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DIUZIiom

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1 "TROTZIGr-STAL
LA NUOVA ITALIA
DOCUMENTI DELLA CRISI CONTEMPORANEA
14
Per il centenario della Rivoluzione russa
1917-2017
BERTRAM D. WOLFE

I TRE ARTEFICI
DELLA RIVOLUZIONE
D’OTTOBRE

LA NUOVA ITALIA
FIRENZE
Proprietà letteraria riservata

z3 edizione: gennaio l'jSi

Titolo dell’opera originale:


THREE WHO MADE A REVOLUTION
(The Dial Press, New York, 1948)

Traduzione dall’inglese
di
Paolo Vii torelli

Printed in Italy

Stab. Tip. Soc. Ed. « Cremona Nuova Cremona


I TRE x\RTEFiCI
DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE
CREDO

« Nel suo corso irresistibile e incessante, il tempo trascina sulla sua


onda ogni bene del creato e lo annega negli abissi dell’oscurità... Ma il racconto
della storia oppone una potentissima barriera al flusso del tempo e in una certa
misura ne ostacola il corso irresistibile, per modo che, fra tutte le cose svol­
tesi nel tempo, tutte quante quelle che la storia ha raccolto sono da essa tenute
e legate insieme senza consentire loro di scivolare nell’abisso dell’oblio ».
Anna Comnena.

« Lo storico ha un dovere da compiere verso se stesso e verso i suoi


lettori. Ha in un certo senso cura d’anime. È responsabile della reputazione
dei potenti trapassati che egli evoca e descrive. Se compie un errore, se ripete
calunnie verso quelli che sono senza macchia o propone alla nostra ammira­
zione scellerati o intriganti, egli non solo commette una cattiva azione; avvelena
e induce in errore l’opinione pubblica ».
Albert Mathiez.

« La storia non fa nulla, non possiede alcuna enorme ricchezza, non


combatte battaglie. È invece l’uomo, l’uomo reale, vivo, che fa tutto, che
possiede, che combatte. Non è la ’’Storia” quasi la si potesse personificare,
che si serve degli uomini per portare a compimento i suoi disegni, ma essa
stessa non è che l’attività degli uomini che mettono in atto i loro propositi ».
Carlo Marx.

« La società non può nulla essa stessa elaborare : deve rassegnarsi a vedere
interpretare ogni cosa da attori, da attori votati ad un sacrificio, dagli attori
più capaci su cui ho potuto mettere la mano ».
Dio a Giobbe,
in The Masque of Reason
di Robert Frost.
Capitolo I

IL, RETAGGIO DEE PASSATO

« O Russia, dove te ne stai involando? Rispondi! Non dà


risposta. Il suono delle campane si fonde in musica; l’aria
dilaniata turbina e irrompe come il vento, ogni cosa sulla terra
s’invola e gli altri Stati e nazioni con sguardi obliqui le fanno
strada e si mettono in disparte ».
Nikolai Gogol.

« La tradizione di tutte le generazioni morte grava come


un incubo sul cervello dei vivi ».
Carlo Marx.

« La grandezza di oggi si edifica sugli sforzi dei secoli


passati. Una nazione non è contenuta in un giorno nè in
un’epoca, ma nella successione di tutti i giorni, di tutti i periodi,
di tutti i suoi crepuscoli e di tutte le sue aurore ».
Jean Jaurès.

La grande pianura eurasiatica oppone pochi ostacoli al


gelo, al vento e alla siccità, alle orde migranti e agli eserciti
marcianti. In secoli passati la pianura era stata dominata
da vasti imperi asiatici, persiani, turchi, mongoli. Non ap­
pena gli ultimi di costoro se ne furono andati, la Moscovia
si espanse al loro posto, si espanse regolarmente durante
parecchi secoli fino a diventare il più vasto impero terrestre
ininterrotto del mondo. Come la marea su una piana scon­
finata, essa si diffuse con forza pari a quella degli elementi
della natura su un’interminabile striscia di foresta e di steppa,
sparsamente abitata da popoli arretrati e nomadi. Dovunque
incontrava resistenza, faceva una sosta, come fa la marea per
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guadagnare impeto, poi riprendeva la sua inesorabile marcia


in avanti. Solo ai suoi lati più distanti l’altipiano ù chiuso
da grandi barriere montane : le vette nevose del Caucaso;
il Pamir, tetto del mondo, dove due vette, che si slanciano
nel cielo per oltre sei chilometri, sono state battezzate col
nome di due dei nostri tre personaggi : i monti Aitai, Salani
e Stanovoi, che costituiscono la muraglia naturale della Cina.
Come un popolo poteva non essere grande e non aspirare
alla grandezza, avendo un orizzonte illimitato come questa
piana eurasiatica?
Al tempo in cui la nostra storia comincia, l’impero degli
Zar si estende ampiamente attraverso due continenti, dal
Golfo di Finlandia alla distante sponda del Pacifico. Com­
prende la maggior parte della zona terrestre dall’Artico
glaciale fino a dodici gradi dal Polo e si estende verso Sud
in calde sabbie desertiche e in scarpate semi-tropicali che
confinano con la Turchia, la Persia e l’Afghanistan.
La storia non conosce immensità quali questa. L’impero
romano al suo apice vi si sarebbe sperduto. Le altre grandi
zone terrestri ininterrotte, gli Stati Uniti, la Cina e l’India,
sommate insieme, non raggiungono questa estensione. La
sua parte europea è pari a tutte le terre occupate dell’Europa
occidentale messe insieme, eppure due terzi del suo vasto
nucleo si trovano fuori da quel continente, nelle tundre e
nelle steppe asiatiche. Abbraccia oltre 22 milioni di chilo­
metri quadrati di territorio contiguo : approssimativamente
un decimo del genere umano e un sesto della superficie
terrestre totale del globo.
Offre una prospettiva nuova alle guerre del nostro tempo
il ripercorrere attraverso le pagine della storia il flusso e il
riflusso di popoli su questa pianura sconfinata, ricordando
che l’Elba (la Laba slava) era una frontiera slava ai tempi
di Carlo Magno, che Amburgo era una fortezza eretta per
tenere in scacco gli Slavi, che la Prussia (anticamente la
Borussia) era una volta una terra lituana e che Breslavia
(una volta Breslavl, ora Wroclaw), insieme con Dresda e
Lipsia, erano una volta città slave. Q il ricordare che la
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Mongolia, strappata ora alla Cina, dominava una volta al


tempo stesso la Cina e ciò che è ora la Russia e l’intera
piana eurasiatica.
Contro ogni potente invasore, i principali difensori di
questa grande pianura aperta sono sempre stati il Generale
Distanza (con i suoi aiutanti, il Generale Fango e il Generale
Inverno) e la sua antichissima strategia della « terra bru­
ciata ». Questa non è invenzione, come hanno proclamato
recenti « scopritori » della Russia, del socialismo, della pro­
prietà statale o del genio militare di Stalin, ma è tanto
veneranda da essere conosciuta nella storia russa come « tat­
tica scitia ». È stata infatti usata contro ogni possibile con­
quistatore, da Hitler e Hindenburg nel secolo ventesimo, a
Napoleone nel decimonono, a Carlo XII nel decimottavo
(il quale, va ricordato, giunse fino a Poltava nell’Ucraina),
a Dario il Grande di Persia, che invase la piana attraverso
le steppe del Ponto nel 512 a. C. A quei tempi, gli Sciti,
come venivano chiamati allora gli abitanti di quella che è
ora l’Ucraina, si ritirarono nel retroterra, portandosi via il
bestiame, bruciando l’erba e avvelenando i pozzi. Attrassero
le armate di Dario all’interno fino a che fosse troppo inoltrato
nella terra bruciata e poi contrattaccarono, contribuendo a
salvare un’Atene di cui non avevano mai udito parlare, cosi
come le armate dello Zar salvarono Parigi nel 1914 e le
armate sovietiche Pondra nella Seconda Guerra mondiale.
Al principio del secolo decimonono, un Europeo su sette
era Russo; al principio del ventesimo, uno ogni quattro.
Al momento in cui scrivo, il rapporto sta ancora cambiando
a favore della Russia. Se si comprendono tutte le terre re­
centemente annesse e tutte quelle che sono soggiogate da
eserciti di occupazione e da governi fantocci, circa un Euro­
peo su due è oggi sottoposto alla dominazione russa.
Le tre sacre capitali dell’impero russo — scriveva il panslavista Tyutchev —
sono Mosca, San Pietroburgo e Costantinopoli. Dove si trovano i suoi confini
a Nord e ad Est, a Sud e ad Ovest? Il destino mostrerà che il cammino del­
l’avvenire ci condurrà ai sette mari interni e ai sette grandi fiumi, dal Nilo
alla Neva, dall’Elba allo Yang-Tse, dal Volga all’Eufrate, dal Gange al
Danubio: questo è l’impero russo e si perpetuerà nei secoli...
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E timorosamente Eord Palmerston, quello stesso Lord


Palmerston che Marx accusava di essere un « agente » russo,
rispondeva :
La politica c la prassi del governo russo sono sempre consistite nel
mandare avanti le proprie usurpazioni con la massima rapidità e alla massima
distanza che l’apatia o la mancanza di fermezza degli altri governi gli avreb­
bero consentito, fermandosi e ritirandosi sempre di fronte a una decisa
resistenza e aspettando poi la prossima occasione favorevole per slanciarsi di
nuovo sulla sua vittima prestabilita.

L’unità e la forza di espansione della Moscovia hanno


avuto in sè qualcosa di naturale, in massima parte indipen­
dente dalle differenze di direzione politica e di regime.
L’espansione del popolo russo nei primi secoli fu più opera
di bande cosacche, di servi fuggiaschi, di fuori legge, d’av­
venturieri e di cercatori di libertà, che dello Stato stesso.
Talvolta lo Stato cercò di ostacolare o contenere questo
processo di ribocco, ma a lungo andare finì sempre col mie­
tere il raccolto che lo ingrandiva fino a trasformarlo nel
super-Stato che conosciamo. Solo a brevi intervalli, parti­
colarmente nel tardo ’800, è stato coscientemente espansio­
nista. I capi bolscevichi che stiamo per incontrare troveranno
nelle grandi distanze della Russia la salvezza della loro
rivoluzione nei suoi giorni di pericolo. Cominciando con un
sincero tentativo di rottura col passato di espansionismo im­
perialista, essi finiranno per riassumere e sviluppare ulte­
riormente, in altre forme, la stessa forza di espansione, lo
stesso centralismo abbracciante ogni cosa, una burocrazia
presente dappertutto, un esercito permanente di milioni di
uomini, uno Stato mastodontico, tutto l’imponente apparato
che lega questo conglomerato multicolore di razze in un
unico demanio in via di continua espansione.
Un impero così enorme e incomodo è diffìcile da tenere
unito, essendo a volte inadatto a radunare la sua forza schiac­
ciante in qualsiasi punto prestabilito. Tuttavia a quattro
riprese, nel ’700 e al principio dell’ ’800, eserciti russi vit­
toriosi si trovarono sul Reno. Essi tolsero Parigi a Napoleone
e Berlino a Federico il Grande. Perfino sotto la direzione
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paralizzata di Nicola II, schiacciarono le forze imponenti


del loro vicino austro-ungarico nel 1914-16, costringendo la
Germania ad abbandonare la sua spinta verso Parigi per
contenerla in Prussia orientale. Ë quindi mera leggenda che
gli eserciti della Russia non siano mai stati grandi fino ad ora.
Dietro la leggenda vi è il fatto che negli ultimi due
secoli i paesi dell’Europa occidentale hanno compensato il
numero inferiore dei loro uomini progredendo tecnicamente
con maggiore rapidità della Russia. Da Moscovia andò perciò
incontro a rovesci cinque volte nella sua lenta espansione.
Ma l’espansione tuttavia non cessò, mentre ogni rovescio
dette origine a un enorme impulso verso la trasformazione,
come se la legge dell’edificazione della Russia fosse quella
di progredire attraverso disfatte. Il primo scontro di questo
genere dette inizio alla modernizzazione della Moscovia,
quando Pietro il Grande vide i suoi eserciti liquefarsi a
Narva e reagì con l’occidentalizzazione e l’industrializza­
zione forzate della sua terra arretrata in vista della guerra.
Il secondo impulso venne dalla marcia su Mosca di Napo­
leone, dalla quale nacquero l’unità morale della nazione,
i piani di riforma di Alessandro I, le comunità agricole
militari di Arakcheev (che presentano curiose analogie con
le attuali fattorie collettive), e la rivolta abortita dei Deca­
bristi (dicembre 1825), che aprì un secolo di rivoluzione,
contenendo in modo embrionale tutte le dottrine di tutti i
movimenti successivi. Il terzo impulso venne quando le forze
del Concerto occidentale delle Potenze sconfìssero gli eserciti
molto più vasti, formati di servi, nella Guerra di Crimea,
portando all’emancipazione dei servi e a tutta un’epoca di
future riforme. Il quarto fu costituito dalla sconfitta ad ope­
ra del Giappone (col « Generale Distanza » che favorì questa
volta il nemico), che fece precipitare l’insurrezione del 1905
e gl’inizi di un regime costituzionale. In nessuna di queste
disfatte, va rilevato, l’espansione della Russia subì più di
una pausa, mentre al termine di ogni trasformazione essa fu
in possesso di un maggiore territorio e fu più potente di
prima.
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Il quinto avvenimento di questo genere costituisce il


nucleo centrale della nostra storia, quando l’enorme appa­
rato militare della Russia s’impantanò in Prussia orientale
e in Galizia per la demoralizzazione delle retrovie e per
l’esaurimento del materiale, senza nessuna possibilità di
prestiti per sovvenire alla deficienza : tale sconfitta contribuì
a determinare le rivoluzioni del 1917 e fu a sua volta acce­
lerata da queste rivoluzioni. Questa volta la trasformazione
doveva essere la più radicale di tutte e doveva finire col
determinare il maggiore potere dinamico di espansione che
la Russia avesse mai conosciuto fin da quando la Moscovia
si era aperta un varco per la prima volta attraverso la Si­
beria nel ’600. Una siffatta tradizione di poderosa forza
offensiva e di tenace potenza ritarda trice di fronte all’avver­
sità rendono perpetuamente impossibile di « cancellare » la
Russia nell’ora dei suoi rovesci o di contenerla nel quadro
dei suoi vecchi confini nell’ora delle sue vittorie.
In Russia, s’incontrano l’Europa e l’Asia. Attraverso la
sua storia, l’Oriente e l’Occidente hanno lottato per conqui­
starne l’anima. Quante volte si è trovata fra l’Europa e le
orde migranti dell’Asia? Quante volte salvò l’Europa dalla
conquista al prezzo della propria parziale orientalizzazione ?
Ancor oggi, come all’alba della storia, sta sulla linea di
confine, abbracciando metà della penisola minore chiamata
Europa e più di un terzo della maggiore terraferma chiamata
Asia, servendo da canale del flusso e del riflusso dell’in­
fluenza orientale e occidentale, prendendo qualcosa da en­
trambe nella sua edificazione. Sebbene il centro di gravità
si sia da lungo tempo spostato dall’Asia all’Europa, la Russia
rimane tuttavia ancora nel corpo e nello spirito una natura
doppia, una terra eurasiatica.
Ea sua finestra sull’Europa è stretta e piccola, e, così
come il suo esile spiraglio fortochkas, rischia di essere asser­
ragliata fortemente in inverno. Dietro quella piccola apertura
sull’Occidente (che ora sta diventando più larga), vi è lo
schiacciante retroterra, che si slancia verso Est percorrendo
un quarto di strada del giro del mondo. È un retroterra
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abbastanza campanilistico e passivo per essere tenuto sotto


controllo, ma abbastanza vasto e sufficientemente resistente
da fermare o scomporre i più potenti movimenti di trasfor­
mazione. Sempre nuovi potenti impulsi sono venuti da Oc­
cidente solo per indebolirsi e disperdersi finalmente nella
interminabile piana che si estende verso Oriente, che conti­
nuamente ha riconquistato i suoi conquistatori o che ha
trasformato i loro sogni in qualcosa più in armonia con la
propria paziente immagine, fuori di ogni tempo.
Pur essendo prevalentemente una terra europea, è ri­
masta per lungo tempo alla periferia dell’Europa. Non fece
parte nè dell’impero romano nè del Sacro romano impero.
Nel periodo della sua formazione, la sua cultura è venuta
dal vicino Oriente, dalla « Roma orientale », Bisanzio, e dal
Califfato di Bagdad. Ciò non voleva dire allora arretratezza,
perchè al decimo secolo, quando queste culture orientali si
fecero strada attraverso i Balcani e il Caucaso verso la
Russia, i loro centri non erano dietro ma davanti l’Europa
occidentale. Ma, poco dopo, la vita di Bagdad e di Bisanzio
sembrò irrigidirsi e di conseguenza la loro figlia spirituale,
la Russia, rimase anch’essa indietro. L’improvviso sposta­
mento delle correnti del dinamismo storico a Occidente, verso
le sponde del Mediterraneo e poi dell’Atlantico, lasciò la
Russia al di fuori della corrente principale. Quando il Ca­
liffato arabo e l’impero bizantino caddero entrambi in mano
ai Turchi ottomani, la Russia mantenne per un po’ di tempo
un precario contatto con l’Occidente attraverso il Mar Bal­
tico e il Mar Nero, poi dovette abbandonarli ai Tedeschi, ai
Lituani, agli Svedesi e ai Turchi. Ma gli avvenimenti decisivi
che staccarono la Russia dall’Europa occidentale furono gli
scismi fra la Chiesa bizantina e quella romana e l’invasione
tartara-mongolica, seguita da due secoli di dominazione
mongolica.
L’invasione mongolica — l’ultima, prima della forma­
zione della Moscovia — non fu che il principio di una lunga
serie di simili afflussi naturali di popoli trasmigranti. Nor­
manni dalla Scandinavia, Polacchi e Livoni e Tedeschi dal-
JO

l’Occidente, Greci e Turchi e Persiani dal Sud, Ugro-Finnici


dall’Asia, Slavi dai Carpazi, Kazari, Calmucchi, Tartari e
altre orde nomadi dall’Oriente, sono calati in interminabile
successione sulla grande piana aperta eurasiatica, ora come
conquistatori, ora in fuga, piantando i loro successivi patri­
moni di razze e di consuetudini, sradicando e disperdendo
continuamente le lente accumulazioni di civiltà stabile, ritar­
dando il progresso dell’economia e cospargendo su tutta la
terra l’impronta non sradicabile della rapina, dell’asservi-
mento e della spada.
Quando tuttavia l’epoca delle grandi migrazioni cessò in
Europa, la Russia, sotto la dominazione degli Slavi, svi­
luppò non meno dei paesi occidentali l’unità della sua lingua
e della sua cultura e sembrò pronta, insieme con le altre
nazioni, a compiere i suoi primi passi verso l’economia e la
civiltà che caratterizzano il moderno mondo occidentale.
Gl’impulsi unitari che s’irradiarono all’esterno durante
il tardo Medio Evo da centri linguistici-culturali come Parigi,
Londra, la Toscana, la Castiglia e conferirono al Francese,
all’Inglese, all’Italiano, allo Spagnuolo il primato sulle lingue
e sui dialetti vicini entro grandi regioni aventi una coesione
nazionale, sono stati studiati solo in modo oscuro. Una cosa
sembra tuttavia certa : che i mercati e le strade commerciali
e i conseguenti scambi culturali hanno esercitato una funzione
importante nel generare questi centri. E ancora un’altra cosa :
che l’esperienza di una lotta comune per l’esistenza ebbe
tendenza a conferire una forma permanente alla loro domi­
nazione su regioni « nazionali ».
I Piccoli Russi (Ucraini) e i Grandi-Russi (Moscoviti)
non rimasero dietro agli altri nello sviluppare le città com­
merciali di Kiev e Novgorod, nel manifestare quella potente
forza d’espansione costituita dall’unità linguistica e nazio­
nale, nel russificare quasi senza imposizione i contadini finnici
conquistati nella piana centrale e i boiari e i principi vichingi
che governavano la terra. La Russia-Ucraina, non meno di
altri paesi, diventò una delle prime strade commerciali del
commercio medievale di uomini, cose e idee. Fin dal primo
II

albeggiare del Medio Evo, la sua rete di fiumi ampi e dal


decorso lento, navigabili per le navi mercantili durante una
gran parte dell’anno, uniti da facili trasporti e adoperabili
come scorrevoli strade da slitte per il traffico invernale, forni
al mondo medievale dell’Europa occidentale la principale
strada commerciale, la lunga strada continentale « dai Va­
riaghi ai Greci », ossia dalla Scandinavia a Bisanzio. Ea via
fluviale scorreva lungo una terra di foreste e di steppe. I no­
madi delle steppe costituirono le prime bande di pirati-mer­
canti. Ee foreste fornirono primitivi prodotti forestali : miele
e cera; pellami e pelliccie; prodotti agricoli barbaramente
coltivati con aratro e zappa di legno nelle radure attorno
alle città che mobilitarono i primi eserciti per difendere la
strada commerciale; e l’animale umano, cacciato nella foresta
e nella steppa per essere venduto come schiavo. Ee giovani
russe erano famose in Arabia come concubine, mentre la
stessa parola schiavo da molti filologi viene messa in rela­
zione con la parola Slavo.
In quale misura questo commercio primitivo possa avere
spinto l’antica Russia verso la cultura urbana e un governo
cittadino democratico o patrizio non lo sappiamo, perchè nel
secolo decimoterzo il corso del commercio interno transcon­
tinentale fu improvvisamente e permanentemente deviato
verso altre rotte. Quando i Crociati presero Bisanzio nel 1204,
il commercio orientale cessò di seguire la strada del Mar
Nero, del Dniepr e del Baltico. Fu fatto deviare verso il Me­
diterraneo, andando attraverso Venezia e Genova in Siria,
Palestina ed Egitto e attraverso i valichi alpini al Reno e
in Europa settentrionale. Ee città italiane fiorirono mentre
la grande strada commerciale fluviale dai Variaghi ai Greci
diventò un turbolento mare interno; le giovani città slave
decaddero, le nascenti democrazie borghesi o aristocratiche
morirono, la foresta e la steppa prevalsero ancora una volta
in Russia. Il Rinascimento scorse attraverso altre vie d’acqua,
lasciando la Russia da parte. Essa sola, fra le grandi nazioni,
non conobbe mai quel fermento spirituale, non sentì mai
pienamente la forza della Riforma, non sviluppò mai la cui-
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tura e l’individualismo diffusi che quei movimenti trascina­


vano dietro a sè. Divenne invero una terra stranamente
silenziosa. Nei secoli in cui l’Italia aveva Dante e il Petrarca,
quando l’Inghilterra aveva Shakespeare, la Spagna Cervantes,
la Francia Corneille e Racine, la Russia tacque. Da potente
terra non ritrovò la voce fino al secolo decimonono, quando
improvvisamente a squarciagola fece stupire il mondo.

Nel momento in cui la strada commerciale fluviale stava


diventando un mare interno e in cui le città morenti erano
diventate troppo deboli da poter offrire una resistenza vit­
toriosa, vennero le ultime grandi invasioni mongoliche-tar-
tariche dalle steppe asiatiche. I centri mercantili moribondi
furono depredati, incendiati, rovinati, i loro « notabili »
sterminati o portati via come schiavi, le loro libertà primitive
e i deboli bagliori di cultura laica distrutti. Da Russia urbana
e mercantile, la Russia « borghese », ricevette un colpo da
cui non si riebbe per diversi secoli. E allora fu un’altra
Russia, avente per centro la Moscovia e non la vecchia
Russia o piuttosto l’Ukraina avente per centro Kiev.
Una Rus — scrive Tolstoi — affonda le sue radici nella cultura universale
o per lo meno in quella europea. In questa Rus le idee di bene, onore e
libertà sono comprese come in Occidente. Ma vi è un’altra Rus: la Rus delle
foreste oscure, la Rus della Taiga, la Russia animale, la Russia fanatica,
la Russia mongolo-tartarica. Quest’ultima Russia fece proprio ideale il dispo­
tismo e il fanatismo... La Rus di Kiev era una parte dell’Europa, Mosca
per lungo tempo rimase la negazione dell’Europa.

Non che i Mongoli recassero il contributo di qualcosa


di positivo. Se, a differenza degli Arabi che invasero la
Spagna, non portarono con sè « nè l’Algebra nè Aristotele »,
portarono una tecnica dello Stato eminentemente adatta a
un grande impero terrestre. Guidati da saggi cinesi, questi
nomadi della steppa asiatica avevano sviluppato un’abilità
notevole nell’ arte dell’ amministrazione burocratica delle
grandi zone, di zone maggiori di quelle tenute insieme da
qualsiasi popolo partendo da un unico centro. Furono essi
che portarono la rilassata e facile tolleranza verso le religioni
indigene, le amministrazioni indigene e le tradizioni indigene
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che permisero tanto agli Zar quanto ai Soviet di tenere uniti


una quantità di popoli diversi variando le combinazioni fra
il centralismo e l’autonomia. Non chiedevano altro che la
sottomissione del signore indigeno, autonomo, o, in mancanza
di ciò, del fantoccio tratto dalla stessa classe dirigente in­
digena. A patto di ottenere un tributo e la leva militare
(le uniche aspirazioni centralistiche di quei tempi più sem­
plici), essi si accontentavano di lasciare in carica duchi,
preti e anziani. Accorgendosi di poter usare la Chiesa orto­
dossa russa e i Granduchi di Moscovia come strumenti della
loro dominazione, li favorirono, mentre distrussero le più
progredite e democratiche Kiev e Novgorod, più ricche di
bottino e più fervide nella loro resistenza. Mosca fu aiutata
dai Tartari contro l’Occidente ed elevata al rango di esattrice
dei tributi, di centro religioso e di vicereame tartaro. Man
mano che il potere dell’Orda d’Oro cominciò a disintegrarsi,
il Granducato di Moscovia successe rapidamente alla dire­
zione del grande impero vacante che si estendeva nella piana
eurasiatica. Il suo improvviso sviluppo fece accorrere gli altri
principi alla Corte moscovita, trasformò Mosca in una città
santa e in un patriarcato, rafforzando il principio bizantino
del cesaro-papismo col principio mongolico della sottomis­
sione senza discussioni e dell’obbligo universale di servire
verso il capo militare assoluto e lo Stato.
Ma si dimentica troppo spesso che quest’autocrazia mi­
litare aveva profonde radici popolari. Le sue lotte successive
per la riconquista cristiana contro i Khan tartarici, poi con
la Polonia-Lituania cattolica e molto più tardi con la Svezia
e la Germania fecero diventare la Chiesa una bandiera e
valsero allo Zarismo una popolarità altrettanto profonda fra
le masse della Moscovia di quella ottenuta dalla monarchia
spagnola nella sua lunga lotta contro i Mori. Fu così accu­
mulato un capitale di popolarità che doveva disperdersi se
non nel secolo ventesimo. Nell’anno 1905, guardando un
prete con la tonaca e la barba, Padre Gapon, capeggiare una
processione degli operai più abili e più avanzati di Russia,
quelli delle famose fabbriche di macchinari e di locomotive
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Putilov, in una marcia verso il palazzo per rivolgere al Caro


Padre Zar una petizione, innalzando bene in alto i ritratti
dell’amato sovrano, avremo motivo di ricordare quanto fos­
sero profonde le radici dell’appoggio popolare allo Zarismo.
Fu la sparatoria delle truppe su questi operai disarmati e
ossequiosi che ruppe infine l’incantesimo dello Zar. Ma un
sentimento così profondamente radicato rischierà di spo­
starsi e trasferirsi ad altri oggetti piuttosto che disintegrarsi
completamente. Anche oggi come nel passato i lavoratori
russi marciano in tutte le loro processioni portando in alto
le imifaagini del loro sovrano, chiamandolo Rodnoi Otets, « Il
nostro caro Padre » o « Padre carnale ».
Dopo che la Moscovia si fu scossa da dosso il giogo
tartaro, tutte le miuaccie serie all’esistenza della Russia erano
destinate a venire dall’Occidente, dai cavalieri teutonici, dalla
Polonia-Rituania, dalla Svezia, da Napoleone, dal Concerto
delle Potenze, dalla Germania sotto Guglielmo II e sotto
Hitler. I vincoli di fedeltà che legavano il popolo allo Stato
e al suo autocrate militare venivano così continuamente raf­
forzati e le barriere dell’eredità bizantina e della dominazione
tartara che aveva separato la Moscovia dall’Occidente erano
altrettanto costantemente rafforzate dalla sensazione sempre
presente della minaccia occidentale e del pericolo nazionale.
Da guerra, una guerra virtualmente interminabile, fu
anzi un fattore estremamente potente nel plasmare la strut­
tura statale e lo spirito moscovita. Negli anni che vanno dal
1228 al 1462, gli anni convenzionalmente fissati come limiti
del Rinascimento dell’Europa occidentale, gli storiografi
russi elencano 90 guerre intestine e 160 invasioni straniere !
Durante i secoli decimosettimo e decimottavo, 1’« Illumi­
nismo » dell’Europa occidentale, la Russia combattè tre
grandi guerre contro la Svezia, conclusesi con l’annessione
della Finlandia e delle terre baltiche e sette conflitti disperati
con la Polonia, che si conclusero con le spartizioni polacche.
Da Moscovia fu più lenta dei paesi dell’Occidente nello
sviluppare i vincoli feudali, perchè, diversamente da quei
reami più piccoli, possedeva nella piana eurasiatica distese
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illimitate di terra libera. Mentre la servitù della gleba veniva


rafforzata in Francia, in Inghilterra e in Germania dalla
mancanza di terre non occupate, in Russia, con la steppa
illimitata e la terra irrigata dai fiumi e la riva del Mar Nero,
la fissità dovette essere creata per forza della legge. Furono
il salasso e lo sforzo di una guerra incessante che spinsero
gli Zar a decretare la servitù della gleba (definita in russo
col vocabolo Krepost, che letteralmente vuol dire « fissità »),
fissità per cui l’esattore delle tasse e il sergente preposto alle
operazioni di leva potessero sempre sapere dove trovare ogni
individuo e potessero ritenere ogni villaggio collettivamente
responsabile della sua parte di tributo e del suo contingente
da fornire alla leva militare. Fa servitù cominciò a svilup­
parsi sotto Pietro il Grande e Caterina, quando in Europa
occidentale l’istituto della servitù della gleba era già stato
soppresso. In Inghilterra e in Francia, proprio nel momento
in cui le istituzioni medievali cominciarono a trasformarsi
in un sistema giuridico, il feudalesimo stava già cominciando
a decadere. Eo stesso secolo che cominciò a codificare la
massa variopinta della vita medievale occidentale vide il tes­
suto connettivo assottigliarsi e mostrare grandi squarci e
fessure. Ma in Russia, parecchi secoli dopo, il tessuto con­
nettivo fu consolidato, rafforzato, onde sopravvivere alle
burrasche della Rivoluzione francese. Furono intrecciati in
esso materiali ricchi e inflessibili tratti dal morente Oriente
bizantino, lucidi fili metallici recati dalle orde tartare, fili
oscuri elaborati nello stame e nella trama da guerre in­
cessanti.
Ancora primitivo e barbaro, lo Stato moscovita — ta­
gliato sul modello di un semplice ducato — si trovò alla
testa di un grande impero eurasiatico molto prima di pos­
sedere un apparato o una tecnica pari a compiti così poderosi.
Per ripetere le parole del maggiore storiografo della Russia
Klyuchevsky, « lo Stato s’ingrandì, il popolo rimpicciolì ».
Oppure, come ha detto Karpovic, « il corpo della Russia
crebbe troppo rapidamente per la sua anima ». Il bilancio
militare e le spese determinate dall’apparato furono sempre
i6

troppo forti per l’economia produttiva (e continuano ad es­


serlo). La gente dovette quindi essere vincolata alle sue atti­
vità e legata ai suoi luoghi di residenza, dove l’esattore,
la leva militare e il commissariato di fureria dell’esercito
avrebbero potuto rintracciarla. Su queste fondamenta feudali-
militari, la Russia fece entrare in campo grandi eserciti per­
manenti mentre le potenze occidentali continuavano ad ac­
contentarsi di piccole compagnie di mercenari o di volontari.
Così, ciò che oggi si è usi a considerare totalitarismo,
il prodotto dell’adattamento della vita moderna alla moderna
guerra totale, col suo perpetuo senso di trovarsi in stato
d’emergenza e il suo Stato onnipotente, ha profonde radici
nella storia che ha formato la terra russa. « 'Putto per mezzo
dello Stato, nulla contro lo Stato, nulla fuori dello Stato » :
oggi questa dottrina ha una nuova base e una nuova com­
pletezza tecnica, ma il suo spirito non è completamente
nuovo. L’obbligo universale di prestare il servizio, la fissità
di dimora universale creata per decreto — krepost e nevo-
lya — sono stati per secoli delle caratteristiche della vita
russa. Altri popoli, si è detto, consistono di due parti : il
Corpo e l’Anima, ma quello russo consiste di tre parti : il
Corpo, l’Anima e il Passaporto. Prima della prima guerra
mondiale, due soli paesi chiedevano il passaporto agli stra­
nieri : la Russia e la Turchia. Ora, siccome tutti i paesi vanno
verso uno statalismo mastodontico, i documenti e i passaporti
si moltiplicano. Ma oggi, come nel passato, il passaporto
interno, la fissità dell’attività lavorativa, il divieto all’in­
dividuo di spostarsi liberamente da una fabbrica o da una
fattoria, distinguono la Russia ancor maggiormente dagli
altri paesi. Le innumerevoli relazioni sulla « nuova Russia »
non hanno nemmeno posto questo problema : quanta parte
di tutto ciò è socialismo o stalinismo, e quanta l’eredità del
passato russo?

Il maggiore industrializzatore della Russia prima di


Lenin e di Stalin fu Pietro il Grande. La sua modernizza­
zione, come quella dei suoi successori, fu concepita preva-
17

lentemente agl’intenti della guerra e dello Stato. L’indu­


strializzazione era un aspetto della militarizzazione. Scese
dall’alto in basso. Elevò, spinse, trascinò, condusse il popolo
russo verso la tecnica occidentale per volontà dello Stato.
All’improvviso, Pietro creò contemporaneamente l’industria
edilizia, una grande industria tessile e del vestiario per
produrre divise militari a milioni e una grande industria del
ferro e dell’acciaio per produrre baionette, cannoni e le mu­
nizioni di guerra. Le industrie furono create per mezzo di
piani statali e per ukaz. Venne ordinato ai figli dell’aristo­
crazia di studiare la scienza e la tecnica; furono investiti
capitali per ordini del sovrano; venne creata una classe lavo­
ratrice assegnando servi delle terre della Corona allo Stato.
Così, molto prima del socialismo marxista, lo Stato russo
diventò il maggiore proprietario terriero, il maggiore indu­
striale, il maggior datore di lavoro, il maggior commerciante,
il maggior proprietario di capitali della Russia o del mondo.
Le esigenze dei suoi immensi eserciti ne fecero anche il
maggior consumatore dell’industria privata.
Ciò fece nascere il maggior apparato burocratico del
mondo. La distruzione della nobiltà ereditaria, iniziata da
Ivan il Terribile nel secolo decimosesto con la sostituzione
in sua vece di una Oprichnina per la sicurezza e il servizio
dello Stato (che ricorda curiosamente la Ghepeù), fu com­
pletata da Pietro il Grande nel secolo decimottavo. La bu­
rocrazia fu disposta in forma di gerarchia fissa e la lenta
ascesa neH’amministrazione, dal grado di copista a quello
di alto funzionario, dipese in gran parte dal semplice numero
degli anni trascorsi davanti ad una serie rigidamente determi­
nata di scrivanie, ognuna delle quali comportava le sue con­
suetudini burocratiche ben definite, i suoi doveri, i suoi gradi
e titoli, il suo stipendio e le sue prerogative. La stessa nobiltà
era ormai così radicata nell’amministrazione dello Stato che
era automaticamente raggiunta da un plebeo che avesse pos­
seduto un calamaio dello Stato per un certo numero di anni.
La burocrazia fu da Pietro divisa in gradi sotto forma di una
gerarchia di chinovniki, scala avente esattamente quattordici

u
iS

chins, o gradini, che in linea di massima non si doveva ascen­


dere con impeto o per merito, ma piuttosto ad un passo esatto
e monotono, che poteva essere cambiato solo per la decisione
arbitraria di qualche essere superiore.
A questa struttura di capitalismo di Stato i sovrani del
secolo decimonono, Alessandro I e suo figlio Nicola I, ag­
giunsero un sistema particolare di fattorie militari dello Stato
che Vernadsky ha definito « un esperimento di una specie
di socialismo militare ». Questo piano fu sviluppato durante
l’ultima fase delle Guerre napoleoniche, con lo scopo d’im­
pegnare gli eserciti stanziali della Russia in un’attività pro­
duttiva e di ridurre così il mostruoso bilancio militare. Interi
reggimenti furono sistemati in distretti agricoli, donde i con­
tadini indigeni furono deportati. Oppure interi villaggi furono
coscritti e tutti gli uomini messi in divisa pur continuando
il loro lavoro nei campi. In alcune regioni, furono costruite
secondo i piani nuove comunità, complete di fattorie, di
caserme e di edifici municipali. Ricevettero bestiame, cavalli,
sussidi, esenzioni fiscali, furono sottoposte a disciplina mi­
litare e a continue manovre. Queste fattorie militari dello
Stato prosperarono e riuscirono ad accumulare una riserva
di 50 milioni di rubli per lo Stato. Re prime di queste fattorie
furono fondate nel 1810. Nel 1825, quando morì Alessandro I,
comprendevano 126 battaglioni di fanteria e 249 squadroni
di cavalleria : oltre 200.000 soldati più le loro famiglie, un
terzo dell’esercito permanente di allora. Questo sistema con­
tinuò per oltre quarant’anni e fu soppresso solo nella seconda
metà del secolo decimonono, nel quadro del grande movi­
mento per la « liberazione dei servi » che cominciò con l’av­
vento al trono di Alessandro II. Quest’esperimento ricorda
fortemente i comuni militarizzati di lavoratori che tentarono
d’istituire i Bolscevichi nel 1920 e molte delle sue caratte­
ristiche si possono ritrovare nelle odierne fattorie statali e
collettive.
Dopo l’emancipazione dei servi nel 1861, vi fu infine
un rapido sviluppo della libera attività economica e del capi­
tale libero o privato. Ma anche lo Stato continuò a espandersi
19

economicamente e ad assumere nuove imprese : soprattutto


una vasta costruzione di ferrovie e di linee telegrafiche gestite
dallo Stato, nuovi monopoli commerciali, e grandi banche sta­
tali. Nel 1889 lo Stato possedeva il 23 per cento delle ferrovie,
nel 1890 il 60 per cento. Poi intraprese la costruzione della
Transiberiana e in dieci anni portò a termine una costruzione
ferroviaria maggiore di tutte quelle intraprese da qualsiasi
governo prima di allora o da allora. Nel secolo ventesimo,
era anche diventato il principale banchiere della Russia, la
Banca dello Stato avendo un giro d’affari di 234.009.000.000
di rubli oro (117 miliardi di dollari) nel 1913. Durante la
guerra continuava a costruire ferrovie ad un ritmo più rapido
di quanto il governo bolscevico, con tutti i suoi piani quin­
quennali, sia mai stato capace di realizzare. Circa un terzo
del bilancio zarista prebellico era destinato a industrie e co­
struzioni gestite dallo Stato, un altro quarto, approssimati­
vamente, all’esercito e alla marina, e il resto ai soliti scopi
di un vasto apparato statale. Da posizione dominante dello
Stato nell’economia russa (il controllo da parte sua di ciò
che Denin doveva definire « le vette dominanti ») era incon­
trastabile. Ciò di cui i Bolscevichi s’impadronirono realmente
nel 1917, ancor prima di aver nazionalizzato per conto loro
una sola industria, era il più vasto apparato economico statale
del mondo.
« D’Europa ci è necessaria per alcuni decenni », si dice
che Pietro abbia dichiarato quando importò tecnici e processi
tecnici, « e poi potremo voltarle la schiena ». Ma i nuovi
metodi trascinarono con sè nuovi modi di vivere e di pensare.
Fu un’improvvisa iniezione di « occidentalismo » con metodi
« orientali », per imposizione dall’alto, sistema che contribuì
scarsamente a preparare spiritualmente il popolo a ciò che
stava accadendo. Questa marcia forzata in uno strano mondo
nuovo dette origine a una profonda frattura nell’anima russa,
ad una crisi nella religione, nella cultura, in politica, nel
modo di sentire e di pensare, che è durata tre secoli e che
non si è ancora conclusa. Ha determinato lo scisma tra i
Vecchi Credenti e la Chiesa statale; la frattura fra la nobiltà
20

e il popolo, fra la burocrazia e il popolo, fra ì’intellighentsia


e il popolo e finalmente in seno alla stessa intellighentsia.
Fu questa intellighentsia che, nel secolo decimonono, di­
venne cosciente dello spirito dell’anima russa e le dette la
forma della celebre polemica fra Occidentalisti e Slavofili.
Nel ventesimo secolo, lo stesso dualismo costituì il
terreno fertile allo sviluppo dalla base di scissioni fra gli op­
positori al regime; in Socialrivoluzionari, rappresentanti una
specie di rivoluzionarismo slavofilo e nei Marxisti e Riberal-
democratici occidentalisti. Poi, anche nel campo occidenta­
lista marxista, diventarono percepibili nella scissione fra
Bolscevichi e Menscevichi elementi dello stesso travaglio
psichico. Gli anni agitati della Rivoluzione manifestano un
tipico spostamento di simboli; gli zelanti Occidentalisti del
Governo provvisorio che dominano i tre primi trimestri del
1917; poi Renin, la cui miscela complessa di « Slavo » e di
« Occidentale » verrà esaminata in quest’opera. Finalmente,
al Grande-Russo Renin (1) proveniente dal Volga centrale
succede Stalin, un Georgiano del Caucaso, dove finisce la
Europa e comincia l’Asia...
E persino nello spirito dello Stalinismo apparirà la stessa
guerra scismatica intestina : fra lo Stalin del 1920-30 che im­
portava tecnici e macchinari stranieri e che riveriva la tecnica
straniera definendo « stile » del Reninismo « l’unione armo­
niosa dello slancio russo con la praticità americana nel fare
le cose » e lo Stalin del 1939 che teme e denigra tutto ciò
che è straniero e che epura la gente in ogni campo per avere

(1) La parola « Grande-Russo », adoperata nel corso di questo libro, è


un termine etnologico che serve a designare il gruppo nazionale russo domi­
nante che costituiva la maggioranza della popolazione dell’impero così come
dell’Unione Sovietica. Gli altri gruppi russi sono « Piccoli-Russi » o Ucraini
e i Bielorussi (Russi Bianchi). Oltre questi, gli aggregati di popoli sono costi­
tuiti da molte razze etniche non russe, come g*li Ugro-Finnici, i Tartari, ecc.
I Grandi Russi costituiscono più o meno metà della popolazione totale. Gli
Ucraini, talvolta chiamati Piccoli-Russi, vengono subito dopo con circa 38 mi­
lioni e i Bielorussi terzi con circa 18 milioni. Questi tre gruppi insieme
costituiscono più del 75 per cento della popolazione totale. La parola « Rus »,
da cui è tratto « Russo », fu applicata per la prima volta al popolo che
viveva attorno a Kiev, in quella che è ora l’Ukrama, e più tardi si diffuse ai
Moscoviti come definizione generale dell’impero che aveva per centro Mosca.
21

avuto contatti o provato ammirazione o aver dimostrato « ser­


vile sottomissione all’Occidente ».
Improvvisamente, all’alba del secolo decimonono, la
Russia rimasta muta per tanto tempo ritrovò la voce e di­
venne consapevole degli spiriti rivali che lottavano per il
possesso della sua anima. I primi conflitti erano apparsi nel
secolo precedente, ma fu il contatto con l’Occidente e la sen­
sazione di un pericolo nazionale e di un trionfo nazionale nel­
le Guerre napoleoniche che dette nuovo impulso all’industria
e alla cultura russa, che fece andar.e nei campi di battaglia
e nelle capitali dell’Europa occidentale i giovani intellettuali
aristocratici della casta degli ufficiali, che ridestò Yintelli-
ghentsia aristocratica a un’autocoscienza nazionale. Non fra
le masse, ma fra questi giovani nobili di spada e di corte
si agitò il primo impulso per la libertà. « Attendiamo, i nostri
cuori ansiosi battono, soffriamo per la sacra libertà, come
un giovane amante soffre in attesa dell’ora tardiva di rivedere
l’amata », cantava il giovane Pusckin. Era tipico che dallo
Zar egli attendesse il prezioso dono : « E vedrò io, o amici,
un popolo libero da gravami e un giogo servile abbattuto
da mano regale, mentre infine la sacra aurora della libertà
diffonde il suo ardore splendente sulla nostra cara patria? ».
Per un certo tempo, l’Autocrate seduto sul trono sembrò
partecipare al brillante sogno. Ma poi, Alessandro il so­
gnatore liberale diventò Alessandro il mistico reazionario.
Colui il quale aveva scritto a Thomas Jefferson onde otte­
nerne consiglio per una costituzione, che aveva dato mandato
a Czartoryski di progettare la carta della libertà polacca e
al plebeo Speransky di redigere una costituzione per la stessa
Russia, cadde poi sotto l’influenza di personaggi così rea­
zionari come Arakceev negli affari interni, e come Metternich
negli affari esteri. Da allora vi fu uno spostamento del centro
di rinnovamento dal sovrano ad aristocratici illuminati, seb­
bene questi giovani radicali della Corte continuassero per
lungo tempo a fondare le loro speranze su una rivoluzione
dall’alto, perchè non osavano pensare ad una rivoluzione dal
basso. Per un intero decennio dopo che Alessandro ebbe tolto
22

loro il suo favore, essi aspettarono, sognando, facendo pro­


getti, complottando, nelle loro società segrete e nelle loro
leghe massoniche, sperando un mutamento d’avviso, sperando
che la morte recasse un mutamento di autocrati o una rivo­
luzione di palazzo.
Le più interessanti fra le società segrete di ufficiali erano
quelle note sotto i nomi di Società dei Nordisti e dei Sudisti.
Il programma della Società nordista, scritto dal colonnello
Muraviev, prevedeva una monarchia costituzionale liberale
sul modello inglese, il decentramento federale e diritti civili
individuali. Muraviev avrebbe preferito una repubblica, ma
il popolo avrebbe però dovuto essere consultato e la sua vo­
lontà avrebbe potuto determinarsi solo attraverso una assem­
blea costituente. Il programma della Società sudista, d’altro
canto, era concepito nello spirito del giacobinismo francese,
anticipando curiosamente le idee e i metodi dei Giacobini
del secolo ventesimo, i Bolscevichi. Pestel, suo autore, era
deciso a istituire una repubblica con ogni mezzo, nell’inte­
resse, naturalmente, del popolo, ma, se necessario, contro
la volontà del popolo stesso. I membri della sua società erano
divisi in una triplice gerarchia di responsabilità e d’inizia­
zione : uno strato direttivo di cospiratori che soli avrebbero
conosciuto tutti i segreti e che avrebbe preso tutte le decisioni
importanti; uno strato intermedio che avrebbe partecipato
in una certa misura alla conoscenza e alla determinazione
di questi argomenti; e uno strato inferiore il cui dovere era
costituito solamente dall’eseguire le istruzioni ricevute. Sotto
di loro doveva esservi ancora un altro gruppo di « amici »
o simpatizzanti, una specie di attivisti che non dovevano
essere iniziati a nessuno dei segreti dell’esistenza della so­
cietà. I piani di Pestel comprendevano una congiura che
avrebbe rovesciato l’autocrazia, giustiziato lo Zar e tutti i
membri della famiglia imperiale, poi conquistato il potere
e istituito una dittatura militare temporanea come leva per
l’esecuzione di un audace piano di riforme sociali. La ditta­
tura doveva munirsi di tutti gli strumenti del potere, com­
presa la polizia, le spie, la censura. I servi dovevano essere
23

liberati, le distinzioni di classe soppresse, la terra doveva


essere nazionalizzata e divisa in due parti uguali, una delle
quali doveva essere proprietà collettiva dei contadini e l’altra
a disposizione dello Stato per scopi fiscali o per essere venduta
o distribuita come proprietà privata. In otto o dieci anni,
pensava Pestel, la dittatura avrebbe abbastanza trasformato
la Russia ed eliminato il pericolo di una controrivoluzione
da poter istituire nel paese una repubblica centralizzata con
un consiglio popolare o vieche (la parola è etimologicamente
connessa con « soviet ») come Camera bassa e un organismo
dirigente superiore sotto forma di un direttorio di cinque
persone, una specie di Politburo che avrebbe accentrato nelle
proprie mani il potere amministrativo.
Quando Alessandro I morì, la giovane aristocrazia ra­
dicale degli ufficiali tentò' di fare un colpo di Stato militare,
noto nella storia per la sua data (dicembre 1825) come Ri­
volta dei Decabristi (o Decembristi). Fu l’ultimo di una lunga
serie di tentativi di rivoluzioni di palazzo e fu anche il primo
tentativo di rivoluzione politico-sociale. Preannuncio il pe­
riodo della storia rivoluzionaria russa.
Ma proprio il carattere radicale del suo programma
rendeva il suo successo meno probabile delle precedenti
rivoluzioni di palazzo poiché metteva in giuoco la sorte delle
masse mentre queste rimanevano indifferenti e ignare di ciò
che era stato progettato per loro. Nicola I la soppresse facil­
mente, conducendo personalmente l’inchiesta sulla congiura.
Il suo temperamento si unì all’allarme che regnava al mo­
mento del suo avvento al trono per fare del suo lungo regno
(1825-55) un periodo di reazione. Vedendo che un soggiorno
all’estero aveva dato così cattivi risultati, proibì ai Russi di
andare all’estero se non con un permesso speciale o in mis­
sione per lo Stato. Considerando la discussione di idee con
diffidenza, istituì criteri rigorosi su quello che avrebbe dovuto
essere insegnato e stampato e discusso. Come principale
strumento di dominio istituì una « Terza Sezione » segreta
o polizia politica, ponendo sè stesso nella posizione di giudice
e d’inquisitore principale, di principale censore e poliziotto
24

e, con parole sue, di « primo funzionario » del suo regno.


L’autocrazia si accampò così contro la nazione che si risve­
gliava ed entrò nell’ultima fatidica fase della sua esistenza.
Con la rivolta decabrista del 1825, la crosta cristallizzata
si spezzò. Invano Nicola I, « il Mazziere », cercò di soffocare
le trasformazioni sotto la sua dominazione ferrea. L,a co­
struzione da parte sua della prima ferrovia (è tipico che egli
tracciasse due linee rette attraverso una grande carta geo­
grafica, ignorando città e borgate, e dicesse « Corra in questo
senso ») e la sua politica tendente ad incoraggiare l’indu­
strializzazione e la nascita di una burocrazia modernizzata
ebbero un effetto più conturbante di qualsiasi complotto che
avesse potuto concepirsi. Quando morì, nel 1855, letteral­
mente di crepacuore perchè il suo rigido sistema sociale era
fallito ignominiosamente nella prova della Guerra di Crimea,
tutti i vigorosi puntelli che aveva inserito contro l’opera del
tempo crollarono di peso. Suo figlio, Alessandro II (1855-81),
doveva ridar mano all’opera di trasformazione ad un ritmo
rapido come quello di Pietro, passando alla storia come « Zar
emancipatore ». Ma doveva perire per opera della bomba
di un rivoluzionario. Per il resto del secolo, la vita russa
sarebbe stata una corsa impari fra la forza declinante delle
riforme dall’alto e la forza crescente dell’insofferenza dal
basso.
Quelli che cercavano la via della rivoluzione dovevano
inevitabilmente rivolgere la loro attenzione all’ancor sonnec-
chiante massa popolare russa. Tutti gli atteggiamenti pos­
sibili si fondevano nel sentimento che nutrivano verso il
popolo: autoabnegazione, pentimento, umiltà, mistica ado­
razione, cieca speranza, fascino, paura. Alcuni rivolgevano
il loro appello in modo timido e riluttante, con cenni incom­
prensibili e gesti equivoci; altri con temerario abbandono.
Ma tutti gli appelli cadevano negli orecchi di un sordo. Il
popolo non si commuoveva nè comprendeva, o, peggio an­
cora', consegnava con indignazione i sedicenti rivoluzionari
alle autorità, poiché la fede dei contadini nella benevolenza
dell’Autocrate era così profondamente radicata come la loro
25

sfiducia verso i suoi funzionari e verso tutta la gente raffinata


e letterata della città. Così, la « strada verso il popolo »
diventò il problema centrale di ogni movimento per la libertà.
Parecchi, pur sforzandosi di avvicinare le masse, sentivano
un oscuro presentimento che l’ingresso di questo protago­
nista dai milioni di teste sulla scena della storia avrebbe
potuto spazzar via per sempre la stessa intellighentsia da
quella scena. Questo sentimento viene espresso continua­
mente, dai Decabristi a Massimo Gorki, ma anche quelli
clic lo sentivano non rinunciarono ad avvicinarsi alla gente
comune e a cercare di scuoterla fino al furore. Cinque anni
dopo che i Decabristi erano stati schiacciati, il sedicenne
Lermontov, nella sua timorosa « Predizione » (1830) riecheg­
giò l’aspetto più oscuro delle speranze e delle paure ambi­
valenti che comportava quell’andare verso il popolo: « Anno
verrà per la Russia, verrà un anno oscuro in cui la Monarchia
più non porterà la corona, il popolino che già l’amò scorderà
l’amore, perchè a sangue e morte più ricco festino verrà
addobbato; la decaduta legge non più difenderà il debole,
e la fanciulla e l’innocente bambino invano chiederanno
giustizia. La peste cavalcherà laddove putridi cadaveri riem­
piono la campagna, e straccioni a brandelli dai casolari in­
vocheranno un aiuto che nessuno potrà loro dare mentre la
fame dominerà la terra. Aurora, nei tuoi raggi spargerai
una luce cremisi; quel giorno verrà rivelato l’Uomo Potente
che tu conoscerai. E capirai perchè ha in mano una lama
sguainata. Amara sarà la tua sorte; lagrime scorreranno
per i tuoi occhi, ed egli riderà delle tue lagrime e dei tuoi
sospiri ».
Il carattere patriarcale russo era radicato nella « famiglia
indivisa » e nel mir collettivizzato del villaggio. Il villaggio
era dominato dal suo consiglio di anziani ed ogni famiglia
dal suo patriarca. Finché era pieno di vigore, era l’autocrate
del demanio familiare dove governava con autorità assoluta
sui figli e le figlie già cresciuti, sulle loro spose e sui loro
figliuoli e sui figli dei loro figli. Ambedue queste istituzioni,
la famiglia indivisa e il villaggio collettivizzato, sopravvissero
26

fino ai tempi moderni. Impressero l’inconfondibile loro orma


patriarcale e collettivista su una gran parte della vita russa.
Ad essi è in gran parte da attribuirsi la prontezza dei con­
tadini a sottomettersi all’autorità e a dare amore e fede e
ubbidienza al patriarca dei patriarchi, il « Caro Padre Zar ».
Ad essi è da attribuirsi il carattere corporativo della vita
rurale russa, la relativa rapidità con cui il villaggio potè es­
sere collettivizzato nel kolkhoz, la prontezza con cui il Bol­
scevismo si trasformò da programma di governo dal basso
a governo ad opera di una ristretta élite e poi in una dit­
tatura personale, di un nuovo « Padre del Popolo ». Queste
forze permettono fors’anche di spiegare consuetudini quali
la cattura di ostaggi e l’attribuzione ad un’intera famiglia
della responsabilità giuridica degli atti di uno qualsiasi dei
suoi componenti. Ce consuetudini della cattura degli ostaggi
e della responsabilità familiare erano pacifiche presso i Russi,
Rossi e Bianchi, durante la Guerra Civile, e diventarono
basi fondamentali del nuovo regime. Perfino un « libertario »,
come Leone Trotzki professava di essere durante gli ultimi
anni della sua vita, difese ostinatamente fino all’ultimo l’uso
da lui fatto degli ostaggi durante la Guerra Civile. A dir il
vero, anche nella Germania nazista, e perfino nel pensiero
incosciente dell’Europa occidentale e dell’America, la dot­
trina della responsabilità collettiva di intere famiglie e popoli
è andata sviluppandosi di nuovo come sottoprodotto dello
Stato totalitario e della guerra totale moderna. Tuttavia la
responsabilità familiare e collettiva non ha più figurato nel
nostro pensiero cosciente dal giorno in cui abbiamo per­
messo che cadesse in disuso la dottrina teologica delle colpe
del padre, mentre la nostra prima legge fondamentale indica
in modo specifico che « nessuna macchia d’infamia dovrà
comportare la corruzione del sangue ». Così estranea è al
nostro modo di pensare, che l’Americano medio non sa nep­
pure che cosa significhino queste parole.
In un certo senso, tutto era nella vecchia Russia una
vasta famiglia patriarcale, con un unico capo autocratico.
Al « Caro Padre » del suo popolo, ogni Russo doveva ub-
27

bidienza, materiale e spirituale. Tutti partecipavano in mi­


sura diversa alla nevolya — ossia all’assenza di libertà o di
volontà autodeterminata — ad eccezione solo dello Zar. Egli
era contemporaneamente fonte di volere per sè e unica fonte
di volontà per tutti. In un mondo di subordinazione gerar­
chica universale, egli solo non aveva superiori. Non era
costretto nè da una legge vincolante teoricamente superiore
alla sua persona, nè da istituzioni teoricamente inalterabili.
Per gli altri, la sua volontà era legge, fino a quando non
l’alterasse, proclamando la legge e abrogandola per semplice
decreto o ukaz. Fino al 1905, tutti gli sforzi della nobiltà, o
del Senato, o del primo Sobor, di porre precise restrizioni
a quel potere si conclusero nel nulla. Perfino Vukaz costitu­
zionale estorto a Nicola II dalla Rivoluzione del 1905 con­
tiene l’espressione rivelatrice di rito « è nostra inflessibile
volontà ». Samoderzhetz, autodetentore del potere, era il
suo intraducibile titolo slavo, esso stesso versione russa di
aùtokpatwp, impiegato dagl’imperatori bizantini del tardo
impero romano d’Oriente. Nel secolo decimonono, le cosi­
dette « Leggi Fondamentali » definivano ancora lo Zar un
«autocrate illimitato», il quarto articolo di quelle leggi
stipulando :

Airimperatore di tutte le Russie appartiene il supremo potere autocratico.


Ubbidire ai suoi ordini non solo per paura ma secondo i dettami della propria
coscienza è ordinato da Dio stesso.

Lo Zar poteva, se la forza e l’interesse glielo permette­


vano, regolare ogni problema in tutto il suo vasto demanio,
tutti i particolari grandi e piccoli, fare tutte le nomine,
dettare o invalidare ogni sentenza, eliminare o imporre ogni
comando militare o civile, avocare a sè i poteri di una Com­
missione d’inchiesta, come fece Nicola I con i Decabristi,
o comandare gli eserciti sul campo, come fece Nicola II nel
1916. Gli unici limiti al suo potere erano quelli impostigli
dalla tradizione e dal costume, più quelli dettati dalla pos­
sibilità di ribellione o di congiura di palazzo, e quelli dettati
dalla necessità di delegare dei poteri ai funzionari e di far
28

riposare il proprio potere su qualche appoggio sociale al di


sopra del semplice apparato della polizia, dell’esercito, del
clero e della burocrazia. « La Russia non è governata da
me, disse modestamente Nicola I, ma dai miei quarantamila
impiegati ». E il suo Capo della Polizia gli scriveva:

Il proprietario terriero è il baluardo più sicuro del sovrano... Nessun


esercito può sostituire la vigilanza e l’influenza che il proprietario terriero
esercita continuamente nei suoi fondi... È il ipiù fedele, è il più sveglio
cane da guardia dello Stato; è il naturale magistrato di polizia... Se il suo
potere fosse distrutto, il popolo diventerebbe un torrente che metterebbe in
pericolo, col tempo, perfino lo stesso Zar... ».

Vi erano poi naturalmente i limiti inevitabili imposti


dalla natura alla ubiquità, alla competenza universale ed ai
poteri anche del più potente degli autocrati. « Così vuole
Sua Maestà », aveva scritto Caterina II in un caratteristico
ukaz destinato a rendere la Russia indipendente dalla seta
d’importazione. « Saranno create fabbriche di seta in Astra­
khan... nelle quali saranno mandati a lavorare tutti quelli
che nell’ultimo censimento sono risultati oziosi e quelli che
non ricordano la propria origine ». Ma i contadini non ac­
colsero con favore la bachicoltura, nè i bachi il clima russo.
« Gli opifici furono creati per ukaz, commentò maliziosa­
mente il Principe Scerbatov, e furono mantenuti con degli
ukaz, ma i bachi da seta non possono moltiplicarsi molto
facilmente con degli ukaz (i).
Come il dispotismo' benevolo, anche la crudeltà che ca­
ratterizzava la vita russa aveva in sè un elemento patriarcale.
In Europa occidentale, l’ultimo luogo dove dominava an­
cora la frusta contro gli adulti era la marina, dove il capitano
è un autocrate assoluto sul suo vascello. Ma in Russia la
frusta continuò come strumento sempre meno adoperato ma
pur tuttavia impiegato fino al secolo ventesimo. Fino alla

(I) Nel 1941 il governo sovietico emanò un ufaz che ripeteva l’esperi­
mento di Caterina e che rendeva obbligatoria la bachicoltura per tutte le
fattorie collettive in regioni prestabilite (Uì^az del 15 marzo 1941). L’espansione
della Russia ha posto a sua disposizione regioni più propizie e metodi moderni
possono rendere più docili sia i contadini che i bachi da seta alla volontà
dello Stato.
29

fine del secolo decimonono, fu un espediente riconosciuto


per mantenere la disciplina nelle forze armate; la pubblica
flagellazione con vèrghe o col knut figurava nelle sentenze
dei tribunali; i proprietari terrieri l’adoperavano nell’ammi-
nistrazione dei loro fondi; l’autoflagellazione sussisteva come
disciplina dello spirito fra le sette religiose. Ea tortura sotto
varie forme fu un mezzo cui ricorsero tanto la polizia zarista
quanto quella sovietica.
Un « apostolo » settecentesco dell’illuminismo, il pro­
prietario terriero Bolotov, autore di una Guida alla Felicità,
riferisce, non senza orgoglio, come egli avesse amministrato
cinque sferzate a un contadino sospetto di furto, per costrin­
gerlo a confessare e a divulgare l’identità dei suoi complici.
Quando alla fine ne indicò i nomi, questi furono a loro volta
frustati per ottenerne delle confessioni, ma alla fine risul­
tarono innocenti. Temendo che una nuova sferzata uccidesse
il primo sospettato, Bolotov narra :
Ordinai che venisse legato alle mani e ai piedi e che fosse gettato in una
camera da bagno riscaldata [camera di mattoni che si adopera per i « bagni
russi »], dopo che gli si fosse fatto mangiare il tipo più salato di pesce e
che fosse rigorosamente sorvegliato affinchè non potesse bere nulla e soffrisse
il tormento della sete fino a che non dicesse la verità...

Egli non dice in nessun posto nelle sue memorie che vi


fosse qualcosa d’insolito o di reprensibile nella flagellazione
dei sospettati che poi finivano per risultare innocenti.
Il progressista Pietro, creatore di accademie, di ospe­
dali, di musei, d’industrie, domò la rivolta degli streltsy
col semplice sistema consistente nel farne decapitare dodi­
cimila in una sola volta. « Ea violenza delle sue pene per
negligenza verso il proprio dovere o per offese contro la sua
politica, scrive Klyuchevsky di Pietro, determinò una con­
dizione di nevrastenia nei suoi subordinati ».
Analogamente, un secolo dopo, cronache del regno di
Caterina II, saccentona liberale e amica degli Enciclopedisti,
sono pieni di flagellazioni con bacchette e fruste e di torture
più raffinate e più anormali. Il visitatore francese Passenans
scriveva :
30

Ho preso cura di evitare di assistere a questi crudeli procedimenti, ma


avvengono così spesso, sono così abituali nei villaggi, che è impossibile evitare
di udire le grida delle sventurate vittime di un capriccio inumano. Le loro
grida mi seguivano nei sogni. Molte volte avrei desiderato di non capire la
lingua russa quando udivo dare gli ordini per l’esecuzione di pene.

Non solo la rivoluzione e la controrivoluzione sono state


accompagnate da scoppi di violenta crudeltà. Il terrore e
la tortura, la violenza fisica, l’arbitrio, capriccioso e sfrenato,
sono stati delle caratteristiche di una gran parte della nor­
male, pacifica e benevolentemente patriarcale vita nella
vecchia Russia, e di una parte dell’incosciente retaggio della
nuova. Gli atti di pazzia apparentemente leggendari attri­
buiti a tanti Zar non erano in verità una leggenda. « Il me­
stiere dell’autocrazia, come lia scritto Mavor, era un affare
esauriente e pericoloso, che imponeva uno sforzo serio alla
costituzione fisica e che tendeva a turbare l’equilibrio men­
tale ». E da quel centro di dispotismo spesso bene inten­
zionato e generoso ma altrettanto spesso brutale, gli stessi
modi e metodi filtrarono verso il basso presso i signori dei
castelli e dell’intendenza, i capitani dell’esercito e i capi­
reparto e i capi della polizia provinciale.
Durante la seconda metà del secolo decimonono, i vin­
coli che legavano ogni servo alla sua terra e al suo signore,
ogni individuo al suo fondo e alla sua occupazione, comin­
ciarono a sciogliersi. Era speranza di tutti i democratici
e di tutti gli amanti del popolo che la Russia, avendo « rag­
giunto i limiti della sua naturale espansione » ed essendo
relativamente al sicuro contro un’aggressione, potesse ora
passare dai super-eserciti e dai super-bilanci militari alla
« liberazione dai vincoli » e allo sviluppo del benessere cul­
turale e fisico del proprio popolo.
Gli ultimi quattro decenni del secolo decimonono e i
primi due del ventesimo risplendettero di questa speranza
della « liberazione dai vincoli ». Nel 1861 la servitù della
gleba fu soppressa per volontà di Alessandro II. Se questa de­
cisione appare « tarda » nella storia, è riconfortante per noi
ricordare che lo stesso anno segnò lo scoppio di una grande
31

guerra civile in America, attaccatissima alla schiavitù dei


negri, e che la Proclamazione di Emancipazione di Lincoln
del 1863 non dotò gli schiavi liberati di nessuna delle terre
che avevano coltivato come invece fece Alessandro con i servi
della gleba liberati.
Successivamente fu introdotto il regime dell’autogoverno
locale del zemstvo, del processo davanti ad una giuria, della
inamovibilità dei giudici, della riduzione della censura, della
espansione dell’istruzione pubblica, dei consigli municipali,
dell’ispezione nelle fabbriche, di una legislazione per la si­
curezza sociale, di una riduzione del periodo una volta « vi­
talizio » della leva militare, della libertà di movimento dalla
campagna nelle città, della libertà d’emigrazione, della libertà
per gli stranieri di entrare nel paese e di viaggiarvi. È vero
che molte di queste riforme erano incomplete e che furono
in parte distrutte dalla reazione che seguì l’assassinio di
Alessandro II. Ma dopo il 1905 furono ancora estese, venne
concessa una costituzione limitata, venne istituita una Duma
o un parlamento con poteri legislativi, venne concessa una
vasta misura di immunità parlamentare. Nel 1907, venne
dato inizio ad una nuova e radicale riforma fondiaria. Nel
1912, i partiti rivoluzionari, non esclusi i Bolscevichi, ot­
tennero il permesso di pubblicare legalmente organi quo­
tidiani. Infine, nella prima rivoluzione del 1917, tutte le
imposizioni furono letteralmente soppresse immediatamente,
salvo solamente l’insolente imposizione della guerra. Perchè
la libertà non fiorisse e non maturasse in quel rapido1 sviluppo
è uno dei tragici problemi di cui ci dovremo occupare.
Non fu quindi il ristagno, ma la stessa rapidità e dispa­
rità del mutamento che rese sempre più intollerabile tutto
quello che sussisteva dell’ordine vecchio. Durante tutta la
seconda metà del secolo decimonono continuò a disintegrarsi,
ma una nuova Russia sembrava incapace di nascere. Gra­
dualmente, una sensazione di imminente apocalisse s’impa­
dronì della classe dirigente e della Corte. Il movimento delle
riforme si diffuse dall’alto in basso, la storia del secolo ma­
nifestandosi sotto forma di un progressivo allargamento della
32

cerchia di quelli che sentivano che il mutamento era neces­


sario e sotto forma di una crescente audacia nelle loro con­
cezioni circa la natura di questo mutamento. Svegliandosi
dal suo letargo millenario, l’opinione pubblica russa iscrisse
sulla sua bandiera le parole di Dostoevsky : « In ogni cosa
vado fino all’ultima estremità; durante l’intera mia vita non
ho mai conosciuto la moderazione ». Gli Zar riformatori
finirono per deludere. Furono seguiti da autocrati minori,
incapaci di dirigere audacemente la nazione lungo le nuove
Strade inesplorate, finché finalmente l’autocrazia cessò di
dar prova di ulteriore spirito d’adattamento, diventando il
centro di raccolta degli oppositori al mutamento. Segnò in
tal modo il suo tragico fato, affidando l’iniziativa in mano
alla intellighentsia.
1/intellighentsia russa è una formazione specifica della
Russia del secolo decimonono, da non confondere con le
« classi colte e professionali » dei paesi occidentali, o con i
funzionari, tecnici e dirigenti d’impresa della Russia odierna.
Si sprigionò da una società rigida di fondi medievali nella
quale non riusciva più ad adattarsi, segno ideologico, questo,
che il vecchio mondo dominato dallo status delle persone
era stato superato. Veniva reclutata ad un tempo fra i figli
e le figlie più generosi della nobiltà, e fra la gioventù plebea :
dall’alto e dal basso. I suoi membri erano uniti non da una
origine o da uno status comuni nè da una comune funzione
nel processo sociale di produzione. Il cemento che li legava
insieme era una comune estraneazione dalla società esistente
e una comune fiducia nella sovrana efficacia delle idee come
elementi di formazione della vita. Essi vivevano sospesi
in modo precario come nel vuoto, fra una monarchia auto­
cratica che non li capiva, al di sopra, e una massa anneb­
biata che pure non li capiva, al di sotto. La loro missione
come pensatori indipendenti era costituita dall’essere dei
critici del mondo in cui non avevano posto e dei profeti di
un mondo che non era ancora nato e che avrebbe anch’esso
potuto non contenere un posto per loro. Erano avvocati senza
clienti, insegnanti senza scuole, ecclesiastici laureati senza
33

benefici e spesso senza religione, chimici senza laboratori,


tecnici, ingegneri, statistici di cui l’industria non aveva an­
cora bisogno, giornalisti senza un pubblico, educatori senza
scuole, politici senza partiti, sociologi e statisti respinti dallo
Stato e ignorati dal popolo. Essi anticipavano e venivano
abbondantemente incontro in anticipo alle esigenze di un
mondo che tardava troppo a nascere e cercavano di servire
una gente che non aveva bisogno dei loro servizi. Nel de­
cadente ordine feudale non trovavano nè spazio nè promesse;
nella rozza, timida e arretrata borghesia mercantile nè ap­
poggio economico nè motivo d’ispirazione; nel popolo addor­
mentato nessuna eco alle loro grida ardenti. Anche mentre si
sforzavano di servire il sordo presente, in cuor loro erano
servitori dell’avvenire. Con tutto' il loro essere anelavano il
suo arrivo e tutti i futuri possibili e impossibili per la
Russia si confondevano insieme nei loro sogni.
Quasi involontariamente furono costretti a proclamarsi
nemici aperti del nuovo ordine che non aveva bisogno di loro.
Cominciando come sognatori inoffensivi, come riformatori e
umanitari, essi erano costantemente puniti semplicemente
per i loro sogni e si proibiva loro di sognare. Coro malgrado,
furono spinti alla ribellione aperta, atteggiamento così dif­
fuso che la stessa parola ,« studente » doveva finire per di­
ventare sinonimo di rivoluzionario. I<a cosa migliore da
farsi era quindi di irreggimentarli e di appartarli e lo Stato
concepì per loro una divisa studentesca e talvolta, prima
che la loro educazione formale fosse terminata, li confinava
nei loro villaggi natii o in Siberia, affinchè vi trovassero
una « educazione più alta ». Molti furono perduti e spezzati,
molti altri abbandonarono la loro generosa visione diventando
vecchi e si adattarono ad una carriera nell’ordine esistente.
I più nobili e i migliori cercarono di fondersi col popolo,
che però non li accolse; o si slanciarono da soli o in dispe­
rate piccole bande contro l’ancora incrollabile regime; o
conclusero resistenza sognando casa loro e la libertà in
terre lontane.

3
34

Ea loro stessa cultura era per loro fonte di tormento.


I loro privilegi ereditari o acquisiti facevano gravare su di
loro un senso di colpa. Come potevano godere le cose dello
spirito mentre attorno a loro il popolo rimaneva nell’oscurità
e la Russia decadeva? Il loro profondo amore per la terra
natia si trasformava in un odio appassionato contro tutto
ciò die era cattivo, arretrato e degradante in essa e in
un’ardente fiducia nella nobiltà del suo futuro destino e
della sua futura missione nel mondo. « Tu sei nero di nera
ingiustizia e il giogo della schiavitù ti ha segnato di un
marchio... », scriveva lo Slavofilo Khomyakov, acclamando
l’umiliazione subita dal suo paese nella Guerra di Crimea,
giusta punizione delle sue malvagità e speranza del suo pen­
timento e della sua purificazione. Egli diventò in ciò il
prototipo di quell’apparente contraddizione in termini, il di­
sfattismo patriottico, che da allora doveva caratterizzare una
buona parte àéü’intellighentsia.
Quando i loro sforzi per ridestare il popolo rimasero
senza eco e i loro primi tentativi di scuotere l’autocrazia si
conclusero in una più profonda reazione, cominciarono ad
essere torturati dalla sensazione della propria impotenza o
diventarono più irrequieti nell’elaborazione dei loro sogni.
II pensiero e il sentimento accumularono del potenziale come
un torrente fermato da una diga. Incessantemente risolsero
in straziante teoria i problemi che era proibito loro di toc­
care in pratica. Elaborarono grandiosi sistemi, vasti come la
Russia, abbracciando l’intera umanità. Ea loro consapevo­
lezza dell’arretratezza e della mancanza di libertà della Russia
si mescolavano al loro senso della grandezza, della forza
espansiva e della potenza imperiale della Russia. Quel mes­
sianismo slavo che, dopo la caduta della Città Eterna sul
Tevere e della Città Eterna sul Bosforo, aveva contemplato
Mosca come una « Terza e Ultima Roma », assunse ora una
forma nuova, radicale. Pur invidiando l’Europa occidentale,
la respinse. Il vangelo destinato a salvare e a trasformare la
Russia doveva esaltare ciò che rendeva la Russia arretrata
35

differente dall’Occidente e superiore ad esso: doveva ren­


dere la Russia capace di salvare l’Europa dal male che i suoi
propri critici vedevano in lei; doveva dare alla Russia la
funzione dirigente nella salvezza e nella trasformazione del
mondo.
Ogni decennio, ogni mezzo decennio, vedeva sopravve­
nire una nuova versione di quel vangelo di salvezza univer­
sale : attraverso la scienza, attraverso la negazione della
tradizione e delle convenzioni, attraverso la letteratura e la
critica, attraverso la non resistenza al male, attraverso un
ritorno al Cristianesimo primitivo, attraverso il comune di
villaggio, attraverso l’amore del popolo e l’adozione del suo
modo di vivere, attraverso l’anarchia, il socialismo agrario,
il Marxismo; quale che fosse il vangelo del momento, i suoi
discepoli erano pronti a vivere per esso ed a morire per esso
e a rifare completamente il mondo secondo la sua immagine.
Non avendo molti altri modi di vivere, acquistarono la
capacità di vivere per mezzo delle sole idee. « 1/intolleranza
perfettamente genuina della intellighentsia russa, osserva
Berdyaev, era la sua tutela; solo in quel modo poteva con­
servarsi in un mondo ostile; solo grazie al fanatismo poteva
sopportare la persecuzione ».
Fu un fanatismo che servì come surrogato alle vecchie
religioni. Idealizzò la Russia, il contadino, il proletariato, la
scienza, la macchina. Trasformò in un vero vangelo la sua
particolare specie di salvezza. Possedeva la semplicità,
l’esclusivismo, il dogma, l’ortodossia, l’eresia, il rinnega­
mento, lo scisma, la scomunica, i profeti, i discepoli, la
vocazione, l’ascetismo, il sacrificio, la capacità di subire
ogni cosa per la causa della fede. E’eresia o una dottrina
avversaria erano peggio dell’ignoranza : erano apostasia.
Perfino ai discepoli di una dottrina così razionale come quella
di Marx, un ipse dixit costituiva una prova inconfutabile.
Quest’energia di un pensiero soffocato, cui veniva im­
pedito di espandersi in azione, dette alla letteratura russa la
sua particolare intensità. Un’atmosfera greve, un senso di
bufera incalzante e di rivelazione apocalittica pervade le
36

grandi opere della letteratura russa del secolo decimonono.


Sono piene di preannunci e di profezie, contengono cariche
demoniache di energia repressa, fanno scorgere estatiche
vette di speranza, tremende visioni di profondo scoramento.
I loro personaggi sono spinti da oscure costrizioni a compiere
i gesti e le smorfie più violenti; i loro avvenimenti si veri­
ficano in uno sfondo di oscurità innaturale, illuminata da
improvvisi lampi di luce accecante; i loro passi solari sem­
brano più fulgidi della luce del giorno.
Anche l’umorismo della letteratura russa, senza perdere
la sua gaiezza, è tuttavia grottesco e selvaggio, pieno di
azioni violente e in comprensibili, di gesticolazioni fantasti­
che, di terribili caricature che sono prossime alla tragedia,
di risa che confinano con l’isterismo. Che cos’è Anime Morte,
è forse un capolavoro umoristico? una satira risanatrice
destinata a risanare la Russia da profonde malattie? la voce
di un santone religioso, che denuncia clamorosamente la
malvagità, la salvezza e il fato? Non solo i critici, ma il
suo stesso autore non poterono decidersi o sapere che cosa
fosse quello che aveva scritto o finire mai l’opera.
R’intensità di queste opere si impadronì dell’intero
mondo occidentale come una bufera; il loro amore per l’uma­
nità commosse degli spiriti generosi dovunque; la loro tecnica
spontanea e quasi inconsapevole fece nascere l’invidia in
ogni grande romanziere in un secolo di grandi romanzieri
e in paesi aventi una tradizione letteraria molto più antica.
Venendo a termine il grandioso secolo della pace e del pro­
gresso, i loro presagi cominciarono a sembrare profetici di
un mondo che stava marciando verso una guerra universale
e un sollevamento sociale. Ora, retrospettivamente, possiamo
renderci conto che non Dickens, Thackeray o Hardy, nè
Balzac, Zola o Galdos, e neppure Turgheniev o Tolstoi, ma
Dostoevsky, la cui voce sembrava un tantino pazza, fu il
profeta che si avvicinò maggiormente al presagio della dire­
zione verso la quale tanto la Russia quanto l’ottimistico,
fiducioso, progressivo Occidente stavano ciecamente andando.
I,e sofferenze del suo spirito indemoniato gli permisero di
37

vedere delle profondità nella psiche umana che erano oscure


ad altri, di discernere i paurosi lineamenti dell’epoca in cui
attualmente viviamo, di esprimere le forzate, incontrollabili
furie della nostra èra totalitaria agitata dalla guerra, tor­
turata da collassi, quando un vecchio ordine, morente, sem­
bra incapace di morire e un nuovo ordine, nascente, sembra
incapace di nascere.
Siccome una chiara discussione politica era vietata, tutta
la letteratura ebbe tendenza a diventare una critica della
vita russa e la stessa critica letteraria non fu altro che una
forma di critica sociale per via indiretta. Se il censore vie­
tava affermazioni esplicite, la sua vigilanza veniva abil­
mente elusa1 per cenni indiretti, per mezzo di racconti appa­
rentemente innocenti riferentisi ad altri luoghi o tempi, con
complicate parabole, con favole di animali, doppi sensi,
sottolineature, inculcando in avvenimenti apparentemente
volgari le energie compresse che animavano lo scrittore,
in modo che il lettore fosse costretto a soffermarsi su di
loro fino a che il loro significato recondito non gli apparisse
evidente. Della gente trovò il mezzo di formulare una cri­
tica al regime attraverso una monografia statistica sull’agri­
coltura tedesca, attraverso lo studio di un sovrano morto
da quattro secoli, la recensione di un dramma norvegese,
l’analisi di qualche difetto nello Stato prussiano o di qual­
che virtù in quello britannico. Si sviluppò quel tipico « lin­
guaggio esopico » che avrebbe permesso a Lenin di com­
battere l’imperialismo russo in tempo di guerra con un’ana­
lisi statistica, teoretica, del tipo tedesco. Ancor più tardi
Bukharin doveva impiegare lo stesso sistema per eludere la
vigilanza di una più guardinga e spietata censura, quando
scrisse un opuscolo che attaccava il Vaticano, in cui le sue
critiche a Loyola e alla « ubbidienza militaresca » e alla
disciplina dei Gesuiti conteneva implicitamente la sua cri­
tica al regime staliniano.
Non solo la letteratura fu piena di particolare intensità
e di senso allegorico. Spesso gli atti più comuni divennero
in qualche modo oscuro dei simboli schiaccianti. Mangiare
38

o non mangiare del cibo vegetale o animale, lasciare o non


lasciare intonsi barba e capelli, indossare o no una giubba
da contadino o una cravatta svolazzante o una tuta d’ope­
raio, poteva diventare facilmente, diventò un modo di espri­
mere una passione, la dedizione a una causa.
La stessa energia s’inseriva nei dibattiti teoretici più
astratti sulla filosofia o sui programmi e nelle discussioni
più minute su piccoli particolari organizzativi. La conver­
sazione consumò gl’intellettuali russi come una febbre. Tra­
scorsero giorni e notti, settimane e mesi e anni alla fine,
a discutere e ridiscutere delle azioni nelle quali essi erano
ancora impotenti a impegnarsi.
Se le rivolte contadine dei secoli precedenti erano state
schiacciate per mancanza di direzione cittadina e di pro­
grammi elaborati, ora la situazione era rovesciata per diversi
decenni. La Russia stava ribollendo di programmi e le sue
città erano affollate di sedicenti capi; ma le masse rimane­
vano passive e indifferenti, la campagna non dava segno di
vita. Però, quando il secolo decimonono giunse a conclu­
sione, l’atmosfera diventò greve di elettricità. Tutti i segni
facevano presagire una prossima bufera. La teoria e la po­
tenza fisica, il programma intellettuale e il movimento di
massa, la città e la campagna, cominciarono a riavvicinarsi
fra di loro.
Gl’intellettuali rivoluzionari sentirono che il loro periodo
di isolamento stava giungendo a termine; domani avrebbero
potuto trovarsi alla testa di moltitudini ed essere i determi-
natori del destino della Russia e forse del mondo. Con una
passione più ardente che mai, si lasciarono trascinare in
controversie di una minuzia, di un’ostinazione, di una por­
tata radicale e di un furore mai visti in tutta la storia
della politica. Nei congressi socialisti del 1903 e del 1907,
uomini che erano stati insieme ricercati dalla polizia e con­
finati e che accettavano un comune programma fondamen­
tale, polemizzarono tuttavia senza tregua con furore e con
fanatica sottigliezza, in un primo caso per tre settimane,
■ hi un altro per cinque intere settimane, giorno e notte
39

alla fine, noncuranti della spesa materiale, dello strappo


alla salute, del ronzio delle spie e del fatto di doversi
materialmente trasferire durante il corso degli esaurienti
dibattiti da un paese all’altro. Perfino sulla nave che attra­
versava la Manica non sospesero mai la discussione per
un momento.
Le controversie dell’epoca si trasportavano dal movi­
mento clandestino nell’interno della Russia, alle prigioni e
alle località di deportazione penale in Siberia, ai caffè e
ai ricoveri e alle locande di città distanti e straniere. Tanto
grande era la loro turbolenza e la mania di chiacchierare,
tanto insolite le ore raggiunte, tanto furibonde le liti, che
diventò un luogo comune nelle ospitali Ginevra e Zurigo
di vedere inserzioni pubblicitarie che dicevano : « Accet-
tansi pensionanti, esclusi i Russi ».
L’infiammata, intollerante battaglia si svolse proprio
sotto gli occhi della polizia zarista; gli archivi governativi
si riempirono di rapporti su posizioni e documenti di fra­
zione; le spie della polizia si schieravano con altrettanta
energia quanto i rivoluzionari da una parte o dall’altra.
Anche quando i rivoluzionari cominciarono le schermaglie
iniziali col nemico comune, la loro guerra fra di loro con­
tinuò ad aumentare di furore.
I tre personaggi di cui stiamo per occuparci crebbero
in mezzo a questo mondo, che assorbì le loro energie per
oltre un quarto di secolo. Fu la pietra di paragone con
cui scelsero i loro seguaci e si associarono o litigarono fra
di loro, la pietra da affilare su cui i loro spiriti furono pla­
smati o affilati. Interrotta da brevi periodi di tregua o di
silenzio forzato, la loro intera esistenza non fu che una
lunga serie di polemiche. Lo scopo che avevano in comune
fu così facilmente raggiunto, in apparenza, che le istitu­
zioni superstiti, vuotate del loro contenuto da mezzo secolo
di lavoro di sterro e di sabotaggio intellettuale, erano desti­
nate a cadere di peso proprio. Ma non per questo il dibat­
tito doveva cessare. La continua « discussione » doveva costi­
tuire il contenuto principale di due decenni di storia russa

j
40

dalle Rivoluzioni del 1917 alle epurazioni del 1937 e i suoi


echi dovevano scuotere le fondamenta non della sola Russia
ma di tutto il mondo. L’urto disinteressato fra le teorie
si trasformò nell’urto interessato fra i partiti e le fazioni,
armato dai terribili e categorici strumenti del potere. L,a loro
esistenza fu un duello a morte non solo contro lo zarismo
e il -capitalismo, ma anche fra loro stessi, fra di loro e
contro quasi tutti quegli altri il cui nome si trova in queste
pagine. Quella lotta è un aspetto essenziale della rivolu­
zione da loro fatta e del tessuto di cui era fatta la loro
esistenza.

L
Capitolo II

VLADIMIRO ILYIC ULYANOV

Chiunque volesse imparare a detestare la barbarie feudale


doveva nascere a Simbirsk.
Leone Trotzki.

Non si venga a dire che Lenin è un’espressione di qualche


specie di pretese « forze naturali russe » asiatiche. Sono nato
sotto lo stesso cielo, ho respirato la stessa aria, ho udito le stesse
canzoni contadine e ho giuocato nello stesso cortile scolastico,
ho visto gli stessi orizzonti sconfinati dallo stesso banco elevato
del Volga e so, per il mio sangue e le mie ossa, che solo
perdendo ogni contatto con la nostra terra natia, solo cancel­
lando ogni sentimento naturale verso di lei, solo così si poteva
fare quello che fece Lenin mutilando deliberatamente e cru­
delmente la Russia.
Alessandro Kerensky.

Non potevi certo essere nato che in seno a un popolo


ardente, in quella terra che non si cura di fare le cose a metà,
ma che ha diffuso una vasta pianura su metà del mondo e dove
si possono contare le pietre miliari fino a che non si abbiano
gli occhi abbagliati.
Nikolai Gogol.

Il Volga è un fiume lento, monotono, che nasce nel


cuore della Russia a metà strada fra Pietroburgo e Mosca,
insinuandosi maestosamente a Oriente verso Nizhni Nov­
gorod e Kazan, poi di lì a Mezzogiorno attraverso la terra
tartara, oltre Simbirsk, Samara e Saratov giù fino ad Astra­
khan, dove si vuota, sempre senza fretta, nel vasto Mar
Caspio asserragliato dalle terre. Attorno ad esso si radu­
nano i canti e le leggende dei Grandi-Russi. Le poche tra­
42

dizioni rivoluzionarie del paese — le ardenti rivolte con­


tadine e cosacche dei secoli decimosettimo e decimottavo —
sono indissolubilmente legate al suo nome. La vera storia
della Russia, in contrasto con lo spirito d’intrigo e con la
turbolenza che circondavano la corte moscovita, è altret­
tanto lenta e monotona e poco accidentata quanto il corso
di questo fiume. È esso, più degli Urali, che costituisce il
vero confine che separa l’Europa dall’Asia. Dalla parte « eu­
ropea », la sponda si eleva in colline e rupi come se la
natura avesse costruito delle palizzate per aiutare a respin­
gere l’invasore mongolico. Dall’altra riva vi sono solamente
le basse pianure e un’interminabile distesa della steppa
asiatica che allarga l’orizzonte.
Su questo fiume, come si addice ad un capo e ad un
dominatore del popolo grande-russo, nacque Lenin; sulle
colline della riva « europea » egli trascorse la sua fanciul­
lezza e la sua giovinezza; nelle sue vene scorsero i suoi
sangui mischiati di Tartaro e di Grande-Russo e di Tedesco
del Volga. Suo padre era oriundo di Astrakhan e sua madre
dalla provincia di Kazan. Egli nacque a Simbirsk, studiò
a Saratov e a Kazan; vicino a Samara visse la sua breve
esperienza come proprietario terriero e sfruttatore di con­
tadini; sempre a Samara cominciò e concluse la sua breve
carriera di impiegato in un ufficio legale come procuratore
e s’impegnò nelle sue prime attività di rivoluzionario.
Quando infine lasciò le rive del Volga per San Pietroburgo
era diventato uomo, era diventato un Marxista maturo che
aveva scelto la rivoluzione come « professione ».
Simbirsk, dove il futuro Lenin era nato, era allora ed
è tuttora un capoluogo di provincia arretrato, desolato. Le
sue costruzioni di legno sono sparpagliate in modo disor­
dinato sui pendìi e sulla cima di una delle colline dominanti
della riva « europea », facendo la sentinella come una for­
tezza contro le sconfinate steppe dell’Oriente. Sulla « co­
rona », come elegantemente si chiamò, vi erano alcune
costruzioni di pietra di mediocre apparenza : il palazzo del
governatore, la cattedrale, il ginnasio, la prigione, e la pie-
43

cola biblioteca dedicata alla memoria dello storico Karam­


zin. Le sue strade ascendenti erano rivoli di fango impa­
niato in primavera e depositi di polvere svolazzante di mezza
estate, pur non mancando i momenti in cui erano mate­
rialmente belle. Nessuna città posta sulle colline che sovra­
stano il Volga e le steppe può essere completamente priva
di fascino. « Dalla cima fino al fiume, scrive Alessandro
Kerensky, che vi era nato dieci anni dopo Lenin, si esten­
devano verzieri lussureggianti di meli e di ciliegi. In pri­
mavera tutta la montagna era bianca di fiori, fragrante, e
la notte inanimata con i canti degli usignoli... Scioglien­
dosi la neve, il fiume usava lasciare il suo letto e inondare
le terre basse a sinistra, estendendosi come un mare scon­
finato sui campi che, più tardi, nel caldo estivo, sarebbero
stati gioiosi per le canzoni e i giuochi di contadini e citta­
dini venuti a falciare la ricca erba fragrante ».
Vladimiro Ilyic Ulyanov — il ragazzo il cui nome di
battaglia doveva riecheggiare per il mondo — era, nascendo,
una delle sole trentamila anime che trascorrevano la loro
quieta, indistinta, monotona esistenza in questo capoluogo
fluviale fra i più conservatori e statici. Nessuna ferrovia lo
riuniva al resto del paese; si doveva andare per diversi chi­
lometri a cavallo a Syzran per prendere il treno. Non era
neppure un importante porto fluviale. I suoi contadini erano
più arretrati, le sue industrie artigiane più locali e insi­
gnificanti, la sua nobiltà più immiserita e ostinatamente rea­
zionaria, la sua vita più stagnante di quella degli altri capo-
luoghi del Volga.
Era anche giovane, come le altre città fluviali, ed era
più povera di tutte le altre città fluviali della storia. Non
possedeva un passato fiabesco come Nizhni Novgorod,
Kazan e Astrakhan; aveva appena due secoli quando Vla­
dimiro nacque. Le tradizioni rivoluzionarie di Pugaciov, il
pretendente cosacco al trono, e di Stenka Razin, il Robin
Hood russo — tradizioni che ossessionavano tutto il resto
della distesa della valle del Volga — non vi avevano dimora.
Simbirsk poteva caso mai avere ragione di vantare dei servi
44

della gleba troppo poveri e apatici per ribellarsi e di essere


stata la sola ad aver resistito contro le sommosse cosacche
e contadine come bastione della reazione, mentre quei due
grandi movimenti erano dilagati attorno a lei per andare
incontro ai loro effimeri trionfi e al loro ineluttabile fato.
Le sue glorie intellettuali erano anch’esse simboli di
pigrizia e di arretratezza sociale. I suoi due grandi uomini
prima dei tempi di Lenin furono lo storico Karamzin e il
romanziere Gonciarov: quel Karamzin che era stato l’av­
versario letterario delle modeste proposte riformatrici di
Speransky e che era diventato il massimo storiografo della
reazione, creando nelle sue opere un vasto e imponente
monumento al dispotismo, scritto, diceva Pusckin, per mo­
strare al popolo russo « la necessità dell’autocrazia e le deli­
zie del knut »; e quel Gonciarov la cui unica grande crea­
zione di fantasia, Oblomov, è diventata un simbolo di tutto
quello che vi è di inerte, di apatico e d’importante nel disteso
spirito russo. Proprio nella meschina eleganza del quartiere
nobile di Simbirsk Gonciarov si formò le sue impressioni
malinconiche dell’aristocrazia campagnola decadente, di cui
incarnò l’anima nell’apatia pachidermica del suo' anti-eroe.
Oblomov consuma oltre duecento pagine del romanzo a
portare il suo nome nel semplice sforzo di alzarsi dal letto
e vestirsi, e trascorre la maggior parte del resto del romanzo
a muoversi indolentemente da un decrepito sofà a una sudi­
cia veste da camera, sognando, tra il russare intermittente,
la possibilità di cose migliori, di migliorare la sorte dei
suoi contadini e il reddito del suo fondo fallimentare, di
sposare la ragazza che appassionatamente adora, senza tutta­
via elevarsi mai abbastanza fino ad alzare un dito verso
l’attuazione dei suoi sogni.
Ma gli anni della fanciullezza che Lenin trascorse a
Simbirsk furono lungi dall’essere infelici. Suo padre, Ilya
Nikolaevic Ulyanov, era una solida e rispettabile figura
nella vita burocratica e intellettuale del capoluogo di pro­
vincia. Fino alla sua morte, la famiglia non conobbe nè
45

bisogno nè ribellione. La loro casa respirava l’ordine, la pace,


la cosciente dedizione al dovere, la semplicità domestica e
l’affetto tranquillo. Il ragazzo, senza sospettare il simbo­
lismo che si sarebbe potuto leggere un giorno nel suo nome
di Vladimiro (« dominatore del mondo »), si godette la fan­
ciullezza, cui si accompagnano un corpo sano, un cervello
vivace, un senso ironico del divertimento, una capacità di
eccellere facilmente negli studi e negli sport e nelle prove
infantili di forza. Conobbe la pacifica e indisturbata esi­
stenza che nasce da una modesta ma sicura base economica,
da genitori che rispettano sè stessi e il prossimo e che erano
rispettati dalla comunità e da un’atmosfera di armonia fami­
liare in cui fratelli e sorelle si amavano e si rispettavano
fra di loro. Andavano a pescare e a nuotare nel fiume, a
passeggiare per le colline, a pattinare, a sciare e a correre
in slitta sulla sua superficie gelata in inverno, a cacciare
quando cominciò a crescere. Vi erano lunghi soggiorni estivi
con la madre e la zia e cugini della stessa età nella proprietà
paterna di sua madre, nel villaggio di Kukushkino in pro­
vincia di Kazan. Vi erano giuochi di sport e d’immagi­
nazione e storie raccontate o lette ad alta voce dalla mamma.
Cantava ai suoi bambini e suonava per loro al suo piano­
forte e insegnava a Volodya (nomignolo di Vladimiro) a
suonare anche lui, come aveva fatto con gli altri figliuoli.
Lei e suo marito furono i primi insegnanti nella lettura
e nello scrivere. A Volodya e a sua sorella maggiore Anna
fu insegnato a leggere all’età di cinque anni e al suo precoce
fratello maggiore, Alessandro, all’età di quattr’anni. Vi erano
voti alti a scuola e attestati e premi e le gioie intellettuali
che vengono dall’esercitazione di un cervello capace e dal­
l’entrare in possesso di una gradevole porzione del retaggio
culturale accumulato dalla razza. Dall’esempio e dall’inse­
gnamento di sua madre il ragazzo imparò presto ad amare
i libri e la cultura, a trovare svago e assorbimento nei
grandi romanzi e nelle grandi poesie russe che quel secolo
straordinario stava creando e a trovare una gioia profonda
nella musica.
46

In breve, in tutti i ricordi dei fratelli e delle sorelle


e degli amici di famiglia, come negli accenni casuali fatti
da Lenin alla sua fanciullezza, non vi è nulla che sia in
armonia con le spiegazioni « psicologiche » di maniera delle
carriere dei grandi ribelli del mondo, nulla che documenti
la formula della fissazione della madre o del padre, nessuna
vita di famiglia infelice, nessun’infanzia disgraziata, nes­
suna ribellione giovanile contro la tirannide domestica, nes­
suna traccia di un senso d’inferiorità dovuto all’insuccesso
a scuola o nelle gare sportive giovanili, nessun segno di
bizzarria o di anomalia. È vero che l’impiccagione di suo
fratello maggiore Alessandro, per un attentato alla vita dello
Zar, quando Vladimiro aveva solo sedici anni, fu un avve­
nimento che introdusse del ferro nella sua anima adole­
scente, ma ciò sposta l’argomento solo un po’ più in là :
che cosa trasformò suo fratello Alessandro in un congiurato
e un ribelle? Dovremo cercare altrove che nelle sciagure
di una fanciullezza infelice le forze motrici che li spinsero
a odiare la barbarie e il dispotismo feudale e a scegliersi
la rivoluzione come modo di vita.
Amici e nemici che conobbero la famiglia Ulyanov hanno
lasciato testimonianze nelle loro memorie sulla brillante e
industriosa armonia che vi dominava. Il suo capo, Ilya Niko-
laevic (i) era in qualche modo adatto al quieto esercizio
dell’autorità patriarcale nella casa (finché fu in vita sua
moglie lo considerò il suo superiore intellettuale e il capo
indiscusso della famiglia). Ma il patriarcalismo non era supe­
riore, anzi era forse molto inferiore a quello esistente in altre
famiglie della stessa regione, dello stesso periodo e della
stessa classe sociale. Uya Nikolaevic deve avere avuto una
propensione alla collera, poiché sua figlia maggiore Anna,

(i) È abitudine russa di dare al nome o al nomignolo e al cognome o


al nome del padre una desinenza che significa « figlio di ». Così il padre
di Lenin fu Ilya Nikolaevic Ulyanov, che significa Ilya, figlio di Nikolai
Ulyanov. Il nome di Lenin, Vladimiro Ilyic Ulyanov significa Vladimiro
figlio di Ilya Ulyanov. « Lenin » è naturalmente uno dei pseudonimi che
prescelse nel suo duello prolungato con la polizia. Il nome di donna coniugata
della sorella maggiore Anna è Anna Ilyinishna Ulyanova Elizarova, che
significa Anna, figlia di Ilya Ulyanov, moglie di Elizarov.
47

in un’opera di smoderata pietà filiale, parla di Lenin dicendo


che egli aveva ereditato da suo padre l’amore per il lavoro,
la sua natura gaia e socievole e la sua inclinazione allo
spirito e allo scherzo « ed anche il suo carattere irascibile ».
Ma vi sono ampie prove che la sua influenza si esercitò
principalmente con la forza dell’esempio più che per coa­
zione. I ragazzi non ricordarono di avere mai assistito a
una lite fra i loro genitori o a un disaccordo in loro presenza.
Per tutta la vita, il capo della famiglia Ulyanov con­
servò nello spirito l’impronta moderatrice di un’infanzia dif­
ficile, da orfano, e la consapevolezza di quanto il fratello
maggiore si fosse sacrificato ed egli stesso avesse penato per
ottenere un’educazione. Dai suoi discepoli, dai suoi subor­
dinati e dai suoi figliuoli egli attendeva la stessa dedizione
al dovere, la stessa diligenza e meticolosità, e lo stesso ri­
spetto per lo studio che aveva egli stesso. Anna ricorda
çhe egli nutriva timori per suo figlio minore, Vladimiro,
perchè sembrava imparare con un po’ troppa facilità, senza
dover esercitare una tensione e uno sforzo sufficienti. Ma
se avesse vissuto abbastanza da vedere la tenacia intellettuale
da cane alano e la capacità di attenzione continuata e di sforzo
prolungato di quel figlio nei suoi ultimi anni, avrebbe avuto
la soddisfazione di constatare che i suoi timori erano stati vani.
Ilya Nikolaevic era da tutti considerato uomo industrio­
so, intelligente, rispettoso verso l’autorità e filantropico nel
vecchio senso della parola. Aveva una profonda fede nella
capacità dell’educazione di migliorare l’individuo, era disin­
teressatamente dedito alla sua professione, prima come inse­
gnante di fisica e matematica, poi come ispettore provinciale
e provveditore agli studi. Egli era oriundo di una modesta
famiglia plebea di Astrakhan (si pensa che suo padre vi
fosse sarto), che si era distinta dalle altre famiglie ana­
loghe solo per una certa dedizione allo studio e per lo zelo
che nutriva per il progresso. Astrakhan, alla foce del Volga,
era una vecchia città tartara e la famiglia — erano dei
Grandi-Russi — aveva un po’ di sangue tartaro nelle vene.
Questo si manifestava attraverso gli zigomi sporgenti, il
48

naso appiattito e gli occhi incavati, piccoli, obliqui tanto


di Ilya Nikolaevic quanto di suo figlio' Vladimiro Ilyic
(Lenin), che gli rassomigliava tanto.
Il padre di Ilya Nikolaevic (ossia il nonno paterno di
Lenin) era morto quando Ilya aveva solo sette anni. Nonno,
padre e figlio erano destinati a morire ugualmente a un’età
abbastanza giovane. Quando Ilya diventò orfano, un fra­
tello maggiore, di tredici anni più vecchio di lui, abbandonò
la scuola per sostenere la famiglia e per far continuare gli
studi a Ilya. Così, il padre di Lenin cominciò, per conto
della famiglia, l’ascensione che doveva portarlo da una
posizione sociale plebea ad una posizione di nobiltà, per
l’unico viale d’ascesa aperto al suo accesso: il servizio
dello Stato.
La carriera scolastica di Ilya Nikolaevic giustificò ab­
bondantemente il sacrificio del fratello maggiore. Si laureò
con lode all’Università di Kazan, dove Ilya attrasse l’atten­
zione di un insegnante di matematica, Lobascevsky (oggi
di fama mondiale come fondatore della geometria non-eu-
clidea) per raccomandazione del quale ottenne il posto —
non pagato — di direttore della Stazione meteorologica di
Penza. Egli si procacciò da vivere come insegnante di fisica
e matematica alla scuola media dell’Istituto della Nobiltà
a Penza.
Il disimpegno devoto di simili incarichi non rimunerati
era tipico del modo in cui l’intellighentsia russa dei vecchi
tempi formò la scienza e la cultura russa e la conoscenza
delle proprie risorse da parte della Russia.
Quando Ilya Nikolaevic lasciò Penza all’età di tren-
tatrè anni per un incarico analogo come insegnante al gin­
nasio di Nizhni Novgorod, portò con sé la giovane sposa
Maria Alexandrovna Blank, giovane sorella ventinovenne
della moglie di un collega in casa del quale era stato pen­
sionante nel periodo in cui era scapolo a Penza. A Nizhni,
quest’insegnante di scuola media fondò una famiglia e là
nacquero i suoi primi due figli, Anna e lo sventurato Ales­
sandro. Nel sesto anno del suo matrimonio, fu promosso
Tav.

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// primo documento concernente Lenin, archiviato dalla polizia di Mosca


nel i895, dopo il suo arresto a Pietroburgo. I numeri d’ordine nel margine
a destra si riferiscono alla sua imputazione: diffusione di letteratura clandestina
contro il regime.
49

di nuovo, questa volta al posto di ispettore scolastico nella


provincia di Simbirsk. Simbirsk costituiva una retrocessione
rispetto alla grande città di Nizhni Novgorod, ma la nuova
carica significava un aumento di grado e di compenso e
un abbandono dell’insegnamento e della ricerca meteoro­
logica per una carriera burocratica. L,a cronaca non dice
se Uva Nikolaevic esitasse ad accettare. Sua figlia Anna
spiega il trasferimento, con l’argomento che l’emancipazione
dei servi da parte di Alessandro II (nel 1861) e le conse­
guenti riforme nell’autogoverno locale e nell’educazione lo­
cale avevano reso possibile l’apertura di nuove scuole e la
diffusione dell’istruzione a nuovi settori della popolazione.
Con la riforma del 1864 venne data agli zemstvos l’ispezione
delle scuole locali e con gli sforzi di funzionari così illu­
minati e devoti come Ilya Ulyanov, l’educazione pubblica
si diffuse — malgrado pause accidentali — per cui nel 1914
vi erano cinquantamila scuole di zemstvo e una espansione
programmata del bilancio dell’istruzione contemplava il rag­
giungimento dell’istruzione universale per il 1922. Ua guerra
del 1914 e la guerra civile del 1917 rallentarono ma non
ostacolarono permanentemente l’attuazione del sogno di istru­
zione universale e di scomparsa totale dell’analfabetismo, le
cui fondamenta erano state gettate dalla generazione di
educatori di zemstvo di cui faceva parte il padre di Uenin.
Quando la famiglia Ulyanov si trasferì a Simbirsk nel
1869, il nuovo ispettore scolastico aveva trentanove anni e
sua moglie trentacinque e portarono con sè due bambini.
Un terzo era per la strada. Quel terzo bambino, nato il
22 aprile 1870, doveva essere chiamato Vladimiro, secondo
il nome del santo che fu il primo dominatore cristiano della
Russia. Un giorno, l’arretrata città di provincia in cui gli
Ulyanov si stavano trasferendo allora avrebbe avuto il pro­
prio nome cambiato in quello di Ulyanovsk, in onore del
figlio che nacque loro poco dopo che furono giunti nella
loro nuova casa.
Maria Alexandrovna Ulyanova, madre di questa fami­
gliola, ebbe più tempo che mai da dedicare ai suoi bambini.

