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Anna Louise Strong

L’era di Stalin
«... nessuna parola oggi può valere come giudizio definitivo dell’era di
Stalin. Stalin è uno di quegli uomini la cui valutazione va posta in una lunga
prospettiva storica e il carattere della cui opera sifa più chiaro man mano che
si allontana nel tempo»...
« Quando tutto ciò chepuò esser detto contro Stalin sarà elencato e valuta­
to, si dovrà concludere, io credo, che solo la tremenda marcia che egli impose
all’URSS dal 1928 in avanti poteva costruire uno Stato socialista in questo
paese. Guardando indietro, si può vedere come gli altri dirigenti, Trotzky,
Zinoviev, Kamenev, Bukharin portassero alla rovina. Nessuno di loro posse­
deva, ritengo, come Stalin aveva, la conoscenza profonda delle necessità del
popolo, il coraggio e la volontà necessaria».

L’era di Stalin è un libro utile, anzi necessario, per conoscere in “presa di­
retta”, la realtà quotidiana, le contraddizioni, i problemi, le finalità di quella
straordinaria avventura che è stata la costruzione del socialismo in Unione So­
vietica. Una rivoluzione epocale che ha trasformato l’economia, sia nell’indu­
stria e nelle infrastrutture, sia nell’agricoltura, e che ha elevato il livello civile e
culturale di una popolazione semi-analfabeta a traguardi mai raggiunti.
Questo libro è un antidoto contro la propaganda anticomunista che in­
tossica le menti e le coscienze. E un invito ai lettori, soprattutto ai più giovani,
a riflettere, ad impegnarci insieme in un lavoro collettivo di ricerca per
riappropriarci di una storia che ci appartiene, per ricostruire una memoria che
ci è stata sottratta o rimandata attraverso specchi deformanti. Poter attingere
all’immenso patrimonio del movimento operaio comunista, della costruzio­
ne del socialismo nei primi paesi che la intrapresero, imparare dalla loro espe­
rienza - al di là dalla loro temporanea sconfitta - consente di mettere radici
più salde al “nuovo mondo possibile” che vogliamo costruire.

Questo volume è stato realizzato in collaborazione con

Zambon Editore
Barcelona, Frankfurtern Main, Verona
zambon@zambon.net

ISBN 88-8292-261-8

10,0<

Universale di base
per il centenario della rivoluzione russa
1917-2017
Questo volume rientra nel piano di pubblicazioni del

CENTRO STUDI
SUI PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE AL SOCIALISMO

Si ringrazia per la collaborazione Cristina Carpinelli.


Anna Louise Strong

L’era di Stai
Traduzione di
Alessandro Mazzone
Introduzione di
Adriana Chiaia

LA CITTA DEL SOLE


In copertina: Arkadij Šajchet, Un komsomol alla guida,
Balachna, 1931

Edizioni

LA CITTÀ DEL SOLE


Via Giovanni Ninni, 34 — 80135 Napoli
ISBN 88-8292-261-8

Questo volume è stato realizzato in collaborazione con

Zambon Editore
Barcelona, Frankfurt am Main, Verona
zambon@zambon.net

Gli editori di quest’opera sono contro la riduzione a merce dell’in


dividuo e del prodotto del suo ingegno.
La riproduzione, anche integrale, di questo volume è, pertanto, pos
sibile e gratuita, ed è subordinata ad autorizzazione soltanto a garan
zia di un uso proprio e legittimo dei contenuti dell’opera.
Gli editori sono, comunque, a disposizione degli aventi diritto.
Indice

Introduzione di Adriana Chiaia pag. 7

Prefazione dell’autrice 37

I. Socialismo in un solo paese 41


II. Il piano quinquennale 59
III. La rivoluzione nell’agricoltura 77
IV. Nuovi tipi umani 95
V. La grande follia 111
VI. La lotta per la pace è perduta 131
VII. Il patto che fermò Hitler 143
Vili. La guerra di tutto ilpopolo 159
IX. La seconda ricostruzione 177
X. Dopo Stalin 193

Nota biografica 211

5
Introduzione

Anna Louise Strong, con alle spalle una formazione


politica ispirata ai settori più radicali del laburismo e del
sindacalismo rivoluzionario statunitense, alle cui lotte aveva
partecipato come giornalista e come militante, delusa dal
riflusso del movimento dei lavoratori, decide di esplorare
quel mondo che un altro americano, Lincoln Steffens, di
ritorno da un viaggio nella Russia sovietica, aveva defini­
to con il lapidario giudizio: «Ho fatto un viaggio nel
futuro ed il futuro funziona».
Della tempra dei suoi connazionali John Reed ed Edgar
Snow1, che furono capaci di varcare le colonne d’Èrcole dei
pregiudizi anticomunisti e di rappresentare con onestà intel­
lettuale la realtà delle nuove società socialiste che osavano co­
struire un mondo senza sfruttamento ed oppressione, Anna
Louise Strong, che aspirava ad una società fondata sull’ugua­
glianza dei diritti sociali e civili e si era sempre battuta a fa­
vore dei diritti dei lavoratori, delle donne e dei bambini svan­
taggiati, descrive con entusiasmo e partecipazione la realtà
dell’Unione Sovietica.
La sua attività giornalistica del 1924-1925 si riferisce al
periodo in cui la Russia sovietica si risollevava a stento dalle
devastazioni causate dalla guerra civile, dall’aggressione degli
eserciti delle potenze imperialiste coalizzate e da una terribile
carestia con le sue tragiche conseguenze di centinaia di mi­
gliaia di morti per fame.
1 Autori rispettivamente di Dieci giorni che sconvolsero il mondo e di
Stella rossa sulla Cina.

7
Nel suo celebre scritto Children ofRevolution-Ten Boys on
the Volga, del 1925, la Strong narra con estrema puntualità
gli sforzi di un gruppo di ragazzi, scampati alla morte per fame
nei loro villaggi, che imparano a basarsi sulle proprie forze, a
guadagnarsi da vivere e a gestire il loro collettivo in modo
egualitario e solidale. L’autrice fa assurgere la loro storia a sim­
bolo della rinascita dell’intero paese.
Dopo quel primo soggiorno in Russia, la Strong vi torna
e vi si stabilisce negli anni Trenta, periodo a cui si riferisce
L’era di Stalin, il libro che qui presentiamo. Fonda il Moscow
News, primo giornale in lingua inglese pubblicato a Mosca e
rivolto ai lettori americani.
L’era di Stalin è una rielaborazione delle sue corrisponden­
ze, come inviata del Moscow News, in ogni angolo dello ster­
minato territorio dell’Unione Sovietica, da Leningrado a Vla­
divostok e per l’intero arco di tempo della costruzione del so­
cialismo, dalla fine degli anni Venti alla morte di Stalin.
La Strong ci narra, con il sentimento e la passione «non
solo per il sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere»2 , come
auspicava Gramsci, le tappe principali di un processo che
avrebbe cambiato il volto della vecchia Russia e delle altre
Repubbliche socialiste dell’URSS, trasformando un’economia
contadina e arretrata in un’economia industriale, tecnologi­
camente avanzata, capace di competere con le principali po­
tenze capitaliste. Un evento epocale che si ripercosse sugli equi­
libri politici e sociali del resto del mondo e che cambiò il cor­
so della storia dell’umanità.
Nel capitolo che raccoglie le corrispondenze sul primo piano
quinquennale è descritta la nascita di alcuni dei grandi colossi del
piano: l’acciaieria di Kusnetsk, la fabbrica di trattori di Stalingra­
do ed il troncone di ferrovia tra il Turkestan e la Siberia.
La descrizione della costruzione dell’acciaieria di Kusnetsk
è un’epopea in due tempi distanti poco più di un anno. È la

2 Antonio Gramsci. Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto


Gramsci. Einaudi editore, NUE,Torino, 1975, Quaderno 11, p. 1.505.

8
storia di un complesso gigantesco esteso per cinque chilome­
tri, composto di altiforni, ciminiere, laminatoi, centrale elet­
trica, alloggi per i lavoratori. Complesso gigantesco nato dal
caos iniziale di fondamenta scavate in una pianura fangosa
della Siberia e dall’agitarsi febbrile di migliaia di uomini, tesi
nella sforzo di portare a termine un compito di cui sfuggiva il
senso complessivo. La spiegazione di questo modo di proce­
dere, apparentemente insensato, la dà il direttore dei lavori:
«I giapponesi avevano invaso la Manciuria e la Russia aveva
bisogno di acciaio. Si doveva scegliere: o procedere alla ma­
niera classica (...) o fare tutto in una volta».
Si sottolinea qui un fattore fondamentale, di cui troppo spes­
so ci si dimentica: quello del pericolo mortale dell’accerchiamen-
to delle potenze imperialiste e della minaccia di nuove aggressio­
ni armate. Come osserva la Strong: «Il popolo sovietico era con­
vinto che, se il ritmo fosse stato meno veloce, non solo la costru­
zione del socialismo sarebbe stata ritardata, ma la sua stessa esi­
stenza come nazione sarebbe stata in pericolo».
La Strong mette in luce un altro elemento che caratterizzò lo
sforzo per la costruzione di Kusnetsk, e non solo, poiché la mo­
bilitazione collettiva fu una connotazione costante e generalizzata
della partecipazione attiva della classe operaia all’edificazione di
quella che i lavoratori finalmente potevano considerare la “loro”
società: «Tutta l’URSS ha contribuito: dalle fonderie di Leningra­
do, alle officine dell’Ucraina. Per tutto il Paese era corsa la parola
d’ordine “Forza per Kusnetsk”, perché Kusnetsk apriva la strada
all’industrializzazione della Siberia. Essa aveva già trasformato
milioni di contadini in operai siderurgici e dato esperienza pre­
ziosa a centinaia di ingegneri». Costruzione di strutture e trasfor­
mazione di uomini erano i frutti di quel titanico sforzo che rese
anche necessario, in molti casi, lo spostamento di intere popola­
zioni, quegli stessi spostamenti che la propaganda borghese bol­
la come “deportazioni”.
Per questioni di spazio, in queste note introduttive dobbiamo
limitarci a brevi flash che sottolineano il valore ed il significato
delle altre realizzazioni del piano descritte dalla Strong.

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Sulla costruzione della fabbrica di trattori di Stalingrado,
la prima catena di montaggio dell’URSS, la Strong osserva:
«In America per realizzare la produzione in serie c’era voluta
un’intera generazione: in Russia bastò la battaglia di Stalin­
grado del 1931. Ma la costruzione dell’immensa fabbrica ri­
chiese il sacrificio di molte giovani vite. Molti furono gli uo­
mini che caddero sfiniti davanti alle bocche ardenti delle for­
naci nei caldi meriggi estivi...». Nel giugno del 1930, in salu­
to all’apertura del Congresso del Partito, la fabbrica fu messa
in funzione e, alla scadenza del primo anno del piano, fu com­
pletato il cinquemillesimo trattore.
«[...] In entrambe le occasioni, molti dei dirigenti e quasi
tutti i tecnici americani avevano dichiarato l’impresa irrealiz­
zabile: tutte e due le volte la volontà degli operai, specialmente
dei giovani del Komsomol, aveva realizzato l’impresa...».
«[...] Dodici anni più tardi gli uomini della fabbrica di trat­
tori di Stalingrado, a bordo dei carri armati usciti dalle loro offi­
cine, snidarono i soldati di Hitler dalle rovine della fabbrica...».
Non possiamo rinunciare a rimandare almeno un’imma­
gine dell’inaugurazione del tronco ferroviario tra il Turkestan
e la Siberia, ilTurk-Sib, che ebbe luogo il 1° maggio del 1930.
I duemila chilometri di binari gettati da nord a sud, attraver­
so deserti e pianure disabitate, sarebbero serviti agli scambi
commerciali tra la Siberia e l’Asia centrale e tra la Russia e la
Cina. Lungo la ferrovia sarebbero sorte città al posto dei vil­
laggi sperduti, le comunicazioni e i traffici commerciali avreb­
bero cambiato il volto a quelle zone semidesertiche e offerto
alle popolazioni, soprattutto ai giovani, la possibilità di libe­
rarsi dall’antica oppressione tribale.
L’inaugurazione avvenne alla presenza di 10.000 persone.
Al punto di congiungimento dei due tronconi furono siste­
mati gli ultimi segmenti di rotaia. «Gli ultimi bulloni furono
ribattuti da funzionari russi e kasaki, da Bill Sharoff (vetera­
no della lotta per la libertà di parola in America, reduce dalla
guerra civile che per anni aveva insanguinato la Russia e che
era stato chiamato a dirigere i lavori) in rappresentanza degli

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operai e dal settantenne Katayama, segretario generale del
Partito Comunista del Giappone e delegato alla Terza Inter­
nazionale». Secondo la Strong, la ferrovia era il contributo del-
l’URSS alla rivoluzione mondiale. E non sembri un’afferma­
zione retorica, dato che la parola d’ordine “fare come la Rus­
sia” diede impulso a tutte le lotte e alle conquiste dei lavora­
tori di ogni parte del mondo.
Tuttavia, la Strong non dipinge un quadro senza contrasti
di quella corsa contro il tempo che fu l’industrializzazione in
URSS. Al contrario, porta varie testimonianze dei non infre­
quenti sabotaggi: danneggiamenti alle macchine e agli impian­
ti, ostruzionismo burocratico finalizzato ad intralciare la pro­
duzione e a rallentarne i ritmi. Tutto ciò era l’espressione con­
creta dell’opposizione dei nepmen, piccoli imprenditori e traf­
ficanti che avevano utilizzato, abusandone, gli spazi di libero
mercato che la NEP si era vista obbligata a concedergli. Lo
sviluppo dell’economia socialista li riduceva a forze residuali
della vecchia società capitalista, da combattere ed eliminare.
La Strong tornerà in seguito su questo aspetto della lotta di
classe in URSS.

«Ho visto la collettivizzazione piombare come una tempesta


sul basso Volga, nell’autunno del 1929. Era una rivoluzione che
provocava mutamenti più profondi di quelli della rivoluzione del
1917, della quale, del resto, era il frutto ormai maturo». Questo
scrive la Strong nel capitolo sulla collettivizzazione dell’agricol­
tura. In effetti non si poteva che definire rivoluzionaria la radicale
trasformazione dell’agricoltura che, tra il 1930 e il 1933, portò
circa 14 milioni di piccoli appezzamenti di proprietà contadina,
estremamente frazionati e scarsamente produttivi, a raggrupparsi
nelle fattorie collettive (kolcos), servite da trattori e altre macchi­
ne agricole. Era una trasformazione necessaria ed improcrastina­
bile, complementare allo sviluppo dell’industria, poiché garanti­
va l’approvvigionamento di viveri alle fabbriche e alle città; vice­
versa la crescita della produzione industriale era necessaria e com­
plementare alla modernizzazione dell’agricoltura, poiché ne ga­

li
rantiva la meccanizzazione. Lo sviluppo armonico di entrambi i
settori assicurava l’innalzamento del tenore di vita e del livello
culturale delle masse lavoratrici. Questo è, in sostanza, il signifi­
cato di un’economia pianificata.
A sfatare i luoghi comuni secondo i quali si trattò di una
trasformazione progettata centralmente sulla carta e imposta
dall’alto, ecco, se ce ne fosse bisogno, una tra le tante testi­
monianze dell’autrice: «Quando lasciai la zona (del basso Vol­
ga) chiesi ad un funzionario locale cosa dicesse Mosca di que­
sto e di quello. Egli rispose frettolosamente ma con orgoglio:
“Non possiamo aspettare ciò che ci dice Mosca: Mosca fa i
piani secondo quello che diciamo noi”».
Come abbiamo visto per l’industrializzazione, le contrad­
dizioni di classe e al loro interno il fattore umano incidono
sulle trasformazioni sociali.
Le forze in campo vengono chiaramente identificate dalla
Strong: su un fronte, i contadini poveri ed i braccianti senza
terra, sostenitori entusiasti della collettivizzazione, sul fronte
opposto, i contadini ricchi (kulaki) che «combattevano il mo­
vimento con tutti i mezzi, che arrivavano fino all’incendio e
all’assassinio». In mezzo, la spina dorsale dell’agricoltura: i con­
tadini medi, indecisi tra la gestione individuale delle loro pro­
prietà e l’ingresso nei kolcos, dove avrebbero usufruito del so­
stegno del governo e dell’impiego delle macchine. Quando la
maggior parte di essi decise per questa seconda opzione, l’en­
trata nelle fattorie collettive assunse dimensioni di massa, in
termini di villaggi, circoscrizioni ed intere regioni.
Queste lotte laceravano tutta la società, compresi gli am­
ministratori locali ed i funzionari di partito. Alcuni, per ec­
cesso di zelo, forzarono, con pressioni e minacce, i contadini
ad entrare nei kolcos, altri pretesero di collettivizzare tutte le
proprietà private, dalle abitazioni, agli animali domestici, agli
attrezzi di lavoro. Altri ancora, al contrario, si fecero compli­
ci dei kulaki, frenando con ostacoli burocratici il movimento
di collettivizzazione. La Strong riconosce che queste divisioni
arrivavano anche ai livelli più alti della direzione del partito.

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La rivoluzione “dal basso” fu ufficializzata “dall’alto” con la
svolta nella politica del partito, nota per la parola d’ordine “liqui­
dazione dei kulaki in quanto classe”3 , decisa nel Comitato Cen­
trale del 5 gennaio 1930. La risoluzione adottata stabiliva inol­
tre scadenze differenziate per la collettivizzazione e ribadiva alcu­
ni principi: il carattere volontario dell’adesione ai kolcos e la for­
ma principale d’organizzazione dei kolcos, cioè X artel agricolo,
che prevedeva la collettivizzazione soltanto dei principali mezzi
di produzione. Infine, gli eccessi dei più zelanti funzionari di
partito furono criticati nel famoso articolo di Stalin, sulla “Ver­
tigine del successo”, apparso sulla Pravda del 2 marzo 1930, che
ebbe un’entusiastica accoglienza, come ci racconta la Strong in
alcuni esilaranti aneddoti, a cui rimandiamo.
Le contraddizioni strutturali si riflettevano nel quadro sovra-
strutturale della cultura contadina e la lotta per la collettivizzazio­
ne fu anche lotta contro l’arretratezza e l’ignoranza. Molti fattori
sociali cercavano di far girare all’indietro la ruota della storia e su
questi puntavano i kulaki che tentavano di allearsi con i vecchi,
che vedevano crollare le gerarchie della famiglia patriarcale, con
i preti, che temevano la fine del loro potere con la messa in discus­
sione delle superstizioni e delle credenze religiose, con gli uomi­
ni, che non volevano rinunciare al loro dominio assoluto sulle
donne. I rivoluzionari, in primo luogo i giovani, lottarono per
liberarsi dai ceppi delle tradizioni medievali, per una vita più li­
bera e per un lavoro che desse spazio alla loro iniziativa e alla loro
creatività. Le donne, una volta conquistata l’indipendenza eco­
nomica, trovarono il coraggio di liberarsi dalla soggezione ai loro
padri e mariti e, fino nei più lontani villaggi dell’Asia centrale,
forti di una nuova solidarietà femminile, eliminarono pubblica­
mente il simbolo della loro soggezione : «Le donne passarono da-
3 Parola d’ordine interpretata dalla propaganda borghese come la loro
liquidazione fisica di massa, il loro genocidio, ecc. Oltre alla Strong, molti
autori inquadrano in quel contesto storico e ridimensionano questo episo­
dio. Non essendo possibile dilungarci su di esso in queste note introduttive,
rimandiamo, ad esempio, all’opera di Ludo Martens, Un autre regard sur
Staline, Edizioni EPO, di prossima pubblicazione in traduzione italiana.

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vanti al palco: giunte di fronte al podio, gettarono il velo, e poi,
tutte insieme, andarono a sfilare per le strade... Altre donne
uscivano dalle loro case, si univano alla sfilata e gettavano
il velo davanti alle tribune».
La Strong mette in luce il ruolo delle avanguardie rivoluziona­
rie: dai tecnici innovatori delle Stazioni di macchine e trattori, ai
lavoratori delle “sezioni politiche”, formate da operai specializzati,
direttori di fabbrica, comandanti dell’esercito, scienziati, venuti
volontariamente dalle città per prestare le loro competenze ai fini
del miglioramento delle coltivazioni e per formare nuovi quadri,
fino ai giornalisti delle “brigate d’assalto”, che denunciavano la
corruzione dei funzionari o che percorrevano in lungo e in largo le
vaste zone agricole per prevenire gli sprechi e per raccogliere dati da
generalizzare. Diamo ancora la parola alla Strong: «In quei quaran­
ta giorni mio marito (redattore del Giornale dei contadini) perse
quindici chili di peso, tornò anche pieno di pidocchi. Ma calcola­
va che la sua brigata avesse evitato la perdita di forse trecentomila
ettolitri di grano. Il suo lavoro non è che un esempio della batta­
glia generale e senza risparmio condotta in quell’anno».

Dopo averci offerto, nei capitoli precedenti, numerosi


esempi di abnegazione e dedizione alla causa del socialismo,
la Strong dedica il capitolo “Nuovi tipi umani” a quegli “uo­
mini nuovi” che impegnavano tutte le loro forze e la loro in­
telligenza non per conseguire vantaggi personali, ma per un
obiettivo comune, utile per l’intera società. Lenin aveva chia­
mato le prime iniziative di lavoro volontario “germi di comu­
niSmo”. Questi germi si erano moltiplicati nella società so­
vietica e moltissimi erano gli “eroi del lavoro” che ogni anno,
nei loro congressi, esponevano con orgoglio i risultati raggiun­
ti, suscitando entusiasmo e stimolando l’emulazione. Dopo
averne ricordato i più popolari, dal minatore Stakanov, alla
colcosiana Maria Demcenko, al metallurgico Vasiliev, deten­
tori di record mondiali nei rispettivi rami produttivi, la Strong
sceglie di inquadrarli nella trasformazione di tutta la società.
Lo fa con le parole dello scrittore Panferov, che riportiamo:

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«La classe operaia ha costruito una diga sul Dnepr impe­
tuoso e ha costretto le sue indocili acque a servire l’uomo.
Essa ha trasformato i nebbiosi Urali in un centro industriale,
ha vinto il remoto e selvaggio Kusbass. Nel rifare il paese la
classe operaia ha riplasmato anche se stessa».
La Strong ci parla dello sviluppo culturale che aveva tra­
sformato contadini analfabeti in agronomi, attori dilettanti,
paracadutisti. Poiché l’Unione Sovietica comprendeva 150
nazionalità diverse, in tutti gli stadi di civiltà e cultura, «...a
Mosca si cominciarono a stampare libri in cento lingue, fin­
ché la produzione libraria dell’URSS, alla fine del primo pia­
no quinquennale, superò il numero dei libri stampati in Fran­
cia, Germania e Inghilterra, prese insieme».
Infine l’autrice descrive i metodi educativi dei giovani e
giovanissimi, che consistevano nell’aiutarli a sviluppare le pro­
prie attitudini, nell’incoraggiare la loro iniziativa e la loro cre­
atività. La Pravda sintetizzò come segue l’ideale sovietico del
carattere, che era l’esatto contrario dell’obbedienza cieca ri­
chiesta da Hitler alla gioventù tedesca: «L’individualità forte
e originale è la caratteristica essenziale del cittadino sovieti­
co... Non sottomissione e cieca fede, ma consapevolezza, au­
dacia e decisione. Forte individualità, inseparabilmente con­
nessa alla disciplina del collettivo dei lavoratori, altrettanto
forte e consapevole».
E poiché questi principi non erano vuota retorica ma una
pratica vivente di milioni di uomini, ciò dovrebbe mettere a
tacere i detrattori della società socialista, vista come “massifi­
cazione dei cervelli ed annullamento della personalità”.
La Strong pone a coronamento di questa “stagione felice” della
costruzione del socialismo in URSS la promulgazione della nuova
Costituzione, approvata dal Congresso dei Soviet il 5 gennaio 1936
sulla base del progetto elaborato da un’apposita commissione presie­
duta da Stalin e sottoposto ad una vastissima consultazione popola­
re, che aveva prodotto migliaia di emendamenti. L’autrice si soffer­
ma sul capitolo riguardante i diritti e gli obblighi fondamentali dei
cittadini e, in particolare, sugli articoli concernenti i diritti sociali,

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civili e politici. Trascura invece, almeno in questo testo, di mettere in
luce gli articoli che sanciscono il dovere, da parte di tutti, «.. .di os­
servare la norma, la disciplina del lavoro, le regole di convivenza so­
cialista, di salvaguardare la proprietà sociale socialista, con la formu­
la drastica “coloro che attentano alla proprietà sociale socialista sono
nemici del popolo”, nonché gli articoli concernenti il tradimento
della patria, il passaggio al nemico, lo spionaggio, “punito con il
massimo rigore della legge, come il più grave dei misfatti”». Chi si
sofferma su questi articoli, prosegue Aldo Bernardini, «.. .potrà fa­
cilmente comprendere come, almeno in linea di principio, l’attività
repressiva, anche molto dura ed ingente in una situazione in parti­
colare di guerra imminente e di inasprimento della lotta di classe,
fosse da intendersi già sulla base della Costituzione.. .».4
Non tenere conto di ciò, induce la Strong a scrivere: «La Co­
stituzione fu violata nel momento stesso in cui veniva scritta». Ella
ne fa ricadere le colpe sulla polizia politica, della quale nessuno vuol
difendere gli eccessi e le responsabilità personali. Ma il punto poli­
tico è semmai l’indipendenza del partito dalla Costituzione e le sue
prerogative di lotta e di repressione delle tendenze controrivoluzio­
narie. Citiamo ancora Bernardini : «... nelle sue funzioni essenziali
e tipiche il PCUS staliniano era esterno alla Costituzione e in real­
tà non soggetto ad essa, in quanto ne aveva la dominanza in vista
dei fini di difesa e trasformazione sociale non condizionabili dalla
Costituzione vigente. Il fine extracostituzionale del passaggio alla
fase comunista era compito del Partito».5

Il capitolo “La lotta per la pace è perduta” è basato sul


concetto dell’ “anelito” alla pace del popolo sovietico. Questa
aspirazione è il filo conduttore da cui la Strong fa discendere
la strategia del governo sovietico nelle trattative e negli ac­
cordi internazionali.

4 Problemi della transizione al socialismo in URSS Atti del Convegno


di Napoli 21-23 novembre 2003, Edizioni La Città del Sole, Napoli,
2004, p. 233.
5 Ibidem, pp. 234-235.

16
Dalla parola d’ordine “pace, terra e pane”, sintesi del pro­
gramma del partito bolscevico che prese il potere proprio per­
ché seppe rappresentare e soddisfare le necessità materiali della
classe operaia, dei contadini e dei soldati, alla pace di Brest
Litovsk, con le gravose perdite territoriali che il partito bol­
scevico, guidato da Lenin, fu costretto ad accettare, fino al­
l’iniquo trattato di Versailles, la Strong sottolinea in che mi­
sura il potere sovietico fosse disposto a fare concessioni, pur
di garantire la sopravvivenza del suo popolo e non preclude­
re l’avvenire della società socialista.
Nel prosieguo viene ampiamente documentata l’offensiva
di pace condotta dall’Unione Sovietica sul piano diplomati­
co, a partire dal momento in cui fu finalmente ammessa a far
parte del consesso internazionale.
La Strong ci offre una carrellata sulle tappe di quel per­
corso. Dalla Conferenza di Genova, indetta dalle potenze vin­
citrici al fine di addossare i costi economici del dopoguerra
alla Germania e alla Russia, e nella quale il monito di G.V.
Cicerin, commissario del popolo per gli affari esteri della Re­
pubblica Sovietica Russa (RSFSR): «Tutti gli sforzi diretti a
ricostruire l’economia mondiale saranno soffocati finché la mi­
naccia di nuove guerre continuerà a gravare sull’Europa e sul
mondo» rimase inascoltato, al Trattato di Rapallo in cui la
Russia sovietica stabilì normali rapporti commerciali e diplo­
matici con la Germania, la linea portata avanti dal governo
sovietico: “limitazione degli armamenti e relazioni tra uguali,
offerte alle nazioni in difficoltà” ne faceva il naturale alleato
delle nazioni vinte e dei popoli coloniali.
E’ necessario osservare che la Strong, nella sua trattazione
dell’argomento, ci presenta un’interpretazione parziale, non
dialettica, della strategia del governo sovietico in politica este­
ra. L’autrice non coglie appieno il significato del cambiamen­
to radicale intervenuto, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, nei
rapporti internazionali tra lo Stato sovietico e gli Stati impe­
rialisti, rapporti che si ispiravano in primo luogo a criteri di
classe. Non si trattava soltanto, come scrive la Strong riferen­

17
dosi al Trattato di Rapallo, di «aiutare la Germania a rimet­
tersi in piedi e di ristabilire le relazioni sulla base dell’ugua­
glianza». Battersi al tavolo della pace, come faceva il governo
sovietico, per il disarmo e perché gli Stati vincitori non im­
ponessero ai vinti condizioni troppo gravose, che avrebbero
fomentato il revanscismo e alimentato le correnti più reazio­
narie dei loro gruppi dirigenti (vedi l’ascesa del nazismo in
Germania), allontanava il pericolo di nuove guerre e rispon­
deva, non solo all’aspirazione alla pace del popolo sovietico,
ma anche agli interessi della rivoluzione socialista e del prole­
tariato internazionale. Come spiega A.S. Erusalimskij6, dopo
la Rivoluzione d’ottobre, due ordini di rapporti, dialettica-
mente connessi tra loro, orientavano la politica estera dello
Stato sovietico. Da un lato, i rapporti con gli Stati capitalisti
si basavano sul principio della “coesistenza pacifica” tra Stati
a diverso ordinamento politico-sociale. Dall’altro, i rapporti
tra la classe operaia sovietica, che aveva preso il potere, e la
classe operaia dei paesi imperialisti, sottoposta al giogo del
capitale, erano improntati ai principi della solidarietà di clas­
se e delfinternazionalismo proletario.
Proseguendo nella sua ricostruzione storica, la Strong in­
dividua nell’ascesa al potere di Hitler, dopo il colpo di stato
fascista in Italia, il prevalere della tendenza all’autoritarismo
delle “democrazie” borghesi in risposta alla crisi economica e
alla radicalizzazione delle lotte del proletariato.
La reazione dell’Unione Sovietica fu il suo ingresso nella
Società delle Nazioni, dopo che la Germania nazista e il Giap­
pone ne erano usciti, allo scopo di indurre gli Stati membri
ad unirsi per porre un argine all’incombente pericolo nazista.
Ma, come constata l’autrice, la tendenza generale delle
potenze imperialiste europee non era quella auspicata dal-
l’URSS. Quale fosse il loro reale obiettivo lo dimostrarono
nella Conferenza di Monaco, assise a cui parteciparono, in­
sieme alla Gran Bretagna e alla Francia, la Germania nazista

6 vedi AS. Erusalimskij. Da Bismarck a Hitler. Editori Riuniti, Roma, 1974.

18
e l’Italia fascista e a cui non vennero invitate né l’Unione So­
vietica, né la Cecoslovacchia, diretta interessata. Il Patto di
Monaco, con l’annessione del territorio dei Sudeti al Reich,
dette il segnale di via libera a Hitler per le sue mire espansio­
nistiche verso Oriente.
La Strong ricorda che, ai suoi interrogativi sull’arrende­
volezza nei confronti di Hitler dimostrata dalle potenze “de­
mocratiche”, ricevette la significativa risposta: «Si può dire in
quattro parole: hanno paura del bolscevismo».
Segue una lunga e dettagliata rassegna dei reiterati tenta­
tivi dell’Unione Sovietica, in seguito all’invasione della Ce­
coslovacchia, di stabilire un’alleanza con la Gran Bretagna e
la Francia al fine di resistere ad ulteriori aggressioni.
Come osserva la Strong, il segnale del fallimento di questa
offensiva diplomatica, condotta infaticabilmente dall’URSS, fu
dato con le dimissioni del commissario del popolo per gli affari
esteri, Maxim Litvinov, che ne era stato, agli occhi di tutto il
mondo, l’autorevole protagonista. Il programma di pace «.. .era
stato frustrato in Manciuria, in Africa, in Spagna, in Cina, in Al­
bania, in Cecoslovacchia, a Memel: otto anni di fallimenti, do­
vuti alla politica arrendevole o incoraggiante dei capi delle demo­
crazie occidentali verso l’aggressore».
Dopo l’insuccesso della missione militare di Gran Breta­
gna e Francia, inviata a Mosca per organizzare una difesa col­
lettiva contro un’ulteriore avanzata nazista in Europa orien­
tale e l’insabbiamento anche di questa prospettiva, con il pre­
testo del rifiuto della Polonia di accettare l’aiuto militare da
parte dell’Unione Sovietica, non rimaneva a quest’ultima al­
tra soluzione che accettare l’offerta di Hitler di stipulare un
patto di non aggressione.
Questo accordo (e non un’alleanza, come affermò allora e
come continua a sostenere, la pubblicistica borghese, menan­
done grande scandalo) sconvolse gli equilibri politici del mon­
do intero ed impedì che le potenze imperialiste appoggiasse­
ro politicamente e militarmente l’invasione nazista dell’URSS:
quello che il governo sovietico paventava che si potesse veri-

19
fìcare. Il suo significato è riassunto nelle parole di un diplo­
matico sovietico, riportate dall’autrice: «Con il patto di non
aggressione noi abbiamo introdotto un cuneo fra Hitler, il
Giappone e i sostenitori di Hitler a Londra. Era troppo tardi
per fermare l’invasione della Polonia. Chamberlain non ha
neppure tentato. Ma noi abbiamo diviso il campo del fasci­
smo mondiale e non avremo da combattere tutto il mondo».

A questo patto e alle mosse successive dell’Unione Sovietica per


proteggere i suoi confini da un’invasione che era solo rimandata nel
tempo, la Strong dedica il capitolo “Il patto che fermò Hitler”.
Con la consueta ricchezza di documentazione viene sfa­
tato il luogo comune della spartizione della Polonia da parte
dei due “totalitarismi”.
In una Polonia, il cui governo era fuggito all’estero e in
cui lo stesso comandante della guarnigione di Leopoli dichia­
rava: «Non c’è più alcun governo polacco dal quale io possa
ricevere ordini e io non ho ordini per combattere contro i
bolscevichi», l’Armata Rossa era costretta ad occupare una par­
te della Polonia per spostare verso occidente i suoi confini e,
in tal modo, proteggersi dall’attacco di Hitler. La rapidità con
cui i sovietici condussero le operazioni e il sacrificio di molte
vite per assicurarsi il possesso del punto nevralgico di Vilno,
fanno escludere, osserva l’autrice, che i nuovi confini fossero
stati precedentemente concordati.
La Strong riporta inoltre le testimonianze di diplomatici stra­
nieri, concordi nell’ammettere che: «Le popolazioni della zona
non ostacolano le truppe sovietiche, le accolgono invece con gio­
ia. La maggior parte non sono polacchi, ma ucraini e bielorussi».
Cioè quelle popolazioni che erano state strappate alla Repubbli­
ca Sovietica Russa dagli iniqui trattati di pace del 1918.
Il capitolo prosegue con la puntuale elencazione di tutte le
misure strategiche messe in atto dall’URSS per costruire, intor­
no ai suoi confini, una cintura difensiva di Stati neutrali o allea­
ti. In modo preciso e scientificamente documentato, vengono
smontate, ad una ad una, le abusate argomentazioni intese a di-

20
pingere l’Unione Sovietica come una potenza imperialista che si
espandeva inglobando i territori indifesi di piccole nazioni.
L’espulsione di mezzo milione di tedeschi dalle terre bal­
tiche, generalmente presentata come una persecuzione con­
seguente alle alleanze stipulate dal governo sovietico con gli
Stati della regione, viene invece messa in relazione con il ruo­
lo storico ricoperto dalle presunte vittime: «I tedeschi del Bal­
tico erano stati la classe dominante dei paesi baltici: alcuni di
essi vi si trovavano da secoli, come baroni e proprietari terrie­
ri. All’epoca della rivoluzione russa, erano state queste classi
a chiamare le truppe tedesche per rovesciare i governi rivolu­
zionari locali. Per l’URSS la loro espulsione significava la di­
spersione della quinta colonna più pericolosa d’Europa».
Dettagliata e demistificante delle opinioni anti-sovietiche
anche la parte riguardante l’intervento armato dell’Unione
Sovietica contro la Finlandia, che costò all’URSS l’espulsione
dalla Società delle Nazioni come “aggressore” e il biasimo e
l’accusa di sciovinismo da grande potenza anche da parte di
molti simpatizzanti. La Strong comincia col ricordare che l’in­
dipendenza della Finlandia (già appartenente all’impero zari­
sta) era stata una concessione del governo sovietico e cita la
dichiarazione di Stalin, commissario del popolo per le nazio­
nalità del governo sovietico, in appoggio a quella decisione:
«Dal momento che il popolo finlandese... è chiaramente de­
sideroso... di formare uno Stato indipendente, il Governo so­
vietico... non può fare altro che accettare questa richiesta».
Inoltre l’autrice ristabilisce la verità sul ruolo giocato dalla
Finlandia rispetto all’URSS: «.. .la Finlandia era nota come il pa­
ese baltico più ostile. L’originaria Finlandia democratica era sta­
ta rovesciata nel sangue dal barone Mannerheim, ex-generale za­
rista, con l’aiuto delle truppe del Kaiser. La Finlandia era divenuta
una base per l’attività internazionale contro l’URSS».
L’autrice prosegue con la ricostruzione di tutto l’iter delle
trattative, attraverso le quali l’URSS intendeva ottenere dal
governo finlandese l’affitto di alcuni territori nevralgici per la
difesa di Leningrado. In cambio proponeva la cessione di ter­

21
ritori molto più estesi. L’offerta, che comprendeva anche clau­
sole vantaggiose sugli scambi commerciali, fu respinta dal go­
verno finlandese che contava sull’appoggio della Gran Breta­
gna e della Francia e sull’intervento delle loro truppe, in caso
di conflitto armato contro l’URSS.
Interessante la descrizione del tempismo dell’intervento
dell’URSS, che pose termine alle trattative che il governo fin­
landese prolungava in modo inconcludente e sospetto, riu­
scendo così ad evitare l’internazionalizzazione del conflitto.
Il trattato di pace portò all’URSS i vantaggi territoriali neces­
sari per la difesa di Leningrado.
Con la cessione della Bessarabia (altro territorio che la
Repubblica Sovietica Russa era stata costretta a cedere nel
1918) da parte della Romania, «...la lunga cintura di sicurez­
za attraverso l’Europa era completa - da Hangö sul Baltico,
alle bocche del Danubio sul Mar Nero - Hitler, reduce dalle
devastazioni dell’Europa occidentale, stava volgendosi all’est».
Brillante, infine, la testimonianza “sul campo” dell’autri­
ce riguardante il rapido processo che trasformò la Lituania in
un paese democratico, dopo la fuga del presidente filo-nazi­
sta: «I prigionieri politici vennero liberati, i sindacati comin­
ciarono ad organizzarsi liberamente, organizzazioni di ogni
tipo si ricostruirono rapidamente... Si ebbero delle nuove ele­
zioni per “un governo del popolo” e ci fu un enorme plebisci­
to per andare alle urne. Si riunì la nuova assemblea che di­
chiarò la Lituania una Repubblica sovietica e fece domanda
di annessione all’Unione Sovietica». All’inizio dell’agosto 1940
anche le Repubbliche di Estonia e Lettonia chiesero di far par­
te dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
La Strong conclude il capitolo osservando: “Hitler
capì che la solitaria forza neutrale dei sovietici lo aveva
tenuto in scacco più di quanto non avessero fatto le
forze armate d’Europa combinate - polacchi, danesi,
norvegesi, belgi, francesi, jugoslavi, greci e inglesi. Egli
allora cambiò fronte e colpì l’URSS con l’aggressione
più potente che si ricordi nella storia».

22
Il capitolo “La guerra di tutto il popolo” si apre con la
data del 22 giugno 1941, giorno in cui la Germania nazista
sferrò l’attacco contro l’URSS con dovizia di truppe, carri ar­
mati e aerei da bombardamento. Come definire lo stile del
racconto della Strong, attraverso i momenti più drammatici
di un conflitto che doveva decidere delle sorti del mondo?
Epico, emozionante. Una ricostruzione esemplare di una me­
moria troppo spesso dimenticata.
Per ragioni di spazio siamo costretti a soffermarci sui punti
più salienti. In primo luogo vogliamo sottolineare che la
Strong fa giustizia in merito alla presunta “impreparazione”
dell’esercito sovietico e allo smarrimento di Stalin di fronte
all’attacco proditorio dei nazisti.
A parte la preparazione strategica alla resistenza, approfittan­
do al meglio dei ventidue mesi intercorsi dal patto di non aggres­
sione, argomento già ampiamente illustrato nel capitolo prece­
dente, la Strong - contraddicendo il rapporto Krusciov e, come
vedremo in seguito, non solo su questo argomento - sottolinea
che la resistenza accanita, opposta, fin dal primo momento, al­
l’avanzata delle truppe naziste dall’Armata Rossa costituì un’in­
versione di tendenza nell’andamento della seconda guerra mon­
diale, capovolse l’atteggiamento dei paesi capitalisti nei confronti
dell’Unione Sovietica, incoraggiò i movimenti clandestini della
resistenza contro i nazisti che stavano sorgendo in Europa e con­
vinse i governi in esilio delle nazioni occupate che se c’era una
possibilità di ritorno, questa era nelle mani dell’Esercito e del
popolo sovietico. L’autrice richiama, a proposito del valore in
campo internazionale della resistenza sovietica, i concetti princi­
pali, espressi da Stalin, nel suo primo discorso del tempo di guer­
ra trasmesso per radio. Egli affermò che in quella guerra la deci­
sione non sarebbe venuta solo dalla forza delle armi, ma dall’alli­
neamento politico del mondo.
Malgrado che il nemico avesse invaso una parte importante
del territorio sovietico, continuò Stalin nel suo discorso, era pos­
sibile fermarlo e respingerlo, poiché «gli eserciti invincibili non
esistono». La strategia sovietica in risposta a quella nazista della

23
“guerra lampo”, fu la guerra di tutto il popolo. Ma era anche una
guerra combattuta nell’interesse internazionale dei popoli.
Nelle parole di Stalin: «La guerra che conduciamo per la li­
bertà del nostro paese verrà a far parte delle lotte dei popoli
d’Europa e d’America per le libertà democratiche». E quella
lotta sarebbe continuata: «fino alla vittoria».
Il secondo elemento importante messo in luce dalla Strong
è che i sovietici sconfissero l’invasore nazista anche a causa
delle risorse umane che furono in grado di mettere in campo:
una popolazione sana, grazie all’avanzato sistema sanitario;
addestrata, grazie alla pratica sportiva di massa; preparata alla
difesa, grazie alle strutture sociali nelle fabbriche e nei kol-
cos; organizzata, grazie all’abitudine di agire collettivamente.
«I tedeschi non trovarono “cedevoli retrovie”. Essi trovarono
i contadini delle fattorie collettive, organizzati come partigia­
ni, collegati con l’esercito russo regolare».
Un altro fattore della vittoria che l’autrice sottolinea
con la consueta efficacia, è il tempestivo spostamento
verso est, davanti all’incalzare dell’invasione nazista, dei
macchinari e perfino dei raccolti di grano. Macchinari
che viaggiavano verso la Siberia, e che venivano rimon­
tati e messi in funzione in quelle terre lontane dagli
stessi operai che li avevano scortati nel lungo viaggio.
Raccolti di grano, frettolosamente portati a termine, con
l’aiuto di tutte le forze disponibili, e trasportati anch’es-
si verso est, per costituire una preziosa riserva.
Un altro aspetto, magistralmente descritto, è la difesa
delle città assediate.
Il blocco di Leningrado, con i suoi tragici risvolti di morti
per fame, ma durante il quale non venne mai meno l’impe­
gno eroico della popolazione nella difesa e perfino nella vita
intellettuale che continuava. Come è noto (o anche questo
episodio è stato cancellato dall’odio anticomunista?), duran­
te quell’assedio, il grande musicista Sciostakovic, che presta­
va servizio nelle unità della contraerea, compose la sua setti­
ma sinfonia, dedicata alla lotta e alla vittoria.

24
Mosca, la cui difesa venne diretta personalmente da Sta­
lin che, ricorda la Strong, il 7 novembre 1941 passò in rasse­
gna le truppe sulla Piazza Rossa incoraggiando i cittadini, i
quali, insieme all’esercito, sconfissero i nazisti.
«Non c’è più terra al di là del Volga». E il drammatico
incipit del racconto dell’autrice sull’epica resistenza di Stalin­
grado: una guerra combattuta strada per strada, casa per casa,
mucchio di macerie per mucchio di macerie. «Ogni mucchio
riconquistato ci fa guadagnare tempo», fu il messaggio di Sta­
lin. E la battaglia durò centottantadue giorni, fino all’arrivo
di forze fresche dell’Esercito sovietico che strinsero gli asse­
diami in una tenaglia, trasformandoli in assediati e facendo
più di 300.000 prigionieri. I nazisti si arresero il 2 febbraio
1943. La Strong conclude con una nota di trionfo: «Sugli uo­
mini e le donne di Stalingrado si infranse l’ondata dell’attac­
co tedesco per soggiogare il mondo».
Per ultimo l’autrice si sofferma lungamente sulla libera­
zione della Polonia che si realizzò con l’azione congiunta, ol­
tre che dell’Armata Rossa, di truppe ucraine, bielorusse e po­
lacche, queste ultime reclutate tra i polacchi profughi in URSS.
«I carri armati del maresciallo Zukov (sotto il cui comando si
trovavano la prima armata bielorussa e la prima armata po­
lacca) percorsero centodieci chilometri in una sola memora­
bile giornata. Brigate di ferrovieri mutavano lo scartamento
dei binari della ferrovia da est a ovest, mano a mano che si
avanzava; i rifornimenti arrivavano cosi direttamente dagli
Urali a duemila miglia dal fronte». Come fa notare l’autrice,
l’avanzata fulminea salvò la vita ad ottomila ebrei rinchiusi
nei campi di sterminio: i loro aguzzini in fuga precipitosa non
ebbero il tempo di assassinarli. Tutte le città furono prese tanto
in fretta che i tedeschi non riuscirono nell’intento di distrug­
gerle. Tutte, tranne Varsavia, che non volle attendere l’arrivo
dei sovietici, insorse e fu ridotta ad un cumulo di rovine. La
Strong sottolinea come «Il compito affidato alla prima arma­
ta polacca mostrò il senso politico del comando supremo so­
vietico;.. I polacchi ebbero l’onore di prendere Varsavia».

25
Il capitolo termina con la caduta di Berlino e con una nota
commovente. Con l’avanzata dell’Armata Rossa venivano libera­
te moltitudini di schiavi, polacchi, russi e jugoslavi, che si river­
savano, come una fiumana, fuori dalle fabbriche, dove erano stati
costretti a lavorare per il nemico. Un caso tipico fu quello di una
grande fabbrica di paracadute. «Improvvisamente una folla di
donne venne fuori correndo dalla fabbrica verso la libertà e saltò
al collo delle truppe che sopraggiungevano. Una vecchia andava
chiedendo: “Miei piccoli cari, qual è la strada per Orel?”. I soldati
sorridevano: “Vi ci manderemo, nonna”. La presero e la colloca­
rono su un camion per le retrovie».

Nel capitolo “La seconda ricostruzione”, la Strong dedica


soltanto poche pagine a questo argomento. Ne sottolinea le ca­
ratteristiche principali: la rapidità e il raggiungimento degli
obiettivi fissati dal nuovo piano quinquennale prima della sua
scadenza. L’autrice fa presente che l’URSS aveva iniziato a risol­
levarsi dalle immani perdite umane e materiali subite a causa
dell’invasione nazi-fascista, incominciando la ricostruzione ancor
prima che la guerra fosse finita: “La ricostruzione della diga sul
Dnepr e delle industrie intorno ad essa cominciò nel 1944, men­
tre l’Armata combatteva ancora ai confini della Russia”. La
Strong individua le cause di questa rapida ripresa nel fatto che
l’Unione Sovietica, a differenza che nel 1921, poteva ricostruire
sulle solide basi di un’economia socialista che, se era stata distrut­
ta nei territori occupati, aveva resistito ed anzi si era sviluppata in
Siberia e negli Urali. L’industria e l’agricoltura potevano inoltre
contare su un personale qualificato, tecnologicamente e profes­
sionalmente avanzato, formatosi nell’esperienza pre-bellica di
costruzione del socialismo.
A differenza dei capitoli precedenti, la Strong non ci for­
nisce molti dati e testimonianze sulla rinascita dell’economia
sovietica nel dopoguerra, considerata eccezionale dagli osser­
vatori di tutto il mondo, compresi quelli capitalisti, dati che
tuttavia si possono trovare, non soltanto nelle statistiche uffi­
ciali del governo sovietico, ma anche nelle opere di autorevo­

26
li economisti non sovietici7 e perfino in pubblicazioni trotski­
ste, dichiaratamente ostili alla linea politica del governo so­
vietico, ed in particolare di Stalin8.
La maggior parte del capitolo è dedicata ai rapporti post-belli­
ci tra l’Unione Sovietica ed i suoi alleati nella guerra contro il nazi­
smo. Come già era stato sottolineato, la resistenza opposta dal-
l’URSS alla marcia degli eserciti di Hitler, che pareva inarrestabile,
aveva capovolto l’atteggiamento delle potenze imperialiste, in pri­
mo luogo della Gran Bretagna, che si vedeva direttamente minac­
ciata da un’ulteriore avanzata nazista in Occidente. Atteggiamen­
to che si era trasformato in aperta ammirazione e in solenni pub­
blici riconoscimenti durante la battaglia di Stalingrado e la controf­
fensiva vittoriosa dell’Esercito sovietico. Ciò non aveva impedito,
ricorda la Strong, il ritardo nell’apertura del secondo fronte in
Europa occidentale (lo sbarco anglo-americano sulle coste france­
si avvenne soltanto nel giugno 1944), ritardo che aveva costretto
l’Unione Sovietica a sopportare da sola l’urto dell’offensiva nazista.
L’autrice percorre poi, una dopo l’altra, le tappe della guerra
fredda. Ne individua l’inizio nel monopolio USA dell’arma atomi­
ca e nel suo impiego criminale contro il Giappone, quando questo
era disposto alla resa. Le bombe sganciate su Hiroscima e Nagasaki,
che raserò al suolo due città e trucidarono 250.000 persone, costi­
tuivano un minaccioso avvertimento all’Unione Sovietica9.

7 Vedi Maurice Dobb. Storia dell’economia sovietica. Editori Riuniti,


Roma, 1957. Ricostruzione post-bellica, p. 3 e segg.
8 Ted Grant. Russia. Dalla rivoluzione alla controrivoluzione. A.C.
Editoriale Coop, Milano, 1988, pp. 42-45.
’ L’accesso ai documenti della CIA e del Pentagono dimostrano che non
si sia trattato di una semplice minaccia. Piani concreti, messi a punto per la
loro attuazione, che prevedevano la distruzione delle principali città del-
l’URSS, l’occupazione dei suoi territori, lo sfruttamento delle sue risorse e
l’assoggettamento delle popolazioni (un’operazione Barbarossa nucleare) fu­
rono orditi dal Dipartimento di Stato USA tra il 1948 e il 1957 e non furo­
no messi in atto soltanto per un complesso di ragioni dipendenti dai rap­
porti di forza politici e militari mondiali. Per una documentazione esau­
riente, vedi Filippo Gaja. Il secolo corto. Edizioni Maquis, Milano 1994.

27
Il capitolo prosegue elencando le successive manifestazioni di
ostilità nei confronti dell’Unione Sovietica e degli altri paesi del
campo socialista che venivano formandosi in conseguenza della
nuova ondata rivoluzionaria del secondo dopoguerra.
Il cospicuo prestito promesso dal governo USA, come ri­
sarcimento dei danni di guerra subiti dall’URSS, le fu nega­
to ed il piano degli aiuti in merci fu bruscamente interrotto,
il che portò ad ulteriori difficoltà nell’opera di ricostruzione.
La strategia del “contenimento”, da un lato si avvalse dell’ar­
ma dei ricatti economici mediante la concessione di cospicui
prestiti ai paesi che accettavano interferenze nella formazione
dei loro governi (piano Marshall in Europa occidentale) e,
dall’altro si basò sull’instaurazione e sul sostegno ai regimi re­
azionari in ogni parte del mondo. Strategia che si spinse, nel
1950, fino al conflitto armato (guerra di Corea). Completava
il quadro una massiccia campagna ideologica anticomunista:
dalla “cortina di ferro” di Churchill alla “dottrina Truman”.
A questa strategia offensiva di Washington, la Strong con­
trappone il profondo e frustrato desiderio di pace del popolo so­
vietico, che identifica nel «sogno di Stalin — che era stato anche il
sogno di Roosevelt - di un’amicizia duratura tra l’Unione Sovie­
tica e gli Stati Uniti», sogno che, secondo l’interpretazione della
Strong, Truman mandò in frantumi. Da questo sogno infranto,
l’autrice fa discendere una nuova chiusura nazionalista dell’Unio­
ne Sovietica e la rottura con la Jugoslavia. Nell’impossibilità, per
ragioni di spazio, di commentare ognuna di queste valutazioni,
ci sembra interessante riportare il giudizio dell’autrice sull’ammi­
nistrazione Truman. «...Con l’ascesa di Harry S. Truman alla
presidenza degli Stati Uniti, tutto quel che c’era di avido e me­
schino nelfimperialismo americano trovò il suo strumento in
questo politicante di provincia, con il monopolio della bomba
atomica in mano e nessun senso della storia». Torneremo in se­
guito sull’interpretazione individualistica della storia che si pre­
senta come una costante nelle analisi dell’autrice.
Riguardo alla guerra fredda, osserviamo che la Strong “vede
gli alberi ma non la foresta”. Sembra, cioè, che le sfuggano le ra-

28
gioni di fondo del nuovo affrontamento tra Stati imperialisti e
Stati socialisti che, dopo la breve parentesi dell’alleanza antifasci­
sta, si ripresentò nel dopoguerra per l’inconciliabilità tra il siste­
ma capitalista e quello socialista. Il “pericolo comunista” è un
pericolo reale, mortale, per il modo di produzione capitalista. Gli
Stati imperialisti, che ne sono l’espressione del potere politico,
sono disposti ad usare qualsiasi arma - da quella della distruzio­
ne nucleare a quella della penetrazione ideologica - per scongiu­
rare questo pericolo. Ciò al di là degli equilibri temporanei, ba­
sati su reciproci rapporti di forza, che possono essere raggiunti,
come di fatto avvenne, sia per l’armamento nucleare conseguito
dall’Unione Sovietica, sia per l’allargamento del campo socialista
con la costituzione della Repubblica Popolare cinese, della Re­
pubblica Popolare della Corea del Nord e delle Democrazie Po­
polari in Europa orientale.

Completiamo la nostra introduzione a L’era di Stalin esa­


minando i capitoli che maggiormente riguardano le analisi
storiche generali della sua autrice.
Anna Louise Strong conobbe personalmente Stalin ed ebbe
modo di apprezzare il suo metodo di lavoro. Rimandiamo i no­
stri lettori al dettagliato resoconto (pp. 55-56) dell’esperienza
della giornalista in una riunione, svoltasi alla presenza di Stalin,
che aveva per oggetto le dimissioni della Strong per divergenze
con i suoi colleghi russi della redazione del Moscow News. Grazie
al metodo maieutico di Stalin, la riunione si concluse con il ri­
tiro delle dimissioni della Strong e con nuove prospettive per
migliorare il lavoro editoriale. Ella generalizza il comporta­
mento di Stalin: «Un uomo che sapeva conciliare i diversi
punti di vista con una facilità che rasentava il genio, e solleci­
tare ed esprimere l’altrui volontà indicando, fra tutte le pos­
sibilità, la giusta via da seguire» (p. 56).
Ci siamo soffermati sull’episodio per ritornare a ragiona­
re sulla tendenza dell’autrice, già sopra accennata, ad enfa­
tizzare il ruolo personale dei protagonisti della storia. Nel bene
(come nell’esempio appena riportato) come nel male.

