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Seweryn Bialer

Isuccessori
di Stalin

GARZANTI
Dalla morte di Breznev (1982), in rapida
sequenza, si sono succeduti ben tre segretari
generali del PCUS, Jurij V. Andropov (no­
vembre 1982 - febbraio 1984), Kostantin U.
Cernenko (febbraio 1984 - marzo 1985), fi­
no alla nomina di Michail S. Gorbacev
(marzo 1985), che è anche il primo espo­
nente della generazione post-staliniana a
raggiungere la più alta carica dell’Unione
Sovietica.
Comincia, in tal modo, a trovare concreta
rispondenza l’idea centrale del libro di Se-
weryn Bialer, secondo cui il «dominio della
generazione formatasi sotto Stalin sta vol­
gendo al termine, ed il trapasso darà luogo
per la prima volta da decenni a reali impulsi
e a vere e proprie pressioni in direzione di
un cambiamento».
A sostegno della propria ipotesi di partenza,
Bialer ripercorre le tappe travagliate del
cammino percorso dalla società sovietica da
Stalin ad oggi, illustrandone puntualmente
caratteri e motivazioni, dalle linee di politi­
ca economica a quelle di politica estera. Il
quadro che emerge è quello di una società
che, soprattutto a partire dal periodo
brezneviano, ha conseguito una sostanziale
stabilità politica, in larga misura a prezzo
dell’instabilità economica, e che quindi man­
tiene un largo margine di provvisorietà, la­
sciando ampi spazi alle decisioni dei suoi
massimi dirigenti. In tal senso Bialer forni­
sce gli elementi fondamentali per un’infor­
mazione corretta sugli aspetti e sui proble­
mi della società sovietica attuale, rinviando
la risposta alla possibile svolta legata alla nuo­
va generazione di dirigenti.
Seweryn Bialer è nato a Berlino nel 1927.
Ha compiuto gli studi universitari in Polo­
nia divenendo membro dell’Accademia po­
lacca delle Scienze. Nel 1956 è emigrato ne­
gli Stati Uniti, dove ha svolto attività di ri­
cerca presso la Columbia University su temi
relativi alla storia sovietica e specificata-
mente sulla questione della formazione dei
gruppi dirigenti e del processo decisionale
in Unione Sovietica. Attualmente è Profes­
sor of Politicai Science presso la Columbia
University, Direttore del Research Institute
of International Change e membro del Co­
mitato Esecutivo del Columbia’s Russian
Institute.
È autore di numerose pubblicazioni, fra cui
I generali di Stalin (1972); Radicalism in the
Contemporary Age (1977, 3 voli.) e The Do­
mestic Context of Soviet Foreign Policy (1980),
di cui è stato coautore e curatore. Sue ricer­
che sono state inoltre pubblicate in molte
riviste e volumi collettivi.
Negli ultimi anni Bialer ha rafforzato l’im­
pegno pubblico e politico sempre su temi
relativi alla politica sovietica, con l’organiz­
zazione di numerosi convegni fra istituti
americani ed europei, viaggi in Unione So­
vietica e Qna, preparazione di materiali e
documentazioni per il Congresso degli Stati
Uniti e interventi su riviste e giornali ame­
ricani quali «Foreign Affairs», «New York
Times», «Newsweek» e «Problems of Com­
munism».
Per il centenario della rivoluzione russa
1917-2017
SEWERYN BIALER

I successori
di Stalin

GARZANTI
Prima edizione: novembre 1985

Traduzione dall’inglese di
Sergio Minucci

Titolo originale dell’opera:


«Stalin’s successors»
© Cambridge University Press, 1980

© Garzanti Editore s.p.a., 1985


Printed in Italy
I SUCCESSORI DI STALIN
Nota introduttiva

«Un mutamento nel sistema stalinista, e una tenace resistenza al muta­


mento sono stati gli aspetti centrali della vita politica sovietica dalla morte
di Stalin in poi (...) Gli studiosi occidentali del mondo sovietico hanno per­
cepito con lentezza questo conflitto dalle radici profonde. Abituata a vedere
solo una tradizione politica e quindi solo continuità nella storia sovietica, e
ad immaginare l’Unione Sovietica come un congelato sistema “totalitario”,
la maggior parte degli studiosi ha cominciato a pensare seriamente al muta­
mento ed alle grandi controversie che esso ha provocato solo alla metà degli
anni Sessanta».1 In questi termini Stephen Cohen, biografo di Bucharin, ha
delineato i tratti essenziali della storiografia sull’Unione Sovietica, la «svol­
ta» intervenuta — posso aggiungere — con le opere di Alexander Erlich e
Moshe Lewin, ed in tal modo egli ha anche indicato il quadro tematico og­
getto dell’indagine storica attuale.2 Non vi è dubbio, infatti, che da sempre
la storia dell’Unione Sovietica è stata intrisa del giudizio politico espresso
sulla rivoluzione d’Ottobre, sulla società che ne è risultata, sullo stalinismo,
e, in generale, sull’ideologia che ufficialmente la distingue. Il concetto di
«totalitarismo» ha accompagnato gran parte delle ricostruzioni storiche delle
sue tappe, da Lenin a Stalin ed ai suoi successori, e quello di «continuità sto­
rica» ne ha rappresentato la chiave interpretativa di fondo: «La formula di
governo del totalitarismo sovietico si basa su un equilibrio mobile di fasi al­
terne di repressione e di distensione, ma il suo profilo essenziale rimane im­
mutato. Il regime totalitario non perde le sue caratteristiche di stato di poli­
zia; esso muore quando il potere viene strappato dalle sue mani»? Eppure, al
di là della messa in discussione dei concetti chiave della storiografia preva­
lente sull’Unione Sovietica già accennati, essa si è certamente fermata alle
soglie delle necessarie conferme e precisazioni che quei termini implicavano.
Affermare, ad esempio, la sostanziale continuità di azione politica tra Lenin
e Stalin, significa sì opporsi alla corrente interpretazione esistente in Unione
Sovietica che la nega, ed indicare — al contrario — la «dipendenza» di en­

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trambi dalle condizioni storiche in cui avvenne la rivoluzione, ma implica
anche, inevitabilmente, far discendere l’azione del secondo da quella del pri­
mo, renderli insomma anelli di un’unica inscindibile catena, che ha avuto
inizio nel 1917.
E ciò, inoltre, significa perdere di vista il singolare intreccio che è andato
a costituire la società sovietica, e al quale ciascuno dei due dirigenti ha con­
tribuito specificamente. Diventano, in tal modo, meno rituali le parole con
cui Carr, nel 1955, concluse una polemica con Seton-Watson: «... il tentativo
di stabilire un parallelo fra l’attuale regime della Russia sovietica e un altro
qualsiasi ordinamento istituzionale o sociale del passato — sia esso l’autocra­
zia zarista oppure la borghesia vittoriana serve solo a confonderci le idee. Si
tratta di un fenomeno nuovo nella storia, con meriti e difetti nuovi; farem­
mo quindi meglio a cercare di valutarlo per quello che è.»4 Ed infatti, le rico­
struzioni storiche dell’Unione Sovietica prevalenti nel secondo dopoguerra,
sono state caratterizzate da un approccio ideologico che unificava tendenzial­
mente l’analisi storica con il giudizio politico, finendo per rendere «seconda­
ria» la prima e «precario» per ciò stesso il secondo, al di là persino dei meriti
«pionieristici» acquisiti. A tali ricerche succedettero studi specifici, di tipo
quantitativo, che affrontarono aspetti e momenti particolari della storia so­
vietica in gran parte trascurati precedentemente, senza la pretesa di vedere in
essi la conferma di ipotesi globali, ma certamente senza perdere di vista il le­
game tra politica e ideologia che contraddistingue da sempre le vicende di
quel paese. La ricerca, tuttavia, di una chiave di lettura unitaria, o comunque
decisiva, rimase al fondo dell’approccio di entrambe le linee storiografiche
accennate, presente soprattutto nell’ambito anglosassone, condizionandone
spesso i risultati. Un’analisi storica di tipo «comparativo», che risulta in so­
stanza la via più «facile» per una valutazione della storia sovietica, e, dall’al­
tro versante, un approccio settoriale che periodizzi artificialmente l’insieme
degli avvenimenti o ne frammenti gli episodi, rappresentano le due secche in
cui spesso si è arenata la ricerca sulla storia sovietica. Si tratta, forse, a questo
punto, di far propria un’indicazione di uno studioso sovietico, che così si
espresse a tal proposito: «Al centro dell’analisi si deve porre non soltanto
l’arretratezza, ma la sua inconsueta unione con l’accelerazione; non soltanto
l’acutizzarsi dei conflitti sociali, ma un nuovo tipo di connessione nell’inter­
cambiabilità di quei conflitti (...) Occorre guardare al conflitto più vitale, os­
sia le forme e i mezzi più diversi dell’integrazione nella modernità».’ Defini­
re, insomma, i caratteri specifici con cui l’Unione Sovietica ha vissuto il suo
processo di «modernizzazione» a partire dalla rivoluzione d’Ottobre, signifi­
ca forse riuscire a delineare più precisamente i tratti della sua società civile
attuale, i problemi che la travagliano e che più compiutamente esprimono le
sue prospettive. Rimane, certamente, tuttora problematica la definizione

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esatta del carattere distintivo della società sovietica, della misura precisa del
suo rapporto col processo rivoluzionario del 1917, e, soprattutto, del suo po­
sto nella storia attuale e a venire.
Consapevole dei termini entro cui vanno collocate le vicende storiche del­
l’Unione Sovietica, ma anche della loro portata più complessa e generale, la
ricerca di Seweryn Bialer intende proporsi il più ampio disegno dell’interpre­
tazione dei meccanismi di ricambio generazionale nella dirigenza sovietica e,
quindi, dei caratteri funzionali di essa. Dopo essersi a lungo occupato della
politica estera dell’Urss, Bialer affronta — in questo libro — i nodi che ne
determinano al fondo le variabili e forniscono la lettura delle dipendenze
strette tra politica estera e politica interna. Le due tesi fondamentali su cui
Bialer basa il suo lavoro sono cosi formulate: «Primo, il legame principale
esistente tra il tipo di governo staliniano e quello attuale è costituito proprio
dalla tenacia di quella generazione che entrò in politica durante l’ultimo pe­
riodo del dominio staliniano e che domina oggi la struttura istituzionale del
paese. Il monopolio di tutte le cariche più alte da parte di tale gruppo ha de­
terminato i limiti dei cambiamenti avvenuti nel periodo a partire dalla mor­
te di Stalin. Secondo, il dominio di tale generazione privilegiata sta volgendo
al termine ed il suo trapasso darà luogo per la prima volta da decenni a dei
reali impulsi e a delle vere e proprie pressioni in direzione di un cambiamen­
to». La chiave di lettura prescelta da Bialer comporta che l’analisi della socie­
tà sovietica venga svolta per così dire «dall’alto», a partire cioè dal sistema di
direzione politica, per cui le azioni e le mutazioni di esso vengono a rappre­
sentare non solo il suo agire fisiologico, ma anche quello dell’insieme della
società. Il punto di vista di Bialer è difficilmente contestabile, se si tiene
conto che le vicende della storia sovietica, ed in generale di quella russa, so­
no state in larga misura segnate dall’impronta dei gruppi dirigenti, o, me­
glio, di uno o pochi protagonisti. Ed ancora la tesi di Bialer fa sorgere — co­
me vedremo — alcune domande, soprattutto quando si esamina l’interazione
inevitabile tra gruppo dirigente e società ed il singolare, imprevedibile a vol­
te, impasto di risultati che ne deriva. È difficile, infatti, non considerare che
il gruppo dirigente sovietico realizza certamente il punto di riferimento fisso
all’intera società, ma ne è anche l’espressione attraverso il consenso che essa
in sostanza gli attribuisce e la stabilità complessiva raggiunta. Seguendo, co­
munque, l’analisi di Bialer, essa — dopo la premessa indicata — si articola
su due piani specifici: i caratteri del sistema staliniano maturo, che fornisco­
no il quadro di riferimento anche alla società sovietica attuale; e la natura e
il grado di stabilità del sistema nel suo insieme. Cerniera tra i due punti es­
senziali dell’esposizione di Bialer è «il problema della successione», come
elemento di verifica e di funzionalità di essi. A sostegno del primo aspetto vi
è l’affermazione che «lo stalinismo si sviluppò da condizioni preesistenti, ma

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creò condizioni sue (...) Il sistema staliniano maturo non fu una semplice
estensione logica del sistema preesistente, né costituisce un suo carattere
evolutivo. In un processo di violenta e convulsa transizione sociale, economi­
ca, culturale e politica, di grandezza senza precedenti che durò per più di un
decennio, Stalin creò un nuovo sistema di dominio e di governo. La peculia­
rità di questo processo di transizione e dello stesso nuovo sistema creatosi,
che tacque e nascose la sua identità specifica, è che esso avvenne nell’ambito
di una continuità di fondo della struttura autoritaria, attraverso uno sforzo
cosciente di stabilire una base di legittimità continua, con la preservazione
della maggior parte dei simboli, dei rituali e perfino della terminologia del­
l’era precedente. Fu una rivoluzione compiuta sotto l’immagine della continuità».
Bialer afferma che l’Unione Sovietica di oggi differisce dal precedente perio­
do dello stalinismo maturo in modo marcato: «Da una dittatura personale la
leadership sovietica si è trasformata in una stabile oligarchia». Per molti ver­
si, tuttavia, l’evoluzione del sistema sovietico, pur discostandosi via via dagli
estremi staliniani, ha mantenuto molti dei valori e delle pratiche propri dello
stalinismo, e quando se ne distanziava, si allontanava in misura ancor mag­
giore dal leninismo, tendendo piuttosto verso i «valori ortodossi» della Rus­
sia pre-rivoluzionaria: «Sarebbe giusto asserire — scrive Bialer — che l’attua­
le sistema ha conservato soprattutto quelle pratiche dello stalinismo che Sta­
lin stesso ripristinò dall’dwcrèw regime nel passaggio dal leninismo alla crea­
zione del proprio sistema». (O per dirla con Brzezinskij: «La politica sovieti­
ca: dal futuro al passato».)
Ed in effetti, lo stesso Bialer lo afferma, le modifiche meno profonde si
sono verificate a livello strutturale. Il sistema economico sovietico rimane
largamente quello improntato negli anni Trenta da Stalin: la supercentraliz-
zazione delle decisioni, la pianificazione rigida e dettagliata, l’accento posto
sugli output quantitativi, la mancanza di qualsiasi meccanismo autoregolato
e autoriproducentesi, rimangono ancora le caratteristiche distintive del siste­
ma economico. La prioritaria considerazione dell’autoconservazione del grup­
po dirigente e, nell’insieme, dei caratteri del sistema politico, ha rappresenta­
to certamente l’ostacolo maggiore ad una «riforma» strutturale dell’econo­
mia. È questo, ovviamente, uno dei nodi dell’interpretazione proposta da
Bialer e della tematica storica sull’Unione Sovietica, riferendosi esso alla «ca­
pacità» del sistema di sopravvivere pur in presenza di fallimenti vistosi nel
settore dell’economia, modificandosi solo fino al punto da non mettere in di­
scussione la propria stabilità, e quella dell’intera società, ma anzi rafforzan­
dola. L’immediata risposta di Bialer, e di molti studiosi di storia sovietica, è
che il motore di tale «stabilità» sia da ricercare nella continuativa presenza
nel ruolo dirigente di quella élite che, proprio in seguito alle purghe degli
anni Trenta, è andata a sostituire i dirigenti eliminati, costituendo «la più

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giovane classe di governo della storia di tutti i più grandi stati contemporanci».
In tal modo, «i beneficiari della Grande Purga», sia durante il periodo
chruscioviano che dopo la sua caduta, costituirono l’asse determinante del
gruppo dirigente sia a livello politico che economico, ed erano tutti formati
nel periodo staliniano, da Breznev a Kosygin a Gromyko e così via. Se tale
continuità di gestione è certamente uno dei perni della complessiva stabilità
ilei sistema sovietico, non si può innanzitutto non rilevare che essa non fu
sempre tale, e basti qui ricordare lo stato di tensione politica e sociale che ac­
compagnò tutto il periodo della leadership di Chruscev, ma si deve poi con­
siderare che nessuna «stabilità» di regime è sostenibile senza atti politici spe­
cifici e decisivi. Rimane, infatti, almeno «enigmatico» il modo attraverso cui
una «società moderna» — sia pure con tratti particolari qual è quella sovieti­
ca — possa svilupparsi sulla base dell’impermeabilità del suo gruppo diri­
gente e della crisi permanente del suo sistema economico. Se non vi è dub­
bio che «il periodo di successione offre grandi potenzialità d’infrangere quel­
l’inerzia caratteristica dello stile di governo introdotta nell’intera struttura
burocratica dal leader precedente e di mutare la sostanza di quelle sue politi­
che operanti per pura inerzia», non vi è altrettanto dubbio che proprio per­
ché esiste una vischiosità di fondo nella struttura della società sovietica, nella
sua politica economica, questa tramanda i propri problemi ed essi — per i
motivi elencati da Bialer — non possono entrare nel processo di adattamento-
modifica indotto dal nuovo leader rispetto al passato. Rimane, dunque, mi­
sterioso al termine dell’analisi il modo in cui il nuovo leader possa far coesi­
stere la mobilità relativa del sistema politicò, adattandolo alla propria conce­
zione, e l’immobilità sostanziale della struttura economica, senza con ciò
mettere in discussione la stabilità complessiva dell’insieme e delle sue stesse
«innovazioni», e — nel contempo — tentando di avviare a soluzione i più vi­
stosi problemi ereditati. «L’Unione Sovietica», scrive Bialer, «si è evoluta nel
corso degli ultimi quindici anni in una organizzazione di governo altamente
complessa e stabile, in un enorme edificio burocratico che funziona in modo
abitudinario, con profonde radici sociali e con un potente sistema di usanze
politiche stabilite, risoluzione dei conflitti e con uno sperimentato sistema
amministrativo a guardia di pericolose fratture e spaccature».
La consapevolezza della complessità oggettiva del meccanismo istituziona­
le e politico sovietico e della difficoltà di ridurlo ad un’unica chiave di lettu­
ra, è ben presente in Bialer che mette a confronto la conclusione alla prima
edizione del suo libro con il poscritto «Sul dopo Breznev»: «se la combina­
zione», scriveva Bialer nel 1980, «dell’emergenza economica che si pone di
fronte all’Unione Sovietica degli anni Ottanta con le aperture rese possibili
dalla prossima successione della leadership e delle élite non produce seri
sforzi di riforma del tradizionale sistema economico, allora non so cosa altro

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possa o potrà farlo»; nel 1984 egli scrive: «riforme strutturali che vadano in
direzione di un superamento degli attuali parametri del sistema cconomico-
politico appaiono estremamente improbabili».
Il fatto è che, proprio nel periodo brezneviano di cui giustamente Bialer
mette in rilievo la sclerosi finale, sono avvenute modificazioni profonde nel­
la gestione del sistema politico sovietico, tali da rendere «risolto» — per così
dire — il problema posto da Bialer nella sua prima formulazione, nel senso
che le «riforme possibili» sono avvenute ed i successori di Breznev non han­
no potuto che rendere inattuali quelle strutturali. In sostanza, nel lungo pe­
riodo della dirigenza di Breznev, il potere sovietico ha adottato l’unica rifor­
ma «possibile» a fronte del fallimento di quelle tentate nel settore economi­
co, ha cioè «riformato» il sistema politico. Le inadeguatezze di funzionamento
dell’economia sovietica, storicamente determinate e ormai strutturali, sono
state «affrontate» non già, e non più, dal versante loro specifico, quello della
«riforma economica», ma accentrando nel settore politico lo sforzo di rispo­
sta. Il partito ha, innanzitutto, garantito ai propri membri ed ai dirigenti del­
lo Stato, una condizione di stabilità e di privilegio, ed ha assunto in prima
persona i ruoli e le funzioni in grado di garantirgli non solo il controllo pie­
no del potere decisionale, ma la responsabilizzazione in ciò di ogni settore
preposto.
L’ingresso, nel 1973, nel Politbjuro dei rappresentanti di tre fondamentali
centri di potere del sistema sovietico, Grecko ministro della Difesa, Gromy­
ko ministro degli Esteri, Andropov presidente del kgb, rappresentò certa­
mente l’esempio più evidente del processo in atto cui mi riferisco. Non si
trattava, con quelle nomine, di rendere un riconoscimento, pur certamente
presente, alla funzione decisiva svolta dai tre dirigenti, ma piuttosto di «inte­
riorizzare» nel partito quelle cariche statali, capovolgendo il rapporto acqui­
sito di sovrapposizione tra ruoli nel partito e funzioni nell’apparato statale.
La funzione svolta nei diversi settori dello Stato, e quindi le competenze pro­
fessionali acquisite, divennero, da allora, un elemento determinante per l’ul­
teriore avanzamento all’interno dell’apparato del partito, fino al suo vertice.
E qui, mi pare, si consolida una vera e propria svolta nella conduzione della
politica sovietica, che si diffonde — e Bialer ne fornisce ampia documenta­
zione — a tutti i livelli direzionali del Paese. La «professionalità» divenne —
sia pure con i correttivi del caso — un criterio di scelta dei responsabili dei
diversi settori dello Stato e del partito, e del loro successivo avanzamento. In
tal modo, la presenza dei cosiddetti «gruppi di pressione» che, negli anni ’60,
avevano rappresentato reali interessi e legittime richieste provenienti dall’e­
sterno del partito, venne dissolta, assùmendo il partito stesso tali funzioni e
tali responsabilità, pur con tutti i rischi che tale operazione inevitabilmente
comportò. Venne meno, cosi, la reale spinta ad ogni riforma possibile del si­

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stema, ed ogni risposta ai problemi via via crescenti della società venne de­
mandata ad interventi specifici, e, fatto ancor più rilevante, all’accentuazione
del ruolo della disciplina del lavoro e della responsabilizzazione dei quadri,
cui erano affidati e la competenza e l’eventuale colpa nella condotta dei ri­
spettivi settori. Tale «riforma» politica fu sostenuta da un correlativo allen­
tamento nell’articolazione sociale, nella concessione cioè di privilegi a più
ampi strati della popolazione, attraverso soprattutto l’ufficializzazione della
«seconda economia», a lato di quella pianificata. Nel 1981 un decreto previ­
de aiuti materiali e finanziari alle iniziative agricole ausiliarie (così sono de­
finiti i poderi individuali dei kolchozy), in cambio per i proprietari dell’im­
pegno di cedere ad un prezzo convenuto una parte della loro produzione alle
cooperative di consumo. Alla prevalente politica «clientelare», diffusa nel pe­
riodo brezneviano, in particolare nel settore dei consumi di massa, si venne
sostituendo gradualmente una ufficializzazione dell’ esistente «mercato di
prodotti privati», ed un concreto impegno ad un più esteso e consolidato uso
dei «privilegi» inerenti alla carica svolta. Andropov, nel breve periodo della
sua leadership, accoppiò perfettamente sia il disincantato impegno nella
«modernizzazione» dei settori di punta soprattutto nell’industria, sia l’appel­
lo al rigore e alla disciplina del lavoro che dovevano sostituirsi al «privile­
gio» puro e semplice e al «clientelismo» diffusi nel periodo brezneviano. Il
risultato doveva rappresentare una linea di politica generale stabile, che eli­
minasse, da un lato, le più evidenti contraddizioni e difficoltà del settore eco­
nomico, rinsaldando nel contempo la funzione del partito e la sua presenza
nella società, e favorisse, dall’altro, lo sviluppo generale del paese. Non è cer­
to il caso di tentare qui un bilancio sui concreti risultati di tale politica e sui
problemi aperti, ma è certamente entro tali termini che credo vada ricercata
la risposta possibile all’ewzgTzzez sovietico. La «riformabilità» o meno del siste­
ma, e il misterioso suo convivere con una permanente crisi strutturale dell’eco­
nomia, questioni che sono al centro della ricerca di Bialer e di quanti si occu­
pano di storia sovietica, non possono tener conto dell’effettiva portata del
lungo periodo di dirigenza di Breznev e, al contempo, dell’insufficienza di
strumentazione interpretativa che venga affidata esclusivamente o prevalen­
temente al tema della «successione». L’intercambiabilità dei massimi dirigen­
ti dell’Unione Sovietica, a fronte della consistenza ormai definita dei proble­
mi sul tappeto, rimanda al fondo al concetto di stabilità, alle caratteristiche
cioè raggiunte dalla società sovietica nel suo processo di modernizzazione.
Ed è entro tale problematica che credo debbano svolgersi le più accurate ri­
cerche sulle modalità effettive e sulla consistenza concreta dei risultati di
quel processo.
La scomparsa di Kostantin U. Cernenko (10 marzo 1985) e l’immediata
successione nella carica di Segretario generale del PCUS di Michail S. Gor-

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baèèv (Stavropol, 1931), confermano, in tal senso, le indicazioni sin qui
emerse. Accanto ad un più oliato e rassicurante sistema di successione, il ri­
lievo più evidente che la nomina del «giovane» Gorbacev induce è senz’altro
quello che gli ultimi tre segretari generali del partito non sono più figure di
rilievo e potere assoluti, come lo furono certamente Stalin e Chruscèv, ma, al
di là dell’oggettivo indebolimento dovuto alle loro condizioni fisiche, il ruo­
lo da essi ricoperto è divenuto via via più vincolato, a vantaggio dell’appara­
to complessivo della leadership. Ciò non significa, ovviamente, che
Gorbacev, rappresentando la prima generazione post-staliniana che raggiun­
ge il vertice del potere politico in Urss, ed avendo avanti a sé un presumibil­
mente lungo periodo di direzione, non possa immettere nel sistema politico
sovietico caratteristiche di stile ed innovazioni consistenti nella conduzione
del potere. Ciò che sembra più difficilmente conseguibile dal nuovo leader è
la modifica sostanziale delle caratteristiche di fondo della società sovietica,
quali si sono venute precisando a partire dagli anni ’30, e in particolare nel
settore economico. Gorbacev potrà, come tentò di fare il suo predecessore e
protettore Andropov, procedere a rettifiche e miglioramenti del sistema pro­
duttivo basati su di una più stretta «disciplina del lavoro» e sul ricambio dei
quadri direttivi, ma non potrà mettere in discussione le basi stesse del suo
potere: il predominio del partito nella vita politica sovietica e l’accentramen­
to decisionale nelle scelte di politica economica.
Per riprendere, alfine, le considerazioni con cui ho aperto questa nota, ri­
tengo che proprio il libro di Bialer, con la massa di informazioni e di rifles­
sioni rilevanti che esso contiene, sia una ulteriore conferma del punto d’ap­
prodo nuovo cui è pervenuta la storiografia sull’Unione Sovietica, e rappre­
senti chiaramente l’orizzonte tematico entro il quale essa si dovrà muovere.
Al processo di chiarificazione interpretativa cui è pervenuta larga parte degli
studiosi di storia sovietica, non è stata certamente estranea l’acribia critica, a
volte retta da metafore o iperboli, di alcuni «dissidenti» sovietici, che hanno
fornito idee e informazioni essenziali sulla storia e sulla dinamica del loro
paese. E ad uno di essi, Aleksandr Zinov’ev, mi richiamo per meglio definire
il campo di ricerche che ora, «laicamente», ci è proposto dalla storia dell’U­
nione Sovietica: «L’uso del termine “totalitarismo” nei confronti della socie­
tà comunista, impedisce la retta comprensione di quest’ultima. Il totalitari­
smo è il sistema della violenza imposta alla popolazione “dall’alto” e indi­
pendentemente dalla struttura sociale della popolazione. Il sistema comuni­
sta della violenza si sviluppa dalla stessa struttura sociale della popolazione,
cioè “dal basso”. Esso è adeguato al regime sociale del paese...».6 Lo studio
della storia sovietica, in tal senso, se impone l’accertamento del «per quello
che essa è» in realtà, offre anche l’opportunità — oggi più che per il passato
— d’inglobare nell’analisi l’ideologia che ne sostiene l’assetto, inscindibile

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dall'insieme ed elemento sostanziale di quel «fenomeno nuovo nella storia
del XX secolo» che indubbiamente è l'Unione Sovietica.

SERGIO BERTOLISSI

NOTE

1 Stephen F. Cohen, Riformismo e conservatorismo in Unione Sovietica, 1933-79, in «Studi Storici», 3,


luglio-settembre 1979, p. 565.
2 Moshe Lewin, La paysannerie et le pouvoir soviétique 1928-1930, Paris-La Haye, 1966 (trad, it.,
Milano, 1972); Alexander Erlich, The Soviet Industrialization Debate 1924-1928, Cambridge, Mass.,
I960 (trad, it., Bari, 1969).
3 Merle Fainsod, How Russia is Ruled, Cambridge Mass., 1953, p. 500. Cfr. le valutazioni difformi
di Bialer alle pp. 77-78, mentre la citazione di Fainsod è a p. 79.
4 E.H. Carr, 1917. Illusioni e realtà della rivoluzione russa, Torino, 1969, p. 114.
5 In Voprosy istorii kapitalizma v Rossii; problema mnogoukladnasti, a cura di V.V. Adamov, Sver­
dlovsk, 1970, p. 98.
6 Aleksandr Zinov’ev, Il comuniSmo. La struttura della società sovietica, Milano, 1981, p. 57.

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a J.M.A.
Prefazione

Questo libro è stato scritto in quindici mesi, durante un periodo di conge­


do dalla Columbia University nell’anno accademico 1978-79, ma ha avuto
una gestazione molto più lunga. Esso presenta una sintesi della evoluzione
post-staliniana del sistema sovietico, e si basa su due decenni di intenso stu­
dio dell’Unione Sovietica, sulla lettura regolare di materiali originali sovieti­
ci e di fonti secondarie, su innumerevoli conversazioni con accademici e fun­
zionari sovietici, con dissidenti ed emigrati politici, e su lunghe discussioni
con colleghi che si occupano della stessa materia.
La stesura del libro è stata appoggiata in parte da una sovvenzione del
National Council for Soviet and East European Research ed in parte grazie
ad un fondo di ricerca dell’Istituto Lehrman di New York. Il mio apprezza­
mento va all’Istituto Lehrman ed al suo direttore esecutivo Nicholas Rizo-
poulos non solo per aver sponsorizzato il viaggio e la ricerca, ma soprattutto
per aver fornito il più stimolante ambiente intellettuale che uno scrittore
possa desiderare. Ho ricevuto un gran profitto dai seminari organizzati dall’i­
stituto per discutere capitoli specifici del mio manoscritto. Sono grato a tutti
coloro che hanno partecipato a queste riunioni, in particolare desidero rin­
graziare il dr. Robert Legvold, il dr. Michael Mandelbaum, il sig. Robert
Kaiser ed il dr. Myron Rush. È superfluo dire che io soltanto rispondo delle
idee e delle opinioni espresse nel manoscritto finale.
Lo staff del Research Institute on International Change della Columbia
University mi ha fornito un costante sostegno. Sono molto grato alla mia as­
sistente amministrativa, Penny Yee, ed ai miei infaticabili assistenti alla ri­
cerca Cynthia Roberts e Michael Klecheski, che mi hanno accompagnato in
tutti gli stadi della ricerca e della stesura. Ringrazio anche Kathryn Dodgson
che mi ha aiutato nella correzione delle bozze, e Michael Klecheski e Ri­
chard Coffman che hanno preparato l’indice analitico.
Le ultime parole di ringraziamento vanno a mia moglie Joan. Nonostante
il pesante fardello del proprio lavoro, ella mi ha fornito prontamente e gene-

19
[•osamente una amichevole ed onesta critica ed una meticolosa attenzione ai
problemi di struttura e di stile. Senza il suo costante e paziente incoraggia­
mento e senza il suo aiuto questo libro non sarebbe mai stato scritto.
S.B.
Wendell, Massachusetts
1° marzo 1980

Se i sistemi comunisti si arrestassero al loro attuale stadio di sviluppo, essi


decadrebbero immediatamente perché «non avanzare vuol dire recedere». Il
decadimento del sistema politico comunista renderà questo sistema un feno­
meno dello stadio di modernizzazione e mobilitazione, incapace di generare
dal proprio interno la capacità di durare attraverso il cambiamento. Come il
dinosauro, il comuniSmo può estinguersi come risultato della sua incapacità di adat­
tamento cdle mutate condizioni ambientali. Mentre conviene ricordare che l’era
del dinosauro è durata milioni di anni, dobbiamo essere coscienti del fatto
che le condizioni ambientali cambiano in modo infinitamente più rapido nel
ventesimo secolo che non nel periodo giurassico.
Da un saggio di uno scienziato politico (il corsivo è aggiunto)

Rivoluzionario! Tutto ciò muta completamente le nostre idee antiquate.


Il sorprendente libro di Desmond demolisce la nostra opinione sui dinosauri
quali enormi lucertole dal cervello grande quanto un pisello, e dal sangue
freddo — in base alle più recenti ricerche e conoscenze sulla paleontologia
— e ne fa una razza di creature molto differenti: incredibilmente varie, dal
comportamento complesso e socialmente avanzate.
Da una recensione al libro di Adrian J. Desmond,
The Hot-Blooded Dinosaurs (Dell, 1976)

20
Introduzione

Il periodo brezneviano di storia sovietica sta finendo in modo più dram­


matico di come ebbe inizio. L’invasione dell’Afghanistan nel 1979 inciderà
indubbiamente sulla situazione intemazionale, e soprattutto sulle relazioni
sovietico-americane, più profondamente di quanto abbia fatto ogni altro sin­
golo evento a partire dall’inizio della politica di distensione dei primi anni
Settanta. In realtà essa ha fermato e perfino invertito il processo di distensio-
nc, e pone in rilievo le pericolose implicazioni della diversa definizione da
arte di americani e sovietici delle principali regole della distensione. Una
C reve analisi di questo evento (avvenuto alcune settimane dopo che questo
libro era nelle mani dell’editore) si adatta bene ad introdurre un lavoro che
mira a fornire un più ampio contesto per la comprensione di questo e di altri
episodi internazionali in quanto specchio dei cambiamenti avvenuti nel pen­
siero e nel comportamento dell’Unione Sovietica.
I motivi che sono alla base dell’invasione russa dell’Afghanistan vanno se­
parati dalle varie argomentazioni che hanno portato a tale decisione. I sovie­
tici avevano di fronte la prospettiva di perdere il loro controllo seppur im­
perfetto su un vicino instabile ma amico, il quale avrebbe potuto soccombe­
re al repubblicanesimo militante musulmano o al modello iraniano. I leader
sovietici hanno temuto meno le ripercussioni potenzialmente pericolose del­
l’azione militare che la perdita del paese, significativa dal punto di vista stra­
tegico, per il comuniSmo sovietico.
Si potrebbe naturalmente affermare che i dirigenti sovietici hanno preso
la loro decisione in modo precipitoso, senza una realistica previsione della
probabile reazione americana o delle implicazioni di lungo periodo sulle re­
lazioni con gli Stati Uniti. Tutto quello che sappiamo, però, sulla formazio­
ne del processo decisionale sovietico non può darci tale sicurezza. La decisio­
ne può essere stata presa solo in modo attento e deliberato, e ciò significa un
importante cambiamento nel modo di vedere e nel comportamento dei so­
vietici.1 La decisione di invadere l’Afghanistan segna uno spartiacque nella

31
politica dell'Unione Sovietica, nella misura in cui i sovietici hanno deciso di
ricorrere a nuovi mezzi — l’intervento militare diretto — per perseguire un
vecchio obiettivo, l’espansione esterna del suo potere politico.
Per la prima volta a partire dalla seconda guerra mondiale, quando l’ac­
quisizione di un impero satellite costituì il premio per la vittoria, l’Unione
Sovietica ha impiegato sostanziali forze militari all’esterno della sua ricono­
sciuta sfera di influenza. Un cambiamento così sorprendente dimostra un
nuovo grado di fiducia, di sicurezza e di vitalità espansionistica che richiede
necessariamente una ampia rivalutazione della situazione internazionale e
delle efficaci contromisure da parte dell’alleanza occidentale. Durante i pas­
sati quindici anni l’Unione Sovietica ha acquisito la parità strategica con gli
Stati Uniti ed ha ottenuto lo status di potenza militare globale. La politica
internazionale sovietica dell’era brezneviana ha mostrato un interesse domi­
nante: come riuscire a tradurre il nuovo potere militare in un efficace potere
ed influenza di carattere politico in campo internazionale, evitando al tempo
stesso un confronto con l’altra superpotenza, gli Stati Uniti. Se negli ultimi
anni il comportamento sovietico è apparso più dogmatico e pericoloso — ne
sono testimoni le sue avventure in Angola, Etiopia e nello Yemen, così co­
me l’impiego militare dei suoi paesi alleati — tale atteggiamento è stato tut­
tavia frenato da quella che i sovietici considerano una priorità chiave: equili­
brare la voglia di acquisire dei vantaggi in campo internazionale con la paura
di una guerra totale o di un pericoloso conflitto con gli Stati Uniti. L’inva­
sione dell’Afghanistan comporta chiaramente un riordinamento della scala
delle priorità del Cremlino e delle concezioni che ne sono state finora alla
base, ed un abbandono di certi principi che sembravano ormai stabiliti nel
pensiero sovietico, e cioè che l’Unione Sovietica avesse molto da guadagnare
dalla cooperazione con l’occidente e specialmente con gli Stati Uniti, e mol­
to da temere dagli stessi Stati Uniti se avesse oltrepassato certi limiti non
istituzionalizzati, ma tuttavia ben definiti.
Coloro che studiano il comportamento intemazionale dell’Unione Sovieti­
ca si sono abituati a ripetere l’assioma che i dirigenti sovietici si impegnano
di solito in operazioni a basso costo e a basso rischio. Si potrebbe natural­
mente affermare che dal punto di vista del Cremlino anche l’azione in Af­
ghanistan segue questo criterio.2 Se è così, però, vuol dire che i sovietici han­
no operato una ampia ridefinizione di cosa costituisce un «basso rischio» ed
un «basso costo». In altre parole, stiamo assistendo ai frutti di un ampio pro­
cesso di riconsiderazione da parte sovietica della situazione intemazionale,
dei rischi e dei costi della sua espansione.
L’esplorare il perché, in questo stadio delle relazioni intemazionali, i diri­
genti sovietici abbiano deciso di ridefinire i loro principi e di riordinare le
loro priorità, occupa un posto marginale tra le questioni sollevate in questo

22
libro? In realtà per moki anni gli studiosi e gli analisti si sono giustamente
((incentrati proprio su tali aspetti, episodi e dimensioni specifiche della poli­
tica sovietica del periodo brezneviano. Il graduale accumularsi dei loro lavori
spesso insigni ha allo stesso tempo preparato la strada ed ha focalizzato l’at­
tenzione su una pressante necessità concernente la nostra analisi del sistema
sovietico: fornire una analisi sintetica di come si siano trasformate la struttu­
ra ed il processo politici in Unione Sovietica nell’ultimo quarto di secolo a
partire dalla morte di Stalin, ed in particolare negli anni di governo brezne­
viano. Non soltanto tale ampia analisi approfondirà la nostra comprensione
delle tendenze e delle decisioni attuali di politica interna ed estera sovietiche,
ma ci aiuterà anche ad applicare ciò che abbiamo imparato sul funzionamen­
to del sistema sovietico negli anni recenti per una previsione di quella che
sarà la probabile direzione del sistema nel prossimo decennio. Questo libro
tenta di soddisfare tale necessità; il suo obiettivo principale è quello di ana­
lizzare il contenuto e la interrelazione tra leadership, stabilità e cambiamento
in Unione Sovietica, e si rivolge soprattutto agli studiosi dell’Unione Sovie­
tica delle università, del governo e dei centri politici ed affaristici, così come
anche al lettore comune che ricerchi le cause fondamentali del comporta­
mento sovietico.
Il titolo di questo libro, I successori di Stalin, torna ancora al punto di ini­
zio essenziale per qualsiasi studio del sistema politico moderno sovietico, al
suo fondatore: Stalin. La sua indimenticata forza di volontà e la profondità
del segno da lui lasciato sulla vita sovietica moderna catturano le nostre
menti e tendono ad ostacolare la nostra comprensione di cosa è cambiato di
fondamentale in Unione Sovietica a partire dalla sua morte. Il complesso di
istituzioni che egli perfezionò durante gli ultimi quindici anni del suo domi­
nio e le persone che egli nominò a dirigerlo a tutti i livelli incidono ancora
sulla durata di certi residui elementi di quello che siamo soliti chiamare si­
stema staliniano.
Il libro contiene due tesi fondamentali. In primo luogo, il legame princi­
pale esistente tra il tipo di governo staliniano e quello attuale (nonché una
delle maggiori fonti di stabilità in Unione Sovietica) è costituito proprio
dalla tenacia di quella generazione che entrò in politica durante l’ultimo pe­
riodo di dominio staliniano e che domina oggi la struttura istituzionale del
paese. Il monopolio di tutte le cariche più alte da parte di tale gruppo ha de­
terminato i limiti dei cambiamenti avvenuti nel periodo a partire dalla mor­
te di Stalin. In secondo luogo, il dominio di tale generazione privilegiata sta
volgendo al termine ed il suo trapasso darà luogo per la prima volta da de­
cenni a dei reali impulsi e a delle vere e proprie pressioni in direzione di un
cambiamento. La scomparsa di questo gruppo nel prossimo decennio ed i
problemi economici senza precedenti che i suoi successori dovranno affronta­

23
re creeranno delle eccezionali possibilità per una ulteriore trasformazione del
sistema ereditato da Stalin.
La Parte I tenta di stabilire quanto si sia allontanato il sistema politico so­
vietico nell’ultimo venticinquennio dal modello staliniano che aveva eredita­
to. In tale ambito presento una analisi di alcune importanti questioni. In che
misura i cambiamenti di questo periodo sono stati determinati da una inizia­
tiva dall’alto piuttosto che da una efficace pressione dal basso? In che misura
i cambiamenti nel processo politico hanno avuto luogo senza che si siano ve­
rificate alterazioni fondamentali nella struttura delle istituzioni amministra-
tivo-esecutive? In che misura tali cambiamenti hanno inciso non solo sul si­
stema di relazioni all’interno delle élite, ma anche su quello tra le élite ed i
più vasti strati sociali?
La Parte il esamina l’imminente processo di successione sia della leader­
ship nazionale che della élite suprema dell’Unione Sovietica, ed analizza cer­
te caratteristiche senza precedenti di tale successione che possono già venir
riconosciute nella sua attuale fase di preparazione, e che potrebbero catalizza­
re le pressioni esistenti per un cambiamento ininterrotto e forse fondamenta­
le del sistema politico. Si pone l’accento sul processo di ricambio generazio­
nale dei livelli medi ed alti della leadership e della élite in quanto aspetto
più significativo del processo di successione nei termini dei suoi potenziali
effetti a lunga scadenza; fornisce un profilo della generazione post-staliniana
di dirigenti ed identifica le caratteristiche che la distinguono dal gruppo che
è chiamata a sostituire.
La Parte in concerne la questione fondamentale del giudizio sulla stabilità
e governabilità dell’Unione Sovietica alla vigilia degli anni Ottanta. La do­
manda principale che mi pongo è: in quale misura la stabilità mostrata dal
sistema sovietico sotto Breznev è limitata alla sua sfera dirigenziale? Caratte­
rizza anche altri aspetti ed altre sfere del sistema o anche il sistema tutto? La
Parte IV si occupa delle tendenze di politica estera sovietica del periodo
brezneviano e delle percezioni che incidono sul tipo di approccio ai temi in­
ternazionali da parte della sua leadership, e si concentra in particolare sul ca­
rattere centrale che le relazioni usa-urss rivestono nel processo politico so­
vietico, sul suo punto di vista riguardo all’impiego di mezzi militari nelle re­
lazioni internazionali, ed alle opportunità di una sua maggiore espansione
create dalla tumultuosa situazione esistente nel Terzo mondo. Nella Parte v
si esaminano la serie e la natura di quei problemi che potrebbero causare in
Unione Sovietica delle pressioni in favore di determinati cambiamenti per
gli anni Ottanta che vadano oltre le trasformazioni del sistema avvenute ne­
gli ultimi venticinque anni.

24
NOTB
1 Alcuni osservatori affermano che l’invasione non rappresenta niente di nuovo nel comporta­
mento sovietico, e che essa segna soltanto un passo in avanti sulla strada dell’espansionismo e del­
l’imperialismo sovietico. Gò che è cambiato come risultato, essi affermano, è la percezione occiden­
tale delle politiche sovietiche, soprattutto da parte di coloro che non si aspettavano tale mossa. Se­
condo la mia opinione l’invasione dell’Afghanistan rappresenta un importante cambiamento non so­
lo dal punto di vista della percezione occidentale, ma anche del modo di pensare e del comportamen­
to sovietici.
2 Un certo numero di analisti considerano l’invasione dell’Afghanistan come un importante al­
lontanamento dallo stile e dalla condotta della direzione Breznev-Kosygin. Alcuni affermano che la
decisione di invadere riflette la perdita di controllo nel Politbjuro da parte di uomini come Breznev,
Kosygin e Gromyko e la loro sostituzione da parte di un gruppo di «giovani falchi». Non vedo alcu­
na prova che sostenga tale versione.
3 Per un mio primo tentativo di identificare gli elementi chiave che hanno inciso sul riorienta­
mento della politica sovietica cfr. A Risk Carefully Taken, «Washington Post», 18 gennaio 1980.

25
PARTE PRIMA

Stalinismo e sistema politico sovietico


K
Esiste un numero infinito di volumi di studiosi e di giornalisti che narra­
no la biografia di Stalin. Tuttavia è sorprendente quanto poco conosciamo,
quanto poco sia stato scritto in modo sistematico sullo stalinismo e sul com­
plesso sistema di governo che Stalin creò.1 E forse una esagerazione afferma­
re, come fa Jerry Hough, che «in verità, se si escludono i primi anni Trenta,
è probabile che la comprensione dell’era staliniana sia realmente diminuita,
anziché migliorare, nel corso dell’ultimo decennio».2 Tuttavia la nostra cono­
scenza dello stalinismo è chiaramente minore rispetto a quella del periodo di
formazione del regime sovietico e del suo attuale sistema? La parte i di que­
sto libro si pone la domanda: quale è stato l’effetto di lungo periodo di Sta­
lin sul sistema politico sovietico?
Il fatto che tale domanda rimanga ancor oggi molto importante per la no­
stra comprensione della politica sovietica — un quarto di secolo dopo la
morte di Stalin — ci fornisce già in parte una risposta, così come il fatto che
sia nell’analisi occidentale dell’Unione Sovietica che nella vita quotidiana so­
vietica Stalin e lo stalinismo servono come punti di riferimento chiave per
misurare cambiamenti, identificare orientamenti politici e valutare indirizzi
strategici. Come gli altri grandi dittatori degli anni Trenta Stalin ha lasciato
una impronta indelebile sulla società sovietica e sul mondo del ventesimo se­
colo, ma a differenza di quelli, egli ha inciso sulle nazioni sulle quali domi­
nò, in modo più profondo e durevole. Stalin governò molto più a lungo de­
gli altri dittatori e fu meno limitato dalle condizioni restrittive di una mo­
derna nazione-stato autoritaria, in quanto era a capo di una dittatura vittorio­
sa sia internamente che esternamente. Egli cambiò profondamente le struttu­
re e le attitudini non solo politiche ma anche sociali, economiche e culturali
della sua generazione e di quelle successive.
Per rispondere alla questione principale dell’effetto di lungo periodo che
Stalin ha avuto sul sistema politico sovietico bisogna secondo me considera­
re due questioni a questa subordinate.

29
1. È effettivamente esistito un fenomeno dello stalinismo? È esistito un
complesso di istituzioni e di tendenze politiche sufficientemente differente
nelle sue caratteristiche dominanti dal precedente ordine socio-politico sovie­
tico e da quello successivo, tale da poter essere considerato un fenomeno di­
stintivo della storia sovietica? In altre parole, creò Stalin un «ismo»? Una ri­
sposta a tale domanda ci permetterebbe di giudicare se Stalin fu fondamen­
talmente il rappresentante passivo di tendenze inesorabili liberate dalla rivo­
luzione d’Ottobre del 1917 o invece il creatore di una nuova tradizione, colui
che attuò una forma distintiva di regime comunista.
2. Quanto di Stalin era presente in quell’«ismo»? Quale fu la natura, la di­
mensione e lo stile del dominio staliniano sul sistema politico dell’Unione
Sovietica?
Nel trattare questi argomenti non mi impegnerò in una sorta di storia
psicologica; mi concentrerò sulle azioni di Stalin, non sulla sua emotività;
sul come egli agì, non sul perché; sulla sua attività pubblica, non sulla sua
personalità privata.

NOTE

1 Le biografie di Stalin più conosciute sono: Boris Souvarine, Stalin, Alliance Book Corp., New
York 1939, trad. it. Stalin, Adelphi, Milano 1983; Adam Ulam, Stalin: The Man and His Era, Viking,
New York 1973, trad. it. Stalin, Garzanti, Milano 1975); Robert C. Tucker, Stalin as Revolutionary,
1879-1929: A Study in History and Personality, Norton, New York 1973, trad. it. Stalin il rivoluziona­
rio, 1879-1929, Feltrinelli, Milano 1977 ; il cui secondo volume, Stalin and the Revolution from Above,
1929-1939, dovrebbe apparire tra poco; e Isaac Deutscher, Stalin, Oxford University Press, London
1949, trad. it. Stalin, Longanesi, Milano 1969. Tra i libri che trattano del sistema staliniano più che di
Stalin, va menzionato l’ancora insuperato lavoro di Barrington Moore jr., Soviet Politics: The Dilemma
of Power, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1950, trad. it. Il dilemma del potere, Longanesi,
Milano 1953; Merle Fainsod, Smolensk under Soviet Rule, Harvard University Press, Cambridge, Mass.
1958, ed il suo How Russia is Ruled, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1953 e l’edizione po­
stuma riscritta da Jerry Hough (Harvard University Press, 1978); John A. Armstrong, The Politics of
Totalitarianism, Random House, New York 1961; Francis B. Randall, Stalin's Russia, Free Press,
New York 1965; e Robert Conquest, Power and Policy in the USSR, St. Martin’s Press, New York
1961. Dalle pubblicazioni in samizdat arriva la prima analisi ampia e sistematica dello stalinismo
scritta in Unione Sovietica da Roy A. Medvedev, Let History Judge: The Origins and Consequences of
Stalinism, Knopf, New York 1972, trad. it. Lo stalinismo, Mondadori, Milano 1972.
Per quanto ne so, la sola aperta apologia dello stalinismo pubblicata in lingua inglese negli anni
recenti è l’introduzione di Bruce Franklin a The Essential Stalin: Major Theoretical Writings, 1905-
1952, Doubleday, Garden City, N.Y. 1972, pp. 1-38. Delle molte raccolte che contengono citazioni e
commenti su Stalin e lo stalinismo da diversi punti di vista, i più interessanti sono Julian Steinberg,
a cura di, Verdict of Three Decades, Duell, Sloan and Pearce, New York 1950; T.H. Rigby, a cura di,
Stalin, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N.J. 1966; Robert V. Daniels, a cura di, The Stalin Revolu­
tion, D.C. Heath, Boston 1965. Per una analisi dell’ultima «staliniana» in pubblicazioni sovietiche uf­
ficiali, cfr. Michael Heller, Stalin and the Detectives, «Survey», 21, n° 1/2, inverno-primavera 1975, pp.
160-75.
2 Jerry F. Hough e Merle Fainsod, How the Soviet Union Is Governed, Harvard University Press,
Cambridge, Mass. 1978, p. 147.
3 La letteratura sullo stalinismo si è recentemente arricchita della notevolissima raccolta di saggi
Stalinism: Essays in Historical Interpretation, a cura di Robert C. Tucker, Norton, New York 1977.

30
1. il sistema staliniano maturo

devoluzione dello stalinismo nella storia sovietica post-rivoluzionaria è


passata attraverso tre fasi fondamentali, in ciascuna delle quali Stalin giocò
un ruolo chiave differente. La prima comprese il periodo di consolidamento
del periodo bolscevico, la configurazione delle sue fondamentali istituzioni
politiche, amministrative ed economiche, la formulazione in termini pratici
delle sue principali politiche di lungo respiro ed i metodi per la loro attua­
zione, vale a dire il periodo della nep degli anni Venti. Fu questa una fase
durante la quale il principale ruolo giocato da Stalin fu quello di uomo politi­
co che lottò per il potere all’interno del partito comunista, adattò le sue opi­
nioni e la sua linea di azione alle necessità che tale lotta richiedeva, e costruì
una base organizzativa in funzione di essa e dei suoi successi futuri.1
La seconda fase racchiude il periodo della rivoluzione, o piuttosto delle ri­
voluzioni «dall’alto»,2 grosso modo gli anni 1929-38. Durante tale periodo
ebbe luogo una fondamentale trasformazione in tutti i settori della società
sovietica, e tutte le istituzioni sociali, economiche, politiche e culturali del
bolscevismo fino ad allora operanti vennero rimodellate. Fu questa una fase
durante la quale il ruolo giocato da Stalin fu quello di trasformatore e di re­
stauratore rivoluzionario?
La terza fase è quella dello stalinismo maturo, quando le rivoluzioni dal­
l’alto furono terminate, le istituzioni politiche stabilizzate e le linee strategi­
che sociali, economiche e culturali determinate. Fu un periodo in cui l’obiet­
tivo chiave del regime era la perpetuazione delle relazioni esistenti e l’appro­
priato funzionamento ed efficienza del sistema? Il principale ruolo di Stalin
fu in questo periodo quello di un dittatore-amministratore. Prenderò in consi­
derazione soltanto quest’ultimo stadio dello stalinismo?
Il sistema staliniano maturo manifestò alcune caratteristiche chiave che
nella loro interazione e nel loro effetto congiunto lo resero un sistema speci­
fico, differente sia da quello prevalente durante il primo stadio di formazione
dello sviluppo sovietico, sia da quello che si sviluppò nell’era post-staliniana.
Alcune delle sue caratteristiche più importanti furono:

31
Il sistema del terrore di iiiasM.
L’estinzione del partito in quanto movimento.
Una organizzazione macro-politica estremamente amorfa.
Un modello di sviluppo economico estremamente mobilitante, legato all’obiettivo di acqui­
sire una grande potenza militare, con le conseguenze politiche da ciò derivanti.
Un sistema di valori eterogeneo, che favorì la stratificazione economica, di status sociale e di
potere, promosse uno straordinario conformismo culturale e fu legato ad un nazionalismo estremo.
La fine dell’impulso rivoluzionario a trasformare la società, e la persistenza di una attitudine
conservatrice tendente allo status quo nei confronti delle istituzioni esistenti.
Il sistema di dittatura personale.

Lo stalinismo maturo si basò sulla istituzione di un terrore politico onni­


comprensivo: «l’uso arbitrario da parte degli organi di autorità politica di
coercizione violenta contro individui o gruppi, la verosimile minaccia o l’ef­
fettivo arbitrario sterminio di essi».6 L’arbitrarietà del sistema del terrore
venne esemplificata sia dalla infondatezza di accuse ed imputazioni che con­
ducevano a processi, esecuzioni ed imprigionamenti, che dalle procedure con
le quali questi venivano compiuti. Era basato su principi «legali» quali la
presunzione di colpa, colpa collettiva e responsabilità «oggettiva».7 Tale ar­
bitrarietà rendeva impossibile prevedere che tipo di condotta avrebbe potuto
dare ragionevoli probabilità di sopravvivenza. Come ha osservato Zbigniew
Brzezinski, «l’incapacità ad adattarsi può significare l’estinzione della vita.
Ma il riuscire ad adattarsi... non garantisce né la libertà né la salvezza».’
Gli ex membri dei partiti anti-bolscevichi, ad esempio, furono i primi ed i
principali bersagli del terrore, ma il capo della pubblica accusa durante la fa­
se culminante del terrore era un eminente ex menscevico, Vysinskij, ed il
suo propagandista più dinamico un altro menscevico, Zaslavskij. D’altro
canto durante il terrore perirono un numero infinito di stalinisti devoti che
erano stati strettamente legati a Stalin durante tutto il periodo di lotte, che
si erano dimostrati di provata fedeltà e che continuarono a sostenerlo in ma­
niera assoluta perfino durante la Grande Purga.
Il terrore penetrò tutti gli strati della società, di modo che nessun gruppo
o individuo poteva considerarsi al sicuro dal divenirne un bersaglio. In realtà
sembra che l’efficacia del terrore «si sia sprigionata in massima parte... fra la
burocrazia, tra coloro che più direttamente dipendevano dal regime per posi­
zione e status sociale».9 In un regime di terrore, come ha notato Merle Fain-
sod, «alla insicurezza delle masse è necessario che si aggiunga l’insicurezza
della élite di governo che circonda il dittatore».10 Il sistema di terrore creò
ciò che Alexander Dallin e George Breslauer hanno definito una condizione
di terrore-, «una penetrante atmosfera di angoscia» nella società in generale e
soprattutto tra le burocrazie e le élite.”
La partecipazione al regime di terrore non fu ristretta ai suoi amministra­
tori diretti, né questa si limitava all’obbedienza degli ordini provenienti dal­

32
l’alto. I membri della burocrazia politica vennero attivamente impegnati,
quando non fisicamente coinvolti, nella attuazione del terrore, e si resero col­
pevoli in massa di vere e proprie iniziative terroristiche. Esibivano ciò che
può essere definito come una «obbedienza preventiva», l’anticipare cioè quel­
li che ritenevano essere i desideri ed i capricci dei loro capi. Tale tipo di ob­
bedienza anticipata veniva incoraggiata dai loro superiori, e definita in senso
positivo come «vigilanza». Il regime di terrore condusse all’esistenza di un
esercito infinito di informatori. L’assunto operante nella società e nella buro­
crazia era che ognuno spiava ed informava su tutti, e la realtà non era molto
distante da tale assunto.12
La società nel suo complesso, e soprattutto i suoi strati superiori divenne­
ro legittime del terrore, in senso morale se non in quello fisico. Non era una
esagerazione affermare, subito dopo la morte di Stalin, che «la tragedia della
Russia contemporanea è che l’intera élite del paese, la sua intelligencija, la
sua pubblica amministrazione e tutti i suoi elementi politici condividono in
varia misura le colpe di Stalin... Stalin fece di tutto il paese ed in ogni caso
di tutti i suoi elementi istruiti ed attivi, i suoi complici».15
Cruciale per la nostra comprensione dello stalinismo maturo è capire che
il terrore funzionò principalmente non come strumento di cambiamento socia­
le, bensì come normale metodo di direzione e di governo, e come tale, il suo
sviluppo e la sua continuazione fecero sì che si venisse a creare una enorme
struttura burocratica consacrata alla sua regolamentazione: lo stato di poli­
zia. (Ciò portò, come ha ironicamente osservato Alfred Meyer, alla «burocra­
tizzazione della guerra di classe»). Tale burocrazia adempiva compiti che an­
davano molto oltre le tradizionali funzioni della polizia; essa acquisì una in­
fluenza diretta su vasti settori della vita sovietica e partecipò abitualmente
alla vita politica del paese.14
La polizia comandava una estesa forza militare composta da unità di sicu­
rezza interne (numerose divisioni con mezzi corazzati ed aviazione propri) e
truppe di frontiera,1’ ed amministrava interamente il vasto sistema di campi,
prigioni, di esilio e di lavori forzati.16 Incorporava a tutti i fini pratici il ramo
giudiziario del governo, sia la procura che i tribunali;17 controllava in modo
aperto, diretto ed esclusivo il servizio di controspionaggio militare, con di­
staccamenti situati al di sotto del livello di battaglione e plenipotenziari al
livello di compagnia. Introdusse rappresentanti ufficiali nelle stazioni mac­
chine e trattori, le unità agricole chiave, e piccole cellule nelle maggiori im­
prese industriali. Dirigeva direttamente il sistema di comunicazioni delle éli­
te, la cosiddetta rete vt attraverso la quale venivano effettuate tutte le comu­
nicazioni intrapartitiche, di stato e militari ad alto livello, e controllava il
ministero delle comunicazioni. Controllava inoltre, direttamente o indiretta­
mente, i ministri competenti per la produzione di legname, metalli non fer-

33
rosi c costruzioni pesanti'" ed esercitava una potente c diretta influenza am­
ministrativa su un certo numero di repubbliche non russe, in special modo
le repubbliche transcaucasiche della Georgia, dell’Azerbaigian e dell’Arme­
nia. Oltre a controllare una quantità di istituti di reclusione in cui venivano
effettuate ricerche scientifiche, le cosiddette SaraSki,19 la polizia era evidente­
mente incaricata della supervisione alla ricerca atomica. Infine, oltre a dirige­
re i servizi segreti all’estero, esercitava una forte e diretta influenza sugli isti­
tuti per le relazioni ed il commercio con l’estero."
Lungi dall’agire come un organismo anonimo, discreto e segreto, la poli­
zia «segreta» era una forza politica aperta e riconosciuta, lodata e glorificata
dai media, ampiamente visibile alle cerimonie ufficiali ed alle assemblee po­
litiche, e magnificata dalla propaganda sovietica come il primo esempio da
emulare. I suoi alti ufficiali venivano «eletti» al parlamento sovietico e costi­
tuirono infatti, dal 1936 fino alla morte di Stalin, il secondo più omogeneo
gruppo di rappresentanti. I capi di polizia a livello di repubblica, provincia e
distretto erano membri ex officio dei bureau (consigli esecutivi) delle rispet­
tive organizzazioni di partito.
È di estrema importanza notare che sotto lo stalinismo maturo non si as­
siste ad una esplosione di terrore, ad un terrore da «stato d’assedio», bensì ad
un regime di terrore generalizzato e continuo.21 Per usare una espressione di
Hannah Arendt, esso fu una «ondata di criminalità» su scala quasi senza pre­
cedenti, dove la «criminalità terroristica come principio» venne «usata quale
strumento di organizzazione della società».22 Il dominio attraverso il terrore
come metodo di governo per un prevedibile futuro piuttosto che come una
misura di emergenza, ricevette un sostegno ed una giustificazione ideologica
da parte di Stalin con la sua tesi sulla «intensificazione della lotta di classe di
pari passo con l’avanzamento ed il successo della costruzione socialista».25
Tale formula non solo proclamò il terrore quale metodo giustificabile di go­
verno, ma ne fece anche, per logica opposta, il termometro dei successi del
sistema socialista. Tale logica era molto semplice: se le pressioni e l’attività
del nemico diventano inevitabilmente maggiori man mano che l’Unione So­
vietica si sviluppa e coglie successi sempre maggiori, l’assenza di terrore o si­
gnificherebbe il negare i successi sovietici, o indicherebbe semplicemente
una mancanza di vigilanza che permetta di scoprire i nemici. Questo era un
aperto invito ad inventare complotti, a «smascherare» nemici, e così via.

Sotto lo stalinismo maturo, il partito comunista in quanto movimento


politico si estinse.24 Il termine «partito» finì con l’essere usato o come man­
tello di legittimazione del dominio di Stalin, che rifletteva il suo incessante
bisogno pubblico e probabilmente personale di mettere in relazione le basi
della autorità sovietica con le sue origini rivoluzionarie, o come rappresenta-

34
/.ione di una importante parte dell’edificio amministrativo staliniano (la bu­
rocrazia di partito, il suo «apparato»). Perfino nella sua funzione «nobile» e
legittimante, il ruolo del partito quale depositario della verità ideologica,
benché ancora invocato, declinò visibilmente. Esso fu largamente sostituito
dal culto di Stalin e da un manifesto, esplicito nazionalismo. È indicativo
della atrofia del partito in quanto organizzazione di massa genuina e volon­
taria e «associazione di persone unite da una ideologia» il fatto che esso gio­
cò un ruolo secondario come istituzione legittima (e, tra l’altro, come orga­
nizzazione) durante il solo autentico sforzo di mobilitazione di massa dell’era
dello stalinismo maturo: quello della guerra. L’impeto mobilitante scaturì
dalle «verità» dello stato, non da quelle del partito, dal patriottismo e dal na­
zionalismo, non dalla ideologia nel senso comunista della parola.
Come organizzazione di massa e di élite, il partito cessò di giocare un ruo­
lo significativo nell’ambito del processo politico.” Esso servì ancora come
veicolo di istruzione politica per i suoi membri, ma il ruolo chiave di socia­
lizzazione politica venne realizzato fondamentalmente dalle scuole e dai
mass media a livello di base, e dalle varie burocrazie per quanto riguarda i
propri membri, inclusa la burocrazia di partito, al livello superiore. Tutti gli
individui politicamente capaci erano membri di partito; la sua appartenenza
divenne una fonte di potere.26 Ma furono estremamente pochi i membri del
partito politicamente influenti. L’appartenenza al partito non assicurava al­
cuna partecipazione al processo politico oltre al privilegio di ricevere delle
informazioni in più, ed al dovere di mettere in opera decisioni prese a tutti i
livelli al di fuori del partito.
L’ideale dello stalinismo maturo era quello di politicizzare tutte le sfere di
attività sociale e spesso perfino privata, e di depoliticizzare invece quelle po­
litiche. Tutte le forme di attività, fossero esse economiche, scientifiche o cul­
turali, vennero imbevute di significato politico, ma allo stesso tempo venne­
ro fatti energici sforzi allo scopo di ridurre l’attività politica a questioni di
«pura» amministrazione. Il partito di massa e di élite divenne la principale
vittima di tale tendenza. Nella sua funzione «efficientista» piuttosto che
«nobile», il partito finì con l’identificarsi con la sua burocrazia, con quella
parte a tempo pieno del suo «apparato» professionale.27
La funzione principale di tale apparato non era quella di regolare le attivi­
tà del partito di massa, bensì quella di partecipare alla amministrazione dello
stato. I suoi «clienti» non erano il partito stesso, ma fondamentalmente altre
burocrazie. Durante il periodo pre-staliniano l’apparato di partito giocò un
ruolo minore negli affari di stato, ma il partito nel suo complesso rivestì un
ruolo molto più importante. Ma anche così, sarebbe sbagliato concludere che
lo stalinismo maturo significò il trionfo dell’apparato di partito in un senso
che vada oltre il suo dominio all’interno del partito stesso. Nonostante si

35
fosse allargato e fosse in maniera più profonda e diretta coinvolto nella am­
ministrazione dello stato, esso divenne solo una delle burocrazie, quantun­
que molto potente. Perciò, anche nella sua funzione «efficientista», con il
«partito» equiparato al suo «apparato», il ruolo del partito sotto lo stalini­
smo maturo potrebbe difficilmente essere descritto come dominante.

L’immagine consueta dello stalinismo presenta una estrema rigidità di


procedure e di strategie, e la pietrificazione dell’intero enorme edificio buro­
cratico. Tale immagine è ampiamente valida quando venga applicata ai mi­
cro-processi ed alle procedure interne di ogni separata gerarchia burocratica
della Russia staliniana. Nella sua macro-dimensione però, esso si presenta in­
nanzitutto come un quadro di linee di controllo, diritti e responsabilità am­
piamente sovrapponentisi tra le differenti gerarchie burocratiche, e in secon­
do luogo, come un complesso di piani di responsabilità e di controllo mobili.
L’ideale dello stalinismo era rappresentato da un governo ed una ammini­
strazione di tipo monocratico. AU’intemo delle distinte gerarchie burocrati­
che tale ideale fu in larga misura raggiunto perseguendo una politica di
estrema centralizzazione verticale. Al macro-livello però, il principio mono­
cratico venne applicato in modo consistente e deliberato soltanto ad un
aspetto della organizzazione politica della società: quello concernente le rela­
zioni delle varie burocrazie con Stalin. Le relazioni invece tra le differenti bu­
rocrazie principali somigliavano molto poco ad un quadro organizzativo che
avesse criteri chiari di autorità, responsabilità e prerogative.
Perfino il quadro delle burocrazie parallele di partito e di stato è inganne­
vole, in quanto tale parallelismo appare molteplice più che puramente dupli­
ce. Un quadro appropriato comprenderebbe un certo numero di burocrazie
maggiori e minori che invadono ognuna il territorio altrui, che lottano per
la loro parte di impero burocratico e che obbligano ciascuna ad intensificare
gli sforzi dell’altra. Se all’apparato di partito venne affidato il compito di or­
ganizzare e sorvegliare l’indottrinamento politico, esso dovette competere
non solo con il dipartimento politico separato dell’esercito (il quale, benché
formalmente un ramo della burocrazia di partito, fu certamente diretto in
modo indipendente sotto Mechlis e Scerbakov), ma anche con la polizia e
perfino con il ministro delle Ferrovie. Le prerogative dei pianificatori veniva­
no continuamente contrastate dalle ambizioni della polizia ad espandere il
proprio impero economico. I diritti dei segretari locali di partito di control­
lare le imprese locali venivano efficacemente contrastati dal ricorso da parte
dei manager alla influenza dei loro rispettivi ministri. Il grado di controllo
da parte dei ministri dell’industria sulle loro imprese chiave veniva a sua vol­
ta ridotto dai diritti e dalle intrusioni degli organizzatori di partito del Co­
mitato centrale (CCpartorii), e così via.

36
A nessuna burocrazia esistente venne delegata l’autorità esclusiva di servi­
re primariamente come coordinatore delle burocrazie in competizione. L’ap­
parato di partito era più adatto di chiunque altro a questo ruolo, in ragione
del fatto che la sua struttura interna riproduceva quella della amministrazio­
ne statale. Ma esso aveva invece la funzione di mobilitatore esterno (e di
controllore) piuttosto che quella di coordinatore.28 Ci si può associare a Karl
Bracher, il quale, nel riesaminare un fenomeno simile nella Germania nazi­
sta, notò che questi non furono disturbi di «crescita» del nuovo sistema, era­
no il sistema stesso.29
Le ragioni di tale assenza di coordinamento erano varie, in parte volute ed
in parte quale risultato della difficoltà di amministrare ogni cosa in ogni luo­
go, in un vasto paese in condizioni di costante emergenza. Come ha osserva­
to David Apter, «sistemi altamente coercitivi sottintendono paesi a basso li­
vello di informazione».501 molteplici livelli di responsabilità amministrativa
riflettevano la necessità del centro di compensare la scarsa qualità e non affi­
dabilità del flusso di informazioni che perveniva, con una molteplicità di
fonti e di canali, così come la necessità del sempre sospettoso despota di assi­
curare la conferma e la ratifica delle informazioni ordinarie. L’ascesa o il de­
clino di una particolare burocrazia o dei loro componenti in parte rifletteva
ed in parte determinava l’ascesa o il declino dei loro leader alla corte di Sta­
lin. La mancanza da parte dell’intero apparato burocratico di una sua struttu­
ra e di una sua connotazione precise, rifletteva la necessità del dittatore di
evitare che le burocrazie raggiungessero una posizione di equilibrio; di pre­
venire il loro consolidarsi e quello dei loro leader in imperi ben affermati; di
impedire ad ognuna delle loro parti componenti di diventare troppo forte
senza il controbilanciante potere della competizione. Una burocrazia stabile
c sicura avrebbe solo potuto scalfire la sicurezza di Stalin, mentre una buro­
crazia divisa e instabile conferiva un importante margine di sicurezza alla sua
posizione.51
L’obiettivo principale della leadership politica sovietica nel corso di tutta
la sua storia è stato quello della crescita economica, specialmente industriale,
al ritmo più rapido possibile e senza alcun riguardo al suo costo sociale. Il
detto di Lenin, «la politica non può che avere la supremazia sulla economia»
significò inizialmente che la crescita economica doveva essere correlata e su­
bordinata ai mutamenti sociali, alla trasformazione in senso socialista della
società. Nella Russia staliniana (e post-staliniana) esso finì principalmente
col significare che gli obiettivi economici costituivano un punto di arrivo del
sistema troppo importante per poter essere lasciati in mano agli amministra­
tori, ai tecnocrati ed agli economisti. Un altro slogan sovietico che conside­
rava «la politica come economia condensata» esprimeva molto meglio il do­
minio dello sviluppo economico tra gli obiettivi sistematici del regime. Le

37
questioni di crescita economica permearono l'intero processo decisionale po­
litico sovietico. Lo sviluppo economico, e la potenza militare che da questo
doveva scaturire, costituirono l’indicatore principale del successo o del falli­
mento della leadership politica. Lo sviluppo economico desiderato e successi­
vamente raggiunto costituì la giustificazione storica sia della trasformazione
sociale decretata dalla leadership che dell’ordine politico da essa stabilito.
La creazione e la rapida espansione della potenza industriale sovietica era
basata su un particolare tipo di organizzazione, stimoli e linee politiche.
Quello che si è venuti a definire il modello staliniano di sviluppo economico
mostra le seguenti caratteristiche fondamentali:52

La pianificazione della crescita economica è tesa alla realizzazione di determinati obiettivi.


Mentre tale crescita è ritenuta un obiettivo di importanza decisiva, i criteri economici che deci­
dono cosa, a quale ritmo ed a quale costo si deve sviluppare, sono considerazioni di importanza
secondaria.
Gli obiettivi specifici di sviluppo economico sono altamente selettivi. Suo scopo non è una
crescita globale bilanciata, ma una serie relativamente ristretta di compiti altamente prioritari.
Una dimensione particolarmente importante di tale strategia di crescita non bilanciata è il
posto che essa assegna al consumo personale, il quale, come ha osservato uno studioso di storia
economica, non è considerato «lo scopo ultimo... ma al contrario il prezzo inevitabile che biso­
gnava pagare a malincuore al processo di continua crescita»?5
L’adozione di obiettivi ambiziosi, ed i piani — o piuttosto gli ordini — da completare nel
più breve tempo possibile (e qualche volta impossibile) vengono calcolati al fine di produrre il
massimo dispendio di lavoro e di energie.
Una importante caratteristica è stata l’accento posto su quantità di output in misura sempre
crescente, raggiunte mediante massicce immissioni di input di lavoro e di capitale.
Ad eccezione della spinta industrializzatrice iniziale che si basò prevalentemente sulle impor­
tazioni di tecnologia estera, il modello staliniano di sviluppo fu concepito come un mercato
chiuso, virtualmente isolato dal mondo esterno.

La caratteristica chiave del modello staliniano di sviluppo economico fu la


sua mancanza di meccanismi economici auto-producentisi, auto-regolantisi ed
adattabili. Per dirigere tutto, se non per operare in modo funzionale, ci fu bi­
sogno di un enorme edificio politico che provvedesse al processo decisionale,
alle spinte, alla regolazione, alla supervisione ed al coordinamento. In realtà
il sistema politico sovietico si sviluppò in misura enorme proprio per dirige­
re l’economia, e venne modellato da un tipo di direzione economica in linea
con la strategia di sviluppo che si era scelta.
Gli obiettivi economici della élite politica e la strategia con la quale que­
sti vennero realizzati hanno fortemente influenzato il corso e la struttura po­
litica sovietica. O essi furono una causa diretta e primaria di certi caratteri
del regime politico, oppure essi rinforzarono ed esasperarono altre caratteri­
stiche già presenti nella élite sovietica.54 Di queste, quattro sono particolar­
mente degne di nota; esse concernono il tipo di controllo sulla società, la sua
struttura organizzativa, il sistema di regolamentazione e lo stile della leadership.