4
50

Ebbe pochi amici da principio e Simbirsk era molto più


lenta e più pigra di Nizhni Novgorod. Ee scuole erano spar­
pagliate, le strade cattive, le distanze grandi; ardui viaggi
su slitta, a cavallo o in carrozza trattennero il nuovo ispet­
tore lontano dalla moglie e dai bambini per lunghi periodi
di tempo. Ee sue venute a casa furono ricordate come
occasioni di festa. Ea cura, l’educazione e lo sviluppo* della
famiglia che cresceva — dovevano esservi con l’andar del
tempo sei figli, senza contare uno che morì poco dopo la
nascita — furono in gran parte lasciati alla madre e come
le sorti della famiglia migliorarono, a un precettore salariato.
Al principio, l’ispettore incontrò poco interesse da parte
del regime governativo locale nei suoi sforzi di migliorare
la quantità e la qualità delle scuole disperse della provincia
di Simbirsk. Egli stesso dette corsi di pedagogia per pre­
parare nuovi insegnanti. Col tempo, il suo zelo disinteres­
sato e la sua dedizione al dovere attrassero l’attenzione di
superiori influenti, per cui fu promosso ancora una volta
nel sistema scolastico in via di rapida espansione al nuovo
incarico di direttore delle scuole elementari per l’intera pro­
vincia, avendo sotto di sè parecchi ispettori. Ea sua lealtà
e 'la sua rispettabilità lo rendevano accettabile alle autorità,
per quanto cominciassero già ad avere foschi presentimenti
circa la diffusione dell’educazione popolare, mentre la sua
fama fra quelli che realmente s’interessavano all’educazione
cominciò a diffondersi oltre i confini di Simbirsk. Ea sua
ascesa nella gerarchia burocratica implicò ormai il titolo ono­
rifico di « Consigliere di Stato effettivo » accompagnato dalla
nobiltà ereditaria per lui e per i suoi figli (i). Così, nel
1874, quando Vladimiro aveva tre anni, la posizione sociale
del ragazzo si trasformò da plebea a nobile; per modo che
tutto l’inchiostro che è stato consumato a discutere se il
futuro Eenin fosse di un’origine o di un’altra è stato con­
sumato invano, poiché era di entrambe le origini. Nel mo-

(1) « Consigliere di Stato effettivo » era un grado al di sopra di « Consi­


gliere di Stato » e recava con sè il titolo di « Eccellenza » e il privilegio della
nobiltà ereditaria. Corrispondeva al grado di Maggiore Generale nell’esercito.
5i

mento in cui fu abbastanza anziano da riempire i questio­


nari della scuola o della polizia — e ne riempì parecchi
durante la sua vita — egli aveva igià il privilegio, anzi l’ob­
bligo, di registrarsi come membro della aristocrazia buro­
cratica ereditaria della Russia creata dallo Stato. Non per
il titolo del padre, ma per il modesto fondo della madre,
fu anche per un po’ di tempo un proprietario terriero.
1/ affettazione bolscevica è reticente ad ammettere la
lentezza con cui il giovane Vladimiro si rese conto dei « fatti
politici della vita ». Oggigiorno, lo si fa di solito quasi
nascere Bolscevico e si parla di suo padre come se fosse
stato rivoluzionario prima di lui. ba persistenza di una
simile leggenda nelle sue biografie ufficiali è significativa.
In un paese dove la posizione sociale ereditaria è intessuta
nello stesso tessuto della vita, dove il diritto di un individuo
all’educazione veniva negato sotto il vecchio regime al « figlio
di un cuoco » e doveva più tardi essere negato sotto il
nuovo regime al « figlio di un kulak », simili leggende supe­
rano il semplice tentativo di sfuggire al problema di deli­
neare lo sviluppo delle opinioni del loro personaggio. Inoltre,
il culto corrente dell’infallibilità del capo e della successione
apostolica esige che egli sia scaturito dalle viscere di sua
madre pienamente armato dal punto di vista ideologico, come
la dea greca della saggezza dalla fronte di Giove.
beone Trotzki, nel suo brillante studio su La giovinezza
di Lenin (che era il primo volume di una biografia destinata
a rimanere incompiuta) ha esaminato tutte le prove dispo­
nibili su quest’argomento. Con paziente e ironica costanza,
riduce le leggende ufficiali a sciocchezza. I fatti sono infatti,
come egli ampiamente dimostra, che il padre di Benin era
Ortodosso di religione — senza quella vena di misticismo
che talvolta sfida l’autorità della gerarchia ecclesiastica e
della chiesa ridotta a istituzione; era un campione dell’or­
dine e della disciplina domestici — senza quell’eccesso di
tirannia e di crudeltà che, quando non spezza lo spirito,
è veicolo di ribellione; sincero servitore dello Stato dedito
a migliorarne le fondamenta con la diffusione della religione
52

e dell’educazione popolare — senza mai sognare per un


momento di rimettere in discussione l’ordine stabilito, l’au­
torità dei suoi superiori immediati o l’autocrazia dello Zar.
Ilya Nikolaevic era uno zelante uomo di buona volontà.
La dedizione ai suoi doveri, in un paese in cui la stessa
educazione popolare era frequentemente considerata con dif­
fidenza, rappresenta la somma e la sostanza del suo « libe­
ralismo ». Ex alunni suoi, che più tardi raggiunsero suf­
ficiente importanza da scrivere le loro memorie, menzio­
nano con rispetto questo docente sgobbone di matematica
e di fisica, che aveva posto il cuore e l’anima nel suo
insegnamento e che dedicò volontariamente una parte delle
sue Domeniche a preparare i più poveri e arretrati fra i
suoi alunni senza compenso. Insegnanti che professarono
sotto di lui quando progredì nella sua posizione ufficiale
parlano favorevolmente del periodo in cui fu ispettore e
più tardi direttore didattico. Ma non vi è nessun accenno —
anzi è vero, caso mai, il contrario — ad una sua difesa
di uno qualunque dei suoi subordinati contro un licenzia­
mento per radicalismo. Anzi, sua figlia riferisce come una
nipote andasse a trovarlo per lamentare l’ingiusto licenzia­
mento di un insegnante da parte dei suoi superiori. Ilya
Nikolaevic, riferisce, ascoltò senza dire una parola, « reclinò
il capo e si tenne per sè i suoi pensieri ».
Documenti ufficiali rivelano che in diciassette anni di
servizio come funzionario all’istruzione pubblica gli si at­
tribuiva il merito di aver fatto costruire circa 450 nuovi
piccoli edifici scolastici nella sua arretrata provincia e di
aver raddoppiato il numero degli alunni iscritti. Il periodo
in cui esercitò l’ispezione coincise tuttavia con un periodo
generale di sviluppo delle attività educative locali o degli
zemstvo in tutto il paese, per modo che il risultato, pur
essendo apprezzabile, non va valutato in modo esagerato o
attribuito in modo troppo esclusivo al suo zelo o alla sua
abilità individuali. Egli era però abbastanza al di sopra della
media da emergere fra i suoi pari, per cui un nobile libe­
rale di zemstvo del suo gubernya potè scrivere di lui che
53

era un « fenomeno raro ed eccezionale » e descrivendo i suoi


sforzi indefessi di fronte alla difficoltà e all’apatia potè dire :
« Una forza e un vigore di questo genere possono derivare
solo da una dedizione confinante con l’abnegazione » (Vestnik
Evropy, 1876). Non tutti i funzionari di provincia erano abba­
stanza importanti da venire citati in un giornale della me­
tropoli a San Pietroburgo ! E perfino nel 1906, in una storia
dell’educazione pubblica in Russia pubblicata oltre un quarto
d’ secolo dopo la morte dell’ispettore e prima che la fama di
suo figlio potesse conferirgli un’importanza retroattiva, si
continuava ad affermare che fra gli educatori della provincia
di Simbirsk « il primo posto appartiene, a giudizio unanime
dei contemporanei, a Ilya Nikolaevic Ulyanov ».
La stessa unanimità e continuità dell’approvazione uffi­
ciale costituiscono tuttavia una confutazione sufficiente della
tesi secondo cui Alessandro e Vladimiro Ulyanov e gli altri
figli meno celebri di Ilya Nikolaevic, « ereditassero » le loro
tendenze rivoluzionarie dal padre. Ciò che trassero da lui
furono cose quali una buona testa, la capacità di muoversi
nel mondo dei libri come a casa propria, la tendenza alla
diligenza, la capacità di lavorare sodo, una dedizione in­
concussa al dovere quale essi lo intendevano. Ma la loro
concezione del dovere avrebbe probabilmente scandalizzato
il loro buon padre se fosse vissuto abbastanza da sentirne
parlare. Le prove esistenti non lasciano sussistere dubbi su
questo punto.
Ci accorgiamo così che lo zelante ispettore scolastico,
Ilya Ulyanov, andò oltre i doveri legati alla sua carica
riferendo ai suoi superiori una mancanza di zelo da parte
dei preti di villaggio nell’insegnamento del catechismo. E
il catechismo della Chiesa russa ortodossa va oltre la sem­
plice restituzione a Cesare di quello che è di Cesare, come
il seguente passo basterà a dimostrare :
Domanda: Che cosa c’insegna la religione circa i nostri doveri verso
lo Zar?
Risposta: Devozione, fedeltà, pagamento delle tasse, servizio di leva,
amore c preghiera, tutto ciò essendo compreso nelle parole devozione e fedeltà.
54

È interessante seguire la leggenda del carattere rivo­


luzionario del vecchio Ulyanov un po’ più in là, perchè
ci offre un esempio relativamente innocente del modo di
ritoccare il passato per farlo rientrare nel quadro dell’atmo­
sfera dominante, il che rende cosi difficile l’opera del bio­
grafo o dello storico che deve servirsi di fonti sovietiche.
Con irritata ironia, Trotzki trae delle citazioni dalle bio­
grafie di Lenin che ritraggono un padre, che era piuttosto
timido e moderato, come una persona che « considerava il
movimento rivoluzionario con grande simpatia » e che tra­
sformano la sua casa, in Via Mosca, a Simbirsk, in una
specie di circolo di rivoluzionari, in cui « il tono era dato
da Alessandro (fratello maggiore di Lenin) », mentre anche
Vladimiro « partecipava frequentemente alle discussioni e
con grande successo ». In quell’epoca, il giovane Vladimiro
deve avere avuto non più di tredici o quattordici anni,
poiché suo padre morì prima che egli raggiungesse il quin­
dicesimo anno d’età ! Perfino Lunaciarski, che era uno scrit­
tore più scrupoloso della maggior parte di questi biografi
e che scrisse prima che il rispetto per la verità storica fosse
stato completamente espurgato dai testi stampati e dalla
testa degli uomini, dà come fatto provato che il padre della
famiglia Ulyanov « simpatizzava per i rivoluzionari ed educò
i suoi figliuoli in uno spirito rivoluzionario ».
In opposizione a questa revisione retroattiva della fisio­
nomia del genitore abbiamo la testimonianza della sorella
maggiore di Lenin, Anna. « Nostro padre, che non fu mai
un rivoluzionario, durante quegli anni — avendo più di qua-
rant’anni ed essendo alla testa di una famiglia — voleva
proteggere noi, suoi figliuoli ».
Anche lo Stato, come abbiamo veduto, dette ampie prove
della fiducia che esso riponeva nella lealtà di Ilya Niko-
laevic. Da insegnante a ispettore di altri insegnanti, da
ispettore a direttore dell’istruzione elementare di un’intera
provincia e superiore dei diversi ispettori; simili posti di
cane da guardia non erano consapevolmente dati, nella
Russia reazionaria del 1870 e del 1880, a uomini di dubbia
55

fedeltà. Fin dal 1859 lo zelante maestro aveva ottenuto una


gratifica di 150 rubli « per i suoi eccellenti servizi e per
il suo zelo ». Sebbene vi fossero continue inchieste in seno
al corpo insegnante per cercarvi i germi di sedizione, Ilya
Nikolaevic non fu mai messo in discussione. La creazione
dei posti d’ispettore e di direttore didattico, che egli occupò
fin dal momento della loro rispettiva creazione, erano passi
fatti con l’intenzione di sottomettere gl’istituti educativi
locali al centro burocratico di San Pietroburgo. Durante
tutti gli ultimi anni del regno di Alessandro II, che fu
assassinato da rivoluzionari, e specialmente durante il regno
di suo figlio, Alessandro III, questo processo tendente a
piegare l’autonomia degl’istituti del governo locale, i ze?n-
stvo, continuò nel quadro di una reazione crescente. Alcuni
anni dopo, Lenin doveva scrivere su questo processo rea­
zionario e citare due date simboliche, aventi un interesse
tanto pubblico quanto biografico, come pietre miliari di que­
sta marcia all’indietro dalle grandi riforme dei primi anni
di Alessandro II. Le date che egli prescelse come segni
di quella strada furono gli anni 1869 e 1874. Erano le date
in cui i posti d’ispettore e di direttore didattico erano stati
creati e proprio' le date, come Lenin sapeva, in cui suo
padre era stato successivamente nominato a ciascuno di
questi due incarichi !
Nel 1869 — scrisse Lenin in un articolo sul liberalismo dei zemstvo,
pubblicato nel 1901 — fu creata la carica d’ispettore delle scuole elementari
con lo scopo di togliere dalle mani dei zemstvo l’effettiva gestione dell’edu­
cazione elementare... Nel 1871, vennero emanate istruzioni agl’ispettori delle
scuole elementari conferendo loro il potere di licenziare maestri che fossero
ritenuti politicamente poco fidati... Nel 1874, fu approvato un nuovo regola­
mento che pose la gestione delle scuole interamente nelle mani dei direttori
didattici... [Zarya, Nn. 2-3, Die. 1901, firmato T.P., Lenin, Collected Worlds,
Vol. IV, pp. 133-4].
Chi non sa — doveva scrivere Lenin undici anni dopo la morte di suo
padre — come si compia facilmente nella Santa Russia la trasformazione di
un intellettuale radicale, di un intellettuale socialista, in un funzionario del
governo imperiale; in un funzionario che si consola pensando che vi è ’’una
certa utilità” entro i limiti del tran tran della carica; in un funzionario che
giustifica per mezzo di quella ’’utilità” la propria apatia politica, la sua
ossequiosità davanti al governo del fyiut e della nagai^a.
56

Vi è palesemente qualcosa di più che un tocco fortuito


di biografia familiare in questi due passi. « Sarebbe ingiusto,
commenta Trotzki a proposito del secondo passo, applicare
senza riserve queste severe parole a Ilya Nikolaevic Ulya­
nov, solo perchè da giovane non era stato nè socialista
nè radicale ».
Così, mentre la reazione nel campo dell’istruzione pub­
blica cresceva rapidamente, Ilya Nikolaevic conservava la
inalterabile devozione alla sua carriera, ascendendo con inin­
terrotta regolarità i lenti gradini della promozione civile,
fino a ricevere a tempo debito l’onorificenza dell’Ordine
di San Vladimiro, il titolo di « Eccellenza » e la nobiltà
ereditaria di cui abbiamo già parlato. Non vi è nulla da
porre in dubbio circa l’epitaffio ufficiale scritto per lui da
Delarov, che doveva più tardi essere deputato di Simbirsk
alla Seconda Duma :
« I. N. Ulyanov era uomo di vedute conservatrici, ma
non reazionarie o conservatrici alla maniera antica : aveva
il suo fine personale nella vita... lo zelo nel servire il bene
del popolo ». Questo zelo, e solo questo, è il lascito sociale
ricevuto da Alessandro e da Vladimiro Ulyanov dal loro
padre. Il resto è leggenda, stupida, mendace leggenda, che
non serve nessun scopo che lo storico o il biografo pos­
sano onorare.
A questo retaggio sociale di zelo al servizio del popolo,
di rispetto per l’educazione, e di facilità a muoversi nel
mondo dei libri, Vladimiro aggiunse un retaggio fisico e
personale, che non condivise con suo fratello maggiore.
Vladimiro rassomigliava al padre nelle fattezze e nella costi­
tuzione; Alessandro a sua madre. Se Lenin, all’inizio della
sua età matura, avesse lasciato crescere un po’ di più il
ciuffo di capelli rossicci attorno all’ampia fronte calva e
avesse lasciato che la sua barba assumesse scorrevolezza e
dimensioni più burocratiche, se si fosse vestito alla moda
rispettabile di un buon uomo borghese dei primi anni del
ventesimo secolo, gli anziani di Simbirsk avrebbero potuto
pensare benissimo che fosse tornato fra loro Sua Eccellenza
57

Ilya Nikolaevic Ulyanov, Direttore delle Scuole Elementari


e Consigliere di Stato effettivo. Gli stessi occhietti mon­
golici obliqui, pallidi, color nocciola, con le stesse piccole
pieghe di un riso da persona scherzosa attorno agli orli,
le stesse guance grassette e gli stessi zigomi sporgenti,
le stesse fattezze fortemente marcate, lo stesso naso ampio,
piatto e leggermente ricurvo, la stessa fronte alta resa an­
cora più alta da una calvizie precoce nel periodo della gio­
vinezza, la stessa base del cranio piuttosto appiattita, lo
stesso corpo corto, rotondo, muscoloso, la stessa gobba alle
spalle, lo stesso fisico e spirito massicci, indici di grande
forza fisica e morale, gli stessi capelli rossicci — dove ve
ne erano — e una cera grigiastra, lo stesso cenno di ple­
tora del sangue, quasi lo stesso ritmo dell’orologio della
vita — uno slancio intenso capace di correre velocemente
per una cinquantina d’anni, per infrangersi poi improvvi­
samente in entrambi i casi per una emorragia al cervello.
Si è scritto parecchio sul logorìo cui s’era sottoposto
Lenin nelle dure attività a cure della gestione di un sesto
della terra in mezzo al caos e alla rovina universali e sulla
abbreviazione della sua vita per opera del proiettile spa­
ratogli dal fucile di Dora Kaplan. Trotzki ha perfino emesso
l’ipotesi, nel suo ultimo articolo su Liberty (io agosto 1940),
che Stalin abbia affrettato la fine dell’uomo, già malato,
somministrandogli del veleno. Certo, una qualsiasi di que­
ste ipotesi ingrandirebbe notevolmente il dramma e l’adat­
tamento biografico convenzionale della morte di Lenin. Ma
la « prova » che Trotzki adduce è troppo sottile e priva
di sostanza, troppo simile alla « prova » dei processi di Mosca
addotta contro lo stesso Trotzki. E mentre il ritmo spietato
al quale si sottopose, per cui quest’uomo sembrava spremere
un secolo di vita in poco più di mezzo secolo, può benis­
simo avere abbreviato la sua vita, tuttavia il biografo non
può fare a meno di rilevare che suo padre, di cui egli
era « l’immagine sputata », era morto a cinquantacinque anni
e che il certificato medico indica l’emorragia cerebrale come
causa della morte, proprio come nel caso del figlio.
5S

La madre di Lenin rimane un mistero nella letteratura


sovietica e non vi sono attualmente fonti ufficiose dispo­
nibili da cui un biografo, mosso da uno spirito di ricerca,
possa con tranquillità apprendere qualcosa che possa col­
mare i grandi vuoti nel corso altrimenti prolisso di me­
morie o di biografie. Il suo nome da ragazza era Blank,
Maria Alexandrovna Blank. Il cognome non è russo, ovvia­
mente, ma non vi è alcun cenno in tutta la letteratura
ufficiale sull’origine nazionale di quell’Alessandro Blank che
fu nonno materno di Lenin. Il silenzio fa supporre una
deliberata reticenza, poiché simili argomenti si possono fa­
cilmente appurare in un paese in cui ogni individuo si
doveva registrare presso la polizia, doveva portare un pas­
saporto per i viaggi nell’interno del paese, viaggi che veni­
vano registrati dal giorno della nascita al giorno della morte.
Alessandro Blank era dottore in medicina e proprie­
tario terriero della provincia di Kazan. Sposò una ragazza
della colonia tedesca sul Volga e la loro figlia, madre di
Lenin, fu educata secondo la tradizione tedesca. Questo
fatto è indicato più per accenni che per affermazioni nella
letteratura esistente. Sono decisive le memorie della sorella
maggiore di Lenin, Anna, anche se ella pure è stranamente
generica circa l’origine della famiglia di sua madre. Da
Anna apprendiamo che sua madre « non manifestava la stes­
sa ortodossia religiosa del padre, che la somma e la sostanza
della sua tradizione religiosa risiedevano nella dolce solen­
nità dell’osservanza della tradizione germanica dell’albero
di Natale, e che visitava poco sia la chiesa russa che il
tempio tedesco ». Ciò implica che la sua religione di fa­
miglia può essere stata protestante. Per il resto, chiarisce
Anna, la sua pietà era una forza interna che la spingeva
a pregare solo in momenti di grande avversità. Due volte,
riferisce Anna, sua madre le chiese di « pregare per Sascia »
(diminutivo di Alessandro, il figlio maggiore). La prima
volta, egli era disperatamente malato e i medici avevano
detto a sua madre che avrebbe potuto non sopravvivere.
La seconda volta, Anna si trovava di fronte a sua madre
59

attraverso la doppia inferriata per la quale si permette ai


carcerati di parlare ai loro visitatori. La ragazza era aggrap­
pata alle sbarre del carcere e chiedeva con ansia se gli sforzi
della madre per salvare Alessandro dalla mano del boia
avessero avuto successo. In effetti, era già stato impiccato,
ma Maria Alexandrovna non lo disse alla figlia. La sua
unica risposta alla domanda fu ancora una volta : « Prega
per Sascia ».
La madre di Lenin proveniva, sembra chiaro, da uno
strato sociale più elevato di quello del giovane insegnante
di scuole medie di cui diventò sposa, perchè portò come
dote una modesta proprietà terriera a Kukusckine, presu­
mibilmente un quinto della proprietà del padre. La sua
educazione, come quella della maggior parte delle donne del­
l’epoca, le era stata impartita interamente a casa : prepa­
razione un po’ sdrucita quando potevano essere assunti dei
precettori, che comprendeva l’insegnamento delle lingue e
della musica e delle arti domestiche e delle grazie proprie
alla sua classe. Sapeva il tedesco, il francese e l’inglese
e insegnò i primi elementi di queste lingue ai suoi bambini.
Apprese presto a leggere e ad apprezzare i libri, passione
che comunicò anche ai suoi bambini. Leggere ad alta voce
di sera alla sua cerchia familiare era un’abitudine comune,
per modo che il futuro Lenin acquistò da fanciullo una
vasta conoscenza del romanzo russo e una passione per i
grandi classici della sua improvvisa fioritura, che si portò
dietro tutta la vita. I suoi scritti chiari, abitualmente pe­
destri, hanno quasi per unico ornamento l’illustrazione ca­
suale di qualche caratteristica politica attraverso un riferi­
mento ad un personaggio noto ai lettori della letteratura
russa. Queste allusioni letterarie non ostentate sono fatte
a Gogol, Saltykov-Shchedrin, Griboyedov, Pusckin, Gon-
ciarov, Tolstoi, Krylov e Turgheniev, i cui romanzi appena
scritti dovevano essere penetrati nella casa di Lenin du­
rante la sua infanzia e le cui opere egli apprezzava oltre
ogni altra.
óo

L’unica caratteristica che rimane in mezzo al magro


materiale sulla madre di Lenin è la ferma, calda fiamma
della sua inalterabile dedizione ai suoi figli. La famiglia,
secondo la maniera tedesca più che quella russa, non era
espansiva. Vi erano pochi baci e abbracci, poche lagrime
nelle partenze e nei casi di sventura. Ma Maria Alexan-
drovna Ulyanova era dedita ai suoi figli ed era instancabile
nel portarli, allevarli e trascinarli e sorvegliarli nella ma­
lattia e neU’avversità. Li mise al riparo il meglio che potè
dalle difficoltà di condizioni materiali diventate meno buone
dopo la morte di suo marito. Si umiliò patrocinando con
i funzionari sotto i quali aveva prestato servizio suo marito
la causa della riammissione all’università di suo figlio espulso
Vladimiro, e quella dell’abbreviazione e della moderazione
della durata di una pena carceraria di deportazione per
l’uno o l’altro figlio, o della loro difesa contro la perse­
cuzione risultante dalle loro attività. Tutti i suoi figli fu­
rono arrestati in questo o quel periodo, talvolta parecchi
di loro contemporaneamente, e sempre, quando potè, si tra­
sferì vicino al carcere o nella città del confino di polizia
del figlio che sembrava avere maggiormente bisogno delle
sue cure. Non professò mai di capire le attività che por­
tarono il suo figlio maggiore sul patibolo e le sue due figlie
e i suoi due altri figli nelle mani della polizia in diverse
occasioni. Ma ebbe una simpatia generica, fu anzi fiera,
come tanti genitori in quell’epoca, per l’abnegazione, la
dedizione alla società e alla libertà, che comprese essere la
sostanza delle attività che li ponevano in difficoltà. Non
fece domande, non rivolse rimproveri, perdette poco tempo
in lamenti o non ne perdette affatto in sforzi miranti a
persuaderli ad abbandonare le strade sulle quali le loro co­
scienze li avevano guidati. Per lei, essi erano ragazzi che
erano cresciuti e che erano abbastanza grandi da decidere
come comportarsi. Il suo compito consisteva nel seguire il
loro destino con ansia o con orgoglio, stare accanto a loro
nei momenti di bisogno, mandar loro denaro, libri, abiti,
cibo, delicatezze, far loro visita quando le autorità e i rego-
6i

lamenti lo permettevano, non vacillare mai nella sua lealtà


verso di loro, per quanto la società ufficiale li mettesse al
bando come criminali e come mostri..
Maria Alexandrovna sopravvisse al marito di trent’anni,
tutti gli anni dell’avversità dei suoi figli. Andò due volte
all’estero a vedere il figlio da lungo tempo esule Vladimiro
Ilyic — l’ultima volta nel 1913 — e morì in Russia all’età
di ottantun’anni, un po’ più di un anno prima che suo
figlio tornasse per diventare il capo del nuovo Stato russo.
Capitolo III

VITA E MORTE DI ALESSANDRO ILYIC

— A te che desideri varcare questo soglio, sai che cosa


ti attende?
— Lo so, rispose la ragazza.
— Freddo, fame, orrore, derisione, disprezzo, insulti,
carcere, malattie e morte!
— Lo so, sono pronta, sopporterò ogni colpo.
-— Non dai soli nemici, ma anche da parenti, da amici.
— Si, anche da loro...
— Sei anche pronta a commettere un delitto?
— Sono pronta anche al delitto.
— Sai di potere essere delusa in quello che credi, che
puoi accorgerti di esserti sbagliata, di avere rovinato invano
la tua giovane vita?
— So anche questo.
— Entrai
La ragazza varcò il soglio e una coltre pesante si abbattè
dietro di lei.
Pazza! disse uno, digrignando i denti.
Santa! rispose un altro.
Ivan Turcheniev.

8
Vladimiro era stato tardo ad imparare a camminare.
Fece i primi passi assieme alla sorella minore, Olga, di
circa diciotto mesi più giovane di lui e anche allora i suoi
sforzi non furono completamente felici. Per qualche tempo,
ogni avventura nel camminare rischiava di finire in una
catastrofe, in una caduta sul naso e in un urlo che risuo­
nava in tutto il vicinato. « Probabilmente la sua testa era
più pesante del corpo », spiega nelle sue memorie la sorella
maggiore Anna.
64

Malgrado la sua piccola statura, cominciò a dimostrare


grande prodezza in prove di forza e di velocità. Quando
quelli della sua età non gli offrivano sufficiente resistenza,
egli decideva di sfidare suo fratello Alessandro, di quattro
anni più anziano di lui. Presto lo sforzo compiuto per for­
marsi sul modello del fratello maggiore si ridusse ad una
formula.
« Volodya, gli domandava sua madre, come vuoi la
kascia ? ». (Giova rilevare intanto die il regime familiare
non era così severo da non lasciare scelta ai bambini).
Volodya aspettava di vedere se suo fratello maggiore pren­
deva la pappa col latte e col burro e poi diceva : « La
voglio come quella di Sascia ». Quando Alessandro tornò
dal ginnasio indossando la sua nuova divisa da studente,
il fratello minore si accese d’entusiasmo per lo studio :
anch’egli voleva avere una divisa come quella di Sascia.
Tuttavia, sia nel fisico che nel carattere, erano altret­
tanto diversi quanto lo possono essere due fratelli. Il viso
d’Alessandro era mesto e allungato, aveva la pelle di un
color bianco latteo, i suoi capelli fitti, turbolenti, arricciati,
profondamente radicati, andavano in tutte le direzioni da
una linea molto bassa sulla fronte. I suoi occhi, piantati
profondamente e con una strana angolosità in sopracciglia
folte e sospese di strapiombo sembravano guardare all’in­
terno. Era il viso fortemente cesellato di un sognatore, di
un santo, di un devoto, di un asceta. Il capo di Vladimiro
era invece fatto come un uovo e il sottile ciuffo di capelli
rossicci cominciò a diradarsi dalla fronte prima che egli
avesse vent’anni, lasciandolo calvo, come il padre, in età
ancor giovane. La sua carnagione era una miscela di gri­
giore e di color sanguigno; i suoi occhi erano piccoli, scin­
tillanti, mongoloidi. Tutto il suo aspetto, salvo in momenti
di pensiero o di collera intensi, era gioviale, scherzoso,
malizioso, fiducioso, aggressivo. Non conoscendolo, lo si sa­
rebbe potuto scambiare negli ultimi anni per un kulak sgob­
bone, o per un funzionario provinciale che sta facendo car­
riera, o per un astuto uomo d’affari. Non vi era nulla nella
’ AVI,

Du e pri gio nie ri russi , sor ve gli ati da i Gi app on esi , dur ant e la guerr a rus so ­
gia ppon ese del 19 04 -190 5, che ebbe per la Ru ssia un esito disa stro so e che
seg nò il prim o gr av e colpo contro il reg ime zar ista .
4

1
&5

sua corporatura, nel suo aspetto o nel suo carattere che


ricordasse suo fratello Alessandro.
Il ragazzo più giovane era chiassoso e impetuoso, uso
a fare scherzi, a prendere in giro la gente senza sosta, pronto
alla replica, di lingua pungente. Gli piaceva esibire la po­
tenza crescente del suo spirito con motteggi a spese dei
fratelli e delle sorelle minori, dei giovani cugini e com­
pagni di giuoco. L’unico voto di biasimo nella scuola media
gli venne dall’aver fatto una beffa a un professore di Fran­
cese di cui non gli piaceva la pomposità. Diverse persone
ricordano gli scatti di cattivo umore cui il giovane Vladi­
miro andava ogni tanto soggetto, mentre il suo spirito scher­
zoso e la sua superiorità intellettuale creavano una certa
barriera fra di lui e gli altri ragazzi della sua età. (« Vla­
dimiro Ilyic era amato dai suoi compagni di scuola, scrive
la devota Anna, pur non avendo amici intimi »).
Ma il ragazzo più anziano era abitualmente taciturno
e riservato. In tutta la sua carriera scolastica non vi è un
sol voto di biasimo di nessuno dei suoi professori nei suoi
confronti. Egli parlava di rado senza che gli venisse rivolta
la parola e anche allora si limitava all’argomento, diret­
tamente e brevemente. Nessuno, neppure sua madre o sua
sorella Anna, le due persone che gli erano più vicine, seppe
mai che cosa egli avesse per la testa. I grandi momenti
della sua vita giunsero loro come una sorpresa strabiliante.
Anche quando passarono in rassegna tutta la sua esistenza,
retrospettivamente, poterono ricordare solo pochi indizi che
avrebbero potuto far presagire il suo destino. Egli leggeva
molto, meditava molto, studiava in solitudine, superava da
solo le sue perplessità e poi agiva risolutamente per attuare
le sue conclusioni.
L’antagonismo di questi due caratteri è simboleggiato
dalla scelta dei loro autori preferiti, e questo antagonismo
caratterizzò l’intera intellighentsia russa del secolo decimo-
nono: il preferito di Alessandro era Dostoevski; quello di
Vladimiro era Turgheniev e il realistico Tolstoi del periodo
anteriore alla « conversione ». In Dostoevski il fratello mag-

5
66

giore trovava la mesta introspezione, la morbosa santità,


la terribile umiltà e compassione, il bisogno irrefrenabile
di autoimmolarsi che si dovevano rivelare come elementi
formatori del nucleo centrale del suo carattere, nell’ora pre­
coce in cui questo fu messo, alla prova.
Ognuno dei ragazzi era immancabilmente il primo della
classe e ottennero entrambi voti alti in tutte le materie.
Entrambi meritarono la medaglia d’oro come « migliore stu­
dente » del ginnasio di Simbirsk. Ma anche in questo campo
essi dimostrarono differenze profonde nel loro carattere in­
tellettuale. Ea predilezione di Alessandro andava alla scien­
za, quella di Vladimiro al latino, alla storia e alla lette­
ratura. Entrambi erano sempre preparatissimi, ma il fra­
tello minore era così veloce che sembrava avere finito i
compiti prima di essersi messo a tavolino e poi la sua chias­
sosa turbolenza disturbava il fratello maggiore. Talvolta
il padre lo interrogava per vedere se conoscesse la lezione
e non sapeva se essere lieto della sua rapidità o preoccu­
pato che la facilità con cui imparava impedisse a suo figlio
di acquistare mai la capacità di un’attenzione prolungata.
Lo scrivere componimenti era l’esercizio più difficile che
Alessandro avesse da affrontare a scuola. Vi lavorava a lungo
e poi le idee gli venivano dirette, nude e forti. Vladimiro
passava per esposizioni elaborate, come premessa a un’espres­
sione vigorosa e virile delle sue idee.
Anche quando i suoi sentimenti erano scossi, Alessandro
taceva. Fin quasi dall’infanzia cessò di versare lagrime per
qualcosa. Quando sentiva che gli era stato fatto un torto
o che era stato commesso verso altri, la forza delle sue
lagrime non versate si accumulava in lui.
Il piccolo Volodya era fatto di una pasta più chiassosa
di quella del fratello maggiore. Le sue urla quando imparava
a camminare fecero abbastanza rumore da venire registrate
nelle memorie della famiglia. Le sue grida strepitose sulla
nave del Volga che doveva condurli alla proprietà estiva
gli ottennero un rabbuffo dalla pacifica mamma : « Non si
strilla in questo modo su un piroscafo », gli disse. « Ebbene,
t>7

il piroscafo strilla abbastanza forte da sè », gridò il pic­


colo Volodya.
Si ricorda almeno una bugia infantile detta dal piccolo
Volodya : aveva rotto una caraffa appartenente a una zia,
correndo per le sue stanze, ma alla solenne inchiesta fami­
liare negò recisamente di sapere come la bottiglia si fosse
rotta. Tre mesi dopo, riferisce Anna, andò in lagrime da
sua madre a compiere una confessione volontaria. Eviden­
temente non gli era facile mentire, come affermarono i suoi
detrattori quando discussero il consiglio da lui dato più
tardi di adoperare ogni tanto le bugie come stratagemma
nella lotta rivoluzionaria. Ma per il maggiore, la menzogna
era una assoluta impossibilità : fin dalla sua più tenera in­
fanzia, per lui non vi fu altro che verità assoluta o silenzio
assoluto. Una volta, un adulto, probabilmente un ispettore
scolastico, gli chiese di indicare i due peggiori vizi. « Ea
menzogna e la viltà », rispose. La risposta non gli era stata
insegnata, veniva dagli abissi della sua propria natura, alla
quale la menzogna e la viltà erano assolutamente estranee.
« Era molto caratteristico, scrive nelle sue memorie sua
sorella Anna, come egli fosse incapace di mentire. Se non
voleva dire qualcosa, taceva. Quella sua particolare dote
si affermò brillantemente davanti ai suoi giudici ».
Si sente la voglia di aggiungere — commenta Trotzki su quanto pre­
cede — che peccato! In un’implacabile lotta sociale, una simile mentalità vi
lascia politicamente senza difesa. Gli austeri moralisti, bugiardi per vocazione,
hanno ragionato bene, la menzogna è il riflesso di contraddizioni sociali, ma
anche, a volte, un mezzo di lotta contro di loro. Non si può, con uno sforzo
morale individuale, sfuggire alla struttura della menzogna sociale. Come tipo,
Alessandro rassomigliava più a un cavaliere che a un uomo politico e ciò
creò una separazione psichica fra lui e il fratello minore, notevolmente più
forte, notevolmente più opportunista negli argomenti di etica individuale,
meglio armato per la lotta, ma ad ogni modo non meno intransigente nel
suo atteggiamento rispetto all’ingiustizia sociale.

Il commento di Trotzki è interessante, non per quanto


aggiunge a quello di Anna riguardante i suoi due fratelli,
ma per la luce che getta indirettamente sull’atteggiamento
di Trotzki e sull’etica del Bolscevismo, argomento, questo,
sul quale avremo da tornare.
68

A un certo momento, nella prima adolescenza — l’età


precisa non è registrata — Alessandro cessò improvvisa­
mente di essere religioso. E caratteristico che questo mu­
tamento non fosse preceduto da qualche discussione con i
genitori, i maestri o i consiglieri spirituali. Se vi fu un
dibattito, esso avvenne dentro di lui, fino a quando, un
bel giorno, non cessò di andare in chiesa. « Non vai a
Vespri stasera? » gli domandò suo padre. Il « no» fu così
fermo e deciso che Ilya Ulyanov non si avventurò a con­
tinuare ancora su quell’argomento. « Maestri devoti, aveva
scritto l’ispettore scolastico, non hanno bisogno' di ricorrere
a punizioni ». Sia per la sua sfiducia nel potere della coer­
cizione, sia per rispetto verso la nascente personalità di suo
figlio, sia per speranza che « l’avrebbe superato », Ilya Niko-
laevic non sollevò mai più la questione e da quel giorno
in poi Alessandro non mise più piede dentro una chiesa.
Egli non faceva però dimostrazioni esterne quando il prete
celebrava dei servizi religiosi al ginnasio e tutta la sua con­
dotta esterna continuò ad essere perfetta. Come abbiamo già
osservato, nessun biasimo fu registrato a carico di questo
ragazzo tranquillo e studioso da parte di nessuno dei suoi
professori durante la sua intera esistenza. I suoi voti furono
sempre fra i più alti, le sue lezioni erano sempre prepa­
rate alla perfezione, conservò sempre per sè i suoi dubbi
e i suoi motivi di disaccordo. Ottenne la licenza liceale
con lode e si meritò la medaglia d’oro. Pur essendo bravo
in tutte le materie, le sue preferenze intellettuali si erano
già formate : era deciso a seguire le prime orme di suo
padre e a diventare uno scienziato. Guardava con ardore
San Pietroburgo, sede di una grande università, di scienziati
illustri, di laboratori bene attrezzati. Durante le sue ultime
vacanze, prima di partire per la metropoli, trascorse tutto
il suo tempo in un laboratorio impiantato a casa nella pro­
prietà materna a compiere esperienze chimiche, troppo as­
sorto per la conversazione, per i pasti, per il sonno. D’unico
momento che sottrasse alle sue ricerche scientifiche, lo fece
bg

per andare a caccia e per corteggiare timidamente una cugi-


netta di cui si era innamorato.
Quando lo Zar Alessandro II fu assassinato nel 1881,
il misterioso Comitato esecutivo della Narodnaya Volya
(« Volontà del Popolo » o « Libertà del Popolo », la parola
Volya avendo entrambi i significati) sembrava essere onni­
potente. Il nuovo Zar, Alessandro III, un omone gigan­
tesco, pianse sul petto del suo confessore implorando un
consiglio sul modo di rispondere all’ultimatum del Comitato
esecutivo, che offriva la pace in cambio di una costituzione.
Il suo consigliere rafforzò la sua collera e il suo orgoglio.
Dopo un breve periodo di esitazione, Alessandro III reagì
annullando il moderato rescritto costituzionale che lo Zar
defunto era stato in procinto di pubblicare e moltiplicando
la polizia, arruolando spie, chiudendo i deboli giornali libe­
rali, censurando le biblioteche, controllando professori e
dati biografici, riducendo l’autogoverno locale degli zemstvo,
vietando l’organizzazione studentesca, istituendo gli Zemski
Nachalnik (capi rurali) come tutori permanenti sul conta­
diname, rafforzando le restrizioni contro gli Ebrei e strin­
gendo in generale tutte le catene nella grande casa car­
ceraria dei popoli.
La Narodnaya Volya sentì di non aver altra scelta che
emanare la parola d’ordine : « Un Alessandro dopo l’altro ! ».
Ma il nuovo Zar aveva versato le sue lagrime di paura
per niente. Il Comitato esecutivo non era più altro che
una firma su un ultimatum. Sei precedenti attentati sfor­
tunati alla vita di Alessandro II gli erano costati ventuna
condanne a morte. « Stiamo consumando il nostro capitale »,
aveva esclamato con strazio Zhelyabov, principale organiz­
zatore dell’assassinio riuscito. E ora, due anni dopo il suo
grande successo (nel 1883, proprio l’anno in cui il giovane
Alessandro Ulyanov si era recato a San Pietroburgo per
entrare all’Università), un certo Degaev, informatore mi­
litante nelle sue file, denunciò alla polizia l’ultima super­
stite del Comitato esecutivo, Vera Figner. L’anno successivo
fu condannata a morte, ma, essendo donna, la sua sentenza
70

fu commutata in ergastolo nella fortezza carceraria di Schlu-


esselberg. Il temuto Comitato esecutivo non esisteva più,
come non esisteva più nessun partito cui potesse servire
da esecutivo.
In una terra di segreti e di misteri, vi era parecchia
gente che non lo sapeva. Qua e là, negli anni successivi,
alcuni gruppetti cercarono di agire in nome suo, pur non
avendo con esso alcun contatto. Ma si muovevano ormai in
un vuoto da incubo. Ea campagna non aveva risposto ai
fatti, vi erano perfino parecchi contadini che credevano
che i nobili avessero ucciso lo Zar-Emancipatore per com­
piere un atto di vendetta contro il suo Proclama dell’Eman­
cipazione ! E l’opinione pubblica liberale, che in un primo
tempo aveva acclamato l’assassinio, lo esecrò più tardi come
portatore di reazione. Il nodo scorsoio della polizia si strinse
sempre di più, il potente corpo della Russia s’irrigidì e di­
venne immobile, la sua grande voce fu soffocata sui patiboli.
« Il periodo attorno al 1880 seziona la storia della ci­
viltà russa come una cintura di oscurità », scrisse lo storico
Pekrevski. Ma anche nell’oscurità, qua e là, il cuore dei
giovani, essendo giovane, continuava ad accendersi. Tutto,
nella successiva congiura, sei anni dopo, fu ingenuo e ine­
sperto. Ea continuità delle generazioni era stata interrotta.
Ra tecnica della cospirazione e i programmi di libertà erano
entrambi morti sui patiboli e erano stati sepolti sotto ton­
nellate di muratura nelle carceri segrete di Pietro-e-Paolo
e della fortezza di Schluesselberg. I giovani aventi visioni
generose dovevano ricominciare da capo a balbettare le prime
lettere dell’alfabeto rivoluzionario.
Prima del 1886, cinque anni dopo l’assassinio di Ales­
sandro II, non vi fu alcuna nuova attività fra gli studenti
e poi — misura della sua modestia — non vi fu che una
decisione di andare ad un cimitero (il Cimitero Volkov a
San Pietroburgo) a deporre corone sulle tombe dello Zar e
dei suoi ministri assassinati e a recitare le preghiere per
i morti in onore di quelli che avevano preparato l’emanci­
pazione dei servi della gleba. Che dimostrazione pietosa
7i

dell’arretratezza del nuovo movimento studentesco ! Quello


passato aveva giurato di far morire Alessandro II per l’ina­
deguatezza della sua emancipazione; il nuovo rendeva omag­
gio a un’epoca che ormai sembrava benedetta rispetto al
crescente riasservimento. Evidentemente, in cuor loro l’omag­
gio non andava soltanto ad Alessandro II e ai suoi consi­
glieri ma ancor di più agli uomini e alle donne che erano
andati verso l’esilio e la morte sotto il padre, Nicola il
Mazziere, per aver preparato l’emancipazione. E a polizia non
ritenne necessario proibire o sciogliere la dimostrazione.
Circa quattrocento studenti, senza alcun appoggio da parte
dell’intellighentsia più anziana, marciarono fino al cimitero,
fecero dire una preghiera a un prete, cantarono il servizio
funebre e deposero le loro corone sulle tombe dei funzionari
zaristi. Fra i giovani vi era Alessandro Ulyanov. Fu il suo
primo atto di pubblica partecipazione al movimento studen­
tesco.
Quando Alessandro Ulyanov era giunto a San Pietro­
burgo, nel 1883, non aveva provato nessun interesse per i
circoli studenteschi. Essi gli facevano perdere il suo prezioso
tempo, violavano la sua innata riserbatezza, erano dediti a
frivolezze e a dissipazioni che non lo attraevano, in discus­
sioni su questioni sociali a proposito delle quali egli aveva
l’impressione che egli ed essi sapessero troppo poco per poter
svolgere una proficua discussione. Era assorto nella scienza
e, contrariamente a molti intellettuali russi, non era portato
ai morbosi piaceri della conversazione.
All’università, si era immerso nella ricerca biologica,
era fisso sopra il microscopio, faceva osservazioni su vermi
di terra, prendeva appunti da laboratorio, leggeva a fondo
nella letteratura scientifica, accumulava abbastanza scienza
da durare per tutta una vita.
Suo padre gli aveva fissato un comodo assegno mensile
di quaranta rubli. Alessandro gli assicurò che trenta sareb­
bero stati sufficienti, ma poi cessò d’insistere, forse perchè
non desiderava mettere nell’imbarazzo sua sorella Anna, che
riceveva la stessa pensione. Quando tornò a Simbirsk, alla
72

fine del suo primo anno accademico, restituì in silenzio a


suo padre la somma di ottanta rubli, l’eccedenza da lui ri­
sparmiata sul suo mensile. L’episodio era caratteristico e
fornisce la dimostrazione tanto della sua abnegazione quanto
del fatto che egli rimaneva lontano dagli altri studenti e
dalle loro attività, poiché in tal caso avrebbe trovato facil­
mente il modo di spendere i rubli risparmiati. Alla fine del
1885, alcuni studenti lo avevano avvicinato per farlo aderire
ad uno dei loro circoli. La sua risposta, come viene riferita
da uno di loro, fu la seguente : « Vi si chiacchiera molto
e non s’impara nulla ».
Nel gennaio 1886 — non aveva abbandonato le sue
ricerche neppure per tornare con sua sorella a Simbirsk per
le vacanze di Natale — la posta gli portò la notizia della
morte improvvisa di suo padre per emorragia cerebrale.
« Per diversi giorni, riferisce uno dei suoi compagni, egli
trascurò ogni cosa. Camminava su e giù da un angolo all’al­
tro della sua stanza, profondamente scosso ». Ma non ab­
bandonò il suo lavoro, e neanche allora tornò a Simbirsk.
Alcune settimane dopo scrisse alla madre : « Per il mio studio
zoologico sui vermi anellidi ho vinto la medaglia d’oro ».
Lo zelante ispettore scolastico avrebbe approvato la dedizione
al dovere di suo figlio e si sarebbe rallegrato davanti alle
sue prospettive di un avvenire brillante.
Freud ha sostenuto la teoria che i giovani spesso non
intraprendono un’attività indipendente importante se non
dopo la morte del padre. Sarà magari vero, ma l’indipendenza
di spirito di Alessandro si era sviluppata prima. Il primo,
quasi l’unico mutamento percepibile, fu un rabbuffo che,
durante l’estate successiva alla morte del padre, egli impartì
per la prima volta in vita sua al fratello minore Vladimiro,
che aveva mancato di rispetto alla madre, come se egli avesse
avuto la consapevolezza di essere ormai il capo responsabile
della famiglia Ulyanov. Un solo altro cambiamento potrebbe
essere presentato a conferma della teoria del Freud: l’anno
della morte del padre, senza rallentare i suoi studi scientifici,
Alessandro decise di andare con i suoi compagni di studio
73

a! Cimitero Volkov per i servizi funebri in memoria dei


funzionari che avevano effettuato l’emancipazione contadina.
E quello stesso anno, quando gli studenti unificarono in
una sola federazione le uniche organizzazioni non proibite
dalla polizia, i circoli regionali (che erano semplici raggrup­
pamenti di studenti per provincia d’origine), il nome di
Alessandro Ilyic Ulyanov figurò fra quelli dei capi della
unione dei circoli.
Alcuni mesi dopo saggiarono di nuovo l’espediente pro­
tettivo di una manifestazione funebre. Questa volta scelsero
l’occasione del venticinquesimo anniversario della morte del
critico radicale Dobzolyubov. Incoraggiati dal successo, vi
fecero partecipare un gran numero di studenti — le valu­
tazioni vanno da seicento a mille — ma trovarono il cimitero
sbarrato da un cordone di polizia. Cercarono di sciogliersi
e di tornare in città, ma furono accerchiati dalla polizia a
cavallo e trattenuti per due ore sotto la pioggia. Quaranta
di loro, sospettati di essere gli organizzatori, furono espulsi
dall’università e da San Pietroburgo!
Alessandro era ancora una volta tra i partecipanti. Non
fu uno degli espulsi, ma sentì che se essi erano rei di qualche
delitto, lo era anche lui. Se essi dovevano soffrire, egli pure
doveva soffrire. Tale era la sua natura. Meditò tranquilla­
mente e profondamente sull’esperienza. Ne discusse con pa­
recchi giovani focosi che, come lui, non potevano dimenticare
l’indignità e le punizioni ingiuste e arbitrarie.
Che fare? Gli studenti scrissero una « protesta alla so­
cietà », ma la polizia andò di casella postale in casella postale
a raccogliere le aspre circolari. L,a « società », se ne ricevette
qualcuna, non reagì. Scrivere? Non vi era libertà di stampa.
Parlare? Non era neppure permesso di tenere una comme­
morazione funebre con prete e requiem in un cimitero !
Come fare udire la propria protesta? Sembrava esservi una
sola risposta. Su scala miseramente ridotta, rendendosene
conto solo a metà, egli e i suoi giovani compagni ripeterono
in alcuni mesi l’evoluzione di una grande generazione che
li aveva preceduti. « I metodi pacifici mi erano stati proibiti,
74

— aveva detto ai giudici la dolce Vera Figner al suo processo


solo due anni prima — non avevamo naturalmente una
stampa libera e ci era perciò impossibile pensare a propagare
delle idee per mezzo della parola stampata. Se un organo
qualunque della società mi avesse indicato un mezzo diverso
dalla violenza lo avrei accolto... ».
Alessandro Ulyanov, giovane di carattere integro, che
non poteva accettare la convenienza dell’abisso fra pensiero
e azione nè lasciare ad altri d pericoli delle cose che egli ri­
teneva si dovessero fare aggiunse ora esperienze da labo­
ratorio con nitroglicerina e magnesio ai suoi studi sugli anel-
lidi e sui ragni di mare. La libertà di stampa e di parola
essendo schiacciate, la dinamite, quella democratica inven­
zione del chimico svedese Nobel, perfezionata venti anni
prima, avrebbe per lo meno offerto la garanzia che la loro
protesta sarebbe stata udita in mezzo al vergognoso silenzio.
Scelsero ancora una volta l’anniversario di una morte per
la loro dimostrazione, ma questa volta doveva legarli alla
grande tradizione appena scomparsa sul patibolo. Scelsero
la data del i° marzo 1887, tremendo anniversario del giorno
in cui, sei anni prima, il Partito della Volontà del Popolo
aveva abbattuto lo Zar-Emancipatore Alessandro II.
Il complotto fu in ogni cosa pietoso. Comprendendo
scarsamente il significato delle parole, essi si chiamarono in
modo altisonante « Sezione terroristica della Narodnaya
Volya ». Prima di avere delle « sezioni » si deve avere un
tutto. Non vi era più un Partito della Volontà del Popolo.
Vi erano soltanto sette giovani focosi, il più vecchio dei
quali aveva ventisei anni, il più giovane venti; quattro di
loro, fra cui Alessandro, stavano per superare i ventun’anni.
Alessandro non era nè il capo nè l’organizzatore dell’atten­
tato. Quella funzione fu assunta da un giovane malato e
focoso, di nome Chevreev? di ventitré anni. Ma Alessandro
diventò il chimico ufficiale del gruppetto e la sua maturità
ne fece l’elaboratore del suo generico ed immaturo pro­
gramma. Sempre innamorato della vita e del suo avvenire
personale, potè solo con amarezza staccarsi da uno studio
75

che stava appena allora completando, sulle abitudini e la


fisiologia del ragno di mare, per immergersi con difficoltà
nelle pagine del Capitale di Marx e di altri libri proibiti e
mal digeriti : occorre tempo per scolpire in sé una Weltan­
schauung rivoluzionaria e il tempo stringeva. Proprio nei
giorni che ebbe la sensazione potessero essere gli ultimi della
sua giovane esistenza, continuò a dividere il suo tempo fra
ragni marini, esperienze chimiche con bombe alla dinamite
e il Capitale di Marx. I sette giovani si classificarono teore­
ticamente, tre per « Socialdemocratici », tre per « Narodo-
voltsi » e uno che non partecipò alle controversie programma­
tiche. Il giovane Ulyanov, malgrado i suoi studi sul Marxi­
smo, si dichiarò membro della Narodnaya Volya, ovvero del
gruppo della « Libertà del Popolo ». Essi raccolsero le loro
magre risorse per mandare uno di loro a Vilna ad acquistare
un po’ d’acido nitrico che si rivelò troppo debole per poter
essere adoperato. Una pistola che uno dei dinamitardi pos­
sedeva, destinata a costituire un supplemento alla dinamite
o aiutarlo a fuggire, dimostrò analogamente di essere inuti­
lizzabile quando cercò d’adoperarla. Le povere bombe di
Alessandro erano così inadeguate che, quando uno degli
studenti ne gettò una su di un poliziotto che stava arre­
standolo, non esplose neppure ! Per permettere a uno degli
organizzatori del complotto di scappare all’estero, Alessandro
impegnò la medaglia d’oro che aveva vinta al ginnasio di
Simbirsk. Tali erano le armi e le risorse, materiali e intel­
lettuali, con cui sette giovani studenti si accingevano a ro­
vesciare il potente Alessandro III, Zar di tutte le Russie.
Anche così la cospirazione fu fermata solo dal più sem­
plice dei casi. La sua stessa oscurità la fece sfuggire alla
vigilanza di una polizia eccessivamente sicura di se stessa.
Il i° marzo 1887, degli agenti di polizia seguirono un giovane
sulla Nevski Prospekt, l’ampio viale che costeggia i banchi
della Neva che scorre di fronte al Palazzo d’inverno dello
Zar. Portava un grosso « Dizionario di Medicina ». La sor­
presa degli agenti fu sconfinata quando si accorsero che il
" Dizionario » era concavo e che conteneva una rozza bomba
76

alla dinamite. Scopersero anche che due altri studenti che


erano con lui avevano, uno, delle bombe alla dinamite, e un
altro, una pistola inutilizzabile. La polizia aveva pedinato
il giovane quasi per abitudine. Solo il giorno prima aveva
ricevuto un’informazione dalla polizia di Kharkov che il
giovane che stava pedinando aveva scritto una lettera sei
settimane prima (non era molto rapida la burocrazia zarista)
ad un amico che si trovava in quella città. Si era visto che
la lettera, aperta dalla polizia segreta, era un inno confuso
al terrore. Lo studente Andrusckin, latore del « Dizionario
di Medicina », era l’autore della lettera. « Non tenterò di
enumerare le qualità e i vantaggi del terrore rosso, dice
una frase tipica, perchè ve ne sarebbero abbastanza da tra­
scorrere secoli, essendo questo la mia passione, ed è da ciò
che, senza dubbio, deriva la mia avversione verso i Social-
democratici ». La stessa polizia non si sognava che il giovane
che aveva bisogno di secoli si fosse effettivamente concesso
un giorno di più per l’enumerazione e l’esemplificazione al
tempo stesso. I ringraziamenti dello Zar per « aver sorve­
gliato bene e agito efficacemente » non erano meritati dalla
sua fedele polizia.
Alessandro Ilyic non si trovava sul Nevski Prospekt,
perchè non era stato scelto a far parte dei tre dinamitardi.
La polizia fece un’incursione in casa sua, dove trovò la
sorella Anna che vi faceva una visita puramente personale.
L’arrestarono e misero una guardia di fazione per tendere
un agguato al fratello, che fu arrestato lo stesso giorno a
casa di un altro studente. Al giovane Vladimiro, a Simbirsk,
non ancora diciassettenne, ma da allora in poi facente fun­
zioni di capo maschile di una famiglia orfana di padre, un
vecchio maestro dei ragazzi Ulyanov scrisse una lettera per
dirgli del pericolo in cui si trovavano il fratello e la sorella
maggiori e per invitarlo a metterne al corrente la madre il
meglio che poteva. Non passò molto prima che ella gli strap­
passe la lettera di mano. Fece progetti immediati per rag­
giungere i due figli maggiori in pericolo, lasciando a Vla­
dimiro la responsabilità dei figli minori a Simbirsk. Tutti
//

gli amici, che non più di un anno prima avevano tributato


un omaggio così eloquente all’ispettore scolastico nel suo
pubblico funerale, quelli che gli facevano visita, che giuo-
cavano a scacchi con lui, che bevevano il suo tè con lui,
si allontanarono dalla casa maledetta e pericolosa.
Quando ci conoscemmo intimamente — scrisse la moglie di Lenin nelle
sue memorie — Vladimiro Ilyic mi parlò una volta dell’atteggiamento dei
Liberali verso l’arresto del fratello maggiore. Tutte le conoscenze evitarono
la famiglia Ulyanov... Non vi era ferrovia a Simbirsk in quel tempo e la
madre di Vladimiro Ilyic dovette andare con la carrozza a Syzran onde recarsi
a San Pietroburgo, dove il figlio maggiore era incarcerato. Vladimiro Ilyic
fu mandato a cercarle un compagno per il viaggio. Ma nessuno voleva viag­
giare con la madre di un arrestato. Vladimiro Ilyic mi disse che questa
diffusa vigliaccheria gli fece un’impressione profondissima. Quest’esperienza
giovanile indubbiamente lasciò la sua impronta sull’atteggiamento di Lenin
verso i Liberali.
Al processo, ognuno svolse la parte che corrispondeva
al proprio carattere. Alcuni si trasformarono in testi dello
Stato. Uno, un giovane polacco che aveva prestato la casa
ad Alessandro per la stampa del loro programma, negò ogni
simpatia verso il movimento. Il suo nome era Bronislaw Pil-
sudski. Suo fratello Giuseppe, futuro dittatore della Polonia,
essendo chiamato a testimoniare come teste materiale, negò
ogni conoscenza dell’affare, ma gli fu dimostrato che aveva
mandato un telegramma cifrato a Vilna per i cospiratori.
L’organizzatore della cospirazione, Chevreev, era scomparso
da San Pietroburgo. Alessandro Ulyanov si assunse per conto
proprio una piena responsabilità. A un compagno di carcere
nell’aula giudiziaria sussurrò: « Se ne-hai bisogno, puoi
gettare tutta la colpa addosso a me ! ». « Non vi è morte
più bella, disse ai giudici, della morte per salvare il proprio
paese; questa morte non pone in stato di terrore degli uomini
sinceri e onesti. Avevo un solo scopo : aiutare lo sventurato
popolo russo ».
La sua capacità oratoria nella gabbia dei prigionieri sor­
prese sua madre e sua sorella. Questo era il loro taciturno
Alessandro ! « Come parla bene Alessandro ! », sussurrava
sua madre. Ma non potè sopportare l’eloquenza appena ri­
trovata e abbandonò l’aula prima che il suo discorso ai
giudici si fosse concluso. A sua sorella Anna confessò che
78

era dilaniato dal desiderio di scaricare gli altri assumendosi


tutta la colpa e dal timore di urtare i loro sentimenti smi­
nuendo la loro parte e gonfiando la propria, vero personaggio
dostoeskiano, come lo avrebbe descritto il suo autore pre­
ferito.
Anche il pubblico ministero fu colpito dalla sua nobiltà.
« Ho piena fiducia, disse, nelle dichiarazioni dell’imputato
Ulyanov, le cui ammissioni, se hanno un difetto, errano solo
nel fargli assumere la responsabilità di ciò che in realtà egli
non ha fatto ».
Alcune settimane dopo, il potente Zar, che era stato il
bersaglio di quest’impotente cospirazione, lesse attentamente
l’intero verbale del processo, scribacchiando in margine il
suo villano commento. Ma quando giunse alle parole dell’im­
putato Ulyanov, affermanti che egli si assumeva « la più
completa responsabilità morale e intellettuale... tutto ciò che
le mie capacità e la forza della mia conoscenza e delle mie
convinzioni consentono », l’imperatore scrisse a fianco di
questa frase : « Questa franchezza è perfino commoven­
te ! ! ! ». Dopo di che, il commosso imperatore approvò l’im­
piccagione per il collo fino al sopraggiungimento della morte
del giovane Alessandro Ilyic Ulyanov e di quattro suoi
compagni. La loro esistenza si concluse prima ancora di
essere veramente cominciata.
Con loro finì la « Sezione terroristica » del loro « Partito
della Libertà del Popolo », ultima, debole, puerile eco della
eroica epoca del terrore populista, misera reductio ad ab­
surdum dei suoi metodi miranti a rivoluzionare la società
alle sue spalle. Accanto ai molti attentati e processi celebri
più poderosi e più importanti che lo avevano preceduto,
questo merita appena di essere menzionato. La sua reale
importanza per la storia sta nella profonda impressione che
fece su Giuseppe Pilsudski, fratello dell’imputato Bronislaw,
e su Vladimiro Ilyic, fratello sedicenne dell’imputato Ales­
sandro Ilyic Ulyanov. Fece gravare sul giovane Vladimiro
la responsabilità di un uomo; mise del ferro nella sua anima;
gli sbarrò la strada che conduce alla rispettabilità; aprì un
79

abisso incolmabile fra lui e il regime che aveva soppresso la


vita di suo fratello; e gl’inoculò un profondo disprezzo per
la « società liberale » che aveva abbandonato la famiglia
Ulyanov nel suo momento di sconforto. Nei suoi scritti, quel
disprezzo trovò un’espressione molto più frequente ed elo­
quente della sua opposizione allo Zar. Segnò la linea di
differenziazione fra lui e la maggior parte dei suoi compagni
nel movimento socialista. Quantunque, in astratto, egli so­
stenesse frequentemente la strategia di una alleanza di tutti
« gli elementi dell’opposizione democratica, liberale e so­
cialista », tuttavia, ad ogni punto cruciale della sua carriera,
quando vi fu una proposta seria di applicare quella strategia,
il suo furore non conobbe limiti. Ancor maggiore della col­
lera della sua denuncia del regime sarebbe stata la sua collera
di fronte « ai malfidi e perfidi liberali » e superiore a tutte
la sua collera contro quelli dei suoi compagni che avessero
proposto un accordo con loro. Ripetutamente, non esitò a
rompere con tutti quanti su questo tema, perfino con i suoi
compagni più vicini e cogli uomini che ammirava maggior­
mente. Più volte si doveva dividere da un movimento che
egli stesso doveva contribuire a edificare, rimanendo isolato
e solo, come se avesse ripetuto simbolicamente la tragica
scena dell’isolamento della famiglia Ulyanov da tutta la
« società liberale » di Simbirsk nell’ora di maggiore bisogno
della sua desolata madre.
Capitolo IV

LOTTA CONTRO UN MURO DI PIETRA

La repressione è l’unica filosofia durevole. L’oscura defe­


renza della paura e della schiavitù, amico mio, — osservò il
Marchese — manterrà ubbidienti i cani alla frusta, finché dal
cielo questo tetto ci coprirà.
Storia di Due Citta.
Il figlio e il mio signor caduti sono
con fato ai giustizier predestinato.
Ma d’antiche catene spettro io sono
eh’eternamente vo’ da tutti odiato.

Altre mostruosità furono abbattute dall’ondata purifica­


trice della rivoluzione, ma sul piedistallo della statua eque­
stre di Alessandro III — rappresentante un cavaliere dalle
enormi natiche su un cavallo anch’esso dalle enormi natiche,
che sembra sprofondarsi sotto il suo peso — la commissione
artistica bolscevica fece semplicemente scolpire quelle righe
e lasciò la statua come monumento elevato al cattivo gusto
della decaduta autocrazia. Il padre di Alessandro III morì
con una bomba. Suo figlio Nicola doveva essere fucilato con
tutta la famiglia in una cantina negli Urali. Ma egli stesso
visse pesantemente e morì pesantemente nel suo letto e gravò
pesantemente tutta la vita sul popolo russo. Con quelle po­
tenti mani reali con cui poteva raddrizzare un ferro da ca­
vallo (era una delle prodezze di cui andava più fiero), egli
fmstava personalmente il figlio già grande, il futuro Ni­
cola II, in modo da addestrarlo all’ubbidienza e da renderlo
senza dubbio adatto al comando.

6
82

Suo padre era stato « l’Emancipatore » e aveva perfino


sognato di emanare una costituzione moderata. Era stato
compensato con la bomba di Grinevitsky. Per parte sua,
quindi, Alessandro III non avrebbe « concesso una costitu­
zione alla Russia per niente al mondo ». Avrebbe mantenuto
la pace, una pace da cimitero. Avrebbe congelato per tutta
l’eternità l’indolente corrente della vita pubblica russa. I suoi
sudditi polacchi e gli altri suoi sudditi non russi sarebbero
stati costretti a parlare il Russo per quanto ciò li facesse
soffocare (r). Nei villaggi doveva istituire i suoi Zemski Na-
skalniki (capi rurali) per domare gli zemstvo e mantenere i
contadini « eternamente sotto tutela », come mantenne suo
figlio Nicola fino al giorno in cui la morte gli tolse la corona
e la pose sul capo del ragazzo ventiseienne. Il Ministro della
Educazione di Alessandro, Delyanov, emanò il celebre ukaz
che ordinava che « i figli dei cocchieri, dei domestici, dei
cuochi, delle lavandaie, dei piccoli negozianti e di persone
dello stesso genere non fossero incoraggiati a elevarsi al di
sopra della sfera in cui erano nati ».
Per ottenere consiglio spirituale e per l’educazione di
suo figlio, Alessandro si rivolse al Supremo Procuratore laico
del Santo Sinodo, guardiano dello Stato presso la Chiesa,
« sprezzante in modo assoluto la natura umana, che aveva
trasformato la reazione in un sistema filosofico ». Da questo
consigliere, lo Zar apprese che le istituzioni rappresentative
sono « la più grande menzogna del nostro tempo... servendo
solo a soddisfare la vanità personale, l’ambizione e gl’inte­
ressi dei rappresentanti »; che la libertà, l’uguaglianza, la
libertà di pensiero, i diritti civili, il processo davanti a una
giuria, sono importazioni dall’estero, inganni elaborati e
completi fallimenti; che l’educazione generale dovrebbe es-

(i) Contrariamente alla credenza generale, la Russia zarista, in quasi


tutta la sua storia, concesse una larga misura di autonomia ai diversi popoli
dell’impero. Questo metodo tendente a tenere unito un impero plurinazionale
è vecchio per lo meno quanto -la dominazione mongola-tartara. Solo gli ultimi
due Zar, Alessandro III (1881-1894) e Nicola II (1894-1917), seguirono una
vigorosa politica di russificazione e anche così Alessandro si guardò bene dal
toccare l’autonomia dei Finlandesi.
83

sere limitata alla lettura, alla scrittura e all’aritmetica, oltre


le quali « tutto il resto è non solo superfluo ma pericoloso »;
che la paura era il principio sovrano dell’uomo di Stato e
che « il timore, non l’amore di Dio, e il timore dello Zar
e la dedizione verso di lui vanno coltivati come contributi
all’esercizio dei poteri di governo ».
Ma le mura che Alessandro istituì contro le trasforma­
zioni furono altrettante dighe dietro le quali si accumula­
vano nuove pressioni. I sussidi e le tariffe doganali che
concesse all’industria, la grande rete ferroviaria che costruì,
determinarono grandi accentramenti di operai. Nel momento
preciso in cui la sua polizia trionfante stava recando gli
ultimi colpi alla Narodnaya Volya nel 1883, era fondata a
Ginevra da alcuni esuli un’oscura « Unione per la Libera­
zione della Classe operaia ». Nel 1886, all’apice del periodo
di ristagno e di abietta capitolazione di tutti i circoli liberali,
il regime di granito e di ferro ritenne opportuno effettuare
le sue prime concessioni sociali preventive alla nascente
classe operaia. Nel 1891 una grande carestia, una di quelle
carestie periodiche che erano sempre state accolte passiva­
mente come incomprensibili espressioni della volontà di Dio,
spinsero la gente ad agitarsi con inquietudine come se stesse
per svegliarsi da un incubo. Tre anni dopo, quando Nicola II
(1894-1917) successe al trono, un orecchio sensibile avrebbe
potuto afferrare dei suoni che avvertivano che il lungo sonno
stava per giungere a termine.
Così il regime « eterno » di Alessandro III si palesò solo
una parentesi di reazione che stava sprofondandosi fra il
nascente movimento della Libertà del Popolo, che aveva ab­
battuto suo padre, e il nascente movimento dei Socialdemo­
cratici e dei Socialrivoluzionari, che avrebbe abbattuto suo
figlio. Durante questa parentesi di reazione, Nicola Romanov,
nato nel 1868, e Vladimiro Ilyic Ulyanov, nato nel 1870,
ricevettero le loro rispettive educazioni e diventarono maturi.
Dalla sua crescente espansione industriale e dalle sue rigide
tirannie Lenin trasse le sue concezioni politiche. La sua stessa
immobilità lo mise al riparo dall’esporsi prematuramente
84

come suo fratello, la cui esistenza era stata cosi abbreviata,


e gl’insegnò a valutare sobriamente le difficoltà del compito
al quale doveva dedicarsi.
Nel capitolo precedente — seguendo gli stessi ricordi
di Uenin riferiti a sua moglie — abbiamo narrato che la
famiglia Ulyanov era stata completamente disertata dalla
società rispettabile di Simbirsk nell’ora in cui era stata messa
alla prova. Ma fra i colleghi del defunto ispettore scolastico,
Ilya Nikolaevic, vi fu almeno un’eccezione onorevole che
stette a fianco della famiglia. Feodor Kerensky (padre di
quel Kerensky che avrà una parte importante nel nostro rac­
conto) era direttore del ginnasio di Simbirsk, docente di
letteratura e di latino e Preside della classe dei licenziandi
nella quale, nel momento in cui Alessandro fu impiccato,
il fratello più giovane Vladimiro completava gli studi liceali.
Nonostante delle voci di scandalo rilevassero ancora gli usi
cui Alessandro aveva destinato la sua medaglia d’oro (se­
condo la sorella Anna, Kerensky ricevette un biasimo dai
suoi superiori per aver dato la medaglia a persona così im­
meritevole), il direttore ebbe l’onestà e il coraggio di con­
ferire ancora una volta la medaglia d’oro a un Ulyanov per
l’eccellenza negli studi. Si consigliò con la madre di Uenin
sull’avvenire del ragazzo, suggerendo che Vladimiro s’iscri­
vesse all’università di Kazan anziché a quella di una delle
due capitali e che la madre lo accompagnasse a Kazan come
garanzia della sua buona condotta. Ponendo in disparte ogni
timore per ciò che avrebbe potuto capitargli per avere esal­
tato il fratello di un uomo che aveva tentato di assassinare
lo Zar, scrisse la seguente raccomandazione per aiutare il
giovane Vladimiro Ilyic a entrare all’università :
Molto dotato, sempre ordinato e laborioso, Ulyanov è stato il primo in
tutte le materie e, al momento di concludere i suoi studi, ha ottenuto la
medaglia d’oro come alunno più meritevole per capacità, profitto e condotta.
Nè a scuola nè fuori di essa è stato rilevato un solo caso in cui egli abbia
dato motivo di insoddisfazione per parole o fatti alle autorità scolastiche e
agl’insegnanti. [Questa era una menzogna bell’e buona perchè Vladimiro si
era messo nei pasticci per avere preso in giro il professore di Francese!]. La
sua istruzione spirituale e morale è sempre stata ben sorvegliata, prima da
entrambi i genitori, e, dopo la morte del padre, nel 1886, solo da sua madre,
85

che dedicò tutte le sue cure all’educazione dei suoi bambini. La religione e
la disciplina hanno costituito le fondamenta di quest’educazione, i frutti della
quale sono apparenti nella condotta di Ulyanov. Guardando più da vicino il
carattere e la vita privata di Ulyanov, ho avuto l’occasione di rilevarvi una
tendenza per qualche verso eccessiva all’isolamento e al riserbo, una tendenza
ad evitare il contatto con le persone di conoscenza e perfino con i suoi mi­
gliori compagni di scuola al di fuori delle ore di lezione. La madre di
Ulyanov ha l’intenzione di stargli accanto in tutta la sua permanenza
all’università.

Anche la moderata osservazione sul suo eccessivo iso­


lamento e riserbo (che fra l’altro conferma ciò che la sorella
Anna riferisce circa la mancanza di amici intimi) era desti­
nata a convincere le autorità che il ragazzo mancava delle
doti che avrebbero potuto farne un organizzatore e un per­
turbatore.
A prima vista, il documento precitato non sembra con­
tenere nulla di notevole. Perchè un giovane innocente
dovrebbe subire le conseguenze dei delitti di un fratello
maggiore? Perchè non dovrebbe essere giudicato per i propri
meriti? Perchè negargli una medaglia d’oro semplicemente
perchè il precedente vincitore nella stessa famiglia aveva
venduto la propria per finanziare una cospirazione contro lo
Zar? Ma giova ricordare che nell’Inghilterra del Medio Evo
e in larga misura nella Russia del secolo decimonono, il
sangue di intere famiglie era considerato « reo di lesa
maestà » se uno dei suoi membri era colpevole di alto tra­
dimento. E nell’Unione Sovietica oggi, lungi dall’essere
diminuita, la dottrina della responsabilità familiare ha subito
un’estensione e una codificazione giuridica inaudite (i).
Onde vedere nella sua giusta prospettiva l’atto del direttore
Kerensky a favore del ragazzo che doveva un giorno diven­
tare il principale avversario del figlio dello stesso Kerensky,
basta sforzarsi di immaginare un funzionario della Russia
odierna scrivente una lettera analoga riguardante il fratello

(i) Vedi, per esempio, il decreto del 6 giugno 1934, che rende tutti i
membri adulti della famiglia di un disertore responsabili, anche se non siano
stati a conoscenza della sua intenzione di disertare, e che li rende passibili
di una pena di non meno di cinque anni d’esilio in un campo di lavoro
forzato in Siberia (Izvestia, 9 giugno 1934).
86

minore di una persona che abbia complottato per assassinare


Stalin !
Circa dueceutocinquanta chilometri a nord di Simbirsk,
si trovava Kazan, capitale più importante del Volga centrale.
Presiedendo ai destini del paese tartaro, aveva tredici mo­
schee sparpagliate fra le sue vecchie strade. Ea sua università,
che non aveva ancora un secolo, era stata istituita per servire
da fonte dell’ortodossia slava e da luogo dove l’aristocrazia
e la burocrazia minore di provincia potessero inviare i loro
figli.
Ma per il giovane Vladimiro Ilyic, i cui diciassette anni
erano stati superati entro i confini dell’arretrata Simbirsk
e della rurale Kukusckino, il viaggio per risalire il Volga
verso l’alma mater di suo padre, a Kazan, costituiva l’in­
gresso in un mondo più ampio e più moderno. Il 20 maggio
di quello stesso anno (1887), il suo amato fratello maggiore
moriva sul patibolo. Così come Alessandro era rimasto a
San Pietroburgo senza interrompere gli studi quando seppe
della morte del padre, così Vladimiro non aveva interrotto
la sua attività scolastica quando suo fratello era stato pro­
cessato e impiccato. Il 22 giugno, un mese dopo l’esecuzione
della condanna, ottenne la licenza liceale come primo della
classe. Avendo il certificato, la medaglia e la raccoman­
dazione del preside, presentò domanda d’ammissione a Ka­
zan. Deludendo il Preside Kerensky, il suo promettente alun­
no non si attenne al suo parere di scegliere lettere e storia,
ma entrò alla facoltà di legge e di economia politica. Fu la
sorte del fratello a suscitare in lui interesse nei problemi
della difesa giuridica? Ebbe la sensazione che una profes­
sione come quella legale sarebbe stata più promettente, ora
che era il capo maschile di una famiglia colpita da duplice
lutto? Oppure era, come pensò sua sorella Anna, l’inizio
di un interesse appena destatosi in lui verso gli affari
pubblici?
Prima di seguire la famiglia Ulyanov — tutta fuorché
Anna, che era confinata in campagna dalla polizia a Kuku­
sckino come persona pericolosa — nella sua nuova casa a
37

Kazan, dobbiamo esaminare i ricordi raccolti dalle persone


anziane di Simbirsk, riguardanti gli anni giovanili da Vla­
dimiro Ilyic trascorsi quand’era diciassettenne in quella pic­
cola capitale provinciale. Vi è abbastanza poco materiale
da rintracciare per quello che riguarda quegli anni cruciali
per la formazione di Lenin e da quel poco dobbiamo sfor­
zarci di spremere l’ultima goccia di verità accertabile. Le
nostre fonti sono costituite dalle memorie della maggiore
figlia della famiglia Ulyanov, Anna, dei due figli minori,
Dmitri e Maria, di uno o due insegnanti, e di alcune cono­
scenze della famiglia, nessuna delle quali sospettava allora
che quel ragazzo robusto, semplice, dagli occhi a mandorla,
scherzoso, avesse in sè della grandezza o che dovesse un
giorno diventare il dominatore della Russia. Trent’anni e
più sarebbero trascorsi prima che dovessero torturarsi il cer­
vello per ritrovare dei ricordi di lui.
Anna Ilyinishna, sui cui ricordi dobbiamo fare mag­
giormente affidamento, era di sei anni più anziana di Vla­
dimiro. È inoltre significativo che non fosse a conoscenza
delle attività rivoluzionarie di Alessandro, fino a quando
non fu arrestata nel suo alloggio, sebbene non vi fossero
che due anni di differenza d’età fra di loro. Evidentemente
non apprenderemo molto da lei di ciò che stava accadendo
nella testa di Vladimiro. Dmitri, d’altra parte, era di quattro
anni più giovane del suo famoso^ fratello; i suoi ricordi non
contengono nulla d’interessante all’infuori di alcune super­
ficiali impressioni infantili. In quanto alla giovane Maria,
nata nel 1878, quando Vladimiro Ilyic aveva otto anni,
registra poco più del fatto che fu guidata da Lenin su di­
versi argomenti e che fu impressionata dalle lunghe, silen­
ziose ore solitarie che egli trascorreva fisso sui libri. Per il
resto, ricorda ciò che ci si attende da lei, e ciò che potrebbe
essere « ricordato » da chi abbia sentito parlare di seconda
mano di alcune cose, parecchi anni dopo che siano accadute.
Se usciamo dalla cerchia familiare, non ci troviamo
molto meglio. Alessandro Kerensky, figlio del Preside del
Ginnasio e già Primo Ministro di Russia, ha inserito alcuni
88

« ricordi » sparsi nei suoi scritti autobiografici riguardanti


l’uomo che finì per detestare più di qualsiasi altro sulla
terra. Pur essendo nati nella stessa città e per quanto i loro
genitori vivessero negli stessi ambienti burocratici e peda­
gogici, vi erano undici anni di differenza d’età fra di loro.
Le reminiscenze ostili di Kerensky, come quelle degli adu­
latori, sono ricordate ad hoc per dimostrare un preconcetto
oltre tre decenni dopo i fatti a cui si riferiscono.
Lenin era crudele di natura, egli scrive. Da ragazzo gli piaceva sparare
sui gatti randagi, o spezzare l’ala di una cornacchia col suo fucile ad aria
compressa.

Che Lenin andasse a caccia da ragazzo lo sappiamo già.


Ma una curiosa coincidenza rende il « ricordo » precitato
piuttosto sospetto. In un romanzo scritto da Eugenio Chi­
rikov (compagno di classe di Vladimiro Ilyic a Kazan) si
legge il seguente passo :
Egli — Ulyanov — aveva sempre le mani umide! E ieri ha ucciso
un gattino con un colpo di fucile...

Gli altri ricordi di Kerensky non reggono meglio alla


critica testuale. Egli è in grande affanno per dimostrare il
nobile carattere di Alessandro Ulyanov, in modo da accen­
tuare il contrasto fra lui e Vladimiro. Ma tutto quello che
può ricordare effettivamente del fratello maggiore marti­
rizzato è « una carrozza con le imposte verdi abbassate;
quella carrozza che girava misteriosamente per la città la
notte per portar via la gente verso l’ignoto » quando do­
veva essere arrestata. Straordinario ricordo, poiché Ales­
sandro non fu arrestato a Simbirsk ma a San Pietroburgo.
Ho una strana, misteriosa sensazione, quasi di misticismo — dice il
passo più lungo riguardante Vladimiro fanciullo nelle memorie di Kerensky —
quando mi torna alla mente quella scena: la cappella scolastica — me la
raffiguro in un’occasione festiva — una cerimonia religiosa solenne: le Sacre
Porte sono aperte, i due figliuoletti del Preside sono condotti fino da lui:
sono vestiti di bianco, con fiocchi rosa sotto i loro colletti duri alla moda di
Eton; e dietro di loro, li guarda in mezzo alle file ordinate degli scolari,
vestito in una divisa turchina attillata, con bottoni d’argento, l’alunno esem­
plare, educato religiosamente e primo della classe: Vladimiro Ulyanov... Chi
8g

avrebbe mai pensato, dagli occhi di quello scolaro preciso, esemplare, che
viveva nella città timorata di Dio di Simbirsk di cinquant’anni fa e che era
stato educato nella migliore tradizione della umanistica e liberale cultura
russa che un giorno egli sarebbe stato l’affossatore di quella cultura?

« Chi avrebbe mai pensato », potremmo chiedere di


rimbalzo all’autore di quelle memorie, « che il figliuoletto
di otto anni del Preside, vestito di bianco con un fiocco
rosa sotto il colletto duro alla maniera di Eton in quella città
timorata di Dio di Simbirsk cinquant’anni fa sarebbe un
giorno diventato Primo Ministro e Ministro della Guerra
di Russia, che avrebbe accarezzato l’idea di prendere in mano
i pieni poteri per poi lasciarli scivolare così facilmente nelle
mani di quell’« alunno esemplare »? Simili memorie gettano
maggior luce sul loro autore che sulla persona che ricordano.
In contrasto con la storia di Chirikov e di Kerensky
del gatto e della cornacchia, vi è un’affermazione di Anna
che Vladimiro fu sempre un cacciatore indifferente. (« In
fondo, come i miei due altri fratelli, non fu mai un caccia­
tore »). Trotzki, cacciatore appassionato, smentisce Anna su
questo punto, mentre la Krupskaia (ossia la signora Eenin),
nelle sue memorie sul loro soggiorno in Siberia, presenta il
marito come « un ardente cacciatore ». Tuttavia, in un passo
immediatamente successivo, ecco quello che sente di dover
dire sulla sua parte in una caccia alla volpe :
Piazzammo i cacciatori in modo tale che la volpe s’imbattè direttamente
in Vladimiro Ilyic. Egli prese il fucile, e la volpe, dopo essersi fermata e
averlo guardato un momento, si voltò e scappò nel bosco. « Perchè diavolo
non hai sparato? » gli domandammo perplessi. « Beh, era tanto bella, no? »,
disse Vladimiro Ilyic.

Finalmente, vi sono le proprie parole di Vladimiro Ilyic


in una lettera a sua madre dalla Siberia : « Vi è una quantità
di selvaggina, ma senza un cane, e con me che sono un
così cattivo fucile, la caccia è uno sport diffìcile » (lettera
del 18 maggio 1897).
Qualsiasi versione accettiamo, tutto ciò non è molto
illuminante e non prova nulla sui suoi rapporti reali con
le idee e con gli uomini. Ma servirà a dare al lettore un’idea
90

della difficoltà che si riscontra con le fonti, amiche e ostili,


che sono realmente un’inflazione di materiale scarno, richia­
mato in vita più di un quarto di secolo dopo l’accadimento
dei fatti, quando Lenin era già capo del Governo sovietico
e ancor più tardi, quando la sua morte determinò un forte
incalzare di pubblicazioni fatte dei ricordi più privi d’in­
teresse degli anni della sua formazione.
Oltre che essere di poca importanza, si può spesso di­
mostrarne la falsità. I fondatori e i capi di Stato e di fedi
sono abitualmente circondati da una leggenda edificante o
esagerata. È il modo in cui il popolo si comporta verso
una figura che ne ha colpito la fantasia e il più misero degli
aderenti si sente così in un certo senso ingigantito. Inoltre,
nel caso di Lenin, questi ritocchi sono stati pianificati e
hanno costituito un affare di Stato. Tuttavia le leggende
vere e proprie nel suo caso sono poche e deboli. La sua
sobrietà e la sua modestia personali, la sua mancanza d’ar­
dore e di colore •— vi era poco di prometeico in lui come
nel caso di Trotzki e di affascinante e di avventuroso come
nel caso di Stalin — si prestano male alla leggenda. Durante
la sua vita perdette poco tempo in reminiscenze personali e,
diversamente da Stalin e da Trotzki, non si preoccupò af­
fatto di dirigere la pubblicazione del suo futuro necrologio.
A peggiorare la situazione vi è il fatto che da ragazzo
Vladimiro « non portò mai a casa con sè un amico » (Anna);
aveva « una certa propensione ad evitare contatti con persone
di conoscenza e compagni di scuola fuori delle ore di le­
zione » (Preside Kerensky). Quando venivano a casa dei
cugini e dei compagni di giuoco dei fratelli e delle sorelle,
egli saltava spesso fuori dalla finestra per andare in cortile
e, se la fuga gli era ostacolata, si poteva udirlo dire con
ironica cortesia : « Vi sarò cortesemente obbligato per la vo­
stra assenza » (Anna).
In realtà, durante tutta la sua vita vi fu un sottile in­
volucro di distacco che lo separò perfino dai suoi compagni
più vicini. Negli ultimi anni, come ha sostenuto Edmund
Wilson, vi fu sempre in lui qualcosa del « preside rispettato
9i

che affronta direttamente e francamente le sue funzioni ma


che sta su un piano più elevato e che mantiene sempre una
certa distanza fra lui e loro ». Nessuno dei suoi intimi, che
partecipò ai suoi pericoli e ai suoi trionfi, lo chiamò mai
« Volodya » ad eccezione della moglie. Gli altri, per quanto
intimi, si limitarono alla grave, formale intimità di « Vla­
dimiro Ilyic » o alla più arcigna appellazione di « Ilyic ».
(Il sapore del primo modo di dire, che è il modo comune di
rivolgersi alle persone nella società russa educata, corri­
sponde più o meno per analogia, anche se non per goffaggine,
al modo di chiamarsi di quella gente che non va mai oltre
il chiamare le persone col nome e cognome legati insieme;
e il secondo, che è comune fra operai e contadini, corri­
sponde allo spirito che si accompagna al chiamare una per­
sona solo per cognome).

Il senso delle poche leggende riguardanti la giovinezza


di Lenin che hanno ottenuto una sanzione ufficiale è inva­
riabilmente il medesimo: tendono tutte ad accrescere la
precocità del suo sviluppo intellettuale. Si ritiene inoppor­
tuno dire ai Konsomol e ai Pionieri (membri delle Leghe
Giovanili comuniste ed esploratori) che il loro grande esempio
non cessò di essere religioso e di essere un fedele praticante
in chiesa fino all’età di sedici anni ed oltre. Krzhizhanovski,
il vecchio ingegnere bolscevico che conobbe Lenin e che
lavorò con lui a San Pietroburgo quando erano entrambi
giovanotti sui vent’anni, ha esposto dei ricordi più « op­
portuni », secondo cui Vladimiro Ilyic gli avrebbe detto di
essere diventato irreligioso a quattordici anni e di avere
allora « gettato la sua croce nel letamaio ». Ma Anna rife­
risce come durante l’autunno che seguì la morte del padre,
ella e il sedicenne Vladimiro fossero spinti a unirsi mag­
giormente e facessero lunghe passeggiate in compagnia.
Probabilmente per aver sperimentato direttamente il con­
tatto con la morte, Vladimiro dimostrava una certa dispo­
sizione a mettere in discussione l’insegnamento religioso.
Gli ultimi anni del padre come educatore erano stati ama-
92

reggiati dal regime reazionario più duro e aveva subito


un prematuro invio in pensione, senza i soliti cinque anni
di grazia concessi al servitore fedele. Anche questo doveva
aver contribuito a creare in Lenin quello spirito. Ad ogni
modo, Anna rileva che trovò in lui « per la prima volta
uno spirito d’opposizione alle direttive e all’istruzione del
ginnasio così come alla religione ». Queste parole sono ab­
bastanza sobrie e specifiche. Non parlano di Marxismo e
di rivoluzione, ma semplicemente di uno spirito d’opposi­
zione riguardante le cose che si trovavano direttamente nella
orbita del suo mondo giovanile. Ad ogni modo, il problema
del momento esatto del suo ripudio della religione sembre­
rebbe essere stato risolto dallo stesso Lenin, perchè in uno
dei suoi questionari di partito, che egli stesso inventò e che
prese molto sul serio, in risposta alla domanda : « Quando
avete cessato di credere nella religione? », aveva scritto egli
stesso, con la sua calligrafia accurata : « All’età di sedici
anni ». Ciò corrisponderebbe alla testimonianza di Anna,
quali che ne possano essere i difetti come esempio istruttivo
per la gioventù russa dei nostri giorni.
Le memorie di Anna tendono a distruggere un’altra
leggenda dorata favorita delle sacre scritture sovietiche, che,
malgrado il materialismo storico e le altre cose frivole di
questo genere, sostengono che grandi rivoluzionari come
Lenin lo sono dalla nascita, non si fanno. Perfino uno scrit­
tore così coscienzioso come Lunaciarski ritrae il ragazzo
Vladimiro in ardenti discussioni col padre e col fratello
maggiore su problemi di strategia e di teoria rivoluzionaria.
Siccome Ilya Nikolaevic Ulyanov morì all’inizio del nuovo
anno 1886, le discussioni coi figli avrebbero dovuto svolgersi
quando il taciturno Sascia aveva diciotto o diciannove anni
e l’arrogante Volodya (che « vi partecipava con considerevole
successo ») quattordici o quindici. Ma ciò non dovrebbe
sorprenderci oltre misura poiché una delle recenti biografie
ufficiali di Stalin (ad opera di Yaroslavsky) descrive anche
quest’ultimo, « quando era ancora a scuola » — in tal caso
all’età di quattordici o di quindici anni — in frequente con-
93

versazione con operai e contadini per « spiegare loro le cause


della loro povertà ».
Secondo un aneddoto, riferito dalla moglie di Lenin,
Krupskaia, il giovane Vladimiro scuoteva il giovane saggio
capo di fronte al profondo interesse del fratello maggiore
per la scienza naturale. « No, — Krupskaia riferisce che
egli dicesse a se stesso ■—-, mio fratello non sarà mai un
rivoluzionario, un rivoluzionario non può dedicare tanto
tempo allo studio dei vermi anellidi ! ». Secondo il vecchio
bolscevico Celgunov, quando Vladimiro lesse il telegramma
che annunciava che il fratello era stato giustiziato, « si fregò
la fronte e disse : “Benissimo, vuol dire che dovremo trovare
una via più efficace” ». A chi Vladimiro rivolse queste saggie
parole?, domanda ironicamente il suo biografo Trotzki. Evi­
dentemente non a Chegulnov che non incontrò che parecchi
anni dopo. Non al padre, che era morto l’anno prima. Non
ad Alessandro, che era appena perito sul patibolo. Non ad
Anna, che era in prigione. Non alla madre, che era andata
a San Pietroburgo che era stata ad implorare da un’antica­
mera ministeriale all’altra per salvare il suo ragazzo. « Evi­
dentemente, scrive Trotzki, Vladimiro confidò le sue rive­
lazioni sulla tattica a Dmitri, che aveva tredici anni e a
Maria che ne aveva nove ! ».
Di fronte a questi portenti di precocità vi è la narra­
zione di Anna che ha scritto : « Il nostro padre non fu mai
un rivoluzionario »; e che pone i primi dubbi e le prime
avversioni di Vladimiro ai modi della scuola e della chiesa
nell’autunno che seguì la morte dell’ispettore scolastico.
A ciò si può aggiungere ciò che riferisce un altro vecchio
Bolscevico, Balayants, che ebbe l’occasione di conoscere il
futuro Benin da studente a Kazan, mentre era fino a quel
momento più celebre come fratello più giovane di un martire
che aveva tentato di assassinare lo Zar che come capo di
proprio diritto. Balayants gli fece naturalmente delle do­
mande sui suoi ricordi relativamente a quel caso. « Per tutti
noi, rispose Vladimiro Ilyic, la partecipazione di Alessandro
ad un atto terroristico giunse completamente inattesa. Forse
94

mia sorella sapeva qualcosa. In quanto a me, non ne sapevo


nulla ». Nè sapeva alcunché Anna, come dovevano chiarire
le sue successive memorie.
Secondo Steklov, ex direttore dell’organo sovietico
Izvestia, Vladimiro ricevette una copia del primo volume
del Capitale di Marx « direttamente » dalle mani di Ales­
sandro. « Così Alessandro Ulyanov non solo insediò il suo
successore, osserva Steklov, ma al tempo stesso l’erede e
il continuatore di Marx ». Quando contempliamo la parte
che la teoria della successione apostolica doveva avere nelle
lotte di fazione del Partito bolscevico, questo aneddoto
assume una certa importanza. In effetti, tuttavia, Alessandro
non cominciò a studiare il Capitale di Marx fino all’inverno
e alla primavera che precedettero il suo arresto. Copie di
quest’opera erano rare perfino a San Pietroburgo ed era
difficile mettervi la mano sopra. Avrebbe dovuto mandare
il volume a suo fratello a Simbirsk per posta o per messag­
gero, poiché il giovane Vladimiro non cessò mai di andare
a scuola durante il processo e non vide mai di nuovo Ales­
sandro. Non è irragionevole supporre, però, che egli udisse
per la prima volta il nome fatidico di Marx in rapporto
con il processo di suo fratello.
In realtà, Vladimiro Ilyic non era uomo da facili con­
versioni. Egli rassomiglia poco a quei rivoluzionari romantici
che lo precedettero: a quella generazione di nobili giovani
che meditavano brevemente sui torti fatti al popolo, che si
precipitavano in fretta dalla meditazione alla cospirazione
e che morivano sul patibolo o per colpa dei propri esplosivi
pochi mesi dopo la nascita del loro primo impulso ad agire.
Alessandro era plasmato in questo modo, ma non Vladimiro.
La sua natura era di un tipo che cresce in modo lento ma
robusto, che pianta le sue radici profondamente nel terreno,
solide e vigorose e destinate a durare. Non era tanto l’uomo
d’azione quanto l’artefice delle azioni degli uomini. Vi erano
quattr’anni di differenza fra Alessandro e Vladimiro che,
nella discontinuità dell’esperienza degli anni ’70 e ’80 equi­
valeva ad una generazione rivoluzionaria. L’ampiezza della
95

reazione che la Russia stava attraversando si univa col tem­


peramento di Vladimiro nel favorire questo sviluppo lento,
organico, questa capacità di dare forza materiale alle sue idee
non già rappresentandole in un dramma appassionato ma
operando in modo che s’impadronissero di grandi masse di
uomini. S strano che queste leggende ufficiali, che sem­
brano esaltarlo, commettano in realtà un’ingiustizia verso
le sue qualità più forti, la sua abitudine di esaminare i pro­
blemi di cui si occupava da molti lati, la sua profondità e
la sua solidità, il suo continuo progredire e la sua continua
flessibilità fino alla fine dei suoi giorni, un certo sperimen­
talismo scientifico verso i problemi che affrontava nell’ap-
plicare le idee certe, che egli per tempo acquistava, al mondo
incerto delle cose di tutti i giorni.
Il giovane Vladimiro non durò a lungo all’università
di Kazan. L’anno 1887, in cui suo fratello fu ucciso e in
cui egli entrò alla facoltà di legge, fu proprio quello in cui
la prolungata reazione raggiunse il suo apice e in cui la
dottrina della responsabilità familiare, pur essendo stata
attenuata leggermente a favore della sua giovane età, fu
nondimeno operante. Alessandro Ulyanov e i suoi quattro
compagni morirono il 30 maggio 1887. Uno spasimo di
paura e d’orrore s’impadronì del corpo studentesco di San
Pietroburgo quando egli e i suoi tre compagni di cospirazione
furono impiccati. Quando il rettore dell’università di San
Pietroburgo cercò di migliorare la situazione con una pre­
dica che denunciava queste « miserabili creature che si erano
insinuate nella nostra vezzosa famiglia universitaria per
disonorarla », vi furono mormorii d’indignazione. Il giorno
successivo comparve un foglietto anonimo che diceva che era
stata l’università a disonorarsi cadendo servilmente ai piedi
del dispotismo. Le vacanze estive intervennero per sospendere
l’ondata di silenziosa protesta. Nell’autunno, le misure che
il governo prese per controllare il corpo studentesco dopo
la paura determinata dal recente complotto servirono a dare
inizio ad una nuova ondata di protesta da parte degli studenti,
ç6

che si trasportò lentamente da università a università fino


a raggiungere Kazan.
Il 4 dicembre di quello stesso anno 1887, in cui Ales­
sandro era morto e in cui Vladimiro era entrato all’univer­
sità, gli studenti di Kazan si riunirono in assemblea, redas­
sero una serie di richieste, o meglio di rispettose petizioni,
e mandarono una commissione a invitare l’ispettore provin­
ciale ad ascoltare le loro richieste. Avendo ai suoi fianchi
i provveditori, l’ispettore ordinò loro di sciogliersi. Per un
po’, rifiutarono. Gli ambienti ufficiali si misero all’erta in
cerca degli « organizzatori ». In prima fila osservarono la
testa rotonda, il naso piatto e gli occhi calmucchi del robusto
studentello di prim’anno proveniente da Simbirsk. Nel men­
tre si allontanava, a lui come agli altri fu domandato di
mostrare la propria tessera d’immatricolazione. Portava il
fatidico nome di Ulyanov ! Quella stessa notte la polizia in­
vase l’alloggio del giovane Vladimiro Ilyic Ulyanov e lo
arrestò.
Senza dubbio gli studenti più anziani, che erano i più
attivi, avevano cercato di attirare il ragazzo attorniato dalla
aureola del martirio come fratello minore di un eroe appena
morto sul patibolo. Ma non sembra che Vladimiro avesse
nulla a che vedere con la convocazione dell’assemblea e la
redazione delle richieste. Non aveva detto neppure una pa­
rola durante la riunione, ma si era solamente seduto « in
modo impudente » in prima fila (1). Ue autorità avevano
però tenuto l’occhio fisso su di lui fin dal suo ingresso alja
università. Il rettore spedì allora un rapporto sostenendo
che Vladimiro Ilyic Ulyanov si era comportato durante la
sua breve permanenza di tre mesi a Kazan « con slealtà,
senza ritegno e perfino con inciviltà ». Ua genericità dei ter­
mini, l’elencazione non fatta per ordine d’importanza, indi­
cano che probabilmente egli non aveva fatto nulla. « Date

(1) Un recente quadro premiato in Russia ritrae la matricola Lenin che


organizza l’intera dimostrazione e che raccoglie studenti di ogni età, alcuni
con lunghe barbe, in un corridoio, per marciare alla loro testa verso l’aula
magna. (Acquarello di P. Alyakrinsky, riprodotto nel Bollettino d’informa­
zioni dell’Ambasciata sovietica del 28 gennaio 1948).
97

le eccezionali circostanze che si accompagnano alla famiglia


Ulyanov, continuava il rapporto, un simile atteggiamento di
Ulyanov alla riunione ha dato agl’ispettori motivo di giudi­
carlo capace di qualsiasi genere di manifestazioni illecite e
criminali ». Il giovane perturbatore fu espulso dall’università
e ricevette l’ordine di lasciare Kazan. Per esservi egli rimasto
tre mesi, l’università doveva essere un giorno ribattezzata
col nome di Vladimiro Ilyic Uenin, ma naturalmente solo
dopo la sua morte perchè egli non avrebbe mai permesso una
simile autoesaltazione essendo egli ancora in vita. E neppure
Simbirsk fu ribattezzata Ulyanovsk, nè Pietrogrado Uenin-
grado, nè la Biblioteca Rumyanzev sarebbe stata chiamata
Biblioteca statale Uenin, nè l’università di Kazan Università
Vladimiro Ilyic Uenin, fino a che egli non fosse nella tomba.
Secondo un racconto del suo biografo ufficiale, Ado­
ratsky, accettato dalla sorella di Vladimiro, Anna, il ra­
gazzo si mise a discutere col poliziotto che aveva control­
lato la sua espulsione da Kazan.
« Perchè ti ribelli, giovanotto? — domandò l’agente. —
Ti trovi di fronte a un muro di pietra... ».
« Un muro, sì, ma un muro che vacilla e che presto
crollerà », si dice che rispondesse Vladimiro.
Anche quest’aneddoto è probabilmente apocrifo, ma il
muro vi era certamente. In tre mesi la sua carriera univer­
sitaria era cominciata e giunta a termine. Così lo zarismo
tendeva a spingere i giovani a fare i rivoluzionari di profes­
sione chiudendo loro tutte le altre professioni.
Ma Vladimiro aveva solo' diciassette anni. Ua madre ri­
masta vedova, il cui figlio maggiore era nella tomba e la cui
figlia maggiore era caduta in disgrazia, aveva riposto le sue
speranze nella sua carriera. Egli non vi rinunciò facilmente.
Durante gli anni immediatamente successivi fece ripetuti
tentativi di ottenere la riammissione all’università, e, in
mancanza di ciò, di ottenere il permesso di presentarsi agli
esami come studente esterno e così di ottenere l’ammissione
al foro.

7
Capitolo V
CA LAUREA IN MARXISMO

L’aria stessa della Russia sembrava essere satura di un


intenso anelito di liberazione. Diventammo nemici dell’Auto­
crazia quasi appena fummo entrati all’università e ciò sembrava
accadere naturalmente... non vi era discussione fra gli studenti
se si dovesse o no combattere contro l’Autocrazia... l’unica
cosa in discussione era se la verità reale si dovesse trovare fra
i Marxisti o fra i Narodnì/(t.
Alessandro Kerensky.

Il giovane che riesce altrettanto bene in tutte le materie


manca ancora di personalità intellettuale. Può essere consi­
derato segno evidente della lentezza dello sviluppo spirituale
di Vladimiro — oltre che della bravura atletica della sua
mente — il fatto che all’età di diciassette anni egli apprezzasse
ancora il latino e vi eccellesse, poiché negli ambienti stu­
denteschi dell’epoca l’atteggiamento di un individuo verso
il latino era considerato un reagente alla prova del carattere
critico del suo spirito. Co studio del latino era stato delibe­
ratamente allargato dalle autorità per convertire le scuole
in case di correzione più adatte al turbolento movimento stu­
dentesco. « La conoscenza delle lingue morte, aveva spiegato
il Ministero nella sua circolare, per la stessa difficoltà di
successo che presenta nel suo perfezionamento, offre una
lezione di modestia e la modestia è il primo segno e la con­
dizione pregiudiziale di una vera educazione ». Alla gene­
razione studentesca che aveva immediatamente preceduto
quella di Vladimiro, l’idolatria per la scienza e il disprezzo
IOO

per le lingue morte erano apparsi i segni distintivi del ca­


rattere progressivo. Ma per la mente robusta e ancora non
discriminatrice di Vladimiro ciò costituiva un’esercitazione
piacevole, una specie di giuoco linguistico di scacchi.
Come nelle altre materie, il giovane Vladimiro trovava
il ritmo prescritto troppo lento per lui. Quando fece ripassare
il latino alla sorella Anna durante la loro residenza forzata
in campagna, a Kukusckino, le disse che due anni erano più
che sufficienti per svolgere con successo il corso prestabilito
di otto anni di latino. Sotto la sua direzione, due anni sem­
brano essere stati sufficienti. Una certa idea del modo in
cui se l’è cavata ci viene suggerita da un aneddoto narrato
da Albert Rhys Williams a proposito dei consigli di Lenin
sullo studio del Russo.
Williams gli parlò alla storica sessione deH’Assemblea
Costituente del principio dell’inverno del 1918, che si con­
cluse con lo scioglimento di quell’organismo.
« E come va il Russo? » domandò Lenin in mezzo a quel tumulto.
« Potete capire tutti questi discorsi ora? ».
« Vi sono tante parole in Russo », risposi evasivamente.
« Già », replicò. « Dovete andare avanti sistematicamente. Dovete spez­
zare al principio la spina dorsale della lingua. Vi indicherò il mio metodo
per farlo ».
In sostanza, il sistema di Lenin era questo: anzitutto, imparare tutti
i nomi, imparare tutti i verbi, imparare tutti gli avverbi e gli aggettivi, impa­
rare tutto il resto dei vocaboli; imparare tutta la grammatica e le regole
di sintassi, poi fare continuamente della pratica dovunque e con chiunque.