29
»
Nel primo capitolo del libro, “Socialismo in un solo paese”,
dopo un rapido excursus sulla Rivoluzione d’Ottobre, la Strong
descrive quella che, secondo il suo parere, fu una lotta tra i prin­
cipali dirigenti del PC(b) per la conquista del potere politico
dopo la morte di Lenin, ricalcando cosi i cliché borghesi e trotski-
sti (non per niente cita Isaac Deutscher, p. 47). Stalin, astuto e
calcolatore, sarebbe prevalso per la capacità di liberarsi dei suoi
rivali, mettendoli uno contro l’altro, di assicurarsi il controllo
della polizia politica e di conquistare la maggioranza del partito,
ma soprattutto — ed è il parere che la Strong privilegia - per la
dote di saper interpretare il volere del popolo.
Questo giudizio storico, oltre che contraddire la stessa
esperienza diretta dell’autrice — e molte delle sue corrispon­
denze in cui mette in risalto i contrasti di classe nella società
e nel partito - è l’espressione della sua concezione individua­
lista della storia, cioè quella di attribuire alle qualità persona­
li dei grandi personaggi il potere di cambiare il corso degli
eventi. Le caratteristiche e le doti personali degli individui esi­
stono e contano effettivamente, tuttavia esse si esplicano in
un determinato contesto storico e soltanto se inserite in que­
sto stesso contesto acquistano significato.
Secondo la concezione marxista del mondo, la lotta di classe è
il motore della storia. Le aspre contese all’interno del gruppo diri­
gente bolscevico non vanno quindi interpretate come dettate da
rivalità personali (elemento secondario), ma come il riflesso della
lotta di classe che si svolge nella società socialista, anche se in for­
me diverse da quelle caratteristiche delle società capitaliste. I diri­
genti delle varie opposizioni nel partito, sia sotto la direzione di
Lenin che di Stalin, rappresentavano le istanze delle classi o di strati
di classe in lotta, ne erano - coscienti o no - il riflesso all’interno
del partito. Stalin non era l’uomo che “stava con l’orecchio a terra”
o, più poeticamente, che “ascolta l’erba crescere” (p. 55), ma senza
dubbio era il rappresentante, insieme con la maggioranza del par­
tito, non di “tutto il popolo”, ma della classe operaia, dei contadi­
ni poveri, delle classi cioè che con la vittoria della rivoluzione, ave­
vano preso il potere per costruire una società socialista.

30
Le cause degli errori fatte discendere dalle caratteristi­
che individuali di Stalin sembrano essere riprese nel titolo
del V capitolo, “La grande follia”.
Ma il contenuto del capitolo va, almeno in parte, in un’al­
tra direzione. Cominciano ad affacciarsi dubbi e ad essere
prese in considerazione cause oggettive, di cui le operazioni
repressive erano la risposta.
In primo luogo, l’assassinio di Kirov in seguito ad una cospi­
razione che, a partire dall’assassino, il quale aveva potuto infiltrar­
si nel partito riuscendo a compiere il suo delitto senza incontra­
re ostacoli, portava, come stabilirono le indagini, a complicità a
livelli sempre più alti nelle gerarchie del partito.
Inoltre le analisi della Strong spaziano nell’ambito più vasto
del mondo capitalista, nel quale ambito ricorda le origini della
“quinta colonna” franchista nella guerra civile spagnola e i succes­
sivi campi d azione delle quinte colonne naziste che prepararono
il terreno al tradimento e al collaborazionismo fino ai massimi
livelli dei gruppi dirigenti in Europa (i Quisling, i Lavai), e che
spianarono il cammino alle “guerre lampo” naziste. Con queste
premesse, la Strong dà una spiegazione delle attività controrivo­
luzionarie in URSS, dai sabotaggi nelle fabbriche e negli impian­
ti, alle azioni repressive “nella direzione sbagliata”, avanzando
l’ipotesi di una infiltrazione esterna che, necessariamente, dove­
va poter contare su una sponda interna.
In base a questi elementi, esprime un giudizio di legittimità
sui processi del ’36, che videro, tra gli altri, imputati di rilievo
come Kamenev e Zinoviev, giudizio che fa discendere dalla sua
assidua presenza a tutte le udienze, che erano pubbliche ed assai
affollate dalle rappresentanze delle organizzazioni di massa sovie­
tiche. Parere che avvalora riportando le opinioni di molti tra i
numerosi corrispondenti della stampa estera e dei rappresentan­
ti delle diplomazie internazionali, ammessi ad assistere al proces­
so, nonché di politici e commentatori stranieri.
Dando invece conto dei processi a militari di alto grado del­
l’Armata Rossa, non dà — e probabilmente non era in grado di
dare - altra motivazione che quella di alto tradimento, per cui

31
erano stati condannati. Più tardi gli storici marxisti hanno indi­
cato nel militarismo, nella concezione del primato della tecnica
nell’arte militare, nell’insofferenza ad accettare il controllo del
partito (impersonato nelle figure dei commissari politici), cioè
nel rifiuto del primato della politica sul fucile - come direbbe
Mao Tse-tung — le cause che avevano spinto un folto gruppo di
valorosi alti ufficiali dell’Armata Rossa, prima all’accettazione
dell’ideologia militaristica e poi al tradimento a favore delle po­
tenze imperialiste, in particolare della Germania.
In quanto al rapporto Krusciov al XX Congresso del
PCUS, la Strong ne dà ampiamente conto nella prefazione,
in vari passaggi della sua trattazione e, in particolare, nel X
capitolo “Dopo Stalin”, ma risulta chiaramente che non ne
condivide gran parte dei contenuti. Le sue perplessità affio­
rano a volte tra le righe, a volte si manifestano apertamente.
In ogni caso ella non tralascia di sottolineare che Stalin non
agiva per iniziativa personale, ma con la corresponsabilità
dell’ Ufficio Politico e con l’approvazione della maggioranza
del Comitato Centrale e dei Congressi del Partito.
Come abbiamo già fatto notare, commentando il VII e
l’VIII capitolo, quando si tratta di analizzare la linea di
condotta del partito, sotto la direzione di Stalin, prima e
nel corso della guerra contro l’invasore nazista, la Strong
dissente apertamente dai contenuti del rapporto.
Per concludere le nostre riflessioni su questo aspetto
dell’opera della Strong ci preme affermare che sarebbe an­
tistorico, oltre che ingeneroso, pretendere da lei una luci­
dità di analisi e un giudizio complessivo sulla portata
storica del XX Congresso del PCUS.
In primo luogo la Strong, arrestata con l’accusa di spio­
naggio e poi espulsa dall’Unione Sovietica nel 1949, quan­
do fu chiuso il Moscow News, vi tornò, dopo un lungo pe­
riodo trascorso negli Stati Uniti, nel 1958 per un breve
soggiorno. Quindi, con tutta probabilità, non fu in grado
di indagare sul regolamento di conti, con relativi arresti e
fucilazioni, scatenatosi all’interno della cricca dei revisioni­

32
sti che avevano prevalso nella direzione del PCUS, dopo la
morte di Stalin10.
Tanto meno possiamo pretendere che la Strong prevedesse,
in un tempo così ravvicinato, le catastrofiche conseguenze del XX
Congresso del PCUS, quando il rapporto “segreto” di Krusciov
fu accettato — anche se con qualche interrogativo e distinguo che
ne attenuavano la rozzezza e le più palesi falsità - da molti diri­
genti dei partiti comunisti11, sia in nome di un malinteso senso
di disciplina, sia perché molti di loro intravidero nei suoi conte­
nuti il segnale di via libera alle concezioni revisioniste; quando il
dolore e lo sconcerto di centinaia di militanti e di proletari fu
messo a tacere e represso; quando celebri intellettuali, in una ri­
tirata ingloriosa, volsero le spalle al comuniSmo.
La Strong non ha mai neppure adombrato l’intenzione di abiu­
rare alle sue idee. Non solo, non menò scandalo sul suo arresto e sulla
sua espulsione dall’Unione Sovietica. Si interrogò, come era suo co­
stume, sulle cause di quella nuova ondata repressiva, che aveva assun­
to dimensioni considerevoli e che, a volte, sbagliava i suoi obiettivi.
Come sempre, la ridimensionò collocandola nel contesto dell’accer­
chiamento imperialista che, appena terminata la seconda guerra
mondiale, tornava a minacciare l’Unione Sovietica. Né cambiò la sua
opinione su Stalin. Riferendosi al rapporto Krusciov, scrisse: «... nes­
suna parola oggi può valere come giudizio definitivo dell’era di Sta­
lin. Stalin è uno di quegli uomini la cui valutazione va posta in una
lunga prospettiva storica e il carattere della cui opera si fa più chiaro
man mano che si allontana nel tempo» (p. 206). Ed ancora, espri­
mendo un giudizio storico ancor più chiaro: «Quando tutto ciò che
può esser detto contro Stalin sarà elencato e valutato, si dovrà con­
cludere, io credo, che solo la tremenda marcia che egli impose al-
l’URSS dal 1928 in avanti poteva costruire uno Stato socialista in
questo paese. Guardando indietro, si può vedere come gli altri di-

10 Vedi Ludo Martens. Un autre regard sur Staline. Editions EPO,


Belgique, 2003, pp. 310-312.
11 Vedi le risposte di Paimiro Togliatti a 9 domande sullo stalinismo.
Nuovi Argomenti , N.20, Maggio - Giugno 1956.

33
rigenti, Trotzky, Zinoviev, Kamenev, Bukharin portassero alla ro­
vina. Nessuno di loro possedeva, ritengo, come Stalin aveva, la
conoscenza profonda delle necessità del popolo, il coraggio e la
volontà necessaria» (p. 207) .
La sua incrollabile fiducia nel destino comunista dell’umanità
e la sua ansia di vivere nelle “società del futuro”, la indussero a
decidere di trascorrere il resto della sua vita nella Repubblica
Popolare Cinese12. Durante il suo soggiorno nel paese che aveva
scelto, dopo l’Unione Sovietica, come sua nuova patria, docu­
mentò, nel 1962, in una delle sue Lettere dalla Cina'’’, le profon­
de divergenze tra il Partito Comunista Cinese e il PCUS, che por­
tarono alla luce le tendenze revisioniste che, a partire dal XX
Congresso, si stavano affermando in URSS e negli altri paesi so­
cialisti europei. Condividendo le posizioni dei comunisti cinesi,
certamente dovette correggere le ottimistiche previsioni sulle di­
verse “vie al socialismo” e sul ruolo dei loro sostenitori da lei
espresse nella parte finale del suo libro L’era di Stalin.

Concludiamo questa introduzione sottolineando l’importan­


za della ristampa, per lodevole iniziativa degli editori Sergio
Manes e Giuseppe Zambon, di L’era di Stalin, uno dei tanti libri
scomparsi dai cataloghi delle case editrici, mediante un’operazio­
ne di cancellazione della memoria storica, versione moderna e
“democratica” del rogo nazista dei libri “sovversivi”. L’era di Sta­
lin è un libro utile, anzi necessario, per conoscere in “presa diret­
ta”, attraverso le corrispondenze di Anna Louise Strong, la realtà
quotidiana, le contraddizioni, i problemi, le finalità di quella stra­
ordinaria avventura che è stata la costruzione del socialismo in
Unione Sovietica. Una rivoluzione epocale che ha trasformato,
nel breve spazio di quarant’anni, un’economia arretrata, basata
principalmente su un’agricoltura arcaica, in un’economia tecno-

12 Vedi Letters from China. Letter Number 10. Why I came to Chi­
na at the age of 72. http://www.marxists.org/reference/archive/strong-
anna-louise/1963/letters china/ch 11...
13 Ibidem, Letter Number 4. The Great Debate.

34
logicamente avanzata, sia nell’industria e nelle infrastrutture, sia
nell’agricoltura, e che ha elevato il livello civile e culturale di una
popolazione semi-analfabeta a traguardi mai raggiunti prima di
allora dalle masse popolari nel loro complesso.
Questo libro è un antidoto contro la propaganda anticomu­
nista, falsa e calunniosa, di parte borghese e revisionista, che in­
tossica le menti e le coscienze. I suoi capitoli sulla preparazione
dell’URSS alla resistenza contro il nazismo e sulla “guerra di tut­
to il popolo” potrebbero essere utilmente usati nelle scuole e nel­
le università per ovviare ai colpevoli silenzi sulla storia contem­
poranea e come “legittima difesa” contro la versione ministeriale
della storia che minaccia di invadere l’editoria scolastica.
Vorremmo infine chiarire che le osservazioni critiche su alcu­
ne concezioni ideologiche dell’autrice non hanno inteso sminui­
re il valore della sua opera. Ci è sembrato che l’alto livello profes­
sionale, l’onestà politica e la statura morale della Strong non me­
ritassero una lettura acritica e superficiale che accantonasse ogni
dissenso ma, al contrario, meritassero un’interlocuzione, attenta
ai grandi temi in questione e al loro approccio teorico. Abbiamo
quindi preferito proporre un’analisi critica dell’opera, condotta
con la stessa partecipazione e passione dell’autrice e nel quadro
della condivisione degli ideali che 1’ hanno ispirata.
Abbiamo anche, in questo modo, voluto invitare i nostri let­
tori, soprattutto i più giovani, alla riflessione, allo studio, ad un
lavoro collettivo di ricerca, non più procrastinabile, allo scopo di
riappropriarci di una storia che ci appartiene, di ricostruire una
memoria che ci è stata sottratta o rimandata attraverso specchi
deformanti. Poter attingere all’immenso patrimonio del movimen­
to operaio comunista, della costruzione del socialismo nei primi
paesi che la intrapresero, imparare dalla loro esperienza - al di là
dalla loro temporanea sconfitta — permette di mettere radici più
salde al “nuovo mondo possibile” che vogliamo costruire.

Adriana Chiaia

35
Prefazione dell’autrice

“Era di Stalin”: con questo nome, io credo, coloro che ver­


ranno dopo di noi ricorderanno l’epoca in cui milioni di uo­
mini edificarono il primo Stato socialista del mondo; di que­
st’opera Stalin fu la mente: fu lui a dar voce all’idea che la
Russia contadina potesse affrontare l’impresa, e da allora ogni
atto - conquista o errore - recò la sua impronta.
È certo ancora troppo presto per fare un consuntivo di
quest’epoca. E tuttavia le innumerevoli controversie sorte in
rutto il mondo su questo argomento, e che hanno scosso la
fede e le opinioni di troppi, ci persuadono a tentarlo: perché
sono proprio i migliori a essere turbati dalle rivelazioni di Kru-
scev, dalla denuncia delle brutali ingiustizie e feroci repres­
sioni che a migliaia hanno accompagnato la costruzione del
socialismo. Costoro si chiedono con insistenza se la via al so­
cialismo non possa essere diversa, se il male commesso era sto­
ricamente necessario o se, invece, non se ne debba attribuire
la colpa alla malvagità di un uomo.
Son domande che i russi a mio avviso non si pongono. Essi
continuano a costruire, lasciatisi ormai alle spalle i giorni dello
stalinismo, che sottopongono ad analisi, si, ma in quanto la
critica è il mezzo per garantirsi un futuro migliore. Sanno che
ogni umano progresso deve essere pagato a caro prezzo, non
solo con il sacrificio degli eroi in battaglia, ma anche con la
morte di molti innocenti; sanno, di più, che le sofferenze af­
frontate per la costruzione del socialismo sotto la guida di Sta­
lin, fossero esse frutto di necessità, crimine o errore, nulla sono
a paragone di quelle inflitte loro dalle potenze occidentali in-

37
terventiste e dall’invasione hitleriana, e infinitamente minori
anche solo delle sofferenze che vennero alla Russia dal ritardo
frapposto dall’America all’apertura del promesso “secondo fron­
te”. E sanno infine di poter ovviare alle deficienze del loro si­
stema anche senza ricorrere ai lumi altrui.
Ai miei amici in occidente vorrei dire innanzitutto que­
sto: l’era staliniana è stata una delle grandi epoche dinamiche
della storia, forse la maggiore nel corso dei secoli. Essa mutò
le condizioni di vita non solo della Russia, ma del mondo in­
tero; non vi fu spettatore o attore che non ne subisse l’im­
pronta. Quest’epoca, se ha evocato qualche demonio, ha dato
vita in compenso a milioni di eroi. Non tutti coloro che par­
teciparono all’impresa possono oggi volgere lo sguardo all’in-
dietro, e considerare i delitti che la macchiarono, ma chi so­
pravvisse alla lotta e perfino molti di loro che soccombettero,
accettarono le sofferenze come l’inevitabile prezzo di ciò che
andavano costruendo.
Chi potrà dimenticare l’Europa del 1940, quando gli eser­
citi francesi crollarono in dieci giorni davanti ai carri armati
di Hitler, quando l’Europa fu minacciata da una nuova Età
Oscura millenaria? Chi potrà dimenticare gli assalti portati a
tutta l’umanità da coloro che affermavano i diritti della Her­
renrasse sulle razze inferiori schiave, e come questi assalti si
infransero contro la resistenza degli uomini e delle donne di
Stalingrado? Edificando febbrilmente, disordinatamente an­
che, questi uomini e donne eressero il pilastro che resistette
quando il mondo intero vacillava: di questo l’umanità tutta è
oggi loro debitrice.
Ma non si tratta solo di questo: nell’epoca staliniana non
solo è nato il primo Stato socialista del mondo e la potenza
militare che fermò Hitler; in essa si è sviluppata anche la base
economica che fu la premessa indispensabile alla costituzione
di nuovi Stati socialisti, comprendenti oggi un terzo dell’uma­
nità; l’epoca di Stalin ha messo a disposizione dei popoli d’Asia
e d’Africa liberatisi dal dominio coloniale i mezzi che permet­
teranno loro di scegliere le vie del proprio sviluppo in un

38
mondo economico di cui gli imperialisti non dettano più l’uni­
ca legge. Essa, dunque, ha costruito la base sulla quale può
fondarsi la libera convivenza delle nazioni nella diversità di
ciascuna, e la loro unità in una pace duratura. I mali di que­
st’epoca trassero origine dalle cause più disparate: le condi­
zioni obbiettive preesistenti in Russia, l’essere stata questa un
paese accerchiato in un mondo nemico, l’attività della quinta
colonna nazista, e, solo in parte, il carattere dell’uomo che
stava alla testa. Ma soprattutto, essi derivano dal fatto che la
classe operaia dei paesi occidentali, tecnicamente e politica-
mente evoluta, aveva rimesso la costruzione del primo orga­
nismo statale socialista del mondo a una plebe contadina igno­
rante e retrograda, la quale, pur conoscendo la propria im­
maturità al compito, riuscì nell’intento.

Anna Louise Strong

39
I.
Socialismo in un solo paese

Il primo Stato socialista del mondo fu costruito in un ar­


retrato paese contadino. Secondo tutte le teorie che avevano
avuto corso fino allora ciò avrebbe dovuto risultare impossi­
bile: condizioni del socialismo, si pensava, sono un elevato
tenore di vita, la superproduzione, la diffusione della cultura
e l’educazione democratica. Il socialismo dunque, si sarebbe
imposto dove e quando il capitalismo avesse sviluppato in pie­
no il meccanismo della produzione, dimostrandosi in pari tem­
po incapace di distribuire adeguatamente il plusvalore; pre­
messa indispensabile era la classe operaia padrona delle tecni­
che industriali, cosciente dei mali insiti nel sistema capitali­
stico, e consapevole della forza collettiva che può dare a tutti
l’abbondanza. Questa classe operaia avrebbe assunto il pote­
re, nazionalizzando il meccanismo produttivo e impiegando­
lo per il bene comune. Le opinioni divergevano solo sulla
quantità di “violenza rivoluzionaria” indispensabile alla con­
quista del potere.
La Russia zarista non conosceva che i rudimenti del mec­
canismo produttivo moderno, ignorava la superproduzione;
al momento del suo crollo, sullo scorcio della prima guerra
mondiale, mancava quasi del tutto di prodotti industriali e
scarseggiava anche di cibo. Non v’erano operai specializzati, i
contadini vivevano in pieno medioevo. Se il partito bolscevi­
co assunse, sotto la guida di Lenin, il potere, non fu perché le
plebi chiedessero a gran voce il socialismo, ma perché esso
era l’unico gruppo politicamente organizzato che sapesse in­
terpretare conseguentemente il voto popolare: «pace, terra e

41
pane». Il paese era in pieno caos: i contadini s’impadroniva­
no dei latifondi nobiliari, gli operai erano ridotti alla fame
perché le fabbriche chiudevano i battenti per mancanza di ma­
terie prime, i soldati disertavano in massa. Questi stessi ope­
rai e soldati elessero i Soviet: i consigli, che dovevano dar voce
alle loro esigenze. Lenin affermò che i Soviet erano la base di
un dominio democratico e popolare della cosa pubblica. «Tut­
to il potere ai Soviet»: fu con questa parola d’ordine che i bol-
scevichi conquistarono il potere.
La presa del potere avvenne in modo relativamente sem­
plice: soldati e lavoratori si impadronirono dei telefoni, dei
telegrafi, degli uffici governativi; diedero l’assalto al Palazzo
d’inverno. Il Congresso panrusso dei Soviet dei soldati e de­
gli operai, già in sessione, si proclamò solo Governo del paese
il 7 novembre 1917, ed emanò subito i tre famosi decreti: sulla
pace, sulla terra, sul potere statale. Il decreto sulla pace pro­
poneva negoziati a tutti i Governi impegnati nel conflitto
mondiale; il decreto sulla terra faceva dello Stato il proprieta­
rio di tutta la terra, concedendone l’usufrutto a coloro che la
lavoravano; il decreto sul potere statale consegnava tutto il
potere ai Soviet. Da ogni parte del paese intanto arrivarono
telegrammi annunciami l’elezione dei Soviet locali. Il Con­
gresso dei Soviet contadini decise di inserirsi nel nuovo orga­
nismo statale, che assunse il nome di Repubblica Sovietica.
Conquistare il potere fu facile, e durò un giorno. Fu assai
più duro mantenerlo e consolidarlo: ci vollero anni. Nobili
espropriati e rappresentanti dell’antico regime levarono eser­
citi con l’aiuto delle potenze straniere; il Kaiser mise le mani
sulla Polonia e sugli Stati baltici, spedì truppe in Finlandia a
dar man forte al barone Mannerheim e al suo governo reazio­
nario, in Ucraina e nel Caucaso a fare incetta di grano, car­
bone, ferro e petrolio. Gran Bretagna, Francia, Giappone e
Stati Uniti d’America inviarono spedizioni a occupare i porti
dell’Artico, a penetrare in Siberia attraverso la porta di Vladi­
vostok, a spingersi nel Caucaso e nell’Asia centrale. Le guerre
d’intervento si susseguirono fino al 1921, e quando ebbero

42
fine, Finlandia, Polonia, Lettonia, Estonia e Lituania erano
costituite in Stati autonomi, la Bessarabia era stata annessa
alla Romania, mentre i congressi dei Soviet avevano autorità
sul resto della Russia.
La Russia era un cumulo di rovine: inesistenti i raccolti,
introvabili le materie prime e i macchinari, il bestiame stermi­
nato, l’attrezzatura agricola dissolta in sette anni di guerra. Il
1920 e il 1921 furono due annate di carestia, che costò la vita
a milioni di esseri umani; nel bacino del Volga un tempo cosi
fertile, nel 1921, anno in cui visitai la regione, i figli dei conta­
dini non avrebbero potuto andare a scuola, anche ammetten­
do che le scuole ci fossero; i ragazzi non avevano scarpe, non
avevano vestiti e l’inverno lo passavano rannicchiati sulle enor­
mi stufe familiari, avvolti in cenci, senza poter mai mettere il
naso fuori dell’uscio. Allo scopo di favorire la ripresa economi­
ca Lenin varò la NEP, la «Nuova politica economica», che san­
civa la coesistenza dei più vari sistemi produttivi: socialista, co­
operativistico, perfino capitalistico; restarono di proprietà del­
lo Stato le miniere, le ferrovie e i grandi complessi industriali,
tutti in gravi condizioni di dissesto; le piccole industrie, i ne­
gozi e le fattorie tornavano nelle mani dei privati.
La vita di Lenin giunse al termine mentre cominciava a
rinascere la vita nel paese. Nel gennaio 1924, quando egli
morì, il tenore di vita del popolo russo era ancora notevol­
mente inferiore a quello già tanto misero della Russia zarista.
Né l’industria né l’agricoltura si erano ancora riprese dalla ca­
tastrofe, conseguenza di sette anni di guerra, e il paese era an­
cora tutt’altro che socialista, anche se il Partito al potere diri­
geva tutti i suoi sforzi verso la meta del socialismo. Le indu­
strie chiave, è vero, appartenevano allo Stato ed erano state
rimesse in funzione, a prezzo di enormi sacrifici, dai lavora­
tori che prestavano la loro opera per salari irrisori (nei primi
tempi, anzi, per il solo vitto), ignorando il riposo, pur di co­
struire locomotive, vetture tranviarie e quanto era di pubbli­
ca utilità: aveva avuto ragione Lenin, puntando sulla loro de­
vozione alla cosa pubblica. Ma larga parte dell’industria e del

43
commercio erano in mani capitalistiche, mentre i produttori
agricoli erano quasi tutti piccoli proprietari: tra loro spicca­
vano i kulak, i piccoli agrari che, sfruttando gli altri contadi­
ni, e ingannando lo Stato, riuscivano ad accumulare larghi
profitti. Lenin stesso ebbe a dire che le condizioni esistenti
erano più adatte a permettere lo sviluppo di un’economia ca­
pitalistica che non di un’economia socialista.
Ma l’idea di Lenin, l’idea di un paese che, sotto regime
socialista, avrebbe potuto diventare il più prospero e il più
progredito del mondo, aveva messo radici nella coscienza dei
russi. Quanto lunga e faticosa fosse la via da percorrere non
era ignorato da nessuno: ma, si pensava, la Russia non sareb­
be stata costretta a percorrerla tutta da sola: il collasso pro­
dotto dalla prima guerra mondiale e l’esempio russo avrebbe­
ro scatenato altre rivoluzioni in Europa, soprattutto in Ger­
mania. Le nuove forme dell’organizzazione sociale europea sa­
rebbero state create coll’aiuto della classe operaia tedesca, tec­
nicamente e culturalmente ben più avanzata di quella russa.
Più di una volta in quegli anni - nel 1917, nel 1918, e anco­
ra nel ’20 e ’23 — l’attesa rivoluzione tedesca sembrò final­
mente alle porte. Quanto poi al problema se la Russia, priva
dell’ausilio di altri paesi più evoluti, avrebbe potuto costruire
un’economia socialista, esso nemmeno fu posto, durante la
vita di Lenin, almeno come concreto problema di prospettive
politiche. Quando esso divenne oggetto di discussione, a par­
tire dal 1924, la maggior parte dei teorici bolscevichi pensa­
rono che la Russia non avrebbe potuto affrontare il compito.
Fu Giuseppe Stalin che, nell’agosto del 1924, formulò la
teoria della costruzione del socialismo nella sola Russia, senza
alcun aiuto esterno. Pochi mesi prima, Stalin stesso aveva so­
stenuto la tesi opposta, affermando che «per organizzare la pro­
duzione socialista, non sono sufficienti gli sforzi di un solo pa­
ese, e tanto meno di un paese contadino come la Russia; a tale
scopo sono indispensabili gli sforzi riuniti del proletariato di
parecchi paesi economicamente evoluti». Ma nell’agosto 1924,
ecco Stalin affermare, in polemica con Trotzky, che un Gover­

44
no sovietico avrebbe potuto sviluppare l’economia russa e co­
struire il socialismo anche senza 1’ aiuto della classe operaia di
altri paesi, perché in tale impresa avrebbe avuto l’appoggio della
stragrande maggioranza del popolo, compresi i contadini. Sta­
lin non parve allora accorggersi della contraddittorietà del suo
atteggiamento, e forse non prevedeva l’immensa importanza che
la sua affermazione avrebbe assunto in seguito. Del resto, la co­
erenza teorica non rientrava negli obblighi di un uomo che,
lungi dall’essere considerato un teorico, aveva dato prova del
suo talento in campo organizzativo. Egli era diventato il segre­
tario generale del partito comunista: e questa posizione, anche
se non era in contatto, era però in grado di avvertire le richie­
ste più urgenti e profonde delle masse.
Ciò di cui Stalin si fece portavoce, non era tanto una precisa,
completa teoria, quanto la pretesa di edificare il proprio paese,
avanzata con crescente energia dal popolo russo, che sempre più
fermamente riteneva di riuscire a farlo anche senza l’aiuto stranie­
ro. Sette anni erano trascorsi dalla rivoluzione, e i bolscevichi ave­
vano imparato ad aver fiducia nelle proprie capacità; l’idea e la spe­
ranza di un socialismo legato alla rivoluzione, di continuo riman­
data dalle classi operaie europee, cominciava a stancare. Quando
Stalin affermò che i russi erano in grado di reggersi da soli e di co­
struire un loro particolare sistema economico, ciò diede continui­
tà agli scopi rivoluzionari e mobilitò gli animi per uno sforzo pa­
triottico. I maggiori teorici del bolscevismo dell’epoca, Zinoviev e
Kamenev, non si resero affatto conto del peso della teoria stalinia­
na. E quando, nel 1925, Stalin la presentò al XV Congresso del
P.C. (b), ne ottenne la sanzione senza alcuna difficoltà. Qualche
mese più tardi, i due teorici accortisi finalmente della reale portata
della tesi di Stalin, cercavano di scalzarla definendola un tentativo
di sostituire, a quello ortodosso, un “comuniSmo nazionale” e più
tardi si sarebbe unito a loro anche Leone Trotzky.
Giuseppe Stalin, l’uomo che quasi per caso aveva formu­
lato la teoria destinata a essere il fondamento della vita sovie­
tica per i prossimi venticinque anni, non era russo, ma geor­
giano, apparteneva cioè a una delle nazioni sottomesse dal­

45
l’imperialismo zarista. Suo padre, un ciabattino, era nato ser­
vo della gleba. Al contrario di quasi tutti gli altri capi bolsce-
vichi, Stalin proveniva da una classe di oppressi di una nazio­
ne oppressa. All’età di nove anni, entrò in un seminario, che
da poco aveva aperto i battenti a ragazzi di umile origine, e
fu, a giudizio degli insegnanti, uno dei migliori allievi, dota­
to di «una straordinaria volontà di affermarsi, che lo spinge a
primeggiare sui condiscepoli». A quindici anni, nel 1894, Sta­
lin entrava, per intercessione del maestro e del pope, al semi­
nario di Tiflis, fondato con lo scopo preciso di russificare i
giovani georgiani più dotati. Vi trovò un regolamento seve­
rissimo; gli insegnanti erano incaricati di spiare atti e pensieri
degli allievi, ai quali si proibiva la lettura di qualsiasi libro
non canonico: il giovane Stalin, sorpreso a leggere Victor Hugo
durante il terzo anno di scuola, fu chiuso in cella a pane e
acqua. Ma questo non gli impedì di leggere ben presto altri
libri proibiti, Marx compreso, nel quale imparò che «i filoso­
fi hanno solo interpretato il mondo; nostro compito è di mu­
tarlo». Iscrittosi a un organizzazione socialista segreta, contri­
buì a organizzare un sindacato di ferrovieri e fu espulso dal
seminario nel 1899.
Più tardi, Stalin ebbe ad affermare d’essere stato portato al
marxismo non solo dalla sua posizione sociale, ma anche dalla
«dura intolleranza... che mi oppresse spietatamente al seminario».
Divenuto agitatore operaio, il nostro giovane georgiano
affrontò la vita rischiosa del lavoro politico, sotto i più diver­
si nomi falsi. Gli restò per sempre uno fra i soprannomi dati­
gli dai compagni in quegli anni: Stalin, uomo d’acciaio. In
quel periodo egli conobbe le teorie di Lenin che suscitarono
subito il suo entusiasmo, e alle quali rimase poi ostinatamen­
te fedele. Più volte arrestato, quattro volte esiliato in lontane
regioni artiche, riuscì sempre a tornarne; la quinta volta, nel
1913, fu confinato nell’estremo nord dell’Asia, alla foce del-
l’Jenissei, donde lo liberò solo la rivoluzione. Approfittò del­
l’esilio per studiare e scrivere, dedicandosi soprattutto al pro­
blema delle nazionalità, del quale aveva diretta esperienza come

46
georgiano nato sotto il tallone russo. Quest’opera lo mise ra­
pidamente in luce fra i compagni di Partito, e nel 1917, quan­
do i bolscevichi conquistarono il potere, Stalin fu nominato
commissario alle nazionalità, col compito di occuparsi dei pro­
blemi delle minoranze etniche in seno al nuovo Stato.
Nel 1922 divenne segretario generale del partito comunista,
posizione strategica le cui possibilità non furono valutate appie­
no finché Stalin stesso non le sviluppò a fondo. L’uomo pareva
tagliato su misura per quel compito: negli anni dell’oppressione
zarista la maggior parte degli altri capi bolscevichi erano vissuti a
lungo all’estero, in Europa; le loro doti di scrittori e oratori si
erano sviluppate in paesi che conoscevano la libertà di parola:
Stalin era cresciuto nella clandestinità della Russia zarista e le
armi di cui era divenuto maestro non erano tanto gli scritti o i
discorsi, quanto il diretto contatto umano del lavoro organizza­
tivo, da cui dipendeva la vita di molti compagni.
In qualità di segretario generale del Partito e membro del
Politburo, Stalin appartenne, con Lenin, Kamenev, Bukharin e
Trotzky, al gruppo dei cinque incaricati di elaborare la linea po­
litica, e del quale Lenin era il capo riconosciuto con Kamenev
come sostituto in diversi settori di lavoro: a Trotzky era affidata
la condotta della guerra civile, a Bukharin l’organizzazione della
stampa e propaganda. Zinoviev, divenuto solo in un secondo
tempo membro del Politburo, era allora alla presidenza dell’In­
ternazionale comunista. Nessuno degli altri capi parve invidiare
a Stalin la quotidiana fatica del lavoro organizzativo, che del re­
sto, in un primo tempo, non gli procurò grande rinomanza; né
essi parvero accorgersi dei graduali mutamenti, grazie ai quali
Stalin riuscì a instaurare il predominio del partito sulla nazione
e a imporre il proprio controllo sul meccanismo del Partito.
Se non è verosimile che tutto ciò abbia corrisposto ad un
preciso piano di Stalin, elaborato in precedenza, è certo però
che, una volta trovatesi in mano le leve dell’apparato, lavorò
a conquistare il potere al Partito - e col Partito, a se stesso.
Nell’ultimo ventennio sono stati pubblicati molti libri i
cui autori, sull’esempio dello studio di Isaac Deutscher, han­

47
no preteso di far luce sulle manovre con cui Stalin riuscì a
consolidare la propria posizione sotto Lenin, poi a isolare e
battere i rivali; ma due episodi mi pare rivelino più degli altri
la portata e i limiti di questo secondo tempo staliniano. Nel
1922 gli fu affidato l’incarico di elaborare il testo della Costi­
tuzione che avrebbe fatto della Russia l’Unione delle Repub­
bliche Socialiste Sovietiche. Secondo l’abbozzo originale, esa­
minato e approvato da Lenin, sarebbero state di competenza
del Governo centrale solo la difesa, gli affari esteri, il com­
mercio con altri Stati, le ferrovie e le comunicazioni, mentre
la polizia, compresa quella politica, sarebbe stata alle dipen­
denze dei Governi locali. Verso la fine dello stesso anno, Sta­
lin mandò propri delegati in Georgia, allo scopo di spegnere
un ritorno di fiamma dell’opposizione, ed essi si servirono
della polizia politica per far arrestare gli avversari. La conse­
guenza fu che il testo finale della Costituzione, come fu adot­
tata nel dicembre, sanciva l’istituzione di una polizia politica
alle dirette dipendenze del Governo centrale, con ramifica­
zioni in tutte le Repubbliche.
Stalin veniva così ad assumersi la responsabilità della cen­
tralizzazione della polizia politica; e fu la spietatezza con la
quale troncò l’opposizione georgiana a provocare, il suo pri­
mo e unico conflitto con Lenin, ormai prossimo alla fine.
Il famoso “testamento”, è appunto la reazione di Lenin alle
notizie pervenutegli mentre era costretto a letto dalla malat­
tia, sui metodi brutali inaugurati da Stalin in Georgia. Lenin,
come è noto, subì tre attacchi del male: il primo alla fine del
maggio 1922, e da questo si riprese tanto da poter tornare al
lavoro, esaminando e approvando l’abbozzo iniziale della Co­
stituzione; il secondo alla fine dell’autunno, e anche questo
fu superato, se in dicembre era in grado di dettare al suo se­
gretario una memoria: sentendosi ormai alle soglie della morte,
riteneva di dover sottolineare il pericolo di una «frattura» in
seno al partito possibile «in un prossimo futuro», dal momento
che Trotzky e Stalin, «i due capi più abili dirigenti» erano an­
che implacabilmente rivali. Nella memoria, venivano mosse

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critiche più aspre a Trotzky che non a Stalin, ma nessuno dei
due era accusato di accarezzare propositi criminosi; non si for­
nivano però consigli di sorta sulla maniera di risolvere l’even­
tuale crisi. Pochi giorni più tardi, il 30 dicembre 1922, pro­
prio nell’ora in cui il testo definitivo della Costituzione, ela­
borato da Stalin, veniva trionfamente accolto dall’Assemblea
Costituente dell’U.R.S.S., Lenin dettava una seconda memo­
ria, in cui Stalin veniva definito «politicamente responsabile»
degli eccessi compiuti in Georgia; particolarmente violento il
tono della postilla, aggiunta al “testamento” il 4 gennaio:
«Stalin è troppo rozzo, e questo difetto...diventa intolle­
rabile in chi ricopra la carica di segretario generale. Racco­
mando quindi all’Assemblea di cercare la maniera di rimuo­
vere Stalin da tale carica, eleggendo al suo posto altro più pa­
ziente, garbato e riguardoso coi compagni».
Nelle due ultime settimane, quindi, le critiche mosse da
Lenin a Stalin si erano inasprite, con tutta probabilità a causa
delle informazioni fornitegli da alcuni delegati all’Assemblea
Costituente. Lenin non rese di pubblico dominio il suo te­
stamento, della cui esistenza erano al corrente solo la moglie
e il segretario personale. Egli infatti si riprese e ricominciò a
occuparsi direttamente degli affari di Stato; primo provvedi­
mento fu di inviare Kamenev in Georgia, allo scopo di com­
piervi un’inchiesta; in pari tempo, Lenin prometteva all’ “op­
posizione” georgiana di farsi personalmente portavoce delle
sue lamentele al prossimo Congresso del Partito. L’azione era
in pieno corso, quando l’8 marzo Lenin veniva colpito da un
terzo attacco che lo costringeva ad abbandonare definitiva­
mente ogni attività politica, benché la morte seguisse solo a
quasi un anno di distanza. Così, quando nell’aprile 1923 si
riunì il Congresso del Partito, Lenin non si presentò per ac­
cusare Stalin. Né allora lo attaccò Trotzky, perché Stalin ave­
va assunto nei suoi riguardi una posizione più conciliante.
Due momenti di quel congresso servirono a mettere in luce
l’autorità e i metodi di Stalin. Il suo rapporto sull’attività della
segreteria dimostrò come il partito comunista (b) stesse assu­

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mendo il controllo di ogni settore della vita pubblica: la per­
centuale di iscritti al Partito tra i funzionari sindacali delle
varie Repubbliche era infatti aumentata dal 27 al 57 per cen­
to, da 5 a 50 tra i dirigenti delle cooperative, dal 16 al 24 tra
gli ufficiali dell’esercito; una dopo l’altra, tutte le organizza­
zioni venivano a trovarsi sotto il controllo del Partito. Altro
episodio, la replica di Stalin a una mozione che chiedeva più
ampia libertà di discussione nell’ambito del Partito: il segre­
tario generale affermò che «il Partito non è un circolo di di­
scussioni», che la Russia «è insediata dai lupi dell’imperiali­
smo, e discutere i problemi di maggior conto in ventimila cel­
lule, significherebbe mostrare al nemico di classe le carte che
abbiamo in mano». Fu, per Stalin, una vittoria su tutta la li­
nea, e quando, a congresso concluso, si ebbero degli scioperi
e si scoprì l’esistenza di un’opposizione clandestina, gli avver­
sari furono senz’altro tratti in arresto dalla polizia politica.
In tal modo, prima ancora che Lenin morisse, Stalin ave­
va creato un meccanismo suscettibile di assumere il controllo
non solo del Governo, ma di ogni altro organismo pubblico,
e che identificava il proprio potere con gli interessi della ri­
voluzione e del paese. Ancora, attraverso la Costituzione, Stalin
aveva dato vita a una polizia politica fortemente centralizza­
ta, ed era ormai chiaro che, posto di fronte all’alternativa tra
libertà e sicurezza, com’erano da lui intese, egli avrebbe opta­
to per la seconda a scapito della prima.
Lenin morì il 21 gennaio 1924: Stalin si occupò dell’or­
ganizzazione delle pubbliche esequie, apparendo tra coloro che
ressero il feretro e, nonostante le proteste della vedova e di
parecchi intellettuali bolscevichi, ordinando che fosse eretto
il mausoleo sulla Piazza Rossa. A tale proposito, le sue idee
erano in netto contrasto con i princìpi di modestia e austeri­
tà caratteristici di Lenin; e tuttavia, Stalin aveva compreso,
meglio di qualunque altro bolscevico europeizzato, che il po­
polo russo, ancora largamente contadino, non sarebbe rima­
sto insensibile al monumento che dava ricetto a un “santo dalla
carne incorruttibile”: le decine di milioni di semplici cittadi­

50
ni, affluiti al mausoleo a rendere omaggio alla salma di Lenin
e a fortificarvi la propria fede, ne sono la maggior prova. Con
buone ragioni, Stalin si considerava ormai come il più fedele
tra i discepoli e — nonostante “Il testamento” - il naturale erede
di Lenin, egli che da vent’anni era un bolscevico, per un de­
cennio era stato membro del Comitato centrale presieduto da
Lenin, di cui era stato il braccio destro durante i sei burra­
scosi anni della rivoluzione. Era logico, per lui, considerare
l'ultimo incidente alla stregua di un semplice malinteso, do­
vuto soprattutto alla malattia di Lenin e che sarebbe stato chia­
rito senz’altro, solo che il maestro fosse guarito. Gli altri diri­
genti avevano avuto ben altri dissensi con Lenin: Trotzky, che
gli aveva contrastato il passo per anni, schierandosi al suo fian­
co solo quando la rivoluzione era scoppiata: Zinoviev e Ka­
menev, che l’avevano tradito proprio al momento cruciale del­
l’insurrezione, alla quale si erano opposti, giungendo al pun­
to di svelarne i piani su un giornale avversario. Lenin li aveva
perdonati; ma, a paragone delle loro, le colpe di Stalin dove­
vano esseregli parse di ben poco conto.
Quando il 4 maggio 1924 fu data lettura delle ultime volon­
tà di Lenin al plenum del Comitato centrale, che doveva decide­
re se era il caso di renderle note al prossimo Congresso del Parti­
to, Stalin fu salvato dall’alleanza che aveva stretta con Kamenev
e Zinoviev, i quali vedevano in Trotzky, con apprensione, un
Bonaparte in potenza, e non temevano invece Stalin, da loro
considerato uomo assai meno ambizioso. Dando prova di gran­
de modestia, questi aveva infatti sostenuto che solo un collegio,
non già un unico individuo, avrebbe dovuto raccogliere l’eredità
ili Lenin, e Zinoviev poteva quindi parlare della «armonia e col­
laborazione» di cui si era avuto esempio negli ultimi mesi, affer­
mandosi «felice che i timori di Lenin si fossero rivelati privi di
fondamento», e concludendo col raccomandare di non rendere
di pubblico dominio il testamento, ma di farne conoscere il con­
tenuto solo a pochi delegati. Questa proposta fu accolta con qua­
ranta voti favorevoli e dieci contrari: veniva così a cadere l’ultimo
serio ostacolo frapposto all’ascesa di Stalin.

51
Gli anni che seguirono videro Stalin occupato a consolidare
il proprio potere. In una serie di discussioni cruciali sulla linea po­
litica da seguire, egli riuscì a battere, prima, e poi a far espellere
dal Politburo, uno dopo l’altro, i suoi rivali, da Trotzky a Zino­
viev e Kamenev, a Bukharin e Rykov. Non vi fu oppositore che
non denunciasse il “dispotismo “di Stalin, eppure questi riuscì
ogni volta, da un lato, a strappare la maggioranza in seno al Poli­
tburo, dall’altro, a ottenere il più ampio suffragio popolare. Ma,
ad ogni oppositore che cadeva, sempre più precisa si faceva la
minaccia alla libertà di parola. Nel dicembre 1929 il XV Con­
gresso del Partito dichiarava «incompatibile con la qualità di
membro del Partito...l’aderire all’opposizione». Dopo averli
sconfitti, Stalin non mancava mai di porgere la mano agli avver­
sari, pronto a raccoglierli nelle file dei suoi seguaci qualora si
“pentissero”. Essendosi al contrario Trotzky mostrato irremovibile,
egli propose di esiliarlo dalla Russia, come fu fatto: in tal modo l’op­
posizione alla “linea del Partito” divenne un crimine, indipendente­
mente dal fatto che gli antichi militanti delle varie correnti d’oppo­
sizione avevano nella stragrande maggioranza recitato il mea culpa e,
riabilitati, lavoravano negli uffici assegnati loro da Stalin.
Ma questa storia sommaria delle manovre del segretario
generale non presenta che il meccanismo politico di una se­
rie di eventi ben più vasta e profonda. Di questa tecnica ma­
novriera vediamo quotidianamente l’esempio in campo po­
litico e sindacale: Stalin era certo un abilissimo stratega, ma
questo non basta a spiegarne l’ascesa e non ci aiuta a valuta­
re l’importanza della sua opera. Se egli conquistò il potere
fu, a mio avviso, grazie a tre doti, due delle quali ne­
cessariamente comuni a tutti i leaders politici, la terza solo
ai maggiori tra di essi. Da un lato, Stalin aveva la capacità
di avvertire con estrema chiarezza quella che io chiamo la
“volontà del popolo”, ed era perfettamente padrone della tec­
nica necessaria a trasformare questa volontà in azione reale,
dall’altro nutriva la convinzione - e insieme aveva la capaci­
tà di comunicarla agli altri - che il suo operato fosse in fun­
zione di un futuro migliore per tutta l’umanità.

52
Ho parlato di “volontà del popolo”: intendo con questo qual­
cosa di assai più forte ed essenziale della scelta che noi americani
esercitiamo nelle elezioni di novembre. Certo, io non sottovaluto
l’importanza del mio voto, e sarei disposta a morire in nome di
alcuni dei diritti in cui esso è espressione; ma non sarei disposta al
sacrificio in nome della differenza tra candidati democratici e can­
didati repubblicani. Tra questi io posso appunto “scegliere” ma non
saprei pretendere che questa sia la “mia volontà”. Esistono, soprat­
tutto in tempi di crisi, propositi e scopi per i quali gli uomini sono
pronti a soccombere: quelli appunto che si identificano con i biso­
gni collettivi, con l’interesse della nazione, con l’idea di un mondo
migliore per i propri figli. Essi, veramente, meritano il nome di
“volontà del popolo”, perché per essi il popolo è pronto a lottare,
morire, sopportare ingiustizie e persecuzioni.
«Pace, terra e pane» divenne una di tali mete in Russia,
crollato il regime zarista; e Lenin, il quale se nera fatto inter­
prete, potè conquistare il potere. «Socialismo in un solo pae­
se» fu un’altra di tali mete, nella Russia degli anni attorno al
’25, per un popolo padrone di un paese ricco ma devastato,
che non sperava più nell’aiuto altrui, ma in compenso aveva
assunto coscienza della propria forza. Stalin espresse questa
aspirazione contraddicendo con etrema disinvoltura le sue
precedenti opinioni, e giungendo a farla sua non già per via
tcnica, ma attraverso l’interpretazione della volontà popola­
re. Quando egli vide il popolo unirsi sotto quella bandiera,
crebbero ai suoi stessi occhi il peso e la fondatezza delle sue
convinzioni. Fu questo a mettere in ginocchio l’opposizione,
assai più di una mera abilità tattica; la fedeltà con la quale,
meglio di chiunque altro, Stalin riusciva a percepire ad espri­
mere la volontà del popolo. A ciò lo predisponeva la sua estra­
zione sociale; figlio di una classe oppressa in seno ad una na­
zione oppressa era rimasto in contatto diretto con le aspira­
zioni del popolo nei lunghi anni di lotta clandestina, mentre
altri leaders bolscevichi discettavano di socialismo stando al­
l’estero; più tardi, la carica di segretario generale del Partito
gli aveva dato la possibilità di confrontare e selezionare gior-

53
no per giorno i desideri più energici e le deficienze più sof­
ferte della nazione.
Il suo modo di fare era modesto, diretto a semplicità; la sua
visione dei problemi eccezionalmente chiara e precisa. Fin dai
primi anni, aveva elaborato una particolare tecnica atta a saggia­
re le opinioni di un gruppo di uomini. «Me lo ricordo molto bene
— ebbe a dirmi un vecchio boscevico — un giovanotto posato, che
alle sedute del comitato si teneva un po’ in disparte, parlando
poco e ascoltando molto, intervenendo con un commento, spes­
so una semplice domanda, solo verso la fine della seduta. E un po’
alla volta, ci si accorgeva che egli era in grado di riassumere nel
modo migliore quello che avevano pensato tutti insieme». Que­
sto ritratto, sicuramente è condiviso da tutti coloro che hanno
preso parte a una riunione con Stalin, serve a spiegare come egli
riuscisse a garantirsi sempre la maggioranza, cosa che non man­
cava mai di fare prima di fissare la “linea”. In altre parole la sua
non era affatto la mentalità del despota, persuaso che imparten­
do ordini si possa aver ragione della volontà della maggioranza,
e neppure l’atteggiamento passivo del democratico di routine, che
aspetta il voto e ad esso si attiene, accettandolo come un dato de­
finitivo. Stalin sapeva che l’appoggio della maggioranza è premes­
sa indispensabile di ogni sana azione politica, ma sapeva anche
come si ottengono le maggioranze. Il suo sistema consisteva nel
sondare il pensiero di un gruppo, e, scopertane la tendenza essen­
ziale, introdurre la leva della sua dialettica, trascinando la mag­
gioranza a tutte le conclusioni che era in grado di accettare.
Alla stessa tecnica egli faceva ricorso sul piano nazionale.
Tanto a Stalin che al popolo russo, il meccanismo delle vota­
zioni di tipo occidentale era completamente ignoto, né il se­
gretario generale se ne lasciò impressionare quando ne venne
a conoscenza. Ma, in tutto il tempo che l’ho conosciuto, vidi
Stalin tener conto costantemente e attentamente, sempre, dei
desideri e delle aspirazioni atti a promuovere l’azione. Chiun­
que ottenesse particolari risultati in campo produttivo - dal­
la lattaia che aveva battuto il record di mungitura, allo scien­
ziato che riuscì a disintregare 1’ atomo — veniva invitato a di­

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scutere il suo successo con Stalin, il quale voleva sapere come
e perché esso era stato raggiunto. Egli insomma, come direb­
be un uomo politico americano, stava «con l’orecchio a ter­
ra»; o, per usare la poetica espressione dei contadini russi,
«ascoltava crescere l’erba». Ecco ciò che lo stesso Stalin dice
della propria tecnica di governo: «Non ci si deve attardare alla
retroguardia di un movimento, perché questo equivale ad iso­
larsi... ma non ci si deve nemmeno spingere troppo avanti,
perché questo vuol dire perdere il contatto con le masse». A
questo modello egli improntava - di solito con successo - tutta
la sua azione.
Il leader non deve solo intuire la volontà del popolo ma
anche trasformarla in azione. La volontà, individuale o col­
lettiva, non è mai qualcosa di statico: può esser fatta annega­
re nella disperazione, o sollecitata a grandi imprese. Nell’abi­
lità di suscitare e scatenare la volontà delle masse, Stalin rag­
giunse la vetta del genio. Vorrei raccontare, a questo proposi­
to, una mia personale esperienza.
Col direttore russo del The Moscow News, il giornale da
me fondato, ero giunta ai ferri corti, e il mio grado di esaspe­
razione era tale che ormai desideravo solo di dare le dimissio­
ni, e magari di rinunciare a ogni cosa e andarmene dal-
l’U.R.S.S. Un amico mi consigliò di presentare le mie lamen­
tele a Stalin, e infatti di 11 a poco ricevetti una telefonata dal
Cremlino: mi si invitava a un “colloquio con i compagni re­
sponsabili”. I termini dell’invito erano cosi vaghi, che restai
di sasso quando mi trovai di fronte, seduti allo stesso tavolo,
Stalin, Kaganovic e Vorocilov, oltre alle persone con le quali
mi ero scontrata. Le mie proteste, dunque, erano arrivate fino
al Praesidium del Politburo, la massima guida dell’U.R.S.S.
Ero piena di vergogna.
Stalin mi tolse rapidamente dall’imbarazzo chiedendomi
se ero in grado di seguire la discussione in russo. Poi, gettò là
una domanda, e lasciò che ognuno dei presenti dicesse il suo
parere. Lui stesso, che presiedeva la riunione non già seduto
a capotavola, bensì a un posto qualunque a uno dei lati, dal

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quale tuttavia poteva vedere bene in faccia gli altri, parlò meno
di tutti. In un primo momento, restai delusa: non mi ero
aspettata uno Stalin così alla mano; ma un po’ alla volta mi
resi conto che era stato il segretario generale, lasciando cade­
re qui una parola, ponendo là un domanda, ripetendo e sot­
tolineando la frase dell’uno o dell’altro, a guidare la discus­
sione, evitando che si uscisse dal seminato. Poi Stalin riepilo­
gò i vari punti di vista, e allora cominciai a comprendere an­
che le ragioni dei miei stessi avversari. Un momento prima
avevo pensato di dare le dimissioni e andarmene; avevo fatto
capire chiaro e tondo che questo era il mio solo desiderio. Ma
ora che udivo Stalin ripetere «E davvero il suo unico deside­
rio? Non ne ha proprio altri?», il mio vero desiderio, da la­
tente che era, veniva alla superficie, e finalmente, quello che
realmente volevo, un giornale più grande e fatto meglio, pre­
se forma e fu detto. Nel nuovo clima di comprensione che si
era venuto a creare, non sembrava più una cosa impossibile.
Fu questo che chiesi, e fu questo che ottenemmo.
Da quel giorno, seppi che Stalin era il più abile dirigente di
discussioni che avessi mai incontrato nella mia carriera fra gli
uomini politici, un uomo che sapeva conciliare i diversi punti di
vista con una facilità che rasentava il genio, e sollecitare ed espri­
mere l’altrui volontà indicando, fra tutte le possibili, la retta via
da seguire. Così io credo egli apparve ad altri come a me in quel
torno di tempo. (Si era all’inizio del piano quinquennale). In se­
guito, rinunciando a questo suo metodo, egli voltò le spalle alla
teoria e alla prassi che lo portò al potere.
Qualunque sia la distanza tra la sua pratica successiva e questi
princìpi, egli stesso aveva offerto la formulazione più precisa dei
pericoli insiti in decisioni individuali che non trovino un corretti­
vo nell’elaborazione critica collettiva. Quando Emil Ludwig, pri­
ma, e poi Roy Howard pretesero di sapere come «nascevano le de­
cisioni del grande Stalin», questi ribatte spazientito che in Russia
«ai singoli individui non è lecito prendere decisioni... L’esperienza
ci ha insegnato che le decisioni individuali non sottoposte al con­
trollo altrui, contengono una eccessiva percentuale d’errore». Le

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maggiori realizzazioni dell’U.R.S.S., soggiunse, erano state rese
possibili dal fatto che in seno al Comitato centrale, vale a dire al­
l’istituzione chiamata a elaborare le decisioni ad altissimo livello,
erano riuniti i migliori cervelli di tutti i rami, dalle scienze all’in­
dustria, dall’agricoltura agli affari internazionali.
Stalin stesso più di ogni altro contribuì a generalizzare
questa norma, istillandola nella vita sovietica. Egli agiva
sempre attraverso le strutture politiche delle maggioranze
che aveva saputo costituire. Eppure, nello stesso tempo,
egli si servì di una polizia politica fortemente centralizzata
per soffocare l’opposizione. Questo dualismo, che appare
contraddittorio agli occhi di un osservatore occidentale, non
era però nuovo né estraneo alla mentalità russa della fine
degli anni ’20: i russi erano abituati a vedere una polizia
di questo genere, e l’avevano esperimentata prima sotto lo
zar, poi ancora con Lenin. Lenin, benché animato da altis­
simi intenti democratici, aveva nondimeno istituito la Ceka
(Commissione straordinaria), affidandole il compito di
stroncare la controrivoluzione evitando le lungaggini del
codice. Stalin, definendo «controrivoluzionaria» ogni for­
ma d’opposizione, non fece che allargare i poteri e le fun­
zioni della polizia; ma gli unici a protestare furono i più
occidentalizzati fra i bolscevichi, perché ognuno sapeva che
l’edificazione del socialismo avveniva in una paese circon­
dato dal un mondo ferocemente ostile.
Durante i molti anni che trascorsi nell’U.R.S.S., mai
ho sentito parlare di «decisioni di Stalin», di suoi «ordi­
ni», ma sempre e soltanto di «ordinanze del Governo»,
di «linea del Partito», cioè di elaborazioni collettive. Par­
lando di Stalin, se ne elogiava semmai la «chiarezza», la
«capacità di analisi»; si diceva: «Stalin non ha una visio­
ne individualistica delle cose», in altre parole, lungi dal
cercare l’isolamento, Stalin prendeva le sue decisioni solo
dopo essersi consultato con i luminari dell’Accademia
delle Scienze, i dirigenti industriali, i responsabili sin­
dacali. Anche negli ultimi anni, quando lo si volle sugli

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altari, non si salutò mai in lui il «sommo duce», bensì
il «maestro», colui che additava la via da seguire. Ciò lo
distingue dai despoti di cui pullula la storia, nonostante
le sue molte azioni dispotiche.
Frutto di questa elaborazione collettiva, che risultava a sua
volta dalle aspirazioni e dalle idee di milioni e milioni di in­
dividui, catalizzate da Stalin, venne il «socialismo in un solo
paese», attuato mediante una serie di piani quinquennali.

