ricor­
renti. Quello stesso Giorgio Amendola il quale aveva notato che l’Inter­
nazionale comunista «non si riprese piu dai colpi inferti dalla repressio­
ne» staliniana del 1936-38, proiettava ancora di piu nel futuro le con­
seguenze, non tanto del patto germano-sovietico, quanto dell’adeguarsi
ad esso e alle tesi che lo giustificavano del movimento comunista inter­
nazionale. Scriveva infatti, nel 1978:
«Se la guerra scoppiasse...» 93
Ancora oggi il prezzo pagato dai partiti comunisti per avere approvato nel
1939 la linea fissata dall’Internazionale comunista, in coincidenza assoluta con
quella del governo sovietico, risulta elevato. È un prezzo che i partiti comunisti
debbono ancora continuare a pagare, malgrado le prove superate con eroismo
nella lotta patriottica condotta contro il nazismo e contro il fascismo, per la li­
bertà e l’indipendenza dei loro paesi. Il problema dello scioglimento dell’Inter­
nazionale comunista e dell’autonomia dei partiti comunisti acquistò, di fronte
alla firma del trattato tedesco-sovietico, una grande attualità '.

Siamo dinanzi, come si vede, su questa scala piti grande, a questioni


storico-politiche che si rifrangono nel tempo: la questione dell’autono­
mia dei singoli partiti comunisti; la questione dello scioglimento di un’or­
ganizzazione centralizzata già colpita a morte dalle repressioni e ridotta
a pura cassa di risonanza della linea fissata dal governo sovietico; la que­
stione, piti ristretta e purtuttavia assai indicativa, di una iniziale dialet­
tica e differenziazione, subito coperta dall’assoluto adeguamento, dalla
coincidenza di cui parlava Amendola. Teniamo presente la complessità
del quadro e partiamo dal colpo di fulmine dell’annuncio del 22 agosto.
Il paese in cui si ha lo choc maggiore è la Francia, per ragioni facilmente
intuibili. In Francia esiste l’unico partito comunista di massa ancora le­
gale, con poco meno di 300 000 aderenti, con un gruppo parlamentare
di 72 deputati, con i suoi sindacalisti alla direzione (pur come minoran­
za) di una Confederazione del lavoro unitaria e di molti sindacati di cate­
goria, con i suoi amministratori in trecento giunte municipali, con una
presenza attiva, spesso a fianco del partito socialista (pur nella crisi dello
schieramento di sinistra che conosciamo bene) nel paese. Lo sconcerto,
lo stupore attonito, viene prima dello sdegno; di questo, variamente pre­
sente, le altre forze politiche approfitteranno non solo per isolare i comu­
nisti, ma per porli presto fuori legge. Il 23 agosto Léon Blum esprime
bene lo stato d’animo iniziale di chi è sbalordito ma cerca di non perdere
la testa. L’Urss e la Germania nazista hanno concluso un accordo politi­
co! Com’è potuto accadere?
Lo stupore raddoppia quando pensiamo che l’orrore e l’odio del comuniSmo
sono i sentimenti con i quali Hitler ha preteso giustificare tutte le sue imprese
recenti, ivi compresa la distruzione della repubblica spagnola e della repubblica
cecoslovacca; che l’ideologia anticomunista è alla base del nazismo; che lo stru­
mento diplomatico che ha permesso alla Germania e all’Italia di raccogliere al­
leati attorno a loro è un patto anti-Komintern. Ed ora Hitler non solo accetta
ma persino, a quanto pare, propone un riavvicinamento politico con i sovietici.
Da parte sua, la Russia sovietica non ha cessato di sostenere ovunque la pro­
paganda antifascista. Il comuniSmo non ha mancato di denunciare Hitler come
il nemico pubblico di ogni giustizia, di ogni libertà, di ogni civiltà. E nel mo-

1 Amendola, Storia del Pei cit., p. 393.


94 Capitolo nono

mento piu acuto, più pericoloso, della crisi europea, la Russia sovietica sembra
pendere dalla parte di Hitler. Non ri può immaginare una maggiore disinvol­
tura, un cosi massiccio sprezzo dell’opinione pubblica, una sfida più grande alla
moralità2. 3 4
Ecco il primo riflesso, di sbalordimento, a cui si accompagna rammari­
co nonché una implicita polemica interna. Quanti socialisti francesi non
hanno giustificato Monaco, quanti hanno premuto davvero per giungere
a quella « incorporazione della Russia sovietica in un fronte decisivo di
pace», come chiedeva Blum, e quanti non hanno piuttosto, come voleva
Paul Faure, identificato la causa del pacifismo con l’anticomunismo?
Quella divisione si perpetuerà ancora prima e dopo la caduta della Fran­
cia nel maggio-giugno del 1940, persino con Pétain. Nelle file comuniste
francesi la reazione registra tempi e caratteri molto vari. La scossa inizia­
le è grande. Lo è nel gruppo dirigente, tra gli intellettuali, iscritti e «com­
pagni di strada». Difficile valutare quella del corpo popolare e operaio
del partito. La sorpresa, questa si, è generale. Nessuno del Pcf pare aves­
se il minimo sentore del colpo di scena incombente, della brusca sterzata
di Mosca. Il 22 agosto sono in vacanza tutti i dirigenti del partito, chi
sulle Alpi, chi sui Pirenei (salvo Gitton, che si scoprirà, poi, essere un
agente della polizia...) *. La linea che viene decisa il 25 agosto in una riu­
nione affannosa del Comitato centrale è assai fragile e imbarazzata, non­
dimeno significativa. Si saluta il patto come un contributo alla pace, se
ne trae incentivo per sollecitare il governo francese, come quello inglese,
a giungere a quegli accordi politici e militari con l’Urss che sembravano,
alla vigilia, imminenti; si nega che sia in pericolo, dopo il patto, la liber­
tà di alcun popolo, ma evidentemente lo si teme. E ci si attesta su un
impegno che rispecchia l’antifascismo e il patriottismo del partito. Il
gruppo parlamentare rende nota una dichiarazione di questo tenore:
Se Hitler, malgrado tutto, scatena la guerra, sappia allora che troverà di­
nanzi a lui il popolo di Francia unito, i comunisti in prima fila, per difendere la
sicurezza del paese, la libertà e l’indipendenza dei popoli. È per questo che il
nostro partito comunista approva le misure prese dal governo per proteggere
le nostre frontiere e portare, in caso di necessità, l’aiuto necessario alla nazione
che potrebbe essere aggredita e alla quale noi siamo legati da un trattato d’ami­
cizia 5.
Questa nazione è la Polonia. Anche se Thorez non può sapere che
l’aggressione verrà nel giro di una settimana, diffìcilmente può farsi il­

2 Dal brano riprodotto in lacouture, Léon Blum cit., p. 439.


3 richard GOMBiN, Les socialistes et la guerre. La Sfio et la politique étrangère entre les deux
guerres mondiales, Paris - ’s Gravenhage 1970, pp. 235 e 251.
4 ROBRiEux, Histoire intérieure du Parti communiste français cit., I, p. 494.
5 FAUVET, Histoire du Parti communiste français cit., pp. 2$ 1-52.
«Se la guerra scoppiasse...» 95
lusioni in proposito. L’accento patriottico antinazista sarebbe quindi
particolarmente impegnativo. Piu interessante ancora, come spia di un
orientamento autonomo, è il fatto che una dichiarazione analoga a quel­
la del Pcf la rende, a nome del Pei, Togliatti, un uomo che nella gerarchia
del Komintern sta assai piu in alto del compagno francese. Togliatti-
Ercoli si trova da alcune settimane in Francia, dopo la sua fuga avven­
turosa dalla Spagna nei giorni della caduta della repubblica e dopo un
soggiorno a Mosca. Non si è mai chiarito perché Togliatti sia tornato a
Parigi proprio nell’estate del 1939. Di certo egli vi soggiornava come
segretario dell’Internazionale ‘. Ed è molto probabile che la sua funzione
dovesse essere quella di riallacciare contatti con l’Internazionale socia­
lista. Quando Togliatti a Mosca, in maggio, aveva steso una relazione,
amplissima, sulle «cose di Spagna», aveva continuato a sostenere che la
linea del fronte popolare era stata l’unica giusta. Non solo per il passato
e per la Spagna. «La giustezza della politica di fronte popolare esce pie­
namente confermata dall’esperienza spagnola»6 7. *
Ufficialmente, anche se con le riserve e le accuse ai socialisti che già
conosciamo sin dal rapporto di Manuil'skij, quella linea non è stata ab­
bandonata dall’Esecutivo del Komintern, tra l’aprile e l’agosto del 1939.
L’Internazionale comunista nel suo appello del i° maggio ha denunciato
il fascismo italo-tedesco come una «belva furiosa che si dimena attraver­
so l’Europa», che «getta un nodo scorsoio al collo della Polonia». Ha
bensì definito i governi inglese e francese, «forti dell’appoggio dei capi-
tolardi tra i dirigenti della II Internazionale», come qualcosa di mezzo
tra complici e possibili vittime del nazismo, ma ha tentato ancora di ri­
chiamare all’unità d’azione i partiti e i sindacati socialisti:
Interpretando la volontà della classe operaia di tutti i paesi, l’Internazio­
nale comunista invita il Comitato esecutivo delle Internazionali socialista e sin­
dacale ad allacciare senza indugio trattative allo scopo di realizzare il fronte
unico di lotta contro i fautori, gli istigatori di guerra. Essa propone all’Interna­
zionale socialista una piattaforma d’azione unica: difesa della pace con una ri­
sposta energica agli aggressori fascisti, con l’organizzazione della sicurezza col­
lettiva e della lotta - in ogni paese capitalista - contro la politica di tradimento
praticata dalla borghesia reazionaria, la quale cerca dei compromessi con gli
aggressori fascisti a detrimento della libertà e dell’indipendenza del rispettivo
popolos.
Non viene una risposta dall’Esecutivo dell’Ios. Per il semplice fatto
che l’Internazionale socialista come forza politica a sé è già morta. Lo

6 Da una testimonianza di Giuseppe Berti, citata in spriano, Storia del Pci cit., Ili, p. 306.
7 TOGLIATTI, Opere cit., IV, I, p. 404.
• Manifesto per il 1° maggio 1939. Il testo in aldo agosti, La Terza Internazionale, Roma 1979,
III, 2, p. 1149.
96 Capitolo nono

dice espressamente il suo segretario Friedrich Adler in un memorandum


presentato in giugno È morta perché non è riuscita - scriveva Adler -
a restare una istanza collettiva. Ogni partito socialista va per conto suo,
nessuno considera obbligatorie le decisioni dell’Esecutivo, i partiti so­
cialisti illegali (quelli dei paesi fascisti) non hanno praticamente piu voce
in capitolo. Essi premono per una mobilitazione internazionale contro le
aggressioni imperialistiche, mentre i partiti francese, inglese, olandese,
belga e quelli scandinavi pensano prevalentemente alle esigenze tattiche
della politica dei rispettivi paesi e sono pervasi dallo stesso attendismo
che indebolisce, di fronte al nazismo, i governi occidentali e nordici neu­
trali. Il presidente dell’Ios, il belga De Brouckère, si dimette.
Quando la guerra scoppia il movimento operaio europeo, nel suo
insieme, è dunque silenzioso e inerte. Si ripete per questo aspetto il
«crack» del primo anteguerra, del 1914. La lotta per la pace è già per­
duta, le masse popolari ne sono tagliate fuori. Quanto durerà questo si­
lenzio? Lo stesso Friedrich Adler si pone tale domanda angosciosa e se
la pone da socialista rivoluzionario. Alla sessione dell’Esecutivo dell’Ios
a Bruxelles, del 26-28 agosto 1939, egli dice:
La classe operaia si trova davanti alla più terribile delle guerre e le manca
la sua arma principale, l’organizzazione internazionale.
La guerra stessa pone al movimento operaio compiti inauditi. Quando l’in­
dicibile miseria della guerra spingerà le masse alla disperazione, quando le di­
sfatte e le ribellioni, le rivolte della fame e gli scioperi di massa annunceranno
la sua fine, la classe operaia di ogni paese avrà bisogno di uomini capaci di dare
alla sua volontà un obiettivo e una direzione. Quando il fascismo sarà battuto
la realizzazione del socialismo sarà di nuovo in molti Stati non più un obiettivo
lontano ma un compito attuale. Ma per il futuro come per il passato non saranno
i partiti riformisti che conquisteranno e realizzeranno il socialismo9 10.

È riconoscibile, nell’accorato vaticinio del vecchio socialista austriaco


(l’uomo che nel 1916 attentò al presidente del Consiglio del suo paese
in guerra, il conte Sturgkh, scuotendo l’opinione pubblica internazio­
nale), lo stesso schema mentale del 1914, quando la sinistra socialista
dava appuntamento alle masse per l’immediato dopoguerra. Ma sentire­
mo, via via, nel corso della seconda guerra mondiale, levarsi altre voci
dello stesso tenore dalle file del socialismo, persino del suo tronco rifor­
mista. Intanto, in quella drammatica fine d’agosto del 1939, in molti
paesi fascisti i militanti operai perseguitati si augurano che la guerra
scoppi perché solo essa consentirà di abbattere la dittatura fascista. Cosi

9 Friedrich adler, La situation de Vlnternationale socialiste ouvrière* in «Le mouvement so­


cial», n. ^8, gennaio-marzo 1967, pp. 97-102.
10 id., Les socialistes autrichiens et Vlnternationale socialiste ouvrière* ivi, p. in.
Se la guerra scoppiasse... 97
è in Italia e in Germania, cosi in Spagna e in Cecoslovacchia. In questi
due paesi i comunisti hanno invano sperato che l’appuntamento di una
guerra generale li trovasse ancora in grado di unirsi ai socialisti e di com­
battere per la libertà con gli altri popoli.
Gli avvenimenti internazionali - affermava il manifesto del comitato cen­
trale del Pce, in esilio - incalzano con una tale rapidità che ben presto la Spagna
sarà di nuovo in lizza a fianco di coloro che lottano per la democrazia e per la
libertà. E questa certezza nella continuità della lotta... ci unisce a tutti quelli
insieme a cui abbiamo operato, uniti, per ottenere una Spagna più libera11.

Passeranno quarant’anni prima che la Spagna torni libera... Su scala


internazionale la guerra sta scoppiando senza che si sia formato un vero
fronte antifascista, di Stati e di popoli. L’isolazionismo domina il movi­
mento operaio. La parte comunista è stretta, arroccata, attorno alla Cen­
trale moscovita; in altri termini, anch’essa si è nazionalizzata, in senso
russo, nell’isolazionismo dell’Urss.
Torniamo, comunque, al Togliatti parigino dell’ultima settimana di
agosto. Quando apprende la notizia del patto tedesco-sovietico confida
ai compagni italiani che, a suo parere, i comunisti francesi dovrebbero
mostrarsi i piu pugnaci nell’impegno a lottare contro Hitler.
Ricordo - ha scritto uno di loro - ciò che mi diceva Ercoli due giorni dopo
il patto, a proposito della politica che avrebbe dovuto seguire il Pc francese se
la guerra fosse scoppiata: avere un atteggiamento simile a quelli di Clemenceau
prima della sua entrata nel governo durante la guerra del 1914-18. Cioè di cri­
tica aspra contro tutte le debolezze che avesse dimostrato il governo nella con­
dotta della guerra. Sulla base di quell’orientamento io potevo affermare, due
giorni dopo, alla riunione del Consiglio mondiale della gioventù, che noi comu­
nisti non saremo secondi a nessuno in una guerra contro l’hitlerismo. Era quella
la linea sulla quale ci saremmo dovuti mantenere...12. 13

Togliatti - dicevamo - esprime una posizione analoga a quella di Tho-


rez. Lo fa in una dichiarazione resa a nome del Pei il 25 agosto. In essa
dapprima escogita un argomento assai poco convincente per difendere la
giustezza del patto germano-sovietico: esso sarebbe un colpo dato al­
l’asse Roma-Berlino e al patto d’acciaio, «il cui partecipe principale è
costretto oggi a inchinarsi davanti al potere della classe operaia che pone
un freno ai suoi piani di aggressione»! È l’argomento a cui si aggrappa
anche il Pcf. Ma Blum ha subito replicato loro: «Abbandonate questo
gioco! Non potete voi stessi credere a quello che dite» u. Eppure, su que-

11 agosti, La Terza Internazionale cit., Ili, 2, p. 1103.


12 Dalla pagina di diario di Celeste Negarville già richiamata.
13 LÉON blum, Cessez le jeu!, in «Le populaire», 27 agosto 1939.
98 Capitolo nono

sta fragilissima trincea Togliatti trova anche il modo di rinnovare l’at­


tacco agli «elementi reazionari che dirigono la politica dei cosiddetti pae­
si democratici». Ma il tratto indicativo è quello dell’atteggiamento in­
torno all’ipotesi che domina la situazione internazionale. E anche il Pei
assume lo stesso impegno del Pcf :
Se la guerra scoppiasse malgrado tutto, ripetiamo che noi lotteremo senza
esitazione perché da essa esca la disfatta militare e politica, il crollo del fasci­
smo; il che è una delle condizioni perché davanti a tutti i popoli dell’Europa
capitalistica si apra un avvenire di libertà, di pace e di progresso sociale 14.
In una «lettera aperta al Partito socialista italiano» lo stesso To­
gliatti è ancora piti esplicito: i comunisti italiani combatteranno in caso
di guerra con tutti i mezzi e in tutte le condizioni.
Per raggiungere questo scopo, approfitteremo di tutte le possibilità che ci
saranno offerte, entrando, se occorre, nell’esercito francese per combattere con­
tro i fascisti e aiutare a sconfiggerli come facemmo in Spagna, a Guadalajara *5.
È il massimo a cui si giunge. Nessun organo responsabile di partiti
comunisti condanna il patto germano-sovietico. Forse perché non si dà
per scontato che la sua conseguenza immediata sia la seconda guerra
mondiale? Ma anche se tale fosse la ragione il patto segnerebbe ugual­
mente la fine traumatica di ogni prospettiva di unità d’azione con forze
e masse socialiste. È la crisi che denuncia con un appassionato intervento
Pietro Nenni, segretario del Psi nell’emigrazione (e che proprio di fronte
a questo fallimento dà le dimissioni dalla carica) scrivendo sull’organo
del suo partito:
Da questo giornale, dove da cinque anni, contro ogni sorta di difficoltà noi
abbiamo lottato per l’unità del proletariato, non esitando a denunciare gli errori
degli stessi partiti socialisti o degli uomini per i quali avevamo un’amicizia fra­
terna, noi ci rivolgiamo ai compagni comunisti con i quali abbiamo lavorato as­
sieme, ai proletari comunisti che niente divide dai proletari socialisti e diciamo
loro: «La causa dell’unità è nelle vostre mani. Dite le parole che la vostra co­
scienza non può non dettarvi. Quel che noi vi chiediamo è di riconoscere che il
patto di Mosca non si inserisce nella linea politica che abbiamo insieme difesa
e che volevamo assieme far trionfare. Quello che noi vi chiediamo è di ricreare
l’armonia e la continuità del pensiero e dell’azione, anche separandovi su un
punto determinato da Mosca, come noi non abbiamo esitato a separarci su punti
determinati da partiti fratelli o da governi socialisti. Un colpo immenso è stato
portato alla linea politica dell’unità d’azione, di cui approfittano i nostri comuni
nemici»16.

14 Dichiarazione del Partito comunista d’Italia, in «La voce degli italiani», Paris, 25 agosto
1939.
15 Cfr. Il compagno Ercoli cit., p. 173, nota 13.
16 Pietro nenni, Il voltafaccia della politica sovietica, in «Il nuovo Avanti!», 31 agosto 1939.
«Se la guerra scoppiasse...» 99

Il calore dell’estremo appello di Nenni va commisurato al clima e ai


propositi dei giorni precedenti. L’emigrazione politica italiana in Fran­
cia è riunita attorno all’Alleanza antifascista. Un’organizzazione di mas­
sa, «Unità popolare» (forte di 70 000 adesioni), cercava di cementarla.
A sua volta, Maurice Thorez, ancora il 7 di agosto, si è rivolto al nuovo
presidente dell’Ios, l’olandese Johan W. Albarda, per invocare una con­
ferenza operaia internazionale, «nella lotta che unisca le forze dei lavo­
ratori contro il fascismo e la guerra».
La reazione e il fascismo - scriveva Thorez - proseguendo la loro offensiva
contro la classe operaia minacciano di gettare l’universo in un abisso di oppres­
sione e nell’orrore di una nuova guerra.
Grandi popoli già subiscono la schiavitù fascista, nazioni intere sono spaz­
zate dalla carta del mondo e ogni manifestazione di divisione dei partigiani del­
la libertà e della pace accresce l’insolenza dei fautori di guerra fascisti17. *

L’unità era concepita e invocata essenzialmente per la lotta contro


Hitler. Possono ora i socialisti accettare che l’Urss «si chiami fuori», co­
me si direbbe oggi, da quella lotta? Possono credere che ciò significhi
una vittoria della pace? Il Psi, lo stesso 25 agosto, dichiara decaduto il
patto d’unità d’azione con il Pei. Entra in crisi «Unità popolare», il cui
presidente, il comunista Romano Cocchi, condanna il patto tedesco-sovie­
tico e viene espulso dal Pei in assemblee tumultuose; nella Cgt, che si
spacca, la maggioranza dell’Esecutivo vota una mozione di condanna del
patto. Lo sostengono, invece, i dirigenti sindacali del Pcf.
L’isolamento dei comunisti è già profondo prima dello scoppio del
conflitto. Daladier, che ha provveduto a portare le forze armate fran­
cesi a più di due milioni di uomini mobilitati1S, sequestra la stampa co­
munista. Non escono piu, dal 26 di agosto, né «L’Humanité» né il gior­
nale fiancheggiatore «Ce soir». Dei due dirigenti di cui abbiamo citato
le dichiarazioni, l’uno, Thorez, viene richiamato alle armi e raggiunge
il suo reggimento, l’altro, Togliatti, è arrestato (come moltissimi esuli
comunisti italiani - tra cui Luigi Longo - e tedeschi). Ma prima che la
repressione diventi massiccia i comunisti francesi compiono ancora un
atto importante. Il 2 settembre, quando l’invasione della Polonia è già
avvenuta, la Camera vota i crediti di guerra al governo e i deputati comu­
nisti esprimono il loro «si» per alzata di mano come tutti gli altri. Il
giorno dopo Coulondre, cosi come ha fatto l’ambasciatore inglese, co­

17 Pour l’unité d’action, in «L’Humanité», 7 agosto 1939, ora in Maurice thorez, Œuvres,
Paris 1938, tomo XVIII, p. no.
“ william L. SHIRER, La caduta della Francia, Torino 1971, P- 337-
100 Capitolo nono

munica a Ribbentrop che la Francia si considera in stato di guerra con la


Germania.
I fatti che sono intercorsi tra il 23 agosto e il 3 settembre hanno mo­
strato dunque che il patto tedesco-sovietico è stato la premessa dell’ag­
gressione di Hitler. Vana appare ormai la richiesta che era stata espressa
da Thorez e Togliatti che i negoziati anglo-franco-sovietici continuassero.
Vorošilov ha congedato le missioni inglesi e francesi. L’ultimo segno del­
l’autonomia del Pcf lungo la linea scelta dal 25 agosto lo possediamo da
un articolo di un vecchio e noto suo dirigente, Gaston Monmousseau.
La guerra è già scoppiata e Monmousseau scrive:
Un solo responsabile: Hitler, ha dichiarato il presidente del Consiglio. Noi
non abbiamo nulla da aggiungere a questa dichiarazione. Hitler è il solo respon­
sabile della guerra. Hitler stesso, come massimo rappresentante del sistema hit­
leriano di distruzione delle libertà democratiche, Hitler come capo del più gran­
de Stato totalitario, è il nemico numero x di tutte le classi lavoratrici di tutti i
paesi

Se estendiamo lo sguardo agli altri partiti comunisti in questo mo­


mento iniziale, il quadro resta questo, particolarmente omogeneo, anche
se non può incidere minimamente nella realtà ed è piti che altro un
«cahier» di intenzioni. Il Partito comunista belga (9000 iscritti) riaffer­
ma la continuità della lotta antihitleriana: «Se Hitler attaccherà il Bel­
gio i comunisti saranno nelle prime file per difendere con le armi la sua
indipendenza e la libertà della sua popolazione»19 20. Cosi fa per bocca di
Campbell il Partito comunista britannico (circa 18 000 iscritti), guidato
da Harry Pollitt. Campbell scrive che «se la guerra scoppiasse, il popolo
inglese combatterà per assicurare la schiacciante disfatta del fascismo».
L’unico deputato comunista eletto ai Comuni, l’ex fonditore William
Gallacher, vota i crediti di guerra e quando essa scoppia è di nuovo
Campbell ad affermare che il popolo inglese respingerà le offerte di pace
nazista e sosterrà la guerra fino alla fine, mentre Harry Pollitt scrive un
opuscolo intitolato Come vincere la guerra2I. Anche il comitato centrale
del Pc tedesco, che pur esprime il suo «compiacimento» per il patto in
quanto sarebbe «un passo verso la pace», fa appello - siamo ancora al
23 di agosto — al popolo tedesco perché continui la lotta contro la ditta­
tura e i piani aggressivi hitleriani. «Se tuttavia Hitler dovesse gettare il

19 gaston monmousseau, Le peuple de France unanime contre l’agression, in «Vie ouvrière»,


7 settembre 1939.
20 Claude levy, Il socialismo nell’Europa di Hitler durante la seconda guerra mondiale, in Sto­
ria del socialismo cit., p. 364. Cfr. anche Le Parti communiste de Belgique (1921-1944), Bruxelles
1980, pp. 63-69.
21 Cfr. Storia dell’Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, a cura di Jane De­
gras, Milano 1973, III, p. 473.
«Se la guerra scoppiasse...» ioi

popolo tedesco nella catastrofe della guerra, allora ogni tedesco dovrà
rendersi conto che la colpa della guerra è del nazionalsocialismo » n.
Il comunicato in questione è emanato dai comunisti tedeschi rifugia­
tisi a Parigi. Potremo quindi arguirne che, in questa area, Parigi-Bruxel-
les-Londra, i partiti comunisti assumono tutti la stessa posizione che si
caratterizza per la proclamata volontà di lealismo, persino di zelo, nel­
l’impegno a battersi in caso di guerra. Essa viene già sentita dai Pc del­
l’Occidente - è un punto essenziale da ricordare - come guerra antifa­
scista, qualunque siano le colpe e le ambiguità dei governi delle potenze
occidentali, qualunque sia l’atteggiamento immediato dell’Urss postasi
fuori della mischia.
Per il resto del movimento in Europa, clandestino o semiclandestino,
sappiamo poco. I comunisti polacchi non hanno neppure piu un partito.
Quelh rimasti in Polonia - Gomulka pare disapprovasse il patto - si bat­
teranno, in settembre, nella difesa di Varsavia, armi in pugno22 23. Il Par­
tito comunista ceco, fuori legge, raccomanda ai suoi iscritti di aspettare
altre informazioni da Mosca e intanto stigmatizza l’invasione della Polo­
nia24. L’Internazionale comunista stende un deliberato il 7 settembre ma
il testo non sarà reso noto. Su quel che succede in quei giorni nell’appa­
rato centrale del Komintern a Mosca abbiamo qualche testimonianza sin­
gola. Una delle piu interessanti è quella fornita — ma quasi quarant’anni
dopo — da Tito. Il segretario del Pcj si trova a Mosca alla fine d’agosto
del ’39 e si reca alla sede del Komintern per avere un orientamento:
Ricordo un episodio. Manuil'skij riunì un gruppo dei rappresentanti delle
sezioni comuniste, o meglio dei partiti comunisti, e ci dette il compito di scri­
vere un proclama ognuno per il proprio paese e di fissare le direttive di azione
in armonia con la situazione di quel momento. Io partivo da principi abbastan­
za chiari. Ritenevo che con il patto Hitler desiderasse neutralizzare l’Urss du­
rante le imminenti conquiste in Europa, mentre l’Unione Sovietica desiderava
assicurarsi un periodo piuttosto lungo di pace. Ritenevo che ciò non dovesse
influire essenzialmente sulla politica dei partiti comunisti. Partivo dal fatto che
il fascismo rimaneva il pericolo principale per l’umanità progressiva. La notte
scrissi il proclama. Il giorno dopo, quando andammo al Komintern da Manuil'-
skij, io ero l’unico ad avere preparato il testo. Gli altri non avevano niente, o
erano venuti solo con idee. Nessuno sapeva come formulare il testo concernente
la firma del patto. Alcuni arrivarono assai sconcertati: non sapevano cosa dove­
vano fare. Quando lessi il proclama che avevo preparato, Manuil'skij fu soddi­
sfatto per come era scritto. Insomma, gli uomini avevano paura di sbagliare, ed
allora uno sbaglio voleva dire la Ljubljanka [la prigione principale di Mosca].

22 agosti, La Terza internazionale cit., p. 1163.


21 M. K. dziewanovski, The Communist Party of Poland, Cambridge (Mass.) 1939, p. 340, no­
ia 13.
2* p. osusky, Sur la Tchécoslovaquie, in «Revue d’histoire de la deuxième guerre mondiale»,
a. XIII, n. 31, p. 37.

a
102 Capitolo nono

Nei nostri proclami non dovevamo menzionare l’Unione Sovietica: ce l’aveva


detto Manuil'skij sottolineando: «Scrivete del pericolo per il vostro popolo e
preparatevi per il caso di un attacco fascista, perché dovrete combattere, e non
state adesso ad occuparvi di quello che ha fatto l’Unione Sovietica»

Non vi sono riscontri a questa testimonianza. Può essere stata «rico­


struita» per mostrare che l’autonomia conquistata duramente nel 1948
aveva anche questo precedente tra gli altri che i comunisti jugoslavi dopo
di allora hanno solertemente elencato. Tuttavia un fatto è incontrover­
tibile. Che passano alcune settimane, circa un mese - come vedremo me­
glio - prima che l’Internazionale comunista venga richiamata alla neces­
sità non solo di difendere il patto germano-sovietico, ma di non additare
più Hitler come nemico e responsabile principale e che i partiti comuni­
sti siano costretti a rinnegare il loro impegno di combattere contro la
Germania nazista in guerra. Prima, su questo punto, una distinzione è
indubbiamente tollerata, forse incoraggiata da Dimitrov e Manuil'skij.
L’atteggiamento assunto dall’Urss con il patto, beninteso, non viene
contestato apertamente da nessun partito comunista neppure durante la
«vacanza» di direttive. Che venga più giustificato che criticato tra i diri­
genti dell’apparato del Komintern lo ricorda Ernst Fischer. Egli stesso
- racconta - lo difendeva parlando con compagni tedeschi molto scossi
quali Wilhelm Pieck, Philip Dengel e Wilhelm Florin. E gli argomenti
da lui usati sono probabilmente quelli che circolano anche nella «base»
dei vari partiti comunisti. Grazie a quel patto, si dice, non l’Urss bensì
l’Inghilterra e la Francia sono state costrette a sostenere il primo colpo
della macchina da guerra tedesca. L’Armata rossa, già infestata di tradi­
tori, non può impegnarsi ora in un conflitto. Del resto, alle potenze occi­
dentali gli sta bene: hanno abbandonato la Cecoslovacchia e la Spagna,
ora proclamano la guerra di liberazione per una Polonia semifascista e
oppressiva! «Adesso ce l’hanno la guerra, ma la loro non la nostra»;
«forse alla fine sarà l’Unione Sovietica la potenza che detterà la pace in­
sieme ai lavoratori di ogni paese» “.
Non pare dubbio che argomenti del genere corrano e abbiano presa.
Non a caso la stessa impostazione storico-ideologica del «breve corso»
sottolineava l’ambiguità, anzi la malafede dei «cosiddetti paesi democra­
tici». La fiducia in Stalin resta assoluta, forse ancora di più tra le file
sottili dei partiti già ridotti alla clandestinità, ed essa viene financo raf­
forzata dalla novità che subentra il 17 settembre vale a dire nel momento
in cui l’esercito sovietico (ne riparleremo) entra in Polonia. Sintomatico

25 josip BROZ Tito, I comunisti jugoslavi tra le due guerre cit., pp. 83-84.
“ fischer, Ricordi e riflessioni cit., pp. 494-93.
«Se la guerra scoppiasse...» 103

in proposito il rapporto che stende un emissario del Pei a contatto con la


base operaia a Torino, che cosi riferisce al Centro estero:
Fra gli operai di Torino antifascisti all’annuncio del patto germano-sovietico
vi fu una grande sorpresa, poi si è pensato che fosse stato fatto con l’accordo
dell’Inghilterra per fregare Hitler. La foto di Stalin pubblicata nei giornali alla
firma del patto si commentava cosi: «Guardate un po’ che faccia ha Stalin, è
veramente soddisfatto, sembra che dica verso Ribbentrop: ti ho fregato e fre­
gato bene. Ribbentrop invece non è sicuro, non sa ancora cosa gli capiterà, però
se lo sente già». Quando la Russia entrò in Polonia, l’orientamento fu piti chia­
ro e si diceva: «Questa è veramente una passeggiata militare, hai visto, non c’è
bisogno di sparare un colpo di fucile: se i polacchi non si battono contro i russi
vuole dire che sono contenti di essere liberati. Anche i tedeschi avanzano ma
loro fanno la guerra e una guerra vera, mentre l’esercito rosso viene acclamato
quando arriva. Hai visto che è Stalin che comanda? Ha detto a Hitler: "Tu sei
venuto avanti abbastanza, ora basta, fin qui comando io, il petrolio me lo prendo
io, la frontiera con la Romania è mia”»
Può essere vero che ciascun comunista, per di piti nell’assenza di in­
terpretazioni «ufficiali», formuli le più diverse ipotesi nelle quali motivi
ispiratori restano la fede nell’Urss, il rancore verso i munichois (acuito
anche dopo lo scoppio del conflitto da quell’andamento cosi tranquillo
di una guerra all’Ovest che presto sarà chiamata «la drôle de guerre»).
Ciò non significa che lo sconcerto non esista; esiste tra i gruppi dirigenti
ed è piti forte tra quegli intellettuali per i quali l’ispirazione antifascista
fa tutt’uno con la loro adesione al comuniSmo o ne è una parte costitu­
tiva. Si possono citare, in proposito, i casi di vari dirigenti comunisti ita­
liani, piu che perplessi, tra quelli che sono in Francia in libertà o in catti­
vità (tra gli altri, Giuseppe Di Vittorio27 e Mario Montagnana, mentre
28 29
Leo Valiani decide di lasciare il partito). Al confino di polizia a Vento-
tene manifestano la loro avversione all’abbandono della linea della di­
stinzione del «nemico principale» Umberto Terracini e Camilla Ravera ”,
Tra le file del Pcf lo scossone è molto piu forte: si dimettono una ventina
di deputati, oltre ad alcuni uomini di cultura. Tra essi vi è Paul Nizan,
ora sotto le armi, che fa pervenire le sue dimissioni pubbliche a Jacques
Duclos il 25 settembre e cosi ne adombra il significato in una lettera alla
moglie dal fronte che è un commento al presente e un’anticipazione mol­
to lucida di sbocchi che verranno:
Ho letto il testo completo dell’accordo del Cremlino. Mi sembra di capire il
gioco di Josip Vissarionovic: il meno che si possa dire è che è un doppio gioco

27 Da un rapporto sul lavoro di «X», del marzo 1940, in spriano, Storia del Partito comunista
italiano cit., IV, p. 18.
28 michele pistillo, Giuseppe Di Vittorio, Roma 1975, II, pp. 204-14.
29 Umberto Terracini, Al bando del partito, Milano 1976, p. 41 e Camilla bavera, Diario di
trent’anni, Roma 1973, PP- 633-43.
104 Capitolo nono

tenuto insieme da un filo rosso. Quel che temevo si è verificato e per capire quel
che succede dovremo presto ricorrere alla storia di Carlo XII piuttosto che alle
opere complete di Marx. Capirai quindi perché ho dato pubblicità alla posizione
che ho dovuto prendere. È questo indubbiamente l’unico mezzo per garantire il
futuro; anzi, i dirigenti francesi si sono comportati da imbecilli perché non lo
hanno capito. Avrebbero dovuto imparare altrove la lezione di opportunismo
e di strategia. Come avevano torto a non leggere von Clausewiz e anche Ilic.
Questa faccenda è appena incominciata... ”.
Il vago eppure significativo riferimento alla condotta del famoso re
svedese che nel 1709 attaccò i russi e ne fu sconfitto, cosi come il suo
rifarsi alla ragione di Stato da cui i comunisti francesi avrebbero dovuto
per tempo sapersi mettere al riparo, sono un segno abbastanza raro di
lungimiranza. Il Pcf è nella tempesta, però, non solo perché non sa o non
vuole compiere gesti che suonino disapprovazione aperta della mossa di
«Josip Vissarionovic», Stalin. Daladier pensa a modo suo a toglierli dal­
l’imbarazzo di nuove prese di posizione piti impegnative. Il 26 settembre
dichiara sciolto il Pcf; sono sospese le 300 giunte comunali comuni­
ste, dichiarati decaduti 2770 consiglieri, vietate, oltre a «L’Humanité»
(150000 copie di vendita quotidiane), «Ce soir» (250000), 159 altri
periodici. Verranno poi sciolti 620 sindacati diretti da comunisti, arre­
stati e internati 3400 militanti, presi provvedimenti amministrativi con­
tro 8000 impiegati statali comunisti, effettuate 11 000 perquisizioni30 31.
La repressione si estenderà nei mesi successivi. Sul momento i parla­
mentari del Pcf non vengono privati della loro immunità: il gruppo co­
munista cambia nome, si ribattezza «gruppo operaio e contadino». Dei
trecentomila militanti è naturalmente difficile controllare il grado di fe­
deltà al partito. Non vi sono stati, comunque, nel corso del mese di set­
tembre, dimissioni in massa della base, da fabbriche e luoghi di lavoro.
La messa fuori legge ha, da questo punto di vista, più l’effetto di bloccare
la crisi politica del partito che non quello di distruggerne la compagine.
Il governo inglese, dal canto suo, si limiterà a vietare - e solo nel 1941 -
l’uscita del «Daily Worker», il quotidiano del Pcgb. Con la fine di set­
tembre del 1939, in ogni modo, i soli partiti comunisti rimasti legali in
Europa sono quello inglese e quello svedese. Ma come giudicare l’atteg­
giamento preso prima della ultima ondata repressiva da quei partiti che
hanno potuto autonomamente esprimere la loro opinione? E perché essi
non la mantengono? Ha scritto François Fejtö:
Quelle prese di posizione, sconfessate qualche settimana dopo, sono impor­
tanti perché mostrano la spontaneità e lo slancio propri della strategia del Fron-

30 NIZAN, Intellettuale comunista 1926-40 cit., p. 332.


31 Histoire du Parti communiste français (manuel) cit., pp. 378-79.
«Se la guerra scoppiasse...» 105

te popolare e anche la tentazione, ben viva in alcuni comunisti se non in tutti,


di agire secondo le esigenze della situazione nazionale. Il prosieguo dei fatti ha
tuttavia rivelato che il condizionamento internazionalista, moscovita, stalinia­
no, era piu forte di tutti gli slanci e di tutte le tentazioni. Davanti alla scelta tra
l’obbedienza a Mosca e la difesa del loro paese e del loro partito, la grande mag­
gioranza dei quadri dei partiti comunisti occidentali scelse Mosca3J.
È la vicenda che vedremo ora, partendo appunto dal «prosieguo dei
fatti».

FRANÇOIS FEJTÖ, Storia della guerra fredda, Firenze 19.58, p. 139-


Capitolo decimo
Il Komintern si adegua

Di tutta l’epoca staliniana, un periodo per il quale si può misurare con


particolare evidenza come ogni affermazione «di principio», ogni richia­
mo alla dottrina, siano in realtà escogitati per suffragare una svolta im­
mediata, è il periodo che si apre nella seconda metà di settembre del 1939
e si chiude bruscamente il 22 giugno del 1941. Sono esattamente ventun
mesi nel corso dei quali bisogna abituarsi a leggere discorsi, comunicati,
articoli, con l’occhio fisso alle esigenze e persino alle apparenze della po­
litica estera sovietica.
I testi e le prese di posizione «marxisti-leninisti» sia dell’Interna­
zionale comunista sia dei singoli partiti ad essa aderenti, cosi come le
divagazioni filosofiche a cui si abbandona Molotov, parrebbero — se non
valesse quell’avvertenza - come stranamente anacronistici oppure al di
sopra della mischia. Si ripresenta lo schema interpretativo della prima
guerra mondiale, una sorta di richiamo alle origini. Ma il nazismo, il fat­
to nuovo all’origine della seconda guerra mondiale, è una realtà piu te­
starda dello schema. E anche a Mosca la sua esistenza e il suo dinamismo
ulteriore restano il pensiero dominante. Quanto piu è angoscioso questo,
tanto più è inespresso, taciuto. La svastica hitleriana in poche settimane
giunge a sventolare su Varsavia; nel giro di qualche mese la marcia del­
le armate tedesche riprenderà ad Ovest, da Copenaghen a Oslo, fino a
provocare la caduta del Belgio, dell’Olanda e della Francia nel maggio-
giugno del 1940.
II fatto nuovo è guardato da Mosca «senza principi»? La massima
spregiudicatezza, anche l’ansia o la paura, vanno tenuti in primo piano
nel valutare le prese di posizione che seguiremo puntualmente. Nondi­
meno non è affatto un problema da scartare il peso che continuano ad
avere nel determinare una condotta pratica canoni ideologici consolidati
dal tempo di Lenin, radicatisi nello «stalinismo teorico» che si è espres­
so nel «breve corso». Il problema ha anche qualche complicazione filo­
logica. L’autenticità o la rappresentatività di alcuni testi del periodo del­
la «neutralità» sovietica sono state oggetto di contestazione o di dubbi
Il Komintern si adegua 107

in piti di un caso. Anche perché certe affermazioni, certi comportamenti,


di singoli uomini o di gruppi dirigenti, appariranno in seguito sbalordi­
tivi visto che queste stesse personalità dopo l’attacco nazista all’Urss si
butteranno con audacia nella lotta di resistenza. Lo stesso Stalin provve­
der personalmente a smentire la validità del giudizio formulato nell’e­
poca della «neutralità» sovietica, allorquando la seconda guerra mon­
diale veniva definita come una guerra imperialistica tal quale la prima.
Dirà Stalin nel 1946 che «la seconda guerra mondiale prese sin dall’ini­
zio un carattere di guerra antifascista e di liberazione, uno dei compiti
della quale era anche il ristabilimento delle libertà democratiche» l. Non
solo. Parlando il 7 novembre del 1941 nella Mosca minacciata da presso
dalle truppe dell’invasore, Stalin già precisava:
Gli hitleriani sono i nemici giurati del socialismo, i piu feroci reazionari e
briganti che hanno privato la classe operaia e i popoli dell’Europa delle loro
libertà democratiche elementari. Per nascondere la loro essenza reazionaria e
brigantesca, gli hitleriani attaccano il regime interno anglo-americano come un
regime plutocratico. Ma in Inghilterra e negli Usa esistono le libertà democra­
tiche, vi sono rappresentanti operai dei lavoratori, vi sono partiti del lavoro, vi
è un parlamento, mentre il regime di Hitler ha abolito queste istituzioni2.

Il lettore è autorizzato a pensare che anche queste contrapposizioni,


ora esaltate, siano per Stalin non meno fittizie di quelle che erano state
da lui affacciate tra il settembre del 1939 e il giugno del 1941. Le tenga
presenti, in ogni caso, dinanzi al panorama - essenzialmente cartaceo -
che cerchiamo di delineare. Alcune carte, si è già detto, sono rare come
incunaboli, altre sono di dubbia ufficialità. Le fonti per una storia del­
l’Internazionale comunista — ha notato lo studioso italiano che le ha uti­
lizzate con maggiore sistematicità - si fanno dopo lo scoppio della guerra
piu che mai lacunose e di difficile consultazione3. Alla fine del 1939 ces­
sano le pubblicazioni «La Correspondance internationale» e la «Rund­
schau», bollettini e strumenti di orientamento politico del movimento,
surrogate in parte da un periodico che si pubblica a Londra con il titolo
«World News and Views» e da un’edizione tedesca che esce a Stoccol­
ma, «Die Welt». Dalla clandestinità in cui sono immersi quasi tutti i par­
titi comunisti sortono pubblicazioni la cui consultazione è stata resa diffi­
cile dalla censura retrospettiva a cui l’hanno sottoposta le direzioni di
quegli stessi partiti. Bisogna, d’altronde, abituarsi a un’atmosfera vaga­

1 Come abbiamo vinto, discorso pronunciato a Mosca il 9 febbraio 1946, in Per conoscere Sta­
lin, antologia delle opere a cura di Giuseppe Boffa, Milano 1970, p. 392.
2 Dal testo del discorso pubblicato in «Lo Stato operaio», I, n. 11-12, New York, novembre-
dicembre 1941, p. 168.
3 agosti, La Terza Internazionale cit., Ili, p. 1161.
io8 Capitolo decimo

mente allucinante. Ha scritto uno storico americano, a proposito del pe­


riodo della neutralità:
Se ci dovessimo limitare a leggere gli editoriali pubblicati dalla «Interna­
zionale comunista» in questa fase della seconda guerra mondiale, difficilmente
sapremmo dell’esistenza di uno Stato come la Germania, o che esso era la pili
grande potenza di una delle due coalizioni belligeranti *.

«L’Internazionale comunista», organo teorico, continua a uscire in


lingua tedesca fino al maggio del 1941 - sintomatica coincidenza - e nel­
l’edizione russa fino allo scioglimento del Komintern, nel maggio del ’43.
Non la sola Germania è espressione tabu prima dell’aggressione. Un’al­
tra parola proibita, introvabile, è la parola fascismo, che scompare dal
vocabolario della stampa comunista. Ha raccontato nelle sue memorie
Il'ja Ehrenburg come le autorità di Mosca, al suo ritorno dalla Francia,
gli comunicassero che, per vedersi pubblicato il libro da lui scritto sulla
Parigi del 1936-38, doveva abolire proprio quella parola.
Nel testo veniva descritta una dimostrazione parigina e si voleva che al po­
sto della esclamazione: «Abbasso il fascismo!» io ci mettessi: «Abbasso i rea­
zionari! »!.

Nella testimonianza di Nikita Chruščev si ricava che questo zelo filo­


germanico era motivo di imbarazzo per gli stessi dirigenti sovietici e non
si stenta a credergli.
Era molto difficile per noi - come comunisti, come antifascisti, come uomini
irriducibilmente ostili alle posizioni ideologiche e politiche dei fascisti - rasse­
gnarci all’idea di unire le nostre forze a quelle della Germania. Già per noi era
abbastanza difficile accettare questo paradosso. Spiegarlo all’uomo della strada
sarebbe stato impossibile. Perciò non potevamo riconoscere apertamente di ave­
re raggiunto un accordo di pacifica coesistenza con Hitler. La coesistenza sa­
rebbe stata possibile con i tedeschi in genere, ma non con i fascisti hitleriani6.

Il punto da chiarire - se chiarirlo fino in fondo fosse possibile, visto


come andarono le cose con il giugno del 1941 - è la misura dell’accordo
raggiunto da Stalin con Hitler e le prospettive a cui il primo guarda. Il
17 settembre 1939, quando la resistenza polacca all’avanzata tedesca è
ormai piegata, le truppe sovietiche entrano in territorio polacco secondo
i termini e lungo i confini fissati dal protocollo segreto firmato il 23 di
agosto. Stalin, però, preferisce assestarsi al di qua di quella linea, nelle
sole zone dove la popolazione è in netta maggioranza ucraina o bielo-

KERMiT mckenzie, Comintern e rivoluzione mondiale, Firenze 1969, p. 182.


il'ja ehrenburg, Uomini, anni e vita, Roma 1963, IV, p. 30J.
Krusciov ricorda, a cura di Edward Cranshau, Milano 1970, p. 146.
Il Komintern si adegua 109

russa e ottiene dai tedeschi, in cambio della loro occupazione di tutte le


regioni in prevalenza polacche, via libera per la Lituania, oltre che, come
già convenuto, per l’Estonia, la Lettonia e la Finlandia. Cosi i tre paesi
baltici (la Finlandia sarà ben più ostica a piegarsi) passano sotto il con­
trollo sovietico. La modifica degli accordi precedenti viene sancita in
occasione della nuova visita di Ribbentrop a Mosca attraverso un vero e
proprio trattato di amicizia germano-sovietico firmato il 28 settembre.
La parte del trattato resa pubblica reca che la Germania e la Russia
ristabiliranno «la pace e l’ordine» nei territori incorporati e intanto assi­
curano « alla popolazione ivi residente una vita pacifica conforme alle sue
caratteristiche nazionali». Nei due protocolli segreti aggiunti si stabili­
sce l’inclusione nella «zona d’influenza sovietica» della Lituania. Si pre­
cisa, quanto alla Polonia occupata:
Le due parti non tollereranno, nei rispettivi territori, attività di agitatori po­
lacchi rivolte contro i territori dell’altra parte. Nei propri territori soffocheran­
no in germe attività del genere e si informeranno a vicenda per quanto riguarda
le misure più adatte a prendersi a tale riguardo ’.

Questo «soffocamento» significa, nella parte occupata dalla Germa­


nia, lo scatenarsi del terrore hitleriano contro gli ebrei ma anche contro
i polacchi. In quella occupata dai sovietici, l’intervento dell’Armata ros­
sa è giustificato dal fatto - dice Molotov - che «i fratelli di sangue, ucrai­
ni e russi bianchi viventi sul territorio erano stati abbandonati al loro
destino e lasciati senza protezione». Ora tredici milioni di uomini ven­
gono sottratti «al giogo della dominazione borghese polacca». Però, dai
duecento ai trecentomila combattenti di quell’esercito disfatto vengono
presi prigionieri e messi in campi d’internamento7 8.
Ma il trattato d’amicizia germano-sovietico va al di là della concor­
data spartizione della Polonia. L’alleanza tra le due potenze viene pro­
clamata in una dichiarazione nella quale si sostiene che dopo il crollo
della Polonia - Varsavia è caduta il giorno prima - «è nel vero interesse
di tutti i popoli mettere fine allo stato di guerra che esiste fra la Germa­
nia da un lato e l’Inghilterra e la Francia dall’altro». «Se gli sforzi dei
due governi - si aggiunge - dovessero rivelarsi infruttuosi, questo dimo­
strerà che la Francia e l’Inghilterra sono i veri responsabili della conti­
nuazione della guerra».
Da questo momento la motivazione ufficiale della politica estera so­
vietica, almeno a stare ai discorsi di Molotov, batte insistentemente su

7 shirer, Storia del Terzo Reich cit., p. 686.


8 Cfr. vaccarino, Storia della Resistenza in Europa cit., X, pp. 312-15, e una interessante tesii-
monianza personale in k. s. karol, La Polonia da Pilsudski a Gomulka, Bari 1959, pp. 79-81.
no Capitolo decimo

questo tasto. Fino all’assurdo, quanto ad accorgimenti e a giustificazioni


ideologico-politiche. Il 31 ottobre, parlando davanti al Soviet supremo,
Molotov scende molto lungo tale china.
Certe vecchie formule — dice — si sono del tutto logorate. Nel corso degli
ultimi anni i concetti di aggressore e aggressione hanno acquistato un nuovo
contenuto concreto, un altro significato. Se si parla oggi di grandi potenze euro­
pee, la Germania si trova nella situazione di uno Stato che aspira a vedere la
cessazione rapida della guerra e che desidera la pace, mentre l’Inghilterra e
la Francia, che ieri ancora si proclamavano contro l’aggressore, sono per la con­
tinuazione della guerra e contro la conclusione della pace. I ruoli, come vedete,
cambiano ’.

Le vecchie formule non possono essere altre che quelle usate dai so­
vietici, dal Komintern col 1935, da Stalin ancora al XVIII congresso del
Pc(b) dell’Urss: esattamente la distinzione tra Stati pacifici e Stati ag­
gressori, tra Stati fascisti e Stati «cosiddetti democratici». Ora Molotov
arriva a dire che «una Germania forte costituisce una condizione essen­
ziale, anzi preliminare per una pace durevole in Europa», conduce una
polemica contro il trattato di Versailles che, se pure non è nuova nella
propaganda comunista anzi è vecchia, suona avallo a tutta l’impostazione
«revanchista» tedesca.
I rapporti tra la Germania e gli altri Stati borghesi dell’Europa occidentale
durante gli ultimi vent’anni sono stati determinati dal desiderio tedesco di rom­
pere le catene del trattato di Versailles, i cui autori erano stati Francia e Gran
Bretagna aiutati dagli Usa.

L’appoggio alle posizioni hitleriane non si ferma qui. Molotov deride


la validità di una «guerra ideologica», nega l’attendibilità di una «batta­
glia per la democrazia». Ecco il passo del suo discorso che tocca una di­
mensione «filosofica», metodologica almeno.
In Inghilterra, come in Francia, i partigiani della guerra hanno dichiarato
alla Germania una guerra ideologica che rammenta le vecchie lotte religiose. Le
guerre di religione, come si sa, hanno portato con sé le piti funeste conseguenze
per le masse popolari, la rovina economica e il declino della cultura dei popoli.
Una guerra di questo genere non si giustificherebbe oggi per nessun motivo.
L’ideologia hitleriana, come ogni altra ideologia, può venire accettata o respin­
ta: questo è un problema che riguarda le idee politiche personali. Ma ognuno
può vedere che un’ideologia non può essere distrutta con la forza. Perciò non è
solo insensato, ma addirittura criminale spacciare questa guerra come una lotta
per la distruzione dell’hitlerismo, sotto la falsa bandiera di una battaglia per la
democrazia.

’ Il testo integrale in «Le monde», Bruxelles, 4 novembre 1939. Cfr. anche A. rossi [angelo
tasca], Deux ans d’alliance germano-soviétique, Paris 1949, pp. 111-16.
Il Komintern si adegua in

Siamo all’apologià dell’agnosticismo ideologico un anno dopo la pub­


blicazione del «breve corso», e in esso del famoso quarto capitolo stali­
niano. Ma converrà tornare piu avanti sulla insistenza di una impostazio­
ne teorico-politica che si configura come copertura all’amicizia verso i
nazisti. L’Internazionale comunista, per intanto, si adegua ad essa. Ne
sappiamo abbastanza sulla sua struttura e sulla sua dipendenza dall’orien­
tamento tattico di Mosca per non insistere sul fatto che l’adeguamento
è assoluto. Indubbiamente ancora prima della fine di settembre (e della
messa fuori legge del Pcf) giunge ai comunisti francesi, a quelli britanni­
ci, a quelli cecoslovacchi, a tutti gli altri, la nuova direttiva,0. Per i primi
ciò implica anche la disposizione data a Thorez di porsi in salvo, cioè di
disertare dal suo reggimento (il che avviene il 5 ottobre: Thorez si rifu­
gia in Belgio e di qui raggiungerà per nave l’Urss)10 11 : un fatto grave che
avrà le sue ripercussioni anche durante la Resistenza e dopo; per i se­
condi, un cambio al vertice. Harry Pollitt è costretto a lasciare la segre­
teria, sostituito provvisoriamente da Palme Dutt, mentre gli iscritti al
partito scendono a 12 000 membri12. 13 Tra i comunisti cecoslovacchi, gre­
ci, rumeni, jugoslavi, tutti di partiti clandestini, le nuove direttive por­
tano sconcerto e divisione. Li seguiremo parlando dell’occupazione nazi­
sta contro la quale questi partiti si batteranno con il 1941. Per intanto,
il contraccolpo della svolta del Komintern è soprattutto grande in Fran­
cia e in Gran Bretagna, come è naturale. Uno storico autorevole quale
E. J. Hobsbawm ha tentato la piu appassionata apologia dei comunisti
francesi e britannici sorpresi dagli avvenimenti:
C’è qualcosa di eroico nel Pc inglese e in quello francese nel settembre 1939.
Il nazionalismo, il calcolo politico, persino il senso comune, spingevano in una
direzione, eppure essi scelsero senza esitazioni di porre al primo posto gli inte­
ressi del movimento internazionale. Si dà il caso che sbagfiassero in modo tra­
gico e assurdo. Ma il loro sbaglio, o piuttosto quello della linea sovietica del
momento, e la tesi sostenuta a Mosca, assurda dal punto di vista politico, che
una data situazione internazionale comportasse le stesse reazioni in partiti di
diversissima collocazione, non dovrebbe portarci a deridere lo spirito della loro
azione. È questo che avrebbero dovuto fare, e invece non fecero, i socialisti
d’Europa nel 1914: attuare le decisioni della loro Internazionale. É questo ciò
che fecero in effetti i comunisti quando scoppiò un’altra guerra mondiale. Non
fu colpa loro se l’Internazionale avrebbe dovuto dare loro ordini diversi “.

Il «nuovo corso» riceve un’illustrazione dottrinaria da parte del se­


gretario generale del Komintern, Georgi] Dimitrov. Questi scrive un

10 Cfr. courtois, Le Pcf dans la guerre cit., pp. 52-35.


11 Ibid., pp. 111-17.
12 François BEDARiDA, Il socialismo in Gran Bretagna, in Storia del socialismo cit., Ili, p. 183.
13 e. j. hobsbawm, I rivoluzionari, Torino 1973, p. 8.
112 Capitolo decimo

lungo articolo e il Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista ne


riassume le tesi in un appello lanciato in occasione del ventiduesimo an­
niversario della rivoluzione d’Ottobre. Il giudizio politico dei due testi
ricalca fedelmente quello molotoviano: la colpa della continuazione del­
la guerra è degli anglo-francesi. Essi volevano - sostiene Dimitrov - fare
della Germania hitleriana un «pugno blindato contro l’Urss»; la Germa­
nia era posta davanti a questo dilemma: o trovarsi in una situazione in
sott’ordine all’imperialismo inglese e francese, fare la guerra all’Urss e
giocarsi la testa in questa guerra, oppure operare una svolta decisiva nel­
la sua politica estera e intraprendere la via delle relazioni pacifiche con
l’Urss. «I fatti mostrano che i dirigenti tedeschi hanno scelto la seconda
via» **. A questo punto Francia e Inghilterra si sono impegnate nella lot­
ta contro il loro principale rivale imperialista prendendo a pretesto la
difesa della Polonia, «prigione dei popoli».
Nell’appello dell’Esecutivo del Komintern la bilancia pende ancora
di piu dalla parte della Germania; la denuncia delle potenze occidentali
ne emerge accentuata. Si legge infatti in quest’ultimo documento che «i
tre paesi piu ricchi, Inghilterra, Francia e Stati Uniti d’America, eserci­
tano il loro dominio sulle piti grandi vie e i piu grandi mercati del mon­
do, si sono impadroniti delle principali fonti di materie prime»14 15; che
essi «mantengono soggetta più di metà del genere umano», sotto la ma­
schera della democrazia, per potere così piu facilmente ingannare le mas­
se. Contro questa egemonia mondiale si sono mossi «gli altri Stati ca­
pitalistici» (quelli che ora non vengono piu indicati come fascisti né
aggressori), entrati piu tardi «sulla strada dell’espansione coloniale».
Quanto a Dimitrov, il consiglio che egli dà ai partiti comunisti è questo:
I partiti comunisti devono rapidamente riorganizzare le loro file in un modo
che corrisponda alle condizioni della guerra; devono purificare i loro ranghi de­
gli elementi capitolardi; devono stabilire la disciplina bolscevica. Essi devono
concentrare il fuoco contro l’opportunismo, che si esprime nella tendenza a sci­
volare verso le posizioni della «difesa della patria», nell’accettazione della leg­
genda circa il preteso carattere antifascista della guerra e nella ritirata di fronte
agli atti di repressione della borghesia.

Per la classe operaia dei paesi capitalistici l’indicazione è conseguente


a tale impostazione. Poiché la classe operaia è dinanzi ad una nuova guer­
ra imperialistica, deve lottare, in ogni paese, contro questa guerra, sa-

14 G. dimitrov, La guerra e la classe operaia dei paesi capitalistici. Per il testo integrale cfr.
«Cahiers du bolchêvisme», a. xvii, 2° semestre 1939 - gennaio 1940, copia fotostatica in «Les cahiers
du bolchêvisme» pendant la campagne 1939-40, avant propos de A. Rossi [A. Tasca], Paris 1951,
PP. 1-15.
15 Appello del Ce per il ventiduesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (novembre
1939)» in agosti, La Terza Internazionale cit., Ili, 2, pp. 1197-202.
Il Komintern si adegua 113

pere che si ripone con nuova acutezza il compito di porre fine allo sfrut­
tamento capitalistico. La socialdemocrazia internazionale si è rivelata
agente dell’imperialismo occidentale, bisogna smascherarla senza reti­
cenze. «Nelle condizioni attuali, la creazione dell’unità della classe ope­
raia può essere realizzata solo dal basso, sulla base dell’estensione del
movimento delle masse operaie stesse e in una lotta risoluta contro i
dirigenti traditori dei partiti socialdemocratici». La formula dei fronti
popolari non può piu essere accettata, precisa Dimitrov, salvo che in
Cina. L’eccezione ha una ragione politico-militare evidente: l’interesse
dell’Urss a che nazionalisti e comunisti cinesi combattano insieme con­
tro l’invasore giapponese, già minaccioso alle frontiere sovietiche.
Il quadro di riferimenti teorici cosi presentato è di per sé eloquente.
Il ribaltamento della politica dei Fronti popolari è totale anche se non
improvviso (ne abbiamo seguito per i mesi precedenti la lenta eclissi).
E non va scordato che sia nel «breve corso» sia nel XVIII congresso del
Partito sovietico era già presente l’assioma di un «imperialismo» nemico
assoluto dell’Urss; sfumavano le distinzioni di sostanza al suo interno.
Qui si accusa però soltanto l’imperialismo occidentale (compreso quello
nordamericano) e fino a un limite mai toccato, vale a dire alla giustifica­
zione della condotta tedesca, al credito prestato a una pretesa volontà di
pace dell’hitlerismo.
Si spera davvero a Mosca che la guerra possa finire presto, assicuran­
do cosi stabilmente all’Urss i benefici dei territori acquisiti? Si conta in­
vece su uno scontro lungo ed aspro, e intanto si fa sapere ai nazisti — at­
tenti lettori della stampa comunista - che anche il Komintern sta dando
la responsabilità della continuazione del conflitto agli imperialisti anglo­
francesi? Ha scritto lo Ulam: «Con Hitler non si poteva scherzare. Egli
non avrebbe mai creduto alle intenzioni di Stalin di rispettare i patti se
i comunisti stranieri avessero continuato a combattere e a denigrare i na­
zisti» ” Rimandiamo le possibili risposte all’illustrazione della situazio­
ne che si crea nel 1940, quando si offriranno altri motivi di riflessione.
Intanto, dato per pacifico che la impostazione di Dimitrov va anzitutto
presa alla stregua di un documento del ministero degli Esteri sovietico, è
di non minore interesse notare quello che in essa non c’è.
Non c’è quello che sembrerebbe il suo corollario naturale. Se la se­
conda guerra imperialistica è come la prima manca infatti il punto deci­
sivo che contraddistinse l’impostazione di Lenin nel 1914-17: cioè la
parola d’ordine (e l’agitazione) di trasformare la guerra imperialistica in
guerra civile. Nulla del genere si sostiene ora. È evidente che la propa­

“ ulam, Stalin cit., p. 565.


114 Capitolo decimo

ganda disfattistica - per quel poco che può incidere - è destinata a pene­
trare in quelle zone dove, fino a quel momento, un movimento operaio
organizzato è rimasto, seppure fragile e diviso e sconcertato, cioè nell’Oc­
cidente europeo democratico; ché nei paesi fascisti non c’è piu traccia di
esso. Ma di vero e proprio «disfattismo rivoluzionario» non si può par­
lare. Se non si vuole dare alla Germania (e neppure all’Italia, di cui si
apprezza la non entrata in guerra) il pretesto per poter dire che i comu­
nisti invitano gli operai tedeschi a sabotare il suo sforzo bellico, non si
va molto oltre neppure rivolgendosi alla classe operaia inglese o france­
se. Quanto a quella americana, del tutto fuori dell’area di influenza del
Komintern, è comunque interessante notare che il segretario del Pc de­
gli Usa, Earl Browder, si è subito allineato: egli ha sostenuto che bisogna
tenere l’America assolutamente fuori del conflitto. «La guerra è nata dal­
le contraddizioni fondamentali del capitale monopolistico» ‘.
L’adeguamento dei Pc europei non tarda neppure esso ad essere
espresso. Avviene _ nella stragrande maggioranza dei casi - attraverso
testi clandestini, alla macchia, cosf come è il movimento comunista in
Europa ovunque, salvo che in Inghilterra e in Svezia (non per caso sono
i due paesi dove si stampano i fogli del Komintern, pur senza patente di
ufficialità). E lo si fa accompagnando la doverosa «correzione» con una
spietata autocritica: si denuncia lo sbandamento, l’opportunismo all’ori­
gine delle prime reazioni antifasciste, delle proclamazioni di lealismo alla
coalizione antihitleriana per lo scoppio della guerra. Il Pcf, come sempre,
è il piu drastico:
Pesanti errori furono commessi. Il gruppo parlamentare non utilizzò affatto
l’unica seduta della Camera per protestare contro la politica di reazione e di
guerra di Daladier e dei capi socialisti. Votò i crediti di guerra. L’orientamento
sbagliato persistè nel mese di settembre. Il Comitato centrale non comprese a
tempo il significato dei cambiamenti che si precisavano alla fine d’agosto e al­
l’inizio della guerra. Sul piano internazionale, avendo Hitler rinunciato, volente
o nolente, alla guerra contro l’Urss, i provocatori di Londra e di Parigi si impe­
gnarono nella strada del conflitto armato con la Germania. Dunque, non era piu
questione né di fronte della pace, né di sicurezza collettiva, né di mutua assisten­
za. La reazione era passata apertamente all’attacco contro l’Urss 1B.

L’autocritica del Pcf non si arresta li: vi furono, nel suo seno, si insi­
ste, tendenze légaliste e parlamentaristiche, si cedette alla leggenda del
«carattere antifascista della guerra». Ma la Francia - si «corregge» ora -

17 earl browder, The socialist revolution, in «The communist», novembre 1939, raccolto con
altri scritti in id., The second imperialist war, New York 1940, p. 168.
18 Le Pcf en lutte contre la guerre impérialiste, in «Cahiers du bolchevisme», a. xvii, 20 seme­
stre 1939 - gennaio 1940, p. 11.
Il Komintern si adegua 115

è entrata nel conflitto per semplice volontà imperialistica: l’impero fran­


cese tiene sotto il suo giogo 70 milioni di schiavi coloniali. In Francia è
in atto la repressione piu feroce della sua storia dopo quella che segui alla
Comune.
La guerra è usata dalla reazione capitalistica per rafforzare il suo dominio,
per portare i colpi piu duri alla classe operaia, aggrava l’antagonismo fondamen­
tale tra classe operaia e borghesia. Essa offusca la distinzione, secondaria, tra de­
mocrazia borghese e fascismo, entrambe forme di dittatura del Capitale, fa appa­
rire più netto il contenuto di classe reazionario e imperialistico della dittatura
del Capitale.

Come si vede, l’autocritica investe il fondamento stesso della politica


dei Fronti popolari, quella distinzione che ora si considera secondaria tra
fascismo e «democrazia borghese». Il caso francese non è isolato. Sulla
sua scia si muove l’autocritica dei comunisti italiani. Nella primavera del
1940, uscito Togliatti dal carcere parigino e ricomposto un minimo di
nucleo dirigente in Francia, parlano anch’essi di opportunismo, di errori,
di disorientamento al cospetto dei lavoratori italiani che vivono in Fran­
cia. Togliatti ristabilisce la rotta con queste direttive:
Il compito di lottare contro la guerra imperialistica e per la pace spetta in
Francia ai lavoratori francesi. Il nostro nemico principale è nel nostro paese. Ma
noi siamo internazionalisti e in qualsiasi paese ci troviamo dobbiamo sempre
avere un’idea giusta e chiara della situazione internazionale e dei compiti della
classe operaia. Inoltre la lotta contro il nemico che è nel nostro paese non la pos­
siamo condurre isolandoci dal movimento operaio internazionale e soprattutto
da quello dei paesi le cui sorti sono piu legate a quelle del nostro, ma solo in
stretto legame con essi

Si potrà notare che lo schema della guerra imperialistica situava i co­


munisti italiani - pur ancora del tutto assenti dalla scena nel loro Paese —
in una posizione assai meno imbarazzante di quella dei comunisti fran­
cesi e di altri paesi. In fin dei conti, a chiamarlo o meno fascista, quello
restava il nemico indicato agli operai italiani (purché essi non vivessero
in Francia...). Ma che dire, ad esempio,dei comunisti cecoslovacchi? Essi
- ha raccontato Jiri Pelikan - si venivano a trovare in una posizione as­
surda: si poteva forse, in una Cecoslovacchia occupata dai nazisti, pen­
sare che la responsabilità maggiore della oppressione fosse del presiden­
te Beneš in esilio? “. Eppure su questa strada si incammina il Comitato
centrale del Pcc.
Il colmo è certo raggiunto da qualche dirigente comunista tedesco

” Tentennamenti ed errori opportunistici all’inizio e nel primo periodo della guerra, in «Let­
tere di Spartaco», n. n, 1-15 aprile 1940, ora in togliatti, Opere cit., IV, 2, pp. 30-31.
20 J. Pelikan, S’ils me tuent, Paris 1977, pp. 28-29.
116 Capitolo decimo

che si trova a Mosca, un Ulbricht ad esempio, le cui affermazioni appaio­


no ancora piu strabilianti:
Gli operai rivoluzionari e le forze progressiste della Germania non hanno
nessuna intenzione di barattare il regime attuale con una oppressione naziona­
le e sociale imposta dall’imperialismo inglese e dagli ambienti filobritannici del
grande capitale tedesco. Perché Hitler si è riavvicinato all’Urss? Perché un even­
tuale appoggio al piano inglese di guerra contro l’Urss ne avrebbe fatto un sa­
tellite dell’imperialismo britannico e perché la forza dell’Armata rossa e le sim­
patie delle masse lavoratrici tedesche verso l’Urss condannavano in anticipo al
fallimento qualsiasi avventura antisovietica... ".

Di conseguenza Ulbricht invita gli operai, i contadini, gli intellettuali


della Germania, dell’Austria, della Cecoslovacchia e della Polonia a di­
venire i «garanti piu risoluti del patto russo-tedesco, baluardo della lotta
contro il piano di guerra britannico». Le aberrazioni verbali di Ulbricht
sono poca cosa, è vero, rispetto a un episodio reale di una gravità inau­
dita. Esattamente nello stesso mese in cui Ulbricht scrive quell’articolo,
nel febbraio del 1940, circa cinquecento tedeschi che sono prigionieri in
Urss in seguito alle repressioni staliniane - sono quasi tutti comunisti -
vengono trasferiti dalla Siberia e consegnati a Brest-Litovsk, sulla linea
di demarcazione tra i territori delle due potenze «amiche», ai nazisti. La
loro nuova destinazione sono i campi di concentramento tedesco. Tra
loro è la vedova di Neumann, Margarete Buber, la quale, sopravvissuta
all’internamento di Ravensbrück, ne ha poi data una testimonianza, pa­
cata e drammatica:
Sebbene tutto quello che avevano già vissuto non lasciasse alcuna illusione
a questi comunisti sul sistema sovietico, essi non avrebbero mai creduto possi­
bile che si arrivasse a tanto. Ma l’impossibile diventava reale. Stalin consegnava
gli esuli comunisti a Hitler “.

A dare una pennellata di tragica ironia concorre un particolare reso


noto da Medvedev: Berjia, il capo della Nkvd, dà l’ordine alle ammini­
strazioni dei campi di concentramento sovietici di proibire alle guardie
dei lager di chiamare «fascisti» i prigionieri politici. «L’ordine venne an­
nullato soltanto nel giugno del 1941 » a.