Il consiglio sembra umoristicamente esagerato, ma Renin


si rese padrone d’un certo numero di lingue moderne europee,
fra cui l’Inglese, il Francese e il Tedesco con questo metodo.
Quando provava a praticare le sue conquiste sulla gente che
incontrava per le strade delle varie città europee era mera­
vigliato di accorgersi che nessuno capiva una parola di quello
che diceva. Eppure sapeva leggere perfettamente, le sue tra­
duzioni erano ottime e non abbandonava l’argomento fino a
che non potesse farsi capire e capire anche il discorso parlato.
Lo stesso metodo diretto e poco malleabile ma estremamente
efficace di « spezzare la spina dorsale fin dal principio » fu
loi

da lui applicato allo studio del diritto, all’estrazione del con­


tenuto sociale ed economico Sepolto nella massa delle stati­
stiche russe, alle opere dei Marxisti e dei loro oppositori,
alla filosofia, quando si trovava costretto ad occuparsene, al
caos che era la Russia quando prese in mano il timone
dell’impero nel 1917.
Gli studenti espulsi non erano autorizzati a vivere nelle
città universitarie nè in centri industriali. Nei casi moderati
veniva impartito l’ordine di recarsi nel proprio luogo di na­
scita, se questo era rurale, o in città e in villaggi meno im­
portanti; nei casi più severi vi era l’invio nelle solitudini
della Siberia. A Vladimiro fu permesso di raggiungere la
sorella a Kukusckino, essendo entrambi sorvegliati dalla po­
lizia. Ea madre andò con i figli minori a tenere la casa in
ordine per loro. A Kukusckino, il giovane criminale di Stato
celò a se stesso la propria incertezza e la propria inquietudine
giuocando lunghe partite a scacchi con il fratello minore
Dmitri, col fidanzato della sorella Anna, l’agente di assicu­
razioni Elisarov, con quei vicini che potevano andare d’ac­
cordo con lui e che non avevano paura di far visita alla casa
due volte maledetta. Siccome tutta questa gente non costi­
tuiva un complesso d’avversari sufficiente, Elisarov provvide
a far giuocare a scacchi per corrispondenza il futuro cognato
con un bravo dilettante di nome Khardin, che era un av­
vocato liberale di Samara.
A Kukusckino vivevano nella stessa vecchia e ampia casa
con le sorelle della madre. Vladimiro vi trovò una biblioteca
che era stata raccolta da uno zio defunto, una di quelle bi­
blioteche eclettiche del tipo di quelle che un gentiluomo illu­
minato di provincia della generazione precedente era solito
di acquistare. I libri lo contrariarono anziché' soddisfare il
suo appetito. Si mise a scorrere la collezione di vecchie riviste
del ’60 e del ’70 trovandovi oscuri accenni al torrente di
discussioni fra gl’intellettuali russi circa l’avvenire del
loro paese.
Per corrispondenza prese in prestito intere casse di libri
dalla biblioteca di Kazan. In un boschetto di tigli fuori della
102

casa trascorse le lunghe ore di primavera e d’estate a leggere,


a fare riassunti, con una calligrafia nitida, piccola, dei libri
che lo avevano interessato, riflettendo sul loro contenuto e le
loro conseguenze; pensando, facendo progetti, sognando al
proprio avvenire e sempre più frequentemente all’avvenire
della Russia. Ma non aveva ancora alcuna certezza su nes­
suno dei due.
Immediatamente dopo colazione, lasciava la cerchia fa­
miliare e lavorava per conto proprio fino all’ora del pranzo,
consumato alle tre del pomeriggio. Dopo il pranzo, leggeva
romanzi o poesie, faceva una passeggiata o una nuotata —
era un nuotatore poderoso senza sforzarsi — faceva ripetere
il latino ad Anna, aiutava i fratelli minori nei loro studi. Da
sera, dopo una cena leggera, vi potevano essere del canto
o della lettura ad alta voce in famiglia, ma più spesso
il ragazzo tornava a studiare fino all’ora di andare a letto.
Contrariamente a parecchi degl’intellettuali precocemente
« rovinati », non aveva alcuna intenzione di cedere il passo
alla disperazione o alla cieca rivolta. Non era sicuro del suo
avvenire, nè di ciò che voleva studiare o preparare, ma era
deciso a tenersi destro di mente e di corpo e a rafforzare le
capacità di entrambi. Da brava mamma lo guardava con in­
quietudine da lontano, lieta della sua serena autodisciplina
e compostezza, ma profondamente preoccupata per la sua car­
riera. Che cosa, si domandava, sarebbe venuto fuori da tutto
quel leggere?
Nella sua noia e nella sua incertezza, si mise a fumare
in modo da quietare — come con gli scacchi — la sua tensione
nervosa. Sembrava un’abitudine estranea in quella casa piut­
tosto puritana. Da madre cominciò col fargli le rimostranze
per la salute, poi sostenne che, non guadagnando nulla, egli
non doveva accrescere le spese della casa con quei vizi. Senza
aprir bocca, abbandonò il fumo, per non riprenderlo mai più.
Così, parecchi anni dopo, quando fu convinto che gli scacchi
assorbivano una parte troppo notevole della sua energia, ab­
bandonò pure per sempre quel gioco troppo esoso. Do stesso
rigoroso potere di autodisciplina doveva metterlo al riparo
103

più tardi dal principale vizio degl’intellettuali russi, la di­


scussione infruttuosa e senza fine. Partecipandovi solo quando
vi era qualcuno da convincere o qualcosa da chiarire e da ri­
solvere, risparmiò molta energia nervosa evitando la discus­
sione fatta per il piacere di discutere.
Cinque mesi dopo la sua espulsione da Kazan, fece la
prima domanda di riammissione, D’ispettore distrettuale la
mandò al Ministero dell’Educazione insieme con un rapporto
in cui metteva in guardia contro il fatto che « malgrado le
sue notevoli capacità, Ulyanov non può per il momento es­
sere considerato persona fidata nè dal punto di vista morale
nè da quello politico ». Il Ministro non sapeva che farsene
di persone non fidate. Senza neppure leggere il rapporto fino
alla fine, cominciò a scarabocchiare le sue obbiezioni : « Non
era costui fratello dell’altro Ulyanov? Anche quello proveniva
da Simbirsk ». Quando lesse ancora, accorgendosi che era
infatti il fratello dell’autore del tentativo di regicidio scrisse :
« Non è affatto desiderabile riammetterlo ».
Due mesi dopo, la madre dello studente espulso spedì
una petizione personale a suo favore, sperando che la sua
qualità di vedova e il buon nome e la carriera di suo marito
avrebbero potuto servire a intenerire il cuore del Ministro.
Ancora una volta la risposta fu negativa.
Vladimiro fece quindi la prima delle sue domande (sotto
gli Zar come sotto i Bolscevichi, la gente non poteva lasciare
la Russia senza un permesso) di recarsi all’estero « per la
sua salute ». Anche questa petizione fu respinta. Tuttavia il
capitano della polizia locale, che veniva a casa di tanto in
tanto a interrogare i sorvegliati Vladimiro e Anna, conti­
nuava a spedire rapporti monotoni. Da condotta esterna del
ragazzo era impeccabile. Tutto quello che poteva avvenire
in quella casa, che avesse potuto eventualmente mettere in
pericolo lo Stato, finiva dietro quella fronte che, anche allora,
avendo Uenin diciott’anni, sembrava diventare sempre più
alta man mano che i capelli cominciavano a recedere. Nel­
l’autunno del 1888 ottenne il permesso di tornare a Kazan,
ma non fu riammesso all’università. Ad Anna non venne
104

concesso il diritto di mettere Kazan in pericolo con la sua


gentile presenza fino a qualche tempo dopo. Il suo avvenire,
tuttavia, non preoccupava la madre, essendo ella fidanzata
al suo ex compagno d’università di San Pietroburgo, Eli-
sarov, e in procinto di sposarsi. A Kazan, il giovane aderì
a un circolo scacchistico, frequentò assiduamente la biblio­
tèca, entrò in un circolo privato di studio per l’esame delle
questioni sociali.
Maria Alexandrovna Ulyanova andò allora di persona
a San Pietroburgo a vedere se fosse possibile salvare la car­
riera di suo figlio. Cercò le persone che avevano conosciuto
suo marito. Esortò un funzionario dopo l’altro, patrocinò
a favore della giovine età di suo figlio, si servì delle lagrime
e di tutti gli argomenti che un cuore di madre può trovare.
« E un vero e proprio tormento, scrisse in una delle sue
petizioni, guardare mio figlio e vedere come i migliori anni
della sua vita volino via infruttuosamente... Una simile esi­
stenza deve quasi inevitabilmente spingerlo all’idea del sui­
cidio ». Nulla era più distante dalla mente del ragazzo, ma
era un argomento comprensibile, perchè l’unica cosa che
temperasse il regime reazionario era uno scoppio occasionale
di sentimentalismo.
Mentre Maria Alexandrovna continuava a importunare
la gente, teneva un occhio aperto sulle carriere alternative
che potevano offrirsi al giovane Vladimiro. Ea sua pensione
di vedova non era alta : milleduecento rubli all’anno. Aveva
inoltre la casa dove erano vissuti durante i loro anni di per­
manenza a Simbirsk e la sua parte nella proprietà paterna
a Kukusckino, che aveva ereditata assieme alla sorella. Ri­
cordando la loro infanzia in una comunità contadina tedesca
sul Volga, pensava di fare del figlio un contadino. Vendette
la sua casa a Simbirsk e forse la sua parte nella sua pro­
prietà, cercando in un modo o nell’altro di racimolare i fondi
necessari ad acquistare una fattoria ad Alakaevka, vicino a
Samara. Il prezzo d’acquisto fu di 7500 rubli.
Alakaevka era un misero villaggio di ottantaquattro fa­
miglie, nove delle quali erano prive perfino di un cavallo
JO5

o di una vacca, quattro della proprietà delle capanne che


abitavano. Il borgo non aveva scuola. Il villaggio era un
resto appassito di un sogno una volta brillante di « reden­
zione » della Russia, una parte di una vasta proprietà acqui­
stata molti anni prima dal ricco proprietario di miniere Sibi-
ryakov, che aveva pensato di crearvi delle fattorie modello.
Il progetto era fallito, lasciando la zona in condizioni altret­
tanto arretrate e i muzhik altrettanto miseri quanto lo erano
stati prima, ha nuova proprietà degli Ulyanov consisteva di
83 dessiatin (circa 100 ettari) con un mulino e un « palazzo »
(le nostre virgolette vogliono evitare che il lettore si rappre­
senti una eccessiva eleganza).
I biografi sovietici sono stranamente reticenti su questa
piccola esperienza. Anna registra semplicemente l’acquisto
di « una piccola fattoria nella provincia di Samara » e una
richiesta alle autorità che il giovane sospetto e la sua famiglia
fossero autorizzati « ad andarvi a trascorrere l’estate ». Un
biografo ufficiale (Kerzhentsev) vi dedica solo una frasetta :
« Trascorse l’estate in campagna, prima a Kukusckino e poi
ad Alakaevka, nel Governatorato di Samara ». ha maggior
parte dei biografi ufficiali non menziona neppure Alakaevka.
Che cosa significa il silenzio di questi cronisti circa le
numerose estati (almeno tre anni di piantagione) trascorsi
da Vladimiro Ilyic in questo misero villaggio? La risposta
è suggerita da una frase nelle memorie della moglie di Lenin,
Krupskaia. Per quanto breve quanto quello degli altri, il suo
accenno possiede una franchezza e un’esattezza che mancano
negli altri : « Mia madre voleva che io mi dedicassi all’agri­
coltura », riferisce Krupskaia che Lenin abbia detto. « Lo
tentai, ma vidi che non avrebbe funzionato : i miei rapporti
con i muzhik diventarono anormali ».
È un peccato che non si sappia di più, ma è evidente
da frammenti di notizie che si posseggono che la fattoria non
possedeva, oltre il mulino, nessuno strumento per lo sfrut­
tamento diretto, e doveva essere coltivata per mezzo di qual­
che forma di mezzadria o di fittanza ai contadini bisognosi.
In altri termini, il futuro Lenin fu per un breve periodo di
lo6

tempo un proprietario fondiario e uno sfruttatore di lavoro


contadino. I biografi che parlano genericamente e lunga­
mente del modo in cui Ulyanov « venne a conoscere il pro­
blema agrario di prima mano » facendo passeggiate in cam­
pagna attorno a Simbirsk, trascorrendo l’estate nella rurale
Kukusckino, facendo domande avide ai muzhik con i quali
gli accadeva casualmente d’incontrarsi, tacciono su questa
profonda conoscenza ottenuta da un’esperienza personale
durante parecchi anni critici, di formazione, come giovane
proprietario. Tuttavia, a chi non sia schiavo della leggenda
ufficiale non sembrerebbe affatto disonorante che il giovane
Ulyanov, in cerca di una carriera, si provasse a dirigere una
proprietà agricola e trovasse ciò disgustoso, traendone una
comprensione più profonda e un odio più profondo verso i
rapporti di sfruttamento nelle campagne.
Fortunatamente, non aveva bisogno di entrare in con­
flitto con la madre per l’abbandono della carriera di genti­
luomo di campagna che questa, nella sua disperazione, aveva
scelto per lui. Nell’estate del 1890, quasi tre anni dopo la
sua espulsione da Kazan, ottenne finalmente l’assenso del
Ministro dell’Educazione alla riammissione di suo figlio allo
studio del diritto. Non fu autorizzato a rientrare all’univer­
sità, dove avrebbe potuto « contaminare » altri studenti, ma
fu autorizzato a sostenere gli esami di legge a San Pietro­
burgo quando, dopo aver studiato da sè, si fosse sentito
pronto a sostenerli. Con ciò, questo studente vigoroso e si­
stematico, cui piaceva « spezzare la spina dorsale di un ar­
gomento » fin dal principio, riprese facilmente il tempo
perduto durante quasi tre anni di confino in campagna. In
poco più di un anno, preparò il corso universitario quadrien­
nale di giurisprudenza, passando il primo gruppo d’esami
nella primavera del 1891 e il resto in autunno, tutti a pieni
voti. Il 27 novembre 1891 gli venne conferita una laurea,
anche questa volta con lode. Era riuscito primo agli esami.
Dopo circa cinque altri mesi di implorazioni da parte
di sua madre, riuscì perfino a ottenere il necessario « Certi­
ficato di Eealtà e di Buona condotta » senza il quale non
107

avrebbe mai potuto essere ammesso all’esercizio della pro­


fessione. In gennaio 1892, poco prima di avere ventidue
anni, il cittadino Ulyanov sembrò tornare alla rispettabilità
come giovane praticante, avendo ottenuto un posto dal suo
vecchio avversario agli scacchi, A. N. Khardin, a Samara.
L’avvocato Khardin era in politica un liberale, e doveva più
tardi aderire al Partito democratico costituzionale, quando
questo sarebbe stato formato, al partito, cioè, diretto dal
professor Miliukov, che Lenin doveva contribuire a distrug­
gere e a sradicare nel 1917. Così, per la seconda volta, Vla­
dimiro Ilyic Ulyanov fu aiutato nella sua carriera da un
Liberale. E ancor più tardi, un altro Liberale, l’avvocato di
San Pietroburgo M. F. Volkenstein, lo prese nel suo studio,
per quanto Volkenstein dovesse sapere che egli si proponeva
di servirsi della qualifica di avvocato come copertura di altre
attività. Come si vede, la favola che Lenin detestasse tutti
i Liberali dal giorno in cui abbandonarono la sua famiglia,
quando Alessandro fu arrestato, è una leggenda retroattiva.
Quell’esperienza traumatica deve averlo colpito profonda­
mente, ma egli non ruppe completamente con i liberali come
corrente politica fino alla Rivoluzione del 1905. E anche
dopo di ciò, fu aiutato da Liberali benestanti con fondi,
luoghi di riunione e indirizzi falsi. Ma psicologicamente
questa leggenda è solida e dietro di essa vi è una verità :
il modo in cui tanti vecchi amici e colleghi di suo padre
avevano abbandonato la madre rimasta vedova e la sua fa­
miglia due volte colpita caratterizzò senza dubbio i senti­
menti nutriti da Lenin verso la cosidetta opinione pubblica
liberale, predisponendolo a un giudizio più duro e a una
maggiore inconciliabilità di quella che caratterizzava la
maggior parte dei suoi compagni nella direzione del Partito
socialdemocratico nei primi anni del nuovo secolo. Pur es­
sendo teoricamente d’accordo con i suoi compagni sulla ne­
cessità di rivolgersi all’opposizione liberale per la costituzione
di un’alleanza comune contro lo Zarismo, Plekhanov fu
spinto a dirgli : « Noi vogliamo rivolgere loro il viso, tu il
sedere ».
io8

La sua effettiva carriera di procuratore fu breve e senza


storia. L’anno e mezzo che trascorse ad occuparsene, nella
provinciale Samara, gli procurò dieci casi poco importanti
di pietosi imputati : muzhik ignoranti, straziati dalla mi­
seria, degradati, che avevano rubato1 un po’ di grano, o fatto
aspettare un mercante, o rubato pochi rubli, tutti piccoli la­
druncoli, la complicazione più grave essendo costituita dalla
imputazione supplementare di « furto con scasso » quando
tre imputati avevano aperto una porta sbarrata per com­
mettere il loro furto. Tutti erano chiaramente colpevoli e
tutti meno uno furono accusati di aver commesso reati contro
la proprietà. In un caso, quello di un tale che aveva bastonato
la moglie, rifiutò di chiedere l’indulgenza per il cliente che
il tribunale gli aveva assegnato d’ufficio. In nessuno dei dieci
processi ottenne un’assoluzione.
Egli si occupò tuttavia di un processo senza chiedere
onorari e senza che questo gli fosse stato assegnato d’ufficio,
in un caso che illuminò come un lampo i lineamenti delle
sue future attività. In questo processo assunse volontaria­
mente la veste di parte civile a proprie spese a favore di un
pubblico che aveva per lungo tempo accettato il sopruso che
egli ora metteva in discussione e che non aveva nè lottato
contro questo sopruso nè chiesto a lui di farlo. Egli aveva
tentato con sua sorella Anna di attraversare il Volga su una
barchetta, ma un ricco mercante di nome Arefeev aveva
l’abitudine di raccogliere un dazio da tutti quelli che attra­
versavano il fiume in quel punto, costringendoli ad affittare
la sua lancia a vapore. La nave di Arefeev inseguì la piccola
imbarcazione che gli Ulyanov avevano noleggiata e la re­
spinse a riva. Sentendo oltraggiato il proprio senso della giu­
stizia, Ulyanov sporse querela contro il mercante. Questo fece
in modo di far giudicare il caso nella distante Syzran costrin­
gendo ogni teste a fare un viaggio di oltre cento chilometri
da Samara. Si servì di tutti gli espedienti offertigli dalla legge
e di tutta la sua influenza nei tribunali locali per ottenere
che il processo fosse rinviato e trascinato per le lunghe, spe-
iog

rando di stancare il giovane attore. Alla fine, Ulyanov vinse


il processo : fu il suo unico successo come avvocato.
Gli anni 1886 e 1887 furono quelli veramente decisivi
nella vita del giovane Vladimiro Ilyic, sebbene sarebbe oc­
corso un mezzo decennio perchè la decisione che stavano
formando si trasformasse da incosciente in cosciente. Durante
quei due anni fatidici, il ragazzo perdette il padre di morte
improvvisa (gennaio 1886), assistette all’arresto del fratello,
al suo processo e alla sua morte sul patibolo (maggio 1887),
entrò all’università di Kazan e ne fu espulso (dicembre 1887),
ebbe i suoi primi fastidi con la polizia, subì il primo arresto
e il suo primo confino amministrativo in campagna. Furono
anche gli anni in cui cominciò a mettere in discussione il
mondo che aveva fino a quel momento accettato com’era,
gli anni in cui perdette la fede in Dio e nella Chiesa, nelle
autorità scolastiche e statali. Accadde che coincidessero con
gli anni in cui la passività e la reazione degli anni intorno
all’80 avevano raggiunto il punto più basso e in cui la cor­
rente incalzante della resistenza stava impercettibilmente ri­
nascendo. D’anno della carestia del 1891 mise ancora una
volta tutta l’opposizione esistente nella società russa in mo­
vimento. Fu lo stesso anno in cui Ulyanov passò i suoi esami
da procuratore. Da corrente nascente coprì ben presto il ri­
stretto punto di « rispettabilità » sul quale egli cercava di
stare, travolgendolo insieme con i migliori di quelli che sta­
vano diventando maturi poco dopo il 1890 e ponendolo in
ribellione aperta contro il regime di « eterna stabilità » che
Alessandro III aveva eretta.
« Non può esservi dubbio, ha scritto Alessandro Ke­
rensky parlando di Denin, che fu la morte crudele del nobile,
brillante Alessandro che fece finalmente di Vladimiro quello
che egli rimase in tutta la sua carriera politica, un cinico
insuperato, sadicamente vendicativo ».
Non può esservi invero alcun dubbio che l’influenza
esercitata su di lui dalla congiura e dalla morte di Alessandro
fu profonda e che l’esempio d’Alessandro s’impose per pa­
recchi anni alla fantasia del fratello minore, distraendolo
no

pure in un certo senso dal cammino che doveva in definitiva


seguire. Ma la teoria della « vendetta contro lo Zar » è al­
trettanto dubbia quant’è semplice e tentatrice. Vernadsky,
che non è un biografo avente simpatia per Lenin ma che
nondimeno è obbiettivo, ha esposto (nella sua opera Lenin :
Red Dictator), le prove evidenti che contrastano col punto
di vista troppo semplicistico di Kerensky. L’odio di Lenin
per il capitalismo, egli dice, non era inferiore al suo odio
per lo Zarismo; egli diresse i suoi colpi non meno forte­
mente contro la borghesia che contro l’autocrazia. Durante
i sette anni che trascorsero fra il momento in cui Alessan­
dro III firmò la sentenza di morte di suo fratello e la fine
del regno dello Zar, Ulyanov non sembra aver meditato
nessun attentato alla vita dello Zar. E quando Nicola II,
figlio e successore del giustiziere imperiale, cadde nelle mani
di Lenin nel 1917, « egli non mostrò alcuna fretta di regolare
i conti finché non gli sembrò necessario per ragioni po­
litiche ».
Quale fu quindi sul ragazzo diciassettenne l’influenza
esercitata dalla morte del fratello? Lo pose subito di fronte
al dilemma : accettare le gesta del fratello o respingerle. Non
abbiamo modo di sapere quali dubbi e conflitti ciò possa
aver implicato. L’unica relazione apparentemente degna di
fiducia giunta fino a noi proviene dalla vecchia precettrice
di famiglia degli Ulyanov, la signora Kachkadamova. « Sem­
bra dunque, le avrebbe detto il giovane Vladimiro, che Ales­
sandro non avrebbe potuto agire altrimenti ». Il giudizio era
personale e, almeno in nuce, sociale.
Ciò che il carattere ardente, sincero e delicato d’Ales­
sandro significò per tutti i suoi fratelli e sorelle può essere
indotto dalla lettera scrittagli da Anna mentre erano am­
bedue in prigione. « Nessuno è migliore di te, più nobile
sulla terra », gli scrisse. La sua decisa accettazione della
responsabilità, il suo rifiuto di chiedere la grazia, tutti gli
atti generosi dei suoi ultimi giorni e del suo martirio, avreb­
bero potuto solo servire ad approfondire l’impressione che
egli aveva fatta sugli altri ragazzi.
Ill

Per Vladimiro, la travolgente esperienza pose improv­


visamente fine ad un’adolescenza fino a quel momento gio­
conda. All’età di diciassette anni, fu costretto a guardare
in faccia i gravi problemi dell’età matura. Prima che quel­
l’anno si fosse concluso, secondo l’espressione adatta di
Trotzki, era stato espulso dall’università di Kazan diretta-
mente verso l’università del marxismo.
Però, la stessa influenza della persona e dell’esempio
d’Alessandro ritardò l’ingresso del ragazzo nella corrente del
Marxismo. Egli trovò pronta accoglienza negli ambienti
Narodnik come fratello minore di un eroe martirizzato.
Cominciò a pensare politicamente al punto lasciato da Ales­
sandro, come populista e terrorista teorico, e lungi dal
mettersi alla sua testa, come invariabilmente sostengono i
biografi sovietici, egli si trascinò per un anno o due dietro
all’improvvisa svolta della giovane generazione verso il
Marxismo.
Per parecchi anni, Vladimiro Ulyanov continuò ad avere
idee speciali sul terrore e, anche dopo che fu diventato un
attivo avversario del suo uso, vi fu sempre una differenza
nel suo modo d’esprimersi dalla più categorica condanna del
terrore individuale pronunciata dalla maggior parte degli
altri Marxisti ortodossi.
Non abbiamo mai respinto il terrorismo per principio — doveva scrivere
Lenin nel 1901 — nè possiamo mai farlo. Il terrorismo è una forma di opera­
zione militare che può essere utilmente impiegata o che può addirittura essere
indispensabile in certi momenti della battaglia; il problema che si pone, però,
è che il terrorismo viene invocato ora non come una delle operazioni che
l’esercito sul campo di battaglia deve eseguire in stretto contatto con il grosso
e in armonia con l’intero piano di battaglia, ma come attacco individuale,
completamente isolato da qualsiasi esercito... Perciò dichiariamo che nelle
circostanze attuali un simile metodo di lotta è inopportuno e inefficace;
distrarrà i combattenti più attivi dai loro compiti attuali... e disgregherà non
già le forze governative ma le forze rivoluzionarie » (ls\ra, maggio 1901. Da
Collected Worlds, Vol. IV, parte I: Where to Begin).

Per tutta la vita, Eenin considerò le obbiezioni al ter­


rorismo individuale per ragioni di principio « pedanti » e
« filistee », l’ultimo aggettivo, nel suo speciale vocabolario,
equivalendo a non rivoluzionario. E fu l’audacia dimostrata
II2

in atti di terrorismo individuale che attrasse per la prima


volta la sua attenzione su Giuseppe Stalin e che lo spinse
a promuoverlo a incarichi importanti.
Nel 1891, come tante volte in precedenza, la carestia
si diffuse sulla Russia. I campi di terra nera diventarono
grigi, poi scoppiettarono, poi diventarono polvere; il grano
bruciò come una miccia sui fusti; la fame si diffuse nel
granaio d’Europa. Interi villaggi si misero per le strade in
cerca di cibo o di lavoro. Oppure, raccogliendo attorno a loro
i propri cenci, morirono in angoli oscuri, come muoiono gli
animali. Seguirono il colera, il tifo, la febbre tifoide, per
le vie che la fame aveva appianato.
Chi crede che la fame spinge alla rivolta si sbaglia. La
campagna soffrì in apatico silenzio; fu la « società » delle città
che fu scossa fino alle viscere. Ra fame che viene dalla ca­
restia, disse questa società, era un fenomeno medievale (da
non paragonarsi con quel bisogno moderno, proprio al capi­
talismo, che deriva dall’abbondanza). In questo, come in altri
aspetti, la Russia rimaneva « medievale » perfino nel secolo
ventesimo e avremo l’occasione di rilevare due crisi « preca­
pitalistiche » siffatte nel n postcapitalistico » regime sovietico.
Se l’arretratezza e la struttura sociale della Russia non
potevano venire considerate responsabili della mancanza di
pioggia, si poteva attribuire loro la responsabilità dell’incom­
petenza burocratica, dell’indifferenza indurita alle sofferenze
della massa, dell’ostinato rifiuto di ammettere la carestia e
di arruolare mano d’opera in aiuto per non subire una di­
minuzione di prestigio, dell’avidità che traeva un maggiore
beneficio dal prezzo corrente che dalla vita umana, della
politica di continue esportazioni granarie, dell’abbominevole
sistema di trasporti che impediva l’invio di pane da zone più
favorite, del normale livello di fame degli « anni buoni » che
lasciavano i contadini senza riserve per sopravvivere.
« Ra più grave, la più profonda differenza in cui ci op­
ponevamo a Vladimiro Ulyanov, scrisse il populista Vodo-
vosov circa trent’anni dopo, volgeva sull’atteggiamento da
assumere di fronte alla carestia del 1891-92 ». Tutta la « So-
113

cietà » di Samara si occupò di dare degli aiuti « eccetto Vla­


dimiro Ulyanov e la sua famiglia e una piccola cerchia di
persone che lo seguivano ». Queste, secondo Vodovosov,
trovavano un piacere perverso ad assistere alle sofferenze e
vedevano in queste un fattore progressivo che « distruggendo
l’economia contadina... crea un proletariato e contribuisce
all’industrializzazione del paese ».
Ancora una volta abbiamo l’impressione di trovarci di
fronte ad una leggenda retroattiva. 1/opinione attribuita a
Vladimiro (e a sua madre, alle sorelle e al fratello !) è un
rifacimento di un’effettiva polemica — o meglio di due po­
lemiche — che divampava allora fra i Marxisti e i Populisti
(N arodniki).
La prima riguardava una questione teoretica, ossia la
prospettiva sotto cui si poneva l’avvenire della Russia. Se­
condo i Populisti, la Russia aveva uno speciale destino e
una speciale missione : portare il mondo al socialismo senza
neppure passare per l’inferno del capitalismo. Per loro la
città era una merce importata dall’estero, un’escrescenza ul­
cerosa sulla campagna; il proletariato non era altro che un
sintomo di malessere sociale che si poteva evitare; i conta­
dini erano tutti istintivamente socialisti; i comuni rurali e le
cooperative di artigiani di villaggio costituivano la strada
verso il nuovo ordine sociale. Ma i Marxisti affermavano
invece che fin da allora la Russia stava diventando un paese
di grande industria; che il comune di villaggio era in piena
decadenza; che il piccolo contadino era rovinato e proleta­
rizzato; che nel villaggio si stavano differenziando i ricchi
e i poveri, gli sfruttatori e gli sfruttati; che il proletariato e
non la classe contadina costituiva il principale elemento di
speranza per un movimento avviato verso il socialismo. L’idea
che la carestia avrebbe rafforzato l’industria russa era tut­
tavia di fronte a ciò un’assurdità e una caricatura dell’argo­
mentazione marxista : un solo contadino sradicato può di­
ventare un proletario, ma milioni di affamati sono soltanto
dei poveri, mentre una campagna rovinata distrugge il mer­
cato dei manufatti nazionali.

8
114

La seconda polemica riguardava un problema pratico


immediato : come i rivoluzionari debbono usare le loro ener­
gie in rapporto con la carestia? Su questo punto i più rivo­
luzionari fra i Narodniki erano d’accordo coi Marxisti, la
linea di divisione esistendo piuttosto fra rivoluzionari e mo­
derati che fra Narodniki e Socialdemocratici. Ulyanov non
aveva ad ogni modo una sua politica e seguiva semplicemente
il suo nuovo capo, Plekhanov, del quale proprio allora stava
diventando un discepolo (i). L’alternativa di fronte alla
quale si trovava t’intellighentsia era se offrire i propri ser­
vizi al governo (che il governo temeva e respingeva) oppure
effettuare una pressione sul governo e denunciarne la col­
pevolezza. « Per un socialista », scriveva Paul Axelrod,
compagno di lotta molto vicino a Plekhanov, « una lotta ef­
fettiva contro la carestia è possibile solo sulla base di una
lotta contro l’autocrazia ». E il vecchio capo Narodnik Lavrov
diceva : « Si, l’unico buon lavoro che sia possibile per noi
non è un lavoro filantropico, ma un lavoro rivoluzionario».
Quando Vodovosov, come riferisce egli stesso, fu scon­
fitto da Ulyanov, ciò avvenne in un circolo di radicali locali
di Samara, dove egli aveva proposto che si inviasse un tele­
gramma di congratulazioni al governatore della provincia
per il suo nobile aiuto alle vittime. Maggiore luce sulla esat­
tezza della narrazione di Vodovosov viene gettata dal fatto
che Anna Ulyanov prestò in effetti i suoi servizi come in­
fermiera volontaria.
In conclusione, i Liberali non riuscirono a ingraziarsi
il governo, che lanciò accuse di accaparramento di grano
saccheggiato contro lo zemstvo di Samara. Non conquista­
rono neppure la fiducia dei contadini, che risposero alle
misure di vaccinazione forzata, di ricovero in ospedale e di
quarantena, attaccando medici e infermiere e accusandoli di
avvelenare quelli che morivano della peste. Quando, sette
anni dopo, la carestia si ripetè, anche i Liberali moderati
definirono la carità un misero palliativo, considerarono inef-

(i) Plekhanov espose la sua politica sulla carestia in due opuscoli : La


rovina di tutta la Russia e Compiti dei Socialisti nella lotta contro la carestìa.
II5

ficace il pellegrinaggio casuale alle zone colpite e chiesero


una riorganizzazione della struttura basilare della Russia.
Il punto di vista di Plekhanov e dei suoi amici era allora
diventato il punto di vista di tutti gl’intellettuali russi.
La carestia del 1891 segnò una svolta fondamentale nella
vita pubblica russa e coincise con un’ondata ascendente co­
minciata in Europa occidentale uno o due anni prima. Anche
in Europa occidentale gli anni attorno all’8o erano stati anni
di reazione. La Prima Internazionale capeggiata da Marx
ed Engels era perita dopo il ’70 in un furore di persecuzione
poliziesca e di dissensi interni. Quando Carlo Marx morì
nel 1883 — lo stesso anno in cui era morta la Narodnaya
Volya — non vi era più in nessun luogo un grande movi­
mento operaio organizzato per portare il lutto della sua fine.
Ma più tardi, nel corso dello stesso decennio, il Marxismo
cominciò a diventare ancora una volta l’incubo delle capitali
d’Europa. La classe lavoratrice francese, prostrata fin dalla
caduta della Comune di Parigi, che le era costata centomila
vittime, alzò di nuovo il capo. La Socialdemocrazia tedesca,
che Bismarck aveva cercato di porre fuori legge e di spin­
gere nella clandestinità, trovò il mezzo di superare le bar­
riere della legge e di raccogliere un milione e mezzo di voti
in elezioni dove, come partito, non aveva un’esistenza legale !
I sindacati inglesi ruppero la crosta di conformismo e di
gretto interesse di mestiere per abbracciare per la prima
volta grandi masse di operai non specializzati. In Russia, il
nome di Marx e il prestigio di Plekhanov cominciarono a
dominare un’intera generazione di giovani intellettuali.
Le organizzazioni rinascenti dei principali paesi europei
si riunirono in conclave internazionale nel 1889 e la Seconda
Internazionale risorse dalle ceneri della Prima. Il Congresso
si riunì sotto l’influenza ispiratrice della vittoria socialde­
mocratica tedesca contro Bismarck. Vladimiro Ulyanov, come
tutta la gioventù russa della sua generazione, lesse con in­
teresse appassionato i magri resoconti dei trionfi della classe
operaia tedesca e dei dibattiti al Reichstag man mano che
comparivano sulla stampa russa. Per il giovane Ulyanov,
Ii6

il potente movimento tedesco doveva essere per lungo tempo


il partito modello dell’Internazionale. Nella polemica, egli
citava non solo Marx ed Engels, ma Bebel e Kautsky con
il rispetto di un discepolo, come autorità il cui ipse dixit
bastava virtualmente a decidere i problemi. Nella Social-
democrazia tedesca, con la sua centralizzazione gerarchica
e la sua rigida disciplina, doveva trovare il modello secondo
il quale sperava di plasmare l’esteso, molle e campanilistico
movimento russo; da essa doveva trarre concezioni e idee
teoretiche sulla strategia e la tattica; il suo capo operaio
Augusto Bebel doveva costituire il prototipo secondo la cui
immagine egli cercò di modellare i capi operai russi; il suo
eminente esponente teoretico, Karl Kautsky, doveva rappre­
sentare ai suoi occhi il principale difensore dell’ortodossia
della fede marxistica. Pur traducendo tutte queste caratte­
ristiche in Russo secondo le proprie esigenze e un forte senso
delle realtà russe, per un quarto di secolo non nutrì mai
alcun dubbio verso questo movimento ideale della classe
operaia... fin quando, nell’agosto 1914, non gli giunse la
notizia, incredibile, inassimilabile, che aveva votato l’ap­
poggio al governo imperiale di Guglielmo II nella guerra
che stava appena cominciando !
Al primo Congresso dell’Internazionale Socialista (1)
il principale portavoce della Russia fu Giorgio Plekhanov.
Ex membro del movimento che aveva dato origine alla
Narodnaya Volya, era vissuto in esilio in Svizzera fin dal
1881. Se mai vi fu un movimento che si possa dire debba
la sua origine a un sol uomo, si deve affermare che il Mar­
xismo russo doveva la sua origine a quest’uomo. A Ginevra,
aveva raccolto attorno a sè Vera Zasulic, eroina di un atten­
tato alla vita di un funzionario di polizia, Paul Axelrod e
Leo Deutsch, tutt’e tre veterani del movimento populista

(1) Il suo nome preciso è Socialist and Labour International. Si considerava


movimento successore o continuatore della Prima Internazionale, fondata nel
1864 e sciolta nel 1876. Finì per essere nota generalmente come Seconda Inter­
nazionale solo dopo.che Lenin ebbe fondato la Terza Internazionale o Inter­
nazionale Comunista nel 1919. Fino a quel momento, aveva abbracciato
tutti i partiti socialisti e i sindacati d’ispirazione socialista.
II7

e nel 1883 avevano formato la prima organizzazione mar­


xista e socialdemocratica russa : il gruppo noto come Ozvo-
bozhdenie Trucia (« Liberazione del Lavoro »). Fino alla
ripresa rivoluzionaria degli anni intorno al ’90, questo gruppo
aveva vegetato in oscuro e solitario esilio, pugno di pensatori
trascurati, tagliati da qualsiasi contatto con la Russia. Sotto
la brillante direzione intellettuale di Plekhanov questo
gruppo studiò il Marxismo occidentale e, alla luce del Mar­
xismo, esaminò in modo critico le premesse che aveva at­
tuate il movimento populista. In una serie di studi rigoro­
samente ragionati (Il Socialismo e la Lotta politica, 1883;
Le nostre differenze, 1884; Verso lo sviluppo della conce­
zione monistica della storia, 1895), Plekhanov sottopose alla
critica « marxista » (1) i dogmi favoriti del populismo : la
dottrina che la classe contadina costituiva la forza motrice
della rivoluzione; la speranza di una via particolare di svi­
luppo non capitalistico aperta alla Russia; e la tattica del
terrorismo individuale. Queste opere e altre dello stesso
autore attorno agli anni ’8o e ’90, contengono, secondo le
parole dello storico bolscevico Pokrovsky, « praticamente
tutte le idee basilari che formarono il patrimonio del Mar­
xismo russo fino alla fine del secolo ». Le opere di Lenin
anteriori al 1900 — spesso considerate dai suoi seguaci come
antesignane di queste idee — erano poco più che sviluppati
accenni, o prove particolareggiate di generalizzazioni, conte­
nuti nell’opera del suo maestro, il quale, secondo il riconosci­
mento generoso di Lenin, aveva da solo contribuito a « for­
mare un’intera generazione di Marxisti russi ».
Quando Giorgio Plekhanov parlò al Congresso di fonda­
zione dell’Internazionale Socialista nel 1889, disse ai dele-
(1) Se ho posto in questo luogo la parola « marxista » fra virgolette,
lo si deve al fatto che lo stesso Marx era incerto circa la possibilità che esistesse
una via non capitalistica particolare alla Russia e aveva forti simpatie per la
Narodnaya Volya, di cui giustificò più di una volta i metodi terroristici come
unica via che le fosse aperta nelle condizioni allora esistenti in Russia.
E Federico Engels, pur acclamando la fondazione del gruppo marxista
« Liberazione del Lavoro » da parte di Plekhanov e dei suoi amici e pur
avendo anticipato parecchie delle loro critiche ai Populisti russi, deplorava
tuttavia l’intolleranza con cui Le nostre differenze trattava « l’unica gente
che faccia qualcosa in Russia in questo momento ».
ii8

gati : « In Russia, o la libertà politica sarà conquistata dalla


classe operaia, o non esisterà affatto. La Rivoluzione russa
può essere vittoriosa solo come rivoluzione operaia : non vi
è, nè può esservi, nessun’altra possibilità ».
Ai rappresentanti dei partiti operai occidentali, quello
doveva essere sembrato un volgare luogo comune. Passò inos­
servato, o destò meraviglia per l’aria di rivelazione dram­
matica con cui fu detto. Ma non appena questo giudizio si
inserì lentamente nel movimento clandestino russo, segnò la
fine di un’epoca. Con l’aiuto della vasta cassa di risonanza
di un congresso socialista mondiale, proclamò che da allora
in poi V intellighentsia russa avrebbe dovuto passare dal vil­
laggio alla città. Per un intero decennio doveva rimanere
oggetto di polemica voluminosa, acida e sempre più trion­
fante. Quando però il sistema d’idee che sintetizzava sembrò
completamente vittorioso, una nuova ondata di sommosse e
d’insurrezioni contadine nel 1902 fu sufficiente a ravvivare
il populismo rivoluzionario, più volte sepolto, sotto la forma
di un forte Partito socialrivoluzionario.
Verso l’ultimo decennio del secolo, però, spronata dalle
esperienze negative della carestia e dell’oscura passività dei
contadini e da un balzo gigantesco dell’industrializzazione,
accompagnato da un’ondata di scioperi nelle città, la maggio­
ranza dei radicali della giovane generazione — che era la
generazione di Vladimiro Ulyanov — passò alla nuova fede.
Essi concepirono verso Plekhanov un’ammirazione senza
limiti, un’ammirazione che, nel caso del giovane Ulyanov,
doveva manifestarsi con « rispetto... riverenza... infatua­
zione ».
A Samara il giovane avvocato Ulyanov fece la cono­
scenza con Le nostre differenze di Plekhanov e a Samara
effettuò il trapasso dal populismo al Marxismo. La città di
Samara era un porto fluviale di provincia senza proletariato
industriale e senza università. La polizia la considerava
quindi sicura per farvi risiedere uomini e donne che avevano
trascorso un certo periodo in prigione o in Siberia ma ai
quali era proibito risiedere dove avrebbero potuto entrare
in contatto con studenti od operai. Se il nostro avvocato di
provincia, che stava proprio allora acquistando un intenso
interesse teoretico per il proletariato, non poteva osservarvi
dei genuini operai dell’industria, poteva invece osservarvi
il mondo di girovaghi, di vagabondi, di emigranti, di bar­
caiuoli e di marinai da rimorchiatori laggiù sulla riva — il
mondo da cui uscì il suo futuro amico Massimo Gorki. Se
non poteva incontrarsi con studenti, salvo poche persone
espulse dall’università, poteva egli stesso immatricolarsi come
studente presso quei vecchi maestri della cospirazione rivolu­
zionaria che erano i veterani della Narodnaya Volya ai
quali la polizia permetteva di risiedere a Samara.
Erano uomini e donne anziani, superstiti di un movi­
mento che era fallito e perito. Essi tornavano a vivere solo
con i loro ricordi. Buon ascoltatore e infaticabile indaga­
tore, Vladimiro andò a loro presentando come lettere cre­
denziali la sua posizione di fratello minore di uno dei loro
martiri. Com’erano stati i bei tempi? voleva sapere. Come
erano andati essi stessi al movimento e come avevano raccolto
reclute al movimento stesso? Quale era il loro programma,
come lo avevano esposto, come lo avevano diffuso, come vi
avevano risposto le masse? Come si diventava « clandestini »
e che cosa potevano dirgli della tecnica della cospirazione?
Come si facevano gl’inchiostri simpatici, i codici segreti, le
segnalazioni, i passaporti falsi, le evasioni, le fughe dal­
l’esilio? Com’erano organizzati i Narodovoltsi (ossia i membri
della Narodnaya Volya), chi sceglieva il comitato esecutivo,
quale autorità aveva, come ammetteva e istruiva nuovi
membri, come limitava al minimo indispensabile la loro
conoscenza reciproca, come impediva la penetrazione di spie
della polizia? Ee sue domande erano rigorose, indagatrici,
esatte. Non andava in cerca dell’avventura romanzesca, seb­
bene gli occhi gli dovessero bruciare quando essi narravano
le storie dei loro eroi. Quello che cercava soprattutto era la
notizia che gli potesse essere utile in avvenire. Quando pen­
sava che le loro risposte mancassero di precisione o che stes­
sero inventando e mascherando la genericità con la verbosità,
120

cessava di fare domande. Quando erano sentimentali e ro­


mantici e sembravano perdere contatto con la realtà, i suoi
occhi sorridevano mentre il viso rimaneva rispettosamente
impassibile, come se egli fosse il vegliardo e quelle persone
anziane i giovani.
Quando il lento mutamento delle sue opinioni determinò
divergenze crescenti con loro su questioni teoretiche, egli si
astenne dal discutere. Era frenato dalla venerazione per il
loro eroismo e dal disgusto per la polemica aspra e inutile
con gente che non aveva più alcuna probabilità di modificare
le proprie idee. Ma non era facile per lui rompere con
loro. Deve avere parlato di se stesso come della propria
generazione quando ha scritto :
Nella prima giovinezza essi venerarono con entusiasmo gli eroi terro­
risti. Costituiva un grande sforzo l’abbandonare le seducenti impressioni di
queste tradizioni eroiche e ciò si effettuò mediante la rottura dei rapporti
personali con gente che era decisa a rimanere fedele alla Narodnaya Volya
per la quale i Giovani socialdemocratici avevano un profondo rispetto.

Verso la fine della sua permanenza a Samara, smise di


ricercarli. Allora, i giovani intellettuali che ancora seguivano
le loro orme lo giudicarono, secondo le parole della sorella
Anna, « un giovane estremamente presuntuoso e grossolano ».
Con la stessa rapidità e perfezione con cui si era impos­
sessato della conoscenza del diritto russo ed era riuscito
primo agli esami, il giovane avvocato assorbì allora la dot­
trina marxista. A Samara si mise in cerca delle opere proi­
bite, imparò il Tedesco per leggere gli originali, ottenne
copie in Russo malamente poligrafate o manoscritte, separò
diverse sezioni di libri illegali per assorbirli più facilmente.
Studiò a fondo i due volumi del Capitale di Marx (il terzo
non era stato ancora pubblicato) e si mise ad applicare il suo
metodo analitico al materiale statistico russo. Desse tutti i
rapporti governativi, tutti gli studi economici, tutte le dis­
sertazioni di economisti e sociologi liberali o populisti su
cui potè metter la mano. Durante sei anni silenziosi, pensò,
studiò, interrogò, esaminò, bagnandosi di sapere come una
I2I

spugna, organizzandolo in una mente sistematica quanto uno


schedario di biblioteca, dinamica e parcamente addobbata
quanto una stazione idroelettrica. Durante tutti quegli anni,
ad eccezione dei quaderni d’appunti, degli estratti, dei sunti,
di brevi ed elaborati sommari, non scrisse una parola. Fino
al 1893, durante i suoi ultimi mesi di permanenza a Samara,
non scrisse nulla che fosse destinato ad essere letto da altri.
Il suo primo scritto del quale ci rimanga una traccia è
una « recensione » — essa stessa quasi della dimensione di
un libro — di un’opera sulla questione agraria. Da « recen­
sione », piena di statistiche e scritta per una pubblicazione
giuridica, fu respinta dalla rivista alla quale la sottopose,
forse per la sua lunghezza, forse per l’aspra critica dell’an­
cora prevalente punto di vista populista. Desse l’opera ad
alta voce nel circolo di studi di Samara, dove immediata­
mente stabilì la sua autorità. Una delle due laboriose copie
manoscritte che preparò è giunta fino a noi grazie a quella
indefessa raccoglitrice di manoscritti inediti di celebrità rivo­
luzionarie che fu la polizia segreta zarista. Non fu pubblicata
fino al 1923 e occupa quarantasei pagine fitte in Russo nel
primo volume delle sue Opere complete. Per un primo tenta­
tivo, è straordinariamente matura, rivelando nel suo autore
un maestro nell’applicazione della teoria marxista alle realtà
della vita russa. Aveva ventitré anni quando la scrisse. Da sua
sostanza fu incorporata nel suo Sviluppo del capitalismo in
Russia, scritto mezzo decennio più tardi.
Agli stessi ultimi mesi trascorsi a Samara risale un’altra
opera che fu diffusa in copie manoscritte fra la gioventù
cittadina, ma la polizia non riuscì a conservarcene una copia.
Il suo titolo era Discussione fra un Socialdemocratico e un
Populista. Aveva la forma di un dialogo in cui Vladimiro
ribadiva le discussioni che egli aveva avuto prima con se
stesso e poi con i giovani populisti di Samara. Da scrisse
per chiarire le sue opinioni, per ottenere loro un pubblico
più vasto e per costringere i suoi giovani contraddittori ad
ascoltare fino in fondo senza interrompere. Aveva troppa
fiducia nelle proprie idee, già allora, per tollerare l’interru-
123

zione disordinata e accalorata da parte di coloro che riteneva


meno informati e aventi bisogno di ascoltare e d’imparare
più che di discutere. Doveva ricorrere a questo metodo del
monologo per « risolvere una discussione » parecchie volte
nel corso della sua vita.
Il tema delle due opere era in realtà lo stesso : su un
piano personale, si fondavano sulla rottura dello stesso Vla­
dimiro Ilyic con i Narodniki, su un piano sociale, si fonda­
vano invece sulla polemica che infuriò fra la vecchia e la
nuova generazione di rivoluzionari durante tutto l’ultimo
decennio del secolo. Comunque egli intitolasse le sue opere
future, esse furono virtualmente tutte quante fino alla fine di
quel decennio, compresa la ponderosa opera sullo Sviluppo
del capitalismo in Russia, una lunga « discussione fra un
Socialdemocratico e un Populista ».
Quando Vladimiro Ulyanov si convinse che il proleta­
riato doveva costituire la forza motrice della lotta contro lo
Zarismo e che le città industriali della Russia sarebbero state
il centro direttivo del movimento rivoluzionario, cominciò
ad avere l’impressione di avere esaurito le possibilità di
Samara. Secondo i biografi ufficiali, rimandò la sua partenza
per San Pietroburgo durante due anni, dal 1891 al 1893,
perchè voleva confortare la madre di un nuovo dolore che
l’aveva colpita, la morte della sorella minore Olga.
Da favola che rimase due anni di più sul Volga a con­
fortare la madre concorda male, però, con la concezione della
dedizione al dovere che aveva tratta dal padre. Si addice
meno bene ai fatti della spiegazione più semplice, meno senti­
mentale, della sua lenta maturazione fino al punto in cui
decise di diventare rivoluzionario di professione. Inoltre, solo
cinque mesi dopo la morte della sorella, chiese di nuovo al
governo un passaporto per recarsi all’estero. Qual’era il suo
scopo? Motivi di salute, disse alla polizia; ma egli desiderava
in effetti abbeverarsi di saggezza alla nuova fonte che aveva
appena scoperta : Giorgio Plekhanov e il gruppo Libera­
zione del Lavoro in Svizzera. Il permesso di recarsi all’estero
gli fu negato.
123

Quello ch.e il giovane avvocato aveva in niente negli


ultimi mesi prima di lasciare il Volga, sulle cui rive aveva
trascorso i primi ventitré anni della sua vita, si può dedurre
da reminiscenze dei suoi contemporanei a Samara. « Una
profonda fede nella sua sincerità risplendeva in tutti i suoi
discorsi », scrive Vodovosov, che pure non gli era troppo
amico. « Vladimiro Ilyic era estraneo ad ogni dilettantismo »,
riferisce Semenov, che faceva parte del suo circolo a Samara.
« In sua presenza, ci moderavamo tutti quanti... Una conver­
sazione frivola, un moto indecente erano impossibili in sua
presenza ». E il giovane Samoilov, figlio del pretore liberale
del luogo, narra l’impressione fattagli da Ulyanov, quando
questi fece visita a casa Samoilov:
Quando mi recai a salutare gl’invitati, la mia attenzione fu immediata­
mente attratta da un nuovo personaggio (condotto da Elisarov): a tavola era
seduto con padronanza di se un giovane magrissimo, in cui colpiva il rosso
vivo delle sue guance, dalla fisionomia in un certo senso calmucca, con
baffi e barba radi che non erano apparentemente mai stati ancora a contatto
con le forbici, debolmente ritoccati con una tintura ramata, che guardava la
gente con occhi incavati, vivaci, maliziosi. Parlava poco, ma apparentemente
ciò non derivava da nessuna sensazione di trovarsi a disagio in un ambiente
sconosciuto... Al contrario, mi resi conto improvvisamente del fatto che M. T.
Elisarov, che abitualmente si trovava a suo agio fra di noi, non era proprio
sconvolto per la presenza del nuovo ospite, ma in un certo senso intimidito...
In mezzo alla conversazione, dopo aver fatto una deduzione che a lui sem­
brava particolarmente appropriata, scoppiò improvvisamente in una risata
piccola c rotta, proprio russa. Era chiaro che in lui era appena nato un
pensiero, fecondo, arguto, che era andato cercando precedentemente. Quella
piccola risata, sana e non priva di malizia, sottolineata da piccole rughe,
altrettanto maliziose, agli angoli delle palpebre, mi rimane impressa nella
memoria. Tutti si apprestarono a ridere, ma egli era già composto e ascoltava
di nuovo la conversazione generale, fissando sugli oratori il suo sguardo
attento e leggermente beffardo.

E nelle memorie della Krupskaia leggiamo :


Alcuni compagni mi dissero che un certo Marxista dotto era arrivato
dal Volga. Poi mi portarono un libro di testo che conteneva un articolo
Sui mercati che era trasmesso in giro ai compagni affinchè ciascuno di loro
potesse leggerlo. Il quaderno d’appunti conteneva le opinioni del nostro
Marxista di San Pietroburgo, Pingegncr Herman Krassin e quella del nuovo
venuto dal Volga. Le pagine erano piegate a metà. Da una parte, in uno
scarabocchio confuso, con molte cancellature e aggiunte, vi erano le opinioni
di Krassin. Dall’altra, scritte con cura e senza alterazioni vi erano le note
e le risposte del nostro amico appena arrivato.
Capitolo VI

LA FONTE COMUNE

Nel Marxismo vi è un senso di fatalità, ma anche l’esal­


tazione di una volontà. Ogni volta che la fatalità viene prima
della volontà, sono diffidente.
Kyo Gisors, in « Destino dell’Uomo ».

Fu così che la Krupskaia conobbe il suo futuro marito.


Fu pronta ad ammirare l’uomo non appena ebbe visto il
quaderno d’appunti, ma trascorse un certo numero di mesi
prima che s’incontrasse con lui di persona.
Nadezhda Konstantinovna (i) incontrò Vladimiro Ilyic
nella primavera del 1894, cinque o sei mesi dopo il suo
arrivo nella capitale. Egli aveva ventiquattr’anni e lei
ventisei. S’incontrarono alla festa delle frittelle, tradizionale
festività del Martedì grasso, quando gli Ortodossi si pren­
dono l’ultimo divertimento con cibo e allegria prima di
entrare nei giorni magri, tristi della Quaresima. Quasi tutto
il circolo dei Marxisti di Pietroburgo vi si trovava, tutti
intellettuali perchè non vi era ancora nessun operaio fra quei
rappresentanti del futuro « partito del proletariato ».

(1) Nadezhda Konstantinovna Krupskaia, cioè Nadezhda, figlia di Co­


stantino Krupsky. Dopo il suo matrimonio con Lenin, il suo nome legale
diventò Nadezhda Konstantinovna Ulyanova. Quelli che la conoscevano si
rivolgevano normalmente a lei e si riferivano a lei col suo nome e col
nome patronimico, come Nadezhda Konstantinovna. La sua famiglia diretta
e gli amici più intimi, compreso Lenin, la chiamavano Nadia. Il suo primo
nome clandestino fu un pseudonimo datole da Lenin, quello di Mynoga,
che vuol dire lampreda in Russo. Poi passò al nome di battaglia di Sablina.
Negli ultimi anni fu sempre nota semplicemente come Krupskaia.
I2Ô

L,a festa delle frittelle aveva a malapena l’aria di una


festa di carnevale, quanto bastava per giustificare quella
riunione nel caso la polizia avesse voluto intervenire. Da
tavola era piena dei cibi e delle bibite tradizionali, ma la
solenne e non festiva conversazione si aggirava sulle que­
stioni di (( tattica rivoluzionaria ». Nadezhda Konstantinovna
non poteva distrarre lo sguardo dal nuovo arrivato di Samara.
Quello che vedeva era un giovane serio, con occhietti bur­
leschi e ironici, con una fronte alta, a forma di scatola, pre­
cocemente calva, con un solido personale che stava proprio
allora diventando robusto dopo una fase di magrezza adole­
scente, abbastanza scortese, ma con un’aria tranquilla di
fiducia in sè e di padronanza di sè che aveva già sentita nel
suo quaderno d’appunti.
Vladimiro Ilyic parlava poco c si occupava maggiormente di contem­
plare i presenti. La gente che si autodefiniva marxista stava a disagio dietro
il suo sguardo fisso... Qualcuno diceva — credo che fosse Shevlyagin — che
l’importante era di lavorare nel Comitato per l’Analfabetismo. Vladimiro Ilyic
rideva e in un certo senso il suo riso aveva un suono laconico... « Ebbene,
disse, se qualcuno vuol salvare la patria nel Comitato per l’Analfabetismo,
non glielo impediremo ».

Era lo stesso riso rotto che il giovane Samoilov aveva


notato a Samara; la stessa inconciliabilità che Vodovosov
aveva lamentata durante la carestia. Nadezhda, che tutta la
vita amò i bambini e gli operai incolti e che provava piacere a
insegnar loro e che lavorava ardentemente nel Comitato per
l’Istruzione (era il suo nome preciso) era lieta del suo sdegno.
Sembrava promettere strade più brevi e più grandiose all’ele­
vazione delle masse. Il suo disprezzo verso i loro sforzi pei
irrigare il deserto dell’ignoranza popolare con cucchiaiate
di minestra alfabetica completava l’ammirazione che le aveva
ispirato il suo quaderno d’appunti. I suoi occhietti indagatori,
guardando il materiale umano davanti a sè, debbono avere
osservato l’accordo e l’ammirazione che si rivelavano nel viso
dell’esile ragazza, dai grandi occhi e dal naso schiacciato,
vestita senza cura, coi capelli tagliati corti come un ragazzo,
come andava allora di moda per le donne « emancipate ».
Dopo la festa, egli l’accompagnò a casa lungo le rive della
127

Neva. Quella passeggiata è incantevole; la loro conversa­


zione non la fece sembrare meno incantevole. Ella gli parlò
dei suoi corsi serali e domenicali fra gli operai oltre la porta
di Nevski. Egli le parlò delle sue speranze e dei suoi pro­
getti e della vita e della morte del fratello Alessandro. Era
la prima volta che sentiva parlare della tragedia. Questo fu
l’inizio del loro amoreggiare marxista.

Nadia era una tipica rappresentante déü’intellighentsia


radicale femminile dell’epoca. Entrambi i suoi genitori erano
di casato nobile, ma orfani di famiglie decadute. Suo padre,
Costantino Krupsky era entrato nell’amministrazione civile
dello Stato, era salito fino al grado di Assessore collegiale
ed era stato funzionario provinciale nella Polonia russa.
Laggiù il suo liberalismo assunse la forma di un tentativo di
difesa della popolazione locale contro la brutale politica di
russificazione d’Alessandro III. Furono lanciate contro di
lui delle accuse e fu sospeso dalla carica. Mentre il suo pro­
cesso si trascinò per dieci anni da un tribunale all’altro,
racimolò da vivere il meglio che potè come agente d’assi­
curazioni, impiegato, contabile, ispettore di fabbrica. Alla
fine, le accuse furono respinte per insufficienza di prove.
Dopo la sua morte, la madre e la figlia allargarono la mo­
desta pensione della vedova dando lezioni. In tal modo, Na­
dezhda Konstantinovna, dalle esperienze della sua fanciul­
lezza, aveva tratto la comprensione per i poveri e gli op­
pressi e la passione di far partecipi i diseredati dei beni del
suo intelletto.
Vivevamo piuttosto miseramente, la mamma ed io — scrisse nelle sue
memorie — di ciò che potevamo ottenere affittando camere, copiando
lavori e altre cose del genere. Le lezioni mi portavano via tutto il mio
tempo dalla mattina alla sera, ma tutte queste lezioni erano solo cose occa­
sionali. L’unico lavoro regolare ch’io avessi era una classe serale al Gin­
nasio ma m’impediva di partecipare a riunioni e di lavorare alla scuola
serale, per cui dovetti abbandonarla.

Questa rinuncia alla sua unica fonte di reddito sicuro


per poter dare un’istruzione gratuita agli operai nelle scuole
serali per adulti era tipica dell’abnegazione che la caraffe-
128

rizzava. Questo sentimento del resto era comune tra gli aristo­
cratici decaduti e tra quelli dell’intellighentsia radicale. Alla
tenera età di quattordici anni aveva cominciato ad insegnare.
Per andare « verso il popolo », decise di diventare maestra
in una scuola di villaggio, ma non potè trovare un posto.
« Solo all’età di ventun’anni, scrisse, mi accorsi dell’esi­
stenza di una scienza sociale... Non appena cominciai a capire
la parte che gli operai debbono svolgere nell’emancipazione
dei lavoratori, sentii un desiderio irresistibile di trovarmi fra
gli operai ». Entrò così a far parte del primo circolo marxista
a San Pietroburgo, due anni prima che Ulyanov giungesse
da Samara. Continuò a insegnare agli operai le materie co­
muni nelle scuole serali e domenicali, ma il suo interesse si
spostò sempre maggiormente dalla semplice diffusione della
cultura alle prese di contatto con gl’intellettuali marxisti.
I Comitati contro l’Analfabetismo le biblioteche pub­
bliche e le classi per l’educazione degli adulti furono una
continuazione del movimento V Narod (verso il popolo) dei
decenni precedenti, con quest’importante differenza : che il
« popolo » non era più costituito da contadini ma da operai.
E con l’ulteriore differenza che questi ultimi erano disposti
a ricevere i servizi culturali dell’intellighentsia, perchè ave­
vano una profonda fame e sete di sapere.
Alla fine del 1891, quando la Krupskaia si preparava
ad aderire al suo primo circolo di studi marxisti, vi erano
tre biblioteche pubbliche a San Pietroburgo. I loro frequen­
tatori erano principalmente operai specializzati, artigiani e
studenti poveri. Uomini e donne venivano a piedi da grandi
distanze, dopo lunghe ore di lavoro e pasti serali ingoiati in
fretta; talvolta si addormentavano di fatica su libri che sem­
bravano promettere loro meraviglie inaudite. Ea maggior
parte di loro si era staccata da poco dal villaggio, si era
liberata di recente dall’asservimento all’aria e al clima e
all’antica tradizione collettivista. Ea vecchia sostanza rurale
svaniva, ma anche lo spirito detesta il vuoto. Alcuni, che
effettuavano lavori pesanti, dovevano probabilmente riem­
pire i loro pochi momenti liberi bevendo. Altri, generai-
I

Plekhanov, il maestro di Lenin.


129

mente operai specializzati e artigiani, animali dagli strani


poteri delle macchine cui attendevano, stavano cominciando
ad avere fiducia in nuove leggi della meccanica e dell’ener­
gia, di causa ed effetto, del dominio dell’uomo sulle forze
della natura. Questi si abbeveravano con altrettanta sete
di scienza quanto gli altri di vodka.
Gli alunni della Krupskaia guardavano alla loro devota
maestra con una fiducia illimitata che risplendeva sui loro
visi riconoscenti. Le dicevano tutto. L’operaio solitamente
cupo veniva raggiante con la notizia che gli era nato un
figlio; la ragazza consunta della manifattura tessile portava
il suo fidanzato chiedendo che gli venisse impartita un’istru­
zione prima di sposarlo; un artigiano metodista che aveva
trascorso tutta la vita a cercare Dio le diceva che « solo la
Domenica di Pasqua aveva appreso da Rudakov (un altro
alunno) che non vi era alcun Dio »; un operaio tessile con­
servatore, abituato a esaltare il parroco e lo Zar, sussurrava :
« Attenti a quel tipo scuro laggiù, che gira sempre attorno
alla Gorokhavaya » (i).
Le Domeniche pomeriggio Vladimiro Ilyic andava a
prenderla dopo che le lezioni erano finite e facevano insieme
lunghe passeggiate. Ella gli diceva quello che aveva saputo
sulle condizioni nelle fabbriche e lo stato d’animo e l’aspetto
dei suoi discepoli. Egli l’interrogava minutamente ed esigen­
temente o le parlava talvolta dell’ultimo libro che stava leg­
gendo o del progresso da lui compiuto nel suo pensiero o
nei suoi scritti. « Vladimiro Ilyic s’interessava ai particolari
più minuti delle condizioni e della vita dei lavoratori. Pren­
dendo separatamente i diversi elementi si sforzava di affer­
rare nel suo insieme la vita del lavoratore ». Non era facile
credere che la classe operaia fosse latrice dell’avvenire e al
tempo stesso non farne parte nè avere nessuna reale cono­
scenza del suo modo di vivere. Più tardi, Volodya, come
aveva cominciato a chiamarlo, le dette complessi questionari

(i) Nome della strada dove era situata la direzione della polizia segreta
zarista. Oggi la gente si riferisce nello stesso modo alla Ghepeù o alla
M.V.D. col nome della via Lubianka.

9
130

scritti per guidarla nel raccogliere notizie, le fece condurre


a casa operai fidati per interrogarli, fece sudare uno dei pre­
scelti (come il poveretto raccontò più tardi), tartassandolo di
domande per aver le basi occorrenti a redigere un volantino
da distribuire nella sua fabbrica. Poi Nadia e qualche altra
compagna, travestendosi da operaie, cercavano di far scivo­
lare i volantini malamente poligrafati, stampati lettera per
lettera con la calligrafia di Ulyanov, nelle mani degli operai
mentre cambiavano le squadre. Oppure li lasciavano sui
banchi di lavoro, nei gabinetti, o dovunque addetti allo sta­
bilimento potessero trovarli. Così, con l’aiuto della Krup-
skaia, Ulyanov si avviò verso la lunga strada che tenta di
unire le idee del socialismo con un movimento operaio che
si sviluppa spontaneamente, sforzo che costituì la sua preoc­
cupazione centrale nel successivo quarto di secolo.

I Comitati per l’Istruzione, verso i quali Ulyanov era


stato sprezzante, cominciarono ben presto ad assorbire una
gran parte della sua attenzione. U comitato di San Pietro­
burgo aveva circa mille membri. Nella più retrograda Mosca
ne contava quattrocento. Comprendevano dei Populisti, dei
Marxisti, e tutte le tinte di opinioni democratiche, liberali e
radicali. Istituirono biblioteche pubbliche e sale di lettura,
compilarono bibliografie per l’educazione popolare, insegna­
rono le materie comuni agli analfabeti, pubblicarono libri a
buon mercato per gli operai. I loro fondi provenivano da
donazioni, quote, conferenze, concerti, spettacoli di benefi­
cenza. Durante i due anni della permanenza di Ulyanov a
San Pietroburgo raccolsero la somma non indifferente di
25.000 rubli. Gl’iscritti davano il loro tempo e il loro denaro
senza altro compenso se non quello che derivava loro dalla
speranza di poter così servire il popolo e « redimere » la
Russia. Ulyanov, malgrado il suo disprezzo per la filantropia
culturale, non tardò a giudicare questi comitati una coper­
tura per le proprie attività : era un mezzo di entrare in con­
tatto con gli operai e con i loro insegnanti e di apprendere
ciò che questi operai pensavano veramente; era anche un
I3I

mezzo di reclutare alcuni degl’insegnanti e i loro discepoli


più progrediti nel movimento marxista, di ottenere contatti
sociali con persone abbienti e con Liberali ben disposti.
Così, egli e i suoi compagni « penetrarono » nei comitati e
li trasformarono in una delle prime fra le numerose organiz­
zazioni « paracomuniste » alle quali ci siamo tanto abituati
col movimento comunista. I loro dirigenti e i loro soci più
attivi diventarono i primi « innocenti », « simpatizzanti »,
« compagni di strada » e « angeli ».
La più eminente fra questi « angeli » era la signora
Kalmykova. Era un’amica della Krupskaia e, come lei,
aveva insegnato nelle scuole domenicali del distretto di porta
Nevski. La sua posizione era analoga a quella di Nadezhda
prima che cadesse sotto l’influenza di Vladimiro Ilyic. Donna
ricca e moglie di un alto funzionario della capitale, disprez­
zavaJ l’alta società nella quale la sua ricchezza e la sua posi­
zione le permettevano di entrare.
La signora Kalmykova aprì una libreria e una casa edi­
trice che diventò il principale centro di distribuzione di libri
popolari economici e di letteratura progressiva e, segreta-
mente, anche di letteratura clandestina. Sotto la maschera
della sua rispettabilità ufficiale, i radicali si riunivano a sfo­
gliare i libri o andavano nella retrobottega a tenere riunioni
affrettate. Presto la sua importanza per il movimento clan­
destino divenne tale che assunse un pseudonimo nella sua
corrispondenza, venendo menzionata fra di loro come la
« Zietta ». « Zietta » dava generosamente del suo e racco­
glieva ancor di più fra le sue conoscenze nella società di
Pietroburgo. Anche questo diventò abbastanza importante
da ricevere una designazione cifrata : « la secchia ».
Dopo due brevi anni di penetrazione socialdemocratica,
la polizia, che aveva le sue spie fra i Marxisti, chiuse il Co­
mitato per l’Istruzione. Ancora una volta, come ai tempi del
movimento populista, gli sforzi dcW’ìntclligìbcntsìa di far par­
tecipare le masse al suo patrimonio culturale furono così
bloccati dal governo e ancora una volta alcuni dei più idea­
listi fra gl’intellettuali entrarono in lotta aperta contro il
132

governo. La signora Kalmykova fu una di queste persone.


Nel 1903, quando i Socialdemocratici si scissero in Bolsce-
vichi e Menscevichi, la notizia della scissione l’addolorò
profondamente. Scrisse al suo amico Vladimiro Ilyic, rim­
proverandogli la sua parte di responsabilità, dicendogli
quanto ciò l’avesse accorata e domandandogli che cosa
avrebbe ora dovuto fare con « la secchia », ossia con i fondi
che stava raccogliendo per VIskra, che era stato il periodico
del movimento unito. Lenin le scrisse due lettere in cui
cercò di giustificarsi e di persuaderla a schierarsi dalla sua
parte nella polemica. Malgrado il suo accoramento, rimase
una simpatizzante rivoluzionaria, tornando da un lungo
esilio volontario all’estero dopo la Rivoluzione del 1917.
Fino alla sua morte, nel 1926, continuò a mantenere una
calorosa e amichevole corrispondenza con Lenin e con la
Krupskaia.

Gradualmente, un certo numero di discepoli operai di


Nadezhda furono reclutati per il lavoro clandestino del cir­
colo di studi marxisti, sotto la direzione di Vladimiro Ilyic.
Egli leggeva al suo gruppetto una volgarizzazione del Capi­
tale di Marx, interrompendosi frequentemente per spiegare
il testo, far domande chiarificatrici, dare illustrazioni tratte
da esempi russi. Poi esponeva oralmente, senza note, qualche
idea connessa al testo che stavano studiando, confermandone
l’applicazione a realtà russe. La seconda metà della lunga
serata — quei Russi avevano l’abitudine di far le ore piccole
nello sforzo d’imparare — veniva da lui dedicata a rispondere
alle domande dei suoi uditori e a interrogarli sui loro pro­
blemi e sulle loro condizioni di lavoro.
Egli tentava spesso di provocarci a parlare o ci spingeva a iniziare una
discussione, scriveva l’operaio Babusckin (1), e poi ci stimolava, costringendo
ciascuno di noi a dimostrare all’altro la giustezza della sua posizione su un

(1) Non ci troviamo in questo caso di fronte ad un ricordo abbellito


dalla conoscenza della vittoriosa direzione successiva della rivoluzione da parte
di Lenin, perchè il Babusckin, che fu uno dei primi operai bolscevichi, fu
fucilato dal Generale Rennekampf in Siberia nel 1906, quando fu preso
mentre trasportava armi.
133

determinato argomento. Le nostre conferenze diventavano così molto animate


e interessanti e cominciavamo ad abituarci a parlare in pubblico. Questo modo
di studiare serviva in maniera eccellente da chiarificazione di un determinato
argomento per gli studenti. Tutti noi apprezzavamo moltissimo queste confe­
renze ed eravamo costantemente deliziati dalla capacità d’intelletto del nostro
conferenziere, dicendo sempre per scherzo fra di noi che era un eccesso di
cervello che aveva fatto cadere i suoi capelli. Contemporaneamente, queste
conferenze ci allenavano a svolgere un lavoro indipendente c a trovare del
materiale. Il conferenziere ci consegnava elenchi di domande che richiedevano
da parte nostra una rigorosa conoscenza e osservazione della vita nella fab­
brica e nello stabilimento.

Questi circoli di studi marxisti erano anche largamente


frequentati da intellettuali. I lavoratori che vi andavano
erano pochi davvero, ma per Ulyanov questi pochi soci erano
veramente preziosi. Figli pensava che erano « i futuri Bebel »
che dovevano dirigere la classe operaia russa, l’adempimento
della speranza che egli espresse quello stesso anno in uno
dei suoi quaderni d’appunti distribuiti illegalmente :
« La funzione dell’intellighentsia consiste nel rendere
inutili i dirigenti speciali tratti dall’intellighentsia ».
L’avvenire della Russia sarebbe in larga misura dipeso
dall’attuazione o meno di questo scopo e dalla misura in
cui si sarebbe attuato.
La grande opera di Ulyanov dell’anno 1894 s’intitolò :
Che cosa sono gli Amici del Popolo e come combattono contro
i Socialdemocratici ? e recava il sottotitolo : Risposta agli arti­
coli apparsi sul « Russkoye Bogatsvo » contro i Marxisti (i)i
Fu distribuita sotto la forma di tre grossi quaderni gialli
scritti con cura, il primo dei quali fu da lui letto ad alta
voce nel circolo marxista di cui era socio. I quaderni misero
in subbuglio il microcosmo marxista e furono presto poli­
grafati e passati di mano in mano anonimamente sotto il
nome di « Libretti Gialli ». In verità, erano lungi dall’essere
libretti; solo la prima e la terza parte ci sono giunte ma
queste occupano 170 pagine delle Opere complete di Lenin.
Si può immaginare l’attività, intellettuale, statistica e fisica,

(1) Russ\oye Bogatsvo, « Ricchezza russa », era la principale rivista di


economia e sociologia dell’epoca. Il suo direttore, N. K. Mikhailovsky
(1842-1904), veterano del Populismo e suo eminentè esponente teoretico, aveva
proprio allora aperto una crociata ideologica contro il Marxismo.
134

svolta da Lenin per scrivere tutto ciò con la sua nitida,


sottile calligrafia in quaderni manoscritti e poi, da capo, let­
tera per lettera, secondo l’alfabeto stampato, sui fogli poli­
grafati. In quest’opera egli si dimostrò guerriero della penna,
se mai ve ne fu uno! « Quanto eravamo fieri, scrisse l’im-
gegner Krzhizhanovski (i), che un uomo simile marciasse
nei nostri ranghi ! ».
Quest’opera, che costituisce il primo dei volumi pub­
blicati di Lenin — ovvero di Ulyanov perchè l’individuo
Lenin non esisteva ancora — è un’opera di piena maturità.
In essa si trovano la sua padronanza del Marxismo, la sua
capacità di muoversi comodamente in mezzo ad un groviglio
di statistiche e di distinguere i lineamenti della struttura
basilare della realtà russa senza ignorare i numerosi parti­
colari che accrescevano la difficoltà. Vi si trova una certa
freschezza giovanile, un pochino d’impeto, perfino un tocco
leggerissimo di sogno. Vi sono pure, in germe, parecchie
delle future deficienze e debolezze di Lenin, ma fioriscono
in pieno tutte le sue capacità e le sue fonti di potenza.
Non intimorito dal soverchiante prestigio del venerando
Mikhailovsky e dei suoi eminenti amici, questo « giovane
presuntuoso » studia e confuta le loro obbiezioni al Mar­
xismo, rettifica con caustica ironia la loro deformazione
delle opinioni e degli scopi dei Socialdemocratici, fa a pezzi
le concezioni teoretiche e le proposte pratiche populiste. Alla
loro genericità e sentimentalità egli contrappone la sua ri­
gorosa precisione, alle loro idilliche illusioni la sua disadorna
descrizione dei fatti; definisce con cura i problemi di cui
stanno discutendo. Dedica intere pagine a noiosi argumenta
ad hominem; ma subito dopo, in un numero non superiore
di pagine, mette a nudo la struttura scheletrica di quella
vasta costruzione architettonica che è il Capitale di Marx
e risponde facilmente alle obbiezioni che hanno costituito
e costituiscono tuttora una gran parte del patrimonio dei
critici di professione di Marx.

(i) La zh che ricorre due volte in questo nome così difficile per noi da
pronunciare, si pronuncia come la / francese.
135

Come indica lo strano titolo, non vi è preoccupazione di


» ornamento. Lo stile è severamente logico, con un’austera
attrattiva laddove sono esposte le grandi generalizzazioni;
è didattico, per le ripetizioni da maestro di scuola, dove le
idee vanno martellate, applicate agli esempi, esempi svolti
e ripetuti continuamente con ritocchi solo leggeri. È irritato
e aggressivo o divertito e sprezzante, laddove coglie il suo
eminente avversario in indegni artifici polemici. Ogni tanto
si lascia andare a un momento di gran buon umore, come
quello di un muzhik che ride davanti alle parole e alle pretese
fatte fallire della borghesia di campagna :
Si, signor Mikhailovsky, qualsiasi idea sarà troppo generale se comin-
cerete coH’estrarne tutte le interiora come se fosse un’aringa affumicata e
poi vi trastullerete con la pelle...
Il cagnolino dev’essere veramente molto forte se abbaia contro l’elefante...
Si sente apparentemente molto a suo agio in questa posizione non ecces­
sivamente pulita: vi si accomoda pavoneggiandosi e inzaccherando di fango
tutto ciò che ha intorno...
Gl’ingenui tentativi di spingere l’intellighentsia borghese a vergognarsi
di essere borghese mi ricordano il giudizio della forca che il tribunale con­
dannò ad essere gettata nell’acqua...
Stanno tentando di progettare delle disposizioni per cui i lupi potranno
divorarsi fra di loro e gli agnelli rimarranno illesi...

Questi sono i semplici e familiari ornamenti di stile con


cui il giovane combattente deliziò i suoi compagni, sebbene
i più giudiziosi fra di loro fossero maggiormente attratti
dall’austero rigore dei lineamenti principali dell’opera e dalla
perfezione con cui il lavoro fu compiuto. Vladimiro Ilyic
aveva ventiquattr’anni quando s’impegnò in tal modo in
mortai tenzone contro il grande e vecchio pubblicista che
per oltre vent’anni aveva dominato il pensiero progressivo.
Anche Plekhanov aveva adoperato il suo intelletto da
spadaccino in un duello con Mikhailovsky, ma si era accon­
tentato di poche stoccate che avevano fatto zampillare il
sangue e che avevano dimostrato la sua superiorità come
spadaccino. Ulyanov preferì invece mettersi all’opera per
demolire sistematicamente l’intera struttura del pensiero po­
pulista. Prima di dargli il colpo di grazia, sembra servirsi
della scure, del martello, della sega, del cesello, della pialla,
136

della lima, della carta vetrata e di ogni altro strumento esi­


stente. Plekhanov era troppo un aristocratico dell’intelletto
e troppo uno stilista per gustare il compito di entrare nei
particolari dopo tutte le trivialità e le assurdità del suo av­
versario. Non era così Ulyanov.
« Giorgio [Plekhanov] è un veltro, doveva dire più
tardi a Lenin Vera Zasulic. Egli scuote e riscuote il suo av­
versario e poi lascia andare. Voi siete invece un alano;
avete un morso mortale ».
« Un morso mortale, eh? », le ripeteva con evidente
compiacimento.

La guerra intellettuale fra Marxisti e Populisti (Narod-


niki) fu realmente una battaglia fra due tipi diversi di socia­
lismo. Il Populismo era quello più vecchio e più indigeno,
essendo nato dal movimento « Verso il Popolo » (E Narod)
àeìl’intellighentsia russa. Era il tipo di socialismo indigeno
proprio alla Russia : un socialismo umanitario, agrario, che
pronunciava con rispetto la sacra parola : popolo, intendendo
con essa non solo i lavoratori della città ma la vasta mag­
gioranza del popolo russo, i muzhik. Aveva preceduto il
Marxismo di parecchi decenni. I suoi dirigenti avevano tra­
dotto e avevano contribuito a volgarizzare le opere di Marx,
le rispettavano come una poderosa critica scientifica del
capitalismo occidentale, che però continuava a rimanere una
importazione dall’Occidente, non interamente applicabile alla
Russia non capitalistica.
Pili di quanto ognuno dei due contendenti lo immagi­
nasse, si completavano a vicenda, anziché essere dei rivali
inconciliabili, poiché i Populisti facevano leva sulle masse
rurali, mentre i Socialdemocratici facevano leva su quelle
urbane. Non avrebbe potuto mai esservi una trasformazione
veramente democratica della Russia senza l’unità delle forze
di queste due classi in una reciproca e paritetica associazione
e senza che nessuna delle due s’imponesse all’altra. Siccome
nè i contadini nè gli operai erano ancora entrati in agitazione
in risposta alle sollecitazioni e alle implorazioni lanciate loro
137

dall’intellighentsia rivoluzionaria, la lotta effettiva si svol­


geva non già fra queste due classi, ma fra due ristretti gruppi
di intellettuali che combattevano per il controllo esclusivo
dell’anima dell’intellighentsia russa, il primo tentando di
attrarne l’attenzione sulla classe operaia, l’altro sui contadini.
Gli alti e bassi delle due tendenze coincisero quindi diretta-
mente col ■grado d’agitazione esistente in città e in campagna.
Quando i contadini abbattevano le foreste, bruciavano i ca­
stelli, cacciavano via i proprietari fondiari o le autorità locali,
come avevano fatto nel decennio che aveva preceduto e in
quello che aveva seguito l’Emancipazione del 1861, la spe­
ranza riposta dall’intellighentsia nei contadini si era accesa
fortemente e il movimento populista era diventato attivo e
rivoluzionario. Ma da tre decenni, ormai, la campagna era
stata ostinatamente silenziosa. Era stata la disperazione de­
rivante da quella passività, ancor più della brutalità del go­
verno, che aveva spinto i Narodniki a tentare il terrorismo
individuale. E, ancor più delle incursioni della polizia, era
stata la stessa disperazione che aveva spento la fiamma delia
Narodnaya Volya attorno al 1880. Ciò che era rimasto del
Populismo era diventato astratto e debole ed accademica­
mente rispettabile.
Proprio in quell’epoca vi fu la prima grande ondata di
scioperi industriali della fine del secolo, facendo rivolgere
l’attenzione sempre piena di speranze dell’intellighentsia
russa verso le città e la classe operaia urbana. E’eccitazione
determinata dalla grande ondata scioperistica fu la forza
emotiva che dette la vittoria agli argomenti teorici di Ple­
khanov e dei suoi discepoli, facendo rivolgere l’attenzione
dell’intera giovane generazione, alla quale apparteneva Ulya­
nov, verso il Marxismo e la Socialdemocrazia. Con tipico
fanatismo russo, escluse dal suo pensiero i contadini come
forza motrice della rivoluzione.
Al principio del secolo ventesimo, però, la campagna
si doveva svegliare un’altra volta. Allora, il movimento po­
pulista tante volte sbaragliato doveva rinascere dalle ceneri,
come l’Araba Fenice, come Partito Socialrivoluzionario.
138

Doveva continuare ad accrescere la propria influenza fino a


quando, nel 1917, i suoi candidati all’Assemblea Costituente
non ottennero 21 milioni di voti contro i 9 milioni dei Bol-
scevichi, anzi un numero di voti molto maggiore dei voti
dei Socialdemocratici bolscevichi e menscevichi messi
assieme.
Fu il carattere dottrinario, settario della polemica russa
che trasformò questi due gruppi, che avrebbero potuto es­
sere alleati, in acerrimi nemici. Da loro disputa teoretica
volgeva attorno a questo problema : deve la Russia seguire
il corso seguito dalle nazioni dell’Europa occidentale, dal
feudalesimo al capitalismo e quindi al socialismo? O non
potrebbe la Russia seguire un’altra strada : dal feudalesimo,
per un « cammino non capitalista », direttamente al socia­
lismo postcapitalista?
Per rispondere a questa domanda era necessario sapere
quanto sarebbe durato lo Zarismo. Ancor più importante era
la necessità di valutare il carattere dello spirito contadino e
di giudicare la natura e le prospettive di quel tipico istituto
russo che è il villaggio collettivizzato o mir. I Narodniki
sostenevano che il villaggio collettivizzato aveva un carattere
e una psicologia « primitivamente socialisti », che conculcava
ai suoi membri lo spirito di ridistribuzione continua della
proprietà, di uguaglianza e di fratellanza, di collettivi­
smo e di sentimento di solidarietà di gruppo. Da mentalità
contadina, sostenevano, era quindi naturalmente od inge­
nuamente socialista e ben preparata — anzi meglio della
mentalità del proletariato occidentale — ad afferrare le idee e
lo spirito del socialismo. Sul mir di villaggio o sull’ideologia
da esso, generata i Narodniki fondavano le loro speranze che
la Russia potesse evitare le sofferenze del capitalismo e che,
scuotendosi di dosso i residui di feudalesimo e d’assolutismo,
potesse edificare una Russia libera e socialista. Vi era forse
una « legge ferrea » che decretava che la Russia dovesse
adottare un capitalismo che già manifestava i propri svan­
taggi nel mondo occidentale? O non poteva la Santa Russia
— vecchio sogno messianico — da ultima diventare prima,
139

capeggiando il mondo intero e mostrandogli il modo di


uscire dal capitalismo occidentale per entrare in un ordine
migliore e più umano?
A queste considerazioni teoretiche, i Marxisti russi ri­
spondevano innalzando a proprio vessillo il nome di Marx.
Si richiamavano agli schemi del Capitale di Marx, che, a
loro avviso, « aveva dimostrato scientificamente » che tutti
i paesi debbono « inevitabilmente » passare per le varie fasi
che, dal feudalesimo, attraverso il capitalismo, portano al
socialismo. Inoltre, non si stava già sviluppando a passi da
gigante il capitalismo industriale in Russia? Non era il mir
di villaggio condannato? Non stava già allora disintegrandosi
in un « villaggio capitalistico », esprimendo due nuove classi
sociali, un « proletariato » di villaggio senza terra e una
classe di contadini ricchi, di « fattori capitalisti » o di « bor­
ghesia di villaggio »? Questa era tutta l’argomentazione
polemica della prima importante opera teorica del giovane
Ulyanov, il suo monumentale Sviluppo del Capitalismo in
Russia. La sua analisi delle reali tendenze statistiche dello
sviluppo economico della Russia, indagine che doveva presto
valergli l’ammirazione di tutti i Marxisti russi, tendeva a
dimostrare che la Russia stava già facendo passi da gigante
lungo il cammino del capitalismo, nell’agricoltura, nell’in­
dustria e nel commercio.
Ma ciò che superava tutto il resto per importanza, se­
condo Uenin e i suoi amici politici, era il fatto che la men­
talità del contadino russo non era affatto « ingenuamente
socialista », ma « ingenuamente borghese », o meglio « pic­
colo borghese », perchè era la mentalità di un piccolo pro­
prietario in potenza. Erano questa sfiducia e quest’inconsa-
pevole antagonismo verso la maggioranza contadina della
nazione russa che avrebbero finito per isterilire ogni rivendi­
cazione marxista della democrazia, poiché, come è concepibile
la democrazia dove non vi è fiducia nella maggioranza di
quelli che costituiscono la nazione?
I Marxisti russi unirono così alla loro caratteristica
assolutezza e al loro tipico senso di rinuncia dei fatti sta-
140

tistici, la logica teoretica, e il carattere, per rispondere alla


importantissima domanda riguardante il destino della Russia.
Si, dissero, la Russia è fatalmente e inevitabilmente destinata
a passare per la valle dell’ombra del capitalismo nel suo
cammino verso le vette del socialismo! Inoltre, siffatto ca­
pitalismo costituirà un passo in avanti nella marcia della
Russia, uno sviluppo « progressivo », tanto perchè eleverà
il potenziale produttivo della nazione, quanto perchè creerà
una classe operaia o un proletariato industriale, che è il
solo elemento in cui si possa avere fiducia e sul quale si
possa fare affidamento per sviluppare un’ideologia socialista.

È interessante rilevare che questa concezione di quelli


che si chiamavano Marxisti o Socialdemocratici russi non
era necessariamente l’opinione dello stesso Carlo Marx ri­
guardante 1’« inevitabile cammino » della Russia. Al con­
trario, se avesse dovuto assumersi le proprie responsabilità
come Russo, in mezzo alla controversia russa, senza l’aureola
di autorità che circondava il suo nome, avrebbe anche potuto
essere condannato dai suoi discepoli russi come Marxista
indifferente e vacillante, se non peggio. Negli ultimi anni
della sua vita, cominciò a studiare la diffìcile lingua russa,
principalmente col proposito di cercare la luce su questo
specifico argomento teoretico e non potè mai riuscire a orien­
tarsi in modo deciso circa la strada, fra le due, che la Russia
avrebbe con maggiore probabilità seguito. Nel 1877, aveva
scritto a una rivista russa (Note sulla Patria) una lettera nella
quale diceva che la Russia aveva « la migliore occasione che
la storia abbia mai offerta a un popolo di sfuggire a tutte
le catastrofi del capitalismo ». Nel 1881, solo due anni prima
di morire, aveva scritto a Vera Zasulic, compagna di
Plekhanov :
L’analisi contenuta in Das Kapital non offre argomenti nè a favore
nè contro la vitalità della collettività rurale (z»/r), ma lo studio speciale che
ne ho fatto... mi ha convinto che questa collettività è il punto d’appoggio
per la rigenerazione sociale della Russia. Sarebbe però necessario, onde
potesse adempiere questa funzione, cominciare col sopprimere le deleterie
influenze che stanno contaminandolo da ogni parte e assicurargli quindi le
condizioni normali di uno sviluppo spontaneo.
E un anno dopo, quando Vera Zasulic chiese a lui e
ad Engels di preparare un'introduzione alla sua nuova tra­
duzione russa del Manifesto comunista, scrissero :

la Russia, accanto al sistema capitalistico (che sta sviluppandosi con


rapidità febbrile) e accanto al sistema borghese della proprietà della terra
(che si trova nelle sue prime fasi di sviluppo), più di metà della terra è pro­
prietà collettiva dei contadini. Il quesito al quale dobbiamo rispondere è
questo: potranno le collettività contadine russe (forma primitiva di proprietà
collettiva che si trova già sul gradino più basso) trasformarsi nella forma supe­
riore della proprietà comunista della terra, o dovranno passare attraverso lo
stesso processo di decadenza al quale abbiamo assistito nel corso dell’evolu­
zione storica dell’Occidente ?
Vi è una sola risposta possibile, a questo quesito. Se la rivoluzione russa
dà il segnale di una rivoluzione dei lavoratori nell’Occidente, in modo che
l’una diventi complementare dell’altra, allora la forma prevalente di proprietà
collettiva della terra in Russia potrà servire da punto di partenza ad una
linea di sviluppo comunista.

Tutti questi passi si avvicinano almeno altrettanto alle


speranze dei Narodniki russi quanto alla solenne affermazione
riguardante 1’« inevitabile cammino » della Russia fatta da
quelli che si autodefinivano Marxisti e che invocavano il
nome di Marx. Dieci anni dopo la morte di quest’ultimo,
nel 1893, il suo amico Engels rifiutò seccamente di concedere
« opinioni autorevoli » su queste dispute russe :
Se avete seguito gli scritti degli esuli russi durante gli ultimi dieci anni,
sapete anche voi come i diversi gruppi interpretano fra di loro i passi tratti
dagli scritti e dalle lettere di Marx nei modi più contraddittori, come se
fossero testi classici o del Nuovo Testamento. E tutto quello che potrei dire
sull’argomento che mi proponete sarebbe probabilmente adoperato in modo
analogo, se gli venisse prestata qualche attenzione (Lettera a I. A. Hourwic).

Va rilevato che dal momento in cui furono edotti per


la prima volta del movimento rivoluzionario in Russia fino
al giorno della loro rispettiva morte, Marx ed Engels so­
stennero che il terrorismo rivoluzionario aveva una speciale
giustificazione in Russia e che tanto il movimento populista
quanto quello socialdemocratico (Plekhanovista) avevano il
diritto di essere riguardati come espressioni legittime delle
esigenze della rivoluzione in Russia. Quando Plekhanov
pubblicò la sua opera Le nostre differenze, Engels gli scrisse
142

per esprimergli la sua approvazione circa il contenuto del


libro, ma anche la sua avversione per gli attacchi intolleranti
contro l’ala rivoluzionaria dei Populisti, « l’unica gente che
stia facendo qualcosa in Russia in questo momento ». E a
Vera Zasulic spiegò che era privo d’importanza il sapere
quale setta avrebbe potuto scatenare una rivoluzione per
l’attuazione della quale esisteva ogni condizione, materiale
e psicologica. Egli aveva piacere che i Marxisti accettassero
tanta parte della dottrina sua e di Marx, ma non smise mai
di disapprovare il fatto che relegassero i coraggiosi e rivo­
luzionari Narodniki nel lago di fuoco e di zolfo « con gli
altri reazionari ». Era possibile che i Populisti fossero pro­
pensi a credere a qualche favola circa l’avvenire della Russia,
ma erano superiori ai Socialdemocratici nella loro attività
positiva e nella loro consapevolezza dell’importanza della
questione agraria e della vasta popolazione contadina
Nella primavera del 1892, Engels predispose effettiva­
mente un incontro a casa sua, a Rondra, fra i capi dei due
gruppi di esuli socialisti russi, allo scopo di unire i Populisti
e quelli che si autodesignavano Marxisti in un unico partito.
Ma, sia per l’ardore del temperamento russo nella polemica,
sia per il timore di Engels d’intervenire in modo dittatoriale,
il progetto fallì. A Engels sembrò però che era fallito soltanto
perchè quei settari vivevano nell’amara « notte dell’esilio »,
isolati da un movimento di massa. La sua ultima parola sulla
questione russa fu quindi un appello cortesemente urgente
per l’unificazione dei Marxisti russi e dei Populisti russi, o,
come dovevano chiamarsi più tardi essi stessi, i Socialdemo­
cratici e i Socialrivoluzionari. Ma, dopo la sua morte, il suo
nome e quello di Marx furono usati come una lancia e una
fiamma per colpire i Socialrivoluzionari. Solo nel 1914, il
vecchio maestro di Lenin, Plekhanov, accettò finalmente
l’idea dell’unificazione dei due gruppi in un solo movimento.
Ma allora era troppo tardi, perchè le divergenze avevano
assunto un’enorme importanza organizzativa e sentimentale.
In quanto allo stesso Lenin, egli non avrebbe avuto parte
a tale unità.
143

Tanto i Populisti quanto i Marxisti russi, allora, avevano


un atteggiamento critico verso il capitalismo, ma con una
differenza fondamentale. I Populisti speravano che le sue
« leggi spietate » potessero essere evitate alla Russia. « Non
abbiamo ancora visto nulla di buono nel capitalismo occi­
dentale », scrisse Mikhailovsky. Ma i Marxisti non solo
prevedevano che la Russia si sarebbe sviluppata secondo
una via capitalista, ma consideravano addirittura tale svi­
luppo come uno sviluppo « progressista ».
<( Obbiettivamente » voi siete realmente dei difensori del
capitalismo, accusavano i Populisti, ho definite progressista,
vi entusiasmate di fronte ad ogni passo compiuto dalla sua
infiltrazione in Russia, celebrate i suoi crudeli trionfi. Ne
avete bisogno per poter avere il vostro proletariato e non
sembrate curarvi se ciò implichi la distruzione del mir di
villaggio, l’espropriazione dei contadini, la loro rovina e
la loro proletarizzazione.
« Obbiettivamente » voi non siete affatto socialisti, ri­
spondevano i Socialdemocratici. Voi esaltate l’arretratezza
della Russia. Nascondete a voi stessi il fatto che il capitalismo
si è già instaurato e che sta rovinando il mir e scavando il
solco delle differenze di classe in campagna. Voi fondate
il vostro programma sulle esigenze reali o immaginarie dei
contadini, che non sono socialisti ma piccoli borghesi. Voi
volete difendere il piccolo produttore contro l’espropriazione.
Obbiettivamente voi siete il partito della democrazia piccolo
borghese e niente affatto un partito socialista.
I Socialisti dovrebbero rompere in modo deciso e definitiva con tutte
le idee e le teorie piccolo borghesi: questo è Vinsegnamento più importante
e più utile — è la conclusione politica di Lenin nella catena di ragionamenti
che siamo andati delineando. Vi chiedo pure di osservare che sto parlando
della necessità di una rottura con le idee piccolo borghesi del socialismo.
Le idee piccolo borghesi che ho esaminato sono incondizionatamente reazio­
narie nella misura in cui si mascherano da teorie socialiste.
Ma se ci rendiamo conto che non vi è realmente il minimo frammento
di socialismo in esse, che realmente tutte queste teorie riflettono e rappre­
sentano l’interesse della piccola borghesia, allora dobbiamo avere un altro
atteggiamento verso di loro. Allora dobbiamo porci il quesito: Quale atteg­
giamento deve assumere la classe operaia verso la piccola borghesia e il
suo programma?...
144

Questa classe è progressista nella misura in cui presenta delle rivendi­


cazioni democratiche generali, ossia nella misura in cui combatte ogni residuo
di medievalismo e di servitù. È reazionaria nella misura in cui combatte
per la conservazione della sua posizione come piccola borghesia, cercando di
trattenere, perfino di fare arretrare, lo sviluppo generale del paese in dire­
zione del capitalismo. Questi due aspetti del programma della piccola bor­
ghesia si dovrebbero nettamente distinguere l’uno dall’altro e, mentre dob­
biamo negare qualsiasi carattere socialista a queste teorie e combattere contro i
loro aspetti reazionari, non dobbiamo dimenticare il loro aspetto democra­
tico... Il ripudio da parte dei Marxisti di queste teorie piccolo borghesi non
esclude minimamente la democrazia dal loro programma [dei Marxisti].
(Lenin, Opere complete, 3a ed. russa, vol. I, pp. 183-4. Il corsivo, come nel
resto di questo libro, si trova nell’originale).

Ulyanov asserisce così che egli non vuole distruggere


affatto i Populisti, ma solo rimetterli al loro giusto posto e
costringerli a riconoscere che essi « non sono un partito so­
cialista, ma un partito democratico piccolo borghese ». Essi
criticano il Marxismo russo come egli l’intende, e perciò
li confuta. Essi si autodefiniscono socialisti, e perciò li sma­
schera. Essi ritengono erroneamente che il contadino sia
« ingenuamente socialista », egli dichiara che il contadino è
un « ingenuo piccolo borghese ». Essi si permettono di in­
cludere la classe operaia nella loro definizione generale,
narod, « il popolo », quindi li combatte perchè solo la So­
cialdemocrazia dovrebbe avere il diritto di rivolgersi al pro­
letariato. Qualsiasi altro partito cercasse di varcare i limiti
in quel demanio esclusivo dovrebbe essere spietatamente de­
nunciato e cacciato con la forza come intruso. Tuttavia,
siccome anche la classe operaia ha bisogno delle libertà de­
mocratiche per i suoi scopi, gli piacerebbe avere un’alleanza
con i Narodniki (non appena siano stati rimessi al loro giusto
posto), un’alleanza in una lotta comune per la democrazia.

I Socialdemocratici considerano naturalmente la creazione di un simile


partito democratico un utile passo avanti e la nostra attività contro il Popu­
lismo mira a contribuire a ciò, a contribuire al superamento di tutti i pre­
giudizi e di tutti i miti, alla riunione di tutti i Socialisti sotto la bandiera
del Marxismo e alla fondazione di un partito democratico da parte dei gruppi
rimanenti... [È] diretto compito della classe operaia separarsi da questo mo­
vimento democratico generico allo scopo di organizzare un proprio partito
socialista operaio... e quindi di combattere fianco a fianco con la democrazia
radicale contro l’assoliutismo e le caste reazionarie.
Tav. 4

Noah Jordania, uno dei maestri di Stalin.


145

Tutti i Marxisti di Pietroburgo applaudirono la polemica


del giovane Marxista del Volga. Presto, i giovani e le giovani
della generazione di Vladimiro e alcuni che erano conside­
revolmente più vecchi cominciarono a riferirsi a questo gio­
vane calvo di ventiquattr’anni come allo Starili, « il Vec­
chio ». Cominciarono a considerarlo un primus inter pares,
uno dei primi in una società di uguali (non vi era il culto
di un capo infallibile a quei tempi) e l’ombra che proiettava
si estese lentamente ad altre parti della Russia. Non vi era
ancora segno delle divergenze che avrebbero un giorno diviso
i Socialdemocratici stessi in fazioni rabbiose e ostili. Tutti
erano d’accordo di disputare ai Narodniki la direzione dei
lavoratori, che in pratica significava nient’altro che disputare
la direzione dell’intellighentsia rivoluzionaria in modo suf­
ficiente da dirigerne l’attenzione dai contadini alla classe
operaia.
Il movimento « socialista contadino » non finì con la
polemica degli anni attorno al 1890. La polizia aveva pensato
di averlo liquidato quando aveva distrutto la Narodnaya
Volya nel 1883. Ora i Marxisti avevano sconfitto la sua
ombra attenuata attorno al 1890 in dispute teoretiche. Con­
vinta dalla quiete prolungata in campagna, dai passi da gi­
gante che l’industria russa stava facendo nelle città e dalla
prima grande ondata di scioperi operai, l’intera nuova ge­
nerazione si lasciò persuadere dagli argomenti dei Marxisti.
Ma proprio allora, al principio del secolo ventesimo, i con­
tadini cominciarono ad agitarsi di nuovo : sommosse, incendi
di castelli, tafferugli con funzionari e con la polizia; e il
fantasma del socialismo contadino risorse dalle sue ceneri,
più potente che mai, sotto la forma del Partito Socialrivo­
luzionario (fondato nel 1903). Durante tutti i primi vent’auni
del nuovo secolo — fino al 1917 — continuò la lotta fra i
Socialdemocratici « occidentalizzati » e i Socialrivoluzionari
« slavofili ». Poi, improvvisamente, gli stessi problemi as­
sunsero forme nuove, ed inattese, come per esempio un con­
flitto fra le due correnti dei Socialdemocratici marxisti : i
Bolscevichi e i Menscevichi, Anche il Partito .Socialrivolù-

10
146

zionario si scisse nell’anno 19x7, la corrente più vasta al­


leandosi con i Menscevichi e quella più ristretta con i Social-
democratici bolscevichi.
Che cos’era, infatti, la teoria che giustificava la con­
quista del potere da parte di Lenin nel novembre 1917 se
non una nuova versione della teoria che la Russia (se aiutata
da rivoluzioni anticipate in Occidente) avrebbe potuto saltare
il capitalismo e seguire una via particolare non capitalista
verso l’industrializzazione e il socialismo? Anche il mir col­
lettivizzato di villaggio sussisteva ancora per edificarvi sopra;
il suo « ingenuo socialismo contadino », la sua primitiva
ideologia collettivista e corporativa, furono adoperati dai
Bolscevichi con vantaggio. Il mir non si era disgregato così
presto come i Marxisti avevano previsto perchè le sue antiche
radici erano troppo profonde nel suolo russo e perchè lo
stesso governo zarista lo aveva mantenuto in vita, giudi­
candolo un organismo adatto ai fini di una responsabilità
collettiva in materia fiscale.
Se i Narodniki avevano sottovalutato l’importanza cre­
scente del proletariato, i Marxisti — tratti in inganno da
tre decenni d’infelice tranquillità nelle campagne — avevano
sottovalutato il potenziale rivoluzionario che si stava ancora
una volta accumulando nel villaggio russo. Ma Lenin, quasi
unico fra i Socialdemocratici, doveva correggere questa sot­
tovalutazione abbastanza presto e abbastanza completamente
da utilizzare il malcontento contadino nel 1917 ai propri fini.
Nella polemica di cui siamo andati discutendo, Ulyanov
assicurava ai Narodniki che come « socialisti contadini » essi
erano realmente solo dei democratici piccolo borghesi. Le loro
opinioni, egli diceva loro, « portavano obbiettivamente » al
capitalismo democratico e non appena questo si fosse attuato
queste stesse opinioni li « avrebbero inevitabilmente co­
stretti » a diventare degli avversari del socialismo. Questo
veniva detto a uomini che simpatizzavano con la sorte di
tutti gli oppressi e gli sfruttati. A uomini che amavano la
libertà, detestavano la tirannide e la schiavitù, abbomina-
vano ogni forma di sfruttamento, non esclusa la forma capi-
147

talistica alla quale, secondo Ulyanov, la loro opinione


« portava obiettivamente ». Impetuosamente, Ulyanov di­
chiarava di poter scontare i loro « desideri soggettivi », di
possedere una scienza infallibile che gli consentiva di pre­
vedere in che direzione i loro desideri « portassero ob­
biettivamente ».
Ma lo scontare i desideri soggettivi è uno strano modo
di comprendere un processo storico che è prima di tutto
uno scontro di desideri soggettivi, un conflitto di volontà.
Ed è uno scontro in cui nessuna volontà di un singolo uomo
0 di un singolo gruppo prevale mai completamente, per
quanto quell’uomo o quel gruppo siano grandi, e per quanto
siano sicuri che la loro volontà, si fonda sull’analisi più
scientifica delle vie possibili o inevitabili della storia.
« Quelli che immaginavano di aver fatto una rivolu­
zione — scrisse una volta Engels a Vera Zasulic — si accor­
gevano sempre il giorno dopo di non sapere quello che
avevano fatto, e che la rivoluzione che avevano fatto non
rassomigliava affatto a quella che avevano voluto fare ».
Supponiamo che Eenin possa voltarsi e guardare ora
la carriera successiva dei Narodniki e dei loro successori,
1 Socialrivoluzionari. A dire il vero, egli potrebbe far rilevare
che dalle loro file era uscito un certo numero di persone
che aveva fatto la pace col capitalismo. Ma anche le file dei
Marxisti generarono uomini simili con altrettanta profusione.
Ciò che non avrebbe mai potuto prevedere attorno al 1890
è il fatto straordinario che nel 1917 avrebbe ritenuto neces­
sario di abbandonare la compagnia di tutti gli altri raggrup­
pamenti marxisti, per formare invece un governo di coali­
zione precisamente con la corrente dissidente di questi « ri­
voluzionari contadini piccolo borghesi », il Partito social­
rivoluzionario di sinistra ! E chiaro che tanto nel campo
marxista quanto in quello socialista contadino, l’intenzione
soggettiva, il desiderio e la volontà soggettivi, in breve il
temperamento rivoluzionario si sarebbero dimostrati molto
più importanti delle formule astratte. E le formule effettive,
sulla base delle quali Eenin doveva operare, avrebbero finito
148

per essere una tipica fusione di elementi del Populismo e del


Marxismo russo, mentre lo stesso Bolscevismo avrebbe as­
sunto l’aspetto di un socialismo slavofilo.
Il governo che Benin doveva istituire si doveva chia­
mare la Dittatura del Proletariato. Ma le principali organiz­
zazioni del proletariato, i potenti sindacati, si dovevano
opporre alla sua conquista del potere, mentre i contadini
avidi di terra, sopratutto i contadini in divisa, i contadini
sotto le armi, dovevano assicurare la vittoria alla sua parte.
La storia doveva quindi attuarsi diversamente da quanto la
più sicura di sè delle « analisi scientifiche » e la pili rigorosa
« logica obbiettiva » avevano previsto.
Era il contadino, come pensavano i Narodniki, un lavo­
ratore sfruttato e un socialista primitivo? Era la sua fame
di terra il desiderio della sicurezza e l’amore del suolo che
deve possedere e coltivare per vivere?
O non era, come pensavano i Marxisti, prima di tutto,
un piccolo proprietario, un piccolo borghese, un possidente
o potenziale possidente di proprietà, che bramava di pos­
sederla in extenso e di sfruttare su quella proprietà il maggior
numero possibile di lavoratori?
I Marxisti in Russia, Bolscevichi come Menscevichi,
avevano tendenza a considerare il contadino russo con sfi­
ducia e diffidenza. Avendolo annoverato fra i piccoli borghesi,
inconsciamente l’operaio russo lo considerava un nemico
potenziale. Nella Russia Sovietica fu quindi facile all’operaio
bolscevico di sancire l’uso della forza contro la maggioranza
contadina e l’uso di ispettori di polizia per controllarla :
anzitutto per requisire il grano e far cessare l’incetta o il
commercio privato, poi per controllare la semina e la mèsse
e l’ammasso dei raccolti, quindi per inquadrarli in greggi
nelle fattorie collettive. Ma questi stessi contadini erano
realmente la schiacciante maggioranza del popolo russo, per
cui il sancire un controllo di polizia su di loro doveva ine­
vitabilmente escludere la possibilità di una democrazia —
nel semplice senso di un governo della maggioranza del poT
polo, per la maggioranza del popolo e per mezzo della mag-
149

gioranza del popolo (i). E un apparato poliziesco abbastanza


enorme da controllare la semina e il raccolto in tutta la vasta
Russia rurale non avrebbe avuto tendenza a infiltrarsi nelle
stesse organizzazioni degli operai avanzati delle città che lo
avevano approvato : nel loro Stato, nei loro sindacati e nel
loro partito?
Ma nulla di tutto ciò poteva essere previsto da nes­
suna delle due parti nel 1894. Nessun individuo poteva sa­
pere allora in che direzione questa polemica «obbiettivamente
portasse », quando dei Marxisti come Plekhanov, Ulyanov
e Struve, della vecchia e della nuova generazione, univano
le loro forze per una vittoriosa controffensiva contro il socia­
lismo contadino indigeno dei Narodniki fino a quel momento
dominante.

(1) Vi sono molte forme e gradi di democrazia ma tutti comprendono


il controllo dell’apparato politico ed economico da parte del popolo e non
l’inverso. Il totalitarismo non è « semplicemente un’altra forma di demo­
crazia » più di quanto il tirar calci sullo scacchiere sia « semplicemente un
3ltro modo di giuocare a scacchi ».
Capitolo VII

IL MARXISMO LEGALE

Alekseev: Se andiamo a chiedere un aumento di paga,


ci accusano di fare uno sciopero e ci esiliano in Siberia. Ciò
vuol dire che siamo ancora dei servi. Se i padroni ci mandano
via e chiediamo un rendiconto dei salari dovuti chiamano i
soldati... Ciò vuol dire che siamo ancora dei servi. Non pos­
siamo rivolgerci a nessuno per essere aiutati se non ai giovani
intellettuali.
Giudice: Silenzio!
Alekseev (gridando): Ma marceranno con noi fino a
quando sarà venuto il giorno in cui un milione di arditi
operai stringeranno il pugno.
Giudice: Silenzio, dico. Silenzio!
Alekseev (gridando ancor più forte): E il dispotismo sarà
ridotto in polvere.