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IL
Il piano quinquennale

All’inizio, il mondo al di là dei confini dell’Unione Sovie­


tica senti parlare del piano quinquennale solo come di un pro­
getto follemente stravagante di Mosca. Io, e molti altri, che
percorremmo in quel periodo le regioni più distanti del-
l’U.R.S.S., lo vedemmo prender forma in villaggi e fabbri­
che, città e regioni; vedemmo crescere il piano quinquennale
dal bisogno di lavoro e di pane del bracciante agricolo, dal­
l’ardente desiderio di lavoro creativo della gioventù in cerca
di occupazione, dalle risorse intatte e inesplorate della pianu­
ra e della montagna, divenute finalmente proprietà colletti­
va, e i cui padroni erano decisi a godere della loro ricchezza.
Poi, vedemmo la passione di questi milioni di cittadini sovie­
tici pungolati instancabilmente dal cervello delle organizza­
zioni comuniste locali e dall’ufficio statale della pianificazio­
ne, tradursi in un piano che doveva industrializzare il paese e
renderlo autonomo da ogni potenza straniera.
Non fu mero caso se del piano quinquennale udii parlare
per la prima volta nel cuore dell’Asia sovietica. Il quotidiano di
Tashkent usci un giorno con un titolo su tutta la pagina: Tra
cinque anni nessuno riconoscerà il volto dell’Asia centrale. Sotto
il titolo, metà del foglio era occupato da una carta della regio­
ne, costellata da nuovi grandi cantieri, ferrovie, fabbriche; ac­
canto ad ognuno dei simboli che rappresentavano, la data d’ini­
zio e il termine dei lavori previsti dal piano. Si trattava del pro­
getto elaborato congiuntamente dagli organismi politici dell’Asia
centrale, e che doveva ancora essere inserito nel quadro del piano
centrale dell’Unione, elaborato a Mosca.

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L’anno successivo, tornata nell’Asia centrale, ebbi occasione
di compiere a dorso di mulo un’ascensione del Pamir, l’am­
pio acrocoro selvaggio ai confini tra U.R.S.S., India e Cina,
che si usa chiamare il “tetto del mondo”. La ferrovia era or­
mai distante parecchi giorni di marcia, quando, fermatami a
parlare con uno stradino usbeco incontrato lungo la pista, lo
sentii pronunciare le uniche tre parole di russo che sapesse:
«strada», «auto», «piatiletka». Con queste tre parole, e aiutan­
dosi soprattutto con una mimica espressiva da cui traspariva
l’orgoglio, mi spiegò che la carovaniera sarebbe diventata una
strada carrozzabile fino alla frontiera, per raggiungere la qua­
le occorrevano allora dieci giorni di viaggio a cavallo. L’avrebbe
fatto il piano quinquennale.
Un altro anno passò, e fui inviata dal rinnovato Moscov
News all’inaugurazione del nuovo tronco ferroviario tra il Tur-
chestan e la Siberia, che doveva aver luogo il 1 maggio 1930.
«Il primo dei giganti del piano quinquennale è pronto». Con
queste parole la stampa e i manifesti portavano nel paese la
voce della Turk-Sib. Quasi 2.000 chilometri di binari erano
stati gettati a valicare, dal nord al sud, deserti e pianure disa­
bitate. Un mio vecchio amico, Bill Shatoff, veterano per la
lotta per la libertà di parola in America, reduce dalla guerra
civile che per anni aveva insanguinato la Russia, era stato chia­
mato a dirigere l’impresa. La costruzione era stata portata a
termine in un tempo record, con un anticipo di ben 18 mesi
rispetto alle previsioni del piano, ma la conseguenza era stata
una crisi finanziaria: a lavori conclusi, gli operai dovevano es­
sere pagati, e la concessione dei fondi necessari era invece in
bilancio, stando al piano, solo per l’anno successivo. Shatoff
aveva messo a soqquadro Mosca e, a furia di urlare che lui
non poteva piantare nelle grane migliaia di vittoriosi operai,
solo per aspettare le scadenze del bilancio, era riuscito a tirar
fuori il denaro dalle fonti più impensate.
Ma ormai era acqua passata. Ormai, quattro treni speciali
erano pronti per il viaggio inaugurale. Io m’ero imbarcata su
quello in cui viaggiavano i delegati di un centinaio di fabbri­

60
che, campioni del lavoro premiati con questo viaggio; c’era­
no poi decine e decine di giornalisti russi provenienti da tut­
te le Repubbliche, e due vagoni trasportavano i corrispondenti
esteri di ogni parte del mondo. Ognuno di noi ben sapeva
che la ferrovia avrebbe mutato corso alla storia dell’Asia, che
avrebbe costituito il ponte tra il legname ed il grano siberia­
no e il cotone dell’Asia centrale, recato le merci ed il traffico
russo fino alle frontiere occidentali della Cina, cingendo in
pari tempo la frontiera dell’U.R.S.S. a sud-est con un sottile,
continuo baluardo difensivo d’acciaio.
Il nostro treno viaggiava senza orari, perché era il primo
treno della Turk-Sib; procedeva sobbalzando sui binari appe­
na posati, tirato da una locomotiva festosamente dipinta di
verde, dono delle officine di riparazioni di Aulie-Ata i cui ope­
rai l’avevano costruita lavorando gratuitamente nel tempo li­
bero. Tra questi volontari erano stati scelti i fuochisti, che ora
guidavano giorno e notte, senza stancarsi mai, la “loro” loco­
motiva coperta di bandiere: l’inaugurazione della ferrovia Tur-
chestan-Siberia era anche una loro vittoria personale.
Lungo la linea già sorgevano nuove città, ancora rozzi
stanziamenti di pionieri. A questi pionieri parlò Shatoff,
improvvisando un comizio in ogni stazione: ricordava loro
i momenti più duri della lotta, la fame e la sete patite nel
deserto, le tormente di neve accecanti d’inverno quando “i
burocrati” non avevano saputo provvederli di vesti adatte.
Tra la folla c’erano madri con i pupi in braccio, e i pupi,
osservava Shatoff, erano anche loro più vecchi di questa
città. Poi parlava del nuovo mondo che il rozzo lavoro stava
creando; un mondo migliore per i lavoratori di tutti i paesi.
Vidi una piccola madre sparuta balbettare con gli occhi
lucidi: «Un tipo in gamba il nostro capo!».
Al punto d’unione dei due tronconi, sotto il sole cocente, si
svolse una festa di russi e kazaki. C erano kazaki nomadi venuti a
cavallo da centinaia di chilometri di distanza per salutare il grande
“cavallo di ferro”. Il braccio di una gru gigantesca battezzata Ma­
rion dagli operai (su una targa si leggeva “Marion & C.”: era il

61
nome della ditta costruttrice), faceva compiere giri panoramici a
mezz’aria a coppie russo-kazake. Ragazzi e ragazze ballavano sulle
traversine, al ritmo di una canzone che esaltava il «corsiero nero,
più veloce di cento cavalli», il cui arrivo significava pane, lavoro,
scuole, libertà dalla chiusa esistenza tribale. Il potere oppressivo dei
capi tribù, però, era ancora lungi dall’esser crollato: quando i gio­
vani tentarono di tenere per sé i premi e i trofei che erano dati ai mi­
gliori lavoratori, gli altri membri della tribù li assalirono, e strap­
parono loro dalle mani i premi per consegnarli ai capi. Era la tra­
dizione tribale, che ora la nuova ferrovia veniva a minare.
Sotto gli occhi delle 10.000 persone convenute in quel
deserto per assistere alla cerimonia, le squadre che avevano
posato i due tronconi sistemarono gli ultimi segmenti di ro­
taia. Gli ultimi bulloni furono ribattuti dai funzionari russi e
kazaki, da Shatoff in rappresentanza degli operai, e infine dal
settantenne Katayama, segretario generale del partito comu­
nista giapponese e delegato della Terza Internazionale. Le mar­
tellate di Katayama sul bullone che metteva fine all’impresa
avevano un significato chiaro per tutti: questa ferrovia era
qualcosa di più che un ponte tra il grano e il cotone, qualco­
sa di più che non l’apertura di nuove terre ai pionieri, qual­
cosa di più che non un’arma offerta ai giovani, per combatte­
re l’antica oppressione tribale. Essa era la rivoluzione mon­
diale in marcia nel cuore dell’Asia.
Lungo la linea, gli operai che incontravamo, e che ben
conoscevano l’importanza dell’opera, non facevano che chie­
dere alle persone imbarcate sul nostro treno chi era venuto a
presenziare all’inaugurazione: non Stalin? Nemmeno Kalinin?
E finivano per rassegnarsi alla presenza di personaggi di se­
condo piano, pensando al fatto che il viaggio da Mosca e ri­
torno richiedeva ben quindici giorni, e che in tutta la Russia
sorgevano come funghi le grandi opere da inaugurare. A mi­
gliaia di chilometri verso occidente si stava ultimando sul
Dnieper la più grande diga del mondo con le sue centrali elet­
triche. Nell’estremo nord nasceva aspramente Kuzbas, la città
dell’acciaio. A Stalingrado, la più grande fabbrica di trattori

62
del mondo avrebbe cominciato a funzionare a giorni, mentre
la più grande officina del mondo per la costruzione di mac­
chinario pesante era in costruzione a Sverdlovsk. «Primo tra i
colossi del piano quinquennale» la ferrovia Turkestan-Siberia
avrebbe forse meritato qualche onore particolare, ma dalla
fucina di Efesto del piano quinquennale stavano ormai per
uscire decine di giganti simili.

Gli ingegneri americani assunti per contratto dalle auto­


rità sovietiche per venire ad aiutare la realizzazione del piano,
amavano ripetere che la piatiletka era tutto fuorché «un pia­
no». Da un punto di vista strettamente tecnico, avevano ra­
gione: il piano non fu mai uno schema preordinato da segui­
re punto per punto, era il traguardo di una battaglia da vin­
cere ad ogni costo, per poi andare oltre. E a formularlo non
era solo Mosca, perché alla sua stesura partecipavano simul­
taneamente il Governo centrale e le istituzioni periferiche,
anche le più remote. Nelle fabbriche e nei villaggi, i cittadini
sovietici discutevano le loro aspirazioni e bisogni e ne studia­
vano la possibilità di realizzazione; i singoli piani locali veni­
vano poi trasmessi attraverso i meccanismi dell’organizzazio­
ne “al centro”; qui venivano coordinati e rinviati alla periferia
per l’adozione definitiva e la realizzazione.
L’intero paese, da Leningrado a Vladivostok, s’era trasfor­
mato in un immenso cantiere e, nel 1931, inviata dal Moscow
News ebbi modo di vederlo in opera. Vent’anni dopo, quan­
do fui arrestata a Mosca, la polizia sequestrò, quali prove del­
la mia presunta “attività spionistica”, le note da me redatte in
occasione di quel viaggio: i giganti del piano quinquennale
erano diventati segreti d’interesse bellico. Ma nel 1931 chiun­
que poteva liberamente visitarli.
In quell’anno, si sentiva dire da più d’uno che la fabbrica
di trattori di Stalingrado era un buco nell’acqua; altri ne par­
lavano come di uno strepitoso successo. I primi e i secondi
contraffacevano ugualmente la realtà: in quel momento la fab­
brica di trattori di Stalingrado non era né un fallimento né

63
un successo: era una battaglia durissima, la battaglia per la
prima catena di montaggio nell’U.R.S.S. In America per rea­
lizzare la produzione in serie c’era voluta un’intera generazio­
ne; in Russia bastò la battaglia di Stalingrado del 1931. Ma la
costruzione dell’immensa fabbrica richiese il sacrificio di molte
giovani vite. Molti furono gli uomini che caddero sfiniti da­
vanti alla bocca ardente delle fornaci nei caldi meriggi estivi.
Tre americani - Zivkovich, Covert e Minchuk - lavorarono
sessanta ore di seguito, senza mai dormire, per riparare la mac­
china numero sette, essenziale per il funzionamento della ca­
tena di montaggio, e, a lavoro ultimato, barcollanti di fatica,
più morti che vivi, si videro accolti dalle ovazioni generali.
La costruzione della fabbrica di trattori nel 1931 non fu un
lavoro: fu una guerra.
Uomini fatti trattenevano a stento le lacrime, quando l’in­
segna col cammello, che marchiava i reparti rimasti al di sot­
to della norma fissata dal piano, venne inchiodata sulla porta
di una delle officine; operai che avevano speso le loro miglio­
ri energie, piangevano perché il reparto nel complesso non
aveva saputo fare altrettanto, e si ributtavano al lavoro, decisi
a ricuperare ad ogni costo il terreno perduto. Ma non era suf­
ficiente che un uomo, centinaia di uomini si prodigassero sen­
za risparmio: bisognava anche, e soprattutto, creare un’orga­
nizzazione. Gli uomini avevano appena superato un proble­
ma, che subito un altro particolare tecnico si presentava a fer­
marli finché non se ne fossero impadroniti. Bisognava impa­
rare, e tener conto di mille elementi particolari contempora­
neamente. Questo problema, prima d’allora, non era mai sta­
to considerato in Russia.
La fabbrica sorgeva a nord di Stalingrado, a una ventina di
minuti dalla città, su una strada abominevole. Il programma dei
lavori comprendeva una nuova strada. Per ora, essa serviva da
banco di prova alle macchine che la percorrevano, rovinandole.
Si provvedeva intanto a installare nuove condutture d’acqua,
perché quelle comunali si erano rivelate insufficienti alla fabbri­
ca, e il rifornimento era mancato in pieno luglio. Si ampliavano

64
- un anno dopo la fondazione della fabbrica - i magazzini, la cui
insufficienza aveva fatto sì che a un certo punto non si sapesse
nemmeno quanti pezzi di ricambio c’erano a disposizione, col
rischio che l’intera catena di montaggio fosse bloccata per la
mancanza di un pezzo qualunque immagazzinato chissà dove un
mese prima in centinaia d’esemplari. Era fin troppo chiaro per­
ché Stalin insistesse tanto sulla necessità di un lavoro fondato sul
«sistema, il calcolo, la responsabilità».
Ognuno dei reparti aveva un proprio comitato di produ­
zione. All’officina motori, gli argomenti più dibattuti erano:
qualità della produzione e deficienze dell’attrezzatura minuta.
Diceva un operaio: «I vari pezzi restano esposti al vento e alla
sabbia e quando si fa per montarli risultano tutti incrostati di
sudiciume. Prima di usarli bisognerebbe sistematicamente pas­
sarli col petrolio». Un altro rilevò che occorreva organizzare di­
versamente i collaudi: i radiatori dovevano essere verificati pri­
ma del montaggio, per non correre il rischio di doverli togliere
un’altra volta dal trattore finito. Tutti erano concordi nel loda­
re quell’inviato della Pravda che aveva scoperto e denunciato
un errore per via del quale si erano rovinati 60 motori. Il gior­
nalista era completamente privo di conoscenze tecniche: tutta­
via, aveva notato che la catena si era fermata perché un certo
numero di motori non erano giunti in tempo. Eseguì un’inda­
gine per conto suo, dalla quale risultò che in tutti gli esempla­
ri, in numero di sessanta, v’era un pezzo difettoso. Gli fu facile
rintracciare l’officina dalla quale i pezzi erano usciti, e scoprì
una taglierina la cui lama era intaccata, un’apprendista che non
dava importanza alla cosa, e un ingegnere distratto che non se­
guiva i necessari controlli. «Tu, proprio e solo tu hai bloccato il
montaggio di sessanta trattori», urlò il giornalista sul viso al­
l’ingegnere. La taglierina fu riparata, il difetto scomparve, e il
montaggio riprese. Ma questo era solo uno delle migliaia di
particolari cui bisognava provvedere. D’altra parte, fra le diffi­
coltà che disorganizzavano la produzione, ve n’erano anche al­
cune di natura più fosca. Il sabotaggio per esempio. Ne tratte­
remo in un capitolo a parte.

65
Si sarebbe mai arrivati a risolvere tutti insieme i diecimila
problemi particolari di cui si compone la vita della fabbrica,
tutti ugualmente importanti e necessari perché le cose mar­
ciassero? SI, il diagramma della produzione a volte saliva altre
volte discendeva, ma nel complesso c’era una netta tendenza
all’aumento. Per due volte di seguito, i lavoratori delle offici­
ne si erano riuniti al grido di guerra, avevano lottato senza
curarsi dei sacrifici, e avevano vinto: la prima volta, avevano
messo in funzione la fabbrica per l’apertura del Congresso del
Partito, nel giugno 1930, un lavoro incredibilmente rapido,
compiuto superando innumerevoli difficoltà; poi riuscirono
a completare il cinquemillesimo trattore allo scadere del pri­
mo anno. In entrambe le occasioni, molti dei dirigenti e qua­
si tutti i tecnici americani avevano dichiarato l’impresa irrea­
lizzabile: tutte e due le volte la volontà degli operai, special-
mente dei giovani del Komsomol, aveva realizzato l’impresa.
«Abbiamo tali forze cui fare ricorso, che gli altri nemmeno se
l’immaginano», dicevaTregubinko, segretario dell’organizzazione
di partito nelle officine. Lo avevo trovato a letto ammalato, e du­
rante l’intervista fu un continuo piovere di telefonate. Tregubinko
non si stancava di insistere sulla necessità del lavoro organizzato,
sistematico, basato sulla stretta collaborazione tra i reparti, in altre
parole, come avevano detto prima Lenin e ora Stalin, sul «sistema,
il calcolo, la responsabilità», la cosa più difficile e la più necessaria
da imparare in un paese agli albori dell’industrializzazione.
Dappertutto c’erano i segni del fatto che là si stava impa­
rando: nei lavori di riparazione della strada che portava in città;
nelle prime leve degli specializzati che uscivano dalle scuole
tecniche annesse agli impianti; nella mensa appena istituita
le cui cucine potevano sfornare 11.000 pasti al giorno; nella
crescente collaborazione tra i tecnici americani e i russi; per­
sino nei chioschi che distribuivano orzata e birra ghiacciata
per evitare che, com’era accaduto l’anno prima, gli operai as­
setati si buscassero il tifo dall’acqua del Volga.
La mia visita aveva avuto luogo in agosto; quattro mesi
più tardi, le officine raggiunsero la media di centodieci trat­

66
tori al giorno: si era “in pari col piano”, la battaglia per la
prima catena di montaggio sovietica era vinta. Dodici anni
più tardi, gli uomini della fabbrica trattori di Stalingrado, a
bordo dei carri armati usciti dalla loro officina, snidavano i
soldati di Hitler dalle rovine della fabbrica.

Alle officine trattori di Kharkov chiunque, ucraini, russi e


americani che vi lavoravano, poteva dire quale passo avanti esse
fossero rispetto a Stalingrado. Era vero, ma non bisognava dimen­
ticare una cosa: Stalingrado aveva aperto la strada, e gli errori e le
fatiche dei pionieri servivano ora da base alle nuove esperienze.
Fu Raskin, un tecnico americano, a farmi da guida. A Sta­
lingrado, sull’uscio del reparto fonderia, avevo visto l’insegna
del cammello. Lo stesso reparto, a Kharkov, vantava ben ven­
ti miglioramenti rispetto al modello; Stalingrado aveva avuto
in dotazione splendide macchine, appena giunte dall’Ameri-
ca, e i rozzi apprendisti, appena usciti dal villaggio, le aveva­
no per metà rovinate. A Kharkov, gli operai ci sapevano fare:
avevano imparato da Stalingrado. Tutti i reparti sussidiari,
magazzinaggio, trasporti, servizi, avevano guadagnato dal­
l’esperienza, ed erano migliori a Kharkov che a Stalingrado.
Quei miglioramenti che nel sistema capitalistico sono impo­
sti dalla concorrenza, si avvantaggiavano, qui, del libero scam­
bio delle esperienze. Kharkov partiva con tutta l’esperienza di
un anno di lavoro da pionieri ricevuta da Stalingrado.
Le officine di Kharkov presentavano un problema specia­
le. Esse venivano costruite “fuori del piano”. I contadini en­
travano nelle fattorie collettive più rapidamente del previsto,
e bisognava trovare il modo di far fronte alle impetuose ri­
chieste di trattori: così Kharkov, orgogliosa cittadella del­
l’Ucraina, aveva deciso di costruire la sua fabbrica, “al di fuo­
ri del piano quinquennale”. È difficile immaginare, da noi in
America, che cosa questo significasse: tutte le assegnazioni di
acciaio, mattoni, cemento, mano d’opera, erano già state fis­
sate per cinque anni. Kharkov poteva ottenere il suo acciaio,
per esempio, solo inducendo qualche acciaieria a lavorare “oltre

67
il piano”. Per sopperire alla scarsezza di mano d’opera comu­
ne, decine di migliaia di persone - impiegati, studenti, pro­
fessori - si offersero di lavorare volontariamente nei giorni di
riposo, Poiché la settimana moscovita a quell’epoca era di cin­
que giorni, con turni di riposo alternati, un quinto della po­
polazione aveva giornata libera ogni giorno.
«Ogni mattina alle sei e mezzo - mi diceva Mr. Raskin -
arriva il treno speciale che porta, musiche e bandiere in testa,
volontari tutti i giorni diversi, ma sempre ugualmente alle­
gri». Risultò poi che i volontari avevano compiuto metà del
lavoro non specializzato per la costruzione delle officine.

C’erano due punti dai quali si potevano osservare i can­


tieri di Kusnetsk: visti dal “corso”, era il caos; guardando giù
dalla collina, si cominciava a capire il risultato. Riporto qual­
che passo dal mio taccuino di viaggio.
Ho battezzato “corso” la strada, in realtà ancora senza nome,
che costituisce la spina dorsale del cantiere: una pista angusta tra
montagne di detriti, tubature e travi, due carri affiancati posso­
no transitare a malapena, sobbalzando tra le buche.
È mezzogiorno. Per farmi strada, devo di continuo dare
una voce ai conducenti, scansare i cavalli, salvarmi nello spa­
zio che resta tra due cataste di legname. Passa una fila di uo­
mini i quali reggono una pesante armatura, e per qualche mi­
nuto bloccano il traffico. I pedoni hanno scoperto un passag­
gio: si infilano in certi giganteschi segmenti di tubi, schierati
lungo la strada, abbastanza larghi perché un uomo possa per­
correrli all’interno piegandosi in due.
Il “corso” è attraversato da una dozzina di binari della ferro­
via, e il traffico dei carri si arresta quando una lunga fila di vago­
ni va avanti e indietro, carica di grandi lastre d’acciaio destinate
agli altiforni. Per deporre il carico dei vagoni occorre trovare un
po’ di spazio disponibile nel caos, e così può accadere che il tre­
no faccia manovra per venti minuti mentre i carri sono fermi.
Quando i vagoni se ne sono andati, avanza un enorme car­
ro di fieno che minaccia di bloccare un’altra volta la strada,

68
ma finalmente gli altri veicoli riescono ad aggirare l’ostacolo.
Da un grosso camion scendono una dozzina di robuste con­
tadine, dan mano alle vanghe e prendono a caricare detriti
proprio da sotto la centrale elettrica. I detriti avrebbero do­
vuto essere rimossi già un anno fa. C’è ancora circa un milio­
ne di metri cubi di rifiuti da eliminare.
Dal “corso” si dipartono dei tratturi in due direzioni: da
qui ai forni a coke, agli altiforni, alla centrale elettrica; dal­
l'altra parte verso il reparto caldaie, la fonderia, i forni all’aper­
to e lo scheletro dei futuri laminatoi. Sono sentieri incerti e
pericolosi, che si arrampicano faticosamente sul fianco della
collina, scavalcando mucchi di detriti; il loro tracciato muta
ogni giorno con lo sviluppo delle costruzioni, un labirinto nel
quale solo gli addetti riescono ad orientarsi.
Da due giorni piove, e l’enorme caos del “corso” è sommerso
dal fango siberiano. Il fango entra nelle scarpe, rende impratica­
bili ai carri i sentieri sui fianchi delle colline. Il rendimento del
lavoro diminuisce nel complesso del venticinque per cento.
Dai tecnici americani, gli ingegneri russi, gli ispettori, i gior­
nalisti, non sentite che critiche. Perché tutto funziona in manie­
ra così incoerente? Perché i vari reparti - altiforni, forni a coke,
centrale elettrica — devono disputarsi l’uso dei binari? Perché
devono strapparsi a vicenda gli uomini? Perché manca lo spazio
necessario allo scarico dei materiali e non si è provveduto a trac­
ciare una strada decente? Chiunque faccia parte del cantiere può
dirvi come si sarebbero dovute fare le cose: prima le strade e la
ferrovia, il reparto carpenteria, gli alloggi, i magazzini, lo sterro,
le condutture dell’acqua e le fognature; poi la rimozione dei de­
triti; infine, le opere murarie. Finite queste, installare i macchi­
nari, eseguire i necessari collaudi, dare il via alla produzione. E
tutti vi ripetono lo stesso ritornello.
Frankfort, il direttore del cantiere, lo sa anche lui: «Il pro­
getto è stato cambiato nel corso della costruzione: i giappo­
nesi avevano invaso la Manciuria, e la Russia aveva bisogno
di più acciaio. Si doveva scegliere: o procedere alla maniera
classica — e questo avrebbe significato mettere in piano un

69
anno di più - o far tutto in una volta. Abbiamo scelto la se­
conda via. Aggiungi, in primo luogo, che noi ingegneri russi
non abbiamo esperienza nella costruzione di questo tipo mo­
derno di acciaierie, e, in secondo luogo, che non c’è neanche
la speranza di avere i materiali come prevede il piano».
«In America non avete che da attaccarvi al telefono e or­
dinare, che so, dieci vagoni di mattoni refrattari. Ve li danno
in pochi giorni. Noi invece ne abbiamo ordinati un carico un
anno e mezzo fa. Per quattro mesi ci sono mancati i refrattari
indispensabili agli altiforni, poi all’improvviso il carico arriva
e, siccome non avevamo spazio, abbiamo dovuto sistemarlo
un po’ dappertutto, rubando lo spazio agli altri lavori. L’ac­
ciaio di cui avevamo bisogno avrebbe dovuto arrivare in mag­
gio: è arrivato in settembre. E questo succede perché troppi
carri ferroviari finiscono sui binari morti, con conseguenti gra­
vissimi ritardi: la nostra rete ferroviaria è sovraccarica di treni
che trasportano i materiali più vari da tutte le regioni della
Russia e dall’estero».
Il giorno seguente alla conversazione con Frankfort, il fan­
go s’è un po’ rassodato e saliamo sulla collina. Sorpassiamo il
cantiere da cui sorgeranno i progettati quartieri d’abitazione,
e ci troviamo tra le capanne di mota e paglia erette dalle deci­
ne di migliaia di contadini che si sono riversati sulle colline,
in cerca di lavoro. Non trovando abitazioni, si sono arrangia­
ti come potevano, rubando dal cantiere un po’ di legname,
qualche mattone, qualche lastra di vetro. A lungo andare quan­
do i furti di materiali si accumulano e cominciano a provoca­
re difficoltà, la polizia deve intervenire.
Da quassù abbiamo sottocchio l’intero panorama di Ku-
snetsk. Nella vallata, su un fronte di cinque chilometri, gli
impianti della nascente acciaieria; proprio dirimpetto a noi si
levano le otto gigantesche torri nere della fonderia. Un anno
fa, quando sono venuta qui la prima volta, non c’erano che
gli scavi delle fondamenta e uomini intenti a spalare il fango
con piccoli badili e a portarlo via su assi o in cassette, alla
vecchia maniera asiatica. Ora il primo altoforno si prepara a

70
entrare in funzione: dalla sua sommità si snoda un candido
pennacchio di vapore. Per settimane il forno dovrà essere scal­
dato a bianco, prima che masse di minerale ferroso, coke al­
banese, riempiano il torrione alfimboccatura e lentamente
sprofondino ardendo. Il carbone c’è. «Il ferro è in arrivo» te­
lefona Magnitogorsk sugli Urali, a duemila chilometri di di­
stanza. L’attesa si misura ormai a ore: fra pochi giorni un mo­
derno impianto produrrà il primo acciaio della Siberia.
Dietro gli otto torrioni giganteschi, si profilano una deci­
na di possenti strutture, le alte ciminiere nere e le massicce
muraglie di cemento dei forni a coke; poi l’edificio della scuola
professionale: seimila contadini vengono trasformati in ope­
rai specializzati. La centrale elettrica è un edificio di sette piani:
la prima delle sue turbine comincerà a ruotare tra pochi gior­
ni. Più in là lo zig zag del tetto a capannoni della fonderia
che, ancora incompleto, ha tuttavia già prodotto duecento ton­
nellate di fusione. Dietro, a sinistra, il forno all’aperto, che
sarà messo in funzione in un secondo tempo ed è costruito
sulla più grande scala realizzata nel mondo finora. Ancora più
lontano, un alto colonnato d’acciaio, che si leva da una base
di cemento: qui sorgerà il laminatoio, di dimensioni eguali a
quello di Gary, che è il maggiore del mondo.
Ma non è tutto: dopo il ciglio della collina, a notevole distan­
za dal punto in cui ci troviamo, sempre a sinistra, distinguiamo
la fabbrica di refrattari, costata due milioni e mezzo di dollari ed
eretta al solo scopo di fornire mattoni costantemente necessari ai
forni; poi i lavoratori viaggianti della organizzazione Stalinost che
inchiodano le lamiere per il reparto caldaie; poi l’officina delle
caldaie e quella delle riparazioni macchine, già in funzione. In
fondo, appena visibili nelle brume della pianura, le fornaci che
producono i mattoni per la nuova città, e la grande segheria da
cui escono le case prefabbricate.
Due anni fa, questa era una vallata solitaria, con un villaggio
di millecinquecento anime, addormentato nell’oblio. L’anno
scorso, c’era già qualche baracca, il tracciato dei primi scavi; ora,
la nuova città si prolunga nella valle fino agli estremi limiti del­

71
l’orizzonte, e accanto a coloro che vivono ancora in capanne e
baracche, altri hanno già occupato i casamenti a quattro piani
della “città socialista”. Cosi una ferriera che sarà tra le più grandi
del mondo, è sorta nelle solitudini siberiane.
Ma non è stato Frankfort a costruirla, né gli specialisti ame­
ricani, e neppure i 45.000 operai che hanno partecipato all’im­
presa. Tutta l’U. R. S. S. ha contribuito: dalle fonderie di Lenin­
grado alle officine dell’Ucraina. Per tutto il paese era corsa la pa­
rola «Forza per Kusnetskl». Rispondendo all’appello, i lavoratori
si sono prodigati dappertutto; ciascuno mandava avanti il lavoro
per la sua parte. Durante la mia visita assistei all’arrivo di un sin­
golare treno da Leningrado, che era partito come un treno solo e
si era raddoppiato per strada. Una “brigata d’assalto” composta
di operai leningradesi si è messa di scorta al convoglio, con lo
scopo di setacciare le sonnacchiose stazioni siberiane, alla ricerca
dei vagoni diretti a Kusnetsk e finiti su qualche binario morto.
Trentanove erano i vagoni alla partenza, novanta quelli arrivati:
il treno degli operai di Leningrado aveva messo in subbuglio i
capistazione di tutta la linea.
Questa, era l’acciaieria di Kusnetsk: sperdute colline sibe­
riane, contadini da trasformare in operai, materiali scagliona­
ti lungo 3.500 chilometri di strada ferrata, e di contro a que­
sto, le brigate d’assalto di tutta l’U.R.S.S., composte da lavo­
ratori che non volevano lasciar fallire Kusnetsk. Perché Ku­
snetsk apriva la strada all’industrializzazione della Siberia. Essa
aveva già trasformato migliaia di contadini in operai siderur­
gici e dato esperienza preziosa a centinaia di ingegneri. Un’altra
acciaieria, due volte più grande, doveva essere costruita subi­
to dopo, un poco più a valle. «Due volte più grande» ognuno
lo diceva con la massima naturalezza, e aveva ragione. Dopo
Kusnetsk, nessun altro impianto industriale avrebbe dovuto
superare le stesse difficoltà, in Siberia.

Più grande ancora di Kusnetsk, Magnitogorsk (che, letteral­


mente, significa montagna di magnete). Ci manca lo spazio per
narrarne la storia; basterà ricordare che in un anno e mezzo, sui

72
pendii degli Urali, sorse dalla terra una città di 180.000 abitanti
a ottocento chilometri di ferrovia da qualunque altro importan­
te centro abitato. Fu il più grande quartiere edile del mondo,
sorto sul luogo che vantava un altro primato: il deposito di mi­
nerale ferroso a più alta concentrazione del mondo. Ne nacque
una città operaia tutta fatta di giovani, una città dove il sessanta
per cento dei lavoratori non aveva ancora raggiunto i ventiquat­
tro anni, e nella quale si eran date convegno trentacinque nazio­
nalità diverse. Quando io la visitai c’erano già tredici scuole, un
istituto tecnico e due facoltà universitarie per la specializzazione
in ingegneria meccanica e in edilizia. Nel secondo anno, i pionieri
di Magnitogorsk avevano già il loro teatro comunale, cinque o sei
cinematografi, un circo «migliore di quello di Sverdlovsk».
Anche questa città esisteva in funzione del ferro e dell’accia­
io: quello che Kusnetsk era per la Siberia, lo sarebbe stato Magni­
togorsk per la regione degli Urali, e anche Magnitogorsk doveva
la sua nascita agli sforzi congiunti dei lavoratori di tutta
l’U.R.S.S. Anche qui le giovani leve operaie introducevano nuo­
vi sistemi produttivi, imparavano a ridurre i tempi di lavorazio­
ne, in una continua gara di emulazione con Kusnetsk.
Magnitogorsk e Kusnetsk non erano che due tra le dozzi­
ne di giganti creati dal piano quinquennale.

Nel gennaio 1933, Stalin, nel suo rapporto al Comitato


centrale, comunicò che la retrograda Russia contadina era di­
ventata il secondo paese industriale del mondo. Il primo pia­
no quinquennale era stato portato essenzialmente a termine
in un tempo minore del previsto: quattro anni e tre mesi dal­
l’ottobre 1928 al dicembre 1932. Il numero degli operai im­
piegati nell’industria era passato da 11 a 22 milioni; anche la
produzione era raddoppiata.
Prima - disse Stalin - non avevamo un’industria siderur­
gica e metallurgica. Ora l’abbiamo.
Non eravamo in grado di costruire trattori. Ora lo siamo.
Non avevamo un’industria automobilistica. Ora l’abbiamo.
Non producevamo macchine utensili. Ora le produciamo.

73
L’elenco continuava attraverso l’industria aeronautica, quel­
la per la produzione di macchine agricole, l’industria chimica, e
le altre, concludendo: «Abbiamo costruito tutto su scala tale da
far impallidire l’industria dell’Europa occidentale».
La realizzazione del piano era stata resa possibile solo
dallo spostamento di intere popolazioni, e quindi a sca­
pito della produzione agricola; ma mai nella storia s’era
verificato un simile progresso in cosi breve spazio di tem­
po. Il popolo sovietico era convinto che, se il ritmo fosse
stato meno veloce, non solo la costruzione del socialismo
sarebbe stata ritardata, ma la sua stessa esistenza come
nazione sarebbe stata in pericolo. Nel 1933, il Giappone
già saggiava le frontiere sovietiche dalla parte della Man-
ciuria, e i nazisti tedeschi proclamavano le loro pretese
sull’Ucraina. Il popolo sovietico era convinto di poter
fronteggiare l’invasione su ambedue le frontiere solo gra­
zie alla rapida ascesa della sua potenza economica.
«Non potevamo fare a meno - disse Stalin in quel rap­
porto del gennaio 1933 — di spronare in avanti un paese che
era in arretrato di cento anni e che, a causa della sua arretra­
tezza, era minacciato da un pericolo mortale. Senza questo
sforzo, saremmo stati un paese inerme nel mezzo di un accer­
chiamento capitalistico armato della tecnica moderna».

Il primo piano quinquennale era stato appena portato a ter­


mine, che già l’U.R.S.S. dava il via al secondo, col proposito di
edificare un’industria cinque volte maggiore di quella creata dal
primo, riorganizzando tecnicamente in pari tempo l’intero siste­
ma produttivo. Ma il nuovo compito, come ebbe ad affermare
Stalin, sarebbe stato «indubbiamente più facile». Nessuno dei
successivi piani quinquennali avrebbe più dovuto superare gli
ostacoli affrontati dal primo. I piani di cinque anni divennero il
passo con cui la nazione sovietica marciava in avanti.
Nel 1935, i dirigenti dell’U.R.S.S. cominciarono a parla­
re di socialismo vittorioso. La base economica per la sua rea­
lizzazione era ormai assicurata.

74
Un anno prima, mentre in tutto il paese risuonava la pa­
rola d’ordine: «La seconda tappa si chiama qualità ed incre­
mento della produzione», tornò da un viaggio in Siberia un
inviato speciale del Moscow News. «Volete sapere le ultime
novità da Kusnetsk? - ci disse entrando in redazione - si son
messi in gara con Magnitogorsk per le più belle aiuole!».
Demmo tutti in una gran risata. Kusnetsk non era quella
pozza di fango, in cui, tra pidocchi, e sudiciume, migliaia di
uomini s’arrabattavano per costruire la città dell’acciaio? For­
se con le fonderie, potevano competere: ma una gara per le
belle aiuole, via, era troppo!
«Vi dico che è cosi - insiste l’inviato. — E non si sono
sfidati solo per i fiori, ma anche per i parchi, i viali alberati, i
circoli operai. Magnitogorsk possiede ormai giardini e ottime
linee di autobus, ma Kusnetsk, in compenso, ha già una linea
tranviaria e ha fatto venire da Mosca una compagnia teatrale.
Quella di Mayerhold, per la precisione».

75
III.
La rivoluzione nell’agricoltura

Gli anni che videro il rapido sviluppo dell’industria socialista


videro anche una rivoluzione altrettanto rapida nell’agricoltura.
Fra il 1930 e il 1933, circa 14 milioni di piccoli inefficienti ap­
pezzamenti contadini furono fusi in circa duecentomila grandi
fattorie, a proprietà collettiva e a gestione collettiva, serviti da
macchine e trattori. Il mutamento era necessario per portare la
prosperità agli agricoltori e la sicurezza alla nazione. Infatti nel
1928 l’agricoltura russa tradizionale non era nemmeno in grado
di rifornire le città; essa non avrebbe mai potuto fornire i viveri
necessari alla rapida industrializzazione e allo sviluppo dell’istru­
zione e della cultura. L’agricoltura doveva essere rimodernata in­
sieme con l’industria.
I contadini russi, nel 1928, coltivavano la terra con metodi
medioevali che risalivano indietro ai tempi biblici. Vivevano
stretti nei loro villaggi e di lì raggiungevano i campi cammi­
nando per molti chilometri. Il podere familiare di due o cin­
que ettari era spesso frazionato in una dozzina di appezzamen­
ti, a volte dispersi in zone diverse, e per lo più così ridicolmen­
te piccoli da non potervi neanche girare l’erpice. Il venticinque
per cento dei contadini non possedeva nemmeno un cavallo;
meno del cinquanta per cento disponeva di una pariglia di ca­
valli o di buoi; così l’aratura avveniva a grandi intervalli, e il
vomere grattava appena il suolo: era ancora in uso il vomere di
legno, sbozzato dallo stesso contadino e senza una punta di
metallo. La semina si faceva a mano, spargendo sulla terra la
semente portata in un grembiule; così molta se la prendevano
gli uccelli o la portava via il vento. Le macchine agricole erano

77
quasi ignote: il trattore Fordson che avevo portato con me per
una colonia di ragazzi sul Volga, divenne celebre come il solo
trattore in un raggio di trecento chilometri.
Altrettanto medioevali erano i rapporti sociali. Il vecchio di­
rigeva la casa. I figli maritati portavano le mogli nella casa patriar­
cale e lavoravano nella fattoria che il padre continuava a dirigere.
Cosi i metodi di coltivazione rimanevano quelli antichi, né le ve­
dute dei giovani potevano mutarli. Gran parte di questi metodi
venivano determinati dalla religione. Le festività religiose indica­
vano i giorni di semina, le processioni aspergevano i campi con
acqua santa per assicurarne la fertilità, la pioggia veniva auspica­
ta mediante processioni e preghiere. I più osservanti considera­
vano i trattori “macchine infernali”, e vi furono dei preti che gui­
davano i contadini a lapidarli. Qualsiasi battaglia per un’agricol­
tura moderna diveniva così una battaglia “contro la religione”.
Ricordo la tremenda campagna che i giovani comunisti condus­
sero contro Sant’Elena per ottenere una semina anticipata nella
provincia di Ivanovo, dove per secoli la festa di Sant’Elena ne
aveva segnato l’inizio.
Nel 1928, le fattorie si erano riprese dalle distruzioni bel­
liche; il raccolto globale uguagliava quello dell’anteguerra. Una
quantità molto minore di grano, comunque, giungeva nelle
città. La Russia zarista esportava il grano anche se i contadini
morivano di fame. I contadini sovietici mangiavano meglio
di prima, ma commerciavano poco. L’eccedenza spesso finiva
nelle mani dei kulak, quei piccoli capitalisti di campagna che
avevano il grano non solo dai loro campi ma anche perché
possedevano mulini e perché prestavano denaro in cambio dei
raccolti. Essi combattevano lo Stato per via del controllo del
grano e per via del sostegno che esso dava ai contadini.
La destra del partito comunista sosteneva che bisognava
permettere ai kulak di arricchirsi e che il socialismo aveva la
possibilità di vincere attraverso la proprietà collettiva statale
delle industrie. La sinistra era per una rapida collettivizzazio­
ne forzata sotto il controllo dello Stato. Per parecchi anni la
politica del Partito ondeggiò sotto la spinta dei diversi grup­

78
pi. Infine, la linea adottata fu quella di attirare i contadini
nelle fattorie collettive offrendo crediti statali e trattori, di
bloccare i kulak ai margini di questo processo mediante l’ap­
plicazione di alte imposte, e, più tardi, di «distruggerli come
classe». L’appartenenza alle fattorie collettive era in teoria vo­
lontaria, in pratica talvolta furono esercitate pressioni che
giunsero all’eccesso.
In America si scrive spesso del sistema delle fattorie col­
lettive come di una costrizione voluta da Stalin, arrivando a
dire che egli fece morir di fame deliberatamente milioni di
contadini per far sì che tutti entrassero nelle fattorie colletti­
ve. Tutto questo è semplicemente falso, lo viaggiai lungamente
per le campagne sovietiche in tutto quel periodo, e ho visto
coi miei occhi come si svolsero le cose. Certamente, Stalin
appoggiò la trasformazione e le fece da guida. Ma la tendenza
alla collettivizzazione si sviluppò tanto più rapidamente di quel
che Stalin aveva calcolato, che ben presto non ci furono ab­
bastanza macchine per le nuove fattorie, né quadri ammini­
strativi e tecnici in numero sufficiente. Le pie speranze in cui
si consolava la vecchia inefficienza contadina, unite all’onda­
ta di panico promossa dai kulak, che determinò un massacro
in massa del bestiame, e a due annate successive di siccità,
portarono alle gravi difficoltà alimentari del 1932. Due anni
dopo le pretese costrizioni di Stalin, Mosca fece superare il
passo al paese con un razionamento rigidissimo introdotto su
scala nazionale.
Ho visto la collettivizzazione piombare come una tempe­
sta sul basso Volga nell’autunno del 1929. Era una rivoluzio­
ne che provocava mutamenti più profondi di quelli della Ri­
voluzione del 1917, della quale, del resto, era il frutto ormai
maturo. I braccianti e i contadini poveri prendevano l’inizia­
tiva, sperando di migliorare il loro stato con l’aiuto del Go­
verno. I kulak combattevano il movimento aspramente, con
tutti i mezzi, che arrivavano fino all’incendio e all’assassinio.
1 contadini medi, la vera spina dorsale dell’agricoltura, erano
combattuti tra la speranza di divenire kulak e il desiderio di

79
ottenere le macchine dello Stato. Ma ormai che il piano quin­
quennale prometteva i trattori, questa grande massa di con­
tadini cominciava a muoversi, a interi villaggi, a intere circo-
scrizioni, a intere regioni, per entrare nelle fattorie collettive.
Il presidente dell’Unione delle fattorie collettive di Atkarsk
mi sventolò davanti un fascio di telegrammi (sei mesi prima la sua
organizzazione non esisteva neppure): «Il 20 novembre, la nostra
regione era collettivizzata al cinquanta per cento - egli disse esul­
tando. — 111° dicembre al sessantacinque per cento. Aggiornia­
mo le statistiche ogni dieci giorni. Per il 10 dicembre ci aspettia­
mo di essere giunti all’ottanta per cento».
Pochi mesi prima la gente aveva discusso tranquillamente
sulle fattorie collettive, vagliando il guadagno che ne sarebbe
venuto per l’area seminata e i vantaggi offerti dai trattori. Ma
adesso la campagna era scossa come da un improvviso risve­
glio. Un villaggio si organizzava come una singola entità, poi
decideva con una votazione di associarsi ad altri venti per
metter su un mercato cooperativo e un mulino. Un giorno
Samoiloka deteneva il primato con una fattoria di 350.000
acri. Poi Balakov annunciava 675.000 acri; poi Yelan fondeva
quattro grandi comuni in una fattoria di 750.000 acri. Ve­
nendone a conoscenza i contadini di Balanda urlavano nel­
l’assemblea: «Facciamoci coraggio! Fondiamo le nostre due
circoscrizioni in una fattoria di un milione di acri». Mille ca­
valli vennero portati sui campi a Balanda per una prova gene­
rale della semina. Un vecchio di settanta anni correva davanti
all’obiettivo della macchina fotografica: «Fotografatemi insie­
me con i cavalli: adesso posso morire, non avevo mai visto un
giorno come questo».
Nel mezzo di queste discussioni s’inserivano gli organiz­
zatori del Partito; talvolta esperti di agricoltura che davano
dei consigli, altra volta lavoratori digiuni di agricoltura ma
ardenti di zelo collettivistico. «Non sono troppi mille cavalli
su un campo? Può essere eccitante, ma è un buon metodo di
coltivazione?». Ci si accalorava nelle discussioni e si litigava.
Più tardi, Mosca doveva denunciare la “malattia del giganti-

80
smo”. Ma sulle prime gli entusiasti definivano ogni cautela
“controrivoluzione”. La questione divideva le famiglie: i gio­
vani seguivano gli entusiasti, desiderosi di attuare finalmente
nuovi metodi. I vecchi esitavano: comprendevano che, insie­
me al piccolo podere personale, se ne andava il vecchio do­
minio patriarcale della famiglia. Le donne si preoccupavano
della sorte dei loro animali che avevano sostentato la fami­
glia, la vacca, il pollame: quali animali dovevano diventare
proprietà collettiva non era ancora del tutto chiaro, e c’erano
svariate forme di collettivo.
I kulak e i preti offuscavano i nuovi orizzonti mettendo
in giro delle voci, giocando sul sesso e sulla paura. Dovunque
sentii parlare di “una grande coperta” sotto la quale gli uomi­
ni e le donne delle fattorie collettive avrebbero dormito tutti
insieme! Dovunque, le voci dicevano che i bambini sarebbe­
ro stati “socializzati”. In alcuni posti i kulak entravano nelle
fattorie collettive per dominarle o rovinarle. Altrove essi ve­
nivano espulsi dai collettivi come indesiderabili. Alcune fat­
torie collettive accettarono i cavalli dei kulak ma non i kulak,
secondo quanto era stato fatto nella rivoluzione con l’attrez­
zatura dei latifondisti. I kulak rispondevano bruciando i gra­
nai collettivi e persino con l’assassinio. Un processo a dodici
kulak per l’assassinio di un segretario del Partito si stava chiu­
dendo ad Atkarsk. «Egli è morto per tutti noi» dichiarò il Pub­
blico Ministero; il pubblico di contadini pianse. La tempesta
della collettivizzazione dilagò di più quando le fattorie furo­
no intitolate ai martiri.
Quando lasciai la zona, chiesi a un funzionario locale che cosa
dicesse Mosca di questo o quello. Egli rispose frettolosamente ma
con orgoglio: «Non possiamo aspettare ciò che dice Mosca; Mo­
sca fa i suoi piani secondo quello che facciamo noi».
Mosca stava facendo i suoi piani, lo appresi quando vi feci ri­
torno. Le notizie da tutte le zone granarie fondamentali venivano
coordinate nei piani del centro. Il piano quinquennale aveva fissa­
to l’obiettivo della collettivizzazione al venti per cento per il 1933:
la grande ondata fece sì che si raggiungesse in alcune zone il sessan-

81
ta per cento già nel 1930. Né la produzione dei trattori, né quella
di altro macchinario era stata pianificata in modo da far fronte a
cose di questo genere. Cosi Mosca ridusse all’osso l’importazione
di cotone grezzo condannando la gente ad altri anni di stracci. Mo­
sca annullò un’ordinazione di caffè brasiliano a prezzi d’occasione
e si fece nemico il Brasile. Mosca aumentò l’importazione di mac­
chine agricole e in breve si fece amico Henry Ford. Fu in quel
momento che Karkhov decise di costruire la sua fabbrica di tratto­
ri “fuori del piano”, per far fronte alle richieste dell’Ucraina.
Nel pieno dell’inverno andai a visitare la prima stazione
di trattori, che sorse nella regione di Odessa. Un tecnico agra­
rio della zona, di nome Markovic, aveva escogitato un meto­
do efficace ed economico per fornire le macchine alle fatto­
rie. Invece di vendere i trattori ai contadini, che non sapeva­
no condurli o provvedere alla manutenzione, Markovic tene­
va alcune dozzine di trattori in un unico centro, dotato di
equipaggiamento meccanico completo, officina di riparazio­
ne e scuola di guida. I trattori lavoravano su contratto nelle
fattorie collettive della zona, entro un raggio di 30 e più chi­
lometri; la stazione forniva le macchine per ogni tipo di lavo­
ro di cui le fattorie avevano bisogno, e riceveva pagamenti in
grano. Gli accordi erano assai flessibili; una fattoria abbastanza
ricca, con molti cavalli, affittava i trattori solo per scassare ter­
reni vergini, mentre in una fattoria di pionieri ebrei, che ave­
vano ricevuto da poco la terra dallo Stato ma mancavano quasi
del tutto di animali, la maggior parte del lavoro sui campi
veniva eseguito dalla stazione di trattori. Le Stazioni di mac­
chine e trattori di proprietà statale si rivelarono tanto vantag­
giose, che ben presto si diffusero in tutta l’U.R.S.S., e oggi
rappresentano la forma dominante di fornitura di macchine.
L’inverno del 1929-30 fu un periodo di caos considerevole.
Non era ancora chiaro quale dovesse essere esattamente la for­
ma delle fattorie collettive. Stalin, che anche lui faceva i suoi
piani traendoli dall’azione dei contadini, affermò il 27 dicem­
bre 1929 che era venuto il tempo di «abolire i kulak come clas­
se». Ciò autorizzava semplicemente quello che i contadini po­

82
veri stavano già facendo, ma, avuta l’autorizzazione, essi comin­
ciarono a fare di più. Cominciarono a giungere crudeli storie di
case di kulak scoperchiate, di deportazioni caotiche. Intanto, gli
organizzatori, lanciati sulla via dei records, forzavano i contadi­
ni a costituire le fattorie collettive minacciandoli di deportarli
come kulak; mettevano in comune le vacche, le oche, i polli,
perfino i piatti e la biancheria. I kulak esageravano enormemen­
te questi eccessi e incitavano i contadini a uccidere le scorte vive
e a mangiarle, e a «entrare nudi nelle fattorie collettive, dove lo
Stato vi mantiene tutti».
«Perché Stalin non mette un freno a tutto questo? — chiesi a
un amico comunista — un kulak non ha diritti? Questo è il caos!»
«In realtà c’è troppa anarchia — egli rispose; — deriva dalle
divisioni che esistono nel Partito; la colpa è di noi comunisti.
Stalin ha stabilito la linea: abolire i kulak come classe. Gli ele­
menti di destra, che controllano l’apparato del Governo, (sa­
pevo che alludeva a Rykov) ritardano la traduzione di questa
linea in leggi. Intanto, gli elementi di sinistra fra i nostri diri­
genti locali, non avendo nessuna legge a guidarli, fanno ciò
che è giusto ai loro occhi e agli occhi dei braccianti e dei con­
tadini poveri. Questa è anarchia. Speriamo che i decreti go­
vernativi vengano al più presto: allora ci sarà più ordine».
Il primo decreto fu emanato il 5 febbraio 1930: autorizzava
la deportazione dei kulak nelle zone dove la collettivizzazione era
ormai totale e dove le assemblee dei contadini chiedevano la de­
portazione di una determinata persona, dopo un’inchiesta. La
lista doveva poi essere controllata dalle autorità provinciali, e bi­
sognava organizzare l’insediamento nelle zone dove i kulak era­
no destinati ad andare. In genere, essi venivano mandati in can­
tieri o in terre vergini in Siberia. Dopo il decreto l’anarchia dimi­
nuì, ma pareva che ci fossero ancora molti errori ed eccessi. Per­
ché Stalin non prese in mano la situazione?
«Non possiamo attaccare i nostri dirigenti locali finché il seme
collettivizzato non sarà nei granai collettivi, e la semina assicurata -
<1 isse il mio amico comunista. - Altrimenti potrebbe dilagare la ca­
restia». Egli voleva dire che i contadini, i quali già avevano mangiato

83
le scorte vive e aspettavano ora che lo Stato li nutrisse, potevano man­
giare anche il grano destinato alla semina. «Siamo come uno sciato­
re su un ripido pendio - aggiunse - non possiamo fermarci né con­
trollare la velocità o la distanza. Possiamo soltanto dirigere i nostri
salti e cercare di arrivare fino in fondo in piedi. Se non ci riusciamo,
allora tutto è finito». Sapevo ciò che questo voleva dire, perché quan­
do ero andata a Riga a rinnovare il mio passaporto - a quel tempo
Washington non aveva ancora un’ambasciata nell’U.R.S.S. - avevo
trovato delle persone nel consolato americano che impiegavano tut­
to il loro tempo a raccogliere dati sulla collettivizzazione sovietica at­
traverso le statistiche dei giornali locali sovietici. Poi mandarono al
Dipartimento di Stato un rapporto di mille pagine. Gli stranieri
predicevano il collasso dell’Unione Sovietica attraverso la carestia, e
da più di uno Stato confinante giungeva notizia che gli eserciti veni­
vano preparati per esser pronti a marciare.
Il 2 marzo 1930, quando le zone agrarie fondamentali ebbero
compiuto la loro raccolta di sementi, Stalin fece la sua famosa di­
chiarazione sulla “Vertigine del successo”. Disse che la rapidità con
la quale i contadini entravano nelle fattorie collettive aveva «dato
le vertigini ad alcuni compagni». Ricordò a tutti che la partecipa­
zione ai collettivi era volontaria e che la forma di fattoria collettiva
raccomandata per quel periodo prevedeva solo la socializzazione
della terra, degli animali da tiro e del macchinario di maggior mole,
mentre rimanevano preprietà personale gli animali domestici,
come le mucche, le pecore, i porci, le galline. La dichiarazione fu
riprodotta integralmente in tutti i giornali del paese, e milioni di
copie ne circolarono in opuscolo. I contadini andavano in città e
pagavano alti prezzi per l’ultima copia rimasta, per poterla svento­
lare in faccia agli organizzatori locali come la carta della loro liber­
tà. Di colpo, Stalin divenne l’eroe di milioni di contadini, il loro di­
fensore contro gli eccessi compiuti localmente. Stalin frenò rapida­
mente questa sorta di idolatria pubblicando le Risposte ai compagni
colcosiani, nelle quali si diceva: «Alcuni parlano come se Stalin da
solo avesse fatto quella dichiarazione. Il Comitato centrale non
permette... azioni simili da parte di un solo individuo. La dichia­
razione era... del Comitato centrale».

