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GIUSEPPE SOFFA_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

IL FENOMENO STALIN
NELLA STORIA DEL XX SECOLO
EDITORI LATERZA

Macbeth come Stalin, in un disegno di Aleksandr Tysler


illesi anni dalla morte, Stalin re-
' uno dei grandi protagonisti del
’ '■ <tro secolo. La sua personalità, il
io pensiet-, il suo potere hanno
rientato, nei momenti salienti della
toria contemporanea, forze rivolu­
zionarie di tutto il mondo. E an­
cora oggi la sua figura è al centro
di polemiche e contrastanti interpre­
tazioni da parte dei testimoni e degli
studiosi.
Lo stalinismo è figlio legittimo del
leninismo (come sostiene Solženicyn)
o segna la rivincita della vecchia Rus­
sia (come sottolinea Tucker); è una
dittatura analoga ad altri regimi to­
talitari contemporanei (come pensa
la Arendt) o il tratto specifico di un
paese in via di sviluppo (Gerschen-
kron); è un’epoca controrivoluzio­
naria paragonabile al periodo termi­
doriano (Trockij e Deutscher) o un
caso di dispotismo industriale (Witt-
fogel)? Le ipotesi in discussione so­
no molteplici, e ripercorrendole si
risale alle questioni economiche, po­
litiche, storiche, sociali, ideologiche
che lo stalinismo implica.
Boffa ricostruisce il dibattito avvin­
cente e drammatico, per rispondere
alla domanda: chi fu, e cosa rappre­
senta tuttora, il personaggio mitico
e incombente di Stalin?
Giuseppe Bofïa è nato a Milano nel 192'
Giornalista, saggista e storico, la sua att
vita si è concentrata in particolare sull
storia dell’Urss e del mondo contempori
neo. È editorialista dell’« Unità », di ci
è stato per molti anni corrispondente a
l’estero (Mosca e Parigi), nonché inviat
speciale. Fra le sue opere ricordiamo: L
grande svolta (1959), Dopo Kruscio
(1965), Storia della rivoluzione russ
(1967), Storia dell’Unione Sovietica (
voli., 1976 e 1979, premio Viareggio 197'
per la saggistica) e, per i nostri tipi, Dia
logo sullo stalinismo (con G. Martinet
1976).

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Per il centenario della rivoluzione russa
1917-2017
STORIA E SOCIETÀ
4
Giuseppe Boffa

IL FENOMENO STALIN
NELLA STORIA DEL XX SECOLO
LE INTERPRETAZIONI DELLO STALINISMO

Editori Laterza 1982


Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari
CL 20-2015-7

Finito di stampare nel maggio 1982


nello stabilimento d’arti grafiche Gius. Laterza & Figli, Bari

•4
Some say he’s mad; others that lesser hate him
Do call it valiant jury; but, for certain,
He cannot buckle his distemper’d cause
Within the belt of rule *.
(Da Macbeth, atto V, scena II)

But cruel are the times, when we are traitors


And do not know ourselves, when we hold rumour
From what we fear, yet know not what we fear,
But float upon a wild and violent sea
Each way and move **.
(Da Macbeth, atto IV, scena II)

* Alcuni dicono che è in preda alla pazzia, / altri che lo odiano meno /
la chiamano furia valorosa. Ma quel che è certo / è che non riesce a tratte­
nere il male / dentro la cinta del controllo.
** Ma i tempi sono crudeli / se siamo traditori e noi stessi non lo sap­
piamo, / se ascoltiamo voci nate dal nostro timore I e pure non sappiamo
ciò che temiamo, / ma galleggiamo su un mare violento e tempestoso, /
sbattuti da ogni parte. [Le versioni italiane sono di Agostino Lombardo in
William Shakespeare, Le tragedie, Milano 1976.]
BhBHBnBBDI
Capitolo primo

IL PROBLEMA DELLO STALINISMO


Stalinismo è termine assai controverso, uno dei più con­
troversi nel vocabolario della politica e delle scienze sociali.
Il suo impiego è stato e resta molto frequente: già se ne può
tracciare una storia sommaria. Ma la sua legittimità e la sua
funzionalità sono tuttora discusse. Anche chi lo accetta ne
interpreta il significato in maniera non uniforme. Autori di­
versi dànno a quell’unica espressione contenuti differenti.
Tanta disparità potrebbe indurre ad accantonare l’uso di una
parola dai confini ancora incerti. Senonché lo stesso prolun­
garsi del dibattito sembra testimoniare una diffusa, anche se
imprecisa, consapevolezza di avere a che fare con uno dei
momenti storici che, comunque lo si chiami, è fra i più rile­
vanti del nostro secolo e le stesse polemiche sul valore del
termine già delineano i contrasti circa la sua interpretazione.
Nell’Urss degli anni di Stalin, che certamente ci offre il
nucleo essenziale del fenomeno da noi preso in esame, non
si è mai parlato di stalinismo. Questo silenzio dovrebbe di­
mostrare che non vi era coscienza della sua esistenza o della
sua originalità nemmeno nei protagonisti. Eppure vi fu in
quello stesso periodo un uso assai abbondante di espressioni
derivate o di perifrasi dal contenuto analogo. Largamente
impiegati erano gli aggettivi « staliniano » o « stalinista »
anche nella loro forma sostantivata. Questo non accadeva
solo sulla stampa. Uno dei più prossimi collaboratori di Sta­
lin, quindi anche uno dei massimi dirigenti sovietici del­
l’epoca, parlava ad esempio di lui come del « costruttore di
una nuova società umana ». Lo stesso autore usava locuzioni
come « quinquennati staliniani », « politica di pace stali-
4 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

niana », « scienza militare staliniana » ’. Dietro un esempio


che veniva dunque dall’alto, motivi come questi e altri ana­
loghi erano ancor più consueti nei giornali, nei congressi,
nelle assemblee pubbliche. La Costituzione del 1936, quella
formalmente rimasta in vigore nell’Urss fino al 1977, venne
chiamata fin dall’inizio « staliniana », « in onore — diceva
una delle pubblicazioni più ufficiali dell’epoca — del suo
artefice »12. A partire dalla guerra si affermò a più riprese
l’esistenza di una presunta « scienza staliniana della vitto­
ria »3 (termine che, nella sua indeterminatezza, implicava
sottintesi non soltanto militari).
Tanto pronunciato è il contrasto fra il ricorrere ossessivo
di tali espressioni e il puntiglio con cui si evitava la parola
« stalinismo » da avere indotto uno studioso a scrivere che
questa era ufficialmente « proibita » nel linguaggio sovie­
tico 4. C’è, a questo proposito, un curioso aneddoto che fu
raccontato nel 1956 da Chruščev a un interlocutore straniero.
Kaganovič, che era pure tra i principali collaboratori di Sta­
lin, rigido esponente della sua frazione nel Partito bolscevico
sin dai lontani anni ’20, gli disse un giorno che era, a suo
parere, arrivato il momento di non parlare più semplicemente
di « marxismo-leninismo », ma di marxismo-leninismo-stali­
nismo. Stalin, che nei circoli più intimi amava quel che si

1 K. Vorochilov, Staline et les forces armées de l’Urss, Moscou


1951, pp. 69, 81, 90-1, 221.
2 Giuseppe Stalin. Cenni biografici, Mosca 1949, p. 141. Per
costatare quanto discutibile fosse una simile definizione, cfr. la storia
del dibattito che precedette l’adozione della Costituzione in Alberto
Ponsi, Partito unico e democrazia in Urss. La Costituzione sovietica
del 1936, Roma-Bari 1977.
3 « Bol’ševik », 1943, n. 19-20, p. 56; « Pravda », 8-9 marzo
1943; Le XIX Congrès du Parti communiste de l’Union Soviétique,
numero speciale di « Cahiers du communisme », novembre 1952,
Paris, p. 269.
4 Stephen F. Cohen, Bolshevism and Stalinism, in Stalinism. Es­
says in Historical Interpretation, a cura di Robert Tucker, New York
1977, p. 19.
I. Il problema dello stalinismo 5

chiama un linguaggio virile, gli rispose: « Cosa vuoi para­


gonare il cazzo alla torre dei pompieri! » 5. Toccante mo­
destia? Pare assai difficile asserirlo, visto che Stalin curava
personalmente la propria immagine agli occhi del pubblico
e non esitava a stimolare l’idolatria che per anni tutta la pro­
paganda sovietica aveva organizzato con martellante insi­
stenza attorno alla sua figura6. Evitare la parola stalinismo
era piuttosto per Stalin un’accorta operazione politica: Ka-
ganovič, esecutore implacabile, non privo di qualità organiz­
zative, ma certo incapace di altrettanta perspicacia, non era
abbastanza acuto da rendersene conto.
« Per quanto mi concerne, io sono solo un allievo di
Lenin e scopo della ma vita è essere suo degno allievo » aveva
detto Stalin già nel 19317, in una conversazione con lo scrit­
tore tedesco Emil Ludwig che resta uno dei suoi testi più
significativi per la compunzione curiale con cui cercò di di­
segnare, agli occhi di un intervistatore presuntuoso, ma poco
scaltrito, un abile ritratto di se stesso. « Lenin è il nostro
maestro — ripete sedici anni più tardi a un interlocutore
americano — e noi sovietici siamo allievi di Lenin. Non
abbiamo mai abbandonato e non abbandoneremo mai le in­
dicazioni di Lenin »8.
Nella pratica il suo comportamento era assai meno ri­
spettoso nei confronti del « maestro » di quanto queste di­
chiarazioni lascerebbero intendere. Numerosi scritti di Lenin
rimasero non pubblicati; altri, che già avevano visto la luce,
venivano conservati nelle sezioni speciali delle biblioteche,
accessibili non al comune lettore, ma solo a chi disponeva

5 L’episodio è stato riferito all’autore da Giancarlo Pajetta, cui


fu raccontato personalmente da Chruščev. Questi ne dette una ver­
sione più castigata nelle sue cosiddette « memorie »: Khrushchev Re­
members, Boston 1970, pp. 46-7.
6 Cfr. quanto esposto da Chruščev nel suo « rapporto segreto »
in Nikita S. Kruscev, Kruscev ricorda, Milano 1970, pp. 618-22.
7 I. V. Stalin, Sočinenija, Moskva 1947, v. 13, p. 105.
8 Id., Sočinenija, Stanford 1967, v. 3 (16), p. 77.
6 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

di permessi speciali. Sebbene non fosse formalmente vietato,


pubblicare ricordi o saggi su di lui era sostanzialmente im­
possibile9. Nelle ben calcolate calibrature della propaganda
di massa, il nome di Lenin venne gradualmente messo in
secondo piano rispetto a quello di Stalin. Nell’iconografia
ufficiale il profilo del secondo sovrastava sempre quello del
primo. Stalin ambiva dunque a presentarsi come emulo, piut­
tosto che semplice seguace di Lenin. La sua breve biografia
autorizzata, che era stata rivista, corretta e messa a punto
di suo pugno prima di essere stampata a milioni di esemplari,
diceva: « Stalin è il degno continuatore dell’opera di Lenin
o, come si dice da noi nel partito, Stalin è il Lenin di oggi ».
E ancora: « Nelle arti del popolo il nome di Stalin si con­
fonde con quello di Lenin. “ Noi marciamo con Stalin come
con Lenin; parliamo a Stalin come a Lenin; egli conosce tutti
i nostri sogni e pensieri, egli ha cura di noi durante tutta la
sua vita ”. Così dice uno dei più bei racconti popolari
russi » 10. Brani di questo genere non erano solo panegirici
adulatori, ma avevano un sottinteso, quanto ferreo, carattere
di direttive per tutta la propaganda scritta e orale.
Emulo dunque, capace indubbiamente di stare alla pari
col suo predecessore, magari anche di superarlo in grandezza,
ma anche continuatore e, in questo senso, allievo, capace di
andare avanti al servizio della stessa « causa », la « causa
— si ripeteva appunto — di Lenin e Stalin »: per il potere
staliniano questa immagine aveva una grande importanza.
Mentre l’agiografia non lesinava le espressioni più ditiram­
biche per esaltare le imprese direttamente collegate al nome
di Stalin, si trattasse dei piani quinquennali, della colletti­
vizzazione e, soprattutto, della vittoria nella guerra contro
la Germania nazista, l’identificazione con Lenin, col suo

9 Spravočnik partijnogo rabotnika, ed. 1957, Moskva, p. 364.


10 Giuseppe Stalin. Cenni biografici cit., pp. 212, 215. Per le
aggiunte e le correzioni fatte personalmente da Stalin a questo testo,
cfr. Kruscev ricorda cit., p. 619.
I. Il problema dello stalinismo 7

« insegnamento », con la sua « causa », alimentava per il


governo di Stalin, agli occhi dei popoli sovietici e del movi­
mento comunista internazionale, il carisma della legittima­
zione rivoluzionaria, la simbologia di una proclamata « fe­
deltà » agli ideali che stavano alle origini del nuovo Stato
e di una, non meno vantata, coerenza con una linea di pen­
siero che, attraverso Lenin, risaliva sino ai fondatori del
« socialismo scientifico », Marx ed Engels u.
Introdurre in questo schema il concetto di stalinismo
non avrebbe aggiunto nessun vantaggio, mentre avrebbe
potuto aprire le porte a una contrapposizione con quel
corpo di « princìpi » che lo stesso Stalin aveva codificato
come « leninismo » e quindi lasciar serpeggiare il sospetto,
che Stalin sapeva quanto fosse stato diffuso fra i suoi avver­
sari, di una rottura con le idee, i propositi e le ambizioni
del « padre » della rivoluzione. Già negli scontri dramma-

11 Va segnalato che, anche nel quadro dell’oleografia ufficiale,


mentre si evitava sempre il termine di stalinismo, si esprimevano però
concetti che altro non erano se non sue perifrasi. Nel messaggio ri­
volto a Stalin in occasione del suo 70° compleanno dal Comitato cen­
trale del partito e dal Consiglio dei ministri sovietico, si diceva ad
esempio: « Le tue opere classiche che sviluppano la teoria marxista-
leninista adattandola alla nuova epoca, all’epoca dell’imperialismo e
delle rivoluzioni proletarie, all’epoca della vittoria del socialismo
nel nostro paese, sono il patrimonio più grande dell’umanità, l’enci­
clopedia del marxismo rivoluzionario » (« Pravda », 21 dicembre 1949).
Fuori dall’Urss qualcuno potè spingersi oltre: il romeno Gheorghiu-
Dej esaltò così le « grandiose idee leniniste-staliniste » (Per una pace
stabile, per una democrazia popolare, 21 dicembre 1949). Un editoriale
dello stesso giornale (ivi, 6 gennaio 1950) parla di una « dottrina del
compagno Stalin » e della sua « forza vincente ». Formulazioni di que­
sto genere erano talmente radicate e diffuse da sopravvivere nell’Urss
anche alla critica chruscioviana di Stalin. La Bol’šaja Sovetskaja En-
ciklopedija, v. 40 (1957) scriveva alla voce Stalin-. «Nei suoi lavori
teorici Stalin, difendendo il leninismo, sviluppò in modo originale la
teoria marxista-leninista, adattandola alla costruzione del socialismo
nell’Urss, il che ebbe grande importanza per tutto il movimento ope­
raio e comunista internazionale ».
8 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

tici degli anni ’20, quando più gli occorreva un simile cri­
terio di legittimazione, Stalin era stato attento a presentarsi
sempre come tenace difensore del « leninismo ». Era stato
lui nel ’24 a definire il « trozkismo » una specifica « cor­
rente ideologica », ostile appunto al « leninismo », che occor­
reva « seppellire » come tale: di questa contrapposizione
aveva fatto uno dei suoi maggiori cavalli di battaglia 12. Solo
più tardi i suoi antagonisti, soprattutto del campo di Trockij,
si erano resi conto che sarebbe stato assai più corretto par­
lare dell’esistenza di uno « stalinismo » come fenomeno a sé,
se non proprio come originale corrente di pensiero: avevano
fatto allora largo uso di questo termine. Stalin era dunque
abbastanza avvertito delle implicazioni negative che una sua
adozione ufficiale poteva avere per lui: la ritenne per lo
meno superflua 13.
Bandita dall’Urss staliniana, la parola trovò larga appli­
cazione nel dibattito politico internazionale, prima ancora
che in quello storiografico, dopo la morte di Stalin e, soprat­
tutto, dopo la famosa denuncia del suo operato di governo
pronunciata da Chruščev nel 1956 al XX congresso dei co­
munisti sovietici. Lo stesso carattere sensazionale di quella
clamorosa sconfessione contribuì alla fortuna del termine,
che ebbe di colpo una circolazione mondiale. Tale improv­
viso successo non favorì la delimitazione di un preciso signi­
ficato. Esso aveva un carattere prevalentemente polemico.
Che cosa si intendesse per stalinismo, al di là di un semplice
segno negativo, non era chiaro. La stessa critica antistali­
niana venuta da Mosca, essendo stata una requisitoria contro

12 I. V. Stalin, Sočinenija cit., v. 6, pp. 347-57. La definizione


del « trozkismo » è a p. 357.
13 Robert Me Neal, Trotsky and Stalinism, relazione presentata
al Convegno internazionale per il quarantesimo anniversario della
morte di Leone Trockij, Follonica, ottobre 1980 (gli atti sono di im­
minente pubblicazione negli « Annali Feltrinelli »). L’autore avanza
l’ipotesi che la parola « stalinismo » fosse « avvelenata » per Stalin
perché « inventata da Trockij e resa da lui per primo popolare ».
I. Il problema dello stalinismo 9

una serie di abusi e di misfatti, piuttosto che l’analisi di un


fenomeno politico-sociale, facilitava un uso abbastanza gene­
rico del termine. Nei casi migliori esso veniva contrapposto
a quello di « culto della personalità », coniato dai dirigenti
sovietici, per indicare appunto che si era in presenza di qual­
cosa di più serio e profondo di quanto la definizione mosco­
vita non volesse ammettere. Nel lessico corrente dei giornali
o degli uomini politici la parola « stalinismo » veniva però
diffusa in un’accezione assai più elementare, come etichetta
denigratoria per deprecare, soprattutto nell’ambito della sini­
stra, volontà sopraffattoria, intolleranza ideale, tendenze di­
spotiche, assenza di scrupoli nella scelta dei metodi di azione.
A questi impieghi generici fece parzialmente eccezione
sin dall’inizio il destino che il termine « stalinismo » incon­
trò nell’Urss e nei paesi della sua orbita come strumento di
scontro politico. Nel linguaggio ufficiale, e quindi nella
stampa, esso rimase al bando. Ma nel modo di parlare più
usuale « stalinismo », « stalinisti », « antistalinismo », « anti­
stalinisti » divennero formule sintetiche per indicare le cor­
renti che, dietro l’unanimismo di facciata, contrapponevano
coloro che auspicavano un più coerente rinnovamento della
vita pubblica a coloro che invece si proponevano di conser­
vare le cose sostanzialmente inalterate. A questa termino­
logia facevano ricorso pubblicamente i comunisti jugoslavi,
assai impegnati nel chiedere soprattutto un mutamento dei
rapporti fra l’Urss e i paesi allora ufficialmente definiti
« democrazie popolari » 14. Ma essa circolava assai largamente
— come sa chiunque abbia frequentato quegli stessi paesi
negli anni ’50 e ’60 — anche nelle conversazioni private
e, in particolar modo, negli ambienti intellettuali di Mosca,

14 L’esempio più famoso di tale uso fu un discorso di Tito a


Pula (Pola) dell’ll novembre 1956: Yugoslavia and the Soviet Union.
1939-1973. A Documentary Survey, a cura di Stephen Clissold, London
1975, pp. 265-8. Per un impiego analogo, cfr Veljko Miciunovich,
Diario dal Cremlino, Milano 1979, pp. 77, 167, 493.
10 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Varsavia, Praga o Budapest15 (di qui, del resto, si era estesa


al movimento comunista di altre zone del mondo). Uno stu­
dioso ha perfino visto nell’impiego che allora si fece di que­
ste formule una semplice manifestazione, storicamente circo-
scritta nel tempo, di un più costante confronto fra « rifor­
mismo » e « conservatismo » che serpeggerebbe per tutta
la storia sovietica 16. Sempre nell’ambito della polemica poli­
tica, dopo la destituzione di Chruščev, che era stato a Mosca
il più autorevole « destalinizzatore », si parlò a partire dalla
seconda metà degli anni ’60 di un « neostalinismo » emer­
gente nell’Urss17.
Nelle analisi storiche il termine fu usato all’inizio con
cautela 18. Le sue molteplici e immediate implicazioni poli-

15 A titolo esemplificativo si possono segnalare: K. A. Jelenski,


La realtà dell’ottobre polacco, Milano 1961, pp. 45, 47, 101-2 (il vo­
lume è un’antologia del settimanale giovanile polacco « Po Prostu »,
pubblicato negli anni 1956 e 1957); Aleksandr Solženicyn, La quercia
e il vitello. Saggi di vita letteraria, ivi 1975, pp. 79-80; Jiri Pelikan,
S’ils me tuent..., Paris 1975, p. 153; Antonin Liehm, Trois généra­
tions. Entretiens sur le phénomène culturel tchécoslovaque, ivi 1970,
pp. 13, 29.
16 Stephen F. Cohen, The Triends and Foes of Change. Reformism
and Conservatism in the Soviet Union, in The Soviet Union since
Stalin, a cura di Stephen F. Cohen, Alexander Rabinowitch, Robert
Sharlet, Bloomington 1980, p. 13.
17 Alexander Rabinowitch, Introduction a The Soviet Union
since Stalin cit., p. 7; Roy e Zores Medvedev, Krusciov. Gli anni del
potere, Milano 1977, p. 196.
18 È assai interessante osservare quale impiego se ne facesse in
« Nuovi Argomenti », n. 20, maggio-giugno 1956. Quel famoso nu­
mero della rivista, che può essere considerato uno dei più precoci
tentativi di portare l’analisi, se non proprio sul piano storico, almeno
a un livello che fosse superiore a quello della polemica politica con­
tingente, si intitolava 9 domande sullo stalinismo. La stessa parola
ricorreva tuttavia solo in una delle nove domande. Fra gli interrogati
solo alcuni — Basso, Cassola, Chiarante, Guiducci, Magnani, Mora-
via — lo ripresero, sia pure con enfasi e significati diversi. Altri
invece — Jemolo, Pepe, Silone, Togliatti — preferirono non farvi
ricorso.
I. Il problema dello stalinismo 11

tiche inducevano alla prudenza. Per motivi che in parte


erano analoghi e in parte, forse preponderante, erano a loro
volta collegati a considerazioni di opportunità tattica, una
vera e propria reticenza, quando non addirittura un’opposi­
zione all’impiego di quell’espressione, si ebbe nel movimento
comunista19. Spesso la parola venne usata tra virgolette
quasi a indicare che si trattava di una terminologia presa in
prestito da altri e di origine per lo meno spuria. Questa
diffidenza si è continuata a manifestare anche in settori o
esponenti del movimento che pure andavano pronuncian­
dosi in modo apertamente critico verso il « fenomeno stali­
niano », tanto da assumere posizioni di dissidenza nei paesi
dell’Est europeo o di contestazione nei confronti dei governi,
preoccupati di salvare per l’essenziale l’eredità ricevuta da
Stalin20.

19 Ancora nel 1956 Paimiro Togliatti disse: « Noi non accet­


tiamo l’uso del termine di “ stalinismo ” e dei suoi derivati perché
porta alla conclusione, che è falsa, di un sistema in sé sbagliato,
anziché spingere alla ricerca dei mali inseritisi, per cause determinate,
in un quadro di positiva costruzione economica e politica, di giusta
attività nel campo dei rapporti internazionali e di conseguenti decisive
vittorie » (Vili congresso del Partito comunista italiano. Atti e riso­
luzioni, Roma 1957, p. 44). Il termine quindi non appare neppure in
« Rinascita », dicembre 1961, sebbene quel numero fosse ampiamente
dedicato al tema staliniano dopo la rinnovata requisitoria che contro
Stalin era stata pronunciata al XXII congresso del Pcus.
20 Eccone alcuni esempi. « Lo stalinismo, un termine comune­
mente usato, ma equivoco » (Robert Havemann, Un comunista tedesco.
Considerazioni dall’isolamento sul passato e sul futuro, raccolte da
Manfred Wilke, Torino 1980, p. 4). « La parola “ stalinismo ” non
mi sembra da respingere, ma presenta a mio avviso alcuni inconve­
nienti. Storicamente, è un’invenzione della borghesia, un’arma al ser­
vizio della sua ideologia e della sua politica, anche se è un termine
di uso corrente (negli stessi ambienti comunisti) e d’impiego facile e
popolare » (Jean Ellenstein, Storia del fenomeno staliniano, Roma
1975, p. 7). Assai rivelatrice di analoghe perplessità che il termine
suscitava tra gli storici comunisti francesi, sebbene fosse molto diffuso
nello stesso partito, è la discussione pubblicata in « Cahiers d’histoire
de l’Institut Maurice Thorez », ottobre-novembre 1973, pp. 101-8.
12 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Nonostante queste vicissitudini, l’importanza della realtà


storica che si celava dietro le dispute terminologiche e il
peso oggettivo che essa continuava a esercitare non solo
nell’Unione Sovietica, ma nell’insieme del mondo, hanno
finito col dare relativamente presto alla formula dello stali­
nismo un diritto di cittadinanza anche nel dibattito storio­
grafico.
A questo punto tuttavia il vero problema interpretativo
cominciava appena. Che cosa, intanto, doveva intendersi per
stalinismo? Il potere personale autocratico di Stalin nell’Urss
o l’insieme della sua opera di governo? Il terrore da lui
impiegato a più riprese su scala di massa come strumento
di dominio o non anche le concezioni, i programmi, la vo­
lontà politica che lo avevano accompagnato? Ed era poi
fatto solo di aspetti negativi lo stalinismo o non era invece
— come dirà uno storico, ricorrendo a « una metafora di
fonte sovietica » — simile a « una montagna con due vette
altissime e inseparabili, una montagna di enormi realizza­
zioni accanto a una montagna di delitti inauditi »? 21 Se poi
così era, in quale rapporto stavano l’uno e l’altro suo aspetto?
Anche una volta riconosciuta l’enorme influenza, la « parte
vitale », che la persona di Stalin aveva avuto nel fenomeno
studiato, tanto da giustificare l’uso di quel termine per sin­
tetizzarlo, ciò che si trovava in discussione era solo la sua
figura o non piuttosto un’intera forma di governo, un regime

Louis Althusser riconosceva che stalinismo « designa una realtà », ma


aggiungeva che « non spiega nulla », nonostante avesse « pretese teo­
riche presso gli ideologi borghesi e presso un certo numero di trozki-
sti » (Umanesimo e stalinismo. I fondamenti teorici della deviazione
staliniana, Bari 1973, p. 98; ed. originale, Réponse a John Lewis,
Paris 1973). Infine ancora in un articolo dell’« Unità », 21 dicembre
1979, pubblicato in una pagina che ha per titolo lo stalinismo,
questa parola viene giudicata « come una espressione ambigua, non
molto illuminante ».
21 Giudizio di Stephen F. Cohen, Stalin, l’uomo, la nazione, il
partito, a cura di Robert Me Neal, Milano 1980, p. 14.
I. Il problema dello stalinismo 13

politico, perfino un tipo di società che egli aveva per un


determinato tempo personalizzato? Quali nessi infine esiste­
vano fra tutto ciò e altre fasi, precedenti o successive, della
storia russa e sovietica? Ma si trattava poi di qualcosa che
riguardasse soltanto l’Urss o non invece una tendenza che
aveva un’estensione geografica e storica più vasta? Era in­
somma legittimo parlare dello stalinismo come di una cor­
rente, di un « fenomeno distinto con la sua storia, la sua
dinamica politica e le sue conseguenze sociali », una « fase
storica nello sviluppo della rivoluzione russa, di altre rivo­
luzioni comuniste e del comuniSmo come cultura »? 22
L’interpretazione dello stalinismo, quale che fosse il con­
tenuto dato a questa parola, implicava dunque un impegno
interpretativo dell’intera esperienza sovietica nel quadro sia
della storia russa che delle vicende mondiali di questo secolo.
Ma sino agli anni ’60, prima ancora che interpretata, quel­
l’esperienza esigeva di essere ricostruita nei suoi dati con­
creti, nei fatti, negli eventi, nelle cifre, nelle cronologie.
Tale lavoro non era affatto facile e, in gran parte, non lo è
tuttora. La maggior mole della base documentaria resta sigil­
lata negli archivi sovietici. Essa non è quindi accessibile,
come lo è invece, ormai in grande misura, per altri feno­
meni della storia contemporanea23. In fondo, lo stesso note-

22 Stephen F. Cohen, op. cit., in Stalinism, p. 4; Robert C. Tucker,


Stalinism as Revolution from Above, ivi, p. 77.
23 Sono ancora del tutto inaccessibili allo studioso straniero e in
massima parte anche a quello sovietico tutti i verbali degli organi di
governo dell’Urss, ivi compresi quelli del Comitato centrale del Par­
tito comunista dal 1918 in poi. Tra gli stessi discorsi di Stalin ve
ne sono almeno tre di cui si ha pubblica notizia come di testi assai
importanti e che tuttavia non sono mai stati rivelati. Parliamo del
suo intervento alla sessione del Comitato centrale del novembre 1929,
dedicato alla collettivizzazione, del suo discorso del 5 maggio 1941,
alla vigilia della guerra, pronunciato davanti agli ufficiali appena diplo­
mati dalle scuole militari, e del suo rapporto del dicembre 1943,
tenuto ai massimi dirigenti sovietici dopo il suo ritorno da Teheran
e dedicato agli scopi di guerra dell’Urss. Al biografo americano di
14 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

vole sviluppo degli studi sull’Urss che si è registrato nel


mondo tra gli anni ’60 e gli anni ’70 è dovuto proprio a
quello squarcio illuminante che si aprì sulle fonti primarie
tra la fine degli anni ’50 e il decennio successivo, grazie sia
alla pubblicazione di un certo numero di documenti e di
dati, sia alle informazioni di archivio fornite nelle mono­
grafie di alcuni ricercatori sovietici. Ma quel periodo di
apertura, per quanto inadeguato potesse sembrarci all’epoca
di fronte alla nostra sete di conoscenze, è poi rimasto come
una specie di aurea parentesi, ben presto richiusa per far
ritorno a un più tradizionale black-out. Un notevole pro­
gresso nell’esplorazione della storia sovietica si è comunque
compiuto. Come sempre accade, nuovi interrogativi sono
sorti. Ora uno dei risultati più significativi, almeno agli
effetti del tema che stiamo qui trattando, è stato proprio
il precisarsi di un interesse per lo stalinismo, i suoi conte­
nuti e la sua fisionomia generale, via via che la perlustra­
zione del passato si faceva più profonda e gli stessi intenti
interpretativi diventavano più pertinenti ai fatti, meno con­
dizionati da schemi ideologici preconcetti.
Le difficoltà tuttavia non nascono solo dagli ostacoli che
ancora oggi esistono per la ricostruzione del passato. Ap­
punto perché strettamente intrecciato con l’insieme di una
vicenda storica, quella sovietica, che continua a dipanarsi ai
giorni nostri, lo stalinismo non è un regime o una tendenza
che siano facilmente circoscrivibili nel tempo e nello spazio,
tanto da potersi dire complessivamente conclusi. Sotto que­
sta angolatura, esso presenta per chi lo studia problemi assai
diversi da quelli che pongono altri fenomeni storici, quali
il fascismo o, per fare esempi che possano prestarsi meno
a equivoci analogici, il populismo russo o il colonialismo
europeo, fenomeni cioè che possono essere analizzati, almeno

Stalin (Robert C. Tucker) che chiedeva a Mosca di poter vedere la


sua biblioteca personale è stato fatto notare che anche i libri portanti
annotazioni erano considerati documenti di archivio non consultabili.
I. Il problema dello stalinismo 15

per i loro tratti essenziali, nell’insieme della loro evoluzione.


L’indagine è troppo connessa con dilemmi e scelte del nostro
presente per non subire i contraccolpi di questa scottante
contemporaneità.
Qualunque analisi si faccia della società sovietica negli
ultimi decenni, è difficile non cogliere come, anche dopo la
controversa, ma assai estesa critica del periodo staliniano
che era stata fatta nell’Urss al tempo di Chruščev, molti
tratti caratteristici che l’Urss aveva assunto con Stalin si
siano conservati. Dedurne in modo puro e semplice che il
sistema sia rimasto inalterato sarebbe tuttavia infondato
poiché importanti cambiamenti, riconosciuti tanto dai diretti
interessati, i sovietici, quanto dagli osservatori stranieri, nel
frattempo si sono prodotti. In che misura dunque lo stali­
nismo, se di stalinismo si poteva parlare, aveva dimostrato
una sua vitalità, tanto da continuare al di là dell’esistenza
umana del personaggio che gli aveva dato il nome?
A questo punto il dibattito sulla storia si confonde con
la disputa sull’attualità, sulla società sovietica come è oggi,
sulla sua natura e le sue peculiarità, sui suoi rapporti con
altre formazioni storico-sociali del passato e del presente.
Quale peso l’Urss abbia, coi suoi ordinamenti e con la sua
potenza, nel mondo in cui viviamo è argomento tanto ricor­
rente nelle cronache da rendere inutile una prolungata evo­
cazione. L’Urss si trova al centro di aspre contese, politiche,
ideologiche, diplomatiche, militari, da cui ogni parte del
mondo è investita in misura maggiore o minore, ma mai
trascurabile. Certo, questo fattore non deve essere un impe­
dimento per lo studio oggettivo, rispondente a criteri quanto
più possibile scientifici: dovrebbe anzi essere uno stimolo
per un impegno di questo tipo. Ma il compito non è facile.
Troppo numerosi sono i condizionamenti. Qualora anche lo
studioso riuscisse a sbarazzarsene totalmente o, come è più
probabile, credesse di esservi riuscito, le conclusioni a cui
egli potrebbe giungere, non appena fossero note anche nel
solo ambito degli specialisti, sarebbero nuovamente trasci­
16 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

nate nelle dispute politiche, quando non addirittura fatte


oggetto di sfruttamenti partigiani.
In discussione, del resto, non è soltanto l’Unione Sovie­
tica. Tratti essenziali del sistema sociale e politico che prese
forma nell’Urss sotto il governo di Stalin sono identifica­
bili anche in altri paesi. In alcuni si sono sviluppati per via
autonoma. In altri sono stati essenzialmente importati dagli
eserciti sovietici; ma anche qui in genere hanno trovato ali­
mento in spinte autoctone. Questo riguarda innanzitutto i
paesi governati da partiti comunisti (che portino o no uffi­
cialmente tale nome poco importa)24. Né la cosa può sor­
prendere, dato che l’intero movimento comunista interna­
zionale, salvo piccole frange o porzioni comunque assai mi­
noritarie, riconobbe per un trentennio in Stalin il suo capo
e vide nell’Urss da lui diretta un esempio che almeno sotto
molti aspetti andava imitato.
Più rilevante tuttavia è stato ritrovare alcuni di quegli
stessi tratti in paesi che sono diretti da partiti o movimenti
che, pur essendo stati indotti ad adottare talune tesi poli­
tiche, impostazioni ideali, moduli organizzativi del comuni­
Smo, non provengono certo dalla matrice del Comintern,
cioè dall’originaria famiglia internazionale in cui si sono
formati i partiti comunisti. Poiché in genere essi hanno
avuto poco o nulla a che fare con Stalin, risultano di solito
estranei alle polemiche politiche sullo stalinismo o da esse
vengono appena sfiorati. Per lo stesso motivo, però, le simi­
litudini nelle strutture sociali, nelle istituzioni politiche o
nelle vicende storiche che vengono messe in luce non da
superficiali analogie, ma da più accurate analisi comparate,
possono rivelarsi estremamente istruttive per lo studio del­
l’intero fenomeno. Così estesa, l’indagine vede tuttavia mol­

24 Alcuni partiti al potere si chiamano ufficialmente partiti operai


(Polonia, Ungheria), partiti dei lavoratori (Vietnam, Corea del Nord)
o partito popolare-rivoluzionario (Mongolia), ma si proclamano an-
ch’essi comunisti.
I. Il problema dello stalinismo 17

tiplicarsi le insidie non solo perché può facilmente condurre


a generalizzazioni arbitrarie, quanto perché si addensano
attorno ad essa tutte le passioni, i conflitti di interesse susci­
tati dai molteplici processi rivoluzionari del nostro tempo.
Tutte queste considerazioni non implicano affatto una
svalutazione degli studi seri che si sono compiuti. Al con­
trario, ne sottolineano i meriti. Un’avvertenza è comunque
necessaria. Quando esaminiamo le analisi che sono state
fatte dello stalinismo e che inevitabilmente si prolungano
sino ad affrontare una cerchia più vasta di problemi del
passato e del presente, è praticamente impossibile tracciare
un netto confine di demarcazione fra interpretazioni storiche
e interpretazioni politiche. La discussione si è svolta in
genere parallelamente sull’uno e sull’altro piano. Molte delle
interpretazioni che qui evocheremo hanno una loro origine
in analisi di natura polemica che furono fatte dai protago­
nisti durante le battaglie attraverso le quali lo stalinismo
si è enucleato e affermato. Pur attingendo alimento da quelle
fonti, il dibattito culturale ha poi cercato e spesso trovato
una propria autonomia. Ma, per le ragioni già esposte, ha
influenzato a sua volta gli scontri politici che hanno cercato
di riassorbirne i risultati, magari volgarizzandoli (quindi
anche alterandoli o addirittura riducendoli a banalità) in
slogan più facilmente spendibili nelle moderne reti di comu­
nicazione di massa. Se presenta cospicui inconvenienti, que­
sta commistione è tuttavia anche il segno dell’esistenza di
un problema che resta vivo e non può quindi essere archi­
viato fra le esperienze che l’umanità ha lasciato alle proprie
spalle.
Nelle pagine che seguono cercheremo di delimitare e di
caratterizzare le principali tendenze di interpretazione e di
analisi che si sono manifestate nell’ambito dell’indagine più
propriamente storica, proponendoci di cogliere per ognuna
ciò che ne costituisce il nucleo più originale. Non rientrano
quindi nel nostro esame le generalizzazioni filosofiche o socio­
logiche: le evocheremo, quando ci sembrerà indispensabile,
18 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

solo per quel tanto in cui trovano posto anche nella nostra
angolatura principale. Sarà bene tuttavia tenere presente che
nella ricerca di questi anni, pur conservando alcune loro
fondamentali caratteristiche distintive, tali tendenze si sono
sviluppate non in compartimenti stagni, ma in uno sforzo
di conoscenza dove le diverse scuole, se così possiamo chia­
marle, sono state invitate a un continuo confronto che si è
via via sviluppato anche al di sopra delle frontiere geografi­
che, culturali e politiche. Concetti, espressioni o interi spunti
analitici, maturati all’interno di una determinata corrente
interpretativa, si potranno così trovare ripresi anche da
autori di differenti tendenze. Questi prestiti avverranno tal­
volta per colmare lacune delle proprie analisi, spesso per
semplici comodità di ricorso a una terminologia che è già
riuscita a divenire di uso più o meno corrente, in qualche
caso infine per un processo di assimilazione più ragionata.
Comunque vi è un’osmosi quasi inevitabile fra indirizzi che
convivono vicini gli uni agli altri.
Quanto si è detto vale anche per la principale distin­
zione che abbiamo ritenuto necessario fare fra le linee inter­
pretative disegnatesi nell’alveo della cultura marxista e quelle
che si sono manifestate invece per l’essenziale al di fuori di
essa. La separazione tra le une e le altre ci sembra giustifi­
cata perché lo stesso stalinismo è nato storicamente nel solco
del marxismo e della sua evoluzione leniniana, sia pure attra­
verso una profonda alterazione (ma questa è già materia di
discussione) delle originarie fisionomie dell’uno e dell’altra.
La stessa cultura marxista ha quindi subito i contraccolpi
delle crisi che lo stalinismo ha conosciuto, delle critiche e
delle denunce cui è stato sottoposto. Ne è derivato un suo
impegno specifico a effettuare un’analisi del fenomeno con
l’ausilio del proprio apparato di categorie sociali, politiche
e storiche, che doveva accompagnarsi con una riflessione
critica su se stessa.
Tale impegno ha prodotto risultati di notevole interesse,
alcuni dei quali hanno finito col trovare ampia circolazione.
I. Il problema dello stalinismo 19

Detto questo, va però aggiunto che non esiste nessun muro


separatorio fra tali ricerche e quelle che si sono svolte par­
tendo da premesse culturali diverse. Non solo dunque si
riscontrerà anche in questo caso quell’osmosi di cui già
abbiamo parlato, ma si potrà rilevare, almeno su determi­
nati punti, una confluenza fra talune linee interpretative
marxiste e linee di origine nettamente diversa.
Quello che finirà per disegnarsi attraverso il nostro
esame è una specie di grande dibattito a più voci, da cui
emergeranno anche le critiche cui le varie tendenze inter­
pretative si sono sottoposte l’un l’altra. È un dibattito — va
detto subito — ancora lontano dal potersi considerare esau­
rito. Tanto più utile ci sembra il tentativo di fare il punto
sui suoi sviluppi, premessa per mettere meglio a fuoco anche
le questioni che restano aperte e i compiti che tuttora si
pongono sia all’indagine specifica sullo stalinismo, sia a quella
sull’insieme dei temi che ad esso restano collegati, dall’intera
storia della società sovietica ai più vasti cambiamenti rivo­
luzionari del nostro secolo.
ÄMi
Capitolo secondo

L’INTERPRETAZIONE SOVIETICA
Quella che è stata a lungo l’interpretazione pressoché
incontrastata dello stalinismo e che tuttora resta assai dif­
fusa vede in esso unov sviluppo coerente, in parte impre­
visto, ma sostanzialmente logico, della rivoluzione bolsce­
vica e degli indirizzi politici leniniani. Nella sua espressione
più rigorosa non considera quindi lo stalinismo un feno­
meno a sé: anzi, un vero e proprio stalinismo, in sostanza,
non sarebbe neppure esistito.
La larga diffusione di questa teoria dipende dall’esistenza
di due sue versioni, in apparenza contrapposte, ma nei fatti
assai meno antagonistiche, se non addirittura convergenti.
Entrambe vedono infatti uno svolgimento lineare della sto­
ria sovietica. Cambia solo la luce di cui l’illuminano: apo­
logia nel primo caso, vituperio nel secondo. La prima ver­
sione costituisce quella che è l’interpretazione ufficiale nel-
l’Urss. La seconda ha lungamente detenuto il predominio,
quando non addirittura un vero e proprio monopolio, nella
storiografia occidentale, che per molti anni è stata in pra­
tica quasi esclusivamente anglo-americana.
Nonostante la loro parentela, le due scuole non pos­
sono naturalmente essere immedesimate. Anche noi, quindi,
le tratteremo separatamente. La precedenza spetta alla ver­
sione sovietica, se non altro perché proviene dal paese più
direttamente interessato. È — abbiamo detto — una ver­
sione ufficiale, squisitamente politica quindi, vero e proprio
strumento di governo per i gruppi al potere. Ma è anche
la sola che nell’Urss abbia il diritto di circolare poiché a
nessuno è consentito contrapporle, almeno sulla stampa o
24 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

in pubblico, un’interpretazione diversa: la sola quindi che


venga insegnata nelle scuole, pubblicata nei libri, divulgata
dai mezzi di comunicazione di massa.
Dopo quanto si è detto nel capitolo precedente, la sua
origine è facilmente accertabile. Essa è nata sin dai tempi
di Stalin, quando l’esaltazione ossessiva dell’impronta per­
sonale da lui data ai nuovi ordinamenti sovietici si accom­
pagnava con una proclamazione altrettanto insistente di
ininterrotta continuità, di assoluta fedeltà alla Rivoluzione
(scritta ormai liturgicamente con la lettera maiuscola) e per­
sonalmente a Lenin. Ma questa visione delle cose ha resi­
stito nell’Urss sia alla morte di Stalin che alla dura critica
cui il suo operato è stato sottoposto per alcuni anni. Vi è
stata una parentesi in cui essa è potuta sembrare scossa o
compromessa. Poi la tempesta si è placata e le acque, almeno
nel lago dell’ideologia di Stato, si sono gradualmente ricom­
poste. Questo processo merita di essere analizzato più da
vicino: esso coincide con le fortune e le disavventure della
formula « culto della personalità », usata dal mondo ufficiale
sovietico per definire lo stalinismo, e dell’indirizzo interpre­
tativo che in essa era implicito.
L’espressione piuttosto esoterica di « culto della perso­
nalità », neppure riferita direttamente a Stalin, fece la sua
apparizione a Mosca pochi mesi dopo la sua morte, all’indo­
mani dell’arresto del suo ministro di polizia, Berija, quando
i nuovi dirigenti sovietici ritennero necessario far circolare
le prime considerazioni critiche sul periodo precedente h Essa
suscitò all’inizio una scarsa attenzione, che tale rimase fino
a quando, nel 1956, l’espressione non fu resa popolare dal
XX congresso del Partito comunista sovietico, che questa
volta la collegò esplicitamente al governo di Stalin. All’estero
e, in privato, anche nell’Urss fu accolta allora come un sur­
rogato reticente di altre espressioni, che sarebbero state assai

1 « Pravda », 10 giugno 1953; « Kommunist », 1953, n. 11,


pp. 25-6.
II. L’interpretazione sovietica 25

più pesanti, ma anche più pertinenti, un surrogato messo


in circolazione appunto per salvare la continuità della storia
sovietica e circoscriverne al massimo gli aspetti più dolenti2.
Nella realtà le cose si presentavano più complesse, quella
formula essendo piuttosto una specie di punto di equilibrio
provvisoriamente escogitato da fazioni in lotta fra loro, che
davano giudizi diversi di Stalin e del suo operato. I conte­
nuti di alcuni discorsi nel dibattito del XX congresso e lo
stesso « rapporto segreto », letto da Chruščev a conclusione
dei lavori, suggerivano piuttosto che occorresse ormai ripa­
rare una rottura prolungata e violenta con le originali con­
cezioni dello Stato sovietico, che si era prodotta negli anni
staliniani3. Ma furono anche in quella sede voci minoritarie
e, per quanto autorevoli, ignorate dai documenti ufficiali
dell’assemblea. Ben presto esse furono anche ufficialmente
riprovate.
Già pochi mesi dopo, il 30 giugno 1956, per porre fine
alla disparità di valutazioni sul passato staliniano che il con-

2 Nella già citata discussione di « Nuovi Argomenti », n. 20,


maggio-giugno 1956, l’espressione « culto della personalità » non fu
raccolta da nessuno tra gli intervenuti e fu esplicitamente criticata da
alcuni di loro (Basso, Cassola). Fuori del movimento comunista essa
non venne mai presa sul serio, ma considerata appunto un semplice
eufemismo (Stalinism cit., p. 18, n. 57).
3 Anastas Mikojan sostenne che « per circa vent’anni » era stato
violato « un principio elementare per un partito proletario » come la
« direzione collettiva », che per un periodo analogo le idee leniniane
erano state del tutto trascurate, sia pure dietro un omaggio formale
al capo della rivoluzione, e che il XX era il « congresso più impor­
tante » dopo la morte di Lenin poiché poneva riparo a questa lunga
rottura nella continuità rivoluzionaria (XX s’ezd Kommunističeskoj
partii Sovetskogo Sojuza. Stenografičeskij otcet, Moskva 1956, vol. I,
pp. 302, 322, 328). Da parte sua Chruščev nel suo « rapporto se­
greto » parlò dell’assassinio di Kirov nel 1934 e della sorte riservata
a delegati ed eletti del XVII congresso del partito (pure del 1934) in
termini che implicavano esplicitamente un intento eversivo staliniano
nei confronti degli ordinamenti postrivoluzionari (Xruscev ricorda
26 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

gresso aveva alimentato, fu infatti pubblicata a Mosca una


postanovlenie (deliberazione) a nome del Comitato centrale
del partito che si proponeva di spiegare che cosa dovesse
intendersi per « culto della personalità »4. L’importanza che
questo documento ha poi assunto impone di analizzarne
attentamente il contenuto. Sia pure con espressioni cali­
brate, destinate ad attenuare i motivi più orripilanti delle
rivelazioni fatte in sede congressuale, quei testo riconosceva
nel « culto » un fenomeno negativo che aveva avuto « pe­
santi conseguenze », avendo implicato non solo « serie vio­
lazioni della legalità sovietica », ma « repressioni di massa »,
di cui « molte persone oneste » avevano sofferto5: si chie­
deva quindi come tutto ciò fosse potuto accadere. In rispo­
sta il documento segnalava due soli ordini di cause: il primo,
di carattere oggettivo, stava nelle « concrete condizioni sto­
riche » in cui si era svolta l’esperienza sovietica; il secondo,
di carattere soggettivo, era costituito dalle « qualità perso­
nali » di Stalin 6. Già da questa spiegazione discendeva una
prima conseguenza: le circostanze storiche essendo quelle
che erano state, senza che gli uomini potessero fare gran
che per mutarle, quel che di male era accaduto finiva col
dipendere solo dai difetti di un uomo che di quelle circo­
stanze aveva approfittato. (
Tale interpretazione veniva<"5ccentuata dalla successiva
argomentazione. L’Urss — si diceva — si era trovata a
essere una « fortezza assediata », solo paese socialista chiuso
in un anello di « accerchiamento capitalistico », costretto a
intraprendere una trasformazione particolarmente rapida del­
l’economia, con tutte le tensioni interne che ne derivavano.
Tale situazione aveva imposto « una disciplina ferrea, una
costante crescita della vigilanza, un rigidissimo accentra­

4 O preodolenii kul’ta licnosti i ego posledstvij, in Spravočnik


partijnogo rabotnika, Moskva 1957, pp. 321-38.
5 Ivi, pp. 324, 328.
6 Ivi, p. 325.
II. L’interpretazione sovietica 27

mento di direzione »: « ciò non poteva non avere ripercus­


sioni negative sullo sviluppo di alcune forme di democra­
zia »7. Queste le circostanze di cui Stalin si era avvalso. Ma
il tutto era accaduto nel corso di un processo che dalla rivo­
luzione in poi era sempre rimasto identico a se stesso e che
era consistito appunto nella « costruzione del socialismo nel-
l’Urss ». Le stesse difficoltà imposte dalle condizioni esterne
e dai difetti del capo erano state domate grazie alla « guida
del partito, del suo Comitato centrale che [aveva] seguito
con coerenza la linea generale leninista »: il risultato era
stato appunto « la vittoria del socialismo nel nostro paese »,
impresa di valore « storico-mondiale ».
Anche Stalin era stato a lungo nel giusto: quelli che
erano stati suoi antagonisti, « trozkisti, opportunisti di de­
stra, nazionalisti borghesi », venivano presentati non come
persone che avevano propugnato un diverso sviluppo della
rivoluzione o delle idee leniniane, ma come « nemici del
leninismo », avversari del suo solo sviluppo corretto, contro
i quali era stato giusto condurre una « lotta spietata »8.
Stalin invece aveva combinato i suoi guai solo quando si
era montato la testa e aveva cominciato a ritenersi infalli­
bile. Ma anche allora aveva « lottato per la causa del socia­
lismo », pur se per farlo « aveva talvolta impiegato metodi
indegni ». Qui stava quella che veniva definita la sua per­
sonale « tragedia » 9.

Nonostante tutto il male che il culto della personalità di


Stalin ha arrecato al partito e al popolo — diceva infine la posta-
novlenie nel suo passaggio cruciale, quello destinato a essere più
frequentemente citato nelle pubblicazioni ufficiali sovietiche —
la natura del nostro regime sociale non poteva mutare e non è
mutata. Nessun culto della personalità poteva modificare la na­
tura dello Stato socialista che ha per sua base la proprietà sociale

7 Ivi, pp. 326-7.


8 Ivi, p. 326.
9 Ivi, p. 330.
28 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

dei mezzi di produzione, l’alleanza della classe operaia coi con­


tadini e l’amicizia tra i popoli, sebbene tale culto abbia provo­
cato un danno serio allo sviluppo della democrazia socialista e
all’espansione dell’iniziativa creatrice di milioni di uomini.
Pensare che una singola persona, anche così importante come
Stalin, potesse cambiare il nostro regime sociale-politico significa
cadere in profonda contraddizione coi fatti, col marxismo, con
la verità, cadere nell’idealismo. Significherebbe attribuire a una
singola persona forze smisurate e sovrannaturali, come la capa­
cità di modificare il regime di una società, per di più una società
in cui forze decisive sono masse di molti milioni di lavoratori.
Come è noto, la natura di un regime sociale-politico è deter­
minata da quel che è il suo modo di produzione, da chi sono
i proprietari dei mezzi di produzione, da quale classe ha nelle
sue mani il potere politico. Il mondo intero sa che nel nostro
paese, in seguito alla Rivoluzione di ottobre e alla vittoria del
socialismo, si è affermato il modo di produzione socialista e
ormai da quasi quarant’anni il potere si trova nelle mani della
classe operaia e dei contadini. Grazie a questo, il regime sociale
sovietico si è rafforzato di anno in anno e le sue forze produt­
tive sono cresciute. Neanche i nostri avversari possono discono­
scere questo fatto 10. 11

Al suo apparire la postanovlenie era un documento poli­


tico u, soggetto ancora a tutte le vicissitudini di una possi­
bile lotta fra tendenze diverse: come tale, potrebbe anche
sembrare oggi di scarso rilievo. Ma ormai non può più essere
giudicato in un’ottica così ristretta perché il suo successivo
destino le ha dato un significato ben diverso. Non occorre
ricostruire qui tutte le oscillazioni per cui passarono i giu­
dizi che un personaggio come Chruščev si trovò a formu­
lare sul fenomeno staliniano. Nei suoi discorsi e ancor più
nelle conversazioni private, egli si spinse assai oltre nella

10 Ivi, p. 331.
11 Per le circostanze in cui il testo vide la luce rinviamo a Giu­
seppe Boffa, Storia dell’Unione Sovietica, Milano 1976-79, vol. Il,
pp. 506-20.
II. L’interpretazione sovietica 29

critica del passato. Arrivò così a parlare di un « periodo


del culto della personalità » come di una fase a sé della sto­
ria sovietica, « tempi duri per il partito e per il popolo in
cui nessuno era garantito contro l’arbitrio e la repressione » I2.
Ma ogni volta, fosse convinzione personale o fosse, come è
più probabile, opportunità tattica negli scontri interni e inter­
nazionali, egli dovette ripiegare sui termini della famosa
postanovlenie 13.
Sia negli anni chruscioviani che in quelli seguenti, que­
sta divenne quindi un testo intoccabile, un punto di rife­
rimento obbligato per tutte le successive edizioni del ma­
nuale di storia del partito, quello cui si uniforma l’intero
insegnamento pubblico, in quanto si pretendeva che, secondo
una formula canonica, ogni volta ripetuta, essa avesse « dato
una chiara risposta circa le cause che avevano portato al
sorgere del culto della personalità, il carattere delle sue
manifestazioni e le sue conseguenze » 14. Si voleva sottoli­
neare in questo modo che il partito, con Stalin o senza, in
quanto corpo collettivo aveva sempre operato correttamente:
« Il culto della personalità non ha potuto scuotere le basi
organizzative, politiche e teoriche del partito, creato ed edu­
cato nello spirito rivoluzionario dal grande Lenin. Anche

12 XXII s’ezd Kommunistièeskoj partii Sovetskogo Sojuza. Steno-


grafičeskij Otčet, Moskva 1962, vol. I, p. 105; vol. II, pp. 582, 587.
13 Chruščev fu in questi casi molto risoluto nell’allinearsi sulla
postanovlenie del giugno ’56. « “ Ci accusano di essere ” stalinisti
— disse nel gennaio 1957. — In risposta noi abbiamo detto più
volte che, così come noi vediamo le cose, il termine “ stalinista ”, al
pari dello stesso Stalin, è inseparabile dal grande nome di comu­
nista. [...] Il nome di Stalin è inseparabile dal marxismo-leninismo»
(N. S. Chruščev, Za procnyj mir i mirnoe sosuscestvóvanie, Moskva
1958, pp. 12-3). Discorsi che riprendevano i concetti fondamentali
della postanovlenie furono pronunciati da lui in diverse altre occa­
sioni (N. S. Chruščev, Vysokoe prizvanie literatury i iskusstva, Moskva
1963, pp. 30-1, 182-90).
14 Istorila Kommunistièeskoj partii Sovetskogo Sojuza, Moskva
1959, p. 644; ed. 1962, p. 659; ed. 1969, p. 577.
30 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

nella situazione del culto della personalità il partito agiva


come un organismo vivo. [...] La politica seguita dal par­
tito era giusta ed esprimeva gli interessi del popolo »15.
Alcuni storici cercheranno di uscire da questa gabbia, ma
senza successo. A ogni tentativo si vedranno sempre con­
trapporre i ferrei limiti della postanovlenie, citata ormai
come testo fondamentale ed esauriente dell’ideologia domi­
nante 16. * * * * 21
Curiosa conseguenza di questa linea di condotta fu una
versione della storia sovietica ancor più semplificata di quella
staliniana. Poiché il nome di Stalin risultava comunque com­
promesso, la storiografia ufficiale ritenne opportuno attenuare,
quasi cancellare, ogni suo contributo originale a quella vi­
cenda corale che era appunto la « costruzione del sociali­
smo ». Per ovvi motivi all’epoca di Stalin, pur facendo sem­
pre salva la « fedeltà » a Lenin, si era invece preferito esal­
tare quell’originalità, definendola « geniale ». Col nuovo indi­
rizzo si pensava di aggiustare le cose attribuendo a Lenin
anche quello che era stato fatto da Stalin.
Quando questi era al potere si era detto, ad esempio,
che suo era stato il « programma » dell’« industrializzazione
socialista nel paese ». La collettivizzazione dell’agricoltura
veniva definita come un « nuovo compito grandioso » scelto
da lui, Stalin, un « nuovo », più alto gradino della rivolu­
zione, non quindi il « prolungamento della vecchia politica »,

15 Ivi, ed. 1962, p. 660.


16 Istorija Kommumstiéeskoj partii Sovetskogo Sojuza v sesti
tomach, t. 5, Kommunistiéeskaja partija nakanune i v godi Velikoj
Oteéestvennoj vojny, v period upročenija i razvitija socialistiéeskogo
obščestva, vol. II, Moskva 1980, pp. 455-6; Krupnyj vopros istoriées-
kogo materializma, in « Kommunist », 1979, n. 18, p. 39; « Pravda »,
21 dicembre 1969 e 21 dicembre 1979. Circa i tentativi compiuti dagli
storici si veda in particolare Vsesojuznoe soveséanie o merach uluése-
nija podgotovki naučno - pedagogiéeskich kadrov po istoriceskim
naukam, Moskva 1964 (citiamo, tra gli altri, i contributi di Dubrov-
skij, Snegov, Zajcev, Danilov, Gorodeckij).
II. L’interpretazione sovietica 31

ma una «brusca [...] svolta storica». Si affermava infine


che era stato Stalin a « creare una dottrina coerente e com­
pleta dello Stato socialista », Lenin non avendone avuto il
tempo 17. Queste affermazioni, una volta spogliate della loro
enfasi adulatoria, non erano affatto prive di fondamento,
anche se tendevano a personalizzare oltre misura determi­
nati momenti cruciali della storia sovietica. Esse erano co­
munque più giustificate di quelle che le sostituirono: l’indu­
strializzazione era stata realizzata « seguendo l’insegnamento
di Lenin »; la collettivizzazione altro non era che applica­
zione del suo « piano cooperativo »; per non parlare dello
Stato sovietico che corrispondeva esattamente a quello che
Lenin aveva disegnato 18. L’immagine edificante di una sto­
ria sovietica assolutamente lineare, come realizzazione siste­
matica e coerente di un progetto di « costruzione del socia­
lismo » predisposto in anticipo da Lenin, ne usciva accen­
tuata sino a risultare assoluta, sebbene scarsamente confor­
tata dai fatti.
Tale tendenza doveva via via rafforzarsi col ritiro di
Chruščev, che fra i dirigenti sovietici era stato il critico più17 18

17 Giuseppe Stalin. Cenni biografici cit., pp. 94, 96, 102, 105-6,
113, 152-3.
18 50 let Velikoj oktjabr’skoj Socialističeskoj Revoljucii. Tezisy
Central’nogo Romiteta Kpss in « Kommunist », 1967, n. 10, p. 10;
K 100-letiju so dnja roždenija Vladimira Il’iča Lenina. Tezisy Cen­
tral’nogo ìfiomiteta Kommunisticesko] partii Sovetskogo Sojuza, ivi
1970, n. 1, pp. 13-5, 17-8; Vladimir Il’ié Lenin. Biografila, Moskva
1960, pp. xi-xii. In questa solerte attività di revisione della storia si
tornerà perfino a evocare una presunta « scienza della vittoria »: solo
che questa volta essa non sarà più « staliniana », come era prima
(cfr. supra, p. 4) ma « leniniana » (« Kommunist », 1979, n. 18,
p. 43). È vero che nella stessa operazione si è finito per attribuire a
Lenin non soltanto quel che è di Stalin, ma anche quello che è di
altri capi bolscevichi, cancellati nel frattempo dalla storia, come
Trockij. Si è detto, ad esempio, che fu lui a « guidare [...] la forma­
zione dell’Armata rossa » (L. I. Brežnev, Leninskim Kursom. Retti i
stat’i, voi. Il, Moskva 1973, p. 559).
32 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

ostinato di Stalin. A questo punto la postanovlenie del ’56,


pur restando un punto fermo, non bastava più. Occorreva
svilupparla e renderla più esplicita. Allo scopo servirono i
grandi anniversari che il corso del tempo portava a sca­
denza: nel 1967 il cinquantenario della rivoluzione e nel
1970 il centenario della nascita di Lenin, entrambi festeg­
giati con particolare solennità. Nelle due occasioni la ver­
sione ufficiale della storia fu condensata in una coppia di
documenti: alcune « tesi » pubblicate a nome del Comitato
centrale del partito e due discorsi di Leonid Brežnev di
fronte ai massimi corpi istituzionali dello Stato. Tutti quei
testi furono palesemente marcati dal carattere celebrativo
delle circostanze, che dovevano trasformarsi in un partico­
lare motivo di esaltazione della storia patria. Anch’essi po­
trebbero quindi essere archiviati fra gli scritti di occasione
che non meritano di essere specialmente menzionati. Senon-
ché essi pure sono rimasti come componenti essenziali del­
l’interpretazione ufficiale dei problemi che qui ci interes­
sano, citati ogni volta che occorre far ricorso all’autorità
di una fonte incontestabile: lo spunto celebrativo era stato
insomma scelto apposta come pretesto idoneo per una più
impegnativa operazione ideologica.
La critica del « culto della personalità » fu sempre ricor­
data in questi frangenti come operazione di cui il partito
portava il merito, che era stata fatta una volta per tutte, e
non aveva bisogno di ulteriori sviluppi. Ma essa era ormai
accompagnata da alcune precisazioni.

Il Pcus — si diceva — ha condannato recisamente il culto


della personalità che ha portato ad abusi di potere, violazioni
della democrazia socialista e della legalità rivoluzionaria. Esso
ha condannato anche il soggettivismo che ignora le leggi dello
sviluppo sociale e l’opinione degli organismi collettivi, sosti­
tuendo decisioni volontaristiche a una guida scientifica. [...] Il
partito ha respinto ogni tentativo di volgere la critica del culto
della personalità e del soggettivismo contro gli interessi del
II. L’interpretazione sovietica 33

popolo e del socialismo al fine di denigrare la storia dell’edifi­


cazione socialista, di screditare le conquiste rivoluzionarie, di
rivedere i princìpi del marxismo-leninismo 19.

Questo passaggio è scritto talmente in chiave che va


decifrato. Per « culto della personalità » si intendeva sem­
pre l’operato di Stalin. « Soggettivista » veniva invece defi­
nito il comportamento di Chruščev: anche le sue critiche
a Stalin che non restavano nei binari della versione ufficiale
venivano così tacitamente annoverate fra le intemperanze
o « ingiustificate improvvisazioni »20 di un personaggio che
non ascoltava « l’opinione degli organismi collettivi ». Quanto
ai tentativi di « denigrare la storia », essi erano tutti quelli
che si discostavano dalla sua interpretazione che in quel
momento stesso veniva canonizzata.
Tutta l’esperienza sovietica dal T7 in poi è presentata,
in questa interpretazione, come un « trionfo del leninismo »
o del « marxismo-leninismo », conseguente applicazione di
un « piano leninista di costruzione del socialismo », definito
come un « modello di approccio scientifico, complesso e rea­
listico a compiti di importanza storica mondiale »21. La
« piena e definitiva vittoria del socialismo è il principale
risultato » di questo processo22.

Sempre e ovunque — dirà Brežnev — nelle ore delle prove


severe della vita e delle crudeli battaglie, nelle ore delle vittorie
radiose e degli amari insuccessi, il nostro popolo è rimasto fedele
alla bandiera leninista, fedele al suo partito e alla causa della
rivoluzione. Abbiamo di che rendere conto, compagni, alla me­
moria di Lenin in questa memorabile giornata. Per la prima volta

19 K 100-letiju, in « Kommunist », 1970, n. 1, p. 16.


20 L. I. Brežnev, op. cit., vol. II, p. 582 (ed. it.: Leonid Il’ič
Brežnev, La via leninista. Scritti e discorsi, vol. II, Roma 1974,
p. 532).
21 Ivi, pp. 83, 564-5; K 100-letiju, in « Kommunist », 1970, n. 1,
pp. 11-2.
22 50 let, in « Kommunist », 1967, n. 10, p. 17.
34 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

nella storia della civiltà mondiale il socialismo ha vinto piena­


mente e definitivamente, una società socialista sviluppata è stata
costruita e sono state create le condizioni per la costruzione vit­
toriosa del comuniSmo
Il partito comunista e il popolo sovietico — aggiungono le
« Tesi » su Lenin — seguendo le consegne leniniste, hanno per­
corso un difficile e glorioso cammino. Quel socialismo, la cui ine­
vitabile vittoria era stata dimostrata dai fondatori del socialismo
scientifico, quel socialismo, la cui costruzione era cominciata sotto
la direzione di Lenin, è diventato nell’Unione Sovietica realtà
effettiva23
24.

Abbiamo qui per la prima volta l’enunciazione del con­


cetto di « socialismo reale », che negli anni successivi verrà
sistematicamente offerto in risposta dai sovietici a tutti i
critici non disposti a riconoscere nell’Urss la realizzazione
dei propri ideali socialisti. È un concetto che, come risulta
dalle nostre citazioni, implica due orgogliose affermazioni:
1) quello dell’Urss e paesi affini è il solo socialismo esistente
nella pratica, mentre tutto il resto non è che velleità; 2) esso
è anche l’unico corrispondente alle premesse dottrinarie di
Marx o di Lenin, l’autentico socialismo che « ha indicato
a tutto il mondo la via per la soluzione delle contraddizioni
cardinali della nostra epoca » 25.
E gli anni di Stalin? Essi ebbero i loro inconvenienti,
si continua ad ammettere. Ma, « nonostante tutta la loro
gravità, quelle deformazioni non mutarono la natura della
società socialista, né scalzarono gli ordinamenti del sociali­
smo. Il partito e il popolo credevano profondamente nella
causa del comuniSmo, lavoravano con entusiasmo per rea­
lizzare gli ideali leninisti, superando difficoltà, insuccessi ed
errori temporanei »26. Insomma — dice in sostanza Brež-

23 L. I. Brežnev, op. cit., vol. II, p. 568.


24 K 100-letiju, in « Kommunist », 1970, n. 1, p. 13.
25 50 let, ivi, 1967, n. 10, pp. 18-9.
26 Ivi, p. 17.
II. L’interpretazione sovietica 35

nev — col senno di poi si può anche affermare che certe


cose potevano essere fatte meglio; ma si trattava di un’espe­
rienza nuova e diffìcile27. Gli « errori », comunque, non in­
taccano la coerenza dello sviluppo sovietico. Lo Stato è sem­
pre rimasto « quello creato dalla Rivoluzione di ottobre »28.
Gli sconvolgimenti, i conflitti, le crisi successive della
società scompaiono in questa descrizione per lasciare il posto
a una specie di dimostrazione scientifica « dei princìpi leni­
nisti di organizzazione dell’economia »29 (sebbene Lenin
avesse avuto, per la verità, scarso tempo e scarsi mezzi per
concepire e formulare simili « princìpi »). « Nep, industria­
lizzazione, collettivizzazione, rivoluzione culturale » vengono
presentate non come pagine contrastanti di un cammino
controverso, ma come fasi logicamente concatenate di un
percorso in ascesa, « abc del comuniSmo scientifico »30. Negli
anni ’30 (cioè proprio quelli che, attraverso lo scontro vio­
lento coi contadini e le repressioni di massa contro lo stesso
Partito bolscevico, videro emergere lo stalinismo) « il socia­
lismo si è affermato in tutte le sfere della vita del nostro
paese ». Con la Costituzione del ’36, che per la verità fu
messa in disparte appena approvata, anche « la sovrastrut­
tura politica fu resa corrispondente alla base economica del
socialismo »31.
Una volta partiti da queste premesse non è sorprendente
che si sia arrivati alla conclusione che lo stalinismo come
fenomeno a génon è mai esistito. È quanto si è affermato
nel ’79:

I centri antisovietici all’estero [...] continuano a speculare


sugli errori, veri o presunti, e sugli abusi di potere che ebbero
luogo da parte di Stalin in un determinato periodo. Si fanno ten­

27 L. I. Brežnev, op. cit., vol. Il, pp. 84-5.


28 Ivi, p. 95.
29 K 100-letiju, in « Kommunist », 1970, n. 1, p. 18.
30 L. I. Brežnev, op. cit., vol. II, p. 565.
31 Ivi, p. 565; 50 let, in « Kommunist », 1967, n. 10, p. 12.
36 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

tativi per inventare un preteso « stalinismo » come sistema par­


ticolare di concezioni teoriche e politiche e di prassi socio-politica.
Col pretesto di criticare Stalin e lo « stalinismo » si accumulano
fandonie e calunnie sulla storia dell’edificazione socialista, si met­
tono avanti « argomenti » che dovrebbero sminuire il contributo
decisivo dell’Unione Sovietica all’esito vittorioso della seconda
guerra mondiale, si pongono in dubbio la vittoria del socialismo
e i successi dell’edificazione socialista nell’Urss. [...] Alcuni
revisionisti di destra nelle loro calunnie arrivano addirittura a
negare il carattere comunista del nostro partito e la natura socia­
lista dello Stato sovietico. [...]
Stalin non introdusse nella dottrina marxista-leninista nulla
che non fosse sostanzialmente in accordo con le sue tesi fonda-
mentali. [.vl Questo significa che non si può parlare di nessuno
« stalinismo » come corrente di pensiero interna alla dottrina
marxista-leninista o esulante dai suoi confini. Il culto della per­
sonalità sorse in seguito alle note circostanze storiche e alle ca­
ratteristiche individuali di Stalin e, già per questo solo motivo,
non può essere considerato come qualcosa che sia logicamente
scaturito dall’ideologia comunista, cui il partito si è sempre ispi­
rato in tutta la sua attività, o che sia in qualche misura ad essa
collegato. [...]
L’analisi concreta delle diverse tappe del periodo, difficile e
complesso, di edificazione del socialismo nell’Urss e del processo
storico mondiale ad esso contemporaneo non offre nessun fonda­
mento alle invenzioni ostili o ingenuamente ignoranti, secondo
cui l’attività di Stalin avrebbe « deformato » lo sviluppo della
società o avrebbe significato un distacco del partito dal marxismo-
leninismo verso uno « stalinismo » che non è mai esistito. I ten­
tativi di isolare nella storia della società sovietica un « periodo
del culto della personalità » come tappa « particolare » hanno lo
scopo di offuscare l’immagine scientificamente oggettiva dell’av­
vento del nuovo regime æ.