La polizia non era affatto spiacente del conflitto fra


Marxisti e Populisti. Per lei era un semplice caso di
« quando i ladri litigano fra di loro ». Fremendo ancora
per il ricordo dei terroristi della Narodnaya Volya, che ave­
vano ucciso uno Zar e assediato un altro nel suo palazzo,
la polizia aveva tendenza a « simpatizzare » con i più acca­
demici e apparentemente meno pericolosi Marxisti.
Nello stesso anno 1894 in cui i « Libretti Gialli » di
Ulyanov contro i Narodniki stavano diffondendosi penosa­
mente attraverso gli ambienti clandestini poligrafati, Peter
Struve, un altro giovane Marxista della stessa età di Ulyanov,
tentò di sottoporre ai censori un trattato scritto in modo
accademico contro i Narodniki. Con meraviglia dell’autore
e del pubblico, la polizia dette la sua approvazione alle Note
152

critiche sul problema dello sviluppo economico della Russia


di Struve. Con ciò, il « Marxismo legale » divenne una realtà.
Lo stesso anno, un certo Beltov sottopose un’opera più
apertamente marxista : Verso lo sviluppo della concezione
monistica della storia. Anche questa fu approvata dalla cen­
sura. Lo scritto aveva un suono cui siamo abituati :
« Sono un verme », dice l’idealista.
« Sono un verme », dice il materialista dialettico, « finche sono un
ignorante. Sono un dio quando so. Tantum possumus, quantum scimus ».

Con grande eccitazione, i Marxisti riconobbero lo stile


tagliente di Plekhanov, che era stato in esilio all’estero fin
dal 1881. L’intera edizione si esaurì in tre settimane. Destò
altrettanto scalpore quanto ne desterebbe oggi la pubblica­
zione legale nella Russia sovietica di un libro contro il ma­
terialismo dialettico. Con queste due opere, la polizia aveva
reso il Marxismo rispettabile : la luna di miele della lette­
ratura « marxista legale » era cominciata.
Riviste e periodici di tendenza marxista germogliarono
nella capitale e nelle provincie, redatte prudentemente con
un occhio fisso su Marx e l’altro rivolto di sbieco verso il
censore. Studenti, professori, membri della élite sociale, che
fino al giorno prima si erano chiamati liberali o umanitari
o Narodniki cominciarono a mettere in mostra la nuova
bandiera alla moda. Il Capitale di Marx e il Manifesto co­
munista avevano sempre avuto una larga popolarità fra i
Narodniki, essendo stati tradotti in Russo prima che in
qualsiasi altra lingua. Ma ora venivano messi in mostra
nelle edizioni a larga tiratura.
Accorgendosi che il Marxismo era una merce vendibile
e distinta, gli editori contrattarono l’acquisto di traduzioni
dei libri marxisti classici e contemporanei tedeschi e francesi.
Offrirono perfino degli anticipi per l’elaborazione di opere
originali. Per passare attraverso il vaglio della censura queste
dovevano essere redatte con frasi accademiche; dovevano
essere volumi ponderosi (non erano tollerati gli opuscoli);
dovevano evitare l’uso di una lingua battagliera o di una
azione pratica. Era più facile far approvare dalla censura
153

un intero volume che bombardava i Narodniki di statistiche


e di formule che dire una sola parola di lode diretta per la
loro lotta rivoluzionaria contro l’autocrazia. Si poteva dimo­
strare che la vecchia comunità agraria di villaggio era de­
stinata a estinguersi, che il capitalismo era inevitabile in
Russia, che si stava effettivamente sviluppando secondo le
leggi generali stabilite da Marx, che contro il feudalesimo
era una forza progressiva, che faceva nascere nuove classi
progressive : la borghesia e il proletariato. Ma non si poteva
essere troppo espliciti sul fatto che queste nuove classi avreb­
bero potuto attuare il loro destino solo unendosi in una
lotta rivoluzionaria contro l’assolutismo feudale.
In comune con gli altri Marxisti, Ulyanov fu lieto di
questa improvvisa irruzione nella legalità. Però, quasi solo
in mezzo a tutti gli altri, si sentì più a disagio che lieto.
Egli cominciò subito a preparare un « libro marxista legale »
e fece progetti per un periodico legale. Ma iniziò contempo­
raneamente una polemica contro l’unilaterale, non rivolu­
zionario « riflesso del Marxismo nella letteratura borghese »,
ossia contro l’annacquamento del suo contenuto rivoluzio­
nario attraverso lo sforzo di rimanere legale e di sorpassare
i censori. E raddoppiò i suoi sforzi per raggiungere gli operai
con la parte « illegale »' del messaggio marxista, moltipli­
cando i volantini fatti a penna o poligrafati, andando in giro
per raccogliere mezzi onde acquistare o fondare una tipo­
grafìa clandestina, per introdurre di contrabbando pubbli­
cazioni dall’estero, per impiantare un giornale clandestino.
Alla fine di quello stesso anno, essendo Peter Struve
presente alla riunione di un circolo marxista cui apparte­
nevano entrambi, Ulyanov sferrò una serrata critica contro
il nuovo libro di quest’ultimo. Egli aveva la sensazione che
Struve si fosse lasciato trascinare troppo facilmente dall’en­
tusiasmo per l’espansione dell’industria capitalistica. Ciò che
irritava maggiormente Ulyanov, però, era il fatto che il libro
contenesse un primo esempio russo di ciò che doveva più
tardi essere noto come il revisionismo marxista. Secondo
Struve, Marx aveva « a volte » concepito il crollo del capi-
154

talismo come qualcosa di brusco e di catastrofico, ma i « Mar­


xisti moderni » lo concepivano non già come una rivoluzione
improvvisa ma come un trapasso graduale, attraverso una
serie di riforme. « Le riforme, ritorceva Ulyanov, non vanno
contrapposte alla rivoluzione. La lotta per le riforme non è
che un mezzo di inquadrare le forze del proletariato in vista
della lotta per un rovesciamento rivoluzionario finale ».
Quest’atteggiamento negativo verso i miglioramenti del si­
stema dominante rimane fino ad oggi un elemento caratte­
ristico di tutti i partiti comunisti.
Per soddisfare le esigenze della censura e per evitare
una rottura con i « Marxisti legali » come Struve, Ulyanov
attenuò in un certo senso la sua critica quando cercò di
pubblicarla legalmente sotto la forma di un lungo articolo
di rivista dal titolo : Il contenuto economico' del Populismo
e la sua critica nel libro del sig. Struve (Il riflesso del Mar­
xismo nella letteratura borghese). Con riferimento alle « Os­
servazioni critiche sul problema dello sviluppo economico
della Russia » di P. Struve, San Pietroburgo, 1894. Titolo
piuttosto esteso per una recensione ! Ma la stessa recensione
è abbastanza lunga da far sembrare nano il titolo: occupa
139 pagine del Volume I dell’edizione russa delle Opere
complete di Lenin.
Questo fu il più lungo di una mezza dozzina circa di
saggi destinati ad essere pubblicati legalmente, in una rac­
colta di scritti di Marxisti eminenti, in massima parte sotto
pseudonimi. La raccolta, curata da Potresov, amico di Lenin,
portava come titolo generale : Documenti concernenti il pro­
blema dello sviluppo economico della Russia. Ulyanov firmò
la sua recensione di Struve col pseudonimo di K. Tulin. Altri
collaboratori all’opera furono Plekhanov, Potresov e, natu­
ralmente, Struve. Malgrado tutte le precauzioni che furono
prese, la polizia, guidata da una spia o dal proprio fiuto,
annusò l’odore dello zolfo dell’ambiente clandestino pluto­
nico e sequestrò l’intera edizione di duemila copie. Ma alcune
dozzine di copie supplementari furono « rubate » dalla
tipografia.
155

Nella primavera del 1895, dopo una grave polmonite,


Ulyanov fece di nuovo la domanda di andare all’estero « per
ragioni di salute ». Questa volta fu accolta. Portò con sè
delle copie del libro proibito in dono ai dirigenti del Gruppo
per l’Emancipazione del Lavoro in Svizzera, il contatto con
i quali costituiva l’oggetto reale del suo viaggio. Ecco la
descrizione che ne ha fatta Paul Axelrod nelle sue memorie :
Egli si presentò: « Vladimiro Ulyanov. Sono appena arrivato dalla
Russia. Giorgio Valentinovic Plekhanov a Ginevra vi manda i suoi saluti ».
Il giovane mi dette un libro piuttosto grosso... Parlammo della situazione in
Russia e poi il giovane si alzò e disse cortesemente : « Se permettete, verrò
domani a proseguire la nostra conversazione ».
Durante la notte scorsi il volume... La mia attenzione fu attratta da
un lungo articolo di Tulin, di cui vedevo il nome per la prima volta.
L’articolo mi fece un’ottima impressione... Non era molto ben costruito, era
fors’anche trascurato. Ma vi si sentiva un carattere e la fiamma di uno
spirito battagliero; si sentiva che per l’autore il Marxismo non era una dot­
trina assoluta ma un’arma nella lotta rivoluzionaria... Ma vi erano alcune
tendenze nell’articolo di Tulin con cui non potevo andare d’accordo...
La mattina successiva Ulyanov tornò: « Avete guardato la raccolta di
scritti? ».
« Sì. E debbo dire che ho provato un grande piacere a leggerli. Si è
finalmente risvegliato in Russia un vero pensiero rivoluzionario socialdemo­
cratico. L’articolo di Tulin mi ha fatto un’impressione particolarmente
buona ».
« È il mio pseudonimo », disse l’ospite.
Poi gli spiegai dove non andavo d’accordo con lui. « Voi dimostrate, dissi,
esattamente la tendenza opposta a quella espressa nell’articolo che avevo pre­
parato per la stessa raccolta. [Axelrod non, lo finì in tempo per ragioni di
malattia]. Voi identificate il vostro atteggiamento verso i Liberali con l’atteg­
giamento dei Socialisti verso i Liberali in Occidente. Ed io... volevo dimo­
strare che in questo momento storico gl’interessi immediati del proletariato
russo coincidono con gl’interessi vitali degli altri elementi progressivi della
società... Entrambi hanno di fronte lo stesso problema urgente... il rovescia­
mento dell’assolutismo... ».
Ulyanov sorrise e osservò: « Sapete, Plekhanov ha fatto esattamente le
stesse osservazioni sui miei articoli. Ha espresso il suo pensiero in modo pit­
toresco: « Voi, ha detto, date le spalle ai Liberali, ma noi il viso... ».

Fin da quel momento i suoi due mentori sentirono nel


giovane che si offriva loro come un discepolo pieno di ri­
spetto e perfino di venerazione, una differenza nell’atteggia­
mento da tenere verso i Liberali, i Democratici e gli altri
« alleati » nella lotta contro l’assolutismo. Altrimenti, Axel­
rod giudicava il suo ospite « un giovane serio, modesto, la-
156

voratore, senza la minima vanità ». Si sentiva sicuro di avere,


insieme con Plekhanov, edotto il loro discepolo del suo er­
rore e di averlo persuaso di doverlo correggere. Ulyanov
sembrò veramente rimettersi nei dieci anni successivi a questi
vecchi capi e alla loro impostazione, ma psicologicamente
era incline a rimanere della stessa opinione. Così, nel 1899,
in una lettera a Potresov, giunge fino a criticare Axelrod
per aver scritto che occorreva « appoggiare e allearsi » con
l’opposizione democratica allo Zarismo. « A mio avviso,
scrisse Ulyanov, utilizzare è una parola molto più esatta e
appropriata di appoggio e alleanza ». Quest’atteggiamento
verso1 gli « alleati » — la decisione di « utilizzarli » anziché
offrire loro un reciproco appoggio e una genuina alleanza —
rimase una tipica opinione leninista per il resto della sua vita.
E oggi, come nel passato, è un elemento di distinzione di
ogni fronte unito o alleanza in cui entri a far parte uno
qualsiasi dei partiti comunisti.

Nel corso dei cinque anni successivi, i « Marxisti le­


gali », avendo come interpreti Struve e Tugan-Baranowsky,
passarono effettivamente per l’evoluzione che il giovane
Ulyanov aveva così brillantemente presentita e prevista :
dalla dimostrazione dell’inevitabilità e del carattere pro­
gressivo del capitalismo in Russia alla sua apologia ed esal­
tazione; da un Marxismo attenuato fatto su misura per il
censore per effetto di una riluttante necessità, ad un Mar­
xismo castrato, epurato del suo vigore rivoluzionario e final­
mente all’opposizione aperta al Marxismo. Questo precoce
successo come profeta servì a confermare la profonda fiducia
in sé di questo « giovane serio ». Nel 1907, quando Ulyanov
era diventato Uenin e stava abituandosi a dirigere la propria
frazione contro tutti i vecchi veterani contemporaneamente,
egli doveva scrivere :
La vecchia polemica con Struve fornisce un esempio istruttivo del valore
pratico del non scendere a compromessi nelle controversie teoretiche... Era
utile considerare la situazione com’era dieci anni fa, da quali minori diver­
genze teoretiche con lo Struvismo allora visibili — minori a prima vista —
si è giunti alla completa delimitazione politica del Partito...
157

Le parole conclusive del libro di Struve del 1894 erano


state : « Confessiamo la nostra mancanza di cultura e chie­
diamo al capitalismo d’istruirci ». A quel tempo, quelle
parole avevano fatto imbestialire Lenin. Ma un quarto di
secolo dopo, quando fu capo dello Stato russo, sforzandosi
di combattere l’inesperienza economica, l’incapacità e il
caos, doveva usare, parola per parola, esattamente le stesse
espressioni !

Vladimiro Ilyic trascorse quattro mesi in Europa occi­


dentale durante la primavera e l’estate del 1895. In Ger­
mania, mise alla prova il suo Tedesco libresco con risultati
disastrosi. (« Non capisco neppure le parole più semplici —
la loro pronuncia è insolita e parlano così presto. Faccio al
conduttore una domanda, egli mi risponde ed io non capisco.
Egli ripete la sua risposta più forte. Continuo a non capire;
si arrabbia e va via »). Conobbe personalmente Karl Kautsky,
direttore di Die Neue Zeit e suo principale idolo vivente
dopo Plekhanov e il vegliardo Engels. Andava ogni giorno
a nuotare nella Sprea, faceva lunghe passeggiate in giro
per Berlino, trascorreva il maggior numero possibile di ore
alla Koenigliche Bibliothek, cedeva « alla tentazione di acqui­
stare troppi libri » e dovette rivolgersi due volte a sua madre
per ottenere nuovi fondi. Fra i suoi acquisti più cari vi era
il terzo volume del Capitale di Marx, appena pubblicato da
Engels traendolo dalle note postume di Marx.
In Francia, com’era caratteristica dei Russi colti dell’800,
capì la lingua parlata un po’ meglio. S’innamorò di Parigi
(« ampie strade chiare, molti viali, molto verde »), andò
pietosamente in cerca del genero di Marx, il capo socialista
Jean Longuet. In Svizzera ebbe lunghe conversazioni con
Plekhanov, con Vera Zasulic e sopratutto con Axelrod, pro­
mise di inviare loro delle relazioni regolarmente, fece progetti
per la creazione di un’organizzazione in nome loro all’interno
della Russia e per introdurre di contrabbando i loro scritti.
Cedette agl’incanti delle montagne e dei laghi svizzeri, curò
« il [suo] noioso mal di stomaco » — probabilmente una
158

specie di colite complicata da uno « stomaco nervoso »


quando si trovava in uno stato di grande tensione — girò
a piedi con Axelrod per le colline attorno a Zurigo, ascol­
tando, interrogando, chiacchierando.
<( Debbo riconoscere, scrisse Axelrod parecchi anni dopo,
quando aveva finito per detestare Lenin, che quelle discus­
sioni con Ulyanov erano come una vera festa. Ancor oggi
le ricordo come uno dei momenti più felici della vita del
Gruppo per l’Emancipazione del Lavoro ».
Fin dal 1883 quegli esuli avevano atteso a Ginevra in
solitudine e nell’isolamento; ora il loro lungo sforzo pro­
metteva di recare un frutto vivente all’interno del paese che
essi bramavano di servire e di trasformare.
Ulyanov prese ogni specie di precauzione, o per lo meno
ritenne di averlo fatto, ma quando tornò dall’estero con la
sua valigia a doppio fondo piena di stampa illegale, la po­
lizia battè sulla valigia mentre il suo cuore gli batteva in
gola. Foi la lasciò passare inviolata e gli mise alle costole
delle « ombre » per seguire lui e il suo bagaglio per le
diverse vie per cui si erano avviati. Probabilmente le spie
russe all’estero avevano fatto un rapporto sui suoi movimenti.
« Guarda, udì dire con spavalderia una cugina di Na­
dezhda Konstantinovna ad un poliziotto nell’ufficio recapiti
dove lavorava, stiamo seguendo la pista dell’importante
criminale di Stato Ulyanov — suo fratello fu impiccato —
è appena tornato dall’estero, ora non ci sfuggirà ».
Malgrado questi sospetti 1’« importante criminale di
Stato » visitò Mosca, Vilna e altre città vicine, per stabilire
contatti per conto dell’Unione per l’Emancipazione del La­
voro. Per la prima volta, i vecchi fuorusciti ricevettero rap­
porti dalla Russia e cominciarono a sentire che finalmente
avevano gl’inizi di un’organizzazione in patria.

Nell’autunno del 1895, vi fu la prima grande ondata


di scioperi a San Pietroburgo. I grossi libri marxisti erano
una cosa per la polizia e gli scioperi un’altra. Non era an­
cora giunta all’idea di un « sindacalismo poliziesco » o « le-
159

gale » che avrebbe potuto dirigere la collera degli operai


diretta contro i padroni e distrarla dal trono. Quell’idea
sarebbe venuta più tardi.
Ulyanov, insieme con Martov, di mentalità identica
alla sua, che aveva imparato a lavorare nel movimento ope­
raio all’interno del recinto ebraico, e con alcuni dei loro
amici, tentarono allora di inserirsi nel movimento sciope­
ristico. Erano il « partito della classe operaia », ma come
avrebbero potuto renderne coscienti questi operai in scio­
pero? Ea ragazza di Vladimiro, Nadezhda Konstantinovna,
gli fu allora d’aiuto, grazie agli operai ai quali aveva in­
segnato nelle classi dei Comitati per l’Istruzione. Con la
vaga sensazione di essere pedinato e di lavorare in gara
con il tempo, Vladimiro Ilyic interrogò a fondo i pochi
operai con cui potè entrare in contatto, fece zampillare dei
fatti riguardanti le loro lagnanze, scrisse laboriosamente dei
volantini di proprio pugno con lettere a stampatello su cliché
da ciclostile o li fece copiare a mano in edizioni complessive
di tre o quattro copie. Alcuni dei volantini suoi e di Martov
furono perfino stampati in una tipografia clandestina del
Narodvoltsi. Apparentemente questi erano più amici dei
Marxisti e della classe operaia di quanto non avesse am­
messo l’analisi ostile di Ulyanov.
Delle quattro copie di un volantino distribuito dall’ope­
ràio Babusckin negli stabilimenti Semmyanikov, due furono
sequestrate da un ispettore di fabbrica, ma le altre due pas­
sarono segretamente di mano in mano. Successivamente le
donne della manifattura dei tabacchi Laferme, gli uomini
e le donne della manifattura tessile Thornton e i metallurgici
dello stabilimento Putilov appresero che vi era un’organiz­
zazione come la « Lega di Pietroburgo per la Lotta per
l’Emancipazione della Classe Operaia » che sembrava inte­
ressarsi a loro, che era informata delle loro esigenze, che
sapeva come esprimerle in volantini semplici e connetterle
con una lotta più generale, più grandiosa, per il socialismo
e la libertà.
i6o

Contemporaneamente, Ulyanov diffuse due opuscoli


semplici, catechistici, didattici : Delle Multe e Delle nuove
Leggi sul Lavoro. Collaborando strettamente con lo speri­
mentato giovane agitatore ebraico Martov, cercò di collegare
tutti i dispersi circoli di studio che leggevano Marx alla
« Lega per la Lotta per l’Emancipazione della Classe Ope­
raia » e di raccogliere materiale per un giornale che si doveva
chiamare La Causa dei Lavoratori.

Durante tutto l’autunno, mentre questi modesti progetti


stavano maturando, la sua sensazione di essere spiato con­
tinuò ad aumentare. Anche a questo problema rivolse la
sua laboriosa attenzione. Trasmise ai suoi compagni il suo
povero patrimonio di tecnica cospirativa, che aveva acqui­
stato interrogando i veterani della Narodnaya Volya a Sa­
mara. Mostrò loro come si adoperavano i codici segreti, come
cifrare nomi e indirizzi, come mescolare l’inchiostro simpa­
tico, come s’inviavano messaggi in volumi innocenti mettendo
minuscoli puntini all’interno delle lettere che, cercate e
combinate, si trasformavano in parole e in frasi, come incol­
lare le lettere all’interno della rilegatura dei libri, come
usare case con cortili interni per liberarsi del proprio « pe­
dinatore ». Scrisse istruzioni particolareggiate perfino al
veterano Axelrod a Zurigo :
Aggiungere un cristallo di bicromato di potassio — I<2 Cr2 OT —
all’inchiostro; usare carta più sottile; usare colla liquida, non più di un
cucchiaino da caffè di amido per un bicchiere d’acqua e farina di patata,
la farina ordinaria è troppo forte...

Tutto ciò apparve straordinario ai suoi amici. Fra i più


attenti dei suoi ascoltatori vi era un dentista « marxista »,
il Dott. Mikhailov, che trasmetteva doverosamente tutto ciò
che apprendeva ai suoi superiori alla Direzione della Polizia.
In dicembre, La Causa dei Lavoratori era pronta per
la stampa, con la maggior parte dei suoi articoli scritti
dall’instancabile Ulyanov. Doveva essere stampata dalla tipo­
grafia clandestina dei suoi amichevoli nemici, i Narodo-
Volisi. Furono tirate due bozze che vennero inviate a due
i6i

indirizzi diversi. Una fu accuratamente corretta dal direttore


Ulyanov in persona. Quella stessa notte, la polizia tirò la
rete che era andata tendendo, e prese dentro le due copie,
il direttore, il suo principale collaboratore Martov, l’in­
gegnere Krzhizhanovsky (che doveva diventare un giorno
il capo della Commissione Pianificatrice Statale), Vaneev,
che si prese la tubercolosi e morì in carcere, Gutsul, che
diventò matto e fu rilasciato sotto la custodia dei suoi ge­
nitori, Starkov, in effetti praticamente tutti i membri della
piccola, appena nata Lega per la Lotta per l’Emancipazione
della Classe Operaia. Fra quelli che Ulyanov aveva incon­
trato spesso, solo la Krupskaia, Potresov e Struve rimasero
in libertà. Fa polizia doveva prendere i primi due più tardi.
Non si sa come gli operai con cui questi intellettuali erano
stati a contatto scoprissero che il Dott. Mikhailov era un
agente provocatore. Poco dopo la grande retata, il Dott. Mi­
khailov fu trovato assassinato. E La Causa dei Lavoratori
morì nell’ora della sua nascita mentre l’intera Lega di Pie­
troburgo trasferiva il proprio domicilio in Siberia.

il
VIII.
LA
C PRIGIONE E IL CONFINO
apitolo

Costituiscono una strana e piacevolissima lettura queste


lettere di Lenin dalla Siberia alla famiglia. Ad eccezione di
poche frasi potrebbero essere le lettere di un cortese e indolente
gentiluomo di campagna, di gusti rustici, ma di filosofia delica­
tamente epicurea che gli vietava perfino di prendere tali gusti
troppo sul serio, di un individuo al quale la saggezza aveva
insegnato a voltare la schiena alla calca degli uomini e alla
follia delle cose. Nè vi è alcuna ragione di pensare che Lenin
non apprezzasse sinceramente questa vita tranquilla così come
era altrettanto sinceramente legato alla sua famiglia.
Christopher Hollis.

La prima lettera dal carcere di Ulyanov servì a un


duplice scopo. Era indirizzata alla signora Chebotareva,
moglie di uno dei suoi compagni, ed era stata approvata
dalle autorità carcerarie perchè egli aveva consumato i suoi
pasti diurni a casa sua e aveva potuto farla passare per la
padrona della sua pensione. La lettera era lunga, imper­
sonale, scevra di qualsiasi cenno di compassione su se stesso.
Non sembrava il messaggio di una persona imprigionata
da poco, o incerta della propria sorte, ma come l’epistola
di qualche studioso del Medio Evo che si sia ritirato in un
monastero e che scriva all’ex padrona della sua pensione
per chiederle di inviargli i suoi libri. Parlava di « un pro­
getto che mi ha interessato intensamente fin dal mio arresto,
lo studio dello scambio dei beni prodotti dall’industria na­
zionale ». Le chiedeva d’inviare un’enorme quantità di ma­
teriale. Oltre tre pagine (con due precise note a piè di
164

pagina !) indicavano i suoi progetti di ricerca sullo sviluppo


del mercato interno; altre pagine elencavano i titoli di opere
di cui avrebbe avuto bisogno immediatamente.
« Forse non riterrete inutile consegnare la presente ad
altri per ottenerne consigli, mentre rimango in attesa di una
risposta ». Richiesta abbastanza ragionevole, dato che la pa­
drona di una pensione non avrebbe saputo certo procurare
tutto il materiale richiesto. Fa signora Chebotareva la mostrò
alla fidanzata dello scrivente, alla sorella Anna e ad alcuni
altri compagni ancora in libertà. Questi, che erano suoi in­
timi, sensibili ad ogni sottile allusione, la scrutarono per
trovarvi i significati reconditi in ogni deviazione dal Senso
normale. Furono colpiti dal fatto che questo studioso sempre
preciso, avente una memoria prodigiosa dei libri e delle
citazioni, sembrasse incerto dei titoli di alcuni dei volumi.
« Siccome cito di memoria, scriveva, penso di poter aver
impasticciato alcuni dei titoli, e, dove non sono sicuro, ho
adoperato un punto interrogativo ».
Un’opera così segnata era un’opera di Mayne-Read. Fa
Krupskaia vi scorse l’anagramma di Mynoga (lampreda), suo
nomignolo (i). Mayne-Read, rispose sua sorella, era dispo­
nibile. Così egli seppe che era ancora libera.
In una domanda per sapere se « qualche scrittore o
professore » potessero dargli accesso ai libri della Biblioteca
universitaria e della Biblioteca del Ministero delle Finanze,
riconobbero i nomi clandestini di Struve (« Fo Scrittore »)
e Potresov (« Il Professore »). Risposero che si erano trovati
uno scrittore e un professore che lo avrebbero aiutato.
(Krupskaia e Potresov non furono arrestati che qualche mese
dopo. Struve non lo fu affatto). Così l’opera teoretica del
carcerato — perchè la lettera nel suo 'nsieme voleva dire
sul serio quello che diceva — e la sua corrispondenza clan-

(i) Il nomignolo era originariamente un vezzeggiativo scherzoso. La


Krupskaia aveva grandi occhi protuberanti dovuti, come si seppe più tardi, a
un gozzo esoftalmico, che spingeva i suoi amici a dirle che sembrava un
pesce. Più tardi adottò come nome di partito il nome di Mynoga. Quando
fu ammalata, si lamentò con Vladimiro che la sorella Anna avesse detto
che sembrava un’arringa affumicata.
i65

destina cominciarono insieme prima che egli fosse stato un


mese in prigione.
Aveva preso la precauzione, come spiegò, di discutere
il suo progetto di ricerche col Procuratore dello Zar. Questo
ultimo, impressionato dagli interessi culturali dell’uomo af­
fidato alle sue cure, aveva « confermato che non sarebbe
stato posto nessun limite al numero dei libri permessi ».
Avrebbe potuto conservare nella sua cella una cassa di libri,
prenderne in prestito da amici o da biblioteche nel mondo
esterno e restituire i libri dopo averli finiti. Avrebbe potuto
acquistarne da editori e librai. Anche la biblioteca del car­
cere, ben fornita con le richieste di due generazioni di « po­
litici », conteneva parecchi libri utili.
Se, come disse Tolstoi, « nessuno sa che genere di go­
verno sia se non è stato in carcere », la differenza fra il
regime zarista e l’attuale regime stalinista ispira cupe rifles­
sioni. Le prigioni zariste erano amministrate da funzionari
istruiti e spesso dotti. Gli stessi carcerieri andavano dal
brutale al misericordiosamente venale e talvolta perfino
all’atteggiamento di segreta simpatia. Mediante scioperi della
fame, suicidi dimostrativi e l’appoggio dell’opinione pub­
blica, una serie di martiri aveva ottenuto a favore dei car­
cerati politici una quantità considerevole di privilegi. Sembra
un’ironia contemplare ciò in paesi dove il dissenziente è
giudicato in nome del popolo e dove la categoria dei pri­
gionieri politici spesso non è riconosciuta. Ma nella Russia
autocratica, quando l’imputato non era accusato di avere
commesso un atto specificamente terroristico, in genere non
era condannato ai lavori forzati ma gli si permetteva di
trascorrere il tempo, se lo voleva, in ricerche culturali.
Inoltre, quelli erano i bei tempi del « Marxismo legale ».
Il criminale sembrava abbastanza accademico ed era ovvio
che sarebbe stato un prigioniero modello. Per poco più di
un anno, lavorò serenamente nella propria cella. Quando lo
mandarono in Siberia per altri tre anni, disse a sua sorella :
« È un peccato che ci facciano uscire tanto presto. Avrei
l66

voluto fare ancora un po’ di lavoro sul libro. Sarà difficile


ottenere libri in Siberia ».
Ma non fu tanto difficile. Durante i quattr’anni in cui
fu sotto la custodia dello Stato, acquistò e prese in prestito
parecchie centinaia di riviste, scrisse articoli per la stampa
legale, riuscì perfino a procurarsi libri che servivano eviden­
temente alle sue attività di avversario dello status quo.
Il progetto del carcerato di studiare lo sviluppo del
mercato interno della Russia superò lentamente i suoi limiti
fino a diventare la principale opera teoretica della sua vita :
Lo Sviluppo del Capitalismo in Russia. Ogni frammento di
ricerca, ogni riga scritta e pazientemente riscritta, tutte le
trattative per la sua pubblicazione legale (sotto il pseudo­
nimo di V. Ilyin) si svolsero mentre Vladimiro Ilyic era
sotto la custodia della polizia. Il libro apparve durante l’ul­
timo anno del suo confino in Siberia (1899) senza alcuna in­
terferenza del censore. Quando gli archivi furono aperti
dal primo governo rivoluzionario del 1917, fu chiaro che la
polizia aveva sempre saputo chi fosse « V. Ilyin ». Era lei
che aveva finanziato in gran parte il primo organo del « Mar­
xismo legale », Nachalo, (« Il Principio ») e che aveva man­
dato uno dei suoi agenti segreti, un certo M. Gurovic, a fare
da « angelo » e da editore. Il suo compito era quello di
trovare i veri nomi di tutti i Marxisti che scrivevano sotto
pseudonimi. Riferì che vi erano fra i collaboratori Plekhanov,
Zasulic, Martov, Potresov e Ulyanov. Nel numero di marzo
1899, prima che Ulyanov avesse sottoposto il suo grande
libro ai censori, aveva pubblicato su Nachalo una parte del
suo terzo capitolo, sotto il titolo : « Da sostituzione dell’eco­
nomia feudale con l’economia capitalistica nella agricoltura
russa moderna ». L’articolo era firmato V. Ilyin e conteneva
una nota per avvertire che era « una sezione di un’indagine
comprensiva svolta dall’autore sullo sviluppo del capitalismo
in Russia ». Così la polizia seppe che l’autore era suo pri­
gioniero e fratello di un uomo che aveva congiurato per
assassinare il padre dello Zar regnante. Nel 1907, dopo che
la Russia fu passata per gli scioperi generali e l’insurrezione
IÓ7

del 1905, il governo permise ancora che venisse pubblicata


una seconda edizione. Recava una nuova introduzione con
alcune osservazioni politiche abbastanza esplicite. Oggi, dopo
essere giunti ad accettare una concezione leggendaria del
modo in cui la censura zarista fosse completa, ci giunge
come un colpo la lettura di passi come questo e il sapere
che erano stati legalmente permessi :
O la vecchia economia terriera connessa da mille fili alla servitù conti­
nuerà e si trasformerà gradualmente in, un’economia di Junker — diceva la
prefazione all’edizione del .1907 — o la rivoluzione distruggerà la vecchia
economia latifondista, annienterà ogni residuo di servitù e specialmente di lati­
fondo... Signori come Stolypin lavorano sistematicamente per il completamento
della rivoluzione sul primo modello. Il colpo di Stato [di Stolypin] del
3 giugno 1907 vuol dire il trionfo della controrivoluzione, che si sforza di
assicurare ai proprietari terrieri un completo predominio nell’assemblea popo­
lare. Quanto, però, questo « trionfo » durerà è un’altra faccenda. La lotta
per la seconda soluzione continua... Dove si concluderà questa lotta, quale
esito avrà finalmente la prima spinta in avanti della Rivoluzione russa — non
è ancora possibile dirlo...

Con un conto effettivo, il libro di « Ilyin » risulta avere


fatto uso di 299 opere teoretiche e statistiche in Russo e di
38 studi stranieri in Tedesco, in Francese e in Inglese o in
traduzione russa. Tutti questi libri, riviste e rapporti ven­
nero da Ulyanov acquistati, o presi in prestito per corri­
spondenza da distanti biblioteche, quando viveva in carcere
o in Siberia. Pur sembrando ai loro tempi abbastanza ter­
ribili, l’incarcerazione e il confino sotto l’ultimo Zar, alle
vittime di allora dovevano sembrare retrospettivamente una
specie di ritiro intellettuale, a paragone del regime che uno
dei loro compagni di prigionia avrebbe un giorno istituito
per loro nella Russia sovietica.
Quelli che portavano libri a Ulyanov nel carcere di
San Pietroburgo non erano sottoposti ad alcun interrogatorio.
Potevano lasciare i loro pacchi di libri o di cibo, o di ve­
stiario, o di altre cose necessarie negli uffici, in qualsiasi
ora del giorno fino alle 5 e perfino la notte presso il guar­
diano. Non un semplice censore di polizia o un carceriere,
ma il Procuratore Generale in persona o un suo delegato
sottoponevano i pacchi di libri ad un esame superficiale.
i68

Non oltre il giorno dopo si trovavano nella sua cella. Ri­


cevette e spedì questi pacchi almeno due volte alla settimana
durante tutto il 1896 e i primi due mesi del 1897, mentre
attendeva che le autorità decidessero quali nuovi provvedi­
menti dovessero essere presi a suo riguardo. Ogni pacco di
libri che riceveva o rimandava conteneva almeno un volume
con una lettera nascosta nel dorso della sua rilegatura, o
scritta con inchiostro simpatico fra le righe di una delle sue
pagine, o cifrata con lievi segni all’interno delle lettere stam­
pate. Questi rapporti epistolari gli permisero di rimanere in
contatto con la sua organizzazione, di scrivere parecchi ma­
nifestini di sciopero, di redigere e spedire un progetto di
programma per il Partito socialdemocratico e perfino di co­
municare con altri compagni di carcere. Durante tutto il suo
soggiorno in Siberia, i libri continuarono ad arrivargli e ad
essere da lui restituiti, portando lettere invisibili ad altri
esuli, a uomini e donne in Russia, a Plekhanov e Axelrod
in Svizzera. Da sua preveggenza nell’aver istruito i suoi com­
pagni alla scienza delle comunicazioni illegali gli veniva ora
in serio aiuto. Non poteva procurarsi le soluzioni di acido
di cobalto e di acido solforico quali quelle che si adoperavano
fuori. Il carcere forniva tuttavia prodotti chimici più comuni
come il latte e l’acido citrico (sugo di limone), i quali sfug­
givano ad un’ispezione superficiale, ma quando erano riscal­
dati assumevano un colore marrone vivace. Il latte era il
suo principale liquido per scrivere e come calamai adoperava
tazzine di pane duro da lui fabbricate. Se udiva dei passi,
poteva ingoiare inchiostro e recipiente insieme. « Oggi ho
ingoiato sei calamai », diceva il poscritto di una delle sue
comunicazioni segrete.
Degli accenni gl’indicavano dove doveva cercare la ri­
sposta. « Il rapporto del Congresso dei professionisti a
Mosca », diceva in una lettera, « è molto interessante » ed
essi sapevano che aveva trovato la lettera nascosta nell’opera
altrimenti priva d’interesse. Tenere un fiammifero sotto la
Carta era un sistema pericoloso, sicché inventò un nuovo
modo di sviluppare l’inchiostro simpatico. Strappava la let-
i6g

tera in strisele sottili e quando gli portavano l’acqua bollente


per il suo tè serale faceva una forte infusione e vi immer­
geva le strisele; il tè conferiva alle lettere lattee un ricco
colore giallo marrone.

Il carcere costituisce una severa prova per la volontà.


Alcuni non vi si adattano mai; i loro spiriti sono spezzati
da quella reclusione forzata. Altri, dopo le prime settimane
senza riposo, si perdono in un mondo di sogni ad occhi aperti
o in interminabili preoccupazioni suscitate da inconvenienti
senza importanza. Altri ancora lasciano le ore passare ozio­
samente come lucertole sonnecchianti su una roccia, ma
senza le piacevoli carezze del sole. La maggior parte dei
vecchi Bolscevichi che ho conosciuto mi sembrarono più
giovani di altri uomini e donne della loro età. Essi attri­
buivano ciò alle tranquille parentesi costituite dai soggiorni
in carcere, dove la fiamma della vita bruciava lentamente e
dove gli anni passavano senza lasciare tracce su di loro.
Vladimiro Ilyic si adattò alla tranquillità della sua cella
carceraria quasi con un’aria di soddisfazione. Il suo dono
naturale di utilizzare proficuamente le sue energie, non fu
mai posto tanto in evidenza. Non aveva un lavoro da ese­
guire, oltre la pulizia della sua cella, che effettuava con
una meticolosità esagerata. Elaborò un accurato programma
orario : tanti minuti per l’esercizio fisico, tanti per lo studio
delle lingue, tanti per la ricerca e lo scrivere.
« Ho tutto quello che mi occorre, scrisse a sua madre,
perfino più di quanto mi occorra ». Gli mandavano tante
ghiottonerie e cose utili che disse loro di accarezzare l’idea
di aprire un negozio e di far fallire lo spaccio del carcere.
Ee lettere dal carcere ai suoi intimi dimostrano un affetto
profondo per loro e lasciano comprendere come essi fossero
pronti a qualsiasi sacrificio per il loro amico. L’unico cenno
di disturbo viene forse dalla richiesta ad Anna di procu­
rargli una matita automatica perchè i regolamenti non gli
permettono di tenere un temperino, ed il carceriere borbotta
e ci mette tanto tempo quando gli vien chiesto di rifare la
170

punta al lapis del carcerato. Le lettere a sua madre hanno


forse lo scopo speciale di rassicurarla, avendo ella sofferto
tanto per i suoi figli. Ma quelle alle sue sorelle e ai suoi
fratelli e alla Krupskaia e ad altri non sono meno gioiose.
Una volta sola una nota di solitudine traspare in uno dei
suoi messaggi alla Krupskaia. Eccone la descrizione che
ella ne fa :
Ma per quanto egli si dominasse, anche Vladimiro Ilyic era affetto da
malinconia del carcere. In una delle sue lettere espose questo piano: quando
i prigionieri erano condotti fuori per l’esercizio era possibile, attraverso una
delle finestre del corridoio, di gettare un’occhiata di sfuggita sul marciapiede
di Via Shpalernaya. Egli propose dunque che ad un momento stabilito io
(ed un amico) venissimo e stessimo su quel punto del marciapiede affinchè
egli ci potesse vedere... Vi andai parecchi giorni di seguito e rimasi a lungo
in quel punto. Quel piano non. funzionò, sebbene non ricordi perchè.

Possiamo avere qualche idea del decorso delle sue me­


todiche giornate di carcere dalle sue lettere al fratello minore
Dmitri, quando questi andò in prigione:
Prima di tutto, osserva un regime alimentare in carcere? — scrive Vladi­
miro a sua madre. Sono sicuro di no. Ma a mio avviso è indispensabile osser­
varne uno. E in secondo luogo, fa esercizi fisici? Credo pure di no. E anche
ciò è indispensabile. Io posso per lo meno dire per la esperienza che ne ho
tratta personalmente che provavo un gran piacere e beneficio a fare degli
esercizi quotidianamente prima di ritirarmi. Mi allentavano le articolazioni
in modo che solevo riscaldarmi perfino nelle giornate più fredde, quando la
cella era fredda gelata; e dopo si dorme sempre tanto meglio. Posso racco­
mandargli questo come esercizio piuttosto facile, seppure ridicolo: cinquanta
prostrazioni reverenziali! Ciò è esattamente quanto m’imponevo di fare e
non ero affatto turbato che il carceriere, sbirciando attraverso lo spiraglio, si
domandasse meravigliato perchè quell’individuo fosse improvvisamente diven­
tato così devoto mentre non aveva chiesto una sola volta di visitare la chiesa
del carcere...

Quando la sorella minore, Maria, fu incarcerata, e più


tardi anche Anna e il marito, fu di nuovo preciso e parti­
colareggiato nei suoi consigli. Egli raccomandava special-
mente di studiare le lingue, dicendo loro che il suo metodo
per studiare senza insegnante consisteva nello scrivere la
traduzione russa di tutti gli esercizi, nel metterla da parte
finché diventasse « fredda », nel ritradurla nella lingua stra­
niera e nel confrontarla con l’originale. « Ea mia personale
esperienza mi ha insegnato che questo è il modo più razionale
d’imparare una lingua ».
• 'T

Vi consiglierei ancora di dividere i vostri periodi di studio secondo i


libri che avete a disposizione in modo tale da variare gli argomenti. Ricordo
benissimo che un mutamento di lettura o di lavoro — dalla traduzione alla
lettura, dallo scrivere agli esercizi, dalla lettura di cose serie ai romanzi —
mi ha aiutato enormemente...
La sera, dopo cena, per distendermi ricordo che tornavo regelmaessig al
romanzo e non lo apprezzai mai tanto quanto in carcere. Ma la cosa prin­
cipale consiste nel non dimenticare gli esercizi quotidiani e nel costringersi a
fare ogni esercizio una ventina di volte senza cedere.

Tale, più o meno, era il programma effettivo di questo


temibile ginnasta mentale e fisico, che nessuna semplice
incarcerazione avrebbe potuto spezzare o per lo meno di­
stogliere dal raggiungimento dei suoi fini.

Siberia ! Questo nome inculca terrore nei cuori degli


amanti della libertà. Durante tutto il secolo decimonono, il
registro dei suoi deportati sembra un Chi è? della Russia,
in letteratura, nel pensiero e nella vita pubblica. Da sua
taiga paludosa, le sue steppe sconfinate e la sua tundra
gelata, i suoi inverni polari e subpolari, i suoi sistemi flu­
viali bloccati dai ghiacci che si vuotano solo nell’Artico,
le sue generazioni successive di uomini spezzati e dimen­
ticati, tutto ciò rappresentava la Siberia per il secolo deci­
monono. Ma quando la Transiberiana spinse le sue rotaie
a Oriente verso Port Arthur, quando le colonie di deportati
aumentarono di numero fino ad essere sufficienti a darsi
reciprocamente un appoggio morale, quando le pene di con­
fino si abbreviarono e un numero sempre maggiore di pri­
gionieri tornò oppure, con incredibili gesta compiute in un
pericoloso viaggio per via terra, fuggì in Europa occidentale,
il quadro cominciò a cambiare nello spirito degli uomini.
Quando, il 25 febbraio 1897, Vladimiro Ilyic Ulyanov
fu condotto dalla sua cella all’ufficio del Procuratore per
essere informato che due settimane prima era stato emanato
un decreto amministrativo che lo confinava in Siberia orien­
tale per i successivi tre anni, sembrò di buon umore davanti
172

alla prospettiva di interrompere il suo lavoro. Non vi era


stato processo; ve ne era raramente uno in questi casi di
esilio politico, così come ve n’è raramente uno in casi ana­
loghi nella odierna Russia sovietica. La polizia politica aveva
il diritto di infliggere fino a cinque anni di confino ammi­
nistrativo senza processo. Oggi non v’è limite siffatto. Su
richiesta della madre — e con un lieve soccorso finanziario
da parte sua — ottenne di viaggiare verso il suo remoto luogo
di confino a proprie spese. L’essere figlio di un funzionario
e di un nobile ereditario aveva i suoi vantaggi. Lo rila­
sciarono dalla Casa di detenzione preventiva, gli lasciarono
trascorrere quasi una settimana a San Pietroburgo per fare
gli addii, consultare il suo medico, raccogliere le cose che
gli sarebbero state necessarie per il viaggio e perfino — seb­
bene ciò non fosse incluso nell’autorizzazione — tenere
riunioni con i membri rimanenti a piede libero della Lega
per la Lotta per l’Emancipazione della Classe Operaia.
Il prigioniero viaggiò gratuitamente fino a Mosca, vi
trascorse alcuni giorni con la madre, conferì con alcuni dei
suoi compagni e poi procedette in modo comodo sulla Tran­
siberiana fino a Krasnoyarsk, dove attese che le correnti
primaverili rendessero possibile la navigazione fluviale sul
Yenissei e che le autorità gli notificassero il punto esatto
della sua destinazione finale.
A Krasnoyarsk, capoluogo di provincia, trascorse pa­
recchie settimane di primavera siberiana, facendo due
verste (i) di marcia fuori città ogni giorno per consultare
la magnifica biblioteca privata del mercante e bibliofilo sibe­
riano Yudin. Vi trovò una delle migliori collezioni di pe­
riodici del ’700 e dell’800 di tutta la Russia e nuove opere
sociologiche e monografie statistiche per il suo libro (2).
Gli fu permesso d’iniziare il viaggio il 26 febbraio, ma
non raggiunse la sua destinazione finale nel villaggio di
Shushenskoye vicino alla fonte dello Yenissei prima del 20

(1) Una versta è circa un chilometro.


(2) La biblioteca Yudin fu venduta all’America nel 1907 e costituisce la
base della sezione slava della Biblioteca del Congresso a Washington.
173

maggio. Il comodo viaggio, le fermate, gli ampi orizzonti,


tutto ciò lo rinfrancò dopo l’isolamento della sua cella.
« Non sono affatto stanco, scrisse a sua madre da Ob,
il che sembra strano, poiché un viaggio di tre giorni da
Samara a San Pietroburgo soleva mettermi fuori combatti­
mento. Sta di fatto che senza eccezione dormo splendida­
mente tutta la notte... L’aria è buona, è facile respirare ».
Va rilevato che quelli che non potevano permettersi di
pagarsi il viaggio o che non potevano ottenere il permesso
non trovavano tanto piacevole il viaggiare sotto custodia e
l’essere rinchiusi per tutto il cammino.

La provincia di Yenisseisk è una delle zone più salubri


e più piacevoli della Siberia orientale, molto a sud nella
zona fredda settentrionale. La nuova casa di Lenin non stava
lontano da Tannu Tuva, segretamente annessa da Stalin
nel 1945 e oggi sede del segreto più gelosamente custodito
della Russia, la sua « città atomica ». Chiamiano la regione
scrisse Lenin, « l’Italia siberiana ». Usuo compagno Martov,
vittima della discriminazione razziale, fu confinato nella soli­
taria, gelata Turukhansk, situata a circa millequattrocento
chilometri più a Nord sullo stesso Fiume Yenissei, dove
esso entra nel Circolo Glaciale Artico nella sua lunga corsa
verso il mare polare. Malgrado ripetute suppliche, Martov
vi fu tenuto durante tutti i suoi tre anni d’esilio in condi­
zioni così dure che gli fu impossibile fare qualsiasi lavoro
sistematico. Krzhizhanovski, Starkov, Vaneev, Lepeshinski,
Silvin, Lengnik e Shapoval furono tutti mandati nelle vicine
città di Minusinsk, Yermakovsk e Tessinsk, in un raggio
di meno di ottanta chilometri da Vladimiro Ilyic. Il Go­
vernatore Generale della provincia assegnò a ciascuno di
loro uno stipendio di otto rubli per il vitto e l’alloggio,
lasciandoli liberi di cercarsi una casa nel villaggio prescritto,
di passeggiare abbastanza liberamente attraverso la provincia
in spedizioni di caccia, di farsi visita per una durata di
tempo che giungeva fino a una settimana per le vacanze
di Natale e di Pasqua e in occasione di matrimoni e funerali.
474

Alcuni si portarono la madre in Siberia perchè tenesse loro


in ordine la casa, altri fecero venire la moglie; tre matri­
moni furono celebrati nel contingente di Minusinsk durante
la permanenza triennale di Ulyanov. Quelli che potevano
trovarsi un lavoro ottenevano il permesso di lavorare per
arrotondarsi la pensione, per quanto il costo della vita in
Siberia fosse così basso e il potere d’acquisto del rublo così
alto a quei tempi che anche otto rubli bastavano al minimo
necessario, salvo quando occorreva mantenere una famiglia.
Durante le lunghe visite che si facevano nei rispettivi vil­
laggi vi erano giorni e notti di discussione politica, di canto,
di partite a scacchi caldamente disputate — che Vladimiro
vinceva sempre — e lunghe spedizioni di caccia con cani
e fucili nelle foreste che abbondavano di cacciagione.
Il villaggio « non era un brutto posto », sebbene fosse
un po’ nudo per tutti i suoi millecinquecento abitanti, freddo
in inverno com’è tutta la Siberia, percorso da grandi venti
transcontinentali in autunno e al principio della primavera,
infestato da nubi di zanzare dopo lo scioglimento delle nevi.
Ma si poteva nuotare nello Yenissei, cacciare nella foresta,
e, nelle giornate chiare, ammirare un orizzonte magnifico
con la catena di montagne Sayan dalle cime coperte di
neve. Vladimiro ingrassò e dimenticò perfino il nome del­
l’acqua minerale che prendeva contro il mal di stomaco.
Vent’anni prima, il Principe Kropotkin, l’esponente
anarchico, aveva trascorso il suo confino nella stessa « Italia
siberiana ». E trent’anni dopo il soggiorno di Ulyanov, una
lettera inviata di contrabbando da oppositori anarchici del
regime sovietico rivelava che erano stati mandati là dopo
avere avuto la salute infranta da altri luoghi meno salubri.
Ma ricevevano una pensione di soli sei rubli sovietici al
mese, svalutati dall’inflazione, e non potevano ottenere la­
voro perchè iscritti sulla lista nera. Vicino a loro, in con­
dizioni più confortevoli e con una pensione notevolmente
più elevata vivevano Smilga e altri membri dell’opposizione
comunista, dai quali la Ghepeù sperava allora di ottenere
un’« autocritica ». In tal modo il sistema del confino poli­
175

tico russo ad avversari politici si ripete sotto i mutati re­


gimi, ma con alcune differenze, specialmente durante gli
ultimi anni della dominazione staliniana, che non sarà pia­
cevole descrivere.

Col suo « salario » di otto rubli al mese (« riceviamo


regolarmente la pensione del governo »), Ulyanov potè af­
fittare una camera ammobiliata in una capanna contadina,
avere il vitto e ottenere che la biancheria gli fosse lavata
e rammendata e che gli fossero fatte le pulizie.
Una settimana uccidevano una pecora e ne nutrivano Vladimiro Ilyic ogni
giorno finché non fosse stata tutta mangiata; poi, consumata tutta la pecora,
acquistavano carne per la settimana successiva e la ragazza della fattoria
affettava il suo cibo nella tinozza dove si preparava il mangime per il be­
stiame. Questa carne tritata era adoperata per fare delle polpette a Vladimiro
Ilyic, ancora per una settimana. E vi era una quantità di latte tanto per
Vladimiro Ilyic quanto per il suo cane. (Krupskaia, Ricordi su Lenin).

Ciò che gli mancava era il denaro per i libri. Si ac­


cinse a guadagnarlo traducendo la Teorìa, e pratica delle
Trade-Unions inglesi di Sydney e Beatrice Webb, scrivendo
articoli sull’economia e sulla sociologia, recensendo libri e
vendendo il manoscritto della sua opera su Lo sviluppo
del Capitalismo in Russia. Vendette quest’ultimo alla li­
brala ed editrice Alexandra Mikhailovna Kalmykova, che
abbiamo già incontrata come la « Zietta », per la somma
non indifferente di millecinquecento rubli. I suoi articoli
gli rendevano talvolta fino a cento o duecento rubli mentre
la minima delle sue recensioni gli veniva compensata sotto
forma di libri scelti per lui dal direttore della rivista, il
suo vecchio amico Peter Struve. Non gli mancavano mai
i fondi necessari all’acquisto di un grosso fascio di pub­
blicazioni ordinate a Mosca e anche all’estero, mentre sua
madre era sempre pronta a sopportare un breve periodo a
corto di denaro.
La vita era solitaria a Shushenskoye. Con un po’ di
suppliche avrebbe potuto facilmente essere trasferito ad una
delle città vicine, dove i suoi compagni vivevano in piccole
collettività. Ma rifiutò di fare la richiesta, perchè temeva
176

gli spontanei bisticci fra confinati, le interniinabili ore di


scacchi e di discussione, l’inutile perdita di sonno e di ore
di lavoro. A Shushenskoye vi erano soltanto due operai
confinati : Prominski, un socialdemocratico polacco, di pro­
fessione cappellaio ed Enberg, un operaio finlandese degli
stabilimenti iPutilov a San Pietroburgo, personalmente ri­
belle, pur mancando di un ideale socialdemocratico. Ulyanov
tentò di coltivare il locale maestro di scuola ma si accorse
che s’interessava solo a bere e a giuocare a carte. Poi vi
era Zhuralev, un contadino consunto, già impiegato, e un
vecchio muzhik, che aveva la testa dura ma che era devoto,
Sosipatyc. Per mezzo di questi ultimi due, dice ingenua-
mente la Krupskaia, « Vladimiro Uyic studiò la campagna
siberiana ». Egli completava le notizie che traeva da loro
svolgendo le Domeniche la funzione non autorizzata di av­
vocato dei contadini dei dintorni. Ea fama di questo giure-
consulto volontario si diffuse : i muzhik venivano da lui
da chilometri di distanza con i loro litigi su buoi che ave­
vano varcato i limiti della proprietà, salari non pagati, la­
gnanze contro un cognato che aveva trascurato di offrire
da bere in occasioni speciali.
Come compagnia supplementare aveva una cagna che
il confinato tentò invano di addestrare alla caccia, un gat­
tino e Minka, il figliuoletto di un vecchio calzolaio lettone,
i cui rimanenti quattordici figli erano morti. Quando il pri­
gioniero lasciò Shushenskoye alla fine della durata della
sua pena, scrive Krupskaia, « Minka si ammalò di dolore.
Ora è morto e il calzolaio ha scritto per ottenere un pezzo
di terra sul Yenissei, perchè non voglio morir di fame
nella mia vecchiaia’ ». Ottenne il suo pezzo di terra dal
Governo sovietico come ricompensa per essere stato amico
di Vladimiro Uyic quando quest’ultimo era suo vicino.
Il confino aveva anche le sue pene. Vaneev, che aveva
contratto la tubercolosi in carcere, lentamente venne sciu­
pandosi e mori. Prominski, con moglie e sei bambini, rice­
vette in un primo tempo un sussidio di trenta rubli al
mese, che poi fu ridotto a diciannove. Invano tentò di
vi

procurarsi abbastanza da vivere vendendo cappelli ai con­


tadini, in modo da poter tornare in Polonia alla fine del
suo confino. Vi trascorse quasi un quarto di secolo come
« libero cittadino », non accumulando mai abbastanza da
trasportare la sua numerosa famiglia. Nel 1923, il Governo
sovietico, diretto dal suo vecchio amico Lenin, lo fece final­
mente rientrare, ma si prese il tifo e morì durante il viaggio
di ritorno a casa. Efimov, un operaio confinato a Tesinskoe,
diventò matto per mania di persecuzione. Julius Martov,
nel solitario confino settentrionale a Turukhansk, supplicò
invano di essere trasferito; un prigioniero politico col quale
viveva litigò con lui in modo che spezzarono la loro dimora
collettiva. Pur essendo uomo dai nervi sempre a posto, Mar­
tov ebbe una depressione nervosa mentre le sue brillanti
qualità come studioso, come scrittore e come agitatore an­
davano in malora.
« Che Dio ci salvi dalle colonie di confino e dai conflitti
fra confinati ! » commentava tristemente Ulyanov in una let­
tera alla madre. Un’aspra lite scoppiò fra i vecchi Naro-
dovoltsi e i giovani Socialdemocratici. Problemi politici, il
conflitto fra generazioni, il disprezzo dei terroristi per gli
avversari del terrorismo individuale e finalmente la fuga di
un Socialdemocratico che mise in pericolo i privilegi di
quelli che rimanevano, tutto ciò si fuse per esacerbare il
litigio.
Lo scandalo — scrive Krupskaia — si sviluppò come una palla di neve.
Non vi è nulla di peggio di questi scandali fra confinati, mi diceva Vladimiro
Ilyic. Ci spingono terribilmente indietro. Questi vecchi hanno i nervi scossi.
Guardate soltanto che cosa hanno attraversato, per quali condanne penali sono
passati. Ma non possiamo lasciarci trascinare da questi scandali, tutto il
nostro lavoro si trova davanti a noi. E Vladimiro Ilyic chiedeva che si rom­
pesse con quei vecchi. Ricordo la riunione in cui vi fu la rottura. La deci­
sione di rompere era stata presa in anticipo. Si trattava ora di eseguirla il
meno penosamente possibile. Rompevamo perchè era necessario rompere. Ma
lo facevamo senza cattiveria, anzi con rammarico. E vivemmo poi divisi.

Questo era il modo di fare di Vladimiro Ilyic. Non amava


l’inutile tensione di nervi. Quando non poteva collaborare
con qualcuno, rompeva. Poi, se costui non lottava contro

12
17«

ciò che egli difendeva, non ne parlava più. Le liti fra


confinati dovevano però influire anche su di lui. Tanto in
Siberia, quanto all’estero, in Europa occidentale, avrebbero
causato più danni al movimento di tutte le persecuzioni
della polizia.
Ma anche la polizia sembrava lavorare abbastanza bene.
I pietosi stratagemmi dei pochi membri della Lega di Pie­
troburgo ancora liberi si rivelarono inutili. La rete si strin­
geva; ad uno ad uno andavano per via di terra in Siberia,
o, nei casi più lievi, In provincie della Russia settentrionale.
Sebbene sembrasse giunto il momento di fondere i circoli
di studio locali in un unico partito socialdemocratico di
tutta la Russia, la polizia sembrava conoscere ogni mossa
segreta. Ulyanov e Martov erano all’opera in questo senso
quando furono presi. Dal carcere, Ulyanov passò di con­
trabbando un progetto di programma, ma il congresso costi­
tutivo dovette essere continuamente rinviato per le nuove
retate della polizia. Quando il « Primo Congresso » fu final­
mente tenuto, nel marzo 1898, erano rimasti quattro soli
iscritti a San Pietroburgo per eleggere un delegato. Tre di
costoro erano donne, una delle quali era Krupskaia, che
era già stata arrestata ma che era stata temporaneamente
rilasciata sotto la sorveglianza della polizia mentre veniva
decisa la sua sorte. Sembrava che la polizia fosse al cor­
rente anche del congresso segreto. Questo si riunì a Minsk
con rappresentanti di Pietroburgo, Mosca, Kiev, della rivista
L’operaio meridionale e della Lega socialista ebraica o Bund
di cui Martov era stato il capo prima di andare a San Pie­
troburgo. La riunione fu povera per numero e per qualità
di partecipanti, concluse affrettatamente i suoi lavori in tre
giorni, non riuscì ad approvare uno statuto o un programma.
Le sue uniche attuazioni furono l’emanazione di un mani­
festo, scritto da Peter Struve, la propugnazione dell’idea
di un partito di portata nazionale e l’elezione di un comitato
centrale di tre persone. Il manifesto fu virtualmente l’ultimo
atto di Struve come rivoluzionario, rappresentando già più
il suo passato che il suo avvenire. Era notevole soprattutto
17 g

per la frase : « Più si va a Oriente in Europa, più la bor­


ghesia diventa politicamente debole, vile e abietta e più rica­
dono sul proletariato i suoi compiti culturali e politici ».
Questo pensiero doveva esercitare una profonda influenza su
Leone Trotzki, che proprio allora stava diventando socialista.
Otto dei nove delegati e due dei tre membri del co­
mitato centrale scelti dal congresso furono arrestati pochi
giorni dopo la sua conclusione. La vittoria della polizia e
la sconfitta del nuovo partito sembravano completi.
Otto mesi dopo l’arresto di Vladimiro, Nadezhda Kon­
stantinovna fu arrestata. Quando una delle detenute della
sezione femminile della Casa di detenzione preventiva ap­
piccò il fuoco ai propri abiti e perì nelle fiamme, le auto­
rità rilasciarono le altre detenute politiche in attesa di una
decisione ufficiale sui loro casi. In tempo debito — le ruote
della burocrazia russa giravano molto lentamente — venne
notificato alla Krupskaia che era stata condannata per de­
creto amministrativo a tre anni di confino a Ufa, nella Russia
settentrionale. Fece una supplica affinchè le si permettesse
di andare invece a Shushenskoye, in Siberia, per raggiun­
gere il suo « fidanzato » e chiese che la sua condanna fosse
abbreviata per poterlo riaccompagnare in Russia al termine
della sua condanna.
Le autorità accettarono la prima parte della supplica.
Il loro desiderio di vedere gl’innamorati riuniti non era
però così forte da indurli ad abbreviare la sua condanna.
Le permisero di andare a Shushenskoye a sue spese e di
portare la madre con sè. L’avvertirono che, se non si fosse
sposata legalmente « immediatamente » sarebbe stata man­
data ad Ufa, com’era stato deciso in origine.
Il matrimonio era stato fuori moda in alcuni ambienti
rivoluzionari — particolarmente fra i nichilisti e gli anar­
chici — ma fra i socialdemocratici una unione destinata
a durare tutta la vita, con o senza le forme cerimoniali,
costituiva in quei tempi la regola anziché l’eccezione. F
chiaro che Nadezhda Konstantinovna e Vladimiro Ilyic non
sollevarono obiezioni contro la disposizione ufficiale e che
i8o

già consideravano la loro unione altrettanto seriamente


quanto il più borghese dei matrimoni di tutta la Russia.
Vivendo in quel mondo agitato del carcere, dell’illegalità e
dell’esilio all’estero, un mondo in cui i rapporti fra due per­
sone avrebbero dovuto essere alterati più spesso di una bio­
grafia individuale, il loro matrimonio era destinato ad essere
una vera unione per il meglio e per il peggio fino a che la
morte non li avesse divisi.
Se la si cerca un po’, si riesce a ritrovare la nota di gioia
nelle lettere discretamente affettuose di Vladimiro quando
apprese che Nadia stava per raggiungerlo. Ma le parole
che scrisse effettivamente erano semplicemente un cumulo
d’istruzioni su quello che la sua futura moglie avrebbe dovuto
fare e su ciò che avrebbe dovuto portare con sè. Doveva
vedere Struve, che era diventato il direttore di una dotta
rivista marxista legale e prendere accordi con lui per la
pubblicazione di altri articoli e di altre recensioni. Doveva
negoziare la vendita di una raccolta d’articoli di Ulyanov
in forma di libro. Doveva fare l’abbonamento a un certo
numero di periodici. Doveva « caricarsi del maggior numero
possibile di libri », doveva portare il suo cappello di paglia,
uno dei suoi giuochi di scacchi (aveva giuocato fino a quel
momento con pezzi intagliati da sè), un nettapenne per
proteggere la sua tasca contro nuove macchie d’inchiostro,
carta da scrivere di una dozzina di formati diversi, un paio
di forbici per i ritagli (per sostituire le tosatrici prese in
prestito dal suo padron di casa), libri illustrati per i bam­
bini di Prominski, nuove opere da tradurre, grammatiche
e dizionari, una giacca di pelle per cacciare, montagne di
rapporti statistici. Durante tutto il tempo in cui le lungag­
gini burocratiche fecero tardare la partenza di Nadezhda,
Vladimiro continuò a inondarla di nuove commissioni, in
modo che quando ella e sua madre finalmente partirono per
la Siberia erano cariche di un bagaglio principesco di valigie
e di bauli.
i8i

Finalmente — scrisse a sua madre nel maggio 1899 — ho ricevuto le


tanto attese ospiti... e proprio quel giorno avevo avuto la brillante idea di
andare a caccia, per cui non mi hanno trovato. Nadezhda Konstantinovna
non sembra affatto star bene e dovrà semplicemente prendere cura della sua
salute. In quanto a me, Elisabetta Vasilievna [madre della Krupskaia] ha
detto: « Santo cielo, come siete ingrassato! »... Anyuta mi domanda chi
inviterò alle nozze. Vi invito tutti... Come sai, hanno posto a Nadezhda
Konstantinovna la tragicomica condizione: o sposarsi immediatamente (sic!)
o tornare a Ufa. Non sono disposto a lasciarla andar via e perciò ho già
cominciato le pratiche...

Furono però gli stessi funzionari che ritardarono il ma­


trimonio. Pur essendo ormai già vissuto da più di un anno
in Siberia, il suo stato civile non era ancora giunto da Pie­
troburgo e senza di quello « il capo della polizia locale non
sa chi sono e non può rilasciarmi un certificato di matri­
monio! ». Nadia arrivò in maggio ma fino al mese di luglio
il matrimonio non potè celebrarsi. Fino a quel momento
erano vissuti insieme così a lungo nella calma monotonia
di un villaggio siberiano che sembrano essersi dimenticati
di comunicare le notizie nelle loro lettere.
Nadia gli arricchì la vita servendogli da moglie, da
segretaria, da massaia e da devota discepola. Sua madre
aiutava anch’essa a tenere in ordine la casa, rimanendo a
far parte della loro famigliuola fino alla morte, durante la
prima guerra mondiale. Secondo Potresov, Vladimiro Ilyic
« condusse con buon carattere una lotta quotidiana con la
suocera, il che non mancava di avere il suo lato comico.
Ella era l’unica persona nella sua cerchia immediata che
gli resistesse e che difendesse la propria personalità ». Krup­
skaia accenna al fatto che la « resistenza » si aggirava attorno
all’urto fra le osservanze religiose della madre e l’ateismo
di Kenin. Ma il futuro capo dello Stato senza Dio era piut­
tosto tollerante nei rapporti personali, limitandosi a scherzi
maliziosi e a una comicamente presunta indignazione.
Fa corrispondenza da Shushenskoye assunse allora un
tono più vivace, più personale. Fa busta che conteneva le
concise comunicazioni di Vladimiro recava « poscritti » di
Nadia lunghi tre o quattro volte tanto. Oppure allegava
parecchi fogli suoi, pieni di cose personali e del soffio della
i82

campagna siberiana. Conoscendo l’interesse di sua madre


per tutto ciò che riguardava Volodya, si diffonde per parec­
chie pagine sulle sue partite di caccia, sulle sue chiacchie­
rate con la gente del posto, con i bambini e con gli animali,
sulle buffonerie della loro cagna « da caccia », sulle mar­
mellate che lei e sua madre fanno, sulle passeggiate che
fanno tutti insieme nei boschi, su ciò che leggono, su ciò
che egli scrive, sul come risolvono il problema dei dome­
stici (con una ragazza tuttofare a due rubli e mezzo al mese
più le scarpe), sul come Volodya ricevette l’incarico di
acquistare una camicetta per la bambina di Prominski e
invece di domandarne la misura volle sapere « quante lib­
bre » pesasse, insomma su tutte le cose intime che entrano
in una calda e vivace corrispondenza personale e che aiutano
quelli che stanno lontano a rendersi conto della vita che
i loro cari svolgono in un luogo sconosciuto.

Vladimiro stava diventando impaziente. Quando gli


rimaneva da fare ancora un anno, si era permesso di guar­
dare una carta d’Europa, per potere, come scrisse alla so­
rella minore, situare Bruxelles, dov’ella si era recata a con­
tinuare i suoi studi.
Stendendo la mano puoi toccare Londra, Parigi, Berlino... Si, t’invidio.
Durante la prima parte della mia deportazione, decisi di non guardare per
nulla al mondo le carte d’Europa o della Russia europea, tanto profonda era
l’amarezza che provavo a srotolare le carte e a vedere segnati tanti puntini
neri. Ma ora sono diventato più calmo e posso guardare tranquillamente le
carte. In effetti, ci consacriamo spesso a sognare in quale di quei punti
sarebbe interessante approdare dopo aver lasciato questo luogo. Forse nella
prima parte del nostro esilio guardavamo indietro mentre ora guardiamo
avanti. Ah, ebbene, qui vivra verra...

Man mano che il suo ultimo anno trascinava il suo


interminabile corso, Vladimiro aveva sempre maggiore dif­
ficoltà a lavorare. Il suo grande libro era fatto, salvo la
ricopiatura accurata di Nadia. Anche la traduzione dei Webb.
Stava diventando impazientemente consapevole di un muta­
mento di umore in Russia. In soli due anni di confino aveva
perduto contatto con ciò che vi stava avvenendo. Tutti i
Marxisti rivoluzionari della sua generazione — gli starifei
i83

o « anziani » come venivano chiamati malgrado la loro gio­


vinezza — erano in Siberia. I n giovani » di tutte le età
che avevano preso i posti che avevano lasciato vacanti, sta­
vano conducendo il movimento in una direzione assai diversa.
Ancor più inquietanti erano le notizie che proprio nella
cittadella del Marxismo, nella potente socialdemocrazia tede­
sca, era nato un movimento per la « revisione » e la « mo­
dernizzazione » del Marxismo. Ua « revisione » pareva a
Ulyanov una bestemmia, un tentativo di rescindere dal Mar­
xismo il suo cuore rivoluzionario ortodosso. Il principale
revisionista era un personaggio quale Eduardo Bernstein,
amico di Engels e suo esecutore testamentario per i suoi
scritti. Engels era morto nel 1895. Proprio l’anno dopo
Bernstein aveva iniziato la sua offensiva letteraria nelle pa­
gine della rivista teorica Neue Zeit. Ora, nel 1899, la cauta
serie d’articoli si era trasformata in un libro lungi dall’es­
sere cauto. In ogni lettera, Vladimiro tempestava sua sorella
di richieste di ottenerne una copia. Quando finalmente ar­
rivò, non potè terminarla prima di esplodere.
« Ne abbiamo già letta la metà, scrisse a sua madre, e
il suo contenuto ha determinato in noi una sincera mera­
viglia. Teoricamente è incredibilmente debole... Non è pos­
sibile dubitare del suo insuccesso. U’insinuazione di Bern­
stein che vi sono molti Russi che sono d’accordo con lui
ci ha riempito d’indignazione».
Ahimè per Ulyanov, la realtà doveva dargli torto sui
due punti. Per lui « non era possibile dubitare dell’insuc­
cesso di Bernstein », perchè Vladimiro Ilyic era intellet­
tualmente e per carattere incapace di mettere in dubbio la
totale giustezza del Marxismo, ed era non meno incapace
di mettere in dubbio l’essenziale fondatezza del movimento
tedesco, che dirigeva l’Internazionale Socialista.
Contrariamente all’impressione data dai biografi uffi­
ciali di Uenin, egli non svolse nessuna parte internazionale
nella battaglia titanica di carta stampata che seguì la pub­
blicazione dell’opera di Bernstein Voraussetzungen des So­
zialismus. Non si sognò mai di sollevarne egli stesso la
184
pretesa, che dopo la morte è stata fatta da altri per lui,
che vi fosse una specie di successione apostolica nel Mar­
xismo : Marx, Engels, Eenin... Nè cercò di sminuire, come
i suoi discepoli hanno fatto da allora, la grande pleiade
di Marxisti che collaborarono con Marx ed Engels nei loro
ultimi anni e che, dopo di loro, continuarono a dirigere
l’Internazionale Socialista. Fino alla Guerra Mondiale,
Eenin nutrì il più profondo rispetto per uomini come Kaut-
sky, Mehring, Bebel e, pur avendo litigato con loro su
questioni russe, per Plekhanov, Parvus e Rosa Ruxemburg.
Anche quando si accorse che solo Rosa Euxemburg e Meli-
ring erano d’accordo con lui sulla guerra e pur denunciando
gli altri come « traditori », non tentò di ridurre retrospet­
tivamente l’importanza delle loro precedenti conquiste in
fatto di teoria marxista. Nè credeva, specie in quegli umili
giorni, che il movimento russo fosse capace di dettare legge
a tutti gli altri. O che, fino alla guerra, egli avesse sempre
avuto ragione contro tutti gli altri, salvo su argomenti tipi­
camente russi.
Nella grande polemica che divampò attorno al libro di
Bernstein, si limitò a combattere i « Bernsteiniani » russi
e a esprimere il suo accordo con le opere di Kautsky sugli
aspetti economici e politici e con quelle di Plekhanov e di
Rabriola sugli aspetti filosofici della polemica. Quando Po-
tresov, dalla Vyatka siberiana, gli spedì una copia del libro
di Kautsky contro Bernstein, egli ne fu così entusiasta che
Krupskaia e lui abbandonarono ogni altro lavoro e non riu­
scirono a dormire per due settimane fino a che non ne aves­
sero completato la traduzione in Russo.
Apparentemente, Bernstein fu facilmente battuto nella
controversia. Quasi ogni Marxista importante entrò in lizza
contro di lui. Il congresso del suo partito deliberò esplici­
tamente di condannare le sue opinioni e di attenersi alla
« vecchia tattica coronata dal successo ». Ma la sconfit<--i
di Bernstein dimostrò in definitiva di essere stata semplice-
mente una sconfitta a parole perchè il suo libro espresse
in lingua piana quella che stava sempre di più diventando
la prassi inconsapevole del suo partito.
i85

La ragione del trionfo segreto di Bernstein si trova nel


mutato clima intellettuale dell’Europa. Le sue insignificanti
osservazioni sulle tendenze economiche non reggono di
fronte al Capitale di Marx. Sebbene l’Europa del secolo
ventesimo dovesse assumere una forma diversa dalle pro­
fezie di entrambi, doveva rassomigliare molto di più alle
previsioni catastrofiche di Marx che alle predizioni ottimi­
stiche di Bernstein di un’economia sempre più al riparo
dalle crisi, di una diffusione sempre più ampia della ric­
chezza e di una trasformazione impercettibile del capitalismo
in socialismo, senza sconvolgimenti o rivoluzioni. Ma le
opinioni di Bernstein convenivano esattamente alla tendenza
prevalente dell’Europa nel momento in cui il secolo deci-
monono si concludeva e il secolo ventesimo si apriva splen­
dente di promesse.
Il Marxismo fu il figlio non riconosciuto della tempe­
stosa adolescenza del capitalismo. Politicamente rappresentò
una serie di deduzioni dal periodo delle rivoluzioni dal 1789
al 1848. Ma l’Europa non aveva conosciuto nè grandi guerre,
nè sollevamenti rivoluzionari, nè profonde crisi economiche
dal 1870 in poi. La generazione di Bernstein seppe della
rivoluzione solo leggendo i classici marxisti. Essa riservava
il suo tributo a quei classici solo per le occasioni festive,
e nella sua prassi quotidiana si muoveva con facilità nel­
l’atmosfera affaccendata, prospera, di sindacati che si svi­
luppavano, di una migliore legislazione sul lavoro, di suf­
fragi elettorali sempre più alti, di una rappresentanza par­
lamentare sempre più elevata, di una più ampia tiratura dei
giornali socialisti.
La improvvisa espansione dell’Europa oltremare, il sac­
cheggio del « continente nero » dell’Africa in un decennio,
l’ammucchiarsi degli armamenti dettero all’Europa un breve
periodo di febbrile prosperità. Ea costruzione di ferrovie,
l’esportazione di armi e di capitali stimolarono l’industria
pesante. Il profitto monopolistico e il profitto coloniale sem­
bravano compensare la temuta legge di Marx della riduzione
del saggio del profitto. La pletora di capitale fu impegnata
i86

in speculazioni sulle azioni, in esportazioni verso paesi che


s’industrializzavano rapidamente, come la Russia, e verso le
colonie d’oltremare. Le crisi diminuirono d’intensità, le
riprese spiccarono un volo verso nuove cime.
Di fronte a questi fenomeni, 1’« ortodossia » si agganciò
ostinatamente a Marx. Solo Hobson, Parvus, Hilferding e
Rosa Luxemburg — e più tardi Lenin — osarono compiere
qualche indagine reale su questi nuovi fenomeni. Solo in
Russia, dove vi era da combattere uno Zar assolutista, sorse
un movimento che si fondava realmente su uno spirito rivo­
luzionario. Era molto più facile all’osservatore superficiale
credere nella fede di Bernstein nel progresso sociale che
nelle fosche profezie di guerre prossime, di un crollo sociale,
politico ed economico, di lotte aperte circa la natura del
futuro ordine nuovo.
Anche in Russia, le cose sembravano tranquille. Gli anni
del confino di Ulyanov furono anni di prosperità. Gli operai,
in gran parte diretti da uomini provenienti dalle loro file,
effettuavano scioperi, parecchi con successo, h’intelli-
ghentsia, tendendo, com’è abitudine degl’intellettuali, ad
elaborare dei fenomeni temporanei e superficiali in profonde
e perpetue generalizzazioni, sviluppò una nuova teoria ade­
guata alla nuova situazione. Per l’accento che la nuova
teoria poneva sulla lotta economica, più che sulla lotta po­
litica contro lo Zar, prese il nome di « Economismo ».
Questo nuovo movimento aveva solo bisogno — data la
propensione dei Russi a venerare l’autorità — di incorag­
giamento da voci autorevoli nel partito principale dell’Europa
occidentale. Bernstein non commetteva un atto di vanagloria
quando pretendeva di avere molti sostenitori in Russia. L’in­
dignazione di Ulyanov di fronte a tale pretesa si trasformò
in furare impetuoso quando si accorse che egli e i suoi com­
pagni di confino si trovavano in minoranza nel loro proprio
movimento.
Anzi, un documento gli era già giunto fino a Shushen-
skoye ed egli lo aveva giudicato in un primo tempo una
aberrazione individuale. Il documento, da lui battezzato « il
i87

Credo », era stato scritto dalla signora Kuskova. La sua


semplice lettura, come scrisse a sua madre, lo aveva « man­
dato in bestia ».
La legge generale dell’attività lavoratrice, dichiarava
il « Credo », consisteva nel seguire « la via della minor
resistenza » da parte del movimento. In Occidente, dove la
borghesia* aveva conquistato diritti politici per sè e per il
proletariato, la classe operaia aveva considerato che le fosse
più facile entrare nella politica che organizzare sindacati.
Ma in Russia, dove lo Zar rappresentava un muro di pietra
che bloccava ogni azione politica, la via della minor resi­
stenza era l’azione economica contro i datori di lavoro e il
tentativo di organizzare sindacati. La classe operaia russa
era troppo debole e arretrata comunque per la politica. Ogni
accenno a un partito politico indipendente del lavoro non era
altro che un’importazione di una dottrina straniera fondata
su condizioni differenti. Il dovere degl’intellettuali socialisti
era di sostenere gli operai nel loro sforzo di organizzare
sindacati e di sostenere l’opposizione liberale contro lo Za-
rismo nel suo sforzo di democratizzare la Russia. Gli operai
avrebbero appreso dall’esperienza che avrebbero acquistato
negli scioperi la necessità di sostenere l’opposizione liberale
anche sul terreno politico.
Il « Credo » operò come una spada attraverso il movi­
mento, dividendolo in due parti assai disuguali. Paul Axelrod
avéva già lanciato un ammonimento contro di ciò in un
opuscolo stampato a Zurigo e introdotto clandestinamente
in Russia. Ulyanov scrisse ora un’aggiunta ancor più aspra
e irritata. Traendo pretesto da una festa, fece in modo che
tutti i confinati della provincia si riunissero ad un « rice­
vimento ». Lesse il « Credo», lo analizzò, lesse la sua ri­
sposta. Diciassette confinati, compresi lui e la moglie, l’ope­
raio finlandese Enberg, che aveva studiato il Marxismo con
la Krupskaia, Vaneev, che stava morendo di tubercolosi
e che dovette essere trasportato, col letto e con tutto, alla
riunione, e l’intero gruppetto delle tre città vicine, firmarono
il documento. Diventò noto per quel fatto come « La protesta
188

dei diciassette ». Potresov, Dan e Vorovski inviarono un


documento analogo da Viatka. Ulyanov spedì una copia
della « Protesta » a Martov, che raccolse altre firme a Turu-
khànsk. Fu spedito clandestinamente fuori dalla Siberia per
essere distribuito in versioni stampate e poligrafate. Così
ebbe inizio la controffensiva della minoranza marxista rivo­
luzionaria contro 1’« Economismo ».
Da quel momento in poi Ulyanov fu come un toro che
aveva sentito la prima minaccia. S’impazientiva per la di­
stanza e l’inattività forzata, per il sudiciume del pensiero
russo e per il rilassamento dell’organizzazione russa, che
aveva mandato ogni rivoluzionario in esilio. Camminava
per le foreste per ore ed ore con la Krupskaia o con ospiti
delle città vicine, parlando, parlando, parlando, confiden­
zialmente, didatticamente, come un maestro di scuola col
suo migliore alunno, su ciò che si doveva fare. Un piano
stava prendendo forma nella sua mente : un piano per la
creazione di un giornale clandestino destinato a tutta la
Russia e di una catena di agenti segreti che lo avrebbero
passato di contrabbando attraverso le frontiere e nelle città
e nelle fabbriche. Il giornale avrebbe gettato le basi per
la fusione di tutti i circoli locali in un’organizzazione na­
zionale. Avrebbe spiegato i problemi teoretici e fatto cono­
scere i compiti pratici. Avrebbe educato ed organizzato.
Avrebbe sconfitto gli « Economisti » e avrebbe assunto la
tutela intellettuale e organizzativa del movimento. Dalle
sue pagine sarebbero uscite le idee e dai suoi agenti sarebbe
nato l’apparato organizzativo, su cui fondare un partito
unificato, centralizzato, cospiratore, che la polizia non
avrebbe potuto spezzare nè « i chiacchieroni liberali »
indebolire.

Vladimiro Ilyic cominciò a trascorrere notti insonni — scrive Krupskaia —.


Diventò terribilmente magro. Durante quelle notti egli elaborò il suo piano
in ogni particolare, lo discusse con Krzhizhanovski, con me, ne parlò per
lettera a Martov e a Potresov, discusse con loro di un viaggio all’estero. Più
il tempo passava, più Vladimiro Ilyic era vinto dall’impazienza, più ardeva di
mettersi al lavoro.
Capitolo IX
IL PIANO ORGANIZZATIVO DI LENIN

Prima di poterci unire e per poterci unire, dobbiamo prima


di tutto tracciare fermamente e chiaramente le linee di divi­
sione fra i diversi gruppi. Dichiarazione editoriale del primo
numero dell’lslya, scritta da Lenin.

Aiutato da un limpido, gelido chiar di luna, il gruppetto


si spingeva giorno e notte con la slitta lungo lo Yenissei
gelato. La madre di Nadia soffriva per il freddo intenso ma
l’impaziente Vladimiro andava per l’aspra aria di febbraio
senza la giacca di pelle. Egli non permetteva quasi nessuna
sosta per un adeguato riposo; però, dovunque vi fosse pos­
sibilità d’incontrare un confinato o un gruppetto di confinati,
sostava per spiegare i suoi piani per la creazione di un
giornale per tutta la Russia. Sembrava incline a conoscere
personalmente ogni Socialista in Siberia : più tardi tali cono­
scenze gli sarebbero state utili. Parecchi lasciarono una
testimonianza sull’improvvisa sensazione che avevano avuto
della grandezza dei suoi piani semplici, dall’aspetto pratico
e sulla potenza della sua ferma volontà. Come nel caso di
Loyola, come in quello di tutti gl’importanti organizzatori
di partiti d’azione, la forza della personalità di Ulyanov, non
meno delle sue idee, cominciava a legare gli uomini a lui
con vincoli che sembravano quelli che legano discepolo a
maestro.
Sua moglie, la cui pena di confino doveva durare ancora
un anno — si era nel febbraio 1900 — non potè accompa-
igo

gnarlo oltre Ufa, negli Urali, dove doveva scontare l’ultimo


anno di pena. Non gli passò per la mente di rimanere con
lei a Ufa, sebbene le grandi città della Russia gli fossero
vietate. Doveva andare più vicino alle capitali e alla frontiera.
Scelse Pskov, nodo ferroviario non lontano dal confine.
Ulyanov, Potresov e Martov, che avevano circa la stessa
età (Potresov aveva un anno di più e Martov tre anni di
meno di Ulyanov), si consideravano tacitamente come la
troika : un gruppo, di tre uomini che doveva dirigere la sua
generazione e diventare il comitato direttivo del giornale che
stavano progettando. Quando si trovavano al confino, ave­
vano avuto una lunga corrispondenza su ciò; chi avrebbe
scritto; dove si sarebbe pubblicato; come introdurlo clande­
stinamente nel paese; quale posizione avrebbe dovuto assu­
mere su una quantità di argomenti. I tre erano così vicini
che Ulyanov battezzò la loro unione « la triplice alleanza »
e si rivolse ora all’uno, ora all’altro, nelle sue lettere cifrate,
chiamandoli ((fratello». Martov, conclusa la sua pena di
confino, andò a Poltava a stabilire contatti nel Sud della
Russia, mentre Potresov raggiunse Ulyanov a Pskov. Ci si
può immaginare la conversazione che vi fu fra di loro dal
modo in cui due figliuolette del loro ospite Radchenko ave­
vano l’abitudine di prenderli in giro : « Ponendosi le mani
dietro la schiena le bambine camminavano solennemente su
e giù per la camera, la prima dicendo « Bernstein » e la
seconda rispondendo « Kautsky ».
Quando i « fratelli » fecero' la domanda di un visto per
recarsi all’estero, in esecuzione del loro piano di fondazione
di un giornale, il governo prontamente concesse i passaporti.
Prima di partire, Ulyanov chiese il permesso di andare
a Ufa a vedere la moglie malata. Quando ne ebbe occasione,
andò a vedere la madre e la sorella a Mosca — e a racco­
gliervi contatti. Poi fece un giro per un certo' numero di
città meno importanti onde ottenere contatti supplementari.
Solo l’impazienza di cominciare a fare il giornale lo fece
rinunciare a uno stravagante progetto di tornare segreta-
mente in Siberia a vedere ancora altri confinati. Poco meno
igi

avventata per degli uomini pedinati dalla polizia fu la deci­


sione dei u fratelli » Martov e Ulyanov di visitare insieme
San Pietroburgo, città vietata a entrambi. Uo stesso giorno
del loro arrivo, furono arrestati. Il prigioniero Ulyanov aveva
addosso duemila rubli, appena ricevuti dalla « Zietta »
(A. M. Kalmykova) per cominciare a fare il giornale, un
elenco d’indirizzi e una lettera per Plekhanov. Ua lettera
e gl’indirizzi erano stati scritti con l’inchiostro simpatico su
vecchi conti e appunti. Tuttavia, l’incapacità di andare senza
farsi prendere in una città proibita non dimostrava grande
abilità nel lavoro clandestino da parte dell’uomo che stava
per diventare il maestro, su tali argomenti, di un’intera
generazione. Ma la polizia, che li prese abbastanza facil­
mente, non mise sulla fiamma i pezzetti di carta scritti con
l’inchiostro simpatico, non confiscò il considerevole tesoro
del futuro giornale e non tenne agli arresti se non pochi
giorni i suoi futuri direttori. Il loro arresto in questa paz­
zesca missione costituì la prima occasione in cui il giornale
non ancora nato sfuggì a un gran pericolo. Ua seconda
occasione derivò poco dopo da una lite fra fuorusciti.
Quando Ulyanov varcò il confine, il 29 luglio 1900, trovò
una situazione di scissione che si avvicinava all’isterismo.
Potresov, che lo aveva preceduto, era immerso nella dispe­
razione. Riferì che Plekhanov e i suoi veterani avevano
litigato con i membri di una Unione di Socialdemocratici
all’estero recentemente fondata, la maggioranza dei quali
era costituita da « Economisti » e da sostenitori di Bernstein
contro Plekhanov nel grande dibattito che allora infuriava
sul «revisionismo». U’Unione aveva tenuto un Congresso
ili aprile, ove la discussione era stata così aspra che i veterani
si erano scissi formando la propria Lega rivale della Social-
democrazia rivoluzionaria all’estero. Ulyanov andò subito a
Ginevra a vedere Plekhanov.

La mia conversazione con lui — scrisse Vladimiro Ilyic in un rap­


porto confidenziale destinato solo ad essere letto da Krupskaia, Martov e
alcuni aderenti sicuri ■— ha dimostrato veramente che egli era sospettoso, diffi-
192

dente e rechthaberisch nec plus ultra. Tentai di essere prudente e sfuggii a


ogni punto « sensibile », ma il freno che dovetti impormi continuamente non
poteva che influire sul mio umore...

Plekhanov, egli lamentava, aveva usato « diplomazia »


trattando col suo futuro collega del comitato direttivo del
giornale. Ma, guardando la cosa da estranei, possiamo ren­
derci conto che la « diplomazia » fu usata da entrambi.
Ulyanov era irritato che il suo vecchio maestro avesse scisso
il movimento dell’emigrazione proprio quando egli si era
proposto di fare per esso una rivista che avrebbe guidato e
unito tutti i Socialdemocratici all’estero e all’interno della
Russia. Ua conversazione fra maestro e discepolo degenerò
in una lite. Ulyanov sosteneva la tesi che il giornale non
ancora nato avrebbe potuto essere il difensore incrollabile
del punto di vista marxista ortodosso e rivoluzionario, che
egli e il suo maestro, Plekhanov, avevano in comune, che
avrebbe potuto polemizzare contro liberali, « Economisti »,
« Revisionisti » e Populisti essendo tuttavia contemporanea­
mente il giornale di tutti, sostenuto da tutti, ammonendo e
istruendo tutti, ammettendo sulle sue colonne tutte le opi­
nioni in guerra fra di loro, nella forma di collaborazioni che
sarebbero state sistematicamente criticate dai direttori con
note editoriali d’accompagnamento. Questa idea particolare,
psicologicamente insostenibile, veniva da Ulyanov tratta
come corollario logico dalla sua formula a due facce : la
« alleanza » di tutti gli elementi d’opposizione e la « ege­
monia del proletariato » nella lotta generale contro lo Za-
rismo. Ma Plekhanov, opponendosi assolutamente all’ammis­
sione di tali opinioni contrarie, « dimostrò un odio contro
gli “alleati” che confinava con l’indecenza, sospettandoli di
spionaggio, accusandoli di essere Geschaeftsmacher e ribaldi
e affermando che non avrebbe esitato a “sparare” contro
simili “traditori” ».
È strano udire il futuro arciscissionista lamentarsi di
Plekhanov negli stessi termini che saranno più tardi usati
contro Eenin dai suoi avversari compresi i suoi compagni
d’armi d’allora, Martov, Potresov e questo stesso Plekhanov.
193

Un’altra causa più profonda di tensione, forse perchè


meno cosciente, fu costituita dal giudizio espresso dall’an­
ziano verso una dichiarazione editoriale destinata al primo
numero, preparata dal più giovane. Plekhanov non fece
alcuna obbiezione alle idee — e tale silenzio fu da Ulyanov
interpretato come « intollerabile diplomazia » — ma con­
dannò la dichiarazione per essere troppo piena di luoghi
comuni, troppo superficiale, di tono troppo pedestre, per un
documento a pretese storiche. Dal suo primo incontro con
Ulyanov aveva concepito ammirazione per questo discepolo
eminentemente esperto come futuro organizzatore pratico
del movimento rivoluzionario, ma era stato incapace di pren­
derlo sul serio come scrittore e come pensatore. « Ciò non è
“scritto”, come dicono i Francesi — disse all’autore urtato.
Questa non è opera letteraria. Ciò non somiglia a nulla... ».
Leggendo il pedestre manifesto di Lenin non si può non dar
ragione a Plekhanov. Ma anche lo stile è questione di tem­
peramento. Nè la situazione migliorò quando il vecchio mae­
stro prese il documento con l’intenzione di « elevarne il
tono » e quando, alcuni giorni dopo, lo restituì arrogante­
mente inalterato.
Nel corso della stessa settimana, Plekhanov, Axelrod e
Vera Zasulic s’incontrarono con Potresov e con Ulyanov per
negoziare un accordo fra le due « organizzazioni », o piut­
tosto fra le due generazioni. Le relazioni tese fra « maestro »
e « discepolo » divamparono in conflitto aperto :
Ora il desiderio di G. V. [Plekhanov] di possedere un potere illimi­
tato diventava ovvio... Egli dichiarò che era evidente che avevamo opinioni
diverse... che capiva e rispettava il nostro punto di vista, ma che non poteva
accettarlo. Sarebbe stato meglio che noi fossimo i direttori ed egli un colla­
boratore. Fummo francamente meravigliati e cominciammo a polemizzare
contro di ciò...

La causa non indicata del conflitto era questa : chi


avrebbe diretto, Plekhanov o Ulyanov, la « vecchia » o la
« giovane generazione »? Questo fu un problema che non
sarebbe mai stato chiaramente e coscientemente formulato,
ma non si sarebbe mai spento. Ma Ulyanov non poteva so-

13
194

gnarsi allora di dirigere il movimento senza i suoi capi più


riveriti, i suoi propri maestri. Soffocò la propria indignazione
e persuase Plekhanov a riprendere in considerazione la sua
posizione. Immediatamente quest’ultimo domandò in modo
marcato come si sarebbero effettuate le votazioni fra i sei
membri del Comitato di Redazione che erano in numero pari.
(I redattori dovevano essere Plekhanov, Axelrod, Zasulic,
per gli anziani, e Ulyanov, Martov, Potresov, per il gruppo
dei giovani). Su proposta di Vera Zasulic, quel problema
venne risolto dando a Plekhanov due voti per spezzare i
vincoli potenziali e uno a testa a ciascuno degli altri cinque !
Con ciò — continua il rapporto confidenziale di Ulyanov — G. V. prese
in mano le redini della direzione e in modo altamente direttoriale cominciò
a dividere i compiti... Sedevamo là come tante anitre ammaestrate... ci ren­
demmo conto che eravamo stati presi in giro...
La mia « infatuazione » per Plekhanov scomparve come per magia...
Mai, mai in vita mia avevo considerato alcun altro uomo con tanto sincero
rispetto e con tanta venerazione. Non mi ero mai comportato con alcun altro
uomo con tanta «umiltà » come mi ero comportato con lui e mai prima di
allora fui così brutalmente « sprezzato »... Dal momento in cui un individuo
con cui desideriamo collaborare intimamente arriva nel suo intimo a trattare
i compagni come pedine di una scacchiera, non può esservi dubbio circa il
fatto che egli è un uomo malvagio, sì, un uomo malvagio, ispirato da motivi
gretti di vanità e di orgoglio personali, un uomo insincero...
Questa scoperta ci colpì entrambi [Ulyanov e Potresov] come un fulmine
perchè fino a quel momento ambedue eravamo stati innamorati di Plekhanov
e, come accade con le persone amate, gli perdonavamo tutto, chiudevamo gli
occhi davanti alle sue deficienze... La nostra indignazione non conobbe limiti.
Il nostro ideale era distrutto; con passione lo calpestammo. Non vi furono
limiti alle accuse che lanciammo contro di lui... Addio giornale! Abbando­
neremo tutto e torneremo in Russia... Se non fossimo stati innamorati di lui
la nostra condotta verso di lui sarebbe stata diversa... I giovani compagni
« corteggiano » un vecchio compagno per il grande amore che gli portano e
improvvisamente egli inietta in quest’amore un’atmosfera d’intrigo... Un gio­
vane innamorato riceve dall’oggetto del suo amore un’amara lezione: quella
di considerare tutte le persone « senza sentimento »; di tenere sempre un
sasso nella fionda...

Vi sono molte altre pagine in questo curioso documento


che, sotto il titolo « Come la “Scintilla” fu quasi spenta »
occupa quindici pagine del volume quarto delle Opere com­
plete di Uenin. Da tale documento possiamo apprendere ben
poco sulle divergenze politiche che dovevano dividere questi
195

due uomini in avvenire, ma parecchio sulle differenze di tem-


perameno. Nessun altro documento di pugno di Lenin sa­
rebbe mai più stato altrettanto rivelatore dal punto di vista
psicologico. Egli apprese ben presto la lezione che allora si
impartì : « Considerare tutte le persone “senza sentimento”;
tenere sempre un sasso nella fionda... ». Egli si addestrò a
disciplinare severamente il lato sentimentale della sua natura;
a ricercare e allargare l’aspetto politico di ogni futura di­
sputa; a mettere in disparte e perfino a ignorare, dove fosse
stato possibile, l’elemento personale. Ma questo documento
è sufficiente per mostrarci fino a che punto quest’indi­
viduo autodisciplinato, inesorabilmente logico, condividesse
1’« anima particolare » della intellighentsia russa dalla quale
proveniva. Tutto questo parlare di amore sconfinato, di umi­
liazione e di delusione avrebbe potuto benissimo trovarsi in
un romanzo russo; ma non lo si può trovare in alcun rap­
porto politico del movimento operaio di nessun altro paese.
Lo storico è spinto alla conclusione che, nelle future dispute,
anche quando tutte le parti saranno d’accordo che i problemi
sono esclusivamente politici, rimarrà una forte probabilità
che l’elemento personale sia semplicemente « sublimato » o
« razionalizzato » più che veramente eliminato.
La lite si concluse, se non con il reciproco perdono e i
singhiozzi di gioia di una « riconciliazione fra amanti », per
lo meno con un accordo formale di continuare a convivere
e a mantenere le apparenze. I negoziati finali furono condotti
« freddamente, proprio freddamente ». Fu Potresov che pro­
pose il compromesso « in modo che una seria impresa politica
non potesse essere rovinata da rapporti personali peggiorati ».
(La sottolineatura, come sempre, è di Lenin).
Fummo d’accordo di non riferire ciò che era accaduto ad alcuno salvo
ai nostri amici più intimi... Alla superfice, tutto appariva come se nulla fosse
accaduto... Ma sentivamo un’angoscia interna: invece di avere dei rapporti
amichevoli, vi erano solo rapporti di lavoro... Dovevamo sempre stare in
guardia, secondo il principio: Si vis pacem, para bellum.

Non è eccessivo concludere che, dalla delusione che si


verificò a conclusione del suo « amore giovanile », il tren­
tenne Vladimiro Ilyic improvvisamente maturò trasforman-
dosi da Ulyanov in Lenin. A dir il vero, dietro tutta la
« lite fra innamorati » vi era il fatto, che non fu mai coscien­
temente formulato, che Ulyanov stava cominciando a sentire
in sè la capacità di dirigere il movimento, se necessario, senza
il suo maestro. Quando le differenze di temperamento sareb­
bero maturate fino a trasformarsi in differenze d’impostazione
e di formulazione, Martov e Potresov, non meno di Ple-
khanov, di Axelrod e della Zasulic, avrebbero ricordato l’im­
provvisa collera e l’ostinata fermezza che Ulyanov aveva
dimostrate in tale occasione. E s; sarebbero accorti con ram­
marico che vi era qualcosa di più della retorica nelle
conclusioni relative al tenere un sasso nella fionda e, pur
desiderando la pace, prepararsi alla guerra. Ulyanov ebbe
immediatamente cura di fare stampare il giornale in Ger­
mania e non in Svizzera in modo che Plekhanov dovesse
votare per corrispondenza. E procurò di conservare il con­
trollo di tutto l’apparato per la distribuzione clandestina.
Quando arrivai in esilio — scrive Krupskaia — Vladimiro Ilyic mi disse
di essere riuscito a far in modo che io diventassi segretaria dtWlskra... Ciò
significava naturalmente che i contatti con la Russia sarebbero stati mantenuti
sotto il più stretto controllo di Vladimiro Ilyic... Mi disse che era stato piut­
tosto spiacevole per lui di dover combinare ciò, ma che lo considerava neces­
sario per il bene della causa...

Vladimiro Ilyic cessò allora di usare pseudonimi diffe­


renti per ogni articolo e cominciò a firmarli tutti col solo
nome clandestino di Lenin (i). Stava formandosi seriamente
(i) Talvolta N. Lenin. Fra il 1895 e l’ultima parte del 1901, aveva ado­
perato i seguenti nomi: K. Tulin, K. T.-n, S. T. A., T. P., F. P., Petrov,
Frey, T. Ch., T. Kh., Karpov, Meyer, Starik (in lettere), Ilyin, V. Ilyin,
VI. Ilyin e Vladimiro Ilyin. La storia raccontata da Walter Duranty che egli
non usò il nome di Lenin fino al 1912, quando si suppone che egli lo avesse
assunto in onore dello Sciopero dell’Oro sul Fiume Lena non ha fondamento.
A decorrere dal 1901, egli adoperò il nome Lenin o N. Lenin continuamente
e sotto quella firma fece perfino dei commenti su alcuni dei suoi primi scritti
firmati con i suoi altri pseudonimi, legandoli al sistema di idee che avrebbe
dovuto essere associato da allora in poi con la sua firma permanente. Prima
del 1901, il nome usato dìù di frequente era stato quello di Ilyin e le sue
varianti, V., VI., e Vladimiro Ilyin, Lenin è apparentemente derivato da
Ilyin e Ilyin a sua volta da Vladimiro Ilyic, suoi nome e patronimico, e dal-
1’« Ulyan » di Ulyanov. Non ha alcun fondamento la leggenda giornalistica
americana che l’N. di N. Lenin stia per Nikolai. In Europa e specialmente
in Russia, quando si scrive N. o NN. si vuol indicare di solito l’anonimato,
sostituendo così una specie di accenno al fatto che Lenin non era che un
pseudonimo.
197

l’idea di una continuità di direzione e della propria capacità


di esercitarla. Il suo scopo era di costruire attorno al nome
di Lenin una fama cumulativa, di metterlo avanti per una
serie di opinioni sistematiche sulla teoria, sulla politica e
sopratutto sull’organizzazione. Firmati o no, i suoi articoli
erano considerati espressione di un’opinione comune di tutti
i redattori, ma tuttavia con un disinteressato amor proprio
intellettuale e con una fiducia in sè ancor più profonda egli
combatteva gelosamente per ogni frammento del suo parti­
colare punto di vista, giungendo fino a inserirlo, spesso dopo
liti strepitose, come interpolazione in articoli di altri. La
maggior parte dei suoi articoli non era firmata, ma gli agenti
e i lettori divennero sempre più consapevoli, tuttavia, del
fatto che una speciale serie d’idee, presentata in un modo
particolarmente duro, insistente, pieno di ripetizioni, disa­
dorno e positivo, ricorreva continuamente sotto la stessa firma
o nello stesso stile della stessa mano. Diversamente dagli altri
redattori, egli si riferiva costantemente ai propri articoli
precedenti, li espandeva, li completava, li difendeva, legava
l’ultimo a tutti i precedenti in una catena ininterrotta.
Il nome di Lenin passò di bocca in bocca nel mondo
clandestino e la polizia ne prese sempre più nota. Gli esuli
che si recavano all’estero ora chiedevano spesso d’incontrarsi
con Lenin oltre che con Plekhanov. Nel suo oscuro subco­
sciente, Vladimiro Ilyic stava spianandosi la strada per essere
noto separatamente dai nomi consacrati dalla fama degli
« Anziani » e magari contro di loro o dal nome collettivo
della /sfera. Cominciò a firmare così le lettere personali a
seguaci molto intimi che guardavano verso di lui in seno
aWIskra così come guardavano verso YIskra entro il mondo
meno definito dell’illegalità operaia e socialista. Talvolta le
sue lettere cominciavano con 1’ espressione impersonale
a Lenin scrive a... », oppure « Lenin parla ». E malgrado
avesse solo trent’anni o poco più rispetto all’età veneranda
di Plekhanov, Axelrod, Deutsch, Zasulic, ne cominciava
alcune dicendo « Parla Starik... » o terminava con la semplice
firma Starik (che in Russo vuol dire « il Vecchio »). In un
iq8

paese bagnato di tradizione patriarcale, era un nomignolo che


esprimeva autorità e rispetto, improntato com’era a un’affet­
tuosa ammirazione. Stalin ha dopo di allora usato tutto lo
schiacciante apparato propagandistico invano per attribuire
questo nomignolo alla propria persona, ma nei loro momenti
d’intimità i suoi luogotenenti continuano a riferirsi a lui col
nome di Khozyain — « il Padrone » — anziché di Starik —
« il Vecchio ».

Era imprevedibile seppure inevitabile che questo ener­


gico, preciso, pedagogico, giovanile « Vecchio » dominasse
il nuovo giornale fin dall’inizio. Era il suo cervello che lo
aveva concepito. Gli aveva trovato il nome di Iskra — « Da
Scintilla » — e come « manchette » le parole impazienti e
profetiche di Pusckin : « Dalla scintilla scaturirà la fiamma ».
Come poteva mancare di apporvi la sua impronta quando gli
attribuiva una funzione tanto più importante di quella che
gli attribuivano gli altri? Per Plekhanov e per i suoi amici
e per i due, « Fratelli » di Eenin era semplicemente un
giornale rivoluzionario. Non era poco, magari, in un paese
dove tutti i giornali dell’opposizione erano proibiti. Ma per
lui era di più. Doveva essere un crociato contro tutte le
forme d’opportunismo, di revisionismo, di eterodossia, di
antimarxismo. Doveva incoraggiare tutte le altre correnti
dell’opposizione contro lo Zarismo, ma al tempo stesso cri­
ticarle e denunciarle e distruggerne l’influenza sulle masse.
Non doveva servire un partito ma creare un partito, riunire
i circoli locali dispersi dalla visione ristretta, di breve durata,
in un partito socialdemocratico del lavoro di tutta la Russia.
Da sua piccola banda di agenti segreti, che lo introduce­
vano clandestinamente attraverso i confini, doveva costituire
una compagnia strettamente legata di cospiratori preparati.
Sarebbe penetrata dovunque, avrebbe raccolto notizie, spiato
le informazioni, riferito sugli umori, eseguito ordini, reclu­
tato il meglio in ogni stabilimento e località e legato tutti
più strettamente al movimento. Avrebbe acquistato influenza
sulla classe operaia e su tutta l’opposizione rivoluzionaria,
199

dotato ogni sciopero e ogni ribellione spontanea di una co­


scienza socialista, insegnato al proletariato a guardare oltre
l’aspetto semplicemente locale per vedere l’interesse nazio­
nale e internazionale di un problema, elevato gli occhi del­
l’operaio al di sopra dell’orizzonte limitato delle preoccu­
pazioni della classe operaia, per vedere quelle di tutti gli
oppressi e gli scontenti. L,’Iskra doveva essere « l’agitatrice
collettiva e l’organizzatrice collettiva », doveva servire da
« enorme paio di mantici che avrebbe acceso ogni scintilla
di lotta di classe e d’indignazione popolare fino a farla di­
ventare una conflagrazione generale ». I suoi direttori do­
vevano essere i dirigenti ideologici del futuro partito. I
suoi agenti dovevano costituire gli stessi quadri del Partito,
anzi dovevano essere quel Partito. E, come Partito, dove­
vano dirigere il proletariato, che a sua volta doveva diri­
gere tutte le altre classi e gli altri strati oppressi, sfruttati
e d’opposizione della popolazione. Così questo gruppetto
dei redattori, dei collaboratori, degli agenti e degli orga­
nizzatori dell’Infera avrebbe formato lo scheletro di stato
maggiore e il corpo ufficiali che domani avrebbe mobilitato
e diretto potenti eserciti nella battaglia, che li avrebbe fre­
nati davanti a un conflitto prematuro, che avrebbe insegnato
loro a porre un assedio efficace, costante, alla fortezza del­
l’autocrazia e a passare, al momento opportuno, dall’assedio
all’attacco fulmineo e alla vittoria.
Vi era della poesia in questa audace concezione della
funzione di un giornale che, se fosse riuscito ad andare
oltre pochi numeri, avrebbe potuto considerarsi fortunato
e che nella migliore delle ipotesi poteva sperare di uscire
solo irregolarmente, forse una volta al mese all’incirca in
un’edizione di poche migliaia di copie, più di due terzi delle
quali sarebbero state sequestrate alla frontiera. Gli altri
membri del Comitato direttivo non si rendevano ben conto
di quello che il loro collega aveva in mente. In tutta la
storia del giornalismo, a nessun altro giornale era mai stata
assegnata una funzione così vasta. Anche se il prudente
Eenin non avesse compiuto i passi necessari per legare a
200

lui gli agenti segreti e per ottenere per sua moglie il con­
trollo di tutti i contatti con la Russia, la sua concezione
dell’Jsfera esposta in un articolo dopo l’altro e infiltratasi
negli ambienti clandestini russi era sufficiente a dare ai
lettori, agli agenti e ai sostenitori un senso dell’importanza
loro propria e del giornale e a far raccogliere attorno ad
nome di Lenin tutti quelli che erano attratti da una vi­
sione così audace.