21 Da un articolo pubblicato in «Die Welt» del 9 febbraio 1940, citato in François fejtö,
L’héritage de Lénine. (Introduction à l’histoire du communisme mondial), Paris 1973, PP. 138-39.
22 Buber-neumann, La révolution mondiale cit., p. 397. L’episodio è confermato in medvedev,
Lo stalinismo cit., p. 274.
23 Ibid.,p. 53}.
Capitolo undicesimo
La strana neutralità sovietica

La seconda guerra mondiale sembra cominciare in modo da giustifi­


care le piu ampie riserve sul carattere antifascista dell’impegno dei go­
verni e delle forze armate anglo-francesi. È quella drôle de guerre al­
l’Ovest - gli inglesi la chiamano Phony War -, una guerra finta o stram­
palata che dir si voglia, condotta senza battaglie, al riparo i tedeschi della
linea Sigfrido e i francesi della Maginot. Storici, letterati e giornalisti si
sono sbizzarriti nel descrivercela. Si è anche calcolato che all’inizio, se i
francesi avessero attaccato, disponevano di ottantacinque divisioni con­
tro le poco piu di quaranta di Hitler mentre questi era ancora impegnato
a cancellare dalla carta geografica la Polonia. Ma si è fatto pure un altro
calcolo: nella primavera del 1940, quando l’esercito tedesco si appresta
a sfondare sul fronte occidentale, Hitler ha lasciato sguarnite le sue fron­
tiere orientali; vi tiene appena cinque divisioni. Se, dunque, l’Armata
rossa si muovesse allora farebbe una passeggiata fino a Berlino.
I «se» sono inevitabili per una ragione non estemporanea: perché
nel «primo tempo» della guerra gli «scenari» possibili — a usare la ter­
minologia odierna - sono i più vari, le ipotesi paradossali. Quando, ad
esempio, alla fine di novembre del 1939, l’Urss attacca una Finlandia
non disposta a concedere alla prima alcune base militari nel vicino golfo
finnico (e modifiche territoriali che allontanino da Leningrado il confi­
ne), potrebbe offrirsi uno scenario addirittura assurdo. Mentre l’esercito
finnico resiste brillantemente per piu di tre mesi, lo Stato maggiore fran­
cese - seguito, ma con una certa riluttanza, da quello inglese - elabora
piani particolareggiati per intervenire militarmente con un vero e pro­
prio corpo di spedizione in Finlandia. Se ciò fosse avvenuto, avremmo
avuto le democrazie occidentali in guerra contemporaneamente contro la
Germania e contro l’Urss. E nel giugno del 1941 quest’ultima si sarebbe
trovata in guerra anche contro la Germania. Tutti contro tutti...
La fantasia non impedisce di vedere come tra il 1939 e il 1940 non
scompaia, in specie in Francia, quell’inclinazione alla resa che tanto ha
concorso a provocare Monaco. Si direbbe che la bellicosità del generale

*
118 Capitolo undicesimo

Gamelin si riversi tutta contro i «bolscevichi» interni ed esterni. Nel


gennaio del 1940 l’ambasciatore americano a Parigi, Bullitt, si sentirà
dire al ministero degli Esteri che bisogna distruggere l’Unione Sovietica
Intanto quasi non si spara un colpo contro la Germania. La inazione mi­
litare anglo-francese, perdurante dal settembre del 1939, ha suggerito a
Hitler - che è spalleggiato, come abbiamo visto, da Molotov - di lanciare
una altisonante «campagna di pace». Sarebbe assurdo - va dicendo il
Führer - fare morire milioni di uomini per ricostruire lo Stato polac­
co crollato. «No, la guerra ad occidente non può risolvere nessun pro­
blema».
Molti in Francia la pensano cosi: c’è un diffuso disfattismo che la
stessa drôle de guerre alimenta. Comune è lo spettro di un nuovo bagno
di sangue a vent’anni dalla conclusione della prima guerra mondiale.
Più di due milioni di uomini sono mobilitati. Il governo pare convinto
che la Germania verrà a più miti consigli in conseguenza di un blocco
economico che la logora; manca ogni slancio ideale, la borghesia france­
se che vuole conservare il suo «impero» non vede l’ora che il conflitto si
ricomponga, la classe operaia è silenziosa, il sindacato ha perso più di
metà dei suoi effettivi del 1937 e l’epurazione dei quadri comunisti l’ha
ulteriormente indebolito. La sollecitazione alla pace prende varie for­
me inusitate. Intellettuali moderati lanciano un manifesto preparato da
Alain dove si legge: «Il prezzo della pace non sarà mai tanto rovinoso
quanto il prezzo della guerra»12.
Il pacifismo comunista finisce per confondersi con quello della de­
stra? Esso, che pur riflette lo stato d’animo di masse operaie alle prese
con il rincaro del costo della vita e con un padronato pervaso di spirito
di «rivincita», è troppo palesemente frutto delle nuove direttive mosco­
vite per non suonare falso. Di qui anche l’isolamento politico maggiore
cui va incontro. Il baratro apertosi nell’agosto del 1939 con i socialisti
si approfondisce. Il gruppo parlamentare cosiddetto operaio-contadino,
dopo lo scioglimento del Pcf della fine settembre, indirizza il i° ottobre
una lettera al presidente dell’Assemblea, il radicale Herriot, in cui chie­
de che partano da Parigi proposte di pace a Hitler. La richiesta cerca di
sfruttare la paura di una nuova guerra di massacro cosi diffusa e la cam­
pagna di pace sovietica, condotta in unisono con quella nazista. Verso la
Germania i comunisti francesi sono già assai cauti e ambigui:
Bisogna assolutamente impedire che proposte di pace possano essere respin­
te a priori e in tal modo noi siamo spinti alle peggiori avventure e catastrofi. Noi

1 Dal rapporto di William C. Bullitt al segretario di Stato, 15 gennaio 1940, in Foreign rela­
tions of the United States 1940, Washington 1960,1, pp. 590-91.
2 shirer, La caduta della Francia cit., p. 62t.
La strana neutralità sovietica 119

vogliamo con tutte le nostre forze una pace giusta e duratura e pensiamo che la
si possa ottenere rapidamente perché, contro i guerrafondai imperialisti e la Ger­
mania hitleriana in preda a contraddizioni interne, vi è la potenza dell’Urss, che
può permettere la realizzazione di una politica di sicurezza collettiva in grado di
assicurare la pace e di salvaguardare l’indipendenza della Francia
Che significano le «contraddizioni interne» della Germania hitleria­
na? Soltanto una quarantina dei 73 deputati comunisti all’Assemblea ap­
poggiano la mozione presentata dalla lettera firmata da Florimond Bonte
e Arthur Ramette; alcuni di essi vengono arrestati; in questo momento,
mentre i comunisti richiamati alle armi sono più o meno schedati come
infidi nei loro reparti, l’organizzazione neoclandestina del partito è an­
cora fragilissima. Secondo Jacques Duclos nella zona parigina i militanti
su cui si può contare sarebbero soltanto duecento34. 5«L’Humanité» co­
mincia ad apparire alla macchia alla fine d’ottobre. I deputati comunisti
prima sono privati dell’immunità parlamentare, poi, con il gennaio del
1940, con 522 voti su 524, sono dichiarati decaduti dal loro mandato. Il
conflitto sovietico-finnico scuote ancora maggiormente 1’« opinione co­
munista», isolata nella società politica, meno nella società civile. Chi fo­
tografa probabilmente meglio la situazione esistente tra gli operai è Léon
Blum, che parla di «un mutismo diffidente e ostile». Il vecchio uomo
politico socialista avverte l’esigenza di approfittare dello sconcerto dei
comunisti per acquisire nuove forze alla Sfio.
Davanti alla situazione creata dalla disgregazione comunista come si deve
definire con esattezza il compito del nostro partito?
Innanzitutto, favorire e accelerare la cura di disintossicazione, mostrare con­
tinuamente il crimine staliniano; il peggiore dei crimini contro i’umanità, per­
ché se Stalin avesse voluto la pace l’Europa non sarebbe in guerra; ribattere con
tutti i mezzi e senza nessuna condiscendenza alla propaganda comunista che oggi
si riforma in Francia, confondendosi sempre piu strettamente con la propaganda
hitleriana. D’accordo su tutto ciò. Questo è il nostro compito immediato, ele­
mentare, evidente. Ma poi? Queste centinaia di migliaia di uomini e donne che
avranno spezzato le catene comuniste li abbandoneremo al loro destino?
Non vi è però nessuno spostamento visibile di opinione tra le masse.
La Francia va verso la catastrofe attraverso l’inazione militare, l’inco­
scienza sui pericoli che la sovrastano, l’inerzia di un pacifismo non scosso
dalla formazione di un nuovo governo, quello Reynaud (21 marzo 1940),
che, proponendosi uno sforzo bellico maggiore, raccoglie una maggioran­
za resicata all’Assemblea. L’anticomunismo non può certo sostituire l’an­
tifascismo. Al tempo stesso per i comunisti mettere la sordina al loro

3 EOBRIEUX, Histoire intérieure du Pcf cit., I, p. 502.


* JACQUES DUCLOS, Mémoires, Paris 1970, III, p. 72.
5 LÉON BLUM, La tâche nécessaire, in «Le Populaire», 23 novembre 1939-
120 Capitolo undicesimo

antifascismo non paga, e scandalizza gli altri. Rimproverare incoerenza


e misure reazionarie ai governi Daladier e Reynaud mal si concilia con
una propaganda che continua a battere sul fatto che l’antinazismo sareb­
be una mistificazione. L’osservazione vale anche per i comunisti inglesi,
i quali - pur senza contare su grandi forze - impostano la loro azione su
un pacifismo ancora piti compromettente, tendendo addirittura a susci­
tare un movimento attorno a un fantomatico «Peace Council». Sin dal
7 ottobre, con una risoluzione votata dal suo Comitato centrale, con i
soli voti contrari di Pollitt e di Campbell, il Pc inglese afferma tra l’altro:
L’aggressione nazista è stata fermata e contenuta dalla potenza dell’Unione
Sovietica e oggi il capo nazista supplica per ottenere la pace. Sono le classi domi­
nanti d’Inghilterra e Francia che esigono la continuazione della guerra... La lot­
ta del popolo inglese contro i Chamberlain e i Churchill è il migliore aiuto alla
lotta del popolo tedesco contro Hitler. Esigiamo si aprano immediatamente trat­
tative per ristabilire la pace in Europa64. *

Fallisce tale lunare offensiva di pace mentre, come si è detto, l’anti­


comunismo e l’antisovietismo sono alimentati dalle vicende della guerra
tra l’Urss e la Finlandia. Questo è un periodo nel quale le contraddizioni
che abbiamo definito paradossali, di una guerra che potrebbe divenire di
tutti contro tutti, vengono avvertite anche da chi, come Mussolini, ri­
chiama Hitler al suo compito storico di antibolscevico intransigente. Il
duce ammonisce cosi Hitler, il 5 gennaio 1940:
Io sento che voi non potete abbandonare la bandiera antisemitica e antibol­
scevica che avete fatto sventolare per 20 anni e per la quale tanti camerati sono
morti; voi non potete rinnegare il vostro vangelo nel quale il popolo tedesco ha
ciecamente creduto. Ho il preciso dovere di aggiungere che un ulteriore passo
nei vostri rapporti con Mosca avrebbe ripercussioni catastrofiche in Italia, dove
l’unanimità antibolscevica, specie tra le masse fasciste, è assoluta, granitica, in­
scindibile. Lasciatemi credere che questo non avverrà. La soluzione del vostro
Lebensraum è in Russia e non altrove [...]. Il compito della Germania è questo:
difendere l’Europa dall’Asia. È la tesi non soltanto di Spengler. Sino a quattro
mesi fa la Russia era il nemico mondiale numero uno-, non può essere diventato,
e non è, l’amico numero uno. Questo ha turbato profondamente i fascisti in Ita­
lia e forse anche molti nazionalsocialisti in Germania. Il giorno in cui avremo
demolito il bolscevismo avremo tenuto fede alle nostre due rivoluzioni ’.

Quanto aWamico numero uno, Stalin rispetta scrupolosamente, mese


dopo mese, gli accordi firmati il 23 agosto e il 28 settembre con Hitler.
Intanto, nei paesi baltici e in Bessarabia l’Urss si affretta a compiere
un’opera di annessione vera e propria ’. Nei territori già polacchi occu­

4 Storia dell'Internazionale comunista, a cura di Jane Degras cit., Ili, p. 476.


7 de felice, Mussolini, il duce cit., II, p. 751.
8 buffa, Storia dell'Unione Sovietica cit., I, p. 640.
La strana neutralità sovietica I2I

pati procede a nazionalizzare imprese industriali e terre, cioè a instaurar­


vi il sistema economico e politico sovietico. Ha notato Isaac Deutscher
quale singolarità rappresenti il modo come avviene, per le marche orien­
tali della Polonia, l’esproprio dei grandi proprietari terrieri, la spartizio­
ne dei loro possedimenti tra i contadini, la nazionalizzazione dell’indu­
stria e degli istituti bancari.
La collaborazione e la rivalità tra Stalin e la potenza più controrivoluzio­
naria del mondo produssero un atto rivoluzionario. D’un colpo Stalin esaudì il
massimo desiderio che aveva sempre figurato in un programma dei socialisti e
dei comunisti polacchi e ucraini, desiderio che non erano stati capaci di realiz­
zare. Naturalmente, il sovvertimento sociale delle terre annesse venne operato
dalle forze di occupazione sovietiche e non dai lavoratori polacchi e ucraini: fu
la prima della lunga serie di rivoluzioni dall’alto che Stalin avrebbe imposto
all’Europa orientale. E mentre spogliava economicamente le classi abbienti, de­
pauperava politicamente lavoratori e contadini, privandoli della libertà di paro­
la e di associazione ’.
Per quanto concerne la Finlandia, l’operazione non riesce cosi come
era stata concepita. L’aspetto piu appariscente, indubbiamente, è quello
della pessima prova data dalle forze armate sovietiche. Un grande paese
che attacca un piccolo popolo geloso della propria indipendenza e sovra­
nità e che non riesce a vincere se non dopo tre mesi di aspri combatti­
menti e a prezzo di gravi perdite umane (50 000 morti): il «caso» finlan­
dese aliena molte simpatie all’Urss, ha vaste ripercussioni negative per
la sua immagine esterna. L’Urss appare a tutti piu debole di quanto non
si fosse creduto da parte degli altri Stati. E in mezzo al popolo il con­
senso che proviene dalla forza, anche militare, è un dato fondamentale
della psicologia delle masse. Quella fonte comunista italiana che già ab­
biamo citato notava, ad esempio:
Quando lo scaglione dell’Armata rossa entrò in Finlandia ci fu una grande
sorpresa, i commenti sono stati molti, tanto piu che i fascisti, che fino ad allora
nelle discussioni venivano messi con ie spalle al muro, riprendevano l’offensiva
dicendo che Stalin era un falso e un traditore che promette la pace e poi invade
i piccoli Stati inviando 50 uomini contro uno [...]. Ciò che fa più effetto e porta
sfiducia è la svalorizzazione dell’Armata rossa, dei suoi ufficiali e dei suoi qua­
dri [...]. Gli operai si domandano perché l’Armata rossa non avanza. Nelle di­
scussioni di caffè i partigiani dell’Urss sono diventati più rari ".

Anche l’utilizzazione del partito comunista finlandese, clandestino,


con molti dirigenti emigrati in Urss (Kuusinen, il fondatore, è da anni
uno dei massimi dirigenti del Komintern), non appare brillante: l’Urss

9 deutscher, Il projeta esiliato cit., p. 579,


10 Dai rapporti di emissari del partito citati in spriano, Storia del Pci cit., IV, pp. 18-19.
122 Capitolo undicesimo

inventa un «governo popolare» finnico che viene capeggiato proprio da


Kuusinen (a cui è dato un riconoscimento ufficiale) e firma con esso un
trattato di amicizia, ma con ciò stesso — come è stato notato — « modifica
tutto il carattere della guerra intrapresa trasformandola da limitato con­
flitto territoriale in scontro per il regime interno e internazionale della
Finlandia»“. Naturalmente, quando il vero governo finlandese, guida­
to dal maresciallo Mannerheim, Pii marzo del 1940 firma la pace con
l’Urss - concedendole territori piu vasti di quelli rivendicati da Mosca
nel novembre del 1939 - nessuno parlerà più del governo Kuusinen. Il
Cc del Pc finlandese, in un appello del 30 novembre 1939, era arrivato a
dire che «la banda governativa di Mannerheim non aveva accettato le
richieste sovietiche perché essa e gli altri agenti degli imperialisti stra­
nieri potessero proseguire i loro piani di conquista di Leningrado»! E
aveva invocato l’Armata rossa come «liberatrice del nostro popolo»:
L’Armata rossa è un esercito invincibile dietro al quale sta il potere di un
popolo gigantesco di 183 milioni di uomini. È dunque ridicolo supporre che i
generali dell’esercito finlandese possano opporsi all’Armata rossa, istruita ed
equipaggiata meglio di tutti gli eserciti del mondo “.

Ma quell’esercito che due anni dopo si coprirà di gloria nella difesa


di Leningrado accanto alla popolazione di questa città martire della li­
bertà non dà certo un buon risultato in una guerra che finisce con l’appa­
rire una guerra d’aggressione anche se non è nelle intenzioni di Stalin
annettersi la Finlandia. Concluso lo sfortunato episodio sovietico-finnico,
Molotov ripropone la rappresentazione generale del conflitto mondiale
offerta nell’ottobre del 1939. Parlando al Soviet supremo, il 29 marzo
1940, insiste sull’aggressività degli «imperialisti anglo-francesi» i quali
da un canto vorrebbero «schiacciare e smembrare la Germania», desi­
derosa invece di pace, dall’altro hanno mostrato una ostilità non meno
aspra contro l’Urss. «Nel coro di urla furiose dei nemici dell’Unione So­
vietica - aggiunge Molotov - le più alte di tutte sono sempre state le voci
stridenti di tutti i prostituti socialisti della II Internazionale - gli Attlee
e i Blum, i Citrine e i Jouhaux, i Tranmael e gli Hoeglund - tutti questi
servitori del capitale che si sono venduti anima e corpo ai fautori di guer­
ra» Al di là delle escandescenze verbali, Molotov conferma che «noi
dobbiamo mantenere una posizione di neutralità e astenerci dal prendere
parte alla guerra tra le grandi potenze europee».

11 BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica cit., I, p. 642.


12 Llamamiento del Cc del Pc de Finlandiat in «La Intemacional comunista» (edizione spagno­
la), a. vili, n. 2, febbraio 1940, pp. 30-31.
13 II testo completo del discorso in «Lo Stato operaio», a. xiv, n. 2, i° maggio 1940, pp. 38-45.
La strana neutralità sovietica 123

Nell’Internazionale comunista e nei suoi partiti, lo schema moloto-


viano, già seguito nell’articolo di Dimitrov del novembre 1939, resta in
piedi nel 1940: la guerra è una guerra imperialistica, il compito della
classe operaia internazionale è di lottare per porvi fine. «In ogni singolo
paese essa deve creare un fronte unico operaio, un fronte popolare dei
lavoratori stabilito dalle masse dal basso». Le espressioni usate contro la
socialdemocrazia sono tornate in pieno ad essere quelle del tempo del
«socialfascismo»; «lacchè dell’imperialismo», «servi della borghesia»,
«traditori», «cani rabbiosi antisovietici». Le ritroviamo sul manifesto
per il i° maggio 1940 indirizzato dal Komintern ”.
La famigerata II Internazionale brilla in verità per la sua latitanza.
Essa è inerte, silenziosa, divisa al suo interno. All’ultimo incontro che
tenga, il 3 aprile 1940 a Bruxelles, l’Esecutivo decide di accantonare i
contrasti e pubblica un insignificante manifesto per il i° maggio - «dove
Hitler e Stalin non vengono neppure citati» 15 - ripromettendosi sempli­
cemente, attraverso l’insediamento di una commissione apposita, di ela­
borare un programma per la ricostruzione dell’Europa nel dopoguerra.
L’internazionalismo socialdemocratico si è del tutto estenuato. Se i con­
trasti nazionali, tra inglesi, francesi, belgi, olandesi e scandinavi sono già
paralizzanti da tempo, nel luglio del 1940 dopo la caduta della Francia
i laburisti inglesi, l’unica branca della II Internazionale rimasta davve­
ro in piedi, rifiutano persino la proposta del nuovo presidente Camille
Huysmans di riunire l’Esecutivo a Londra.
Essi, entrati con Attlee quale vice-premier nel governo Churchill di
unità nazionale formatosi in maggio, non intendono farsi condizionare
dai loro compagni stranieri neppure sul tema dei comuni obiettivi di
guerra. Malcelata ma profonda è l’ostilità verso gli esuli socialdemocra­
tici tedeschi a cui si aggiungono ora danesi, belgi, olandesi, cechi, polac­
chi, francesi, anche se il piu scomodo ospite dell’Inghilterra in guerra
sarà un francese non socialista, quel generale De Gaulle che impersonerà
«la Résistance».
C’è da domandarsi, nel quadro del disfacimento delle organizzazioni
politiche del movimento operaio europeo durante la notte oscura del
biennio della neutralità sovietica, che cosa esiga dai propri partiti affilia­
ti, oltre alla disciplina e allo studio del «breve corso» di storia del Pc(b),
l’Internazionale comunista. Davvero Dimitrov e Togliatti, davvero Sta­
lin, intendono muovere questa leva, per quanto inceppata sia, per avvia­
re e sostenere un movimento di massa per la pace? Davvero sperano che

“ Patte, pace e libertà, ivi, pp. 47-48.


15 Rolf STEiNiNGER, L’Internazionale socialista dopo la seconda guerra mondiale, in La sinistra
europea cit., p. 138.
124 Capitolo undicesimo

la Gran Bretagna ceda e che la pace significhi la vittoria in Europa dei


regimi nazifascisti, della Germania in primo luogo? O non temono piut­
tosto proprio questa eventualità? Pensano forse che, in caso di fine della
guerra imperialistica, ci sia una ripresa di iniziativa della classe operaia
europea?
Proviamo di nuovo a muoverci in tale labirinto con i pochi dati sin­
tomatici che possediamo e tenendo presenti anche le necessarie distin­
zioni. E partiamo dalle espressioni evidenti della politica estera sovietica
poiché l’impostazione propagandistica del Komintern nel 1940, spezzet­
tata in vari «adattamenti» nazionali, costituisce in sé una spia troppo
debole delle vere intenzioni, preoccupazioni o speranze del Cremlino e
potrebbe persino valere per il contrario, cioè per mascherarle. Ciò che
è percepibile è poco: la sorpresa, se non il panico, provocati dalla repen­
tina sconfitta francese del giugno del 1940, che viene dopo l’occupazione
nazista della Danimarca, della Norvegia, del Belgio e dell’Olanda. Cade
Parigi in mani tedesche, cade anche il mito dell’invincibilità dell’esercito
francese, anche se non cade Londra e Hitler rinuncia alla fine dell’estate
a invadere l’Inghilterra. Molotov, il 1° agosto, tiene un nuovo discorso
al Soviet supremo e scarta l’ipotesi di una rapida fine del conflitto. È un
punto importante.
Sta per compiersi il primo anno della guerra europea, ma la fine della guerra
non è ancora in vista. È piu probabile che nel momento attuale ci troviamo alla
vigilia di una nuova tappa d’intensificazione della guerra tra la Germania e l’Ita­
lia da una parte e l’Inghilterra, aiutata dagli Stati Uniti d’America, dall’altra
parte “.

Cionondimeno, Molotov continua a esaltare l’accordo germano-sovie­


tico e si dice convinto che gli ultimi avvenimenti bellici non solo non ne
hanno indebolito la validità, ma hanno confermato «l’importanza della
sua esistenza e del suo sviluppo ulteriore». «Alla base di quell’accordo,
dei rapporti di buon vicinato e di amicizia stabilitisi tra l’Unione Sovie­
tica e la Germania - afferma Molotov - non vi sono delle considerazioni
casuali di carattere transitorio, ma i fondamentali interessi statali tanto
dell’Urss che della Germania». Il presidente del Consiglio sovietico non
manca neppure di rilevare che sono migliorati i rapporti con l’Italia di
Mussolini, entrata in guerra il io giugno 1940 per spartire le spoglie del­
la Francia vinta. Molotov dice:
Uno scambio di opinioni con l’Italia ha dimostrato che nel campo della poli­
tica estera i nostri due paesi hanno piena possibilità di raggiungere una recipro-

16 V. molotov, La politica estera dell’Urss, in «Lo Stato operaio», a. xrv, n. 5-6, agosto-settem­
bre 1940, p. 81.
La strana neutralità sovietica I25
ca comprensione. Sono pure pienamente fondate le prospettive di un’intensifi­
cazione dei rapporti commerciali.
Dai documenti tedeschi emerge un dato importante: che Hitler an­
cora prima di rinunciare all’invasione della Gran Bretagna comincia a
preparare i piani per l’attacco all’Urss. Sin dalla fine di luglio del 1940 il
dittatore tedesco annuncia ai capi dell’esercito la sua intenzione di attac­
care la Russia nella primavera del 1941 :
Basta che la Russia faccia comprendere all’Inghilterra che essa non desidera
una Germania troppo potente, e gli inglesi - così come chi sta per annegare si
afferra a tutto - spereranno di nuovo che tra sei od otto mesi la situazione cam­
bierà completamente. Ma se la Russia verrà schiacciata, l’ultima speranza del­
l’Inghilterra svanirà. Allora la Germania sarà la padrona dell’Europa e dei Bal­
cani. Decisione: in base a queste considerazioni, bisogna liquidare la Russia.
Primavera 1941. Quanto prima la Russia sarà schiacciata, tanto meglio l7.
Lo stato maggiore tedesco si mette al lavoro dai primi d’agosto del
1940. Certo, per il momento, l’Urss non può essere al corrente di tale
decisione, anche perché nella prospettiva hitleriana di «liquidare» la
Russia in qualche mese, se non in poche settimane come aveva fatto con
la Polonia, c’è piti di un grano di follia. E Stalin, così prudente e guar­
dingo in politica estera, non può pensare che Hitler sia tanto folle. Da
quel poco che si sa non pare però provato, anzi pare provato il contrario,
che Stalin si attenda un attacco tedesco a breve scadenza. Forse egli con­
ta su un conflitto ancora lungo, teme sempre l’attacco giapponese, cerca
in ogni caso di tenere il piu a lungo possibile l’Urss fuori della guerra.
Forse pensa a un accordo piu ampio con Hitler. L’ostilità alla Gran Bre­
tagna, come vedremo piu avanti meglio, resta profonda, la cura di non
provocare la Germania assillante. Ma a tale assillo non corrisponde un
adeguato sforzo di provvedere alla riorganizzazione delle forze armate
sovietiche. La prudenza non vieta piuttosto all’Urss di cercare di assicu­
rarsi tutte quelle posizioni geografiche di forza e di sicurezza ai confini
che gli accordi raggiunti con la Germania allora le assicuravano o le con­
sentivano di raggiungere, con una indubbia tensione nei punti caldi di
contatto tra la zona d’influenza tedesca e quella sovietica, dalla Finlandia
ai Balcani. Con il giugno-luglio, l’Urss ha completato l’occupazione tota­
le e l’annessione dei paesi baltici, della Bessarabia e della Bucovina set­
tentrionale. La Germania si assicura, a sua volta, il predominio in Roma­
nia (e i pozzi petroliferi rumeni). Hitler costringe i dirigenti rumeni a
cedere all’Ungheria una gran parte della Transilvania (agosto 1940), mi­
ra a porre sotto la propria egida tutto il bacino danubiano. In settembre

shirer, Storia del Terzo Reich cit., p. 86j.


i2Ó Capitolo undicesimo

c’è la firma del «patto tripartito» tra Germania, Giappone e Italia. E an­
che se l’articolo 5 del patto recita esplicitamente che tale alleanza non
è rivolta contro l’Urss, aumentano le preoccupazioni di Stalin.
Notevole è diventato il contenzioso quando Molotov, nel novembre,
si reca a Berlino. La situazione in Europa orientale è oggetto di dispute
e dissapori: su di essa si concentra l’attenzione sovietica che non pare
lasciarsi sedurre dalle chiacchiere, o dai tranelli, dei tedeschi su una ven­
tilata spartizione di aree mondiali. L’Inghilterra non è affatto vinta e
quindi discorrere di una penetrazione sovietica nel Golfo Persico e in
India pare a Molotov un esercizio fatuo o pericoloso. Molotov non si mo­
stra però alieno dal prendere in considerazione l’offerta tedesca di ade­
rire al «patto tripartito» se ciò può comportare un accrescimento dell’in­
fluenza sovietica nei Balcani. Non vi è per tutto il 1940 e per l’inizio del
1941 una variazione sensibile dell’orientamento della politica estera di
Stalin. Lo storico che l’ha particolarmente studiata, lo Ulam, ha scritto
che essa, in quelle circostanze «ha rivelato una diffidenza temporanea e
una cecità permanente»18 19 e ha osservato che l’Urss è già stretta in un
dilemma insolubile: non mostrarsi troppo arrendevole e non fornire pre­
testi a Hitler per un’aggressione. I mutamenti della politica estera sovie­
tica sono a fatica percettibili e può anche darsi che denotino semplice-
mente un arroccamento piu affannoso di mese in mese. Il crollo della
Francia ha mutato tutta la situazione strategica visto che sul continente
europeo Hitler non ha più due fronti da tenere (e già sta spostando ad
est divisioni su divisioni). L’ingresso dell’Italia in guerra - il io giugno
1940 - ha ulteriormente allargato il conflitto e rende impossibile la pace
a meno che la Gran Bretagna non crolli, ciò che Stalin stesso tende ad
escludere.
È ancora possibile in questa situazione pensare a un lento logorar­
si dei due campi a vantaggio dell’Urss? Si aspetta un intervento ame­
ricano?
Non sapremo mai - ha scritto fondatamente lo Ulam - quanta parte abbiano
avuto i timori e i calcoli nel determinare la politica sovietica. L’interpretazione
che ne venne data allora (secondo cui Stalin si alleava con Hitler per perseguire
i suoi piani di conquista) è manifestamente assurda; egli non poteva avere dubbi
sui piani tedeschi a lunga scadenza. La politica che venne ufficialmente procla­
mata il 28 settembre 1939 doveva essere necessariamente ispirata dalla paura

Paura di non reggere militarmente a un attacco tedesco e di mettere


a dura prova lo stesso suo regime politico dopo le inevitabili sconfitte

18 ulam, Storia della politica estera sovietica cit., p. 434.


19 Ibid.,p. 408.
La strana neutralità sovietica 127

iniziali. Paura forse mitigata dalla speranza che i conti possano essere
rinviati a «lunga scadenza». In questa ottica si capirebbe che il Komin­
tern venga impiegato in tutto questo tempo per suggerire a Hitler l’im­
magine di un’Unione Sovietica che asseconda le sue campagne propa­
gandistiche. Negli uffici e nei corridoi della «Centrale» a Mosca si affol­
lano di mese in mese nuovi arrivati, dirigenti e funzionari, giunti spesso
venturosamente dai loro paesi occupati o da quelli in cui avevano trovato
rifugio e donde sono dovuti scappare con l’invasione delle truppe tede­
sche: ci sono gli spagnoli, da Dolores Ibarruri a Jésus Hernandez (José
Diaz è ricoverato molto malato in ospedale: morirà di tubercolosi in
Georgia nel 1942); i francesi Maurice Thorez (per ora tenuto «clande­
stino»), André Marty e Raymond Guyot; gli austriaci Koplernig e Fi­
scher, i tedeschi Pieck, Ulbricht e Florin, i cechi Gottwald e Rudolf
Slânskÿ, gli ungheresi Rakosi (uno dei dirigenti comunisti che hanno ac­
quistato la libertà in seguito al patto tedesco-sovietico del 1939; pare
che sia stato scambiato contro vecchie bandiere ungheresi della rivolu­
zione del 1848 che i sovietici cedono al governo ungherese...), Geró, re­
duce dalla Spagna, e Révai, i bulgari Kolarov, Stepanov e Cervenkov, lo
jugoslavo Vlahovic, gli italiani Vincenzo Bianco, Edoardo D’Onofrio,
Giulio Cerreti, Ruggero Grieco, la rumena Ana Pauker (liberata dal
governo di Bucarest in seguito a uno scambio di prigionieri con i sovie­
tici), il finnico Kuusinen, per non citare che i personaggi maggiori. La
storia di quest’apparato — ha scritto chi ne ha fatto parte — «era la storia
delle sconfitte proletarie»20.
Paimiro Togliatti ha ripreso il suo posto a fianco di Dimitrov e Ma-
nuil'skij. Egli ha vissuto sino agli ultimi giorni la tragedia spagnola, è
stato arrestato a Parigi, è riuscito, forse con l’aiuto dei servizi segreti so­
vietici21, a sottrarsi alla condanna di un tribunale francese nel febbraio
del 1940, giunge in Urss tra l’aprile e il maggio del 1940 (egli ha raccon­
tato di essere partito da Amsterdam il io maggio «facendo il viaggio di
mare attraverso il Baltico proprio nei giorni in cui le divisioni di Hitler
invadevano Belgio e Olanda»22, ma c’è una sua lettera protocollata dal
Komintern che porta la data del 17 aprile, a Giuseppe Berti, rifugiatosi
negli Stati Uniti)23.
Togliatti ha ora quarantasette anni. La sua proverbiale lucidità e pru­
denza, il suo sangue freddo, messi alla prova di tante traversie, devono

20 Giulio cerreti, Con Togliatti e con Thorez, Milano 1973, P- 252.


21 Cfr. la testimonianza di Giulio Cerreti in spriano, Il compagno Ercoli cit., pp. 183-84. Cfr.,
sul punto dell’interessamento sovietico, anche Giorgio bocca, Paimiro Togliatti, Bari 1973, pp.
333-38.
22 Maurizio e Marcella Ferrara, Conversando con Togliatti, Roma 1933, P- 293.
23 II compagno Ercoli cit., p. 188.
128 Capitolo undicesimo

sperimentarsi nuovamente. L’Internazionale che egli ritrova è — lo sap­


piamo - boccheggiante. Secondo quanto Ercoli racconterà Dimitrov già
ne prevede e auspica lo scioglimento24. 25 26 tuttavia verrà rinviato e in
Esso
questo momento le opinioni, piu o meno liberamente manifestate nel­
l’Esecutivo del Komintern, riflettono non solo un certo sentimento d’at­
tesa nervosa, ma le speranze piu diverse e divergenti. Sarebbe eccessivo
parlare di un «partito tedesco» e di un «partito inglese» nel Komintern,
anche se qualcosa del genere sembra essersi profilato nel 1940 a stare
alla testimonianza di Ernst Fischer. Secondo il brillante memorialista
austriaco, avvengono scontri verbali abbastanza aspri tra lui e i dirigenti
comunisti tedeschi. Questi si mostrerebbero persino lieti che le truppe
di Hitler siano arrivate a Parigi. Togliatti interverrebbe per ricordare
che non si può fare affidamento a lungo sul rispetto nazista del patto con
l’Urss. «Non perdiamo la testa - consiglierebbe - e cerchiamo di guada­
gnare piu tempo possibile»
È dato, in ogni caso, al di là delle burrasche d’apparato, avvertire che
l’incertezza, lo sbandamento, bloccati dal senso di disciplina, dall’adesio­
ne a ogni piega delle necessità tattiche della politica sovietica, dalla fidu­
cia nella saggezza di Stalin, si accompagnano anche alla speranza di una
progressiva disgregazione di tutti i «briganti» imperialistici, del sistema
coloniale, di questo o quello dei contendenti, del tedesco o dell’inglese,
o di entrambi. Nelle file bersagliate e scompaginate dei militanti, in ga­
lera, alla macchia, in isolamento, è piu facile però trovare la convinzione
che solo la sconfitta del nazismo può aprire una prospettiva nuova. E
in che cosa potrebbero sperare i comunisti italiani, o quelli tedeschi che
languono nei campi di concentramento nazista, o quelli greci in prigione,
o quelli spagnoli esiliati o incarcerati e processati da Franco, se non in
un’estensione del conflitto che li liberi alla fine delle loro catene? E, piu
in generale, l’insieme di sconfitte, delusioni, rancori degli anni venti e
trenta provoca nel loro animo l’attesa di una generale rivincita, di una
ripresa rivoluzionaria che consenta di proseguire il cammino interrotto
dell’Ottobre russo.
Il risentimento contro la socialdemocrazia è di certo generale ed au­
tentico, anche se nei dirigenti comunisti tedeschi che attenuano la pole­
mica antinazista come Wilhelm Pieck“, ci sono probabilmente sia l’in­
tendimento di ricuperare in seno all’Internazionale (assumendo in modo

24 palmiro togliatti, Diversità e unità nel movimento comunista internazionale, in «Rinasci­


ta», a. xviii, n. 12, p. 909.
25 fischer, Ricordi e riflessioni cit., p. 511.
26 Si veda, firmato da lui, l’articolo intitolato (nell’edizione spagnola dell’Internazionale comu­
nista, n. 2, del febbraio 1940) dPorgue hay guerra? Cfr. anche, in proposito, le osservazioni di Amen­
dola, Storia del Pei cit., p. 447.
La strana neutralità sovietica 129

che diremmo «oltranzista» le nuove parole d’ordine) quel ruolo di pri­


mo piano che durante l’epoca dei Fronti popolari avevano perduto, sia
l’affanno di ritrovare comunque un contatto con le masse popolari tede­
sche. Ma quel vagheggiare una nuova occasione rivoluzionaria attraver­
so la quale l’Urss e il comuniSmo balzino come unici e grandi protagoni­
sti sulle rovine della guerra, trapela nei quadri comunisti dei vari paesi.
Tipici, in proposito, gli slogans che i comunisti francesi consigliano ai
loro militanti di adottare nelle loro iscrizioni murali: «Viva l’Armata
rossa! I ricchi devono pagare! Thorez al potere! Viva Stalin! Il comuni­
Smo è la libertà! » ”.
Nessuna scritta si rivolge contro gli occupanti tedeschi. Il Pcf, scon­
volto dalla bufera e fragile nella sua prima struttura clandestina, è quello
che piu riflette ambiguità e mostra disinvolture quasi incredibili. Non
appena Parigi è occupata, tre dirigenti del Pcf chiedono alle autorità na-
ziste il permesso per la riapparizione legale dell’«Humanité»: una mos­
sa grave ma incontestabilmente fatta, anche se il Pcf non ne vorrà assu­
mere la responsabilità dopo la guerra27 Mentre la «Kommendatür» è fa­
28. 29
vorevole, la polizia francese blocca la «pratica», arrestando alcuni emis­
sari (fatti poi liberare dai tedeschi); il governo di Vichy riesce infine a
dissuadere le autorità tedesche dal dare ulteriore corso a questa «legaliz­
zazione». «L’Humanité» continua quindi le sue pubblicazioni periodi­
che alla macchia. Questa prima serie clandestina è sempre ispirata alla
«campagna di pace», al mito rivoluzionario di cui già si è detto, a una
forte denuncia della natura reazionaria, socialmente anzitutto, della poli­
tica del governo francese installatosi nella zona «libera», a Vichy. La
propaganda comunista si scatena non meno contro Blum, i socialisti, i ra­
dicali, ritenuti responsabili dell’entrata in guerra e insieme della disfatta,
accusa De Gaulle di essere al servizio della City londinese e proclama:
Nella lotta contro il governo di Vichy, i comunisti devono mostrare che la
sua politica è il prolungamento della politica di tradimento che ha condotto
la Francia alla sciagura e devono mostrare che per le forze di liberazione sociale
e nazionale che esistono in Francia non c’è altra soluzione che unirsi attorno alla
classe operaia e al suo partito comunista, per cacciare il governo del tradimento
e imporre domani un vero governo del popolo, il governo della libertà e dell’in­
dipendenza della Francia

27 Dal bollettino clandestino « La vie du parti », n. i, settembre 1940.


28 I contatti presi a questo fine dai tre dirigenti comunisti, gli ex deputati Jean Catelas, Maurice
Tréant e Robert Foissin sono documentati in un rapporto del io luglio 1940 a Berlino di Otto Abetz,
rappresentante del ministero degli Esteri tedesco presso il comando militare in Francia. Cfr. Docu­
ments on Germany Foreign Policy, in The War Years, io, giugno-agosto 1940, Washington 1957,
pp. 215 sgg. Cfr. anche sull’episodio courtois, Le Pcf dans la guerre cit., pp. 133-34- Cfr. infine,
per la minimizzazione dell’iniziativa, duclos, Mémoires cit., Ill, p. 53.
29 «La vie du parti», n. 1, settembre 1940.
130 Capitolo undicesimo

La violenza della polemica contro i socialisti è tale che alcuni dirigen­


ti comunisti incarcerati da Pétain - Florimond Bonte e François Billoux,
tra gli altri - gli chiedono di poter deporre come testimoni al processo
che si va intentando contro Blum e Daladier, anch’essi arrestati e rin­
chiusi in fortezza. Le contraddizioni in cui si avvolge una «linea» che
vuole contemporaneamente mobilitare le masse contro il governo di Vi­
chy e «stralciare» il piccolo particolare dell’occupazione nazista rifletto­
no quelle in cui si avvolge la politica estera di Mosca. Che però essa sia
una «linea», vale a dire che rispecchi direttive precise del Komintern,
non pare dubbio. Tanto è vero che viene applicata anche in altri paesi.
Ad esempio, i comunisti belgi chiedono ed ottengono la riapparizione
legale, sotto l’occupazione tedesca, del loro giornale, «La voix du peu­
ple» (anche se l’esperimento durerà soltanto otto numeri) e vanno più in
là: riescono a fare legalizzare stabilmente un loro giornale ufficioso che
esce ad Anversa, «Ulenspiegel». Riflettendo a questa «distorsione» in
sede storica, il Pc belga ammetterà che essa ha provocato grandi guasti;
e primo, «l’ostilità mai scomparsa dell’apparato clandestino dei socialisti
belgi nei confronti dei comunisti»”.
Il prezzo di questo atteggiamento è ovviamente piu forte per quanto
concerne la futura «Résistance» francese. Avremo occasione di riparlar­
ne, ma mette subito conto di citare un commento che un giornaletto
diffuso clandestinamente da un gruppo di socialisti nel Nord della Fran­
cia dedica a un volantino comunista, che evidentemente riflette la posi­
zione del Pcf, non meno clandestino:
Quando si legge il volantino comunista si resta ancora piu colpiti da ciò che
non dice che dalle menzogne e dalle critiche che contiene. Si è stupiti di consta­
tare che né una frase né una parola sono consacrate a Hitler e Mussolini, come
se i due dittatori, rappresentanti del nazismo e del fascismo, non avessero alcuna
colpa delle sciagure che colpiscono il popolo francese e i popoli d’Europa oggi
asserviti.
Quest’inaudita omissione, che è la vergogna dei comunisti, si comprende, si
spiega, poiché nel volantino essi osano ancora affermare che Stalin incarna la po­
litica di pace. Questo tragico scherzo ci obbliga a ricordare il recente passato
È un segno della distanza da cui partono forze che si batteranno con­
tro lo stesso nemico — anche se con una unità difficilmente riconquista­
bile - nel giro di pochi mesi. Ma se si vuole una piti pacata ma non meno
netta critica della «inaudita omissione», bisogna rifarsi al commento di
quel socialista italiano, Pietro Nenni, che si è dimesso da segretario del

30 Cfr. josé gotovitch, Guerre et libération, talons pour un’étude, in Le Parti communiste
belge (1921-1944) cit., p. 67.
31 Da «L’Homme libre», marzo 1941, citato in Giorgio caredda, L'occupazione nazista in Fran­
cia, manoscritto.
La strana neutralità sovietica 131

suo partito al momento del patto tedesco-sovietico ma non dispera di


ritrovare con i comunisti il cammino dell’unità. Nenni scrive ai comuni­
sti italiani dal paesino sui Pirenei in cui si è rifugiato (e dove nel febbraio
del 1943 lo arresterà la polizia francese su ordine tedesco per consegnar­
lo a Mussolini). La lettera porta la data del io ottobre del 1940 ed è
tanto più interessante in quanto, sostanzialmente, condivide una prospet­
tiva tipica della mentalità dei comunisti e persino il giudizio corrente
tra di essi sulla natura della guerra in corso. Dove sta, allora, il dissidio
con loro?
Il dissidio non verte sulla natura della guerra - che è guerra imperialista in
cui l’Inghilterra difende la sua vecchia egemonia europea e mondiale e in cui
l’hitlerismo, il fascismo e il militarismo giapponese combattono per sostituirsi
all’Inghilterra e alla Francia in Europa, in Africa e in Asia [...]. Il dissidio non
verte sugli obiettivi finali e sul compito che la storia affida alla avanguardia co­
sciente e rivoluzionaria del proletariato, di approfittare delle circostanze per far
fare alla rivoluzione proletaria un nuovo balzo in avanti. Il dissidio verte sulla
tattica da seguire per realizzare i nostri obiettivi comuni. Per me è vero oggi,
come lo era per tutti fino al settembre 1939, che l’hitlerismo e il fascismo sono
i nemici principali della classe operaia e i nemici principali dell’Urss anche quan­
do, per ragioni di Stato, devono sollecitare o accettare un compromesso con
l’Urss. Io ripeterei oggi volentieri le parole con le quali il vostro Ercoli diceva
al VII congresso di Mosca che non intende niente alle leggi della rivoluzione
proletaria chi non capisce che battere Hitler e battere Mussolini è per il movi­
mento operaio questione di vita o di morte. Ogni imperialismo ci è nemico, ma
è vero degli imperialismi quello che Marx diceva della borghesia: essi non co­
stituiscono un’unica massa reazionaria. C’è il piti e c’è il meno. Il più è l’Asse
Roma-Berlino32.

È quanto, appunto, le direzioni dei partiti comunisti non vogliono o,


se lo vogliono, non possono dire. Si veda il caso-limite, quello del Pc
cecoslovacco. Il suo Comitato centrale firma, nello stesso torno di tem­
po, una risoluzione in cui si legge, tra l’altro:
Contro Beneš e i suoi agenti, il partito deve difendere l’indipendenza della
lotta cecoslovacca per la liberazione dagli imperialisti, deve schiacciare la propa­
ganda sciovinista di Beneš e denunciare il servizio da lui reso agli imperialisti
angloamericani e agli interessi delle classi egoiste del capitale cecoslovacco [...].
Nel solco di direttive venute dall’estero i partigiani di Beneš si agitano in favore
della vittoria del blocco angloamericano come se si trattasse di un’opportunità
per la nostra liberazione; essi persistono nella loro dissennata demagogia sciovi­
nista, seminano l’odio del popolo cecoslovacco contro gli operai tedeschi rive­
stiti di uniformi militari e suscitano la diffidenza verso la politica dell’Urss...33.

32 Una lettera di Pietro Nenni, in «Lo Stato operaio», a. xiv, n. 7-8, ottobre-novembre 1940,
P- n.
33 Vladimir kraina, La Résistance Tchécoslovaque, in «Cahiers d’histoire de la guerre», n. 3,
Paris 1950, p. 70.
132 Capitolo undicesimo

Ci si domanda in base a quale artificio si possano convincere gli ope­


rai di Praga e di Bratislava che gli «operai tedeschi in uniforme», cioè i
soldati nazisti oppressori, possano liberarli. Eppure in quel documento
si sostiene che «la Germania liberata dal capitalismo assicurerà anche la
pace della Cecoslovacchia». Persino quando con la fine del 1940 e i pri­
mi mesi del 1941 aumenta la tensione tra l’Urss e la Germania, l’eco che
giunge dall’Internazionale comunista è quella di una retroguardia quasi
abbandonata a tenere posizioni che da un momento all’altro dovrà rin­
negare. Ancora nel febbraio-marzo 1941, nel «manifesto-programma del
Comitato centrale» del Pcf si riafferma una posizione di rigida neutralità
tra i contendenti:
Il popolo di Francia, pieno di un disprezzo profondo per la muta di politi­
canti di Vichy e di Parigi, non vuole essere né il soldato dell’Inghilterra, né il
soldato della Germania, né il soldato di Churchill né il soldato di Hitler; non
vuole essere il soldato della plutocrazia, comunque essa si presenti

La lettura dell’ufficioso «World News and Views», che appare in


una Londra visitata assiduamente dai bombardieri tedeschi, quella Lon­
dra nella quale la popolazione civile, accanto agli aviatori della Raf, scri­
ve forse la prima pagina della resistenza europea, è agghiacciante. Il gior­
nale, con i suoi editoriali di Palme Dutt, di Richard Goodman, di D. N.
Pritt, reclama un «governo del popolo» che rovesci quello esistente,
«Labour-Tory», che imponga la pace ai riluttanti «signori» britannici.
Esso attacca i governi polacco e ceco in esilio, vorrebbe che la Grecia
chiedesse la pace agli invasori italiani34 Ma anche le direttive riservate
35. 36
impressionano nello stesso senso. Portiamo uno dei rari casi che abbia­
mo potuto verificare. Quando la rivista dei comunisti italiani, «Lo Stato
operaio», che si riprende a stampare a New York, osa affacciare in un
articolo l’argomento secondo il quale la guerra è destinata a durare mol­
to perché l’Inghilterra è tutt’altro che battuta, esalta la potenza militare
dell’Urss e lascia trapelare l’ipotesi che si arrivi a un conflitto russo-tede­
sco“, riceve un’intemerata dal «centro ideologico» del Pei, formatosi a
Mosca sotto la direzione di Togliatti:
Tutto l’articolo è costruito in modo tale da far capire che l’enorme forza mi­
litare dell’Urss è una riserva potenziale per la guerra contro la Germania, cioè

34 «Les Cahiers du bolchevisme», I” trimestre 1941, p. II.


35 Cfr. in particolare richard Goodman, What is Socialist Neutrality, n. 47, 23 novembre 1940;
il resoconto su The People's Convention and Friendship with the Soviet Union (n. 48, 30 novembre
1940); D. N. pritt, For a People’s Peace (n. jo, 14 dicembre 1940); R. palme dutt, The outlook for
May Day (n. 17, 26 aprile 1941) e le varie Editorial notes di ogni numero.
36 I rapporti di forza in Europa dopo un anno di guerra, in «Lo Stato operaio», a. xiv, n. 3-6,
agosto-settembre 1940, pp. 88-95.
La strana neutralità sovietica 133
una riserva potenziale per l’imperialismo franco-inglese... La posizione della ri­
vista può soltanto confondere le idee dei lettori, smobilitare le masse operaie
nella lotta contro la guerra imperialistica facendo loro credere che tutti i pro­
blemi saranno risolti, presto o tardi, con l’entrata in azione contro la Germania
del «rullo compressore russo». Questa maniera falsa di interpretare la politica
di pace dell’Urss è politicamente inammissibile e pericolosa. Essa fa il gioco del­
l’imperialismo americano

L’allineamento è dunque richiesto anche a quei partiti i quali - come


l’italiano - meno sono imbarazzati dallo schema della guerra imperiali­
stica. In Togliatti l’allineamento è accorto. Se si esamina una risoluzione
da lui stesa a nome del Pei dopo l’ingresso dell’Italia in guerra ci si ac­
corge che egli, pur invocando la «lotta dal basso», evita di attaccare i
socialisti. Togliatti si spinge sino a usare il termine proibito di «fascista»
denunciando le mire di conquista dell’imperialismo italiano e affaccia la
rivendicazione della indipendenza nazionale per i paesi oppressi da un
invasore. Si legge infatti in questa dichiarazione togliattiana:
Oggi i governanti fascisti vogliono vendere il nostro popolo all’imperialismo
tedesco. Essi si propongono di fare del popolo d’Italia l’aguzzino e il carnefice
di nazioni che già gemono sotto il giogo dei loro oppressori e che non hanno mai
attentato alla nostra vita e al nostro patrimonio “.

È un cenno inconsueto alla Francia, evidentemente. Allorché Musso­


lini, nell’ottobre del 1940, attacca la Grecia, ecco - pur nello stridente
appaiamento dell’aggressore e dell’aggredito - come si esprime il Pei, at­
traverso il minuscolo Ufficio estero restato a Parigi:
Nel momento in cui il popolo italiano e il popolo greco vengono trascinati
nel rovinoso vortice della seconda guerra mondiale, vittime dell’insaziabile sete
di conquista della cricca plutocratica fascista che domina l’Italia e della corrotta
cricca dittatoriale di Metaxas, asservita all’imperialismo inglese, il Pcd’I espri­
me ai lavoratori greci la sua calorosa e fraterna solidarietà3’.

In partiti come l’italiano e il greco si coglie meglio la contraddizione


tra l’impulso antifascista e la necessità di «non andare oltre». Il nucleo
dell’Ufficio estero del Pei invita i militanti clandestini in patria a batter­
si perché cada il governo di Mussolini e a rivendicare la conquista delle
libertà democratiche, ma al tempo stesso precisa che «la nostra azione

37 Dal documento steso in francese con il titolo Information sur la revue Stato operaio, a firma
di Ercoli e Vincenzo Bianco, destinato al Segretariato dell’Internazionale, inviato anche alla reda­
zione della rivista. Fotocopia nell’Archivio del Partito comunista italiano, 1528/67-73.
38 II documento integrale in Trentanni di vita e di lotte del Pei, Quaderno n. 2 di «Rinascita»,
1952, PP- 191-92.
39 Dichiarazione dell’Ufficio estero del Pei contro l’estensione della guerra imperialista nei Bal­
cani, in «Lettere di Spartaco», n. 19, ottobre 1940.

10
134 Capitolo undicesimo

disfattista non ha e non deve avere nulla in comune con gli interessi degli
imperialisti inglesi oppressori di popoli come gli imperialisti italiani».
Il Pei ribadisce che la pace e la libertà saranno conquistate solo «con l’a­
zione rivoluzionaria della classe operaia».
Più drammatica è la condizione del Pc greco, esortato anch’esso a lot­
tare contro l’imperialismo inglese. Nell’ottobre del 1940, dal fondo del­
la sua prigione ad Atene, il segretario del partito, Zachariades (il quale,
nel maggio del 1941, sarà deportato dai tedeschi nel campo di Dachau),
invita i propri compagni a difendere l’indipendenza nazionale contro gli
italiani invasori, ma lo stesso Zachariades, in novembre, mentre i fascisti
sono ricacciati in Albania, esorta ad esigere una pace immediata. In una
nuova lettera del 15 gennaio del 1941 chiama il partito a rovesciare Me-
taxas e i combattenti dell’esercito greco a fraternizzare con i soldati ita­
liani sul fronte. Posizione che viene convalidata in un articolo dell’Inter­
nazionale comunista di un mese dopo
Un panorama dai colori allucinanti tinge di tinte fosche l’ultima fase
della «neutralità». C’è ora probabilmente piu affanno che altro nelle
escogitazioni propagandistiche della Centrale di Mosca. I comunisti in­
glesi nel gennaio del 1941 riuniscono una «Convenzione per il popolo»
cui parteciperebbero 2334 delegati di fabbrica inviativi da piu di un mi­
lione di operai inglesi. Sono cifre cervellotiche ma della Convenzione e
della sua risonanza - vi è persino l’adesione di intellettuali americani
e cantanti negri, da Theodore Dreiser a Paul Robeson - la propaganda
del Komintern fa un cavallo di battaglia. La tesi del Pc inglese è che si
deve avere un governo nuovo perché, offrendo la pace a Hitler, convinca
i lavoratori tedeschi che non è piu il caso di combattere“. I comunisti
americani, i quali si distaccano dal Komintern in base al Voorhis Act “,
denunciano tale costrizione come dovuta all’amministrazione Roosevelt,
«dominata da imperialisti guerrafondai», che vuole spingere il popolo
americano a « sottomettersi all’entrata degli Stati Uniti nella guerra im­
perialistica».
C’è un solo elemento che può gettare una luce meno cupa su questa
condotta ed è quello fornito dalle misure organizzative cui si inducono
tutti i partiti che ancora hanno qualche possibilità d’azione o cercano

w Da una testimonianza di Angelos Tsalkanis citata in courtois, Le Pcf dans la guerre cit., pp.
200-1.
41 Storia dell'Internazionale comunista, a cura di Jane Degras cit., Ili, p. 501.
42 Questa legge stabiliva l’immediato scioglimento (e l’arresto dei promotori) di quelle organiz­
zazioni con affiliazione internazionale che, a discrezione del ministro della Giustizia, rappresentas­
sero un pericolo per la sicurezza nazionale. Il distacco, formale, dall’Internazionale comunista, viene
attuato dal PcUsa con l’accordo dell’Esecutivo del Komintern. Cfr. starobin, American communism
in crisis cit., p. 45.
La strana neutralità sovietica 135
di riconquistarla nel loro paese. Sono misure che esprimono la volontà di
attrezzarsi per l’immediato avvenire in una dimensione non solo «disfat­
tistica» ma pronta a un intervento piti deciso. Ma torniamo, intanto, al
più grande «affanno», quello di Stalin. L’Urss è diventata «un satellite
di Berlino e di Mosca», come scriveva Trockij poco prima di morire? '

43 Stalin sempre vassallo di Hitler (2 agosto 1940), in trockij, Guerra e rivoluzione cit., p. 218.
Capitolo dodicesimo
L’ultima battaglia di Trockij

Quando ci si ritrova dinanzi agli ultimi scritti di Trockij, e si pensa


che quella penna e quella vita furono spezzate, il 20 agosto del 1940, dal
piccone dell’assassino inviatogli a Città del Messico da Stalin, ci si con­
ferma nell’impressione di una tragedia che assume aspetti emblematici.
Il tiranno aveva già deciso da tempo di liquidare l’avversario, l’ultimo
e il piu grande dei suoi oppositori. Chi doveva eseguire la sentenza, il gio­
vane agente della Nkvd di origine spagnola Ramón Mercader, che si fa­
ceva passare per belga, sin dal 1938 era riuscito ad infiltrarsi nell’«entou-
rage» di Trockij. Ma un particolare dell’«esecuzione» resta impressio­
nante: il pretesto per trattenersi con la vittima in casa sua, quella sera
di fine agosto, fu fornito dalla disputa vivissima in corso tra i trockisti
americani se l’Urss potesse essere considerata ancora uno Stato operaio.
Mercader, divenuto amico intimo della sorella della segretaria di Trockij,
stava appunto sottoponendo al capo un suo scritto in materia. E quando
quegli si chinò sulle pagine del finto discepolo il piccone gli calò selvag­
giamente sul collo. Trockij, ferito, si batté contro l’aggressore, riusci an­
cora a dire parole affettuose alla moglie accorsa. L’assassino si lasciò arre­
stare senza resistenza dalle guardie1. Trockij mori l’indomani all’ospe­
dale.
Stalin sembrava avesse una certa fretta di mandare a buon termine la
liquidazione di Trockij: nel maggio dello stesso anno, un vero e proprio
assalto armato fu attuato in casa dell’esule da agenti staliniani che indos­
savano uniformi della polizia e dell’esercito messicani: ma non raggiun­
se il bersaglio. C’era soltanto un desiderio di vendetta nel mandante?
Isaac Deutscher fornisce una spiegazione piu ampia, politico-psicologica,
legata alla stessa attività dell’esule che interveniva con i suoi articoli su
tutti gli avvenimenti in corso.
1 « L’assassino fu arrestato e condannato a vent’anni di prigione da un tribunale messicano. Su
ordine di Stalin venne ricompensato col titolo di eroe dell’Unione Sovietica, mentre a sua madre,
che era stata di aiuto nell’organizzare l’omicidio, fu dato l’Ordine di Lenin. Il regista dell’opera­
zione, Eitingen, uno degli alti dirigenti della Nkvd, ottenne anch’egli l’Ordine di Lenin» (medve-
dev, Lo stalinismo cit., p. 225).
L’ultima battaglia di Trockij 137
Stalin era preoccupato. Non riusciva a convincersi che la violenza e il terro­
re avessero sortito l’efletto desiderato, che la vecchia Atlantide bolscevica fosse
realmente scomparsa. Scrutava i volti delle moltitudini che lo acclamavano e
immaginava quale violento odio poteva nascondersi sotto la loro adulazione.
Con tante esistenze distrutte o spezzate e con tanto scontento e disperazione
attorno a lui, chi poteva prevedere le conseguenze del ciclone bellico? L’Atlan­
tide non poteva forse riemergere con nuovi abitanti, ma con l’antica spaval­
3.
deria? 2

In sostanza, se la guerra si estendeva e l’Urss ne veniva coinvolta,


l’esistenza di Trockij poteva farsi pericolosa.
Trockij rimaneva il portavoce dell’Atlantide, ne esprimeva ancora tutte le
passioni imperiture e i gridi di battaglia. Ad ogni svolta decisiva, quando Hitler
occupò la Norvegia e la Danimarca e quando la Francia crollò, la voce di Trockij
si levò d’oltre Oceano per tuonare sulle conseguenze di questi disastri, sugli er­
rori di Stalin che li avevano favoriti e sui mortali pericoli che minacciavano
l’Unione Sovietica.

E proprio di qui si deve ripartire per collegare le ragioni dell’assassi­


nio a una disputa generale, che si è fatta poi da politica storiografica, in­
torno alla svolta della «neutralità» e alla natura del regime consolidatosi
alla fine degli anni trenta in Urss. E non solo avendo a mente tale rac­
cordo. I giudizi di Trockij, la sua ultima battaglia politica, le posizioni
che difende contro i propri seguaci, sono essi stessi un capitolo non tra­
scurabile di un tema più grande, quello della validità o meno di fronte
al vaglio terribile della guerra della prospettiva di una rivoluzione mon­
diale, dell’applicabilità di tutti i criteri teorici e metodici che avevano
ispirato la vecchia guardia bolscevica: quell’Atlantide di cui parla il
Deutscher. Estrema lucidità e vecchi paradigmi ideologici si mischiano
e si sovrappongono nell’ultimo Trockij ancora più strettamente che per
il passato. Egli intuisce che il conflitto si estenderà, che gli Stati Uniti
saranno costretti a intervenirvi, non crede all’invincibilità della macchi­
na bellica tedesca. Ma chi vincerà alla fine?
Hitler non può fermarsi - scrive nel febbraio del 1940. Di conseguenza, nep­
pure gli Alleati possono fermarsi se non vogliono rassegnarsi al suicidio. Le la­
mentazioni umanitarie e gli appelli alla ragione non cambieranno nulla. La guer­
ra si estenderà sino all’esaurimento di tutte le risorse della civiltà oppure sino
a quando non si romperà la testa contro la rivoluzione3.

Un’alternativa ancora nebulosa. Trockij afferma in giugno che «le


vittorie ad Occidente di Hitler costituiscono la preparazione di un gigan­

2 deutscher, Il profeta esiliato cit., pp. 603-4.


3 La seconda guerra mondiale, intervista al «Post-Dispatch», in trockij, Guerra e rivoluzione
cit., p. 129.
138 Capitolo dodicesimo

tesco movimento verso Oriente» *, che il Führer marcerà «prossimamen­


te» contro l’Urss. Allora, è il caso di allearsi con le «democrazie» per
farvi fronte? Trockij lo nega appassionatamente. Sin da prima della ca­
duta della Francia ha affermato che la guerra è il frutto della rivalità tra
vecchi, ricchi imperi coloniali e «i saccheggiatori imperialisti in ritar­
do»4 5. Non si deve stare né con gli uni né con gli altri. La democrazia
non è una causa per la quale i proletari possano battersi poiché la guer­
ra «non ha arrestato il processo di trasformazione delle democrazie in
dittature reazionarie». «Solo i ciechi e gli inguaribili possono credere
che i generali e gli ammiragli inglesi e francesi stiano conducendo una
guerra contro il fascismo»6.
C’è una consonanza con i motivi della propaganda sovietica e del Ko­
mintern che ci richiama appunto alle considerazioni già avanzate: come
sia radicata in una tradizione comunista che passa da Marx a Lenin, in
una «forma mentis» che l’ha permeata, l’avversione a concepire la de­
mocrazia politica come un valore da assumere in sé anche contro i finti
democratici. I trockisti restano i piu fieri avversari degli «stalinisti» e
viceversa, ma - e in questo momento piu ancora di prima - gli uni e gli
altri sono accomunati da un disprezzo, tutto ideologico, per forme poli­
tiche che sembrano per la loro stessa natura mistificatorie; quando par­
lano delle democrazie devono sempre aggiungere l’aggettivo «cosiddet­
te», oppure quello «imperialistiche». Trockij non avrebbe mai sotto-
scritto il «breve corso» di storia del Pc(b) anche indipendentemente dal
fatto che in esso la sua funzione quando non è ignorata è del tutto falsi­
ficata. Ma egli impiega lo stesso apparato concettuale per definire «gli
altri». Anzi, come sempre, è piu eloquente, più tribunizio, del gelido Mo­
lotov o del sarcastico Stalin nella sua invettiva. Scrive Lev Davidovič:
I governi democratici che, a suo tempo, hanno salutato in Hitler il campio­
ne della crociata antibolscevica, vedono oggi in lui una specie di imprevedibile
Satana, proiettato fuori delle profondità dell’inferno, che viola la santità dei
trattati, le frontiere, le regole e le norme. Se Hitler non esistesse, il mondo fio­
rirebbe come un giardino. Miserabile menzogna! Questo epilettico tedesco con
una macchina calcolatrice nel cranio e un potere illimitato nelle sue mani non
giunge dall’inferno né dal cielo. Non è che la personificazione di tutte le forze
dell’imperialismo [...]. Hitler, scuotendo dalle fondamenta le vecchie potenze
coloniali, non fa che esprimere in modo piti compiuto la volontà di potenza
dell’imperialismo. Con Hitler, il capitalismo mondiale, spinto alla disperazione
dalla sua stessa impasse, ha cominciato ad affondare una spada affilata nei pro­
pri fianchi.

4 II ruolo del Cremlino nella catastrofe europea (17 giugno 1940), ibid., p. 212.
5 La guerra imperialistica e la rivoluzione proletaria mondiale (26 maggio 1940), ibid., p. 152.
6 Ibid.,p. 160.
L’ultima battaglia di Trockij 139
I macellai della seconda guerra imperialistica non riusciranno a fare di Hit­
ler il capro espiatorio dei loro peccati.
Dinanzi al tribunale del proletariato dovranno rispondere tutti i governanti
del nostro tempo. Sul banco degli accusati Hitler non occuperà che il primo po­
sto tra i criminali ’.
In verità, Trockij non si accontenta di queste note squillanti, da «ma­
nifesto». Si avventura anche su un terreno sul quale né la stampa sovie­
tica né tanto meno le rare ed evanescenti pubblicazioni del Komintern
scendono: vale a dire una valutazione concreta dell’urto degli imperia­
lismi contrapposti, una previsione dell’esito o degli esiti possibili dello
scontro. Trockij non ha la palla al piede di remore diplomatiche. Se
l’Urss non può ipotizzare apertamente questo o quell’esito, perché è im­
bavagliata dalla sua guardinga neutralità, dalla finta ma proclamata ami­
cizia con la Germania, se il Komintern preferisce parlare dell’imperia­
lismo anglosassone (tanto che, a leggere il «World News and Views»,
sulla ribalta sembrerebbero soprattutto il colonialismo inglese in India
o la sopraffazione dell’America latina da parte degli Stati Uniti - realtà
inoppugnabili, ma non certo tali da concentrare l’attenzione internazio­
nale durante la seconda guerra mondiale), nel maggio del 1940 Trockij
offre due «scenari» interessanti. Il primo concerne una vittoria tedesca,
il secondo una vittoria anglo-francese.
Nel primo caso Trockij afferma che una pax germanica aprirebbe una
fase di nuovi conflitti sanguinosi su scala mondiale. La Germania, dive­
nendo con la vittoria su Francia e Gran Bretagna la prima potenza mon­
diale, consentirebbe al Giappone una espansione in Asia. L’Unione So­
vietica si troverebbe accerchiata tra un’Europa germanizzata e un’Asia
giapponesizzata. Ma le cose non si fermerebbero qui.
Le tre Americhe, al pari dell’Australia e della Nuova Zelanda, cadrebbero
sotto l’egemonia degli Stati Uniti. Tenendo conto dell’impero italiano dalle ca­
ratteristiche provinciali, il mondo sarebbe temporaneamente diviso in «cinque
spazi vitali». Ma per sua natura l’imperialismo ha orrore di ogni suddivisione
del potere. Per assicurarsi la libertà di manovra contro l’America, Hitler do­
vrebbe innanzitutto saldare sanguinosamente i conti con i suoi amici di ieri, Sta­
lin e Mussolini. Il Giappone e gli Stati Uniti non assumerebbero la parte di
osservatori disinteressati di fronte a questa nuova lotta. La terza guerra impe­
rialista verrebbe condotta non da stati nazionali o da imperi vecchio stile, ma da
interi continenti. La vittoria di Hitler ora non significherebbe quindi una pax
germanica di mille anni, ma molti decenni, se non secoli, di sanguinoso caos *.
Fa un curioso effetto, riscontrata oggi, quest’ultima ipotesi: gli uomi­
ni vivono da quasi quarant’anni con l’incubo di una apocalisse termonu-

7 Ibid., p. 162.
8 Ibid., p. i6>.
140 Capitolo dodicesimo

cleare che annienterebbe in poche ore la loro civiltà: l’immagine di un


«caos» che duri secoli pare al confronto quasi consolante. Ma Trockij
muore prima dell’inizio dell’era atomica. La sua intuizione che si apra
una fase storica nella quale peseranno potenze continentali, poiché tali
sarebbero le dimensioni del conflitto, resta acuta. Assai piu confusa, co-
m’è naturale, è la delineazione di una vittoria germanica, anche se torna
in essa - ed estesa ad ogni forma di imperialismo — quell’altra precisa
penetrazione trockiana, dell’inizio degli anni trenta, sul carattere totali­
tario dei fascismi che non tollerano una mezzadria di potere con altre
forze politiche e sociali.
Come si diceva, l’ipotesi tedesca è soltanto uno dei due scenari con­
templati. L’altro è cosi raffigurato: se vincono gli Alleati, la Francia vor­
rà smembrare la Germania, restaurare sul trono gli Asburgo, «balcaniz­
zare l’Europa», e la Gran Bretagna cercherebbe di riprendere il suo gioco
tradizionale di manovre tendenti a sfruttare le contraddizioni tra la Fran­
cia e la Germania. Si tratterebbe, insomma, di una nuova Versailles peg­
giorata. Il peso degli Stati Uniti si farebbe però sentire in modo molto
piu rilevante.
Senza l’aiuto americano la vittoria degli Alleati è improbabile, mentre d’al­
tra parte gli Stati Uniti esigerebbero questa volta per la loro assistenza un prez­
zo assai piò elevato di quello richiesto durante l’ultima guerra. L’Europa avvili­
ta ed esaurita diverrebbe la debitrice in bancarotta del salvatore d’oltre Oceano.

Non si è tanto lontani dal vero in questa ultima previsione. Ma Tro­


ckij non accomuna Stalin a Hitler e a Mussolini, o meglio, non confonde
l’Urss colla Germania e l’Italia nazifasciste. Persiste per lui, anzi, la con­
traddizione fondamentale tra l’Urss e l’imperialismo mondiale, piti pro­
fonda degli antagonismi che contrappongono i paesi imperialisti gli uni
agli altri. E bisogna difendere l’Urss. Contro chi? Fin dal settembre del
1939, dopo lo scoppio della guerra, Trockij si è posto la domanda e ha
risposto:
Che fare se Hitler attacca l’Urss? In tal caso i partigiani della IV Interna­
zionale, senza cambiare il loro atteggiamento verso l’oligarchia del Cremlino,
metteranno in primo piano, come compito piu urgente, la resistenza militare a
Hitler’.

È un punto fermo. Che discende appunto dal giudizio sull’Urss. Se


essa fosse invasa e sconfitta non si avrebbe soltanto la distruzione della
burocrazia staliniana bensì quella dell’economia di stato pianificata. La

’ léon trockij, La défense de l’Urss et la lutte de classes, ristampato nel «Bulletin intérieur»
della XV Internazionale, giugno 1947.
L’ultima battaglia di Trockij 141

Russia costituirebbe per gli imperialisti «un bottino colossale». Ma co­


me difendere l’Urss e insieme preparare la caduta della «cricca bonapar­
tista» di Stalin? Trockij esce dal dilemma con la sua classica fuga in avan­
ti. «La difesa dell’Urss coincide in linea di principio con la preparazione
della rivoluzione proletaria mondiale»
Per il momento anche il grande oppositore resta ancorato a un atteg­
giamento di neutralità che paradossalmente lo fa vicino al suo antagoni­
sta e persecutore: non bisogna aiutare le democrazie occidentali contro il
fascismo tedesco:
La vittoria degli imperialismi della Gran Bretagna e della Francia non sa­
rebbe meno spaventosa per le sorti dell’umanità della vittoria di Hitler e Mus­
solini. La democrazia borghese non può essere salvata. Aiutando la loro borghe­
sia contro il fascismo straniero, gli operai non farebbero che accelerare la vit­
toria del fascismo nel loro stesso paese. Il compito imposto dalla storia non è
quello di appoggiare una parte del sistema capitalistico contro un’altra, bensì di
farla finita con il sistema nel suo complesso “.

E se gli operai rivoluzionari non riuscissero ad assolvere tale compi­


to? La domanda gli ripugna, ma Trockij se la pone egualmente. E con
l’abituale schiettezza risponde:
Se contro tutte le probabilità la rivoluzione d’Ottobre, durante la guerra
attuale o subito dopo, non riesce ad estendersi a qualche paese avanzato; o se,
al contrario, il proletariato è ributtato indietro e su tutti i fronti, allora dovrem­
mo indubbiamente porci la questione della revisione della nostra concezione
dell’epoca presente e delle forze motrici di quest’epoca “.

La fantasia della storia sarà superiore sia alle «probabilità» che an­
novera Trockij sia all’ipotesi piti pessimistica che egli avanza, poiché la
rivoluzione si svilupperà nei paesi piu arretrati e non in quelli piti avan­
zati. E il fatto che grandi masse popolari abbiano preso parte a una guer­
ra che aveva anche per posta la democrazia cambierà di molto il quadro
schematico offerto dall’ortodosso bolscevico-leninista. L’Urss, inoltre,
vincerà la guerra, resterà staliniana, e lo sarà ancora di piu tutto il mo­
vimento comunista con gran parte di quello rivoluzionario. La domanda
sulle forze motrici, quella sulla «concezione dell’epoca presente» non re­
sterà per questo superflua. Semmai, essa è, tuttora, storia «condenda»,
carica di incognite, contraddizioni, di processi diversi e non congettu­
rabili.

10 La guerra imperialistica e la rivoluzione proletaria mondiale cit., p. 170.


11 Ibid., p. 196.
“ L’Urss in guerra cit., p. 85.
142 Capitolo dodicesimo

È stato giustamente reso omaggio all’«onestà intellettuale»13 del vec­


chio rivoluzionario che «osa» porsi domande cosi radicali. E, in fondo,
l’isolamento dell’ultimo Trockij rivela una tensione di queste dimensio­
ni. Ciò spiega anche meglio come, sulla difficile trincea ideologica e poli­
tica della «difesa dell’Urss», egli sfidi una vera e propria rivolta del grup­
po trockista americano. Alcuni dei suoi esponenti - un James Burnham
e un Max Schachtmann, tra gli altri — sostengono che ormai l’Unione So­
vietica ha cessato di essere uno Stato operaio, è diventata una potenza
controrivoluzionaria come sono le altre essendo retta da una nuova clas­
se, la burocrazia, che si serve della statizzazione dei mezzi di produzione
per aumentare la sua presa totalitaria sulla società intera, sulla classe
operaia in primo luogo. La controversia teorica ha un corollario politico
importante. Per costoro non è il caso di parlare di difesa dell’Urss in caso
di attacco nazista,come sostiene invece Trockij. «No,compagno Trockij:
non combatteremo a fianco della Gpu per salvare la controrivoluzione al
Cremlino! »14.
La polemica divampa nella sezione americana della neonata IV Inter­
nazionale e la porta a una spaccatura. È un altro corollario della tragedia
dell’ultima battaglia di Trockij. Egli muore assassinato dagli stalinisti
mentre si trova a fronteggiare duramente molti dei propri seguaci per
avere manifestato la volontà di difendere quel paese. Egli, nonostante
tutto, continua a ritenere l’Urss capace di edificare una società socialista
in concorso con una nuova ondata della rivoluzione mondiale.
L’assassinio di Città del Messico non suscita grande eco nel mondo.
L’attenzione delle masse e degli uomini di Stato è altrove. L’odio rituale
degli uomini del Komintern verso di lui non si placa neppure, però, dopo
la sua morte. Togliatti, in un articolo del gennaio del 1941, scrive che
«il piccolo giuda Trockij apparteneva alla razza degli apologeti e servi­
tori del capitale». Eppure le argomentazioni di Ercoli sembrano le stesse
di quelle di Trockij :
Sin dai primi giorni di questa guerra, vi è stata in ogni paese un’avanguardia
che ha spiegato al popolo che questa guerra è da ambo le parti una guerra im­
perialista ingiusta, una guerra di rapina, le cui radici devono essere ricercate nel­
lo sviluppo delle contraddizioni catastrofiche dell’imperialismo 15.

Si avvicina la bufera e sentiremo ben altra musica levarsi da quel­


le orchestre. Il fantasma di Trockij svanirà nella nuova temperie della

13 salvadori, La critica marxista allo stalinismo cit., pp. 114-15.