38
La misura in cui l’élite politica ricorse a tre principali mezzi di controllo
sulla società — materiale, simbolico e fisico — fu altamente asimmetrica.” Il
raggiungimento degli esorbitanti obiettivi di crescita pianificata, il fruttuoso
impiego delle risorse disponibili dipesero dalla instaurazione di un livello di
disciplina estremamente elevato tra la forza lavoro, tra gli strati dirigenziali,
nel partito. Allo stesso tempo, l’alto tasso di risparmio forzato, l’ultimo po­
sto nella scala delle priorità assegnato agli obiettivi di consumo nella strate­
gia di sviluppo, preclusero la possibilità di affidarsi agli incentivi materiali
ed ai controlli mediante lo strumento della remunerazione come metodi
principali per ottenere la disciplina richiesta.
Ui^regime rivoluzionario che antepone alla società degli obiettivi ambi­
ziosi in una situazione di pronunciata scarsità economica, è suscettibile, e
spesso ciò accade, di affidarsi in larga misura a poteri normativi al fine di ot­
tenere il consenso necessario. In realtà, se si dovesse giudicare dalla straordi­
naria ampiezza e dai bilanci della macchina propagandistica staliniana, e dal­
la sua intensa attività, l’importanza di tale forma di controllo sociale appari­
rebbe sostanziale. Si deve però notare che nonostante il visibile accento po­
sto dalla leadership sovietica sotto Stalin (ed oltre) su questo tipo di control­
lo, la sua importanza è risultata secondaria ed il suo effetto limitato.
La limitata efficacia dei controlli normativi rifletté in parte gli antichi co­
sti dovuti alla acquisizione e solidificazione del potere da parte del partito
(una base sociale ristretta, l’emarginazione dei contadini ecc.), in parte però
essa rifletté il dilemma tra obiettivi e risorse. Da un lato il regime rivoluzio­
nario adotta quale compito interno primario lo sviluppo delle risorse mate­
riali a scopi politico-militari fini a sé stessi, abbandonando quindi in pratica i
suoi obiettivi utopistici ed egualitari e ponendo l’accento su valori materiali
ed utilitaristici. Dall’altro esso continua a basarsi fortemente su immagini,
simboli e linguaggio della sua «vecchia fede», e riesce solo parzialmente a ri­
coprirli di nuovi significati più consoni alla realtà (per es. il nazionalismo
grande-russo).
Mentre sarebbe assurdo non considerare il ruolo degli incentivi economi­
ci, o soprattutto sottovalutare il ruolo della manipolazione come perno del
controllo sociale sovietico, nondimeno la base sulla quale la leadership stali­
niana fu capace di costruire la sua strategia di sviluppo economico, la reale
forza portante, fu la coercizione. La coercizione reale o la minaccia o la paura
di una sua applicazione costituì tra tutti gli strati della società sovietica la
fonte maggiore di consenso agli obiettivi del regime. A parte l’idiosincrasia
presente nella personalità di Stalin, senza un uso smoderato della coercizio­
ne, la combinazione presente nella strategia di sviluppo economico sovietico
— crescita estremamente sbilanciata, scarsità di risorse, rigida pianificazione
— avrebbe potuto difficilmente essere attuata per un periodo prolungato con

39
qualche probabilità di successo. Di tutti i metodi di controllo sociale impie­
gati dal regime la coercizione fu il più attivo, razionale e sistematico, il più
istituzionalizzato e duraturo, quello più profondamente radicato nella strut­
tura del sistema. Riconoscere la base coercitiva del controllo politico sovieti­
co significa molto di più del riconoscimento del ruolo delle sue istituzioni
fondamentali: purghe cicliche, l’enormità e complessità dell’apparato polizie­
sco ed i suoi poteri largamente arbitrari, il sistema dei campi di lavoro ed il
peso delle attività economiche e perfino nel campo della ricerca scientifica
dirette dalla polizia. Se queste furono le istituzioni maggiormente visibili
fondamentali del sistema coercitivo, la coercizione in quanto forza motrice
sotterranea, in quanto metodo di direzione pervase tutte le istituzioni della
società sovietica.
L’Unione Sovietica sotto Stalin divenne una società organizzata nella qua­
le tutti i compiti sociali più rilevanti venivano risolti ad un livello molto più
alto ed in misura molto maggiore che non nelle nazioni industrializzate occi­
dentali. La principale peculiarità dello sviluppo sovietico, insieme alla strate­
gia di sviluppo adottata dalla sua leadership, non è il fatto che le organizza­
zioni formali (cioè le burocrazie) costituiscono i fondamentali blocchi por­
tanti delle strutture socio-economiche e politiche, ma che le relazioni tra
queste unità strutturali sono estremamente centralizzate. Le due principali
caratteristiche di tale centralizzazione sono: primo, che il processo decisiona­
le è riservato alla leadership del sistema in misura direttamente proporziona­
le alla importanza delle decisioni, e secondo, che il vincolo tra le unità ai dif­
ferenti livelli è diretto, senza intermediazioni, ed assume la forma di coman­
di, ordini e direttive.
Il modello sovietico di sviluppo economico, con il suo ideale di mobilita­
zione totale e di allocazione delle risorse, con la sua selettività di settori alta­
mente sviluppati, con la sua pressione sui tempi di crescita, ha prodotto un
livello estremo di relazioni gerarchiche, una supercentralizzazione della orga­
nizzazione macro-economica, ed ha richiesto un modello altrettanto centra­
lizzato nelle organizzazioni macro-politiche, le quali dovevano mobilitare ri­
sorse, sovrintendere alla loro allocazione e coordinare e controllare il loro
impiego. In realtà la correlazione della pianificazione e del controllo centra­
lizzato con la strategia di crescita economica è così stretta che queste potreb­
bero considerarsi sia un obiettivo della strategia che il suo meccanismo chiave.
La strategia di sviluppo adottata nel periodo dello stalinismo non solo rin­
forzò la tradizionale inclinazione del partito ad una stretta centralizzazione,
ma, particolare più importante, la nutrì di un intrinseco valore strumentale.
Voglio dire che essa spostò il problema della centralizzazione dal campo
esclusivo della politica, lo portò oltre il principio della preservazione del po­
tere da parte di una élite politica le cui rivendicazioni di legittimità erano

40
specifiche, e la rese il naturale modus operandi del sistema, il modo conside­
rato più efficace di dirigere la società.
Un’altra caratteristica del sistema, strettamente connessa, delinea il grado
di autonomia di operazione posseduto da unità subordinate all’interno di una
determinata sfera (ad es. l’economia), o tra sfere differenti (ad es. l’economi­
ca verso quella politica). Gò concerne l’equilibrio tra le due forme fonda­
mentali di meccanismi di direzione impiegati da una autorità di controllo:
l’una, talvolta detta prescrittiva, che si basa sulla direzione diretta, che speci­
fica in dettaglio le operazioni richieste alle unità subordinate; l’altra, spesso
definita regolatrice, che delinea i limiti possibili di azione delle unità subor­
dinate e che permette scelte autonome nell’ambito di tali limiti.36
Il sistema economico di pianificazione e direzione fu caratterizzato dall’ac-
xento posto su obiettivi dettagliati di output, e dalla proliferazione di istru­
zioni non solo nei dettagli concernenti cosa dovesse essere fatto e quando,
ma anche come dovesse essere fatto, in accordo a quale sequela di procedura
c seguendo quali tempi dettagliati. In modo simile, le relazioni della buro­
crazia politica con il settore economico (e quindi anche con altri settori) fu­
rono caratterizzate non semplicemente dal diritto del primo di determinare
le decisioni economiche chiave e dal suo potere di veto, ma anche dal suo
sforzo di sovrintendere in modo capillare, e di intervenire in ogni fase ed
aspetto della amministrazione.
Un’ultima caratteristica del sistema, del quale la strategia di sviluppo sta­
liniana fu una maggiore codeterminante, concerne lo stile della leadership.
Lo stile sovietico di direzione viene comunemente definito burocratico, ma
tale identificazione ci dice molto poco oltre al fatto di essere una direzione
esercitata attraverso ed all’interno di organizzazioni gerarchiche, che viene
svolta a tempo pieno da professionisti e che conduce al proliferare di proce­
dure standard e di routine nell’adempimento delle mansioni quotidiane. Le
burocrazie però si differenziano in vari tipi, possiedono funzioni diverse, e di
conseguenza rivelano stili di direzione differenti. Lo stile di direzione preva­
lente tra le burocrazie sovietiche sotto Stalin, e da esse messo in evidenza, e
soprattutto il modo in cui la direzione economica gestiva l’economia ed era a
sua volta diretta dalla élite politica, fu legato a condizioni giustamente de­
scritte come di guerra simulata. La organizzazione economica e politica so­
vietica in termini della sua struttura di potere, dei suoi metodi di operazione,
dei suoi mezzi di comunicazione e del suo stesso stato d’animo, prese ad as­
somigliare sempre più ad un esercito impegnato in una guerra non molto
popolare. Le condizioni di guerra simulata e lo stile della leadership appro­
priato ad essa trovarono espressione adatta perfino nella terminologia e nel
linguaggio della Russia ufficiale, che vennero sempre più a basarsi su meta­
fore militari.

41
Nella Russia staliniana i problemi non si risolvevano, si «assalivano», ci si
«ritirava», ci si «raggruppava», si organizzava una «campagna», si era in
«guerra» e si organizzava il proprio «campo» contro il «nemico». Si agiva su
vari «fronti» — ideologico, industriale, agricolo — e si aveva una «strategia»
ed una «tattica» per ogni «settore». La metafora che più colpiva era quella
del partito come un «esercito», che Stalin descriveva così:

Se teniamo presenti i suoi strati dirigenti, ci sono circa 3000-4000 dirigenti di primo grado
che chiamerei il nostro corpo di generali del partito. Poi ci sono circa 30.000-40.000 dirigenti di
medio grado, che costituiscono il corpo di ufficiali del partito. Infine ci sono circa 100.000-
150.000 appartenenti allo staff direttivo di più basso grado del partito i quali sono, per così dire,
i nostri sottufficiali di partito.'

Nel discutere il sistema di valori dello stalinismo maturo, ciò che mag­
giormente mi interessa è la cultura politica nel senso ampio della parola. Ma
la prima cosa che bisogna capire è che virtualmente tutta la cultura divenne
dominio della politica, in una società nella quale tutti gli aspetti della vita
furono modellati e dominati dal potere politico. Il sistema di valori ufficiali
dello stalinismo maturo presenta uno strano amalgama composto dai vecchi
valori russi, profondamente radicati nella nuova élite e nella popolazione e
profondamente avversati dai bolscevichi rivoluzionari, ed il moderno ardore
ed impegno sovietici, il tutto permeato dalla ideologia marxista-leninista, o
(almeno) dalla sua terminologia. La dimensione «nobile» di tale sistema di
valori venne fornita dal partito per quanto riguarda la struttura politica, e
dalla dottrina marxista-leninista per quanto concerne la cultura politica. Dal­
la vecchia ideologia scaturì il senso di «inevitabilità» storica, l’autolegittimi-
tà e l’ardore semireligioso, i quali vennero curiosamente fusi e rinforzati dal
propagarsi del nazionalismo e dal tema della «missione russa», dal culto del
capo quale portatore della verità ultima. La nuova ideologia scelse i propri
riferimenti dottrinari selettivamente, in modo utilitaristico e meccanico; li
ridusse a pochi slogan incessantemente ripetuti. Lo stalinismo, come osserva
Isaac Deutscher, era il «marxismo dell’analfabeta».38 Esso cercò di dominare
un popolo ed una élite sorgendo proprio dalla ignoranza.
Lo stalinismo elevò il nazionalismo sovietico in generale e quello russo in
particolare a valore fondamentale di tutto il sistema. Esso divenne il valore
fondamentale, almeno in termini della sua efficacia quale strumento di con­
senso agli obiettivi del sistema. Esso pose al centro dell’attenzione il vecchio
tema conservatore — il culto dell’unità nazionale a qualsiasi prezzo — e la
condanna senza riserve di individui o gruppi che, non solo idealmente o in
pratica, minacciavano di indebolirlo, ma anche di quelli che avevano la po­
tenzialità di farlo.39 Nella sua fase ultima tale nazionalismo degenerò in un
estremo sciovinismo e xenofobia, chiudendo così il ciclo aperto dal «sociali­

42
smo in un solo paese» con il «socialismo imperiale». Per ironia, esso procla­
mò che l’essenza del nazionalismo consisteva nell’interesse a difendere l’U­
nione Sovietica, in una incondizionata fedeltà ad essa.
Sotto lo stalinismo maturo le stratificazioni economiche e le ineguaglian­
ze sociali furono non solo semplicemente tollerate, bensì vennero incoraggia­
te nelle azioni e glorificate nei simboli. La loro giustificazione teorica non
era differente dalle più pure spiegazioni funzionali della stratificazione socia­
le in occidente.*1 Il moltiplicarsi di gradi, titoli, uniformi ed altre bardature
denotanti status sociale elevato o potere fu interminabile. Venne sanzionata
la differenza economica tra ricchi e poveri. Metà della nazione, i contadini,
venne virtualmente esclusa dai diritti economici e culturali di cittadino.41 La
scala dei salari urbani reali venne differenziata in modo simile o maggiore a
quella delle società capitaliste sviluppate (che in un paese a basso tenore di
vita colpisce molto duramente i settori più bassi della scala sociale).42 Una
intera serie di misure specifiche assicurava il continuo profitto degli avvan­
taggiati, come ad esempio l’introduzione di notevoli tasse per l’istruzione
media e superiore, la sostituzione del sistema di educazione generale per i
bambini delle classi inferiori con scuole professionali, il fondamentale ricor­
so alla tassazione di voci fisse quali la tassa sulle vendite e quella sul reddito
di base. Vennero introdotti servizi sociali differenziati, a seconda del grado,
per dimensione e qualità (medicine, vacanze ecc.) che favorivano general­
mente gli impiegati a detrimento degli operai; lo stesso principio venne
esteso alle pensioni in un modo anche più evidente.45
Lo stalinismo ristabilì abbondantemente i principi di autorità e disciplina
sociale sul luogo del lavoro, nelle scuole e perfino nella famiglia. La discipli­
na che tentò di incoraggiare doveva idealmente essere una disciplina coscien­
te, basata sul riconoscimento e l’accettazione della sua necessità. Tentativi di
unire la più ferrea disciplina con la sua cosciente accettazione trovarono
espressione esemplare nel significato con il quale la pedagogia trasmise con­
cetti quali «indipendenza» ed «iniziativa». In un manuale per insegnanti so­
vietici di istituzioni statali si afferma che «indipendenza ed iniziativa signifi­
cano esibizione della più grande abnegazione, e la prontezza e capacità ad
obbedire assolutamente ad un ordine, quali che siano gli ostacoli ed il peri­
colo... (L’iniziativa) non è soltanto cieca obbedienza, bensì una ricerca indi-
pendente del modo migliore di eseguire un comando».44 Tuttavia, tale disci­
plina dovette basarsi sulla paura di estreme misure coercitive, e sulla loro ef­
fettiva applicazione.
Le leggi di lavoro staliniane erano draconiane ad ogni livello, essendo l’U­
nione Sovietica il solo paese europeo dove l’assenteismo divenne un reato
punibile con la prigione. La vasta autorità, prevista per statuto, dei naZal’stvo
— i «capi» — sulla classe lavoratrice urbana venne ancor più rinforzata dal

43
sistema dei passaporti interni che prescriveva il domicilio, e da quello del li­
bretto del lavoro, che prescriveva il luogo di lavoro e registrava l’intero cur­
riculum lavorativo dell’operaio; in tal modo fu possibile compilare una op­
portuna lista nera nazionale.”
Il pluralismo e la libertà creativa che esistevano prima delle rivoluzioni
dall’alto staliniane vennero sostituiti da un grande conformismo ed unifor­
mità nelle arti e nelle scienze sociali. I gusti e le predilezioni del capo e del
suo entourage divennero non solo la misura delle opere d’arte, ma determi­
narono anche la gamma delle espressioni artistiche. Letteratura, cinema e
teatro furono ridotti a schemi morali sistematici di ciò che doveva esistere,
essere emulato e creduto. In architettura dominò un misto di rococò e di gu­
sto da nouveau riche della vecchia Russia commerciale. Il neoclassicismo si
unì alle canzoni folcloristiche ed ai motivi popolari come espressione domi­
nante del gusto musicale. Un contegno vittoriano venne ufficialmente impo­
sto ai cittadini sovietici quale modello per la vita di ogni giorno. Un tradi­
zionalismo proprio della Russia del xix secolo impose stretti limiti alle arti e
allo stesso tempo servì in qualche misura a recuperare la vita culturale del
paese. Era una grande cultura, ma morta; propagata negli interessi dell’orgo­
glio nazionale e della mobilitazione patriottica, ma bloccata nel suo svilup­
po.46 La sociologia, le scienze politiche, l’economia politica e perfino le scien­
ze amministrative e manageriali si estinsero virtualmente. La storia venne ri­
dotta a fornire mutevoli spiegazioni per mutevoli tesi politiche che meglio
servissero a tempo e a luogo.
Qò che è stato detto circa i valori e la cultura dello stalinismo maturo te­
stimonia del conservatorismo del sistema nel senso più stretto della parola. Il
suo obiettivo non era cambiare le relazioni sociali ma conservare e preservare
quelle già esistenti. Si era posto fine alle rivoluzioni dall’alto attraverso le
quali quel sistema era stato creato. La sua forma ultima — la «società del be­
nessere» — era arrivata.
L’ideologia comunista di stato divenne quasi interamente una «ideologia»
nel senso attribuitogli da Mannheim, con le «utopie» relegate fondamental­
mente al ruolo di fiabe nei manuali. Lenin una volta disse: «Il nostro sistema
è socialista in quanto sta muovendo verso il socialismo». Il sistema creato da
Stalin si allontanò dal socialismo come questo era interpretato dai marxisti e
dai bolscevichi tradizionali. Il Grande Architetto non considerò il sistema
venutosi a creare come una fase transitoria, un temporaneo stato di emergen­
za o una serie di disposizioni transitorie imposte dalle circostanze. Egli lo
considerò il giusto modello di organizzazione politica di lungo periodo di
ogni società socialista, cioè la sola esatta incarnazione istituzionale della idea
di socialismo.47
L’ultima opera di Stalin, Problemi economici del socialismo in URSS** viene
generalmente considerata il suo testamento. Le istruzioni contenutevi imma­
ginano non solo la continuazione del sistema, bensì il rafforzamento dei suoi
caratteri centralistici, statizzati, regolati in maniera diretta. L’opera fu il fan­
tasioso volo di un amministratore conservatore, non di un rivoluzionario.
L’Unione Sovietica doveva certamente divenire più grande, meglio ammini­
strata, più potente, ma doveva restare essenzialmente la stessa. Il libro pro­
clamava come legge fondamentale del socialismo «l’assicurazione del massi­
mo soddisfacimento delle sempre crescenti esigenze materiali e culturali di
tutta la società, mediante l’aumento ininterrotto ed il perfezionamento della
produzione socialista sulla base di una tecnica superiore».49 Allo stesso tem­
po, il xix congresso del partito nel 1952 annunciò la sbalorditiva notizia che
i problemi granari dell’Unione Sovietica erano stati risolti una volta per tut-
. te.10 Tale dichiarazione può significare naturalmente solo una cosa: che il
” raggiunto livello di benessere della popolazione era considerato quello ap­
propriato ad una società socialista.

Una caratteristica dell’ultimo stadio dello stalinismo maturo ci fornisce il


punto focale per la comprensione di tale fenomeno nel suo complesso. Lo
stalinismo fu una dittatura personale. Tale caratteristica contiene e condizio­
na la maggior parte degli altri caratteri del sistema. In particolare essa forni­
sce, secondo la mia opinione, la sola spiegazione possibile per il terrore di
massa che venne usato contro la élite e la popolazione.” Né la sopravvivenza
del sistema venti anni dopo la rivoluzione, né la sua efficacia nel mobilitare
risorse dopo il virtuale completamento delle rivoluzioni dall’alto richiedeva­
no il ricorso e la persistenza del terrore. Tuttavia la stabilizzazione e la conti­
nuazione della dittatura assoluta di Stalin sarebbe stata impossibile senza di
esso.
Rivolgiamoci adesso alla questione della natura e della dimensione della
dittatura personale di Stalin.

NOTB

1 Questo periodo viene trattato nel modo migliore da Robert C Tucker, nel suo Stalin as Revolu­
tionary: 1879-1929: A Study in History and Personality, Norton, New York 1973, trad, it., cit.; Robert
V. Daniels, The Conscience of the Revolution, Harvard University Press, Cambridge, Mass. I960, trad. it.
La coscienza della rivoluzione, Sansoni, Firenze 1970; Stephen F. Cohen, Bukharin and the Bolshevik Re­
volution, Knopf, New York 1973, trad. it. Bucharin e la rivoluzione bolscevica, Feltrinelli, Milano 1975;
e nella storia modello di questo periodo di Edward H. Carr, A History of Soviet Russia, voi. 4, Macmil­
lan, New York 1954, trad. it. La morte di Lenin. L’interregno, 1923-1924, Einaudi, Torino 1965.
2 II termine «rivoluzione dall’alto» venne usato da Stalin stesso per descrivere la collettivizzazio­
ne dell’agricoltura. Esso connota una trasformazione rivoluzionaria iniziata ed eseguita da e non con­
tro la autorità politica esistente (Storia del Partito comunista (bolscevico) dell’URSS. Breve corso, a cura di
Stalin stesso, Mosca, 1949, ed. in lingue estere, p. 331). Non sappiamo se Stalin fosse cosciente del
fatto che «esiste nella letteratura marxista un significato molto preciso di “rivoluzione dall’alto”: es-

45
M) deprive tome Bismarck, in assenza di una vigorosa borghesia, operò la modernizzazione ed unifi­
cazione della (Germania in un modo controrivoluzionario, che all’occasione usava misure demagogi­
che denominate “stxialistc", inclusa la nazionalizzazione di certe industrie. E Lenin stesso aveva usa­
to questa espressione proprio in tal senso» (Michael Harrington, Socialism, Bantam Books, New
York 1973, p. 208).
3 Per una trattazione particolarmente degna di nota del periodo della rivoluzione dall’alto, cfr.
Moshe Lewin, Russian Peasants and Soviet Power, George Allen & Unwin, London 1968, trad. it. Con­
tadini e potere sovietico dal 1928 al 1930, Franco Angeli Ed., Milano 1972; Robert F. Miller, One Hun­
dred Thousand Tractors, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1970 e Sheila Fitzpatrick, a cura
di, Cultural Revolution in Russia, 1928-1931, Indiana University Press, Bloomington 1978.
4 Nonostante le molte preziose intuizioni sulla natura del sistema staliniano fornite dal modello
totalitario, secondo la mia opinione i suoi creatori commettono l’errore cruciale di non riuscire a di­
stinguere tra la natura inizialmente rivoluzionaria del sistema e quella successiva altamente conserva­
trice. Essi suggeriscono che l’impulso «totalitario» a rimodellare la società sia continuo, e non ricono­
scono la caratteristica chiave della Russia tardo-staliniana e post-staliniana: la sua natura profonda­
mente conservatrice, internamente orientata verso lo status quo (cfr. ad es. Carl J. Friedrich e Zbi­
gniew Brzezinski, Totalitarian Dictatorship and Autocracy, Praeger Publishers, New York 1961, p. 9 c
soprattutto il capitolo 27).
5 Inoltre mi interesso esclusivamente alle dimensioni interne dello stalinismo. L’esclusione della
politica estera staliniana è dettata principalmente da considerazioni di spazio, ma credo comunque
che la sua disamina non muterebbe il quadro generale. È mia opinione che, a differenza del nazismo,
il quale non può essere compreso senza una analisi dei suoi aspetti di politica estera, questi sono se­
condari nella analisi dello stalinismo. La percezione della realtà internazionale, come indicherò suc­
cessivamente, giocò un ruolo di immensa importanza per la formazione e la pratica dello stalinismo.
Essa fornì non solo una delle principali giustificazioni al regime, ma formò in modo decisivo la psi­
cologia dei suoi esponenti. Tuttavia bisogna distinguere tra il contributo che le condizioni esterne
hanno fornito alla creazione dello stalinismo e la imputazione di centralità della politica estera nel
complesso delle politiche staliniane (come fu il caso dei nazisti).
6 Alexander Dallin e George W. Breslauer, Political Terror in Communist Systems, Standford Uni­
versity Press, Standford, Calif. 1970, p. 1.
7 Sulle leggi sovietiche e sulle procedure legali sotto Stalin, cfr. Robert Sharlet, Stalinism and So­
viet Legai Culture in Tucker, a cura di, «Stalinism», pp. 155-79.
8 Zbigniew Brzezinski, The Permanent Purge: Politics in Soviet Totalitarianism, Harvard University
Press, Cambridge, Mass. 1956, p. 1.
9 Dallin e Breslauer, Political Terror in Communist Systems, p. 128.
10 Merle Fainsod, How Russia Is Ruled, a cura di, Harvard University Press, Cambridge, Mass.
1967, p. 441.
11 Dallin e Breslauer, Political Terror in Communist Systems, p. 5.
12 Nell’epilogo di Soviet Politics: The Dilemma of Power, edito da Harper e Row Torchbook (pp.
427-8) che uscì nel 1965, quindici anni dopo l’edizione originale, Barrington Moore jr. rivede la sua
interpretazione dello stalinismo data nella edizione originale, nel modo seguente: «L’errore principale
che adesso riesco a percepire riguarda il grado di penetrazione del terrore durante la maggior parte
dell’era staliniana, così come forse durante altri periodi, sebbene questo sia meno certo. Soviet Politics
fu stampato prima che un nuovo tipo di testimonianza divenisse disponibile in gran copia: quella di
persone che erano state precedentemente cittadini sovietici. Le fonti stampate, sulle quali il libro si
basa quasi esclusivamente, mi portarono a credere che il terrore venisse confinato principalmente ai
ranghi superiori del partito comunista, e che il suo effetto sulle masse fosse stato piuttosto lieve, seb­
bene non fossi, forse fortunatamente, sufficientemente sicuro da poterlo affermare apertamente. Le
successive testimonianze dei profughi convinsero me e molti altri che il terrore penetrò molto più a
fondo, e che come minimo la paura di venire arrestati costituiva un fatto quotidiano per uno stermi­
nato numero di normali cittadini... Mi sembra ora che il regime staliniano, nonostante tutti i suoi
successi materiali, sia stato uno dei più sanguinari ed oppressivi che il mondo abbia mai conosciuto».
13 Isaac Deutscher, Ironies of History, Essays on Contemporary Communism, Oxford University
Press, London and New York 1966, p. 15; trad. it. Ironie della storia, Longanesi, Milano 1972, pp. 37-8.
14 La nostra conoscenza dello stato di polizia sovietico si è ampliata moltissimo recentemente
grazie a numerosi resoconti storici provenienti dalla Russia, fra i quali, naturalmente, il monumenta­

46
le lavoro di Aleksandr Solicnicyn, L’Arcipelago Gulag è un esempio principale. Dei racconti di ex
funzionari della polizia sovietica poi fuggiti, considero più degni di nota i libri di Aleksandr Orlóv,
7’Ar 5«rr/ History of Stalin’s Crimes, Random House, New York 1953; e di Vladimir e Evdokja Petrov,
Umpire of Fear, Praeger, New York 1956. Per quanto ne so, il solo studio estensivo di parte occidenta­
le sulla polizia segreta sovietica (largamente basato anche sulle testimonianze di ex poliziotti sovieti­
ci) è il libro curato da Simon Wolin e Robert M. Slusser, The Soviet Secret Police, Praeger, New York
1957. Dei molti libri sul terrore e sullo stato di polizia pubblicati da autori occidentali, vanno men­
zionati (tra i più vecchi) The Permanent Purge di Brzezinski, e (tra i più recenti) The Great Terror di
Robert Conquest, Macmillan, New York 1968, trad. it. U grande terrore, Mondadori, Milano 1970. Si
veda anche il poscritto di Robert Conquest al suo libro The Great Terror Revised, «Survey», 16, n° 1,
inverno 1971, pp. 92-8.
15 L’importanza delle truppe di sicurezza può essere vista dal fatto che durante gli anni critici
della guerra, il 1941 ed il 1942, nove divisioni nkvd vennero direttamente impegnate in azioni al
fronte; che uno dei comandanti delle truppe nkvd, il generale LI. Maslennikov, era di grado suffi­
cientemente alto da comandare un gruppo di armate; che il comandante della città di Mosca, durante
la sua difesa, era un generale delle truppe nkvd, il generale P.A. Artem’ev.
16 Le stime concernenti il numero di persone impiegate nei campi di lavoro differiscono ampia­
mente. Una delle stime più caute è basata sul «Piano statale per lo sviluppo dell’economia nazionale
dcll’URSS nel 1941» preso dai tedeschi e disponibile per i ricercatori occidentali. Esso propone una
popolazione nei campi per l’anno 1941 di poco meno di 7 milioni di persone. Il numero totale della
popolazione civile impiegata nel 1940 nell’industria, negli impianti minerari e di costruzione era di
31,2 milioni. Cfr. J. Miller, The 1941 Economie Pian, «Soviet Studies», 3, n° 3, gennaio 1952, pp. 365-
86; per una stima sulla popolazione dei campi, cfr. S. Swianiewicz, Forced Labor and Economie Develop­
ment, Oxford University Press, London 1965, pp. 290-303; per l’occupazione nel 1940, cfr. Narodnoe
Chozjajstvo SSSR v I960 godu. Statistifekij sbornik, Gosstatizdat, Mosca 1961, p. 633.
17 Durante la Grande Purga, e perfino dopo, a parte i casi delle vittime più illustri, le procedure
giuridiche «normali» contro individui rientranti nella categoria di «nemici del popolo» non erano
condotte da corti civili o militari, ma dalle cosiddette «corti speciali», le quali attuavano il processo
per direttissima e in camera. I loro giudici comprendevano un ufficiale maggiore e due minori della
polizia segreta.
18 L’ampiezza dell’impero economico della polizia può essere capita dal fatto che la persona che
lo dirigeva direttamente, A.P. Zavenjagin, un generale a tre stelle della polizia e vice ministro agli
affari interni, era uno dei maggiori amministratori economici sovietici. Egli sopravvisse alla Purga di
Berija, successiva alla morte di Stalin, e divenne sotto ChruScév vice primo ministro per la «costru­
zione di macchine medie», l’ente che copre la ricerca atomica e gli armamenti moderni.
19 La FaraSka viene descritta nel libro di Aleksandr Solzcnicyn The First Circle, Harper & Row,
New York 1968, trad. it. Il primo cerchio, Mondadori, Milano 1968. Molti tra i più importanti dise­
gnatori, progettisti e scienziati militari eseguirono la maggior parte del loro lavoro in questi istituti
di reclusione, in un tempo o in un altro, come ad esempio i più famosi disegnatori di aerei sovietici,
Tupolev c Il’jusin.
20 Per dare solo un esempio, l’ambasciatore sovietico in Germania durante i cruciali anni 1939-
1941, era Dekanozov, vice commissario del popolo per la sicurezza di stato prima e successivamente
al suo trasferimento a Berlino.
21 Per la distinzione tra terrore da «stato d’assedio» e «regime» di terrore, cfr. E.V. Walter, Ter­
ror and Resistance, Oxford University Press, New York 1969, p. vii.
22 Cfr. la copia della introduzione di Hannah Arendt su «Stalinism in Retrospect» alla sessione
del 26 aprile 1972 del Seminario sul comuniSmo della Columbia University.
23 I.V. Stalin, 0 nedostatkach partijnoj raboty i merach likvidacii Trockickich i inych dvurusnikov, di­
scorso e note conclusive al Plenum del Comitato centrale, 3-5 marzo 1937, «Pravda», 29 marzo 1937.
24 II termine «movimento estinto» per descrivere il partito bolscevico sotto Stalin viene impie­
gato da Robert C. Tucker nel suo pionieristico articolo Towards a Comparative Politics of Movement-
Regimes, «American Politicai Science Review», 55, n° 2, giugno 1961, pp. 281-9.
25 Per una discussione sul ruolo del partito comunista sotto lo stalinismo (ed in altri paesi co­
munisti presieduti da un forte capo supremo) cfr. Leonard Schapiro e John W. Lewis, The Role of the
Monolithic Party Under the Totalitarian Leader, «China Quarterly», n° 40, ottobre-dicembre 1969, pp.
39-64.

47
26 I membri di partito, dopo un declino nel periodo della Grande Purga, crebbero durante lo sta­
linismo maturo da 2.477.700 nel 1939 a 6.882.100 nel 1952 (cfr. KPSS, Spravobùk, Gospolitizdat, Mo­
sca 1963, p. 4). Le purghe costituirono comunque un grande cambiamento nella composizione socia­
le delle nuove iscrizioni. Per il 1929, l’81, 2% dei nuovi membri di partito erano operai, il 17,1%
contadini, e 1*1,7% impiegati e rappresentanti dcll’intelligencija. Nel periodo novembre 1936-marzo
1939, gli operai costituivano il 41% dei nuovi iscritti, i contadini il 15,2%, e l’intelligencija e gli im­
piegati il 43,8% (cfr. T.H. Rigby, Communist Party Membership in the USSR, 1917-1967, Princeton
University Press, Princeton, N.J. 1968, p. 223, trad. it. Il partito comunista sovietico, 1917/1967, Feltri­
nelli, Milano 1977).
27 La grandezza di tale «apparato» durante l’era staliniana è stimata intorno alle 190.000-220.000
persone. Cfr. ad esempio Merle Fainsod, a cura di, How Russia is Ruled, pp. 205-7; Leonard Schapiro,
The Communist Party of the Soviet Union, Random House, New York 1959, pp. 524-5, trad. it. Storia
del Partito comunista sovietico, Schwarz Ed., Milano 1962, p. 545; e George Fisher, The Number of Soviet
Party Executives, Cornell Soviet Studies Reprint, n° 10 (s.d.). Per un’ampia discussione dell’apparato
di partito, cfr. Abdurakhman Avtorkhanov, The Communist Party Apparatus, World Publishing Co.,
Cleveland e New York 1966.
28 Per una discussione su questo ruolo del partito, cfr. Reinhard Bendix, Work and Authority in
Industry, Harper and Row Torchbook, New York 1963, capitoli 6 e 7.
29 Karl Dietrich Bracher, The German Dictatorship, Praeger, New York 1970, specialmente le
pp. 340-50.
30 David E. Apter, The Politics of Modernization, University of Chicago Press, Chicago 1965, p.
40.
31 Analizzando il tipo di burocrazia presente nelle società burocratiche della storia caratterizzate
da un totale asservimento al re, S.N. Eisenstadt descrive un modello che è in parte applicabile alle
burocrazie staliniane: «La caratteristica cruciale della burocrazia, in tali casi, era il grado estremamen­
te ridotto di autonomia interna. Gò si manifestava nel continuo spostamento di funzionari da un po­
sto all’altro e da un ufficio all’altro senza alcuna regola generale predeterminata; nella disintegrazione
da parte dei governanti di qualsiasi modello di carriera, nel loro mantenimento di una rigida e spesso
arbitraria disciplina non basata su alcun criterio o regola generali; nella loro distruzione di qualsiasi
esprit de corps e cooperazione settoriale o professionale e nella loro insistenza affinché i burocrati fos­
sero ridotti a servi personali del sovrano e dello stato da essi personificato» (Essays on Comparative In­
stitutions, John Wiley & Sons, New York 1965, p. 223).
32 Per una discussione di queste caratteristiche, cfr. Egon Neuberger, The Legacies of Central
Planning, Rand Corporation, giugno 1968, Memorandum RM-553O-PR, pp. 5-9. Una discussione gene­
rale particolarmente utile sul sistema economico sovietico è quella di Peter J.D. Wiles, The Politicai
Economy of Communism, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1962; John Michael Montias,
Types of Communist Economie Systems, in Chalmers Johnson, a cura di, «Change in Communist Sy­
stems», Standford University Press, Standford, Calif. 1970, pp. 117-34; Gregory Grossman, Economie
Systems, 2a ed., Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N.J. 1974; Alec Nove, a cura di, The Soviet Economy,
Praeger, New York 1965, trad. it. L’economia sovietica, Ed. di Comunità, Milano 1963.
33 Alexander Gerschenkron, The Stability of Dictatorship, in «Continuity in History and Other
Essays», Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1968, p. 317, trad. it. La continuità storica, Ei­
naudi, Torino 1976, p. 349.
34 Per una interpretazione la quale ripone molte delle conseguenze politiche dello stalinismo nel
sistema economico staliniano, cfr. Draginja Arsic, Drustveno Ekonomski Koreni Staljinizma, Izdanje In-
sti tuta za Medunarodnu Politiku i Privredu, Belgrado 1972.
35 Sui diversi mezzi di controllo e sulle diverse basi di acquiescenza da parte della società, cfr.
Amitai Etzioni, A Comparative Analysis of Complex Organizations, Free Press, New York 1961, pp. 4-
16. L’affermazione più importante di Etzioni è che mentre le differenti forme di potere possono rinfor­
zarsi reciprocamente, l’eccessivo affidarsi su una base di acquiescenza di solito indebolisce le altre.
36 Per una discussione sulle differenti forme di controllo, cfr. Amitai Etzioni, The Active Society:
A Theory of Societal and Political Processes, Free Press, New York 1968, pp. 114-15.
37 I.V. Stalin, Sotinenija, tomo XIV, pp. 220-21.
38 Deutscher, Ironie della storia, cit., p. 168.
39 Un tipico esempio fu la campagna del 1947-48 contro il «cosmopolitismo», associata al nome
dell’allora segretario del partito Andrej Zdanov. Tale campagna venne diretta soprattutto contro gli
ebrei in quanto potenziali infiltratori di valori non russi all’interno della società. Per il materiale su
questa campagna, cfr. A.A. Zdanov, Vystuplenie na diskussii po knige G.F. Aleksandrova «Istorija Za-
padnoevropeiskoj filosofiti, «Parti jnaja zizn’», 1947, n° 16, pp. 1-11, e Decisions of the Central Committee,
CPSU(B), on Literature and Art (1946-48), Foreign Languages Publishing House, Mosca 1951; sugli
impetri antisemiti di questa campagna, cfr. Y.A. Gilboa, The Black Years of Soviet Jewry, Little Brown,
Boston 1971 ; e S. Schwarts, Evrei v Sovetskom Sojuze, Izdanie Amerikanskogo cvreiskogo raboéego ko-
miteta, New York 1966, pp. 198-2)1.
40 L’egualitarismo venne dichiarato nella Russia di Stalin un principio non socialista. Lo slogan
«da ognuno secondo le sue possibilità, ad ognuno secondo il suo lavoro» venne interpretato come
una giustificazione per l’estrema stratificazione esistente, e per la sua giustezza. Come ha saggiamen­
te osservato Stanislaw Ossowski nel suo libro Class Structure in thè Social Consciousness, Free Press,
New York 196) (trad. it. Struttura di classe e coscienza sociale, Einaudi, Torino 1966), la massima «da
ognuno secondo le sue possibilità, ad ognuno secondo il suo lavoro», non solo razionalizza le inegua­
glianze ed i privilegi dell’élite all’interno della società sovietica, ma è in sostanza identica alle più
estreme teorie funzionali che giustificano la grande stratificazione sociale esistente in occidente. Per
una discussione generale sulla stretta relazione della ideologia sociale sovietica con la teoria del fun­
zionalismo, cfr. Alvin Gouldner, The Coming Crisis of Western Sociology, Basic Books, New York e
iLondra 1970, cap. 12.
* 41 Goè fino a quando rimasero nelle campagne e mantennero il loro status di contadini. La sola
opportunità aperta alla classe contadina era cessare di essere contadini, lasciare la campagna e unirsi
al processo di industrializzazione nelle città, oppure entrare nell’esercito. Le generazioni giovani di
contadini utilizzarono ampiamente in questo periodo tale opportunità, c successivamente molti di es­
si, attraverso una istruzione generale, di partito o militare, ricoprirono varie posizioni all’interno del­
la struttura amministrativa.
42 Le ineguaglianze nelle paghe e nei salari nominali non sono la sola e la migliore pietra di pa­
ragone per misurare le differenze di status economico. A partire dagli strati medi della burocrazia,
privilegi economici di carattere non monetario incidono sempre più e determinano lo standard di vi­
ta dei loro destinatari. Tali privilegi sono difficili da misurare non solo perché vengono raramente di­
scussi in modo dettagliato nelle pubblicazioni sovietiche, ma anche perché sono in gran parte di na­
tura qualitativa piuttosto che quantitativa. Per una discussione su tali privilegi, cfr. Seweryn Bialer,
... But Some Are More Equal Than Others, in Abraham Brumberg, a cura di, «Russia under Khrush­
chev», Praegcr, New York 1962, pp. 248-51; e Mervyn Matthews, Top Incomes in the USSR; Toward a
Definition of the Soviet Elite, «Survey», 21, n° ), estate 1975, pp. 1-27.
4) Come ha osservato un sociologo: «Entro la fine della seconda guerra mondiale, e particolar­
mente durante gli ultimi anni della vita di Stalin, l’orientamento era chiaro. L’Unione Sovietica era
bene avanti lungo un processo a quanto pare irreversibile verso un rigido sistema di stratificazione
sociale nel quale le classi superiori sarebbero rimaste superiori, quelle inferiori sarebbero rimaste in­
feriori, e con rare possibilità di incontrarsi da parte di entrambe» (Robert A. Feldmesser, Equality
and Inequality under Khrushchev, «Problems of Communism», 9, marzo-aprile I960, p. )1). Per una
discussione generale e dettagliata sulla stratificazione sovietica, cfr. soprattutto Mervyn Matthews,
Class and Society in Soviet Russia, Walker, New York 1972.
44 B.P. Esipov e N.K. Goncarov, Pedagogika, 5a ed., Ucpecjgiz, Mosca 1950, pp. 28)-4.
45 Le leggi sul lavoro più draconiane iniziarono ad essere introdotte nel 1938, con l’istituzione di
«libretti di lavoro» in dicembfe. Entro il giugno 1940 tutti i lavoratori vennero impossibilitati a cam­
biare impiego. Per una discussione sulla disciplina del lavoro sotto lo stalinismo, cfr. Solomon M.
Schwartz, Labor in the Soviet Union, Praeger, New York 1952, pp. 86-129.
46 Uno dei più interessanti tentativi di analizzare la natura delle espressioni artistiche ed esteti­
che sotto lo stalinismo maturo e di connetterla ai gusti ed ai principi della burocrazia staliniana si
trova in Leo Kofler, Stalinismus und Biirokratie, Hermann Luchtcrhand, Neuwied am Rhein 1970,
pp. 66-10).
47 Dopo la seconda guerra mondiale il sistema staliniano venne introdotto quasi senza alcuna
modifica nei paesi dell’Europa orientale sotto la sfera di influenza sovietica. Come afferma Wlodzi-
mierz Brus: «Il trapianto dello stalinismo nelle democrazie popolari prova come questo sia stato per­
cepito come un modello di struttura socialista. L’universalità del modello è stata enfatizzata dalla sua
applicazione in modo praticamente uniforme a paesi di diverso livello di sviluppo economico, sociale
e politico, con differenti tradizioni storiche e di diverse “culture politiche”. Così un nuovo problema
viene posto dalla esperienza delle democrazie popolari: lo stalinismo in quanto modello e non solo in
quanto prodotto di condizioni storiche specifiche» ( Wlodzimicrz Brus, òtalinism and the «Peoples’ De­
mocracies», in Robert C Tucker, a cura di, «Stalinism», p. 239).
48 I.V. Stalin, EkonomiZeskie Problemy socialisma v SSSR, Gospolitizdat, Mosca 1932, trad. it. Pro­
blemi economia del socialismo in URSS, Ed. Rinascita, Roma, 1933. Questo opuscolo di 104 pagine con­
siste in tre lettere scritte da Stalin ad economisti sovietici, le quali dovevano servire come base per il
primo manuale autorevole di economia politica dell’era staliniana. Il manuale, tra l’altro, venne pub­
blicato solo dopo la morte di Stalin.
49 ibid. trad, it., pag. 55.
50 G. Malenkov, Report to the Nineteenth Party Congress on the Work of the Central Committee of the
CPSU(B), Forcing Languages Publishing House, Mosca 1952, trad. it. Rapporto al XIX Congresso del
Partito sulla attività del Comitato centrale del PC(b) dell’URSS, in Stalin, Molotov, Malenkov, «Verso il
comuniSmo», Ed. di cultura sociale, Roma 1952, p. 96. Al tempo in cui Malenkov riferì le sue stime,
la produzione totale di cereali in Unione Sovietica era di 82,4 milioni di tonnellate, cioè minore di
quella del 1913 (86 milioni di tonnellate) (Sel’skoe chozjajstvo. StatistiZeskij sbornik, Gosstatizdat, Mosca
1960, pp. 202-3).
51 La nostra interpretazione differisce qui da quella di Alvin Gouldner, il quale nel suo profondo
articolo Stalin: A Study of Internal Colonialism («Telos», n° 34, inverno 1977-8, pp. 5-48) scorge nel
sistema del terrore la caratteristica causale originaria della dittatura personale ai Stalin. Secondo la
mia opinione, la ricerca della dittatura personale spiega le origini del terrore nel periodo dello stalini­
smo maturo e la sua continuazione.
2. Stalin e l’élite politica sovietica

Per discutere la questione del dominio che un capo supremo esercita su


un sistema, bisogna analizzare tre serie di problemi. La prima concerne l’au­
torità del leader — la «relazione di ineguaglianza sanzionata dalla legittimità
da parte del leader di attuare ed imporre una data politica». La seconda ri­
guarda la sua capacità di controllo, «la capacità reale o presunta di elargire o
rifiutare benefici e di applicare sanzioni». La terza concerne la sua autono­
mia, «la misura in cui i leader sono indipendenti da fattori ambientali».1 È
mia opinione che nell’ambito della sfera operazionale Stalin dominò il siste­
ma in misura più grande di ogni altro leader di una grande nazione del xx
secolo, e che il suo dominio nella sfera simbolica eguagliò quasi quello di fi­
gure quali Hitler e Mao Tse-tung.
L’autorità di Stalin in campo simbolico venne espressa nel culto del capo,
un fenomeno dello stalinismo maturo che racchiudeva e comprendeva ogni
suo aspetto. Il culto creò i suoi propri simboli, rituali e linguaggio e trovò
espressione attraverso questi. Esso fu intenzionale, interamente pianificato
ed istituzionalizzato, sia nelle relazioni all’interno delle burocrazie che tra
quelle tra burocrazie e società. In parte prese il posto, ma fondamentalmente
coesistette con il culto della rivoluzione bolscevica. (Simbolicamente, il mi­
glior esempio di tale sostituzione e coesistenza fu la trasformazione dell’ala
principale del Museo della rivoluzione in deposito dei doni ricevuti da Stalin
in occasione del suo settantesimo compleanno).2
Il termine void’ (La Guida) entrò nel linguaggio ufficiale e popolare e fu
riservato soltanto a Stalin. I suoi più alti colleghi e i funzionari minori erano
chiamati rukovoditeli, capi. (Ad esempio, alludevano a Stalin in modo infor­
male come al chozjajn, il padrone). Altri termini vennero adoperati in riferi­
mento esclusivo a Stalin: Grande Maestro, Timoniere, Grande Figlio del Po­
polo, Padre del Popolo, Nostro Sole e cose simili. Quando nel 1934 1’«Inter­
nazionale» venne sostituita dall’inno nazionale, in quest’ultimo venne intro­
dotto un verso su Stalin. Durante la seconda guerra mondiale il grido di
guerra ufficiale dell’esercito sovietico era: «Per la patria, per Stalin». In suo

51
onore fu messa in piedi una complessa macchina industriale che produsse li­
bri, poemi e commedie, compose canzoni e dipinse quadri. La Breve biografìa
di Stalin c il Breve Corso di Storia del PC(b)US che Stalin stesso curò, lo ritras­
sero come il demiurgo della storia. Queste opere costituirono la base dell’i­
struzione politica a partire dalla scuola media, alla università (dove a tal pro­
posito vennero creati dipartimenti speciali), alla scuola superiore di partito,
e ne furono pubblicate dal 1938 al 1953 circa 70 milioni di copie.
Quando venne celebrato il compleanno di Stalin nel 1S>49 la «Pravda», il
quotidiano di partito, dedicò per nove mesi tre quarti del suo spazio agli au­
guri provenienti da tutto il paese e dall’estero. L’annuncio di ogni iniziativa
sovietica, dalla più piccola alla più grande, dall’apertura di una scuola mater­
na di provincia all’inaugurazione di una gigantesca diga, iniziava con la for­
mula standard: «Su iniziativa del compagno Stalin...». Qualsiasi tipo di riu­
nione, dalle normali assemblee dei Giovani pionieri, o in occasione dei di­
plomi scolastici, agli anniversari ed agli eventi commemorativi, cominciava
con l’elezione di Stalin a presidente onorario, e terminava con una invariabi­
le ovazione nei suoi confronti. La stampa riportava tutti i dettagli, compresa
la durata precisa della ovazione. Il culto era di carattere semireligioso e deli­
rante. Perfino la involontaria distruzione di un ritratto di Stalin veniva con­
siderata una profanazione e punita alla stregua di una colpa criminale.
Il culto, sostenuto e nutrito da un enorme sforzo organizzativo, era diretto
in parte ad eludere i limiti funzionali dell’autorità staliniana ed a stabilire
una relazione di autorità diretta con il grosso dei funzionari e con le masse. È
difficile giudicare il successo di Stalin a tal riguardo; l’evidenza mostra che
esso fu quanto meno parziale. I rituali del culto, agghiaccianti per un osser­
vatore esterno, evidentemente rallegravano la maggior parte dei partecipanti.
Rispetto a ciò, la seconda guerra mondiale può essere considerata come una
svolta, quando la vittoria quasi miracolosa avvenuta sull’orlo del disastro to­
tale rese credibile l’attribuzione a Stalin di poteri quasi magici, e la sua iden­
tificazione con quella grande vittoria patriottica gli procurò una immensa,
genuina ammirazione.
Nelle conversazioni con cittadini sovietici, inclusi i membri di partito, mi
è stato ripetutamente detto che tutti i dubbi che essi avevano nutrito circa
Stalin ed il suo culto vennero dissipati dalla guerra e dalle attività di Stalin
durante il periodo bellico. Questa opinione emerge anche dalle memorie di
guerra sovietiche, e spiega in parte perché i leader militari sovietici che non
gradivano la rappresentazione ufficiale che venne data della guerra durante la
vita di Stalin (tutto il credito di ogni vittoria andava a lui) furono nondime­
no riluttanti ad accettare il tentativo di Chruscév di denigrare interamente il
ruolo di Stalin in guerra. Durante la guerra essi avevano considerato Stalin il
loro capo legittimo, assoluto e trionfante che li aveva condotti alla vittoria.

52
Le successive edizioni rivisitate delle memorie di guerra sovietiche che segui­
rono alla rimozione di ChruScév appaiono più confacenti al gusto dei milita­
ri, ed invero più obiettive e più aderenti alla realtà nel descrivere la direzione
di Stalin durante il tempo di guerra.
Tuttavia l’adozione del culto mostrò alcune debolezze che ridussero in
modo evidente la sua efficacia, in particolare i suoi effetti profondi e durevo­
li. Stalin non fu il fondatore dello stato; egli aveva diviso e divideva questo
onore con Lenin. La sua mancanza di eloquenza (ed il suo forte accento geor­
giano) così come il suo stile oratorio e letterario pedante e senza ispirazione,
probabilmente sminuì il suo successo, come pure lo indebolì il suo stile di
direzione delle masse (o piuttosto la sua mancanza). Sotto tale aspetto Stalin
ed Hitler erano opposti.
Non si trattava del fatto che Stalin fosse un capo distaccato. La riservatez­
za veniva fatta strettamente osservare perfino ai suoi più vicini associati, nes­
suno dei quali aveva il permesso di chiamarlo per nome e patronimico, il
tradizionale ed abituale mezzo con cui in Russia d si rivolge con rispetto al­
le persone. Gò può anzi aver aggiunto un alone calcolato di mistero e di au­
torità.5 Importante è il fatto che Stalin fu un capo isolato. Egli respinse pres­
soché totalmente gli strumenti ed i metodi di influenza diretta sulle masse
che i moderni mezzi di comunicazione e di trasporto ed i movimenti di mas­
sa aprirono ai leader del ventesimo secolo. Egli aveva una evidente paura del
contatto con le masse e di esporvisi. Non partecipava mai a riunioni e raduni
di massa; non viaggiava, fece pochissimi discorsi attraverso i media ed anche
non riceveva mai delegazioni del popolo o della burocrazia. Era letteralmen­
te prigioniero del Gemlino, e scelse di avere contatti soltanto con un relati­
vamente esiguo gruppo di colleghi e di funzionari?
Un’altra grande debolezza del culto di Stalin fu il suo insuccesso a pla­
smarsi in modo soddisfacente con l’ideologia marxista e bolscevica, perfino
nella forma impoverita che queste mantennero durante lo stalinismo maturo.
In contrasto con quello che era il principio del Fiihrer nella ideologia nazi­
sta, la pratica staliniana di dittatura personale, così come il culto del capo,
non aveva alcun fondamento ideologico. Essendo interamente una questione
di pratica accettata e glorificata, non venne mai fatto alcun tentativo di farne
una razionalizzazione sistematica dei suoi valori. Nel dominante sistema
ideologico dello stalinismo maturo, il culto era estraneo agli schemi ed alla
terminologia del marxismo e del leninismo anche nella loro forma più vol­
garizzata.
Benché la dittatura personale costituisse un fenomeno di vita opprimente
ed il culto di Stalin fosse onnicomprensivo, le scuole di partito non dedicava­
no più di una lezione al ruolo dell’individuo nella storia, ma tenevano invece
numerose lezioni e seminari sul ruolo delle masse e delle classi. L’incapacità

53
di riconciliare il culto con la dottrina spiega probabilmente perché membri
delle organizzazioni giovanili e le forze armate facevano giuramento di fedel­
tà alla Madrepatria ed al «Partito di Lenin e Stalin» e non personalmente a
Stalin. Tale insuccesso, insieme alla natura profondamente burocratica del
culto, spiega ampiamente la relativa naturalezza con cui esso venne abbando­
nato quasi immediatamente dopo la morte di Stalin, mentre la continuità del
regime venne preservata. Qò spiega anche perché fu possibile presentare il
fenomeno dello stalinismo come un eccesso, una escrescenza temporanea su
di una organizzazione di governo per il resto sana.

Il fondamento della dittatura personale di Stalin poggiava non solo sul


suo culto, bensì sugli ordinamenti amministrativi e politici che egli fu in
grado di istituire. Per capire dò, e per apprezzare il grado in cui Stalin domi­
nò sul sistema sovietico, c’è bisogno di discutere brevemente alcuni aspetti
del suo stile di governo, della organizzazione politica che mise in atto e delle
linee politiche scelte.
Sotto lo stalinismo maturo il prindpio di centralizzare il processo decisio­
nale venne portato al suo punto culminante e si manifestò in molti modi.
All’interno di ogni settore della politica, la serie di decisioni considerate pre­
rogativa esclusiva delle istituzioni centrali moscovite era molto ampia. (Nel­
la esistente atmosfera di paura e di saggia prudenza, perfino le dedsioni la­
sciate alle autorità inferiori venivano, come forma di assicurazione, assegnate
alle istituzioni superiori). Le autorità centrali prendevano decisioni vincolan­
ti concernenti l’intera gamma di attività culturali, sociali ed economiche, e
politiche. Tali dedsioni non solo prescrivevano le linee di condotta generale,
bensì comprendevano anche i dettagli di applicazione ed i risultati specifici
attesi. Una volta che determinati indirizzi venivano stabiliti, solo l’autorità
che li aveva promossi aveva il diritto di apportare cambiamenti significativi,
o anche delle semplici modifiche in presenza di circostanze specifiche o di
pecche emerse nel corso della loro applicazione. L’intero ciclo di competenza
fino al centro ricomindava così nuovamente.
All’interno delle istituzioni centrali di Mosca la collegialità nel processo
decisionale fu praticamente abolita. Venne rigidamente fissata la regola che i
capi delle gerarchie burocratiche avrebbero assunto la responsabilità a tutti i
livelli. Anche qui Stalin, assecondato dai suoi colleghi e subordinati di più
alto livello, rinforzò la tendenza a risolvere tutte le decisioni — sia minori
che quelle più importanti — al massimo livello. Erano davvero stupefacenti
il numero, la varietà e l’importanza di problemi che attendevano continua-
mente una dedsione da parte di Stalin o che semplicemente raggiungevano
la sua scrivania. È perciò fondamentale capire i procedimenti attraverso i
quali Stalin prendeva le sue dedsioni.

54
Il dominio di Stalin sui più importanti corpi decisionali era assoluto. In
realtà è difficile, sotto lo stalinismo maturo, parlare della esistenza stessa di
corpi decisionali collegiali. In trasgressione agli statuti di partito del tempo,
il Comitato centrale, l’organo dirigente del partito formale in nome del qua­
le vennero emessi la maggior parte degli editti staliniani, fu «eletto» soltanto
due volte, nel 1939 e nel 1952, il che vuol dire all’inizio ed alla fine della dit­
tatura staliniana, e tra queste due date ebbero luogo soltanto poche sessioni
plenarie del Comitato centrale.’ Per quanto è possibile saperne, i massimi or­
gani decisionali previsti dallo statuto — il Politbjuro, la Segreteria e l’Org­
bjuro — si riunirono abbastanza regolarmente.6 Il problema non è però con
quale frequenza si riunissero, bensì quale fosse la natura stessa del processo
decisionale operante in quelle riunioni. Tutte le prove disponibili portano
inequivocabilmente alla conclusione che tutte queste istituzioni erano niente
più che corpi consultivi molto frammentati e, nel loro insieme, senza alcun
potere.
Prima di tutto, la maggior parte delle decisioni venivano prese durante in­
numerevoli e quasi costanti riunioni tra Stalin ed uno o più membri selezio­
nati del Politbjuro, che spesso si tenevano in modo informale durante cene o
ricevimenti nella villa fuori città di Stalin.7 (A singoli membri del Politbjuro
venivano assegnati vasti e specifici settori di responsabilità che includevano,
ma non erano mai limitate a queste, funzioni di partito o di governo ufficial­
mente designate. A queste riunioni le decisioni da prendere concernevano
proprio l’assegnazione dei rispettivi settori di responsabilità).’ Inoltre il Po­
litbjuro e la Segreteria vennero costantemente divisi in sottocommissioni re­
golari e specifiche, col compito di dirigere determinati compiti: i famosi
«terzetti» (trojki) o «quartetti» (ktverki), e così via. Sembra che tali corpi
frammentati avessero scarse relazioni reciproche; essi riferivano separatamen­
te a Stalin, il quale era l’unico ad unire tutte le varie fila delle informazioni
ed a detenere il potere ultimo.’ Tuttavia, verso la fine del suo governo, Stalin
era insoddisfatto anche delle simboliche vestigia di potere collettivo associa­
te alla esistenza di questi organi. Abolì completamente l’Orgbjuro, cambiò il
nome del Politbjuro in Presidium per sottolineare la discontinuità di funzio­
ni del suo attuale ruolo consultivo e di quello decisionale che aveva rivestito
in passato; ne allargò il numero a 25, includendo molti elementi giovani e
diminuendo in tal modo il prestigio associato alla sua appartenenza.
Cosa più importante, Stalin dominava completamente il processo decisio­
nale stesso nelle riunioni allargate e ristrette che teneva con i suoi collabora­
tori. I numerosi resoconti di tali riunioni, fossero essi positivi o negativi,
convergevano tutti su un punto: le riunioni erano di solito molto vivaci e gli
scontri di opinione erano frequenti ed aspri fintanto che Stalin si limitava ad
ascoltare. Non appena egli poneva delle domande argute dalle quali gli altri

55
partecipanti riuscivano a dedurre il suo pensiero, allora la discussione comin­
ciava a farsi esitante, e finiva del tutto una volta che Stalin avesse espresso la
sua opinione definitiva. (Di solito iniziava con le parole... «A me sembra
che....»).10
Uno dei fenomeni più interessanti dello stalinismo maturo è che, per
quanto possiamo saperne, non ci fu per tutta la durata di tale periodo nessu­
na opposizione, nessun «complotto segreto», nessun fondamentale gesto di
sfida, nessun caso di critica nei confronti di Stalin da parte dei suoi collabo­
ratori più stretti o delle élite. È bene ricordare a tal riguardo che, a differenza
di altri dittatori della stessa epoca, Stalin non era a capo di una élite vittorio­
sa (sebbene il regime lo fosse), bensì di un esercito, di una burocrazia statale
e perfino di una polizia annientati. Egli distrusse realmente il loro spirito e
la loro volontà durante la Grande Purga degli anni Trenta, e fino alla sua
morte non fu loro permesso di riprendersi da quella lezione. Dopo il 1938 le
purghe staliniane ai livelli superiori divennero incisioni chirurgiche più che
assalti massicci, ma furono incisioni che tennero viva la memoria della Gran­
de Purga, se anche ci fosse stato bisogno di farla ricordare.11
Non è sufficiente fermarsi alla insicurezza ed alla costante paura di un
passo falso (e non si sarebbe potuto compiere passo più falso che andare
contro Stalin). Stalin seguì anche una serie di principi ed adoperò un certo
numero di mezzi che tennero le burocrazie in una posizione di squilibrio e
resero la formazione di un’alleanza tra le sue fila ed una opposizione contro
di lui difficile da realizzare. La polizia segreta regolare sorvegliava e prepara­
va dei dossier su tutti gli alti funzionari, per mezzo di un suo ramo separato:
il Dipartimento speciale. Mai, durante il governo di Stalin, venne eletto un
comandante in seconda, neanche per un breve lasso di tempo. L’ordine di
importanza dei più alti ufficiali di Stalin mutava costantemente e voluta-
mente; in ogni periodo c’erano tre o quattro leader di prestigio più o meno
uguale che si controllavano reciprocamente e che erano in feroce competizio­
ne per acquisire una maggiore influenza.
Importante per gli scopi di Stalin fu l’istituzione e lo sviluppo della sua
segreteria privata. La nostra conoscenza di questo organismo è frammentaria;
quello che sappiamo, però, conferma ampiamente il suo significato di mezzo
di controllo sulle burocrazie e sul processo decisionale nel suo complesso. La
segreteria privata era un’istituzione autonoma, distinta dalle altre burocrazie,
con una organizzazione ed un processo di reclutamento propri, e subordinata
esclusivamente a Stalin. Né organo di partito, né di stato, essa rimaneva al di
fuori di entrambi. A parte le normali mansioni di programmazione del lavo­
ro di Stalin e di preparazione dell’agenda delle riunioni, la sua funzione prin­
cipale era quella di raccogliere informazioni e di controllare l’effettuazione
delle decisioni prese da Stalin. Era una vasta organizzazione che impegnava

56
poliziotti, investigatori, militari ed esperti economici. Il suo capo, Poskre-
byJev, non partecipava in modo reale all’apparato decisionale vero e proprio
ed i suoi meriti vennero simbolicamente riconosciuti solo nel 1952, con la
sua cooptazione nel Comitato centrale del partito.12
La stessa polizia segreta, il principale strumento di Stalin, ma anche il suo
principale pericolo, non fu messa in condizione di svilupparsi in modo trop­
po potente contro Stalin. Essa veniva controllata da un certo numero di ordi­
namenti e sistemi amministrativi. A parte la segreteria privata, i più impor­
tanti di questi erano:

L’esistenza nell’apparato di segreteria del Comitato centrale del partito di una sezione specia­
le (più tardi denominata Sezione degli organi amministrativi) che aveva il compito di sovrinten­
dere agli affari interni della polizia segreta.
Il mantenimento del potere da parte di Stalin di nominare alti funzionari di polizia i quali
’venivano spesso prescelti da fazioni in competizione reciproca, allo scopo di rendere minima la
possibilità di comando monolitico e di collusione.”
Il mantenimento di un servizio di informazioni militare (GRU) semindipendente dalla poli­
zia segreta, che costituiva un canale di informazione autonomo ed un organo investigativo in
forte competizione con la polizia.
Le infrequenti ma importanti riorganizzazioni dell’apparato di polizia, la più importante del­
le quali consistette nel dividere l’enorme macchina in due strutture di comando, la mvd (nkvd)
e la mgb (nkgb), e la separazione del servizio di spionaggio e controspionaggio interno dal
controllo sulle unità di sicurezza interna militari (wb).

È diventato di moda recentemente porsi la questione del grado di potere


personale acquisito dai dittatori europei del ventesimo secolo. L’argomento è
il seguente: i paesi sui quali i dittatori governavano erano troppo grandi, le
burocrazie troppo vaste, i problemi troppo complessi perché il dittatore stes­
so potesse effettivamente dominarli. Le sue scelte e le sue propensioni veni­
vano continuamente eluse ed erano in pratica determinate dai suoi subordi­
nati, specialmente ai livelli intermedi ed inferiori di attuazione.14 Non c’è
dubbio che sia valida l’interpretazione che vede il potere personale del de­
spota circoscritto non solo da condizioni e capacità fisiche dell’ambiente che
lo circonda, ma anche dalle circostanze politiche che un impero burocratico
presenta.
Riguardo alla Russia sovietica, l’ideale di una amministrazione «pura»
non venne naturalmente mai raggiunto né ai livelli supremi né a quelli infe­
riori. La politica non scomparve nella Russia di Stalin. La diversità degli in­
teressi politici, la lotta per influenzare determinate scelte, i conflitti politici
interni ed i tentativi di assoggettare le linee di politica in corso a vantaggio
di determinati gruppi o individui furono fenomeni certamente più sviluppati
di quanto non lo fossero stati prima o dopo Stalin. Qò accadde perché la
possibilità di risolvere queste lotte mediante soluzioni di compromesso era
minore, e perché queste venivano spesso condotte avendo quale posta in gio­

57
co la vita. Ma si potrebbe ripetere, seguendo Leonard Schapiro e la sua criti­
ca al libro di Edward Peterson, The Limits of Hitler’s Power: che cosa prova
ciò? Schapiro osserva:

Ha mai pensato qualcuno che Hitler o Stalin potessero dirigere un intero paese da soli, sem­
pre e ovunque? Se alziamo il sipario escono fuori cose raccapriccianti: gli intrighi, la corruzione,
le mafie locali — ed anche occasionali barlumi di decenza, di resistenza, perfino di eroismo.
Nessuna di queste cose è sorprendente... Ma ciò che risulta chiaro dalla sua (di Peterson) anali­
si, è che nel momento in cui il Fiihrer decideva di agire, o perfino nel momento in cui si veniva
indirettamente a conoscere la sua volontà su qualsiasi argomento, allora il caos locale era spinto
in una direzione affine alla sua volontà. Era questa in effetti l’essenza del totalitarismo; non una
dittatura strutturata in modo efficientistico, ma una bagarre di autorità in conflitto — il partito,
lo stato, l’esercito, l’industria — ognuna indipendente nella propria sfera, ma tutte aventi la pos­
sibilità di agire fino al momento in cui il Capo decideva di esprimere la sua volontà, o di perso­
na o attraverso il suo... apparat, il cancro onnipresente che corrode l’ordine legale dello stato così
come il tessuto della società.1’

Quando si legge la voluminosa letteratura su Hitler e sulla Germania na­


zista, si è colpiti inoltre dalle importanti differenze tra i due dittatori riguar­
do allo stile di direzione, differenze che suggeriscono che Stalin acquisì un
dominio ed un controllo più ampi sulle pratiche quotidiane del sistema di
quanto non fu possibile ad Hitler. Il periodo di cui conosciamo più detta­
gliatamente il grado ed il tipo di dominio di Stalin è quello della seconda
guerra mondiale.16 Sebbene questo fosse un periodo di emergenza estrema, è
evidente che i dati ad esso relativi descrivono il modello di dittatura stalinia­
na comprendente l’intero periodo successivo alla Grande Purga. I dati ri­
guardanti il secondo lasso di tempo meglio conosciuto, quello che va dal
1939 al 1S>41 ad esempio, rivelano una identica tendenza, e ci sono indicazio­
ni le quali suggeriscono che il periodo bellico rinforzò soltanto tendenze già
presenti in precedenza. Dopo tutto, l’intera era staliniana fu caratterizzata da
un’emergenza istituzionalizzata, da una politica e da una economia di carat­
tere quasi bellico in tempo di pace.
L’arte e la guerra furono, a quanto si dice, gli unici reali interessi di Hi­
tler. La figura di Stalin quale emerge da numerosi ritratti, fu quella di un
leader assorto nella utilizzazione delle risorse, che prestava una grandissima
attenzione non solo alle grandi strategie ed alle grandi politiche, ma anche al
modo ed ai dettagli della loro attuazione, ed al controllo quotidiano della lo­
ro messa in opera. Stalin era un amministratore per eccellenza, per passione,
temperamento e disposizione mentale, secondo la valutazione fatta da lui
stesso del proprio ordine di priorità.
Il sistema decisionale ed amministrativo — supercentralizzato, pesante,
enormemente complesso e bizantino, ed allo stesso tempo molto primitivo
per un paese vasto e per una società industrializzata — comportava un enor­
me spreco di risorse umane e materiali. La mancanza di controlli sul centro,

58
la paura di prendere iniziative da parte della burocrazia, l’inerzia delle deci*
sioni una volta che queste erano state prese, la sospettosità e la testardaggine
del despota, tutto ciò ingrandì le conseguenze degli errori di giudizio fatti
dal dittatore e dalla sua ristretta cerchia. Che il sistema potesse realmente
funzionare e sopravvivere dipendeva da un certo numero di fattori.
Nonostante la crescente complessità dell’economia e dei compiti ammini­
strativi assegnati alle burocrazie, la serie delle priorità interne reali che colo­
ro che dirigevano il sistema riconoscevano, cioè quelle priorità che secondo
la loro opinione contavano realmente, era molto ristretta. Il potere militare
basato sulla crescita dell’industria pesante e la sicurezza interna erano le pri­
me e le principali di queste. Questi tre obiettivi prioritari eclissavano tutti
gli altri, i quali venivano considerati importanti fondamentalmente in quan­
to condizionavano ed erano in relazione con la realizzazione degli obiettivi
principali. La concentrazione degli organi decisionali supremi su questi
obiettivi prioritari era schiacciante; altri problemi ed altre decisioni potevano
e dovevano attendere prima di ottenere attenzione, risorse e risoluzione, e ri­
manevano sospesi in un limbo di inerzia burocratica e di crisi cronica. I me­
todi usati per il raggiungimento degli obiettivi prioritari erano rozzi e primi­
tivi — interminabili campagne, costanti provvedimenti straordinari, pressio­
ni, minacce e sforzi inumani — ma a causa della concentrazione degli sforzi
su un numero relativamente esiguo di progetti, senza badare al loro costo,
essi riuscirono a preservare il necessario margine di successi nel raggiungi­
mento degli obiettivi del sistema.
Sarebbe sbagliato, tuttavia, concludere che la paura, l’insicurezza e l’abile
manipolazione da parte di Stalin possano spiegare completamente la sotto-
missione della élite e della burocrazia alla sua volontà, e la dimensione del
loro sostegno spontaneo che egli fu capace di assicurarsi. Appare necessario
distinguere il carattere del sostegno che Stalin ricevette dall’élite lungo il suo
cammino verso il potere dispotico in un primo periodo del suo governo da
quello dei suoi ultimi anni.
Durante gli anni di formazione della dittatura staliniana Stalin raggiunse
il predominio sul partito non solo grazie alla sua superiore abilità organizza­
tiva ed alla manipolazione priva di scrupoli, ma anche perché egli esprimeva
le aspirazioni dei gruppi dominanti all’interno del partito e della élite sovie­
tica. Stalin diede sfogo al loro anti-intellettualismo, nazionalismo, isolazioni­
smo, ardore modernistico ed odio per i contadini. Tra le generazioni di mili­
tanti del partito dei periodi della guerra civile e della nep, ed anche nella
piccola setta bolscevica prerivoluzionaria questi sentimenti venivano a volte
espressi apertamente ed altre soltanto sottilmente ricoperti dalla vernice del­
la ideologia bolscevica.17
I due elementi importanti da capire nella struttura di sostegno a Stalin so­

59
no: primo, il ruolo graduale anche se convulso in cui il suo sistema venne
costruito, e secondo, le razionalizzazioni che lo accompagnarono. La princi­
pale di queste fu che determinate azioni erano giustificate con il bene della
causa e dipendevano in ogni caso da specifiche circostanze interne o esterne.
Per illustrare il primo elemento, prendiamo in esame il caso del terrore. Il
bolscevismo originario ed il suo principale portavoce, Lenin, lungi dal ripu­
diare il terrore come uno strumento di governo rivoluzionario, lo difesero
nella teoria e lo applicarono nella pratica.18 Tuttavia esso venne considerato e
principalmente applicato come un meccanismo di difesa contro nemici reali,
come uno strumento per consolidare il traballante, assediato ed isolato go­
verno. Non fu né considerato né impiegato come persistente strumento di
trasformazione sociale, né tantomeno come metodo duraturo di amministra­
zione quotidiana, né certamente come mezzo di controllo di breve durata sul
movimento e sulla élite.
Il mutamento nella dimensione del terrore che accompagnò l’ascesa di
Stalin appare inizialmente di carattere quantitativo: l’escalation dell’apparato
repressivo, le sue prerogative ampliate, un allargamento del suo campo di at­
tività; non avvenne nessun mutamento fondamentale per ciò che concerne i
suoi bersagli ed i suoi obiettivi. Il terrore era diretto contro un nemico speci­
fico, dichiarato o immaginario, del sistema, proveniente dai ranghi di quelli
che per tradizione erano i latori di attitudini nocive al sistema: i vecchi intel­
lettuali, gli «specialisti», i residui di strati borghesi, il contadino ricco, gli ex
membri di partiti antisovietici evidentemente non ricostituiti, e così via.
Il salto fondamentale di natura qualitativa del terrore avviene durante la
guerra civile che Stalin dichiarò alla campagna durante il processo di colletti­
vizzazione. Non fu semplicemente la dimensione del fenomeno della coerci­
zione che cambiò, ma anche i suoi obiettivi; l’uso della violenza di massa in­
discriminata, applicata ad interi settori, come strumento di trasformazione
sociale e, per usare una espressione di Alvin Gouldner, come metodo per un
massiccio trasferimento di proprietà.19 Due cose vanno qui dette. Primo, du­
rante gli stadi iniziali della collettivizzazione, c’erano pochissimi o nessun
indizio, perfino nelle più alte sfere del partito, di quanto lontano si sarebbe
spinto tale processo, quanto questa campagna di lungo periodo si sarebbe ra­
pidamente evoluta in una effettiva guerra civile. Secondo, una volta che que­
sto fenomeno si fu sprigionato, esso trovò ampio e spontaneo sostegno al­
l’interno del partito.”
Come avrebbe potuto essere altrimenti, quando si parla di un partito di
estrazione totalmente urbana, educato a sentimenti anticontadini, al quale il
contadino ed il sistema di vita rurale riassumevano la odiata arretratezza rus­
sa, al quale l’attacco contro la classe agraria venne presentato in base a prove
sostanziali, come il contrattacco del partito al tentativo dei contadini di sabo­

60
tare le consegne di grano e di affamare le città, ed al quale, infine, la sostanza
della riforma sociale attuata dalla collettivizzazione era nel suo significato
più profondo una riforma socialista, nonostante i metodi adoperati per at­
tuarla? Tuttavia anche considerando questi aspetti, appaiono delle indicazio­
ni del fatto che, almeno nelle sfere superiori del partito, lo shock provocato
dalla «guerra della collettivizzazione» lasciò un forte residuo di speranza ed il
desiderio che il carattere violento della rivoluzione dall’alto fosse terminato,
e che gli estremismi del periodo sarebbero stati abbandonati.21
Ciò su cui bisogna porre fortemente l’accento è che durante questa fase di
ascesa di Stalin, il partito nel suo insieme, per non menzionare la sua élite,
fu al sicuro dal terrore. Il partito aveva il suo proprio meccanismo e la pro­
pria istituzione per il controllo della fedeltà politica e della disciplina, la
Commissione di controllo del partito, la quale era indipendente dall’apparato
^terroristico di stato. Come recenti ricerche hanno dimostrato, questo mecca­
nismo costituì fino al 1934 uno dei maggiori ostacoli ai tentativi di Stalin di
introdurre il terrorismo come metodo di amministrazione inter-partitica.22
Il secondo mutamento qualitativo venne nel periodo 1934-36, e culminò
con la Grande Purga. Durante questo periodo il partito e quindi l’élite di­
vennero il principale bersaglio del terrore. Da strumento di manovre sociali
adoperato dal partito, il terrore divenne uno strumento di amministrazione
ed un meccanismo per l’assoggettamento del partito stesso. La nostra cono­
scenza del periodo iniziale di tale tipo di terrore staliniano è molto incom­
pleta. Sappiamo che Stalin fu capace al xvii congresso del 1934 di liquidare
la Commissione di controllo di partito e la Ispezione operaia e contadina
(RKl), e di nominare il suo accolito Yezov a capo della nuova Commissione
di controllo dello stato e del partito; e sappiamo anche che successivamente
egli depurò la stessa polizia segreta allo scopo di adattarla ai suoi nuovi com­
piti, e che nominò lo stesso Yezov a capeggiarla.
Cosa più importante, a causa dell’assassinio del segretario di partito Kirov
(le cui circostanze non sono tuttora chiare), Stalin riuscì a creare all’interno
del partito uno stato di emergenza. Egli abilmente fece in modo che si in­
staurasse una atmosfera di isteria, di assedio, di pericolo imminente che chia­
ramente non aveva nessun fondamento reale, ma che gli permise di intra­
prendere una purga generale all’interno del partito2’ e di introdurre le prime
misure di terrore anti-partito: false accuse di attività criminali antistatali e
frazionistiche, confessioni forzate, i primi spettacolari processi. Si ha l’im­
pressione che in questo periodo le sfere superiori del partito fossero disorien­
tate, mentre Stalin, attraverso i suoi più stretti ed obbedienti collaboratori,
controllava già la macchina di partito e tutto l’apparato coercitivo.
I membri di partito, di base ed a livello superiore, erano abituati a consi­
derare la polizia segreta come un loro organo di potere e Stalin quale loro ca­

61
po. Fu probabilmente difficile afferrare in quel momento il fatto che l’intero
apparato coercitivo fosse diventato indipendente dal partito, uno strumento
personale di Stalin, e che egli stesso stava diventando giudice di vita e di
morte sul partito. E quando improvvisamente giunse lo scoppio finale nel
1937-38, era ormai troppo tardi per riflettere ed agire; protestare, porre do­
mande e perfino pensare voleva dire condannarsi a morte. Ad ogni modo,
anche senza che si verificassero tentativi di suicidio, la vecchia guardia si
estinse. Solo un pugno di vecchi collaboratori di Stalin potè sopravvivere
grazie ad una incondizionata obbedienza, e si venne a stabilire una nuova éli­
te a cui la necessità del terrore appariva — a quel punto — evidente. Per
questa nuova élite, così come per gli scampati di quella vecchia, ciò che pro­
babilmente iniziò, tra dubbi e domande, passò attraverso un processo di ra­
zionalizzazione ed autogiustificazione che condusse ad una accettazione inte­
riore del sistema come si era venuto a creare. Il loro comportamento può es­
sere stato inizialmente conforme a niente più di ciò che Gerth e Mills defini­
scono come «uniformità razionale» di condotta sociale, il che vuol dire a mo­
delli di comportamento che «sono convenientemente volti verso norme, do­
veri o sentiti obblighi. La loro stabilità in quanto modelli di condotta si basa
sul rischio da parte di chi se ne allontana di danneggiare i propri interessi».24
Il peso crescente che l’evidenza empirica e la generalizzazione teorica stan­
no assumendo, comunque, suggerisce che il giocare un ruolo opportunista,
una professione prolungata di determinate idee e la sottomissione a modelli
di condotta che si percepiscono come necessari per andare avanti, porta tipi­
camente ad interiorizzare questi valori e modelli. Mills afferma che l’assun­
zione di un ruolo per un prolungato periodo di tempo indurrà spesso un uo­
mo a diventare ciò che inizialmente egli cercava soltanto di apparire.25 In
modo simile, Stinchcombe scrive: «Se un uomo persegue di sua spontanea
volontà qualcosa la cui acquisizione richiede l’accettazione di alcuni valori,
egli arriva di solito a convincersi della loro santità».26 In tal modo il sistema
di controlli istituzionali e di reclutamento dell’élite venutosi a creare tende
non solo a riprodurre le manifestazioni superficiali, ritualistiche o di comodo
dei valori della élite affermatasi, e l’osservanza dei modelli stabiliti di con­
dotta propri della élite, ma anche a rigenerare un coinvolgimento abbastanza
intenso ed una adesione solitamente persistente a questi valori e modelli.
Esistono un certo numero di razionalizzazioni dirette e comprensibili che
furono alla base del sostegno fornito dalle élite a Stalin. Una di queste di
particolare importanza è molto ben conosciuta nella storia dei movimenti ri­
voluzionari o, per quanto concerne il nostro tema, negli studi di psicologia
del potere in generale. Può essere definita in breve, la logica della «giusta
causa». Dopo tutto, Stalin sta costruendo il socialismo; non c’è alcuna re­
staurazione del capitalismo, la proprietà privata è una realtà, ma il processo

62
di produzione in corso è pianificato, il principio del profitto è stato abolito,
la disoccupazione è stata eliminata, e così via. Se questo non è capitalismo,
allora deve essere socialismo, perché la storia non procede a ritroso.” Non
tutti) è a posto, sono stati fatti degli errori, alcuni aspetti del sistema sono
spiacevoli, ma si devono sopportare perché la causa è giusta.28
Strettamente connesso a questo tipo di razionalizzazione, vi era il senti­
mento, largamente giustificato tra l’élite, che essa stava attivamente parteci­
pando alla trasformazione di una nazione arretrata in un potente stato indu­
striale. I metodi barbari di cui l’élite stessa soffriva, venivano considerati il
prezzo pagato per gli enormi e reali successi ottenuti. Allo stesso tempo, chi
potrebbe essere sicuro che metodi diversi si sarebbero dimostrati efficaci o
perfino possibili?
L’anello successivo nella catena di razionalizzazioni era costituito dalle
Condizioni internazionali che accompagnarono lo sviluppo dello stalinismo
negli anni Trenta. Stalin fu il beneficiario dell’ascesa del fascismo in Europa.
Egli approfittò di quella che può essere chiamata la «sindrome Gletkin».
Nel libro di Arthur Koestler, Darkness at Noon, Gletkin, il secondo interro­
gatore di Rubasov, esprime in modo eloquente la giustificazione e la razio­
nalizzazione per la condotta sovietica adottata dagli stessi sovietici e dai radi­
cali occidentali degli anni Trenta. «Il destino della rivoluzione mondiale di­
pende dal superamento del periodo di reazione che si sta diffondendo in tut­
to il mondo, e dal mantenimento in vita dell’unico bastione del socialismo
esistente». Fino ad allora, dice Gletkin, «noi abbiamo un solo dovere: non
perire... il bastione deve essere mantenuto ad ogni costo, con qualsiasi sacrificio».
Le parole di John Strachey che descrivono i sentimenti dei comunisti stra­
nieri durante gli anni Trenta possono adattarsi probabilmente altrettanto be­
ne ai comunisti sovietici:

Per un comunista degli anni Trenta che fosse informato di quella situazione, lo stato locale o
temporaneo delle cose in Russia sembrava una faccenda di secondaria importanza. Davanti agli
occhi di tutti la prognosi marxista dell’evolversi della fine del capitalismo si stava avverando in
modo evidente. Al di fuori della Russia stava diventando sempre più impossibile lo sfruttamen­
to dell’intero apparato produttivo; la disoccupazione stava conseguentemente diventando ende­
mica; la miseria dei salariati e dei contadini diveniva sempre maggiore; la violenza, l’isteria e l’ir­
razionalità generali delle classi di governo dei principali paesi capitalistici stavano crescendo; i
tentativi di una riforma graduale secondo i criteri socialdemocratici erano falliti; infine il fasci­
smo si era insediato non solo in paesi periferici quali l’Italia e la Spagna, ma anche, ed in modo
deciso, in Germania, uno dei maggiori paesi capitalistici avanzati. Fu soprattutto questa appari­
zione del male incarnatasi nel fascismo che diede potere alle argomentazioni comuniste. Poiché
esse insegnavano che il fascismo non era una catastrofe accidentale, ma la logica ed inequivoca­
bile conseguenza del «capitalismo in decadenza»... Quanto potevano interessare perfino le carat­
teristiche peggiori della nuova società socialista se essa dava anche la possibilità di una rifonda­
zione della civiltà su una base vitale?29

63
Tutti questi processi razionali erano naturalmente basati sulle solide fon­
damenta dei vantaggi e dei guadagni che Stalin offrì ai ranghi inferiori, medi
e superiori della élite, qualsiasi fosse la loro sfera di attività. Gò è special-
mente vero riguardo alle decine e centinaia di migliaia di nuovi membri del­
la élite prevalentemente di bassa origine che acquisirono posizioni di potere
durante e come risultato della Grande Purga degli anni 1936-38. (Considere­
rò questo gruppo successivamente, in un contesto differente). Per il momen­
to è sufficiente dire che essi dovevano a Stalin, direttamente o indirettamen­
te, la loro meteorica ascesa ai livelli medi e superiori della struttura di pote­
re, dalla quasi totale oscurità, sia che venissero promossi dai ranghi più bassi
della burocrazia o che venissero reclutati appena terminati gli studi negli
istituti di istruzione superiore.
Un saggista e critico letterario comunista polacco antistalinista scrisse
molto intuitivamente nel 1937 che la base di sostegno di Stalin andava ben
oltre i ranghi superiori della élite:

L’era della collettivizzazione e dei piani quinquennali è stata descritta come una «seconda ri­
voluzione» (in contrasto alla rivoluzione d’Ottobre). Qualsiasi cosa fosse, questa rivoluzione di­
venne possibile grazie alla utilizzazione di riserve fino ad allora mai sfruttate. Attivarle significa­
va infiacchire per un po’ la base sodale di tutti i tipi di opposizione provenienti dalla classe ope­
raia, dopo che questi erano stati già distrutti in senso politico. Gli operai si stavano impegnando
per sviluppare l’industria, rivendicavano la lotta agli elementi borghesi ed una crescita sistemati­
ca dei loro livelli di vita. Essi ottennero invece la superindustrializzazione, i pazzeschi ritmi di
costruzione, l’abbassamento del tenore di vita, la collettivizzazione forzata ecc... Il malcontento
venne soppresso non tanto mediante la forza, bensì grazie ad una gigantesca campagna promos­
sa per attirare il proletariato nell’apparato amministrativo. Decine di migliaia di operai vennero
allora come oggi trasferiti nelle province europee ed asiatiche. L’intelligente fabbro di oggi o
l’addetto alla fonderia dell’industria Putilov, invece di venire coinvolti nelle critiche alla politica
del paese, nei dibattiti sulle violazioni della democrazia sovietica ed in petizioni per l’acquisizio­
ne pratica dei propri diritti, sarebbero domani diventati il presidente di una fattoria collettiva, il
direttore di un’azienda agricola statale o l’organizzatore della preservazione di qualche remota
nazionalità della cui esistenza egli veniva a sapere soltanto attraverso i suoi ordini di viaggio. In
tal modo il disarmo politico delle masse proletarie venne realizzato.w

I comandanti di reggimento che si ritrovarono al comando di reparti e di­


stretti militari; gli istruttori distrettuali di partito che divennero segretari di
provincia; i direttori di fabbrica che divennero ministri statali; gli oscuri
propagandisti di partito che divennero rettori di università — tutto ciò costi­
tuiva la regola anziché l’eccezione in questo periodo di straordinario ricam­
bio di élite. Portati al potere in modo subitaneo, essi erano intimoriti dal­
l’autorità di Stalin, si esposero alla gloria riflessa dell’adulazione del dittato­
re, considerarono che lo stile di direzione da allora stabilitosi rientrasse nel­
l’ordine naturale delle cose. Il loro duro lavoro, quantunque strenuo ed insi­
curo, quantunque pieno di trappole e della costante paura di errori e di cadu­
te, ricevette ugualmente delle impressionanti ricompense, così inaspettate
soltanto poco tempo prima: il potere del comando, il piacere dell’adulazione,
c non ultimo, vantaggi materiali, miseri rispetto ai livelli occidentali, ma
enormi nel contesto delle loro condizioni di vita.’1
Verso la fine del dominio di Stalin però il sistema che egli creò, e soprat­
tutto i suoi aspetti terroristici, finirono con l’essere avvertiti dai suoi collabo­
ratori e dalla élite sempre più come un peso, come un ostacolo irrazionale e
non necessario al godimento della vita che essi sentivano fosse loro dovuto,
alla soddisfazione per lo status che il loro paese aveva acquisito ed all’ulte­
riore sviluppo interno ed alla sicurezza esterna del sistema stesso.
Le élite e la leadership si assuefecero al loro potere ed ai loro privilegi.
Per la generazione di coloro che avanzarono durante ed attraverso la Grande
Purga, l’alto status sociale non costituiva più un regalo inaspettato da goder­
si al prezzo di una costante paura ed insicurezza, ma qualcosa guadagnata
fon il duro lavoro, i sacrifici e la fedeltà. Il loro paese era sopravvissuto alla
terribile prova della guerra totale, il premio ricevuto fu la costituzione di un
impero. Il grande status di potenza raggiunto dall’Unione Sovietica apriva
nuovi orizzonti alla politica estera sovietica. I risultati raggiunti nello svilup­
po industriale e nel sistema educativo da Stalin crearono la necessità e le pre­
condizioni per un differente tipo di crescita economica e di sviluppo globale.
Le élite desideravano la normalità, volevano preservare i frutti dello stali­
nismo, personali e pubblici, senza dover pagare il prezzo dell’insicurezza del­
la loro posizione e della loro vita. Essi erano stati educati durante il momen­
to centrale della barbarie staliniana e ne erano partecipi in modo volontario,
ma adesso desideravano e pensavano di aver meritato uno stile di vita politi­
ca differente, più stabile; desideravano il progresso naturale, la rispettabilità,
il piacere.’2 Fu questa, nel senso più profondo, la ragione principale per cui il
sistema dello stalinismo maturo non potè sopravvivere al suo creatore. La
leadership nel suo complesso e l’élite nel suo complesso volevano un cambiamento
di direzione.