Nel primo numero i lettori trovarono un articolo non


firmato che recava il titolo : « Compiti urgenti del nostro
movimento ». Due idee di quest’articolo avevano importanza
per la storia futura della Russia : r) che il movimento operaio,
abbandonato a se stesso senza la guida dell’autodesignata
« avanguardia socialista » sarebbe « diventato ristretto e ine­
vitabilmente borghese »; e 2) che tale avanguardia avrebbe
dovuto consistere di gente « che dedicherà alla rivoluzione
non solo le sue serate libere ma la totalità della propria
esistenza ».
Solo pochi anni prima, Ulyanov era andato dimostrando
che i contadini erano « piccolo borghesi » e che il movimento
socialista contadino dei Narodnik era « inevitabilmente bor­
ghese » perchè non si fondava solamente ed esclusivamente
sul proletariato, « la classe che sola può agire come combat­
tente indipendente per il socialismo ». Ora stava compiendo
un gran passo più in là : anche il proletariato sarebbe
« diventato inevitabilmente borghese » nelle sue concezioni
se non avesse accettato la direzione e gl’insegnamenti di
un’avanguardia socialista autodesignata di rivoluzionari di
professione. Se nella prima tesi era nascosto il germe di
una dittatura proletaria di minoranza sulla maggioranza del
popolo russo, ossia sui contadini, nella seconda era nascosto
il germe di una dittatura di partito sullo stesso proletariato,
esercitata in suo nome.
Questo era un distacco drastico dall’affermazione tanto
citata di Marx ed Bngels: « L’emancipazione della classe
201

operaia sarà opera della stessa classe operaia ». Ma l’idea


non era nuova in Russia. Più di un quarto di secolo prima,
il prototipo e predecessore di Lenin Tkachev aveva scritto :
Nè nel presente, nè nel futuro, il popolo, abbandonato alle proprie risorse
può mettere in esecuzione la rivoluzione sociale. Solo noi rivoluzionari pos­
siamo compierla... Gl’ideali sociali sono alieni al popolo; appartengono alla
filosofia sociale della minoranza rivoluzionaria.

L’unico mutamento recato da Lenin consistette nel can-


celiare la parola « popolo » nel sostituirla con « proletariato ».
Lo spirito era lo stesso. Gl’interrogativi ancora celati nella
nebbia del futuro erano questi : come si dovranno scegliere
i membri dell’avanguardia rivoluzionaria? Come faranno a
sapere ciò che conviene di più al popolo o al proletariato?
Potranno o vorranno ridestarlo affinchè riassuma il controllo
del proprio destino quando avranno preso il potere in
nome suo?

Nel quarto numero, Lenin tornò sullo stesso tema in


un articolo più lungo intitolato: «Dove cominciare». An-
ch’esso anonimo, si riferì esplicitamente al primo articolo e
promise di elaborare entrambi tali articoli sotto forma di
opuscolo. Quando l’opuscolo, che rimase un anno in gesta­
zione, finalmente uscì, era già un libretto (160 pagine nel­
l’edizione inglese delle Opere complete di Lenin). Era inti­
tolato, secondo il famoso romanzo di Cerniscevski, Che fare?
Recava la firma N. Lenin che da allora in poi doveva iden­
tificarsi con quelle opinioni.
Veramente, Che fare? conteneva, talune in germe, altre
pienamente sviluppate, virtualmente tutte le idee sulla poli­
tica e sull’organizzazione di partito che sarebbero più tardi
state note come « leniniste ». Era destinato a segnare la
grande linea di divisione dalle cui due opposte scarpate
sarebbero colate delle acque che si sarebbero separate. Do­
veva diventare il vangelo di tutti i « duri » (« duri come
la roccia » fu l’espressione che prescelsero per se stessi),
alle cui idee solo parzialmente sensate sulla direzione e
sul controllo del nascente movimento dette una formulazione
202

polivalente e rigorosamente cesellata. E doveva anche pos­


sedere un’attrattiva seducente per tutti quei « teneri » che
erano sfiduciati verso la propria mollezza. Questi si sareb­
bero potuti opporre a Lenin su un argomento o su un
altro, ma una volta convinti di essersi sbagliati e che Lenin
aveva avuto ragione in qualche conflitto, si sarebbero pro­
babilmente arresi a discrezione e sarebbero diventati i « Le­
ninisti » più zelanti. Così, fin dall’inizio, vi furono degli
« Economisti » pentiti fra i Bolscevichi. Altri pentiti sareb­
bero affluiti dopo ogni conflitto. Insieme, questi due tipi,
i « duri » originari e i « molli pentiti » avrebbero costituito
la futura direzione bolscevica. Perciò potè comprendere con­
temporaneamente un Lunaciarski, che avrebbe pianto e che
si sarebbe dimesso dalle funzioni di commissario quando
avrebbe udito che la storica chiesa di San Basilio era stata
bombardata dai Bolscevichi, e uno Stalin, il cui nome di
battaglia clandestino da lui prescelto dava l’idea della sua
natura dura come l’acciaio. Finché Lenin visse, la maggior
parte dei suoi più stretti collaboratori sarebbe stata costi­
tuita da persone del tipo molle pentito; sotto Stalin la
maggior parte di costoro sarebbe completamente scomparsa
dalla direzione.
Nelle intenzioni, Che fare? è un’opera di Marxismo or­
todosso; non già una copia meccanica o una tradizione let­
terale, ma un tentativo di assimilare le esperienze dei mo­
vimenti occidentali operai e socialisti e adattarli alle speciali
condizioni di arretratezza e di mancanza di libertà della
Russia. Il profondo rispetto per l’autorità che caratterizzava
Lenin e la sua cerchia, lo spingevano a « consigliarsi con
Marx » (l’espressione è sua) quando si presentava qualche
argomento critico. Allora come sempre trovò citazioni adatte
ai suoi scopi. Ma naturalmente anche i suoi avversari pote­
vano, cercando in una Sacra Scrittura così ricca e svariata,
trovarvi citazioni adatte a un punto di vista opposto. Nella
politica pratica, Lenin era troppo realista per fondarsi su
un’esegesi scolastica onde indicare i lineamenti reali delle
sue soluzioni. Talvolta, le citazioni suggerivano una fertile
203

linea di pensiero; più spesso la sua linea di pensiero sug­


geriva citazioni opportune a prestare autorità alle sue solu­
zioni. Ad ogni modo, giudicare l’opera attuale dalle sue
citazioni e professioni di fede soltanto vuol dire perdere
di vista la sua sostanza.
Così, la citazione che adornava il suo volantino, se non
era tratta da Marx o Engels, era per lo meno tratta da
una lettera a loro di pugno di Eassalle. « Ce lotte di partito
danno a un partito forza e vita... Un partito diventa più
forte epurando se stesso!». Queste frasi, così estranee al
corso reale dell’unificazione dei movimenti marxista e las-
salliano in Germania, rimbalzeranno continuamente nella
storia operaia russa, assumendo un significato sempre più
sinistro ad ogni scissione e ad ogni espulsione, fino a diven­
tare il testo delle grandi epurazioni sanguinose della fine
del decennio 1930-1940. Da tutti i voluminosi scritti di Marx,
Engels e Cassalle, questa fu una strana scelta per dare la
nota dominante sulla copertina di un libro destinato a pro­
muovere 1’« unificazione » del Partito socialdemocratico russo
non ancora costituito !
Ma Cenin non voleva dire la stessa cosa degli altri con
la parola « unificazione ». Il significato che egli le confe­
riva era questo : unità dei circoli locali autonomi del movi­
mento marxista in un partito controllato dal centro e ideo­
logicamente omogeneo di tutta la Russia. Controllo centrale
e omogeneità ideologica: quella era «unificazione». Per
raggiungerla era pronto a escludere tutti quelli che non
avrebbero accettato un’organizzazione centralizzata; a co­
stringere tutti i giornali a fondersi in un solo organo na­
zionale; a escludere il Bund socialista ebraico se non fosse
stato pronto a rinunciare alla propria autonomia; ad esclu­
dere i Revisionisti e gli Economisti e tutti quelli che non
erano pronti ad accettare senza discutere il programma mar­
xista « ortodosso », che egli, Plekhanov e gli altri redattori
déil’Iskra avrebbero preparato per il prossimo congresso. Vi
erano alcuni che pensavano che la prima esigenza del partito
non ancora nato fosse una discussione prolungata, piena e
204

libera dei princìpi fondamentali. Ma per Lenin, come per


Plekhanov, tutto ciò era stato già risolto in Europa occi­
dentale dalle opere di Marx e di Engels e nuovamente da
quelle di Kautsky e di Plekhanov nella loro polemica ancora
accesa con Bernstein.
In Russia, i Bernsteiniani, gli Economisti e i Revisio­
nisti battevano già in ritirata, sconfitti non tanto dagli ar­
gomenti quanto da un profondo mutamento d’umore. Il boom
economico che aveva permesso una vittoria facile agli scio­
peri, aveva prodotto la crisi economica. Si stavano ammas­
sando nubi tempestose che tre anni più tardi si sarebbero
trasformate in rivoluzione. Gli operai stavano già allora
passando dalle misere rivendicazioni economiche alle dimo­
strazioni politiche contro l’autocrazia. Studenti pensierosi
stavano di nuovo meditando di assassinare i funzionari za­
risti. Incendi di castelli stavano cominciando a illuminare
la terra. Perfino ì’intellighentsia e la borghesia liberale sta­
vano facendo pericolosi brindisi nei banchetti, offrendo un
aiuto finanziario al movimento rivoluzionario e attenden­
dosene un appoggio politico, progettando di collaborare alla
stampa clandestina socialista o di crearsi una propria stampa
clandestina. Gli Economisti in ritirata non chiedevano più
altro, ormai, prima di aderire a un partito unificato, che
apparentemente sarebbe stato diretto da Plekhanov e da
Lenin, che il diritto di continuare la discussione su quei
problemi fondamentali che consideravano ancora insoluti.
Ma la concezione dell’unificazione di Lenin implicava
la resa incondizionata o l’esclusione. Il primo capitolo del
suo libretto non era altro che un lungo attacco proprio
contro la frase « libertà di critica » :
Noi marciamo in gruppo compatto lungo un cammino erto di precipizi e
difficile... circondati da ogni parte da nemici... Ci siamo uniti non per ritirarci
nella palude ma con il proposito esplicito di combattere il nemico...
Sissignori! Siete liberi, non solo d’invitarci, ma di andare voi stessi dove
vi pare, anche nella palude. Anzi, pensiamo che la palude sia il luogo che
vi conviene e siamo pronti a dare a voi ogni assistenza affinchè vi giungiate.
Ma lasciate andare le nostre mani, non vi aggrappate a noi e non imbrattate
la grande parola libertà perchè anche noi siamo « liberi » di andare dove ci
pare, liberi pure... di combattere quelli che stanno andando verso la palude.
205

Abbandonando i suoi avversari così nella palude, Lenin


invita il resto dei suoi lettori a scalare le vette da cui è
visibile un vasto panorama. Avendo per guida il Marxismo,
il partito si può porre alla testa del proletariato e il pro­
letariato alla testa della nazione. E non solo della nazione !
La storia ci ha messi di fronte a un compito immediato che è più rivolu­
zionario di tutti i compiti immediati cui si trova di fronte il proletariato di
qualsiasi altro paese. L’attuazione di questo compito, la distruzione del più
potente baluardo, non solo della reazione europea ma anche di quella asiatica,
pone il proletariato russo all’avanguardia del proletariato rivoluzionario
internazionale.

Questo significa essere all’avanguardia davvero ! Ecco in


germe l’audace concezione che ispirò la Rivoluzione bolsce­
vica del 1917 e la fondazione dell’Internazionale Comunista.

Avendo liquidato il socialismo contadino, l’Economismo


e il revisionismo marxista come movimenti « borghesi », Le­
nin volge la sua attenzione al nascente movimento sindacale.
Anche per questo non ha parole di lusinga ! Il proleta­
riato, lasciato ai propri schemi, senza il beneficio della di­
rezione da parte dell’avanguardia marxista, diventa anche
esso « borghese ».
La classe operaia, esclusivamente con i propri sforzi, può solo svilup­
pare una coscienza sindacale... La moderna coscienza socialista le può essere
data solo dall’esterno... può nascere solo sulla base di una profonda cono­
scenza scientifica. I latori della scienza non sono i proletari ma gl’intellettuali
borghesi. Dai cervelli di membri di questo strato sociale [Marx ed Engels — e
Lenin avrebbe potuto aggiungere se stesso e Plekhanov] ha avuto origine il
socialismo moderno... Il sindacalismo puro e semplice vuol dire la subordina­
zione ideologica dei lavoratori alla borghesia... Il nostro compito è quello
di portare il movimento operaio nell’ambito della Socialdemocrazia rivoluzio­
naria... La coscienza di classe non può essere genuinamente coscienza politica
se gli operai non sono addestrati a reagire a tutti 1 tipi di tirannide, d’oppres­
sione, di violenza e di sopruso, quale che sia la classe interessata... Per recare
la conoscenza politica ai lavoratori, i Socialdemocratici debbono andare in
mezzo a tutte le classi della popolazione, debbono mandare unità del loro
esercito in tutte le direzioni. L’ideale del Socialdemocratico non dovrebbe
essere quello di diventare segretario di un sindacato, ma tribuno del popolo.

I numerosi corsivi indicano l’eccitazione con cui Lenin


presentava le sue opinioni e l’importanza che annetteva
2o6

loro. In realtà questa visione della funzione del socialismo


russo ci porta al centro delle sue teorie politiche e ci indica
la scelta da lui effettuata davanti alle strade divergenti
dove si trovava allora il giovane movimento.

Il movimento operaio russo poteva decidere di conferire


maggiore importanza alle condizioni di vita immediate —
salari, orari, abitazioni, salubrità dello stabilimento, assicu­
razioni sociali. E poteva limitare i suoi obbiettivi politici
immediati, di conseguenza, alla legalizzazione del diritto di
riunione, del diritto di formare un partito politico e un’orga­
nizzazione sindacale e alla concessione di una legislazione
sociale. Poteva invece subordinare tutte queste istanze alla
lotta rivoluzionaria generale contro lo Zarismo.
Se avesse scelto la prima via, questa avrebbe potuto
portare alla legalizzazione progressiva del movimento ope­
raio, allo sviluppo lento e in un primo tempo precario di
sindacati autonomi, autogovernati, i cui destini sarebbero
stati direttamente determinati dagli operai che ne avrebbero
fatto parte. Più tardi, avrebbe potuto condurre allo sviluppo
di un partito socialista del lavoro formato su questa base
sindacale e controllato dal basso dai lavoratori organizzati.
In quel caso i rivoluzionari di professione dell’intellighentsia,
di cui tutto l’animo si era consacrato alla lotta per rovesciare
lo Zarismo, si sarebbero trovati ancora a cospirare in un
vuoto sociale, senza un esercito operaio di cui potessero
diventare gli ufficiali. Altrimenti, questo potenziale stato
maggiore avrebbe potuto cambiar rotta e offrire al movi­
mento operaio i suoi componenti come semplici servitori,
come consiglieri, come specialisti, le cui opinioni ideolo­
giche sarebbero state accolte solo nella misura in cui essi
avrebbero potuto convincere il movimento operaio ad ac­
cettarle.
Se però fosse stata scelta la seconda rotta, la rotta di
Eenin, gli scioperi e i sindacati sarebbero stati subordinati
alla lotta contro lo Zarismo. Il nascente movimento operaio
avrebbe prolungato la sua esistenza clandestina. Ee sue orga-
207

ntezazioni transitorie sarebbero cadute sotto il controllo


del florido partito di cospiratori intellettuali socialisti e questi
ultimi avrebbero determinato la direzione del movimento
operaio, i suoi scopi e il suo destino.
Pur non essendo mai stato approfondito in modo così
cosciente, questo fu il vero problema in discussione fra Eco­
nomisti e Marxisti e più tardi fra Menscevichi e Bolscevichi.
Questa fu la nuova forma di quella battaglia variabile fra
« Occidentalizzanti » e « Slavofili ». Avvicinarsi nello spirito
e nella struttura ai grandi partiti operai e ai grandi sindacati
legali dell’Occidente, democraticamente organizzati, comoda­
mente adeguati al grado di legalità consentito loro e da
parecchio svuotati di spirito rivoluzionario se non come ves­
sillo da inalberare nelle occasioni festive? Oppure prepararsi
a una vicina insurrezione armata sotto la direzione di una
banda autoeletta, rigidamente centralizzata, segreta e cospi-
ratrice di intellettuali rivoluzionari, formata secondo il mo­
dello russo dei « cospiratori rivoluzionari di professione »
della Narodnaya Volya?
Eenin, a dir il vero, non sentiva la differenza della sua
strada da quella dei partiti socialisti e dei sindacati occi­
dentali. Questi andavano bene per l’Occidente perchè l’Oc­
cidente era « democratico, moderno e progressivo ». Ma la
Russia era « asiatica, barbara e retrograda ». Nelle frasi
rivoluzionarie festive dei partiti e dei sindacati occidentali
egli ritrovava il senso dello spirito immediatamente rivolu­
zionario della vita russa. Politicamente, la Russia viveva
ancora nel secolo decimottavo o al principio del decimo-
nono, era ancora alla vigilia del suo « 1789 » o del suo
« 1848 ». Era questo che faceva sembrare in ogni senso
in Russia il Manifesto comunista, uscito alla vigilia delle
rivoluzioni europee del 1848 — il quale non era più in
Europa occidentale che un documento riverito come docu­
mento precorritore — un documento contemporaneo. Come
poteva sapere Eenin che le frasi rimbombanti che usci­
vano dalla bocca e dalla penna dei capi occidentali nelle
feste importanti non erano che reminiscenze che si sta-
2o8

vano eclissando? Per lui, l’Occidente, soprattutto la Ger­


mania, si avviava fermamente verso la rivoluzione sociale.
Quello che aveva trattenuto l’Europa occidentale dal fare
una rivoluzione vittoriosa nel 1848 era stato l’intervento
della Russia zarista. Il rovesciamento dello Zarismo avrebbe
dato origine a un sollevamento socialista in tutta l’Europa
e perfino la retrograda Russia avrebbe potuto essere trasci­
nata al socialismo nel suo solco.
A favore della tesi di Eenin vi era la novità e il carat­
tere retrogrado della classe operaia russa, poco adatta ancora
a organizzarsi in sindacati e partiti autonomi e autocontrol­
lati democraticamente. A suo favore vi erano la gretta osti­
nazione dello Zar e dei suoi consiglieri più fidati, i quali,
mentre cedevano alla rinfusa alle esigenze dell’« età mo­
derna », cedevano troppo lentamente e troppo poco alla
volta. A suo favore vi era l’oscura camarilla attorno alla
Zarina, che doveva assumere un controllo sempre più stretto
sugli affari di Stato e cercare di ritrattare ogni concessione
fatta a un popolo che si svegliava lentamente. A suo favore
vi era il conflitto fra le esigenze, che stavano rapidamente
trasformandosi, di un’industria moderna e la struttura an­
tica, che si trasformava lentamente, della terra. A suo favore
vi era l’enorme carica d’energia che veniva dalla « rivolu­
zione borghese » da tanto tempo ritardata, resa ora più vicina
dall’energia creata dal movimento moderno, post-borghese,
per il socialismo. Quando una nazione lenta a svegliarsi
adotta gl’ideali di paesi più avanzati, è più incline ad essere
attratta verso « le ultime mode » che verso quelle precedenti.
A suo favore, pur non sospettandolo aveva la prossima crisi
dello stesso mondo occidentale, che avrebbe messo in peri­
colo la stessa esistenza di tutti i suoi istituti conquistati a
caro prezzo di democrazia e di libertà. A suo favore, infine,
vi erano la semplicità, l’ardore fanatico e lo slancio com­
battivo di una nuova classe operaia con un milione di uomini,
contadini di ieri che oggi portavano la tuta e che domani
avrebbero indossato la divisa, appena strappati alle loro abi­
tudini e al loro modo di pensare rustico, aperti a chiunque
Tav. 5

Pagella di Stalin, con le votazioni riportate durante il primo anno in cui


frequentò il seminario teologico di Tiflis. Da sinistra, in alto, l’elenco di nove
materie: Sacra Scrittura, Latino, Greco, Liturgie slava e georgiana, Lettera­
tura, Storia, Matematica, Lingua georgiana. Il voto più alto, nelle scuole
russe, è cinque. La colonna dei cinque a destra si riferisce alla condotta.
Nella colonna seguente sono indicate le assenze.
209

avrebbe saputo presentar loro la concezione più semplice,


più drammatica e più persuasiva da sostituire quella che
avevano appena perduta.
Alla superficie, una gran parte del Che jare? è un attacco
contro l’intellighentsia, « indolente e pigra nei suoi costu­
mi ». La passione ardente e « non Russa » di Lenin per la
sistematicità e l’ordine si spiega in gran parte con la sua
reazione all’indolenza del materiale umano con cui doveva
operare. Il suo libro proponeva una struttura gerarchica
rigorosamente centralizzata del nuovo partito. Il centro
avrebbe emanato direttive, le organizzazioni locali le avreb­
bero eseguite, « discutendole » principalmente nel senso di
discutere qirca il modo migliore di eseguirle. Il centro
avrebbe tratto della gente dal lavoro locale per i suoi scopi
e avrebbe avuto il potere di approvare o di respingere i
componenti dei comitati direttivi periferici. Il centro avrebbe
tutelato la purezza di dottrina e d’azione del Partito. Egli
definì questo sistema « disciplina proletaria » e censurò gli
intellettuali per la loro riluttanza ad accettarlo. La fabbrica,
affermava Lenin, abituava il proletario a quella disciplina;
ma era estranea e disgustante per la faciloneria fiduciosa in
sè, individualistica, pantofolaia dell’intellighentsia. L’oppo­
sizione di quest’ultima era perciò « piccolo borghese » e costi­
tuiva « opportunismo nella questione organizzativa » (i).

(i) Non fu un portavoce degli « opportunisti » ma la dirigente della


corrente rivoluzionaria della Socialdemocrazia tedesca, Rosa Luxemburg, che
fece la classica critica di questa dottrina leninista della « disciplina proletaria » :
« La disciplina che intende Lenin, scrisse, è impressa sul proletariato non
solo dalla fabbrica, ma anche dalle caserme e dalla moderna burocrazia, in
breve dall’intero apparato dello Stato centralizzato borghese. Ma non è niente
altro che l’abuso di un termine generico che indica contemporaneamente come
« disciplina » due concetti così opposti come la disposizione e l’incoscienza di
una massa di carne dai molteplici membri e dalle molteplici braccia che
eseguisce movimenti meccanici sotto il colpo del bastone e il coordinamento
volontario dell’azione politica cosciente di uno strato sociale; l’ubbidienza da
automa di una classe dominata e la ribellione organizzata di una classe in
lotta per la libertà. Non è facendo uso della disciplina impressa su di esso
dallo Stato capitalistico, con un semplice trapasso del bastone dalle mani della
borghesia a quelle del Comitato Centrale socialdemocratico, ma solo frantu­
mando e sradicando questo servile spirito di disciplina che il proletariato può
essere educato ad una nuova disciplina: l’autodisciplina volontaria della
Socialdemocrazia ».

14
210

Malgrado queste frecciate contro Vintellighentsia, que­


sto libro di Lenin le assegna realmente una parte più ampia
di qualsiasi opera socialista mai scritta prima. Chi erano i
« rivoluzionari di professione » se non intellettuali rivoluzio­
nari staccati dalla « società ordinata », che rompevano con
la famiglia, gli amici e la loro posizione nella struttura so­
ciale onde vivere nella vita clandestina russa esclusivamente
per lottare contro lo Zarismo? Durante tutto il secolo deci-
monono giovani di ambedue i sessi, dalla visione generosa,
avevano abbandonato altre professioni per questa di rivolu­
zionario, con il fatto che comportava una vita da fuorilegge,
di rimpiattino con la polizia, di carcere, di deportazione in
Siberia, di fuga all’estero o di patibolo. Ogni corrente del
movimento rivoluzionario russo era stata costituita da « pro­
fessionisti » dell’illegalità di questo genere e avrebbe conti­
nuato ad esserlo. Ma il solo Lenin, pur censurandoli per la
loro debolezza, inculcava in loro un senso della loro impor­
tanza e trasformava in virtù ciò che fino a quel momento era
stato una solitaria necessità. Ora che le masse stavano comin­
ciando a entrare in movimento per conto proprio, Lenin con­
tinuava a proporre che il partito rivoluzionario fosse costi­
tuito da rivoluzionari di professione e che le masse e le loro
organizzazioni più ampie e più elementari fossero dirette
e controllate da questo partito clandestino di rivoluzionari
di professione. Come sempre, quando esponeva, le sue con­
vinzioni, egli fu spietatamente logico e chiaro:
Affermo: i. Che nessun movimento può essere durevole senza un’orga­
nizzazione stabile di dirigenti per mantenere la continuità; 2. che più le
masse sono ampiamente trascinate nella lotta e costituiscono la base del mo­
vimento, più è necessario avere una simile organizzazione e più questa
dev’essere stabile; 3. che l’organizzazione deve consistere principalmente di
persone impegnate nella professione di fare la rivoluzione; 4. che in un paese
avente un governo dispotico, più limitiamo il numero degli iscritti di quest’or­
ganizzazione a quelli che sono impegnati nella professione di fare la rivolu­
zione... più sarà diffìcile prendere in trappola l’organizzazione; e 5. più sarà
ampia la cerchia di uomini e donne della classe operaia o di altre classi
della società capaci di aderire al movimento e di effettuarvi un lavoro attivo.

Lenin non aveva naturalmente alcuna obbiezione a che


si reclutassero degli operai in questa compagnia senza classe
211

dedita alla « loro » lotta di classe. Al contrario; ma questi


avrebbero dovuto essere solamente degli « operai eccezio­
nali », accuratamente selezionati dai rivoluzionari di pro­
fessione, provati e addestrati per l’ammissione in questa élite
di ufficiali di professione. Per la loro mancanza di cultura
generale, sarebbe stato più difficile per loro che per gl’intel­
lettuali di sviluppare una « piena coscienza socialdemocra­
tica » e una scienza teoretica marxista, pur possedendo in
compenso una conoscenza più esatta della psicologia della
classe dalla quale erano venuti e che dovevano dirigere in
avvenire. Ma anch’essi avrebbero dovuto diventare declas­
sati, ossia cessare di essere operai onde fare della rivolu­
zione la loro professione. A prescindere dai vantaggi iniziali
in fatto di psicologia e dagli svantaggi in fatto di cultura,
non sarebbe stata fatta alcuna distinzione nel movimento
rivoluzionario fra chi era stato operaio e chi era stato intel­
lettuale prima di assumere quella professione. (« Le organiz­
zazioni di rivoluzionari devono essere composte anzitutto e
soprattutto di gente la cui professione sia quella del rivolu­
zionario... Siccome questa è la caratteristica comune di tutti
i membri di una simile organizzazione, ogni distinzione fra
operai e intellettuali dev’essere abbandonata »).
In questa specie di partito, Lenin pensava di aver tro­
vato non solo i sistemi di protezione contro la polizia, ma
anche una garanzia contro la debolezza teoretica, la man­
canza di princìpi, l’opportunismo, contro l’annacquamento
della dottrina rivoluzionaria. Solo chi avesse teoricamente
assimilato tutta la portata del pensiero marxista e fosse di­
ventato praticamente padrone delle difficili arti tecniche
della cospirazione sarebbe stato adatto a formare l’organiz­
zazione che egli contemplava. Egli pensava che una simile
organizzazione non avrebbe potuto degenerare e non avrebbe
potuto fallire nel suo compito. Le sue idee, i suoi programmi
e le sue decisioni, tratta la forza materiale dalla classe
operaia e da tutte le altre classi scontente e oppresse della
società zarista, sarebbero stati in grado di distruggere il
vecchio mondo e di edificare quello nuovo. « Dateci un’or-
212

ganizzazione di rivoluzionari », esclamò Lenin alla maniera


di Archimede, « e capovolgeremo la Russia ».
Va chiarito che questo « rivoluzionario di professione »
era un individuo ben diverso dal funzionario stipendiato del
partito o del sindacato occidentale. Questi sono scelti dalla
base e sono responsabili verso quest’ultima. La loro perizia,
l’esistenza di un « apparato » o la passività e l’inerzia della
base possono dar loro una maggiore o minore permanenza
nelle loro funzioni. Ma rimane sempre la possibilità di elimi­
narli, perfino di espellerli. Il piano di Lenin, invece, com­
prendeva individui che si erano scelti da sè, che si erano
scelti come rivoluzionari di professione e dirigenti di profes­
sione di un movimento che dovevano creare secondo la
propria immagine. In cima stavano gli autonominati redat­
tori dett’Iskra. Essi a loro volta, dovevano scegliersi i propri
agenti mediante un esame accurato e inviarli in periferia.
Questi, a loro volta, avrebbero scelto il loro seguito locale
con la stessa cura. Quest’organizzazione costruita gerarchica­
mente dalla cima in giù avrebbe impiantato o cercato di con­
trollare tutte le organizzazioni più vaste di operai effettivi e,
in nome degli operai, avrebbe tentato di assumere la dire­
zione delle attività delle altre classi dell’opposizione.
La loro esistenza non era così comoda e la loro « profes­
sione » non era così ben pagata come l’esistenza e l’attività
dei funzionari effettivi di altre organizzazioni europee, per
non citare gli stipendi dei capi sindacali americani. Ple­
khanov, fino a quando la moglie non diventò una celebre
dottoressa in medicina, si guadagnò miseramente la vita lavo­
rando come copista e Axelrod fabbricando e vendendo kefir
(che è una specie di yogurt); Lenin faceva traduzioni, piaz­
zava un articolo ogni tanto in una rivista apartitica, e rice­
veva qualche sommetta dalla madre; Trotzki, che fu sempre
un giornalista capace, sperperava progressivamente l’aiuto
che riceveva dalla famiglia e si procacciava da vivere scri­
vendo per giornali apartitici; Stalin lavorava come impiegato
notturno in un laboratorio astronomico, poi viveva dormendo
e mangiando in giro per le case degl’iscritti e dei simpatiz-
213

zanti e riscuotendo da loro piccole somme. Solo più tardi il


movimento, non attraverso le quote ma attraverso le dona­
zioni e i lasciti di ricchi liberali, e, per un po’ di tempo,
dopo il 1905, attraverso le rapine rivoluzionarie, si procurò
abbastanza denaro da dare a questi « professionisti » uno sti­
pendio che andava da cinque o dieci rubli a trenta a cin­
quanta rubli al mese (1). Quelli che potevano ottenere de­
naro dalla propria famiglia o da attività letterarie spesso
non prendevano nulla dal movimento e spesso, anzi, come
nel caso di Potresov, gli davano il contributo di somme
importanti.
Ciò che la teoria leninista dell’organizzazione gerar­
chica centralizzata di « rivoluzionari di professione » avrebbe
significato in pratica, quale tipo di partito e di movimento
generico operaio e di movimento rivoluzionario avrebbe
generato, quali rapporti avrebbe ottenuto fra la banda di
professionisti autodesignati dediti alla rivoluzione e le orga­
nizzazioni di massa non ancora nate : tutto ciò era ancora
celato nel futuro. L’effetto immediato dell’esposizione della
sua teoria nel Che fare? e nelle colonne dell’fsfera fu quello
di rafforzare questo giornale nella sua contesa con i giornali
socialisti rivali e di accrescere la fama rapidamente crescente
di Lenin in seno alla piccola banda di professionisti della
rivoluzione che costituiva il movimento di allora. La teoria
era veramente russa poiché era elaborata sulla base della
tradizione accettata dei Narodovoltsi e di altri terroristi del
passato: cospirazione, centralismo, gerarchia, sacrificio della
vita, umiltà arrogante. La banda ristretta di agenti dell’Zsfera
era agitata dalla visione che aveva di se stessa come corpo
di ufficiali destinato a dirigere potenti eserciti. Audace ma
particolareggiato, il piano sembrava contenere la promessa
del superamento della debolezza, della rilassatezza, della di­
spersione periferica, del carattere transeunte e del dilettan-

(1) « Quei membri del Partito che dedicavano tutto il loro tempo al
lavoro di Partito ricevevano un piccolissimo compenso, talvolta non più alto
di 3, 5 o io rubli, che non eccedeva mai i 30 rubli al mese ». Yaroslavsky,
History of the Communist Party, ed. ingl., Mosca, 1927, Vol, V, Cap. X. p, 15.
214

tismo che affliggevano il movimento. Offriva una nuova giu­


stificazione « marxista » alla già tradizionale struttura rivo­
luzionaria russa sviluppata dal vecchio movimento cospirativo
terrorista; prometteva efficienza, purezza incontaminata, vit­
toria finale.
Mentre negli ambienti illegali cresceva fermamente l’en­
tusiasmo per VIskra, per i suoi famosi redattori e per la sua
rete di agenti risoluti, urti di temperamento e differenze
generiche d’opinione approfondivano lentamente il solco fra
gli stessi redattori. Nel penoso vuoto del silenzio e dell’esilio,
non vi era forza superiore, non vi era organizzazione demo­
cratica di base a cui potessero sottoporre le loro divergenze.
Proprio perchè, per usare le parole di Potresov, « lottavamo
a proposito di problemi speciali, individuali, parziali, senza
essere ancora in grado d’afferrare il significato generale delle
divergenze che si trovavano in fondo a tutte queste dispute »,
i loro urti avevano un’asprezza che era sproporzionata agli
argomenti in discussione. Da buoni intellettuali russi, ten­
devano ad elevare ogni divergenza fino a farne una questione
di principio.
Anche l’invecchiamento stava compiendo la sua opera
corrosiva. De generazioni rivoluzionarie si succedevano le
une alle altre non per quarti di secolo, come si ammette
generalmente, ma per lustri e anche meno. Plekhanov aveva
quarantacinque anni quando fu scritto il Che fare?, Axelrod
cinquantuno, Vera Zasulic cinquanta. I loro erano nomi sui
quali si giurava, ma erano stati via dalla Russia da vent’anui.
Denin aveva trentun’anni, Potresov trentadue, Martov ven-
totto. All’interno della Russia questi tre ultimi erano già
chiamati « i vecchi ». Gli Economisti erano i « giovani ».
E dalla Siberia un Russo ancor più giovane stava comin­
ciando a mandare articoli aYVIskra, scritti con sufficiente
gusto da valergli il pseudonimo di Pero (« La Penna »).
Questa « Penna » aveva soltanto ventidue anni, era molto più
giovane dei « giovani », araldo di una nuova generazione che
doveva presto dare agVIskristi la vittoria sui loro avversari
economisti. Già Plekhanov, coi suoi soli quarantacinque anni
215

e i suoi vent’anni d’attività, stava alienandosi la simpatia di


quei giovani che non erano d’accordo con lui ringhiando :
« I vostri padri e le vostre madri strisciavano ancora sotto
la tavola quando io... ». Se Plekhanov era irascibile, Axelrod
era di salute malferma. La miseria e l’esilio avevano riscosso
il loro pedaggio. Il calore con cui Axelrod aveva accolto il
giovane Ulyanov per la prima volta nel 1895 aveva in sò un
po’ del sentimento che finalmente qualcosa stava sviluppan­
dosi all’interno della Russia e che qualcuno si sarebbe potuto
assumere il gravame dell’organizzazione. Secondo Krupskaia,
Axelrod aveva « perduto tre quarti della sua capacità lavo­
rativa... non dormiva per notti di fila., scriveva con estrema
intensità per mesi interi senza poter finire l’articolo comin­
ciato ». Mentre Plekhanov doveva oscillare durante i dieci
anni successivi fra il Bolscevismo e il Menscevismo, ricadde
sul malato Axelrod il compito di elaborare le concezioni
basilari politiche e organizzative che finirono per essere note
come Menscevismo.
Se Plekhanov era il filosofo e Axelrod il pensatore po­
litico della vecchia guardia, la più pittoresca e amabile delle
sue componenti era Vera Zasulic. All’età di sedici anni (ciò
avveniva nel 1867) era stata arrestata per il reato di conoscere
il cospiratore Nechaev. Da allora in poi, fu un andirivieni
dentro e fuori del carcere, dentro e fuori del confino ammi­
nistrativo, fino a quando non acquistò fama sparando sul
Governatore Generale di San Pietroburgo, Trepov, che aveva
fatto frustare un compagno di studi incarcerato. Il suo pro­
cesso — incautamente il governo le concesse di essere pro­
cessata davanti alla giuria — si trasformò in una vera e
propria dimostrazione a suo favore. Sebbene il suo avvocato
avesse semplicemente invocato le circostanze attenuanti, la
giuria l’assolse. La folla la liberò dalla polizia propensa a
riarrestarla. Una « ferrovia sotterranea » la fece uscire clan­
destinamente dalla Russia. Ciò avveniva nel 1878, quando
aveva ventisette anni. Durante tutti i decenni in cui fu fedele
discepola di Plekhanov e di Axelrod, ella aveva anelato con
la profonda bramosia del suo essere caldamente emotivo di
2i6

vedere di nuovo il suo amato paese. Plekhanov e Axelrod


avevano famiglia ma ella non l’aveva. Viveva in un’allegra
penuria e in un disordine zingaresco in una angusta stan­
zetta coperta di cenere e di fumo raffreddato di tabacco.
Krupskaia racconta come avesse l’abitudine di cucinare la
carne su un fornello a petrolio, ritagliandola a pezzetti con
un paio di forbici da tosare. Quando qualche signora inglese,
tanto per chiacchierare, le domandava quanto tempo la cuo­
cesse, ella rispondeva : « Se ho fame dieci minuti, se no
tre ore ».
Più di una volta parlò a Krupskaia della sua solitudine.
« Non ho nessuno che mi sia vicino ». E poi, per celare la
drammaticità dei suoi sentimenti : « Ma voi mi volete bene,
10 so. E quando morrò, direte : — povera me, stiamo bevendo
una tazza di tè in meno —».
Krupskaia effettivamente le voleva bene e anche Eenin.
(« Aspetta d’incontrare Vera Ivanovna, aveva scritto alla
moglie, quella è una persona limpida come il cristallo »).
Eppure, meno di due anni dopo, egli avrebbe proposto di
escludere lei e Axelrod dal comitato direttivo dell’Infera onde
essere sicuro di una maggioranza fidata.
Più tardi si sarebbe sviluppata una frattura fra Eenin
e gli altri due membri della sua « triplice alleanza », Martov e
Potresov. Ma fino a quel momento li considerava « fratelli »
e giudicava che le divergenze non potevano nascere che fra
11 loro gruppo di tre e i membri più anziani del comitato
direttivo. Era il suo blocco contro quello di Plekhanov. Un
piccolo episodio drammatizzò la tensione crescente. Nel 1902,
il giovane Pero, a la Penna », i cui scritti avevano attratto
l’attenzione di Eenin, fuggì dalla Siberia. Se ne andò a
Londra ad abbeverarsi di saggezza alla fonte dei famosi sei
e, avendone ottenuto l’indirizzo da un agente clandestino
dell’Infera, andò direttamente a casa di Eenin. Bussando
svegliò la casa ancora addormentata e udì Krupskaia chia­
mare suo marito dicendogli; « Eh! Pero è arrivato! ».
Eenin esaminò il nuovo aderente, andò a passeggiare
con lui, gli mostrò Londra, discusse con lui delle concezioni
217

« leniniste », stabilì che la brillante ma inesperta giovane


« Penna » avrebbe dovuto rimanere all’estero qualche tempo
per essere addestrata e avrebbe dovuto essere cooptata nel
comitato direttivo àeWIskra in modo che un settimo indi­
viduo potesse rompere il frequente vicolo cieco in cui si
trovava il comitato con la votazione di tre contro tre. La pro­
posta di aggiungere un semplice giovanotto al famoso co­
mitato direttivo era sorprendente. Plekhanov, avendo la
sensazione di un’eclissi dei veterani attraverso lo schiera­
mento di quattro contro tre, nutrì un’intensa avversione per
« La Penna », che quel giovane non potè capire, perchè non
aveva maggiormente nozione del resto dei rivoluzionari russi
degli antagonismi segreti che si stavano sviluppando nella
Iskra. La nuova recluta fu fatta partecipare alle riunioni,
ma senza diritto di voto, per l’opposizione di Plekhanov.
Quando si avventurava a esprimere il suo pensiero in una
polemica insignificante, Plekhanov gli riversava addosso le
fontane della sua acida ironia. La giovane « Penna » si di­
fendeva con spirito e dimostrò pure di avere una lingua elo­
quente e ironica, per cui Lenin dovette chiamarlo in disparte
per insegnargli il tatto : « Avresti fatto meglio a lasciare che
Martov rispondesse a Plekhanov. Martov cementerà quello
che tu rompi. È meglio che lo cementi lui ». Quando Lenin
sottopose agli altri redattori un articolo del nuovo venuto,
Plekhanov lo respinse con l’annotazione : « Non mi piace la
penna della vostra Penna ».
« Lo stile è cosa che si acquista, rispose Lenin, ma il
giovane è capace d’imparare e sarà utile ».
Poco dopo, il giovane giornalista abbandonò il nome che
aveva dato origine a questi deboli frizzi, a favore del nome
sotto il quale doveva un giorno diventare noto in tutto il
mondo : Leone Trotzki.

Capitolo X

LEO DAVIDOVIC BRONSTEIN

Durante una discussione accalorata a Karlsruhe, nel 1903,


Medem domandò al suo avversario Trotzki: «Quando ti capita
di classificare te stesso non puoi certamente ignorare il fatto
del vincolo nazionale. Suppongo che ti consideri Russo o
Ebreo ».
« No! — gridò Trotzki — ti sbagli! Sono Socialdemo­
cratico e basta ».
Biografia di Vladimiro Medem.

Fino al secolo decimottavo, l’Ucraina, come implica il


suo nome, fu una terra di confine. Solo alla fine del secolo,
con la disfatta dei Turchi, con la spartizione della Polonia
e con lo scioglimento delle libere colonie cosacche, il potere
della Moscovia si estese con sicurezza attraverso l’Ucraina
fino alle rive del Mar Nero. L’annessione della Polonia orien­
tale e della Lituania dette agli Zar un numero considerevole
di sudditi ebraici, il più vasto e il più denso conglomerato
di Ebrei nel mondo. Erano in massima parte disperatamente
poveri, procacciandosi da vivere principalmente come osti,
piccoli commercianti e artigiani. Con l’ukaz dell’anno 1804,
Alessandro I vietò ai suoi nuovi sudditi di continuare a com­
merciare in bevande alcooliche, ma l’ukaz aprì loro un nuovo
sbocco dal laccio economico che era andato stringendosi così
fortemente attorno a loro : offrì terre statali alla colonizza­
zione agricola ebraica nella cosidetta « Nuova Russia », nelle
provincie ucraine di Kherson ed Ekaterinoslav, a popolazione
sparsa. Il corso della storia, che era andato eliminando sempre
220

più completamente gli Ebrei dall’agricoltura fin dalla deca­


denza del Mondo Antico, prometteva in tal modo di rove­
sciarsi. Il figlio d’Alessandro, Nicola I, continuò la politica
del padre, giungendo fino ad esentare dalla leva militare di
venticinque anni quegli Ebrei che occupassero nuove terre
e stabilissero nuovi villaggi in mezzo alle steppe. Nel 1866,
Alessandro II pose fine al movimento iniziato da suo padre
e da suo nonno. Nel 1872 una gran parte della terra fu loro
sottratta. Nel 1882, dopo l’assassinio d’Alessandro II, in cui
parecchi dei partecipanti erano Ebrei, un nuovo ukaz vietò
agli Ebrei di affittare a terzi, di prendere in affitto o di acqui­
stare altra terra. Il laccio si stava nuovamente stringendo.

Da una di queste fattorie ebraiche della provincia di


Kherson, nella primavera dell’anno 1879, un coraggioso,
operoso, robusto fattore, di nome David Eeontievic Bronstein,
si accinse con la moglie e i bambini a prendere una fattoria
più grande nella stessa provincia, una parte di fondo abban­
donato di un certo colonnello Yanovsky, dal cui nome la
fattoria e il villaggio erano noti come Yanovka. Bronstein
doveva far parte di una seconda o di una terza generazione
di fattori, fatto indicato dalla forma non ebraica del suo nome
patronimico, Eeontievic, dalla sua ignoranza dello Yiddisc
e dell’Ebraico e dalla sua abilità come contadino. Il fattore
Bronstein era nato in una cittadina ebraica nella provincia
di Poltava, dalla quale, quand’era fanciullo, i suoi genitori
lo avevano condotto nella prateria aperta in provincia di
Kherson. Parlava un cattivo miscuglio di Russo e d’Ucraino,
in cui predominava quest’ultima lingua. Solo quando fu
vecchio e volle sillabare per se stesso i titoli dei libri del
suo figlio famoso, seppe leggere. Ma era buon giudice delle
persone, dei braccianti, degli animali, degli arnesi, dei mer­
cati e dei raccolti. Gli anni della loro vita trascorsi nella
pianura aperta russificavano quelle famiglie, le ruralizzavano,
rendendole sempre meno « gente speciale » e sempre più
uguali ai vicini attorno a loro. Nello spirito ancor più che
per la distanza fisica, il fattore Bronstein era quasi compie-
221

tamente al di fuori delle invisibili mura del ghetto che i suoi


nonni avevano portato dietro a sè quand’erano entrati per la
prima volta nelle steppe. Man mano che la sua prosperità
aumentò, con gli anni del suo indefesso lavoro, il piccolo
patrimonio costituito dalla sua osservanza religiosa, dal suo
conformismo ebraico e dai suoi vicini ebrei continuarono a
diminuire. Da principio conservò le apparenze per abitudine
e per la pressione di parenti e vicini ebrei, continuando a
compiere viaggi nei giorni particolarmente santi alla sinagoga
nella vicina Gromokley, distante quattro verste. Da signora
Bronstein, essendo stata educata in città ed essendo donna,
era un po’ più conservatrice in simili argomenti. Non cuciva
di sabato («almeno doveva scrivere uno dei suoi figli, davanti
agli altri ») e, quando quel figlio fu gravemente ammalato
e dovette essere condotto di sabato dal medico, rifiutò di farsi
trasportare in carrozza con lui, inviando invece un fidato
impiegato cristiano. Era osservanza religiosa o era perchè
il medico viveva in mezzo ad una colonia ebraica? Quando
i ragazzi diventarono grandi, il fattore Bronstein parlò aper­
tamente in presenza loro e sua della sua sfiducia nell’esistenza
di Dio. Ed anche la signora Bronstein, pur pregando ogni
tanto in momenti di crisi, trascurò sempre di più i precetti
e la preghiera di rito con l’andar degli anni.
I Bronstein coltivavano grano e allevavano pecore e
maiali, come i loro vicini, e vivevano una vita che si poteva
difficilmente distinguere da quella della gente che viveva
attorno a loro, se non per il fatto che non erano così portati
a bere come la maggior parte di costoro, che lavoravano di
più, che avevano una maggiore preveggenza, che facevano
migliori affari con i mercanti di grano, che seppero cavarsela
durante la crisi prolungata degli anni intorno all’80, quando
la concorrenza del frumento americano, canadese e argentino
rovinò tanti contadini delle steppe. Ma i loro frugali vicini
tedeschi avevano costumi altrettanto sobri e se la cavavano
ogni volta altrettanto bene. Un’altra distinzione — forse de­
rivante dalla loro eredità come discendenti del « Popolo del
Libro », era il rispetto di questo fattore analfabeta e della
222

moglie che sapeva appena leggere e scrivere per l’istruzione


considerata non solo come qualcosa da utilizzarsi a scopi
pratici nella fattoria, ma come qualcosa che era desiderabile
per i loro figli e che elevava chiunque la possedesse.
Quando i Bronstein andarono nella loro fattoria di
Yanovka venendo dalla provincia di Kherson, nella prima­
vera del 1879, avevano due figliuoli, un maschio e una fem­
mina e lasciarono dietro di loro le tombe di due altri morti
in tenera età. La signora Bronstein portava pure nelle viscere
un altro bambino : questi doveva essere un vigoroso pargo­
letto, nato quello stesso autunno, il 26 ottobre del calendario
russo, o il 7 novembre del calendario in uso in Occidente (1).
Gli dettero il nome di Lev o Lyova, vocabolo russo che vuol
dir « leone ». Parecchia gente doveva negli anni successivi,
giudicare il nome appropriato. Doveva essere tradotto in te­
desco come Leo e in inglese, in francese, in spagnuolo e in
italiano, come « Leon » o Leone; accoppiato con il succes­
sivo pseudonimo di Trotzki sarebbe stato conosciuto nel
mondo intero (2).
Trentotto anni più tardi il compleanno del ragazzo
avrebbe coinciso con l’anniversario della presa del potere da
parte dei Bolscevichi. « I Mistici ed i Pitagorici », commenta
Trotzki, « possono trarre da questo fatto le conclusioni che
vogliono. Per conto mio, notai questa curiosa coincidenza
solo tre anni dopo la rivolta d’Ottobre ».

(1) Il calendario russo era di dodici giorni in ritardo rispetto a quello


dell’Europa occidentale nel secolo decimonono e di tredici giorni nel vente­
simo. Il i° febbraio 1918, il governo sovietico adottò il calendario occidentale
o di « stile nuovo ». In quest’opera, salvo quando verrà data un’indicazione
in senso contrario, si adopera dappertutto il calendario occidentale. La con­
quista bolscevica del potere si effettuò nel compleanno di questo ragazzo, ossia
il 25 ottobre, Vecchio Stile, o il 7 novembre 1917, Nuovo Stile. Viene citata
nella letteratura russa come Rivoluzione d’Ottobre, ma si celebra natural­
mente ora ogni anno il 7 novembre.
(2) Come figlio di David Bronstein, il nome legale di Trotzki era Lev
Davidovic Bronstein. Da ragazzo fu generalmente chiamato col diminutivo
Lyova. Lo pseudonimo da scrittore, « Trotzki », adottato originariamente per
motivi inerenti alla vita clandestina, finì per sopprimere completamente il
« Bronstein », per cui nel 1917 si firmò per scopi legali Lev Davidovic
Trotzki. I suoi ammiratori e perfino sua moglie nelle sue memorie si rife-
riscono generalmente a lui semplicemente con le iniziali « L. D. » e ho visto
lettere sue con quella firma.
223

Per i non Pitagorici è più istruttivo rilevare due altri


fatti del calendario dell’anno 1879 che furono strettamente
connessi al destino del giovane Bronstein. Due mesi prima
che egli nascesse, la Narodnaya Volya emise la sua sentenza
di morte contro lo Zar regnante. Due mesi dopo la sua na­
scita, nacque un certo Iosif Vissarionovic Giugascvili. Il
primo di questi avvenimenti determinò l’assassinio d’Ales­
sandro II, con cui ebbe inizio la reazione nera degli anni ’80.
Come parte di quella reazione vi fu l’incoraggiamento indi­
retto del governo ai primi pogrom moderni; agli Ebrei venne
proibito di possedere o affittare altre terre; fu introdotto il
numerus clausus nell’educazione superiore (x). Il secondo av­
venimento, la nascita di Iosif Giugascvili in Transcaucasia,
doveva offrire a David Bronstein il suo principale avversario
degli ultimi anni della sua vita.
Yanovka era un piccolo villaggio solitario su una strada
sporca, difficilmente distinguibile dalla steppa circostante,
perduto in sentieri di capre e in campi di grano che si esten­
devano in tutte le direzioni verso l’orizzonte. D’ufficio postale
più vicino si trovava a ventiquattro chilometri di distanza,
la ferrovia a trentacinque; vedere un medico voleva dire una
notte di viaggio. I giornali non arrivavano mai a quella casa,
una lettera era una rarità, un telegramma, portato a cavallo,
poteva significare soltanto una sventura. Il resto della Russia
entrava nella vita chiusa di Yanovka solo per acquistare
grano, per percepire le tasse e chiamare gli uomini di leva,
per fornire lavoratori stagionali per il raccolto. Dietro la
Russia, vi era un mondo che sembrava consistere principal­
mente di due luoghi sinistri chiamati Canadà e Argentina,
i quali, in alcune annate, immettevano tanto grano a basso
prezzo sul mercato che il proprietario cocciuto e laborioso
Bronstein non riusciva a ricavare il suo costo di produzione
e i suoi meno parchi ed energici vicini erano completamente
rovinati. Sembrava poco probabile che un ragazzo nato in

(1) Decreto del 1887 limitante il numero degli Ebrei che potevano essere
ammessi nelle scuole statali a io per cento del numero totale degli studenti.
224

quel piccolo villaggio acquistasse mai una visione mondiale


o diventasse un simbolo dell’internazionalismo.
Nel linguaggio inesorabile della posizione sociale che il
successo di suo figlio avrebbe trasformato in pietra di pa­
ragone, David Bronstein era un Kulak. All’età di settanta
anni, quando suo figlio era già al potere, il vecchio Bronstein
fu « minacciato dai Rossi perchè era ricco, mentre i Bianchi
lo perseguitavano perchè era mio padre » (Trotzki, Autobio­
grafia, p. 19 dell’ed. ingl.). A forza di parsimonia e di am­
bizione e di lavoro cruento, incessante — il lavoro suo e di
sua moglie non meno di quello dell’aiuto salariato — non
pagando più salari di quanto non fosse consuetudinario o ne­
cessario, mettendo un kopek accanto all’altro, una casa
accanto all’altra, un animale accanto all’altro e un ettaro
accanto all’altro, aveva finito per possedere ben 100 ettari
di terreno e affittarne altri 150. Quando, coi decreti del 1882
e del 1887, lo Zar vietò agli Ebrei di acquistare o affittare
nuove terre, era già abbastanza ben sistemato e i suoi vicini
gli erano abbastanza amici e sufficientemente bisognosi dei
suoi rubli, da permettergli, con il sotterfugio, le mance e
i tributi straordinari su ogni ettaro affittato o acquistato, di
continuare ad accrescere la sua fattoria. De sue lunghe,
aperte rimesse erano piene di grano, che poteva permettersi
di conservare fino a quando l’immissione sul mercato del
raccolto dei più bisognosi non fosse terminata. Aveva stalle
ben provviste, vacche, porcili, pollai, un’officina meccanica
con un tetto che non faceva acqua come quello sotto il quale
stava al riparo la sua famiglia, un mulino con una macchina
di dieci cavalli vapore per macinare il suo frumento e, per
un prezzo in natura del io per cento, quello di tutti i suoi
vicini per un raggio di parecchi chilometri. Il mulino faceva
di lui qualche cosa di più del fattore più energico, ne faceva
la figura dominante della rurale Yanovka.
Come si addiceva ad una famiglia incolta, di ceto medio,
in potenza, i Bronstein vivevano in una rozza semplicità.
Non conoscevano nè fame nè bisogno, ma avevano poco lusso
e scarse comodità. Eyova, che per tutta la vita vestì esage-
tav. e

Fotografia di fronte c di profilo di Stalin, trovata negli archivi della polizia.


Risale al 1910.
225

ratamente bene, ricorda l’agonia per cui passò davanti alle


sue scarpe rotte quando fu presentato a un rispettato cugino
più anziano di città venuto a far visita. I granai potevano
essere di legno con fondamenta di pietra sopraelevata per
proteggere i raccolti, l’officina meccanica con i suoi preziosi
macchinari poteva vantare un tetto di tegole, ma durante
tutta la sua fanciullezza la famiglia visse in una casa di fango
che aveva trovato sulla terra quando l’aveva acquistata dal
beneficiario originario dello Zar, il Colonnello Yanovsky. Vi
erano profondi crepacci nei muri di fango, dove si annida­
vano le serpi, il tetto era fatto di cannelli di paglia ed era
messo in subbuglio da voli di passeri, la pioggia passava nei
temporali d’estate e nei luoghi strategici si dovevano mettere
vasi e scodelle per impedire all’acqua di fare fango nei pa­
vimenti di terra. Due sole delle cinque camerette dal soffitto
basso avevano una pavimentazione di legno : la stanza di
soggiorno, che ogni settimana veniva scartavetrata, e il sa­
ettino dove il legno era dipinto. Nei pavimenti di terra delle
altre stanze si annidavano le pulci, come Dyova ebbe motivo
di ricordare. In inverno, la neve che soffiava da ogni parte
della prateria aperta murava le serpi che dormivano nei cre­
pacci, chiudeva le fessure, si ammucchiava sopra le sporche
finestre, allungando ancor più le lunghe serate d’inverno,
tenendo gli occupanti — ormai in ozio — comodi e caldi.
Fino a quando Dyova non fu cresciuto e non ebbe lasciato
per sempre la casa paterna, David Bronstein non prese il
tempo e la sostanza necessari a costruirsi una casa di mattoni
col tetto di latta. Da costruì solidamente — com’era suo co­
stume — per cui dopo la Rivoluzione del 1917 fu espropriata
dal governo e usata come edificio scolastico. Fu la prima
volta che ci fu una scuola a Yanovka.

Poco tempo fu consacrato alle manifestazioni d’affetto


o di attenzione nella grigia infanzia di Dev Davidovic. En­
trambi i suoi genitori erano affaccendati nella fattoria, salvo
nel cuore dell’inverno. De lunghe giornate estive venivano
trascorse con un fratello o una sorella maggiori, con una

15
22Ó

sorella minore, con una o due zie in visita e soprattutto col


personale di servizio : una governante, una cameriera, un
cuoco, un maggiordomo, un meccanico, un pompiere, un
pastore, uno stalliere, un certo numero di braccianti. Questi
furono i principali compagni e precettori di Lyova. Quando
i raccolti erano abbondanti e i prezzi alti potevano esservi
ventine ed anche centinaia di operai avventizi in più, dai
quali ottenere frammenti di notizie e d’istruzione, o di diver­
timento e d’angoscia. Il fratello maggiore, Sascia, e la so­
rella maggiore Lisa, gl’insegnarono le prime lettere. Non
appena ebbe un’istruzione leggermente più spinta, li sostituì
come « contabile » del padre, prendendo nota degli appunti
sommari e sporadici dettatigli dal vecchio Bronstein quando
passavano per la mente del vecchio fattore. Il vecchio non
seppe nè leggere nè contare fino all’età di sessant’anni,
quando cominciò a combattere contro i misteri dell’alfabeto
per sillabare i titoli dei libri di suo figlio e torturarsi il cer­
vello circa il loro contenuto. La signora Bronstein sapeva
leggere, sia pure con difficoltà. Quando la neve bloccava la
vecchia casa e rendeva il lavoro all’esterno impossibile, le
piaceva sedersi vicino alla grande stufa nella stanza di sog­
giorno, mormorando ad alta voce per sè le parole di qualche
romanzo russo, che era stato preso in prestito da una biblio­
teca che si trovava a parecchi chilometri di distanza.
Un calamaio tappato con carta, posto sulla lunga cassa-
panca bassa; un portapenne con una vecchia penna arrug­
ginita; un quaderno per prendere gli appunti dettati dal capo
famiglia ai suoi figli; uno o due numeri arretrati di qualche
rivista agricola destinata alla borghesia di campagna, pro­
babilmente acquistati con la casa; i romanzi presi in prestito
dalla signora Bronstein; la spinetta sciupata acquistata per
sedici rubli da un vicino fallito e riparata dal versatile mec­
canico; un po’ di testi di scuola e di musica per i due figli
maggiori quando vivevano con parenti vicino a una scuola :
questi oggetti sembravano rappresentare le aspirazioni cul­
turali della famiglia Bronstein. Se si fosse spinto il vecchio
Bronstein a dire perchè egli e sua moglie lavorassero tanto
227

e perchè continuasse ad accrescere la sua ricchezza e i suoi


beni dopo essersene procacciato a sufficienza, non avrebbe
forse saputo rispondere. Ma avrebbe finito col dire che spe­
rava di dare ai suoi figli una vita più facile di quella che
aveva avuto egli stesso e dotarli di quella cosa rispettata
chiamata « istruzione ». Ciò che era importante erano i figli
maschi. Bronstein poteva non essere religioso, ma voleva
che essi imparassero a leggere la Bibbia nell’originale
ebraico perchè ciò faceva parte della concezione della dottrina
che egli aveva ereditata. Quando il suo figlio maggiore
mostrò poca attitudine agli studi, il fattore ripose le sue
speranze sul figlio minore.

Lyova Bronstein non ebbe un’infanzia piena di gaiezza


e di sole, di calore e d’intimità familiare, d’atmosfera cul­
turale, di sport all’aria aperta, come l’aveva avuta Lenin.
Lyova non imparò mai a pattinare o a nuotare, non partecipò
mai a competizioni di forza o di abilità fisica. Pur avendo
una struttura robusta, non la sviluppò mai fino a parecchi
anni dopo; ci volle la Siberia per renderlo consapevole della
natura e trasformarlo in un pescatore e un cacciatore appas­
sionato; e ci volle il comando dell’Armata Rossa per dargli
il suo aspetto militare. Fino a quando non imparò a leggere,
il centro del suo mondo fu costituito dall’officina meccanica
della fattoria, il suo principale precettore nelle cose e negli
uomini essendo Ivan Vasilievic Grebin, il meccanico che vi
presiedeva. Fu Ivan Vasilievic che gli intagliò il suo treno di
cartoncino, che gli permise di dilatare i soffietti e d’infilzare
viti e chiodi, che gli mostrò come far girare palle di legno
del giuoco del « croquet » sul tornio; negli ultimi anni gli
fabbricò pure una bicicletta fatta a casa su cui imparò ad
andare. Dalle labbra di Ivan Vasilievic ricevette la prima
infarinatura sulla complessità del comportamento umano.
Quando non si trovava dal meccanico, giuocava con la so­
rellina Olya (Olga) : a rimpiattino nelle madie di grano, o
alla « famiglia », con bambole di cenci fatte a casa, sul di­
vano stracciato della stanza da soggiorno. Talvolta, nelle
228

serate d’inverno, l’intera famiglia giuocava alla « Vecchia


Signora », e il padre si univa agli altri. Non appena Lyova
imparò a leggere e a maneggiare una penna, le nuove strade
che ciò gli aprì eliminarono tutte le altre, finché perfino
l’officina meccanica sembrò perdere ogni attrattiva.
La sua penna diventò una specie di feticcio, con una
potenza e una volontà proprie. Con l’aiuto di un temperino
se ne intagliò una nuova, servendosene per ricopiare figure
di cavalli da una vecchia rivista. In un’altra occasione, i suoi
magici poteri lo indussero a scrivere oscenità proibite, udite
in cascina e nei campi, ma giammai in quella casa puritana.
Versò abbondanti lagrime, quando sua sorella lo scoprì e
quando ella e sua madre tentarono di vedere ciò che vi era
sulla carta così gelosamente nascosta. Ancora una volta, la
penna misteriosa gli fece scrivere dei versi e sua sorella lo
disse alla famiglia che lo giudicò proprio un poeta. Il ragazzo
sapeva ancor meglio, comunque, arrossire di vergogna,
quando suo padre tentava di fargliele leggere ad alta voce
davanti a ospiti. Con l’aiuto della penna giocava insieme col
cugino a fare una rivista. Stretta nella mano, annotava i mi­
steriosi guadagni e perdite di suo padre in concorrenza con
1’« Argentina », i suoi debiti e quelli dei suoi vicini nei suoi
confronti, i calcoli della decima per la macinazione al mulino,
le miserabili somme in kopek e in rubli che rappresentavano
il lavoro di un’estate dei suoi braccianti, cifre che dettero
al ragazzo la sua prima impressione circa la durezza di un
sistema che non lasciava quasi nulla al bracciante onde met­
terlo al riparo contro l’ozio forzato dell’inverno. La penna
ricopiava magnifici passi dei poeti, eloquenti discorsi dei
drammaturghi, poi cominciò a scrivere composizioni originali
che meravigliarono ed entusiasmarono il loro autore. Quando,
negli anni successivi, egli scelse il suo primo nome illegale
onde far perdere le proprie traccie alla polizia, quando col­
laboré con articoli a giornali rivoluzionari, tale nome fu
Pero, « La Penna ».
Alla magìa della penna era strettamente legata la magìa
del libro. I libri erano una specie di tappeto volante delle
229

« Mille e una Notte », che lo portava lontano dalla sporca


Yanovka, che lo elevava in aria permettendogli di vedere
grandi striscie del mondo. Dai libri conobbe il passato e la
grandezza della Russia, di altre provincie e regni e modi di
vivere più civili di quelli rozzi che la sua fanciullezza aveva
conosciuti fino a quel momento. Usava i libri anche per far
mostra di sè, poiché fu sempre portato a mettere in mostra
le sue capacità. A scuola, leggeva volutamente libri di storia
più avanzati del testo richiesto e faceva domande per mo­
strare che conosceva le risposte e per lasciar di stucco i suoi
insegnanti. Col tempo si accorse che vi erano libri proibiti :
uno di questi era su delitti e pervertimenti sessuali che il
fratello maggiore aveva portato a casa dalla città tentando
di nasconderlo dietro altri libri che non erano a portata di
mano; un altro era di Tolstoi, intitolato La potenza delle
tenebre, di cui i censori avevano proibito la rappresentazione
sul palcoscenico e che il suo dotto cugino rifiutava di leg­
gergli, perchè egli era « troppo giovane ».
Per lungo tempo il mondo della realtà attorno al villaggio
ed alla fattoria e il mondo fatto di ragione, di meraviglia e
di passione fra le copertine dei libri, rimasero nettamente se­
parati nel suo spirito. Da fattoria gli aveva insegnato molte
cose, perchè egli era curioso e osservatore. Guardava i brac­
cianti salire sul granaio per fare all’amore, udiva storie bef­
farde circa la borghesia di campagna presso la quale avevano
lavorato, li udiva insultare suo padre con particolare mali­
gnità in sua presenza, trascorreva tanto tempo in cucina,
nell’officina meccanica, nel granaio e nei campi che finì per
capire il punto di vista dei braccianti e perfino per prendere
le loro parti in contese tra loro e suo padre. Trovava la vita
attorno a lui dura, aspra e ogni tanto crudele. Ma nel mondo
dei libri trovava gente che era gentile, raffinata ed esaltata;
amava senza parolacce, senza granai e non per fini materiali;
si parlava reciprocamente in modo delicato e perfino poetico
di cose incorporee, eteree, inscrutabili. D’ambito delle sue
letture si estendeva, la sua comprensione dei due mondi si
approfondiva finché cominciarono finalmente a fondersi e a
230

servirsi a vicenda da contrappeso e da elemento di chiarifi­


cazione. Dove differivano, il mondo dei libri lo teneva mag­
giormente legato a sè.
Nella mia vita intima — scrisse più tardi — nel corso della mia giovi­
nezza, la natura e gl’individui occupavano un posto minore dei libri e delle
idee... La stessa parola « scrittore » risuonava in me come se fosse stata
pronunciata da qualche vetta irraggiungibile... Fin dai miei anni giovanili
il mio amore per le parole era andato ora perdendo, ora acquistando forza,
ma generalmente piantando radici sempre più ferme. Ai miei occhi, scrittori,
giornalisti ed artisti anelavano sempre un mondo più attraente di qualsiasi
altro, un mondo aperto solo agli eletti.

Queste parole sono tratte dalla sua autobiografìa, scritta


in esilio a Prinkipo dopo che Stalin lo aveva deportato dalla
Russia. Nella prefazione alla stessa opera egli scriveva :
Un libro scritto bene, in cui si possano trovare idee nuove, ed una buona
penna con cui comunicare le proprie idee ad altri sono stati sempre e sono
oggi per me i prodotti più validi ed intimi della cultura. Il desiderio di stu­
diare non mi ha mai lasciato e molte volte durante la mia vita ho avuto la
sensazione che la rivoluzione ostacolasse il mio lavoro sistematico...

Alla fine, la morte doveva coglierlo con la penna in


mano.

Alleata alla magia del libro e della penna, vi era quella


del teatro. Durante il periodo natalizio del 1886, quando
Lyova aveva sette anni ed aveva appena imparato a scri­
vere, una compagnia di maschere scese da non si sa dove
nella camera da pranzo mentre la famiglia stava prendendo
il tè. Il ragazzo fu così meravigliato che cadde sul divano
per la paura e vi rimase di sasso mentre lo Zar Massimi­
liano declamava, finché la rozza stanza di soggiorno non
diventò un reame di splendore. Ci si figuri la sua meraviglia
quando si accorse che lo Zar Massimiliano non era altro che
il salariato Prokhor ! Armato di penna e di carta, penetrò
nel quartiere dei domestici, dove lo Zar Prokhor stava ripo­
sandosi dopo cena, e lo implorò di dettargli il suo monologo.
Quando il vecchio Bronstein interruppe il ragazzo impa­
ziente e lo Zar riluttante nel loro compito « ozioso », Lyova
fu inconsolabile.
231

Da sua prima visita ad un teatro vero avvenne durante


il suo primo anno di scuola a Odessa. « Non rassomigliava
a nessun’altra esperienza e superava qualsiasi descrizione,
scriveva ancora cinquant’anni dopo. Sedetti pallido come un
foglio di carta... e fui torturato da una gioia che non riuscivo
a sopportare. Durante gl’intervalli non lasciai il mio posto
per non rischiare — Dio ce ne scampi ! — di perdere qualche
cosa ». Poi progettò, con un ragazzo che aveva già parte­
cipato a rappresentazioni teatrali di dilettanti, di rappresen­
tare insieme II cavaliere avaro di Pusckin. Ma il compagno
che si era scelto per quell’impresa era tisico e se ne andò
in qualche posto a morire prima che il loro sogno potesse
diventare realtà. Un dramma originale che tentò di scrivere
con un altro compagno alcuni anni dopo finì anch’esso nel
nulla. Dopo essere stato un po’ di tempo a Odessa, si svi­
luppò in lui una passione per l’opera italiana, passione che
gli fece spendere ogni soldo che aveva e dare anche lezioni
supplementari per procacciarsi il denaro onde andare al
teatro. S’innamorò di un soprano leggero, « che portava il
nome misterioso di Giuseppina Uget, la quale mi sembrò
essere discesa dal cielo sul palcoscenico del teatro di Odessa ».
Ma siccóme questo fu il suo terzo innamoramento, è chiaro
che stiamo un po’ anticipando la nostra storia.
Prima di abbandonare l’argomento del teatro, dobbiamo
però rilevare che per tutta la vita questo ardente appassio­
nato del teatro conservò un forte senso del dramma. Do si
poteva osservare nel suo portamento eretto sulle tribune,
nella sua scrupolosa nettezza e nel suo piacere di essere ben
vestito, nel suo amore infantile per una divisa da studente,
nel suo contegno da militare più tardi come Commissario
alla Guerra, nel modo in cui diresse il proprio processo in
un tribunale zarista nel 1906, nella eloquenza tumultuosa dei
suoi discorsi, nella sua abile drammatizzazione di ogni parte
che la sua vita altamente drammatica gli fornì. Da sua vita
possedeva uno stile non meno dei suoi scritti, quel tocco di
elevatezza che, quando non è portato fino all’eccesso, contri­
buisce a creare un tipo di eroe e di capo affascinante, nel
232

periodo in cui si trova al centro del dramma, e che accentua


il carattere tragico di una sua caduta dall’alto. Nei suoi
scritti, doveva diventare uno dei maggiori stilisti che il mo­
vimento socialista abbia prodotto fin dai tempi di Marx.
Nella drammatizzazione della sua vita nessuno gli doveva
stare alla pari, fin dai tempi del contemporaneo di Marx,
Lassalle.
All’età di sette anni Lyova cominciò ad andare a scuola.
Andò perciò da Yanovka nella vicina Gromokley, a quattro
chilometri di distanza, a vivere con sua zia Rachele e con
suo zio Abramo vicino a una scuola ebraica di villaggio.
Il suo maestro, un uomo magro, che sembrava sempre scu­
sarsi e che si ritraeva sempre indietro, ossessionato da una
moglie allegra, lo istruì nella lingua russa, in aritmetica e
nella conoscenza della Bibbia sull’originale ebraico. Con gli
altri bambini Lyova aveva pochi rapporti, poiché chiac­
chieravano in Yiddisc, lingua che egli non capiva. Si rese
oscuramente conto in quel luogo del fatto che gli Ebrei
erano un popolo a parte, mantenuti in una posizione sociale
inferiore da forze incomprensibili. Il villaggio era diviso da
un burrone, da un lato del quale vi erano le prospere fat­
torie tedesche, la maggior parte con tetti di tegole, mentre
dall’altro vi erano le capanne in rovina degli Ebrei. Il ri­
cordo più vivo che conservò di Gromokley fu quello della
forza coercitiva del Ghetto, quando questa forza gli si ma­
nifestò il giorno in cui venne trascinata per la sua misera
strada una donna di cattiva fama, contro la quale venivano
lanciate imprecazioni, maledizioni, grida ostili, sputi. Più
tardi, la comunità ottenne dalle autorità la deportazione del
padre della giovane donna nella lontana Siberia come pre­
sunto ladro di cavalli. Questa scena « biblica » fece sul ra­
gazzo un’impressione più profonda di tutti i brani del­
l’Ebraico frainteso gridati in coro con i suoi compagni.
Ma se l’anno scolastico trascorso a Gromokley fosse stato
l’unico per lui, come faceva la maggior parte dei suoi com­
pagni di scuola, esso avrebbe lasciato ben poche traccie
su di -lui.
233

Ee stranezze di quello « strano popolo », gli Ebrei, sono


in gran parte un prodotto dei loro secoli di intensa vita
urbana. Due o tre generazioni viventi in campagna avevano
quasi cancellato l’influenza della città sulla famiglia Bron-
stein, ma quando la città si recò a Yanovka adornata di
delicatezza e di cultura, sotto la forma di un dotto cugino
di Odessa, il fascino esercitato sul giovane Eyova fu istan­
taneo. Moisey Fillipovic Shpentser era un uomo di libro
e di penna, e perciò questa famiglia illetterata lo trattò con
deferenza. Era venuto alla fattoria a bere latte fresco, a man­
giare uova fresche, a respirare aria pura e a combattere un
principio di tubercolosi. Con la licenza ginnasiale, era stato
escluso dall’università per un peccatuccio politico. Traeva
mezzi modesti di sussistenza dalla collaborazione a giornali,
scrivendo libri per bambini, preparando testi di storia, tra­
ducendo e annotando classici greci, facendo del lavoro sta­
tistico. Doveva aprire una piccola casa editrice, che più
tardi avrebbe prosperato. Era fidanzato alla direttrice di una
scuola di Stato per ragazze ebree, fatto che ispirava ai Bron-
stein ancor più rispetto della sua stessa cultura. Non trovando
altri a Yanovka su cui esercitare le sue capacità intellettuali,
si accinse ad operare su Eyova Bronstein, lesse per lui, ri­
spose alle sue incessanti domande, gl’insegnò a parlare gram­
maticalmente, a tenere un bicchiere pulito con le dita
all’esterno e non all’interno, a distinguere la parte ucraina
del suo vocabolario da quella russa, e — più con l’esempio
che con le parole — a sentire un senso di ripugnanza da­
vanti ad alcune delle crudeltà e barbarie della rozza vita
di Yanovka.
Nella primavera dell’anno successivo, 1888, il matri­
monio di Shpentser essendosi debitamente celebrato, Eyova
lasciò la sua casa di Yanovka per andare a vivere con gli
Shpentser nella popolosa Odessa. Fu equipaggiato con un
nuovo abito, un grande baule contenente burro, marmel­
lata e altri doni rustici ai parenti della città e con quel ve­
stiario che la campagna poteva offrire a un futuro abitante
della città. Benché la sua autobiografia lamenti il « grigiore »
234

degli anni dell’infanzia che lasciava dietro a sè e della man­


canza di cure e di affetto, quando lasciò Yanovka sentì im­
provvisamente che gli era molto cara. Sua madre e le sue
sorelle piansero. Pianse a lungo e fortemente con loro, con­
tinuò a singhiozzare attraverso la steppa fino a quando la
carrozza non giunse sulla strada principale. Poi si riprese
come si addice a un ragazzo che va nella grande città a
cercarvi la saggezza.
Capitolo XI

LVOVA DIVENTA POPULISTA

Un fremito ci attraversa quando udiamo la terribile storia


di quello che è accaduto nel teatro. Come facciamo noi Ebrei,
che siamo paragonati a un vermiciattolo — il verme di Gia­
cobbe — a ficcare il naso in queste faccende? Come facciamo
noi Ebrei, che, secondo ogni buon senso e ogni ragione, siamo
sempre obbligati a pregare per il benessere del potere sovrano,
senza il quale saremmo stati da lungo tempo divorati vivi —
come facciamo noi Ebrei a osare arrampicarci in luoghi così
alti e immischiarci di politica? Oh, state in guardia fanciulli
ebraici! State bene attenti a quello che fate! Dio solo sa quello
che potete arrecare alla nostra sfortunata nazione, a voi stessi
e alle vostre famiglie. Il nostro popolo fu sempre orgoglioso
di una cosa: di non avere nel suo seno alcun ribelle; ed ora
volete far scomparire anche questa virtù. Speriamo che ripen­
serete bene a tutto ciò e che non desidererete compromettere la
felicità dell’intera nostra nazione, il vostro proprio destino e
quello dei vostri genitori e delle vostre famiglie.
Predica del Rabbino Capo di Mins\ nel 1902 dopo che
Hirsch Lec\ert ebbe tentato di assassinare il Governatore
di Vilna.

La città rumorosa, colorita, dalle molteplici lingue, di


Odessa, fu fondata come porto franco nel 1794 da profughi
francesi. Quando Lyova Bronstein vi andò quasi un secolo
dopo, aveva grandi moli e porti e un turbolento lungomare,
dietro il quale si elevava su terrazze una città operosa, che
sovrastava la Baia di Odessa e il Mar Nero. Era un luogo
dove un ragazzo poteva trovare le fondamenta del cosmo­
politismo se non deH’internazianalismo. Ucraini, Grandi-
kussi, Ebrei, Italiani, Tedeschi, Francesi, Inglesi, Greci,
236

Armeni, Persiani, Siriani, Turchi, Tartari erano a contatto


di gomito, concludevano affari, scambiavano monete, beni,
vocabolari, idee sulla base del facile principio del vivere e
lasciar vivere. Gli Ebrei erano il gruppo più numeroso di
Odessa, costituendo il 30 per cento della popolazione com­
plessiva. Fra tanti popoli urbani, mercantili del Vicino
Oriente, non erano particolarmente distinti dagli altri e non
avevano subito nessuna insolita discriminazione. Ma un anno
prima dell’arrivo di Eyova il decreto sul numerus clausus
limitò il numero degli studenti al io per cento della massa
studentesca malgrado il fatto che gli Ebrei costituissero il
30 per cento della popolazione della città. Il candidato di
nove anni all’istruzione fu una delle prime vittime.
Gli Shpentser scelsero per il loro pupillo la Realschule
di San Paolo, fondata dalla colonia tedesca locale per l’edu­
cazione dei propri bambini, sulla base dei principi « pro­
gressivi » e « pratici » della matematica, delle scienze e delle
lingue moderne più che sui classici. Shpentser la scelse non
per ammirazione verso il programma ma in considerazione
del fatto che sarebbe stato più facile a un bambino di cam­
pagna ebreo poco istruito entrare alla Realschule che nel
più affollato Ginnasio classico. Gli esami d’ammissione misero
però a nudo le lacune dell’istruzione del ragazzo. Un 4 in
aritmetica e un 3 in Russo — il 5 equivalendo al nostro io —
non bastavano a fare ottenere a Bronstein un posto nella
massa dei migliori io per cento fra i candidati ebrei.
Perciò gli Shpentser, edotti dei modi prevalenti nel si­
stema educativo di Odessa, lo iscrissero nella classe prepa­
ratoria di San Paolo, conferendogli cosi una posizione prefe­
renziale sui candidati esterni ebrei dell’anno successivo. Egli
era dopo tutto giovanissimo, i suoi genitori avevano falsifi­
cato la sua età di un anno per rendere possibile la sua am­
missione. Così, malgrado il tempo perduto, entrò in effetti
alla Realschule all’età minima di dieci anni. Quell’anno d’al­
tronde non fu perduto. I voti bassi furono uno sprone, per
cui il mediocre matematico dell’anno prima diventò il primo
in matematica e sognò di seguire la carriera della matematica
237

pura. L’anno di preparazione servito a distinguere gli ele­


menti ucraini e russi del suo vocabolario e l’accresciuta ma­
turità delle idee espresse nei suoi componimenti contribuirono
pure a dargli il primo posto in Russo. Il suo insegnante
teneva a leggere ad alta voce i suoi componimenti alla sco­
laresca dando loro il voto lodevole di 5 più. Così la carriera
di scrittore continuava ad esercitare la sua attrattiva, facendo
la concorrenza al nuovo sogno di fare il matematico, mentre
il vecchio David Bronstein sperava che il suo promettente
figliuolo diventasse ingegnere.
Vi è chi potrebbe interpretare la successiva vita tem­
pestosa di questo ragazzo sotto l’angolo del ribelle ebreo la
cui ribellione nasce dalla persecuzione razziale, o sotto l’an­
golo della ricerca di un compenso alla forzata inferiorità.
L’unico elemento in appoggio a quest’opinione è virtualmente
l’anno perduto per il numerus clausus. A Yanovka, dove
David Bronstein era il fattore più importante, rispettato da
tutti i vicini, il monello non aveva subito nessuna discri­
minazione. A Odessa, la tendenza crescente alla russificazione
che s’iniziò con l’avvento al trono di Alessandro III (1881-
1894) pesò fortemente sul destino di San Paolo. Ma le prin­
cipali vittime furono i Tedeschi, che avevano fondato e di­
retto la scuola e che costituivano il nucleo più importante
dei suoi alunni. Subito dopo venivano gli Ucraini, per la
cui terra Odessa era il principale porto di mare. Per essere
sicuro della russificazione di quegli alunni che erano passati
per una scuola così tedesca, il governo obbligò gli studenti
a passare il loro ultimo anno in un istituto statale russo.
Il direttore luterano tedesco, il cappellano tedesco e parecchi
fra gl’insegnanti d’origine tedesca furono eliminati durante
i sette anni che Lyova vi trascorse. Il prete russo ortodosso
che insegnava religione faceva la predica a quei ragazzi che
dovevano lasciare l’aula per seguire altre lezioni, ma le sue
osservazioni ingiuriose si rivolgevano ai Protestanti tedeschi
e ai Polacchi cattolici non meno che ai ragazzi ebrei. L’in­
segnante di storia faceva domande spregevoli sui rovesci e
sui « delitti » dei loro rispettivi popoli agli alunni polacchi
238

e ucraini. Trattava però Bronstein con immancabile corret­


tezza come studente di storia eccelso, anche con un certo
timore, perchè Lyova scorreva i libri più spinti della biblio­
teca personale di Shpentser e usava le sue conoscenze sup­
plementari per far domande di cui il docente non conosceva
le risposte.
In questo argomento delle nazionalità, come la maggio­
ranza degli Ebrei dei grandi centri urbani dell’Ucraina, il
ragazzo e il suo tutore si schieravano inconsapevolmente dalla
parte degli amministratori grandi-russi e della superiore cul­
tura grande-russa contro i contadini ucraini e il pugno d’in­
tellettuali ucraini che si sforzavano di creare una lingua e
una letteratura ucraina e che cominciavano ad aspirare alla
autonomia della loro cultura e della loro terra. Per Eyova
Bronstein, durante tutta la vita, come viene rivelato nella
sua autobiografìa scritta nel 1929, la lingua ucraina non co­
stituiva una lingua ma era un « dialetto » o un « gergo »
contadino. Insensibilmente, ciò avrebbe finito per formare
l’atteggiamento che tenne verso la Repubblica ucraina indi-
pendente, schiacciata dai suoi eserciti nel 1919.
Lungi dal dargli un senso d’inferiorità, il suo successo
scolastico rendeva il piccolo monello di Yanovka vanitoso
e sicuro di sè. Non dubitò mai un momento in quei giorni
che si sarebbe fatto strada in un mondo che la sua fantasia
raffigurava fortemente come una maggiore aula scolastica,
dove i suoi componimenti sarebbero sempre stati abba­
stanza buoni da essere letti ad alta voce, dove nella lotta per
avere i voti più alti, egli avrebbe sempre avuto 5 e 5 più
e dove il suo posto sarebbe sempre stato quello di « primo
della classe ». Quali che fossero le forze che lo spinsero fra
il sedicesimo e il diciottesimo anno d’età ad abbandonare
l’idea di una carriera di matematico o d’ingegnere — giammai
quella di scrittore — a favore della professione di rivoluzio­
nario, esse furono nel complesso le stesse forze che spinsero
la sua intera generazione di giovani studenti nella stessa
direzione.
239

Per quanto importante sia stata la parte svolta dagli


Ebrei nel movimento rivoluzionario russo (non vi era un
numerus clausus per gl’intellettuali), è stata fortemente esa­
gerata e male interpretata dagli scrittori monarchici russi e
nazisti tedeschi. Nel loro zelo di esporre le tesi del « Bolsce­
vismo giudaico », sono passati oltre in silenzio sulla parte di
Ebrei come Martov e Axelrod, i due principali ideologi del
Menscevismo e hanno cercato di trarre il massimo vantaggio
e anche di più dal posto preminente di Zinoviev (Ra-
domyslski), Kamenev (Rosenfeld) e soprattutto di Trotzki
fra i Bolscevichi. Vi fu invece un numero molto maggiore
d’intellettuali d’origine ebraica fra i Menscevichi che non
fra i Bolscevichi e i pochi che furono collaboratori di Be­
nin, come Trotzki, e il suo cognato, nato Russo orto­
dosso, Kamenev-Rosenfeld, dovevano finire con l’essere degli
« Ebrei a-ebraici », non praticanti, russificati, educati fuori
dal recinto. Il grosso delle masse ebraiche, nella misura in
cui furono organizzate politicamente, non doveva trovarsi in
nessuna delle due tendenze, ma in movimenti specificamente
ebraici come il Sindacato Generale dei Lavoratori Ebrei o
Bund e le organizzazioni sioniste. Nel 1917, nell’ora del
trionfo bolscevico, non vi era un solo collaboratore di Benin
che avesse una conoscenza sufficiente della lingua della massa
degli Ebrei o una comprensione sufficiente della loro conce­
zione per fondare un giornale in Yiddisc. Solo dopo che una
frazione del Bund ebbe aderito al Bolscevismo, tale compito
potè essere intrapreso.
Per capire la parte avuta dagli Ebrei nel movimento
operaio russo dobbiamo tener presenti alcuni fatti riguar­
danti la loro posizione nella vecchia Russia. Vi fu in Russia
un maggior numero di Ebrei, dopo la spartizione del Regno
di Polonia e Lituania, che in qualsiasi altro paese della terra.
Nel corso del secolo decimonono, il loro numero era aumen­
tato per incremento naturale da poco meno di un milione
a circa cinque milioni, mentre a poco a poco il nodo scorsoio
delle zone chiuse di colonizzazione e delle professioni vietate
si stringeva attorno a loro. Ammucchiati nei fecondi ghetti
240

del recinto ebraico, erano ridotti in massima parte a com­


merciare fra di loro e a lavorare gli uni per gli altri in con­
dizioni sempre più miserevoli, come i Cinesi leggendari che
vivevano lavando reciprocamente la loro biancheria. Cultu­
ralmente, avevano tendenza a considerarsi superiori ai con­
tadini polacchi, lituani e lettoni attorno a loro, continuando
a parlare il loro dialetto tedesco — che si era trasformato in
Yiddisc — o adottando la cultura superiore, eminente della
Grande-Russia dominante. Così, quasi inconsapevolmente, la
maggior parte degli Ebrei delle città di Polonia, Eituania
e Ucraina aveva avuto tendenza ad avversare i movimenti
di separazione nazionale che insorsero durante il disfaci­
mento dell’impero nel 1917.
Di gran lunga più cittadini del resto della popolazione
della Russia, essi contavano fra le loro fila un numero pro­
porzionalmente maggiore di individui impegnati nelle pro­
fessioni liberali, che vivevano di idee e di ideali, e che erano
impegnati nella più cittadina di tutte le attività : la politica.
Non vi era movimento liberale, radicale o rivoluzionario in
Russia, dai Democratici Costituzionali al « socialismo conta­
dino » dei Socialrivoluzionari che non avesse qualche intel­
lettuale ebreo fra i propri dirigenti. Ciò derivava probabil­
mente dal duplice giogo d’oppressione che pesava su di loro
e dalla passione con cui si dedicavano alle idee. Senza dubbio
il loro sfondo urbano ereditario, il loro passato errante, il loro
senso di affinità con la sorte degli Ebrei dispersi attraverso
parecchi paesi, tendevano a promuovere fra di loro il co­
smopolitismo e l’internazionalismo, un internazionalismo che
assumeva a volte una forma socialista, a volte una forma
liberale-umanitaria e pacifista e a volte una forma sionista.
Poiché, per quanto sembri un paradosso, anche il Sionismo
è un particolare nazionalismo internazionale.
Pur non essendo numerosi in cifre assolute o a paragone
con il numero dei Grandi-Russi che figuravano in queste di­
rezioni, gli Ebrei si dovevano nondimeno ritrovare nella di­
rezione di tutti i movimenti russi d’opposizione in numero
superiore rispetto al rapporto fra il loro numero complessivo
241

e la popolazione totale del paese. Cinque nomi ebraici in seno


alla prode banda che assediò e assassinò Alessandro II furono
sufficienti per spinger Alessandro III a riversare il furore
della sua paura su « tutta la loro specie », donde vennero
i primi pogrom dei tempi moderni (1882), il numerus clausus
e la legge sull’esclusione dalla terra, che influì sulla vita del
fattore Bronstein e di suo figlio.
Se il 50 per cento della popolazione ebraica viveva di
piccolo commercio e di piccola industria, circa il 30 per cento
— più di quanto non si pensi in generale — era composto
di artigiani della grande massa contadina russa e di mecca­
nici. Più compatti, più proletarizzati, più influenzati dalle
idee socialiste occidentali, questi artigiani ebrei dettero il
primo forte impulso all’organizzazione operaia, nelle loro file,
e poi fra gli operai russi. Mentre il movimento rivoluzionario
dell’impero, nel suo complesso, era ancora costituito quasi
completamente da intellettuali, il Sindacato Generale dei La­
voratori ebraici della Polonia e della Lituania (il Bund) non
era semplicemente composto di operai, ma anche diretto da
operai. Dei tredici fondatori del Bund, solo cinque erano in­
tellettuali, in un’epoca in cui la direzione del gruppo della
Iskra non includeva alcun operaio.
Deutsch e Axelrod, intellettuali ebrei russificati, furono
fra i fondatori del Marxismo russo insieme con Plekhanov e
Zasulic. Martov (Tsederbaum), dopo un breve periodo tra­
scorso come fondatore e capo del Bund, ruppe con questo per
diventare il principale collaboratore di Lenin nella Lega di
San Pietroburgo. Martov e Axelrod erano due dei sei membri
del comitato direttivo dell’/sfcra e quando gVIskristi si scis­
sero in Menscevichi e Bolscevichi, essi diventarono i teorici
del Menscevismo. In verità, malgrado la leggenda alimentata
dai Nazisti di un « Bolscevismo giudaico », gli Ebrei ebbero
sempre una parte molto più vasta nell’ala « occidentaliz­
zante » menscevica che nell’ala bolscevica molto più specifi­
camente russa del Partito.
Ciò che è forse più sorprendente è che anche il Partito
« socialista contadino » socialrivoluzionario avesse fra i suoi

18
242

dirigenti una proporzione di Ebrei molto più alta dei Bol-


scevichi : Gershuni, architetto del rinnovato terrorismo,
Azev, capo della sezione terroristica e agente di polizia,
Minor, Zliitlovsky, i due Rappaport, i Socialrivoluzionari di
sinistra Steinberg e Natanson (che dovevano collaborare con
i Bolscevichi alla conquista del potere da parte di questi ul­
timi. Naturalmente, se esaminiamo l’elenco complessivo dei
dirigenti, ci accorgiamo che i nomi ebraici non sono che una
ristretta frazione. Ma i propagandisti della reazione, sforzan­
dosi di creare un abisso fra le masse contadine e operaie e
gl’intellettuali rivoluzionari e d’incanalare il malcontento
nella via traversa dell’antisemitismo, fecero del loro meglio
per mettere in evidenza ogni nome ebraico e per far sembrare
che tutti questi movimenti d’opposizione fossero « ebraici »
ed estranei alla Russia.
Oltre la massa di artigiani e d’operai che formavano il
Bund e i gruppetti di Ebrei che facevano parte di altri mo­
vimenti d’opposizione, vi era un solido gruppo di Ebrei con­
servatori. Il nucleo rabbinico e quello degli Ebrei religiosi
ortodossi, il nucleo di quelli che erano impegnati nel com­
mercio, i privilegiati i cui privilegi dipendevano dai favori
del governo, i timidi e i conformisti di tutte le classi, quel
203 per cento di fattori ebrei, alla maggioranza dei quali
veniva permesso di vivere fuori del recinto, erano propensi
ad essere conservatori e a temere, se non a deplorare, le
attività dei loro fratelli oppositori.
« Eyova, disse a suo figlio il fattore Bronstein, questa
situazione non passerà nemmeno in trecento anni ». E quando
quel figlio, come inquilino del Cremlino, ricordò a suo padre
quella profezia, vi fu un senso di orgoglio paterno e un resto
di ostinazione non ancora infranta nella risposta del vecchio :
« Che questa volta prevalga la tua verità ! ». Avendo cono­
sciuto la persecuzione ad opera dei compagni di suo figlio
per la sua ricchezza e ad opera dei nemici di suo figlio per
essere il padre del tempestoso artefice della rivoluzione, nei
suoi ultimi anni di vita fu impiegato dello Stato che il suo
ragazzo aveva contribuito a fondare, senza però riuscire a
243

superare il suo senso di sgomento e la sua incapacità di adat­


tamento, dirigendo un piccolo mulino di proprietà gover­
nativa vicino a Mosca, finché il tifo non lo portò via nel 1922.
Mentre stava morendo, suo figlio, all’apice del suo prestigio
e della sua potenza, stava facendo una relazione sulla situa­
zione mondiale al Quarto Congresso dell’Internazionale co­
munista. Alcuni degli avversari più accaniti di quello che
Trotzki difendeva in quel momento si potevano trovare fra
gl’intellettuali ebrei, gli operai organizzati ebrei, i mercanti
ebrei. Centinaia di migliaia di costoro erano fuggiti all’estero
piuttosto che far la pace col Bolscevismo, mentre quest’ul­
timo aveva messo fuori legge in Russia tanto i partiti com­
prendenti il maggior numero di Ebrei, ossia quello mensce­
vico e quello socialrivoluzionario, il movimento sionista to­
talmente ebraico e il Bund. Più tardi, Trotzki, Zinoviev,
Kamenev, i pochi nomi che erano stati adoperati per dare
una parvenza di realtà alla leggenda del « Bolscevismo giu­
daico » dovevano scomparire nelle epurazioni. Il Bund con­
tinuò ad esistere come movimento di massa dei lavoratori
ebrei in Polonia per dar di sè una prova d’eroismo nelle
tragiche insurrezioni di Varsavia della Seconda Guerra mon­
diale. I resti dispersi del Menscevismo all’estero comprende­
vano ancora una proporzione abbastanza ampia di nomi
ebraici fra i dirigenti. Ma, nella cerchia immediata di Stalin,
se ne può trovare uno solo, Kaganovic, che abbia genitori
che si consideravano Ebrei.

Il ragazzo di Yanovka dormiva dietro una tendina nella


camera da pranzo di casa Shpentser. Si doveva attenere ad
una piacevole disciplina, così diversa dalla vita disordinata
della fattoria e molto più estranea di questa dalle cose con­
crete della vita fisica. Ka sua nuova vita importava infatti
il seguente programma : lavorare a casa, leggere, ascoltare
la lettura fatta ad alta voce, coricarsi presto e alzarsi presto,
adoperare una lingua corretta, eliminare le parole di « gergo
ucraino » dal suo discorso, tenersi personalmente pulito, ri­
spettare le norme di comune cortesia, le forme sociali urbane,
244

avere una conversazione umana e colta, provare entusiasmo


per i sentimenti delicati, per i buoni libri e per le idee ge­
nerose. Solo quando si trattava di mandare a letto il monello
senza che avesse finito la pagina o il capitolo o senza che
avesse letto quello successivo, era necessario ricorrere alla
coercizione. In tutte le altre cose, l’esempio era più efficace
del precetto. L’amor proprio, la vanità, l’attrattiva esercitata
dalle cose dello spirito e dalle grazie sociali che Yanovka gli
aveva negate spingevano il ragazzo a imitare prontamente i
modelli superiori che aveva davanti a sè. Insensibilmente,
pure, gli alti esempi di conversazione, di pensiero e di con­
dotta contenuti nei grandi classici della letteratura russa
penetravano nel suo animo. Negli anni successivi, sarebbe
andato da un carcere all’altro, avrebbe preso d’assalto le vette
del potere, si sarebbe precipitato da un fronte all’altro nei
duri anni della carestia e della guerra civile, ma avrebbe
sempre avuto riguardo per il suo aspetto esterno, sarebbe
rimasto scrupoloso fino al punto di essere castigato nel suo
vocabolario, avrebbe avuto caro il mondo della cultura e dei
libri nel quale gli Shpentser lo stavano ora introducendo.
Poco prima della sua caduta dal potere, doveva scrivere un
opuscoletto che nessun altro suo compagno avrebbe potuto
comporre, una serie di conversazioni semplici intitolate Pro­
blemi della Vita (1923), dove avrebbe invitato il proletariato
vittorioso, con la tradizione, in esso profondamente radicata
di bestemmiare e di dire cose oscene, ad adoprare il « discorso
colto », la « urbanità e la cortesia come lubrificante neces­
sario ai rapporti di tutti i giorni », a sferrare una « lotta
contro la lingua sgrammaticata come elemento della lotta per
la purezza, la chiarezza e la bellezza della lingua russa ».
Poi, per quanto si stesse preparando la sua scomparsa
dalla vita pubblica, passò dai sermoni semplici ad alcuni dei
più audaci voli di fantasia che la letteratura socialista con­
tenga fin dai tempi di Marx e di Passalle. I brani conclusivi
di Letteratura e Rivoluzione contemplavano un mondo fu­
turo dove
245

...l’impercettibile ammucchiarsi di quartieri e di strade, un mattone


dopo l’altro, da una generazione all’altra, alla maniera delle formiche, darà
origine alla costruzione titanica di città-villaggio, con pianta e bussola in mano.
Attorno a questa bussola si formeranno... i partiti dell’avvenire... L’architet­
tura sarà di nuovo densa del sentimento e dei costumi di massa... L’umanità
si educherà plasticamente, si abituerà a considerare il mondo come plastica
argilla per scolpire le forme più perfette della vita... L’uomo si occuperà di
rielencare montagne e fiumi... di ricostruire la terra, se non secondo la
propria immagine, per lo meno secondo il proprio gusto... Oltre ciò, l’uomo
comincerà finalmente ad armonizzarsi davvero. Considererà suo compito
attuare la bellezza, dando al movimento dei propri arti la massima preci­
sione, dando scopo ed economia al proprio lavoro, alla propria andatura, al
proprio giuoco. Tenterà di dominare prima i processi semicoscienti e poi quelli
subcoscienti nel proprio organismo. La costruzione sociale e l’autoeducazione
psicofisica diventeranno due aspetti di uno stesso processo. Tutte le arti — la
letteratura, il dramma, la pittura, la musica e l’architettura — conferiranno
a questo processo una forma estetica... L’uomo diventerà smisuratamente più
forte, più saggio e più sottile; il suo corpo diventerà più armonioso, i suoi
movimenti più ritmici, la sua voce più musicale. Le forme della vita divente­
ranno dinamicamente drammatiche. Il tipo medio di umanità si eleverà alle
vette di un Aristotile, di un Goethe o di un Marx. E su questa catena di
montagne sorgeranno nuove vette.

Non è eccessivo rilevare, ancora all’opera in questi ser-


moncini rossi e in questa audace visione del futuro, l’in­
fluenza elevatrice degli Shpentser, dell’estreniismo profetico
dei classici russi, della violenza della reazione del ragazzo
di campagna alla rozzezza e alla povertà spirituale della vita
a Yanovka. Il nostro compito più difficile consisterà nel te­
ner presente questo lato della sua natura e nel far risalire la
personalità combattiva e spesso difficile di Leone Trotzki al
filone sotterraneo che porta dal ragazzo che dormiva dietro
la tendina in casa Shpentser, a Odessa, a quel ribelle che
potè lasciare una traccia così luminosa dietro a sè nella sua
caduta.
Come ogni porto di mare, Odessa aveva il suo aspetto
aspro e ruvido : le sue taverne, i suoi strapiombi sul lungo­
mare, i marinai che tentavano di compiere alla rinfusa in
pochi brevi giorni di permesso a terra tutte le cose che la
terra offre e che il mare nega. Ma quella parte del grande
porto non fece mai parte della vita di Lyova Bronstein.
Benché il mare ballasse e fosse invitante ai margini della
città, egli non imparò mai a nuotare e non andò a remare
246

o a pescare, come facevano gli altri studenti. Nessun’imma­


gine del mare sembra abbia mai figurato nei suoi scritti.
Le taverne erano vietate agli studenti e Lyova per lo meno
non entrò in una taverna finché ciò non entrò a far parte
della quotidiana prassi temeraria, dopo la licenza liceale. Era
come se la potente Odessa fosse una piccola cittadina dell’in­
terno, fatta di scuola, biblioteca, teatro, opera, poche case
amiche e strade di comunicazione familiari. « La strada »
come tale non esisteva per lui. Gli schiamazzi, così comuni
fra gli studenti, erano da lui detestati. Quando uno spaccone
di qualche altra scuola tentava di provocare una lite su alcune
delle cose senza importanza di cui i ragazzi che crescono
alimentano la loro combattività, disarmava l’avversario chie­
dendo cortesemente: « Che cosa volete da me? » per cui la
lite si spegneva con reciproco stupore.
Le gare atletiche e i giuochi fisici non presentavano
neppure alcuna attrattiva. In compenso, entrava di proposito
in un’altra specie di tenzone : eccellere, sorprendere il pro­
fessore, essere il primo della classe, parlare bene, scrivere
bene, queste erano le sue ambizioni e in queste trovava i suoi
successi e i suoi piaceri. Strigliava i libri, in massima parte
frammentariamente, per raccogliere alcune frasi eleganti e
idee brillanti da inserire nei suoi componimenti. Leggeva
opere destinate a persone più anziane di lui per sorprendere
i suoi insegnanti con domande astruse e difficili. Raccoglieva
facilmente punti di vista, atteggiamenti, brani d’informazioni
dalla conversazione degli Shpentser e dei loro ospiti o rima­
sticando ciò che aveva letto alla rinfusa nei libri. Possedeva
il dono d’impiegare, combinare, mettere in mostra le sue
piccole acquisizioni onde indurre la gente a pensare che
dietro vi fosse un denso patrimonio. Ma era capace di ver­
gognarsene dopo e di autodisprezzarsi quando si rendeva
conto che altri erano realmente padroni di quei libri che egli
pretendeva di conoscere. Il desiderio di brillare non era com­
pletamente soppresso dal desiderio di conoscere, di essere
capace e di eccellere. Occorsero comunque diversi anni per­
chè quest’ultimo desiderio dominasse il primo.
247

La casa editrice nascente che Shpentser aveva fondato


nel periodo in cui Lyova andò a vivere con lui e che negli
anni successivi si sviluppò fino a diventare la maggiore im­
presa editoriale della Russia meridionale, prese il posto che
l’officina meccanica di Yanovka aveva precedentemente oc­
cupato nelle sue passioni. Vi imparò a maneggiare i caratteri
tipografici, a impaginare, a stampare, a rilegare, conside­
rando la correzione di bozze un passatempo. Questo era il
contatto principale che aveva a Odessa con le cose reali,
fisiche. Alle ore felici trascorse in questo modo egli attribuisce
la passione di tutta la sua vita per la pagina appena stampata.
Negli anni della Guerra Civile, uno dei suoi pochi piaceri
era la tipografia che si portava dietro sul suo treno blindato
e il giornale militare e i proclami tuonanti che emanava an­
dando in fretta da un fronte all’altro. Negli ultimi anni del
suo esilio nel Messico, pur essendo circondato da segretari
che lo avrebbero volentieri sgravato da simili preoccupazioni,
continuava a voler correggere personalmente le bozze degli
articoli, opuscoli e libri che emanavano dalla sua penna.
La sua educazione scolastica effettiva, a prescindere dalla
funzione di guida culturale svolta dagli Shpentser e dalle sue
personali avventure nel mondo dei libri, gli lasciò una residua
impressione di grigiore. Le lezioni erano pedisseque e appe­
santite da formalismi e conformismi, i testi pesanti e privi
di vita, gl’insegnanti mediocri, incapaci di entusiasmare e
di entusiasmarsi. Il ragazzo non era portato ad affezionarsi
personalmente a qualcuno. A Yanovka, solo la sorella minore
Olga gli era stata vicina, dovendo più tardi diventare una
rivoluzionaria come il suo più celebre fratello e finire come
moglie del capo bolscevico Leone Kamenev. A scuola non
vi era un solo insegnante eminente che potesse considerare
con gratitudine e con affetto, o di cui potesse portarsi dietro
in tutta la vita l’insegnamento. Nè vi era un solo compagno
di scuola di cui avrebbe avuta cara l’amicizia dopo la licenza
liceale. Nella sua vita intima, per adoperare la sua frase
appropriata, « la natura e gl’individui occupavano un posto
minore dei libri e delle idee... la gente passava attraverso la
248

mia mente come lampi casuali... ». Parlava della sua giovi­


nezza, ma con rare e precise eccezioni ciò rimase vero per
tutta la sua vita.