Questa linearità della storia sovietica che condurrebbe


direttamente dalla rivoluzione all’affermazione del solo « so-

32 « Kommunist », 1979, n. 18, pp. 38-42.


II. L’interpretazione sovietica 37

cialismo reale » è stata contestata più volte nel movimento


comunista e nelle correnti del pensiero marxista. Analizze­
remo più avanti le principali linee interpretative che da
questa critica sono scaturite. Sin d’ora però va segnalata la
più celebre, anche se non altrettanto rigorosa intellettual­
mente, che ha avuto larga diffusione nella Cina degli anni
di Mao, dove si asseriva invece che l’Urss era stata a un
determinato momento teatro di una « restaurazione capita­
listica ». Si è trattato di una tesi che non è mai andata al
di là della pura polemica politica e che ha subito quindi
tutte le vicissitudini degli scontri di fazione che si sono suc­
ceduti in Cina, oltre che quelle della lotta di potenza fra
Mosca e Pechino. Ciò che tuttavia preme rilevare ai fini
della nostra analisi è che, contrariamente a una credenza
assai diffusa nell’estrema sinistra europea durante gli anni
’60 e ’70, la critica cinese non ha mai messo in causa il
fenomeno dello stalinismo. Se rottura vi era nella storia
sovietica, questa andava collocata, secondo il pensiero maoi­
sta, dopo la scomparsa di Stalin e non prima.
Non occorre, poiché esula dal nostro tema, ricordare qui
quello che Mao e altri autori cinesi hanno detto in diverse
occasioni su singole azioni o affermazioni di Stalin come
« teorico » o come politico 33. Questi giudizi, che concernono
in genere specifici aspetti della sua attività, non hanno mai
alterato la valutazione complessiva della storia sovietica
come prima « esperienza storica della dittatura del prole­
tariato » che fu espressa collettivamente dai dirigenti comu­
nisti cinesi in diversi documenti ufficiali: valutazione che,
formulata nelle sue linee generali abbastanza presto, non è
stata sostanzialmente modificata più tardi, se non — ripe­
tiamo — per il periodo poststaliniano (e solo per questo

33 Cfr. per questo: Mao Tse-tung, Su Stalin e sull’Urss. Scritti


sulla costruzione del socialismo, 1958-1961, Torino 1975; Id., Note
su Stalin e il socialismo sovietico, Roma-Bari 1975; Id., Discorsi ine­
diti, Milano 1975; Id., Rivoluzione e costruzione. Scritti e discorsi
1949-1957, Torino 1979.
38 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

periodo più recente si trova in drastico contrasto con le


tesi sovietiche).
Neanche per gli anni di Stalin l’interpretazione cinese
e quella sovietica sono del tutto coincidenti. Ma qui si tratta
di sfumature più che di divergenze fondamentali. Anche i
cinesi hanno scritto più volte negli anni di Mao che Stalin
aveva commesso « seri errori », ma non sempre li hanno
identificati con quelli stessi che i sovietici criticavano nei
tempi di Chruščev e, soprattutto, non li hanno attribuiti al
solo Stalin, bensì a « tutti quei compagni che hanno fatto
errori simili sotto la sua influenza »34. Nelle loro analisi il
fenomeno tendeva così a perdere quella caratterizzazione
fortemente personale che aveva invece nelle tesi sovietiche.
In tutta la storia postrivoluzionaria dell’Urss sino alla morte
di Stalin, i cinesi distinguevano tuttavia due « aspetti »:
uno « primario », che era anche il « più importante » e
aveva « valore universale », e uno « secondario ». Il primo
era consistito nel « costruire con successo una società socia­
lista », nell’avere quindi « trasformato il socialismo scien­
tifico da teoria e ideale in realtà viva », innalzando così « il
primo peana della vittoria del marxismo-leninismo nella sto­
ria dell’umanità »35. Il secondo aspetto era quello erroneo,
ma anche contingente, dovuto al fatto che « nessun sistema,
per quanto eccellente, è di per sé una garanzia contro i seri
errori del nostro lavoro », poiché tutto dipende dall’uso che
se ne fa36.
Con maggiore coerenza dei sovietici, i cinesi maoisti non
facevano quindi distinzione fra Stalin e un astratto « par­
tito » che avrebbe sempre agito bene, anche sotto il suo
governo. Nell’insieme anche Stalin aveva agito bene. Stalin

34 More on the Historical Experience of the Dictatorship of the


Proletariat, Peking 1957, p. 21.
35 Ivi, pp. 8, 10-1
36 Ivi, p. 17.
II. L’interpretazione sovietica 39

era infatti per loro colui che « dopo la morte di Lenin »


per « quasi trent’anni » aveva diretto la costruzione del socia­
lismo, aveva guidato industrializzazione e collettivizzazione
agricola, aveva realizzato immensi successi, restando sempre
« un grande marxista-leninista »: quindi anche per quanto
lo riguardava ciò che più contava erano i meriti, mentre gli
errori stavano in secondo piano 37. Era stato lui il continua­
tore di Lenin, mentre i suoi avversari, « trozkisti, zinovie-
visti, buchariniani e altri agenti borghesi », erano stati tutti
« nemici del leninismo »38. Non solo quindi i cinesi conte­
stavano che gli « errori » avessero « la loro origine nel siste­
ma socialista »; respingevano anche la tesi che lo Stato sta­
liniano, impegnato nella direzione dell’economia, fosse « di­
ventato una macchina burocratica », produttrice di infauste
conseguenze39. Allo stesso modo rinfacciavano a Chruščev
di avere parlato di un « periodo del culto della personalità »
come di una fase specifica della storia sovietica, in cui il
« sistema sociale, l’ideologia e la morale [...] non sarebbero
stati socialisti » ‘w.

Allorché si esamina il tema nel suo complesso — essi hanno


scritto nel ’56, con un’affermazione che non hanno mai ripu­
diato — se anche si deve parlare di « stalinismo », questo può
solo significare in primo luogo comuniSmo e marxismo-leninismo,

37 Ivi, pp. 20-1; On the Question of Stalin, in «Peking Re­


view », n. 38, 20 settembre 1963, pp. 9-10.
38 «Peking Review», n. 38, 20 settembre 1963; Materiale di
consultazione per « Un grande documento storico », in « I quaderni »
di Edizione Oriente, 1967, n. 8, p. 12. In questo secondo testo, che
risale agli anni della « rivoluzione culturale proletaria », si asserisce
anche che questi « nemici » si erano « insinuati nel partito », così
come lo si asseriva per quei dirigenti comunisti cinesi che l’oSensiva
maoista tendeva a spazzar via e che hanno poi avuto clamorose riabi­
litazioni dopo la morte di Mao.
39 More on the Historical Experience cit., p. 16.
40 « Peking Review », n. 38, 20 settembre 1963, p. 14.
40 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

che è il suo aspetto principale: solo in via secondaria esso con­


tiene alcuni errori estremamente seri che vanno interamente cor­
retti 41.

Diversamente sono andate le cose più tardi:

Dopo la morte di Stalin, la cricca revisionista di Chruščev


ha usurpato la direzione del partito e dello Stato, ha trasformato
la dittatura del proletariato in una dittatura della borghesia e
ha cominciato a restaurare il capitalismo nell’Unione Sovietica,
il primo paese socialista. Questa è la più grande lezione nella
storia del proletariato mondiale42.

L’ultima affermazione non sembra avere mai avuto altra


ragione all’infuori della preoccupazione di fornire un avallo
ideologico alla lotta senza esclusione di colpi che si era aperta
fra i comunisti dei due paesi. Su questa via le invettive si
sono fatte da entrambe le parti sempre più feroci: l’Urss
è stata definita in determinati periodi dai dirigenti cinesi
una « dittatura fascista » che aveva portato al potere « nuovi
zar »43. L’intento diffamatorio e l’origine politica di simili
accuse sono sempre risultati chiari dall’assenza di una qual­
siasi analisi oggettiva della società sovietica che desse loro
un fondamento più specifico. Altrettanto pretestuosa è ap­
parsa quindi la cesura che, senza argomentazione, veniva
introdotta dai cinesi nella storia sovietica al momento della
scomparsa di Stalin.
Solo in qualche momento è emersa in Cina la tendenza
a individuare anche nell’Urss staliniana almeno alcune pre­
messe della successiva « restaurazione » capitalistica: esse

41 More on the Historical Experience cit., pp. 20-1.


42 Materiale di consultazione cit., p. 15.
43 Lin Biao, Rapporto al IX congresso del Partito comunista ci­
nese, in « Hsinhua News Agency », 28 aprile 1969, pp. 18-9; Zhou
Enlai (Chu En-lai), Rapporto al X congresso del Partito comunista ci­
nese, ivi, 3 settembre 1973, p. 12.
II. L’interpretazione sovietica 41

sono state allora ricercate in un altro « errore » di Stalin,


che avrebbe ignorato il persistere della lotta di classe « du­
rante tutto il periodo storico della dittatura del proleta­
riato », lasciando così riformarsi un’« ideologia borghese »
nella società44. Ma questa affermazione sembra denotare una
insufficiente conoscenza di Stalin, che in realtà sostenne più
volte la tesi della continuazione e perfino dell’« inasprimento »
della lotta di classe, servendosene per giustificare le sue
repressioni di massa45. Tutte queste tesi sono state, del
resto, messe in disparte dai cinesi quando si sono trovati
ad affrontare un problema analogo nei confronti della loro
esperienza, posti davanti alla necessità di formulare un giu­
dizio sul loro passato legato al nome di Mao, e ne sono
stati stimolati a iniziare una riflessione nuova sulla storia,
propria e altrui, degli ultimi decenni4é.
Sin qui i cinesi. Se torniamo invece ai sovietici e al resto
del movimento comunista, dobbiamo rilevare che per quanto
eufemistica, la formula del « culto della personalità » non

44 Materiale di consultazione cit., pp. 13-4.


45 Stalin fece dell’inasprimento della lotta di classe, destinata a
diventare più feroce via via che la società procedeva verso il sociali­
smo, una vera e propria « teoria » che citò più volte a giustificazione
dei suoi più dispotici atti di governo. Adombrò per la prima volta
questa concezione nel 1929, all’epoca della lotta contro Bucharin e
la « destra » (I. V. Stalin, Sočinenija cit., vol. XII, pp. 32-3). La svi­
luppò sino a dargli forma compiuta nel 1933 (ivi, vol. XIII, pp. 207-
212) e nel 1937, al momento delle repressioni di massa contro il
partito (ivi, vol. I [XIV], pp. 213-4). Ma essa fu evocata più volte
anche durante le ultime settimane della sua vita dai più autorevoli
organi di stampa sovietici, come fece la « Pravda » nel torbido feb­
braio 1953. Tale teoria fu anche uno dei punti più precisi su cui si
concentrò la critica a Stalin dopo il 1956 LKruscev ricorda cit., pp.
292-3; Spravočnik partijnogo rabotnika, ed. 1957, pp. 328-9).
46 Per un esempio di questa riflessione cinese su un proprio
« culto della personalità », cfr. Shi Zhongquan e Yang Zenghe, La
pensée-maozedong vue par Zhou Enlai e La pensée-maozedong: évolu­
tion du terme au cours des 40 dernières années, in « Beijing Infor­
mation », n. 9, 2 marzo 1981.
42 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

era stata all’inizio del tutto priva di interesse, soprattutto


tenuto conto della sua contrastata origine politica. Essa atti­
rava infatti l’attenzione su alcune componenti dello stali­
nismo: la forte carica ideologica che lo aveva caratterizzato
sino ad assumere aspetti quasi religiosi e la marcata impronta
personale che l’uomo Stalin vi aveva lasciato (tanto da obbli­
gare lo stesso pensiero marxista a una riflessione nuova sul­
l’annosa questione del « ruolo della personalità nella sto­
ria »). La formula rivelava invece tutta la sua inconsistenza
quando pretendeva di diventare chiave interpretativa di un
intero fenomeno storico. Sotto questa angolatura non erano
solo i dirigenti cinesi a contestarla nell’ambito delle correnti
marxiste e, più in generale, dei movimenti di sinistra. Vi
fu addirittura fuori dell’Urss una specie di corale rifiuto di
quel tipo di spiegazione del passato. Le critiche più argo­
mentate vennero proprio dalla cultura marxista che sentiva
quel genere di interpretazione come profondamente estraneo.
Fra i primi critici fu Paimiro Togliatti. Parlare del
« culto » come causa di processi storici non privi, ai suoi
occhi, di tratti degenerativi non significava nulla. Attribuire
le colpe ai « difetti personali » di un uomo soltanto, per di
più quello stesso di cui si erano esaltate nel passato le sovru­
mane virtù, voleva dire restare sempre nel quadro del « cul­
to ». « Siamo fuori — diceva Togliatti — dal criterio di
giudizio che è proprio del marxismo ». Sfuggivano i problemi
reali che consistevano nel capire come e perché quegli « er­
rori », che gli stessi sovietici a un certo momento avevano
denunciato in tinte fosche, si fossero prodotti47. La solu­
zione escogitata dagli ideologi sovietici consisteva — come
si è visto — nel trasformare lo stalinismo, o comunque
l’insieme dei fenomeni che si andavano inglobando in que­
sto sostantivo, in un semplice incidente lungo un percorso
che era sempre stato nel suo insieme corretto e, per molti

47 Paimiro Togliatti, Problemi del movimento operaio internazio­


nale, 1956-1961, Roma 1962, p. 102.
II. L’interpretazione sovietica 43

aspetti, perfino esemplare. La loro tesi era che « i fatti de­


nunciati avrebbero avuto una assai scarsa efficacia sul com­
plesso della vita sociale ». « Questo però — commentava
Togliatti — non basta affermarlo. Bisogna dimostrarlo ».
Egli continuava a credere che in Urss « la sostanza del regi­
me socialista » non fosse « andata perduta ». Ma aggiungeva:
« Che un contrasto profondissimo venga alla luce, tra la
natura, storicamente e socialmente ben determinata, di un
regime rivoluzionario, e un metodo di direzione repugnante
a questa natura, non lo si può negare. Lo si deve ricono­
scere »48.
Per certi aspetti analoga a quella togliattiana è stata la
critica più tarda del francese Althusser. In quanto « preten­
deva di spiegare ciò che in effetti non spiegava affatto», il
« culto della personalità » era uno « pseudoconcetto » che per
di più « sviava coloro che avrebbe dovuto illuminare ». Era

un modo di cercare le cause di avvenimenti gravi e delle forme


in cui si manifestano in certi difetti delle pratiche della sovra­
struttura giuridica, [...] senza mai mettere in questione, e per
fatti di tale gravità e durata, [...] l’insieme degli apparati di Stato
che costituiscono la sovrastruttura e soprattutto senza toccarne
mai la radice: le contraddizioni nel processo della costruzione
del socialismo e nella sua linea; senza toccare cioè le forme esi­
stenti dei rapporti di produzione, i rapporti di classe e la lotta
delle classi49.

In contrasto con la spiegazione ufficiale sovietica, Al­


thusser introduceva a questo punto il concetto di_« devia­
zione staliniana », deviazione dal pensiero rivoluzionario di
Marx è di Lenin, che avrebbe avuto l’Urss come suo centro
e che di qui si sarebbe diffusa negli anni ’30 in tutto il mo­
vimento comunista della III Internazionale. Tale deviazione
sarebbe andata nel senso dell’« economicismo » (esaltazione

48 Ivi, pp. 10, 108.


49 Louis Althusser, Umanesimo e stalinismo cit., pp. 97-9.
44 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

delle forze produttive al di fuori dei reali rapporti di pro­


duzione) ammantato di « umanesimo », secondo un connubio
che è la sostanza — diceva Althusser — di tutta la conce­
zione sociale della borghesia50. Il filosofo francese sacrifi­
cava poi allo spirito del tempo in cui scriveva, segnalando
come unica «critica storica [...] condotta nei fatti» della
deviazione staliniana quella che si sarebbe manifestata in
alcuni sviluppi dell’esperienza cinese, quali la « rivoluzione
culturale proletaria »51 (affermazione che, come abbiamo
visto, trova scarso riscontro nelle effettive vicende delle
lotte interne in Cina e nello stesso pensiero politico che le
ha accompagnate e che ben pochi cinesi, sia negli anni di
Mao che in quelli successivi, sarebbero stati disposti, sia
pure per motivi diversi, a sottoscrivere).

50 Ivi, pp. 114-9.


51 Ivi, pp. 119-20.
Capitolo terzo

LA TEORIA DELLA CONTINUITÀ


È solo un apparente paradosso che un’interpretazione
apologetica, come quella che il mondo sovietico ufficiale dà
della propria storia, possa essere capovolta in senso denigra­
torio con un semplice cambiamento di segno, pur conser­
vando la stessa interna omogeneità. Opposte nel giudizio,
ma analoghe nel metodo, le due operazioni sono infatti ac­
comunate dal forte carattere ideologico. Piuttosto che rico­
struire la vicenda dell’Urss ricercandone l’intima dialettica,
entrambe propongono o sottintendono un’accettazione in
blocco o un ripudio sempre in blocco dell’esperienza sovietica
dal 1917 in poi. Diametralmente contrastanti sono gli scopi,
ma identico è l’approccio. Non vi è quindi di che essere
troppo sorpresi quando troviamo negli avversari più siste­
matici del regime dell’Urss, sia dentro che fuori del paese,
un’interpretazione per molti versi coincidente con quella de­
gli ideologi di Mosca, anche se di diversa coloritura.
Ciò vale in primo luogo per i circoli più radicali del dis­
senso sovietico e, in particolare, per numerosi suoi esponenti
emigrati, a cominciare dal più eminente, lo scrittore Alek­
sandr Solženicyn. La sua tesi:

È giusto dubitare che esista qualcosa come lo « stalinismo ».


È mai esistito? Lo stesso Stalin non affermò né una sua dottrina
separata (per il basso livello intellettuale, egli non avrebbe potuto
costruire nulla del genere) né un suo separato sistema politico.
Oggi tutti gli ammiratori, i partigiani e gli orfani di Stalin nel
nostro paese, al pari dei suoi seguaci in Cina, sono fermi come
rocce nel dire che Stalin era un fedele leninista, il quale non si

à
48 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

è mai allontanato da Lenin in nulla di essenziale. L’autore di


queste righe, che a suo tempo finì in prigione per odio a Stalin
e per avergli rimproverato di essersi staccato da Lenin, deve
ammettere adesso di non poter trovare, indicare, dimostrare nes­
sun sostanziale distacco. [...] «Stalinismo» è un concetto molto
comodo per quei nostri circoli marxisti « ripuliti » che cercano
di distinguersi dalla linea ufficiale, nei fatti distinguendosi in
misura insignificante (come tipico rappresentante di questa linea
si può segnalare Roy Medvedev). Allo stesso fine il concetto di
« stalinismo » è ancor più importante e necessario per i partiti
comunisti occidentali che possono riversare su di esso il fardello
sanguinoso del passato, alleggerendo così le loro posizioni nel
presente. (Fra costoro vanno annoverati anche teorici comunisti
come Lukacs e Deutscher.) È anche indispensabile per i circoli
liberali di sinistra dell’Occidente che, quando Stalin era vivo,
applaudivano le immagini rosee della nostra realtà e che dopo il
XX congresso si sono trovati in un brutto pasticcio. Ma uno stu­
dio attento della nostra storia recente ci dice che non vi è mai
stato nessuno stalinismo (né come dottrina, né come indirizzo
di vita, né come sistema statale) così come giustamente affermano
i circoli ufficiali del nostro paese e i dirigenti cinesi. Stalin fu
un continuatore, magari inetto, ma coerente e fedele, dello spirito
della dottrina leninista ’.

L’evoluzione personale di Solženicyn, così come egli qui


la descrive, è comune a diversi critici dell’Urss, provenienti
dalla società sovietica o dalle file del movimento comunista,
che sono stati indotti dalle loro delusioni o dalle loro revi­
sioni di giudizi e di valori a estendere il ripudio di Stalin a
Lenin e, di solito, allo stesso Marx12. Solženicyn è semmai

1 A. Solzenicyn, Na vozvrate dychanija i soznanija, in Iz pod


glyb. Sbornik statej, Paris 1974, pp. 14-5 (i corsivi sono nell’originale).
Cfr. anche il discorso di Solzenicyn all’Università di Harvard, pubbli­
cato integralmente in « L’Express », 19-25 giugno 1978.
2 James Burnham, Lenin’s Heir, in « Partisan Review », inverno
1945, p. 70, dove si afferma che « con Stalin la rivoluzione comunista
è stata compiuta, non tradita ». Per l’estensione della critica al marxi­
smo nel suo insieme, cfr. Leszek Kolakowski, Marxist Roots of Stalinism
III. La teoria della continuità 49

colui che in questo ambito ha spinto più lontano la sua re­


quisitoria. Marxismo e comuniSmo, così come « l’indeboli­
mento [...] di tutta la civiltà occidentale », sono per lui « so­
prattutto il risultato della crisi storica, psicologica e morale
di tutta la cultura e di tutto un sistema di concezione del
mondo che è cominciata all’epoca del Rinascimento e ha tro­
vato le sue massime formulazioni negli illuministi del XVIII
secolo »3.
Diverso è il meccanismo per cui conclusioni simili alle
sue, anche se meno drastiche o più sofisticate, sono state a
lungo accettate dalla storiografia anglo-americana che si è
occupata dell’Urss. Nel quadro degli studi storici, questo fi­
lone di ricerca si è sviluppato con dignità accademica soprat­
tutto negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, sul
finire degli anni ’40. Le circostanze che ne hanno accompa­
gnato la nascita dovevano condizionarne anche l’ottica par­
ticolare. Da un lato, erano gli anni della « guerra fredda »,
con la forte ostilità per l’Urss che li caratterizzava in Ame­
rica e, dall’altro, quelli dello stalinismo imperante nell’Unio­
ne Sovietica con le sue manifestazioni più cupe, che potevano
facilmente apparire a un osservatore esterno dell’epoca come
il solo esito di rilievo di tutta la vicenda rivoluzionaria del

in Stalinism cit., pp. 283-98 e, dello stesso autore, Marxism: A Summing-


Up, in « Survey», v. 23, n. 3, pp. 165-71. Lungi dall’essere un feno­
meno recente, tale tendenza ha in pratica accompagnato tutta l’espe­
rienza sovietica. Già negli anni ’30 Trockij la faceva oggetto della
sua polemica (« Bjulleten’ Oppozicii », n. 58-59, pp. 6-7). Circa il
generale atteggiamento politico-culturale di molti ex-comunisti, re­
stano efficaci i giudizi di Isaac Deutscher, The Ex-Communist’s Con­
science, in Heretics and Renegades and Other Essays, Indianapolis-
New York 1969, pp. 9-22 (trad. it. Eretici e rinnegati e altri saggi,
Milano 1970). Cfr. anche Id., Il profeta esiliato. Trockij 1929-1940,
Milano 1965, p. 557 (ed. orig. The Prophet Outcast. Trotsky 1929-
1940, London 1963).
3 A. Solženicyn, Pis’mo voidjam Sovetskogo Sojuza, Paris 1974,
pp. 11, 18. Cfr. anche il discorso dello stesso autore pronunciato al­
l’Università di Harvard.
50 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

paese. Anche la storiografia americana sull’Urss e, sia pure


in misura minore, quella inglese presero quindi avvio come
strumenti più o meno consapevoli, più o meno scientifici, di
lotta politica4. A questa loro destinazione dovettero, del resto,
gran parte dello stimolo alla loro espansione e degli stessi
mezzi tecnici e finanziari di cui poterono avvalersi.
Altri due fattori influenzarono considerevolmente gli in­
dirizzi di quella storiografia. Il primo fu il peso specifico
relativamente forte che, per via della scarsità di specialisti
nazionali, ebbero nel suo sviluppo i vecchi intellettuali emi­
grati dalla Russia sovietica e, in parte, gli ex-comunisti. Il
secondo fu la notevole esilità o parzialità della base docu­
mentaria su cui essa fu costretta, almeno nei primi anni, a
fondare i suoi studi anche in un paese come gli Stati Uniti,
dove centri specializzati si dettero da fare assai presto per
arricchire la disponibilità delle fonti necessarie. Unito a uno
scarso interesse per la problematica più interna del movi­
mento comunista, che era visto, specie negli anni del maccar­
tismo, piuttosto come tumore maligno da estirpare che come
fenomeno politico dotato di una sua legittimità storica, que­
sto secondo fattore favorì un’accettazione acritica di tutta
una serie di giudizi della storiografia staliniana, che veniva
deprecata nel suo insieme, ma le cui singole valutazioni di
fatto su tutta una serie di fasi e fenomeni dell’esperienza
sovietica venivano invece tacitamente accolte. Tanta capacità
d’influenza indiretta di quella che possiamo pur chiamare una
« cultura » staliniana è stata più tardi rilevata, non senza sor­
presa, anche da studiosi americani5.
Segnalare queste caratteristiche non significa negare i me­
riti di quell’ampio lavoro storiografico, almeno nelle sue ma-

4 Fece eccezione a tale tendenza la rivista « Soviet Studies »,


pubblicata in Inghilterra a partire dal giugno 1949 sotto la dire­
zione di I. Miller e R. J. A. Schlesinger per conto del Department
for the Study of the Social and Economic Institutions of the Ussr
dell’Università di Glasgow.
5 R. Tucker, in Stalinism cit., pp. xn, 77; S. Cohen, ivi, p. 14.
III. La teoria della continuità 51

nifestazioni migliori. Al contrario, nel suo alveo sono apparse


numerose opere che avevano all’epoca un indubbio valore
pionieristico e che ancora oggi, sebbene in parte discutibili
alla luce delle nostre nuove conoscenze, conservano un pre­
ciso interesse. Tenere presenti le circostanze della loro appa­
rizione aiuta piuttosto a comprendere meglio come e perché
anche da questa parte si sia sviluppata una Enea interpre­
tativa che vede nella storia sovietica un’ininterrotta conti­
nuità dalla rivoluzione in poi, con Lenin, con Stalin o con i
suoi successori: tale linea ha detenuto per molto tempo un
assoluto monopolio e resta ancora oggi prevalente. Lo stali­
nismo e ciò che di esso sopravvive erano, per questa corrente
di pensiero, impliciti nel bolscevismo o nel « leninismo » sin
dagli inizi e appaiono quindi come logiche, o persino inevi­
tabili, conseguenze delle sue concezioni teoriche e organiz­
zative oltre che della sua azione politica. Si tratterebbe, in
sostanza, della stessa cosa. Questa, almeno, è la sintesi, anche
se si è pòi disposti a riconoscere secondarie differenze di gra­
dazione tra un fenomeno e l’altro. Stalin e il suo governo
risultano comunque il solo sviluppo possibile, se non addirit­
tura il solo legittimo, della rivoluzione dell’ottobre ’17, vista
come una sorta di vizio originario da cui tutto il resto sarebbe
fatalmente disceso.
Esemplari di questa visione della storia sovietica sono
alcuni estratti di un dibattito accademico che risale al 1954.
Eccoli. Thomas Hammond: « La posizione di Lenin in quei
giorni [si parla della fine del secolo scorso] offre un’ante­
prima dell’autoritarismo che doveva essere trapiantato nel
periodo postrivoluzionario e imporre il suo segno su tanti
aspetti della società sovietica. Un esame di questi atteggia­
menti leninisti mostrerebbe anche che, sebbene l’autoritari­
smo sovietico abbia raggiunto la sua forma più estrema con
Stalin, le sue fondamenta erano state poste molto prima da
Lenin ». Adam Ulam: « Dove era la forza politica originale
che spingeva Stalin in una posizione così dominante? La ri­
sposta deve essere trovata innanzitutto nel carattere e nella
52 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

tendenza storica del partito bolscevico già prima della morte


di Lenin ». Merle Fainsod riassume la discussione: « Sia
Hammond che Ulam ci dicono — e io concordo volentieri —
che sebbene il totalitarismo sovietico abbia raggiunto la sua
forma estrema con Stalin, le sue fondamenta erano state get­
tate molto prima da Lenin » 6.
I nomi qui citati sono quelli di alcuni tra gli studiosi
più seri e autorevoli. In altri la preoccupazione della pole­
mica politica è più evidente e la sua espressione assume toni
libellistici. È il caso di Waldemar Gurian. Egli pure all’inizio
degli anni ’50 scriveva che « il regime sovietico, nonostante
tutti i cambiamenti, aveva mantenuto una fondamentale con­
tinuità da Lenin a Stalin ed era destinato a mantenerla con
i successori di questi ». « La religione politica leninista
— aggiungeva — aveva creato e giustificato lo Stato tota­
litario [...] e questo [...] da strumento era divenuto fine
dell’era presente ». Giudizio riassuntivo: « Il controllo to­
talitario, cominciato con la rivoluzione d’ottobre, venne per­
fezionato e completato sotto Stalin » 7.
La stessa impostazione non è rimasta datata solo a un
particolare periodo di tempo o circoscritta a un parziale
settore della ricerca. Lo costatiamo ricorrendo sia a lavori
scritti dagli stessi storici in epoche diverse, sia ad altri stu­
diosi. Nella sua opera principale Fainsod, ad esempio, sostiene
che il totalitarismo « era implicito nelle premesse dottrinali
organizzative e tattiche su cui la struttura del bolscevismo
era costruita » o, come vuole una sua successiva e più lapi­
daria affermazione, poi ripresa da numerosi altri autori:

6 Thomas T. Hammond, Leninist Authoritarianism Before the


Revolution-, Adam Ulam, Stalin and the Theory of Totalitarianism-,
Merle Fainsod, Review. tutti i testi sono in Continuity and Change
in Russian and Soviet Thought, a cura di Ernest J. Simmons, Cam­
bridge (Massachusetts) 1955, pp. 145, 160, 175.
7 Waldemar Gurian, Introduzione al comuniSmo, Bologna 1958,
pp. 25, 89, 120 (ed. orig. Bolshevism. An Introduction to Soviet
Communism, Notre Dame, Indiana 1952).
III. La teoria della continuità 53

« Dall’embrione totalitario sarebbe scaturito il totalitarismo


pienamente sbocciato (full-blown) »8. Ulam, a sua volta, as­
serisce in altra sede che la « psicologia » di Lenin aveva reso
« inevitabile il futuro e più brutale sviluppo del suo succes­
sore »: « perfino elementi tipici della Russia staliniana come
il “ culto della personalità ” e le purghe trovano la loro
parziale spiegazione negli eventi e negli umori della direzione
leninista del movimento bolscevico » 9.
Ma l’estensione quasi dogmatica assunta da tale interpre­
tazione risulterà più chiara da citazioni di autori differenti,
prese tra un’enorme massa di affermazioni simili che l’abbon­
dante letteratura anglo-americana sull’argomento ci offre. Da­
niels: « La vittoria di Stalin non fu, in ultima analisi, una
vittoria personale, ma il trionfo di un simbolo, dell’individuo
che incarnava tanto i precetti del leninismo quanto la tecnica
della loro applicazione » 10. Meyer: « Lo stalinismo può e
deve essere definito come un modo di pensiero e di azione
che deriva direttamente dal leninismo: [...] il tipo di deci­
sioni prese da Stalin e la maniera in cui vennero adottate ed
eseguite furono preparate da Lenin »11. Reshetar polemizza
con chi voglia sottolineare le differenze fra leninismo e sta­
linismo: « Per quanto significative possano essere, queste
differenze sono eclissate dall’eredità leninista nello stalinismo.

8 Merle Fainsod, How Russia is Ruled, Cambridge (Massachu­


setts) 1963, pp. 31, 59. La sua affermazione (l’edizione originale è
del 1953) è ripresa pari pari da John A. Armstrong, The Politics of
Totalitarianism. The Communist Party of the Soviet Union from 1934
to the Present, New York 1961, pp. ix-x e da Zbigniew Brzezinski,
Disfunctional Totalitarianism, in Theory and Politics. Pestschrift
zum 70. Gebartstag für Carl Joachim Friedrich, Haag 1971, p. 337.
9 Adam B. Ulam, The Bolsheviks. The Intellectual and Political
History of the Triumph of Communism in Russia, New York 1973,
p. 477 (ed. it. Lenin e il suo tempo, Firenze 1967).
10 Robert V. Daniels, The Conscience of the Revolution. Com­
munist Opposition in Soviet Russia, Cambridge (Massachusetts) 1960,
p. 403.
11 Alfred G. Meyer, Leninism, ivi 1957, pp. 282-3.
54 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

[...] Lenin aveva fornito gli assunti di base che, applicati


da Stalin e sviluppati sino alla logica conclusione, culmina­
rono nelle grandi purghe » 12. Treadgold rimprovera ai bol-
scevichi in genere e agli oppositori di Stalin, in particolare,
di non essersi « potuti rassegnare ad ammettere, né a negare
del tutto, che il regime di Stalin e le vittime della “ seconda
rivoluzione ” erano le logiche conseguenze della oligarchia
monopartitica, [...] che cercava di costruire un socialismo
di Stato in un paese profondamente antisocialista » 13. Per
Brzezinski infine, che fu studioso dell’Urss prima di diventare
celebre come massimo consigliere del presidente Carter per
la politica estera, la trasformazione operata da Stalin aveva
semplicemente « rafforzato la dinamica totalitaria del sistema
politico stesso » 14.
La frequenza con cui si affaccia in questi brani il termine
di « totalitarismo » esige un breve commento. Nelle nostre
citazioni esso viene usato in pratica come sinonimo di stali­
nismo. L’interpretazione totalitaria della storia e della società
sovietica è in realtà il contributo più importante venuto si­
nora dalla scuola americana all’analisi del problema che qui
ci interessa. Come tale, presenta alcuni tratti originali, che
non possiamo esaminare subito. Merita una trattazione sepa­
rata e noi le riserveremo uno dei prossimi capitoli. Qui dob­
biamo solo segnalare come anche questa scuola abbia sposato
assai presto, così come appare chiaro dai brani riportati, la
tesi di una ferrea continuità dello sviluppo rivoluzionario so­
vietico, contribuendo ad accentuare il predominio che quella
tesi ha esercitato negli studi anglo americani e, per l’influenza
da essi avuta, anche nel resto dell’Occidente 15.

12 John S. Reshetar Jr., A Concise History of the Communist


Party of the Soviet Union, New York 1964, pp. 217-9.
13 Donald W. Treadgold, Twentieth Century Russia, Chicago
1972, p. 276.
14 Theory and Politics cit., p. 377.
15 Cfr., ad esempio, Maximilian Rubel, The Relationship of Boi-
III. La teoria della continuità 55

Un predominio di cui gli stessi studiosi americani sono


coscienti, non di rado con spirito critico. Durante un altro
convegno scientifico, nel 1967, Hannah Arendt, teorica del
totalitarismo, osservava come tutti avessero condiviso in
quella sede la credenza « in un’ininterrotta continuità della
storia russo-sovietica dall’Ottobre 1917 alla morte di Stalin »
e individuava in questa convinzione una « caratteristica »
della « corrente maestra del pensiero occidentale »16. Un
altro autore ha deprecato sulla rivista degli storici americani:
« L’accettazione della tesi che le azioni e la politica di Lenin
portavano direttamente a quella di Stalin ha indotto molti
studiosi in Occidente a ritenere che il problema delle radici
storiche dello stalinismo fosse risolto e non richiedesse più
nessuna analisi seria » 17. Della stessa opinione è Robert Tu­
cker, il quale rileva come l’intera storiografia occidentale sia
arrivata assai tardi a porsi il problema dello stalinismo in
quanto tale 1S. Ciò spiega anche perché essa si sia mostrata
recalcitrante davanti ai primi e più interessanti tentativi di
una parte del dissenso sovietico di affrontare invece specifi­
camente il fenomeno staliniano contestandone la filiazione
dalla rivoluzione e da Lenin 19.

shevism to Marxism, in Revolutionary Russia, a cura di Richard Pipes,


New York 1969, pp. 405-6.
16 Revolutionary Russia cit., p. 441. Circa l’ambivalenza di questa
teoria della continuità, si può osservare come in quella stessa occa­
sione la Arendt asserisse: « In altre parole, coloro che erano più o
meno dalla parte della rivoluzione di Lenin giustificavano anche Stalin,
mentre coloro che denunciavano il governo di Stalin erano sicuri che
Lenin non solo fosse responsabile del totalitarismo di Stalin, ma appar­
tenesse in realtà alla stessa categoria, che Stalin fosse quindi la neces­
saria conseguenza di Lenin ».
17 Robert M. Schlusser, A Soviet Historian Evaluates Stalin’s
Role in History, in « The American Historical Review », voi. 77, n. 5,
dicembre 1972, p. 1393.
18 R. Tucker, in Stalinism cit., p. 77. Cfr. anche nello stesso
volume (p. 24) S. Cohen.
19 L’opera sovietica è quella di Roy Medvedev: cfr. n. 4, p. 206.
56 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

La negligenza per il problema dello stalinismo non è stata


la sola conseguenza di questa linea interpretativa. Essa ha
condizionato e, in parte, predeterminato i giudizi su tutte le
successive fasi della storia sovietica. Sebbene una simile valu­
tazione risulti troppo semplificata alla luce dei documenti, il
comuniSmo di guerra viene considerato, ad esempio, soltanto
come un tentativo, magari prematuro, ma pur sempre coerente
e intenzionale, di realizzare programmi e finalità bolsceviche,
uno « sforzo per mettere in pratica sogni utopistici » x, una
specie di stalinismo anticipato. L’ultimo aspro conflitto di
Lenin con Stalin tra il 1922 e il 1923 è ridotto a un episodio
marginale, dovuto essenzialmente alla mortale malattia del pri­
mo 21. La Nep soprattutto fa le spese di questa impostazione:
essa è vista solo come un momento atipico dell’esperienza
sovietica, un modo astuto di « reculer pour mieux sauter »,
una « manovra tattica » in attesa di tempi migliori e di con­
dizioni adatte per riprendere la realizzazione del vecchio pro­
gramma. È singolare come in tutti questi casi permanga un
sostanziale allineamento con la vecchia storiografia staliniana,
nonostante l’abbondante documentazione che si è nel frat­
tempo accumulata in senso contrario 22. Perfino uno studioso

Per le riserve con cui questa fu accolta si vedano le recensioni di


Leonard Schapiro in « Sunday Times », 26 marzo 1972, e di Merle
Fainsod in « Book Week », 2 gennaio 1972.
20 D. W. Treadgold, op. cit., p. 165; M. Fainsod, How Russia
is Ruled cit., p. 93; W. Gurian, op. cit., p. 79; J. S. Reshetar, op.
cit., pp. 178-9.
21 Adam B. Ulam, Stalin. L’uomo e la sua epoca, Milano 1973,
pp. 237-44 (ed. orig. Stalin. The Man and his Era, New York 1973);
D. W. Treadgold, op. cit., p. 214. Quest’ultimo autore riprende anche
la leggenda di precisa origine staliniana, secondo cui « Stalin non si
era mai cacciato in conflitti con Lenin su questioni di principio o di
tattica ».
22 D. W. Treadgold, op. cit., pp. 196, 199. Lo stesso autore
arriva a scrivere (ivi, p. 258): « È difficile trovare un parallelo per
un regime o un partito che ha detenuto il potere per dieci anni,
aspettando la sua ora fino a che non si è sentito abbastanza forte
III. La teoria della continuità 51

attento dell’agricoltura sovietica ritiene la collettivizzazione


degli anni ’30 una « conseguenza inevitabile » della vittoria
bolscevica del ’17 23.
Infine lo stesso stalinismo viene considerato come qual-

per realizzare il suo originario programma ». Questa lettura del primo


periodo della storia sovietica, sino agli inizi degli armi ’30, non cor­
risponde a ciò che accadde in realtà. Essa trova il suo solo conforto
nella versione che a suo tempo dette la storiografia staliniana che, a
proposito della Nep, sosteneva: « Il comuniSmo di guerra era stato
un tentativo di prendere d’assalto, con un attacco frontale, la fortezza
degli elementi capitalistici nella città e nella campagna. In quell’offen­
siva il partito si era spinto alquanto in avanti, rischiando di staccarsi
dalla propria base. Ora Lenin proponeva di tornare un po’ indietro,
di ripiegare temporaneamente un po’ più vicino alle retrovie, di pas­
sare dall’assalto a un più prolungato assedio della fortezza, per poter
riprendere l’attacco non appena raccolte le forze » [Storia del Partito
comunista-bolscevico dell’Urss. Breve corso, Mosca 1945, pp. 219-20).
Questa presentazione del pensiero di Lenin, sebbene non del tutto
abbandonata neppure dalle storie ufficiali di oggi, è ben lontana dal
rispettare ciò che Lenin effettivamente propose: cfr., oltre i suoi scritti
di quel periodo, E. B. Genkina, Gosudarstvennaja dejatelnost’ Lenina.
1921-1923, Moskva 1969. Lo stesso Stalin era talmente consapevole
di aver cambiato profondamente politica rispetto a quel che Lenin
aveva auspicato avviando la Nep che, per placare le apprensioni su­
scitate, ritenne necessario ancora nel giugno 1930, sostenere che la
Nep, da lui abbandonata tra il ’28 e il ’29, era ancora in corso, sia
pure con contenuti diversi (I. V. Stalin, Sočinenija cit., vol. XII,
pp. 306-8). Per una più ampia analisi della fine della Nep rinviamo
a Giuseppe Boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit., v. I, pp. 378-9.
23 Naum Jasny, The Socialized Agriculture of the Ussr, Stanford
1945, p. 18. L’autore era un emigrato dall’Urss di formazione men­
scevica. Ciò può servire a richiamare l’attenzione sull’influenza che
nella teoria della continuità ebbero i menscevichi rifugiati all’estero,
in quanto criticavano il regime sovietico sin dagli inizi proprio per
quei suoi aspetti che Stalin doveva poi portare a proporzioni assolute.
Le loro concezioni stimolarono indubbiamente a vedere « Lenin in
quanto premessa e precondizione di Stalin » (l’espressione è di Vit­
torio Strada nella sua introduzione a Julij Martov, Bolscevismo mon­
diale. La prima critica marxista del leninismo al potere, Torino 1980,
p. IX).
58 Il fenomeno Stalin nella storta del XX secolo

cosa di ben definito sin dall’inizio e poi sostanzialmente im­


mutato, anziché come un fenomeno che ha pure conosciuto
una sua evoluzione e una sua storia. Gli anni ’30, quelli della
sua definitiva affermazione, sono giudicati appunto come il
momento culminante della vicenda rivoluzionaria, quello in
cui il sistema bolscevico, e non semplicemente staliniano,
diventa full-blown, cioè del tutto « fiorito » o maturo. Una
simile visione della vicenda storica si concentra inevitabil­
mente solo su alcuni suoi aspetti a detrimento di altri: sul
potere piuttosto che sulla società, sulle iniziative di vertice
piuttosto che sulle risposte del paese, sull’ideologia ufficiale,
considerata come un rigido corpo dottrinario anche quando
tale non era, piuttosto che sulla profonda evoluzione delle
idee dominanti e del loro peso reale nella vita pubblica24.
Da tanto appiattimento della storia sovietica sono nate
anche la crisi e la critica di questa tendenza interpretativa:
critica che si è manifestata, come vedremo, con un’esplicita
contestazione dei suoi presupposti e dei suoi risultati, oltre
che con un numero crescente di lavori ispirati a orientamenti
diversi.
Il rapporto fra continuità e rottura o continuità e Cam­
biamento nei grandi eventi storici è ben noto agli studiosi
come uno dei problemi più complessi e controversi: pro­
blema delicato proprio perché fra i più sensibili alle scelte
ideologiche. In questo ambito il rapporto fra bolscevismo e
stalinismo o — come qualche altra volta si preferisce dire,
per via di una personificazione sovente imprecisa — fra
Lenin e Stalin è certamente uno degli interrogativi più rile­
vanti sollevati dalla rivoluzione stessa e dai suoi sviluppi nel-
l’Urss. Non è un problema nuovo, poiché si è posto in forme
simili, ma con contenuti e protagonisti diversi, per altre si­
tuazioni rivoluzionarie, sia del passato che del presente e,
almeno nel primo caso, ha poi suscitato dispute appassionate.

24 Cfr. W. Gurian, op. cit., pp. 63-4. Per l’autore tutto ciò che
nell’ideologia bolscevica non è « cinica politica del potere » è « utopia ».
III. La teoria della continuità 59

Per il passato l’esempio più immediato è quello della rivo­


luzione francese dal 1789 all’impero di Bonaparte e alla re­
staurazione. Per il presente il richiamo più ovvio è quello
della rivoluzione cinese e dei dibattiti che impegnano oggi
cinesi e non cinesi (dove pure si evoca il motivo del rapporto
fra continuità e rottura) sul suo successivo destino. Tanto
più sorprendente è costatare quanto sia invece unilaterale la
risposta che viene offerta per quanto riguarda l’Urss nelle
interpretazioni sin qui evocate della sua storia, fornite da
sovietici e non sovietici.
Per giustificare una simile conclusione si fa appello
— come ha rilevato uno dei critici più acuti — a una specie
di ferreo determinismo, che molti degli stessi autori osser­
verebbero con gran sospetto se impiegato per fenomeni sto­
rici diversi. Lo dimostra la stessa terminologia familiare per
queste interpretazioni, dove ricorrono con molta frequenza
espressioni come « logico », « inevitabile », « fatale », « ine­
sorabile » e così via25. Quando anche si ammette che uno
stalinismo è esistito, subito si sottolinea che « germi » o
« semi » di esso erano già presenti in quei suoi antecedenti
storici che furono l’esperienza bolscevica prerivoluzionaria
e rivoluzionaria e l’azione e il pensiero di Lenin. Ma questa
— come sottolinea lo stesso critico — non è altro che una
ovvietà. Una simile costatazione vale infatti per qualsiasi
fenomeno storico: tutti hanno degli antecedenti26. « Semi »
o « germi » dello stalinismo si possono trovare non solo nel
bolscevismo, ma anche nel populismo, nell’autocrazia zarista,
nel pensiero progressista e democratico dell’Occidente euro­
peo, nella prima guerra mondiale, senza che nessuno pre­
tenda per questo che esso ne sia una conseguenza ineluttabile.
Elementi di continuità fra stalinismo... e- rivoluzione russa
sono incontestabili. L’osservazione è tanto naturale che nes­
suno può avere l’intenzione di negarla. Ma proprio per que­

25 S. F. Cohen, in Stalinism cit., p. 14.


26 Ivi, pp. 11-2.
60 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

sto essa è anche molto parziale o superficiale. Il problema


non sta nell’accantonarla, bensì nell’indagare se accanto a
quegli elementi di continuità non vi siano stati anche ele­
menti di rottura e se questi, in determinati momenti, non
abbiano preso il sopravvento, rivelandosi più profondi dei
primi e forieri di conseguenze più durature.
Il punto più debole nella tesi della continuità lineare
dell’esperienza sovietica consiste nella sua incapacità di ren­
dere conto di avvenimenti decisivi connessi proprio coll’af­
fermazione e l’evoluzione del fenomeno staliniano. Nella
migliore delle ipotesi essa può puntare il dito su una delle
loro cause, che non è nemmeno detto sia la più importante,
trascurando tutte le altre. Non parliamo solo degli scontri
drammatici, compreso quello tra Lenin malato e Stalin emer­
gente, che spaccarono il vecchio bolscevismo russo negli anni
’20 e che la scuola della continuità riduce di solito a sem­
plici lotte personali « per il potere », ma di quelle « svolte »,
ormai considerate giustamente da parecchi studiosi come de­
terminanti per lo stalinismo, che furono la « rivoluzione dal­
l’alto » staliniana degli anni ’29-32, con la collettivizzazione
e il primo piano quinquennale, e il « grande terrore » degli
anni ’36-38, con le repressioni di massa scatenate per colpire
in primo luogo il Partito bolscevico 27. Dopo decenni di indi­
scusso predominio, la scuola della continuità si è trovata in
difficoltà quando, grazie a una più abbondante documenta­
zione, l’indagine storica ha potuto conseguire nuovi risultati
nella conoscenza di quegli eventi.
Le ripercussioni si avvertono fra gli stessi fautori della
scuola. Con quel tanto di semplificazione che è legittima in
questi casi, si può persino sostenere che quanto più essi

27 L’espressione « rivoluzione dall’alto » è di origine staliniana


e fu codificata nella Storia del Pc(b) dell’Urss. Breve corso cit., p. 261.
L’altra espressione è di Robert Conquest, The Great Terror. Stalin’s
Purge of the Thirties, London 1968 (ed. it. Il grande terrore. Le
« purghe » di Stalin negli anni Trenta, Milano 1970).
III. La teoria della continuità 61

sono storici, tanto più sono indotti a mettere in disparte o


persino a contraddire la loro impostazione generale quando
si trovano ad affrontare singoli sviluppi della storia sovie­
tica. Lo dimostrano molti degli stessi autori che già abbiamo
abbondantemente citato. Considerato Stalin un’« incarna­
zione del leninismo », Daniels è costretto a chiedersi come
mai, in queste circostanze, « le forze del dissenso comunista
riuscissero a sopravvivere nell’Urss tanto a lungo »2S. Soste­
nitore della medesima tesi, Meyer ammette poi che « molte
interpretazioni non staliniste o antistaliniste sono derivate
da quello stesso leninismo »; riconosce pure che neanche lo
stalinismo fu sempre un fenomeno uguale a se stesso, visto
che « lo Stalin del 1925 è molto diverso [...] da quello del
1935 »29. Dopo avere affermato che « Stalin aveva preso i
dettami del dogma [leniniano] e li aveva trasformati in
realtà concreta per milioni di uomini », Ulam chiude la bio­
grafìa del primo con l’osservazione che « lo spirito della
Russia sovietica di oggi rispecchia più la visione di Stalin
che quella di Lenin » 30, suggerendo così non solo una dif­
ferenza di carattere fra i due personaggi, cosa che molti sono
disposti ad ammettere, ma un contrasto di « visioni », cioè
di concezioni generali. Treadgold assicura che quella che
egli chiama la « seconda rivoluzione » (il 1929) ebbe « una
portata assai più grande che la rivoluzione del 1917 »31 :
ma allora come può ritenere l’una inevitabile prolungamento
dell’altra? Infine anche Fainsod riesce a indicare nell’« ere­
dità rivoluzionaria » soltanto una delle componenti dello
stalinismo, ammettendo che ve ne sono altre da prendere
in considerazione 32.
La crisi cui la teoria della continuità è andata incontro
ha però conosciuto manifestazioni più dirette. Nella stessa

28 R. V. Daniels, op. cit., p. 398.


29 A. G. Meyer, op. cit., p. 282.
30 A. B. Ulam, Stalin cit., pp. 811-2.
31 D. W. Treadgold, op. cit., pp. 272-4.
32 M. Fainsod, How Russia is Ruled cit., pp. 116-7.
62 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

storiografia anglo-americana si sono levate voci che le si sono


opposte in modo polemico. Tutta una serie di studiosi, ai
cui nomi abbiamo già fatto o faremo ancora riferimento
nella nostra esposizione — Tucker, Lewin, Cohen, Organski,
Erlich, Rabinowitch, Hough e altri ancora — hanno scritto
lavori che ne respingono, in modo esplicito o implicito, le
premesse, soffermando soprattutto la loro attenzione sui mo­
menti di rottura o di « svolta » nella storia postrivoluzionaria
dell’Urss, sulle « alternative » che, anche nel solo ambito
bolscevico, vi si sono più di una volta affacciate, quindi sulle
diverse « potenzialità » del bolscevismo e sugli aspri conflitti
cui esse dettero luogo 33. Spesso per mano degli stessi autori
si è inoltre sviluppata una confutazione specifica degli as­
sunti di tutta la concezione lineare dell’esperienza sovietica,
prestaliniana, staliniana e poststaliniana34.
Il vero banco di prova dove la teoria della continuità
si inceppa è costituito dalla massiccia ondata repressiva della
seconda metà degli anni ’30, colpo di maglio inferto all’in­

33 Pioniere di questa corrente è stato Robert C. Tucker, The Soviet


Political Mind. Studies in Stalinism and Post-Stalin Change, New
York 1963. Dello stesso autore va segnalato Stalin as Revolutionary.
1879-1929. A Study in History and Personality, New York 1973 (ed. it.
Stalin il rivoluzionario 1879-1929, Milano 1977) Le altre opere prin­
cipali sono: Moshe Lewin, Lenin’s Last Struggle, New York 1968
(ed. it. L’ultima battaglia di Lenin, Bari 1969); Id., Russian Peasants
and Soviet Power. A Study of Collectivization, Evanston 1968 (ed. it.
Contadini e potere sovietico dal 1928 al 1930, Milano 1972); Id., Po­
litical Undercurrents in Soviet Economic Debates. From Bukharin to
the Modern Reformers, Princeton 1974 (ed. it. Economia e politica
nella società sovietica. Il dibattito economico da Bucharin alle riforme
degli anni Sessanta, Roma 1977); Alexander Erlich, The Soviet In­
dustrialization Debate, 1924-1928, Cambridge 1960 (ed. it. Il dibat­
tito sovietico sull’industrializzazione. 1924-1928, Bari 1969); Stephen
F. Cohen, Bukharin and the Bolshevik Revolution. A Political Bio­
graphy. 1888-1938, New York 1973 (ed. it. Bucharin e la rivoluzione
bolscevica. Biografia politica 1888-1939, Milano 1975).
34 Oltre ai già citati saggi di Tucker e Cohen in Stalinism, cfr.
Moshe Lewin, The Social Background of Stalinism, ivi, pp. 114-7.
III. La teoria della continuità (A

tera società postrivoluzionaria che molti autori sovietici,


ricordandone soprattutto il momento più ossessivo, tendono
a rievocare semplicemente come « il 1937 »35, ma che si
estese in realtà su un arco di tempo assai più ampio, tra il
secondo semestre 1936 e l’inizio dell’autunno 1938. A lungo,
per la verità, gli osservatori stranieri e, con loro, gli stu­
diosi hanno avuto difficoltà a cogliere le reali proporzioni
del « grande terrore », poiché l’attenzione fu pressoché mo­
nopolizzata dagli spettacolari processi di Mosca in quegli
anni. La vera e propria decapitazione del paese avvenuta
fra il ’36 e il ’38 è risultata palese solo dopo gli studi più
approfonditi che si sono potuti fare negli anni ’60. Uno
storico che pure indulge alla tesi della continuità ha quindi
ritenuto di dover sintetizzare quanto era allora accaduto
come una « vittoria di Stalin sul partito »36. Colpito era
stato, cioè, proprio il partito che aveva fatto la rivoluzione
e che dalla rivoluzione era emerso vittorioso. « Un intero
fiume di sangue », aveva già rilevato Trockij all’epoca, era
stato scavato « fra bolscevismo e stalinismo »37. L’intero
strato dirigente bolscevico era stato spazzato via. Perché?
Se Stalin era il bolscevismo, la sua « incarnazione », il suo
« inevitabile » sbocco, che bisogno aveva di sconfiggere
quello stesso bolscevismo, di toglierlo di mezzo per dare

35 Per un impiego del termine da parte di autori profondamente


diversi tra loro, segnaliamo a titolo di esempio, fra molti altri casi
analoghi: Ilja Ehrenburg, Uomini anni vita, Roma 1961-65, vol. IV,
p. 79; vol. V, pp. 25, 219; vol. VI, pp. 12, 76, 343; A. Solzenicyn,
Archipelag Gulag, voll. I-II, Paris 1973, pp. 71, 80.
36 Leonard Schapiro, The Communist Party of the Soviet Union,
London 1960, pp. 399, 416-7 (ed. it. Storia del Partito comunista so­
vietico, Milano 1962). Per il contributo di Schapiro alla tesi della
continuità, cfr. The Origin of the Communist Autocracy. Political
Opposition in the Soviet State. First Phase: 1917-1922, London 1977,
pp. 360-1 (ed. it. L’opposizione nello Stato sovietico. Le origini del­
l’autocrazia comunista. 1917-1922, Firenze 1962).
37 « Bjulleten’ Oppozicii », n. 58-59, p. 11; anche ivi, n. 54-
55, p. 3.
64 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

via libera a ciò che numerosi studiosi considerano da quel


momento un partito assai diverso o, comunque, profonda­
mente modificato rispetto a tutto quanto il bolscevismo, pur
nella sua rapida evoluzione, era stato in precedenza? 38
È curioso come, fra storici e non storici, molti di coloro
che pronunciano parole di fuoco contro lo stalinismo, attri­
buiscano poi solo un’importanza relativa a questa operazione
politica che è il momento culminante dello stalinismo, quello
che gli permise di dominare incontrastato la scena sovietica.
Al massimo, lo considerano un episodio, mostruoso magari,
ma analogo a tanti altri della storia dell’Urss 39. Si badi che
per lo storico non si tratta di dare semplicemente un giu­
dizio morale, come può essere quello che condanna ogni
impiego della violenza, specie se tanto esteso. Questa può
essere una reazione nobilissima, ma non è ancora un cri­
terio che serva a ricostruire la storia. Si tratta infatti di
capire perché il fenomeno assunse quelle proporzioni paros­
sistiche, perché avvenne proprio in quel determinato mo­
mento, come fu indirizzato a colpire un particolare obiet­
tivo, quali conseguenze portò nella società sovietica e per
quanto tempo. La teoria della continuità si preclude una
risposta considerando lo sviluppo postrivoluzionario dell’Urss
sempre in armonia con se stesso.
In questo quadro è già stato un progresso comprendere
come vi fosse un nesso specifico fra il « grande terrore » e
l’altro momento decisivo dello stalinismo che fu appunto la

38 R. C. Tucker, The Soviet Political Mind cit., pp. 55-6, 179.


Per una ricostruzione e una valutazione di quel periodo, rinviamo a
G. Bofia, Storia dell’Unione Sovietica cit., vol. I, pp. 575-96.
39 A. Solženicyn, Archipelag Gulag cit., voli. I-II, p. 37; W. Gu-
rian, op. cit., p. 120. Non si distacca molto da tali valutazioni, pur
parlando di « fenomeno senza precedenti per la sua penetrazione e
per il tributo fisico richiesto », Zbigniew K. Brzezinski, The Perma­
nent Purge. Politics in Soviet Totalitarianism, Cambridge (Massachu­
setts) 1956, pp. 98-115; 169-70.
III. La teoria della continuità 65

« rivoluzione dall’alto »40. Ma occorre poi stabilire di quale


tipo concreto quel nesso fosse. È un’esigenza tanto più ne­
cessaria in quanto, come sappiamo, le repressioni soprag­
giunsero quando industrializzazione e collettivizzazione agra­
ria, cioè le due operazioni fondamentali della « rivoluzione
dall’alto », sembravano ormai coronate da successo. A lungo
un’analisi soddisfacente è mancata. Il suo posto è stato preso
da congetture oggi demolite dai fatti, come quella che vedeva
la causa delle repressioni nel timore della guerra incombente,
o inverosimili, come quella di un’improvvisa « follia » di
Stalin41.
Lo storico che ha dedicato maggiore attenzione al «1937»
ha scritto che le repressioni furono equivalenti a « una rivo-

40 L. Schapiro, The Communist Party of the Soviet Union cit.,


p. 430.
41 La prima tesi, quella inerente all’approssimarsi della guerra,
può essere trovata in A. B. Ulam, Stalin cit., p. 441 e in Isaac Deut­
scher, Stalin. Una biografia politica, Milano 1969, pp. 538-41. La
tesi della « follia » è stata presentata da altri studiosi come assai dub­
bia e, soprattutto, politicamente e storicamente irrilevante (cfr. R. A.
Medvedev, K sudu istorii, ed. 1974, pp. 583-602). Ciononostante essa
continua a trovare una certa fortuna. Anche uno storico serio come
Emmanuel Le Roy Ladurie recensendo, in modo peraltro assai favo­
revole, un libro dell’autore di queste righe (Giuseppe Bofia e Gilles
Martinet, Dialogo sullo stalinismo, Roma-Bari 1976, uscito in tradu­
zione francese nel 1977; la recensione è in « Le Nouvel Observateur »,
21 novembre 1977) gli rimproverava in quanto « comunista » di « far
fatica a concepire che l’Urss sia stata governata da un mezzo pazzo
nel decennio critico 1930-1940 ». C’è da chiedersi se anche Le Roy
Ladurie, non comunista, non faccia altrettanta fatica a concepire che
quello stesso mezzo pazzo abbia poi diretto in guerra — e non senza
successo, a dire dei protagonisti — la diplomazia sovietica (e non
solo la diplomazia, per la verità) alle prese con uomini come Roose­
velt, Churchill e De Gaulle. Il valore relativo e storicamente determi­
nato del concetto di pazzia è, lo sappiamo, un motivo su cui la
cultura francese ha fornito contributi originali in questi anni. Tanto
meno convincente è il suo impiego come risposta agli interrogativi
che qui ci interessano.
66 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

luzione non meno completa, sebbene più mascherata, di qual­


siasi precedente cambiamento in Russia ». Noi stessi abbiamo
parlato in altra sede di una palese analogia con un « colpo
di Stato »42. Altri hanno usato il termine di « controrivolu­
zione »43; l’espressione si presta all’equivoco poiché sembra
implicare e di fatto implica, nell’uso che spesso se ne fa,
una semplice restaurazione di ordinamenti prerivoluzionari.
Vi è stato quindi chi ha ritenuto di dover precisare « con­
trorivoluzione culturale » o « controrivoluzione burocratico-
statalista » A L’utilità di questi termini consiste nel segna­
lare che il « colpo » del ’37 fu diretto contro uomini, idee,
istituzioni, concezioni politiche che erano stati parte inte­
grante della rivoluzione bolscevica del 1917, sue componenti
fondamentali. Si può allora anche scrivere, come ha fatto il
principale critico della teoria della continuità, che lo stali­
nismo « fu imperniato su una rivoluzione che distrusse
un’altra rivoluzione, nel nome di questa »45. La termino­
logia lascia molto a desiderare. Ancora confusa e imprecisa,
essa rivela una persistente inadeguatezza degli studi e una
debolezza dello stesso apparato concettuale per affrontarli.
Ma anche entro questi limiti, essa si avvicina maggiormente
a una comprensione degli eventi storici di quanto non potesse
fare l’interpretazione lineare dell’intera esperienza sovietica.

42 R. Conquest, The Great Terror cit., p. 25; G. Boffa, Storia


dell’Unione Sovietica cit., vol. I, p. 596.
43 II termine viene impiegato da Medvedev in Roy Medvedev,
L’Unione Sovietica alle soglie del 2000, a cura di Livio Zanotti, Mi­
lano 1980, p. 63. Un altro esempio è fornito da Alain Meyer, Feux
croisés sur le stalinisme, Paris 1980, p. 38.
44 La prima espressione è di Alee Nove, Stalin e il dopo Stalin
in Russia, Bologna 1976, p. 90 (ed. orig. Stalinism and After, London
1975); l’altra è in Predrag Vranicki, Nfarksizam i socijalizam, Zaga­
bria 1979, p. 77.
45 Robert C. Tucker, Stalin the Last Bolshevik, in « New York
Times », 21 dicembre 1979.
Capitolo quarto

LA RIVINCITA DELLA RUSSIA


Il problema della continuità doveva porsi agli studiosi
non soltanto per il rapporto fra lo stalinismo e la rivolu­
zione del 1917, ma anche per i nessi più generali fra la
storia sovietica postrivoluzionaria, di cui lo stalinismo è
massima parte, e la secolare storia russa precedente. Di
fronte al moltiplicarsi di motivi specificamente o tradizio­
nalmente russi nel governo di Stalin, nella società da lui
diretta e nella sua ideologia ufficiale, era legittimo chiedersi
fino a che punto la rivoluzione avesse rappresentato un’ef­
fettiva rottura col passato, così come era stato negli intenti
dei suoi protagonisti, e fino a che punto invece i suoi effetti
non fossero stati soverchiati da fattori di più lunga durata
che, avendo dominato per secoli la storia russa prima del
’17, avevano finito coll’esercitarvi un peso determinante
anche dopo.
L’interpretazione che vede nello stalinismo il risultato
di una sostanziale continuità non con la rivoluzione, ma con
la più antica storia russa che, con Stalin appunto, avrebbe
avuto rapidamente ragione di quella breve e sostanzialmente
fallita parentesi rappresentata dal 1917 ha ottenuto fortuna
per diverso tempo e ne ha tuttora soprattutto in ambienti
politici. Nella sua formulazione più eloquente essa venne
sintetizzata da De Gaulle nel ritratto di Stalin da lui abboz­
zato nelle sue memorie: Stalin era stato l’uomo che si era
servito della rivoluzione e dei suoi strumenti semplicemente
per esercitare la sua volontà di dominio e di potenza, riu­
scendo nello scopo. Ma
70 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

da quel momento, solo di fronte alla Russia, Stalin la vide mi­


steriosa, più forte e più duratura di tutte le teorie e di tutti i
regimi. L’amò a suo modo. Anch’essa lo accettò come uno zar
per lo spazio di un terribile periodo e sopportò il bolscevismo
per servirsene come di uno strumento. Unire gli Slavi, schiacciare
i Tedeschi, estendersi in Asia, accedere ai mari liberi erano i sogni
della patria e divennero i fini del despota ’.