NOTE

1 Lewis J. Edinger, a cura di, Political Leadership in Industrialized Societies (New York and Lon­
don: Wilcy, 1967), p. 6.
2 Col passare del tempo il culto di Stalin ha finito col predominare laddove aveva prima coesisti­
to col culto di Lenin. Il modo più semplice con cui ci si può rendere conto di ciò è guardando le nuo­
ve edizioni di francobolli emessi nel periodo dello stalinismo maturo. Nel 1950 ad esempio, vennero
emessi 72 nuovi francobolli rappresentanti Stalin soltanto, 3 con Stalin e Lenin insieme e 3 con Lenin
da solo.
3 Questa è una delle tesi principali contenute nel più ampio documento sovietico dell’era
brezneviana che comprenda una valutazione di Stalin, l’opera in tre volumi di Aleksandr Cakovskij,
Blokada, Izd. Izvestija, Mosca 1975 (cfr. specialmente il voi. 2).
4 II termine «prigioniero del Cremlino» viene usato puramente per dare l’idea del fatto che gli in­
contri di Stalin erano confinati ad un gruppo relativamente ristretto di colleghi e di funzionari. Si ha

65
l'impressione però che all'interno del Cremlino Stalin non fosse quasi mai solo. È come se non gli
piacesse, o — senza voler drammatizzare eccessivamente — come se avesse paura di rimanere solo.
5 Secondo autorevoli fonti sovietiche, sei riunioni di questo tipo ebbero luogo nei sedici anni
che vanno dal 1938 fino alla morte di Stalin: 21-24, 27 maggio 1939; 26-28 marzo 1940; 29-31 luglio
1940; 21 febbraio 1S>41 ; 27 gennaio 1$>44; 21-26 febbraio 15)47 (cfr. Spravofaij tom k vosmomu izdaniju
«KPSS v rezoljucijach i refcnijach» s’ezdov konferencij iplenumov CK, Gospolitizdat, Mosca 1973, p. 11).
Secondo ChruScèv: «Durante tutti gli anni della guerra patriottica non fu tenuto neppure un plenum
del Comitato centrale. È bensì vero che nell’ottobre 15)41 vi fu un tentativo per tenere un plenum del
Comitato centrale e i membri di esso furono chiamati a Mosca da tutte le parti del paese. Essi aspet­
tarono due giorni che il plenum si aprisse, ma ciò non accadde perché Stalin non volle neppure in­
contrarsi e parlare con i membri del Comitato centrale» (N.S. Chruscèv, «Rapporto segreto di
ChruScèv», in XX Congresso del PCUS, l’Attualità, n° 11, Milano-Roma 1956, p. 47).
6 Secondo una fonte sovietica (Voprosy istorii, 1970, n° 5, maggio, pp. 13-15) citata nel libro di
Jerry F. Hough e Merle Fainsod, How the Soviet Union is Governed, Harvard University Press, Cam­
bridge, Mass. 1978, p. 178, il Politbjuro, l’Orgbjuro e la Segreteria si riunirono più di duemila volte
durante il periodo bellico.
7 Per uno tra i migliori resoconti di tali cene tenute nella villa di Stalin, da parte di un osservato­
re indipendente, cfr. Milovan Gilas, Conversations with Stalin, Harcourt, Brace and World, New York
1962, trad. it. Conversazioni con Stalin, Feltrinelli, Milano 1962.
8 Per esempio, a partire dal 15)40, e per tutta la durata della guerra, Èdanov oltre a ricoprire la
carica di segretario del cc del partito con responsabilità generali per la città di Leningrado (e succes­
sivamente per gli affari culturali), venne incaricato della supervisione agli affari navali. Molotov, ol­
tre ad essere commissario del popolo per gli affari esteri, era responsabile per le industrie costruttrici
di carri armati; ed il segretario del CC Malenkov, oltre alla sua responsabilità generale per la direzione
economica, controllava direttamente l’industria aeronautica (vedi I.Ch. Bagramian, Tak Ìli my k pobe-
de, Voenizdat, Mosca 1977, p. 67).
9 Per la creazione di commissioni regolari e specifiche, vedi N. Chruscèv, Rapporto segreto, cit., p.
81.
10 Per dei resoconti sulle numerose riunioni di Stalin durante il periodo 1940-45, cfr. S. Bialer, a
cura di, Stalin and His Generals, Pegasus, New York 1969, trad. it. I generali di Stalin, Mondadori, Mi­
lano 1972. A parte le memorie di Chruscèv in due volumi, la cui autenticità è adesso fuori dubbio
(Khrushchev Remembers trad, e ed. di Strobe Talbott, Little Brown, Boston voi. I, 1970; voi. il, 1974,
trad. it. Kruscev ricorda, voi. unico, Sugar, Milano 1970) alcuni dei più interessanti resoconti sovietici
possono trovarsi in: V.S. Emeljanov, 0 Vremeni, o tavari&ach, o sebe, ed. Sovetskaja Rossija, Mosca
1974; S.M. Stemenko, General’nyj itah v gody voiny, Voenizdat, Mosca 1973; G.K Zukov, Vaspomina-
nija i razmytlenija, ed. APN, Mosca 1972; A.M. Vasilevskij, Deio vsej zizni, Gospolitizdat, Mosca
1973; K.K. Rokossovskij, Soldatskij dolg, Voenizdat, Mosca 1972; N.G. Kuznecov, Na flotach boevaja
trevoga, Voenizdat, Mosca 1971; N.N. Voronov, Na sluibe voennoj, Voenizdat, Mosca 15)63; A.S. Jako­
vlev, Cel’ iizni, Gospolitizdat, Mosca 1966.
11 La sola purga di massa avvenuta nel periodo post-bellico è quella conosciuta come l’affare di
Leningrado, che avvenne nel 15)49, dopo la morte di Zdanov e nel corso della quale le leadership del
partito, dello stato e delle forze armate di Leningrado vennero decimate. Essa colpì anche quei diri­
genti che erano stati associati e protetti da Zdanov nell’organizzazione di Leningrado, come il capo
della commissione per la pianificazione e membro del Politbjuro, Voznesenskij, il primo ministro
della repubblica russa, Rodionov, ed il segretario del cc Kuznecov. Solo la morte di Stalin, a quanto
pare, interruppe la preparazione di una nuova purga diretta contro alcuni dei suoi più stretti associa­
ti, e specificamente contro il capo della polizia segreta, Berija. Il complotto dei medici del 1952 ne
costituì il primo passo. Per l’affare di Leningrado e la sua preparazione, cfr. N. ChruJcèv, Rapporto
segreto, cit., pp. 69-70, 72-73; e Robert Conquest, Power and Policy in the USSR, St. Martin’s Press,
New York 1961, pp. 95-111.
12 Per una discussione su PoskrebySev e sulla segreteria privata di Stalin, cfr. Boris Meissner, Po-
skrebyschew-der Privatsekretar Stalins, «Osteuropa», n° 1, 15)51, pp. 45-6; e Boris Nicolaevsky, Power
and the Soviet Elite, Praeger, New York 1965, pp. 105-20.
13 Ne è un tipico esempio la nomina, successiva alla guerra, di S.N. Kruglov, il quale non era
associato a Berija, a capo del ministero degli affari interni, quale contraltare di V.S. Abakumov, uno
dei seguaci di Berija, il quale capeggiava il ministero della sicurezza di stato, e la susseguente sostitu-

66
/ione di Abakumov, alla fine del 1951, con un segretario territoriale di partito, S.D. Ignat’cv.
14 Riguardo ad Hitler ed alla Germania nazista, questa opinione viene con maggior forza soste­
nuta da Edward N. Peterson nel suo The Limiti of Hitler’s Power, Princeton University Pressi Prince­
ton, N.J. 1969. Per quanto concerne Stalin e la Russia sovietica, il più recente ed insolito tentativo
revisionista appartiene a Jerry F. Hough in How the Soviet Union is Governed, cap. 5, pp. 147-91.
15 Leonard Schapiro, What is Fascism?, «New York Review of Books», 14, n° 3, 12 febbraio
1970, p. 14.
16 Per una analisi della letteratura prodotta, ed una valutazione della direzione staliniana durante
la guerra, cfr. Alexander Dallin, Allied Leadership in the Second World War: Stalin, «Survey», 21, n°
1/2, inverno-primavera 1975, pp. 11-19.
17 Un nuovo tipo di approccio alla base di sostegno data a Stalin sulla strada del potere assoluto,
ù è fornito dalla raccolta di saggi curata da Sheila Fitzpatrick, Cultural Revolution in Russia, 1928-
/9U, Indiana University Press, Bloomington 1978. Cfr. anche Sheila Fitzpatrick, Culture and Politics
under Stalin: A Reappraisal, «Slavic Review», 35, n° 35, giugno 1976, pp. 211-31.
18 Le opinioni di Lenin sul terrore rivoluzionario possono trovarsi particolarmente nei seguenti
articoli e discorsi tratti dalla sua raccolta di opere (tutti i riferimenti si rifanno alla quarta edizione
sovietica pubblicata a Mosca): 0 vragach naroda (voi. 25, pp. 41-42); Kak buriuazija ispol’zuet renega-
tov (voi. 30, pp. 8-19); Doklad VCIK i Sovnarkom na VII Vserossijskij s’ezd Sovetov (voi. 30, pp. 185-
^219); 0prodovol’ stvennom naloge (voi. 32, pp. 334-35).
19 Alvin Gouldner, Stalin: A Study ofInternal Colonialism, «Telos», n° 34, inverno 1977-78, p. 13.
Gouldner scrive: «Qò che si venne a creare fu una élite di potere urbana che dominava una società
largamente rurale, la quale veniva considerata come una colonia estranea al paese; si trattava di una
forma di colonialismo interno che mobilitava il suo potere statale contro i tributari colonizzati dei
territori rurali.
«In questo senso, il colonialismo interno si riferisce all’impiego del potere statale da parte di un
settore della società (il Centro di controllo) per imporre rapporti di scambio sfavorevoli su un’altra
parte della stessa società (la Periferia), con differenze ecologiche che li separano. Il centro di control­
lo governa adoperando lo stato al fine di imporre uno scambio ineguale mediante decisioni concer­
nenti l’allocazione dei capitali, gli investimenti, il controllo sui costi e sui prezzi, i visti agli stranieri,
le tasse, esenzioni e deduzioni di tasse, il credito, i prestiti, bozze di contratto di lavoro, coscrizione
militare, tassi di interesse, salari, tariffe, dazi doganali, l’istruzione, i passaporti e i visti, e la rappre­
sentanza elettorale. Laddove tali meccanismi di routine falliscono, il centro di controllo ricorre allora
alla forza ed alla violenza contro la periferia». La questione se tale stadio fosse necessario in quanto
precondizionc dell’industrializzazione forzata, e perfino se il settore rurale giocò realmente una parte
importante in quanto fonte di risorse per lo sforzo di industrializzazione viene sempre più messa in
dubbio da un certo numero di opere revisioniste che trattano questo argomento. L’ultimo e più am­
pio esempio si trova in James R. Millar, What’s Wrong with the «Standard Story», «Problems of Com­
munism», 25, n° 4, luglio-agosto 1976, pp. 50-55, 59-61. Per una risposta in difesa della «Standard
Story», cfr. nello stesso numero, Alec Nove, The «Logic» and Cost of Collectivization, pp. 55-59, 61-62.
20 Tale sostegno viene meglio esemplificato dalla capacità di mobilitare decine di migliaia di
operai e di attivisti di partito, i quali vennero mandati nelle campagne durante la spinta alla colletti­
vizzazione. Senza i loro sforzi, questa non avrebbe avuto successo. Per una discussione sulla mobilita­
zione operaia e di partito, cfr. Moshe Lewin, Contadini e potere sovietico, cit., cap. 17. Cfr. anche Tho­
mas P. Bernstein, Leadership and Mass Mobilization in the Soviet and Chinese Collectivization Campaigns
of1929-1930 and 1933-1936: A Comparision, «China Quarterly», n° 31, luglio-settembre 1967, pp. M7.
21 Tale sentimento appare più fortemente espresso e più vividamente descritto nella cosiddetta
«Lettera del vecchio bolscevico», basata sulle note di Boris Nicolaevsky ricavate dalle sue conversa­
zioni con Bucharin durante l’ultimo viaggio che quest’ultimo fece all’estero nel 1936 (Boris Nico­
laevsky, Power and the Soviet Elite, pp. 3-65). Il tono dominante del xvn congresso del partito del
1934, il «congresso dei vincitori», sembra anche esprimere, oltre al senso di compiutezza, una sensa­
zione di sollievo che il peggio è passato, che da quel momento si sarebbe perseguita una politica più
moderata. Tali speranze e sentimenti erano in qualche modo giustificati dal fatto che si era consenti­
to agli ex leader della «opposizione di destra» di partecipare e di prendere la parola al congresso, e
che il secondo piano quinquennale era molto più moderato ed equilibrato, nei suoi propositi ed
obiettivi, di quello precedente.
22 II maggiore rappresentante di questo nuovo tipo di ricerca è Paul Cocks, The Party Control

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Commission and the Rise of Stalin, Ph.D. dissertation alia Harvard University, 1971.
23 Inizialmente la purga non era una pratica terroristica. Essa riproduceva la consuetudine abba­
stanza ben radicata in passato, di promuovere delle campagne di partito allo scopo di «ispezionare»
tutti i membri per ciò che concerneva la fedeltà politica, la preparazione in campo ideologico, il com­
portamento corrotto o immorale ecc.
24 Hans Gerth e C. Wright Mills, Character and Social Structure. The Psychology of Social Institu­
tions, Harcourt, Brace, New York 1953, p. 265.
25 Su questo punto, cfr. C Wright Mills, Language, Logic and Culture, «American Sociological
Review», 4, n° 5, ottobre 1939, pp. 670-80; Gerth e Mills, Character and Social Structure, cap. 4.
26 Arthur L. Stinchcombe, Constructing Social Theories, Harcourt, Brace and World, New York
1968, p. 110. Tutte queste affermazioni si basano sulla «teoria dell’equilibrio» sviluppata da Fritz
Heider nel suo The Psychology of Interpersonal Relations, Wiley, New York 1958.
27 Le opere che Lev Trockij scrisse contro Stalin rivelano che anche nel caso di un uomo di cul­
tura, l’impegno al leninismo e l’adesione al marxismo-leninismo non permettono di capire la Russia
staliniana. L’ultimo ed il migliore tentativo di valutazione dell’analisi che Trockij fa dello stalinismo,
è quello di Robert H. McNeal, Trotskyist Interpretations of Stalinism, in Robert C. Tucker, a cura di,
Stalinism: Essays in Historical Interpretation, Norton, New York 1977, pp. 30-52.
28 Per molto tempo si è creduto che tale modo di pensare sia stato alla base delle false confessio­
ni dei processi di Mosca degli anni Trenta, come li ha rappresentati Arthur Koestler in Darkness at
Noon. Appare adesso chiaro che la spiegazione era meno complessa: la tortura e la paura per la sicu­
rezza delle proprie famiglie. ChruScév racconta che in un telegramma del 1939 ai segretari provinciali
di partito, ai comitati centrali di repubblica ed ai capi della polizia segreta, Stalin ribadì, in nome del
Comitato centrale, il principio di usare la tortura «quale metodo giustificato ed adeguato» contro i
«nemici del popolo»; un principio che, secondo il telegramma, era stato stabilito nel 1937 (vedi N.S.
ChruScev, Rapporto segreto, cit., p. 59).
29 John Strachey, The Strangled Cry, «Encounter», 15, n° 5, novembre I960, p. 6. Riguardo a tale
modo di pensare ho già scritto in un’altra occasione sui radicali occidentali: «Gli studi sui “veri cre­
denti” notano molto spesso che l’insensibilità alla violenza, alla crudeltà ed alla sofferenza ad un dato
livello di coscienza, coesiste in loro con una sensibilità per gli stessi fenomeni ad un altro livello. Per
dirla in altro modo, ciò che sorprende tanto del modo di pensare dei radicali (tra gli altri), è l’estre­
mo grado di politicizzazione presente nella loro moralità ed etica, o nella sua forma più cruda, la qua­
le afferma che tutto ciò che è politicamente giusto è etico, o in quella più raffinata e sofista, la quale
separa la condanna morale di un determinato atto o processo dalla sua valutazione politica. Nell’am­
bito di tale ambivalenza di percezioni e di autocoscienza, la maggioranza dei radicali che credevano
sul serio alle loro opinioni potevano e realmente giustificavano ed accettavano (sebbene non gradis­
sero necessariamente) la crudeltà, la viziosità ed il carattere oppressivo della “costruzione del sociali­
smo” sovietico fintanto che li considerarono il prezzo iniziale ed unico da pagare per un mondo mi­
gliore, per un sistema genuinamente “progressista”. Oggi essi non possono più accettare la crudeltà
molto più limitata e la soffocante oppressività del sistema sovietico in quanto pochissimi possono
ancora credere che stia nascendo un mondo migliore in Unione Sovietica, o che il mondo che è nato
abbia alcuna relazione con la visione della società giusta che aveva ispirato i rivoluzionari di quello
vecchio. Per l’intellettuale radicale in particolar modo, il dilemma in passato consisteva e veniva ra­
zionalizzato tra il valore, condiviso da relativamente poche persone, della libertà individuale ed il lus­
so di una democrazia “formale”, di contro all’obiettivo, perseguito da molti, di abolire la fame e lo
sfruttamento. Oggi la fame in Unione Sovietica è stata abolita, ma la libertà individuale non è torna­
ta neanche al livello degli anni Venti, quando essa ancora coesisteva con le privazioni e le avversità
economiche. L’idea di un cambio necessario di un modello di valori con un altro, non ha più senso.
Gò che ha invece senso, è la conclusione di Edgar Morin che “se si è verificata la perdita di quella
libertà considerata formale, non si assiste però ad alcun progresso di quelle libertà considerate reali”»
(Seweryn Bialer, The Resurgence and Changing Nature of the Left in Industrialized Democracies, in S.
Bialer e S. Sluzar, a cura di, Radicalism in the Contemporary Age, 3: Strategies and Impact of Contempora­
ry Radicalism, Westview Press, Boulder, Colo. 1977, pp. 12-13).
30 Andrzej Stawar, Wybrane, Artykuly o Marksizmie, Instytut Literacki, Parigi 1962, p. 190.
31 In un originale libro basato sull’analisi della produzione media staliniana, Vera Dunham af­
ferma che lo stalinismo maturo, specialmente nel periodo post-bellico, sviluppò quella che ella chia­
ma la «Grande Intesa» (Big Deal): una alleanza con la nuova classe media, i funzionari, i manager,
l’intelligcncija tecnica etc. Ella osserva: «Si può notare questo riavvicinamento in parte come una
calcolata politica della dittatura staliniana. Ma essa risultò da un processo spontaneo, graduale, in cui
allo sviluppo della nuova classe media sovietica si univa la trasformazione del regime politic? da for­
za bolscevica rivoluzionaria in un establishment essenzialmente conservatore teso a preservate lo sta­
tus quo. Questo processo bivalente ha avvicinato le preferenze e le aspirazioni dell’establishment po­
litico a quelle della classe media, ed ha reso l’attrattiva dell’establishment per le speranze ed aspira­
zioni della classe media un riflesso non solo delle politiche manipolative del regime, ma anche delle
proprie preferenze e dei propri valori. Data la sconcertante quantità di lavoro da fare, la vecchia mi­
stica della collettività ha perso il suo richiamo popolare e la sua utilità economica. Gò di cui c’era
urgente bisogno adesso, era un ampio numero di cittadini individualmente impegnati». (Vera Dun­
ham, In Stalin's Time: Middle class Values in Soviet Fiction, University Press, Cambridge 1976, p. 14).
32 II desiderio di stabilità e la crescente ripulsa del terrore tra gli strati superiori della élite ven­
nero probabilmente rinforzati negli ultimi anni di dominio staliniano dalle crescenti indicazioni del
fatto che egli stava attivamente preparando un’altra purga di massa. L’affare mingreliano in Georgia
ed il complotto dei medici costituirono i primi pretesti per una intensificazione del terrore che mi­
nacciava di nuovo di spazzare via la leadership istituita. Per una intensa descrizione dello stato d’ani­
mo di quel periodo, cfr. N.S. ChruScev, Kruscev ricorda, cit., pp. 263-342.
3. Lo stalinismo e l'evoluzione del sistema di governo

L’era di Stalin occupa un posto centrale nella storia dell’Unione Sovietica.


Essa colora fortemente la nostra comprensione del periodo rivoluzionario
che la precedette, e condiziona fortemente la nostra valutazione del quarto di
secolo successivo alla sua morte. La continua discussione accademica sullo
stalinismo si concentra in gran parte sulla questione della continuità e del
cambiamento nei periodi pre-staliniano e staliniano della storia sovietica.
Gran parte di questa discussione è artificiosa e vaga, e scivola spesso nello
sterile ed irrealistico esercizio dei «se» della storia.
Il problema non è scoprire se tale continuità sia esistita. Come ci si po­
trebbe attendere il contrario? Gli elementi di continuità attraverso i quali lo
stalinismo crebbe e si affermò così come la dominante ideologia e pratica di
stato furono, per menzionarne solo alcuni: il principio del partito unico ed il
suo monopolio del potere e dell’organizzazione politica; l’attitudine operante
di subordinare le leggi e le procedure legali alla opportunità politica; il rela­
tivismo morale; la fiducia dominante nell’efficacia del potere politico nell’at-
tuare cambiamenti sociali di ampia portata; le misure adottate contro la for­
mazione di fazioni persistenti all’interno del partito; la centralizzazione delle
leve di comando politiche ed economiche; la fede in una verità ideologica
onnicomprensiva che apre le porte alla comprensione dello sviluppo storico.1
Che tutte queste ed altre caratteristiche della Russia pre-staliniana fossero
propizie e forse perfino indispensabili alla formazione ed alla vittoria dello
stalinismo, che esse gli prepararono la strada, non può essere messo in dub­
bio. È però talvolta cecità ideologica, talvolta confusione analitica, e spesso
mancanza di conoscenza dei fatti che conduce ad equiparare le precondizioni
che prepararono il terreno per la nascita dello stalinismo al sistema stalinia­
no sviluppato vero e proprio.
Lo stalinismo si sviluppò da condizioni preesistenti, ma creò condizioni
sue; nidificò sul sistema precedente, ma ne creò uno proprio. Il sistema stali­
niano maturo non fu una semplice estensione logica del sistema preesistente,

70
né costituisce un suo carattere evolutivo. In un processo di violenta c con­
vulsa transizione sociale, economica, culturale e politica di grandezza senza
precedenti che durò per più di un decennio, Stalin creò un nuovo sistema di
dominio e di governo. La peculiarità di questo processo di transizione e dello
stesso nuovo sistema creatosi, che tacque e nascose la sua identità specifica, è
che esso avvenne nell’ambito di una continuità di fondo della struttura auto­
ritaria, attraverso uno sforzo cosciente di stabilire una base di legittimità
continua, con la preservazione della maggior parte dei simboli, dei rituali e
perfino della terminologia dell’era precedente. Fu una rivoluzione compiuta
sotto l’immagine della continuità.
Si potrebbe fare una lunga lista di aspetti e particolari specifici che diffe­
renziarono lo stalinismo maturo dal precedente sistema della Russia sovieti­
ca. Non sono questi caratteri presi singolarmente, però, ma la loro combina­
zione ed il loro effetto reciprocamente rinforzante che forniscono il carattere
peculiare dello stalinismo e che fanno di Stalin l’architetto di un sistema di
governo originale. Il bolscevismo al potere era in teoria e in pratica, e tra
tutte le sue fazioni, fortemente autoritario, ma paragonarlo allo stalinismo
maturo è come paragonare le tendenze autoritarie presenti nel sistema di go­
verno americano al fascismo. Gli estremismi dello stalinismo non furono
una esagerazione momentanea di quell’impulso e di quella pratica autoritaria
propria del bolscevismo al potere; lo stalinismo fu un sistema che si basò
pienamente su estremismi istituzionalizzati; eccessivo (non bisogna spaven­
tarsi della parola) al punto di surclassare in assoluto qualsiasi livello di cri­
minalità, incluso quello raggiunto dai bolscevichi?
Si devono quindi considerare le differenze di grado di tali estremismi, per­
ché è esattamente il grado che fa la differenza. Le scienze sociali in fin dei
conti si occupano fondamentalmente proprio delle variazioni di grado, le
quali determinano le differenze dei vari fenomeni, altrimenti esse diventano
un mero ammasso di nozioni generali staccate dalla realtà, impalcature anali­
tiche senza una base che le sorregga.
Il carattere distintivo del sistema creato da Stalin risulta ugualmente evi­
dente quando si guarda allo sviluppo dell’Unione Sovietica dopo la sua mor­
te. Secondo Chruscév, Stalin durante i suoi ultimi anni, guardando al futuro,
diceva ai suoi collaboratori: «Siete ciechi come dei gattini appena nati; cosa
succederebbe se non ci fossi io?»? Se Stalin non aveva alcuna fiducia nelle
capacità dei suoi successori, la stragrande maggioranza di analisti occidentali
dopo la sua morte si dimostrò eccessivamente fiduciosa nel fatto che in futu­
ro l’Unione Sovietica non avrebbe sperimentato nessun cambiamento? En­
trambe le previsioni si sono rivelate infondate.
Nel 1953 il decano dei sovietologi americani, Merle Fainsod, scrisse nel
paragrafo conclusivo della sua opera più importante: «La formula di governo

71
del totalitarismo sovietico si basa su un equilibrio mobile di fasi alterne di
repressione e di distensione, ma il suo profilo essenziale rimane immutato. Il
regime totalitario non perde le sue caratteristiche di stato di polizia; esso
muore quando il potere viene strappato dalle sue mani».’ Un editoriale di
una delle maggiori riviste accademiche della Germania occidentale che si oc­
cupa dell’Unione Sovietica e dell’Europa Orientale, riportò nell’agosto del 1953 :

Sarebbe un errore trarre conclusioni definitive da singoli passi (della nuova leadership) che
contraddicono la precedente pratica staliniana. Non si deve sopravvalutare il rilassamento del re­
gime totalitario ed i cambiamenti nei metodi della direzione. La maggior parte delle misure che
i successori di Stalin hanno intrapreso negli ultimi mesi ha a che fare soprattutto con il consoli­
damento del loro dominio. Alcune di esse sono state prese perfino con propositi fondamental­
mente propagandistici per influenzare la pubblica opinione estera.6

Nel gennaio 1955 Bertram Wolfe concluse un articolo su «Foreign Af­


fairs» con una invidiabile certezza:

Ricapitolando, gli «uomini nuovi» che sono succeduti al potere staliniano non sono così
nuovi come appaiono ad uno sguardo superficiale, in quanto essi sono uomini di Stalin. Ed uno
sguardo attento alla loro «nuova immagine» suggerisce che anche questa non è poi così nuova,
in quanto questi uomini parteciparono alla determinazione del corso politico da perseguire in
misura maggiore di quanto Stalin avrebbe mai ammesso, o loro avrebbero osato asserire quando
egli era in vita. Adesso che è morto, questi uomini sono stati capaci di eliminare alcuni degli
errori di minor conto dovuti alla sua testardaggine o al suo prestigio, ma tutte le principali poli­
tiche, dalla «coesistenza pacifica» al sensazionale dissodamento delle terre vergini, sono in accor­
do con piani elaborati ed iniziative cominciate quando Stalin era ancora vivo. Essi non fanno che
dare «valori aritmetici» a «formule algebriche» già stabilite dalle decisioni del xix congresso e
dal cosiddetto testamento di Stalin, Problemi economia del socialismo in URSS. Quello che gli uo­
mini «nuovi» portano nelle loro iniziative è il vigore vitale di persone più giovani ed una nuova
flessibilità di manovra, ma essi continuano manifestamente la guerra contro il loro popolo, la
«rivoluzione dall’alto», e la guerra allo scopo di acquisire il controllo del mondo.7

Mentre tutte queste ed innumerevoli altre affermazioni si sono rivelate er­


rate nella previsione dei modelli di sviluppo sovietico post-staliniano, d’altro
canto esse erano in un certo senso esatte. Erano esatte nel loro assunto di ba­
se che il sistema staliniano non avrebbe potuto sopravvivere senza l’ascesa al
potere di un nuovo dittatore, senza un nuovo culto del capo, senza terrore di
massa, senza l’insicurezza delle élite, senza una guerra continua contro il pae­
se (e soprattutto contro la «colonia interna», la classe contadina), e senza un
grado estremo di mobilitazione. Infatti nei venticinque anni trascorsi dalla
morte di Stalin il sistema staliniano non è sopravvissuto. L’Unione Sovietica
di oggi differisce marcatamente dal precedente periodo dello stalinismo ma­
turo. Con una stabilità sorprendente per gli stessi dirigenti sovietici, il loro
sistema ha resistito alla prova cruciale del passaggio dalla dittatura e dal di­
spotismo personale, ed ha acquisito durante tale processo alcune nuove carat­
teristiche dominanti.

72
Non entrerò in un esame dettagliato del sistema di governo sovietico qua­
le esso è emerso nel quarto di secolo successivo alla morte di Stalin. Vorrei
però notare alcune delle caratteristiche più importanti del suo attuale siste­
ma politico. "

Da una dittatura personale la leadership sovietica si è trasformata in una stabile oligarchia.’


Le gerarchie burocratiche e le strutture d’élite sono diventate altamente istituzionalizzate con
una loro stabile presenza nella direzione, con limiti d’autorità relativamente ben delineati e con
un apparato di partito che provvede alle funzioni di coordinamento.10
Si è evoluto un processo decisionale interno complesso e regolato, basato sulla contrattazione
c sul compromesso, tra i maggiori gruppi delle élite e della burocrazia che taglia trasversalmente
tutti gli organi organizzativi e funzionali."
Esperti e gruppi professionali giocano un maggiore e più sistematico ruolo consultivo nel
processo di formazione politica.12
Il terrore politico di massa è stato abolito; la polizia segreta è stata in gran parte eliminata
dal processo politico che si svolge all’interno delle élite; l’ancora massiccio stato di polizia sovie­
tico è stato ridotto alle funzioni politiche di un tradizionale sistema organizzativo autoritario.
Le scelte interne della leadership riflettono una crescente ricettività alle aspirazioni dei prin­
cipali gruppi sociali ed alle previste, quando non apertamente articolate, pressioni popolari.1*
Il settore agricolo nella sua funzione produttiva si è trasformato da «colonia interna» in un
settore sovvenzionato dell’economia, il destinatario della più ampia fetta di investimenti setto­
riali tratti dalle risorse di bilancio esterne."
Lo stato sovietico ha enormemente aumentato i servizi sociali, ha iniziato una virtuale rivo­
luzione dei redditi ed è diventato uno stato assistenziale altamente sviluppato.”

È molto comune descrivere l’Unione Sovietica del passato e quella attuale


come uno stato burocratico. In realtà, alcuni dei modelli chiave per lo studio
della società sovietica che si sono sviluppati come alternativa al modello to­
talitario accantonano questo tratto come fattore di spiegazione determinante.
Essi parlano di società «mono-organizzativa»,16 di «ordinamento burocratico
esteso»,17 di «sistema monistico»18 e così via. A parte le altre riserve che si
possono avere circa l’utilità di simili modelli, si deve mettere in rilievo il fat­
to che essi raramente fanno distinzione tra le varie possibilità contenute in
un importante fattore di distinzione di comportamento macro-burocratico: i
differenti orientamenti politici delle burocrazie.
S.N. Eisenstadt, nel suo autorevole lavoro, The Politicai Systems of Empires,
indica i più importanti tipi di organizzazione politica che una società buro­
cratica ha potuto sviluppare nel corso della storia. Queste includono:

1. Il mantenimento di indicazioni ufficiali per i governanti e per gli strati più importanti
della società.
2. Evoluzione in uno strumento meramente passivo nelle mani dei dirigenti con una autono­
mia interna o uno svolgimento di mansioni ridotto per i differenti strati della popolazione.
3. Sostituire l’obiettivo di servire i vari strati sociali ed il sistema organizzativo nel comples­
so, a favore di quello deH’auto-allargamento o usurpazione del potere, esclusivamente a proprio
beneficio e/o a beneficio di un gruppo con il quale si identifica strettamente.
4. Sostituire l’obiettivo di servire gli strati superiori con quello di auto-allargamento e di ac-

73
quisizionc del potere politico, ma mantenimento del compito di servire il sistema organizzativo
ed i governanti.
Naturalmente la burocrazia di ogni sistema organizzativo esercitava un insieme di tutte que­
ste tendenze ed orientamenti. Però, come regola, una tendenza particolare assumeva una impor­
tanza preponderante almeno in parte, se non per l’intero periodo di vita di ciascun governo.,v

Le burocrazie sovietiche sotto il regime staliniano rientravano nella secon­


da categoria, mentre quelle odierne assomigliano sempre più a quelle del
quarto tipo.20
Uno degli aspetti più sorprendenti del processo di cambiamento avvenuto
nella Russia post-staliniana è che gli stimoli determinanti perché questo av­
venisse sono venuti proprio dai dirigenti e dalle élite al potere. Gò non vuol
dire che le pressioni provenienti dall’esterno degli organi ufficiali, special-
mente quelle da parte della intelligencija, non costituissero a volte un fattore
influente sulla formazione di determinate politiche. Alcune di queste, quella
del disgelo letterario ad esempio, costituiscono in certa misura una risposta,
seppur riluttante, a quelle esigenze che la leadership preferiva accomodare —
almeno in parte — anziché pagare il prezzo di una loro soppressione. Tutta­
via, nonostante la intromissione di pressioni esterne sugli indirizzi politici
perseguiti, la loro intensità ed il loro effetto complessivo sono stati lungi dal
generare un cambiamento serio nel processo decisionale tradizionalmente
chiuso del paese. Inoltre il decennio post-chruscéviano ha dimostrato non so­
lo la ristrettezza della base da cui provengono le pressioni esterne, ma ha an­
che dimostrato la determinazione e la capacità della leadership di resistere a
tali pressioni. Ne è esempio specifico l’apparizione senza precedenti sulla
scena politica sovietica del movimento dissidente, il quale se da un lato è
riuscito ad affermare la sùa presenza ed a sopravvivere, dall’altro non è stato
capace di espandersi e di costringere la Russia ufficiale a concedere niente
più che parte delle sue richieste minime. Sembrerebbe che il processo di
cambiamento della Russia post-staliniana, sia esso liberalizzante o restrittivo,
totale o riformistico in senso moderato, può venire attribuito nei suoi carat­
teri chiave all’iniziativa dall’alto, o, come minimo, alla volontà delle fazioni
più potenti all’interno della leadership e delle élite sovietiche. E le pressioni
fondamentali che hanno condotto ad innovazioni politiche ed istituzionali
nell’era post-staliniana non sono state causate dalle reali spinte da parte di
strati o gruppi sociali, ma dalle mutate condizioni materiali della società nel
suo complesso, e dalle diverse circostanze politiche all’interno delle stesse
élite; ed in più, gli uomini che diressero tali cambiamenti erano essi stessi
stalinisti riformati (o riformisti). È proprio questo carattere distintivo del
processo di cambiamento post-staliniano avvenuto in Unione Sovietica che
determina la natura della sua evoluzione, che dà forma alle sue caratteristi­
che principali e ne condiziona i limiti.

74
Proprio come il sistema staliniano maturo, benché differente dall’ordine
politico ad esso precedente, si sviluppò dal sistema leninista e dalle trasfor­
mazioni rivoluzionarie che modellarono i suoi caratteri di base, così l’attuale
sistema sovietico è emerso dallo stalinismo maturo, e porta molti segni pro­
fondi e visibili della propria origine. L’evoluzione del sistema sovietico suc­
cessivo al 1953 fu caratterizzata dallo slogan di un «ritorno al leninismo». In
alcuni settori i cambiamenti rappresentano uno sforzo cosciente di ristabilire
quelle pratiche che prevalevano prima che venisse compiuta la rivoluzione
staliniana. Ciò è vero in parte per quanto riguarda le norme stabilitesi nelle
relazioni interne alla élite politica, anche se non per quelle esistenti nell’am­
bito del partito di massa. È vero in modo particolare per quanto concerne il
grado e gli obiettivi degli aspetti coercitivi presenti nelle politiche interne
sovietiche, i quali rientrano nella definizione di una ritrovata «legalità» leni­
nista successiva alla guerra civile, che vengono cioè diretti contro nemici rea­
li ed attivi dello stato che vanno contro l’ortodossia dominante.
In molti casi però, l’evoluzione del sistema sovietico, pur discostandosi
dagli estremi staliniani, ha mantenuto molti dei valori e delle pratiche pro­
prie dello stalinismo, e quando se ne distanziava, si allontanava in misura an­
cora maggiore dal leninismo, tendendo piuttosto verso i valori ortodossi tra­
dizionali della Russia pre-rivoluzionaria. Sarebbe giusto asserire che l’attuale
sistema ha conservato soprattutto quelle pratiche dello stalinismo che Stalin
stesso ripristinò dall’<?«a«/ regime nel passaggio dal leninismo alla creazione
del proprio sistema. In tal senso è corretto definire tale evoluzione, o almeno
una delle sue tendenze più marcate, nel modo in cui lo fa Brzezinski, il cui
articolo è intitolato nel modo più appropriato: «La politica sovietica: dal fu­
turo al passato?».21
La caratteristica cruciale dell’Unione Sovietica oggi è la natura profonda­
mente conservatrice ed attivamente nazionalista del suo stato e della sua so­
cietà. Il processo di inaridimento dell’utopia e dell’idealismo utopistico nel
pensiero e nella pratica dell’élite politica si è accelerato. Tale idealismo uto­
pistico che rappresentava la più forte e stretta derivazione della tradizione
dottrinaria sovietica, costituì ancora sotto Chruscév una componente della
visione del futuro entro la quale le élite operano.22 Compresa nel programma
del partito del 1961, la promessa del capo diceva: «Il partito solennemente
proclama: l’attuale generazione sovietica vivrà nel comuniSmo».23 L’attuale
leadership sovietica non ama e scoraggia la fantasia. La delovitost’, il senso
pratico, è diventato il suo slogan onnipresente, la sua qualità più lodata a vo­
ce e nelle opere. La delovitost’ dei leader supremi, però, è quella tipica di uo­
mini che si preoccupano più della razionalizzazione delle risorse che della de­
finizione dei propri obiettivi.
Più significativo è il radicale declino dell’impulso da parte della élite a ri­

75
modellare la società. Secondo la élite di governo, la struttura sociale sovietica
ha trovato la sua forma definitiva, almeno per un prevedibile futuro. Ciò che
il partito propone alla popolazione sovietica non è niente altro che la perpe­
tuazione all’infinito delle relazioni sociali di base esistenti, ed il progresso
materiale all’interno della struttura di queste relazioni. Sotto questo aspetto
esso riproduce la attitudine e la predisposizione proprie dello stalinismo ma­
turo: l’impulso innovatore della élite politica è centrato interamente su inno­
vazioni funzionali ed esclude quelle di carattere strutturale.
Se non altro, intere generazioni di dirigenti sovietici hanno assimilato dal­
la tradizione marxista quella dimensione che essa divideva con il razionali­
smo occidentale: la fede nel progresso. Il fondamentale declino dell’impor­
tanza della positiva ed ottimistica idea del progresso in occidente non si è
però esteso all’Unione Sovietica. Sotto certi aspetti si possono distinguere
per la prima volta in Unione Sovietica degli elementi di dubbio ed una dimi­
nuzione delle aspettative. L’ottimismo dell’era chruscéviana è stato sostituito
da una valutazione più cauta e da un realismo molto maggiore circa le possi­
bilità di realizzazioni a breve e medio termine. Al vecchio retaggio che guar­
dava alla natura come ad una fortezza da conquistare, si sono aggiunte le ri­
flessioni e le paure del dilemma ecologico. Il futuro non appare più come
prima una progressione unilineare e tumultuosa verso l’alto. Ciò che è cam­
biato molto poco, o niente del tutto, è la fede e l’impegno profondamente
radicati nello sviluppo economico continuo, l’ethos tecnologico presente in
tutte le sfere, la fede nella scienza, ed il mancato riconoscimento della natura
strumentale della conoscenza scientifica.
Alla persistente centralità della fede nel progresso ed alla sua equiparazio­
ne pressoché totale con lo sviluppo materiale, si aggiunge anche l’attitudine
profondamente radicata di valutare i suoi «progressi verso il progresso» sulla
base degli standard di sviluppo delle nazioni industriali occidentali. Soltanto
sotto questo aspetto fondamentale si può dire che l’élite politica sovietica sia
rimasta «internazionalista». Le cause di questa mentalità «comparata» sono
molteplici: la giustificazione del passato di sacrifici e di rinunce, la legittima­
zione ultima della superiorità del sistema, l’assicurazione della sua sicurezza
dal pericolo di forze esterne estranee ed ostili. Il punto importante, tuttavia,
è che questo è un modo di pensare che comprende e che è sostenuto da tutti
gli strati dell’élite, senza tener conto delle sue cause specifiche, e che ha ora­
mai acquistato un suo proprio fondamento. Tale mentalità fa nascere un sen­
so di urgenza nella élite politica e fa porre loro l’enfasi sulla mobilitazione
anche in tempi di notevoli successi. I suoi effetti sul sistema sono alquanto
contraddittori: da un lato essa conduce a promuovere una rigida pianificazio­
ne, una atmosfera di mobilitazione, la disciplina sociale e così via; dall’altro
essa è probabilmente il più importante incentivo individuale ad innovazioni

76
di carattere funzionale ed a riforme concernenti i modi di esecuzione dei pia­
ni, una volta che i vecchi metodi operazionali si verificano insoddisfacenti ri­
spetto ai livelli dei rivali occidentali. La tendenza emergente da questa con­
traddizione interna è quella di optare in favore di riforme che migliorino l’e­
secuzione dei piani, ma preservino una atmosfera di mobilitazione e la disci­
plina sociale.
L’elemento principale della coscienza di condividere uno scopo comune
esistente all’interno dell’élite politica, è oggi più che mai costituito dal na­
zionalismo. In parte nel suo carattere di grande potenza e in parte in quello
culturale, tradizionale russo, il nazionalismo costituisce il vincolo più tenace
e persistente all’interno della élite politica e nelle relazioni tra l’élite e le
masse. Il vecchio tema conservatore del culto dell’unità nazionale garantisce
la base emotiva per la giustificazione di un sistema politico autoritario e vie­
ne a sua volta da questa rinforzato. Si deve infine menzionare, senza bisogno
di svilupparlo, l’intero quadro di credenze ed attitudini dominanti all’interno
della élite politica sovietica, il quale esprime una radicale paura e sfiducia
nello spontaneismo politico e sociale, provoca una psicologia interventista e
sottolinea la necessità di un forte governo centrale e di una organizzazione
ed un ordine politico rigidi.
Nel periodo post-staliniano la leadership e le élite sovietiche hanno anche
sviluppato una serie di regole di condotta che determinano le loro reciproche
relazioni e alle quali esse si conformano durante i conflitti e le competizioni,
le contrattazioni e i compromessi. Tali regole sono basate sui seguenti fattori:
Grande importanza attribuita alla sicurezza delle élite stesse; la regola comunemente accetta­
ta che la forza, cioè la violenza fisica, non debba aver luogo all’interno delle élite stesse per risol­
vere conflitti politici riguardanti determinati indirizzi, o l’acquisizione di potere, e che tale uso
della forza nella competizione interna tra le élite è «errata ed ingiusta».
L’importanza di isolare il processo decisionale delle élite dalle pressioni dirette degli strati
sociali ad esse esterni, e l’idea della inopportunità di appellarsi, in tempi di conflitti interni alla
élite, alla massa del partito per guadagnare un appoggio, vale a dire di rivolgersi alle comunità
al di fuori della élite.
Grande importanza posta sulla differenziazione di remunerazioni e privilegi in accordo alla
posizione sociale ed alle responsabilità annesse allo status di élite, ed il credere nella giustizia di
tali privilegi quando si raggiungono gli obiettivi di sviluppo.24

Dire che un insieme di base di opinioni, norme e valori viene condiviso


all’interno delle élite sovietiche e tra di esse, non vuol dire che queste venga­
no condivise da ogni loro sezione organizzativa e funzionale nella stessa mi­
sura e con lo stesso grado di intensità. In realtà la intera nozione di istituzio­
ne e di processo di istituzionalizzazione presume una selezione ed una corre­
lazione con il potere dei diversi valori fondamentali nelle rispettive sezioni
operative delle élite. Inoltre si può dare quasi per scontato che i principi rite­
nuti più importanti dai differenti corpi organizzativi o funzionali delle élite

77
saranno più particolaristici, possono anche non essere inclusi in quelle nor­
me e credenze di base condivise da tutti, e possono perciò creare una possibi­
lità di conflitto tra questi organi che va oltre lo specifico interesse utilitari­
stico ed entra nella sfera simbolica.
Gò che si vuol dire è semplicemente che, in primo luogo, la maggior par­
te dei conflitti che avvengono tra le varie élite all’interno della società sovie­
tica, si colloca nell’area di differenze di interessi specifici, di questioni utilita­
ristiche, di disaccordi su una determinata politica, e non entrano nella sfera
di norme e di valori, specie quelli fondamentali, del regime politico. Un im­
portante esempio di fraintendimento di un disaccordo su interessi specifici
con un conflitto concernente valori fondamentali del sistema, viene commes­
so, secondo me, da Roman Kolkowicz quando egli analizza le relazioni tra
partito ed esercito.2’ Sono perfettamente d’accordo con William Odom quan­
do egli mette in questione la dicotomia tra i valori propri dell’establishment
politico e di quello militare adottata da Kolkowicz.26
In secondo luogo, nell’era post-staliniana, e specialmente durante il perio­
do post-chruscéviano, vennero stabilite nuove norme e si svilupparono poli­
tiche specifiche dirette, secondo me con successo, a ridurre le possibilità di
conflitti intra-élite sui valori fondamentali del sistema in modo da tenere tali
conflitti fuori della sfera simbolica e di contenerli entro quella degli interessi
puramente politici. Tali norme e politiche si riflettono soprattutto in (lue
settori: il primo che concerne il tracciare una linea di confine tra scienza e
dottrina, ed il secondo, più ambiguo, che riguarda il carattere dei dibattiti
professionali su temi politici. Tali norme consentono generalmente un am­
pio margine di autonomia professionale nel campo dell’istruzione, della tec­
nologia e per quanto riguarda il proprio status sociale (ma non per quanto
concerne i simboli) all’interno delle diverse professioni. Esse in tal modo ri­
ducono l’area all’interno della quale i conflitti di interesse tra i diversi strati
professionali ed i vari settori funzionali ed organizzazioni élitarie si tramute­
rebbero in conflitti che toccano quei valori su cui il sistema poggia. Tali
norme si rivelano fruttuose in modo particolare riguardo a quelle funzioni i
cui principi interni di legittimazione sono di carattere tecnocratico, cioè lì
dove, come Duncan suggerisce, «il modo in cui facciamo qualcosa è conside­
rato una base sufficiente per legittimare quello che stiamo facendo».27
In terzo luogo, in riferimento alla sfera simbolica di tutti i vari settori
funzionali ed organizzativi delle élite, ed in special modo a quei settori le cui
stesse funzioni principali entrano nell’area dell’unità simbolica delle élite e
della società, si contiene e si neutralizza con vigore e senza esitazione il ma­
nifestarsi e lo sviluppo di nuove norme e di criteri che contrasterebbero con i
valori fondamentali del regime politico, ed il primato di questi ultimi viene
rigidamente preservato. G stiamo riferendo specificamente ai mass media,

78
alla propaganda cd alla cultura, alle arti, alle scienze umanistiche e sociali
nei cui ambiti la rigidità, il dogmatismo e l’immobilismo dottrinario sono
stati durante l’ultimo decennio estremamente pronunciati, e la autonomia
professionale quasi del tutto inesistente. Sembra quasi che l’attuale leader­
ship sovietica abbia ben assimilato l’asserzione keynesiana che «ciò che biso­
gna temere non sono gli interessi acquisiti, ma le idee».
I mutamenti più sensazionali nell’era post-staliniana sono avvenuti nel
campo degli indirizzi politici intrapresi; importanti cambiamenti hanno avu­
to luogo nel processo di formazione politica, soprattutto al suo livello di éli­
te, mentre le trasformazioni meno profonde si sono avute al livello struttura­
le; in nessun’altra sfera questa tendenza appare più pronunciata che in quella
concernente il sistema economico del paese e le sue relazioni con l’organizza­
zione di governo. Nonostante tutte le riforme operate da Chruscev e quelle
avvenute nel periodo post-chruscéviano, nonostante tutte le discussioni sul
come migliorare il meccanismo di pianificazione e dell’economia in generale,
l’arrabattarsi con gli indici di esecuzione e con il loro successo c tutti i pro­
gressi raggiunti nel livello di modernizzazione, il sistema economico sovieti­
co rimane oggi praticamente uguale, nelle sue caratteristiche fondamentali,
alla configurazione datagli da Stalin. La supercentralizzazione tipica del mo­
dello staliniano, la mancanza di autonomia dei vari sottosettori economici, la
pianificazione rigida e dettagliata, l’accento posto sugli output quantitativi,
la mancanza di qualsiasi meccanismo autoregolato ed autoriproducentesi ri­
mangono ancora le caratteristiche distintive del sistema economico.28
Nella stessa misura in cui gli interessi della leadership sovietica e delle
coalizioni delle diverse élite, il loro bisogno di sicurezza, stabilità e rispetta­
bilità costituirono i fattori principali perché avvenissero determinati muta­
menti nel sistema politico, questi hanno rappresentato l’ostacolo maggiore
ad una grande riforma strutturale dell’economia. Tale riforma, conclude un
lavoro di ricerca del governo americano,

altererebbe gli equilibri stabilitisi nel potere politico ed economico. Verrebbe fortemente contra­
stata dalla burocrazia di stato, all’interno della quale sarebbero in gioco impieghi, carriere ed in­
fluenza politica, cosi come dalla burocrazia di partito, il cui controllo sul processo decisionale
economico e sulla allocazione delle risorse verrebbe ad essere minacciato. Messa di fronte a pro­
fitti incerti e lontani, probabilmente a costi immediati e sicuramente ad una tenace opposizione,
la leadership sovietica, qualsiasi possa essere la sua composizione, sceglierebbe probabilmente di
non correre tali rischi.19

Per certi aspetti, la frattura venutasi a creare tra lo stalinismo maturo ed il


suo passato leninista fu più netta e profonda di quella avutasi tra l’attuale si­
stema ed il suo passato staliniano. Il sistema staliniano venne creato attraver­
so una serie di profonde convulsioni e trasformazioni rivoluzionarie; quello
attuale è venuto alla luce attraverso un processo evolutivo di mutamenti gra­

79
duali. Il regime staliniano acquistò la sua forma distruggendo le precedenti
istituzioni in vigore, il sistema autoritario di oggi si è modellato attraverso
un loro processo di adattamento.
Specialmente sotto un aspetto, la differenza tra passato e presente colpisce
in modo particolare e ci dice molto nello spiegare i limiti del processo di ag­
giustamento post-staliniano e la sua potenziale reversibilità. L’ultima fase
delle rivoluzioni dall’alto staliniane che generarono il sistema staliniano ma­
turo — la Grande Purga — costituì l’equivalente di una rivoluzione politica.
Questa rivoluzione implicò la totale sostituzione delle principali élite della
società da parte di una nuova generazione di funzionari il cui stile di condot­
ta nell’adempimento delle loro mansioni fu modellato da Stalin, dalle sue
norme di comportamento, ed il cui ingresso nella vita politica avvenne sotto
l’egida staliniana.
L’attuale sistema sovietico non ha ancora prodotto, almeno nelle sue sfere
superiori, una propria generazione di élite. Può ben essere che il preservarsi
della generazione di élite staliniana, la sua capacità di resistenza, la sua lunga
permanenza in carica dopo la morte di Stalin, costituiscano il principale la­
scito staliniano all’Unione Sovietica di oggi. L’attuale élite politica sovietica
è certamente la più anziana nella storia di questo paese, e probabilmente la
più vecchia di qualsiasi altra nazione-stato industriale contemporanea. Le
cause di tale fenomeno risalgono direttamente o indirettamente a Stalin: esse
sono da una parte gli effetti ritardati della Grande Purga stessa, e dall’altra la
reazione alle purghe staliniane che si manifesta nella ricerca di stabilità per
le élite.
La dimensione e le conseguenze della Grande Purga staliniana scatenatasi
contro le élite sovietiche degli ultimi anni Trenta e dei primi«arini Quaranta
sono ben note. È sufficiente dire che la purga sostituì e rimaneggiò la stra­
grande maggioranza delle élite sovietiche in tutte le sfere della società. Come
ho prima indicato, essa può essere legittimamente considerata equivalente ad
una rivoluzione politica.’0 Un ulteriore fenomeno che non viene di solito
menzionato quando si considerano le purghe, è quello della espansione pa­
rallela di tutta una rete di cariche a livello di élite e di direzione. L’instaura­
zione della dittatura staliniana vittoriosa che la Grande Purga significò, fu
accompagnata nel decennio successivo da una rapida crescita dello stato-par­
tito sovietico, da un significativo ampliamento delle gerarchie burocratiche e
degli uffici esecutivi.” Coloro che alla fine degli anni Trenta e nei primi an­
ni Quaranta riempirono i vuoti lasciati dalla Grande Purga ed occuparono
nuove posizioni venutesi a creare con l’espandersi della rete di posizioni di
élite, avevano tutti in comune due caratteristiche tra loro correlate: la loro
scalata ai vari gradi della burocrazia fu estremamente rapida in termini asso­
luti e, in secondo luogo, essi erano estremamente giovani rispetto alle posi­
zioni a cui accedevano. Entro il 1939-40 l’Unione Sovietica era diretta dalla
più giovane classe di governo della storia di tutti i più grandi stati contem­
poranei.
La percentuale di sopravvissuti tra coloro che beneficiarono della Grande
Purga durante il restante periodo dell’era staliniana fu sorprendentemente al­
ta. Niente che somigliasse appena ad una «purga permanente» di massa tra
le sfere superiori ebbe luogo durante l’ultimo decennio del dominio di Sta­
lin; le purghe assunsero bensì un carattere specifico e ponderato. Nel perio­
do chruscèviano i beneficiari della Grande Purga costituirono il gruppo prin­
cipale di personale che avanzò a posizioni direttive. Nonostante che il pro­
cesso di cambiamento di personale fosse sotto Chruscév considerevolmente
più alto che non durante il tardo stalinismo, questo strato era così vasto e
ben radicato a tutti i livelli delle gerarchie che esso costituì di gran lunga il
gruppo più vasto dal quale' Chruscév scelse il personale da sostituire agli uo­
mini da lui rimossi da posizioni influenti e di potere. Come risultato, al mo­
mento della destituzione di Chruscév era ancora questo gruppo che domina­
va le principali cariche direttive e perfino i livelli medi delle diverse élite. La
scomparsa improvvisa e pressoché completa della precedente generazione di
élite durante la Grande Purga, la simultanea e rapidissima scalata da parte
della nuova a posizioni di media e suprema responsabilità, la loro età estre­
mamente giovane nella fase centrale della loro carriera, sono tutti fattori che
spiegano la loro eccessiva capacità di resistenza e la loro tenacia nel domina­
re così a lungo la scena politica sovietica.
Comunque, il periodo brezneviano è fondamentalmente responsabile del
fatto che la leadership e l’élite politica dello stalinismo maturo, che era di
età media durante il periodo chruscèviano, sono le stesse, ormai vecchie, di
oggi. Il quindicennio di direzione brezneviana è stato un periodo di stabilità
burocratica senza precedenti, ed anzitutto di stabilità del personale. Sotto
Breznev il processo di cambiamento a livello di leadership e di élite è stato
— fino a poco tempo fa — più basso di ogni altro periodo della storia sovie­
tica.”
È il controllo paralizzante sulla direzione del paese esercitato dalla genera­
zione che beneficiò dei crimini di Stalin, una generazione che fu educata,
istruita ed introdotta in politica nell’ambito del sistema che egli creò, che
rappresenta probabilmente il reale lascito di Stalin e della sua grandissima
influenza sul sistema sovietico. È questa la generazione il cui fronte unito
bloccò il tentativo di Chruscév di confrontarsi con il passato, e che per gli
ultimi quindici anni ha avuto paura di permettere qualsiasi cosa non fosse
glorificazione o silenzio circa il periodo più buio della storia sovietica. Tran­
ne che per un periodo relativamente breve durante il governo di Chruscév,
l’élite politica sovietica non ha mai affrontato ufficialmente il suo passato

81
staliniano. Si può dubitare se, senza tale confronto, Stalin e lo stalinismo ces­
seranno di gettare un’ombra sul sistema che i suoi successori stanno costruendo.
Nell’ultimo quarto di secolo il sistema sovietico è stato molto spesso defi­
nito come sistema post-staliniano, era post-staliniana, distintosi cioè non per
le sue caratteristiche intrinseche, ma per il fatto di succedere al periodo di
dominio di Stalin. Non si dirà mai abbastanza che l’Unione Sovietica affron­
ta oggi il problema di una inevitabile successione della sua leadership e della
sua élite, l’aspetto più importante del quale sarà il passaggio negli anni Ot­
tanta dalla generazione di élite staliniana a quella post-staliniana. In tal sen­
so è probabile che l’era post-staliniana stia giungendo alla fine. Qò che con
ogni probabilità emergerà da essa, è un’altra questione.

NOTE

1 Per una nuova ed istruttiva discussione sul leninismo e bolscevismo originali, cfr. Marcel Lieb-
man, Leninism under Lenin, trad, di Brian Pearce, Jonathan Cape, London 1975.
2 Le opinioni qui espresse si accordano bene con la posizione di Stephen F. Cohen nel suo pio­
nieristico lavoro Bucharin e la rivoluzione bolscevica, cit., e soprattutto nel suo eccellente articolo Bol­
shevism and Stalinism in Robert C Tucker, a cura di, «Stalinism: Essays in Historical Interpretation»,
Norton, New York 1977, pp. 3-29. Dove non siamo d’accordo è nel grado di omogeneità offerto dal
bolscevismo, nella misura in cui io vedo il leninismo come altamente autoritario e nel fatto che io
vedo una ampia base di sostegno all’interno del partito per le iniziali rivoluzioni dall’alto staliniane;
differenze che hanno poca rilevanza dal punto di vista dello scopo di questo capitolo.
3 N.S. ChruSéev, Rapporto Segreto, cit., p. 73.
4 Tra le alquanto rare eccezioni alla prospettiva di continuità unilineare nello sviluppo sovietico
dopo Stalin, vanno menzionati in modo particolare gli articoli di Robert C. Tucker in «World Poli­
tics» (1954-7), alcuni dei quali vennero successivamente inclusi nel suo The Soviet Political Mind,
Praeger, New York 1963, parte i. Una ampia analisi sui possibili indirizzi dello sviluppo post-stali­
niano venne scritta poco dopo la morte di Stalin da Barrington Moore jr.: Terror and Progress USSR,
Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1954 e rimane ancora importante nel dibattito attuale.
Le attese da parte di Isaac Deutscher di grandi cambiamenti nello sviluppo sovietico post-staliniano
andarono più vicine al segno di quelle della maggior parte degli osservatori. Esse erano però basate
su premesse secondo me sbagliate, e precisamente su quelle che la classe operaia sovietica «si desterà
dallo stupore» ed inciderà attraverso una attiva pressione su un cambiamento di-direzione verso la re­
staurazione di un socialismo genuino in URSS (Isaac Deutscher, Russia What Next?, Oxford Universi­
ty Press, New York 1966).
5 Merle Fainsod, How Russia is Ruled, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1953, p. 500.
6 «Osteuropa», agosto 1953, p. 278.
7 Bertram D. Wolfe, A New Look at the Soviet «New Look», «Foreign Affairs», 33, n° 2, gennaio
1955, p. 198.
8 Per una discussione generale sui cambiamenti del sistema politico nell’ara post-staliniana, e
specialmente nel periodo brezneviano, cfr. Seweryn Bialer, The Soviet Politicai Elite and Internal Deve­
lopments in the USSR, in William E. Griffith, a cura di, «The Soviet Empire: Expansion and Deten­
te», Lexington Books, Lexington, Mass. 1976, pp. 25-55.
9 Cfr. ad esempio T.H. Rigby, The Soviet Leadership: Towards a Self-Stabilizing Oligarchy, «Soviet
Studies», 22, n° 2, ottobre 1970, pp. 167-91.
10 Per la migliore analisi sulla funzione di coordinamento dell’apparato di partito nel mediare
tra le varie burocrazie, cfr. Jerry F. Hough, The Soviet Prefects: The Locai Party Organs in industrial De­
cision-making, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1969.
11 Per una esposizione fondamentale dello sviluppo della politica dei gruppi di interesse in

82
Unione Sovietica, cfr. Gordon Skilling e Franklyn Griffiths, a cura di, Interest Groups in Soviet Politic,
Princeton University Press, Princeton, N.J. 1971, specie i capitoli di Skilling e Griffiths. Per delle
opinioni discordanti, cfr. Andrew C Janos, Group Politic in Communist Society: A Second Look at the
Pluralistic Model, in Samuel P. Huntington e Qement H. Moore, a cura di, «Authoritarian Politics in
Modern Society», Basic Books, New York and London 1970, pp. 437-50; e William Odom, A Dissen­
ting View on the Group Approach to Soviet Politic, «World Politics», 28, n° 4, luglio 1976, pp. 542-67.
12 Per il ruolo degli esperti nel processo politico sovietico, cfr. Richard B. Remnek, a cura di,
Social Scientists and Policy Making in the USSR, Praeger, New York 1977, specialmente il capitolo di
Linda L. Lubrano, pp. 59-85; David Holloway, Scientific Truth and Political Authority in the Soviet
Union, «Government and Opposition», 5, n° 3, estate 1970, pp. 345-67; ed un saggio di Peter H. So­
lomon jr., A New Soviet Administrative Ethos, preparato per la Northeastern Slavic Conference of the
aaass, Montreal, Quebec, 5-8 maggio 1971.
13 Se il comportamento della leadership può essere considerato rispondente, allora la domanda
da porsi è: a quali tipi di pressione lo è effettivamente? In parte naturalmente, tale sensibilità è con­
nessa ai cambiamenti avvenuti nel settore distributivo dell’economia, dove la popolazione ha acquisi­
to per la prima volta nella storia sovietica una limitata possibilità di esprimere le proprie domande
attraverso la scelta degli acquisti. Migliaia di lamentele ai soviet locali od ai giornali da parte di citta­
dini scontenti avranno probabilmente un effetto minore sul miglioramento della qualità dei beni di
consumo, che non una ampia scorta di beni invenduti. In parte essa ha a che fare con l’importanza
che la leadership attribuisce agli incentivi materiali nei suoi programmi economici. Ma tale sensibili­
tà può essere descritta in larga misura come una reazione anticipata, cioè non una risposta al reale
comportamento dei cittadini, ma alla paura del fatto che se non si tengono in considerazione gli inte­
ressi dei lavoratori, la loro condotta potrebbe diventare disaggregante e pericolosa. Le rovinose lezio­
ni dell’insoddisfazione operaia nei paesi dell’Europa orientale, e specialmente la rivolta operaia in Po­
lonia nel dicembre 1970 non sono andate perdute dai leader sovietici. In una situazione in cui si pone
tanta attenzione alla stabilità, dove esiste un attivo e organizzato movimento di dissenso interno, do­
ve il terrore di massa è scomparso, dove le attese della popolazione sono state incoraggiate per tanto
tempo c dove l’apertura della società sovietica agli stranieri ha reso possibili dei paragoni materiali,
l’attenzione alla soddisfazione materiale della popolazione è un requisito fondamentale se il partito
vuol essere capace di limitare la libertà culturale, di negare quella politica e di preservare la stabilità
politica del sistema. Per un differente tipo di spiegazione, cfr. Jerry F. Hough, The Soviet Experience
and the Measurement of Power, «Journal of Politics», 37, n° 3, agosto 1975, pp. 685-710.
14 Un importante analista occidentale di economia sovietica scrìsse a proposito delle attuali spe­
se sovietiche in agricoltura: Si può adesso parlare di un autentico «Progetto Autosufficienza» sovieti­
co, un programma concertato che ha lo scopo di ottenere dei raccolti sicuri e costantemente maggiori
con un occhio alla futura autosufficienza ad alti livelli pro capite di consumo di prodotti animali.
Non è un programma da poco. Mentre nella seconda metà degli anni Sessanta la pane degli investi­
menti totali di capitale fisso lordo destinata all’agricoltura era in media del 23%, nel 1973 raggiunse
il 26,6%, e può aver raggiunto il 27% nel 1975. Infatti durante la prima metà degli anni Settanta il
valore del capitale fisso in agricoltura (escluso il bestiame) è cresciuto ad un ritmo più veloce di qua­
si il 50% rispetto a quello dell’industria, sebbene la produzione effettiva sia cresciuta molto più len­
tamente nel primo settore che nel secondo (anche se non si tiene conto degli effetti prodotti dalle
condizioni climatiche avverse). Per il 1976, se si includono anche gli investimenti destinati a quei ra­
mi dell’economia di sostegno all’agricoltura (industrie costruttrici di trattori e macchinari agricoli,
quelle produttrici di fertilizzanti ecc.), l’agricoltura deve ricevere più del 34% degli investimenti fissi
lordi dell’intera economia per l’anno corrente. Questa è una delle voci più rilevanti nella destinazione
delle risorse di investimento del paese, ed ammonta infatti ad oltre il 10% del reddito nazionale atte­
so (fonti sovietiche) per il 1976 (Gregory Grossman, An Economy at Middle Age, «Problems of Com­
munism», 25, n° 2, marzo-aprile 1976, pp. 19-20).
15 Sullo stato assistenziale sovietico, cfr. soprattutto l’immaginoso saggio di George W. Bre-
slauer, On the Adaptability of Soviet Welfare-State Authoritarianism, in Karl Ryavec, a cura di, «Soviet
Society and the Communist Party», University of Massachusetts Press, Amherst 1978, pp. 3-25; e
Robert J. Osborn, Soviet Social Politic: Welfare, Equality and Community, Dorsey Press, Homewood,
Ill. 1970. Sui cambiamenti avvenuti nella distribuzione dei redditi, cfr. Murray Yanowitch, The Soviet
Income Revolution, «Slavic Review», 22, n° 2, dicembre 1963, pp. 683-97; e Peter Wiles, Recent Data on
Soviet Income Distribution, «Survey», 21, n° 3, estate 1975, pp. 28-41.