14 Da un articolo di James Burnham, ripreso in deutscher, Il profeta esiliato cit., p. 595.
13 La lotta di Lenin contro il socialsciovinismo durante la prima guerra imperialistica mondiale,
ora in Togliatti, Opere cit., IV, 2, p. 60.
L’ultima battaglia di Trockij 143

Grande alleanza antifascista, le sue ipotesi sembreranno del tutto irreali


alla fine della seconda guerra mondiale. Ma la sua «sconfitta» poneva
ugualmente un grande interrogativo.
È bene sottolineare ancora una volta - ha scritto il suo biografo - che fino
all’ultimo la forza e la debolezza di Trockij furono entrambe radicate nel marxi­
smo classico. Le sue sconfitte compendiano la difficoltà basilare in cui si dibat­
teva il marxismo classico come dottrina e come movimento: la discrepanza e la
scissione tra la visione marxista dello sviluppo rivoluzionario e l’effettivo svol­
gimento della lotta di classe e della rivoluzione “.

deutscher, Il profeta esiliato cit., p. 646.


Capitolo tredicesimo
La sorprendente sorpresa del 22 giugno

Sulla condotta di Stalin in guerra e sulle sue virtù di comandante mi­


litare si accese una vivacissima discussione in Urss nel periodo chrušče-
viano, poi smorzatasi senza conclusioni comuni nell’ultimo ventennio.
Tra tanti giudizi e annotazioni contrastanti, un dato però è stato assunto
come pacifico, o quasi: la sorpresa, lo sconcerto - si è raccontato persino
di un obnubilamento - che colse Stalin in quell’alba del 22 giugno 1941
nella quale le truppe tedesche si lanciavano all’attacco su tutto l’arco del­
le frontiere con l’Urss. Stalin stesso dirà a Churchill, la prima volta che lo
incontrerà, nell’agosto del 1942 a Mosca, che si aspettava l’assalto nazi­
sta. E per quando? Secondo la testimonianza di Churchill, le cose sareb­
bero andate cosi:
Durante uno degli ultimi colloqui avevo detto a Stalin: «Lord Beaverbrook
mi ha riferito che, durante la sua missione a Mosca nell’ottobre del 1941 voi gli
chiedeste: "Che cosa intendeva dire Churchill allorché dichiarò al Parlamento
che mi aveva preavvertito dell’imminenza dell’attacco tedesco?” Evidentemen­
te, - dissi, - io alludevo al telegramma che vi inviai nell’aprile del 1941 »; e tirai
fuori il telegramma che sir Stafford Cripps gli aveva fatto pervenire in ritardo.
Quando il telegramma gli fu letto e tradotto, Stalin si strinse nelle spalle: «Me
ne ricordo; non avevo bisogno di alcun avvertimento. Sapevo che la guerra stava
per scoppiare, ma ritenni di poter guadagnare altri sei mesi o pressapoco» *.

Gli avvertimenti erano stati, peraltro, particolarmente numerosi ed


attendibili. Sin dalla fine del 1940 i servizi segreti sovietici inviarono un
rapporto preciso sui piani hitleriani d’attacco. E numerosi altri segui­
rono, si infittirono, nella primavera. Oltre all’indizio più evidente e che
non era certo possibile nascondere, cioè lo spostamento crescente di trup­
pe tedesche dall’Ovest all’Est, in preparazione dell’aggressione, si succe­
devano dal marzo del 1941 avvertimenti diplomatici sulla scadenza rav­
vicinata. Prima da parte del governo americano, poi di quello inglese. Gli
addetti militari sovietici a Berlino e a Parigi riferirono, nel maggio del

1 Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, Milano 1951, parte IV, vol. II, p. 102.
La sorprendente sorpresa del 22 giugno 145

1941, che le zone di frontiera tra l’Urss e la Germania erano sature di


uomini e di materiali: e, infatti, Hitler vi ammassava fino a centonovan-
ta divisioni completamente equipaggiate e circa 4000 operai. Secondo un
altro rapporto del servizio di controspionaggio sovietico, del 6 giugno,
quattro milioni di soldati tedeschi erano già alle frontiere orientali2. 3La 4
piti famosa «spia» sovietica, Richard Sorge, un valoroso militante comu­
nista tedesco che si era infiltrato presso l’ambasciata tedesca a Tokio, fu
in grado, parecchi giorni prima, di riferire non solo la data esatta del­
l’attacco, ma i piani operativi tedeschi e le principali direzioni di marcia
Stalin confidava a Zukov, non appena nominato capo di Stato maggiore
generale, che «il servizio segreto non sempre dice la verità»’. Intanto
leggeva a preferenza i rapporti informativi «dubbi» che alimentavano le
sue illusioni5, si mostrava talmente scettico sulle attendibilità degli altri
che i suoi collaboratori finivano essi stessi, per servilismo o per paura, di
presentarglieli minimizzandoli, oppure di tenerglieli nascosti.
In buona sostanza, «sino all’ultimo Stalin rifiutò di credere che la
Germania si apprestasse ad attaccare l’Urss senza prima avere regolato
i conti con l’Inghilterra»6. 7Il suo ministro degli Esteri, Molotov, com­
mentava in modo quasi patetico, quella stessa mattina del 22 giugno, la
dichiarazione di guerra portatagli da Schulenburg: « Credete che ce la sia­
mo meritata?» ’. Hitler, dal canto suo, scriveva in una lettera a Musso­
lini, avvertito soltanto il giorno prima: «Ho, deciso di porre fine all’ipo­
crita commedia del Cremlino»’. Il dàdo, pare, era già stato tratto da
tempo, almeno dalla fine del 1940.
L’atmosfera che circonda Stalin nell’imminenza dell’attacco non è
certo propizia a un qualche dissenso. Egli aveva seminato terrore negli
Alti comandi, appena ricompostisi dopo la «purga» fatta subire all’Ar­
mata rossa, aveva abituato i propri collaboratori ad eseguire i suoi ordini
senza discutere, e li teneva all’oscuro del quadro generale che si delinea­
va. Una vera e propria consultazione con i capi militari non avviene. Che
la formazione della decisione, che le informazioni piu riservate da cui
farla scaturire siano monopolio di un solo uomo aumenta le responsabi­
lità di Stalin per quello che Medvedev ha chiamato il peggiore dei suoi
errori, di «non aver capito quale fosse la situazione militare della pri­

2 Cfr., per tutta una serie di particolari raccolti dall’autore in merito, medvedev, Lo stalinismo
cit., pp. 140-42.
3 F. w. DEAKiN - G. R. STORRY, Il caso Sorge, Milano 1970, pp. 254-36.
4 G. K. žukov, Memorie e battaglie, Milano 1970, p. 262.
5 j. Erickson, The road to Stalingrad. Stalin’s SPar with Germany, London 1975,1, P- 89.
6 BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica, Milano 1979, II, p. 20.
7 shirer, Storia del Terzo Reich cit., p. 916.
’ Ibid., p. 918.
146 Capitolo tredicesimo

mavera-estate 1941 » '. E ciò che si sa dell’atteggiamento e delle reazioni


di Molotov in questi frangenti indurrebbe a dare ragione al giudizio di
Churchill secondo cui quegli restò inguaribilmente ottuso. Molotov, nel
febbraio del 1941, interrompe bruscamente 2ukov per dirgli: «Ma dun­
que, voi pensate che ci toccherà fare la guerra contro i tedeschi? »10. Ad­
dirittura pochi giorni prima dell’invasione, sostiene: «Solo un pazzo po­
trebbe attaccarci»11.
Tutti i memorialisti hanno fornito particolari stupefacenti sulla man­
canza di misure militari adeguate nonostante i segni premonitori crescen­
ti, le conferme sull’attacco recate da soldati tedeschi disertori oppure da
aviatori della Luftwaffe atterrati in zone sovietiche; neppure le licenze
agricole abbondanti sono revocate in quei giorni; un dirigente dell’auto­
rità di Zdanov si trova in vacanza sul Mar Nero.
Il dato da cui partire, quello stesso per il quale tanto si è discusso
sulla sorpresa, è il costo che essa fa pagare, in termini militari. È un co­
sto particolarmente alto, che peserà sul corso della condotta bellica per
mesi e mesi: l’attacco colse impreparata l’Armata rossa, sconvolse il si­
stema di comunicazioni, creò scompiglio nei comandi; in capo a tre setti­
mane la Wehrmacht era avanzata lungo quattro-cinquecento chilometri,
aveva distrutto 28 divisioni sovietiche, mentre piu di 70 avevano perso
la metà degli effettivi. Il primo disastro militare si racchiudeva, oltre che
nella perdita enorme di equipaggiamenti e di risorse, di aerei abbattuti al
suolo, di carri armati caduti in mano al nemico, in tre milioni di soldati
russi morti o prigionieri (i tedeschi perdettero 570 000 uomini)12.
Ma la profonda ragione della sorpresa va scandagliata come un ele­
mento di giudizio su Stalin e lo stalinismo che ci interessa piu da vicino.
È poco verosimile, infatti, limitarne la portata a una errata previsione
sulla scadenza dell’attacco nazista e discutibile se essa possa essere con­
figurata semplicemente come la sorpresa di un uomo ragionevole il quale
non prevede che il suo possibile avversario, rivelatosi cosi lucido nel
1939-40, impazzisca improvvisamente gettandosi nell’avventura di liqui­
dare la Russia in pochi mesi. Cerchiamo dunque di operare tale scanda­
glio partendo dalla mentalità staliniana, da quel groviglio di pragmati­
smo spregiudicato, di sospettosità e di schematizzazione ideologica che la
determina. D’altronde, è su queste circostanze, su questo momento, che
piu si sono espressi dirigenti politici, generali, ammiragli, giornalisti, sto­
rici, quando, apertesi le cateratte delle rivelazioni - tra il 1956 e il 1963,

’ Medvedev, Lo stalinismo cit., p. 540.


10 žukov, Memorie e battaglie cit., p. 237.
11 Ibid., p. 241.
12 Medvedev, Lo stalinismo cit., pp. 336-37.
La sorprendente sorpresa del 22 giugno 147
grosso modo —, le fonti sovietiche a stampa hanno potuto fornire una
spia, psicologica ancor prima che politica e teorica, sulle contraddizioni
e i limiti del capo sin allora indiscusso dell’Urss.
Tutti gli osservatori hanno posto in rilievo il grande peso che Stalin
dà al misterioso episodio della fuga in Gran Bretagna, in maggio, del ge­
rarca nazista Hess. Teme forse che il viaggio si inserisca in qualche pro­
vocazione ordita dall’Inghilterra in combutta con circoli militari tede­
schi. Prezioso è, in proposito, il riferimento dello storico sovietico A. M.
Nekrič:
Il Gran maresciallo dell’artiglieria N. N. Voronov conferma che Stalin soste­
neva che la guerra tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica può scoppiare
solo come risultato di una provocazione da parte delle cricche militariste naziste
e queste provocazioni sono da temere piu di ogni altra cosa. Se Voronov, non
incidentalmente,ha usato l’espressione «cricca militarista nazista» questo si può
capire in un solo modo, in una conferma che Stalin continuava a sperare nel
trattato di non-aggressione: cioè credeva in Hitler, ma non si fidava dei generali
tedeschi, ubriacati dalle vittorie militari. Ciò spiega i successivi ordini alle unità
della Armata rossa di non rispondere alle provocazioni naziste.
Stalin reagi sempre con particolare sospetto alle informazioni provenienti da
fonti americane e inglesi, vedendo in esse la conferma della sua analisi della po­
litica di «non ingerenza»: le potenze occidentali volevano trascinare l’Unione
Sovietica e la Germania in una guerra e riscaldarsi al fuoco che non le avrebbe
toccate

Conosciamo già bene, per tutto il perioda precedente, e in particola­


re, per il 1939, quanto abbia pesato questa mentalità. Porre in primo
piano l’ipotesi di intrighi, di provocazioni, condotti anche nei confronti
di Hitler comporterebbe ora come conseguenza di agire con tale circo­
spezione da evitare qualsiasi azione che possa facilitarli. È quello che fa
Stalin, rifiutandosi di porre sul piede di guerra l’Armata rossa, cercando
un contatto fino all’ultimo con Hitler Al fondo non può che esserci la
vecchia idea che il nemico mortale dell’Urss resti l’Inghilterra (un’idea,
radicata, che si forma già ai tempi di Lenin). L’osservazione piu pregnan­
te, forse quella decisiva, resta anche qui quella avanzata dal Nekrič:
La natura aggressiva della Germania veniva diminuita [in Stalin]. La situa­
zione internazionale, intanto, cambiava rapidamente e si faceva piu complessa.
Il corso degli avvenimenti spezzava lo schema artificioso delle relazioni interna­
zionali, creato da Stalin, schema al quale egli continuava ostinatamente ad ag­
grapparsi. Continuava, come sempre, a pensare che l’Inghilterra, soltanto l’In­
ghilterra, cercasse la possibilità di provocare il conflitto tra Germania e Urss 1S.

1J A. M. NEKRIČ, Stalin nella seconda guerra mondiale apri le porte a Hitler?, Roma 1968, p. ijo.
14 BOFFA, Storia dell'Unione Sovietica cit., II, p. 22.
15 nekrič, Stalin nella seconda guerra mondiale apri le porte a Hitler? cit., p. 149.
148 Capitolo tredicesimo

Persino 2ukov che tende, nelle sue memorie, a giustificare la condot­


ta di Stalin, ci offre una testimonianza singolare di questa mentalità (che
in fondo è rimasta anche la sua) quando scrive:
Nella primavera del 1941 aumentò nelle nazioni occidentali la diffusione di
notizie di carattere provocatorio circa presunti preparativi militari in grande sti­
le dell’Unione Sovietica contro la Germania. «Ecco qua, - diceva Stalin. - Cer­
cano di farci paura con la minaccia dei tedeschi e cercano contemporaneamente
di far paura ai tedeschi con la minaccia dell’Unione Sovietica e intanto ci aizzano
gli uni contro gli altri»

Žukov mostra di condividere la diffidenza di Stalin verso quanto gli


faceva sapere un Churchill «anticomunista e antisovietico», verso «le
informazioni trasmesse dagli ambienti imperialisti». Quanto il sospetto
presieda alle reazioni di Stalin è indicato dal caso più clamoroso, ram­
mentato da tutta la storiografia in materia, il comunicato dell’agenzia
ufficiale sovietica Tass, che porta la data del 13 giugno 1941, nel quale
si attacca la stampa inglese per avere diffuso voci intorno all’imminenza
di una guerra tra l’Urss e la Germania. E si commenta:
Malgrado l’assurdità di tali voci sia del tutto evidente, gli ambienti respon­
sabili di Mosca hanno ritenuto necessario dichiarare che esse sono una grosso­
lana manovra propagandistica delle forze coalizzate contro l’Unione Sovietica e
la Germania le quali sono interessate a un’estensione e intensificazione del con­
flitto 16
17.

È abbastanza intuibile quanto simile presa di posizione (pubblicata


con grande evidenza sulla stampa sovietica e ignorata da quella tedesca)
disarmi psicologicamente. E non meno evidente è il discorso che essa sot­
tintende: Germania e Urss hanno'di fronte «forze coalizzate», cioè quel­
le dell’imperialismo inglese che congiurano contro entrambe. Ma assai
meno - lo ha notato uno studioso americano, il McNeal, che ha molta
familiarità con l’opera e gli scritti di Stalin - si comprende perché costui
abbia tanto ipotizzato un’autonomia dei generali tedeschi contro Hitler,
addirittura una loro aggressività superiore a quella del dittatore:
Ciò che maggiormente sorprende nella valutazione di Stalin sulla situazione
in Germania è la sua convinzione che alcuni generali potessero avere la tenta­
zione di invadere la Russia contro la stessa volontà di Hitler. Nella primavera
del 1941 appariva più che evidente il controllo che il Führer esercitava sui suoi
generali, e Stalin, considerate anche le epurazioni che aveva condotto nel pro­
prio esercito, sarebbe dovuto essere in grado di comprendere le motivazioni che
un dittatore può avere nei suoi rapporti con i militari di professione. Eppure

16 žukov, Memorie e battaglie cit., p. 255.


17 fontaine, Storia della guerra fredda cit., I, p. 175.
La sorprendente sorpresa del 22 giugno 149

questo errore di giudizio sembra essere stato, in questo periodo cruciale, una
delle più ostinate convinzioni di Stalin I8.

Se Churchill e Roosevelt lo avvertono che sta per scattare l’attacco


tedesco, per Stalin è un motivo in più di diffidare di loro e subodorare
una congiura ordita dalla Gran Bretagna in primo luogo ai danni del­
l’Unione Sovietica. E se noi guardiamo dall’angolo visuale del Komin­
tern, abbiamo altre conferme non prive di significato alla ossessione anti-
inglese. A Mosca, si sa, vi sono Togliatti e Thorez. Il primo stila un ap­
pello, nel maggio del 1941, ai lavoratori italiani, nel quale scrive:
La guerra contro l’Inghilterra non è una guerra per la nostra libertà, non è
un conflitto tra proletari e plutocrati, come dicono i fascisti. Essa è una guerra
fra briganti imperialisti per l’egemonia mondiale, per la spartizione delle colonie
e delle ricchezze del mondo intero 19.

È vero che l’appello è volto a ritorcere la propaganda demagogica del


fascismo ma nello stesso testo ritroviamo valorizzata l’iniziativa dei co­
munisti britannici, della People’s convention. La si enfatizza con questi
accenti:
Or non è molto, i rappresentanti di centinaia di migliaia di operai inglesi si
sono riuniti a Londra, hanno dichiarato che vogliono lottare per abbattere l’im­
perialismo inglese e mettere fine alla guerra con una pace conclusa dai popoli e
nell’interesse dei popoli20. 21

Quanto ai comunisti francesi, che pur cominciano a pronunciarsi net­


tamente contro gli «occupanti», Thorez e Duclos affermano:
Se l’occupazione della Francia da parte della Germania basta a fornire la pro­
va che il «nuovo ordine europeo» di Hitler significherebbe per la Francia uno
scandaloso asservimento, è altrettanto certo che il movimento di De Gaulle e di
Larminat, profondamente reazionario e antidemocratico, non mira ad altro, esso
pure, che a privare il nostro paese di ogni libertà in caso di vittoria inglese “.

L’ossessione antiinglese, beninteso, non impedisce a Stalin di muover­


si accortamente sullo scacchiere diplomatico prima dell’attacco tedesco
e di ottenere un indubbio successo. In aprile egli ha firmato un prezioso
patto di neutralità con il Giappone. Questo cerca di avere mano libera
contro i possedimenti inglesi nel Sud-est asiatico, da Singapore alla Ma­
lesia, ma sta preparando anche l’attacco diretto agli Stati Uniti nel Paci­

18 MCNEAL, Stalin cit., p. 987.


19 Per mettere tine alla guerra! Per salvare l’Italia da una catastrofe!, in II comuniSmo italiano
nella seconda guerra mondiale, introduzione di Giorgio Amendola, Roma 1963, p. 133-
20 Ibid., p. 136.
21 Maurice thorez - Jacques duclos, Les capitalistes d’aujourd’hui sont les dignes héritiers
des Versaillais, ora in Maurice thorez, Œuvres, Paris 1939, tomo XIX, p. 83.

11
150 Capitolo tredicesimo

fico. La neutralità giapponese verso l’Urss, cosi come la futura impresa


di Pearl Harbour, non aiuteranno certo Hitler, il quale non dice a Mat-
suoka, ministro degli Esteri giapponese, prima che questi si rechi da Ber­
lino a Mosca di avere intenzione di scatenare la guerra contro l’Urss22.
La guerra «parallela» dei fascismi e militarismi del «Tripartito» sarà
una delle cause della loro sconfitta. La politica estera dell’Urss, volta a
garantire la propria influenza su tutta l’area che le interessa piu da vici­
no, dalla Finlandia alla Bulgaria, dalla Romania alla Jugoslavia alla Tur­
chia, sa sfruttare tali contraddizioni, ma - come abbiamo già notato —
resta prigioniera di una «cecità» sul punto fondamentale, quello dell’ag­
gressività hitleriana.
Si veda anche il caso degli avvenimenti di marzo-aprile in Jugoslavia.
Quivi un colpo di stato di ufficiali, sorretto dal favore popolare, ha rove­
sciato il governo vassallo dei nazisti e ha posto sul trono il giovane erede
al trono, re Pietro. L’Urss ha firmato un trattato di amicizia con il nuovo
governo jugoslavo, ma sin dal giorno dopo - il 6 aprile - la Germania in­
vade il paese senza neppure dichiarare guerra. Le truppe tedesche, con
quelle italiane, ungheresi e bulgare, hanno ragione facilmente dell’eser­
cito jugoslavo (Belgrado è occupata il 13 aprile) e continuano la loro mar­
cia in direzione della Grecia, arrivando ad Atene il 17 aprile e occupando
anche Creta in maggio.
La guerra-lampo nei Balcani, ancorché vittoriosa, ha comportato un
rinvio di piu di un mese della famosa «operazione Barbarossa», cioè del­
l’invasione dell’Urss che era stata progettata per la metà di maggio: quel­
la dilazione è stata considerata da molti come fatale perché ha impedito
alla Germania di conquistare le regioni europee dell’Urss prima dell’ar­
rivo dell’inverno russo che contribuirà a bloccare la Wehrmacht alle por­
te di Mosca nel novembre. Tuttavia, l’invasione e l’occupazione della
Jugoslavia e della Grecia erano un ulteriore indizio della volontà del­
la Germania di spianarsi la strada ad oriente. E la reazione sovietica è
piu che guardinga, sembra quasi accondiscendente. La notizia dell’inva­
sione tedesca della Jugoslavia viene pubblicata senza particolare rilievo
sull’ultima pagina della «Pravda». Nessuna condanna vi si legge dell’ag­
gressione a un paese che era divenuto amico dell’Urss.
La storia, ufficiale del Partito comunista jugoslavo, dopo avere minu­
tamente descritto gli avvenimenti dell’aprile del 1941, rileva che «il go­
verno sovietico viveva nella convinzione che nessun immediato pericolo
di un attacco tedesco minacciasse il paese»23. Eppure tra le tante avvisa­

22 shirer, Storia del Terzo Reich cit., pp. 946-47.


23 Storia della Lega dei comunisti della Jugoslavia, redazione collettiva a cura dell’Istituto di
scienze sociali di Belgrado, Milano 1965, p. 370.
La sorprendente sorpresa del 22 giugno 151

glie dell’imminenza di tale attacco vi è allora lo spostamento stesso delle


truppe tedesche nel settore balcanico:
Dall’aprile al giugno 1941 le divisioni dell’armata operativa tedesca, che
avevano preso parte all’attacco contro la Jugoslavia, vennero in gran parte tra­
sferite ad oriente ed il paese rimase occupato, oltre che dalle truppe italiane,
bulgare e ungheresi, dalle rimanenti divisioni tedesche di guarnigione ".

La politica del governo dell’Urss, secondo gli jugoslavi dunque, con­


tinuava a svolgersi nell’ambito del patto Hitler-Stalin del 1939. È anche
l’opinione, già ricordata, di Nekrič, secondo il quale «Stalin era sicuro
che la Germania hitleriana non avrebbe osato infrangere il patto di non­
aggressione e piombare sull’Unione Sovietica». Non è però questa l’opi­
nione di tutti. Si cita, come indizio contrario, il discorso (mai conosciuto
tuttavia nel suo testo) che Stalin ha fatto il 5 maggio al Cremlino a cen­
tinaia di giovani ufficiali neopromossi dalle accademie militari, nel quale
avrebbe detto che non era da escludere un attacco tedesco «nel prossimo
futuro»24 Tuttavia Stalin intensifica proprio in maggio-giugno la conse­
25. 26
gna delle forniture di merci previste dagli accordi con la Germania e con­
tinua a sottovalutare il pericolo di un attacco imminente. L’ex commis­
sario sovietico alla Marina, N. G. Kuzecov, ha insistito su questo punto,
inquadrandolo nella diffidenza che Stalin nutriva nei confronti dei pro­
pri collaboratori:
Stalin aveva delle idee sul modo di condurre la guerra, ma, con la sua pato­
logica mancanza di fiducia, le tenne segrete per il loro futuro esecutore. Sba­
gliando sulla data probabile del conflitto, giudicò che ci fosse ancora abbastanza
tempo. E quando il corso della storia accelerò, tali idee e tutti i progetti per la
guerra futura non ebbero modo di venire trasformati in una chiara concezione
strategica e in piani concreti*.

Un uomo tanto sospettoso aveva dunque davvero fiducia in Hitler?


E perché mai? Oppure la paura lo rendeva cieco? Tutte le congetture
ruotano attorno a questi quesiti. E non sanno scioglierli. Lo Ulam dice
che è francamente difficile darsi conto di come mai, nonostante le centi­
naia di rapporti dei servizi segreti che gli stavano pervenendo, Stalin ab­
bia fatto pubblicare la nota della Tass del 13 giugno destinata ad addor­
mentare la vigilanza dell’esercito e del popolo27. Lo storico francese Sté­
phane Courtois parte dal fatto che l’Urss ha addirittura rotto le relazioni
diplomatiche con i rappresentanti dei governi in esilio dei paesi invasi

24 Ibid., p. 351.
25 Per una ricostruzione del testo del discorso cfr. Alexander werth, La Russia in guerra, Mi­
lano 1964, p. 139.
26 Medvedev, Lo stalinismo cit., p. 344.
27 ulam, Storia della politica estera sovietica cit., p. 441.
152 Capitolo tredicesimo

dalla Germania, non soltanto il Belgio, l’Olanda, la Norvegia, bensì la


Jugoslavia e la Grecia, per formulare anch’esso una serie di domande
senza risposta certa.
Pensava Stalin che Vescalation hitleriana era semplicemente volta ad alzare
il prezzo prima di un negoziato definitivo sui Balcani? È stato ossessionato di
nuovo dai suoi demoni anglofobi dopo la fuga di Hess in Inghilterra? Vi vedeva
un nuovo accordo segreto anglo-tedesco contro l’Urss? Sperava con nuove con­
cessioni di togliere a Hitler ogni pretesto per attaccare nell’estate del 1941 e
cosi di guadagnare un anno per la preparazione militare sovietica? a.

L’unica cosa certa per Stéphane Courtois è la stessa che ha colpito


André Fontaine: che Stalin si era fidato di Hitler e ne rimaneva terribil­
mente scottato: per una volta che aveva fatto credito al capo di uno Sta­
to capitalista «ne veniva malamente ricompensato»”.
Ad uscire dal terreno puramente psicologico sono stati tre studiosi
e testimoni con alle spalle un’esperienza della III Internazionale e con
un’ottica diversa da quella degli osservatori più distaccati. Si tratta del­
l’italiano Angelo Tasca, dello svizzero Jules Humbert-Droz e dello spa­
gnolo Fernando Claudin. Per ciascuno di loro, anche se con accenti di­
versi, la cosa più importante è che Stalin abbia chiaramente rivelato nei
suoi rapporti con la Germania la propensione a ragionare in puri e sem­
plici termini di potenza, ventilando una rispettiva spartizione di terri­
tori, di paesi, di zone, con criteri non dissimili da quelli «imperialistici».
Per Angelo Tasca «la rottura tra la Germania hitleriana e la Russia
sovietica è stata una rottura tra programmi imperialistici», è avvenuta
per lo stesso conflitto di interessi che aveva già prodotto nel 1914 la rot­
tura tra la Germania di Guglielmo II e la Russia degli Zar, cioè «sul te­
ma dei Balcani e degli Stretti» ”. Humbert-Droz ha attirato l’attenzione
sulla gravità della spartizione del mondo ventilata nelle conversazioni e
nei contatti germano-sovietici del novembre 1940. L’Urss accettava di
discutere un accordo di lunga durata con gli Stati fascisti, un accordo che
prevedeva, a parte l’Europa, quasi tutta lasciata in mano ai nazifascisti,
le aspirazioni tedesche sull’Africa centrale, quelle italiane sull’Africa del
Nord e del Nord-est, quelle giapponesi sull’Estremo Oriente «al sud
dell’isola imperiale del Giappone», e quelle sovietiche «in direzione del­
l’Oceano indiano». Solo che a questo disegno generale l’Urss sommava
richieste precise per la propria zona d’influenza in Bulgaria, in Finlandia,
per una base militare «a portata del Bosforo e dei Dardanelli». E su que-

28 courtois, Le Pcf dans la guerre cit., p. 189.


29 fontaine, Storia della guerra fredda cit., I, p. 157.
30 angelo tasca, Due anni di alleanza germano-sovietica, Firenze 1951, p. 181.
La sorprendente sorpresa del 22 giugno 153

sto avveniva la rottura. «Sono state — scrive Humbert-Droz - le pretese


esorbitanti di Stalin che voleva senza colpo ferire trarre tutti i vantaggi
possibili ad indurre Hitler ad attaccarlo»31.
Fernando Claudin ha sottolineato gli stessi elementi di fatto per avan­
zare una critica ancora più radicale che investe i tratti permanenti del si­
stema staliniano:
Se consideriamo queste indicazioni alla luce degli ulteriori sviluppi storici e
dell’effettiva spartizione del mondo in sfere d’influenza tra l’Urss e gli imperia­
listi americani alla fine della seconda guerra mondiale, della continuità di tale
politica fino ad oggi, per quale ragione non poteva essere quella la pietra miliare
della politica di Stalin con l’imperialismo che allora appariva come la prima po­
tenza mondiale? Nel caso questa ipotesi venisse confermata, spiegherebbe la
sorpresa di cui fu vittima l’esercito sovietico di fronte all’attacco tedesco. Se in
effetti questo era il piano di Stalin e l’idea che egli si faceva del corso della sto­
ria, la realtà doveva adattarsi a quella visione, mentre tutte le informazioni dei
servizi segreti e dei futuri alleati, tutte le clamorose indicazioni dei preparativi
tedeschi, ecc. dovevano essere messe da parte come dati contraddittori rispetto
alla infallibilità staliniana32.

Fernando Claudin qui, come si vede, affronta ordini diversi di pro­


blemi anche se spesso intrecciati in un groviglio reale: quello della pre­
minenza assoluta di Stalin e quello della sua visione generale dei rapporti
con il mondo imperialistico e della ricerca, costantemente da lui ritenuta
necessaria, di un compromesso con esso. Il secondo ce lo ritroveremo di­
nanzi nel prosieguo della nostra ricerca, parlando della politica staliniana
per l’assetto mondiale del dopoguerra, verificandone una continuità di
ispirazione. Il primo emergerà ingigantito nel corso della grande pagina
aperta dalla guerra da cui egli uscirà vincitore.
Ma, per concludere questa rassegna di ipotesi, non conviene scordare
che con tutt’altra ispirazione di quella dei critici marxisti anche uno sto­
rico tedesco, il Fabry, ha sostenuto che il conflitto tedesco-sovietico è
nato dal dissenso insorto intorno alla misura e alle garanzie del possibile
compromesso. Non essendo colpito dal valore di principio che assumeva
un accordo di tale portata tra l’Urss e la coalizione degli Stati imperia­
listici più aggressivi, e pur non negando che esso fosse sul tappeto, il
Fabry tende a porre in primo piano la riluttanza pratica di Stalin all’i­
dea di «un compatto blocco continentale eurasiatico con l’inclusione del
Giappone, dichiaratamente indirizzato contro le potenze anglosassoni»33.
Sarebbe stata questa riluttanza di Stalin, rivelata dall’assillo di assicurar­

31 Humbert-Droz, Dix ans de lutte antifasciste cit., p. 390.


32 claudin, La crisi del movimento comunista cit., p. 237.
33 Fabry, Il patto Hitler-Stalin cit., p. 631.
154 Capitolo tredicesimo

si intanto la propria zona d’influenza nei Balcani, a convincere Hitler de­


finitivamente che bisognava liquidare i conti con l’Urss attaccandola.
Tali ipotesi, sorrette dalle fonti diplomatiche tedesche, hanno allar­
gato ulteriormente lo spettro delle congetture, degli «scenari» possibili.
Prevale in esse l’immagine di uno Stalin cosi realista e prudente nella
aspirazione ad un accordo concreto e garantito da scatenare l’impazienza
hitleriana. Soltanto dinanzi al fallimento della propria idea di spartizio­
ne più generale del mondo Hitler si rammenterebbe della vocazione na­
zista alla resa dei conti con il bolscevismo.
La guerra tedesco-sovietica, in ogni caso, mutava completamente il
quadro delineato prima dai comunisti. Non era più né una «guerra stra­
na», né un semplice conflitto interimperialistico: diveniva uno scontro
mortale nel quale da una parte stavano le potenze nazifasciste e presto
dell’intero «tripartito» e dall’altra «il paese del socialismo» alleato alle
democrazie occidentali, all’«imperialismo anglosassone». L’errore di Sta­
lin avrebbe continuato a pesare; si vedrà, poi, però, che chi commette il
22 giugno del 1941 l’errore fatale non è lui, bensì il suo alleato di un
biennio, quel Führer il quale ha sottovalutato la capacità di resistenza
dell’esercito e dei popoli sovietici. Al tempo stesso, quel che il 1939-41
ha rivelato o ha fatto intravedere della mentalità e delle intenzioni stali­
niane non può essere cancellato; riemergerà ancora. Anche per questo la
sorprendente sorpresa di Stalin resta una cartina di tornasole.
Capitolo quattordicesimo
Una guerra ideologica e due campi

Non si può dimenticare - ha scritto un antifascista italiano - che la seconda


guerra mondiale, in netto contrasto con le guerre dei secoli passati e anche in
misura molto maggiore della prima guerra mondiale, ebbe un’importanza ideo­
logica soverchiante. Nella guerra nazifascista vi furono solo due campi netta­
mente contrapposti tra loro, non vi fu spazio per terze posizioni

Il fenomeno acquista la sua maggiore evidenza con quel 22 giugno


del 1941 non perché la guerra cambi di natura, diventi «guerra giusta»
solo da quando vi è stata trascinata l’Urss, ma per l’ampiezza generale di
uno scontro che vede ora due soli campi contrapporsi. La scelta è tra
potenze fasciste, che intendono instaurare il loro «nuovo ordine euro­
peo», e tutto il resto delle nazioni la cui indipendenza nazionale1 2, la cui
libertà, dipendono dall’esito della lotta, per il momento impegnata al­
l’Est e nell’Africa settentrionale. Il nazifascismo ha reso alleate l’Urss e
la Gran Bretagna, che non avevano saputo unirsi per farvi fronte nel
corso del 1938-39.
Le altre differenze ideologiche passano in secondo piano. E la classe
operaia europea è interessata alla guerra, alla vittoria antifascista, come
a una condizione stessa di sopravvivenza quale forza autonoma anche se
lo schieramento antifascista è uno schieramento interclassista sia all’in­
terno di varie nazioni sia in quell’alleanza di Stati.
Cercheremo di cogliere tutta la portata della nuova svolta, imposta
piu ancora delle precedenti dalle cose. Ciò non significa che non si deb­
ba anche considerare l’eterogeneità di quella che Churchill chiamerà la
«grande Alleanza antifascista». Essa sarà, addirittura, con l’attacco giap­
ponese all’America, l’alleanza tra due sistemi sociali perfettamente anti­
tetici come quello sovietico e quello americano. Tuttavia, l’estensione

1 Vittorio FOA, La ricostruzione capitalistica nel secondo dopoguerra, in «Rivista di storia con­
temporanea», a. n, fase. 4, ottobre 1973, p. 541.
2 Che la questione dell’indipendenza nazionale dei popoli sia quella decisiva per giudicare della
natura della seconda guerra mondiale è ammesso anche dagli storici sovietici, pur con vari distinguo.
Cfr. Lineamenti di storia del Pcus, Mosca 1962, p. >2.
I >6 Capitolo quattordicesimo

del conflitto sottolineerà ulteriormente l’importanza ideologica della se­


conda guerra mondiale, il bisogno di un comun denominatore ideale. Si
tratta di parlare ai popoli di tutta la terra, di trascinarli a schierarsi in
nome di grandi ideali comuni, rispondenti a sentimenti e interessi fonda-
mentali. Non sarà facile; né gli uguali termini usati avranno la stessa va­
lenza. Democrazia, o libertà, non significheranno le stesse cose per Mao
Zedong e per Chiang Kai-shek, che pur si battono contro i giapponesi,
per Churchill e per i popoli egiziano e indiano, per De Gaulle e per i pa­
trioti indocinesi, per le classi dirigenti di molti paesi dell’America latina
e operai e contadini sfruttati da cricche e consorterie tiranniche. Tutta­
via, delle varie forze e rappresentanze politiche della «grande alleanza»,
quella che con il 22 giugno del 1941 valorizza al massimo la necessità di
una lotta comune, di un fronte nazionale il più ampio possibile, è la forza
comunista, in specie nella sua centrale internazionale, nel Komintern.
Lo scopo e l’esigenza dell’unità sono evidenti per Mosca anzitutto
sul piano dello sforzo bellico. Si tratta di orientare contro Hitler grandi
masse, di mobilitare minoranze disposte a battersi, subito. Vincere la
«guerra ideologica» implica il sapere suscitare un impegno volontario
cosciente, stimolare una resistenza all’occupazione nemica, affacciare una
prospettiva di liberazione. E quanto più Hitler e Mussolini indicano ora
nel « bolscevismo » il vero nemico della civiltà tanto più si deve ritorcere
questa accusa: la discriminante corre tra patrioti e servi dei fascisti inva­
sori, barbari, disumani.
Ancora una volta partiamo da quello che dice e fa Stalin per quanto
concerne lo schieramento comunista. Churchill, sull’altra sponda di un’al­
leanza che deve nascere, non ha tardato neppure ventiquattro ore dal­
l’attacco tedesco all’Urss per esprimere la solidarietà inglese al popolo
russo che «difende la propria terra»3 e per rassicurarlo che la Gran Bre­
tagna non scenderà mai a patti con Hitler. Stalin, dunque, anche se pas­
sano dodici giorni prima che egli si rivolga direttamente attraverso la
radio al popolo sovietico, usa toni appassionati nel suo primo discorso.
È il capo che chiama «amici miei» i combattenti del proprio paese. È an­
che l’uomo che indica immediatamente la dimensione internazionale,
ideale, di uno scontro come lotta tra fascismo e antifascismo, tra tiran­
nide e libertà. Dice Stalin quel 3 luglio del 1941 :
La guerra contro la Germania fascista non può essere considerata una guerra
qualunque. Essa non è soltanto una guerra di tutto il popolo sovietico contro le
truppe fasciste tedesche. Lo scopo di questa guerra nazionale di tutto il popolo
contro gli oppressori fascisti è non soltanto eliminare il pericolo che sovrasta il

3 Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, Milano 19JO, parte III, vol. II, p. 16.
Una guerra ideologica e due campi ’57
nostro paese, ma anche aiutare i popoli dell’Europa che gemono sotto il giogo
tedesco. In questa guerra di liberazione non saremo soli. In questa grande guer­
ra avremo alleati fedeli i popoli dell’Europa e dell’America, compreso il popolo
tedesco asservito dai caporioni hitleriani. La nostra guerra per la libertà della
nostra Patria si fonderà con la lotta per la libertà dei popoli dell’Europa e del­
l’America per la loro indipendenza, per le libertà democratiche. Sarà questo un
fronte unico dei popoli che lottano per la libertà, contro l’asservimento e la mi­
naccia di asservimento da parte degli eserciti fascisti di Hitler. A questo propo­
sito, lo storico discorso del signor Churchill, primo ministro della Gran Breta­
gna, sull’aiuto all’Unione Sovietica e la dichiarazione del governo degli Stati
Uniti di essere pronto a prestare aiuto al nostro paese, discorso e dichiarazione
i quali non possono che suscitare un sentimento di riconoscenza nei cuori dei
popoli dell’Unione Sovietica, sono del tutto comprensibili e significativi *.

Vi sono già in queste note gli elementi essenziali che ritroveremo nel­
la successiva propaganda sovietica e del Komintern: si tengano presenti,
intanto, l’insistenza sul termine fascista, sempre affiancato a quello di
tedesco (quindi anche la distinzione - che pure si perderà con l’inasprirsi
della guerra e la caduta di illusioni nella possibilità che il popolo tedesco
si ribelli a Hitler - tra «caporioni» e classi lavoratrici), l’esaltazione del
valore delle libertà democratiche, la gratitudine manifestata verso gli an­
glosassoni (estesa immediatamente dalla Gran Bretagna all’America per
l’impegno di Roosevelt ad aiutare i russi). In una successiva occasione e
in un momento non meno drammatico, il 6 novembre dello stesso anno,
allorquando i tedeschi sono giunti quasi alla periferia di Mosca, Stalin
- il quale non ha abbandonato la capitale e celebra l’anniversario della
rivoluzione d’Ottobre in una stazione della metropolitana moscovita -
impiega accenti ancora piu nuovi, persino sensazionali. Vi abbiamo già
fatto cenno a proposito della disinvoltura teorica staliniana. Mette con­
to, tuttavia, di rammentarlo. Ora Stalin definisce il regime hitleriano una
copia del regime reazionario che esisteva in Russia sotto lo zarismo, il
partito nazista come «un partito di nemici delle libertà democratiche,
un partito della reazione medievale e dei pogrom ultrareazionari», nega
che si possa chiamare «plutocratico» il regime interno anglo-americano.
Anzi, sarebbero «chiacchiere dei fascisti tedeschi» il far passare per plu­
tocratico un regime nel quale, invece, esistono sindacati operai, libertà
democratiche, parlamento, partiti dei lavoratori.
Stalin si spinge tanto in là ad esaltare le democrazie occidentali per la
preoccupazione politica evidente di contrapporre un «fronte unico» di
Stati, di popoli, ma anche di principi, al nazifascismo. Egli ricorre ad ar­
gomentazioni sintomatiche per giustificare il proprio atteggiamento pre-

4 Dal discorso del 3 luglio 1941 in Per conoscere Stalin cit-, pp. 366-67.
i^8 Capitolo quattordicesimo

cedente, evocando in una nuova versione la fuga di Hess in Inghilterra


del maggio dello stesso anno:
Gli strateghi fascisti tedeschi calcolavano, innanzitutto speravano seriamen­
te, di poter creare una coalizione generale contro l’Unione Sovietica, attrarre
in questa coalizione la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, impaurendo preventiva­
mente i circoli dirigenti di questi paesi con lo spettro della rivoluzione e, in tal
modo, isolare completamente il nostro paese dalle altre potenze. I tedeschi sa­
pevano che la loro politica, volta a sfruttare le contraddizioni tra le classi di
singoli Stati e fra questi Stati e il paese dei Soviet, aveva già dato i suoi risultati
in Francia, i cui dirigenti, lasciatisi impaurire dallo spettro della rivoluzione,
avevano messo, per lo spavento, la loro patria ai piedi di Hitler rinunciando alla
resistenza. Gli strateghi tedeschi pensavano che la stessa cosa sarebbe avvenuta
per la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Del resto è appunto a questo scopo che
il famigerato Hess venne inviato dai fascisti tedeschi in Inghilterra, per convin­
cere gli uomini politici inglesi ad aderire alla campagna generale contro l’Unione
Sovietica. Ma i tedeschi si sono sbagliati di grosso. La Gran Bretagna e gli Stati
Uniti, malgrado gli sforzi di Hess, non solo non hanno aderito alla campagna
degli invasori tedeschi contro l’Unione Sovietica, ma, al contrario, si sono tro­
vati nello stesso campo con l’Unione Sovietica contro la Germania hitleriana.
L’Unione Sovietica non solo non si è trovata isolata, ma anzi, ha conquistato
nuovi alleati - la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e i paesi occupati dai tedeschi ’.
È inutile chiedersi ancora una volta se Stalin sia coerente con quanto
sosteneva prima (o sosterrà dopo). Quel che importa intendere è come
tale impostazione risponda alle stringenti necessità e opportunità del­
l’ora. Le truppe tedesche sono arrivate sino alle porte di Mosca. La real­
tà è quella dell’aggressione da bloccare, da rintuzzare, della terra bru­
ciata che si deve fare al passaggio delle orde hitleriane, della guerriglia
da portare nelle loro retrovie, del patriottismo da suscitare nei popoli
sovietici, in quello russo in primo luogo. «Il nostro esercito difende la
sua patria dagli invasori». È la patria socialista, il paese di Lenin, ma è
anche la vecchia Russia, la Russia secolare, la «grande nazione», «la na­
zione - è sempre Stalin che parla - di Plechanov e di Lenin, di Belinskij
e di Černyševskij, di Puškin e di Tolstoj, di Glinka e di Cajkovskij, di
Gorki e di Čechov, Siecenov e Pavlov, Repin e Surikov, Suvorov e Ku-
tusov».
I grandi spiriti della madre Russia, dai poeti ai musicisti, dagli scien­
ziati ai filosofi, dai pittori ai generali che sconfissero Napoleone, sono
invocati come la continuità storica della patria, la fonte di una civiltà da
difendere al pari del focolare domestico. La fede religiosa può servire
all’uopo quanto la fermezza bolscevica. A vederla in questo quadro non
scompaiono nella loro articolazione più complessa, ma neppure nel loro

5 Sulla grande guerra nazionale dell’Urss, 6 novembre 1941, in Per conoscere Stalin cit., pp.
373-74.
Una guerra ideologica e due campi 159

legame intrinseco con il patriottismo, la motivazione antifascista assai


presente e la solidarietà richiesta e offerta agli altri popoli e paesi impe­
gnati in una lotta per la vita o per la morte. Si deve dare ai combattenti
sovietici, alla popolazione civile che resiste, produce, compie sacrifici
inenarrabili, si appresta a difendere casa per casa Leningrado e Mosca,
la convinzione che essi non sono soli, che possono contare su alleati fe­
deli e sicuri, per l’oggi e per il domani: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna,
i popoli del continente europeo, «dalla Francia - dice Stalin - alle regio­
ni baltiche sovietiche».
Stalin vuole unire lo sdegno morale contro un nemico che «ha perdu­
to ogni aspetto umano» (e perciò stesso si condanna a una «fine inevi­
tabile» di fronte alla coscienza civile delle genti oppresse) alla speranza
in una imminente svolta positiva del corso della guerra. Ed eccolo esal­
tare l’aiuto angloamericano, il prestito di un miliardo di dollari concesso
dagli Usa all’Urss, assicurare che le «retrovie» tedesche non sono sicu­
re, mostrare di credere persino che gli operai tedeschi si ribelleranno a
Hitler. È costui l’unico imperialista vero - assicura ora, come abbiamo
letto. C’è una sorta di oscura autocritica, di «arrière-pensée» mischiata
ad essa, nell’evocazione che Stalin fa con il suo discorso del 6 novembre
delle manovre fallite del «famigerato Hess», cosi come nella sua aper­
tura di credito a quella Gran Bretagna antica nemica e considerata tale
fino a poco tempo prima.
Churchill ha adottato un altro stile ma si è rivelato non meno pronto
di Stalin. È stato anzi il primo nell’auspicare un’alleanza che andasse al di
là del puro dato militare, oggettivo. Churchill ha detto subito alla radio
che egli restava anticomunista come prima, che non rinnegava una pa­
rola dei giudizi negativi tante volte espressi sul comuniSmo, ma ha reso
omaggio al popolo russo, lo ha rassicurato che la Gran Bretagna restava
al suo fianco «per sterminare i furfanti nazisti». Che cosa egli pensi del
governo sovietico emerge meglio, naturalmente, dalle sue memorie. La
diffidenza, una somma di risentimenti e di sospetti reciproci non sarà in­
fatti eliminata dalla guerra in corso, né da parte di Stalin né da parte di
Churchill. Se il primo confiderà a Gilas che Churchill «ti ficca la mano
in tasca per rubarti un copeco»6, questi ricorderà che i russi non esita­
rono un attimo a chiedere di essere aiutati non appena si « trovarono sot­
to i colpi della fiammeggiante spada tedesca». Dirà del contegno delle
autorità sovietiche dopo il 22 di giugno:
Il loro primo impulso, che costituì poi il motivo politico da essi costante-
mente seguito, fu quello di chiedere alla Gran Bretagna e al suo Impero ogni

• MiLOVAN gilas, Conversazioni con Stalin, Milano 1978, p. 81.


i6o Capitolo quattordicesimo

possibile aiuto; proprio a quell’impero la cui eventuale spartizione era stato


oggetto di trattativa tra Stalin e Hitler durante gli ultimi otto mesi, distogliendo
l’attenzione russa dai progressivi concentramenti tedeschi nell’est. Essi non esi­
tarono ad invocare in termini aspri e pressanti dalla Gran Bretagna, già dura­
mente impegnata, l’invio di quelle munizioni di cui i nostri eserciti erano cosi
a corto. Sollecitarono dagli Stati Uniti l’invio degli ingenti quantitativi di rifor­
nimenti sui quali non facevamo assegnamento e soprattutto, già nell’estate del
1941, pretesero a gran voce sbarchi britannici in Europa, senza alcun riguardo
per i rischi e per i risultati, per costituire un secondo fronte. I comunisti britan­
nici, che avevano sino allora fatto tutto il male che avevano potuto nelle nostre
fabbriche (poco, per fortuna), ed avevano denunciato la «guerra capitalistica e
imperialistica», cambiarono un’altra volta di atteggiamento dalla sera alla mat­
tina e incominciarono a scribacchiare sui muri e sulle staccionate lo slogan «Su­
bito il secondo fronte».
Noi non ci lasciammo influenzare da questi episodi piuttosto spiacevoli e
vergognosi e continuammo a tener fermo lo sguardo sugli eroici sacrifici del po­
polo russo in mezzo alle calamità, provocate dal suo governo, e sulla appassio­
nata difesa del suolo patrio. Questo, finché la battaglia durava, faceva dimenti­
care ogni altra cosa ’.

Al di là degli atteggiamenti e delle azioni dei comunisti europei, i ter­


mini della «guerra ideologica» si ritrovano in primo luogo come grandi
spostamenti di opinione, poi di schieramenti, strettamente intrecciati alle
sorti dello scontro tedesco-sovietico sui campi di battaglia dell’Ucraina
invasa, di Smolensk, di Leningrado, dove è cominciato il piu lungo asse­
dio della seconda guerra mondiale. «La critica delle armi» orienta la cri­
tica delle masse. La resistenza crescente, con l’autunno del 1941, da par­
te dell’Armata rossa, il fatto che stia fallendo almeno la «guerra-lampo»
nazista dopo l’angosciosa esperienza dell’estate nella quale sembrava che
la valanga fosse inarrestabile, strappano ammirazione anche nei cittadini
più alieni da una simpatia verso l’Urss. Essi dimenticano volentieri - co­
me Churchill - l’impreparazione militare rivelata dinanzi all’attacco te­
desco, cominciano a rimettere in cuor loro in discussione le critiche così
diffuse, inacerbatesi nel 1939-40, a un regime che pare ora stia reggendo,
nel suo fronte interno, al vaglio decisivo, quello della guerra.
Si avverte che il paese dei soviet è diretto nella condotta bellica e nel
suo sforzo di produrre, resistere, contrattaccare, dal polso fermo del ca­
po, di un uomo - come dice il suo nome di battaglia - d’acciaio. Su que­
sto terreno cresce un nuovo culto di Stalin, piu sentito di quello, che egli
stesso aveva incoraggiato negli anni precedenti, del grande politico, del
coerente teorico. Ora è il culto del patriota, dello stratega che tiene testa
ai tedeschi, del generale coraggioso che non abbandona Mosca. Spunta
o rispunta, su queste basi, un filosovietismo che penetra tra la gente sem-

’ Churchill, La seconda guerra mondiale cit., parte III, vol. II, p. 15.
Una guerra ideologica e due campi 161

plice, i lavoratori, gli intellettuali, gli uomini di Stato alleati. Quanto ai


militanti comunisti, «scatta subito il riflesso di incondizionata solida­
rietà con l’Urss» La nuova svolta è accettata con entusiasmo e praticata
con determinazione.
Il problema è l’azione, l’obiettivo diventerà quello della lotta armata.
Come suscitarla e svilupparla? Si tratta di una grande novità per una se­
rie di partiti — da quello francese a quello ceco, da quello jugoslavo a
quello greco - i quali, seppure si trovino in clandestinità da lustri o da
anni e mesi, hanno poca o punta esperienza «militare» e tanto meno par-
tigiana, si sono formati in una tradizione del movimento operaio che
ripudiava il terrorismo ideologicamente e in qualche caso aveva le sue
radici nel pacifismo della II Internazionale. L’attacco all’Urss segna per
ciascuna di queste forze un richiamo brusco a un impegno inedito.
Vi è stato, con il dopoguerra, un particolare sforzo da parte delle di­
rezioni dei vari partiti comunisti nel rammentare che già prima del 22
giugno essi si erano messi sulla strada di una resistenza all’occupante, di
un appello antifascista. Ed è provato che, in effetti, proprio i partiti co­
munisti i quali meglio sapranno battersi nella guerra di liberazione han­
no dato segni di ripresa e di vitalità tra la fine del 1940 e la primavera
del 1941. Il Pcf, nonostante sia bersagliato dalla polizia di Pétain (si con­
tano 18 000 detenuti politici a Vichy, col marzo del 1941, la maggior
parte dei quali sono comunisti), ha cominciato a ricomporre le sue fila
nella clandestinità, diretto da Jacques Duclos, da Benoît Frachon, da
Pierre Sémard, sta creando una rete efficace di agitatori, soprattutto nel­
la classe operaia del Nord (vi è uno sciopero imponente, della durata di
una decina di giorni, nel Pas-de-Calais, in maggio), ha già dato vita ai
primi nuclei armati, spesso adoperati in sostegno delle lotte operaie im­
provvise: sono i militanti della «Organisation speciale», base di quei
gruppi valorosi di «Francs-tireurs et partisans» che saranno i primi, e
per molto tempo gli unici, combattenti partigiani nella Francia occupata
e in quella «libera» ’. Con il 15 di maggio del 1941 il Pcf ha lanciato un
appello per la costituzione di un «Fronte nazionale di lotta per l’indipen­
denza della Francia» rivolto in primo luogo contro il governo collabora­
zionista anche se ormai il tema dell’«oppressione nazionale» è presente
nella propaganda comunista francese. Il Pcf, proclamandosi la forza es­
senziale della liberazione nazionale, non manca di dichiarare che la Fran­
cia non può rassegnarsi a diventare una «colonia nazista»
Così, il Partito comunista jugoslavo è stato assai attivo nelle manife-

• agosti, La Terza Internazionale cit., Ili, 2, p. 1179.


’ Cfr. Charles TiLLON, Les Ftp, Paris 1962, pp. 72-126.
10 duclos, Mémoires cit., Ili, pp. 122-46.
IÓ2 Capitolo quattordicesimo

stazioni che, alla fine di marzo, hanno fatto cadere il governo filonazista,
può contare su 8000 militanti (di cui 3000 sono ancora in prigione) e su
giovani quadri audaci e combattivi, fa propaganda tra i soldati jugoslavi
affinché non si diano in massa prigionieri dei tedeschi invasori ma passi­
no alla macchia, forma un proprio comitato segreto di guerra, sotto la
direzione del suo segretario generale Tito: si sta, insomma, attrezzando
per una resistenza militare e recluta nuovi aderenti (da 8000 si passa a
12 000 nel giro di poche settimane)
Neppure il Partito comunista greco è rimasto inerte. Esso ha trovato
un terreno di collaborazione con altri gruppi politici negli stessi intensi
mesi della guerra condotta contro gli italiani né si rassegna all’occupa­
zione italo-tedesca. Attraverso questa esperienza - cost come accade in
Jugoslavia - si fanno luce nuovi quadri dirigenti, affluiscono nuove leve,
si raccolgono armi, si costituiscono i primi gruppi «d’orientamento». È
stato giustamente notato che questi elementi nuovi, che rinnovano lo
stesso Comitato centrale,
non hanno potuto pienamente rendersi conto di tutte le implicazioni del patto
russo-tedesco, sia perché sono rimasti a lungo nei campi di concentramento delle
isole, sia perché hanno dovuto condurre una lotta clandestina contro la polizia
greca: se il patto suscita un certo turbamento nelle loro coscienze, essi attribui­
scono un peso molto maggiore ai problemi interni, in questo caso l’occupazione
del paese, che non agli affari internazionali e ai dibattiti sulla «guerra imperia­
lista». Di qui la posizione che assumono fin dalla primavera del 1941 e i pro­
dromi di un’agitazione che, come in Jugoslavia, assumerà maggiore ampiezza con
lo scoppio delle ostilità tra la Germania e l’Unione Sovietica 11
12.
Potremmo già dunque segnare una tendenza dinamica, una pressione
delle cose: laddove è rimasto un minimo di organizzazione illegale dei
Pc nei paesi occupati, lo stimolo a lottare contro gli occupanti in difesa
degli operai e dei contadini, il cui tenore di vita è bersagliato, la cui pos­
sibilità di azione rivendicativa è resa impossibile dalle condizioni di ser­
vitù in cui versano, spinge a infrangere lo schema della «neutralità», spo­
sta l’asse propagandistico e agitatorio scelto con il 1939-40. Ma deve
arrivare il 22 giugno 1941 perché si abbia un vero e proprio salto di qua­
lità (nell’azione da quando ci si riesce, nell’intenzione subito). Le situa­
zioni nazionali sono molto diverse le une dalle altre e continueranno a
mostrare questa diversità. Al tempo stesso si tenga sin d’ora presente
che, immersi in una lotta clandestina di liberazione paese per paese, i
comunisti godranno perciò stesso di una relativa autonomia dalla centra­
le internazionale e saranno indotti dalle circostanze della lotta, dalla sua

11 Storia della lega dei comunisti della Jugoslavia cit., p. 363.


12 levy, Il socialismo nell’Europa di Hitler durante la seconda guerra mondiale cit., p. 588.
Una guerra ideologica e due campi 163

asprezza, dal tipo di alleanze che riescono o non riescono a saldare, a in­
terpretare a proprio modo una direttiva generale.
Essa, in ogni caso, arriva e arriva subito. Ne abbiamo un segno certo
attraverso i rapporti con il Pc jugoslavo che sono gli unici, tra l’altro,
che rimarranno stabili, e documentati, nel corso della guerra. Poche ore
dopo l’attacco nazista all’Urss, lo stesso 22 giugno, Dimitrov invia un
messaggio segreto a Tito, che suona cosi: «Tenete presente che, nello
stadio attuale, è in questione la liberazione dall’oppressione fascista e
non quella della rivoluzione socialista» 13. 14
L’impostazione politica, come quella militare, sono precisate in due
successive comunicazioni, tra il 22 giugno e il 1° luglio. La prima dice:
La causa della difesa dell’Urss è simultaneamente la causa della difesa dei
popoli occupati dalla Germania. È necessario assolutamente che prendiate tutte
le misure per sorreggere la giusta lotta del popolo sovietico. Sviluppate un mo­
vimento sotto lo slogan del fronte unico nazionale e internazionale contro i bri­
ganti fascisti italiani e tedeschi... ".

La seconda reca:
È scoccata l’ora in cui i comunisti devono scatenare una guerra aperta con­
tro l’invasore. Organizzate senza perdere un minuto reparti di partigiani. In­
cendiate le fabbriche addette alla produzione bellica, i magazzini di combusti-
bile, gli aeroporti; demolite ferrovie, centrali telefoniche, impedite il trasporto
di truppe e munizioni (e materiale bellico in genere). Organizzate i contadini e
aiutateli a nascondere il grano, a portare il bestiame nelle foreste. È indispensa­
bile usare tutti i mezzi per terrorizzare il nemico, farlo sentire come in una for­
tezza assediata 1S.

13 Cfr. Stephen clissold, Yugoslavia and the Soviet Union, 1939-73. A documentary survey,
Oxford 1975, p. 318.
14 Cfr. Milorad M. DRACHKOVITCH, The Comintern and the Insurrectional Activity of the Com­
munist Party of Yugoslavia in 1941-1942, in The Comintern Historical Highlights cit., p. 192.
15 Ibid., p. 193.
Capitolo quindicesimo
Sotto le bandiere dell’unità nazionale

Prima ancora che sia istituito dagli Alleati occidentali il famoso «Psy­
chological Warfare Branch», il Komintern si trasforma in qualcosa di
analogo: un enorme ufficio addetto alla propaganda radiofonica di guer­
ra. Tutta la macchina dell’apparato viene utilizzata a questo scopo. Al­
l’inizio ha luogo una riunione del Segretariato nella quale si decide la
costituzione di un comitato composto da Dimitrov, Togliatti e Manuil'-
skij, «incaricato della direzione quotidiana di tutto il lavoro» ‘. La troika
si scompone presto: Manuil'skij passa agli organi di direzione politica
dell’esercito sovietico, Dimitrov lascerà a Togliatti i compiti piu pesanti
di organizzazione di tutto il lavoro radiofonico. Si mandano in onda ven-
tiquattr’ore su ventiquattro notiziari, commenti, informazioni, in diciot­
to lingue: tedesca, polacca, ceca, slovacca, bulgara, serba, slovena, spa­
gnola, francese, italiana, ungherese, ecc. Con il mese di ottobre del 1941
l’apparato si trasferisce a Ufa, capitale della repubblica dei Baschiri (un
centro di mezzo milione di abitanti, ai piedi degli Urali), dove viene in­
stallata una potente radio-emittente. A detta di un suo fedele collabora­
tore italiano, le cose si svolgevano cosi:
Togliatti era il capo unico del Komintern, ormai ridotto a un esercito di pro­
pagandisti che inondava l’etere di parole d’ordine, di argomenti polemici, di
articoli che demolivano la propaganda nazifascista. Dimitrov e Manuil'skij si
erano piazzati a Kujbysev vicino agli organi dello Stato e raramente facevano un
salto nella capitale della Baschiria. Ormai la macchina funzionava quasi auto­
maticamente: la linea politica tracciata era chiara e doveva avere lunga durata;
l’ascolto delle radio nemiche era basato su dei turni regolari dei collaboratori; le
letture delle informazioni occupavano quasi sempre le prime ore del mattino;
poi tutti a scrivere, salvo gli speakers che si limitavano a ripassare il testo. Pri­
ma delle cinque consegna a Togliatti della stesura definitiva della trasmissione.
A volte era molto soddisfatto, altre meno, ma in generale era contento del no­
stro lavoro di gruppo1 2.

1 Storia dell’Internazionale comunista edita dal Cc del Pcus cit., p. 486.


2 cerreti, Con Togliatti e con Thorez cit., p. 276.
Sotto le bandiere dell’unità nazionale 165

Questo esercito di propagandisti, in effetti, lavora bene. E le notizie,


le idee che sparge per 1’«etere» inondato diventeranno per le organizza­
zioni comuniste clandestine materia di volantini, bollettini d’informazio­
ne, veicolo di agitazione sui luoghi di lavoro, tra la gente. Le trasmissioni
di radio Mosca si indirizzano a tutti, all’«uomo della strada», cosi come
quelle di radio Londra, anch’esse efficaci (e assai più ascoltate in Occi­
dente). Il tono delle due emittenti non è molto differente. Da entrambe
le reti risuona il richiamo patriottico ai valori di libertà e di indipendenza
nazionale, l’esaltazione dell’alleanza dei «popoli liberi». Da radio Mosca,
semmai, giunge l’incitamento più netto all’azione partigiana.
Non si possono certo trasformare nell’etere le sconfitte in vittorie.
La migliore propagandista resta dunque l’Armata rossa e quando, come
ancora nella durissima estate del 1942, riprende l’avanzata tedesca e la
guerra all’Est si rivela dall’esito tutt’altro che scontato (anzi, esso torna
ad essere compromesso) mentre i giapponesi conquistano mezza Asia e
il secondo fronte appare quasi una chimera, esasperando i rapporti tra
Stalin e Churchill, allora gli incitamenti che provengono da Ufa sembra­
no farsi più evanescenti. Nulla sarebbe infatti meno aderente alla verità
storica della rappresentazione trionfale di un processo che pure porta ad
accrescere enormemente, agli occhi di milioni e milioni di uomini, il pre­
stigio di Stalin e dell’Urss. Sono invece proprio le vicissitudini della guer­
ra guerreggiata, le ansie e i dubbi, le tensioni che precederanno l’aper­
tura del secondo fronte, a tradursi concretamente in una nuova situa­
zione storica che muterà i termini del rapporto tra grandi masse e « guer­
ra patriottica».
L’acuirsi del conflitto farà anche saltare quell’internazionalismo di
facciata che era stato proclamato al congresso del Partito bolscevico del
1939 quando Stalin aveva posto la solidarietà dei lavoratori dei paesi
capitalisti tra i punti di forza dell’Urss. Ora la realtà è amara. Lo è per
quanto concerne anzitutto la classe operaia tedesca. Conta poco che il
Pc della Germania, cioè Pieck e Ulbricht, chiami i lavoratori tedeschi a
«lottare per l’abbattimento della cricca hitleriana» e rivendichi i «nobili
sentimenti e le migliori tradizioni del nostro popolo»3. Conta assai di
più il fatto che i tedeschi combattono invece con fanatismo e spargono il
terrore. All’inizio un senso di isolamento rispetto al mancato moto di
solidarietà da parte dei lavoratori europei è largamente avvertito dal po­
polo sovietico. Ha scritto Giuseppe Boffa:
Una propaganda elementare nel suo trionfalismo aveva lungamente assicu­
rato che, qualora un paese avesse attaccato l’Urss, i lavoratori sarebbero insorti.

3 II testo dell’appello, in data 24 giugno 1941, in «World News and Views» del 26.

12
166 Capitolo quindicesimo

In particolare lo si era detto per la Germania. Ora, invece, tedeschi, finlandesi,


italiani, ungheresi e romeni combattevano nell’Urss - e vi erano tra loro non
pochi lavoratori - senza che nessuno si ribellasse *.
L’odio per gli occupanti, l’odio per i tedeschi, diventa una compo­
nente essenziale della reazione morale del popolo sovietico e i giornali
la riflettono. Il'ja Ehrenburg, tra i piu efBcaci corrispondenti di guerra,
arriva a scrivere:
Noi ricordiamo ogni cosa. Noi, adesso, sappiamo. I tedeschi non sono esseri
umani. Ora la parola «tedesco» è diventata la piu orrenda bestemmia. Non par­
liamo, non indigniamoci, uccidiamoli. Se non uccidiamo i tedeschi, i tedeschi ci
uccideranno. Deporteranno la nostra famiglia e la tortureranno in quella loro
maledetta Germania. Se hai ammazzato un tedesco, ammazzane un altro. Nulla
vi è di piu allegro che i cadaveri tedeschi45. 6 7
E il poeta Surkov pubblica sul giornale dell’esercito, «Stella rossa»,
questi roventi versi:
La casa mia fu lordata dai prussiani
L’ebbro loro riso offusca la mia mente
E con queste mie mani
io voglio strangolarli uno per uno4.
Pur senza assumere punte di sciovinismo né smarrire la coscienza del­
la dimensione antifascista, ideologica della lotta, l’orgoglio patriottico
del popolo russo cresce nel crogiolo della guerra e si unisce anche alla
esaltazione del comune destino dei popoli slavi (che piu soffrono dell’oc­
cupazione da parte di quei «teutoni» che li considerano appunto razze
inferiori, da schiavizzare). L’Urss si sacrifica anche per gli indifferenti,
pensano i suoi figli, e tanto più lo penseranno quanto piu ritarderà l’aper­
tura del promesso «secondo fronte».
Tra gli indifferenti non si possono collocare certo i militanti comuni­
sti degli altri paesi. Le loro file si sono assottigliate nel 1939-41 per una
crisi che già abbiamo considerato. La risposta di solidarietà non manca
però da parte di nessun partito comunista in Europa e altrove. Quanto
ai rapporti diretti di ciascuno di questi partiti con l’Urss in guerra, con la
Centrale, dislocata tra Kujbyscv e Ufa, essi saranno intermittenti, diffi­
cili, episodici, soprattutto per quelli operanti nei paesi occupati dal ne­
mico. I contatti li tiene personalmente Georgi] Dimitrov, in particolare
con il partito jugoslavo, quello francese, quello ceco ’. Dimitrov, l’uomo
del VII congresso, dei Fronti popolari, è anche ora il piu tenace asser-

4 boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit.


5 Cfr. Alexander Werth, La Russia in guerra, Milano 1966, pp. 409-io.
6 Ibid., p. 409.
7 BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica cit., II, p. 175.
Sotto le bandiere dell’unità nazionale 167

tore della linea delle alleanze piti vaste fino ad ammonire i compagni di
questo o quel partito contro le tentazioni settarie o integralistiche che
rivelano. La direttiva generale è stata bene riassunta da François Fejtö,
ponendola in relazione con il problema piu complesso da risolvere nazio­
ne per nazione: quello dell’applicazione di tale linea:
Fino dall’entrata in guerra dell’Unione Sovietica, il Komintern aveva dato
come istruzione, a tutti i partiti comunisti dipendenti dalla sua autorità, di pren­
dere l’iniziativa d’un raggruppamento nazionale dei partiti e dei movimenti di
resistenza o di aderire a tali raggruppamenti dove questi erano già formati senza
la sua partecipazione. All’alleanza angloamericana-sovietica avrebbe dovuto cor­
rispondere, in ogni nazione europea, un’alleanza delle forze politiche estenden-
tesi dai comunisti fino alla destra nazionale e antitedesca '.

È quindi qualcosa di molto piu esteso dei fronti popolari: anche le


forze moderate, nazionalistiche, debbono concorrervi. In ombra devono
restare le differenziazioni sociali, gli aspetti programmatici relativi alle
prospettive del dopoguerra, le questioni istituzionali e territoriali. Ecco,
appunto, le motivazioni essenziali e la fonte di contraddizioni future, che
in qualche caso scoppiano presto, come sono tratteggiate dal Fejtö:
Lo scopo della politica dei fronti nazionali è stato di evitare che le rivalità
di partiti e di classi, le lotte tra tendenze pro-occidentali e pro-sovietiche tur­
bassero e indebolissero gli sforzi bellici contro il comune nemico. L’Urss voleva
dare dei pegni della sua lealtà verso lo spirito dell’alleanza, e mostrare la sua
decisione di proseguire dopo la guerra una politica di cooperazione con gli alleati
capitalisti, impedendo che la resistenza si trasformasse in guerra civile e in rivo­
luzione. In cambio, gli anglo-americani dovevano fare pressione sui loro amici
nazionalisti, affinché ammettessero in seno alla resistenza i rappresentanti co­
munisti.
La formula era interessante; la borghesia ne traeva profitto in Francia e in
Italia; fu applicata con successo dall’emigrazione cecoslovacca. Ma la sua appli­
cazione incontrò, fin dall’inizio, le piu grandi difficoltà nei paesi dove prima
della guerra, il comuniSmo era stato messo al bando della società dai regimi
autoritari. In questi paesi i sentimenti nazionalistici che animavano la resistenza
contro la Germania contenevano anche una punta antisovietica; i capi della resi­
stenza respingevano ogni idea di cooperazione con i comunisti nei quali vedeva­
no semplicemente degli agenti dell’Urss. Altrove i comunisti si sentivano suffi­
cientemente forti da fare a meno dei nazionalisti di destra... ’.

È un arco molto ampio di tempo quello qui considerato dal Fejtö e vi


è una certa qual sommarietà nell’indicare una dialettica pur reale. Non
solo, ad esempio in Polonia, e per altri aspetti in Grecia e in Romania
e in Ungheria, esiste una «punta» e piti di una punta antisovietica in for-

8 fejtö, Storia delle democrazie popolari cit., pp. 64-65.


’ Ibid., p. 63.
168 Capitolo quindicesimo

ze nazionaliste o monarchiche ma anche in Francia (e, del resto, in In­


ghilterra) il solco apertosi nell’agosto del 1939 non sarà del tutto col­
mato; in Jugoslavia è presto addirittura guerra tra partigiani comunisti
di Tito e i cosiddetti cetnichi del colonnello Mihajlović, legati al governo
del re emigrato. Ma vediamo come si presenta il quadro nei punti cru­
ciali, quelli che all’indomani del 22 giugno del 1941, o nel corso del
1942-43, diverranno un nuovo banco di prova del movimento comuni­
sta. Che la «direttiva» del Komintern venga seguita non è in discussio­
ne; come essa si applichi e quale fortuna sia destinata a raccogliere è un
altro paio di maniche. Se partiamo dal Pcf, qui riscontriamo l’applicazio­
ne più letterale dell’orientamento nuovo, con toni impegnativi. Il Parti­
to comunista francese proclama che per esso «non vi è differenza alcuna
tra comunisti, socialisti, radicali, cattolici o seguaci di De Gaulle». «Per
noi - esso dice - esistono soltanto dei francesi che si battono contro Hit­
ler» “. L’appello solenne a tutti i francesi suona cosi:
Il popolo di Francia comprende la necessità di unirsi contro l’invasore hitle­
riano e ormai comunisti e gaullisti, atei e credenti, operai e contadini, intellet­
tuali e popolo di ogni condizione, decisi a liberare la Francia hanno il dovere di
lottare fianco a fianco. Lo devono capire i militanti comunisti i quali, ovunque,
nell’officina, in città e in campagna, devono mettersi al lavoro per costituire co­
mitati di Fronte nazionale per l’indipendenza della Francia. È la sola maniera di
essere buoni comunisti nel momento attuale. Se un membro del partito si mo­
stra avverso a certe alleanze è certo che tale ripugnanza nasconde una passività
indegna di militanti comunisti in un’ora nella quale tutto ci esorta alla lotta 10
11.