Come spesso accade in questo genere di opere, il brano


gollista ci dice di più sulle propensioni letterarie e politiche
dell’autore che non sul fenomeno suggestivamente descritto.
Spogliato dei suoi orpelli stilistici, un giudizio analogo è
stato tuttavia espresso in modo ricorrente, specie a partire
dagli anni ’30, da molti altri osservatori di cose sovietiche
oltre che da taluni studiosi. Esso ha avuto particolare dif­
fusione fra diplomatici, militari, giornalisti, tutte persone
che erano indotte dal loro mestiere a fornire valutazioni
politiche sintetiche e immediatamente spendibili dell’Urss
staliniana o poststaliniana e che, come De Gaulle, erano
portate a trarne soprattutto deduzioni circa la politica estera
di Mosca 12. Spesso erano le stesse persone che amavano citare
ampiamente le pagine assai efficaci, con cui nella sua opera
La Russie en 1839 il marchese Astolphe de Custine aveva
descritto 150 anni fa l’impero di Nicola I, per sottolineare
quanto potessero attagliarsi anche a certi aspetti della Rus-

1 Charles De Gaulle, Mémoires de guerre. Le salut. 1944-1946,


Paris 1954, pp. 60-1.
2 Segnaliamo in particolare il giudizio del presidente cecoslo­
vacco Benes citato dall’ambasciatore americano Harriman in W. Ave-
rell Harriman, Elie Abel, Special Envoy to Churchill and Stalin. 1941-
1946, New York 1975, p. 287; quello dell’ambasciatore americano
Bohlen, considerato fra i massimi esperti di storia russa, citato in Ve-
ljko Miciunovich, Diario dal Cremlino. L’ambasciatore jugoslavo nella
Russia di Krusciov. 1956-1958, Milano 1979, p. 52 (ed. orig. Moskov-
ske godine 1956-1958, Zagabria 1977); infine Joseph E. Davies, Mis­
sione a Mosca, Roma 1944, pp. 79, 237, 295 (ed. orig. Mission to
Moscow, New York - London 1942).
IV. La rivincita della Russia 71

sia sovietica degli ultimi decenni, dei suoi costumi, della


sua vita pubblica3.
Vi è di questa interpretazione, proprio per la sua vasta
diffusione in ambienti disposti ad accettare giudizi sbriga­
tivi, una versione piuttosto sommaria o volgare che vede
nello stalinismo — per dirla con la sintesi che ne ha fatto
uno studioso serio — « un esito inevitabile in armonia con
i destini storici della Russia »4. Tale tesi, che una volta di
più prende come metro di giudizio unico o determinante lo
. sviluppo o meno di forme liberali o democratico-parlamen­
tari di governo, asserisce in sostanza che la Russia è sempre
stata diretta con metodi autoritari, burocratici, dispotici e
che con Stalin quindi si sarebbe riallacciata a questa sua
sorte secolare, altre forme efficaci di direzione della società
essendole sostanzialmente estranee: la rivoluzione non sa­
rebbe stata in questo quadro altro che una parentesi di tor­
bidi, al pari di altre che già vi furono nel passato (la più
celebre essendo la prolungata Smuta che sconvolse il paese
a cavallo del XVI e del XVII secolo e da cui emerse la
dinastia dei Romanov). I suoi effetti si sarebbero ridotti a
un cambiamento di personale dirigente all’interno di una
non smarrita continuità della storia russa. In questi termini
semplificati l’interpretazione non ha trovato troppi sosteni­
tori fra gli studiosi, se non altro per il suo modo assai spic­
cio, non privo di accenti sprezzanti, di trattare la storia russa
di ieri e di oggi; ma ciò non le ha impedito di conservare
una certa diffusione.
La tesi di una rivincita della Russia sulla rivoluzione ha
tuttavia anche una sua versione più nobile e una genealogia

3 Astolphe, marquis de Custine, La Russie en 1839, Paris 1843.


Una selezione di questo ampio lavoro in quattro volumi è stata pub­
blicata all’inizio degli anni ’50 negli Stati Uniti con una prefazione
dell’ex-ambasciatore americano a Mosca, Walter Bedell Smith, Journey
for Our Lime. Selections from the Journals of the Marquis de Custine,
a cura di Phillis Penn Kohler, New York 1951.
4 M. Lewin, in Stalinism cit., p. 115.
72 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

culturale più consistente. Essa dispone innanzitutto di un


conforto nei fatti. Il peso che il fattore nazionale, la com­
ponente nazionale o le aspirazioni nazionali russe hanno
avuto nella storia dell’Urss staliniana e poststaliniana sono
ormai un dato talmente conosciuto, assodato e documentato
che nessuna interpretazione e nessuno studioso, quali che
siano le sue concezioni generali, possono trascurarlo. Dal
« socialismo in un solo paese » sino ai temi della « grande
guerra patriottica » (otečestvennaja) e all’esplosione, voluta
dall’alto, del nazionalismo sciovinista dei tardi anni ’40,
abbiamo qui uno dei motivi più importanti del governo di
Stalin e dell’eredità da lui lasciata 5. Fu un motivo che ebbe,
del resto, un’influenza anche fuori dell’Unione Sovietica, poi­
ché stimolò il movimento comunista di altri paesi a mettere
a sua volta radici nella storia patria, incoraggiandone quelle
differenziazioni nazionali che dovevano manifestarsi soprat­
tutto dopo la morte di Stalin6. Questi, da parte sua, non
solo non rinnegò per la sua opera il richiamo a più lontani
antecedenti della storia russa, ma li favorì esaltando le figure
di grandi zar e di famosi comandanti militari dell’epoca mo­
narchica come fonti di ispirazione: in particolare egli si
rifece a Pietro I fin dal 1928, alla vigilia di quell’« offen­
siva su tutto il fronte » sociale da cui doveva uscire la fisio­
nomia del suo regime politico e della società sovietica, come
noi in gran parte la conosciamo ancora oggi7.

5 Per una più ampia analisi del tema, cfr. Giuseppe Boffa, Com­
ponente nazionale e componente socialista nella rivoluzione russa e
nell’esperienza sovietica, in Momenti e problemi della storia dell’Urss,
Roma 1978.
6 Cfr. Id., L’internazionalismo del Pei, in « Critica marxista »,
1981, n. 1, pp. 6-8.
7 I. V. Stalin, Soiinenija cit., vol. XI, pp. 248-9. Va tuttavia
rilevato che, mentre favoriva in molti modi l’esaltazione di Pietro il
Grande, Stalin era anche assai attento, nel dipingere l’immagine che
egli intendeva dare di se stesso, a differenziarsi dal celebre zar come
uomo di ben diversi programmi, « al servizio » di tutt’altre forze
IV. La rivincita della Russia

In quanto chiave interpretativa, la ricerca di determinate


costanti del cammino storico della Russia come spiegazione
del presente ha tuttavia un’origine più lontana. Così come
nella teoria della continuità bolscevica è avvertibile l’in­
fluenza del pensiero menscevico, anche per questa diversa
visione dell’esperienza sovietica scopriamo radici nel dibat­
tito politico-culturale russo dei primi decenni del secolo. Suo
capostipite può essere considerato lo storico liberale Pavel
Miljukov che fu anche capo del Partito cadetto e ministro
degli Esteri nel primo governo provvisorio del 1917, ma
si rivelò più efficace come studioso che come politico. Nella
sua concezione la storia del proprio paese appariva come
un prolungato conflitto tra prevalenti tendenze disgregatrici
della società e una « statalità » russa, portata da un lato
a rendere ipertrofiche le proprie funzioni, il proprio ruolo
accentratore e organizzatore, dall’altro a condizionare forte­
mente la società stessa, in quanto principale forza creatrice
del processo storico 8.
Caratteristica della Russia era sempre stata « una certa
debolezza della coesione e del cemento tra le parti che costi­
tuiscono l’apparato sociale ». La « statalità » vi era arrivata
tardi, in gran parte importata dall’esterno. La popolazione
era troppo povera per sopportare le spese di uno Stato mo­
derno nel suo immenso territorio. Essa accettava lo Stato
solo per quel tanto di utilità che poteva offrire, continuando
tuttavia « a sentirsi indipendente dal potere centrale ». Ne
discendevano per Miljukov una serie di conseguenze: l’im­
mensa popolazione rurale era per sua natura essenzialmente
anarchica; i cambiamenti importanti andavano introdotti dal­
l’alto; ogni nuovo potere era in grado di contare su una
Sudditanza passiva, purché non spremesse troppo la « gente

sociali: cfr. la già citata intervista con Emil Ludwig (ivi, vol. XIII,
pp. 104-5).
8 P. N. Miljukov, Oèerki po istorii russkoj kul’tury, St. Peters­
burg 1896-1901. Cfr. in particolare, parte 1, pp. 133-4, 216-20.
74 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

semplice ». Alle stesse cause egli faceva risalire anche il


« massimalismo » àeW.'intelligencija russa, tendente al « modo
di pensare astratto » perché nata al servizio della « corte »
e rimasta staccata dal popolo anche quando aveva cercato
un proprio ruolo autonomo9. Nell’applicare questo schema
alla rivoluzione, Miljukov fu indotto a vedere già nella poli­
tica fatta dai bolscevichi, specie dopo la guerra civile, una
rivincita della « statalità russa » sulle tendenze anarchiche e
massimaliste che erano prevalse negli anni del grande scon­
volgimento I0.
Ciò che per Miljukov era soprattutto un esercizio di
lettura della storia, tale da non indurlo a rinunciare mai
all’opposizione contro il regime sovietico, se non durante
la guerra antinazista, era però diventato negli anni ’20 una
piattaforma politico-ideologica per numerosi intellettuali e
specialisti che si schieravano, più o meno convinti, col nuovo
potere dopo averlo avversato. Questa corrente fu chiamata
smenovechovstvo dal titolo di un opuscolo uscito nell’immi­
grazione già nel 1921 11. I suoi sei autori, tutti ex-esponenti
attivi del Partito cadetto, erano fortemente influenzati dalle
idee di Miljukov, al pari del resto di tutta Yintelligencija
liberale russa. Non sorprende quindi trovare in loro, sia
pure per trarne diverse conclusioni pratiche, affermazioni che
riecheggiano, magari in modo più sommario, le tesi miljuko-
viane. Essi finivano col dare la loro adesione alla realtà rap­
presentata dal governo bolscevico proprio perché questo
poneva fine al lungo periodo di « anarchia » rivoluzionaria
e « massimalista », facendosi interprete di una nuova « sta­
talità » russa; per dirla con Ustrjalov, uno dei sei autori,

9 Id., Rossija na perelome, Paris 1927, pp. 29-37.


10 Ivi, pp. 132-3.
11 Smena vech. Sbornik statej, Praha 1921. I sei saggi che com­
ponevano l’opuscolo erano: Ju. V. Ključnikov, Smena vech.', N. V.
Ustrjalov, Patriotica; S. S. Lukjanov, Revoljucija i vlast’; A. V. Bo-
briščev-Puškin, Novaja vera; S. S. Čachotin, V Kanossul; Ju. M. Pote-
chin, Fizika i metafizika Russkoj revoljucii.
IV. La rivincita della Russia 75

quando la bandiera rossa stava sul Palazzo d’inverno, si


trattava di sapere se era quella a imporsi a questo o non
viceversa12. I bolscevichi venivano visti da un altro scrit­
tore, che raggiungerà poi grande notorietà nell’Urss stali­
niana, come coloro che salvavano non solo la statalità russa,
ma la « Russia una e indivisibile », i suoi confini, il suo
« spirito di grande potenza (velikoderiavnost) » u: ciò che
essi facevano non era il « socialismo », ma la « Nuova Rus­
sia », la « Grande Russia » 14.
Tali idee circolavano nell’Urss degli anni ’20 assai più
dei nomi dei loro sostenitori smenovechovcy. La loro in­
fluenza fu quindi assai più estesa di quanto la scarsa noto­
rietà di costoro lascerebbe supporre, tanto da farsi strada
nelle stesse file bolsceviche. I comunisti al potere si trova­
rono a discuterne più volte nei loro congressi, esitanti come
erano fra il sollievo portato da queste nuove adesioni al
loro governo e il timore delle loro conseguenze. Lenin vi
vedeva uno dei classici casi in cui la maggiore cultura del
vinto poteva imporsi a quella del vincitore 1S. L’infiltrazione
dello sciovinismo grande-russo fra gli stessi dirigenti bolsce­
vichi fu uno dei due motivi fondamentali del suo ultimo
aspro conflitto con Stalin (l’altro essendo il modo arbitrario
di impiego del potere)16. Quando, nel 1928, esplose lo scon­
tro fra Bucharin e Stalin, il primo rimproverò al secondo
di voler andare verso un vecchio tipo di « sfruttamento mili-

12 Ivi, p. 58.
13 Aleksej Tolstoj, Sobranie socinenij v 10 totnach, vol. X, Mos­
kva 1961, pp. 34-9. Non è senza interesse che questo testo abbia ri­
visto la luce, sia pure nel quadro di una pubblicazione che si appa­
renta a un’opera omnia, all’inizio degli anni ’60.
14 N. I. Bucharin, Put’ k socializmu v Rossii, New York 1967,
p. 177.
15 Odinadcatyj s’ezd RKP(b). Stenografičeskij Otčet, Moskva
1961, pp. 27-30.
16 G. Bofïa, Storia dell’Unione Sovietica cit., vol. I, pp. 205-9,
240-3.
76 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

tare-feudale » delle masse contadine: fu accusato di essere


un calunniatore che raccoglieva idee nell’arsenale di Mi-
ljukov 17.
In realtà se la cura per la risorgente « statalità » fu una
dominante del pensiero di Stalin fin dagli inizi, la compo­
nente nazionalista della sua politica si precisò col tempo,
soprattutto negli anni ’30, oltre che sul piano pratico anche
su quello ideologico: ne fu un’espressione l’attacco portato
alla scuola di Pokrovski], che era stato considerato il mas­
simo storico marxista russo, ma venne di colpo accusato di
denigrare la passata storia nazionale18 proprio perché pro­
fondamente ostile a ogni spirito nazionalista.
La visione di una fondamentale continuità del mondo
russo, non intaccata dalla rivoluzione, era d’altra parte assai
diffusa fra diversi professori emigrati all’estero che furono
tra i pionieri degli studi occidentali sull’Urss contemporanea.
Miljukov era il più celebre, sebbene ormai non insegnasse
più. Ma altri, come Vernadsky, Karpovich, Timasheff 19, pur
dotati di minore originalità, ebbero un’influenza nell’am­
biente accademico.

17 Kommunisticeskaja partija Sovetskogo Sojuza v rezoljucijach i


rešenijach s’ezdov, konferencij i plenumov CK, vol. IV, Moskva
1970, p. 186.
18 S. M. Dubrovskij, Akademik M. N. Pokrovskij i ego rol’ v
razvitii sovetskoj istoriieskoj nauki, in « Voprosy istorii », 1962, n. 3,
pp. 28-30 (per un’eco delle vecchie critiche staliniane, cfr. la discus­
sione di questo testo ivi, p. 39); O metodologiieskich voprosach isto­
riieskoj nauki, ivi 1964, n. 3, pp. 26-7; Vsesojuznoe sovešianje o me-
rach uluisenija cit., p. 17; Rudolf Schlesinger, Recent Soviet Historio­
graphy, in « Soviet Studies », aprile 1950, pp. 297-301.
19 Cfr., in particolare, Nicholas S. Timasheff, The Great Retreat.
The Growth and Decline of Communism in Russia, New York 1946.
Con un’eccezione alla regola generale, i nomi di questi autori emigrati
vengono qui dati non nella loro translitterazione dal cirillico, ma nella
grafia usata nelle loro pubblicazioni all’estero. Michail Karpovich con­
tribuì in grande misura a far conoscere le concezioni di Miljukov,
curando la pubblicazione in inglese di una versione abbreviata della
sua opera più famosa, i già citati Ocerki po istorii russkoj kul’tury.
IV. La rivincita della Russia 77

Chi in questa diaspora espresse in modo più sistematico


la concezione di una Russia emersa più forte dalle sue con­
vulsioni fu il filosofo cristiano Nikolaj Berdjaev. A metà
degli anni ’30 questi era arrivato alla conclusione che la
rivoluzione, « universale nei suoi princìpi come ogni grande
rivoluzione » e « compiuta sotto gli auspici dell’internazio­
nalismo », si « nazionalizzava » sempre più. Il bolscevismo
gli appariva quindi come « la terza manifestazione dell’onni­
potenza russa, dell’imperialismo russo, la prima essendo stata
il regno moscovita e la seconda l’impero di Pietro », come
« una sintesi di Ivan il Terribile e di Marx e ciò che vi era
in esso di più cattivo derivava da Ivan e non da Marx ».
Anche per lui « lo statismo russo era sempre stato il rove­
scio dell’anarchismo russo ». Nella Terza Internazionale egli
vedeva quindi « un’idea nazionale russa », una « trasforma­
zione del messianismo russo ». « Il nuovo governo — spie­
gava — è penetrato nella vita russa sotto forma di una forza
militarizzata, ma gli antichi governi russi erano stati anche
essi militarizzati. [...] Il popolo era stato sostenuto dall’unità
delle credenze religiose. Una nuova fede unica doveva espri­
mersi a mezzo di simboli elementari. Il marxismo, trasfor­
mato alla maniera russa, sembrava adeguarsi completamente
a queste condizioni ». In Urss si cominciava a parlare con
insistenza negli anni ’30 di « patriottismo socialista ». « Ma
la patria socialista — diceva Berdjaev — si identifica con
la Russia stessa ed è in Russia, forse, che è nato per la prima
volta un patriottismo popolare ». Obiettivamente si poteva
« considerare il processo in corso come un processo di inte­
grazione, un raduno del popolo russo sotto la bandiera del
comuniSmo ».

Il comuniSmo dell’epoca staliniana — era in sintesi il suo


giudizio — può definirsi come la continuazione dell’opera di Pie­
tro il Grande. La potenza sovietica non è soltanto la potenza del
partito comunista che intende realizzare la giustizia sociale; è
anche lo Stato e ha la natura obiettiva di ogni Stato, vale a dire
78 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

che si interessa della difesa della propria forza, dello sviluppo


economico 20.

Ciò che tuttavia colpisce in autori come Berdjaev e altri


a lui affini è come la loro concezione non li inducesse in
genere a considerare il sopravvento della statalità russa come
un drammatico processo di revisione e di lacerazione del
bolscevismo, nonostante le numerose indicazioni in questo
senso che pur stavano sotto i loro occhi. La resurrezione
di motivi russi più profondi o più tradizionali avrebbe do­
vuto implicare una rottura, piuttosto che una continuità col­
l’esperienza rivoluzionaria, poiché questa non si era certo
manifestata nei suoi primi anni con quelle caratteristiche.
Per maggiore coerenza la loro teoria si sarebbe dovuta spin­
gere a vedere nello stalinismo un vero e proprio rovescia­
mento drammatico rispetto al bolscevismo originario. Ma di
questa coerenza essi mancavano, preferendo cercare, con
palesi forzature, l’avvio della russificazione della rivoluzione
sin dall’inizio dell’esperienza sovietica. Neanche essi, quindi,
contestavano la sostanziale linearità della storia sovietica dal
’17 in poi. La loro tesi perdeva in questo modo di incisi­
vità, ma diventava più facilmente assimilabile anche da chi
preferiva altri schemi interpretativi, quale quello della con­
tinuità bolscevica.
Per l’importanza stessa che il motivo russo ebbe nel-
l’Urss staliniana, molti studiosi sono stati infatti indotti ad
annoverarlo fra le componenti dello stalinismo, senza tutta­
via approfondire che cosa questo potesse significare per la

20 Nicola Berdiaev, Le fonti e lo spirito del comuniSmo russo,


Milano 1945, pp. 137-78 (la prima edizione del volume apparve in
francese nel 1936, ma la sua stesura originale ha visto la luce più
tardi: Istoki i smysl’ russkogo kommunizma, Paris 1955). L’autore
riprese e sviluppò queste sue idee anche in Russkaja ideja. Osnovnye
problemy russkoj misli XIX veka i natala XX veka, Paris 1946 (ed.
ingl. The Russian Idea, New York - London 1948).
IV. La rivincita della Russia 79

storia rivoluzionaria. È quanto hanno fatto, per parte loro,


molti storici che abbiamo visto nel precedente capitolo soste­
nere come lo stalinismo fosse il prodotto inevitabile del bol­
scevismo. I paragoni di Stalin con Pietro il Grande o Ivan
il Terribile sono in genere presenti pure nelle loro opere.
Fainsod ha annoverato, fra le « eredità » che lo stalinismo
cercò di « cavalcare », anche « il tradizionale nazionalismo
dello zarismo »; Daniels ha visto una « diretta continuità
politica fra lo zarismo e il comuniSmo »; Brzezinski ha indi­
cato « un preciso perpetrarsi del modello autocratico » fra
1’« esecutivo » zarista e quello comunista21. 22Ma anche un
autore attento alla complessità del problema, alieno quindi
dallo spiegare troppe cose mediante le analogie con Ivan o
Pietro e cosciente della « tremenda potenza trasformatrice
delle forze liberate dalla rivoluzione di Ottobre », ha scritto
ancora nel 1954 che « i colori conservatori del vecchio
regime russo erano andati da tempo trasparendo sotto il
rosso rivoluzionario stinto del comuniSmo sovietico mar­
xiano » Infine anche esponenti di altre scuole di pensiero
hanno raccolto l’idea dello stalinismo come prodotto tipico
della storia russa. Ad esempio, un autore come Alee Nove,
cui dobbiamo, come vedremo, originali spunti interpreta­
tivi, ha ritenuto « utile » vedere Stalin « come un leader

21 M. Fainsod, How Russia is ruled cit., p. 116; R. V. Daniels,


The Conscience of the Revolution cit., p. 405; Zbigniew K. Brzezinski,
Ideology and Power in Soviet Politics, New York 1967, p. 16. Brze­
zinski vede anche il perdurare nell’esperienza sovietica di una « cultura
autocratica russa » (ivi, pp. 15-26). Egli fa pure un paragone (ivi,
p. 19) fra Stalin e l’ultrareazionario difensore dell’autocrazia, dell’ortd-
dossia, del nazionalismo, Pobedonoscev, procuratore del Sacro Sinodo
ed eminenza grigia (fino al 1905) degli ultimi zar. (È vero che un
parallelo, ancor più temerario, fra lo stesso Lenin e Pobedonoscev era
già stato fatto da N. Berdjaev, Le fonti e lo spirito del comuniSmo
russo cit., pp. 187-9.)
22 Introduzione di Ernest J. Simmons a Continuity and Change
in Russian and Soviet Thought cit., pp. 4-5.
80 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

russo, erede di una tradizione russa, capace di soddisfare


le necessità dei russi in modi che avevano profonde radici
russe »
Difetto principale di quasi tutti i sostenitori della rivin­
cita della Russia restava comunque avere trascurato o sot­
tovalutato quanto profondo fosse il conflitto provocato dal
riemergere di arcaici motivi nazionali nel quadro di una
rivoluzione che i suoi - protagonisti avevano voluto di tut-
t’altra natura, sia in quanto drastica rottura col passato e
con tutto ciò che esso'' rappresentava, sia in quanto moto
di ispirazione internazionalista o ecumenica. Come linea in­
terpretativa la loro teoria prestava inoltre il fianco a un’altra
critica che è stata formulata dallo storico inglese Edward
Carr. La continuità da sola non spiega mai il processo sto­
rico: tanto meno può farlo per i suoi periodi più travagliati.

23 Alee Nove, Stalin e il dopo Stalin in Russia cit., p. 11


(ed. orig. Stalinism and After, London 1975). Pur con parecchi
spunti interpretativi originali, anche uno studioso dell’Est europeo,
l’ungherese Vajda, si schiera con le tesi che vedono prevalere nel­
l’esperienza sovietica i motivi russi su quelli più rigorosamente rivo­
luzionari. La sua « proposta metodologica » è: « Si dovrebbe tentare
di analizzare i tratti del socialismo burocratico-autoritario in connes­
sione con la forma di civilizzazione russa quale si è configurata sto­
ricamente ». Premesso che questa sua indicazione non ha nulla a che
vedere con un presunto « servilismo del popolo russo », Vajda ag­
giunge: « Ciò che è mancato in Russia [...] è il bisogno di formazione
democratica della volontà e la capacità di attuarla ». « Se si vuole
comprendere la tragedia della rivoluzione russa bisogna chiarire che
la società da essa scaturita è il risultato àelYincontro di istituzioni,
che in linea di principio erano chiamate a superare le carenze della
democrazia borghese, e di individui che non hanno mai avuto la
possibilità di adottare le forme di comportamento necessarie anche
solo per le forme “ inferiori ” di democrazia ». Il processo risale per
questo autore alla « forma di unificazione dell’impero russo, tanto
diversa da quella europeo-occidentale » (Mihaly Vajda, Sistemi sociali
oltre Marx. Società civile e Stato democratico all’Est, Milano 1980,
pp. 39-45).
IV. La rivincita della Russia 81

La rivoluzione — ha scritto Carr — suscita automaticamente


il ben noto problema della continuità e del cambiamento nella
storia: è un luogo comune dire che nessuna situazione di conti­
nuità, per quanto statica, è esente dal mutamento, e che nessun
mutamento, per quanto rivoluzionario, rompe completamente la
continuità. Ma due osservazioni cadono qui a proposito. La prima
è che i conservatori tendono a insistere sull’elemento della con­
tinuità. [...] I rivoluzionari, viceversa, insistono sul fattore del
cambiamento improvviso e radicale. [...] La seconda osservazione
è che gli elementi di continuità presenti in ogni rivoluzione sono,
per la natura stessa delle cose, quelli che appartengono a un de­
terminato paese, mentre gli elementi di più ampia o universale
applicazione sono quelli del mutamento24.

Gli sviluppi più interessanti nell’analisi dei rapporti fra


stalinismo, bolscevismo e storia russa sono venuti quindi
in anni abbastanza recenti da alcuni studiosi che, pur essendo
sensibili alle suggestioni della rivincita russa, si sono rivelati
anche consapevoli di tutti i limiti impliciti sino a quel mo­
mento nella linea di pensiero che aveva avuto il suo antesi­
gnano in Miljukov. Il loro esponente più noto è lo storico
americano di Princeton, Robert Tucker, cui spetta il merito
di avere attirato con maggiore insistenza e accuratezza l’at­
tenzione sui laceranti conflitti che l’emergere del motivo
nazionale russo aveva provocato nel corso della rivoluzione.
Egli ha visto quindi nello stalinismo un fenomeno che non
solo « non discende direttamente dal leninismo », ma nean­
che può essere ridotto a semplice nazionalismo: un feno­
meno a suo modo rivoluzionario, sia pure secondo una par­
ticolare accezione di questa parola.
Tucker adotta e generalizza la definizione di « rivolu­
zione dall’alto », che Stalin stesso formulò per la propria
opera limitatamente all’impresa della collettivizzazione agra-

24 E. H. Carr, 1917 cit., p. 11.


82 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

ria25. Egli giudica quindi lo stalinismo come « un fenomeno


rivoluzionario », in cui ebbero una parte importante sia
l’eredità bolscevica, specie per la parte che fu collegata col
periodo del « comuniSmo di guerra », sia l’eredità della vec­
chia Russia; ma esso presenta per Tucker anche tratti suoi
originali. Nel processo rivoluzionario russo lo stalinismo,
che si delineò alla fine degli anni ’20 per abbracciare poi
tutto il decennio successivo, costituisce per Tucker una fase
nuova, una « seconda fase » che ebbe conseguenze anche
più profonde" è durature della prima: una fase che non sol­
tanto era in netto contrasto con le concezioni sull’ulteriore
cammino della società sovietica, elaborate da Lenin negli
ultimi anni della sua vita, cui si ispirò la politica della Nep,
ma presentava anche « un carattere diverso dal processo
rivoluzionario di distruzione del vecchio ordine e di improv­
visata costruzione di un ordine nuovo che aveva contrasse­
gnato la precedente fase degli anni 1917-1921 ». Questo
« cambiamento di carattere va inteso — dice Tucker —
come una reversione a un tipo di processo rivoluzionario
già visto in precedenza nella storia russa ». In sostanza, egli
asserisce, « lo stalinismo come rivoluzione dall’alto fu un
processo di costruzione statale, di costruzione di uno Stato
sovietico russo, potente, fortemente centralizzato, burocra­
tico, militare-industriale », capace di realizzare cambiamenti
radicali nella società. In questo senso esso aveva una « prei­
storia nella cultura politica dello zarismo russo, esisteva già

25 R. C. Tucker, in Stalinism cit., p. 77. La definizione della


collettivizzazione approvata da Stalin era: « Fu quella una trasforma­
zione rivoluzionaria delle più profonde, un salto dal vecchio stato
qualitativo della società a un nuovo stato qualitativo, equivalente per
le sue conseguenze alla Rivoluzione dell’Ottobre 1917. L’originalità
di questa rivoluzione consisteva nel fatto che era stata compiuta dal­
l’alto, per iniziativa del potere statale, col diretto aiuto dal basso
di milioni di contadini che lottavano contro il giogo dei kulak, per
la libera vita colcosiana » {Storia del PC(b) dell'Urss. Breve corso
cit., p. 261).
IV. La rivincita della Russia 83

come modello del passato » e poteva fungere quindi « sia


come un precedente che come una legittimazione ». « Rivo­
luzione dall’alto » quella di Stalin, come « rivoluzione dal­
l’alto » era stata quella di Pietro, « fase culminante dello
zarismo come sovrastruttura politica dinamica »
Poiché lo Stato è il principale protagonista di tali rivo­
luzioni, Tucker vede ripetersi il « modello » (il pattern)
zarista non solo in questa impostazione generale, ma anche
nei particolari: così l’industrializzazione « dall’alto » segue
per lui una linea che era già stata impiegata nel passato
secondo una tendenza che da Pietro arrivava al conte Vitte,
il ministro delle Finanze che presiedette alla forte espansione
industriale dell’ultimo scorcio del XIX secolo; così pure la
collettivizzazione agraria staliniana appare a Tucker, in pro­
fondo contrasto coi progetti cooperativi di Lenin, quasi una
« ripetizione accelerata del servaggio » o, almeno, di alcuni
suoi tratti essenziali, come la corvée (cui egli equipara il
lavoro obbligatorio nei kolchoz) o il controllo sulle emigra­
zioni contadine mediante il sistema dei pasport (documenti
di identificazione necessari per ogni spostamento nell’interno
del paese, che ai colcosiani venivano negati). Le stesse osser­
vazioni si ripetono per l’istituzione dei « ranghi » tra i fun­
zionari dello Stato. L’analogia fondamentale col passato è
infatti per Tucker « la costrizione di tutte le classi, dall’in­
fimo servo al nobile più altolocato, al servizio obbligatorio
dello Stato ». In questo senso egli vede la stessa « rivolu­
zione dall’alto » staliniana svolgersi in due tappe: la prima,
tra il ’29 e il ’32 avrebbe posto appunto al servizio dello
Stato soprattutto gli operai e i contadini, mentre la seconda
(e così si spiegherebbe il ’37) avrebbe imposto il medesimo
legame agli intellettuali e, soprattutto, a quel loro strato
più specifico che era lo stesso partito bolscevico 21.
Lo stalinismo o, come egli preferisce chiamarlo, il « bol-

26 R. C. Tucker, in Stalinism cit., pp. 90-8.


27 Ivi, pp. 96-100.
84 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

scevismo nazionale russo »28 implicava per Tucker un socia­


lismo inteso come « un sistema sociale dominato dallo Stato
e formato durante la rivoluzione dall’alto, il marxismo
essendo la dottrina che santificava tale sistema come socia­
lista ». Il risultato era un ritorno a politiche e soluzioni
che risalivano in realtà a un « distante passato russo » e che
contrastavano con ciò che era stata la « corrente maestra »
(the mainstream) del bolscevismo, provocando così una rea­
zione che Stalin finì con lo stroncare ricorrendo ad altri
metodi che avevano lontani precedenti nella storia dello
zarismo, quelli di Ivan il Terribile. Per Tucker, in conclu­
sione, sebbene la politica negli anni ’30 avesse « accenti
distintamente reazionari e controrivoluzionari », Stalin era
stato « l’ultimo bolscevico », in quanto rivoluzionario sia
pure di una tinta « russa nazionalista estrema », ma un bol­
scevico che aveva favorito un ritorno al passato « in un
modo fatalmente distruttivo per quel bolscevismo che aveva
visto Lenin come suo capo »29. 30
Affine all’analisi di Tucker, anche se non identica, è
quella di Moshe Lewin, più attento ai sommovimenti sociali
del paese negli anni staliniani. La rivoluzione e la guerra
civile lasciarono, secondo lui, il giovane potere sovietico
privo di quella base sociale, essenzialmente operaia, che
doveva essere sua, ma che era stata nel frattempo distrutta
e dispersa. Lo stalinismo non fu quindi soltanto costruzione
di uno Stato: « Ancora una volta, secondo un modello non
estraneo alla storia russa, uno strato dirigente (della società)
fu creato dallo Stato, istruito, indottrinato e pagato dallo
Stato, esattamente come i primi zar, alcuni secoli prima,
avevano creato la gentry (dvorjanstvo) e asservito i conta­
dini per loro come premio per il servizio reso allo Stato »

28 Robert C. Tucker, Communism and Russia, in « Foreign Af­


fairs », estate 1980, pp. 1178, 1183.
29 Id., Stalin, the Last Bolshevik, in « New York Times », 21
dicembre 1979.
30 M. Lewin, in Stalinism cit., p. 120.
IV. La rivincita della Russia 85

Ma le masse contadine, livellate dalla rivoluzione e racchiuse


nel loro mondo arcaico, avevano conservato, se non accen­
tuato, il loro atteggiamento « di sospetto, persino di ostilità
verso l’ufficialità e la coercizione dello Stato ». Da questo
punto di vista, tra l’altro, il contadino era particolarmente
« anarchico ». Anche per Lewin quindi si è riproposto, dopo
la rivoluzione, in termini miljukoviani il vecchio « duali­
smo » tra Stato e società, affrontato e .risolto sotto Stalin
appunto al modo di Pietro, con quella specie di guerra alle
masse contadine che fu la collettivizzazione. La statalizza­
zione dei contadini e la loro tempestosa urbanizzazione fini­
rono tuttavia per avere sullo Stato quello che Lewin chiama
un « effetto di contaminazione », nel senso di stimolare non
solo il ritorno a modelli del passato zarista, ma anche la
proposizione di surrogati delle loro tradizionali abitudini
religiose, il ripristino di altri modi di comportamento arcaici,
quindi per loro più famigliari e comprensibili31. Le trasfor­
mazioni introdotte dallo Stato staliniano furono, beninteso,
radicali. Ma, a questo proposito, Lewin arrischia una mas­
sima: « più rapide sono le rotture e i cambiamenti, più
grande è la parte del vecchio che si riproduce »32. \
Lo stalinismo fu comunque per Lewin essenzialmente
uno « Stato Leviatano »: « Lo Stato come principale stru­
mento e come scopo in se stesso, di fatto il più alto prin­
cipio del suo socialismo ». Lo stesso Stalin gli appare come
« il fondatore di un sistema e il suo ideologo, che fece il
lavoro di adattare la precedente cornice ideologica alla realtà
di questo nuovo sistema ». In questo quadro Lewin tende
a dare una spiegazione interessante, ma pur sempre ridut-

31 Ivi, pp. 124-8. Dello stesso autore cfr. anche Bucharin e lo


Stato-Leviatano, in Bucharin tra rivoluzione e riforme, Roma 1982,
pp. 145-64. Sul tema del peso contadino nella fisionomia presa dalla
società staliniana e sovietica, cfr. Nicholas Vakar, The Taproot of
Soviet Society, New York 1961.
32 M. Lewin, in Stalinism cit., p. 126.
86 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

tiva, delle massicce repressioni dei tardi anni ’30: una


risposta alla Ivan contro il rischio di un’eccessiva autono­
mia della burocrazia statale e di una trasformazione dello
stesso Stalin (come già era avvenuto con gli zar) da « auto­
crate » in « massimo burocrate », troppo condizionato dagli
apparati del suo stesso Stato. Tuttavia questa spiegazione
notigli appare del tutto soddisfacente e Lewin per darle
maggiore consistenza evoca anche una « resistenza » del vec­
chio bolscevismo allo stalinismo, se non altro per il soprav­
vento che, con Stalin e grazie a Stalin, la polizia andava
prendendo sul partito: nel ’37 appunto questa resistenza
fu schiacciata 33.
Le tesi di Tucker e Lewin sono state attaccate da chi,
come Solženicyn, vi scorge una specie di offesa alla Russia
ed è, contrariamente a Berdjaev, convinto che tutto il male
nell’Urss venga dal comuniSmo e non dalla storia nazio­
nale 34. L’obiezione, così impostata, ha scarsa rilevanza sto­
riografica ed è stata respinta seccamente da Tucker. In realtà
la maggior debolezza delle interpretazioni di Tucker e di
Lewin è di altra natura. Per quanti agganci esso possa avere
(e certamente ne ha molti) con la vecchia storia russa, lo
stalinismo è pur sempre un fenomeno moderno, ben pian-

33 Ivi, pp. 128-36.


34 Alexander Solzhenitsyn, Misconceptions about Russia are a
Threat to America, in « Foreign Affairs », primavera 1980, pp. 802-5.
In questo testo lo scrittore russo ripete la sua tesi secondo cui non
vi è mai stato nessuno « stalinismo », questo concetto essendo « stato
inventato nel 1956 dagli intellettuali della sinistra europea ». La ri­
sposta di Tucker nel numero successivo della rivista (estate 1980)
è già stata da noi citata. È significativo, del resto, come Solženicyn
sia disposto a riconoscere come unico merito di Stalin quello di aver
fatto ricorso durante la guerra alla « vecchia bandiera russa » (Pis’mo
k vozdfam cit., pp. 15-6) e sia incline a suggerire che « se la Russia si
è accostumata per secoli a vivere in sistemi autoritari », anche oggi
può essere meglio non adottare un sistema democratico, ma « passare
da una forma autoritaria a un’altra [...] per essa più naturale» (Iz-
pod glyb cit., p. 27).
IV. La rivincita della Russia

tato nel nostro secolo. È merito di questi autori averlo ricol­


locato nell’ambito di una vicenda nazionale plurisecolare,
senza pretendere di spiegarne l’origine solo col 1917 (o,
come altri fanno, con singoli episodi del movimento rivolu­
zionario russo, come sarebbe il Che fare? di Lenin con la
sua concezione del partito di avanguardia). Ma la sottolinea­
tura del riproporsi di modelli passati, pure estremamente
utile all’analisi storica, rischia di offuscare quanto vi è di
nuovo, di contemporaneo nello stalinismo, per rilevarne
soprattutto gli aspetti più arcaici35. Del pericolo gli autori
da noi citati sono, del resto, almeno in parte consapevoli.
Lewin avverte quindi che lo stalinismo « non fu una replica
del passato, ma una nuova originale creazione, un ibrido di
marxismo e di zarismo »36. Anche Tucker ha definito in
un’altra occasione il regime sovietico uscito dalla rivoluzione
come « un regime di movimento di massa rivoluzionario
sotto gli auspici di un partito unico » 37 : andarono total­
mente perdute queste caratteristiche durante gli anni ’30,
quelli — per usare la sua formula — dello « stalinismo
come rivoluzione dall’alto »?
Se è certamente un contributo importante per la com­
prensione dello stalinismo, la « rivincita della Russia »,
anche nelle sue versioni più sofisticate, non ci appare dun­
que come un’interpretazione esauriente e tanto meno esclu­
siva. Essa rischia infatti di annebbiare le caratteristiche
nuove dei conflitti che accompagnarono nella società sovie­
tica l’affermazione della « rivoluzione dall’alto » nello stesso
momento in cui attira invece l’attenzione — è questo il
massimo merito di autori come Tucker e Lewin — sul­
l’importanza di quei conflitti e sull’allontanamento delle loro
soluzioni dall’originaria ispirazione bolscevica.

35 Stalinism cit., pp. 322-3.


36 M. Lewin, ivi, p. 136. R. C. Tucker usa a sua volta il termine
di « marxismo neozarista » (ivi, p. 103).
37 Robert C. Tucker, The Soviet Political Mind cit., p. 7.
Capitolo quinto

LA SCUOLA TOTALITARIA
Pochi spunti interpretativi della storia sovietica hanno
avuto, almeno attraverso i canali dell’informazione di massa,
altrettanta fortuna quanto l’interpretazione totalitaria. La
sua terminologia è stata ed è tuttora impiegata nelle sedi
più disparate: saggi di teoria e ricostruzioni storiche, di­
scorsi parlamentari e cronache giornalistiche. Le sue formule
di base hanno diffusione da luogo comune. Ma il meno che
si possa aggiungere è che a tanta circolazione non corrisponde
una pari chiarezza di concetti. Le sue espressioni sono sem­
pre rimaste confuse e indeterminate, spesso dando per scon­
tate spiegazioni che in realtà non venivano fornite. La du­
plice caratteristica di questa linea interpretativa — diffusione
e confusione — è il risultato della funzione, più politica che
scientifica, che essa ha lungamente svolto e in genere svolge
tuttora *.
Sebbene fosse già apparso negli anni ’20, l’aggettivo
« totalitario » ha trovato un primo impiego di un certo
rilievo nelle analisi politiche durante gli anni ’30 di fronte
al contemporaneo emergere del nazismo in Germania e dello
stalinismo nell’Urss. Sin da quell’epoca lo si trova sotto la
penna di autori assai diversi. Il suo uso restava tuttavia

1 Per un’analisi di tale funzione rinviamo a due saggi americani,


più descrittivo il primo, più polemico il secondo: Lee K. Adler, Tho­
mas G. Paterson, Red Fascism: The Merger of Nazi Germany and
Soviet Russia in the American Image of Totalitarianism. 1930’s-
1950’s, in «The American Historical Review», aprile 1970; Herbert
J. Spiro, Benjamin R. Barber, Counter-Ideological Uses of « Totali­
tarianism » in « Politics and Society », vol. I, n. 1, novembre 1970.
92 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

episodico e implicava ancora preoccupazioni divergenti. Per


alcuni autori, specie americani, esso già serviva per segna­
lare similitudini, vere o presunte, fra i due regimi e per
contrapporli ugualmente alla democrazia liberale2. Ma allo
stesso termine facevano talvolta ricorso anche scrittori di
ben differente tendenza, come Trockij e, sia pure in forma
semplicemente riflessa, Bucharin: ma per loro esso si appli­
cava soprattutto alla Germania e all’Italia fascista e, per
quanto riguarda l’Urss, veniva evocato solo come una minac­
cia di totale sovversione degli indirizzi che avevano vinto
con la rivoluzione3.
Dopo che nella seconda guerra mondiale la propaganda
bellica ne ebbe fatto un certo uso contro le potenze del-
1’« asse », il vero momento di fortuna di questa termino­
logia venne tuttavia nei tardi anni ’40, quando la coalizione
antifascista si spezzò e cominciò l’aspro scontro fra Stati
Uniti e Urss. La lotta al « totalitarismo » diventò la grande
bandiera ideologica dell’America e del blocco da essa capeg­
giato, così come la lotta all’« imperialismo » era la bandiera
ideologica dell’Urss e dei suoi simpatizzanti. Il presidente
degli Stati Uniti, Truman, dichiarò nel 1947: «Non c’è
nessuna differenza fra Stati totalitari. Non mi importa se si
chiamano nazista, comunista o fascista »4. Il regime del-

2 N. Berdiaev, Le fonti e lo spirito del comuniSmo russo cit.,


p. 173; Adler, Paterson, op. cit., pp. 1048-51.
3 Per Trockij: «Bjulleten’ Oppozicii », n. 68-69, pp. 2, 4; n.
70, p. 16; n. 79-80, p. 6. Per Bucharin, Pilozofija kul’turnogo filistera,
in « Izvestija », 8 e 10 dicembre 1935: pur senza impiegarne la
terminologia questo scritto già discute, in polemica con Berdjaev,
quella che sarà la problematica del « totalitarismo ». Cfr. anche S. F.
Cohen, Bucharin and the Bolshevik Revolution cit., pp. 361-2.
4 Public Papers of the Presidents of the United States. Harry
S. Truman. Containing the Public Messagges, Speeches and Statements
of the President, January 1 to December 31, 1947, Washington 1963,
p. 238.
V. La scuola totalitaria 93

l’Urss vittoriosa e il movimento comunista venivano così


accomunati a quello della Germania sconfitta e al movimento
fascista per giustificare il rapido capovolgimento delle al­
leanze. In entrambi i casi ciò che veniva definito totalitario
era il male assoluto, un esempio di « schiavitù » di fronte
a un esempio di « libertà », con cui non vi erano intese
possibili: esso costituiva ormai uno dei poli delle irriduci­
bili contrapposizioni di quella che fu definita la « guerra
fredda ». L’intera scuola interpretativa che ne fece proprio
il concetto non è mai riuscita a liberarsi da quella sua
impronta originaria.
Non è però mancato l’impegno per trasformare questa
tendenza polemica in una moderna corrente di pensiero,
dandole dignità di teoria politica e di chiave interpretativa
della storia contemporanea. Questo sforzo ha mobilitato
cospicue energie intellettuali. I suoi principali artefici sono
stati all’inizio in America alcuni studiosi di origine tedesca,
più filosofi o sociologhi che storici. La loro provenienza li
rendeva migliori conoscitori della Germania hitleriana che
non dell’Urss staliniana. Solo più tardi a loro si sono ag­
giunti gli storici e, in particolare, numerosi storici dell’Urss
che hanno raccolto l’apparato concettuale già messo a punto
senza preoccuparsi in genere di sottoporlo a un esame cri­
tico o a un’elaborazione propria. Del resto, come si è visto,
essi non hanno prodotto una visione realmente originale
della storia dell’Urss, confluendo senza esitazioni nell’inter­
pretazione negativa della sua continuità.
La scuola totalitaria esige tuttavia un esame specifico,
sia per la grande influenza che ha avuto e che ha tuttora,
sia per alcuni spunti promettenti e parzialmente innovativi
che ha espresso, specie ai suoi avvii. La concezione centrale
è sempre stata quella dell’identità di fondo tra Germania
nazista e Russia sovietica, tra regimi fascisti e regimi comu­
nisti, anche se alcuni suoi esponenti si sono preoccupati di
fare una distinzione almeno tra le ideologie che avevano
94 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

animato le une e le altre esperienze 5. Nell’insieme gli autori


di questa scuola

vedevano il sistema totalitario come una forma nuova (propria)


del XX secolo, di tirannia terroristica totale, motivata ideologi­
camente e interamente burocratizzata, che era ovunque identica
in sostanza, sebbene variasse un po’ nelle apparenze, e che tro­
vava le sue manifestazioni classiche in due paesi: la Germania
nazista sotto Hitler e la Russia comunista sotto Stalin6.

Anche in un simile quadro, contestabile e contestato,


i motivi più fertili e promettenti di tale corrente stavano
nello sforzo di cogliere i caratteri di « novità » di questi
fenomeni, ciò che li differenziava da altre manifestazioni
dittatoriali o dispotiche del passato, al punto di fare di essi
qualcosa « mai esistita prima d’ora »7. La prima opera siste­
matica che lavorò in questa direzione fu il libro della filo­
sofa tedesco-americana, Hannah Arendt, Le origini del tota­
litarismo, anch’esso imperniato assai più sull’esperienza della
Germania che non su quella dell’Urss, tanto da costruire la
sua analisi soprattutto a partire dall’apparizione del razzismo
antisemita. Accanto a tesi di ben scarsa consistenza (l’autrice
arrivava ad asserire che « né il nazismo, né il bolscevismo
hanno mai proclamato una nuova forma di Stato » 8, il che
per il bolscevismo e per lo stesso stalinismo è palesemente
inesatto) vi erano nel suo lavoro intuizioni di notevole
interesse.

5 Raymond Aron, Démocratie et totalitarisme, Paris 1965, pp. 292-


295; Hans Kohn, Fascism and Communism. A Comparative Study in
Revolutions and Dictatorships. Essays in Contemporary History, Cam­
bridge (Massachusetts) 1939, pp. 182-3; Hans Buchheim, Totalitarian
Rule. Its Nature and Characteristics, Middletown 1968, p. 19.
6 R. Tucker, in Stalinism cit., pp. xii-xiu.
7 Carl J. Friedrich, Zbigniew K. Brzezinski, Totalitarian Dicta­
torship and Autocracy, Cambridge (Massachusetts) 1956, p. 10.
8 Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Milano 1967, p.
451 (ed. orig. The Origins of Totalitarianism, New York 1951).
V. La scuola totalitaria 95

Il terreno di coltura per il processo che aveva dato ori­


gine alle società totalitarie veniva indicato dalla Arendt nel
fenomeno dell’imperialismo e il punto di partenza della crisi
nel primo conflitto mondiale, con la data fatale del 4 ago­
sto 19149. In quella guerra la Arendt vedeva il momento
di accelerazione, se non di avvio, di un’altra novità che era
ai suoi occhi decisiva per la genesi del totalitarismo: l’av­
vento delle masse nella lotta politica, cioè il coinvolgimento
nella vita pubblica, certamente favorito dalla mobilitazione
bellica, di un gran numero di persone, interi settori delle
popolazioni « che non erano mai apparsi prima sulla scena
politica » 10. Di qui era scaturita, secondo lei, la crisi della
« società classista », il « crollo del sistema classista » con
i suoi gruppi sociali più attivi e consapevoli, anche se più
ristretti, tenuti insieme da interessi comuni e capaci di espri­
mere il proprio antagonismo mediante la fedeltà a determi­
nati partiti e a precisi programmi11. Vi erano nella Arendt
forti accenti di aristocratico disprezzo per le masse di nuovi
venuti, considerati come plebi informi, e severe rampogne
per gli intellettuali che avevano ceduto al « piacere di vedere
come gli esclusi del passato si aprissero l’ingresso a spal­
late »: erano stati questi intellettuali a fornire — diceva la
Arendt — la seconda molla per l’affermazione dei regimi
totalitari12.
Tali tipiche reazioni da rigetto non riuscivano comunque
a cancellare l’interesse delle sue affermazioni più stimolanti.
Il punto che meritava di essere maggiormente scandagliato
stava nell’individuazione di un nesso fra quelle che sono
state chiamate « società di massa »ei fenomeni politici
apparentati sotto il termine di « totalitarismo ». Esso ha
effettivamente attirato l’attenzione di altri ricercatori della

9 Ivi, p. 372. Per l’analisi nel suo insieme, pp. 310-71.


10 Ivi, p. 431.
11 Ivi, pp. 427-37 (e, in particolare, pp. 435-6).
12 Ivi, p. 461.
96 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

stessa scuola 13. Non ne sono però mai state esplorate, almeno
per quanto riguarda la storia sovietica, le potenzialità più
promettenti proprio per ragioni politico-ideologiche di cui
la stessa Arendt finì, come vedremo tra poco, per rendersi
conto.
La seconda direttrice su cui si è sviluppato il lavoro
degli esponenti della stessa corrente è stato il tentativo di
definire i tratti caratteristici di queste nuove società, la
costruzione di una loro tipologia, insomma quel lavoro di
generalizzazione dell’osservazione empirica che doveva con­
sentire di dimostrare come si trattasse appunto di un tipo
unico e nuovo di « comunità », nettamente distinto da tiran­
nie e autocrazie del passato, anche se parzialmente con esse
apparentato. A questo compito si sono dedicati, in parti­
colare, due americani: Cari Friedrich, anch’egli di origine
tedesca, e il più giovane Zbigniew Brzezinski. I due hanno
talvolta lavorato insieme. Qui però sono cominciate le dif­
ficoltà. Nemmeno tra loro essi sono infatti riusciti a con­
cordare un insieme di lineamenti distintivi del totalitarismo.
Friedrich per suo conto ne aveva elencati cinque: un’ideo­
logia ufficiale, un unico partito di massa, un monopolio quasi
totale delle armi condizionato dalla moderna tecnologia, un
analogo monopolio degli strumenti di comunicazione e il

13 Z. K. Brzezinski, Ideology and Power in Soviet Politics cit.,


pp. 65-7: «Tutte le società moderne implicano una manipolazione
di masse, specialmente da quando le masse sono diventate assai im­
portanti economicamente e politicamente. Si tratti di un’elezione o
di una pura questione di consumi, il fattore cruciale è dato dal com­
portamento delle masse rese attive ». Tutta una serie di fattori (in­
dustria, istruzione, nazionalismo) « hanno contribuito a politicizzare le
masse e hanno fatto della politica della consapevolezza [consciousness)
di massa una caratteristica della nostra epoca. Politicamente tutti i
leaders contemporanei devono fare appello ai sentimenti popolari e
organizzare varie forme di azione di massa per esercitare il potere
con efficacia ». L’autore vede qui anche un motivo della « profonda
differenza » tra totalitarismo e « dittature alla vecchia maniera ».
V. La scuola totalitaria 97

terrore poliziescoM. Quando hanno scritto insieme, i due


autori ne hanno aggiunto un sesto: la direzione centraliz­
zata dell’economia. Quindi, in un’edizione rivista della loro
opera, ne hanno inclusi altri due: espansionismo in politica
estera e controllo amministrativo della giustizia 141S.
Ma poi lo stesso Brzezinski, scrivendo da solo, ha criti­
cato questi elenchi — in particolare, quello di Friedrich —
come « niente affatto esclusivi del totalitarismo » (costata­
zione evidentemente corretta, ove si escluda il carattere
« moderno » degli strumenti tecnologici impiegati). Lo diven­
tavano, a suo parere, solo se combinati « coll’impatto sociale
totale derivante da uno spirito rivoluzionario, intimamente
dinamico » ovvero con lo « zelo rivoluzionario istituziona­
lizzato », che era per lui 1’« essenza » del totalitarismo16
Non è difficile, ci sembra, cogliere in queste differenze come
uno dei due autori (Friedrich) pensasse soprattutto al nazi­
smo e l’altro (Brzezinski) all’esperienza sovietica: quella che
veniva così a mancare nel confronto fra i loro lavori era
proprio l’identità dei due fenomeni. Ovviamente le diffe­
renze e le contraddizioni sono diventate ancora più macro­
scopiche quando tentativi analoghi sono stati compiuti da
altri autori in altri periodi17.

14 Carl J. Friedrich, The Unique Character of Totalitarian So­


ciety, in Totalitarianism. Proceedings of a Conference held at the
American Academy of Arts and Sciences, Cambridge (Massachusetts)
1954, pp. 52-3.
15 C. J. Friedrich, Z. K. Brzezinski, op. cit., pp. 21-2, n. 41.
16 Z. K. Brzezinski, Ideology and Power in Soviet Politics cit.,
pp. 46-7.
17 L. B. Schapiro (nel suo Totalitarianism, London 1972) segnala,
ad esempio: 1) il ruolo del capo; 2) la relatività degli ordinamenti
giuridici; 3) l’intervento del potere nella sfera privata del cittadino;
4) la funzione dell’ideologia; 5) lo stimolo dell’attivismo. L. Kola-
kowski ritiene che una « forma, quasi perfetta » di totalitarismo,
quale, a suo parere, fu lo stalinismo, richieda « la proprietà statale
dei mezzi di produzione » (Stalinism cit., pp. 284-5), che chiaramente
non esisteva nei regimi fascista e nazista. Per un autore dell’Europa
98 Il fenomeno Stalin nella storia del XX seco'o

Molto incette, quindi, e perfino più confuse anche le


definizioni. Quella di Brzezinski, quando ha cercato di tirare
le somme, suona:

Il totalitarismo è un sistema in cui strumenti tecnologica­


mente avanzati di potere politico sono detenuti senza restrizioni
dalla direzione centralizzata di un movimento elitario allo scopo
di realizzare una rivoluzione sociale totale, che include il condi­
zionamento dell’uomo in base ad alcuni assunti ideologici arbi­
trari proclamati dalla direzione, in un’atmosfera di unanimità
coatta dell’intera popolazione 18.

Ma tale definizione, dove, tra l’altro, alcuni dei tratti


segnalati prima si perdono, ne vale un’altra. I critici, oggi
abbastanza numerosi, della scuola totalitaria, ne hanno elen­
cate molte, tutte differenti fra loro, se non addirittura con­
traddittorie 19. È quindi sorprendente trovare storici (passi
per i politici) impiegare il termine come se fosse un con­
cetto su cui vi è un consenso e che perciò non esige spie­
gazioni. Non sta qui tuttavia la principale debolezza della
sua applicazione interpretativa alla storia sovietica, quanto
nella scarsa produzione di risultati originali, effetto di una
sua aderenza piuttosto superficiale alla concreta evoluzione
di quella società o di altre, ad essa, più o meno giustamente,
apparentate.

orientale che fa proprio il concetto (M. Vajda, op. cit., p. 40) il


governo totalitario è « un potere centrale che dirige anche la vita
quotidiana degli individui ». A tali esempi se ne potrebbero aggiun­
gere numerosi altri.
18 Z. K. Brzezinski, Ideology and Power in Soviet Politics cit.,
pp. 46-7.
19 Si vedano gli elenchi che sono stati fatti in: Frederic J. Fle-
ron jr., Soviet Area Studies and the Social Sciences. Some Methodolo­
gical Problems in Communist Studies, in « Soviet Studies », vol. XIX,
n. 3, p. 327; Benjamin R. Barber, Conceptual Foundations of Tota­
litarianism, in Totaliarianism in Perspective. Three Views, a cura di
C. J. Friedrich, London 1969, pp. 8-10.
V. La scuola totalitaria 99

Il caso è perfino curioso. Stalin infatti non solo coniò


o fece coniare, per descrivere la realtà sovietica così come
egli la voleva, il termine di « monolitico » che può essere
— ed effettivamente è stato da taluni — affiancato a quello
di « totalitario »20. Egli ha anche enunciato fin dagli anni
della sua ascesa, dapprima con cautela, poi in modo più
sistematico, tutta una serie di sue concezioni dello Stato
sovietico, della società socialista, della direzione delle masse,
che furono originali nel senso che sarebbe difficile ritrovarle
nel precedente pensiero bolscevico o leniniano e che potreb­
bero anche essere definite « totalitarie », ove si arrivasse a
precisare il significato di questa parola: il partito come
ordine militare-ideologico, l’identificazione fra partito e Stato,
lo Stato come insieme di « cinghie di trasmissione » di « di­
rettive » del vertice, l’esigenza di un’ideologia ufficiale, la
completa statalizzazione dell’economia e così via 21. Sarebbe
stato interessante a questo punto, proprio per i cultori del­
l’interpretazione totalitaria, esaminare quale fu l’impatto di
quelle concezioni sulla Russia rivoluzionaria e attraverso
quali conflitti esse si fecero strada.
Invece non riscontriamo niente di tutto questo. Nel­
l’analisi storica, come abbiamo visto in un precedente capi­
tolo, essi hanno fatto propria fin dall’inizio la teoria della
continuità. Non si sono nemmeno posti realmente il pro­
blema dello stalinismo come fenomeno distinto e hanno in
genere impiegato con reticenza, o non impiegato affatto,
quella parola. Di solito l’hanno sostituita appunto col ter­
mine di totalitarismo, qualcosa cioè che non solo non andava
distinto da altre fasi dell’esperienza bolscevica o sovietica,
né tanto meno del comuniSmo in genere, ma neppure da

20 Erik P. Hoffmann, Changing Soviet Perspectives on Leadership


and Administration, in The Soviet Union since Stalin cit., p. 71.
21 Per una più ampia analisi di queste concezioni staliniane, cfr.
G. Bofïa, Storia dell’Unione Sovietica cit., vol. I, pp. 296-305 e
Id., introd. a Per conoscere Stalin, Milano 1979, pp. 11-3, 28-30.
rtf Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo
100

altri fenomeni, quali il nazismo o il fascismo22. Al massimo,


10 stalinismo veniva visto come una variante, la variante
« comunista », particolarmente significativa, « pienamente
sbocciata », forse persino la più tipica, di una mal definita
società totalitaria.
Se questa visione delle cose creava problemi ardui già
per spiegare le fasi della storia sovietica precedenti il periodo
staliniano, altri ancora ne poneva, di soluzione non meno
difficile, per le fasi successive. Dopo Stalin, la società sovie­
tica perdeva infatti o, per lo meno, attenuava di molto alcune
caratteristiche, come il « terrore » poliziesco, il « culto » del
capo, le « purghe » sanguinose, che pure erano state in
genere considerate attributi essenziali di una società tota­
litaria 23. Contrariamente a ciò che avevano pensato gli espo­
nenti della scuola, l’Unione Sovietica, per non parlare di
altri paesi « comunisti », si rivelava capace di evoluzione e
soggetta a conflitti che avevano radici proprio nella sua sto­
ria precedente24. Anche se ciò rimetteva in discussione molti
suoi capisaldi, la scuola nel suo insieme non ritenne tuttavia

22 R. Tucker, in Stalinism cit., p. xm.


23 « Il terrore è [...] la vera essenza del regime totalitario »
(H. Arendt, Le origini del totalitarismo cit., p. 475). « La purga è
inerente al sistema totalitario. [...] La purga non è soltanto una ma­
nifestazione singolare che scaturisce dalla natura stessa del sistema
totalitario, ma è anche una tecnica che distingue il governo totalitario.
[...] Il terrore è la caratteristica più universale del totalitarismo. [...]
11 totalitarismo ha bisogno della purga. [...] Il bisogno della purga
non diminuirà con la crescente stabilità del regime totalitario » (Z. K.
Brzezinski, The Permanent Purge cit., pp. 23, 25, 27, 168, 170).
24 Nella I ed. (1953) del suo How Russia is Ruled (p. 500) M.
Fainsod scriveva: « Il regime totalitario non perde le sue caratte­
ristiche di Stato di polizia; esso muore quando il potere è strappato
dalle sue mani ». L’affermazione è scomparsa dall’« edizione rivista »
del 1963. Anche Friedrich e Brzezinski nell’« edizione rivista» (1966)
del loro Totalitarian Dictatorship and Autocracy (p. 375) riconoscono:
« La nozione [...] che i regimi totalitari diventeranno sempre più
totali (opinione da noi espressa nella prima edizione, p. 300) [...]
non è sostenibile ».
y. La scuola totalitaria 101

necessario abbandonare la sua interpretazione, né rinunciare


alla spiegazione « totalitaria », adattabile per diverse società
moderne fra cui la sovietica in primo luogo, sia con Stalin
che prima o dopo di lui.
La soluzione di quei problemi è stata quindi tentata più
con risorse verbali che con autentiche risposte. Brzezinski,
ad esempio, pur sottolineando sempre che lo stalinismo, con
le radicali trasformazioni da esso realizzate nella società,
non fece altro che « rafforzare la dinamica totalitaria del
sistema politico stesso », ha poi cercato di aggiungere qual­
che sottile distinzione, affermando che lo stalinismo « fu la
fase della rivoluzione totalitaria nella società, che non va
confusa con la precedente presa totalitaria del potere dentro
il sistema totalitario ». Per gli anni poststaliniani egli ha in­
trodotto invece il concetto di « totalitarismo disfunzionale »,
cioè — se comprendiamo bene — non più corrispondente a
determinate esigenze della società. Nella storia di un sistema
totalitario, quale quello sovietico, andrebbero distinte, se­
condo lui, sei fase successive:

1) La formazione del partito totalitario; 2) la conquista del


potere politico; 3) il consolidamento organizzativo del potere da
parte del partito totalitario al governo; 4) la rivoluzione totali­
taria della società; 5) l’apparizione del sistema politico e sociale
totalitario; 6) il declino dell’empito (momentum} totalitario e la
graduale separazione della società dal sistema politico25.

25 Theory and Politics cit., pp. 377-8; Adam Ulam (The Russian
Politicai System, in Patterns of Government. The Major Politicai
Systems of Europe, a cura di Samuel H. Beer e Adam B. Ulam, New
York 1962, p. 646) parla di un « sano modello di totalitarismo ».
Va rilevato che le concezioni di Brzezinski sono lontane da quelle di
altri autori della stessa scuola. La Arendt scrive, ad esempio (Le ori­
gini del totalitarismo cit., pp. 448-9) che « in Russia, a differenza della
Germania nazista, il regime totalitario non è stato preparato da un
movimento totalitario; questo è stato organizzato dopo ».
102 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Non è sorprendente che tali esercizi abbiano suscitato


l’impressione di autentiche « acrobazie » concettuali26, dove
le concrete vicende storiche di paesi come l’Italia, la Ger­
mania, l’Urss o la Cina (anch’essa considerata spesso « tota­
litaria ») sono riconoscibili a fatica.
Per quanto riguarda la storia sovietica va detto che, fra
gli esponenti della scuola, la Arendt ha fatto in parte ecce­
zione, poiché ha cercato un approccio meno sommario agli
stessi problemi. Lo si è visto in particolare con una succes­
siva edizione del suo lavoro, apparsa negli anni ’60. In una
certa misura la Arendt si è staccata allora anche dalla teo­
ria della continuità. Ha infatti introdotto una distinzione
fra « dittatura rivoluzionaria » di Lenin e « regime tota­
litario » di Stalin; ha identificato un « totalitarismo » solo
nel « comuniSmo degli anni ’30 » e non nelle sue fasi prece­
denti; ha riconosciuto che vi era stata in Urss un’alternativa
allo stalinismo nel proseguimento della politica della Nep,
voluta da Lenin. « Tale alternativa — ha commentato — è
di solito trascurata dagli studiosi a causa della convinzione
comprensibile, ma storicamente insostenibile, di un passaggio
più o meno armonioso da Lenin a Stalin ». Negli anni post­
staliniani ha ritenuto di vedere « un autentico, benché mai
inequivoco, processo di detotalizzazione » (affermazione in­
teressante, sebbene l’imprecisione di tutta la terminologia

26 F. J. Fleron, in « Soviet Studies », XIX, n. 3, p. 339: « Scom­


metterei che se noi conoscessimo abbastanza la psicologia della ricerca,
scopriremmo che ci sono coloro che desiderano conservare il “ tota­
litarismo ” nello studio del comuniSmo a causa dei suoi connotati ne­
gativi. Questo può essere uno dei motivi per cui la definizione di
“ totalitarismo ” viene costantemente rivista in modo che mentre
l’Unione Sovietica cambia (ad es., allontanandosi dall’uso manifesto
del terrore) il concetto possa essere ancora usato per indicare il si­
stema. Varie acrobazie vengono compiute col concetto (ad es., “ tota­
litarismo maturo ”) in modo da poter continuare ad appiccicare un’eti­
chetta “ buh! ” a un sistema “ buh! ” di governo ».
V. La scuola totalitaria 103

della scuola totalitaria non aiuti certo a valutarne il signifi­


cato) 27.
Ma anche questi spunti sono rimasti senza seguito. La
Arendt, del resto, non era una storica. Valevano inoltre an­
che per lei gli impacci che l’ideologia antitotalitaria crea per
la ricerca scientifica. Lo ha ammesso lei stessa:

Invero non facilita le cose, nella teoria come nella pratica,


il fatto che abbiamo ereditato dal periodo della guerra fredda
una « controideologia » ufficiale, l’anticomunismo, il quale pure
tende a diventare globale nelle sue aspirazioni e ci induce a co­
struire una nostra finzione, di modo che rifiutiamo in linea di
principio di distinguere le varie dittature comuniste del partito
unico, con cui ci troviamo a che fare nella realtà, dall’autentico
regime totalitario 28.