83
16 T.H. Rigby, Politics in the Mono-Organizational Society, in Andrew Janos, a cura di, «Authoritarian
Politics in Communist Europe: Uniformity and Diversity in One-Party States», University of Cali­
fornia Press, Berkeley 1976, pp. 31-80.
17 Alfred G. Meyer, The Soviet Political System: An Interpretation, Random House, New York 1965.
18 George Fisher, The Soviet System and Modem Society, Atherton Press, New York 1968.
19 S.N. Eisenstadt, The Political Sistems of Empires, Free Press, New York 1963, p. 276.
20 Una eccellente analisi dei differenti tipi e funzioni degli organi burocratici sovietici in diverse
epoche è contenuta in Bruce Parrott, Bureaucracy and Development in the USSR (saggio non pubblica­
to, 1978). Per un’analisi degli specifici e diversi significati dell’applicazione del concetto di burocra­
zia alla situazione sovietica, cfr. Horst Herlemann, Zur Problem der Biirokratie in der Sowjetunion, «O-
steuropa», 26, n° 12, dicembre 1976, pp. 1064-78.
21 In Paul Cocks, Robert V. Daniels, Nancy Whittier Heer, a cura di, The Dynamics of Soviet Po­
litics, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1976, pp. 337-51. L’idea della continuità della tra­
dizione russa e sovietica ha una lunga storia nella tradizione scolastica occidentale. Uno dei suoi ulti­
mi, eccellenti esempi, è quello di Tibor Szamucly, The Russian Tradition, McGrow-Hill, New York
1974. È solo di recente comunque che tale idea trova una espressione ampia ed esplicita nelle stesse
opere di dissidenti russi, come per esempio in Boris Sragin, The Challenge of the Spirit, Knopf, New
York 1978. L’opinione prevalente tra i dissidenti sovietici viene espressa nella sua forma più estrema
da Aleksandr Solzenicyn, per esempio nel suo discorso allo Hoover Institute: «Lo sviluppo sovietico
non è la continuazione di quello russo, ma una sua distorsione in una direzione completamente nuo­
va ed innaturale... I termini “russo” e “sovietico”... non fanno parte dello stesso ordine di idee: essi
sono degli opposti irricondliabili, e si escludono completamente a vicenda...» (Aleksandr Solzenicyn,
Two Speeches at Standford, «Vestnik RChD», Parigi, New York, Mosca, n° 118, p. 170).
22 II termine «era post-staliniana» talvolta nasconde le differenze reali e sostanziali tra il periodo
di direzione chruSceviana e quello brezneviano. Una di queste concerne il reale tentativo di ChruScev
di rivitalizzare il partito dal punto di vista ideologico, uno sforzo che venne ampiamente meno dopo
la sua rimozione. Per una rivalutazione del periodo chruSéeviano, cfr. Jeremy Azrael, Khrushchev Re­
membered, «Soviet Union», 2, parte I, 1975, pp. 94-105; e George W. Breslauer, Khrushchev Reconside­
red, «Problems of Communism», 25, n° 5, settembre-ottobre 1976, pp. 18-33.
23 Programma KommunistiZesckoj Partij Sovetskogo Sojuza, in «xxii s’ezd kpss. Stenograficeskij ot-
cèt», 3, Gospolitizdat, Mosca 1962, p. 235.
24 La seconda e la terza regola vennero in parte infrante da Chru&ev, uno dei principali motivi
per cui l’opposizione tra le élite si unì contro di lui ed alla fine lo destituì. A volte Chruscév tentava
di appellarsi alla massa del partito e perfino agli strati esterni nei suoi conflitti con i burocrati del
Politbjuro (cfr. ad esempio Michel Tatù, Power in the Kremlin, Viking Press, New York 1969, pp.
176-207, 244-60, 364-86, trad. it. La lotta per il potere in URSS (1960-1966), Rizzoli, Milano 1969, pp.
193-226, 269-84, 381-97). Per quanto concerne la politica sociale nei confronti dell’élite, sia io che
Feldmesser abbiamo affermato che la propensione di Chru&ev, nel momento in cui eliminava il ter­
rore, era quella di tentare di prevenire il consolidarsi dello status sociale (e politico) delle élite, di
evitare la loro piena trasformazione da «classe di servizio» in una entità indipendente (Abraham
Brumberg, a cura di, Russia under Khrushchev, Praeger, New York 1962, i capitoli di Seweryn Bialer e
di Robert A. Feldmesser, pp. 223-62).
25 Roman Kolkowicz, The Soviet Military and the Communist Party, Princeton University Press,
Princeton, N.J. 1967, specialmente le pp. 20-7. f
26 William E. Odom, The Party Connection, «Problems of Communism», 22, n° 5, settembre-ot­
tobre 1973, pp. 12-26.
27 Hugh Dalziel Duncan, Symbols in Society, Oxford University Press, New York 1968, p. 35.
28 Per una eccellente discussione sul circolo vizioso che impedisce l’istituzionalizzazione di rifor­
me economiche strutturali in Unione Sovietica e in Europa orientale (eccetto l’Ungheria), cfr. Janusz
G. Zielinski, On System Remodelling in Poland: A Pragmatic Approach, «Soviet Studies», 30, n° 1, gen­
naio 1978, pp. 3-37.
29 National Foreign Assessment Center, Organization and Management in the Soviet Economy: The
Search for Panaceas, Washington, D.C., dicembre 1977, ER77 - 10769, p. 21.
30 Cè un grande disaccordo circa il numero totale di persone che perirono durante la Grande
Purga. Robert Conquest stima che solo il numero di esecuzioni «legali» si avvicinasse al milione;
egli cita una fonte jugoslava che suggerisce la cifra di tre milioni di morti. Conquest ed altri valutano
dai sette ai nove milioni di arresti nello stesso periodo (The Great Terror, Macmillan, New York
1968, pp. 525-35, trad. it. Il grande terrore, Mondadori, Milano 1970, p. 726). D’altro canto, però, Jerry
Hough considera che una cifra in termini di poche centinaia di migliaia di epurati è possibile, ed in
termini di decine di migliaia è perfino probabile (How the Soviet Union is Governed, Harvard Universi­
ty Press, Cambridge, Mass. 1978, pp. 176-7). Per la nostra discussione tali differenze non sono di per
sé importanti, in quanto nessuno mette in dubbio la dimensione e l’accuratezza straordinarie con le
quali i ranghi medi c superiori della burocrazia di stato e di partito vennero epurati e decimati.
31 L’espansione della rete di posizioni di élite è in parte illustrata dai seguenti dati: tra il 1935 ed
il 1939 il numero di repubbliche sovietiche aumentò da 7 a 11 (e a 16 nel 1940); il numero di provin­
ce passò da 70 a 110, ed il numero di distretti di città e di campagna da 2559 a 3815. Nello stesso
periodo il Consiglio dei commissari del popolo passò da 14 a 34 commissariati (I. Stalin, Voprosy Le-
ninizma, lla ed., Gospolitizdat, Mosca 1953, p. 634).
32 La stabilità dei quadri sotto Breznev costituisce ancora un sintomo ed un riflesso delle grandi
c profonde differenze tra il suo periodo di direzione e quello di ChruSéev. Come scrissi in un’altra oc­
casione: «Dopo la morte di Stalin i suoi successori videro che il maggior pericolo a lungo termine
alla efficienza del regime era la stagnazione causata da politiche e metodi di governo politicamente
ridondanti ed economicamente controproducenti. Se il ciclo di revisioni e riforme post-staliniane fu
al tempo stesso una risposta ed una reazione contro il consolidarsi, i più rigidi controlli e la pietrifi­
cazione del sistema politico della Russia postbellica staliniana, il tentativo da pane della leadership
post-chruscéviana di stabilizzare e consolidare il sistema politicamente ed ideologicamente è stato
una risposta ed una reazione al ciclo di fluidità organizzativa, politica ed ideologica dell’era
chruscéviana, che produsse quasi il caos» (Seweryn Bialer, The Soviet Politicai Empire and Internal De­
velopment in the USSR, in Griffith, a cura di, «The Soviet Empire», p. 27).
f
PARTE SECONDA

Il problema della successione e del ricambio


delle élite sovietiche
Nel suo significato più preciso, il termine «successione», applicato ai fe­
nomeni politici dell’era moderna, descrive l’ordine in cui, o le condizioni me­
diante le quali una persona o un gruppo subentrano in una carica politica, e
gli effetti di tale processo sulla struttura e sugli indirizzi strategici del siste­
ma politico di una nazione-stato.1 Mentre tale termine può venire applicato
in senso ampio ad un intero gruppo dirigente, od anche al suo strato supe­
riore, esso viene applicato in modo caratteristico per quanto concerne l’U­
nione Sovietica per indicare i caratteri della vita politica sovietica ed i suoi
effetti sul corso politico in atto nell’intervallo che intercorre tra la morte, la
destituzione o anche il ritiro del capo supremo — di solito il primo segreta­
rio, o segretario generale del Comitato centrale del partito comunista — e
l’emergere ed il consolidarsi del potere di un nuovo leader.
Tale definizione contiene l’assunto che il sistema sovietico ha bisogno e
crea invariabilmente tale capo supremo, ma non ci dice il grado di potere
che tale leader è capace di acquisire. In realtà, il carattere stesso del processo
di successione è una delle determinanti chiavi per capire le dimensioni ed il
tipo di potere ed influenza che il leader emergente acquisterà. Data la centra­
lizzazione delle risorse in Unione Sovietica, la concentrazione del potere de­
cisionale, la natura altamente organizzata delle istituzioni politiche, econo­
miche e culturali e le loro enormi dimensioni, il fatto che, in breve, il paese
sia allo stesso tempo altamente industrializzato, burocratico ed autoritario,
tende a concentrare in maniera considerevole il potere e l’influenza nelle ma­
ni del capo supremo, ed a rendere il processo della sua elezione molto signi­
ficativo. L’importanza della successione viene indirettamente ammessa, an­
che se talvolta esagerata, dalla abitudine degli analisti occidentali di periodiz-
zare la storia sovietica conformemente al periodo in carica dei suoi leader su­
premi.
Esistono una quantità di ragioni per cui la questione della successione è
tanto importante nello sviluppo politico sovietico, ed allo stesso tempo così
difficile da valutare ed analizzare, sia per coloro che vi partecipano che per
gli osservatori esterni.2 Non esiste alcun limite di tempo stabilito per la cari­
ca di leader supremo, né esistono requisiti specifici della carica predetermina­
ti in misura tale da rendere comune a tutti l’attribuzione dei diritti e dei do­
veri, del potere e della influenza che è lecito esercitare; né esiste alcun pro­
cesso standardizzato mediante il quale il leader in carica abbandona il suo posto.
Caratteristica più importante, il grado di imprevedibilità e di incertezza
presente nelle procedure esistenti per la scelta del nuovo capo e nel processo
di consolidamento della sua posizione è molto più alto di quanto non lo sia
nei governi democratici o nei regimi militari autoritari, e questa situazione
determina un più pronunciato elemento di imprevedibilità ed incertezza nel­
l’intero processo politico sovietico di quanto non sia già caratteristico della
sua attività in tempi «normali».
Le conseguenze per il sistema politico sono importanti. Le probabilità di
profondi conflitti personali e di strategia all’interno della massima sfera di­
rettiva aumentano, e le possibilità di risolverli con metodi estremi sono ele­
vatissime. Si intensifica la tendenza ad un ricambio di personale all’interno
della stessa leadership, e tra le élite supreme e le gerarchie burocratiche. Le
incertezze concernenti i meccanismi di successione e la risoluzione dei con­
flitti interni, la logica della lotta per il potere ai vari livelli delle gerarchie e
la ricerca di un sostegno, di alleati, e di una popolarità di massa espongono il
sistema ad iniziative tendenti a cambiare gli orientamenti politici fondamen­
tali che sarebbero invece impensabili, o comunque molto difficili da intro­
durre, in tempi «normali». Il periodo di successione è suscettibile di condur­
re a tali improvvisi mutamenti di politica, in quanto esso può influenzare ed
ha effettivamente influenzato in passato mutamenti persistenti per quanto
concerne le caratteristiche strutturali e di procedura del sistema nel suo com­
plesso.
Il periodo di successione offre grandi potenzialità di infrangere quella
inerzia caratteristica dello stile di governo introdotta nell’intera struttura bu­
rocratica dal leader precedente e di mutare la sostanza di quelle sue politiche
operanti per pura inerzia. È un periodo di grande potenzialità di fermenti, di
una maggiore sensibilità alle pressioni, reali o previste, per un allargamento
della partecipazione e per una apertura del processo politico. In breve, la suc­
cessione, a parte la sua importanza intrinseca, agisce quale catalizzatore di
pressioni e tendenze già esistenti nella società e nello stato, ma che preceden­
temente avevano limitate opportunità di espressione e realizzazione.
L’Unione Sovietica ha vissuto, negli oltre sessantanni della sua storia, tre
successioni intese nel senso specifico di cambiamento del suo capo supremo.
Ognuna di queste ha prodotto profondi ed importanti^cambiamenti — an­
che se non sempre in egual misura — rispetto al periodo precedente. Una

90
nuova successione — la quarta — si sta rapidamente avvicinando e può in
realtà già essere cominciata. Molti fattori suggeriscono come essa sia poten­
zialmente tanto importante quanto l’ultima, dopo la destituzione di
ChruScèv, dell’ottobre 1964, e forse perfino quanto quella che seguì alla mor­
te di Stalin.
Molti analisti di affari sovietici associano invariabilmente il termine «suc­
cessione» con parole quali «lotta» e «crisi». Durante i periodi di successione
post-staliniani — non consideriamo quello successivo alla morte di Lenin —
l’associazione con entrambi i termini fu senza alcun dubbio pienamente giu­
stificata. La morte di Stalin inaugurò all’interno della leadership sovietica un
periodo di acute e destabilizzanti divisioni e lotte per il potere e per la scelta
degli indirizzi politici da perseguire, e generò una profonda crisi di identità e
di direzione del sistema. Il carattere della successione di Chruscèv, però, già
differì in misura significativa. Non c’è alcun dubbio che la cospirazione che
condusse alla destituzione di Chruscèv, ed il fatto stesso della sua rimozione,
possano considerarsi come una vera e propria crisi; tuttavia, nella successio­
ne che seguì, le diversità ed i conflitti politici e di potere, sebbene chiara­
mente presenti, non superarono un livello «normale», vennero facilmente as­
similati dal sistema e non ebbero visibili e significativi effetti dirompenti sul
funzionamento del sistema stesso. Essi non possono assolutamente essere de­
scritti come una crisi profonda o sistemica della leadership.
In altre parole, si verificò una lotta politica e per il potere più profonda
durante gli ultimi anni di direzione di Chruscèv, ed una maggiore spaccatura
del sistema, e quindi una situazione di crisi, durante questo periodo, che non
in quello successivo alla sua destituzione. Tuttavia, sarebbe sbagliato mini­
mizzare l’importanza della successione post-chruscèviana e l’effetto che ebbe
nel sistema, soltanto perché essa non ebbe aspetti drammatici ed apparve re­
lativamente tranquilla. Nonostante che non abbia ripetuto quel genere di
«lotta» e di «crisi» proprio delle successioni precedenti, essa catalizzò e dette
inizio a profondi mutamenti nella operatività del sistema.
Il fatto che tali mutamenti non vengano spesso riconosciuti e valutati in
modo conveniente deriva in parte dal loro carattere graduale e privo di dram­
maticità, e dallo stile (così differente da quello di Chruscèv) dei leader che
diressero il sistema, ed in parte dal fatto che tali cambiamenti non ebbero
luogo nel contesto della aperta ed esplicita campagna anti-staliniana propria
del periodo precedente. Tuttavia, se da un lato le riforme dell’era breznevia-
na furono in parte di carattere restauratore, in quanto annullarono alcuni dei
progetti chruscèviani, dall’altro, nel loro aspetto fondamentale, esse non fu­
rono restauratrici nel senso più importante, quello di un ritorno allo stalinismo.
Può ben essere che la futura successione mancherà ancora del carattere
drammatico del conflitto estremo e sarà priva degli elementi propri di una

91
crisi del sistema. In realtà, tale andamento appare perfino probabile. L’Unio­
ne Sovietica, dopo tutto, si è evoluta nel corso degli ultimi quindici anni in
una organizzazione di governo altamente complessa e stabile, in un enorme
edificio burocratico che funziona in modo abitudinario, con profonde radici
sociali e con un potente sistema di usanze politiche stabilite, risoluzione dei
conflitti e con uno sperimentato sistema amministrativo a guardia di perico­
lose fratture e spaccature? Tuttavia si deve dire che qualsiasi siano le caratte­
ristiche che essa esibirà, la prossima successione influenzerà profondamente
la struttura e la politica interna ed estera dell’Unione Sovietica nel cruciale
decennio degli anni Ottanta.
Per capire appieno l’importanza della futura successione, bisogna analiz­
zarla in base a tre criteri. In primo luogo, bisogna indagare sulla dimensione
e sul tipo di ricambio dei quadri che la successione probabilmente comporte­
rà. In secondo luogo, si deve esaminare la sua dimensione strategica, cioè i
principali temi che con maggiore probabilità verranno dibattuti durante il
periodo di successione per una loro risoluzione, o che verranno per lo meno
presi in considerazione. In terzo luogo, bisogna analizzare la cornice struttu­
rale e procedurale nel cui ambito la successione avrà luogo, e le spinte per
un suo cambiamento che essa provocherà. L’aspetto della futura successione
sovietica sul quale desidero concentrarmi per il momento concerne la dimen­
sione e la natura del ricambio dei quadri. I rimanenti due aspetti verranno
considerati in maniera secondaria, solo quando ciò si presenterà necessario.
Il passaggio iniziale ed il fatto centrale di ogni successione sovietica consi­
ste ovviamente nella sostituzione del segretario generale del partito comuni­
sta, ciò a cui ci riferivamo precedentemente come la quarta successione al ti­
tolo di leader supremo della storia sovietica. Questo sarà il tema sviluppato
nel primo capitolo di questa parte. Si intende però dire che la prossima suc­
cessione andrà certamente oltre questa fase e compirà la sostituzione in un
lasso di tempo relativamente breve di una larga parte, forse perfino della
maggior parte della attuale leadership ed élite centrale sovietica. Questo te­
ma sarà sviluppato nel capitolo 5. Inoltre la prossima successione accelererà,
almeno per una parte del livello direttivo, e certamente per quanto riguarda i
dirigenti delle varie burocrazie al di sotto del livello direttivo, un processo
già iniziato, quello di una sostituzione di quadri che può essere meglio carat­
terizzata come un cambiamento generazionale delle élite. E in tale senso più
ampio e fondamentale di un cambiamento degli strati supremi delle élite, un
assunto centrale di questo libro è che la storia sovietica ha offerto soltanto
una vera successione — quella degli ultimi anni Trenta — e che soltanto
adesso si sta approssimando la seconda successione. Taie tema verrà svilup­
pato nel capitolo 6.

92
NOTE

1 Per una discussione generale sulla successione nelle nazioni-stato moderne, cfr. Dankwart A.
Rustow, Succession in the Twentieth Century, «Journal of International Affairs», 18,1964, n° 1, pp. 104-13.
2 In realtà, anche se la nostra conoscenza del processo di successione sovietico è abbastanza am­
pia, esso è stato codificato in misura sorprendentemente piccola. Esiste soltanto uno studio estensivo
che vada oltre l’analisi di una singola successione (Myron Rush, Political Succession in the USSR, 2a
cd., Columbia University Press, New York 15)68). Sul processo di successione politica in altri paesi
comunisti, cfr. Carl Beck, William A. Jarzabeck e Paul H. Ernandez, Political Succession in Eastern Eu­
rope: Fourteen Case Studies, University Center for International Studies, University of Pittsburgh, Pit­
tsburgh 1976.
3 Per una discussione sulla trasformazione dell’Unione Sovietica in uno stato burocratico alta­
mente governabile e funzionante in modo abitudinario, cfr. S. Bialer, The Soviet Politicai Elite and In­
ternai Developments in the USSR, in William Griffith, a cura di, «The Soviet Empire: Expansion and
Detente», Lexington Books, Lexington, Mass. 1976, pp. 25-55.
4. La successione: il capo

L’effetto che un avvicendamento alla carica di leader supremo produce sul


sistema è tanto più forte quanto più grande è stata l’incisività del leader pre­
cedente sul sistema e sulla società che ha governato. Quest’ultima a sua vol­
ta è la risultante di fattori estremamente vari, quali la durata della sua carica,
l’ampiezza e la natura del suo potere, le cause della sua influenza, la peculia­
rità del suo stile di direzione, il grado della sua notorietà o popolarità di
massa, il bilancio dei suoi successi e fallimenti e perfino il carattere del pe­
riodo durante il quale egli svolse la sua attività.
Tenendo tutti questi fattori in considerazione, possiamo affermare che la
leadership brezneviana ci offre una immagine polivalente. Nel suo comples­
so comunque, la sua morte non dovrebbe provocare una frattura per nessun
aspetto paragonabile al vuoto lasciato dalla morte di Lenin, al trauma provo­
cato da quella di Stalin, od anche al dramma della destituzione di Chniscev.
Se possiamo dire che il periodo brezneviano ha rappresentato la maturazione
del sistema sovietico e che la direzione di Breznev ha impersonificato la sua
stabilità, si hanno anche buone ragioni per pensare che il problema della sua
successione verrà affrontato in modo almeno altrettanto ordinario quanto
quella di Chruscév.
Non diciamo tutto questo per minimizzare l’ampiezza del dominio di
Breznev sulla scena politica sovietica. Per sedici anni egli ha occupato la po­
sizione chiave nella struttura politica del suo paese. Era a capo del Politbju­
ro, il supremo organo decisionale di partito e di stato e presiedeva le sue ses­
sioni, decideva i suoi ordini del giorno, ed era il portavoce delle sue risolu­
zioni e decisioni. In quanto segretario generale del partito, egli era di nome e
di fatto a capo della segreteria del Comitato centrale, l’organo direttivo della
più potente burocrazia sovietica, l’apparato di partito. A partire almeno dai
primi anni Settanta, egli venne identificato quale comandante in capo delle
forze armate sovietiche e come presidente del corpo direttivo del complesso
militare-industriale sovietico, il Comitato statale di difesa. Nel 1977 divenne
anche formalmente capo di stato assumendo il titolo di Presidente del Soviet
supremo dell’URSS (ma già durante i primi anni Settanta gli venivano riser*
vati gli onori di tale carica durante le sue visite all’estero).
Il dominio di Breznev sulla scena politica sovietica, il suo ruolo quale pri­
mus inter pares della leadership sovietica è durato circa il doppio di quello del
suo predecessore, Chruscév. I segni della sua presenza nella vita politica so­
vietica sono molto grandi, non minori almeno di quelli lasciati da ChruSèév.
La raccolta di suoi scritti e discorsi è apparsa in una edizione di 500.000 co­
pie (rispetto alle 75.000 di quella di Chruscév), mentre il totale delle sue
pubblicazioni ha raggiunto la considerevole cifra di almeno 7 milioni di co­
pie, e sono state studiate all’interno dell’intero sistema di istruzione scolasti­
ca di partito. Si è chiaramente intensificato durante gli ultimi anni quello
che potrebbe definirsi un mini-culto di Breznev; egli riceve con frequenza ed
intensità sempre crescenti tributi vari dai diversi gruppi della popolazione, le
più alte decorazioni e stravaganti glorificazioni dai suoi colleghi e subordinati.
A partire dagli ultimi anni Sessanta, Breznev è diventato la figura domi­
nante della politica estera sovietica, il suo principale iniziatore, portavoce ed
esecutore. Sono molto pochi i capi di stato che non abtya ricevuto, ed i suoi
viaggi all’estero sono stati frequenti e ben pubblicizzati. È particolarmente
degno di nota il fatto che a partire dal momento in cui, nel 1970, fu capace
di neutralizzare Selepin nel Politbjuro, egli abbia dovuto affrontare delle op­
posizioni ad alcune delle sue strategie, ma nessuna aperta minaccia alla sua
posizione. Nel complesso, Breznev è un personaggio molto potente, che ha
dominato la scena politica sovietica per oltre sedici anni (cioè più a lungo di
quanto Franklin Delano Roosevelt abbia dominato quella americana). La
sua scomparsa avrà grande importanza sul sistema politico, come tutte le
successioni in Unione Sovietica hanno inevitabilmente avuto e continueran­
no ad avere.1
Tuttavia, anche se Breznev ha dimostrato di essere molto diverso dal bu­
rocrate impersonale, arido e monotono quale era stato caratterizzato dagli
analisti occidentali al momento della sua salita al potere, il suo reale stile di
direzione, i suoi successi e la stessa eredità che egli ha lasciato ci fanno pen­
sare che la sua scomparsa si dimostrerà probabilmente meno importante in
termini di fermenti, aperture ai cambiamenti e vuoto politico che essa po­
trebbe provocare di quanto non lo sia stata quella dei suoi predecessori. Il
suo stile di direzione è stato lineare e le sue caratteristiche essenziali erano
procedure regolate, metodicità, cautela e gradualità; uno stile che poneva
l’accento sul ruolo delle istituzioni e che precludeva la possibilità di acquisi­
re quel genere di popolarità e notorietà possedute da Chruscév, per non par­
lare di Stalin. La sua impronta sull’immaginazione popolare e delle élite
sembra essere limitata e la sua morte potrà venire rimpianta o risultare gra­
dita, ma non sarà mai oggetto di pianto o di celebrazione.
Sia secondo l’opinione ufficiale che secondo quella dei dissidenti, i succes­
si ed i fallimenti della sua era sono da correlare più al sistema che non alla
sua persona, al contrario invece di quanto è accaduto con Stalin e Chruscèv.
Ma la cosa più importante è che alcuni dei cambiamenti maggiori occorsi
nella struttura e nel processo politico e sociale sovietico durante la sua dire­
zione (se non sempre di sua iniziativa), e cioè la maggiore complessità delle
relazioni socio-politiche ed un più alto livello di istituzionalizzazione dei
processi politici, forniscono una base di stabilità per la incombente successione.
Il sistema di amministrazione centralizzato, la mancanza di ordinamenti
istituzionali concernenti il possesso o la destituzione da alte cariche, la debo­
lezza dei legittimi canali di controllo verso l’alto da parte delle élite inferiori,
per non parlare di quelli all’esterno della cerchia d’élite, la segretezza che av­
volge l’intero processo decisionale e politico, sono tutti fattori che hanno
contribuito in passato e — nella misura in cui essi sono presenti anche oggi
— continuano a contribuire al formarsi di una tendenza verso il concentra­
mento di potere individuale all’interno della leadership suprema. È chiaro
però che a paragone non solo della dittatura di Stalin, ma anche di quella di
Chruscèv, il modello di distribuzione del potere ed i criteri prevalenti che re­
golano i conflitti ed il loro aggiustamento nell’ambito della leadership sovie­
tica durante l’era di Breznev sono differenti. Se il Presidium di Chruscèv po­
trebbe venir definito una «direzione collettiva» in quanto opposta al domi­
nio di un solo uomo caratteristico del regime staliniano, il Politbjuro di
Breznev presenta tale metodo di direzione collettiva in una forma molto più
pura e stabile, e molto meno suscettibile di divenire uno stadio di transizio­
ne tra due periodi di dominio personale.
Le opposte pressioni, che furono evidenti nella leadership sovietica a par­
tire dall’inizio dell’era post-staliniana, tra tendenze in favore di una direzione
oligarchica e quelle che favorivano l’ascesa di un leader dominante, durante
il periodo di Breznev, se non si sono completamente risolte, sono almeno di­
ventate chiaramente più pronunciate a favore della direzione oligarchica. I
tratti più specifici e significativi di questo modello oligarchico sono i seguenti.
1. Breznev è senza dubbio il membro individuale dotato di più potere al­
l’interno della leadership soviètica. Le differenze più importanti tra la sua di­
rezione e quella di Chruscèv non possono essere caratterizzate in modo ade­
guato usando termini quali «meno» o «più». Esse riguardano piuttosto la
questione del «potere di fare cosa?». I poteri di un leader non costituiscono
dei criteri statici. I loro limiti e la loro portata vanno valutati principalmente
in base al reale impiego che questi ne fa. Da questo punto di vista i poteri di
Breznev sono differenti da quelli di Chruscèv e differentemente impiegati.
ChruSéèv usò il suo potere fondamentalmente per tentare di mutare le
istituzioni e le politiche prevalenti, ed i suoi limiti vennero più chiaramente
provaci nel tiro alla fune con l’opposizione, col quale egli faceva accettare la
sua linea o era costretto a recedere dalle sue posizioni precedentemente espo­
ste. Il potere di Breznev non è mai stato verificato in questi termini, ed egli
lo ha esercitato principalmente allo scopo di assicurare la continuità delle
istituzioni sovietiche e per degli aggiustamenti di linee politiche graduali, c
nell’ambito di tali compiti la sua posizione appare molto forte e stabile. La
direzione chruscèviana fu molto spesso diretta ad acquisire un nuovo consen­
so; quella brezneviana si preoccupa principalmente di mantenere quello già
stabilito.
2. Si può identificare un gruppo di leader più anziani al di sotto di
Breznev (qualcosa che assomiglia al Consiglio permanente del Presidium del
partito comunista cinese) che godono di rispetto e di popolarità maggiori, i
quali hanno più potere nella formazione del processo decisionale riguardo ad
un vasto spettro di questioni politiche, e sono principalmente responsabili
per un certo numero di settori strategici. Tra i vari ricordiamo: Kirilenko
(organizzazione del partito; direzione industriale; economia del blocco co­
munista); Kosygin (amministrazione economica; finanza; difesa; relazioni e
commercio con l’estero); Mazurov, fino al 1978 (amministrazione industria­
le; scienza; educazione; programmi di assistenza economica) ; Podgomyj, pri­
ma della sua destituzione (compiti legislativi; economia locale; difesa; rela­
zioni statali generali); Suslov (ideologia; comuniSmo internazionale; Gna).
La durata in carica nel Politbjuro di questo gruppo è paragonabile a quella
di Breznev, e va dai sedici ai ventitré anni.
3. Conflitti di potere e concernenti le varie politiche, che pure sono evi­
denti, non sono mai stati seguiti, fino agli ultimi anni, dall’espulsione e da
una caduta in disgrazia del contendente sconfitto. (Una delle pochissime ec­
cezioni è il caso del primo segretario dell’Ucraina, Selest, che venne rimosso
dal Politbjuro nell’aprile 1973).
4. Tutte le maggiori gerarchie specializzate del partito-stato sovietico han­
no i loro capi esecutivi rappresentati al Politbjuro, situazione che si verificò
nell’ultimo Politbjuro staliniano, ma mai nel Presidium di Chruscév. L’e­
spansione più marcata del Politbjuro in tale direzione è avvenuta nel 1963,
quando il capo delle forze armate, maresciallo Grecko, il capo della polizia
segreta e dei Servizi di spionaggio Andropov, ed il ministro degli esteri Gro­
myko furono cooptati a membri effettivi.
5. Tra i membri effettivi del Politbjuro c’è una rappresentanza più estesa
di leader che non sono associati in modo diretto alle istituzioni centrali di
Mosca (per esempio Grisin, Kunaev, Scerbi tskij). Precedentemente, questi
venivano per la maggior parte relegati al ruolo di membri candidati, con
possibilità minime di avanzamento senza essere trasferiti alla burocrazia cen­
trale. Tuttavia il caso del Consiglio dei ministri dell’URSS di cui i capi di go-

97
verno delle repubbliche sono membri ex ufficio non viene affatto ripetuto
nel Politbjuro con i segretari di partito delle repubbliche.
6. Durante il periodo di Breznev nessuna delle altre due istituzioni mag­
giori che fanno parte della direzione suprema, la Segreteria centrale del parti­
to ed il Presidium del Consiglio dei ministri, ha introdotto nel Politbjuro
tanti propri membri da avvicinarsi almeno alla maggioranza, come fu invece
il caso della Segreteria centrale durante vari periodi della direzione
chruscéviana, e con il Consiglio dei ministri durante il tardo periodo stalinia­
no. Senza dubbio gli individui che in passato furono associati alla burocrazia
di partito costituiscono la preponderante maggioranza del Politbjuro, ma la
loro attuale base di potere istituzionale ed i loro interessi sono differenziati.
Allo stesso tempo si deve notare che, pur senza assumere una coesione auto­
matica, i membri attualmente affiliati all’apparato di partito costituiscono il
più esteso segmento individuale del Politbjuro; oltre al segretario generale e
a tre segretari centrali, essi includono due segretari di repubblica, il segreta­
rio di Mosca ed il presidente del Comitato di controllo del partito.
Perché tale modello di direzione si sia sviluppato e sia continuato durante
l’ultimo decennio, e quali conseguenze esso comporti per il sistema, può es­
sere in parte spiegato guardando al modo in cui esso si è formato. Gli attuali
leader sovietici si sono trovati inizialmente uniti nella loro insoddisfazione
concernente la condotta e le scelte politiche di ChruScév. Con grande rischio
essi hanno formato una vasta coalizione cospirativa per rovesciarlo, ed hanno
perpetuato questa loro coesione anche dopo la sua destituzione. Il manteni­
mento di tale unità da parte dei nuovi leader non si basava su un programma
positivo condiviso da tutti, poiché quasi certamente essi differivano tutti sia
per quanto riguarda il grado di opposizione a Chruscév che per le alternative
ai suoi indirizzi desiderate. L’unità sopravvisse inizialmente grazie al minimo
comun denominatore della concentrazione dei loro sforzi reciproci sull’obiet­
tivo negativo di abolire i suoi «schemi scervellati» (per esempio la destali­
nizzazione, l’abolizione dei regolari comitati di partito di provincia, la bifor­
cazione dell’apparato di partito nei settori industriale ed agricolo, l’ammini­
strazione dell’economia attraverso consigli regionali, il moltiplicarsi di com­
missioni e comitati ad alto livello che scavalcavano il partito ed i regolari ca­
nali di governo).
Le prospettive di aperte rotture, di lotte di fazioni e della eliminazione del
più debole al livello supremo con le prevedibili ripercussioni sugli strati in­
feriori della leadership, furono minimizzate dal fatto che le posizioni di pote­
re personale dei probabili contendenti erano all’inizio evidentemente più
equamente bilanciate che in passato, ed il loro seguito personale molto me­
no cristallizzato. Inoltre, gli stimoli politici per tali rotture non erano così
pressanti come quelli verificatisi durante i precedenti periodi di successione;

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le differenze di opinione tra i vari leader sembravano osscre meno polarizzate
e la distanza tra le loro divergenze più ristretta. In parte ciò rifletteva la già
menzionata reazione da parte delle élite alla fluidità dell’era chruièèviana c la
necessità riconosciuta da tutti di rendere il regime più stabile.
Si ha anche la forte impressione che le lezioni tratte dall’ascesa (c caduta)
di ChruScév non siano state dimenticate dagli attuali leader sovietici, così co­
me non è stato dimenticato da parte dei successori di Stalin il pericolo di ri­
correre a metodi terroristici per liquidare le lotte interne. Un leader che vo­
lesse imitare il tipo di ascesa al potere di Chruscév, mediante la graduale eli­
minazione dei suoi oppositori, incontrerebbe oggi un sostegno molto meno
entusiasta da parte dei suoi seguaci, ed una coalizione difensiva molto mag­
giore tra coloro che non sono suoi sostenitori e tra i diretti oppositori.
Il modello di direzione sovietica che è venuto a prevalere, emerse dal desi­
derio di un «ritorno alla normalità», da una ricerca di politiche di continuità
istituzionale, graduali, di accomodamento e di rassicurazione delle élite. Una
volta formatosi e relativamente stabilizzatosi, tale modello fornisce una base
strutturale per la continuazione di tali tendenze. Esso premia il compromes­
so e non è adatto ad accettare ambizioni innovatrici che si allontanino molto
dal tipo di consenso esistente, e a mobilitare basi di sostegno per il loro rea­
lizzarsi. La maggiore sicurezza da parte di tutti i leader, la loro più vasta in­
fluenza, la stabilità dello stesso leader supremo, vengono pagate con un re­
stringimento della serie di soluzioni alternative accettabili per quanto riguar­
da le scelte e gli indirizzi interni, con l’accentuata dimensione manageriale in
opposizione a quella politica delle decisioni (cioè la questione di come faic
piuttosto di cosa fare), e con una spinta alla tendenza generale a «non decidere».
Durante gli ultimi anni, però, si può notare una deviazione dal modello
sopra descritto in direzione di una più grande concentrazione di potere nelle
mani di Breznev. La rimozione di Selepin e di Poljanskij dal Politbjuro, la
destituzione di Podgomyj e l’assunzione di Breznev alla sua carica di presi­
dente del Soviet supremo, la promozione di Breznev a maresciallo dell’Unio­
ne Sovietica, un chiaro aumento del mini-culto della sua personalità, la pro­
mozione e la cooptazione di molti ex colleghi di Breznev, membri del cosid­
detto «gruppo del Dnepropetrovsk» (per esempio Cernenko, Scelokov), rap­
presentano tutte indicazioni di un allontanamento dal carattere collettivo di
direzione.
Tutti questi cambiamenti nel modello operativo della leadership suprema
darebbero ad intendere la capacità della organizzazione di governo sovietica
di poter operare la successione del leader supremo senza grandi drammi, sen­
za indebiti shock. Gò vuol dire che questo sarebbe il risultato più probabile
se la prossima successione, in termini di cambiamento di quadri, riguardasse
soltanto la sostituzione del capo supremo come fu il caso di ChruSéév.

99
Riguardo al ricambio di quadri, la successione di Chruìéév stabilì un mo­
dello di comportamento molto differente dal passato. Dopo la sua rimozio­
ne, c come risultato di essa, non si verificarono che cambiamenti minori al­
l’interno della leadership suprema o al livello di élite. Le sole sostituzioni di
personale a carattere punitivo ordinate dalla sessione plenaria del Comitato
centrale che destituì Chruscév furono la rimozione di suo genero A.I.
Adzubej dal Comitato centrale e quella di V.I. Poljakov dalla segreteria del
Comitato centrale. Inoltre un membro candidato del Politbjuro (Selest) ed
un segretario del Comitato centrale (Selepin) vennero eletti membri effetti­
vi; un segretario del Comitato centrale (Demicev) venne eletto membro
candidato, ed otto membri candidati del Comitato centrale vennero promossi
a membri effettivi.2 Un anno dopo la destituzione di Chruscév, tutti i mem­
bri effettivi e candidati facenti parte del Politbjuro di Chruscév, e tutti i
membri della segreteria (l’eccezione fu il segretario alla propaganda Ilicev)
occupavano ancora le loro posizioni chiave.
Tutto questo, e la susseguente stabilità di fondo dei quadri supremi di
partito e di governo conferma la chiara impressione che la destituzione di
Chruscév fu opera di una leadership unita, sostenuta dalla stragrande mag­
gioranza della élite. I susseguenti cambiamenti di quadri costituiscono un
rimpasto all’interno dell’élite politica, ma non della élite politica stessa. La
possibilità che la successione di Breznev possa ripetere tale processo è vir­
tualmente da escludere. Non intendo dire che la morte di Breznev, il suo ri­
tiro o la sua improbabile destituzione provocherà una lotta ed un ricambio
di quadri rovinosi in quanto essa avrà luogo necessariamente con la leader­
ship estremamente scissa e con le élite molto divise su quali corsi politici
perseguire. Qò che sto suggerendo è che anche se la leadership è molto uni­
ta, la successione sarà seguita da grandi ricambi di quadri a livello medio e
superiore. A rendere la situazione ancora più complessa, la natura delle linee
politiche adottate da Breznev nel corso degli ultimi anni ha aumentato la
probabilità che durante il processo di successione la leadership sovietica si
troverà divisa, e che avranno luogo spaccature e conflitti al suo livello supremo.
Non sappiamo se il ruolo e la serie di funzioni associati alla direzione di
Breznev — non solo quello tradizionale di iniziatore ed amministratore della
strategia politica, ma anche le nuove funzioni di arbitro sui diversi interessi
delle élite e di riconciliatore delle loro differenti pressioni — sono stati e so­
no interamente di suo gradimento e scelti da lui. Con ogni probabilità, essi
furono i soli che egli considerava possibili e sicuri a cui aspirare, vista l’espe­
rienza della destituzione di Chruscév; ciò che è sicuro è che tale ruolo è quel­
lo che meglio si adattava, se non il solo possibile, ai tipi di riforme politiche
e formali che Breznev introdusse. Una volta che la natura oligarchica della
leadership e quella corporativa dell’intero processo politico sono state stabili-

100
te, però, tale tipo di direzione si dimostra incline a prendere la strada del mi*
nimo cambiamento, e di resistere ad ulteriori mutamenti ed iniziative di ri­
forme anche quando queste siano urgentemente necessarie.
Secondo la mia opinione, questo è stato il caso della direzione breàneviana.
Chiunque si interessi di politica sa bene che una direzione oligarchica, che
per sua stessa natura deve operare attraverso la contrattazione, lo scambio c
il compromesso, non è un sistema adatto ad iniziare ed eseguire grandi rifor­
me di strutture, procedure o anche politiche. In tal senso il futuro di tali ri­
forme in Unione Sovietica dipende in larga misura dalle attitudini del leader
supremo e dalla sua abilità a perseguirle e a realizzarle.
Con il passare degli anni Breznev ha accumulato una grandissima influen­
za, ha aumentato considerevolmente la sua autorità ed ha concentrato nelle
sue mani enormi poteri. A questo punto della sua vita e della sua carriera,
però, si può scartare la possibilità che egli utilizzerà tutto questo potere per
dare inizio a cambiamenti di fondo, e tanto meno per portarli a termine. Or­
mai vecchio e, secondo numerose ed attendibili fonti, molto malato, egli ha
già abbandonato ai suoi collaboratori gran parte dei sugi/compiti. Lavora a
ritmo ridotto e con scarsa energia, e non mostra altro interesse che quello di
presiedere ad un regime stabile e di tentare di portare avanti politiche già
consolidate, anche se talvolta contraddittorie. Non emerge nessun piano a
lunga scadenza e nessuna visione di lungo respiro in ciò che egli fa, e fintan­
to che rimarrà in carica, non ci si può attendere nessun cambiamento rile­
vante in Unione Sovietica. Si ha la netta sensazione che i vari indirizzi politi­
ci sovietici degli ultimi cinque anni siano stati caratterizzati da una grande
staticità, che la direzione brezneviana si sia trasformata in un modello di
continuità ossificato, con la tendenza a mediare le pressioni delle differenti
élite e la rinuncia a qualsiasi iniziativa propria. Inoltre, e ciò è per me di fon­
damentale interesse, questo lasciarsi andare, questa staticità, può essere colta
nell’evidente fallimento nel pianificare, preparare e perfino pensare alla vici­
na successione? L’evidenza di tale affermazione appare chiara.
Nessun chiaro erede di Breznev è emerso, e non è stato fatto alcun tenta­
tivo da parte sua di designare un successore. Simbolicamente, per il xxv con­
gresso del 1976, Breznev avrebbe potuto scegliere un altro dirigente a legge­
re il rapporto principale, così come Stalin scelse Malenkov al xix congresso
del partito del 1952; o avrebbe potuto imitare Chruscév, il quale designò co­
me suo erede prima Kozlov e poi Breznev. Breznev inoltre non ha mai di­
mostrato di voler abbandonare qualcuna delle svariate cariche che ha concen­
trato sulla sua persona; al contrario egli ha assunto la carica di capo di stato
al tempo dell’affare di Podgornyj nel 1977 e pubblicizzò, quando divenne
maresciallo dell’Unione Sovietica, il fatto di essere comandante in capo delle
forze armate sovietiche?

I 101
Inoltre non perviene nessun segnale pubblico della presenza di successori
che sostituiscano i vecchi associati di BreJnev alla direzione delle varie buro­
crazie funzionali. L’apparato di partito non ha nominato alcun capo in secon­
da nella carica di organizzatore del partito appartenente a Kirilenko, e alcun
ideologo da sostituire a Suslov,’ e non si può fare nessuna previsione sicura
per quanto concerne la sostituzione del primo ministro Kosygin,6 del mini­
stro degli esteri Gromyko e del ministro della difesa Ustinov.7 La cooptazio­
ne di altri due membri candidati al Politbjuro avvenuta nell’ottobre 19778
rinforza ancora l’impressione che non ci si preoccupi affatto del problema
della successione: il settantasettenne V.V. Kuznecov è messo fuori gioco dal­
l’età,9 ed il sessantasettenne Cernenko fu chiaramente scelto per aumentare il
numero degli uomini fedeli a Breznev, in quanto è sempre stato suo collabo­
ratore nel corso di tutta la sua carriera, ed ha servito per un prolungato pe­
riodo di tempo come suo consigliere e confidente. La cooptazione a membro
effettivo nel 1979 del settantaquattrenne Tichonov, primo viceprimo mini­
stro dell’URSS, conferma anche tale tendenza. A tutte queste indicazioni biso­
gna aggiungere un evento che ha contribuito a peggiorare la situazione. La
morte di Kulakov, avvenuta nel 1978, ha eliminato il solo possibile successo­
re che combinava tutte le caratteristiche presenti nella precedente successio­
ne alla massima carica: più di dieci anni in meno del leader in carica, stretta
associazione con lui, ed un prolungato servizio sia nella segreteria centrale
del partito che nel Politbjuro.
Tutte le incertezze che circondano il problema della successione di
Breznev, così come la assenza di dinamismo nelle politiche sovietiche degli
ultimi anni, rendono molto difficile ed al tempo stesso molto importante
avanzare delle supposizioni fondate concernenti i probabili successori, le loro
attitudini e le condizioni politiche nell’ambito delle quali essi opereranno.10
In primo luogo, il nuovo capo sarà certamente scelto tra i membri dell’at­
tuale Politbjuro, e quasi certamente tra quelli più prestigiosi, con maggiore
anzianità e la più stretta associazione a Breznev. Sarà certamente un uomo
con una considerevole esperienza nell’amministrazione centrale del partito e
quasi sicuramente un russo. Grcoscritto in questi termini, il campo dei pro­
babili candidati è oggi più ristretto di quanto non lo sia stato durante ogni
altra successione. Se questa avvenisse subito, quasi certamente vincerebbe
A.P. Kirilenko, membro effettivo del Politbjuro per diciotto anni (più quat­
tro come membro candidato), segretario del Comitato centrale del partito
per quattordici, anni, un candidato con una enorme esperienza nella direzione
della burocrazia di partito e grande pratica nella direzione industriale. Stacca­
ti al secondo posto vengono il veterano del partito ed ideologo Suslov, e l’ex
segretario di partito ed attuale ministro della difesa Ustinov. Una scelta a
sorpresa e senza precedenti sarebbe quella del leader ucraino Scerbitskij."

102
In secondo luogo, data la combinazione di qualità richieste per accedere
alla carica suprema e le straordinarie circostanze che attualmente limitano se­
veramente il campo dei possibili candidati, l’uomo prescelto sarà certamente
una figura provvisoria, che occuperà la carica per un tempo molto breve.
Chruscèv aveva 59 anni quando venne eletto primo segretario del partito, c
Breznev gli succedette all’età di 58 anni. Kirilenko ha oggi 73 anni, esatta­
mente la stessa età di Breznev (Suslov e Ustinov hanno rispettivamente 75 c
69 anni). Per prendere in considerazione le attitudini conservatrici o riformi­
stiche di qualsiasi prossimo leader, il problema reale è chi subentrerà all’im­
mediato successore di Breznev. E qui le previsioni attuali sono rese ancora
più difficili a causa dell’incertezza esistente sugli eventi e sulla durata di tale
periodo di direzione provvisoria. Se assumiamo che la prospettiva di una di­
rezione transitoria di Kirilenko sia ben fondata e che la sua carica non supe­
rerà i cinque anni, allora si deve ancora guardare all’attuale Politbjuro e Se­
greteria per cercare colui che succederà a Kirilenko. Tra questi i candidati
più probabili sono, in ordine di precedenza: Grisin, Kapitonov, Solomencev,
Romanov, Dolgich e Rjabov.12 Senza entrare in diffuse speculazioni su que­
ste figure, è sufficiente dire che i primi tre rappresentano per carriera e gene­
razione una continuità con Breznev e Kirilenko, mentre gli altri tre costitui­
rebbero una dipartita da questo modello e fanno parte di una nuova genera­
zione che soltanto adesso comincia ad arrivare all’apice della gerarchia.1’
In terzo luogo, come detto prima, le prerogative del leader supremo sovie­
tico, il suo potere e la sua influenza, sono soltanto in piccola misura stabilite
in modo costituzionale. Gò che la carica stessa attribuisce è fondamental­
mente una grandissima base di potere, ed il suo sviluppo dipende da colui
che la occupa, dal suo talento, attitudini, fortuna e successi politici e dalla
misura in cui l’ambiente politico che lo circonda gli permette di operare. G
si deve perciò aspettare molto poco in termini di grandi iniziative verso cam­
biamenti di indirizzi e procedure, per non parlare di cambiamenti di struttu­
re, nel periodo iniziale di consolidamento della nuova carica, un periodo che
può durare per un certo numero di anni. Affinché tali iniziative avvengano,
esse devono riflettere come minimo il consenso o le pressioni dell’oligarchia
suprema, o anche le opinioni e le attitudini delle élite dominanti. Soltanto
dopo che la posizione si sia consolidata, ci si può attendere la possibilità di
iniziative che alterino in modo significativo il corso di attitudini, opinioni e
desideri prevalenti nella élite. In altre parole voglio dire che il nuovo leader,
prima che possa perfino tentare, ammesso che lo voglia, di farsi seguire dalla
élite nelle sue scelte innovatrici, deve agire per un periodo relativamente
lungo di tempo in conformità ai voleri dell’oligarchia e dell’élite.'4 È difficile
attendersi che la durata e le condizioni della carica proprie di un leader prov­
visorio gli permetteranno di fare niente di più che appoggiare la fase di con-

' 103
solidamente» (a meno che, naturalmente, il periodo della sua carica non coin­
cida già con un vasto ricambio di direzione e di élite).
Ciò è vero in modo particolare adesso, non solo a causa del modello e del­
la tradizione stabiliti dalla direzione di Breznev, ma anche perché non esiste
nessun contendente alla successione che disponga di una macchina politica
personale comparabile a quella di Breznev, per non parlare di Chruscév; un
apparato che si presume segua il leader per motivi di fedeltà personale.15 Il
declino del clientelismo e dell’esistenza di tale macchina politica in Unione
Sovietica accresce ancor più l’importanza di alleanze di gruppi funzionali e
di ordinamenti istituzionali che stabiliscano il grado di flessibilità e libertà
di azione di un nuovo leader supremo nell’introdurre nuove politiche e nel
portarle a compimento.
Le questioni di importanza fondamentale sono perciò: Quali sono gli in­
dirizzi politici preferiti dalla oligarchia suprema? Quali le attitudini ed i de­
sideri rispetto a nuove iniziative politiche da parte dei gruppi delle élite do­
minanti? Quanto stabile ed istituzionalizzata è l’attuale importanza di quei
gruppi nel processo di formazione politica? Ed infine, in che modo possono
essi essere influenzati da pressioni popolari, e di quale tipo? A tali questioni
si tenterà di rispondere in seguito. Tenterò però soltanto di rispondervi da
un punto di vista, e precisamente, come tali questioni saranno influenzate
dal ricambio di direzione e di élite nella futura successione.

NOTE

1 Per una illuminante discussione sul ruolo di Breznev nel sistema politico sovietico, cfr. Jerry F.
Hough, The Man and the System, «Problems of Communism», 25, n° 2, marzo-aprile 1976, pp. 1-17.
2 «Pravda», 17 novembre 1964.
3 Si può naturalmente affermare, e probabilmente a ragione, che il non riuscire a preparare la
successione dipende dal tentativo di Breznev di assicurarsi che il suo attuale potere non venga in al­
cun modo sminuito da disposizioni impostegli. (Sono grato per questa intuizione al professor Myron
Rush).
4 II non riuscire a preparare la successione potrebbe in parte interpretarsi come una difesa da
parte di Breznev, il quale imparò bene la lezione della rimozione di Chruscév. Qò spiegherebbe di
sicuro il suo deliberato rifiuto di designare pubblicamente il suo successore.
5 II sostituto di Suslov potrebbe essere o Ponomarev (adesso settantaquattrenne), segretario del
partito per il movimento comunista internazionale, o, meno probabilmente, Demicev (ora sessantu-
nenne), ministro della cultura.
6 I più probabili successori di Kosygin potrebbero essere Tichonov (74 anni), primo vice-primo
ministro, o il sessantaseienne Solomencev, primo ministro della rsfsr.
7 La questione della sostituzione di Ustinov a capo dell’establishment militare presenta particola­
ri problemi. Il modello post-staliniano venne infranto nominando un non militare di professione in
seguito ;alla morte del maresciallo Grecko nell’aprile 1976. La nomina di Ustinov può essere interpre­
tata come la riluttanza da parte di Breznev a nominare in questa posizione chiave il candidato natura­
le, il cinquantasettenne maresciallo dell’Unione Sovietica Kulikov, secondo in comando di Grecko, il
quale è un uomo appartenente ad una generazione differente e senza legami con Breznev. Sarà molto
difficile continuare su questa linea dopo Ustinov (adesso settantunenne) e resistere alle pressioni dei
militari di nominare uno dei propri uomini alla carica di ministro della difesa. Inizialmente, il succes-

104
flore di Brclnev dovrà sollecitarsi l'amiii/ia dei militari, e difenderà molto dalla loro hrnc*volrn?a, co*
me hanno fatto tutti i successori nella storia sovietica. Se però venissejiominato un militate di |>ro
fessionc, il candidato naturale sarebbe LV. Smirnov (adesso sessantatreenne), l'attuale vite primo
ministro, il quale è un rivale di Ustinov per quanto riguarda la dimensione del suo ruolo difettivo
nel complesso militare-industriale.
8 «Pravda», 4 ottobre 1977.
9 La cooptazione di Kuznecov nel Politbjuro coincise e si spiega con il suo abbandono della cari
ca di primo vice ministro agli affari esteri e la sua nomina a primo vice presidente del Soviet supre­
mo, una carica creata in accordo alla nuova costituzione sovietica.
10 Per la più ampia trattazione della prossima successione, cfr. Grey Hodnctt, Succeuton Cenuri
gencies in the Soviet Union, «Problems of Communism», 24, n° 2, marzo-aprile 1975, pp. 1-21.
11 Per una discussione cremlinologica delle possibilità dei vari candidati a succedere a BrcJncv,
cfr. Zbigniew Brzezinski, IFZw Will Succeed Brezhnev, «The New Leader», 19 marzo 1973, pp. 6-9.
12 Di questi sei, soltanto due, Grisin e Romanov sono membri effettivi del Politbjuro e quindi
eleggibili alla carica di segretario generale se si dovesse prendere la decisione di rinunciare ad una di­
rezione provvisoria di Kirilenko. In tal caso, però, soltanto GriSin può essere considerato un reale
candidato; l’esperienza di Romanov è così limitata che la sua scelta è impensabile.
13 Per una valutazione sui nuovi entrati a far parte della direzione suprema successivamente al
xxv Congresso del partito, cfr. Boris Lewytzkyj, Die neuen Gesichter in der sowjetischen Parteifiihrung,
«Osteuropa», 26, n° 8-9, agosto 1976, pp. 651-55.
14 Gli stessi termini in cui si è svolta la sua direzione, la sua capacità di far accettare le proprie
scelte e di ottenere adeguato sostegno all’interno degli organi decisionali verranno significativamente
influenzati dal fatto che i suoi associati sanno che egli è soltanto un leader provvisorio. La sua capaci­
tà di agire in modo deciso dipenderà, in misura maggiore rispetto al suo predecessore, dalla sua abili­
tà nel costruirsi delle alleanze all’interno dell’élite.
15 L’esecutivo brezneviano viene talvolta descritto come il «gruppo del Dnepropetrovsk» e pren­
de nome dalla città per tanto tempo associata a Breznev. Cfr. ad esempio Der Vormarsch der «Dnepro-
petrovsk-Faction», in «Sowjetunion 1967/1977», Cari Heuser, Monaco 1977, pp. 21-24.

105
La successione: ricambio dei dirigenti e dei
gruppi di élite

La misura in cui il processo politico in Unione Sovietica viene ad infran­


gersi durante il periodo di successione dipende direttamente dalla misura in
cui viene ad essere sostituito tutto lo strato direttivo immediatamente al di
sotto del leader, dalla durata del periodo durante il quale tale sostituzione ha
luogo e dal tempo di permanenza in carica dello strato direttivo che viene
sostituito. La successione che sta per aver luogo genererà inevitabilmente
una sostituzione in massa dello strato direttivo supremo, compirà il processo
di ricambio in un tempo relativamente breve e colpirà in modo particolare il
nucleo centrale di questo strato, quei leader che hanno lavorato insieme così
a lungo. Al fine della nostra analisi diremo che il corpo direttivo supremo è
composto dal Politbjuro, dalla Segreteria centrale del partito, dal Presidium
del Consiglio dei ministri e dalla metà superiore del Presidium del Soviet su­
premo — quei corpi collettivi che amministrano il partito-stato sovietico e
che includono i capi di tutte le maggiori gerarchie burocratiche e la maggior
parte delle loro sottosezioni più importanti —, in tutto 62 cariche e 53 tito­
lari. Per ciò che ci concerne la caratteristica più sorprendente di questo grup­
po nel suo complesso è la sua età avanzata, un’età che è la più alta di ogni
tempo della storia sovietica e di ogni altro periodo di successione (e tra l’al­
tro, più alta dell’età del gruppo corrispondente di qualsiasi altra società indu­
striale, qualsiasi sia il suo sistema).1
Il ruolo di uomo politico e quello di amministratore sono fusi in Unione
Sovietica in maniera molto maggiore che non nelle altre società ad un com­
parabile livello di sviluppo; tuttavia la misura in cui entrambi i ruoli vengo­
no a fondersi non è la stessa in tutte le istituzioni direttive. In quattro delle
cinque istituzioni elencate nella tavola 1, l’età media supera la normale età di
pensionamento in vigore nella maggior parte delle società industriali, non
solo per quel che concerne gli uomini politici, ma soprattutto per gli ammi­
nistratori statali. Ancora più sorprendente, quindi, è il fatto che l’età media
del Presidium del Consiglio dei ministri e della Segreteria del partito, nei

106
TAVOLA 1. ETÀ DBLLA OLIGARCHIA SOVIETICA, 1980* >

Istituzione No. Età medili

Politbjuro: membri effettivi 14 70,1

Politbjuro: membri candidati 9 62,5

Segreteria del cc 10 67,0

Presidium del Consiglio dei ministri 14 68,1

Presidium del Soviet supremo 15 65,3

Totale (60 cariche) 53 66,2

* Con alcune eccezioni che saranno ravvisate nel testo, la natura dei dati contenuti nelle tavole
di questo libro, così come per altre informazioni riguardanti l’età, il background c la carriera dei
funzionari sovietici, fa sì che sia quasi impossibile dare dei riferimenti precisi per ogni tavola o
ogni voce specifica. Le fonti principali dei dati, oltre alle raccolte collezionate da giornali sovie­
tici dall’autore per un tempo maggiore di quanto abbia voglia di ricordare, sono: Eiegodnik BSE,
Izd. Sovetskaja enciklopedija, Mosca 1958-77 (20 voli.); Deputaty Vercbovnogo soveta, Izd. Izvcsti-
ja, Mosca 1958,1962, 1966,1970,1974; Pohtileskij slovaP, Gospolitizdat, Mosca 1940,1958.

TAVOLA 2. RAGGRUPPAMENTO PER ETÀ DELLA OLIGARCHIA SOVIETICA, 1980

Istituzione 70 anni 60 anni


ed oltre (%) o meno (%)

Politbjuro: membri effettivi 50,0 7,1


Politbjuro: membri candidati 22,2 33,3
Segreteria del cc 50,0 20,0
Presidium del Consiglio dei ministri 35,7 7,1
Presidium del Soviet supremo 26,6 33,3

Totale 28,4 25,5


i

quali si dà maggiore rilievo ai ruoli amministrativi, è alta quasi quanto quel­


la del Politbjuro.
Le cifre di media dicono naturalmente solo una parte della verità. Innanzi­
tutto, la ripartizione in gruppi di età all’interno di ogni istituzione, eccetto
la carica di membro candidato del Politbjuro, è tale che da un lato una larga
parte dei suoi membri non è semplicemente anziana, ma addirittura molto
vecchia, e dall’altro, nelle istituzioni principali, la presenza del gruppo più
giovane, sebbene già non più giovane, è relativamente piccola.
Come mostra la tavola 2, una larga parte di membri facenti parte delle
istituzioni centrali ha 70 anni o più. Tale gruppo è all’interno del Politbjuro
sette volte più ampio di quello dei «ragazzi» di 60 anni o meno, e cinque
volte più ampio nel Presidium del Consiglio dei ministri. È all’interno di
questo gruppo di più anziani, inoltre, che ci sono persone le quali combina­
no l’appartenenza ai maggiori organi decisionali con quella a cariche ammi­
nistrative al livello supremo.

107
TAVOLA 3. HTÀ OHI MEMBRI EFFETTIVI E CANDIDATI DEL POLITBJURO CON RESPONSABILITÀ AL
CENTRO BD IN PERIFERIA

Responsabilità Età media

Centro 70,9
Periferia 61,1

TAVOLA 4. ETÀ DELL’OLIGARCHIA SOVIETICA NEGLI ANNI 1952, 1964 E 1980

Età media

Istituzione 1952 1964 1980

Politbjuro: membri effettivi 55,4 61,0 70,1


Politbjuro: membri candidati 50,9 52,8 62,5
Segreteria del cc 52,0 54,1 67,0
Presidium del Consiglio dei ministri 54,9 55,1 68,1

Totale 54,1 56,0 66,8

In secondo luogo, è proprio questo gruppo più anziano che costituisce il


nucleo centrale di ogni istituzione, una specie di suo Consiglio esecutivo,
che comprende cioè i suoi membri più importanti ed influenti (tavola 3).
Sono quei membri effettivi e candidati del Politbjuro che contano circa 17
anni di presenza e di esperienza di lavoro comune all’interno di ogni specifi­
ca istituzione. I membri più giovani, o costituiscono delle aggiunte molto
recenti, senza grande esperienza di lavoro nell’apparato centrale di Mosca, o
sono funzionari di provincia e di repubblica le cui funzioni di responsabilità
li tengono lontani da Mosca; ed in un sistema altamente centralizzato come
quello sovietico, questo stesso fatto li rende figure marginali, di secondo pia­
no, delle istituzioni a cui appartengono.
Se, come abbiamo detto prima, l’età così avanzata di questa oligarchia
non ha precedenti nella storia sovietica, allo stesso modo non c’è alcun pre­
cedente di un ammucchiamento così numeroso di questo gruppo di età più
avanzata. Dal punto di vista della mia analisi, ciò che è ancora più importan­
te è la mancanza di simili precedenti nel corso delle passate successioni.
Quando Stalin morì, aveva 73 anni, e Chruscév aveva 70 anni quando venne
destituito; tuttavia, come indica la tavola 4, le oligarchie che essi guidavano
erano molto meno anziane, e anche relativamente giovani. Il più giovane
membro effettivo del Politbjuro di oggi è più vecchio dell’età media dei
membri del Politbjuro durante la successione di Stalin, ed il più giovane
membro candidato dell’attuale Politbjuro è più vecchio dell’età media del suo
corrispettivo nel periodo della successione di Chruscév.
Questi dati sostengono fortemente l’opinione che la successione che sta

108
per avere luogo non consisterà semplicemente nella spstituzionc del cajx» su­
premo, ma che negli anni a venire avrà luogo una massiccia sostituzione cd
un consistente rimaneggiamento tra i più alti ranghi della gerarchia sovieti­
ca. Prima di cercare di spiegare perché e come si è venuta a creare una tale
straordinaria situazione, e quale potrebbe essere il possibile scenario per una
sua soluzione, bisognerebbe indagare in che misura lo stato di cose che ab­
biamo appena descritto sia limitato alla oligarchia suprema, vale a dire,
quanto sia esso una caratteristica della élite che si trova immediatamente al
di sotto di questo gruppo nella scala gerarchica della burocrazia sovietica.
Si vuole dimostrare che bisogna fare una chiara distinzione tra i vari grup­
pi di questa élite, e la distinzione fondamentale è quella tra la élite centrale
di Mosca ed i gruppi di élite al livello di repubblica e di provincia. Questo
tipo di struttura in base all’età del vertice dirigenziale, lungi dall’essere limi­
tato a tale gruppo, si riflette da vicino in tutta l’élite centrale, sia per quanto
riguarda la sua elevata anzianità che per la sua concentrazione (tavola 5).2
Il Consiglio dei ministri ed i dipartimenti della Segreteria centrale del
partito formano la spina dorsale della struttura amministrativa sovietica, il
vero e proprio direttorio burocratico che, sotto la direzione della leadership
suprema, dirige il partito-stato sovietico in tutti gli aspetti della sua attività.
È anche questo il gruppo che fornisce la base dalla quale la leadership viene
a formarsi. Esso costituisce la più importante fonte di reclutamento di quadri
direttivi supremi per quanto concerne i funzionari di stato, ed è la seconda,
in misura quasi uguale alla tradizionale fonte di reclutamento costituita dai
primi segretari di partito di repubblica e di provincia, per quanto riguarda la
burocrazia di partito. L’età avanzata delle persone di questo gruppo che sono
a capo delle maggiori burocrazie è una caratteristica condivisa da tutti i tipi
TAVOLA 5. ETÀ DEL GOVERNO CENTRALE E DELLA ÉLITE DI PARTITO, 1978

Istituzione No. Età media

Consiglio dei ministri 76 65,0

Ministri 59 65,1

Presidenti di commissioni statali 17 64,2


Capi dei dipartimenti della
Segreteria centrale del partito 17 63,6
Alto comando delle forze armate 16 65,0

Direzione politica delle forze armate 6 64,0

Totale 114 64,7

Direzione del ministero degli affari esteri 11 64,5


Direzione nel campo delle comunicazioni
e della cultura 26 62,1
Direzione dei sindacati 10 58,6

1.09
TAVOLA 6. RIPARTIZIONB PER GRUPPI DI BTÀ DEL GOVERNO CBNTRALB E DBLL’ÉUTB DI PARTI­
TO, 1978

Istituzione Sotto i 65 anni 70 anni


60 anni ed oltre ed oltre

Consiglio dei ministri 17,1 63,2 26,3


Capi dei dipartimenti della Segreteria centrale del partito 23,5 52,9 11,7

TAVOLA 7. ETÀ DELLE ÉLITE DI REPUBBLICA E DI PROVINCIA, 1978

Istituzione No. Età media

Presidium, Consiglio dei ministri, RSFSR 12 59,4


Primi segretari provinciali di partito, RSFSR (Province russe) 53 57,8
Primi segretari provinciali di partito, rsfsr
(Province non-russe) 17 55,7
Primi segretari provinciali di partito, repubbliche federate 33 54,9
Primi segretari di partito al livello di repubblica 15 58,7
Secondi segretari di partito al livello di repubblica 11 54,8
Primi ministri delle repubbliche 13 56,8

Totale 154 56,9

Élite militare: comandanti di distretti militari e di flotta 23 57,1


Ambasciatori 20 59,9

di istituzione — ministeri federali, ministeri delle repubbliche e comitati sta­


tali. Essa è uniformemente pronunciata in tutte le aree funzionali, sebbene
sia particolarmente alta nell’ambito del complesso militare-industriale. Tenu­
to conto dell’accento posto da questo gruppo sulle attività di carattere ammi­
nistrativo, e del suo relativo pensionamento obbligatorio una volta raggiun­
to il dato limite di età che vi si applica, la ripartizione per età, sebbene a li­
velli leggermente inferiori a quelli della direzione centrale, appare tuttora
straordinaria e sorprendente (tavola 6).
Alquanto differente appare la situazione di quelle élite situate a livello
immediatamente inferiore alla direzione suprema, le quali dirigono le attivi­
tà del partito-stato sovietico nelle repubbliche e nelle province. Essa non è
una élite giovane in senso assoluto, inclusa quella del passato non troppo re­
moto dell’Unione Sovietica; anch’essa è certamente più vecchia di qualsiasi
altro periodo della storia sovietica, ma non è vecchia agli stessi livelli della
direzione e della élite centrale, né essa può essere ritenuta eccessivamente an­
ziana, considerando il livello delle proprie responsabilità (tavola 7).
L’età dell’attuale élite di provincia e di repubblica è uguale a quella della
oligarchia centrale al momento della destituzione di Chruscèv, ed è considere­
volmente più avanzata di quella della élite centrale di quel tempo. Assumen­

110
do che il tipo di politica applicato dalla direzione di Bteinev rispetto alla éli­
te centrale non verrà perseguito nei confronti di tale gruppo di provincia —
il che è probabile, soprattutto durante un periodo di successione — ampie
sostituzioni avranno presto luogo a questo livello di élite. Non è una situa­
zione normale il fatto che più di un quarto dei primi segretari di provincia
abbiano raggiunto o si stiano avvicinando all’età di 65 anni (tavola 8). Tut­
tavia le cifre concernenti l’età media nascondono in questo caso un raggrup­
pamento per età che è considerevolmente diverso da quello dell’élite centra­
le, e suggeriscono che una larga parte di questa élite sia lontana dai limiti di
età che conducono al ricambio, specie se non viene stabilita alcuna regola­
mentazione dell’età di pensionamento, e che essa occuperà in futuro una po­
sizione preminente nella scena politica sovietica per un tempo relativamente
lungo.
Considerando le inevitabili, massicce sostituzioni all’interno della leader­
ship centrale del partito-stato e della élite in un futuro non troppo distante,
ed il fatto che l’élite di repubblica e di provincia costituiscono per tradizione
una delle due principali aree di riserva, mi prefiggo di discutere questo grup­
po in maggior dettaglio successivamente.’ (L’altra fonte di reclutamento di
quadri nella oligarchia e nella élite centrale è il gruppo di vice capi delle isti­
tuzioni centrali. È mia impressione che questo gruppo sia più anziano di
quello provinciale).
La situazione straordinaria che caratterizza attualmente l’oligarchia e l’éli­
te sovietica riguardo alla loro struttura dal punto di vista dell’età si è venuta
a creare per un certo numero di fattori. Essa rappresenta però fondamental­
mente il prodotto di due processi, uno indiretto e remoto: gli effetti ritardati

TAVOLA 8. RIPARTIZIONE PER GRUPPI DI ETÀ DELLE ÉLITE SOVIETICHE DI PROVINCIA E DI RE­
PUBBLICA, 1978 (%)

Istituzione 70 anni 65 anni meno di 50 anni


ed oltre ed oltre 55 anni e meno

Primi segretari provinciali di partito,


rsfsr (province russe) 4,0 15,1 33,9 18,7
Primi segretari provinciali di partito,
RSFSR (province non-russe) 0 5,8 52,9 29/f
Primi segretari provinciali di partito,
repubbliche federate 0 9,1 54,5 24,2
Primi segretari di partito
a livello di repubblica 6,6 20,0 26,6 13,3
Secondi segretari di partito
a livello di repubblica 0 0 45,4 27,3
Primi ministri delle repubbliche 0 15,4 38,4 38,4

Totale 2,1 11,9 41,5 23,2

111
c finali delle grandi purghe dell’era staliniana; l’altro, diretto ed immediato:
la stabilità dei quadri durante l’era brezneviana e la natura del suo processo
di ricambio al livello di leadership.
La dimensione e le conseguenze della Grande Purga staliniana delle élite
sovietiche degli ultimi anni Trenta e primi anni Quaranta sono ben note. È
sufficiente dire che la purga sostituì e rimaneggiò la stragrande maggioranza
delle élite sovietiche in tutte le sfere di attività, e che può giustamente essere
considerata equivalente ad una rivoluzione politica. Una larga parte delle éli­
te scomparve per sempre, e quelle restanti, insieme a larghi strati di élite in­
feriori, cominciarono ad avanzare a posizioni di prestigio con una rapidità
straordinaria. Ecco soltanto alcuni esempi: dei 1966 delegati votanti e non
votanti al XVII congresso del partito avvenuto nel 1934, l’ultimo congresso
che precedette le purghe, 1108, il 56,3%, furono arrestati con l’accusa di atti­
vità proditorie negli anni successivi, e molti altri si suicidarono o decisero di
abbandonare la politica;4 dei 139 membri effettivi e candidati del Comitato
centrale che furono eletti al xvn congresso del partito, 98, il 70,5%, vennero
arrestati o giustiziati, ed altri vennero destituiti dalle loro cariche. Secondo i
miei calcoli, anche 1*85% circa di primi segretari provinciali di partito ven­
nero epurati. Nelle forze armate non meno di un terzo del corpo ufficiali
dell’Annata rossa venne giustiziato, imprigionato o destituito dal servizio at­
tivo, compresi tre dei cinque marescialli sovietici, tutti gli 11 vice commissa­
ri del popolo alla difesa e 13 dei 15 generali dell’esercito. Secondo le storie
sovietiche ufficiali, tutti i comandanti dei distretti militari, tutti i comandan­
ti di corpo d’armata, quasi tutti i comandanti di brigata e di divisione, circa
la metà di tutti i comandanti di reggimento e tutti i comandanti di flotta ec­
cetto uno vennero epurati, se non uccisi. Al xvin congresso del partito nel
1939, il primo congresso successivo alla purga, quasi l’80% dei membri effet­
tivi e candidati del Comitato centrale consisteva di nuovi membri dell’élite.
Un ulteriore fenomeno che non viene solitamente messo in luce nelle
opere che trattano della Grande Purga, è quello dell’espansione parallela di
tutta una rete di cariche al livello di élite e di direzione. La creazione della
vittoriosa dittatura staliniana che la Grande Purga significò fu accompagnata
da una rapida crescita del partito-stato sovietico, da una significativa espan­
sione di gerarchie burocratiche e di cariche con potere esecutivo nel decen­
nio susseguente alla Grande Purga.
Il grado di espansione di tale rete è parzialmente illustrato dai dati se­
guenti: tra il 1935 ed il 1939 il numero delle repubbliche federate passò da 7
a 11 (ed a 16 nel 1940); il numero delle province, da 70 a 110 (141 nel 1946)
ed il numero di distretti di città e di campagna da 2559 a 3815 (4285 nel
1946). Nello stesso periodo il Consiglio dei commissari del popolo passò da
14 a 34 commissariati ed a 53 entro il 1946.’

112
Coloro i quali alla fine degli anni Trenta ed all'inizio ed anche alla metà
degli anni Quaranta riempirono i vuoti lasciati dalla Grande Purga ed <xcu-
parono le nuove cariche venutesi a creare con l'espandersi della rete di cari­
che direttive, condividevano tutti due caratteristiche correlate: il loro avanza­
mento nei gradi della burocrazia estremamente rapido in senso assoluto; c la
loro straordinariamente giovane età rispetto alle posizioni alle quali avanza­
rono. Il tipo di carriera prevalente in questi anni è riflesso nella biografia di
quegli individui che vennero a quel tempo cooptati nella direzione suprema,
o che acquisirono un alto grado:

N.S. Chruscév: divenne primo segretario del partito di Mosca a 40 anni, e


primo segretario dell’Ucraina a 44.
G.M. Malenkov: capo del dipartimento organizzativo del Comitato cen­
trale a 33 anni, e direttore del personale della segreteria del Comitato centra­
le a 38.
A.A. Zdanov: all’età di 38 anni divenne primo segretario di Leningrado e
segretario del Comitato centrale del partito.
LP. Berija: primo segretario della regione transcaucasica all’età di 33 an­
ni, e capo della polizia segreta all’età di 39.
N.A. Bulganin: a 42 anni divenne presidente del Consiglio dei commissa­
ri del popolo della repubblica russa.
A.S. Scerbakov: segretario del Comitato centrale del partito all’età di 38
anni.
N.A. Voznesenskij: presidente della commissione di pianificazione del­
l’URSS a 35 anni.
M.G. Pervuchin: commissario del popolo per l’elettrificazione e l’indu­
stria elettrica a 35 anni.
M.Z. Saburov: vice presidente del Consiglio dei commissari del popolo
dell’URSS a 41 anni.

TAVOLA 9. ETÀ DELLA LEADERSHIP E DELL’ÉLITE SOVIETICA, 1939

Istituzione No. Età media

Politbjuro: membri effettivi 9 50,3


Politbjuro: membri candidati 2 46,0
Segreteria del partito 4 46,0
Presidium del consiglio dei commissari del popolo 9 42,2
Consiglio dei ministri (1946) (escluso il Presidium) 32 42,7
Comitato centrale: membri effettivi 71 43,7
(% di quelli sotto i 40 anni) 02,1)
Comitato centrale: membri candidati 67 36,8
Alto comando militare 23 41,7

113
V.A. MalyScv: commissario del popolo alla costruzione di macchine pe­
santi (poi a quelle medie) a 37 anni.
A.I. Kiricenko: segretario del partito comunista ucraino a 33 anni.