Si usa già un argomento che la resistenza comunista impiegherà spes­


so, in Francia come in Italia: il settarismo, la riluttanza a collaborare con
non comunisti maschera semplicemente opportunismo attendista se non
viltà. Gli appelli dei comunisti francesi all’unità sono particolarmente
fervidi nei confronti dei cattolici e dei «gaullisti» patrioti. Il «diserto­
re» Maurice Thorez vorrebbe addirittura essere accolto a Londra da De
Gaulle ma la richiesta, che pare appoggiata da Stalin, trova, più che fred­
di, ostili sia Churchill quanto De Gaulle12. Questi non ha perso tempo
nel gettare le basi politiche del Comitato per la Francia libera, attento a
includervi anche quei socialisti superstiti dello sgretolamento della Sfio
del 1940.
Il Pcf resta politicamente isolato per lungo tempo. E la creazione del
Fronte nazionale non procede nel 1942, gli interlocutori politici sono
difficili da individuare all’interno del paese; sia nella Francia occupata

10 Dal manifesto del 14 luglio 1941 riprodotto in «World News and Views» del 16.
11 Notre politique, in «Les Cahiers du bolchevisme», numero del 20 e 30 trimestre 1941, p. 8.
12 cerreti, Con Togliatti e con Thorez cit., p. 271.
Sotto le bandiere dell’unità nazionale 169

dai tedeschi sia in quella cosiddetta libera dove Lavai, poi Darlan poi
ancora Lavai si succedono alla testa di un regime sempre piu compro­
messo con il nazifascismo, la «Résistance» opera come «esercito dell’om­
bra» che dovrà entrare in azione solo al momento opportuno. I comuni­
sti, impegnati con i loro «Francs-Tireurs» in colpi di mano, sabotaggi,
guerriglia urbana, non riescono a creare un clima tale da rendere l’occu­
pazione esasperata. Molta indifferenza, spirito di attesa, doppiogiochi­
smo, caratterizzano buona parte dell’opinione pubblica, anche se le con­
dizioni dei lavoratori diventano piti dure e il Pcf si rivela ben organizzato
nelle fabbriche.
Il partito si batte da solo. Nessun raggruppamento della Resistenza l’ha se­
guito sulla via degli attentati individuali e ancora meno su quella della lotta ar­
mata generalizzata e della guerriglia. I rapporti con i gaullisti sono inesistenti13. *

Il Pcf aveva attaccato aspramente De Gaulle nel 1940. Ora l’unione


non soltanto con i gaullisti ma con il loro capo, autorevole e autoritario,
conscio della sua missione di liberatore della Francia, non è facile, deve
passare attraverso una subordinazione nei suoi confronti. I sovietici al­
lacciano presto buone relazioni con De Gaulle a Londra; per i comunisti
francesi, questione Thorez a parte, il Generale rappresenta un problema
quasi insolubile. Egli stesso, nelle sue memorie di guerra, parla in questi
termini di loro:
Io volevo che servissero. Per battere il nemico, non c’erano forze che non
andassero impiegate e ritenevo che le loro forze avrebbero avuto molto peso, in
quella specie di guerra imposta dall’occupante. Ma era necessario che lo faces­
sero come parte del tutto e, a dirla chiara, sotto la mia disciplina. Facendo molto
affidamento sulla forza del sentimento nazionale e sul credito datomi dalla mas­
sa, ero deciso senz’altro a garantire loro un posto nella resistenza francese, per­
sino un giorno nella direzione di essa. Ma lo ero altrettanto a non lasciarmi mai
prendere la mano, superarmi, mettersi alla testa “.
Fino allo sbarco angloamericano in Africa settentrionale (novembre
1942) la situazione politico-militare non muta molto. La lotta armata dei
comunisti francesi è eroica, migliaia e migliaia di militanti e alcuni dei di­
rigenti piu prestigiosi, tra cui Gabriel Péri (ex redattore-capo de «L’Hu­
manité»), cadono sotto i colpi del nemico; l’influenza del Pcf nella classe
operaia e tra gli intellettuali progressisti aumenta; il fossato non è col­
mato con le altre componenti della Resistenza. Blum pone a De Gaulle
un problema ancora del tutto insoluto: che posto avranno i comunisti
in una Francia libera, sotto la guida del generale? E tende a rispondere

13 courtois, Le Pcf dans la guerre cit., p. 261.


“ Charles de gaulle, Memorie di guerra. L’appello: 1940-42, Milano 1954, P- 283.
170 Capitolo quindicesimo

con un altro quesito che si farà generale dopo il 1944-45: «Il comuni­
Smo cesserà di essere un corpo estraneo in Francia nella misura in cui
l’Urss cesserà di essere un corpo estraneo in Europa»1S. 16
Per il Pc italiano il discorso è diverso sin dall’inizio. Esso nell’estate
del 1941 riesce a compiere quel passo iniziale di riorganizzazione che
darà frutti impensati in breve tempo. Umberto Massola, uno dei suoi di­
rigenti in contatto con Togliatti, giunge clandestino in Italia e riforma il
Centro interno cominciando da Milano e da Torino “. Intanto a Tolosa,
nell’ottobre del 1941, tra alcuni dirigenti emigrati del Pei, del Psi e di
«Giustizia e Libertà», si firma un documento che già prefigura la piatta­
forma del futuro Comitato di liberazione nazionale. I rappresentanti dei
partiti di sinistra si rivolgono a tutte le correnti democratiche, cattoli­
che, liberali, «a tutti coloro che non vogliono più oltre sopportare la ter­
ribile responsabilità del governo fascista»17. 18 ampiezza dello schiera­
L’19
mento non deve però - pensano gli uomini della sinistra italiana - an­
dare a scapito del significato innovatore dell’alleanza:
La rivoluzione antifascista non può essere solo politica ma deve essere anche
sociale. Essa deve sopprimere le basi sociali e politiche del fascismo, che sono
le basi permanenti di ogni reazione. Con il fascismo propriamente detto devono
essere colpite la monarchia e la grande borghesia industriale, agraria, bancaria e
commerciale ”.

Il problema diviene quello di agire nel paese. Il grave ritardo nella


presenza attiva tra le masse e nell’opinione pubblica dell’antifascismo
militante non sarà colmato prima dell’armistizio dell’8 settembre del
1943. Ma il Pei riuscirà, non di meno, a creare un fatto nuovo, sensa­
zionale, nel marzo del 1943:3 organizzare - artefice principale quel Mas­
sola già ricordato ” — forti scioperi operai a Torino e a Milano: gli unici
scioperi di massa che abbiano luogo in un paese fascista od occupato nel
corso di questi anni; essi sono il primo segno della disgregazione del re­
gime fascista, un campanello d’allarme per tutta la classe dirigente ita­
liana, una svolta nel peso effettivo del Pei sulla società civile e politica.
Il Pc britannico, oggetto del sarcasmo di Churchill, non si limita

15 LACOUTURE, Léon Blutìl cit., p. 484.


16 Cfr. Umberto massola, Memorie 1939-41, Roma 1972, pp. 90-93.
17 Unione del popolo italiano per l’indipendenza, la pace, la libertà, in «Lettere di Spartaco»,
numero speciale, ottobre 1941, ora in II comuniSmo italiano nella seconda guerra mondiale, Roma
1963, P- 162.
18 GIORGIO AMENDOLA, Marsiglia 1942, in «Rinascita», a. xxu, n. 12, 20 marzo 1942, ora in id.,
ComuniSmo, antifascismo, resistenza, Roma 1967, P- 221.
19 Umberto massola, Marzo 1943 ore io, Roma 1963, PP- 7-78. Cfr. anche, sul significato degli
scioperi, paolo spriano, La grande spallata del marzo 1943, in id., Sulla rivoluzione italiana, Torino
1978, pp. no-19; Giorgio Vaccarino, Gli scioperi del marzo 1943, in Problemi della Resistenza ita­
liana, Modena 1966, pp. 148-64.
Sotto le bandiere dell’unità nazionale 171
- ma lo farà insistentemente20 — a richiedere il «secondo fronte», bensì
cerca di mobilitare i lavoratori inglesi, gli operai organizzati su cui con­
serva un’influenza, perché si intensifichi la produzione bellica. Il Pc della
Gran Bretagna fa appello ai popoli coloniali, in particolare a quello in­
diano, perché comprendano l’esigenza di costituire «un grande fronte
unico per la sconfitta di Hitler»21. Anche quello americano — staccatosi
formalmente alla fine del 1940 dalla III Internazionale22, ma impegna­
tissimo a suscitare un generale movimento di simpatia nei confronti del-
l’Urss tra i democratici americani - si muove nello stesso senso di quello
inglese. La sua penetrazione è più capillare di quella del Pc britannico.
Earl Browder è ascoltato a Mosca, guida un lavoro di fiancheggiamento
notevole, ha influenza determinante sui partiti comunisti e di sinistra
dell’America latina, dal Messico a Cuba, dall’Argentina al Brasile: tutti
impegnati nella costituzione di Fronti nazionali, nella propaganda della
Grande Alleanza antifascista23.
In Jugoslavia abbiamo l’esempio di un partito comunista che è il pri­
mo — e come tale verrà spesso portato ad esempio — a impegnarsi in una
efficace guerriglia e al tempo stesso creerà problemi politici e preoccupa­
zioni diplomatiche per il suo scontro con i monarchici e vari movimenti
nazionalisti nelle regioni del paese. Fin dal 27 giugno del 1941 si costi­
tuisce il «Comando supremo dei distaccamenti partigiani di liberazione
popolare», comandante Tito. A luglio cominciano scontri armati contro
i soldati tedeschi e italiani occupanti in Serbia, Montenegro, Bosnia ed
Erzegovina, Croazia e Slovenia. Il carattere della guerra partigiana jugo­
slava è già quello di una guerra di insediamento, anche se mobilissima,
soggetta ad avanzate e ritirate, alimentata da focolai insurrezionali nelle
campagne e da azioni di guerriglia nelle città. Verso la fine del 1941 i
distaccamenti partigiani comunisti contano 80 000 combattenti armati.
Nel corso del 1942 un quinto del territorio nazionale viene liberato dal­
l’esercito di liberazione nazionale e i combattenti saliranno di anno in
anno nonostante che i caduti siano numerosissimi: i partigiani sono cal­
colati a 150 000 nel 1942, a 300 000 nel 1943 e arriveranno nel 1944 a
circa mezzo milione, in un paese che conta appena 13 milioni di abi­
tanti24. Periscono 305 000 combattenti, di cui circa 50 000 membri del
partito.

20 CanWe Invade Europe?, in «World News and Views», i” novembre 1941.


21 TheCommon Defence of the British and Soviet People, ivi, 23 giugno 1941.
22 STAKOBiN, American Communism in crisis cit., p. 45.
Cfr.
23 Saverio TUTINO, L’ottobre cubano, Torino 1968, pp. 158-83. Più in generale cfr. R. j.
Cfr.
Alexander, Communism in Latin America, New Brunswick 1957 e M. lowy, Le marxisme en Amé­
rique latine, Paris 1980.
24 J. marianović, Guerra popolare e rivoluzione in Jugoslavia, Milano 1962, pp. 33-99.
172 Capitolo quindicesimo

Un processo di radicalizzazione politica e sociale va di pari passo con


l’intensificarsi della guerra partigiana. Battuti i cetnici, sviluppata una
linea che supera e travolge le «avvertenze» diplomatiche del Komintern,
i comunisti jugoslavi si orientano verso la creazione di veri e propri or­
gani di potere rivoluzionario, fondamento di una nuova organizzazione
statale. Essa è naturalmente soggetta alle mutevoli condizioni della lotta
e si svilupperà fortemente solo con il 1943, in specie dopo l’armistizio
italiano, ma sin dal 1942 si costituisce il Consiglio antifascista di libera­
zione popolare della Jugoslavia (Avnoj). E la dichiarazione che esso ema­
na nel novembre del 1942 è già il segno di una scelta che avrà grandi
conseguenze:
La nostra vittoria sarà totale soltanto quando i nostri popoli si sentiranno
sulla loro terra liberata veramente liberi e padroni; quando da soli, tramite i
propri comitati popolari di liberazione liberamente eletti, grazie al lavoro soli­
dale di tutti e all’organizzazione di tutti i settori della nostra economia popolare,
potranno garantire tutte le condizioni necessarie per un ordinamento sociale che
offrirà loro la possibilità di realizzare una democrazia vera e giusta ed edificare
una comunità libera, indipendente e fraterna

Non è un caso ma una regola che i movimenti partigiani destinati a


svilupparsi maggiormente siano quelli che «partono» fin dall’inizio e
tendono anche a radicalizzarsi in rivoluzioni sociali. La regola la si può
fare risalire all’esperienza della guerriglia cinese, che data dalle famose
«basi rosse» del 1931-34, ma della Cina converrà richiamare qualcosa
nel quadro dello sviluppo di quella rivoluzione che cercheremo di deli­
neare piti avanti. Il richiamo cade acconcio subito, invece, per la Grecia,
dove forme di guerriglia spontanea si sono già registrate all’indomani
dell’occupazione italo-tedesca in Tessaglia e nel Peloponneso. Altri sus­
sulti si hanno in settembre a Drama, Oxato, mentre allo stesso momento
risale la costituzione dell’Eam, il Fronte di liberazione nazionale, di cui
fanno parte il Partito comunista, quello contadino, l’Unione di demo­
crazia popolare e il Partito socialista.
Dall’Eam sgorga l’organo militare vero e proprio, l’Elas, l’esercito
popolare di liberazione nazionale, che inizia la sua attività nel febbraio
del 1942 : anche in Grecia, seppure meno che in Jugoslavia, la guerriglia
assumerà proporzioni di massa e il fronte politico, formalmente più lar­
go, sarà un fronte di sinistra, egemonizzato dai comunisti, mentre forze
monarchiche attorno al re in esilio e anche altre protette dagli inglesi
si opporranno ostinatamente a una vera e propria alleanza nazionale.
L’Elas conta nelle sue file 6000 combattenti alla fine del 1942; nell’apri-

25 Storia della Lega dei comunisti della Jugoslavia cit., p. 444.


Sotto le bandiere dell’unità nazionale 173

le del 1943 12 000, nell’autunno dello stesso anno 33 000 e al momento


della liberazione 73 000 uomini. Si hanno anche scontri contro un altro
gruppo di resistenza, l’Edes (la Lega greca nazionale repubblicana) ”.
Già da questi casi ci si rende conto come la formula dell’unità nazio­
nale sia di difficile applicazione nel momento in cui deve tradursi in azio­
ne partigiana. E i rapporti politici dell’Urss, come della Gran Bretagna,
con i rappresentanti legittimi dei paesi invasi dai tedeschi o dagli italiani,
le questioni in sospeso dell’influenza occidentale o sovietica in questa
o quella zona, non sono meno importanti — spesso lo sono di piu - del­
l’interesse militare che può rivestire la guerriglia partigiana: quell’in­
tervento non è mai stato tale — non scordiamolo - da condizionare vera­
mente i rapporti di forza tra le due grandi coalizioni nemiche della se­
conda guerra mondiale. Si veda, in proposito, il caso polacco. Esso è un
caso nazionale e politico, prima che militare.
Il nodo della Polonia è intricatissimo. Da un canto c’è l’avversione
profonda e generalizzata nel popolo polacco per la Russia; viene da lon­
tano, si è rinnovata negli anni venti, si è alimentata ulteriormente per le
vicende del 1939 e la spartizione tedesco-sovietica del paese. Dall’altro,
non esiste neppure piu un partito comunista, per clandestino che esso
debba restare, essendo stato sciolto, come sappiamo, sin dall’estate del
1938. A Stalin ora giova che esso risorga. Intanto egli ha riconosciuto
il governo Sikorski in esilio e stipulato con lui - che ha ricevuto a Mosca
nel dicembre del 1941 - un accordo generico. I sovietici consentono che
si formi un contingente armato polacco di circa 70 000 uomini reclutati
tra i prigionieri della guerra rei 1939. Ma esso non combatterà sul fron­
te orientale. Guidato dal generale Anders verrà «passato» agli inglesi,
attraverso l’Iran, e sarà impiegato, del resto assai utilmente, dall’Africa
all’Italia nel 1943-43. Dalla Russia nello stesso mese di dicembre del
1941 alcuni superstiti militanti comunisti polacchi (magari già internati
in campi di concentramento) vengono paracadutati in Polonia. All’inizio
del 1942 si rifonda, chiamandolo pudicamente «partito operaio», il Pc
polacco. I dirigenti, tornati avventurosamente in patria, si uniscono a
quei pochi rimastivi, che si riorganizzano a Cracovia, a Lodž, a Varsa­
via27: Gomulka è tra loro. Si dà vita a un’organizzazione armata di resi­
stenza, la Gwardia ludowa (guardia popolare). Marceli Nowotko, il pri­
mo segretario del nuovo partito, cadrà quasi subito, fucilato dai tedeschi.

“ Cfr. antonio solaro, Storia del Partito comunista greco, Milano 1973, P. 113. Cfr. anche
andré KEDROS, Storia della Resistenza greca, Padova 1968, pp. 96-141 e David philips, La guerra
civile in Grecia, in aa.vv., Storia del mondo contemporaneo, Milano 1971, V, pp. 239 sgg.
27 vaccarino, Storia della Resistenza in Europa cit., I, pp. 331-53.
174 Capitolo quindicesimo

Un contatto con Dimitrov viene preso soltanto nel maggio del 194228. 29 30
I partigiani comunisti si affiancano a quelli che già hanno formato la
Armìa Krajowa (o Esercito dell’interno), un «movimento di quadri» ben
organizzato, costituito da ex combattenti, intellettuali, studenti, che si
mantiene in una posizione guardinga rispetto a una lotta di massa men­
tre comunisti e socialisti si rivelano molto attivi in mezzo alla classe ope­
raia e alla gioventù contadina Non si parla neppure di un fronte co­
mune tra le due organizzazioni, anche se esse non si ostacolano. K. S.
Karol cosi ha descritto il rapporto che si instaura tra le due ali della resi­
stenza polacca:
Nel gennaio del 1942 apparve già il primo appello firmato Ppr (Partito ope­
raio polacco). Per sottolineare la differenza con il vecchio partito comunista, i
comunisti avevano deciso di darsi una nuova denominazione. Il loro manifesto
era molto riservato in merito ai legami con la Russia e con il movimento comu­
nista internazionale, mentre insisteva soprattutto sulla necessità di una lotta ar­
mata immediata contro i tedeschi e dichiarava che i comunisti erano pronti a
collaborare a tale fine con tutti i gruppi antifascisti.
I dirigenti della Polonia clandestina accolsero con molte riserve questo neo­
nato della resistenza. Il patto Sikorski-Stalin non li aveva resi meno antisovietici
e anticomunisti. Che il nuovo partito si chiamasse «operaio» e si dichiarasse par­
tigiano dell’indipendenza non cambiava nulla ai suoi occhi: per loro i comunisti
erano gli agenti di Mosca e la Russia era un nemico; i negoziati intrapresi tra
Gomulka e i capi dell’Ak non poterono perciò essere condotti a buon fine. Il
partito comunista restò quindi «vietato» nella Polonia clandestina, come lo era
prima del 1939 nella Polonia di Pilsudski ”.

L’unico paese occupato dai tedeschi nel quale l’unità potrà farsi pre­
sto è la Cecoslovacchia, il «protettorato» boemo in primo luogo. Come
doveva scrivere uno dei futuri eroi della resistenza ceca, Julius Fucik, il
Pcc si era trovato, prima del 22 giugno 1941, in una profonda clande­
stinità «non solo dinanzi alla polizia tedesca ma dinanzi al paese» e final­
mente, da quel momento, «pur avendo ancora da perfezionare la sua
organizzazione clandestina contro gli occupanti, poteva però nel contem­
po manifestarsi apertamente alla nazione, stabilire contatti con i non
comunisti, rivolgersi a tutto il popolo, discutere con chiunque fosse de­
ciso a lottare per la libertà» I rapporti dell’Urss con il governo Beneš
in esilio sono buoni. Piu complessa la situazione in Slovacchia, formai-

28 Dai documenti su II movimento operaio polacco negli anni della guerra e dell’occupazione
hitleriana, pubblicati in «Novaja i novejsaia istorija», n. 5, 1964, pp. 109-25.
29 eugène DURACZYNSKi, La structure sociale et politique de la résistance anti-hitlérienne en
Pologne (1939-1944), in «Revue d’histoire de la deuxième guerre mondiale», a. xx, n. 78, aprile
1970, pp. 53-56.
30 K. s. Karol, La Polonia da Pilsudski a Gomulka, Bari 1959, p. 75-
31 Cfr. La Résistance et la Révolution. Esquisse d’histoire de la résistance tchécoslovaque de
1938 à 1945 cit., Il, in Vaccarino, Storia della Resistenza in Europa cit., I, p. 247.
Sotto le bandiere dell’unità nazionale 175
mente indipendente sotto il governo fantoccio di monsignor Tiso. Qui
i comunisti hanno una loro organizzazione autonoma sorretta dai com­
battivi minatori del paese; creano nel marzo del 1942 un «Comitato
nazionale rivoluzionario», rivelano un orientamento molto radicale in
senso classista e inneggiano alla nascita di una «Slovacchia sovietica».
Toccherà a Gottwald criticarli e ammonirli che la Cecoslovacchia è indi-
visibile e che la loro linea settaria è da correggere32. 33
Se cerchiamo di districare, da avvenimenti bellici e situazioni nazio­
nali assai differenziati, le tendenze piu generali possiamo in primo luogo
notare come lo slancio indubbio con il quale i comunisti di vari paesi si
buttano nella lotta armata crea spazi potenziali di autonomia e apre pro­
blemi di interferenza con gli interessi statuali delle grandi potenze de­
stinati ad acuirsi rapidamente. Ci sono, o dovrebbero esserci, i due tem­
pi preconizzati da Dimitrov nelle sue immediate istruzioni ai comunisti
jugoslavi e ribaditi per tutti i «reparti» del movimento comunista. Ma
come ripartirli, questi due tempi, nel corso di una situazione tesa e dina­
mica? La guerra civile, o almeno forti disparità e contrapposizioni so­
ciali si accompagnano, in ogni paese europeo, al corso della guerra sui
fronti. Vi sono forze schierate a fianco degli occupanti, vi sono gruppi
sociali inerti e rassegnati, vi sono sinceri combattenti per la libertà che
non vogliono però collaborare con i comunisti. Questi ultimi si battono,
d’altronde, per una rivoluzione socialista anche se essa non viene posta
all’ordine del giorno nei documenti ufficiali. L’interpretazione dell’unità
nazionale è soggetta, dunque, a infinite variazioni e sfumature. In alto e
in basso, ai vertici dei partiti che operano realmente nella clandestinità
e nella loro base operaia e contadina, tra i quadri intermedi che si fanno
decisivi per organizzare la lotta armata.
Le formule non sono mai state neppure nel passato tranquille e paci­
fiche indicazioni generali. È una vecchia tradizione della Internazionale
comunista che risale almeno al suo IV congresso quella di catalogare ed
ipotizzare, spesso con una casistica bizantina, le varie tappe e gli obiettivi
«intermedi» del movimento“. Nel caso jugoslavo, destinato per molti
aspetti a divenire il più significativo, proprio Georgij Dimitrov, «il non­
no», come viene indicato nei messaggi cifrati per radio, più insisterà nel
ricordare a Tito che il tempo della rivoluzione socialista verrà dopo e gli
domanderà come mai i comunisti jugoslavi non trovino alleati politici
nella guerra contro i tedeschi.
È evidente, come sempre d’altronde, che agiscono sul Komintern non

32 Cfr. ibid., pp. 253-65.


33 Cfr. paolo spulano, La tattica del fronte unico (1921-25), in aa.vv., Problemi di storia del­
l’Internazionale comunista cit., pp. 59-78.
176 Capitolo quindicesimo

solo e non tanto preoccupazioni di chiarezza ideologica, «strategica»,


quanto questioni di rapporti tra l’Urss e gli altri Stati, nella fattispecie
l’Inghilterra. L’Urss ha riconosciuto il governo del re jugoslavo in esilio
a Londra. Dimitrov nota nel marzo del 1942, come e piu che nel 1941,
che gli inglesi non hanno tutti i torti a lagnarsi che i partigiani di Tito
stiano sgombrando il campo della guerriglia da tutte le formazioni pos­
sibili rivali e che si avviino a monopolizzare la lotta. Che bisogno c’è di
chiamare la brigata partigiana «proletaria» "? Ma le ragioni della diplo­
mazia in guerra difficilmente possono prevalere quando c’è di mezzo una
lotta di popolo, per di più cosi dura e cruenta. Né sono da esagerare le
riserve del Komintern. A detta di Tito, esse sono già superate nel mag­
gio del 1942 ”. Intanto i comunisti jugoslavi allargano il fronte nazionale
socialmente attirandovi soprattutto i contadini: l’organizzazione di un
fronte di massa costruisce un modello che sarà suggestivo per altri par­
titi comunisti. Il Pcj tiene anche a battesimo il Pc albanese, nello stesso
1941-42: il suo capo, Enver Hoxha, lancia direttive analoghe per la co­
stituzione di Consigli di liberazione nazionale “.
Questa tendenza si estenderà, appunto, ovunque la guerra partigiana
assumerà dimensioni notevoli. Piu in generale va anche ricordato che
essa concorre a porre in primo piano le doti più autentiche del quadro
comunista, anche laddove ci si impegna soprattutto, come in Francia, in
colpi di mano, in sabotaggi, in una ramificazione della lotta urbana nella
quale ha il suo fulcro la presenza attiva della classe operaia. L’organizza­
zione per cellule è la migliore premessa a quella di nuclei armati o impe­
gnati nel sabotaggio della produzione bellica. Eccellono in questa prova
i caratteri tipici assunti dal dirigente comunista educato alla scuola della
III Internazionale, dal «rivoluzionario di professione», per lo più di ori­
gine operaia, tempratosi in tanti anni: senso della disciplina, sicurezza
nel comando, scrupolo nella esecuzione, rigore nell’applicazione delle
norme cospirative, fiducia incrollabile nella giustezza della propria cau­
sa. Questo quadro, indottrinato a Mosca o nei vari «corsi» tipo quelli
sulla storia del Pc(b), è pronto ad ogni accortezza tattica, ma è non meno
convinto che il «secondo tempo», quello della rivoluzione socialista, de­
ve venire, che la guerra ne accelera l’avvento.
Forse il discorso può farsi piu complesso per i giovani, per le nuove
leve che si reclutano nella lotta. Ma la gerarchia del partito non viene

” II testo del messaggio in milorad m. deachkovitch, The Comintern and the Insurrectional
Activity, in The Comintern - Historical Highlights cit., pp. 206-7.
35 Cfr. KRUNO MENEGHELLO dincic, Tito et Mihailovic, in «Revue d’histoire de la deuxième
guerre mondiale», a. vin, n. 29, gennaio 1958, p. 21.
36 Enver hoxha, Resistenza e Rivoluzione, introduzione di Luciano Menegatti, Milano 1977,
P. 17.
Sotto le bandiere dell’unità nazionale 177
sconvolta in nessun paese dalla lotta partigiana, ne viene rafforzata; la
«promozione» è il risultato del prezzo della lotta, dei vuoti che si devono
colmare per le gravi perdite inflitte dal nemico. E sono i giovani parti­
giani comunisti i più animati dalla fede nella vittoria della rivoluzione.
Tale sottofondo non va scordato neppure davanti a testi e documenti
ufficiali, nei quali l’accento batte sempre sulla necessità di un fronte di
lotta ampio sulla liberazione della patria dagli invasori e si tende la mano
a chiunque sia disposto a battersi.
Parlare di sottofondo non significa necessariamente lamentare una
doppiezza. I gruppi dirigenti comunisti, cosi come i loro militanti, arri­
vano all’appuntamento della stagione dei fronti nazionali con il bagaglio
di pregiudizi e di diffidenze accumulato nelle esperienze precedenti nei
confronti delle forze democratico-borghesi o socialdemocratiche. È cosa
da non considerare meno importante anche un fenomeno che prende pre­
sto grande rilevanza. Dinanzi alla «resistenza europea», o meglio dinanzi
al consolidarsi di una componente comunista nei movimenti di libera­
zione nazionale in paesi o zone d’Europa «delicati», che diventano ter­
reno di contrastanti influenze, dalla Francia all’Italia (con il 1943), dalla
Jugoslavia alla Grecia, la «grande Alleanza antifascista» mostrerà i suoi
risvolti più bui, le sue riserve e i suoi impacci. Churchill vedrà con cre­
scente preoccupazione instaurarsi un’egemonia comunista in alcuni di
questi movimenti. Stalin non vi sarà meno attento tenendo a mente, in
primo luogo, le ragioni della sicurezza sovietica per il dopoguerra.
È quindi naturale che quel poco di dibattito interno ai vari gruppi
dirigenti che siamo in grado di conoscere si accenda attorno all’interpre­
tazione da dare dell’unità nazionale e delle intenzioni delle potenze occi­
dentali, intorno alla opportunità o meno di approfittare di favorevoli
rapporti di forza per volgere a proprio vantaggio un equilibrio di schie­
ramenti o di alleanze. Esemplare è, da questo punto di vista, la lettera
che nell’aprile del 1942 Tito invia al Comitato centrale del Partito co­
munista della Croazia, nella quale egli scrive:
Pubblicamente dobbiamo continuare a mettere l’accento sull’alleanza tra
Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti e a parlare delle due ultime po­
tenze come nostre alleate. Ma dobbiamo opporci ai loro agenti ed emissari che
lavorano all’interno del paese, cosi come combattiamo gli accoliti degli invasori
e i nemici del popolo che cercano di stroncare la nostra lotta di liberazione na­
zionale 37.

Ancora più interessante la discussione che ha luogo tra un dirigente


comunista sloveno e uno italiano nel novembre del 1942. Il primo è del­

37 Citato in F. w. deakin, La montagna piti alta, Torino 1972, p. i79-


178 Capitolo quindicesimo

l’opinione che ci sia da attendersi un inasprimento delle relazioni tra


l’Urss e la Gran Bretagna, il secondo replica che la previsione gli sembra
erronea ”, anzi l’attribuisce all’arsenale della propaganda fascista. Secon­
do l’italiano la politica di Stalin è ben piu rettilinea e meno machiavel­
lica. Piu autorevole di lui, Togliatti dice nello stesso 1942:
È un errore considerare l’attuale alleanza con le forze democratiche sincera­
mente antifasciste come l’Inghilterra, la Francia e gli Stati Uniti come qualcosa
di passeggero e di breve durata. Non dobbiamo mettere sullo stesso piano il fa­
scismo e le democrazie borghesi. Questa alleanza non è un trucco, ma risponde
alle più profonde esigenze della classe operaia

L’atteggiamento verso le forze democratiche «occidentali», verso la


democrazia politica, torna regolarmente a indicare, come un termometro,
il grado di maggiore o minore espansività del movimento comunista. Nel
1936, con il successo della politica dei Fronti popolari, la distinzione tra
fascismo e democrazia borghese spingeva verso un rinnovamento i comu­
nisti; nel 1939-41 la chiusura da campo trincerato dell’Urss si accom­
pagnava alla denigrazione della «cosiddetta democrazia». Ora la colon­
nina del mercurio risale. Togliatti si esprime nei termini surriferiti in
conversazioni confidenziali e non con prese di posizione teorico-politiche.
Quando, però, si rileggono i testi dei suoi discorsi radiofonici si riscontra
la stessa ispirazione con una certa enfasi volta a porre in primo piano
fondamenti di civiltà comune, valori universali. C’è, beninteso, la «pro­
paganda», ma c’è anche la convinzione che una guerra ideologica cosi
generale travolge schemi e idiosincrasie del passato.
Togliatti si abbandona, ad esempio, ad una esaltazione quasi ecume­
nica delle «grandi idee» che sorreggono la lotta della coalizione mon­
diale antifascista:
Se vincesse Hitler non vi sarebbe piu posto in Europa e nel mondo né per
la democrazia né per il cattolicesimo né per gli esperimenti di trasformazione
sociale di cui la Russia ha dato e dà un esempio grandioso. Per questo nessuno
può e deve stupirsi che l’Inghilterra liberale e l’America democratica aiutino la
Russia sovietica. E i cattolici non possono essere contro questo aiuto, anzi lo
debbono augurare e sollecitare. Sconfiggere la Germania e distruggere la barba­
rie hitleriana non significa altra cosa che continuare l’opera di civilizzazione del­
l’umanità che si iniziò nel momento in cui spuntò sul mondo pagano l’aurora
del cristianesimo.
In sostanza, tutta la società umana europea è fondata su tre grandi idee. La
prima è l’idea del diritto che è romana. La seconda è l’idea dell’eguaglianza e del-

38 II carteggio in Umberto massola, Una polemica tra comunisti italiani e sloveni durante l’ul­
timo confitto mondiale, in «Critica marxista», a. vili, n. 5, settembre-ottobre 1970, pp. 214-19.
39 Dal resoconto di una lezione che Togliatti tiene, nell’ottobre del 1942, a una scuola di gio­
vani comunisti, fornito in anna galiussi, I figli del partito, Firenze 1966, pp. 152-53.
Sotto le bandiere dell’unità nazionale 179
la fraternità degli uomini e dei popoli che è figlia del cristianesimo. La terza è
l’idea della nazione e della libertà di tutte le nazioni. Queste idee sono il por­
tato di una evoluzione storica secolare e contengono in germe la futura civiltà
europea *.

Si è con questa prosa assai lontani dal frasario ma anche dall’im­


pianto concettuale del marxismo-leninismo. La sostanza, però, è che dav­
vero le «grandi idee» della libertà e dell’eguaglianza animano gli uomini
della resistenza, che siano comunisti o no. E, piti ancora dell’idea di na­
zione, il radicamento nel proprio popolo come avanguardia combattente,
legata alle sorti di una lotta che è anzitutto lotta d’indipendenza, sarà il
grande fatto nuovo della stagione intrapresa dal comuniSmo europeo con
la nuova svolta del 1941. Anche qui i «livelli» da considerare sono di­
versi e presentano uno spessore umano nel mentre creano una esperienza
politica. L’amore di patria è autentico e si lega nei comunisti all’amore
per l’Urss - non si può usare altro termine - in un modo che non pare
a nessuno di loro contraddittorio.
È un tema su cui torneremo: basti, per stare al clima della resisten­
za, ricordare che le testimonianze piò alte, quelle dei condannati a morte
che inviano il loro ultimo messaggio a chi continua la lotta, registrano
da parte comunista una professione di fede che diventa un leit-motiv: si
inneggia all’Unione Sovietica e si è insieme fieri di cadere per la libertà
e la dignità della propria patria. Due casi per tutti. Il primo è quello di
Pierre Sémard, dirigente comunista, segretario della Federazione dei fer­
rovieri francesi, fucilato dai nazisti a cinquantacinque anni, il 7 marzo
1942:
Attendo la morte con calma; dimostrerò ai miei carnefici che i comunisti
sanno morire da patrioti e da rivoluzionari. Il mio ultimo pensiero è per voi,
compagni di lotta, per tutti i membri del nostro partito, per tutti i francesi pa­
trioti, per gli eroici combattenti dell’Armata rossa e per il suo capo, il compa­
gno Stalin. Muoio con la certezza della liberazione della Francia. Dite ai miei
amici ferrovieri che non facciano niente per aiutare i nazisti. I ferrovieri mi ca­
piranno, agiranno. Ne sono convinto40 41.

Ed ecco il secondo caso. È del giovane partigiano comunista italiano


Walter Fillak. Prima di morire a venticinque anni, nel febbraio del 1945,
scrive alla madre:
Molto presto sarò fucilato. Ho combattuto per la liberazione del mio paese
e per affermare il diritto dei comunisti alla riconoscenza e al rispetto di tutti gli
italiani. Muoio tranquillo perché non temo la morte42.

40 Missiroli e i cattolici d'America, ora in togliatti, Opere cit., IV, 2, p. 156.


41 duclos, Mémoires cit., Ili, x, pp. 225-26.
42 Walter fillak, Lettere dal carcere, Cuorgnè (Torino) 1975, p. 99-
i8o Capitolo quindicesimo

Sono sentimenti e convinzioni che ritroviamo per ogni paese, anche


per l’Urss, dove patriottismo e ideale socialista paiono ritrovare una loro
nuova dimensione, una freschezza ben lontana dallo stereotipo trionfa­
listico dello stile ufficiale.
Capitolo sedicesimo
Lo scioglimento del Komintern

Milovan Gilas, uno dei più stretti collaboratori di Tito, viene rice­
vuto da Stalin nel giugno del 1944: è passato piu di un anno dallo scio­
glimento del Komintern e nella conversazione Stalin tocca rapidamente
l’argomento:
C’era qualcosa di anormale, di innaturale, nell’esistenza stessa di un’assem­
blea generale comunista in un momento in cui i partiti comunisti avrebbero do­
vuto cercare ciascuno un proprio linguaggio nazionale, e combattere nelle con­
dizioni proprie d’ognuno dei loro paesi
Stalin gli fa anche intendere che il Komintern era d’impaccio alla poli­
tica estera sovietica. Ma non va al di là di spunti generici: si mostra con
i compagni jugoslavi assai solidale, ammirato della loro lotta e dei sacri­
fici affrontati, pronto a sostenerli contro gli inglesi nella questione dei
rapporti con il governo di re Pietro a Londra.
La decisione di sciogliere l’Internazionale comunista, collocata nel
suo esatto momento storico - tra l’aprile e il giugno del 1943 - è un
avvenimento minore a confronto con le grandi pagine della guerra che
allora infuria su vari fronti. Ma sia per l’importanza che doveva assu­
mere l’Unione Sovietica con il dopoguerra, sia per lo sviluppo del movi­
mento comunista internazionale nei decenni successivi, e i suoi diversi
comportamenti, sia per la generale revisione di giudizi intorno all’epoca
staliniana, è tornata poi come una questione che non cessa di appassio­
nare gli storici. Corrono, nella storiografia piu recente, due interpreta­
zioni, se non antitetiche assai diverse sulle ragioni dello scioglimento
della III Internazionale, fondata ventiquattro anni prima, nel 1919, da
Lenin. L’una, prevalentemente diplomatica, ne fa risalire la vera causa
all’assicurazione che Stalin intenderebbe cosi dare agli alleati di non vo­
lersi piu ingerire nella vita interna degli altri paesi. Sopprimere l’organiz­
zazione internazionale dei comunisti, strettamente legata a Mosca signi­
fica dunque compiere un gesto, anzi un atto concreto in quella direzione.

1 gilas, Conversazioni con Stalin cit., pp. 88-89.

13
i82 Capitolo sedicesimo

L’altra versione, che pure non ignora la dimensione diplomatica, insiste


invece sulle ragioni endogene: il Komintern è ormai un anacronismo
- «innaturale», avrebbe detto lo stesso Stalin -; ciascun partito deve
potersi muovere per l’innanzi «nel quadro del proprio Stato», come suo­
na la risoluzione ufficiale — sul cui testo torneremo — firmata il 15 maggio
del 1943 dal Presidium. Ciò significa muoversi in modo autonomo senza
avere piu il vincolo di una organizzazione centralizzata che viene supe­
rata dallo sviluppo stesso del movimento. I partiti comunisti possono in
questo modo prepararsi al periodo decisivo della guerra lavorando ad
unire più strettamente le forze patriottiche di ogni singolo paese nella
lotta attiva contro il nazifascismo.
L’unico punto non controverso nelle varie interpretazioni e sottoli­
neature è quello di chi prenda la decisione: è Stalin in persona a decidere,
a scegliere il momento e le motivazioni. Ricordandolo, lo jugoslavo Vla-
hovic insisteva sul fatto che la decisione maturava da tempo; ma soltanto
dopo la vittoria di Stalingrado sciogliere il Komintern non rischiava di
apparire un sintomo di debolezza, di resa2 (ancorché resterebbe da spie­
gare come mai, proprio nel momento in cui si apre al movimento comu­
nista internazionale una prospettiva di espansione, si decida che si tratti
di un organismo da sopprimere). Il problema è racchiuso - è vero - den­
tro i termini della «prospettiva»; è però la prospettiva della egemonia
sovietica e dei suoi alleati occidentali, quella che prevale.
In effetti, l’attenzione va concentrata su questi dati per intendere il
senso della liquidazione del Komintern. Grosso modo, potremmo indi­
carli cosi: i tre Grandi hanno ormai in cantiere un incontro diretto in
cui esamineranno sia le questioni militari più importanti sia il conten­
zioso che si proietta sull’immediato dopoguerra. La vittoria non è ancora
a portata di mano, ma sembra assicurata. A Stalin preme che gli anglo-
americani aprano finalmente il secondo fronte (la notizia che esso verrà
ulteriormente ritardato al 1944 gli giunge solo a giugno ed egli non lesi­
nerà la sua delusione a Churchill e a Roosevelt)3. Sospetti e preoccupa­
zioni non gli mancano (non finiranno gli occidentali per firmare una pace
separata con i tedeschi?) Ma il campo per un accordo ampio, un accordo
delle grandi potenze vincitrici, è vasto ed è quello che più a sta cuore
all’Urss per meglio salvaguardare la sua sicurezza futura.
Prudenze ed irrigidimenti della politica estera sovietica sono tutti

2 VELijKO VLAHOvic, La dissolution du Komintern, in «Est-Ouest», n. 216, 16-31 maggio 1939,


pp. 7-8.
3 Cfr. il « messaggio personale e segreto » a Churchill del 24 giugno 1943 e quello, precedente,
dell’ii giugno a Roosevelt in stalin-churchill-roosevelt-attlee-truman, Carteggio 1941-1945,
Roma 1965, pp. 135-38 e 503-4.
Lo scioglimento del Komintern 183

condizionati da questo orizzonte. Nell’aprile del 1943 Stalin rompe con


il governo polacco di Londra: la ragione, o il pretesto, è lo scandalo della
scoperta delle famose fosse di Katyn: l’hanno denunciato i nazisti, accu­
sando i sovietici di avere massacrato, poi seppellito in quelle fosse, mi­
gliaia di ufficiali polacchi nel 1939 (una pagina oscura sulla quale si svi­
lupperà una polemica mai chiusa, ma le fonti sovietiche non riusciranno
mai a dissipare il piu atroce sospetto) 4. Il governo Sikorski, che è tut-
t’altro che convinto si tratti di una speculazione tedesca, chiede subito
in merito un’inchiesta della Croce Rossa internazionale. Stalin replica
indignato e prende spunto dall’«offesa» per una scelta che si rivelerà
definitiva: egli vuole un governo polacco amico, è deciso ad andare sino
in fondo e poco importa se la partita in merito da giocare con gli inglesi
(Roosevelt è molto piu accomodante) sarà dura.
Ma se la questione polacca resta uno scoglio, e non sarà il solo, anche
per questo la linea sovietica è quella di un accordo a lungo respiro con
gli alleati occidentali. Lo si vedrà nelle conversazioni amichevoli che si
avranno a Teheran nel novembre del 1943. Lo scioglimento del Komin­
tern è un sintomo, un messaggio, un’indicazione dentro questa scelta. Se
non è soltanto un accorgimento diplomatico è qualcosa di piu, ma che va
nella stessa direzione: vale a dire di una politica che non solo accantona
ma scarta qualsiasi epilogo rivoluzionario della guerra promosso da par­
titi comunisti in Europa o altrove.
Alcune circostanze che di per sé contribuiscono a intendere meglio la
portata dell’episodio, piu una sanzione che un avvenimento. L’Interna­
zionale comunista — lo abbiamo ricordato - era già stata ferita a morte
dalle repressioni del 1936-38; ogni sua residua possibilità di autonomia
si è spenta con il patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939. Dissi­
patasi la cortina fumogena della fraseologia rivoluzionaria del 1939-41,
la propaganda comunista che promana dalle centrali di Ufa e di Kujbysev
nel corso del 1942 ha accentuato le parole d’ordine dell’unità nazionale
e della difesa della patria, l’esaltazione di comuni ideali di libertà e di de­
mocrazia. Chi ha guardato attentamente i periodici del Komintern di
questo periodo è stato colpito dal fatto che, tra la metà del 1941 e la
metà del 1943, quando cessò le pubblicazioni, la «Kommunisticéskij In-
ternacionale» ignorò i problemi della rivoluzione coloniale, non dedicò
un solo articolo alla Cina.
Anche il livello teorico dell’altro periodico del Komintern, «World News
and Views» fu in questi anni assai basso. Per esempio, nel corso dell’intero

4 Cfr. le osservazioni e i richiami bibliografici in boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit,, II,
pp. 181-82 e nota.
184 Capitolo sedicesimo

anno 1942, il settimanale non discusse mai il problema della rivoluzione mon­
diale, menzionò appena l’esistenza del Komintern e non pubblicò il consueto
messaggio del Comitato esecutivo per l’anniversario della rivoluzione bolsce­
vica 5. 6 7

Come vedremo, nella motivazione dello scioglimento si accentua an­


cora maggiormente il confine nazionale di ogni partito comunista, quasi
il suo «noyautage» all’interno di coalizioni patriottiche. Il modo come
la decisione è presa è però già molto significativo. C’è una riunione a
Kujbysev, il 13 maggio, a cui partecipano Dimitrov, Manuil'skij, Pieck,
Thorez, Marty, Koplernig, Kolarov, come membri del Presidium, oltre a
Ràkosi, Dolores Ibarruri, Ulbricht, Vlahovic per conto dell’Internazio­
nale giovanile e qualche altro. Non risulta presente Togliatti, né si citano
rappresentanti del Pc cinese, di quello indiano e neppure di quelli del­
l’America latina, mentre pare che sia arrivato e abbia funto addirittura
da relatore il nordamericano Earl Browder‘. Secondo la versione ufficiale
il rapporto è stato comunque tenuto da Georgij Dimitrov. La riunione
si conclude con la «proposta» di scioglimento da sottoporre alla varie
sezioni nazionali. Il documento porta la data del 15 maggio, il 22 è pub­
blicato sulla «Pravda» e l’8 giugno si è già in grado di affermare che la
proposta è stata approvata da 31 sezioni ’. Con il io giugno l’Internazio­
nale comunista viene sciolta, cosi come la sua appendice, l’Internazionale
giovanile.
Le circostanze sono indicative della fretta assai disinvolta della pro­
cedura adottata. Al VII congresso, l’ultimo dell’organizzazione, risulta­
vano affiliati 65 partiti, insieme con alcune istituzioni collaterali, di «mas­
sa». Il che significa che almeno una notevole maggioranza dei Pc non ha
potuto fornire in tempo la propria opinione e nondimeno deve accettare
la decisione presa dall’Esecutivo; del resto, come siano stati consultati
gli organi dirigenti di ciascun partito è facile immaginare: che un organo
collettivo di direzione dei Pc sia stato effettivamente interpellato risulta
soltanto a proposito del partito jugoslavo a cui è inviato un radiomes­
saggio nel quale succintamente si chiede il parere del Cc del Pcj sulla
proposta8. In generale l’assenso è stato dato da un funzionario presente

5 MCKENZIE, Comintern e rivoluzione mondiale cit., p. 193.


6 cerreti, Con Togliatti e Thorez cit., p. 280.
7 Si tratta dei partiti australiano, austriaco, argentino, belga, bulgaro, britannico, ungherese,
tedesco, irlandese, spagnolo, italiano, canadese, del Partito socialista unificato della Catalogna, del
Pc cinese, di quelli colombiano, messicano, dell’Unione rivoluzionaria comunista di Cuba, del Par­
tito operaio polacco, dei Pc rumeno, siriano, sovietico, uruguaiano, finlandese, francese, cecoslovac­
co, cileno, svizzero, svedese, jugoslavo, sud-africano e dell’Internazionale giovanile. Cfr. Comunica­
zione del Presidium sull’avvenuto scioglimento dell’Internazionale comunista, in agosti, La Terza
Internazionale cit., Ili, 2, p. 1217.
8 DEDijER, Tito speaks cit., p. 197.
Lo scioglimento del Komintern 185

in Urss. Nel caso del Pc spagnolo, se la Ibarruri è presente e assenziente,


Jesüs Hernandez assicura che egli ha appreso la notizia sulla «Pravda»
Ma la testimonianza piu eloquente e dettagliata è fornita dal rappresen­
tante italiano nell’Esecutivo del Komintern. Si tratta di Vincenzo Bianco,
un valoroso militante già combattente in Spagna e in procinto di essere
paracadutato in Jugoslavia. Egli viene ricevuto da Dimitrov il quale gli
sottopone la bozza del documento del Presidium. Bianco, un po’ sbalor­
dito, preferirebbe consultare Togliatti prima di firmare e muove qualche
obbiezione:
Giorgio Dimitrov mi ascoltò sino alla fine. Mi guardò, poi rispose: Bianco,
sei o no d’accordo con la proposta del Presidium? Si, ero d’accordo, ma si tratta­
va dello scioglimento del Komintern! Non risposi subito alla sua domanda, ma
dopo alcuni minuti di silenzio presi la penna e firmai10.

Che l’impronta sia quella di un atto d’autorità è mostrato da un par­


ticolare per molti aspetti sintomatico. Senza attendere che il Presidium
comunichi l’8 giugno l’approvazione della proposta, il 28 maggio Stalin
riceve il corrispondente della Reuter e gli concede un’intervista nella
quale dà per scontato lo scioglimento, lo considera «certo», cioè reale,
e lo motiva sulla base di opportunità politiche, propagandistiche, belli­
che, nel quadro della grande alleanza. Dice Stalin:
Lo scioglimento dell’Internazionale comunista è certo perché:
a) Mette in evidenza la menzogna degli hitleriani i quali affermano che «Mo­
sca» cerca di ingerirsi nella vita delle altre nazioni per «bolscevizzarle».
Ora si è posto fine a questa calunnia.
b) Ciò evidenzia la calunnia degli avversari del comuniSmo all’interno del
movimento operaio i quali affermano che i partiti comunisti nei diversi
paesi non agiscono nell’interesse dei loro popoli ma per ordine esterno.
Anche a questa calunnia è stata messa fine.
c) Facilita l’attività dei patrioti di tutti i paesi nei paesi amanti della libertà
per radunare le forze progressiste dei loro rispettivi paesi, senza distin­
zioni di partito o di credo religioso in un unico campo di liberazione na­
zionale per sviluppare la lotta contro il fascismo.
d) Facilita l’attività dei patrioti di tutti i paesi per unire tutti i popoli aman­
ti della libertà in un solo campo internazionale di lotta contro la minaccia
di dominazione da parte dell’hitlerismo, aprendo cosi la strada verso la
futura organizzazione e la collaborazione fraterna delle nazioni sulla base
dell’eguaglianza.
Io credo che tutte queste circostanze, considerate nel loro complesso, da­
ranno come risultato l’ulteriore rafforzamento del Fronte unico degli Alleati e
delle Nazioni Unite nella loro vittoria sulla tirannia hitleriana.

’ jesùs hernândez, La grande trahison, Paris 1953, p. 248.


10 Dalla testimonianza pubblicata in guerra, Gli anni del Cominform cit., p. 31.
i86 Capitolo sedicesimo

Mi sembra che lo scioglimento dell’Ic è opportuno proprio adesso, nel mo­


mento in cui la belva fascista raccoglie le sue ultime energie, è necessario per
organizzare l’assalto comune dei paesi amanti della libertà per finirla con essa e
liberare i popoli dall’oppressione fascista11.

È addirittura trasparente nell’intervista di Stalin chi siano i destina­


tari del messaggio sovietico: sono gli alleati, americani, inglesi, gli sta­
tisti e l’opinione pubblica angloamericana, nonché le forze politiche che
possono raggrupparsi nelle resistenze nazionali. Il discorso è chiaro: met­
tiamo da parte l’ingombro di un’Internazionale comunista che ha fatto
il suo tempo, uniamoci piti strettamente, paese per paese e «in campo
internazionale», per vincere la guerra. Non meno evidenti l’insistenza
sul fatto che lo scioglimento è effettivo, non è un trucco, è una scelta
strategica e il cenno sulla futura organizzazione delle Nazioni Unite sulla
base dell’eguaglianza (tema di cui si discuterà a Teheran). Potrebbe an­
che significare qualcosa di nuovo il riferimento polemico a quanti «nel
movimento operaio» discriminano i comunisti come agenti di Mosca?
Si vuole fare intendere che è rimosso un ostacolo all’unità stessa del mo­
vimento operaio paese per paese? Si tratta di un interrogativo che ritro­
veremo al tempo in cui la questione si rifarà matura, tra il 1944 e il 1946.
Intanto il carattere di gesto, di segnale politico nei rapporti con gli altri
Due Grandi è dominante, inequivoco. E come tale è recepito dalla diplo­
mazia anglosassone, in specie americana, e recepito assai positivamente.
Se non è provato che Roosevelt avesse richiesto a Stalin tale prova di
buona volontà12, è documentato come sin dall’autunno del 1942 l’amba­
sciatore sovietico a Washington, Litvinov, dica a Joseph Davies, che è
stato ambasciatore americano a Mosca e vi tornerà in missione proprio
nel maggio del 1943, di non farsi eccessivo pensiero del Komintern poi­
ché quell’organizzazione non sta a cuore all’Urss. Al che l’americano re­
plica suggerendogli di convincere Stalin a sciogliere tale organizzazione13.
Ma vi è di più tra le carte diplomatiche del Dipartimento di Stato.
Il 18 maggio del 1942, poco prima dell’annuncio ufficiale, Cordell Hull,
segretario di Stato, ricevendo il presidente cecoslovacco Beneš, notoria­
mente amico dell’Urss, apprende dal suo ospite che è intenzione della
Russia di farla finita con il Komintern. Cordell Hull se ne rallegra, com­
mentando che tale gesto sarebbe ritenuto importante dal governo nord-
americano e da quello inglese come pegno dell’intenzione sovietica di
cessare dal fomentare agitazioni sovversive negli altri paesi e lo prega

11 Cfr. CLAUDIN, La crisi del movimento comunista cit., p. 25.


12 MCNEAL, Stalin cit., p. 1093.
13 Cfr. il memorandum su una conversazione con Joseph E. Davies stilato da Elbridge Durbrow
il 3 febbraio 1943 in Foreign relations of the United States, 1943 (HI), Washington 1963, pp. 300-3.
Lo scioglimento del Komintern 187

di farsi interprete di tali desiderata Il 25 maggio, non appena appresa


la notizia dello scioglimento avvenuto (o «proposto», il che è lo stesso),
l’ambasciatore americano a Mosca Standley invia al suo governo un di­
spaccio nel quale non nasconde compiacimento. A suo parere si è volu­
to, da parte sovietica, rispondere alle richieste occidentali di sopprimere
un’organizzazione che costituiva «one of the greatest problems» nelle
relazioni tra l’Urss e gli Usa
Non sfugge a Standley un altro risvolto del provvedimento, non meno
reale: l’Urss gode in quel momento di una popolarità «senza precedenti»
in Inghilterra e in America e non è soltanto la popolarità derivante dalla
«eroica resistenza del popolo sovietico e dell’Armata rossa»; è quella
che proviene dalla buona prova offerta da un «sistema» che ha rivelato
una capacità industriale, produttiva, una efficienza di organizzazione sor­
prendente. Ora — si domanda in sostanza l’ambasciatore americano —
perché questa Russia tanto cresciuta e consolidata deve identificarsi con
i partiti comunisti dei piu disparati paesi, deve limitare la propria libertà
d’azione e subordinare i propri interessi statali alla causa di moti rivolu­
zionari nel mondo, dall’esito incerto?
Che lo scioglimento dell’Internazionale risponda assolutamente ad
esigenze della politica estera staliniana non è messo minimamente in dub­
bio dagli stessi memorialisti comunisti o da quegli osservatori che hanno
seguito le vicende del maggio 1943 da vicino. L’interpretazione è con­
corde. Chi la esprime in modo piu lapidario è Ernst Fischer: «Lo sciogli­
mento del Komintern fu una concessione di Stalin agli alleati occiden­
tali»1614 15 dettagliatamente Giulio Cerreti, anch’egli di casa ad Ufa,
. 17
Piu
dice la stessa cosa:
La medaglia aveva un diritto e un rovescio, questo essendo l’insistenza mes­
sa da Roosevelt presso Stalin perché desse delle garanzie efficaci alle nazioni ca­
pitalistiche quanto al futuro dell’Alleanza. Per esempio, egli ritenne che il suo
popolo non avrebbe compreso che si stipulasse un patto duraturo di alleanza
con un grande paese che dava asilo e mezzi ad uno strumento di sovvertimen­
to mondiale come l’Internazionale comunista: questo ostacolo andava tolto di
mezzo. Stalin, uomo pratico e conseguente, era certamente pronto a pagare un
prezzo per l’alleanza postbellica e tenne parola con Roosevelt, togliendo di mez­
zo un ostacolo ormai più simbolico che altro>7.
Anche per Alexander Werth si trattò di un «gesto per far colpo su
inglesi e americani» e anche per lui — allora corrispondente di guerra da
Mosca - «era risaputo che Churchill e Roosevelt avevano fatto premure

14 Dal memorandum stilato da Cordell Hull il 18 maggio 1943, ibid., pp. 529-30.
15 Dal dispaccio del 25 maggio da Mosca, ibid., pp. 534-35.
“ Ricordi e riflessioni cit., p. 562.
17 Con Togliatti e Thorez cit., p. 280.
188 Capitolo sedicesimo

per quel passo» Non ha dubbi neppure Isaac Deutscher: il sacrificio


del Komintern fu il «contributo politico di Stalin alla compattezza e alla
coerenza della Grande Alleanza»19. Ancora più significativo il commento
di Vlahovic, che era presente:
Le ragioni della decisione di Stalin di sciogliere il Komintern devono essere
ricercate nella situazione internazionale di allora, caratterizzata dalla creazione
della coalizione antihitleriana e non nell’analisi approfondita della situazione del
movimento operaio, dei bisogni e delle prospettive di questo movimento 2°.

È un vero coro cui partecipano anche altri commentatori espressi dal


mondo comunista. Fernando Claudin — sulle cui osservazioni peraltro
torneremo - nota il carattere di urgenza della decisione presa da Stalin
e la spiega con «necessità politico-militari»21. Un ortodosso come il diri­
gente comunista americano William Foster è esplicito nel marcare il rap­
porto tra la condotta della guerra e il provvedimento «storico». Scrive
il Foster:
È significativo che la decisione storica in merito allo scioglimento del Ko­
mintern sia stata adottata nel momento più acuto della lotta per la creazione di
un secondo fronte in Europa. Questo fronte era assolutamente necessario per
giungere a una vittoria rapida e decisiva. Ma gli elementi reazionari occidentali
ostacolavano la sua creazione utilizzando le speculazioni di Goebbels a propo­
sito del Komintern. Non c’è alcun dubbio che l’impressione favorevole prodotta
sulla borghesia mondiale dallo scioglimento del Komintern abbia rappresentato
un fattore decisivo nel superamento del circolo vizioso creatosi. Poco dopo (nel
novembre-dicembre 1943), si svolse la famosa conferenza di Teheran in cui, alla
fine, si fissò la data per i’apertura del secondo fronte “.

Se per un altro comunista americano (poi uscito dal partito), Joseph


Starobin, «Stalin aveva fatto capire a Churchill e a Roosevelt che proiet­
tava gli interessi sovietici del dopoguerra in termini unicamente russi»23,
ancora più significativa è la soddisfazione che esprime Togliatti, in una
conversazione radiofonica rivolta ai suoi «auditori» italiani, informan­
doli che
la stampa inglese e americana, in modo particolare, sottolinea che grazie a que­
sta decisione scompare ogni motivo di diffidenza tra le grandi nazioni democrati­
che e il loro blocco si consolida e diventa incrollabile ".

11 La Russia in guerra cit., pp. 654-55.


” deutscher, Stalin cit., p. 669.
20 La dissolution du Komintern cit., p. 8.
21 La crisi del movimento comunista cit., p. 27.
22 william z. foster, History of the Three Internationals, New York 1955, p. 439.
23 Joseph R. starobin, Origins of the Cold War, in «Foreign Affairs», a. iv, n. 47, luglio 1969.
p. 685.
24 Sullo scioglimento della Internazionale comunista, 25 maggio 1943, ora in Opere cit., IV, 2,
P- 433-
Lo scioglimento del Komintern 189

Se le cose stanno cosi, anche una interpretazione «endogena» acqui­


sta senso soltanto se è collegata alla visione generale della prospettiva di
Mosca per un dopoguerra di coesistenza pacifica. E se, invece, si trattasse
semplicemente di un piccolo machiavello, di un «trucco? » La matassa si
può sciogliere stando attenti alla motivazione ufficiale, che presenta al­
cune singolarità. Proviamo a prendere la risoluzione del 15 maggio come
un testo che abbia una sua autonomia di analisi e di giudizio. La risolu­
zione osserva che già «assai prima» della seconda guerra mondiale
era apparso sempre piu chiaro che nella misura in cui la situazione internaziona­
le dei diversi paesi diventava piu complicata, la soluzione dei problemi del mo­
vimento operaio di ogni paese a sé preso, a mezzo di un centro internazionale,
si sarebbe scontrata contro insuperabili ostacoli B.

Assai prima significa l’inizio degli anni trenta e la politica di «clas­


se contro classe», del «socialfascismo», oppure l’epoca e la politica dei
Fronti popolari e del VII congresso? Si direbbe, in ogni caso, che si vo­
glia sottolineare la crescente inadeguatezza del centro internazionale a
fare fronte alle «diversità». Subito dopo, il testo fornisce uno spettro
delle diversità con questo elenco:
La profonda differenza delle vie di sviluppo storico di ogni paese nel mondo,
il diverso carattere e persino la contraddizione degli ordini sociali, la differenza
di livello e la differente maniera del loro sviluppo sociale e politico, e infine il
differente grado di coscienza e organizzazione della classe operaia, determina­
no differenze anche nei vari problemi di fronte ai quali si trova la classe operaia
in ogni determinato paese. L’intero corso degli eventi dell’ultimo quarto di se­
colo, cosi come l’esperienza accumulata dall’Internazionale comunista, hanno
abbondantemente provato che la forma di organizzazione e di unione dei lavo­
ratori scelta dal I Congresso dell’Internazionale comunista veniva superata sem­
pre più, a mano a mano che il movimento cresceva e che aumentava la comples­
sità dei suoi problemi in ogni paese, a tal punto da divenire persino un impedi­
mento al rafforzamento ulteriore dei partiti operai nazionali “.

Il Presidium del Komintern celebra, dunque, nella sua risoluzione,


un funerale di terza classe all’organizzazione che esso ha diretto per un
quarto di secolo (ammettendo persino di avere costituito un ostacolo
alla crescita di quei partiti di cui avrebbe dovuto favorire lo sviluppo).
Ma al di là della presentazione volta a dare un entroterra storico alle
motivazioni attuali c’è da annotare il capovolgimento dell’assunto origi­
nario dell’Internazionale nata sotto l’impulso di Lenin nel 1919-20. Essa

25 Risoluzione del Presidium a favore dello scioglimento dell’Internazionale comunista, in ago­


sti, La Terza Internazionale cit., Ili, 2, p. 1213.
26 Ibid.
190 Capitolo sedicesimo

traeva allora ragione di vita non solo dalla lotta contro «l’opportuni­
smo» (questa è richiamata a merito anche dalla risoluzione del 1943),
ma dall’ambizione di dotare il proletariato internazionale di uno stru­
mento unitario, coeso, disciplinato, capace di muoversi su scala mon­
diale, di porsi all’altezza degli intrecci delle situazioni particolari con
la dinamica complessiva dell’epoca contemporanea: i paesi capitalistici,
quindi, ma anche quelli coloniali, quelli industriali e quelli arretrati, gli
operai e i contadini poveri e persino la borghesia che si batteva contro
gli oppressori, fino al famoso emiro dell’Afghanistan annoverato tra i
possibili alleati della classe operaia rivoluzionaria.
Il leninismo partiva appunto dall’ineguaglianza dello sviluppo capi­
talistico, dalla natura dell’imperialismo come esportazione di capitale
finanziario, dalle contraddizioni interimperialistiche per ricavare la ne­
cessità di un’organizzazione internazionale dei lavoratori che le facesse
esplodere colpendo il nemico negli anelli piti deboli della catena del si­
stema. Ora non di solo spostamento d’accento si tratta. «Ogni paese a
sé preso» diventa l’oggetto ma anche il confine del campo d’azione dei
partiti comunisti. Internazionalmente, l’orizzonte è dominato dagli inte­
ressi delle grandi potenze e dalla possibilità di trovare un durevole equi­
librio di pace, all’ombra di un accordo tra di esse. Se non è ancora sparti­
zione rigida di zone d’influenza - questo non è infatti il caso degli accordi
di Teheran e neppure di quelli di Jalta, come vedremo — è però presa
generale sulle sorti del mondo, con l’occhio per ora volto soprattutto
all’Europa. Cosi brusco è il contrasto con l’assunto del 1919 che un cri­
tico da sinistra del comuniSmo staliniano quale Fernando Claudin ha
potuto scrivere: «Ecco l’ironia della storia. Nata con un programma di
rivoluzione mondiale a breve scadenza, l’Internazionale comunista mo­
riva venticinque anni dopo postulando un orizzonte di fraterna collabo-
razione tra lo Stato sovietico e gli Stati capitalisti»27.
Abbiamo seguito l’agonia della III Internazionale abbastanza diffu­
samente per non sorprenderci di questo epilogo, di un esaurirsi della sua
stessa ragione originaria. Giunti alla svolta della guerra segnata dal dopo
Stalingrado, da un certo sviluppo della resistenza nei paesi occupati dalle
potenze nazifasciste, dallo scricchiolio dei satelliti europei della Germa­
nia, si forma un nuovo, inedito, intreccio tra la «casa», cioè Mosca, e i
partiti comunisti. Lo scioglimento del Komintern facilita - è vero - la
libertà di manovra e di inserimento nelle rispettive realtà nazionali dei
vari Pc, incoraggia, in una certa misura, la loro autonomia politica, sem­
pre che essa si collochi all’interno degli accordi della Grande Alleanza.

27 claudin, La crisi del movimento comunista cit., p. 33.


Lo scioglimento del Komintern 191

Ma la novità è un’altra: che la forza, la preminenza dell’Urss, il prestigio


di uno Stalin che ora davvero sta diventando un simbolo mitico di vit­
toria e di giustizia, sono ormai tali da far crescere un rapporto gerarchico
ancora piti rigido.
E ciò sotto vari aspetti: il personale politico dirigente dei partiti co­
munisti è costituito di uomini di fiducia di Stalin, allevati alla sua scuola
e presto destinati ad assumere posti di responsabilità nel loro rispettivo
paese, a Est e a Ovest, derivando da quella fiducia buona parte della loro
autorità; l’espansione dei partiti comunisti, di quella «avanguardia» che
si batte coraggiosamente, è strettamente legata a tutto il sottofondo mes­
sianico che l’idea dell’Urss vittoriosa, come paese del socialismo trion­
fante, porta con sé per masse proletarie e di contadini poveri. In altri
termini, la loro simpatia o la loro entusiastica adesione va al partito co­
munista come partito di Stalin oltreché di Togliatti, di Thorez, di Dimi­
trov, di Gottwald, di Ràkosi, di Gomulka, di Tito, ecc. ecc. In sostanza,
il rapporto gerarchico è piu diretto ancorché non sia piu istituzionaliz­
zato internazionalmente, anzi anche per questo.
Organizzativamente, una parte dell’apparato del Komintern, guidato
da Dimitrov, resta in piedi, presso il Comitato centrale del Partito bol­
scevico, occupandosi appunto dei partiti comunisti «stranieri». Più di
un militante lo ha rammentato per l’occasione E oltre al dato organiz­
zativo, le subalternità politica e ideologica si potranno verificare in tutte
le altre occasioni che ci sarà ancora dato di seguire. Luigi Longo, l’uomo
che con l’armistizio dell’8 settembre 1943 si porrà alla testa delle forma­
zioni partigiane organizzate dal Partito comunista italiano nella guerra
di liberazione nazionale, ha dato un giudizio di questo fenomeno che met­
te conto di citare:
Lo scioglimento dell’Ic ebbe una funzione liberatrice, quale stimolo per i
partiti comunisti a darsi una linea aderente alle caratteristiche - politiche, eco­
nomiche, storiche, culturali - dei rispettivi paesi. Non credo però che allora
quella svolta fosse anche considerata come l’inizio di un’epoca e di un metodo
nuovi per quanto riguarda i rapporti nell’ambito del movimento comunista in­
ternazionale; ritengo piuttosto che la fine del Komintern sia stata vista sostan­
zialmente come un adeguamento tattico di largo respiro e come superamento, in
ogni caso, di una concezione organizzativa non piti rispondente alle esigenze del­
la lotta. Il Pc dell’Urss restava il punto di riferimento, la «gerarchia» da rispet­
tare anche nella nuova dinamica del movimento comunista. Da questo punto di
vista, la logica della III Internazionale sopravvisse (ed ebbe nel 1948 una sua
nuova e particolare esplicitazione nell’Ufficio d’informazioni), condizionando il
comportamento di tutti o quasi i partiti comunisti. Si trattava evidentemente di

M Cfr. GiLAS, Conversazioni con Stalin cit., p. 39 e cerreti, Con Togliatti e Thorez cit., p. 282.
192 Capitolo sedicesimo

una grossa contraddizione, tanto piu acuta quanto più andava sviluppandosi il
processo di espansione e di diversificazione avviato sin dal VII congresso e poi
allo scioglimento dell’Ic29.

È una riflessione storica che pare confortata da quanto, nell’estate del


1945, appena rientrato dalla prigionia di Mauthausen, Léon Blum scri­
veva sul «Populaire», in chiave di notazione psicologica:
Sopprimendo il Komintern, Stalin era perfettamente sincero, e lo sciogli­
mento della III Internazionale è cosa reale. Attualmente il Pcf non si trova più
né direttamente né indirettamente in una condizione di dipendenza organica o
gerarchica nei confronti dello Stato russo [...]. Ma ciò che noi non avevamo pre­
visto e che gli stessi dirigenti comunisti non avevano previsto è che mentre recu­
perava la sua libertà di decisione il comuniSmo francese non riacquistava la sua
libertà di giudizio. Il rapporto di dipendenza gerarchica è rotto, il rapporto di
dipendenza materiale, per quel che esisteva, è rotto, ma sussiste una dipendenza
di ordine psichico, affettivo, che è fatta insieme di abitudine e di passione. Il suo
motore non è l’obbedienza, non è l’interesse, ma il perseverare nel loro essere di
qualcosa che assomiglia all’amore. Se pensate che io esageri, sfogliate qualche
numero di seguito de «L’Humanité» o leggete piu semplicemente il progetto
di «carta dell’unità». Come prima così dopo lo scioglimento del Komintern, il
comuniSmo francese tiene sempre sulla Russia fisso lo sguardo, la Russia sovie­
tica resta il polo d’attrazione permanente e il criterio infallibile M.

Blum fa, in questo articolo, riferimento concreto ai progetti di riuni­


ficazione di socialisti e comunisti e ne vedremo la sorte contrastata. Egli
coglie, però, un dato permanente che viene esaltato nel momento stesso
nel quale l’Urss si afferma come una delle grandi potenze e nei comunisti
i motivi patriottici e antifascisti si fondono con il loro amore per il paese
del socialismo vittorioso. La figura di Stalin campeggia, la sua immagine
ingigantisce. Potremmo adottare come conclusione interpretativa quella
che suggerisce Jacques Droz, quando osserva che la decisione di Mosca
di sciogliere il Komintern non è dovuta soltanto alla considerazione che
tale iniziativa possa essere utile in vista dei negoziati con gli Alleati, né
risponde soltanto alle richieste degli americani, « ansiosi di cancellare la
missione rivoluzionaria del comuniSmo». Vi é dell’altro, piti in profon­
dità.
La decisione del governo sovietico tiene anche conto del fatto che l’interna­
zionalismo comunista ha mutato definitivamente aspetto e che è fatto adesso del­
l’assoluta concordanza di pensiero e di azione con il marxismo sovietico: i par­
titi comunisti sono diventati, al pari dell’Urss, nazionali e alienati dall’idealizza­
zione del socialismo realizzato, cioè dal comuniSmo in fase di realizzazione nella
patria del socialismo, e dunque dalla esaltazione della patria sovietica [...]. In

” luigi longo, Opinione sulla Cina, Milano 1977, pp. 196-97.


30 Cfr. LACOUTURE, Léon Blum cit., p. 521.
Lo scioglimento del Komintern 193
sostanza, si rende superflua una struttura formale, dal momento che la centra­
lizzazione organica del partito comunista continua ad imporre le sue dipendenze
e che l’unione ideale attorno all’Urss e alla persona di Stalin è ormai un fatto
irreversibile. La guerra segna l’estremo sbocco del processo di costituzione dello
stalinismo esterno ed interno. Stalin è presidente del consiglio, gran maresciallo,
segretario generale del partito, geniale stratega e ideologo, padre della patria e
capo unico del movimento comunista internazionale *.

31 Jacques DROZ, Il comuniSmo sovietico ed europeo, in Storia del socialismo, Roma 1981, IV,
p. 465.
Capitolo diciassettesimo
Le zone d’influenza e i popoli europei

Nonostante possa apparire paradossale, lo scioglimento del Komin­


tern ha tra i suoi effetti un soprassalto di internazionalismo, o meglio un
rilancio di idee e di utopie internazionalistiche. Ciò trapela in particolare
dalle file, pur disperse e spesso assai sottili, di movimenti e partiti socia­
listi e socialdemocratici. I partiti comunisti entrano in pieno in una sta­
gione che è invece caratterizzata da altri accenti, patriottici, da quel «dop­
pio patriottismo» cui già si faceva cenno. L’Urss è piu che mai, dal canto
suo, sorretta dallo spirito della «grande guerra patria», dalla coscienza
della sua stessa crescita come potenza vincitrice della seconda guerra
mondiale.
Non è certo casuale che persino il vecchio canto àeW’Internazionale
dal i° gennaio 1944 sia sostituito come inno dello Stato sovietico da un
nuovo canto nel quale il testo rispecchia due immagini dominanti, l’im­
magine della grande Russia e quella di Stalin. «Il nazionalismo — è stato
detto - è il tratto piu cospicuo che lo stalinismo come ideologia e come
prassi politica acquista nella fase conclusiva del conflitto»1. Eppure il
paradosso di cui si diceva fa storia anch’esso, dal basso e dall’alto, se si
vuole usare la terminologia cara alla III Internazionale. Senza queste
spinte non si capirebbero neppure processi unitari impetuosi nel movi­
mento operaio di ciascun paese, propositi e programmi politici che gli
ridanno un posto centrale in quasi tutte le nazioni europee. Qualche
esempio indicativo di tale atmosfera. Per la Francia, anzitutto. Ha scrit­
to René Girault:
Vi sono tra i socialisti - e penso a quelli che hanno condiviso fino in fondo
gli ideali della Resistenza, penso agli scritti di Blum nel periodo della prigionia -
uomini animati da un ideale che si può definire internazionalista o quanto meno
europeista. Per essi, in un futuro non lontano, cioè dopo la Liberazione, non si
potrà piu vivere in un’Europa divisa in nazioni ma si dovrà operare per dare

' BOFFA, Storia deirUnione Sovietica cit., II, p. 20.5.


Le zone d’influenza e i popoli europei 195
vita realmente (e l’espressione cominciò allora a circolare) agli «Stati Uniti d’Eu­
ropa», e si aggiunge, cosa fondamentale, gli «Stati Uniti socialisti d’Europa» ’.

In Francia, socialisti come Daniel Mayer e come Vincent Auriol (che


sarà anche presidente della Repubblica) insistono su questa indicazione,
giungendo a cercare di farle soddisfare a due delle esigenze più avvertite
dai popoli europei: impedire che la Germania possa nel futuro costituire
ancora una minaccia per la pace e promuovere condizioni generali di rin­
novamento politico e sociale senza frontiere che li separino. Per Auriol,
appunto, bisogna pensare alla creazione di unioni regionali, per «regio­
ni europee»; si pensa ad un’unione balcanica (ci penseranno anche Tito
e Dimitrov nel 1946, ma, come vedremo, incorreranno nei fulmini di
Stalin...), una unione tra Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo (sarà poi il
Benelux); ad una unione iberica tra Spagna e Portogallo (e non si farà;
resteranno al potere, protetti dagli americani, i due dittatori, Franco e
Salazar, che nel 1944-45 Pare a tutti abbiano i giorni contati). La crea­
zione degli Stati Finiti socialisti d’Europa, come la ipotizza nel 1944 Vin­
cent Auriol, deve servire anche a risolvere il problema tedesco.
In tal modo - egli scrive - si potrà smantellare questa fortezza, dapprima
socializzandola e in secondo tempo internazionalizzandola, con l’affidare all’or­
ganizzazione internazionale dei popoli tutta la sua industria pesante ’.