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Verso la fine di marzo andai verso il sud, incontro alla prina-
vera. La trovai a ventiquattro ore di treno da Mosca, sulla linea di
Stalingrado. Scesi in una stazione di campagna dopo la mezza­
notte, e fui sbigottita da una folla di contadini che mi si fece in­
torno, rovesciando un torrente di amare lamentele: «Un
ex-bandito si è fatto strada nel Partito, e adesso spadroneggia nel
nostro villaggio». «Stalin dice che l’adesione al collettivo è volon­
taria, ma adesso non vogliono ridarci i nostri buoi».
Il mattino seguente, nel capoluogo del distretto, trovai un
segretario affaticato, sommerso da proteste consimili che i con­
tadini venivano a portargli ininterrottamente dall’alba fin dopo
il tramonto. «Il presidente non c’è — ripeteva. — È andato a por­
tare aiuti a un villaggio dove i Vuìak, la notte scorsa, hanno incen­
diato un granaio con dentro ventisette cavalli, coi quali si conta­
va di effettuare le semine. Bisogna organizzare una soluzione di
emergenza». Intanto, replicava stancamente ai contadini che sen­
za dubbio i buoi sarebbero stati restituiti a coloro che desidera­
vano lasciare le fattorie collettive, ma che nessuno poteva disor­
ganizzare la semina portando via i buoi, con un sol giorno di pre­
avviso, alle brigate occupate nell’aratura, magari a trenta chilome­
tri di distanza, tanto meno se, più volte alla settimana continua­
vano a cambiare idea sul restare o andarsene.
Sembrava che le fattorie dovessero andare a pezzi sotto la pres­
sione di difficoltà che venivano da tante fonti diverse: le violenze
dei kulak, gli attacchi del clero, le stupidità burocratiche, e final­
mente, la semplice, nuda inefficienza medioevale del paese russo,
Tuttavia, non appena ebbi lasciata la linea ferroviaria e mi fui ad­
dentrata nelle campagne, lo spettacolo grandioso della seminagio­
ne in massa prese il posto del caos. Mi resi conto di come i giorna­
listi che giudicano dal posto di osservazione della linea ferroviaria
e del centro distrettuale non possano fare a meno di sbagliare: le
proteste e le ingiustizie fluivano alla linea ferroviaria, per cercare
una soluzione al capoluogo, ma nessun contadino che era in gra­
do di arare in pace andava alla ferrovia: stava arando. Oltre la fer­
rovia, gli uomini lottavano per ottenere un raccolto da primato, che
avrebbe stabilito il loro diritto alla terra e alle macchine.

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Qui c’era «la prima primavera bolscevica», come la chiama­
rono: la prima semina delle fattorie collettive. C’erano chilome­
tri e chilometri di ricca terra nera in un solo appezzamento,
un’unica rotazione era prevista per l’intera area. A regolari inter­
valli venivano le brigate: cavalli, buoi o trattori si movevano rit­
micamente attraverso la zona, arando più rapidamente e più pro­
fondamente di quanto questa terra avesse mai visto. Di notte, la
campagna era punteggiata di bivacchi, dai quali si levavano suo­
ni di balalaika e canti di uomini e donne. Venivano cantanti
d’opera da Mosca; e capeggiavano festose parate per i campi, che
sostituivano le antiche processioni religiose. Un anziano profes­
sore di astronomia di Leningrado fece un giro per le campagne
tenendo lezioni sulle, stelle accompagnate da proiezione: per le
brigate questa era la “cultura”, per i comunisti era ‘Tantireligio­
ne”. Brigate di meccanici vennero volontariamente dalle città per
riparare gli attrezzi agricoli.
Fu la semina più drammatica della storia umana. Milioni
di contadini, mischiandosi coscientemente, per la prima vol­
ta, con la vita cittadina, con gli operai, i tecnici, gli artisti e i
giornalisti, passarono sulle distese della campagna russa in una
grande crociata, e costruirono in una sola primavera le basi
agricole del socialismo.

Di quella stagione di semina, tre figure rimangono special-


mente impresse nella mia memoria: Ustina, bracciante, Mel­
nikov, giornalista, e Kovalev, segretario del Partito in un villaggio.
Ustina aveva in cura i pollai in una grande fattoria collet­
tiva chiamata “Fortezza del comuniSmo”. Era stata una serva
dall’età di otto anni; dopo la rivoluzione si era unita a una
piccola comune di villaggio, che lottava duramente per l’esi­
stenza: ella stessa era tanto miserabile che i suoi bambini ap­
pena nati ebbero, per coperte, della carta di giornale. A poco
a poco, i comunardi riuscirono a costruire un’azienda solida,
con dei trattori e un’incubatrice: quest’ultima venne da Mo­
sca come premio a Ustina per il suo ottimo lavoro. Dopo due
anni di relativa prosperità, la sua comune fu di nuovo inve­

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stita dalla fame, perché un gran numero di braccianti affama­
ti, privi di tutto, si erano rovesciati nel suo seno, e bisognava
dar da mangiare a tutti fino al raccolto. Qualcuno, amareg­
giato, sostenne che bisognava limitare l’accesso alla comune a
quelli che portavano con sé tanto grano da potersi nutrire.
Ustina si oppose fermamente: «Questa è la nostra seconda
guerra - disse. - La prima è stata una guerra omicida. Qui
non si ammazza nessuno, ma è una guerra lo stesso, e dun­
que dobbiamo aiutare tutti quelli che sono con noi».
La lotta viaggiante era un giornale pubblicato da tre carri
ferroviari, che percorsero la vasta regione di Stalingrado, con
basi nella città, durante tutta la primavera. Da distretto a di­
stretto il giornale ambulante investigava e denunciava abusi,
perfino chiamava giudici dalla città a presiedere corti improv­
visate. Melnikov, il più combattivo e dinamico dei suoi re­
dattori, era capace di digerire dieci casi amari e rivoltanti in
un giorno, e ricavarne non scoraggiamento, ma stimolo a con­
tinuare la lotta. Fu lui a svelare la storia del bandito Zotev,
che si era fatto eleggere dai suoi accoliti a presidente di un
villaggio, e aveva tentato di far deportare come kulak un ve­
terano dell’Armata Rossa che aveva denunciato le sue mal­
versazioni. O quell’altra, dell’organizzatore zelante che era cor­
so attraverso sette stanziamenti di tribù calmucche colletti­
vizzandoli tutti in altrettanti giorni, col semplice metodo di
fare una lista delle loro proprietà e di dir loro che, adesso,
erano tutti una sola azienda. I calmucchi analfabeti, per i quali
un pezzo di carta intestata dell’Amministrazione aveva il va­
lore e l’autorità della magia, non osavano più neanche con­
durre al pascolo le loro pecore affamate, per paura di com­
piere un «furto di bestiame statale». Quando la dichiarazione
di Stalin sulla “Vertigine del successo” giunse sino a loro, tut­
te le sette tribù si dileguarono nel deserto in una notte.
Le vittorie del quotidiano lavoro di Melnikov erano tante
denunce di atrocità ed errori da battere le invenzioni di tutti
i fogli antisovietici d’America messi insieme. La lotta viaggiante
fece arrestare in quella sola stagione più di duecento funzio­

87
nari per reati che andavano dalla malversazione fino al ban­
ditismo. Ma quando chiesi a Melnikov se il raccolto sarebbe
stato danneggiato da questa tempesta, egli mi guardò in fac­
cia stupefatto come se fossi impazzita.
«Danneggiato? Sarà molto più grande! Non avete visto i trattori
raddoppiare la superficie seminata? Non avete visto i contadini, an­
che senza trattori, adoperare i cavalli dei kulak per aumentare del
settanta per cento la superficie coltivata? I kulak sabotavano il raccol­
to per il timore delle tasse e l’odio verso il potere sovietico. Ma i nuo­
vi padroni contadini vanno avanti come tanti forsennati!».
La volontà di vita e il bisogno di orizzonti più larghi dei
contadini poveri furono la grande forza liberata e messa in
moto dalla «prima primavera bolscevica». Questa forza aveva
una guida: i comunisti, che nonostante l’inesperienza e gli ec­
cessi, costituivano un gruppo ben disciplinato e instancabile.
Nelle brigate di lavoro sui campi, si distinguevano a primo
colpo i contadini comunisti per la concentrata preoccupazio­
ne che tutto andasse bene, tesa sui loro volti. È così che ri­
cordo Kovalev, segretario del Partito di un piccolo distretto
tartaro a sud di Stalingrado, e il suo colloquio con dieci con­
tadini inefficienti, desolati, senza più coraggio.
Questi contadini avevano deciso di abbandonare la fatto­
ria collettiva. Lino di essi diceva: «Mi mandano a pascolare le
bestie sotto la pioggia, e io non ho un mantello caldo». Un
altro: «Fanno lavorare il mio cammello fino a lasciarlo morire
di fame sotto i miei occhi». Il terzo: «Mia moglie non vuole
più stare con me da quando mi sono unito al colcos».
Queste ragioni sembravano buone a me, ma non a Kovalev.
«Queste sono le condizioni in cui siete sempre vissuti - egli dis­
se. - Nessuno vi ha promesso il paese di Bengodi nei colcos. Gli
errori di direzione si possono correggere. Quelli che lavorano di
notte devono ricevere dei vestiti caldi. Il fieno è scarso a causa
della siccità dell’anno passato, ma non sarebbe di più nei campi
individuali. Chi se ne va non va a star meglio: perché tutto il
potere sovietico aiuterà i colcos. Un contadino non è una perso­
na isolata: la sua fattoria dipende dalla nazione, e la nazione di­

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pende dalla sua fattoria. E poi, il nostro paese è circondato dagli
Stati capitalisti: dobbiamo edificare rapidamente un’industria e
un’agricoltura moderna, o perire. La grande fabbrica che avete
visto a Stalingrado ci darà i trattori questa estate. In autunno, la
grande centrale elettrica di Stalgres manderà la corrente fino alle
vostre case. Ma intanto, finché queste imprese non sono finite,
quelli che ci lavorano hanno bisogno di pane: bisogna che ci sia
un grande aumento nel raccolto del grano. È possibile questo, se
ogni singolo contadino se ne sta a casa sua, a decidere se gli con­
viene arare o no? Il compito di ogni cittadino sovietico in que­
st’anno è quello di rafforzare le fattorie collettive».
Dopo due ore di discussione, le mogli degli uomini chiamaro­
no i loro mariti dal di fuori. Kovalev le invitò a entrare, ma esse
rifiutarono. Avevano deciso, e i loro uomini obbedirono. Senza
sciupare parole in recriminazioni, Kovalev si rivolse a cinque comu­
nisti, che erano rimasti nella stanza, tra cui il maestro del villaggio
e il bibliotecario. Li assegnò sul momento ai posti di lavoro nelle
brigate che lavoravano con gli erpici: ma il loro compito principa­
le era quello di sostenere il morale del collettivo. Poi chiese per te­
lefono a Stalingrado una fornitura straordinaria di fieno, e anche
che mandassero una organizzatrice tartara per il lavoro di agitazio­
ne fra le donne. Disse al bibliotecario di mandare librerie ambulan­
ti fra le brigate sparse per la campagna. La sua azione rivelava una
grande abilità di direzione, degna anche di battaglie più ampie.
Tutto questo avveniva in un piccolo villaggio sui campi magri della
terra tartara. In ogni villaggio come quello giungevano gli organizza­
tori del Partito, a lottare per il grano sovietico di quella primavera.
Ma Melnikov aveva visto giusto: sebbene il seme fosse stato
seminato nel caos della guerra di classe, da uomini che tem­
pestosamente si aprivano la strada liberandosi dal medioevo
in un anno, tale fu la spinta della loro volontà ridestata che
quando alla fine il raccolto giunse, l’LJnione Sovietica (e con
lei le potenze straniere che stavano a guardare come falchi)
seppe che il paese aveva ottenuto la più vasta area seminata e
il più grande raccolto che si fosse mai visto.
Quel raccolto cambiò la storia dell’agricoltura nel mondo.

89
Un raccolto solo non era abbastanza per stabilizzare la col­
lettivizzazione. Nel 1930, esso venne realizzato da masse di
contadini scarsamente organizzati e male equipaggiati, mosse
dalla grande forza del desiderio. Nei due anni successivi, le
difficoltà organizzative fecero sentire il loro peso. Come tro­
vare dei buoni direttori per i colcos, contabili per l’ammini­
strazione, specialisti per maneggiare le macchine? Il raccolto
del 1931 fu ridotto gravemente dalla siccità in cinque zone
cerealicole fondamentali. Nel 1932, le spighe sui campi era­
no migliori ma le difficoltà di raccolta furono più gravi. I pre­
sidenti dei colcos, riluttanti ad ammettere il loro fallimento,
dichiaravano che sarebbero riusciti senz’altro a mettere il gra­
no nei granai in tempo. Quando a Mosca ci si rese conto del­
la vera situazione, una buona porzione del grano era già stata
coperta dalla neve.
Le cause del disastro furono diverse: quattordici milioni
di piccoli poderi erano stati riuniti in 200.000 grandi fatto­
rie, ma non c’erano i dirigenti sperimentati di cui queste ave­
vano bisogno e le macchine erano insufficienti. Undici mi­
lioni di lavoratori avevano lasciato le campagne per le nuove
fabbriche. L’arretratezza dei contadini, il sabotaggio dei ku­
lak, le stupidità burocratiche dei funzionari, tutto giocò la sua
parte. Nel gennaio 1933 era ormai chiaro che il paese andava
incontro a un periodo di serie ristrettezze alimentari, due anni
dopo la “vittoria del grano”.
Di fronte alla sessione plenaria del Comitato centrale Sta­
lin riconobbe la responsabilità del Partito. Il Partito si era fat­
to cogliere di sorpresa, e aveva reagito troppo tardi. Quando
finalmente furono prese le misure di emergenza, esse furono
rapide e sensate. Per far fronte ai bisogni immediati, si fecero
pressioni senza riguardi di sorta sui contadini, perché conse­
gnassero tutto il grano che dovevano allo Stato, sia in paga­
mento di tasse che per le macchine, e sia che essi ne avessero
abbastanza per sé o no. «Gli operai che vi hanno onestamen­
te dato i trattori devono adesso morir di fame per colpa della
vostra inefficienza?». Il grano, una volta in mano allo Stato,

90
fu adoperato per rifornire il paese in regime di razionamento.
Una piccola parte fu distribuita anche alle fattorie che aveva­
no mancato al compito, sotto forma di razioni durante la se­
mina per quelli che lavoravano. Da un capo all’altro del pae­
se, senza eccezioni, ci fu scarsità e fame e un aumento gene­
rale della mortalità come conseguenza. Ma la fame fu distri­
buita: in nessun luogo si vide il caos e il panico che è richia­
mato alla mente dalla parola “carestia”. Sotto il regime di fer­
ro del razionamento, applicato a tutta la nazione, venne il rac­
colto del 1933 e fu messo nei granai.
Nel frattempo, furono presi tre provvedimenti per evitare altre
catastrofi in futuro. Una nuova legge sugli ammassi del grano, un
Congresso di lavoratori d’assalto delle campagne, e l’organizzazio­
ne di “sezioni politiche” — politodel — nelle Stazioni di macchine e
trattori. Le consegne obbligatorie di grano, che prima erano più
lievi per le fattorie più deboli, furono organizzate in modo da pre­
miare i buoni raccolti e penalizzare l’inefficienza. Il Congresso dei
lavoratori agricoli d’avanguardia riunì a Mosca i migliori “prima­
tisti” di tutte le migliori fattorie, e diede risonanza in tutto il paese
ai loro metodi, rimandandoli poi coperti d’onori alle loro case, da
dove avrebbero guidato al successo interi distretti. E, mentre due
terzi di tutte le fattorie collettive erano già servite dalle Stazioni di
macchine e trattori, queste furono ora ampliate avviandovi venti­
mila lavoratori nuovi, uomini efficienti, di un tipo che la vecchia
Russia rurale non aveva ancora conosciuto. Direttori di fabbrica,
comandanti dell’esercito, professori universitari, si offersero come
volontari per i politodel, & lavorare come organizzatori per aumen­
tare F “efficienza” delle campagne.
A tutto questo la stampa estera diede il nome di “la guer­
ra di Stalin contro i contadini”. La stampa sovietica la chia­
mò “la nostra battaglia per il successo del raccolto”. Fu una
battaglia: condotta in tutta la nazione insieme dalle campa­
gne e dalle città. Mio marito, che lavorava a quel tempo per
il Giornale dei contadini, passò quaranta giorni viaggiando in
aereo da una fattoria all’altra del Caucaso settentrionale in un
aeroplano a due posti, per incarico di una “brigata” di altri

91
dieci giornalisti. Appena atterrato, prendeva campioni del vo­
lume del raccolto per metro quadrato, contava le spighe di­
sperse, calcolava la perdita che esse rappresentavano per la fat­
toria, e prendeva nota dei mezzi che meglio avrebbero evitato
lo sperpero del grano. Questi dati, comunicati per telegrafo
dagli altri dieci redattori a tutta la stampa, venivano pubbli­
cati ovunque per servire da guida al raccolto man mano che
esso procedeva verso il nord. In quei quaranta giorni mio ma­
rito perse quindici chili di peso: tornò esausto e pieno di pi­
docchi. Ma calcolava che la sua brigata avesse evitato la per­
dita di forse trecentomila ettolitri di grano. Il suo lavoro non
è che un esempio della battaglia generale e senza risparmio
condotta in quell’anno.
Nel corso di quell’estate, la conquista del pane fu realiz­
zata: era una vittoria strappata dagli artigli di un grande disa­
stro. Ma quella volta, il nuovo raccolto record non era il risul­
tato di uno scoppio di entusiasmo semidisorganizzato, ma
della crescente efficienza e dell’organizzazione sistematica.
La vittoria fu consolidata l’anno successivo con la grande
battaglia che le fattorie collettive sostennero contro l’ondata
di siccità che aveva colpito tutta la metà meridionale dell’Eu­
ropa. In passato, i contadini colpiti dalla siccità avrebbero
mangiato le scorte vive, e poi si sarebbero rovesciati nelle cit­
tà in cerca di lavoro. Nel 1934, i contadini colcosiani tenne­
ro delle conferenze regionali, dichiararono la “guerra contro
la siccità” e organizzarono le misure appropriate per ciascuna
regione. Alcuni si servirono dei pompieri per trasportare ac­
qua sui campi; altri costruirono degli stagni riparati da albe­
ri. Sui declivi del Caucaso settentrionale i contadini scavaro­
no migliaia di chilometri di canali di irrigazione, dicendo
«Noi, abbiamo le montagne: non abbiamo bisogno della piog­
gia». In tutte le zone dove il grano invernale non venne a ma­
turazione furono inviati degli scienziati per determinare qua­
le seconda coltura fosse più appropriata per quell’anno: poi,
veniva fatta pubblicità ai loro consigli, e il Governo mandava
immediatamente sul posto le sementi con trasporti a grande

92
velocità. La cooperazione su scala nazionale vinse la siccità del
1934, e riuscì a ottenere un raccolto complessivo per tutta
l’U.R.S.S. non inferiore al record assoluto del 1933- Anche
nelle regioni più colpite, le fattorie se la cavarono con cibo
sufficiente per gli uomini e per gli animali, e con un’organiz­
zazione rafforzata dalla prova.
Nel 1935 la nuova agricoltura si era stabilizzata. Per quasi
due anni nessuno aveva espresso la volontà di lasciare le fat­
torie collettive. Lo statuto modello per una fattoria, e il pro­
totipo del “piano di fattoria” erano stati definiti: le rotazioni
e le dislocazioni dei campi erano state stabilite. Per tre anni il
raccolto granario era stato da quindici a venti milioni di ton­
nellate superiore ai livelli precedenti; l’area della barbabietola
da zucchero era raddoppiata. L’area del cotone aveva raggiunto
una estensione due volte e mezzo superiore a tutti i massimi
raggiunti in passato. V’era stata una grave perdita nel campo
delle scorte vive perché tanto bestiame era stato ucciso e man­
giato nel primo anno della collettivizzazione. (In Cina adesso
le cooperative agricole, imparando dagli errori delle esperien­
ze russe, comprano gli animali dai contadini sul piano di ra­
teazioni di pagamenti).
Più importante ancora dei vantaggi economici fu il
mutamento del contadino. Gli agricoltori non solo impa­
rarono a leggere e a scrivere, ma si cimentarono anche
nella scienza e nelle arti. 7.000 laboratori di campagna
dove gli agricoltori studiavano i loro raccolti., scambian­
do i loro dati con quelli delle stazioni sperimentali del
Governo, furono installati in due anni nella sola Ucraina.
Quasi ogni fattoria ebbe la sua filodrammatica, il suo club
di volo a vela, di paracadutismo e persino i suoi corsi di
aeronautica. Gli agricoltori entravano in contatto con la
vita della nazione e la nazione si legava con gli agricol­
tori. Un agronomo sovietico mi disse: «Noi scienziati era­
vamo soliti considerarci trascurati, ma adesso che le fat­
torie collettive ricercano la nostra scienza, noi misuriamo
il nostro lavoro a millenni».

93
Durante la seconda guerra mondiale, quando un carro arma­
to tedesco veniva catturato, o un aereo tedesco era costretto all’at­
terraggio nelle campagne, i gruppi di partigiani locali erano in
grado di manovrare i carri o di condurre gli aerei nelle retrovie
sovietiche, Life scrisse in un numero speciale del 29 marzo 1943;
«Qualunque sia stato il costo della collettivizzazione agricola...
queste grandi unità agricole... hanno reso possibile l’uso delle
macchine... che hanno raddoppiato la produzione... (e) lasciato
liberi milioni di lavoratori per l’industria. Senza di loro... la Rus­
sia non sarebbe stata in grado di costruire l’industria che produsse
le munizioni e fermò le armate tedesche».

Dopo la guerra, nel 1947, volavo attraverso l’U.R.S.S. e


atterrai a Kazan, sul Volga. C’erano tante dozzine di piccoli
velivoli sul limitare del campo, che pensai dovesse trattarsi di
un campo di addestramento dell’aeronautica militare, e mi
chiesi perché ci avessero lasciato atterrare.
“Oh, no — disse un russo, — quelli sono gli aeroplani delle fat­
torie collettive. Sono venuti in città per sbrigare diverse faccende”.

94
IV.
Nuovi tipi umani

La caratteristica degli uomini che costruirono la nuova


industria e le fattorie collettive era un’illimitata capacità d’ini­
ziativa. Io non posso fare a meno di ridere ogni volta che sen­
to parlare, in America, dei sovietici come di un popolo “ir­
reggimentato”. Ogni paese e ogni epoca ha particolari strut­
ture di conformismo, e vie attraverso cui passa il mutamento
verso il nuovo. Ma mai, in nessun paese - salvo in Cina negli
ultimi anni - mi fu dato d’incontrare un così gran numero di
personalità dinamiche, come quelle che trovavano espressio­
ne nei piani quinquennali sovietici.
Bill Shatoff era un esempio. Una volta, lo ritrovai ammalato,
in un letto d’albergo a Novosibirsk: era occupato a costruire fer­
rovie, battagliando per avere i binari, il cemento, la mano d’ope­
ra. La fatica gli stava guastando gli occhi. Gli chiesi perché non
faceva venire sua moglie, non cercava di organizzarsi una casa
confortevole, pasti regolari, un po’ di riposo. Bill mi guardò con
un’aria stupefatta: «La cosa più bella che c’è nella vita - disse - è
il lavoro. No, non il lavoro semplicemente: la creazione! Proprio
in questo tempo, in cui noi viviamo, c’è una possibilità di creare,
senza confini e senza limiti. Credi che mi riuscirebbe di metterla
da parte per un’ora sola per essere un marito piacevole o per os­
servare gli orari dei pasti?».
Questo fervore creativo non riempiva soltanto i capi. In
milioni di semplici cittadini, le nuove vie verso la vita, che si
aprivano innanzi ai loro occhi, facevano nascere lo stesso ar­
dore. Nell’ultimo capitolo, abbiamo visto come contadini
analfabeti divennero agronomi, attori dilettanti, paracaduti-

95
sti, aviatori. I mutamenti furono ancora più grandi tra le na­
zionalità più arretrate. L’U.R.S.S. conprendeva più di 150
nazionalità in tutti gli stadi di sviluppo, dagli eschimesi alle­
vatori di renne, e dai kirghisi, pastori nomadi di pecore, a po­
poli di antica civiltà come gli armeni e i georgiani.
La politica dell’Unione era di lasciar sviluppare tutte le
culture nazionali, mentre l’economia si sviluppava in direzio­
ne del socialismo. Ma 85 piccole nazionalità non avevano nep­
pure un alfabeto, per non parlare di libri. Il linguaggio di que­
sti popoli fu elaborato da gruppi di scienziati, e a Mosca si
cominciò a stampare libri in cento lingue, finché la produ­
zione libraria dell’U.R.S.S., alla fine del primo piano quin­
quennale, superò il numero dei libri stampati in Francia, Ger­
mania e Inghilterra prese insieme. Ma i libri non furono che
una delle forze rinnovatrici: assieme ad essi ci furono le nuo­
ve leggi, la scienza, l’arte.
La più grande di tutte le forze rinnovatrici fu la lotta del
popolo stesso per la sua vita. Questo fu espresso da Panferov,
10 scrittore, in una conferenza a Parigi, con le parole che ri­
cordiamo qui: «La classe operaia ha costruito una diga sul
Dnepr impetuoso e ha costretto le sue indocili acque a servi­
re l’uomo. Essa ha trasformato i nebbiosi Urali in un centro
industriale, ha vinto il remoto e selvaggio Kusbass. Nel rifare
11 paese, la classe operaia ha riplasmato anche se stessa».
All’inizio degli anni ’30, l’argomento degli “uomini nuo­
vi” era sulla bocca di tutti. Uno scrittore russo offerse alla re­
dazione del Moscow News una serie di profili di “uomini nuo­
vi” , brevi “pezzi” di una pagina, dicendo che ne aveva pronti
circa un migliaio: per alleviare la nostra sorpresa, ci spiegò
che mille profili non erano troppi per dare un’idea di tutti i
nuovi tipi umani che si sviluppano nel socialismo. Un gior­
nale di Sverdlovsk aveva una rubrica intitolata “Uomini nuo­
vi”, in cui i mutamenti dei costumi e delle opinioni erano
illustrati con aneddoti. Alcuni di questi mutamenti, temo, si
rivelarono poi come immagini del desiderio più che specchio
della realtà: la lotta per il socialismo non realizzò il regno di

96
Utopia e non abolì le debolezze umane. Non di meno grandi
e significativi mutamenti si manifestarono negli uomini. Fra
i molti, parlerò di tre soltanto: la liberazione delle donne del­
l’Asia centrale, il modo in cui i ragazzi scelgono la loro futura
professione, e il sorgere degli stakanovisti. Tutti e tre, in modi
diversi, gettano luce sull’essenza di quest’epoca e della sua vita.

In tutte le parti dell’Unione Sovietica il mutamento della


condizione della donna fu uno dei cambiamenti più impor­
tanti nella vita sociale. La rivoluzione diede alla donna l’egua­
glianza legale politica: a questa, l’industrializzazione fornì la
base economica nell’eguaglianza del salario. Ma in ogni vil­
laggio, erano ancora vive le abitudini durate per secoli, e le
donne dovevano lottare contro il loro potere. Di un villaggio
siberiano, per esempio, si seppe che, dopo che le fattorie col­
lettive ebbero dato alle donne un salario indipendente, le spose
“scioperarono” contro il venerando costume patriarcale di bat­
tere le mogli e lo spezzarono in una settimana.
«La prima donna eletta dai Soviet nel nostro villaggio si pre­
se gli scherni di tutti gli uomini - mi raccontava una presidentes­
sa contadina. - Ma all’elezione successiva, eleggemmo sei donne,
e adesso tocca a noi di ridere». In Siberia, nel 1928, incontrai ven­
ti di queste donne presidenti di Soviet sul treno per Mosca, dove
andavano a partecipare a un congresso femminile: la maggior
parte di esse viaggiava in treno per la prima volta, e una sola era
già stata fuori della Siberia nella sua vita. Erano state invitate a
Mosca a “consigliare il Governo” sulle esigenze delle donne: i loro
distretti le avevano elette, e adesso andavano.
La lotta più dura per la libertà delle donne fu quella che
si svolse nell’Asia centrale. Qui, le donne erano semplici og­
getti di proprietà: vendute giovanissime per il matrimonio,
non apparivano più in pubblico, da quel momento, senza l’or­
ribile paranja, un lungo velo nero tessuto di crine di cavallo,
che copriva tutto il volto, ostacolando la vista e la respirazio­
ne. Per tradizione, i mariti avevano il diritto di uccidere la
moglie che si fosse tolta il velo: e i mullah — i preti musulma­

97
ni - sostenevano questa tradizione con l’autorità della reli­
gione. Donne russe portarono un primo messaggio di libertà
in queste tenebre: nei nidi d’infanzia, che esse organizzarono,
le donne indigene impararono a togliere il velo in presenza
l’una dell’altra, e a discutere i diritti della donna e i mali del
velo. Il partito comunista fece pressioni sui suoi membri per­
ché permettessero alle loro mogli di togliere il velo.
Quando visitai Tashkent per la prima volta, nel 1928, una
Conferenza di donne comuniste annunciava: «Nei villaggi ar­
retrati della campagna le nostre compagne vengono violenta­
te, torturate e uccise. Ma questo sarà un anno storico per i
nostri paesi: l’anno in cui la faremo finita con l’orribile velo».
Questa risoluzione veniva lanciata proprio mentre alcuni even­
ti tragici ne sottolineavano la portata. Il corpo di una ragaz­
za, studentessa a Tashkent, che aveva voluto dedicare le sue
vacanze al lavoro di agitazione per i diritti della donna nel
suo villaggio natio, fu rimandato a pezzi alla scuola, su un
vecchio carro con scritto: “Questo è per la vostra libertà delle
donne”. Un’altra donna, che aveva rifiutato le attenzioni di
un padrone di terre e sposato un contadino comunista, fu as­
salita da una banda di diciotto uomini sobillati dal signorot­
to: la violentarono, mentre era all’ottavo mese di gravidanza,
e gettarono il suo corpo nel fiume.
Vi furono poesie, scritte dalle donne, e che esprimevano
la loro battaglia. Per Zulfìa Kalin, una combattente della li­
bertà delle donne che fu arsa viva dai mullah, le donne del
suo villaggio composero un canto di dolore:

O donna, la tua lotta per la libertà non sarà


dimenticata in questo mondo.
Il tuo fuoco: non pensino che ti abbia consumata!
La fiamma in cui ti hanno arsa
è una fiaccola nelle nostre mani.

Buchara, la “città santa”, era la città di questa ortodossia d’op­


pressione. Qui, nella città “santa”, fu organizzata una drammati­

98
ca azione collettiva di getto del velo. Verso l’8 marzo, Giornata
internazionale della donna, corse voce che «qualcosa di spettaco­
lare sarebbe accaduto»: in quel giorno, comizi di massa di donne
furono tenuti in diversi luoghi della città e le oratrici chiesero
all’auditorio che «si levassero il velo tutte insieme». Allora le don­
ne passarono davanti al palco: giunte di fronte al podio, gettaro­
no il velo, e poi, tutte insieme, andarono a sfilare per le strade.
Erano state erette delle tribune, per i dirigenti e membri del
Governo, che salutavano la sfilata. Altre donne uscivano dalle
loro case, si univano alla sfilata e gettavano il velo davanti alle
tribune. Cosi fu rotta la tradizione del velo nella sacra Buchara.
Molte, naturalmente, rimisero il velo prima di comparire di fron­
te agli irati mariti: ma da allora, i veli per le vie di Buchara furo­
no sempre più rari.
Per l’emancipazione delle donne, il potere sovietico impiegò
diverse armi: l’istruzione, la propaganda, le nuove leggi, tutto vi
ebbe la sua parte. Vi furono grandi processi pubblici di uomini
che avevano ucciso le loro mogli, e la nuova propaganda dava un
sostegno ai giudici che comminavano la pena di morte per un
atto che l’antico costume non aveva considerato delitto. Ma lo
strumento più importante dell’emancipazione fu, come nella
Russia vera e propria, l’industrializzazione.
A Buchara, in quell’epoca, visitai anche un setificio nella
città vecchia. Il direttore - un uomo pallido, esausto, impe­
gnato in una corsa insonne per costruire dal nulla un’indu­
stria completamente nuova - mi diceva che la fabbrica, se­
condo i calcoli, non sarebbe stata attiva economicamente per
un bel pezzo: «Stiamo addestrando delle contadine, che do­
vranno dare i quadri dei futuri setifici del Turkestan. La no­
stra fabbrica è uno strumento applicato consapevolmente per
spezzare la tradizione del velo: noi esigiamo che le operaie si
tolgano il velo in fabbrica».
Le canzoni composte dalle giovani tessitrici parla­
vano del nuovo senso della loro vita simbolizzato dallo
scambio del velo col caratteristico copricapo delle don­
ne russe, il fazzoletto.

99
Quando presi la via della fabbrica
Vi trovai un fazzoletto nuovo.
Un fazzoletto rosso, di seta
Comprato col lavoro delle mie mani!
In me c’è il rombo della fabbrica:
Mi dà ritmo
Ed energia.

Non si può non ricordare, leggendo queste parole, la Canzo­


ne della camicia di Thomas Hood, che esprimeva invece la fatica
delle donne nelle fabbriche inglesi della rivoluzione industriale:
Con le dita stanche e consunte
Le palpebre rosse e pesanti,
In stracci non femminei
Una donna sedeva col suo ago e il fdo.
Cucire cucire cucire
Miseria fame sporcizia.
Eppure (il tono della sua voce era dolente)
Cantava - la canzone della camicia.

Nell’Inghilterra capitalista la fabbrica apparve come uno stru­


mento di profitto e di sfruttamento. Nell’Unione Sovietica, essa
non fu solo uno strumento di ricchezza collettiva, ma un mezzo
consapevolmente usato per spezzare vecchie catene.

Ogni anno, l’U.R.S.S. produceva il suo raccolto di eroi: di so­


lito gli eroi dei nuovi records di produzione. Nel 1935, i nomi più
famosi furono due: Stakanov, un minatore di carbone, inventò
un nuovo metodo d’estrazione e il suo nome divenne quello di un
intero movimento. Maria Demcenko, coltivatrice di barbabietole
da zucchero in una fattoria collettiva, studiò le barbabietole nel­
la sua stazione sperimentale, e, nella primavera del ’35, lanciò una
sfida a tutti i coltivatori di bietole: «Inondiamo il paese di zucche­
ro! La mia brigata si impegna a raccogliere 50 tonnellate di bar­
babietole per ettaro».
La sfida fu accettata da centinaia di fattorie. Migliaia di
visitatori vennero a osservare la brigata di Maria Demcenko

100
al lavoro, milioni di lettori seguirono l’impresa, quando Ma­
ria e i suoi colleghi, risoluti e accaniti, zapparono nove volte
il campo e per otto volte lo ripulirono dalle tignole con fuo­
chi notturni. Tutto il paese ebbe il fiato sospeso quando, per
l’intero mese di agosto, non venne pioggia, e applaudi, allor­
ché Maria ottenne che i pompieri versassero 20.000 secchi
d’acqua sulla sua terra. Il raccolto fu di 54 tonnellate per et­
taro, salutato dalle congratulazioni di tutta la nazione. In un
paio d’anni il record fu battuto, ma la fama di Maria
Demcenko rimase.
Anche la fine della storia è significativa. La brigata fu in­
vitata a Mosca per la celebrazione del 7 Novembre, e prese
posto nella tribuna dei dirigenti. Maria, con un’effusione un
po’ sconnessa, raccontò a Stalin di come ella aveva sognato di
«venire a vedere i capi». «Ma ora - rispose Stalin — anche voi
siete capi». Maria ci pensò su, poi disse: «Be’... è vero». Stalin
domandò qual era il premio che ella desiderava: Maria
Demcenko chiese una borsa di studio per studiare le barba-
bietole, e l’ottenne. Questi erano, nel 1935, gli ideali del di­
rigere e dell’essere ricompensati.
Molti furono gli articoli scritti intorno al tipo di uomini che il
socialismo dovrebbe far sorgere. Quando un gruppo di cavalieri
turcomanni compì la sbalorditiva impresa di una cavalcata di
4.326 kilometri, attraverso zone desertiche, fino a Mosca, e Stalin
esaltò la loro «chiarezza nel porsi uno scopo, perseveranza... e fer­
mezza di carattere», la Pravda elaborò questo tema in un editoriale
sull’ideale sovietico del carattere. In esso si diceva che l’ideale sovie­
tico era «l’esatto contrario» dell’obbedienza cieca, richiesta poco
tempo prima da Hitler alla gioventù tedesca. «L’individualità for­
te e originale - si dichiarò - era la caratteristica essenziale del citta­
dino sovietico... Non sottomissione e cieca fede, ma consapevolez­
za, audacia e decisione. Forte individualità, inseparabilmente con­
nessa al collettivo dei lavoratori, altrettanto forte». «Una conside­
revole disciplina volontaria... nasce dallo scopo, chiaro e visto di­
stintamente da milioni di uomini». Così fu proclamato, consape­
volmente, un ideale che sfidava quello dei nazisti.

101
Nella seconda metà del 1935 il paese cominciò a essere
percorso dall’ondata del movimento stakanovista. Simultane­
amente in cento luoghi diversi operai con nuove macchine
cominciarono a superare le norme di produzione, spesso tra
l’indifferenza e contro l’opposizione delle direzioni, ma seguiti
dall’attenzione serrata dei loro compagni. In tutti i paesi del
mondo ci si mise sull’avviso, lo stakanovismo, si disse, signi­
fica che i russi accelerano i tempi. Ma esso fu qualcosa di più:
un attacco generale ai confini mondiali della produttività, che
furono presi d’impeto, raggiunti e abbattuti. Alcuni minatori
del Donbass raddoppiarono la produzione pro capite della
Ruhr; alcuni forgiatori della fabbrica d’automobili di Gorki
superarono gli standards in vigore da Ford; alcuni calzaturieri
di Leningrado stabilirono dei records superiori del 50 per cento
a quelli delle famose fabbriche Bata in Cecoslovacchia.
Cinque anni prima, centinaia di specialisti americani ave­
vano cercato di “fargliela capire ai russi”: quando ebbero no­
tizie di tutto ciò si chiesero probabilmente con esasperazione:
«Perché non lo fecero quando c’eravamo noi a insegnar loro
il sistema?». Eppure, il motivo era semplice. L’U.R.S.S. si era
formata un’attrezzatura di nuove macchine, e aveva posto un­
dici milioni di paesani a lavorare con esse. I paesani ruppero
le macchine, ma impararono. Non era possibile che essi im­
parassero quando i loro maestri davano loro le indicazioni: la
nuova tecnica doveva modellarsi nei loro sistemi nervosi. Tut­
tavia quello che essi appresero non fu solo l’abilità tecnica degli
americani, ma una capacità tecnica cui si aggiunge l’orgoglio
della proprietà: e quello di cui si sentivano padroni, era il
meccanismo che produce il mondo moderno.
Coloro che parteciparono al Congresso degli stakanovisti
di tutta l’Unione - tutti, a Mosca, volevano andarci - ricor­
dano le sue tempestose salve di applausi. La stampa ebbe slanci
lirici sul «focoso destriero della scienza da domare», e la «pre­
parazione della via verso il comuniSmo, dove a ciascuno sarà
dato secondo i suoi bisogni». Tutto il corso dei lavori del Con­
gresso mise in luce la nuova caratteristica di questi uomini, il

102
gioioso spirito di iniziativa, l’orgoglio del dominio su com­
plicati processi tecnici, la consapevole cooperazione dell’in­
dividuo con la società e la fame di sapere.
Stakanov parlò dei pensieri che lo animavano quando con­
quistò il suo record'. «Si avvicinava la Giornata internazionale
della gioventù, e volevo festeggiarla con un primato. I miei
compagni ed io, già da qualche tempo, pensavamo al modo
di rompere le pastoie della norma, dar libero gioco alle ener­
gie dei minatori, e costringere le perforatrici a lavorare a pie­
no ritmo per tutto il turno». Busygin, forgiatore, dichiarò:
«Non c’è niente che io desideri tanto quanto studiare: voglio
imparare come sono fatti i magli, e farli io stesso». La Slav-
nikova, che voleva “battere il primato” su una macchina che
aveva studiata ma mai adoperata, rispose alle obiezioni del
capo reparto: «Io sono una paracadutista: quella norma non
mi fa paura. La manderò per aria». E lo fece.
Vasiliev, un altro metallurgico, che stabilì il record della forgia­
tura di giunti metallici, si servì delle espressioni «mi misi a bollire»
e «sono esploso» per esprimere i suoi sentimenti riguardo al suo
lavoro. Nel 1934, raccontò, quando il suo primato fu superato, egli
«entrò in ebollizione», e tornò al lavoro quattro giorni prima del
termine delle sue ferie. «Superai Adrianov, ma poco dopo lessi sul
giornale che un forgiatore di Kharkov aveva superato i 1.000 pez­
zi: allora sono esploso. Ne feci 945 in un turno... mi consultai con
la mia squadra per organizzare meglio il nostro posto di lavoro, e
così arrivammo a 1.036. Allora discutemmo la cosa col capo repar­
to, e gli spiegammo come la fornace doveva essere modificata: ed
egli ci diede una fornace capace di scaldare 1.500 pezzi in un tur­
no. Adesso non avevamo più nulla a ostacolarci: ristudiammo tut­
to il sistema e trovammo il modo di sistemare il metallo in manie­
ra che fosse più facile prenderlo dal forno e maneggiarlo. Il 27 ot­
tobre ho battuto il recordài tutta l’U.R.S.S., 1.101 in un turno. Da
quel maglio, compagni, non ho ancora ricavato tutto quello che
può dare, ma lo farò».
Gli stakanovisti disprezzano il lavoro straordinario come
una confessione di inefficienza: ciò a cui bisogna mirare insi­

103
stevano, è un ritmo che non spossi fisicamente. «Se il lavoro
è fatto nella maniera giusta, ci si sente meglio e più forti».
Tutti erano ansiosi di comunicare ad altri la loro abilità. Il
macchinista di locomotive, Omelianov, dopo aver compiuto
il suo record, chiese come assistente «il più lento di tutti i mac­
chinisti», e lo fece diventare anche lui un lavoratore d’assalto.
Le richieste di questi uomini sconvolsero i processi tecnici.
Ricordo un ingegnere che mi disse: «Passo delle notti in bianco
per pianificare il flusso del lavoro nell’officina in modo che
tenga il passo con gli stakanovisti».
«Fra dieci anni - mi dichiarò uno stakanovista — l’indu­
stria e l’agricoltura cesseranno di essere le nostre occupazioni
principali: produrremo tutto quello che ci occorre. Ma ci sono
altre occupazioni. Lo sviluppo dell’uomo, la scienza, l’esplo­
razione: non c’è un limite a tutto questo». Quest’uomo non
riconosceva alcun confine all’avanzata degli uomini, né nella
natura umana, né nel tempo e nello spazio.
La gioventù, specialmente, non conosceva confini. Le scuo­
le aiutavano i giovanissimi a scoprire molto presto le loro at­
titudini, i campi estivi e le escursioni contribuivano ad am­
pliare l’orizzonte delle loro scelte. La discussione sulla stam­
pa sollecitava le loro capacità di autoespressione: un giornale,
la Pravda dei pionieri, era fatto quasi completamente dai ra­
gazzi. A Tiflis, i figli dei ferrovieri costruirono una ferrovia di
mezzo miglio nel parco di cultura e di riposo: essi stessi la
facevano funzionare, trasportavano passeggeri, emettevano bi­
glietti, e coi soldi ricavati ampliavano la costruzione. In mol­
tissime delle attività “adulte” si trovò un posto per i ragazzi:
nella “battaglia contro la carestia” del 1934, gruppi di ragaz­
zi spigolatoti passarono i campi dopo i mietitori e organizza­
rono una gara d’emulazione nel recupero di spighe. I bambi­
ni di una regione settentrionale mi raccontarono con orgo­
glio come avevano raccolto tonnellate di escrementi di uc­
celli e di cenere di legna, usati per concimare campi esausti.
In quell’anno, su un treno per Murmansk, feci la cono­
scenza di venti giovani “esploratori artici”, diretti alle regioni

104
polari: nessuno aveva più di sedici anni. Il loro interesse per
il disegno delle carte, le crociere artiche e le popolazioni del
nord aveva loro conquistato questa crociera organizzata. Las­
sù, avrebbero trovato degli esploratori artici adulti, che li
avrebbero accolti sorridendo, ma come possibili futuri colle­
ghi. Ancora in quell’estate dieci fra i migliori studenti di bo­
tanica furono inviati in spedizione negli Aitai, dove percor­
sero 1.900 kilometri e scopersero 34 nuove varietà di ribes e
un tipo di cipolla resistente al gelo. Due di questi giovani
botanici furono poi delegati dagli altri a portare le pianticel­
le al vecchio creatore di piante, Miciurin.
Due fatti seguiranno ancora a mettere in luce i sentimenti
della gioventù sovietica in quel periodo. Anna Mlynik, la studen­
tessa che fece il discorso d’addio della prima classe che comple­
tava la nuova scuola decennale, a Mosca, nel giugno 1935, si ri­
volse alle compagne e ai parenti e professori riuniti con queste
parole: «La vita è bella...in un paese come il nostro, in un’epoca
come questa. Noi, giovani padroni di questo paese, siamo chia­
mati a conquistare il tempo e lo spazio». Qualche stravaganza, è
vero, è inevitabile in questi discorsi: ma se i giovani del passato
poterono essere sudditi di re o cittadini di un paese libero, mai,
fino al sorgere del socialismo, li si era sentiti parlare di se stessi
come dei “padroni” del paese in cui vivevano. Nello stesso anno
Nina Kamenova si gettò col paracadute dai gelidi spazi di un’al­
tezza due volte il monte Rainier1, battendo il record mondiale: le
parole che essa disse nel giungere a terra furono queste: «Il cielo
del nostro paese è il più alto del mondo», e la gioventù sovietica
se ne appropriò da quel momento come slogan.
Ma già in quei giorni di felice jattanza e di entusia­
smo, l’assassinio di Kirov aveva messo in moto la catena
di sospetti e di indagini che doveva trasformare l’atmosfera
trionfante del 1935 - quando il regno di Utopia sembrava
a portata di mano - nella “grande follia” del 1937.

1 Cima delle Montagne Rocciose alta 4.405 m., nello Stato di


Washington. La più alta montagna degli Stati Uniti.

105
Vi fu un frutto di quell’epoca felice che rimase nella sto­
ria: la nuova Costituzione sovietica, nata in quegli anni.
Ma l’U.R.S.S. aveva rinunciato a proclamare il suo diritto ad
essere considerata una democrazia: l’occidente aveva sempre rifiu­
tato di ammetterlo. Non abbiamo lo spazio, qui, di descrivere nei
dettagli il sistema elettorale e politico sovietico: ma, qualunque
cosa gli americani pensassero delle elezioni sovietiche, è certo che
il popolo sovietico vi prendeva parte con energia e speranze alme­
no altrettanto grandi di quelle dei nostri elettori. I sovietici non si
limitavano a votare per i candidati, ma scrivevano anche le loro ri­
chieste nel nakaz, le “istruzioni del popolo”, che entravano poi ai
primi posti nell’ordine del giorno dei corpi politici eletti.
Durante le elezioni del 1934, mio marito lavorò per tutto un
mese, ogni sera, come agitatore nel suo distretto elettorale, visi­
tando tutti gli elettori del seggio e invitandoli, non solo a pren­
dere parte alle elezioni, ma a formare delle liste delle esigenze che
il Governo avrebbe dovuto soddisfare secondo loro. Egli stesso mi
raccontò di una vecchia che non aveva mai votato («Che cosa
posso servire io al potere sovietico», diceva) e che poi, stimolata
da lui a cercare si guardò intorno nella sua cucina, piena di bian­
cheria da asciugare, e trovò: avrebbe chiesto più lavanderie pub­
bliche. Più tardi, anche lavanderie furono costruite. Il Soviet di
città di Mosca ricevette, nelle elezioni di quell’anno, 48 mila
«istruzioni del popolo», e presentò, secondo i termini, una rela­
zione su di esse entro tre mesi. Molte di queste “istruzioni”, na­
turalmente, si ripetevano l’un l’altra o riguardavano problemi di
competenza del Governo centrale, ma per un buon numero il
rapporto del Soviet agli elettori fu fatto in un modo compieta-
mente nuovo: le richieste potevano essere soddisfatte, dichiarò il
Soviet di Mosca, se coloro che le avevano avanzate avessero pre­
stato volontariamente il loro lavoro per realizzarle. Nell’U.R.S.S.,
la “democraticità” di un consiglio eletto non si valutava soltanto
dalla percentuale dei votanti - che passò dal 51 per cento nel
1926 all’ 8 5 per cento nel 1934 - ma dal numero di volontari che
un deputato al Soviet era in grado di raccogliere, per dare il loro
aiuto alla soluzione dei problemi di Governo.

106
Molto del lavoro di tassazione e di distribuzione degli al­
loggi, per esempio, veniva svolto da volontari. Howard K.
Smith, visitando Mosca verso il 1938, percepì l’atmosfera cre­
ata da tutto ciò, e dichiarò: «Si ha l’impressione che tutti, ogni
piccolo individuo, si senta piuttosto importante, impegnato
nel lavoro alquanto importante di costruire uno Stato. Tutto
questo mi ricordava una parola... la parola “democrazia”».
Ma, dall’epoca della Costituzione del 1922, vi erano stati
grandi cambiamenti. Le ricchezze fondamentali del paese era­
no ormai proprietà pubblica; la massa della popolazione non
era più analfabeta. Il voto indiretto e ineguale, dato dai luo­
ghi di lavoro, non era più adatto alle nuove condizioni. Gli
eroi della nazione sovietica erano ormai conosciuti da chiun­
que, e il popolo poteva votare per loro ed eleggerli diretta-
mente. Il 6 febbraio 1935 il Congresso dei Soviet decise un
mutamento della Costituzione, che la adeguasse alla vita del­
la nazione, ormai profondamente mutata. Una commissione
di trentun storici, economisti e studiosi di scienze politiche,
sotto la presidenza di Stalin, fu incaricata di redigere il pro­
getto della nuova Costituzione, più rispondente al volere del
popolo e meglio adatta allo Stato socialista.
Il metodo attraverso cui la Costituzione fu adottata è alta­
mente significativo. Per un anno la commissione sottopose a stu­
di tutte le forme di associazione, sia statuali, sia volontarie in cui
gli uomini si sono organizzati nel corso della loro storia per rag­
giungere degli scopi comuni. Infine, nel giugno 1936 il progetto
proposto ottenne una prima approvazione provvisoria da parte
del Governo, e fu presentato al popolo, stampato in 60 milioni
di copie. Questo progetto fu discusso in 527 mila assemblee, cui
presero parte 36 milioni di persone. Per mesi e mesi, ogni gior­
nale fu pieno di lettere dei lettori sul progetto di Costituzione; fu­
rono proposti circa 154 mila emendamenti. Molti di questi,
come è ovvio, erano equivalenti fra di loro, e molti altri più
adatti per un codice di leggi che per una Costituzione. 43
emendamenti di iniziativa popolare furono accolti nel testo
definitivo della Costituzione.

107
Finalmente, nel dicembre del 1936, nella grande aula bian­
ca del Cremlino, 2.016 delegati si riunirono a formare la Con­
venzione Costituzionale: era un congresso di uomini nuovi,
saliti a ruoli eminenti con la nuova importanza che avevano
acquistato i loro compiti nell’industria, l’agricoltura, la scienza.
I delegati contadini - non più elencati sotto il titolo generico
“coltivatori di grano” - vennero come specialisti, conduttori
di trattori, operatori di macchine combinate, che per la mag­
gior parte avevano realizzato dei records di produzione. C’era­
no direttori di grandi impianti industriali, artisti e medici fa­
mosi, il presidente dell’Accademia delle Scienze. Tale era or­
mai l’assemblea che rappresentava l’U.R.S.S. verso la fine del
secondo piano quinquennale.
La Costituzione rifletteva i mutamenti avvenuti nel paese,
cominciando con la forma di Stato e i tipi fondamentali di pro­
prietà. La terra, le risorse naturali, le industrie erano «proprietà
dello Stato, ricchezza di tutto il popolo». La proprietà cooperati­
va delle fattorie collettive, e la «proprietà individuale» dei citta­
dini, erano «sotto la protezione della legge». Le elezioni si sareb­
bero svolte con «voto universale, diretto, uguale e segreto di tutti
i cittadini al di sopra dei 18 anni».
La sezione dei «Diritti e Doveri dei cittadini» fu salutata
articolo per articolo dagli applausi dell’assemblea: essa rap­
presentava la più completa lista di diritti che mai siano stati
garantiti da una qualsiasi nazione. Il diritto alla vita si esten­
deva su quattro titoli: «Diritto al lavoro, al riposo, all’educa­
zione, all’assistenza materiale». Sei interi paragrafi vennero
dedicati alla formulazione dei diritti di libertà, che si esten­
devano alla libertà di coscienza, di religione, di parola, di stam­
pa, di riunione e di dimostrazione, e libertà dall’arresto arbi­
trario, inviolabilità del domicilio e della corrispondenza, «in­
dipendentemente dalla nazionalità e dalla razza».
La Costituzione sovietica era una sfida aperta diretta al
nazifascismo, allora al potere in Germania. I nazisti procla­
mavano logora e superata la democrazia: tutti gli oratori so­
vietici salutarono la democrazia e il socialismo come invinci­

108
bili. Hitler predicava la superiorità e l’inferiorità delle razze:
Stalin contrapponeva al razzismo una delle più impetuose e
complete dichiarazioni dell’uguaglianza degli uomini che mai
siano state fatte: «Né la lingua, né il colore della pelle, né l’ar­
retratezza culturale, né il livello di sviluppo politico possono
giustificare la disuguaglianza nazionale e razziale».
In quei giorni d’inverno, decine di milioni di persone scese­
ro nelle vie dell’U.R.S.S., per festeggiare al suono delle bande la
nuova Costituzione. In tutto il mondo essa fu salutata dagli uo­
mini amanti del progresso: nella Cina lontana Sun Yat-sen la
chiamò «la più grande conquista dell’uomo». Romain Rolland
parlò dalle placide rive del lago di Ginevra: «Questo evento dà
vita alle grandi parole che finora sono state soltanto il sogno del­
l’umanità: libertà, eguaglianza, fratellanza».
La Costituzione fu violata già al momento stesso in cui veni­
va scritta. In sé, questo fatto non è unico, e poche sono le Costi­
tuzioni osservate meticolosamente. Ma la Costituzione del-
l’U.R.S.S. fu violata dal suo stesso autore, Stalin, che era visibil­
mente molto orgoglioso della sua “Costituzione democratica”, e
che pure fu colpevole di un ben strano dualismo: da un lato, in­
fatti, mentre la Costituzione rimase la legge fondamentale del-
l’U.R.S.S., osservata con orgoglio dal popolo, dalle amministra­
zioni statali, dai tribunali ordinari, dall’altro, c’era la polizia po­
litica, che non ne prese neppure nota. Quest’organo, che Stalin
aveva potenziato fin dal 1922 dandogli un’organizzazione centra­
lizzata era diventato uno Stato nello Stato. Esso non rispettava,
né la Costituzione, né ogni altra legge dell’U.R.S.S. Da qui sor­
sero i tenebrosi eventi degli anni successivi.