Entro il 1939-40 l’Unione Sovietica era diretta dalla più giovane classe di
governo nella storia dei maggiori stati contemporanei (tavola 9). Negli anni
1939-46 l’età media dei nuovi entrati nel Politbjuro era di 43, di 42 nella se­
greteria del Comitato centrale, e di 36 nel Consiglio dei commissari del po­
polo. Soltanto tre membri del Politbjuro e della Segreteria, le più importanti
istituzioni direttive, avevano 50 anni o più. Nelle forze armate, comandanti
di corpi d’armata trentacinquenni e comandanti di armate e di vasti distretti
militari meno che quarantenni costituivano la regola anziché l’eccezione.
L’«anziano» Timosenko, quando assunse la carica di commissario del popolo
alla difesa, aveva 45 anni, così come il capo del corpo dei generali Zukov; ed
il comandante in capo della marina sovietica Kuznecov aveva 39 anni, tanti
quanti ne aveva il capo dell’aeronautica.
Il numero di sopravvissuti tra i beneficiari della Grande Purga durante il
restante periodo dell’era staliniana fu sorprendentemente alto. Niente che si
avvicinasse minimamente ad una «purga permanente» di massa ebbe luogo
tra le sfere più alte nell’ultimo decennio di dominio staliniano. Le purghe fu­
rono ristrette e con scopi specifici, e durante il periodo chrusccviano i bene­
ficiari della Grande Purga costituirono il gruppo fondamentale di personale
che avanzò a posizioni di leader. Nonostante il fatto che il processo di ricam­
bio di personale sia stato considerevolmente più elevato sotto Chruscév che
non durante l’ultimo stalinismo, questo strato era così vasto e così ben inse­
diato a tutti i livelli delle gerarchie che esso costituì il gruppo di gran lunga
più ampio dal quale provennero i nuovi quadri a sostituire quelli destituiti
da Chruscév da posizioni influenti e di potere. Come risultato, al momento
della destituzione di Chruscév era ancora questo gruppo a dominare la dire­
zione suprema e perfino i livelli medi delle differenti élite. La scomparsa im­
provvisa e quasi completa della precedente generazione di élite nella Grande
Purga, il simultaneo e rapidissimo avanzamento di una nuova generazione a
posizioni di media e suprema responsabilità, e la sua giovane età durante la
fase centrale della carriera sono tutti fattori che resero possibile la sua ecces­
siva capacità di resistenza e la sua tenacia nel dominare la scena politica so­
vietica così a lungo. Gò si può constatare facilmente guardando agli inizi
delle carriere di uomini che occupano posizioni chiave o comunque impor­
tanti nell’ambito della attuale oligarchia ed élite centrale.
L’attuale segretario del partito Breznev venne promosso nel 1939, all’età
di 33 anni, a segretario di una delle maggiori province industriali dell’Ucrai­
na, dopo essere stato ingegnere in una industria metallurgica nel 1936, e di­

114
rettore di una scuola professionale nel 1937. L’attuale primo ministro sovieti­
co Kosygin venne catapultato dalla direzione di una industria tessile nel
1938 alla carica di commissario del popolo per l’industria tessile nel 1939, ed
a quella di vice primo ministro nel 1940 all’età di 35 anni. L’attuale membro
del Politbjuro e segretario del Comitato centrale Suslov raggiunse nel 1939,
all’età di 37 anni, la carica di primo segretario di una delle più vaste province
russe. L’attuale membro del Politbjuro e ministro degli esteri Gromyko fu
proiettato nel 1939 dallo staff editoriale di un giornale economico a capo del
dipartimento nord americano del Commissariato del popolo agli affari esteri,
c nel 1943, all’età di 34 anni, al posto di ambasciatore sovietico negli Stati
Uniti. L’attuale membro del Politbjuro e ministro della difesa Ustinov rag­
giunse nel 1939, quando aveva 33 anni, la carica di commissario del popolo
agli armamenti. Kirilenko, attuale membro del Politbjuro ed erede legittimo
di Breznev, divenne nel 1939, all’età di 33 anni, segretario della più vasta
provincia produttrice di acciaio dell’Unione Sovietica.
L’attuale membro del Politbjuro Pelse fu eletto nel 1940, all’età di 41 an­
ni, segretario del partito comunista lettone. Andropov, membro del Politbju­
ro e capo della polizia segreta, divenne nel 1938, all’età di 24 anni, primo se­
gretario di un Komsomol di provincia, ed a 26 anni segretario di un Komso­
mol di una repubblica. Grisin, membro del Politbjuro, divenne nel 1942, a
28 anni, segretario di un centro industriale. Kunaev, membro del Politbjuro
e primo segretario del partito comunista del Kazachstan, nel 1942, a 30 anni,
venne eletto vice primo ministro del Kazachstan. Scerbitskij, membro del
Politbjuro e leader ucraino, divenne nel 1948, alla età di 30 anni, secondo se­
gretario di uno dei più grandi centri industriali ucraini. Ponomarev, membro
candidato del Politbjuro e segretario del Comitato centrale, divenne nel
1937, all’età di 32 anni, un dirigente del Comintern. Rasidov, membro candi­
dato del Politbjuro e capo del partito comunista uzbeko, divenne nel 1944,
all’età di 27 anni, segretario di partito della capitale dell’Uzbekistan, ed a 33
anni presidente del Soviet supremo uzbeko. Demicev, membro candidato del
Politbjuro e ministro della cultura dell’URSS, divenne nel 1947, all’età di 29
anni, segretario di un distretto molto importante di Mosca, ed all’età di 35
anni venne nominato ad una posizione di responsabilità nell’apparato della
segreteria del Comitato centrale. Maserov, membro candidato del Politbjuro
e capo del partito comunista belorusso, nel 1944, all’età di 26 anni, divenne
primo segretario di un Komsomol di provincia, a 30 anni primo segretario
di un Komsomol di repubblica ed a 36 anni segretario di partito della capita­
le belorussa. Arkipov, membro del Presidium del Consiglio dei ministri, di­
venne nel 1938, a 31 anni, primo segretario di partito di un importantissimo
centro minerario. I.T. Novikov, membro del Presidium del Consiglio dei
ministri, divenne nel 1941, a 35 anni, segretario di un comitato di partito di

115
una importante provincia. V.N. Novikov, membro del Presidium del Consi­
glio dei ministri, divenne nel 1941, a 34 anni, vice ministro agli armamenti
dell’Unione Sovietica. Baibakov, membro del Presidium del Consiglio dei
ministri, divenne nel 1940, all’età di 29 anni, vice ministro dell’industria pe­
trolifera sovietica e ministro all’età di 33 anni. V.V. Kuznecov, primo vice
presidente del Soviet supremo dell’URSS, venne promosso nel 1940, a 39 an­
ni, a vice capo della Commissione per la pianificazione sovietica e a 43 anni
a capo dei sindacati sovietici.
È però principalmente il periodo brezneviano e la sua direzione responsa­
bile del fatto che la leadership e l’élite politica dello stalinismo maturo, la
più giovane della storia moderna, che era di età media durante il periodo di
Chruscèv, sia diventata la stessa, così anziana, di oggi. I quindici anni di pre­
sidenza brezneviana sono stati caratterizzati da una stabilità burocratica e, co­
sa ancor più importante, da una stabilità di quadri senza precedenti. Se
Chruscèv garantì alle élite sovietiche la sicurezza della vita, Breznev assicurò
loro quella della permanenza in carica. Gli alti funzionari sovietici non sono
mai messi da parte: essi muoiono in carica. Sotto Breznev, il processo di ri­
cambio a livello di leadership e di élite è stato, fino a poco tempo fa, più len­
to di quello di qualsiasi altro periodo della storia sovietica.6 La eccezionale
continuità nella selezione di quei vasti strati direttivi che governano ed am­
ministrano l’Unione Sovietica sotto Breznev è illustrata dalla tavola 10. Se si
escludono dal conto quei membri del Comitato centrale che sono morti nel
periodo 1971-76, appare che oltre il 90% dei principali leader e dei funziona­
ri mantennero la loro posizione in questa istituzione al xxv congresso del
partito. Tuttavia, anche in presenza di un basso grado di ricambio di quadri,
ci deve essere certamente stato durante il periodo brezneviano un grado di
mobilità verso ed all’interno dello strato direttivo supremo e tra le élite. Un
caso importante è costituito dall’accelerato processo di ricambio durante gli
ultimi due o tre anni nel Consiglio dei ministri dell’URSS al di sotto del livel­
lo del suo Presidium, dove un’alta percentuale di nuovi entrati è costituita
da persone relativamente giovani, che vanno cioè dai 50 ai 60 anni.
L’istituzione nella quale ha avuto luogo negli anni Settanta il più vasto ri­
cambio di quadri — un processo di sostituzione veramente ampio ai livelli di
potere medio e medio-superiore — è quella delle forze armate. Tra i 126 più

TAVOLA 10. PERCENTUALE DI SOPRAVVIVENZA DI MEMBRI DBL COMITATO CENTRALE DEL PCUS
NEI SUCCESSIVI CONGRESSI (%)

Chruscèv £hru$cev Breznev Breznev Breznev


XX: 1956 XXII: 1961 xxiii:1966 XXIV: 1971 xxv: 1976

62,4 49,6 79,4 76,5 83,4

116
alti funzionari militari di professione del Ministero della difesa, 1*86,5% as­
sunse la propria carica negli anni Settanta, così come 1*82,3% del personale
politico supremo (34 cariche), 1*81,2% dei comandanti di distretto militare
(16 cariche), il 96,2% di vice comandanti (79 cariche), tutti i comandanti ili
flotta (5 cariche) e tutti i vice comandanti di flotta (12 cariche).
Il potenziale effetto cumulativo di tale ricambio sul processo di rinnova­
mento degli strati dirigenti venne però annullato da una grande esitazione a
sostituire i vecchi quadri con i nuovi e da un avanzamento lento dei giovani
membri della élite a posizioni chiave di direzione. Prima di tutto gli indivi­
dui che vennero a sostituire gli alti funzionari che morivano, si ritiravano o
erano licenziati, sono molto spesso quasi della stessa età (e talvolta perfino
più vecchi) delle persone che essi sostituiscono. Per esempio, al ministro
della difesa Grecko, che morì nel 1976 all’età di 73 anni, subentrò Ustinov,
che aveva allora 68 anni; il capo della commissione di controllo del partito
Svernile, che si ritirò all’età di 78 anni, fu sostituito dal sessantasettenne
PelSe (che ha adesso 81 anni); il ministro per le costruzioni da trasporto Ko-
zevnikov, che morì a 70 anni nel 1975, dal sessantasettenne Sosnov; il mini­
stro delle comunicazioni Bescev, morto nel 1978 a 75 anni, dal sessantano-
venne Pavlovskij; il ministro delle costruzioni navali, Butoma, morto nel
1976 a 69 anni, daH’allora sessantanovenne M.V. Egorov, e così via.7
Il ricambio dei primi segretari di partito di provincia è un interessante
esempio di ciò che abbiamo detto (tavola 11).
Come mostra la tavola, circa i due terzi dei primi segretari provinciali rag­
giunsero le loro posizioni sotto Breznev, il che indica un processo di ricam­
bio alquanto considerevole. Tuttavia le cifre dimostrano anche che la mag­
gior parte delle nuove nomine avvenne durante il periodo iniziale della cari­
ca di Breznev, mentre negli ultimi sette anni il processo di ricambio è stato
molto lento. La tavola mostra inoltre che la anzianità dei designati era molto
alta, che le nomine devono essere avvenute in modo molto attento, delibera­
to e prudente, senza alcuna promozione di massa ed avanzamenti di giovani

TAVOLA 11. TURNOVER E CARRIERA DEI PRIMI SEGRETARI PROVINCIALI DI PARTITO (RSFSR),

1965-78 (%)

Carica Prima del Sotto Sotto Breznev Anno medio


1953 ChruScev per l’intero
1965-71 dopo il 1971 gruppo

Nominato alla carica


di primo segretario
provinciale 5,7 28,3 47,2 18,8 1966,5
Carica di segretario
provinciale o equivalente 26,4 62,3 U,3 0 1957,3

117
candidati (più sorprendente è naturalmente il fatto che più di un quarto de­
gli attuali primi segretari di provincia occupavano già posizioni elevate nel­
l’apparato sotto Stalin).
In secondo luogo, la capacità di resistenza dei membri più giovani della
gerarchia suprema, relativamente alla loro permanenza in carica, è alquanto
minore di quella dei più anziani. In realtà, delle 5 persone che furono epura­
te dal Politbjuro durante l’intero periodo brezneviano, due (Selepin e Poljan-
skij) ne erano a quel tempo (1975) i membri più giovani: 58 e 59 anni ri­
spettivamente.
In terzo luogo, l’avanzamento di membri giovani, una volta che questi ab­
biano raggiunto posizioni nella leadership suprema, è lento e tortuoso. Tra
gli esempi che possono essere citati, due appaiono particolarmente istruttivi.
Il primo concerne Katusev, per il quale veniva predetto un grande futuro
quando fu cooptato nel 1968 nella segreteria centrale del partito all’età, senza
precedenti, di 41 anni. Nel 1977 Katusev venne rimosso dalla segreteria, e
trasferito al posto di uno degli undici vice primi ministri, un effettivo caso
di interruzione di una promettente carriera. L’altro esempio concerne la crea­
zione nel 1976 di una seconda carica di primo vice primo ministro (la prima
era tenuta da Mazurov). Questa carica venne istituita presumibilmente per
alleviare il fardello dell’anziano primo ministro Kosygin e forse per prepara­
re una linea di successione. Il designato è stato selezionato dal gruppo degli
undici vice primi ministri; è il settantaquattrenne Tichonov, il più vecchio
dell’intero gruppo.
Tutto ciò spiega perché nonostante l’elezione di persone relativamente
giovani e la loro mobilità alla direzione suprema, l’età media dei membri fa­
centi parte della più potente istituzione sovietica, il Politbjuro, è oggi esatta­
mente 13 anni maggiore di quanto lo era 13 anni fa, nel 1965, all’inizio del
periodo brezneviano; il che vuol dire che il risultato finale è lo stesso che se
non ci fosse stata nessuna affluenza in tale corpo (lo stesso è vero per quanto
riguarda il massimo organo governativo, il Presidium del Consiglio dei mi­
nistri). Cosa più importante, con la possibile eccezione del sessantenne Ku­
lakov che è morto nel 1978, nessun membro più giovane della suprema ge­
rarchia è entrato a far parte del nucleo centrale del Politbjuro e della segrete­
ria durante il periodo brezneviano, ed egualmente importante è il fatto che
coloro che si presume siano i legittimi eredi di Breznev sono o il settantatre­
enne Kirilenko, o il settantaseienne Suslov.
Quando, nella ricorrenza del suo settantesimo compleanno, il capo in se­
conda di Breznev, A.P. Kirilenko ricevette un’alta decorazione di stato, egli
fece durante il suo discorso un’osservazione che riflette indubbiamente mol­
to bene i sentimenti di questa generazione di leader: «A settant’anni non si è
giovani, ma allo stesso tempo neanche molto vecchi. È un bene che nel no­

118
stro paese questa sia considerata una mezza età»." E non parlava per scherzo,
La stabilità dei quadri sotto Breznev costituisce un sintomo cu un riflesso
di più profonde, fondamentali differenze tra il perìodo della sua direzione c
quello di Chruscév. Dopo la morte di Stalin, i suoi successori si accorsero
che il maggior pericolo a lunga distanza per l’efficienza del regime era la sta­
gnazione causata da politiche e metodi di governo ridondanti dal punto di
vista politico e controproducenti da quello economico. Se il ciclo di riforme
c di revisioni post-staliniane fu una risposta ed una reazione contro il conso­
lidamento, i rigidissimi controlli e la pietrificazione del sistema politico pro
prio della Russia post-bellica staliniana, il tentativo da parte della direzione
post-chruscéviana di consolidare dal punto di vista politico ed ideologico il
sistema è stata una risposta ed una reazione al periodo di fluidità organizzati­
va, politica ed ideologica dell’era chruscéviana che aveva quasi prodotto il caos.
Adesso, l’ossificazione sembra di nuovo essersi stabilita durante gli ultimi
anni di Breznev. Essa si manifesta nella mancanza di qualsiasi tentativo di ri­
forma, in special modo nella struttura economica, nonostante le pressioni
causate dal deterioramento dell’attività economica, e nell’inerzia e nella man­
canza di iniziative incisive concernenti le scelte e gli indirizzi politici interni.
Il suo riflesso principale però, e si potrebbe pensare la sua causa maggiore è
data dall’ossificazione della struttura direttiva e del personale, specialmente
al livello centrale.
La superstabilità dei quadri durante la metà e l’ultimo periodo di Breznev
non può essere spiegata in altro modo che come una deliberata politica della
direzione suprema, accondiscesa dai suoi subordinati. Non sappiamo in che
misura questa politica venga perseguita principalmente in quanto i vecchi
leader si sentono a loro agio circondati unicamente da facce ben note, e per­
ché, come molti leader anziani hanno fatto nel corso di tutta la storia, non
vogliono pensare a quello che accadrà dopo di loro. Considerata l’omogenei­
tà e la compattezza del nucleo centrale del gruppo direttivo, è molto poco,
nelle particolari condizioni sovietiche, quello che coloro che dissentono da
tale politica della leadership e dell’élite, specialmente i più giovani, possono
fare per invertirla o correggerla.
Inizialmente comunque tale politica ha anche riflesso un accordo informa­
le, un patto tra la massima dirigenza e l’élite per ottenere quella sicurezza
che era stata loro negata in passato. Esso riflesse il riconoscimento di un ruo­
lo maggiore e di una influenza più vasta da parte delle élite, e può rifletterla
ancora oggi. Tale politica è stata assicurata dalla preservazione della natura
oligarchica della leadership suprema sovietica e potrebbe dimostrarsi difficile
cambiarla senza mettere in pericolo gli equilibri del potere c delle attitudini
concernenti le scelte politiche all’interno di questa leadership. Che tale poli­
tica sia soddisfacente anche oggi per gli anziani membri della direzione so-

119
victica c della élite è una cosa ovvia; si può dubitare però che essa non venga
mal vista dai suoi membri più giovani. Le porte sono rimaste chiuse per
molto tempo, e deve esserci una grande frustrazione ed impazienza contenu­
te tra i membri più giovani delle élite; una frustrazione che può essere miti­
gata in larga misura dalle speranze di avanzamento associate alla attesa mor­
te di Breznev ed al trapasso della vecchia generazione. Quanto rapida, di
quale dimensione e quanto condensata nel tempo tale sostituzione sarà, di­
pende naturalmente in parte dai capricci della natura, ma in gran parte anche
dal modo in cui tale successione si aprirà e dall’ambito politico nel quale es­
sa avrà luogo; una questione da discutere in altra occasione.
Non sappiamo per quanto tempo ancora Breznev rimarrà in carica. C’è da
attendersi comunque che, fintanto che egli rimane al suo posto, la sua politi­
ca dei quadri rimarrà sostanzialmente inalterata. Dal punto di vista della suc­
cessione che sta avvicinandosi, tale continuità è carica di grandi pericoli. Co­
me abbiamo precedentemente affermato, la politica dei quadri brezneviani
sembra dare scarso peso, ed una bassa priorità ad una preparazione graduale
per un cambiamento della leadership, una miopia che potrebbe avere riper­
cussioni profonde e destabilizzanti. Ampi ricambi di personale al livello di
leadership e di élite, specialmente nelle istituzioni centrali, non potranno es­
sere evitati nella prossima successione, sotto qualsiasi circostanza. Ma ogni
anno che questa viene rimandata e che la politica di stabilità di quadri conti­
nua ad andare avanti, cambiamenti straordinariamente drastici, di massa, e
condensati nell’ambito della leadership e della élite diventano sempre più
probabili.
Già oggi è presente all’interno delle élite una considerevole rappresentan­
za di membri più giovani a tutti i livelli di potere e specialmente nei ranghi
medi delle varie gerarchie, così come tra gli esperti-consiglieri della leader­
ship. In un sistema altamente centralizzato come quello sovietico, il loro im­
patto sulle scelte e sulle politiche sovietiche può ben essere stato circoscritto
e smorzato dalla stabilità esistente al livello supremo, dal continuo dominio
delle cariche di potere supremo da parte di un pugno di leader anziani che
hanno paura di cambiare e che reprimono attivamente qualsiasi iniziativa
tendente a trasformare le politiche e la routine stabilitesi. Dato per scontato
che l’afflusso di nuovi membri a posizioni di livello alto ed intermedio di
potere si accelererà e raggiungerà un punto molto alto negli anni a venire,
durante e in parte come risultato della successione, la domanda principale ri­
mane naturalmente la stessa: quanto i nuovi arrivati si differenzieranno da
coloro che hanno sostituito? Come si collocheranno il loro stile di direzione,
la loro condotta nelle cariche, le loro attitudini, le loro convinzioni e le loro
azioni rispetto a quelle dei loro predecessori?

120
NOTH

1 L'anziana leadership politica sovietica, con la sua élite che a sua volta sta invecchiando, riflette
una tendenza che è anche visibile nel partito nel suo complesso, sebbene naturalmente non nella stes
sa misura. La politica brezneviana di limitare l’accesso al partito, in confronto al periplo ihruVt*via
no, ha portato a quella che Rigby chiama una «militanza senescente». Allo stesso tcm|>o, il recluta
mento nel partito, sebbene a ritmi minori, presenta una situazione in cui attualmente quasi i 4/5 dei
membri di partito risultano iscritti nel periodo post-staliniano (per i dati specifici, cfr. T.H. Rigby,
Soviet Communist Party Membership under Breznev, «Soviet Studies», 28, n° 3, luglio 1976, pr>. U V24)
Non si deve neanche dimenticare che l’Unione Sovietica è un paese molto giovane. Secondo il censi­
mento della popolazione del 1970, circa il 50% della popolazione aveva 25 anni o anche meno (Gl
Kolosova, Pol, vozrast i sostojanie v brake naselenija SSSR, in «Vsesojuznaja pcrepis’ nasclcnija 1970 go­
da», a cura di G.M. Maksimov, Statistika, Mosca 1970, p. 168).
2 Per una discussione completa sul Politbjuro e sul Consiglio dei ministri sotto Breincv, cfr. due
articoli di T.H. Rigby: The Soviet Government since Khrushchev, «Politics», 12, n° 1, maggio 1977, pp.
5-22; e The Soviet Politburo: A Comparative Profile, 1951-71, «Soviet Studies», 24, n° 1, luglio 1972, pp.
3-23.
3 I più notevoli tra una quantità di studi sui leader regionali del partito sono: Jerry F. Hough,
The Soviet Prefects: The Locai Party Organs in Industrial Decision Making, Harvard University Press,
Cambridge, Mass. 1969; David D. Cattell, Leningrad: A Case Study of Soviet Urban Government, Prae­
ger, New York 1968; Ronald J. Hill, Soviet Political Elites: The Case of Tiraspol, St. Martin’s Press,
New York 1977; Philip D. Stewart, Political Power in the Soviet Union: A Study of Decision Making in
Stalingrad, Bobbs-Merrill, Indianapolis and New York 1968; Joel C. Moses, Regional Party Leadership
and Policy-Making in the USSR, Praeger, New York 1974; Peter Frank, The CPSU Obkom First Secreta­
ry: A Profile, «British Journal of Political Science», 1, pt. 2, aprile 1971, pp. 173-90; Grey Hodnett,
The Obkom First Secretaries, «Slavic Review», 24, n° 4, dicembre 1965, pp. 636-52; Robert E. Blackwell
jr., Career Development in the Soviet Obkom Elite: A Conservative Trend, «Soviet Studies», 24, n° 1, luglio
1972, pp. 24-40. L’aggiunta più recente e gradita a tali studi è quella di T.H. Rigby, The Soviet Regio­
nal Leadership: The Breznev Generation, «Slavic Review», 37, n° 1, marzo 1978, pp. 1-24.
4 N.S. Chruscev, Rapporto Segreto, cit., p. 48.
5 I.V. Stalin, Voprosy Leninizma, lla ed., Gospolitizdat, Mosca 1953, p. 634; e Barbara Ann Cho-
tiner, Structural Change and Personnel Circulation in the Bureaucracy of the USSR Council of Ministers,
1938-1969, seminar paper, Columbia University, p. 23.
6 Vorrei ancora sottolineare che la stabilità dei quadri nel periodo brezneviano, specialmente du­
rante il suo primo decennio, non significa assenza di cambiamenti molto importanti nel sistema poli­
tico. Come ha proposto Seymour M. Lispset, «è possibile che la composizione dei quadri decisionali
rimanga abbastanza costante, ma che la struttura del potere di una società cambi quando cambiano
quei gruppi che hanno accesso al potere» (Political Sociology, in Robert K. Merton et alii, a cura di,
«Sociology Today», I, Harper and Row, New York 1965, p. 106).
7 Nonostante l’enorme ricambio di questi quadri, John Erikson ha osservato che nei quadri mili­
tari «come in tutto l’establishment politico ci sono uomini più giovani che scalpitano impaziente­
mente e che cercano un’opportunità per irrompere nei più alti gradi, ma sembra che sulla scena poli­
tica e militare entrambi i quadri debbano combattere molto duramente per arrivare dove vogliono»
(Recruitment Patterns for the Leadership, Briefing for the xx Annual Conference of IISS, Oxford, En­
gland, 7-10 settembre 1978).
8 «Pravda», 15 ottobre 1976, p. 2.

121
6. La successione: la nuova generazione

Personalmente ritengo che quelle sostituzioni di massa ai livelli di dire­


zione suprema e di élite centrale che accompagneranno certamente se non il
primo, il secondo stadio della successione che sta per profilarsi, produrranno
con ogni probabilità fratture, conflitti politici sulle scelte e sulle procedure
da adottare e cambiamenti di politica indipendentemente dalla identità di co­
loro che raggiungeranno le massime cariche di potere. Tale prospettiva ap­
pare probabile soprattutto perché da un lato la successione segue ad un pe­
riodo di straordinaria e durevole stabilità, durante il quale le differenze con­
cernenti le linee politiche da seguire vennero coperte in nome dell’unità, del­
la stabilità e del compromesso mentre mancarono iniziative audaci, soprat­
tutto sulla scena interna, e dall’altro lato essa arriva in un momento in cui
l’Unione Sovietica comincia ad avere di fronte difficili scelte economiche, e
quando le possibilità di soddisfare i diversi interessi e pressioni con soluzioni
di compromesso saranno minori che non durante il periodo di Breznev.1
Io sostengo che un alto livello di mobilità delle élite, specialmente quan­
do questa venga racchiusa in un breve periodo di tempo, possa di per sé esse­
re significativo nel determinare lo stile ed il comportamento della leadership
e della élite. Spezzando la routine ufficiale diffusa in una struttura burocrati­
ca e centralizzata, modificando la passività dello stile di lavoro che si era ve­
nuta a creare, distruggendo i legami informali esistenti e stabiliti ed indebo­
lendo gli interessi riconosciuti presenti nelle politiche stabilitesi da lungo
tempo, esso crea una situazione che facilita la elaborazione di comportamen­
ti politici diversi. Tuttavia i problemi chiave permangono: quanto i nuovi
venuti saranno disposti ad impiegare questa opportunità di cambiare; quanta
forza essi sprigioneranno ed in quale direzione, allo scopo di ottenere un
cambiamento di rotta delle politiche e dei processi del governo sovietico? In
breve, quanto saranno diversi dai loro predecessori?
Per quanto riguarda la persona che conquisterà la carica suprema, chiun­
que essa sia, questa è in gran parte una questione relativa alle sue caratteri­

122
stiche soggettive, di personalità e di carattere. I massimi leader delle burocra­
zie non vengono limitati dalle regole di comportamento burcxratico nello
stesso modo in cui lo è il loro apparato, come gli studiosi di comportamento
politico hanno da lungo tempo osservato. Ma Weber, per esempio, afferma
che i capi delle varie organizzazioni occupano le loro cariche di autorità o
per appropriazione o per elezione, e «così alla testa di una organizzazione
burocratica c’è un elemento che non è completamente burocratizzato».' E Su­
zanne Keller ha osservato che i leader delle burocrazie maggiori «devono es­
sere studiati sia come capi di organizzazioni su larga scala legati da regole
formali, sia come capi imprevedibili, spontanei, potenzialmente creativi o di­
struttivi, i quali possono trascendere queste regole»?
Nessuno poteva prevedere che Chniscèv, un prodotto così evidente della
scuola staliniana, sarebbe diventato uno dei più grandi riformatori della sto­
ria sovietica; ma quando un vasto gruppo di persone assume delle cariche,
specialmente in tempo relativamente breve, le loro caratteristiche oggettive
comuni possono influenzare in misura importante il loro stile di direzione, i
loro atteggiamenti ed aspirazioni, la loro condotta politica.
La questione allora è se, ed in quale misura la successione, e la sostituzio­
ne di larghi settori dell’élite che probabilmente la accompagnerà, coincide
con differenze effettive dei nuovi membri in quanto gruppo rispetto a quello
precedente; se è cioè noncurante delle caratteristiche personali inevitabil­
mente diverse all’interno di ogni gruppo. Suggerirei che per quanto riguarda
la successione futura tale coincidenza sussiste, che oltre alla imminente sosti­
tuzione del leader supremo e di una larga parte dei massimi strati della lea­
dership, il prossimo decennio porterà simultaneamente un cambio generazio­
nale tra le élite sovietiche.
«Generazione di élite» è un concetto semplice che è però difficile da ap­
plicare e da rendere effettivo? Lungi dal rappresentare soltanto una costru­
zione teorica, il concetto riflette quella che è la realtà, tuttavia esso genera
una quantità di domande di carattere generale e specifico concernenti il suo
significato esplicativo, la sua importanza e le sue applicazioni a cui è difficile
rispondere. La principale domanda di carattere generale riguarda l’importan­
za che tale concetto riveste ed il peso che esso ha nel configurare il compor­
tamento delle élite, considerati i tanti elementi strutturali e formativi che de­
terminano le loro attitudini e la loro condotta generale. Voglio dire che, seb­
bene non ci sia alcun dubbio che differenze generazionali contribuiscono a
modellare le nuove élite, il peso di tale contributo è molto difficile da accer­
tare. Secondo, non è molto certa l’utilità di questo concetto quando venga
applicato, come in questo caso, a piccoli gruppi nei quali le regole delle me­
die statistiche sono di scarsa utilità, quando prendiamo in considerazione
piccole popolazioni anziché esempi presi a caso, e quando condizioni cstra-

123
ncc c differenze tra gli individui possono avere grande importanza. Infine, la
sua applicazione si dimostra imprecisa e soprattutto suscettibile di essere in­
terpretata erroneamente nel caso delle élite sovietiche, in cui i dati oggettivi
sono pochi e dove vengono preclusi tutti gli strumenti di studio diretto delle
loro attitudini e credenze. Tuttavia la logica che il concetto presuppone è
importante e merita di essere esaminata per quanto riguarda il caso sovieti­
co.’ Tenuto conto quindi di tutte queste domande e riserve, affrontiamo più
da vicino il concetto stesso.
«Generazione di élite» è un gruppo la cui appartenenza è caratterizzata da
una grande omogeneità rispetto a particolari esperienze di vita prese nello
stesso momento del suo sviluppo. Il concetto viene qui inteso principalmen­
te in senso politico, ma è sostenuto da una importante base sociologica e psi­
cologica, ed è caratterizzato da un certo numero di prerogative:

Le esperienze di vita costituiscono un fattore importante nella politicizzazione di una élite.


Tali esperienze vanno oltre quelle che sono le influenze proprie della infanzia e della giovi­
nezza e comprendono anche periodi di vita successivi.
Per individui politicamente coinvolti, specie in società altamente politicizzate ed autoritarie,
l’introduzione nella vita politico-professionale è una esperienza formativa di grandissima impor­
tanza.
Tale esperienza non fornisce la sicurezza o la prospettiva particolareggiata di un determinato
comportamento degli individui appartenenti a quel gruppo, ma soltanto quelle inclinazioni di
base e generali che essi si portano dietro nel corso della loro vita.
Tali inclinazioni differiscono sufficientemente da quelle di altri gruppi generazionali di élite
tanto da considerare questi individui come una unità distinta.
Le generazioni politiche, sebbene vengano definite direttamente in relazione all’età, implica­
no discontinuità; perciò una differenza di pochissimi anni che capiti ad un punto di rottura tra
generazioni differenti può dimostrarsi molto più importante di una differenza d’età di un intero
decennio all’interno di una singola generazione.
Le differenze tra le generazioni di élite costituiscono un elemento importante nella evoluzio­
ne del sistema di élite della società in particolare, e del sistema politico in generale.

Se da un lato non si può dubitare della presenza di un processo accelerato


di cambiamenti politici e sociali nel mondo moderno, dall’altro, coloro che si
interessano alle élite sono altrettanto sorpresi dalla tenacia con cui forze qua­
li la ripetitività, l’immobilismo e la rigenerazione operano in questo stesso
mondo. Nonostante il susseguirsi di importanti eventi interni ed internazio­
nali, e la profonda trasformazione delle condizioni materiali, alcune caratteri­
stiche essenziali del sistema direttivo dei maggiori paesi del mondo si sono
preservate di generazione in generazione, ed in nessuna tra le società moder­
ne ciò è più vero che in Unione Sovietica.
Non c’è dubbio che le condizioni che dettero origine al sistema di élite
sovietico spiegano in gran parte alcuni dei suoi tratti più salienti, quali l’alto
livello di centralizzazione e burocratizzazione, la fusione del settore economi­
co con quello politico nella sfera di attività delle élite, la bivalenza caratteri-

124
scica dcll’cthos ufficiale della élite, egualitario ed autocratico allo stesso tem­
po, il riflesso di tale bivalenza nella combinazione del carattere fondamental­
mente egualitario del reclutamento delle élite con un codice di comporta­
mento da parte delle élite stesse spiccatamente autocratico, c così via. Ovvia­
mente, un esame che trattasse dei condizionamenti causali della tradtziont co­
me una forza di sostegno del sistema di élite storicamente costituitosi po­
trebbe risultare molto fruttuoso; noi però consideriamo di secondaria impor­
tanza la spiegazione che pone l’accento sulle tradizioni originarie per moti­
vare la continuità istituzionale di lungo periodo nei sistemi di élite, specie
quando uno dei problemi principali dell’esame concerne la identificazione
dei meccanismi attraverso i quali questa continuità viene raggiunta.
La conoscenza delle cause originarie di un determinato modello sociale è
necessaria per spiegare perché e come esso sia venuto alla luce, e per capire il
suo contenuto, tuttavia la loro identificazione ha solo una limitata rilevanza
in quanto spiegazione della sua continuità. È questo il caso quando le condi­
zioni di base che dettero inizio ad un determinato modello siano radicalmen­
te diminuite di importanza o addirittura scomparse. Quando ciò accade il
processo generale attraverso cui determinati modelli sociali si riproducono
nel tempo si presta ad una diversa spiegazione, la quale può essere formulata
nel modo seguente: una volta stabilitosi, un modello sociale diventa la causa
della sua stessa riproduzione successiva a prescindere dalle condizioni causali
che lo generarono in passato. Come disse infatti Arthur L. Stinchcombe:
«Quale tra le alternative funzionali di una particolare società venga a stabilir­
si, è determinato dagli eventi storici. Ma una volta che una di queste si sia
stabilizzata, questa tende ad eliminare le cause di possibili alternative ed a ri­
generare quindi sé stessa».6
L’aspetto centrale di questo tipo di spiegazione pone l’accento sulla capa­
cità nascosta di una istituzione sociale, in questo caso il sistema di direzione
sulla società, di preservare la propria tradizione. Consideriamo questo parti­
colare tipo di spiegazione di fondamentale importanza nello studio della
continuità delle élite.
L’idea di fondo alla base della tendenza ad autoriprodursi da parte dei si­
stemi di élite, venga questa definita «immobilismo culturale» o «inerzia so­
ciale», è abbastanza familiare. Qò che richiede attenzione è il meccanismo
attraverso il quale si attua il processo di auto-riproduzione istituzionale, cioè
come mai susseguenti generazioni di élite difendono i valori e mostrano stili
e metodi di direzione simili a quelli dei propri predecessori.
L’auto-riproduzione della élite si realizza principalmente attraverso tre
processi principali: 1) Ogni generazione di élite tende a modellare stili e me­
todi di condotta direttamente su quelli dei suoi predecessori. 2) Ogni gene­
razione tende a codeterminare le attività della futura élite attraverso il con­

125
trollo sulle strutture attuali. 3) Ogni generazione di élite tende ad utilizzare
i propri strumenti sociali allo scopo di influenzare quelli che sono i valori
collettivi, ed attraverso questi, il profilo normativo e comportamentale dei
suoi successori.7
Non sottovaluto le potenti forze che operano nel determinare gli atteg­
giamenti ed il comportamento delle élite che si autoriproducono, ma è pro­
prio perché queste sono cosi forti che io vedo nella combinazione del gap
generazionale con la successione imminente la rara opportunità di indeboli­
re, se non spezzare, la loro influenza.
Per applicare questo concetto all’attuale élite sovietica, si devono dappri­
ma identificare quei periodi specifici della storia sovietica che si differenzia­
no l’uno dall’altro in modo sufficiente da fornire una base formativa per le
varie élite successive, e in secondo luogo identificare quei punti nello svilup­
po di un membro di élite che costituiscono una esperienza formativa fonda-
mentale nella sua vita politica.
Nel caso della élite sovietica attuale, ci sono tre momenti qualificanti nel­
la vita di un individuo per la sua introduzione formativa alla vita politico-
professionale, e sono, in ordine crescente di importanza: l’ingresso nel parti­
to comunista, il reclutamento in una gerarchia burocratica, e l’assunzione di
una carica esecutiva (o quella che nell’ambito della nomenclatura sovietica
viene definita «posizione di responsabilità») all’interno di una gerarchia. Lo
studio delle élite sovietiche successive alla Grande Purga ci mostra un alto
grado di uniformità e continuità dell’arco di tempo della vita di un indivi­
duo entro il quale questi tre eventi hanno luogo: grosso modo tra i 20 e i 30
anni. Tenendo presenti i gruppi di età esistenti nella attuale élite sovietica, si
possono identificare quattro periodi storici che sono sufficientemente specifi­
ci in quanto esperienza di formazione politica da servire a distinguere le va­
rie generazioni di élite. Questi sono, in ordine di tempo: la generazione della
Grande Purga; quella della guerra; quella dell’ultimo periodo staliniano;
quella del periodo post-staliniano. La seconda guerra mondiale però, costituì
una peculiare variazione all’interno della esperienza staliniana. Come afferma
Jerry Hough’ l’esperienza formativa propria delle carriere amministrative del
tempo di guerra può ben aver diviso molti membri di élite della generazione
precedente per quanto concerne inclinazioni e prospettive, promuovendo
l’indifferenza nei confronti di questioni «ideologiche» formali, ponendo l’en­
fasi sul patriottismo quale principale fondamento di legittimità, aumentando
considerevolmente la loro libertà di azione per quanto riguarda il processo
decisionale ordinario, attraverso una maggiore sensibilità nei confronti delle
aspirazioni popolari di condizioni di vita migliori, e portando avanti l’idea
della necessità di mantenere la disciplina tra le masse senza ricorrere al terro­
re. Tale stimolante asserzione, benché naturalmente speculativa, ha speciale

126
rilevanza per quanto riguarda un prossimo futuro, quando questo gruppo en­
trerà sicuramente a far parte della direzione centrale in gran numero ed affer­
merà la propria forza ai medi livelli. La generazione bellica, però, è relativa­
mente piccola, essendo durata soltanto cinque anni, ed ha quindi poche pos-
sibilità di dominare qualsiasi gruppo di élite, per non parlare della direzione
suprema. L’effetto della sua differente esperienza formativa sarà quindi ridot­
to a causa del suo scarso numero, ma anche a causa del carattere della gene­
razione alquanto più numerosa che le succede, coloro che hanno imparato il
mestiere politico nel periodo 1945-53, il più assurdo, se non il più crudele
periodo del dominio staliniano.
È anche possibile che gli anni post-bellici abbiano sbiadito l’effetto che
l’esperienza bellica produsse sulla generazione che la visse, e che questa sia
quindi almeno in parte riconfluita nel tradizionale modello staliniano. Sem­
brerebbe allora, sia da un punto di vista qualitativo che, come vedremo, da
quello quantitativo, che una svolta reale potrebbe aver luogo solo quando la
generazione politica post-staliniana penetri nelle élite in gran numero ed in
posizioni di prestigio.
La nostra attenzione quindi si accentra ovviamente sulla generazione post­
staliniana. Credo si possano avanzare alcune prudenti considerazioni su que­
sta generazione, che saranno basate non solo sulla logica della sua esperienza
politica, cioè sulla conoscenza delle mutate condizioni ambientali nell’ambi­
to delle quali questa è sopravvenuta, ma anche sulla lettura dei suoi scritti
apparsi nella stampa sovietica’ e su numerosi incontri e conversazioni con
esponenti politici ed accademici di tale generazione, e sul paragone delle loro
attitudini e del loro comportamento generale con quelli dei rappresentanti
delle generazioni passate. Chiunque abbia conosciuto figure politiche ed ac­
cademici sovietici non può non rimanere colpito dagli acuti contrasti di cui
differenze generazionali sono, almeno in parte, causa.
Prima di iniziare bisogna ancora sottolineare il carattere di tentativo di
questo profilo della generazione post-staliniana, data la frammentarietà delle
prove a nostra disposizione. Questa generazione apparve sulla scena politica
sovietica immediatamente dopo la morte di Stalin.10 Così essa non ha né spe­
rimentato il paralizzante e distruttivo processo di terrore che continuò ad in­
fluenzare e ad incidere sul comportamento delle generazioni precedenti no­
nostante la rinuncia al terrore di massa quale strumento di governo, né d’al­
tro canto ha avuto modo di stimare personalmente — sulla propria pelle, per
così dire — l’enorme prezzo pagato per il conseguimento degli obiettivi so­
vietici. Una cosa sembra sicura circa questa nuova generazione: una delle sue
cruciali esperienze di formazione politica — se non la più cruciale — ebbe
luogo durante i prolungati fermenti e lo shock causati dalla campagna anti­
staliniana di ChruScév, una campagna che confessò francamente le mostruo­

127
sità che nessuno fino ad allora aveva osato nominare; una campagna che mi­
se in questione l’autorità e le verità stabilite, stimolando in tal modo l’analisi
critica." L’ingresso di tale generazione sulla scena politica sovietica coincise
anche con un aperto riconoscimento delle enormi inadeguatezze dello svilup­
po sovietico e dell’arretratezza della sua tecnologia, ed allo stesso tempo con
le stravaganti previsioni di raggiungere i livelli occidentali nel prevedibile
futuro; previsioni che crollarono con non poco imbarazzo.12
La nuova generazione sovietica aderisce in modo tipico e persistente al
culto dello stato. Non si può dubitare della sincerità della sua fiducia nei
fondamentali caratteri dell’organizzazione politica sovietica, la sua fede che il
sistema sia giusto ed adatto all’Unione Sovietica, ma allo stesso tempo non
siamo persuasi che essa creda che questo sistema sia adatto o desiderabile per
le società sviluppate occidentali. Se da un lato essa condivide con i suoi pre­
decessori un sacro senso della patria, dall’altro tende ad esibire meno la xeno­
fobia e molto meno quella paura e quella radicata diffidenza del mondo
esterno propri di coloro che la precedettero. Essa mostra piuttosto una curio­
sità che riflette certamente una intensa preoccupazione per le manifeste ina­
deguatezze nel funzionamento del proprio sistema.
Un altro tratto che più sorprende in questo gruppo è il suo scetticismo ri­
guardo ai maggiori clamori della propaganda sovietica concernenti i meriti
del sistema. I suoi membri mostrano sia una ampia consapevolezza delle
mancanze funzionali del sistema, che una incessante intolleranza nei loro
confronti e nei confronti della arretratezza e provincialismo sovietici in gene­
rale; essi non mascherano la loro avversione e mancanza di rispetto per la
vecchia generazione.
Questa nuova generazione sembra poco toccata dalle tradizioni populiste
ed egualitarie. Grossolanamente materialistica nelle sue esigenze ed aspetta­
tive, essa è caratterizzata da uno sviluppato orientamento di tipo carrieristi-
co, dal culto del professionalism© e dal senso élitario. I membri di questa ge­
nerazione manifestano accondiscendenza nei confronti di patrioti e colleghi
più anziani, ed appaiono sicuri di sé e meno soggetti ad un clima di sospet­
to. Così come si immaginano forti legami di solidarietà generazionale tra la
vecchia élite, si può supporre che anche i membri della nuova generazione
siano in procinto di formare legami simili.
Alcuni caratteri della nuova generazione possono apparire contraddittori.
Da un lato si intravede un senso di sicurezza che contrasta col senso di insi­
curezza — si potrebbe dire di inferiorità — proprio della vecchia generazio­
ne; tuttavia allo stesso tempo il suo atteggiamento nei confronti del sistema
è difensivo. Se da un lato essi sembrano sentirsi più forti e sicuri, sono allo
stesso tempo maggiormente coscienti di quanto non lo fossero i loro prede­
cessori dei fallimenti, dei difetti e della arretratezza della società e della orga-

128
nizzazionc di governo sovietica, e meno propensi a dimentJctrlTWvfflF
mente da loro, molti di essi sono più favorevoli a consultare personale ester­
no per dei franchi e seri scambi di opinione. La possibilità di conoscere le ca­
ratteristiche della nuova generazione si basa sulla importante questione di
separare i vari tipi di mentalità ufficiale sovietica, la varietà dei quali può in
parte essere spiegata con le differenze di generazione. Richard Lowcnthall ha
posto per tutti i regimi comunisti la dicotomia tra una mentalità utopistica
ed una modernizzante.” Secondo me tale dicotomia può essere applicabile al­
l’Unione Sovietica degli anni Venti e forse a quella dei primi anni Trenta, c
certamente ben si adatta al caso cinese,14 ma non è applicabile all’Unione So­
vietica di oggi. Attualmente il conflitto reale in Unione Sovietica avviene tra
differenti criteri di modernizzazione.
Si possono immaginare molti criteri di modernizzazione. Tra questi, due
sono marginali. Il primo è la mentalità rivoluzionaria che ancora si protrae
nei rituali di regime e probabilmente si preserva ancora tra i suoi ideologi.
Essa vede la modernizzazione come un mezzo per raggiungere obiettivi rivo­
luzionari. Il secondo è la mentalità di tipo staliniano del «socialismo da ca­
serma», una visione del processo di modernizzazione che Robert Tucker ha
ben definito «modernità arcaica». È una mentalità di militarizzazione, estre­
ma mobilitazione ed accumulazione primitiva a qualsiasi prezzo e senza ba­
dare ai suoi costi sociali.
L’attuale leadership presenta un altro criterio di modernizzazione, che è
completamente conservatore nella misura in cui esso cerca di combinare un
maggior progresso e benessere materiale con la piena conservazione delle re­
lazioni politiche e sociali generali esistenti e la struttura organizzativa su cui
si basa la produzione materiale. È una mentalità che divide in compartimenti
il processo di modernizzazione e cerca di isolare ognuno di questi da tutti gli
altri. Nella sua forma estrema la chiamerei una mentalità di modernizzazio­
ne sul modello della Arabia Saudita.
Anche per quanto riguarda lo sviluppo economico, questo è un criterio
che misura il progresso in base a quante cose sono cambiate rispetto al pas­
sato, quanto si è realizzato a paragone di prima, piuttosto che in base a
quanto ancora rimane da fare per ottenere una società completamente mo­
derna. È una mentalità radicata nel passato e curiosamente rassegnata al fatto
che l’Unione Sovietica è il più sviluppato dei paesi sottosviluppati o il meno
sviluppato dei paesi sviluppati. Gò significa, come ha scritto T.H. Rigby,
che «la “seconda rivoluzione industriale” russa è diretta da uomini che pos­
sono aver assimilato in modo eccessivo i metodi che hanno presieduto alla
formazione della prima».1’ È una mentalità di progresso attraverso piccoli
passi, che non ha una visione dei progetti generali, ed è pragmatica nel senso
che rispetta e fa ciò che è possibile, ma il calcolo di ciò che è possibile è misero.

129
Nel 1926 Stalin affermò che ciò di cui la Russia aveva bisogno era il ma­
trimonio tra l'abilità bolscevica per i grandi progetti ed il senso pratico ame­
ricano.16 L’attuale generazione di leader sovietici ha perso l’abilità bolscevica
di sognare, ma deve ancora acquisire quel vecchio senso pratico americano
che non si realizza attraverso le trasformazioni rivoluzionarie del processo o
dell’organizzazione produttiva, o dai cambiamenti sociali. Quello dell’attuale
generazione di dirigenti sovietici è un senso pratico che viene esibito al mi­
cro-livello della organizzazione sociale, insieme ad un metodo prettamente
conservatore e tradizionale di organizzazione al macro-livello.
Le basi per fare delle generalizzazioni circa i criteri di modernizzazione
della nuova generazione di élite sovietica sono chiaramente insufficienti.
Tuttavia, sulla base di ciò che già abbiamo detto a proposito di questa stessa
generazione, si possono avanzare un certo numero di ipotesi. È una genera­
zione che percepisce l’incapacità dell’amministrazione Breznev negli anni re­
centi di tracciare una direzione di sviluppo. È una generazione che deplora
l’arretratezza della società sovietica, le deficienze funzionali del sistema, l’in­
capacità dell’attuale amministrazione di rettificare la situazione, ed allo stes­
so tempo si sente probabilmente sicura della sua capacità di poter fare qual­
cosa. È una generazione la quale è meno probabile che accetti successi inter­
nazionali reali o potenziali in sostituzione dello sviluppo interno. È una ge­
nerazione che potrebbe essere disposta a pagare un alto prezzo in termini di
mutamenti politici e sociali se persuasa del fatto che tale prezzo assicurerebbe
un sostanziale miglioramento della crescita e della efficienza dei processi
produttivi e distributivi.
Si è in genere poco disposti ad azzardare qualsiasi affermazione riguardan­
te la generazione post-staliniana della politica sovietica, perché la nostra co­
noscenza e comprensione a suo riguardo è molto limitata, e le nostre impres­
sioni poco sicure. Non possiamo dire che la nuova generazione sia politica-
mente omogenea, il che significa che mentre possiamo affermare che essa è
qualcosa di più di una semplice categoria, non la vediamo in quanto gruppo
politico distinto. Può meglio essere definito come gruppo empirico, che mo­
stra cioè un’alta incidenza di caratteri simili, sebbene sia composto da indivi­
dui che possono appartenere a raggruppamenti politici differenti all’interno
di una tendenza liberal-conservatrice.17
Se anche la nostra descrizione della nuova generazione di funzionari sovie­
tici fosse stata meno labile ed irregolare, tuttavia sarebbe ancora presuntuoso
e poco saggio tentare di dedurre un qualsiasi tipo di condotta specifica da
parte loro. Le esperienze politiche formative alle quali sono stati esposti, ed
alcune delle predilezioni che essi mostrano e che noi abbiamo tentato di
identificare suggeriscono solo che essi potrebbero essere diversi in quanto
gruppo dai loro predecessori della generazione più vecchia.

130
Vorrei chiarire una cosa. Non sto proponendo l’esistenza di una nuova ge­
nerazione di funzionari di partito dai quali ci si possa attendere tendenze ri­
formistiche simili a quelle di Dubcek in Cecoslovacchia, né mi aspetto che
sia favorevole al tipo di riforme altamente ideologiche, frenetiche, simili a
crociate avutesi con Chruscév. Ma allo stesso tempo mi sorprenderci che non
fossero di tendenze riformistiche, pur rimanendo nell’ambito della struttura
sovietica, o che condividessero gli atteggiamenti assolutamente conservatori
nei confronti delle innovazioni che caratterizzarono l’amministrazione Breznev.
Non sto neanche proponendo che sarà più facile avere a che fare con loro
in campo internazionale. Può anche essere che si riveleranno meno prudenti
c più disposti a correre dei rischi di quanto non lo sia l’attuale direzione,
esattamente perché essi non hanno sperimentato di persona i costi dovuti al­
la costruzione della potenza sovietica, e che siano abituati allo status di gran­
de potenza. Non sto in alcun modo giudicando se la nuova generazione di
funzionari sia migliore o peggiore dal punto di vista del nostro sistema di
valori o dei nostri interessi; sto solo proponendo che essa sembra essere dif­
ferente dalla vecchia.
Andando avanti nella elaborazione di questo profilo della nuova genera­
zione, vorrei adesso esaminare tutte e quattro le generazioni nell’ambito dei
vari livelli gerarchici, con particolare attenzione al collocamento dei membri
della quarta generazione, quella post-staliniana.18 Come dimostra la tavola
12, la generazione della Grande Purga domina completamente lo strato di-

TAVOLA 12. GENERAZIONI DELLA LEADERSHIP SUPREMA SOVIETICA, 1980

Generazione

Istituzione I II III IV

Politbjuro: membri effettivi 11 1 1 1

Politbjuro: membri candidati 4 1 3 1

Segreteria del cc 8 0 0 3

Presidium del Consiglio dei ministri 11 2 0 1

Totale 27 4 4 5
Totale (%) (67,5) (10,0) (10,0) (12,3)

TAVOLA 13. GENERAZIONI DELL’ÉLITE CENTRALE, 1978 (%)

Generazione

Istituzione I II III IV

Capi dipartimento della Segreteria del cc 58,8 23,5 11.7 5,8

Consiglio dei Ministri 60,0 17,3 14,6 8,0

131
retrivo supremo. Inoltre non c’è dubbio che i membri della terza generazione
non rappresentano casi marginali che dovrebbero forse andare inclusi nella
generazione post-staliniana, ma individui ben radicati durante il periodo sta­
liniano. (Uno di loro, ad esempio, Aliev, lavorò nell’apparato di sicurezza
dall’età di 18 anni ed ha occupato posizioni direttive in questa istituzione
durante l’intero periodo postbellico staliniano). In realtà la maggior parte di
questi casi sono marginali nel senso opposto; dovrebbero cioè forse essere as­
segnati alla prima generazione, poiché quasi tutti entrarono nel partito pri­
ma della seconda guerra mondiale.
L’assegnazione di certi individui alla generazione post-staliniana va chiari­
ta. Quattro di loro — Romanov, Dolgich, Gorbacev e Katusev — entrarono
nel partito prima della morte di Stalin, i primi due durante la guerra e gli al­
tri due nel 1952; ma tutti e quattro ricoprirono durante l’ultimo periodo sta­
liniano cariche di basso livello e non mostrarono alcun segno di attività poli­
tica. Il quinto, Rjabov, appartiene chiaramente alla generazione post-stalinia­
na. Tecnico di fabbrica durante il periodo tardo staliniano, divenne membro
del partito dopo la morte di Stalin e continuò il suo lavoro fino al 1958, an­
no in cui venne reclutato nell’apparato di partito.
Il profilo generazionale dell’élite centrale segue strettamente la falsariga
di quello della leadership suprema; la generazione post-staliniana vi è scarsa­
mente rappresentata (tavola 13). Poiché la successione in vista ed il ricambio
di personale al massimo livello degli anni Ottanta riguarderà non solo la lea­
dership suprema, ma anche l’élite centrale, è importante esaminare le basi di
reclutamento di questi quadri.
I funzionari di secondo rango nelle gerarchie centrali ed i funzionari re­
gionali di partito e di governo della rsfsr sono le due fonti principali da cui
attingere. Conosciamo più i secondi che i primi. I dati limitati a nostra di­
sposizione suggeriscono che circa il 20-25% del primo gruppo — funzionari
centrali di secondo grado del partito, e vice capi e primi vice capi dei diparti­
menti del Comitato centrale — appartengono alla generazione post-stalinia­
na, la maggior parte dei quali opera nel settore ideologico. La proporzione di
rappresentanti di questa generazione tra i funzionari di governo di secondo
rango è grosso modo uguale. Per citare dei tipici esempi, solo uno dei quat­
tro primi vice presidenti della Commissione per la pianificazione sovietica
appartiene chiaramente alla generazione post-staliniana, e dei due primi vice
ministri e degli otto vice ministri agli affari esteri, non uno appartiene alla
generazione post-staliniana.
Tale situazione non sorprende se si considera il sistema di promozioni al
centro operante sotto Breznev. Per il governo centrale e, in misura minore
ma ancora pronunciata, per l’apparato centrale di partito, si è stabilito e reso
effettivo con assai poche eccezioni un sistema di anzianità che potrebbe esse-

132
TAVOLA 14. LA OBNBRAZIONB POST-STALINIANA NBLLA DIREZIONE A LIVELLO DI RBPUB1ILICA B
DI PROVINCIA, 1978 (%)

Istituzione Generazione
post-staliniana

Presidium, Consiglio dei ministri (rsfsr) 30,7


Primi segretari di obkom (RSFSR: province russe) 32,0
Secondi segretari di repubblica (russi) 45,4
Segretari di repubblica e primi segretari
di obkom (ucraini e belorussi) 47,6
Primi segretari russi di obkom in aree non-russe
della rsfsr e nelle repubbliche non-slave 38,5

Totale 36,9

Funzionari dirigenti di partito e di soviet


di Mosca e Leningrado 75,0

re definito secondo i ruoli della «amministrazione civile». Il movimento ver­


so l’alto della scala sociale era molto graduale, ma, cosa più importante, era
sistematico e prevedibile. I ministri del governo centrale erano scelti tra i
primi vice ministri, i quali erano stati a loro volta scelti tra coloro che aveva­
no la carica di vice ministro; il loro avanzamento era lento e le differenze di
età minime. Lo stesso dicasi dei capi di dipartimento della Segreteria che
avanzavano dalla carica di vice capi o primi segretari di obkom. Non erano
frequenti i casi di carriere e promozioni rapide nell’apparato centrale in con­
traddizione alla regola della anzianità.
Sia il sistema di avanzamento nelle gerarchie che la regola della anzianità
potrebbero sgretolarsi in una prolungata successione a due stadi, specialmen­
te se si dovesse protrarre per lungo tempo una lotta per il potere all’interno
della direzione centrale. Se però si dovesse preservare il modello attuale, il
gruppo di funzionari di secondo rango più conosciuti nelle gerarchie centrali
del partito e specialmente del governo non offre un gran numero di indivi­
dui appartenenti alla generazione post-staliniana. È nostra opinione, comun­
que, che la fonte maggiore di ricambio, specie nel partito, non sia tra i fun­
zionari centrali di secondo grado, ma tra i quadri regionali della RSFSR ed in
certa misura della Ucraina e della Belorussia, e tra i segretari russi delle re­
pubbliche non-russe. La tavola 14 offre un profilo generazionale di questo
gruppo.
I primi segretari provinciali di partito sono stati e con ogni probabilità ri­
marranno la fonte tradizionale di rinnovamento del personale di direzione
suprema e del partito centrale. Tutti i membri effettivi del Politbjuro, tranne
tre eccezioni, sono stati in un tempo o in un altro segretari di obkom o di re­
pubblica; tutti i membri candidati del Politbjuro tranne uno, e quelli della

133
Segreteria centrale del partito hanno acquisito le proprie cariche seguendo
questa trafila (l’eccezione, Ponomarev, ha fatto la sua carriera quasi intera­
mente nell’apparato centrale del partito). Il tipo di carriera dei funzionari su­
premi del governo centrale è naturalmente abbastanza differente specie per
quanto riguarda i ministeri altamente specializzati. Tuttavia anche qui le ca­
riche direttive in molte aree funzionali ed a livello supremo appartengono ad
individui che hanno occupato nel corso della loro carriera il posto di segreta­
rio provinciale. Nell’attuale Presidium del Consiglio dei ministri, 5 dei 13
maggiori leader di governo hanno seguito questa strada, e 19 su 76, cioè il
25%, nel Consiglio dei ministri.”
Si può notare anche che il fatto che la preponderante maggioranza dei pri­
mi segretari provinciali appartenga al Comitato centrale del partito conferi­
sce loro un vantaggio ed una influenza notevoli al fine di un avanzamento
nel corso del processo di successione. Come dimostra la tavola 14, una pro­
porzione considerevole di questo gruppo — più di un terzo — appartiene al­
la generazione post-staliniana, ed inoltre va di nuovo detto che i segretari ap­
partenenti a questo gruppo generazionale non sono dei nuovi venuti nell’ap­
parato di partito con scarsa anzianità nelle alte posizioni di segreteria. I se­
gretari della rsfsr delle province russe appartenenti a questa generazione,
per esempio, Hanno occupato in media per 15 anni la carica di segretario di
partito di una città o di una provincia; inoltre essi non occupano attualmen­
te posizioni di primo segretario in aree secondarie o relativamente poco im­
portanti. A parte il precedentemente menzionato Romanov, segretario di Le­
ningrado, ed uno dei membri più recenti del Politbjuro, le aree sotto la dire­
zione di questi segretari includono la principale regione produttrice di olio
del Tiumen’, la più grande regione produttrice di acciaio e macchinari di
Kemerovo, la regione chiave produttrice di tessili di Ivanovo e la maggiore
regione produttrice di automobili di Gorkij, più tre tra le regioni più vaste: i
kraj di Krasnoyarsk, di Stavropol e dell’Estremo oriente. La loro promozione
a posizioni così importanti in un tempo in cui venivano premiate l’anzianità
e l’età, suggerisce qualcosa di più di un loro normale grado di efficienza, di
energia e di talento.
Anche se l’esperienza ci dice che il personale non russo di repubbliche
non slave non costituisce una grande fonte di ricambio per i funzionari cen­
trali, è tuttavia utile per una quantità di ragioni esaminare questa parte di
élite in alcune repubbliche. Ancora più utili, naturalmente, sono i dati ri­
guardanti la rsfsr o le repubbliche slave, l’importanza delle quali, sia intrin­
secamente che come fonte di sostituzione dei quadri, è incomparabilmente
maggiore di quella delle 7 repubbliche non slave sulle quali si basa la tavola
15. Sfortunatamente la fonte dei dati di queste 7 repubbliche non è disponi­
bile per le regioni slave.

134
TAVOLA 15. ETÀ MUOIA E RAPPRHSBNTANZA DELLA GENERAZIONE POSI STALINIANA TRA LE
fll.lTH DI REPUBBLICA (7 REPUBBLICHE NON SLAVE)4

Posizione No. Età Cencrazione


media post-staliniana

Segretari di repubblica 37 55,3 27,0


Presidium del Consiglio dei ministri 42 55,7 33,3
Capi di dipartimento, cc 89 51,1 46,1
Consiglio dei ministri 210 54,2 35,2
Primi segretari di rajkom e gorkom 267 47,8 66,6
Presidenti di raijspolkom e gorispolkorrfr 71 47,2 73,2

4 I Jzbckistan, Tadjikistan, Kirgizia, Lettonia, Lituania, Estonia, Moldavia. Le fonti dei dati per

queste repubbliche sono: Deputaty Verchovnogo soveta Uzbekskoj SSR (Taskent, 1976); Deputaty

Verchovnogo soveta Moldavskoj SSR (Kisinev, 1976); Deputaty Verchovnogo soveta Latysskoj SSR

(Riga, 1976); Deputaty Verchovnogo soveta Estonskoj SSR (Tallin, 1976), «Sovetskaja Kirgizija»,

29-30 maggio 1975, «Kommunist Tadzikistana», 30 maggio 1975, «Sovetskaja Litva», 27 mag­

gio 1975.
*’ Inclusi anche alcuni presidenti di provincia.

L’importanza di analizzare la composizione delle élite di repubblica va co­


munque molto oltre il suo significato immediato. Le similitudini presenti
nelle età e nel profilo generazionale tra le repubbliche per le quali disponia­
mo di dati dettagliati, insieme al confronto di questi dati con lo scarso mate­
riale disponibile riguardante le repubbliche slave, indicano che tutte le re­
pubbliche mostrano un modello simile. (In più, non bisogna dimenticare la
grande incidenza di russi ed altri slavi a cariche e posizioni in repubbliche
non russe. I russi compongono una discreta proporzione del mio campione
di repubblica).20 Inoltre, il profilo generazionale e dell’età delle repubbliche
non russe fornisce una base per arrivare a delle conclusioni circa la possibili­
tà che si stia verificando un nuovo tipo di spaccatura tra le autorità centrali
russe a Mosca e quelle non russe nelle varie repubbliche — una spaccatura
generazionale che può avere importanti implicazioni politiche.
I dati della tavola 15 indicano che, mentre la presenza della generazione
post-staliniana rimane molto esigua al livello centrale delle élite direttive, es­
sa appare già sostanziale ai più alti livelli di provincia e di repubblica dai
quali proverranno molti, se non la maggior parte, dei prossimi membri della
élite centrale del partito.21 Già massiccia è la presenza della generazione post­
staliniana tra i ranghi secondari della direzione del partito al livello di pro­
vincia e di distretto, coloro che negli anni Ottanta entreranno in gran nume­
ro a far parte della élite.
Appare molto probabile che il rinnovamento della leadership e della élite
al livello supremo, centrale e medio, avverrà nella prima fase della successio­
ne in modo molto graduale, con una stretta osservanza del principio della
anzianità e mediante sforzi coscienti di mantenere la vecchia generazione in

135
carica quanto più a lungo possibile. Se sarà così, il passaggio definitivo alla
generazione post-staliniana, soprattutto ai ranghi superiori delle élite, non
causerà mutamenti di politica durante il periodo di successione, ma sarà piut­
tosto il risultato di tali mutamenti. Con ogni probabilità, ci si può attendere
una transizione massiccia alla generazione post-staliniana al più presto du­
rante il secondo stadio di successione, intorno alla metà degli anni Ottanta.
Allo stesso tempo, la grande omogeneità generazionale delle élite a tutti i li­
velli e le differenze di età relativamente piccole tra le élite dei vari livelli e
delle differenti associazioni organizzative e specializzazioni funzionali sugge­
riscono che una volta che tale processo di ricambio abbia inizio esso può ri­
velarsi totale e molto rapido. Quanto improvvisamente tale processo inizierà
e quanto graduale e massiccio sarà, dipende in parte dalla statistica attuariale
ed in parte dal carattere che la prossima successione assumerà. Prima di ri­
volgerci ai fattori dai quali dipende il carattere della successione, bisogna
soffermarsi a considerare un altro tema relativo alla analisi generazionale, e
precisamente le caratteristiche ambientali della formazione dell’élite.
Bisogna distinguere lo studio delle differenze tra diverse generazioni di
élite dalla analisi che pone l’accento sulle differenze di background tra le éli­
te.22 In realtà la dimensione generazionale suggerisce che anche gruppi i qua­
li condividono caratteristiche di base quali il tipo di carriera, possono tutta­
via differenziarsi profondamente per quanto concerne la loro esperienza di
vita reale, poiché occupazioni identiche svolte in periodi differenti per quel
che riguarda l’atmosfera politica generale, priorità accettate e remunerazioni
e sanzioni prevalenti in periodi differenti possono sviluppare stili ed abitudi­
ni diversi, così come differenti mentalità, modi di vedere e prospettive.
Ciò non significa comunque che caratteristiche di background non possa­
no incidere sull’impatto che un ricambio generazionale ha tra le élite sovieti­
che. Lasciatemi dire all’inizio che non credo che differenze di background tra
gli individui appartenenti alle élite (quali le caratteristiche naturali della ori­
gine sociale o del luogo dove si è nati e cresciuti, oppure quelle acquisite di
educazione o di un particolare tipo di carriera) abbiano di perse un gran peso
per le attese o sulla previsione del comportamento delle élite.23 Tuttavia la
loro importanza potrebbe essere considerevole in quanto fattore rinforzante
(o debilitante in loro assenza) di differenze tra gruppi di élite già esistenti,
quando queste si uniscono a grandi differenze di background. (Questo spie­
ga perché, tra l’altro, la pratica prevalente di fornire una analisi sul back­
ground del Comitato centrale del partito sovietico nel suo complesso sia, se­
condo me, di scarso valore).24
Differenze significative nei caratteri formativi delle élite sono potenzial­
mente importanti quando esse hanno luogo al livello di associazioni organiz­
zative, o di specializzazioni funzionali o di livelli di direzione. Gò avviene

136
quando, per esempio, le distinzioni dei vari gruppi operativi tra l’élite del
partito e la burocrazia di stato si aggiungono a pronunciate differenze per
quanto concerne il loro rispettivo livello di educazione o l’origine di classe;
oppure quando tali forti differenze di background si sovrappongono a distin­
zioni che tagliano di traverso i vari piani organizzativi (come nel cast) degli
alti funzionari di partito e di stato specializzati in problemi concernenti l’in­
dustria pesante e quelli che si concentrano sui problemi del consumo); o
quando le linee distintive tra i gruppi della direzione centrale e quella a li­
vello di repubblica si sovrappongono a chiare differenze nei loro rispettivi ti­
pi di carriera, e così via.
Tale sovrapposizione allarga le spaccature già esistenti tra le élite ed ac­
cresce il loro effetto potenziale sul loro atteggiamento e comportamento. Lo
stesso si può dire per quanto concerne le differenze generazionali delle élite,
il nostro soggetto attuale. Q si deve perciò chiedere se le quattro generazio­
ni di élite che stiamo prendendo in considerazione differiscano l’una dall’al­
tra in modo significativo per ciò che concerne il loro background. Non è
questo il luogo per una ampia analisi dei principali elementi formativi delle
élite intesi nel senso tradizionale della origine sociale, luogo di origine, capa­
cità acquisite, educazione, esperienza lavorativa e tipo di carriera. Vorrei qui
offrire soltanto un breve profilo di ogni generazione ed indicare le conclusio­
ni che si possono trarre sulla base di un loro confronto.
La generazione della Grande Purga deriva essenzialmente da classi inferio­
ri, con i figli dei contadini quale componente dominante. Nati e cresciuti in
piccole città o villaggi, entrarono nella classe impiegatizia molto giovani,
non oltre i 25 anni. Una istruzione superiore che al di fuori dei maggiori
centri era di natura strettamente tecnica fornì loro l’accesso alla mobilità so­
ciale. (Deve essere chiaro che mentre la maggior parte dei membri di questa
generazione di élite venne scelta tra coloro che si erano laureati in istituti
tecnici, la loro istruzione generale è molto inferiore rispetto ai livelli propri
dei laureati degli istituti di istruzione superiore. La loro istruzione di base,
cioè pre-universitaria, era nella maggior parte dei casi una versione accelerata
delle 3R).25 Avviati per la maggior parte a studi di ingegneria ed agronomia,
spesero pochissimo tempo in queste occupazioni. Le loro carriere politiche
iniziarono molto presto, in genere lontano dai grossi centri metropolitani, ed
il loro avanzamento fu molto rapido. Divennero o rimasero persone senza
competenze precise, la cui principale abilità si estrinsecava nell’organizzazio­
ne generale piuttosto che in qualche settore specifico.
L’osservazione dei limitati campioni della generazione della seconda guer­
ra mondiale mi suggerisce che in tutti i suoi aspetti essa condivide un identi­
co background con la precedente generazione di élite.
La generazione tardo-staliniana però mostra interessanti variazioni dai

137
suoi predecessori. Sebbene ancora preminentemente di origini basse, i suoi
membri sono principalmente operai. Spesero un periodo maggiore di tempo
in posizioni di basso o medio livello prima di entrare nella burocrazia, e la
loro carriera è stata graduale, ricevendo una «posizione di responsabilità»
nell’élite in tarda età, ed il loro avanzamento nell’élite fu regolare.
L’istruzione formale di questa terza élite — preminentemente tecnica ed
ancora costituente la principale strada di accesso alla mobilità — è più varie­
gata e generica di quella dei loro predecessori. Mentre una minoranza piutto­
sto ampia ricevette un eccellente addestramento nei maggiori centri educati­
vi, un ancor più ampio gruppo frequentò scuole serali o per corrispondenza.
Dubbi circa la qualità della loro istruzione vengono aumentati dal fatto che
molti di loro ricevettero la laurea in un tempo in cui già occupavano posi­
zioni di livello medio all’interno della burocrazia. (In realtà alcuni di loro
erano supervisori degli istituti che conferirono loro la laurea). D’altro canto
la loro istruzione di base generale, cioè quella pre-universitaria, è migliore di
quella della generazione della Grande Purga. Mentre i loro predecessori rice­
vettero il loro addestramento politico sul posto di lavoro, una larga parte
della generazione tardo-staliniana frequentò corsi formali di indottrinamento
alla Scuola superiore di partito (vp§).
Gli elementi formativi della generazione post-staliniana saranno discussi
più dettagliatamente. Ho considerato quale base del nostro profilo il gruppo
che è di gran lunga il più importante politicamente tra questa generazione
d’élite: i primi segretari provinciali di partito russi.26 Vorrei segnalare il fatto
che, mentre molti elementi formativi di questo gruppo erano prevedibili ed
attesi, alcune delle nostre scoperte sono sorprendenti.
Per cominciare, il gruppo nel suo complesso si presenta molto omogeneo.
La vita ed il tipo di carriera, così come il loro background si ripetono, con
pochissime eccezioni, in ogni individuo. Per quanto è possibile stabilire, la
base sociale della élite post-staliniana sembra essere formata da operai della
industria. La base contadina di reclutamento mostra un chiaro declino, men­
tre la nuova classe media costituisce per la prima volta una minoranza al­
quanto ampia ed in aumento. Si trova anche per la prima volta una propor­
zione dominante di individui che hanno trascorso la propria gioventù in
grandi città ed un numero crescente di persone che hanno frequentato le
scuole in aree metropolitane.
La gioventù e l’inizio della vita lavorativa di questo gruppo riflettono il
normalizzarsi delle condizioni di vita sovietiche e riassumono i tipici modelli
della classe media. Il normale itinerario andava dal liceo ad un istituto di
istruzione superiore; la vita lavorativa iniziava all’età di 22-24 anni in cariche
professionali o direttive di basso rango; a prescindere dalla origine sociale,
pochissimi di loro furono mai operai o contadini.