In difficoltà quando si è trattato di spiegare le vicende


della storia sovietica, la teoria del totalitarismo ha conosciuto
del resto un curioso destino. Da un lato, la sua terminologia
si è dilatata, anche per l’uso approssimativo che ne fanno di
continuo politici e mass media, sino a servire per definire i
fenomeni e le tendenze più disparate. Dall’altro, le sue cate­
gorie sono invece apparse via via sempre meno adeguate a
numerosi studiosi della storia di quei paesi, la cui esperienza
avrebbe dovuto trovare una sua sistemazione generale pro­
prio mediante quella teoria.
Una prima dilatazione, interessante per l’argomento di cui
ci stiamo occupando, è stata l’introduzione, già negli anni
’50, del concetto di « democrazia totalitaria » (assolutamente
inconcepibile per i più rigidi esponenti della scuola, che con­
siderano i due termini antitetici) da parte dello studioso di
origine israeliana Jacob Talmon. Egli ha tracciato una distin­

27 H. Arendt, Le origini del totalitarismo cit., pp. xi, xvi, xx-


XXI, 431.
28 Ivi, p. XV.
104 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

zione drastica tra « totalitarismi di destra » e « di sinistra »,


dichiarando che si poteva parlare di « democrazia » solo per
i secondi. Questi erano « parte integrante della tradizione
occidentale », entro la quale costituivano una delle « due
correnti del pensiero democratico ». L’orientamento « demo­
cratico totalitario » si contrapponeva a quello « democra­
tico liberale », non perché negasse il « valore della libertà »
che l’altro sosteneva, ma per il carattere « messianico » del
suo progetto, tendente a un « insieme di cose preordinato,
armonioso e perfetto » da realizzare mediante un’azione po­
litica capace di abbracciare « l’intera sfera dell’esistenza uma­
na », là dove l’orientamento liberale conta di arrivare a una
« maggiore armonia » attraverso un processo empirico di
« prove e riprove », senza indicare mete finali troppo ambi­
ziose L’origine di entrambi sta nel « ceppo comune delle
idee del XVIII secolo »: la genealogia dell’orientamento to­
talitario risalirebbe a Rousseau e avrebbe trovato le sue prime
manifestazioni nella rivoluzione francese, con i giacobini e
soprattutto con la congiura di Babeuf. Naturalmente questa
tendenza era destinata per Talmon — e qui egli raggiungeva
la scuola totalitaria — a sfociare solo nella « tirannide im­
placabile », nella « servitù », nell’« enorme ipocrisia » e nel-
1’« inganno », volendo conciliare istinti contrastanti della
« natura umana »
L’elasticità dei concetti e la varietà contraddittoria delle
definizioni hanno favorito l’estensione del termine a fenomeni
storici, sociali e politici assai diversi, privando ognuno dei
suoi caratteri specifici. Una sua applicazione all’Urss nella
sua concreta evoluzione, quale quella che tentavano autori
come Brzezinski o Ulam, finiva col mettere in forse proprio
le analogie col nazismo, che pure erano l’essenza stessa della

29 Jacob L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, Bo­


logna 1967, pp. 7-10, 14-6 (ed. orig. The Origins of Totalitarian
Democracy, London 1952).
30 Ivi, pp. 341-7.
V. La scuola totalitaria 105

dottrina del totalitarismo. A volte questo si trovava a essere


identificato semplicemente con i regimi a partito unico o con
una dittatura fornita di strumenti tecnologici moderni. Al
pari dell’Urss venivano quindi definiti totalitari non solo i
paesi a direzione comunista (Cina, Jugoslavia, paesi dell’Est
europeo) ma anche Stati nuovi del cosiddetto « terzo mon­
do »; l’applicazione dell’etichetta avveniva soprattutto con
criteri polemici, a seconda della collocazione internazionale
che ogni paese aveva in un determinato momento.
In sostanza, l’aggettivo « totalitario » diventava un sem­
plice insulto, un connotato negativo utile per designare mo­
vimenti, governi, paesi che andavano posti su una lista nera.
Ne discendeva molta confusione anche negli studi. Uno sto­
rico francese ha definito « regime totalitario » quello di Ro­
bespierre31. Marcuse ha trovato che tutta la società mon­
diale contemporanea tende a essere « totalitaria » indipen­
dentemente dai suoi ordinamenti politici: « Non soltanto una
forma specifica di governo o di dominio partitico producono
il totalitarismo, ma pure uno specifico sistema di produzione
e di distribuzione, sistema che può essere benissimo compa­
tibile con un “ pluralismo ” di partiti, di giornali, di “ poteri
controbilanciantisi ”, ecc. »32. All’epoca della « guerra dei
sei giorni » in Medio Oriente, un noto settimanale liberal
americano accomunava nella stessa condanna « movimenti
totalitari, siano essi comunisti, fascisti o socialisti arabi »33.
Di fronte a tanta indeterminatezza della teoria, diventava
comprensibile la reticenza di molti studiosi a farne proprie
le categorie. Questo vale oggi anche per chi ha dedicato la
sua attenzione soprattutto al fascismo italiano e al nazismo

31 Joseph Calmette, Trilogie de l’histoire de Trance. Les Révolu­


tions, Paris 1952, p. 183.
32 Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione. L’ideologia della
società industriale avanzata, Torino 1967, p. 23 (ed. orig. One-dimen-
sional Man. Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society,
London 1964).
33 «New Republic», 17 giugno 1967, p. 1.
106 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

tedesco 34. Ma una critica recisa di tutta la scuola totalitaria


si è sviluppata in particolare fra coloro che si sono maggior­
mente impegnati nell’analisi della storia dell’Urss, degli altri
paesi a direzione comunista e dei diversi regimi rivoluzionari
apparsi nel mondo moderno.
Dopo avere dominato incontrastata, la corrente del tota­
litarismo è stata fortemente avversata proprio a partire dagli
Stati Uniti, dove si era originariamente affermata e di dove
aveva poi esteso la sua influenza. Il principale motivo evo­
cato dai critici è stato appunto la sua forte impronta ideo­
logica. Uno dei primi avversari della scuola, Frederic Fleron,
in uno dei saggi più sistematici dedicati all’argomento, ha
scritto: « Lo studio del comuniSmo è stato così impregnato
dai valori prevalenti negli Stati Uniti, che noi non possediamo
un insieme oggettivo e accurato di conoscenze, ma piuttosto
un’immagine distorta dall’ideologia. Non solo le nostre teo­
rie, ma i concetti che impieghiamo — ad esempio, “ totali­
tarismo ” — sono carichi di valori » 35. Queste osservazioni
si applicavano, secondo lo stesso autore, in particolare agli
studi sull’Unione Sovietica.
Il carattere politico-ideologico della scuola totalitaria ha
■—- secondo i suoi avversari — soffocato o distorto anche quel
che di interessante poteva esserci nelle sue analisi. Ad esem­
pio, la distinzione da essa introdotta, ma mai argomentata
in modo esauriente, fra dittature « totalitarie » e dittature
tradizionali si è ridotta assai spesso a un semplice accorgi­
mento per giustificare l’alleanza con regimi tirannici, ma con­
servatori, nella lotta contro regimi comunisti o neutralisti,
organizzati da un unico partito e impegnati in scelte politiche

34 Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Bari 1969,


pp. 90-1. Anche la dichiarazione dello stesso autore in Stalin. L’uomo,
la nazione, il partito cit., p. 15. Per quanto riguarda il nazismo, cfr.
Wolfang Sauer, National-Socialism: Totalitarianism or Fascism?, in
« The American Historical Review », dicembre 1967, pp. 404-24.
35 F. J. Fleron, in « Soviet Studies », XIX, n. 3, p. 339.
V. La scuola totalitaria 107

di tipo socialista36. A questa sorta di critiche i sostenitori


della teoria del totalitarismo hanno in genere risposto che era­
no anch’esse « motivate politicamente e ideologicamente » 37.
In effetti la discussione su questi temi, esplosa negli Stati
Uniti durante gli anni ’60, rifletteva in parte le divisioni che
si andavano manifestando nel paese, specie attorno alla sua
politica estera. Ma era diffìcile che una teoria, tanto marcata
politicamente fin dall’inizio, potesse sfuggire a un simile
destino.
Sarebbe tuttavia scorretto sostenere che il dibattito sia
rimasto confinato a un terreno nutrito soltanto di sottintesi
politici. Fra gli storici, in particolare, esso ha assunto una
diversa portata. Poiché la teoria del « totalitarismo » è inte­
ramente confluita, per quanto concerne l’Urss, con quella
della fatale linearità della storia bolscevica, chi ha criticato
l’una ha criticato anche l’altra: è stato uno di loro a parlare
dell’« infausto effetto » che la spiegazione « totalitaria » ha
avuto sulla storiografia38. Fin qui il contrasto sarebbe però
tutt’altro che sorprendente e aggiungerebbe poco o nulla a
quanto già abbiamo visto in precedenti capitoli. Ma la cerchia
dei critici dell’interpretazione totalitaria è ben più larga. Di­
versi studiosi che non rientrano nelle tendenze fin qui esa-

36 H. J. Spiro ha scritto che l’uso propagandistico del termine


« ha portato a oscurare qualsivoglia utilità esso potesse avere al fine
dell’analisi sistematica e del confronto fra diverse entità » (cfr. la sua
voce Totalitarianism, in International Encyclopedia of the Social
Sciences, a cura di David L. Sills, New York 1968, vol. XVI, p. 112).
Dello stesso parere sono H. J. Spiro e B. R. Barber in « Politics and
Society », vol. I, n. 1, pp. 14-5. La distinzione puramente diploma­
tica fra dittature « totalitarie » e semplicemente « autoritarie », a
vantaggio delle seconde, viene ancora impiegata oggi dagli esponenti
dell’amministrazione Reagan per giustificare determinate iniziative di
politica estera: si veda a questo proposito l’editoriale del « New York
Times » Semantics and Human Rights, ripubblicato in « International
Herald Tribune », 25 maggio 1981, p. 6.
37 Z. K. Brzezinski, Theory and Politics cit., p. 376, n. 6.
38 S. F. Cohen, in Stalinism cit., pp. 7-8.
108 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

minate e che, in alcuni casi, possono essere difficilmente an­


noverati nell’una o nell’altra scuola — Carr, Deutscher, Da­
vies, Schlesinger, Dallin, Rabinowitch e numerosi altri, di
cui avremo ancora occasione di parlare — hanno accurata­
mente evitato di ricorrere alla sua terminologia, preferendo
fondare la loro analisi su categorie meno nebulose. Altri
ancora, come il già citato Fleron, l’hanno apertamente ripu­
diata, dopo averla criticata. Infine anche esponenti della teo­
ria della continuità, come Alfred Meyer, hanno messo in dub­
bio non solo il valore, ma l’utilità stessa dell’apparato concet­
tuale ispirato al « totalitarismo »: « Certo — egli scrive —
tutti coloro che lo usano possono convenire su una definizione
molto estesa e vaga; ma i termini troppo vaghi diventano
Molti ricercatori storici, specie tra i più giovani,
inutili »39. 40
concordano con un simile giudizio, al pari di numerosi espo­
nenti delle altre scienze sociali, sebbene tutti conservino in­
tatto uno spirito liberamente critico nei confronti degli ordi­
namenti sovietici e della loro storia*’.
L’utilità stessa del concetto di « totalitarismo » e dei suoi
derivati è stata quindi negata, almeno per quanto riguarda
le analisi storiche, politiche e sociologiche. Naturalmente, vi
è stato invece chi ha continuato a difenderla, asserendo che
il termine, per quanto generico, aveva una sua convenienza,
così come quello di « democrazia » con i suoi derivati, an-
ch’essi in fondo assai generici e oggi ideologicamente se­
gnati 41. Altri infine, pur schierandosi fra coloro che sono
fortemente critici dell’intero vocabolario « totalitario », si

39 Alfred G. Meyer, The Soviet Politicai System. An Interpre­


tation, New York 1965, p. 471.
40 Ai vari autori già citati potremmo aggiungere una lunga lista.
Ci limiteremo a segnalare, oltre al saggio di Michael Curtis in Totali­
tarianism in Perspective cit., anche tutti i diciotto autori di The Soviet
Union since Stalin cit. che si pongono decisamente fuori della scuola
totalitaria.
41 Maurice Cranston, Should We Cease to Speak of Totalita­
rianism?, in « Survey », voi. 23, n. 3, estate 1977-78.
V. La scuola totalitaria 109

sono pronunciati a favore del mantenimento, se non del ter­


mine in se stesso, almeno del concetto o dell’intuizione che
esso aveva confusamente cercato di esprimere. In genere
costoro hanno però cercato di trovargli qualche sostituto che,
seppure destinato a minore fortuna, presentasse in compenso
meno difetti o si prestasse a minori equivoci. Si è parlato
così per l’Urss di « società monorganizzata », di polity (en­
tità statale) « monogerarchica » o ancora di « sistema mono-
cratico », tutte locuzioni in cui non stentiamo ad avvertire
un’eco, poco importa se consapevole o no, del famoso « mo­
nolitismo » staliniano42.
Fra queste proposte una merita maggiore attenzione, per­
ché si presenta con un aspetto più organico delle altre, al­
meno ai fini di un’interpretazione dello stalinismo e della
storia sovietica. È quella dello storico australiano Rigby, che
ha analizzato la società sovietica come un’entità « monorga­
nizzata ». Di questo termine egli ha fornito una definizione:

È una società in cui, nonostante importanti « sopravvivenze »


della tradizione o del mercato, la maggior parte delle attività sono
dirette da innumerevoli organizzazioni o burocrazie, che sono tutte
collegate in un solo sistema organizzativo. Nel suo operare tale
sistema esibisce una mistura di aspetti meccanici e di aspetti or­
ganici: il partito, che combina una burocrazia sovrastante tutti
gli altri corpi con un insieme di iscritti tale da permeare tutti i
segmenti del sistema, svolge un ruolo cruciale nel suo coordina­
mento. La gamma e la combinazione delle funzioni esercitate da

42 T. H. Rigby, Stalinism and the Mono-Organizational Society,


in Stalinism cit., pp. 53-76; Id., Politics in the Mono-Organizational
Society, in Authoritarian Politics in Communist Europe. Uniformity
and Diversity in One-Party States, Berkeley 1976; Roy D. Laird, The
Soviet Paradigm. An Experiment in Creating a Mono-hierarchical
Polity, New York 1971, p. 92; Zdenek Strmiska, Sistema sociale e
contraddizioni strutturali delle società di tipo sovietico, Parigi 1980,
p. 1, pp. 195-6 (pubblicazione ciclostilata che fa parte del progetto
di ricerca Le esperienze della Primavera di Praga 1968, diretto da
Zdenek Mlynar).
110 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

questo sistema mono-organizzato hanno generato un’ideologia


molto estesa nel suo campo di azione e monopolistica nelle sue
pretese, uno spiccato sistema di controlli sociali coercitivi domi­
nato dalla preoccupazione della sua sicurezza politica e dai suoi
aspetti inibitori-inquisitoriali, oltre una vivace cripto-politica den­
tro e tra le sue strutture burocratiche, dal cui esito dipendono
in primo luogo i conflitti di ambizioni e di interessi degli individui
e dei gruppi43. •

Fin qui la definizione sociologica. Come si concilia con


la storia? Lo stesso Rigby riconosce che si attaglia ben poco
all’Urss degli anni ’20. Quel tipo di società, secondo lui,
« si è cristallizzato » solo con la « dittatura di Stalin ». Tut­
tavia non può nemmeno essere confuso con lo stalinismo,
poiché mancherebbero da quella descrizione importanti tratti
caratteristici del governo staliniano, come il potere personale,
il culto del capo, l’impiego del terrore 44. Per Rigby dunque
lo stalinismo fu quel tipo di società più la tirannia di Stalin,
entrambi gli elementi essendo necessari per una sua completa
descrizione: esso fu « una tirannia esercitata nelle condizioni
di una società monorganizzata o, come io preferisco dire, la
società monorganizzata diretta da un tiranno ».
Visto però che i due fenomeni, secondo lo stesso Rigby,
coincisero nel tempo, quale fu il loro nesso? Sebbene
elementi potenziali di una « società monorganizzata » ven­
gano visti dall’autore anche nell’Urss prestaliniana e nella
stessa Russia prerivoluzionaria, la loro realizzazione — am­
mette — incontrava « seri ostacoli ». Per abbatterli occorre­
vano « atti deliberati di volontà umana, atti che per di più
richiedevano grande determinazione e volontà politica, oltre
che una forte base di potere iniziale ». Tali atti vennero da
Stalin. Nella combinazione di « società monorganizzata » e
di « dittatura personale », che perRigby costituisce lo sta-
linismó, le~3ue' componenti erano reciprocamente condizio-

43 T. H. Rigby, in Stalinism cit., pp. 59-60.


44 Ivi, p. 60.
V. La scuola totalitaria 111

nate, nel senso che nessuna delle due si sarebbe potuta af­
fermare senza l’altra45. Di qui discende abbastanza chiara­
mente che per Rigby, dopo Stalin, la « società monorganiz-
zata », ormai solidamente impiantata, poteva fare e ha fatto
a meno della dittatura personale^ Questa interpretazione
che offre indubbi motivi di interesse, al di là delle riserve
che possono suscitare i termini in essa impiegati, si arresta
però di fronte ad alcuni nodi capitali. Non ci dice, ad esempio
quanto le stesse originali concezioni di Stalin avessero già
programmaticamente disegnato i tratti di quella che viene
chiamata la « società monorganizzata », né a quali problemi
quelle concezioni cercassero di rispondere, né di quale tipo
concretamente fossero gli ostacoli che ad essa si frappone­
vano: eppure si tratta di argomenti che non possono certo
sfuggire all’attenzione dello storico. X „ .
Sebbene anche per una visione analitica come quella di
Rigby si possano trovare ascendenti nella scuola totalitaria
o, almeno, nella problematica che essa aveva cercato di porsi,
siamo arrivati a questo punto assai lontano delle sue sem­
plificazioni. Tanto lontano da potere giustamente contestare
che si tratti di tendenze interpretative analoghe. Si potrebbe
persino asserire che i frutti realmente interessanti nella spie­
gazione dei problemi tipici della storia sovietica si sono ma­
nifestati soprattutto quando il terreno che era stato e resta
proprio della scuola totalitaria è stato abbandonato dagli
stessi ricercatori che pure da quella scuola erano influenzati.
Qui sta il suo limite culturale, difficilmente superabile. Il
che non significa anche la fine della sua fortuna politica, visto
che questa è sempre radicata nei più aspri conflitti del mondo
contemporaneo47.

45 Ivi, pp. 64-70.


46 Ivi, pp. 75-6.
47 Per motivi comprensibili la terminologia « totalitaria » è, ad
esempio, raccolta largamente dall’opposizione politica nei paesi del­
l’Est europeo, inclusa l’Urss, come si può vedere dalla lettera di
Vaclav Racek in « New Statesman », 24 aprile 1981, pp. 6-7.
Capitolo sesto

RIVOLUZIONE DELLO SVILUPPO


Pet sottolineare le differenze fra esperienza tedesca ed
esperienza sovietica, uno degli studiosi della Germania e del
nazismo, critico della teoria del totalitarismo anche nel campo
dei propri specifici interessi, ha scritto nel 1967: « Né Lenin,
né Giuseppe Stalin volevano far tornare indietro l’orologio;
essi non volevano semplicemente progredire, ma fare un salto
in avanti. La rivoluzione bolscevica aveva molti elementi di
una rivoluzione dello sviluppo, non dissimile da quelle oggi
in corso nei paesi sottosviluppati » h Egli si schierava così
con una tendenza nuova che si andava facendo strada in
quegli anni negli studi di storia contemporanea e, in partico­
lare, di storia sovietica.
Per quanto riguarda l’Urss, tale tendenza si manifestava
con un approccio inedito, assai diverso da quelli che avevano
dominato la ricerca sino a poco tempo prima: un approccio
che si era profilato sul finire degli anni ’50 per palesarsi
con crescente autorità nel decennio successivo. Diversi fat­
tori avevano contribuito alla sua nascita e alla sua espansione.
Alcuni di essi avevano solo un rapporto indiretto con la sto­
ria dell’Urss. Il più importante di gran lunga era infatti la
riscossa anticoloniale che si era ormai affermata nel mondo
con forza incontenibile: il suo successo, delineato nell’ultimo
scorcio degli anni ’40, era via via diventato un motivo domi­
nante della politica internazionale. In Asia, in Africa e nella
stessa America Latina, per vie diverse, violente o no, tutta

1 W. Sauer, in « The American Historical Review », dicembre


1967, pp. 418-9.
116 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

una serie di paesi, che erano stati lungamente soggetti, con­


quistavano una propria identità statale autonoma. Altri cer­
cavano modi nuovi per consolidare l’indipendenza, spesso
fittizia, già avuta in passato. Tutti però si trovavano di fronte
ai tragici problemi creati dall’enorme divario di ricchezza e
di benessere che separava le loro economie, in prevalenza
confinate in attività primarie e arcaiche, da quelle dei paesi
industrializzati dell’Occidente europeo e americano, che erano
poi anche i loro dominatori di ieri. La recente indipendenza
ne risultava condizionata e indebolita. Lo sviluppo di queste
immense aree arretrate cominciava a imporsi come uno dei
più drammatici problemi mondiali, tanto da attirare l’atten­
zione di studiosi delle più diverse discipline.
Sebbene decisivo, tale fattore non era tuttavia l’unico.
Vi si era aggiunta fra il ’57 e il ’58 la scossa provocata dalle
prime pionieristiche imprese spaziali sovietiche che avevano
curiosamente colto di sorpresa l’Occidente. Un pregiudizio
assai diffuso, almeno nei circoli dirigenti europei occidentali
e americani, oltre che fra molti studiosi, voleva ancora che
un’economia « socialista », cioè fondata sulla proprietà pub­
blica dei grandi mezzi di produzione, non potesse funzio­
nare 2. Ora l’esperienza sovietica stava lì a dimostrare che,
sia pure con gravi scompensi (ma quale economia non ne
conosceva?) essa era riuscita ad andare avanti; se non altro,
era stata capace di assicurare appunto lo sviluppo industriale
della Russia. Gli stessi dirigenti sovietici, influenzati anch’essi
dall’aria del tempo, erano indotti a sottolineare soprattutto
questo motivo della loro storia: nella propaganda vantavano
in primo luogo i ritmi rapidi di crescita dell’economia3. Era

2 Fra i diversi autori che hanno dovuto contestare appunto tale


credenza, segnaliamo A. F. K. Organski, Le forme dello sviluppo po­
litico, Bari 1970, pp. 124-5 (ed. orig. The Stages of Political Deve­
lopment, New York 1965).
3 Tutti i discorsi di Chruščev in quel periodo sono fortemente
marcati da questa tendenza. Se ne possono vedere molti esempi nel­
l’ampia raccolta in 8 volumi: N. S. Chruščev, Stroitel’stvo kommu-
VI. Rivoluzione dello sviluppo 117

un richiamo cui non restavano insensibili i dirigenti dei nuovi


Stati alle prese con i loro problemi di sviluppo, che proprio
su questo terreno cercavano di avviare forme diverse di
intesa e di collaborazione con l’Urss. Alcuni di quei paesi
— ivi compreso il più colossale, la Cina — si erano già av-
vati verso un’esperienza analoga a quella sovietica. Le stesse
turpitudini dell’epoca staliniana che venivano denunciate nei
congressi di Mosca provocavano nel loro interno ripercussioni
assai più deboli di quelle che avevano sconvolto l’opinione
pubblica in Europa e in America, a cominciare dal movimento
operaio4.
Il tema dell’arretratezza — o, meglio, di un’arretratezza
di partenza che era ormai stata superata e vinta — si è affac­
ciato quindi negli studi sull’Urss e la sua storia a partire
dal 1958 5. Esso offriva un’angolatura nuova da cui guardare
alle vicende sovietiche. I primi a interessarsene furono eco­
nomisti, sociologhi, storici dell’economia. Tale interesse — il
particolare è importante — si faceva strada parallelamente
sia nell’attività accademica dei paesi occidentali, ancora prin­
cipalmente anglo-sassone, sia nella cultura comunista di que­
gli stessi paesi, dove affiorava per la prima volta nel medesimo
periodo l’esigenza di una riflessione autonoma sulle vicende

nizma v SSSR i razvitie sel’skogo chozjajstva, Moskva 1962-64. Cfr.


inoltre le battute conclusive del suo rapporto introduttivo in XX
s’ezđ Kommunističeskoj partii Sovetskogo Sojuza. Stenografičeskij
otčet, ivi 1956, vol. I, pp. 118-9.
4 Alex Inkeles, Social Change, in Soviet Russia, Cambridge (Mas­
sachusetts) 1968, p. 425: «Essi considerano spesso i problemi poli­
tici che sono stati e sono l’oggetto dell’attenzione passata e presente
dei sovietologhi come del tutto accidentali ». Osservazioni analoghe
sono state riferite in Giuseppe Boffa, 1956: alcune premesse dell’« eu­
rocomunismo », in «Studi storici», 1976, n. 4, p. 211.
5 The Transformation of Russian Society. Aspects of Social Change
since 1861, a cura di Cyril E. Black, Cambridge (Massachusetts) 1960:
il libro raccoglie i principali contributi presentati a un convegno che
si è svolto a New York dal 25 al 27 aprile 1958, dove le nuove
tendenze di ricerca convivevano ancora con i motivi più tradizionali.
118 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

dell’Urss6. All’inizio tuttavia neanche questo nuovo orien­


tamento aggiunse molto all’analisi vera e propria delle di­
verse fasi della storia sovietica. Si davano ancora per buoni
i risultati che sembravano già raggiunti. Anche la termino­
logia — totalitaria da un lato, comunista dall’altro — restava
su per giù quella ormai tradizionale. Ma l’ottica nuova con
cui si affrontavano i problemi già ne alterava sensibilmente
i contenuti. Le preoccupazioni politiche e ideologiche non
scomparvero di colpo: assunsero un carattere diverso e si
fecero comunque meno ossessive.
L’ottica nuova era appunto quella della « modernizza­
zione » del paese, modernizzazione definita da un autore
come « il processo di cambiamento da un modo di vita agrario
a un modo di vita industriale, risultato della drammatica
crescita nelle conoscenze umane e nel controllo dell’ambiente
durante i secoli recenti ». Tale processo veniva ancora con­
siderato (le contestazioni di questa certezza hanno fatto cla­
more solo dieci o quindici anni più tardi) come « un muta­
mento auspicabile, se non inevitabile », sebbene fosse « per
molti aspetti un processo largamente distruttivo » 7. Si comin­
ciavano quindi a fare i primi paragoni fra il suo svolgimento
nell’Urss e quello conosciuto invece dai paesi dell’Occidente
europeo e americano, per cogliere — e qui stava una delle
principali novità — non solo le differenze, che prima erano
ritenute radicali e assolute, ma anche le similitudini, che
erano rimaste sino a quel momento pressoché insospettate.
Non solo. Lo stesso processo di industrializzazione della
Russia non poteva essere infatti considerato come qualcosa
che era cominciato soltanto dopo la rivoluzione, poiché
quando questa si era prodotta il paese già possedeva isole
di sviluppo industriale moderno, anche se sommerse in un

6 Cfr. il numero di « Nuovi Argomenti » e le diverse critiche


alla teoria del « culto della personalità », segnalate nel cap. II.
7 Cyril E, Black, The Modernization of Russian Society, in The
Transformation of Russian Society cit., p. 661.
VI. Rivoluzione dello sviluppo 119

mare di arretratezza economica e politica. Anche il poderoso


incremento dell’industria nell’Urss staliniana cominciò quindi
a essere considerato non come qualcosa di inedito, ma come
parte di un’evoluzione che era cominciata assai prima, poiché
la sua data di inizio veniva indicata, da questi primi studi,
nel 1861, l’anno della grande riforma zarista che aveva de­
cretato la soppressione del servaggio nelle campagne.
A muoversi con maggiore speditezza su questa strada era
stato Alexander Gerschenkron, economista e storico dell’eco­
nomia. Per lui il regime sovietico poteva « a buon diritto
considerarsi il prodotto dell’arretratezza economica del pae­
se ». Quando parlava di « regime sovietico » egli pensava
esattamente a ciò che altri chiamavano o avrebbero chiamato
stalinismo, in quanto proprio il governo staliniano aveva
trovato nell’industrializzazione il motivo capace di conferirgli
agli occhi del popolo « una funzione insostituibile » e quindi
di garantirgli, nonostante la « violenta opposizione » incon­
trata, « un largo consenso tra la popolazione »8. Anche que­
sto era però per Gerschenkron parte del dramma dell’arre­
tratezza, in quanto egli/continuava a ritenere che « il corso
naturale delle cose » dovesse restare piuttosto l’industrializ­
zazione « occidentale », borghese o capitalistica9.
Quella di Stalin non era per Gerschenkron altro che una
fase dell’industrializzazione russa. Nella sua analisi questa
aveva conosciuto altri due momenti di « grande slancio »:
il primo, nell’ultimo decennio del secolo scorso, era stato
dominato dalla politica del ministro delle Finanze Vjttg, con­

8 Alexander Gerschenkron, Il problema storico dell’arretratezza


economica, Torino 1965, pp. 28-9 (ed. orig. Economie Backwardness
in Historical Perspective, Cambridge [Massachusetts] 1962). Va rile­
vato che il saggio di questa raccolta cui faremo anche in seguito rife­
rimento era già apparso col titolo Problems and Patterns of Russian
Economie Development, in The Transformation of Russian Society
cit., essendo stato uno dei principali rapporti presentati al convegno
di New York del 1958, di cui quel libro è il prodotto.
9 A. Gerschenkron, op. cit., p. 133.
120 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

dizionato quindi da un forte stimolo statale e alimentato da


un pesante sfruttamento fiscale dei contadini; il secondo,
tra la rivoluzione del 1905 e il 1914, era stato caratterizzato
invece da un minore’"'intervento dello Stato e avviato verso
un avvicinamento al « modello occidentale », che — assicu­
rava Gerschenkron con una marcata propensione alla storia
ipotetica — sarebbe senz’altro arrivato in porto se non vi
fossero state guerra e rivoluzione I0. Al pari della guerra ci­
vile e della stessa Nep, queste apparivano quindi a lui e a
chi seguiva lo stesso filo del suo ragionamento come un tempo
di « formidabili cambiamenti politici », ma anche come una
malaugurata parentesi del processo industrializzatore: in par­
ticolare la politica della Nep « avrebbe difficilmente portato
a un periodo di rapida industrializzazione » 11.
Anche Gerschenkron, come altri, introduceva qui un’ana­
logia fra Stalin e Pietro il Grande, fra la collettivizzazione
e il servaggio. Ma la sua ottica non era quella della « rivin­
cita russa ». Era tutt’altra. Se gli squilibri che l’Urss aveva
conosciuto negli anni ’20 erano stati simili a quelli incontrati
nelle fasi precedenti dello stesso processo, diversa era stata
la risposta fornita da Stalin, il quale aveva fatto « rinascere
a nuova vita [...] un modello di sviluppo economico che
sembrava relegato tra le anticaglie », un modello tutto im­
perniato sulla volontà dispotica dello Stato, simile a quello
di Pietro ancor più che a quello di Vitte. Ma tale carattere
« anacronistico » non aveva impedito all’impresa da lui di­
retta di avere « un successo quasi completo »: mediante una
« compressione forzosa dei consumi », il governo staliniano
era riuscito a « incanalare investimenti e risorse umane nel
processo di formazione del capitale in modo da garantire il
rapido sviluppo dell’unico settore che gli stesse veramente
a cuore »; i saggi di crescita industriale erano stati nettamente
più alti che in tutte le fasi precedenti. La collettivizzazione

10 Ivi, pp. 29-30.


11 Ivi, pp. 126-36. Cfr. anche C. E. Black, op. cit., p. 665.
VI. Rivoluzione dello sviluppo 121

era stata « il punto di partenza di un nuovo periodo di grande


slancio dell’industrializzazione, il più intenso e il più lungq
nella storia del paese » 12.
Per Gerschenkron naturalmente era arbitrario, ma anche
abbastanza irrilevante, che si parlasse a questo proposito di
socialismo o meno 13. Il solo fatto che accantonasse la que­
stione rappresentava tuttavia una novità di rilievo nel qua­
dro della storiografia americana (e non soltanto americana)
dell’epoca. A un esame attento il suo schema, per quanto
stimolante, non poteva non rivelarsi molto sbrigativo. Ma
il suo punto di vista era già condiviso da altri.
Uno storico, von Laue, asseriva che nel suo sforzo di
« rifare l’intera società russa secondo le esigenze dell’indu­
strializzazione » il governo sovietico « aveva per la prima
volta applicato la piena logica del sistema di Vitte ». Egli
pensava anche che non vi fosse « altra scelta » e che la stessa
tendenza si sarebbe manifestata in tutto il mondo sottosvi­
luppato 14. Un terzo studioso, Cyril Black, vedeva l’industria­
lizzazione sovietica come una variante di un più generale
processo di industrializzazione nel mondo, con una sua con­
tinuità rispetto all’esperienza prerivoluzionaria e con aspetti
« che difficilmente potevano essere evitati da qualsiasi re­
gime », ma anche con una sua « formula distinta dai prece­
denti europei ». Il suo inizio risaliva al 1928, data consi­
derata da Black più importante del 1917: Stalin quindi
« piuttosto che Lenin » gli appariva come « l’iniziatore della
fase sovietica della modernizzazione russa » 15. Infine un in­
tellettuale che, al pari di Brzezinski, avrebbe poi trovato la
sua massima notorietà, ma anche un suo scottante insuccesso,
nell’agone politico, Walt Rostow, semplificava ancor più le

12 A. Gerschenkron, op. cit., pp. 136-44.


13 Ivi, pp. 143-4.
14 Theodore H. von Laue, The State and the Economy, in The
Transformation of Russian Society cit., pp. 223-5 e il commento di
M. Fainsod, ivi, pp. 231-2.
15 C. E. Black, op. cit., ivi, pp. 669, 675-8.
122 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

cose: per lui la strada della modernizzazione nell’Urss non


era stata, almeno dal punto di vista tecnico-economico, so­
stanzialmente diversa dalle precedenti, russe o straniere, e
Stalin andava a sua volta considerato come « il successore
di Vitte » 16.
Le prime approssimazioni al problema si presentarono
dunque assai schematiche. Ma come tutti i validi filoni di
ricerca, il nuovo approccio teneva in serbo risultati più inte­
ressanti. All’inizio degli anni ’60 l’inglese Alee Nove, uno
degli studiosi più acuti dell’economia sovietica,'introdusse
nel dibattito storiografico il concetto della « necessità » di
Stalin. Anch’egli si muoveva nella nuova ottica dello sviluppo
che interessava ormai un crescente numero di paesi17. Il
« fenomeno che può essere definito stalinismo », come egli
diceva allora, gli appariva un prodotto dell’industrializzazione
o, meglio, una conseguenza « necessaria » della decisione di
procedere rapidamente verso la diffusione della grande in­
dustria, decisione che, d’altra parte, i bolscevichi, appunto
in quanto bolscevichi, cioè per tutto il loro modo di pensare,
non potevano non prendere 18. Era insomma il prodotto di
esigenze oggettive e profonde. Certo, vi erano stati nel go­
verno staliniano anche eccessi non « determinati dalla situa­
zione », « eccessi eccessivi » come li chiamava Nove. Ma non
era qui l’essenziale. Nel ’28 « qualsiasi programma bolscevico
che fosse attuabile sarebbe stato duro e impopolare ». Per
realizzarlo occorreva dunque una « coercizione sociale ». Ne

16 Walt W. Rostow, Gli stadi dello sviluppo economico, Torino


1962, pp. 112-3, 145-59 (ed. orig. The Stages of Economie Growth,
Cambridge [Massachusetts] 1960). Sulle vicende politiche di W. W.
Rostow, che fu consigliere per la sicurezza nazionale dei presidenti
Kennedy e Johnson, cfr. David Halberstamm, The Best and the
Brightest, New York 1972.
17 Alee Nove, Stalinismo e antistalinismo nell’economia sovietica,
Torino 1968, pp. 37-8 (ed. orig. Was Stalin Really Necessary? Some
problems of Soviet Political Economy, London 1964).
18 Ivi, pp. 26-8.
VI. Rivoluzione dello sviluppo 123

derivavano alcune conseguenze « sostanzialmente inevita­


bili »: un partito semimilitarizzato, un dittatore unico19.
Nella sua fertile attività di storico, Nove doveva poi svi­
luppare ampiamente queste tesi. L’economia staliniana era
per lui l’equivalente di un’« economia di guerra »

Per capire il significato dello stalinismo — ha scritto più


tardi — occorre soffermarsi sui problemi degli anni ’20. Vedere
Stalin semplicemente come un tiranno assetato di potere vuol dire
vedere solo un aspetto della verità. C’era il problema dell’indu­
strializzazione, cominciata sotto gli zar e interrotta dalla guerra
e dalla rivoluzione. Per far progredire la Russia, oltre a ricostruire
le industrie già esistenti nel 1913, occorrevano nuovi e grossi
investimenti. Come ottenere le risorse necessarie? Non c’erano
proprietari terrieri, né grandi capitalisti. Era poco probabile che
arrivassero capitali stranieri. [...] L’accumulazjone e i sacrifici
dovevano avvenire a spese del popolo e la grande massaAeUpm
polo era contadina21.

A parte quindi gli « eccessi eccessivi », imposti dalla vo­


lontà dispotica del personaggio, l’intera politica staliniana,
anche con i suoi riflessi nello Stato, nel partito, nella cultura,
era giudicata da Nove come una strategia globale di industria­
lizzazione, molto costosa in termini umani e sociali, ma assai
efficace 12.
L’evoluzione della nuova scuola interpretativa si faceva
tuttavia anche in una direzione diversa. Nell’Urss e nei paesi
suoi alleati dell’Est europeo, il dibattito sull’organizzazione
dell’economia aveva stimolato nel frattempo un rinnovato
interesse per le discussioni economiche che si erano svolte

19 Ivi, pp. 36-8.


20 Ivi, pp. 49-51. L’espressione era stata già usata dall’economista
polacco Oskar Lange e fatta propria da Nove (cfr. ivi, p. 72).
21 Alee Nove, Stalin e il dopo Stalin in Russia cit., pp. 38-9 (ed.
orig. Stalinism and After cit.).
22 Ivi, pp. 104-6 (e, per un’analisi più ampia, pp. 58-90).
124 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

nell’Urss della Nep B, Tale risveglio aveva ripercussioni in


Occidente, dove si cominciò a prestare maggiore attenzione
a quei lontani confronti di idee e di programmi. Lo stesso
Nove avrebbe poi scritto che proprio in quelle dispute era
nata la moderna « economia dello sviluppo »23 In Gran Bre­
24. 25
tagna, Edward Carr andava pubblicando i volumi dedicati a
quello stesso periodo della sua monumentale storia dei primi
dodici anni della Russia sovietica: sebbene questa opera,
vasta e minuziosa, non possa certo essere annoverata sempli­
cemente nella scuola dello sviluppo, essa prestava grande
attenzione alla politica economica del governo sovietico e alle
controversie che l’avevano accompagnata. Ma già nel 1960
10 storico ed economista americano Alexander Erlich aveva
dato alla luce uno studio sullo stesso argomento che si rive­
lava fortemente innovativo: per la prima volta infatti, con­
centrando la sua indagine su quello che egli stesso definiva
11 « dibattito sull’industrializzazione » nell’Urss degli anni
’20, Erlich rompeva lo schema consueto dei suoi predecessori
che avevano visto gli scontri di quel periodo puramente in
termini di lotta « per il potere » o « per la successione » le­
niniana. Altri ricercatori dovevano presto seguire il suo
esempio 75.
Il volume di Erlich non era soltanto un’accurata, per
quanto sintetica, ricostruzione del vecchio dibattito sovietico,
considerato dall’autore col massimo rispetto. Nelle pagine

23 Sul fenomeno, cfr. M. Lewin, Economia e politica nella so­


cietà sovietica nelle intere sue parti II e III.
24 «Si può dire che [...] gli economisti sovietici abbiano prati­
camente inventato l’economia dello sviluppo, anticipando molte argo­
mentazioni che in Occidente cominciarono a circolare per la prima
volta quando la crescita e lo sviluppo diventarono un argomento di
moda, vale a dire dopo la seconda guerra mondiale » (A. Nove, Stalin
e il dopo Stalin in Russia cit., p. 45).
25 Cfr,, ad esempio, Nicolas Spulber, Soviet Strategy for Economìe
Growth, Bloomington 1964 con l’annessa antologia di scritti di autori
sovietici degli anni ’20 (Foundations of Soviet Strategy for Economie
Growth. Selected Soviet Essays, 1924-1930, a cura di Nicolas Spulber).
VI. Rivoluzione dello sviluppo 125

conclusive del suo libro egli mostrava infatti come, a partire


dal 1928-29, tutti i risultati di quelle acutissime discussioni
fossero stati accantonati e stravolti dalla politica industria-
lizzatrice staliniana e come non più soltanto considerazioni
di carattere economico, ma preoccupazioni e progetti politici
avessero determinato in larga misura le scelte compiute da
Stalin e dai suoi seguaci. Inoltre egli contestava non solo
che la strada così intrapresa fosse la sola possibile, ma indi­
cava come non potesse ritenersi affatto scontato che altre
ipotesi di sviluppo, prospettate da altri protagonisti del di­
battito, dovessero dare per forza di cose risultati meno con­
sistenti di quelli staliniani ai fini stessi dell’industrializza­
zione. Segnalava infine come i dilemmi scartati drasticamente
da Stalin e dalla sua frazione alla fine degli anni ’20 tornas­
sero a riaffacciarsi, sia pure « a un livello superiore », nella
successiva evoluzione dell’Urss o nell’esperienza di altri paesi
avviati lungo lo stesso cammino 26. Con queste idee, che egli
avrebbe poi ampliato in altri suoi interventi, Erlich allargava
considerevolmente l’intera problematica della « rivoluzione
dello sviluppo » nell’Urss e apriva una serie di controversie
che fanno discutere gli studiosi ancora oggi27.
L’indicazione più importante emersa dai nuovi studi era
che il fenomeno staliniano, se anche non poteva essere visto
soltanto come una politica di industrializzazione, certo si
inquadrava nel contesto delle aspirazioni e della necessità
di sottrarsi al sottosviluppo. Non andava quindi considerato
solo nel quadro della rivoluzione russa, dell’insurrezione di
ottobre, delle sue finalità e dei suoi ideali, più o meno giu­
stificati che fossero. L’intera sua storia si era intrecciata in
forme anticipatrici con altre correnti importanti del mondo
moderno. La stessa vecchia polemica fra bolscevichi e men-

26 Alexander Erlich, Il dibattito sovietico sull’industrializzazione.


1924-1928 cit., pp. 185-207.
27 Id., Stalinism and Marxian Growth Models, in Stalinism cit.,
pp. 137-54.
126 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

scevichi per stabilire se la Russia fosse o no matura per il


socialismo, polemica che aveva avuto già tanti prolunga-
menti sul piano storiografico, appariva in una nuova luce:
cosa che, del resto, gli scritti ultimi di Lenin e alcune fasi
del successivo dibattito bolscevico avevano, almeno in parte,
intuito 28. 29
Un segno della scossa che in questo modo veniva data
alla più tradizionale ricerca storiografica ci è fornito dall’evo­
luzione del pensiero di un sociologo come Alex Inkeles.
Questi da tempo cercava di indagare la società sovietica con
gli stessi strumenti di cui si serviva la sociologia in Ame­
rica. A lungo egli aveva fatto proprie le tesi della descri­
zione « totalitaria ». Ma a metà degli anni ’60 dichiarò di
sentirle del tutto inadeguate:

Suggerisco che per l’analisi del recente passato e della scena


contemporanea nell’Urss abbiamo bisogno di un modello diverso.
[...] Penso che potremo chiamarlo meglio il « modello sviluppo ».
Tale modello tratta certi problemi comuni a tutti i paesi in via
di sviluppo o tenta di trattare problemi specifici di una particolare
società, ma sempre nella prospettiva dello sviluppo. È una pro­
spettiva ben differente da quella che vede la società soprattutto
in termini di potere e politica. Personalmente sento che abbiamo
seriamente trascurato di guardare all’Unione Sovietica in questo
modo. L’Unione Sovietica è stato il primo paese che ci ha messo
di fronte a quel genere di preoccupazione per la crescita che ca­
ratterizza le nazioni in sviluppo. La sua storia ha adombrato il
tipo di soluzioni che sono state generalmente adottate per fron­
teggiare i problemi specifici che stanno davanti ai paesi in svi­
luppo, sebbene vada anche riconosciuto che spesso questi pro­
blemi sono loro specifici perché i capi li hanno resi talis.

28 Per un’analisi del problema, cfr. Giuseppe Bofla, Dall’« Impe­


rialismo » alla lotta contro il fascismo, in Bucharin tra rivoluzione e
riforme çit., pp. 59-75.
29 A. Inkeles, op. cit., pp. 422-3.
VI. Rivoluzione dello sviluppo ni

D’altra parte, in un bilancio scritto per il cinquantennio


della rivoluzione di ottobre, Inkeles non si limitò a sotto-
lineare l’ampiezza dei risultati produttivi che lo sviluppo
sovietico aveva registrato e a contrapporgli, come già altri
autori facevano, gli ingentissimi costi umani e materiali, ma
segnalava con rispetto l’enorme sforzo organizzativo e isti­
tuzionale compiuto per costruire uno « Stato nazionale essen­
zialmente moderno », abbastanza articolato per servire gli
scopi che si era proposto: il prezzo pagato in questo caso
era stato, secondo Inkeles, l’accantonamento degli ideali e
delle originarie promesse rivoluzionarie 30.
Lo stalinismo come semplice variante storica della poli­
tica di industrializzazione era una tesi che pure aveva un
numero crescente di sostenitori. Fra questi un altro socio­
logo, Organski, introdusse una nuova interessante distin­
zione, sostenendo che lo stalinismo era un fenomeno a sé, da
non confondere col comuniSmo. La stessa politica dell’indu­
strializzazione era per Organski una fase obbligata, ma tran­
sitoria, del moderno sviluppo economico e sociale.

Così com’è errato confondere il regime borghese del XIX se­


colo con la democrazia di massa del XX, altrettanto errato sarebbe
identificare il regime stalinista con quello di Chruščev e dei suoi
successori o ridurre le evidenti differenze a questioni di carattere
e di personalità. Lo stalinismo, come il regime borghese, costi­
tuisce una particolare forma della politica dell’industrializzazione.
[...] Quindi, per definire il periodo dell’industrializzazione in Rus­
sia preferisco usare il termine stalinista anziché il più generale
comunista. Lo stesso termine può essere impiegato per definire
l’attuale regime in Cina31.

Beninteso, l’autore vedeva anche le differenze fra quello


che chiamava « regime borghese » e lo stalinismo. Ma lo
interessavano soprattutto le analogie. Egli era forse il primo

30 Ivi, pp. 41-61.


31 A. F. K. Organski, op. cit., p. 99.
128 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

a sottolinearle con tanta insistenza. Entrambi i regimi ave­


vano stimolato l’aumento della produzione, l’accumulazione
del capitale, l’emigrazione dalle campagne alla città. En­
trambi erano stati repressivi e avevano compresso i con­
sumi, spesso con metodi non dissimili, anche se nel caso
dell’Urss lo Stato aveva svolto una funzione molto più di­
retta: « Durante il periodo stalinista i bassi consumi erano
soltanto l’altra e meno piacevole faccia degli enormi inve­
stimenti di capitale ». Il processo di industrializzazione sta­
linista era stato « forse più doloroso », ma anche « più
rapido » di quello dei paesi occidentali. La repressione aveva
« permeato il regime stalinista dal vertice alla base ». Ma
i risultati non erano mancati. La stessa collettivizzazione
veniva giudicata da Organski sostanzialmente come un suc­
cesso; era stato « un brutale sradicamento dei contadini
dalla terra per trasformarli in operai » che aveva « distrutto
per sempre il gigantesco e arretrato mondo contadino russo
[...] l’antica società rurale» (Organski tracciava un para­
gone con le recinzioni inglesi del XVIII secolo). Inoltre per­
fino mediante le repressioni, lo stalinismo era riuscito a im­
porre e diffondere « nuovi valori », il che è sempre l’opera­
zione più difficile di ogni politica di industrializzazione. Aveva
reso impossibile qualsiasi « controllo popolare », ma aveva
sviluppato una « partecipazione di popolo », che è pure « un
elemento essenziale in una nazione moderna » 32.

32 Ivi, pp. 100-25. Sotto l’influenza di queste analisi si faranno


anche paragoni con l’Inghilterra vittoriana: « Sociologhi perspicaci
hanno osservato come, con l’industrializzazione e la società di una
nuova classe, l’Unione Sovietica abbia cominciato ad acquistare costumi
ufficiali, etiche ed estetiche che ricordavano talvolta più l’Inghilterra
vittoriana che la Russia dopo l’Ottobre » (A. Ulam, Continuity and
Change cit., p. 169). Il paragone è stato raccolto anche da Alberto
Moravia nel suo editoriale Riflettendo sui processi di Mosca. Ma Stalin
è morto..., in « Il Corriere della Sera », 14 luglio 1978: « Si potrebbe
dire con qualche ragione che lo stalinismo è stato il terribile e san­
guinario vittorianesimo dell’Unione Sovietica ». Per un altro intelli-

»
VI. Rivoluzione dello sviluppo 129

Organski arrischiava anche un’interpretazione delle re­


pressioni di massa staliniane, rivolte contro lo stesso Par­
tito comunista (quelle che abbiamo già menzionato come
« il 1937 »). Per lui lo stalinismo, così come non poteva
essere identificato col comuniSmo, nemmeno poteva esserlo
col bolscevismo storico. Tutte le rivoluzioni — egli dice —
hanno portato al potere una nuova élite che, conquistato il
potere con l’appoggio delle masse, si rifiutava poi di asso­
ciarle all’esercizio del governo. L’industrializzazione tuttavia
non era stata per Organski opera degli originari bolscevichi,
ma di un « secondo gruppo » da lui definito dei « burocrati
della politica e dell’economia » che aveva avuto il soprav­
vento sui primi, gli « intellettuali », e aveva finito per
sterminarli.

L’asprezza del conflitto — egli sosteneva — non può essere


interamente attribuita alla personalità dei leaders in lotta fra loro
e all’oggetto immediato del contrasto. La crudeltà di Stalin ebbe
un ruolo importante nell’eliminazione della vecchia guardia, ma
il conflitto era di dimensioni più vaste e aveva profonde radici
nella rivoluzione e nel partito che l’aveva compiuta. Era un
conflitto fra coloro che si battono contro l’autorità e coloro che
l’esercitano33.

A questo punto, piuttosto che seguire i singoli contri­


buti dei vari esponenti di questa scuola, credo che convenga
esporre quella che può essere considerata una sintesi delle
sue tesi, dovuta allo studioso del sistema politico sovietico,
Jerry Hough. « L’Unione Sovietica — è la sua idea di base —
è stata una nazione in sviluppo durante tutta la sua storia ».
Se si prendono i principali indicatori con cui si è soliti misu­
rare il sottosviluppo, — egli argomenta — i dati che la carat-

gente confronto fra Inghilterra vittoriana e Urss staliniana, che fissa


invece limiti assai precisi a questa sorta di paragoni, cfr. E. H. Carr,
1917 cit., pp. 106-7.
33 A. F. K. Organski, op. cit., pp. 104-5.
130 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

terizzavano nel 1926 sono paragonabili a quelli del Messico,


dell’Egitto e persino dell’Uganda agli inizi degli anni ’70.
C’era l’embrione di una « base industriale », ma la produ­
zione di acciaio era nettamente inferiore a quella odierna del­
l’India. Esisteva inoltre una struttura agraria molto arretrata.

Ci sono stati — dice Hough — regimi di ogni tipo nel terzo


mondo in questo secolo, ma la vasta maggioranza è stata molto
instabile su un arco di tempo di cinquant’anni, specialmente in
fase di industrializzazione. Essi sono stati molto disponibili per
le dittature militari, ma poi anche queste hanno avuto le più
grandi difficoltà per darsi una legittimità a lungo termine. Sotto
questa angolatura uno dei fatti più impressionanti, non soltanto
per l’Unione Sovietica, ma anche per gli altri regimi comunisti
che sono arrivati al potere più o meno con le loro forze (Cina,
Vietnam, Cuba e, in una certa misura, Jugoslavia) è il grado
della loro stabilità. [...] Sino a un certo punto tale stabilità può
essere spiegata coll’uso della forza; ma altre dittature sono state
repressive e tuttavia hanno visto le loro forze militari e polizie­
sche dissolversi al momento di una crisi. Ci deve essere una
ragione per cui la forza è rimasta efficace tanto a lungo e deve
esserci qualcosa di sbagliato nelle analisi che insistono nel dire
che il regime sovietico non ha mai sviluppato la « legittimità più
elementare »34.

L’origine di tanta solidità sta per Hough nella rivolu­


zione di ottobre che, al pari di altri storici delle nuove gene­
razioni, egli rifiuta di considerare un « colpo », in quanto
ebbe l’appoggio di settori fondamentali della popolazione35.

34 The Soviet Union: Internai Dynamics of Foreign Policy, Pre­


sent and Future. Hearings before the Subcommittee on Europe and
the Middle East of the Committee on International Relations, House
of Representatives, Washington 1978, p. 265.
35 Ivi, p. 265. Fra le opere che confutano la tesi del « colpo » se­
gnaliamo: Alexander Rabinowitch, I bolscevichi al potere. La rivolu­
zione del 1917 a Pietrogrado, Milano 1978 (ed. orig. The Bolshevic
Come to Power. The Revolution of 1917 in Pietrograd, New York
1976); Dietrich Geyer, The Bolshevik Insurrection in Petrograd, in
VI. Rivoluzione dello sviluppo 131

Secondo Hough, tale legittimazione non è venuta meno


neanche più tardi. Essenzialmente per tre ragioni, tutte con­
nesse con l’industrializzazione: la grande mobilità sociale
che essa ha reso possibile; la diffusione di un « marxismo
dogmatico » che forniva per molti problemi risposte sem­
plici e allettanti, giustificando, almeno in prospettiva, le
sofferenze del presente e combinando idee occidentali con
motivi tipicamente russi; infine il connubio con la « causa
nazionalista »36. In particolare per il primo punto, egli ha
fatto un’osservazione che riguarda da vicino il tema dello
stalinismo:

Noi abbiamo centrato la nostra attenzione in modo così esclu­


sivo sugli orrori della collettivizzazione e la resistenza contadina
che abbiamo mancato di porci una domanda critica. Come ne è
venuto a capo Stalin? Nel XX secolo i contadini malcontenti
hanno spesso fornito il potenziale umano e l’approdo per vaste
azioni di guerriglia. [...] Perché non c’è stato questo tipo di guer­
riglia durante la collettivizzazione, quando la provocazione nei
confronti dei contadini era tanto più grande? Ebbene, c’è stata,
ma in un anno o due il regime fu sostanzialmente capace di con­
tenerla. Credo che la spiegazione del processo stia nella massa
di impieghi creata grazie alla simultanea spinta industrializzatrice
e nelle occasioni di mobilità verticale che essa fornì ai contadini.
Gli ingegnosi, i giovani e gli ambiziosi fra i contadini — cioè
proprio quel tipo di persone che costituiscono il nucleo di ogni
vittoriosa azione di guerriglia — avevano una scelta reale e la
vasta maggioranza preferì la certezza di un avanzamento nelle
città alle incertezze di una guerra nelle campagne37.

Abbiamo esposto ampiamente tesi ed evoluzione di que­


sta scuola perché, proprio per il loro carattere innovativo,
esse sono ancora relativamente poco conosciute e, comun-

Revolutionary Russia, a cura di Richard Pipes, Cambridge (Massa­


chusetts) 1968.
36 The Soviet Union: Internai Dynamics cit., pp. 265-7.
37 Ivi, p. 256.
132 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

que, meno circolanti di altre nel dibattito storico e politico.


Il loro contributo all’analisi storica resta tuttavia parziale,
per quanto importante. Esso consiste soprattutto in alcune
illuminazioni che quelle tesi hanno saputo gettare su aspetti
e motivazioni, in precedenza trascurati, delle vicende post­
rivoluzionarie dell’Urss. La scuola dello sviluppo è riuscita
così a cogliere il valore periodizzante della svolta del ’28-29
e a intuire, almeno in alcuni suoi esponenti, il significato
dello stalinismo come fenomeno a sé: si può perfino asserire
che si è occupata prevalentemente, se non esclusivamente,
dello stalinismo, spesso trascurando invece Lenin, la rivolu­
zione e ciò che essa rappresentava nella tradizione bolscevica.
Inoltre ha intravisto, forse per prima, i motivi di forza del
fenomeno staliniano e, quindi, il suo posto nella storia post­
rivoluzionaria sovietica, senza tuttavia ignorarne orrori e tra­
gedie. La sua principale caratteristica sta proprio nell’avere
attirato l’attenzione su questo punto, forzandone perfino in
qualche caso il peso in modo polemico; tanto che non sarebbe
difficile individuare parecchie inesattezze anche nei suoi giu­
dizi che abbiamo sin qui citato38. Infine, essa ha avuto il
merito, pur studiando diversi risvolti specifici della vicenda
sovietica, di inquadrarne il cammino in un più vasto con­
testo mondiale, che non era più soltanto quello del contrasto
capitalismo-socialismo o quello del movimento comunista
come filiazione del pensiero rivoluzionario e delle lotte ope­
raie dell’Occidente.

38 Ci limiteremo a due esempi, riguardanti entrambi la citazione


di Hough. Sebbene siano comprensibili i termini in cui egli parla di
« stabilità » per il regime sovietico, è contestabile che la definizione
possa essere giudicata calzante per l’Urss degli anni ’30, con le pro­
fonde convulsioni che essa conobbe nella seconda parte del decennio.
Così pure, può sembrare discutibile il paragone con paesi come l’Egitto
o l’Uganda dei giorni nostri, almeno in senso relativo, cioè se inqua­
drati nei livelli di sviluppo mondiali di 50 o 60 anni fa. Queste con­
testazioni parziali non ci sembrano tuttavia inficiare l’interesse del
ragionamento complessivo dell’autore. Per altre osservazioni critiche,
cfr. quanto dice Jeremy Azrael, ivi, pp. 272-3.
VI. Rivoluzione dello sviluppo 133

In quanto interpretazione della storia sovietica, neanche


questa tendenza può però apparire esauriente. Le illumina­
zioni nuove che ha portato con sé sono rimaste nel com­
plesso unilaterali e, in quanto tali, si sono prestate a criti­
che, che non sono mancate. Si è osservato, ad esempio, che
nello stalinismo non vi erano stati soltanto aspetti di « mo­
dernizzazione », ma anche di autentica « arcaicizzazione »39. 40
Uno degli stessi studiosi che aveva dato un maggiore con­
tributo al nuovo indirizzo di ricerca, Erlich, aveva osservato
— già lo abbiamo riscontrato — come il dibattito sull’indu­
strializzazione degli anni ’20 si fosse mosso essenzialmente
nel quadro di quelli che egli definisce i « modelli marxiani
di crescita », ma come questi fossero stati poi decisamente
accantonati a partire dal ’29 e non tanto per le esigenze
industrializzatrici, quanto per la preoccupazione di costruire
un fortissimo Stato Nell’insieme, anche se non in tutti i
suoi cultori, questa scuola è stata portata invece a consi­
derare lo stalinismo, se non proprio fatale ai fini dello svi­
luppo, certo « necessario », largamente imposto dalle circo­
stanze, e a scartare quindi come irrilevanti le alternative
che gli si contrapponevano.
Ma questo resta ed è probabilmente destinato a restare
uno dei punti più controversi./È cominciata proprio di qui
la disputa attorno all’interrogàtivo, certo ipotetico, non chia-
ribile quindi storicamente, ma non del tutto privo di inte­
resse, se altre politiche di industrializzazione, caldeggiate
negli anni ’20, non avrebbero fornito risultati almeno ana­
loghi o perfino superiori a costi meno elevati41. Che l’ipo-

39 R. C. Tucker, in Stalinism cit., p. 98.


40 A. Erlich, ivi, pp. 144-54.
41 Per alcune contestazioni della tesi che considera lo stalinismo
come pur sempre assai efficace, forse persino la soluzione più efficace,
ai fini dell’industrializzazione, cfr.: James R. Millar, Mass Collecti­
vization and the Contribution of Soviet Agriculture to the First Five-
Year Plan. A Review Article, in « The Slavic Review », dicembre
1974, pp. 764-5; Jerzy F. Kartz, From Stalin to Brezhnev: Soviet
134 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

tesi non possa essere semplicemente scartata con un gesto


di fastidio lo dimostra il fatto che altri paesi, pur avviatisi
lungo strade che possono essere definite staliniste, sono poi
stati indotti a cercare vie diverse e a manifestare, in questo
ambito, un interesse nuovo per gli stessi dibattiti sovietici
degli anni ’20 42. ~*' -----
Nel suo apprezzabile intento di cogliere una componente,
certo decisiva, dello stalinismo e dell’intera esperienza sovie­
tica, la scuola dello sviluppo ha cercato poco, almeno dal
punto di vista della ricostruzione storica, di vedere come
essa si fosse combinata, o scontrata, con altri motivi, non
meno importanti, di quella stessa storia. Rischia quindi di
apparire come l’estrapolazione di un solo fattore in una
vicenda assai più complessa. Essa ha comunque lasciato non
poche zone di ombra su questioni nodali che il cammino
passato dell’Urss continua a porre allo studioso come al
, politico. Qui sta, nonostante il suo indubbio valore, il suo
limite principale.

Agricultural Policy in Historical Perspective, in The Soviet Rural


Community, a cura di James R. Millar, Urbana 1971. Per un’analisi
delle obiezioni sollevate contro la stessa tesi nell’Urss degli anni ’50
e ’60, cfr. M. Lewin, Economia e politica nella società sovietica cit.,
pp. 279-98. Infine una sintesi di tutte queste riserve può essere trovata
in R. C. Tucker, in Stalinism cit., pp. 87-9.
42 L’esempio più significativo ci è proposto dalla storia della Cina
contemporanea e dalla sua più recente evoluzione.
Capitolo settimo

LA SCUOLA TERMIDORIANA
Prima a parlare di stalinismo come fenomeno storico a
sé — e sola, in pratica, a farlo per parecchi anni, tanto che
le si può senz’altro attribuire la paternità del termine 1 —
è stata una corrente del pensiero marxista: suo iniziatore e
a tutt’oggi suo esponente più originale è stato e rimane Tro­
ckij. Di qui è giusto quindi cominciare l’esame delle ten­
denze interpretative che si sono sviluppate nell’ambito del
marxismo.
L’interpretazione di Trockij prese le mosse da alcune
analogie tra la rivoluzione russa e la rivoluzione francese.
Non sta tuttavia qui la sua originalità. Analogie e confronti
fra le due rivoluzioni apparvero infatti assai presto, in pra­
tica dal 1917. Gli stessi bolscevichi si consideravano simili
ai giacobini nella risoluta determinazione di dare applica­
zione radicale agli aspetti democratici della loro rivoluzione 2.
Il paragone è stato abbondantemente ripreso in seguito nella
polemica politica, in qualche caso persino per giustificare
l’operato di Stalin nel decennio ’30 3. Ma ha trovato pre­

1 Robert H. Me Neal, Trotskyist Interpretations of Stalinism, in


Stalinism cit., p. 52. Anche R. C. Tucker, ivi, p. 78.
2 V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXIII, p. 217.
3 Giorgio Amendola, Lettere a Milano. Ricordi e documenti. 1939-
1945, Roma 1973, pp. 17-8: « Ora, io approvavo senza alcuna riserva,
anzi con entusiasmo, il vigore e la durezza impiegati da Stalin contro
quelli che venivano indicati nemici del socialismo e agenti dell’im­
perialismo. Di fronte alla capitolazione delle democrazie occidentali,
Stalin riprendeva la lezione giacobina del terrore, dell’implacabile vio­
lenza esercitata a difesa della patria del socialismo ». Cfr. anche Lelio
Basso, in « Nuovi Argomenti », n. 20, maggio-giugno 1956, pp. 4-5, 7.
138 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

cocemente anche dignità storiografica: sin dal 1920 venne


infatti raccolto e convalidato da uno degli storici più noti
della rivoluzione francese, Albert Mathiez4. In anni a noi
assai più vicini, uno dei contributi più interessanti all’ana­
lisi dello stalinismo è venuto in Italia da Giuliano Procacci
che ha visto il fenomeno come una stratificazione succes­
siva di una serie di componenti autoritàrie — militare, bu­
rocratica, pedagogica, tecnocratica — sull’originario « mo­
dello giacobino »5.
Quasi altrettanto presto gli stessi bolscevichi, Lenin e
Trockij per primi, si sentirono però accusare dai loro avver­
sari di rappresentare nella rivoluzione russa l’opposto del
giacobinismo, la reazione antigiacobina, il Termidoro. Tali
accuse si infittirono soprattutto a partire dal 1921 con il
passaggio dal « comuniSmo di guerra » alla Nep. Esse pro­
venivano dalle fonti più disparate. Possiamo ritrovarle in­
fatti — anche se non sempre con lo stesso intento denigra­
torio — sotto la penna di autori così diversi come i socia­
listi Martov e Kautsky, lo smenovechovec Ustrjalov o il
liberale Miljukov 6. Nelle stesse sedi si parlava anche di un
« bonapartismo » dei dirigenti sovietici. Ma, come sappiamo,
un sospetto di « bonapartismo », per quanto ingiustificato
alla prova dei fatti, circondò lo stesso Trockij negli ambienti

4 « La storia non si ripete mai. Ma le somiglianze che la nostra


analisi ha dimostrato esservi fra le due grandi crisi del 1793 e del
1917 non sono né superficiali né casuali. I rivoluzionari russi copia­
no i loro prototipi francesi volontariamente e consapevolmente. Essi
sono animati dallo stesso spirito » (Albert Mathiez, Le bolchévisme
et le jacobinisme, Paris 1920, p. 24).
5 Giuliano Procacci, Il partito nell’Unione Sovietica, 1917-1945,
Roma-Bari 1974.
6 Smena vech, p. 69; P. N. Miljukov, Emigracija na pereput’e,
Paris 1926, p. 75. Per una risposta sovietica a Kautsky e a Martov,
cfr. « Correspondance Internationale », 1926, n. 131, pp. 1631-3. Uno
storico americano ha raccolto le stesse tesi, parlando di « una rea­
zione termidoriana nel 1921 e una dittatura bonapartista dopo il
1929 » (R. S. Daniels, op. cit., p. 404).
VII. La scuola termidoriana 139

bolscevichi, per via del suo ruolo di capo dell’Esercito rosso,


e non fu estraneo alla sua sconfitta a metà degli anni ’20.
Tutte queste analogie, più inerenti alla polemica politica che
all’analisi storica, si scontrarono con la difficoltà di indicare,
almeno in termini marxisti, che cosa concretamente signifi­
cassero per la società sovietica, in quanto spostamenti di
forze di classe e loro conseguenze politiche, quei fenomeni
che venivano etichettati come « Termidoro » o « bonapar­
tismo ».
Le accuse di « degenerazione termidotiana » al regime
che si andava creando nell’Unione Sovietica divennero assai
accese soprattutto nel ’26 e nel ’27 durante la lotta fra la
maggioranza staliniana e l’opposizione che faceva capo a
Trockij e Zinov’ev. Fu uno dei motivi che maggiormente
invelenirono lo scontro7. Il Termidoro sovietico veniva spie­
gato dagli oppositori come un’incombente alleanza fra gli
apparati burocratici di direzione del partito e dello Stato
e la borghesia delle città e delle campagne (nepman e kulak)
cui la Nep lasciava un certo spazio di azione. Noi oggi sap­
piamo che si trattò di un grave errore di previsione poiché
la politica sovietica prese subito dopo, sotto la direzione di
Stalin, un corso del tutto diverso, se non addirittura oppo­
sto. Trockij, per la verità, sostenne più tardi di non avere
condiviso all’epoca quell’analisi e ammise che l’analogia col
Termidoro « era servita a oscurare piuttosto che a chiarire
la questione ». Per diversi anni egli preferì effettivamente
parlare di « tendenze termidoriane » e di « tratti bonapar-
tistici » nel regime sovietico8. Riprese tuttavia egli stesso
l’analogia dall’esilio a metà degli anni ’30 quando cercò di
analizzare più in profondità l’evoluzione della società sovie­
tica sotto la direzione di Stalin: lo fece, oltre che con una

7 Pjatnadcatyj s’ezd VKP(b). Stenografičeskij Otiet, Moskva


1961, vol. I, pp. 703-4; « Correspondance Internationale », 1926,
n. 131, pp. 1631-3; ivi, 1927, n. 6, p. 92; ivi, 1927, n. 110, p. 1558.
8 « Bjulleten’ Oppozicii », n. 43, p. 3; ivi, n. 17-18, pp. 29-31.
140 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

serie di articoli, anche con uno dei suoi libri più celebri,
La rivoluzione tradita, titolo che servì molto alla fortuna del
volume, ma che in realtà ne semplificava il contenuto.
Per comprendere meglio questa seconda riflessione di
Trockij, che sarebbe poi stata oggetto di tante critiche,
occorre tenerne presenti alcune caratteristiche essenziali. Era
un appassionato esercizio intellettuale agli antipodi della
dissertazione accademica. Al servizio di una pugnace volontà
politica, si svolse fra furiose polemiche di ogni tipo a diretto
contatto con gli avvenimenti più drammatici della storia
sovietica e mondiale del fatale decennio ’30. Non arrivò
quindi mai a manifestarsi in una teoria compiuta, ma rap­
presentò piuttosto un pensiero in costante evoluzione, tal­
volta contraddittorio con se stesso, messo costantemente
alla prova dall’incalzare di eventi non facilmente prevedi­
bili: si ricordi infatti che a mezzo del suo sviluppo si
ebbe l’ondata più tragica delle repressioni staliniane contro
il Partito bolscevico. Proprio questo suo tratto frammen­
tario e inconcluso, che può apparire e a molti è apparso il
suo limite maggiore 9, costituisce invece uno dei suoi pregi
più singolari, in quanto espressione dello scrupolo di non
lasciare soffocare l’intelletto dalla passione e di non arrivare
mai a conclusioni frettolose.
Questo duro lavoro di interpretazione fu sempre posto
da Trockij all’insegna di una citazione di Spinoza: « Non
piangere, non ridere, ma capire » 10. Non sempre capire era
facile: anzi, non lo era quasi mai. Errori gravi di giudizio
politico non mancarono quindi in quel periodo, come nei
periodi precedenti, dell’attività di Trockij. Su di essi si è
attirata l’attenzione già altre volte 11. Non vi torneremo in
questa sede, poiché non ci pare che essi annullino l’interesse

9 R. H. Me Neal, in Stalinism cit., pp. 30-1.


10 « Bjulleten’ Oppozicii », n. 58-59, p. 5.
11 Lo abbiamo fatto anche noi, in particolare, in Giuseppe Bofia,
Storia dell’Unione Sovietica cit., vol. I, pp. 179-80, 250-2, 494.
VII. La scuola termidoriana 141

della sua generale riflessione sulla storia e la società sovie­


tica, che è il vero punto rilevante per la nostra analisi.
Al di là delle analogie spesso approssimative che, se­
condo la corretta osservazione di uno studioso, rimasero per
lui più polemiche che analitiche e dal cui uso troppo disin­
volto lo stesso Trockij finì col mettere in guardia12, vi
furono infatti nel suo pensiero non pochi tratti originali,
tanto più notevoli per l’epoca in cui vennero formulati: il
loro valore risalta meglio se vengono contrapposti da un
lato alle spiegazioni ufficiali staliniane e, dall’altro, al mode­
sto livello generale raggiunto allora dagli studi sull’Urss.
Trockij fu il primo a contestare pubblicamente — visto
che nell’Urss anche chi arrivava allo stesso giudizio non
poteva farlo — la continuità fra bolscevismo e stalinismo:
« Le tendenze del presente governo — scrisse nel ’38 —
sono direttamente contrapposte al programma del bolscevi­
smo » u. Non ignorava come vi fosse un rapporto storico
fra i due fenomeni: «Naturalmente, lo stalinismo è “sca­
turito ” dal bolscevismo, ma ne è scaturito non logicamente,
bensì dialetticamente: non come sua affermazione rivoluzio­
naria, ma come sua negazione termidoriana. Non è la stessa
cosa»14. Questo resta àncora oggi il maggiore contributo
portato da tutta la scuola trozkista all’indagine storiografica.
L’originalità maggiore del pensiero di Trockij stava tut­
tavia nello sforzo di capire come la rottura fra bolscevismo
e stalinismo fosse avvenuta. Gli anatemi, anche i più feroci,
non mancano nella sua prosa. Ma egli non si fermò mai
all’invettiva. Cercò invece di cogliere la natura dei fenomeni
che aveva di fronte e che spesso avevano smentito le sue