109
V.
La grande follia

Nessuno, in nessuna parte del mondo, è in grado di disegna­


re la storia vera e completa degli eccessi che ebbero luogo nel-
l’U.R.S.S. nel periodo 1936-38, né, credo, di valutarne giusta­
mente le responsabilità. Un numero imprecisato di persone, cer­
to molte decine di migliaia, furono arrestate di sorpresa, e invia­
te senza processo in campi di prigionia nel nord e nell’estremo
oriente. Diverse migliaia furono i fucilati, di cui non fu più nep­
pure comunicata la sorte ai loro amici. Dopo la morte di Stalin,
L’U.R.S.S. cominciò una revisione di questi casi. Kruscev, nel suo
famoso attacco a Stalin durante il XX Congresso, nel febbraio del
1956, riferì che 7.679 persone erano state “riabilitate” negli ulti­
mi due anni, ma nella maggior parte di questi casi, gli interessati
non erano più in vita. La rivelazione più drammatica fu quella
che, dei 134 membri del Comitato centrale del partito, eletti nel
1934 a quello che fu detto allora il “Congresso della vittoria”, 98,
il 70 per cento, erano stati arrestati e fucilati, per la maggior par­
te nel 1937-38.
La stampa antisovietica trova una soluzione ben semplice:
essa proclama che il socialismo è per sua natura “spietato e
totalitario”. Ma tra coloro che conoscono lo spirito di inizia­
tiva della gente sovietica negli anni recenti e la sua passione
per ciò che essa chiama, comunque, la sua libertà, non v’è
nessuno che accetti questa tesi. Kruscev, e altri, offrono una
spiegazione quasi altrettanto semplicistica: Stalin e il “culto
della personalità” portano la colpa. Che vi sia una responsa­
bilità di Stalin è fuor di dubbio: ma dichiarare colpevole lui
non basta a dare una risposta esauriente al problema. Stalin

111
agiva attraverso determinate strutture politiche: un’assemblea
plenaria del Comitato centrale, nel febbraio 1937, discusse e
approvò le misure fatali di tante conseguenze. D’altra parte,
Kruscev stesso afferma che Stalin, in tutti questi atti, «pensa­
va di prendere delle misure necessarie... nell’interesse delle
masse lavoratrici, di difendere le conquiste della rivoluzione».
Verrà un giorno, io credo, che l’U.R.S.S., spingendo a fon­
do il processo di analisi di questi casi, e della storia, giungerà
a un’obbiettiva valutazione di quel che avvenne. Per ora, tut­
to quel periodo mi sta di fronte come quello di una “grande
follia”, e posso solo cercar di comprendere, attraverso segni
indiretti, come si giunse ad essa.
Il problema del “sovvertimento delle istituzioni”, da parte di
agenti nemici o di cittadini malcontenti, si presenta a tutti i
Governi, ed è raro che venga affrontato nella maniera più spec­
chiata, attraverso il semplice e rigoroso corso della legge. Spesso
- e lo vediamo bene nel nostro paese — esso diventa un motivo di
caccia alle streghe e di terrore di tutti verso tutti. Queste devia­
zioni dall’equilibrio politico hanno la loro origine, senza dubbio,
nel fatto che “i colpevoli” non sono criminali ordinari, facili da
classificare in un sistema di sanzioni legali proporzionate all’of­
fesa, ma sono semplicemente uomini la cui lealtà si organizza in
direzioni diverse da quelle richieste dallo Stato. Poiché questi
uomini sono una piccola minoranza, essi non rappresentano un
problema grave per un regime stabile e fiducioso in se stesso: ma
in tempi di guerra, o quando il regime è sottoposto a pressioni
straordinarie, essi costituiscono una fonte di difficoltà ben mag­
giore che non i criminali ordinari.
Verso la fine degli anni ’30, l’intera Europa era agitata da
queste difficoltà. Nella guerra di Spagna nacque il termine
“quinta colonna” applicato per la prima volta ai seguaci clan­
destini di Franco che, dall’interno della città assalita, aiutaro­
no i fascisti a prendere Madrid. Più tardi la “quinta colonna”
di Hitler riuscì a penetrare così largamente in diversi Stati eu­
ropei, che essi caddero come castelli di carta al primo tocco
della bufera. Ma, nel senso più largo, questa quinta colonna

112
comprendeva anche uomini come il premier Chamberlain e
il presidente Daladier, che indebolirono la difesa delle loro
nazioni facendo distruggere la democrazia in Spagna, e più
tardi, consegnando le fortezze ceche a Hitler, nella speranza
di lusingare le sue armate verso oriente; o come gli industriali
americani le cui forniture di ferro ai giapponesi permisero loro
di rafforzarsi contro gli Stati Uniti. Nessuno di tutti costoro
si sarebbe considerato un traditore: e neppure, probabilmen­
te, si credevano traditori Quisling, Lavai e gli altri che, avan­
zando le più diverse scuse, presero parte ai governi-fantoccio
al servizio dell’invasore. Dal punto di vista del nazionalismo
ottocentesco essi erano dei traditori dei loro paesi; dal punto
di vista dei progressisti del nostro secolo, dei traditori del­
l’umanità. Ma se Hitler avesse vinto, il loro giudizio sarebbe
diverso: sono i vincitori che scrivono la storia.
Tenendo presente tutto questo, consideriamo la Russia.
Nei primi anni della sua esistenza l’U.R.S.S. fu invasa da mol­
teplici armate straniere, invitate da ex capi politici russi, e re­
spinte solo a prezzo di guerre dure e sanguinose. Dopo la loro
sconfitta, dal mondo del capitalismo continuarono a venire
pressioni e minacce di ogni genere, che cercavano di servirsi,
all’interno, di qualunque gruppo di scontenti. I primi due anni
del piano quinquennale videro un’epidemia di sabotaggio da
parte di quadri tecnici più elevati, molti dei quali avevano rap­
porti precisi coi vecchi proprietari delle industrie nazionaliz­
zate. Cerchiamo di vedere più da vicino questo sabotaggio:
chiunque, tra gli americani che lavorarono in quegli anni nel­
l’industria sovietica, può ricordarne degli esempi.
Nella sua forma più semplice, il sabotaggio era poco di più del
“solito” sistema degli intoppi burocratici. Al rappresentante di
una ditta di Cincinnati che forniva macchine a fabbriche sovie­
tiche fu comunicato che le macchine non andavano bene. Solo
per recarsi da Mosca a Samara, sede della fabbrica dove le mac­
chine “non funzionavano”, egli dovette lottare contro un’infini­
tà di ostacoli frapposti da funzionari che si erano messi ad “appli­
care scrupolosamente” i regolamenti. Quando finalmente fu a

113
Samara, dovette ricorrere alla polizia politica locale per riuscire a
farsi mostrare l’interno della fabbrica: e qui trovò un sovrinten­
dente terrorizzato che confessò come le macchine americane non
erano neanche state provate, e giacevano ancora nei loro imbal­
laggi. Il sovrintendente era stato pagato da un’impresa tedesca per
dare un giudizio negativo delle macchine concorrenti, e si era
accordato con un funzionario del centro, a Mosca, perché l’ame­
ricano non fosse lasciato arrivare sino a Samara. L’uomo di Cin­
cinnati, nel raccontarmi questa storia, non si mostrava neanche
scandalizzato, e rideva del “trucco” che aveva fatto fallire: ma per
i russi, impegnati nell’edificazione di un’industria pubblica, a
costo di gravi sacrifici, atti come questi erano dei crimini.
Il mio primo contatto diretto con gli intrighi degli agenti stra­
nieri venne nel 1930, quando fui mandata a visitare la prima Sta­
zione di macchine e trattori, vicino a Odessa. Per due volte, sul
treno, dei funzionari della G.P.U. vennero a interrogarmi, e se ne
andarono solo quando li ebbi convinti che ero una scrittrice
americana. «Perché c’è tanta G.P.U. qui in giro? - chiesi al con­
duttore — Forse perché la linea corre lungo la frontiera romena?».
«È la vostra giacca di cuoio tedesca - fu la risposta: - Crede­
vano che foste una dei tanti agenti che sono venuti a sobillare i
Mennoniti»'. Più tardi, appresi dai contadini della zona che gli
agenti tedeschi avevano avuto una gran parte nell’improvvisa
decisione di larghi gruppi di contadini Mennoniti, di origine
tedesca, di “abbandonare il paese dell’ateismo”. Interi villaggi
avevano venduto o abbandonato le case e il bestiame e si erano
recate in massa a Mosca, a chiedere il passaporto per emigrare; e
attraverso questa azione più di un raccolto di quelle terre, così
prezioso in quegli anni, era stato disorganizzato.
Molti tecnici americani mi parlavano del sabotaggio che im­
perversava nelle industrie dove essi lavoravano. Uno di essi, ispet­
tore in una fabbrica di automobili, fu chiamato una volta da un
investigatore della G.P.U. Il poliziotto gli mostrò alcuni pezzi di

1 Setta riformata fondata da Simon Menno frisone (1492-1561) e


diffusa specialmente in Olanda.

114
metallo, e gli chiese se sapesse che cosa erano: «Certo: sono pezzi
di una mitragliatrice pesante». Col suo più grande stupore, gli fu
rivelato allora che i pezzi venivano fabbricati proprio nel suo re­
parto, durante il turno di notte. In seguito, si trovò che i respon­
sabili erano il capo reparto e un tecnico: gli altri operai non sa­
pevano di contribuire, col loro lavoro, a equipaggiare l’arsenale
segreto di una banda di traditori.
Un altro americano, che aveva dovuto indagare sui disastri che
si ripetevano nelle acciaierie, mi raccontava riferendo del suo lavo­
ro di “pescatore di sabotatori”: «Io non colgo i sabotatori in perso­
na. Ma quando apro la scatola degli ingranaggi di una macchina
che va male, nascosta sotto una tavola d’acciaio che, per smuover­
la, mi ha preso mezza giornata di lavoro con un verricello, e trovo
gli ingranaggi inceppati da una mezza dozzina di secchi di fango e
di trucioli d’acciaio, allora la faccio vedere al direttore della fabbri­
ca e gli dico: «Questo non poteva succedere per caso. Il direttore è
un brav’uomo, che non è capace di muoversi in un’acciaieria: ma
allora gli si illuminano gli occhi. Lui sa chi deve andare a cercare».
Man mano che un maggior numero di specialisti russi s’im­
padronì della parte tecnica dell’industria, il sabotaggio diminuì,
perché era più facilmente scoperto. D’altra parte, gli ingegneri
furono conquistati al regime dal successo del piano quinquenna­
le. Nel 1931, Stalin poteva annunciare che gli ingegneri, prima
generalmente sospetti, «si volgevano dalla parte del potere sovie­
tico», e dovevano ormai godere della cooperazione dei lavorato­
ri. Così passò F “epidemia del sabotaggio”.
Rimase però, più lontano dalla superficie e più grave, il sabo­
taggio ispirato da potenze straniere. Negli anni 1931-34 questi
sabotatori, quando erano scoperti e processati, venivano trattati
sempre meno severamente: l’economia era in progresso, e i pochi
sabotatori, ormai, non facevano più tanta paura. I primi sabota­
tori, la maggior parte dei quali erano stati condannati a lavorare
in qualche cantiere, esercitando il loro mestiere, sotto il control­
lo della G.P.U., ricomparvero impiegati in normali occupazioni,
talvolta con l’Ordine di Lenin, di cui erano stati insigniti mentre
erano ai lavori forzati.

115
La G.P.U. giustificava ancora la sua esistenza scoprendo
complotti, ma le sentenze di condanna diminuivano. I 52 in­
gegneri e tecnici del “caso Shakhta” accusati nel 1928 di sa­
botare le miniere di carbone, furono condannati a morte e 5
furono anche giustiziati. Un’accusa simile due anni dopo, nel
“caso del partito dell’industria”, portò automaticamente alla
condanna a morte, ma la pena fu commutata, «in considera­
zione del pentimento». Gli accusati riottennero subito dei buo­
ni posti. I menscevichi accusati, nel 1931, di «incitare i citta­
dini alla rivolta in combutta con agenti stranieri», furono solo
condannati alla prigione: si dichiarò che non erano più tanto
pericolosi da dover essere giustiziati.
La crescente indulgenza era dovuta al crescente senso di
sicurezza del paese. La paura di un attacco da parte del Giap­
pone era stata acuta nel 1931, ma diminuì quando i giappo­
nesi giunsero sulla frontiera siberiana e non sconfinarono.
Hitler, naturalmente, aveva dichiarato di rivendicare l’Ucrai­
na sovietica, ma pochi, a quel tempo, si aspettavano che Hit­
ler durasse. Litvinov stava concludendo con successo patti di
non aggressione coi paesi confinanti: sembrava che l’U.R.S.S.
potesse evitare la guerra sempre temuta. Quando dal primo
piano quinquennale si passò al secondo, quella sensazione di
sicurezza di cui parlavamo nell’altro capitolo aumentò. Parti­
colarmente dopo il raccolto del 1933 il popolo sovietico sen­
tiva di potere confidare nella sua forza crescente.
L’assassinio di Sergei Kirov, il 1° dicembre 1934, spezzò tut­
to questo sogno di sicurezza. Kirov, segretario del partito comu­
nista di Leningrado, era il migliore amico di Stalin e il suo pro­
babile successore. Fu assassinato da un comunista che era riusci­
to ad entrare nella sede del Partito esibendo la tessera. Tutto il pa­
ese fu scosso dal fatto che un comunista potesse odiare il gruppo
dirigente tanto da ucciderne un membro. L’impressione fu tan­
to più profonda allorché i funzionari della G.P.U., incaricati di
proteggere Kirov, si rivelarono implicati nel delitto, e quando le
indagini scopersero che esistevano dei collegamenti con potenze
straniere, cioè con la Germania. Le indagini continuarono ancora

116
per un anno e mezzo, durante il quale la maggior parte della gente
dimenticò Kirov. Poi, improvvisamente, fu annunciato che anche
le più alte cariche del partito comunista erano implicate nel de­
litto. Il Procuratore dell’U.R.S.S. rinviò a giudizio il considdetto
“gruppo di Leningrado”. Zinoviev, Kamenev e altri comparvero
in Tribunale il 16 agosto 1936. Furono riconosciuti colpevoli e
giustiziati. Altri processi di interesse nazionale o locale seguirono,
culminando, F11 luglio 1938, con il processo dinanzi alla Corte
marziale di otto generali dell’Armata Rossa e la loro fucilazione
sotto l’accusa di alto tradimento. Fu probabilmente la più sensa­
zionale serie di processi di tradimento della storia.
I processi più importanti furono celebrati in una grande
aula, cui ebbero accesso la stampa, sovietica e straniera, i mem­
bri del corpo diplomatico e una folla sempre nuova di rap­
presentanti delle fabbriche e degli uffici statali. Io presi posto
nell’aula e assistetti al dipanarsi del dibattimento. Zinoviev e
Kamenev, antichi amici di Lenin ed eminenti teorici, dissero
ai giudici, al pubblico e al mondo che, avendo perso il potere
a causa dell’ascesa di Stalin avevano cospirato per impadro­
nirsene attraverso l’assassinio di parecchi dirigenti, compreso
Stalin probabilmente, ad opera di agenti i quali, se scoperti,
non avrebbero conosciuto l’identità dei capi del complotto,
ma sarebbero apparsi come normali agenti della Gestapo te­
desca. I capi del complotto, con la reputazione intatta, avreb­
bero allora fatto appello “all’unità del Partito” per fronteggia­
re la situazione d’emergenza. Uno di loro, Bakayev, designato
ad assumere la carica di capo della G.P.U., avrebbe liquidato
gli assassini, seppellendo così ogni prova contro i dirigenti.
Questo fu il racconto al cui svolgimento io assistetti, se­
guendo il processo giorno per giorno. Gli imputati parlavano
a voce alta e non mostravano segni di tortura. Kamenev disse
che nel 1932 era divenuto ormai chiaro che la politica di Sta­
lin era condivisa dal popolo e che egli non poteva più essere
rovesciato con mezzi politici ma solo mediante il “terrore in­
dividuale”. «Eravamo guidati in questo - egli disse — da una
sconfinata animosità contro il gruppo dirigente e dalla sete

117
di quel potere cui un giorno eravamo stati vicini». Zinoviev
dichiarò in Tribunale di essersi ormai cosi abituato a dare or­
dini a un gran numero di persone da non essere in grado di
sopportare una vita lontana dal comando. Gli agenti di rango
minore testimoniarono sui legami del gruppo con la Gesta­
po. Uno di loro, N. Lurye, pretese di aver lavorato «agli ordi­
ni di Franz Weitz, luogotenente personale di Himmler». Al­
cuni pesci più piccoli apparentemente appresero per la prima
volta in Tribunale la fine che i capi avevano loro riservato: e
ciò accrebbe il veleno col quale li attaccarono.
«Non lasciate che si proclami tanto innocente — gridò l’imputato
Reingold, scagliandosi contro il coimputato Kamenev. - Egli si sareb­
be fatto strada verso il potere scavalcando montagne di cadaveri».
Era una storia credibile? La maggior parte della stampa,
fuori deH’U.R.S.S., la definì una montatura. La maggior par­
te di coloro che sedettero nell’aula, compresi i corrispondenti
esteri, la credettero vera. L’ambasciatore Davies dice, nel suo
libro Missione a Mosca, che secondo la sua convinzione gli
imputati erano colpevoli delle accuse loro rivolte. D. N. Pritt,
eminente avvocato e membro del Parlamento britannico, aveva
una convinzione analoga. Edward C. Carter, segretario gene­
rale dell’Istituto per le Relazioni Pacifiche, scrisse: «Il caso del
Cremlino è... terribilmente genuino. Ha un senso... convin­
ce». Lo stesso esteso atto di accusa di Kruscev contro gli ec­
cessi di quel periodo non fa menzione dei processi pubblici, e
non ne indica nessuno come una montatura.
A me, che ho ascoltato gli imputati, spesso solo da qual­
che metro di distanza, il processo attraverso il quale antichi
dirigenti rivoluzionari avevano potuto diventare dei tradito­
ri, sembrò comprensibile. Essi cominciarono col dubitare della
capacità del popolo russo di costruire il socialismo senza un
aiuto dall’esterno. Di ciò si discuteva apertamente tra il 1924
e il 1927. I loro dubbi divennero più profondi dinanzi al con­
trasto fra l’inefficienza della Russia, che portò il paese alla ca­
restia del 1932, e l’efficiente organizzazione tedesca che essi
avevano conosciuto. Non era difficile, per loro, immaginarsi

118
■Rfa

che la Russia potesse trarre profitto dalla disciplina tedesca,


imposta col tallone di ferro. Un gran numero di persone irri­
tate in quegli anni, facevano di queste osservazioni2. Ci sa­
rebbe stata, poi, una rivoluzione tedesca: essi stessi avrebbero
potuto promuoverla dall’interno. Nel contempo, essi si sareb­
bero liberati dell’odiato Stalin.
Una volta che si ammetta che questi primi processi furo­
no genuini - ed esperti osservatori stranieri lo credettero -
allora si ha una situazione che può ben far dirottare una na­
zione dalle sue basi sane. Non solo i russi erano circondati da
Stati capitalistici ostili; il loro stesso gruppo dirigente rivolu­
zionario appariva profondamente inquinato da agenti, mac­
chinazioni d’assassinio e complotti per rovesciare il Governo.
Dopo la condanna di Kamenev e Zinoviev i processi si molti­
plicarono. Tomsky, ex presidente del Consiglio centrale dei
sindacati, citato in aula da uno degli imputati, si confessò col­
pevole e si uccise per sfuggire all’arresto. Processi locali ebbe­
ro inizio nel Caucaso, nell’Asia centrale, nell’Estremo Orien­
te. Nella regione dell’Estremo Oriente, il capo della G.P.U.
fuggì in Giappone, e molti dei suoi uomini furono arrestati
come agenti giapponesi.
Poi fu l’Armata a essere implicata. Il capo dei commissari
politici, maresciallo Camarnik, si suicidò il 1° giugno 1937.
L’ 11 luglio il maresciallo Tukhacevsky, che solo poco tempo
prima era stato vice commissario alla Difesa, fu giudicato da
una Corte marziale insieme con altri sette comandanti in capo:
fu il primo processo tenuto a porte chiuse.
Quello che fece trasalire più profondamente i cittadini so­
vietici fu probabilmente il fatto che i processi di tradimento
sfociarono alla fine in quello di Yagoda, capo della G.P.U.

2 Io stessa udii una contadina del Caucaso urlare furibonda a un fun­


zionario: «Che vengano gli inglesi, che vengano i tedeschi, venga chi vuo­
le e metta ordine in questo dannato paese». La donna non fu arrestata: il
funzionario tentò semplicemente di calmarla. Le stesse parole, dette da
un’intellettuale di città, avrebbero potuto condurre al suo arresto.

119
Quando questi fu giustiziato come traditore e molti funzio­
nari della G.P.U. furono imprigionati sotto l’accusa di “avere
arrestato cittadini innocenti” e “avere usato metodi illegali per
estorcere le confessioni”, cominciò a diffondersi il dubbio sulla
branca investigativa del Governo. Chi era colpevole, allora?
Chi innocente? Il confine tra agenti nemici e organi di sicu­
rezza piombava nel buio.
Una sensazione di insicurezza si diffuse fra i sovietici, pren­
dendo il posto di quella sensazione esultante di progresso che
essi avevano avuto nel 1934. E ciò non era dovuto soltanto, e
neanche soprattutto, alla paura personale dell’arresto o alla
preoccupazione per i propri amici. Era dovuto alla coscienza
del fatto che il nemico era penetrato assai in alto, nella citta­
della del gruppo dirigente, e che nessuno sapeva chi fosse lea­
le. Fu quella la prima volta in cui una nazione venne alle pre­
se con la mortale efficienza della quinta colonna di Hitler. I
russi la sentirono come una battaglia per la salvezza, ma una
battaglia combattuta nell’oscurità. Questa sorta di incubo, che
caratterizzava la lotta, influenzò non solo la gente, ma anche,
credo, Stalin. Egli creò la teoria secondo la quale più un pae­
se si avvicina al socialismo più crescono i suoi nemici.
Gli imputati dei processi pubblici furono ben lungi dall’essere
le sole vittime. Quegli anni, e specialmente il 1937, vengono ricor­
dati da tutti i cittadini sovietici come anni di grande angoscia, cau­
sata dai molti arresti misteriosi e dal sospetto che questi arresti dif­
fondevano dappertutto. La gente veniva prelevata di notte, e non
ricompariva mai più. Qualche volta, qualcuno tornava: Giorgio
Andreicin fu esiliato due volte in Siberia, e tutte e due le volte tor­
nò abbastanza presto, riprendendo a lavorare con un’occupazione
migliore. La maggior parte degli arrestati non veniva giustiziata, ma
mandata o in un campo di lavoro forzato, o al confino in luoghi
lontani. Il terrore non nasceva tanto dalla conoscenza quanto dal­
la terribile ignoranza della sorte di conoscenti e amici.
La mia amica più cara, che aveva vissuto insieme con me
per parecchi anni prima di sposarsi e trasferirsi a Leningrado,
fu condannata a dieci anni di confino. Nove anni dopo, la

120
incontrai di nuovo a Mosca e seppi quel che era accaduto.
Suo marito era stato arrestato; ella non riuscì mai ad appren­
dere i particolari dell’accusa che gli era stata mossa. Convinta
della sua innocenza, importunò i funzionari della G.P.U. e fu
arrestata lei stessa, con l’accusa di “essere la moglie di un ne­
mico del popolo”. Fu inviata non in un campo di concentra­
mento, ma in una piccola città del Kazakstan, dove trovò la­
voro come insegnante nella scuola media. Una volta al mese
doveva presentarsi al locale funzionario della G.P.U., un uomo
intelligente col quale essa ebbe “molte discussioni interessan­
ti”. Parecchie volte egli le chiese il suo punto di vista sul suo
arresto e sui molti altri di cui ella aveva saputo.
«Il modo in cui io vedo la questione è questo - ella rispose una
volta: — la quinta colonna nazista è penetrata nella G.P.U., con­
quistando posizioni elevate, e arresta le persone sbagliate». Il suo
interlocutore rispose: «Molti la pensano così...». Non disse chi
fossero questi molti, né se egli stesso fosse uno di loro.
Una spiegazione di questo genere potrebbe rendere conto,
almeno in parte, della più drammatica tra le rivelazioni di Kru-
scev, secondo cui ben 1108 dei 1934 delegati al Congresso del
Partito del 1934 furono arrestati, e delle 134 persone elette da
quel Congresso al Comitato centrale, 98 — il 70 per cento del
totale — furono arrestate e fucilate. Coloro che attribuiscono tut­
to ciò alla follia paranoica di Stalin dovrebbero ancora spiegare
come mai un capo, anche paranoico, avrebbe voluto eliminare
proprio i più abili e fedeli tra i suoi compagni.
I delegati al “Congresso della vittoria” nel 1934 erano pre­
cisamente coloro che avevano sostenuto coerentemente la li­
nea staliniana, e celebravano ora il trionfo del socialismo così
nell’industria come nelle campagne. La drastica eliminazione
proprio di costoro, nel breve spazio di tre anni, appare come
qualcosa di meno assurdo se la si interpreta come un tentati­
vo riuscito della quinta colonna hitleriana di eliminare i pa­
trioti più eminenti e abili della nazione nemica.
Alcuni casi, e tra questi quelli di cui ebbi diretta esperienza,
sembrano confermare l’ipotesi che assai spesso erano proprio “le

121
persone sbagliate” a venire arrestate, individui che sembravano
scelti apposta per disorganizzare, eliminandoli, la vita del paese.
Tra il personale del nostro giornale, il Moscow News, si verifica­
rono improvvisamente tre arresti. Se mi si fosse chiesto di indi­
care i nostri tre collaboratori più energici ed efficienti, avrei in­
dicato senz’altro proprio quei tre: erano membri del Partito, la­
voravano duro sempre, sia al giornale che nel sindacato, erano
sempre disposti a fare una nottata di lavoro in più per superare un
momento di emergenza. Eppure, il personale del giornale avreb­
be dovuto recarsi a una riunione sindacale a “ringraziare il Gover­
no per la rimozione dei sabotatori”.
Mi rifiutai di andare; e invece, protestai col nostro diret­
tore capo. Egli ammise che ci potevano essere vittime inno­
centi: «Lasciate che cerchino di agire attraverso i loro rappre­
sentanti. I deputati del Soviet Supremo sono occupati a se­
guire montagne di ricorsi. Quelli che sono consapevoli della
loro innocenza e lottano perché venga riconosciuta, torneran­
no tra noi in seguito». Tutti i deputati, era vero, si occupava­
no dei ricorsi dei loro elettori: Kachalov, il famoso attore, de­
putato della mia circoscrizione, mi dichiarò personalmente che
gli appelli e le proteste formavano la più gran parte del suo
lavoro in quell’anno. Ma non era vero che gli innocenti tor­
navano sempre. Molti, a migliaia, morirono in esilio.
Consideriamo ora le rivelazioni di Kruscev su ciò che ac­
cadeva nelle istanze superiori di Partito, come appare dalla
denuncia antistaliniana del 1956. Anche Kruscev fa risalire
l’inizio degli eccessi “al criminale assassinio di Sergei N. Ki­
rov”, cioè, a partire dal ’35. «Fu precisamente in quest’epoca
— disse Kruscev — che ebbe origine la pratica della repressione
di massa attraverso l’apparato governativo... dapprima contro
i nemici... e poi contro molti onesti comunisti». Egli rivelò
che subito dopo l’assassinio di Kirov, e per iniziativa di Sta­
lin, furono date istruzioni agli organi giudiziari perché fosse­
ro stretti i tempi delle indagini, delle sentenze e delle con­
danne. In quell’epoca, Yagoda era a capo della G.P.U. Stalin
lo trovò troppo lento, e, con un telegramma da Soci, il 25

122
settembre del ’36, chiese che al posto di commissario degli
Affari interni fosse nominato Yezhov, perché Yagoda si era di­
mostrato incompetente. La nomina di Yezhov e il suo piano
d’azione furono approvati dalla sessione plenaria del Comita­
to centrale del febbraio 1937. Immediatamente, gli arresti si
moltiplicarono: secondo la dichiarazione di Kruscev, gli arre­
sti crebbero di dieci volte dal 1936 al ’37; per estorcere le con­
fessioni, continua Kruscev, fu impiegata la tortura: Stalin l’au­
torizzò. Prima di allora, era stato motivo di orgoglio per i so­
vietici il fatto che le loro prigioni ignoravano non solo la tor­
tura, impiegata dai nazisti, ma anche il terzo grado come è
applicato negli Stati Uniti.
Il 1937 segnò il culmine dell’ondata di repressione. Poi, im­
provvisamente, Yezhov scompare dalla scena: corse voce che fos­
se stato internato in manicomio. All’inizio del 1938 il Comitato
centrale approvò una nuova risoluzione sulla difesa interna; la
follia cominciò a retrocedere. Anche ai giorni di Stalin, si rico­
nobbe che si era trattato di una follia: verso il 1945, ebbi a inter­
rogare un funzionario della G.P.U. sulle possibilità di revisione di
un caso deciso nel 1937. «Qualunque cosa accaduta nel 1937 è
passibile di revisione» fu la risposta. Ma migliaia di casi non fu­
rono ripresi in esame che dopo la morte di Stalin.
L’attribuzione delle responsabilità per le delittuose liquidazio­
ni di innocenti del 1937, da parte di Kruscev, contiene diverse
dichiarazioni interessanti. «E giusto accusare Yezhov per gli ecces­
si del 1937», è un primo punto. Ma, aggiunse Kruscev, Yezhov
fece anche delle liste di persone la cui condanna era determinata
a priori senza che si attendesse il corso delle indagini, e queste liste
furono sottoposte da lui all’approvazione di Stalin. Inoltre, è in­
verosimile che Yezhov potesse far condannare talune delle sue
vittime più in vista senza il consenso di Stalin. «Stalin era un
uomo molto diffidente, morbosamente sospettoso», dichiara
Kruscev. È importante ricordare esattamente le parole con cui
egli riassunse tutto quel che era accaduto:
«Servendosi della formulazione di Stalin, che quanto più
ci si avvicina al socialismo tanto più numerosi e aspri sareb-

123
bero i nemici, e profittando della risoluzione della sessione
plenaria del Comitato centrale del febbraio-marzo (1937),
approvata sulla base del rapporto di Yezhov, i provocatori che
si erano insinuati negli organi di sicurezza dello Stato, insie­
me coi carrieristi senza scrupoli, cominciarono a coprire il ter­
rore di massa col nome del Partito».
Il quadro che se ne ricava, è chiaro, non è semplicemente quello
del despota, Stalin, che si libera dei suoi nemici. Al contrario, si
tratta di un quadro complesso, nel quale entrano e si combinano
le azioni di diversi gruppi di forze. La colpa di Stalin consistette nel
fatto che, mosso dalle sue tendenze “diffidenti e morbosamente
sospettose” (uno stato d’animo non del tutto innaturale in un
uomo il cui più caro amico era stato assassinato e che si era sentito
dire, in un pubblico processo, che anche il suo assassinio era nei
piani), egli diede l’incarico a Yezhov, ordinò la sommaria accelera­
zione delle procedure d’indagine e delle sentenze, e architettò la te­
oria della moltiplicazione dei nemici del socialismo con ravvicinar­
si di questo al suo trionfo. Yezhov, scoperto più tardi come un
malato di mente, dava le direttive d azione. Il Comitato centrale,
convinto dalle argomentazioni di Stalin e dai rapporti di Yezhov,
approvò anch’esso quel che si stava compiendo. Coloro che mise­
ro in moto il meccanismo, secondo le parole di Kruscev, erano
“provocatori” — cioè, agenti nazisti - e “carrieristi senza scrupoli”
- vale a dire, uomini che inventavano complotti per dare maggior
peso alle loro funzioni, e salire con esse.
L’analisi di Kruscev, nel complesso, non differisce dunque
molto da quella della mia amica confinata, secondo cui la quinta
colonna dei nazisti “era penetrata molto in alto nella G.P.U. e ar­
restava le persone sbagliate". Io ho chiamato le azioni di questo
periodo “la grande follia” perché queste azioni avevano qualcosa
di insano, ad esse concorrevano molte persone, e ancora non se
ne è capito completamente il senso. Io credo che gli investigatori
sovietici, che stanno riesaminando tutti questi casi, riusciranno
col tempo, a venirne a capo: molto probabilmente, allora, la chia­
ve sarà trovata in una estesa ed efficace penetrazione della quinta
colonna nazista nella G.P.U., in molti reali complotti, e nell’ef­

124
fetto di tutto ciò su un uomo estremamente sospettoso che vide
complottare il suo stesso assassinio e credette di salvare la rivolu­
zione con una drastica epurazione.
Sarebbe ingenuo credere che gli anni intorno al 1937 siano i
soli nei quali avvennero arresti ed esecuzioni ingiuste nell’U.R.S.S.,
durante l’era di Stalin. Arresti ed esecuzioni ingiuste si verificaro­
no, in minor numero, dall’inizio della rivoluzione fino agli ultimi
giorni di Stalin, quando alcuni medici fùrono accusati di cospira­
re contro la salute dei dirigenti sovietici, confessarono - presumi­
bilmente sotto la tortura - e risultarono più tardi innocenti. Il po­
tere arbitrario della polizia fu il più grande male dell’era di Stalin.
Esso non fù una sua invenzione; lo ritroviamo assai lontano, nei
Centoneri3 dell’epoca zarista, e anche il “terrore rivoluzionario”,
sotto Lenin, gli diede nutrimento. Allora, tutti i buoni comunisti
ammettevano la necessità di una forza speciale, extralegale, per
proteggere la rivoluzione: il “terrore” ha accompagnato anche altre
rivoluzioni, fra cui la Rivoluzione americana e la Rivoluzione fran­
cese. Però, è più facile creare una polizia politica che abolirla: essa
mette in scacco i dissenzienti, e coloro che stanno ai posti di co­
mando finiscono col trovarla utile. Così nel 1922, quando la poli­
zia politica era già destinata a perdere il suo rango e a passare alle
dipendenze delle autorità locali, Stalin decise di centralizzarla, fa­
cendone un potente strumento di controllo. Tre volte, durante gli
anni che passai nell’U.R.S.S., ci si accinse a limitare i poteri della
polizia e a sottoporre gli organi di sicurezza al controllo della leg­
ge: ogni volta, il nome dell’organizzazione cambiò, ma i suoi po­
teri rimasero. Una simile polizia finisce per risultare uno Stato nel­
lo Stato, con un interesse specifico nella scoperta dei “complotti”,
alcuni dei quali esistono realmente. Essa presenta anche un al­
tro pericolo: la sua organizzazione, proprio per il fatto che
l’appartenenza ad essa è tenuta segreta, è la prima ad essere
penetrata dai provocatori nemici.

3 Squadre d’azione di estrema destra, la cui costituzione fu promos­


sa dai circoli zaristi per organizzare i pogrom e reprimere violentemente
ogni moto democratico.

125
La polizia politica era necessaria? I cittadini sovietici, appa­
rentemente, pensavano di si. Perfino mio marito, alla notizia del
confino inflitto alla mia migliore amica, osservò soltanto: «Pec­
cato che dovesse trovarsi legata proprio a quel marito».
Altri miei amici russi erano di un’opinione ancor più dura
e spregiudicata. Mi ricordo di aver sentito sostenere da uno
di essi che, se la polizia politica avesse fermato cento sospetti,
sapendo con certezza che uno di loro era un traditore perico­
loso, ma senza poter determinare quale egli fosse, avrebbe do­
vuto fucilarli tutti, e i 99 innocenti avrebbero dovuto essere
pronti a morire per impedire la salvezza del traditore. Quan­
do andai a protestare per l’arresto dei nostri tre colleghi al
giornale, la risposta completa del mio direttore capo rappre­
sentò un’esposizione molto più larga e comprensiva delle ra­
gioni per cui i cittadini sovietici accettano senza protestare.
«Perché non vi rendete conto del quadro fondamentale
delle cose? I nostri maggiori economisti prevedono che la gran­
de tempesta mondiale scoppierà verso il 1939. Si avvicina la
più grande lotta che l’umanità abbia mai conosciuto ed essa
dovrà decidere se il mondo piomberà in un’era oscura di schia­
vitù e di guerra o se l’umanità supererà la stretta, e avanzerà
verso un mondo migliore».
«Dov’è in questa lotta, il fondamento sicuro? Ebbene, noi
bolscevichi pensiamo che, nonostante la nostra arretratezza
tecnica, potrà toccare all’Unione Sovietica di salvare la civiltà
per tutto il mondo. Le forze distruttive dell’uomo crescono
rapidamente, metà del mondo capitalistico è già ricaduto nel
medioevo. La storia ha già visto delle civiltà intere crollare e
scomparire. Il nostro dovere di fronte all’imminente crisi mon­
diale è questo: dobbiamo arrivare ad essa il più forti possibi­
le, con tanto grano quanto è possibile, tanti uomini abili quan­
to è possibile, e il minor numero possibile di sabotatori. Que­
sto è quello che stiamo facendo: con due piani quinquennali
completati, abbiamo la possibilità di farlo. Quelli che dubita­
no o interferiscono sono traditori, non solo del nostro paese
sovietico, ma dell’umanità».

126
Erano parole forti, e mi ridussero al silenzio. Colui che pro­
nunciò queste parole si chiamava Michail M. Borodin. Fu arre­
stato nel 1949, pressappoco nell’epoca in cui fui arrestata anch’io,
e mori in un campo di concentramento nell’Estremo Oriente.

Quali sono, in qualunque parte del mondo, le salvaguar­


die contro le ingiustizie? Ci sono i diritti, duramente conqui­
stati, delle nazioni occidentali — “procedimento legale”, “ha­
beas corpus”, “processo di fronte a una giuria”; diritti dispen­
diosi, di cui non è facile approfittare per i poveri e che la Russia
non ha mai conosciuto. Una serie anche più ampia di diritti
fu garantita dalla Costituzione staliniana del 1936, e violata
nello stesso anno dal maggiore autore di quella Costituzione,
che pure, come ha dichiarato anche il suo massimo detratto­
re, pensava di agire per salvare la rivoluzione. La conclusione,
mi sembra, non può essere altra da quella che i russi medesi­
mi hanno tratto: che nessun uomo deve essere deificato come
Stalin lo fu. È vero che le sue azioni furono compiute “attra­
verso le debite strutture”, che perfino la grande follia del 1937
fù approvata da una risoluzione del Comitato centrale. Ma
questa approvazione venne senza il controllo probante di una
coraggiosa opposizione: cosi, tutti coloro che approvarono in
questo modo portano la responsabilità insieme con Stalin. In
nessuna parte del mondo la giustizia è sicura o perfetta: ma
prezzo della libertà e della giustizia è un’eterna vigilanza, non
solo in regime capitalista, ma ancor più nel socialismo. Il va­
lore della denuncia di Kruscev non sta solo nel fatto che, dopo
di essa, fu spezzato il potere della polizia politica, ma nell’or­
rore che essa destò nel popolo sovietico: questo attivo orrore
di un popolo informato e politicamente educato contro l’in­
giustizia è la sola salvaguardia sicura.
Durante il periodo della “grande follia” il popolo sovietico
apprese un certo tipo di vigilanza. Era qualcosa che i russi anco­
ra non conoscevano. Appelli alla “vigilanza popolare” contro le
spie e i sabotatori riempirono la stampa. «Non parlate sui tram
della vostra fabbrica: potreste fornire informazioni che aiutereb­

127
bero il nemico a individuare l’ubicazione delle nostre industrie e
a valutarne la portata». La gente divenne circospetta; i russi felici
e loquaci divennero taciturni con gli stranieri. Ricordo l’articolo
che scrissi per una rivista americana su La miafiglia sovietica, de­
scrivendo l’attaccamento della mia figliastra per la fabbrica chi­
mica dove lavorava. Mio marito mi chiese di cambiare e di par­
lare di una centrale elettrica, per non rivelare l’esistenza di una
fabbrica chimica a un’ora di viaggio dalla nostra casa.
Due altri casi che mi occorsero personalmente dimostra­
no come questo periodo influì sulla mentalità della gente. Alla
vigilia di una manifestazione del 1° maggio, appresi che pa­
recchi turisti americani erano in subbuglio, perché erano ve­
nuti a Mosca per la sfilata e non c’erano più posti nelle tribu­
ne della Piazza Rossa. Suggerii all’Intourist di farli sfilare col
personale del Moscow News-, in questo modo avrebbero potu­
to vedere la piazza sfilando. Il rappresentante dell’Intourist
rispose: «Ve ne saremmo grati, ma li conoscete abbastanza bene
da garantire che non hanno pistole o bombe?» Questo decise
la cosa: sapevo, come tutti i giornalisti, quanto la persona di
Stalin fosse esposta durante queste manifestazioni. Ci era sta­
to detto che agenti dei paesi dell’Europa orientale venivano
spesso nell’Unione Sovietica come “turisti americani”. Rifiu­
tai di garantire per tutti i miei compatrioti ad occhi chiusi.
Trascorsi quell’estate sulle rive della Moscova, vicino al pic­
colo sobborgo di Fili. Sapevo che in quei paraggi c’era un grande
stabilimento industriale: avevo visto i lavoratori di Fili sfilare a
migliaia nelle parate. Molti anni dopo, a New York, dopo lo scop­
pio della guerra fra la Germania e la Russia, lessi in un giornale
che i famosi bombardieri a sei motori, che rivaleggiavano con le
fortezze volanti, e per certi versi le sorpassavano, venivano fabbri­
cati nello stabilimento di Fili. Se ciò era vero, so quanto ogni la­
voratore di Fili deve aver desiderato di vantarsene con me, ame­
ricana. Ma nessuno lo fece mai.
Una tale abitudine al silenzio non è naturale per i russi,
né piacevole per i loro amici. Ma può aver costituito una sal­
vezza in quegli anni.

128
Quando la seconda guerra mondiale giunse alle fine in
U.R.S.S., il resto del mondo notò la relativa assenza della
“quinta colonna” di Hitler, che aveva rovesciato la maggior
parte dei governi europei. Howard K. Smith commentò: «Se
la Russia non avesse liquidato qualche migliaio di burocrati e
di ufficiali è quasi certo che l’Armata Rossa sarebbe crollata
in due mesi»4. Altri diede questo giudizio; io non lo condivi­
do pienamente, ma so che il popolo sovietico sopportò que­
gli anni di follia nella convinzione di preparare una difesa di­
sperata, di essere già alle prese con un nemico che si muoveva
nell’ombra, e che ogni volta che si eliminava un traditore ciò
poteva significare la salvezza futura di migliaia di vite, o ad­
dirittura del destino del paese.
Questo senso di combattere nell’oscurità, contro un ne­
mico che era penetrato fin tra i capi, diede a quegli anni il
loro carattere di incubo.

4 The Last Train from Berlin, p. 325.

129
VI.
La lotta per la pace è perduta

All’inizio del ’55, durante la breve sensazione provocata dal


ritiro delle accuse contro di me da parte di Mosca, fui intervista­
ta più volte dalla televisione americana. Quasi ognuno dei miei
intervistatori mi chiese se pensavo che i sovietici e i loro capi vo­
lessero davvero la pace: essi percepivano chiaramente quanto
questo problema fosse vivo e presente nelle preoccupazioni degli
uditori, e anche i dubbi che vi erano su di esso.
La mia risposta era una sola: «Essi desiderano la pace
con un’intensità di cui nessun americano potrebbe farsi
un’idea. Non c’è un capo sovietico che potrebbe restare al
suo posto se il popolo non fosse convinto che lavora per
la pace. Qui, in America, la guerra accrebbe la prosperità;
le famiglie che hanno perso dei figli sono poche. Nel-
l’U.R.S.S., ogni casa ha sofferto duramente. Tutti patirono
la fame, molti persero il tetto, e ogni famiglia che conosco
fu colpita in uno o più dei suoi membri. Venticinque
milioni di persone rimasero senza tetto. Non c’è nessuno,
nell’U.R.S.S., che non porti oggi il peso della ricostruzio­
ne di ciò che la guerra ha distrutto».
E sorprendente quanto gli americani siano all’oscuro del­
la profonda volontà, del bisogno di pace dei popoli sovietici.
Esso cominciò ad esprimersi subito con la Rivoluzione d’ot­
tobre, che essa stessa è un prodotto delfesaurimento bellico,
e nei suoi slogans-, «Pace, terra e pane». Il primo atto ufficiale
del governo rivoluzionario fu l’offerta «a tutte le nazioni bel­
ligeranti e ai loro governi... di una pace giusta e democratica,
senza annessioni e senza indennità». Più tardi, questa espres­

si
sione divenne famosa sulla bocca del presidente Woodrow
Wilson, che tuttavia l’aveva presa a prestito dai bolscevichi.
Né Wilson, né gli alleati anglo-americani, né i tedeschi diede­
ro pace, in quegli anni, alla giovane Repubblica sovietica. Gli Alle­
ati attaccarono altamente i bolscevichi per il solo fatto della loro
proposta, e pretesero che la Russia continuasse a combattere. Con­
tinuare la lotta era impossibile, e Lenin fu costretto a concludere
una pace separata con i tedeschi, una pace predatoria, come egli
stesso la chiamò: con Brest Litovsk, la Germania occupava l’Ucrai­
na e i paesi baltici. Dopo la sconfitta tedesca, sia gli Alleati vittoriosi
che la Germania attaccarono la Russia per altri due anni.
Il bisogno di pace dei russi in quegli anni era così disperato,
che Stalin, a un certo punto, era pronto persino ad accettare uno
smembramento della Russia, pur di ottenere la pace. Nel marzo
1919, William Christian Bullitt andò a Mosca, come inviato
semi-ufficiale del presidente Wilson, proponendo che il territo­
rio russo fosse diviso fra tutti i vari Governi locali che se lo spar­
tivano in quel momento. Ciò avrebbe significato un governo fan­
toccio dei giapponesi in Estremo Oriente, e delle dipendenze
anglo-francesi in Ucraina, nel Caucaso, nell’Asia centrale e nei
porti artici. Lenin si dispose ad accettare perfino questa incredi­
bile resa, perché il popolo russo stava morendo di fame, pestilenza
e guerra. Ma i diversi regimi-fantoccio non accettarono, e, a Ver­
sailles, le potenze rifiutarono di trattare la pace con i bolscevichi,
determinate a distruggerli fino all’ultimo.
La pace non fu conquistata dagli appelli pacifici né dalle of­
ferte di territorio, ma dal coraggio e dal sacrificio del popolo rus­
so. Alla pace vera e propria, del resto, si giunse solo lentamente:
prima si ottenne la cessazione del fuoco, seguita da accordi com­
merciali; finalmente, dopo molti anni, venne anche il riconosci­
mento diplomatico. Le ultime invasioni armate furono quella
polacca del 1920, con l’aiuto dei francesi, e quella dei finlandesi
sotto il barone Mannerheim, che godé dell’appoggio sia degli
Alleati che dei tedeschi. I giapponesi non furono scacciati da Vla­
divostok che nel 1922. Gli Stati Uniti riconobbero la Repubbli­
ca sovietica solo nel 1933, sotto il presidente Roosevelt.

132
La prima apparizione del nuovo Stato in un consesso interna­
zionale si ebbe alla Conferenza di Genova, nel 1922. Gli Alleati,
che intendevano gettare i pesi economici del dopoguerra sulla
Germania e sulla Russia, citarono le due vittime al tavolo delle trat­
tative. La prima cosa che i sovietici proposero fu una limitazione
generale degli armamenti. «Tutti gli sforzi diretti a ricostruire l’eco­
nomia mondiale saranno soffocati finché la minaccia di nuove
guerre continuerà a gravare sull’Europa e sul mondo» disse Gior­
gi Cicerin, capo della delegazione sovietica. Le sue parole non
trovarono eco; allora Cicerin firmò il famoso accordo di Rapal­
lo con la Germania, mediante il quale i due reietti della confe­
renza stabilivano nuove relazioni amichevoli fra di loro, «sulla
base dell’uguaglianza», e cancellando reciprocamente i loro de­
biti. L’accordo di Rapallo — semplice, dignitoso ed efficace—rap­
presentò la prima mossa da parte di un’altra nazione per aiutare
la Germania a rimettersi in piedi. Forse, se altri ne avessero se­
guito l’esempio, in quell’epoca in cui la Germania faceva degli
sforzi per raggiungere un ordine democratico, Hitler non sa­
rebbe mai giunto al potere.
Cosi, fin dall’inizio, la diplomazia sovietica entrò nell’arena
mondiale con queste due linee di azione politica: pace, attra­
verso la limitazione degli armamenti, e relazioni fra uguali,
offerte alle nazioni in difficoltà. Ciò corrispondeva tanto al­
l’ideologia sovietica quanto alle precise necessità dell’U.R.S.S.
La pace — ossia la possibilità di ricostruire - era il suo massi­
mo desiderio: e di conseguenza, i naturali alleati dell’Unione
Sovietica andavano trovati tra le nazioni vinte e i popoli co­
loniali. La politica sovietica si diresse, in primo luogo, a sta­
bilire la pace sui propri confini: quindi, cercò di ottenere il
massimo possibile di pace nel mondo, mentre i focolai di guer­
ra sembravano moltiplicarsi dappertutto.
«La pace è indivisibile» dichiarava instancabilmente la di­
plomazia sovietica per bocca di Maxim Litvinov: e per anni
Litvinov fece la spola di tutti i congressi mondiali annoiando
i diplomatici col proclamare che la soluzione del problema
del disarmo stava nel disarmare.

133
I sovietici furono i primi a firmare il patto Kellog, che mette­
va fuori legge il ricorso alla guerra, proposto dagli Stati Uniti. Essi
furono quasi sempre i primi a firmare tutte le proposte di pace di
quegli anni, qualche volta, ancor prima di essere invitati alle con­
ferenze. Ma Litvinov, se conquistò gli applausi delle organizzazio­
ni pacifiste, non riuscì a influenzare di molto la politica delle
maggiori potenze. Molte potenze minori, tuttavia, trassero un
concreto vantaggio dall’azione della diplomazia sovietica. L’esi­
stenza della nuova Turchia come uno Stato moderno e indipen­
dente, dopo il 1923, è dovuta in parte all’appoggio offertole dal­
la diplomazia sovietica alla Conferenza di Losanna. La Cina
moderna - tanto il governo di Pechino quanto le forze che ora
tramontano a Formosa — sorse mercé l’aiuto che i sovietici diede­
ro a Sun Yat-sen intorno al 1920.
L’indipendenza della Finlandia fu un dono vero e proprio della
rivoluzione bolscevica. Alla caduta dello zar la Finlandia, che allora
faceva parte dell’impero russo, chiese di essere indipendente. Il go­
verno Kerensky rifiutò; l’Inghilterra, la Francia e anche gli Stati Uniti
non erano affatto ansiosi, a quell’epoca, di proteggere l’indipenden­
za finlandese, che significava lo smembramento dell’impero dello zar,
loro alleato nella prima guerra mondiale. Subito dopo la presa del
potere da parte dei bolscevichi, Stalin, che era commissario per le na­
zionalità, propose che la richiesta dei finlandesi fosse accolta, dichia­
rando: «Dal momento che il popolo finlandese... è chiaramente de­
sideroso ... di formare uno Stato indipendente, il Governo proleta­
rio ... non può far altro che accettare questa richiesta».
L’ascesa al potere di Hitler cambiò tutti i rapporti di forza in
Europa. Per anni l’Unione Sovietica aveva appoggiato le richie­
ste della Germania per una revisione del trattato di Versaglia,
considerandolo un cattivo trattato, stimolo alla guerra. Ma Hit­
ler era uno stimolo alla guerra maggiore del trattato di Versaglia.
Quando i tedeschi e i giapponesi abbandonarono la Società del­
le Nazioni, i sovietici vi entrarono con il dichiarato intento di
stringere accordi collettivi contro l’aggressione. Da allora in poi
Litvinov cercò alleanze fra le “forze democratiche” per frenare la
tendenza dei nazisti alla guerra.

134
La Gran Bretagna, però, sotto il primo ministro Cham­
berlain, rafforzò Hitler concedendogli in fretta tutto ciò che
per un decennio era stato negato alla Repubblica tedesca: la
rimilitarizzazione della Renania, il plebiscito della Saar, che
si svolse sotto il terrore nazista, il riarmo, il potenziamento
navale, l’intervento in Spagna insieme con Mussolini. La gran­
de finanza britannica, che aveva strangolato la democrazia te­
desca chiedendo impossibili riparazioni, aiutò Hitler con in­
vestimenti e prestiti. In tutto il mondo i democratici attenti e
perspicaci sapevano che questi favori a Hitler erano fatti dai
conservatori inglesi che vedevano in lui il loro “uomo-fucile”
contro i Soviet. I dubbi che potevano essere rimasti sugli sco­
pi reali delle Cancellerie britannica e francese furono cancel­
lati dalla Conferenza di Monaco. La cinica cessione della Ce­
coslovacchia fu la carta finale che doveva indurre Hitler a
marciare all’est.
In quei giorni, chiunque considerasse attentamente, come
io dovevo fare, le mosse del Governo inglese, si rendeva con­
to che Chamberlain, parlando di appeasement nei confronti
di Hitler, in realtà lo stava stimolando ad andare avanti. Fu
lui a suggerire di concedergli il territorio dei sudeti in Ceco­
slovacchia, prima ancora che i tedeschi avessero osato di chie­
derlo. Quando sembrò che i cechi si sarebbero decisi a com­
battere piuttosto di lasciar marciare le armate naziste entro il
loro paese senza opposizione, gli ambasciatori inglese e fran­
cese a Praga minacciarono il presidente Benes di applicare
quella stessa politica del “non intervento” che aveva già con­
sacrato l’assassinio della Repubblica spagnola. In seguito,
quando le truppe naziste presero possesso dei territori cechi,
si seppe che alcuni industriali inglesi avevano preso accordi
coi tedeschi, già da diverse settimane, per il finanziamento
delle industrie passate sotto il controllo nazista.
Il solo alleato che propose di aiutare i cechi a opporsi a
questa liquidazione fu l’Unione Sovietica. Ero in vacanza nel
Caucaso del Nord quando giunse la notizia della Conferenza
di Monaco. Il tentativo dei cechi di resistere fu accolto da ca­

135
lorose approvazioni. Parecchi ufficiali prenotarono i posti su­
gli aerei in partenza per Mosca: «Può darsi che sia necessario
appoggiare i cechi». Poi giunse la notizia che Benes si era ar­
reso alle pressioni britanniche e francesi. Le prenotazioni fu­
rono annullate. «Non possiamo far nulla — mi disse un uffi­
ciale a pranzo. - È meglio prepararsi alla prossima aggressio­
ne contro la Polonia o Francia».
Si discusse sulle forze che si nascondevano dietro il tradi­
mento. Come mai Chamberlain e Daladier erano disposti a
sacrificare ventisette divisioni ceche e una delle migliori linee
fortificate dell’Europa? Che cosa li aveva indotti a cedere a
Hitler una delle maggiori fabbriche di armamenti europei, le
officine Skoda? Il direttore di un’industria locale disse: «Si può
dire in quattro parole: hanno paura del bolscevismo».
L’aggressione di Hitler si spostò poi rapidamente verso l’est.
Il 15 marzo 1939, violando clamorosamente gli accordi, le
truppe tedesche marciarono su Praga inerme. L’Unione So­
vietica informò i tedeschi di «non poter riconoscere» questa
occupazione del territorio ceco. Essa propose alla Gran Bre­
tagna, una conferenza immediata fra la Gran Bretagna, la Fran­
cia, la Polonia, la Romania, la Turchia e l’Unione Sovietica
per resistere ad ulteriori aggressioni. Chamberlain replicò di­
cendo che la proposta era “prematura”. Questo fu il segnale:
Hitler occupò Memel, il principale porto della Lituania, ed
estese la sua minaccia su Danzica, sbocco della Polonia sul
Baltico. Verso la metà di aprile sette divisioni tedesche erano
schierate sulle frontiere polacche, in attesa dell’ordine di mar­
ciare: gli incidenti provocatori si fecero più frequenti. Al Di­
partimento di Stato degli Stati Uniti venne riferito dai suoi
rappresentanti in Europa che «le più alte autorità francesi da­
vano le probabilità di una guerra a dieci contro uno»1.
In Gran Bretagna e in Francia si levarono voci a chiedere
un’alleanza con l’Unione Sovietica per fermare Hitler. «Unendosi

1 Queste informazioni furono rivelate da un clamoroso servizio dei


fratelli Alsop.

136
con l’U.R.S.S., si può salvare la pace», dichiarò Lloyd George, e
primo ministro. «L’aiuto russo è vitale per le democrazie», disse
Pierre Cot, già ministro dell’Aviazione in Francia. Da un’inchie­
sta Gallup risultò che il 92 per cento degli elettori inglesi inter­
rogati erano favorevoli a un’alleanza con i sovietici2. L’U.R.S.S.
fece varie proposte per una triplice alleanza che doveva garantire
sia l’Europa occidentale sia l’Europa orientale dall’aggressione na­
zista. Ogni proposta veniva bloccata dal Governo Chamberlain,
e dopo un po’ lasciata cadere. Chamberlain cercò piuttosto di
venire a un accordo con Hitler: il 3 maggio, tra lo stupore della
Camera dei Comuni, egli annunciò di essere pronto a firmare un
patto di non aggressione con la Germania. Due giorni dopo ri­
fiutò la proposta sovietica di una alleanza militare.
Anche i conservatori cominciarono a protestare contro le
azioni di Chamberlain. Winston Churchill, il 7 maggio, par­
lando alla Camera dei Comuni, chiese un’alleanza con l’Unio­
ne Sovietica. A seguito di tali pressioni, gli ambasciatori in­
glese e francese a Mosca vennero finalmente incaricati, il 25
maggio, di “discutere” un’alleanza. Dal momento della vio­
lenza fatta alla Cecoslovacchia erano state perdute dieci setti­
mane d’importanza vitale. Altre tre settimane furono perdute
nell’attesa dell’arrivo a Mosca di un certo signor Strang. Que­
sto rappresentante, inviato dal ministero degli Esteri britan­
nico per “dirigere le discussioni” dimostrò, al suo arrivo, di
non essere autorizzato a firmare nulla. Le “discussioni” si pro­
trassero per settantacinque giorni, cinquantanove dei quali
vennero impiegati dagli inglesi per stendere le proposte, men­
tre i russi, ritenuti lenti, si sbrigarono in soli sedici giorni. I
sovietici, era ovvio, avevano fretta: ma era altrettanto ovvio
che gli inglesi volevano tirare per le lunghe. Poi, improvvisa­
mente, si seppe a Mosca che il segretario della commissione
parlamentare britannica per il Commercio Estero aveva con­
dotto trattative coi tedeschi, proprio in quelle settimane, per
un prestito da mezzo miliardo a un miliardo di sterline.