Puntano su un nuovo internazionalismo anche i socialisti italiani, che


dànno vita, dall’agosto del 1943, ad un partito socialista di unità prole­
taria. Essi lanciano allora la parola d’ordine di «una nuova libera Inter­
nazionale» che deve sorgere dalle rovine della II e della III. Sul gior­
nale del movimento socialista di sinistra che confluirà nel rinnovato
Psiup è detto senza reticenze anche quel che non si vuole piu essere:
Se essere socialisti significa riallacciarsi alla pratica riformistica della II In­
ternazionale, noi non siamo socialisti. Se essere comunisti significa riallacciarsi
alla tradizione autoritaria, centralistica e rigidamente schematica della III Inter­
nazionale, rivendicarne anche gli errori e le deficienze, noi non siamo comunisti*.

Un’ansia di rinnovamento, la volontà di aprire un libro diverso, ca­


ratterizzano in particolare gruppi di fede socialista e liberalsocialista o
provengono da singoli intellettuali di vari paesi. Come un ventaglio mol­
to largo di tendenza politica, dall’estrema sinistra al liberalismo, da un

2 rené girault, La sinistra di fronte alla crisi del dopoguerra: il caso francese, in aa.vv., La
sinistra europea cit., p. 248.
3 Vincent auriol, Hier-demain, ibid., p. 249.
4 Unità proletaria, in «Avanti!», «giornale del movimento di unità proletaria per la Repub­
blica socialista», 1° agosto 1943-
196 Capitolo diciassettesimo

radicalismo rivoluzionario, giacobino, trockista, fino ad aspirazioni fede­


rative che non nascondono di prendere a modello gli Usa5. Gruppi di
resistenza cecoslovacca preconizzano una «riedificazione» del loro Stato
smembrato dalla Germania «secondo i principi di un socialismo pro­
gressista moderno»6 emigrati politici tedeschi a Londra invocano «una
Europa nuova come organismo di cooperazione di popoli eguali»7; il
laburista Harold Laski trova che «questo è il momento» di una rivolu­
zione, da fare «con il consenso di tutti», in direzione di un’economia
socialista ma salvando «nella nostra civiltà» i valori della democrazia e
della libertà8. 9
Citiamo posizioni del 1943 e del 1944: la guerra non è ancora finita,
vaghi sono i contorni e i rapporti di una fase politica e civile nella quale
non è affatto dato per scontato che saranno soltanto le grandi potenze
vincitrici a dettare legge. L’idea di un comune futuro socialista è assai
diffusa, nella sua stessa indeterminatezza. Un socialismo trionfante - se­
condo l’enfasi postavi da Blum nel suo celebre libretto À l’échelle hu­
maine - come «punto terminale di tutte le grandi correnti che hanno
attraversato l’umanità dall’inizio della civiltà, correnti dello spirito e del­
la coscienza, aspirazioni alla giustizia e alla carità umane» '.
La speranza di riunificazione del movimento operaio europeo si fa an­
cora più luce tra il 1944 e il 1945. Vedremo che essa è condannata a un
rapido fallimento, il secondo dopo l’epoca dei fronti popolari. Essa non­
dimeno esprime esigenze reali, uno stato d’animo di aspettativa che si
lega alla coscienza dei compiti immani di ricostruzione dalle macerie, a
una volontà universale di pace, persino a una stanchezza dei popoli dopo
gli orrori attraversati. I deportati tedeschi socialdemocratici sopravvis­
suti al campo di sterminio nazista di Buchenwald lanciano un manifesto,
il 15 aprile del 1943, nel quale auspicano «la fondazione di un’organiz­
zazione politica e sindacale attiva e militante che comprenda tutti i par­
titi socialisti»10. L’unificazione sindacale è già riconquistata in Italia e,
parzialmente, in Francia nel corso stesso della resistenza. Per quanto
concerne l’Italia, essa comprende una componente cattolica. E il mondo
cattolico francese, spesso attraverso la voce di minoranze combattenti
di grande vigore intellettuale e tensione morale (basti citare il gruppo di

5 Cfr. Norberto bobbio, Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza, in
AA.vv., Videa deirunificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, a cura di S. Pi­
stone, Torino 1975, pp. 221-36.
6 Vaccarino, Storia della Resistenza in Europa cit., I, p. 249.
7 Ibid., pp. 72-73.
8 harold laski, Réflexions sur la révolution de notre temps, Paris 1946, pp. 261-63. L’edizione
originale inglese è del 1943.
9 blum, À l’écbelle humaine cit., p. 170.
10 Wolfgang ABENDROTH, La socialdemocrazia in Germania, Roma 1980, p. 167.
Le zone d’influenza e i popoli europei 197

«Esprit»), si rivela sensibile a una prospettiva socialista non molto dissi­


mile da quella evocata da Blum.
L’attesa del nuovo, di un mondo giusto e libero, la riscoperta dei
valori originari contenuti nell’ideale socialista, è tanto piu spontanea e
generale quanto piu le nazioni, e non solo di Europa, escono da una tra­
gedia provocata dal nazismo e dal fascismo, dall’odio razziale, dalla poli­
tica di violenza e di potenza che ne ha accompagnato prima l’avvento, poi
il trionfo, quindi la catastrofe. Si è perpetrato l’olocausto di più di cin­
que milioni (forse sei) di ebrei, sterminati per la maggior parte nei lager
nazisti. Le vittime della follia della «soluzione finale» hitleriana sono
state messe a morte nel modo più barbaro, nelle camere a gas, oppure
condannate a morire di fame e di malattie. I nazisti hanno «liquidato»
altri milioni di prigionieri (più di due milioni tra essi erano soldati sovie­
tici), hanno massacrato popolazioni intere nei territori occupati, in spe­
cie all’Est, dalla Jugoslavia alla Polonia, dalla Ucraina alla Russia bianca,
fino agli Urali. Le cifre delle perdite complessive sono agghiaccianti:
Nella guerra persero la vita oltre 50 milioni di persone di cui circa trenta
milioni nella sola Europa. Il paese che soffrì maggiori perdite in assoluto fu
l’Unione Sovietica, con circa venti milioni di morti “, di cui 13 600 000 soldati
e 7 milioni di civili (il io per cento della popolazione comparativamente delle
zone europea e asiatica); la Polonia perse oltre 6 milioni di abitanti (cioè il 22
per cento della popolazione, comparativamente il rapporto piu alto del mondo);
la Germania ebbe circa 5 milioni di morti; la Jugoslavia 1 690 000; la Francia
810 000; il Commonwealth britannico 544 596; l’Italia 300 000 tra morti e fe­
riti; il Giappone circa 1 800 000 morti; gli Stati Uniti 292 000 morti (tutti mili­
tari). La Cina fu quella che accanto all’Urss contò, a partire dall’inizio del con­
flitto con il Giappone nel 1931, il più alto numero di caduti: oltre 13 milioni1112.

Non tutti i paesi europei escono dalla guerra in condizioni disastrose,


ma le rovine e i lutti sono ovunque. L’Urss è dissanguata: più di 25 mi­
lioni di persone hanno perso il tetto, due milioni di persone sono co­
strette a vivere in semplici rifugi scavati nella terra. La situazione è par­
ticolarmente grave nelle campagne, la produzione agricola è scesa della
metà. Sono andate distrutte 31 850 fabbriche e 65 000 chilometri di
strada ferrata. Ci vorranno dieci anni perché il popolo sovietico raggiun­
ga il livello di vita prebellico. Anche la Germania è un cumulo di mace­
rie, intere città sono state rase al suolo. La Polonia ha perso circa tre
quarti del suo potenziale industriale, la Jugoslavia lamenta distruzioni
ingenti; anche i paesi meno colpiti nel loro apparato industriale, dalla

11 Secondo autori sovietici si tratta di piti di venti milioni di morti. Jean Ellenstein (Storia del-
l'Urss, Roma 1973, II, p. 172) arriva a parlare di 25 milioni di morti.
12 massimo L. SALVADOKi, Storia dell’età contemporanea, Torino 1976, p. 924.

14
198 Capitolo diciassettesimo

Francia all’Italia, dalla Cecoslovacchia al Belgio, all’Olanda, hanno gravi


ferite da risanare.
In ogni paese, prima che si possa verificare uno spostamento a sini­
stra del corpo elettorale, progetti e programmi di governi e di partiti po­
polari prevedono profonde modificazioni dei rapporti di proprietà, nelle
campagne in primo luogo, e un intervento massiccio dello Stato per la
ricostruzione. In qualche caso, come in Cecoslovacchia, ancora prima
della liberazione, comunisti, socialisti, socialdemocratici si pronunciano
per grandi nazionalizzazioni del settore industriale e del credito. Il pre­
sidente Beneš già dal suo esilio londinese incita a favorire una riconcilia­
zione di elementi di socialismo con «una società democratica in movi­
mento». Bisogna, dice, avanzare gradualmente senza violenza, giacché
un processo lento «alle volte è più rivoluzionario di una violenza irra­
gionevole» u.
Non meno significativo un piccolo episodio che viene dalla Germania
dell’«anno zero»: le prime libere voci operaie che vi si levano invocano
socializzazione, pensano che la fine del nazismo debba anche essere la fine
del capitalismo.
È caratteristica in proposito l’osservazione fatta da Bockler al primo incon­
tro dei sindacati della zona inglese. Egli disse: «Il capitalismo è ormai alla fine
[...] di fronte a noi non abbiamo piu il vecchio nemico di classe [...]. Quale si­
stema economico è il caso di conservare? È meglio optare per una nazionalizza­
zione globale oppure puntare decisamente su delle imprese di tipo cooperativi­
stico?» “.

Il bisogno di socialismo non è certo, sul finire della guerra, un tratto


che si riscontri nei documenti e nelle formulazioni delle potenze vincitri­
ci: esse parlano, concordemente, di ripristino delle libertà democratiche;
di autodeterminazione dei popoli; di organizzazione delle Nazioni Unite
atta a garantire la pace, attraverso una particolare funzione e responsabi­
lità riservate alle grandi potenze; di punizione dei criminali di guerra na­
zifascisti. Neppure i partiti comunisti puntano, nella loro propaganda, su
una attualità del socialismo: i motivi patriottici, democratici, la richiesta
di riforme sociali restano prevalenti. Ci si è chiesto se questa modera­
zione sia accettata dalle masse di aderenti e simpatizzanti, che crescono
ovunque, anche impetuosamente, nell’Occidente europeo. Una risposta
a tali quesiti l’ha offerta Eric J. Hobsbawm, quando ha scritto:
I partiti comunisti italiano e francese sono stati aspramente criticati per non
avere perseguito una politica più radicale nel 1943-45, 0 persino per non avere13 14

13 Cfr. Memoirs of Dr Edward Berrei: from Munich to New War and New Victory, London
1954. PP- 24°> 282, 284.
14 E. Schmidt, Die Verhinderte Neuordnung, Frankfurt am Main 1971, p. 68.
Le zone d’influenza e i popoli europei 199
tentato la presa del potere, ma la massa degli iscritti e dei simpatizzanti, reclu­
tati per lo più nel periodo della resistenza e della liberazione, sembra avere ac­
cettato senza gravi difEcoltà la loro linea. Quanto all’Urss, l’idea stessa che po­
tesse non essere favorevole al socialismo in altri paesi sembrava assurda ai comu­
nisti, le cui analisi politiche si fondavano sul presupposto che, indipendente­
mente dalle variazioni della politica internazionale sovietica, gli interessi del
primo e unico Stato socialista del mondo e quelli di coloro che desideravano
costruire altrove il socialismo secondo quel modello non potevano non essere
fondamentalmente identici1S.

Nella realtà, però, questo raccordo naturale è lungi dal verificarsi. La


logica di una politica di spartizione di zone d’influenza comincia a trape­
lare sempre più evidente nello scorcio finale della guerra. Lo si scorge
piu nettamente, è vero, nella riconsiderazione storica di quanto non si
potesse congetturare allora. I popoli europei presi nel loro complesso, le
grandi masse popolari all’Est come all’Ovest e piu ancora le minoranze
attive nella resistenza europea, non prendono se non parziale coscienza
di questa stringente realtà. Molti dei divisamenti e degli accordi tra le
grandi potenze sono ignoti, e d’altronde si pensa che, finita la guerra, ces­
sati i regimi provvisori di occupazione, si apra una spazio assai maggio­
re a un’autonomia effettiva. Gli stessi solenni impegni pubblici dei Tre
Grandi paiono suffragare queste illusioni. La presa dei vincitori si farà
invece piu forte.
Alcuni dati sono già macroscopici con la fine del 1944 e l’inizio del
1945. Innanzitutto, per la prima volta nella sua storia e in quella dell’Eu­
ropa, la Russia (e si tratta della Russia sovietica) è divenuta l’unica gran­
de potenza militare sul continente europeo. Essa ha bisogno di pace, è in
condizioni di miseria e di dissesto economico, ma ha una forza militare
imparagonabile con quelle delle altre nazioni europee. L’Armata rossa è
arrivata a Varsavia e a Belgrado, a Budapest, a Praga, a Vienna, la ban­
diera rossa sventola presto anche su Berlino, nel cuore della Germania.
La Bulgaria e la Romania sono saldamente all’interno della sua zona di
occupazione.
Nella sostanza, fin dall’incontro di Teheran del 1943, poi attraverso
i colloqui e gli accordi con Churchill a Mosca, nell’ottobre del 1944, il
discorso sulle rispettive zone d’influenza è impostato in termini tradizio­
nali di equilibrio anche se sono ancora tutt’altro che risolte la questione
del governo da insediare in Polonia e della sorte da riservare alla Ger­
mania vinta. La necessità di garantire nei Balcani, e più in generale nel­
l’Europa centrorientale, alla Russia una situazione di preminenza si fa

15 eric j. hobsbawm, Gli intellettuali e l’antifascismo, in Storia del marxismo cit., Ili, 2, pp.
485-86.
200 Capitolo diciassettesimo

strada negli Alleati16 17 19 aumenteranno tensioni e resistenze sul mo­


(via18via,
do come l’Urss si muove per assicurarsi politicamente e socialmente tale
sicurezza). Per il momento impregiudicata rimane la questione della col-
locazione internazionale della Jugoslavia e dell’Ungheria. Churchill e Sta­
lin a Mosca hanno convenuto su una influenza reciproca del 50 per cento
in entrambi quei paesi °.
Si cerca, prima della fine della guerra, di affrontare i dissensi insorti
o latenti, i grossi problemi territoriali aperti, in uno spirito di negoziato
e di collaborazione. Stalin esalta, nel novembre del 1944, l’alleanza dei
Tre Grandi come un patrimonio da salvaguardare per fi futuro, osser­
vando che alla base della loro cooperazione vi sono «non motivi transi­
tori ma interessi vitali e duraturi» E tra gli interessi vitali e duraturi
dell’Urss già vi è la preoccupazione fondamentale di assicurarsi una cin­
tura di Stati amici. I compensi, in altrettanta «tutela» ad Ovest, almeno
per quanto concerne l’Europa occidentale, da parte dell’Inghilterra (sen­
za grandi opposizioni da parte degli Usa, che non hanno però, ovvia­
mente, la mentalità eurocentrica degli altri due Grandi), si delineano
altrettanto chiaramente sin dal 1944. La Gran Bretagna impone la pro­
pria egemonia, la propria ispirazione politica conservatrice sull’Italia li­
berata - e liberata con le armi dei suoi eserciti -, diffida dei partiti anti­
fascisti del Cln, sostiene e protegge la monarchia dei Savoia. In Grecia
le truppe britanniche, alla fine del 1944, non esitano a reprimere con le
armi la resistenza, in cui prevalgono le formazioni filocomuniste, che è
riuscita a liberare Atene. Churchill vuole sciogliere le forze partigiane
dell’Elas: di fronte al loro rifiuto fa sparare dai suoi paracadutisti. Sin
dal 7 novembre ha scritto a Eden: «Avendo pagato alla Russia un prezzo
per avere libertà di movimento in Grecia, non dobbiamo esitare ad usare
le nostre truppe». Il prezzo è la mano libera di Stalin in Romania e in
Bulgaria. È stato rammentato da uno storico americano che
la Grecia fu il primo degli Stati liberati ad essere coartato con la forza ad accet­
tare il sistema politico della grande potenza occupante. Fu Churchill ad agire
per primo, e in Bulgaria e in Romania Stalin non fece che seguire il suo esem­
pio; lo fece però con minore spargimento di sangue ”.

In ogni caso, costretto l’Elas a una sorta d’armistizio, Churchill non


incontra, nel febbraio del 1945, proteste da parte sovietica. Stalin non
si oppone alla repressione: con la solita schiettezza, Churchill scriverà

16 Cfr. antonio gambino, Le conseguenze della seconda guerra mondiale, Bari 1972, p. 38.
17 Churchill, La seconda guerra mondiale cit., parte VI, vol. I, p. 237.
18 boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit., Il, p. 233.
19 Fleming, Storia della guerra fredda cit., p. 241.
Le zone d’influenza e i popoli europei 201

nelle sue memorie che allorquando, un mese dopo, nel marzo del 1945,
l’Urss installava in Romania un governo in cui i comunisti detenevano
posizioni decisive, attraverso un brusco intervento presso il giovane re
Michele da parte del rappresentante sovietico Vysinskij, era giocoforza
rassegnarsi, pur facendo qualche rimostranza formale:
Noi eravamo intralciati nelle nostre proteste dal fatto che Eden e io, duran­
te la nostra visita di ottobre a Mosca, avevamo riconosciuto alla Russia una fun­
zione preponderante in Romania e in Bulgaria, mentre noi ci assumevamo la
tutela della Grecia. Stalin si era strettamente attenuto a questa intesa durante
le sei settimane di combattimento contro comunisti ed Elas nella città di Ate­
ne, a onta del fatto che ciò riusciva spiacevolissimo a lui e a quelli della sua
cerchia20.
Del resto in Italia l’anno prima, nel giugno del 1944, Churchill, il
quale si opponeva che alla testa del governo italiano il maresciallo Ba­
doglio venisse sostituito con Ivanoe Bonomi designatovi dal Comitato
di liberazione, si senti rispondere da Stalin: «Se le circostanze suggeri­
ranno a voi e agli americani che in Italia sia necessario un altro governo
e non il governo Bonomi, potete contare che da parte sovietica non vi
saranno ostacoli»21. 22
Vive quindi già da allora lo spirito delle zone d’influenza. Anzi, da
questo punto di vista, l’Italia costituisce un precedente sin da Teheran.
È stato notato:
Nel momento in cui si svolge la prima conferenza dei Tre Grandi, un paese
della coalizione fascista è stato già, almeno in parte, liberato: l’Italia. E qui gli
occidentali non hanno pensato un solo istante alla possibilità di un controllo o
di un’amministrazione congiunta con l’Urss, ma hanno cominciato ad imporvi
i propri uomini e le proprie scelte [...]. Quanto avviene in Italia dall’autunno
del 1943 costituisce in qualche modo il paradigma, il modello di quanto poi av­
verrà nei mesi e negli anni successivi nell’altra metà dell’Europa [...]. Pur con
metodi decisamente meno brutali di quelli che i russi useranno poco piu tardi
nell’Europa orientale, gli occidentali rivendicano cosi il loro totale diritto al
controllo dei «paesi liberati», dànno alla loro occupazione un carattere dichia­
ratamente politico e persino nel programmare le operazioni militari non dimen­
ticano l’obiettivo di indebolire le forze che, pur combattendo contro il comune
nemico, sono orientate politicamente in modo diverso
L’incubo del dilagare del comuniSmo in Europa è assillante in Church­
ill e non solo in lui. Il feldmaresciallo sudafricano Smuts gli scrive il 14
dicembre del 1944 che «se gli eserciti di parte e i movimenti clande­
stini saranno tenuti in vita può accadere che l’avvento della pace sia ac­

20 Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, Milano 1953, parte VI, vol. II, p. 104.
21 Segreto e personale dal primo ministro I. V. Stalin al primo ministro signor Winston Church­
ill, Il giugno 1944, in STALIN-CHURCHILL-ROOSEVELT-ATTLEE-TRUMAN, Carteggio I94I-4} cit., p. 238.
22 gambino, Le conseguenze della seconda guerra mondiale cit., p. 39.
202 Capitolo diciassettesimo

compagna to da convulsioni civili e dall’anarchia non solo in Grecia ma


in altri paesi d’Europa» e Churchill gli risponde, il 22 dicembre, che, in
effetti, non esclude che «il contagio possa diffondersi all’Italia»23. È or­
mai noto come, proprio in Italia, allorquando con l’estate del 1944 si
sviluppa un impetuoso movimento partigiano nel Nord e sull’Appen-
nino, forte di circa 100 000 uomini armati e con una classe operaia scesa
in guerra con potenti scioperi politici, l’Alto comando alleato vede con
crescente fastidio questa crescita anche per il fatto che circa la metà dei
partigiani italiani sono organizzati nelle formazioni «Garibaldi» dai co­
munisti.
Il maresciallo Alexander, alla metà di novembre del ’44, emana loro
istruzioni che equivalgono a un invito a tornarsene a casa per svernare;
la missione del Comitato di liberazione dell’Alta Italia che si reca, nel
dicembre del 1944, presso l’Alto comando alleato sottoscrive una sorta
di diktat : i partigiani, all’atto della liberazione delle regioni del Nord,
dovranno sciogliersi e consegnare le armi; ogni potere e autorità passe­
ranno da quel momento al governo militare alleato; la resistenza si im­
pegna ad eseguire «qualsiasi ordine» dato dagli Alleati; persino il capo
militare del Corpo volontari della libertà «deve essere un ufficiale accet­
to al comandante in capo delle Armate alleate in Italia»24.
La resistenza italiana si muove cosi sul filo del rasoio. E l’essere riu­
scita a mantenere la sua unità, a rinsaldare il movimento partigiano «di­
subbidendo» al proclama di Alexander25, 26 a preparare e a dirigere una
insurrezione nazionale nelle maggiori città del Nord, appare un capola­
voro politico prima che militare. L’atteggiamento degli Alleati dà luogo,
beninteso, a tensioni e a sospetti. Sin dall’autunno del 1944, proprio nel­
le file dei combattenti delle brigate Garibaldi, tra i quadri comunisti,
l’amarezza è forte, viva la preoccupazione per la sorte finale della batta­
glia che essi stanno conducendo Vi è in merito una documentazione
abbondante; ciò che è meno noto, ma che ha un significato non meno
sintomatico, è che tale atmosfera ha effetti e ripercussioni persino sulla
linea di condotta di Togliatti.
Ci riferiamo ai risultati di un incontro che egli ha nell’Italia meridio­
nale, nelle Puglie, con un alto dirigente comunista jugoslavo, proprio
quel Kardelj che già abbiamo ricordato. Dopo l’incontro il capo del Pei,
il 19 ottobre del 1944, invia direttive ai capi partigiani comunisti che

23 Churchill, La seconda guerra mondiale cit., parte VI, vol. I, pp. 336 e 346.
24 Cfr. SPRIANO, Storia del Pci cit., V, pp. 444-46.
25 Cfr. Istruzioni del generale Alexander per la campagna invernale, circolare stilata da Luigi
Longo, vicecomandante del Corpo volontari della libertà, il 2 dicembre 1944, ora in Atti del Co­
mando generale del Cnl, a cura di Giorgio Rochat, Milano 1972, pp. 265-72.
26 Cfr. Storia del Pci cit., V, pp. 449-50.
Le zone d’influenza e i popoli europei 203

guidano la lotta armata nelle zone ai confini orientali, a contatto con


l’esercito di liberazione jugoslavo, nelle quali li esorta a favorire l’occu­
pazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito.
Sono direttive riservate e per questo ancora piu significative: in esse si
raccomanda di non impegnare una discussione sul modo come sarà risol­
to dopo la pace il problema della nazionalità di Trieste come delle zone
del confine orientale abitate da popolazioni miste slave e italiane; ma
piu interessante per la nostra investigazione è la motivazione con cui To­
gliatti giustifica la direttiva di favorire l’occupazione jugoslava della Ve­
nezia Giulia:
Questo significa che in questa regione non vi sarà né un’occupazione inglese,
né una restaurazione dell’amministrazione reazionaria italiana, cioè si creerà una
situazione profondamente diversa da quella che esiste nella parte libera dell’Ita­
lia, si creerà una situazione democratica in cui sarà possibile distruggere a fondo
il fascismo e organizzare il popolo tanto per la continuazione della guerra con­
tro gli invasori tedeschi quanto per la soluzione di tutti i suoi problemi vitali27.

Ci si può legittimamente domandare se tale motivazione, nell’ottobre


del 1944, mentre il Pei partecipa al governo Bonomi (Togliatti stesso è
ministro senza portafoglio di quel gabinetto e si batte quotidianamente
per aumentare il contributo dell’Italia liberata alla comune guerra), non
tinga di nero le linee della situazione italiana per potere meglio giustifi­
care le pressioni jugoslave e forse sovietiche che ha subito, agli occhi di
combattenti i quali hanno piu di un motivo valido per lamentare pretese
egemoniche e spirito nazionalistico nei compagni d’arme sloveni. Ma l’e­
pisodio indica non meno che lo sguardo è già volto anche in Togliatti alle
tensioni future, ai termini di una nuova partita che si apre in Europa tra
i vincitori, ciascuno dei quali aiuterà le forze politiche e sociali che piu
sono vicine alle proprie concezioni e al proprio sistema di governo. La
direttiva di Togliatti viene emanata dieci giorni dopo il colloquio di Mo­
sca tra Churchill e Stalin, quello in cui prevale la logica di un «equilibrio
europeo» basato sulla definizione, anche se non ancora rigida, di zone di
influenza. Ivi si è tentato di avviare un accordo balcanico restando del
tutto pacifico che ad Occidente gli interessi e la predominanza anglosas­
sone sono fuori discussione.
Uno storico comunista italiano ha trovato difficile spiegare come Sta­
lin «addivenisse con tanta rapidità a un accordo che escludeva visioni
piu ampie e nuove dell’assetto internazionale di quelle che non potevano
essere rappresentate dal consolidamento della pura e semplice influenza
dell’Urss in quanto Stato destinato ad uscire vittorioso dalla seconda

27 II testo integrale in ibid., pp. 437-38.


204 Capitolo diciassettesimo

guerra mondiale»28. E ha cercato una possibile spiegazione in una «tra


le non meno profonde contraddizioni di questa eminente personalità di
statista e di dirigente politico internazionale». Forse la spiegazione è piu
semplice: Stalin agisce in base alla propria visione degli interessi e della
sicurezza sovietici. È internazionalista soltanto in quanto pensa che tali
interessi di per sé coincidano con la causa del socialismo nel mondo. Si
prenda la famosa «confidenza» fatta a Gilas in un colloquio dell’aprile
del 1945 al quale è presente anche Tito. Stalin non è uomo da abbando­
narsi alla confidenza, neppure con interlocutori come quelli, che in parte
ammirava, ma dei quali pur temeva l’orgoglio nazionale; tuttavia il reso­
conto del colloquio, stilato anni dopo da Gilas, non a torto è stato spesso
citato poiché è illuminante:
«Questa guerra - disse Stalin - è diversa da tutte quelle del passato; chiun­
que occupa un territorio gli impone anche il suo sistema sociale. Ciascuno im­
pone il suo sistema sociale fin dove riesce ad arrivare il suo esercito; non potreb­
be essere diversamente». Ci chiarì anche, senza addentrarsi in lunghe spiega­
zioni, il significato della sua politica panslava: «Se gli slavi rimarranno uniti e
solidali, nessuno in futuro potrà piu muovere un dito! » ripete e sottolineò l’idea
tagliando l’aria con l’indice.
Qualcuno espresse il dubbio che i tedeschi non riuscissero a riprendersi in
meno di cinquant’anni, ma Stalin era d’altro parere: «No, si riprenderanno pre­
stissimo. La Germania è un paese industriale estremamente progredito, con una
classe operaia numerosa, qualificatissima, e un’intelligentia di tecnici. Date tem­
po da dodici a quindici anni e saranno di nuovo in piedi. Ecco perché l’unità
slava è importante; ma anche senza di questo, se gli slavi saranno uniti, nessuno
oserà muovere un dito».
A un certo punto si alzò, tirò su i pantaloni come se stesse preparandosi a
un incontro di boxe, e gridò come fuori di sé: «La guerra finirà presto. In quin­
dici o vent’anni ci rimetteremo in forze, e poi daremo un’altra botta» ”.

Trapelano alcuni dei caratteri della personalità politica di Stalin: rea­


lismo spregiudicato, esaltazione della solidarietà slava, una certa somma­
rietà nell’indicare la rispondenza tra sistema sociale e istituzione politica,
preoccupazione per possibili future minacce tedesche (e, pare di capire,
la sua sfiducia in una classe operaia come quella della Germania, la quale
non ha manifestato nessuna ribellione al nazismo, neppure negli ultimi
anni). Stalin - ne parleremo ancora diffusamente — non esclude la for­
mazione di società di transizione, di regimi e Stati i quali ancora non si
possano definire capitalisti o socialisti. Fa un cenno, con Gilas, alla Fran­
cia di De Gaulle e un altro, ancora piu indicativo, alla Jugoslavia, per
negare quanto i suoi interlocutori considerano già acquisito: che cioè la

25 Ernesto ragionieri, prefazione a churchill-roosevelt-stalin, Da Teheran a Yalta, Roma


1965, PP- XXXIV-XXXV.
29 gilas, Conversazioni con Stalin cit., p. 121.
Le zone d’influenza e i popoli europei 205

Jugoslavia rivoluzionaria sia ormai uno Stato di tipo sovietico e non uno
Stato «a mezza strada».
Rimane essenziale il senso, netto e concreto, che Stalin ha dei mar­
gini entro cui si può muovere; egli non esita ad approfittare delle posi­
zioni di forza acquisite per crearsi un «glacis» di paesi e governi fedeli
intorno alle frontiere sovietiche. Non è certo chiaro né alle grandi masse
né a molti uomini politici tale disegno. Un Beneš, ad esempio, spera che
la Cecoslovacchia (si ricordi, però, che questo paese verrà occupato in
parte dagli americani, in parte dai sovietici e che entrambi gli eserciti se
ne ritireranno) possa essere «sia ad Est sia ad Ovest»30. Ma il termine,
poi divenuto di largo uso, di «glacis» è usato sin dal 1945 da Léon Blum,
parlando della politica sovietica:
Uno dei suoi obiettivi evidenti è di stabilire sulla frontiera occidentale del-
l’Urss un «glacis» di Stati infeudati o almeno sottomessi all’influenza sovietica...
Tutto sta accadendo come se Stalin non intendesse fondare la sicurezza del
suo paese, e al tempo stesso la sicurezza della sua opera, che sul consolidamento
e l’estensione della potenza militare e industriale dell'Urss...
Egli non agisce come rappresentante del proletariato internazionale, ma co­
me rappresentante di una delle piu grandi potenze nazionali del mondo31. 32
Molta della storiografia sull’Urss, in prevalenza anglosassone ma non
solo essa, ha ricalcato le orme di quel primo giudizio del dirigente socia­
lista francese. Essa è abbastanza concorde, pur con diverse sfumature,
nel sostenere che Stalin non pensava alla fine della guerra a promuovere
e tantomeno ad appoggiare un’ondata di rivoluzione socialista e comuni­
sta in Europa.
«L’Unione Sovietica - ha scritto Ulam - desiderava aumentare la sua
potenza e la sua sfera d’influenza senza correre il rischio di una guerra» ".
Anche per Brzezinski, Stalin conta su un non breve periodo di coesi­
stenza pacifica con l’Occidente e proprio a tal fine consiglia cautela e dut­
tilità ai dirigenti comunisti al potere nei paesi dell’Est33. Secondo D. F.
Fleming,
nessun popolo al mondo che abbia sofferto come soffrì il popolo sovietico e che
poi abbia conseguito una gigantesca vittoria militare attraverserebbe l’Europa
orientale solo a titolo di passaggio. Si assicurerebbe che la porta dell’invasione
fosse ben chiusa e lo farebbe con i metodi che ritenesse buoni e non con quelli
raccomandati da altri, viventi a grandissima distanza34.

30 Cfr. Vaccarino, Storia della Resistenza in Europa cit., I, p. 269.


31 Sono brani di articoli del «Populaire» del 21, del 22 luglio e del 1° agosto 1945, citati in
olivier Duhamel e Nicole racine, Léon Blum, les socialistes et l’Union soviétique, pubblicato con
altri saggi in L'Urss vue de gauche cit., p. 149.
32 ulam, Storia della politica estera sovietica cit., p. 574.
33 z. K. BRZEZINSKI, Storia dell’Urss e delle democrazie popolari, Milano 1975. PP- 73 e 76-77 ■
34 FLEMING, Storia della guerra fredda cit., p. 324.
2o6 Capitolo diciassettesimo

Non diverso il parere di Fred Warner Neal, che dice di piu:


In sé la politica di Stalin non faceva presagire mire espansionistiche al di là
dell’Est europeo. Al contrario, la sua politica estera si rivolse in generale sempre
piu all’interno, inteso ora come Unione Sovietica ed Europa orientale e divenne
sempre piu isolazionista, cioè concentrata sempre più su quell’area geografica
senza interessi per il resto del mondo

È forse dire troppo. Tuttavia resta difficilmente confutabile quan­


to un altro studioso americano, Robert Strauss-Hupe, scriveva sin dal
1947: che cioè «le frontiere occidentali della sfera d’influenza sovietica
coincidono cosi da vicino con quelle che la Russia zarista aveva pensato
di assicurarsi dopo la sconfitta degli Imperi centrali che le politiche de­
gli zar e dell’Unione Sovietica sembravano differire soltanto per quanto
riguarda i metodi»
La storiografia americana nota come «revisionista» ha posto l’accen­
to su un risvolto non trascurabile. Sin dalla primavera del 1945, dopo
la morte di Roosevelt, alcuni uomini politici influenti e autorevoli degli
Usa pensano che si debba guardare alla politica estera sovietica come a
un articolato e insidioso disegno piu generale, tutt’altro che «isolazioni­
sta». Per l’ambasciatore nordamericano a Mosca, Averell Harriman, ad
esempio, l’Urss si muove su tre direzioni parallele. La prima persegue
una collaborazione con Usa e Gran Bretagna nell’organizzazione mon­
diale; la seconda punta a creare un anello di sicurezza esterno grazie alla
dominazione sovietica (definita da lui «un’invasione barbarica») sui pae­
si confinanti; la terza ipotizza una penetrazione in altri paesi capitalistici,
grazie alla funzione affidata ai partiti comunisti in espansione3735. 36
Sospetti e propensioni occidentali a resistere, che si affacciano imme­
diatamente, si scontrano però con una realtà quale quella delle vittorie
sovietiche sul campo, piu estese e rapide di quelle degli Alleati. Si pensi
al momento di Jalta. L’ultimo segretario di Stato di Roosevelt, Stettinius,
ricordando la situazione del momento e il piu spinoso «caso» affacciatosi
nel febbraio del 1945, quello polacco, ha scritto:
Data la situazione, il problema non era quello che la Gran Bretagna e gli
Stati Uniti avrebbero permesso alla Russia di fare in Polonia (ed il discorso vale
per tutta l’Europa orientale), ma ciò che questi paesi potevano convincere l’Urss
ad accettare38.

35 FREDWarner neal, La politica di Stalin sull’Est europeo, in mcneal, Stalin cit., p. 1072.
36 Robert strauss-hupe, The Western Erontiers of Russia, in «The Review of Politics», New
York, luglio 1947.
37 Cfr., per un’analisi dei documenti pubblicati in Foreign relations of the United States del
1945 e delle testimonianze di Harriman e Stettinius, fejtö, Storia delle democrazie popolari cit.,
pp. 62-63 e gar alperovitz, Un asso nella manica, Torino 1966, pp. 24-28.
33 Edward stettinius, Roosevelt and the Russians, New York 1949, p. 212.
Le zone d’influenza e i popoli europei 207

In verità, quando guardiamo ai risultati della famosa conferenza di


Jalta, nel febbraio del 1945, e vi guardiamo senza farci travolgere dal
«mito negativo» che su di essa si è depositato secondo il quale sarebbe
stata la sede e l’occasione di una vera e propria spartizione del mondo
e, ancora, luogo del cedimento di Roosevelt a Stalin, scopriamo che Jalta
non contraddice in sostanza ai tratti acquisiti nell’incontro dell’ottobre
precedente tra Churchill e Stalin. Essa rappresenta nondimeno un gran­
de sforzo comune di pacifica coesistenza, non intende radicalizzare i con­
trasti sulle questioni controverse. È del tutto generica sul problema dello
smembramento o meno della Germania vinta; trova per la Polonia una
soluzione non meno aleatoria: l’inserimento di elementi del governo esu­
le di Londra all’interno di quello formato tra gli «amici» dell’Urss, del
Comitato di Lublino. A Jalta si constata come l’Urss presenti rivendica­
zioni territoriali assai moderate per la sistemazione delle sue frontiere in
Estremo Oriente, mentre si impegna ad entrare in guerra contro il Giap­
pone entro tre mesi dalla fine delle ostilità in Europa. Vi è il riconosci­
mento del ruolo di potenze di primo piano alla Cina (ma si parla sempre
della Cina nazionalista, di Chiang Kai-shek) e alla Francia di De Gaulle,
all’interno della organizzazione delle Nazioni Unite, dove le cinque gran­
di potenze si riservano il diritto di veto come membri permanenti del
Consiglio di sicurezza35.
Il criterio, l’ispirazione di fondo delle zone d’influenza, vi sono con­
fermati. E l’Urss li farà valere, in primo luogo e pesantemente, per la
Polonia, una Polonia che vuole non solo amica ma soggetta. Forse il com­
mento piu equilibrato ai risultati di Jalta è stato quello formulato dal piti
noto storico «revisionista» americano, D. F. Fleming:
È indubbio che quando la conferenza di Jalta si aggiornò, le due parti vole­
vano veramente cooperare, non soltanto per vincere le due guerre che ancora
infuriavano, ma anche per vivere assieme nel mondo postbellico; ciò, però, non
escludeva che ciascuna delle due parti intendesse restaurare o istituire le pro­
prie forme di governo nelle zone cadute sotto il proprio controllo ".

Pare indubbio non meno che, sulla divisione dell’Europa in zone


d’influenza, si trovano piu d’accordo i sovietici e gli inglesi che non
gli americani. Quando morirà Roosevelt, si vedrà come la politica este­
ra americana avrà un’impennata su questa questione e da Truman ad
Harriman, da Forrestal a Stimson opererà per contrastare l’acquisizione
pura e semplice all’Urss dei paesi dell’Est. Senonché è difficile pensare
che, nel febbraio del 1945, con il passato e gli orientamenti di Stalin e39 40

39 Cfr. D. shaver clemens, Yalta, Torino 1975.


40 Fleming, Storia della guerra fredda cit., p. 273.
2o8 Capitolo diciassettesimo

Churchill che già conosciamo, Jalta potesse dare risultati molto diffe­
renti, anche se preparavano conseguenze gravi.
La divisione dell’Europa in zone d’influenza - ha scritto Giuseppe Boffa -
è stata a lungo deprecata nel dopoguerra e ancora oggi un diverso giudizio ri­
schia di apparire una manifestazione di cinismo. Eppure non si vede come l’ana­
lisi storica possa arrivare alla conclusione che una soluzione differente era prati­
cabile alla fine della guerra. Che i grandi paesi vincitori dovessero avere un’in­
fluenza nell’Europa liberata da Hitler e occupata dai loro eserciti era inevitabile.
Non si trattava del resto di un fenomeno negativo in assoluto, perché il primo
carattere di quell’influenza era l’antifascismo. Essa non poteva essere esercitata
collettivamente dai tre alleati perché la loro unità non era abbastanza profonda.
Doveva essere per gli uni o per gli altri preponderante nell’una o nell’altra re­
gione. Ciò non escludeva ancora la possibilità di un esteso grado di collaborazio­
ne, purché ognuno rispettasse i legittimi interessi dell’interlocutore. Il vero pro­
blema era (e resta) sapere come e con quali risultati quell’influenza si sarebbe
manifestata41.

41 boffa, Storia dell'Unione Sovietica cit., Il, p. 257.


Capitolo diciottesimo
Rivoluzione bloccata ad Ovest?

I partigiani garibaldini italiani cantavano:


Ecco s’avanza uno strano soldato
vien dall’Oriente e non monta destrier.
Ha man callose ed il volto abbronzato
è il più glorioso di tutti i guerrier.

Ed è uno dei loro, questo strano soldato:


Non ha pennacchi né fregi dorati
ma sul berretto e incisi nel cuor
porta la falce e il martello incrociati:
son l’emblema del lavor.

L’immagine trionfante dell’Urss, l’aspettativa messianica che la sor­


regge, sono quelle di tanti comunisti durante la resistenza e dopo la libe­
razione. È uno stato d’animo che può benissimo coesistere, e in effetti
coesiste, con la politica, la prospettiva democratica dei rispettivi partiti.
L’accentuazione nazionale della propaganda comunista, l’insistenza su
una concordia di sforzi che superi confini di classe rispondono d’altronde
- lo notava appunto Eric J. Hobsbawm - a necessità, convinzioni, con­
dotta della lotta, reali. Togliatti e Thorez, se non perdono occasione per
un omaggio a Stalin, aggiungono sempre che non si tratta di fare come in
Russia, che il loro partito è autonomo, si curano essenzialmente — di qui
ricavando nuovi consensi e cosi mettendo radici in vasti strati di popo­
lo — di aderire ad ogni piega della società, di prospettare soluzioni imme­
diate e concrete. Semmai nella base operaia piu intrisa di radicalismo e
massimalismo, la politica delle dirigenze è accolta come una necessità del
momento, come un’accortezza tattica. Forse che Stalin sta dicendo cose
diverse?
I partigiani italiani, come gli Ftp francesi, consegnano ufficialmente
le armi, smobilitano alla liberazione; molti fucili e rivoltelle, bombe a
mano e mitragliatori verranno nascosti, con una certa connivenza delle
organizzazioni di partito. Forme di ribellismo endemico, episodi di giu­
210 Capitolo diciottesimo

stizia sommaria nei confronti di singoli esponenti fascisti e collaborazio­


nisti, di proprietari agrari e industriali sono frequenti nei primi tempi,
ma l’accendersi di una forte tensione di classe caratterizzerà piuttosto gli
anni successivi. Si dovrà parlare invece, per il 1945 e il 1946, di una psi­
cologia di massa, fatta insieme di fiducia e di attesa. C’è una grande spin­
ta associativa, una massiccia presenza sull’arena sociale di forze proleta­
rie organizzate, che credono nell’unità dei partiti operai. Trasparente è
la convinzione che una nuova generale crisi del capitalismo sia inevita­
bile, che presto o tardi la rivoluzione socialista non possa non dilagare
dall’Oriente all’Occidente.
La liberazione dal nazifascismo, tuttavia, è stata davvero la liberazio­
ne, per tutti. Il gusto della libertà ritrovata si sperimenta nell’aperto di­
battito politico e programmatico, in grandi e piccoli comizi elettorali, nel
fiorire di giornali espressione di partiti e movimenti emersi dalla resi­
stenza. Anche le forze moderate, intermedie, riformiste, si organizzano.
Attorno alla Chiesa cattolica si coagulano partiti di democrazia cristiana,
cristiano-sociali, in Italia come in Francia, in Germania occidentale co­
me in Belgio, in Austria come in Ungheria, con una forte base contadina,
di ceti borghesi e piccolo-borghesi, e con una componente operaia: sono
partiti che tendono a divenire di massa e a contrastare sul loro stesso ter­
reno i comunisti. Anche socialisti e socialdemocratici escono dalla lunga
crisi. Incerti se ridare vita a un’organizzazione internazionale, ritrovano
una ragione d’essere in quella opinione di sinistra riformatrice che non
si confonde, né vuole esservi assorbita, con quella comunista.
È un panorama che viene spesso obliterato da una revisione storica
la quale, sulla base di sollecitazioni e recriminazioni politiche ed ideolo­
giche, ha insistito sulla carica e sulle potenzialità rivoluzionarie presenti
nei due maggiori paesi dell’Occidente continentale. Lo sviluppo radicale
delle resistenze «rosse» sarebbe stato bloccato dai partiti comunisti, dal­
le loro direzioni staliniane. Ma accanto a questa polemica, piu forte sul
terreno dei «se» è l’altra polemica, quella che si appunta direttamente
a Stalin. L’Urss vittoriosa è fatta colpevole di non avere svolto il suo com­
pito di primo paese socialista, di portabandiera della rivoluzione socia­
lista nell’Ovest europeo.
È la vecchia tesi trockista riproposta per il 1944-45 quasi tale quale
già si affacciò nel 1935-37. Va subito aggiunto, però, che il più autore­
vole studioso di ispirazione trockista, Isaac Deutscher, è stato piuttosto
cauto in merito. Per un verso ha fatto notare come Stalin potesse temere
uno sviluppo della rivoluzione in Occidente, che avrebbe messo in peri­
colo i fondamenti politici ed ideologici del suo sistema di potere buro­
cratico e dittatoriale. Per l’altro, il Deutscher ha continuato a dare una
Rivoluzione bloccata ad Ovest? 211

rappresentazione per cosi dire ancipite delle intenzioni staliniane, defi­


nendole conservatrici e rivoluzionarie al tempo stesso. Secondo lo sto­
rico polacco, Stalin restava sempre convinto che una vera rivoluzione
socialista non sarebbe sortita dalle classi operaie occidentali (quanto a
quella tedesca, avrebbe confessato a un visitatore che «il comuniSmo si
addice alla Germania quanto una sella si addice a una vacca»). Ma anche
per Stalin il processo della rivoluzione mondiale era in definitiva inarre­
stabile. La differenza con Lenin e Trockij è cosi sintetizzata dal Deut­
scher: i primi tenevano gli occhi fissi sulle classi lavoratrici tedesca, fran­
cese, britannica; gli occhi di Stalin guardano soprattutto alle rivoluzioni
di Varsavia, Bucarest, Belgrado e Praga. Insomma, dal socialismo in un
solo paese al socialismo in una sola zona ‘.
Molto più drastico nell’accusa a Stalin di avere fatto una politica con­
trorivoluzionaria è Fernando Claudin per il quale l’obiettivo supremo di
questa politica è stato quello di un durevole compromesso con l’imperia­
lismo americano «per assumere in accomandita la direzione del mondo».
Per quanto concerne l’Europa, «cedere (diplomaticamente e politica-
mente parlando) ad Ovest per assicurarsi l’Est». Claudin fonda la sua
argomentazione sulla tesi che la situazione nel 1945, in specie in Italia
e in Francia, fosse aperta a sbocchi rivoluzionari e aggiunge una conside­
razione sulla Cina:
Uno degli obiettivi fondamentali di Washington nella guerra del Pacifico
consisteva nel consolidare il regime di Ciang Kai-shek attraverso il quale il ca­
pitalismo americano poteva assicurarsi la penetrazione economica e l’egemonia
politica in Cina. Il raggiungimento di questo obiettivo poteva essere straordina­
riamente facilitato se i comunisti cinesi avessero proseguito la loro collabora­
zione con la borghesia del Kuomintang nello stesso spirito di lealtà e di mode­
razione con cui i comunisti italiani e francesi stavano collaborando con le rispet­
tive borghesie. A questo fine Washington aveva bisogno dei buoni servizi di
Stalin [...]. Le stesse ragioni che impongono a Washington la politica di conci­
liazione con Mosca, malgrado il viscerale anticomunismo di Truman e dei suoi
uomini, sottolineano fino a che punto, nella primavera e nell’estate 1945, il rap­
porto globale di forze in Europa fosse propizio a un’audace politica rivoluzio­
naria nei paesi in cui le condizioni interne erano favorevoli. In caso di inter­
vento armato angloamericano contro il movimento rivoluzionario, l’Unione So­
vietica si trovava in condizioni strategiche eccezionalmente favorevoli per for­
nire a questo movimento l’aiuto militare decisivo1 2.

In verità se Stalin non mostra alcuna intenzione di fornire tale aiuto


- vedremo come si ripresenta retrospettivamente la questione quando,
con la costituzione del Cominform nel 1947, i comunisti jugoslavi accuse-

1 deutscher, Stalin cit., pp. 752-73.


2 claudin, La crisi del movimento comunista cit., p. 333.
212 Capitolo diciottesimo

ranno apertamente i loro compagni italiani e francesi di essere stati op­


portunisti e poco meno che vili nel non avere preso il potere nel 1945 —
il problema può essere posto anche in altro modo: ci fu o meno una sot­
tovalutazione generale da parte dell’Urss delle novità della situazione
mondiale? È la critica che, ad esempio, muove uno studioso comunista
italiano, Adriano Guerra:
Nel movimento comunista (e prima di tutto a Mosca, in Stalin) era del tutto
carente una riflessione adeguata alla situazione sul ruolo dello Stato sovietico
nella nuova fase della storia. Il fatto che il problema della sicurezza venisse po­
sto negli stessi termini degli anni trenta rivela chiaramente l’esistenza, prima di
tutto, di una visione fondamentalmente eurocentrica della situazione interna­
zionale e anche di un radicato pessimismo sulla possibilità di nuovi e rilevanti
passi in avanti del socialismo nel mondo al di là delle frontiere dell’Urss attra­
verso lo sviluppo della lotta democratica ’.

L’orizzonte cui ci si affaccerà dopo la guerra non sarà ristretto alla


logica delle zone d’influenza. Il corso e l’epilogo della rivoluzione cinese,
la presa di potere da parte dei comunisti di Mao con il 1948-49, non sono
previsti né da Stalin né dagli angloamericani; non meno sorprendente il
moto di emancipazione dei popoli coloniali che parte dall’Africa e dal­
l’Asia. Ma, per restare alla questione già adombrata, chiediamoci fino a
che punto si possa parlare di miopia di Stalin o, meglio, se la sua suppo­
sta volontà di frenare uno sviluppo rivoluzionario nel 1945 sia l’elemen­
to « soggettivo » determinante oppure se non vi siano limiti oggettivi ben
piti consistenti.
Nell’insieme, se paragoniamo la situazione europea della fine della
prima guerra mondiale con quella della seconda dobbiamo constatare
che l’ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra fu assai più alta e tem­
pestosa; investiva la Germania e la Polonia, l’Italia e l’Ungheria. Ora il
potere militare delle potenze vincitrici è saldo; la maggior parte dei paesi
europei - se si esclude la Jugoslavia e, in parte, la Grecia - non sono stati
liberati dalle forze della resistenza se non all’atto dell’offensiva finale de­
gli eserciti alleati. E, a parte il grande buco della Germania, dove non vi
è stata opposizione di massa all’hitlerismo neppure nell’ultimo anno, in­
surrezioni popolari non sono scoppiate ovunque. Il quadro cambierebbe
se Stalin puntasse sulla carta di una rivoluzione socialista nell’Europa
occidentale? È impensabile una rottura delle alleanze mentre ancora è da
battere il Giappone. L’Urss ha già venti milioni di morti nella «grande
guerra patria». Può impiegare l’Armata rossa in Occidente per una guer­
ra rivoluzionaria? E la questione non è soltanto quella delle intenzioni

3 guerra, Gli anni del Cominform cit., p. 22.


Rivoluzione bloccata ad Ovest? 213

del Cremlino. È la questione che investe la natura e i limiti del movi­


mento di liberazione in Europa.
Può darsi che Stalin sottovalutasse le possibilità di movimenti e di
spostamenti autonomi di masse e di popoli, di «sviluppo democratico».
È probabile, tra l’altro, che egli abbia scartato nelle sue previsioni per­
sino l’eventualità che in Gran Bretagna finissero per prevalere i laburisti;
pare assodato infatti che a Jalta egli desse per scontata una vittoria di
Churchill per le elezioni del luglio del 1945, «perché la gente capisce
che è necessario avere un capo, e chi può essere un capo migliore di co­
lui che ha vinto una guerra? » *. Ma il corso del movimento di liberazione
che culmina in insurrezioni nazionali, in Francia nell’estate del 1944,
nell’Italia del Nord nella primavera del 1945, è di per sé per varie ra­
gioni (predominante quella che esso si inquadra nell’avanzata delle arma­
te angloamericane, ben decise a tenere in pugno la situazione) un moto
che sta nei confini precisi di una insurrezione nazionale, antifascista, de­
mocratica.
Il vero problema per i partiti comunisti di questi paesi è quello di
poter far partecipare al moto e pesarvi politicamente e socialmente gran­
di masse popolari, i lavoratori in primo luogo, non certo quello di pren­
dere il potere. I limiti di tale movimento sono ben presenti ai massimi
dirigenti del Pei e del Pcf, da Togliatti a Longo e Secchia, da Thorez a
Duclos a Frachon. Non solo non vi sono le condizioni esterne di una ri­
voluzione socialista, ma neppure quelle interne. Il dirigente comunista
italiano che pure più di altri ha sempre mostrato un’insoddisfazione per
quel che «non ha dato» la resistenza, Pietro Secchia, è stato nondimeno
il più esplicito a marcarne i limiti effettivi e a negare che sarebbe stato
possibile darle una prospettiva più avanzata:
La Resistenza ha avuto i limiti che ha avuto non perché non si sono date del­
le prospettive o delle parole d’ordine socialiste, non si è elaborato meglio il pro­
gramma delle riforme di struttura da attuare dopo la liberazione, perché si è
realizzata un’unità piuttosto di un’altra o si è messo sulle canne del mitra il tri­
colore invece che il fazzoletto rosso. Il motivo fondamentale sta invece nel non
essere riusciti, nelle condizioni in cui si operava, a fare della Resistenza un mo­
vimento piu ampio, più robusto, con delle formazioni partigiane più numerose,
più agguerrite e potentemente armate, in grado di liberare stabilmente intere
regioni e di fare trovare gli angloamericani, al loro arrivo, davanti a un esercito
organico e a un potere popolare saldamente conquistato45.

4 Cfr. Churchill, La seconda guerra mondiale cit., parte V, vol. II, p. 46. Cfr. anche, per una
successiva previsione errata di Stalin secondo la quale i conservatori avrebbero vinto con una mag­
gioranza di ottanta seggi, fontaine, Storia della guerra fredda cit., p. 295.
5 Pietro secchia, Perché la Resistenza non ha dato di più, in «La città futura», n. 9, aprile
1965.

15
214 Capitolo diciottesimo

È trasparente, in queste constatazioni, l’amarezza per non essere riu­


sciti a imitare nella realtà quel modello jugoslavo (anzitutto nell’ampiez­
za della lotta partigiana e nella sua incidenza di rivoluzione sociale) la
cui suggestione è pur stata forte nei comunisti italiani durante la guerra
di liberazione al Nord. Ma la coscienza di un limite netto della resistenza
è presente e ripetuto, allora come dopo, in Togliatti che pure punta alla
insurrezione nazionale come a un grande fatto di rivoluzione democra­
tica. Nelle direttive che invia ai compagni del Nord egli scrive:
Ricordarsi sempre che l’insurrezione che noi vogliamo non ha lo scopo di
imporre trasformazioni sociali e politiche in senso socialista e comunista, ma ha
come scopo la liberazione nazionale e la distruzione del fascismo. Tutti gli altri
problemi saranno risolti dal popolo domani, una volta liberata tutta l’Italia,
attraverso una libera consultazione popolare e l’elezione di un’Assemblea costi­
tuente 6. 7

Togliatti parte da due considerazioni. La prima è che «non è avve­


nuta, tra di noi, una rivoluzione la quale abbia violentemente distrutto
tutto un ordinamente sociale gettando le basi di un ordinamento sociale
nuovo» ’. La seconda che si deve evitare a tutti i costi una «prospettiva
greca», cioè lasciarsi trascinare in una guerra civile contro gli eserciti
alleati e le forze conservatrici e reazionarie italiane (non solo presenti,
ma all’offensiva in una parte dell’Italia liberata). Si avverte in Togliatti
come una sorta di ossessione per un pericolo simile. Sin dal 1944 mette
in guardia il suo partito dal cadere in una provocazione che aprirebbe un
periodo di guerra civile destinato a concludersi «con una catastrofe defi­
nitiva del paese»8. 9Quando si apre, alla vigilia della liberazione del Nord,
il Consiglio nazionale del Pei a Roma, tra gli obiettivi fondamentali egli
indica:
Evitare che la liberazione del Nord sia accompagnata da urti e conflitti i
quali possano creare gravi malintesi e contrasti tra il popolo e le forze alleate
liberatrici. Mantenere l’unità e la collaborazione piti fraterna con le forze al­
leate ’.

È in questa occasione che Togliatti parla di una «prospettiva greca».


La tendenza che mira a una accentuazione progressiva delle lotte politiche
e di classe [...] in occasione della liberazione del Nord vorrebbe imporre all’Ita­
lia quella che io chiamerei una prospettiva greca, cioè la prospettiva di un urto

6 II testo delle direttive trasmesse da Togliatti al Centro dirigente del Pei del Nord nell’aprile
del 1945 in «Rinascita ~ Il contemporaneo», n. 8, agosto 1965.
7 La nostra politica nazionale, in palmiro togliatti, Discorsi alla Costituente, Roma 1973,
P- 36.
8 Dal discorso tenuto alla Pergola, Firenze, il 3 ottobre 1944, raccolto con altri in id., Politica
comunista, Roma 1943, p. 89.
9 II Pei nella lotta contro il fascismo e per la democrazia, ibid., p. 259.
Rivoluzione bloccata ad Ovest? 215

violento, di un conflitto armato tra le forze organizzate del fronte antifascista e


forze della polizia e dell’esercito dirette da elementi antidemocratici. Lo scopo
che si pone questa tendenza [...] alimentata da forze tenebrose e ben organizzate,
è di evitare una consultazione popolare, di prolungare indefinitamente l’occupa­
zione d’Italia da parte degli eserciti liberatori alleati e quindi porre una barriera
quasi insuperabile all’avanzata delle forze democratiche10. 11
Un’amministrazione militare alleata dura per tutto il 1945 nel Nord
liberato. Due anni dopo, Togliatti raccomanda a Luigi Longo e ad Euge­
nio Reale in partenza per la Polonia come delegati alla conferenza che
darà vita al Cominform:
Se vi rimprovereranno che non abbiamo saputo prendere il potere o che ci
siamo fatti cacciare dal governo, dite loro che non potevamo trasformare l’Italia
in una seconda Grecia. E ciò nell’interesse non soltanto nostro ma degli stessi
sovietici “.
Può essere d’un certo interesse annotare che lungo un arco venten­
nale di direzione e di riflessione politica in Togliatti continuasse ad emer­
gere questa motivazione, spesso intrecciata alla rivendicazione di una
strategia fondata sullo sviluppo della democrazia politica e sulle riforme
di struttura. Naturalmente, poiché anche questo è un discorso sui «se»,
le accentuazioni in vari momenti si diversificano. E se nel 1945-47 To­
gliatti sottolinea che si è solo all’inizio di una rivoluzione democratica12
(e con la guerra fredda gli pare tutte le conquiste di libertà siano nuova­
mente insidiate) 13, nel 1957 - ma l’uditorio è questa volta molto parti­
colare: fatto dai rappresentanti dei 64 partiti comunisti a Mosca, e To­
gliatti si troverà nell’occasione piuttosto isolato - dirà, mettendo la sor­
dina alle ragioni endogene di una scelta:
Appena finita la guerra vi era in Italia una situazione nella quale non sareb­
be stato difficile prendere il potere e iniziare la costruzione di una società socia­
lista. La maggior parte del popolo avrebbe potuto seguirci. Ma il paese era occu­
pato dagli eserciti americani e inglesi e questa via non si potè prendere perché
una insurrezione contro questi eserciti sarebbe stata politicamente un assurdo
e destinata a sicura sconfitta 14.
Nel 1962 ai delegati del X congresso del Pei non afferma cose diverse,
ma l’accento è di nuovo posto sulla «via maestra» percorsa come l’unica
che fosse percorribile:

10 Ibiđ., p. 249.
11 Eugenio reale, Nascita del Cominform, Milano 1958, p. 17.
12 «È in corso, è all’inizio - dice il 2 giugno 1945 - un profondo processo di rinnovamento che
non esito a chiamare una rivoluzione democratica». Dal Discorso alle donne, in togliatti, Politica
comunista cit., p, 303.
13 Cfr. id., Jl nostro congresso, in «Rinascita», a. iv, n. 11-12, novembre-dicembre 1947, PP.
313-15.
14 id., Sugli orientamenti politici del nostro partito, ivi, a. xvi, n, 11, novembre 1959» P- 757*
2i6 Capitolo diciottesimo

Si dice spesso che, dopo la liberazione, l’occupazione straniera del territorio


nazionale, che rendeva militarmente impossibile la vittoria di una insurrezione
popolare, fu il fattore determinante della politica dei comunisti. La nostra poli­
tica fu in realtà ispirata e dettata da motivi ben piu profondi. Si era creata nella
Resistenza una unità di forze democratiche che si estendeva sino a comprendere,
socialmente, gruppi di media borghesia progressiva e, politicamente, una grande
parte del movimento cattolico di massa. Noi eravamo stati in prima fila tra i
promotori, organizzatori e dirigenti di questa unità, che possedeva un suo pro­
gramma di rinnovamento di tutta la vita del paese [...]. La nostra politica consi­
stette nel lottare in modo aperto e coerente per questa soluzione, la quale com­
portava uno sviluppo democratico e un rinnovamento sociale orientati nella
direzione del socialismo
L’obiettivo di creare un regime di democrazia politica avanzata, di
saldare un nuovo blocco sociale di forze progressive, sarà il banco di pro­
va di parecchi partiti comunisti europei all’indomani della fine della guer­
ra. E il rapporto subito assai difficile tra questo indirizzo e la logica della
politica delle zone d’influenza sarà un luogo di contraddizioni nuove per
il movimento comunista. Per stare, ora, al momento della liberazione,
mette conto di domandarci se nel realismo dei comunisti italiani (come
di quelli francesi, di cui parleremo ancora) si debba annoverare un con­
siglio preciso giunto da Mosca in tal senso. La documentazione disponi­
bile in merito è, se non nulla, del tutto evanescente. Di certo si sa sol­
tanto che per la Grecia Stalin si adoperò perché i comunisti non si avven­
turassero in una opposizione frontale agli inglesi “. Per la Francia risulta
un cenno in proposito di uno dei capi della resistenza, il massimo orga­
nizzatore degli Ftp, Charles Tillon (poi espulso dal partito). Nelle sue
memorie Tillon afferma che i sovietici, nell’autunno del 1944 hanno con­
sigliato ai comunisti francesi di «non opporsi minimamente alle esigenze
di De Gaulle né a quelle degli Alleati» ”. Per il Pei vi è un riferimento
sibillino nelle considerazioni svolte sul tema da Emilio Sereni, uno degli
organizzatori dell’insurrezione nazionale di Milano, nell’aprile del 1945.
Sereni sostiene che non è affatto sicuro che un tentativo di presa del
potere da parte dei comunisti italiani nel Nord insorto alla fine d’aprile
del 1945 sarebbe stato represso con le armi dagli angloamericani. Le ra­
gioni che sconsigliavano il partito dal tentare questa rottura sarebbero
state, secondo Sereni, altre. La prima è una ragione interna, una spacca­
tura del paese tra il Nord avanzato e il Centro-Sud, «la parte meno indu­
strializzata, economicamente, socialmente e politicamente piu arretrata,
che sarebbe restata permanentemente soggetta (come poi è avvenuto per

15 Dal rapporto al X congresso del Pei (Roma, dicembre 1962), in id., Nella democrazia e nella
pace verso il socialismo, Roma 1963, p. 186.
14 Cfr. SOLARO, Storia del Partito comunista greco cit., p. 122.
17 Charles tillon, On chantait rouge, Paris 1963, p. 304.
Rivoluzione bloccata ad Ovest? 217

la Germania) all’occupazione degli Alleati occidentali». L’altra ragione


di fondo è cosi indicata dall’autore:
L’instaurazione di un potere comunista nell’Italia settentrionale avrebbe au­
tomaticamente ed inevitabilmente determinato una crisi estremamente grave
nello schieramento alleato, nel momento stesso in cui esso era ancora impegnato
a fondo nella fase culminante della guerra contro la Germania hitleriana e con­
tro il militarismo giapponese [...]. Se non andiamo errati, non mancò allora l’oc­
casione di avere in proposito - e sia pure in forma piu che indiretta - l’opinione
dei nostri compagni sovietici: e dal loro punto di osservazione, di tanto piu ele­
vato, e con una possibilità di visione tanto più ampia della nostra, il loro apprez­
zamento dei pericoli della situazione, per quanto riguarda le difficoltà e le inci­
pienti incrinature dello schieramento alleato, pare fosse non molto diverso dal
nostro “.
Qualunque motivazione prevalesse nello scartare un esito rivoluzio­
nario è certo che i dirigenti del Pei - senza incontrare apprezzabili resi­
stenze dalla «base» - operavano, nell’aprile del 1945 e nel periodo suc­
cessivo per evitarlo. Ed è altrettanto certo che l’anno prima, tra il giugno
e l’autunno del 1944, analoga scelta hanno fatto i comunisti francesi. La
situazione obiettiva è sicuramente diversa. La Francia ha visto ricono­
sciuto, e in ciò è stata aiutata da Stalin, il suo ruolo nel concerto delle
grandi potenze: la resistenza ha un capo carismatico, un leader della sta­
tura di De Gaulle. Ma la resistenza francese non raggiunge mai l’unità
politica di quella italiana, né la sua consistenza numerica. La scelta del
Pcf, del resto, è stata quella di formare piccoli nuclei di guastatori e sa­
botatori, non di dare vita a raggruppamenti partigiani consistenti. Le ci­
fre fornite dalle fonti comuniste sono significative: ancora nell’aprile del
1944, a due mesi dallo sbarco alleato in Normandia, gli effettivi di tutte
le FÉ (Forces françaises de l’Intérieur) ammontavano appena a 4200
combattenti, «ivi compresi gli uomini non armati o male armati» *. La
stessa insurrezione dell’estate rivela ombre in varie zone, pur scrivendo
una grande pagina nella quale il Pcf gioca un ruolo di primo piano.
La sua Enea, che verrà con più forza riaffermata da Thorez quando
questi otterrà da De Gaulle di poter tornare in patria graziato, nel no­
vembre del 1944, non si discosta da quella impressa da Togliatti con la
«svolta di Salerno» nel marzo dello stesso anno. Possiamo dire che il Pcf
fa di tutto, nel 1943-44, per giungere, avendo riconquistata almeno for­
malmente una unità con le altre componenti della resistenza nel Cnr (nel
maggio del 1943), a una insurrezione che esalti l’indipendenza nazionale
e veda la iniziativa delle forze popolari raccolte attorno a De Gaulle. È

“ Emilio sereni, La scelta del 1943-4;, io «Rinascita», a. xxvm, n. ;, 29 gennaio 1971.


19 Cfr. Annexe n. 1 pubblicato in La libération de la France, n. 8-9 dei «Cahiers d’histoire de
l’Institut Maurice Thorez», Paris 1974.
2i8 Capitolo diciottesimo

assai significativo che per raggiungere tale obiettivo il Pcf, sin dal novem­
bre del 1943, respinga un’offerta del Partito socialista francese di una
particolare unità a sinistra. Si tratta di una lettera riservata inviata dal
Comitato centrale del Pcf al «Partito socialista clandestino». Oltre a una
puntigliosa rivendicazione di tutte le posizioni assunte dal Partito comu­
nista nel 1939-40, la lettera, pur rammentando che «l’unità della classe
operaia è ed è sempre stato il nostro obiettivo», ha una sostanza politica
molto precisa: non cerchiamo in questo momento una piu stretta uni­
tà dei partiti operai, attraverso la creazione di Comitati comuni social­
comunisti.
Ciò che deve contare oggi è la lealtà nei rapporti e per l’azione, la volontà di
lotta dei diversi elementi della Resistenza, la loro volontà di unire tutti i fran­
cesi nel combattimento per liberare la Francia, assicurarle una indipendenza
assoluta, politica ed economica, e restaurare la sua grandezza “.
La lettera del Pcf professa un accordo pieno con il generale De Gaulle
e conclude con un «fin de non recevoir» cosi motivato:
Noi crediamo di avere dimostrato che l’unità della classe operaia non può
realizzarsi se non nei movimenti della Resistenza. Il Comitato d’azione tra il Pcf
e il Ps che voi proponete di creare, lungi dal rappresentare un progresso, di con­
tribuire al rafforzamento dell’unità della Resistenza, approderebbe a dividere le
forze patriottiche. E dal punto di vista dei rapporti con noi, codesto Comitato
d’azione è inutile poiché già noi ci incontriamo nei diversi organismi della Resi­
stenza.
È un documento eloquente. Se bisogna prenderne buona nota per
quando vedremo piti da vicino l’accidentato cammino di un nuovo ten­
tativo di fusione dei due partiti, la lettera del Pcf testimonia della preoc­
cupazione essenziale dei comunisti francesi: non farsi isolare, puntare
sulla più grande unità nazionale, riconoscere lealmente la leadership di
De Gaulle. Nella «Carta» del Consiglio nazionale della resistenza, in uno
dei capitoli fondamentali, scritto dal rappresentante del Pcf Pierre Vil­
lon, si legge:
Sarà nostro compito difendere l’indipendenza politica ed economica della
nazione, restituire alla Francia la sua potenza, la sua grandezza, la sua missione
universale20
21.
Tali parole d’ordine corrispondono perfettamente all’impegno che i
comunisti francesi - che con orgoglio possono dirsi il «parti des fusil­
lés» - profondono nella resistenza: l’hanno iniziata tra i primi, hanno

20 La lettera fa parte di una serie di documenti consultabili presso il « Musée de la Résistance »


d’Ivry-sur-Seine che non hanno classificazione più specifica.
21 Cfr. Girault, La sinistra di fronte alla crisi del dopoguerra: il caso francese cit., p. 248.
Rivoluzione bloccata ad Ovest? 219

mostrato con eroici sacrifici, con la perdita di qualche decina di migliaia


di militanti, quanto fosse autentico un patriottismo che è valso loro non
solo nuove simpatie ma riconoscimenti unanimi dalle altre forze politi­
che. Riemerge il volto del Pcf del Fronte popolare; l’accento, con il ri­
torno di Thorez in Francia, batte ancora di più sulla restaurazione della
«grandeur» francese. Unirsi e lavorare diventa lo slogan del partito, lavo­
rare per la ricostruzione della patria. E poiché fino alla fine del conflitto
si tratta di combattere ancora per sconfiggere definitivamente la Germa­
nia nazista, tale slogan si accomuna all’altro, che Thorez lancia nel suo
primo trionfale comizio al Vel d’Hiv, il 30 novembre del 1944: «Un
solo Stato, una sola polizia, un solo esercito»22. Bisogna - egli dice con
forza anzitutto ai propri compagni riluttanti - sciogliere i gruppi armati
di «franchi tiratori e partigiani», potenziare l’Armée della liberazione.
Se questa linea trova opposizione tra alcuni dei capi comunisti emer­
si dalla resistenza essa è nondimeno perseguita senza esitazioni, collabo-
rando al governo con De Gaulle, puntando a un rafforzamento del par­
tito in quella rinnovata democrazia parlamentare che Thorez vuole in­
staurare attraverso una Costituente. De Gaulle non è certo divenuto filo-
comunista: sa che la collaborazione implica dei rischi, ma accetta questa
difficile coabitazione. Nelle sue Memorie il giudizio sulla funzione eser­
citata da Thorez, «retour de l’Urss», è un attestato di merito rilasciato
in nome della Francia:
Quanto a Thorez, anche se si sforza di fare l’interesse del comuniSmo, ren­
derà in molte occasioni un servizio all’interesse generale. All’indomani stesso
del suo ritorno in Francia, si adopera a liquidare i soprassalti delle «milizie pa­
triottiche» che alcuni dei suoi si ostinano a tenere in una nuova clandestinità.
Nella misura in cui glielo consente la buia e dura rigidità del suo partito, si op­
pone ai tentativi di sovrapposizione dei comitati di liberazione agli atti di vio­
lenza che cercano di mettere in opera gruppi esaltati. A quanti - numerosi — tra
gli operai, in particolare minatori, ascoltano i suoi comizi, non tralascia di racco­
mandare di lavorare piu che possono e di produrre a qualunque costo. È soltan­
to per tattica politica? Non è affare mio distinguere. Mi basta che la Francia
venga servita23.

Thorez - come già Togliatti - entrerà nel governo: le analogie nella


impostazione che i due capi dànno alla politica dei rispettivi partiti sono
molto significative; di entrambi è una mano tesa al mondo cattolico; di
entrambi la concezione di una unità e solidarietà nazionale che vada ben
oltre l’unità operaia. E anche Thorez non manca di condurre una lotta
interna contro le impazienze rivoluzionarie. Dopo avere detto ben chia­

22 Cfr. JACQUES FAUVET, Histoire du Parti communiste français, Paris 19S5, II, p. Ij8.
23 chakles de gaulle, Mémoires de guerre, III, Le salut, Paris 1959, p. 101.
220 Capitolo diciottesimo

ro al Comitato centrale del partito che «noi non formuliamo nel presen­
te richieste di carattere socialista o comunista»24 nel gennaio del 1945,
qualche mese dopo, in giugno al X congresso è ancora piu esplicito con­
tro le tentazioni ricorrenti in tale direzione. Le chiama «provocazioni del­
la reazione» che vorrebbe spingere «gli elementi più avanzati della de­
mocrazia e la classe operaia verso le avventure, per dividere il popolo».
Mette in guardia militanti e lavoratori contro residui di ribellismo ar­
mato, «contro i pretesi maquis che si riorganizzano, contro nuovi eccita­
menti agli attentati, contro le esecuzioni sommarie»25.
L’esistenza di questi fenomeni ha cause complesse. In parte è uno
strascico della guerra pressoché inevitabile, in parte denota malessere,
delusione per una situazione politica e sociale nella quale le forze conser­
vatrici presto rialzano il capo (e l’epurazione dei collaborazionisti, assai
cauta in Francia, fallisce clamorosamente in Italia). Essi non si trasfor­
mano mai in un movimento di massa. Né conducono le dirigenze a inter­
rompere la collaborazione al governo con altre forze politiche. L’inizia­
tiva dell’estromissione dei comunisti nel 1947 partirà infatti dall’interno
di queste forze, cattoliche e socialdemocratiche.
In sede storiografica il Pcf cercherà di porre in rilievo i punti che lo
dividevano da De Gaulle sin dal 1944-45. Ma polemizzerà contro la tesi
dell’«occasione mancata» di una rivoluzione proletaria:
La tesi secondo la quale la classe operaia avrebbe perso l’autobus è assur­
da e ipocrita, perché gli eserciti anglosassoni controllavano il territorio e il suo
approvvigionamento, mentre la speranza della reazione francese e internazionale
era precisamente quella di vedere il proletariato francese commettere questo
errore capitale: si sarebbe isolato dal resto della popolazione che non avrebbe
approvato, né seguito ciò che non sarebbe stato altro che un «putsch» blanqui­
sta; avrebbe attirato su di sé la repressione, provocato un secco ridimensiona­
mento delle forze democratiche in Francia “.