12 R. H. Me Neal, in Stalinism cit., p. 35; « Bjulleten’ Oppozi-


cii », n. 43, p. 11.
13 « Bjulleten’ Oppozicii », n. 66-67, p. 19
14 Ivi, n. 58-59, p. 8. L’affermazione è parte di un saggio dal
titolo Stalinizm i bol’Ievizm. K voprosu ob istoričeskich i teoretičeskich
kornjach Četvertogo Internacionala, che è il più ampio scritto dedicato
specificamente da Trockij a tale problema.
142 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

stesse previsioni, mediante — qui sta il vero spunto inno­


vativo della sua riflessione — un’analisi dell’evoluzione con­
creta della società sovietica postrivoluzionaria e, in partico­
lare, della società sovietica degli anni ’30, quando era già
passata o stava passando per il decollo dell’industrializza­
zione, per la collettivizzazione delle campagne, per i primi
piani quinquennali, tutte iniziative di cui egli criticava
i metodi e le forme, ma che continuava a giudicare come
eminentemente positive. Per primo Trockij tentò di spie­
gare lo stalinismo non in base ad alcuni schemi generali,
sebbene la sua mente fosse tutt’altro che insensibile alla
seduzione delle grandi generalizzazioni storiche, ma in base
ai conflitti specifici di quella concreta realtà che era la società
sovietica di quel periodo.
Società che per lui non era affatto socialista, come asse­
riva invece la propaganda staliniana, ma ancora immersa in
una fase transitoria tra capitalismo e socialismo e sottoposta
quindi a stimoli contrastanti1S. L’esito dello scontro fra que­
ste diverse tendenze non era agli occhi di Trockij per nulla
scontato. Innanzitutto restava operante la contraddizione più
seria, quella di cui i bolscevichi erano stati ben consapevoli
già negli anni ’20: con la rivoluzione la Russia aveva com­
piuto « il più grandioso balzo in avanti della storia », in
cui avevano « trovato la propria espressione le forze più pro­
gressiste del paese » I6, ma si era trovata subito dopo a fare
i conti col suo isolamento e con la generale arretratezza delle
sue forze produttive. A questo contrasto fondamentale altri,
più circostanziati, ma non meno seri, se ne erano aggiunti
— secondo Trockij — con i primi consistenti progressi
economici, « nonostante questi successi, in gran parte grazie

15 Leone Trockij, La rivoluzione tradita, Milano 1956, pp. 67-8


(la prima edizione dell’opera, scritta fra il ’35 e il ’36, apparve a
Parigi). Si veda per cfr., I. V. Stalin, Socinenija cit., vol. XIV (1),
pp. 149-50.
16 « Bjulleten’ Oppozicii », n. 68-69, p. 12.
VII. La scuola termidoriana 143

a questi successi » 17. Pur crescendo rapidamente, l’economia


restava infatti, sia per produttività del lavoro, sia per dispo­
nibilità di consumo, nettamente al di sotto dei paesi capi­
talistici più ricchi. Mentre le nuove strutture produttive, col
loro carattere non privato, avrebbero richiesto una crescente
eguaglianza fra individui e gruppi sociali, tale eguaglianza in
realtà non era ancora possibile: di qui le forti tensioni sia
fra uno strato sociale e l’altro, sia nell’interno di ogni strato
sociale. Soprattutto nella sfera dei consumi persisteva un
criterio di ineguaglianza proprio del diritto borghese. A pre­
sidio di questo diritto ineguale c’era uno Stato che, lungi
dal deperire, come voleva la previsione marxista, si poten­
ziava estendendo le sue funzioni, incluse quelle tipicamente
repressive 18.
Su questo primo fenomeno se ne era però innestato un
secondo. Il potenziamento dello Stato aveva alimentato resi­
stenza di un nuovo strato sociale posto al di sopra degli
altri, dirigente e privilegiato, che Trockij identificava, pro­
prio in base alla sua funzione statale, con la burocrazia.
Questa — egli avvertiva però — non era una classe, nel
senso marxista della parola, poiché non era in grado, né
era mai stata in grado, neppure in altre società, di dar vita
a un proprio sistema di produzione e di scambio, quindi a
rapporti sociali di tipo particolare. Nell’Urss — Trockij
sottolineò più volte — la burocrazia assolveva una duplice
funzione. Da un lato, proteggeva quel carattere pubblico,
collettivo o statale, della proprietà dei mezzi di produzione,
che in Russia era stato il prodotto della rivoluzione socia­
lista. Lo faceva, tra l’altro, perché proprio qui stava la base
del suo potere. Ma in tale quadro essa difendeva anche
— e qui stava la sua funzione negativa — i suoi privilegi
e il suo predominio. In questo secondo ruolo essa entrava
però in conflitto con le spinte egualitarie della società e con

17 Ivi, n. 42, p. 1.
18 L. Trockij, La rivoluzione tradita cit., pp. 71-5, 111-3.
144 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

le aspirazioni dei suoi strati sociali fondamentali19. Quello


che Trockij definiva il «Jaonapartismo -sovietico »,
il bona­
partismo di Stalin, era espressione e risultato di questo con­
trasto e, più in genere, della duplice funzione spettante alla
burocrazia 20.
Va osservato subito che tali definizioni erano in Trockij,
nonostante le sue diverse ambizioni, ancora sondaggi appros­
simativi piuttosto che risultati scientifici, tentativi esplora­
tivi di applicare categorie già esistenti a fenomeni riconosci­
bili come nuovi. Nei suoi scritti degli anni ’30 il termine
di « bonapartismo » ricorre spesso per designare sviluppi
politici tra loro assai differenti di paesi diversi. Trockij
incontrò difficoltà ancora maggiori nell’analizzare la natura
della burocrazia sovietica come base sociale dello stalinismo.
Ebbe anche talune intuizioni più suggestive che sembrano
rivelare come il termine « burocrazia » non gli sembrasse
sempre il più indicato per definire lo strato dirigente della
società staliniana in formazione, ma esse rimasero senza ulte­
riori sviluppi21.
Il suo giudizio storico sullo stalinismo si appesantì di
fronte a quei « baccanali bonapartistici » che furono le re­
pressioni di massa degli anni 1936-38. Per il « grande ter­

19 Ivi, pp. 45-6, 208-13; « Bjulleten’ Oppozicii », n. 36-37, p. 2


e n. 41, pp. 4-5.
20 « Bjulleten’ Oppozicii », n. 42, p. 4 e n. 43, p. 12.
21 « È ora, è ora di rendersi finalmente conto che nell’Urss si è
formata una nuova aristocrazia », scrisse Trockij nel 1937 (ivi, n. 54-
55, p. 7). Ma già in precedenza aveva parlato della « selezione di un
ordine comandante », aggiungendo che la « necessità della disciplina
nell’interno dell’ordine » aveva portato al « culto del capo infallibile »
(ivi, n. 43, p. 6). Questi concetti, che pure potevano essere collegati
tra loro, non vennero tuttavia più ripetuti e Trockij preferì conti­
nuare a parlare di « burocrazia ». La cosa è tanto più singolare in
quanto immagini di quel genere possono invece essere rintracciate
nel pensiero di Stalin fin dagli inizi, oltre che in periodi successivi
della sua carriera (rinviamo su questo punto a Giuseppe Boffa, Storia
dell'Unione Sovietica cit., vol. I, pp. 297-8, 614-5).
VII. La scuola termidoriana 145

rore » impiegò sempre il termine di « reazione ». Era una


« grandiosa reazione burocratica », per ampiezza paragona­
bile alla rivoluzione,' ma di segno assolutamente opposto,
risultato di un conflitto fra « rivoluzionari e termidoriani
all’interno stesso della burocrazia ». Egli vide allora nello
« sterminio della vecchia generazione bolscevica » 1’« espres­
sione più drammatica » dell’« incompatibilità fisica fra stali­
nismo e bolscevismo », della « contraddizione tra la rivolu­
zione d’ottobre e la burocrazia termidoriana ». Rimase tut­
tavia persuaso che questa avrebbe finito collo sbarazzarsi
dello stesso Stalin, se non fosse stata rovesciata da un nuovo
moto popolare22.
Nonostante tale degenerazione, quello sovietico restava
per Trockij uno « Stato operaio ». Su questo punto dove­
vano maggiormente concentrarsi le critiche cui le sue tesi
sarebbero state sottoposte, allora come oggi, da parte di
numerosi suoi seguaci. In quella definizione si è vista una
specie di remora psicologica, quasi che Trockij esitasse a
separarsi dalla pagina più gloriosa della sua biografia: la
rivoluzione appunto e lo Stato che da essa era scaturito.
Trockij rispose a queste osservazioni che non c’era bisogno
di scomodare il « vecchio Freud » per spiegare il suo com­
portamento e che, se qualcuno peccava di « sentimentali­
smo », questi non era lui, ma i suoi critici23. Ora, non man­
cavano nelle tesi di Trockij indulgenze, del resto compren­
sibili, di natura autobiografica24. Eppure la sua risposta era

22 « Bjulleten’ Oppozicii», n. 58-59, pp. 3-4; n. 66-67, p. 21;


n. 68-69, pp. 12-3.
23 Ivi, n. 81, pp. 8-9. Anche storici seri, tuttavia, non hanno del
tutto scartato nel comportamento di Trockij l’effetto di una specie di
« complesso della rivoluzione » (cfr. R. H. Me Neal, in Stalinism cit.,
p. 30).
24 Ne è un esempio il fatto che, dopo avere temporaneamente
scartato questa analisi, egli sia tornato, a metà degli anni ’30, a fare
ascendere il « termidoro » sovietico a una decina di anni prima, cioè
al momento della scomparsa di Lenin e della prima sconfitta da lui
subita come capo dell’opposizione trozkista.
146 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

in questo caso tutt’altro che priva di argomenti. Egli non


considerava infatti l’aggettivo « operaio » come una qualifica
« nobile » che non doveva essere « insozzata ». Nelle sue
analisi cercava, assai meglio dei suoi oppositori, di esclu­
dere giudizi di valore e preoccupazioni moralistiche per far
posto a criteri più oggettivi. Ciò non gli impediva di essere
spietato nella denuncia e drastico nella lotta contro lo stali­
nismo, certo non meno dei suoi critici. Ma ciò che lo inte­
ressava era proprio come questo fenomeno avesse potuto
prodursi in uno Stato di tipo nuovo, nato dalla rivoluzione,
poiché altrimenti, cioè nel quadro di un vecchio tipo di
Stato, esso sarebbe stato per lui assai più scontato.
Ricordare le ragioni di Trockij in queste annose dispute
non significa difendere la sua formula. Parlare di « Stato
operaio » — aveva già ammonito Lenin — era (e restava)
« un’astrazione »25. Ma, pur ricorrendo a quell’espressione,
Trockij si sforzava poi di scendere dall’astratto al concreto
per non perdere di vista, neanche a causa delle inevitabili
semplificazioni della lotta politica, la singolarità della situa­
zione e della storia sovietiche. « Stato operaio », come sot­
tolineò infinite volte, voleva dire per lui soltanto che deter­
minate « conquiste » rivoluzionarie, quali la nazionalizza­
zione dell’industria, la direzione pianificata dell’economia, le
stesse imprese contadine collettive, non erano andate per­
dute. Questo punto era ai suoi occhi di estrema importanza
perché lo vedeva inserito in un processo rivoluzionario mon­
diale, dove prima o poi avrebbe avuto il suo peso (che poi
questo processo si disegnasse nelle sue tesi secondo linee
assai rigide, essendo egli rimasto, forse più di ogni altro
protagonista, ancorato allo schema della rivoluzione russa,
è un’altra questione, ma è anche relativamente secondario
per la nostra ricostruzione del suo pensiero). Si spinse quindi
ad affermare che se anche la « burocrazia staliniana fosse
arrivata a distruggere le basi economiche » dei nuovi ordi-

25 V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXII, pp. 13-4, 36.


VII. La scuola termidoriana 147

namenti — ipotesi che egli non scartava minimamente —


la sola esperienza pianificatrice che era stata fatta sarebbe
entrata « per sempre nella storia come importantissima scuola
per tutta l’umanità »26. Ma una volta costatata questa realtà,
i contrasti sociali che lo stalinismo cercava di soffocare risul­
tavano aggravati, non attenuati. Il più serio riguardava pro­
prio la classe operaia, che poteva essere considerata « domi­
nante » nel senso che aveva imposto le basi di un possibile
modo nuovo di produzione e di scambio, ma restava oppressa
perché privata del potere politico e ridotta ancora al ruolo
di una classe di salariati. Qui stava lo specifico dell’Urss sta­
liniana che Trockij non intendeva ignorare, anche se segna­
lava poi che non si trattava di un fenomeno del tutto nuovo
nella storia, poiché altre classi egemoni, compresa la stessa
borghesia, si erano trovate in più di un’occasione in posi­
zioni altrettanto contraddittorie nell’interno delle loro so­
cietà 71.
Rispetto a queste analisi iniziali, per quanto approssi­
mate, i successivi sviluppi della scuola trozkista non rap­
presentano una consistente avanzata nell’interpretazione della
storia sovietica. La piccola corrente politica che si è presen­
tata in seguito come l’ortodossia del trozkismo si è limitata
a ripetere le formule del maestro, senza possederne l’intel­
letto brillante, né l’audacia analitica. Aspetti dottrinari non
erano certo assenti dal pensiero di Trockij; ma ridotto a
pura dottrina, questo perdeva proprio i suoi motivi più sug­
gestivi. Anche i trozkisti non ortodossi, che hanno cercato
di andare al di là delle formulazioni di Trockij dopo averle
criticate, convinti di tagliar corto in questo modo alle sue
reticenze, non hanno sostanzialmente superato le sue ana­
lisi. In apparenza più drastiche, le loro tesi sacrificavano in
realtà ciò che di più stimolante vi era in alcune intuizioni

26 « Bjulleten’ Oppozicii », n. 58-59, p. 19.


27 Ivi, n. 62-63, p. 19; L. Trockij, La rivoluzione tradita cit.,
pp. 209-14.
148 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

trozkiane circa la specifica novità dell’Urss staliniana. Va


detto, a loro discarico, che essi mancavano in genere di quel­
l’esperienza diretta del mondo sovietico e del suo passato
rivoluzionario, che Trockij invece possedeva in somma mi­
sura: provenivano infatti tutti dalle file del comuniSmo, in
particolare del comuniSmo trozkista, di altri paesi.
Con molti di loro — Urbahns, Souvarine, Laurat, Shacht-
man, Rizzi, Burnham — Trockij polemizzò ancora in vita,
spesso con toni sprezzanti. Tra costoro forse il più interes­
sante e comunque, colui che più sistematicamente ha cercato
di condurre un’indagine sullo stalinismo è stato Max Shacht-
man, che continuò a considerarsi discepolo di Trockij, pur
adottando un atteggiamento molto critico nei confronti delle
sue analisi dell’Urss staliniana. In pratica tuttavia è difficile
stabilire un’autentica originalità del suo pensiero, in quanto
la stessa paternità delle idee da lui sostenute può essere
messa in dubbio. Più che di concezioni personali si trattava
infatti di spunti polemici che avevano già circolato in altri
ambienti di ex-comunisti durante gli anni precedenti e che
si diffusero, indipendentemente da Shachtman, nel trozki­
smo dissidente a cavallo fra gli anni ’30 e ’40, quando il
patto tedesco-sovietico e l’inizio della seconda guerra mon­
diale inasprirono al massimo tutte le polemiche attorno
all’Urss. La tesi fondamentale di questa corrente e il suo
punto di massimo contrasto con Trockij era l’idea che nel-
l’Urss avesse preso corpo un nuovo tipo di società, domi­
nato da una nuova classe sfruttatrice, che fu in genere defi­
nito « collettivismo burocratico ». Lo stalinismo ne era
l’espressione più precisa, ma essa era il prodotto della rivo­
luzione stessa. A questo punto i dissidenti finivano col ri­
fluire a loro volta nell’usuale (ma non trozkista) interpreta­
zione della continuità negativa della storia sovietica.
L’origine, dubbia tuttavia anch’essa, della formula « col­
lettivismo burocratico » è stata attribuita a uno scritto, assai
confuso e nebuloso, di un ex-trozkista italiano, Bruno Rizzi,
che ha ritrovato una modesta quanto bizzarra fortuna in
VII. La scuola termidoriana 149

anni recenti: il fenomeno vi veniva sommariamente descritto


come una forma di società che si andava facendo comune
all’Urss staliniana, al fascismo italiano e tedesco e alla stessa
America del New Deal28. 29Il30termine venne poi raccolto e
sviluppato con maggiore finezza sociologica da Shachtman
soltanto per quanto riguarda l’Unione Sovietica ®. Un altro
ex-trozkista, James Burnham, fece propria invece l’intera
tesi che accomunava stalinismo, fascismo e New Deal roose-
veltiano, indicando in tutti questi fenomeni altrettante ma­
nifestazioni di una società emergente, dominata in misura
crescente dai tecniciSe presentava scarso interesse per
l’interpretazione dei singoli fenomeni storici evocati e, quindi,
anche dello stalinismo, il suo libro ebbe tuttavia una certa
influenza in quanto attirò l’attenzione sul maggior peso che
alcuni strati sociali — gli specialisti appunto, ma in parti­
colare gli specialisti del management o della direzione —
andavano acquistando in società diverse.
L’influenza di Trockij e delle sue concezioni sulla ricerca
storica non può tuttavia essere confinata alle dispute che
contrapposero più tardi i suoi seguaci. I suoi effetti più
produttivi si ebbero infatti grazie a uno studioso, Isaac Deut­
scher, che è anche il suo celebre biografo. Deutscher prove­
niva dalle file del trozkismo e in tutta la sua attività di
storico non nascose mai la sua profonda ammirazione per
il « profeta » Trockij. Si sottrasse tuttavia assai presto alla

28 II lavoro originale — Bruno R., La burocratisation du monde —


apparve a Parigi nel 1939 e sarebbe passato del tutto inosservato se
Trockij non ne avesse fatto oggetto di una polemica (« Bjulleten’
Oppozicii », n. 79-80, pp. 4-5) cui, per l’essenziale, deve ancora oggi
la sua notorietà. Il testo può essere ritrovato ora in II collettivismo
burocratico. Polemica L. Trotzki-P. Naville - Bruno R., Imola 1967.
29 Gli scritti dell’autore sullo stalinismo sono raggruppati in Max
Shachtman, The Bureaucratic Revolution. The Rise of the Stalinist
State, New York 1962.
30 James Burnham, The Managerial Revolution, New York 1941
(ed. it. La rivoluzione dei tecnici, Milano 1946).
150 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

milizia politica e ancor più alle dispute dottrinarie dei se­


guaci del maestro. Dopo la guerra, in anni non molto pro­
pizi allo studio dei problemi sovietici, egli divenne l’inizia­
tore di una nuova tendenza nella storiografia sull’Urss: una
tendenza che si collocava appieno nel filone anglosassone,
poiché egli lavorava a Londra e qui pubblicava le sue opere,
ma era assai più attenta alla dinamica del movimento comu­
nista e della rivoluzione sovietica, cui Deutscher si sentiva
sempre intellettualmente legato. Caratteristica di questa ten­
denza non era lo scrupolo di fornire uno schema interpreta­
tivo, quanto di compiere una ricognizione più attenta dei
fatti e dei problemi specifici, spesso del tutto nuovi, di cui
l’esperienza sovietica era un risultato.
Questo vale in particolare per Deutscher personalmente,
che, tra l’altro, avendo avuto la possibilità di consultare per
primo gli archivi personali di Trockij, potè mettere in cir­
colazione una massa di informazioni prima ignorate. L’in­
flusso del pensiero di Trockij sulla sua opera rimase pro­
fondo. Ma fu un influsso accettato con lucido spirito cri­
tico. Deutscher trovava le analisi storiche di Trockij, in
particolare quelle della Rivoluzione tradita, assai più stimo­
lanti di quelle dei suoi seguaci, fossero essi o no polemici
col maestro31. Ma si guardava bene dal farle proprie in
blocco. Accolse nei suoi studi il concetto di un « bonapai?
tisino. » staliniano, ma fu molto più cauto sul Termidoro
sovietico, mentre era propenso a vedere nessi più nitidi" fra
il giacobinismo bolscevico e lo stalinismo 32. Deutscher diede
valutazioni differenti da quelle trozkiane per momenti di­
versi dell’esperienza staliniana, quali il « socialismo in un
solo paese » o la collettivizzazione, mentre ne prese in pre­

31 Isaac Deutscher, Il profeta esiliato. Trotskij 1929-1940, Mi­


lano 1965, pp. 412-3.
32 Un suo tipico giudizio: « Si può dire con certezza che Stalin
appartiene alla famiglia dei “ grandi despoti rivoluzionari ” a cui ap­
partennero Cromwell, Robespierre, Napoleone » (Isaac Deutscher,
Stalin. Una biografia politica, Milano 1969, p. 790).
VII. La scuola termidoriana 151

stito altre, come quelle avverse all’« opposizione di destra »


di Bucharin, il secondo grande antagonista di Stalin. Ma vi
aggiunse non poco di originale, tanto che si trovano nella
sua opera spunti che saranno poi ampiamente sviluppati da
altre scuole, circa lo stalinismo come strumento barbaro, ma
necessario, per strappare il paese all’arretratezza o circa la
sua forte carica nazionalista. Egli sfugge dunque a ogni
inclusione in una corrente interpretativa specifica, anche se
il suo legame con Trockij consente legittimamente di par­
larne nel quadro della scuola termidoriana.
L’idea di un Termidoro sovietico è stata invece fatta
propria esplicitamente da un altro esponente di questa ten­
denza, sebbene la sua filiazione intellettuale da Trockij sia
problematica e comunque mai riconosciuta dall’interessato.
Lo jugoslavo Gilas è stato colui che ha dato più ampio svi­
luppo e anche maggiore notorietà pubblicistica alla conce­
zione della « nuova classe » , cui ha dedicato negli anni ’50
un libro che ha proprio quell’espressione per titolo33. Di
tale lavoro si può dire ciò che già Deutscher aveva detto
della Rivoluzione tradita-. « Per molto tempo il frontespizio
fece più impressione del libro stesso »34. Il termine di
« nuova classe » è infatti divenuto a sua volta uno slogan
agitatorio piuttosto che un concetto storiografico. Ciò non
esime da un’analisi attenta del lavoro di Gilas, da lui stesso
definito « una sintesi inadeguata di storia, opinioni e ricordi
personali »35.
La sua tesi di partenza si apparenta a quelle che abbiamo
già visto sostenere dai fautori della necessaria parentela fra
stalinismo e sviluppo. Lo stesso partito che aveva fatto la

33 Milovan Gilas, La nuova classe. Un’analisi del sistema comu­


nista, Bologna 1957 (ed. orig. The New Class, New York 1957). Vi si
legge: « Il Termidoro sovietico di Stalin aveva portato non solo al­
l’instaurazione di un governo più dispotico del precedente, ma anche
all’instaurazione di una nuova classe » (ivi, pp. 60-1).
34 I. Deutscher, Il profeta esiliato cit., p. 412.
35 M. Gilas, La nuova classe cit., p. 3.
152 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

rivoluzione sociale (inevitabile per Gilas) si era trovato a


dover « fare anche la rivoluzione industriale », essenziale
per la sua « sopravvivenza ». Era stato quindi costretto a
« concentrare il potere nelle sue mani » perché doveva im­
porre una politica che « esigeva enormi sacrifici, implicava
spietata violenza e richiedeva non solo promesse, ma fede
nella possibilità del regno dei cieli sulla Terra ». In questo
andava vista la sua funzione storica progressista, la stessa
che nell’Occidente del XIX secolo era stata svolta dalla bor­
ghesia capitalistica. Di conseguenza anche la rivoluzione
socialista si era trovata condannata allo stesso destino delle
precedenti rivoluzioni: tutte avevano avuto come protago­
niste le classi lavoratrici, ma i loro risultati erano andati a
Vantaggio di «un’altra classe [...] sotto la cui guida intel­
lettuale e spesso organizzativa erano state fatte »36.
Già i trozkisti dissidenti, che avevano segnalato l’av­
vento al potere di una « nuova classe » nell’Urss di Stalin,
si erano però trovati di fronte alla difficoltà di definire, in
termini marxisti o meno, quale fosse la sua fisionomia pre­
cisa. Lo stesso problema si è parato anche di fronte a Gilas,
che ha dedicato la sua analisi non all’Unione Sovietica sol­
tanto, ma all’insieme dei paesi dell’Est europeo, Jugoslavia
compresa. Sebbene una buona parte del suo lavoro fosse
occupata proprio da questo sforzo di definizione, la sua
indagine è oscillata fra identificazioni diverse: di volta in
volta, spesso da una pagina all’altra, egli ha finito col for­
nire della « nuova classe » immagini contrastanti, indicandola
ora nella burocrazia nel suo complesso, ora invece nel par­
tito comunista, ora infine soltanto nel suo apparato gerar­
chico di direzione. Sino alla fine del volume la scelta fra
queste tre possibilità è rimasta irrisolta37. Un carattere ugual-

36 Ivi, pp. 23-44, 82.


37 Ecco alcuni esempi di queste discordanti definizioni. La « nuova
classe » sembra dapprima essere il partito nel suo insieme, perché
la burocrazia privilegiata « non è altro che il partito il quale ha por-
VII. La scuola termidoriana 153

mente contraddittorio hi avuto in Gilas la ricerca della fonte


del potere di cui dispone la nuova classe, sebbene egli abbia
voluto rintracciarla, da marxista, nel rapporto con i mezzi
di produzione: ma tale rapporto è stato visto a volte come
un insieme di « diritti di proprietà » e in altri casi come
semplice « amministrazione » di una « particolare forma di
proprietà, quella collettiva », esercitata « in nome della na­
zione »38. Infine assai vaga è rimasta la stessa caratterizza­
zione sociologica di tale classe39, anche se non mancano nel
libro pagine efficaci nel denunciare soprusi e forme di domi­
nio riscontrabili nei paesi a economia statale dell’Est europeo.
Fra i tanti concetti usciti dalla scuola termidoriana quello
della « nuova classe » è stato fra i più avversati da nume­
rosi studiosi, marxisti e non marxisti. La discussione non

tato a termine la lotta» (ivi, p. 35) e «i comunisti sono [...] una


nuova classe » (ivi, p. 52). Ma poi le cose si complicano. Infatti
«non diciamo [...] che il nuovo partito e la nuova classe si identi­
ficano», perché «il partito crea la classe, ma la classe [...] s’ingran­
disce e usa il partito come base » (ivi, pp. 47-8). Saremmo dunque
di fronte a un’entità più vasta: «è la burocrazia che [...] amministra
e controlla sia la proprietà nazionalizzata e privata, sia l’intera vita
della società. [Questo] ruolo [...] le assegna una posizione privile­
giata speciale. [...] La classe privilegiata compie tale funzione usando
la macchina statale » (ivi, pp 43-4). Senonché, in altre pagine, la defi­
nizione si restringe di colpo ai soli strati superiori del partito: « La
burocrazia governante, ossia, secondo la mia definizione, la nuova
classe [...] è una burocrazia politica o di partito. Gli altri funzionari
costituiscono solo l’apparato sotto il [suo] controllo » (ivi, p. 51).
E ancora più esplicitamente: « [I] quadri del partito, cioè [la] buro­
crazia » (ivi, p. 58). Si possono portare altri esempi di queste stesse
oscillazioni poiché essi accompagnano tutto il libro.
38 Ivi, pp. 53-4. Inoltre si asserisce che la « nuova classe » non
avrebbe coscienza del suo stato « proprietario » (ivi, p. 69).
39 « Benché sia sociologicamente possibile stabilire chi vi appar­
tenga, ciò è difficile a farsi. [...] La nuova classe è tratta dai più bassi
e larghi strati del popolo ed è in continuo movimento; [essa] si fonde
e si riversa nel popolo, nelle classi subalterne e muta continuamente,
costantemente » (ivi, p. 71).
154 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo VII. La scuola termidoriana 155

riguarda la formazione e l’esistenza nella società sovietica ghese possa essere trasferito all’esame di una realtà sociale
di un particolare strato dirigente, forte di estesi privilegi, assai distante nel tempo e nello spazio. Egli comunque
che si è andato costituendo proprio negli anni del governo osserva con acutezza: « Se vogliamo identificare il gruppo
staliniano. Questa lealtà non viene negata da nessuno, fuor dominante nella società sovietica, dobbiamo cercarlo non in
che nelle impostazioni ufficiali sovietiche. In contestazione una classe ma in un partito »43.
sono invece le caratteristiche essenziali di questo strato diri­ Queste critiche implicano anche modi diversi di guar­
gente e lo stesso impiego del concetto di classe per definirlo. dare alla storia sovietica e ai suoi risultati. L’intera inter­
Trockij aveva preferito il termine « casta » ma si era pretazione della scuola termidoriana, pur con tutte le sue
trattato più di un’invettiva polemica che di una definizione differenze, è stata giudicata scetticamente: se ne è conte­
sociologica. Nella forma più generale uno studioso occiden­ stata la capacità di illuminare realmente l’esperienza storica
tale ha osservato che si trattava di « un nuovo strato privi­ sovietica e, più specificamente, lo stalinismo. « Stalin era
legiato, e tuttavia non una classe »41. Altri hanno suggerito molte cose — ha scritto Nove — ma sicuramente non era
espressioni diverse. Rigby, ad esempio, ha fatto ricorso al l’espressione degli interessi ristretti ed egoistici dell’élite
termine inglese di estate. Cohen ha invece introdotto la burocratica. Anzi, egli temeva che quest’ultima si consoli­
parola russa soslovie, presa a prestito dal passato zarista, dasse e ne puniva spietatamente i membri »44. Ancora più
argomentando che era difficile « applicare concetti occiden­ incisivo, Cohen trova che la spiegazione secondo cui la
tali », marxisti o no, a una « realtà foggiata dalla tradizione burocrazia sarebbe stata la « forza animatrice » dietro gli
storica e culturale russa »: soslovie inoltre dà meglio l’idea eventi del terribile decennio ’30, quello dell’affermazione
di un gruppo sociale privilegiato « che serve lo Stato, piut­ dello stalinismo, « non ha senso, né logico né empirico ».
tosto che governarlo », il che — afferma Cohen — era il E spiega:
caso della burocrazia sovietica, particolarmente negli anni
staliniani42. Come si vede, non si tratta di semplici dispute A parte il ruolo personale di Stalin, che è dimostrabile e che
nominalistiche, poiché termini diversi implicano anche ana­ viene invece ridotto da queste teorie a quello di un intercambia­
lisi diverse. bile capo burocrate, resta da spiegare come una burocrazia, che
L’osservazione più pertinente a questo proposito appar­ è per definizione profondamente conservatrice, possa avere deciso
e applicato scelte così radicali e pericolose come la collettivizza­
tiene a Carr. Anch’egli dubita che lo stesso apparato con­
zione forzata. Infatti le reiterate campagne di Stalin per radica-
cettuale di cui si serviva Marx per analizzare la società bor-
lizzare e spronare il corpo dei funzionari, nel 1929-30 e dopo,
suggerisce una burocrazia del partito-Stato recalcitrante e timo­
40 « Bjulleten’ Oppozicii », n. 66-67, p. 19. rosa, piuttosto che capace di determinare gli eventi. Né è chiaro
41 A. Erlich, in Stalinism cit., p. 153. Una osservazione analoga come simile teoria spieghi il massacro dell’ufficialità sovietica
e piu argomentata viene da uno studioso marxista che definisce « scar­ negli anni 1936-39, a meno che non si voglia concludere che la
samente convincenti » le tesi di Gilas: « Naturalmente la burocra­ classe burocratica « dirigente » commise un suicidio45.
tizzazione del nostro apparato statale è arrivata assai lontano. Non
però al punto che la burocrazia si sia trasformata in una nuova classe
che sfrutta altre classi » (R. Medvedev, L. Zanotti, L'Unione Sovie­ 43 E. H. Carr, 1917 cit., p. 110.
tica alle soglie del 2000 cit., pp. 40-1). 44 A. Nove, Stalin e il dopo Stalin in Russia cit., p. 85.
42 T. H. Rigby, in Stalinism cit., p. 65; S. F. Cohen, ivi, p. 27. 45 S. F. Cohen, in Stalinism cit., pp. 26-7.
156 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Per scrupolo di imparzialità un solo punto va rilevato:


sebbene queste critiche concernano anche Trockij, crediamo
si debba ammettere che di tutta la scuola termidoriana, egli
è stato il solo, pur con la sua grave sottovalutazione della
persona di Stalin e la sua analisi ancora annebbiata dalla
vicinanza dei fatti studiati, ad avvistare questi scogli e a
cercare di evitarli.
Capitolo ottavo

SOPRAVVENTO DELLO «STATALISMO


Già Trockij nei suoi primi tentativi di analisi dello sta­
linismo si era soffermato sulla contraddizione implicita in
una rivoluzione che avrebbe dovuto, secondo le sue forze
dirigenti, aprire la porta a una graduale estinzione dello
Stato, mentre portava con Stalin a una straordinaria iper­
trofia di uno Stato potentissimo b Su questo tema lo stesso
Stalin, del resto, era arrivato a rivedere pubblicamente il
pensiero di Lenin (cosa che, per ragioni di opportunità, egli
non faceva mai di buon grado) mentre alcuni suoi sosteni­
tori si spingevano sino a considerare la teoria leniniana,
senza nominarne il padre, addirittura come manifestazione
controrivoluzionariab Ciò che per Trockij era stato solo
uno spunto embrionale di riflessione è divenuto più tardi
il motivo dominante di una nuova linea interpretativa, svi­
luppatasi in ambito marxista lungo un percorso autonomo
da quello della scuola trozkista.

1 « Si può [...] affermare che lo stalinismo è il prodotto di quella


condizione della società in cui questa non ha ancora saputo liberarsi
dalla camicia di forza dello Stato. Ma questa tesi, senza darci nulla
per un giudizio sul bolscevismo o sul marxismo, caratterizza soltanto
il generale livello culturale dell’umanità e, soprattutto, il rapporto di
forze tra proletariato e borghesia » (« Bjulleten’ Oppozicii », n, 58-59,
pp. 11-2).
2 II famoso passaggio di Stalin è in I. V. Stalin, Sočinenija dt.,
vol. XIV (1), pp. 384-95 (trad. it. in Questioni del leninismo, Roma
1945, vol. II, pp. 344-51). Quanto agli staliniani che giudicarono con­
trorivoluzionarie le tesi di Lenin, cfr. le citazioni di personaggi come
Berija e Vyàinskij fatte da G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica cit.,
vol. I, pp. 616, 731, e da M Lewin, in Stalinism cit., pp. 132-3.
160 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Come la critica trozkiana, questa nuova tendenza è nata


da un conflitto politico, il secondo grave conflitto cui Stalin
e il suo sistema dovettero far fronte nell’interno dello stesso
movimento comunista, dopo quello che li aveva visti in
lotta con le opposizioni bolsceviche. La patria di origine
della nuova scuola è stata infatti la Jugoslavia dopo il 1948
e jugoslavi possono essere considerati ancora oggi i suoi
maggiori esponenti, anche se, come vedremo, la sua influenza
si è estesa al di là di questo paese 3. La sua matrice è stata
dunque politica e dalla battaglia politica sono rimasti diret­
tamente condizionati anche i suoi sviluppi, almeno per molto
tempo. Ma essa non si è confinata nel semplice ruolo di uno
strumento polemico. Ha trovato dignità di riflessione teorica
nell’ambizione dei comunisti jugoslavi di contrapporre al-
l’Urss staliniana non solo la fierezza della loro resistenza
nazionale, ma una vera e propria alternativa politica e so­
ciale: l’immagine cioè di una diversa società che potesse
chiamarsi socialista e fosse ispirata dalle concezioni del mar­
xismo, più di quanto non fosse l’Urss di Stalin. Nello scon­
tro politico questa nuova interpretazione dello stalinismo
scopriva un incentivo piuttosto che un limite.
I suoi esponenti sono sempre stati politici e filosofi,
piuttosto che storici. Solo di recente si è avvertita la neces­
sità di misurare più attentamente le tesi e gli stessi concetti,
che grazie a loro erano entrati in circolazione, con la con­
creta evoluzione della storia sovietica. Torneremo su questo
punto. Ma sin d’ora si può costatare come diverse idee for­

3 Sul valore del 1948 come data d’inizio di uno scontro non
solo politico, ma ideale e teorico, valga la conferma di uno dei prin­
cipali interessati: « Stalin riuscì a imporre un complesso di dogmi che
per la prima volta furono violati all’inizio del 1948 con lo scontro
aperto fra lo stesso Stalin e il Partito comunista jugoslavo e con la
successiva evoluzione della democrazia socialista dell’autogoverno in
Jugoslavia » (Edward Kardelj, Le vie della democrazia nella società
socialista, Roma 1978, p. 101; ed. orig. Lut evi demokratije u socia-
listickom drustvu, Beograd 1978).
Vili. Sopravvento dello « statalismo » 161

mulate dalla scuola jugoslava siano tutt’altro che secondarie


per quell’analisi storica che qui soprattutto ci interessa.
Al pari di Trockij, essa ha posto l’accento sulla rottura
che nell’Urss di Stalin si è operata nei confronti del bolsce­
vismo e, in particolare, dell’opera e del pensiero di Lenin4.
Non solo quindi ha ripreso il termine di stalinismo: è stata
la corrente che più ha contribuito a dargli diritto di citta­
dinanza nel dibattito politico e culturale. Diversamente da
Trockij e ancor più dai suoi seguaci, essa ha cercato di ana­
lizzare il fenomeno non solo con categorie classiche dell’indi­
rizzo teorico marxista, ma anche con alcune categorie nuove
che potevano trovare un loro posto nell’alveo di quel pen­
siero. Aveva, del resto, un vantaggio rispetto a Trockij:
quello di potere disporre di una più lunga e più vasta espe­
rienza storica, non solo per quanto concerneva l’evoluzione
dell’Urss, ma soprattutto per l’estensione di quel processo
rivoluzionario mondiale, cui già Trockij aveva guardato con
speranza, ma di cui esistevano ormai sviluppi reali che
all’epoca di Trockij non c’erano: la stessa vicenda jugo­
slava e il suo contrasto con l’Urss staliniana potevano ben
esserne considerati una manifestazione.
Inoltre politici e teorici jugoslavi sono stati propensi,

4 L’uno e gli altri hanno polemizzato in termini singolarmente


analoghi con i sostenitori della continuità fra « leninismo » e « sta­
linismo ». In polemica con Boris Souvarine, Trozkij diceva: « Per
spiegare tutte le successive disavventure storiche, egli cerca i vizi
interni, insiti nel bolscevismo. L’influenza delle condizioni reali del
processo storico sul bolscevismo per lui non esiste » (« Bjulleten’ Op-
pozicii », n. 58-59, pp. 13-4). Ed ecco un autore jugoslavo: « I tenta­
tivi di presentare la rivoluzione russa e il suo temporaneo compi­
mento nello stalinismo come uno sviluppo necessario, peculiare del­
l’essenza del marxismo o del leninismo, dimostrano soltanto, anche
se escludiamo preconcetti ideologici e unilateralità, quanto sia scarsa­
mente sviluppata la conoscenza dei processi storici » (Predrag Vrani-
cki, NLarksizam ì socijalizam cit., p. 52. Ci serviamo per le citazioni
da questa opera di una traduzione, non ancora pubblicata, di Stefano
Bianchini).
162 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

nell’analisi del fenomeno, a includervi una certa originalità,


sia pur tutta negativa, delle concezioni staliniane. Anche in
questo si differenziavano da Trockij, che aveva considerato
sempre Stalin una mediocrità, incapace di idee proprie, sot­
tolineando ad esempio, quando parlava del suo « bonapar­
tismo », che non vi era nessun bisogno di confonderlo per
questo con un Napoleone5. Alle concezioni di Stalin gli
jugoslavi hanno negato la coerenza col marxismo e col « leni­
nismo »: non ne hanno disconosciuto la novità. A Stalin
hanno contestato le sue ambizioni di teorico marxista. Lo
hanno visto piuttosto come artefice di una « revisione buro­
cratica » del pensiero di Marx o di Lenin, protagonista di
un « conflitto con concezioni marxiste fondamentali », « teo­
rizzatore » di un « sistema » che essi, proprio in quanto
marxisti, intendevano respingere6. Uno degli studiosi jugo­
slavi più attenti ha inoltre rilevato con molto acume come
il corpo essenziale delle idee staliniane si fosse enucleato
a metà degli anni ’20 e come « dietro » lo Stalin di quel
periodo già « si celasse pressoché tutto lo Stalin successivo »,
pur restando vero che lo stesso Stalin ha poi avuto una sua
storia, « si è fatto Stalin » col tempo: il medesimo autore
rileva che già quando parlava di « princìpi » o « questioni »
del leninismo, in realtà Stalin esponeva « princìpi » e « que­
stioni » dello « stalinismo » e che la stessa « teoria del par­
tito » era stata, appunto in quanto teoria, sua piuttosto che
di Lenin, come invece egli aveva preteso e con lui molti
hanno continuato e continuano a pretendere7. Nessuno fra
5 «Bjulleten’ Oppozicii», n. 43, p. 11.
6 Vladimir Bakarič, Le vie dello sviluppo socialista in Jugoslavia,
Milano 1968, pp. 105, 136; Milentije Popovič, Appunti su alcuni
problemi del pensiero socialista contemporaneo, in 11 pensiero marxi­
sta contemporaneo nella prassi jugoslava, ivi 1963, p. 215; Veliko
Vlahovič, Il programma della Lega dei comunisti della Jugoslavia e
l’« inasprimento » della lotta ideologica, ivi, pp. 139-46.
7 Predrag Vranicki, Storia del marxismo, Roma 1972, vol. II,
p. 156 (ed. orig. Historija marksizma, Zagreb 1971); Id., Nfarksizam
i socijalizam cit., pp. 84-5, 87-90.
Vili. Sopravvento dello « statalismo 163

gli jugoslavi ha trascurato la specificità delle concezioni di


Stalin e il peso che, col favore di circostanze storiche e di
condizioni oggettive della realtà russa, esse hanno avuto nel
determinare quel fenomeno che!; porta appunto il suo nome.
La nuova categoria da cui gli jugoslavi sono partiti nella
loro analisi critica è quella dello « statalismo »: il termine,
secondo la sua definizione più generale, compendia la dif­
fusa « tendenza » moderna alla « statizzazione » che riguarda
innanzitutto l’economia, ma che finisce, di conseguenza, per
investire tutta la vita associata8. Già in questa prima for­
mulazione lo statalismo veniva considerato come un pro­
dotto della crisi del capitalismo classico, come un’evoluzione
in parte « necessaria e inevitabile » e, in ogni caso, come
una realtà che abbracciava ormai il mondo intero e che,
pur nascondendo insidie gravi, non era priva di tratti posi­
tivi. Tale tendenza si è andata infatti manifestando sia nei
paesi capitalistici dell’Occidente dove, a partire dalla prima
guerra mondiale, l’intervento dello Stato nell’economia si è
fatto sempre più massiccio, sia nei paesi del cosiddetto
« terzo mondo » dove lo Stato, in genere di recente forma­
zione, è apparso come il principale strumento dello sviluppo
economico e sociale, sia infine nei paesi cosiddetti socialisti
dell’Est europeo e dell’Asia, a cominciare, beninteso, dal-
l’Urss9. In questo quadro anche lo stalinismo appare come
una manifestazione, sia pure estrema, di una moderna e più
generale realtà che è appunto lo « statalismo ».
La teoria jugoslava, introducendo questo concetto nuovo,
apriva per l’analisi marxista un’angolatura originale da cui
guardare alla storia sovietica; non ne faceva però progre­
dire molto la capacità interpretativa finché restava a tale

8 M. Popovič, op. cit., p. 185.


9 Ivi, pp. 185-6; P. Vranicki, Storia del marxismo cit., vol. II,
p. 172. Uno dei numerosi documenti ufficiali del Partito comunista
jugoslavo in cui queste tesi vengono riprese può essere trovato in
Josip Broz Tito, Autogestione e socialismo, Roma 1974, pp. 273-7.
164 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

livello di genericità. Così concepito, il fenomeno dello « sta­


talismo » finiva coll’accomunare realtà sociali troppo sva­
riate, riconosciute dagli stessi autori jugoslavi profondamente
diverse tra loro 10. Interessante e originale era il tentativo
di cogliere un loro minimo denominatore comune. Ma ciò
che di specifico rappresentavano lo stalinismo e le sue con­
seguenze nell’evoluzione sovietica rischiava di rimanere oc­
cultato. Se di statalismo si poteva parlare, con quale tipo di
statalismo si aveva a che fare nella realtà dell’Urss? In ter­
mini marxisti questa domanda ne provocava inevitabilmente
un’altra: quello sovietico andava considerato un « capitali­
smo di Stato » o un « socialismo di Stato »? Impostato su
una simile antinomia, il dibattito minacciava di finire nelle
stesse secche in cui già si era isterilita la discussione trozki-
sta, nonostante l’attenzione con cui Trockij aveva cercato
di evitare simili dispute nominalistiche. Questa eventualità
era tanto più probabile, in quanto i concetti stessi di capi­
talismo e di socialismo di Stato erano nella terminologia
marxista piuttosto mal definiti.
Per non inoltrarci a nostra volta in questa annosa pole­
mica filologica di ovvio significato politico e ideologico, ma
di rilievo scarso ai fini dell’analisi storica che qui ci inte­
ressa, ci limiteremo a ricordarne i punti essenziali. Delle due
formulazioni citate, quella di capitalismo di Stato ha una
più lunga tradizione nel pensiero marxista. Nel dibattito
teorico bolscevico fu valorizzata soprattutto da Bucharin,
allora giovane intellettuale del partito, che la impiegò
all’epoca della prima guerra mondiale per segnalare il cre­
scente ingresso dello Stato con funzioni regolatrici nell’eco­
nomia capitalistica 11. Fu in questo senso ampiamente adot­
tata anche da Lenin, soprattutto per la Germania in guerra;

10 M. Popovič, op cit., p. 186.


11 S. F. Cohen, Bukharin and the Bolshevik Revolution cit., p.
28-33: è un’eccellente analisi sintetica del pensiero buchariniano su
questo punto.
Vili. Sopravvento dello « statalismo » 165

ma il suo impiego fu da lui esteso anche ad alcuni aspetti


dell’economia sovietica durante la Nep, quelli che facevano
posto a una rinnovata attività capitalistica sotto il controllo
dello Stato sovietico 12. Il suo primo uso polemico riferito
all’Urss postrivoluzionaria appartiene invece a Zinov’ev che
se ne servì nella lotta di frazione degli anni ’20 per sotto-
lineare essenzialmente quanto poco socialista fosse ancora
l’economia sovietica13. In seguito la formula, sia pure con
qualche variazione, è stata ripresa da molti autori dai più
diversi profili, marxisti e non marxisti, come Bordiga, Cliff,
Rubel e lo stesso Berdjaev, per designare il regime sociale
sovietico nel suo insieme; tale interpretazione è stata giu­
stificata col permanere di alcune categorie indicate da Marx
come proprie del capitalismo (merce, lavoro salariato, plusva­
lore, alienazione) nell’economia dell’Urss o in altre simili14.
Essa è stata tuttavia criticata e respinta da un numero ancor
più vasto di studiosi che l’hanno vista come una dilatazione
arbitraria della nozione di capitalismo, generatrice solo di
confusioni, cui si accompagna in genere una marcata colori­
tura utopica della contrapposta nozione di socialismo 15.

12 V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXII, pp. 275-8, 309-16,


325-30, 433; vol. XXXIII, pp. 252-3, 281-3, 384-6 e passim. Tutte
queste affermazioni di Lenin sono degli anni 1921-22. Egli aveva
però parlato di un « capitalismo di Stato » adattato alle condizioni
sovietiche già nel 1918: queste precedenti affermazioni sono spesso
evocate nei brani successivi da noi citati.
13 G. Zinoviev, Le léninisme. Introduction a l’étude du léni­
nisme, Paris 1926, p. 216.
14 Amadeo Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia
d’oggi, Milano 1966 (cfr. in particolare il vol. II); Maximilian Rubel,
in Revolutionary Russia cit., pp. 404-7; Toni Cliff, Russia. A Marxist
Analysis, London 1964; N. Berdiaev, Le fonti e lo spirito del co­
muniSmo russo cit., p. 177. Un autore italiano (Arrigo Levi, Il potere
in Russia. Da Stalin a Brezhnev, Bologna 1967, p. 65) trova equi­
valenti i termini di « capitalismo di Stato » o « socialismo di Stato ».
15 Nel vastissimo numero di autori che respingono la definizione
ci limitiamo a segnalare qualche nome, tutti fortemente critici dello
stalinismo e del regime sovietico in genere: M. Popovič, op. cit.,
166 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Il termine « socialismo di Stato » ha anch’esso una sto­


ria, prevalentemente polemica, nel dibattito marxista. Un suo
impiego più sistematico è dovuto tuttavia agli autori jugo­
slavi. Alcuni di loro hanno sostenuto che il ricorso a questa
formula o a quella contrapposta di capitalismo di Stato nei
confronti della società sovietica è rimasto condizionato nel
loro paese dalle contingenze politiche: si usava la seconda
fra il ’48 e il ’53 nel periodo del più aspro conflitto con
l’Urss di Stalin, mentre si è preferito adottare la prima dopo
il ’55, quando i rapporti fra i due paesi sono migliorati e
nella stessa Unione Sovietica si profilavano, insieme alla po­
lemica antistaliniana, anche le prime riforme di Chruščev I6.
L’impiego dell’una o dell’altra sarebbe stato insomma il ter­
mometro di un diverso grado di antagonismo fra i due paesi
e i rispettivi partiti comunisti.
Se anche vi è in questo giudizio una parte di verità, il
dilemma così sintetizzato non rende giustizia alla comples­
sità del pensiero marxista jugoslavo. È vero che possiamo
incontrare nel suo ambito sfumature di opinione assai di­
verse. Taluni, ad esempio, hanno parlato dello statalismo
sovietico e dello stesso stalinismo come di una delle « varie
specie » di socialismo esistenti, sia pure adatta soprattutto
a paesi di scarso sviluppo e soggetta con Stalin a degenera­
zioni assai gravi, ma almeno in parte inevitabile 17. Altri in-

p. 198; P. Vranicki, Storia del marxismo cit., vol. II, p. 171; Nor­
berto Bobbio, Rapporti internazionali e marxismo, in AA.VV., Filo­
sofia e politica. Scritti dedicati a Cesare Luporini, Firenze 1981, p.
313; Svetozar Stojanovic, Gli ideali e la realtà. Critica e futuro del
socialismo, Milano 1970, p. 52 (ed. orig. Izmedju ideala i stvarnosti,
Beograd 1969). Z. Strmiska, op. cit., p. 159 osserva: « Queste ingiu­
stificate estrapolazioni tendono a considerare ogni società moderna
con contraddizioni economiche, politiche o di classe come capitalista ».
(Per ulteriori critiche dello stesso autore, cfr. ivi, pp. 154-69.)
16 P. Vranicki, Ntarksizam i socijalizam cit., p. 64; S. Stojanovic,
op. cit., p. 52.
17 V. Bakarič, op. cit., p. 62; V. Vlahovič, op. cit., p. 126;
Vili. Sopravvento dello « statalismo » 167

vece, almeno per quanto concerne lo stalinismo, hanno asse­


rito che era « un enorme errore storico, un atto superficiale
e un’ingiustizia attribuire a questo sistema l’appellativo di
socialista o addirittura di comunista » 18.
Se fosse rimasta chiusa in questa alternativa, la discus­
sione non sarebbe andata al di là di una contrapposizione
schematica fra una maggiore o minore condanna, morale e
politica, del « modello » staliniano. La linea interpretativa
jugoslava, imperniata sul concetto di statalismo, presenta
invece un interesse proprio in quanto si è sottratta alla sem­
plice riproposizione di quel contrasto di formule. Lo ha
fatto sia per merito di esponenti politici e di ideologi della
« via jugoslava », sia per il contributo di studiosi, in par­
ticolare quelli raggruppati attorno alla rivista « Praxis », che
si sono trovati non di rado in polemica, per questi e per
altri motivi, anche con i dirigenti del loro paese 19.
Un’idea è comune alla totalità degli autori jugoslavi. Un
certo grado di statalismo, quello che appunto essi tendono
spesso a definire anche « socialismo di Stato », è conseguenza
legittima e in gran parte benefica delle rivoluzioni socialiste
così come si sono prodotte in questo secolo in paesi carat­
terizzati da particolari ritardi di crescita economica e politica,
quali la Russia, la Cina o la Jugoslavia. L’aspetto positivo
di questo fenomeno sta nella funzione che lo Stato uscito
da tali rivoluzioni assume, procedendo non solo alla difesa
delle loro conquiste, ma anche all’introduzione consapevole

Edvard Kardelj, Memorie degli anni di ferro, Roma 1980, pp. 128-9
(ed. orig. Borba za priznanje i nezavisnost nove Jugoslavie. 1944-1957,
Beograd-Ljubliana 1980); Veljko Korač, Il socialismo nei paesi sotto-
sviluppati, in La rivolta di « Praxis », a cura di Giovanni Ruggeri,
Milano 1969, pp. 273-83.
18 P. Vranicki, Marksizam i socijalizam cit., p. 84.
19 Sulle vicende della rivista « Praxis », cfr. le notizie fornite
da Roberto Gatti, I marxismi all’opposizione nei paesi dell’Est. Ele­
menti per una riflessione sull’idea e sulla realtà del socialismo, Roma
1978, pp. 23-48.
168 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

di taluni « elementi di socialismo », come la proprietà pub­


blica di determinati mezzi di produzione. Il grado di socia­
lismo implicito in simili trasformazioni è però ancora molto
basso e, soprattutto, instabile. Da questo punto di partenza
sono infatti possibili linee di sviluppo non solo diverse, ma
contrastanti, in aperta lotta tra loro. Una sarebbe la contro-
rivoluzione classica, restauratrice dei vecchi ordinamenti. Ma
quando tale minaccia sia sventata, un conflitto si ripropone.
Una linea di sviluppo rivoluzionario porta all’ampliamento
di quei primi elementi di socialismo, mediante l’affermazione
dei suoi contenuti democratici, la partecipazione dei lavora­
tori alla direzione degli affari pubblici, 1’« autogoverno » o
1’« autogestione » della società, il tendenziale « deperimento »
dello Stato. Un indirizzo opposto porta invece alla sopraffa­
zione di queste potenzialità da parte dello stesso Stato rivo­
luzionario e delle sue burocrazie, che si rafforzano al di là
di quanto era mai accaduto nel passato sino a trasformarsi
in nuovi oppressivi Leviatani.
Già alla fine degli anni ’50 uno degli ideologi dell’espe­
rienza jugoslava, Milentije Popovič, osservava come lo svi­
luppo sovietico « sotto Stalin » fosse andato appunto per
l’ultima strada « verso il consolidamento dell’apparato di po­
tere, verso la burocratizzazione » e poi, dopo la guerra, verso
un’estensione internazionale di questo sistema, spinto sino
a manifestazioni parossistiche. Lo stalinismo è quindi la
forma più drammatica di sopravvento dello statalismo, poi­
ché « mira tendenzialmente a una situazione nella quale lo
Stato sia onnipresente, onnisciente e regolatore di tutto »,
simile quindi al « dio dei cristiani ». Numerosi altri scrittori
jugoslavi hanno poi ripreso questa tesi
Tale analisi di fondo, che può essere sin qui considerata
patrimonio comune del marxismo jugoslavo, si è però svi-

20 M. Popovič, op. cit., pp. 231, 235; S. Stojanovič, op. cit., pp.
54-5, 57; Mihailo Markovič, Stalinism and Marxism, in Stalinism cit.,
p. 301.
Vili. Sopravvento dello « statalismo » 169

luppata, a opera dei singoli autori, in direzioni diverse. C’è


chi ha cercato di definire le caratteristiche « stataliste » dello
stalinismo. Markovie ne ha indicate sei che gli sembrano
« necessarie e sufficienti » a descrivere il fenomeno: 1) una
rivoluzione anticapitalistica violenta che non si sviluppa oltre
la sostituzione del potere della borghesia con quello $ una
burocrazia politica; 2) un’ossatura della società costituita da
un partito disciplinato, monolitico e gerarchico, che ha il
monopolio del potere economico e politico e riduce ogni
altra organizzazione a propria « cinghia di trasmissione »;
3) uno Stato che prolunga la sua esistenza al di là della sop­
pressione della classe capitalistica, in quanto dittatura della
direzione del partito o di un suo singolo capo; 4) una società
di « benessere collettivista » in cui persistono molte forme
di alienazione economica e politica; 5) in caso di Stato mul­
tinazionale, una subordinazione delle nazioni più piccole
alla nazione dominante; 6) una soggezione alla sfera poli­
tica di tutta la cultura, sottoposta a censura e controllata
dal partito. Questo elenco, che potrebbe anche essere con­
siderato una sintesi delle concezioni staliniane, viene giudi­
cato da Markovič il segno di una rottura col marxismo che
costituisce un « formidabile ostacolo » per un effettivo moto
rivoluzionario della classe operaia21.
Un secondo autore, Stojanovič, ha denunciato quello che
chiama il « mitq statalista. deLsocialismo », un mito — egli
dice — dominante nel XX secolo, che ha avuto nella Russia
staliniana la sua espressione maggiore, ma che non va con­
siderato estraneo neppure alla socialdemocrazia22. In tutti i
casi infatti esso fa dipendere i progressi socialisti essenzial­
mente dall’azione dello Stato. Si tratta di un mito — asse­
risce Stojanovič — perché il suo risultato non è affatto il
socialismo. Nell’Urss in particolare, esso non ha portato il
socialismo, ma a un « nuovo sistema di sfruttamento e di

21 M. Markovič, in Stalinism cit., pp. 299-300, 318-9.


22 S. Stojanovič, op. cit., pp. 49, 72.
170 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

classi » antitetico al pensiero di Lenin e alle premesse della


rivoluzione: sarebbe sorta così una nuova formazione sociale,
detta appunto statalismo che, nata dal rovesciamento del
capitalismo, non può più essere considerata capitalistica, ma
non è neppure socialista. Stojanovič si avvicina quindi alle
idee sulla « nuova classe », che abbiamo esaminato nel capi­
tolo precedente, ma lo fa con maggiore prudenza di Gilas,
in quanto meno di lui sviluppa l’analisi sociologica e politica
di quella « classe statalista », che è per Stojanovič la nuova
classe dominante nelle società di questo tipo 23.
Il contributo più significativo è comunque venuto da
Vranicki, che più degli altri ha cercato di combinare l’ap­
proccio storico con queste sintesi di filosofia politica o, come
egli stesso ha scritto, di non affrontare il problema « in
modo statico », mediante la ricerca di acconce definizioni,
bensì di coglierlo nel suo dinamico svolgimento24. Lo ha
fatto in una serie di lavori che ci permettono di seguire una
certa evoluzione del suo pensiero. Il punto di partenza è
stato anche per lui quell’insieme di tesi che abbiamo visto
comune a tutta la scuola jugoslava. Lo statalismo è un pro­
dotto delle rivoluzioni socialiste di questo secolo. Lo è in
quanto socialismo di una « fase inferiore, detta talvolta
socialismo di Stato » che, per farsi socialismo e comuniSmo,
deve « avere in sé la propria negazione », deve cioè lasciare
spazio a quei « processi di ordine sociale che determinano
l’indebolimento dello statalismo, la sua estinzione, la fine
del monopolio statale ». Le concezioni di Stalin andavano in
senso diametralmente opposto, verso il massimo potenzia­
mento di tali fattori. Vi è stata a questo punto una pro­
fonda rottura con Marx e con Lenin. Per Stalin il socialismo
si identificava con lo Stato, con la « statalizzazione di tutti
i principali settori della vita sociale », con la « proprietà e
gestione statale dei mezzi di produzione, con la distribuzione

23 Ivi, pp. 49-51, 72-3.


24 P. Vranicki, Ntarksizam i socijalizam cit., p. 68.
Vili. Sopravvento dello « statalismo » 171

statale del plusprodotto ». Ne è risultato non un progresso


socialista, ma « la formazione statalistico-burocratica più forte
e organizzata » che sia mai esistita « nell’era moderna »25. 26
La maggiore originalità di Vranicki comincia là dove egli
si dimostra in grado di percepire il contenuto profondamente
drammatico di questo processo per quanto riguarda l’Urss.
Se in un primo tempo egli aveva considerato lo stalinismo
come una grave « deformazione » del « socialismo di Sta­
to » più tardi il suo giudizio si è appesantito e si è arti­
colato storicamente. Egli ha colto come lo sviluppo sovie­
tico in un senso piuttosto che nell’altro non si fosse potuto
fare senza lacerazioni traumatiche e come le concezioni sta­
liniane e la stessa personalità di Stalin, pur essendone un
fattore importante, non ne fossero la componente unica. Ha
introdotto quindi la nozione di una << controrivoluzione sta­
talistico-burocratica »27, 28che avrebbe avuto corne protagoni­
sti Stalin e la sua frazione e avrebbe trovato in una parte
degli apparati politici la sua base sociale. I momenti di frat­
tura nella storia postrivoluzionaria sono anche da lui indi­
cati, così come l’evidenza dei fatti suggerisce, nella « svolta »
del ’29-30 e nelle repressioni massicce degli anni ’36-38. Il
risultato si è rivelato una « novità storica fino allora sco-
*
nosciuta » .
98
Il corso degli eventi — dice Vranicki — è stato deviato
dal suo indirizzo rivoluzionario in modo imprevisto. Non
solo si sono troncati violentemente « i processi sociali già
messi in moto », ma si sono « gettati gli ultimi brandelli
di una visione del socialismo nel vecchio ripostiglio dei
reperti storici ». Si sono soffocati elementi di socialismo che
erano presenti nell’originario « socialismo di Stato ». Il po­
tenziamento della macchina burocratico-statalista si è fatto

25 Id., Storia del marxismo cit., vol. II, pp. 148-63, 172-4.
26 Ivi, p. 174.
27 Id., Mlarksizam i socijalizam cit., pp. 77, 81.
28 Ivi, p. 60.
172 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

con la violenza, mediante lo sviluppo di rapporti sociali


« tipici del capitalismo di Stato » e metodi di dispotismo
politico che hanno, ad esempio per quanto riguarda i rap­
porti tra potere statale e cultura, anche tratti fascisti. Lo
stesso partito staliniano è stato il prodotto di una dramma­
tica trasformazione del vecchio partito della rivoluzione, che
è divenuto « il freno principale dello sviluppo del socialismo
e il promotore di rapporti burocratico-statalisti ». È stata una
vera e propria mistificazione ideologica presentare tutto que­
sto come socialismo «edificato »: una simile operazione pre­
supponeva «un concetto di socialismo [...] in piena antitesi
col concetto elaborato dal marxismo » æ.
Nello stesso tempo Vranicki avverte come nessuna di
ueste categorie, specie se intesa in modo « rigido », possa
saurire la complessità dello stalinismo. In particolare ciò

S
ale per termini come « burocrazia » o « capitalismo di
tato »:

Quel che caratterizza ancora lo stalinismo e che non deve


necessariamente ritrovarsi in ogni forma di rapporti tipici del
capitalismo di Stato è costituito proprio dalla sua origine storica.
Esso non è sorto dal seno di un capitalismo organicamente svi­
luppato, ma in seguito a un’involuzione e a una degenerazione
di una fra le prime rivoluzioni socialiste. [...] Perciò lo stalinismo
non solo porta in sé tutta un’eredità rivoluzionaria, secondo
teorie deformate [...] ma la pone anche in particolare risalto con
tutta una serie di reazioni morali ed emotive29 30.
Allo stesso modo la burocrazia politica in questo sistema
« adempie al ruolo di classe dirigente », ma in tale funzione
sta « l’unica sua somiglianza con l’idea di classe ». È vero
infatti che essa « occupa un determinato posto nel sistema
di produzione », ma « non si tratta di una classe storica­

29 Ivi, pp. 76-8, 81, 82-4, 97 (l’intero saggio sullo stalinismo:


ivi, pp. 51-114).
30 Ivi, p. 80.
Vili. Sopravvento dello « statalismo » 173

mente definita in modo netto ». Come potrebbe esserlo « se


i suoi membri — e pensiamo qui all’intera burocrazia pri­
vilegiata, tecnocrazia compresa — dimostrano di avere una
esistenza talmente labile che la loro stessa vita può dipen­
dere dalla disposizione d’animo di un segretario dispo­
tico? »31. 32
In queste osservazioni non vi è la preoccupazione
di accentuare o mitigare giudizi di valore, ma quella di capire
contraddizioni e conflitti specifici introdotti dallo stalinismo
nella storia sovietica.
Proprio questo tipo di conflitti ha originato le tragedie
della seconda metà degli anni ’30 nell’Urss. Tale afferma­
zione non è del solo Vranicki fra gli autori jugoslavi. Anche
Stojanovič scrive infatti che « il grado di violenza cui lo
stalinismo fu costretto a ricorrere mostra come la resistenza
socialista alla decadenza statalistica sia stata forte »: esisteva
un’alternativa e gli « staliniani » ne « hanno ben sentito
l’autenticità »; « perciò hanno combattuto i loro avversari
con tanta astuzia e ferocia » æ. Vranicki aggiunge a sua volta
che è certamente questa « una delle ragioni più importanti »
per cui un’intera « generazione » bolscevica venne « sacrifi­
cata »: una generazione che, anche quando aveva appoggiato
Stalin, era rimasta « pur sempre intimamente legata alla rivo­
luzione; i metodi leninisti di direzione non le erano scono­
sciuti e le prospettive per le quali aveva cominciato a bat­
tersi ancor prima della rivoluzione restavano la molla prin­
cipale dei suoi comportamenti e delle sue azioni »33.
Più rilevante delle conclusioni cui sono giunti i singoli
autori resta comunque l’indirizzo generale della scuola jugo­
slava, la sua capacità di suggerire una stimolante linea di
ricerca. Quali che fossero i loro giudizi su singoli aspetti
della storia dell’Urss, i suoi esponenti hanno visto lo svi­
luppo dello statalismo, nell’Unione Sovietica o altrove, come

31 Ivi, pp. 98-9.


32 S. Stojanovič, op. cit., pp. 63, 69.
33 P. Vranicki, Marksizam i socijalizam cit., pp. 53, 59.
174 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

parte di un processo universale che ai loro occhi resta rivo­


luzionario: ne hanno in genere sintetizzato il contenuto col
concetto di « transizione » su scala mondiale da una società
a un’altra, dal capitalismo al socialismo. Per quanto lontani
da quella che essi ritengono la corretta immagine del socia­
lismo, tutti i fenomeni di statalismo, stalinismo compreso,
vanno, secondo loro, analizzati in questo quadro. Ciò vale
anche per il « capitalismo di Stato » dei paesi dell’Occidente,
sebbene esso non sia mai stato ritenuto dagli jugoslavi una
vera « via al socialismo » perché avulso da « un’azione poli­
tica cosciente » che si muova in questa direzione 34. Si capi­
sce meglio in tale luce come essi possano giudicare la ten­
denza statalista comune a diverse forze politiche, compresa
la socialdemocrazia che tante speranze ha riposto nello « Stato
del benessere » (welfare state)35. Ma analoghe costatazioni
si estendono anche a quei fenomeni, come lo stalinismo, da
molti di loro giudicati profondamente negativi tanto da
essere considerati autentici ostacoli per uno sviluppo socia­
lista: respingerli non significa ignorare che rappresentano
anch’essi un moment»p~&ia pur negativo, di quel medesimo
processo. /
Le analisi jugoslav5' sòno state uno stimolo importante
anche per il pensiero marxista in altri paesi, che ne ha rice­
vuto impulso per dedicare un’attenzione nuova ai problemi
dello Stato moderno, delle sue funzioni, della sua evolu­
zione: un’attenzione che si è comunque manifestata anche
fuori dalla Jugoslavia con analisi più teoriche che storiche.
È il caso, in particolare, del filosofo greco-francese Poulant-
zas, prematuramente scomparso, che ha pure visto lo stali­
nismo come statalismo, cioè come manifestazione di una

34 M. Popovič, op. cit., pp. 198-200.


35 Ivi, pp. 187-8; S. Stojanovič, op. cit., p. 72. Un simile giu­
dizio è espresso in forme ancora più nette da Nicos Poulantzas, Il
potere nella società contemporanea, Roma 1979, pp. 330-1 (ed. orig.
L’Etat, le pouvoir, le socialisme, Paris 1978).
Vili. Sopravvento dello « statalismo » 175

tendenza che non è patrimonio della sola esperienza sovie­


tica, anche se con Stalin è stata spinta sino ai punti estremi
della « statolatria »: Poulantzas tuttavia non è mai passato
dalla generalizzazione teorica all’indagine concreta della storia
sovietica 36.
Un altro studioso francese, Henri Lefebvre, ha visto
addirittura diffondersi nel mondo un nuovo « modo di pro­
duzione », che non è più quello capitalistico, di cui va pren­
dendo il posto, ma non è neppure quello socialista: egli lo
ha definito il « modo di produzione statale {étatique} », cioè
« qualcosa di nuovo e di imprevisto, di incompatibile col
pensiero » di Marx e di Lenin, perfino insospettato dalla
teoria marxista precedente37. 38Tale « modo di produzione »
si andrebbe generalizzando a tutti i paesi, sia pure secondo
una legge di « sviluppo ineguale ». La concezione di Lefebvre
potrebbe avere per noi un’importanza relativa se lo stesso
autore non ci avvertisse che lo « stalinismo », sebbene non
venga analizzato specificamente nei suoi lavori, è appunto
« l’obiettivo e il significato della sua ricerca ». Per Lefebvre
lo stalinismo, consolidatosi sino a diventare sistema tra il
1930 e il 1940, è il « prototipo » del modo statale di pro­
duzione, il « prototipo dello Stato moderno », il fenomeno
che « ha aperto la via su cui si è incamminato il mondo
contemporaneo »M. Socialismo di Stato e capitalismo di
Stato, « vicini per certi aspetti e distanti per altri », si sono,
a suo parere, « divisi » il mondo. Per Lefebvre

lo Stato staliniano non ha soltanto espresso la pretesa di gestire,


in nome della rivoluzione proletaria, tutti gli affari di milioni di
uomini. [...] Si è fatto carico primario della crescita delle forze

36 N. Poulantzas, op. cit., pp. 331-41.


37 Henri Lefebvre, Lo Stato, Bari 1976, vol. II, p. 300 e l’in­
tero vol. Ili, Il modo di produzione statale (ed. orig. De l’Etat,
Paris 1976).
38 Ivi, vol. II, Teoria marxista dello Stato da Hegel a Mao, pp.
295, 298, 300 e vol. Ili, p. 255.
176 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

produttive in un enorme territorio plurinazionale di cui mantiene


con la violenza l’unità. È proprio in tal modo che esso è emerso
quale Stato-guida nel mondo moderno39.