138
L'istruzione costituisce il mezzo principale di mobilità. Con una sola ecce­
zione tutti i membri del nostro gruppo hanno terminato qualche tipo di
istruzione superiore. Inoltre il grado di qualità della istruzione di questa ge­
nerazione di élite supera chiaramente in media quella dei suoi predecessori.
G sono soltanto due casi di diplomi ottenuti attraverso i corsi di corrispon­
denza, ed una vasta minoranza ha anche acquisito la laurea. Il tipo di istru­
zione di questo gruppo si concentra ancora interamente sul suo carattere tec­
nologico; regolarmente diviso tra ingegneri ed agronomi, esso include anche
per la prima volta un certo numero di economisti.27 Una minoranza ha fre­
quentato la Scuola superiore di partito a Mosca ad un punto avanzato della
loro carriera nel partito, ed in tutti i casi tranne uno hanno ricevuto impor­
tanti promozioni dopo la laurea.28
Questo gruppo presenta tre caratteristiche sorprendenti.
A. Primo, il declino marcatissimo di ciò che viene descritto come cooptazione nel
tipo di carriera tra i segretari di partito della generazione post-staliniana. Il con­
cetto di cooptazione, introdotto negli studi sull’Unione Sovietica da Frederic
J. Fleron jr., indica lo speciale tipo di carriera dei funzionari di partito, i qua­
li iniziano le loro carriere nel partito da posizioni relativamente elevate, che
fa seguito ad una carriera direttiva già lunga e di successo.29
Più del 50% di tutti coloro che sono stati nominati primi segretari pro­
vinciali di partito durante il periodo chruscéviano e circa il 40% di quelli no­
minati nel periodo 1964-68 acquisirono la loro carica attraverso la cooptazio­
ne.50 Solo il 20% del mio campione di generazione post-staliniana è costitui­
to sicuramente da funzionari cooptati. Il resto compì un regolare iter di par­
tito dopo essere stato reclutato relativamente presto nel suo apparato. Gò
non vuol dire che questi segretari erano completamente privi d’esperienza
manageriale o professionale, ma soltanto che essi acquistarono tale esperien­
za in un periodo di tempo relativamente breve, un po’ più di quattro anni
nella media del gruppo, ed in posizioni relativamente basse quali ingegneri
di fabbrica o agronomi delle fattorie di stato. Questa tendenza ad una più
bassa incidenza della cooptazione è una caratteristica di tutti i nuovi reclutati
primi segretari provinciali di partito dell’era tardo-brezneviana;51 in nessun
altro posto comunque essa è così fortemente pronunciata come tra il gruppo
qui preso in considerazione.
Si possono suggerire una quantità di possibili spiegazioni per questa ten­
denza. La prima, molto importante, ripropone ciò che abbiamo notato prece­
dentemente: la maggiore capacità dei diversi gruppi d’élite di influenzare e
di esercitare una pressione sul processo politico, e la maggiore sensibilità
della leadership suprema agli stati d’animo prevalenti nelle strutture buro­
cratiche, primo e principalmente, l’apparato di partito. Rispetto a ciò non c’è
alcun dubbio che la politica ideale di reclutamento di personale preferita dal­

139
l’apparato di partito è quella di promuovere l’avanzamento, così come in
ogni struttura burocratica, organizzazione corporativa o gruppo amministra­
tivo, dei «propri quadri», una politica che privilegi e promuova gli «interni»
anziché gli «esterni».
In secondo luogo, tale tendenza rappresenta anche la reazione dei leader
supremi di partito a quelle tendenze proprie del tardo periodo chruscéviano
che oscurarono la distintiva identità dell’apparato di partito quasi a dissol­
verlo nella struttura burocratica di partito generale.” La percentuale molto
alta di cooptazione sotto Chruscév è soltanto un’indicazione di tale tendenza.
Tale era anche in parte l’intenzione e certamente il risultato della riorganiz­
zazione chruscéviana degli anni 1962-64, dove egli assorbì l’apparato di parti­
to a livello di distretto nelle burocrazie di stato, e divise il partito al livello
provinciale in unità distinte per l’industria e per l’agricoltura.” Se le scelte di
Chruscév sfaldarono lo spirito di corpo dell’apparato di partito, la politica
dell’amministrazione Breznev fu quella di ricostruire il morale e di restaurare
la peculiare identità e la specificità funzionale della burocrazia di partito, ed
il declino del reclutamento alle alte cariche dell’apparato di partito attraverso
la cooptazione ne è solo un elemento.
In terzo luogo, il declino della cooptazione tra il personale di cui abbiamo
discusso e tra i primi segretari provinciali di partito nel periodo brezneviano
in generale, potrebbe essere considerato come una espressione della mutata
natura e funzione dell’apparato di partito stesso, un cambiamento che è co­
minciato molto tempo fa ma che ancora continua. Da questo punto di vista
bisogna guardare più da vicino al concetto di cooptazione. Per spiegare il
modello di carriera che divenne molto comune sotto Chruscev, il concetto di
cooptazione è molto utile dal punto di vista descrittivo, ma credo che esso
possa essere fuorviarne dal punto di vista analitico se ne viene esagerata l’im­
portanza. Il concetto implica una distinzione di fondo, secondo me esagerata,
tra carriera di partito e carriera amministrativa che non è giustificabile né in
teoria né in pratica.”
Il vecchio apparato di partito sotto Stalin e nel periodo iniziale di
Chruscév era un’istituzione politica, fondamentalmente mobilitante. Il nuo­
vo apparato di partito proprio della fine dell’era chruscéviana e del periodo
di Breznev, è impegnato in un processo decisionale per cui sfuma la distin­
zione tra attività e funzioni strettamente manageriali e quelle proprie della
segreteria di partito. Il segretario di partito sta diventando sempre più un
manager ai vari livelli del processo decisionale.” In realtà alla base del siste­
ma di cooptazione c’è l’intercambiabilità dei ruoli manageriali e di segreteria
di partito, ed essa spiega perché tale sistema potrebbe rivelarsi un mezzo di
reclutamento nell’apparato di partito funzionale e di successo. Allo stesso
tempo essa suggerisce anche i limiti della necessità della cooptazione nell’ap­

140
parato di partito. La traccia principale di questi limiti può essere ravvisata
nei tipi di carriera di tutti i funzionari cooptati nel nostro campione. Essi
svolgono tutti le loro funzioni di segreteria in province altamente specializ­
zate (cioè province dove la vita economica è dominata da un solo genere di
attività altamente specializzata), hanno tutti avuto un addestramento alta­
mente specialistico e sono stati tutti impegnati in attività direttive estrema­
mente specializzate prima di entrare nell’apparato di partito. La carriera di
due persone cooptate in tal modo servirà da esempio.
G.P. Bogomjakov divenne ingegnere petrolifero all’età di 22 anni. Per
due anni lavorò come ingegnere con una spedizione in Siberia per lo sfrutta­
mento del petrolio e successivamente seguì e completò un programma di
dottorato in scienze geologico-minerali. Per i seguenti dieci anni egli lavorò
inizialmente in istituti per la ricerca del petrolio e successivamente divenne
vice direttore dell’Istituto di ricerca del petrolio nella Siberia occidentale. Al­
l’età di 37 anni venne reclutato nell’apparato di partito come capo del dipar­
timento petrolifero del comitato provinciale di partito del Tiumen’. Divenne
quindi primo segretario del Comitato di partito della città di Tiumen’ e se­
condo segretario del comitato provinciale di partito del Tiumen’; ed a partire
dal dicembre 1973 egli è stato primo segretario di questa dinamica ed impor­
tante provincia produttrice di petrolio.
V.G. Kljuev divenne ingegnere tessile all’età di 25 anni e dopo aver lavo­
rato in varie imprese nella provincia di Ivanovo, divenne direttore di una
grande fabbrica. Venne reclutato nell’apparato di partito all’età di 37 anni e
servì dapprima come capo del dipartimento per l’industria tessile del comita­
to di partito della provincia di Ivanovo e successivamente divenne primo se­
gretario del comitato di partito della città di Ivanovo, e secondo segretario
del comitato di partito della provincia di Ivanovo; e dal luglio 1972 è diven­
tato primo segretario di questa provincia produttrice di prodotti tessili, la
più grande in Unione Sovietica.
Vogliamo dire che oggi la necessità di cooptazioni nell’apparato di partito
è pronunciata laddove si richiedono attività di tipo altamente specializzato,
mentre la necessità di cooptazione a posizioni di segreteria è bruscamente di­
minuita nelle province non specializzate, con caratteristiche miste industriali
ed agricole, in virtù delle similitudini di fondo tra le funzioni manageriali e
quelle di segreteria di partito. (Gò di cui c’è bisogno in tali province è una
buona conoscenza e comprensione delle condizioni locali, e questi caratteri,
come vedremo in seguito, sono in genere posseduti dai segretari non coopta­
ti). Infatti quegli individui del nostro gruppo che hanno percorso la strada
diretta del partito occupano in quasi tutti i casi posizioni di segreteria in
province o agricole o di natura industriale non specializzata.
B. La seconda caratteristica del nostro gruppo di funzionari della generazione

141
post-staliniana è la totale scomparsa dei generiti di partito* Il funzionario generi*
co di partito del passato, una figura dominante nell’apparato per il quale
venne coniato il termine apparatfìk, esibiva un alto grado di mobilità in ter­
mini sia di tipo di lavoro che di dislocazione geografica.” La carriera stessa di
Breznev compendia pienamente il ruolo del funzionario generico di partito
di vecchio stampo. Per i primi venti anni della sua carriera di partito,
Breznev ha occupato consecutivamente le seguenti posizioni: vice presidente
di un soviet cittadino; capo del reparto organizzativo di un comitato provin­
ciale di partito; segretario del comitato provinciale di partito nel centro in­
dustriale ucraino di Dnepropetrovsk; vice capo di una sezione politica di un
corpo di armata; capo della sezione politica di una armata; capo di una sezio­
ne politica di un corpo d’armata in tempo di guerra; capo di una sezione po­
litica di un distretto militare in tempo di pace; primo segretario provinciale
di partito dei centri industriali ucraini del Dnepropetrovsk e quindi dello
Zaporoze, primo segretario della repubblica agricola moldava, segretario del
Comitato centrale del partito a Mosca, vice capo della Amministrazione poli­
tica centrale delle forze armate sovietiche per gli affari navali, secondo segre­
tario e poi primo segretario del partito della repubblica kazaka, segretario
del Comitato centrale del partito a Mosca, e vice capo del Bureau del Comi­
tato centrale della RSFSR.”
La stragrande maggioranza di persone appartenenti alla generazione post­
staliniana mostra un grado di mobilità molto basso rispetto sia al tipo di la­
voro che alla dislocazione geografica. Sebbene non siano specializzati allo
stesso modo dei funzionari cooptati di cui abbiamo prima discusso, tuttavia
essi presentano un alto grado di specializzazione per quanto riguarda le loro
aree generali di responsabilità. Quasi il 70% di questo gruppo, una propor­
zione sbalorditiva, è stato impiegato nel corso di tutta la propria carriera in
una sola provincia (o, in pochissimi casi, si sono spostati nella provincia
adiacente) ed in un sol tipo di lavoro, connesso con le caratteristiche preva­
lenti delle rispettive province.” Quelle poche persone che hanno svolto cari­
che di partito in un certo numero di province hanno conservato comunque
la loro specializzazione di lavoro; si tratta di funzionari che sono chiaramen­
te considerati specialisti tra le minoranze etniche.40
È come se l’Unione Sovietica avesse risolto la vecchia disputa presente
nella letteratura occidentale tra coloro che affermano il carattere generalizza­
bile delle capacità esecutive e coloro che ne affermano il carattere specialisti-
co, dapprima in favore dei primi ed adesso in favore dei secondi.41 La tenden­
za alla scomparsa della mobilità nel lavoro e nella dislocazione geografica
può essere in parte spiegata con i motivi già discussi, specialmente con la na­
tura mutata dell’apparato di partito, che rappresenta un sostitutivo funziona­
le alla cooptazione di specialisti esterni nell’apparato di partito.

142
Questa attuale tendenza però solleva il serio problema concernente il pas*
saggio futuro della nuova generazione di funzionari provinciali di partito
nelle istituzioni direttive supreme. Queste istituzioni impiegano attualmente
un gran numero di generici tra i loro membri, c ne hanno con ogni probabi­
lità un grande bisogno. Nella situazione attuale non è chiaro dove si possano
trovare nuovi generici per le cariche direttive. È naturalmente possibile che
per quei nuovi reclutati la «generalizzazione» della loro esperienza avverrà
dopo essere diventati membri della leadership suprema. Tale eventualità pe­
rò costituirebbe un allontanamento molto importante dalla tendenza passata,
c rafforzerebbe inoltre la tendenza già presente alla frammentazione che va
di pari passo con la specializzazione ed il localismo, la tendenza a rappresen­
tare nell’ambito della leadership aree ed interessi specifici, e ciò aumentereb­
be le difficoltà di integrazione politica per la leadership suprema.
C. La terza caratteristica singolare e sorprendente del nostro gruppo di funziona­
ri di partito è il loro rapido avanzamento in modo pressoché uniforme alle alte cari­
che che adesso detengono. La rapidità di tale avanzamento può essere misurata
in molti modi. Sorprendentemente, in una situazione in cui l’élite sovietica
sta rapidamente invecchiando, l’età media della loro nomina alle cariche di
primo segretario provinciale di partito è di 40 anni, cioè considerevolmente
minore dell’età media degli attuali primi segretari distrettuali di partito del
mio campione.
Ancora più sorprendente appare la situazione se si nota che in media sono
passati soltanto 11 anni dal momento del loro ingresso nell’apparato di parti­
to alla loro nomina all’alta carica di primo segretario provinciale. Tale spazio
di tempo sarebbe normale per dei funzionari cooptati, ma è altamente inu­
suale, per dire il meno, per funzionari che hanno percorso tutta la carriera re­
golare nel partito. (Per gli altri primi segretari provinciali russi del mio cam­
pione che hanno seguito l’iter normale di partito, il tempo medio tra l’inizio
del lavoro nel partito e la nomina a primo segretario è vicino ai 20 anni).
Non sono in grado di spiegare questo fenomeno. Non sembra che la rapi­
da ascesa di questo gruppo di funzionari sia stata determinata da favoritismi,
e non si può credere che questi abbiano giocato un ruolo importante poiché
10 sviluppo dell’intero gruppo è pressoché uniforme. Si potrebbe pensare che
11 clientelismo abbia avuto un ruolo importante per le rimanenti persone del
nostro campione, la generazione più anziana di primi segretari di partito, ma
quest’ultima mostra un modello d’avanzamento molto differente.
Dobbiamo rivolgerci quindi ad altre spiegazioni possibili. Una di queste
richiederebbe di modificare le nostre impressioni riguardo a questo gruppo
per ciò che concerne i modelli di avanzamento nell’era brezneviana, e sugge­
risce una politica deliberata di promozione di giovani funzionari di partito a
posizioni di alta influenza a livello provinciale. Un’altra spiegazione ci porta a

143
considerare che il nostro gruppo sia composto da persone particolarmente
dotate, ambiziose e di talento le quali anche nelle condizioni molto poco
propizie sotto Breznev per una rapida ascesa, sono state capaci di evitare la
tendenza prevalente. Queste supposizioni non si escludono naturalmente
l’un l’altra.
Avendo analizzato il background delle quattro generazioni di élite sovieti­
che, si possono tentare delle conclusioni. Le differenze di background tra le
tre generazioni staliniane sono marginali; la generazione della seconda guer­
ra mondiale mostra un alto grado di somiglianza con le élite precedenti e
quelle successive, e ciò indica che gli elementi formativi non forniscono un
ulteriore dato alle differenze generazionali che abbiamo considerato. Inoltre,
la generazione tardo-staliniana, più importante in termini numerici e di peso
politico nell’attuale e nella futura leadership, mostra un background costitui­
tosi prevalentemente durante l’esperienza politica del periodo staliniano. Le
differenze di background tra la generazione post-staliniana ed i suoi prede­
cessori possono invece risultare più che marginali. Gò non vuole affatto dire
che bisognerebbe a questo punto fare la distinzione che viene talvolta fatta
tra i nuovi «tecnocrati» e gli apparatfiki vecchi o di mezza età. Rispetto alle
caratteristiche chiave che identificano i tecnocrati e gli apparatfiki, il vero
punto di rottura tra i nuovi venuti c la vecchia guardia avvenne negli ultimi
anni Trenta, durante e subito dopo la Grande Purga. Tale frattura ha conti­
nuato ad accentuarsi nei susseguenti decenni staliniani e post-staliniani. La
differenza di background tra Yapparatfik ed il tecnocrate si è ormai in gran
misura offuscata. Gli apparatfiki di oggi sono essi stessi dei tecnocrati a pre­
scindere dalla generazione a cui appartengono e, cosa altrettanto importante,
senza badare se hanno prestato servizio nell’apparato di partito o nelle buro­
crazie di stato. Gò che però è importante rispetto alla nuova generazione è,
in primo luogo, che gli elementi «tecnocratici» della sua formazione, quali
l’istruzione, sono chiaramente più pronunciati che non nella passata genera­
zione; e, in secondo luogo, che le sue principali caratteristiche sociali rinfor­
zano la tendenza ad allontanarsi dalle generazioni passate e sono positiva-
mente correlate con la mutata natura del processo di esperienza politica vis­
suta dall’élite nell’era post-staliniana.

Nel riesaminare le principali proposizioni e conclusioni della Parte n, mi


è tornato alla mente il dialogo tra il teorico e l’empirista. Il primo dice al se­
condo: «Tu sai che i tuoi risultati sono esatti, ma come fai a sapere che sono
importanti?». L’empirista risponde al teorico: «Tu sai che i tuoi risultati so­
no importanti, ma come fai a sapere che sono esatti?». Le conclusioni di que­
sta parte, credo, si dividono in tre categorie. La discussione sull’imminente
ricambio della leadership e dell’élite nel corso della prossima successione è

144
allo stesso tempo importante e reale. La discussione sulle attitudini della
nuova generazione di élite può essere importante, ma non siamo sicuri che si
riveli esatta. La discussione sul background della nuova generazione d'élite è
chiaramente giustificata, ma non sappiamo quanto importante possa rivelarsi.
Ho affermato che la successione che si sta avvicinando differirà probabil­
mente in alcuni aspetti cruciali dalle successioni passate, intesa sia in senso
ristretto del ricambio della leadership suprema che in quello più ampio di
un ricambio dello strato supremo dell’élite. La successione della fine degli
anni Trenta, come ho già detto, deve essere vista nel senso più ampio della
parola. Una nuova generazione d’élite conseguì la carica senza alcun paralle­
lo cambiamento nella composizione della direzione centrale suprema. La suc­
cessione di Stalin e di Chniscév va invece vista nel suo senso stretto. In en­
trambi i casi la sostituzione del leader supremo non è stata accompagnata da
contemporanei cambiamenti nella composizione generazionale dei membri
d’élite. La prossima successione, qualsiasi siano la forma ed i risultati del suo
stadio iniziale, comporterà sicuramente un processo di ricambio nella dire­
zione suprema e nell’establishment centrale su scala molto più vasta di quel­
la delle ultime due successioni, e si combinerà ad un maggiore ricambio ge­
nerazionale dell’élite politica. Questa congiuntura non ha alcun precedente
nella storia sovietica. Sarà uno sviluppo politico di durata e di significato a
lungo termine.42
Alcuni studiosi occidentali dell’Unione Sovietica hanno asserito che gli
sviluppi politici non sono più centrali per la comprensione del sistema sovie­
tico, e che il modello industriale, con la sua particolare serie di problemi, sta
assumendo un ruolo determinànte.45 Senza tentare di esplorare in dettaglio
questo problema, si può essere d’accordo che l’era post-staliniana ha mostra­
to un declino del ruolo del politico ed una diminuzione del grado della sua
autonomia relativa dall’ambiente sociale. Allo stesso tempo però, il fattore
politico continua ad incidere sull’evoluzione della società sovietica in misura
maggiore che non in altre società a pari livello di sviluppo industriale, ed il
grado in cui esso viene determinato dalle influenze sociali continua ad essere
basso rispetto al modo in cui lo stesso ambiente sociale viene ad essere deter­
minato dall’influenza attiva, mobilitante e diretta del fattore politico. È an­
cora valida l’osservazione di Daniel Bell: «lo sviluppo della società sovietica
dipende perciò dalla natura dei suoi sviluppi politici».44
Il modello di direzione post-chruscéviano ha dimostrato la sua capacità di
durata. È stata capace allo stesso tempo (e non è poco) di minimizzare per
l’oligarchia il pericolo «dall’alto» — l’accumularsi di potere autocratico da
parte di un leader ed il suo conseguente dominio — ed il pericolo «dal bas­
so» — la dispersione cioè di privilegi ai settori minori e più vasti dell’establi­
shment politico che potrebbero così sfuggire al controllo. La leadership ha

145
resistito, seppur con molte tensioni, alla crisi cecoslovacca; ha condotto l’U­
nione Sovietica ad una svolta in politica estera verso una politica di disten­
sione; ha sopravvissuto a tre anni di raccolti disastrosi in agricoltura e ad un
declino del tasso di crescita industriale e di produttività. Può questo stesso
modello sopravvivere alla prova dell’imminente successione?
Se questa fosse «semplicemente» una questione di sostituire Breznev, si
sarebbe fortemente portati a pensare che per quanto riguarda i fattori interni
che influenzano la dinamica della direzione politica sovietica, ci si può atten­
dere una continuazione del modello presente, nonostante il potenziale di­
sgregante che la successione contiene. I forti elementi di quello che con mol­
ta intuizione T.H. Rigby chiama una «oligarchia auto-stabilizzantesi»4’ che
si sono sviluppati nell’ultimo decennio rendono la composizione del Polit­
bjuro più prevedibile e stabile, la sua politica più equilibrata, il suo funzio­
namento più burocratico e la carica dei leader supremi meno personalizzata
come mai in passato. Qò fornisce una base al processo di successione che
differisce in modo significativo da quelle precedenti. Naturalmente, le circo­
stanze specifiche che porteranno alla sostituzione di Breznev, se cioè si ritire­
rà volontariamente, morrà o verrà destituito, differenzieranno in modo consi­
derevole il grado di ordinarietà della successione stessa, tuttavia qualsiasi for­
ma essa avrà, sembra che gli ordinamenti esistenti abbiano una sufficiente
capacità di auto-rigenerazione per poter affrontare la sostituzione del capo
supremo.
La stabilità e longevità del modello esistente, comunque, sono state rese
possibili grazie a due fattori strutturali interni: una gradualità nel cambia­
mento delle più importanti politiche, e gradualismo, per dire il meno, nel ri­
cambio dei quadri. Non sappiamo se la prima di queste condizioni continue­
rà a sussistere dopo la successione, o se, dopo il ciclo di prudenti aggiusta­
menti e di tradizionalismo dell’ultimo decennio, le attitudini della leadership
e della élite si muoveranno verso una rivitalizzazione e verso importanti ri­
forme, proprio come le statiche condizioni della Russia staliniana vennero ri­
mosse dalla fluidità del periodo chruscéviano. Certamente la determinante
chiave di quella che sarà la tendenza dominante a tal riguardo durante il pro­
cesso di successione, dipenderà in modo cruciale dalla presenza o meno di
una accresciuta percezione da parte dei dirigenti e dell’élite sovietici delle
pressioni e delle frustrazioni provenienti dai fallimenti o dai pericoli interni
o esterni. Qò che però sappiamo è che la seconda condizione — gradualità
nel ricambio dei quadri — non potrà più sussistere.
I cambiamenti nella struttura delle relazioni nell’ambito dell’élite politica
sovietica sono stati nell’ultimo decennio un canale importante più per un
cambiamento della élite che per una sua sostituzione. La maggiore afferma­
zione di interessi istituzionali, un aumento dell’autonomia operativa delle or­

146
ganizzazioni di élite, una estensione della influenza all’esterno della leader­
ship suprema e la relativa stabilità dell’equilibrio delle forze contrapposte al­
l'interno di queste non hanno raggiunto una completa istituzionalizzazione e
possono perciò essere in parte invertite, anche se con difficoltà, nel corso del­
la successione futura.
Le innovazioni strutturali post-chrusceviane possono soddisfare la presen­
te generazione di funzionari, ma non la prossima, che vorrebbe non solo am­
pliare la propria autonomia operativa, ma anche influenzare la formazione
dei processi decisionali. Una reazione alla realtà sociale richiede sempre un
intervallo di tempo: non solo le singole persone, ma anche determinati grup­
pi reagiscono alle nuove condizioni sulla base di attitudini ed abitudini ve­
nutesi a creare in presenza delle vecchie condizioni. La situazione che i futuri
leader sovietici dovranno affrontare per quel che concerne le loro principali
istituzioni sarà molto diversa da quella che si trovarono di fronte i successori
di Stalin. Stalin non si limitava semplicemente a controllare il partito, l’eser­
cito o i pianificatori, egli li schiacciava. Ironicamente, solo adesso che Stalin
sta di nuovo diventando ufficialmente una figura «rispettabile», si sta dissol­
vendo l’effetto ritardato dello stalinismo sul carattere della burocrazia sovie­
tica. Gli amministratori sovietici mostrano oggi molta più sicurezza e fierez­
za professionale di quanto sia mai stato in passato. Queste qualità possono
facilmente conciliarsi con una attitudine autoritaria nei confronti della socie­
tà nel suo complesso, ma è difficile che si adattino ad una struttura di élite
altamente restrittiva senza metterne in pericolo l’efficienza.

NOTE

1 Come ho già scritto in un’altra occasione, la situazione del primo decennio di direzione brezne­
viana può essere caratterizzata come segue: l’analisi dei cambiamenti avvenuti nella struttura del par­
tito-stato sovietico nell’ultimo decennio, insieme alle politiche perseguite dalla direzione post-
chruScéviana ed all’umore politico generale dell’Unione Sovietica portano ad una conclusione che
può a prima vista sembrare alquanto paradossale. L’istituirsi di una direzione collettiva e le politiche
da essa perseguite in campo organizzativo, politico, economico ed ideologico hanno portato durante i
suoi primi anni ad una accresciuta posizione di potere o soddisfacimento dei gruppi di interesse di
quasi tutti i segmenti istituzionali della élite politica, e negli anni che seguirono non vi fu alcun no­
tevole indebolimento delle loro posizioni. Benché probabilmente nessun gruppo di élite gradisca tut­
ti i cambiamenti o tutte le politiche adottate, si è d’altro canto venuta a creare una rara situazione in
cui le paure di quasi tutti i gruppi di élite sono state in qualche misura dissipate ed i loro desideri
fino ad un certo grado soddisfatti. (The Soviet Politicai Elite and Internal Developments in the USSR, in
W.E. Griffith, a cura di, «The Soviet Empire: Expansion and Detente», Lexington Books, Lexin­
gton, Mass. 1976, p. 34).
2 Max Weber, The Theory of Social and Economic Organization, Oxford University Press, New
York 1947, p. 335. Vedi anche H.H. Gerth and C. Wright Mills, a cura di, From Max Weber: Essays
in Sociology, Oxford University Press, New York 1958, p. 95.
3 Suzanne Keller, Beyond the Ruling Class, Random House, New York 1963, p. 74.
4 Se la letteratura sulla politica tra diverse generazioni è piuttosto ampia, la maggior parte di es­

147
sa tratta però delle ripartizioni per età della popolazione in generale; gli articoli ed i libri che trattano
delle generazioni di elite sono in realtà molto pochi. Tra i libri e gli articoli generali riguardanti ge­
nerazioni diverse c politica vanno menzionati C.G. Bell, a cura di, Growth and Change: A Reader in
Political Socialization, Dickenson, Encino, Calif. 1973; S.N. Eisenstadt, From Generation to Generation,
Free Press, Glencoe, Ill. 1956; Neal E. Cutler, Generational Approaches to Political Socialization, «You­
th and Society», 8, n° 2, dicembre 1976, pp. 175-207; Bennet M. Berger, How Long is a Generation?,
«British Journal of Sociology», 11, n° 1, marzo I960, pp. 10-23; Gosta Carlsson e Katarina Karlsson,
Age Cohort and the Generation of Generations, «American Sociological Review», 35, n° 4, agosto 1970,
pp. 710-18; William R. Schonfeld, The Focus of Political Socialization Research: An Evaluation, «World
Politics», 23, n° 3, aprile 1971, pp. 544-78; Matilda White Riley, Aging and Cohort Succession: Interpre­
tations and Misinterpretations, «Public Opinion Quarterly», 37, n° 1, primavera 1973, pp. 35-49; Mar­
vin Rintala, Political Generations, in «International Encyclopedia of the Social Sciences», voi. 6, pp.
92-6; Ted Goertzel, Generation Conflict and Social Change, «Youth and Society», 3, n° 3, marzo 1972,
pp. 327-52; Joseph R. Gusfield, Problem of Generations in an Organizational Structure «Social Forces»,
35, n° 4, maggio 1957, pp. 323-30; Anne Foner, Age Stratification and Age Conflict in Political Life,
«American sociological Review», 39, n° 2, aprile 1974, pp. 187-96. L’ultima pubblicazione che va ad
aggiungersi alla letteratura che tratta almeno in parte le élite e le generazioni politiche è quella di
Richard J. Samuels, a cura di, Political Generations and Political Development, D.C. Heath, Lexington,
Mass. 1977.
5 Studiosi dell’Unione Sovietica stanno prestando una considerevole attenzione alla questione
delle generazioni nel più ampio contesto delle attitudini politiche della gioventù sovietica e della sua
evidente depoliticizzazione. Cfr. ad esempio Walter D. Connor, Generations and Politics in the USSR,
«Problems of Communism», 24, n° 5, settembre-ottobre 1975, pp. 20-31. Con alcune notevoli ecce­
zioni (per esempio Jerry Hough) però, la maggior parte degli studiosi ignorano la dimensione gene-
razionale della politica dell’élite. La più ampia trattazione delle generazioni di élite sovietiche si trova
nel recente studio comparato di John D. Nagle, System and Succession: The Social Bases of Political Elite
Recruitment, University of Texas Press, Austin 1977, che presenta un approccio di tipo generazionale
delle élite di Stati Uniti, Germania, Messico ed Unione Sovietica. Nonostante il gran numero di utili
intuizioni, il libro soffre di un approccio dogmatico marxista, con il suo accento posto sulle origini
di classe. La parte sovietica soffre a causa della trattazione en masse del Comitato centrale, senza alcu­
na differenziazione tra i vari gruppi funzionali, di una mancanza di attenzione per i dettagli e di una
scarsa conoscenza in generale del sistema sovietico.
6 Arthur L Stinchcombe, Constructing Social Theories, Harcourt, Brace and World, New York
1968, p. 105.
7 Per la discussione teorica più suggestiva sul modello di autoriproduzione, cfr. Stinchcombe,
Constructing Social Theories, pp. 107-17.
8 Jerry Hough, In Whose Hands the Future?, «Problems of Communism», 16, n°2, marzo-aprile
1967, pp. 18-25.
9 Un membro della nuova generazione il cui profilo emerge in qualche modo dai suoi articoli
sulla stampa sovietica è G.P. Bogomjakov, primo segretario del Tiumen’. Diversamente dal solito, i
suoi articoli sono acuti, intelligenti, talvolta brillanti, irrequieti c pieni di significato. Cfr. ad esem­
pio: «Ekonomika i organizacija», n° 5, 1976, pp. 4-20; «Partijnaja iizn’», n° 23, dicembre 1976, pp.
43-51; «Leninskoe znamja», 1° dicembre 1976; «Literatumaja gazeta», 2 novembre, 8 novembre 1977,
18 gennaio 1978; «Sovetskaja kultura», 20 gennaio, 31 gennaio 1978; «Oktjabr», n° 4, aprile 1978,
pp. 181-9; «Ekonomiceskaja gazeta», n° 25, 1978; «Sovetskaja Rossija», 16 maggio 1978, p. 2; «Prav-
da», 11 giugno 1975, p. 3.
10 L’esperienza delle riforme chrusceviane sta venendo apprezzata pienamente soltanto adesso,
ad una certa distanza di tempo. Cfr. ad esempio Jeremy R. Azrael, Khrushchev Remembered, «Soviet
Union», 2, pt. I, 1975, pp. 94-102; e George W. Breslauer, Khrushchev Rjconsidered, «Problems of
Communism», 25, n° 5, settembre-ottobre 1976, pp. 18-33.
11 È bene ricordare che la campagna antistaliniana continuò a tratti durante tutto il periodo
chrusceviano. In realtà il XXII congresso del partito del 1961 fu in qualche misura più radicalmente
anti-staliniano di quanto non lo fosse stato il xx congresso del 1956. Chiunque fu testimone di tale
campagna o vi fu in qualche modo associato non potrà mai dimenticare l’enorme shock che essa creò.
Quella campagna, benché formalmente terminata, è sempre presente nella vita sovietica.
12 È facile per noi dimenticare gli inebrianti giorni dei primi sputnik e dei grandiosi piani di
Chruléfcv per raggiungere gli Stati Uniti. Per la vecchia generazione questi erano forse «schemi scer­
vellati», ma per la giovane generazione che allora si apprestava ad entrare in politica fu una esperien­
za eccitante. Al XXI congresso del partito nel 1959 ChruSéev predisse che entro i primi anni Settanta
l’I Jnione Sovietica avrebbe superato gli Stati Uniti nella produzione pro capite industriale ( kiwwxìrmZ-
noj XXI s'ezd KPSS. Stenografìfekij oteet, Gospolitizdat, Mosca 1959, p. 65). Tali previsioni vennero
mantenute inalterate nel programma ventennale di «costruzione del socialismo» ( 1960-H0) preparato
successivamente. Se si confrontano queste previsioni per il 1980 con le cifre previste per lo stesso an­
no nell’attuale piano quinquennale, la disparità presente nelle figure chiave è sorprendente. L’obietti­
vo del reddito nazionale è soltanto il 65% di quello chrusceviano, il 50% per la produzione agricola,
il 49% per la carne, il 48% per l’elettricità, il 71% per la produttività del lavoro («Pravda», IH otto­
bre 1961; N.K. Baibakov, 0 gosudantvennom pjatiletnem piane razvitija narodnogo cbozjajstva SSSR na
1976-1980 gody, Gospolitizdat, Mosca 1976).
13 Richard Lowenthal, Development vs. Utopia in Communist Policy, in Chalmer Johnson, a cura di,
«Change in Communist Systems», Standford University Press, Standford, Calif. 1970, pp. 33-116.
14 Per la migliore discussione sulla dicotomia tra utopia e modernizzazione in Unione Sovietica
negli anni Venti, cfr. Zena Sochor, Modernization and Socialist Transformation: Leninist and Bogdano-
vite Alternatives of the Cultural Revolution, Ph.D. dissertation, Columbia University 1977.
15 T.H. Rigby, The Soviet Politbureau: A Comparative Profile, 1951-71, «Soviet Studies», 24, n° 1,
luglio 1972, p. 23.
16 I.V. Stalin, Softnenija, 6, Gospolitizdat, Mosca 1952, pp. 186-88.
17 Samuel Huntington suggerisce tre teorie ed approcci che spiegano l’attività e le differenze ge­
nerazionali. Queste possono venire condensate nella seguente tavola.
Differenze generazionali

Teoria Differenze Rispetto a Il cambia­


di funzione quello pre­ mento ha Conflitto generazionale
a seconda di cedente ogni luogo nel
gruppo è Tempo Grado

Maturazione Gruppo Continuo Moderato


(ciclo di vita) Età Simile Breve
Interazione Sequenza Differente Società Ricorrente Intenso
Simile/ Breve
Pragmatico Esperienza differente Società Irregolare Intenso

Ponte’. Samuel P. Huntington, Generations, Cycles, and Their Role in American Development, in Richard
J. Samuels, a cura di, «Political Generations and Political Development», D.C. Heath, Lexington,
Mass. 1977, pp. 9-16.
L’approccio usato in questo saggio è chiaramente quello pragmatico. La generazione post-stalinia­
na è un gruppo in senso pragmatico in cui le attitudini dei membri che ne fanno parte sono influen­
zate da cicli di vita comuni. Potrebbe anche essere un gruppo nel senso di una sua crescente coscien­
za di separatezza generazionale. Non c’è alcun elemento che possa farci pensare che sia un gruppo
nel senso di interazione dei suoi membri, una caratteristica che, tra l’altro, crediamo appartenga alla
generazione di élite della Grande Purga.
18 Secondo i parametri più esterni della nostra identificazione dell’élite post-staliniana, nessun
individuo che entrò nel partito dopo la morte di Stalin è stato escluso da questo gruppo, e nessuno
che sia entrato nell’apparato burocratico politico (Komsomol, apparato di partito o polizia) sotto
Stalin ne è stato incluso.
19 Alcuni esempi di membri del Consiglio dei ministri che hanno percorso la strada òcW'obkom
includono settori disparati di responsabilità funzionali, come quelli dei ministeri dell’agricoltura, de­
gli affari interni, del commercio, delle costruzioni industriali, degli approvvigionamenti, della costru­
zione di industrie petrolifere e del gas, dell’industria alimentare, della cultura, del lavoro e delle que­
stioni sociali, della metallurgia ferrosa e del commercio con l’estero.
20 II numero di slavi nel mio campione di repubblica varia dal 18% in Estonia al 21 % in Tadjikistan.
21 Né le élite di repubblica sono sfuggite alla regola dell’anzianità caratteristica dell’era breJnc-
viana. In Lettonia ed in Tadjikistan, per esempio, l’età media dei funzionari nelle varie cariche rap-

149
presentate nel nostro campione è aumentata rispetto a quella del 1963, l'anno precedente alla destini*
zione di ChruJéév, nel modo seguente:

Posizione Lettonia Tadjikistan

Segreteria di repubblica 5,3 10,7


Presidium del Consiglio dei ministri 5,1 0,5
Capi di dipartimento del oc 9,9 12,8
Consiglio dei ministri 4,9 6,6
Primi segretari di gorkom e rajkom 6,2 6,4
Presidenti: gonspolkom e raijspolkom 3,3 7,6

Fonte, i dati per il 1963 da «Sovetskaja Latvija», 14 febbraio 1963 e «Kommunist Tadzikistana», 16
febbraio 1963.
22 Studi sui caratteri formativi delle élite politiche sono abbastanza popolari sebbene meno ades­
so di un decennio fa. Per delle analisi generali che contengono utili bibliografie, cfr. Lewis J. Edin­
ger, a cura di, Political Leadership in Industrialized Societies, Wiley, New York 1967; Geraint Parry, Po­
litical Elites, Praeger, New York 1969; Urs Jaeggi, Die gesellschaftliche Elite, Verlag Paul Haupt,
Bem/Stuttgard I960. I migliori esempi di studi sul background delle élite incentrati su determinati
paesi sono: Frederick W. Frey, The Turkish Political Elite, MIT Press, Cambridge, Mass. 1965; Peter
G Ludz, The Changing Party Elite in East Germany, MIT Press, Cambridge, Mass. 1972; e Wolfgang
Zapf, Wandlungen der deutschen Elite, R. Piper, Munich 1965.
23 Una quantità di analisi empiriche hanno dimostrato che il legame tra le caratteristiche di fon­
do e quelle acquisite delle élite, per non parlare del loro comportamento, è molto tenue e non può
essere dato per scontato. Le più importanti di queste analisi sono: Lewis J. Edinger e Donald D. Sea­
ring, Social Background in Elite Analysis: A Metodological Inquiry, «American Politicai Science Re­
view», 61, n° 2, giugno 1967, pp. 428-45; Allen H. Barton, Empirical Methods and Elite Theories, sag­
gio non pubblicato, settembre 1970; Uwe Schleth, Once Again: Does It Pay to Study Social Background
in Elite Analysis?, saggio non pubblicato, settembre 1970. Gli ultimi due saggi furono preparati per
lVlli congresso mondiale dell’International Politicai Science Association, Monaco, 31 agosto - 5 set­
tembre 1970.
24 Gli studi sul background delle élite sovietiche includono, tra i più importanti: George Fi­
scher, The Soviet System and Modem Society, Atherton, New York 1968; Michael P. Gehlen, The Com­
munist Party of the Soviet Union, Indiana University Press, Bloomington 1969; Gerd Meyer, The Impact
of the Political Structure on the Recruitment of the Political Elite in the USSR, in Leonard J. Cohen e Jane
P. Shapiro, a cura di, «Communist Systems in Comparative Perspective», Anchor Press and Double­
day, Garden Gty, N.Y. 1974, pp. 195-221.
25 Intendo dire che tra le generazioni di età media e quelle più anziane dell'élite, una istruzione
tecnica superiore completa può andare di pari passo con la mancanza di una normale istruzione se­
condaria. Secondo la mia ricerca, più di un terzo dei membri del OC (eletti nel 1961) dotati di istru­
zione tecnica superiore entrarono in istituti tecnici provenienti dalla facoltà degli operai (rabfak) o
da scuole professionali (technikum). In altre parole, mentre questi membri di élite possono essere
considerati come specialisti in un settore particolare, non possono venire considerate persone istruite.
Come esempio si può menzionare il membro del Politbjuro A.P. Kirilenko, che alla età di 14 anni
terminò l'istruzione di tipo generale (la scuola del villaggio), ma alla età di 24 anni, dopo un anno di
preparazione in una rabfak, entrò in un istituto di ingegneria aeronautica nel quale si laureò all'età di
30 anni.
26 La base del mio campione consiste in 22 primi segretari russi di obhom della rsfsr. A scopo
comparativo, a questo gruppo si aggiungono i primi segretari della Ucraina e della Belorussia, ed i
segretari russi nelle repubbliche non slave; un gruppo complessivo di 37 persone.
27 Secondo le sommarie cifre ufficiali sovietiche, tra tutti i segretari (cioè non soltanto i primi
segretari) delle 170 repubbliche, province e città con diritti di provincia (Mosca e Kiev), il 99,4% ha
completato l’istruzione superiore, lo 0,1% ha una istruzione superiore incompleta, e lo 0,5% possiede
una istruzione media. Di tutti questi segretari, circa il 70% sono ingegneri, economisti o agronomi.
Tra tutti i segretari di partito delle 4241 città e distretti, il 99,2% ha completato l’istruzione di parti­
to, lo 0,7% possiede una istruzione superiore incompleta e lo 0,1% una istruzione media. Di tutti

150
questi segretari circa il 60% sono professionisti specializzati nell'industria o in agricoltura («Partijna-
|s fczn», n° 10, maggio 1976> pp. 19-22). Le percentuali di ingegneri, agronomi, economisti ecc. sono
più importanti della percentuale di coloro che posseggono una istruzione superiore. Le cifre relative
all’istruzione supcriore includono i laureati alle scuole superiori di partito, che non possono assoluta-
mente essere paragonate ad una istruzione superiore regolare.
Va notato che la percentuale relativamente alta di individui forniti di istruzione superiore è carat­
teristica non solo dell’apparato professionale del partito, ma dei quadri di partito nel complesso. Tra i
segretari delle quasi 394.000 organizzazioni primarie di partito, coloro che hanno completato l’istru­
zione superiore costituivano nel 1976 il 49,7%, ed inoltre il 4% possedeva una istruzione supcriore
incompleta. Tra i 2.221.000 individui che costituiscono i quadri di propagandisti di partito, gli spe­
cialisti tecnici (ingegneri, agronomi, economisti ecc.) costituivano il 62,3%, e gli insegnanti, i pro­
fessori ed i «lavoratori scientifici» un altro 12,7% (Spravotnik sekretarja pervitnoj partijnoj organizacii,
(ìospolitizdat, Mosca 1977, p. 335).
Tra i 385.532 membri effettivi e candidati dei comitati di partito di distretto e di città nel 1976, il
49,9% possiede una istruzione superiore completa, ed un altro 3% una istruzione superiore incom­
pleta; tra i 30.201 membri effettivi e candidati dei Comitati centrali di repubblica, di obkom e di kraj-
kom, il 69,3% possiede una istruzione supcriore completa, ed un altro 1,4% una istruzione superiore
incompleta (SpravoCnikpartijnogo rabotnika, vyp.l7yj Gospolitizdat, Mosca 1977, pp. 461-62).
28 Le caratteristiche di background dei primi segretari di partito e di città sono molto simili a
quelle della generazione post-staliniana di primi segretari provinciali di partito a stadi comparati del­
la loro carriera. Una stragrande maggioranza di essi aveva una certa esperienza di attività manageriale
o professionale prima di entrare nell’apparato di partito; e, con pochissime eccezioni, quasi tutti han­
no una istruzione superiore di stampo tecnico o agricolo. Sono colpito dal fatto, comunque, che po­
chissimi dei primi segretari provinciali del mio campione hanno occupato la carica di primo segreta­
rio di distretto. Se il modello di reclutamento non cambia perciò, i segretari distrettuali di partito (al
contrario di quelli cittadini) possono essere considerati una fonte di reclutamento dello staff dell’fl£-
kom piuttosto che del personale di segreteria dello stesso. D’altro canto non si ha motivo di dubitare
della dichiarazione di Breznev che, a tutti gli scopi pratici, tutti i segretari a livello di repubblica e di
provincia sono stati per qualche periodo segretari delle organizzazioni primarie, di distretto o di città
del partito (XXV s’ezd KPSS. Stenografileskij oteet, Gospolitizdat, Mosca 1976, p. 96).
29 Frederic Fleron, Representation of Career Types in the Soviet Politicai Leadership, in R. Barry Far-
rel, a cura di, «Political Leadership in Eastern Europe and the Soviet Union», Aldine, Chicago 1970,
pp. 108-39.
30 Robert E. Blackwell, jr., Elite Recruitment and Functional Change: An Analysis of the Soviet Ob­
kom Elite, 1950-68, «Journal of Politics», 34, n° 1, febbraio 1972, p. 144.
31 T.H. Rigby, Soviet Regional Leadership, pp. 21-22.
32 II quadro reale delle attività del funzionario professionale del partito differisce dalla maggior
parte delle descrizioni fornite da scrittori sovietici favorevoli al partito. L’accento maggiore in tutti
questi rapporti è posto sul fatto che il funzionario di partito partecipa ed incide sulla amministrazio­
ne degli affari dello stato attraverso la sua «influenza ideologica» (idejnoe vozdejstvié). Il ritratto del
funzionario di partito che scaturisce dalla stampa sovietica, specie dai giornali professionali di parti­
to, fornisce un resoconto molto più realistico. Un aspetto delle sue attività che appare chiaro da tutti
questi resoconti è il suo coinvolgimento diretto nella amministrazione quotidiana, la cosiddetta buro­
crazia statale. Naturalmente tale coinvolgimento assume forme differenti a seconda della esatta carica
ricoperta dall’individuo nell’apparato e dal livello delle sue attività. Un segretario di rajkom parteci­
perà alla amministrazione in modo simile al presidente del raijspolkom-, il capo di un dipartimento in­
dustriale apparato centrale del partito, in un modo simile a quello di un ministro della industria.
Un segretario distrettuale di partito fece nel 1961 il seguente commento: «Guardando dall’esterno
non potresti capire mai cosa io sono: un segretario del comitato di partito, un presidente òcYYispolkom
o un impiegato del sovnarkoz. In realtà io sono una specie di strumento polivalente! Naturalmente si
deve prendere parte agli affari economici, ma non dovrebbe esistere una chiara differenza di approc­
cio, di stile di lavoro tra un comitato di distretto ed una officina, o tra un comitato di distretto ed un
sovnarkoz? Ma, in un modo o nell’altro, le linee di confine sono scomparse». (M. IvaSeckin, Nafsovre-
mennik, Gosizdat, Mosca 1961, p. 136).
33 Cfr. John A. Armstrong, Party Bifurcation and Elite Interests, «Soviet Studies», 17, n° 3, aprile
1966, pp. 417-30.

151
34 l'ale esagerazione conduce secondo me Grey Hondett a proporre che «forse una cambiamento
qualitativo nel carattere della leadership dcll’có&vw dipende non tanto da quanti giovani con diplomi
tecnici freschi vengono attratti al livello inferiore di lavoro nel partito, bensì da quanti non-
apparatZiki più anziani e di esperienza si trasferiscono nell’apparato di partito, a seconda delle loro
carriere, incidendo sul suo carattere piuttosto che viceversa» {The obkom First Secretaries, «Slavic Re­
view», 24, n° 4, dicembre 1965, p. 652).
35 Si concorda pienamente con la conclusione di T.H. Rigby, che «il comitato locale di partito
non esiste soltanto allo scopo di arringare le persone o come jolly al di fuori dell’amministrazione...
La struttura di comando del partito costituisce una parte integrante dell’amministrazione» {Traditio­
nal Market, and Organizational Societies and the USSR, «World Politics», 16, n° 4, luglio 1964, p. 552).
36 Sulla questione generale del tipo di reclutamento e di carriera dei generici rispetto agli specia­
listi nel quadro burocratico, cfr. Michael Cohen, The Generalist and Organizational Mobility, «Public
Administration Review», 30, n° 5, settembre-ottobre 1970, pp. 544-52.
37 II processo di acquisizione di capacità «generali» assomiglia al processo di «espansione». Un
autore lo ha descritto in occidente come consistente in un «processo di avviamento alla socializzazio­
ne in cui i quadri esecutivi vengono preparati alle cariche supreme attraverso la rotazione tra le varie
cariche di controllo... Lo scopo di tale processo è quello di ridurre il grado di specializzazione del fun­
zionario esecutivo per prepararlo alla carica altamente generica di comando supremo. La rotazione
spezza la sua visione ristretta ed il suo impegno in una sola sottounità, estende la sua esperienza, il
suo intuito e le informazioni circa altre sottounità diverse da quella dalla quale è stato reclutato, e
sviluppa in lui una più ampia apertura mentale» (Amitai Etzioni, A Comparative Analysis of Complex
Organizations, Free Press, New York 15X31, p. 281).
38 II probabile successore di Breznev, A.P. Kirilenko, è anche un generico per eccellenza. Egli
iniziò la sua carriera nel partito come segretario distrettuale e venne poi promosso a segretario della
provincia di Zaporoze in Ucraina. Durante la seconda guerra mondiale servì come commissario poli­
tico della xviii armata e successivamente divenne rappresentante del Comitato di difesa di stato
(gko) alla fabbrica di aerei di Mosca. Venne quindi assegnato alla carica di secondo segretario della
provincia di Zaporoze, e poi a quella di primo segretario della provincia di Nikolaev in Ucraina; pri­
mo segretario della provincia di Dnepropetrovsk, e quindi trasferito alla carica di primo segretario
della provincia di Sverdlosk negli Urali. Durante questo periodo divenne membro del bureau del Co­
mitato centrale della rsfsr e membro candidato del Politbjuro. Nel 1962 fu trasferito a Mosca per
diventare primo vice presidente del bureau del Comitato centrale della rsfsr.
39 Ne è un esempio estremo LA. Bondarenko la cui intera vita e carriera fu spesa nella provincia
di Rostov. Qui egli completò i corsi di una scuola professionale agricola. Lavorò come agronomo in
un kolchoz locale, si laureò in un istituto agricolo situato nella provincia e continuò i suoi studi nell’i­
stituto di cui successivamente divenne membro di facoltà. Dopo essere stato reclutato nell’apparato
di partito, diventò primo segretario di un distretto della provincia, e quindi capo del dipartimento
agricolo àeW'obkom di Rostov. Avanzò quindi alla carica di segretario per l’agricoltura àzW'obkom di
Rostov, secondo segretario dell’^&wz agricolo di Rostov, presidente àeWobispolkom di Rostov, e dal
novembre 1966 ha servito come primo segretario della provincia di Rostov.
40 Gli esempi di V.P. Nikonov e A.V. Vlasov sono a tal riguardo istruttivi. Nikonov, dopo un
breve periodo come capo del dipartimento agricolo del krajkom di Krasnojarsk e di servizio nell’appa­
rato centrale del partito, divenne secondo segretario àcWobkom della repubblica autonoma dei Tatari
della rsfsr, ed ha servito dal 1967 come primo segretario àcWobkom della repubblica autonoma dei
Mari della rsfsr. Vlasov, dopo essere stato segretario e quindi secondo segretario dell’^Ate della ja-
cuzia della rsfsr, ha servito per tre anni nell’apparato centrale del partito, e nel luglio 1975 è stato
nominato primo segretario àeNobkom della Ceceno-InguSecia della rsfsr. Tra l’altro, in quasi tutti i
casi che ho trovato, tutti i russi nominati alla carica di primo segretario di una provincia etnicamente
non russa (o come secondo segretario di una repubblica non russa) sono passati attraverso un perio­
do preparatorio di servizio nell’apparato centrale di partito, una trafila totalmente assente nel caso dei
primi segretari russi che servono nelle province russe.
41 Due differenti approcci sono stati avanzati nella letteratura concernente la divisione occupa­
zionale del lavoro al livello esecutivo. Secondo il primo, le peculiarità ed i requisiti tecnologici ed
amministrativi di aree di attività sociali collettive differenti, determinano e limitano la portata della
effettiva intercambiabilità dei ruoli esecutivi occupazionali. La capacità esecutiva deve essere conside­
rata solo in misura ridotta come capacità generale che supera i confini tecnologici ed amministrativi

152
che dividono le organizzazioni cd i sortoscttori della società. La capacità esecutiva consiste principal­
mente in un tipo specifico di criterio decisionale, nella supervisione di un particolare tipo di attività,
nella direzione c nel controllo di una distinta collettività organizzata. Dato il fatto che l’esplicarsi di
una attività esecutiva viene specificato entro limiti così ristretti, la mobilità esecutiva orizzontale vie­
ne ad essere severamente ridotta. Oltre la serie di simili tipi di esecuzione che devono essere sorve­
gliati dall’esecutivo, la mobilità orizzontale richiederebbe una fondamentale modifica di condotta e di
orientamento, e comporterebbe un grande mutamento nella attività dell’esecutivo. Un esponente rap-
»resentativo di tale approccio è Peter F. Drucker; cfr. ad esempio il suo The Practice of Management,
1 larpcr, New York 1954, pp. 8-9.
Il secondo approccio sottolinea quale caratteristica dominante del ruolo esecutivo la capacità ed
abilità «universale» a dirigere, sovrintendere, controllare ecc. L’esercizio della autorità esecutiva è una
attività ampiamente generica, e l’abilità sulla quale essa si basa — dirigere la popolazione e sfruttarne
le capacità — permette una efficace mobilità orizzontale virtualmente illimitata attraverso tutti i con­
fini di specializzazione tecnologica ed amminisfrativa. Tipica di tale approccio è l’osservazione di R.
Dubin: «L’esecutivo istruito può operare efficientemente in differenti tipi di organizzazione che han­
no valori ed obiettivi differenti» {Human Relations in Administration, Prentice-Hall, New York 1951,
pp. 3-4).
Così un tipo di approccio afferma che il ruolo esecutivo di controllo e supervisore è un compito
altamente specializzato, l’altro che esso è ampiamente generico. L’autore concorda pienamente con le
conclusioni di Amitai Etzioni circa il valore di questi due approcci: «... il ruolo esecutivo andrebbe
visto come più specialistico di quanto suggerirebbe il sostenitore delle capacità esecutive universali,
ma molto più generale di quanto esso appare a coloro che enfatizzano i compiti specifici che l’esecu­
tivo deve dirigere». Cfr. Amitai Etzioni, A Comparative Analysis of Complex Organizations, The Free
Press, New York 1961, p. 295.
42 L’opinione più estremista sulle probabilità di cambiamenti fondamentali in Unione Sovietica
nel corso della prossima successione viene espressa da Wolfgang Leonhard già nello stesso titolo del
suo ultimo libro: Am Vorabend einer neuen Revolution? Die Zukunft des Sowjetkommunismus, C. Bertel-
sman, Mùnchen 1975.
43 Cfr., ad esempio, Alex Inkeles, Models and Issues in the Analysis of Soviet Society, in «Social
Change in Soviet Russia», Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1968, pp. 419-33.
44 Daniel Bell, The End of Ideology, Collier Books, New York 1961, p. 340.
45 T.H. Rigby, The Soviet Leadership: Toward a SelfStabilizing Oligarchy?, «Soviet Studies», 22,
n° 2, ottobre 1970, pp. 167-91.
PARTE TERZA

La natura ed il grado di stabilità del sistema


politico sovietico
7. Stabilità: considerazioni analitiche

Se davvero, come la nostra analisi sembra indicare, la successione del capo


supremo e della élite sovietica del prossimo decennio aumenta moltissimo le
possibilità di un cambiamento del sistema sovietico, sia che tenda ad un suo
processo di destabilizzazione o che si verifichi nell’ambito di un suo svilup­
po ordinato, allora appare essenziale analizzare il livello di stabilità socio-po­
litica con cui il sistema sovietico entra negli anni Ottanta e che la prossima
successione metterà alla prova. La discussione da parte degli specialisti di
storia sovietica a proposito della natura e delle condizioni della stabilità del
sistema in URSS ha sofferto di quelle stesse differenze, ambiguità e comples­
sità — talvolta si potrebbe dire di un vero e proprio caos — che permea tale
tipo di analisi nelle scienze politiche in generale. Tuttavia, nonostante la se­
ria difficoltà a lavorare con termini che mancano di significato e di valore
uniformi, condividiamo l’opinione di G. Lowell Field della centralità che la
questione riveste per le scienze politiche e specialmente per la politica com­
parata. Egli scrive: «Non sono tanto le differenti forme di un sistema, ma la
stabilità ed i cambiamenti che questo esibisce — cosa ci si può attendere che
duri e cosa si sviluppi in altre forme — che costituiscono la base di una utile
conoscenza dei sistemi politici di oggi».1 Prima di volgerci all’esame della
stabilità nel contesto sovietico, sarebbe utile riesaminare certi aspetti più im­
portanti della discussione generale sulla stabilità politica da un lato e della
letteratura specifica sui sistemi comunisti dall’altro, che hanno contribuito a
delineare il mio tipo di approccio all’argomento. Svilupperò quindi quei cri­
teri sulla base dei quali proporrò nelle pagine seguenti la essenziale stabilità
del sistema politico sovietico. Porrò l’accento sul significato del concetto, la­
sciando da parte il più difficile problema di definirne la misurazione ed il
modo attraverso cui esso si estrinseca.
La considerevole varietà di definizioni della stabilità politica e degli indi­
catori che ne misurino il grado, rappresenta meno un segno di confusione
che non il riconoscimento del fatto che bisogna rivolgersi al concetto di «sta­

157
bilità politica» come ad un carattere variegato della .stxictà, composto di vari
sottoindicatori, piuttosto che come ad un attributo unidimensionale.’ Tale
approccio esclude la teoria che la presenza di ogni singolo fattore assicuri au­
tomaticamente una situazione politica stabile, mentre l’assenza di qualcuno
di essi indica una situazione instabile. L’indicatore di stabilità politica mag­
giormente usato, per esempio, è l’assenza di violenza, un criterio che aiute­
rebbe sicuramente chi osservi gli ultimi anni di Weimar, ma che inganne­
rebbe chi studia il concetto di stabilità nella Germania nazista, e si dimostra
di nessuna utilità nella comprensione di uno dei più significativi recenti
eventi destabilizzanti verificatosi in un paese comunista: la crisi cecoslovacca
del 1968. Se l’uso della violenza non riflette necessariamente instabilità e —
a maggior ragione — la sua assenza non implica necessariamente una stabili­
tà politica, lo stesso si può dire riguardo ad un altro indicatore di stabilità
comunemente usato: la durata del governo in carica.
Gli indicatori più frequentemente scelti nelle analisi riguardanti il concet­
to generale od in studi particolari, che misurano il grado di stabilità in deter­
minati paesi o sistemi sono i seguenti: indicatori negativi sono l’assenza di
violenza, l’assenza di cambiamenti strutturali e la debolezza dei movimenti
politici di opposizione. Indicatori positivi sono la lunga durata del governo,
continuità costituzionale, efficienza dei processi decisionali e legittimità.
Questi vengono tutti intesi, nella maggior parte dei casi, come accettazione
positiva e sostegno al sistema? Affermare che i vari elementi che sottinten­
dono il concetto di stabilità possano essere e sono, secondo me, separati, non
vuol dire negare o sottovalutare l’importanza dei singoli indicatori, ma serve
piuttosto a sottolineare quanto siano determinanti l’equilibrio e la direzione
complessivi di questi. Si vuole solo dire che alla direzione ed alla intensità di
singoli indicatori che determinano stabilità o instabilità politica si possono
contrapporre, per periodi di tempo prolungati, altri indicatori di direzione ed
intensità opposte.
Inoltre si può dire che se si considera la stabilità politica come il risultato
bilanciato di forze numerose e talvolta in contraddizione, almeno alcune di
queste possono apparire differenti in ogni caso specifico che viene analizza­
to; voglio dire che il contenuto positivo o negativo di una particolare forza
(dal punto di vista della stabilità) può essere determinato in situazioni e si­
stemi differenti da sostitutivi (equivalenti) o alternative funzionali. Si può
soltanto essere d’accordo perciò con Leon Hurwitz quando conclude: «Se si
pone l’accento su criteri singoli (di stabilità) si avrà una grande precisione e
quantificazione, ma a detrimento della componente e delle considerazioni
teoriche. Se si pone invece l’accento sui compositi caratteri della società, il
che è intuitivamente più accettabile, allora bisogna rinunciare ad un sistema
di misurazione netto e preciso»?

158
Troppo sjKs.so i termini «stabilità» e «instabilità» vengono applicati in
maniera indiscriminata ed intercambiabile a sfere differenti della società, a dif­
ferenti ordini istituzionali del sistema sociale o a differenti componenti nel­
l’ambito di un ordine istituzionale. Un paese politicamente stabile non deve
necessariamente esserlo anche da un punto di vista sociale, culturale o econo­
mico. La instabilità della leadership politica non sottintende necessariamente
una instabilità politica generale. (Tale confusione, nel caso dell’Unione So­
vietica, conduce pressoché invariabilmente ad esagerare gli effetti general­
mente destabilizzanti della cosiddetta crisi di successione). Mentre le scienze
sociali considerano come assioma che tutti gli ordini istituzionali di ogni so-
i ietà moderna siano interconnessi ed interdipendenti, il grado di tale interdi­
pendenza può variare in modo significativo a seconda delle diverse società,
sistemi e paesi. Inoltre c’è di solito in ogni società un intervallo di tempo,
talvolta molto prolungato, prima che sintomi di instabilità in un particolare
ordine istituzionale si facciano sentire in altri ordini. Infine, anche nelle so­
cietà più strettamente integrate, ogni ordine istituzionale dispone di un gra­
do di relativa autonomia dagli altri ordini che permette la possibilità di una
coesistenza all’interno del sistema di condizioni altamente stabili e profonda­
mente instabili nei differenti ordini? (Lo stesso si può dire per quanto con­
cerne le relazioni tra le diverse componenti all’interno di un ordine istituzionale).
Diversamente da coloro i quali si concentrano sulla definizione di stabili­
tà nei termini delle sue componenti e dei suoi tratti caratteristici, molti ana­
listi seguono un approccio più ampio e, mi sembra, più dinamico, che pone
l’accento sui prerequisiti della stabilità, cioè sulla combinazione di condizio­
ni necessarie per la creazione e la preservazione della stabilità politica. Alcu­
ni autori insistono su una particolare condizione, altri elaborano una struttu­
ra variegata di condizioni necessarie, ma in tutti i casi l’accento è posto sui
fattori sociali, economici, culturali e politici che o contribuiscono, o, come
qualcuno asserisce, sono necessari all’esistenza di un sistema politico stabile.6
Seguendo questo tipo di approccio, però, riesce spesso impossibile trovare
una distinzione tra le caratteristiche e le cause del fenomeno; tra «cosa è la
stabilità politica» e «perché c’è stabilità politica». La questione appare, e
spesso è, un circolo vizioso. Una particolare condizione od un gruppo di fat­
tori sono considerati necessari affinché ci sia stabilità politica; mentre la pre­
senza di tale condizione o fattore viene descritta come stabilità. Una seconda
difficoltà con questo tipo di analisi si manifesta nel fatto che se, come abbia­
mo affermato, il concetto stesso di stabilità presenta molte varianti e molte
dimensioni, il tipo di approccio che pone l’accento sulle condizioni necessa­
rie o che contribuiscono alla stabilità ha a che fare con fattori e variabili che
aumentano in progressione quasi geometrica, quanto più questi si avvicina­
no alla realtà. Diventa sempre più difficile distinguere quale combinazione

159
di condizioni sia necessaria e quale contribuisca soltanto alla stabilità. Ir ma­
glie della rete concettuale sono o così larghe che paragoni fra periodi e siste­
mi differenti danno risultati troppo generali perché abbiano un effettivo va­
lore, o così strette che questi sono applicabili solo a situazioni particolari,
nel qual caso diventa impossibile determinare se la stabilità delle società esi­
stenti sia un fatto correlato, causale o incidentale.
Nonostante tali difficoltà, questi modelli e queste asserzioni sono nondi­
meno molto più importanti di quanto la letteratura definitoria possa offrire
sul concetto di stabilità. Gò succede perché se, come scrive Leon Hurwitz,
«rimane ancora il problema ed il compito di organizzare e sintetizzare i con­
cetti (di stabilità) in un effettivo modello di analisi comparata valido per
tutte le nazioni»,7 la speranza che ciò possa essere realizzato è meglio riposta
in questo tipo di letteratura che non in quella definitoria, con il suo accento
sulle valutazioni in base a caratteristiche individuali e di scarso peso. Gò è
vero anche perché in questo tipo di letteratura l’accento è posto su fenomeni
in relazione tra loro, il che costituisce la spina dorsale, il soggetto principale,
la reale sostanza delle scienze sociali. Gò che appare chiaro, quando si consi­
dera il fenomeno della stabilità politica, è che, come tutti i concetti sociali
essa tratta fenomeni in relazione tra loro; il che vuol dire che la stabilità è il
risultato finale delle relazioni tra settori, gruppi ed istituzioni della società.
«Il concetto di stabilità implica l’idea di un sistema di relazioni ricorrenti o
continue»,8 sia all’interno del sistema politico stesso che tra i regimi politici
negli altri ordini istituzionali della società. Un modo di classificare queste re­
lazioni viene suggerito dalla distinzione tra «fattori intrinseci che determina­
no la stabilità o l’instabilità del sistema (politico), che nascono da processi
inerenti al sistema stesso, e fattori estrinseci che promuovono la stabilità o
l’instabilità del sistema, che provengono dall’esterno del sistema stesso».9 I
fattori o le relazioni estrinseche comprendono cambiamenti sociali ed econo­
mici, fratture all’interno della comunità e la situazione internazionale; quelli
intrinseci si riferiscono, tra gli altri, alla direzione politica, alla partecipazio­
ne, al livello di domande politiche, alla efficacia delle politiche di governo.10
Nel delineare un tipo di approccio al concetto di stabilità politica, lo stu­
dioso di scienze politiche osserva di solito che mentre la caratterizzazione
«stabile/instabile» viene applicata a paesi con sistemi politici, culture e'iivel-
li di sviluppo economico differenti, si è evoluta nell’ambito della disciplina
una forte — si potrebbe dire dominante — tendenza ad associare la stabilità
e l’instabilità politica a stadi di un solo processo specifico, quello della mo­
dernizzazione. Samuel Huntington esprime tale tendenza nel modo più
esplicito quando afferma il paradosso che «la modernità produce stabilità e
la modernizzazione, instabilità».11 La dicotomia «modernità = stabilità»,
«modernizzazione = instabilità» è tanto esagerata e semplicistica quanto lo

160
è la polarità s|xsso ritenuta irrieotuiliabilc tra tradizione e modernità. L’af­
fermazione a priori di una associazione positiva intrinseca tra stabilità e mo­
dernità è altamente opinabile alla luce della storia precedente la seconda
guerra mondiale e dello stato attuale di molte società moderne; e l’associa­
zione generalmente negativa tra instabilità e modernizzazione viene giusta­
mente messa in discussione dagli studi di Robert P. Clark e di altri.12 È parti­
colarmente importante evitare questo tipo di generalizzazione quando si stu­
dino paesi quali l’Unione Sovietica che è un paese allo stesso tempo moder­
no ed in fase di modernizzazione, e dove, noi crediamo, la irregolarità del
processo di modernizzazione in generale, ed il basso livello di modernità di
alcuni settori della società in particolare, possono costituire nel periodo at­
tuale un importante fattore di stabilità politica.1’
La natura complessa e molteplice del concetto di «stabilità politica» rende
necessaria (e molto difficile) la sua trattazione in quanto variabile dinamica,
c non semplicemente come un carattere di un particolare regime politico in
un momento particolare; i regimi politici, cioè, non sono semplicemente sta­
bili o instabili, essi sono o diventano più o meno stabili. Sarebbe senza senso
ed arbitrario, secondo me, tentare di definire esattamente quando il «meno»
diventa «instabilità» ed il «più» diventa «stabilità». Tuttavia almeno una di­
stinzione concernente l’intensità del processo di stabilizzazione o destabiliz­
zazione può e deve essere fatta, ed è la distinzione tra i punti di riferimento
con i quali la «stabilità» o 1’«instabilità» di un regime politico è in relazione.
I due punti di riferimento più generali di tale natura sono la sopravvivenza e
l’efficienza del regime. «Sopravvivenza» in questo caso si riferisce ovviamen­
te alla potenzialità di una ampia trasformazione dei più importanti parametri
del regime; «efficienza» si riferisce alla misura in cui l’élite politica è capace
di raggiungere i suoi obiettivi principali.
Sebbene ci siano molte evidenti interconnessioni tra efficienza e sopravvi­
venza, si può credere che non solo nel breve, ma anche nel medio periodo es­
se possano essere largamente indipendenti l’una dall’altra. È questo il caso
quando un regime politico è cronicamente sull’orlo della instabilità per
quanto riguarda la sua efficienza, ma la cui sopravvivenza non corre alcun
pericolo evidente.14 Ed è questo anche il caso in cui un regime politico è fon­
damentalmente stabile per quanto concerne la sua efficienza ma molto spes­
so sull’orlo di una grande instabilità relativa alla sua sopravvivenza.15 Più ti­
picamente, naturalmente, i due modelli appaiono in relazione positiva, nel
breve e soprattutto nel medio periodo. A parte le situazioni particolari però,
esiste anche un intervallo di tempo nella interazione tra livelli di stabilità
per quanto concerne entrambi i punti di riferimento, e, anticipando ciò che
sarà discusso più avanti, dirò che regimi politici differenti possono presenta­
re correlazioni differenti.

161
Si noterà che molto sjxsso i regimi politici, e specialmente i regimi co­
munisti, vengono analizzati in termini di «stabilità» e «cambiamento». L’op­
posto logico di stabilità è naturalmente instabilità, non cambiamento, ed ov­
viamente sia regimi politici stabili che instabili sono sottoposti a mutamenti
politici. In altre parole, la stabilità non esclude il cambiamento in un regime
politico, così come l’instabilità non lo dà per scontato. Questo è specialmen­
te il caso per quanto riguarda i cambiamenti di natura ciclica. Inoltre, muta­
menti che avvengono senza che la stabilità di un regime politico venga ad
indebolirsi possono essere non solo aggiustamenti complementari (che la
maggior parte degli studiosi di scienze sociali considera piuttosto una condi­
zione di stabilità), ma anche mutamenti tali da trasformare alcune caratteri­
stiche essenziali del regime. In realtà esiste solo un tipo di cambiamento po­
litico che in genere si riferisce specificamente all’instabilità politica e che
può essere considerato la sua espressione estrema: la rivoluzione.16
Tuttavia esiste un altro aspetto dello studio sulla stabilità politica, centra­
le per il tema della nostra analisi, che è stato molto trascurato nella letteratu­
ra generale, e la cui discussione al livello attuale non fornisce alcuna base
fondata e comprovata per la successiva analisi dell’Unione Sovietica. È il si­
gnificato di «stabilità politica» lo stesso, applicato a tipi differenti di regimi
politici? E, cosa ancora più importante, sono le condizioni strutturali di sta­
bilità politica, simili per regimi politici differenti, specialmente per quelli ad
un comparabile livello di sviluppo socio-economico (per esempio le demo­
crazie industrializzate e gli stati comunisti)? In quale aspetto importante od
essenziale differiscono le condizioni di stabilità politica in Unione Sovietica
da quelle esistenti in altri regimi politici?
Su questo problema generale, è mia opinione che le fonti ed i parametri
della stabilità o della instabilità di regimi diversi differiscono gli uni dagli al­
tri, talvolta in misura notevole. Naturalmente tutti i regimi hanno bisogno
di un minimo di sostegno di base da parte del popolo e delle élite riguardo
al funzionamento del sistema. Ciò che differisce sono piuttosto i parametri
entro i quali tale sistema opera in modo indisturbato. Ciò che differisce è l’e­
quilibrio delle specifiche fonti di sostegno, è la capacità di un regime di sa­
per affrontare quelle condizioni che in un altro sistema danneggerebbero il
normale funzionamento della società politica. Si deve così tentare di stabilire
quanto profondo il sostegno di massa e delle élite debba essere, in quali aree
e tra quali gruppi debba essere più pronunciato, e per quali ragioni, per
quanto tempo e con quale efficacia possa funzionare un sistema quando non
se ne verifichino neanche i prerequisiti minimi.
Il nostro scopo, però, non è quello di sviluppare le dimensioni comparate
in termini generali di questo complesso problema, né quello di elaborarle ri­
spetto ai regimi politici comunisti nel loro insieme, ma piuttosto di scoprire

162
quelle condizioni clic definiscono la stabilità politica in Unione Sovietica.'
Nel corso dell’ultimo decennio lo studio delle stxictà comuniste c passato
da un estremo di trattare i sistemi comunisti come regimi sui generis, sotto­
lineando la loro unicità ed eccezionalità, a quello opposto di accentuare l’ap­
plicabilità a questi paesi di categorie e concetti generali sviluppati nell’ambi­
to dello studio della politica comparata e dei regimi politici democratici. Co­
me spesso accade in tali casi, la precedente distinzione tra l’analisi dei sistemi
lomunisti e la politica comparata in generale è stata sostituita in parte dalla
tendenza inversa. I concetti generali che cominciarono ad essere utilizzati ne­
gli studi sulle società comuniste sono stati sempre più messi in discussione o
perfino discreditati dalla tendenza dominante degli studi di politica compara­
ta, per esempio l’approccio ai gruppi di pressione. Inoltre, proprio come gli
studi sui regimi comunisti hanno cominciato a mettere in discussione il
«primato della politica» come reazione all’esasperato uso del modello totali­
tario, il più vasto studio generale sulla politica ha cominciato a ritornare nel
suo campo d’azione centrale delle scienze politiche e della sociologia politi­
ca, riacquistando la sua autonomia relativa dal penetrante determinismo so­
cioeconomico del precedente periodo.18
Volendo cercare di stabilire quali potrebbero essere le condizioni di stabi­
lità, vi sono numerose teorie che hanno una applicabilità generale; un nume­
ro anche più grande viene applicato esplicitamente al concetto di stabilità
dei regimi democratici;19 un numero considerevolmente inferiore invece di
teorie o modelli si applica specificamente ai regimi politici comunisti. L’uti­
lità di alcuni di questi ultimi per i nostri scopi, ed invero quelli più piena
mente sviluppati, viene sminuita dal fatto che questi sono relativi principal­
mente agli stadi rivoluzionari di trasformazione dei regimi comunisti. Uno
di essi merita in particolare di essere citato, in quanto si riferisce più diretta-
mente al caso dell’Unione Sovietica.
Nell’aprile del 1962 il professor Alexander Gerschenkron tenne una con­
ferenza sul tema «La stabilità della dittatura» che venne successivamente
pubblicata in una raccolta di suoi saggi.20 Egli enumerò quelle condizioni la
cui assenza «crea o può verosimilmente creare una situazione che minaccia
una moderna dittatura col pericolo di una disgregazione e di un possibile
improvviso rovesciamento».21

1. Mantenimento di una condizione permanente di pressione e di tensione


a. grazie all’esistenza o alla creazione di nemici sia interni che esterni, e
b. imponendo alla popolazione obiettivi giganteschi che esercitino forti pressioni sui suoi
livelli di vita, o quantomeno ne ritardino grandemente il miglioramento.
2. Esercizio incessante di potere dittatoriale.
3. Creazione di una immagine del dittatore come una incarnazione di suprema saggezza e di
indomita volontà di potenza.

163
•I. Kk Inaino ad un sistema di vaioli die si pietende immutato e immutabile pei mezzo del
quale si giustificano le azioni della dittatura (tra cui magati l’aspirazione ad una meta ultima il
cui raggiungimento renderà la dittatura superflua, ma che opportunamente è posta in un futuro
remoto anche se non al di là della portata della generazione vivente).
5. Messa al bando di ogni valore e fede eterodossa con minacce ed atti di repressione sostenu­
ti e resi effettivi da acconci mezzi organizzativi.

Quando Gerschenkron presentò la sua raccolta di saggi sei anni dopo, egli
ritornò sulla sua precedente valutazione: «In definitiva, tutto quello che si
può dire è che alcune classiche condizioni di stabilità del potere dittatoriale
in Russia si sono oscurate senza tuttavia mettere visibilmente in pericolo la
dittatura».22 Oggi ad una distanza temporale ancora maggiore, si può essere
certi che o c’era qualcosa di errato nelle «condizioni di stabilità» di Ger­
schenkron, o che il regime politico sovietico ha attraversato e sta attraver­
sando un processo di cambiamento che modifica le condizioni della propria
stabilità. Secondo me la soluzione esatta è la seconda. Le condizioni di stabi­
lità di Gerschenkron descrivono molto bene lo stadio di trasformazione (e
difensivo dal punto di vista internazionale) dello sviluppo sovietico, ma ap­
paiono molto meno applicabili al suo stadio «maturo» e «affermato».23
Tra le teorie o modelli che si concentrano sulle condizioni di stabilità dei
regimi comunisti «maturi» quali l’Unione Sovietica di oggi, o dai quali si
possono derivare queste condizioni, la sintesi più completa ed esplicita è
quella operata da Samuel P. Huntington e Clement H. Moore.24 Le loro con­
clusioni possono essere così riassunte: le condizioni di stabilità di sistemi a
partito unico affermati vanno di pari passo con la capacità da parte del parti­
to di mantenersi quale unica fonte di legittimità. Qò richiede a sua volta che
l’élite politica sia capace di assimilare le élite tecnico-manageriali, di aggre­
gare e di dirigere i vari gruppi di pressione, di neutralizzare l’intelligencija
critica e di mobilitare la popolazione verso obiettivi del partito.
Recentemente Richard Lowenthal ha rianalizzato i vari tipi di approccio
allo studio dei regimi comunisti «affermati» in un articolo che sviluppa e
sotto molto aspetti importanti supera il suo noto saggio sulla «Modernizza­
zione contro Utopia» nelle società comuniste.25 Egli presenta inoltre la sua
propria analisi originale e completa e fornisce un verdetto più scettico, per
quanto concerne i limiti della adattabilità di questi regimi, di quanto non
facciano le opere che egli esamina, ed in special modo quella di Huntington
e Moore.26 Le conclusioni di Lowenthal riguardano le condizioni e i limiti
del cambiamento, e non quelli della stabilità o instabilità. Inoltre esse sono
dirette verso il futuro piuttosto che al presente o all’immediato passato. Tut­
tavia le questioni concernenti il cambiamento sono strettamente correlate a
quelle concernenti la stabilità, e le conclusioni di Lowenthal riguardanti il
futuro devono basarsi largamente sulle tendenze dominanti nel presente.