Quando, assai prima della contestazione degli anni sessanta, una tesi
in effetti poco fondata come quella della occasione rivoluzionaria man­
cata sarà affacciata dai comunisti jugoslavi, apparentemente appoggiati
da quelli sovietici, nel settembre del 1947, essa verrà confutata con estre­
ma timidezza da Jacques Duclos che aveva diretto il Pcf nella resistenza.
Senonché, prima di quell’amaro appuntamento, i «giorni di sole» conti­
nuano per comunisti francesi e italiani.

2* S’unir, combattre, travailler, rapporto presentato a Xvry il 21 gennaio 1945, in Maurice tho­
rez, Œuvres, Paris i960, tomo XX, p. 183.
25 Une politique française, rapporto al X congresso del Pcf, 26 giugno 1943, in Maurice tho­
rez, Œuvres, Paris 1963, tomo XXI, p. 127.
26 jean GACON, Première expérience De Gaulle, in «Recherches internationales», n. 44-43, lu­
glio-dicembre 1964, p. 244.
Capitolo diciannovesimo
I comunisti si moltiplicano

Verrebbe fatto di riproporre, per un secolo dopo, e precisamente per


gli anni tra il 1945 e il 1948, la famosa sentenza con cui si apre il Ulani-
lesto di Marx ed Engels. Il comuniSmo si aggira ancora come uno spettro
per l’Europa, almeno in un senso. Esso resta una grande incognita per
popoli interi, una speranza per i poveri, un incubo per le classi privilegia­
te che stanno per essere, o temono di venirne, spodestate. Bertolt Brecht,
nel 1945, esprimeva così questa sensazione volgendo in versi proprio il
Manifesto-,
In molte lingue parla: in tutte. E in molte ancora tace.
Ospite nei quartieri dei poveri, spavento dei palazzi,
venuto a restare per sempre: è ComuniSmo il suo nome '.

Ma nelle lingue europee, il comuniSmo si presenta ora anche come


partito di governo, dall’Islanda alla Danimarca, dal Belgio all’Olanda al
Lussemburgo, dalla Francia all’Italia, dalla Svezia alla Norvegia alla Fin­
landia, dall’Austria alla Cecoslovacchia, per non dire ovviamente di Po­
lonia, Ungheria, Albania, Romania, Jugoslavia, Bulgaria; nella stessa
Germania divisa in quattro zone di occupazione (inglese, francese, ame­
ricana e sovietica) rinasce dalle ceneri un movimento operaio organizzato
nel quale la componente comunista è subito presente e non solo laddove,
dietro all’Armata rossa, «è salito persino su carri armati giganti» (per
continuare nell’immagine brechtiana) bensì ad Amburgo e nell’Assia.
È un momento per molti aspetti eccezionale, destinato a mutare ra­
pidamente lungo la traiettoria della divisione profonda dell’Europa. Si
deve partire da questo momento, tuttavia, dall’intreccio di terrori e spe­
ranze, attese messianiche e programmi concreti di riforme e di ricostru­
zione, per collocare esattamente la novità rappresentata da un generale
spostamento a sinistra di masse popolari e di forze politiche. Prendiamo
una novità che è un’eccezione e una conferma contemporaneamente: la

1 Bertolt brecht, Dal « Manifesto dei comunisti» (1945), in Poesie e canzoni, Torino 1959,
P- 433-
222 Capitolo diciannovesimo

Gran Bretagna. Quivi nessun successo elettorale arride ai comunisti in­


glesi i quali invano chiederanno, nel 1946, una ennesima volta al Parti­
to laburista di potere confluire nelle sue file2. Il vero e proprio trionfo dei
laburisti (che ottengono 393 seggi contro i 163 ai conservatori) alle ele­
zioni del luglio 1945 appare tuttavia come una novità storica. Sono al
potere forze di sinistra le quali, pur non essendo comuniste, ricavano il
loro connotato di sinistra da un grande programma di servizi sociali, di
nazionalizzazioni del credito e dell’industria, da una prospettiva non solo
di Stato del benessere e della sicurezza ma di società socialista. Si con­
cretizza - è stato notato - una grande idea della sinistra europea, quella
di riuscire a «governare l’economia». I riformisti vi vedono un corpo di
obiettivi organici precisi, i rivoluzionari un tempo di preparazione a tra­
sformazioni dei rapporti di produzione3.
C’è un dinamismo internazionale del laburismo britannico che ne fa
un polo d’attrazione per i socialisti europei. Sin dal marzo del 1945 si
tiene a Londra una riunione che dovrebbe — ma il cammino sarà ancora
lungo e accidentato - ridare vita alla II Internazionale. E in quelle file,
se la prevenzione nei confronti dei comunisti è sempre forte, piu forte è
per ora uno spirito antifascista e anticapitalista che suggerisce a molti la
speranza di un laburismo britannico come ponte tra il bolscevismo russo
e la grande democrazia americana4.
Non meno sintomatico è che rinasca - sempre a Londra e ancora pri­
ma della fine della guerra, nel febbraio del 1945, mentre i Tre Grandi
sono riuniti a Jalta - un movimento sindacale unitario con l’ambizione
di dare vita a una associazione mondiale dei lavoratori. La conferenza
londinese, nella quale hanno parte di primo piano sindacalisti americani,
promuove la nascita della Federazione sindacale mondiale che avrà poi
un effettivo battesimo alla successiva conferenza parigina dell’ottobre
dello stesso anno. La Fsm non riuscirà a mantenere la sua unità con lo
scoppio della guerra fredda (e già alla conferenza di Parigi si respira un’a­
ria piu pesante). Tuttavia è significativo che si concepisca un raggrup­
pamento di interessi operai, una componente sindacale autonoma, aper­
tamente antitetici alle forze del capitale e del colonialismo imperialistico,
per farli pesare sulle sorti del mondo postbellico con la loro unità inter­
nazionale. I Tre Grandi inviano messaggi alla conferenza di Londra dove
si sentono voci concordi di grandi sindacati americani come il Ciò, dei
sindacati ufficiali sovietici, delle Trade Unions britanniche, della rinata

2 s. H. PELLiNG, The British Communist Party. A Historical Profile, London 1958, p. 123,
3 Dall’intervento di Luciano Cafagna, riprodotto in La sinistra europea cit., p. 26.
4 Questo è particolarmente l’auspicio che formulano i socialisti italiani. Cfr., in particolare, vari
articoli della primavera del 1945 raccolti in Pietro nenni, Vento del Nord, Torino 1978, pp. 255-405.
I comunisti si moltiplicano 223

Cgt francese e persino — ancorché non senza malumori e diffidenze - di


quella Cgil italiana nella quale è già prevalente la componente comuni­
sta, rappresentata da una personalità di primo piano come Giuseppe Di
Vittorio. Esponenti di movimenti sindacali dei paesi coloniali vi portano
tutta la carica delle loro denunce di condizioni inumane di sfruttamento,
e della volontà di emancipazione nazionale dei loro popoli5. E i sindacati
inglesi presentano un quadro e un modello associativo che funge da forza
trainante: essi possono vantare circa sette milioni di iscritti, attivi e bat­
taglieri6. 7
Non meno interessante è il fenomeno che caratterizza la Germania
dell’«anno zero». Anche qui - come vedremo meglio - le pressioni in
senso anticomunista delle potenze occidentali occupanti si faranno sen­
tire molto presto. Ma la Germania è anch’essa parte del moto generale
di spostamento a sinistra. Mentre nella zona di occupazione sovietica
sin dal giugno del 1945 si arriva alla costituzione di una centrale sinda­
cale (cosi in quella francese), nelle zone d’occupazione inglese e ameri­
cana, dove si consentono almeno elezioni di fabbrica nello stesso 1945,
si hanno risultati interessanti: forte è l’incidenza dei rappresentanti co­
munisti’.
Potremmo quindi partire da una considerazione siffatta: nell’imme­
diato dopoguerra, quando ancora non esiste o non è visibile una spacca­
tura dell’Europa in campi contrapposti ha un preciso senso parlare di una
«sinistra» che avanza; i partiti comunisti, le forze che essi mettono in
campo, si inseriscono dentro questa sinistra. La loro crescita è parte di
un processo piu grande.
Abbiamo offerto, all’inizio di questa ricerca, la fotografia di gruppo
dei partiti comunisti alla vigilia della seconda guerra mondiale: partiti
quasi tutti perseguitati, in clandestinità. Si trattava di poco piu di un mi­
lione di iscritti al di fuori dei confini dell’Urss, mentre il Pc sovietico da
solo contava un milione e 600 000 membri. Ora le misure si moltiplica­
no. C’è il fenomeno rappresentato dal Pc cinese che, nel corso della guer­
ra, con una grande leva di contadini-soldati ha reclutato 800 000 membri
nel 1940. Essi, nel 1945, divengono 12x1 1288. Anche in Urss una nuo­
va leva tratta largamente dai combattenti affluisce al partito: nel 1945
esso raccoglie cinque milioni e settecentomila membri (di cui 1 800 000
restano per il momento membri candidati). Secondo una fonte sovietica

5 Cfr., sull’andamento della Conferenza e sui vari interventi, Oreste lizzadri, L'internazionale
del lavoro, Milano 1976.
6 H. M. pelling, A History of British Trade Unionism, Harmondsworth 1969, p. 218.
7 Sophie g. ALF, Repubblica federale tedesca: sindacato e democrazia economica (1919-1976), in
«Quaderni di Rassegna sindacale», a. xv, n. 66-67, maggio-agosto 1977. PP- 83-84.
8 GUILLERMAZ, Storia del partito comunista cinese cit., p. 413.
224 Capitolo diciannovesimo

complessivamente, alla fine della guerra, in tutto il mondo i comunisti


sono già venti milioni’. Secondo altre fonti occidentali il computo com­
plessivo non è molto diverso: si potrà, con il 1948, fare conto su circa
14 milioni di comunisti fuori dei confini dell’Urss, tra Europa, Africa,
Asia, le due Americhe910.
Di questi 14 milioni una decina è fornita dall’Europa. Cominciano
intanto a crescere altri centri nevralgici del movimento comunista mon­
diale, soprattutto nell’Estremo Oriente. La guerra tra nazionalisti e co­
munisti in Cina riprende aspra nel 194611 e i comunisti diventano due
milioni e 700 000 nel 1947. Nel Vietnam sono alla testa di una rivolu­
zione nazionale. Il 2 settembre del 1945, dopo l’insurrezione antigiappo­
nese dell’agosto, nasce ad Hanoi la Repubblica democratica del Vietnam.
Ho Chi-minh teorizza il «momento favorevole»: l’obiettivo è quello di
acquisire diritti democratici e indipendenza nazionale12. 13 14 in Indo­
Anche
nesia è scoppiata la rivoluzione e i comunisti - che diventeranno un forte
partito di massa dieci e piu anni dopo - ne sono protagonisti. In India e
Giappone vi è un incremento notevole non tanto numerico quanto poli­
tico. Nell’agosto del 1946, «in un vasto territorio dell’India sudorien­
tale, a conclusione di una serie di rivolte contadine nasce addirittura, per
iniziativa dei comunisti, una repubblica popolare basata sui consigli ru­
rali incaricati di attuare e gestire la riforma agraria» u. Il Pc giapponese
ottiene due milioni di voti alle prime elezioni politiche nel 1946 “.
In America latina c’è un vivace movimento sindacale, una Confede­
razione presieduta dal messicano Lombardo Toledano che unisce i lavo­
ratori di quindici paesi. Il Pc di Cuba è il più numeroso: 200 000 mem­
bri; quello argentino arriva a circa 40 000, il brasiliano a 20 000, il mes­
sicano a 30000. Vi sarebbero — ma la cifra è dubbia — ben 400000
comunisti nell’America latina1S. Negli Stati Uniti il Pc - prima di una
vicenda di cui ci occuperemo per la sua risonanza nell’intero movimen­
to - tocca i 100 000 iscritti.
Se difficili sono i conti delle tessere ma indubbia la presenza di comu­
nisti nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente, le cifre europee sono

9 Storia dell’Internazionale comunista cit., p. 524.


10 Cfr. martin eban, World Communism today, New York - Toronto 1948; branko latich, Les
partis communistes d’Europe: 1919-1955, Paris 1936; Storia del socialismo cit., a cura di J. Droz,
IV, passim.
11 Enrica collotti pischel, Storia della rivoluzione cinese, Roma 1972, pp. 413-18.
12 Francesco M0NTESS0R0, Rivoluzione nazionale e sociale in Indocina, in Storia dell’Asia, a
cura di Enrica Collotti Pischel, Firenze 1980, p. 163.
13 guerra, Gli anni del Cominform cit., p. 32.
14 The fifty years of the Communist Party of Japan, a cura del Cc del Pc giapponese, Tokyo
1973. PP- 86-102.
15 Cfr. Boris goldenberg, Kommunism in Lateinamerika, Stuttgart 1971 e la critica che se ne
conduce in Storia del socialismo cit., IV, p. 229.
I comunisti si moltiplicano 225

meno aleatorie, anche se non sempre limpidissime. La massima espan­


sione si registra nel vecchio continente tanto all’Est quanto all’Ovest.
La divisione non è ancora rigida nei primi tempi. Lo sviluppo del partito
cecoslovacco, ad esempio, avviene in un regime politico democratico e
non è dissimile da quello dei partiti francese e italiano: il consenso elet­
torale che gli arride in libere consultazioni sarà anche maggiore. È vero
che la crescita numerica in Stati che si vanno trasformando in «demo­
crazie popolari» nella zona d’influenza sovietica assume un’andatura a
dir poco sensazionale (e quindi da vedere piu criticamente) con una in­
dubbia spinta dello Stato, pur non mancando un’adesione spontanea di
massa.
Le cifre parlano un linguaggio altisonante. Tra il 1945 e il 1948 il
Partito comunista rumeno e quello ungherese passano da poche migliaia
di membri a mezzo milione e oltre ciascuno. Il Partito operaio polacco,
che si unificherà con i socialisti di sinistra raggiunge, nel 1948, quasi un
milione e mezzo di membri. Nella zona d’occupazione sovietica della Ger­
mania il Partito comunista, fusosi anch’esso con il Partito socialista in
una nuova formazione, la Sed, raggiunge piu di un milione di iscritti. Il
partito albanese, fondato nel 1941, conta su 45 000 iscritti, sempre con
il 1947. Il Partito comunista cecoslovacco, forte di piu di mezzo milione
di membri nel 1945, li raddoppia con il 1948. In Jugoslavia si passa dai
141 000 comunisti del 1945 al mezzo milione del 1948. Forte è anche
lo sviluppo del partito bulgaro, il partito di Dimitrov e di Kolarov, che
dai 15 000 membri del 1945 salta ai 495 000 del 1948. Si è calcolato,
tirando le somme, che le «democrazie popolari» avranno allora ben 7 mi­
lioni di comunisti iscritti: un milione in piu dei comunisti sovietici
Se ci spostiamo ad Occidente, notiamo uno sviluppo delle sinistre e
in esse dei comunisti che si bloccherà intorno al 1948 ma che nel primo
biennio dopo la guerra pare altrettanto intenso che ad Oriente. C’è l’ec­
cezione dolorosissima della penisola iberica, del Portogallo di Salazar e
della Spagna di Franco. I due dittatori, restando fuori della guerra, han­
no salvato il loro potere. La guerra fredda ne farà dei vassalli degli an-
glo americani e la sorte dei militanti del movimento operaio, socialisti e
comunisti, diventerà tragica. Illegale resta il Partito comunista porto­
ghese nel quale si fa luce la figura di Alvaro Cunhal (verrà arrestato nel
1949). In Spagna la repressione riprenderà non meno violenta mentre
invano il governo repubblicano in esilio (nel quale entra, come rappre­
sentante dei comunisti, il giovane Santiago Carrillo) attende che qualche
misura concreta faccia seguito alla condanna del regime franchista pro-

FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari cit., I, p. 260.


22.6 Capitolo diciannovesimo

nunciata sia dalla Conferenza di Potsdam sia dall’assemblea delle Na­


zioni Unite. Il Pce ha puntato anche su una sollevazione popolare, su
un’azione partigiana, partendo dai Pirenei, ma senza risultati17.
Appena passiamo alla Francia, il quadro si capovolge. Il Pcf vanta al
suo X congresso 906 727 tessere distribuite. Si può parlare di una cre­
scita tumultuosa se all’inizio del 1945 gli iscritti risultavano un mezzo
milione. Il balzo elettorale è ancora piu grande: alle elezioni dell’ottobre
del 1945 il Pcf diventa il primo partito di Francia: cinque milioni di
voti, piti di tre volte e mezzo che nel 1936 (con un corpo elettorale
raddoppiato, però), 500 000 voti in piu dei socialisti. Un elettore su
quattro ha votato comunista. E, nel 1946, quando si svolgono altre due
consultazioni elettorali, il Pcf guadagna altri 200 000 voti il 2 giugno,
300000 il io novembre. Socialisti e comunisti sono in larga maggio­
ranza alla Assemblea costituente.
In Italia il Pei si trasforma ancora piu rapidamente in partito di mas­
sa. Alla fine del 1945, al suo V congresso, registra un milione e 770 896
iscritti, che diverranno due milioni e 250 000 alla fine del 1947. Se, co­
me dice Togliatti, i partiti sono la democrazia che si organizza, l’Italia
mostra una particolare vitalità associativa. Il fenomeno riguarda anche il
Psi, il nuovo partito cattolico, la Democrazia cristiana, e le masse orga­
nizzate nella Cgil unitaria, la quale, al suo I congresso, nel giugno del
1947, avrà 5 milioni e 733 000 iscritti. L’anno prima, alle elezioni per la
Costituente, i socialisti hanno sopravanzato i comunisti (quasi il 21 per
cento i primi, il 19 i secondi) e la De ha raccolto il 35 per cento dei suf­
fragi. La forza delle sinistre è stata però decisiva per la vittoria della scel­
ta repubblicana nel referendum istituzionale che si è svolto contempora­
neamente alle elezioni.
Se la presenza di una forte componente comunista sarà un dato sta­
bile nella geografia politica italiana e francese del secondo dopoguerra,
non cosi sarà per altre nazioni dell’Europa centroccidentale e nordica.
Eppure, tra il 1943 e il 1947 l’avanzata comunista è ovunque sensibile.
Il Pc belga tocca una cifra non piu recuperata di 100 000 aderenti nel
1943, quello danese di 73 000, quello olandese di 33 000, quello svedese
di 40 000, quello norvegese di 43 000. E tra tutti piu sorprendente, per
la parte avuta dalla Finlandia nella seconda guerra mondiale, è il suc­
cesso del Pc finlandese. Esso raggiunge i 130 000 iscritti e si rivela il più
forte partito comunista dell’Europa settentrionale. La cifra è uguagliata
dal Pc austriaco (un paese ancora occupato dalle quattro potenze vinci-

17 Cfr. Santiago Carrillo, La Spagna domani, Bari 1945, pp. 132-36 e cesare colombo, Storia
del Partito comunista spagnolo, Milano 1972, pp. 164-66.
I comunisti si moltiplicano 227

trici). I comunisti inglesi sono meno di 50 000 e quelli greci, sin dal
1945, piu di 70 000. Quanto al seguito elettorale va notato che, se esso
sfiora o supera il 20 per cento in Italia, in Francia e in Finlandia, esso è al
di sopra del io per cento anche in Belgio, in Danimarca, in Lussemburgo,
in Norvegia, in Olanda, in Svezia tra il 1945 e il 1946. Persino nella neu­
tralissima Svizzera, dove il locale Pc si chiama «Partito del lavoro» con
13 500 iscritti, nel 1947 i comunisti conquistano un quoziente del 5 per
cento. E nelle zone occidentali d’occupazione della Germania l’influenza
dei comunisti, pur se assai contrastata sin dall’inizio dai Comandi alleati,
si rivela notevole nelle prime elezioni delle diete regionali tra il 1946 e il
1947: piu del io per cento dei suffragi1S.
È difficile scomporre le ragioni di un successo che sono anche il risul­
tato di un moto di popolo. Ci sono, certo, le ragioni insite in quell’ondata
di sinistra di cui si è detto. E non sono forse stati in molti paesi, durante
la guerra, i comunisti alla testa della lotta? Essi offrono ora, contempo­
raneamente, una prospettiva ragionevole di ricostruzione, di soluzione
positiva dei piu impellenti problemi dell’ora, un’indicazione di riforme
che paiono mature e tali da garantire l’impossibilità del ritorno della bar­
barie fascista nelle istituzioni e nella società e un «ideale» di emancipa­
zione totale, utopica, messianica.
Il marxismo, il leninismo, sembrano fornire, in specie alle nuove ge­
nerazioni che escono dalla guerra, la certezza dell’interpretazione giusta
della storia, l’individuazione delle strade lungo le quali essa si incammi­
na. Il bisogno di divulgazione, di «restaurazione» del marxismo, prima
di svelare il suo risvolto di dogmatismo, dà l’impronta alla formazione
delle élites intellettuali. Dalla «London School of Economics» e dai col­
leges di Cambridge escono opere e si formano giovani orientati verso il
marxismo. Comunista è il biologo B. S. Haldane. Christopher Hill, lo
storico della rivoluzione inglese, prepara un entusiastico profilo di Lenin
e della rivoluzione russa. E aggiunge che «l’influenza dell’Urss e del co­
muniSmo è molto maggiore che al tempo dalla morte di Lenin. Essi han­
no acquistato il prestigio del successo»19. Hill dice di piu: «L’Urss ha
dimostrato che il socialismo è un sistema che può funzionare anche nelle
condizioni piu svantaggiose». Nettamente filosovietico è il grande sto­
rico del bolscevismo, il Carr20. Il materialismo dialettico esercita il suo
ascendente non meno su Joseph Needham e su John D. Bernal.
In Francia filosofi, scienziati, artisti e letterati militano attivamente

18 enzo COLLOTTI, Storia delle due Germanie, Torino 1968, pp. 194-95.
19 Christopher hill, Lenin e la Rivoluzione russa, Torino 1954, pp. 177-78.
20 Cfr. sulla sua evoluzione politica marco palla, La via alla storia di Edward Hallett Carr, in
•«Passato e presente», a. 1, n. 1, Firenze, gennaio-giugno 1982, pp. 115-44.
228 Capitolo diciannovesimo

nelle file del Partito comunista, da Frédéric Joliot-Curie a Paul Langevin,


da Pablo Picasso a Fernand Léger, da Aragon a Éluard a uno stuolo di
economisti e ricercatori scientifici. Nelle nuove leve di storici, comunisti
sono Emmanuel Le Roy Ladurie ed Albert Soboul. Sulla nuova serie de
«La Pensée» - che riprende le pubblicazioni commemorando Georges
Politzer, morto da eroe nella resistenza - scrivono Pierre George ed
Henri Lefebvre, Jean Paulhan e Georges Lefebvre.
Negli Stati Uniti i «compagni di strada» popolano il mondo della let­
teratura e del cinema. Cosi in Italia; sono comunisti scrittori che proprio
dell’operaio comunista intendono parlare, un Vittorini, un Pavese, un
Pratolini, un Bilenchi, lo sono lo storico Delio Cantimori come l’archeo­
logo Ranuccio Bianchi Bandinelli, umanisti e filosofi quali Concetto Mar­
chesi, Antonio Banfi, Ludovico Geymonat. Cantano gli eroi garibaldini
del secondo Risorgimento poeti come Umberto Saba, Salvatore Quasi­
modo, Alfonso Gatto. Ciascuno - come sempre accade tra gli intellet­
tuali - è comunista a modo suo, ma nessuna precettistica estetica o cen­
sura ideologica viene ancora a comprimere uno slancio morale, una vo­
lontà di lavorare per l’uomo nuovo. Esso - assicura liricamente Aragon -
già esiste: è Y uomo comunista'.
L’uomo comunista in questi anni, l’uomo verso cui l’umanità è in marcia, è
apparso con grande chiarezza attraverso le circostanze internazionali. Non come
un’eccezione. In un tempo in cui l’eroismo non era più un fatto d’eccezione ma
un fatto di massa... Dalla prova esce l’immagine dell’uomo comunista; in essa si
fondono i tratti di operai, di contadini, di intellettuali, tanto diversi quanto le
nubi del cielo, ma che si ritrovano nel coraggio e nel sacrificio, in quella morale
comune a tutti gli uomini contro il nemico dell’uomo, il lavoro “.

Due ispirazioni, due piani, possono motivare l’adesione dell’intellet­


tuale come del giovane. Uno scrittore italiano, parlando della propria
iniziazione al comuniSmo durante la resistenza, lo ha ricordato come espe­
rienza individuale (ma non è soltanto il caso suo):
Due atteggiamenti erano compresenti in me e nella realtà attorno a me: uno
di Resistenza come fatto altamente legalitario contro la sovversione e la violenza
fascista; l’altro di Resistenza come fatto rivoluzionario ed eversivo, come identi­
ficazione appassionata con la ribellione degli oppressi e degli eslegi di sempre...
Anche il comuniSmo era questi due atteggiamenti insieme: a seconda della situa­
zione psicologica in cui mi trovavo, la linea unitaria e legalitaria di Togliatti che
mi accadeva di leggere in fogli ciclostilati mi pareva ora la sola parola di calma
saggezza nel generale estremismo, ora qualcosa d’incomprensibile e lontano, fuo­
ri della realtà di sangue e furore in cui ci trovavamo immersi “.

21 louis Aragon, L'homme communiste, Paris 1946, pp. 49-30.


“ Dalla risposta di Italo Calvino al questionario sulla « generazione degli anni difficili » pubbli­
cata in «Paradosso», rivista di cultura giovanile, a. v, n. 23-24, settembre-dicembre i960, p. 17.
I comunisti si moltiplicano 229

Quando torna la pace, milioni e milioni di uomini semplici guardano


al comuniSmo con un’alternanza di sentimenti e di atteggiamenti ever­
sivi e legalitari; i reduci senza lavoro, i contadini senza terra, gli operai
che vogliono essere i padroni delle loro fabbriche. Il reclutamento tra gli
operai è massiccio, in Francia e nel Belgio, in Italia ma anche in Polonia23.
E dietro, per loro, c’è l’Unione Sovietica che ha vinto, c’è la sua imma­
gine, il suo ruolo. Anche Stalin ha brindato agli «uomini semplici» e pre­
senta un volto del comuniSmo aperto alle libertà democratiche24. Scrit­
tori e artisti, non meno nell’Europa centrale e orientale che in quella
occidentale, sono conquistati al marxismo in un fervore di ricerca che è
volto - tipico il caso della Germania - a riscoprire una tradizione teorica
e ad avviare un esame di coscienza sulle origini e le radici del nazismo.
Si cercano altre fonti del pensiero rivoluzionario, dalla Luxemburg a
Gyôrgy Lukâcs, che meglio possano parlare ai giovani. «Regnava allo­
ra... un’atmosfera di vivace discussione in cui il marxismo aveva molte
possibilità di affermarsi per autorità propria»25. È frutto anche di una
scelta ideale il fatto che rientrino dall’emigrazione, per vivere nella Ger­
mania orientale, non solo Anna Seghers, Erich Weinert, Friedrich Wolf,
Bertolt Brecht, già comunisti, ma scrittori democratico-progressisti come
Heinrich Mann o Arnold Zweig26. L’influenza di Lukàcs, anch’egli rien­
trato a Budapest, è grande, in Ungheria come in Germania. Né in molti
casi è possibile distinguere comunisti da socialisti. In Polonia è sociali­
sta di sinistra e promotore di una fusione con i comunisti l’economista
Oskar Lange.
Non si può neppure isolare il mondo russo e sovietico da questo fe­
nomeno generale. È un momento rapido perché presto si stringeranno
i freni dell’ideologia di Stato e della polizia su una società che sogna
di potere alfine respirare liberamente dopo la terribile prova superata.
Ma è un momento reale. Grandi nomi della poesia e dell’arte russa han­
no vissuto la temperie della lotta antifascista, vi hanno preso parte, da
Pasternak alla Achmàtova, da Šostakovič ad Ejzenštejn. Nell’estate del
1944 uno scrittore sovietico ha fatto un discorso alla «società per le re­
lazioni culturali con l’estero» in cui ha detto quanto nutrono in cuore
molti intellettuali del suo paese:

23 Nel dicembre 1945 la composizione sociale del Partito operaio polacco era la seguente: ope­
rai, 62,2 per cento; contadini, 28,2. Cfr. w. zaleski, The Pattern of Life in Poland, Paris 1932,
p. 56.
24 Dal discorso pronunciato il 9 febbraio 1946, in Per conoscere Stalin cit., p. 392.
25 cesare CASES, Alcune vicende e problemi della cultura nella Rdt, in «Nuovi argomenti»,
n. 34, settembre 1938, p. 2.
26 COLLOTTI, Storia delle due Germanie cit., pp. 883-83.

16
230 Capitolo diciannovesimo

Una volta finita la guerra la vita diventerà molto piacevole. Una grande lette­
ratura nascerà dalle nostre esperienze. Ci sarà un grande andare e venire, e una
quantità di contatti con l’Occidente. Ognuno potrà leggere quello che vuole. Ci
saranno scambi di studenti, e viaggiare all’estero diventerà facile per i cittadini
sovietici27. 28

Speranze e propositi destinati a venire prontamente frustrati stanno


anche alla base di un mescolio delle carte che vivono intere nazioni e po­
poli nell’immediato dopoguerra. Vi è posto, sembra, per una pluralità di
voci e di opinioni, purché non siano fasciste. Poco si parla ancora di se­
guire l’esempio del sistema sovietico. L’ombra della tragedia delle re­
pressioni staliniane del 1936-38 sembra fugata. La democrazia politica
viene accettata nelle affermazioni della maggior parte dei partiti comuni­
sti come regola del gioco. Ma dove una rivoluzione sociale già ha inciso
nella società, le cose cominciano a cambiare. Le differenziazioni nazionali
e politiche creano tensioni e sollecitano soluzioni unilaterali.
Vi sono elezioni-plebiscito, come in Jugoslavia e in Albania. Se di mo­
dello sovietico si può parlare (in Urss le elezioni al Soviet supremo del
febbraio del 1946 daranno il 98 per cento alla lista unica, presentata in
comune con i «senza partito»!), i comunisti jugoslavi lo applicano senza
esitazioni. Nasce, alla fine del 1945, la Repubblica popolare federativa
di Jugoslavia; le elezioni per l’Assemblea costituente del novembre han­
no fornito questo responso: il 97 per cento degli otto milioni di elettori
ha votato per il Fronte popolare. L’Albania, che in questi anni è «pro­
prio come una Jugoslavia in piu piccolo»“, organizzava, qualche setti­
mana dopo, le elezioni che davano risultati, tutto sommato, non meno
soddisfacenti: il 93 per cento al «Fronte democratico», copia del «Fron­
te popolare». Anche le due Costituzioni sono simili; già anticipano una
versione della «democrazia popolare» che non è altro se non una varian­
te della «dittatura del proletariato» sovietica, come d’altronde i suoi ar­
tefici orgogliosamente rivendicheranno, al tempo — ci arriveremo - in cui
la natura del nuovo regime viene in discussione tra governanti e teorici
dei paesi dell’Est.
Altrove lo schema differisce, cosi come i rapporti di forza tra vari par­
titi e gruppi sociali. In Bulgaria vi è una crisi politica sin dall’inizio del
nuovo potere. Mentre i comunisti sono alleati con una parte del Partito
agrario, l’altra parte piu cospicua, che ha come leader Nikolaj Petkov,
rifiuta elezioni-plebiscito intorno alle liste del «Fronte patriottico», im­
pugna i risultati e protesta presso le potenze occidentali. Nelle nuove

27 Cfr. Alexander Werth, L’Unione Sovietica nel dopoguerra, Torino 1973, p. 91.
28 FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari cit., I, p. nj.
I comunisti si moltiplicano 231

elezioni dell’ottobre del 1946 il «Fronte» ottiene nondimeno il 78 per


cento dei voti (e 364 seggi, di cui 277 ai comunisti). L’opposizione di
Petkov raccoglie il 22 per cento eroi seggi8.
In Cecoslovacchia il ritorno della libertà comporta anche il ritorno
dei partiti, partiti veri, secondo la tradizione democratica del paese - l’u­
nico già fortemente industrializzato dell’Est: quattro di essi, il comuni­
sta, il socialdemocratico, il popolare, il socialista nazionale di Beneš sono
raggruppati in un Fronte, ma la dialettica politica è apertissima ”. Nelle
elezioni dell’aprile del 1946, i comunisti hanno un grande successo: ri­
portano il 38 per cento dei voti (il 41 in Boemia-Moravia, il 31 in Slo­
vacchia) e i socialdemocratici il 14. Vi è già una maggioranza dei due par­
titi operai. Su 300 deputati, 113 sono comunisti, 35 socialdemocratici,
47 del Partito popolare (ma la Slovacchia ha visto contrapporre il Par­
tito democratico, maggioritario con il 62 per cento dei voti, ai comunisti).
In Ungheria e Romania, dove le radici del partito sono assai esili, se
non del tutto divelte dal lungo periodo della dittatura fascista, la diffi­
denza di vasti strati contadini, l’esistenza di uno spirito antirusso diffuso,
si fanno sentire. In Ungheria il partito dei piccoli proprietari conquista,
nelle elezioni del novembre 1943, una schiacciante maggioranza: 246
seggi contro 67 ai comunisti e 23 a un partito «nazionale-contadino». In
Romania, nel novembre dell’anno dopo, nazional-contadini e liberali ven­
gono superati, anzi travolti, da una coalizione del blocco egemonizzato
dai comunisti (348 seggi su 414) ma le elezioni sono state tutt’altro che
libere.
Il caso polacco è ancora piu grave. Una tragedia è stata l’insurrezione
«prematura» di Varsavia, contro i tedeschi, nell’agosto del 1944, quan­
do l’esercito sovietico ne era quasi alle porte e non si è mosso. Parte del-
l’Armia Krajova è entrata in clandestinità contro il nuovo potere e ali­
menterà, per due anni, una vera guerriglia. Come vedremo meglio, c’è
anche in quel paese molto di nuovo, in specie dal punto di vista delle
trasformazioni sociali. Eppure è presto chiaro che in Polonia Stalin non
è disposto a lasciare un libero gioco alla dialettica politica. Il «governo
di nemici», formatosi nel giugno del 1943, con il rappresentante del
Partito contadino Mikolajczyk, venuto da Londra e insediato come vice-
presidente del Consiglio, va a uno scontro interno sempre piu duro.
Il potere politico di Mikolajczyk fu quasi nullo dal giorno del suo arrivo in
Polonia alla sua partenza due anni più tardi. Egli godeva, è vero, di grande po-

M Cfr. per queste vicende e, in genere, l’evoluzione politica delle democrazie popolari, franco
gaeta, La seconda guerra mondiale e i nuovi problemi del mondo (1939-60), Torino 1969, pp. 321-52.
30 JOSEF BELDA, Alcuni problemi della via cecoslovacca al socialismo, in La crisi del modello
sovietico in Cecoslovacchia, a cura di Carlo Boffito e Lisa Foa, Torino 1970, pp. 73-75.
232 Capitolo diciannovesimo

polarità tra i contadini, e le forze democratiche e anche conservatrici lo conside­


ravano la sola fonte di salvezza da una dominazione sovietica e comunista. In
libere elezioni avrebbe certamente ottenuto una vittoria completa...31 .

Ma elezioni libere non si tengono in Polonia. Solo nel gennaio del


1947 dalle urne esce una vittoria del «blocco antifascista» con nove mi­
lioni di voti contro un milione e mezzo al Partito contadino. Metodi ves­
satori e illegali sono stati abbondantemente usati.

brzezinski, Storia delWrss e deile democrazie popolari cit., pp. 30-31,


Capitolo ventesimo
Partito vecchio e nuovo

L’espansione dei partiti comunisti che abbiamo tratteggiato non esau­


risce un bilancio della loro attività nell’immediato dopoguerra. Vi sono
appuntamenti a cui essi si presentano con remore e contraddizioni presto
evidenti. Intanto avanzano sulla scena altre novità. Si formano centri ne­
vralgici del comuniSmo nell’Estremo Oriente mentre la guerra fredda con
il 1947, considerato comunemente l’anno in cui essa è ormai manifesta,
congela un’evoluzione del movimento in Europa.
Basti qui un cenno al contrasto tra una situazione dinamica quale
quella che si verifica in Asia e la spaccatura dell’Europa lungo quella che
Churchill, nel suo famoso discorso di Fulton del marzo 1946, chiama la
«cortina di ferro», tra Stettino e Trieste. La Cina resta lontana nel 1945-
1947. La rivoluzione in quell’immenso paese si è indubbiamente giovata
della vittoria dell’Urss nella seconda guerra mondiale. Senza l’esistenza
e la forza dell’Urss quella rivoluzione non avrebbe l’esito, il segno che
assumerà e la Cina comunista, con il 1949, si affiancherà allo schiera­
mento internazionale capeggiato dall’Unione Sovietica, entrerà in quello
che si chiamerà «il campo socialista». Al tempo stesso, la rivoluzione ci­
nese si è realizzata con una grande autonomia di marcia, sia tra il 1934
e il 1945, sia negli anni successivi, andando ben al di là di quanto preve­
desse Stalin, il quale pensava a una ricostruzione postbellica sotto la gui­
da di Chiang Kai-shek1. E, a lungo andare, questa reale indipendenza, le
particolarità nazionali e sociali di un processo rivoluzionario quale quello
impresso e vissuto dai comunisti cinesi porteranno a una diversificazione
nei confronti del «primo paese socialista» destinata nei decenni a tra­
sformarsi in dissenso, distacco, persino rottura.
Per quanto riguarda l’Europa, esiste un dato complessivo di un gran­
de interesse: che elementi e fattori negativi trapelano e si fanno sentire
prima ancora che «scoppi» la guerra fredda. A ben guardare è impossi­

1 Cfr. aldo natoli, Comunisti e rivoluzione in Cina, in Storia dell’Asia cit., p. 119. Cfr. anche
H. e. Salisbury, La prossima guerra tra la Russia e la Cina, Milano 1970, pp. 82-85.
234 Capitolo ventesimo

bile una separazione netta. Di certo, già nell’estate del 1945, con la con­
ferenza di Potsdam, con il nuovo ruolo politico e militare che assume
l’America di Truman, dopo che sono state lanciate le prime bombe ato­
miche su Hiroshima e Nagasaki, la tendenza al formarsi di due campi
contrapposti si fa luce anche se non domina il quadro. Non c’è dubbio,
ad esempio, che nel fallimento, che seguiremo, del tentativo di riunifica­
zione del movimento operaio europeo, paese per paese e internazional­
mente, entri la pressione divaricante delle due grandi potenze. L’osser­
vazione critica, però, non può evitare di soffermarsi su un limite del mo­
vimento comunista che non dipende prevalentemente dall’infittirsi di
nubi nei rapporti tra i vincitori della guerra. Un limite intrinseco al mo­
vimento stesso.
È stato Paimiro Togliatti a sollevare questa questione come questio­
ne storica nel 1962. Lo ha fatto configurando l’ipotesi di una vera e pro­
pria occasione mancata, parlando di una «camicia di forza» che avrebbe
irretito il comuniSmo alla fine della guerra. Togliatti si è espresso cosi:
Non si deve temere la denuncia degli errori commessi nel passato, accompa­
gnata sia dalla correzione di essi, sia dallo studio preciso delle circostanze in cui
vennero commessi e del loro contenuto. I falsi indirizzi politici ispirati da Stalin,
la errata dottrina dell’aumento dei nemici come conseguenza dei nostri stessi
successi, le violazioni della legalità e altre conseguenti chiusure settarie, sono
state una specie di camicia di forza che non ha permesso al movimento comu­
nista, nel momento in cui, finita la guerra, conquistava tante nuove posizioni, di
manifestare tutta la sua forza, di esplicare tutte le sue capacità creative, di dimo­
strare a tutto il mondo che il regime socialista, per il quale noi combattiamo, è
un regime di effettiva democrazia in tutti i campi della vita sociale2.

Togliatti partiva, come si vede, da limiti (nel 1956 egli stesso aveva
parlato di «degenerazioni») di un sistema di potere e di una condotta
politica rivelatisi già nell’anteguerra. Non solo: in questo caso, lungi
dall’accedere alle lusinghe del giustificazionismo storico, Togliatti allu­
deva ad «errati indirizzi politici ispirati da Stalin» che incidono negati­
vamente in un momento di per sé favorevole, prima dunque che si sca­
teni la guerra fredda e ogni mossa di Stalin venga presentata dal movi­
mento comunista come una «risposta» all’offensiva del «containment»
trumaniano.
Togliatti non ha piu, in seguito - morirà nel 1964, due anni dopo -
precisato quali fossero gli errati indirizzi a cui si riferiva genericamente
nel brano citato. Ci si può comunque provare a individuarli partendo
dalle due principali considerazioni che egli ivi svolgeva. La prima è che

2 Dal rapporto al X congresso del Pei, dicembre 1962, ora in palmiro togliatti, Nella demo­
crazia e nella pace verso il socialismo, Roma 1963, p. 213.
Partito vecchio e nuovo 235

lo scontro tra vecchio e nuovo, l’insufficienza mostrata dinanzi al grande


compito di coniugare democrazia e socialismo, si manifestano allorquan­
do «si conquistano tante nuove posizioni». La seconda è che la «camicia
di forza» viene messa al movimento da Stalin (dallo stalinismo, aggiun­
giamo noi, adoperando un termine che Togliatti rifiutava).
Siamo dunque di fronte alla critica di errori e limiti e va da sé che
non appena si accetta questa impostazione anche la questione delle cause
della guerra fredda viene a porsi in modo differente. È, infatti, almeno
possibile, se non certo, che gli errati indirizzi politici, il freno frapposto
dall’alto alle «capacità creative» del movimento comunista, abbiano con­
tribuito a generare tensioni internazionali, a incoraggiare sospetti e ri­
gide contrapposizioni dell’altro campo. La questione ad esempio, con­
cerne il modo come si sia operato nei paesi europei dove i comunisti
erano al potere per sviluppare davvero «un regime di effettiva democra­
zia in tutti i campi della vita sociale». I plebisciti che abbiamo ricordato,
i risultati elettorali truccati, vanno già messi nel novero di un sostanziale
abbandono di una via democratica al socialismo. Torneremo sul processo
di formazione delle «democrazie popolari». Restiamo per ora a un di­
scorso che concerne l’insieme del movimento comunista.
Esso dovrebbe, per l’innanzi, navigare in mare aperto; ciascuna nave,
o navicella, piuttosto che immettersi in un convoglio o in una flottiglia
corsara dovrebbe costituire una unità a sé che ha come rotta e come bus­
sola il contesto nazionale in cui è chiamata ad operare; e, in effetti, l’in­
sistenza sui compiti particolari, nazione per nazione, è continua da parte
dei gruppi dirigenti locali. Le situazioni sono molto diverse; vari paesi,
già appartenenti al campo nazifascista, attendono trattati di pace; non
mancano, in specie nei paesi balcanici, spinosi problemi di minoranze na­
zionali. Non risultano, nel 1945 e nel 1946, risoluzioni comuni, o anche
soltanto bilaterali, di partiti comunisti, né si sa bene quali indicazioni e
suggerimenti giungano da Mosca, dall’«ufficio-stralcio» cui presiede Di­
mitrov nel 1945, oppure piu direttamente da Stalin. Scarsi sono i con­
tatti anche tra comunisti italiani e francesi. Restano soltanto alcuni indizi
su cui si può lavorare almeno di congetture, alcuni episodi sorprendenti.
Il primo episodio concerne il caso del partito comunista degli Stati
Uniti d’America. Esso, diretto da Earl Browder, decide, attraverso un’ap­
posita «convention» convocata nel maggio del 1944, di trasformarsi in
una semplice «associazione» politica. Il partito come tale si scioglie. Si
tratta di un fatto nuovo, legato strettamente a un giudizio maturato sulla
funzione dei comunisti all’interno della società nordamericana. La moti­
vazione è di questo tipo: con l’associazione si potrà agire come forza ri­
formista di sinistra all’interno del sistema politico ed economico ameri­
236 Capitolo ventesimo

cano, come attivo supporto e sprone a un indirizzo progressista roosevel-


tiano, contro le resistenze conservatrici. Pare accertato che Browder si
muova con il consenso di Dimitrov3; 4e non stupirebbe certo. L’iniziativa,
come l’appoggio che le viene riservatamente offerto, riflette lo « spirito di
Teheran», una prospettiva di coesistenza pacifica (siamo, non si scordi,
alla vigilia della tanto attesa apertura del «secondo fronte», con lo sbar­
co in Normandia), una sincera ammirazione per l’impegno rooseveltiano
e la sua amicizia verso l’Urss. Ciò significa però anche che la trasforma­
zione del partito americano, un piccolo partito ai margini della vita poli­
tica nazionale, denota un sintomo interessante di una possibile evoluzio­
ne piu vasta. Non vi è dubbio che si esalta in tal modo un’autonomia
portata fino all’estremo limite, si configura un possibile inserimento, di
tipo tutt’affatto diverso che per il passato di una minoranza comunista
dentro una sinistra moderna, paese per paese. Un caso identico, al tempo
stesso, non potrebbe presentarsi altrove. Browder, del resto, non gene­
ralizza. Parte dalla situazione degli Usa e quivi si assesta:
È mia opinione che il popolo americano sia cosi poco preparato per qualsiasi
cambiamento strutturale in direzione del socialismo che qualsiasi progetto post­
bellico che si ponesse questo obiettivo, lungi dall’unire dividerebbe ulterior­
mente la nazione, dividendo e indebolendo proprio lo schieramento democratico
e progressista, unendo e rafforzando le forze più reazionarie*.

L’esempio nordamericano potrebbe influenzare i partiti comunisti


dell’America latina ivi incoraggiando tendenze già presenti a un liquida-
zionismo all’insegna di unità nazionali antifasciste nelle quali finiscono
per prevalere orientamenti e regimi tutt’altro che democratici, come quel­
li del cubano Batista5. Tuttavia, se rilievi sull’opportunismo nascosto
nella proposta di Browder vengono, chi li muove è, inopinatamente, un
dirigente comunista francese, l’autorevole e accorto numero due del Pcf,
Jacques Duclos. Questi, nell’aprile del 1945, un anno dopo quindi, scri­
ve un articolo — il primo di una valanga di critiche e di commenti scanda­
lizzati che dipingeranno Browder come un revisionista, un deviazionista
di destra - di cui ci si domanda anzitutto la ragione specifica. Perché un
uomo come Duclos, mentre la guerra sta finendo in Europa e le truppe
sovietiche si incontrano con quelle americane sull’Elba, sente il bisogno
di lanciare un «segnale» di richiamo all’ortodossia? L’articolo è pacato
nel tono; nella sostanza rimprovera a Browder la decisione dello sciogli­

3 STAROBIN, American Communism in crisis cit., p. 72.


4 e. browder, Teheran and America, New York 1944, p. 19.
5 Cfr. TUTiNO, L’ottobre cubano cit., pp. 158-83. Piu in generale, Alexander, Communism in
Latin America cit.
Partito vecchio e nuovo 237
mento del partito, lo ammonisce che certe idee lo allontanano perico­
losamente dalla «vittoriosa dottrina del marxismo-leninismo», gli ram­
menta che «la base naturale del fascismo risiede nei trust»6. Poco tempo
dopo, mentre parrebbe, a stare a una testimonianza, che Togliatti nel
1944 nutrisse qualche simpatia per le posizioni espresse da Browder7, la
stessa rivista diretta dal segretario del Pei pubblica nell’estate del 1945
un attacco duro, sprezzante, di un dirigente comunista italiano allora an­
cora emigrato in Messico. Nello scritto l’autore, Mario Montagnana, usa
un linguaggio inconsueto all’indomani della liberazione: parla di aberra­
zioni, di capitombolo, di distruzione del marxismo, ed agita già lo spettro
di un «nemico», che verrà poi rievocato correntemente nel 1947-48:
Quando la linea politica di un partito serve, in ultima analisi, non gli inte­
ressi del proletariato ma quelli dei suoi avversari di classe, quando vengono a
mancare in un partito la vigilanza ideologica e la vigilanza politica, è assoluta-
mente inevitabile che si verifichi, in quello stesso partito, anche una grave man­
canza di vigilanza contro la penetrazione politica e poliziesca del nemico. Sa­
rebbe puerile e delittuoso pensare che il nemico di classe non abbia fatto tutto
il possibile per utilizzare al massimo tale situazione ’.

È difficile pensare che Mario Montagnana esprima all’epoca opinioni


che non siano quelle degli ambienti di esuli comunisti europei, in specie
italiani, che vivono tra Nord e Centro America, ma la sortita di Duclos
potrebbe essere stata, se non officiata, raccomandata da qualche consi­
gliere sovietico ’. Tuttavia non è del tutto scontato arguirne che Duclos
parli per conto di Stalin. Alla fine della guerra questi evita di pronun­
ciarsi su scelte politiche o decisioni organizzative prese dai vari partiti
comunisti, dà l’impressione di tollerarne l’autonomia finché non inter­
vengano pressanti ragioni di politica estera, generale, o siano in gioco in­
teressi della zona d’influenza sovietica. Potrebbe essere giunto a Duclos
un invito o un’esortazione di qualche altro alto dirigente, da Mosca o
da altre parti. Spinte conservatrici non mancheranno di farsi sentire; nel­
l’assenza di un centro dirigente hanno maggiori margini anche dissensi
interni. Il caso americano, comunque, si chiude presto. Browder sarà
estromesso, il presidente del PcUsa, Foster, pronuncerà nei suoi riguardi
una severa condanna ideologica (per Browder «l’imperialismo america­

6 j. duclos, 4 propos de la dissolution du Pca, in «Cahiers du communisme», n. s., n. 6, apri­


le 1945, pp. 21-38; il testo è anche riprodotto in «Società», a. I, n. 4, 1943, pp. 185-202.
7 I. de FEO, Diario politico (1943-48), Milano 1973, pp. 114-26.
• Mario montagnana, Sul «nuovo corso» dei comunisti americani, in «Rinascita», a. 11, n. 7-8,
luglio-agosto 1945, P. 187.
’ Cfr. le testimonianze di Ambrogio Donini e di Giuseppe Berti cosi come sono richiamate in
SERGIO Bertelli, Il gruppo, Milano 1980, p. 208. Cfr. anche lilly marcou, La problématique d’un
rapport difficile: Urss et mouvement communiste, in L'Urss vue de gauche cit., pp. 158-63.
238 Capitolo ventesimo

no virtualmente scompare, si perde ogni traccia della lotta di classe...»IO)11 12 13


e il partito tornerà a essere tale, si rinchiuderà in se stesso.
Le resistenze al nuovo sono in una certa misura inevitabili, naturali.
E si esprimono spesso non attraverso un dibattito aperto. Da tempo di­
scussioni che investano la natura e il regime interno del partito, cosi
come il tema della transizione, del passaggio a società nuove, non si svol­
gono più sulla stampa comunista. E riflessi condizionati come quello di
mascherare l’effettiva egemonia o il dominio comunisti dentro organismi
di fronte, di blocco, di massa continua ad agire, anzi si fa pili forte. Fini­
ta la guerra, assistiamo al contributo positivo di partiti come l’italiano e
il francese alla elaborazione di costituzioni democratiche nei loro paesi,
assistiamo anche a primi, seppure timidi, tentativi di affacciare una teo­
ria della transizione in paesi dell’Est. L’ungherese Ràkosi per primo, sin
dal maggio del 1945, dice che si deve passare attraverso una lunga fase
di transizione, che può durare anche dieci anni “, nella prospettiva di una
trasformazione socialista. Dimitrov afferma, nel febbraio del 1946:
Il fatto è - e noi marxisti lo dobbiamo sapere bene - che ogni popolo passerà
al socialismo non seguendo una strada uguale a quella seguita dagli altri, non
seguendo una strada qualsiasi, non seguendo esattamente il modello sovietico,
ma in modo tutto proprio, in relazione alle proprie condizioni storiche, nazio­
nali, sociali, culturali e di altro genere “.

I comunisti tedeschi, al momento della ricostituzione legale del par­


tito, nel giugno del 1945, vanno più in là, conducono un ragionamento
che è anche familiare ai comunisti italiani, partendo dalla necessità di
attuare quella rivoluzione democratico-borghese che reazione e nazismo
hanno bloccato in Germania.
Contemporaneamente alla distruzione dell’hitlerismo, si tratta di condurre
a compimento la causa della democratizzazione della Germania, la causa della
trasformazione democratico-borghese, iniziata nel 1848, di liquidare compieta-
mente i residui feudali e di annientare il militarismo prussiano con tutti i suoi
addentellati economici e politici. Noi siamo dell’opinione che gli interessi deci­
sivi del popolo tedesco prescrivono nella situazione attuale per la Germania
un’altra via, e cioè quella della costruzione di un regime antifascista, democra­
tico, di una repubblica democratico-parlamentare, con tutti i diritti e le libertà
democratiche per il popolo

10 william foster, Letter to the National Commitee of the Communist Party, in On the
Struggle Against Revisionism, New York 1946, p. 7.
11 Cfr. Brzezinski, Storia dell’Urss e delle democrazie popolari cit., pp. 76-77.
12 La missione storica del Partito operaio bulgaro, in gheorghi dimitrov, Opere scelte, Roma
1977,II, P- 228.
13 Dal testo dell’appello della Kpd, dell’ii giugno 1945, in collotti, Storia delle due Germanie
cit., pp. 474-77.
Partito vecchio e nuovo 239

Da più parti, dunque, si avvia quello che diventerà, colla fine del
1946, il discorso - presto bloccato - delle «vie nuove», delle particola­
rità nazionali, delle «diversità». Frattanto, siamo di fronte a un ripetersi
e a un estendersi del fenomeno già notato al tempo dei Fronti popolari:
ogni «apertura», ogni novità, viene proposta badando bene a non alte­
rare una concezione dottrinale di cui ora si celebra il trionfo, il collaudo
vittorioso della storia, quella del «marxismo-leninismo». È questo il mo­
mento di una grande diffusione del famoso «breve corso» in molti paesi
dove l’opera era appena circolata tra i quadri della clandestinità. E il
«breve corso» significa appunto la proposizione di un modello quale
quello sovietico, la versione staliniana del materialismo storico e del ma­
terialismo dialettico, l’irrisione riservata a quella democrazia politica, a
quelle libertà democratiche, che pur si propugnano e valorizzano. Il mo­
mento espansivo viene vissuto, quindi, cercando di renderlo compatibile
con una rigidità ideologica temperata dall’esaltazione di tradizioni nazio­
nali progressiste, di apporti specifici al marxismo e al leninismo che ne
vengono o ne sono venuti.
Così è per la scorza più dura della continuità del partito. Quello stes­
so Dimitrov che escludeva la necessità di seguire il modello sovietico
aggiunge:
Il partito deve avere una disciplina ferrea, cosciente e volontaria ma ferrea,
che deve essere basata sulla nostra unanimità di pensiero, sui nostri compiti, sui
nostri fini unici in quanto partito, sulla nostra scienza marxista che ci conduce
alla vittoria ”.

L’accento trionfalistico è una costante. Thorez dice al X congresso


delPcf:
Il marxismo-leninismo è l’unità della teoria e della pratica, del pensiero e
dell’azione. Non si può lavorare in nessuna branca di attività militante senza
fare uno sforzo per assimilare la scienza marxista-leninista. I più grandi scien­
ziati, come il nostro amico Langevin, dichiarano che non sono andati avanti nel­
la conoscenza della loro scienza particolare se non alla luce del materialismo
dialettico 14
15.

Il concetto di una «dottrina» come scienza, da applicare corretta-


mente, da restaurare nella cultura del proprio paese, da divulgare, è co­
mune anche a Togliatti. Agli studenti universitari pisani egli afferma:
Il marxismo è un grandioso movimento di idee e di uomini, è una realtà del­
la nostra vita sociale, realtà del mondo moderno, la quale può avere subito delle
crisi e avere avuto anche dei momenti di involuzione, ma ha continuato trion-

14 La missione storica del Partito operaio bulgaro cit., p. 222.


15 thorez, Œuvres cit., tomo XXI, p. 1x5.
240 Capitolo ventesimo

falmente nel suo sviluppo... ha animato la prima grande rivoluzione dei tempi
moderni, rivoluzione dalla quale è uscito il primo grande tentativo (ma ormai
questa parola «tentativo» non è piu adatta perché si tratta di una realizzazione
della fondamentale intuizione di tutti i riformatori sociali) della creazione di una
società di liberi e uguali,6.

Dai discorsi dei dirigenti comunisti del 1945-46 trapela piu di una
volta anche un’orgogliosa rivendicazione degli stessi processi di Mosca
del 1936-38 come se la storia avesse approvato anche quelli. Il pericolo
di agenti trockisti all’interno del partito è nuovamente, sin dall’indomani
della liberazione, agitato. Dimitrov mette in guardia dalla «maschera di
slogans di sinistra» sotto cui essi si celano, consiglia di usare il bisturi.
Thorez dice seccamente che «la libertà di opinione nel partito non è la
libertà di introdurre nel partito opinioni che gli sono estranee», parla
di nemici «hitléro-trockistes»16 Uno dei piu stretti collaboratori di To­
17. 18
gliatti, Felice Platone, che sta curando l’edizione dei Quaderni del carcere
di Antonio Gramsci, dedica un lungo articolo ai rischi di ripresa delle
provocazioni trockiste e invita all’intolleranza nei loro confronti:
Stroncare sul nascere qualunque ripresa del sabotaggio e della disgregazione
trockista è oggi un’esigenza vitale non soltanto del nostro partito e della classe
operaia, ma di tutto il movimento antifascista, democratico, di liberazione na­
zionale

I gruppi trockisti veri e propri sono piu che mai sparuti in Europa
dopo la guerra - il loro terreno di sviluppo diverrà l’America latina -
ma fare passare per insidiosi nemici i trockisti ed equipararli ai fascisti
mira da una parte a bollare di provocazione qualsiasi opposizione di si­
nistra che si alimenti di quel radicalismo di base, di quel disagio di cui
abbiamo già parlato, dall’altra a riconfermare l’ossequio verso la tradi­
zione staliniana della purezza «bolscevica». Gli uomini che cominciano
a dirigere il movimento comunista in vari paesi possono rimuovere, ma
non hanno scordato le pagine nere delle purghe; ne sono, molti di loro,
superstiti. Basterà guardare alla composizione dei gruppi dirigenti per
vedere anche qui come si affiancano esperienze varie e continuità di tra­
dizione.
Si tratta di uomini che fino allora erano stati segretari o funzionari di
un apparato, rimasti sconosciuti i piu nella loro patria o perché costretti
a un lungo esilio o perché incarcerati dai fascismi e dalle dittature mili-

16 Dal testo di una prolusione tenuta il io marzo 1946, pubblicato postumo sulla base di uno
stenogramma e con il titolo lì marxismo di Togliatti, in «Rinascita», a. xxiv, n. 33, 25 agosto 1967.
17 L’espressione è usata nello stesso rapporto al X congresso. Cfr. Œuvres cit., tomo XXI, p. 119.
18 felice PLATONE, Vecchie e nuove vie della provocazione trotzkista, in «Rinascita», a. 11, n. 3,
marzo 1945, p. 99.
Partito vecchio e nuovo 241

tari. A differenza del primo dopoguerra, questi capi rivoluzionari balzati


in primo piano non sono giovanissimi; alcuni sono anziani, la maggio­
ranza sta tra i quaranta e i cinquant’anni. Non è facile la fusione all’in­
terno dei gruppi dirigenti nazionali tra quadri sperimentatisi in luoghi
e milizie diverse. Forse il gruppo dirigente piu omogeneo, nuovo, meno
«kominternista», è quello jugoslavo, quasi tutto emerso dalla lotta par-
tigiana; accanto a Tito, Kardelj, Rankovié, Gilas, Vukmanovié Tempo,
Moša Pijade, mentre Vlaho Vlahovic ha combattuto con le Brigate in­
ternazionali in Spagna. Partigiani sono anche Enver Hoxha e Mehmet
Shehu, albanesi.
I dirigenti comunisti francesi sono da tempo noti, nel loro paese,
Thorez in testa, poi Duclos, grande oratore parlamentare, il sindacalista
Benòit Frachon, il vecchio direttore dell’«Humanité» Marcel Cachin e
ancora Étienne Fajon, Raymond Guyot, François Billoux, il burbero ed
iracondo André Marty, già ispettore delle Brigate internazionali in Spa­
gna, ora rientrato da Mosca. I dirigenti distintisi nella resistenza, da
Charles Tillon a Léon Mauvais, da Auguste Lecceur a Waldeck Rochet,
vengono assimilati dalla «vecchia guardia» passata attraverso la bufe­
ra della guerra rinsaldando la propria influenza sull’insieme del partito.
Thorez sottolinea la continuità del gruppo dirigente comunista anche
rispetto alle altre forze politiche: «Solo il nostro partito si presenta da­
vanti al paese con la sua direzione d’anteguerra» ”.
II Pei riemerge dalla lunga notte del fascismo con personalità spiccate
ed è questo uno dei casi più tipici in cui coesistono elementi di novità e
di continuità. Ercoli, circondato dalla fama di misterioso capo dell’In­
ternazionale, diventa prestissimo popolare con il suo vero nome di Pai­
miro Togliatti e si presenta quale erede della tradizione politica di Gram­
sci; alla testa dei sindacati sta l’altro uomo piu amato dalle masse, l’ex
bracciante pugliese Giuseppe Di Vittorio. I massimi dirigenti del Pei,
dai più anziani Mauro Scoccimarro, Giovanni Roveda, Umberto Terra­
cini, rimasti quasi vent’anni in carcere o al confino di polizia, a Girolamo
Li Causi, Velio Spano, Antonio Roasio, Arturo Colombi, ai piu giova­
ni Eugenio Reale, Giorgio Amendola, Celeste Negarville, Gian Carlo
Pajetta, sono tutti veterani con una lunga milizia alle spalle, cosi come
gli uomini che tornano da Mosca, Ruggero Grieco, Edoardo D’Onofrio,
come i due che affiancheranno Togliatti quali vice segretari, Luigi Longo
e Pietro Secchia. Essi hanno diretto il partito e le formazioni partigiane
«Garibaldi» durante la resistenza.
Se nei partiti comunisti del Nord Europa, dalla Finlandia (dove tor-

■’ fauvet, Histoire du Pcf cit., II, p. 155.


242 Capitolo ventesimo

na Kuusinen e la figlia Hertta Elina) alla Danimarca, dalla Norvegia al­


l’Olanda e al Belgio, non si esprimono gruppi dirigenti che sappiano uti­
lizzare davvero i nuovi grandi consensi, e in Gran Bretagna si riforma la
direzione precedente (Pollitt, Palme Dutt, Gallacher, rieletto ai Comu­
ni), un caso a sé resta quello del Partito comunista greco dopo le dram­
matiche vicissitudini della fine del 1944. Rientra dal campo di sterminio
di Dachau Zachariades, nel marzo dei 1945, e riprende il suo posto di
segretario. La linea politica che vuole affermare è quella di un atteggia­
mento conciliante con gli inglesi «tutori»20, ma si sta sviluppando da
parte del governo conservatore greco, capeggiato dall’ammiraglio Petros
Voulgaras, una nuova repressione anticomunista: decine di migliaia di
militanti ed ex partigiani - si parla di 80 000 nel solo 1945 - vengono
arrestati e l’inserimento del Pc ellenico in un regime, parlamentare di
facciata, in realtà reazionario e dominato dalle forze armate, è presto
impossibile, anche con il nuovo governo di Sophoulis. E in Grecia, dal
1946, l’amministrazione Truman, passando sopra alle stesse garanzie di
libere elezioni invocate per i paesi dell’Est, sostituirà gli inglesi nella tu­
tela piu rigida. Il Pc greco, diviso al suo interno, si avvia forzatamente
a una prospettiva di nuova resistenza armata, la stessa su cui fanno conto
i comunisti spagnoli, Carrillo, Lister, Francisco Anton, la Ibarruri.
Ma come la Grecia anche la Spagna rinnova una tragedia che è una
pagina nera per l’Occidente liberale: amaro destino dell’antifascismo
spagnolo diventa quello di un esilio prolungato. Il gruppo dirigente co­
munista che si è insediato a Mosca vagherà anch’esso ospite dei paesi
dell’Est, chiedendo aiuti per una guerriglia in patria senza sbocchi: lo
stesso Stalin dirà a Carrillo21 di abbandonarla (ma saremo allora già nel
1948) e di lavorare all’interno delle organizzazioni del regime franchista
in quella penetrazione che tentarono i bolscevichi all’epoca zarista in
Russia.
Tra i comunisti tedeschi singolare è la figura dell’unico dirigente di
rilievo che resti nelle zone occidentali della Germania, Max Reimann,
liberato da un campo di concentramento nazista. Gli altri, quasi tutti già
a Mosca, vanno nella Germania orientale. Sono il prestigioso Wilhelm
Pieck, vecchio spartachista, membro dell’Esecutivo dell’Internaziona­
le, Walter Ulbricht, futuro segretario del partito, Heinrich Rau, Willi
Stoph, Hermann Matern. I comunisti polacchi sono guidati da Gomulka,
già segretario dell’organizzazione clandestina durante l’occupazione na-

20 Cfr. solaro, Storia del Partito comunista greco cit., pp. 129-31 e Joyce e Gabriel kolko,
I limiti della potenza americana. Gli Stati Uniti nel mondo dal 194; al 1994, Torino 1973, pp.
274-83.
21 Carrillo, La Spagna domani cit., pp. 136-37.
Partito vecchio e nuovo 243
zista, mentre dall’Urss rientrano Bolesiaw Bierut e Alexander Zadawski.
Gomulka appare come «l’uomo forte del nuovo regime»22. Alcuni in­
tellettuali hanno funzioni importanti come l’economista Hilary Mine e
Jakub Berman.
Fitto è il gruppo di personalità politiche di un certo rilievo tra i co­
munisti cecoslovacchi e quelli ungheresi. Primeggia Gottwald, gli sono
a fianco, in Cecoslovacchia, Antonin Novotny, l’anziano Antonin Zapo­
tocky, Siroky, Slànskÿ, Clementis, Husak; gli ungheresi annoverano,
accanto al leader indiscusso (per ora...) Ràkosi, quadri sperimentati, co­
me Geró, Farkas, Révai, Rajk, Kadar, Imre Nagy. In Bulgaria ritorna
Georgi] Dimitrov, figura già leggendaria e uomo che giocherà ancora una
parte di primo piano ancorché sia gravemente ammalato. Gli sono ac­
canto Cervenkov, T. Rostov, Raiko Damianov.
I comunisti rumeni sono gli unici, con gli spagnoli, ad avere una don­
na nel gruppo dirigente piu ristretto. È quella Ana Pauker che abbiamo
già incontrato (mentre segretario del partito diventa Gheorghiu Dej). E
se la «Pasionaria», Dolores Ibarruri, che ha perso un figlio combattente
nell’Armata rossa, conoscerà ancora un esilio di trent’anni prima di poter
tornare in patria, il nome di Ana Pauker si accomuna alla tragedia che,
tra il 1949 e il 1952, piomberà sui quadri comunisti delle «democrazie
popolari» nell’ondata di repressioni che riprodurranno esattamente in
quei paesi il terrore del 1936-38 in Russia. Cosi sarà infatti di Rostov,
di Rajk, di Slànsky e di Clementis, tutti fucilati, di Gomulka e di Ràdar
imprigionati, per non stare che ai nomi citati, mentre Imre Nagy sarà
sommariamente «giustiziato» dopo la rivolta operaia del 1956 a Bu­
dapest.
II dramma che si rovescerà su quelle dirigenze comuniste qualche
anno dopo, cosi come un dato che emergerà piano piano, quello di un
partito teso all’occupazione dello Stato, ad assicurarsi le posizioni chiave
di potere, dal ministero dell’Interno a quello della Difesa, fa in genere
dimenticare l’altro dato che invece va tenuto presente: all’inizio è sulla
situazione aperta a grandi riforme, sui compiti nuovi del movimento ope­
raio nei paesi dell’Est, con molti socialisti a fianco dei comunisti, che si
appunta l’interesse, la speranza, la simpatia delle sinistre occidentali.
Laddove avevano sempre trionfato reazione e feudalesimo possono sor­
gere società nuove, nel consenso popolare, senza dover affrontare l’isola­
mento, l’accerchiamento capitalistico attraverso cui erano passati i bol-
scevichi russi. Della Cecoslovacchia già si parla come del paese più vi­
cino, per le sue caratteristiche sociali, politiche ed economiche avanzate,

a Karol, La Polonia da Pilsudski a Gomulka cit., p. 108.


244 Capitolo ventesimo

a una realizzazione socialistica. Ma se in Cecoslovacchia l’industria e il


sistema bancario vengono rapidamente nazionalizzati anche negli altri
paesi dell’Est arretrati il dopo-liberazione vede i comunisti svolgere una
funzione propulsiva, tanto piu importante in quanto ci si muove tra le
macerie. Ponti e ferrovie sono distrutti, manca il pane e il tetto. Questa
funzione è stata riconosciuta da storici dei piu vari orientamenti. Se per
Joyce e Gabriel Kolko, noti come «revisionisti»,
dovunque i comunisti ebbero la responsabilità di un aspetto della ricostruzione
essi stimolarono gli operai, rinunciarono al benessere in favore della produzione,
e dimostrarono un fervore patriottico più grande dei ministri degli altri partiti ”,
anche un altro studioso americano, tutt’altro che revisionista, che si è
occupato di questi aspetti, Z. K. Brzezinski, ha notato che i programmi
dei comunisti, per la loro serietà, concretezza, e il loro contenuto rifor­
matore valgono ad essi l’appoggio di gruppi progressisti e liberaldemo-
cratici politicamente attivi in Europa orientale23 24. In primo piano sta la
realizzazione di una grande riforma agraria che si concretizza nella distri­
buzione delle terre a milioni di contadini. Complessivamente il fenome­
no ha questa misura: circa venti milioni di ettari sono espropriati e di
essi i2 milioni sono distribuiti a piu di tre milioni di contadini25. 26
Un’in­
tera classe, spesso straniera (tedesca in Polonia e in Cecoslovacchia)
viene socialmente eliminata. Il Deutscher ha parlato, in proposito, di
«strane rivoluzioni», rivoluzioni dall’alto, subito intraprese addirittura
dal comando delle truppe sovietiche di occupazione, ma condotte con il
favore di grandi masse popolari.
Promuovendo queste strane rivoluzioni, Stalin rese ai popoli dell’Europa
orientale «un servizio di cui non si saprebbe dire se fosse maggiore la perfidia
o l’utilità», per parafrasare il giudizio di Macaulay su uno statista inglese. Nel­
l’intervallo tra le due guerre quasi tutti questi popoli si erano ridotti a un’esi­
stenza inerte e crepuscolare, impantanata in un’estrema miseria materiale e spi­
rituale; la loro vita politica era stata dominata dalle vecchie conventicole che,
preoccupate esclusivamente di conservare i loro privilegi, non si erano curate
del pauroso regresso dei loro sudditi... Si può dire che per quei popoli l’unica
probabilità di superare il tragico punto morto consistesse nel colpo di forza a
cui li spinse Stalin. In Polonia e in Ungheria la riforma agraria ispirata dai co­
munisti appagò, sia pure in forma imperfetta, il sogno di generazioni di conta­
dini e di intellettuali... “.
In Polonia, fin dal settembre del 1944, è annunciato un decreto sulla
espropriazione dei poderi superiori a 100 ettari di area complessiva e a

23 kolko, 1 limiti della potenza americana cit., p. 229.