Il « primo della classe » non era mai in ritardo, faceva


i compiti in modo diligente, stava tranquillo al suo banco;
ascoltava attentamente, imparava rapidamente e con preci­
sione, rispondeva — con attenzione invariabile a ciò che ci
si attendeva da lui — a tutte le domande che gli venivano
poste; scriveva bene, recitava bene, era facilmente il primo
della classe; era rispettoso verso i suoi professori nell’aula,
si chinava con deferenza quando li incontrava per la strada.
Tuttavia, un ragazzo così a posto e così brillante entrò in
conflitto col regime.
Il conflitto nacque da una combinazione di cose acci­
dentali con il senso di giustizia che stava nascendo in lui.
L’insegnante di Francese, un certo Burnande, odiava tutti
i ragazzi tedeschi con un freddo furore e si compiaceva di
torturare quelli che erano indietro per la loro arretratezza.
Il suo capro espiatorio principale era un certo Wacker, un
ragazzo goffo e adulatore per il quale Lyova non aveva nes­
suna simpatia. Egli pensava però, d’accordo con molti suoi
compagni di classe, che Burnande fosse ingiusto con Wacker;
con quel rude senso di solidarietà così comune fra gli scolari,
decisero di dare al maestro una lezione. Progettarono di fare
un « concerto » che consistette di « musica » fatta borbot­
tando a bocca chiusa, per evitare di essere scoperti, mentre
il maestro lasciava l’aula. L’inchiesta fece inviare in guardina
dieci o dodici colpevoli dopo la fine delle lezioni, sebbene
Lyova non fosse fra questi e non sentisse lo stimolo a con­
fessare la sua complicità. Durante la loro detenzione, alcuni
dei ragazzi peggiori e più arretrati, compreso l’ingrato
Wacker, accusarono Bronstein di aver partecipato all’im­
presa, anzi di esserne l’organizzatore. Uno di costoro ag­
giunse la notizia spaventosa che Bronstein aveva proposto
di scrivere una lettera collettiva all’Ispettore Generale per
chiedere le dimissioni di Burnande. Nella petizione — un
249

particolare cospirativo che indicava realmente come capo il


« primo della classe » — ogni ragazzo doveva scrivere una
sola lettera in modo che nessuno potesse essere considerato
individualmente responsabile.
Invano gli Shpentser intervennero, insistendo sulla pro­
pria esperienza d’insegnanti, oltre che sulla giovane età e la
condotta passata del ragazzo. Fu tenuto un solenne processo
del consiglio di facoltà, che contemplava tre gradi di puni­
zione : l’espulsione definitiva da tutte le scuole, l’espulsione
da San Paolo, senza avere il diritto di esservi riammesso e
l’espulsione col diritto di riammissione l’anno successivo, se
avesse superato gli esami richiesti. Fu adottato il più lieve
dei tre provvedimenti. Quando Shpentser, tornando a casa,
informò il ragazzo, che stava aspettando, del fatidico ver­
detto d’espulsione, egli diventò verde, per cui pensarono che
stesse per svenire. Essi stessi non erano meno spaventati,
perchè Shpentser ricordava la sua carriera educativa di­
strutta. E non sapevano come informarne il vecchio
Bronstein.
Eyova non rincasò durante quella sessione, rimanendo
a Odessa come se non fosse accaduto nulla, poi andò in visita
a casa di un amico, mentre alla sorella maggiore, piagnuco­
lante e spaventata, fu affidato l’incarico di informare il se­
vero vegliardo. Il ragazzo tornò finalmente a casa, per esservi
accolto da un silenzio di tomba. Per tre giorni, non una
parola, e poi, in un momento in cui la famiglia era riunita,
il fattore Bronstein irruppe in una risata di cuore gridando :
« Mostrami come hai fischiato il tuo Preside. Così? Con due
dita in bocca? ». Lyova tentò di assicurargli che non aveva
fischiato e che non si trattava del Preside. La madre scoppiò
in lagrime. Il vecchio, come se l’episodio avesse solleticato
la sua vanità, rise più forte che mai. Poi pagò un precettore
privato in modo che Lyova potesse passare di classe insieme
con i suoi compagni di classe.
Anche prima dell’episodio, il primo della classe di
Yanovka aveva stretto amicizia con gli studenti, quando
250

questi lo riconoscevano come capo. Rientrando in classe, per


citare un passo rivelatore nei suoi confronti contenuto nella
sua autobiografia :
...Incontrai la maggior parte dei ragazzi che mi avevano denunciato o
che mi avevano difeso o ch’erano rimasti neutrali. Ciò determinò i miei rap­
porti personali per lungo tempo... Tale fu, si potrebbe dire, la prima prova
politica per cui passai. Ecco i gruppi che risultarono da quell’episodio: i
delatori e gl’invidiosi ad un polo, i ragazzi franchi e coraggiosi a quello
opposto e la massa neutrale, vacillante, in mezzo. Questi tre gruppi non
scomparvero mai completamente durante gli anni che seguirono. Li incontrai
continuamente nella mia vita, nelle circostanze più svariate.

Il lettore farà bene a tener presente questo brano quando


giungerà alle successive « prove politiche » di Leone Trotzki.
Lo aiuterà a capire le vicissitudini nei rapporti da lui avuti
con uomini e donne incontrati nel movimento rivoluzionario,
soprattutto le sorprendenti rotture e dispute che caratteriz­
zarono gli ultimi anni della vita di Trotzki nella « Quarta
Internazionale », che personalmente diresse.

L’episodio del « concerto » all’insegnante di Francese fu


seguito da un conflitto di minore ampiezza con un nuovo
insegnante russo, che non leggeva e non dava il voto ai temi
che chiedeva ai suoi alunni di fare. Ambedue quest’incidenti
indicano che in Lyova Bronstein si stava sviluppando un sen­
timento d’indignazione di fronte all’ingiustizia. Impercetti­
bilmente, questo sentimento era stato alimentato da tutta
una serie di esperienze infantili a Yanovka, esperienze che
vennero sempre maggiormente valutate con i criteri fornitigli
dall’atteggiamento degli Slipentser e dagl’ideali dei capola­
vori della letteratura russa. Il suo contatto con i domestici
e con i lavoratori, a Yanovka, aveva permesso a queste
esperienze di tener conto del loro umile punto di vista. Ri­
cordava una donna che doveva camminare per sette verste
e che poi stava a sedere sommessamente un’intera giornata
sul soglio della porta di suo padre per riscuotere un rublo;
l’arresto di due contadini perchè non avevano rinnovato il
loro passaporto; uno sciopero bianco degli aiuti della fat­
toria — che non erano trattati peggio della massima parte —
251

perchè non ottenevano abbastanza da mangiare; un individuo


che aveva patrocinato con suo padre la richiesta di liberare
una vacca che era penetrata entro i limiti del campo di
Bronstein; la vergogna che aveva sentita quando il vecchio
Bronstein non aveva dato una mancia sufficiente a un fac­
chino e questo lo aveva maledetto; lo spettacolo di un ispet­
tore che aveva battuto un pastore con il knut perchè aveva
tenuto i cavalli fuori fin tardi, mentre Shpentser stava a
guardare, pallido, mormorando fra i denti stretti « che
vergogna ! ».
Cominciò a contrapporre le cose più vergognose che lo
circondavano con il mondo ideale, immaginario, dell’Europa
occidentale e dell’America. In quel mondo non vi era anal­
fabetismo, vi erano la cultura, la democrazia, la libertà di
parola e di stampa, il parlamentarismo. Pezzo per pezzo si
elaborò il quadro di questo mondo in seguito a conversazioni
e osservazioni frammentarie fatte in libri, al prevalente « oc­
cidentalismo » dell’intellighentsia liberale. Se non le si per­
metteva di criticare le istituzioni russe, questa poteva tuttavia
descrivere — e idealizzare — quelle che si trovavano altrove.
Il ragazzo di Yanovka stava diventando, senza conoscere i
termini, un « Occidentalizzante » e un razionalista. Il suo
inesorabile razionalismo gli faceva credere che la coerenza
prevalesse dovunque fuorché in Russia, che tutto quello che
veniva ammesso in linea di principio fosse universalmente
applicato in pratica. Più tardi, fu sorpreso di apprendere
che in Europa occidentale « la gente poteva credere nelle
superstizioni e la Chiesa poteva esercitare una grande in­
fluenza », che nei democratici Stati Uniti vi era la discri­
minazione razziale contro i Negri, che in tutto l’Occidente
vi erano intere zone di cultura e di benessere negate a mi­
lioni di esseri umani. Eo stesso razionalismo lo faceva indi­
gnare quando, in vacanze a Yanovka, il suo eroe di una
volta, il meccanico, non si lasciava persuadere che le mac­
chine col moto perpetuo erano teoreticamente impossibili o
quando non poteva convincere i contadini del posto che i
suoi metodi di misurazione matematica dei loro campi erano
252

superiori ai -loro vecchi metodi della regola del pollice. Si


indignava pure quando i suoi compagni di classe uscivano
dall’aula di scienza dicendo che il numero tredici porta di­
sgrazia. Ogni incoerenza di questo genere gli dava l’impres­
sione che la ragione umana si stesse degradando e che la
sua propria intelligenza venisse direttamente offesa. Si sen­
tiva capace di fare qualsiasi cosa pazzesca pur di convincere
quelli che gli stavano attorno ad essere coerenti.
Soprattutto per mezzo di questa strada intellettuale
astratta di razionalismo critico giunse alla sua posizione ri­
voluzionaria finale. Attraverso tutti i suoi scritti corre il
filo conduttore della venerazione della ragione : talvolta as­
sume la forma di una pedanteria dottrinaria; talvolta il
disprezzo cocente verso ogni esitazione, ogni mezza misura,
ogni posizione intermedia e ogni incoerenza; nella sua forma
peggiore, degenera in un settarismo astratto, razionale, im­
potente ad afferrare la realtà mutevole e complicata di un
determinato momento; nella sua forma migliore conferisce
ai suoi scritti uno slancio e un’eloquenza straordinari., con­
sentendogli di afferrare i fatti più svariati e più diversi e a
legarli al filo unificatore di una brillante generalizzazione.
Diversamente da Lenin, il cui obbiettivo a lunga scadenza
era quello materiale della presa del potere e che, non per­
dendo mai tale fine di vista, fu un tattico flessibile, un
timoniere che cambiava la rotta della sua barca di fronte
ad ogni scoglio nascosto e ad ogni contorsione e svolta della
corrente, Trotzki elaborò ben presto un solo e immutevole
principio direttivo intellettuale (quello della « rivoluzione
permanente ») e si attenne ad esso, applicandolo bene o
male su un piano nazionale e mondiale, dal 1905 al giorno
in cui fu assassinato. Altri uomini potevano perdere di vista
la loro mèta distante per concentrarsi sul prossimo passo
della loro rotta; per il fatto di guardare troppo attentamente
la mèta lontana, egli avrebbe invece più probabilmente per­
duto il senso del passo da compiere immediatamente e non
avrebbe quindi percepito la natura accidentata del terreno
che stava percorrendo. « Senza un’ampia visione politica
253

dell’avvenire, doveva scrivere, non posso concepire nè at­


tività politica nè vita intellettuale in generale ». Doveva
contemplare lo stesso socialismo come « sforzo per raziona­
lizzare la vita, ossia per trasformarla secondo il dettame della
ragione... Solo il socialismo si è dato per compito di abbrac­
ciare la ragione e d’assoggettarvi tutte le attività dell’uomo ».
Durante le ore di ozio del suo esilio in Siberia, doveva tentare
di riorganizzare la sua vita personale e i suoi atteggiamenti
« onde considerare dal nuovo punto di vista [del Marxismo]
i cosidetti problemi ’’eterni” della vita: l’amore, la morte,
l’amicizia, l’ottimismo, il pessimismo... ». Gettando uno
sguardo indietro sulla sua carriera fino al suo esilio a
Prinkipo nel 1929 doveva scrivere :

...il senso del primato del generale sul particolare divenne parte inte­
grante della mia opera letteraria e politica. Lo stupido empirismo, l’impu­
dente, servile adorazione del fatto che così spesso è solo prodotto di fantasia
e falsamente viene interpretato partendo da tale base, mi erano odiosi.
Oltre i fatti, cercavo le leggi. Naturalmente, ciò mi condusse più di una volta
a fare delle generalizzazioni affrettate e scorrette, specialmente nei miei anni
giovanili, quando la mia conoscenza d’origine libresca e la mia esperienza
nella vita erano ancora inadeguate. Ma in ogni campo, nessuno escluso, sentivo
che non avrei potuto muovermi ed agire che quando avessi avuto in mano
il filo del generale. Il radicalismo socialrivoluzionario che è diventato il perno
dell’intera mia vita intima nacque da questa avversione intellettuale verso la
lotta per la conquista di finalità senza importanza, verso il pragmatismo
assoluto e verso tutto ciò che è ideologicamente informe e teoreticamente non
generalizzato.

Questa è la concezione che Peone Trotzki aveva del


modo in cui diventò un rivoluzionario.
È istruttivo paragonare le rispettive impostazioni date
da Lenin e da Trotzki a questo problema del rapporto del
particolare col generale. Entrambi riconoscevano la validità
della concezione teoretica marxista in cui il generale è de­
rivato dal particolare ed a sua volta si applica al particolare,
viene con questo messo alla prova e si modifica mediante
gli ulteriori rapporti che ha col particolare. Ma in tutti i
suoi scritti e in tutto il suo pensiero Trotzki pone l’accento
sul « primato del generale sul particolare », mentre Lenin
sottolinea continuamente la concezione secondo la quale « la
254

verità è sempre e dovunque concreta ». Questa differenza


d’accento è in larga misura il movente di una differenza di
stile, d’impostazione e di metodo politico.
L’anno 1896, al termine del quale Lyova compì dicias­
sette anni, segnò una brusca rottura nella sua vita. Era un
anno d’importanti scioperi e agitazioni sociali neH’industria
tessile (Lenin, Martov e i loro collaboratori lo trascorsero
in carcere, in attesa di essere deportati in Siberia). Gli scio­
peri permisero all’intellighentsia, giovane e vecchia, di ren­
dersi conto dell’esistenza del nascente movimento operaio
e di passare in gran numero dal populismo teoretico al
« Marxismo legale ».
All’inizio dell’anno, Bronstein completò i suoi studi a
San Paolo. Lo lasciò senza rimpianto, per compiere altrove
il suo ultimo anno d’istruzione secondaria. Nè egli, nè le
autorità scolastiche avrebbero potuto immaginare allora che
un giorno il suo passaggio per quella scuola avrebbe potuto
essere considerato la principale gloria di quest’ultima e che
il nome di San Paolo sarebbe stato ammainato per essere
sostituito con quello di L. B. Trotzki.

A casa, quell’estate, egli fu particolarmente irrequieto


e a disagio. La sua cultura libresca, che gli aveva consentito
tutti i piccoli successi che alimentavano la sua vanità, non
sembrava impressionare nessuno nella fattoria di suo padre.
Più che mai, guardava con spavento l’asprezza con cui i rap­
porti sociali e le forze della vita sembravano essere messi
reciprocamente a cospetto. Vi fu più d’una inutile discus­
sione fra padre e figlio sulle sue ancor generiche tendenze
oppositrici e liberali. I sette anni trascorsi a Odessa avevano
fatto di Lyova un estraneo nella casa dove aveva trascorso
i primi nove anni della sua infanzia. Sentendo il mutamento,
l’astuto David Bronstein cercò di controllare maggiormente
suo figlio, provvedendo a fargli trascorrere il suo ultimo anno
scolastico a Nikolaev anziché a Odessa.
Nikolaev era più piccola e più vicina, era un porto di
mare di minore importanza, anch’essa con una vasta popo­
255

lazione ebraica. Il trasferimento significava che il ragazzo


doveva alloggiare presso estranei anziché presso gli Shpen-
tser. Significava separarlo dai suoi compagni di classe ed
inserirlo, ad un’età critica, in un ambiente interamente
nuovo. In quell’ambiente vi era una cosa importante che il
vecchio Bronstein non aveva prevista : essendo una città più
piccola, Nikolaev era un luogo di residenza consentito ad
alcuni degli antichi esuli della Narodnaya Volya che avevano
concluso il periodo di detenzione in Siberia. I discorsi ra­
dicali — non vi era nulla che rassomigliasse ad una orga­
nizzazione — vi erano più di moda che a Odessa, fia stessa
padrona della pensione di fiyova aveva parecchi figli, più
anziani di lui, che si professavano socialisti.
Con la sicurezza dell’ignoranza, il nuovo pensionante
colse l’occasione per discutere con loro, assicurandoli che
le loro «utopie » erano roba vecchia per lui e che egli, con
i suoi maturi diciassette anni di saggezza, aveva da lungo
tempo superato simili puerilità. Egli era un modello per i
suoi figli, pensò la padrona della pensione ! Dimostrò però
di essere un modello pericoloso, perchè nei pochi mesi suc­
cessivi egli svolse un’impari lotta per non essere trascinato
dalla soverchiante corrente di opposizione che stava di nuovo
impossessandosi della gioventù studentesca. Pochi mesi dopo,
tuttavia, egli doveva trovarsi a nuotare vigorosamente nel
verso della corrente, trascinando dietro a sè i figliuoli della
donna.
Il « primo della classe » di San Paolo sembrava ora peg­
giorare. Trascurava il suo lavoro a casa, rimaneva alzato
fin tardi, non consegnava i compiti, si assentava, si trovava
in ritardo sul suo studio passato. Il trapasso dalla fase di
fanciullo ubbidiente e senza opinione a quella di essere pen­
sante manifesta spesso queste forme contraddittorie, fia
paglia rimasticata dei libri di testo, le minuscole polpette
quotidiane di fatti e notizie sconnessi perdettero ogni sapore.
Egli aveva fame di cibo più nutriente, di cultura e di sag­
gezza più che di norme e di fatti, di comprensione più che
di definizione. Voleva cominciare la sua educazione — che
256

è sempre autoeducazione — ma si trovava in una foresta in­


tellettuale : tanti titoli promettenti, tante false piste, tante
prospettive seducenti. Non proveniva da una famiglia colta
come quella di Vladimiro Ilyic; nè possedeva la stessa co­
stanza e perfezione nel lavoro, la stessa propensione a non
parlare fino a quando non sapeva di che cosa stesse parlando.
Non vi era un’opera unica o per lo meno un unico argo­
mento che avrebbero costituito la chiave ad ogni cosa? Voleva
diventar saggio da un giorno all’altro, trovare soluzioni a
problemi che non poteva neppure formulare, impadronirsi
con la violenza di grandi sistemi di pensiero con un impe­
tuoso sforzo della volontà.
Affrontò la Logica di Mill, ingannato dalla promessa
contenuta nel suo titolo fino a quando il suo freddo forma­
lismo non lo deluse. Nello stesso modo s’immerse nella Evo­
luzione della cultura di Ifippert e nella Rivoluzione francese
di Mignet, solo per abbandonarli senza finirli. Per parecchie
settimane di seguito fu un seguace di Geremia Bentham,
assicurando chiunque volesse ascoltarlo che la valutazione
utilitaria del dolore e del piacere — che avrebbe più tardi
giudicato filosofia di ricette da libro di cucina sociale — era
l’ultima parola detta in fatto di saggezza umana e la formula
per risolvere tutti i problemi dell’uomo. Prima di poter fare
un solo convertito, egli stesso aveva abbandonato Bentham
per essere, durante un periodo ugualmente breve, discepolo
di Chernishevski. Ogni libro era assaggiato più che digerito.
Ognuno ebbe per lui un’esistenza disparata. Si sforzò, come
prima di lui e da allora hanno fatto degli adolescenti studiosi,
di ridurre il suo pensiero a sistema. Ma il Marxismo — del
quale non conosceva altro che il nome — gli ripugnava
perchè i suoi aderenti pretendevano che fosse sistematico.
Cercando gente con la quale discutere di queste cose,
Bev Davidovic scoprì la strada che conduceva al giardino
di Franz Shvigovsky, coltivatore ceco di verdura, la cui
capanna costituiva il « salotto » provinciale della intelli-
ghentsia radicale di Nikolaev. In esso s’incontravano gli
studenti che non avevano la passione delle carte e del bere,
257

alcuni giovani professionisti, alcuni vecchi esuli politici ar­


rugginiti. Da Shvigovsky si potevano ottenere libri proibiti
e giornali stranieri, conoscere aneddoti sui grandi e i meno
grandi della scomparsa Narodnaya Volya. Egli aveva letto
alcuni dei classici marxisti in tedesco e rassicurò Eyova
Bronstein proclamando la propria opposizione al Marxismo.
Gli ospiti più anziani parlavano di Zhelyabov, di Sofia Per-
ovskaya e di Vera Figner, non come di eroiche figure leg­
gendarie ma come di personaggi familiari. Bronstein ebbe
allora la sensazione di essere anch’egli un populista, un
« piccolo anello in una grande catena ». Parlava del popu­
lismo senza saperne più di quanto non sapesse di tutti gli
ismi precedenti ai quali aveva aderito. Ea sua mente veloce,
la sua abilità nella discussione, la sua lingua sagace e l’in­
gegno pronto, la sua facile assimilazione delle idee, la sua
fiera condanna del Marxismo ne fecero immediatamente il
capo della brigata di studenti che frequentavano quella casa.
« Aspetta d’incontrare Eev Davidovic, dissero Ilya e Gregory
Sokolovsky alla loro sorella Alexandra, la Marxista solitaria.
Tanto brio, tanta logica, nessuno può avere la meglio su
di lui in una discussione ».

Alexandra Evovna Sokolovskaya andava ogni tanto nel


giardino di Shvigovsky perchè non vi era alcun altro luogo
in cui andare a Nikolaev per discutere seriamente. Era più
anziana della maggior parte dei frequentatori : aveva ven-
tidue anni; era semplice, sentimentale, di cuore caldo, ferma
nella sua dedizione al socialismo. Durante le vacanze era
sostenuta nelle sue opinioni da uno studente in medicina
che si chiamava Ziv, il quale studiava all’università di Kazan
e che si considerava anch’egli Marxista, dopo aver letto la
Concezione monistica della storia di Beltov (Plekhanov). Il
resto del tempo difendeva da sola la fortezza contro lo
scherno e gli assalti dei suoi due fratelli, dello stesso Shvi­
govsky e di tutta la sua compagnia. Eev Davidovic preparava
le sue discussioni con lei e con Ziv proprio come aveva pre­
cedentemente preparato le sue recitazioni e i suoi componi-

17
258

menti. Sfogliava riviste e libri populisti legali, dei quali vi


era un numero abbastanza notevole, raccogliendo brani che
riguardavano il « destino non capitalistico » della Russia e
critiche grandiloquenti raccolte a casaccio sul Marxismo.
Imparava a memoria forti frasi e aforismi eleganti, argomenti
schiaccianti, mascherando le sue incertezze come sono capaci
di fare gli oratori, con un certo numero di trucchi retorici.
Se si pensa che Vladimiro Ilyic si era pazientemente immerso
per anni in fasci di rapporti statistici e nelle opere principali
del populismo e del Marxismo prima di potersi decidere a
pronunciare una sola parola, si vede subito la differenza fra
le due generazioni, non meno di quella fra i due tempera-
menti. Ulyanov elaborò tutto il suo giuoco di scacchi in
teoria prima di muovere la prima pedina. Bronstein improv­
visò impulsivamente il suo giuoco, anzi spensieratamente,
cambiandolo per un po’ ad ogni nuova mossa. Con Ulyanov,
la difficoltà era consistita nel passare dallo studio all’esposi­
zione e all’attività pubblica, e poi dall’elaborata propaganda
teoretica alla semplice agitazione fatta alla rinfusa; con
Bronstein tanto il populismo quanto il Marxismo furono da
lui adottati impulsivamente e cominciò ad agitare gli altri
prima di avere approfondito in quale direzione volesse andare
egli stesso. Egli trasse un insegnamento non tanto dalla me­
ditazione e dallo studio quanto dal contatto con la gente, dai
movimenti e dalle idee che stavano intrecciandosi attorno
a lui. Per lui, il compito più diffìcile consisteva nel conti­
nuare ad approfondire le sue conoscenze e a rivedere le sue
opinioni, quando in questo giardino di argomentatori che
andavano ancora a scuola egli conquistava così facilmente
il primo posto e annoverava trionfi oratori senza alcun studio
serio. Tanto il suo populismo quanto il suo primo Marxismo
furono un’accettazione superficiale di ciò che stava nell’aria.
Non appena l’atmosfera fosse diventata più pesante, egli
sarebbe cresciuto di statura fino a raggiungere proporzioni
titaniche nel 1905 e nel 1917. Avremo continuamente da ri­
levare la differenza esistente in questi due « stili » diversi
che caratterizzano due uomini, anch’essi diversi.
259

Alexandra Sokolovskaya andò al giardino per incon­


trarvi il nuovo maestro di duello logico. Fu sorpresa dalla
ignoranza non meno che dalla sicurezza di sè del dinamico
giovane dagli occhi azzurri e dal grande ciuffo di capelli
neri che era così sicuro di scompaginare il Marxismo. Tutti
i loro incontri erano combattimenti, incoraggiati da un pub­
blico vivace e unilaterale. « Non posso concepire come una
giovane come voi possa sopportare quella roba asciutta,
gretta, poco pratica », disse dopo il loro primo incontro in
guisa di sintesi, come ella ricordava in un colloquio avuto
molti anni dopo con Max Eastman. E « io non posso imma­
ginare come una persona che pensa di essere logica possa
accontentarsi di riempirsi la testa di generiche emozioni idea­
listiche », fu la sua replica. Fra di loro sorse un campo ma­
gnetico di reciproco antagonismo.

E’ispettore scolastico si recò a visitare la pensione di


Eyova per sapere perchè egli fosse così spesso assente. Poi
comparve suo padre. Gridò e minacciò. Il ragazzo si dette
dei contegni, parlò mescolando il buon senso alle sciocchezze,
difese il suo diritto all’indipendenza intellettuale, sostenne
che l’insegnamento universitario e l’ingegneria non avevano
senso a paragone di quello ch’egli stava facendo.
Ma che cosa stava facendo oltre che chiacchierare e
andar tentoni? Come potevano capirsi i due Bronstein, che
non avevano altro in comune che la forte volontà che li
divideva? David Bronstein presentò un ultimatum. Eyova
drammatizzò la sua sfida rifiutando di accettare altri aiuti.
Abbandonò l’alloggio che gli pagava suo padre e andò a
vivere con sei altri studenti in una « comunità » populista
in mezzo al giardino di Shvigovsky.
Da principio, i sette « comunitari » aspiravano a poco
più che vivere e discutere elevatamente. Dormivano tutti
senza lenzuola, indossavano tute azzurre da operai, portavano
misteriosi bastoni neri, vivevano di verdura cotta fatta con
gli ortaggi del giardino, rafforzata con bocconcini di carne
a buon mercato. Lyova, essendo riuscito a ottenere la licenza
2ÔO

liceale, si serviva della sua istruzione per dare lezioni private.


Gli altri studenti traevano la piccola quantità di denaro li­
quido che era loro necessaria con mezzi analoghi. Leggevano
abbondantemente e disordinatamente, rendevano il « sa­
lotto » di Shvigovsky più vivace che mai, attiravano l’atten­
zione dei vicini e delle autorità con le loro « riunioni », cre­
devano di essersi scissi dal presente e stavano già vivendo
nel futuro.
Prima che passasse lungo tempo, principalmente per lo
stimolo impulsivo di Bronstein, decisero di passare alla
« azione ». Quando la locale associazione bibliofila elevò la
quota di appartenenza alla società da cinque a sei rubli
all’anno, inondarono l’associazione bibliofila di nuovi soci,
conquistarono il comitato direttivo all’assemblea annuale e
ristabilirono la vecchia quota. Elessero nel nuovo comitato
il giardiniere Shvigovsky, il romanziere russo Osipovic, che
aveva scontato una pena di deportazione in Siberia e altre
« persone di cattiva fama ». Il giovane antimarxista Bronstein
fece quindi distribuire una petizione per ottenere che la bi­
blioteca sospendesse il suo abbonamento alla rivista già po­
pulista Novoye Slovo, perchè era passata sotto il controllo
dei Marxisti « legali ».
Ea sua impazienza e la sua vivacità ispirarono poi alla
« comunità » un tentativo di offrire alla società di Nikolaev
il beneficio della sua saggezza. Con gran stridore di fanfara,
annunciò pubblici corsi di lezioni, in cui i componenti della
« comunità » avrebbero dovuto essere i conferenzieri, inti­
tolando modestamente l’impresa « Associazione del sapere
universale ». Il settore di Lev Davidovic era la « sociologia ».
Si preparò al suo corso con tutte le sue capacità, ma il suo
limitato patrimonio di scienza sociologica universale si esaurì
fin dalla seconda conferenza. Alcuni altri corsi non giunsero
neppure fin là.
Costituirono quindi una società per « distribuire libri
utili al popolo », raccolsero fondi, vi rimisero una parte dei
loro propri magri averi, ridussero lo spazio già affollato nella
loro capanna comunitaria acquistando mucchi di volumi in
2ÓI

brossura. Ma dove andare a trovare « il popolo»? Il Mar­


xismo avrebbe consigliato di cercarlo fra gli operai di Ni­
kolaev, parecchi dei quali sapevano leggere ed erano avidi
di sapere. Ma la loro concezione superficiale del populismo
diceva che per « popolo » s’intendevano i contadini. Dove,
dunque, cercare dei contadini a cui dare i loro volumi? Così,
su scala ridotta, ridicola, stavano ricapitolando tutte le tra­
giche esperienze delle generazioni degli anni ’70 e ’80, acqui­
stando coi propri sforzi una certa infarinatura delle cono­
scenze che la censura, la deportazione e il patibolo avevano
impedito che venissero trasmesse fino a loro. Durante le
vacanze, gli studenti universitari che tornavano a casa por­
tarono al giardino le prime notizie della grande ondata di
scioperi fra i filatori, di cui non si era permesso ai giornali
di fare una sola parola. Inconsciamente, Tev Davidovic co­
minciò a voltarsi dal « popolo » dei villaggi agli operai
delle città.
Shvigovsky assunse allora un giardiniere e un appren­
dista, per potersi meglio dedicare alle attività della « co­
munità ». Finalmente ecco due persone che potevano a
volontà essere considerate contadini o operai. Shvigovsky e
i sei studenti piombarono loro addosso con ardore illimitato.
Con che gioia si accorsero che il più anziano dei due faceva
una quantità di domande : sulla tattica, sulla violenza, sul
terrorismo, sulla cospirazione, sulla rivoluzione. Mentre i
ragazzi si affannavano le innocenti meningi, correvano a ve­
dere i loro libri muti, discutevano durante intere nottate in
cerca di risposte, il loro interlocutore forniva rapporti parti­
colareggiati anche se confusi al capo della polizia di Nikolaev.
Fu questa spia che fece la prima vera recluta nel giardino,
perchè riuscì in poco tempo ad arruolare anche l’apprendista
al servizio della polizia.
Dev Davidovic fece un’ultima breve visita a Yanovka.
Non vi trovò altro che inutili discussioni e la mancanza
di una lingua comune per discutere. Il padre s’infuriò, la
madre e le sorelle piansero, il ragazzo conservò la sua incerta
posizione. Tutti rimasero depressi. Fu un sollievo l’aceet-
2Ó2

tare un invito da uno zio che era negli affari vicino all’Uni­
versità di Odessa, dove, se ne avesse sentito l’inclinazione,
Uyova avrebbe potuto seguire i corsi d’ingegneria o prepa­
rarsi alla carriera di matematico. Uo zio, un liberale pen­
tito, fece capire che avrebbe potuto far tornare il ragazzo
a ragionare. Come molte altre persone anziane, pensava che
il radicalismo fosse un semplice disordine infantile, come
il mettere i denti, aver la scarlattina, o il turbamento ses­
suale degli adolescenti. Ma Lyova non potè trovare quello
che cercava a Odessa. Alla fine dell’anno era di ritorno a
Nikolaev, nel giardino comunitario e in cerca di nuove
discussioni con Alexandra Lvovna Sokolovskaya.
L’anno agitato 1896 si concluse con una festa di capo
d’anno nel giardino. Shvigovsky era andato personalmente
a invitare Alexandra. « Congratulazioni, disse, sapete che
Lev Davidovic è di ritorno da Odessa ed è diventato Mar­
xista? ». Ella fu scettica, ebbe paura di compiacersi, ma i
suoi due fratelli le assicurarono che la luce direttiva del
loro circolo si era veramente convertita.
Il suo arrivo fu accolto con amichevole ironia, con sof­
focata allegria, con nuove congratulazioni e con una soste­
nuta cortesia da parte di Lev Davidovic. A mezzanotte si
alzò dal suo posto, con un sorriso ironico sulle labbra, e pro­
pose un brindisi :
« Maledetti siano tutti i Marxisti e tutti quelli che vo­
gliono introdurre in tutti i rapporti della vita la severità e
l’aridità ».
Il riso si spense quando Alexandra Lvovna si alzò e uscì
dalla capanna. Shvigovsky le corse dietro, assicurandole che
non era che uno scherzo. « Certe cose sono troppo sacre per
scherzarci sopra, gli disse, e in quanto a Bronstein potete
dirgli che. finché vivrò non lo potrò più vedere di nuovo ».
Capitolo XII

DAL, POPULISMO AL, MARXISMO

Il delegato di Nikolaev era Kalafati. Vladimiro Ilyic mi


interrogò in modo particolareggiato su di lui... e poi aggiunse,
con un lieve sorriso: « Dice di averti conosciuto come una
specie di tolstoiano ».
« Sciocchezze! », dissi quasi irritato.
« Che c’è di male? », rispose Lenin, un po’ per calmarmi,
un po’ per prendermi in giro. « Avevi allora probabilmente
diciott’anni e gli uomini non sono certo nati Marxisti ».
Leone Trotzki.

Era la primavera del 1897. Lev Bronstein e Gregory


Sokolovsky, entrambi diciassettenni, camminavano solenne­
mente per una via di Nikolaev. Era giunta loro la voce
che, nella fortezza dei Santi Pietro e Paolo, una studentessa,
Vetrova, si era suicidata bruciandosi mortalmente.
« Dobbiamo trovare qualche operaio », disse Bronstein.
« Conoscevo un operaio, rispose Sokolovsky. Apparte­
neva a una setta biblica. Andiamo a cercarlo ».
Il settario biblico non viveva più nel suo vecchio allog­
gio, ma una donna che v’incontrarono dette loro l’indirizzo
di uno dei suoi correligionari. Quella stessa sera i due ra­
gazzi incontrarono l’elettricista Ivan Andreevic Mukhin.
La loro « scoperta » fece loro conoscere altri settari.
Tutti erano interessati all’opposizione al regime, ad un’oppo­
sizione che, in armonia con l’immaturità della vita politica
russa, si esprimeva sotto forma di dissenso religioso. Erano
dei Cristiani evangelici primitivi, che entravano diretta-
2Ó4

mente in comunione col loro Dio, scavalcando i princìpi dello


Stato e della Chiesa. In massima parte erano operai specia­
lizzati, che percepivano buoni salari, che non avevano da
lamentarsi del loro lavoro, ma che avevano semplicemente
sete di sapere, di rettitudine e di giustizia. Non dimostrarono
alcuna sorpresa quando vennero gli studenti, perchè posse­
devano una semplicità di spirito che andava bene d’accordo
con l’ingenuità dei giovani rivoluzionari. I due esploratori
tornarono all’orto fieri ed eccitati. Vennero mobilitati dei
rinforzi nella società radicale di Nikolaev: Alexandra, la
ragazza marxista, suo fratello Ilya e la sorella minore Maria,
lo studente in medicina Ziv, i comunitari dell’orto. Da que­
st’innocente fusione di studenti e di operai dissenzienti cri­
stiani era nata l’Unione Operaia della Russia Meridionale !
Il grande nome era opera di Bronstein, ma con incom­
parabile energia e con una fiamma ardente per la pubblica
attività, egli si accinse a giustificarlo. Ogni settimana pren­
deva il piroscafo notturno per Odessa, dormendo all’aperto
sul ponte per risparmiare e il piroscafo notturno lo ripor­
tava indietro la notte successiva, per non perdere giornate
in viaggio. In breve tempo vi stabilì dei contatti per la
nuova organizzazione e a Yekaterinoslav e in altre città
meridionali riuscì a giungere fino a un esperto organizza­
tore di una tipografia clandestina a Kiev, tornò perfino da
un viaggio trionfante a Odessa con un po’ di stampa intro­
dotta clandestinamente in Russia dall’estero. Il malevolo
Dottor Ziv, le cui successive memorie sono una lunga cri­
tica dello spirito e della personalità di Beone Trotzki, am­
mette che « la parte del leone nel successo della nuova
organizzazione era indiscutibilmente dovuta a Bronstein, la
cui inesauribile energia, la cui abilità nel fare piani e com­
binazioni d’ogni genere e la cui resistenza alla fatica non
conoscevano limiti ».
Alexandra Sokolovskaya acclamò la tacita accettazione
da parte di Ryova dei metodi socialdemocratici senza una
parola : il suo cuore delicato non era capace di albergare
malevolenza, soprattutto nei confronti del suo attraente e
205

valoroso antagonista. Per celebrare la fondazione del nuovo


movimento, quattro dei suoi giovani capi andarono da un
fotografo di Nikolaev a farsi fare una fotografìa collettiva
da tramandare alla storia (e alla polizia). C’è anche il gio­
vane Bronstein, magnetico e fiero, cogli occhi leggermente
strabici perchè si è tolto gli occhiali, coi capelli a spazzola e
la fronte accigliata, dalla corporatura robusta, con labbra
grosse, dense e le mascelle dure, malgrado un cenno di fos­
setta sul mento, che doveva più tardi essere nascosta dalla
barba.
Alexandra gli sta vicina, con un’aria beata; poi vi
è suo fratello Ilya, che divenne più tardi direttore delle
Notizie di Odessa e lo studente in medicina Ziv, vestito al­
l’europea, col colletto e la cravatta, con un abito rigido e
solenne, che considerava uno strappo alla purezza rivoluzio­
naria. Si dedicarono reciprocamente le varie copie con auto­
grafi che contengono l’espressione dei sentimenti appropriati
per tale occasione. Siccome Ziv doveva presto ripartire per
Kazan a compiervi il suo ultimo anno di medicina, Bronstein
scrisse sulla copia di Ziv parole di implicito disprezzo :
(( La fede senza le opere è morta ». Alexandra, delicata e
compassionevole, insistette perchè ciò fosse cancellato. Ziv
la mise da parte insieme con altri motivi di vessazione, per
fonderla più tardi nella sua opposizione al Bolscevismo.

Il successo di quest’organizzazione dilettantistica fu


istantaneo. I tempi, la ridesta vita pubblica, la brama di
una maggiore dignità umana da parte dei settari, recarono
un contributo maggiore di quello recato dallo zelo di questi
giovani inesperti. Anche prima di trasformarsi in « Unione »,
la maggior parte dei dissenzienti si trovava già sulla via
di un’opposizione più laica. Mukhin, il loro capo, aveva
finito per considerare la religione un’utile copertura. Un eba­
nista reclutato da Bronstein in biblioteca indicò come fede
— nello spazio riservato a tale scopo nella scheda d’ade­
sione — quella di Raziolista, che, dopo una spiegazione,
risultò essere Razionalista. L’influenza degli studenti mere-
266

duli e dei giovani operai che erano stati addestrati nella


scuola tecnica connessa agli arsenali, spinse sempre più in
secondo piano la lingua, i riti e la concezione religiosa,
finché anche il vecchio socio evangelista, che tutti chiama­
vano « nonnino », si scusò per gli accenni alle catacombe e
alle riunioni segrete dei Cristiani primitivi.
Le vessazioni che l’Unione Operaia della Russia Meri­
dionale deplorava erano in massima parte offese alla dignità
umana. Dal lato positivo, le loro riunioni si occupavano
parecchio della cultura dei soci. Alle riunioni segrete nei
boschi discutevano di scienza, leggevano una copia ciclo-
stilata in pessimo stato del Manifesto comunista, che Bron-
stein aveva ottenuto a Odessa, recitavano, cantavano e leg­
gevano poesie, spesso composte da loro stessi. L’ebanista
« raziolista » compose una « Marcia proletaria » in cui il suo
passato si espresse in versi quali « Siamo l’alfa e l’omega,
siamo il principio e la fine ». Nesterenko, un carpentiere dai
capelli rossi, scrisse una canzone in ucraino su Carlo Marx,
« Ecco, giunge un Grande Profeta ». Là, sulle dune di sab­
bia, la cantavano tutti insieme sotto voce.
In una camera chiusa con le persiane abbassate e col
fuoco acceso per bruciare ogni prova pettegola, o in casa
di Mukhin, specialmente attrezzata con campanelli elettrici
per essere avvertiti dell’arrivo della polizia, Bronstein me­
scolava gelatina e glicerina su una lastra di latta onde fab­
bricare un cliché per la riproduzione a offset. Per Lev Da-
vidovic, scrivere ogni lettera personalmente in caratteri
nitidi a stampatello in modo che anche i semianalfabeti non
avessero difficoltà a leggere i volantini era un punto d’onore.
Gli occorrevano due ore — senza raddrizzare mai la schiena
ricurva per un solo istante — per disegnare una sola pagina
per il cliché. Poi tiravano circa duecento nitide copie in
inchiostro rosso, più leggibili dei pallidi fogli pieni di sva­
rioni usciti dalle altre tipografie clandestine in Russia.
Sugli operai e sul « pubblico » di Nikolaev i nuovi
volantini fecero colpo. La loro nitidezza, la loro lingua sem­
plice ma eloquente — la futura « Penna » imparava presto —
267

la misteriosa impressione che facevano nascere di conoscere


ogni villania dei capireparto, ogni atto d’oltraggio, che si
verificavano all’interno di ogni singolo stabilimento, fecero
pensare al pubblico e alla polizia che vi fosse dietro a loro
una potente e sperimentata organizzazione. Non c’era bi­
sogno di cercare gli operai, erano essi che cercavano l’Unio­
ne, offrendo aiuto, informazioni, nuovi soci. Lev Davidovic
sapeva dalle sue letture quale grazia aveva costituito per i
vecchi rivoluzionari quando, dopo uno sforzo prolungato,
reclutavano uno o due operai solitari. Essi però si trovarono
ben presto alla testa di una vasta organizzazione di circa due­
cento persone ! Egli era in stato costante d’esaltazione e di
eccitazione. Eo stesso capo della polizia di Nikolaev andò di
stabilimento in stabilimento a portare personalmente rimedio
agli abusi lamentati nei volantini, in modo da togliere gli
argomenti alla misteriosa Unione Operaia della Russia Meri­
dionale. Ciò non fece che accrescere il prestigio dell’orga­
nizzazione.
Il successo dei volantini determinò la nascita di un gior­
nale ciclostilato, La nostra causa, di cui Bronstein era il
direttore. Ora la sua schiena stanca non si raddrizza per
giorni di fila. Scriveva la maggior parte degli articoli, dise­
gnava egli stesso ogni lettera per il cliché, saccheggiava i
giornali nella biblioteca pubblica per trovarvi delle vignette,
che ricopiava e aggiustava in nuove forme adattando loro
nuove didascalie. Nikolaev era fiera del suo giornale socia­
lista clandestino. Anche a Odessa e in altre città se ne
parlava.
Ea polizia raddoppiò i propri sforzi. Ee spie si molti­
plicarono. Shrentzel, un meccanico che pretendeva di essere
ingegnere, apparve non si sa da dove, poco attraente, fur­
tivo, indagatore. (Eyova apprese più tardi che era stato
cacciato via da Odessa come spia notoria. Mukhin e Bron­
stein fecero una commediola al Caffè Russia per gettargli
addosso lo spavento; scomparve ancora una volta — finché
fu necessario chiamarlo all’inchiesta della polizia). Neste­
renko, il carpentiere dalla testa rossa che aveva inneggiato
268

a Marx come Grande Profeta, s’incontrò con Bronstein una


mezzanotte d’inverno verso la fine del 1897 in un cimitero
per ricevere un rotolo di proclami. Dal buio apparve un’altra
sagoma, camminò dietro di loro, seguendo da vicino Lev
Davidovic. Anche Nesterenko era diventato spia della polizia.
La polizia evitò ancora di sferrare il suo colpo, incredula
di aver scoperto in questi ragazzi e ragazze e in questi
semplici dissenzienti religiosi i veri capi dell’organizzazione.
Solo nel gennaio 1898 — quando l’Unione aveva quasi
un anno d’età ed era apparso il terzo numero de La nostra
causa, la polizia tirò la sua rete. Le sue informazioni erano
ormai particolareggiate e la sua retata fu completa. Bronstein
era andato fuori città a far visita a Shvigovsky, dove lavorava
come giardiniere, e a lasciargli alcune carte. Un poliziotto
pedinò Maria Sokolovskaya, la sorella minore di Alexandra,
che era andata ad avvertirlo, in modo che tutt’e tre furono
arrestati insieme. Alexandra si trovava a Yekaterinoslav.
Con l’abnegazione che la caratterizzava, andò a costituirsi
in modo che gli operai non pensassero che i loro capi li
avevano abbandonati e che il processo potesse farsi più in
fretta non appena la polizia avesse preso tutti quelli che
cercava. Più tardi, un simile idealismo nella condotta dei
capi politici doveva cedere il passo a considerazioni più pra­
tiche in vista della continuazione della lotta. Lo studente in
medicina Ziv, identificato grazie alla fotografia collettiva,
fu arrestato quando tornò da Kazan con la laurea di dottore
in medicina. Tutte le carte che Shvigovsky aveva affretta­
tamente nascoste nella neve quand’era giunta la polizia, ven­
nero fuori quando la neve si sciolse in primavera, dettagliate,
incriminanti, per cui Bronstein passò una buona parte del
suo tempo agl’interrogatori ad accettarne la responsabilità,
onde esonerare il giardiniere. Virtualmente ogni operaio che
aveva qualche contatto con l’organizzazione fu identificato
dalle spie che aveva intorno. Nel complesso, vi furono circa
duecento arresti di persone incriminate con gradi diversi
d; complicità, che furono ammucchiate nel disgustoso, fetido,
freddo carcere di Nikolaev, il quale non era mai stato de-
2Ó9

stinato ad albergare tanta gente e non aveva nè una tradi­


zione nè le risorse occorrenti allo speciale trattamento dei
« politici ». Uno di questi tentò di suicidarsi. Un altro di­
ventò pazzo. Alcuni vennero rilasciati senza scuse. La mag­
gior parte di loro tenne la lingua a posto e accettò la pena,
o dette arditamente alla polizia prove eccessive contro di
sè nella speranza di scaricare così gli altri. Non vi fu pro­
cesso, non vi furono raffronti con gli accusatori o fra gli
imputati, nno fu loro concesso di farsi assistere da un legale,
vi furono solo inchieste amministrative segrete. Perfino que­
ste attenzioni erano cosa così rara che furono accolte come
un sollievo dall’isolamento cellulare.
Questa prima incarcerazione e quella che le successe
alcune settimane dopo a Kherson agguerrirono Lyova Bron-
stein, che trascorse il suo diciottesimo compleanno in carcere,
contro un’intera vita trascorsa in venti prigioni di mezza
dozzina di paesi. Il carcere risolse pure il problema dell’in­
gegneria e della matematica, gli permise di ripensare alle
azioni impensate dell’anno precedente, prese il posto delle
università zariste. Suo padre e sua madre furono accorati
quando lo appresero, ma per il ragazzo, tenuto ancora nel­
l’isolamento, l’incarcerazione non costituiva un disonore,
anzi era una tessera d’onore che lo legava ai grandi nomi
che aveva già imparato a venerare. Dai tempi di Nicola I,
l’elenco dei prigionieri e degli esuli era apparso come il Chi è?
dei grandi uomini e delle grandi donne della Russia. Avrebbe
continuato a parer tale per tutti gli anni dello Zarismo. Con
la caduta dello Zar, gli elenchi di carcerati e di confinati
si sarebbero vuotati per una breve stagione dei loro uomini
eminenti solo per diventare un po’ più tardi un registro par­
ziale degl’intellettuali antibolscevici e il più completo fra i
Chi è? della storia russa durante il periodo più intenso di
epurazioni degli anni successivi al 1934. Al giovane prigio­
niero, la consapevolezza di far parte di una distinta com­
pagnia sottraeva all’incarcerazione uno dei suoi aspetti più
terrificanti, quello dell’onta morale.
270

Tagliato fuori da ogni contatto col mondo esterno, senza


sapere chi fosse ancora stato arrestato, messo in una vasta
e fredda stanza da ricevimento, abbastanza grande per conte­
nere trenta prigionieri, con lui solo e un giovane rilegatore
ebreo di nome Yavic come occupanti, il ragazzo aveva bi­
sogno di tutto il suo patrimonio di salute, di orgoglio e
d’idealismo. I due ragazzi dormivano su un materasso di
paglia, che, alle sei del mattino, veniva loro tolto. Potevano
poi sedere sulla nuda terra, — non vi erano, infatti, mo­
bili, — col cappello, il pastrano, le galosce, stretti vicini per
scambiarsi il calore animale, abbracciando una stufa che era
appena più tepida di loro. Là vaneggiavano durante le gior­
nate interminabili, speculando sul loro avvenire e sulla loro
sorte.
Tre settimane passarono. Fu trasferito, solo, questa
volta, all’isolamento a Kherson. Ancor non una parola dal
mondo esterno, nessun pacco di cibo o di vestiario. Per tre
mesi, non ebbe sapone, nè la possibilità di fare il bagno o
di lavare i panni, nè di cambiarsi i sottabiti. Il suo corpo
era consumato dai parassiti. Rilevò più tardi di aver potuto
giudicare il fetore dell’aria solo dalla smorfia che faceva il
carceriere quando gli portava il tozzo di pane che doveva
servirgli per colazione e pranzo e lo stufato del carcere che
doveva servirgli per cena. Non aveva matita, nè carta, nè
libri, nè abbastanza pane da fargli dimenticare la fame con­
tinua, Per distrarsi lo spirito andava su e giù per la cella
meditando sui problemi che opponevano il Marxismo al po­
pulismo, tentando di elaborare per sè un sistema marxista
di pensiero traendolo dalle proprie magre risorse, compo­
nendo versi e imparandoli a memoria per metterli più tardi
sulla carta. Durante gli ultimi mesi che avevano preceduto
il suo arresto, sapeva già di trovarsi sulla strada che conduce
dal populismo al Marxismo, ma non aveva voluto dare ad
Alexandra la soddisfazione di ammetterlo. Ora, come segno
della sua conversione, trasformò la canzone contadina
« Dubinushka » in una canzone proletaria, « Machinushka »,
in esaltazione della macchina. I versi, abbastanza mediocri,
271

ma « ideologicamente in via di miglioramento », vissero abba­


stanza da arrivare fino ai libri di canzoni sovietiche.
Alla fine dei tre mesi, il carceriere entrò un giorno con
un cuscino pulito, con una coperta calda, sapone, un pacco
di tè, zucchero, biscotti. Lev Davidovic poteva aver rinun­
ciato all’aiuto del padre, ma il padre e la madre non si pos­
sono gettar via così facilmente come un abito vecchio o idee
superate. Erano riusciti a sapere dove si trovava ed erano
venuti a « salvarlo » e ad aiutarlo. In realtà, solo quando la
fama di Lev Davidovic si fu diffusa largamente nella Rivo­
luzione del 1905 e quando il ragazzo fu diventato uomo, avvi­
cinandosi ai trent’anni, il vecchio ostinato David Bronstein
rinunciò all’idea di convincerlo un giorno a diventare una
persona rispettabile e un ingegnere. Ogni qualvolta lo squat­
trinato Lev Davidovic o sua moglie, e i bambini ch’ebbe più
tardi, ebbero bisogno di denaro, i Bronstein furono pronti
ad assisterli. Ma la parentela era in gran parte a senso unico;
non vi fu mai la comprensione intellettuale o l’affetto filiale
che abbiamo trovato nei rapporti di Vladimiro Ilyic Ulyanov
con la madre. Il distacco da tutti fuorché dai seguaci e dagli
amici della causa fu un aspetto tipico del carattere di questo
ragazzo.
Poco dopo la visita dei genitori, Lev Davidovic fu tra­
sferito al cosidetto carcere modello — tutto di acciaio e di
pietra — di Odessa. In questo carcere, il governo zarista
riconosceva la classe dei « politici » come classe speciale
di prigionieri da non raggruppare con i prigionieri comuni.
A Bronstein vennero consentiti libri della biblioteca del
carcere e dall’esterno, gli si permise di avere carta e matita,
di prendere appunti e di scrivere. Fu tenuto in un settore
insieme con altri carcerati politici, poteva battere sul muro
dei messaggi a compagni di segregazione che potevano essere
trasmessi a destinazione, imparò a cifrare dei messaggi con
puntini sotto le lettere in libri concordati della biblioteca
del carcere, perfino a distribuire manoscritti di sua composi­
zione scritti in lettere microscopiche, poi trasmessi per mezzo
di una trafila o lasciati in una scatola di fiammiferi nella
272

toletta dove i carcerati erano condotti in un ordine presta­


bilito ogni mattina. Ma quest’ultimo metodo lo faceva di­
sperare perchè il recipiente non poteva mai adattarsi al docu­
mento. Successive generazioni di carcerati politici hanno
sviluppato un’intera tecnica sulle comunicazioni e la vita
in comune in carcere.
Riuscì a ritrovare uno dei Sokolovsky, poi Ziv e Shvi-
govsky. Annunciò a ciascuno di loro la sua conversione al
Marxismo. Sokolovsky fu consenziente, Ziv trionfante e
Shvigovsky freddo e indignato. Alexandra, quando la notizia
finalmente le giunse attraverso una comunicazione clande­
stina, vi trovò un motivo di più profonda soddisfazione.
Avendo tanto tempo a disposizione e tanti pensieri accal­
cati in testa, la penna di Bronstein non poteva rimanere a
lungo in ozio, La biblioteca del carcere, essendo una biblio­
teca carceraria, era costituita da opere edificanti sulla teo­
logia, da vecchie collezioni di una rivista storica conserva­
trice e dalla Rivista ortodossa. Scorse tutto, imparò le vite
dei santi, le vie di Satana e dei suoi demoni, ciò che si sa­
peva del piano e della struttura del paradiso, gli argomenti
ortodossi contro il Cattolicesimo, il Protestantesimo, il
Darwinismo e le eresie di Tolstoi, e le prove scientifiche
fornite dall’Arcivescovo Nikanor su miracoli quali quello
dell’asino di Balaam.
Poi, sua sorella Olga e gli Shpentser cominciarono a
portargli dei libri : il Nuovo Testamento in cinque lingue,
che gli permise di studiare il Tedesco, il Francese, l’Inglese
e l’Italiano; storie; l’opera di Beltov (Plekhanov) sulla Con­
cezione monistica della storia; i Saggi sul Materialismo sto­
rico di Antonio Labriola e L'Origine delle Specie e l’Auto­
biografia di Darwin.
Darwin mi apparve — scrisse più tardi a Max Eastman — come un
potente portiere all’ingresso del tempio dell’universo; ero intossicato dal suo
minuzioso, preciso, coscienzioso e al tempo stesso potente pensiero. Fui tanto
più meravigliato quando appresi che aveva conservato la sua fede in Dio.
Mi rifiutai assolutamente di capire come una teoria dell’origine della specie
per selezione naturale e sessuale e una fede in Dio potessero trovar posto in
una stessa testa.
273

Una gran parte delle osservazioni sentenziose dall’aspetto


semplice di Labriola sulla filosofia marxista gli sfuggivano.
Si decise a diventar padrone del materialismo storico e a
mettere la sua padronanza alla prova con uno studio indi-
pendente di un oscuro fenomeno che aveva cominciato ad
affascinarlo : il significato sociale della strana storia della
Massoneria in un grosso quaderno di mille pagine numerate,
scrivendo con minuzia quasi microscopica, interpolando gli
appunti con suoi commenti. Quando una parte di queste
note gli sembrava completa, la ricopiava su carta sottile e
la passava clandestinamente ad altri carcerati. Più tardi si
portò il grosso quadernone in Siberia e se lo fece mandare
da Alexandra Uyovna in Svizzera, dove andò perduto, per­
dita che egli sempre rimpianse.
Durante tutto il 1898 e una gran parte del 1899, rimase
nel carcere di Odessa in attesa di una decisione amministra­
tiva sul suo caso. In novembre 1899 fu informato di essere
stato condannato a quattr’anni di deportazione nella zona
più orientale della Siberia. Ad Alexandra e\ ai suoi due fra­
telli vennero pure dati quattr’anni, al dott. Ziv tre, agili altri
pene minori. Ora la lunga monotonia era spezzata dai pre­
parativi per il viaggio. Quelli che avevano fidanzate si accin­
sero a sposarsi, quelli che non ne avevano accomodavano
fidanzamenti fittizi perchè alle fidanzate e alle mogli erano
concessi speciali privilegi di visita. Lyova Bronstein mandò
una proposta di matrimonio alla compagna di carcere Ale­
xandra Lvovna Sokolovskaya. Ma siccome il candidato al
fidanzamento era ancora minorenne, avendo appena com­
piuto vent’anni in ottobre, doveva ottenere il consenso pa­
terno. Il vecchio Bronstein non era disposto a lasciare che
il figlio traviato sposasse un’altra criminale di Stato, che
egli pensava fosse stata la causa della rovina di suo figlio.
Riteneva inoltre che la ragazza fosse troppo anziana (aveva
sei anni più di lui, secondo Max Eastman, che ebbe con
lei un colloquio, « almeno dieci anni di più », secondo le
memorie del dott. Ziv) e il ragazzo troppo giovane. Il furore
di Lev Davidovic di fronte a questa violazione della sua

18
274

indipendenza non conobbe limiti. Ma suo padre era armato


dell’autorità conferitagli dalla legge e provvisto di una borsa
ben piena per convincere qualsiasi funzionario che fosse pro­
penso a un’indulgenza sentimentale verso i giovani inna­
morati.
I carcerati furono condotti da Odessa al carcere di smi­
stamento di Butyrki, a Mosca, ad attendere che vi si radu­
nasse un gruppo abbastanza numeroso da essere mandato in
Siberia. Un gruppo era appena partito, per cui il carcere
era quasi vuoto. Ancora una volta passarono le settimane e
i mesi nell’attesa. Ora, tuttavia, la loro vita era compieta-
mente cambiata. Invece di celle di segregazione, gli uomini
erano tenuti tutti insieme nella grande torre dell’orologio,
le donne in un’altra torre del carcere. Vi era compagnia, si
chiacchierava, si discuteva collettivamente. Uà, Bronstein
udì per la prima volta il nome di Uenin, quando i carcerati
lessero insieme la sua impressionante opera economica (pub­
blicata legalmente sotto lo pseudonimo di Vladimiro Ilyin)
Lo sviluppo del capitalismo in Russia. Lessero e discussero
la critica revisionista del Marxismo di Bernstein e presero
posizione a favore dell’ortodossia marxista contro il revi­
sionismo. Lev Davidovic dette forma alle sue energie esu­
beranti dirigendo uno sciopero della fame, scrivendo e
facendo uscire di contrabbando dal carcere un opuscolo sul
movimento operaio a Nikolaev, che fu pubblicato a Ginevra,
cominciando a lavorare su un romanzo di propaganda marxi­
sta, destinato a non vedere mai la luce.
Due volte alla settimana, i carcerati erano visitati dalle
mogli o dalle fidanzate, ricevevano libri e pacchi, scambia­
vano messaggi piuttosto liberamente, avevano lunghi col­
loqui in una stanza comune sotto gli occhi di una sola guardia
indulgente. Lyova dette il nome di Alexandra come quello
della sua fidanzata ed ella fu condotta nella sala riservata
alle visite contemporaneamente alle donne del mondo esterno.
« Durante quei colloqui, scrive Ziv, egli dimostrava una
tenerezza commovente non solo alla sua fidanzata ma anche
alle altre signore che venivano a incontrare i loro mariti,
275

i loro fratelli, ecc. e incantava tutti quanti col suo contegno


cavalleresco ». Il vecchio David Bronstein essendo orinai
lontano, Lyova riuscì presto a persuadere le autorità car­
cerarie di Butyrki a permettere al rabbino di celebrare la
cerimonia matrimoniale. La sua Autobiografia, che è estre­
mamente reticente e secca nei suoi pochi accenni ai suoi rap­
porti con le donne, limita il suo resoconto del suo matrimonio
al seguente brano :
Laggiù — nel villaggio di Ust-Kut, nella Siberia nord-orientale — sbarcai
con una delle carcerate, una stretta collaboratrice mia di Nikolaev. Alexandra
Lvovna aveva una delle funzioni più importanti nell’Unione Operaia della
Russia Meridionale. La sua assoluta fedeltà al socialismo e la completa man­
canza in lei di qualsiasi ambizione personale le conferivano un’indiscussa
autorità morale. L’opera che stavamo compiendo ci legava strettamente e
quindi, per evitare di essere divisi, ci eravamo sposati nel carcere di smista­
mento di Mosca.

Non si sospetterebbero mai i trasporti di un innamo­


rato in quest’insensibile indicazione di un matrimonio di
convenienza di partito. Ma la narrazione fatta personalmente
da Alexandra (riferita a Max Eastman) non meno di quella
di Ziv fanno nascere la convinzione che egli ricambiasse
ardentemente l’amore che Alexandra Lvovna aveva provato
da lungo tempo per lui. In Siberia doveva dargli due figlie.

Fino al maggio 1900, dopo più di due anni e tre mesi


trascorsi nelle galere russe, il criminale di Nikolaev potè
cominciare il viaggio per la Siberia orientale. Sul treno per
Irkutsk, « Bronstein, secondo Ziv, non sembrava interessarsi
a nulla. Era interamente assorbito da A. Sokolovskaya ».
Dopo una breve permanenza nel carcere d’Irkutsk sui confini
della Mongolia, egli e la sua sposa, divisi dai loro compagn',
cominciarono un viaggio in una nave per condannati lungo
il fiume Lena fino alla loro destinazione finale.
Ust-Kut era un villaggio solitario, coperto d’insetti, d:
circa cento capanne di contadini fra la foresta ed il fiume.
La notte le blatte « riempivano la casa del loro frullo »; in
estate erano tormentati da grandi sciami di zanzare. La me­
ravigliosa campagna non presentava attrattive per Lev Da-
276

vidovic, che era circondato dall’affetto della moglie, dai suoi


libri, dai suoi scritti, dai suoi piani per il futuro. « Vivevo
fra i boschi e il fiume, scrisse più tardi, e non me ne accorsi
quasi mai... ». Con la passione per la logica e per la coerenza
che abbiamo già rilevate, si dispose a riesaminare la sua
opinione sui problemi personali della vita : l’amore, la morte,
l’amicizia, l’ottimismo, il pessimismo, alla luce della Weltan­
schauung marxista appena scoperta. Alexandra sembra aver
subordinato la sua vita a quella del marito, seguendo con
gioia impaziente le sue incursioni nell’applicazione universale
della filosofia che lo aveva spinto ad adottare.
Nacque una figlia che ricevette il nome di Zina, poi una
seconda figlia che fu chiamata Nina, entrambe destinate ad
avere una tragica fine, come tutti coloro la cui vita era legata
alla sua. L’indennità governativa ai Bronstein fu elevata a
diciannove rubli al mese, abbastanza per pagare la cuoca,
le pulizie, l’affitto e il cibo. I libri erano cosa diversa. Per
accrescere il loro reddito, Lev Davidovic ottenne un posto
come impiegato di un mercante ricco ma analfabeta di Ir­
kutsk. Non dimostrava però amore a quel lavoro. Il conteggio
di 40 libbre di minio come 40 pud (ossia 1600 libbre) gli fece
perdere il posto. La famiglia fu rimandata di nuovo nel
solitario e gelato villaggio di Ust-Kut.
Diventò poi corrispondente locale della Rivista orientale,
periodico legale fondato dai vecchi confinati populisti nel
capoluogo di provincia siberiano. Con questo lavoro era felice.
La sua « corrispondenza locale » si trasformò nel solito tipo
di saggio russo noto come feuilleton, analogo alla column,
diventata tanto popolare nel recente giornalismo americano.
Tutti i confinati della provincia d’Irkutsk leggevano il gior­
nale e molti di loro vi collaboravano. La sua collaborazione
era apprezzata e poco tempo dopo il suo stipendio balzò da
due kopek per riga a quattro. Il tipico pseudonimo che aveva
scelto, Antid Oto, secondo il vocabolo italiano antidoto, con­
quistò una certa fama sul posto.
Il giovane scrittore di Ust-Kut era fiero del suo primo
esperimento nella letteratura non politica. Doveva sempre
277

maggiormente ricorrere a questo metodo di guadagnarsi la


vita nella sua carriera agitata. Ancora come Antid Oto —
quello pseudonimo leggermente arrogante sembrava indicare
che i suoi scritti potessero essere l’antidoto del veleno distil­
lato dal resto del giornale — scrisse per parecchi anni sul
giornale democratico liberale Kievskaya Mysl (« Il Pensiero
di Kiev ») prima da Vienna, poi come corrispondente di
guerra nei Balcani durante la « Piccola Guerra » del 1912
e poi in Francia durante la « Grande Guerra » del 1914.
Quando il governo sovietico pubblicò ambedue le serie dei
saggi di Antid Oto nelle sue opere complete, le riguardò e
le trovò buone. « Naturalmente non potevo dire tutto quello
che volevo... ma non scrissi mai quello che non volevo dire».
Molti esuli rivoluzionari cercarono di guadagnarsi da vivere
all’estero piazzando nella grande stampa scritti meno parti­
giani, ma nessuno lo fece con una vocazione così genuina
per il mestiere di scrittore.
I Bronstein ottennero il permesso di andare a Verkho-
lensk, dove vi erano altri esuli. In loro compagnia o discu­
tendo con loro L,ev Davidovic fu soddisfatto del modo in cui
regolò i propri conti col Revisionismo, col « Marxismo le­
gale », con l’anarchismo. Il suo primo contatto con un anar­
chico avvenne con quel romantico tipo russo clic esaltava
il banditismo, con un individuo che aveva ferito un capo di
polizia locale « non perchè avesse qualcosa contro di lui per­
sonalmente, ma perchè voleva, tramite suo, colpire la tiran­
nide dello Stato ». Un po’ più tardi, due lunghi saggi
poligrafati scritti da un loro compagno di deportazione,
Makhaisky, giunsero fino alla colonia dei politici di Ver-
kholensk. Il primo saggio era un’aspra critica dell’opportu­
nismo politico della Socialdemocrazia tedesca. Coincidendo
con le loro opinioni sulla tattica opportunistica invocata nel
libro di Bernstein, che stavano proprio allora leggendo e
discutendo, l’opuscolo di Makhaisky fece una profonda im­
pressione. Poi arrivò il secondo volume poligrafato dello
stesso autore, che criticava lo stesso Marxismo e che riteneva
che il movimento socialista fosse un movimento che avrebbe
'278

condotto a un ordinamento sociale in cui gl’intellettuali (di­


rigenti d’impresa, tecnici, burocrati, politici, professionisti)
si sarebbero sostituiti ai capitalisti come nuova classe pri­
vilegiata di sfruttatori del proletariato. Per mesi, i confinati
non discussero di altro che di Makhaisky. Questo secondo
saggio bastò a Bronstein per « smascherare » Makhaisky e
per iniettare nel giovane Marxista una « potente vaccina­
zione » contro l’anarchismo, il sindacalismo e tutte le dot­
trine ad essi connesse. Perfino nel 1929 — e fino al giorno
della sua morte — sebbene Trotzki si occupasse sempre
maggiormente della burocratizzazione dello Stato russo, non
gli accadde mai di riprendere in esame le opinioni di Ma­
khaisky; le citava sempre come mostruosità evidenti. Ma non
possiamo liquidarle così facilmente e dovremo ritornarci su
per esaminarle in modo più approfondito.

Dalla Russia giunse la voce della scomunica di Tolstoi


e poi dell’assassinio del Ministro dell’Educazione, Bogolepov,
ad opera di uno studente, e del Ministro dell’Interno, Si-
pyagin, ad opera di un altro studente. Evidentemente il
calderone politico stava cominciando a bollire lentamente.
« Tutti i confinati erano eccitati come se avessero udito suo­
nare la tromba d’allarme ». Ebbero di nuovo discussioni ac­
calorate sulla vessata questione del terrorismo come tattica
rivoluzionaria e Bronstein si schierò con quelli che le erano
avversi.
Ee organizzazioni socialdemocratiche cominciavano a
diffondersi fra i ferrovieri della Transiberiana. Egli scrisse
per loro manifestini e proclami. Nascosto nella rilegatura dei
libri giunse l’opuscolo di Eenin, Che fare?, insieme con pa­
recchi numeri dell’Infera. Per Bronstein furono un’intima­
zione. Ea crescente insofferenza fra i confinati, che sentivano
il movimento sempre più attivo in Russia (la Rivoluzione
del 1905 non era che a tre anni di distanza), determinò una
vera epidemia di fughe. Il numero di coloro che volevano
correre i rischi della lunga fuga era così grande che dovettero
tirare a sorte e partire a scaglioni. Eev Davidovic si consultò
279

con la moglie. Quella donna devota, benché la figlia minore


non avesse ancora compiuto i quattro mesi d’età, non esitò
un momento. Fece cadere le sue obbiezioni con la parola:
« Devi ».
Giunse il suo turno. Con un’altra fuggiasca, sprofondato
in un mucchio di fieno in fondo a un carro contadino, partì
da Verkholensk. Per quattro giorni Alexandra riuscì a sviare
l’ispezione locale : aveva messo un fantoccio nel letto di Leon
e diceva che egli era « troppo malato per essere disturbato ».
In quei deserti mai battuti, quattro giorni d’anticipo erano
sufficienti. La corriera clandestina era diretta da contadini
che i vecchi populisti avevano trasformato in simpatizzanti.
Più tardi, con la camicia inamidata, il colletto, la cravatta
e un abito europeo e con una copia dell’Iliade in Russo prese
un treno. Aveva in tasca un passaporto falso, che aveva
riempito egli stesso col nome di Trotzki. Era il nome del
capo carceriere nel carcere modello di Odessa. Dal giorno
in cui lo iscrisse sul passaporto, se ne servì ad eccezione di
poche volte, per tutto il resto della sua vita.
A Samara, fece capo a una persona che usava il nome
di « Claire » (o « Kler »). Non era altro che il vecchio amico
di Lenin dei tempi di Samara, l’ing. Krzhizhanovsky, prin­
cipale agente di distribuzione dell’/sfera in Russia. Il de­
portato in fuga dalla Siberia fece un’ottima impressione su
tutti i compagni di Samara. « Claire » scrisse una lettera su
di lui a Krupskaia, segretaria dell ’/sfera all’estero, dove lo
battezzò Pero — « La Penna » —, disse che era un fervido
sostenitore dell’/sfera e che era un giovane di brillanti qua­
lità. « E proprio un aquilotto », concludeva il rapporto.
L’« aquilotto » fu mandato in giro da Krzhizhanovsky in
viaggi di carattere organizzativo a Kharkov, Poltava, Kiev,
ma non ci si poteva fidare dei contatti esistenti; come orga­
nizzatore non si segnalò. Brevi negoziati per conto dell’/sfera
col giornale illegale locale, L’operaio meridionale, però, gli
dettero l’occasione di scrivere un rapporto così preciso sulle
possibilità di un lavoro comune e sugli ostacoli e i campi
di possibili divergenze, che Lenin fu profondamente im-
28o

pressionato dall’acume politico della nuova recluta. Poco


dopo, gli giunse l’ingiunzione di partire per l’Europa occi­
dentale e di mettere la sua penna a disposizione àell’Iskra.
Krzhizhanovsky fornì i fondi necessari e gli indirizzi per
passare clandestinamente il confine austro-polacco. Quando
si avvicinò alla frontiera, un funzionario di polizia volle
vedere il suo passaporto. Con sincera meraviglia dell’indi­
viduo appena battezzato Trotzki, il funzionario non vi trovò
nulla d’irregolare.
Alla frontiera, le solite difficoltà per varcare clandesti­
namente il confine, nascondersi in capanne contadine, attra­
versare di notte un fiume poco profondo sulla schiena di un
altro uomo onde essere asciutto all’arrivo, viaggiare nascosto
in un carro a due ruote avendo come compagne di viaggio
delle galline, subirono come unica variante il fatto che i
contrabbandieri fecero un prezzo esagerato al loro inesperto
e prodigo cliente. Reagendo contro l’odiosa spilorceria della
casa paterna, dette mance eccessive a destra e a sinistra,
in modo che il denaro che doveva permettergli di giungere
fino a Londra fu terminato quando giunse a Vienna.
Con la faccia tosta, questo giovane che si credeva im­
portante e che credeva che i grandi partiti dell’Europa
occidentale stessero senza fiato ad aspettare di accogliere
a braccia aperte e di dare assistenza ai rivoluzionari profughi
dalla Russia, chiese di vedere niente di meno che il perso­
naggio più importante del Partito socialdemocratico austriaco,
Victor Adler. Il buon « compagno dottore » aveva una nuora
russa e un simpatico senso dello spirito, per modo che lo
squattrinato giovane profugo russo che disturbò il suo riposo
domenicale ottenne un trattamento migliore di quanto non
si sarebbe potuto prevedere. Quando giunse a Zurigo era di
nuovo in bolletta. Nello stesso modo « incivile » svegliò
Axelrod alle tre di notte invece di attendere fino all’alba e
gli fece pagare la carrozza. Fu quasi lo stesso a Londra, dove
picchiò fortemente al portone di Lenin quando quest’ultimo,
che pure aveva l’abitudine di svegliarsi presto, stava ancora
dormendo. Krupskaia, in veste da camera, si affrettò a ri-
28i

spondere ai tre colpi che costituivano il segnale convenuto


prima che la casa fosse svegliata dai colpi. « Eh, gridò per
le scale, è arrivato Pero ». « Ea gentile espressione del viso
di Eenin fu improntata da una giustificabile meraviglia »,
ma cominciò subito a interrogare il nuovo venuto. Krupskaia
dovette pagare la carrozza.
Capitolo XIII

LENIN SI PREPARA

...Il fatto che tutte le sue capacità e le sue energie siano


concentrate su una cosa sola gli permette facilmente di apparire
eccezionale agli occhi delle masse e di diventare un capo, così
come coloro che si concentrano realmente su Dio diventano
santi e coloro che vivono solo per il denaro diventano milionari.
Ignazio Silone.

A Londra il giovane Trotzki, per usare le sue parole,


« s’innamorò dell’Infera ». Non di questa o di quella corrente,
ma dell’intero comitato di redazione, di tutti i numeri arre­
trati, di tutte le opinioni e di tutte le formulazioni conte­
nutevi. Quando Lenin gli domandò che cosa pensasse del
progetto di programma che avevano pubblicato per essere
esaminato dal prossimo congresso del partito, la sua risposta
consistette in un’approvazione senza riserve. Come poteva
immaginarsi che vi fossero divergenze fra quei titani del
Marxismo ortodosso, che il progetto fosse stato il prodotto
di aspre, prolungate polemiche, di versioni e di controver­
sioni, di rotture di rapporti, di mediazioni, di pacieri, di
compromessi? Il nuovo venuto fu messo alla prova come con­
ferenziere davanti agli esuli di Londra. Il suo tema, tratto
dallo studio fatto in carcere e in Siberia, era una difesa de­
materialismo storico contro le critiche della scuola sogget­
tivista russa. Il titolo era : « Cos’è il materialismo storico
e come lo comprendono i Socialrivoluzionari? ». Il patriarca
degli esuli populisti russi, il venerando Ciaicovski, salì alla
tribuna per polemizzare con lui quando la discussione fu
284

aperta, come fece il poco meno venerando ed eminente capo


anarchico Cerkesov. Il giovane conferenziere ebbe così facil­
mente ragione di quei grandi uomini — procurando soddi­
sfazione a sè e alla maggior parte del pubblico — che tornò
a casa « camminando sull’aria ». Lenin alimentò il suo or­
goglio proponendogli di trascrivere le sue note sotto forma
di articolo per l’organo teorico Zarya (« Alba »), accanto al
quale perfino l’Iskra non era che un « giornale popolare ».
Ma, come scrisse più tardi, « non ebbi il coraggio di com­
parire accanto a Plekhanov e agli altri con un saggio rigo­
rosamente teoretico ». Presentò invece un articolo meno im­
portante destinato aWIskra, che Lenin, scherzandovi sopra,
epurò di alcuni dei suoi ornamenti letterari.
Fu poi mandato a compiere un giro nelle colonie di esuli
di Bruxelles, Liegi e Parigi, a ripetere la stessa conferenza,
facendo pagare una piccola quota d’ammissione e racco­
gliendo così una sottoscrizione a favore dell’Isfera. Nel diario
di una giovane Russa, Natalia Ivanovna Sedova, che faceva
a Parigi da ospite dei rivoluzionari in visita nella città, il
suo arrivo gli valse un certo numero di pagine. Gli trovò una
camera nell’alloggio a buon mercato dove ella stessa viveva.
Si meravigliò di fronte alla giovinezza del teorico (aveva
ventidue anni). Riferì con inquietudine che quando ella var­
cava la sua porta egli fischiettava invece di lavorare alla
preparazione della sua conferenza. Arrossendo, gli portò un
messaggio di una vecchia compagna che lo invitava a lavorare
più seriamente e a non fischiettare. « La conferenza andò
bene, osservò, e la colonia fu soddisfatta poiché il giovane
seguace dell’Iskra fu superiore a ogni aspettativa ».
Superata quella prova, si presentò come guida alle glorie
di Parigi, ai suoi boulevards in costante movimento, ai suoi
edifici densi di storia, alle sue gallerie, ai suoi musei, alle
sue rive del fiume, ai giardini verdi. Ma il giovane, rifiutando
di lasciarsi assorbire da qualcosa che non fosse la politica o
il Marxismo, lottò contro il contagio del suo entusiasmo,
n Parigi rassomiglia a Odessa ma Odessa è meglio » è il
verdetto che di lui ella riferisce nel suo diario.
285

Natalia Ivanovna era una di quelle ragazze devote delle


« classi privilegiate pentite », colta, emotiva, pronta a sacri­
ficarsi, che si era fin da giovane dedicata a riparare ai torti
immemorabili della Russia. Trovandosi ancora in un col­
legio per signorine, aveva organizzato l’introduzione di libri
proibiti. All’università, prima a Mosca e poi a Ginevra, aveva
aderito a circoli studenteschi ribelli. Come lavoro da effet­
tuare dopo la laurea, aveva abbracciato senza esitare l’esilio
e la parte anonima, disinteressata, di rivoluzionaria di pro­
fessione subordinata. Tutti i suoi pensieri erano disinteres­
sati, fatta eccezione per il suo sogno da ragazza di trovare
un compagno che avrebbe potuto amare e dal quale avrebbe
potuto imparare qualcosa e al cui fianco avrebbe potuto ar­
ricchire i servizi che rendeva al movimento. Al giovane,
brillante conferenziere, sicuro di sè, non fece mistero della
sua ammirazione. Con la sua solita reticenza negli affari di
cuore, egli non ha lasciato traccia scritta dei suoi propri sen­
timenti se non questa nota nella sua Autobiografia : « M’in­
teressai molto maggiormente di conoscere Parigi di quanto
non m’interessassi a Rondra... forse per l’influenza di N. I.
Sedova ».
In Siberia, quando Trotzki, da Marxista appena sfornato,
« considerava dal punto di vista del Marxismo i cosidetti
problemi ’’eterni” della vita : l’amore, la morte, l’amicizia »,
aveva coscientemente respinto qualsiasi residuo di pregiudizio
a favore della monogamia. La vita sessuale e familiare, come
tutte le cose personali, avrebbe dovuto essere subordinata
alle andate e venute impostegli dal movimento rivoluzionario.
Quando sua moglie Alexandra lo aveva spinto a partire, sa­
peva che il compito di mantenere le loro due bambine sa­
rebbe ricaduto su di lei, che la sua fuga in Europa occidentale
10 avrebbe diviso da lei per un periodo indefinito. Per lunghi
anni dopo di ciò non si videro neppure e si scrissero poco.
Quando ella e le sue due bambine furono in grande bisogno,
11 vecchio fattore Bronstein e non lui le aiutò con l’invio di
denaro. Verso l’uomo che aveva sposato in carcere, però,
non s’indebolì mai la sua fedeltà e la sua ammirazione.
286

Pur ponendo le esigenze del movimento al di sopra


dell’amore e dell’amicizia, non vi era nulla del puritano o
dell’ascetico in Peone Trotzki. In ogni periodo della sua
vita, — come giovane rivoluzionario errante, come Commis­
sario alla Guerra vittorioso, come esule caduto da un’alta
posizione — quest’uomo sembrò attraente a parecchie donne.
Aveva poco tempo per far la corte alle donne; veramente si
sarebbe adattato male alla parte di corteggiatore conven­
zionale o di donnaiolo; ma un certo numero di « avventure »,
temporanee e non troppo profondamente impegnative per il
suo spirito, passarono per la sua strada senza costargli uno
sforzo eccessivo.
Il suo matrimonio legale con Alexandra, però, era dif­
ferente da tutto ciò. E ancor maggiormente il suo idillio
parigino con Natalia Ivanovna Sedova. I/affetto di Natalia
si attaccò a lui, la sua ammirazione e la sua camerateria
dovevano sostenerlo tutta la vita. Sarebbe stata lei che
avrebbe partecipato alle giornate di trionfo al Cremlino e
che lo avrebbe seguito in esilio nella Russia sovietica asiatica,
poi a Prinkipo, in Francia, in Norvegia, nel Messico. Il suo
amore, come quello d’Alexandra, consisteva interamente nel
dare tutto senza reclamare nulla. Anche a lei nacquero due
bambini, due maschi. Come le due figlie di Alexandra, essi
avrebbero conosciuto l’amara sorte derivante dall’essere stati
generati da un padre nato sotto così cattiva stella. Natalia
Ivanovna era a suo fianco quand’egli morì in un ospedale
messicano. Uno dei suoi ultimi pensieri sul suo letto di morte
riguardò il suo avvenire incerto e solitario. Ella è oggi la
sua esecutrice testamentaria per le opere letterarie e un
simbolo riverito per il resto devoto dei suoi seguaci. Alexan­
dra Evovna conservò il nome legale di Bronstein, ma Natalia
Ivanovna è propriamente nota oggi come la « signora
Trotzki ».
Proposi a tutti i membri del comitato direttivo — scrisse Lenin il 2 marzo
1903 — <H cooptare « Pero » come membro del comitato stesso... Abbiamo
un grandissimo bisogno di un settimo membro, tanto per la comodità delle
votazioni (sei essendo un numero pari), quanto per completare le nostre forze.
« Pero » ha ormai collaborato ad ogni numero da diversi mesi, lavora con
287;

grandissima energia... fa conferenze in cui ha ottenuto molto successo...


Essendo indiscutibilmente un uomo di rare capacità, andrà molto più lontano...
Obbiezioni possibili: i) La sua giovane età; 2) il fatto che partirà per la
Russia probabilmente fra breve; 3) la sua penna [pero], questa volta senza
virgolette, che mostra segni di uno stile da romanzo d’appendice e che
è eccessivamente fiorita.

Lenin prese in esame ciascuna di queste possibili obbie­


zioni. La sua giovinezza? Il tempo le avrebbe portato rimedio
e già egli era « un uomo di partito, un uomo di fazione ».
Avrebbe potuto dover partire per la Russia? Tanto meglio,
poiché un contatto organizzato con il comitato sarebbe stato
un vantaggio per Ylskra. I difetti di stile? Li avrebbe su­
perati; nel frattempo accettava le correzioni, sia pure in
modo riluttante; in caso di necessità le correzioni sarebbero
state recate con un voto della maggioranza dei membri del
comitato di redazione.
La lettera si concludeva con un poscritto piccante :
Ritengo che sarebbe alquanto inopportuno e strano differire la coopta­
zione essendomi apparso chiaramente che Pero è considerevolmente seccato —
pur non dimostrandolo apertamente, naturalmente — di essere trattato come
un «ragazzino ». Se non prendiamo Pero immediatamente, ci sfuggirà via...

Lungi dal provare risentimento per una pretesa esita­


zione a promuoverlo membro di pieno diritto del comitato
direttivo, l’innocente oggetto di questa lettera doveva sen­
tirsi lusingato e meravigliato di apprendere che veniva pro­
posta una simile mossa. La finzione aveva un elemento di
verosimiglianza, tuttavia, perchè Lenin, pronto a misurare
il carattere di quelli che cercava di utilizzare, aveva avuto
sentore dell’elemento vanitoso che faceva parte della strut­
tura del giovane. Ma perchè tale finzione? Di chi si doveva
superare la resistenza? Non certo quella di Martov, perchè
quest’ultimo aveva risposto che il membro che si proponeva
di aggregare al comitato dimostrava « un innegabile talento,
essendo completamente ’’nostro” nel modo di pensare, ed
esercita una considerevole influenza grazie alla sua eccezio­
nale eloquenza... ». Axelrod apprezzava abbastanza il nuovo
venuto da trascorrere lunghe ore a conversare con lui e a
illuminarlo. Potresov era d’accordo con Martov e con Lenin.
288

Vera Zasulic, come era normale lo fossero le donne di qual­


siasi età, era entusiasta del fiero e promettente giovane. Ma
Plekhanov si oppose alla mozione di Lenin con malcelato
furore. Dove andava dunque a finire il suo voto duplice che
doveva esercitarsi ogni qualvolta vi fosse una votazione pari
per tre a tre? Contro che cosa, se non la sua propria dire­
zione, sarebbero state rivolte le future votazioni per quattro
a tre? Che cosa intendeva Lenin proponendo un semplice
ragazzo di ventidue anni nel comitato direttivo dell’Iskra?
Quale poteva essere il suo scopo se non quello di rafforzare
i « giovani » contro i « vecchi » e la sua influenza su di
tutti col voto di un seguace senza riserve? Plekhanov con­
trappose alla mozione di Lenin una proposta di sospendere
la riorganizzazione del comitato direttivo fino al prossimo
congresso. Si dimostrò una fatidica mozione !
Siccome una cooptazione poteva effettuarsi solo per
consenso unanime, la proposta di Lenin di spezzare l’incre­
sciosa parità nelle votazioni fu bloccata. Per salvar la faccia,
propose d’invitare il giovane Pero alle riunioni senza diritto
di voto. Ciò spinse Plekhanov a lanciare un torrente di frec­
ciate sarcastiche sulla « penna » e sui modi del giovane
candidato, al punto che perfino la fedele Vera Zasulic fu
indotta a dichiarare : « Lo condurrò, checché diciate, alla
prossima riunione ». E alla riunione successiva lo condusse
effettivamente, mentre egli era orgoglioso e inconsapevole
dell’atmosfera che circondava l’invito che gli era stato ri­
volto. Ma tutta la sua vita si sarebbe ricordato della « stu­
diata freddezza » con cui Plekhanov gli strinse la mano.
Dalla rispettosa distanza degli ambienti clandestini russi,
o anche dalla più ristretta posizione di vantaggio del nuovo
redattore, l’Iskra rappresentava un solido fronte sul piano
politico e organizzativo, un fronte che avanzava fermamente,
sembrando spingere davanti a sè in modo trionfante Liberali,
Revisionisti, « Economisti », Anarchici, Populisti rinascenti
(del nuovo Partito socialrivoluzionario) e tutti gli altri gruppi
rivali d’opposizione. Plekhanov esponeva le principali gene­
ralizzazioni della dottrina marxista, applicandole particolar-
7

Stalin nel 1915.

I
;
28g

mente al campo della cultura; Lenin discuteva argomenti


di agricoltura, alimentati e allargati da ogni sciopero e tu­
multo, inaspriva il mordente della polemica contro « Eco­
nomisti » e Socialrivoluzionari e soprattutto spiegava dei
precetti organizzativi; Martov, quello fra i redattori che pro­
duceva e ragionava di più, scriveva in modo diffuso su una
gran quantità di avvenimenti e di problemi. Potresov non
collaborava molto perchè stava attraversando un periodo di
malattia e i suoi pochi scritti sembravano distinguersi poco
da quelli di Lenin e di Martov. Diventando più anziano,
doveva rivelare una personalità politica che sarebbe sembrata
un anacronismo in questa nuova atmosfera di tempesta :
d’idee marxiste col temperamento di un intellettuale illu­
minista del 1848. Axelrod non scriveva spesso, ma i suoi
articoli politici fondamentali avevano in sè una qualità di
durevole solidità. Le loro conseguenze implicite piene, come
quelle contenute negli articoli di Lenin, dovevano diventar
chiare solo dopo la rottura fra Menscevismo e Bolscevismo.
Vera Zasulic collaborava, come donna, con scritti che con­
tenevano elementi che mancavano in quelli degli altri re­
dattori : un’espressione emotiva, una viva intuizione psico­
logica, una capacità di vedere le persone e i programmi in
termini umani, sentimentali, e non come semplici incar­
nazioni di posizioni politiche. All’emigrazione russa e agli
ambienti illegali russi il comitato direttivo dell’Jsfera sem­
brava un gruppo strettamente legato di campioni, che vin­
colava la celebre vecchia generazione con sangue fresco e
con nuove energie per l’organizzazione e la lotta.
Lenin, per parte sua, aveva sostituito Axelrod come
teorico dell’organizzazione e addetto all’organizzazione del
gruppo. Axelrod si era piegato volentieri sapendo che per
il lavoro pratico dell’organizzazione Lenin aveva non solo
più talento ma anche un interesse e un’energia molto mag­
giori. Vladimiro Ilyic era l’unico individuo avente un’alta
capacità teorica prodotto dal movimento marxista russo, il
quale avesse contemporaneamente la capacità e la volontà di
occuparsi di lavoro organizzativo minuto. Ciò doveva in tutti

19
290

i periodi rappresentare la sua particolare forza e la forza di


qualsiasi corrente egli avesse creato attorno a sè. Questa
attenzione sistematica per il particolare era l’unico elemento
non russo in un temperamento politico che per tutti gli altri
rispetti doveva pensare e sentire in termini e tradizioni più
tipicamente russi dei suoi collaboratori più europeizzati.
Inviava rappresentanti dell’Infera di qua e di là, si assi­
curava che il segretario corrispondente fosse sempre una
persona di sua scelta e fiducia, leggeva personalmente ogni
frammentò di posta e rispondeva generalmente in persona
o attraverso sua moglie Krupskaia. Invitava deportati in
Siberia liberati e prigionieri evasi a venire a stare un po’
di tempo all’estero, li accoglieva, dava 'loro « notizie riser­
vate » su tutti i gruppi e le polemiche, li legava fermamente
a sè. Estraeva dal lavoro locale uomini e donne promettenti
per adoperarli sul piano nazionale; impiantava i suoi agenti
in nome àeìVIskra in città dove prevalevano opinioni opposte
alle sue nei comitati locali; indeboliva gradualmente il cam­
panilismo e l’iniziativa e l’autonomia locale, spianando così
la strada a un’organizzazione di tutta la Russia sotto il do­
minio centralizzato dell’Infera. Fino a quando tale base non
fosse stata sicuramente gettata, egli si sarebbe opposto alla
convocazione di un congresso, che avrebbe adottato un pro­
gramma, che avrebbe eletto una direzione (o piuttosto con­
fermato una direzione autocostituita) e che avrebbe organiz­
zato un partito nazionale. Così, la grande battaglia per il
congresso fu progettata come punto culminante di innume­
revoli schermaglie oscure, tanto sul piano locale — sebbene
ciò fosse meno apparente per i contendenti — quanto in
seno allo stato maggiore autodesignato del futuro partito.

Rabochee Deio (Fa Causa dei Lavoratori), organo degli


« Economisti » e principale rivale dell’Iskra nella direzione
ideologica tentò di sventare la dominazione crescente di
quest’ultima prendendo essa stessa l’iniziativa di una mossa
per l’unificazione. Anch’essa si pubblicava all’estero ed era
più vecchia dell’Infera. Fino al 1902, aveva ancora dietro a
291

sè un maggior numero di sostenitori tanto nell’emigrazione


che in Russia. Ma le mancavano gl’istinti per il potere e la
forza propulsiva di un Benin e il prestigio di un Plekhanov.
Quando convocò un congresso d’unificazione, i direttori
dell’/sfera furono unanimi nell’opporsi a questa minaccia alla
loro egemonia. Dato il desiderio d’unità che dominava in
seno agli ambienti clandestini russi, non osarono assumersi
l’onere di respingere l’invito della Rabochee Deio. Si reca­
rono quindi tutti insieme a Zurigo, per gettar giù quelle che
speravano si rivelassero « condizioni » inaccettabili.

Akimov, Krichevsky e gli altri della Rabochee Deio discussero fino a


diventare azzurri in volto — riferisce Krupskaia — Martov si accaldò terribil­
mente... e si tolse la cravatta dal collo... Plekhanov sprizzava ingegno da
ogni parte. Fu elaborata una risoluzione (ad opera del gruppo dell’/j^ra)
che rilevava l’impossibilità dell’unità. Fu letta alla conferenza da Dan con
voce maldestra e fu accompagnata da urla di ’’Nuncio papale!”... Plekhanov
era d’ottimo umore, perchè aveva sferrato un colpo mortale a un avversario
che aveva combattuto tanto. Plekhanov era lieto e cordiale...

Successivamente il Bund, socialista ebraico, l’organismo


operaio meglio organizzato all’interno della Russia, tentò a
sua volta di indire un congresso per unire il partito. Come
era accaduto nel caso del disgraziato primo congresso che
aveva indetto a Minsk, anche questo doveva tenersi segreta-
mente all’interno della Russia, a Bialystok. Gli Iskristi,
sapendo di non poter dominare neppure quello, mandarono
di nuovo Teodoro Dan come « nuncio papale » a leggere una
dichiarazione che diceva che il congresso era prematuro, mal
preparato, insufficientemente rappresentativo (del che gli
Iskristi si erano assicurati non facendovi partecipare i rap­
presentanti di tutti i comitati da loro diretti). Da dichiara­
zione concludeva con la richiesta che il congresso di Bialystok
dichiarasse di essere un semplice « congresso provvisorio »
e si limitasse a nominare delegati ad un comitato più vasto
per organizzare un vero congresso del partito. Da riunione
di Bialystok non se la sentì di respingere l’ultimatum.
Nel frattempo, Benin continuava a lavorare incessante­
mente per stabilire contatti regolari con i comitati locali
292

russi. La sua corrispondenza con loro e con gli agenti viag­


gianti e stabili dell’Infera era piena di esortazioni a scrivere
regolarmente e a inviare rapporti particolareggiati. Il carat­
tere dilettantesco delle sue lettere sul piano della tecnica
cospirativa era raggiunto solo dal carattere dilettantesco
dell’ancora inesperta polizia segreta. Le lettere parlavano di
« fazzoletti » (passaporti), di « barili di birra » (pacchi della
Iskra), di « pelliccia calda » (stampa illegale). Adoperava
nomi che cominciavano con la stessa iniziale per designare
località (Ossip per Odessa, Petya per Poltava, Terenty per
Tver); sostituiva nomi di donna a quelli degli uomini e
viceversa trattando di persone; inseriva una quantità di scioc­
chezze circa animali come « la Lumaca » per Zinaida Krzhi-
zhanovski; « l’Orsacchiotto » per la sorella di Lenin; « il
Cavallo » per Krassin, ecc. Poteva sembrare plausibile che
Meyer Wallach, meglio noto nella storia come Massimo Lit­
vinov, fosse chiamato « Papascia »; ma quale censore poteva
essere così ottuso da non scoprire quello che c’era sotto in
una lettera che conteneva istruzioni per 1’« Assoluto » o « il
Residuo », nomi cifrati ambedue di Elena Stassova?
Attraverso Stoccolma furono inviati a San Pietroburgo
dei piccoli « barili di birra »; per un equivoco questi si am­
mucchiarono nella cantina della Casa del Popolo di Stoc­
colma, dove Lenin li trovò parecchi anni dopo quando
attraversò la Svezia per recarsi in Russia. Altra « birra »
passò per Marsiglia : il cuoco di una nave la portò fino a
Batum, gettandola in mare in punti prestabiliti, la notte, in
sacchi impermeabili. O attraverso Alessandria d’Egitto e la
Persia, o attraverso la Galizia. « Probabilmente non oltre
un decimo della stampa spedita, scrive Krupskaia, arrivava
a destinazione ». Ma « il Cavallo» (Krassin) e alcuni Geor­
giani del posto impiantarono una tipografia clandestina a
Baku, della quale sentiremo parlare ancora più tardi, in
modo che se una matrice o anche una sola copia dell’Isfera
o qualche opuscolo passava, potevano ristamparli e diffonderli
più ampiamente.
293

La corrispondenza con la Russia aveva un effetto deva­


statore sui nervi di Lenin. Doveva attendere settimane e mesi
prima di avere una risposta, non essendo mai sicuro che un
determinato argomento fosse caduto nel vuoto o che il si­
lenzio fosse dovuto a incapacità, inerzia, o « alla maledetta
disorganizzazione russa ». Le sue lettere erano colme di
rimproveri e di suppliche, di lodi sperticate per la minima
notizia ricevuta o di insulti destinati a spronare un pigro ad
essere più attivo. Trascorreva notti insonni ad attendere le
risposte e notti ancor più tempestose quando le lettere di
risposta non contenevano l’informazione richiesta. « Quelle
notti insonni, scrive Krupskaia, rimangono scolpite nella mia
memoria ». Corrodevano la salute di Vladimiro Ilyic, special-
mente quando accadeva che coincidessero con periodi di
disaccordo con gli altri redattori ddYIskra.
Quando il congresso tanto atteso del partito finalmente
si avvicinò, egli era così esaurito che « ebbe una malattia
nervosa chiamata “fuoco sacro” [probabilmente la «zona
ignea »], che consiste nell’infiammazione dei nervi estremi
della schiena e dei polmoni ». Krupskaia la cercò in un
manuale di medicina e consultò uno studente in medicina
russo. « Non potevamo pensare di andare da un medico in­
glese, che ci sarebbe costato una guinea... Strofinai Vladi­
miro con iodio causandogli dolori infernali ». Quando arrivò
a Ginevra, alcuni mesi prima del congresso progettato, era
completamente esaurito e dovette stare a letto due settimane
prima di poter riprendere l’attività.

Nell’aprile 1903, il comitato direttivo dell’Infera si tra­


sferì ufficialmente a Ginevra. Lenin aveva lottato per man­
tenere la sede altrove, temendo che Plekhanov dominasse
completamente il comitato, riunendosi questo nella città in
cui risiedeva. Vladimiro Ilyic aveva fatto uscire il giornale
prima a Monaco di Baviera, poi a Londra. Ma al principio
del 1903, con una votazione di cinque a uno, il giornale
fu trasferito a Ginevra. Il voto di Lenin fu l’unico voto
negativo !
294

Andò a Ginevra con sentimenti confusi. Era appena


passato per una seconda « lite fra innamorati » col suo mae­
stro, lite divampata con irriducibile furore per tutto il 1902.
A un certo momento era stato spinto a scrivere :
Ho ricevuto il mio articolo — (sul Programma agrario della Socialde­
mocrazia russa") — con le vostre osservazioni sull’articolo. Avete una strana
idea della cortesia riguardo i vostri colleghi del comitato direttivo... Non esitate
a usare le espressioni più sprezzanti, per non parlare del voto su proposte
che non avete neppure preso la pena di formulare e del voto perfino sullo
stile. Vorrei sapere che cosa direste se dovessi rispondere al vostro articolo
sul Programma nello stesso modo! Se il vostro scopo consiste nel rendere
impossibile un lavoro reciproco, allora la via che avete scelta vi dovrebbe
consentire di riuscire molto rapidamente. In quanto ai nostri rapporti perso­
nali, distinti da quelli politici, li avete finalmente guastati, o più precisa-
mente, avete ottenuto che cessassero completamente. [Lettera del maggio 1902].

La lite era cominciata al principio del gennaio 1902 e in


realtà era stato Lenin quello che aveva cominciato. Era stato
lui che aveva cominciato a presentare mozioni su punti de­
licati di stile e di formulazione, proponendo di emendare il
progetto di programma preparato da Plekhanov per essere
esaminato dal prossimo congresso del partito.
A chiunque fuorché a Lenin era sempre sembrato evi­
dente che Plekhanov dovesse essere l’autore del programma
del nascente partito. Dal giorno in cui aveva fondato il
Gruppo per l’Emancipazione del Lavoro nel 1883 fino al
congresso che doveva ora tenersi a Ginevra due decenni più
tardi, era stato considerato da tutti i Marxisti rivoluzionari
il fondatore, il capo più eminente, il pensatore e il maestro
del loro movimento. Gli uomini delle generazioni, tanto di
Lenin quanto di Trotzki, lo riconoscevano loro maestro. Era
uno spirito versatile, padrone in filosofia, in estetica, in let­
terature, come nella storia, nella sociologia, nell’economia
e in tutti gli argomenti particolari che entravano a far parte
del Marxismo. Le sue opere erano note e ammirate all’estero,
erano tradotte in Francese e in Tedesco, facevano parte del
tesoro generale degli scritti teorici marxisti. Tutti i Socialisti
russi lo ammiravano e, quando avevano l’occasione di oppor-
glisi, erano intimoriti dal suo smagliante brio, dal suo in­
gegno sagace e irreprensibile, dalla sua abitudine di lanciare
295

motti di spirito sarcastici a spese degli avversari oscuri o di


ingegno pesante. Come aveva dimostrato nelle sue polemiche,
prima con i Narodniki e poi con gli «Economisti » esuli,
faceva presto a scindersi, come Lenin, da quelli a cui non
riusciva a far accettare le sue idee.
Per più di sei mesi dell’anno 1901 Plekhanov aveva la­
vorato sul programma che doveva servire da base teoretica
permanente del futuro partito. Quando lo ebbe completato
e gii fu sembrato buono, lo sottopose per la forma alla
ratifica degli altri redattori dell’Isfera, nel cui nome doveva
essere presentato. Lenin si prese la sua copia e vi segnò
sopra una quantità di sottolineature, di duplici e triplici
punti interrogativi, di punti esclamativi, di suggerimenti
sullo stile, di proposte di emendamenti di dettaglio e di so­
stanza. Non una frase, non un articolo sfuggì alla sua critica.
Gli eleganti, compatti e altamente teoretici lineamenti del
programma di Plekhanov furono sciolti in una catasta di
proposte specifiche e particolareggiate. Alcuni emendamenti
riguardavano sciocchezze scolastiche, partendo dalla preoc­
cupazione di tagliare i capelli più sottili in quattro. Altri
rivelavano inconscie differenze di temperamento, di atteg­
giamento verso il movimento e la sua dottrina, di imposta­
zione dei problemi particolari della Russia. Lo spirito di
Plekhanov era quello più europeo, quello di Lenin il più
Russo. Il progetto di Plekhanov cercava prima di tutto di
insegnare alla Russia le generalizzazioni teoretiche del Mar­
xismo e solo nella decima delle dodici sezioni veniva alle
prese con speciali caratteristiche russe. Il problema reale
della politica marxista consisteva però nell’applicare concre­
tamente le sue brillanti generalizzazioni alle concrete con­
dizioni di ogni paese e di ogni momento passeggero. Ple­
khanov aveva tutte le qualità di cui il movimento poteva
aver bisogno fuorché una, l’essere un politico, mentre la
mente di Lenin era politica prima di ogni altra cosa e s’im­
mergeva nel complesso delle generalizzazioni marxiste solo
ogni tanto per trarne una direttiva o un argomento di
polemica.
296

Lenin giunse allora fino a scrivere un proprio progetto


in contrapposizione a quello di Plekhanov. Considerandolo
dal punto di vista dell’estetica intellettuale era una cosa
pedissequa, inelegante. Ma cominciava con la parola Russia
nella prima riga e affrontava decisamente anche se grossola­
namente le cose pratiche. La descrizione generale marxista
del capitalismo veniva data per ammessa e tutta la sua nuda,
chiara luce veniva accentrata sulle particolarità della scena
russa. Se il progetto di Plekhanov aveva una maggiore ele­
ganza, quello di Lenin aveva più pathos. Dove Plekhanov
aveva parlato d’« insoddisfazione » del proletariato, Lenin
aveva scritto in margine : « Invece d’insoddisfazione : indi­
gnazione ! ». Dove Plekhanov aveva scritto « lavoro », Lenin
scrisse « il lavoratore ». Dopo il « peggioramento della sorte »
di Plekhanov, Lenin domandava : « Non sarebbe meglio in­
dicare direttamente la disoccupazione, la miseria? ». Queste
differenze erano caratteristiche. La propensione alla logica
analitica distingueva il maestro, la propensione al pathos di­
stingueva il futuro agitatore, il politico pratico.
Nelle sue critiche e nel proprio controprogetto Lenin
insisteva finalmente sui suoi due dogmi favoriti : 1) che il
malcontento dei lavoratori si sarebbe sviluppato con lo svi­
luppo del capitalismo, senza perciò che si sviluppasse la sua
coscienza socialista, « che dev’esser loro data da noi »; e, 2)
che la Socialdemocrazia mira « a creare un’organizzazione di
rivoluzionari, che diriga la lotta del proletariato ».
Gli storici stalinisti successivi hanno affermato che Ple­
khanov aveva omesso dal suo progetto di programma la
dittatura del proletariato. Ciò non è vero, come può rivelare
un esame del suo progetto. Anzi, dal punto di vista della
« ortodossia teoretica » non vi era ragione per cui ognuno di
loro non potesse accettare il programma dell’altro. Ognuno
presentò tuttavia un certo numero di progetti successivi e
segnò in calce a quelli del rivale delle critiche ironiche ed
adirate. I loro rapporti divennero così tesi che dovette essere
costituita una commissione arbitrale di altri membri del co­
mitato àeWIskra per appianare le divergenze e placare i
297

sentimenti offuscati. Alla fine, fu la versione di Plekhanov


e non quella di Penin che divenne base di discussione del
progetto sottoposto dall’Iskra al Congresso. Ancora una volta
la votazione fu di cinque contro uno, il voto di Lenin !
Quando tuttavia si fu calmato, Vladimiro Uyic fu piuttosto
soddisfatto del programma di Plekhanov e fu pronto a di­
fenderlo contro tutti i suoi critici. Naturalmente, Plekhanov
fece la relazione al Congresso sul programma. Rimase anzi
il programma ufficialmente riconosciuto del Partito bolscevico
fino a dopo la Rivoluzione del novembre 1917 !
Solo in un punto Lenin era riuscito a emendarlo sostan­
zialmente : aveva aggiunto — e ottenuto l’accettazione della
aggiunta — una piattaforma specificamente russa sul pro­
blema della terra e dei contadini. Quando quel codicillo più
tardi fu cambiato, anche il mutamento sarebbe stato elabo­
rato e proposto da Lenin. Fra i Marxisti, egli era forse il
solo sensibile alla questione contadina e continuò sempre a
preoccuparsene. Sarebbe stato uno dei segreti della sua forza
nel 1917.

Prima di partire per Ginevra, Lenin cercò ancora una


volta di far la pace con Plekhanov. Sembrava impossibile
affrontare i Revisionisti, gli « Economisti », i seguaci del
Bund e altri svariati avversari ad un congresso senza l’ac­
cordo e l’appoggio del principale maestro ed esponente del
Marxismo rivoluzionario. Lenin scrisse a Plekhanov, che era
in viaggio per un Congresso socialista internazionale a Bru­
xelles, chiedendogli di passare per Londra e di fargli visita :
La vostra relazione ci sarebbe estremamente utile qui... Ma la ragione
principale è che abbiamo un certo numero di cose di cui è necessario discu­
tere... i provvedimenti da prendere per unire il partito... l’ordine del giorno
del Congresso, quali interventi dovranno essere effettuati dalla nostra gente,
ecc... Sapete, penso che sarebbe una buona idea se dovessimo cominciare (non
ufficialmente) ad avere un atteggiamento più amichevole verso la gente del
Rabochee Deio... Con una forte stretta di mano, Vostro Lenin.