164
Se capisco bene cosa vuol dire, trarrei dalle sue opinioni due conclusioni
< ma la stabilità politica sovietica. In primo luogo, la stabilità del regime po­
litico sovietico attuale, sebbene non proprio precaria, mostra forti segni di
i io che Huntington chiama «decadimento» e che Brzezinski ha definito «de­
generazione».2 In secondo luogo, la interrelazione delle tre serie di problemi
t he il regime sovietico «maturo» affronta — efficienza, articolazione di inte­
ressi, e legittimazione — costituisce la condizione di base della sua stabilità
politica futura sia riguardo alla sua efficienza che alla sua sopravvivenza. Nel
lungo periodo, una soluzione soddisfacente di tutte queste tre serie di pro­
blemi non può essere raggiunta. In acuto contrasto con la tesi di Huntin­
gton della crescita di legittimità di carattere non ideologico, Lowenthal so­
stiene che esistono poche e sempre minori possibilità che il regime politico
sovietico «acquisterà una legittimazione di lungo periodo basata non solo su
una convergenza di valori tra governanti e governati e su una auto-legittima­
zione dottrinaria da parte del partito che soddisfi i propri quadri, ma sulla
plausibilità della sua rivendicazione che le procedure di selezione della lea­
dership e delle decisioni politiche soddisfino le esigenze di una società mo­
derna».28
Per quanto concerne la prima conclusione, mi trovo maggiormente con­
senziente col giudizio di Huntington per il quale «la burocratizzazione, l’or-
dinarietà, un declino dell’impegno ideologico, un declino dell’attrattiva della
carriera politica rispetto alle altre, una certa dispersione di iniziative politi­
che — tutti questi appaiono probabilmente più come segni della istituziona­
lizzazione e del consolidamento del regime che della minaccia di una sua ca­
duta».29 Rispetto alla seconda conclusione, condivido solo in parte lo scettici­
smo di Lowenthal rispetto alle attese di Huntington riguardo al futuro so­
vietico (sebbene per ragioni alquanto differenti). Ritornerò comunque su
queste conclusioni successivamente.
Ciò che più mi sorprende nel tipo di approccio che sia Lowenthal che
Huntington hanno rispetto alle condizioni di stabilità, è che il centro di gra­
vità delle loro rispettive osservazioni poggia sulla questione della legittimità.
La diversità delle loro conclusioni circa il presente ed il futuro dei regimi co­
munisti «maturi» deriva pressoché interamente dalle differenze concernenti
questo aspetto. Sono pienamente d’accordo che la questione della legittimità
occupi un posto centrale nella discussione riguardante la stabilità e tratterò
in dettaglio tale questione dopo aver presentato le mie considerazioni con­
cernenti le condizioni di stabilità del regime politico sovietico e dopo aver
esaminato in modo dettagliato le fonti della stabilità esistenti attualmente in
Unione Sovietica.
Le proposizioni generali riguardo le condizioni di stabilità che compongo­
no l’analisi di questo capitolo possono esprimersi nel seguente modo:

165
1. Il sistema politico sovietico mostra una grandissima abilità nel preveni­
re che condizioni di instabilità in altre sfere della società si trasformino in
fattori di instabilità politica: il che dimostra il peso maggiore che fattori po­
litici hanno rispetto a quelli sociali in quanto condizione principale di stabi­
lità politica.
2. L’esperienza sovietica tende a far prevalere relazioni all’interno dell’élite
politica e tra questa e le altre élite della società nel determinare la stabilità
del sistema politico rispetto alle relazioni tra le élite politiche e della società
in genere con l’opinione pubblica politicizzata e non.
3. Nelle condizioni sovietiche i modelli ed i livelli di acquiescenza hanno
una importanza maggiore per le condizioni di stabilità che non quelli di par­
tecipazione. Per usare l’espressione di Amitai Etzioni, «i meccanismi di dire­
zione (sovietica) sono come jeep costruite per guidare su strade sconnesse;
vengono costruite per portare il massimo carico col minimo supporto».*0
4. Il sistema politico sovietico attribuisce una importanza maggiore per la
stabilità politica ad interventi di sostegno a politiche specifiche piuttosto
che generiche nell’ambito dei settori pubblici verso i quali tali politiche so­
no dirette e sono maggiormente rilevanti nei loro possibili effetti.
5. Nel sistema sovietico gli apporti reali sono più importanti per la stabi­
lità politica che quelli formali nel processo di formazione politica tra le élite
politiche e quelle di altri settori, e nell’ambito della amministrazione.
6. La mobilitazione del consenso, cioè il processo attraverso cui la visione
della società nel suo complesso viene trasmessa verso il basso dalla classe di­
rigente ai cittadini allo scopo di ridurre le differenze tra di loro, è più impor­
tante dal punto di vista della stabilità politica che non la formazione di con­
senso, cioè il processo attraverso il quale le opinioni dei membri di una unità
sociale vengono trasmesse verso l’alto ai dirigenti del sistema, riducendo in
tal modo le differenze esistenti.
7. Infine bisogna sottolineare la maggiore importanza per la stabilità poli­
tica sovietica che riveste quella comunione di assiomi prevalente tra le élite
politiche e della società tutta, cioè quell’insieme di principi condivisi dai
membri delle varie élite che fornisce la base della visione generale del mon­
do e di essi stessi, rispetto alla ricomposizione dei differenti principi di carat­
tere funzionale.

NOTE

1 G. Lowell Field, Comparative Political Development: The Precedent of the West, Cornell University
Press, Ithaca, N.Y. 1967-, p. 1.
2 Leon Hurwitz, Contemporary Approaches to Political Stability, «Comparative Politics», 5, n° 3,
aprile 1973, p. 461.
3 Cfr., ad esempio, Ted Robert Gurz, Persistence and Change in Political Systems, 1800-1971, «The
American Political Science Review», 68, n° 4, dicembre 1974, pp. 1482-1504.

166
I I lurwiiz, tswtemporary Approach# to Pohtual Stability, pp. 461 63.
5 Per dare degli esempi, la (ìrande depressione degli anni Trenta non fu accompagnata negli Sta­
ti Uniti o in Gran Bretagna da instabilità politica, e la «rivoluzione culturale» degli anni Sessanta
non fu la causa nelle dcmtxrazic occidentali di quella instabilità politica che alcuni di questi paesi
hanno conosciuto.
6 Per un simile tentativo, cfr. Francis G. Castles, Political Stability and the Dominant Image of So-
nety, «Political Studies», 22, n° 3, settembre 1974, pp. 289-98.
7 Hurwitz, Contemporary Approaches to Political Stability, p. 463.
H Samuel P. Huntington, Remarks on the Meanings of Stability in the Modem Era, in Seweryn Bia-
ler e S. Sluzar, a cura di, «Radicalism in the Contemporary Age, 3: Strategies and Impact of Contem-
|>orary Radicalism», Westview Press, Boulder, Colo. 1977, p. 272.
9 Ibid.
10 Un modo possibile di classificare queste relazioni è quello di applicare la distinzione weberia-
na tra relazioni politiche, relazioni politicamente orientate e relazioni politicamente rilevanti. A giu­
dicare dalla vasta letteratura che tenta di analizzare le fonti di stabilità delle diverse società contem-
|x>ranee, o le cause della loro instabilità, decadimento o rovina, queste relazioni includono i seguenti
aspetti più importanti:
Relazioni politiche-, relazioni nell’ambito della direzione politica; relazioni tra gli strati dell’élite su­
premi e quelli inferiori, e tra i gruppi di élite centrali e quelli periferici, nazionali e locali; relazioni
al l’interno e tra le principali organizzazioni politiche, cioè quelle organizzazioni che svolgono le fun­
zioni maggiormente aggreganti ed integranti all’interno dello stato; relazioni tra le principali orga­
nizzazioni politiche e quelle amministrative, cioè quelle organizzazioni che svolgono le funzioni ese­
cutive quotidiane all’interno della società.
Relazioni politicamente orientate-, relazioni tra l’élite politica e le altre élite strategiche, cioè gli strati
che svolgono ruoli direttivi in altri ordini istituzionali della società; relazioni tra l’élite politica e la
popolazione politicamente attiva, cioè quei sottostrati della popolazione che sono più intensamente
interessati ed informati sul processo politico in atto e che vi partecipano in modo attivo.
Relazioni politicamente rilevanti-, relazioni di massa all’interno della società che riflettono le diffe­
renze economiche, etniche, culturali e generazionali, e sono di potenziale o reale rilevanza politica at­
traverso l’effetto che producono sull’ordine politico.
II Samuel P. Huntington, Political Order in Changing Societies, Yale University Press, New Ha­
ven 1968, p. 47.
12 Cfr. Robert P. Clark, jr., Development and Instability: Political Change in the Non-Westem World,
The Dryden Press, Hinsdale, Ill. 1974.
13 Anticipando il nostro argomento successivo: dato il sottosviluppo, assoluto in passato e relati­
vo attuale, dell’Unione Sovietica, la crescita dell’economia costituisce per la popolazione un’impor­
tante base di legittimità, e gli alti livelli di mobilità generale hanno costituito per lungo tempo un
cruciale fattore di stabilità.
14 Tale situazione caratterizza l’intero sistema politico postbellico italiano, la cui condizione può
considerarsi uno stato permanente di «stabilità instabile».
15 Tale situazione può caratterizzare alcuni regimi est-europei, in particolare la rdt, che nono­
stante la sua amministrazione altamente efficiente, sopravvive talvolta semplicemente perché vi sono
truppe sovietiche stazionate ai suoi confini.
16 Per una analisi critica della ricchissima letteratura esistente sul mutamento rivoluzionario, cfr.
William H. Overholt, Sources of Radicalism and Revolution: A Survey of the Literature, in Bialer e Slu­
zar, a cura di, «Radicalism in the Contemporary Age, 1 : Sources of Contemporary Radicalism», We­
stview Press, Boulder, Colo. 1977, pp. 293-335. Tuttavia, proprio perché tale letteratura tratta situa­
zioni estreme ed eccezionali, è poco utile per analizzare le condizioni nelle quali i regimi politici pos­
sono operare ed operano di giorno in giorno. Sfortunatamente, troppo spesso la discussione sulla sta­
bilità politica si trasforma sottilmente in un’analisi se situazioni rivoluzionarie possono o no svilup­
parsi in un sistema.
17 La questione viene qui sollevata con riferimento specifico all’Unione Sovietica nella sua attua­
le versione «matura» post-staliniana, e non ai regimi comunisti in generale, per diverse ragioni.
Nonostante le grandi similitudini nella struttura e nel processo politico del regime sovietico e di
quelli del blocco comunista est-europeo, la condizione cruciale preponderante della stabilità di questi
ultimi è esterna ai loro regimi, a causa della non autenticità della loro formazione d’origine. Per

167
quanto il livello <Ji acquiescenza e di sostegno interno a questi regimi jxissa essere alto e la loro
«legittimazione in base ai risultati» è aumentata nell’ultimo decennio — è nostra opinione che il
«peccato originale» della inautenticità non sia stato annullato. Voglio dire che a prescindere dal loro
livello di stabilità politica per quanto concerne l’efficienza, la loro sopravvivenza poggia principal­
mente sul fondamentale impegno sovietico all’idea del «socialismo imperiale» e sulla sua determina­
zione ad usare la sua schiacciante potenza militare in caso di necessità.
Considero il regime politico jugoslavo sufficientemente differente da quello sovietico nei suoi
principali caratteri strutturali, per non parlare dello stesso processo di formazione politica e dei suoi
indirizzi politici, da richiedere una considerazione a parte per quanto riguarda le condizioni specifiche
della sua stabilità politica. Il caso dell’altro autentico regime comunista, quello cinese, è in qualche
modo simile a quello della Jugoslavia. La struttura ed il processo politico cinese, e soprattutto la sua
cultura politica, divergono in maniera significativa dal regime politico sovietico del passato e da
quello attuale. Inoltre, al contrario della Jugoslavia, dove è stato raggiunto un assetto istituzionale
definitivo di costruzione e direzione del sistema, la situazione cinese sembra essere, e probabilmente
rimarrà ancora per qualche tempo, molto aperta e non chiara riguardo alla forma istituzionale defini­
tiva del suo regime politico.
18 Può sembrare un ottimismo fuori luogo, ma mi pare che un equilibrio sia stato lentamente
restaurato. In senso comune ciò viene ben espresso nella prefazione di Joseph LaPalombara a Politics
within Nations, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N.J. 1974, che comprende non solo lo studio del si­
stema e di altri regimi democratici, ma rivolge una considerevole attenzione a quelli comunisti e ad
altre nazioni a partito unico, senza trattare questi paesi come se fossero delle anomalie politiche o
delle aberrazioni della storia. «Comunque, estendendo in tal modo la serie empirica di descrizioni ed
analisi comparate», scrive LaPalombara, «ho tentato di evitare la trappola di pensare che i sistemi po­
litici sono, in tutti i loro aspetti più importanti ed essenziali, più simili di quanto non siano differen­
ti» (p. IX).
19 Cfr. ad esempio Herry Eckstein, Division and Cohesion in Democracy, Princeton University
Press, Princeton, N.J. 1966; Ian Budge, Agreement and the Stability of Democracy, Markham Publi­
shing Company, Chicago 1970.
20 Alexander Gerschenkron, La continuità storica, cit., pp. 345-77.
21 Ibid, p. 347.
22 Ibid, p. XI.
23 Curiosamente, l’affermazione che uno standard basso e continuamente represso di consumo è
un prerequisito del potere comunista è stata recentemente reintrodotta da un economista polacco,
Bogdan Mieczkowski (The Relationship Between Changes in Consumption and Politics in Poland, «Soviet
Studies», 30, n° 2, aprile 1978, pp. 262-69). Un’attenta lettura di tale tesi e della discussione che essa
ha provocato mostra comunque che ciò che il professor Mieczkowski suggerisce in realtà è che un
aumento del consumo in Polonia è il risultato del maggior potere detenuto dal lavoratore-consuma­
tore. Tale affermazione, in primo luogo, differisce da quella di Gerschenkron e, in secondo luogo, la
sua applicazione alla situazione sovietica dove la classe operaia non è «polonizzata» appare dubbia.
24 Samuel P. Huntington e Clement H. Moore, Authoritarian Politics in Modem Society: The Dy­
namics of Established One-Party Systems, Basic Books, New York 1970, pp. 3-47, 509-17.
25 Richard Lowenthal, Development vs. Utopia in Communist Policy, in Chalmers Johnson, a cura
di, «Change in Communist Systems», Standford University Press, Standford, Calif. 1970, pp. 33-116.
26 Richard Lowenthal, On «Established» Communist Party Regimes, «Studies in Comparative Com­
munism», 7, n° 4, inverno 1974, pp. 335-58.
27 Per l’opinione che suggerisce più fortemente il progressivo decadimento e degenerazione, cfr.
Zbigniew Brzezinski, The Soviet Politicai System: Transformation or Degeneration?, «Problems of Com­
munism», 15, n° 1, gennaio-febbraio 1966, pp. 1-15.
28 Richard Lowenthal, On «Established» Communist Party Regimes, p. 356.
29 Samuel Huntington, Remarks on the Meanings of Stability in the Modem Era, in Bialer e Sluzar,
a cura di, «Radicalism in the Contemporary Age, 3: Strategies and Impact of Contemporary Radica­
lism», p. 277.
30 Amitai Etzioni, The Active Society: A Theory of Societal and Political Processes, Free Press, New
York 1968, p. 524.

168
8. Le basi della stabilità sovietica

La pronunciata tendenza nei rapporti giornalistici ed anche in quelli acca­


demici dell’Unione Sovietica ad insistere su difficoltà, guai e problemi irri­
solti, ci porta ad una distorsione delle nostre percezioni delle condizioni pre­
valenti nel paese. Quale più importante aspetto della realtà sovietica non è
stato associato ad un «problema»? Esiste il «problema» dell’economia, il
«problema» delle nazionalità, il «problema» dell’arretratezza tecnologica, il
«problema» delle accresciute attese della popolazione. Negli ultimi quindici
anni si è scritto più sul «problema» del dissenso che su qualsiasi altro singo­
lo argomento. Si potrebbe pensare che il dissenso è l’aspetto preponderante
della vita in Unione Sovietica e che determini in modo decisivo la politica e
gli indirizzi interni. Non c’è naturalmente alcun dubbio che tutti questi
aspetti ed altri ancora della vita sovietica sono realmente punti «problemati­
ci», aree di reale e riconosciuta vulnerabilità e di crisi potenziale; ma ciò che
più è risultato sorprendente del periodo brezneviano non è la presenza di
questi autentici problemi, ma piuttosto il fatto che essi non hanno creato
niente che assomigli ad una crisi strutturale, né da soli né combinati.
Tra gli osservatori più seri dell’Unione Sovietica ce ne sono alcuni che
considerano il suo sistema intrinsecamente instabile a causa di una compro­
vata mancanza di legittimità, ed altri che concentrano la loro attenzione sulla
persistenza di situazioni di crisi, alcune molto profonde, che impediscono di
trovare soluzioni durature nonostante i ripetuti sforzi e la mobilitazione di
risorse. Ai primi si può per il momento far osservare che una linea di ragio­
namento che non riconosce nessun’altra forma di stabilità del regime che la
sua sopravvivenza nel corso dell’ultimo quarto di secolo, assegna al concetto
di stabilità un significato molto ristretto, quasi grottesco, mentre il suo dubi­
tare della legittimità sovietica è estremamente esagerato ed unilaterale. Esso
paragona quasi la legittimità con l’esistenza dei regimi democratici costitu­
zionali. Ai secondi bisogna far notare che la stabilità politica non può sem­
plicemente significare la mancanza di situazioni di crisi e di opposizione al
sistema, ma piuttosto la capacità da parte del regime di risolvere queste crisi,

169
di neutralizzarle o perfino di ignorarle, e di adattarsi a prolungati periodi di
coesistenza con esse.
La caratteristica preponderante dell’era brezneviana è la stabilità sociopoli­
tica del paese che ha accompagnato e sostenuto quella stabilità che noi ab­
biamo chiaramente messo in luce, presente tra la leadership e le élite politi­
che. Il sistema politico sovietico non mostra alcun segno di frammentazione
politica; la centralizzazione della sua attuale struttura amministrativa è quan­
to meno maggiore di quanto non lo fosse all’inizio dell’era brezneviana. I di­
stinti gruppi di pressione, benché forti, vengono controllati attraverso il pro­
cesso politico comune; e le pressioni per una maggiore partecipazione sono
contenute. Le funzioni di aggregazione e di coordinamento dell’apparato del
partito sono ancora pronunciate. Le forze centrifughe di affermazione ed au­
to-identificazione etnica presenti nello stato sovietico multinazionale non so­
lo non hanno prodotto sintomi di disgregazione politica, ma neanche si è
sviluppata alcuna situazione negli ultimi quindici anni che possa essere de­
scritta come una seria sfida alle politiche di Mosca nei confronti dei vari
gruppi etnici.
Sola tra le nazioni sviluppate industrialmente, l’Unione Sovietica ha evita­
to le conseguenze politiche di un vuoto generazionale culturale. Mentre si
può parlare di una cultura giovanile in via di sviluppo, specie nei grandi cen­
tri metropolitani, si può difficilmente prevedere una rivoluzione giovanile
politicamente significativa che si opponga in modo attivo ai valori delle ge­
nerazioni precedenti. L’Unione Sovietica non è sfuggita all’ondata delle sem­
pre maggiori aspettative popolari, senza però che queste si siano trasformate
nel ben noto circolo vizioso di speranze esagerate, inesaudibili e contraddit­
torie che gravano sul processo politico e lo indeboliscono. È altamente signi­
ficativo, inoltre, il fatto che queste crescenti attese popolari siano quasi inte­
ramente confinate nell’ambito della sfera materiale e raramente penetrino in
modo diretto in quella culturale o politica. Una caratteristica del sistema au­
toritario sovietico, così sorprendente per critici ed osservatori a causa del suo
carattere così inaspettato, è stata la sua capacità di contenere le conseguenze
politiche provocate dal diffondersi dei movimenti intellettuali di dissenso, i
primi della storia sovietica. È sorprendente il fatto che tale contenimento
non ha comportato un ritorno al terrore politico di massa né il soddisfaci­
mento delle rivendicazioni dei dissidenti se non quelle politicamente margi­
nali ed innocue dal punto di vista dell’ordine interno.1 L’élite sovietica ha di­
mostrato una flessibilità, una sicurezza ed una abilità nei confronti del feno­
meno del dissenso maggiori di quanto ognuno dei suoi critici avesse previ­
sto. A tutt’oggi l’impatto a livello internazionale e le ripercussioni prodotte
dal movimento dissidente eccedono di gran lunga il valore effettivo delle
conseguenze interne che esso ha saputo produrre.

170
La stabilità del sistema sovietico si manifesta in modo contrario a quello
die è il retaggio di eventi passati e di tendenze verificatesi nelle democrazie
industriali sviluppate degli ultimi quindici anni. Non più di dieci anni fa,
Samuel Huntington iniziò la sua maggiore opera, Political Order in Changing
Societies con la seguente affermazione:
La più importante distinzione politica tra nazioni concerne non la loro forma di governo, ma
il loro grado di governabilità. Le differenze tra una democrazia e una dittatura sono minori di
quelle tra paesi la cui politica presenta un alto grado di consenso, comunanza, legittimità, orga­
nizzazione, efficienza, stabilità, ed i paesi la cui politica ne è priva... Gli Stati Uniti, la Gran Bre­
tagna e l’Unione Sovietica presentano forme di governo differenti, ma in tutti e tre i sistemi il
governo governa.2

Proprio pochi anni fa, comunque, nel rapporto alla Commissione trilate­
rale, intitolato The Crisis of Democracy (1975), al quale Huntington prese par­
te, venne sollevata la questione: le democrazie sono governabili?3 Nessuna
questione simile è mai sorta per quanto concerne il sistema sovietico. A dire
il vero, l’Unione Sovietica è afflitta da una molteplicità di crisi piccole e
grandi ed in realtà la sua storia intera costituisce una interminabile catena di
situazioni di crisi principalmente nella sfera economica, ma, in una certa mi­
sura, anche in quelle sociale, culturale e politica. È abbastanza evidente che
lo stile dominante della politica comunista era e rimane in gran misura una
«politica di crisi», lo stile dominante della sua leadership politica era e rima­
ne largamente quello di una direzione di emergenza e l’accresciuta istituzio­
nalizzazione del sistema politico sovietico era e rimane in gran misura l’isti­
tuzionalizzazione di questo tipo di politica e di stile di direzione. In realtà,
lungi dall’entrare in uno stato di post-mobilitazione, come alcuni affermano,
questo tipo di direzione si associa e si affida ancora ad un grande sforzo di
mobilitazione?
Anche quegli studiosi seri i quali hanno suggerito che il sistema politico
sovietico sia gravato da un processo di infiacchimento e decadimento, riten­
gono i loro effetti distruttivi come una potenzialità di lungo periodo piutto­
sto che come un pericolo evidente ed immediato per la sua esistenza e la sua
efficienza, e tutti certamente esiterebbero a proclamare la «crisi del comuni­
Smo al potere» o anche a sollevare la questione della «governabilità» dell’U­
nione Sovietica. Infatti, l’autore principale del rapporto della Commissione
trilaterale sulla «governabilità delle democrazie» ha recentemente affermato
che «fino ad oggi... il sistema sovietico ha certamente dimostrato la capacità
di contenere o di proteggersi da pericoli esterni. Inoltre nessuno dei pericoli
che si possono prevedere per il futuro appare qualitativamente differente da
quelli che il sistema sovietico ha dato prova in passato di saper contenere»?
Qualunque possa essere il futuro del sistema sovietico, esso proietta inter­
namente l’immagine di una società dominata da legge e ordine, ed esterna­

ci
mente quella di una potenza mondiale in espansione che sta cominciando so­
lo adesso ad affermare una influenza pari alla sua forza. Tale immagine con­
trasta con la realtà di un mondo instabile, dove una serie infinita di colpi di
stato, di ribellioni e di cambiamenti insidiano vecchi e nuovi regimi autocra­
tici, e dove la disillusione popolare, la assenza di una leadership efficiente ed
opposizioni senza precedenti ingolfano perfino i sistemi democratici indu­
striali di maggior successo.
Il nostro proposito qui non è quello di analizzare e di verificare la validità
delle varie affermazioni concernenti il probabile futuro del sistema sovietico,
bensì quello di esaminare i quasi venticinque anni di sviluppo post-stalinia-
no e l’era brezneviana in particolare. E qui, nonostante le ampie differenze
d’opinione concernenti lo stato attuale del sistema sovietico e l’ancor più
grande disaccordo circa il suo possibile sviluppo futuro, esiste una base co­
mune di accordo riguardante il riconoscimento che il sistema politico sovie­
tico è rimasto e rimane ancora politicamente stabile durante l’era brezneviana, a
prescindere dalle dispute concernenti la natura e le fonti di tale stabilità.
Sotto ogni aspetto significativo, il sistema sociale e politico sovietico del­
l’era brezneviana ha mostrato un alto livello di stabilità e governabilità. Una
delle reazioni a questo stato di cose è stata quella di sorpresa. Non solo tale
risultato ha contraddetto le attese della maggior parte degli analisti occiden­
tali al momento della salita al potere di Breznev; non solo esso contrasta in
modo stridente con la situazione presente nella maggioranza delle nazioni
industriali occidentali; la sorpresa è derivata anche dal fatto che certi cambia­
menti che hanno avuto luogo nel sistema sovietico durante il periodo post­
staliniano, così come il persistere di certi pericoli, alcuni di essi ancora chia­
ramente irrisolti, avrebbero dovuto come norma produrre dei fattori di desta­
bilizzazione.
Questi cambiamenti comprendono, prima di tutto, l’evidente e grande,
anche se irregolare, indebolirsi del controllo sulle masse e sulle élite; l’acqui­
sizione di un grado relativamente più alto di autonomia professionale da par­
te degli esperti e delle classi manageriali, e la maggiore libertà di accesso ai
processi decisionali da parte di gruppi ed istituzioni di élite e di sotto-élite.
Tra i pericoli passati ed attuali da cui ci si potrebbe attendere un indeboli­
mento della stabilità del sistema, ci sono il traumatico shock della campagna
anti-staliniana ed i continui interrogativi sul passato sovietico che continua
ad essere presente anche dopo la chiusura ufficiale di essa; la nuova ondata
di dissenso che ha incorporato una parte piccola ma rumorosa dell’intelligen-
cija; la probabilmente più importante nuova attitudine, che si va sviluppan­
do a settori sempre più vasti della intelligencija creativa, a ritirarsi dalla vita
ufficiale, alla emigrazione interna, alla neutralità, nel migliore dei casi, nei
confronti degli obiettivi ufficiali del regime; l’esplosione massiccia e senza

172
premienti dell'emigrazione ebraica dopo decenni di assimilazione; gli shock
provrxati dalle relazioni con l’Europa orientale che avrebbero messo in que­
stione i principi fondamentali sui quali queste relazioni si basano; il processo
altamente accelerato di modernizzazione di molti aspetti della vita sovietica
in quasi tutti i settori con la conseguente maggiore articolazione delle condi­
zioni di vita materiali e spirituali e — in pratica — tutti i problemi che i
commentatori hanno enumerato e che sono effettivamente reali e seri.
Che il grado di stabilità del sistema sotto Breznev si sia rivelato così ina­
spettato è in parte una eredità delle implicazioni del modello totalitario che
tanto a lungo ha dominato lo studio della natura e del futuro dello stato so­
vietico, ed in parte una conseguenza della nostra esperienza globale riguardo
ai regimi autoritari in via di modernizzazione. Secondo il modello totalitario,
l’abolizione del terrore di massa, della dittatura personale e delle forme più
estreme di spinte alla mobilitazione ed alla trasformazione da parte del regi­
me, avrebbe dovuto ridurre la capacità intrinseca del sistema a sopravvivere,
ed avrebbe dovuto lasciarlo senza una raison d’etre interna, senza un meccani­
smo di controllo che assicurasse la propria riproduzione. Se d’altro canto l’U­
nione Sovietica può essere meglio intesa come un regime altamente autorita­
rio, ma non totalitario, cosa su cui la maggior parte degli studiosi è d’accor­
do, la nostra esperienza riguardante la storia di questi regimi — siano essi
«escludenti» o «includenti» settori della società, o anche di tipo comunista
— ci dice che solo in casi eccezionali essi presentano un alto e prolungato li­
vello di stabilità, specie se accompagnati da un processo di crescita economi­
ca, di trasformazione sociale ed in particolare di cambiamenti politici del si­
stema, come nel caso dell’Unione Sovietica. La nostra esperienza dei regimi
autoritari in via di modernizzazione al contrario ci offre l’immagine di crisi
ricorrenti di legittimità, di partecipazione e di governabilità. Dato il peso di
tali ragioni che prevedono un processo di destabilizzazione, diviene di enor­
me importanza, per considerazioni sia di carattere concreto che teorico, ten­
tare di spiegare il notevole grado di stabilità raggiunto dal sistema sovietico
nell’era brezneviana.
La motivazione più generale ed immediata per tale stabilità è ovvia e vali­
da: i leader e le élite sovietiche che dirigono il sistema lavorano intensamen­
te per renderlo stabile. Se esiste un singolo valore che domina le menti ed i
pensieri dell’establishment sovietico dal livello più alto a quello più basso,
questo è l’ordine; se c’è una sola paura che predomina su tutte le altre, que­
sta è il disordine, il caos, la frammentazione e la perdita di controllo. E la
paura a sostenere la più estesa e metodica macchina poliziesca del mondo, la
cui forza principale deriva meno dalle dimensioni di azioni realmente puniti­
ve che dalla sua straordinaria attenzione posta ad azioni preventive contro
qualsiasi forma di deviazione sociale, uno sforzo compiuto da milioni di in­

173
formatori.' A talc enorme sforzo coercitivo — potenziale e reale, preventivo
c punitivo — si aggiunge il tentativo su larga scala di inculcare un modello
di socializzazione positivo attraverso l’intero processo educativo, la propa­
ganda di massa, l’eliminazione di idee contrarie all’ordine costituito, e così
via.7 Come mai, comunque, tutti questi sforzi si sono evidentemente rivelati
efficaci per tanto tempo?
Parte della motivazione si trova nel fatto che la paura del disordine e l’at­
taccamento ad una società bene ordinata non sono sentimenti propri soltanto
dei leader e delle élite politiche, bensì trovano forte risonanza anche nell’ani­
mo del popolo sovietico. Questo è in larga misura un fenomeno storico, ed i
meccanismi ed i processi di condizionamento in tale direzione sono impossi­
bili da trovare. Innegabilmente il popolo sovietico, a qualsiasi livello sociale,
teme il caos ed il disordine che avverte al livello meno superficiale della sua
esistenza; esso teme la possibilità di esplosioni elementari di violenza e di fu­
rore che ripetano la sua storia e questo elemento occupa un posto centrale
nei suoi testi di storia; esso elogia e desidera un governo forte, il chozjajn, o
capo, che respinge la smuta, il «periodo dei torbidi».
E da notare il fatto che questa paura pervade anche le comunità di dissi­
denti sovietici, la maggior parte dei quali propugna un cambiamento gra­
duale, evoluzionistico, ed ha orrore di contribuire allo sprigionarsi di forze
spontanee e distruttive all’interno della società. Pavel Litvinov, nipote dissi­
dente del ministro degli esteri di Stalin, Maxim Litvinov, ha osservato:

Sotto gli zar avevamo uno stato autoritario; adesso abbiamo uno stato totalitario le cui radici
sono comunque nel passato russo. Si dovrebbe capire che i nostri dirigenti ed il nostro popolo
condividono la stessa mentalità autoritaria. Sia Breznev sia l’uomo della strada pensano che la
ragione è del più forte. Ecco tutto. Non è una questione di ideologia. È semplicemente una que­
stione di potere. Solzenicyn si comporta come se tutto ciò fosse piovuto dal cielo a causa del co­
muniSmo. Ma anche lui non la vede poi così diversamente. Non desidera la democrazia. Vuole
tornare dall’attuale stato totalitario all’antico stato autoritario.8

Un altro elemento che spiega la stabilità del regime sovietico si può tro­
vare nel fatto che la leadership sovietica non deve risolvere un gran numero
di problemi allo stesso tempo. Esistono priorità molto diverse tra il malcon­
tento e le richieste espresse dalla «pubblica opinione» sovietica. Queste non
vengono espresse in modo simultaneo e spesso si contraddicono anziché in­
tegrarsi. Basti solo pensare alle aspirazioni dei russi rispetto a quelle delle al­
tre minoranze (e particolarmente le vaste minoranze russe in aree non rus­
se); l’antiautoritarismo e la rivendicazione di libertà creativa prevalente tra
gli intellettuali di contro alla richiesta da parte dei manager di una maggiore
autonomia e di una più rigida disciplina degli operai; e le aspirazioni sia de­
gli intellettuali che dei manager contro gli obiettivi egualitari dei lavoratori
ed il loro anti-intellettualismo.

174
Ir molteplici fratture esistenti tra partito e società con le loro implicazio­
ni politiche dirette per il presente e con il loro potenziale disgregante per il
futuro, non vengono a contrapporsi ed in tal modo il partito si trova ad ave­
re una certa libertà di manovra. Esso non affronta le domande generali della
«società» nel suo complesso, ma piuttosto richieste specifiche da parte di set­
tori separati della società che possono venire utilizzate dal partito per met­
terli l’uno contro l’altro o neutralizzarli allo scopo di mantenere forte la posi­
zione del partito.
Ma per cercare le vere cause che spieghino la stabilità del regime sovieti­
co, la efficacia dei suoi massicci sforzi per mantenere l’ordine, bisogna vol­
gersi ad un certo numero di tendenze e di processi più profondi latenti nella
società sovietica. Questi sono stati frequentemente dimenticati in conse­
guenza della coincidenza di certi aspetti della analisi sovietica ufficiale e di
quella occidentale, che spesso conduce a distoreere la realtà sovietica, e che
impedisce una più profonda comprensione dei processi sociali e dei meccani­
smi di funzionamento del sistema. La versione sovietica di questa rappresen­
tazione parallela viene meglio espressa nel descrivere la società come «piani­
ficata», che si evolve in accordo alla legge dello «sviluppo pianificato e pro­
porzionato».9 La versione occidentale della società sovietica spesso non ne
differisce granché. Per dare un solo esempio, Charles Lindblom fa il seguen­
te parallelo tra le società poliarchiche di mercato occidentali con le loro con­
troparti comuniste:

Nella loro penetrazione in ogni aspetto della vita e nella inconsistenza di grandi freni sociali
ai loro obiettivi ed alla loro ambizione i dirigenti di questi sistemi (comunisti) sostituiscono in
gran numero — in modo deliberato — una organizzazione formale alle complesse strutture pre­
senti in società non comuniste. L'organizzazione formale prevarica una quantità d'altre forme di co-
ordinamento sociale'. solidarietà etnica, credo religioso, mercato, famiglia e codice morale.10

Esiste indubbiamente un forte elemento di verità in questi paralleli. La se­


rie di questioni ascritte al processo decisionale politico centralizzato nel si­
stema sovietico è chiaramente più vasta, e la possibilità e la dimensione di
un processo decisionale deliberato allo scopo di dirigere la società è chiara­
mente maggiore che non nelle società democratiche occidentali. Il ruolo del­
la «mano invisibile» del mercato e delle forze sociali è maggiormente domi­
nante nei sistemi democratici rispetto a quello sovietico, dove viene posto
l’accento sulla «mano visibile» di organismi coordinati, di politiche che re­
golamentano nei minimi dettagli la società. Nonostante la accresciuta com­
plessità della società sovietica da un lato, ed un maggiore ruolo dello stato e
la progressiva burocratizzazione delle società occidentali dall’altro, è ancora
corretto individuare il peso ed il significato ineguale che riveste in entrambe
le società l’apparato ufficiale rispetto alla realtà sociale. Rispetto ad entram-

175
hi, la stabilità c la legittimità ilei sistemi ilemixratiii si basa e dijxndc molto
più dalla seconda, ed il sistema sovietico dal primo. E facile dimenticare però
che le differenze sono solo relative, di grado.
L’immagine parallela occidentale ed ufficiale della società sovietica che
abbiamo dato tende ad esagerare i caratteri di «mano visibile» del sistema so­
vietico, con il suo accento sulle organizzazioni formali, ed a sottovalutare gli
aspetti da «mano invisibile» dei processi del sistema, con il loro accento po­
sto sulla organizzazione sociale. In tal modo essa porta a delle conseguenze
che sviano la nostra comprensione del sistema sovietico.
In primo luogo, tale rappresentazione tende a minimizzare gli elementi di
spontaneità, il grado di compromesso presente nel processo politico sovieti­
co stesso. Essa esagera la dimensione pianificata del processo politico, la fase
di selezione delle decisioni e delle politiche, e sottovaluta la fase della messa
in opera durante la quale le politiche adottate «in modo deliberato» perdono
di solito la loro dimensione originaria a causa delle opposte correnti di inte­
ressi e di forze conflittuali. In secondo luogo, tale quadro sottovaluta il si­
gnificato e la portata delle conseguenze involontarie causate dalle varie poli­
tiche sovietiche; tende ad esagerare il grado in cui queste, perfino nel loro
momento iniziale, costituiscono dei tentativi deliberati di modellare la socie­
tà concordemente a piani di lungo respiro piuttosto che continue reazioni al
carattere ed all’influenza di forze politiche e sociali che vanno oltre il con­
trollo dei politici. In terzo luogo, e più importante per il nostro tema, il qua­
dro tende ad esagerare il ruolo di un meccanismo di controllo ufficiale e gui­
dato che assicura la stabilità e la legittimità del regime, ed ignora il significa­
tivo ruolo dei meccanismi e dei processi sociali nel conseguimento di questi
fini.
L’analisi delle fonti di stabilità del regime sovietico durante l’età brezne­
viana cercherà perciò in questo capitolo di esplorare alcuni di questi processi.
Si rivolgerà a quattro fonti di stabilità: le realizzazioni della direzione
brezneviana; la natura delle crescenti aspettative popolari; la relazione tra il
livello istituzionale della politica sovietica e la partecipazione popolare; gli
effetti della mobilità sociale e politica.

L’azione del regime

Non c’è dubbio che determinati adempimenti da parte del regime in aree
che sono considerate importanti dai cittadini, e specie quelle che incidono
direttamente sulla loro vita quotidiana, influiscono in modo diretto sulla sta­
bilità del regime. Gò non vuol dire necessariamente che azioni nocive o
ininfluenti creino o approfondiscano un clima di instabilità, in quanto l’in-

176
(avallo di tempo intercorrente tra l’esecuzione di una determinata azione e
la reazione dei cittadini può essere molto ampio, specie in una società come
quella sovietica, dove i controlli sociali sono stretti ed i sistemi di comunica­
zione vengono ampiamente controllati e manipolati. Ciò che certamente
vuol dire, è che una buona direzione contribuisce alla stabilità del regime.
La questione più importante è cosa si sceglie nella valutazione, e come si
può valutare l’operato del regime. Dal punto di vista dell’osservatore occi­
dentale, il paragone tra progresso tecnologico in Unione Sovietica e in occi­
dente, per esempio, può essere considerato un punto cruciale di valutazione
dell’operato sovietico degli ultimi quindici anni." Oppure si può analizzare
la desolazione della cultura sovietica in questo periodo e notare l’emigrazio­
ne forzata di alcuni degli scrittori ed artisti russi più creativi e dotati di ta­
lento. Per entrambi questi caratteri, l’era brezneviana può difficilmente esse­
re considerata un successo. Io credo però che per misurare il grado di stabili­
tà del regime il solo legittimo punto di vista sia quello degli stessi cittadini
sovietici. In tal caso, l’elemento principale è rappresentato dall’economia in­
terna, ed il punto di riferimento per giudicarne i risultati è dato dal paragone
con l’immediato passato. Da questo punto di vista l’operato del regime nel­
l’era brezneviana può essere considerato un successo. ?
Le cifre globali dell’economia sovietica attestano il carattere impressio­
nante di tali risultati. Come mostra la tavola 1, l’Unione Sovietica ha solidi­
ficato e rafforzato la sua posizione di grande potenza industriale.

TAVOLA 1. CRESCITA DEL POTENZIALE INDUSTRIALE SOVIETICO, 1965-77 (1965 = 100) (%)

PIL 211
Reddito nazionale 210
Fondi fissi (produttivi) deireconomia nazionale 264
Produzione industriale 239
Posizione nella produzione industriale mondiale di:
Produzione industriale totale 2
Energia elettrica 2
Petrolio 1
Gas naturale 2
Carbone 1
Ghisa 1
Acciaio 1
Minerali di ferro 1
Prodotti chimici 2
Fertilizzanti chimici 1
Costruzione di macchine 2
Trattori 1
Cemento 1
Articoli di lana 1
Calzature 1

Fonte'. Narodnoe chozjajstvo SSSR v 2977 g., Statistika, Mosca 1978, pp. 30-31, 51, 56.

177
1 principali progetti portati a buon termine inclusi nei piani quinquennali
dell’era brezneviana — tra gli altri, il complesso elettrico di Kama, l’indu­
stria automobilistica Togliatti, il campo petrolifero di Samotlor, la fabbrica
di autocarri di Kama, l’oleodotto «Amicizia» che attraversa gli Urali, le
piante chimiche fertilizzanti, le flotte mercantili da pesca, il gasdotto di
Oremburg, il complesso metallurgico a Kursk, il tratto ferroviario Baikal-
Amur, — sono tutti simboli dei successi dell’economia sovietica. Tuttavia,
dal punto di vista che ci interessa, il più importante ed impressionante cam­
biamento e la più saliente caratteristica della condotta economica sovietica è
avvenuta nel settore dei beni di consumo, con un aumento dello standard di
vita. Breznev diceva la verità riguardo all’aumento dei livelli di vita sovietici
quando proclamò al xxv congresso del partito che «la storia del nostro paese
non ha mai conosciuto un programma sociale così vasto come quello portato
a compimento nel periodo per il quale sto riferendo».
La tavola 2 compara le cifre globali di crescita annua del consumo nel de­
cennio 1965-75 con quelle del periodo 1961-65. Tutte le maggiori voci del
settore consumi sono rappresentate nell’ambito di questa crescita globale.
Dietro tali cifre si nota un costante e significativo aumento nella offerta di
beni alimentari ed un notevole miglioramento nella composizione alimenta­
re della popolazione. Il consumo pro capite di cibi di alta qualità è cresciuto
di oltre il 100%, mentre il consumo di amidi è calato di oltre il 30%. Un au­
mento significativo si è verificato nell’offerta di vestiti e calzature, sia per
quanto riguarda la moda che la qualità.
Come mostra la tavola 3 i servizi di consumo individuale — negozi, la­
vanderie, sartorie, saloni di bellezza ecc. — hanno mostrato per la prima vol­
ta una evidente e rapida crescita.
Fatto più significativo comunque, è che il governo ha perseguito due pro­
grammi orientati verso il consumo, con risultati vistosi: rapido sviluppo del­
le capacità di produrre beni di consumo durevoli, più recentemente automo-

TAVOLA 2. CRESCITA DEI CONSUMI IN UNIONE SOVIETICA, 1961-75 (%, TASSI MEDI ANNUI DI
CRESCITA)

Anno Totale Alimentari Vestiario Consumi Beni di Salute ed


individuali consumo educazione
durevoli

1961-65 2,6 2,1 1,5 5,4 8,3 4,2


1966-75 3,9 3,3 4,5 4,7 8,5 4,6

Ponte-. Dati adattati da Rush Greenslade, Economie Development and Popular Expectations, paper
for the Workshop on Political Stability and Socio-Economic Change in the Soviet Union, Re­
search Institute on International Change, Columbia University, 4-5 maggio 1976.

178
I AVOLA 5. DINAMICA DLL HLDDLLO NAZIONAI.il li DUI (XIN.SUMI INDIVIDUALI, 1960-76 (1960 —
100)

V(HC 1965 1970 1976

( rest ita del reddito nazionale 137 199 278


Crescita dei consumi individuali 176 273 440
Consumi individuali come percentuale
del reddito nazionale (26,7) (28,7) (32,8)

Ponte-, Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1973 g-, Statistika, Mosca 1974, pp. 603-05; Narodnoechozjajst-
vo SSSR za 60 let, Statistika, Mosca 1977, pp. 460, 485.

I AVOLA 4. PROPRIETÀ DI BENI DI CONSUMO DUREVOLI DA PARTE DELLA POPOLAZIONE SOVIETI-


<A, 1965-77 (PER 100 FAMIGLIE)

Beni di consumo 1965 1977

Popolazione urbana
Orologi 375 533
Radio 67 88
Apparecchi tv 32 86
Macchine fotografiche 36 36
Frigoriferi 17 87
Lavatrici 29 78
Aspirapolveri 11 29
Motociclette 5 6
Biciclette e ciclomotori 44 42
Macchine da cucire 54 61

Popolazione rurale
Orologi 245 397
Radio 49 72
Apparecchi tv 15 67
Macchine fotografiche 8 14
Frigoriferi 3 45
Lavatrici 12 52
Aspirapolveri 1 10
Motociclette 8 16
Biciclette e ciclomotori 54 70
Macchine da cucire 50 68

Ponte-. Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1977 g., Statistika, Mosca 1978, p. 432.

bili, e costruzione su larga scala di nuove abitazioni. La tavola 4 illustra i no­


tevoli progressi avutisi nell’offerta alla popolazione di beni di consumo durevoli.
La situazione delle abitazioni in Unione Sovietica presenta ancora un qua­
dro tetro. Occorreranno altri quindici o venti anni prima di raggiungere per­
fino i bassi livelli programmati dai sovietici stessi. A tutt’oggi circa il 30%
delle famiglie delle aree urbane ancora si trova in condizioni di coabitazione.
Tuttavia il progresso compiuto negli ultimi quindici anni è davvero notevo-

179
I AVOLA V COSTRUZIONI; DI (ASI:

Anno Unità (X 1000) Dimensioni (X 1.000.000 m.q.)

1961-65 11.551 490,6


1966-70 11.333 518,5
1971-75 11.224 544,8
1977 2.110 107,8

Fonte'. Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1977 g., Statistika, Mosca 1978, p. 413.

TAVOLA 6. REDDITO NAZIONALE E CONSUMO, 1961-80

Crescita 1961-65 1966-70 1971-75 1976-80“

Crescita media annua


del reddito nazionale ( % ) 5,7 7,1 5,1 4,7
Crescita media annua
del consumo ( % ) 5,4 7,0 5,4 5,0
Crescita del consumo come
percentuale delfaumento del
reddito nazionale 94,7 98,6 105,9 106,4

a Piano quinquennale.
Fonte', dati calcolati da Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1970 g., Statistika, Mosca 1971, p. 535; Narod­
noe chozjajstvo SSSR za 60 let, Statistika, Mosca 1977, pp. 49, 565; «Pravda», 28 ottobre 1976.

le. Nel 1961 circa i 2/3 di tutte le famiglie urbane vivevano in comune. L’U­
nione Sovietica sta costruendo 2,3 milioni di unità all’anno con 110 metri
quadrati di spazio utile (tavola 5). Orca 10 milioni di persone ogni anno mi­
gliorano la propria condizione abitativa, un risultato notevole, anche se la
qualità e la dimensione delle unità sono inferiori ai livelli occidentali.12
L’efficienza e le dimensioni del sistema assistenziale statale sono anche
molto migliorate. Per la prima volta il contadino sovietico è stato incluso
nel sistema di previdenza sociale. In ciascuno degli ultimi tre piani quin­
quennali i fondi di consumo sociale sono aumentati dal 30 al 40%. Le pen­
sioni sono state aumentate fino a comprendere quasi i 3/4 degli stipendi e
dei salari di coloro che vanno in pensione.15 L’età di pensionamento stabilita
è abbastanza bassa: 60 anni per gli uomini, 55 per le donne. Nel 1975 circa
45 milioni di cittadini sovietici ricevevano la pensione in una forma o in
un’altra.14
L’evidente miglioramento dei livelli di vita è risultato grazie ai grandi
cambiamenti di indirizzo verificatisi nella politica economica del governo
brezneviano.
Due indicatori che illustrano tale cambiamento vanno qui menzionati: la
politica dei consumi rispetto agli investimenti, e la politica agricola. Il perio­

180
do di Breznev ha visto una significativa riduzione della smisurata crescita de­
gli investimenti, mai così evidente come nell’ultimo piano quinquennale
(1976-80), che ha registrato un declino al 4,5% rispetto al 6,5% dei prece­
denti cinque anni (1970-75). In gran parte a causa di tale fenomeno, la cre­
scita del fondo consumi sta superando quella del reddito nazionale totale, au­
mentando perciò la proporzione di consumo nel reddito nazionale al più alto
livello mai raggiunto nella storia sovietica (75% nel piano che termina nel
1980).
La situazione dell’agricoltura è molto più difficile da giudicare. Dal punto
tli vista dell’efficienza, quello agricolo è chiaramente un settore disastroso.
Perciò, quando usiamo il termine «realizzazioni» non lo intendiamo qui co­
me una valutazione della relazione tra input e output, ma soltanto quale in­
dicatore degli sforzi della leadership sovietica in questo settore e della stessa
produzione effettiva. Da questo punto di vista, la posizione ed i risultati del­
l’agricoltura sovietica sono migliorati in modo sostanziale nell’era brezneviana.
La caratteristica singola più sorprendente delle politiche economiche
brezneviane è stata l’assegnazione della massima priorità allo sviluppo dell’a­
gricoltura, incluso quello dei fertilizzanti chimici, macchinari agricoli ecc.
L’agricoltura costituisce oggi la maggior voce singola nelle spese di bilancio
sovietiche. Sommando tutti gli anni del potere sovietico fino al 1965, gli in­
vestimenti di capitale nel settore agricolo ammontano a 107 miliardi di ru­
bli; negli anni 1965-75, la somma degli investimenti in agricoltura totalizza
213 miliardi di rubli.15
Come abbiamo prima detto, a causa di incredibili inefficienze e sprechi,
tali massicci investimenti non hanno prodotto uno sviluppo della agricoltura
in modo commensurato, tuttavia una crescita effettiva si è avuta. Uno tra i
più qualificati osservatori dello sviluppo agricolo sovietico ha osservato:

Tutta una serie di scetticismi ed incredulità impedisce a molti di noi di riconoscere ed osser­
vare il progresso dell’agricoltura sovietica come un processo reso più difficile e scarsamente fles­
sibile nelle sue funzioni a causa delle rigidità in esso esistenti. Ma vorrei osservare che questo è
più un problema per noi osservatori che per i sovietici. Noi non possiamo, o forse non dovrem­
mo giudicare il livello di progresso raggiunto dai sovietici secondo i nostri criteri o i nostri para­
metri di efficienza economica. Dovremmo piuttosto tener conto della realtà delle differenti prio­
rità. Le difficoltà esistenti nella produzione di burro sono in parte una funzione del successo ot­
tenuto nel produrre cannoni per un lungo periodo.16

Cosa più importante, bisogna essere coscienti del fatto che se si può parla­
re dell’agricoltura sovietica come di un settore di crisi, tuttavia questa è una
crisi differente da quella del passato. È per così dire una crisi ad un più alto
livello di risultati, una crisi di carattere qualitativo differente. In passato, in­
clusa l’era chruscéviana, la crisi riguardava semplicemente la produzione di
grano per il consumo diretto e le pressioni sulle riserve strategiche dello sta-

181
to per il fabbisogno alimentare corrente. Oggi c’è una crisi di pnxluzione di
grano per allevamenti, necessario per rispondere alla crescente domanda po­
polare di carne ed altri cibi di alta qualità. Come Arcadius Kahan osserva:
«Durante gli anni Settanta nessuno metteva in dubbio la disponibilità di
grano anche nelle più avverse condizioni di tempo».17 Non si deve dimenti­
care, inoltre, che l’impegno nei confronti del settore agricolo include anche
quello di comprare grandissime quantità di grano all’estero con valuta pre­
giata durante gli anni di cattivo raccolto. Anche tali acquisti differiscono da
quelli dell’era chruscèviana, non solo nella loro dimensione, ma anche per il
fatto che essi non servono per il diretto fabbisogno alimentare, ma per rico­
struire gli stock di grano per l’allevamento.
La conclusione più importante che emerge dalla nostra presentazione del­
le realizzazioni sovietiche nell’era brezneviana è che il regime sovietico è sta­
to di gran lunga capace di fornire beni di consumo, ed è stato generalmente
capace di soddisfare le attese popolari di un più alto livello di vita. Gli indici
che abbiamo usato per giungere a tale conclusione sono costituiti da cifre
globali per l’intera popolazione. Dal punto di vista che ci interessa però, cioè
come le realizzazioni del regime abbiano influenza sulla stabilità politica, è
discutibile se sia possibile trarre delle conclusioni sulla stabilità dalla lettura
di cifre globali. Si può pensare che tali cifre dovrebbero essere scomposte se
si vuole arrivare ai problemi politici. In altre parole, ciò che più influisce
sulla stabilità sono cambiamenti improvvisi o abbassamenti discontinui dei
livelli di vita (come cambiamenti nelle norme di lavoro o improvvisi aumen­
ti di prezzo) e altre questioni di equità tra determinati gruppi, poiché anche
quando lo standard generale aumenta, la situazione di uno o più gruppi spe­
cifici può deteriorarsi. Allo stesso modo, si dovrebbero probabilmente fare
delle analisi al livello regionale, in quanto ogni regione che si sente svantag­
giata dal sistema potrebbe nutrire sentimenti suscettibili di sfociare in per­
turbazioni politiche. Insomma, fattori che influenzano i livelli di vita o la
posizione relativa di gruppi specifici sono causa di spaccature politiche più
importanti di quanto non lo siano cambiamenti lenti e continui del quadro
globale. Inoltre, mentre nei sistemi di mercato decentralizzati il risentimento
è maggiormente diffuso, nei sistemi centralizzati dell’Unione Sovietica e del­
l’Europa orientale esso viene incanalato verso il centro, in quanto i problemi
economici vengono necessariamente addossati al governo e le autorità mino­
ri mancano di solito di qualsiasi potere d’azione.
La disponibilità dei dati economici non ci permette una scomposizione
dettagliata degli indicatori globali per gruppi e regioni. Alcune ben fondate
impressioni, basate sui dati esistenti però, suggeriscono fortemente che ri­
spetto ai principali gruppi della popolazione ed alle regioni più importanti,
una scomposizione degli indici non altererebbe la conclusione fondamentale

182
i he le realizzazioni sovietiche nell’era brezneviana per quanto riguarda i li­
velli di vita contribuiscono alla stabilità del regime.
Prima di tutto i dati indicano che tutti i principali gruppi della società so­
vietica hanno preso parte al generale miglioramento delle condizioni di vita.
Sebbene il grado rispettivo di tale miglioramento sia ineguale, nessun grup­
po ne è stato escluso. Il miglioramento ha interessato sia la popolazione ur­
bana che quella rurale, operai specializzati e generici, manager e professioni­
sti, studenti e pensionati. Impiegati, commessi, dattilografi ecc. sono proba­
bilmente tra quelli che hanno meno profittato dell’aumento dello standard
di vita, ma questi gruppi, considerato il loro peso politico all’interno della
società, il loro curriculum di fomentatori di disordini ecc., la loro capacità di
organizzarsi e così via, sono quelli per cui il regime si è sempre dimostrato
meno sensibile.
In secondo luogo, tutte le principali regioni, cioè fondamentalmente tutte
le repubbliche, hanno beneficiato di questi miglioramenti. Differenze regio­
nali esistono, ma esse seguono la normale e persistente regola che migliora­
menti più sostanziosi nella produzione e nel consumo vanno inversamente
correlati al livello di sviluppo della regione. Se le differenze tra le regioni si
sono perciò in qualche modo ristrette, la prevalente classificazione delle re­
gioni non è cambiata.18
In terzo luogo, e più importante, il miglioramento di gran lunga maggio­
re delle condizioni di vita è stato avvertito dai gruppi meno privilegiati della
società, da coloro che erano probabilmente più scontenti della propria condi­
zione. I salari minimi sono aumentati di circa il 50%, le pensioni sono state
aumentate in modo sostanziale; i contadini sono stati inclusi nel sistema di
previdenza sociale; le fattorie collettive sono state coperte da un sistema di
assicurazione contro i cattivi raccolti. Nel decennio 1965-75 il numero di
persone con un reddito mensile di 100 rubli o più per ogni membro di fami­
glia è aumentato di otto volte e mezzo,” una vera e propria rivoluzione dei
redditi che abbraccia decine di milioni di persone.20
In quarto luogo, in questo periodo il governo ha perseguito una politica
molto prudente per quanto concerne l’aumento delle norme, l’aumento dei
prezzi, quei passi cioè che condurrebbero ad una caduta dei livelli di vita di
gruppi specifici. In realtà, sono proprio il livello dei prezzi dei principali be­
ni di consumo sostenuti da enormi sussidi ed il livello delle norme di produ­
zione industriale talvolta assurdamente basso ed immodificabile, per menzio­
nare solo due tra le tante voci, ad essere responsabili in gran misura delle
forti pressioni inflazionistiche presenti nel mercato sovietico e delle mador­
nali inefficienze e della bassa produttività del lavoratore sovietico. È certo
che questa politica di prudenza tradisce esattamente la paura del regime di
possibili effetti destabilizzanti legati a qualsiasi altra alternativa — un’opi-

183
ninne che le amare esperienze dell’aumento delle norme e dei prezzi in Polo­
nia può solo aver rinforzato.
In quinto luogo, l’aumento dei livelli di vita è stato in parte raggiunto at­
traverso un canale che dal punto di vista del suo contributo alla stabilità, è
probabilmente il più vantaggioso per il regime, e cioè attraverso la mobilità
sociale. I miglioramenti apparsi in questo settore sono quelli più soddisfa­
centi, drastici ed immediati tra tutti i fattori che hanno determinato un mi­
glioramento delle condizioni di vita, e — tra l’altro — richiedono il minimo
di investimenti da parte dello stato. Mi sto riferendo ai canali regolari di mo­
bilità attraverso l’istruzione superiore, ma fondamentalmente alla mobilità
dalle occupazioni rurali a quelle urbane e dal lavoro non specializzato a quel­
lo specializzato.
Tra il 1965 ed il 1975 la percentuale della popolazione totale impiegata in
agricoltura è diminuita del 37%, ed il numero assoluto di agricoltori nelle
fattorie collettive è diminuito del 20%.21 II cambiamento nella struttura della
classe lavoratrice urbana è indicato nella tavola 7 con le cifre concernenti la
riqualificazione dei lavoratori.

Nelle nostre considerazioni sulle realizzazioni sovietiche come fattore


contribuente alla stabilità del regime, ci siamo concentrati fino ad ora soltan­
to sulla sfera economica, in particolare sulla questione del miglioramento dei
livelli di vita nel periodo brezneviano. Esiste però un’altra sfera in cui l’ope­
rato sovietico è stato e rimane impressionante in senso assoluto e che do­
vrebbe essere menzionata quando si discute di stabilità del regime sovietico;
mi riferisco alla sfera internazionale. Dal punto di vista occidentale, proba­
bilmente, il più grande successo dell’era brezneviana è rappresentato dalla ac­
quisizione da parte dell’Unione Sovietica di uno status di potenza globale e
della parità stategica con gli Stati Uniti.
Io non condivido l’opinione di coloro i quali assegnano alla politica estera
sovietica ed alla sua attività in campo internazionale un ruolo sempre più
dominante per la legittimazione del regime e per il raggiungimento della
stabilità. Io credo che le fonti principali della legittimità e della stabilità so-

TAVOLA 7. PROMOZIONE DELLE QUALIFICHE PROFESSIONALI DEGÙ OPERAI NELL’ECONOMIA NA­


ZIONALE, 1965-77 (X 1.000.000)

Professionali zzazione 1965 1970 1977

Operai che hanno acquisito una


specializzazione professionale superiore 3,4 4,8 5,7
Operai che hanno partecipato a
corsi per qualifiche superiori 7,2 9,0 19,9

Fonte-, Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1977 g-, Statistika, Mosca 1978, p. 399.

184
victica, sia per la popolazione che per la maggior parte delle élite, siano in
misura preponderante di natura interna. I fattori interni sono sufficienti a
spiegare la legittimità c la stabilità del regime, tuttavia non si deve dimenti­
care il contributo della influenza dato da fattori internazionali.
Ironicamente, l’influenza positiva dei fattori internazionali a tal riguardo
agisce sia attraverso i maggiori successi ottenuti dall’Unione Sovietica che
attraverso il suo più grande fallimento. Il maggior riconoscimento all’estero
dei successi internazionali dei sovietici; il loro prestigio e la loro attività cre­
scenti sono evidentemente fonti di orgoglio per la popolazione e soprattutto
per le élite: un fattore questo importante di loro identificazione con il regi­
me. Ma il più grosso insuccesso verificato dai sovietici in campo internazio­
nale — l’irrisolto ed irrisolvibile conflitto con la Cina — agisce nella identica
direzione, sebbene attraverso un differente meccanismo. Lo stimolo proviene
in questo caso dalla paura e dall’astio che unisce la popolazione e le élite, sia
fra di loro che nei confronti del regime. Ciò di cui si discute in Unione So­
vietica non è chi «ha perso» la Gna, ma piuttosto quanto siano ingrati i ci­
nesi. Si scopre che in Unione Sovietica non viene rivolta nessuna accusa alla
leadership per la «perdita» della Gna, ma che un palpabile senso di unità
collega lo strato dirigente alla popolazione sia riguardo alla politica adottata
nei confronti della Gna che ad una comune apprensione di un nuovo accer­
chiamento.
In conclusione i risultati ottenuti nell’era brezneviana servono bene a
spiegare i motivi di stabilità del regime sovietico. Dato il monopolio da par­
te del governo della allocazione delle risorse e delle remunerazioni, le defi­
cienze economiche del sistema assumono inevitabilmente una dimensione
politica. Dall’altro lato della medaglia, però, quando le cose funzionano bene
il governo tende ad assumersene il merito. Poiché le domande della popola­
zione rimangono relativamente modeste e vengono in generale esaudite, la
forte identificazione del governo con lo stato dell’economia ha rafforzato la
stabilità di lungo periodo del sistema. Il governo è stato inoltre molto atten­
to ad evitare di provocare l’ostilità di gruppi critici all’interno del sistema.
Questi gruppi vengono trattati molto bene ed essi sanno che il governo ne è
responsabile. Con ogni probabilità l’era brezneviana entrerà nella storia so­
vietica come il periodo dei più grandi successi, un periodo che non ha avuto
uguali nel passato e che — tra l’altro — rimarrà probabilmente ineguagliato
per un prevedibile futuro. Il governo sovietico ha così avuto successo nel
controllare le attese della popolazione; ha fatto uno sforzo cosciente di diffe­
renziare le rivendicazioni dei vari gruppi ed ha, in accordo a ciò, calibrato le
sue reazioni. Ci si deve adesso chiedere: quali circostanze hanno reso possibi­
le il controllo di tali rivendicazioni da parte del regime?

185
Im natura delle crescenti aspettative popolari

La stabilità del regime non può essere discussa senza considerare la que­
stione della natura e del livello delle attese della popolazione. Come abbia­
mo detto, l’aspetto più importante della crescita delle aspettative popolari fi­
no ad oggi è il suo essere in gran parte limitata alla sfera materiale. Non c’è
dubbio che la crescita di rivendicazioni di carattere non materiale presente­
rebbe dei pericoli per la stabilità del sistema.
Sembra chiaro che le rivendicazioni e le aspirazioni di carattere non mate­
riale dei vari gruppi e della popolazione in generale siano sotto molti aspetti
diverse oggi da quelle che potevano essere venti o venticinque anni fa. Tutti
i gruppi si aspettano oggi una vita sicura, libera dalle arbitrarie vessazioni e
dal terrore. Tutti aspirano a vivere in uno stato che assicuri un livello rispet­
tabile di legalità nei contatti quotidiani con i cittadini. L’intelligencija creati­
va — scrittori, artisti, direttori — si aspettano una maggiore libertà artistica,
aspirano ad una condizione nella quale possano, entro certi limiti, sperimen­
tare e commettere errori; si aspettano che continui il vantaggio spesso godu­
to di rimanere al di fuori della società, di impegnarsi senza pericoli in ricer­
che artistiche che sono neutrali agli obiettivi del regime.
L’intelligencija creativa e quella tecnica, allo stesso modo delle diverse éli­
te, condividono la speranza ed il forte desiderio di non venire mai più isolate
dalle principali correnti della cultura e del progresso del mondo non sociali­
sta. I gruppi dei professionisti si attendono un grado maggiore di autonomia
professionale ed aspirano ad estenderne ancor più i limiti, ad ottenere mag­
gior accesso al processo di informazione e ai dati concernenti la propria e le
altre società, ad avere la possibilità di operare nei settori di loro competenza
più liberamente, anche se solo in discussioni chiuse o con pubblicazioni a
circolazione limitata.
Il dissidente emigrato Valery Chalidze ha affermato che il dissenso attivo
in Unione Sovietica rappresenta soltanto la punta dell’iceberg, che dietro
ogni dissidente attivo ci sono venti dissidenti nascosti tra l’intelligencija e per­
fino tra le élite, che ne condividono le idee, ma che non hanno il coraggio o
la capacità o l’opportunità o il desiderio di agire apertamente.22 Non possia­
mo sapere se Chalidze abbia ragione. Con ogni probabilità egli descrive ac­
curatamente quei gruppi di dissidenti che hanno opinioni più moderate. An­
che se Chalidze avesse ragione, però, dal punto di vista della stabilità del re­
gime il punto è che la distinzione tra un movimento dissidente ridotto ed at­
tivo, ed un vasto gruppo di dissenso passivo, è cruciale. Un piccolo movi­
mento di dissenso attivo può essere fronteggiato con relativa facilità, può es­
sere frammentato, isolato o neutralizzato. Dove già esistono condizioni di sta­
bilità è sufficiente al massimo individuare per una più precisa indicazione il

186
muto «.li consenso derivante dall’ampio dissenso passivo e a questo punto
ignorarlo. // dissenso passivo non produce instabilità: il suo pericolo per il regime
giace nella possibilità di una sua attivazione in condizioni di instabilità.
Tuttavia si put) anche pensare, come fa l’autore, che Chalidze esageri le
dimensioni del dissenso passivo attraverso una scorretta identificazione del
dissenso stesso. Alla luce di ciò che abbiamo appena detto circa le accresciute
attese ed aspirazioni di carattere non materiale dei vari gruppi della società
sovietica, è più probabile che il fenomeno che noi osserviamo sia una parzia­
le coincidenza di queste aspirazioni con alcune delle opinioni espresse dai
«dissidenti. Ciò che è cruciale riguardo alla coincidenza di queste aspirazioni
però, è, in primo luogo, che per i dissidenti le aspirazioni di questi gruppi,
specialmente per dimensione e intensità, rappresentano solo una piccola par­
te del loro programma e, in secondo luogo, che il programma dei dissidenti
deve essere raggiunto attraverso un cambiamento del sistema, mentre i vari
altri gruppi aspirano a realizzare i propri obiettivi nell’ambito stesso del si­
stema, attraverso una pressione che sfoci in un allentamento delle politiche
esistenti.
I gruppi e gli strati non dissidenti, quindi, non si aspettano un mutamen­
to del sistema, ma cercano un accomodamento all’interno di esso. Inoltre le
loro aspettative e, entro certi limiti, le loro aspirazioni non vengono trascu­
rate da coloro che dirigono il sistema. In realtà, le loro attese reali sono basa­
te su mutamenti che hanno già avuto luogo nell’era post-staliniana con il so­
stegno benevolo o riluttante della leadership. Questi cambiamenti — in dire­
zione di una maggiore autonomia professionale, una maggior libertà di
espressione, più ampi contatti con il mondo non socialista — non hanno
messo in pericolo la stabilità del regime. In realtà la loro attuazione fu dovu­
ta forse meno alle pressioni provenienti dai vari gruppi che alla coincidenza
di tali pressioni con gli interessi della stessa leadership. Questa è andata len­
tamente convincendosi che tali cambiamenti, se controllati e tenuti entro
certi limiti, potevano servire a rafforzare l’efficienza e l’operato del sistema o
essere perfino necessari a tal fine. Il nodo fondamentale del problema è quel­
lo di contenere tali aspirazioni entro certi limiti in modo da non toccare pro­
blemi che il regime considera cruciali per la sua sopravvivenza.
Sembra adesso che nonostante la parziale coincidenza delle aspirazioni di
questi gruppi e strati con quelle dei dissidenti attivi, i primi non pongono
una minaccia al sistema fintanto che essi non condividono i più ampi obiet­
tivi propri dei dissidenti ed i mezzi scelti per il loro raggiungimento. Inoltre,
fino a quando il regime ha l’opportunità e questi strati si mostrano disponi­
bili a barattare aspirazioni di carattere non materiale con richieste di beni
materiali — e questo è ciò che il regime sta anche facendo durante l’intero
periodo brezneviano — esso è ben preparato a controllare queste aspirazioni.

187
A tal riguardo la seguente affermazione di Walter Connor risulta vera
non solo per quanto concerne le relazioni tra le élite e la popolazione in ge­
nerale, ma anche per quelle tra la leadership del regime e tutti gli strati più
importanti della società sovietica, particolarmente quella russa:

La cultura politica unisce l’élite burocratica e le «masse» più strettamente di quanto unisca i
dissidenti ad entrambe. La struttura istituzionale che emerse durante l’era staliniana «aderiva»
relativamente bene alla precedente cultura politica della Russia zarista dei momenti più critici, e
a quanto sembra, la cultura politica sovietica contemporanea «aderisce» ancora molto bene a que­
sto modello istituzionale relativamente immutato.2'

Sotto Breznev la crescita delle attese ed aspirazioni dei cittadini sovietici


di alto e basso status sociale è stata maggiormente evidente nell’ambito della
sfera materiale. Negli ultimi quindici anni una febbre di consumismo si è
impossessata della popolazione sovietica di tutte le classi e condizioni sociali,
una spinta evidente e generale ad acquistare beni di consumo, a vivere me­
glio, a divertirsi. Ciò che più sorprende comunque, specialmente rispetto alla
situazione presente in occidente, è innanzitutto che, in termini assoluti, tali
attese sono molto modeste per una nazione industriale e, in secondo luogo,
che esse non sono così distanti da ciò che è realisticamente possibile fare —
sebbene spesso non venga realizzato — nelle attuali condizioni sovietiche.
Per dirla differentemente, sebbene le rivendicazioni di tipo materiale conti­
nuino ad oltrepassare le possibilità reali, non si è sicuri che la distanza tra ri­
vendicazioni e realtà si stia ampliando.
Le crescenti aspettative materiali della popolazione sovietica non stanno
sfuggendo di mano alla sua classe dirigente. Esse non creano un circolo vi­
zioso che restringa sempre più la capacità della leadership di imporre la pro­
pria scala di priorità sulla società, che crei intollerabili pressioni inflazionisti­
che e che, tramutando le crescenti attese in pressioni politiche, opprima l’in­
tero sistema di governo. La situazione sovietica sotto Breznev, la combina­
zione delle accresciute rivendicazioni materiali da un lato con il loro caratte­
re limitato dall’altro, hanno prodotto un riordinamento parziale delle priori­
tà del regime in direzione di un maggior consumismo. Allo stesso tempo co­
loro che dirigono il sistema hanno mantenuto una flessibilità sufficiente per
decidere l’ordine delle loro priorità, liberi dalle imposizioni della società.
Dato che l’intensità delle pressioni popolari è molto limitata, la situazio­
ne rimarrà probabilmente stabile fintanto che continueranno ad aver luogo
nuovi miglioramenti. Ma in qualsiasi modo valutiamo le amorfe pressioni
provenienti dalla società sovietica, il grado di rispondenza da parte della lea­
dership a certe aspirazioni è certamente molto maggiore oggi di quanto lo
sia stato in passato. A quale tipo di pressioni rispondono i leader sovietici?
In parte, naturalmente, la leadership è sensibile a mutamenti nel settore di-

188
stributivo tlcH’cxonomia, dove la popolazione ha acquisito per la prima volta
nella storia sovietica una possibilità limitata di esprimere le proprie doman­
de attraverso la scelta degli acquisti. In parte essa ha a che fare con l’impor­
tanza assegnata agli incentivi materiali nei programmi economici. In misura
molto maggiore però, tale rispondenza va spiegata come una reazione antici­
pata, cioè una risposta non alla condotta reale dei cittadini, bensì alla paura
da parte della leadership che se gli interessi dei lavoratori non vengono suffi­
cientemente presi in considerazione, il loro comportamento potrebbe diveni­
re disgregante e pericoloso. Le lezioni scaturite dalle insoddisfazioni operaie
nei paesi est-europei e specialmente la rivolta operaia in Polonia non sono
state dimenticate dai leader sovietici. In un paese in cui si pone un interesse
così alto alla stabilità, dove i movimenti di dissenso organizzati sono attivi,
dove il terrore di massa è scomparso, dove le attese popolari sono state da
lungo tempo incoraggiate, dove l’apertura della società sovietica agli stranie­
ri ha reso un confronto materiale maggiormente possibile di quanto non lo
fosse in passato, il partito deve prestare una attenzione maggiore al soddisfa­
cimento materiale della popolazione. Soltanto a questo prezzo esso può con­
tinuare a limitare la libertà culturale, a rifiutare quasi completamente quella
politica ed a preservare la stabilità del sistema.
L’aumento delle aspettative di carattere materiale da parte del pubblico
sovietico non ha bisogno di alcuna spiegazione. Più problematico è spiegare
perché queste non abbiano condotto ad un circolo vizioso. Tra le principali
ragioni di questo atipico stato di cose, vorremmo introdurne quattro.
1. L’attitudine e la condotta della popolazione sovietica, specie quelle del­
le generazioni medie e più anziane, sono largamente determinate dal passato.
Il carattere limitato delle aspettative popolari è sorprendente in un sistema
che per decenni si è abbandonato a promesse utopistiche, ma è esattamente
questo abbandono eccessivo che in parte spiega tali limiti. La società sovieti­
ca era ed è una società nella quale le promesse del regime perdono valore
con la stessa facilità con la quale vengono enunciate. L’esempio del passato
modera sia le attese per il futuro che l’influenza contrapposta che di solito è
legata al miglioramento dello standard di vita che è avvenuto recentemente.
La gente crede in ciò che ha ed in quello che ha la possibilità di ottenere;
fantastica poco su quello che avrà o che potrebbe ottenere. Un detto sovieti­
co esprime bene questa attitudine: «Dio, fa che non vada meglio» («Boze,
ctoby ne bylo luese»). Tale stato d’animo è simile, sebbene molto più forte,
al sentimento della generazione americana che sperimentò la Grande De­
pressione, e visse per molto tempo dopo con la paura che le cose potessero
di nuovo andare male. La memoria e la paura servono a smorzare le crescenti
aspettative ed a tenerle sotto controllo.
2. Misurandolo secondo i criteri delle società industrialmente sviluppate,

189
lo standard di vita in Unione Sovietica, anche dojx> molti anni di significati­
vi miglioramenti, rimane molto basso. ' Le conseguenze di ciò, per quanto ri­
guarda le aspettative, sono significative. In una società nella quale i generi
alimentari costituiscono ancora più del 50% del bilancio della famiglia, dove
gli amidi ancora contano per i 2/3 degli alimenti consumati, dove le verdure
fresche, per non parlare della frutta, sono una rarità nei centri urbani, dove
gli approvvigionamenti regolari di carne nei negozi costituiscono una ecce­
zione, dove un paio di scarpe dura soltanto pochi mesi prima di disintegrarsi
ed un vestito sembra che sia stato confezionato all’inizio del secolo, e dove
l’abitudine di costruire ed abitare appartamenti con cucina e servizi in comu­
ne è stata soltanto recentemente abbandonata, le attese del consumatore
«normale» sono prive di immaginazione e modeste. Ed è probabile che con­
tinuino ad essere tali in una società che non mostra al pubblico alcun esem­
pio di lusso evidente e non monta alcuna campagna pubblicitaria diretta al
consumatore. La modestia delle rivendicazioni del consumatore rende queste
stesse in tal modo accessibili per le attuali condizioni sovietiche, molto pri­
ma che diventino economicamente e politicamente difficili da governare.
Partendo dalla base esistente, qualsiasi passo in avanti degli indicatori quan­
titativi e soprattutto qualitativi dell’offerta di beni di consumo continuerà ad
essere considerato come un reale miglioramento.
3. Una dimensione estremamente importante nel valutare il proprio stan­
dard di vita e nello stabilire le proprie aspettative concerne il punto di riferi­
mento usato come base. È nostra opinione che per il consumatore medio so­
vietico tale punto di riferimento non sono né l’occidente né i paesi comuni­
sti est-europei, bensì il proprio passato.25 Noi spesso esageriamo troppo gli
effetti che l’apertura dell’Unione Sovietica all’occidente negli ultimi 10-15
anni ha avuto sulla popolazione sovietica in generale, se consideriamo la lun­
ga storia di isolamento e la relativa ristrettezza dell’attuale apertura. E vero
che molti cittadini sovietici «normali» delle aree metropolitane vedono stra­
nieri ed hanno anche sporadici contatti con essi, ma allo stesso tempo viene
loro negata una informazione vasta e visiva sul tipo di vita in occidente e
vengono bombardati, quanto meno in misura maggiore di quanto avvenisse
in precedenza, da dati ed immagini distorti della vita occidentale. Viaggi in
occidente sono possibili quasi esclusivamente a rappresentanti delle élite e
delle sotto-élite quale segno principale della loro posizione privilegiata.26
Per il cittadino sovietico «normale» che diffida della versione ufficiale, il
tipo di vita occidentale non ha tuttavia nessuna realtà propria. Essa non può
e non serve, secondo me, come punto di riferimento per le sue accresciute ri­
vendicazioni. Questo viene piuttosto fornito dal suo passato e da quello del
gruppo a cui appartiene, il quale, e ciò va sottolineato, è molto spesso un
passato di contadino anche per coloro che vivono nelle aree urbane. Il para-

190
gone col passato può soltanto rafforzare l’approvazione per i progressi che si
stanno ottenendo e temperare le aspettative.
La situazione cambia per le élite e sotto-elite e per parte delle classi pro­
fessionali. La loro nozione dello standard di vita occidentale acquista rilievo
grazie all’accesso che essi hanno alla letteratura, ai loro contatti con stranieri,
ai loro viaggi personali o ai racconti degli amici. Per controbilanciare una
potenziale disaffezione, le autorità assicurano a questi gruppi un livello di vi­
ta molto più vicino a quello occidentale ed infinitamente più alto della me­
dia sovietica. Questi beneficiari confrontano il loro destino di eletti con
quello dei cittadini meno fortunati e lo vivono con gratitudine ed anche con
un certo senso di colpa.
4. Il quadro che abbiamo descritto non sarebbe corretto se esso raffiguras­
se semplicemente una società armoniosa con aspettative modeste ed un alto
livello di soddisfacimento. Se, come noi sosteniamo, il retaggio di fondo è
costituito da aspettative modeste, la situazione generale appare più comples­
sa. Il livello di soddisfacimento dei vari componenti della società sovietica
non è di solito alto poiché il conseguimento anche delle più modeste riven­
dicazioni viene ottenuto al prezzo di controlli costanti, insoddisfazione ri­
spetto a ciò che è disponibile ed una competizione incessante per ottenerlo.
Il fatto è però che l’insoddisfazione e le rivendicazioni disattese trovano
espressione, con rare eccezioni, in modi che possono apparire spiacevoli ed
ingiuriosi al sistema, ma non pericolosi.27 Il malcontento viene indirizzato at­
traverso canali specificamente designati che tendono a spostare le critiche
dalle autorità centrali alle burocrazie locali. (Il principale canale per l’espres­
sione del malcontento è il soviet locale, l’autorità più vicina al cittadino). Si
ha l’impressione che le manifestazioni di malcontento funzionino per il regi­
me non solo come valvola di sfogo, ma come forma di pressione sulle buro­
crazie subordinate. Comportamenti deviami individuali (alcolismo, assentei­
smo ecc.) servono come un altro canale di espressione.28
Non c’è bisogno di dire che il malcontento non viene quasi mai espresso
in modi maggiormente drastici ed indipendenti, attraverso l’organizzazione
di gruppi autonomi o di azioni come scioperi, a causa degli stretti controlli
esistenti sulle comunicazioni ed organizzazioni non ufficiali. Restrizioni sul­
la articolazione del malcontento costituiscono un mezzo essenziale attraverso
il quale le autorità sovietiche manipolano le rivendicazioni popolari. Dove
queste hanno fallito, come in Polonia, la classe operaia industriale ha acqui­
sito un virtuale potere di veto sulle politiche economiche del governo. Sotto
tale aspetto, l’Unione Sovietica deve ancora fare molta strada.
Paul Hollander nel suo eccellente confronto tra la società sovietica e quel­
la americana, ha osservato: «La chiave per la stabilità del sistema sovietico si
trova nella sua capacità di controllare le rivendicazioni piuttosto che nei po-

191
tcri del K.GB». Fino a quando i cittadini sovietici cone entreranno le loro at­
tese su acquisizioni materiali, fino a quando la crescente spirale delle aspetta­
tive rimane relativamente modesta ed in parte soddisfatta, fino a quando l’ar­
ticolazione del malcontento seguirà i tradizionali canali, il regime sovietico
sarà capace di mantenere questo pilastro fondamentale della sua stabilità.