24 Brzezinski, Storia delVXJrss e delle democrazie popolari cit., pp. 24-2.5.
25 Cfr. FEJTÖ, Storia delle democrazie popolari cit., I, p. 198.
26 deutscher, Stalin cit., p. 749.
Partito vecchio e nuovo 245

50 ettari in caso di territorio puramente agricolo. Si formano decine di


migliaia di piccole fattorie. Nei territori ex tedeschi della Pomerania e
della Slesia incorporati dalla Polonia, al confine occidentale, circa sei mi­
lioni di tedeschi se ne vanno e su quelle terre 4,5 milioni di ettari sono
distribuiti a quattrocentomila famiglie di contadini polacchi. In Bulgaria
non esistono grandi proprietà paragonabili a quelle polacche; un decreto
postbellico limita gli appezzamenti di terreno a un massimo di 20 ettari
e interessa solo il 3 per cento del totale. Ma la riforma agraria è impo­
nente in Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Albania, nella
Germania dell’Est. In Romania, con un decreto del governo Groza del
marzo del 1945, piti di ottocentomila famiglie fruiscono della distribu­
zione di terre (1,6 milioni di ettari). In Ungheria la riforma investe, sin
dalla fine del 1944, il 33 per cento del terreno arabile. In Cecoslovacchia
circa 2,6 milioni di ettari di terre, già in mano a tedeschi, e altri 900 000
di grandi proprietà agrarie sono distribuiti tra circa 250 000 famiglie. In
Jugoslavia la riforma distribuisce subito 392 000 ettari e stabilisce un
massimo di 20 o 30 ettari a seconda della fertilità del terreno per gli ap­
pezzamenti privati. In Albania la riforma segue gli stessi criteri. Sono
decine di migliaia i salariati agricoli che se ne avvantaggiano. Nella zona
di occupazione sovietica della Germania sono subito confiscate grandi
proprietà, per piu di 2 milioni di ettari, e distribuite a mezzo milione di
contadini. Vengono suddivise le proprietà superiori a 100 ettari.
L’insieme di questi provvedimenti aprirà naturalmente grandi pro­
blemi, al pari di quelli che incontrerà uno sviluppo industriale le cui li­
nee, per molti paesi ancora semifeudali, sono evanescenti. Essi non ri­
spondono ancora a un generale disegno di trasformazione socialista, né
tanto meno si ispirano a un modello sovietico. Si è discusso del perché
Stalin li promuova cosi speditamente. E forse una ragione di fondo va
trovata all’interno della stessa politica di sicurezza dell’Urss: si toglie
cosi il potere economico e si sottrae un predominio sociale a quei gruppi
di proprietari agrari i quali erano stati i principali sostenitori di una poli­
tica interna reazionaria e di una politica estera antirussa, infeudata alla
Germania. Si distrugge subito, intanto, la situazione privilegiata dei pro­
prietari terrieri tedeschi installati nei territori slavi. Esiste anche un im­
mediato disegno politico, quello di consentire ai partiti comunisti di con­
quistare una egemonia sul mondo contadino, sostituendo quella di varie
forze e partiti di piccoli proprietari? Si vuole raggruppare nel Fronte e,
in sostanza, assorbire socialdemocratici e partiti autonomi contadini?
Certo si è che una riforma agraria tanto profonda, che si accompagna a
una ricostruzione economica nella quale lo Stato ha parte di primo pia­
no, se non esclusiva, accentua i compiti di direzione generale della so­

17
246 Capitolo ventesimo

cietà che incombono sui comunisti, crea condizioni nuove alla lotta poli­
tica (compreso il paradosso, esistente sia in Polonia quanto in Ungheria,
di partiti contadini che vengono sostenuti dal favore dei nuovi piccoli
proprietari i quali temono i comunisti gli levino la terra appena ottenuta,
in un futuro non lontano).
Per tornare al discorso generale già avviato, l’orizzonte appare domi­
nato dall’appuntamento sociale cui sono chiamati i vari partiti comunisti
europei. Data la dimensione che il movimento assume, è da costruire un
rapporto diverso tra la massa degli iscritti e il quadro dirigente e inter­
medio. Ed è qui che spesso vecchio e nuovo coesistono e non sempre feli­
cemente. Prima ancora che si ponga la questione della fusione o meno
con partiti socialisti o socialdemocratici, oppure contemporaneamente ad
essa, prevale il richiamo alla struttura interna tradizionale. Il «centrali­
smo democratico» è riaffermato fortemente nella sua collaudata versione
staliniana, cioè molto rigida e burocratica. Il luogo di formazione delle
decisioni politiche, il loro controllo, il dibattito di linea, restano di esclu­
siva pertinenza di un gruppo di dirigenti molto ristretto nel quale la figu­
ra del segretario generale ha uno stacco notevole sulle altre. Il segretario
è il capo del partito, non senza che il «culto» della sua persona cominci
- il fenomeno sarà assai più accentuato alla fine degli anni quaranta - ad
echeggiare il modello di quello di Stalin (la cui adulazione in ogni partito
comunista, dal francese all’italiano, dallo jugoslavo al bulgaro, sta avvi­
cinandosi all’apogeo).
Questo non significa che i vari partiti comunisti si presentino alla ri­
balta nazionale nella quale operano, alle masse lavoratrici, con la stessa
fisionomia del periodo tra le due guerre. La partecipazione intensa alla
vita del partito - un partito che ha anche i tratti di un movimento tumul­
tuoso nell’entusiasmo delle nuove adesioni — da parte della sua base ope­
raia e contadina, l’afflusso di nuove generazioni di militanti, lo rendono
un organismo fresco, vivo, orgoglioso sia della propria disciplina sia del
confronto aperto con altre forze politiche. Si intravedono anche qui dif­
ferenziazioni tendenziali : partiti come lo jugoslavo e il francese restano
essenzialmente partiti di quadri, cosi come il bulgaro, l’ungherese, il ru­
meno. Il cecoslovacco, il polacco, l’italiano si trasformano piu facilmente
in partiti di massa.
Nel caso del partito italiano abbiamo alcune novità che denotano una
più spiccata volontà di rinnovamento. L’articolo 2 dello statuto appro­
vato dal V congresso riconosce a tutti i cittadini italiani il diritto di iscri­
versi al Pei «indipendentemente dalla razza, dalla fede religiosa, e dalle
convinzioni filosofiche», imprimendo quindi un segno di laicità all’ade­
sione e consentendo che il cattolico, il credente, entri a pari titolo del­
Partito vecchio e nuovo 247

l’ateo, del «materialista» convinto. Anche in fatto di indottrinamento si


è cauti e non dogmatici. L’articolo 5 indica semplicemente la necessità
per i militanti di « acquistare una sempre maggiore conoscenza dei clas­
sici del marxismo-leninismo».
Le innovazioni si inquadrano nella proposta che Togliatti lancia sin
dal 1944 con la formula del «partito nuovo», intendendo con questo ter­
mine un partito non solo nazionale, di massa, popolare, ma uno strumen­
to «che sia capace di tradurre nella sua politica, nella sua organizzazione
e nella sua attività di tutti i giorni, quel profondo cambiamento che è
avvenuto nella posizione della classe operaia rispetto ai problemi della
Il cambiamento è ravvisato in questa posizione nuova:
vita nazionale»27. 28
un atteggiamento, una funzione positiva, «dirigente», per la costruzione
di un regime democratico. Un vero «soggetto politico»
Vi è in Togliatti il convincimento che un siffatto partito possa fornire
la piattaforma più larga per trasformarsi nel partito dell’unificazione po­
litica della classe operaia. Neppure il Pei di Togliatti del dopo-libera-
zione intacca, però, i tratti fondamentali di un partito leninista, anzi sta­
linista: mantiene il divieto di frazioni al suo interno, promuove lo svilup­
po e il primato di uno strato di «rivoluzionari di professione», riserva
il potere decisionale al gruppo piu vicino al segretario del partito, attua
una promozione di quadri assai prudente. Può essere, in ogni caso, di un
certo interesse notare che quando vi sarà una sterzata in senso centrali­
sti«), con la guerra fredda e la nascita del Kominform, anche lo statuto
del Pei subirà modificazioni restrittive: si codificherà, per esempio, resi­
stenza di una corrente comunista nel sindacato unitario e si muterà l’arti­
colo 5, al VI congresso, del 1948, prescrivendo l’obbligo «di approfon­
dire la conoscenza del marxismo-leninismo», dottrina consolidata29.
Torniamo a questo punto alle capacità «creative» del movimento co­
munista, soffocate dagli «errati indirizzi di Stalin». Stanno, questi indi­
rizzi, soltanto nel mantenimento di vecchi caratteri del partito? Oppure
non si tratta dello stesso ruolo del movimento come «soggetto politico»,
quindi dotato di una sua autonomia, che viene compresso o sottovalu­
tato? È un problema che si affaccia nella questione della possibile fu­
sione, almeno in alcuni paesi, tra comunisti e socialisti all’indomani della
guerra.

27 palmiro Togliatti, Che cosa è il «partito nuovo», in «Rinascita», a. i, n. 4, novembre-


dicembre 1944, p. 25.
28 Cfr. Alessandro natta, Togliatti e il «partito nuovo», ivi, a. xxm, n. 34, 29 agosto 1969.
29 Cfr. giuliano procacci, sugli statuti del Pei dopo la Liberazione, in « Critica marxi­
sta», a. XVI, n. 6, novembre-dicembre 1978, pp. 69-77.
Capitolo ventunesimo
La chimera dell’unità organica

È così rapido, in vari paesi europei, il tramonto di progetti e program­


mi di unificazione politica di comunisti e socialisti, della famosa «unità
organica», che ci si può legittimamente domandare se essi siano stati sin­
ceri (più d’uno, del resto, ne dubitava e ne dubita), oppure se non rappre­
sentassero una proiezione del clima unitario della resistenza e poco di più.
Abbiamo segnalato le speranze che in quello scorcio finale del conflitto
si esprimono soprattutto sulla sponda socialista, dovremo ancora regi­
strare spinte dal campo comunista nella stessa direzione. Tuttavia la le­
zione delle cose è presto drastica. L’unificazione fallisce nel 1945 e 1946
laddove era stata più diffusamente vagheggiata, in Francia, nella Germa­
nia occidentale, in Italia; si trasforma in un progressivo assorbimento
dei partiti socialisti da parte dei partiti comunisti nell’Est europeo, col
1946-47, finché, con il 1948, tale assorbimento è già stretta di freni e
liquidazione politica dell’ala socialista.
Su scala di istanze internazionali il panorama è ancora più sconfor­
tante; scompare rapidamente un movimento operaio europeo che come
tale sia un soggetto politico, levi una sua voce autonoma nel contesto
generale. La causa principale del fallimento va ricercata nella logica delle
zone d’influenza. I germi della guerra fredda, della contrapposizione di
campi avversi, sono subito presenti su questo orizzonte, soffocando ogni
costruzione di unità organica. Non è la sola ragione l’interferenza delle
grandi potenze. Altre non sono da trascurare. Nel corso della lotta di li­
berazione non è sorto da nessuna parte un movimento fusionistico tanto
deciso da mettere in atto organismi nuovi, da premere dal basso sulle di­
rigenze per metterle dinanzi a una realtà mutata. E, al momento di sce­
gliere sulla fusione o meno, i partiti comunisti e socialisti, all’Ovest,
riscopriranno tali differenze e divisioni ideologiche, tali distanze nei ri­
spettivi regimi interni, da arretrare, prendere tempo e poi abbandonare
l’idea.
Quando parliamo di logica delle zone d’influenza non intendiamo sol­
tanto una cosciente azione di freno, se non di sabotaggio, dei progetti di
La chimera dell’unità organica 249

unificazione esercitata dalle grandi potenze vincitrici della seconda guer­


ra mondiale, anche se tale azione c’è stata, soprattutto da parte di inglesi
e americani sui partiti socialisti e socialdemocratici europei. Parliamo an­
che di una divaricazione crescente tra chi - i comunisti, o forse soltanto
alcuni di loro - concepisce l’unità organica come una sanzione del prima­
to dell’Urss, almeno nel campo ideologico, fonte di socialismo realizzato,
e chi - alcuni dei capi della socialdemocrazia e del laburismo, da Blum a
Saragat, da Bevin a Schumacher - rifiuta tale unità proprio perché sa­
rebbe una subordinazione alla politica estera sovietica e una trasforma­
zione del partito unificato in partito marxista-leninista. Il quadro è reso
piu variegato sia dalla sincera vocazione all’unità d’azione largamente
presente nelle due ali, nonché dal fatto che le simpatie verso l’Urss sono
diffuse all’indomani della guerra tra i socialisti europei, siano essi polac­
chi e cechi oppure italiani — vivissime in questi — o anche francesi e in­
glesi e scandinavi. Tuttavia prevale il peso degli impedimenti e delle diffi­
denze che è poi anche il peso delle autorità statali contrapposte.
Il caso piu sintomatico è quello della Germania anche perché, essen­
do questo paese diviso e occupato da quattro eserciti, non avendo né uno
Stato né confini definiti, la sua mancanza di indipendenza politica rende
determinante l’azione svolta dai vincitori per scongiurare l’unificazione
della sinistra di classe, oppure per darle un segno unico, un predominio
dell’una sull’altra componente. È stato scritto, con una certa perento­
rietà ma con fondamento indiscutibile, da W. Abendroth:
Quando, dopo il crollo del nazionalfascismo, il movimento operaio tedesco
tentò di ricostituirsi, all’inizio in condizioni di semilegalità, senza l’autorizza­
zione delle autorità d’occupazione, si verificò quasi dappertutto la tendenza a
rinunciare ai vecchi partiti per costruire un partito socialista unitario. Alla ten­
denza verso l’unità socialista si opposero, però, tutte e quattro le forze d’occu­
pazione e anche quei membri dell’emigrazione socialdemocratica che le amare
esperienze del terrore staliniano contro i migliori quadri del bolscevismo russo
e dell’emigrazione comunista in Urss avevano spinto ad assumere un troppo ri­
gido atteggiamento antibolscevico ’.

Un altro studioso tedesco, Peter Brandt, figlio dell’attuale presidente


del Partito socialdemocratico, che ha guardato al fenomeno dal punto di
osservazione di Brema, è giunto alle stesse conclusioni. Ha ricordato che
localmente e su scala regionale alla fine della guerra si formano sponta­
neamente partiti operai unificati. E ha insistito sul fatto che l’immediata
rifondazione della Kpd, avvenuta l’n giugno del 1945, ne ha bloccato
del tutto la formazione ulteriore anche se la disposizione favorevole al-

1 abendroth, La socialdemocrazia in Germania cit., pp. 79-80.


2^0 Capitolo ventunesimo

l’unificazione in un primo tempo non cessa. Ne sono alfieri gruppi di so­


cialisti di sinistra che esaltano la creazione di una unità dal basso; Her­
mann Brill, ad esempio, perora la costruzione di comitati popolari di tipo
consiliare, che dovrebbero tenere un congresso costituente. L’orienta­
mento di Wilhelm Pieck, di ritorno da Mosca, è invece quello di rifon­
dare subito - ciò che avviene - il Partito comunista. Non per imporre un
sistema politico sovietico nella zona d’occupazione russa bensì per ga­
rantire meglio una politica d’amicizia verso i sovietici di cui la presa co­
munista sulle posizioni-chiave nella società deve divenire uno strumento
indispensabile. Alla creazione di un partito operaio nuovo si preferisce
dunque un fronte patriottico, un «blocco del popolo lavoratore» guidato
dalla Kpd2, in cui entrano socialisti, liberaldemocratici e cristiano-demo­
cratici della zona orientale.
Va aggiunto che la tendenza antifusionistica è prevalente anche in
quei socialdemocratici tedeschi, come Kurt Schumacher - la figura poli­
tica eminente, un forte carattere di dirigente e tribuno popolare - i quali,
sin dal maggio del 1945 non nascondono la loro avversione al comuni­
Smo sovietico e compiono una scelta filoccidentale. Ma la decisione del­
la rifondazione della Kpd favorisce enormemente il «separatismo» di
Schumacher e pone in una situazione difficile quei socialisti che sono fa­
vorevoli alla fusione, come Otto Grotewohl, ex deputato al Reichstag, e
li inducono a temporeggiare. Grotewohl sarà presto in minoranza nel Cc
della rinata Spd.
Schumacher, per la sua tenacia, il suo passato coraggioso (aveva pas­
sato più di dieci anni di detenzione in campi di concentramento nazisti),
per l’aiuto che gli prestano molte forze politiche e sindacali angloameri­
cane, riesce a riorganizzare le fila della Spd e a orientarle non solo contro
l’unificazione organica ma contro l’unità d’azione con i comunisti. Sin
dall’ottobre del 1945 Schumacher sostiene che «la linea di separazione
tra socialdemocratici e comunisti è tracciata dal fatto che i comunisti so­
no strettamente legati a una sola delle potenze vincitrici, cioè alla Russia
come Stato e alle sue mete in politica estera»3. Forti sono le pressioni di
sindacalisti americani dell’Afl nella Germania occidentale per fare fallire
l’unificazione sindacale. Lo stesso governo militare americano in Germa­
nia, nell’aprile del 1946, si oppone alla formazione di un sindacato uni­
tario centrale4. A quel momento Schumacher ha già rotto i rapporti con

2 peter brandt, Dopo Hitler: antinazismo e movimento operaio 1945-1946, Roma 1981, pp.
193-205 .
3 Dalle dichiarazioni programmatiche citate in collotti, Storia delle due Germanie cit., pp.
433-36.
4 hörst Lademacher, Possibilità e limiti d’azione del movimento operaio europeo nel primo
dopoguerra, in La sinistra europea cit., pp. 51-52.
La chimera dell’unità organica 251

i socialisti fusionisti dell’Est, ha bloccato un processo di fusione a Ber­


lino, ha rintuzzato nelle zone occidentali ogni tendenza a formare partiti
unitari.
Il caso tedesco è dunque il più evidente quanto a spinte divaricanti
che arrivano dalle potenze vincitrici. L’America di Truman, ma anche
l’Inghilterra di Attlee e la Francia di De Gaulle, non ne vogliono sapere
di una sinistra tedesca socialcomunista unita. L’Urss di Stalin ha come
obiettivo semplicemente quello di garantirsi una direzione politica fedele
nella propria zona d’occupazione. E non perde tempo. Nell’aprile del
1946 si decide la nascita della Sed (Partito socialista unitario). Essa
formalmente diverrà, nei mesi seguenti, il frutto della fusione tra l’ala
comunista e l’ala socialdemocratica della zona orientale, e vi concorre
certamente anche il favore di operai e contadini, con la trasformazione
economica e sociale in atto. Ma la fusione ad Est implica, nondimeno,
l’abbandono di ogni prospettiva di unificazione che sorpassi la frontiera
della zona d’occupazione. Come era naturale, la fondazione della Sed ha
un immediato contraccolpo nella Germania occidentale dove la Kpd è
subito isolata nelle sue proposte unitarie alla Spd. E il processo di assor­
bimento dei socialisti unitari nella Germania dell’Est è costante. All’ini­
zio la composizione degli organi dirigenti è paritaria, con due presidenze,
di Pieck e di Grotewohl. Poi, con l’acuirsi della crisi internazionale, con
il 1948, la Sed si trasforma in un «partito di tipo nuovo», cioè di im­
pronta nettamente staliniana con un irrigidimento ideologico crescente.
Analoga è la storia dell’unificazione in Polonia, in Ungheria, in Cecoslo­
vacchia. Ma della formazione delle democrazie popolari diremo ancora
qualcosa. Se torniamo al fenomeno dell’immediato dopoguerra, ci trovia­
mo di fronte ad altre analogie per quanto concerne l’Italia e la Francia.
Le analogie non annullano le differenze, però si ritrovano nei punti
essenziali, anzi in uno: che, al di là delle parole, si crede poco nella pos­
sibilità reale di giungere in tempi stretti all’unificazione tanto che la si
rimanderà alle calende greche. Spesso l’enfasi posta da ciascuno dei due
partners sui rispettivi propositi fusionistici è tale che lo storico appun­
tamento, dopo le rotture del 1920-21, sembra dietro l’angolo. A quel­
l’appuntamento non si presenta invece nessuno, mai due insieme in ogni
caso. Le cose in Francia cominciano nel 1944. La prima avance parte dal­
la Sfio in novembre. Si forma un comitato permanente di intesa che non
giunge però a conclusioni operative. Nel loro X congresso nazionale, nel
giugno del 1945, i comunisti formulano a loro volta una proposta di uni­
tà organica a cui si dovrebbe giungere attraverso una stretta collabora­
zione delle federazioni locali dei due partiti, riunioni periodiche comuni
degli organi dirigenti nazionali, liste uniche alle imminenti elezioni. I so­
252 Capitolo ventunesimo

cialisti oppongono un «fin de non recevoir» sin dal loro congresso di due
mesi dopo pur considerando valida l’unità d’azione. Il 1946 è l’anno in
cui l’unificazione svanisce; in agosto, il successivo congresso della Sfio
esclude anche l’unità d’azione.
Nel caso francese entrano in gioco molti fattori avversi all’unificazio­
ne: le lacerazioni del 1939-41, per non risalire più indietro nel tempo;
la mancata unità durante la resistenza; la crescente preoccupazione della
Sfio di venire a trovarsi troppo minoritaria nel nuovo partito di fronte
a un Pcf piti numeroso e che l’ha sorpassata durante le elezioni. Anche
nella rinata Cgt la prevalenza dei comunisti, guidati da Frachon, rispetto
ai socialisti di Léon Jouhaux, si è rafforzata, tra i 3 milioni dei suoi affi­
liati. E più evidente che altrove è la inconciliabilità dei referenti teorici.
Vi è più manicheismo che volontà di sopraffazione nella pretesa comuni­
sta (contenuta nella profferta di una «carta dell’unità»), secondo la quale
base dottrinale del partito operaio unico dovrebbe essere il «materiali­
smo dialettico arricchito da Lenin e da Stalin»5. 6La tradizione socialde­
mocratica e umanistica di un socialismo francese quale quello egemoniz­
zato dalla personalità intellettuale di Léon Blum non può certo sciogliersi
nel marxismo-leninismo. Neppure il metodo del «centralismo democra­
tico» può divenire comune ai socialisti, già divisi nuovamente in varie
correnti, politiche e culturali.
Eppure, anche qui, l’ostacolo maggiore all’unità è il diverso modo di
concepire i rapporti con Mosca. Sappiamo che nell’estate del 1945, tor­
nato dalla deportazione, Blum mette il dito sulla piaga, indicando nello
spontaneo doppio patriottismo del Pcf la ragione della sua impossibile
autonomia dall’Urss. «Supponiamo — scrive — una crisi, o peggio un con­
flitto in cui la Russia sovietica sia parte in causa. Che succederebbe nel
partito unificato? » Blum riversa quindi sulla imprevedibilità delle mosse
di Stalin l’incognita irrisolvibile dell’unificazione:
Se l’unità d’azione è indispensabile, il successo dell’unificazione non dipende
soltanto da noi socialisti e comunisti; dipende dal ritmo e dal cammino degli
avvenimenti oppure da un uomo, che si chiama Stalin ‘.

In Italia, a differenza che in Francia, l’unità d’azione dei due partiti


operai è posta su basi politiche e sociali più salde: essa resisterà infatti
allo scoppio della guerra fredda, che anzi la cementerà ulteriormente, in
contrapposizione radicale al blocco sociale e ideologico realizzato dalla
Democrazia cristiana e dalla Chiesa. Cionondimeno due fenomeni resta­
no analoghi a quelli del caso francese: anche in Italia vi è una compo­

5 Dal progetto di «carta dell’unità» del Pcf, lanciato su «L’Humanité», 12 giugno 1945.
6 Cfr. FAuvET, Histoire du Pcf cit., II, pp. 162-63.
La chimera dell’unità organica 253

nente socialdemocratica decisa a battersi per staccare il partito dall’ab­


braccio comunista; il terreno sul quale essa dà battaglia è quello di un’au­
tonomia da Mosca. L’ala socialdemocratica giungerà alla scissione dal
Psiup, formando, all’inizio del 1947, un nuovo partito destinato ad af­
fiancarsi alla Democrazia cristiana.
Ciò non significa, tornando al 1945-46, che la maggioranza dei diri­
genti socialisti, pur unitari, come Rodolfo Morandi, Lelio Basso, Pietro
Nenni, Sandro Pertini, siano davvero favorevoli a una fusione. Le loro
riserve sono state affacciate nel corso della resistenza quando i dirigenti
comunisti del Nord, particolarmente Longo e Secchia, proponevano la
creazione immediata, sullo slancio delle lotte insurrezionali, di un partito
unico7. 8Finita
* la guerra, quando l’adesione ai partiti di sinistra è cosi am­
pia (lo stesso Psiup vanta circa 700 000 iscritti) e nella base più popolare
di entrambi non si distinguono bene le ragioni di una ulteriore separa­
zione (comune è anche non solo la simpatia, ma l’entusiamo per l’Urss),
i gruppi dirigenti socialisti paiono favorevoli a un processo rapido di uni­
ficazione. Tuttavia, nell’ottobre del 1945, al Cc del suo partito, Nenni
comincia a prendere tempo e distanza dalle impazienze fusionistiche, nel
frattempo vivacemente contrastate dalla minoranza «autonomistica»:
La soluzione del problema del partito nuovo e unico non dipende solo da
noi ma da fattori nazionali e internazionali che potremo modificare con il tempo
e la pazienza. Allora, quando è davanti a noi la prospettiva della lotta per la
costituente, vale dunque la pena di esasperare la polemica oppure è venuto il
momento per noi di fare un esame di coscienza molto leale e molto franco? ’.

È un interrogativo che trova risposta soltanto nella necessità di una


dilazione, se non nella rinuncia definitiva al proposito fusionistico. La
lotta di correnti del Psiup, molto vivace, diverrebbe lacerante su questo
punto ’. L’ultimo momento nel quale l’obiettivo dell’unità organica vie­
ne posto sul tappeto in Italia è il dicembre del 1945. Su questo preciso
tema, Luigi Longo (come fece in giugno Duclos al X congresso del Pcf)
tiene un rapporto al V congresso del Pei, invocando la nascita del partito
unico. Longo fa riferimento alle forme di unità del movimento laburista,
che possiede - dice - «una varietà ed elasticità organizzativa» singolari,
da tenere presenti come esempio. Egli propone quindi di avviare una fase
di «federazione» dei due partiti operai ciascuno dei quali godrebbe delle
massime garanzie contro l’eventuale prevaricazione dell’altro, potrebbe

7 Cfr. Ipotesi di fusione tra comunisti e socialisti, lettera da Milano a Togliatti del 26 marzo
1945, in luigi longo, I centri dirigenti del Pei nella Resistenza, Roma 1973, PP. 482-91.
8 Relazione di Nenni al Cc in «Avanti! », 24 ottobre 1943.
’ Cfr. una documentata ricostruzione di questa fase della vita interna del Psi in Stefano merli,
Il «partito nuovo» di Lelio Basso, Padova 1981.
2^4 Capitolo ventunesimo

«mantenere la propria fisionomia politica ed organizzativa», costituendo


al tempo stesso organi paritetici permanenti sia al centro che in peri­
feria 10.
È una proposta non molto dissimile da quella rivolta da Duclos alla
Sfio. Ma non ha seguito e neppure grande successo nelle file del Pci. E
probabilmente essa è stata formulata in modo tale da aiutare, e insieme
non imbarazzare, le correnti piu unitarie del Psi. Il congresso comunista,
in ogni caso, non pone la fusione al centro dei suoi lavori, considera, in
buona sostanza, i tempi immaturi. Il congresso socialista dell’aprile del
1946 a sua volta liquida la prospettiva della fusione e i due partiti vanno
con liste distinte alle elezioni della Costituente. Il successo che arride a
quelle socialiste mostra come esista un elettorato non solo legato alla vec­
chia bandiera bensì favorevole a una netta distinzione dai comunisti.
Il caso italiano presenta particolare interesse per la proiezione che
getta sulla scena internazionale. Sia Nenni quanto Togliatti, pur essendo
assai tiepidi se non avversi a una fusione immediata, hanno di mira un
rinsaldamento dell’unità d’azione nel piu vasto orizzonte europeo. La
loro ottica comune è quella di un periodo in cui è lecito confidare nella
continuazione della «grande alleanza antifascista», o almeno in una pa­
cifica coesistenza delle grandi potenze vincitrici. Nenni resta legato ai
suoi amici della II Internazionale volatilizzatasi nel 1940. Egli è andato
a riprendere i contatti, accompagnato da Saragat, al primo appuntamen­
to dei socialisti europei lanciato dai laburisti inglesi nel marzo del 1945
a Londra. A quella conferenza hanno partecipato rappresentanti dei Ps
di Francia, Svezia, Belgio, Olanda, Norvegia, Cecoslovacchia, Spagna,
Polonia (dall’emigrazione, per questi tre ultimi). Nenni vi è giunto con
la speranza di potere dare vita alla « Internazionale unica dei lavorato­
ri»11, partendo dalla sponda socialista. La riunione londinese ha dato
poco: appena la nomina di un comitato incaricato di preparare un piano
di rinascita della II Internazionale; la fusione con i comunisti non si è
neppure prospettata concretamente. E, in occasione della conferenza,
Togliatti dall’Italia ha formulato una critica al proposito dei socialisti di
rifondare la loro Internazionale, ma non si è limitato a questa:
Il compito che si pone oggi alla classe operaia e alla democrazia in Europa
è di consolidare l’unione tra la parte piti avanzata del proletariato che ha lo
sguardo e l’animo fissi alle grandi conquiste della rivoluzione d’Ottobre e alle
vittorie trionfali dell’Unione Sovietica e quella parte del proletariato socialista

10 luigi longo, Per il partito unico della classe operaia, in Documenti del V congresso del Pei,
Roma 1946.
11 Le riunioni di Londra, in «Avanti! », 4 marzo 1945, ora in nenni, Il vento del Nord cit., pp.
306-8.
La chimera dell’unità organica 255

che, restando nelle vecchie organizzazioni, ha però acquistato una coscienza nuo­
va dei doveri internazionali dei lavoratori e del modo come con l’unità si serve
la causa della democrazia e del socialismo 12.

Si direbbe che con queste note Togliatti voglia rammentare che una
differenziazione non solo sussiste ma è aumentata con il crescere del
polo d’attrazione dell’Urss per «la parte piu avanzata del proletariato».
I trionfi sovietici non saranno la stella polare per tutti? Ebbene, se la fu­
sione è impossibile, non per questo si deve rinunciare a una piu stretta
unione, sulla piattaforma dello sviluppo della democrazia. Di qui un’in­
dicazione o almeno un voto, un auspicio, che Togliatti formula cosi:
Quello che si doveva fare e si deve fare è di riunire in una grande conferenza
europea tutti i partiti operai, allo scopo di gettare le basi di una solida unità
d’azione tra di loro, unità d’azione che potrà in seguito svilupparsi e rafforzarsi
progressivamente in tutti i sensi. A una simile proposta tanto i lavoratori comu­
nisti quanto quelli socialisti del nostro paese darebbero il loro consenso entu­
siasta.

Non vi è alcun indizio che la proposta togliattiana sia avanzata dietro


suggerimento altrui, tanto piu che essa non viene raccolta né da Mosca
né da altri partiti comunisti e che Togliatti stesso, vistane la mancata
eco, desiste dal rilanciarla. Ogni forza politica nazionale sembra total­
mente immersa nella dialettica del proprio paese dove - all’Est come al­
l’Ovest, per il momento - forze non socialiste, democratiche e moderate,
si organizzano: basti pensare a come prende slancio, nella Germania
occidentale, il movimento cristiano-democratico, affiancandosi ai già po­
tenti partiti cattolici francese e italiano. Il silenzio frapposto anche da
parte socialista indica pure che, nel loro insieme, i partiti operai europei
non posseggono una iniziativa politica autonoma, né rivelano un afflato
internazionalistico che corrisponda ai propositi dei piu volenterosi alfieri
dell’unione.
Si tratta di una debolezza riscontrabile altrettanto bene guardando
alle assisi dei partiti socialisti. Si tiene nel maggio del 1946, a Clacton-
on-Sea (una stazione balneare a nord-est di Londra), una sorta di con­
gresso socialista internazionale nel quale restano all’ordine del giorno
due temi: la ricostituzione dell’Internazionale socialista e il superamen­
to delle scissioni del movimento operaio. I risultati del congresso sono
deludenti su entrambi i punti. Ma la discussione indica molto bene quan­
to sia entrata in crisi la prospettiva che pareva realistica all’indomani
della fine della guerra: una riunificazione resa possibile da una stretta

12 La costituzione della Seconda Internazionale, in «l’Unità», n marzo 1945, ora in palmiro


Togliatti, Per la salvezza del nostro paese, Roma 1946, p. 375.
256 Capitolo ventunesimo

collaborazione delle potenze vincitrici, nonché una funzione di ponte del


laburismo britannico tra americani e sovietici. La tensione del congresso
di Clacton è determinata proprio dal vento freddo che sta spirando, da
una contrapposizione di campi in formazione anche se non ancora con­
solidati. In questa tenaglia sono presi i partiti socialisti dell’Ovest e del­
l’Est, e non meno il Labour Party. La politica estera di Attlee e di Bevin
è ormai decisamente orientata in senso occidentalista, di alleanza stretta
con gli Usa. Si sta abbandonando quell’idea di una «terza forza» euro­
pea, caldeggiata dalla sinistra laburista di Laski, di Richard Crossman,
di Michael Foot.
Laski non intende abbandonare del tutto l’ambizione che un’Interna­
zionale rinnovata svolga una funzione positiva nei confronti dell’Unione
Sovietica. E afferma a Clacton, cercando di guardare lontano:
Se la Russia e l’Internazionale socialista opereranno di comune accordo,
l’Europa fra 20 anni sarà un continente socialista; se invece la collaborazione
con la Russia fallisse, la maggior parte dell’Europa diventerà preda del capita­
lismo monopolistico, il che implica il pericolo di una terza guerra mondiale. La
nuova Internazionale dovrà adoperarsi per ottenere l’amicizia dell’Unione So­
vietica al fine di evitare questa catastrofe: questo è il suo compito principale

I contrasti politici e ideologici dei socialisti democratici europei pren­


dono forzatamente a Clacton il carattere di una spaccatura per zone geo­
grafiche. I partiti orientali insistono perché i loro compagni dell’Occi­
dente comprendano che i socialisti polacchi o cechi non possono se non
collaborare con l’Urss per salvaguardare la loro stessa sopravvivenza po­
litica. Chi ha analizzato, sulla base di fonti d’archivio a cui anche noi ci
richiameremo, l’insieme del dibattito riservato ha offerto questa sintesi
di particolare efficacia:
A Clacton falli il primo tentativo di rifondare l’Internazionale. Soltanto
francesi, belgi, svizzeri e austriaci erano favorevoli senza riserva alla ricostitu­
zione. Tutti gli altri si opposero. Inoltre, i partiti dell’Europa orientale misero
ben in chiaro che essi non sarebbero mai potuti entrare formalmente in rapporto
con un’organizzazione internazionale che sarebbe caduta inevitabilmente sotto
la guida dei partiti occidentali. Si battevano quindi in favore di un’Internazio­
nale dei lavoratori che comprendesse, sull’esempio della federazione sindacale
mondiale, fondata nell’autunno del 1945, sia i partiti socialisti che quelli comu­
nisti. Sebbene questo progetto fosse appoggiato anche da Nenni, da De Brou-
ckère e da alcuni rappresentanti del partito francese, esso fu respinto dalla mag­
gioranza dei delegati e in seguito non venne mai ridiscusso13 14.

13 Dal promemoria presentato al congresso, conservato nell’archivio del Labour Party e citato in
ROLF steininger, L’Internazionale socialista dopo la seconda guerra mondiale, in La sinistra europea
cit., p. 143.
14 Ibid., p. 143.
La chimera dell’unità organica 257

Anche se i delegati di Clacton non ne hanno piena coscienza forse


quel voto sanziona il tramonto di un progetto, di una stagione. La fu­
sione, fallita su scala nazionale, ora si rivela improponibile su scala inter­
nazionale. Ci vorranno ancora sei anni prima della ricostituzione della
Internazionale socialista; per ora nasce il «Comisco», un Comitato inca­
ricato di convocare la Conferenza che si terrà nel 1951.E allora la nuo­
va Internazionale sarà tutta anticomunista, allineata alla politica estera
americana. Intanto c’è ancora da registrare un soprassalto delle speranze
di una funzione di «terza forza». I laburisti decidono, nel luglio del
1946, di inviare una loro delegazione in Urss per conferire direttamen­
te con Stalin. Si tratta della «Missione Goodwill» (una classica «mis­
sione di buona volontà»), compiuta dal segretario del partito, Morgan
Phillips, da Alice Bacon, Harold Clay e Harold Laski.
Dopo un colloquio di due ore e mezzo i dirigenti britannici laburisti si con­
vinsero che Stalin nutriva sentimenti amichevoli nei confronti della Gran Bre­
tagna; per quanto riguardava le questioni internazionali, Stalin prevedeva addi­
rittura un «fullest understanding» [una completa intesa] e si era espresso in
modo favorevole nei confronti della via britannica al socialismo, benché fosse
convinto che la via russa fosse la più breve, anche se, come riconobbe, era accom­
pagnata da spargimenti di sangue [«bloodshed»]. Egli evitò comunque di affron­
tare la questione del superamento della divisione che si era venuta a creare al­
l’interno del movimento operaio internazionale, e delle ripercussioni che ciò
poteva avere su un’eventuale collaborazione tra tali partiti in Europals.

Abbiamo qui un segno ulteriore per fissare un quadro generale. Se gli


americani, attraverso soprattutto i loro sindacati, poi sempre piti decisa­
mente attraverso lo stesso Dipartimento di Stato, si muovono per isolare
i comunisti nell’Europa occidentale facendo leva prevalentemente sulle
forze democratico-cristiane ma non trascurando quelle socialdemocrati­
che, l’Unione Sovietica, Stalin in persona, si guarda bene dal giocare la
carta dell’unificazione operaia europea. Lascia ampi margini di autono­
mia ai partiti comunisti francese e italiano e, per il momento, anche a
quelli dell’Est, quanto a ricerca di alleanze politiche e a delineazione di
prospettiva. Ma rivendica non meno la propria autonomia; ciò che gli
interessa è il modo come proseguire la sua politica estera lungo le linee
che già conosciamo. Il 1946 - inizio 1947 segna l’ultimo interludio nel­
l’evoluzione o, se si preferisce, nella involuzione alla guerra fredda.

15 Ibid., p. 146-
Capitolo ventiduesimo
Le «vie nuove» al socialismo

A volte dagli archivi, per sigillati che siano - e lo sono quasi tutti quel­
li che interessano la nostra investigazione piu diretta - escono anche le
barzellette. Una, riferita a Chruscëv, fu raccolta da uno storico cecoslo­
vacco che ebbe il privilegio di vedere documenti conservati nell’archivio
del Comitato centrale del Pc di quel paese. Nikita Chruscëv nel i960,
alla riunione internazionale di 81 partiti comunisti, avrebbe esaltato la
condotta sovietica dell’immediato dopoguerra nei paesi a democrazia po­
polare, sintetizzandola in questo giudizio: «Abbiamo aiutato i comunisti
a prendere il potere». E avrebbe continuato:
Certo alcuni di voi ricorderanno la barzelletta che si raccontava in Polonia
all’epoca delle elezioni [gennaio 1947]. Un polacco dice, parlando dell’urna elet­
torale: «Ma che razza di scatola è quella, ci metti Mikolajczyk e ne esce fuori
Gomulka». Compagni, chi era prima al potere nei paesi di democrazia popolare?
Non erano i comunisti; i comunisti sono arrivati al potere in seguito '.

La barzelletta tocca uno dei problemi piu controversi, di quelli sui


quali si è costretti a lavorare di deduzioni e di congetture. Il problema,
legato al corso della guerra fredda, è quello dei disegni di Stalin a pro­
posito della «comunistizzazione» dell’Europa orientale. Si tratta di un
piano preordinato, oppure di misure prese via via che si accentua l’irri­
gidimento americano, come reazione a una politica quale quella truma-
niana che non bada solo a «contenere» l’espansione sovietica, ma inten­
de farla tornare indietro, in Grecia e in Turchia come in Iran, poi in
Cina? All’inizio non si scorge alcun disegno del genere. I comunisti del­
l’Est devono semplicemente garantire controllo, stabilizzazione, e amici­
zia12. È importante la datazione di una svolta: da quando cade quell’«in
seguito» cui si riferiva il successore di Stalin? E può, questo aspetto,
essere isolato dalla controversia su chi cominciò un «nuovo corso» che
scatenò la guerra fredda? Gli storici sono divisi sul tema piu generale:

1 Karel kaplan, Il piano di Stalin, in «Panorama», a. xv, n. 575, 26 aprile 1977.


2 Cfr. STAROBiN,Origins of the Cold War cit., p. 686.
Le «vie nuove» al socialismo 259

come è noto, la maggior parte degli storici revisionisti americani, dal


Kolko all’Alperovitz, dà enorme importanza alla differenza di orienta­
mento politico di Truman rispetto alla linea di collaborazione di Roose­
velt; sarebbe l’ostilità preconcetta di Truman a innescare una risposta
sovietica di pari durezza. Anche uno studioso inglese come il Taylor, an­
cora di recente, calmatesi le acque di un manicheismo ideologico che ave­
va imperversato anche sulla storiografia, sosteneva che «la guerra fredda
fu iniziata e portata avanti dagli americani. Tutto quello che Stalin vo­
leva - affermava il Taylor - era che la Russia fosse al sicuro»3. Viceversa,
legandosi proprio alle vicende dell’Europa dell’Est, uno storico ameri­
cano, revisionista anch’egli, il Fleming, ha visto la questione in altro
modo:
Il grande risultato della seconda guerra mondiale fu l’avanzamento dell’in­
fluenza sovietica sino alla linea Stettino-Praga-Trieste. Fu l’Europa orientale
in mani russe che allarmò l’Occidente e fece precipitare la guerra fredda; se i
russi fossero stati disposti a combattere la guerra senza pensare ad accrescere
la loro influenza nell’Europa orientale dopo il 1945 non si sarebbe aperta la
corsa verso una terza guerra mondiale. La circostanza che l’Unione Sovietica e
i comunisti dominavano quella regione convinse gli occidentali che la Russia si
era messa in marcia per conquistare il mondo. D’altra parte, fu proprio l’avver­
sione degli occidentali all’organizzazione che i sovietici stavano dando all’Eu­
ropa orientale che convinse i capi rossi che l’Occidente era più che mai nemico4.

Una sorta di «circolo vizioso»5, dunque; un’escalation per cui, forse,


è persino impossibile dire chi la intraprese per primo, se si ammette che
i comunisti sovietici non potevano che dare alle zone dove erano parti­
colarmente influenti un’organizzazione sociale e politica corrispondente
alla loro tradizione e convinzione, e al proprio sistema di potere. Ma era
inevitabile che i paesi dell’Est - ecco che torna la domanda - si incammi­
nassero lungo quella strada? E non vi furono indotti dall’ossessione di
sicurezza che presiedeva alla politica di Stalin piuttosto che dall’aspira­
zione di quest’ultimo di conquistare il mondo?
Che vi sia in Stalin la volontà o anche solo la speranza di conquistare
l’Europa intera in tempi politicamente prevedibili pare del tutto da esclu­
dere; ne abbiamo già parlato, sarà possibile riconstatarlo anche per il
1947 e la nascita del Kominform. Sono meno lontani dal vero, probabil­
mente, tutti quegli osservatori i quali hanno collegato la «comunistizza-
zione» dei paesi dell’Est al bisogno di Stalin di proteggere meglio cosi
l’Urss da una penetrazione di idee ed esperienze politiche e culturali

3 Dall’intervista concessa a Laura Lilli, in «la Repubblica», 26 agosto 1976.


4 FLEMING, Storia della guerra fredda cit.
5 Cfr. Gambino, Le conseguenze della seconda guerra mondiale cit., p. 87.
26o Capitolo ventiduesimo

troppo «democratiche»6. Evitare il contagio dell’Occidente è già una sua


cura all’indomani stesso della guerra; di qui non solo una nuova stretta
di freni poliziesca all’interno, il ripristino di metodi coercitivi per lo sfor­
zo della ricostruzione, ma anche il quasi incredibile invio in campi di con­
centramento di gran parte dei prigionieri sovietici in Germania tornati
in patria, forse la metà: si è parlato di più di mezzo milione di ex com­
battenti a cui è stato inflitto questo «castigo»7. 8 9
Secondo Giuseppe Boffa, la determinazione di Stalin di «tenere te­
sta» alle potenze occidentali, persuaso che esse non gli avrebbero comun­
que fatto guerra, almeno per il momento, viene presa «abbastanza pre­
sto» s. Sin dal 1945? Certamente dalla primavera del 1946. Truman non
ha tergiversato, da parte sua. L’intransigenza che mostra su varie que­
stioni data dall’indomani stesso della sua assunzione alla presidenza. Egli
non vuole piu «coccolare i russi», lo dice bruscamente a Molotov, lo ri­
pete ai propri collaboratori ’.
Nella enorme letteratura sulle cause della guerra fredda un movente
ricorrente, quello che è rintracciato piu diffusamente, è un movente psi­
cologico. Urss e Usa avrebbero condotto un mutuo processo alle inten­
zioni; pieni e gli uni e gli altri di diffidenza, avrebbero dato l’interpre­
tazione peggiore di ogni mossa o richiesta del contendente, ispirati da
mentalità, memoria storica, tradizioni politiche, schemi ideologici con­
trapposti. Non tutto sta evidentemente in termini di incomunicabilità.
Giocano fattori piu corposi, sistemi e interessi economici antitetici, que­
stioni territoriali intricate e spesso fonte di dissidi al tavolo della pace,
nei Balcani, alle frontiere italo-jugoslava, jugo-austriaca; la temperatura
sale anche perché si radicalizza uno scontro sociale in molti paesi con la
tendenza delle classi in lotta ad appoggiarsi, anzi a premere sulla nazione­
guida dell’uno e dell’altro campo. E forse la ragione prima della tensione
è nel mancato «equilibrio strategico». L’America è piu forte, militarmen­
te, su scala mondiale, dell’Urss. La sua intransigenza aumenta l’assillo
sovietico di recuperare la distanza rispetto al possibile avversario che de­
tiene il monopolio dell’arma atomica.
Sappiamo anche che, mentre sul problema tedesco nessun accordo
viene raggiunto e tutto si congelerà - non senza gravi crisi, come il bloc­
co di Berlino del 1948-49 - sulle zone d’occupazione, la questione po­
lacca sarà risolta da Stalin secondo il proprio volere, malcelato negli anni

6 Cfr., in particolare, claudin, La crisi del movimento comunista cit., pp. 357-59.
7 boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit., II, p. 311.
8 Ibid., p. 316.
9 Sull’intransigenza di Truman i maggiori particolari, tratti largamente dalla memorialistica ame­
ricana, in ALPEROviTZ, Un asso nella manica cit., pp. 19-41.
Le «vie nuove» al socialismo 261

precedenti, vale a dire facendone non soltanto uno Stato amico ma vas­
sallo. Per due anni l’Urss, tra il 1945 e il 1947, avrà ancora da affrontare
alle proprie frontiere occidentali una vera e propria guerriglia, in Polo­
nia - con migliaia e migliaia di morti - ed anche in Lituania e in Ucraina.
L’Europa, presa a sé, nel 1945-46 presenta rapporti di forza favore­
voli all’Urss. Essa si è assicurata il «glacis» di cui parlava Blum, le sini­
stre comuniste e filocomuniste hanno grande peso in governi e società
di paesi occidentali. La smobilitazione delle truppe alleate di stanza in
Europa è abbastanza rapida. Le prime grida d’allarme da parte ameri­
cana sono del 1945. Crescente è l’ansia di Pio XII e del Vaticano per la
minaccia di una prevalenza comunista e quello che essa può rappresenta­
re per la chiesa cattolica. All’Est, dalla Polonia alla Jugoslavia all’Unghe­
ria, la Chiesa è colpita direttamente dai nuovi assetti economico-sociali
in atto e già lamenta, in specie per la Jugoslavia, forme di persecuzione al
clero e alla gerarchia ecclesiastica, se non al culto. Per l’Italia, piu ancora
che per la Francia, la preoccupazione del papa lo induce a porsi all’avan­
guardia di una lotta generale al Partito comunista. Che grosse nubi si
addensino viene indicato, prima ancora che da fatti gravi, dalle parole
di leader politici.
Sintomatica è l’eco di due discorsi quali quello di Stalin, del febbraio
del 1946 a Mosca, e quello di Churchill, del mese successivo a Fulton.
Il capo sovietico nel suo discorso programmatico è tornato sul concetto
- tradizionale nella cultura marxista e leninista - secondo il quale «il si­
stema capitalistico dell’economia mondiale nasconde in sé gli elementi di
una crisi generale e di conflitti armati»10. Stalin ha ricordato che anche
la seconda guerra mondiale è scoppiata «come risultato inevitabile dello
sviluppo delle forze economiche e politiche mondiali, sulla base del mo­
derno capitalismo monopolistico». Questa impostazione suscita clamore
nei circoli politici americani che la prendono - o la vogliono prendere -
come un irrigidimento ideologico; di piu, come sintomo della convinzio­
ne staliniana che una guerra sia inevitabile anche in futuro, dato il raf­
forzamento dell’imperialismo monopolistico. Eppure quel discorso stali­
niano è stato anche quello nel quale il capo dell’Urss ha riconosciuto che
la seconda guerra mondiale «prese sin dall’inizio un carattere di guerra
antifascista e di liberazione», come ci è occorso di ricordare.
Il mese dopo, il discorso di Churchill a Fulton provoca a sua volta
una grande apprensione a Mosca, un vero allarme. Ricorriamo ancora al
Fleming per tratteggiare questo effetto psicologico, che è di allarme nel

10 Dal testo pubblicato in Stalin, antologia delle opere cit., p. 391.

18
262 Capitolo ventiduesimo

gruppo dirigente sovietico, di depressione e sdegno nell’opinione pub­


blica di quel paese:
Se non fosse stato per la bomba di Churchill, in Russia ci si sarebbe assolu­
tamente rifiutati di credere possibile una nuova guerra. Il discorso ebbe l’effetto
di scuotere e deprimere l’opinione pubblica confermando in pieno le cose in cui
i sovietici avevano sempre creduto: l’ostilità del mondo capitalista, la volontà
di accerchiare l’Urss, l’imperialismo violento di una economia capitalistica vio­
lenta e volta alla guerra questa volta contro l’Unione Sovietica11.

Anche Alexander Werth, il giornalista britannico allora ancora in


Urss, rammenta l’impressione enorme che il discorso di Churchill, in cui
si denunciava «l’espansione illimitata della potenza sovietica e della sua
dottrina», fece a Mosca. La gente parlava con ansia della «prossima guer­
ra». Stalin, con un’intervista, sempre in marzo, alla «Pravda» respin­
geva le accuse churchilliane, negava le «tendenze espansionistiche» so­
vietiche, descriveva i paesi «amici» dell’Est come Stati che, lungi dal­
l’essere «totalitari e di polizia», come li presentava Churchill, venivano
governati da «blocchi di vari partiti, da quattro a sei di numero»; e dove
«i partiti di opposizione, piu o meno leali, potevano partecipare al go­
verno» 12.
Il 1946 è piuttosto caratterizzato, in questi paesi, da un grande sfor­
zo di ricostruzione e dai suoi successi; il processo di trasformazione delle
strutture economiche è avviato anche nel settore industriale (in specie in
Cecoslovacchia e in Polonia) ma, nonostante forti tensioni sociali, non vi
sono rotture tali da fare pensare alla «comunistizzazione» immediata.
Molti osservatori hanno parlato in proposito di «interludio»13. E l’e­
spressione vale anche per la situazione internazionale nella quale, accan­
to ai focolai di tensione, si registrano allentamenti, anche ripiegamenti
sovietici, a proposito della questione della base navale nei Dardanelli e
dell’Iran, da cui l’Urss ritira le sue truppe. Si avviano intanto le firme
dei primi trattati di pace ai paesi vinti. Le future democrazie popolari
hanno i regimi costituzionali piu diversi, dalla monarchia alla repubblica
parlamentare, sino alla «repubblica popolare» jugoslava. Il Fejtö ha ri­
pristinato il termine di «dualismo di potere» 14 per segnalare la sovrap­
posizione crescente di un «potere occulto» esercitato dai comunisti e dal­
le autorità sovietiche d’occupazione su quello legale, sugli ordinamenti
istituzionali e politici che conservano un carattere pluralistico.

11 Fleming, Storia della guerra fredda cit., p. 431.


12 Werth, L'Unione Sovietica nel dopoguerra cit., pp. 102-3.
13 Cfr. specialmente il brzezinski (Storia dell’Urss e delle democrazie popolari cit., pp. 71-74)
e il Droz (Storia del socialismo cit., pp. 320 sgg.).
14 Storia delle democrazie popolari cit., p. 164.
Le «vie nuove» al socialismo 263

La democrazia e la sovranità di questi paesi sono dunque una sem­


plice copertura tattica, oppure vi è ancora per loro una evoluzione che
non ricalchi il modello sovietico? Prevale sicuramente una grande in­
certezza, un pragmatismo del giorno per giorno, una prudente attesa; è
difficile rintracciare un disegno preciso di comunistizzazione progressiva.
È, questa, anche l’opinione di un osservatore americano, Fred Warner
Neal:
Il concetto originario di «democrazia popolare» prevedeva un sistema politico
misto, in cui i comunisti avrebbero svolto un ruolo importante, ma non neces­
sariamente dominante. Il presupposto era che la forza militare sovietica sarebbe
stata usata per assicurare la «sicurezza» di quei regimi. Soltanto in Jugoslavia,
che non era sotto il diretto controllo sovietico, si era instaurata una dittatura
comunista subito dopo la guerra. Negli altri paesi dell’Est europeo la comuni­
stizzazione non ebbe inizio fin quando Stalin non giunse alla conclusione che le
interferenze occidentali nella sua politica in Europa orientale costituivano una
minaccia in questa zona di vitale interesse per i sovietici. In effetti, la comuni­
stizzazione integrale dell’area ebbe inizio soltanto dopo la proclamazione della
dottrina dei due blocchi, nel 1947, e in Ungheria fu prorogata all’anno dopo 15.

Evidentemente, per il fatto stesso che le cose andranno, col 1947-48,


in una direzione ben precisa di assimilazione al sistema di potere sovie­
tico, è piu che naturale che molti storici abbiano sospettato un « trucco
ben congegnato» - l’espressione è di Brzezinski - a proposito di tutto il
parlare che si farà alla fine del 1946 di vie nuove al socialismo e della
stessa disputa avviata sulla natura delle democrazie popolari. Se prestia­
mo fede allo storico cecoslovacco citato, è Stalin ad incoraggiare una cam­
pagna di vera e propria popolarizzazione delle cosiddette vie nuove. Si
può tornare in proposito alla «missione di buona volontà» dei laburisti
inglesi guidata da Morgan Phillips nel luglio del 1946; nel corso di una
conversazione riservata, a quattr’occhi con uno dei suoi ospiti inglesi, il
Laski, Stalin si lascerebbe andare a confidenze curiose, quali il dire che
al Cremlino c’è qualcuno come Molotov il quale non crede in una possi­
bilità di avvicinamento con la Gran Bretagna e, quindi, vorrebbe una
politica sovietica più dura nei confronti degli anglosassoni. Invece lui,
Stalin, sarebbe di diverso avviso; per questo incoraggia Laski a battersi
per perseguire la costruzione del socialismo in Inghilterra, ciò che signi­
ficherebbe anche «contribuire alla realizzazione del socialismo in tutta
l’Europa»16.
Non vi è traccia, nel resoconto delle conversazioni ufficiali tra Stalin

15 neal, La politica di Stalin cit., p. 1072.


16 Kaplan, ÏI piano di Stalin cit.
264 Capitolo ventiduesimo

di questo tipo di approcci, promesse, con­


e la delegazione laburista17, 18
getture; il dibattito che vi si rispecchia è piuttosto - come già abbiamo
detto — una discussione quasi accademica sulle due diverse vie al sociali­
smo, quella britannica e quella sovietica. «La piu breve» è la seconda,
ma anche la più dolorosa, secondo Stalin. L’indiscrezione sui dissensi in­
terni al Cremlino potrebbe essere semplicemente un’accortezza del capo,
perfettamente corrispondente alle sue abitudini: Stalin sapeva come fare
per indurre gli interlocutori a un rapporto di confidenza, per suggerire
loro che personalmente era sempre pronto a compromessi, a superare
ostacoli interni. Se si vuole, quasi un’anticipazione del gioco delle «co­
lombe» e dei «falchi», che verrà di moda in tempi più recenti per indi­
viduare all’interno dei gruppi dirigenti conservatori o riformisti, «duri»
o «molli», americani e sovietici.
Ma gli archivi cecoslovacchi forniscono un altro dato meno opinabile:
una relazione del segretario del Pcc ai membri del Comitato centrale, nel
settembre del 1946. Ad essi Gottwald dice:
Avete certamente letto nei giornali alcune notizie sulla discussione avuta dal
compagno Stalin con la delegazione del Partito laburista britannico. In quella
discussione il compagno Stalin menzionò o si riferì alla possibilità di varie vie
al socialismo. Non so fino a che punto la discussione sia stata riportata fedel­
mente dalla nostra stampa, ma a prova che certamente l’argomento fu toccato,
posso assicurarvi che anch’io, durante la mia ultima visita a Mosca, ho parlato
con Stalin di questo problema. Il compagno Stalin mi disse che, come è stato
dimostrato dall’esperienza e come insegnano i classici del marxismo-leninismo,
non esiste soltanto una via obbligata che passa attraverso i soviet e la dittatura
del proletariato, ma che in particolari circostanze possono esistere anche altre
vie al socialismo1S.

Se il documento citato è autentico - e parrebbe di si - esso getta una


nuova luce su un fenomeno singolare: nei mesi successivi vi è un vero e
proprio coro da parte di dirigenti comunisti sul tema delle «vie nuove»,
delle vie diverse da quella russa per giungere al socialismo. Nel coro ri­
suonano, accanto alle voci dei comunisti polacchi, cechi, ungheresi, bul­
gari, anche quelle dei comunisti francesi e italiani. Promette Dimitrov, in
settembre, che «la Bulgaria non sarà una repubblica sovietica»; aggiun­
ge Ràkosi, poco dopo, che «non c’è una sola via al socialismo»; ripete
Gottwald che «l’esperienza e l’insegnamento marxista-leninista mostra­
no che la dittatura del proletariato e la costruzione d’un regime sovietico
non sono la sola strada che conduce al socialismo». Gomulka polemizza

17 Cfr. Goodwill Mission to the Ussr, archivio del Labour Party, resoconto degli incontri di
Mosca firmato da tutti i membri della delegazione (fotocopia in possesso dell’autore).
18 Kaplan, Il piano di Stalin cit.
Le «vie nuove» al socialismo 265

apertamente con quanti sostengono che il partito operaio polacco vuole


seguire le «stesse vie» dell’Urss e precisa:
Noi abbiamo scelto una nostra via polacca, di sviluppo, una via della demo­
crazia popolare e noi pensiamo che lungo questa via e in presenza di queste con­
dizioni la dittatura della classe operaia, e ancora meno quella di un solo partito,
non sarebbe né utile né necessaria ".

Nel novembre del 1946 è la volta di Thorez di dichiarare, in un’inter­


vista al «Times» che «il progresso della democrazia, ovunque, in tutto il
mondo, nonostante rare eccezioni, che servono a confermare la regola,
permette al socialismo la scelta di altre vie, diverse da quelle del comuni­
Smo russo» Togliatti usa espressioni analoghe, proclamando a Firenze,
nel gennaio del 1947:
L’esperienza internazionale ci dice che, nelle condizioni attuali della lotta di
classe nel mondo intero, la classe operaia e le masse lavoratrici di avanguardia
possono trovare, per arrivare al socialismo - cioè per arrivare a sviluppare la
democrazia fino all’estremo limite, che è precisamente quello del socialismo -
strade nuove, diverse ad esempio da quelle che sono state seguite dalla classe
operaia e dai lavoratori dell’Unione Sovietica21.
Togliatti esemplifica, a lungo, la varietà delle «vie» esaltando in par­
ticolare quella jugoslava dove si sono affermate «forme nuove di orga­
nizzazione del potere», dove il fronte di liberazione è «un organismo di
massa». Non esiste, secondo Togliatti, in Jugoslavia, una dittatura del
proletariato, non esistono i soviet. Tra i tanti paradossi dell’ora - e di
quella che la seguirà qualche mese dopo - va annotato che, proprio men­
tre sia da parte sovietica quanto da parte dei comunisti italiani si sostiene
la diversità della «democrazia popolare jugoslava» dal modello del re­
gime politico dell’Urss, tutti gli interventi jugoslavi in materia già insi­
stono sul contrario; in poche parole, che la loro «democrazia popolare»22
non è se non una forma di dittatura del proletariato, proprio del tipo so­
vietico. Quando verrà la rottura, nel 1948, con gli altri partiti comuni­
sti, gli jugoslavi faranno di questa distinzione un motivo di ritorsione
polemica vivacissima. Dirà, ad esempio, Kardelj che la teorizzazione fatta
da altri delle «vie nuove» era campata in aria e ricorderà che, nel settem-

19 Questa, come le precedenti affermazioni citate, viene pubblicata in «Rinascita», a. rv, n. 7,


luglio 1947, pp. 193-97 e n. 8, agosto 1947, pp. 225-29. Ciò che indica anche come Togliatti volesse
sottolineare il carattere di pronunciamento generale e concorde che le dichiarazioni avevano.
” Ivi, luglio 1947.
21 II testo del discorso di Togliatti è riprodotto in «Critica marxista», a. n, n. 4-5, luglio-ottobre
1964, p. 191.
22 I comunisti jugoslavi, fin dal novembre 1943, preconizzano la creazione di uno Stato rivolu­
zionario, di una «democrazia popolare». Cfr. il droz (Storia del socialismo cit., p. 491). Sulla nebu­
losità di tante affermazioni e propositi intorno alla democrazia popolare, cfr. HOBSBAWM, Gli intel­
lettuali e l'antifascismo cit., p. 487.
266 Capitolo ventiduesimo

bre del 1947, quando si riunisce la conferenza che dà vita al Kominform,


gli jugoslavi non hanno mancato di esprimere questo loro parere:
Dobbiamo la vittoria della rivoluzione proprio al fatto di non avere nutrito
illusioni circa le «nuove vie» al socialismo. Fummo i soli ad esprimere chiara­
mente questo atteggiamento nella prima sessione dell’Ufficio d’informazioni.
I dirigenti dei partiti comunisti delle altre democrazie popolari facevano invece
costantemente qualche «scoperta» circa la loro - in teoria - «nuova via» al so­
cialismo, circa le «specifiche armonie» tra elementi socialisti e capitalisti, circa
lo speciale merito di alcune vestigia di democrazia borghese, da essi esaltata come
uno specifico aspetto singolare della democrazia popolare. E tutti pretendevano
incessantemente l’esclusiva per queste loro scoperte. Poi i professori sovietici
ripetevano queste frasi in innumerevoli variazioni. Ecco perché la stampa sovie­
tica ha dato sempre maggiore rilievo alle varie assurdità opportunistiche delle
democrazie popolari che non ai fatti riguardanti la nuova Jugoslavia, la quale
si trovava molto più avanti delle altre. E noi che sostenevamo di aver vinto la
nostra rivoluzione socialista, che sostenevamo che la nostra democrazia popolare
era del tipo sovietico ci sentivamo dire che eravamo settari, meschini e decisa­
mente incapaci di inventare qualcosa di nuovo, nonostante il fatto che prati­
camente tutto quello che c’è di realmente nuovo nella presente democrazia po­
polare è stato creato nel nostro paese23.

È un brano molto significativo. Esso ci conferma, inoltre, che vi è alla


fine del 1946 una vera campagna di stampa sulle «vie nuove», che l’ac­
cento cade sempre sulla possibilità di mantenere forme di democrazia
parlamentare, di evitare rotture dell’ordine istituzionale, di non imboc­
care la via della dittatura del proletariato. È questo da vedersi come una
pura e semplice cortina propagandistica, per tacitare le accuse che pro­
vengono dalle potenze occidentali sul «potere occulto» dei comunisti nei
paesi dell’Est? È incontestabile tale elemento, vista la simultaneità e la
concordanza delle affermazioni di Gomulka, Räkosi, Gottwald, ecc. Non
vi è solo questo, se tali aperture corrispondono realmente al bisogno di
autonomia di ogni paese e di ogni gruppo dirigente, al desiderio dei capi
comunisti di poter sperimentare una evoluzione graduale senza dovere
privarsi delle alleanze politiche necessarie. E ciò vale anche per i comu­
nisti francesi e italiani, che si uniscono al coro ribadendo la propria pro­
spettiva democratica, la strada costituzionale. Forse la polemica jugosla­
va, in cui riemerge l’orgoglio di un partito, di un paese che a differenza
degli altri ha fatto davvero con le sue forze una rivoluzione socialista, in­
dica anche che l’irritazione sovietica e delle altre democrazie popolari
non data dall’inizio del 1948 ma è maturata nel 1945-47.
II tema della possibilità e del diritto di tentare «vie nuove» al socia­

23 A. KARDELj, Sulla democrazia popolare in Jugoslavia, in «Komunist» (Belgrado), settembre


1949. Il brano citato in Brzezinski, Storia dell'Urss e delle democrazie popolari cit., p. 61.
Le «vie nuove» al socialismo 267

lismo non è esattamente lo stesso dell’altro, che pure al primo si intrec­


cia strettamente, il tema della «natura» delle democrazie popolari. Nel
1946-47 la formula usata per cercare di caratterizzare i regimi dell’Est
che si stanno formando è piu quella di «democrazie nuove» che non di
«democrazie popolari». Ma questo è secondario. Il punto più delicato e
interessante è che in alcuni di questi paesi forme di effettiva pluralità po­
litica esistono e sembrano possibili anche per l’avvenire. Ciò vale in pri­
mo luogo per la Cecoslovacchia, il paese che, restando una classica demo­
crazia parlamentare, sta camminando rapidamente lungo una trasforma­
zione sociale in direzione socialistica. La nuova storiografia cecoslovacca,
che pur non riuscirà ad esprimersi compiutamente per gli effetti dell’in­
tervento dei paesi del patto di Varsavia dopo il 1968, aveva intrapreso
una riflessione che valorizzava la reale possibilità apertasi nel 1945-47 di
percorrere una via originale al socialismo, nella democrazia. Lo si è no­
tato:
Una parte della storiografia cecoslovacca esprime l’opinione che dopo l’at­
tuazione della nazionalizzazione nell’ottobre del 1945, allorché venne a crearsi
un modello economico basato su piti settori (piccola produzione privata, media
attività imprenditoriale privata e grande industria nazionalizzata, incluse le mi­
niere, le fonti energetiche, le banche, le assicurazioni, ecc.) e allorché il piano
biennale si imperniò sull’attiva partecipazione di tutti i settori, esistevano reali
presupposti anche per la continuazione della pluralità nel campo politico. Se
fossero perdurate favorevoli condizioni internazionali, avrebbe potuto così gra­
dualmente formarsi un nuovo modello di socialismo, notevolmente diverso da
quello staliniano24. 25
Il primo economista che tenta una sistemazione teorica della nuova
realtà è Eugenio Varga, in un libro del 1946 i cui giudizi essenziali ven­
gono ripresi e divulgati in un articolo dell’inizio del 1947 che avrà vasta
risonanza “. Con la sua autorità scientifica e politica all’interno del mon­
do sovietico, l’economista ungherese fa in questo articolo una serie di
affermazioni impegnative. Paragona anzitutto la novità degli Stati che
definisce «di democrazia di nuovo tipo» alla stregua di «qualcosa di asso­
lutamente nuovo nella storia dell’umanità», sia economicamente quanto
politicamente; economicamente, perché permane la proprietà privata dei
mezzi di produzione, ma «le grandi imprese industriali, il trasporto e il
credito sono nelle mani dello Stato»; politicamente, perché i partiti co­

24 Josef BELDA, Alcuni problemi della via cecoslovacca al socialismo, in La crisi del modello so­
vietico cit., p. 62.
25 e. varga, Democrazie di nuovo tipo, in «Mirovoie Khoziaistvo i Mirovaia Politika», n. 3,
1947. Enunciazioni precedenti, assai precise nello stesso senso, in Izmenemìa v Ekonomike Kapita-
lizma v itoge vtoroi mirovoi voiny, cap. xv, Moskva 1946. Sullo sviluppo della teorizzazione delle
democrazie popolari, cfr. H. gordon skilling, People’s Democracy in Soviet Theory, in «Soviet
Studies», III, nn. 1 e 2, luglio 1931 (pp. 16-33) e ottobre 1931 (pp. 131-49).
268 Capitolo ventiduesimo

munisti vi hanno una funzione essenziale all’interno di fronti o blocchi


popolari. Ma non meno importante è il motivo che rammentava Fred
Warner Neal: vale a dire che questi paesi - per usare le parole di Varga -
hanno trovato nell’Unione Sovietica un appoggio morale, politico ed economico
senza il quale gli Stati democratici di nuovo tipo difficilmente avrebbero potuto
resistere all’attacco della reazione sia esterna che interna. A questo proposito è
molto istruttiva la sorte della Grecia “.

La Grecia è già, nella seconda metà del 1946, uno dei teatri della
guerra fredda; torna re Giorgio II e il governo Tsaldaris accentua, nono­
stante le riserve del re, una politica di destra; ci si approssima al cambio
tra inglesi e americani nella «tutela» del paese; i comunisti organizzano
bande partigiane nel nord, al comando di Markos Vaphaidis, comandan­
te dell’Elas. La condotta sovietica sulla questione greca è assai prudente,
mentre un forte aiuto ai partigiani viene da jugoslavi, bulgari e albanesi.
Il saggio di Varga si chiude, non a caso, sul cupo orizzonte della politica
estera e a questa misura va ricondotto. Siamo dinanzi alle premesse di
quello che sarà il leit-motiv della impostazione comunista di un anno
dopo. Varga, infatti, non solo rammenta che l’Urss è interessata a che
i nuovi Stati siano forti economicamente, politicamente e militarmente
contro un attacco esterno, «almeno sino a quando le armate sovietiche
possano venire in loro aiuto e scongiurare cosi la loro trasformazione for­
zata in base militare contro l’Unione Sovietica, come è accaduto durante
la seconda guerra mondiale», bensì scandisce già i termini di un conflitto
più vasto, ormai aperto:
Gli Stati democratici di nuovo tipo sono il punto cruciale della lotta di due
sistemi rinnovatasi dopo la guerra.

Siamo, in effetti, a un momento di trapasso. In occasione del XXIX


anniversario della rivoluzione d’Ottobre (novembre 1946), Ždanov, va­
lorizzando «la nuova vera democrazia» dei paesi dell’Est, chiama questi
ultimi «paesi slavi fratelli» e dedica gran parte del suo discorso alla mi­
naccia dei «circoli reazionari angloamericani»26 27. Non c’è ancora una de­
nuncia esplicita, diretta, degli orientamenti di Truman, ma ne siamo alla
vigilia. Lo stesso presidente americano sta per mettere nuova legna al
fuoco.

26 Citiamo dalla traduzione italiana dell’articolo in «Rinascita», a. IV, n. 6, giugno 1947, p. 141.
27 II XXIX anniversario della grande rivoluzione socialista d’Ottobre, in ždanov, Politica e
ideologia cit., pp. 3-24.
Capitolo ventitreesimo
La guerra fredda è arrivata

Eugenio Varga può essere considerato la figura emblematica di un


momento di svolta, in parte anche il capro espiatorio: la sua teorizza­
zione delle democrazie popolari come di qualcosa d’inedito nella storia
verrà contraddetta con il 1948-49, allorquando queste saranno conside­
rate semplicemente come sinonimi di Stati a dittatura proletaria il cui
itinerario obbligato diviene quello di tipo sovietico. Varga ha anche so­
stenuto che il capitalismo era ancora in grado di dominare, o almeno di
rinviare, una sua crisi generale e sin dal maggio del 1947 egli è dura­
mente criticato; in seguito, verrà esonerato da molti incarichi e si chiu­
derà l’Istituto di economia e politica mondiale di cui Varga era direttore1.
Deve per l’innanzi prevalere e penetrare la tesi opposta, vale a dire che
il sistema capitalistico è alla vigilia di una crisi di natura catastrofica; la
sua virulenza, l’aggressività imperialistica, sono ricondotte, appunto, al
tentativo affannoso di evitare la crisi provocando per questo tensioni,
conflitti, guerre. L’utilizzazione propagandistica di questa tesi sarà cor­
rente negli anni successivi.
Una sorta di legge del contrappasso colpisce i comunisti jugoslavi, i
primi della fila delle democrazie popolari. Essi vedono trionfare la loro
concezione del nuovo potere come potere rivoluzionario, traduzione na­
zionale del modello sovietico, ma il trionfo coinciderà con la scomunica
che piomba su di loro dalla cattedra del Cremlino nel 1948. Il furore
ideologico, autentico o strumentale che sia, è ancora una volta, come nel
passato, una pessima avvisaglia. Che creda o meno nella crisi del capita­
lismo, Stalin è alle prese con difficoltà crescenti. E il manicheismo torna
ad essere un modo per rispondere a queste difficoltà della situazione, sia
quella internazionale, sia quella interna all’Urss. Il mondo delle campa­
gne sovietico è di nuovo sotto pressione. L’inverno 1946-47 è stato tra­
gico, si è avuta una vera e propria carestia. «Si moriva letteralmente di

1 Cfr. boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit., II, pp. 355-57 e bkzezinski, Storia dell’Urss cit.,
P. 69-
270 Capitolo ventitreesimo

fame»2. L’azienda individuale dei colcosiani viene duramente tassata. Le


speranze accarezzate per un sollievo, un benessere, dopo la guerra svani­
scono. La ricostruzione registrerà anche successi, ma essi si ottengono,
una volta ancora, a prezzo di gravi sacrifici, di nuove ristrettezze; li im­
pone non solo un tenore di vita bassissimo, ma una compressione di quel­
le aree di relativa libertà nella vita civile e culturale che si erano formate
alla fine della guerra.
Non per caso fin dal settembre del 1946 Zdanov ha cominciato a bol­
lare d’infamia i casi di rilassatezza manifestatisi nella letteratura, indivi­
duandoli nella rivista «Zviezda», e particolarmente in Zoščenko e nella
Achmàtova, autore il primo di «rivoltanti» racconti, la seconda di poesie
«misticamente reazionarie», e insieme pornografiche. L’Achmatova è fat­
ta passare dall’ideologo culturale Andrej Zdanov come un tipico rappre­
sentante di «una palude reazionaria e senza idee»3. Nel 1947 arrivano
attacchi non meno aspri ai filosofi «rimasti indietro»4. Il «fronte ideolo­
gico» si fa caldo, di una intolleranza che supera quella dell’inizio dell’era
staliniana.
Il 1947 è l’anno della svolta per tanti aspetti. Esso comincia, appun­
to, con quella manomissione dei risultati elettorali in Polonia, volta poi
da Chruscëv in barzelletta; nel gennaio del 1947 dalle urne esce una mag­
gioranza schiacciante di 327 seggi al blocco governativo guidato dai co­
munisti, mentre Mikolajczyk si vede assegnati soltanto 24 seggi e viene
eliminato dalla scena politica; fuggirà in Occidente, in ottobre, per non
tornare piu in patria.
Conosciamo le altre date che sono diventate come altrettanti luoghi
deputati nei manuali di storia contemporanea per indicare le tappe di
avvio della guerra fredda. Truman, in marzo, lancia la dottrina del con­
tainment-. dovunque una aggressione diretta o indiretta minacci la pace,
la sicurezza degli Stati Uniti è in pericolo. L’America si pone alla testa di
quello che viene definito il «mondo libero». Fallisce, tra marzo e aprile,
la conferenza dei ministri degli Esteri. Risulta impossibile trovare una
soluzione comune per la Germania vinta; anzi, questo è il momento in
cui la distinzione tra paesi già vinti scompare praticamente; ciascuno dei
due protagonisti della guerra fredda stringe la propria presa sulle zone
dove le sue forze armate sono arrivate. Truman vuole assicurarsi, politi­
camente e militarmente, la Grecia, ma anche paesi fascisti come la Spa­
gna e il Portogallo, per non dire del Giappone, mentre spera ancora di

2 boffa, Storia delVUnione Sovietica cit., Il, p. 313.