Abbiamo citato Lefebvre soprattutto per segnalare il


punto più lontano cui è arrivata nei fatti la linea interpre­
tativa statalista. Non poche riserve sono possibili per una
simile visione non solo della storia sovietica, ma dell’intera
storia di questo secolo. Dubbi sono stati espressi anche da
autori della scuola jugoslava 40. L’indirizzo nuovo che questa
ha dato alla ricerca resta comunque del massimo interesse41.
La sua prerogativa più notevole è sempre quella di non
fondarsi soltanto su considerazioni dottrinarie, ma di pren­
dere le mosse da un’esperienza storica vissuta in prima per­
sona — quella dell’autogestione jugoslava — che si vuole

39 Ivi, V. I, Lo Stato nel mondo moderno, p. 260.


40 P. Vranicki, Slarksizam i socijalizam cit., p. 65.
41 Una certa influenza della scuola jugoslava è avvertibile, a no­
stro parere, anche nei lavori di Charles Bettelheim, che resta tuttavia
ancorato alla formula del « capitalismo di Stato », sia pure con uno
sforzo di maggiore approfondimento analitico. Il capitalismo di Stato
è però per lui parte della « transizione dal capitalismo al socialismo »
e sarebbe quindi aperto a sviluppi diversi. Bettelheim sostiene infatti
che vi sono due tipi di capitalismo di Stato, il « capitalismo di Stato
dominato dalla classe operaia », che sarebbe capace di rimuovere i rap­
porti capitalistici, e il « capitalismo di Stato dominato dalla borghesia
statale », che al contrario consoliderebbe quei rapporti. Esempio del
primo caso la Cina di Mao, del secondo la Russia di Stalin. Se
però l’indagine storica sulla vicenda sovietica è sinora rimasta incom­
piuta poiché si arresta proprio alla vigilia della « svolta » del 1930
(Les luttes de classe en Urss, 2 voli.: Première période. 1917-1923 e
Deuxième période. 1923-1930, Paris 1974 e 1977. Ed. ital. Le lotte
di classe in Urss, Milano 1975 e 1978), l’impostazione dei lavori teorici
risente in grande misura dell’idealizzazione della « rivoluzione cul­
turale » cinese, piuttosto diffusa per un certo tempo in vasti ambienti
della sinistra europea (cfr. La transition vers l’économie socialiste, Paris
1968 [ed. it. La transizione all’economia socialista, Milano 1969]
e Calcul économique et formes de propriété, ivi 1970 [ed. it. Calcolo
economico e forme di proprietà, Milano 1970]).
Vili. Sopravvento dello « statalismo » 177

sempre antitetica allo stalinismo e ai suoi prolungamenti


successivi alla morte di Stalin. Tutti i fautori della interpre­
tazione statalista dell’Urss sono anche sostenitori dell’« auto-
gestione », concetto cui gli jugoslavi hanno dato notevole
autorità in tutto il dibattito ideale e politico internazionale.
Certo, rimane aperto il problema di sapere quanto nelle
teorie espresse da questa tendenza sia semplice reazione, non
priva di toni emotivi, all’accresciuto peso degli stati nel
mondo di oggi e quanto analisi più oggettiva del presente
cammino della società umana. Non è tuttavia questa la sede
per discutere un simile interrogativo. Per tutta questa scuola
(l’esempio di Vranicki sta a confermarlo) il suo sforzo di
indagine sembra destinato a farsi tanto più produttivo quanto
più si cala dall’indagine teorica nella concretezza dell’analisi
storica.
Nell’ambito del marxismo si è sviluppata una terza linea
interpretativa, imperniata attorno a un concetto solo in parte
elaborato dallo stesso Marx e lungamente trascurato dal pen­
siero marxista del nostro secolo. È il concetto di « modo di
produzione asiatico ». La discussione attorno a questo ter­
mine ha avuto un risonante rilancio tra la fine degli anni ’50
e i primi anni ’60. Essa ha riguardato solo di riflesso l’Urss,
lo stalinismo e la sua storia, ma ha poi finito col ripercuo­
tersi anche su questi temi, dopo essersi presentata, già all’ini­
zio, con una polemica interpretazione della dittatura stali­
niana e delle esperienze di governo comuniste cominciate
dopo la seconda guerra mondiale.
Ricostruire con precisione filologica il pensiero di Marx
sul « modo di produzione asiatico », impegno per altro non
semplice, richiederebbe qui una digressione troppo lunga,
che non ci sembra necessaria anche perché a questo compito
sono stati dedicati negli anni passati lavori pregevoli che
sono a disposizione di tutti *. Ai fini della nostra esposizione
basterà qui ricordare come nella prefazione a Per la critica
dell’economia politica Marx abbia elencato quello « asia­
tico », accanto a quelli « antico, feudale e borghese moder-

1 Gianni Sofri, Il modo di produzione asiatico. Storia di una


controversia marxista, Torino 1974 (il volume è utile soprattutto
per la ricostruzione del pensiero di Marx e le informazioni sulle
dispute successive); F. Tökei, Sur le mode de production asiatique,
Budapest 1966; Premières sociétés de classe et mode de production
asiatique, in « Recherches internationales à la lumière du marxisme »,
n. 57-58, gennaio-aprile 1967.
182 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

no » fra i « modi di produzione » che hanno via via segnato


« il progresso della formazione economica della società »2.
Dispersi nelle altre opere sono non pochi richiami allo stesso
concetto e non poche indicazioni sulle caratteristiche della
società asiatica: in mancanza di una trattazione sistematica
dell’argomento, ben comprensibile perché non è mai stato
questo il centro degli interessi di Marx, tali accenni si sono
però prestati a letture assai diverse, origine non solo di molte
dispute, ma anche di alcune prolungate eclissi nell’attenzione
per i suggerimenti marxiani (alcuni dei quali rimasti, del
resto, allo stato di manoscritto inedito fino al 1939).
Dopo una di queste lunghe parentesi, l’attenzione sul
modo di produzione asiatico fu richiamata nel 1957 da un
orientalista tedesco emigrato in America, Wittfogel, con un
grosso libro sul « dispotismo orientale »3. Era un curioso
volume, per metà erudito tentativo di sintesi della storia
umana e per metà libello di propaganda politica. L’autore
era uno specialista dedicatosi per molti anni soprattutto allo
studio della storia cinese. Di formazione marxista, era stato
comunista in gioventù, ma dal comuniSmo si era staccato
sin dall’inizio degli anni ’30 e ne aveva abiurato con il mas­
simo radicalismo le idee, tanto da essere poi diventato in
America un ideologo della « guerra fredda » e, all’epoca del
senatore Me Carthy, denunciatore dei suoi colleghi accade­
mici da lui sospettati di condiscendenza per quelle stesse
idee. Nel suo passato vi era tuttavia anche una lunga e seria
attività di ricerca che aveva indubbiamente influenzato i
moderni studi di orientalistica4. Queste diverse caratteristi­

2 Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Roma 1957,


p. 11.
3 Karl A. Wittfogel, Il dispotismo orientale, Firenze 1968 (ed.
orig. Oriental Despotism. A Comparative Study of Potai Power, New
Haven 1957).
4 Per una testimonianza, cfr. Owen Lattimore, La frontiera. Po­
poli e imperialismi alla frontiera tra Cina e Russia, Torino 1970, p.
XXXVIII (ed. orig. Studies in Frontier History, Paris 1962). Il giudizio
IX. Dispotismo industriale 183

che del personaggio trovavano tutte un riflesso nel libro da


noi ricordato, che era anche la sua opera più ambiziosa.
Wittfogel riteneva, lasciandosi lontane alle spalle le
sparse osservazioni di Marx, che in una gran parte del mondo
si fosse sviluppato e fosse rimasto sostanzialmente immutato
nei secoli un particolare tipo di società, da lui definito « so­
cietà idraulica » o « orientale » o anche « agromanageriale »,
che aveva la sua base appunto nell’agricoltura irrigua con
le imponenti costruzioni idrauliche da essa richieste e con
la specifica divisione del lavoro che ne era stata conseguenza.
Imprenditore dei lavori idrici, lo Stato vi avrebbe assunto
un elevato numero di funzioni manageriali e un fortissimo
potere organizzativo, ben presto esteso al di là della sola
sfera degli impianti idraulici, con ripercussioni importanti
in tutti gli aspetti della vita associata, da quello militare a
quello religioso. Questa formidabile concentrazione di fun­
zioni avrebbe conferito al « governo idraulico » il suo « po­
tere autenticamente dispotico ». Sta qui l’origine del « dispo­
tismo orientale », dispotismo « totale » 5.
L’analisi della « società idraulica » richiedeva per Wittfo­
gel anche una particolare « sociologia delle classi », fondata
non sui rapporti di proprietà, che sono debolissimi in una
simile società, ma sul « rapporto con l’apparato di Stato »,
che è invece fortissimo. Lo Stato governa col « terrore to­
tale » e ha bisogno di « sottomissione totale ». Per eserci­
tare le sue funzioni, al di sotto del despota vi è un artico­
lato e numeroso apparato burocratico, che costituisce « una
classe governante nel più completo senso del termine »,
mentre « il resto della popolazione costituisce la seconda
classe importante, quella dei governati »6. Solo la prima
detiene « il monopolio dell’organizzazione burocratica ». Si
registrano, beninteso, stratificazioni nelle due classi: in un

di Lattimore è tanto più oggettivo, in quanto egli fu tra le vittime


di Wittfogel. Cfr. anche G. Sofri, op. cit., pp. 145-7.
5 K. A. Wittfogel, op. cit., p. 169.
6 Ivi, p. 485.
184 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

simile sistema vi sono « molti antagonismi sociali, ma vi è


poca lotta di classe », sebbene esista un più generico « con­
trasto » fra il « popolo » e gli « uomini dell’apparato »7.
Tale tipo di società, nato con gli Stati idraulici in determi­
nate ed estese regioni del mondo, che vanno dall’Egitto an­
tico alla Cina, avrebbe avuto, sia pure con gradazioni e cor­
rezioni diverse, una diffusione geografica anche in altre vastis­
sime parti del pianeta (la Russia, ad esempio).
Tutto il libro — ed era qui il suo motivo panflettistico —
era stato cucito con una affermazione, costantemente riba­
dita, della superiorità della società « occidentale », della sua
storia e del suo sistema. Il principale motivo politico, quello
stesso per cui il volume interessa la nostra analisi, stava
comunque nella presentazione della Russia sovietica e della
Cina popolare come uno sviluppo inedito del vecchio « di­
spotismo orientale », combinato con l’industria moderna.
Non una semplice « restaurazione asiatica » quindi, ma « uno
Stato manageriale » che si differenzia dal vecchio « Stato
idraulico » perché non si fonda più sull’agricoltura soltanto,
ma gestisce con gli stessi metodi l’intera economia: uno
« Stato industriale di apparato », « totalitario » o « comuni­
sta »8. A questo punto anche Wittfogel, nonostante l’appa­
rente originalità delle premesse, sfociava nella teoria tota­
litaria, tanto invalsa all’epoca, fornendo a sua volta un con­
tributo alla già segnalata eterogeneità e contraddittorietà
delle enunciazioni della scuola che a quella teoria si richia­
mava 9.
Non spetta a noi valutare qui il valore delle tesi di Witt­
fogel per quanto riguarda la storia generale delle società
extraeuropee: basterà segnalare come esse abbiano incon­
trato parecchie obiezioni radicali da parte degli specialisti10.

7 Ivi, pp. 521, 527.


8 Ivi, pp. 89, 186, 693-8.
9 Cfr. in questo volume cap. V, pp. 103-6.
10 G. Sofri, op. cit., pp. 139-47.
IX. Dispotismo industriale 185

Il punto che ci interessa è tuttavia un altro. Vi erano motivi


per cui la tematica da lui affrontata era destinata in quel
periodo ad attirare l’attenzione di numerosi studiosi marxi­
sti. Nel movimento comunista questi avevano già ampiamente
dibattuto del concetto marxiano di un « modo asiatico di
produzione » nella seconda metà degli anni ’20, tanto che
il tema aveva trovato un suo richiamo anche nel programma
dell’Internazionale comunista approvato nel 192811. Lo stesso
Wittfogel, che di quel dibattito aveva avuto conoscenza di­
retta, ne aveva ricostruito le principali fasi, non senza fazio­
sità, in alcune pagine del suo libro12. Già all’epoca erano
state la Cina e le sue lotte politiche, il profilarsi di una rivo­
luzione in Oriente accanto al ristagno della rivoluzione in
Occidente, la necessità quindi di conoscere e analizzare
meglio le società dell’Asia a stimolare nell’Internazionale
comunista e nel partito sovietico l’interesse per questo tema.
Lo stesso motivo tornava alla ribalta sul finire degli anni ’50.
Ancora una volta fu la grande riscossa dei popoli colo­
niali, che investiva ormai non soltanto l’Asia, ma anche
l’Africa e l’America Latina, a indurre gli studiosi marxisti
di diversi paesi a una nuova riflessione sulle vecchie conce­
zioni di Marx che erano state nel frattempo accantonate.
Le ultime discussioni che si erano svolte nell’Urss nel 1931
erano rimaste sostanzialmente inconcludenti: per diversi mo­
tivi, meno banali e univoci di quanto si sia talvolta asserito
sulle tracce di Wittfogel, l’idea di un « modo di produzione
asiatico », estraneo alla linea maestra dell’evoluzione delle
società europee, aveva incontrato allora prevalenti opposi­

11 Aldo Agosti, La Terza Internazionale. Storia documentaria,


parte II, 1924-1928, Roma 1976, vol. II, p. 1026. Per una parte
meno nota del dibattito della stessa epoca nei circoli dirigenti sovie­
tici, da cui si evince come le posizioni a favore o contro il « modo
di produzione asiatico » non ricalcassero le divisioni già esistenti tra
i diversi gruppi politici, cfr. Pjatnadcatyj s’ezd VKP(b), Stenografi-
českij otcet, Moskva 1961, vol. I, pp. 733, 805-6, 839-40.
12 K. A. Wittfogel, op. cit., pp. 634-42.
186 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

zioni K. In seguito, tutta l’atmosfera politica degli anni ’30


nell’Urss si era prestata sempre meno alle ricerche teoriche.
Nel ’38, quando aveva voluto sintetizzare, divulgare e rive­
dere a suo uso la filosofia del marxismo in un capitoletto
del manuale ufficiale di storia del partito, Stalin aveva sen­
tenziato che l’umanità aveva conosciuto cinque tipi « fonda-
mentali » di rapporti di produzione: quello della comunità
primitiva, lo schiavistico, il feudale, il capitalistico e, con
l’Urss, il socialista ,4. Tale affermazione, in cui non veniva
lasciato posto a forme « asiatiche » di società, diverse da
quelle elencate, aveva da quel momento fatto testo. Essa
adombrava anche una successione unilineare e universale
nella storia delle società umane, che per la verità aveva una
corrispondenza assai dubbia con le concezioni di Marx. Ma
nemmeno questa discordanza aveva impedito l’adozione dog­
matica della formulazione di Stalin, che appariva allora al
movimento comunista come il massimo interprete del mar­
xismo. Diversi studiosi avevano cercato piuttosto di adattare
alla sentenza staliniana la storia dei diversi paesi.
Con scarso successo, tuttavia. La maggiore attenzione
con cui nei tardi anni ’50 i ricercatori marxisti tornavano
a indagare sulla società e la storia dei paesi extraeuropei
poneva in evidenza ai loro occhi come lo schema staliniano

13 Cfr. Jan Pecirka, Discussions soviétiques, in « Recherches in­


ternationales à la lumière du marxisme », n. 57-58, pp. 59-78. Forte
fu già all’epoca, ad esempio, la preoccupazione di non ridurre la
storia dei paesi orientali a una specie di storia di « seconda classe ».
Si tenga presente che ancora nel 1961 uno degli studiosi che si sarebbe
poi maggiormente impegnato nell’analisi del « modo di produzione
asiatico », Jean Chesnaux, scriveva: « Marx si è prudentemente aste­
nuto dal definire sistematicamente quest’ultimo [il modo di produzione
asiatico], come vorrebbero far credere un certo numero di “ marxo-
loghi ” americani, curiosamente preoccupati di purezza dottrinale a
condizione che questa non porti i popoli d’Asia alla liberazione e alla
vittoria » (« La Pensée », n. 95, gennaio-febbraio 1961, p. 24 n.).
14 I. V. Stalin, Socinenija cit., vol. XIV (1), p. 312 (trad. it. in
Per conoscere Stalin cit., p. 380).
IX. Dispotismo industriale 187

non trovasse affatto riscontro nella realtà, specie se inter­


pretato nella sua rigida successione. Gran parte della storia
di grandi paesi come la Cina, il Giappone, l’India, l’Iran e
di altre parti dell’Asia, per non parlare dell’Africa, non si
incasellava affatto in quella suddivisione dell’evoluzione della
società umana.
Nuove discussioni si accesero specie fra gli orientalisti
di indirizzo marxista in Gran Bretagna, in Francia, nei prin­
cipali paesi interessati, poi anche in Unione Sovietica, in
Italia15. Si moltiplicarono le traduzioni di un manoscritto
marxiano, preparatorio del Capitale, che aveva visto la luce
solo nell’immediata vigilia della seconda guerra mondiale a
Mosca, i Grundrisse der Kritik der Politischen Oekonomie,
dove vi era appunto un capitolo sulle « forme che precedono
la produzione capitalista » 16. Il dibattito si è prolungato
fino negli anni ’70. Naturalmente, opinioni diverse si sono
confrontate circa ciò che va inteso come « modo di produ­
zione asiatico », il suo posto nell’evoluzione delle società
umane, le sue caratteristiche, la sua diffusione geografica, il

15 Ecco una selezione dei testi principali, oltre quelli già citati
nella nota 1 di questo capitolo: « Marxism Today », luglio, settem­
bre, ottobre, novembre, dicembre 1961 e gennaio, febbraio, marzo,
giugno, luglio, agosto, settembre 1962; «La Pensée», n. 114, aprile
1964; n. 117, ottobre 1964; n. 122, giugno 1965; n. 127, aprile 1966;
n. 129, agosto 1966; n. 130, ottobre 1966; n. 132, febbraio 1967; n.
138, febbraio 1968; Sur le «mode de production asiatique», Paris 1969.
Per i testi sovietici: Obščee i osobennoe v istoričeskom razvitii stran
Vostoka. Materialy diskussii ob obscestvennych formacijach na Vosto-
ke: Aziatskij sposob proizvodstva, Moskva 1965; Problemy dokapi-
talističeskich obščestv v stranach Vostoka, ivi 1971; Ju. V. Kača-
novskij, Pabovladenie, feodalizm ili aziatskij sposob proizvodstva, ivi
1971; M. A. Vitkin, Vostok v filozofsko-istoričeskoj koncepcii K.
Marksa i F. Engel’sa, ivi 1972. In Italia il dibattito si estese all’intero
concetto di « formazione economico-sociale »: cfr. « Critica marxista »,
1970, Quaderno n. 4; ivi 1971, n. 4 e 1972, nn. 1, 2-3, 4.
16 L’ed. it. è Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica
dell’economia politica. 1857-1858, 2 voli., Firenze 1968 e 1970. Il
capitolo sulle « forme » è nel vol. II, pp. 94-148.
188 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

suo grado di autonomia e di differenza rispetto alle altre


« formazioni sociali » conosciute e così via. Non si è arri­
vati a conclusioni univoche neanche in questo caso, ma si
sono indubbiamente fatti progressi nell’analisi e nella cono­
scenza delle vie di sviluppo delle diverse società, sempre
meno riconducibili alle sole vicende delle società europee.
In particolare si è tornati a prestare molta più attenzione
a tutta una serie di caratteristiche dello sviluppo « orien­
tale » o « asiatico » — l’importanza dei lavori idraulici, le
funzioni economiche e imprenditoriali dei suoi stati arcaici,
la scarsa diffusione della proprietà privata della terra, il
dispotismo politico — su cui Marx si era soffermato in
diversi scritti.
Assai importante per l’elaborazione del pensiero marxi­
sta, il dibattito aveva sin qui scarsissima attinenza con i pro­
blemi della storia sovietica. Questi restavano tutt’al più sullo
sfondo, nel senso che erano indubbiamente presenti allo
spirito di molti tra coloro che partecipavano alle discus­
sioni. Ma sarebbe stato assai arbitrario pretendere di andare
al di là di questo, quasi che Marx avesse potuto presentire
lo stalinismo o predisporre strumenti destinati alla sua ana­
lisi. Tutti coloro che erano impegnati nei dibattiti tenevano
a separare nettamente le loro posizioni e i loro interessi
scientifici dalle preoccupazioni agitatorie di un Wittfogel,
scendendo in aperta polemica con le sue tesi anche quando
erano disposti a raccoglierne singole intuizioni17.

17 La critica più significativa viene da un filosofo cecoslovacco


che fu assai attivo in tutto il movimento di idee culminato nel rinno­
vamento dubcekiano del 1968 e oggi emigrato dopo essere stato per­
seguitato nel suo paese: « Il “ dispotismo orientale ” è diventato una
concezione che abbraccia tutta la storia da Gengiz-khan a Stalin. In
mille anni di storia Wittfogel distingue solo due tipi di società, quelle
che sono eredi dell’Antichità europea e continuano oggi nel mondo
democratico-borghese e quelle che continuano le tradizioni dell’antico
dispotismo orientale, cioè i paesi socialisti. In questa concezione ogni
cosa è coperta da quell’oscurità in cui tutti i gatti sono bigi. Ma tale
IX. Dispotismo industriale 189

Semmai le implicazioni dirette delle dispute potevano


apparire più evidenti per la Cina maoista, visto che molti
di coloro che partecipavano alla discussione avevano dedi­
cato l’essenziale dei loro studi (come l’ungherese Tökei e lo
stesso Wittfogel, del resto) proprio alla storia passata di
questo paese e da quella storia attingevano gran parte della
loro documentazione favorevole al concetto di un « modo
di produzione asiatico ». Ma il solo fatto che si potesse
sospettare questo collegamento diretto, in un momento che
vedeva l’Urss e gran parte del movimento comunista impe­
gnati in una polemica politica e ideologica con i cinesi, indu­
ceva altri orientalisti, come Stuart Schram, a restare estranei
al dibattito. Oggi crediamo si possa tranquillamente ricono­
scere come il timore che la discussione fosse soltanto una
via traversa per svalutare l’importanza della rivoluzione
cinese appaia, alla luce dei numerosi materiali pubblicati,
del tutto ingiustificato. Contro quella supposizione si era
pronunciato, d’altronde, in modo esplicito uno degli autori
più attivi nella discussione, il francese Chesnaux, che era ad
un tempo sostenitore del concetto di « modo asiatico di pro­
duzione » e caloroso ammiratore, oltre che studioso, della
rivoluzione cinese e degli altri moti rivoluzionari in Asia 18.
Il vero punto di interesse per gli storici era sempre un altro:

oscurità non è la notte della storia, bensì quella di un intelletto che


fu a suo tempo vigoroso e critico. Wittfogel ha pagato un duro prezzo
per avere messo il suo intelletto al servizio di interessi politici ele­
mentari » (Lubomir Sochor, Karl-Augustus Wittfogel, osud jednoho
intelektu, in « Literarni Noviny », 12 novembre 1966, pp. 8-9). Jean
Chesnaux ha scritto che quella di Wittfogel era « una critica odiosa
del mondo socialista contemporaneo, accusato in nome di un determi­
nismo geografico elementare di essere solo la reincarnazione degli
antichi dispotismi asiatici » (« La Pensée », n. 114, marzo-aprile 1964,
p. 35).
18 H. Carrère d’Encausse, S. Schram, Le marxisme et l’Asie. 1853-
1964, Paris 1965, p. 131. La risposta è in Jean Chesnaux, Où en est
la discussion sur le mode de production asiatique? II, in « La Pen­
sée », n. 129, ottobre 1966, pp. 40-1.
190 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

stabilire fino a che punto paesi come la Cina avessero cono­


sciuto nel loro passato stadi di sviluppo sociale analoghi
alla schiavitù del mondo antico o al feudalesimo europeo e
in che misura fossero passati invece per un’evoluzione so­
ciale diversa e originale. Le controversie su questi punti
non erano del resto né nuove, né esclusive dei marxisti. Non
erano state ignorate neppure per la Russia dalla sua storio­
grafia prerivoluzionaria 19. 20
Ciò che rende comunque importanti questi dibattiti an­
che per la nostra indagine è lo spunto che in essi hanno
finito col trovare alcuni rappresentanti del dissenso mar­
xista nell’Est europeo e nella stessa Urss per l’analisi delle
proprie società e della loro storia. Ci soffermiamo sui dissi­
denti di indirizzo marxista perché solo per loro si può par­
lare, a nostro parere, di uno sforzo originale compiuto nel­
l’ambito di una visione dell’esperienza sovietica o cinese
sotto un’angolatura « asiatica ». Va infatti tenuto presente
che l’etichetta di « dispotismo orientale » per lo stalinismo
o per il maoismo non costituiva di per sé una novità nel
dibattito attorno alle società di quei paesi. Wittfogel a parte,
essa era stata impiegata più volte, specie da politici indotti
a ricorrere a definizioni sbrigative che colpissero l’immagina­
zione Quanto alla dissidenza sovietica più radicalmente
antimarxista, si può trovare nelle sue file chi ha assolutiz-
zato le affermazioni di Wittfogel al di là di quanto egli sia
mai stato indotto a fare: il russo Šafarevič ha sostenuto, ad
esempio, che il socialismo, in quanto tale, altro non è se
non ciò che esisteva nella Mesopotamia del terzo millennio
prima della nostra era, nell’impero degli Incas o nell’Egitto
faraonico: quegli Stati « avevano realizzato in modo molto

19 Per una sintesi delle discussioni sull’esistenza di un feudalesimo


russo, che coinvolsero storici noti come Pavlov-Sil’vanskij, Miljukov,
Kareev, cfr. Očerki istorii istoričeskoj nauki v SSSR, voi. Ill, Moskva
1963, pp. 299-303.
20 Un esempio: Le memorie di Anthony Eden. 1945-1957, Mi­
lano 1960, p. 70.
IX. Dispotismo industriale 191

più completo e coerente le tendenze socialiste che noi pos­


siamo osservare negli Stati moderni »21. Inutile quindi pre­
tendere a- una qualsiasi originalità di Stalin!
Ricorderemo in particolare due dissidenti marxisti del­
l’Est europeo: il sovietico Zimin e il tedesco Bahro. En­
trambi sono fortemente polemici con Wittfogel. Le sue
interpretazioni vengono definite da Zimin « artificiose, quasi
sempre unilaterali e in buona parte preconcette ». L’autore
russo ammette che si possono riscontrare affinità « vistose »
e « non casuali » fra il dispotismo staliniano e la « società
fondata sul modo di produzione asiatico », ma esse esigono
« una spiegazione vera » e non « quei raffronti esteriori, a
forti tinte » che sono invece, a suo giudizio, tipici di Witt­
fogel 22. Ancora più aspro il giudizio di Bahro, secondo cui
il libro di Wittfogel « si limita solo a mettere, con spirito
sciovinista, il mondo occidentale borghese in guardia dal
“ pericolo ” asiatico »: esso è stato scritto « non con l’animo
dello storico oggettivo, ma sotto la spinta di un trauma
antisocialista ». Bahro ne respinge quindi « totalmente la
motivazione di base, che inevitabilmente porta [...] alla con­
trapposizione totale nei confronti dei paesi di socialismo
realmente esistente e delle speranze e dei desideri degli
uomini che in essi vivono »23. Il ripudio delle tesi di Witt­
fogel è in pratica tutto ciò che di comune Zimin e Bahro
hanno tra loro: per il resto le rispettive posizioni sono
sostanzialmente diverse.
Quella di Zimin è la più ideologica. Egli non si inoltra
nelle sottigliezze del dibattito marxista sul « modo di pro­
duzione asiatico ». Ne sintetizza i termini per elencare bre-

21 I. Šafarevič, Socializm, in Iz-pod glyb cit., pp. 34-40.


22 A. Zimin, Il problema della collocazione storica dell’Unione
Sovietica (Parallelo storico e ipotesi sociologica), in AA.W., Dissenso
e socialismo. Dna voce marxista del Samizdat sovietico, Torino 1977,
pp. 156, 161, 166.
23 Intervista a Rudolf Bahro in Angelo Bolaffi, La democrazia in
discussione, Bari 1980, p. 95-6.
192 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

veniente quelli che sono, a suo parere, i tratti « più tipici »


di tale società. Zimin raccoglie quindi la tesi sostenuta da
alcuni ricercatori (e respinta da altri) secondo cui quel modo
di produzione si sarebbe delineato agli albori della « prima
svolta » radicale della storia umana, che è il passaggio dalla
primitiva comunità tribale alla società divisa in classi: si
sviluppò in quelle zone del globo che, « per un concorso
di circostanze storiche », furono « le prime in ordine cro­
nologico » a dovere affrontare il compito di quella transi­
zione al fine di superare i limiti del sistema tribale. Fu in­
somma la prima improvvisazione lungo un cammino — quello
delle società classiste — di cui « la storia non aveva ancora
esperienza »24. Ne nacque un tipo di organizzazione « ba­
stardo e deforme », rimasto al di fuori di quella che per
Zimin resta invece l’evoluzione « naturale » della società
classista, caratterizzata dalla successione « europea » delle
forme schiavistica, feudale e capitalistica: un’anomalia, dun­
que, nonostante la sua vasta estensione geografica, ma una
anomalia capace di durare a lungo, perché il forte marchio
tribale che questa società aveva ereditato dalla sua lunga
preistoria la privava di stimoli interni al cambiamento e la
condannava a una sostanziale « immobilità », capace di pro­
lungarsi anche al di là delle sue pur sanguinose convulsioni
politiche25. 26Era quindi per Zimin una società « stagnante »
(giudizio che, nonostante i suoi precedenti marxiani, veniva
visto con diffidenza da molti marxisti impegnati nei dibat­
titi degli anni ’60)

24 A. Zimin, op. cit., pp. 168-9.


25 Ivi, pp. 161-4.
26 « Noi abbiamo sempre insistito con la più grande chiarezza
[...] sulla necessità di non contaminare questa discussione col con­
cetto di “ stagnazione ”. Non esitiamo a dire su questo punto preciso
che Marx ha potuto formulare sulle antiche società orientali un giu­
dizio pessimista da cui ci dissociamo. Siamo attaccati tanto all’idea
che non vi è nella storia un solo schema di evoluzione possibile, quanto
al pensiero che gli stadi per cui sono potuti passare i popoli non
IX. Dispotismo industriale 193

Nell’insieme le concezioni di Zimin, che non è uno spe­


cialista, si distaccano per molti aspetti da quelle che si ritro­
vano nella maggior parte degli studiosi dell’argomento. A
noi la sua visione della storia interessa meno delle conse­
guenze che l’autore ne trae per i tempi moderni. Con un
raffronto, tanto audace da apparire spericolato, Zimin vede
infatti il riprodursi di un fenomeno analogo « nell’epoca
attuale », che è per lui « l’epoca della seconda grande svolta
della storia », quella che nei termini marxisti più ortodossi
egli definisce il « passaggio dalla società classista alla società
senza classi »: un’epoca che Zimin fa iniziare, così come
farebbe qualsiasi altro marxista sovietico, nell’Ottobre 191727.
Come già accadde per la prima sua svolta radicale, anche
di questa seconda svolta la storia ha scarsa esperienza: non
ne aveva assolutamente nessuna all’inizio del secolo. Ne è
risultata nell’Urss, dopo un promettente inizio, una società
ben caratterizzata, ma anch’essa anomala rispetto al « corso
naturale » della storia: una società che non è capitalismo,
ma neanche è socialismo, come sarebbe dovuta essere, né è
infine una forma di transizione dall’uno all’altro, ma è ap­
punto la società staliniana, del tutto abusivamente chiamata
« pieno socialismo ». Estranea alla via maestra della storia,
è anch’essa come l’analogo precedente asiatico, stagnante,
« senza sbocchi », eppure capace di perpetuarsi e di « auto-
conservarsi »28. Se questa ipotesi pessimistica non sembra
tuttavia a Zimin fatalmente predeterminata anche per il
futuro, lo si deve a tre profonde differenze con la « prima
svolta » della storia, che egli elenca così: l’umanità oggi è
diventata « un tutto unico »; i contatti e le comunicazioni
fra le sue parti sono molto intensi; il processo storico non

europei (ed essenzialmente lo stadio “ asiatico ”) erano essi pure in


grado di portare a forme più avanzate, sia per evoluzione interna, sia
per effetto di un’evoluzione combinata » (J. Chesnaux, art. cit., in
« La Pensée », n. 129, ottobre 1966, p. 40).
27 A. Zimin, op. cit., p. 183.
28 Ivi, pp. 169-78.
194 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

è più soltanto « spontaneo », ma condizionato da forti ele­


menti di « consapevolezza » in grandi masse di uomini29. 30
Lo schema di Zimin è ben lontano dal costituire una
linea persuasiva di interpretazione storica. Egli stesso rico­
nosce che « ha bisogno di una conferma » e soprattutto di
un’indagine specifica che sveli come e perché quell’anomalia
si è eventualmente realizzata nell’Urss Lascia quindi in
sospeso i principali problemi. È tuttavia indicativa di un
approccio allo stalinismo che circola in ambienti marxisti
sovietici, probabilmente non solo dissenzienti (ambienti di
cui resta difficile misurare l’entità, anche se è lecito sup­
porre che siano fortemente minoritari, ma non trascurabili).
Al ripudio totale dello stalinismo, esso accompagna non solo
la difesa di fondamentali concezioni marxiste, ma anche
l’apprezzamento di un valore storico universale della rivo­
luzione dell’ottobre ’17, apprezzamento che non sarebbe con­
diviso non soltanto dagli avversari, ma neanche da numerosi
iscritti al Partito comunista sovietico. Lo dice lo stesso Zimin,
certamente a ragion veduta31. I suoi strali polemici vanno
quindi in diverse direzioni.
In conclusione Zimin sostiene: « L’Ottobre non fu inteso
riduttivamente a salvare il popolo russo e lo Stato russo
dell’inizio del XX secolo da una spaventosa arretratezza e
dallo sfacelo; il suo significato risiedette nel realizzare tale
salvezza attraverso la rivoluzione socialista, collegando quel­
l’opera di salvezza alla rivoluzione mondiale, chiamata a com­
piere la grande svolta storicamente matura »32. Fra Lenin,
da una parte, Stalin e i suoi successori dall’altra, per Zimin
non vi è quindi semplicemente rottura, ma capovolgimento
fra ciò che « si doveva » e ciò che « non si doveva » fare 33.

29 Ivi, pp. 178-82


30 Ivi, pp. 185-7.
31 Ivi, p. 184 n.
32 Ivi, pp. 184-5.
33 Ivi, p. 185.
IX. Dispotismo industriale 195

Come giudizio storico, siamo davanti a una sintesi troppo


rapida. La posizione di Zimin risulta ugualmente interes­
sante perché vi si riaffaccia la convinzione, che abbiamo
visto presentarsi sotto molte vesti fra i critici marxisti dello
stalinismo, secondo cui la via di uscita da tale fenomeno va
trovata soprattutto in un processo rivoluzionario mondiale.
L’analisi di Bahro, comunista attivo nella Repubblica
democratica tedesca fino al giorno in cui fu costretto all’esi­
lio, è assai più articolata. Anch’essa è testimonianza di una
insoddisfazione culturale diffusa in più vasti ambienti mar­
xisti dell’Europa orientale34. La rivoluzione dell’ottobre russo
per Bahro ha dovuto affrontare storicamente un compito
diverso da quello che era stato ipotizzato da Marx e che
i suoi stessi protagonisti si erano prefissi. Ai suoi occhi
l’evoluzione della società in Europa è lontana dal rappre­
sentare quel « corso naturale » della storia in cui crede Zimin.
Quello che nello stesso pensiero di Marx « viene generaliz­
zato » è, per Bahro, solo il « ruolo storico dell’Europa, in
particolare nel XIX secolo ». Ne sono rimaste sostanzial­
mente emarginate altre esperienze, essenzialmente extraeu­
ropee. La risposta ai problemi del mondo contemporaneo,
quelli sovietici inclusi, « va invece cercata in Asia, in un’an­
tichità che risale ben più lontano nel tempo, oltre il nostro
passato europeo »35.

La stessa rivoluzione di Ottobre — scrive Bahro — fu ed è


sicuramente molto di più che non la sostituzione della mancata
rivoluzione proletaria nei paesi occidentali, come l’hanno interpre­
tata, deformandola, le limitate aspettative europee. Essa era ed
è innanzitutto la prima rivoluzione antimperialistica in un paese
che, sebbene avviato a uno sviluppo capitalistico, era ancora es­
senzialmente precapitalistico, caratterizzato cioè da una struttura

34 Rudolf Bahro, Per un comuniSmo democratico. L’alternativa,


Milano 1978, pp. 267-9 (ed. orig. Die Alternative, Frankfurt a. M.
1977).
35 Ivi, pp. 45-50.
196 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

socio-economica in parte feudale e in parte « asiatica ». Il suo


primo compito non consistette perciò nella costruzione del socia­
lismo, ma nella rapida industrializzazione della Russia lungo una
via non capitalistica. Solo oggi che questo compito è stato am­
piamente assolto, la lotta per il socialismo si pone nell’Urss al­
l’ordine del giorno36.

La « via non capitalistica » di sviluppo verso l’industria


e verso l’economia moderna è l’idea centrale di tutta la con­
cezione con cui Bahro analizza quelle che egli stesso accetta
di chiamare le società di « socialismo reale ». Si tratta per
lui di un « concetto generale » che « comprende tutti i paesi
che si definiscono socialisti » e consente di « ricercarne l’ori­
gine nel retaggio del cosiddetto modo di produzione asia­
tico ». Quella via ha portato a « un ordine sociale sostan­
zialmente diverso da quello teorizzato da Marx ». Ma ciò
che interessa Bahro non è « l’idea del fallimento del sociali­
smo », bensì la « realtà » di questo « altro tipo di società » 37.
Neanche una rivoluzione in Occidente avrebbe modificato,
secondo lui, il dramma mondiale costituito dall’ineguaglianza
dello sviluppo, per cui la civiltà occidentale capitalistica,
giunta al suo culmine, si trova di fronte « l’intera eredità
del più antico ed evoluto modo di produzione, quello asia­
tico »38. Fu l’imperialismo internazionale a provocare le
nuove rivoluzioni, il cui «vero fine [...] deve consistere
nel trasformare le società precapitalistiche in modo che in
esse si realizzi un autonomo processo di industrializzazione
non capitalistico, cioè diverso da quello europeo ». Nasce
così quello che anche Bahro chiama il « dispotismo indu-
striale ». Ma esso non è un semplice prodotto dell’eredità
asiatica ». È anche il risultato di una manifestazione nuova
della « funzione civilizzatrice svolta dallo Stato in tutta la
storia dell’umanità ». « Lo Stato come severo educatore

36 Ivi, p. 54.
37 Ivi, pp. 13-4; A. Bolaffi, op. cit., p. 96.
38 R. Bahro, op. cit., pp. 55, 62, 71.
IX. Dispotismo industriale 197

della società nella sua trasformazione tecnica e sociale in


senso moderno: tale modello — scrive Bahro — compare,
a partire dal 1917, ovunque un paese precapitalistico, o la
minoranza che ne è alla guida, si prepari a entrare attiva­
mente nel XX secolo » 39. 40
Anche la società russa era assai meno capitalistica di
quel che Lenin avesse pensato. Vi convivevano più forma­
zioni sociali: la « più antica e profonda » costituita dalla
« burocrazia semiasiatica »; quella feudale, liquidata solo in
parte; infine, la formazione « più recente », il capitalismo,
con la sua borghesia e il suo proletariato, « concentrata in
alcune città ». Dal rapporto tra le classi e dall’intera tradi­
zione storica russa doveva « necessariamente derivare una
concezione del ruolo dello Stato nel periodo di transizione
diversa da quella di Marx » *. Bahro afferma quindi: « La
funzione storica del Partito bolscevico “ di tipo nuovo ”
consistette nel preparare e creare l’apparato capace di rea­
lizzare la rivoluzione positiva dell’antica struttura della so­
cietà russa e di attuarne l’industrializzazione forzata. [...]
Quando tale duttile, arrendevole strumento fu pronto, il
Partito comunista non esisteva ormai più. C’era al suo posto
un’amministrazione politica fiancheggiata da organi di eser­
cizio del terrore ». Bahro quindi non accentua le differenze
fra Lenin e Stalin. Indica solo che nel primo era sempre
presente la coscienza di una « mediazione in vista della,
seppur lontana, meta socialista » che « doveva continuare
a vivere » nel partito. Stalin invece, « proclamando molto
prima del tempo l’esistenza di una realtà socialista, mentre
faceva eliminare gli esponenti della vecchia guardia, provò
e portò a compimento ad un tempo la distruzione di questa
coscienza »41.
Credo si possa affermare a questo punto che, sia pure

39 Ivi, pp. 132-5.


40 Ivi, pp. 94-9.
41 Ivi, pp. 121-4.
198 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

dall’angolatura marxista che gli è propria, Bahro raggiunge


nella sua analisi conclusioni spesso coincidenti con quelle dei
sostenitori di un’interpretazione fondata sulla « rivoluzione
dello sviluppo ». La sua appare in sostanza come la versione
marxista di quella linea interpretativa. Naturalmente, dicendo
questo, non si sottovaluta affatto l’originalità rappresentata
dal ricorso alle categorie marxiste per affrontare questo tipo
di problemi. È un’originalità tanto meno trascurabile in
quanto consente all’autore di procedere a un’analisi partico­
lareggiata delle società dette di « socialismo reale » che non
è intesa mai come puro esercizio sociologico, ma come stru­
mento di lotta per promuovere in quelle società e tra le forze
che operano nel loro interno un’autentica battaglia socialista.
Resta tuttavia vero che anche la sua interpretazione presta
il fianco alle stesse obiezioni che già si erano rivelate possi­
bili per l’intera scuola dello sviluppo.
La sua analisi appare, in particolare, segnata da un forte
determinismo, anche se egli stesso ci avverte che è sempre
difficile tracciare un confine fra 1’« evitabile » e 1’« inevita­
bile ». Eccone alcuni esempi: « La presa del potere dei bol-
scevichi in Russia non avrebbe potuto condurre a nessun’altra
struttura sociale se non quella che oggi ci è dato di vedere »;
anche per la collettivizzazione agraria Bahro trova che « i
bolscevichi vi furono costretti dalle circostanze »42. Egli fa
quindi sostanzialmente proprio il concetto di una « neces­
sità » dello stalinismo. È vero che nel far questo Bahro parte
da una preoccupazione legittima. Non vuole ignorare, ma
conoscere le « ragioni storiche » che stanno dietro quei feno­
meni: esse « non sono invenzioni arbitrarie e non devono
perciò essere né scusate, né giustificate, bensì analizzate e
descritte ». La polemica di Bahro si concentra piuttosto
contro chi vuole spacciarne i risultati per socialismo, « subli­
mandoli come eterni e naturali »43. È una battaglia politica

42 Ivi, pp. 96-7, 108.


43 Ivi, p. 39; A. Bolaffi, op. cit., p. 98.
IX. Dispotismo industriale 199

che ha dalla sua parte eccellenti motivi e gli argomenti con


cui egli la combatte sono molto seri. Ma ciò non toglie che
anche la sua interpretazione rischi di soffrire di quell’unila­
teralità fatalista, che abbiamo spesso riscontrato anche nei
fautori non marxisti delle spiegazioni della storia sovietica
imperniate sulle esigenze dello sviluppo.
Capitolo decimo

ALTRI CONTRIBUTI IMPORTANTI


L’analisi delle principali tendenze interpretative potrebbe
a questo punto essere conclusa; al di fuori di quelle che
abbiamo visto sin qui, non se ne sono delineate altre degne
di nota. La rassegna resterebbe tuttavia incompleta se non
si segnalassero anche alcuni contributi che non possono
essere inclusi in nessuna delle scuole esaminate ma che, sia
pure per aspetti parziali del problema, hanno avuto un
rilievo particolare nel dibattito storiografico. Non intendiamo
con questo ricordare tutti gli studiosi che, tanto nell’Unione
Sovietica, quanto fuori dei suoi confini, hanno dato un ap­
porto originale all’indagine su singoli motivi della storia
dell’Urss, acquistando in questo modo un posto di rispetto
nell’opera complessiva di ricostruzione critica dell’intera vi­
cenda sovietica. Nomi importanti potranno quindi apparire
trascurati. Basterebbe citare quelli di Kennan, Rudolf Schle­
singer, Werth, Shulman e tanti altri, impegnati o no in
attività accademiche. Non si tratta ovviamente di una que­
stione di meriti. È l’angolatura stessa dell’analisi che abbia­
mo scelto a imporci di concentrare l’attenzione solo sugli
autori che si sono impegnati più direttamente nel dibattito
interpretativo o comunque gli hanno fornito spunti inte­
ressanti.
In questo quadro due storici vanno specialmente presi
in considerazione, l’uno sovietico, l’altro inglese. Il primo
è Roy Medvedev, il secondo Edward Carr. Si tratta di due
studiosi profondamente diversi per origine, formazione e
concezioni. Il lavoro di entrambi si è imposto all’attenzione
per quanto di nuovo essi hanno portato alla documentazione,
204 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

alla ricostruzione e quindi alla conoscenza dei fatti, piuttosto


che per un disegno interpretativo esplicitamente enunciato
o palesemente implicito nell’impostazione del loro lavoro.
Entrambi però, sia pure da angoli visuali assai differenti,
sono intervenuti a più riprese anche nelle dispute interpre­
tative, le hanno arricchite di considerazioni originali, gli
hanno fornito materiali nuovi e più accurati. Cercheremo
quindi di sintetizzare ciò che di specifico ha caratterizzato
il loro intervento.
Roy Medvedev è, oltre che storico, uno degli esponenti
più rilevanti del dissenso politico o, almeno, dell’opposi­
zione critica nel quadro del regime sovietico. Quando met­
tiamo in luce la sua opera, non lo facciamo per concentrare
l’attenzione soltanto su di lui, giudicando aprioristicamente
irrilevante il potenziale esplicativo che si cela nell’insieme
dell’attività svolta da altri storici sovietici. Al contrario. Da
saggi che studiosi come Gefter, Tarnovskij, Danilov o Gen­
kina hanno dedicato a momenti e questioni specifiche della
storia sovietica possiamo indurre che almeno alcuni di loro
avrebbero non poco da dirci anche per quanto concerne la
sua interpretazione generale. Ma il loro lavoro è sottoposto
alle rigide regole della censura che vige in Urss. Una delle
più deprecabili conseguenze di questo ferreo regime censorio
sta proprio nel privare noi e gli stessi sovietici del contri­
buto di prim’ordine che questi studiosi e altri come loro
avrebbero potuto portare al dibattito sui problemi che qui
ci interessano. Via via che fra gli anni ’60 e ’70 nell’Urss
si è irrigidita l’interpretazione ufficiale della storia patria,
ogni indirizzo un po’ autonomo è stato messo al bando e
perfino ricostruzioni corrette del pensiero leniniano sono
state addebitate a colpa dei loro autori perché non facilmente
conciliabili con la teoria della continuità gloriosa di tutta
l’esperienza sovietica *.

1 Un classico esempio di questo tipo di polemiche può essere


considerato V. Golikov, S. Murašov, I. Čchikvišvili, N. Šatagin,
X. Altri contributi importanti 205

Allo stesso destino si è potuto sottrarre Medvedev solo


perché, pur continuando a vivere a Mosca, è stato capace di
far pubblicare i suoi lavori all’estero. In Urss questi sono
sempre rimasti proibiti e hanno trovato solo una limitata
circolazione clandestina2. Di essi non si può non fare una
menzione particolare proprio a proposito dello stalinismo,
se non altro per la grande influenza che hanno avuto nel
promuovere la conoscenza storica dell’intero periodo che è
legato a quel termine. Il contributo essenziale che è venuto
da Medvedev riguarda proprio la ricostruzione dei fatti, la
rivelazione di documenti e informazioni inedite, la collezione
di preziose testimonianze che sarebbero altrimenti andate
irrimediabilmente perdute3. La preoccupazione interpretativa
passava per lui in seconda linea di fronte a questo compito

S. Šaumjan, Za leninskuju partijnost’ v osvesčenii istori! KPSS, in


« Kommunist », 1969, n. 3. Per un riassunto delle discussioni, cfr.
George M. Enteen, A Recent Trend in the Historical Front, in « Sur­
vey », vol. XX, n. 4, autunno 1974.
2 Medvedev era, così come gli storici sovietici da noi citati in
precedenza, membro del Partito comunista sovietico, ma è stato espulso
dalle sue file nel 1969. Al momento della sua esclusione si è persino
sentito chiedere da un esponente del partito perché si fosse « arrogato
il diritto di affrontare e studiare gli eventi della nostra storia » e chi
lo avesse « autorizzato a scrivere un libro su Stalin ». Secondo lo
stesso personaggio, « tutto quanto c’era da dire era già stato detto
nella risoluzione del Comitato centrale sul culto della personalità del
30 giugno 1956 » (Roy Medvedev, Intervista sul dissenso in Urss, a
cura di Piero Ostellino, Roma-Bari 1977, pp. 43-4).
3 Soprattutto per le testimonianze vi è un’altra opera che va
certamente ricordata e che ha avuto un’influenza superiore a quella
di Medvedev nel far conoscere gli aspetti più repellenti del sistema
repressivo e carcerario staliniano. È il famoso Arcipelago Gulag di
Aleksandr Solzenicyn (Milano 1974 e 1975) che ha avuto una diffu­
sione mondiale più vasta di qualsiasi libro di Medvedev. Di questa
opera non si è contestato il coraggio morale, né il valore testimoniale.
Si è invece posto in dubbio il carattere di analisi storica oggettiva: lo
ha fatto, in particolare, lo stesso Medvedev (Roy Medvedev, Il se­
condo volume di « Arcipelago Gulag » di Solzenicyn, in Dissenso e
socialismo cit., pp. 67-79).
206 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

fondamentale. Il titolo prescelto per la sua opera più monu­


mentale e più famosa, interamente dedicata agli anni di Sta­
lin, suonava infatti Giudichi la storia. Sentenza e interpre­
tazione sembravano dunque affidate ai posteri. Non vi era
tuttavia in Medvedev ombra di agnosticismo. Già il sotto­
titolo dello stesso volume era: Genesi e conseguenze dello
stalinismo4. L’autore è stato, del resto, uno di coloro che
più hanno contribuito ad accreditare la validità storiografica
del termine stesso di « stalinismo » in quanto capace di desi­
gnare un periodo e un fenomeno specifico della storia sovie­
tica, che non potevano essere identificati con tutta quella
storia nella sua complessità 5.
Quanto agli spunti interpretativi, Medvedev ha voluto
suggerirli secondo un indirizzo marxista e leninista, inteso
in modo apertamente polemico con gli schemi della dottrina
ufficiale che si insegna nell’Urss. È un indirizzo che lo stesso
Medvedev preferisce chiamare « socialismo scientifico » e
non « marxismo » o « marxismo-leninismo », senza per que­
sto disconoscere la funzione che Marx e Lenin hanno avuto
rispettivamente nella sua formazione e nel suo sviluppo6.
La distinzione ha una sua importanza. Medvedev ritiene
infatti che vi sia un modo corretto, scientificamente accer­
tabile, di dar vita a una società socialista e che alla sua ela­

4 L’opera apparve per la prima volta negli Stati Uniti: Roy A.


Medvedev, Let History Judge. The Origins and Consequences of
Stalinism, New York 1971. Lo stesso editore, Alfred A. Knopf, pub­
blicò più tardi in lingua russa una seconda e più ampia edizione del
libro: K sudu istorii. Genezis i posledstvija stalinizma, ivi 1974. La
traduzione italiana, condotta sulla prima edizione inglese, è Roy A.
Medvedev, Lo stalinismo. Origini, storia, conseguenze, Milano 1972.
5 L’eccellente curatore dell’ed. ingl. dell’opera, David Joravsky,
osservava nella sua prefazione, ancora agli inizi degli anni ’70: « Sta­
linismo è in se stesso un termine che può causare confusione perché
molti in Occidente hanno solo una vaga nozione della differenza tra
lo stalinismo e il sistema sovietico o il comuniSmo in generale »
(Roy A. Medvedev, Let History Judge cit., p. xi).
6 R. A. Medvedev, Intervista sul dissenso cit., pp. 30-1.
X. Altri contributi importanti 207

borazione teorica e pratica Marx, Engels, Lenin e altri espo­


nenti di quella stessa ricerca abbiano dato un contributo
importante, anche se non esauriente e quindi tuttora aperto
a un costante lavoro di indagine. Lo stalinismo gli appare
in questa cornice come una somma di deviazioni, errori,
deformazioni profonde di quel modo corretto. La sua ana­
lisi è dunque in gran parte una ricerca di responsabilità.
Egli non tralascia le responsabilità corali; ma il suo accento
cade soprattutto su quelle personali del tiranno, « usurpa­
tore » del potere nel quadro del primo esperimento socia­
lista della storia7.
Lo stalinismo non è per Medvedev motivo sufficiente per
negare globalmente la validità di ciò che nel suo paese si è
fatto dal 1917 in poi col proposito di dar vita a una società
socialista. Costituisce però un passivo pesantissimo e, a suo
giudizio, ingiustificabile, che ha lasciato su quel cammino
una vasta ombra nera, ha avuto conseguenze nefaste e con­
tinua ad averne. Al di là di alcune indicazioni generali Med­
vedev non enuncia una propria distinta visione di quel che
debba essere il modo corretto di procedere verso il socia­
lismo. Si affida in genere a quanto si può trovare appunto
nelle opere di Marx, di Lenin o di altri scrittori socialisti.
Risulta chiaro tuttavia che quel modo corretto implica per
lui più consenso e meno costrizione, partecipazione convinta
di masse di cittadini, ampie garanzie di libertà culturali, cioè
qualcosa di profondamente diverso da quanto accadde negli
anni staliniani; l’operato di Stalin fu anzi, secondo l’analisi
di Medvedev, una tragica negazione di tutte quelle ipotesi,
imposta con cinico e sistematico inganno. Suo risultato fu
quindi uno « pseudo » o « falso » socialismo (Ižesocializm)
mescolato ad alcune autentiche conquiste socialiste che erano
soprattutto il frutto della rivoluzione 8.
Questa impostazione generale ha indotto Medvedev a

7 Id., Lo stalinismo cit., p. 15 (ed. russa, p. 27).


8 Ivi, pp. 660-7 (ed. russa, pp. 1104-5).
208 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

prendete posizione in tutta una serie di dispute interpreta­


tive. Egli ha respinto polemicamente l’idea che lo stalinismo
fosse una conseguenza necessaria dell’ottobre 1917. Vi è in
lui il rifiuto di ogni determinismo storico:

Se il sistema politico e sociale creato dopo l’ottobre 1917


doveva inevitabilmente condurre allo stalinismo, se la storia non
offriva altre possibilità di sviluppo, se tutto era rigidamente pre­
determinato, dobbiamo allora accettare anche un’altra tesi: pure
la rivoluzione di ottobre con tutte le sue manifestazioni risulta
determinata rigidamente da tutto il precedente mostruoso sistema
dell’autocrazia russa. [...] In altre parole, per spiegare lo stali­
nismo dovremmo riandare a epoche sempre più lontane della
nostra storia, probabilmente fino al giogo tartaro. Ma questo
sarebbe sbagliato: equivarebbe a giustificare, non condannare lo
stalinismo9.

Medvedev ritiene che vi siano sempre alternative aperte


per lo sviluppo storico e che, in particolare, vi fossero per
la società sovietica così come era uscita dalla rivoluzione e
dalla guerra civile. Tali alternative furono solo debolmente
interpretate da coloro che divennero storicamente gli anta­
gonisti di Stalin, ma si rivelarono a loro volta responsa­
bili di non pochi « errori ». In sostanza, la vera alternativa
allo stalinismo era per Medvedev qualcosa che è esistito nei
fatti e cioè la politica della Nep, sia pure via via corretta
in base alle esigenze che si affacciavano nella società 10.
Così come « non fu assolutamente » inevitabile conse­
guenza della rivoluzione, lo stalinismo non fu neppurè figlio
di Lenin. La contrapposizione fra Lenin e Stalin può appa­

9 Ivi, p. 438 (ed. russa, p. 695).


10 Ivi, pp. 438-9 (ed. russa, pp. 675-7). Per la lotta di Stalin
contro le opposizioni degli anni ’20, cfr. ivi, pp. 54-70, 74-98
(ed. russa, pp. 75-112, 119-61). Alla figura di Bucharin lo stesso autore
ha dedicato anche uno studio specifico: Roy A. Medvedev, Gli ultimi
anni di Bucharin, 1930-1938, Roma 1979 (titolo orig. N. I. Bucharin.
Poslednie gody žizni).
X. Altri contributi importanti 209

rire in Medvedev colorata ancora dalle tinte del mito, il


primo rappresentando « tutto ciò che di meglio » e il se­
condo « tutto ciò che di peggio » vi era « nel movimento
rivoluzionario russo » 11. Le date della rottura fra questi
aspetti di opposto segno della tradizione rivoluzionaria sono
per Medvedev quelle stesse cui abbiamo dovuto fare più
volte riferimento nella nostra analisi. La prima sta fra il
1928 e il 1933: «Fu quello il momento della netta nega­
zione del leninismo e della transizione allo stalinismo » 12. 13 14
La seconda va vista nelle repressioni di massa fra il 1936
e il ’38, «completamento di un’usurpazione del potere nel
partito e nel paese, lungamente progettata e realizzata per
tappe » n.
Con questo Medvedev non nega che premesse dello sta­
linismo o condizioni favorevoli al suo successo si fossero
create anche prima e fossero rintracciabili in alcuni aspetti
del bolscevismo o della storia degli anni leniniani. All’inda­
gine di questi motivi ha dedicato, oltre che diverse pagine
della sua opera principale, alcuni studi specificiM. Nello
stesso modo egli non ignora che una serie di circostanze
oggettive, risalenti alla più vecchia storia russa o inerenti ai
rapporti mondiali negli anni ’20 e ’30 del nostro secolo,
hanno avuto un forte peso nella « genesi » e nello sviluppo
dello stalinismo. L’insieme di questi fattori non gli sembra

11 R. A. Medvedev, Lo stalinismo cit., p. 441 (ed. russa, p. 701).


12 Id., Intervista sul dissenso cit., p. 140.
13 Id., Lo stalinismo cit., ed. russa, p. 687.
14 Id., Dopo la rivoluzione. 1918, Roma 1977 (titolo orig. Srazu
posle revoljucii. Vesna 1918-go goda'}. Cfr. anche Sergei Starikov, Roy
Medvedev, Philip Mironov and the Russian Civil War, New York
1978. Questo libro è un eccellente contributo all’analisi di un aspetto
poco studiato della guerra civile, quello che riguarda il ruolo dei
cosacchi del Don. Esso è fondato sulla ricca documentazione inedita
raccolta da Starikov nella sua lunga indagine sull’argomento. La figura
di Mironov, centrale nel volume, è stata oggetto anche di una rievo­
cazione letteraria in Jurij Trifonov, Il vecchio, Roma 1979 (ed. orig.
Starik, Moskva 1978).
210 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

però mai sufficiente per spiegare la natura del fenomeno.


Tra l’uno e l’altro dei suoi scritti si possono trovare diverse
contraddizioni circa le proporzioni « controrivoluzionarie »
del potere staliniano15 : il contrasto con la rivoluzione e
l’originario bolscevismo resta tuttavia il pilastro della sua
analisi.
Il che non significa trascurare la complessità dello sta­
linismo. Medvedev è stato fra i più accorti nell’attirare l’at­
tenzione sull’appoggio di massa di cui Stalin e il suo governo
poterono avvantaggiarsi. La stessa espressione « culto della
personalità » gli sembra degna di non essere accantonata,
anche se allude soltanto a un aspetto, e neanche il più im­
portante, dell’intero fenomeno, proprio perché coglie quella
« strana varietà laica di credenza religiosa » che, alimentata
dalTalto, accompagnò e sorresse il potere staliniano16. Vi
sono in Medvedev anche indicazioni interessanti circa quella
che egli considera la « base sociale » dello stalinismo. È una
base in cui si possono riscontrare diverse componenti. Gli
apparati statali e politici fortemente burocratizzati e in alcuni
casi, per usare la sua espressione, « degenerati » ne costitui­
scono una parte assai rilevante, ma pur sempre una parte
e non un tutto. Per il resto quella base era costituita sia da
operai, specie quelli recentemente inurbati, affluiti nelle fab­
briche dalle campagne per via della rapida industrializza­

15 « Oggi alcuni comunisti definiscono Stalin un controrivoluzio­


nario e giudicano gli avvenimenti del 1936-38 alla stregua di un
colpo di Stato controrivoluzionario. Ma questa è un’eccessiva sempli­
ficazione dei fatti » (R. A. Medvedev, Lo stalinismo cit., pp. 456-7 ;
ed. russa, pp. 730-1). « Lo stalinismo in molte sue manifestazioni fu
la controrivoluzione al potere, fu la restaurazione parziale dell’auto­
crazia zarista, camuffata sotto le parole di fedeltà al leninismo »
(R. Medvedev, L. Zanotti, L’Urss alle soglie del 2000 cit., p. 63).
16 R. A. Medvedev, Lo stalinismo cit., pp. 441-3, 446 (ed. russa,
pp. 701-7, 711-2). Medvedev definisce anche lo stalinismo come una
« malattia », una « lunga e grave malattia » di cui il « culto » sarebbe
uno dei « sintomi », ma « di gran lunga non il principale » (ivi,
ed. russa, p. 20).

t
X. Altri contributi importanti 211

zione, sia da intellettuali di fresca estrazione proletaria o


contadina17: in altre parole, si tratta degli strati sociali
emersi con la burrascosa promozione sociale che fu provo­
cata dalla crescita economica oltre che dall’origine rivolu­
zionaria del nuovo regime. Attento a non semplificare l’ana­
lisi della società sovietica, né con Stalin, né dopo di lui,
Medvedev respinge la teoria della « nuova classe », pur
essendo ben consapevole dell’avanzare di uno « spirito di
casta » e di « ben precisi elementi di un’oligarchia burocra­
tica » nelle sfere dirigenti del paese 18.
Ciò che interessa Medvedev sono le contraddizioni pro­
prie della società sovietica, ieri e oggi. Nel suo lavoro egli
è guidato dallo scrupolo dello storico, persuaso che nulla di
buono possa uscire dall’oblio o dalla falsificazione delibe­
rata del passato o anche dalla semplice mancanza di una sua
ricostruzione veritiera. Ma, senza soffocare l’oggettività dello
studioso, vi è in lui anche la preoccupazione del politico
che indaga sulla realtà presente e passata del suo paese, di
cui egli si sente pienamente partecipe e in cui, appunto per
questo, vuole introdurre radicali riforme, cercando le forze
che possono rivendicarle e attuarle.
Con l’inglese Carr passiamo a tutt’altro tipo di studioso.
Come Medvedev, egli ha avuto una grande influenza sugli
studi di storia sovietica; ma l’ha avuta in uno spirito e in
una direzione assai differenti. Entrambi tuttavia hanno rap­
presentato, nei mondi culturali, profondamente diversi, in
cui si sono formati, un impegno di ricerca capace di corag­
giose innovazioni. Medvedev è stato la prima voce prove­

17 Ivi, pp. 500-6, 522 (ed. russa, pp. 812-25, 826); R. Medvedev,
L. Zanotti, L’Urss alle soglie del 2000 cit., pp. 69-70.
18 R. A. Medvedev, Lo stalinismo cit., p. 653 (ed. russa, pp. 1093,
1117-8); R. Medvedev, L. Zanotti, L’Urss alle soglie del 2000 cit.,
pp. 39-41; Roy A. Medvedev, La democrazia socialista, Firenze 1977,
pp. 356-7 (ed. orig. Kniga o socialističeskoj demokratii, Amsterdam
1972). Converrà anche cfr. la traduzione francese, De la démocratie
socialiste, Paris 1972, pp. 343-4.
212 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

niente dall’interno dell’Unione Sovietica, in polemica ma


non in rottura col regime, a fornire un quadro complessivo
della storia postrivoluzionaria che si distaccava da quello
fornito dall’ideologia ufficiale. Carr operava in un’atmosfera
più propizia per una libera indagine. Ma anch’egli dovette
innovare risolutamente rispetto a una tradizione di studi
che restava caratterizzata da una forte carica passionale e
che era ancora dominata da una profonda repulsione per
l’intera esperienza sovietica. In questo senso il suo nome
è stato più volte associato a quello di Isaac Deutscher, poi­
ché entrambi si collocarono all’inizio sensibilmente « al di
fuori » di quello che era l’indirizzo predominante (il main­
stream} del mondo accademico occidentale 19. 20 Legati da ami­
cizia e stima reciproche, entrambi affrontarono effettivamente
il loro studio con animo nuovo. Ma Carr, ancor più di Deut­
scher, poteva farsi forte di dedicarsi a tale impegno col
« necessario distacco » In base a questa premessa ha con­
dotto per tre decenni un minuzioso lavoro, impressionante
per ricchezza e accuratezza di documentazione, nonché per
acutezza di analisi, che resta tuttora un punto di riferimento
obbligato. La capacità di perseguire quest’opera con spassio­
nata lucidità è testimoniata dal modo come l’impianto del
suo scritto principale si è andato modificando, alla luce delle
scoperte via via compiute, rispetto al piano iniziale21.