2 Pubblicato nel New York Times del 4 maggio 1939.

137
Per i dirigenti di Mosca era chiaro che la Gran Bretagna
voleva prender tempo o stava tentando di spingere la guerra
verso oriente. La guerra, essi temevano, pendeva sul loro capo,
non solo da parte di Hitler, ma da parte di Hitler spalleggiato
dalla Gran Bretagna e dal resto del mondo capitalistico: pro­
prio il tipo di guerra che essi avevano sempre temuto. Du­
rante le trattative di Mosca, la maggior parte degli inglesi si
cullava nell’illusione che l’accordo fosse imminente: ma qual­
cuno vide più a fondo: «Il mondo trema sull’orlo di un gran
precipizio», disse Lloyd George.
Per due volte Mosca fece intendere a coloro che stavano
in Inghilterra che le discussioni non conducevano a nulla. Il
primo segnale furono le dimissioni di Litvinov dal posto di
ministro degli Esteri, il 3 maggio: per dieci anni, Litvinov era
stato nel mondo il simbolo di un programma di pace da at­
tuare attraverso accordi collettivi contro l’aggressione. Con le
dimissioni di Litvinov, Mosca disse al mondo che questo pro­
gramma, ormai, era fallito. Esso era stato frustrato in Man-
ciuria, in Abissinia, in Spagna, in Cina, in Austria, in Alba­
nia, in Cecoslovacchia, a Memel: otto anni di fallimenti, do­
vuti alla politica arrendevole o incoraggiante dei capi delle
democrazie occidentali verso gli aggressori. Il senso del mes­
saggio era inequivocabile: ma la stampa occidentale era tanto
abituata a trattare le faccende sovietiche con banalità propa­
gandistica, che si ebbero solo delle speculazioni sulle colpe
per cui Litvinov sarebbe stato liquidato.
Sei settimane dopo, Mosca diede un secondo segnale.
Il 29 luglio Andrei Zhdanov, presidente della commissione
degli Affari Esteri del Soviet Supremo, scrisse un articolo
sulla Pravda, osservando che le trattative con la Francia e
l’Inghilterra stavano insabbiandosi, e che a suo giudizio,
né gli inglesi né i francesi volevano davvero un’alleanza, e
non miravano a mettere il freno a Hitler, ma continuava­
no i negoziati solo per tener tranquilli i russi mentre Hi­
tler si preparava ad attaccarli. Questo articolo provocò una
breve sensazione all’estero: ma la maggior parte dei com­

138
mentatori rifiutò di prendere in considerazione le parole
di Zhdanov, trattandolo come una testa calda.
Alla fine di luglio, quando tutti i ministeri degli Esteri
d’Europa sapevano ormai che Hitler aveva intenzione di oc­
cupare il corridoio polacco nel giro di un mese, i sovietici fe­
cero un ultimo tentativo. Essi proposero alla Gran Bretagna e
alla Francia di inviare delle missioni militari a Mosca per or­
ganizzare immediatamente la difesa collettiva dell’Europa
orientale. Le missioni attesero dieci giorni, poi si misero in
viaggio per la strada più lunga; quando finalmente raggiun­
sero Mosca, si scoprì che non avevano alcuna autorità per sta­
bilire alcun accordo. Klementi Voroscilov, ministro sovietico
della Guerra, accompagnato da un numero scelto di autorità
militari sovietiche, fece delle proposte serie a una missione
anglo-francese che non era autorizzata ad accettarle. Egli pro­
pose, nel caso di un attacco di Hitler alla Polonia, di inviare
due armate sovietiche, una contro la Prussia orientale nel nord
e una attraverso il sud della Polonia contro la Germania cen­
trale. La missione anglo-francese rispose di dover trasmettere
questa proposta a Varsavia; in seguito riferì che il Governo
polacco rifiutava l’aiuto sovietico. Gli inglesi e i francesi che
non si erano fatti scrupolo di forzare i cechi, con le minacce,
a cedere a Hitler, non usarono alcuna pressione per indurre i
polacchi ad accettare l’aiuto sovietico.
A questo punto i negoziati vennero interrotti. «Un banale
pretesto addotto nelle trattative», così Voroscilov definì la cosa,
nel suo rapporto alla sessione di agosto del Soviet Supremo.
Così l’Unione Sovietica prese la sua decisione. Hitler ave­
va offerto un patto di non aggressione; egli ammise più tardi,
nella sua dichiarazione di guerra contro l’Unione Sovietica,
che la richiesta era partita da lui. Il patto fra la Germania e
l’U.R.S.S. venne firmato il 23 agosto. Non si trattava di un’al­
leanza, quale l’U.R.S.S. aveva offerto alla Gran Bretagna e alla
Francia; era semplicemente una dichiarazione di neutralità
come quella che l’U.R.S.S. e la Germania si erano scambiate
nel 1926, ma che era caduta in disuso sotto Hitler. Molotov

139
riferì che l’U.R.S.S. aveva firmato perché «non ci si poteva
aspettare la conclusione di un patto di reciproca assistenza (con
la Gran Bretagna e la Francia)».
La firma del patto nel momento in cui l’Europa,da un’ora
all’altra, attendeva l’attacco di Hitler alla Polonia mutò l’equili­
brio delle forze nel Continente. Da parte dell’Europa orientale le
prime reazioni furono favorevoli. «La tensione è diminuita» di­
cevano i dispacci dalla Bulgaria. Comunicati dalla Lettonia e
dall’Estonia dicevano: «Dato che i nostri due grandi vicini., si
sono accordati per mantenere relazioni pacifiche tra di loro, la
tensione nella zona del Baltico è diminuita». Il ministro degli
Esteri polacco trovò la situazione «immutata» dato che «la Polo­
nia non si era mai aspettata un aiuto da parte sovietica e non lo
desiderava»3. L’Europa orientale sperava chiaramente che il pat­
to, pur non potendo arrestare l’attacco di Hitler alla Polonia,
bloccasse il dilagare della guerra verso oriente.
Gli alleati di Hitler erano furiosi. Mussolini e Franco di­
sapprovarono apertamente. Il colpo fu terribile per Tokio, per­
ché il Giappone stava già combattendo contro l’Unione Sovie­
tica sui confini della Mongolia, e si diceva che avesse dichiara­
to a Hitler che in agosto sarebbe stato pronto ad unirsi “al gran­
de attacco”. Il Gabinetto giapponese cadde in mezzo ad aspri
attacchi alla Germania che aveva firmato la pace con l’Unione
Sovietica. I conservatori che a Londra avevano sostenuto Hit­
ler erano i più carichi di odio: per la prima volta essi chiesero
la testa di Hitler. Ma la speranza e l’abitudine erano dure a
morire nel Governo di Chamberlain. Per dieci giorni ancora, e
anche dopo la marcia d Hitler sulla Polonia, Chamberlain con­
tinuò a lavorare per una conferenza delle quattro potenze di
Monaco - Gran Bretagna, Francia Germania e Italia - per de­
cidere il destino della Polonia attraverso un accordo con Hit­
ler. Solo dopo il rifiuto opposto a questo tentativo, Chamber-
lain decise a firmare l’alleanza con la Polonia, lungamente pro­
crastinata ed esortò i polacchi a resistere.

3 United Press, 23 agosto 1940,

140
Ma ormai, com’era possibile che i polacchi resistessero? L’In­
ghilterra non mandò aiuti. L’aviazione polacca cessò di funziona­
re in due giorni; nello spazio di due settimane, non ci fu più nem­
meno un esercito polacco organizzato. Il Governo polacco si mise
in fuga verso qualche punto imprecisato presso la frontiera rome­
na, lasciando dietro di sé solo l’eroico sindaco di Varsavia a orga­
nizzare un’ultima difesa con una schiera di civili disperati. Il solo
aiuto che avrebbe potuto giungere in tempo, e la cui sola promes­
sa, se accettata, avrebbe forse fermato l’invasione, era quello dei
russi: fu rifiutato da un Governo polacco che odiava i bolscevi-
chi più di quanto non odiasse Hitler. Intanto, i “duri” della stam­
pa conservatrice inglese facevano ancora sentire la loro voce, per
manifestare la speranza, non già di salvare la Polonia, ma di “ro­
vesciare la guerra”, nel tracollo dell’Europa orientale, contro
l’Unione Sovietica.
In quel periodo tragico, mentre la Polonia si stava sgretolan­
do, un diplomatico sovietico mi disse: «Se non fosse per il nostro
patto di non aggressione noi saremmo ora esposti all’attacco sia
dall’Europa che dall’Asia, a causa dell’alleanza della Germania,
dell’Italia e del Giappone. La Gran Bretagna e la Francia avreb­
bero tenuto la linea Maginot e avrebbero finanziato Hitler.
L’America sarebbe stata l’arsenale del Giappone contro di noi,
come lo è stata contro la Cina. Con il patto di non aggressione
noi abbiamo introdotto un cuneo fra Hitler, il Giappone e i so­
stenitori di Hitler a Londra. Era troppo tardi per fermare l’inva­
sione della Polonia. Chamberlain non ha neppure tentato. Ma
noi abbiamo diviso il campo del fascismo mondiale e non avre­
mo da combattere tutto il mondo».
Così, la lunga lotta per la pace attraverso accordi collettivi fra
le forze democratiche finì con un fallimento. Cominciò la secon­
da guerra mondiale. Ma l’Unione Sovietica aveva guadagnato,
con il patto di non aggressione, un respiro di circa due anni. E,
cosa ancora più importante, aveva staccato Hitler dai suoi soste­
nitori occidentali per tutta la durata della guerra.

141
VII.
Il patto che fermò Hitler

«Varsavia, come capitale dello Stato polacco, non esiste più.


Nessuno sa dove sia il Governo polacco. La Polonia è diven­
tata un fertile campo per ogni eventualità capace di creare una
minaccia per l’Unione Sovietica».
Con queste parole, V. M. Molotov annunciò il 17 settembre
1939, prima con una nota all’ambasciatore polacco e poi per ra­
dio al mondo, che l’Armata sovietica marciava sulla Polonia.
Gli inglesi compresero il significato di questa marcia più di
quanto lo comprendessero gli americani. Gli americani ancora
parlano di Stalin come del «complice di Hitler» nella cinica divi­
sione della Polonia. Ma Winston Churchill disse in un discorso
radio trasmesso il 1° ottobre: «I sovietici hanno fermato i nazisti
nella Polonia orientale. Vorrei soltanto che lo avessero fatto come
nostri alleati». Bernard Shaw, nel Times di Londra, levò «tre ev­
viva a Stalin», che aveva inflitto a Hitler «la sua prima sconfitta».
Lo stesso ministro Chamberlain comunicò arcignamente alla Ca­
mera dei Comuni, il 26 ottobre: «È stato necessario per l’Armata
Rossa occupare parte della Polonia, per proteggersi dalla Germa­
nia». Il Governo polacco in esilio, che in quel momento era in
fuga attraverso la Romania, ma che raggiunse Londra alcune set­
timane più tardi, non si azzardò mai a dichiarare quella marcia
sovietica un atto di guerra.
La popolazione della zona non ostacolò le truppe sovieti­
che, le accolse invece con gioia. La maggior parte non erano
polacchi, ma ucraini e bielorussi. L’ambasciatore americano
Biddle riferì che la gente accettava i russi «come se stessero
svolgendo un compito di polizia». I dispacci parlarono di trup-

143
pe russe che marciavano a fianco a fianco con le truppe po­
lacche in ritirata, e di ragazze ucraine che appendevano ghir­
lande sui carri armati sovietici. Il comandante della guarni­
gione polacca di Leopoli, che aveva sostenuto per diversi giorni
l’attacco tedesco da tre lati contro la città, si arrese senza por
tempo in mezzo all’Armata Rossa, quand’essa sopraggiunse sul
quarto lato. «Non c’è più alcun Governo polacco dal quale io
possa ricevere ordini — egli dichiarò - ; e io non ho ordini per
combattere contro i bolscevichi». Le cifre delle perdite del­
l’Armata Rossa, comunicate in seguito, dimostrano che la
marcia incontrò solo l’opposizione di piccole bande: in tutta
la campagna vi furono soli 737 morti e 1.862 feriti. La mag­
gior parte delle perdite si ebbero nella presa di Vilno, raggiunta
da un piccolo corpo motorizzato che aveva l’ordine di «arri­
vare a Vilno entro mezzanotte», partendo dalla frontiera a 100
chilometri di distanza.
L’opinione americana che Stalin e Hitler si fossero spartita la
Polonia in anticipo non è giustificata dal modo in cui la suddivi­
sione ebbe luogo. La linea di demarcazione fra tedeschi e russi
cambiò tre volte prima di venir fissata nel corso di una conferen­
za, il 28 settembre. Non è credibile che le truppe tedesche abbia­
no fatto tutta la strada fino a Leopoli, assediandola per vari gior­
ni, solo per consegnare la città all’U.R.S.S. Né è da credere che i
russi avrebbero arrischiato tante vite umane per affrettarsi ad
occupare Vilno, se la città fosse stata assegnata a loro già da pri­
ma. Sembra probabile che sia stata fatta qualche dichiarazione
sull’interesse della Russia per le zone non polacche della Polonia,
ma non che l’avanzata dell’esercito, stando a come essa ebbe luo­
go, sia stata concordata in precedenza.
L’opinione in Europa orientale era che Hitler non avesse in­
tenzione di occupare solo la Polonia, ma intendesse spingersi
verso sud-est nei Balcani e forse verso nord-est nei paesi baltici il
più lontano possibile, utilizzando Leopoli come la capitale di
un’Ucraina nazista. La strategia tedesca stava ad indicare questo,
perché dopo la rottura del fronte polacco i tedeschi, senza atten­
dere di assestarsi in Polonia, si diressero immediatamente attra-

144
verso il paese, a sud-est su Leopoli e a nord-est su Vilno. Si disse
che fossero state organizzate varie rivolte da parte delle Guardie
di Ferro in Romania per accogliere le truppe tedesche. Se ne vide
una conferma nell’assassinio del primo ministro Calinescu all’av­
vicinarsi dei tedeschi, e in una sommossa che si era sviluppata in
una città romena sul confine polacco, ma che si spense immedia­
tamente quando si vide che le truppe al di là del fiume non era­
no tedesche ma russe.
«L’azione dei sovietici ha frenato qualunque progetto po­
tesse avere Hitler nei riguardi della Romania»: questa era l’opi­
nione di Londra, trasmessa al New York Times il 28 settem­
bre. «Il rispetto per la Russia è aumentato notevolmente; i
contadini indubbiamente preferiscono i russi ai tedeschi lun­
go i loro confini», così si leggeva in un messaggio dell’Æro-
ciated Press dall’Europa orientale, il 27 settembre.
L’avanzata sulla Polonia orientale, perciò, non sembra es­
ser nata da una connivenza con Hitler, ma piuttosto appare
come il primo grande freno che i sovietici posero a Hitler ap­
plicando il patto di non aggressione. Essa appare anche cal­
colata al secondo. Dodici ore prima, infatti, in qualche parte
della Polonia si sarebbe potuto trovare un Governo polacco,
abbastanza funzionante da poter dichiarare l’avanzata russa
un’azione bellica, gettando così la Russia in guerra con la Gran
Bretagna, alleata della Polonia. Dodici ore più tardi i russi
avrebbero potuto trovare i tedeschi già introdotti in Romania
a sud e negli Stati baltici a nord. L’Armata Rossa compì la sua
avanzata proprio in quelle dodici ore in cui il Governo polac­
co era scomparso nell’ombra e i tedeschi non avevano ancora
occupato le città strategiche di Leopoli e Vilno.
Da quel momento in poi l’Unione Sovietica utilizza il re­
spiro concessole dal patto, non solo per prepararsi alla difesa,
ma anche per bloccare la penetrazione di Hitler nell’Europa
orientale con misure che giungevano sull’orlo della guerra.
Hitler stesso rivelò più tardi questi retroscena, nella dichiara­
zione di guerra tedesca contro l’U.R.S.S., elencando amara­
mente gli atti con cui i russi lo avevano ostacolato.

145
La prima mossa di Mosca fu di costituire una vasta cintu­
ra di resistenza lungo i confini occidentali a mezzo di allean­
ze. Avendo preparato il terreno per rapporti amichevoli, con
la restituzione alla Lituania della sua antica capitale, Vilno,
che i polacchi avevano occupato venti anni prima sfidando la
Società delle Nazioni, Mosca invitò la Lituania, la Lettonia e
l’Estonia a mandare i loro ministri degli Esteri per discutere
un’alleanza. Uno ad uno, essi vennero e firmarono senza dif­
ficoltà. Il 10 ottobre 1939, a meno di un mese di distanza
dalla loro marcia sulla Polonia, i sovietici si erano garantiti
alleanze militari con questi tre Stati baltici, che nel passato
erano stati le strade maestre dell’invasione. Così una potente
catena di basi navali, originariamente costruita da Pietro il
Grande, venne a trovarsi sotto il controllo sovietico. Mentre
la maggior parte dei commentatori americani denunciava que­
sta azione, Walter Lippman centrò la situazione dicendo:
«Ogni giorno diventa più chiaro che la Russia sta costruendo
una grande zona di difesa dal Baltico al Mar Nero». Gli Stati
baltici, da parte loro, si risentirono per il termine di “vassal­
li”, che la stampa anglo-americana usò nei loro confronti. Essi
non giudicavano di aver fatto un cattivo affare. A quell’epo­
ca, mentre la loro organizzazione interna era rimasta intatta,
tutto si limitava alla cessione di basi navali all’U.R.S.S. in cam­
bio dell’assistenza difensiva contro Hitler.
Subito dopo, venne la drammatica espulsione di mezzo
milione di tedeschi dalle terre baltiche. Per Hitler, fu un col­
po amaro, e la sua irritazione ha un’eco nel passo della di­
chiarazione di guerra, dove si dice che «più di 500.000 uomi­
ni e donne furono costretti... ad abbandonare la loro terra...
Di fronte a tutto ciò io rimasi in silenzio, perché vi ero co­
stretto». Queste non sono le parole compiaciute di chi abbia
ottenuto una vittoria. I tedeschi del Baltico erano stati la classe
dominante dei paesi baltici: alcuni di essi vi si trovavano da
secoli, come baroni e proprietari terrieri. All’epoca della rivo­
luzione russa, erano state queste classi a chiamare le truppe
tedesche per rovesciare i Governi rivoluzionari locali. Per

146
l’U.R.S.S., la loro espulsione significò la dispersione della
quinta colonna più pericolosa d’Europa.
Dopo aver garantito la parte meridionale del Baltico contro
ogni attacco di sorpresa, Mosca si rivolse alla Finlandia, nelle cui
mani si trovava il varco dal nord. Per quanto l’indipendenza del­
la Finlandia fosse un regalo disinteressato della rivoluzione rus­
sa, la Finlandia era nota come il paese baltico più ostile. L’origi­
naria Finlandia democratica era stata rovesciata nel sangue dal
barone Mannerheim, ex generale zarista, con l’aiuto delle trup­
pe del Kaiser. La Finlandia era divenuta una base per l’attività
internazionale contro l’U.R.S.S. La linea Mannerheim - un siste­
ma di forti ben studiati per proteggere vaste forze in caso di un
attacco a Leningrado — era stata costruita sotto la direzione ingle­
se. Più tardi, aeroporti finlandesi vennero costruiti dai nazisti.
Costruiti per duemila aeroplani, mentre la Finlandia ne aveva
centocinquanta, essi erano evidentemente destinati ad essere usa­
ti da una potenza maggiore.
Mosca sapeva che la Finlandia non avrebbe accettato vo­
lentieri un’alleanza. Ma i sovietici avevano qualcosa da offri­
re. Il commercio estero della Finlandia era rovinato dalla guer­
ra anglo-tedesca, che bloccava il Baltico. La Finlandia, colpi­
ta da una depressione, desiderava commerciare con l’Unione
Sovietica, e desiderava poter usufruire della ferrovia
Leningrado-Murmansk per ristabilire un accesso verso il mon­
do. Ma, quando Mosca, il 5 ottobre 1939, invitò la Finlandia
ad inviare un plenipotenziario per discutere “le questioni in
pendenza” il risultato fu sorprendente. Il Governo finlande­
se, prima di rispondere, dichiarò la mobilitazione parziale,
mandò un gran numero di forze armate al confine, chiuse la
Borsa, chiese alle donne e ai bambini di lasciare la capitale,
Helsinki, e si rivolse all’America per ottenere “un sostegno
morale”. La stampa sovietica manifestò una ironica irritazio­
ne per il “panico creato a bella posta”.
La delegazione finlandese arrivò a Mosca I’ll ottobre.
Dapprima i sovietici proposero un’alleanza, ma vi rinuncia­
rono dato che i finlandesi non ne volevano sapere. Poi pro­

147
posero uno scambio di territori per proteggere Leningrado.
Essi richiesero che il confine fosse spostato abbastanza indie­
tro da lasciare Leningrado fuori dal tiro dei cannoni, e che
alcune piccole isole che fronteggiavano l’accesso al mare fos­
sero cedute all’U.R.S.S. Offrirono in cambio un territorio
doppiamente esteso, doppiamente buono, ma di minore im­
portanza strategica. Chiesero anche una concessione di tren­
ta anni per Hangoe o per qualche altro punto dell’entrata del
Golfo di Finlandia - la lunga sottile via d’acqua che porta a
Leningrado — come base navale. Il presidente della Finlandia
Cajander dichiarò per radio che questi termini non intacca­
vano l’integrità della Finlandia.
Le trattative si protrassero per un mese, durante il quale
Mosca aumentò le proprie offerte. La Finlandia manteneva la
richiesta di un territorio in rapporto di tre a uno circa con
quello richiesto dai sovietici; e la base di Hangoe non sarebbe
stata ceduta per trent’anni ma solo per il periodo della guerra
anglo-tedesca e poi avrebbe dovuto essere restituita alla Fin­
landia completamente equipaggiata. Molti finlandesi si van­
tavano delle “trattative vantaggiose” che i loro diplomatici sta­
vano concludendo. Poi, improvvisamente, i negoziatori fin­
nici interruppero le discussioni affermando in modo oscuro
che le circostanze avrebbero deciso quando e da chi esse sa­
rebbero state riprese. Il New York Times riportò che «i circoli
diplomatici a Washington» ritenevano che i finlandesi fosse­
ro influenzati dalla speranza di prestiti da parte degli Stati
Uniti. Dato che il Parlamento finlandese non era stato nep­
pure convocato, Mosca ritenne che fosse chiaro come il gabi­
netto finlandese agisse dietro pressioni di quelle forze dell’oc­
cidente che desideravano “rovesciare la guerra”.
Così, quando l’artiglieria finlandese sparò oltre il confine,
verso la fine di novembre, causando la morte di alcuni soldati
dell’Armata Rossa, Mosca protestò aspramente e, avendo la Fin­
landia ignorato la protesta, le truppe sovietiche invasero la Fin­
landia il 30 novembre 1939. La Finlandia dichiarò la guerra e fece
appello all’aiuto straniero. La Società delle Nazioni espulse la

148
Russia per “aggressione”. Poche azioni dell’Unione Sovietica le
hanno alienato più amici di quanto non abbia fatto la guerra
russo-finlandese. Neppure i russi ne erano orgogliosi. Nessuno è
orgoglioso di una guerra preventiva: i russi la consideravano pre­
ventiva in difesa di Leningrado.
Per comprendere la guerra finno-sovietica dobbiamo in­
quadrarla nella scena della seconda guerra mondiale, di cui
essa faceva parte. Verso la fine del 1939 la seconda guerra
mondiale non era ancora totale. Hitler stava rafforzando le
sue posizioni guadagnate in Cecoslovacchia e in Polonia.
L’avanzata russa aveva bloccato ogni altro piano che egli aves­
se per l’est. Né Hitler né l’occidente si erano ancora attaccati
in modo serio. Il fronte occidentale era in quello stadio che
fu chiamato «la drôle de guerre»; le truppe di entrambe le par­
ti erano immobili nelle fortificazioni. Hitler non era ancora
preparato per un assalto generale a occidente: ci voleva tem­
po per organizzarlo. E Hitler era anche conscio di avere ami­
ci nelle classi più elevate, in Francia e in Gran Bretagna, che
avrebbero potuto cedere alle sue richieste. Voci importanti,
sulla stampa inglese, francese e americana insistevano che era
cominciata “la guerra sbagliata”, che la guerra avrebbe dovu­
to spostarsi contro l’U.R.S.S., il nemico più grande.
Questa campagna di stampa non fu causata dalla guerra di
Finlandia. Essa cominciò addirittura quando Hitler stava inva­
dendo la Polonia; era la continuazione della linea di Chamber­
lain. Cosi quando la Finlandia ruppe i negoziati, Mosca ritenne
che i finlandesi volessero mantenere i confini in fermento con
incidenti durante l’inverno, per portare poi all’intervento di po­
tenze più forti in primavera. «L’idea di venire in aiuto alla Finlan­
dia - spiegò il ministro svedese della Difesa Guenther difenden­
do la politica di neutralità della Svezia dopo la fine della guerra —
apriva nuove prospettive agli alleati occidentali. Il punto morto
sul fronte occidentale non era popolare e la stampa francese par­
lava della ricerca di nuovi campi di battaglia».
Per il resto dell’inverno, la guerra in occidente non godé
più dell’onore delle prime pagine: gli occhi del mondo

149
erano fissi sulla guerra in Finlandia, e sui tentativi in oc­
cidente di trasformarla in un attacco collettivo contro
l’U.R.S.S. Lo scopo di Mosca era di farla finita prima che
le maggiori potenze potessero intervenire. Durante questa
guerra, i sovietici commisero certamente errori politici e
militari, tuttavia non nella misura che si ritiene solitamen­
te in America.
Militarmente, la campagna si svolse in quattro fasi. La pri­
ma ebbe per obbiettivo l’allontanamento della linea del fron­
te da Leningrado e la conquista dello sbocco finlandese sul­
l’Artico, Petsamo, per impedire alla guerra mondiale l’acces­
so alla Finlandia, e attraverso la Finlandia, all’U.R.S.S.: nella
zona di Leningrado, la frontiera terrestre fu spinta indietro di
sessanta chilometri, il porto di Petsamo fu preso nello spazio
di due settimane. L’inizio dell’inverno più freddo a memoria
d’uomo determinò poi una seconda fase di relativa passività.
La terza fase delle operazioni vide il bombardamento aereo
degli obiettivi militari della Finlandia: industrie belliche, fer­
rovie, porti e aerodromi. Le vittime civili furono poche: se­
condo dati finlandesi i morti civili a causa di bombardamenti
aerei furono 640 nel corso dell’intera guerra.
La quarta fase consistette nella rottura della linea Manne-
rheim - un sistema di fortificazioni «per certi aspetti più soli­
do della linea Maginot»1. Un’acuta manovra consentì di spez­
zare in un mese la linea fortificata: essa era considerata im­
prendibile, e in effetti fu la prima volta che una linea di quel­
la portata venne presa con un assalto diretto. L’artiglieria pe­
sante crivellò il terreno intorno alle fortificazioni, finché le
bocche da fuoco dei difensori non furono rese inservibili nei
loro piazzamenti. Poi cominciò l’assalto.
Con la rottura della linea Mannerheim la resistenza della Finlan­
dia crollò. Il trattato di pace venne firmato a Mosca il 12marzo 1940.
Londra e Parigi tentarono con ogni mezzo di evitare la fir­
ma di questo trattato. La Gran Bretagna si rifiutò di trasmet­

1 Cfr. JAMES ALTRICH, nel New York Times del 14 marzo 1940.

150
tere l’appello della Finlandia, cosi la Svezia fece da interme­
diaria. Il premier francese, Daladier, disse alla Finlandia che
una spedizione anglo-francese era pronta ad imbarcarsi per
venire in suo aiuto e che, se i finlandesi non ne facevano ri­
chiesta, gli alleati non avrebbero neppure garantito la soprav­
vivenza della Finlandia dopo la guerra. Chamberlain e Dala­
dier fecero pressioni sulla Svezia per far passare questa spedi­
zione di forze dirette alla Finlandia, pur sapendo che ciò avreb­
be coinvolto la Svezia nella guerra. Il 10 marzo Chamberlain
disse alla Camera dei Comuni che egli stava considerando il
modo di rompere la neutralità svedese per costringere la guerra
finnica a proseguire.
«Londra è piena di voci di guerra su un fronte molto più
esteso, e forse di guerra contro l’U.R.S.S.» comunicava il cor­
rispondente londinese del New York Times 1 11 marzo 1940.
Ma questi rumori di guerra venivano troppo tardi. Il ten­
tativo di “rovesciare la guerra” su uno schieramento mondiale
contro l’U.R.S.S. s’infranse sulla persistente neutralità della
Svezia e sulla sottovalutazione che il maresciallo Mannerhe-
im aveva dato della forza sovietica.
Mannerheim aveva dichiarato agli alleati anglo-francesi che
avrebbe potuto resistere da solo fino a maggio: per quell’epo­
ca, Chamberlain contava di aver costretto la Svezia a permet­
tere il passaggio delle truppe di spedizione. Ma due mesi pri­
ma del termine posto da Mannerheim per l’arrivo dei rinfor­
zi, i finlandesi avevano ormai chiesto la pace, e la guerra
russo-finlandese apparteneva al passato.
I termini della pace attribuirono ai sovietici la zona
della linea Mannerheim e la base navale di Hangoe, pro­
teggendo cosi entrambi gli accessi a Leningrado, per ter­
ra e per mare. Però essi riconsegnarono alla Finlandia
Petsamo e le sue miniere di nikel; i russi non chiesero
indennità ma concordarono di fornire alimenti a una
Finlandia che moriva di fame. Le condizioni, dato quel
che si suole vedere in questi casi, non potevano essere
considerate eccessive: Sir Stafford Cripps, ambasciatore

151
britannico a Mosca nel 1940, mi fece osservare durante
un té all’ambasciata che i russi avrebbero potuto pentirsi
in seguito di non aver chiesto di più nel momento in cui
potevano ottenerlo. Sir Stafford pensava a Petsamo, che
poco dopo, infatti, divenne una base dei nazisti contro i
convogli alleati sulla rotta di Murmansk. Ma l’ambascia­
tore aveva torto, e il senso politico di Stalin andava più
a fondo di quello di Sir Stafford: la moderazione delle
condizioni di pace sovietiche era ispirata da motivi sag­
giamente considerati. Se le loro richieste fossero andate
al di là di quel che era palesemente necessario per la
sicurezza di Leningrado, la neutralità svedese avrebbe
potuto esserne scossa e il fronte mondiale che si cristal­
lizzò poi finalmente contro Hitler, avrebbe potuto cristal­
lizzarsi un anno prima: contro l’Unione Sovietica.
La guerra sul suolo finnico fece conseguire delle vittorie
fuori dalla Finlandia. La serie delle azioni sovietiche, dall’avan­
zata in Polonia fino al trattato con la Finlandia, aveva con­
vinto l’Europa orientale che l’U.R.S.S. era forte, sapeva quel
che voleva e lo voleva seriamente, fino ad arrivare ad una guer­
ra, ma che le sue richieste avevano delle precise ragioni e dei
limiti. Una cosa che essa voleva chiaramente nel 1940 era una
vasta cintura di sicurezza dal Baltico fino al Mar Nero.
Così la Romania comprese che era arrivato il momento di re­
stituire la Bessarabia, che aveva strappato al giovane potere sovieti­
co nei giorni in cui questo era debole, nel 1918. La sua popolazio­
ne non era romena: si erano verificate 153 insurrezioni contro la
Romania in sei anni. L’U.R.S.S. non aveva mai riconosciuto l’oc­
cupazione, ma non l’aveva mai ritenuta degna di una guerra. I so­
vietici avevano atteso per vent’anni il momento giusto. Mentre Hi­
tler era occupato nella conquista della Francia, Mosca chiese alla
Romania la Bessarabia e l’ottenne senza guerra. Un ramo del delta
del Danubio divenne così l’estrema frontiera meridionale del-
l’U.R.S.S. e di nuovo le navi russe navigarono sul grande fiume.
Ormai, la lunga cintura di resistenza attraverso l’Europa
era completa, da Hangoe sul Baltico alle bocche del Danubio

152
sul Mar Nero: Hitler, reduce della devastazione dell’Europa
occidentale, stava volgendosi all’est.
Secondo Hitler, l’entrata dei russi in Bessarabia salvò
l’Inghilterra dall’invasione tedesca. Questa è certamente
una millanteria, e d’altra parte Hitler stava cercando di
metter tutto in un fascio per giustificare la sua invasione
dell’U.R.S.S. Tuttavia, questa dichiarazione aveva, in par­
te, una certa base di fatto. Per comprendere questo, dob­
biamo rivolgere la nostra attenzione alla situazione della
guerra sul fronte occidentale.
Durante la guerra finnica, Hitler non portò seri attacchi
all’occidente per le ragioni che abbiamo detto. Ma nella pri­
mavera del 1940, i tedeschi lanciarono un rapido, vittorioso
attacco contro l’occidente; occuparono la Danimarca e la
Norvegia, si riversarono attraverso l’Olanda e il Belgio, e an­
nientarono l’esercito francese in undici giorni. Occupata la
costa atlantica dell’Europa, tutto era pronto per invadere l’In­
ghilterra. L’esercito inglese, disorganizzato dalla disfatta in
Francia, aveva lasciato i suoi equipaggiamenti migliori sulle
spiaggie di Dunkerque. Chiunque può ricordare l’atmosfera
di quei giorni; io passai da Berlino in quell’estate nel mio viag­
gio verso Mosca: i capi nazisti vantavano la loro certezza di
essere in Gran Bretagna per l’inizio dell’autunno. Gli esperti
militari di tutti i paesi aspettavano l’invasione da un momen­
to all’altro, e i più consideravano insufficienti le difese del­
l’isola. Le riserve auree inglesi erano già state evacuate nel
Canadà, e i commentatori politici discutevano la possibilità
di un’evacuazione del Governo.
Improvvisamente Hitler ritirò la maggior parte delle for­
ze dalla costa atlantica e le lanciò attraverso l’Europa, ver­
so sud-est, nei Balcani. Più tardi egli motivò questa mossa
dicendo che non poteva impiegare le enormi forze neces­
sarie per un’invasione della Gran Bretagna mentre i russi
andavano prendendo terreno alle sue spalle. La Bessarabia
era ricca di grano; la sua cessione all’U.R.S.S. aveva di­
sturbato la base economica di Hitler nei Balcani e stimo­

153
lato le forze antinaziste in quei paesi. Bisognava prima far
pulizia nei Balcani, disse Hitler2.
Nei calcoli di Hitler, la guerra nei Balcani non avrebbe
dovuto risolversi in una lunga campagna. Egli aveva tutto da
perdere con una guerra lunga in una zona su cui contava per
il petrolio e le derrate alimentari, ma aveva interesse invece a
controllarla con la penetrazione economica o ad occuparla con
una rapida azione che non distruggesse i raccolti e le indu­
strie. La soluzione ideale per lui sarebbe stata quella di con­
solidare la penisola balcanica contro l’U.R.S.S., annientare le
armate anglo-greche in Grecia e poi occupare il Mediterra­
neo orientale e Suez con una avanzata simultanea attraverso
la Turchia e l’Africa. L’aiuto americano alla Gran Bretagna an­
dava aumentando, il conflitto poteva durare a lungo, perciò
Hitler aveva bisogno del petrolio del vicino Oriente.
«Da quel momento in poi - dichiarò von Ribbentrop più
tardi - la politica antitedesca della Russia sovietica divenne più
evidente». Egli designava così gli atti con cui l’U.R.S.S. aveva
ostacolato e ritardato la campagna tedesca nei Balcani. Ciò av­
venne mediante note diplomatiche: una protesta alla Bulgaria
per aver ceduto, un patto di non aggressione con la Jugoslavia,
una dichiarazione alla Turchia che se avesse ostacolato il passag­
gio delle truppe tedesche questo sarebbe stato «compreso e gra­
dito». Von Ribbentrop accusò i sovietici di «aiutare segretamen­
te il riarmo della Jugoslavia». Era di dominio pubblico fra i cor­
rispondenti a Mosca, quell’autunno, che i sovietici mandavano

2 II testo della dichiarazione di guerra hitleriana contro l’U.R.S.S. suo­


na, su questo punto: «Mentre i nostri soldati, a partire dal 5 maggio 1940,
erano occupati a spezzare le resistenze franco-inglesi in occidente, lo schie­
ramento militare russo continuava ad ampliarsi in modo sempre più mi­
naccioso... Dall’agosto 1940 io considerai quindi che gli interessi del Rei­
ch non permettessero più che le nostre province orientali...rimanessero sen­
za protezione... In questo modo, si produsse una cooperazione dei sovieti­
ci cogli inglesi...che immobilizzava tante nostre forze in oriente da far sì
che la conclusione radicale della guerra in occidente non potesse più.. .essere
raccomandata dall’alto comando tedesco».

154
rifornimenti alimentari sia alla Grecia che alla Jugoslavia. Se
mandavano anche armi, questo era nei loro diritti di nazione
neutrale, anche secondo i termini del patto di non aggressione.
L’U.R.S.S. aveva promesso di non prendere parte ad un’aggres­
sione contro la Germania: ma l’aiuto alle vittime di Hitler non
poteva essere definito aggressione.
Nel frattempo, si stava svolgendo una rapida lotta interna
per il controllo dei tre piccoli Stati baltici: Estonia, Lettonia
e Lituania. Questi avevano delle alleanze militari con
1 U.R.S.S., cui avevano ceduto alcune basi navali; ma i loro
governi erano delle dittature semifasciste, con tendenze favo­
revoli al nazismo. La marcia di Hitler verso l’est incoraggiava
i gruppi pro-nazisti in questi Stati. L’U.R.S.S. chiese il diritto
di mandare maggiori contingenti di truppe in questi paesi,
«in vista delle sempre più agitate condizioni dell’Europa». Il
15 giugno 1940, tecnicamente in qualità di alleati, notevoli
forze dell’Armata Rossa entrarono nei paesi baltici. Le auto­
rità locali favorevoli alla Germania si diedero alla fuga.
«Stalin ha battuto Hitler nel Baltico per uno spazio di forse
24 ore», disse un corrispondente da Vilno. La maggior parte dei
lituani con cui venni a contatto condivideva questa opinione.
Ebbi la fortuna di trovarmi di passaggio in quella zona,
diretta da Berlino a Mosca. Apprendendo che cosa stava ac­
cadendo in Lituania rimasi, e vidi lo sconcertante quadro di
un’occupazione dall’interno. Era una cosa molto costituzio­
nale e molto serena. Quando il presidente favorevole ai tede­
schi fuggì, assunse il potere il vice presidente. Egli nominò
un nuovo premier e poi diede le dimissioni. Questo portò al
potere Justas Paletskis, un giornalista progressista. I prigio­
nieri politici vennero liberati: i sindacati cominciarono ad or­
ganizzarsi liberamente; organizzazioni di ogni genere si rico­
stituirono rapidamente. Giorno e notte il canto non si spe­
gneva mai nelle strade di Kaunas, la capitale. Si ebbero delle
nuove elezioni per “un governo del popolo”, e ci fu un enor­
me plebiscito per andare alle urne. Si riunì la nuova assem­
blea, che dichiarò la Lituania una Repubblica sovietica, e fece

155
domanda di annessione all’Unione Sovietica. Per tutto quel
tempo i lavoratori e i contadini festanti, felici del crollo della
dittatura favorevole ai nazisti, pensavano di esprimere sem­
plicemente i propri desideri. L’Armata Rossa non si mischiò
alla politica, solo scambiò balli e rappresentazioni teatrali con
l’esercito lituano su una base di “fraterna eguaglianza”.
Solo una volta sentii parlare del ruolo svolto da Mosca.
Alcuni intellettuali di Kaunas giudicavano che le cose andas­
sero troppo in fretta. Avrebbero voluto che alle elezioni si ar­
rivasse più lentamente, attraverso l’organizzazione e il dibat­
tito dei partiti. Ma queste preoccupazioni non diedero pen­
sieri agli operai e ai contadini della Lituania: essi compilaro­
no le liste nelle sedi sindacali, e votarono. Gli intellettuali oc­
cidentalizzati avrebbero voluto più calma.
«Anche molti di noi pensano che tutto è fatto troppo pre­
cipitosamente - disse il capo dell’agenzia telegrafica a una don­
na che protestava. — Ho saputo che Paletskis aveva chiesto sei
mesi di tempo per portarci nell’Unione, ma Molotov ha ri­
sposto che non si poteva aspettare».
Un fremito corse fra i presenti: «Volete dire che potrebbe
arrivare Hitler - disse la donna che aveva protestato. - Allora
va bene così. Che i russi facciano il più presto possibile».
Il 21 luglio 1940 la Lituania fece domanda di annes­
sione all’U.R.S.S. Io mi recai a Mosca con la loro delega­
zione: a tutte le stazioni, il treno speciale veniva accolto
da delegazioni con ghirlande di fiori. All’inizio di agosto,
il Soviet Supremo accoglieva tre nuove repubbliche: Esto­
nia, Lettonia, Lituania. Il presidente lituano Paletskis di­
chiarò: «La nostra via al socialismo è la più facile che si
sia vista finora... Ci siamo arrivati con l’espressione della
volontà del popolo lituano in forme costituzionali... Or­
mai, non ci sono più frontiere da Kaunas a Vladivostok,
dal Baltico all’Oceano Pacifico».
Fu un capolavoro di azione politica organizzata da parte di
Mosca, e realizzata dalla volontà del popolo lituano, che aveva sa­
puto sollecitare.

156
Ormai, l’U.R.S.S. era solidamente stabilita sul Baltico,
pronta per ogni prova futura.
La campagna di Hitler nei Balcani si prolungava. Le forze
tedesche schiacciarono i greci e ricacciarono in mare gli inglesi
sbarcati nella Grecia meridionale. Il terrore tedesco indusse la
Romania e la Bulgaria alla sottomissione, la Jugoslavia, che op­
pose resistenza, fu distrutta. Quando i tedeschi raggiunsero il
confine turco, gli esperti predissero che la loro prossima mossa si
sarebbe compiuta attraverso i Dardanelli. Ma sulla Turchia ebbe
effetto la pressione di Mosca, che veniva ad aggiungersi a quella
inglese. Gli esperti predissero la caduta di Suez, e già si parlava di
truppe tedesche in Siria: ma in realtà, esse si erano mosse nell’al­
tra direzione: verso i confini dell’U.R.S.S.
Hitler capiva che l’Unione Sovietica, pur come potenza
neutrale, era l’ostacolo immediato sulla sua strada verso il do­
minio del mondo. Nei ventidue mesi del patto di non aggres­
sione, l’U.R.S.S. aveva bloccato per tre volte l’avanzata nazi­
sta. La marcia sovietica in Polonia aveva fermato per un anno
l’avanzata di Hitler verso l’est; il ritorno dei sovietici in Bes­
sarabia lo aveva richiamato dal suo programma di invasione
della Gran Bretagna; e la politica di potenza di Mosca nei Bal­
cani e nel Baltico lo aveva trattenuto ai Dardanelli.
Hitler capì che la solitaria forza neutrale dei sovietici lo
aveva tenuto in scacco più di quanto non avessero fatto tutte
le forze armate d’Europa combinate - polacchi, danesi, nor­
vegesi, belgi, francesi, jugoslavi, greci e inglesi. Egli allora cam­
biò fronte e colpì l’U.R.S.S. con l’aggressione più potente che
si ricordi nella storia.

157
vin.
La guerra di tutto il popolo

All’alba del 22 giugno 1941 Hitler colpi con un attacco


di sorpresa l’Unione Sovietica. Migliaia di aerei tedeschi bom­
bardarono gli aeroporti sovietici; migliaia di carri armati ir­
ruppero attraverso le frontiere, seguiti da milioni di uomini
delle truppe motorizzate. «La più grande marcia militare nel­
la storia del mondo», proclamò Hitler. Non aveva esagerato.
Con quell’attacco le due più grandi armate del mondo erano
ingaggiate nella lotta più decisiva del genere umano.
I tedeschi venivano freschi dalla conquista dell’Europa. Per
circa un anno erano andati gettando le basi della nuova impresa.
Costruendo strade strategiche in Polonia, occupando la Roma­
nia, inviando truppe in Finlandia, si erano assicurati l’accesso a
tutte le milleottocento miglia del confine occidentale sovietico,
equivalente al confine canadese da Vancouver a Buffalo. Nel nord
si dirigevano dalla Finlandia contro Leningrado e il porto artico
di Murmansk; al centro dalla Polonia contro Mosca; al sud dalla
Romania verso Kiev ed Odessa. Hitler proclamò che nove milio­
ni di uomini erano ingaggiati attivamente nella battaglia; altri
milioni attendevano come riserve.
L’opinione a Berlino, Londra e Washington era che la resisten­
za russa sarebbe stata schiantata nello spazio di un mese. Dopo
quindici giorni Washington ammise cautamente: «I russi hanno
opposto la più forte resistenza che i tedeschi abbiano incontrato
finora». Dopo sei settimane l’America e la Gran Bretagna comin­
ciarono a rivedere il loro giudizio sul conflitto. Wiston Churchill,
ormai primo ministro, elogiò alla radio la “magnifica devozione”
dei russi e rivelò l’efficienza della loro organizzazione militare.

159
Raymond Clapper telegrafò da Londra al World Telegram,
il 20 agosto: «La Russia ha aperto un nuovo orizzonte per la
vittoria. Mai prima d’ora Hitler si era visto opporre un’arma­
ta sufficiente e decisa ad affrontare il compito».
Kruscev, nella sua critica a Stalin nel 1956, affermò che
l’attacco tedesco prese di sorpresa Stalin, che non si era ade­
guatamente preparato, e che perfino quando le forze tedesche
penetravano ormai nel territorio sovietico, Stalin rifiutò di
arrendersi all’evidenza, parlando di «atti provocatori indisci­
plinati», e non diede l’ordine di combattere. Kruscev deve cer­
to avere avuto buone ragioni. I tedeschi, senza dubbio, di­
strussero a terra molti aeroplani sovietici, come fecero i giap­
ponesi con gli americani a Pearl Harbour: ogni aggressore ha
di questi vantaggi. Ma l’Armata Rossa fu ben lungi dall’igno-
rare l’assalto di quel 22 giugno: la sua resistenza stupì il mon­
do. Se Stalin non aveva dato peso agli incidenti di frontiera
avvenuti fino a quel giorno, le ragioni che lo muovevano sfug­
gono ora, si direbbe, a Kruscev. In questa guerra la decisione
non sarebbe venuta solo dalla forza delle armi, ma dall’allinea­
mento politico del mondo.
Stalin sottolineò questo fatto nel suo primo discorso radio del
tempo di guerra, due settimane dopo l’inizio dell’invasione tede­
sca. In quel discorso, egli disse al popolo sovietico che il nemico
si era impadronito di considerevoli porzioni di territorio; lasciò
intendere che ne avrebbe preso altro: ma, dichiarò, questo non
era una scusa per lasciarsi prendere dal panico. «Gli eserciti invin­
cibili non esistono e non sono mai esistiti». La Germania aveva
conquistato un importante vantaggio militare col suo attacco di
sorpresa: ma «aveva perduto politicamente, esponendosi di fronte
al mondo... come un aggressore assetato di sangue». La contro­
strategia sovietica doveva essere «una guerra di tutto il popolo».
L’armata doveva «combattere per ogni metro di terra sovietica»,
ma «nei casi in cui si era costretti a ritirarsi», tutto ciò che poteva
avere un valore qualunque doveva essere evacuato o distrutto.
Stalin promise ai combattenti leali alleati “dei popoli d’Europa e
d’America”. «La guerra che conduciamo per la libertà del nostro

160
paese verrà a far parte delle lotte dei popoli d’Europa e d’Ameri­
ca per le libertà democratiche». A tutti, egli si rivolse chiamando­
lo, non solo alla resistenza, ma «in avanti verso la vittoria».
Per più di venti anni il popolo sovietico si era preparato a
questo attacco; ma esso assunse un aspetto diverso da quello che
i sovietici avevano temuto di più. Essi avevano temuto un attac­
co simultaneo da parte di tutte le nazioni capitalistiche della ter­
ra: avevano temuto che si sarebbe formato un fronte mondiale
contro l’U.R.S.S. Questo sarebbe potuto accadere se essi avesse­
ro combattuto in Polonia due anni prima, quando Chamberlain
era in carica. Quasi sicuramente sarebbe accaduto se la guerra
finnica si fosse protratta fino all’arrivo di una spedizione
anglo-francese; sarebbe stato ancora possibile se i russi avessero
attaccato Hitler durante la sua campagna nei Balcani, come un
diplomatico inglese mi disse che essi avrebbero dovuto fare «pri­
ma che Hitler si rafforzasse con le sue vittorie».
Stalin considerava la cosa in modo diverso. Egli vedeva, sen­
za dubbio, che nei ventidue mesi del patto di non aggressione
Hitler si era impadronito delle ricchezze e delle armi dell’Euro­
pa, ma questi mesi avevano anche mostrato ai popoli d’Europa’e
del mondo la natura del dominio nazista. Quando ebbero inizio
le conquiste di Hitler, alcuni settori delle classi più elevate in
Europa lo sostennero. Perfino molta gente comune tentò di ade­
guarsi al “nuovo ordine” tedesco, sperando nell’unificazione del­
l’Europa. Due anni erano bastati per dimostrare che i nazisti non
portavano gli “Stati uniti d’Europa” ma uno schiavismo totale e
fame per tutti eccetto che per la “razza germanica dominante”.
Milioni di ebrei e slavi stavano morendo nei campi di concentra­
mento. L’odio che andava maturando in Europa contò, quando
si formò il fronte mondiale. Contò il serio impegno dell’Ameri-
ca a servire quale arsenale contro Hitler. E, come Stalin aveva
detto, anche la sfrontata aggressione dell’attacco di sorpresa con­
tro l’U.R.S.S. contò nel decidere l’allineamento politico del mon­
do. Il primo segno del nuovo schieramento del mondo si ebbe
quando l’appello di Hitler per una «santa crociata contro il bol­
scevismo» fece fiasco. Molta gente pensava che il Papa Pio XII

161
avrebbe messo al bando i bolscevichi. Egli non lo fece. Altri pen­
sarono che Churchill, quel vecchio nemico del bolscevismo,
avrebbe cercato la neutralità. Ma Churchill proclamò il suo ap­
poggio ai russi in parole suonanti: «Chiunque combatte contro
il nazismo avrà il nostro appoggio. Il pericolo che sovrasta la
Russia è il nostro stesso pericolo». Nel corso della quarta settima­
na la Gran Bretagna firmò un’alleanza con l’U.R.S.S.; il suo
esempio fù seguito rapidamente dai vari “Governi in esilio” d’Eu­
ropa, che avevano trovato rifugio a Londra e che ora per la prima
volta vedevano una possibilità di tornare un giorno in patria.
«In sei settimane, la resistenza della Russia ha cambiato
le prospettive politiche di Londra, di Washington e del­
l’Europa in esilio» scriveva Anne O’Hare McCormick sul
New York Times. Essa mutò anche le prospettive e le spe­
ranze dell’Europa in prigione, affrettò i movimenti di resi­
stenza nell’Europa clandestina. Nell’autunno del 1941 il
campo di battaglia dell’Europa clandestina divenne impor­
tante; la resistenza russa a Hitler e l’alleanza con i vari
Governi in esilio aveva raccolto tutti gli anti-nazisti d’Eu­
ropa - dai comunisti ai monarchici - nella Resistenza. Ma
se si tiene a mente la potenza delle forze antisovietiche in
America, in Inghilterra e nel continente europeo; se si pensa
che nei primi giorni della lotta il senatore Harry Truman
potè dichiarare: «Se i tedeschi vincono, dobbiamo aiutare i
russi, e se i russi vincono dobbiamo aiutare i tedeschi: in
questo modo, li Iasceremo ammazzarsi a vicenda nel mag­
gior numero possibile»1, allora la lentezza di Stalin nel
combattere finché l’attacco di sorpresa di Hitler non aveva
già potuto penetrare profondamente nel territorio russo,
non sembrerà più stupidità o negligenza.
Gli esperti militari mondiali non condivisero, a quell’epo­
ca, l’opinione che Kruscev avanzò nel ’56 sull’impreparazio­
ne dell’Armata Rossa. Al contrario, essi uscirono in un coro
di lodi piene di stupore.