Però, pur chiedendo l’opinione di Plekhanov sull’ordine


del giorno e sui problemi connessi, aveva già risolto ogni
cosa chiaramente nella propria mente e aveva addirittura
inviato istruzioni esplicite ai suoi agenti deïl’Isfera in Russia.
Così, verso la stessa epoca in cui aveva spedito la nota so­
pracitata, aveva inviato una lettera a E. Y. Levin a Kharkov
chiedendo che il problema dell’atteggiamento del partito
verso il Bund ebraico fosse posto « al primo piano », per
modo che, se questo si fosse rifiutato di rinunciare alla pro­
pria autonomia a favore di un partito centralizzato, potesse
essere espulso dal congresso e non gli si permettesse di votare
su altri argomenti fortemente controversi. (« Occorre prepa­
rare lo spirito di tutti a ciò »).
Il secondo problema in ordine d’importanza avrebbe
dovuto essere il programma, per dividere gli ortodossi dai
non ortodossi su fondamentali questioni di principio. Il terzo
ordine di problemi doveva essere il problema di un organo
centrale, Lenin essendo convinto che doveva essere VIskra.
Doveva avere una « direzione ideologica » sul partito e do­
veva continuare ad essere pubblicato all’estero. A questo co­
mitato editoriale doveva accoppiarsi un comitato centrale,
che si riunisse all’interno della Russia, per dirigere la lotta
pratica. « Poi : la maggiore centralizzazione possibile. Auto­
nomia dei comitati locali in questioni locali, col diritto di
veto da parte del Comitato Centrale... Organizzazione distret­
tuale solo con l’accordo e l’approvazione (del suo personale)
da parte del Comitato Centrale ».
La lettera ammetteva che il suo progetto di ordine dei
lavori che passava per undici punti era suscettibile di muta­
menti. Ma « considero importante fin dall’inizio decidere sul
punto 3, allo scopo di dare immediatamente battaglia a tutti
gli avversari su un’ampia questione fondamentale di principio
e trarre così un quadro chiaro dell’intero Congresso : sepa­
rarsi su un tema serio ».
« Separarsi su un tema serio! ». È incerto se Lenin
volesse effettivamente anticipare una scissione, sebbene la
parola da lui adoperata, razoitis, significhi letteralmente an­
dare separatamente, separarsi, dividere, ciascuno per la pro­
pria strada. Però, quest’insistenza nella sua affermazione di
essere pronto a cacciare via il Bund, a « separarsi su un tema
299

serio », è rivelatrice dello stato d’animo e della psicologia di


Lenin e va molto in là nello spiegare l’aria di fatalità con
cui si sviluppò una scissione al congresso d’« unificazione ».
(A proposito, sebbene gl’interessi e le esigenze di Plekhanov
non recassero tanto su questioni organizzative come quelli di
Lenin, l’umore e il temperamento di Plekhanov per altri versi
erano simili. Anch’egli era pronto a scindersi dal Bund se
quest’ultimo non avesse accettato le sue opinioni sulla « que­
stione nazionale » e dalla gente del Rabochee Deio e da tutti
quanti se si fossero opposti al suo programma).
Queste lettere sono pure interessanti per la luce che get­
tano sul metodo di lavoro di Lenin e sul modo in cui si
preparava alla battaglia. La maggior parte delle persone
vanno ad un congresso piene di un certo giubilo, pronte a
fidarsi parecchio della sua saggezza collettiva, dell’ispira­
zione e dello scambio d’opinioni dell’ultimo minuto, di pro­
poste sorte nel corso della discussione e delle idee brillanti
spontanee di tanta gente devota. Plekhanov pure era pronto
a farlo su ogni punto fuorché sul suo progetto favorito, il
programma del partito. Non Lenin. Non fu mai persona da
abbandonare nulla al caso quando prevedeva una battaglia.
Aveva poca fede nella discussione collettiva e nell’improvvi­
sazione spontanea. Egli trascorreva le sue giornate e le sue
nottate nel tentativo di preparare ogni cosa, di anticipare ogni
cosa, di elaborare ogni cosa fino all’ultimo particolare. « Non
mancate di ottenere da ogni comitato e gruppo locale, am­
moniva Lenin con le sue solite sottolineature, una risposta
ufficiale e scritta circa il riconoscimento o meno da parte
loro del comitato organizzativo ».
Il comitato organizzativo di cui Lenin faceva parte era
anch’esso controllato da lui. Non già, naturalmente, all’ini­
zio, quando i suoi membri erano stati nominati dal Congresso
abortito di Bialystok. Ma per sua fortuna vi era stata una
spia della polizia a Bialystok e quando il primo comitato fu
arrestato Lenin fece presto a trarne profitto, facendo nomi­
nare degli agenti dell’Infera. a sostituirlo. Al suo vecchio
amico, l’agente F. V. Lengnik a Samara, aveva scritto :
300

Così il tuo compito è ora quello di creare in seno a voi un comitato per
preparare il Congresso, di ammettere nel Comitato il rappresentante del Bund
(dopo averlo esaminato da tutti i lati — nota bene questo) e di far entrare
uomini tuoi nel maggior numero possibile di comitati locali, osservando la
più assoluta prudenza (contro l’arresto) fino al Congresso. Tutto ciò è estre­
mamente importante! Ricordatelo! Sii più audace, più ingegnoso in ciò e
più tranquillo e più prudente per altri versi. Siate saggi come serpenti e docili
come colombe (coi Comitati, col Bund e con San. Pietroburgo).
Sempre tuo II Vecchio.

Pietroburgo viene menzionata perchè la tendenza anti-


Iskra vi aveva la maggioranza, il Bund perchè gVIskristi
erano decisi a porre fine alla sua autonomia, i Comitati locali
perchè avrebbero eletto la maggior parte dei delegati. La
lettera reca la data del 23 maggio 1902, il che dimostra da
quanto tempo prima Lenin si stesse preparando per un Con­
gresso che non avrebbe avuto luogo fino all’estate del 1903.
Sarebbe stato inconcepibile che qualsiasi altro membro del
comitato direttivo dell’Iskra potesse aver scritto simili lettere.
Nè sarebbe stato concepibile che le avesse scritte uno qua­
lunque dei suoi avversari. L’ingiunzione ad essere saggi come
serpenti e docili come colombe non aveva una portata sinistra
nella mente di Lenin, perchè egli non si considerava persona
capace di mirare a un vantaggio personale o al potere per­
sonale, bensì incarnazione disinteressata di una linea politica
che era l’unica concepibilmente giusta. Quella inconscia con­
cezione che aveva di sè fece altrettanto parte della sua forza
quanto la precisione con cui preparava la strategia, la tat­
tica, lo schieramento particolareggiato delle forze e il piano
generale di ogni battaglia prevista.
Dopo che si fu occupato del Comitato organizzativo russo
e del Bund e di riempire di agenti dell’Infera i comitati locali
in Russia, Lenin rivolse la sua attenzione alle colonie di
esuli, dove gli avversari dell’Infera, i sostenitori del Rabochee
Deio, superavano di numero gVIskristi. A Martov, che era
andato a Parigi perchè non poteva sopportare il clima di
Londra, scrisse:
La sezione del Comitato organizzativo all’estero dovrebbe essere una
sezione del Comitato organizzativo russo, che dovrebbe adottare un atteg­
giamento arciimportante e arcisevero... o il riconoscimento del Comitato
organizzativo e l’assoggettamento ad esso, o la guerra. Tertium non datur.
301

Questi preparativi prosaici, quest’attenzione minutissima


rivolta a particolari organizzativi, questa predisposizione
della scelta dei delegati e questo calcolo preventivo del nu­
mero presumibile di voti al congresso sarebbero stati elementi
molto più decisivi dei dibattiti congressuali.
Contemporaneamente, Lenin non trascurava neppure la
preparazione dei suoi argomenti. Era già all’opera sui docu­
menti e sulle mozioni che intendeva presentare al Congresso,
sui rapporti e sui discorsi che intendeva farvi e perfino sulla
confutazione delle probabili obbiezioni. Ogni notte passeg­
giava su e giù per la camera, mentre la povera Krupskaia si
agitava insonne nel letto, borbottando dentro se stesso, com­
ponendo articoli, mozioni, clausole, argomenti, ripetendo
delle relazioni, formulando frasi precise. Quando le parti di
una determinata cosa erano finalmente andate a posto nella
sua mente, andava a fare una passeggiata con la moglie per
dirle come aveva sistemato la faccenda.
Temendo che la modesta e laconica piattaforma che
aveva redatta come sezione agraria del programma potesse
sembrare troppo difficile da capire per i contadini, era con­
temporaneamente all’opera su uno dei migliori brani di
volgarizzazione che abbia mai fatto in vita sua, un opuscolo
intitolato : Ai poveri del villaggio. Con linguaggio straordi­
nariamente semplice spiegava non solo i programmi a breve
e a lunga scadenza dei Socialisti per l’agricoltura, ma tutte
le finalità sociali, politiche ed economiche del socialismo.
La redazione di quest’opera semplice costituì la distrazione
di Lenin dall’inesorabile lavoro di preparazione del Con­
gresso : fece riposare i suoi nervi strapazzati e ristabilì la
sua salute malferma.
Non appena si alzò dal suo letto di ammalato a Ginevra
i delegati cominciarono ad arrivare. Accolse personalmente
ogni delegato, lo interrogò a fondo, andò a passeggiare e a
chiacchierare con tutti. Martov si trovava ormai continua-
mente dagli Ulyanov e non si stancava neppure lui di chiac­
chierare con i delegati. Discutevano del programma, della
struttura del partito, delle teorie del partito, della funzione
302

del Bund. La conversazione di Martov aveva una portata più


ampia, ma quella di Lenin si rivolgeva più direttamente ai
punti precisi che avrebbero potuto diventare oggetti di vota­
zione. Quando un delegato incerto arrivava dalla ostile San
Pietroburgo, Lenin faceva in modo che andasse ad allog­
giare col suo giovane ammiratore, Trotzki, « allo scopo di
prepararlo ».
« Quanto Vladimiro Ilyic aveva atteso questo Con­
gresso!», scrisse Krupskaia un quarto di secolo dopo che si
fu effettuato. « Aveva atteso »... e vi si era preparato. « L’opi­
nione generale era che non vi erano divergenze reali e che
tutto sarebbe andato liscio... ». Quando fu troppo tardi,
quando il Congresso fu passato alla storia, uno degli espo­
nenti di una delle correnti sconfìtte, Axelrod, doveva rendere
questo omaggio riluttante all’uomo che aveva cercato di
prevedere ogni eventualità :
Nessun altro uomo è assorto nella rivoluzione ventiquattr’ore al giorno,
nessuno pensa solo alla rivoluzione come lui e nessuno, anche quando dorme,
sogna solo la rivoluzione.
Capitolo XIV

IL CONGRESSO D’UNIFICAZIONE

Vladimiro Ilyic ed io ricordavamo una similitudine che


L. Trotzki aveva riscontrato una volta. Camminando, egli
aveva identificato a distanza la sagoma di un uomo che si racco­
glieva sulle anche e che agitava le mani in modo assurdo.
Un pazzo! pensò. Ma avvicinandoglisi vide che era un uomo
che affilava il suo coltello sul selciato.
Krupskaia.

Circa sessanta rivoluzionari, alcuni venuti dalla clande­


stinità e altri, la maggioranza, da colonie di esuli, si riuni­
rono a Bruxelles in un conclave che doveva essere tenuto
segreto rispetto alla polizia belga. Quattro dei delegati erano,
o erano stati una volta, degli operai. Gli altri erano tipici
membri dell’intellighentsia, cosa che dobbiamo tenere pre­
sente se vogliamo capire la lunghezza, l’ampiezza, la pro­
fondità, la fanatica ostinazione e la sottigliezza bizantina di
dibattiti così accalorati che dovevano aver svegliato perfino
i poliziotti che riposavano in cimitero. L’amor proprio ferito
di uomini che identificavano il proprio io con le loro idee
si univa ad un sentimento di disinteresse che trasformava
ogni sconfitta sull’argomento più particolare in un pretesto
di conflitto.
Quelli che non conoscevano Bruxelles ricevettero istru­
zione di far capo a casa di Koltzov, dove sarebbero stati messi
in contatto col comitato segreto incaricato del Congresso.
Dopo che i primi quattro Russi ebbero suonato il campanello
di Koltzov in ore strane e lo ebbero impegnato in discussioni
304

intense ed entusiastiche, la padrona di casa lanciò un ulti­


matum : « Se un solo Russo viene ancora qui, dovrete andar­
vene! ». Il povero vecchio Koltzov e sua moglie si apposta­
rono all’angolo della strada per mandar via gli ospiti e pre­
garli di andare al Coq d’Or. I primi arrivati diventarono im­
pazienti man mano che le settimane passavano in attesa che
giungessero i rappresentanti dei gruppi clandestini russi.
Alcuni di questi giunsero solo dopo che il Congresso fu ter­
minato. I delegati invasero l’albergo a frotte rumorose.
« Gusev, con un bicchierino di cognac stretto in mano, ri­
corda la Krupskaia, cantava motivi operistici ogni sera con
voce così alta che delle folle si raccoglievano sotto le finestre.
A Vladimiro Ilyic piaceva udire Gusev cantare “Ci siamo
sposati fuori dalla chiesa”... ».
Nel momento in cui le sessioni furono iniziate, tutta
Bruxelles sapeva già che alcuni Russi misteriosi si stavano
raccogliendo per una riunione segreta che non avrebbe potuto
fare nessun bene ai rapporti internazionali del Belgio. I ru­
mori, il canto, le liti e gli allarmi furono segretamente tenuti
al riparo da complicazioni grazie alla presenza nel comitato
organizzatore del congresso, di un certo Dottor Zhitomirski,
che era un agente di polizia russo il quale godeva della
fiducia di Renin. Siccome incontreremo di nuovo il Dott. Zhi­
tomirski in circostanze più tragiche, possiamo intanto rile­
vare che era noto alla polizia tedesca sotto il nome di
Harting, che era stato processato in contumacia come dina­
mitardo sotto il nome di Hekkelmann dai tribunali francesi,
che faceva dei rapporti regolari al capo del Servizio di spio­
naggio russo a Berlino e che sarebbe diventato un giorno
generale nell’Okhrana zarista e cavaliere della Regione
d’Onore francese.
Secondo la versione di Renin, che è probabilmente 1?
più accurata, dato che egli era sempre persona propensa a
controllare tali cose, vi erano quarantatre delegati con cin­
quantun voti. Alcuni di questi, compresi Renin e Martov,
erano delegati con due deleghe avendo due voti ciascuno
perchè avevano ottenuto dei mandati tanto da un gruppo
Fotografia di Lenin del 79/7, dopo la sua fuga in Finlandia,
mentre i bolscevichi chiedevano a gran voce la pace con la
Germania {Lenin, per non farsi riconoscere, aveva messa una
parrucca e si era tagliato la barba).
305

clandestino russo quanto da un’organizzazione di esuli. Vi


erano inoltre quattordici « voti consultivi », ossia, delegati
che avevano il diritto di parola ma non di voto. Questi com­
prendevano : Axelrod, Zasulic e Potresov, del comitato
dell’Iskra (Lenin e Martov avevano i due voti cui aveva di­
ritto il comitato); Arkadi Kremer del Bund; Noè Zhordania,
fondatore ed esponente principale della Socialdemocrazia
georgiana e futuro presidente della repubblica democratica
georgiana di breve durata; Hanecki e Warski della Social-
democrazia polacca e altri sui cui nomi non vale la pena di
soffermarsi perchè non hanno una parte importante nella
nostra storia.
Dei cinquantuno voti ufficiali, trenta tre, ossia una netta
maggioranza, appartenevano ad aderenti della corrente
dell’Iskra. I preparativi meticolosi di Lenin lo facevano pre­
vedere con certezza. Fra questi vi erano suo fratello minore,
Dmitri Ulyanov, alcuni vecchi amici di Samara e del confino
siberiano e un certo numero di agenti dell’Iskra che aveva
personalmente mandato in Russia. Ciò non significava ne­
cessariamente che le organizzazioni locali che li avevano in­
viati sapessero quali problemi potessero sorgere e che posi­
zione avesse Lenin. Spesso un agente era stato scelto perchè
aveva dimostrato la sua capacità di entrare e di uscire dal
paese, perchè disponeva dei fondi necessari e perchè era
pronto a compiere il viaggio pericoloso, mentre la gente del
posto mancava di mezzi ed era legata sul posto dall’impiego
e da vincoli familiari. Così, sciaguratamente, venne iniziato
un fatidico sistema in cui un organismo centrale (o un capo)
cominciava col scegliere i dirigenti locali i quali venivano
poi designati come delegati al congresso per scegliere l’orga­
nismo centrale, ossia per confermare gli stessi uomini che
li avevano nominati in un primo tempo.
La principale corrente avversaria dell ’Iskra, che faceva
capo a Rabochee Deio, possedeva solo tre voti al Congresso,
due come giornale e uno di un delegato eletto a Pietroburgo.
Con tutto ciò essa aveva l’appoggio di una buona parte della
emigrazione e una maggioranza chiara a San Pietroburgo,

20
3o6

di cui gVIskristi avevano appena scisso il Comitato locale in


modo che il Congresso fosse indotto ad ammettere un dele­
gato per ogni frazione. Dallo stesso Rabochee Deio venivano
gli « Economisti » Martynov (A. C. Piker) e Akimov (Vladi­
miro Makhnovets) e da San Pietroburgo sua sorella Rydia
Makhnovets. Perfino il potente Bund ebraico, l’organizza­
zione di lavoratori numericamente più vasta e meglio orga­
nizzata della Russia, possedeva solo cinque voti, che non
erano affatto rappresentativi della sua forza effettiva nel
complesso del movimento russo. Sei dei rimanenti delegati
erano uomini e donne politicamente neutri che non si erano
schierati sui problemi di cui si prevedeva la discussione, ma
che erano venuti per vedere e imparare. Questi ricevettero
da Plekhanov e da Renin la qualifica beffarda di « palude »,
perchè votavano ora con una frazione e ora con l’altra. Se i
trentatre Iskristi, la maggior parte dei quali erano stati con­
venientemente impiantati da Renin come delegati locali, si
fossero irrigiditi, tutti gli altri avrebbero potuto discutere a
perdifiato fra di loro, ma l’Iskra l’avrebbe spuntata a
modo suo.

Il Congresso si aprì infine il 30 luglio 1903 in un grande


deposito di farina, festosamente addobbato di panno rosso.
Il vecchio edificio era infestato da topi e pulci, mentre i
rappresentanti della polizia belga e di quella russa brulica­
vano attorno ai viali e ai cortili circostanti.
Georgii Valentinovic Plekhanov, che aveva atteso venti
anni quell’occasione, fece un commovente discorso inau­
gurale. Molti occhi lagrimavano mentre i delegati, in piedi,
cantavano in sordina 1’« Internazionale ». Per rispetto verso
il Congresso nato morto tenuto a Minsk nel 1898, chiamarono
questo il « Secondo Congresso », ma in realtà era il primo.
Si riunivano finalmente per fondare un partito, adottare un
programma, elaborare uno statuto, unire i comitati locali,
le frazioni rivali, i giornali in guerra fra di loro e i gruppi
nazionali ed emigrati in un unico Partito socialdemocratico
del Ravoro unificato di tutta la Russia.
307

L’esaltazione fu presto sostituita da schiamazzi circa le


deleghe. « La composizione del Congresso del Partito, come
sostenne bruscamente Lenin, è stata stabilita in anticipo dal
Comitato organizzatore ». Sia pure per la forma, il Con­
gresso doveva tuttavia istituire una commissione per la ve­
rifica dei poteri. La commissione comprendeva un rappresen­
tante del Bund, che venne da Lenin denunciato per il fatto
di « applicare la strategia di stancare gli altri membri della
Commissione, rimanendo fermo fino alle 3 del mattino e
continuando ancora a conservare in ogni questione la propria
* ‘ opinione speciale ” ». Non è difficile immaginarsi che la sua
opinione fosse che il Congresso era « tenuto a guinzaglio »
dal Comitato organizzatore controllato dall’/sfera. La «muta»
stessa respinse, naturalmente, tutte le sue proteste.
Poi, brevemente, la prima raffica della tempesta : Lenin
e Martov vennero in conflitto. Era apparentemente una que­
stione di scarsa importanza, verificatasi non alla tribuna del
Congresso, ma nelle riunioni « private » e « segrete » (ma
di cui naturalmente si parlava in giro abbastanza diffusa-
mente) della frazione dell’/sfera. Essi discutevano della pre­
sidenza e della segreteria del Congresso. Se fossero state rap­
presentative di tutte le frazioni, avrebbero potuto risolvere,
e di solito risolvevano, una grande quantità di questioni
per via di negoziati, senza portar via del tempo alle assemblee
plenarie. Martov propose una presidenza rappresentativa
composta di nove membri, dei quali uno ciascuno del Bund
e del Rabochee Deio. Ma Lenin era invece favorevole ad una
presidenza ristretta di tre persone, tutti Iskristi, che avreb­
bero presieduto « con mano ferma, e, in caso di necessità,
con pugno di ferro ». Vennero scambiate alcune parole poco
complimentose sulla « durezza » e la « mollezza ». La pro­
posta di Lenin a favore dello schiacciapietre vinse nella riu­
nione di frazione e la frazione vinse al Congresso. La pre­
sidenza fu composta di Plekhanov, come presidente, e Lenin
e Krasikov vicepresidenti, tutt’e tre AélVIskra!
Proprio come Lenin aveva stabilito, il primo dibattito
in grande stile avvenne sul tema dei rapporti del Bund so-
3o8

cialista ebraico col Partito. Il Bund era un prodotto dell’at­


tivo risveglio dei lavoratori racchiusi nel recinto ebraico della
Polonia e della Lituania russe e della Russia Bianca, ri­
sveglio al tempo stesso culturale, sociale e politico. Elemento
simbolico di questo risveglio è che il movimento sionista e
il Bund socialista siano nati lo stesso anno come rivali per
la direzione delle masse in questa, che era la maggiore rac­
colta di Ebrei del mondo. Per alcuni anni, i Bundisti, nel
loro zelo di combattere il nascente nazionalismo ebraico, at­
tesero solo dai lavoratori russi un’iniziativa per risolvere i
loro particolari problemi ebraici e « dimenticarono di con­
servare il contatto con le masse ebraiche che non capiscono
il Russo ». (Queste parole sono tratte da Martov, che fu
per breve tempo membro del Bund prima di unirsi a Lenin
a San Pietroburgo). Ma i Bundisti si accorsero presto che i
lavoratori ebrei erano molto avanti ai Russi per organizza­
zione e consapevolezza. Contemporaneamente, la loro guerra
col Sionismo per il risveglio delle collettività ebraiche li co­
strinse non solo ad adottare lo Yiddisc come lingua ma anche
a riconoscere che « lo sviluppo di una coscienza nazionale
e di una coscienza di classe debbono andare di pari passo ».
Essi andarono quindi a questo Congresso d’unificazione de­
cisi a chiedere il mantenimento dell’autonomia nell’affrontare
i problemi specificamente ebraici e ad asserire la pretesa di
rappresentare tutti i Socialisti ebrei, non solo nel recinto
territorialmente compatto della colonizzazione ebraica, ma in
Russia meridionale (dove gli Ebrei erano più russificati) e
dovunque nel vasto impero si potessero trovare degl’indi­
vidui che soffrivano come Ebrei di qualche inferiorità o che,
per ragioni culturali o per altre considerazioni, si conside­
ravano Ebrei.
Dietro questa richiesta vi erano tanto una teoria sulla
struttura del partito quanto una teoria sull’autodecisione na­
zionale. La sua accettazione implicava che, man mano che
le altre minoranze nazionali dell’impero si fossero ridestate,
avrebbero chiesto anch’esse disposizioni analoghe per tute­
lare la propria autonomia. Così il Partito socialdemocratico
309

sarebbe probabilmente diventato un partito federato anziché


centralizzato, in cui ogni nazionalità avrebbe avuto la propria
federazione autonoma. E se mai avesse trionfato, lo Stato
che sarebbe emanato dalla sua vittoria avrebbe dovuto essere
uno stato federale anziché accentrato. Lenin per parte sua
rimaneva legato all’idea di un partito rigidamente centra­
lizzato in cui le suddivisioni nazionali non sarebbero state
altro che tramiti per tradurre nelle loro lingue rispettive le
parole d’ordine, il programma, le decisioni e la volontà
dell’onnipotente Comitato Centrale. E la sua concezione
della autodecisione nazionale si fondava sulla nazionalità
territoriale più che su quella culturale, differenza che sa­
rebbe diventata chiara solo dieci anni dopo.
Martov, ex Bandista, Trotzki e Axelrod, Ebrei assimi­
lati, e gli Ebrei più o meno russificati della Russia meri­
dionale presenti al Congresso si schierarono tutti con Lenin
e con Plekhanov contro il Bund. Erano sostenuti dal desiderio
generale di avere un partito centralizzato, dal timore di
alimentare un separatismo nazionalista in quest’aggregato di
popoli, dal disprezzo socialista per il nazionalismo in nome
di un internazionalismo supernazionale, dall’inconsapevole
« gran-russianesimo » di parecchi dei delegati. « Il Bund,
scrisse Krupskaia, fu messo in ginocchio ». Se lo fu, però,
ritrovò i piedi prima della fine del Congresso e improvvisa­
mente se ne andò, con risultati imprevisti per tutto l’avve­
nire del Partito Socialdemocratico russo. Solo Lenin, come
abbiamo visto attraverso la sua lettera all’agente dell’Infera
Levin (nel capitolo precedente), non fu colto di sorpresa ma
aveva anzi fondato i suoi calcoli su questa secessione.

Si alzò quindi il fondatore riconosciuto del Marxismo


russo, Plekhanov, per fare la relazione sul progetto di pro­
gramma del partito. Nel 1929, Trotzki ricordava ancora :
Avendo in mente un’esposizione chiara, scientificamente esatta, del pro-
gramma, sicuro di se stesso, del suo sapere e della sua superiorità, con una
luce gaia, ironica negli occhi... con gesti leggermente teatrali ma vivaci ed
espressivi, Plekhanov illuminò l’intera vasta assemblea con un vivo fuoco
d’artifizio d’ingegno e d’erudizione.
310

Data la composizione del Congresso e il prestigio del


relatore, l’approvazione della relazione era una conclusione
scontata. Eppure una piccola minoranza decisa, capeggiata
dagli « Economisti » Akimov e Martynov, condusse una
ostinata azione di retroguardia. Ogni formulazione fu esa­
minata con sottigliezza. Il dibattito si fece infuocato durante
interminabili sedute di un’intera giornata nella speciale
Commissione per il Programma e quasi venti sedute del
Congresso stesso ! Akimov propose non meno di ventidue
diversi emendamenti, ciascuno dei quali finì per essere boc­
ciato. Criticò il programma nel complesso e nei particolari
per il suo spirito di tutela sul proletariato:
I concetti di Partito e di Proletariato sono posti in contrapposizione, il
primo come elemento attivo, causale, collettivo, il secondo come mezzo pas­
sivo su cui il Partito opera. Il nome del Partito è utilizzato dovunque come
soggetto, al nominativo, il nome del Proletariato è usato come oggetto, al
genitivo (Risate) (i).

Alcuni di quelli che risero più forte di fronte a questa


« critica grammaticale » del programma dovevano vivere ab­
bastanza a lungo da avere il tempo di domandarsi se non
avesse colpito nel segno caratterizzando allora qualcosa che
non aveva solo un senso grammaticale, ma anche recondito.
Ma il fuoco principale dell’opposizione si concentrò su
una frase isolata :
La condizione indispensabile alla rivoluzione sociale è la dittatura del
proletariato, ossia la conquista da parte del proletariato di un potere tale da
consentirgli di sopprimere ogni tentativo di resistenza da parte degli sfruttatori.

Come conciliate l’avallo che date alla dittatura, domandò


Akimov, con quella parte del vostro progetto che si esprime
a favore di una repubblica democratica? Come l’inquadrate
nelle vostre rivendicazioni di un’assemblea costituente eletta
a suffragio universale libero, uguale, diretto e segreto? Con
la vostra rivendicazione della libertà di parola, di stampa,
di partito, d’organizzazione, di coscienza, di movimento,

(i) In Russo i complementi oggetto personali maschili hanno la stessa


forma al genitivo c all’accusativo.
3II

d’occupazione professionale, d’uguaglianza di tutti i cittadini


a prescindere dalla posizione sociale, dal sesso, dalla razza,
dalla religione, dalla nazionalità? Non è forse la democrazia
un bene assoluto? Non è questione di principio? Una delle
esigenze per le quali combattiamo in ogni campo? Saremo
noi, rappresentanti di quelli che soffrono per opera della
dittatura, che ne limiteremo l’uso?
Trotzki intervenne per difendere il programma con una
parafrasi del Manifesto comunista :
La dominazione della classe operaia era inconcepibile fino a quando la
grande massa dei suoi componenti non fosse stata unita nel desiderarla. Questa
non sarebbe stata la dittatura di una piccola banda di cospiratori o di un
partito di minoranza, ma dell’immensa maggioranza nell’interesse dell’im­
mensa maggioranza, per impedire la controrivoluzione. In breve, avrebbe rap­
presentato la vittoria della vera democrazia (i).

'Più tardi, gli storici stalinisti avrebbero adoperato questo


discorso contro Trotzki, considerandolo un « ripudio del
principio della dittatura ». Ed egli stesso lo avrebbe abban­
donato in pratica nel 1917...
Plekhanov spinse da un lato il suo indesiderato giovane
difensore. Akimov, Martynov e i loro sostenitori, disse, con­
fondevano due elementi distinti : il primo consisteva nel pro­
gramma immediato del rovesciamento dello Zarismo e del­
l’istituzione di una repubblica democratica; il secondo era la
lotta a più lunga scadenza per il socialismo, che non sarebbe
propriamente cominciata fino a che la repubblica democratica
non fosse stata impiantata.
Naturalmente, poniamo il suffragio universale in testa alle nostre riven­
dicazioni — prosegui — ma come rivoluzionari dobbiamo dire apertamente
che non vogliamo convertirlo in un feticcio. Non è difficile immaginarsi una
situazione in cui la classe operaia vittoriosa possa togliere per un po’ di
tempo il diritto di suffragio alla sua avversaria, la borghesia...
Il principio fondamentale della democrazia è questo: salus populi, su­
prema lex. Tradotto in linguaggio rivoluzionario, significa: la salvezza della
rivoluzione è la legge suprema... Se la sicurezza della rivoluzione esigesse
la temporanea limitazione di questo o quel principio democratico, sarebbe
un delitto esitare...

(1) I verbali non sono in linea di massima stenografici ma rappresentano


dei sommari approvati da un comitato di redazione e dagli stessi delegati.
312

Qualche delegato ha proposto che emendassimo la nostra rivendicazione


democratica di un parlamento da convocare almeno ogni due anni. Egli do­
manda: Non sarebbe ancor più democratico ogni anno? Ma dovete tener
presente, compagni, che la durata del parlamento è per noi rivoluzionari una
questione di secondaria importanza. Se il popolo, in un momento d’entu­
siasmo rivoluzionario, eleggesse un, parlamento favorevolissimo, tenteremmo
naturalmente di trasformarlo in Lungo Parlamento. Ma se le elezioni andassero
male per la classe operaia, potremmo tentare di scioglierlo, non al termine
dei due anni, ma in due settimane se possibile...

Lenin non disse nulla in questo dibattito, ma dovette


scrollare vigorosamente il capo per esprimere il suo accordo
e le parole del suo maestro divennero tesoro nella sua me­
moria. Quindici anni dopo le avrebbe citate, ordinando che
l’Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale libero,
uguale, diretto, fosse dispersa !
Le osservazioni di Plekhanov sulla subordinazione dei
principi democratici alle esigenze della rivoluzione furono
interrotte da applausi significativi. Ma vi furono anche dei
fischi. Lenin, che si trovava alla presidenza, richiamò all’or­
dine quelli che fischiavano. Rosanov esclamò : « Quando nel
congresso di un partito operaio si sentono parole così inaudite
è mio dovere fischiare! ». Alcuni anni dopo, continuando a
fischiare queste stesse idee quando Lenin le mise in pratica,
questo stesso Rosanov fu accusato di complotto per istituire
un « Centro nazionale » onde « aiutare Denikin a rovesciare il
governo sovietico » (i). Fu condannato a morte, poi graziato
per ordine di Lenin e ottenne un posto al Commissariato per
la Sanità...
« Abolizione della pena di morte? — proseguì Plekhanov
imperturbabile. — Benissimo ! Rimango però dell’opinione
che sono necessarie alcune riserve. Che cosa pensate? Devesi
permettere di vivere a Nicola II? Penso che dovremmo riser­
vargli la pena di morte ».

(i) Il « Centro Nazionale » di cui si parla qui fu quello della Soyuz


Vozrozhdenia (« Unione della Rinascita »), che aveva per scopo di riunire
la destra menscevica e socialrivoluzionaria con i Liberali borghesi di sinistra
per ricostruire una Russia democratica dopo il previsto crollo della dittatura
bolscevica. È possìbile che alcuni dei partecipanti avessero contatti con
Denikin ma questo non fu il caso di Rosanov e del suo gruppo.
313

Martov ascoltava pure lui con accorata tensione. Un


giorno avrebbe scritto un infiammato atto d’accusa contro i
Bolscevichi per aver ristabilito la pena di morte dopo che la
Rivoluzione l’ebbe soppressa. Ascoltando, accettò il tenore
generale delle osservazioni di Plekhanov, pur ritenendole
inutilmente « dure ».
Plekhanov avrebbe potuto evitare di sollevare indigna­
zione — disse — se avesse aggiunto che non ci si può imma­
ginare una situazione così tragica da spingere il proletariato
a calpestare diritti politici quali la libertà di stampa per
consolidare la sua vittoria...
A ciò Plekhanov rispose gridando un ironico « Merci ».
Il Congresso stava riavvicinando Plekhanov a Lenin. Il
maestro dominava le sedute pubbliche, il discepolo le riunioni
interne della frazione dell’Isfera; il primo inquadrava gli argo­
menti, il secondo i voti. Quando il programma fu finalmente
approvato, tutti i presenti votarono a favore, fuorché Akimov,
che si astenne. Sembrava che un partito unito fosse assicurato
poiché tutti avevano accettato un comune fondamento di
principio.
Vi era tuttavia un’altra ambiguità in questo programma
comune, che sarebbe servita tanto ai Bolscevichi quanto ai
Menscevichi fino al 1919. Esso mirava all’attuazione di due
rivoluzioni successive : una rivoluzione « democratica bor­
ghese » e una « socialista proletaria », il rovesciamento dello
Zarismo e il rovesciamento del capitalismo. In quale rapporto
stavano fra di loro? Avrebbe la borghesia, con l’appoggio del
proletariato fatto la prima rivoluzione? Avrebbe il proleta­
riato fatto la rivoluzione « borghese » e poi consegnato il
potere alla borghesia per andare esso stesso all’opposizione?
O i rivoluzionari di professione operanti in nome del prole­
tariato avrebbero preso il potere e lo avrebbero tenuto in
consegna fino a che entrambe le rivoluzioni si fossero com­
piute? Sarebbe una rivoluzione confluita nell’altra o sareb­
bero trascorsi anni, magari decenni fra di loro? Sarebbero
occorse le esperienze del 1905 solo per sollevare questi quesiti.
Intanto, i delegati votavano unanimemente : alcuni di loro
3M

avevano gli occhi fissi sulla repubblica democratica, mentre


la dittatura proletaria e il socialismo sembravano qualche
remota visione del futuro; altri si sforzavano col pensiero di
andare oltre una rivoluzione insoddisfacente non ancora in­
cominciata verso un’altra rivoluzione che doveva seguire
dopo.
A nessuno dei presenti accadde di farsi la domanda cru­
ciale che il socialista francese Charles Péguy si era già fatta
nel 1900: «Vorrei sapere quali saranno effettivamente le
persone che eserciteranno la dittatura del proletariato ». Nè
gli accadde di porre le domande che ne costituivano il corol­
lario, circa il modo in cui il proletariato avrebbe potuto
dettar legge ai suoi dittatori, o avrebbe determinato i limiti
della durata dei poteri dittatoriali, o si sarebbe liberato, in
caso di necessità, dai suoi liberatori...
Fino a quel momento, le divergenze erano più una que­
stione di temperamento che di dottrina. Erano oscuramente
sentite più che pensate, e ciò spiega la passione di cui erano
carichi i dibattiti sottili e le divergenze tecniche di ogni
specie su cose secondarie. Martov poteva solo sostenere
che « non ci si può immaginare una situazione così tragica
da spingere il proletariato a calpestare diritti politici quali
la libertà di stampa ». E i delegati di spirito più aspro, pili
impazienti, non potevano esprimere il loro stato d’animo e
le loro speranze che manifestandosi ultra-ortodossi in que­
stioni di teoria e ultra-rigidi in questioni d’organizzazione.
In cuor loro, essi conoscevano inconsciamente la risposta al
cruciale quesito posto da Péguy. Era: «Come noi...».
Erano pronti a dare forma a quella convinzione creando un
partito rigidamente centralizzato, fortemente cospirativo, per
dettare legge, se non ancora a una « classe nemica », per lo
meno ai « molli » che si trovavano nelle loro file. I « molli »
pentiti diventati « duri » potevano solo soddisfare il proprio
dubbio in se stessi essendo i più duri di tutti. Ee osserva­
zioni di Plekhanov sulle due rivoluzioni, la prima che doveva
portare alla democrazia e la seconda al socialismo, l’arringa
di Martov perchè ci si « immaginasse » o si auspicasse il
315

meglio, l’opposizione di Akimov al principio della dittatura,


il fischio di Rosanov, queste cose alzarono per un breve
momento un angolo del velo che nascondeva futuri conflitti.
Ma lo stesso Marx aveva usato il termine dittatura prole­
taria (nel senso che il giovane Trotzki aveva giustamente
spiegato : « Non la dittatura di un partito di minoranza, ma
dell’immensa maggioranza nell’interesse dell’immensa mag­
gioranza, per impedire una controrivoluzione »). Chi, ad
eccezione di Akimov, voleva essere annoverato fra i Marxisti
non ortodossi? L’unanimità, meno il suo voto, fece calare
il velo ancora una volta.
È interessante rilevare la parte ridotta avuta da Lenin
in questo grande dibattito programmatico: intervenne solo
per spiegare e difendere la sua piccola piattaforma sulle
questioni agrarie e per fare un’altra osservazione breve e
apparentemente insignificante. Vi era una frase nel pro­
gramma che diceva che, continuando a svilupparsi le con­
traddizioni intrinseche del capitalismo, si sarebbero svilup­
pati con queste contraddizioni « l’insoddisfazione, la soli­
darietà e il numero dei proletari ». La Commissione per
il Programma introdusse un emendamento per aggiungere
« e la coscienza » prima di « proletari ». A questo punto
Lenin fu indotto a prendere la parola :
Questo emendamento costituirebbe un peggioramento, dichiarò. Farebbe
nascere l’idea che lo sviluppo della coscienza sia una cosa spontanea... Oltre
l’influenza della Socialdemocrazia, non vi è altra attività cosciente degli operai.

Questa era una cosa che non poteva lasciar dire a Ple­
khanov. Era semplice pedanteria? Questo dogma, per quanto
ancora oscuro circa quello che implicava, si trovava al centro
stesso del « Leninismo ». Da esso derivava un atteggiamento
verso la classe operaia, verso la sua capacità di pensare da
sè, d’imparare dall’esperienza, verso le sue capacità e possi­
bilità di governarsi, verso quei suoi movimenti « spontanei »
che avrebbero potuto verificarsi senza ordini e senza il con­
trollo del partito dei teorici del socialismo e dei rivoluzionari
di professione. Da esso sarebbe nato un atteggiamento parti­
colare verso i sindacati, verso i consigli o soviet improvvisati
3i6

di scioperanti, e perfino verso due rivoluzioni — nel 1905 e


nella primavera del 1917 ■— che non si sarebbero fatte per
ordini ricevuti ma per sorpresa.

Continuando a sfogliare i verbali del congresso si sente


nascere l’impressione sempre più forte di assistere ai lavori
di una congrega di sonnambuli. Il tesoro — offerto da simpa­
tizzanti (« borghesi ») benestanti — giunge al suo termine.
L’accordo sui principi fondamentali sembra virtualmente
unanime, ma i nervi si tendono sempre di più con le notti
insonni, con le dispute interminabili, col caldo estivo. La
gente litiga incessantemente per questioni di procedura. Le
discussioni finiscono in un vicolo cieco. I delegati diventano
disordinatamente irritati, gesticolano con inspiegabile vio­
lenza, si lacerano reciprocamente lo spirito.
In Russia, proprio in quel momento, la situazione si
muove senza il loro intervento, attraverso dimostrazioni di
studenti, sommosse contadine, banchetti liberali, assassini
di funzionari, scioperi generali, andando verso un esito im­
prevedibile. Ma qui tante personalità volitive, fortemente
tese, unilaterali, nonconformiste, che si dicono compagni di
lotta, stanno pugnando fra di loro in un’eccitazione recipro­
camente sollecitata a proposito di mozioni, di articoli del
regolamento, di norme marginali, di formulazioni che sem­
brano essere infinitamente remote dal primo sciopero gene­
rale che in questo stesso momento si sta estendendo nella
Russia meridionale e nel Caucaso. I meno importanti di
questi uomini sono stati lontani dalla Russia da mesi e lo
saranno per molti mesi ancora; i capi sono stati lontani da
anni, decenni...
La polizia belga e russa sciama attorno al congresso.
Si appiccica come mosche d’autunno. Segue i delegati fino ai
loro alloggi, siede in tavoli vicino ai loro al Coq d’Or, li
pedina nel parco e lungo la spiaggia del lago, dove, dopo la
mezzanotte, le discussioni proseguono ad alta voce. Fruga
nelle camere e nel bagaglio, ruba le valige dei delegati,
intercetta la loro corrispondenza. Finalmente, s’impadronisce
317

di Rosa Zemlyachka, un’agente dell’Isfera dall’aspetto pe­


dante e dalle labbra strette che è una delle « dure » di
Renin e la deporta. Dà a parecchi altri delegati un preavviso
di ventiquattr’ore affinchè lascino il paese. A questo punto,
l’intero Congresso fa le valige e prende il treno e il piro­
scafo per l’atmosfera più libera di Londra. Per tutta la
strada, in treno e sul piroscafo che attraversa la Manica, la
discussione concitata non cessa mai. A Londra, continuano
a riunirsi, in una « chiesa socialista », giorno e notte, nel
calore di mezza estate, dall’n agosto al 23 agosto.

Il dibattito sullo statuto del partito cominciò abbastanza


tranquillo. Ma ora gli stessi Iskristi erano divisi: Lenin e
Martov avevano dei progetti opposti. Lenin proponeva che
l’articolo I definisse membro del partito « chi accetti il
programma del partito e lo sostenga con mezzi materiali e con
una partecipazione personale ad una delle organizzazioni del
partito ». Martov proponeva una frase sostitutiva con espres­
sioni identiche, fuorché per la parte finale in corsivo del pe­
riodo, che diceva : « e con un contributo personale regolare
sotto la direzione di una delle organizzazioni del partito ».
I delegati erano imbarazzati. Ambedue le formulazioni
sembravano sostanzialmente le stesse. Perfino Plekhanov,
ormai così vicino a Lenin, era imbarazzato dall’insistenza di
quest’ultimo sull’enormità della differenza.
Lenin spiegò la sua formulazione. Salì di nuovo alla
tribuna e vi risalì continuamente. Il tempo avrebbe chiarito
la differenza d’impostazione, ma per il momento tutto quello
che i delegati riuscivano a capire era che egli voleva un par­
tito « ristretto » di rivoluzionari scelti, ciascuno suscettibile
di essere controllato dal centro, circondato da vasti gruppi
di operai che ubbidivano al partito senza appartenervi.
La mia formula limita la concezione di membro del partito, mentre quella
di Martov l’allarga... È meglio che dicci persone che lavorano effettivamente
non si chiamino membri (gli operai autentici non vanno a caccia di titoli!)
piuttosto che quell’uno che non fa che chiacchierare abbia il diritto di essere
membro del partito...
Si«

Anche Martov salì continuamente alla tribuna. Egli era


favorevole a un partito centralizzato ma non ad un partito
i cui membri «abdicassero al loro diritto di pensare». Voleva
un partito largo, non un partito di soli rivoluzionari di pro­
fessione, bensì un partito aperto a tutti i lavoratori e intel­
lettuali che credessero nel suo programma e che fossero di­
sposti a lavorare sotto la sua direzione. L’appartenenza al
partito non era semplicemente un « titolo » ma il diritto di
avere una voce in capitolo negli affari del partito. Quelli che
eseguivano le sue direttive avrebbero dovuto avere il diritto
d’influire sulle sue decisioni, anche se non lavoravano per
il partito a orario pieno. Ma come? La formulazione di
Martov non forniva una risposta precisa. Egli non si rendeva
ancora conto della direzione a cui tendeva la sua divergenza
con Lenin nè aveva l’abilità di quest’ultimo nel conferire
una forma organizzativa alla sua impostazione. I delegati
continuavano ad essere imbarazzati.
Trotzki sorprese Lenin schierandosi con Martov :
Non credo che si possa esorcizzare l’opportunismo con lo statuto. Non
do allo statuto nessuna specie di interpretazione mistica.

Axelrod intervenne per dire :


Non pensa forse Lenin a subordinare amministrativamente un intero
partito a pochi custodi della dottrina?

Plekhanov a sua volta si unì a Lenin, che sembrava


perdere terreno:
Non ho un’idea preconcetta, ma più rifletto a ciò che è stato detto,
più si rafforza in me la convinzione che la verità stia dalla parte di Lenin...
Degl’intellettuali possono esitare per ragioni individualistiche ad aderire al
partito; tanto meglio, perchè essi sono in generale degli opportunisti... Per
questa ragione, anche se non ne hanno altre, gli avversari dell’opportunismo
dovrebbero votare per il suo progetto.

Due intere sedute, molte votazioni procedurali e due


appelli nominali che facevano perdere tempo sul solo arti­
colo I ! La votazione dette per risultato ventotto voti a favore
della formulazione di Martov e ventidue a favore di quella
319

di Lenin ! Lenin era fuori di sè. Lì per lì decise di scindere


la frazione dell’Iskra e di creare una sua frazione « dura », di
tentare di rendere ogni altro articolo dello statuto ultra-cen­
tralista, « di riconnettere — come scrisse più tardi — la botte
rotta con doppi cerchi... di caricare le nostre armi con una
doppia carica... di proporre la limitazione dei diritti della
maggioranza » nell’interesse della sua minoranza. In breve,
egli si preparava subito ad una lunga, irriconciliabile guerra
contro la decisione congressuale che era stata appena deli­
berata dopo un ampio e libero dibattito.
GVIskristi si riunirono in quella che risultò la loro ul­
tima riunione di frazione. La tensione si può immaginare da
quello che Lenin scrisse alcuni mesi dopo quando si era
calmato :
Lenin si era comportato come un pazzo. Bene. Sbattè la porta. E’ vero.
Ma con che risultato?... Solo questo, che dei sedici membri presenti dell’or­
ganizzazione dell’/r^ra, dopo tutto, nove erano con me... Se non vi fosse
stata nessuna « brutalità », forse più di nove sarebbero stati dalla mia parte...

Forse. Ma con quattro membri del vecchio comitato


direttivo dell’Infera contro due, egli stesso e Plekhanov, e con
nove membri della cerchia esterna dalla sua parte contro i
sette di Martov, Lenin convocò una nuova riunione degli
Iskristi « fermi » e pose dei piantoni fuori dalla porta con
l’ordine di non ammettere Martov, Axelrod, Zasulic, Po-
tresov nè alcuno di quegli altri compagni intimi di lotta che
avevano votato contro di lui. Gli esclusi mandarono una
richiesta scritta di essere ammessi, ma venne respinta. Vla­
dimiro Ilyic cessò ormai completamente di dormire e secondo
Krupskaia non potè neppure mangiare, ciò che gli lasciò
ventiquattr’ore di libertà al giorno per cercare personalmente
ogni delegato. Ecco ciò che racconta uno dei delegati che
fino a quel giorno era stato noto come un « fedelissimo di
Lenin », il suo giovane discepolo Trotzki :
Lenin non perdette occasione di riconquistarmi alle sue idee. Egli, Kra­
sikov ed io facemmo una lunga passeggiata, durante la quale tentarono
entrambi di persuadermi che Martov ed io non potevamo seguire la stessa
strada, perchè Martov era un « molle ». La descrizione degli altri direttori
320

dell’/r^rđ fatta da Krasikov era così irriverente che fece aggrottare le ciglia
a Lenin, mentre io fremevo. Il mio atteggiamento verso i direttori dell 7/^
continuava ad essere influenzato dal sentimentalismo giovanile. La conver­
sazione mi fece ribrezzo... Lenin fece un altro tentativo di conquistarmi
inviandomi una delegata, Z., oltre che suo fratello minore Dmitri... Gli emis­
sari non mi volevano lasciare andare. « Abbiamo l’ordine, mi dissero, di
condurti con noi ad ogni costo ». Alla fine, rifiutai nettamente di seguirli.

Ecco poi la stessa narrazione di Lenin di una conver­


sazione con uno dei delegati della cosidetta « palude » :
« Che atmosfera deprimente..., mi disse lamentandosene con me. Tutte
queste lotte cruente, quest’agitazione dell’uno contro l’altro, queste aspre
polemiche, questo contegno non da compagni ».
« Che bella cosa è il nostro Congresso, gli risposi. Un’occasione di lotta
aperta. Delle opinioni espresse. Le tendenze rivelate. I gruppi definiti. Le
mani alzate. Una decisione presa. Una fase superata. Avanti! Ecco quello che
mi piace! Questa è vita! E’ qualcosa di diverso dalle interminabili, noiose
discussioni intellettuali che finiscono non perchè la gente abbia risolto il
problema, ma semplicemente perchè si è stancata di parlare ».
Il compagno del « Centro » mi guardò come se fosse perplesso e scrollò
le spalle. Avevamo parlato due lingue diverse.

Mentre Lenin stava battagliando giorno e notte per


l’anima di ogni delegato, l’incostante ruota della fortuna
girò in modo inatteso. I delegati del Bund, che avevano cu­
rato le loro ferite in disparte dal momento in cui era stato
assestato loro il colpo relativo alla questione dell’autonomia,
annunciarono il loro ritiro dal Congresso : erano cinque voti
che si erano espressi in blocco a favore della proposta di
Martov ! Sfruttando questo vantaggio, Lenin propose una
mozione intesa a eliminare un altro gruppo dei suoi avversari :
propose di sciogliere il Rabochee Deio e di conferire il rico­
noscimento esclusivo aB’Iskra e alla sua organizzazione
estera come unico gruppo emigrato. Martov, da fedele
Iskrista, cadde nella trappola e votò a favore della mozione.
Con ciò, due altri delegati che avevano appoggiato il suo
progetto di articolo I dello Statuto si ritirarono dal Congresso
con un accesso di collera. Il blocco di Lenin si trasformò
da minoranza di cinque o sei voti in maggioranza di due voti !
Non riesco a capire perchè il Bund lasciasse il Congresso in simili circo­
stanze, scrisse più tardi Lenin. Sembrava padrone della situazione e avrebbe
potuto far passare molte cose.
321

Dato che per tutta la sua vita Lenin attribuì un senti­


mento di bassezza morale all’« opportunismo », non riuscì a
capire che questi uomini del Bund e del Rabochee Deio po­
tessero avere delle convinzioni ferme, principi propri e,
sconfitti su questi princìpi, non si accontentassero di « far
passare » ciò che egli considerava dei provvedimenti op­
portunisti.
Orbene, il suo senso acuto dell’organizzazione e del
potere gl’insegnava che, con l’aiuto della ristretta maggio­
ranza consegnatagli dal loro ritiro, egli stesso avrebbe potuto
« far passare molte cose ». La prima di queste era un van­
taggio morale : l’adozione di un nome per la sua nuova fra­
zione : Bolscinstvo (« Maggioranza ») o Bolsceviki (« Maggio­
ritari »). Pur essendo stato in minoranza ancora il giorno
prima e pur dovendo esserlo ancora più spesso anziché no in
avvenire, non avrebbe mai abbandonato il vantaggio psico­
logico di quel nome. Egli sapeva che un nome era un pro­
gramma, un’essenza distillata, suscettibile d’influire su uno
spirito impreparato più di qualsiasi slogan propagandistico.
Quale orgoglio avrebbe conferito ai membri della sua frazione,
non importa come si potesse ridurre, il fatto di chiamarsi
sempre « Maggioritari ». Quale convinzione, quale aria di
legalità, di sanzione democratica, di maggioranza, avrebbe
conferito nel fare appello alla base e alle masse senza partito.
Se fosse rimasto in minoranza, avrebbe scelto qualche altro
nome simbolico come « i Veri Iskristi » o « Marxisti orto­
dossi » o « Corrente rivoluzionaria della Socialdemocrazia
russa ». Ma è caratteristica dell’inettitudine dei suoi avversari
la loro accettazione permanente della designazione di Men-
sceviki (Minoritari) data al loro gruppo.
La sua mossa seguente consistette nell’assicurarsi che
il nuovo Comitato Centrale fosse ristretto e comprendesse
una ferma maggioranza di « duri ». Sapeva che gli arresti
e le fughe avrebbero potuto costringere questo comitato a
completare il proprio numero con la cooptazione, e perciò
egli architettò un complesso meccanismo che gli avrebbe
consentito di opporre il suo veto alla cooptazione di qualsiasi

ai
322

persona indesiderata, L’esperienza gli aveva insegnato che la


polizia può distruggere i Comitati Centrali e che i nuovi
membri possono avere opinioni diverse. Così, malgrado la
sua predilezione per il centralismo, che avrebbe dovuto su­
bordinare un semplice gruppo di membri del comitato di­
rettivo di un giornale di partito al Comitato Centrale in
Russia, introdusse nello statuto una disposizione che con­
feriva all’Organo Centrale, pubblicato all’estero, una posi­
zione dominante rispetto allo stesso Comitato Centrale ! Il
comitato direttivo del giornale, che egli avrebbe controllato,
avrebbe a sua volta controllato il Comitato Centrale. Trotzki
ebbe con lui una discussione su tale argomento :

« L’Organo Centrale dovrebbe essere subordinato al Comitato Centrale ».


Ciò non può andare, rispose Vladimiro Ilyic. È contrario alla forza
relativa. Come possono dirigerci dalla Russia? Non può andare... Noi siamo
il centro stabile e dirigeremo di qui... ».
« Ma non vuol dire ciò una dittatura completa dell’Organo Centrale? »,
domandai.
« Che c’è di male in ciò?, rispose Lenin. Nell’attuale situazione non può
essere altrimenti.

Era tipicamente Lenin, che predicava dogmaticamente


i suoi principi organizzativi e che poi finiva sempre per
subordinarli alle realtà pragmatiche degli specifici rapporti
di forza e alla sua inalterabile convinzione che le sue opinioni
erano buone per il Partito e che dovevano ad ogni costo
essere fatte prevalere. Se fosse stato incerto del Comitato
Centrale avrebbe dato il potere all’Organo Centrale. Se avesse
perduto quest’ultimo (come gli accadde ben presto) allora
avrebbe dato il potere al Comitato Centrale. Se li avesse
perduti entrambi (come gli sarebbe accaduto entro l’anno),
allora li avrebbe sfidati entrambi e avrebbe istituito il proprio
comitato di frazione dei « duri » per cui avrebbe continuato
a pretendere il nome suggestivo di « Maggioranza ». Avendo
fatto in modo di controllare il Congresso con una maggio­
ranza di due voti negli ultimi giorni, dopo che i delegati del
Bund e del Rabochee Deio si furono ritirati dal Congresso
stesso, egli avrebbe continuato a pretendere che qualsiasi
323

frazione egli avesse potuto costituire, per quanto piccola, rap­


presentasse la « vera maggioranza » del Congresso, anche su
argomenti che il Congresso stesso non aveva preso in consi­
derazione. Finché conservò il controllo dei comitati direttivi,
però, egli fu spietato nel denunciare quelli che sfidavano la
loro disciplina. Questa flessibile inflessibilità che considerava
le sue proprie opinioni come il metro per giudicare quando
era un delitto infrangere la disciplina e quando era un delitto
non infrangerla, non emanava da ipocrisia o arroganza o sete
di potere. Emanava dalla sua incrollabile convinzione di aver
ragione ed era disinteressata, nel senso che, per Lenin, ogni
distinzione fra se stesso e movimento era completamente
scomparsa. Non gli accadde mai di dire : Ho ragione ma solo :
Siamo il centro stabile e dirigeremo di qui. Come Plekhanov
disse in disparte ad Axelrod con ammirazione commista a
timore: « Di questa pasta sono fatti i Robespierre ».

La mossa seguente di Lenin con la sua esigua maggio­


ranza tirò la corda fino al punto di romperla. Propose che
il vecchio Comitato direttivo dell’Iskra fosse dichiarato de­
caduto e che al suo posto fosse insediato un nuovo comitato
di tre membri, « col potere di completarne il numero ».
I suoi candidati erano Plekhanov, Lenin, Martov. Quando
i delegati si resero conto che il vecchio pensatore politico
Axelrod e l’eroina del movimento Vera Zasulic erano stati
eliminati, scoppiò una tempesta sul capo calvo di Lenin. Egli
sprecò molte parole, allora e più tardi, per tentare di dimo­
strare che non aveva lanciato la sua proposta di sorpresa,
che ne aveva discusso preliminarmente con tutti i direttori
dell’Iskra e che le vittime avevano dato il loro consenso ad
essere eliminate. Contro tale pretesa si hanno non solo la
testimonianza degli altri direttori, ma quella della stessa
moglie di Lenin :
Questo fu un problema penosissimo e non se ne disse nulla ai delegati.
II fatto che il Comitato direttivo dell7r/(ra, nella sua forma precedente, non
fosse più adatto ad eseguire il lavoro era un argomento di discussione troppo
deprimente.
324

E in una delle sue innumerevoli polemiche sul congresso,


lo stesso Lenin si lasciò sfuggire il fatto che il suo progetto
originario, come lo aveva rivelato a Martov e forse a pochi
altri amici intimi prima del Congresso, era stato più mo­
derato: si trattava d’istituire un Comitato direttivo dei pre­
cedenti sei membri più un altro — sette in tutto — e far
loro eleggere nel loro seno un piccolo sottocornitato di lavoro
di tre. « Ma », scrisse Lenin:
...battuto nella questione dell’articolo o dello statuto non potevo non
tentare di ottenere un compenso in tutte le altre questioni che rimanevano
a me e al Congresso. Non potevo non tentare anzitutto di ottenere un « rigo­
roso » Comitato Centrale iscritta e inoltre un comitato direttivo del giornale
composto di tre membri...

Abbiamo infine la prova dell’intuizione psicologica di


Krupskaia di quello che avveniva nella mente dei due
membri della Vecchia Guardia che erano così licenziati senza
cerimonie :
P. B. Axelrod era particolarmente avvilito per il fatto che Visura non
si pubblicasse in Svizzera e che il corso delle comunicazioni con la Russia
non passasse per lui. Per questo motivo, assunse un atteggiamento così irritato
al secondo Congresso verso il problema del triumvirato direttivo del giornale.
L'Is^ra stava per diventare il centro organizzatore ed egli veniva rimosso
dal suo Comitato direttivo! E ciò avveniva quando, più che in qualsiasi altro
momento, si poteva sentire il soffio della Russia...
Per lei — cioè per Vera Zasulic — il fatto di lasciare Visura avrebbe
significato una volta di più essere isolata dalla Russia, cominciando una
volta di più ad essere sommersa nel mare morto della vita dell’emigrazione
che vi trascina fino in fondo. Per questo motivo, quando il problema della
direzione dell’If^ra fu posto al secondo congresso, ella si ribellò. Per lei
non era questione d’amor proprio, ma questione di vita o di morte.

No, queste due persone non avrebbero potuto accettare


in anticipo la loro sentenza di morte.
L’atmosfera della chiesa socialista londinese risuonò
delle grida di « autocrate », « dittatore », « legge marziale »,
«stato d’assedio», «insulto», «esecuzione sommaria»,
« colpo di Stato ». I delegati ricordarono a Lenin che solo
pochi giorni prima avevano accettato all’unanimità — con
l’eccezione di Akimov, che si era astenuto — di avallare
VIskra e che questa deliberazione aveva significato per loro
325

non solo un corpo di dottrina ma la sua incarnazione umana


in un Comitato direttivo. Martov, che aveva imparato ad
amare ed a riverire i veterani Axelrod e Zasulic, minacciò
e perorò e poi avvertì che non avrebbe fatto parte di nessun
Comitato direttivo dal quale essi fossero assenti. «Invece di
inserire un periodo, metteteci solo una lagrima nel verbale ! »
gridò uno dei « duri » di Lenin dopo l’intervento di Martov.
Dopo che una mozione che chiedeva la rielezione del vecchio
Comitato fu sconfìtta, la minoranza offesa rifiutò da allora
in poi di votare su qualsiasi questione. Plekhanov, Lenin e
Martov furono eletti direttori dell’Organo Centrale, senza
tener conto del rifiuto di quest’ultimo di accettare la nomina.
Noskov, Krzhizhanovski e Lengnik, tutt’e tre « leninisti »,
furono eletti a far parte del Comitato centrale. Ognuno di
questi organismi dovevano nominare due persone ad un Con­
siglio del Partito composto di cinque membri, di cui il Con­
gresso scelse un Presidente, Plekhanov. Ma la votazione?
Sette delegati se n’erano già andati via dal Congresso. Altri
venti rifiutavano di partecipare alla votazione. Nella vota­
zione relativa a Plekhanov, che fino al giorno prima era stato
il maestro onorato di tutti loro, ventidue delegati scrissero
il suo nome sulle loro schede, due depositarono scheda bianca
e venti rifiutarono di votare ! Ventidue su quarantaquattro
con ventidue astensioni, dopo che sette altri se n’erano andati
via : tale fu la celebre « Maggioranza » (Bolscinst-vo) dalla
quale nacquero i Bolscevichi !
E ancor prima che il Congresso si sciogliesse cominciò
a manifestarsi ancora una volta un allontanamento da Lenin.
Topuridze, il delegato « duro » della Georgia, diventò
« molle » e raggiunse la « Minoranza » non appena il Con­
gresso si aggiornò. Plekhanov fece una svolta entro meno
di sei mesi, trasformando Lenin in minoranza nel Comitato
direttivo composto di tre membri (alle cui riunioni Martov
non aveva mai acconsentito di partecipare). Prima che fosse
passato un anno, il selezionatissimo Comitato Centrale ed
anche il selezionatissimo Consiglio del Partito si erano messi
contro Lenin. Egli però non cessò mai di pretendere di par­
326

lare a nome della «Maggioranza » del Partito espressa al


Congresso e di accusare quelli che passavano contro di lui
di essersi ribellati contro la volontà della « Maggioranza » (i).

Sabato 23 agosto, alle 5 del pomeriggio, la battaglia al­


lucinante per l’elezione dei componenti dei Comitati direttivi
semplicemente si spense. Non si era conclusa, poiché Martov
aveva già annunciato che avrebbe rifiutato di far parte del
Comitato direttivo di tre membri al quale era stato eletto.
Si spense più per esaurimento che per la convinzione, da
parte di chiunque, che fosse stata raggiunta una conclusione
suscettibile di essere messa in atto. L’esaurimento era gene­
rale : fondi, nervi, energie, gole, capacità di sedere o di
ascoltare. Lo stesso Lenin aveva parlato, secondo l’accurato
conteggio fatto dall’Istituto Marx-Engels-Lenin, circa cen­
toventi volte, comprese le relazioni, le dichiarazioni, le prese
di posizione, le interpolazioni, le mozioni, ecc. Dei venti-
quattro punti all’ordine del giorno, i delegati ne avevano
trattato fino a quel momento solo quattro. Dopo le cinque
del pomeriggio dell’ultimo giorno, iniziarono una discussione
sconnessa su alcune delle risoluzioni relative a questioni
tattiche : argomenti importanti come l’atteggiamento da te­
nersi verso i liberali, verso i nuovi sindacati di lavoratori
« Zubatov » controllati dalla polizia e legalmente autorizzati,
verso il Partito socialrivoluzionario. In due ore approvarono
una mezza dozzina di risoluzioni o anche di più, alcune di
queste (come nel caso di due risoluzioni sui Liberali) con­
traddicendosi perfino a vicenda. Neppure Lenin aveva ancora
energia sufficiente per combattere fino in fondo a favore
dell’approvazione esclusiva dell’una o dell’altra.

(1) La Storia ufficiale del Partito di Emiliano Yaroslavsky sente la neces­


sità di dire quanto segue sulla maggioranza di Lenin:
« La maggioranza del Congresso (di due o tre voti) sosteneva i Men­
scevichi. Ciò va tenuto presente da quelli che credono che conquistammo una
maggioranza al Congresso su questo argomento (l’articolo I dello statuto
del Partito). No, Lenin conquistò una maggioranza nelle elezioni del Comitato
Centrale e dell’Organo Centrale del Partito, quando gli Economisti ed i
Bundisti più reazionari ebbero abbandonato il Congresso ». (Edizione inglese,
Mosca, 1927, vol. I, p. 87).
Sentendo di controllare l’apparato del Partito, si lasciò
trasportare dalla speranza di fronte alla disattenta unanimità :
L’atteggiamento tenuto verso le risoluzioni fu così unanime che traemmo
l’impressione che fosse sorto un umore conciliativo... Tutte le risoluzioni
furono approvate in modo pacifico e amichevole [dalla Relazione di Lenin
sul Congresso].

Ma il Congresso, che era stato convocato dopo due de­


cenni d’attesa e due anni e mezzo d’intensa preparazione con
lo scopo di unificare il movimento, si aggiornò quella stessa
notte sine die, diviso senza speranza. Si era radunato per
costituire un partito. Ci sarebbero voluti almeno dieci anni
per rendersi conto che in realtà aveva costituito non un
partito ma due.
Capitolo XV
COLTO DI SORPRESA

Membro dell’Ufficio socialista internazionale: Intendete


dire che tutte queste scissioni e liti e scandali sono opera di
un solo uomo? Ma come può un solo uomo essere così effi­
ciente e così pericoloso?
Axelrod: Perchè non vi è un altro uomo che per venti-
quattr’ore al giorno sia assorto nella rivoluzione, non pensi ad
altro che alla rivoluzione e che, anche nel suo sonno, non
sogni d’altro che della rivoluzione. Provatevi solo a trattare
con un tipo simile.
Dialogo alla Conferenza Socialista Internazionale
di Copenaghen del 1910.

La lotta era intanto più aspra in quanto nasceva da


divergenze che non erano ancora diventate esplicite. Col
tempo, le due frazioni avrebbero realmente avuto ampi dis­
sensi : nella loro Valutazione della natura della Rivoluzione
russa e conseguentemente nel modo di concepire l’alta stra­
tegia ed i particolari tattici. Allora la rottura e l’asprezza
della lotta fratricida avrebbero potuto essere razionalizzate e
sistematizzate o rese accettabili ad esseri razionali. La fazio­
sità ha inoltre una propria dinamica che tende a covare il
dissidio, ad esagerarlo e ad allargarlo sistematicamente ed a
minimizzare o ignorare l’accordo. Ma al momento di questa
prima scissione, nata così improvvisamente da un lungo lavo­
rìo d’unificazione, tutte queste divergenze dell’avvenire esi­
stevano solamente in germe : incompatibilità di caràttere
(« molli » e « duri »), divergenze sulle persone che dovevano
comporre gli organi direttivi e su questioni organizzative.
330

Siccome l’organizzazione stessa sembrava solo marginale ri­


spetto alle mete comuni, una scissione su un terreno così
secondario non poteva essere accettata come cosa naturale.
D’accordo sul Marxismo, sul socialismo, sull’opposizione allo
Zarismo, dissentendo solo su una definizione contenuta nello
statuto del Partito e sui componenti di un comitato, perfino
agli stessi partecipanti alla battaglia appariva assolutamente
incredibile che essi stessero effettivamente avviandosi verso
una divisione irreparabile.
Gli storici bolscevichi hanno da allora cercato di dipin­
gere la scissione come una brillante anticipazione da parte
di Lenin di tutti i dissensi successivamente fatti nascere fra
Bolscevismo e Menscevismo. In un certo senso è vero, perchè
la politica è una delle arti e molte delle sue più profonde
decisioni nascono da fonti profonde, incoscienti. Ma l’esito
effettivo del Congresso — particolarmente la rottura con
Martov — era giunto altrettanto inatteso a Lenin quanto a
chiunque altro e i suoi primi sforzi furono rivolti a ridurre
la portata dei conflitti. Durante parecchi anni, in seguito,
i suoi scritti furono pieni di affermazioni che la scissione
non era necessaria. Più d’una volta, prima del loro divorzio
finale, le due frazioni avrebbero ristabilito una coabitazione
incomoda in un partito comune.
Non appena il Congresso si fu sciolto, Lenin mandò
il seguente appello personale a Potresov, destinandolo a
Martov e ad Axelrod :
Ed ora mi domando: perchè dovremmo separarci come nemici per il
resto della nostra vita? Ammetto che spesso ho agito e mi sono comportato
con una irritazione ed una collera spaventose. Sono assolutamente pronto
a riconoscere con qualsiasi compagno chiunque egli sia questa mia colpa...
Ma quando considero senza collera i risultati raggiunti... non posso riscon­
trare nell’esito del Congresso nulla, assolutamente nulla di dannoso per il
Partito o di offensivo o insultante per la minoranza...

La lettera può naturalmente interpretarsi come gene­


rosità calcolata di un vincitore, consapevole della sua re­
sponsabilità di far funzionare il Partito e ansioso di ottenere
che tutte le forze valide si mettano di nuovo al lavoro. Ma ciò
è qualcosa di assolutamente distinto da un senso di scissione
331

irriconciliabile. F come spiegheremo, se non in termini di


indecisione, che le Opere Complete di Lenin contengano per
questo periodo un numero senza precedenti di lettere non
spedite, di prese di posizione e di dichiarazioni non rese pub­
bliche, di articoli redatti e lasciati inediti? Un mese dopo il
Congresso scrisse al membro del Comitato Centrale Krzhi­
zhanovsky :
...scrivi a Martov, invitandolo per l’ultima volta alla ragione... Agisci
in modo formale e preparati a una guerra decisa con i Martoviani... Che
Krzhizhanovsky non consideri Martov come prima. L’amicizia è finita. Abbasso
ogni debolezza sentimentale!

Ma dopo che Krupskaia ebbe preso la lettera sotto det­


tatura e ne ebbe cifrato i nomi, le disse di non spedirla.
Non era facile decidersi di rompere col compagno che gli
era stato più vicino.
Julius Martov (Tsederbaum) aveva tre anni di meno di
Lenin. Fra di loro vi erano state una collaborazione politica
ed un’intimità più strette di quanto Lenin dovesse mai for­
marne di nuovo con qualsiasi altra persona, perfino con
Trotzki nell’anno cruciale del loro assalto comune alle vette
del potere. Lenin aveva considerato Martov come un fra­
tello minore pieno di qualità. Insieme, avevano costituito
la Lega di Lotta di Pietroburgo, insieme erano andati in
carcere, insieme avevano progettato di fare VIskra (Potresov
era meno importante nella loro « triplice alleanza »). In­
sieme erano andati in giro d’ispezione tra i gruppi clande­
stini per conto délYIskra, insieme l’avevano diretta all’estero
e insieme avevano resistito al prestigio e al contegno prepo­
tente di Plekhanov. Martov era celibe, abituato alla vita in
comune, di temperamento zingaresco, dominato dalla fame
dell’intellettuale russo per la conversazione appassionata.
Come Lenin, egli era interamente devoto al movimento, ad
esclusione di qualsiasi altro problema, sempre pronto ad
assumersi i compiti più sgraditi e ad eseguirli coscienziosa­
mente. Leggeva, scriveva, conversava, meditava incessante­
mente, si teneva al corrente di tutte le notizie e di tutte le
idee più recenti, univa una larghissima indipendenza di pen-
332

siero ad un talento eccezionale nel prendere il minimo spunto


da Lenin oda Axelrod, dalle sue letture o dagli avvenimenti
per dargli una ricca applicazione e uno sviluppo personale.
Questo intellettuale ebreo dalla schiena ricurva, dal viso
esile ed ascetico, dai capelli ricci in disordine e dalla barba
a punta, dagli occhiali leggermente imbrattati e appannati
attraverso i quali risplendevano gli occhi di sognatore di
un visionario del ghetto... e questo robusto, calvo, solido
Grande-Russo, dall’aspetto pratico, dagli zigomi sporgenti
e dagli occhietti tartari scintillanti : questi due uomini erano
sembrati fino a quel momento completarsi a vicenda come
il più splendido dei gruppi di lavoro. Nei primi quaranta-
cinque numeri dell’Infera, Martov aveva scritto trentanove
articoli e Lenin trentadue, mentre Plekhanov ne aveva fatti
ventiquattro, Potresov solo otto, Zasulic sei e Axelrod quat­
tro. Il resto era stato scritto da collaboratori occasionali come
Rosa Luxemburg, Parvus e Trotzki. Lenin e Martov avevano
fatto tutto il lavoro redazionale e tecnico. Per quanto i loro
interessi e le loro impostazioni fossero stati distinti, non
vi era stata ombra di divergenza politica. A Potresov, il terzo
membro della « triplice alleanza », Lenin, così poco propenso
al sentimentalismo, « parlava di Martov con l’ammirazione
senza veli di qualcuno che era assolutamente trasportato
dai suoi sentimenti ».
Tuttavia, anche prima della rottura, nel totale isola­
mento e nei rapporti sviluppatisi in seno alla vita dell’emi­
grazione, si erano ogni tanto dati reciprocamente sui nervi.
Martov cominciò a criticare il Lenin che ammirava quando
una lite casuale circa un agente dell’Infera « gli aprì gli
occhi sull’amoralismo nella struttura di Lenin ». Si accorse
che Vladimiro Ilyic era « rigorosamente severo con gli estra­
nei » ma che era «nronto a difendere i “propri” agenti
con tipica ostinazione, chiudendo coscientemente gli occhi
di fronte alla loro cattiva condotta personale ». Questo con­
flitto si era verificato, secondo le memorie di Potresov, sei
mesi prima del Congresso del 1903, quando Lenin si oppose
ostinatamente a un’indagine del Comitato Direttivo su una
333

accusa lanciata da una vittima contro una delle persone


che egli aveva nominato.
Durante lo stesso periodo, Krupskaia osserva che l’amore
di Martov per la conversazione interminabile e per la dispo­
sizione troppo pronta a impossessarsi di nuove teorie ren­
devano Lenin « proprio malato e incapace di lavorare ».
Chiese perfino a Martov di smetterla di capitare a casa in
tutte le ore più strane del giorno e della notte e fece in modo
che Krupskaia si occupasse della corrispondenza e dei ma­
noscritti col suo condirettore per evitare che i suoi nervi
si logorassero e andassero a finire a pezzi.
Avrebbe potuto accadere che in un movimento meno
racchiuso in sè e meno strappato dalle sue radici questi due
uomini avessero continuato a collaborare indefinitamente
malgrado le differenze d’opinione e di carattere? Certo, in
altri partiti, non costretti a esistere nelle condizioni di vita
d’emigrazione, in partiti dove tutte le liti e le divergenze
avessero dovuto in definitiva essere sottoposte alla decisione
dei loro iscritti, una simile coabitazione sarebbe stata possi­
bile. Inoltre, Lenin conservò sempre con sè i suoi propri
uomini di frazione che dissentirono da lui in occasioni cri­
tiche molto più di quanto non dissentisse Martov, così come
quest’ultimo, per parte sua, fu spesso in profondissimo con­
flitto con i suoi amici menscevichi. Così, nella prova cruciale
della Guerra Mondiale, Martov, rimase, come Lenin, un
internazionalista, benché molti dei collaboratori di Lenin
invece lo abbandonassero. Dopo la conquista del potere da
parte del Partito bolscevico, alla quale naturalmente Martov
si oppose, egli rimase nondimeno attivo nei Congressi dei
Soviet e difese il nuovo governo contro ogni tentativo di
controrivoluzione reazionaria e d’intervento straniero. Anzi,
il suo appoggio sembrò tanto importante a Lenin nel 1920
che fece stampare a cura del governo il discorso di Martov al
Congresso dei Soviet contro l’attacco polacco contro Kiev,
prima in Russo e in Polacco, e poi in Tedesco, dalla Casa
editrice tedesca dell’Internazionale comunista.
334

Quando Martov finì per non poter sopportare più a


lungo il crescente terrore e la dittatura sempre più oppri­
mente e fece la domanda per avere il passaporto onde andare
all’estero, gli fu liberamente concesso su ordine personale
di Lenin. I tempi in cui perfino i Bolscevichi sarebbero stati
giustiziati in massa, stavano ancora a distanza di oltre un
quindicennio. Prima che quei tempi potessero giungere,
la morte avrebbe sottratto Lenin dalla scena, poiché, mal­
grado tutta la « durezza granitica » da lui professata, vi era
in lui qualcosa della tradizione umanistica ereditata dalla
intellighentsia rivoluzionaria russa, che egli non perdette
mai interamente.
Gli fu estremamente difficile di rompere con Martov, scrive Krupskaia.
Più tardi, Vladimiro Ilyic combattè i Menscevichi, ma ogni qualvolta Martov,
sia pure in misura minima, assumeva la posizione giusta, il suo vecchio
atteggiamento nei suoi confronti tornava a prevalere. Tale fu il caso, per
esempio, a Parigi, nel 1910, quando Martov e Vladimiro Ilyic lavorarono
insieme nel comitato di redazione dei Socialdemocratico. Tornando a casa
dall’ufficio, Vladimiro Ilyic aveva l’abitudine di riferire con accenti giocondi
che Martov stava assumendo una posizione giusta... Più tardi, tornato in
Russia, quanto fu lieto Vladimiro Ilyic per la posizione di Martov nelle
giornate del luglio 1917; non perchè recasse alcun vantaggio ai Bolscevichi,
ma perchè Martov agiva valorosamente, come si addiceva ad un rivoluzionario.
Quando Vladimiro Ilyic era già gravemente ammalato mi disse piuttosto
mestamente: ’’Sembra che anche Martov stia morendo...”.

Con la trasformazione dei rapporti che seguì alla scis­


sione, tutte le persone apparvero sotto una luce nuova. Mar­
tov, non aveva ancora l’importanza necessaria a dirigere un
movimento da solo, cadde per qualche anno sotto l’imperio
di Axelrod e di Martynov. Plekhanov, separato dai suoi
collaboratori di tutta una vita, era chiaramente imbarazzato
nella nuova associazione con Lenin. Anche Trotzki sembrava
fuori dal suo elemento naturale. Essendo per temperamento
un imperioso « duro », tutti i suoi istinti politici si trovavano
all’estremo opposto dello spettro che andava da Martov ad
Axelrod e Martynov, con cui si trovava ora associato. Dalla
sua penna piena di acidità, vennero due aspri attacchi a
Lenin, la Relazione della Delegazione siberiana e I nostri
compiti politici, quest’ultimo dedicato in modo significativo
335

« Al mio caro maestro, Pavel Borisovic Axelrod » ! In questi


scritti, egli ritrasse Lenin come una caricatura di Robespier­
re, che parlava di socialismo ma che assumeva lo stampo del
rivoluzionario dittatoriale borghese, istituendo una dittatura
pseudo-giacobina sulle masse, impiantando un comitato di
salute pubblica nel Partito, usando la « ghigliottina » per
eliminare quelli che non poteva controllare, formando orga­
nizzazioni locali fondate sul principio cartesiano : « Sono
confermato dal Comitato Centrale, dunque sono ». Il celebre
centralismo di Lenin, disse, era in realtà « egocentrismo » e
un giorno avrebbe determinato uno stato di cose in cui
l’organizzazione del partito si sostituisce al partito stesso; il Comitato Cen­
trale si sostituisce all’organizzazione e infine il dittatore si sostituisce al
Comitato Centrale...

Nel 19x7, quando Trotzki e Lenin si furono « amni­


stiati » vicendevolmente per tutte le loro passate divergenze
politiche e organizzative e quando Trotzki assunse di nuovo
volontariamente la parte cui non era più abituato di disce­
polo, fece del suo meglio per far dimenticare queste pole­
miche contro Lenin. Ma quante volte dovette ripensare alle
parole profetiche sopracitate durante le ultime fasi della sua
lotta con Stalin !
« Come finii per trovarmi con i molli », si domanda
nella sua Autobiografia:
Nel 1903 l’unico problema in discussione era nient’altro che il desiderio
di Lenin di eliminare Axelrod e Zasulic dal comitato di redazione... Tutto
il mio essere sembrò protestare contro questa spietata eliminazione degli
anziani... Non mi resi pienamente conto dell’intenso e imperioso centralismo
di cui il partito rivoluzionario avrebbe avuto bisogno per dirigere milioni
d’individui in una guerra contro il vecchio ordine... Non è privo di significato
il fatto che le parole « irriconciliabile » e « spietato » siano fra le parole
favorite di Lenin...

Ancor maggiormente avrebbero dovuto diventare le


parole « favorite » di Trotzki. No, evidentemente, il suo
spirito imperioso non si trovava a suo agio fra i « molli ».
Il suo soggiorno nel loro campo non fu altro che una lite
continua. Meno di un anno dopo, non Axelrod nè Martov,
336

ma il brillante e pantagruelico Parvus era diventato la sua


guida spirituale; col 1905, si sarebbero visti lui e Parvus
piegare politicamente il Menscevismo in direzione di Lenin,
poi rompere col Menscevismo e partire sulla propria strada.
Le dispute di partito hanno una loro dinamica. Mentre
Lenin continuava ad esitare, fu suo dovere riferire sul Con­
gresso del Partito alla Lega dei Socialdemocratici rivoluzio­
nari all’estero, l’organizzazione emigrata dell’Lfera, che lo
aveva eletto suo delegato al Congresso. Ebbe la sensazione
che vi si sarebbe trovato in minoranza, che gli spiriti sareb­
bero stati esacerbati e che la scissione si sarebbe approfon­
dita senza necessità; egli tentò quindi invano d’impedire
che la riunione avesse luogo. Immerso in cupe meditazioni,
mentre andava in bicicletta verso quest’assemblea indeside­
rata, urtò la parte posteriore di un filobus e fu ferito grave­
mente. In quali modi la sorte del suo partito e del suo paese
avrebbero potuto mutare se l’urto fosse avvenuto con una
forza superiore di alcuni chili?
Entrò col suo aspetto pallido e fasciato di bende, ma
non si può dire che per questa ragione i suoi avversari
smorzassero il loro fuoco. Chi si credeva di essere questo
uomo, domandarono, per pensare di poter dirigere il Partito
senza il resto della direzione storicamente creatasi. Il dibat­
tito fu frenetico, la gente si alzò, urlò con il viso arrossato,
lanciò epiteti, quasi giunse alle mani. Lenin fece tre diversi
tentativi di silurare l’assemblea, orchestrando uscite dei
suoi seguaci. Quando 1’ assemblea approvò delle mozioni
che sostenevano la Minoranza congressuale e adottò uno
statuto destinato a salvaguardare la sua indipendenza ri­
spetto al Comitato Centrale, ne fece proclamare sommaria­
mente lo scioglimento dal membro del Comitato Centrale
Lengnik. Essa rifiutò di lasciarsi sciogliere.
Quella stessa notte, in una riunione della frazione bolsce­
vica convocata per prendere in esame la futura strategia,
Plekhanov si abbattè. « Non posso far fuoco sui miei stessi
compagni, dichiarò, pensando ai vincoli che per tutta la vita
l’avevano stretto ad Axelrod e alla Zasulic. « Preferisco
337

una pallottola in testa ad una scissione. Vi sono momenti in


cui anche l’Autocrazia deve giungere ad un compromesso... ».
« Si dice allora che sta vacillando » interruppe la voce
di un « duro ».
Plekhanov era nei limiti dei suoi diritti statutari. Il Con.
gresso, su proposta di Renili, aveva designato un comitato di
redazione di tre membri, Plekhanov, I<enin e Martov e gli
aveva conferito il potere di cooptare altri membri. Non lo
aveva ancora fatto semplicemente perchè Martov si era osti­
natamente rifiutato a partecipare a qualsiasi riunione del
Comitato di redazione fino a quando non avesse accettato
di cooptare Axelrod, la Zasulic e Potresov, ristabilendo
così la sua composizione originaria. Durante tre mesi dopo
la fine del Congresso era stata mantenuta una parvenza di
continuità mediante la collaborazione di Plekhanov, della
vecchia generazione, con Uenin, della giovane, nel far
uscire il giornale fra loro due. Ora che Plekhanov chiedeva
che si ponesse un termine alla guerra intestina, cooptando i
vecchi direttori in toto, Renin si trovò completamente e
semplicemente solo. P vero che Plekhanov offrì di « uscire »
ma Penin sapeva fin troppo bene che se Martov fosse stato
invitato a partecipare a una sola riunione del comitato reda­
zionale nella nuova situazione, la proposta di Plekhanov
avrebbe ottenuto la maggioranza. « Uscì » quindi egli stesso,
per <( lasciare a Plekhanov mano libera », e riconquistare la
propria libertà compromessa da una posizione impossibile.
Fu l’unica volta in vita sua in cui abbandonò volontariamente
una funzione che aveva conquistato.
Dal n. 53 in poi, il giornale diventò per lui la « nuova
/sfera.», una conchiglia vuota dalla quale egli, e con lui
il vecchio spirito, si erano distaccati. Rifiutò ora di collabo­
rare, come Martov aveva rifiutato di collaborare prima, ma
con la differenza che si trovava solo, senza nessuno della
vecchia guardia, dalla parte dei dissenzienti. Tutti i cannoni
della « nuova Iskra » furono puntati sul suo solitario ex
direttore, esposto nella terra di nessuno, e contro le sue
opinioni organizzative, che prima parevano condivise dal

22
33§

giornale stesso, Martov scrìsse sullo « stato d’assedio » crea­


tosi in seno al partito; Trotzki sul giacobinismo da carica­
tura; Vera Zasulic sulla necessità di salvaguardare il partito
contro l’impazienza di gente che cercava di sbarazzarsi di
quelli che dissentivano. Plekhanov criticò i postulati basilari
di Lenin in Quello che non. si deve fare (parafrasi di Che
fare), Centralismo o Bonapartismo, La classe operaia e l’in-
tellighentsia socialdemocratica, Nuovo tentativo di far tor­
nare in sè le rane che chiedono un re.
Ma le principali critiche teoretiche furono fatte da due
persone dai temperamenti completamente opposti e, nella
maggior parte degli altri rispetti, dalle concezioni politiche
contrastanti : Paul Axelrod e Rosa Luxemburg.
Axelrod, come al solito, pur essendo intransigente nella
sostanza, era cortese e impersonale nella forma. In due arti­
coli, cercò di approfondire le ragioni del dissenso, spostando
la polemica dalle persone ai principi. Il tanto vilipeso nome
di Lenin non vi figurava neppure. Il Partito socialdemocra­
tico del Lavoro russo, egli ammoniva, non consisteva ancora
di lavoratori, ma solo d’intellettuali che erano degli « ade­
renti di massima » alla classe operaia. La Russia si trovava
di fronte non ad una rivoluzione proletaria ma ad una rivolu­
zione borghese. Se questi intellettuali non avessero cercato
di sviluppare l’iniziativa e l’azione autonoma delle masse,
vi sarebbe stato il pericolo che Vintellighentsia rivoluziona­
ria trascinasse i lavoratori nella prossima rivoluzione come
una forza meramente fisica — carne da cannone — com’era
accaduto in tante rivoluzioni del passato. Là stava il pericolo
delle forme russe tradizionali di organizzazione della cospi­
razione : centralismo eccessivo, struttura gerarchica, tutela
ideologica, soffocamento dell’azione autonoma delle masse,
perdita di valore dell’opinione e dell’iniziativa individuale.
I due articoli dati da Rosa Luxemburg all’Infera comin­
ciavano dove Axelrod finiva. Politicamente e per tempera­
mento doveva trovarsi al polo opposto da lui e da tutti i
Menscevichi. Fiamma vivente della rivoluzione, il suo fragile
corpo e il suo potente spirito erano una forza in tre partiti
339

— il Tedesco, il Polacco e il Russo —e nella direzione del­


l’Internazionale Socialista. Mentre i Marxisti « ortodossi »
erano propensi ad essere meri scolastici, espositori di un
sistema di pensiero chiuso, ella faceva parte di quella ristretta
brigata di pensatori originali che usavano i metodi di Marx
per affrontare nuovi problemi in economia e in politica. Fin
da allora aveva già iniziato la sua lotta in seno alla Social-
democrazia tedesca contro la burocrazia e l’eccessivo centra­
lismo, lotta che doveva farne l’esponente più eminente della
politica rivoluzionaria e la patrocinante più eminente della
democrazia in seno al movimento operaio. Renin, identifi­
cando il proprio centralismo con quello dei capi del Partito
tedesco, si schierava con loro e contro di lei ma lo avrebbe
rimpianto un giorno con tutto il cuore. L’ingresso della
Luxemburg nella tenzone era alquanto imbarazzante per lui
in quanto il temperamento e le opinioni politiche di lei
sulla Rivoluzione russa erano tanto lontane da quelle di
Axelrod e tanto vicine alle sue. Ella rappresentò così una
pietra d’inciampo al suo desiderio d’identificare simmetrica­
mente il Menscevismo con 1’« opportunismo nella questione
organizzativa » e con 1’« opportunismo in politica ». Ella sa­
peva inoltre assestare colpi più duri di quelli di Axelrod,
mentre la sua fiducia nell’iniziativa creatrice delle masse an­
dava molto più in là di quella di Axelrod o di quella di qual­
siasi altro capo riconosciuto fra i Marxisti. Era per lei un
articolo fondamentale di fede.
Il socialismo — scrisse nell'Isl^ra — è il primo movimento nella storia
che fondi tutta la sua azione sull'organizzazione e l’azione indipendente delle
masse. L’ultracentralismo invocato da Lenin non è cosa nata da uno spirito
creatore positivo ma dallo spirito sterile e negativo di un aguzzino. La sua
linea di pensiero è tagliata per il controllo dell’attività di partito, non per
la sua fecondazione, per la sua limitazione, non per la sua espansione, per la
parte di oppressore non di raccoglitore e d’unificatore. La Socialdemocrazia
si trova alla vigilia di grandi lotte rivoluzionarie [questo brano era scritto
nel 1904]... in mezzo ad un periodo di attività alquanto intensa e creatrice
nel campo della tattica. Le mosse tattiche più importanti e più feconde
dell’ultimo decennio in Russia non furono inventate da alcuni capi ma furono
il prodotto spontaneo dello stesso movimento incontrollato. In un simile mo­
mento, porre degl’intralci all’iniziativa del pensiero del partito e bloccarne
la capacità d’espansione in un recinto di filo spinato significherebbe rendere
la Socialdemocrazia inadatta ai grandi compiti che ha di fronte.
340

Anche quando Kautsky e Bebel, i due socialisti viventi


che egli ammirava di più, presero posizione contro di lui,
Lenin fu singolarmente incapace di mettere in dubbio la giu­
stezza delle sue opinioni. Non metteva in discussione la loro
autorità su nessun’altra cosa, ma pensò che « non capivano la
questione russa». Quella capacità di rimanere solo contro
l’intero mondo dei suoi pari e quell’incapacità di ritenersi in
errore su qualsiasi idea da lui giudicata fondamentale fu­
rono le due fonti da cui derivò la sua forza nel 1914 e nel
1917. Ai suoi avversari, egli sembrava « organicamente in­
capace di assimilare opinioni che differissero dalle sue », per
cui ogni divergenza d’opinione tendeva a diventare il casus
belli di una guerra civile di minore o maggiore importanza.
La fede in una forma organizzativa centralizzata, militare,
era diventata per lui una pietra di paragone e un articolo di
fede o di principio così come per Rosa Luxemburg la sua
fede nel potere creatore delle masse. Se, d’altra parte, il suo
vangelo organizzativo non faceva parte della tradizione gene­
rale del Marxismo europeo, esso traeva forza dall’essere nella
tradizione del centralismo rivoluzionario e della cospirazione
segreta russa.
La magnifica organizzazione che i rivoluzionari avevano attorno al ’70
— aveva scritto — dovrebbe servire a tutti da modello... Considerarla
come cosa specificamente populista è assurdo tanto storicamente che logica­
mente, perchè nessuna tendenza rivoluzionaria, se pensa seriamente a lottare,
può fare a meno di una simile organizzazione... La lotta spontanea del
proletariato non diventerà una genuina lotta di classe finche non sarà diretta
da una forte organizzazione di rivoluzionari.

Così, pur rimanendo solo, aveva un’occasione migliore


di quanto non sembrasse per conquistare un seguito notevole
fra i rivoluzionari di professione della Russia contro tutti i
suoi precedenti colleghi di direzione, perchè le sue opinioni
discendevano direttamente dal retaggio cospirativo russo che
non poteva non sembrare naturale a quell’insieme di « pro­
fessionisti » o di « funzionari » autodesignati su cui aveva
maggiormente la probabilità di poggiare il destino del par­
tito clandestino. Questo Russianesimo quasi inconsapevole
341

fu un’altra causa della forza di Lenin. Con esso andava di


pari passo un’altra cosa, che è più diffìcile esprimere e che
i suoi peggiori nemici sentivano e a cui essi rendevano omag­
gio a malincuore. Potresov, dopo dieci anni d’esilio dal paese
dove Lenin aveva conquistato il potere, doveva scrivere
dì lui :
Nè Plekhanov, nè Martov, nè alcun altro possedeva il segreto dell’in­
fluenza direttamente ipnotica esercitata da Lenin sulla gente, anzi il segreto
del suo potere di dominarla. Plekhanov era rispettato, Martov era amato, ma
solo Lenin era seguito senza discutere come se fosse stato l’unico capo indi­
scusso. Poiché solo Lenin rappresentava quel fenomeno raro, raro special-
mente in Russia: di essere un uomo dalla volontà di ferro, dall’energia indo­
mabile, die univa una fede fanatica nel movimento e nella causa con una
fede non minore in se stesso... Senza sprecare parole superflue su ciò, Lenin
sentì sempre che il Partito era lui, che egli era la volontà del movimento
accentrata in un uomo e agì di conseguenza...

Privato del suo controllo sull’Organo Centrale e della


collaborazione di tutti i suoi amici di una volta nella direzio­
ne, Vladimiro Ilyic, dimostrò un’energia sorprendente nel
crearsi nuove linee difensive e nell’improvvisare nuovi meto­
di di guerra. « Lettere aperte » àlVIskra, lettere confidenziali
ai suoi seguaci, opuscoli dettagliati, manifestini, conferenze
pubbliche, piani per un giornale di fazione che avrebbe
sfidato in caso di necessità il Comitato Centrale, il Consiglio
del Partito e l’Organo Centrale contemporaneamente, discus­
sioni private e polemiche pubbliche sgorgarono da lui in un
torrente senza fine. Un intero volume delle sue Opere Com­
plete, uno dei più vigorosi, è pieno solo di suoi scritti sul
Congresso e sulla scissione. Un solo « opuscolo », Un passo
avanti, due indietro, costituisce un libro di 250 pagine, 75
delle quali sono dedicate alla sola questione dell’articolo I
dello Statuto del Partito approvato dal Secondo Congresso !
Lo zarismo, l’assolutismo, il capitalismo, la democrazia, il
socialismo sono dimenticati o respinti in un retroscena re­
moto. Quello che era ora importante non era la mèta e nep­
pure la strada da seguire ma la precisa direzione del passo
successivo e la natura della formazione militare da tenere in
marcia. Il sereno buon umore, la fiduciosa ampiezza di vedute
342

che aveva caratterizzato la maggior parte della sua opera da


Lo Sviluppo del Capitalismo in Russia a Che fare sono ormai
scomparsi. La polemica è arida, irritabile, traballante e si
sprofonda sotto una quantità di particolari che mascherano
quasi i lineamenti della sua dottrina. È scritta, per così dire,
con una voce resa aspra da una discussione interminabile e
infruttuosa.
La logica obbligatoria del frazionismo cominciava ora
a spingere i due gruppi verso una unilateralità sempre mag­
giore. Martov veniva sospinto verso una collaborazione che
sarebbe durata tutta la vita con alcuni degli opportunisti,
come 1’« Economista » Martynov, che fino al giorno prima
egli aveva combattuto. Lenin, veniva spinto verso l’ottusa
esagerazione del suo centralismo che era stato improvvisa­
mente messo in discussione. Quel centralismo autoritario non
appare più come una delle ingrate esigenze del « nostro
paese barbaro e asiatico », non viene più da lui giustificato
come mezzo meramente pratico imposto dall’esistenza dello
Stato poliziesco e dalle dure esigenze della cospirazione clan­
destina che lo rendevano necessario e lo giustificavano mal­
grado la mancanza di democrazia che esso comportava. Il
centralismo diventa ora una virtù rivoluzionaria in sè e per
sè per tutti i paesi e per tutte le situazioni di lotta. Si cerca
invano in Un passo avanti, due indietro quello che c’era
nelle opere precedenti : qualche tributo reso alla desidera­
bilità e alla forza correttiva ed educatrice della democrazia.
Al contrario:
Il burocratismo contro il democraticismo, ossia precisamente il centra­
lismo contro l’autonomia, ecco il principio organizzativo della socialdemo­
crazia rivoluzionaria in opposizione a quello degli opportunisti. Quest’ultimo
principio si sforza di andare dal basso in alto e perciò difende per quanto
sia possibile e dovunque sia possibile l’autonomia e la democrazia... Ma il
principio organizzativo della socialdemocrazia rivoluzionaria si sforza di
andare dalla cima verso il basso e difende l’allargamento dei diritti e i poteri
assoluti dell’organismo centrale contro le parti.

Questa è la più netta espressione di fede nella gerarchia


e di sfiducia nella democrazia che si possa trovare in tutti
gli scritti di Lenin. Solo l’isolamento dalla critica di suoi
343

pari e l’ostinata tendenza ad aver maggiormente caro ciò


che veniva maggiormente criticato poteva avergli estirpato
un’affermazione così estrema. Più tardi, sotto il fuoco degli
argomenti dei suoi avversari e sotto l’influsso dell’attività
di grandi masse incontrollabili avrebbe modificato la sua
dottrina passando dal puro centralismo al più ambiguo
« centralismo democratico ». Ma quando cerchiamo di ca­
pire lo Stato russo dopo l’avvento al potere di Lenin e quando
osserviamo la formazione dell’Internazionale Comunista, dob­
biamo tener presente quest’affermazione unilaterale, perchè
occorre un partito autoritario per fare uno Stato autoritario.
D’altra parte, per quanto Lenin potesse ammettere, come fece
più tardi, di aver esagerato il valore del centralismo in questa
opera, allo scopo di superare 1’« anarchia » allora dominante
nei circoli dirigenti del Partito, i suoi seguaci avrebbero tra­
sformato quest’opuscolo unilaterale e inacidito proprio nel
vangelo delle loro concezioni sulla questione organizzativa.
Stalin, nella sua Breve storia del Partito comunista, pubbli­
cata dopo le epurazioni per sostituire tutte le altre storie
ufficiali del Partito, doveva dedicarvi più spazio di quanto
non ne dedicasse all’opera innovatrice molto più ricca e più
equilibrata. Che fare? Questa è una delle difficoltà rappre­
sentate dalle svariate opere di qualsiasi persona di cui ogni
frase diventi un canone d’autorità. Qualsiasi affermazione
polemica parziale di un certo momento può facilmente diven­
tare la tangente per cui si abbandona la curva originale.
Per il momento, ciò che era più penoso per Lenin era
la mancanza di un organo dove proseguire l’impari lotta.
Avendo perduto il controllo doll’Iskra, aveva trasferito tutte
le sue forze nel Comitato Centrale all’interno della Russia.
La sua pretesa, vecchia di pochi mesi, che solo sull’Infera,
per il fatto di essere pubblicata all’estero, si potesse fare
affidamento onde trarne una ferma guida ideologica, era di­
menticata. La premessa soppressa in quell’argomento avrebbe
dovuto essere di questo tenore : « perchè pubblicata all’estero
e perchè la controllo ». Egli tentava ora di trasformare il Co­
mitato Centrale all’interno della Russia in una fortezza, per
344

restituire i colpi contro il giornale. Pur non essendo egli in


Russia, chiese di essere cooptato nel Comitato, insieme con
parecchie altre persone di fiducia, ciò che fu fatto.
Ma l’esperienza gli aveva insegnato che sarebbe stato
difficile controllare qualsiasi Comitato da una simile distanza
e che gli arresti avrebbero presto o tardi mutato la sua com­
posizione o che lo avrebbero indebolito o distrutto. Così,
mentre i membri e gli organismi locali continuavano ancora
a tentare, sbalorditi, in Russia, di capire che cosa fosse suc­
cesso al recente Congresso, fece questa sorprendente proposta
al Comitato che lo aveva appena cooptato :
Se ci lasciamo sfuggire l’occasione e il motto giusto per una lotta, una
disfatta completa è inevitabile... l’unica salvezza sta in un Congresso. Il suo
motto dev'essere- guerra ai dìsorganizzatori. Solo questo motto potrà venire
a capo dei Martoviani, attirare le larghe masse e salvar la situazione... non
una parola per il momento a nessuno... Spostate tutte le nostre forze nei
Comitati e nei Distretti... Debbono affluire all’Organo Centrale ordini del
giorno dei Comitati Locali... dobbiamo spingere i nostri nei Comitati poco
solidi in nome del motto: contro la disorganizzazione... Un Congresso è
indispensabile non oltre gennaio... Il peggio sarebbe se l’Organo Centrale
fosse loro e il Consiglio nostro. Ripeto: o la disfatta completa (l’Organo Cen­
trale ci darà la caccia) o dei preparativi immediati per un Congresso. Deve
essere in un primo tempo preparato segretamente, impiegando al massimo
un mese, poi raccogliere in tre settimane le domande della metà dei Comitati
e convocare un Congresso. Continuo a ripetere: questa è l’unica salvezza.

La lettera fu scritta meno di quattro mesi dopo che il


Congresso di « unificazione » si fu aggiornato ! E pochi
giorni dopo aggiungeva come nuovo argomento :
L’arresto è inevitabile e giungerà abbastanza presto: sarebbe puerile
ignorarlo. E che cosa avverrà di noi dopo il vostro arresto?
...Pensate seriamente all’intera situazione politica, abbiate una visione
più ampia, liberatevi dalle piccole preoccupazioni quotidiane dei centesimi
e dei passaporti...

Ma Renin doveva subire un duro colpo. Questa sua


abitudine di concentrarsi fortemente su quella che a un
certo momento considerava l’occasione principale lo aveva
allontanato dai suoi seguaci. Tutte le affermazioni impera­
tive e le sottolineature erano impotenti a imprimere la sua
volontà su di loro. Essi sentivano la solitudine, l’isolamento,
345

che egli non sentiva, della sua frazione, da tutti gli altri
esponenti verso i quali il Partito teneva lo sguardo fisso.
Essi si trovavano in Russia, dove la confusione, il desiderio
d’unità, l’impazienza di fronte alla polemica mal compresa
erano indescrivibili. Dei simpatizzanti benestanti comincia­
rono a disperare che questo Partito dilaniato dalle lotte di
frazione riuscisse mai a condurre un assalto vittorioso contro
10 Zarismo. Ea « Secchia », ossia i fondi raccolti e sottoscritti
dalla signora Kalmykova, divenne improvvisamente vuota.
Ea « Miniera d’oro della California», fonte misteriosa di
finanziamento che fino ad oggi gli storici di Partito non hanno
pensato di chiarire, cessò di produrre. E’industriale milio­
nario Morozov dava segretamente un contributo di duemila
rubli al mese al Partito socialdemocratico attraverso l’in­
timo amico di Eenin, l’ingegner Eeonida Krassin, che aveva
impiegato come direttore di una delle sue fabbriche. Ma
Krassin doveva ben presto diventare un « conciliatore », os­
sia un sostenitore dell’unità del Partito e Eenin avrebbe
perduto anche quella fonte di finanziamento.
Un gran numero d’intellettuali, che avevano pensato di
essere socialdemocratici, si estraniarono, o furono scoraggiati,
oppure passarono al Partito socialrivoluzionario che si stava
rapidamente sviluppando. Anche gli operai perdettero l’en­
tusiasmo o diventarono aspramente « antiintellettuali », de­
cisi ad ignorare un movimento che non faceva altro che
« spaccare i capelli in quattro » e a cercare altrove un’orga­
nizzazione e una guida. All’interno del paese si sentiva che
11 cielo stava gonfiandosi di grandi avvenimenti, mentre il
Partito che avrebbe dovuto dirigere e rafforzare il solleva­
mento rivoluzionario si trovava impotente, dilaniato nei suoi
organi vitali.
E’invito di Eenin al suo Comitato Centrale di sferrare
una lotta a oltranza cadde nell’orecchio di un sordo. Ea sua
richiesta che fosse convocato un altro Congresso — che
avrebbe potuto benissimo significare un consolidamento for­
male della scissione — sembrò mostruosa. Trovandosi lon­
tano, con lettere clandestine che viaggiavano lentamente,
346

Lenin perorò, discusse, chiese, offese. Poi tentò di spaven­


tare il Comitato Centrale presentando la sua proposta di
convocazione di un nuovo congresso alla riunione del Consi­
glio a Ginevra. Provocandone l’indignazione, il Comitato
Centrale di cui si era sentito così sicuro rispose alla sua
azione con un voto di biasimo, essendo egli il suo rappre­
sentante in seno al Consiglio. E, sotto la direzione di Krassin,
del quale Lenin fino a quel momento aveva pensato di potersi
fidare completamente, il Comitato aprì dei negoziati con i
Menscevichi per la cooptazione di questi ultimi e per rag­
giungere una pace di conciliazione nel Partito.