19 S. Cohen, in Stalinism cit., p. 9.


20 Cfr. la prefazione dell’autore a Edward H. Carr, La rivoluzione
bolscevica. 1917-1923, Torino 1964, p. xi (ed. orig. The Bolshevik
Revolution. 1917-1923, London 1950-53).
21 Cfr. ivi, pp. xi-xii, con rimpianto definitivo dell’opera, dove
ai primi tre volumi sulla rivoluzione (uno nell’ed. it.) seguono: un
volume, The Interregnum. 1923-1924, London 1954 (ed. it. La morte
di Lenin. L’Interregno: 1923-1924, Torino 1965); tre volumi, Socia­
lism in One Country. 1924-1926, London 1958-64 (due volumi nell’ed.
it. Il socialismo in un solo paese. 1924-1926, Torino 1968-69); tre
volumi, di cui il primo scritto in collaborazione con R. W. Davies,
Foundations of a Planned Economy. 1926-1929, London 1969- (cinque
X. Altri contributi importanti 213

Al nome di Deutscher quello di Carr è stato associato


anche per essere inserito fra i sostenitori della continuità
lineare della storia sovietica, da cui i due autori si sareb­
bero distaccati solo per la loro maggiore simpatia nei con­
fronti della rivoluzione, non per l’indirizzo interpretativo
generale. Questo giudizio è stato espresso da alcuni critici
di quella teoria22. Ma è un giudizio che richiede precisa­
zioni e riserve. Per Carr, in particolare, è assai difficile acco­
munarlo a uno qualsiasi degli indirizzi interpretativi da
noi presi in esame. Non sta, del resto, nell’interpretazione
la parte più rilevante del suo lavoro. Ciò vale soprattutto
per lo stalinismo. In fondo, è lecito persino sostenere che
tale problema è rimasto sostanzialmente estraneo alla sua
ricerca. La sua opera monumentale riguarda solo i primi
dodici anni della storia postrivoluzionaria: si ferma al 1929,
l’anno che per molti studiosi segna proprio il crinale oltre
il quale lo stalinismo comincia. Il termine stesso di stalini­
smo è rarissimo nei suoi libri. Si potrebbe perfino sostenere,
se non fosse per alcune osservazioni frammentarie contenute
in scritti minori, che egli non si è praticamente occupato
del problema: non ha mai scritto specificamente degli anni
’30, i veri anni staliniani, né dei periodi successivi.
Carr ha tuttavia fornito al dibattito generale sulla storia
sovietica il contributo di alcune importanti considerazioni.
La prima riguarda la rivoluzione russa, che egli finirà col
giudicare « una grande svolta storica », fra le maggiori della
storia dell’umanità, « massimo avvenimento del secolo XX ».
« Radicata in condizioni specificamente russe », essa ha avuto
« portata mondiale »: è stata la « prima sfida aperta al

volumi nell’ed. it. Le origini della pianificazione sovietica, Torino


1972-).
22 S. Cohen, in Stalinism cit., pp. 9-10; R. Tucker, ivi, pp. 84-7.
Il problema, in realtà, appare affrontato in modo già diverso da Isaac
Deutscher, La rivoluzione incompiuta. 1917-1967, Milano 1968, pp. 19-
20, 47-76 (ed. orig. The Unfinished Revolution. 1917-1967, London
1967).
214 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

sistema capitalistico, giunto all’apice nell’Europa di fine Ot­


tocento » e può essere « considerata a un tempo come una
conseguenza e una causa del declino del capitalismo »23. Non
sono conclusioni del solo Carr. Altri studiosi sono disposti
a condividerle. Ma è interessante che Carr sia arrivato a
quella convinzione come risultato della sua ricerca, invece
di averla assunta sin dall’inizio come premessa del suo lavoro.
Poiché, come abbiamo appena visto, il suo nome è stato
associato in una comune tendenza a quello di Deutscher,
che certamente sarebbe stato disposto a sottoscrivere un
giudizio analogo sulla rivoluzione24, 25dobbiamo segnalare
subito un punto essenziale per cui è difficile mantenere
accomunati i due autori. Con qualche riserva, abbiamo in­
fatti analizzato le tesi di Deutscher nel quadro della scuola
« termidoriana », se non altro per la forte influenza che il
pensiero di Trockij, come storico oltre che come politico,
ha avuto su di lui. Lo abbiamo fatto, pur rilevando come
Deutscher fosse critico circa l’uso del concetto stesso di un
« termidoro » sovietico. Non avremmo comunque potuto
farlo per Carr e non soltanto perché la sua matrice culturale
non è — lo dichiara egli stesso — marxista, come era invece
quella di Deutscher. La sua tesi sul tema termidoriano è
infatti molto precisa. Per lui « ogni rivoluzione vittoriosa
ha il suo termidoro » æ. Dall’insieme della sua opera risulta
anzi che non può non averlo. Sebbene questa affermazione
sia stata fatta in anni che risalgono alla fase iniziale della
sua indagine sulla storia sovietica, essa corrisponde a una
convinzione cui non è venuto meno neanche più tardi. Solo

23 E. H. Carr, La rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin, 1917-1929,


Torino 1980, p. 4 (ed. orig. The Russian Revolution. Trom Lenin to
Stalin. 1917-1929, London 1979); Id., 1917 cit., pp. 47-198.
24 Di fatto il suo giudizio è analogo in I. Deutscher, La rivolu­
zione incompiuta cit., pp. 17-8, ed è implicito in tutta la trama
del libro.
25 E. H. Carr, Stalin, in « Soviet Studies », vol. V, n. 1, luglio
1953, p. 3.

J
X. Altri contributi importanti 215

sotto questa angolazione Carr può essere annoverato fra i


sostenitori della continuità dell’esperienza sovietica. Egli è
infatti persuaso che senza la « rivoluzione dall’alto » stali­
niana, « la rivoluzione di Lenin si sarebbe insabbiata » e che
« in questo senso Stalin continuò e realizzò il leninismo »26.
È un’asserzione che può anche apparire legittima, non fosse
altro perché sembra avere dalla sua il modo come nei fatti
sono andate le cose, ma che in realtà non è priva, sia pure
in termini rovesciati, di motivi da « storia ipotetica », cui
pure Carr aborre27.
Questa impostazione implica nello storico giudizi impie­
tosi sui personaggi — Trockij e Bucharin, soprattutto —
che furono antagonisti di Stalin 28. Essa lo ha indotto anche
a vedere le differenze fra Lenin e Stalin prevalentemente in
quanto contrasto di caratteri e a considerare come manife­
stazione di « utopia » (senza porre in questa parola alcuna
sfumatura spregiativa) ciò che nel pensiero di Lenin si armo­
nizzava meno con questa sua concezione generale Ma Carr

26 Id., Studies in Revolution, London 1964, p. 214.


27 Per la contestazione di ogni storia ipotetica, cfr. Id., 1917 cit.,
p. 145. Deutscher ci ha offerto una versione più moderata e anche
più ambigua della tesi di Carr sull’inevitabilità degli sbocchi termido­
riani per una rivoluzione, ricorrendo a una lunga citazione letteraria:
l’apologo del Grande Inquisitore, che Ivan racconta a Alesa nei Fra­
telli Karamazov di Dostoevskij, secondo cui lo stesso Cristo tornato
in terra dovrebbe essere mandato al rogo perché anche il suo insegna­
mento umanistico andava corretto dalla ferrea autorità della Chiesa,
sola capace di vincere la debolezza della natura umana (I. Deutscher,
Stalin cit., pp. 518-9).
28 II suo giudizio è comunque molto più severo per Bucharin,
« debole, amabile e acuta persona presa nel vortice di eventi troppo
grandi per la sua statura morale » (E. H. Carr, Il socialismo in un
solo paese cit., vol. I, p. 164) che non per Trockij, cui vengono rim­
proverate « debolezze di carattere » e « cecità politica », non disgiunte
però da grandezza e da eroismo (ivi, p. 143).
29 E. H. Carr, La rivoluzione russa cit., pp. 193-4; Id., 1917 cit.,
pp. 77-8. Un’analisi più attenta e più sfumata dell’« utopismo » di
Lenin si può trovare in Id., La rivoluzione bolscevica cit., pp. 233-43.
216 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

è studioso troppo attento e scrupoloso per non arrivare a


porsi problemi che possono scuotere le sue convinzioni di
fondo. Egli ha finito quindi col cogliere una più radicale
divergenza fra i due primi dirigenti dello Stato sovietico.
« Lenin — egli ha affermato — manifestò sempre energica­
mente di non credere nella rivoluzione dall’alto ». Quella
di Stalin invece — è questa la conclusione cui Carr finisce
coll’arrivare — fu una « rivoluzione dall’alto » M.
Carr giunge cioè a intuire — sia pure solo in parte,
a nostro parere — che vi era fra Lenin e Stalin un con-
trasto di concezioni:

Per un certo aspetto Lenin rimase radicato nel XIX secolo.


Mentre proclamava la necessità di istruire e influenzare le masse,
continuava a credere che tale educazione potesse avvenire me­
diante la persuasione razionale e la forza dell’esperienza. Verso
la metà del secolo XX questa convinzione aveva perduto gran
parte della sua validità sia nell’Unione Sovietica che altrove. Fu
forse questa la differenza fondamentale che segnò il passaggio
da Lenin a Stalin. Lenin considerava la persuasione o l’indottri­
namento come un processo razionale, nel senso che esso cercava
di inculcare una convinzione razionale nella mente di coloro cui
era diretto. -Stalin,-viceversa, lo considerava un processo razionale
solo nel senso che era programmato e diretto da un’élite razio­
nale. Il suo scopo era quello di indurre numerose persone a
comportarsi in un modo desiderato. Come conseguire questo
scopo era un problema tecnico che costituiva l’oggetto di uno
studio razionale. Ma il mezzo più efficace da impiegare per con­
seguire questo scopo, non sempre, o almeno non spesso, faceva
appello alla ragione30 31.

In realtà, via via che si avvicina ai problemi dello stali­


nismo, l’analisi di Carr conosce intime contraddizioni. Nella
collettivizzazione delle campagne egli ha visto, ad esempio,

30 Id., La rivoluzione russa cit., pp. 195-6, 213; Id., 1917 cit.,
p. 54.
31 Id., 1917 cit., pp. 40-1.
X. Altri contributi importanti 217

« il compimento della rivoluzione agraria cominciata nel 1917


con l’occupazione della terra dei grandi proprietari da parte
dei contadini ». Qui non importa rilevare come l’afferma­
zione sia in sé assai discutibile. È infatti lo stesso Carr a
osservare come la decisione cruciale di quel processo, quella
di procedere alla collettivizzazione in massa, presa ufficial­
mente nel novembre 1929, fosse in realtà in contrasto con
tutto il gradualismo propugnato in precedenza e apparisse
frutto di « casualità e avventatezza ». La sola spiegazione,
ipotetica nell’impostazione, quindi contestabile e contestata,
è: « La situazione [nel ’29] era talmente incontrollabile che
generò uno stato d’animo in cui è facile che i rimedi dispe­
rati siano sembrati l’unica via di uscita » Ora, basta ricor­
dare le enormi, perché durature e sconvolgenti, conseguenze
avute dalle decisioni di quel periodo su tutta la società
sovietica e sulla sua vita politica per avvertire come si sia
verificato allora qualcosa di più radicale che non una sola
scelta « avventata » e « precipitosa ».
Qualcosa di analogo si può riscontrare per un altro giu­
dizio di Carr. Egli ha considerato Stalin come « il despota
più spietato » della Russia, ma anche come un « grande
occidentalizzatore » (il paragone con Pietro è, per questo,
d’obbligo anche ai suoi occhi). Carr ha precisato tuttavia
che Stalin « occidentalizzò » la Russia « attraverso una ri­
volta parte consapevole, parte inconsapevole, contro l’in­
fluenza e l’autorità dell’Occidente e un ritorno a consueti
modi e tradizioni nazionali »3233. Si avverte in tali definizioni
l’eco di una visione della storia ancora fortemente condi­
zionato dalle dispute ottocentesche fra «slavofili» e «occi­
dentalisti » _tussi. Anche su questo punto però le interpre­

32 Ivi, pp. 115, 131; Id., La rivoluzione russa cit., p. 184; E. H.


Carr, R. W. Davies, Le origini della pianificazione sovietica. 1926-1929.
vol. I. Agricoltura e industria, Torino 1972, p. 526. Per una critica
di queste tesi, cfr. R. Tucker, in Stalinism cit., pp. 88-9.
33 E. H. Carr, Il socialismo in un solo paese, vol. I, pp. 175;
Id., La rivoluzione russa cit., p. 197.
218 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

tazioni di Carr sono state poi influenzate dai più ampi svi­
luppi rivoluzionari del nostro secolo, tanto da indurlo a con­
temperare i suoi giudizi sull’« occidentalizzazione » staliniana
della Russia con la visione di una rivoluzione stalinista che
si inquadra piuttosto nella riscossa dell’Oriente. Egli si è
avvicinato a questa posizione partendo da un’analisi che si
presta a sostanziali riserve poiché non trova un riscontro
convincente nella documentazione disponibile: « La svolta
postleninista della rivoluzione socialista comportava che l’ab­
battimento finale del capitalismo sarebbe avvenuto ad opera
non delle sue vittime proletarie nei paesi avanzati [...] ma
delle sue vittime coloniali nei paesi sottosviluppati e che
sarebbe stata compiuta non da una classe economica, ma
da un movimento politico » 34. Più persuasivo è il punto di
approdo, là dove Carr osserva che « i fermenti generati dalla
rivoluzione russa » si sono rivelati « più penetranti e più
fecondi » nei paesi « arretrati non capitalistici ».

Il prestigio — è la sua conclusione — di un regime rivolu­


zionario che grazie in gran parte ai propri sforzi e senza aiuti si
era elevato al rango di grande potenza industriale ne faceva il
naturale vessillifero di una rivolta dei paesi arretrati contro il
dominio mondiale del capitalismo occidentale, che prima del 1914
era stato praticamente incontrastato; e in tale contesto le tare
che svilivano le sue credenziali agli occhi dell’Occidente appa­
rivano irrilevanti35.

Arriviamo così anche alla tesi più famosa, ma anche più


discutibile e discussa, che Carr abbia sostenuto a proposito
dello stalinismo e che è in fondo un corollario della con­
vinzione che il Termidoro sia l’inevitabile coronamento delle
rivoluzioni vittoriose. È la tesi del « carattere essenzialmente
impersonale della politica staliniariaV.~?er lui Stalin fu « la
pìùimpersonale fraTéfgrandi figure storiche » perché poche

34 Id., 1917 cit., p. 47.


35 Id., La rivoluzione russa cit., p. 217.
X. Altri contributi importanti 219

sono state « in misura altrettanto cospicua il prodotto del­


l’epoca e del posto in cui avevano vissuto »3Ó. In realtà,
questa fu l’immagine che lo stesso Stalin si preoccupò di
dare di sé e che certamente gli servì negli anni ’20: si può
quindi capire come abbia potuto sedurre anche storici di
valore. Ma essa non regge alla prova di ciò che accadde nel
decennio successivo (e, per la verità, neppure a una più
attenta analisi del suo comportamento e dei suoi stessi scritti
nel periodo precedente).
Quale che sia l’interpretazione che se ne vuol dare, è
difficile infatti contestare come in molti sviluppi decisivi di
quegli anni proprio la persona di Stalin abbia avuto un ruolo
determinante, tanto che vi è chi ha potuto parlarne come
di « un’era foggiata soprattutto dalla figura stessa di Sta­
lin » La tesi dell’« impersonalità » della politica staliniana
era fondata in Carr (come in Deutscher) sul presupposto
che Stalin non avesse in fondo concezioni proprie, ma le
avesse prese in prestito da altri. Tucker, che è uno dei prin­
cipali critici di quella tesi, ha fatto osservare come questo
non potesse certo essere detto almeno per la concezione,
fondamentale in Stalin, di una « rivoluzione coercitiva dal­
l’alto » A sua volta Medvedev, a conclusione della sua
opera sullo stalinismo, ha rilevato come questo sia una prova
del « grande ruolo della personalità nella storia »39 Curio
36. 37 38 ­
samente infine lo stesso Carr, quando si è trovato a spiegare
alcuni tratti specifici della dittatura staliniana, « inimmagi­
nabili [...] al tempo di Lenin », ha fatto ricorso proprio ad
alcune caratteristiche o credenze personali di Stalin.
Il contributo di Carr all’interpretazione della storia sovie­
tica, come quello di Medvedev, consiste infine anche nelle

36 Id., Il socialismo in un solo paese cit., vol. I, pp. 167, 175-6.


37 A. Rabinowitch nell’introduzione a The Soviet Union since
Stalin ćit., p. 1.
38 R. Tucker, in Stalinism cit., pp. 86-7.
39 R. A. Medvedev, Lo stalinismo cit., p. 681 (ed. russa, p. 1136).
220 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

sue polemiche contro diverse correnti interpretative da noi


passate in rassegna nei capitoli precedenti. Già abbiamo visto
come egli sia, anche in questo al pari di Medvedev, critico
della teoria della « nuova classe ». Così pure egli trova « in­
sostenibile » la tesi di chi definisce « capitalismo di Stato »
ciò che « è stato realizzato con la pianificazione sovietica »:
troppi elementi essenziali del capitalismo — dall’imprendi­
toria privata al ruolo del profitto e alla legge della domanda
e dell’offerta — mancano del tutto o hanno una funzione
puramente « ausiliaria ». « L’economia pianificata sovietica
— scrive Carr — fu ovunque riconosciuta come una sfida
al capitalismo » e « fu uno dei maggiori risultati della rivo­
luzione ». Per lui sarebbe quindi sciocco negare il titolo
di « socialista » a questa « impresa », ma sarebbe anche in­
gannevole pretendere di ritrovarvi ciò che per Marx o per
Lenin il termine di socialismo significava. « Se gli obiettivi
potevano essere definiti socialisti, i mezzi usati per raggiun­
gerli furono spesso la negazione stessa del socialismo »40.
Con Carr e con Medvedev non abbiamo certo esaurito
tutti gli aspetti più minuziosi del dibattito storiografico sul-
l’Urss. Senza di loro, comunque, il quadro sarebbe stato
lacunoso. Con loro riteniamo invece di avergli dato una
fisionomia più compiuta, almeno nei suoi tratti essenziali.

40 E. H. Carr, La rivoluzione russa cit., pp. 213-4.


Capitolo undicesimo

STALINISMO DOPO STALIN


E STALINISMO FUORI DELL’URSS
Quali che siano le interpretazioni che si danno dello sta­
linismo,-due-problemi restano largamente aperti all’indagine.
Il primo concerne quel che è rimasto in vita dello stali­
nismo dopo che Stalin è scomparso o, in altre parole, quali
sono stati o possono essere i suoi aspetti più durevoli, am­
messo che ve ne siano.
Il secondo ha un carattere più generale. Come abbiamo
visto sin qui, lo stalinismo è stato considerato dagli inter­
preti delle diverse scuole qualcosa che riguarda soprattutto,
se non esclusivamente, la storia sovietica. Ma è possibile
circoscriverne in questo modo la portata o non abbiamo
invece di fronte a noi una tendenza di più ampio significato
che ha investito altri paesi e periodi diversi da quello che
lo vide nascere e prevalere nell’Urss?
Sebbene le due questioni siano in parte connesse, cer­
cheremo di esaminarle separatamente e solo per quel tanto
di aiuto che possono fornirci al fine di completare l’analisi
del molteplice sforzo interpretativo che è l’oggetto della
nostra esposizione.
I due temi segnalati non sono infatti i soli che si pre­
sentano allo storico per quanto riguarda l’evoluzione post­
staliniana dell’Urss e, tanto meno, per quanto riguarda la
storia dei fenomeni nuovi del mondo contemporaneo o quella
dei suoi cambiamenti rivoluzionari negli ultimi decenni. An­
che nell’ambito della sola Unione Sovietica, resta terreno di
studio quasi inesplorato tutto l’ultimo trentennio. Ciò im­
plica la necessità di una meditata valutazione del decennio
chruscioviano e delle sue riforme, riuscite o abortite che
224 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

siano, poi del successivo periodo, ormai quasi ventennale,


della direzione collegiale, imperniato sulla figura di Leonid
Breznev. Se si eccettua qualche opera pionieristica, inevita­
bilmente parziale, il maggior lavoro di ricerca è tuttora da
fare. Tale costatazione non può sorprendere, visto che si
tratta di anni a noi tanto prossimi. Non possiamo d’altra
parte pensare di colmare qui la lacuna *. Perciò evocheremo
questi problemi solo in quanto interessano l’asse principale
della nostra ricerca.
Un’avvertenza è necessaria. Se le passioni non sono mai
totalmente spente quando si parla di un qualsiasi momento
della storia dell’Urss, via via che dai suoi periodi più lon­
tani ci avviciniamo al presente e quindi le vie di indagine
per lo storico sono ancora da tracciare, lo scrupolo dello
studio scientifico si trova ancor più facilmente a intrecciarsi
o a scontrarsi con le preoccupazioni politiche o le preven­
zioni. ideologiche.
Al di là di questa premessa, l’osservazione complessiva
ci dice che l’interpretazione dello stalinismo da parte dei
singoli studiosi influenza fortemente anche il giudizio che
ognuno di loro formula sulle sorti del fenomeno dopo la
scomparsa di Stalin. Per dirla con le parole di un ricercatore
americano:

Se le presenti prospettive sovietiche siano elementi di conti­


nuità o di cambiamento da Stalin in poi è questione molto sog­
gettiva. Chruščev e Brežnev hanno alterato l’essenza dello stali­
nismo o hanno semplicemente adattato alle nuove condizioni le
caratteristiche fondamentali del sistema staliniano? La risposta
che ognuno fornisce dipende largamente dalla sua concezione dei
tratti essenziali dello stalinismo e dal suo giudizio sull’importanza

1 Abbiamo tentato di affrontare questi problemi in altra sede, cui


rinviamo chi potesse essere interessato a un più ampio discorso sugli
stessi temi: Giuseppe Boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit., vol. II
e, in particolare i suoi ultimi due capitoli, oltre l’intera parte dedicata
al « decennio chruscioviano ».
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 225

di alcuni innegabili cambiamenti post-staliniani nel processo di


formazione degli indirizzi politici e dell’amministrazione2.

Vi sono, beninteso, punti di generale consenso. Nessuno,


ad esempio, nega che il « terrore » staliniano, specie nelle
sue manifestazioni più ossessive ed esasperate, sia finito, ma
nessuno d’altra parte pretende che l’Urss sia diventata un
paese liberale o che le repressioni politiche vi siano scom­
parse. Fuori contestazione è anche la cancellazione degli
« eccessi » del regime di Stalin; ma una volta stabilito que­
sto punto, divergono le valutazioni del posto che quegli
« eccessi » occupavano nello stalinismo. Così non vi è chi
contesti che si è registrata nell’Urss dopo la morte di Stalin
un’evoluzione degli orientamenti di politica economica, spe­
cie nei confronti delle campagne; ma sull’entità, il significato
e, ancor più, i risultati pratici di tale evoluzione, le discus­
sioni sono ancora molto infervorate3. Se non si disconosce
la presenza di cambiamenti, nessuno ignora come esistano
indiscutibilmente anche tratti specifici dell’Urss staliniana
che persistono nel regime sovietico di oggi. Tutto il dibat­
tito sta nell’accertare l’importanza relativa degli uni e degli
altri.
Meno disposte a mettere in risalto la consistenza dei
mutamenti sono tutte le scuole che sottolineano la fonda-
mentale continuità della storia dell’Urss. Questo vale in
primo luogo proprio per la dottrina ufficiale sovietica. Ac­
canto alla correzione degli « errori » e alla « riparazione »
dei torti, essa ha proclamato in tempi più recenti, senza
peraltro collegarne l’inizio alla scomparsa di Stalin, anche il
passaggio a una « fase » nuova nella crescita della società

2 Erik P. Hoffmann, Changing Soviet Perspectives on Leadership


and Administration, in The Soviet Union since Stalin cit., p. 86.
3 Cfr. ad esempio gli interessanti saggi, entrambi forniti di ampie
bibliografìe: Arthur W. Wright, Soviet Economie Planning and Per­
formance e James R. Millar, Post-Stalin Agriculture and Its Future,
ivi, pp. 113-34, 135-54.
226 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

sovietica, quella che viene definita la fase del « socialismo


sviluppato »: si dichiara pure che problemi diversi rispetto
a quelli passati si sono affacciati e si affacciano in tale fase,
ma questa viene indicata ogni volta come un gradino supe­
riore di una scala sempre ascendente che dura ininterrotta­
mente dal 1917 in poi. L’espressione è entrata nei discorsi
ufficiali e nella stessa Costituzione del 1977, oltre che in
numerose opere sociologiche e divulgative4. L’inedita cate­
goria del « socialismo sviluppato » si concilia a fatica con
le concezioni marxiane sulla transizione da un sistema sociale
all’altro; ma a questo proposito i teorici sovietici sono dispo­
sti ad ammettere che si tratta di un punto per cui la realtà
ha « arricchito », se non proprio « modificato », le imposta­
zioni di una teoria — quella di Marx — che non poteva
avere ancora base sperimentale5.
Cambiata l’algebra dei segni, anche la scuola occiden­
tale della continuità negativa della storia sovietica, così come
quella, largamente coincidente, del totalitarismo, non riscon­
tra in genere cambiamenti di fondo al di là di Stalin. Ab­
biamo già segnalato come uno dei massimi esponenti del­
l’interpretazione totalitaria, Brzezinski, fosse propenso a scor­
gere nei mutamenti poststaliniani, attraverso la formula del
« totalitarismo disfunzionale » soprattutto i segni della crisi
di un unico sistema leniniano-staliniano, rimasto tuttavia

4 La nuova Costituzione sovietica, Roma 1977, pp. 12, 28; L. I.


Breznev, op. cit., pp. 12, 568; M. A. Suslov, Izbrannoe, pp. 653-7.
5 Nella Critica al programma di Gotha, com’è noto, Marx afferma
che « tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo
della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra » (K. Marx -
F. Engels, Opere scelte, Roma 1966, p. 970). Su questo punto, e, in
genere, sul pensiero marxista circa la transizione fra le due società,
si veda il saggio Sull’inizio storico della società socialista in Valentino
Gerratana, Ricerche di storia del marxismo, Roma 1972. Circa le più
recenti posizioni sovietiche, cfr. M. A. Suslov, L)elo vsej partii, in
« Kommunist », 1979, n. 15 e Id., Vysokoc prizvanie i otvestvennost’,
in « Pravda », 15 ottobre 1981.
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 227

sempre lo stesso6. Ma abbiamo anche visto come queste


scuole si trovassero in serie difficoltà proprio di fronte a
sviluppi evolutivi che in teoria non avevano ritenuto pos­
sibili e come queste difficoltà fossero all’origine di non poche
contraddizioni, specie per gli storici più attenti. Sarebbe
quindi sbagliato ritenere che debba esservi un’automatica
identità di giudizio sul periodo poststaliniano fra tutti coloro
che sono disposti ad accettare, almeno nei termini generali,
l’indirizzo di quelle scuole. Cercheremo di dimostrarlo con
due esempi entrambi riguardanti storici che hanno dato il
meglio in opere di indagine specifica su singoli problemi
piuttosto che in propositi di interpretazione complessiva.
Robert Conquest è l’autore, come si è già ricordato, di
uno del migliori libri su quel momento decisivo e caratte­
ristico dello stalinismo che è il 1937, di cui ha colto il valore
di rottura con la precedente storia bolscevica. Eppure egli
resta scettico sui cambiamenti poststaliniani proprio perché,
quando passa dall’analisi circostanziata ai giudizi più gene­
rali, è propenso a sposare la tesi del totalitarismo, sia pure
considerandolo non come fenomeno tipico del nostro tempo,
ma come una tendenza dalle ascendenze secolari. Oggi come
ieri i dirigenti sovietici sono per lui « il prodotto di secoli
di storia diversa dalla nostra », in cui la Russia « ha sempre
avuto come tendenza politica dominante un dispotismo »
che « esige la totale sottomissione dei suoi sudditi » e mani­
festa « una propensione all’espansione illimitata ». Lo stesso
bolscevismo, già nella sua fase leninista, non era altro che
« la versione messianico-rivoluzionaria di questa tradizione
dispotica ». Anche i suoi eredi, Stalin o gli altri, sono « im­
mersi » in questa tradizione e « non possono vedere il mondo
in termini diversi da quelli di tutta la loro storia »7.

6 Cfr. in questo volume, p. 101.


7 The Soviet Union: Internai Dynamics cit., pp. 193-4. Nel ri­
spondere criticamente a queste tesi con un’analisi diversa Stephen
Cohen faceva un’interessante osservazione: « Leggiamo la stessa sto-
228 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Leonard Schapiro, autore di una originale ricerca sulla


storia del Partito comunista sovietico, arriva invece a con­
clusioni assai più problematiche. Non solo perché considera
Chruščev un « grande innovatore ». Scrive infatti:

Ci si chiede se nel 1977 l’Unione Sovietica sia ancora uno


stato totalitario. Certo, Stato e partito gestiscono ancora con
impunità una forte misura di potere arbitrario, mentre le possi­
bilità d’influenzare la conduzione politica sono, per il cittadino
comune, trascurabili. Detto questo, dalla morte di Stalin sono
accadute tante cose che invertire il processo a cui Chruščev diede
una spinta iniziale così potente può risultare difficilissimo. [...]
I discorsi sulla legalità e sui mali del periodo del « culto della
personalità », la vittoriosa asserzione d’indipendenza intellettuale
da parte degli scienziati e, con assai minore successo, degli scrit­
tori, la breccia sempre più vasta nella « cortina di ferro », tutti
questi fattori e molti altri hanno forse avviato per l’Urss un pro­
cesso evolutivo il cui sbocco non si può ancora prevedere8.

A maggiore agio si trova chi ha tentato di innovare seria­


mente l’interpretazione totalitaria, operando un’originale ana­
lisi dello stalinismo come tendenza al « monolitismo ». Tra
costoro abbiamo segnalato l’australiano Rigby, che aveva
visto nel fenomeno staliniano la confluenza di una « società
monorganizzata » con una tirannia personale. La seconda era
— secondo lui — necessaria alla prima perché questa po­
tesse affermarsi, il suo successo implicando che « per mille
vie e in gradi diversi cambiassero gli atteggiamenti e i mo­
delli di comportamento di un’intera popolazione ».

Quando Stalin morì — prosegue il suo ragionamento — la


gente più anziana aveva avuto quasi un quarto di secolo per adat-

ria, studiamo la stessa cosa e arriviamo a conclusioni completamente


diverse» (ivi, p. 241).
8 Leonard Schapiro, Governo e politica in Urss, Milano 1979,
pp. 57-60 (ed. orig. The Government and Politics of the Soviet Union,
London 1965).
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 229

tarsi al sistema, mentre c’era un’intera nuova generazione che,


dall’asilo d’infanzia in su, si era armonizzata coi ruoli e le aspet­
tative del sistema stesso. Nel periodo successivo [...] divenne
ben presto chiaro che il sistema aveva messo radici abbastanza
profonde da poter vivere senza quegli appoggi che erano il culto
del leader e le arbitrarie repressioni di massa.

In sintesi, dopo Stalin dello stalinismo è rimasta la so­


cietà monorganizzata, mentre è scomparsa la tirannia per­
sonale, ormai superflua e quindi sostituita da una « strut­
tura oligarchica del potere ». Rigby non esclude tuttavia che
la vecchia combinazione possa ripresentarsi nel caso di una
« crisi profonda o prolungata »: il successo dello stalinismo,
anche come solo « monolitismo », non gli appare insomma
definitivamente garantito 9.
Nell’insieme tutti coloro che vedono nello stalinismo im­
portanti motivi di rottura con la precedente storia rivolu­
zionaria e bolscevica sono anche più propensi a prestare
maggiore attenzione ai cambiamenti poststaliniani. Abbiamo
visto Robert Tucker sostenere come lo stalinismo fosse la
sostituzione violenta di un modello di « rivoluzione dal­
l’alto », già conosciuto nella storia della Russia zarista,
all’originario modello rivoluzionario bolscevico. Da questa
sua tesi egli trae una conclusione drastica quanto coerente
alle premesse:

Nel suo macabro modo Stalin rimase sino alla fine un rivo­
luzionario, sia pure dall’alto. La stessa cosa potrebbe essere detta
per ben pochi di coloro che egli scelse come suoi associati ed
esecutori e che gli sono sopravvissuti al potere. Ciò aiuta a
spiegare perché lo stalinismo, per lo meno in Russia, dopo Stalin
dovesse essere notevolmente diverso dallo stalinismo del suo
tempo. Una volta che il suo progenitore non era più vivo e in­
vestito della responsabilità degli eventi, lo stalinismo ha perduto
la sua anima rivoluzionaria molto russificata. Da quel momento

9 T. H. Rigby, op. cit., in Stalinism cit., pp. 74-6.


230 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

e in quel paese esso è divenuto ciò che è rimasto sino ad oggi:


un estremo conservatismo comunista con una forte tendenza
nazionalista russa 10.

Conclusioni assai diverse si possono però trovare sotto


la penna di uno storico molto vicino a Tucker come Stephen
Cohen. Egli propone infatti di leggere gli anni poststaliniani
come contrasto e oscillazione fra « due poli », contrasto da
lui inteso come « scontro sociale e politico fra un riformismo
e un conservatismo, proprio nel senso che questi termini
hanno anche in altri paesi ». Lo stalinismo perdurante sa­
rebbe in questo quadro solo la tendenza estrema e « reazio­
naria » di una più generale corrente conservatrice 11. Il rifor­
mismo sovietico ha, secondo Cohen, la sua più lontana ori­
gine nella Nep, ma non proviene soltanto dalla Nep. Al pari
del conservatismo esso affonda le radici nelle stesse contrad­
dizioni dello stalinismo, che è visto da Cohen come un feno­
meno assai composito:

Cominciato come un atto radicale di rivoluzione dall’alto, finì


come un sistema sociale e politico rigidamente conservatore. Com­
binò tradizioni rivoluzionarie e zariste, idee umanitarie di giu­
stizia sociale e terrore, ideologia radicale e orientamenti sociali
tradizionali, il mito della democrazia socialista e del governo di
partito con la realtà d’una dittatura personale, la modernizzazione
con pratiche arcaiche, una burocrazia consuetudinaria col capric­
cio amministrativo 12.

In questi « dualismi » trovano alimento anche i contrasti


successivi. Il movimento riformista dopo Stalin — secondo
Cohen — ebbe il sopravvento con Chruščev, ma la caduta
di questi «inaugurò [...] una reazione conservatrice di

10 R. C. Tucker, op. cit., ivi, p. 108.


11 S. F. Cohen, op. cit., in The Soviet Union since Stalin cit.,
p. 12 e The Soviet Union: Internai Dynamics cit., pp. 210-1.
12 S. F. Cohen, in The Soviet Union since Stalin cit., p. 20.
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 231

grande portata » che sostanzialmente ha caratterizzato tutta


la direzione di Brežnev 13. 14
Lo schema che divide gli anni poststaliniani, ormai equi­
valenti per durata a quelli staliniani, in una fase innovatrice,
seguita da una fase stagnante, se non francamente restaura­
trice, ha incontrato notevole fortuna nelle prime indagini
storiche, per forza di cose assai approssimate, sul periodo
più recente. Un altro giovane studioso, Rabinowitch, trova,
come Cohen, sostanzialmente « riformista », sia pure con
« intermittenze », la fase chruscioviana, mentre ritiene « in­
negabile » che la « spinta » riformistica declinò bruscamente
fra il 1964 e il 1967, quando « cominciò un lungo periodo
di reazione conservatrice agli orientamenti riformisti, che
dura tuttora » M. Anche un autore di formazione e di indi­
rizzo diversi come il britannico Alee Nove, che tende a
vedere tanto Chruščev quanto Brežnev come « prodotti »,
in un certo senso necessari, della società del loro tempo,
esprime un’opinione analoga quando scrive: « Dopo la ca­
duta di Chruščev, la linea “conservatrice” [...] ebbe il
sopravvento in maniera graduale ma inesorabile »15. Si è
arrivati così a parlare di un « neostalinismo », sebbene que­
sto termine sia considerato inadeguato e quindi evitato dalla
maggior parte degli studiosi del fenomeno staliniano.
Non tutti condividono la contrapposizione fra un « rifor­
mismo » chruscioviano e un « conservatismo » brezneviano.
L’intera scuola dello sviluppo che aveva visto nello stalini­
smo un prodotto dell’industrializzazione tende a considerare
il fenomeno storicamente superato ora che la « modernizza­
zione » del paese è per l’essenziale compiuta: quanto di sta­
linismo permane le appare quindi come una sopravvivenza

13 Ivi, pp. 16-7; The Soviet Union: Internai Dynamics cit., pp.
214-9 (qui è sviluppata un’ampia analisi delle motivazioni e delle
manifestazioni del presente conservatismo sovietico).
14 A. Rabinowitch, in The Soviet Union since Stalin cit., pp. 5-7.
15 A. Nove, Stalin e il dopo Stalin in Russia cit., pp. 210, 232,
257.
232 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

di quel periodo, inadeguata ai problemi nuovi dell’economia


e della società sovietica che il regime tenta di affrontare,
qualcosa che in termini marxisti si chiamerebbe una « sovra­
struttura » non più corrispondente alla struttura sociale e
quindi in conflitto con la crescita delle forze produttive, ma
che tuttavia continua a vivere per forza inerziale, pur attra­
verso modifiche e adattamenti. In tale quadro alcuni studiosi
considerano meno profondi i cambiamenti chruscioviani,
mentre ritengono che gli anni brezneviani siano stati non
una reazione al precedente riformismo, ma una continua­
zione e, per certi aspetti, perfino un’accentuazione del pro­
cesso innovativo.
Il più categorico è l’americano Jerry Hough, studioso
assai attento dei movimenti più capillari della società sovie­
tica, che vede nell’Urss brezneviana una nuova avanzata del
processo di cambiamento almeno in tre direzioni: una mag­
giore diffusione del potere di decisione; una maggiore libertà
di discussione dei problemi concreti della vita pubblica, che
finisce coll’avere anche riflessi più generali; un maggiore egua­
litarismo. Tutto questo va naturalmente inteso per Hough
in senso relativo; rappresenta comunque un’evoluzione con­
forme alle esigenze di un paese ormai industrializzato 16. Un
giudizio più sfumato, ma sostanzialmente analogo, viene da
Erik Hoffmann che scorge sotto il governo di Brežnev un
allargamento del processo di elaborazione degli indirizzi po­
litici [policy-making) come conseguenza degli sforzi compiuti

16 J. Hough, in The Soviet Union: Internai Dynamics cit., pp.


267-9. Hough tiene a precisare, per quanto riguarda la « relatività »
dei cambiamenti, che egli continua a considerare « la struttura politica
dell’Unione Sovietica essenzialmente immutata, l’opposizione politica
non ancora tollerata, le elezioni dei Soviet una frode e così via »
(ivi, p. 265). Su un solo punto egli fornisce tuttavia un giudizio più
generale, cioè non soltanto « relativo » ai precedenti della storia sovie­
tica: « Penso che l’Unione Sovietica sia diventata più egualitaria
degli Stati Uniti nella distribuzione del reddito e dei privilegi e
penso che la mobilità tra gli strati più bassi e l’élite politico-economica
di vertice sia più aperta » (ivi, p. 269).
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 233

dalla sua « amministrazione » per « migliorare la capacità


degli organi centrali del partito di guidare e dirigere la società
in un’era di rivoluzione tecnologica e scientifica » 17. Infine
anche fra coloro che condividono il giudizio sul periodo
brezneviano come « reazione conservatrice », c’è chi, come
George Breslauer, segnala fra gli anni chruscioviani e quelli
della successiva « direzione collegiale » soprattutto una diver­
sità di « approccio » allo stesso incombente problema di una
« maggiore partecipazione politica di massa » alla vita pub­
blica: approccio « populista » e « antielitario » quello di
Chruščev, « manageriale » e « burocratico » quello dei suc­
cessori 18. Entrambi sono tuttavia lontani dagli schemi sta­
liniani.
Va rilevato come questi temi ricorrano, sia pure con
accenti meno ottimistici, anche in una parte della dissidenza
sovietica emigrata, che non è tutta schierata con l’interpre­
tazione lineare della storia sovietica, cara a un Solženicyn.
Uno degli autori che più hanno influenzato i giovani ricer­
catori americani è Aleksander Yanov, espatriato dall’Urss, il
quale ha segnalato a sua volta una lotta di tendenze nel-
l’Urss poststaliniana, ma l’ha vista cristallizzarsi soprattutto
attorno all’emergere di quella che egli ha definito una « nuova
destra russa », nazionalista, isolazionista e nello stesso tempo
messianica, che si manifesterebbe sia nella parte stalinista
del mondo ufficiale, sia nel composito mondo del dissenso:
da queste sponde, apparentemente opposte, tale duplice ten­
denza potrebbe convergere in uno stalinismo di tipo nuovo.
Per Yanov quindi ciò che del vecchio stalinismo non solo
resta in vita, ma può trovare manifestazioni inedite è essen­
zialmente il nazionalismo imperiale russo. Si tratta, secondo
lui, di un fenomeno che sopravvive a Stalin perché radicato

17 E. P. Hoffmann, op. cit., in The Soviet Union since Stalin


cit., pp. 76, 78, 85.
18 George W. Breslauer, Khruschev Reconsidered, ivi, pp. 50-
51, 66-7.
234 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

nella società, nella sua storia e non solo nel suo strato diri­
gente: una sopravvivenza assai forte, nonostante le opposi­
zioni di diverso genere che incontra tanto nei circoli al
potere, quanto in quelli dissenzienti19.
Infine, una gamma di giudizi abbastanza diversi può
essere riscontrata anche fra gli studiosi di indirizzo marxista
che non condividono l’agiografica versione sovietica dell’av­
vento del « socialismo sviluppato ». Dalla disputa, almeno
in pubblico, si sono assentati i cinesi, che hanno abbando­
nato la loro interpretazione di un capitalismo « restaurato »
nell’Urss dopo Stalin, perché essi stessi hanno preso negli
ultimi anni la via delle riforme e si trovano oggi a compiere
passi che avevano a suo tempo giudicato per l’Urss come
sintomi di restaurazione 20 : la loro rinnovata indagine sulla
storia sovietica è per il momento solo agli inizi e i suoi primi
risultati vengono esposti con comprensibile cautela21. Per

19 Alexander Yanov, La nuova destra russa. La distensione dopo


Breznev, Firenze 1981. Il volume racchiude due saggi pubblicati se­
paratamente in America: Détente after Breznev, Berkeley 1977 e The
Russian New Right, ivi 1978. I giudizi di Yanov (la translitterazione
del suo nome dovrebbe essere Janov, ma anche in questo caso prefe­
riamo adottare quella scelta da lui stesso per le sue pubblicazioni in
America) si inquadrano in tutta la sua concezione della storia russa
come un alternarsi di fasi « staliniste », di periodi di disordine e di
fasi « brezneviste », cioè di « autoritarismo morbido ». Storicamente
— egli scrive — le fasi « brezneviste » della storia russa si possono
apparentemente spiegare col fatto che il tipo di organizzazione politica
prevalso dalla metà del XVI secolo in Russia — un’« autocrazia » ben
distinta dal «dispotismo orientale» — «non ha permesso l’esistenza di
regimi “ rigidi ”, “ stalinisti ”, oltre la durata della vita di un parti­
colare tiranno » (ivi, pp. 23-4, n. 10).
20 Cfr., ad esempio, il modo come si presentavano in Cina scritti
selezionati dalla stessa stampa sovietica: Speculators at Large in
Moscow, in « Peking Review », 1963, n. 34, pp. 21-2; What a « Col­
lective Barm »!, ivi, p. 22; « Cuncumber Plague », ivi, n. 35, pp. 28-9;
Private Hotels Mushrooms in Orenburg, ivi, p. 29.
21 Cfr. le notizie fornite da Frane Barbieri, Il miliardo, Milano
1981, pp. 34, 123-4. Studiosi cinesi hanno partecipato con interesse
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 235

tutti gli altri studiosi che si vogliono marxisti, non vi è dub­


bio che l’eredità staliniana sia rimasta assai forte nell’Urss:
non sempre però riescono a chiarire in che cosa esattamente
consiste o lo fanno in modo tanto generale da illuminarne
ben poco l’effettivo spessore.
Così per tutti coloro che vedono la società sovietica nei
termini di una società classista tradizionale — siano quelli
del capitalismo puro e semplice o del capitalismo di Stato,
del « collettivismo burocratico » o della « nuova classe » di
Gilas, e poco importa che ne facciano risalire l’origine alla
rivoluzione, alla Nep o a Stalin — lo stalinismo solo questo
è stato e questo rimane. L’adeguamento dei metodi di ge­
stione di una simile società, col passaggio da quelli, ritenuti
semplicemente terroristici, di Stalin a quelli più legalitari dei
suoi successori non rappresenta altro che un consolidamento
del nuovo ceto dominante, del suo potere e del suo mecca­
nismo di sfruttamento degli altri strati della popolazione.
Abbiamo però visto come nelle scuole di derivazione
marxista questa analisi riduttiva del fenomeno sia ben lon­
tana dall’essere unanimemente condivisa. La corrente del
trozkismo ortodosso, che a metà degli anni ’50 aveva for­
temente sperato nella definitiva « caduta » dello stalinismo,
non ha per la verità fornito un contributo originale all’inda­
gine degli sviluppi successivi22: si avverte anche in questo
caso, così come nell’analisi stessa del fenomeno staliniano,
la sterilità di una fedeltà alla lettera degli scritti del maestro
senza la vigoria del suo spirito critico. Assai più vivace è
stato il contributo originale di un Deutscher. Questi è rima­
sto sempre convinto del perdurare dello stalinismo al di là
di Stalin, tanto da attirare ripetutamente l’attenzione sui

a diverse conferenze internazionali: sono stati così presenti al con­


vegno organizzato a Roma nel giugno 1980 dall’Istituto Gramsci sul
tema « Bucharin nella Storia dell’Unione Sovietica e del movimento
comunista internazionale ». (I testi principali dì questo convegno sono
pubblicati nel già citato volume Bucharin tra rivoluzione e riforme.)
22 R. H. McNeal, op. cit., in Stalinism cit., p. 40.
236 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

« limiti » o addirittura sul « fallimento della destalinizza­


zione ufficiale » Ma egli era persuaso, sulle orme di Troc­
kij, che sopravvivesse nell’Urss anche una parte importante
dell’originario spirito rivoluzionario: lo stesso concetto di
« continuità » era da lui usato soprattutto per non perdere
di vista ciò che di quello spirito, secondo la sua analisi, non
aveva mai smesso di vivere, a cominciare dall’« abolizione
della proprietà privata » e dalla « completa nazionalizzazione
dell’industria e della banca »2324. Deutscher ha quindi spiato
sempre con ansia e perfino con eccessivo ottimismo, al pari
di quanto aveva già fatto Trockij, come attraverso « il disa­
gio, la sfiducia e il procedere a tastoni » dell’« era poststali­
niana » la « continuità » con la rivoluzione potesse ripren­
dere il sopravvento sulla continuità dello stalinismo25 : su
questo punto l’influenza del maestro è rimasta sempre for­
tissima in lui.
Dopo le speranze suscitate a Belgrado dalle prime riforme
chruscioviane, anche la scuola jugoslava ha rilevato il persi­
stere nell’Urss di uno stalinismo inteso come « statalismo
burocratico », fondato sulla statalizzazione completa dei
mezzi di produzione. A questo fenomeno essa contrappone
la presenza anche nell’Urss, in parte per esigenze interne
e in parte per influssi internazionali, di uno stimolo al « so­
cialismo autogestito ». Ma, per quanto fiduciosi nella neces­
sità del suo prevalere, ben pochi teorici jugoslavi sono dispo­
sti a sostenere che una simile tendenza sia, non diremo pre­
valente, ma neppure solidamente insediata nella società sovie­
tica di oggi, così come non lo era in quella di Chruščev26.
Più incline invece a valorizzare il carattere radicale dei

23 I. Deutscher, La rivoluzione incompiuta cit., pp. 174-5.


24 Ivi, p. 72.
25 Ivi, p. 76.
26 Cfr. a questo proposito i dibattiti tenuti alla tavola rotonda
di Cavtat nel settembre 1980 sul tema « Socialismo, partecipazione,
autogestione » (i cui atti sono di imminente pubblicazione nella rivista
di Belgrado « Socialism in the World »).
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 237

cambiamenti dopo Stalin è il sovietico Medvedev, secondo


cui-« tT regime fondato sul culto di Stalin si è dissolto dopo
il JQL congresso » 71. Anch’egli, al pari di qualche studioso
americano, è propenso a considerare da questo punto di vista
gli anni brezneviani più proficui dello stesso periodo chru-
scioviano. Attira a questo proposito l’attenzione su riforme
che, per essere meno appariscenti, sfuggono talvolta nel loro
reale significato allo studioso lontano, ma non sono per que­
sto da considerarsi meno importanti per i loro effetti dura­
turi nella società: « La concessione dei passaporti interni ai
contadini, quindi la possibilità per loro di trasferirsi da una
provincia all’altra del paese, ha il valore di una vera riforma
sociale. Hanno sbagliato gli osservatori stranieri a sottova­
lutarne la portata » 2728.
Ciò non significa che Medvedev ritenga lo stalinismo
scomparso: « Molti elementi del sistema pseudosocialista
creato da Stalin sono rimasti più o meno intatti e lo restano
tuttora. La lotta contro lo stalinismo e il neostalinismo in
tutte le sue manifestazioni, palesi o velate, continua a essere
uno dei problemi più importanti »29. 30Medvedev ha avuto
una considerevole influenza su molti studiosi stranieri pro­
prio perché ha insistito sempre nel sottolineare la comples­
sità della società poststaliniana dove, secondo lui, non soprav­
vivono solo lo stalinismo e le tradizioni rivoluzionarie, ma
anche fenomeni antecedenti:

Considero la nostra società come una combinazione contrad­


dittoria di socialismo e di pseudosocialismo, un qualcosa di stra­
ordinario a suo modo. In questa nostra società, dietro la facciata
del socialismo, sotto la fraseologia socialista, possiamo trovare
ancora e toccare con mano rapporti di tipo capitalista e perfino
relazioni e istituti semifeudali
27 R. A. Medvedev, Intervista sul dissenso cit., p. 21.
28 R. Medvedev, L. Zanotti, L’Urss alle soglie del 2000 cit., p. 37.
29 Roy A. Medvedev, The Stalin Question, in The Soviet Union
since Stalin cit., pp. 48-9.
30 R. Medvedev, L. Zanotti, L’Urss alle soglie del 2000 cit., p. 5.
238 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Da questa rapida rassegna credo possa risultare come


per questo primo problema ci troviamo di fronte a una
serie di scandagli, nutriti e condizionati dalle diverse inter­
pretazioni storiche dello stalinismo, piuttosto che a un’ana­
lisi esauriente. Resta ancora in gran parte da studiare quali
componenti dello stalinismo siano rimaste operanti nell’Urss,
quali motivi ne abbiano determinato la capacità di durare,
infine come esse si combinino con altri fenomeni realmente
nuovi o, viceversa, con fattori molto antichi poiché hanno
radici in sviluppi più lontani della storia russa. Via via che
si sgretola l’interpretazione « monolitica » della società sovie­
tica, essa pure di origine staliniana, proprio questo tipo di
analisi è quello che può maggiormente aiutarci a compren­
dere più a fondo non solo la natura dello stalinismo come
problema storico, ma la stessa società sovietica di oggi e le
possibilità di una sua futura evoluzione.

Lav risposta a questi interrogativi può essere in parte


facilitata da una migliore comprensione del secondo tema
evocato all’inizio del capitolo: gli aspetti internazionali dello
stalinismo. Ci sembra quindi opportuno parlarne nello stesso
quadro. Il lavoro di indagine compiuto in tale direzione è
tuttavia ancora più scarso e frammentario. Tutte le interpre­
tazioni che abbiamo preso in esame si sono limitate a stu­
diare il fenomeno essenzialmente entro i confini dell’Urss.
La concentrazione delle analisi sulla storia sovietica è legit­
tima poiché, comunque lo si interpreti, non vi è dubbio che
lo stalinismo è nato nell’Urss, qui si è sviluppato e di qui
ha esteso la sua influenza internazionale. Finché la ricerca
si mantiene in questo ambito, restano però emarginati due
motivi, che potranno anche non essere fondamentali, ma
che neppure sono trascurabili: il peso che lo stalinismo ha
avuto nel movimento comunista e il ripetersi di alcuni suoi
tratti importanti in altri paesi.
Il movimento comunista è stato stalinista per un ampio
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 239

periodo della sua storia che va dall’inizio degli anni ’30 sino
alla metà degli anni ’50. Lo è stato non solo nel senso che
ha esaltato l’autorità di Stalin, associandosi largamente al
suo « culto »: ha accettato anche la sua suprema direzione
politica, accogliendone concezioni, orientamenti e direttive.
Ciò non vuol dire che esso conoscesse quel che lo stalinismo
concretamente rappresentava nella storia dell’Urss. Molte
testimonianze dicono piuttosto che non ne era affatto con­
sapevole e non vi è motivo per mettere in dubbio la loro
sincerità31. La questione non può però essere ridotta a un
semplice equivoco. L’idea che il movimento nutriva dello
stalinismo poteva anche essere puramente mitica. Resta ugual­
mente vero che le impostazioni staliniane, sia pure edulco­
rate da un’accorta propaganda, esercitavano su di esso un
indiscutibile fascino. Anche il processo di revisione, comin­
ciato nei partiti comunisti a metà degli anni ’50, è stato
lungo e travagliato: in qualche caso, specie nelle organizza­
zioni nazionali più deboli, si è ben presto inaridito.
Il problema è semmai un altro. Vi furono infatti sempre
nel movimento dissidenze e opposizioni a carattere più o
meno antistaliniano; ma anche quando furono più tenaci,
come quella trozkista, si trovarono respinte con relativa
facilità ai margini o fuori della sua forza organizzata. La
prima vera eccezione fu la ribellione jugoslava del 1948,
che rivelò ben altra vitalità. Ma essa aveva alle sue spalle
una rivoluzione autoctona e la forza di uno Stato nascente
sulla sua scia. Qui sta il punto fondamentale. Da tutte le
analisi che abbiamo preso in esame lo stalinismo risulta
infatti essere la formazione, successiva a una prima espe­
rienza rivoluzionaria, di un sistema economico e politico, di
un nuovo tipo di organizzazione sociale, perfino di una

31 A questo proposito, cfr. Eric J. Hobsbawm, Gli intellettuali e


l’antifascismo, in Storia del marxismo, vol. Ili, Il marxismo nell’età
della Terza Internazionale, parte II, Dalla crisi del ’29 al XX con­
gresso, Torino 1981.
240 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

nuova « cultura » politica. Sempre con uno Stato comunque


coincideva. Al di fuori di esso e della società di cui era espres­
sione, stalinismo o antistalinismo nel movimento comunista
potevano essere solo tendenze, aspirazioni, programmi, miti
magari, comunque qualcosa di teorico, se non addirittura di
velleitario. Ben altrimenti stavano le cose quando si aveva
a che fare con nuovi stati, essi pure usciti da una matrice
rivoluzionaria.
Qui però l’analisi si complica. Se da uno Stato, quello
comunista iugoslavo, è nata la prima riuscita contestazione
rivoluzionaria dello stalinismo, altri stati hanno invece rical­
cato in tutto o in parte il « modèllo » staliniano, confort
màndo anche l’economia e l’insieme della vita sociale ai para­
metri che si erano disegnati nell’Urss di Stalin. In alcuni casi
il problema può sembrare semplice poiché, almeno là dove
arrivarono gli eserciti sovietici durante la seconda guerra
mondiale, lo stalinismo fu essenzialmente « esportato » o
« trapiantato » dall’Urss 32. Questo « trapianto forzato » è
stato visto come una delle componenti caratteristiche del
tardo stalinismo, se non altro in quanto estensione del vec­
chio schema di « rivoluzione dall’alto » fuori dalle frontiere
dell’Urss; quindi non più solo « dall’alto », ma anche per
mano straniera 33. Nell’insieme questa analisi è confortata dai
fatti e largamente condivisa, almeno per quanto è accaduto
in una serie di paesi dell’Europa centro-orientale a partire
dagli anni 1947-48.
Anche questa interpretazione diventa però deformante
quando viene trasformata in uno schema troppo semplifi­
cato. Rischia, ad esempio, di trascurare la presenza in quei
paesi di stimoli interni che favorirono l’importazione dello
stalinismo34. Una spinta di questo genere era presente nel­

32 G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit., vol. II, pp. 396-419.


33 R. C. Tucker, op. cit., in Stalinism cit., p. 106; A. Rabino-
witch, in The Soviet Union since Stalin cit., p. 2.
34 Cfr., ad esempio, le informazioni contenute nel saggio di Karel
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell'Urss 241

l’immediato dopoguerra anche in Jugoslavia, dove per alcuni


anni vi fu un tentativo, non imposto dall’esterno, di ade­
guarsi al modello staliniano; solo più tardi cominciò la
ricerca di una diversa via di sviluppo 35. Tratti specifici dello
stalinismo sono stati quindi riscontrati anche in paesi che
non conobbero l’arrivo delle truppe sovietiche: la Jugoslavia
può essere considerata appunto uno di questi poiché le
armate dell’Urss attraversarono in guerra solo la parte set­
tentrionale del paese, sostandovi per breve tempo. Ma il
fenomeno diventa ancor più degno di attenzione quando
alcuni di quei tratti vengono identificati, come fanno alcuni
studiosi, in paesi la cui esperienza rivoluzionaria o comun­
que innovatrice si è svolta addirittura al di fuori del movi*
mento comunista.
Per la dottrina ufficiale sovietica l’estensione geografica
di aspetti essenziali del loro sistema è una specie di regola
storica. Gli ideologi dell’Urss non parlano naturalmente di
una diffusione — e tanto meno di un’esportazione — dello
stalinismo, visto che per loro questo fenomeno neppure esi­
ste. Ai loro occhi si tratta piuttosto di una manifestazione
del valore universale di quello che essi considerano il « mar­
xismo-leninismo ». Oggi sono disposti ad ammettere quel
che non ammettevano all’epoca di Stalin: che le esperienze
di socialismo possono essere differenti tra loro, presentare
varianti e caratteristiche specifiche diverse da paese a paese.
Ma ogni volta ribadiscono anche che, per essere realmente
socialiste, esse devono rispettare determinate « leggi gene­
rali » 36. È vero che queste vengono formulate in forma assai

Kaplan, 'Formazione del monopolio comunista del potere in Cecoslo­


vacchia negli anni 1948-49, parti I e II, pubblicato nel quadro del
progetto di ricerca, diretto da Zdenek Mlynar, Le esperienze della pri­
mavera di Praga 1968, Parigi, marzo e maggio 1979.
35 G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica cit., vol. II, pp. 345-6.
36 XXVI s’ezd Kommunističeskoj partii Sovetskogo Sojuza. Ste-
nografičeskij otéet, Moskva 1981, vol. I, pp. 22, 27, 34; L. I. Brežnev,
op. cit., vol. II, p. 377.
242 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

generica, tanto da potere implicare scelte disparate. La for­


mulazione è però anche tale da conciliarsi perfettamente con
l’interpretazione che di quelle presunte leggi si ebbe con
Stalin e che ancora oggi resta operante nella realtà sovie­
tica: all’atto pratico è proprio questa l’interpretazione che
prevale
Il problema appare relativamente facile per le scuole
non sovietiche del totalitarismo o della continuità bolsce­
vica. Per esse pure infatti non è tanto questione di stali­
nismo quanto di comuniSmo. Date determinate premesse
ideali e organizzative, non si possono avere altro che certi
risultati, all’incirca gli stessi che si sono avuti nell’Urss sta­
liniana. Certo, non tutti i paesi diretti da comunisti presen­
tano un volto identico. Ma le variazioni, per quanto non
trascurabili, vengono ritenute pur sempre secondarie rispetto
ai dati comuni. Che poi specificamente si applichi a queste
singole realtà la medesima etichetta — quella totalitaria, ad
esempio — dipenderà spesso, come già abbiamo visto, da
criteri di opportunità politica37 38. Con questo non si modifica
l’indirizzo generale dell’analisi.
Ben diversamente stanno le cose per gli studiosi di altro
orientamento. Chi ha messo l’accento sull’importanza dei
fattori più tipicamente russi — o, addirittura, di « rivin­
cita » russa — nello stalinismo non può non diffidare delle
spiegazioni che liquidano tutto con la malvagità del comu­
niSmo. Egli sarà portato a sottolineare il peso dell’imposi­
zione esterna nel trasferimento del « modello » ad altri paesi.

Gli avvenimenti nell’Europa orientale ci aiutano a chiarire


questa tesi — scrive Moshe Lewin —. Non c’erano ragioni in­
terne, ad esempio in Polonia, per arrestare gli indirizzi politici
di tipo Nep. Essi sarebbero potuti continuare, ma furono inter­
rotti con una ristalinizzazione mediante l’intervento straniero. La

37 Istorija Kommunističeskoj partii Sovetskogo Sojuza, ed. 1969,


p. 593.
38 Cfr. nel presente volume, pp. 106-7.
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 243

deviazione verso un compiuto modello stalinista invece della con­


tinuazione di una sperimentazione meno severa fu il risultato
dell’intervento di un potente fattore esterno che assicurò anche
la realizzabilità del modello imposto39.

L’americano Tucker, da noi più volte citato, si spinge


sino a suggerire l’embrione di una teoria globale, per cui lo
stalinismo, fuori dei confini sovietici, si scontra inevitabil­
mente nello stesso movimento comunista con fenomeni di
analoga origine, ma di significato diverso o addirittura con­
trapposto. La sua analisi dello stalinismo si inquadra infatti
in una più generale concezione del movimento comunista
o dei comuniSmi, visti non soltanto come partiti, cioè come
forze politiche che cercano di governare un paese e danno
quindi vita a determinati « sistemi di potere », ma come
« movimenti trasformatori di cultura » (culture-transforming
movements'} che creano o cercano di creare « sistemi socio­
politici » intesi come « nuova forma di cultura » o almeno
di « cultura politica ». Tutti i movimenti rivoluzionari di
questo tipo, anche dopo avere saldamente conquistato il
potere, secondo Tucker, incontrano seri ostacoli perché l’ere­
dità culturale del passato continua ad esistere nella menta­
lità e nei modi di vita della maggioranza della popolazione.
Per quanto imponenti e diversi siano gli strumenti impie­
gati, ogni cambiamento socio-culturale può essere quindi solo
un « cambiamento parziale ». « Ciò che emerge — conclude
Tucker — è una specie di amalgama della cultura prerivo­
luzionaria con le innovazioni socio-culturali che il regime
rivoluzionario è riuscito a realizzare ». Poiché le culture
preesistenti sono nel mondo di oggi essenzialmente culture
nazionali, l’amalgama è in genere « una certa nazionalizza­
zione del modo di vita rivoluzionario ».

39 M. Lewin, op cit., in Stalinism cit., pp. 116-7. Per il difficile


passaggio nelle vicende dei paesi dell’Est europeo, cui Lewin si rife­
riva, rinviamo a G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica cit., vol. II,
pp. 338-42, 407-16.
244 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Lo stalinismo è stato appunto per Tucker il primo esem­


pio di questa tendenza, in quanto ha trasformato il bolsce­
vismo in una « forma di comuniSmo nazionale russo », anche
se non spogliato totalmente di « impulsi espansionistici in­
ternazionali ». Sembra a Tucker che questa « nazionalizza­
zione » del comuniSmo, come di qualsiasi movimento rivo­
luzionario al potere, possa essere enunciata « come una legge,
sia pure non ferrea ». Essa rappresenta la tendenza preva­
lente, oltre che per le ragioni già dette, anche perché « gli
stessi rivoluzionari sono stati acculturati sotto il vecchio
regime, quindi portano nella loro personalità elementi della
vecchia cultura, e infine perché alcuni rivoluzionari — uno
Stalin, per esempio — sono più di altri imbevuti di senti­
mento nazionalistico e più inclini a trovare valori nel pas­
sato nazionale » 40. Per Tucker quindi, là dove non inter­
viene costrizione esterna, si ha una diffusione non dello sta­
linismo, ma di fenomeni che pur avendo una matrice ana­
loga, portano a risultati profondamente diversi. Egli spiega
così, tra l’altro, anche quel misto di repulsione e di forte
attrazione per lo stalinismo che crede di riscontrare nella
Cina maoista: repulsione per ciò che vi è in esso di nazio­
nalismo russo, ma attrazione per una « rivoluzione dall’alto
che ha mirato a trasformare la Russia sovietica in una grande
potenza militare-industriale, capace di difendere pienamente
la propria indipendenza e i propri interessi nel mondo » 41.
Anche fra coloro che non accettano le teorie continuiste
vi è tuttavia chi è convinto che lo stalinismo sia un vero e
proprio fenomeno mondiale della nostra epoca. Una conce­
zione che può, da questo punto di vista, presentarsi come
diametralmente opposta a quella di Tucker ci viene dal fran­
cese Gilles Martinet. È vero che essa si fonda su una defi­
nizione non tanto dello stalinismo, quanto di alcuni suoi
« tratti essenziali ». Questi comunque non sono per Martinet

40 R. C. Tucker, in Stalinism cit., pp. xvi-xvni.


41 Ivi, pp. 106-7.
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 245

qualcosa di specificamente sovietico, tanto meno di esclusi­


vamente russo e neppure di comunista soltanto.

Lo stalinismo — egli scrive — è ancor oggi un fenomeno


mondiale. Un’economia che s’identifica col potere di Stato e un
potere di Stato che a sua volta si identifica con un partito ege­
monico è un’equazione che non troviamo soltanto in Russia e nei
paesi dell’Est europeo, ma anche in questo o quel paese del Terzo
mondo in cui il partito comunista non ha peraltro avuto un ruolo
importante. Lo stalinismo è quindi un fenomeno ancora vitale,
anche se non riveste più le forme estreme assunte in certi pe­
riodi 42.

Altrove Martinet trova che come tendenza esso « gua­


dagna (perfino) terreno nel Terzo mondo [...] spesso al di
fuori di qualsiasi appartenenza e talvolta addirittura di qual­
siasi riferimento al movimento comunista internazionale ».
In altre occasioni ancora egli ha parlato di uno stalinismo
presente in Cina e nei paesi « detti socialisti » dell’Estremo
Oriente, oltre che nell’Urss e nell’Est europeo, sintetizzan­
done le caratteristiche con questo rapido elenco: « Stataliz­
zazione dell’insieme dei mezzi di produzione, identificazione
fra Stato e partito, egemonia assoluta del partito, pianifica­
zione autoritaria e centralizzata, gestione a carattere ammi­
nistrativo delle imprese »43. Resta, beninteso, da stabilire se
queste caratteristiche siano sufficienti a definire lo stalinismo.
Più che smentirsi l’un l’altro, Tucker e Martinet atti­
rano l’attenzione su aspetti diversi del fenomeno: gli uni
tendono a diffondersi e a ripetersi fuori dell’Urss, anche per
vie del tutto originali, mentre gli altri non solo non si ripe­
tono, ma provocano una crescente differenziazione anche

42 G. Boffa, G. Martinet, Dialogo sullo stalinismo cit., pp. 1-2.


43 Cfr. l’introd. all’ed. frane, dell’opera citata nella nota prece­
dente: Dialogue sur le stalinisme, Paris 1977, p. 8; Gilles Martinet,
Sociétés staliniennes et persistance des modèles, in Feux croisés sur le
stalinisme cit., p. 97.
246 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

all’interno di una cultura politica che si era originariamente


voluta unica e universale. Le due impostazioni sono contrad­
dittorie. Ma sono anche incompatibili? La discussione si
complica per l’esistenza di tutta una serie di tesi intermedie.
Fra le diverse linee interpretative quella che più pro­
pende a vedere nello stalinismo un fenomeno non soltanto
sovietico è certo lascuola dello sviluppo. Poiché lo stali­
nismo è ai suoi occhi un risultatò, se non inevitabile, certo
fortemente determinato dallo sforzo di creare celermente
un’economia moderna in condizioni di arretratezza, è abba­
stanza naturale che i suoi fautori lo vedano riprodursi, sia
pure con alcune varianti, ovunque si ripropone lo stesso
problema. L’esempio più immediato che viene alla mente
è quello della Cina: esso è stato anche il più frequentemente
citato, sia perché le proporzioni stesse del paese e la forte
parentela ideologica tra le due rivoluzioni rendeva più ten­
tanti le analogie, sia perché le tensioni e le violenze dell’ul­
timo ventennio di direzione maoista suggerivano più facil­
mente un paragone con l’esperienza sovietica. Della Cina
come di un secondo caso di stalinismo, non più semplice-
mente importato, ma scaturito originalmente da una stessa
problematica storica, hanno quindi parlato molti autori.
Organski ha posto i due esempi sullo stesso piano e ha im­
piegato per entrambi lo stesso termine di stalinismo **. Inke-
les ha esteso il paragone al di là della Cina, segnalando come
l’esperienza dell’Urss staliniana potesse offrirsi come « mo­
dello » per tutta l’Asia e, in genere, per l’intero Terzo
mondo44 45. Hough ha colto una sola differenza di sostanza
fra il caso sovietico e quelli, secondo lui, apparentati che si
incontrano nell’intera area del sottosviluppo: la maggiore
stabilità e il maggiore successo del primo e di tutti quelli
che sono scaturiti da rivoluzioni comuniste (Hough cita Cina,

44 A. F. K. Organski, op. cit., p. 99.


45 A. Inkeles, op. cit., pp. 383-4 e, più in generale, pp. 383-98.
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 247

Vietnam, Cuba e, « in una certa misura », la stessa Jugo­


slavia) rispetto agli altri46.
Per chi affronta il problema sotto questa angolatura,
conclusioni dello stesso tipo sono abbastanza logiche anche
quando l’analisi parte da premesse marxiste. Il giudizio di
Bahro va infatti nella medesima direzione. « Con le rivo­
luzioni russa e cinese — egli scrive — e con l’avvio del pro­
cesso rivoluzionario in America Latina, in Africa, in India,
l’umanità ha imboccato il cammino più breve verso il socia­
lismo ». Il processo tuttavia non si ferma qui. Un aspetto
fondamentale dello stalinismo, « lo Stato come severo edu­
catore della società nella sua trasformazione tecnica e sociale
in senso moderno » — secondo una citazione già riferita in
un precedente capitolo — è anche un « modello » che com­
pare « ovunque un paese precapitalistico o la minoranza che
ne è alla guida, si prepari a entrare attivamente nel XX
secolo ».