1 Dichiarazione pubblicata nel Afcw York Times, del 24 giugno 1941.

162
«Per la prima volta i tedeschi sono stati affrontati da un
esercito addestrato non per la guerra del 1918, ma per la guerra
del 1941», scrisse George Fielding Eliot il 29 luglio 1941. Egli
rivelò che l’U.R.S.S. usava «posizioni difensive di grande pro­
fondità, saldamente tenute ovunque, camuffamenti di note­
vole abilità a protezione della artiglieria russa dagli attacchi
aerei, unità mobili di contrattacco contro le colonne dei pan­
zer tedeschi ed una aviazione che sostiene completamente le
truppe a terra». «È un esercito moderno nella struttura, tatti­
camente efficiente, strategicamente realistico», scrisse Max
Werner sul New Republic 1’ 11 agosto.
Gli esperti rimasero particolarmente sorpresi per l’equipag­
giamento moderno dell’Armata Rossa. Si ebbe notizia di grandi
battaglie di carri armati; si rivelò che i russi avevano dei robusti
carri armati che spesso schiacciavano o rovesciavano i carri tede­
schi in collisioni frontali. «Come può accadere - mi chiese un
editore di New York, - che quei contadini russi, che non sapeva­
no guidare un trattore se gliene davate uno, e lo lasciavano arrug­
ginire sui campi, ora si presentano con migliaia di carri armati
manovrati con perizia?». Gli dissi che si trattava del piano quin­
quennale. Ma il mondo restò sorpreso quando Mosca ammise
che dopo nove settimane di guerra le sue perdite ammontavano
a 7.500 cannoni, 4.500 aerei e 5.000 carri armati. Un esercito che
poteva ancora continuare a combattere dopo tali perdite doveva
avere il più grande, o almeno il secondo, in ordine di potenza, dei
rifornimenti del mondo.
Col proseguire della guerra gli osservatori militari dichia­
rarono che i russi avevano «trovato un antidoto alla guerra
lampo», la tattica cui si affidava Hitler. Il metodo tedesco con­
templava la penetrazione nelle linee nemiche con una mas­
siccia invasione di carri armati e di aerei, seguita dallo spar­
pagliarsi a ventaglio di colonne corazzate nelle cedevoli retro­
vie, privando così il fronte dei suoi sostegni dall’interno. Que­
sto metodo aveva permesso la conquista rapida di ogni paese
contro il quale era stato provato. «La carne umana non può
sopportarlo», mi disse un corrispondente americano a Berli­

163
no. I russi lo affrontarono in due modi, entrambi richiedenti
un morale superbo. Quando i carri armati tedeschi irrompe­
vano, la fanteria russa si schierava di nuovo tra i carri armati
e la fanteria tedesca che arrivava a sostegno. Questo creava
un fronte caotico, dove sia i tedeschi che i russi combatteva­
no in ogni direzione. I russi poterono contare sull’aiuto della
popolazione. I tedeschi non trovarono “cedevoli retrovie”. Essi
trovarono i contadini delle fattorie collettive, organizzati come
partigiani, collegati con l’esercito russo regolare.
La guerra lampo, su cui contava Hitler per una rapida vit­
toria, falli perciò nell’intento di provocare il collasso russo.
Hitler fu costretto ad una guerra più lunga, che l’economia
tedesca poteva mal sopportare. «Per la prima volta, Hitler sta
combattendo in una nuova dimensione» diceva un articolo
di fondo del New York Times. Il giornalista alludeva alla geo­
grafia, ma la “nuova dimensione” era più che geografica. Per
la prima volta Hitler stava combattendo una intera popola­
zione, organizzata per la difesa totale. Nella tattica sovietica
erano coordinate le azioni dell’esercito e della popolazione.
«Il fronte non è solo dove ruggisce il cannone - era lo slogan.
— Il fronte è in ogni posto di lavoro, in ogni fattoria».
L’enorme potenziale umano della Russia era stato ammes­
so da tutti. Ma pochi si erano resi conto di come fosse muta­
ta la qualità di questo potenziale umano. La medicina socia­
lizzata, l’assistenza alle madri e ai bambini al momento del
parto, l’educazione fisica e gli sport fra i giovani avevano mi­
gliorato la salute della nazione. Le statistiche dell’esercito ave­
vano rivelato costanti aumenti nell’altezza, nel peso e nell’am­
piezza toracica. Anche l’istruzione e l’addestramento militare
delle reclute erano stati migliorati di anno in anno. Milioni
di donne addestrate presero parte alla difesa; il servizio sani­
tario dell’esercito ne era pieno, come lo erano le comunica­
zioni, i rifornimenti e i reparti tecnici. I civili si erano prepa­
rati fisicamente a cooperare con l’esercito. Sei milioni di per­
sone avevano superato le prove che davano diritto al distinti­
vo G.T.O. - «pronto per il lavoro e la difesa» - e richiedeva­

164
no completa abilità nella marcia, nella corsa, nel nuoto, nel
salto, nel remo, nello sci. Molti avevano seguito dei corsi li­
beri di paracadutismo e anche i bambini amavano lanciarsi
dalle “torri paracadute” nei parchi di riposo e di cultura.
Il sistema della fattoria collettiva si adattava mirabilmen­
te alle necessità della difesa. Ogni fattoria aveva le sue brigate
di lavoro con i suoi dirigenti; queste potevano agire come bat­
taglioni di lavoro per l’esercito anche portandosi dietro i pro­
pri cucinieri e il proprio equipaggiamento di cucina. Ogni fat­
toria aveva il suo asilo nido estivo, affidato alle madri più an­
ziane sotto la direzione di nurses diplomate; questa organiz­
zazione poteva raccogliere i bambini in gruppi ed evacuarli
all’interno, servendosi dei camion che tornavano dopo aver
portato al fronte le truppe. Ogni fattoria aveva il suo gruppo
di difesa civile che aveva imparato a sparare ed era armato:
ecco una banda di partigiani già organizzata.
Quando i tedeschi penetrarono in Ucraina, cominciò una
gara per il raccolto del grano. Il primo compito dei contadini
fu appunto di salvare questo grano. Maestri, studenti, impie­
gati andarono nelle fattorie per aiutare; anche l’esercito aiutò
per il raccolto nelle tregue tra una battaglia e l’altra. Il 10 set­
tembre, quando i tedeschi raggiunsero il cuore dell’Ucraina,
il 60 per cento del grano era stato trasferito ad oriente. Allora
milioni di contadini si spostarono anch’essi verso l’est, gui­
dando i loro camion e i trattori, o ritornando su treni milita­
ri. Non erano senza lavoro, come i profughi in Europa. Essi
recavano con sé i propri attrezzi e trovavano lavoro da qual­
che altra parte incrementando così le scorte di viveri. Alcuni
contadini, per scelta o per necessità, rimasero nella zona oc­
cupata dai tedeschi; divennero combattenti irregolari, che col­
pivano i tedeschi alle spalle.
La distruzione della grande diga sul Dnepr impressionò il
mondo, che si rese conto che i russi prendevano questa guer­
ra molto più sul serio di quanto non avessero fatto altre na­
zioni. Ma essa era solo un incidente naturale nella strategia
che la stampa occidentale chiamò immediatamente «strategia

165
della terra bruciata». I russi non usavano questa espressione
fatalistica. Essi non avevano alcun interesse a “bruciare” al­
cunché, ma avevano invece interesse a salvare i beni per se
stessi e a portarli via al nemico. In ogni stabilimento indu­
striale, appena il nemico si avvicinava, gli operai si organizza­
vano in gruppi per smontare il macchinario, ungerlo, imbal­
larlo e spedirlo ad est. Gli operai andavano ad est con i loro
macchinari e rimettevano in piedi gli stabilimenti nelle zone
loro assegnate in Siberia o negli Urali.
Quando la città di Karkhov venne occupata dai tedeschi,
la fabbrica di trattori Karkhov fu orgogliosa per il fatto di non
avere mai smesso, neppure per un giorno, di fabbricare carri
armati contro Hitler. La maggior parte degli operai si trasferì
ad est con il macchinario, ma un certo numero di operai ri­
mase a Karkhov per mettere insieme le parti già costruite, e
guidare gli ultimi carri armati contro il nemico. Prima che la
produzione venisse fermata a Karkhov, la fabbrica stava di
nuovo producendo nell’est.
Come questa strategia esaurisse le forze della Germania è
detto da Howard K. Smith nel suo libro L’ultimo treno da Berli­
no. La macchina da guerra si era irrobustita con il bottino fatto
in Europa; ma i tedeschi stavano morendo di fame quando Hit­
ler penetrò in Russia. Le truppe tedesche arrivarono al Dnepr e
furono felici di vedere al di là delle rovine della diga le massicce
costruzioni delle grandi industrie sul Dnepr, i primi stabilimen­
ti che essi avessero visto intatti nell’U.R.S.S., dice Smith. Ma
quando raggiunsero le costruzioni, si accorsero che ogni macchi­
na, fino all’ultima chiave e all’ultimo dado erano state trasferite
ad est. «Questa era difesa» dice Smith.
«Io fui atterrito quando vidi dall’alto quelle enormi masse
di gente al lavoro» disse un pilota tedesco a Mosca dopo es­
sere stato fatto prigioniero. Egli era stato utilizzato per se­
minare il terrore fra la popolazione in fuga. Era stato invece
egli stesso preso dal terrore alla vista della gente fiduciosa al
lavoro, organizzata attorno all’esercito, a scavare fortifica­
zioni per la propria terra.

166
Alcuni anni prima, quando gli esperti militari inglesi e fran­
cesi ancora pensavano nei termini della guerra di trincea del
14-18, le pubblicazioni dell’Armata Rossa avevano previsto la
strategia della guerra lampo, e predetto che essa avrebbe rapida­
mente schiacciato un nemico debole, con pochi pericoli per l’ag­
gressore: ma, se essa avesse visto di fronte due potenze di uguale
forza, e se il blitz non avesse portato subito a una conclusione, il
risultato sarebbe stato una guerra lunga, nella quale la decisione
sarebbe dipesa dalle rispettive risorse economiche dei contenden­
ti, dalle riserve e dal morale del popolo. Questa era la prova che
stava di fronte ai tedeschi e ai russi.
Nel novembre del 1941 i tedeschi occupavano ormai la
ricca Ucraina e avevano saccheggiato Kiev; stavano assedian­
do Leningrado, la fortezza del nord; si trovavano alla perife­
ria di Mosca, su tre lati della città, già in vista delle sue alte
torri. Cominciò la battaglia per le grandi città.
In genere, non si pensa che le città moderne debbano pre­
occuparsi della propria difesa. In molti paesi i civili non ri­
tengono di dover combattere. Parigi venne dichiarata “città
aperta” e i tedeschi, una volta sconfitto l’esercito francese, en­
trarono tranquillamente in Parigi. Quando il sindaco di Var­
savia organizzò l’eroica difesa della città dopo la fuga del Go­
verno e dello Stato Maggiore, il mondo fu stupito; si era di­
menticato quanto le città del medioevo fossero state formi­
dabili nella loro difesa. Ma Stalin non aveva dimenticato quegli
antichi esempi: egli aveva condotto la guerra di Finlandia pro­
prio per fare di Leningrado una fortezza ben difendibile. A
Mosca, nel costruire le nuove abitazioni, egli aveva edificato,
senza chiasso anche, la città-fortezza più solida del mondo
moderno. Mosca era stata una fortezza nel medioevo. Le mura
del Cremlino ne erano il centro; un miglio più in là essa era
circondata da una muraglia di pietra, due miglia più in là era
circondata da una serie di terrapieni. La muraglia e i bastioni
da molto tempo erano divenuti due raccordi anulari. Dieci
strade principali si dipartono da Mosca come raggi di una ruo­
ta; esse sono collegate da questi due anelli. Undici ferrovie si

167
dipartono dalla città, anch’esse collegate da una ferrovia cir­
colare. Durante i piani quinquennali lungo questi boulevards
e queste grandi arterie erano state costruite case di quattro
piani, solide, particolarmente robuste per sopportare l’inver­
no russo. I raccordi anulari vennero ampliati trapiantando gli
alberi nel terreno retrostante e nei parchi. Gli amanti del bel­
lo si lamentarono. Quando scoppiò la guerra, Mosca scopri
che carri armati e truppe motorizzate potevano manovrare su
sei colonne a sessanta chilometri orari in qualunque punto
della città e sfrecciare in qualunque direzione senza alcun in­
gorgo di traffico, protetti ovunque da solide cerehie di mas­
sicce case d’abitazione alte quattro piani. Una fortezza mo­
derna non è fatta di sole mura: la caduta delle linee Maginot
e Mannerheim lo ha provato. Una fortezza moderna deve con­
sentire possibilità di movimento a grandi forze, proteggendo­
le nello stesso tempo. Questo è quello che offrì Mosca. Tutti i
rifornimenti di guerra venivano effettuati all’interno della città,
dato che la centrale elettrica era impiantata su depositi di li­
gnite dietro la città stessa. La difesa aerea era impiantata su
campi all’interno della città e verso est.
Mosca divenne il fronte; il suo popolo si adattò ad una dieta
di 1.600 calorie. Non vi era carbone per le case e le scuole; il car­
bone serviva per le industrie di guerra. Non vi era luce elettrica
nelle case durante le lunghe notti d’inverno che cominciavano
alle quattro del pomeriggio; l’elettricità serviva per le munizioni.
La gente tornava a casa dopo dodici ore di lavoro e inciampava
nel letto al buio, si gettava le coperte addosso sui vestiti. Duran­
te le settimane più pericolose, una delle mie amiche, che lavora­
va alla radio di Mosca, trasportò il suo letto all’ufficio e lavorò
ventiquattro ore al giorno, sostituendo due uomini che erano
andati a scavare fortificazioni fuori della città.
Stalin rimase a Mosca. Il 7 novembre 1941, mentre can­
noni tedeschi rombavano nei sobborghi e Hitler annunciava
che Mosca era già stata presa, Stalin passò in rivista le truppe
sulla Piazza Rossa. Questo diede fiducia ai cittadini di Mo­
sca; disse loro che erano il cardine della difesa del paese. Mo­

168
sca respinse indietro i tedeschi di sessanta miglia, quell’inver­
no; e li trattenne, a quel punto.
Per Leningrado fu più dura; la città rimase assediata e sotto il
fuoco nemico per due anni e mezzo. Per un certo periodo i cittadi­
ni vissero solo di cinque fette di pane nero e di due bicchieri di
acqua calda al giorno. Con queste sussistenze costruivano munizio­
ni e combattevano i tedeschi. A Leningrado mori più gente di fame
che per i proiettili tedeschi: morirono per mancanza di proteine,
ma non per lo scorbuto che era la piaga delle città medioevali asse­
diate; gli scienziati sovietici insegnarono a ricavare la vitamina C
dagli aghi di pino dei parchi. Il famoso compositore Sciostakovic
faceva parte della milizia contraerea; buttava le bombe incendiarie
tedesche giù dai tetti, quando i tedeschi le lanciavano. Negli inter­
valli egli compose la sua settima sinfonia, dedicata alla lotta e alla
vittoria. Tutti coloro che sopportarono quell’assedio vennero insi­
gniti di una medaglia con la dicitura «Difesa di Leningrado».
Nel secondo anno di guerra, l’avanzata dei tedeschi nel-
l’U.R.S.S. raggiunse il suo limite più lontano. Nel nord, essi
erano trattenuti da Leningrado, al centro da Mosca, ma nel
sud penetrarono in pianure aride e scoperte fino ai campi di
grano del Caucaso settentrionale e fino alla città di Stalingra­
do. Questa città si trova in una pianura senza difese naturali;
è formata da cinquanta chilometri di fabbriche, una dietro
l’altra lungo il Volga. Stalingrado divenne il pilastro meridio­
nale della difesa sovietica, come Leningrado lo era al nord.
«Prendete Stalingrado ad ogni costo», ordinò Hitler nell’esta­
te del 1942. La caduta di Stalingrado avrebbe aperto la strada per
accerchiare Mosca dal sud; avrebbe eliminato gli ostacoli sulla via
dei-petrolio di Baku, e fino all’Iran e all’India, sarebbe servita a
ricongiungersi con i giapponesi nel Turkestan cinese. Giorno per
giorno, un migliaio di aerei e un migliaio di carri armati colpiva­
no solo questa città. Verso la metà di settembre divennero 2.000
aerei e 2.000 carri armati. I tedeschi divisero dapprima Stalingra­
do in due, poi in una dozzina di settori. Per più di una volta Hi­
tler annunciò di averla presa. Veramente ne aveva presa la mag­
gior parte: ma non aveva vinto i suoi difensori.

169
«Non vi è più terra al di là del Volga», correva la voce in Sta­
lingrado. Si combatteva di strada in strada, di casa in casa, di stan­
za in stanza. Si usarono fucili, granate, coltelli, sedie di cucina,
acqua bollente. La fabbrica di carri armati continuò a produrre
carri armati e a lanciarli contro il nemico direttamente dal corti­
le dello stabilimento. «Non una casa è rimasta intatta» diceva il
bollettino tedesco. Allora il popolo combatte dalle cantine e dal­
le grotte. «Ogni mucchio di macerie può costituire una fortezza,
se vi è abbastanza coraggio», fu il nuovo slogan. «Ogni mucchio
riconquistato ci fa guadagnare tempo» fu il messaggio di Stalin.
La gente di Stalingrado combattè cosi per centottantadue giorni.
Poi, riserve fresche, organizzate ed addestrate nella lontana Sibe­
ria, si diressero sulle pianure e presero la città in una grande te­
naglia. Più di 300.000 tedeschi vennero presi in trappola. Si ar­
resero il 2 febbraio 1943.
Qui il lungo fronte della guerra mondiale giunse alla svolta
suprema e cominciò a ritirarsi. Sugli uomini e le donne di
Stalingrado si infranse l’ondata dell’attacco tedesco per sog­
giogare il mondo.
Dopo di allora, dovevano venire ancora più di due anni
di battaglie, duri e tormentosi. Ma da Stalingrado in poi, i
tedeschi furono ricacciati sempre più indietro. All’inizio del­
l’estate del 1944, venivano respinti al di là delle frontiere so­
vietiche. Verso la fine di luglio, le armate sovietiche combat­
tevano i tedeschi sotto Varsavia. Nell’aprile del 1945, l’Armata
Rossa entrò a Berlino. In giugno, a San Francisco, veniva fon­
data l’Organizzazione delle Nazioni Unite, per gettare le basi
del mondo del dopoguerra.
Nell’Unione Sovietica, la popolazione cominciò a tornare
nelle terre che i tedeschi avevano devastato. Trovò una distru­
zione totale, come non si era vista dai tempi di Gengis Khan.
I tedeschi, battuti sul fronte, seminavano il massacro su quei
civili che avevano bloccato la loro conquista del mondo: as­
sassinarono milioni di persone colla tortura e nelle camere a
gas; gettarono uomini nei cunicoli di miniere allagate, li bru­
ciarono dentro case incendiate. Scovarono e uccisero tutto il

170
bestiame, portando via tre milioni di persone come schiavi.
Venticinque milioni di persone rimasero senza tetto nelle di­
stese della Russia meridionale e dell’Ucraina.
Un’azione sovietica di quel tempo va ricordata, sebbene non
sia ancora spiegata completamente. Durante la guerra, sette in­
tere piccole nazioni furono deportate verso l’est, senza nessun
annuncio ufficiale. Noi corrispondenti a Mosca ne sentimmo
parlare vagamente, ma quando cercammo di sapere di più, ci si
disse che agenti tedeschi e turchi avevano corrotto la lealtà dei
tedeschi del Volga e delle nazionalità musulmane della Crimea e
del Caucaso; il resto era segreto militare. Solo nel 1956, quando
fu diffuso il rapporto di Kruscev contro Stalin, il mondo seppe
ufficialmente che i calmichi e i caracai erano stati trasportati in
oriente nel ’43, e cosi i ceceni, gli ingusci e i balcari all’inizio del
’44. Kruscev non fece menzione dei tedeschi del Volga e dei tar­
tari della Crimea, che furono deportati nel 1942; inoltre, non for­
ni alcuna spiegazione della cosa. Si può osservare, tuttavia, che
proprio in quel periodo, all’inizio del 1944, Stalin annunciò in
nome del Governo sovietico che le sedici Repubbliche federate
avrebbero potuto avere da allora in poi armate e ministeri degli
Esteri autonomi: avevano combattuto tanto bene unite che nul­
la stava più a impedire che ottenessero anche quest’ultimo segno
della dignità di nazione. D’altra parte, è chiaro, qualche riaggiu­
stamento geografico dei confini nazionali venne effettuato nel
mezzo del gran sommovimento della guerra. In qual misura esso
ebbe carattere punitivo, in quale persecutorio, fino a qual punto
si approfittò della contingenza bellica per operare una distribu­
zione più razionale della popolazione, rimane ancora oscuro.

Non posso) finire questo capitolo senza un accenno alle


armate sovietiche, come le vidi passare rapidamente attraver­
so la Polonia per prendere Berlino. Io seguivo la lotta da città
dietro le linee, Varsavia e Lodz. Era l’esercito più forte del
mondo, il quale respingeva indietro i tedeschi che tre anni
prima erano stati l’esercito più forte. Tre anni spietati aveva­
no forgiato i russi. Diversamente dai tedeschi, essi possedeva­

171
no le qualità che quella “nuova gente” aveva sviluppato anni
prima: una larga iniziativa individuale inseparabilmente tes­
suta con una forza collettiva. Non sono una partigiana della
guerra, ma potrei solo paragonare ad una grande sinfonia l’ac­
curata armonia con la quale essi si muovevano.
Nel tardo autunno del 1944, si attestarono sulla Vistola,
di fronte a Varsavia. Ad occidente del fiume si trovavano
estese paludi che non avrebbero sostenuto i carri armati. La
grande offensiva attese il gelo. La prima armata polacca, re­
clutata tra i polacchi profughi in U.R.S.S., teneva il centro,
di fronte alla capitale distrutta che i tedeschi andavano me­
todicamente demolendo e incendiando, isolato per isolato.
Un ufficiale polacco mi disse che l’armata aveva un pezzo di
artiglieria pesante ogni due metri per abbattere i forti tede­
schi e preparare l’invasione.
Il 12 gennaio, venerdì, la prima armata ucraina del mare­
sciallo Koniev cominciò a colpire dal sud della Polonia, in­
franse nove schieramenti di forze e nello spazio di due giorni
compì un’avanzata di quaranta chilometri. La domenica due
nuove armate si diressero ad occidente e vennero ingaggiate
nell’azione. La prima armata bielorussa del maresciallo Zukov,
che comprendeva la prima armata polacca, si diresse verso il
centro, occupando 1.200 centri abitati in due giorni. La se­
conda armata bielorussa del maresciallo Rokossovsky si gettò
sul nord, sulle paludi gelate nel punto in cui il fiume Narev si
unisce alla Vistola. Dopo l’apertura della falla, le truppe d’as­
salto corazzate avanzarono rapidamente; i carri armati di
Zukov coprirono centodieci chilometri in una sola memora­
bile giornata. Brigate di ferrovieri mutavano lo scartamento
dei binari della ferrovia da est ad ovest man mano che si avan­
zava; i rifornimenti arrivavano così direttamente dagli Urali,
a duemila miglia dal fronte. L’interrotto afflusso di proiettili
e di carburante stupì gli esperti militari del mondo.
Anche ad una civile come ero io, che osservava tutto que­
sto sulla carta geografica, non poteva sfuggire il ritmo super­
bo con il quale queste grosse armate circondavano le città,

172
prendendole sempre dalla parte da cui non si sospettava po­
tessero arrivare, e sempre appoggiandosi una sull’altra proprio
per quell’aiuto di cui avevano bisogno. Zukov prende Varsa­
via con un attacco triplice, dal nord, dal sud e da occidente,
da tutte le direzioni meno da quella che ci si poteva aspetta­
re, da oriente. L’armata di Koniev si buttò direttamente at­
traverso il sud della Polonia, girò attorno ad una città fortifi­
cata sulla frontiera tedesca e penetrò dalla direzione di Berli­
no. Gli stabilimenti del ghetto erano ancora in attività. I so­
vietici salvarono così ottomila ebrei, il contingente più gros­
so che sia stato salvato in Polonia, perché la pratica tedesca
era di uccidere gli ebrei e i prigionieri slavi prima della ritira­
ta. Uno schieramento a pettine dell’armata di Koniev si inol­
trò nell’interno fino a Cracovia, prendendola in un modo così
insospettato e senza alcun danno che sembrò come una città
che non avesse mai visto la guerra. Anche Lodz fu presa da
Zukov dalla “direzione sbagliata”, senza distruzioni, con una
sola azione. Quando mi recai a Lodz con il Governo polacco,
subito dopo, trovai le valigie di un ufficiale tedesco nell’ar­
madio nella mia camera in albergo.
Prigionieri di guerra americani, liberati dall’avanzata russa e
che filtravano attraverso la Polonia sulla via del ritorno, mi rac­
contarono a Lodz particolari che li avevano colpiti. Erano messi
in imbarazzo dall’iniziativa russa che, accanto ai metodi norma­
li, usava anche ogni sorta di espedienti. Il carburante non veniva
trasportato solo con normali autocisterne, ma i russi dissotterra­
vano cisterne sotterranee e le legavano su carri senza sponde per
trasportarle. Dato che i trasporti ferroviari erano necessari per le
truppe d’assalto corazzate, la fanteria utilizzava molti cavalli. Gli
americani videro la fanteria avanzare su piccoli carri agricoli sui
quali due uomini dormivano mentre gli altri guidavano, andan­
do così avanti ventiquattro ore al giorno. Quando i cavalli non ce
la facevano più, venivano convogliati verso il cortile di qualche
fattoria e sostituiràcon cavalli freschi. Il risultato fu di raccoglie­
re tutti i cavalli polacchi nelle province occidentali; uno dei pri­
mi compiti del nuovo Governo polacco fu di recuperare i cavalli

173
per la semina di primavera nella Polonia centrale. «Abbiamo ap­
preso un sacco di cose sulla guerra», dicevano gli americani.
Il compito affidato alla prima armata polacca mostrò il
senso politico del comando supremo sovietico. I polacchi eb­
bero l’onore di prendere Varsavia; essendo la loro forza nu­
merica inadeguata al compito, i russi di Zukov circondarono
la città a venticinque miglia di distanza e tagliarono le comu­
nicazioni tedesche, mentre la prima armata polacca investiva
la città da sola. I polacchi formarono la testa di ponte che
irruppe nella Pomerania e occupò la base di Kolberg; i polac­
chi e i russi insieme presero Danzica, ma i polacchi ebbero il
compito di occupare il centro della città e innalzare una ban­
diera polacca sul palazzo del Comune. Queste vittorie aveva­
no per i polacchi un lignificato storico, perché i tedeschi e i
polacchi si sono contesi quello sbocco sul mare per un mi­
gliaio di anni. Nel frattempo la seconda armata polacca, re­
centemente reclutata nella Polonia liberata, si trasferì dai campi
di addestramento ai servizi di guarnigione in tutte le grandi
città polacche, che dal momento della liberazione erano state
assegnate alla Polonia. Due mesi dopo la seconda armata po­
lacca coadiuvò nell’irruzione sul Niesse e si trovò fra le prime
truppe di Zukov a Berlino. Era nel loro diritto; la guerra era
cominciata con l’aggressione di Hitler contro il loro paese.
Questa grande marcia liberò la Polonia occidentale così rapi­
damente e in un modo tale che i tedeschi riuscirono a distrugge­
re ben poco. La grande eccezione fu Varsavia; qui la rivolta del
generale Bor messa in atto prematuramente e senza essere coor­
dinata con l’avanzata russa dell’estate precedente, aveva provoca­
to la distruzione completa della capitale polacca, prima che co­
minciasse l’avanzata ora descritta. Quando Varsavia venne libe­
rata, la gente cominciò a tornare alle proprie case da ogni dove.
Trovarono solo mucchi di pietre, tutte le vie erano bloccate da
case distrutte. Il Municipio e il Teatro dell’Opera erano solo ru­
deri contro il cielo. Le belle cattedrali, i palazzi, i monumenti di
Chopin e Copernico, non erano più che rovine e ricordo. Non
c’era acqua, né elettricità, né gas; le cantine e le fognature erano

174
piene di cadaveri. Il 19 gennaio, due giorni dopo la liberazione
della città, il presidente Bierut passò in rivista l’esercito polacco
in mezzo alle macerie, annunciò il proposito di ricostruire Var­
savia per rifarne la capitale e si appellò all’aiuto di tutti i polacchi.
Parecchie migliaia di persone erano già tornate e vivevano nelle
cantine: si riunirono, plaudenti, attorno alla tribuna. Da qualche
parte, in mezzo a quelle squallide rovine, si era riusciti a mettere
insieme un mazzo di fiori e una bimba l’ofFrì a Bierut.
L’avanzata che, sotto i miei occhi, aveva liberato la Polo­
nia, si fermò sull’Oder, stabili teste di ponte e sistemò i rifor­
nimenti per l’assalto a Berlino, che cominciò il 18 aprile.
«Nessuno di quelli che vi assistettero dimenticherà mai
quell’alba sull’Oder — scrisse sull’/zw.ffttf Karmen, il fotore­
porter sovietico: - al boato di migliaia di cannoni l’intera ter­
ra sovietica si mosse alla volta della capitale nemica su varie
direttrici». Altri reporters notarono che ai lati delle strade vi
erano ciliegi in fiore e betulle ondeggianti; e che i polacchi
andarono sulle rive dell’Oder a brindare con l’acqua del fiu­
me. Sei giorni dopo l’artiglieria dell’Armata Rossa puntava il
suo tiro sulla Friedrichstrasse. Karmen notò l’ora: erano le otto
e trenta del 22 aprile 1945.
Tutti gli scrittori sovietici fanno menzione delle moltitu­
dini di schiavi polacchi, russi e jugoslavi che uscivano come
una fiumana dalle fabbriche tedesche. Spesso le truppe slog­
giavano il nemico lentamente per evitare di uccidere i propri
compatrioti. Un caso tipico fu quello di quei tedeschi che spa­
ravano dal tetto di una grande fabbrica di seta per paracadu­
te. Improvvisamente una folla di donne russe venne fuori cor­
rendo dalla fabbrica verso la libertà e saltò al collo delle trup­
pe che sopraggiungevano.
Una vecchia andava chiedendo: «Miei piccoli cari, quale è
la strada per Orel?».
I soldati sorridevano. «Vi ci manderemo, nonna». La pre­
sero e la collocarono su un camion per le retrovie.

/
175
IX.
La seconda ricostruzione

Nell’ultima settimana di aprile del 1945 tornò in voga a


Mosca una canzone popolare che era sempre stata considera­
ta troppo sdolcinata: «Quando le luci si riaccendono in tutto
il mondo». La realtà superò la canzone. L’oscuramento fu abo­
lito il 30 aprile per preparare i festeggiamenti del 1° maggio.
La gente si riversò nelle strade e andò di piazza in piazza am­
mirando i globi luminosi che non si erano più visti da quat­
tro anni. Ci fu chi passeggiò nelle strade per tutta la notte,
per dimostrare a se stesso e agli altri che il coprifuoco era fi­
nito. Ognuno lasciò le persiane spalancate, senza preoccupar­
si se si poteva esser visti dal di fuori a mangiare e vestirsi.
Alla dimostrazione del primo maggio la gente parlava del­
l’ultima volta in cui una parata aveva avuto luogo nella Piaz­
za Rossa, il 7 novembre 1941, quando i cannoni tedeschi tuo­
navano nei sobborghi di Mosca e Stalin aveva dato fiducia al
popolo passando in rassegna le truppe nella piazza. Adesso,
l’Armata Rossa combatteva alla periferia di Berlino e Mosca
si era tolta di dosso l’abito di guerra e si era messa l’abito del
primo maggio: bandiere rosse, drappi, ritratti di dirigenti. Le
enormi stelle color rubino splendevano di nuovo nella notte
sul Cremlino; ghirlande di luce disegnavano di nuovo le stra­
de e i ponti della Moscova.
A Berlino il “cessate il fuoco” fu dato alle 15 del 2 maggio. La
notizia raggiunse Mosca di prima sera, segnando il culmine dei
due giorni di festa. La roccaforte del nazifascismo era caduta,
dall’est all’ovest le armate delle Nazioni Unite - russe, america­
ne, britanniche - invadevano la terra. Le salve colorate dei razzi

177
)
solcarono i cieli di Mosca, e a loro risposero i fuochi per le stra­
de. La gente andò a letto esausta e felice sapendo che al suo risve­
glio si sarebbe trovata di fronte i problemi di una nuova epoca: ri­
mediare alle devastazioni, costruire la pace.
La devastazione era grande. Venticinque milioni di perso­
ne erano senza casa; oltre millesettecento città e ventisettemi-
la villaggi erano distrutti in gran parte o del tutto. Circa
65.000 chilometri di binari erano stati divelti, molto di più
di una fe|rrovia che facesse tutto il giro dell’Equatore. Il no­
vanta per cento delle miniere del Donbass erano devastate e
allagate. Non esistevano più né la diga del Dnepr né le indu­
strie tutt’intorno; nel fiume erano tornate a formarsi le rapi­
de e la navigazione era cessata. Sette milioni di cavalli, dicias­
sette milioni di capi di bestiame, venti milioni di maiali era­
no stati uccisi o portati via. Più di tremila stabilimenti indu­
striali dovevano essere ricostruiti.
Più grave di tutte era la perdita di energie umane. Il numero
dei morti è stato variamente calcolato, da sette a venti milioni. Se
si conta anche la mortalità fra i civili si arriva a venti milioni e
oltre. Ogni famiglia aveva subito perdite. Degli otto uomini ca­
pofamiglia che si contavano fra i fratelli e le sorelle di mio mari­
to, tre erano morti, compreso mio marito. Nessuno di essi veni­
va contato tra i caduti in battaglia, perché tutti erano civili, la cui
morte però avvenne in diretta conseguenza della guerra. Le per­
dite dell’Unione Sovietica furono molto maggiori di quelle di
tutti gli altri alleati messi insieme; furono cento volte più grandi
di quelle degli Stati Uniti. C’erano villaggi, nel sud, dove nean­
che un uomo era rimasto per le ragazze da marito. L’occupazio­
ne si lasciò indietro molti bambini orfani, e in molti luoghi la
gioventù orfana errava sbandata.
La ricostruzione cominciò prima della vittoria. Nel capi­
tolo precedente abbiamo visto come le Stazioni di macchine
e trattori tornarono al loro posto, e ararono al rombo dei can­
noni in ritirata. La grande fabbrica di trattori di Stalingrado
era stata distrutta; ma nello spazio di tre mesi dopo che i te­
deschi erano stati ricacciati da Stalingrado, uscirono di nuo­

178
vo dal termine delle sue catene di montaggio i carri armati
per il fronte. La ricostruzione della diga sul Dnepr e delle in­
dustrie intorno ad essa cominciò nel 1944, mentre l’armata
combatteva ancora ai confini della Russia.
Quando arrivò la vittoria, l’economia pianificata dell’Unione
Sovietica si volse senza scosse alla produzione di pace. Il nuovo
piano quinquennale si pose come obiettivo di completare per
il 1949 la ricostruzione delle zone liberate, e per il 1950 di ele­
varne la produzione industriale del quindici per cento al diso­
pra dell’anteguerra. Questo significò ricominciare tutto dacca­
po, in molti luoghi, come già una volta era accaduto dopo la
rivoluzione. Ma mentre nel 1921 i russi costruivano sulle rovi­
ne di un’economia feudale e capitalista, ora essi lavoravano sul­
le fondamenta dell’economia socialista, che, per quanto attac­
cata, aveva sopportato la guerra, e disponeva di quella grande
base industriale e agricola degli Urali e della Siberia il cui scon­
certante sviluppo durante la guerra veniva ora svelato. Dal 1940
al 1943 la produzione di energia elettrica negli Urali era rad­
doppiata; più che raddoppiata la produzione di ferro. Final­
mente, questa seconda ricostruzione aveva la possibilità di ser­
virsi fin dall’inizio di personale esperto, reduce dalla preceden­
te opera di costruzione dell’economia.
Senza por tempo in mezzo, Mosca si gettò nella ricostru­
zione a ritmo serrato. I deputati alla sessione della vittoria del
Soviet Supremo ne parlarono nelle piazze. Le feste di novem­
bre celebrarono, come al solito, i records della produzione. La
fabbrica di trattori di Stalingrado, ritornata alla produzione di
pace, annunciò il tremillesimo trattore della nuova serie come
suo contributo alla festa. Sebastopoli, un’altra città quasi can­
cellata dalla guerra, comunicò che la sua centrale elettrica e il
più grande dei suoi cantieri navali erano di nuovo in funzio­
ne. Anche Leningrado celebrò la ricostruzione dei suoi mag­
giori cantieri. Intanto, nella grande ondata politica di fondo
che preparava le nuove elezioni, indette per il febbraio 1946,
in ogni angolo del paese i deputati vennero a riferire ai loro
elettori su quello che avevano fatto durante la guerra, elencan-

179
do ciò che poteva dar loro un titolo a essere riconfermati nel­
la prima elezione generale dell’U.R.S.S. dal 1939.
L’edificazione del mondo del dopoguerra non fu tanto
semplice. «Nulla ha tanto peso nel guidare la politica estera
dei russi quanto il desiderio di pace con gli Stati Uniti», di­
chiarò il generale Dwight D. Eisenhower a una commissione
della Camera dei Rappresentanti nel novembre 1945. Le sue
parole corrispondevano esattamente alla situazione. Io lo so,
perché c’ero. Vidi folle festanti alla celebrazione della vittoria
gettare in aria inglesi e americani, in una tipica manifestazio­
ne di fraternità, secondo il vecchio uso russo. Tutti i sovietici
con cui ho parlato speravano intensamente che, battuto Hit­
ler, gli alleati del tempo di guerra continuassero la loro ami­
cizia per lunghi anni di pace.
Essi sapevano, naturalmente, — e l’avevano saputo anche
durante tutta la guerra - che in America c’erano forze che sa­
botavano l’alleanza, e perfino taluni elementi che avrebbero
visto più volentieri una vittoria di Hitler. Per due anni, men­
tre milioni di russi perivano combattendo, i sovietici avevano
visto i loro alleati ritardare l’apertura del promesso “secondo
fronte” in occidente. Molotov ne aveva discusso con Roose­
velt a Washington nel maggio 1942; i titoli del giornali ame­
ricani proclamarono che il secondo fronte «era promesso» per
l’autunno. Churchill, pur rifiutando di fare una promessa for­
male, aveva dato al ministro sovietico un promemoria in cui
si leggeva: «Stiamo preparandoci per uno sbarco nel continente
in agosto o settembre di quest’anno». Un mese dopo l’altro i
russi, che sopportavano l’urto diretto della guerra, avevano
aspettato. Lo sbarco anglo-americano non venne fino al 6 giu­
gno 1944, quando l’Armata Rossa aveva già liberato la mag­
gior parte del paese, e stava avanzando attraverso la Polonia.
Molti russi si chiedevano amaramente se gli alleati non aves­
sero aspettato tanto per lasciare che la Russia subisse tutte
le perdite della guerra, e se fossero sbarcati finalmente in
Normandia per non permettere che l’Armata Rossa giungesse
da sola a Berlino.

180
Questi sospetti scomparvero nel periodo in cui la strategia
alleata venne stabilita di comune accordo, e Roosevelt e Churchill
si incontrarono con Stalin a Teheran e poi a Yalta per organizza­
re la fase finale della guerra e preparare il mondo del dopoguer­
ra. Churchill, nella sua Storia della seconda guerra mondiale, nar­
ra del brindisi quasi ingenuo che fece Stalin a Yalta, «alla fermez­
za dell’alleanza dei nostri tre paesi», dicendo: «Possa questa alle­
anza essere forte e stabile, e noi stessi franchi quant’è possibile...
Tra alleati non devono esserci inganni... Io non conosco in tutta
la storia della diplomazia un’alleanza così stretta di tre grandi po­
tenze come la nostra».
«Non avrei mai creduto che Stalin potesse essere così
espansivo», commenta Churchill, il vecchio indurito impe­
rialista. Ma con quelle parole, Stalin non faceva che esprime­
re il desiderio più profondo del popolo sovietico. I russi, nel­
l’ora della vittoria, sperarono veramente che il lungo isolamen­
to fosse giunto alla fine, che i terribili sacrifici e le perdite
della guerra avessero loro conquistato l’amicizia dell’America
e della Gran Bretagna, e con lei, lunghe generazioni di pace.
Una settimana dopo l’altra, vidi quella speranza spegnersi
sui loro volti. Il mutamento cominciò con il lancio della no­
stra bomba atomica su Hiroscima. II timore tornò di nuovo
in quegli occhi che avevano appena allora visto la pace. Dopo
il timore venne la riflessione; perché l’America aveva trucida­
to 250.000 persone in due città giapponesi, quando il Giap­
pone stava già chiedendo la pace? Voleva Washington mono­
polizzare la vittoria, escludendo la Russia dalla sistemazione
dell’Estremo Oriente? Pochi giorni dopo due altre mosse ame­
ricane, una in oriente e una in occidente, fecero dire ai russi,
disillusi: «Comincia la diplomazia della bomba atomica».
In oriente Washington non solo si occupò da sola dell’armi­
stizio col Giappone, escludendo dalle trattative sia la Russia che
la Cina, ma stipulò accordi supplementari con i generali giappo­
nesi, in virtù dei quali essi continuavano a combattere contro i
comunisti cinesi in attesa che l’America, con una spesa di trecen­
to milioni di dollari, portasse per via aerea le truppe di Chang

181
Kai-shek al nord, ad accettare la loro resa. In occidente Washin­
gton ordinò alla Bulgaria di aggiungere al suo Governo alcuni
uomini di gradimento dell’America, se voleva essere riconosciu­
ta. I russi erano stupefatti: «Noi non chiediamo alla Francia, al
Belgio, all’Olanda, di cambiare i loro governi — essi dicevano. -
La Bulgaria si trova nella nostra sfera».
Il colpo successivo si abbatté sulla stessa ricostruzione della
Russia. Durante la guerra, i sovietici erano stati indotti a sperare
in un grande “prestito di ricostruzione” da parte dell’America, per
riparare le distruzioni subite nella guerra comune. Donald Nel­
son, che si era recato a Mosca nel 1943, come emissario di Roo­
sevelt, parlò di sei miliardi di dollari come della somma ritenuta
giusta. Altri rappresentanti americani lo confermarono negli anni
seguenti. I russi ci credettero sul serio; erano affamati, avevano
freddo. Poi Roosevelt morì, e Truman sospese perfino l’aiuto dato
in base alla Legge affitti e prestiti, così improvvisamente che le
merci già imballate per la Russia vennero scaricate dalle navi nel
porto di New York. Quando l’U.R.S.S., richiamando un elenco
delle proprie perdite, chiese il “primo miliardo” di quel prestito,
il Dipartimento di Stato “smarrì” la lettera per circa un anno.
Per la mancanza di quel prestito, molti russi morirono di
fame nell’anno della vittoria.
Presto fu chiaro che nessuna delle nazioni rovinate e de­
vastate dell’Europa orientale poteva sperare in prestiti di ri-
costruzione da Washington, se non a patto di formare il pro­
prio Governo come piaceva agli U.S.A. Entro certi limiti, esse
erano disposte anche a questo. La Bulgaria modificò il suo
Gabinetto dietro l’ordine di Washington, e rinviò i comizi elet­
torali quando gli Stati Uniti protestarono contro la forma in
cui essi si svolgevano. Tutti i paesi dell’Europa orientale spe­
ravano nei prestiti americani, ed erano pronti a venire a patti:
offrirono concessioni al capitale straniero, erano disposti a rin­
viare il socialismo, come aveva fatto Lenin con la N.E.P. Mo­
sca non si opponeva: l’U.R.S.S. non era affatto ansiosa di pren­
dere sulle proprie spalle i problemi economici dell’Europa
orientale, aggiungendoli ai propri. Se quei paesi avevano la

182
possibilità di ottenere prestiti dall’America facendo alcune con­
cessioni al capitalismo, Mosca non aveva alcuna intenzione
di mettersi in mezzo.
Nei primi anni dopo la vittoria, Mosca trattò gli affari dell’Eu­
ropa orientale con mano leggera. Gli americani credevano che l’ar­
rivo dell’Armata Rossa avrebbe “sovietizzato” immediatamente i
paesi dell’est europeo, avrebbe nazionalizzato le industrie, colletti­
vizzando le fattorie. I corrispondenti americani restavano meravi­
gliati nello scoprire che l’Armata Rossa non aveva nemmeno im­
pedito al re Michele di gettare in prigione i comunisti; lo chiama­
rono “il mistero della Romania”. Mentre mi trovavo in Polonia nel
1945, era considerato un “tradimento” esercitare pressione per la
collettivizzazione dell’agricoltura, per timore che questo rendesse
nemici i contadini. Mosca intendeva avere “nazioni amiche” lun­
go i suoi confini, ma tutto il comportamento dell’U.R.S.S. nel
1945-1946 - la lunga tolleranza del regime totalmente reaziona­
rio dire Michele in Romania, il mancato aiuto dei russi ai comu­
nisti che combattevano in Grecia, la sospensione delle elezioni in
Bulgaria a seguito di una protesta americana, l’accoglimento di tre
polacchi di Londra a far parte del Governo di Varsavia - stava a
indicare che Stalin era pronto a fare molte concessioni nell’Eu­
ropa orientale per mantenere la sua amicizia del tempo di guer­
ra con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.
Questo era il logico sviluppo della dottrina del «sociali­
smo in un solo paese». L’U.R.S.S., per venti anni disperata-
mente occupata nella costruzione, aveva dimostrato sempre
meno interessamento per le rivoluzioni all’estero. L’ “oscura
Russia” dei primi tempi, che si rivolgeva per aiuto alla classe
operaia tedesca, era diventata una grande potenza, che consi­
derava il suo esempio di primo paese del socialismo come un
ruolo già sufficiente. Il suo scopo principale di politica estera
non era stato la promozione di rivoluzioni, ma il trattenere il
mondo capitalista dall’allearsi contro l’U.R.S.S. in una guer­
ra. Quando questo fu evitato, quando si trovò al fianco Chur­
chill e Roosevelt, Stalin favorì lo scioglimento dell’Interna­
zionale comunista. Nella conferenza di Teheran, l’originaria

183
dottrina del socialismo in un solo paese si era sviluppata nella
tesi della «coesistenza pacifica con gli Stati capitalisti». A Yal­
ta, Stalin era andato oltre concependo il sogno che i tre gran­
di alleati avrebbero continuato la loro “franca amicizia” per
stabilizzare insieme la pace nel mondo.
Era uno strano sogno, da parte di uno sperimentato bol­
scevico, quest’idea che la pace del mondo potesse essere edifi­
cata sulla base di una comunanza d’azione del primo Stato
socialista con le due più grandi potenze imperialiste. Ma le
Nazioni Unite nacquero da questo sogno. E anche la politi­
ca di Mosca nell’Europa orientale ebbe questa premessa, nei
primi anni dopo la guerra.
Le concessioni di Mosca non erano abbastanza per l’America.
Roosevelt forse le avrebbe sapute comprendere, perché era un
uomo di Stato di statura mondiale e conosceva la storia. Ma con
l’ascesa di Harry S. Truman alla presidenza degli Stati Uniti, tutto
quel che c’era di avido e meschino nelFimperialismo americano
trovò il suo strumento in questo politicante di provincia, con il
monopolio della bomba atomica in mano e nessun senso storico.
Truman non prese in considerazione - e probabilmente non lo sa­
peva neppure - il fatto che la Romania, la Serbia e la Bulgaria era­
no state nella sfera d’influenza russa per un secolo; esse dovevano
la loro stessa esistenza come Stati alla guerra che i russi combatte­
rono contro i turchi cento anni fa. Nel periodo fra le due guerre
mondiali i governanti di quei paesi, essendo dei monarchi dispoti­
ci, furono naturalmente antisovietici: ma il popolo contadino non
abbandonò mai il suo vecchio amore per la Russia. Così, quando
l’Armata Rossa scacciò gli eserciti nazisti, gli ufficiali filotedeschi
fuggirono e sorsero dei nuovi regimi che presero subito le armi dalla
parte dei russi. Ma Washington - nella persona di Harry Truman
— vide in tutto questo soltanto un’opera di sovversione.
Washington, che non aveva mai accettato fino in fondo la
natura “antifascista” della guerra, combatte ovunque il fronte
antifascista che si sviluppava in tutti i paesi liberati. Nell’Eu­
ropa occidentale la pressione americana riuscì a dividere que­
sto fronte e ad escludere i comunisti dalla partecipazione ai

184
governi, cui i voti ottenuti avrebbero dato loro diritto. Que­
sto intento americano non riuscì però nell’est. In tutte queste
nazioni, gli eventi si svilupparono secondo un modello co­
mune, basato sull’esperienza che ogni paese aveva fatto du­
rante la guerra. Tutti avevano grandi proprietari terrieri che
avevano collaborato coi nazisti e che erano fuggiti con l’eser­
cito tedesco: questo facilitò la tanto ritardata ripartizione della
terra fra i contadini. In tutti quei paesi i tedeschi avevano eser­
citato un dominio assoluto sulle maggiori industrie: la loro
fuga lasciò le industrie senza padrone, oltre che completamente
in rovina. La nazionalizzazione dell’industria pesante diven­
ne non solo facile ma necessaria, a meno che gli americani
non avessero accettato concessioni, cosa che non vollero. In
tutti questi paesi la guerra aveva spazzato via e discreditato i
vecchi dirigenti politici, lasciando solo una discriminante:
quelli che avevano collaborato con i nazisti e quelli che ave­
vano resistito. Di conseguenza, i primi Governi si formarono
dalla coalizione di diversi piccoli gruppi che comprendevano
tutti coloro che avevano combattuto i tedeschi. Le ambascia­
te americane, tuttavia, proteggevano i vecchi dirigenti ormai
estranei al paese, chiedendone l’inclusione nel Governo. Tal­
volta i paesi dell’Europa orientale cedettero, sperando nei fa­
vori dell’America. Ma per il modo di giudicare di Washin­
gton, non cedevano mai abbastanza.
I prestiti americani, in cui speravano tutti i paesi dell’Eu­
ropa orientale, non si tradussero in realtà. L’Europa orientale
dovette appoggiarsi per un aiuto economico alla Russia esau­
rita dalla guerra. Questo portò a scompensi e difficoltà per le
merci e per i prezzi, perché di nulla vi era a sufficienza. A sua
volta, ciò determinò un’azione più ferma da parte di Mosca,
che distribuì con parsimonia i beni. Coll’inasprirsi della poli­
tica della guerra fredda condotta da Washington, mutava an­
che la politica di Mosca nell’Europa orientale.
L’indice del cambiamento fu l’improvvisa, brutale espulsio­
ne della Jugoslavia dall’alleanza comunista, per aver richiesto quel
tipo di “indipendenza nazionale” che era stato vangelo per tutta

185
l’Europa orientale solo due anni prima. L’antagonismo persona­
le di Stalin contro Tito e la rumorosa insistenza jugoslava nel ri­
chiedere un’industrializzazione maggiore di quella che Mosca si
trovava in condizioni di realizzare ebbero la loro importanza. Ma
la ragione profonda del mutamento non era da cercare in Jugo­
slavia, ma anche in Harry S. Truman. Dopo aver provocato per
anni l’irrigidimento di ogni politica russa, egli aveva annunciato
la “dottrinaTruman”, e aveva detto che avrebbe mandato truppe
in Grecia e in Turchia per “arginare il comuniSmo”. Il risultato di
queste bordate ai fianchi dell’Europa orientale da parte di
un’America sempre più ostile era naturale e non si fece attende­
re: Mosca rafforzò il controllo sull’Europa orientale, cercò di
saldarlo in forte blocco militare, e condannò la Jugoslavia
quando essa vi si oppose.
Non è questo il luogo di passare in rassegna la lunga storia
della politica di “irrigidimento” con cui Washington mandò in
frantumi il sogno di Stalin - che era stato anche il sogno di Roo­
sevelt - di un’amicizia duratura fra l’Unione Sovietica e gli Stati
Uniti. Truman insultò Molotov già durante il suo viaggio al pri­
mo Congresso delle Nazioni Unite a San Francisco: l’America
volle che l’U.R.S.S. fosse bollata nella prima assemblea delle
Nazioni Unite come “aggressore” perché le truppe sovietiche tar­
davano a ritirarsi dall’Iran, mentre truppe americane, inglesi e
francesi restavano indisturbate e senza censura in diverse parti del
mondo. Il “blocco di Berlino”, iniziato dai russi come misura
temporanea per proteggere l’economia della Germania orientale
da un fiume di nuova carta-moneta stampata nella zona ameri­
cana, fu trasformato dagli Stati Uniti in una lunga dimostrazio­
ne dell’abbondanza americana di aeroplani e rifornimenti. Il
“piano Baruch” per il controllo dell’atomo, annunciato da
Washington come un gesto “di pace”, apparve agli occhi di ogni
russo come un tentativo di metter le mani sulle risorse naturali
sovietiche attraverso un’istituzione delle Nazioni Unite, che era­
no controllate da Washington.
Al danno sembrò aggiungersi la beffa quando la stampa
americana cominciò a contestare sempre più aspramente al­

186
l’U.R.S.S. «i grandi territori di cui si era impadronita con la
guerra». I russi li consideravano come territorio loro, perso
nella prima guerra mondiale, e solo parzialmente recuperato
nella seconda. La Russia aveva perso o ceduto 858.000 chilo­
metri quadrati di territorio nella prima guerra, 650.000 ne
aveva riguadagnato nella seconda; la perdita netta di 208.000
chilometri quadrati corrisponde all’ingrosso ai territori del­
l’antico impero russo divenuti finlandesi e polacchi. I russi
non avevano fatto rimostranze quando la guerra mondiale ave­
va trasformato sia l’Atlantico che il Pacifico in “laghi ameri­
cani”, ma furono esacerbati quando quegli stessi americani,
che si erano impadroniti di tutti gli oceani e costruivano basi
sulle loro isole e coste, si misero a far chiasso sulla “cupidigia”
della Russia nel riprendere quello che era stato suo.
All’interno dell’U.R.S.S. la dottrina di Truman del con­
tainment e la continua istigazione contro la Russia da parte
di quell’America nella cui amicizia la Russia aveva sperato,
alimentarono un patriottismo irritato ed eccessivo, che denun­
ciava come “cosmopolitismo” - e quasi come un tradimento
- ogni credenza che un qualsiasi paese che non fosse la Rus­
sia avesse mai inventato qualcosa di buono. Questo naziona­
lismo malato si sviluppò come difesa psicologica contro l’ama­
ra constatazione che i russi avevano pagato più di tutti i loro
alleati messi insieme per la vittoria comune e che la vittoria
aveva portato loro, non un ruolo di uguali nella costruzione
della pace mondiale, ma un nuovo accerchiamento ostile di
basi degli Stati Uniti, i quali disponevano ancora del mono­
polio dell’arma atomica, ed erano pronti a tacciare di “aggres­
sione” ogni espansione che non fosse la propria.
In quello stesso periodo ci fu anche uno sviluppo dell’an­
tisemitismo, che io ancora non riesco ad analizzare compieta-
mente. Non fu mai una cosa ufficiale; la legge che faceva del­
l’antisemitismo un reato non venne mai revocata. Tuttavia si
verificarono molte azioni, non solo da parte di individui, ma
anche di istituzioni governative, contro gli ebrei e la cultura
ebraica. Questi atti erano sempre illegali, e perciò tanto più

187
difficili da individuare. Era difficile sapere se le ragioni ad­
dotte fossero vere o no. Quando la stampa e il teatro in lin­
gua ebraica vennero soppressi nel 1948 la ragione che se ne
diede fu che «la richiesta era insufficiente». Dato che la po­
polazione ebraica era stata evacuata dalla zona occupata dalla
Germania e sparpagliata in tutta la Siberia, e che non tutta
era ritornata indietro, questa “ragione”, poteva anche essere
vera in parte. Ma l’esagerato nazionalismo russo di quel tem­
po ebbe indubbiamente la sua influenza. Nel 1949, il Mo­
scow News, il giornale di lingua inglese, venne soppresso e il
suo personale arrestato.
Le cause dell’antisemitismo erano molte. Quando il Governo
evacuava la popolazione dalle zone invase da Hitler, la preferenza
veniva data deliberatamente agli ebrei. La ragione era evidente: gli
ebrei sarebbero stati sicuramente uccisi dai tedeschi, mentre i russi
avevano una maggiore possibilità di sopravvivere. Questa politica
salvò dalla morte circa due milioni di ebrei, ma non li rese cari ai
russi che erano rimasti indietro. Essa aumentò la percentuale degli
ebrei tra i profughi in tutte le zone orientali; i profughi sono sem­
pre un peso per la popolazione locale, e non sono mai accolti con
gioia. Per di più l’annessione del territorio che precedentemente
aveva formato la Polonia orientale veniva ad aggiungere una popo­
lazione fra cui l’antisemitismo era forte. I circoli governativi subi­
vano probabilmente l’influenza del risorgere di Israele e delle im­
mense manifestazioni di ebrei che salutarono l’arrivo dell’amba­
sciatore israeliano. Esse sembravano indicare, almeno superficial­
mente, una doppia cittadinanza.
Quanta discriminazione vi fosse contro gli ebrei nel cam­
po educativo è difficile a dirsi. La discriminazione nelle scuo­
le non fu mai generale, ma indubbiamente esisteva; era sot­
terranea e si sviluppavano sempre delle lotte contro di essa.
La mia migliore amica per un certo tempo si sentì insicura
nel suo lavoro all’università perché si era rifiutata di cedere
all’antisemitismo che sembrava fosse sostenuto dal segretario
del Partito all’università. Un giorno venne a casa esultante:
«Ora so che il partito non è per l’antisemitismo - ella disse. —

188
Hanno mandato via A... Si occupava qui dell’università per
incarico del Comitato centrale, e molto di tutto questo anti­
semitismo faceva capo a lui». Questo aneddoto mostra la con­
fusione che esisteva. L’antisemitismo talvolta era sostenuto da
persone che occupavano alte cariche, ma sempre in maniera
obliqua. La legge fondamentale che lo rendeva illegale non
venne mai attaccata, discussa o revocata.
La malattia delfanticosmopolitismo passò, e con essa l’antise­
mitismo. Non grazie a leggi e decreti, ma a causa di tre fatti. Nel
1950 l’U.R.S.S. toccò il livello di produzione più alto nella sua sto­
ria, con una relativa abbondanza di beni. Poi, sempre nel 1950,
l’U.R.S.S. realizzò anche la bomba A: la minaccia del monopolio
atomico americano era passata. Finalmente, la Repubblica popo­
lare cinese venne costituita a Pechino, e immediatamente stipulò
un’alleanza con l’U.R.S.S. Il patriottismo malato ed eccessivo ali­
mentato dalla guerra fredda non poteva sopravvivere all’alleanza
con un grande paese orientale, sullo stesso piano dell’U.R.S.S., le
cui invenzioni datavano da un migliaio d’anni prima di quelle rus­
se, e la cui intelligenza e realizzazioni attuali non potevano non es­
sere apprezzate anche dai più intraprendenti e fortunati fra i russi.
La dottrina che ogni paese avrebbe trovato la propria via al so­
cialismo, annunciata brevemente nei primi anni del dopoguerra
per l’Europa orientale, e che poi era stata sotterrata sotto il nazio­
nalismo della guerra fredda, si fece strada di nuovo, e questa volta
per affermarsi definitivamente. L’incubo durato trenta anni dell’
“accerchiamento capitalista”, cui Stalin aveva sperato di fuggire con
un’alleanza con Roosevelt e Churchill, finiva ora per l’alleanza con
Pechino. Le basi aeree americane minacciavano ancora il paese so­
vietico, ma da un cerchio lontano; esse non potevano più “conte­
nere la Russia”. Intanto, il rafforzamento dell’economia sovietica e
gli sviluppi delle bombe A e H preannunciavano già quell’equili­
brio militare tra oriente e occidente in cui il commercio e l’aiuto
economico diventavano le armi decisive.
Un altro evento, nel 1950, affrettò questo sviluppo. Washington
trascinò le Nazioni Unite in una guerra in Corea che fu considerata
in tutta l’Asia come un tentativo di intervento contro la nuova Cina.