Quella splendida macchina di lavoro e di lotta, Vladi­


miro Ilyic Ulyanov, sembrava aver raggiunto la fine delle
sue risorse. « Non mi seccate con i manifestini — scriveva
ora — non sono una macchina e non posso lavorare in questa
situazione disonorante ». Si dimise da tutti i Comitati. Egli
e la Krupskaia presero i loro zaini e andarono a girare per
le montagne della Svizzera. « Scelsero i cammini più impervi
e andarono lontanissimi dagli esseri umani ». Giravano di
giorno e dormivano ogni notte dove erano colti dall’imbru­
nire, fortunatamente troppo stanchi per pensare. Vivevano
di pane di campagna, uova, formaggio, vino, acqua sorgiva.
Se giungevano ad una locanda, cenavano a poco prezzo e
bene al tavolo dei domestici. Il grosso libro francese e il
dizionario che avevano portato con loro per una traduzione
rimasero chiusi durante l’intero viaggio. « Dopo aver tra­
scorso il tempo in questo modo per un mese, i nervi di Vla­
dimiro Ilyic divennero di nuovo normali », scrive Krupskaia.
Rinfrancato, tornò nella mischia.
A questo punto, inaspettatamente, si unirono a lui nuove
forze, uomini aventi un calibro da dirigenti, capaci di sosti­
tuirsi a quelli che aveva perduto : Bogdanov, un filosofo indi-
pendente capace; Lunaciarski, critico, scrittore, futuro Com­
missario all’ Educazione; Bazarov, Olminski, Vorovsky.
Come all’inizio della sua lotta con 1’« Economismo », raccolse
il resto dei suoi fedeli. Appena ventidue uomini e donne tra
347

tutti gli emigrati attivi sottoscrissero il proprio nome ad un


programma di lotta da lui redatto. In questo programma,
questo centralista denunciò tutt’e tre gli Organi Centrali
dichiarando che avevano cessato di rappresentare la volontà
della « Maggioranza » del 'Partito, espressa dalla « Maggio­
ranza » che li aveva eletti al Congresso del Partito. Accusava
gli uomini scelti da Penin il giorno prima, i « conciliatori »
del Comitato Centrale, di essere peggio della « Minoranza »
con cui stavano tentando di riconciliarsi. Si rivolgeva ai Co­
mitati locali contro gli Organi Centrali, chiedendo loro di
approvare degli ordini del giorno favorevoli alla convocazione
di un nuovo Congresso. E chiedeva ai Comitati locali di eleg­
gere dei delegati ad un nuovo organismo extra-legale o ille­
gale, ad un « Ufficio dei Comitati della Maggioranza », che
Penin progettava ora d’istituire in opposizione a tutti gli Or­
ganismi dirigenti esistenti. Che cosa rimaneva dunque del
suo centralismo, se egli combatteva contro tutti gli organi
centrali? Solo la concezione politica del modo in cui un
Partito doveva essere costituito, qualora i suoi Organi Cen­
trali agissero nel modo che gli sembrava più appropriato.
Pa maggior parte dei nomi della piccola schiera di ven-
tidue persone che avevano firmato il documento e delle
firme successivamente ottenute a Mosca e a Pietroburgo me­
ritano di essere ricordati, perchè da questi nomi nacque in
gran parte lo Stato Maggiore del futuro Partito bolscevico.
I firmatari comprendevano Penin, sua moglie e sua sorella;
Vorovsky, il futuro diplomatico sovietico; Bonch-Bruevic,
che fondò per Penin una casa editrice; Krasikov, che doveva
far parte del Commissariato sovietico alla Giustizia; Pyadov;
Zemlyachka; Pepescinsky e sua moglie; Olminsky; Pengnik;
Knuniyants e sua moglie; Essen; Baumann, che sarebbe
stato ucciso nella rivoluzione del 1905; Stasova, che sarebbe
successa alla Krupskaia come segretaria del Partito; Gusev
(Drapkin); Pitvinov (Wallach), che sarebbe stato un giorno
Commissario agli Affari Esteri e Rykov, la persona più gio­
vane che mise nel nuovo Ufficio, il quale sarebbe successo a
Penin come Presidente del Consiglio dei Commissari del Po­
polo. Con alcuni altri che dimostrarono la loro posizione un
348

po’ più tardi, la maggior parte di costoro avrebbe costi­


tuito una classe dirigente bolscevica più o meno perma­
nente la quale sarebbe rimasta attaccata a Lenin nel meglio
come nel peggio e avrebbe occupato con lui le posizioni di
potenza nel governo sovietico. Entro Natale, agendo per
mezzo di questo organismo extralegale, Lenin era riuscito
a fondare un nuovo giornale che avrebbe dovuto servire come
organo della sua frazione nella lotta per strappare il Partito
dal controllo dei suoi Comitati direttivi. La vigilia del giorno
di Natale 1904, di nuovo allegro, scrisse ad Essen :
È uscito ieri l’annuncio circa la pubblicazione del nostro giornale,
Vpcred (« Avanti »). Tutti i Bolscevichi si rallegrano... Abbiamo finalmente
spezzato il maledetto dissenso e lavoriamo in armonia con quelli che vogliono
lavorare e non creare scandali! Un buon gruppo di sottoscrittori è stato rac­
colto; vi sono forze fresche... Il Comitato Centrale che ci ha traditi ha
perduto ogni credito... I Comitati bolscevichi stanno riunendosi insieme; hanno
già scelto un Ufficio e l’organo li unirà ora completamente. Urrà! Non per­
derti d’animo. Stiamo ora tutti rinascendo e continueremo a rinascere...
Soprattutto sii allegro. Ricordati che tu ed io non siamo ancora tanto vecchi...
tutto ci sta ancora davanti.

Quasi in quello stesso momento, con grande meraviglia


tanto dei Bolscevichi quanto dei Menscevichi e senza badare
alle prescrizioni di entrambi, scoppiò in Russia la rivo­
luzione !
Capitolo XVI

SOCIALISMO POLIZIESCO

L’aria è greve di presagi sinistri; ogni giorno vediamo


all’orizzonte bagliori d’incendi; una rugiada sanguigna si
spande sulla terra; è diventato difficile respirare e vivere come
prima di un temporale. Il muzhik, è ostinatamente muto e se
apre la bocca lo fa in modo tale che ci si sente i brividi
sulla pelle.
Lettera di un proprietario fondiario di Voronezh, igot.

Quattro tentativi ebbero inizio simultaneamente per dare


una certa organizzazione all’incipiente vita russa. Gli stessi
anni che vanno dal 1901 al 1903 in cui Lenin aveva tentato
di costituire e « unificare » un Partito socialdemocratico di
tutta la Russia per il proletariato, furono gli anni in cui si
formarono un Partito socialrivoluzionario per dare una guida
alla classe contadina, un Partito democratico costituzionale
per organizzare Vintellighentsia liberale e democratica e una
sorprendente serie di esperimenti di sindacalismo e di « so­
cialismo » polizieschi. Tutti questi erano tanti ruscelli d’im­
portanza secondaria in un torrente che si accresceva rapida­
mente, segni che l’intera struttura politica della Russia, cri­
stallizzata da tanto tempo, stava per sciogliersi. Ma nessuna
di queste organizzazioni si sarebbe dimostrata all’altezza del
compito che si era attribuito : incanalare il torrente rapida­
mente crescente.
Nella campagna, ostinatamente muta fin dalla vampata
dell’Emancipazione, i contadini cominciarono a falciare grano
proibito, ad abbattere alberi proibiti. I proprietari che op­
350

ponevano resistenza erano trovati assassinati per le strade;


incendi misteriosi distruggevano i loro raccolti e le loro
dimore demaniali; erano spinti ad abbandonare i loro fondi
da una paura premonitrice.
Nelle città, dove non vi era ancora un movimento ope­
raio organizzato (i sindacati non diventarono legali fino al
1906), gli scioperi diventarono più frequenti, assumendo una
ostinazione insolita. Le dimostrazioni cessarono di essere vi­
cende di scarsa importanza, passeggere, dirette solo da intel­
lettuali. Diventarono grandi calcile di operai eccitabili, che
ingombravano le piazze, proteggevano gli oratori, lancia­
vano proiettili e imprecazioni contro la polizia, che si rico­
stituivano dopo che la polizia era passata, che conservavano
il terreno che occupavano quando erano sparati colpi a salve,
che si disperdevano quando la polizia sparava sul serio,
solo per riunirsi il giorno dopo in processioni dieci volte più
numerose, per onorare e seppellire i morti.
Vi furono improvvisamente delle manifestazioni di loqua­
cità a conversare, di coraggio e di organizzazione fra gli av­
vocati, i medici, gli agronomi, gl’insegnanti, i proprietari e
i funzionari progressivi degli zemstvo. Le aule universitarie
da tanto tempo silenziose rimbombarono di nuovo di discorsi
e del tumulto degli scioperi studenteschi. Come attorno al
1870, gli studenti fornirono ancora una volta la loro parte
di « proiettili umani » per una critica diretta alla burocrazia
per mezzo del terrorismo. Lo studente Karpovic assassinò
nel 1901 il Ministro dell’Educazione Bogolepov, Balmascev
uccise il Ministro dell’Interno Sipyagin nel 1902, Sazonov
abbattè il Primo Ministro Viacheslav von Plehve con una
bomba nel 1904, Kalyaev uccise il Granduca Sergio della
casa reale nel 1905. Dal Ministro dell’Educazione, che aveva
un potere diretto sugli studenti, al Ministro dell’Interno, che
comandava la polizia, al Primo Ministro e poi al Granduca
di casa reale, il terrorismo si elevò con un ritmo ascendente
fino a lambire gli stessi piedi del trono. Queste non furono
che le più allarmanti di una serie di simili gesta che non
sembravano più alienare ai loro autori la simpatia dell’opi­
351

nione pubblica, come nel passato, ma che la scuotevano piut­


tosto fino alle radici. Tutti i superstiti di questi attacchi e
tutti i giovani da loro attratti aderivano alla « Sezione di
combattimento » del nuovo Partito socialrivoluzionario, nella
quale il Direttore dell’Okhrana di Mosca, Zubatov, con l’ap­
provazione del Ministro Plehve, aveva inviato uno dei suoi
agenti più straordinari, Yevno Azev. Mettere un agente di
polizia alla testa dell’organizzazione terroristica socialista co­
stituiva uno degli aspetti del sorgere di esperimenti di socia­
lismo di polizia, aspetto che, come abbiamo già osservato,
costò al Ministro Plehve la vita !
Perfino sulle vette della società vi era dubbio e dis­
senso. Il celebre conte Leone Tolstoi, per tanto tempo cri­
tico importuno, fu ora scomunicato dalla Chiesa. Due prin­
cipi del casato di Trubetzkoi e due del casato di Dolgoruki
facevano pubblica professione di liberalismo. Il principe Obo­
lenski diventò uno dei collaboratori alle colonne deW Iskra e
poi un fondatore del nuovo Partito democratico costituzio­
nale. Industriali milionari come Morozov sottoscrivevano
somme regolari e sostanziali al movimento clandestino. La
sua sottoscrizione personale, dal principio del 1904 alla sua
morte, fu di duemila rubli al mese, per tramite del suo dipen­
dente, l’ing. Krassin. Era questo contributo dato al Bolsce­
vismo da uno dei più ricchi industriali di Russia un desi­
derio di morte per la sua classe o per se stesso? Due giorni
prima di suicidarsi, a Cannes, nel 1905, consegnò una grande
somma liquida a Krassin per il Partito socialdemocratico.
E lo studente Schmitt, erede di un altro ramo di patrimoni
dei Morozov, aderì direttamente al movimento. Morente in
carcere di tortura o in seguito a suicidio lasciò il suo patri­
monio al Partito socialdemocratico. Direttori di banca e alti
funzionari statali, scrive Krassin nelle sue memorie, erano
fra i sottoscrittori regolari di somme mensili al tesoro del
Partito. E ancora una volta, eminenti scrittori, come a metà
del secolo decimonono, misero penna e prestigio al servizio
del movimento rivoluzionario.
352

A Corte comparvero potenziali Necker, Turgot, Ca-


lonne. Il più importante di questi era Sergio Yulievic Witte,
uno dei maggiori industrializzatori della Russia, che cercava
di aggiungere toppe rinnovatrici alla barcollante struttura
dello Stato « asiatico ». Plebeo di nascita, aveva cominciato
la sua carriera come impiegato ad una stazione ferroviaria,
era asceso alla direzione delle Ferrovie sud-occidentali e poi
alle funzioni di Ministro delle Comunicazioni, di Ministro
delle Finanze e, nel 1905, nell’ora di maggior bisogno del­
l’assolutismo, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e
al titolo di Conte. Come Ministro delle Finanze introdusse
lo stallone oro, istituì le Banche russo-persiana e russo­
cinese, dette una grande spinta in avanti all’industria, ac­
crebbe le ferrovie della Russia più rapidamente di quanto
nessun altro paese d’Europa avesse accresciuto le proprie.
Ma ebbe più fortuna nella edificazione industriale che ren­
deva il vecchio ordine sempre più insopportabile di quanto
non ne avesse nella modernizzazione della monarchia. Ope­
rando politicamente, com’era costretto a fare, per mezzo
di preti e di favorite e di dame di compagnia, per mezzo di
ambasciatori stranieri dei paesi più democratici che avevano
un interesse militare ed economico al progresso della Russia,
per mezzo di bustarelle e di sussidi e di antichi intrighi « bi­
zantini )>, non era un avversario temibile per maestri di quelle
arti dell’uomo di Stato quali il Conte Viacheslav Konstanti-
novic von Plehve, suo principale rivale. Inoltre, la sua
grande Ferrovia transiberiana, la sua Banca cinese-orientale
e quella russo-cinese, tutti progetti che egli destinava ad
una pacifica penetrazione finanziaria e diplomatica nell’Estre­
mo Oriente, erano destinati solo a giovare al giuoco del
Conte Plehve poiché una delle carte maestre di quest’ultimo
doveva essere una « guerra breve, vittoriosa, col Giappone »
allo scopo di « unificare la nazione ».
A tutti i gradini della grande struttura burocratica, ac­
canto ai corrotti, ai compiacenti e ai brutalizzati, apparivano
funzionari e impiegati che conducevano una vita di devo­
zione e d’abnegazione, che cercavano di varare riforme nelle
353

varie località e nei singoli reparti, che redigevano rapporti


chiarificatori in guisa di ammonimento e di campanello d’al­
larme, che suggerivano la necessità di un mutamento. Con­
trariamente all’impressione generale, una lettura dei loro
rapporti indica che nessun corpo di funzionari di governo
nella storia ha mai dato un resoconto più chiaro della situa­
zione che aveva di fronte.
Ma proprio all’apice della piramide esisteva un perico­
loso vuoto : un dispotismo di massima esercitato da un
uomo che mancava della forza e della brutalità occorrenti a
quel mestiere oneroso. Fino all’anno stesso del suo avvento
al trono, Nicola Romanov era stato governato come un
bambino da un padre severo e malinconico. Alla sua morte,
Nicola cadde sempre maggiormente sotto l’influenza della
meschina principessa tedesca che era diventata sua moglie.
Fa sua affettazione da bacchettona vittoriana, il suo misti­
cismo morboso, la sua gretta ostinazione, la sua incapacità
di pensar male di quelli che si beffavano della sua debolezza
o di pensar bene di quelli che si opponevano ai suoi desideri,
costituivano in verità un’armatura assai misera per il suo
dominio sempre maggiore sull’uomo che governava il mag­
giore impero terrestre del mondo. Tutte le di lei virtù, come
quelle del marito, erano ridotte su una ristretta scala do­
mestica. Fa sua principale ambizione era quella di dare allo
Zar un erede maschio. Siccome una bella bambina succedeva
all’altra, si mise nelle mani di una serie di taumaturgi, di
ciarlatani e di mistici nella speranza che l’avrebbero aiutata
a partorire un figlio maschio. Quando infine nacque uno
Zarevic che credeva le fosse nato grazie all’intervento di uno
di loro, quel « miracolo » servì a confermarla nelle sue su­
perstizioni. Il ragazzo apparve affetto d’emofilia, debolezza
che non si riscontra nelle femmine ma che è stata trasmessa
attraverso le femmine a tanti maschi delle case reali europee.
Biasimò e rimproverò se stessa e ritenne che l’emofilia fosse
dovuta a qualche colpa sua. Onde compiere un’adeguata pe­
nitenza e, ad ogni momento critico, onde impedire che il
prezioso erede si dissanguasse completamente, mise se stessa

23
354

e il debole marito ancor più completamente sotto l’influenza


della sua oscura camarilla fino a quando il santo dissoluto
Rasputin e l’ottusa imperatrice finirono per governare l’im­
pero in nome del sovrano. L’esigenza di rinnovamento che
si esprimeva agli stessi piedi del trono non fece che far di­
ventare la sua volontà materna più crudele, più gretta, più
fanatica, più concentrata sull’unico obbiettivo di trasmettere
all’erede malaticcio il potere imperiale completamente intatto.
Poco dopo il 1890 — scrive una storia popolare ufficiale della Rivolu­
zione russa — vi erano in Russia 27.229 verste di linee ferroviarie e all’inizio
del 1900 41.714 verste... La produzione di ghisa fra il 1890 e il 1899 aumentò
in Inghilterra del 18 per cento, negli Stati Uniti del 50 per cento, in Ger­
mania del 72 per cento, in Francia del 31 per cento, nel Belgio del 32 per
cento e in Russia del 108 per cento... L’incremento della produzione del ferro
e dell’acciaio durante lo stesso periodo che va dal 1890 al 1899 fu il seguente:
Inghilterra 80 per cento, Stati Uniti 63 per cento, Germania 73 per cento,
Francia 67 per cento, Belgio 48 per cento e Russia 116 per cento. I mutamenti
nella produzione di carbone per lo stesso periodo sono i seguenti: in Inghil­
terra un aumento del 22 per cento, in America del 61 per cento, in Ger­
mania del 52 per cento, in Francia del 26 per cento... in Russia del 131 per
cento. Nella produzione del petrolio, la Russia aveva un solo concorrente, gli
Stati Uniti... L’industria cotoniera russa all’inizio del secolo ventesimo era
superata solo da quella dell’Inghilterra e dell’America. [Illustrated History of
the Russian Revolution, edizione inglese, International Publishers, 1928,
pp. 4-6].

E nella Storia del Partito comunista di Popov, pubblicata


a Mosca in molte lingue nel 1934, si può leggere :
La produzione di ghisa durante il periodo che va dal 1890 al 1900
aumentò del 220 per cento, quella del minerale di ferro del 272 per cento
e quella del petrolio del 179 per cento. [i6* edizione inglese, International
Publishers, p. 33].

Queste cifre strabilianti, quando vengono raffrontate con


le relazioni statistiche compilate all’inizio del secolo o più
recentemente, non appaiono. errate nel senso dell’esagera­
zione. La differenza enorme fra le prime e le seconde è do­
vuta al fatto che l’anno 1900 fu un anno di straordinario
progresso. Queste cifre sono analoghe agli alti e bassi degli
aumenti avvenuti durante i piani quinquennali e mostrano
che la Russia all’inizio del secolo era un gigante che si stava
estendendo, appena aumentato di potenza, paese ancora
355

arretrato ma certo non stagnante. Fu quest’enorme espan­


sione della vita russa e non il ristagno che rese possibili le
Rivoluzioni del 1905 e del 1917. Oggi, simili ricordi di questo
passato sviluppo a sbalzi non si possono più trovare nella
propaganda governativa. Dobbiamo ora andare a cercarli in
volumi ponderosi più smentitici come la Storia dell’economia
popolare dell’U .R.S.S. di P. F. Dashchenko. Ma proprio
perchè desunte da resoconti ufficiali, queste cifre servono
a dare al lettore una prospettiva dalla quale contemplare gli
odierni piani quinquennali.
Allora come ora, isole d’industria pesante sorgevano
dappertutto nel vasto mare contadino. Gli antichi centri
« asiatici » dell’amministrazione burocratica e del commercio
si trasformavano in moderne città industriali europee. Nuove
metropoli pullulavano sulle steppe o negli Urali, dove una
volta non vi erano state neppure delle città. De industrie
appena nate manifestavano una fantastica elefantiasi : stabi­
limenti giganteschi erano seguiti da stabilimenti supergi­
ganteschi, in guisa di competizione con l’estensione sconfi­
nata della pianura russa e dei limiti dell’immaginazione
russa.
Da classe operaia si sviluppò con ritmo tempestoso e
senza precedenti. Come durante i piani quinquennali attorno
al 1930, vi fu scarsezza di « spazio vitale » per l’afflusso di
nuovi lavoratori. Il sovraffollamento e i tuguri aumentarono;
gli uomini vivevano in baracconi eretti dalle imprese, pran­
zavano in mense aziendali, usavano cucine collettive. Intere
famiglie e gruppi di persone non legate da vincoli di paren­
tela di entrambi i sessi e di tutte le età si affollavano in
camerette per una sola persona. In massima parte erano con­
tadini di ieri, le loro famiglie spesso rimanendo in campagna
e tornandovi essi stessi nei periodi di disoccupazione. Da loro
opinione era formata da una miscela di tradizioni rurali smi­
nuzzate e di esperienze sconcertanti tratte dalla loro nuova
vita cittadina.
Come paese entrato in ritardo nella corrente dell’indu­
stria moderna, la Russia trovò il suo capitale bell’e accu-
356

inulato in Europa occidentale e nella potenza fiscale del


proprio Stato. Ciò che è ancora più importante, trovò la sua
tecnica bell’e fatta. Spesso erano importati tecnici, dirigenti
industriali, fondi, investitori, proprietari. Interi impianti di
stabilimento furono spediti dalla Germania o d’oltremare,
dall’America, non avendo bisogno d’altro che di un pavi­
mento per esservi deposti, di un tetto per ricoprirli e di mano
d’opera per farli funzionare. I Giraud., i Thornton, i Nobel,
i Maxwell, gli Urquhart, i Rotschild, le grandi compagnie
petrolifere, minerarie, metallurgiche e tessili di proprietà
straniera, si sarebbero trovati in una situazione di particolare
svantaggio non appena la classe operaia indigena fosse entrata
in azione contro lo sfruttamento « straniero ».
Quando si esaminano le cifre reali, si è sorpresi di ac­
corgersi che questo paese arretrato, con le sue centinaia di
migliaia di villaggi di legno, possedeva ora, se non proprio
la più vasta, per lo meno la classe operaia più altamente
concentrata d’Europa. In Germania, alla fine del secolo, solo
il 14 per cento delle fabbriche aveva una forza di oltre cin­
quecento uomini; in Russia la cifra corrispondente era il 34
per cento. Solo J’8 per cento di tutti gli operai tedeschi la­
vorava in fabbriche che impiegavano oltre mille operai l’una,
il 24 per cento, circa un quarto, di tutti i lavoratori della
industria russa, lavoravano in fabbriche di quella dimensione.
Queste imprese gigantesche spinsero la nuova classe operaia
ad associarsi strettamente. Sorse un’insaziabile fame d’orga­
nizzazione, che l’enorme apparato statale cercò invano di
dirigere o di ostacolare.

Nella burocrazia vi erano differenze stridenti d’opinione


sull’atteggiamento da assumere verso il nascente movimento
operaio e gli embrionali partiti politici. A Plehve, che come
Ministro dellTnterno aveva il controllo della polizia segreta
e dell’ordine pubblico, sembrava che i liberali zemstvo ed i
Democratici costituzionali fossero i più pericolosi, seguiti dai
Socialrivoluzionari e dai Socialdemocratici, che venivano in
coda. Il suo spauracchio principale era costituito dagli
357

zemstvo, con la loro rivendicazione dell’autonomia locale, le


loro rimostranze e le petizioni elle ricordavano i cahiers de
doléances della Rivoluzione francese, con la loro richiesta di
un consiglio nazionale dei delegati degli zemstvo o zemski
sobor, che poteva facilmente diventare il germe di un parla­
mento, o una ripetizione degli Stati Generali. Egli li temeva
e li detestava, perchè rappresentavano socialmente la riven­
dicazione più esaltata di costituzionalismo, una specie di tra­
dimento verso l’autocrazia in seno agli stessi proprietari
fondiari.
Poi venivano gl’industriali e i finanzieri, con le loro
richieste di sussidi, di nuove tariffe doganali e di nuove strut­
ture fiscali, di un bilancio statale limitato, della trasforma­
zione dello Stato burocratico-feudale ad immagine del capi­
talismo moderno. Questi, insieme con gli elementi moderati
degli zemstvo, erano i più pericolosi perchè avevano il loro
rappresentante, il Conte Witte, proprio in seno al Consiglio
dei Ministri.
Se i Socialrivoluzionari venivano in second’ordine da­
vanti all’attenzione del Ministro Plehve, ciò non era dovuto
al loro socialismo nè ai loro comitati contadini, ma all’uso
che facevano del terrorismo. Il socialismo non preoccupò mai
Plehve. Con un narodnichestvo invertito, comune a molti
reazionari in Russia, egli considerava il socialismo rurale una
specie di colonizzazione collettiva contadina del villaggio, per
niente incompatibile con le funzioni dell’esazione delle tasse,
della leva militare e della dittatura assolutista. Egli giudicava
i contadini una roccia irremovibile di fedeltà al trono. Elimi­
nava dalle sue preoccupazioni il socialismo urbano come
sogno utopistico remoto e impossibile, mentre i progetti di
Witte, di una proprietà statale delle ferrovie e delle banche
e del traffico della vodka non lo turbavano naturalmente
affatto. Il vero problema era costituito dai padroni dell’in­
dustria privata, che Witte rappresentava così abilmente a
Corte.
Plehve meditò parecchio su una relazione fatta dal Go­
vernatore conservatore di Mosca, il Gen. Trepov, nel 1898 :
358

Allo scopo di disarmare gli agitatori — aveva scritto il Generale Trepov —


è necessario aprire c indicare al lavoratore una soluzione legale della sua diffi­
coltà, perchè dobbiamo tener presente che l’agitatore sarà seguito dalla parte
più giovane e più audace della massa, mentre il lavoratore medio preferirà
la via meno spettacolare ma tranquilla della legge. Così divisa, la massa
perderà la sua potenza.

Il consiglio imbarazzò il Ministro dell’Interno. Che cosa


erano questi operai irrequieti, si domandava, se non gli stessi
fedeli contadini di ieri, abbagliati dal nuovo industrialismo,
irritati dall’avidità degl’industriali, sviati ad opera di agitatori
rivoluzionari provenienti dall’intellighentsia ? Perchè lo Stato
non avrebbe potuto inquadrarli e sorvegliarli un po’ di più,
estirpare le teste calde, dare alla massa una possibilità di
organizzarsi sotto gli auspici più sicuri, proteggerli con la
legislazione sociale contro una borghesia avida e non tanto
fedele, agire da arbitro benevolo e imparziale nei conflitti del
lavoro, evitare gli scioperi e i disordini per mezzo di un
arbitrato amichevole, legarli più strettamente allo Stato pa­
ternalista e allo Zar? Non sarebbe stato un colpo da maestro
nell’arte della politica contrapporre gli operai ai padroni delle
fabbriche anziché al governo? E, come sottoprodotto, un
disordine operaio diretto con un po’ di cura non avrebbe
anche potuto essere a un certo momento un’utile arma per
dimostrare dove conducessero l’industrializzazione e gli amo-
reggiamenti liberali del Ministro delle Finanze Witte?

H vero architetto dei sindacati inquadrati dalla polizia


in uno Stato paternalista controllato dalla polizia fu Sergio
Vasilievic Zubatov, che diventò allora il principale luogote­
nente del Generale Trepov a Mosca. Al nome di Zubatov, e
non a quello di Plehve o di Trepov, va attribuito l’onore
del grande esperimento di sindacalismo poliziesco, destinato
a passare alla storia come zubatovshchina. Da studente gin­
nasiale, era entrato nella Narodnaya Volya, entrando quasi
contemporaneamente nei quadri della polizia come agente
segreto. Da allora era salito rapidamente nel servizio, essendo
il patrocinatore di molte innovazioni progressive : la foto­
grafia, le impronte digitali e un sistema superiore di spio-
359

naggio segreto su una scala fino allora ignota in Russia o nel


mondo. « Dovete considerare il vostro collega, l’agente se­
greto, disse una volta alla polizia, come considerereste una
donna con la quale aveste un intrigo amoroso segreto: un
passo falso e l’avrete disonorata agli occhi del mondo ». Era
evidentemente un uomo avente sentimenti e immaginazione !
Da sua impresa maggiore era stata fino allora costituita
dalle retate simultanee su scala nazionale, che avevano man­
dato in frantumi l’esordio del Partito socialdemocratico, ren­
dendo futili gli sforzi del suo Primo Congresso a Minsk. Era
giunto ora alla testa dell’Okhrana o Polizia segreta di sicu­
rezza di Mosca, avendo come unici superiori il Generale
Trepov, incaricato di tutti i servizi di polizia della provincia
di Mosca, e il Ministro dell’Interno Plehve. Questo, che era
il suo piano più ambizioso, era realmente la contropartita
della polizia di fronte al generale bisogno d’organizzazione
che stava cominciando a impossessarsi di tutte le classi in
Russia. Contro gl’intellettuali zemstvo, gli studenti, i Social-
democratici e i Socialrivoluzionari, avrebbe lanciato il suo
sindacalismo poliziesco e il suo « socialismo » poliziesco.
Nel maggio 1901, fondò a Mosca la Società di Mutuo
Soccorso degli Operai delle Industrie meccaniche. Da esperto
agente segreto, tentò di controllarla il più discretamente pos­
sibile, ma i suoi meno sottili superiori, Trepov e Plehve,
insistettero affinchè la Società fosse vincolata da ogni specie
di garanzie rigide ed estremamente evidenti. Gli statuti e le
spese finanziarie dovevano essere approvati dal Gen. Trepov.
L’azione degli agenti segreti che dirigevano l’associazione era
completata dalla polizia in divisa che partecipava apertamente
ad ogni riunione.
Ma gli operai di Mosca, eredi dell’antica tradizione pa­
triarcale e affamati d’organizzazione, ebbero maggiore fiducia
nello Zar e nei suoi funzionari di quanto sia Zubatov che i
rivoluzionari avessero creduto possibile. Ottenuta l’assicura­
zione che un governo paternalista era dalla loro parte, si pre­
cipitarono nella strana associazione. Cinque giorni dopo che
fu costituita, fu in grado di condurre una processione di ein-
360

quantamila lavoratori al Cremlino per pregare solennemente


davanti alla tomba dello Zar emancipatore Alessandro II.
Gl’intellettuali furono esclusi dall’organizzazione e le
« teste calde » ed i « turbolenti » che si trovavano fra gli
operai furono arrestati e silenziosamente deportati. I puristi
fra i Socialdemocratici vollero quindi limitare la loro attività
a denunciare e smascherare. Essi sostenevano che i lavoratori
avevano la coscienza di classe troppo sviluppata per conti­
nuare ad avere nulla a che fare con una simile mostruosità,
non appena fosse stata smascherata. Ma i più realisti sape­
vano che la denuncia non era sufficiente.
Dobbiamo capire — scrisse Lenin sull’/j^r» — come si deve sviluppare
la lotta dei lavoratori contro ogni intrigo vergognoso e ogni astuzia da spia...
...Questa lotta svilupperà la coscienza politica di tutti quelli che parte­
ciperanno all’organizzazione operaia » della polizia, dei gendarmi e delle
spie... A lungo andare, la legalizzazione del movimento operaio tornerà a
nostro vantaggio e non a quello degli Zubatov...

Questa spregiudicatezza da ogni avversione settaria verso


il lavoro politico, dovunque questo lavoro fosse utile, non si
limitava a Lenin. Al Secondo Congresso, una delle mozioni
approvate all’unanimità durante l’ultima seduta stabilì che
gli operai socialdemocratici avrebbero dovuto aderire a questi
sindacati dove fosse possibile e tentare di difendere e mettere
in guardia i loro membri contro la polizia. I successi strepitosi
raggiunti già allora dal sindacalismo poliziesco rendevano
impossibile qualsiasi altro atteggiamento.
La Società di Mutuo Soccorso di Mosca cominciò, per
l’incoraggiamento di Zubatov, col discutere argomenti econo­
mici e culturali e col formulare proposte salariali. Scelse come
primo oggetto della propria attenzione uno « sfruttatore stra­
niero », un padrone di stabilimento francese. Ma egli andò
a piangere dal suo ambasciatore che a sua volta protestò con
Plehve a proposito di questa azione quasi governativa contro
uno dei suoi sudditi. Le rivendicazioni dovettero essere
abbandonate.
L’idea seguente di Zubatov fu quella di aiutare il sinda­
cato a elaborare imparzialmente proposte salariali e sulle
3Ói

condizioni di lavoro per il complesso dell’industria moscovita.


Come capo dell’Okhrana, giunse fino a convocare una riu­
nione degl’industriali, a criticarli un po’ e a insistere perchè
facessero delle concessioni. Con questi primi successi, il mo­
vimento cominciò a diffondersi rapidamente, da un’industria
all’altra, e quindi, sulle ali delle voci e del sentito dire, da
una città all’altra, fino a che i nuovi centri industrializzati
della Russia meridionale non furono invasi da sindacati
polizieschi.
Mentre Zubatov appoggiava la legislazione del lavoro e
assumeva ripetutamente la parte dei lavoratori contro i datori
di lavoro, egli mandò contemporaneamente dei provocatori
nei movimenti rivoluzionari rivali, con l’idea di <f provocarvi
a commettere degli atti terroristici per poi schiacciarvi »,
come disse una volta in un momento di franchezza. Il capo
di questi agenti era Yevno Azev, figlio di un povero sarto
ebreo, che diventò uno studente spia, e poi, con l’aiuto di
Zubatov, ingegnere a Mosca e uno dei fondatori ed anche
capo della Sezione terroristica del Partito socialrivoluzionario.
A Odessa, sembra che la cosa fosse messa in moto da
un certo Dottor Sciaevic. Il Colonnello dei gendarmi Vasiliev,
assistito da due donne agenti ebree, formò perfino un « Par­
tito operaio ebraico indipendente » a Kiev. Un prete garan­
tito dalla polizia, Giorgio Gapon, si offrì come dirigente del
movimento operaio di San Pietroburgo. Il socialismo poli­
ziesco stava andando a gonfie vele in tutta la Russia.
Nella primavera del 1903, scoppiò nelle nuove regioni
industriali una serie di piccoli scioperi, che si causarono a
vicenda, si fusero l’uno con l’altro, cominciarono a svilup­
parsi in qualcosa di troppo ampio da poter essere manipolato
comodamente da un funzionario di polizia. Nel luglio 1903,
proprio nel momento in cui i Socialdemocratici, nel loro
Congresso di Londra stavano approvando un ordine del
giorno destinato a far aderire gli operai socialisti ai sindacati
polizieschi, il Dott. Sciaevic perdette il controllo del movi­
mento di Odessa, dove scoppiò uno sciopero generale che si
diffuse poi in tutta la Russia meridionale e nel Caucaso e che
362

costituì una prova generale dei maggiori scioperi del 1905.


Zubatov, Vasiliev e Sciaevic caddero in disgrazia e furono
condannati al confino di polizia nella Russia estremo-setten­
trionale. Zubatov fu riammesso in servizio nel 1905, rima­
nendovi fin quando lo Zar cadde nel 1917, momento in cui
egli si suicidò.
Con lo sciopero generale di Odessa si concluse la prima
fase dell’esperimento di sindacalismo poliziesco. Ma, nella
capitale, padre Gapon non aveva ancora preso il via ed egli
non si trovava nella giurisdizione moscovita di competenza
dello Zubatov caduto in disgrazia. Il Ministro Plehve non
interferì nei piani del prete per l’attuazione di un nuovo espe­
rimento di sindacalismo clerico-poliziesco.

Nel frattempo, le terre di frontiera dell’Impero, una


gran parte delle quali era economicamente più progredita
della zona centrale della Grande Russia, erano anch’esse in
fermento. La rapida industrializzazione degli anni attorno
al ’90 e la politica di russificazione degli ultimi due Zar sta­
vano suscitando in queste nazioni non russe un calore feb­
brile. In queste terre, lo Stato russo aveva scarse possibilità
d’insinuare il proprio controllo. Il movimento operaio aveva
piuttosto tendenza a immergersi in una lotta generica nazio­
nalista per l’indipendenza. Dove la classe operaia era più
forte e meglio organizzata, il movimento nazionalista aveva
tendenza a sua volta ad assumere una tinta operaia e socia­
lista. Nella Polonia Russa, per esempio, il Bund diventò un
movimento operaio avente particolari opinioni sulla nazio­
nalità ebraica, mentre forti figure come Giuseppe Pilsudski
e Rosa Luxemburg sferravano una guerra sull’anima del pro­
letariato polacco, col nazionalismo di Pilsudski improntato di
socialismo che faceva la concorrenza al socialismo antinazio­
nalista o internazionalista della Luxemburg.
La nascita dei movimenti rivoluzionari nazionalisti in
tutte le regioni di frontiera suggerì alla fertile mente di
Plehve un altro esperimento di « socialismo poliziesco » di un
tipo assai diverso. Egli avrebbe tentato di manovrare le masse
363

mussulmane tartare in Transcaucasia lanciandole contro gli


Armeni cristiani e, dovunque vi fossero colonie ebraiche —
la maggior parte di queste trovandosi nelle zone di confine —
avrebbe tentato di manovrare i Russi, i Polacchi e altri popoli
contro gli Ebrei. La sua propaganda, diffusa da agenti segreti
e da tipografìe governative, sottolineò il carattere « socia­
lista » dell’impresa. Cercò di rivolgere la collera esistente
nelle masse, non contro i proprietari di terre e i capitalisti
in generale, ma contro mercanti ebrei e armeni, gerenti di
terre e prestatori di denaro ebrei. Come il « nazionalsociali­
smo » della Germania, che più tardi da questo trasse lo
spunto, l’incitazione ai pogrom accusava contemporanea­
mente gli Ebrei di essere la classe abbiente e sfruttatrice e
di essere composta di rivoluzionari infedeli che avrebbero
distrutto l’unità della Russia e che ne avrebbero sabotato la
grandezza. Quest’esperimento ebbe maggior successo della
zubatovshchina, riuscendo a sopravvivere al suo autore,
Plehve. Tuttavia anch’esso doveva avere dei risultati indesi­
derati. Nel 1905 e nel 1906 avrebbe offerto agli operai una
delle loro migliori ragioni di chiedere e di portare le armi.
In alcune delle regioni colpite, gli zemstvo, i consigli comu­
nali e perfino intere provincie della Transcaucasia dovevano
approvare lo stanziamento di fondi per armare un corpo di
difesa operaia contro i pogrom che un reparto del governo
stava segretamente organizzando.

La notte dell’8-9 febbraio 1904, il terzo sogno di Plehve


si avverò. Senza preavvertire, sommergibili giapponesi attac­
carono la flotta russa nel porto di Port Arthur, mutando in
tal modo da un giorno all’altro il rapporto di forze in Estremo
Oriente. La « piccola guerra vittoriosa col Giappone » di
Plehve cominciava davanti a lui.
Le memorie di Witte cercano di far ricadere tutta la
colpa della guerra sulle spalle di Plehve e di una piccola
cricca di speculatori e di avventurieri dell’Estremo Oriente
che godevano dei favori dello Zar. Ma un esame più attento
rivela che Witte era uno di quegli uomini di Stato che non
364

vogliono la guerra, ma che vogliono però quelle cose che


portano a un conflitto sempre più aspro con gli uomini di
Stato analogamente « amanti della pace » degli altri paesi.
I suoi piani finanziari e di costruzioni ferroviarie per la
penetrazione in Cina e in Corea meritano un’indagine più
attenta, perchè rappresentano un parallelismo impressionante
con gli atti del Governo sovietico nelle stesse regioni nel 1945.
Essi gettarono veramente le basi su cui si fondano oggi le
pretese sovietiche in Manciuria, in Mongolia, nella Cina
nord-occidentale e in Corea (ed anche in Persia).
Poco dopo il 1890, Witte attrasse l’attenzione del suo
governo sulla Persia e creò una Banca russo-persiana sotto
il controllo del governo russo. Nel 1894, quando il Giappone
sconfisse la Cina in guerra e s’impadronì della penisola di
Fiao-Tung — su cui si trova Port Arthur — l’attenzione
principale dello Stato russo si spostò verso l’Estremo Oriente.
Nicola II, appoggiato dalla Germania e dalla Francia, obbligò
il Giappone a rinunciare ai frutti della sua vittoria e a ritirarsi
dalla terraferma cinese. Witte negoziò un trattato segreto
di « amicizia e non aggressione » con la Cina, garantendone
l’integrità territoriale e procurando di costruire una ferrovia
attraverso la Manciuria verso Port Arthur « per proteggere
la Cina dalle aggressioni del Giappone ». Ea vecchia impe­
ratrice madre di Cina ebbe così profondamente caro questo
trattato d’amicizia che ne appese il testo (per alcuni anni)
nella sua stanza da letto.
Witte era ormai in grado di estendere il progetto che
aveva più caro, la Ferrovia transiberiana, attraverso la Cina
(Manciuria) fino al mare. Questa « Ferrovia orientale ci­
nese », come la linea fu chiamata, era nominalmente di pro­
prietà di una società mista. Ma il controllo della società si
trovava in mano a una banca russa creata da Witte a tale
scopo e il governo zarista ottenne il diritto di « proteggere »
e « tutelare » la linea con forze di polizia. Fa compagnia
ferroviaria entrò ben presto a far parte di altre industrie
(anch’esse reclamate oggi da Stalin) e la penetrazione eco­
nomica in Manciuria cominciò ad assumere vaste proporzioni.
365

La mossa successiva, eseguita contro il parere di Witte,


costrinse l’imperatrice madre a fare a pezzi il documento
incorniciato appeso nella sua stanza da letto. Pur affermando
la propria amicizia e offrendo come pretesto la protezione
dell’integrità territoriale della Cina, la Marina russa salpò
per Port Arthur, vi istituì una base navale e, unendo la
corruzione alla coercizione, costrinse i Cinesi ad accettare un
« fìtto » venticinquennale del porto e della base. Contempo­
raneamente, gl’inglesi andarono a prendere Weh-Hai-Wei, i
Tedeschi Kiao-Ciao, i Francesi Kuang-Ciao, facendo a fette
in tal modo le parti più prelibate della costa cinese. Solo il
Giappone, che aveva indebolito la resistenza cinese con la
sua aggressione, fu lasciato fuori da questa spartizione.
Quando il Kaiser si servì dell’assassinio di due missionari
tedeschi per estorcere un « fìtto » di novantanove anni a
Kiao-Ciao alla Cina, lo Zar, per non essere sorpassato dal
cugino, costrinse la Cina a prolungare il suo fìtto di Port
Arthur in un fitto anch’esso di novantanove anni.
La Cina allora insorse e tentò di cacciar via tutti gli
stranieri che stavano facendo a pezzi la sua terra (la Rivolta
dei Boxer), per cui tutte le Potenze intervennero con eserciti
d’occupazione, l’Esercito russo occupando la Manciuria.
Quando la rivolta fu sedata, la Russia s’impegnò a ritirare
le sue truppe ma continuò a mantenervele. Su queste basi, il
Governo sovietico, nel 1945, fondò le sue pretese ad una base
navale da ripristinare a Port Arthur, al diritto di esercitare
un controllo di polizia sulla Ferrovia orientale cinese in Man­
ciuria e le sue altre richieste.
Nel frattempo il Giappone stava tentando di ottenere
la sua parte delle spoglie penetrando in Corea, ma anche là
il governo zarista inviò « truppe di polizia », fabbricò su
misura una ferrovia russa, fornì consiglieri militari e finan­
ziari. La Corea negoziò con inquietudine con ambedue i
paesi, sforzandosi di conservare la propria indipendenza,
mentre il Giappone tentava di giungere ad un accordo paci­
fico con la Russia sulla base del riconoscimento di una sfera
d’influenza giapponese in Corea e di una sfera d’influenza
366

russa in Manciuria. Questa reciproca penetrazione in Corea


costituisce la base dell’occupazione da parte della Russia della
metà settentrionale di quell’infelice paese. Dopo parecchi
anni di sforzi vani spesi a negoziare, i Giapponesi ritirarono
i lori inviati da Mosca e tre giorni dopo, senza una dichia­
razione di guerra, distrussero la flotta russa al largo di Port
Arthur con un attacco di sorpresa. Era il 6 febbraio 1904.
Da lotta intestina in Russia si spense come aveva pre­
visto il Ministro Plehve, sommersa in una grande ondata di
esaltazione patriottica. Ma non per molto. La Transiberiana,
iniziata da Witte nel 1891, non aveva ancora che un solo
binario e sul Lago Baikal vi era un grande intervallo che
doveva essere coperto col ferryboat in estate e con le slitte
in inverno. Questo era tuttavia il vicolo stretto per cui le
potenti risorse della Russia avrebbero dovuto passare se aves­
sero dovuto essere portate dove avrebbero' potuto pesare su
un Giappone molto più debole ma trovantesi sul posto. Il Ge­
nerale Kuropatkin era favorevole a una ritirata all’interno
della Siberia fino a che la lenta potenza della Russia avesse
potuto essere radunata per schiacciare il suo avversario in­
feriore, ma generali vicini allo Zar disubbidirono ai suoi
ordini e li fecero abrogare a Corte. Per otto mesi, la grande
fortezza di Port Arthur resistette, cadendo infine per la fame,
l’indisciplina e l’assedio. Siccome gli eserciti russi andavano
incontro a un rovescio dopo l’altro e la cricca di Corte si
dimostrava impotente a mobilitare effettivamente le vaste
risorse della Russia per la guerra, la collera, la vergogna e
l’aperto disfattismo si sostituirono all’iniziale fervore patriot­
tico. Nel momento in cui la macchina bellica russa stava
realmente cominciando a funzionare e le esili risorse del
Giappone stavano dando segno di esaurimento, la minaccia
della rivoluzione era diventata così grande in Russia che lo
Zar preferì richiamare al governo Witte (era stato licenziato
per i suoi fastidiosi ammonimenti contro le avventure militari
in Estremo Oriente nel 1903) e mandarlo negli Stati Uniti
a negoziare un’umiliante pace di compromesso col Giappone,
367

che liberasse le mani del governo per la guerra incalzante


col proprio popolo.
Durante tutto il 1904, mentre milioni di operai e di con­
tadini russi erano chiamati a combattere e morire in Estremo
Oriente per Port Arthur e Dairen, per la Corea settentrionale
e per Sakhalin e per la Ferrovia Transiberiana, la lotta di
frazione tra Lenin e i suoi avversari consumò le loro energie
a un punto tale che ne rimanevano loro ben poche per reagire
alla guerra o anche per definire la loro posizione nei suoi
confronti. Per quanto incredibile ciò possa sembrare, durante
l’intero anno 1904 vi sono soltanto tre accenni sparsi sulla
guerra negli scritti di Lenin ! Il resto dei suoi scritti riguarda
la sua guerra col Comitato Centrale, col Consiglio, col Co­
mitato direttivo dell’Isfera. E gli scritti dei suoi avversari
hanno proporzioni analoghe. Non vi è da meravigliarsi che
la rivoluzione cominciata nel gennaio 1905 li cogliesse nel
sonno.
Le poche affermazioni sull’argomento fatte da tutti
questi dirigenti all’estero sono poco più che riferimenti pas­
seggeri e motti occasionali. Vi erano differenze d’imposta­
zione, ma non raggiunsero una chiara formulazione. Trotzki
e Martov consideravano la guerra un male e chiedevano una
pace immediata. Lenin però era propenso a considerare il
conflitto col Giappone qualcosa di positivo poiché avrebbe
messo in evidenza la debolezza della monarchia. Egli pre­
vedeva che il Giappone avrebbe vinto e pensava che ciò
avrebbe aiutato le forze progressiste in Russia nella loro
propria guerra col governo russo. Quando, nel gennaio 1905,
i Giapponesi espugnarono finalmente Port Arthur, egli
scrisse una delle sue poche prese di posizione sul conflitto.
Sotto il titolo « La caduta di Port Arthur » egli esprime in
modo appena mascherato il suo grido d’esultanza per il fatto
che il « Giappone progressista » abbia sconfitto « la retro­
grada e reazionaria Europa » e non semplicemente l’assolu­
tismo russo. Le sue parole meritano di essere meditate, tanto
perchè contengono in sè il germe del suo futuro « disfattismo
rivoluzionario » nella Prima Guerra Mondiale quanto perchè
368

contrastano così stranamente con le affermazioni espresse


sullo stesso argomento da colui che si proclamava il suo
« migliore discepolo ». Lenin diceva :
Il proletariato ha ogni ragione di rallegrarsi... Lo scopo militare del
Giappone è stato nel complesso raggiunto. L’Asia progressista, avanzata, ha
assestato all’Europa reazionaria un colpo irreparabile. Dieci anni prima, que­
st’Europa reazionaria, con la Russia alla testa, si era preoccupata perchè il
Giappone aveva schiacciato la Cina e si era unita per privare il Giappone dei
migliori frutti della sua vittoria. L’Europa difese il suo diritto pregiudiziale
e primigenio, santificato dai secoli, allo sfruttamento dei popoli asiatici. La
riconquista di Port Arthur da parte del Giappone è un colpo assestato all’in­
sieme dell’Europa reazionaria...
La guerra di un paese progressista con un paese retrogrado ha questa
volta come tante altre nel passato svolto una grande funzione rivoluzionaria...
Il proletariato è opposto ad ogni borghesia e ad ogni espressione dell’ordine
borghese, ma quest’opposizione non lo esime dal dovere di distinguere fra i
rappresentanti storicamente progressisti e quelli storicamente reazionari della
borghesia. È perciò interamente comprensibile che i rappresentanti più coe­
renti e decisi della Socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale, da Jules
Guesde in Francia a Hyndman in Inghilterra, abbiano espresso senza equivoci
la loro simpatia per il Giappone, che sta dando una batosta all’assolutismo
russo...
Non è il popolo russo, ma l’Assolutismo che ha subito una vergognosa
disfatta. Il popolo russo ha vinto con la sconfitta dell’Assolutismo. La capito­
lazione di Port Arthur costituisce il prologo alla capitolazione dello Zarismo.
La guerra è lungi dall’essere conclusa, ma nella sua continuazione ogni passo
rafforza l’indignazione e il fermento incommensurabili del popolo russo e
ci avvicina al momento di una nuova grande guerra, la guerra del popolo
contro l’assolutismo, la guerra del proletariato per la libertà [Vpered, 14 gen­
naio 1905].
La (( nuova grande guerra » di cui Lenin parlava stava
effettivamente per scatenarsi entro una settimana, prima an­
cora che quel numero dello Vpered avesse raggiunto la
Russia !
« Il proletariato ha ogni ragione di rallegrarsi... ». Evi­
dentemente, Giuseppe Stalin, se dobbiamo attenerci alle sue
parole del 1945, doveva pensarla diversamente. Nel suo « In­
dirizzo per la Vittoria » del 2 settembre 1945 sulla resa in­
condizionata del Giappone si può leggere :
La disfatta delle truppe russe nel 1904, nel periodo della guerra russo­
giapponese, ha lasciato tristi ricordi nelle menti dei nostri popoli. Fu una
macchia oscura sul nostro paese. Il nostro popolo ebbe fiducia e attese il
giorno in cui il Giappone sarebbe stato messo in rotta e la macchia cancellata.
Per quarantanni noi uomini della vecchia generazione abbiamo atteso questo
giorno e ora questo giorno è venuto!
Tav. g

Stalin nel
369

Nulla poteva segnare più nettamente il contrasto fra il


« maestro » e il « migliore discepolo » di queste due prese
di posizione sulla caduta di Port Arthur, la base navale che
prima lo Zar e poi Stalin dovevano sottrarre alla Cina.

Il governo giapponese, per parte sua, sentì di poter avere


degl’interessi in comune con le « forze progressiste » russe.
Con ammirevole imparzialità, offrì denaro e armi a tutte le
correnti e frazioni. Pilsudski si recò in Giappone a ottenere
un aiuto sostanziale per il suo Partito socialista polacco.
I Socialisti federalisti georgiani e gli Attivisti finlandesi ac­
cettarono assistenza. La Socialdemocrazia polacca di Rosa
Luxemburg, però, respinse aiuti da una simile fonte, così
come fecero i Menscevichi, i Bolscevichi e i Democratici
Costituzionali. L caratteristico che l’intellighentsia russa,
da Lenin a Miliukov, ritenesse vergognoso accettare un si­
mile appoggio; questo rifiuto dovrebbe d’altronde efficace­
mente smentire l’opinione scandalistica che il « disfattismo
rivoluzionario » di Lenin lo convertisse in un agente nemico
del governo che faceva la guerra al suo.
Siccome i Socialdemocratici, specialmente i loro « Stati
Maggiori » all’estero, erano troppo affaccendati nella loro
guerra di frazione, i Democratici costituzionali furono quelli
che fecero sentire la loro voce per primi nell’opposizione
quando la miseria aumentò e i rovesci militari si molti­
plicarono :
Di chi è la colpa? — scrisse il Principe Trubetzkoi nella rivista legale
Pravo — in occasione della disfatta di Lao Yang. È colpa della società russa?
La società russa dormiva, per ordine delle autorità. Per anni, si è preso ogni
provvedimento per evitare che si svegliasse. Se ogni tanto qualcuno tentava
di alzarsi, di stare in piedi e di dire una parola umana, lo si considerava
un perturbatore dell’ordine e della sicurezza. Determinava solo un minac­
cioso brontolìo: Chiudi la bocca! Sta giù! e una mano potente spingeva giù
il capo rialzato. Negli ultimi anni, la Russia è stata come il dormitorio di
un commissariato di polizia...

Il 24 luglio, la già scossa burocrazia fu gettata nella più


assoluta confusione da una bomba lanciata da Sazonov in un
complotto diretto dall’agente di polizia Azev, che fece a

34
370

pezzi Plehve, recentemente promosso Primo Ministro. Ormai


privo di un forte consigliere, lo Zar, impaurito, nominò un
degno uomo di paglia al posto di Plehve con il mandato di
<( dimostrare più fiducia nella società ».
Di fronte a ciò il movimento democratico liberale ritrovò
la lingua e cominciò a parlare come una foresta d’uccelli
all’alba. Gli zemstvo approvarono dichiarazioni di lamentele
e fecero apertamente dei progetti per indire un congresso
nazionale di delegati degli zemstvo. Avvocati, medici, archi­
tetti, scrittori, giornalisti, ingegneri, economisti, scienziati,
professori parteciparono a banchetti pubblici, fecero discorsi,
memoriali, risoluzioni, proteste, chiesero e rispettosamente
consigliarono innumerevoli trasformazioni. I loro posati con­
gressi professionali si trasformarono in riunioni politiche e
le loro società professionali in « sindacati ». Poi, sotto la di­
rezione del Prof. Miliukov, questi sindacati si riunirono in
un Sindacato dei Sindacati. D’impressione fatta da questi
sindacati intellettuali fu così profonda sugli operai ancora
disorganizzati che fino ad oggi le organizzazioni operaie russe
si chiamano « sindacati professionali », espressione che ge­
neralmente si abbrevia in profsoyuzy.
I Socialdemocratici, nella misura in cui le loro liti di
frazione lo consentivano, seguivano queste attività liberali
d’opposizione col più profondo interesse. Ma come compor­
tarsi nei loro riguardi? Su questo, come su altri argomenti,
Lenin e i suoi collaboratori di una volta erano di due pareri
diversi. Come Plekhanov lo aveva previsto, i Menscevichi
erano propensi a « voltare il viso, tu il dorso » all’opposizione
democratica liberale.
Siccome siamo tutti d’accordo che la prossima rivolu­
zione dev’essere una « rivoluzione democratica borghese, ra­
gionavano i Menscevichi, uomini come questi sono destinati
a dirigerla e a costituire il futuro governo. Diamo loro co­
raggio e appoggio di massa. Facciamo appello ai lavoratori
perchè facciano dimostrazioni davanti alle riunioni di
zemstvo, alle loro sale di banchetto, alle loro dimostrazioni
politiche. E in cambio dell’aiuto che daremo loro per farli
3/1

vincere, esigiamo da loro delle promesse per la nostra propria


classe : un regime veramente democratico, il suffragio uni­
versale, la libertà di parola, di stampa, d’organizzazione, una
legislazione sociale illuminata. Dopo che lo Zarismo sarà
stato rovesciato comincerà la nostra lotta contro di loro.
Nel frattempo, non precipitiamoci nelle loro riunioni in modo
disordinato, non facciamo delle richieste che li spaventino
e li facciano scappare o che dividano l’opposizione allo Za­
rismo prima che abbia concluso la sua lotta in modo
vittorioso. « Prima di dividersi la pelle dell’orso bisogna
acchiapparlo ».
Denin, per parte sua, si faceva ironico davanti a queste
proposte. È vero che condivideva con i Menscevichi le for­
mule comuni: « alleanza di tutte le forze d’opposizione »;
« rivoluzione democratica borghese ». Ma in cuor suo era
convinto che la borghesia era troppo debole e vile per ese­
guire i propri compiti storici, che era pronta a « concludere
un accordo con lo Zar », che era troppo abile e machiavel­
lica per rispettare qualsiasi promessa fatta alle masse. « De
promesse, scrisse Denin in inglese, citando uno dei suoi pro­
verbi inglesi preferiti, le promesse sono come i biscotti, sono
fatte per essere spezzate ». In quanto a spaventare la bor­
ghesia fino a farla scappare, ci si può contar sopra, salvo nel
caso dei contadini e della « piccola borghesia radicale delle
città ». Il modo di dar coraggio a questi timidi eroi consiste
nel dar loro noi stessi un esempio di lotta implacabile. Se ciò
li spaventa fino a farli fuggire, tanto meglio : sapremo che
non possiamo contare su di loro e andremo avanti senza di
loro. Voi fate appello alle masse affinchè facciano dimostra­
zioni davanti alle loro sale di banchetti e alle riunioni di
zemstvo, per dar loro coraggio. Ma io faccio appello alle
masse affinchè facciano dimostrazioni davanti agli edifici, ai
palazzi, alle prigioni, alle questure del governo...
Ma le masse non ascoltavano nè i Bolscevichi nè i Men­
scevichi. Una gran parte dei loro componenti seguivano di­
rettamente i liberali. Perfino alcuni dei Comitati locali di
Denin in Russia ignorarono le sue istruzioni e affluirono a
372

riunioni liberali e democratiche, per acclamare e sostenere


l’opposizione più chiacchierona che fosse sorta fino allora.
Il grosso degli operai della capitale non seguiva però nè i
Bolscevichi, nè i Menscevichi, nè i Democratici liberali, ma
aderiva in massa alle organizzazioni capeggiate dalla polizia.
Trotzki, che si era unito ai Menscevichi sulla questione
organizzativa, li combatteva ora in quello che sprezzante­
mente egli chiamava la loro « campagna di banchetti ».
Unico fra i Marxisti russi, Trotzki tentava di uscire dal cir­
colo vizioso della formula secondo la quale la rivoluzione
incalzante doveva essere una « rivoluzione borghese ». Da
borghesia, egli asseriva, non trasporterà mai la lotta dalla
sala dei banchetti nelle strade lungo le quali le rivoluzioni si
combattono e si vincono. Non appena la polizia e lo Zar
avranno brontolato loro un fermo no, il loro torrente di pa­
role si fermerà. Prima della fine del 1904 questa previsione,
per lo meno, si verificò.
« E dopo? », si domandava Trotzki in un pamphlet
scritto verso la fine dell’anno. Ecco la sua risposta :
Uno sciopero generale politico... Uno sciopero politico del proletariato,
che dovrebbe trasformarsi in una dimostrazione (politica dell’intera popola­
zione... Non uno sciopero locale, ma uno sciopero generale politico in tutta
la Russia, con un motto generale politico. Questo motto sarà: Cessare la
guerra e convocare un’Assemblea Costituente Nazionale... E i contadini do­
vrebbero unirsi il giorno dello sciopero... Dobbiamo condurre la propaganda
più intensa nell’esercito, affinchè, il giorno dello sciopero ogni soldato sappia che
ha di fronte il popolo, il quale chiede un’Assemblea Costituente Nazionale (i).

Fra tutte le formule, i piani, i suggerimenti, le parole


d’ordine e le proposte e analisi immediate fatti nell’anno
1904, questa proposta di Trotzki di uno sciopero generale
politico doveva essere quella che sarebbe giunta più vicino

(i) Do Devyatago Yanvarya (« Prima del nove gennaio »). Con un’in­
troduzione di Parvus. Ginevra, 1905. Il pamphlet non riuscì ad essere stam­
pato se non dopo gli avvenimenti agitati del 22 gennaio 1905 (9 gennaio,
Vecchio Stile), donde il titolo. L’introduzione di Parvus contiene la prima
esposizione della teoria della « rivoluzione permanente » (il proletariato
comincia col fare una rivoluzione borghese e la continua « in permanenza »
finche non diventi una rivoluzione proletaria), dottrina che doveva avere
una parte così centrale nelle opinioni successive, durate tutta la vita, di Trotzki.
373

all’attuazione nel 1905. Ma la storia, come al solito, doveva


dimostrarsi maliziosa e astuta e la realtà doveva manifestarsi
in modo più ricco, più bizzarro, più complicato di qualsiasi
formula da lei derivata e destinata a descriverla e a impar­
tirle precetti. Non già il socialismo marxista ma uno degli
esperimenti di « socialismo poliziesco » diventò il bizzarro
punto di partenza di uno sciopero generale. O forse do­
vremmo dire « socialismo clericale », perchè il suo capo fu
un prete della Chiesa russa ortodossa !

Padre Giorgio Gapon è una delle figure più interessanti


sprigionate dalla Rivoluzione del 1905 ed anche delle più
tipicamente russe. Figlio di un contadino ucraino, nel pe­
riodo in cui lo incontriamo aveva solo trentadue anni. Viene
giudicato intelligente, serio, meditativo, energico, straordi­
nariamente bello, oratore impressionante e mistico capopo­
polo. In gioventù, uno dei suoi maestri, un tolstoiano, gli
aveva dato un libello manoscritto di Tolstoi che veniva di­
stribuito clandestinamente. I/altra fonte importante della sua
ispirazione era Zubatov, col suo esperimento di sindacalismo
diretto dalla polizia. I lavoratori di San Pietroburgo, più
progrediti di quelli di Mosca, si erano mostrati più diffidenti
verso la direzione poliziesca. Padre Gapon, che aveva già
persuaso i suoi superiori della sua abilità nel trattare gli
uomini come cappellano del carcere, sostenne ora che gli
operai di Pietroburgo avrebbero potuto essere meglio avviati
in direzione di un’organizzazione sana sotto un « controllo
spirituale » che sotto il controllo della polizia. Il suo pro­
getto di « Sindacato degli operai delle fabbriche russe »,
avente lui come capo e consigliere spirituale, ottenne l’ap­
provazione ministeriale di Plehve poco prima che questo
ultimo morisse di morte violenta. Gli scopi del nuovo sin­
dacato comprendevano « passatempi sobri e razionali nelle
ore d’ozio », l’eliminazione dell’ubbriachezza e del giuoco,
l’inculcare idee religiose e patriottiche, lo sviluppo di una
« concezione prudente dei doveri e dei diritti dei lavoratori »
e l’organizzazione di una « attività autonoma per il miglio-
374

ramento legale delle condizioni di lavoro e di vita dei


lavoratori ».
Da principio i lavoratori rimasero lontani. L’imbarazzato
Gapon, dilaniato fra le sue opinioni tolstoiane e le sue am­
bizioni morali e sociali da un lato, e le sue istruzioni dalla
polizia, dall’altro, cercò di aumentare la fiducia dei lavoratori
ordinari ottenendo un appoggio attivo e consigli dai più
avanzati. Dopo alcune riunioni segrete con queste persone,
vide affluire alla sua associazione le domande d’adesione.
Più efficace dei loro consigli fu il rincaro del costo della vita
determinato dalla guerra. Prima che l’anno 1904 fosse finito,
il suo sindacato comprendeva praticamente tutti i lavoratori
esistenti addetti nelle industrie meccaniche a San Pietro­
burgo, insieme con una notevole quantità di spie della polizia
e alcuni individui influenzati dalle idee socialiste. Non vi
erano intellettuali. Con maggiore successo di Zubatov, sem­
brava trasferire l’ostilità dei lavoratori dal regime ai datori
di lavoro. I grandi comizi cantarono « Dio salvi lo Zar » con
profondo e genuino fervore : non aveva forse lo Zar silurato
i suoi malvagi funzionari e dato loro invece questo simpatico
prete per dirigere la loro legittima speranza di organizza­
zione e di progresso?
Nel valutare l’arretratezza patriarcale delle masse russe
nei primi anni del secolo ventesimo, dobbiamo tenere chia­
ramente in mente questo quadro. E non erano solo gli operai
non specializzati, contadini di ieri, che seguivano un prete
e cantavano così fervidamente « Dio salvi lo Zar ». Tn questo
momento la scena principale del nostro dramma si trova nelle
enormi officine Putilov per la fabbricazione di locomotive
e di macchinari, il più vecchio e il più vasto stabilimento
d’industria pesante nella progressiva Pietroburgo, compren­
dente il maggior numero di operai metallurgici specializzati.
Dà, padre Gapon aveva la sua maggiore organizzazione. Sotto
la sua guida, essi presentarono all’impresa alcune richieste
moderate. In dicembre, questa rispose licenziando i membri
più importanti del comitato di Gapon. Dopo di che, tutte le
maestranze delle officine di locomotive di Putilov abbando-
375

narono il lavoro e chiesero a Padre Gapon di condurle diret­


tamente dal nostro « Caro Padre Zar » per poter umilmente
manifestare ai suoi piedi le loro pene.
Il prete Gapon era poco meno ingenuo degli uomini che
aveva riunito. Era influenzato dallo spirito di massa quasi
altrettanto quanto lo influenzava. Sulle prime, fu esitante
davanti all’audace idea di andare direttamente dal « Padre
del Popolo russo ». Poi l’accettò e finalmente fu da essa tra­
sportato. Il movimento stava diventando troppo grande per
poter essere controllato dal suo fondatore; le sue illusioni,
assumendo una vita indipendente, stavano per dominarlo.
Cominciò ad evitare i suoi superiori, i funzionari della Dire­
zione della Polizia e del Ministero dell’Interno. Come i suoi
seguaci, anch’egli si sforzava ora di passare oltre le loro teste
e di cercare un contatto diretto con lo Zar Nicola. Il 21 gen­
naio 1905 (8 gennaio, Vecchio Stile), alla vigilia della pro­
gettata processione al palazzo, scrisse il seguente messaggio
confidenziale allo Zar :
Sire!
Non credere ai Tuoi ministri. Essi T’ingannano sulla situazione reale.
Il popolo crede in Te. Ha deciso di radunarsi domani alle due del pome­
riggio al Palazzo d’inverno per esporTi le sue esigenze. Se Tu non vorrai
trovarTi davanti al popolo, romperai quel nesso spirituale che Ti unisce al
popolo... Non temere nulla. TrovaTi domani davanti al popolo e accetta
la nostra umilissima petizione. Io, rappresentante degli operai, e i miei
compagni, garantiamo l’inviolabilità della Tua persona.
(firmato) Gkvgh.

Da mattina successiva, secondo la valutazione comune,


oltre duecentomila uomini, donne e bambini, lavoratori con
le loro famiglie, si radunarono in diversi luoghi di raduno
per convergere in processione verso il 'Palazzo d’inverno.
Erano disarmati conformemente alla garanzia di Gapon : i
pochi terroristi, teste calde o agenti di polizia, che avevano
portato armi indosso, furono frugati dai suoi giannizzeri e
le loro armi vennero loro sottratte. Ea loro intenzione era
pacifica, perfino riverente. Era domenica. Molti portavano
icone e ritratti dello Zar. Questo trasporto di immagini del
sovrano in processione è un’antica consuetudine russa ancor
________
Capitolo XVII

IC 1905 IN ESILIO

Zhelyabov. La storia si muove troppo lentamente. Ha


bisogno di una spinta...
Semenyuta ■. Che ne diresti di una costituzione?
Zhelyabov. Tutto per il meglio.
Semenyuta: Beh, che cosa vuoi: lavorare per una costi­
tuzione o dare una spinta alla storia?
Zhelyabov : Per ora vogliamo dare una spinta alla storia.

La mattina dopo la Domenica di Sangue, gli Ulyanov


stavano andando alla Biblioteca di Ginevra quando furono
fermati dai Eunaciarski, che si stavano affrettando a far loro
visita. La signora Eunaciarski era così commossa che non
poteva parlare, ma solo agitare con imbarazzo il suo mani­
cotto. Andarono tutt’e quattro al ristorante di Eepescinsky
dove trovarono altri Bolscevichi, attratti verso il ritrovo
abituale come da una calamita. « Ea gente che vi era radu­
nata non riusciva a dirsi una parola a vicenda, tanto era
eccitata. Con facce cupe cantava la Marcia funebre rivolu­
zionaria. Ognuno era oppresso dal pensiero che la Rivolu­
zione era cominciata ».
Da allora in poi, sarebbero vissuti come in un sogno,
sospesi fra un numero e l’altro dei giornali quotidiani. Una
forza irresistibile li spinse ad uno ad uno verso la terra dove
erano nati. Con quell’impazienza controllata che lo carat­
terizzava, il solo Eenin riprese le gite quotidiane in biblioteca,
aspettando il momento in cui gli sarebbe sembrato possibile
apparire in pubblico in Russia. Ai suoi compagni che si
380

trovavano sul posto della lotta scriveva lettere ardenti, piene


di consigli, insistenti, pur tastando discretamente il terreno,
perchè « da questa maledetta lontananza non ci si fida natu­
ralmente di assumere una posizione netta ». Le statistiche
cominciarono ancora una volta a impolverarsi sui pacifici
scaffali della Biblioteca di Ginevra, perchè Lenin stava scom­
pigliando altri settori. Cominciò a tradurre in russo l’opera :
Sul combattimento per le strade - Opinione di un generale
della Comune. Il suo autore, il Generale Cluseret, si era con­
traddistinto per la prima volta per l’energia con la quale
aveva represso la rivolta degli operai di Parigi nel giugno
1848. Più tardi, aveva servito sotto Garibaldi in Italia, poi
sotto i Nordisti nella Guerra Civile americana (dove aveva
conquistato il suo grado di generale). Tornando in Francia,
aveva aderito al movimento anarchico e poi a quello socia­
lista, diventando rappresentante socialista alla Camera dei
Deputati e infine uno dei capi militari nella difesa di Parigi
durante la Comune.
Vladimiro Ilyic lesse tutto quello che potè trovare sulla
scienza militare nella pacifica Ginevra. Egli fu l’unico esule
che reagì in questo modo alla notizia della Domenica di
Sangue. Oltre Cluseret, vi era l’opera Della Guerra di von
Klausewitz, che fu sempre l’autorità preferita sulla strategia
in Russia. Egli « si consultò » con Marx ed Engels, come
era suo costume in ogni situazione nuova, rileggendo ed
annotando tutto quello che avevano scritto su argomenti
militari e sull’arte dell’insurrezione.
L’uccello notturno Martov aveva avuto la notizia prima
di Lenin. Era rimasto alzato tutta la notte con i suoi amici
intimi, discutendo sugli scarni dispacci in attesa dei giornali
del mattino. Trotzki, di ritorno da una conferenza e da
una notte insonne in treno, le trovò all’alba vicino all’ufficio
âeïl’Iskra. Le notizie in possesso del giornale lo convinsero
di dover partire immediatamente per la Russia. Più ardente
e avventuroso e più giovane degli altri (aveva allora venti­
cinque anni), Trotzki fu il primo a partire. In genere, gli
esuli erano più lenti a varcare di nuovo il confine con l’avan-
38i

zare dell’età, con la durata della loro sistemazione all’estero


e con l’ardore dei loro temperamenti. Lenin e Martov non
rientrarono fino all’amnistia d’ottobre, verso la fine dell’anno.
Rosa Luxemburg, il cui temperamento era non meno ar­
dente di quello di Trotzki, fu trattenuta dalle sue molteplici
attività nella socialdemocrazia tedesca, per cui non rientrò
clandestinamente nella sua natia Polonia russa fino al mese
di dicembre. La salute malferma di Axelrod lo trattenne
tanto a lungo che, quando si avviò, la reazione era ancora
una volta in pieno sviluppo; giunse fino in Finlandia, dove
gli altri stavano già fuggendo da San Pietroburgo. È signi­
ficativo che durante gli anni burrascosi del 1905-1906 Ple-
khanov non tornasse affatto nel suo paese nativo.

Natalia Ivanovna Sedova era appena arrivata a Ginevra


dalla Russia per raggiungervi Trotzki, ma la stessa mattina
in cui giunse la notizia, lo accompagnò a Monaco e poi tornò
in Russia a sistemare le cose affinchè egli potesse vivere
clandestinamente a San Pietroburgo. Questo suo viaggio fu
un esempio tipico della devozione che dimostrò per tutta la
vita al rivoluzionario e all’uomo. Mentre ella andava avanti
a fare i preparativi per lui, Lev Davidovic stava a Monaco
con Parvus e concludeva con lui un accordo che doveva dar
luogo ad una fruttuosa collaborazione negli anni che vanno
dal 1905 al 1907. Parvus (Alessandro L- Gelfand) era di dieci
anni più anziano di Trotzki e godeva di un’enorme fama
come scrittore e pensatore politico marxista. Il fatto che
Parvus fosse grandemente impressionato dal suo opuscolo
ancora inedito, anzi che fosse perfino spinto da esso a nuove
idee sulla Russia, rafforzò, se pur ve n’era bisogno, la fiducia
del giovane in se stesso. « Ma gli avvenimenti hanno confer­
mato la tua analisi, disse Parvus a Trotzki. Il ventidue gen­
naio (due giorni dopo la Domenica di Sangue) vi è stato il
primo sciopero generale politico di cui tu parli, anche se fu
camuffato sotto la tonaca di un prete... Ora occorre solo
aggiungere che la rivoluzione in Russia può insediare al
potere un governo di lavoratori ».
3^2

Può insediare al potere un governo di lavoratori ! Così si


delineò l’introduzione di Parvus all’opuscolo di Trotzki e così
fu concepito il germe della dottrina della « rivoluzione per­
manente », che era destinata ad avere una parte così impor­
tante nelle opinioni di Trotzki e influenzare le azioni di
Lenin nel 1917.
Nel decennio successivo dovevano esservi tre concezioni
concorrenti più o meno chiaramente definite fra i Marxisti
russi circa la natura e le prospettive della futura rivoluzione.
1. Quella dei Menscevichi : la futura rivoluzione sarebbe
stata una rivoluzione democratica borghese. Avrebbe abolito
il feudalesimo, spianato il terreno al libero1 sviluppo del ca­
pitalismo, stabilito una repubblica democratica, portato al
potere la borghesia. Sotto la repubblica, vi sarebbe stata una
vita politica aperta, libertà di propagare le idee socialiste,
di organizzare politicamente ed economicamente la classe
operaia e di sviluppare in lei la cultura, l’esperienza, l’auto­
coscienza e la potenza necessari a preparare, in qualche epoca
futura, una seconda rivoluzione, una rivoluzione socialista.
Quella rivoluzione avrebbe potuto essere democratica solo
quando il proletariato fosse diventato una maggioranza della
popolazione. Ma il proletariato, nella sua attuale condizione,
in questo paese arretrato, non poteva sognare di prendere il
potere, nè il Partito socialdemocratico avrebbe dovuto acca­
rezzare l’idea di entrare nel governo provvisorio. Non po­
tendo assicurare l’esecuzione del proprio programma in un
paese così arretrato, avrebbe solo compromesso il suo pro­
gramma e se stesso assumendo la responsabilità delle azioni
di un governo borghese. Essere rivoluzionari significava ora
combattere lo Zarismo, appoggiare la borghesia nella sua
lotta per il potere, incoraggiarla, spingerla ed esigere da lei
la promessa di un massimo di libertà per la classe operaia.
2. Opinione di Parvus e di Trotzki : i primi compiti che
avevano di fronte i rivoluzionari erano evidentemente com­
piti « democratici borghesi », ossia quei compiti che erano
stati adempiuti in Occidente dalle rivoluzioni borghesi. Ma
la rivoluzione russa stava avvenendo « troppo tardi » nella
383

storia per essere una rivoluzione borghese : il proletariato


era già sulla scena come forza indipendente, per cui le due
rivoluzioni, quella democratica borghese e quella socialista
proletaria, avrebbero avuto tendenza a « combinarsi » od a
cozzare in una sola. Il ceto medio russo era inoltre debole
e codardo. Munito delle conquiste teoriche e delle esperienze
dei suoi fratelli socialisti occidentali e sostenuto dalla rivolta
contadina sviluppantesi simultaneamente, il proletariato
avrebbe dovuto compiere l’opera che la borghesia era in­
capace di eseguire. « In Russia, scrisse Parvus nella sua in­
troduzione all’opuscolo di Trotzki, solo i lavoratori possono
effettuare un’insurrezione rivoluzionaria... il governo provvi­
sorio rivoluzionario sarà un governo della democrazia dei
lavoratori ». La « rivoluzione borghese » fatta dal proleta­
riato avrebbe perciò avuto tendenza a confluire in una rivo­
luzione proletaria. « Non appena la rivoluzione è vittoriosa —
le parole sono ora di Trotzki —■ il potere politico si trasfe­
risce necessariamente nelle mani della classe che ha svolto
la parte principale nella lotta, la classe operaia ». E una volta
al potere? Avrebbe dovuto agire come rappresentante della
classe a nome della quale dichiarava di parlare : avrebbe
dovuto seguire, sia pure in modo soltanto frammentario, una
politica governativa della classe operaia. La linea di divisione
fra le sue rivendicazioni democratiche minime e il suo pro­
gramma socialista finale sarebbe scomparsa. Anche se avesse
cominciato con i più modesti provvedimenti a favore della
Classe operaia, come per esempio l’applicazione di una gior­
nata lavorativa di otto ore o l’obbligo fatto ai datori di lavoro
di mantenere i disoccupati, questi avrebbero opposto resi­
stenza e chiusi i loro stabilimenti. Il governo non avrebbe
dovuto allora prendere in mano gli stabilimenti? E non sa­
rebbe stato questo un grande passo verso il socialismo? In
breve, scriveva Trotzki, « la supremazia politica del prole­
tariato è incompatibile con la sua schavitù economica ». Ana­
logamente, nelle zone rurali, il proletariato al potere sarebbe
presto stato costretto a intraprendere la collettivizzazione
dell’agricoltura. Sarebbe stata opposta resistenza a tutti
384

questi provvedimenti da parte della borghesia esarcebata,


dalle masse contadine con mentalità da proprietarie, forse
un intervento straniero. Ma per far fronte a quest’ultimo, vi
era la speranza che la rivoluzione russa tendesse a estendersi
all’Occidente, già maturo e più che maturo, come ognuno
sapeva, per una rivoluzione socialista. Così il proletariato,
una volta al potere, avrebbe potuto mantenervisi e far con­
tinuare la rivoluzione « in permanenza », trasformandola da
breve sollevamento a un’intera epoca rivoluzionaria all’in­
terno e all’estero, combinando le rivoluzioni borghese e pro­
letaria in un unico, continuo processo, incessantemente do­
minato dal proletariato. Questa « legge dello sviluppo com­
binato », come Trotzki doveva definirla nella sua successiva
Storia della Rivoluzione russa venne allora da lui e da Parvus
battezzata col nome di « la rivoluzione permanente ».
3. La posizione di Lenin, che si muoveva tra questi due
estremi. A formule, Lenin sembrava un Menscevico, nello
spirito egli fu continuamente attirato verso il polo trotzkista.
Con i Menscevichi, Lenin sosteneva che il livello economico
d’un paese stabiliva se esso fosse o meno maturo per una
rivoluzione socialista. Con i Menscevichi, asseriva categori­
camente che, economicamente, politicamente e culturalmente
la Russia era matura solo per una rivoluzione democratico­
borghese. Ma con Trotzki e con Parvus ammetteva che la
borghesia era troppo debole e codarda perchè ci si potesse
fidare che compiesse la propria rivoluzione, per cui la parte
principale sarebbe probabilmente ricaduta sul proletariato.
Sempre con Trotzki — e qui giungiamo alla linea di divi­
sione nella condotta pratica — Lenin sosteneva che il Partito
socialdemocratico deve lottare direttamente per una parte­
cipazione al potere politico, deve sforzarsi di entrare in qual­
siasi governo provvisorio che possa sorgere nel corso della
lotta e deve lottare per determinare la politica di quel
governo.
Ma allora come la rivoluzione avrebbe potuto mantenersi
democratica? Infatti, Lenin, a quei tempi, era un democra­
tico convinto e il problema della libertà politica lo preoccu-
Tav. io

Pagine del taccuino di appunti usato da Lenin al congresso di Londra nel 1903.
In grossi caratteri egli annotava che si limitasse l’iscrizione al partito ai rivo-
luzionari di rigida disciplina. La freccia indica il passo in cui egli bolla le
idee « moderate » come « pericolose ».
3«5

pava profondamente. Non solo a quei tempi, ma fino a


(piando non conquistò il potere nel 1917. « Non un solo so­
cialista, scriveva per esempio nel 1914, a meno die non de­
cida di considerare i problemi della libertà politica e della
democrazia come problemi senza importanza per lui, e in
quel caso, naturalmente, cessa di essere socialista, ecc... ».
I suoi scritti sono pieni di analoghe confessioni ardenti e
non può essere sollevato alcun dubbio sulla loro sincerità.
Perfino nel 1917 sostenne una dittatura minoritaria « tempo­
ranea » in Russia solo perchè era convinto che l’esempio
russo in mezzo alla guerra avrebbe posto termine alla guerra
su tutti i fronti per mezzo di una rivoluzione mondiale, risol­
vendo in tal modo i problemi dell’arretratezza russa con una
soluzione su scala mondiale.
« Ma allora come la rivoluzione potrebbe essere mante­
nuta democratica? », domandava ansiosamente Renin nel
1905. Se il Partito socialdemocratico deve lottare diretta-
mente per partecipare al potere, per entrare in qualsiasi go­
verno provvisorio rivoluzionario che possa sorgere nel corso
della lotta, come si potrebbe impedire che quel governo de­
generi in una dittatura minoritaria del proletariato in un
paese dove lo stesso proletariato non è che una minoranza
senza speranza? Su questo punto egli si distingueva netta­
mente da Trotzki e da Parvus. Rispose alla sua domanda in
modo da esserne personalmente soddisfatto, respingendo ca­
tegoricamente la formula Trotzki-Parvus di un « governo
dei lavoratori » o di un « governo socialista », o di una « dit­
tatura del proletariato ». No, egli era favorevole ad un go­
verno democratico della vasta maggioranza del popolo russo.
Per garantirlo invocò non solo un governo dei lavoratori ma
un governo di due classi o più, costituito da due o più partiti.
A tal uopo coniò la formula : « la dittatura democratica del
proletariato e dei contadini ». Questo avrebbe dovuto essere
un governo di coalizione del proletariato (attraverso la So­
cial-democrazia), dei contadini (attraverso qualche partito
contadino, magari i Socialrivoluzionari) e delle correnti de­
mocratiche della borghesia (attraverso aualche nartito demo­

ns
386

cratico borghese, come i Democratici costituzionali). Consi­


derava i contadini una a classe piccolo borghese », la più
rivoluzionaria, quantunque non necessariamente l’unica, fra
le correnti della borghesia. Se si fosse potuto costituire con
loro un governo di coalizione, con o senza la collaborazione
della « piccola borghesia cittadina democratica », un simile
governo sarebbe stato una dittatura temporanea contro i par­
tigiani dello Zar, ma solo nel senso che ogni governo rivo­
luzionario nella storia lo è stato. Sarebbe stata una « dittatura
democratica », perchè avrebbe rappresentato la volontà della
stragrande maggioranza della popolazione e avrebbe potuto
dare origine a una democrazia genuina non appena le con­
tingenze della guerra civile fossero terminate e il governo
provvisorio avesse fatto strada ad un’assemblea costituente
che avrebbe redatto una nuova costituzione e creato un nuovo
governo democratico costituzionale.
Perciò, quando Parvus scrisse a nome proprio e di
Trotzki : « Il governo provvisorio rivoluzionario sarà un
governo socialdemocratico... con una maggioranza social-
democratica », Denin rispose aspramente:
Ciò non può essere! Non può esserlo perchè una dittatura rivoluzionaria
può durare un certo tempo solo se si fonda sull’enorme maggioranza del
popolo... Il proletariato costituisce una minoranza. Può controllare una po­
tente e schiacciante maggioranza solo se si unisce con la massa dei semi­
proletari, dei possessori di mezza proprietà... Una simile composizione si
rifletterà naturalmente nella composizione del governo rivoluzionario... Sa­
rebbe estremamente dannoso mantenere qualsiasi illusione a questo riguardo...
Chiunque tenti di raggiungere il socialismo per qualsiasi altra strada giungerà
inevitabilmente alle conclusioni più assurde e reazionarie, tanto sul piano
economico quanto sul piano politico.

Più tardi, in quello stesso anno, Denin tornò ad attaccare


Trotzki e Parvus con parole quasi identiche. Parlò della loro
concezione definendola
...la concezione assurda, remi-anarchica, secondo cui il programma
massimo, la conquista del potere da parte di una rivoluzione socialista, può
essere attuato immediatamente. Il grado attuale di sviluppo economico della
Russia — che è una condizione obbiettiva — e il grado di coscienza di classe
e di organizzazione delle vaste masse del proletariato — che è una condizione
soggettiva indissolubilmente legata alla condizione obbiettiva — rendono
387
impossibile la completa emancipazione della classe operaia. Solo la gente più
ignorante può non comprendere il carattere borghese dell’attuale rivoluzione
democratica. Solo gli ottimisti più ingenui possono dimenticare quanto poco
siano finora informate le masse dei lavoratori degli scopi del socialismo e dei
metodi per raggiungerlo. E siamo tutti convinti che l’emancipazione dei lavo­
ratori non può essere opera che dei lavoratori stessi; una rivoluzione socialista
è fuori discussione a meno che le masse non acquistino la coscienza di classe,
non siano organizzate, addestrate ed educate da un’aperta lotta di classe
contro l’intera borghesia. In risposta alle obbiezioni anarchiche che stiamo
ritardando la rivoluzione socialista, diremo: non la stiamo ritardando, ma
stiamo compiendo i primi passi nella sua direzione, usando gli unici mezzi
possibili lungo l’unica via giusta, ossia la strada di una repubblica democra­
tica. Chiunque voglia giungere al socialismo per una via diversa da quella
della democrazia politica giungerà inevitabilmente a conclusioni assurde e
reazionarie, tanto sul piano economico quanto su quello politico.

(( Chiunque voglia giungere al socialismo per una via


diversa da quella della democrazia politica giungerà inevi­
tabilmente alle conclusioni più assurde e reazionarie... ».
Fatidico, profetico ammonimento!
Ineluttabilmente, richiama alla memoria quell’altro am­
monimento profetico che Trotzki aveva lanciato a Lenin un
anno prima. In realtà, i due ammonimenti hanno un nesso
organico fra di loro, perchè quello di Trotzki era stato una
previsione dei pericoli di una dittatura minoritaria in seno
al Partito, mentre quello di Lenin era stato una previsione
dei pericoli di una dittatura minoritaria in seno allo Stato.
Per cogliere il nesso organico fra le due profezie, dobbiamo
solo domandarci ; che cosa sarebbe accaduto quando il Partito
si fosse identificato con lo Stato? Con un simile partito, go­
vernante un simile Stato, i due pericoli non si sarebbero
forse rafforzati a vicenda diventando un pericolo solo?
Per comprendere appieno il nesso logico tra le due af­
fermazioni, riproponiamoci il sillogismo, completandolo in
tutte le sue parti :
Ammonimento di Trotzki : « L’organizzazione imposta
al Partito si sostituirà al Partito stesso; il Comitato Centrale
si sostituirà all’organizzazione e infine il Dittatore si sosti­
tuirà al Comitato Centrale ».
Vincolo connettivo : « Il Partito si sostituirà al go­
verno ».
338

Ammonimento di Lenin: « Chiunque voglia giungere al


socialismo per Una via diversa da quella della democrazia
politica giungerà inevitabilmente alle conclusioni più assurde
e reazionarie, tanto sul piano politico quanto su quello
economico ».
Così nel 1904 e nel 1905, i due futuri collaboratori si
ammonivano solennemente l’un l’altro circa i pericoli di una
dittatura minoritaria nel Partito e nello Stato. Chi può met­
tere in dubbio, alla luce degli avvenimenti successivi, che
ciascuno di loro aveva in quel momento una brillante visione
profetica dei pericoli impliciti nell’impostazione dell’altro?
Ma quando unirono le loro forze nel 1917, le loro divergenze
si annullarono. Trotzki accettò l’apparato di partito di Lenin
e Lenin accettò la « concezione assurda, semi-anarchica se­
condo cui la conquista del potere da parte di una rivoluzione
socialista può essere attuata immediatamente » e la conce­
zione di Trotzki di una « dittatura proletaria » di minoranza,
o più precisamente di una dittatura di un solo partito.
Questa fusione era la cosa più naturale al mondo, poiché vi
è un indubbio nesso strutturale e psicologico fra dittatura
di minoranza nel Partito e dittatura di minoranza nello
Stato. Entrambe partono dallo stesso presupposto : ossia, che
una élite o un’avanguardia autodesignata, adeguatamente ar­
mata di conoscenza tecnica (Marxismo) e adeguatamente
accreditata da un’intera vita di esperienze e di dedizione,
può fare a meno del penoso e azzardoso processo democra­
tico, pur evitando le « conclusioni assurde e reazionarie »,
i pericoli di « dittatura personale », gli agguati del totalita­
rismo e le possibilità di corruzione del potere assoluto.

Così, dal 1905 al 1917, mentre vi furono due concezioni


sull’organizzazione del partito, quella di Lenin, da un lato,
e quella di Trotzki e dei Menscevichi dall’altro, vi furono tre
concezioni relative alla natura della futura rivoluzione, la
menscevica, ad un estremo, quella di Trotzki e di Parvus,
o trotzkista all’estremo opposto, e quella leninista fra le due
precedenti. I due estremi avevano un chiaro aspetto di eoe-
389

renza logica che mancava nella concezione intermedia di


Lenin. L’apparente incoerenza di quest’ultimo era dovuta al
conflitto fra le formule marxiste che aveva ereditate e che
egli condivideva con i Menscevichi e la volontà rivoluzio­
naria, fiduciosa in sè, accentrata sul potere, che possedeva
in comune con Trotzki.
Ma vi era ancora un’altra ragione alla mancanza di
completezza logica nella formula di Lenin : egli lasciava vo­
lontariamente un problema aperto e insoluto. La sua intera
concezione era di natura provvisoria. La « dittatura demo­
cratica del proletariato e dei contadini » di cui parlava non
era una formula per un governo post-rivoluzionario, ma una
formula di « governo provvisorio rivoluzionario ». La sua
missione consisteva nel dirigere la rivoluzione, convocare
un’assemblea costituente e poi lasciare che l’assemblea co­
stituente prendesse una decisione circa una costituzione e
una forma di governo. Fatto ciò, la dittatura rivoluzionaria
provvisoria avrebbe consegnato il potere al nuovo governo
costituzionale.
Quando i Menscevichi gli rimproverarono di aver tradito
l’ortodossia marxista con la sua proposta che un partito
marxista entrasse in un governo di coalizione con la bor­
ghesia, egli rispose : « Non sto parlando del governo perma­
nente della nuova repubblica democratica borghese, ma del
governo provvisorio rivoluzionario del periodo della stessa
rivoluzione » :

L’assemblea costituente ha pur da essere convocata da qualcuno, spiegò


ai Menscevichi nella sua opera principale del 1905, Due tattiche. Qualcuno
deve pur garantire la libertà e l’onestà delle elezioni. Qualcuno deve pur
conferire a una simile assemblea i pieni poteri e la forza. Solo un governo
rivoluzionario che sia l’organo di un’insurrezione può in tutta sincerità desi­
derarlo ed essere in grado di fare ogni cosa in suo potere per raggiungerlo...
Tuttavia — aggiunge avvicinandosi parecchio ai Menscevichi ancora una
volta e gettando uno sguardo severo nella direzione di Trotzki — la valuta­
zione dell’importanza del governo provvisorio sarebbe incompleta ed erronea
se la natura classista della rivoluzione democratica si perdesse di vista...
Questa rivoluzione democratica in Russia non indebolirà, ma rafforzerà la
dominazione della borghesia.
390

L’ultima frase sembra promettere in modo affatto privo


di equivoci che non appena l’assemblea costituente avrà
compiuto la sua opera e la nuova costituzione democratica
borghese sarà approvata, il Partito socialdemocratico abban­
donerà il potere e passerà all’opposizione per preparare la
prossima rivoluzione, la propria rivoluzione socialista.
Ma su questo punto, Lenin, solitamente così preciso,
diventa equivoco. La sua previsione cambia ad ogni pagina
e ad ogni articolo, diventa una scintilla irrequieta che salta
su e giù fra i punti fissi dei suoi dogmi e della sua volontà.
Non è più una formula ma una serie d’ipotesi rivali, di con­
correnti forse :
Forse la « dominazione borghese » finirà con l’essere
rafforzata, come ha detto or ora così categoricamente e non
vi sarà altro da fare che passare all’opposizione.
O forse il « governo provvisorio rivoluzionario » com­
pierà miracoli tali — le rivoluzioni non costituiscono forse
i motori della storia? — che un’altra via gli si aprirà davanti.
Forse dal potere potrà trasformare a un punto tale la cam­
pagna, affrettare in modo tale l’organizzazione e il raggiun­
gimento della coscienza di classe da parte del proletariato,
sprigionare energie rivoluzionarie tali in Occidente, che la
rivoluzione in Russia potrà diventare il punto di partenza
di un’intera èra rivoluzionaria. (Ora non è più accigliato
con Trotzki !).
Il primo « forse », che fa parte della sua eredità comune
con i Menscevichi, è generalmente prevalente in Due tattiche
e in tutti gli scritti di Lenin fra il 1905 e il 1917. Ma il se­
condo « forse », che fa parte di quella carica di volontà rivo­
luzionaria che possiede in comune con Trotzki e in misura
più alta di Trotzki o di qualsiasi altro individuo in Russia,
salta fuori talvolta con espressioni che sono indistinguibili
da quelle di Trotzki e di Parvus :
Dalla rivoluzione democratica — scriveva Lenin nel Proletarii del 14 set­
tembre 1905 — cominceremo subito, secondo il grado della nostra forza,
della forza di un proletariato cosciente e organizzato, a passare alla rivoluzione
socialista. Accettiamo la rivoluzione permanente. Non ci fermeremo a
mezza strada.
391

Recenti traduzioni fatte dall’Istituto Marx-Engels-Lenin


di questo brano si sono sforzate di nascondere l’identità di
terminologia con quella adoperata da Trotzki e da Parvus,
sostituendo al termine tecnico marxista « rivoluzione perma­
nente » le parole « rivoluzione continua » (Vedi le opere in
inglese di Renin, Selected Works (Opere scelte), Vol. Ili,
p. 145 e quella pubblicata dall’Istituto, Lenin : A Politicai
Biography, p. 84). È un po’ come se qualche traduttore di
Einstein tentasse di nascondere il suo rapporto con Newton
sostituendo al termine tecnico « forza di gravità » le parole
« forza di pesantezza » !

In breve, la vera risposta di Lenin alla domanda : che


cosa accadrà dopo che avremo ottenuto ili potere? è : Pren­
diamo il potere e poi vedremo. Questa prontezza a « prendere
il potere e poi vedere » è il vero nucleo centrale del « Leni­
nismo », che lo tiene separato come con un abisso dai Men­
scevichi e che cancella fino a farla svanire la linea che lo
divideva da Trotzki. « La conquista del potere », doveva
scrivere nel 1917, « è il fine dell’insurrezione. Il suo compito
politico sarà chiarito dopo la conquista stessa del potere ».
Nessuno se non Lenin fra i Marxisti avrebbe potuto scrivere
una simile frase. Così pure l’ultimo articolo teorico che
avrebbe mai scritto in vita sua avrebbe preso come testo il
suo motto favorito tratto da Napoleone : On s’engage, et
puis... on voit. Pubblicato nel gennaio 1923, quando era già
vicino alle soglie della morte, fu un ultimo tentativo di ri­
sposta al rimprovero menscevico che aveva conquistato il po­
tere in un paese immaturo per il socialismo e a nome di una
classe insufficientemente avanzata in fatto di cultura e di
organizzazione per poter esercitare il potere.
A Marx sarebbe potuto sembrare che « le forme dello
Stato sono radicate nelle condizioni materiali d’esistenza »,
che « la struttura economica della società... indipendente
dalla volontà degli uomini... determina il carattere generale
dei processi sociali, politici e spirituali » e che « nessun or­
dinamento sociale scompare mai prima che tutte le forze
392

produttive per cui vi è spazio in esso si siano sviluppate ».


Ma per lo spirito di Lenin, concentrato sul potere politico,
malgrado tutta la sua ortodossia marxista, siffatte formule
erano intollerabili intralci se non sottoposte a un’esegesi
adeguata. E l’esegesi finì letteralmente per capovolgere Marx
finché la concezione marxista che « in ultima analisi l’eco­
nomia determina la politica » non diventò la concezione
leninista che, con sufficiente decisione, lo stesso potere, il
nudo potere politico, può riuscire completamente a deter­
minare l’economia.
In pratica, l’opinione menscevica tendeva a fissare le
formule marxiste in una fatalità dogmatica, che paralizza la
volontà di potenza e la stessa capacità di fare appello alle
masse quando abbiano propensione rivoluzionaria. In teoria,
l’intera preparazione e tutto il corpo di dottrina marxisti di
Lenin lo portavano ad accettare le stesse formule di Martov
e di Axelrod. Era pronto come loro a riconoscere onesta­
mente, senza esitare, l’arretratezza dell’economia russa, le
possibilità della sua rapida e continua espansione sotto un
capitalismo più libero. Egli metteva in guardia ancor più
fortemente di loro contro le « assurde e reazionarie » conse­
guenze intrinseche in una dittatura di minoranza. Eppure...
Eppure la formula così religiosamente ripetuta si confaceva
male al suo animo. Era trasformata dall’interesse che con­
centrava sul potere, che lo aveva indotto a formare la sua
organizzazione gerarchica, con un potere accentrato. Era tra­
sformata dall’interesse che concentrava sulla cospirazione e
sull’insurrezione armata, che lo aveva spinto a studiare Clu-
seret e von Clausewitz. Era trasformata dal suo retaggio
russo di volontarismo da Pestel, Tkachev, Bakunin, Nechaev,
alla Zemlya i Volya e alla Narodnaya Volya. Era trasformata
dalla sua impazienza e dalla sua bramosia rivoluzionaria,
dall’essere stato assorto tutta la vita nello studio del mecca­
nismo del potere e della conquista del potere. Egli non spe­
rava di vivere abbastanza da poter vedere il giorno in cui il
potere gli sarebbe caduto nelle avide mani, ma se quel giorno
gli fosse capitato non vi sarebbe stato alcun dubbio che egli
393

non avrebbe fatto che ripetere con Napoleone: On s’engage,


et puis... on voit.
Perciò, quando Trotzkisti e Staliniani, dopo la morte di
Lenin, si sarebbero contesi l’eredità del Maestro e avrebbero
strigliato i suoi scritti per trovarvi delle conferme al proprio
punto di vista, sarebbe stato loro possibile trovarvi una con­
ferma dogmatica all’una o all’altra opinione. Anche i Men­
scevichi avrebbero potuto trovar motivi per rimproverargli
di avere abbandonato ciò che « una volta egli sapeva tanto
bene » e tanto categoricamente asseriva assieme a loro.
Ciò che effettivamente avvenne non giustificava piena­
mente nessuna delle tre posizioni. La storia, donzella astuta
e capricciosa, avrebbe dimostrato di avere altri tiri per la
manica. L’unità di tutte le forze dell’opposizione sarebbe ve­
ramente bastata a rovesciare lo Zar e a istituire una repub­
blica democratica (la formula dei Menscevichi più quella di
Lenin). Ma Lenin, che nel 1905 era stato favorevole all’in­
gresso in un « governo provvisorio rivoluzionario », avrebbe
rifiutato di entrarvi; e i Menscevichi, che avevano giudicato
tale coalizione con i partiti borghesi inammissibile « mini-
sterialismo » od opportunismo, avrebbero avuto una parte
eminente nel Governo provvisorio. Inoltre, la volontà rivolu­
zionaria e un’organizzazione di partito concentrata sulla que­
stione del potere sarebbero bastate a rovesciare la repubblica
e a istituire una dittatura di minoranza (secondo la formula
di Trotzki). Ma non sarebbero bastate a far nascere una
rivoluzione mondiale e una società socialista (calcolo pure
espresso da Trotzki e da Parvus e speranza non formulata
di Lenin). In breve, la Storia — con quella S maiuscola che
questi uomini che ne conoscevano ogni intenzione erano pro­
pensi a usare — non si sarebbe decisa nè per la tesi Axelrod-
Martov, nè per quella Trotzki-Parvus, nè per quella Lenin-
Trotzki, ma per un’altra variante ancora, di cui nessuno
s’era sognato, la cui principale incarnazione sarebbe stata
costituita da quel terzo nostro personaggio, Giuseppe Stalin,
che introdurremo fra breve nella nostra storia.
394

E che cosa sarebbe accaduto a Parvus nel 1917? Il suo


strano destino lo avrà allora portato lontano dagli altri. Ebreo
russo della generazione di Eenin — era nato un anno prima
di lui — A. E. Gelfand (Helfand) era un internazionalista
cosmopolita, che si trovava come a casa propria dovunque il
caso lo facesse capitare. Era emigrato dalla Russia poco dopo
il 1890, abbandonando ben presto l’ambiente chiuso della
colonia emigrata russa per acquistare una fama sotto lo pseu­
donimo di Parvus nella Socialdemocrazia tedesca, dove, ac­
canto a Rosa Luxemburg, lottò per una posizione rivoluzio­
naria di sinistra contro il crescente irrigidimento burocratico,
contro il centralismo e contro l’opportunismo dei dirigenti
Ufficiali tedeschi. Scrisse articoli per il Neue Zeit, diresse la
Saechsische Arbeiterzeitung, fondò un suo giornale, inti­
tolato caratteristicamente Aus der Weltpolitik. I suoi scritti
più importanti, Del mercato mondiale e della crisi agraria,
Sciopero generale, la Russia e la Rivoluzione, Politica colo­
niale, Il Socialismo e le banche, mostrano l’ampiezza e l’in­
clinazione dei suoi interessi. Egli sperò sempre di sfruttare
le sue conoscenze d’economia e degli affari mondiali su un
piano di « rendiconto pratico » in qualche colossale specula­
zione che avrebbe potuto procurargli un patrimonio per fon­
dare un « grande giornale quotidiano di Marxismo rivoluzio­
nario da pubblicarsi in tre lingue ».
L’anno 1905 ridestò il suo interesse per la Russia, per
cui decise di seguire Trotzki, facendo profittare delle sue
incontestabili capacità commerciali e giornalistiche l’organo
popolare menscevico Nachalo. Trotzki e lui vi posero la loro
particolare impronta, facendolo deviare dagli schemi del
Menscevismo nella loro propagazione della dottrina della
« rivoluzione permanente » e di un’immediata dittatura pro­
letaria (« Abbasso lo Zar, scrisse Parvus, evviva un governo
dei lavoratori »). Poi riprese per sè e per Trotzki la magra
Russkaya Gazeta, che essi convertirono in un giornale avente
centinaia di migliaia di lettori. Ciascuno di questi giornali
raggiunse una tiratura molto maggiore di quella dell’organo
legale bolscevico, Novaya Zhizn, fondato durante lo stesso
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periodo. Il basso prezzo del giornale — un kopek — gli ar­


ticoli di Parvus e di Trotzki, le capacità commerciali del
primo e la crescente popolarità personale del secondo non
erano estranee a questa superiorità.
Proscritto in Siberia nel 1906, Parvus, come Trotzki,
fuggì presto in Europa occidentale. Dal 1910 al 1914 andò
nei Balcani come corrispondente della stampa socialista te­
desca. Là s’interessò al movimento dei « Giovani Turchi » e
collaboré al loro giornale. In quel mondo d’imbrogliato in­
trigo, la conoscenza che Parvus aveva degli affari ne fece
il consigliere di diplomatici, uomini politici, uomini d’affari,
funzionari governativi, parte che egli apprezzava enorme­
mente e da cui trasse profitto. Un giorno, un’informazione
ottenuta da un funzionario turco in un caffè di Costantinopoli
da lui passata pochi minuti dopo ad uno speculatore, che
sedeva ad un altro tavolo dello stesso caffè, mise Parvus sulla
strada della ricchezza. Nella « Piccola guerra balcanica » del
1912 trafficò in rifornimenti d’armi. Con la Grande Guerra
del 1914, il suo traffico, la sua ricchezza e il suo fiuto per
l’intrigo si accrebbero in proporzione. Nel 1915, andò da
Costantinopoli a Stoccolma, dove fece denaro col carbone,
l’acciaio e altri rifornimenti occorrenti alla Germania in
guerra. Tentò di ripristinare la sua collaborazione con Lenin,
con Trotzki e con Rosa Luxemburg, ma tutt’e tre rifiutarono
di aver nulla a che fare con lui. Il giornale che fondò, Die
Glocke, unì alla critica dell’opportunismo e del riformismo
l’appoggio « rivoluzionario » alle armi tedesche. Egli giu­
stificava ciò a modo suo asserendo che gli eserciti tedeschi
avrebbero mandato in frantumi lo Zarismo, sprigionando in
Russia una rivoluzione che a sua volta avrebbe reso possibile
una rivoluzione in Germania e la nascita di una repubblica
tedesca democratica e socialista. Completò così la svolta dalla
posizione di giocoliere della sinistra a quella di difensore
rivoluzionario estremamente sottile della destra socialdemo­
cratica tedesca nel suo appoggio alla guerra.
Quando, nel 1917, fu lanciata l’accusa che Lenin fosse
stato rimandato in Russia come agente tedesco, la figura
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enigmatica di Parvus apparve sullo sfondo come quella del


preteso intermediario. È quasi l’ultima volta che si sente
parlare di A. L- Helfand-Parvus, senonchè, dopo l’avvento
al potere di Lenin, questo speculatore rivoluzionario fece
ancora un tentativo di agire da « mediatore » per la conclu­
sione di un’alleanza fra la Socialdemocrazia tedesca al go­
verno in Germania e il Partito comunista al governo in
Russia. Quando quell’« accordo » andò a monte, presentò
la domanda al governo sovietico di essere rimpatriato in
Russia, dichiarando di essere pronto ad accettare il giudizio
dei suoi tribunali sulla sua carriera e di assumere qualsiasi
incarico gli sarebbe stato affidato. Suo figlio, già adulto, che
aveva fatto contemporaneamente la domanda, fu ammesso
in Russia, ma egli fu respinto. Da allora in poi si occupò
molto intensamente dei suoi affari commerciali, trovando il
tempo però di dare consigli al Socialdemocratico Ebert, che
era diventato presidente della Repubblica tedesca di Weimar,
e di fare donazioni generose ai giornali socialisti tedeschi.
Nel 1924, anno della morte di Lenin, morì anch’egli della
stessa causa, lo scoppio di un vaso sanguigno nel cervello.
Ma dobbiamo tornare a Leone Trotzki. Nel febbraio
1905, varcò il confine nella regione che conosceva meglio,
l’Ucraina, dove si dette alla macchia a Kiev. Come « caporale
in pensione », come « malato agli occhi » in un ospedale
diretto da un medico simpatizzante e sotto varie altre fogge
da diversi nascondigli, scrisse articoli, fece uscire manifestini,
cercò contatti con quegli scioperanti e quei rivoluzionari che
potè trovare. Accadde che uno di questi fosse l’ing. Leonida
Krassin, del Comitato Centrale bolscevico, uomo dall’ingegno
organizzatore, che continuava a lavorare come tecnico di
prim’ordine e come direttore di stabilimento mentre fondava
e controllava una tipografia clandestina nel Caucaso, racco­
glieva fondi da ricchi liberali, disponeva riunioni di comitati
segreti nelle case più eleganti e ipiù insospettate, organizzava
l’introduzione clandestina di stampa e più tardi d’armi e la­
vorava nel proprio laboratorio sulle bombe. Uno dei sogni
di Krassin era quello di mettere al punto una bomba tasca-
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bile « della dimensione di una noce » con la potenza esplosiva


necessaria a farne un’arma reale nella lotta per le strade.
Un suo altro sogno era quello di riunire Menscevichi e Bol-
scevichi e quei rivoluzionari indipendenti come Trotzki in
un’unica organizzazione. Malgrado l’indignazione di Lenin
di fronte a questo « spirito di conciliazione », questi apprez­
zava moltissimo quest’organizzatore silenzioso, efficiente ed
instancabile.
Krassin venne ora in aiuto a Trotzki, stampò i suoi
manifestini in una tipografia clandestina, facilitò il suo
viaggio a San Pietroburgo, assorbì una parte della sua dot­
trina della « rivoluzione permanente » e contribuì a intro­
durla nelle tesi bolsceviche. Quando i Leninisti scandalizzati
lo seppero, se ne lamentarono col loro capo. Ma Lenin si era
già reso conto del sorgere di una nuova voce in Russia. Nei
suoi articoli lodò pubblicamente gli scritti di Parvus. Quando
ebbe da opporre delle obbiezioni, Lenin le formulò col mas­
simo rispetto. («Non sottolineiamo questi piccoli errori per
desiderio di cercare il pelo nell’uovo ma perchè da chi ha
molto da dare, molto si chiede »). Fu più lento a per