Il fatto — aggiunge Bahro — che, da questo punto di vista,


l’Urss sia eguale non solo alla Cina, ma anche alla Birmania,
all’Algeria o alla Guinea, e non solo a queste ultime, ma anche
al Perù e allo Zaire, come pure alla Persia, tutto ciò non fa che
sottolineare il valore fondamentale dello Stato nel contesto da
noi indicato 47. 48

Lo stesso ragionamento può estendersi non soltanto al


cosiddetto Terzo mondo. Se un autore jugoslavo ha potuto
parlare dell’Albania come di una « forma peculiare di sta­
linismo in miniatura », se fra gli stessi dissidenti sovietici
si potevano associare Albania e Cina nella medesima dimen­
sione stalinista4S, se infine lo stesso paragone potrebbe essere
46 J. Hough, in The Soviet Union: Internai Dynamics cit., pp
260, 265.
47 R. Bahro, Per un comuniSmo democratico cit., pp. 65, 135.
48 P. Vranicki, TAarksizam i socijalizam cit., p. 93; R. Medvedev,
Lo stalinismo cit. (ed. it.), p. 438.
248 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

fatto (non lo si fa nella pubblicistica corrente, spesso per


considerazioni di opportunità diplomatica) anche per la Ro­
mania degli ultimi decenni, c’è chi sarà inevitabilmente por­
tato a vederne le cause nel problema dello sviluppo: si tratta
infatti di paesi dove tale esigenza si presentava in termini
drammatici e quindi ben diversi da quegli altri stati, come
la Cecoslovacchia o la Polonia, dove non solo non si coglie
un forte « stalinismo » autoctono, ma si reagisce in modo
più aspro a quello importato.
Lo stalinismo come fenomeno internazionale e non sol­
tanto russo o sovietico è stato anche uno dei principali mo­
tivi di analisi della scuola jugoslava. Questa ha avuto però
la tendenza a considerarlo un prodotto del predominio sovie­
tico nel movimento comunista durante le sue fasi cominter-
nista e cominformista. « Lo statalismo burocratico, come ten­
denza politica, divenne addirittura temporaneamente domi­
nante, per l’influenza di Stalin, non solo nell’Unione Sovie­
tica, [...] ma anche [...] in gran parte dei partiti comuni­
sti », ha scritto Milentije Popovič49. 50In modo più specifico
gli autori jugoslavi hanno considerato come un rinnovato
esempio di stalinismo la Cina degli anni ’60: va però tenuto
presente che non erano assenti da questi giudizi, anche
quando erano formulati in sede storiografica o sociologica,
motivi di polemica politica. Alcuni studiosi hanno visto il
fenomeno cinese, al pari di quello sovietico con Stalin, come
un’involuzione di quel « socialismo di Stato », per cui sono
sinora passate tutte le rivoluzioni socialiste di questo secolo
Solo una parte di loro lo ha collegato più direttamente al
problema del sottosviluppo:

49 M. Popovič, in II pensiero marxista contemporaneo nella prassi


jugoslava cit., p. 214; P. Vranicki, Storia del marxismo cit., vol. II,
p. 159.
50 P. Vranicki, Marksizam i socijalizam cit., pp. 71-2; S. Stojano-
vič, op. cit., pp. 54-5.

>
XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 249

Che il cosiddetto « culto » non sia un prodotto esclusiva-


mente russo, sebbene in esso vi siano specifiche particolarità russe,
è dimostrato sufficientemente dal rinnovarsi dello stalinismo nella
Cina odierna. Il modo in cui lo stalinismo è recepito e adattato
all’arretratezza della società cinese, dimostra quanto la rivoluzione
socialista in un paese sottosviluppato sia esposta agli influssi di
una prassi arretrata51.

Meno produttive sono state, sempre in campo marxista,


le diverse correnti termidoriane. Già Trockij si era trovato
a riflettere con profondo travaglio sui primi episodi di espor­
tazione dello stalinismo fuori dalle vecchie frontiere sovie­
tiche che si ebbero nella fase di avvio della seconda guerra
mondiale, fra il ’39 e il ’40 52 ; ma ebbe ben poco tempo da
dedicare alla sua riflessione poiché fu assassinato dalla mac­
china staliniana nell’agosto ’40. La corrente trozkista orto­
dossa si è sempre trovata in difficoltà nell’analizzare le espe­
rienze rivoluzionarie fatte fuori dell’Urss, poiché gli schemi,
che il maestro non aveva avuto la possibilità di rinnovare,
mal si adattavano a questi fenomeni nuovi53. Quanto alle
tendenze eterodosse, esse hanno in genere annegato il pro­
blema nei concetti generali di un capitalismo restaurato, di
un regime « burocratico » o di una « nuova classe ». L’esplo­
razione più particolareggiata dei moti rivoluzionari di questo
secolo fatta da Deutscher ha colto invece il riprodursi dello
stalinismo, in quanto fenomeno più specifico, anche all’esterno
dell’ambito sovietico. Pur attentissimo all’originalità della
rivoluzione cinese, Deutscher ha infatti costatato: « Perfino
l’immagine cinese del socialismo porta un’impronta stalini­
sta: è l’immagine del socialismo in un solo paese, circon­
dato dalla Grande Muraglia ». Per Deutscher, « il maoismo
come lo stalinismo » rifletteva « l’arretratezza del suo am-

51 Veljko Korač, Il socialismo nei paesi sottosviluppati, in La


rivolta di « Praxis » cit., p. 275.
52 I. Deutscher, Il profeta esiliato cit., pp. 575-81.
53 R. H. McNeal, op. cit., in Stalinism cit., pp. 40-4.
250 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

biente nativo, arretratezza che la rivoluzione avrebbe potuto


digerire e superare soltanto in un lungo periodo di tempo » 54.
Una volta passate in rassegna le varie posizioni, non pos­
siamo comunque non ricavarne l’impressione che anche in
questo caso ci troviamo davanti solo alcune prime approssi­
mazioni al problema. Lo studio comparato delle diverse espe­
rienze rivoluzionarie del nostro tempo, anche per quelle che
si sono svolte all’insegna del comuniSmo, è appena ai suoi
inizi. A lungo esso è stato ostacolato dalle prevenzioni ideo­
logiche e dalle preoccupazioni degli schieramenti politici. In
notevole misura questi ostacoli reggono ancora. Non pos­
siamo quindi sorprenderci se per il momento nessuno è
andato al di là di alcuni scandagli del problema e di sugge­
stive intuizioni. Ciò è stato sufficiente per segnalare che
un’esigenza di analisi internazionale, e non soltanto sovie­
tica, indubbiamente esiste quando si cerca di capire che cosa
è stato o è lo stalinismo. Ma siamo ancora lontani da una
soluzione soddisfacente. Si comincia appena a cercare quali
precise componenti dello stalinismo e dell’intera esperienza
sovietica si ripetono anche altrove, dove precisamente si
ripetono, con quali variazioni, sotto la spinta di quali con­
crete circostanze oggettive o soggettive. Senza un’analisi
attenta di tutti questi motivi, risposte soddisfacenti non
possono essere fornite. Anzi, si corre il rischio di fermarsi
alle analogie più appariscenti e quindi di dilatare un’altra
volta il fenomeno al di fuori di ogni sua specificità. Un tale
esito non costituirebbe certo un progresso delle nostre cono­
scenze. Il lavoro da fare resta quindi cospicuo.

54 I. Deutscher, La rivoluzione incompiuta cit., pp. 157, 165.


Capitolo dodicesimo

UN BILANCIO
È il momento di tirare le somme. Ed è anche il momento
di aggiungere all’analisi una nota più personale. Poiché l’au­
tore di queste righe si è occupato in altri lavori della storia
sovietica e del fenomeno staliniano, è opportuno che nel
trarre un bilancio del dibattito precisi anche le proprie con­
cezioni. In parte ha già cercato di farlo. Nell’analizzare le
diverse scuole non ci siamo infatti limitati a esporre sempli­
cemente le loro tesi, pur preoccupandoci di riferirle con la
necessaria obiettività. Si è tentato di indicarne origini, svi­
luppi, pregi e difetti. Ad ognuna si sono volute contrapporre
non solo le critiche di cui erano state oggetto da parte di
studiosi di tendenze diverse, ma anche, con un intervento
più diretto, le principali obiezioni che, a nostro parere, susci­
tavano. Alcune considerazioni più generali non sembrano
tuttavia superflue.
Quando si confrontano le linee interpretative dello sta­
linismo, non si sfugge all’impressione che nessuna di esse,
almeno nelle loro enunciazioni più lineari, possa essere con­
siderata soddisfacente, ma che tutte, purché depurate dagli
elementi di faziosità che le hanno non di rado inquinate,
abbiano fornito un contributo allo studio del fenomeno.
Certo, un contributo non di eguale importanza. Nell’interno
delle stesse scuole, alcuni autori sono scesi più in profon­
dità di altri. Talune linee di ricerca hanno preso indirizzi,
a nostro parere, del tutto fuorvianti. Ma, nell’insieme, per
nessuna tendenza si può dire che sia assolutamente irrile­
vante: in ognuna qualche grano fertile può essere scoperto,
talvolta sotto cumuli di arido terriccio.
254 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

Questo giudizio non va scambiato per un tentativo di


rifugiarsi nell’eclettismo. È piuttosto un invito a riflettere
sulla complessità del fenomeno studiato. Qualsiasi approccio
unilaterale, anche il più serio, è destinato a rivelarsi inade­
guato. Può al massimo attirare l’attenzione su un fattore,
ma finirà inevitabilmente col trascurarne altri, non meno
importanti. Siamo di fronte a uno dei fenomeni più rilevanti
della storia moderna, che va studiato in tutte le sue compo­
nenti e con tutte le sue implicazioni: non per nulla i dibat­
titi che ha sollevato sono ancora lontani dall’essersi spenti.
Neanche le deprecazioni, politiche e morali, che pur ritenia­
mo del tutto giustificate, sono bastate a chiudere la questione.
Non poco resta ancora da studiare anche per quanto con­
cerne la storia circostanziata dello stalinismo nel concreto
sviluppo delle vicende sovietiche, sebbene i suoi momenti
essenziali siano oggi conosciuti molto meglio di uno o due
decenni fa. Abbiamo segnalato più di una volta in queste
pagine quali ostacoli si frappongano a nuovi progressi nella
ricostruzione del passato dell’Urss. Pur sapendo che per il
momento appare destinata a cadere nel vuoto, è necessaria
una nuova esortazione ai dirigenti di quel paese perché deci­
dano finalmente di rendere accessibili le fonti della loro
storia.
Eredità intatta dello stalinismo, i sigilli agli archivi sono
ancora considerati nell’Urss uno strumento di protezione per
l’interpretazione ufficiale della storia, come parte integrante
dell’ideologia di Stato. L’inevitabile conseguenza è la cre­
scente sterilità di quella stessa ideologia. Non si è in grado
di accertare se il segreto delle fonti sia considerato a Mosca
un mezzo adeguato per impedire lo sviluppo di altre inter­
pretazioni. Se così fosse, il minimo che si possa dire è che
i risultati non appaiono davvero brillanti. Né lo sarebbero,
se lo scopo fosse anche soltanto quello di tenere celate le
pagine tristi del passato. Più semplicemente, il calcolo sembra
quello di impedire che altre conoscenze o altre letture della
storia patria « penetrino » nel paese. Ma queste precauzioni
XII. Un bilancio 255

immunoterapiche sono di scarsa efficacia perché l’esigenza di


una migliore analisi della propria storia preme anche all’in­
terno della società sovietica. Certo, il problema non riguarda
solo l’indagine storica, ma tutta l’attività culturale. Eppure la
storia non è un semplice interesse di settore, caro soltanto
ai suoi « cultori ». È la biografia di un popolo. Un paese
che si privi degli strumenti per una continua riflessione sui
suoi contenuti è un paese menomato.
L’assenza di una risposta da parte degli interessati non
può però essere un motivo per rinunciare a impiegare tutti
i mezzi a nostra disposizione per una ricerca e una rifles­
sione nostre. Le considerazioni che seguono vanno giudicate
nell’ambito di questo impegno. Vorrebbero rappresentare un
contributo per la messa a fuoco di alcuni dei principali pro­
blemi connessi con l’analisi dello stalinismo e della storia
sovietica.
Chi scrive è convinto che, nonostante le contestazioni
di cui è oggetto, il termine di stalinismo abbia una precisa
utilità e legittimità in quanto serve a designare un fenomeno
storico specifico e importante: un fenomeno che non può
essere semplicemente identificato col bolscevismo, dal quale
è scaturito, né col movimento comunista, che di quello stesso
bolscevismo è un’altra filiazione, né tanto meno con l’insieme
dei governi o dei movimenti autoritari, tanto frequenti nel
nostro secolo. Esso ha infatti una serie di sue peculiarità.
Per le stesse ragioni non può essere equiparato, se non in
una classificazione assai generica, priva di ogni prospettiva
storica, con altre manifestazioni di potere dispotico o ditta­
toriale del passato. Stalinismo non è quindi un’invenzione
di comodo o un puro artificio polemico: è un termine con
un contenuto che già si delinea con sufficiente chiarezza,
sebbene vada ulteriormente precisato dalla ricerca.
Il fenomeno staliniano si inserisce nel tumultuoso moto
di trasformazioni rivoluzionarie che in questo secolo non
solo ha acquistato ritmi e intensità sconosciuti in precedenza,
ma soprattutto si è esteso praticamente a tutta la Terra. Che
256 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

di questo processo esso sia parte è difficilmente contestabile,


non solo perché è sorto nel solco della rivoluzione russa, sia
pure nella fase della sua crisi, ma anche per i molteplici nessi
che ha conservato con altri fenomeni, che in quello stesso
processo hanno un loro posto, e per l’influenza che su di
essi ha esercitato. Negare, per una legittima repulsione po­
litica e morale o per timore di inquinare irreparabilmente
il concetto stesso di rivoluzione, che lo stalinismo faccia
parte di questo quadro, è un’operazione destinata a dare
scarsi frutti poiché, piaccia o no, è in contrasto con troppi
dati di fatto.
Il processo rivoluzionario che ha investito un mondo,
diventato sotto i nostri occhi assai più compatto o, come
oggi spesso si dice, « interdipendente » nelle sue diverse
parti, non è stato uno sviluppo univoco. Non sono mancati
i tentativi di concepirne una sintesi capace di dargli un indi­
rizzo unitario. Il più celebre e, probabilmente, ancora oggi
il più consistente è stato quello operato dal pensiero leni­
niano e tradotto negli slogan agitatori della rivoluzione bol­
scevica. Ma dai propositi alla realtà c’è sempre un lungo
cammino.
Nei fatti moti e cambiamenti rivoluzionari, pur con­
fluendo tutti in un processo che ha modificato profonda­
mente la società e la politica mondiali, si sono presentati
con fisionomie molto contraddittorie. Il continuo riproporsi
degli ideali internazionalisti, alimentato anche dalla crescente
internazionalizzazione dell’economia e della politica, si è tro­
vato di fronte il moltiplicarsi di nuovi e spesso esasperati
nazionalismi di popoli che erano rimasti a lungo confinati
in ruoli subalterni. L’aspirazione, nata nell’Occidente più
sviluppato, a superare o rovesciare il capitalismo si è intrec­
ciata con quella, emergente nelle più vaste aree del globo,
ad allontanarsi da stadi di sviluppo precapitalistici e a rea­
lizzare, per altre vie, quella crescita della società che il capi­
talismo aveva prodotto in gran parte dell’Europa e del Nord
America. L’ingresso nella vita politica di masse un tempo
XII. Un bilancio 257

emarginate o, come talvolta si dice, la nascita delle « società


di massa », che è di per sé un fatto di sostanziale democra­
zia, si è scontrata con una diffusa incapacità o impossibilità
di procedere alla formazione di una volontà collettiva, se
non mediante strutture monolitiche, chiuse al confronto
democratico. L’elenco delle contraddizioni potrebbe conti­
nuare, ma questi esempi macroscopici possono essere suffi­
cienti al nostro ragionamento.
La rivoluzione russa e la successiva vicenda sovietica
devono la loro importanza mondiale proprio all’avere rappre­
sentato una specie di crocevia di queste contrastanti ten­
denze. Di qui anche lo stalinismo ha tratto la sua forza inter­
nazionale e quella capacità di influenza che sta all’origine del
ripetersi di fenomeni analoghi o parzialmente simili in altre
parti del mondo. Nei confronti dei dilemmi che abbiamo
elencato in precedenza lo stalinismo fu una risposta, spesso
una risposta drastica: nel senso del nazionalismo piuttosto
che dell’internazionalismo, delle esigenze di sviluppo piut­
tosto che dell’affermazione di ideali e modi di vita socialisti,
del massimo autoritarismo piuttosto che della partecipazione
democratica. Tale sua netta caratterizzazione non può però
farci dimenticare che esso è sempre rimasto marcato, lungo
tutta la sua evoluzione storica, dalle contraddizioni che ne
hanno favorito la nascita. Per quanto ferocemente represse,
tali contraddizioni non sono mai scomparse del tutto dal suo
cammino.
Appunto in quanto risposta a problemi nuovi, che ancora
esistono attorno a noi, lo stalinismo è fenomeno del nostro
tempo. Le interpretazioni che hanno attirato l’attenzione
sugli aspetti di « rivincita » della storia russa o sul soprav­
vento post-rivoluzionario di « modelli » riemergenti da quella
storia hanno avuto una grande importanza al fine di stimo­
lare un’analisi capace di superare gli schemi più primitivi
con cui il fenomeno era stato inizialmente affrontato. Esse
hanno colto indubbiamente una delle componenti importanti
dello stalinismo. Una componente che, sia pure con fisio­
258 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

nomie sensibilmente diverse, perché diverse sono le culture


nazionali con cui le singole esperienze rivoluzionarie si tro­
vano a dover fare i conti, ritroviamo anche nelle vicende
contemporanee di altri paesi emergenti. Ma, nonostante la
sua importanza, neanche quell’interpretazione può consentire
da sola di comprendere lo stalinismo. Questo fu certamente
un fenomeno russo, profondamente marcato sotto molti
aspetti dalla precedente storia del paese, ma proprio per
questa sua caratteristica più generale di connubio fra una
componente di riscossa nazionale e una componente di idea­
lità socialista, non fu soltanto russo, poiché lo vediamo
riproporsi in altre esperienze del mondo moderno.
Anche costatare che è parte di un processo rivoluzio­
nario più vasto non basta naturalmente a intendere lo stali­
nismo. Anzi, se è presa da sola, questa affermazione diventa
deformante poiché nasconde gli incontestabili aspetti con­
trorivoluzionari del fenomeno. Occorre, a questo proposito,
intendersi sulla terminologia: controrivoluzionario non signi­
fica in questo caso restauratore. Per ragioni che cercheremo
di chiarire tra poco, lo stalinismo non fu una restaurazione
di ordinamenti precedenti, ma creazione di ordinamenti nuovi.
Fu però un’offensiva, non sappiamo ancora quanto consape­
vole, ma ben definita, contro motivi fondamentali della rivo­
luzione bolscevica. Per diffidenza verso analogie che hanno
avuto un ruolo ideologico fuorviante in analisi già esaminate
in queste pagine, troviamo sterile il concetto di Termidoro.
Ma che lo stalinismo abbia implicato un attacco su vasta
scala a concezioni, ideali e orientamenti politici della rivo­
luzione russa in genere e, più in particolare, dei suoi sviluppi
dell’ottobre 1917 resta ugualmente vero. Il culmine di que­
sta offensiva, il momento decisivo che le ha consentito di
affermarsi durevolmente, è stato appunto il « 1937 » col suo
« fiume di sangue ».
Ma stalinismo sono anche gli ordinamenti nuovi che da
questo contrastato cammino sono usciti. « Nuovi » non è un
giudizio di valore. Si tratta di ordinamenti sociali, econo-
XII. Un bilancio 259

mici, politici, istituzionali. Perché vanno considerati anch’essi


parte dello stalinismo? Perché si sono realmente formati a
partire dalla « rivoluzione dall’alto » staliniana, spesso in
cruento contrasto con quelli che si erano andati delineando
nel primo decennio postrivoluzionario. In notevole misura
essi sono rimasti in vigore anche dopo la scomparsa di Sta­
lin, al di là dell’offensiva contro il suo « culto » degli anni
chruscioviani. Sono passati attraverso una serie di riforme,
più o meno importanti, più o meno riuscite. Occorrono
quindi analisi ponderate e non giudizi sommari quando si
tratta di misurare quanto di stalinismo resta nell’Urss di
oggi. Quelle analisi non possono però non concludere che
aspetti essenziali di quegli ordinamenti sono rimasti in vita
anche dopo le scosse subite, rivelando così una loro capacità
di durare.
Lo stalinismo è quindi un fenomeno dalle diverse com­
ponenti. Alcune di esse sono state studiate meglio: ad esem­
pio, la sua politica economica o, con più precisione, la sua
politica dello « sviluppo » e così pure i metodi terroristici
con cui riuscì a stroncare le resistenze incontrate. Altre
invece lo sono assai poco. Curiosamente, fra le meno stu­
diate sono le concezioni politiche e sociali di Stalin, intese
nella loro originalità, sebbene proprio esse abbiano avuto e
abbiano tuttora una notevole influenza tanto nell’Urss, quanto
in altri paesi e persino in paesi diretti da partiti o movi­
menti non comunisti.
Anche in questo caso occorre però sbarazzarsi di un equi­
voco. Quando si parla di concezioni staliniane, accade di
essere fraintesi quasi si intendesse riaccreditare una vecchia
immagine di Stalin « teorico marxista » che fu a suo tempo
fra i tasselli più importanti dell’iconografia del « culto ».
Le due questioni non vanno affatto confuse. La teoria mar­
xista fu effettivamente per Stalin — come altri hanno già
rilevato — uno strumento di potere e venne da lui mani­
polata con disinvoltura a seconda delle mutevoli esigenze
della politica. Le preoccupazioni teoretiche si manifestavano
260 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

in Stalin solo per quel tanto che gli servivano a giustificare


la prassi. Ma questo non significa che egli non avesse sue
concezioni particolari del socialismo, dello Stato, delle sue
strutture, del partito, della funzione dell’ideologia, dell’orga­
nizzazione collettiva della società e che furono proprio que­
ste concezioni a imporsi con ogni mezzo negli anni della sua
direzione. Appunto in questo senso è legittimo parlare di
stalinismo.
Ci limiteremo a ricordare qui le principali concezioni
staliniane: la necessità del potenziamento massimo dello
Stato come espressione suprema e, in pratica, unica della
società; la statalizzazione dell’intera economia e, quindi, di
ogni altro aspetto della vita associata come manifestazione
integrale di socialismo; la concezione del partito come una
sorta di ordine militare-ideologico che viene identificato con
un’istituzione statale, la più importante per lo Stato, il suo
autentico pilastro; ogni altra organizzazione sociale — dagli
enti amministrativi ai mezzi di comunicazione di massa, dal­
l’esercito alle associazioni di cittadini, siano esse sindacali,
giovanili o di altra natura — è vista come « cinghia di tra­
smissione » delle « direttive » di vertice; l’insieme di queste
« cinghie », a cominciare dalla più importante, il partito, co­
stituisce questo Stato onnicomprensivo e monolitico, espres­
sione esso stesso di una società considerata a sua volta come
« monolitica », cioè priva di antagonismi interni; tale Stato
ha una sua ideologia ufficiale, la sola ammessa e insegnata,
con i suoi seminari e i suoi custodi, ma anche l’unica che
possa esprimersi. È solo lo Stato così concepito a farsi garante
dell’adozione di princìpi socialisti sia nella produzione che
nella distribuzione. Ogni contestazione, teorica o pratica, di
questo contestabilissimo assioma e perfino ogni richiesta di
controllo sistematico sul suo funzionamento vengono dura­
mente represse. Anche quando si esamina in che misura
lo stalinismo si è esteso ad altri paesi, bisognerebbe comin­
ciare probabilmente col cogliere quali di queste concezioni
si sono trapiantate altrove e in quali forme.
XII. Un bilancio 261

Altro problema è stabilire quanto quelle concezioni siano


effettivamente compatibili col marxismo o con lo stesso pen­
siero e l’azione di Lenin. Chi scrive è convinto che il con­
trasto fosse in realtà assai profondo, spesso addirittura anti­
tetico. Avere presentato le proprie concezioni come la quin­
tessenza del marxismo-leninismo fu una delle più riuscite
operazioni politico-culturali di Stalin. Essa ha avuto un’in­
fluenza prolungata e duratura non soltanto nel mondo sovie­
tico o nel movimento comunista, ma anche fra i loro più
drastici oppositori. Né la cosa può sorprendere se si pensa
che in termini quantitativi e capillari il « marxismo » o il
« leninismo » hanno avuto la loro maggiore diffusione di
massa, in quel periodo importante che va dagli anni ’30 agli
anni ’50 del nostro secolo, proprio attraverso la vulgata sta­
liniana, che altro appunto non era se non stalinismo. Così
presentate, quelle concezioni hanno inoltre dimostrato una
innegabile efficacia pratica proprio in quanto risposte ai pro­
blemi aperti dal processo rivoluzionario nell’Urss, problemi
poi riproposti dall’esperienza di altri paesi. Di qui la loro
capacità egemonica anche fuori dai confini sovietici. Che que­
sta efficacia fosse limitata nel tempo e costasse prezzi esor­
bitanti è pure vero: ci aiuta a comprendere la crisi che il
fenomeno ha poi conosciuto.
Una seconda questione cui si è prestata insufficiente
attenzione è la base sociale dello stalinismo: base che ha
avuto in periodi cruciali un carattere di massa, sebbene il
governo staliniano avesse messo in gioco la sua stessa esi­
stenza in conflitti brutali con strati vastissimi della popola­
zione sovietica. Già attraverso l’analisi delle diverse scuole
interpretative si è potuto vedere come la spiegazione più
tradizionale, che indica quella base solo in una burocrazia
dai confini assai incerti e dalla composizione molto etero­
genea, non sia sufficiente. Abbiamo quindi segnalato i sug­
gerimenti più interessanti che sono venuti dai diversi autori.
Essi cercano i supporti sociali dello stalinismo attraverso
l’ingentissima mobilità sociale che la rivoluzione prima, la
262 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

« rivoluzione dall’alto » poi, avevano reso possibile. Perso­


nalmente, siamo convinti che sia questa la direzione in cui
occorre scavare con maggiore attenzione. Purtroppo questo
è uno dei punti su cui le fonti sovietiche disponibili restano
più lacunose. La lacuna è, del resto, tutt’altro che casuale
poiché il governo staliniano soppresse ogni analisi della so­
cietà che non si conformasse alla teoria ufficiale del « mono­
litismo »: in pratica, qualsiasi analisi.
La conoscenza della società sovietica in fase staliniana
non è soltanto un problema di storia. È anche la premessa
per la conoscenza della società sovietica di oggi, pur tanto
mutata rispetto a quei tempi, per una migliore comprensione
del significato degli ordinamenti staliniani e di ciò che di
essi è sopravvissuto nell’Urss dei nostri giorni. Sul carattere
di questi ordinamenti si è discusso moltissimo, specie fra chi
si richiama al marxismo. La discussione, per la verità, non è
mai stata o non è mai riuscita a essere prevalentemente sto­
rica. In pratica essa ha accompagnato tutto il processo con
cui quegli ordinamenti si sono formati: si pensi ai dibattiti
e alle polemiche che vi furono fra le due guerre mondiali
dentro l’Internazionale socialista, oltre che fra questa e l’In­
ternazionale comunista, e che sono proseguiti nel dopoguerra
sempre fra comunisti e socialisti dei diversi paesi, oltre che
fra marxisti di altre tinte politiche e intellettuali di sinistra
in generale. Ma è sempre stata una discussione dalle forti
intonazioni ideologiche, con implicazioni politiche immediate.
Ancora oggi essa si prolunga spesso sullo stesso piano. Si
va così dalla posizione ufficiale sovietica che vede in quegli
ordinamenti il « socialismo reale », essa stessa originata dalle
concezioni staliniane che vollero un determinato giorno il
socialismo « costruito » nell’Urss, sino alle affermazioni di
chi invece li riduce a una pura e semplice variante del capi­
talismo, magari in veste di « capitalismo di Stato ». Troppo
di frequente però con queste definizioni si vuol dire sempli­
cemente che si è « a favore » o che si è « contro » il regime
XII. Un bilancio 263

sovietico passato o presente, più a favore o più contro di


quanto altri non siano.
In realtà, il problema non esisterebbe nemmeno se non
si trattasse invece di ordinamenti diversi e in questo senso
« nuovi », non riducibili quindi né agli ideali socialisti, cosi
come sono nati nella cultura democratica europea, né ad
altre formazioni sociali già conosciute in passato, si tratti
di quella capitalistica o si ricorra addirittura all’antico « di­
spotismo asiatico ». Non per nulla sono fiorite le definizioni
intermedie: società di transizione, « collettivismo burocra­
tico », « modo statale di produzione », « pseudosocialismo »
e così via. Purtroppo, assai sovente, più che di definizioni
si tratta di etichette, elaborate frettolosamente mediante
generalizzazioni basate su osservazioni empiriche piuttosto
tenui o addirittura casuali.
Quanto a noi, nelle pagine conclusive del presente volu­
me, ci limiteremo ad avanzare qualche altra osservazione per
indicare in quale direzione, a nostro parere, occorre cercare
il posto dello stalinismo, con le sue concezioni e i suoi ordi­
namenti, nella vicenda del nostro secolo. Che i decenni a
partire dalla prima guerra mondiale abbiano visto nel mondo
trasformazioni profonde di valori, di modi di vita, di orga­
nizzazione sociale e di rapporti internazionali è una costata­
zione abbastanza ovvia che chiunque è disposto a condivi­
dere. Tra le riflessioni teoriche con cui gli uomini hanno
cercato di comprenderne il senso, quella marxista resta cer­
tamente fra le più importanti, non soltanto per la sua diffu­
sione fra popoli di culture assai diverse, quanto per lo sti­
molo che ha fornito come guida all’azione e quindi come
fattore attivo di quelle stesse trasformazioni. Di queste essa
ha colto il significato come crisi della società capitalistica e
avanzata di un nuovo modo di produzione e di scambio, di
una nuova « formazione sociale », quella socialista e comu­
nista. È un’interpretazione che si può, naturalmente, condi­
videre o no. Da queste pagine risulta — si ricordi uno sto-
264 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

rico come Carr — che essa è oggi condivisa pure da studiosi


di formazione non propriamente marxista.
Ciò che, a nostro parere, non può fare chi condivide
quell’interpretazione è considerare un simile rivolgimento
come un processo lineare, per cui in un determinato paese
a un certo momento si oltrepassa un ben definito confine
oltre il quale cessa uno stadio di sviluppo della società e ne
comincia un altro. Una rottura di vecchi modi di vita e una
affermazione di modi nuovi di organizzazione sociale è qual­
cosa di assai più drammatico e intricato, con avanzate o addi­
rittura sfondamenti in una direzione, gravi ripiegamenti in
un’altra, intrecci contrastanti di vecchie e nuove forme sociali
nelle concrete realtà dei singoli paesi. Ciò vale ancora di
più per un processo che ha acquistato un’autentica dimen­
sione mondiale.
Solo in questo quadro possono essere analizzati lo stali­
nismo e l’insieme della storia sovietica. In questo stesso
quadro rivelano la loro utilità, sia pur diseguale, i diversi
tentativi di interpretazione, capaci di individuare almeno
qualcuna delle molteplici componenti che hanno contribuito
a determinare il fenomeno complessivo con i suoi profondi
contrasti. È questa anche la via più produttiva per cui la
storia può aiutarci a comprendere le contraddizioni del pre­
sente. Quelle della società sovietica innanzi tutto: contrad­
dizioni che nascono dalle diverse stratificazioni del passato,
di cui lo stalinismo resta ancora oggi la più importante, ma
certo non la sola. Lo stesso criterio crediamo valga per stu­
diare quanto dello stalinismo può essersi riprodotto in altri
paesi e quali contraddizioni, sia nazionali che internazionali,
l’estensione del fenomeno ha a sua volta provocato, nell’Urss
e altrove.
Sottolineare queste esigenze di uno studio proficuo non
significa scegliere un atteggiamento di olimpico distacco col­
l’intento di sottrarsi per vie traverse al dibattito più pro­
priamente politico che ancora continua attorno a questi feno­
meni. Abbiamo detto sin dall’inizio che anche qualora voles-
XII. Un bilancio 265

simo farlo, probabilmente non vi riusciremmo. Non potrem­


mo mai sbarazzarci della dimensione politica che è in ognuno
di noi. Chi scrive, d’altra parte, non si è mai proposto di
farlo. Anche una buona battaglia politica non può però fare
a meno di una seria conoscenza dei fenomeni storici con cui
deve inevitabilmente misurarsi e di un’analisi precisa delle
contraddizioni del mondo in cui viviamo, che da quei feno­
meni traggono origine. La stessa battaglia contro lo stali­
nismo non fa eccezione a questa regola. Le formule e le
semplificazioni possono servire per lo spazio di qualche di­
scorso o di qualche polemica, ma la loro trama si rivela
presto assai lisa.
L’esempio dell’esperienza sovietica è, a questo proposito,
sempre calzante. La rivoluzione del 1917 può ancora essere
(sarebbe strano che non lo fosse) fonte di ispirazione per
uomini e movimenti, così come lo sono stati, e in parte lo
restano, altri eventi cruciali della storia. Il suo valore ogget­
tivo sta nell’essere stata una simile fonte per masse di uomini
in paesi molto diversi. Ma, appunto per questo, dalla rivo­
luzione del 1917 molte cose, assai differenti, sono scaturite,
tanto nell’Urss, quanto nel resto del mondo, spesso in espli­
cito contrasto luna con l’altra. Il richiamo di quella rivolu­
zione non può quindi essere sostituito all’analisi specifica dei
fenomeni che con quell’evento hanno un rapporto storico,
né tanto meno essere usato come una specie di manto che
tutto ricopre, tutto spiega e tutto assolve o tutto condanna.
Qualunque ne sia il segno, una simile operazione non
può aiutare ad andare lontano. Eppure di questi vizi sono
ancora piene alcune recenti discussioni italiane sul « leni­
nismo ».
Un’ultima osservazione conclusiva ci sembra infine op­
portuna. Per tutti i motivi che siamo andati via via evo­
cando non crediamo che sia anacronistico tornare a occu­
parsi dello stalinismo solo perché questo termine ricorre oggi
meno di frequente nelle dispute politiche. A chi obiettasse
che si tratta di una pagina ormai confinata nel passato, si
266 Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo

potrebbe già rispondere che il dibattito storiografico analiz­


zato nel presente volume basta di per sé a dimostrare che
le cose non sono tanto semplici. Ma vi è una considerazione
che riteniamo ancor più pertinente. Con lo stalinismo la cul­
tura europea si è trovata di fronte un fenomeno che, se
anche aveva alcuni legami con le idee da essa elaborate, era
già il prodotto di un mondo emergente al di fuori dei con­
fini politici e culturali dell’Europa, un mondo cui essa guar­
dava ancora con occhio altero. Di fenomeni analoghi le suc­
cessive vicende del secolo gliene avrebbero posti davanti
parecchi altri e probabilmente altri gliene porranno. Ma lo
stalinismo resta il primo in ordine di tempo e, probabil­
mente, ancora oggi il più importante. È una ragione suffi­
ciente perché la nostra attenzione nei suoi confronti non
scompaia, né si attenui.
INDICI
I
INDICE DEI NOMI

Abel, Elie, 70n. Bonaparte, Napoleone, 59, 150n,


Adler, Leek, 91n, 92n. 162.
Agosti, Aldo, 185n. Bordiga, Amedeo, 165 e n.
Althusser, Louis, 12n, 43 e n, 44. Breslauer, George W., 233 e n.
Amendola, Giorgio, 137n. Brežnev, Leonida Il’ič, 31n, 32, 33
Arendt, Hannah, 55 e n, 94 e n, e n, 34 e n, 35n, 224, 226n, 231-
95-6, lOOn, lOln, 202, 103 e n. 232, 241n.
Armstrong, John A., 53n. Brzezinski, Zbigniew K., 53n, 54,
Aron, Raymond, 94n. 64 e n, 79 e n, 94n, 96 e n, 97
Azrael, Jeremy, 132n. e n, 98 e n, 100 n, 101 e n,
104, 107n, 121, 226.
Babeuf, François-Noël, 104. Bruno, R., 149n.
Bahro, Rudolf, 191 e n, 195 e n, Bucharin, N. I., 41n, 75 e n, 92
196 e n, 197-8, 247 e n. e n, 151, 164, 208n, 215 e n.
Bakarič, Vladimir, 162n, 166n. Buchheim, Hans, 94n.
Barber, Benjamin R., 91n, 98n, Burnham, James, 48n, 148n, 149
107n. e n.
Basso, Lelio, lOn, 25n, 137n.
Beer, Samuel H., lOln. Cachotin, S. S., 74n.
Benes, Edvard, 70n. Calmette, Joseph, 105n.
Berdjaev, Nikolaj, 77, 78 e n, 79n, Carr, Edward H., 80, 81 e n, 108,
86, 92n, 165 en. 124, 129n, 154, 155n, 203, 211,
Berija, Lavrentij Pavlovič, 24,159n. 212 e n, 213, 214 e n, 215 e n,
Bettelheim, Charles, 176n. 216, 217 e n, 218-9, 220 e n,
Bianchini, Stefano, 161n. 264.
Black, Cyril E., 117n, 118n, 120n, Carrère d’Encausse, H., 189n.
121 e n. Carter, Jimmy, 54.
Bobbio, Norberto, 166n. Cassola, Carlo, lOn, 25n.
Bobriščev-Puškin, A. V., 74n. Čchikvišvili, I., 204n.
Boffa, Giuseppe, 28n, 57n, 64n, Chesnaux, Jean, 186n, 189 e n, 193
66n, 72n, 75n, 99n, 117n, 126n, e n.
150n, 144n, 159n, 224n, 240n, Quarante, Giuseppe, lOn.
241n, 243n, 245n. Chruščev, Nikita S., 4, 5n, 8, 10,
Bohlen, Charles, 70n. 15, 25 e n, 28, 29n, 31, 33, 38-
Bolaffi, Angelo, 191n, 196n, 198n. 40, 116n, 127, 166, 224, 228,

* Per la frequenza con cui ricorre nel testo, il nome di Stalin non è
compreso in questo indice.
270 Indice dei nomi

230-1, 233, 236. Geyer, Dietrich, 130n.


Churchill, Winston, 65n. Gheorghiu-Dej, Gheorghe, 7n.
Cliff, Tom, 165 e n. Gilas, Milovan, 151 e n, 152-3,
Clissold, Stephen, 9n. 154n, 170, 235.
Cohen, Stephen, 4, lOn, 12n, 13n, Golikov, V., 204n.
50n, 55n, 59n, 62 e n, 92 e n, Gorodeckij, Efim Maumovič, 30n.
107n, 154, 155 e n, 164n, 212n, Guiducci, Roberto, lOn.
213n, 227n, 230 e n, 231. Gurian, Valdemar, 52e n, 56 e n,
Conquest, Robert, 60n, 66n, 227. 58n, 64n.
Cranston, Maurice, 108n.
Cromwell, Oliver, 150n. Halberstamm, Donald, 122n.
Curtis, Michael, 108n. Hammond, Thomas T., 51, 52 e n.
Custine, Astolphe de, 70, 71n. Harrimann, W. Averell, 70n.
Havemann, Robert, lln.
Dallin, Alexander, 108. Hitler, Adolf, 94.
Daniels, Robert V., 53 e n, 61 e n, Hobsbawn, Eric J., 239n.
79 e n, 138n. Hoffmann, Erik P., 99n, 225n, 232,
Danilov, V. P., 30n, 204. 233n.
Davies, Joseph E., 70n, 108. Hough, Jerry, 62, 129-31, 132n,
Davies, R. W., 212n, 217n. 232 e n, 246, 247n.
De Felice, Renzo, 106n.
De Gaulle, Charles, 65n, 69, 70 e n. Inkeles, Alex, 117n, 126 e n, 127,
Deutscher, Isaac, 48, 49n, 65n, 246 e n
108, 149, 150 e n, 151 e n, 212, Ivan, il Terribile, 77, 79, 84, 86.
213 e n, 214 e n, 215n, 219, 235,
236 e n, 249 e n, 250n. Jasny, Naum, 57n.
Dostoevskij, Fedor Michajlovič, Jelenski, K. A., lOn.
215n. Jemolo, Arturo Carlo, lOn.
Dubrovskij, S. M., 30n, 76n. Johnson, Lyndon, 122n.
Joravsky, David, 206n.
Ehrenburg, Ilja, 63n.
Ellenstein, Jean, lln. Kačanovskij, Ju. V., 187n.
Engels, Friedrich, 7, 207, 226n. Kaganovič, 4, 5.
Enteen, George M., 205n. Kaplan, Karel, 241n.
Erlich, Alexander, 62 e n, 124, 125 Kareev, Nikolaj Ivanovič, 190n.
e n, 133 e n, 154n. Karpovich, Michail, 76 e n.
Kartz, Jerzy F., 133n.
Fainsod, Merle, 52 e n, 53n, 56n, Kardelj, Edward, 160n, 167n.
61 e n, 79 e n, lOOn, 121n. Kautsky, Karl, 138 e n.
Fleron, Frederic J. jr., 98n, 102n, Kennan, George, 203.
106 e n, 108. Kennedy, John Fitzgerald, 122n.
Frane Barbieri, 234n. Kirov, Sergej Mironovič, 25n.
Freud, Sigmund, 145. Ključnikov, Ju. V., 74n.
Friedrich, Carl J., 94n, 96, 97 e n, Knopf, Alfred A., 206n.
98n, lOOn. Kohler, Phillis Penn, 71n.
Kohn, Hans, 94n.
Gatti, Roberto, 167n. Kolakowski, Leszek, 48n, 97n.
Gefter, Michail, 204. Korač, Veljko, 167n, 249n.
Gengiz-Khan, 188n.
Genkina, Esfir’ Borisovna, 57n, 204. Laird, Roy D., 109n.
Gerratana, Valentino, 226n. Laue, Theodore H. von, 121 e n.
Gerschenkron, Alexander, 119 e n, Lange, Oskar, 123n.
120, 121 e n. Lattimore, Owen, 182n, 183n.
Indice dei nomi 271

Laurat, L., 148. Mlynar, Zdenek, 109n, 241n.


Lefebvre, Henri, 175 e n, 176. Moravia, Alberto, lOn, 128n.
Lenin, Vladimir I., 5-7, 24, 25n, Murašov, S., 204n.
29-30, 31 e n, 32-5, 39, 43, 48,
51-4, 55 e n, 56 e n, 57n, 58-61, Nicola I, zar, 70.
75, 79n, 82-4, 87, 102, 115, 121, Nove, Alee, 66n, 79, 80n, 122 e n,
126, 132, 137n, 138, 145n, 146 123 e n, 124 e n, 155 e n, 231
e n, 159 e n, 161-2, 164, 165n, e n.
170, 175, 194, 197, 206-8, 215
e n, 216, 219-20, 261. Organski, A. F. K., 62, 116n, 127
Le Roy Ladurie, Emmanuel, 65n. e n, 128, 129 e n, 246 e n.
Levi, Arrigo, 165n. Ostellino, Piero, 205n.
Lewin, Moshe, 62 e n, 7 In, 84 e n,
85 e n, 124n, 134n, 159n, 242n, Pajetta, Giancarlo, 5.
243n. Paterson, Thomas G., 91n, 92n.
Liehm, Antonin, lOn. Pavlov-Sil’vanskij, Nikolaj Pavlo-
Lin Biao, 40n. vič, 190n.
Ludwig, Emil, 5, 73n. Pecirka, Jan, 186n.
Lukacs, György, 48. Pelikan, Jiri, lOn.
Lukjanov, S. S., 74n. Pepe, Gabriele, lOn.
Pietro I, il Grande, 72 e n, 77, 79,
Magnani, Valdo, lOn. 83, 85, 120, 217.
Mao Tse-tung, 37 e n, 38, 39n, 41n, Pipes, Richard, 55n, 131n.
44, 176n. Pobedonoscev, Konstantin Petrovič,
Marcuse, Herbert, 105 e n. 79n.
Markovič, Mihailo, 168n, 169 e n. Pokrovski], Michail Nikolaevič, 76.
Martinet, Gilles, 65n, 244, 245 e n. Ponsi, Alberto, 4.
Martov, Julij, 57n, 138 e n. Popovič, Milentija, 162n, 163n,
Marx, Karl, 7, 34, 43, 48, 77, 154, 164n, 165n, 168 e n, 174n, 248
162, 165, 170, 175, 181 en, 182 e n.
e n, 183, 185, 186 e n, 187n, Potechin, Ju. M., 74n.
188, 192n, 195-7, 206-7, 220, Poulantzas, Nicos, 174 e n, 175 e n.
226 e n. Procacci, Giuliano, 138 e n.
Mathiez, Albert, 138 e n.
Me Carthy, Joseph, 182. Rabinowitch, Alexander, lOn, 62,
Me Neal, Robert H., 8n, 12n, 137n, 108, 130n, 219n, 231 e n, 240n.
140n, 141n, 145n, 235n, 249n. Racek, Vaclav, Hin.
Medvedev, Roy A., lOn, 48, 55n, Reagan, Donald, 107n.
65n, 66n, 154, 203-4, 205 e n, Reshetar, John S., 53, 54n, 56n.
206 e n, 207, 208 e n, 209 e n, Rigby, T. H., 109 e n, 110 e n,
210 e n, 211 e n, 219 e n, 220, 111, 154 e n, 228, 229 e n.
237 e n, 247n. Rizzi, Bruno, 148.
Medvedev, Zores, lOn. Robespierre, Maximilien, 105, 150n.
Meyer, Alain, 66n. Romanov, dinastia, 71.
1 Meyer, Alfred G., 53 e n, 61 e n, Roosevelt, Franklyn Delano, 65n.
108 e n. Rostow, Walt W., 121, 122n.
Miciunovich, Veljko, 9n, 70n. Rousseau, Jean Jacques, 104.
Mikojan Anastas, 25n. Rubel, Maximilian, 54n, 165 e n.
Miljukov, Pavel N., 73 e n, 74, 76 Ruggeri, Giovanni, 167n.
> e n, 81, 138 e n, 190n.
Millar, James R., 133n, 134n, 225n. Šafarevič, I., 190, 191n.
Miller, L, 50n. Satagin, N., 204n.
Mironov, Philip, 209n. Sauer, Wolfgang, 106n, 115n.
272 Indice dei nomi

Saumjan, S., 205n. 154, 156, 159, 161 e n, 162,


Schapiro, Leonard B., 56n, 63n, 164, 214, 215 e n, 236, 249.
65n, 97n, 228 e n. Truman, Harry, 92.
Schlesinger, Rudolf J. A., 50n, 76n, Tucker, Robert C., 4, 13n, 14n,
108, 203. 50n, 55 e n, 62 e n, 64n, 66n,
Schlusser, Robert M., 55n. 81, 82 e n, 83 e n, 84 e n, 86
Schram, Stuart, 189 e n. e n, 87 e n, 94n, lOOn, 134n,
Schachtman, Max, 148, 149 e n. 137n, 213n, 217n, 219 e n, 229,
Sharlet, Robert, lOn. 230 e n, 240n, 243, 244 e n, 245.
Shi Zhongquan, 41n.
Shulman, Marshall, 203. Ulam, Adam B., 51, 52 e n, 53 e n,
Sills, David L., 107n. 56n, 61 e n, 65n, lOln, 104,
Silone, Ignazio, lOn. 128n.
Simmons, Ernest J., 52n, 79n. Urbahns, Hugo, 148.
Smith, Walter Bedell, 71n. Ustrjalov, N. V., 74 e n, 138.
Snegov, A. V., 30n.
Sochor, Lubomir, 189n. Vajda, Mihaly, 80n, 98n.
Sofri, Gianni, 181n, 183n, 184n. Vakar, Nicholas, 85n.
Solženicyn, Aleksandr, lOn, 47, 48 Vernadsky, George, 76.
e n, 49n, 63n, 64n, 86 e n, 205n, Vitkin, M. A., 187n.
233. Vitte, Sergei Jul’evič, 83, 119-22.
Souvarine, Boris, 148, 161n. Vlahovič, Veliko, 162n, 166n.
Spinoza, Benedetto, 140. Vorochilov, Kliment Efremovič, 4n.
Spiro, Herbert J., 91n, 107n. Vranicki, Predrag, 66n, 161n, 162n,
Spulber, Nicolas, 124n. 163n, 166n, 167n, 170 e n, 171-
Starikov, Sergei, 209n. 172, 173 e n, 176n, 177, 247n,
Strmiska, Zdenek, 109n, 165n. 248n.
Stojanovic, S., 166n, 168n, 169 e n, Vysinskij, Andrej Januar’evič, 159n.
170, 173 e n, 174n, 248n.
Strada, Vittorio, 57n. Werth, Alexander, 203.
Suslov, M. A., 226n. Wilke, Manfred, lln.
Wittfogel, Karl A., 182 e n, 183
Talmon, Jacob L., 103, 104 e n. e n, 184, 185 e n, 188 e n, 189
Tarnovskij, K. N., 204. e n, 190-1.
Timasheff, Nicholas S., 76 e n. Wright, Arthur W., 225n.
Tito, Josip Broz, 9n, 163n.
Togliatti, Paimiro, lOn, lln, 42 e n, Yang Zenghe, 41n.
43. Yanov, Aleksander, 233, 234n.
Tökei, F., 181n, 189.
Tolstoj, Aleksej, 75n. Zajcev, V. S., 30n.
Treadgold, Donald W54 e n, 56n, Zanotti, Livio, 66n, 154n, 210n,
61 e n. 211n, 237n.
Trifonov, Jurij, 209n. Zhou Enlai (Chu En-lai), 40n.
Trockij, Leone, 8 e n, 31n, 49n, 63, Zimin, A., 191 e n, 192 e n, 193
92 e n, 137-40, 141 e n, 142 e n, e n, 194-5.
143 e n, 144 e n, 145 e n, 146, Zinov’ev, Gregorij Evseevič, 139,
147 e n, 148, 149 e n, 150-1, 165 e n.
INDICE DEL VOLUME

I. Il problema dello stalinismo 1


IL L’interpretazione sovietica 21
III. La teoria della continuità 45
IV. La rivincita della Russia 67
V. La scuola totalitaria 89
VI. Rivoluzione dello sviluppo 113
VII. La scuola termidoriana 135
Vili. Sopravvento dello « statalismo » 157
IX. Dispotismo industriale 179
X. Altri contributi importanti 201

XI. Stalinismo dopo Stalin e stalinismo fuori dell’Urss 221

XII. Un bilancio 251

Indice dei nomi 269


STORIA E SOCIETÀ

Guido Gigli La seconda guerra mondiale, 1964


Giampiero Carocd (a cura di) Il Parlamento nella storia d’Italia, 1964
Brunello Vigezzi (a cura di) 1919-1925. Dopoguerra e fascismo. Poli­
tica e stampa in Italia, 1965
Enzo Piscitelli Storia della Resistenza romana, 1965
Franco Fortini (a cura di) Profezie e realtà del nostro secolo, 1965
Elio Apih Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia (1918-
1943), 1966
Giorgio Bocca Storia dell’Italia partigiana, 1966, 19674
Michael Edwardes Storia dell’India dalle origini ai giorni nostri, 1966
F. Margiotta Broglio Italia e Santa Sede dalla grande guerra alla Con­
ciliazione, 1966
Gastone Manacorda (a cura di) Il socialismo nella storia d’Italia, 1966
Aldo Romano Storia del movimento socialista in Italia:
vol. I. L'Unità italiana e la Prima Internazionale. 1861-1871, 1966
vol. II. L’egemonia borghese e la rivolta libertaria. 1871-1882,
1966
vol. III. Testi e documenti. 1861-1882, 1967
Pietro Scoppola (a cura di) Chiesa e Stato nella storia d’Italia. Storia
documentaria dall’Unità alla Repubblica, 1967
Giampaolo Pansa Guerra partigiana tra Genova e il Po. La Resistenza
in provincia di Alessandria, 1967
Giorgio Rochat L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini.
1919-1925, 1967
Chr. Seton-Watson Storia d’Italia dal 1870 al 1925, 1967
Mario Toscano Storia diplomatica della questione dell’Alto Adige,
1967, 19682
Stuart J. Woolf (a cura di) Il fascismo in Europa, 1968
E. Forcella-A. Monticone Plotone di esecuzione. I processi della
prima guerra mondiale, 1968, 19682
D. Mack Smith II Risorgimento italiano. Storia e testi, 1968, 19682
Michael M. Postan Storia economica d’Europa (1945-1964), 1968
Giorgio Rumi Alle origini della politica estera fascista. 1918-1923,
1968
A. J. P Taylor Storia dell’Inghilterra contemporanea, 1968
Giorgio Bocca Storia d’Italia nella guerra fascista. 1940-1943, 1969
Giampiero Carocci La politica estera dell’Italia fascista (1925-1928),
1969
Luigi Cortesi II socialismo italiano tra riforme e rivoluzione. Dibat­
titi congressuali del PSI. 1892-1921, 1969
Piero Melograni Storia politica della grande guerra. 1915-1918, 1969,
19724
Ernesto Ragionieri Italia giudicata. 1861-1945. Ovvero la storia degli
italiani scritta dagli altri, 1969
Michal Reiman La Rivoluzione russa dal 23 febbraio al 25 ottobre,
1969
Sergej A. Tokarev URSS: popoli e costumi. La costruzione del socia­
lismo in uno Stato plurinazionale, 1969
Piero Malvezzi Le voci del ghetto. Antologia della stampa clande­
stina ebraica a Varsavia (1941-1942), 1970
Patrick Renshaw II sindacalismo rivoluzionario negli Stati Uniti,
1970
D. Mack Smith Storia della Sicilia medievale e moderna, 1970, 19735
Edgar Quinet Le rivoluzioni d’Italia, 19702
Valerio Castronovo La stampa italiana dall’Unità al fascismo, 1970
George W. Baer La guerra italo-etiopica e la crisi dell’equilibrio
europeo, 1970
Renzo De Felice II fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei
e degli storici, 1970
L. Colletti-C. Napoleoni II futuro del capitalismo. Crollo o svilup­
po?, 1970
Rosario Villari Storia dell’Europa contemporanea, 1971, 19722
Jack Belden La Cina scuote il mondo, 1971
Lucio Villari II capitalismo italiano del Novecento, 1972
Sidney Sonnino Diario 1866-1912, vol. I, 1972
Diario 1914-1916, vol. II, 1972
Diario 1916-1922, vol. Ili, 1972
Sidney Sonnino Scritti e discorsi extraparlamentari 1870-1902,
vol. I, 1972
Scritti e discorsi extraparlamentari 1903-1920,
vol. II, 1972
D. Mack Smith Vittorio Emanuele II, 1972, 19723
Max Gallo Storia della Spagna franchista, 1972
John P. Diggins L’America Mussolini e il fascismo, 1972
Bernardino Farolfi Capitalismo europeo e rivoluzione borghese, 1789-
1815, 1972
Giorgio Bocca Paimiro Togliatti, 1973
N. Branson-M. Heinemann L’Inghilterra negli anni Trenta, 1973
R. M. Hartwell La rivoluzione industriale inglese, 1973
Victor Serge Vita e morte di Trotskij, 1973
George Lichtheim L’Europa del Novecento. Storia e cultura, 1973
Adrian Lyttelton La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al
1929, 1974
Carlo Ghisalberti Storia costituzionale d’Italia 1849-1948, 1974
Sidney Sonnino Carteggio 1914-1916, 1974
George Rude L’Europa del Settecento. Storta e cultura, 1974
Giuseppe Fiori Vita di Antonio Gramsci, 1974
U. Alfassio Grimaldi-G. Bozzetti Dieci giugno 1940. Il giorno della
follia, 1974
Christopher Hill Vita di Cromwell, 1974
Antonio Gambino Storia del dopoguerra. Dalla Liberazione al po­
tere DC, 1975
Sidney Sonnino Carteggio 1916-1922, 1975
James Joli Cento anni d’Europa 1870-1970, 1975
Jens Petersen Hitler e Mussolini. La difficile alleanza, 1975
Giuliano Procacci Storia degli italiani, 1975
Michael A. Ledeen D’Annunzio a Fiume, 1975
Sandro Setta L’Uomo Qualunque, 1944-1948, 1975
Denis Mack Smith Le guerre del Duce, 1976
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di) La stampa italiana
del Neocapitalismo, 1976
Angelo Del Boca Gli italiani in Africa Orientale. Dall’Unità alla
marcia su Roma, 1976
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di) La stampa italiana
dal Cinquecento all’Ottocento, 1976
Eric J. Hobsbawm II trionfo della borghesia. 1848-1875, 1976
Giorgio Bocca La repubblica di Mussolini, 1977
John F. Coverdale I fascisti italiani alla guerra di Spagna, 1977
Geoffrey Barraclough Atlante della storia. 1945-1975, 1977
Georges Duby L’arte e la società medievale, 1977
Manin Carabba Un ventennio di programmazione. 1954-1974, 1977
Giustino Fortunato Carteggio 1865-1911, 1978
Giorgio Galli Storia della Democrazia cristiana, 1978
Maurice Duverger I sistemi politici, 1978
René Albrecht-Carrié Storia diplomatica d’Europa. 1815-1968, 1978
Rosario Villari (a cura di) Il Sud nella storia d’Italia, 1978
Armando Saitta 2000 anni di storia vol. I. Cristiani e Barbari, 1978
Detalmo Pirzio-Biroli Africa Nera, 1978
Michael Howard La guerra e le armi nella storia d’Europa, 1978
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di) La stampa italiana
del Risorgimento, 1979
Alexander J. De Grand Bottai e la cultura fascista, 1978
Francesco Valentini II pensiero politico contemporaneo, 1979
Nello Ajello Intellettuali e Pei. 1944-1958, 1979
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. VI, tomo I.
I nostri anni. Dal 1947 a oggi, 1979
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. VI, tomo IL
I nostri anni. Dal 1947 a oggi, 1979
Moses I. Finley Storia della Sicilia antica, 1970, 19793
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di) La stampa italiana
nell’età liberale, 1979
Giustino Fortunato Carteggio 1912-1922, 1979
Esmonde M Robertson Mussolini fondatore dell’Impero, 1979
Angelo Del Boca Gli italiani in Africa Orientale. La conquista del­
l’Impero, 1979
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. V, tomo I.
Guerre e crisi. 1914-1947, 1979
Guido Gonella Verso la 2a guerra mondiale. Cronache politiche.
1933-1940, 1979
Jacques Solé Storia dell’amore e del sesso nell’età moderna, 1979
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. V, tomo II.
Guerre e crisi. 1914-1947, 1979
AA. VV. Dal ’68 ad oggi. Come siamo e come eravamo, 1979
Armando Saitta 2000 anni di storia vol. IL Da Roma a Bisanzio,
1979
Philippe Ariès L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi, 1980
Curt P. Janz I. Vita di Nietzsche. Il profeta della tragedia. 1844-
1879, 1980
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. IV, tomo I.
Il capitalismo. 1840-1914, 1980
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. IV, tomo II.
Il capitalismo. 1840-1914, 1980
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di) La stampa ita­
liana nell’età fascista, 1980
George L. Mosse II razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto,
1980
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. Ili, tomo I.
Le rivoluzioni. 1730-1840, 1980
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. Ili, tomo IL
Le rivoluzioni. 1730-1840, 1980
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di) La stampa ita­
liana dalla Resistenza agli anni Sessanta, 1980
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. II, tomo I.
Difficoltà dello sviluppo. 1580-1730, 1980
Giuseppe Mammarella Storia d’Europa dal 1945 a oggi, 1980
AA. VV. Il trionfo del privato, 1980
Giorgio Galli Storia del socialismo italiano, 1980
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. II, tomo IL
Difficoltà dello sviluppo. 1580-1730, 1980
Michel Ostenc La scuola italiana durante il fascismo, 1981
Raymond Carr - Juan Pablo Fusi Aizpurua La Spagna da Franco a
oggi, 1981
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. I, tomo I.
Le origini dell’età moderna. 1300-1580, 1981
Pierre Léon Storia economica e sociale del mondo vol. II, tomo II.
Le origini dell’età moderna. 1300-1580, 1981
Giustino Fortunato Carteggio 1923-1926, 1981
Mario Margiocco Stati Uniti e Rei. 1943-1980, 1981
Franco Cordero Riti e sapienza del diritto, 1981
Giustino Fortunato Carteggio 1927-1932, 1981
Carlo Carboni (a cura di) I ceti meti in Italia tra sviluppo e crisi,
1981
Giovanni Giuriati La parabola di Mussolini nei ricordi di un gerarca,
1981
Sidney Sonnino Carteggio 1891-1913, 1981
Victoria De Grazia Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista,
1981
Luigi Goglia - Fabio Grassi II colonialismo italiano da Adua all’im­
pero, 1981
AA. VV. Ritratto di famiglia degli anni ’80, 1981
Curt P. Janz II. Vita di Nietzsche. Il filosofo della solitudine. 1879-
1888, 1981
Michel Mollat I poveri nel Medioevo, 1982
Angelo Del Boca Gli italiani in Africa Orientale. La caduta dell’Im­
pero, 1982
George L. Mosse L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, 1982
Armando Saitta 2000 anni di storia vol. III. Giustiniano e Mao­
metto, 1982
Norman Kogan Storia politica dell’Italia repubblicana, 1982
Giuseppe Bofia II fenomeno Stalin nella storia del XX secolo, 1982
COLLEZIONE STORICA

George F. Moore Storia delle religioni, 2 volumi, 1922


Michelangelo Schipa II Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla mo­
narchia, 1923
Guido De Ruggiero Storia del liberalismo europeo, 1925, 19596
Michelangelo Schipa Masaniello, 1925
John R. Seely L’espansione dell’Inghilterra, 1928
Ernesto Buonaiuti II cristianesimo nell’Africa romana, 1928
Arturo C. Jemolo II giansenismo in Italia prima della Rivoluzione,
1928
Adolfo Omodeo La mistica giovannea, 1930
H. A. L. Fisher Storia d’Europa, 3 volumi, 1936, 19616
R. N. Carew Hunt Calvino, 1938
Kent R. Greenfield Economia e liberalismo nel Risorgimento, 1940,
19642
Luigi Blanch Scritti storici, 3 volumi, 1945
Gaetano Salvemini La Rivoluzione francese. 1788-1792, 1954
Luigi Einaudi II buongoverno, 1954, 19552
AA. VV., Dieci anni dopo: 1945-1955, 1955
Alcide De Gasperi I cattolici dall’opposizione al governo, 1955, 19552
Edmond Vermeil La Germania contemporanea, 1956
Robert W. e Alexander J. Carlyle II pensiero politico medievale,
vol. I, 1956
Serghéj N. Prokopovic Storia economica dellVRSS, 1957
Heinrich Fichtenau L’impero carolingio, 1958
Salvatore F. Romano Storia dei Fasci siciliani, 1959
D. Mack Smith Storia d’Italia dal 1861 al 1958, 1959, 19667; e,
riveduta e aggiornata al 1969, 19713, 197310
Georges Lefebvre Les Paysans du Nord pendant la Révolution fran­
çaise, 1959
Helmut Berve Storia greca, 1959
Robert W. e Alexander J. Carlyle II pensiero politico medievale,
vol. II, 1959
Georges Lefebvre Napoleone, 1960, 19642
Armando Saitta Storia e miti del ’900, 1960, 19612
Emilio Sereni Storia del paesaggio agrario italiano, 1961, 19622
Thomas A. Sinclair II pensiero politico classico, 1961
Rosario Villari (a cura di) Il Sud nella storia d’Italia, 1961, 19632
A. J. P. Taylor L’Europa delle grandi potenze, 1961
Jacques Godechot La Grande Nazione. L’espansione rivoluzionaria
della Francia nel mondo, 1962
Luciano Cafagna (a cura di) Il Nord nella storia d’Italia, 1962
Jean Chesneaux La Cina contemporanea, 1963
Pierre Mesnard II pensiero politico rinascimentale, vol. I, 1963;
vol. II, 1964
Gerhard Ritter La formazione dell’Europa moderna, 1964, 19682
Albert Soboul La Rivoluzione francese, 1964
Santo Mazzarino II pensiero storico classico, vol. I, 1965, 1974";
voi. II.l, 1966, 19745; vol.2, 1966, 19744
Gino Luzzatto Dai servi della gleba agli albori del capitalismo, 1966
Georges Duby L’economia rurale nell’Europa medievale, 1966
Gabriele De Rosa Storia del movimento cattolico in Italia, 2 vo­
lumi, 1966
Guido Calogero Storia della logica antica, vol. I. L’età arcaica, 1967
Robert W. e Alexander J. Carlyle II pensiero politico medievale,
vol. Ili, 1967
Johan Huizinga La mia vita alla storia e altri saggi, 1967
G. D. H. Cole Storia del pensiero socialista
vol. I. I precursori. 1789-1850, 1967
vol. II. Marxismo e anarchismo. 1850-1890, 1967
vol. III. La seconda Internazionale. 1889-1914, 2 tomi, 1968
vol. IV. ComuniSmo e socialdemocrazia. 1914-1931, 2 tomi, 1968
vol. V. Socialismo e fascismo. 1931-1939, 1968
Joseph Vogt La Repubblica romana, 1968
Robert W. e Alexander J. Carlyle II pensiero politico medievale,
vol. IV, 1968
H. G. Rönigsberger - C. L. Mosse L’Europa del Cinquecento, 1969
Rosario Romeo Cavour e il suo tempo, vol. I. 1810-1842, 1969, 19712
Rosario Romeo II Risorgimento in Sicilia, 19702
E. Le Roy Ladurie I contadini di Linguadoca, 1970
Robert Mandrou Magistrati e streghe nella Francia del Seicento, 1971
Pierre Vilar Oro e moneta nella storia. 1450-1920, 1971
Fritz M. Heichelheim Storia economica del mondo antico, 1972
Jacques Heurgon II Mediterraneo occidentale dalla preistoria a Roma
arcaica, 1972
A. H. M. Jones II tramonto del mondo antico, 1972
Fernand Braudel (a cura di) Problemi di metodo storico, 1973
Mario Mazza Lotte sociali e restaurazione autoritaria nel III se­
colo d. C., 1973
Femard Braudel (a cura di) La storia e le altre scienze sociali, 1974
Clifford T. Smith Geografia storica d’Europa dalla preistoria al XIX
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Dimitri Obolensky II Commonwealth bizantino. L'Europa orientale
dal 500 al 1453, 1974
F. Furet e D. Richet La Rivoluzione francese, 1974
Georges Duby Le origini dell’economia europea. Guerrieri e conta­
dini nel Medioevo, 1975
Robert Folz Origine e formazione dell'Europa medievale, 1975
D. K. Fieldhouse L’età dell’imperialismo. 1830-1914, 1975
Henry Kamen II secolo di ferro. 1550-1660, 1975
Louis Chevalier Classi lavoratrici e classi pericolose. Parigi nella rivo­
luzione industriale, 1976
Hermann Miiller-Karpe Storia dell’età della pietra, 1976
H.-Ch. Puech Storia delle religioni vol. I. L’Oriente e l’Europa nel­
l’antichità, 2 tomi, 1976
Rosario Romeo Cavour e il suo tempo vol. I. 1842-1854, 2 tomi,
1977
Rosario Romeo Cavour e il suo tempo vol. II. 1842-1854, 2 tomi,
1977
H.-Ch. Puech Storia delle religioni vol. II. Giudaismo, cristiane­
simo, e Islam, 2 tomi, 1977
H.-Ch. Puech Storia delle religioni vol. III. Il cristianesimo da
Costantino a Giovanni XXIII, 1977
Paolo Alatri Parlamenti e lotta politica nella Francia del Sette­
cento, 1977
H.-Ch. Puech Storia delle religioni vol. IV. India, Tibet e Sud-Est
asiatico, 1977
Illuminato Peri Uomini, città e campagne in Sicilia del sec. XI al
sec. XIII, 1978
AA. VV. Il Rinascimento. Interpretazioni e problemi, 1979
Alfredo Saisano Antologia del pensiero socialista vol. I. I precur­
sori, 1979
Alfredo Saisano Antologia del pensiero socialista vol. II. Marxi­
smo e anarchismo, 1980
Georges Duby Lo specchio del feudalesimo. Sacerdoti, guerrieri e
lavoratori, 1980
Alberto Pincherle Vita di sant’Agostino, 1980
Lauro Martines Potere e fantasia. Le città stato nel Rinascimento,
1981
Frances A. Yates Giordano Bruno e la tradizione ermetica, 1981
Alfredo Saisano Antologia del pensiero socialista vol. III. La Se­
conda Internazionale, 1981
Guido Verucci L’Italia laica prima e dopo l’Unità. 1848-1876, 1981
Eric A. Havelock Dike. La nascita della coscienza, 1981
Andrea Giardina, Aldo Schiavone (a cura di) Società romana e pro­
duzione schiavistica-.
vol. I. L’Italia: insediamenti e forme economiche, 1981
vol. II. Merci, mercati e scambi nel Mediterraneo, 1981
vol. III. Modelli etici, diritto e trasformazioni sociali, 1981
Illuminato Peri La Sicilia dopo il Vespro. Uomini città e campagne.
1282-1376, 1982
Alfredo Saisano Antologia del pensiero socialista vol. IV Comu­
niSmo e socialdemocrazia, 1982