189
Da quella guerra, il ruolo dirigente dell’America nel mondo comin­
ciò a declinare, prima in Asia e poi in Europa. Il popolo sovietico fi­
nalmente intravedeva non solo la prosperità, ma la pace. Forse anche
una pace duratura, basata non su un’alleanza con Washington e
Londra, ma sulla grande sete di pace e di prosperità fra i popoli delle
vecchie colonie divenuti da poco indipendenti.
Così il circolo si chiuse. La nazione che, nel 1927, aveva rinun­
ciato a promuovere la rivoluzione mondiale e si era isolata per costru­
ire il socialismo in un solo paese circondato dai nemici, cominciò di
nuovo una crociata mondiale. Non per una rivoluzione mondiale,
questa volta, ma per la pace mondiale. Questa pace non sarebbe sta­
ta ottenuta “da posizioni di forza”, come ripetono eternamente i vari
Foster Dulles dell’imperialismo, ma mediante l’attiva pressione dei
popoli del mondo, attraverso i Governi o anche al di là dei Governi.
L’U.R.S.S. diventò il paese delle “offensive di pace”. «Le offensive di
pace del Cremlino creano gravi problemi all’occidente», scriveva il
New York Times del 28 dicembre 1952. Tre volte nel corso di quel­
l’anno, Stalin aveva messo in agitazione la Borsa insistendo sulla
«possibilità della coesistenza». L’Unione Sovietica divenne anche
l’ispiratrice di petizioni mondiali per la pace che chiedevano la mes­
sa fuori legge della bomba atomica; mentre l’U.R.S.S., come Stato,
lavorava in questa direzione con i mezzi della diplomazia, i cittadini
dell’U.R.S.S., mescolandosi di nuovo a tutte le altre nazioni, lavora­
vano allo stesso scopo mediante gli appelli di Stoccolma per la pace,
l’appello per il patto di pace delle cinque potenze, e come partigiani
della pace. In calce a questi appelli si ottennero le firme di quasi la
metà della popolazione adulta del globo.
Negli ultimi anni di Stalin questa politica trovò un sostegno
non solo nella diplomazia e nella propaganda, ma nella crescen­
te potenza economica dell’U.R.S.S. Nell’aprile del 1952, a di­
spetto del blocco del commercio estero col blocco sovietico, im­
posto dall’America, si tenne a Mosca una conferenza economica
mondiale, per il traffico con tutti i paesi del mondo senza pregiu­
dizi ideologici. L’unico dei circa 400 delegati che violò la regola
unanimamente adottata di evitare ogni discussione ideologica, fu
uno venuto da San Francisco che ci tenne assolutamente a ripe­

190
tere: «La libera iniziativa è la cosa migliore». I russi, si racconta,
si limitarono a sorridere: tanto più potevano permettersi di lasciar
perdere in quanto, come Howard K. Smith scrisse quell’anno da
Mosca, «il livello di vita dei moscoviti è migliorato in modo tale
da rendere inadeguato qualsiasi riconoscimento».
I delegati sovietici alla conferenza economica miravano al
sodo, evitando ogni asperità, e trattando tutto con la metodica
gentilezza dell’uomo d’affari. La Associated Press riferì che «Mr.
Nesterov, presidente della Camera di Commercio della Russia,
mettendo in luce i punti deboli dell’economia degli altri paesi,
offriva come soluzione di commerciare con l’U.R.S.S.». Il Wall
Street Journal del 15 aprile osservava: «(i russi) hanno offerto di
comprare merci inglesi e giapponesi che non trovano richiesta sul
mercato; di fornire grani duri, legname e materie prime di cui
l’Asia occidentale e l’Europa hanno urgente bisogno. Hanno of­
ferto acciaio temprato all’India. Si sono dichiarati disposti a pa­
gare in valuta estera... Hanno proposto scambi sulla base del ba­
ratto... Tutto questo appare molto attraente». Il New York Times
del 20 aprile scrisse: «(La conferenza) ha toccato l’occidente nel
suo punto più vulnerabile, perché la disoccupazione in Europa è
aumentata... a causa dell’insufficienza dei mercati».
LU.R.S.S., in altre parole, offriva di aiutare il mondo capitalisti-
co a reggersi sulle sue basi un poco più a lungo. Perché? Mitigare le
tensioni, impedire che la barca del mondo vada a frantumarsi sugli
scogli, questo era il suo scopo: intanto, i popoli del mondo avrebbe­
ro avuto la possibilità di fare la loro scelta tra i diversi sistemi econo­
mici. I russi, a lunga distanza, possono permettersi di aspettare.
L’ultimo atto pubblico di Stalin fu il rapporto di cinquanta
pagine che egli scrisse per il XIX Congresso del Partito, nell’ot­
tobre del 1952. Dall’ultimo Congresso, tenuto nel ’39, c’era sta­
ta una pausa di tredici anni, durante i quali l’U.R.S.S. era stata
sull’orlo estremo della distruzione, ed era stata ricostruita un’al­
tra volta. «Il Congresso si riunì in un’atmosfera di grande confi­
denza nella capacità del blocco sovietico di far fronte e superare
tutte le prove che il futuro può riservare», scrisse Harrison Sali­
sbury sul New York Times. Giorgi Malenkov sostituì Stalin come

191
oratore principale del Congresso: i sovietici interpretarono que­
sto come il segno del fatto che Stalin stata preparando in lui il suo
successore: che egli si preparava a passare ad altri il suo compito.
Stalin pubblicò direttamente un altro scritto, un rapporto su
Iproblemi economici del socialismo nell’U.R.S.S., che presentava
un complesso di tesi sulla situazione mondiale e sulle vie che pre­
vedibilmente avrebbe preso il suo sviluppo. Egli diceva che il ri­
sultato economico della seconda guerra mondiale era stato «la
rottura del mercato unico mondiale» e la sua sostituzione «con
due mercati mondiali paralleli ed opposti tra loro». Il gruppo dei
paesi socialisti, sotto la pressione del blocco commerciale impo­
sto dall’occidente, aveva rafforzato la sua economia, superato le
proprie manchevolezze con la collaborazione, e ora aveva «un suo
proprio mercato mondiale». Il mercato mondiale capitalistico, ri­
stretto già dalla sua chiusura verso i traffici con l’altro mercato,
si sarebbe ancora ristretto, e questo avrebbe accresciuto gli anta­
gonismi all’interno del mondo capitalistico. L’U.R.S.S., disse Sta­
lin, «non attaccherà i capitalisti, ed essi lo sanno». Questo, egli
l’aveva già detto altre volte; ma per la prima volta appariva la pre­
visione che i paesi capitalistici «avranno paura di attaccare
l’U.R.S.S., per timore che ciò porti alla distruzione del capitali­
smo». Perciò, concludeva Stalin, era più probabile che vi sareb­
bero state guerre dei paesi capitalistici tra loro che non tra il mon­
do capitalistico e il mondo sovietico.
Questa previsione, fatta mentre l’estremismo maccartista del­
la guerra fredda infuriava ancora a Washington, sembrò fantastica
a molti. Ma Stalin scorgeva i sintomi di quel punto morto nel­
l’equilibrio militare che condusse più tardi alla conferenza di Gi­
nevra dei capi di Governo; e già il sorgere del blocco neutrale in
Asia, e dell’influenza che la Cina vi avrebbe avuto, era per lui il
presagio della Conferenza di Bandung, che ancora doveva venire.
L’ultimo testamento di Lenin era stato l’analisi lasciata ai compa­
gni delle tendenze dei vari leaders del Partito. Lultimo testamento di
Stalin fu un’analisi delle tendenze di sviluppo delle nazioni della Terra.
Di tanto era lungo il cammino percorso dal suo paese nei
trent’anni in cui egli ne fu alla testa.

192
X.
Dopo Stalin

“I capi vanno e vengono ma il popolo rimane.


Solo il popolo è immortale".

Sono parole di Stalin, pronunciate in occasione di un sa­


luto ai lavoratori metallurgici, nell’ottobre del 1937. Verso la
fine del 1953, Stalin ormai se ne andava e il popolo rimane­
va. Il posto di Stalin nella storia era nelle mani del popolo.
A Mosca le donne sostavano in piedi nella neve, attorno
agli altoparlanti, con gli occhi rossi.
V. Associateci Press trasmise le parole di una giovane sposa:
«Come possiamo immaginare la steppa senza le sue diste­
se sterminate?
«Il Volga senz’acqua?
«La Russia senza Stalin?».
Il corrispondente dell’Associateci Press udì la notizia in au­
tomobile: le lacrime sgorgarono dagli occhi dell’autista. «Mi
scusi - disse questi - era un uomo... Quando diresse la batta­
glia di Mosca da una baracca vicino al fronte...». Qualche tem­
po dopo giunse la notizia che i prigionieri di un campo di
concentramento nell’est avevano esultato, gridando che, morto
il “Vecchio”, si avvicinava la libertà. Stalin si era fuso con tutta
la vita della Russia; aveva avuto per quasi trent’anni una par­
te essenziale nelle sue conquiste e nelle sue sofferenze.
In tutto il mondo, nazioni di individui si affrettarono a clas­
sificarsi secondo il loro atteggiamento. I giornali di Pechino usci­
rono listati a lutto. Le bandiere furono esposte a mezz’asta in
Francia, per ordine del ministro della Difesa; la Assemblea nazio-

193
naie ascoltò in piedi, in segno di rispetto, Herriot che salutava «il
capo... che aveva dato il suo contributo alla nostra liberazione dai
nazisti». A Wall Street, la Borsa ebbe un crollo di due miliardi di
dollari; si riebbe in due giorni. Harry Truman diede un’immagi-
ne di sé per la storia con la frase: «Mi spiace sempre di udire del
trapasso di qualcuno che conoscevo».
Molti commenti americani furono meno cortesi «Il bi­
glietto di Stalin per l’inferno è stato staccato... Il meglio
che possiamo sperare è una lotta intestina per la successio­
ne» fu il pio commento del Los Angeles Time. Il Presidente
Eisenhower si mosse per far divenire realtà questa brutale
aspirazione. Dopo le condoglianze ufficiali, che i giornali
definirono «soltanto ufficiali» già nei titoli, fu annunciato
che l’amministrazione Eisenhower stava «preparando uno
sforzo aggressivo per sfruttare la situazione sovietica; per
usare tutti i mezzi della propaganda, e di più, per incorag­
giare la lotta intestina nella Russia e staccare da essa i suoi
satelliti»1. Le truppe americane in Corea utilizzarono i cin­
que minuti di silenzio osservati in tutto il mondo comu­
nista per “lanciare un massiccio attacco di artiglieria”.
L’Europa occidentale fu scossa dalla reazione americana.Gli
europei, qualunque fosse il loro credo politico, rispettarono
il cordoglio di un popolo per un capo che, più di ogni altro,
aveva portato l’Europa alla vittoria comune sul nazismo. Ve­
niva in mente, per contrasto con l’atteggiamento americano,
il modo come la morte di Franklin Delano Roosevelt era sta­
ta accolta da Mosca. Molotov era subito andato all’ambascia­
ta americana alle due del mattino e aveva sorpreso l’amba­
sciatore Walter Bedell Smith con la sincerità del suo dolore.
Perfino i camerieri d’albergo che servivano gli americani si
dimostravano colpiti e manifestavano loro simpatia, ricordan­
do tutti con cordoglio l’uomo che, con grande apertura, ave­
va cercato, insieme con Stalin, una pace stabile in tutto il
mondo. La morte di Stalin dava all’America l’occasione di ri­

1 Wall Street Journal, 5 marzo 1953.

194
marginare vecchie ferite con una manifestazione di cavalleria.
Ma l’atteggiamento di Washington fu solo malevolo. Solo sul­
l’importanza di Stalin tutti furono d’accordo: coloro che lo
piansero come coloro che lo insultarono. Perfino il Los Ange­
les Time trovò necessario dedicare, per parecchi giorni, cin­
que pagine al giorno ai particolari della sua malattia e della
sua morte. Nel 1924, non gli avrebbe concesso cinque righe.
Lo so perché fui io a scrivere nell’aprile del 1924 sull’Hearst’s
International Magazine il primo articolo su Stalin pubblicato
in America. «Stalin non fa parte del Governo - scrissi - ma
nella misura in cui Lenin può avere un successore, questo sarà
Stalin». Me l’avevano detto dei comunisti russi. Queste paro­
le caddero nel vuoto in America; nessuno se ne occupò. Ma,
ventinove anni dopo, Howard K. Smith scrisse dall’Europa:
«Ha fatto più Stalin per cambiare il mondo, in questa prima
metà del secolo che chiunque altro suo contemporaneo». Sia
questo il suo epitaffio per il mondo.
Egli portò la Russia ad essere una grande potenza, il primo
Stato socialista del mondo. In questo modo, egli accelerò anche
il nascente movimento d’indipendenza nazionale in Asia, e lo
aiutò a prendere forma, soprattutto in Cina; lo stesso fece per i
movimenti “per il benessere” nell’ occidente. «Egli fece mutare
l’intero atteggiamento dell’occidente nei confronti del lavorato­
re», notò H. K. Smith. Tutte le idee di pianificazione statale, dal
New Deal negli Stati Uniti, allo Welfare State in Gran Bretagna,
sorsero in competizione col piano quinquennale russo, per evi­
tare che la crisi del 1929 sfociasse in una rivoluzione.
Così, in tutti i paesi, sia che essi fossero con lui che con­
tro di lui, Stalin fece la storia.
Anni dopo, la gente dell’U.R.S.S., guardando indietro al suo
cordoglio per la morte di Stalin, pensò di ricordare che quel do­
lore fosse accompagnato dalla sensazione che la Russia era giun­
ta alla fine di un’epoca e che una nuova era si apriva nella quale
molte cose sarebbero state diverse; soprattutto, che la vita sareb­
be stata più libera che ai tempi del “Vecchio”. Che fosse veramen­
te un ricordo o che essi trasferissero nel passato i loro sentimenti

195
posteriori, comunque era vero. Era finita un’epoca: Stalin dove­
va andarsene con essa. Sempre la vita dei popoli progredisce at­
traverso la morte degli individui il cui compito è esaurito. Mosé
giunse in vista della terra promessa, ma non gli fu concesso di var­
carne i confini. Stalin previde il futuro, ma non avrebbe potuto
esserne la guida. Aveva troppa storia sulle spalle.
Credo che nessuno, dopo aver letto la sua ultima opera
Problemi economici del socialismo nell’U.R.S.S. possa pensare
che la sua mente fosse ormai malata di senilità. I particolari
dell’analisi possono essere criticati, ma la previsione è quella
di un uomo che vedeva il mondo chiaramente e nel suo in­
sieme. Egli comprese che il periodo in cui aveva costruito il
socialismo in un solo paese era finito; che il socialismo si esten­
deva adesso su un terzo del mondo; e che questo mutava tut­
te le domande e tutte le risposte.
La sua mente comprese, ma il resto di lui non potè se­
guire. La rigidità della vecchiaia, che è comune a tutti, lo
aveva toccato. Nonostante che il suo acuto sguardo fosse
penetrato per un momento in un futuro diverso, il suo istinto
e le sue abitudini erano rimaste quelle dell’era del-
r“accerchiamento capitalistico”, quando l’isolamento ed il
sospetto erano stati la sua prima difesa. Queste abitudini si
erano solidificate; con l’età e il potere egli era divenuto più
sospettoso, più dittatoriale, più persuaso che ogni opposi­
zione alla sua più lieve parola fosse controrivoluzione. Qual­
cuno troverà una diagnosi per questo e la chiamerà parano­
ia: non credo che il termine sia corretto. Io direi piuttosto
«il potere corrompe: nessun uomo nel nostro tempo - e for­
se in ogni tempo - ha mantenuto cosi a lungo un potere
così grande come quello di Stalin». Era venuto il momento
in cui egli doveva andarsene, mentre la sua mente era anco­
ra acuta e il suo paese andava avanti, ma prima che una nuova
era imponesse prove insuperabili a un carattere non più mal­
leabile. C’erano dei segni sinistri: quel fantastico complotto
dei medici e il credito che egli sembrò dargli, furono come
un ritorno alla follia del 1937.

196
Questi erano i motivi per cui il popolo sovietico, pur pian­
gendo il suo capo, aveva sentito che era giunto il tempo di
superarlo, per passare a un’altra era.

Nello spazio di meno di un mese dalla morte di Stalin, le “of­


fensive di pace” che il mondo si era abituato ad aspettare perio­
dicamente da Mosca, aumentarono di intensità finché più di un
giornale americano ebbe a chiamarle «l’attacco lampo della pace».
Sembrava che si fosse in presenza di una campagna suprema di
Mosca e insieme di Pechino per giungere alla composizione del­
le loro divergenze con l’occidente. Il 22 marzo, radio Mosca ri­
pete varie volte: «Tutte le questioni fondamentali sul tappeto...
possono venir risolte con mezzi pacifici». Il 28, fu proclamata una
larga amnistia per i prigionieri detenuti in tutta l’Unione. Il 29
marzo, Pechino si offrì di scambiare i prigionieri feriti e amma­
lati della guerra di Corea, praticamente alle condizioni poste dal­
l’America. Due giorni dopo, Pechino propose di regolare tutto il
problema dei prigionieri di guerra su una base assai simile al pia­
no indiano che era già stato accettato dalle Nazioni Unite. Nello
spazio di tre giorni, i giornali riportarono con rilievo tre altre
mosse conciliatorie: «I russi cedono sul disarmo»; «Molotov of­
fre la sua mediazione per la tregua in Corea»; e, a proposito di una
storia di difficoltà di traffico risolta unilateralmente dai sovieti­
ci, «i russi estendono la buona volontà agli affari tedeschi». Il
punto culminante fu raggiunto il 4 aprile, quando fu comunica­
to che «Mosca rilascia i nove medici e li dichiara innocenti».
A questo punto anche i ciechi, i muti e i sordi avevano capito che
qualcosa di nuovo stava succedendo a Mosca. Quando mai si era
visto un Governo ammettere: «Le confessioni che abbiamo annun­
ciato alcuni mesi fa erano una montatura»? <A Washington è diffusa
la sensazione che l’offensiva di pace dei russi costituisce l’evento più
importante dalla seconda guerra mondiale», scrisse il Newsweek.
L’8 agosto 1953, Mosca annunziò che l’U.R.S.S. possede­
va la bomba all’idrogeno. I programmi radio americani si get­
tarono in un’isteria di descrizioni “minuto per minuto” di
come i russi sarebbero venuti ad annientare le nostre città,

197
«probabilmente volando sul Polo», e «potrebbe essere per do­
mattina». Il Pentagono si mise a parlare di guerra preventiva
«Non possiamo permettere alla Russia di accumulare una ri­
serva di bombe H»; «dobbiamo agire subito... per arrestare
l’avanzata dei russi nel campo degli armamenti entro quest’an­
no». Mosca, con suprema calma, intanto, convertiva alcune
fabbriche di carri armati alla produzione di trattori, rianno­
dava le relazioni diplomatiche con la Jugoslavia, e annuncia­
va il sesto ribasso nei prezzi dei beni di consumo. Questa cal­
ma sicura spaventava il mondo capitalistico più della bomba
H sovietica, perché la sua base era nel fatto che la produzione
sovietica pro-capite di beni di consumo aveva già superato
quella italiana e si avvicinava a quella della Francia2.
Nel corso del 1954 la pace continuò a guadagnare terreno, con
la firma della tregua in Indocina e una conferenza a Ginevra cui
partecipò la Cina e che Foster Dulles cercò di impedire. Ma alla
fine dell’anno, il partito della guerra di Washington potè annotare
alcuni successi che preoccupavano il mondo. L’accordo per il riar­
mo della Germania, che aveva suscitato i timori di tutta l’Europa,
veniva finalmente fatto passare nei Parlamenti della Francia e del­
l’Italia, sotto la pressione americana. La N.A.T.O. annunciò che la
sua futura strategia sarebbe stata fondata sulle armi atomiche: tut­
ti gli europei videro in questo piano l’inevitabile rovina dell’Euro­
pa in qualsiasi guerra futura, qualunque fosse il vincitore. Final­
mente, negli ultimi giorni del gennaio 1955, il Congresso ameri­
cano diede via libera al presidente Eisenhower per condurre ogni
tipo di guerra che ritenesse opportuno contro la Cina. Allora, col
potere di distruggere il mondo lasciato alla discrezione di un uni­
co uomo, sembrò che il nostro pianeta si affrettasse sulla china di
una guerra che sarebbe stata davvero l’“utima”.
Mosca rispose con la più energica ed efficace “offensiva di
pace” che avesse mai scatenato finora. Il primo atto fu la rapida
conclusione del trattato di pace austriaco, che era stato rimanda-

2 New Statesman and Nation, 15 agosto 1953.

198
to per dieci anni dalle divergenze tra l’oriente e l’occidente. Al­
l’inizio di aprile, il cancelliere austriaco fu invitato a Mosca: nel­
lo spazio di due settimane egli poteva tornare a Vienna con un
trattato nel quale i sovietici facevano tante concessioni che, en­
tro il 15 maggio, nonostante qualche segno di costernazione da
parte di Washington, tutte le potenze avevano già apposto la loro
firma. La richiesta principale dei sovietici fu che l’Austria rima­
nesse neutrale in ogni conflitto fra oriente e occidente: gli austria­
ci furono ben contenti di accettare. Nello stesso mese, Mosca
avanzò un’altra proposta di disarmo, e questa volta sulla base di
una precedente proposta anglo-francese. La proposta rimase sen­
za successo: gli americani rifiutarono, ma i russi non si fermaro­
no con l’Austria. Subito dopo, il primo ministro Bulganin e il
primo segretario del Partito Kruscevsi recarono a Belgrado, dove
presentarono scuse piuttosto esagerate a Tito per la disgraziata
rottura del 1948 con la Jugoslavia. Con questa perdita di presti­
gio, fuori dalle regole, ma compiuta con buona cera, i sovietici
ottennero, in questa zona di grande importanza strategica del­
l’Europa sud-orientale, un altro Stato neutrale la cui amicizia
verso l’U.R.S.S. doveva tendere a crescere in futuro. Verso la fine
dell’estate del 1955, era diventato chiaro che Mosca stava co­
struendo una cintura neutrale attraverso l’Europa che poteva ser­
vire a impedire ogni provocazione di frontiera tra l’est e l’ovest.
In Germania, crebbero le forze che premevano per realizzare
l’unità tedesca non attraverso il riarmo, ma mediante una neutra­
lità di questo tipo. In quegli stessi mesi di aprile e maggio 1955,
i rappresentanti di ventinove paesi asiatici e africani si incontra­
rono a Bandung, in Indonesia, e adottarono all’unanimità un
piano di aiuto reciproco. Così, per la prima volta nella storia i rap­
presentanti di 1.400 milioni di uomini, la maggioranza del­
l’umanità per tanto tempo cancellata nell’oppressione, facevano
sentire la loro voce. A Bandung vennero i grandi Stati neutralisti
- l’India, la Birmania, l’Indonesia - alla cui iniziativa era dovuta
l’organizzazione della conferenza. Vennero insieme vecchi Stati
feudali arabi, giovani paesi africani, il Giappone industriale, e
diversi piccoli Stati al soldo di Washington, che cercarono di cre-

199
are il disaccordo attaccando i comunisti. Venne anche il primo
ministro cinese, il comunista Ciu En-lai, che rifiutò di lasciarsi
provocare, e disse: «Non sono venuto qui per litigare. Sono venu­
to per contribuire al successo di tutti coloro che sono rappresen­
tati qui». Grazie alla sua abilità di statista e a quella di Nehru, il
presidente indiano, tutti questi uomini molto diversi si accorda­
rono: 1) a commerciare fra di loro e a darsi l’un l’altro aiuto eco­
nomico; 2) a scambiare informazioni e ricercatori; 3) a operare
per fammissione di tutti i paesi nelle Nazioni Unite; 4) a oppor­
si alla produzione, agli esperimenti e all’uso della bomba atomi­
ca e della bomba all’idrogeno.
L’Unione Sovietica non venne invitata a Bandung: era una
riunione afro-asiatica. Ma i massimi capi sovietici, dopo la
visita a Tito, partivano in volo per l’India, la Birmania e l’Af­
ghanistan, e vi furono molto bene accolti. La folla che si ac­
calcava intorno a Bulganin e Kruscev a Calcutta era ancora
più grande di quella che si era riunita per il funerale di Gan­
dhi. La semplicità dei russi piacque agli indiani. Quando le
ghirlande che gli indiani gli appendevano al collo diventava­
no troppo pesanti, Bulganin ne metteva qualcuna al collo dei
suoi ospiti: e questo appariva simpatico agli indiani. Quando
Kruscev afferrava la falce di un contadino per far vedere che
anche lui sapeva mietere, gli indiani sapevano apprezzarlo. I
due eminenti stranieri durante il loro viaggio in India, adot­
tarono il berretto di Gandhi e il modo indiano di salutare,
con le mani giunte come in preghiera, al posto della stretta di
mano occidentale, e questo apparve ottimo agli indiani. «Per­
ché gli occidentali non lo facevano mai?» essi chiedevano. La
risposta sembrava evidente: nessun occidentale aveva mai con­
siderato gli indiani come degli eguali, così da curarsi di imi­
tare i loro costumi in atto di cortesia nella loro terra. I russi
sembravano considerarlo ovvio.
I risultati del viaggio furono vari trattati commerciali e una
dichiarazione comune firmata da Nehru e dai russi, che pro­
clamava la necessità di dare alla Cina il suo «legittimo posto»
fra le Nazioni Unite, e i suoi «diritti su Formosa», chiedeva la

200
«proibizione incondizionata» delle armi atomiche e termonu­
cleari, e affermava che la via verso il consolidamento della pace
«non stava nelle alleanze militari, ma negli scambi economici
e culturali». Venendo subito dopo la dichiarazione di Ban­
dung, questo significava che due terzi dell’umanità erano
schierati dietro le tesi della coesistenza. La campagna per la
politica di pace sintetizzata in quegli obicttivi fu così effica­
ce, che, nelle elezioni inglesi di quella primavera, la questio­
ne decisiva diventò: «Ha fatto abbastanza Eden per tenerci
fuori dalla guerra termonucleare?». Per aiutare Eden a vincere
le elezioni, e anche per i torrenti di lettere indirizzate ad Ei­
senhower da tutto il paese, gli Stati Uniti acconsentirono fi­
nalmente a quella conferenza dei quattro capi di Governo che
Washington aveva respinto per dieci anni. La conferenza fu
fissata per il luglio 1955, a Ginevra.
Nel frattempo, verso la fine di giugno, le Nazioni Unite
tennero la sessione celebrativa del loro decimo anniversario,
a San Francisco. Quella che era stata concepita come una ce­
rimonia di routine, divenne un’assemblea mondiale della pace,
sotto la pressione di questi tre fattori: la volontà di sopravvi­
vere dell’umanità aveva concentrato la sua attenzione sul-
l’O.N.U.; la conferenza di Bandung, che riuniva più paesi delle
stesse Nazioni Unite, cercava tuttavia ancora di raggiungere i
suoi scopi nel quadro dell’O.N.U.; finalmente, l’U.R.S.S.
mandò una delegazione presieduta da Molotov, ministro de­
gli Esteri, con altre ottanta persone. L’importanza che Mosca
attribuiva alla sessione delle Nazioni Unite spinse anche
Washington a prenderla sul serio: ci andarono sia Dulles che
Eisenhower. Allora, la presenza di tutti questi leaders condus­
se a una discussione dei piani per Ginevra.
Improvvisamente la stampa americana, impegnata a soste­
nere che l’incontro dei Quattro Grandi non aveva niente a
che fare con le Nazioni Unite, si accorse che le speranze e le
preghiere del mondo circondavano l’imminente conferenza a
quattro, ma passavano per i discorsi alla tribuna dell’O.N.U.
Così la tendenza di Washington a scavalcare le Nazioni Unite

201
venne rovesciata: i preparativi tecnici dell’incontro di Gine­
vra furono affidati alle Nazioni Unite. Il prestigio delle Na­
zioni Unite raggiunse un’altezza senza precedenti, non per le
opere dell’O.N.U., ma a causa delle speranze del mondo di
cui Molotov e i paesi di Bandung si facevano portavoce.
Finalmente, per la prima volta in dieci anni, i Quattro Gran­
di si incontrarono a Ginevra, nella seconda metà di luglio. Le
parole amichevoli che si scambiarono Eisenhower e Bulganin
fecero correre lo stupore e la speranza per tutto il mondo. «La
guerra fredda è sepolta», esultava il Journal de Genève; «Un colpo
mortale alla guerra fredda», faceva eco Del Vayo su The National.
Foster Duller riassunse cinicamente i risultati di Ginevra
dicendo a un giornalista: «Be’, non abbiamo fatto concessio­
ni inutili». Bulganin li riassunse nel loro significato storico di
fronte al Congresso dei Soviet: «La conferenza ha allentato la
tensione internazionale... ha segnato una svolta nei nostri rap­
porti con l’Occidente». La radio americana: «Ginevra non ha
risolto nulla,... non era mai stata destinata a farlo... I Quattro
si sono solo accordati di accordarsi. Ciò nonostante, la con­
ferenza può segnare l’inizio di un nuovo periodo storico».
Tutti e tre questi sommari erano veri. Nessuna delle
due parti “fece concessioni inutili”, ma entrambe, per la
prima volta in molti anni, avevano discusso i problemi
politici, trattandosi cortesemente. Entrambe riconobbero
apertamente che i loro fini politici non potevano essere
raggiunti con una guerra termonucleare, che avrebbe di­
strutto le une e le altre nazioni contendenti. Entrambe le
parti furono così impegnate, almeno per quel tempo, a
perseguire i loro scopi con mezzi diversi.
Così, la guerra fredda si sgretolava. Essa si era fondata sul
monopolio della bomba atomica in mano americana, era co­
minciata con il lancio della bomba di Hiroscima. Ma il pro­
gresso dell’U.R.S.S. nella potenza economica e nella produ­
zione di armi atomiche e termonucleari, il sorgere della nuo­
va Cina alleata dei sovietici, lo sviluppo del blocco neutrale
in Asia, portarono la guerra fredda al termine, dopo dieci anni.

202
Mosca proclamò la sua fiducia nella fine della guerra fredda
restituendo alla Finlandia la base navale di Porkkala, con la
motivazione che non era più necessaria, e riducendo imme­
diatamente le sue forze armate di 640.000 uomini. Altri
(1.200.000) furono congedati nei primi mesi del 1956.
Washington non fece alcun annuncio di questo genere, ma i
grandi programmi militari della N.A.T.O. e della S.E. A.T.O.
si svuotarono dall’interno. Dovunque si cominciò ad ammet­
tere che la competizione economica, non quella militare, era
il problema che si aveva di fronte nel nuovo periodo.

Nel febbraio del 1956, il XX Congresso del partito comu­


nista dell’Unione Sovietica si riuni per valutare il nuovo perio­
do storico. Kruscev tenne il rapporto principale: esso elencava
un’imponente lista di progressi dell’U.R.S.S. La produzione
industriale era aumentata dell’ 85 per cento in cinque anni: dal
1928, quando cominciò il primo piano quinquennale stalinia­
no, essa era cresciuta di venti volte. L’agricoltura non era sod­
disfacente, tuttavia le sue deficienze erano state compensate
dall’appello alla gioventù patriottica per il dissodamento di terre
vergini nel Kazakstan e in Siberia. Questo appello ai volontari
per sviluppare la ricchezza comune risaliva al tempo di Lenin,
e dava ancora buoni frutti.
I corrispondenti osservarono che Kruscev parlava come se
il comuniSmo fosse una “legge della storia” ormai pacifica. I
capi sovietici non si interessavano del rovesciamento del ca­
pitalismo; per loro, esso era già sulla via della fine. Le loro
preoccupazioni riguardavano il miglior funzionamento del so­
cialismo, un rapido aumento del tenore di vita, lo sviluppo
di legami con tutto il mondo capaci di assicurare la pace. Al­
cuni punti del nuovo piano quinquennale riguardavano un
aumento del trenta per cento dei salari reali, la diminuzione
delle ore lavorative con la giornata di sette ore o la settimana
di quaranta, l’istruzione gratuita generale non solo nelle scuole
inferiori, ma attraverso quelle secondarie e fino alle universi­
tà. Era prevista una certa decentralizzazione dei poteri di go­

203
verno. Nell’Azerbaigian, la grande industria del petrolio era
già controllata per l’8O per cento dalla Repubblica azerbai-
giana anziché dal Governo centrale. Più importante di tutto,
si prospettava il rigido controllo dei poteri della polizia poli­
tica e un costante ampliamento della sfera dei diritti civili.
La cosa più significativa per il mondo fuori dell’U.R.S.S.
fu la valutazione della nuova situazione mondiale. Si dichiarò
finito il periodo della costruzione del socialismo in un solo
paese: al suo posto c’era ora un sistema mondiale di Stati so­
cialisti, che comprendeva un terzo dell’umanità. L’amicizia del
sistema socialista col blocco neutrale avrebbe permesso di co­
struire una “zona di pace” in cui erano compresi i due terzi
della popolazione del globo, forte abbastanza per conservare
la pace del mondo. Si disse quindi che la guerra «non era più
inevitabile». La teoria che il capitalismo produce inevitabil­
mente le guerre, che era uno dei caposaldi del marxismo, non
veniva negata, ma corretta dalla dichiarazione che il mondo
non capitalista era ormai cosi forte da poter impedire la guer­
ra se la sua forza veniva impiegata con intelligenza e abilità.
Inoltre, veniva formulata la tesi che il passaggio dal capitali­
smo al socialismo e la costruzione di questo non avrebbero dovu­
to avvenire necessariamente seguendo la via che aveva percorso la
Russia. Ogni nazione doveva trovare la sua particolare via al so­
cialismo, e alcune forse vi sarebbero arrivate attraverso le forme
parlamentari. Anche qui, la tesi che il socialismo nasce da una
rivoluzione armata degli operai non fu negata: ma, ormai, essa era
insufficiente. La potenza del socialismo su scala mondiale apriva
nuove vie alla trasformazione. Questa tesi, del resto, non faceva
che dichiarare quello che era già avvenuto. Nessuno dei nuovi
Stati socialisti aveva percorso la via sovietica; nell’Europa orien­
tale, al socialismo si era giunti passando per dei governi di coali­
zione. Anche in Cina, i comunisti erano stati alleati di Ciang
Kai-shek, e quando egli ruppe la coalizione e diede l’avvio alla
guerra civile contro di loro, essi lo vinsero con una coalizione di
tutte le forze nazionali opposte a Ciang, compresi perfino i “ca­
pitalisti nazionali”.

204
Il riconoscimento di questi fatti portava con sé anche il
riconoscimento che l’era di Stalin era tramontata, che lo sta­
linismo, tanto a lungo imposto come modello assoluto, era la
strategia di un’epoca passata, e che era venuto il momento di
adottare una nuova strategia e metodi nuovi. Ciò conduceva
a un’analisi e a una critica del periodo precedente, cui prese­
ro parte molti degli oratori del congresso.
Queste critiche, nella maggior parte, furono caute e utili. La
politica estera, si osservò, era stata troppo rigida e isolazionista:
la rottura con la Jugoslavia era stata un grave errore, non si era
apprezzato giustamente il ruolo dei paesi neutrali. Alcuni orato­
ri criticarono la condotta della guerra. Le critiche più aspre col­
pirono il potere arbitrario della polizia politica, che aveva con­
dannato migliaia di innocenti e calpestato «i diritti democratici
sovietici». La colpa di questi mali fu attribuita al “culto della per­
sonalità”, ossia alla deificazione di Stalin, la quale aveva permes­
so, specialmente negli ultimi anni, che le decisioni incontrastate
e senza prova di un uomo solo dettassero legge.
Fin qui la critica, anche se portava delle sorprese, non era stata
sensazionale. Ma alla fine del Congresso, Kruscev tenne un di­
scorso a porte chiuse di fronte ai soli delegati: questo discorso non
fu comunicato alla stampa, e Kruscev stesso dichiarò che non
doveva esserlo. Esso fu senza dubbio il risultato di uno scoppio
d’emozione, provocato forse dal recente esame delle migliaia di
casi di ingiustizie che erano stati sottoposti a revisione negli ulti­
mi tre anni. Solo alcuni mesi dopo, il Dipartimento di Stato
U.S.A. pubblicò quello che si pretende sia, e probabilmente è,
una parte del discorso di Kruscev a porte chiuse.
Il Governo sovietico non smentì né riconobbe ufficialmente
il testo: dal che si può dedurre che esso contiene troppi elementi
di verità per essere smentito, ma che non fu sufficientemente
ponderato per venir diffuso come documento ufficiale.
In tutto questo libro, ho fatto uso del discorso “segreto”
di Kruscev come di una denuncia che esponeva grandi mali,
e ne ho discusso, a loro luogo, diverse questioni particolari.
Ma non me ne sono servita mai come di una fonte ultima e

205
decisiva, perché esso non riassume tutti i materiali d’indagi­
ne, né li valuta esaurientemente in rapporto alle condizioni
del loro tempo. Non è neanche chiaro se Stalin abbia mai avu­
to conoscenza di tutti gli eccessi che Kruscev gli attribuisce
indirettamente. Neppure si può trascurare il fatto che il Di­
partimento di Stato ha diffuso il testo di cui disponiamo allo
scopo di screditare l’U.R.S.S., e che questo scopo è stato rag­
giunto in misura tutf altro che ristretta.
Ma nessuna parola oggi può valere come giudizio defini­
tivo dell’era di Stalin. Stalin è uno di quegli uomini la cui
valutazione va posta in una lunga prospettiva storica, e il ca­
rattere della cui opera si fa più chiaro man mano che si allon­
tana nel tempo. Quello che noi sappiamo, almeno, è che egli
nel 1929 cominciò a costruire il socialismo in un solo paese,
un paese agricolo, arretrato, circondato da un mondo di ne­
mici. Quando cominciò, la Russia era contadina e analfabe­
ta; quando fini, essa era divenuta la seconda potenza indu­
striale del mondo. Egli fece questo lavoro per due volte, una
prima volta avanti l’invasione di Hitler, e poi di nuovo sulle
rovine della guerra. Questo resta a suo credito per sempre: lui
è stato l’ingegnere di quel lavoro.
Fu un ingegnere spietato, perché era nato in un paese spie­
tato e si era temprato alle asperità fin dall’infanzia. Fu un in­
gegnere pieno di sospetto, perché era stato mandato in esilio
per cinque volte, e dev’essere stato spesso tradito. Egli arrivò
anche ad autorizzare azioni illegali della polizia politica con­
tro innocenti, ma per quanto si sa non è stata portata alcuna
prova del fatto che egli le abbia coscientemente organizzate.
Sembra piuttosto che le illegalità derivassero da cause com­
plesse, fra le quali erano la tendenza di Stalin al sospetto, e la
tendenza del Comitato centrale a sottoscrivere tutto quello
che Stalin diceva. Nonostante questi crimini contro i singoli,
non mancavano le prove per dire che la famosa affermazione
di Stalin, che gli uomini sono il più prezioso elemento di ogni
nazione, non era un’affermazione ipocrita. Egli trascorse i suoi
giorni nell’attenta rimozione degli ostacoli che intralciavano

206
i giusti sogni dei lavoratori, dei contadini, degli ingegneri, di
uomini che, se non fosse stato per il suo penetrante acume,
sarebbero rimasti frustati ed oscuri, e che invece, grazie alla
sua intelligenza, divennero gli ispiratori dell’agricoltura, del­
l’industria, dell’aviazione.
Poi, la guerra si avvicinò, crebbero gli anni di Stalin e il
suo potere e, anche, la fatica di una lotta che impegnava il
futuro del mondo. Allora Stalin, come ci viene detto, diven­
ne più dittatoriale, si fidò e accentrò tutto solo in se stesso.
Eppure il “culto della personalità”, che è ora accusato di tutti
i mali del passato, è un difetto di coloro che lo prestano non
meno che di colui che lo riceve. Quando tutto ciò che può
essere detto contro Stalin sarà stato elencato e valutato, si do­
vrà concludere, io credo, che solo la spaventosa marcia che
egli impose all’U.R.S.S. dal 1928 in avanti poteva costruire
uno Stato socialista in quel paese. Guardando indietro, si può
vedere come gli altri dirigenti, Trotzky, Zinoviev, Kamenev,
Bukharin, portassero alla distruzione. Nessuno di loro posse­
deva, ritengo, come Stalin aveva, la conoscenza profonda del­
le necessità del popolo, il coraggio e la volontà necessaria.
Per tutti i primi anni molti dei più abili marxisti, dentro e
fuori la Russia, dissero che l’impresa non poteva essere realizza­
ta. I russi mi dicevano all’inizio del ’30: «È molto grave per il
mondo che il primo socialismo venga costruito nel nostro paese
arretrato. Se lo aveste fatto voi americani o anche quegli indu­
striosi tedeschi, avrebbe potuto essere un lavoro migliore. Ma noi,
popolo ignorante, che socialismo possiamo costruire?».
Stalin disse: «Costruite, o sarete annientati dagli invasori
stranieri entro dieci anni».
Essi costruirono, e quando venne l’invasione straniera, il
socialismo resistette. Così si dimostrò che Stalin era nel giu­
sto: ma anche quei dubbiosi avevano ragione, in parte.
Il socialismo così costruito non potè mai essere il sociali­
smo che gli uomini sognavano, il socialismo della libertà e
dell’abbondanza per tutti. In che misura questi difetti deriva­
rono dalla personalità di Stalin, e in che misura dall’oscuro

207
passato russo, poi dalla quinta colonna nazista e dalla minac­
cia di guerra durata per quarant’anni, questo sarà un argo­
mento di ricerca degli storici futuri, e tutti daranno un giudi­
zio diverso nel suddividere le colpe.
Su una cosa, io credo, il loro giudizio sarà unanime. Nella
misura in cui gli eventi possono essere attribuiti all’individuo
che li guidò, si dirà che Lenin fece la rivoluzione russa, Stalin
costruì il primo paese socialista del mondo. Adesso i suoi er­
rori possono essere corretti.

Correggere le deficienze interne dell’U.R.S.S. non è il proble­


ma più grave. La vigilanza ridestata del popolo, e una ragionevo­
le intelligenza e devozione nei dirigenti, possono assolvere il com­
pito. Le forme costituzionali ci sono; e così le risorse e la buona
volontà. I difetti lasciati da Stalin nel blocco socialista in Europa
orientale sono più gravi. Quando i giornali recenti furono pieni
della «rivolta in Polonia» e della «guerra civile in Ungheria», tra i
clamori si levarono i nostri esperti occidentali a salutare con gio­
ia la “fine del dominio di Mosca”.
I governi di Varsavia e di Budapest replicarono che la loro
amicizia con l’U.R.S.S. era «indistruttibile», e che essi volevano
soltanto «sovranità» e «uguaglianza». Che senso hanno queste pa­
role? Esse hanno aspettato troppo a lungo in quei paesi e ora è tar­
di. Che “sovranità” ha qualunque nazione del mondo oggi? Quale
“uguaglianza” può avere una nazione della grandezza della Polonia
in una disputa bilaterale con i duecento milioni di sovietici che
dispongono di un sesto del mondo? Questi termini devono essere
definiti in modo nuovo. Nel corso della storia, sono stati ridefiniti
sempre daccapo; ma il lavoro va rifatto ogni volta che le condizio­
ni cambiano. Oggi, essi devono essere ridefiniti in un senso socia­
lista. A meno che non lo si faccia, e in fretta, tutte le proteste di
“amicizia” resteranno vuote. Le amicizie delle nazioni mutano; gli
alleati sono spinti lontano l’uno dall’altro. Chi può dubitarne, os­
servando la storia degli ultimi dieci anni?
Questo è il compito che ha atteso di essere risolto fin dal
1945, specialmente dal ’50 in poi, e che è diventato urgente nel

208
’53, quando Stalin morì. Stalin non l’ha risolto. La sua mente,
cresciuta nel solco del «socialismo in un paese solo», non poteva
operare creativamente con i dati profondamente cambiati del
socialismo in un terzo dell’umanità; Kruscev non l’ha risolto. Per
il momento, l’ha solo reso più difficile. Le sue scuse a Tito, i suoi
attacchi a Stalin, hanno rimesso in movimento tutte le tendenze
centrifughe e separatiste dell’Europa orientale. Queste tendenze
sono forti: ma altrettanto lo sono quelle che agiscono verso
un’unione di Stati socialisti. Le forme di quest’unione nella diver­
sità devono ancora essere trovate.
Vorrei illustrare la cosa con un aneddoto. Dieci anni fa,
conobbi a Mosca un cecoslovacco, che era venuto per la sti­
pulazione di un trattato economico con l’U.R.S.S. Gli chiesi
che cosa ci fosse di vero nelle affermazioni americane secon­
do cui Mosca sfruttava i paesi dell’Europa orientale. La sua
risposta fu: «Quando trattiamo con i capi dell’industria so­
vietica, essi cercano di ottenere i prezzi migliori per le loro
merci, e noi per le nostre. Non sono dei clienti facili. Ma se
tirano troppo, allora interviene Gottwald e chiede a Stalin una
“soluzione politica”, dicendo che le condizioni sovietiche ci
rovinerebbero... Allora Stalin ci aiuta».
Ma le concessioni personali di Stalin a Gottwald non po­
tevano sostituire una pianificazione economica! Nell’U.R.S.S.,
le ferrovie di proprietà statale e le miniere non sono sempre
d’accordo sul prezzo del carbone. Ci sono delle istanze appo­
site per risolvere il problema: l’ufficio statale della pianifica­
zione, il Soviet Supremo, il partito comunista. Ma qual è l’uf­
ficio di pianificazione del blocco socialista? C’è forse un So­
viet Supremo comune? Non c’è più neppure un Internazio­
nale dei partiti comunisti, dopo che il Cominform è stato
sciolto. Possono bastare dei patti bilaterali tra una Polonia “so­
vrana” e una Unione Sovietica “eguale”? Il patto di Varsavia
dispone degli organismi e dei poteri necessari?
Chi elaborerà la base ideologica e le forme pratiche capaci
di conciliare il bisogno di libertà dei polacchi e il loro biso­
gno egualmente grande e valido di unità con un blocco so-

209
cialista abbastanza forte per dare l’assistenza necessaria? Sarà
un russo, un polacco, un ceco, a risolvere il compito? Un
uomo, una donna, o un comitato? Non penso che sarà un
russo, perché i russi hanno già una grave impresa da portare
avanti alfinterno del loro paese, un lavoro le cui radici si af­
fondano nell’“era di Stalin”. Potrebbe essere un cinese: fino­
ra, Liu Sciao-ci ci ha dato i lavori migliori sulla teoria della
nazionalità e dell’internazionalismo. Potrebbe essere Togliat­
ti, l’italiano che ha dietro di sé l’elaborazione più fresca ed
originale dei problemi delle vie indipendenti al socialismo, e
delle nuove strutture e forme politiche che dovranno corri­
spondere alle mutate condizioni di una nuova era. Io penso
che potrebbe anche essere un ceco, un figlio della nazione che
ha sofferto gli infiniti attacchi di tutte le grandi potenze al
crocevia dell’Europa, conservando insieme il suo amore della
libertà e il suo senso della collaborazione.
Colui che forgerà le forme della nuova interrelazione so­
cialista fra gli Stati, sia russo, cinese o ceco, sarà il successore
di Stalin nella storia, l’ingegnere di una nuova era. Più anco­
ra, egli non avrà gettato solo l’intelaiatura della nuova unità
nella diversità socialista, ma le fondamenta di quel governo
mondiale che un giorno dovrà sorgere.

210
Nota biografica

Anna Louise Strong nasce nel


1885 a Friend, nel Nebraska (Stati
Uniti), in una famiglia della media
borghesia. Suo padre, il reverendo
Sidney Strong, pastore della Chiesa
Congregazionista, e sua madre, Ruth,
che Anna Louise definisce “una don­
na moderna e progressista”, sono at­
tivisti del lavoro missionario.
Studentessa particolarmente do­
tata, terminato il liceo, Anna Louise
studia lingue in Europa. Si laurea e, a soli 23 anni, consegue
il dottorato in filosofia presso l’Università di Chicago.
Negli anni successivi si dedica all’educazione dei bam­
bini. Nel 1916 è la sola donna eletta nel Comitato Sco­
lastico Cittadino a Seattle, ma le sue rivendicazioni per il
superamento delle discriminazioni nei confronti dei bam­
bini delle classi più povere restano inascoltate.
Il 1916 fu l’anno del massacro di Everett. La Strong,
inviata del New York Evening Post, fu testimone della
sanguinosa repressione degli IWW (Lavoratori Industriali
del Mondo), detti Wobblies, da parte delle guardie ar­
mate al soldo delle fabbriche Everett, evento che la se­
gnò per sempre.
Gli IWW erano un sindacato rivoluzionario, sorto in op­
posizione all’AFL (Federazione Americana del Lavoro), che
conduceva lotte principalmente salariali e corporative. Gli

211
IWW lottavano invece, come recitava il loro documento co­
stitutivo, per l’abolizione del capitalismo.
La Strong condivideva la linea radicale dell’organizzazio­
ne, comprese le posizioni contrarie alla guerra. Quando, nel
1917, gli USA scesero in campo nella prima guerra mondia­
le, si oppose attivamente alla chiamata alle armi. L’Associa­
zione Insegnanti-Genitori (PTA) e i club delle donne la so­
stennero opponendosi alle esercitazioni militari nelle scuole.
Dall’altro versante, i veterani della guerra Ispano-Americana
l’accusarono di anti-patriottismo. A causa delle sue posizioni,
la Strong fu esclusa dal Comitato Scolastico Cittadino.
Le posizioni pacifiste degli Wobblies portarono ad arre­
sti di massa. Fu arrestata anche una dattilografa, accusata
di aver ciclostilato volantini antimilitaristi e, sulla base di
questa imputazione e malgrado che la Strong avesse preso
le sue difese in tribunale, fu condannata e incarcerata.
Anna Louise continuò a svolgere il suo lavoro di giornalista
militante, come redattrice del giornale laburista Seattle Union
Record, durante il grande sciopero generale di Seattle del 1919. Lo
sciopero dei lavoratori dei cantieri navali ottenne la solidarietà
dell’intera città, anche perché i lavoratori dimostrarono di essere
in grado di fermare la produzione ma, al tempo stesso, di saper
gestire i servizi sociali essenziali per la città, come le cure medi­
che e le mense per i bambini e gli anziani indigenti.
Anna Louise scrisse articoli infùocati a favore degli scioperanti e
della loro lotta. In un suo famoso editoriale proclamò: «Stiamo lan­
ciando la più terribile offensiva mai attuata dai lavoratori in questo
paese, un’offensiva che porterà... non si sa dove». I padroni chiesero
l’intervento delle truppe nazionali e locali e la proclamazione dello
stato d’assedio, facendo leva sul fantasma del “pericolo rosso”.
Tuttavia questa volta non ci fu lo scontro temuto perché lo
sciopero fini pacificamente, a causa sia dell’intervento dei dirigen­
ti nazionali degli IWW che del riflusso dell’appoggio popolare.
Delusa per il declino del movimento laburista, la Strong
maturò la convinzione che le radici del male andassero indi­
viduate nello stesso sistema capitalista.

212
Quando Lincoln Steffens (che, avendo fatto parte di
una missione diplomatica nella Repubblica Sovietica Rus­
sa, aveva descritto il suo viaggio con un lapidario: «Ho
fatto un viaggio nel futuro e il futuro funziona») tenne a
Seattle delle conferenze sulle sue esperienze nel paese dei
Soviet, Anna Louise decise di andare a Mosca.
Nei primi anni Venti fu corrispondente da Mosca del giornale
American Friends Service Committee. Celebri i suoi saggi: The First
Time in History (1924) e Children ofRevolution (1925). In quel­
lo stesso anno tornò negli Stati Uniti per un giro di conferenze e
per sollecitare gli imprenditori americani ad investire nell’indu­
stria russa (nel quadro degli investimenti di capitali stranieri a cui
dovette ricorrere la Nuova Politica Economica).
Si stabilì a Mosca negli anni Trenta. Fu editorialista del
Moscow News, primo giornale in lingua inglese pubblicato in
Unione Sovietica, destinato ai lettori degli Stati Uniti. Scrisse
centinaia di articoli ed alcuni libri, tra cui L'era di Stalin.
Nel 1946 andò in Cina, dove intervistò Mao Tse-tung
in una caverna dello Yenan.
Tornata in Unione Sovietica, venne arrestata con l’accusa di
spionaggio ed espulsa dal paese. Vi tornò per un breve periodo,
quando la sua posizione fu chiarita e nel 1958 partì definitiva­
mente per la Repubblica Popolare Cinese, dove rimase fino alla
sua morte, nel 1970. Scrisse numerose corrispondenze, raccolte
nel libro Lettersfrom China e The Rise ofthe Chinese People’s Com­
munes, importante testimonianza sulla nascita e lo sviluppo del­
le comuni popolari nella Repubblica Popolare Cinese.
A cura di
Adriana Chiaia

213
Collana
Universale di base

Lo sbocco alla gravissima crisi del mondo contemporaneo


può scaturire soltanto da una conoscenza rigorosa — non spe­
cialistica né sterile - di tutti gli aspetti della realtà: un’esigen­
za che sia preludio all’agire che, per essere veramente efficace,
dev’essere illuminato dalla esatta conoscenza di questa realtà.
A questo compito di trasformazione gli intellettuali oppon­
gono da tempo indifferenza e, non di rado, il tradimento: essi —
troppo spesso vicini ai luoghi del potere o al soldo dell“industria
culturale”, persi nei meandri del carrierismo—hanno subordinato
la loro funzione a interessi pratici ed egoistici, estranei all’avanza-
mento della conoscenza e, con essa, al miglioramento della condi­
zione umana. L’accademia, la “politica” - intesa ormai come ser­
vizio di interessi particolari -, l’“industria culturale”, hanno deva­
stato la cultura e le coscienze, hanno seminato egoismo, sfiducia,
suggestioni inconsistenti ancorate ad opinioni superficiali attinte
ai mezzi di persuasione di massa.
Soprattutto i giovani - unica speranza di rinnovamento
—, privati di autentici valori e di idee-forza, sono disorien­
tati, costretti alla passività e abbandonati alla disperazione
del conformismo.
Ma quanto più forte ed urgente si avverte l’esigenza di ripren­
dere il cammino interrotto, di mettere nuovamente “in movimen­
to” la cultura critica - strumento insostituibile di formazione del­
le nuove generazioni -, tanto più indifferenza, revisionismo, nuo-
vismo propongono altri scenari, altre prospettive, altri strumenti,
rendendo più arduo il possibile percorso.
È necessario, allora, recuperare e “rimettere in campo” -
con tenacia e con metodo - valori alti e strumenti di cono-
scenza e di formazione ormai occultati, dispersi o vanificati
dallo specialismo imperante.
Anche il mondo dell’editoria — in tanta parte responsabile di
questo depauperamento - deve fare la sua parte sia riproponen­
do testi ormai introvabili o “desueti” — ma su cui si sono formate
intere generazioni -, sia offrendo opere originali, capaci di “at­
trezzare” chi voglia meglio conoscere e, dunque, trasformare la
realtà contemporanea.
Scopo della collana “Universale di base” è, allora, di mettere
nella disponibilità - soprattutto dei giovani - strumenti essenziali
- “di base”, appunto -, capaci di contribuire alla formazione e alla
ripresa del pensiero critico. Testi e titoli semplici da comprende­
re, ma “difficili” da far circolare e da far “accettare”, anche tra
coloro che pur sono sensibili alle contraddizioni laceranti e ai
problemi del nostro tempo e che sono, tuttavia, impegnati in
generose lotte per il cambiamento.
Collana
Universale di base

Concetto Marchesi

Perché
sono comunista
Con uno scritto di
Alessandro Natta
Introduzione di
Ugo Dotti

128 pagine € 7,00

Presentare in un’epoca come Fattuale ... tredici scritti di Concetto Mar­


chesi stesi fra il 1945 e l’anno della sua morte, il 1957, può sembrare - e di fat­
to lo è — una vera e propria provocazione. Tanto più che tali scritti non riguar­
dano la sua attività di latinista e di storico letterario ma quella, altrettanto e
forse ancor più entusiasmante, di militante politico, di intellettuale comuni­
sta (dal 1921) e di chi aveva, com’egli stesso amò esprimersi, “l’animo dell’op­
presso senza averne la rassegnazione
“Noi vogliamo - ebbe a dire in una conferenza dell’aprile del 1945 - che
l’individuo sia veramente il fabbro della propria fortuna, non sollevandosi su­
gli altri ma sollevandosi in mezzo agli altri, liberamente, con tutte le naturali
ricchezze che egli possiede”. “... noi respingiamo come stolta ed infame la pre­
tesa che assegna alla classe operaia l’ufficio di lavorare e non di pensare. Noi
non vogliamo che continui ad esistere una classe operaia alla quale la servitù
economica tenga chiusa la ianua vitae, quella porta della conoscenza che è ve­
ramente la porta della vita. Noi vogliamo, come diceva Engels, che l’umanità
esca dal regno della necessità per entrare in quello della libertà”.
Conoscenza, libertà: si rifletta sul significato di queste parole nella voce di
Concetto Marchesi, comunista, e in quella degli attuali retori che si impanca­
no, definitivamente debellata la tabe degli insegnamenti del marxismo, a ma­
estri delle ormai ineluttabili magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
Finito di stampare dalle Arti Grafiche «Il Cerchio» - Napoli
nel mese di settembre 2004
per La Città del Sole s.r.l. - Napoli - Tel. 081.4206374