3 Rapporto sulle riviste «Zviezda», «Leningrad» e «Pravda», 2z settembre 1946, ora in ždanov,
Politica e ideologia cit., pp. 37-84.
4 Ibid., p. rO9.
La guerra fredda è arrivata 271

mettere in condizione Chiang Kai-shek di avere ragione dei comunisti ci­


nesi. Intanto, in aprile, i comunisti vengono estromessi dal governo in
Francia e in Italia (coi socialisti unitari in questo secondo paese). Le mos­
se si susseguono l’una all’altra. Ha notato Alexander Werth:
Nel 1947, dopo il fallimento della conferenza di Mosca dei ministri degli
Esteri, si assiste a un fenomeno singolare : la marcia parallela di Oriente e Occi­
dente. Era come se ogni mossa americana intesa ad eliminare i comunisti dai go­
verni dell’Europa occidentale e a fare beneficiare quei paesi della dottrina Tru­
man fosse accompagnata o seguita da vicino da una mossa parallela dei russi,
intesa a rafforzare il controllo sovietico sui paesi dell’Europa orientale5.
A fine maggio si scopre in Ungheria un complotto del partito dei pic­
coli proprietari e il presidente del Consiglio Ferenc Nagy se ne va in Sviz­
zera per restarvi. Rakosi ha già il controllo della situazione, anche se non
intende bruciare i tempi. Nello stesso mese Truman dà avvio alle misure
per controllare il lealismo dei funzionari governativi. In giugno misure
eccezionali sono varate in Urss per chi «divulga segreti di stato»; l’aria
si fa pesante per i corrispondenti occidentali a Mosca. E si aggiunge pre­
sto il fatto più importante, il lancio del piano Marshall, dal nome del se­
gretario di Stato americano che lo propone in una conferenza ad Harvard,
il 5 giugno del 1947. È un vasto piano di aiuti americani ai paesi europei,
dell’Ovest e dell’Est, apparentemente senza una contropartita di garan­
zie politiche. Ma lo stesso Truman dirà, nelle sue memorie, che con i mas­
sicci aiuti economici in cantiere gli Stati Uniti «offrivano all’Europa non
soltanto di salvarsi dal disastro e dalla miseria, ma di liberarsi della mi­
naccia di schiavitù che il comuniSmo russo faceva pesare su di essa»6.
Si sa come sono andate le cose: alla conferenza di Parigi, promossa
da Bidault nel giugno-luglio 1947, per discutere il progetto, Molotov
respinge il piano americano che ufficialmente è indirizzato anche verso
l’Urss. Esso è caldeggiato invece dai governi francese e inglese. Nulla di
buono può venire, replica il ministro degli Esteri sovietico, da un piano
che è sostanzialmente veicolo di asservimento politico e di ricatto ai pae­
si europei in nome della supremazia americana. Come è altrettanto noto,
il governo polacco e quello cecoslovacco, decisi ad accettare il piano dato
l’estremo bisogno di dollari che hanno per l’industria dei loro paesi, so­
no costretti a fare marcia indietro. Vi è un vero e proprio ultimatum di
Stalin, ai primi di luglio. Commenterà Hubert Ripka, ministro cecoslo­
vacco del Commercio estero e leader socialista:
Potevamo rischiare una rottura completa con Mosca? I sovietici in tal caso
avrebbero potuto spingere i comunisti ad effettuare un colpo di Stato. In questa
5 Werth, L'Unione Sovietica nel dopoguerra cit., p. 232.
6 harry Truman, Mémoires, Paris 1956, II, p. 133.
272 Capitolo ventitreesimo

eventualità non potevamo aspettarci alcun aiuto efficace dalle potenze occiden­
tali... Ma c’era un’altra considerazione, ancora più grave. Io sapevo che non po­
tevamo guadagnare a una politica simile la maggioranza della popolazione 7.

I cechi, come i polacchi, si sottomettono all’ultimatum. E le osserva­


zioni di Ripka ci rammentano due tratti del momento che segna davvero
l’imbocco deciso nella guerra fredda. L’uno è determinato dalla contrap­
posizione delle due grandi potenze, l’altro da una radicalizzazione abba­
stanza decisa, a Oriente come ad Occidente, di forze politiche e sociali
antagonistiche. Domina sicuramente la prima componente. Detto in altri
termini, dinanzi a Stalin si pone una scelta di fondo: svanita la speranza
di una collaborazione con l’America colla quale si possano avviare a solu­
zione alcuni grandi problemi, ivi comprese le riparazioni da ottenere da
parte della Germania vinta (nonché un prestito americano all’Urss senza
contropartite politiche), egli pensa che per non subire l’egemonia inter­
nazionale degli Stati Uniti deve accettare il rischio di un contrasto glo­
bale. Si tratta di stringere le fila (e la cintola), di colmare lo squilibrio
militare atomico, di mobilitare ogni energia del proprio campo, e zona
d’influenza, per tenere testa agli «imperialisti». Non andranno forse in­
contro a una seria crisi economica questi ultimi?
Le mosse successive della politica estera sovietica, di quella interna,
di quella rivolta verso il movimento comunista, sono la conseguenza del­
la scelta fatta nell’estate del 1947. Ci si è domandati se era davvero obbli­
gatoria per Stalin tale scelta, se egli non potesse consentire a cechi e po­
lacchi di accedere agli aiuti americani, se non potesse muoversi quindi in
modo diverso da un arroccamento puro e semplice. Anche queste sono
domande legittime e non risultano dissimili dal rammarico espresso da
Togliatti, nel 1962, sugli «errati indirizzi politici» e sulla scarsa utilizza­
zione delle capacità creative del movimento comunista europeo. Fatto
sta che, ancora nel secondo dopoguerra, Stalin mantiene una concezione
della sicurezza sovietica assai rigida. Al contempo, mentre ritiene che
Truman non si spingerà fino alla guerra, vuole trincerare il proprio cam­
po senza lasciare ad esso un’articolazione politica di cui teme i rischi auto­
nomistici più di quanto non apprezzi la «creatività».
C’è molto assillo nella politica sovietica.
Nell’estate del 1947 Stalin si trova di fronte a una situazione internazionale
che lo Stato sovietico aveva sempre cercato di evitare - riuscendovi sin dai tempi
di Lenin: la costituzione di un blocco antisovietico da parte di tutti gli Stati
capitalistici. Con l’aggravante che questa volta il blocco veniva costituito con
l’egemonia di uno Stato la cui potenza globale era senza precedenti nella storia.

7 Cfr. Werth, L'Unione Sovietica nel dopoguerra cit., p. 243.


La guerra fredda è arrivata 273

Si trattava senza dubbio del naufragio della «pace» che Stalin aveva cercato,
della «pace» che consacrava la ripartizione delle zone d’influenza8. *
Scatta un riflesso di «risposta» che è anzitutto arroccamento. Arroc­
carsi non significa dare per scontato che vengano meno margini di mano­
vra: in una intervista all’americano Harold Stassen, candidato alle ele­
zioni presidenziali, Stalin dice, nell’aprile del 1947, che «la possibilità
di collaborare esiste sempre»; lo ammonisce tuttavia: «non si può dire
10 stesso del desiderio di collaborare; e quando questo desiderio manca,
ci può essere la guerra» È curioso il richiamo storico che Stalin invoca
in proposito: «È quello che ci è successo con la Germania di Hitler: noi
volevamo collaborate persino con quella, ma essa rifiutò». Non meno
sintomatica l’insistenza con cui Stalin si informa dall’interlocutore se
pensa possibile una crisi economica negli Usa. E, molto probabilmente,
11 capo sovietico è davvero convinto che l’economia americana sia desti­
nata ad entrare in crisi e che Francia e Inghilterra «non subiranno in­
definitamente il diktat» trumaniano10. 11 La vecchia tesi comunista di un
Occidente capitalistico minato da profonde contraddizioni interne, la
diffidenza, o meglio l’ostilità verso la socialdemocrazia europea, costi­
tuiscono una ripresa di schemi ideologici e di convinzioni politiche che
si faranno sempre più evidenti nell’ultimo Stalin, quello della vecchiaia,
quando la sospettosità connaturata nel suo carattere assumerà vere e pro­
prie forme di paranoia.
Dicevamo, però, anche dei risvolti della tensione internazionale nelle
situazioni dei vari paesi europei, risvolti che sono spesso essi stessi con­
cause di una dicotomia sempre piu netta, di un bipolarismo destinato a
durare nel tempo, nei decenni. Se prendiamo, ad esempio, l’esclusione
dal governo francese e italiano dei comunisti, non possiamo porre in pri­
mo piano una pressione, tanto meno una sorta di ordine, di Washington
perché si compia tale operazione. Intanto, nonostante che i due avveni­
menti cadano nello stesso mese, essi rispondono a ragioni interne spe­
cifiche. In Francia la rottura tra il vecchio presidente del Consiglio socia­
lista Ramadier e il partito di Thorez avviene per gravi dissensi su que­
stioni di politica sociale, di prezzi e salari, di fronte a forti agitazioni
operaie, e di politica coloniale (in Vietnam la Sfio appoggia la guerra
aperta, iniziata alla fine del 1946, al movimento di liberazione). E l’ini­
ziativa di uscire dal governo, «almeno provvisoriamente» ", pare sia sta-
8 claudin, La crisi del movimento comunista cit., pp. 377-78.
’ Cfr. Werth, L’Unione Sovietica nel dopoguerra cit., p. 229.
10 Cfr. giuliano procacci, Aspetti e problemi della politica estera sovietica, in Momenti e pro­
blemi della storia dell’Urss cit., p. ji.
11 Cfr. Vincent AURiOL, Mon septennat, Paris 1970, p. 36. Cfr. anche fauvet, Histoire du Pcf
cit., Il, p. 198.
274 Capitolo ventitreesimo

ta dei comunisti. In Italia è un insieme di tensioni e di incompatibilità,


in particolare su scelte di politica economica, che convincono De Gasperi
ad aprire la crisi: premono fortemente nel senso dell’esclusione dei so­
cialcomunisti buona parte della De, la Chiesa di Roma, gli ambienti della
grande industria. È dunque da una spinta endogena che si arriva alla spac­
catura senza che vi sia una forte azione di massa dei comunisti per oppor­
si alla estromissione, o «éviction», come dicono i francesi. Per quanto
concerne l’Italia è assodato ormai che si ha piuttosto una richiesta pres­
sante di appoggio economico e di solide garanzie, anche militari, per scon­
giurare pericoli di sollevazione interna, rivolta all’America, che non un’of­
ferta e una sollecitazione dell’amministrazione Truman u.
È vero, invece, che la rottura è resa ora possibile dalla situazione in­
ternazionale e che Truman e Marshall non perderanno tempo ad aiutare
i loro amici francesi e italiani, come hanno già fatto in marzo, con crediti
cospicui, a turchi e greci. L’estate del 1947 non è per questo vissuta dal­
l’insieme delle forze politiche e sociali europee quale una svolta di lungo
periodo. Difficile è avvertirne tutta la gravità sul momento, anche perché
- come abbiamo già ricordato - non tutti i ponti sono caduti tra Usa e
Urss e indubbiamente l’apice della guerra fredda si toccherà nel 1949-51.
Se la percezione della fine dell’unità nazionale non è diffusa, essa si insi­
nua però nei dirigenti piu avvertiti. La cogliamo, ad esempio, in un uomo
come Togliatti, che piu di altri aveva creduto nella possibilità di una
lunga fase di collaborazione tra le potenze della « Grande Alleanza anti­
fascista» e che lavora tuttora attivamente a dare un contributo positivo
alla elaborazione di una Costituzione democratica come «patto sociale»
tra componenti popolari diverse, cattolica, comunista, socialista, liberale.
Egli, alla sessione dell’inizio di luglio del 1947 del Comitato centrale del
Pei, getta un grido di allarme e offre un quadro a tinte molto scure della
situazione mondiale:
Il fatto caratteristico della situazione mondiale, per quello che riguarda le
posizioni delle forze imperialistiche, è che una grande potenza imperialistica ha
conquistato tale posizione di forza che la distacca nettamente da tutte le altre
potenze imperialistiche e questa potenza pone oggi come proprio compito quello
della conquista di un dominio mondiale 12 13.

12 Cfr. Giorgio Amendola, La rottura della coalizione tripartita, in Gli anni della repubblica,
1976, pp. 83-84; Enzo COLLOTTI, La collocazione internazionale dell’Italia dall’armistizio alle premes­
se dell’alleanza atlantica, in L’Italia dalla liberazione alla repubblica, Milano 1977, p. 99; ENNIO di
nolfo, Problemi della politica estera italiana: 1943-50, in «Storia e politica», a. xiv, n. 1-2, gennaio-
giugno 1975, p. 310.
13 Dal testo integrale del rapporto di Togliatti che l’autore ha potuto consultare presso l’archivio
della direzione del Pei. Copia di quel testo anche nell’Archivio Secchia, depositato presso la Fonda­
zione Feltrinelli, Milano. Enzo Collotti, che ne ha presa visione, ha definito questo rapporto «uno
dei testi piti importanti e più interessanti dell’elaborazione di Togliatti di quel periodo». (Dalla
La guerra fredda è arrivata 275

A Togliatti non sfugge che al fondo della tensione in atto vi è uno


squilibrio militare, che il monopolio dell’«arme atomica» da parte degli
Stati Uniti ne è l’espressione più tangibile finché - aggiunge — tale arma
non sia acquisita anche dall’altra parte, o non «sia posta fuori legge». La
tensione internazionale è arrivata al punto da fare intravedere come «una
prospettiva reale, imminente» la prospettiva di una nuova guerra?
Io ritengo — risponde Togliatti — che non possa oggi essere ancora conside­
rata come una prospettiva imminente; certo è però che gli elementi più aggres­
sivi dell’imperialismo, e in particolare di quello americano, si adoperano per far
si che questa prospettiva, che senza dubbio esiste oggi, diventi sempre più una
prospettiva reale ed anche imminente.

In ogni caso, Togliatti mette in guardia quanti ritengono che l’esclu­


sione del Pei dal governo sia cosa temporanea, una rottura facilmente
risanabile.
Io ritengo che una situazione in cui il partito si trovi non piu al governo ma
fuori di esso e in opposizione ad esso potrà durare anche per un lungo periodo
di tempo.

Il tempo reale si rivelerà ancora piu lungo di quanto Togliatti non


prevedesse, anche perché l’anno appresso, nel 1948, le sinistre italiane si
accingono, piene di baldanza, formando liste comuni di «fronte demo­
cratico popolare», a un cimento elettorale che segnerà davvero una scon­
fitta storica, con la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera conqui­
stata dalla Democrazia cristiana. Tuttavia, quel luglio del 1947 vede un
Togliatti estremamente preoccupato e perplesso. In gioco è qualcosa di
piu di una sterzata a destra della situazione politica; in gioco è la coesi­
stenza pacifica e con essa l’intera prospettiva sulla quale si era avviato
il movimento comunista in Europa: quella che i comunisti italiani hanno
chiamato di «democrazia progressiva», intendendo per essa una lotta
legale per grandi riforme sociali, a partire da una generale riforma agra­
ria, lungo un processo di democratizzazione dello Stato e della società.
La «democrazia progressiva» doveva aprire la strada verso il socialismo,
una strada da percorrere con altre forze politiche, socialiste e cattoliche,
in modo da opporre un fronte riformatore ai gruppi monopolistici del
capitale e al vecchiume reazionario.
Non era solo una «via italiana». Togliatti, nel suo rapporto, fa un
riferimento più ampio, ricorda che valeva su scala europea quella pro­
spettiva e comincia - ecco il dato nuovo, rilevante - a metterla in dubbio

presentazione della Relazione sulla situazione italiana presentata da Secchia a Mosca nel dicembre
1947, in Archivio Pietro Secchia 1949-1973, Milano 1979, p. 610).
276 Capitolo ventitreesimo

come ancora praticabile. I passaggi sono ben calibrati. In primo luogo,


un giudizio sull’Europa uscita dalla guerra.
La realtà è che in Europa, immediatamente dopo la guerra, si è creata una
situazione nuova del tutto particolare, una situazione che si è creata per la prima
volta nella storia recente dei popoli europei e che è caratterizzata da una spinta
di carattere popolare diretta e organizzata da determinate forze politiche ben
qualificate, spinta la quale tendeva, sulla base della tragica esperienza della guer­
ra, a provocare delle profonde trasformazioni nella struttura economica, politica
e sociale... Questa spinta ha avuto questo carattere: sotto la direzione delle forze
piu avanzate della democrazia si è cercato di arrivare, in tutti i paesi d’Europa,
alla creazione di regimi democratici di un tipo nuovo, di regimi i quali introdu­
cessero qualcosa di profondamente diverso nella direzione politica dei singoli
paesi e nella loro struttura economica. La formula generale sotto la quale si è
prodotta questa spinta è stata quella dell’unità antifascista.

Non vi è testo nel quale piu convinta sia la valorizzazione e la gene­


ralizzazione di un’esperienza e di una strada:
L’avvento, dopo la guerra, del partito comunista al potere in quasi tutti i
paesi d’Europa, tranne quelle eccezioni che voi tutti conoscete, significava que­
sto: la partecipazione della classe operaia all’opera di ricostruzione economica
e politica e quindi delle forze più avanzate della democrazia, che sono quelle del
Partito comunista e del Partito socialista...

Ma Togliatti prende atto che la situazione è cambiata, nel senso della


avvenuta spaccatura Est-Ovest:
Oggi questa situazione è cambiata e noi possiamo dire che essa esiste sol­
tanto nei paesi dove gli eserciti dell’Unione Sovietica hanno assicurato una sta­
bilità politica e cioè dove le forze di occupazione si sono ben guardate dall’inter-
venire nel gioco delle forze politiche dei singoli paesi ed hanno in pari tempo
garantito la sicurezza di quel potere politico che era stato conquistato da quei
grandi blocchi popolari.

Il quadro delineato per l’Occidente da Togliatti è evidentemente l’in­


verso: intromissione delle forze d’occupazione angloamericane, offensi­
va delle forze reazionarie e capitalistiche nazionali, rapida svolta a destra
della socialdemocrazia. Ma, se le cose stanno cosi, si può riproporre nel
presente una prospettiva di democrazia, progressiva o nuova che sia, per
i paesi occidentali, in Italia intanto? Togliatti non risponde né si né no.
Non elude la domanda, anzi se la fa egli stesso nel corso del suo rappor­
to; ma risponde precisamente che non si può rispondere. «Sarebbe un
errore rispondere con un si o con un no». Immerso in questa incertezza
Togliatti ricorre all’espediente classico, che si potrebbe chiamare di «nel­
la misura in cui». La prospettiva, infatti, rimane valida ma a «certe con­
dizioni». Sono condizioni vagamente delineate, e tra di esse è incluso il
La guerra fredda è arrivata 277

successo di lotte piu dure sul terreno di classe e di massa, abbandonando


illusioni parlamentaristiche.
La risposta evasiva non è certo il tratto meno significativo della ri­
flessione politica di un uomo che è stato uno dei capi del Komintern e
che già si dispone a un atteggiamento simile a quelli dei tempi più duri
anche se egli non dà per scontato che siano tornati esattamente i tempi
del 1929-30 o del 1938-39. L’inizio della guerra fredda è avvertibile net­
tamente nella sua presa di posizione (molto sommariamente resa pub­
blica dall’«Unità» 14). Le «vie nuove» al socialismo sono dunque messe
in crisi ad Est e ad Ovest; ad Est saranno tosto abbandonate, ad Ovest
i partiti comunisti sono già di fronte a un quesito del genere: non hanno
essi peccato di opportunismo nell’immediato dopoguerra se a soli due
anni di distanza devono denunciare l’alt al processo avviato con alleanze
antifasciste che andavano al di là, socialmente, della classe operaia e, po­
liticamente, del «fronte unico» socialcomunista? Togliatti non evita il
quesito e ancora una volta è assai problematico nello scioglierlo:
Io non so se noi non ci siamo lasciati dominare troppo dal pericolo della
rottura, della guerra civile, dell’intervento straniero e non so se avremmo potu­
to, in determinati momenti, fare intervenire in modo molto deciso le forze popo­
lari anche sfidando gli elementi reazionari del nostro paese in una lotta aperta...
Ma noi siamo usciti dalla guerra con una minaccia all’unità nazionale del nostro
paese e cioè alla esistenza stessa dello Stato italiano come tale e noi abbiamo evi­
tato che questa minaccia si realizzasse; credo che questo sia il fatto fondamen­
tale che è da ascriversi a merito principale del nostro partito. Se noi avessimo
accettato la sfida alla guerra civile in certi momenti e soprattutto quando la sfida
poteva essere accettata - nel periodo cioè che va dal luglio all’ottobre del 1945 -
quale risultato avremmo ottenuto? Forse vi sarebbe oggi una parte d’Italia la
quale, essendo controllata da truppe non angloamericane, avrebbe uno sviluppo
economico e politico piu avanzato; il resto d’Italia, però, non sarebbe oggi un
paese unito, libero e indipendente. Io credo che di fronte a questo risultato otte­
nuto da noi, possiamo considerare come di importanza secondaria gli errori par­
ziali che possiamo aver fatto nazionalmente o in singole località.

La risposta al quesito posto sull’«occasione mancata», se non è pe­


rentoria, non è però sfuggente né rientra nella logica dell’interesse di
partito o di classe o di schieramento di campo. È la risposta orgogliosa
di una forza politica che ha acquisito coscienza del suo ruolo storico na­
zionale. Ed è tanto più importante che egli la fornisca ora, anche se - co­
me abbiamo già rammentato - pare che a Longo e Reale, in procinto di
recarsi alla fondazione del Kominform, egli suggerisca un’altra ragione
a cui Stalin è più sensibile: che l’avere respinto l’alea di una guerra civile
era anche tornato a vantaggio della politica sovietica nel 1945. D’altron­

14 Cfr. il numero del 2 luglio 1947.

19
278 Capitolo ventitreesimo

de, neppure ora Stalin vuole una guerra civile nei paesi occidentali: a
Secchia, che gli chiederà, nel dicembre del 1947, se non si può spingere
piu a fondo la lotta di classe e l’opposizione politica al governo democri­
stiano, risponderà di no: «oggi non è possibile». Porterebbe a un’insur­
rezione e l’insurrezione è da evitare15. 16
Il ruolo che Stalin assegna ai partiti comunisti dell’Occidente è un
ruolo ausiliario: non gli servono partiti fuori legge, visto che un’insurre­
zione è destinata al fallimento e che l’Urss non può certo correre in loro
aiuto. Quanto alla Francia, Thorez, nell’estate del 1947, è meno pessi­
mista (meno realista) di Togliatti. Si limita a dire che «la reazione ha
segnato un punto» con l’esclusione dei comunisti dal governo, attacca
aspramente, piu che gli americani, la socialdemocrazia francese e le forze
capitalistiche che essa protegge e guida. Ma anche Thorez comincia a do­
mandarsi se la prospettiva di una democrazia nuova, della conquista gra­
duale di un regime democratico avanzato, sia ancora giusta o meno. E
risponde pili o meno come Togliatti. Rivendica al Pcf il merito di avere
cominciato, sin dall’epoca del Fronte popolare, a cercare la via al sociali­
smo «propria al nostro paese». Chi deciderà come si andrà più lontano?
Lo deciderà la lotta, la battaglia, il modo come noi stessi ci comporteremo
per riunire, per organizzare, per dirigere il popolo nei suoi sforzi verso una de­
mocrazia nuova e piu lontano verso il socialismo “.

Non c’è rinnegamento. Thorez - cosa piuttosto rara da parte france­


se - porta ora ad esempio il partito italiano come partito di massa. Il Pcf
non lo è abbastanza, ammette, ha una concezione del partito troppo vec­
chia. Thorez avverte possibili obbiezioni da sinistra. Sul concetto di «de­
mocrazia popolare» persino. E le para abilmente: è stato giusto all’Est
creare un sistema che, senza contestare la validità della dittatura del pro­
letariato in linea di principio, tentasse di conciliare le forme di democra­
zia parlamentare con il potere crescente della classe operaia. E per la
Francia egli richiama l’intervista data al «Times» come tuttora valida, ivi
compresa la difesa di un parlamento liberamente eletto:
Quando abbiamo affermato questo per il nostro paese avevamo ragione e
continuiamo ad averla. Non c’è nel nostro paese una democrazia di tipo nuovo.
Se ci fosse tale democrazia noi saremmo al governo e alla direzione del governo.
Ma ci sono elementi che possono permettere il passaggio a tale democrazia. Ci
sono nazionalizzazioni. C’è l’organizzazione dei Comitati d’impresa, il ruolo cre­
scente delle organizzazioni operaie e del Partito comunista 17.

15 Dall'Archivio Pietro Secchia cit., p. 426.


16 A la conference de la Fédération de la Seine, discorso di chiusura, 8 giugno 1947, in MAURICE
thorez, Œuvres, Paris 1965, tomo XXIII, p. 134.
17 Ibid., p. 136.
La guerra fredda è arrivata 279

Ecco la tensione che la svolta provoca nei due maggiori partiti comu­
nisti dell’Occidente; un chiedersi se non hanno sbagliato e come e quan­
do; un rivendicare la giustezza della linea imboccata; un aggrapparsi alla
funzione nazionale assunta e da assumere. E, non meno, una predisposi­
zione al nuovo scontro aperto con la reazione internazionale e nazionale,
quindi al richiamo centralistico del movimento, che presto e bruscamen­
te verrà. Non diversamente si atteggeranno i gruppi dirigenti di alcune
delle democrazie popolari in formazione. Essi hanno accettato il «veto»
di Mosca all’utilizzazione del piano Marshall. Devono per questo rinne­
gare le vie nuove? Non tutti ne sono per il momento disposti, e meno di
tutti polacchi e cecoslovacchi.
L’estate del 1947 non finisce prima che si vari la nuova iniziativa di
Mosca, quella della costituzione di un organismo che si chiamerà «Uffi­
cio d’informazione dei partiti comunisti e operai», o Kominform.
Capitolo ventiquattresimo
Il Kominform: nuova glaciazione

Nella vicenda di zig-zag, svolte e controsvolte, che abbiamo cercato di


ricostruire lungo un decennio cruciale, dalla vigilia della seconda guerra
mondiale al dopoguerra, abbiamo visto come le ragioni che determina­
vano nuovi bruschi orientamenti del movimento comunista internazio­
nale fossero in primo luogo ragioni della politica estera sovietica: gli
schemi ideologici, i richiami storici, venivano ad esse adattati anche se si
annidavano nella mentalità dei gruppi dirigenti e a loro volta finivano
per influenzare giudizi, atteggiamenti, stati d’animo.
Si pensi al patto russo-tedesco del 1939, ai discorsi «teorici» di Mo­
lotov del 1940, all’esaltazione delle libertà democratiche e persino della
dialettica politica anglosassone nello Stalin del 1941-44. Mai però una
spinta tanto pragmatica, tanto «statuale» è stata alla base di una deci­
sione presa ufficialmente dal movimento comunista quanto quella di fon­
dare nel 1947 il Kominform. E mai la ragione vera è stata tanto accura­
tamente ricoperta da una inondazione di motivi dottrinali, di condanne
di principio: un nuovo spesso strato di dogmatismo tra il 1947 e il 1955-
1936 si deposita sul comuniSmo divenuto nel frattempo sistema di po­
tere in mezza Europa.
La decisione staliniana di dare vita al nuovo organismo è presa nel­
l’estate del 1947, come prima risposta al piano Marshall e alla dottrina
Truman. I partiti convocati si presentano tutti a questa assise che si svol­
ge dal 22 al 27 settembre in Polonia, a Szkalarska Poreba, «una cittadi­
na nota per le sue fabbriche di vetro, a qualche decina di chilometri da
Wroklaw, l’antica Breslavia» *. I lavori si tengono in una grande villa,
«magnifica dimora di chi sa quale nobile tedesco, circondata da un im­
ponente parco di betulle », normalmente adibita a casa di riposo per i fun­
zionari di polizia del nuovo Stato polacco. I delegati che arrivano non
sanno bene quale sarà l’ordine del giorno. La convocazione è giunta poco
tempo prima: se ne è fatto portavoce il partito che fungerà da ospite,

1 reale, Nascita del Cominform cit., p. 18.


Il Kominform: nuova glaciazione 281

quello polacco, ma esso non nasconde che l’iniziativa parte da Mosca.


Questa sorprende un po’ tutti, dai dirigenti comunisti jugoslavi2 a quelli
italiani. Ricorderà Luigi Longo a chi lo interpellerà venticinque anni
dopo:
Eravamo stati informati genericamente che la conferenza aveva per scopo di
stabilire un collegamento tra i partiti comunisti ma non immaginavamo che sa­
remmo stati posti di fronte a una svolta politica così netta e meno che mai che
saremmo stati messi sotto accusa 3.

Le presenze e le assenze sono l’indice piu probante delle intenzioni di


Stalin; il Kominform deve essere un affare europeo, anzitutto. Qui è, per
ora, l’epicentro della guerra fredda. Come indicherà la relazione del so­
vietico Ždanov alla conferenza, scarsa è l’attenzione all’Asia. E, piu che
scarsa, del tutto assente è la componente asiatica del comuniSmo: non
sono invitati né i cinesi né i vietnamiti, mancano i rappresentanti del­
l’India. Cosi è dei paesi dell’America latina o dell’Africa. Il Kominform
in questo differisce profondamente dal Komintern, dalla sua nascita e dal
suo corso ventennale. L’eurocentrismo non è solo un restringimento di
dimensione geografica: è la mobilitazione attorno a obiettivi immediati
di politica estera - la lotta al piano Marshall, l’organizzazione di regimi
comunisti all’Est - di partiti e forze sociali a cui sono assegnati compiti
precisi nello scontro con gli Stati Uniti e i loro alleati. Ci si rivolge alle
«forze democratiche» europee, si condannano come asserviti all’impe­
rialismo i partiti socialdemocratici, o almeno i loro dirigenti (soprattutto
i laburisti inglesi e la Sfio francese), ma non in nome della rivoluzione
mondiale - espressione del tutto bandita - bensì in nome della pace e
della indipendenza nazionale dei popoli.
L’elenco dei partiti comunisti scelti è sintomatico. Per la zona occi­
dentale vengono convocati soltanto i due partiti che contano davvero: il
partito francese e quello italiano. Non vi è il partito belga (anch’esso pe­
raltro estromesso dal governo all’inizio del 1948), non vi sono gli spa­
gnoli — la cui lotta per la libertà aveva pure rappresentato uno dei mo­
menti più alti della III Internazionale -, non vi sono gli inglesi, che nel
corso della guerra hanno avuto una funzione importante come supporto
e portavoci dell’ultimo Komintern. Colpisce non meno l’assenza dei par­
titi dell’Europa scandinava. In specie della Finlandia, dove vi è un forte
partito comunista. La Finlandia è un’eccezione singolare nel quadro.

2 edvard KARDELj, Memorie degli anni di ferro, Roma 1980, p. 109.


3 bocca, Paimiro Togliatti cit., p. 478. Secondo la testimonianza di Secchia, durante un suo in­
contro dopo la metà d’agosto con Gomulka in Polonia, egli viene informato di un «progetto di con­
vocare una riunione dei Pc dei diversi paesi, almeno dei Pc più importanti... per uno scambio di
vedute» (Archivio Pietro Secchia cit., p. 208).
282 Capitolo ventiquattresimo

L’Urss manifestamente si accontenta che essa resti un paese amico, non


si lasci inglobare nel novero di quelli egemonizzati dagli Stati Uniti
d’America. Nessun tentativo di «comunistizzarla» viene messo in at­
to, sia, probabilmente, per l’esperienza della resistenza finlandese del
1940, sia perché una tensione politica in Finlandia darebbe nuova esca
alla propaganda occidentale antisovietica e provocherebbe forse inci­
denti gravi.
Sono assenti anche i comunisti greci: il Pc ellenico è ormai impegna­
to nella nuova guerra civile; sono già 23 000 i partigiani in armi mentre
sono arrivati i primi aiuti militari americani alle truppe governative (in
novembre si costituirà addirittura uno Stato maggiore congiunto greco­
americano). È un punto troppo caldo, la Grecia, e Stalin non ha intenzio­
ne di compromettere direttamente l’Urss su questo scacchiere. All’inizio
del 1948, ricevendo una delegazione jugoslava, dirà a Kardelj:
È possibile che voi crediate nella vittoria dell’insurrezione in Grecia?... È
una vera illusione credere che le forze occidentali lasceranno la Grecia ai comu­
nisti. Voi vivete di illusioni insieme ai greci, creando così difficoltà politiche a
tutti noi *.

Già si delineano dunque i confini politico-militari del nuovo organi­


smo. Esso si presenta come strumento di una «guerra di posizione», non
certamente come un’arma offensiva. Il nucleo più consistente dei partiti
affiliati fa parte del «glacis» sovietico. Ma anche qui vigono sintomatiche
eccezioni.
Vediamo prima i presenti. Troviamo rappresentate accanto all’Urss
(da Zdanov e Malenkov) la Polonia (Gomulka e Mine), la Bulgaria (Cer-
venkov e Poptomov), la Jugoslavia (Kardelj e Gilas), la Romania (G.
Gheorghiu Dej e Ana Pauker), l’Ungheria (Farkas e Révai), la Cecoslo­
vacchia (Slànsky e Baètonavsky). Per il Pei italiano affianca Longo Euge­
nio Reale (già ambasciatore italiano in Polonia nell’immediato dopoguer­
ra); per quello francese Étienne Fajon è accanto a Duclos. Che la maggior
parte di questi partiti non siano rappresentati dai loro segretari generali,
che non ci siano né Tito né Togliatti, né Rakosi né Gottwald, né Thorez
né Dimitrov, non significa che essi abbiano rifiutato l’invito; indica, piut­
tosto, l’accortezza di Stalin nel creare il Kominform senza particolare cla­
more, badando anche con questa sordina a marcare la differenza con il
Komintern45.
Tra i partiti tenuti fuori dell’iniziativa non colpisce l’assenza della
Sed: essa, ufficialmente, è un partito socialista unificato, il partito di

4 kardelj, Memorie degli anni dì ferro cit., pp. 121-22.


5 Cfr., per questa tesi, marcou, Le Kominform cit,, pp. 45-46.
Il Kominform: nuova glaciazione 283

Grotewohl non meno che di Ulbricht. Del resto l’Urss, alla conferenza
dei ministri degli Esteri di Mosca, ha sostenuto la tesi di una Germania
unita, neutrale, smilitarizzata. Meglio quindi non evidenziare uno stret­
to collegamento della Germania orientale con gli altri Stati dell’Est. Non
viene convocato neppure il Pc albanese. Ci si è chiesti perché, avanzando
l’ipotesi che Stalin non voglia un partito troppo subalterno a quello jugo­
slavo ma ciò implicherebbe la sua intenzione di comprimere sin d’ora la
rappresentanza jugoslava, il che, seppure da non escludere, non è tutta­
via provato ‘. Resta dunque un mistero l’assenza del partito albanese, il
quale si rivelerà poi tutt’altro che «filotitino». Si tenga comunque pre­
sente che, se i soci fondatori del club del Kominform non riapriranno le
iscrizioni nel corso degli anni, ciò non impedirà agli altri partiti comu­
nisti di unirsi al coro con articoli e prese di posizione sulla stampa del
nuovo organismo.
La parte che svolgono i comunisti jugoslavi nel 1947 è quella degli
allievi migliori, se cosi si può dire. Togliatti stesso, nella sua relazione
al Comitato centrale del Pei dell’n novembre 1947, dice che la «repub­
blica popolare jugoslava è il più avanzato dei regimi di nuova democra­
zia» ’. E lo aiferma quando Longo e Reale lo hanno già informato della
bordata di critiche — ne riparleremo - che dall’altra sponda dell’Adria­
tico sono venute agli italiani. Si potrebbe aggiungere che «piu avanzato»
sta in questo caso per piu a sinistra. I delegati jugoslavi esaltano infatti
la lotta dei partigiani greci, considerano la situazione greca migliore di
quella italiana e francese: si fanno appunto quelle illusioni che Stalin
rimprovererà loro prima ancora di metterli alla gogna. Ma la linea intran­
sigente, con qualche tentazione avventuristica, del Pcj non è destinata a
prevalere neppure alla conferenza. Essa è utilizzata, invece, per un ri­
chiamo alla disciplina comune del movimento, alla sua nuova «bolsce­
vizzazione».
Esiste anche un intendimento piu legato alla situazione interna sovie­
tica? L’interrogativo viene suscitato dalla forte insistenza che i due de­
legati dell’Urss alla conferenza, Ždanov, considerato il delfino di Stalin,
e Malenkov, pongono sull’importanza della lotta ideologica. Se l’Europa
occidentale fosse stata «rimessa in piedi» dal piano Marshall — ha osser­
vato Adam B. Ulam,
questo ritorno alla prosperità in Occidente avrebbe poi esercitato un’attrazione
irresistibile sui satelliti sovietici, che non erano ancora pienamente sottomessi

6 Cfr. ADAM B. ulam, Titoìsm and the Cominform, Cambridge (Mass.) 19.52, p. 49, dove si ri­
tiene non sufficiente spiegare l’assenza albanese con la sua caratteristica di paese, e partito, protetto
dagli jugoslavi.
7 Dal testo integrale della relazione (Archivio del Pei).
284 Capitolo ventiquattresimo

alla Russia. Forse che la Polonia e la Cecoslovacchia non si erano dichiarate di­
sposte a partecipare al Piano Marshall, prima che l’Urss esercitasse su di loro
una vigorosa pressione? La diserzione dei paesi satelliti avrebbe infine messo in
pericolo l’esistenza del regime comunista in Russia. Cosi nella politica americana
del «containment» gli uomini del Cremlino, morbosamente sospettosi, vedeva­
no già implicita quella che qualche anno dopo sarebbe diventata nota come la
politica del «rollback» che mirava a fare indietreggiare il comuniSmo ’.

La motivazione ufficiale della convocazione è quella di creare un or­


gano di consultazione e collegamento, la cui assenza - si dice - è tanto
piu da lamentare in una nuova situazione quale quella delineatasi nel­
l’estate del 1947 in quanto i partiti socialisti e socialdemocratici stanno
lavorando - ma abbiamo visto quanto lentamente - a ridare vita alla
II Internazionale. Ma perché ve ne sarebbe necessità allorquando quella
«gerarchia» di cui parlerà Luigi Longo’ è tuttora piu che mai rispettata
dai vari partiti comunisti, sia con l’ossequio fervido al primato storico
e alla cattedra dottrinale sovietici, sia con una sorta di delega al paese del
socialismo per quanto concerne le grandi questioni di orientamento nella
politica estera? Queste restavano di stretta pertinenza del paese-guida.
Lo ha menzionato di recente un altro dirigente comunista italiano, Gian
Carlo Pajetta:
Quello che bisogna ricordare, se si vogliono comprendere l’atmosfera di que­
gli anni, i nostri giudizi sulle prospettive e di conseguenza il nostro atteggiamen­
to sulle questioni internazionali, è la convinzione nostra di allora che i sovietici,
e soltanto loro, fossero in grado di sapere e intervenire nelle grandi questioni
internazionali... In ultima istanza una decisione sovietica non poteva non avere
una solida base, riconoscendo noi all’Urss e a Stalin una funzione di guida che
aveva fondamento anche nella maggiore esperienza e nella possibilità di cono­
scenza della situazione internazionale

Sembra di poter rispondere al quesito affacciato — perché fondare il


Kominform, se l’Urss può tranquillamente esercitare la propria suprema­
zia senza inceppi di organismi collettivi? - con la stessa lezione degli
avvenimenti che seguiranno alla fondazione dell’Ufficio d’informazione.
Esso, mentre non è affatto dotato di poteri decisionali autonomi, non
diviene minimamente un soggetto politico (e Stalin questo bada ad evi­
tare sin dall’inizio), ricava piuttosto la sua utilità dall’essere mezzo di
pressione, strumento di coesione interna, veicolo di trasmissione di di­
rettive pubbliche, di slogans propagandistici, alle masse dei comunisti e
simpatizzanti. Si può dunque influenzare permanentemente con il Ko-

8 Storia della politica estera sovietica cit., p. 620.


9 Cfr. pp. 191-92 del presente volume.
10 Gian Carlo pajetta, Le crisi che ho vissuto: Budapest, Praga, Varsavia, Roma 1982, pp. 30
e 41.
Il Kominform: nuova glaciazione 285

minform i vari partiti comunisti, e ciascuno di essi, senza che ciò appaia
come un ordine del Cremlino: non per nulla Stalin ha già pensato, e lo
dice a Zdanov (il quale lo confida a Eugenio Reale) a un organo di stampa
comune, che sia prima quindicinale poi settimanale e ha trovato anche il
titolo. È un titolo enfatico: «Per una pace stabile, per una democrazia
popolare! », che intende sintetizzare i due obiettivi assegnati al movimen­
to comunista, lottare per scongiurare la guerra e per creare un regime di
democrazia popolare (cosi come per l’innanzi verrà concepito). È anche
un titolo molto brutto e poiché Reale se ne lamenta e vorrebbe un titolo
piu breve («Non riesco a immaginarmi un operaio italiano che va dal gior­
nalaio e domanda "per una pace stabile, per una democrazia popolare” »),
Zdanov lo redarguisce:
Non esistono titoli brevi e titoli lunghi. Essi devono esprimere un concetto,
un programma. Comunque, se volete proprio saperlo, il titolo è stato creato da
Stalin che me lo ha comunicato stamane per telefono “.

Nell’ordine dei lavori si rispecchia l’ordine gerarchico: ad aprire la


conferenza sono le due lunghe relazioni di Zdanov e di Malenkov che
occupano la giornata del 22 settembre. Il concetto fondamentale della
relazione di Zdanov è questo: il mondo è diviso in due campi, contrap­
posti da una frontiera politica, sociale, ideologica oltreché da quella mi­
litare. C’è il «campo imperialista antidemocratico» da una parte e dal­
l’altra il «campo antimperialista democratico»‘2. Se il primo aggettivo è
familiare alla terminologia comunista e marxista, il secondo ha un’acce­
zione particolare. Democratico non sta per democratico-socialista né per
democratico-borghese; è piuttosto sinonimo di democratico-popolare, re­
gimi e movimenti che si appoggiano a un potere del popolo, a uno schie­
ramento della classe operaia o, meglio, del partito che ne assume la rap­
presentanza. Gli Stati Uniti sono la «principale forza dirigente» del cam­
po imperialista; accanto ad essi Zdanov annovera Francia e Gran Breta­
gna quali paesi «satelliti», quindi l’Olanda e il Belgio come Stati colo­
nialisti, nonché la Turchia e la Grecia, oltre ai paesi del vicino Oriente,
all’America del Sud e alla Cina (quella nazionalista, ovviamente, anche
se il relatore non lo specifica). Zdanov cita di sfuggita anche la Germania
(occidentale) e l’Italia come Stati nei quali l’America del Nord «conso­
lida legalmente posizioni di privilegio», strappandole all’Inghilterra,
cosi come sta avvenendo in Iran, in Turchia, in Grecia, in Giappone,
in Afghanistan, nella stessa Cina.

11 reale, Nascita del Cominform cit., p. 51.


12 Citiamo dal testo del discorso raccolto, con altri scritti, in ždanov, Politica e ideologia cit.,
PP- 25-J4.
286 Capitolo ventiquattresimo

Le forze «antimperialiste e antifasciste» formano l’altro campo, di


cui «l’Urss e i paesi di nuova democrazia sono i pilastri». Forse è più
di una curiosità che tra essi — Jugoslavia, Polonia, Cecoslovacchia, Bul­
garia, Albania, che come tali vengono esplicitamente citate - non figu­
rino la Romania e l’Ungheria, le quali sono un po’ declassate da Ždanov
a «paesi che hanno rotto con l’imperialismo e si sono risolutamente posti
sulla via dello sviluppo democratico», cosi come («parzialmente», ag­
giunge) la Finlandia.
Una certa sommarietà diffusa caratterizza la carta geopolitica dise­
gnata dal primo relatore fuori d’Europa. «Al campo antimperialista ade­
riscono l’Indonesia, il Vietnam e con esso simpatizzano l’India, l’Egitto
e la Siria». Poiché la situazione è in movimento nel mondo coloniale e
semicoloniale, si spiega la sommarietà; assai meno invece il silenzio frap­
posto a un fenomeno che è già macroscopico, quello dell’avanzata dei
comunisti cinesi, tanto più che in quel momento - settembre 1947 -
infuria la guerra civile in Cina 13. L’armata popolare di Mao ha liberato
tutte le zone rurali dello Shantung, fino al fiume Huaiho, ha conquistato
il controllo della valle del fiume Giallo. Sono in gioco le sorti di una zona
vastissima, si stanno fronteggiando un esercito di tre milioni e più di na­
zionalisti e un esercito di due milioni di comunisti. Il silenzio di Zdanov
non significa che i sovietici non aiutino l’armata di Mao (mentre massic­
cio è l’aiuto americano a Chiang Kai-shek); può indicare sia lo scettici­
smo di Stalin sulla possibile rapida vittoria comunista in Cina, sia, e più,
il fatto che l’interesse sovietico è ora prevalentemente portato all’Euro­
pa. Quando infatti dal piano degli Stati Zdanov passa ai popoli, egli è
molto generico sul ruolo dei movimenti di indipendenza dei paesi extra­
europei mentre schiera decisamente nel campo antimperialista, assegnan­
do loro un compito particolare, i partiti comunisti dell’Europa occiden­
tale:
Ai partiti comunisti della Francia, dell’Italia, dell’Inghilterra e di altri paesi
spetta un compito particolare. Essi devono prendere nelle loro mani la bandiera
della difesa dell’indipendenza nazionale e della sovranità dei loro paesi. Se i par­
titi comunisti staranno saldamente sulle loro posizioni, se non si lasceranno inti­
midire e ricattare, se staranno coraggiosamente a guardia di una pace solida e
della democrazia popolare, della sovranità nazionale, della libertà e dell’indipen­
denza dei loro paesi, se nella lotta contro i tentativi di asservimento economico
e politico dei loro paesi sapranno mettersi alla testa di tutte le forze che sono
pronte a difendere la causa dell’onore e dell’indipendenza nazionale, allora nes­
sun piano di asservimento dell’Europa potrà essere realizzato ".

u Cfr. COLLOTTI piscHEL, Storia della rivoluzione cinese cit., pp. 421-23.
14 Da Politica e ideologia cit., p. 34.
Il Kominform: nuova glaciazione 287

Piano di asservimento-, tutta la relazione di Zdanov è una requisito-


ria contro l’imperialismo americano la cui tendenza al dominio mondiale
è ricavata dalla sua stessa natura economica aggressiva, dal bisogno di
evitare una crisi in casa propria, da una dinamica di riarmo militare e
di espansionismo che è ritenuta grave e pericolosa. In verità, non si par­
la di una minaccia imminente di guerra e si vuole riaffermare che la poli­
tica estera sovietica è sempre ispirata alla possibilità di una coesistenza
pacifica tra il sistema socialista e il sistema capitalista. L’impressione do­
minante è quella di una relazione preoccupata, prudente nella sostanza,
una relazione che non si perita di assegnare compiti eminentemente di­
fensivi all’insieme dei partiti comunisti europei, in particolare a quelli
dell’Europa occidentale, chiamati a «prendere nelle loro mani» la causa
della pace e dell’indipendenza nazionale. Del resto, la risoluzione fina­
le della conferenza, approvata da tutti i Nove, non assegna altri compiti
se non quelli difensivi, insistendo sul fatto che il pericolo maggiore sa­
rebbe quello di sottovalutare le proprie forze e sopravvalutare quelle del­
l’avversario. Bisogna «serrare i ranghi»l5. Tutti uniti attorno all’Unione
Sovietica che avanza sulla via del «comuniSmo in un solo paese». È stato
notato opportunamente che neppure per i paesi di nuova democrazia si
parla di un obiettivo socialista. La piattaforma della lotta «antimperia­
lista e per la libertà e l’indipendenza» vale anche per loro.
Il compito fondamentale è sempre quello della «costruzione del comuni­
Smo» in atto nell’Urss. La fuga in avanti nell’escatologia comunista è il cemento
di questo blocco la cui pietra miliare è sempre la difesa dello Stato sovietico.
Il solo concetto di socialismo presente nel rapporto è quello del consolidamen­
to dell’Urss: a condizionare l’avvenire del movimento operaio è la crescita del-
l’Urss, implicitamente anche militare ed economica. Questa legittimazione si
traduce in una duplice versione irrazionale, la sublimazione socialista dell’Urss e
la condanna senza appello del mondo putrescente del capitalismo in piena crisi “.

Beninteso, non si tratta di cercare una chiave psicanalitica. La giusti­


ficazione all’allarme sovietico viene ricavata per i delegati alla conferenza
dall’acutizzarsi della lotta politica e sociale nei rispettivi paesi. Il Pcf e
il Pei avvertono senza bisogno di paraocchi ideologici l’offensiva conser­
vatrice in atto in Francia e in Italia. La tensione è cresciuta in Cecoslo­
vacchia all’interno del fronte, cosi in Polonia, in Ungheria e in Romania
dove le opposizioni, in specie dei partiti contadini, si fanno piu dichia­
rate, esplicite, e dentro gli stessi partiti comunisti, come tra socialisti di
sinistra, vi è chi vuole provocare uno show-down. L’obiettivo sovietico

ls Cfr. Déclaration, in «Pour une paix durable, pour une démocratie populaire!», a. 1, n. 1,
Beograd, 10 novembre 1947.
“ droz, in Storia del socialismo cit., IV, p. 531.
288 Capitolo ventiquattresimo

di impedire che abbia successo il piano Marshall (la cui messa in opera
verrà invece accelerata dalla fondazione del Kominform) si fonde con
quello di assicurare la compattezza e l’invulnerabilità del «glacis». Qui
la svolta, la sterzata deve essere profonda. Il nuovo organismo ha la fun­
zione di garantire una copertura ideale, una escalation propagandistica
alla svolta, di acquisire e fare penetrare la convinzione e la coscienza di
un «blocco» monolitico sotto la guida dell’Urss.
Non si deve parlare, e infatti non si parlerà piu, di «vie nuove» al
socialismo che siano diverse da quelle intraprese in Urss; la definizione
di «democrazia popolare» - che ora diverrà corrente - viene mutuata
dalla versione che ne dànno gli jugoslavi e che Kardelj ripropone alla
conferenza: la democrazia popolare è quel regime dove i comunisti de­
tengono il potere e lo esercitano nello Stato. Dice Kardelj polemicamente
nei confronti sia degli italiani e dei francesi sia dei compagni dell’Est:
È stata espressa l’opinione che ogni governo cui partecipino dei comunisti
sia di conseguenza un governo della nuova democrazia popolare. Una simile opi­
nione è falsa e pericolosissima. La nuova democrazia popolare comincia dove la
classe operaia alleata con le altre masse lavoratrici detiene le posizioni chiave nel
potere dello Stato

Per valorizzare la propria concezione Kardelj, secondo un metodo che


dagli altri otto verrà adoperato contro i comunisti jugoslavi con non mi­
nore spregiudicatezza neppure un anno dopo, deforma ogni interpreta­
zione di «democrazia nuova» che contenga una sostanza di pluralismo
politico. Qualcuno lo difende ancora? Secondo le note raccolte da fonti
ungheresi pare che, intervenendo nel dibattito, sia Slànsky quanto Go-
mulka lo facciano con fermezza, raccogliendo persino la maggioranza dei
consensi ad eccezione dei sovietici e degli jugoslavi1718. È un punto non
sufficientemente acciarato ma che, se corrispondesse alla realtà, spieghe­
rebbe l’ulteriore «giro di vite» dei mesi successivi. Se stiamo per il mo­
mento ancora al corso della conferenza, spicca l’accentuazione che viene
posta dal secondo relatore sovietico, Malenkov, sulla necessità di raffor­
zare quello che sempre piti insistentemente verrà chiamato il «fronte
ideologico». E non colpisce tanto perché l’esortazione sia rivolta agli al­
tri partiti (ciò che già ha fatto nella prima relazione Zdanov), quanto
perché è indirizzata, e con grande asprezza, al Pc(b) dell’Urss e alla cul­
tura sovietica. Si introduce con questi accenti la tesi che l’offensiva im­
perialistica punti proprio sul fronte ideologico per scardinare il « campo

17 Dalla relazione di Kardelj, in «Pour une paix durable, pour une démocratie populaire!»,
n. cit.
18 Cfr. MARCou, Le Kominform cit., pp. 51-55.
Il Kominform: nuova glaciazione 289

antimperialistico democratico». La cultura come cavallo di Troia. Malen­


kov ripete le critiche già rivolte da Ždanov in Urss a letterati e filosofi:
In questi ultimi tempi il Partito ha dovuto impegnare una lotta energica
contro le diverse manifestazioni di servilismo davanti alla cultura borghese del­
l’Occidente. Questo spirito di servilismo che si manifesta in certi ambienti dei
nostri intellettuali rappresenta una sopravvivenza del passato maledetto della
Russia zarista... Le sopravvivenze di questa vecchia concezione capitalistica sono
ora utilizzate dagli agenti dell’imperialismo americano e inglese che non lesina­
no gli sforzi per trovare in seno alla società sovietica punti d’appoggio per il loro
lavoro di spionaggio e di propaganda antisovietica. Gli agenti dei servizi di spio­
naggio stranieri cercano ostinatamente i punti deboli e vulnerabili tra certi grup­
pi incerti di nostri intellettuali... Essi diventano facilmente preda dei servizi di
spionaggio stranieri ”.

Quale sia l’aria gelida che spira sulla conferenza è indicato molto elo­
quentemente da simili «denunce» che riportano il movimento comuni­
sta e la vita civile dell’Urss all’atmosfera degli anni del «Grande Terro­
re». Infatti avremo presto nuove repressioni, un crescendo di sospetti
fino al parossismo degli ultimi anni di vita di Stalin, culminato nel pre­
teso complotto dei medici, «sionisti», «assassini in camice bianco». La
nuova ondata poliziesca non assumerà in Urss le proporzioni dell’ante­
guerra anche se il lavoro forzato nei campi di concentramento è di nuovo,
e largamente, utilizzato. Ma il «Piccolo Terrore» infierisce nelle demo­
crazie popolari contro i dirigenti e i militanti oltre che contro gli avver­
sari politici. Che si siano rinnovati i metodi delle torture e delle confes­
sioni estorte, in questi casi non è più oggetto di discussione: saranno le
stesse fonti ufficiali di questi paesi ad ammetterlo al tempo della cosid­
detta «destalinizzazione». E vale la pena di ricordare ancora in proposito
la testimonianza più rigorosa e più drammatica, quella del comunista ce­
coslovacco Arthur London Intanto la corsa affannosa dell’Urss a col­
mare il «gap» atomico con gli Stati Uniti giunge a risultati prima del pre­
visto. Nell’estate del 1949 verrà fatta esplodere la prima arma nucleare
sovietica. La militarizzazione della vita produttiva è nuovamente totale.
Nel 1947 siamo all’esordio della stretta di freni. E - come si diceva —
i più zelanti si rivelano gli jugoslavi. Ad essi è suggerito da Ždanov il
compito di attaccare aspramente i comunisti francesi e quelli italiani: lo
assolvono senza risparmio di colpi sia Kardelj sia Gilas. Essi diranno,
dopo, di essere caduti nel tranello, in una vera e propria provocazione
sovietica il cui scopo sarebbe stato quello di seminare zizzania contro gli

*’ Dal testo pubblicato in «Pour une paix durable, pour une démocratie populaire! », a. I,
i° dicembre 1947.
20 London, La confessione cit.
290 Capitolo ventiquattresimo

uomini di Tito per potere meglio isolarli e fare di loro l’anno appresso
gli imputati21. 22
Fondato o meno che sia il sospetto di tale machiavellismo, l’attacco
jugoslavo ai partiti occidentali ha uno scopo preciso agli occhi di Stalin
e dei suoi rappresentanti: quello di indurre il Pei e il Pcf a impegnarsi
molto piu fortemente, con agitazioni di massa e con un’opposizione in
Parlamento più dura, contro il piano Marshall, pur senza che essi si pon­
gano in condizioni di venire messi fuori legge. Essi debbono anche tor­
nare indietro rispetto a formulazioni come quelle delle «vie nuove» che
vanno abbandonate recisamente. Gli jugoslavi fanno il processo all’op­
portunismo rivelato dai comunisti italiani e francesi durante la resisten­
za, alle illusioni da loro nutrite sulla democrazia parlamentare, sul dia­
logo col mondo cattolico, al fatto che si sono lasciati cacciare dal governo
senza resistere. Secondo la testimonianza di Reale - i testi ufficiali tac­
ciono su questa controversia - alla reiterata offensiva jugoslava Longo
reagirebbe con dignità, senza rinnegare la condotta passata, mentre Du-
clos si piegherebbe a una penosa autocritica L’attacco, in ogni modo,
lascia il segno. Già nel resoconto ufficiale dell’intervento di Longo (dove
si parla della estromissione dal governo come di un «colpo di Stato di
De Gasperi») l’autocritica è palese:
Il Partito comunista è stato particolarmente debole quando siamo stati esclu­
si dal governo e ricacciati all’opposizione. La nostra opposizione si è soprattutto
manifestata a parole, nella nostra stampa e nei nostri comizi23.

E tutta la preparazione del VI congresso nazionale del Pei risente


delle accuse formulate alla conferenza dei Nove. Si è introdotto «un ele­
mento di contraddizione e di freno» che peserà24. 25 Di vie nazionali al
socialismo non si parlerà piu, neppure da parte del Pei, sino al 1956.
Togliatti dirà, nel luglio del 1948:
La guida non può essere per tutti che una: nel campo della dottrina è il mar­
xismo-leninismo, nel campo delle forze reali è il paese il quale è già socialista e
nel quale un partito marxista-leninista temprato da tre rivoluzioni e da due guer­
re vittoriose ha la funzione dirigente “.

Pochi giorni dopo lo stesso Togliatti sarà gravemente ferito in un


attentato a cui risponderà un vero e proprio sussulto rivoluzionario della

21 KARDELj, Memorie degli anni di ferro cit., pp. 111-12.


22 Nascita del Cominform cit., pp. 47-48.
23 Dalla relazione pubblicata in «Pour une paix durable, pour une démocratie populaire! », a. 11,
n. X, 1° gennaio 1948.
24 Alessandro natta, La Resistenza e la formazione del v partito nuovo», in aa.vv., Problemi
di storia del Pei, Roma 1971, p. 59.
25 Palmiro togliatti, Considerazioni preliminari, in «l’Unità», 2 luglio 1948.
Il Kominform: nuova glaciazione 291

classe operaia italiana. L’atmosfera della guerra fredda, di una contrap­


posizione globale, ha ormai coinvolto grandi masse e la «scelta di cam­
po» non è piu discussa. Grandi tensioni sociali anche in Francia. E qui,
nel novembre del 1947, mentre Thorez ammette che si sono commessi
gravi errori di opportunismo nel recente passato, Duclos bolla i socia­
listi all’Assemblea come lacchè dell’imperialismo americano, e i gollisti
addirittura di «neofascisti» “.
Se vogliamo cogliere, concludendo questo lavoro, alcuni dei tratti ca­
ratterizzanti tutto il periodo del cosiddetto Kominform (1947-55), che
già sono in nuce nell’atto di fondazione, rischiamo certo di isolarli da un
contesto più vasto e drammatico alle cui soglie qui ci assestiamo e che è
proprio quello del corso della «guerra fredda». Il Kominform, infatti,
rispecchierà quella tensione, quella spaccatura profonda Est-Ovest che
negli anni successivi non avrà più per teatro soltanto l’Europa, giacché
alla crisi di Berlino del 1948-49 farà seguito il conflitto in Corea e il «con­
fronto» continuerà a intrecciarsi alle grandi novità che si susseguono in
Asia, dalla vittoria della Cina comunista alla lotta di liberazione in Viet­
nam contro il colonialismo francese, alla prima rivolta a Berlino Est, di
lavoratori inseriti nel «campo socialista», nel 1953. Sarà lecito, tuttavia,
mostrare che la nuova glaciazione del movimento comunista segna anche
l’aprirsi di contraddizioni invano soffocate dal monolitismo dell’ultimo
periodo staliniano.
È finito l’interludio del 1945-46. Il processo di assorbimento e di li­
quidazione delle altre forze politiche nei paesi dell’Est diventa rapido
dall’autunno del 1947. È anzi probabile che i sovietici abbiano tratto
dalle residue resistenze di cechi, polacchi e bulgari la convinzione che il
cammino vada accelerato anche alla maniera forte. Confluiscono nel par­
tito comunista, perdendovi ogni capacità di intervento politico, i partiti
socialisti orientali o quella parte di essi che si rassegna all’inevitabile.
Scompaiono, o sono completamente devitalizzati, partiti contadini, de­
mocratico-borghesi, liberali o cattolici. Con il 1948-49 non vi sarà piu
traccia di pluralismo effettivo nelle organizzazioni politiche, nei parla­
menti, nei sindacati al di là della «cortina di ferro».
Il Partito socialista rumeno si fonde con il Pc nel gennaio del 1948.
Nel corso dello stesso anno la fusione si realizza in Cecoslovacchia (apri­
le), in Ungheria (giugno), in Polonia e in Bulgaria (dicembre). Laddove
i socialisti e socialdemocratici si oppongono a un assorbimento vero e
proprio la pressione è stringente, come in Cecoslovacchia, dove nel feb­
braio del 1948 i comunisti, appoggiati dall’Urss e con il consenso della

“ FAUVET, Histoire du Pcf cit., II, pp. 201-12.


292 Capitolo ventiquattresimo

maggioranza della classe operaia, attuano un colpo di Stato che spezza in


sostanza la legalità costituzionale. Tutto il potere passa nelle mani di
Gottwald, Beneš darà le dimissioni poco dopo e il ministro degli Esteri
Masaryk si ucciderà. In Polonia l’opposizione di Mikolajczyk si è chiusa
anche prima, come già si è ricordato. Questi lascia il paese venti giorni
dopo la nascita del Kominform. Alla svolta di regime corrisponderà an­
che una trasformazione della direzione economica lungo una linea che si
ispirerà, con qualche variante, all’esperienza sovietica.
Ma se tale processo tarderà alcuni anni prima di scontrarsi duramente
con difficoltà e squilibri crescenti (e pur registrando ancora successi nel­
l’industrializzazione) il Kominform come tale, cioè l’irrigidimento del
movimento comunista sottomesso alla gerarchia incombente dell’Urss,
trova uno scoglio inaspettato sin dall’inizio della navigazione, lo scoglio
della Jugoslavia. Del caso ci interessa semplicemente, nella proiezione
che azzardiamo, il punto essenziale. Tito, e con lui un gruppo dirigen­
te che gli resta fedele nella sua grande maggioranza, sa resistere alla pres­
sione sovietica, al soffocamento di ogni autonomia nazionale nel «glacis».
Stalin non tollera piu uno spirito reale di indipendenza nella propria zo­
na d’influenza. Per questo, sin dall’inizio del 1948, ha bruscamente scon­
fessato Dimitrov per il suo progetto di federazione balcanica, non ri­
sparmiando al vecchio segretario dell’Internazionale un rimbrotto sulla
«Pravda»27. Ma nella Jugoslavia trova una reazione inaspettata, il cui
motore, il cui segreto, è appunto la coscienza nazionale, l’orgoglio di una
rivoluzione che ha saputo vincere con le proprie forze e ora ha il coraggio
di sfidare l’onnipotente despota.
Nel caso del cosiddetto scisma jugoslavo si potrà vedere come in fili­
grana il riprodursi della vecchia logica del Komintern - fino alla mecca­
nica della «scomunica» piu clamorosa — e insieme una novità storica che
era inconcepibile nel periodo del «socialismo in un solo paese». Vale a
dire la capacità di un «reparto» del movimento di non piegarsi. Un’ana­
logia con il caso Trockij e il destino delle opposizioni bolsceviche degli
anni trenta non è priva di suggestione. Se nel 1936-38, per realizzare la
propria tirannide personale, Stalin «demonizzava» Trockij, ora, con il
giugno del 1948, il diavolo diventa Tito. Come allora si diceva che Tro­
ckij non era ormai piu il sostenitore e il simbolo di una deviazione del
movimento, di un errore, bensì diveniva il rappresentante di una classe
nemica, un agente del fascismo, un arnese dei servizi segreti stranieri,

27 Cfr. Brzezinski, Storia dell’Urss cit., pp. 82-84; fejtö, Storia delle democrazie popolari cit.,
pp. 263-68; KARDELj, Memorie degli anni di ferro cit., pp. 99-104.
Il Kominform: nuova glaciazione 293

cosi passa pochissimo tempo, nel 1948, prima che si appiccichi la stessa
etichetta al capo dei comunisti jugoslavi.
Prima viene l’elenco delle deviazioni ideologiche: spirito nazionalisti­
co, ma anche una politica estremistica verso i contadini; camuffamento
del partito comunista all’interno del Fronte ma anche «dispotismo tur­
co» “. Poi, dall’elencazione degli errori piu eterogenei si compie il salto
(e lo si fa compiere a tutto il movimento comunista, che accetta e fa sue
tali inverosimili accuse): Tito diventa un agente dell’imperialismo ame­
ricano, il boia del suo popolo, il traditore. Sul plumbeo organo del Ko-
minform si succedono monotone e roventi le requisitorie; grottesche vi­
gnette dipingono il maresciallo Tito grondante di sangue, con le spalline
e il berretto fregiati dell’insegna del dollaro. La logica del Terrore si ri­
produce anche per un altro spettro del passato: come l’assassinio di Kirov
nel 1934 apri la strada ai processi del 1936, cosi la denigrazione di Tito
gioca lo stesso ruolo nei processi ai dirigenti incriminati delle «democra­
zie popolari» del 1949 e dell’inizio degli anni cinquanta: tutti gli impu­
tati vengono accusati di avere rapporti con la «cricca di assassini di Tito»,
di complottare per rovesciare il potere popolare.
La ragione fondamentale del colpo portato alla direzione jugoslava è
quella di mostrare a tutti che è necessaria una sottomissione assoluta.
Era un tentativo cosciente compiuto con spirito da grande potenza da parte
della direzione del partito sovietico e di Stalin in persona per costringere i diri­
genti del Pc di Jugoslavia a una obbedienza totale

La lezione doveva servire anche agli altri. E prima che si cerchino e si


perseguano i deviazionisti in ogni democrazia popolare, l’autocritica dei
capi si fa spietata sul piano ideologico. Dimitrov non manca, per primo,
di affermare, nel luglio del 1948, che «si era esagerata la peculiarità della
cosiddetta via bulgara al socialismo». E aggiunge che «il passaggio al so­
cialismo non può essere attuato senza la dittatura del proletariato», che
l’esperienza sovietica «è l’unico esempio di costruzione del socialismo
per noi e per gli altri paesi di democrazia popolare», che «non può essere
vero marxista chi non è leninista, chi non è stalinista»
Nel dicembre del 1948 gli ungheresi Geró e Ràkosi scrivono sull’or­
gano del Kominform che «i tratti sostanziali dell’edificazione socialista
nell’Unione Sovietica hanno validità universale», che «non vi sono vie

28 Cfr. Risoluzione dell'Ufficio d'informazione sulla situazione esistente nel Partito comunista
di Jugoslavia, in «Pour une paix durable, pour une démocratie populaire!», a. 11, n. 16, ij luglio
1948.
M JAROSLAV OPAT, Dall’antifascismo ai «socialismi reali»: le democrazie popolari, in Storia del
marxismo cit., Ili, 2, p. 758.
30 Ibid., p. 7J9.

20
294 Capitolo ventiquattresimo

particolari, nazionali al socialismo». In Polonia Gomulka, il quale resiste


alla espulsione della Jugoslavia dal Kominform e rivendica le specificità
nazionali della costruzione del socialismo, viene sollevato dall’incarico.
Proprio in occasione della fusione tra il Partito operaio polacco e quello
socialista, nel dicembre del 1948, diviene segretario generale Bierut, che
attacca le vie nazionali. Anche il partito albanese e la Sed, pur non fa­
cendo parte del Kominform, condannano i comunisti jugoslavi.
Secondo quanto dichiarerà Chruscëv nel suo famoso rapporto segreto
al XX congresso del 1956, Stalin avrebbe esclamato: «Mi basta alzare un
dito e Tito non ci sarà piti». Eppure, come si sa, le cose non andranno
cosi. La lotta contro Tito è una grande sconfitta per Stalin, mentre è an­
cora in vita. Forse egli si era illuso di potere spegnere facilmente la seces­
sione jugoslava perché aveva sottovalutato la compattezza e il coraggio
di quei «reprobi», l’efficacia del loro appello alle masse lavoratrici del
paese, la loro abilità nel muoversi sul filo del rasoio della guerra fredda
senza allinearsi con nessuno dei due campi. In fondo, il caso jugoslavo è
il primo che apra la divaricazione storica del movimento comunista inter­
nazionale. L’elemento di autonomia nazionale tornerà prepotente ad af­
fermarsi nei vari nuovi centri nevralgici del comuniSmo.
Oggi è piu chiaro, con i decenni che ci separano dal 1947-48, che quel­
la divaricazione storica non era alla lunga arrestabile. Non lo era in Asia,
dove il comuniSmo cinese aveva in sé potenzialità ancora maggiori di
autonomia, non lo era in Europa occidentale, dove l’insieme del movi­
mento operaio, sul terreno della democrazia politica, con le sue esperien­
ze di lotte di massa, le sue conquiste di nuove posizioni sociali e culturali,
con una dialettica pluralistica reale al suo interno, non poteva a lungo
essere trattenuto nella camicia di forza dell’obbedienza e dell’uniformità
allo stalinismo. Non a caso, con la grande crisi del 1956 il primo motivo
che riemergerà sarà quello dell’autonomia, della ricerca di «vie naziona­
li», con il rifiuto di avallare ulteriormente la concezione e la pratica dello
Stato e del partito-guida nel movimento.
La divaricazione, cosi come l’espansione di autonomia, il bisogno di
democrazia, l’affermazione di libertà e di indipendenza, potevano essere
soffocate con la forza, e lo sono state, nella fascia dei paesi satelliti. Ma
che la Budapest del 1956, la Praga del 1968, la Polonia dei nostri giorni
passino alla memoria storica, prima ancora che nei documenti ufficiali,
come «le tragedie del socialismo» è una controprova della necessità di
una tendenza e di una spinta che abbiamo cercato di seguire nelle loro
prime espressioni, dal 1935-37 al 1941-43 al 1945-47, attraverso gli anni
travagliati oggetto della nostra ricerca.
Indice dei nomi
Abendroth, Wolfgang, 196 n, 249 e n. Berija, Lavrentij Pavlovič, 71, 116.
Abetz, Otto, 129 n. Berlioz, Joanny, 24 n.
Achmàtova, Anna Andreevna, pseudonimo di A. Berman, Jakub, 243.
A. Gorenko, 229, 270. Bernal, John D., 227.
Adler, Friedrich, 26, 96 e n. Bertelli, Sergio, 237 n.
Agosti, Aldo, 22 n, 95 n, 97 n, iox n, 107 n, 112 Berti, Giuseppe, 41 n, 95 n, 127, 237 n.
n, 161 n, 184 n, 189 n. Bevin, Ernest, 249, 236.
Alain, pseudonimo di Émile Chartier, 118. Bianchi Bandinelli, Ranuccio, 228.
Alexander, Harold Rupert Leofric George, 202. Bianco, Vincenzo, 127, 133 n, 183.
Alexander, Robert J., 171 n, 236 n. Bierut, Boleslaw, 243, 294.
Alf, Sophie G., 223 n. Bilenchi, Romano, 228.
Alperovitz, Gar, 206 n, 239, 260 n. Billoux, François, 74 n, 130, 241.
Amendola, Giorgio, 11 n, 46 e n, 64 e n, 90 n, Bljucher, Vasilij Konstantinovič, 37.
92, 93 e n, 128 n, 149 n, 170 n, 241, 274 n. Blum, Léon, 13, 17 e n, 22, 27, 48, 61, 64, 66,
Anders, Wladislaw, 173. 93, 94, 97 6 n, X19 e n, 122, 129, 130, 169,
Andreas, Bert, 72. 192, 194, 196 e n, 197, 203, 249, 232, 261.
Anton, Francisco, 242. Bobbio, Norberto, 196 n.
Antov-Ovseenko, Vladimir Aleksandrovič, 45. Bocca, Giorgio, 281 n.
Aragon, Louis, 228 e n. Bockler, Hans, 198.
Araquistain, Luis de, 26 n. Boffa, Giuseppe, 36 n, 37 n, 40 e n, 71 n, 74 n,
Attlee, Clement Richard, 122, 123,182 n, 201 n, 90 n, 107 n, 120 n, 122 n, 145 n, 147 n, 165,
231, 236. 166 n, 183 n, 194 n, 200 n, 208 e n, 260 e n,
Audry, Colette, 17 n. 269 n, 270 n.
Auriol, Vincent, 193 e n, 273 n. Boffito, Carlo, 231 n.
Auty, Phyllis, 6 n. Bonamusa, F., 26 n.
Bonnet, Georges, 63, 86.
Babel', Isaak, 38. Bonomi, Ivanoe, 201, 203.
Baccalà, Vincenzo, 44. Bonte, Florimond, 119, 130.
Bacon, Alice, 237. Brandt, Peter, 249, 230 n.
Badoglio, Pietro, 201. Brecht, Bertolt, 47, 221 e n, 229.
Banfi, Antonio, 228. Brill, Hermann, 230.
Barbusse, Henri, 47. Brochier, Jean-Jacques, 16 n.
Baroncini, Paolo, 44. Bronski, Mieczyslaw, 41.
Basso, Lelio, 233. Brouckère, Louis de, 26, 48, 96, 236.
E istóvansky, Stefan, 282. Broué, Pierre, 30, 36 n.
Batista y Zaldivar, Fulgencio, 236. Browder, Earl, 114 e n, 171, 184, 233-37.
Battaglia, Roberto, 90 n. Brzezinski, Zbigniew K., 203 e n, 232 n, 238 n,
Bauer, Otto, 33, 48, 49 e n. 244 e n, 262 n, 263, 266 n, 269 n, 292 n.
Beaverbrook, William Maxwell Aitken, 144. Buber-Neumann, Margarete, 43 e n, 116 e n.
Beck, Józef, 60. Bucharin, Nikolaj Ivanovič, 33-37, 47, 76, 77-
Beck, Ludwig, 86. Bullitt, William Ć., 118 e n.
Bedarida, François, ni n. Burnham, James, 142 e n.
Belda, Josef, 231 n, 267 n. ,
Belinskij, Vissarion Grigor'evič, 138. Caballero, Largo, 19, 26.
Bell, Tom, 43. Cachin, Marcel, 241.
Beloff, Max, 60 n. Cafagna, Luciano, 222 n.
Beneš, Edvard, 39, HJ, 13X, i74, x86, 198, 203, Cajkovskij, Pëtr ll'ič, 138.
231, 292. Calvino, Italo, 228 n.
298 Indice dei nomi
Campbell, John R., 100. Damianov, Raiko, 243.
Cantimori, Delio, 228. Danton, Georges-Jacques, 47.
Caredda, Giorgio, iy n, 130 n. Darlan, François, 169,
Carlo XII, re di Svezia, 104. Dassu, Marta, 65 n.
Carr, Edward Hallett, 227. David, Fritz, 43.
Carrillo, Santiago, 26, 66 e n, 223, 226 n, 242 Davies, Joseph, 68 e n, 186 e n.
e n. Deakin, Frederick W., 145 n, 177 n.
Cases, Cesare, 229 n. Dedijer, Vladimir, 38 n, 184 n.
Catelas, Jean, 129 n, De Felice, Franco, 16 n.
Cattell, David, 19 n. De Felice, Renzo, 5 n, 61 n, 120 n.
Cechov, Anton Pavlovié, 138.