Livello istituzionale e partecipazione popolare

La questione della stabilità in Unione Sovietica sotto Breznev richiede che


si prendano in considerazione le interconnessioni presenti tra tre processi o
caratteristiche della società sovietica: apatia politica, partecipazione politica e
professionalizzazione della direzione sociale e politica. (Verranno qui esami­
nati soltanto quegli aspetti di questi vasti argomenti che si collegano alla
stabilità, mentre la questione della partecipazione verrà discussa in maggior
dettaglio quando prenderò in esame il concetto di legittimità). Uno degli
aspetti maggiormente accettati e comprovati dello studio sulla stabilità poli­
tica è quello concernente la relazione esistente tra livello istituzionale e par­
tecipazione. Ciò che è stato in modo convincente affermato può essere rias­
sunto in tal modo: mentre una organizzazione di governo moderna produce
e richiede, durante il processo di modernizzazione socio-economica e politi­
ca, un aumento di intensità e di dimensione della partecipazione politica, es­
so richiede allo stesso tempo un alto livello di istituzionalizzazione politica
che tenga il passo con l’accresciuta partecipazione. Se il livello di istituziona­
lizzazione politica non è abbastanza alto da assorbire le maggiori pressioni
provenienti da una accresciuta partecipazione, si avrà inevitabilmente una
condizione di instabilità politica.50
Numerosi analisti hanno frequentemente provato che, in contrasto al pe­
riodo chruscéviano, il successivo periodo brezneviano è caratterizzato da un
declino del livello di partecipazione politica. È nostra opinione che il livello
attuale di tale partecipazione sembra quanto meno più alto di quello del de­
cennio immediatamente successivo a Stalin, e che ciò che è cambiato riguar­
da l’enfasi, le direzioni, gli umori e le forme di partecipazione, ma non il suo
livello.
I due periodi differiscono enormemente, secondo noi, nella relazione tra
partecipazione ed istituzionalizzazione. Si può suggerire che durante il perio­
do chruscéviano i livelli di partecipazione ed istituzionalizzazione non proce­
devano di pari passo ed anzi si muovevano in direzioni opposte. Chruscèv,
nel suo tentativo di scuotere il sistema, finì col destabilizzare le istituzioni
politiche. Si può dire che egli abbia in qualche modo deistituzionalizzato la
politica sovietica nello stesso momento in cui ottenne un parziale successo

192
nell’ai crescere la partecipazione |x>litica |x,|x>lare. Secondo la nostra opinio­
ne, il livello di partecipazione è aumentato anche durante il periodo brezne-
viano, ma lo si è notato di meno in quanto il livello di istituzionalizzazione
della politica sovietica si e accresciuto di pari passo.
Entrambi i periodi presentano l’attitudine, contraria al periodo staliniano,
ad incoraggiare la critica, la rispondenza e l’iniziativa, cioè ad un impegno
positivo verso una maggiore partecipazione. Tuttavia mentre la tendenza
dell’approccio chruscèviano fu quella di mettere sullo stesso piano lo status
politico dei funzionari a tempo pieno con quello àeìi’aktiv che partecipava
alla vita politica, Breznev cerca, con successo, di riconciliare l’allargata parte­
cipazione politica dei non burocrati con una forte spinta all’autonomia poli­
tica e burocratica da parte dell’apparato burocratico amministrativo. (Come
afferma in modo appropriato George Breslauer, l’approccio chruscèviano alla
formazione dei processi di autorità, di partecipazione, di esecuzione può esse­
re definito di tipo «organizzativo», «populistico» e «di confronto» e quello
di Breznev può essere definito come «finanziario», «amministrativo-raziona-
le» e «corporativo»).”
Se, come abbiamo notato prima, la partecipazione allargata produce spes­
so il pericolo di destabilizzazione, un certo grado di apatia politica nella so­
cietà, un elemento di apoliticità non è indesiderato dal punto di vista del siste­
ma, come Huntington ha suggerito. Esso costituisce, dopo tutto, un elemen­
to di stabilità, una valvola di sicurezza, ed è esattamente ciò che sta accaden­
do nella società sovietica. Per quanto contraddittorio possa sembrare, la par­
tecipazione allargata dell’era brezneviana procede di pari passo con la conser­
vazione di uno dei tratti più caratteristici dei maggiori gruppi sociali sovieti­
ci — il loro alto grado di apoliticità.
Per meglio comprendere tale apoliticità, è necessario fare una distinzione
tra «alta politica» e «bassa politica». La prima comprende i principali proble­
mi politici della società, le idee ed il linguaggio astratto della politica, le de­
cisioni e le azioni della leadership. La seconda investe le decisioni che tocca­
no in modo diretto la vita quotidiana dei cittadini, le questioni comuni e le
condizioni del luogo di lavoro.
Il cittadino sovietico medio è apolitico, indifferente ed apatico nei con­
fronti dell’«alta politica». Essendo privo di curiosità e di interesse, egli soffre
i suoi incontri ordinari con l’«alta politica», inevitabili nel tipo di vita sovie­
tico, ma non ne rimane toccato. La lingua russa è piena di detti che esprimo­
no questa attitudine: per esempio, «Il capo sa tutto» («Nacal’stvo luese
znaet») oppure «Non sono affari miei» («Moja chata s kraju»).32 La persona
media considera la politica un modo di vita separato, una professione per la
quale si è istruiti e remunerati. Egli abitualmente considera i dissidenti che
rischiano la loro vita e la loro carriera per l’«alta politica» come degli anor-

193
inali o ilei deviati, o semplicemente ilei fomentatoli ili guai. In nessun’altra
sfera questa attitudine verso l’alta politica è maggiormente prevalente che
tra i giovani, così spesso il più politicamente instabile di tutti i gruppi, ma
che in Unione Sovietica, secondo i più competenti osservatori, orientano le
loro vite in direzione di carriere promettenti, e del benessere.” Ex cittadini
sovietici ricordano della loro esperienza come membri del komsomol che
l’organizzazione era, dal punto di vista dell’«alta politica», assolutamente di
carattere non politico.
Per contrasto, la «bassa politica» coinvolge regolarmente una proporzione
molto alta di cittadini sovietici. Come avremo modo di riaffermare successi­
vamente nel corso della nostra discussione sulla legittimità, la «bassa politi­
ca» costituisce la vera sostanza del sistema sovietico di partecipazione politi­
ca. Accade molto raramente, nelle condizioni sovietiche, che le dimensioni
«alta» e «bassa» della politica si intersechino. Quando ciò accade, è una que­
stione di effetti oggettivi che la «bassa politica» di massa produce sulla «alta
politica», e non una conseguenza di azioni coscienti da parte dei cittadini. Con
tutta probabilità, soltanto un grande shock o una crisi prolungata potrebbero
provocare simili azioni.
Tale forma di apatia politica, mentre costituisce ovviamente un importan­
te elemento di stabilità politica dell’era brezneviana, è ugualmente o forse
anche maggiormente significativa in quanto fattore di stabilità per quel che
concerne il fatto di favorire l’incremento della istituzionalizzazione della po­
litica sovietica. Tale aumento si manifesta in una quantità di modi: nel mo­
dellamento e nella stabilità delle organizzazioni politiche attive, nella sperso­
nalizzazione della politica sovietica rispetto al periodo chruscèviano, nello
stabilirsi di procedure di ampio respiro nei processi decisionali e nella sua
adesione ad essi e così via. Tuttavia il fattore fondamentale ed in gran misu­
ra nuovo di questo processo di istituzionalizzazione è la accresciuta profes­
sionalità di tutti gli aspetti della politica e della amministrazione sovietica.
Qnque di questi possono venire menzionati.
La prima cosa da notare è l’enorme espansione di professioni verificatasi
in Unione Sovietica. Lo sviluppo del sistema educativo sovietico ha prodotto
negli ultimi venticinque anni un balzo qualitativo e quantitativo nella strut­
tura professionale della società. La crescita dell’istruzione professionale ha
raggiunto gli impressionanti risultati indicati nella tavola 8, ed i professioni­
sti costituiscono oggi un importante segmento della società, ed in particolare
degli strati superiori, dominati dalle scienze tecniche (tavola 9).
Oggi i professionisti hanno raggiunto un numero critico in Unione So­
vietica, nel senso che il loro peso è a un punto in cui le loro capacità e le lo­
ro attitudini prevalenti esercitano una considerevole influenza sull’intera
struttura amministrativa/ L’era del dilettante politico che domina su una so-

194
I AVOLA H. QUADRI l’R( )l Ii.S.SK )N Al l Nlil.l.TX .< )N< >MI A NAZIONALI-, 1965 -7 7 (X |<XX))

Quadri 1965 1970 1977

Totale degli specialisti dotati di istruzione supcriore


e media speciale impiegati nclPcconomia nazionale 12.066 16.841 25.178
rotale degli specialisti dotati di istruzione superiore
impiegati ncll’cconomia nazionale 4.891 6.853 10.537
Di questi:
I ngegneri 1.631 2.486 4.193
Agronomi e veterinari 303 408 562
Economisti 301 493 903
Avvocati 85 106 161
Fisici 501 603 831
Specialisti dotati di istruzione superiore
e media speciale come percentuale della
forza lavoro totale (157) (18,7) (23,7)
Specialisti dotati di istruzione superiore
come percentuale degli impiegati (23,3) (26,4) (33,1)

Fonte-, dati calcolati da Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1911 g-, Statistika, Mosca 1978, pp. 380-81,
392-93.

TAVOLA 9. DISTRIBUZIONE E CRESCITA DEI QUADRI SCIENTIFICI PER SETTORI

Settore Distribuzione dei Crescita dei


quadri scientifici quadri scientifici
per settori, 1974(%) 1974 (1960=100)

Fisica, matematica, chimica,


biologia, geologia 20,6 297
Tecnica applicata 46,8 422
Agricoltura 3,6 197
Storia e filosofia 3,7 221
Economia 6,8 243
Medicina 5,0 183

Fonte-. I.S. Puckov e G.A. Popov, Social’no-demografiZeskaja charakteristika nautnich kadrov, Stati­
stika, Mosca 1976, p. 28.

cietà rozza ed in via di sviluppo e su una struttura amministrativa autodidat­


ta e semiprofessionale è finita.
Dal punto di vista qualitativo, ciò che va maggiormente notato per quan­
to concerne i nuovi strati professionali è o la proliferazione di associazioni
professionali nelle quali questi sono organizzati, o l’immissione di nuova lin­
fa nelle associazioni già esistenti. Da un precedente stato di virtuale assopi­
mento e da un ruolo puramente marginale, queste associazioni sono diventa­
te sotto Breznev molto attive, ed occupano un posto rilevante nella vita dei
loro membri. Un aspetto importante della loro attività è costituito dall’orga­
nizzazione di grandi dibattiti su temi di carattere professionale, i quali sono
caratterizzati da una partecipazione ampia ed attiva, dalla loro natura tecnica

195
Numero di pagine di tutte le
Tipi di Numero delle edizioni Grcolazionc annua ( X 1000) pubblicazioni (1960=100)
riviste ed altri
periodici 1950 I960 1970 1975 1950 I960 1970 1975 1950 I960 1970 19"75

Scienza 222 525 895 974 4333 12.100 100.951 125.310 28 100 946 1.056
Tecnologia 250 1034 1916 2184 11.671 152.660 335.504 434.389 9 100 352 388
Agricoltura 128 378 510 548 7099 24.594 54.353 64.643 22 100 224 256
Commercio 15 27 71 82 1859 4452 17.182 19.876 20 100 367 46'
Medicina 103 285 362 340 2513 21.801 170.093 178.662 9 100 629 659
Cultura ed
educazione 122 180 202 256 6757 34.013 90.897 105.945 15 100 300 348

Fonte', dati calcolati da Narodnoe obrazovante, nauka ì kul’tura v SSSR, Statistika, Mosca 1977, pp. 416-17. Secondo un’altra fonte, nel 1976 sono ap­
parsi in URSS 3.142 riviste e periodici che si rivolgono ad un pubblico specialistico con un totale di 30.838 numeri pubblicati. I periodici di carattere
generale, invece, furono nello stesso periodo 661, con un totale di 8947 numeri pubblicati (dati calcolati da Pefat’ SSSR v 1976 godu, Statistika, Mo­
sca 1977, p. 75).
r doh ideologica, e dalle divergenze eli opinione che si verificano nel corso
del loro svolgimento. È come se questi professionisti fossero impegnati in
un continuo dialogo su questioni centrali concernenti la loro vita professio­
nale."
Un ruolo essenziale in tutta questa attività è svolto dai giornali specializ­
zati dei quali l’aumento del numero e delle dimensioni delle pubblicazioni
singole e di edizioni è sorprendente. Per ripetere l’osservazione di Lenin sul
ruolo della stampa di partito, è la stampa specialistica che produce la scintil­
la che nutre la fiamma del professionismo. Dai questionari compilati dai let­
tori in Unione Sovietica, sappiamo che questi tipi di riviste, giornali e bol­
lettini costituiscono il centro degli interessi di lettura e la principale fonte di
informazione per i professionisti sovietici.36
In secondo luogo, per la prima volta nella storia postbellica sovietica, il
ruolo del professionista esterno ha acquisito nell’era brezneviana un’impor­
tanza crescente nell’ambito dei processi decisionali.37 Il salto rispetto al pas­
sato qui è maggiormente visibile nelle professioni «collaterali» delle scienze
sociali, ma esso è altrettanto evidente in economia, nelle scienze manageriali,
nelle scienze delle comunicazioni e della informatica e di elaborazione dei
dati e, naturalmente, nel campo della tecnologia applicata. Il campo dell’eco­
nomia ad esempio si è espanso in modo radicale, ed ha spostato il suo centro
di interesse dall’economia politica e da una funzione pronunciatamente pro­
pagandistica verso la macro e micro economia di stampo puramente tecnico,
ed alla sua funzione primaria. La sociologia e le scienze politiche sono state
virtualmente ricreate e penetrano ora in aree fino a poco tempo fa tabù: per
esempio, lo studio dell’opinione pubblica e dei suoi comportamenti.
Particolare più importante, i professionisti di tutti i rami che non fanno
parte della pubblica amministrazione assolvono come mai in passato la fun­
zione di consulenti ed esperti nella formulazione degli obiettivi e soprattutto
delle strategie politiche in tutte le aree e sfere. Qò concerne non solo le au-

TAVOLA 11. CRESCITA DEI QUADRI SCIENTIFICI IN UNIONE SOVIETICA

Voce 1950 1960 1970 1974 1977

Istituzioni scientifiche 3.447 4.196 5.182 5.275 —


Di questi, istituti di ricerca
e loro settori 1.157 1.728 2.525 2.778 —
Numero di «operatori scientifici»
(1960=100) 45,8 100 261,9 330,2 361,2

Fonti'. Narodnoe chozjajstvo SSSR v I960 g., Statistika, Mosca 1961, p. 784; Narodnoe chozjajstvo SS­
SR v 1974 g., Statistika, Mosca 1975, p. 144; Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1977 g., Statistika, Mo­
sca 1978, p. 93; Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1972 g., Statistika, Mosca 1973, p. 129; S55K v cifrach
v 1974 g., Statistika, Mosca 1975, p. 71.

197
torità centrali, ma anche le amministrazioni locali. I professionisti esterni
svolgono il loro ruolo attraverso la partecipazione diretta nei corpi decisiona­
li, cariche consultive nell’ambito di organizzazioni esecutive, preparazione di
relazioni di base, partecipazione ai consigli consultivi permanenti e specifici,
e così via.’8 Una manifestazione visibile del loro accresciuto ruolo è il grande
espandersi di gruppi che conducono ricerche applicate in tutti i rami della
scienza.
In terzo luogo, l’era brezneviana ha mostrato una espansione qualitativa
della professionalità nelle aree direttive ed amministrative. L’amministrazio­
ne sovietica assegna un ruolo decisamente più importante all’istruzione ed
alle qualifiche manageriali nel processo di reclutamento. Il sistema di pro­
mozione tiene in un conto molto maggiore di quanto non avvenisse prima
l’importanza delle qualifiche formali del candidato, la sua esperienza speciali­
stica ed in particolare la sua funzione nell’organizzazione nella quale viene
promosso. Si è verificato un significativo declino nella mobilità orizzontale
all’interno dell’amministrazione sovietica, che favorisce i caratteri politici e
quelli personali non professionistici in genere. Mi vengono in mente soltan­
to pochi esempi in cui individui promossi alla carica di ministri e vice mini­
stri del governo centrale, e in misura maggiore dei governi a livello di re­
pubblica, non provengono dall’ambito stesso dell’organizzazione in questio­
ne, o da un posto direttamente inferiore a quello a cui sono stati promossi.
Tale processo serve ovviamente ad aumentare l’attaccamento degli individui
alle proprie organizzazioni ed a rafforzare il loro senso di distinzione e di
identità istituzionale.
Perfino la terminologia usata nei mezzi di comunicazione e nella lettera­
tura sovietica sull’amministrazione attesta una promozione del ruolo del ma­
nagement professionale. Viene posta in rilievo la differenza tra rukovodstvo e
upravlenìe, direzione e gestione, essendo la prima una specie di arte che pone
l’accento sulle caratteristiche personali, e la seconda una scienza impersona­
le.’9 Passi più diretti in direzione di una promozione del ruolo amministrati­
vo includono il rafforzamento delle prerogative manageriali di una sola per­
sona al massimo livello nelle imprese, e l’abolizione in centinaia di imprese
chiave del cane da guardia del Comitato centrale, il partorg, che condivideva
le principali prerogative e responsabilità manageriali. In aggiunta, sul mo­
dello della scuola superiore di partito, è stata creata con gran clamore e gran­
de spesa la scuola superiore manageriale, per preparare i quadri al massimo
livello di qualificazione professionale in tutte le sfere dell’amministrazione.
Numerosi corsi speciali appositamente creati, seminari permanenti e labora­
tori per manager a livello superiore hanno svolto la funzione di innalzare le
qualifiche e di sviluppare l’etica e le abitudini manageriali degli amministra­
tori operanti a tutti i livelli.

198
In quarto luogo, l’intero prtxcsso di professionalizzazione nell’ambito del­
la amministrazione sovietica sta anche avendo luogo in quella sua parte che
si occupa dell’amministrazione politica vera e propria: l’apparato di partito. I
criteri di reclutamento e promozione nell’ambito dell’apparato di partito ri­
calcano sempre più quelli delle amministrazioni generali o specializzate.
Non solo la qualifica professionale, l’istruzione (tavola 12) e l’esperienza
manageriale giocano un ruolo sempre più importante nella scelta di nuovi
quadri, ma anche la promozione a posizioni di grande influenza è tesa ad ele­
vare al massimo grado l’elemento professionale.
Una stragrande maggioranza di coloro che sono stati promossi durante il
periodo brezneviano a posizioni di segretari e primi segretari a livello di ob-
kom avevano dapprima fatto un lungo tirocinio nella stessa regione ed erano
avanzati in modo graduale e regolare all’interno della organizzazione che era­
no poi stati nominati a dirigere. La mobilità orizzontale ed i trasferimenti so­
no diminuiti in modo notevole, inoltre l’avanzamento di questi segretari ha
dato più spesso vita ad una tendenza per cui la frequenza di passaggi tra qua­
dri e dirigenti è aumentata. Più tipicamente, la promozione a dirigente, in­
cluse le posizioni prettamente politiche di primo e secondo segretario, awe-

TAVOLA 12. ISTRUZIONE DEI SEGRETARI DI PARTITO AI VARI LIVELLI3

Carica Istruzione Istruzione


superiore (%) media (%)

Segretari di contee, città, okrug


1947 12,7 33,4
1957 28,1 15,3
1967 91,1 2,6
1977 99,3 0,1

Segretari di province, kraj, repubbliche


1947 41,3 29,4
1957 86,8 5,6
1967 97,6 1,0
1977 99,5 0,4

3 II problema di queste cifre è che la categoria «istruzione superiore» comprende anche la Scuo­
la superiore di partito e l’Accademia di scienze sociali. La mia stima personale è che riguardo al­
l’istruzione superiore vera e propria la cifra per i livelli di contea e di città è vicina al 75%, e per
le province e repubbliche, all’85%. La cifra ufficiale più significativa è che più del 70% dei se­
gretari a livello di provincia e repubblica, ed il 60% di quelli a livello di contea e di città erano
professionisti specialisti nell’economia nazionale. Tra l’altro, le cifre riguardanti i quadri dirigen­
ti dei comitati esecutivi dei soviet sono molto simili (per i dati, cfr. «Partijnaja zizn’», n° 21, no­
vembre 1977, p. 40, e Spravotnik partijnogo rabotnika, 1977, Gospolitizdat, Mosca 1977, pp. 463,
469-70). Un’altra cifra degna di nota proviene dallo studio dell’apparato di partito di 27 città e
contee, secondo il quale più del 90% degli apparatfiki lavorarono nei loro campi di specializza­
zione direttamente nell’economia nazionale per almeno quattro anni ( Voprosy raboty KPSS s ka-
drami na sovremennom etape, Mysl’, Mosca 1976, p. 159).

199
niva dopo aver prestato servizio nei quadri in ambiti che vengono considera­
ti centrali sotto il profilo delle singole unità geografiche.
L’istruzione nelle scuole di partito superiori e regionali non serve più co­
me sostitutivo per una istruzione e una carica di tipo puramente professiona­
le.40 Da canale principale di reclutamento e promozione, tali scuole sono di­
ventate una via di mobilità sociale per quei quadri secondari di partito che
non sono riusciti ad entrare nei normali istituti di istruzione superiore o per
coloro che hanno cominciato tardi ed ottenuto un titolo professionale soltan­
to alla metà della loro carriera.41 Se il declino del ruolo di queste scuole di
partito è stato notato frequentemente, è stata altresì rilevata una loro accre­
sciuta professionalizzazione. È mia precisa opinione che il curriculum, lo sti­
le e la sostanza dell’istruzione impartita alla Scuola superiore di partito (VP$)
ed alla Accademia delle scienze sociali (aon) annesse al Comitato centrale si
siano spostati nell’era brezneviana in direzione di materie più pratiche e
«scientifiche» e meno dottrinarie ed ideologiche nel senso più stretto della
parola.42 L’evidenza di ciò è principalmente indiretta, ed appare dalle recenti
pubblicazioni della VP§ e della AON che sono composte per la maggior parte
dalla facoltà e dagli studenti laureati in questi istituti. I temi e la sostanza di
questi scritti mostrano un interesse minore per la storia del partito e per te­
mi ideologici astratti, ed una maggiore attenzione a specifici campi di stu­
dio, «gestione scientifica», compiti pratici del partito e cose simili.
È possibile rilevare la mutata direzione dell’attività dell’apparato di parti­
to anche per quanto riguarda il suo aspetto più ideologico: la propaganda. In
passato propaganda «scientifica» significava semplicemente propaganda del
marxismo-leninismo; oggi essa sottintende più spesso una propaganda con­
dotta in modo «scientifico» e propaganda della organizzazione «scientifica»
del lavoro. Si fanno inoltre continui sforzi per «rendere scientifico» il lavoro
organizzativo di partito stesso e stabilire per esso standard e procedure og-
gettivate e moderne che possano venir controllati «in modo oggettivo» e
condotti «scientificamente» ed in maniera efficiente. Sebbene certe volte pa­
tetici, questi tentativi sono sintomatici dell’umore prevalente dell’apparato
di partito.45
L’apparato di partito costituisce la burocrazia politica dell’Unione Sovieti­
ca, ma va definendo sempre più il proprio ruolo politico chiave in quanto
centro di direzione e coordinamento di tutte le sfere. In tal modo, mostra
una attenzione maggiore come mai in passato alla propria professionalità nel
campo del management.
In quinto luogo, il più vasto retaggio e sostegno alla evoluzione della pro­
fessionalità nella società sovietica viene fornito dai teorici e dalle teorie di
due nuovi concetti della ideologia sovietica: la «rivoluzione scientifico-tecno­
logica» (ntr) e la «gestione scientifica della società» (NUO). Va oltre lo sco-

200
p<> di questo lavoro il discutere in dettaglio questi due concetti ed il loro cre­
scente significato nella vita pratica sovietica. Vogliamo soltanto menzionarli
brevemente nel contesto della nostra discussione sulla professionalità.
I concetti ntr nuo hanno assunto nel periodo brezneviano un posto cen­
trale nella ideologia sovietica. La letteratura loro concernente è già vasta e va
aumentando a ritmo rapidissimo.14 Lungi dall’essere confinati ad un gruppo
ristretto di riviste specializzate ed esoteriche, questi due concetti appaiono
nelle opere popolari, nelle dichiarazioni di partito, nei discorsi dei leader. Il
processo di mutuo adattamento tra questi due concetti e la dottrina marxi­
sta-leninista riguarda tanto la seconda quanto i primi.
La spiegazione dell’ampia e rapida accettazione di queste due teorie è al­
meno in parte radicata nella tradizione e nella ideologia sovietica. I sovietici
hanno sempre posto un accento straordinario sul ruolo guida della tecnolo­
gia nel processo di cambiamento sociale, ed hanno sempre nutrito per essa
un grande culto. Inoltre essi hanno sempre proclamato di possedere la chiave
per una direzione scientifica della società e dei processi sociali grazie alla
adesione alla teoria del «socialismo scientifico» ed hanno sempre guardato
con sospetto allo «spontaneismo». I due concetti rinforzano queste tendenze
«naturali», ma sul processo in corso hanno cominciato ad infondere loro un
nuovo significato.
II vecchio culto della tecnologia si concentrava sui mezzi di produzione,
su oggetti inanimati, mentre le nuove teorie aggiungono a questo il culto
dello scientismo nel determinare e nel dirigere le relazioni socio-economiche
e politiche. Essi proclamano che il modo ottimale e vantaggioso di dirigere
la società non va correlato soltanto alla esistenza della pianificazione e di re­
lazioni sociali di carattere socialista, le quali — si dice — forniscono soltanto
le condizioni propizie per un alto livello di efficienza che però non viene
raggiunto in modo automatico. La realizzazione di tali condizioni richiede
una comprensione, preparazione, ed uno sforzo profondi che presuppongono
l’innalzamento del ruolo della scienza, del management, della tecnologia e
della organizzazione, lo sviluppo di «metodi scientifici» e della professionali­
tà in tutte le sfere della direzione e della amministrazione.
Robbin Laird ha fatto i seguenti commenti sulle funzioni del concetto di
rivoluzione scientifico-tecnologica:

La leadership collettiva ha adoperato il concetto di rts (NTR) come una delle principali mo­
dalità concettuali per orientare la società sovietica verso una condizione di socialismo sviluppa­
to. Internamente la RTS viene percepita come una componente principale nella trasformazione
della base economica della società socialista sviluppata. Dal punto di vista internazionale, le for­
ze della scienza e della tecnologia (che sono di carattere universale) stanno diventando una base
sia di competizione che di collaborazione con il mondo esterno.
Per le élite scientifiche e tecniche il concetto di rts legittimizza il loro desiderio di prendere
parte alla direzione o alla guida della società sovietica nel processo di creazione di una società

201
socialista sviluppata. 11 concetto di Ris aumenta l’importanza sia del ruolo dello scienziato in
quanto partecipe del prexesso politico ed elemento guida nell’applicazione di possibilità tecni­
che, che del ruolo dell’innovatore organizzativo che concretizza le varie scelte tecnologiche.’'

L’era brezneviana ha significato un grande passo in avanti nel processo di


transizione dall’ethos rivoluzionario del leninismo, da quello dittatoriale del­
lo stalinismo, da quello populista chruscéviano, all’ethos professionale-am-
mmistrativo.tó La crescita di professionalità nel processo politico sovietico e
l’istituzionalizzazione della politica e dell’amministrazione sovietica sono po­
sitivamente correlate. L’accresciuta istituzionalizzazione unita alla apatia po­
polare nei confronti dell’«alta politica» e la crescita relativamente moderata
della partecipazione popolare alla «bassa politica» forniscono una delle basi
sulle quali poggia la stabilità sovietica nell’era brezneviana.

Mobilità sociale e politica

Di tutti i processi sociali in corso in Unione Sovietica, ce n’è uno che co­
stituisce la principale valvola di sicurezza contro il malcontento e la base
fondamentale di identificazione dei vari strati sociali con il regime. Questo è
il processo di mobilità sociale in generale e, in modo particolare, il processo
di mobilità politica. Non appare alcuna relazione necessaria tra il grado di
democrazia di un determinato sistema politico e il grado di apertura all’inse­
rimento in posizioni di élite e sotto-élite. Se si misura tale apertura dalla fa­
cilità di accesso da parte dei differenti strati sociali a posizioni di potere poli­
tico ed amministrativo, cioè dal grado di mobilità politica ed amministrativa
infra- ed intergenerazionale, si dovrebbe considerare che una società altamen­
te democratica quale quella inglese possiede un sistema alquanto chiuso e
non democratico di reclutamento, e che per contrasto una società altamente
autoritaria quale l’Unione Sovietica mostri il più aperto e democratico siste­
ma di reclutamento di tutte le società sviluppate.
La società sovietica mostra delle grandi ineguaglianze di classe, di status e
di potere. L’ideale egualitario bolscevico rivoluzionario appare più lontano
oggi di quanto non lo fosse nel primo decennio post-rivoluzionario. Tali ine­
guaglianze rimangono fermamente presenti nel tessuto sociale sovietico no­
nostante l’apprezzabile aumento dello standard di vita ed il miglioramento
del livello di partecipazione politica durante il periodo post-staliniano e so­
prattutto durante quello brezneviano.47 Tali ineguaglianze però non devono
distrarre l’attenzione dall’alto grado di mobilità politica all’interno della so­
cietà, dalla misura in cui cioè il sistema di élite è aperto, accessibile al reclu­
tamento degli strati inferiori della società.48
L’originaria élite bolscevica proveniva dall’intelligencija o dalla classe me­

202
dia. A partire dagli anni Trenta e particolarmente dalla Grande Purga fino
ad oggi, però, la preponderante maggioranza della leadership nazionale so­
vietica, così come dei funzionari dirigenti delle varie burocrazie, è di origine
operaia. Ciò è specialmente vero per quanto riguarda i funzionari a tutti i li­
velli della burocrazia più potente ed esclusiva, l’apparato di partito, come il­
lustrato nella tavola 13. Sotto tale aspetto, il presente ed il passato si diffe­
renziano nel tipo di mobilità che ha condotto individui di origine operaia al­
l’interno delle élite. In passato si trattava in parte di una mobilità inter-gene-
razionale, ma in larga misura anche di tipo infra-generazionale; oggi essa è
principalmente ed in modo predominante una mobilità di tipo inter-genera-
zionale.
Per dirla in altro modo, le persone che entrarono a far parte delle élite alla
fine degli anni Trenta, negli anni Quaranta o perfino negli anni Cinquanta,
erano molto spesso non solo di origine operaia, ma avevano realmente svolto
un ruolo manuale durante la loro giovinezza. Coloro che sono entrati a far
parte delle élite in tempi più recenti, possono ancora derivare nella loro
maggioranza da origini operaie, ma la loro posizione sociale prima che essi
entrassero nel mondo politico era molto meno di frequente quella di operaio
o contadino.49 Il declino della mobilità di tipo infra-generazionale riflette i
cambiamenti che hanno avuto luogo nel modello di vita tipico di una gio­
ventù operaia volubile dal punto di vista dell’istruzione nella Russia degli
ultimi decenni, specialmente con l’avvento dell’istruzione media di massa.
Il grado di accesso alle élite e sotto-élite politiche ed amministrative so­
vietiche risulta in parte da scelte deliberate ed in parte dal funzionamento di

TAVOLA 13. ORIGINI SOCIALI DEI QUADRI DIRIGENTI SOVIETICI, 1956-66

Quadri No. % di origine


operaia e contadina

Capi supremi di partito e di stato (Politbjuro,


Segreteria, Presidium del Consiglio dei ministri,
Presidium del Soviet supremo) 67 87
Apparato del Comitato centrale 48 73
Consiglio dei ministri 107 76
Capi di stato e di partito a livello di provincia
e di repubblica 276 82
Principali manager economici 185 72
Principali comandanti militari 65 74

Fonte: dati calcolati sulla base dell’archivio personale dell’autore. Le due maggiori fonti di dati
ufficiali sulle origini sociali degli alti funzionari sovietici — Deputaty Verchovnogo Soveta SSSR,
Pjatoj sozyv, Izd. Izvestija, Mosca 1958 e Deputaty Verchovnogo Soveta SSSR, Sestoj sozyv, Izd. Izve-
stija, Mosca 1962 — forniscono il seguente quadro: dei 581 funzionari menzionati in queste fon­
ti, sono disponibili i dati concernenti le origini sociali di 364 persone (62,6%). Di questi, 344
(94,5 % ) vengono classificati di origine operaia e contadina.

203
protessi sociali spontanei. Prima di tutto esso può avere luogo solo in una
atmosfera ideologica che incoraggi l’avanzamento di individui di origine
operaia nelle élite e sotto-élite. L’ideologia ufficiale sovietica, con il suo cul­
to simbolico delle classi operaie, crea un ambiente propizio che sostiene le
aspirazioni di individui di estrazione operaia ad entrare a far parte delle élite
e condizioni idonee per la loro competizione con individui di origini sociali
diverse.
In secondo luogo, l’origine principalmente operaia delle élite sovietiche
viene ampiamente pubblicizzata in Unione Sovietica proprio perché risulta
attraente dal punto di vista ideologico ai dirigenti e perché conferma l’affer­
mazione che l’autorità sovietica deriva dal popolo. Anche questo incoraggia
l’avanzamento di individui di estrazione operaia all’interno delle élite. Studi
compiuti sulla mobilità nei paesi occidentali hanno rinforzato l’assioma che
la gente, come regola, compie degli sforzi principalmente per ottenere qual­
cosa che considera alla sua portata ed evita ciò che considera, a torto o a ra­
gione, irraggiungibile.50
In terzo luogo, il mezzo più semplice per reclutare individui di origine
non operaia nelle élite sarebbe ovviamente quello di cooptare membri stessi
delle famiglie di coloro che appartengono alle élite o sotto-élite. Tale coop­
tazione però viene ufficialmente e strenuamente scoraggiata a tutti i livelli
della scala amministrativa. La scelta del partito era e rimane ad esso contraria
per paura di riempire le burocrazie funzionali e le regioni geografiche di
combriccole familiari le cui fedeltà di carattere personale creerebbero un
ostacolo alla penetrazione e supervisione della autorità superiore e darebbero
luogo ad una dispersione di potere dal centro. La politica di partito incorag­
gia vigorosamente il reclutamento nelle élite e sotto-élite nell’ambito delle
famiglie dei membri di partito, ma lo scoraggia nell’ambito delle famiglie di
membri delle élite.
In quarto luogo, la principale precondizione per il reclutamento nelle éli­
te e sotto-élite è il possesso di una formazione culturale, e l’istruzione costi­
tuisce il principale canale d’ingresso. Come molti studi hanno dimostrato, il
processo di istruzione superiore in Unione Sovietica favorisce i gruppi di ori­
gine non operaia, nonostante gli sforzi ufficiali in senso contrario. E possibi­
le scoprire l’elemento discriminatorio di classe nel sistema d’istruzione supe­
riore sovietico, però, soltanto quando si esamini la presenza relativa di grup­
pi delle differenti classi nel corpo studentesco e soprattutto i laureati nei vari
istituti di istruzione superiore. Ma se guardiamo al reclutamento di membri
della classe operaia nelle élite, il gruppo in assoluto di laureati d’origine ope­
raia è così ampio da rendere irrilevante la rappresentanza relativa di classe tra
i laureati.
Punto quinto e ultimo, un fattore cruciale per l’avanzamento di individui

204
di estrazione o|x*raia nelle élite e sotto-élite é da un lato l’attrattiva esercitata
da questo tipo di carriera su tali persone, e dall’altro la pronunciata riluttan­
za di individui di origine professionale o provenienti dalla «classe superiore»
(con la notevole eccezione dell’élite militare) a seguire una strada che li con­
durrebbe direttamente a tale carriera. Qò risulta vero specialmente per quan­
to concerne l’élite politica nel senso stretto della parola, l’apparato di parti­
to.1' Se così non fosse, ci si dovrebbero attendere maggiori ostacoli all’avan­
zamento di individui di estrazione operaia.
È impressionante la misura in cui i figli di famiglie appartenenti ai quadri
professionali e specialmente alle élite siano poco propensi a scegliere la car­
riera politica. Si possono addurre una quantità di ragioni per tale riluttanza,
in aggiunta all’opera di scoraggiamento ufficiale precedentemente menziona­
ta. Nel caso di persone facenti parte di famiglie di professionisti, l’attrattiva
della professione dei propri genitori, siano essi dottori, ingegneri o scienzia­
ti, può risultare di importanza decisiva. Nel caso di individui appartenenti a
famiglie delle élite o sotto-élite, può rivelarsi cruciale l’esempio negativo del­
le carriere dei loro genitori, unito alla relativa facilità con la quale essi avan­
zano nelle professioni «libere» o nelle arti o in diplomazia, grazie all’aiuto
familiare.
I genitori da parte loro desiderano che i loro figli abbiano un futuro «mi­
gliore» di una carriera politica o amministrativa di cui conoscono molto be­
ne trappole e difficoltà. Essi considerano un privilegio della propria carica sa­
per guidare i propri figli lungo sentieri differenti, attraenti, di status elevato.
I figli da parte loro hanno l’opportunità di rilevare il tedio, l’insicurezza ed il
lavoro estremamente duro propri delle carriere dei genitori. Mentre danno
per scontati e considerano perfino come ereditari i privilegi dello status, ven­
gono allo stesso tempo attirati verso altre elevate carriere.52
In contrasto a ciò, gli ambiziosi individui di origine operaia sostengono
una dura competizione con i figli meglio preparati e appoggiati delle fami­
glie di professionisti e delle élite nell’intraprendere carriere di status elevato,
di carattere non politico e non amministrativo. Inoltre essi forse idealizzano
la realtà delle carriere politiche ed amministrative, mentre desiderano i bene­
fici materiali ed il potere che accompagnano lo status proprio delle élite po­
litiche.
Quali che siano i motivi per tale modello di reclutamento, comunque,
l’alto livello di mobilità intergenerazionale di individui di estrazione operaia
nelle élite politiche e amministrative comporta delle conseguenze altamente
significative per il sistema. Per le classi operaie l’alto livello di mobilità so­
ciale in generale e di mobilità all’interno delle élite in particolare fornisce
uno dei più tangibili e visibili motivi di interesse alla preservazione del sistema.
Esistono probabilmente pochi casi in Unione Sovietica in cui una fami­

205
glia o un esteso nucleo familiare non abbia nessun membro che possa identi­
ficarsi con un gruppo dirigente, sia un ufficiale delle forze armate o della po­
lizia, un dirigente di impresa, un funzionario di partito o di un ministero.
Esistono probabilmente poche famiglie di estrazione operaia in cui i genitori
non abbiano delle aspirazioni per la futura carriera dei propri figli con delle
ragionevoli probabilità di successo. I sovietici hanno da lungo tempo fornito
opportunità di avanzamento per le classi operaie, circostanza che influenzava
almeno in parte una positiva identificazione col regime e smussava in modo
significativo ogni sentimento di opposizione.
Esiste ancora un altro importante senso in cui la mobilità verso l’alto e
l’origine principalmente operaia della leadership e delle élite agiscono sulla
legittimità del regime. Molto prima della rivoluzione e fino ai giorni nostri,
la società ha mostrato una forte sindrome del «noi» in contrasto a «loro». Di
solito differenziamo «noi», la gente semplice e «normale» da «loro», i deten­
tori del potere a tutti i livelli, il nacal’stvo. Tuttavia la realtà e la veridicità di
tale divisione può nascondere un fenomeno non meno reale e, per quanto
concerne la stabilità, anche più significativo; questo è il senso di comunione
culturale tra «noi» e «loro», dove il «noi» rappresenta le classi operaie. Dopo
tutto, entrambi provengono dallo stesso tessuto sociale, condividono le stes­
se storie di vita, si rassomigliano culturalmente in misura impressionante co­
me testimonia il loro sentimentalismo, l’insito nazionalismo, il manierismo,
le preferenze artistiche e letterarie, il linguaggio e tutto il resto. Il mondo
dei privilegi può separare «noi» e «loro» nell’ambito della società, ma le ori­
gini e la cultura li uniscono. È in questo senso che bisognerebbe intendere
l’osservazione di uno scrittore russo che ebbe a dirmi: «Il nostro potere è ge­
nuinamente popolare» («U nas nastajascaja narodnaja vlast»),
A questo punto la discussione si è incentrata su un certo numero di pro­
cessi che costituiscono la base della stabilità del regime sovietico nell’era
brezneviana. L’argomento può essere ulteriormente sviluppato in due dire­
zioni. Per prima cosa propongo di analizzare la questione della legittimità
del sistema sovietico, un ingrediente centrale per la nostra comprensione del­
la natura e del meccanismo della sua stabilità. Quindi mi ripropongo di di­
mostrare alcune delle mie affermazioni concernenti la stabilità attraverso lo
studio dettagliato del più serio pericolo interno a lunga scadenza per la stabi­
lità sovietica al momento attuale, il problema delle nazionalità.

NOTE

1 II caso dell’emigrazione ebrea costituisce una reale eccezione e, a causa delle sue circostanze, va
trattato separatamente. La chiave di interpretazione è qui data dall’antisemitismo del popolo sovieti­
co che rende possibile la mobilitazione popolare contro gli ebrei che vogliono emigrare, e previene il

206
mnugio di un flusso di cmigiri/i<me ad aldi gruppi nazionali omogenei, loiuentiati e stabili.
2 Samuel P Huntington, Pohtual Order tn (banging Soc tetta, Yale University Press, New Haven,
( onn. 1968, p. 1
5 Micacl J. Crozier, Samuel P. Huntington c Jop Watanuki, The Crisis of Democracy, New York
University Press, New York 1975.
4 Trovo la definizione c l’analisi del concetto di mobilitazione più fruttuosamente sviluppato in
Amitai Etzioni nel suo The Active Society, capp. 13 c 15, in cui si riferisce al processo attraverso il qua­
le una unità di controllo sviluppa in maniera più significativa che in passato la propria azione di con­
trollo delle risorse. Da questo punto di vista quello sovietico è ancora un regime con una enorme ca­
pacità ed attività di mobilitazione. Ciò che è diverso dal passato è, in primo luogo, che tale mobilita­
zione è diretta principalmente a creare nuove risorse più che ad ammassare risorse già esistenti, e in
secondo luogo che la sua attività di mobilitazione non è principalmente diretta a trasformare la socie­
tà, ma piuttosto a preservare la sua struttura attuale.
5 Samuel P. Huntington, Remarkes on the Meanings of Stability in the Modem Era, in S. Bialer e S.
Sluzar, a cura di, «Radicalism in Contemporary Age, 3: Strategies and Impact of Contemporary Radi­
calism», Westview Press, Boulder, Colo. 1977, p. 277. Il termine «estrinseco» è qui usato per denota­
re i pericoli che provengono dall’esterno dello stesso sistema politico.
6 In qualsiasi tipo di società la polizia si basa su informatori che vivono negli stessi ambienti del
crimine o alle loro periferie, come un ampio, forse il principale strumento di scoperta e prevenzione
del crimine. Ciò che è diverso in Unione Sovietica è che la società nel suo complesso viene trattata
dalla polizia come un «circolo criminale», e coperta da una rete di informatori nelle fabbriche, nelle
fattorie collettive, tra i giornalisti, gli scrittori ecc. Soltanto il reclutamento di membri di partito qua­
li informatori richiede l’approvazione di autorità non di polizia.
7 La nostra conoscenza della censura sovietica è abbastanza limitata. Ne abbiamo però avuta una
visione indiretta, grazie alla pubblicazione di una serie unica, originale ed autentica di documenti tra­
fugati in occidente dalla Polonia, da Tomasz Strzyzewski. Leggendoli, bisogna ricordare che tali re­
strizioni alla libertà di informazione provengono da un paese in cui la censura, rispetto a quella so­
vietica, può sembrare molto moderata (cfr. Czama Ksiega Cenzury PRL, Anex, London 1977). Una
traduzione parziale in inglese di questo libro è contenuta in «Officiai Censorship in the Polish Peo­
ple’s Republic», North American Study Center for Polish Affairs, Ann Arbor, Mich., aprile 1978.
8 Citato da Hedrick Smith, The Russians, Ballantine Books, New York 1976, pp. 332-33; trad. it.
/ russi, Bompiani, Milano 1977, p. 345.
9 Secondo l’economia politica sovietica, la principale legge socioeconomica della società sovietica
descrive il proprio obiettivo come quello di «assicurazione del massimo soddisfacimento delle sempre
crescenti esigenze materiali e culturali di tutta la società mediante l’aumento ininterrotto ed il perfe­
zionamento della produzione socialista sulla base di una tecnica superiore». Ma il principale meccani­
smo della società è fornito dalla legge dello «sviluppo pianificato, proporzionale, equilibrato». Queste
«leggi» vennero «scoperte» da Stalin e vennero mantenute naturalmente immutate dai suoi successo­
ri (I. Stalin, EkonomiZeskie problemy socialismo, v SSSR, Gospolitizdat, Mosca 1952, pp. 45-46; trad. it.
Problemi economici del socialismo in URSS, Ed. Rinascita, Roma 1953, p. 55).
10 Charles E. Lindblom, Politics and Markets, Basic Books, New York 1977, p. 239.
11 La crescita del potenziale industriale sovietico non condusse ad alcun sensibile restringimento
del gap tecnologico rispetto alle società sviluppate occidentali. A tal riguardo, un profondo studio oc­
cidentale afferma: «Nella maggior parte delle tecnologie che abbiamo studiato non appare alcun se­
gno di sostanziale diminuzione del gap tecnologico tra l’Unione Sovietica e l’occidente nei trascorsi
15-20 anni, né agli stadi di applicazione a livello di prototipo e commerciale, né nella diffusione di
tecnologia avanzata. (Ronald Ammann, Julian Cooper e R.W. Davies, a cura di, con l’assistenza di
Hough Jenkins, The Technological Level of Soviet Industry, Yale University Press, New Haven, Conn.
1977, p. 66). Le cause di tale differenza vanno ricercate nella rigidità del sistema amministrativo so­
vietico e degli incentivi in campo economico, scientifico e tecnologico (cfr. Bruce Parrott, Technologi­
cal Progress and Soviet Politics, «Survey», 23, n° 2, primavera 1977-78, pp. 39-60).
12 Henry W. Morton, The Soviet Urban Scene, «Problems of Communism», 26, n° 1, gennaio-feb­
braio 1977, p. 76. Per la situazione degli alloggi in Unione Sovietica, cfr. anche Henry W. Morton,
Who Gets What, When and How? Housing in the Soviet Union, saggio in occasione della riunione an­
nuale dell’American Political Science Association, Washington, D.C., 1-4 settembre 1977; Alfred
John DiMaio, jr., Soviet Urban Housing: Problems and Policies, Praeger, New York, 1974.

207
15 Un altro passo nella stessa direzione fu rmtnxluzionc eli rendite jkt i bambini nelle famiglie
il cui reddito prò capite era inferiore a 50 rubli mensili (cfr. G.A. Garibian, Problemy povylentja urov-
nja inni naselenija v razvitom soaalisttfeskom obffestve, Izd. Ercvanskogo uni versi teta, Erevan 1977, p.
245).
14 Ju.Ja. Cederbaum, lsfislenie i vyplatapensii, Jurizd^t, Mosca 1977, pp. 4-5. Cfr. anche Poiilyelju-
di v naiej strane, Statizdat, Mosca 1977.
15 XXV s’ezd Kommunistrteskoj Partii Sovetskogo Sojuza. Stenograftfeskij otfet, 1, Gospolitizdat, Mo­
sca 1976, p. 73.
16 Arcadius Kahan, Soviet Agricolture: Domestic and Foreign Policy Aspects, in Seweryn Bialer, a cu­
ra di, Domestic Context of Soviet Foreign Policy, Westview Press, Boulder, Colo. 1981, p. xv/9-10.
17 Ibid., p. xv/9.
18 Le differenze nel livello di sviluppo tra le repubbliche sono ancora considerevoli, anche se
vanno restringendosi. La differenziazione nella produzione di reddito nazionale prò capite nell’ultimo
anno di cui sono disponibili le cifre ufficiali (1961) era la seguente: (RSFSR = 100):

Lettonia 123,1 Kazakhstan 71,9


Estonia 112,7 Turkmenistan 62,9
Lituania 89,8 Kirgizistan 60,7
Ucraina 87,6 Uzbekistan 58,7
Armenia 76,0 Tadjikistan 51,5
Belorussia 72,5

Fonte', dati calcolati da Ju.F. Vorob’ev, Vyravnivanie urovnej ekonomileskogo razvitija sojuznicb respublik,
Gospolitizdat, Mosca 1966, p. 192.
19 XXV s’ezd KommunistiZeskoj Partii Sovetskogo Sojuza, 1, 60.
20 Sulla questione delle differenze di salario in Unione Sovietica, cfr. Peter Wiles, Recent Data on
Soviet Income Distribution, «Survey», 21, n° 3, estate 1975, pp. 28-41; Janet G. Chapman, Recent Trends
in the Soviet Industrial Wage Structure, saggio presentato alla Conferenza sui problemi del lavoro indu­
striale in URSS, Kennan Institute for Advanced Russian Studies, Washington, D.C., 27-29 settembre
1977.
21 Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1975 g., Statistika, Mosca 1976, pp. 440-530.
22 Valery Chalidze, How Important is Soviet Dissent?, «Commentary», 63, n° 6, giugno 1977, pp.
57-62.
23 Walter D. Connor, Dissent in a Complex Society: The Soviet Case, «Problems of Communism»,
22, n° 2, marzo-aprile 1973, p. 50.
24 Esistono tre motivi principali per questo stato di cose. In primo luogo anche oggi, nel perio­
do dei più grandi miglioramenti degli standard di vita della storia sovietica, il consumismo ed i beni
di consumo non sono al primo posto nella lista delle priorità delle autorità. Gli oneri della militariz­
zazione, gli obiettivi di sviluppo dell’industria pesante, il peso del sostegno all’Europa orientale e gli
obiettivi generali di politica estera — in breve, il fardello sostenuto da un paese che aspira ad essere
una potenza globale senza avere una adeguata base economica — incidono pesantemente sulla econo­
mia ed impediscono un più pieno soddisfacimento delle domande di consumo. Tranne che in tempo
di guerra, nessun paese con una simile capacità produttiva pro capite ha fallito in modo così comple­
to nel soddisfare i desideri dei consumatori espressi nei loro tentativi di spendere reddito.
In secondo luogo, tutti gli altri paesi industriali hanno raggiunto lo stadio del consumo di massa
in modo evoluzionistico e, per la maggior parte dei casi, equilibrato. Il loro processo di sviluppo del
consumo procedeva parallelamente al progresso della loro capacità produttiva, e lo sviluppo di questi
era bilanciato dal crescere della loro infrastruttura economica. In Unione Sovietica il cambiamento in
direzione di un consumo di massa e relativamente ad alta priorità è abbastanza recente; lo sviluppo
delle capacità produttive è stato estremamente squilibrato, ed il livello e il tipo di infrastruttura eco­
nomica sono più caratteristici di un paese sottosviluppato che di una nazione industriale. Gran parte
delle domande di consumo a lungo rinviate e delle riserve per un rapido sviluppo coesistono in un’a­
rea ad infrastruttura arretrata. L’Unione Sovietica di oggi rimane ancora il più sviluppato dei paesi in
via di sviluppo ed il meno sviluppato dei paesi sviluppati.
In terzo luogo, il basso livello di vita in Unione Sovietica non può venire espresso solo attraverso
indici quantitativi. Esso ha sempre di più a che fare con la scarsa qualità e durata, lo stile ed il dise-

208
gno 4iitiqii«ui dei prodotti Soltanto adesso i sovietici stanno lentamente cominciando ad apprezzare
l'imfxirtanza del fattore qualitativo nella pnxluzione e nel consumo. Ir |x>ssibilità di miglioramento
sono in questo campo inc redibili, ed ogni passo in avanti è chiaramente visibile.
25 ('omc la seguente tavola indica, i livelli comparati della media dei guadagni reali mensili netti
nell’industria sovietica rimangono al di sotto del livello dell’Europa orientale, e molto al di sotto del
livello dell’Europa occidentale, rappresentata dall’Austria. Inoltre tra il I960 ed il 1973 la distanza tra
l’Europa orientale e l’Unione Sovietica si è in qualche modo ridotta, ma questa si è allargata ancor di
più rispetto all’Europa occidentale. (Europa orientale socialista esclusa l’URSS = 100)

Paese I960 1973

Bulgaria 81,5 90,1


Cecoslovacchia 106,7 100,1
RDT 112,4 121,5
Ungheria 98,3 90,4
Polonia 97,9 98,0
Romania 83,4 92,4
URSS 68,8 79,6
Austria 127,4 160,2

Fonie-. Janet G. Chapman, Recent Trends in Soviet Industrial Wage Structure, p. 44.
26 Nel 1977, circa 2,7 milioni di cittadini sovietici hanno viaggiato all’estero. Di questi, 1,75 mi­
lioni circa hanno visitato paesi socialisti, mentre 950.000 sono andati in paesi industrializzati o del
Terzo mondo. Nei sei principali paesi industrializzati (USA, Germania occidentale, Francia, Giappo­
ne, Gran Bretagna, Italia) ci furono 277.300 visitatori sovietici, dei quali 16.600 nei soli Stati Uniti
(Vnefaaja Torglovja, 1978, n° 9, p. 36). La stragrande maggioranza di coloro che hanno viaggiato nei
paesi capitalistici erano lì per compiti ufficiali o per scambio di delegazioni. Secondo il Dipartimento
di stato americano, meno di 1000 persone tra coloro che andarono negli Stati Uniti possono essere
classificate come turisti, i quali, tra l’altro, appartenevano con ogni probabilità agli strati privilegiati
della società sovietica.
27 Una importante valvola di sfogo, soprattutto riguardo alla insoddisfazione concernente la di­
sponibilità di merci sul mercato ufficiale, è costituita dal secondo mercato, o — per dirla semplice-
mente — dal furto e da altre transazioni illegali, delle cui dimensioni stiamo cominciando a renderci
conto soltanto adesso (cfr. Dimitri K. Simes, The Soviet Parallel Market, «Survey», 21, n° 3, estate
1975, pp. 42-52; John M. Kramer, Political Corruption in the USSR, «Western Political Quarterly», 30,
n° 2, giugno 1977, pp. 213-24; Gregory Grossman, Notes on the Illegal Private Economy and Corruption,
«Soviet Economy in a Time of Change», Congresso USA, Joint Economic Committee, 1, 10 ottobre
1979, pp. 834-55).
28 L’assenteismo ed il turnover nel lavoro sono ampi e seri problemi dell’industria sovietica, che
riflettono un livello relativamente alto di insoddisfazione delle condizioni di lavoro e dei salari. Men­
tre in Germania occidentale circa il 5% della forza lavoro cambia impiego ogni anno (1967-72), e ne­
gli Stati Uniti il 4,8% (2,1% per loro richiesta-1970), in Unione Sovietica la stessa voce era del 21%.
Gò è sorprendente soprattutto se si considera la strettissima relazione esistente in Unione Sovietica
tra reddito, anzianità ed anzianità di lavoro (Anna-Juta Pietsch, Die Fluktuation der Arbeiskrdfte in der
UdSSR im Verhdltnis zum òkonomisch bedingten Umsetzungsbedarf und in intemationalen Vergleicb, Wor­
king Papers, Osteuropa Institut, Mùnchen).
29 Paul Hollander, Soviet and American Society: A Comparison, Oxford University Press, New
York 1973, p. 388.
30 Huntington scrive: «La stabilità di ogni data organizzazione di governo dipende dalla relazio­
ne tra il livello di partecipazione politica e quello di istituzionalizzazione politica... Come la parteci­
pazione politica aumenta, devono anche aumentare la complessità, l’autonomia, l’adattabilità e la
coerenza delle istituzioni politiche della società se si vuole mantenere la stabilità politica» (Politicai
Order in Changing Societies, p. 79).
31 George W. Breslauer, Dilemmas of Leadership in the Soviet Union since Stalin: 1953-1976, Uni­
versity of California Press, Berkeley, prossima pubblicazione, pp. 14/2-14/3.
32 Aleksandr Zinov’ev esprime bene, anche se esagera un po’, l’atteggiamento conservatore e

209
pessimismo del lavoratore sovietico: « l utto ciò clic è già stato, sarà, tutto ciò che sarà, è già qui»
(«Vs£, éto bylo, budet! Vse, fto budet, est!») (Aleksandr Zinov’cv, 7,ijajuffie vysoty, L’Agc d’Hommc,
Lausanne 1976, p. 221; trad. it. Cime abissali, Adelphi, Milano 1977 e 1978).
33 Walter D. Connor, Generation and Politics in the USSR, «Problems of Communism», 24, n° 5,
settembre-ottobre 1975, pp. 20-31.
34 II punto principale è che il termine «intelligencija», come veniva adoperato nella Russia pre­
rivoluzionaria o nella prima società sovietica, è completamente scomparso. La massa preponderante
della nuova intelligencija consiste semplicemente di professionisti. Il termine «intelligencija» riferito
all’Unione Sovietica di oggi, a parte la sua applicazione ai dissidenti, non ha altro significato o con­
notazione che quella di indicare gli strati istruiti, professionali. A tal riguardo, l’immagine proposta
da alcuni dissidenti è perfettamente corretta. Solzenicyn scrive: «L’intelligencija moderna non è in
nessun aspetto alienata dallo stato moderno: coloro che sentono tale alienazione, o privatamente o tra
la loro più stretta cerchia di amici, ed avvertono un senso di costrizione, depressione, di rovina e di
rassegnazione, non solo mantengono lo stato attraverso la loro attività quotidiana di membri dell’intel-
ligencija, ma accettano ed ubbidiscono alla condizione ancor più terribile posta dallo stato: quella di
partecipare con il proprio spirito alla comune menzogna obbligatoria» (A. Solzenicyn e altri, From Un­
der the Rubble, Little, Brown & Co., Boston e Toronto 1974, p. 243). Yuri Kuperman scrive: «Uintel-
lettuale sovietico è un semi-intellettuale. Egli non possiede alcun valore intrinseco; la sua cultura spiri­
tuale è quella popolare, la sua educazione spirituale è l’educazione del popolo... La verità è che l’in­
telligencija sovietica ha cessato di esistere molto tempo fa» (Y. Kuperman, «No Places/»: The Jewish
Outsider in the Soviet Union, «Soviet Jewish Affairs», 3, n° 2,1973, p. 19). Per una eccellente discussio­
ne sulla natura della vecchia intelligencija russa, cfr. Martin Malia, What Is the Intelligentsia?, in Ri­
chard Pipes, a cura di, «The Russian Intelligentsia», Columbia University Press, New York 1961,
pp. 1-18.
35 Le discussioni condotte sulla stampa specializzata sovietica sono caratterizzate da ampie sfere
tematiche, da una estesa partecipazione e da una lunga durata. Una lista molto selettiva degli anni
recenti include i seguenti temi: le tendenze etnico-demografiche in Unione Sovietica; la natura e la
periodizzazione del feudalesimo; la natura del lavoro manageriale; le possibilità di ridistribuzione del­
la ricchezza tra Terzo mondo e paesi industrializzati; le cause del turnover nel lavoro in URSS; i lega­
mi tra la popolazione sovietica urbana e quella rurale; la psicologia della direzione; differenze regio­
nali nello stile di vita; la composizione del tempo libero; la pianificazione delle città sovietiche; le
norme razionali di consumo; i tipi di scoperte scientifiche.
36 Non è soltanto il numero di giornali specializzati e di bollettini ed il vasto pubblico che li
legge ciò che ci interessa. Più importante è il fatto, stabilito attraverso una ricerca tra i lettori in
Unione Sovietica, che sono questi giornali, e non la letteratura politica, che costituiscono la principa­
le fonte di informazione ed il centro di interesse degli strati professionali.
37 Sto qui sottolineando la professionalità dell’amministrazione e delle élite amministrative e po­
litiche sovietiche soltanto dal punto di vista della loro influenza sulla accresciuta istituzionalizzazione
della vita politico-amministrativa sovietica. Non sostengo che il processo decisionale sovietico si basi
ora su scelte razionali piuttosto che su considerazioni politiche, ma soltanto che sono possibili scelte
più razionali, e che queste si aggiungono alle considerazioni di carattere politico. Meno che mai so­
stengo che nel processo decisionale i gruppi professionali stiano sostituendo o sostituiranno quelli
politici. Che questi gruppi o loro parti tentino di influenzare le politiche ufficiali è ampiamente do­
cumentato; che talvolta ci riescano, può anche essere dimostrato.
La questione è però: quando è che ci riescono, e quali politiche tentano di influenzare? In primo
luogo, di regola, quanto più la loro professione è strettamente connessa alla sfera tecnologica, e quan­
to è più lontana da quella ideologica, tanto meno i loro interessi e le loro pressioni vengono ignorati.
Gli scrittori ad un estremo e gli scienziati dall’altro rappresentano i due poli di influenza e libertà
consentite. (Il gravitare degli economisti su posizioni diverse rispetto a quelle culturali e scientifiche
è qui rilevante). In secondo luogo, le principali pressioni politiche provenienti da questi gruppi con­
cernono lo status della loro posizione, l’allocazione di risorse che vi è connessa ed il loro diritto al­
l’autonomia ed alla integrità professionale. Sotto tali aspetti, i gruppi scientifici e quelli impegnati
nel campo tecnologico hanno avuto un grosso successo soprattutto nell’ultimo decennio.
Tuttavia bisogna guardarsi dal confondere l’importanza, per il sistema e per la società, della scien­
za e degli scienziati (lasciamo da parte gli altri gruppi professionali), il loro successo nel riuscire a
sviluppare una integrità ed una autonomia professionale nelle principali aree di ricerca e la loro pros-

210
simili a coloro che detengono il jxnrir. con una loro influenza jxilitica in generale. Pur risj>e((andò
le loro conojxcnzc e ris|x nule lido ai loro bisogni, il dirigente politico sovietico raramente attribuisce
loro doti di intuizione e di saggezza superiori. Pin dal 1968, sotto l’impatto del Manifesto Sacharov e
la susseguente difesa della sua persona e della sua posizione da parte di un certo numero di scienziati,
il partito ha mostrato una inquietudine maggiore circa Patteggiamento politico e sociale degli scien­
ziati, ha rafforzato considerevolmente il controllo sulla politica del personale nell’establishment
scientifico, ed ha tentato di denigrare attraverso la propaganda le cognizioni degli scienziati in campo
sociale e politico.
Le comunità professionali sovietiche sono dei gruppi politicamente fragili. Ogni «gruppo» è non
solo politicamente eterogeneo ma esibisce anche una serie molto ampia di opinioni e punti di vista
concernenti quei temi sui quali vengono loro richiesti dei consigli da parte delle autorità politiche. È
composto di individui di generazioni differenti, con un tipo di educazione differente ed associazioni
istituzionali ed orientamenti di carriera diversi. La scelta tra consigli e pressioni tra loro in contrasto
rimane nelle mani dei politici. La misura in cui le loro scelte riflettono quelle oggi accettate o quelle
rifiutate (per esempio, una riforma economica orientata verso forme di mercato contro la matematiz-
zazione e computerizzazione della pianificazione centralizzata; l’accento posto sull’aspetto civile della
ricerca scientifica rispetto a quello militare; restrizione o flusso maggiore di informazioni che attra­
versano i confini istituzionali o nazionali) può avere conseguenze sul sistema molto importanti. Ma
tale scelta dipende od è influenzata solo in modo marginale da ciò che succede nell’ambito dei gruppi
professionali. Essa dipende in modo decisivo da cosa succede all’interno dell’élite politica, ed è in­
fluenzata dagli obiettivi dell’élite, dalla sua percezione dei successi e dei fallimenti interni ed interna­
zionali, e dalla sua rivendicazione di autopreservazionc. La più grande influenza degli scienziati e del­
la scienza, David Holloway ha osservato, «può essersi fatta sentire in modi che sono più difficili da
percepire: nel mutamento dei valori sociali dovuti al progresso tecnologico e nella erosione della le­
gittimità del partito come risultato della separazione tra autorità politica e verità scientifica» (David
Holloway, Scientific Truth and Political Authority in the Soviet Union, «Government and Opposition»,
5, n° 3, estate 1970, p. 366). Ma questa è una questione differente dalle implicazioni di lungo perio­
do, che secondo noi non avrà alcun effetto politico nel breve e nel medio periodo fin tanto che i con­
siglieri scientifici sono fondamentalmente soltanto presentatori di piani contingenti, senza il diritto o
la capacità di esprimere la loro opinione sulle conseguenze morali e sociali delle proposte in conside­
razione.
38 Per una eccellente analisi sul ruolo degli scienziati ed in particolare degli scienziati sociali nel­
la amministrazione e nella politica sovietica, cfr. Richard B. Remnek, a cura <£, Social Scientist and Po­
licy Making in the USSR, Praeger, New York 1977. Si veda anche Holloway, Scientific Truth and Poli­
cy Authority in the Soviet Union, pp. 345-67; e Erik Hoffman, Technology, Values, and Political Power in
the Soviet Union: Do Computers Matter?, in Frederic J. Fleron jr., a cura di, «Technology and Commu­
nist Culture», Praeger, New York 1977, pp. 397-436.
39 Si sta sviluppando in Unione Sovietica una sempre più vasta letteratura sulla natura del pro­
fessionismo e sul ruolo dei professionisti nel processo di gestione e direzione (upravlenie i rukovodst-
vo). Naturalmente, gran parte della discussione si accentra sul ruolo dell’ingegnere, il professionista
chiave nella società sovietica. Per esempio c’è un libro che concede ampio spazio alla dissipazione
dell’idea che un ingegnere sia semplicemente un funzionario, e tenta di stabilire che la sua professio­
nalità è il prerequisito principale della sua carica (I.S. Mangutov, Inzener-Sociologo-ekonomileskij oterk,
Sovetskaja Rossija, Mosca 1973; cfr. specialmente il cap. 4, «Office or Profession? Technical Speciali­
st or Manager?»).
40 II sistema di istruzione superiore del partito consiste dell’Accademia di scienze sociali (aon)
e della Scuola superiore di partito (vp§) annessa al oc del pcus a Mosca e delle quattordici scuole su­
periori di partito interprovinciali e di repubblica. Durante il periodo 1971-75, 1642 persone si laurea­
rono alla vp§; 8506 alle scuole superiori di partito interprovinciali e di repubblica, e 28.400 mediante
l’intero sistema di istruzione superiore di partito, compresa la VP§ per corrispondenza. Grca la metà
di coloro che sono ammessi alla VP§ sono apparatfìki di alto grado del partito, come capi e vice capi
di obkom, segretari di gorkom e rajkom, e presidenti e vice presidenti di gorispolkom e raijspolkom. Di
tutti i laureati della VF$, l’80% vengono raccomandati per cariche di grado simile o superiore (D.M.
Kukin, a cura di, Voprosy roboty KPSSs kadrami na sovremennom etape, Mysl’, Mosca 1976, pp. 229-42).
41 Mi guardo bene dal sottovalutare il ruolo della VP§ o dell’AON nell’ambito dell’istruzione dei
quadri di partito. Nel 1977, il 46% di tutti i segretari di partito di contea e di città, ed il 41% di

211
quelli di provincia e di repubblica erano laureati in queste scuole («Partijnaja zizn’», n” 21, novem­
bre 1977, p. 40). 11 punto e però the nella maggioranza dei tasi le stuoie di partito forniscono soltan­
to l’istruzione secondaria. È degno di nota il fatto the le stuoie di partito costituiscono un mezzo di
mobilità per i quadri di partito, specie per quelli di origine operaia e contadina. Negli anni Settanta
questi costituivano il 75% provenienti dalla Moldavia ed iscritti all’AON, ed il 90% di quelli mandati
alla VP§ (Kukin, a cura di, Voprosy roboty KPSS, p. 157).
42 Per una valutazione dei mutamenti che stanno avvenendo nell’istruzione di partito, cfr. Wil­
liam E. Griffith, Communist Cadre Training: Source, Indication, and Reflection of Political Liberalization
and Change, Center for International Studies, Massachusetts Institute of Technology, paper n° A/69-
14, 1971. Per una istruttiva discussione sulla formazione di partito, cfr. Partijnoe strojtel’stvo, 4a ed.,
Gospolitizdat, Mosca 1976, capp. 7 e 8.
43 Alcuni autori sovietici, discutendo l’attività di partito, affermano esplicitamente che «l’ap­
proccio scientifico» è un fenomeno completamente nuovo nel lavoro di partito. Cfr. ad esempio G.
Sitarev, Leninskij stil’ v rabote i normy partijnnoj zizni, Mysl’, Mosca 1969; V.V. Ostrjakov, Konkretnye
sociologifekie issledovanija v partijnoi rabote, Chaberovsk 1969, p. 3. Tale affermazione è stata natural­
mente criticata, in quanto essa denigra le passate attività del partito e minimizza l’implicito «scienti­
smo» del leninismo stesso. Per tali critiche, cfr. V.A. Kadejkin, a cura di, Voprosy vnutripartijnoj zizni
i rukovodjàttej dejatel’nosti KPSS na sovremennom etape, Mysl, Mosca 1974, p. 82; V.M. Sikorskij, KPSS
na etape razvitogo socialisma, Izd. BGU, Minsk 1975, p. 145. Tuttavia anche coloro che criticano tale af­
fermazione fanno apparire chiaro che essi considerano l’«approccio scientifico» di oggi qualitativa­
mente differente da quello del passato, specialmente nel campo della ricerca sociale empirica.
44 Per una analisi della recente letteratura sovietica sulla ntr, cfr. la serie di saggi bibliografici
intitolati Social’no-filosofskie problemy naufao-techntfeskoj revoluti (issledovanija 1971-3 g), «Voprosy filo­
sofi», 1976, n° 2, pp. 37-53. Nella sempre più vasta letteratura occidentale sul punto di vista sovieti­
co riguardo alla ntr ed alla NUO, trovo in particolar modo utile il lavoro di Erik Hoffmann e Rob-
bin Laird, In Quest of Progress: Soviet Perspectives on Advanced Society (prossima pubblicazione).
45 Robbin Laird, The Scientific-Technological Revolution and Soviet Ideology, saggio non pubblicato,
PP- b2-
46 Sul nuovo ethos amministrativo-professionale, cfr. Peter H. Solomon, jr., A New Soviet Admi­
nistrative Ethos - Examples from Crime Prevention, saggio preparato per la Northeastern Slavic Confe­
rence of the aaass, Montreal, Quebec, 5-8 maggio 1971. Per una analisi dello sviluppo della profes­
sionalità nello stesso settore, cfr. anche Peter H. Juliver, Crime Prevention: The End of Ideology?, paper
for Workshop on Politics and Social Change in the USSR, apsa, Washington, D.C., 7 settembre
1972. Per lo stesso processo nella professione legale, cfr. Robert Sharlet, Soviet Legal Policy Making, in
Harry M. Johnson, a cura di, «Social System and Legal Process», Jossey-Bass, S. Francisco 1978, pp.
209-229. Per una interessante dichiarazione di professionalità e di ethos amministrativo tra i manager
sovietici, cfr. il saggio di Anatolij Tintenkov, Delovoj Celovek, Leninzdat, Leningrado 1977. Il titolo in
italiano sarebbe: «L’uomo d’affari».
47 Un numero sempre maggiore di importanti studi si rivolge ai problemi di ineguaglianza e
privilegio in Unione Sovietica. Di gran lunga il migliore è quello di Alastair McAuley, Economie Wel­
fare in the Soviet Union: Poverty, Living Standards, and Inequality, University of Wisconsin Press, Ma­
dison 1979- Gli altri studi includono Mervyn Matthews, Class and Sodety in Soviet Russia, Walker,
New York 1972 e Privilege in the Soviet Union, George Allen and Unwin, London 1978; e Walter D.
Connor, Sotidism, Politics and Equality, Columbia University Press, New York 1979.
48 Per una dettagliata discussione sovietica su tale processo, cfr. N.M. Katunceva, Opyt SSSR po
podgotovke intelligenti iz rabofich i krest’jan, Mysl’, Mosca 1977.
49 Nel suo rapporto al xxiv congresso del partito, Breznev dichiarò: «Più dell’80% degli attuali
segretari dei comitati centrali dei partiti delle repubbliche dell’Unione, dei kraikom e dei comitati
provinciali di partito, dei presidenti del Consiglio dei ministri di repubblica, dei presidenti dei kraj e
dei comitati esecutivi provinciali dei soviet; e circa il 70% dei ministri e dei presidenti delle commis­
sioni statali del Consiglio dei ministri dell’URSS iniziarono la loro vita lavorativa come operai o con­
tadini». (Gospolitizdat, Mosca 1974, p. 124). Breznev sta in tale occasione parlando di quasi 1000
funzionari supremi del partito-stato. Le cifre appaiono abbastanza alte riguardo alla mobilità infrage-
nerazionale suggerita da Breznev, ma si accordano pienamente con i miei calcoli concernenti la mobi­
lità intergenerazionale.
Altre cifre sovietiche risultate in base a ricerche sull’origine sociale delle unità scelte dell’apparato

212
ili partito sembrano più realistiche. Sci ondo uno studio fatto sull'appai ato di partito negli anni
1974-75, in 29 città e contee della RSFSR, Ucraina, Bclorussia, Uzbekistan, Moldavia, Lettonia e
Tadjikistan, l’H2,6% degli apparartiki erano di origine operaia e contadina, e di questi il 56,3% erano
operai e contadini stessi all’inizio della loro attività lavorativa. (Voprosy raboty KPSSs kadrami na so­
vremennom etape, Mysl’, Mosca 1976, p. 152).
50 È risaputo, per esempio, che per lungo tempo e fino agli anni Sessanta anche certi gruppi pri­
vilegiati di minoranza americana come gli ebrei non chiedevano neanche di essere assunti in determi­
nati posti, per esempio nei grandi studi legali di Wall Street, poiché pensavano di non avere alcuna
possibilità di venire accettati. Allo stesso tempo lo studio di tali società mostrava che queste erano
molto più pronte ad accettare avvocati ebrei più di quanto questi stessi credessero. Se tale studio è
corretto, interpretazioni errate di questo tipo aumentano l’esclusione delle minoranze e degli svantag­
giati da più alte posizioni di status che già avveniva attraverso la manipolazione delle loro aspirazioni.
51 I figli dei dirigenti supremi possono servire come un interessante indicatore. Ho potuto trac­
ciare l’istruzione e/o il tipo di impiego di 49 figli di membri del Politbjuro del periodo post-stalinia­
no. Senza alcuna eccezione, nessuno è stato o è coinvolto in politica in senso stretto. Scienza, arte,
giornalismo e diplomazia costituiscono le mete occupazionali nella grandissima maggioranza.
52 Una carriera nella élite politica vera e propria, nell^pparato del partito, richiede un lungo pe­
riodo di apprendistato, anni di duro lavoro in cariche inferiori prima di raggiungere una posizione di
potere considerevole. Cosa più importante, essa comporta quasi inevitabilmente il servizio in aree
lontane dai grandi centri metropolitani. È perciò interessante notare che nella stragrande maggioran­
za dei casi conosciuti, gli apparatfiki più anziani del partito erano nati o furono educati in città di provincia.
9. La stabilità politica e la questione della legittimità

La questione della legittimità si pone al centro del problema della stabili­


tà dei regimi politici. Nel lungo periodo, è la legittimità del sistema politico
che aiuta ad assorbire le tensioni e l’instabilità provenienti dalle differenti in­
terpretazioni ufficiali ed individuali della realtà, cosi come a sopportare scar­
sità, privazioni, aspirazioni frustrate, inefficienze dell’ordine politico. Come
ha scritto un osservatore:

La forza o la debolezza dei principi legittimi agisce in gran misura sulla stabilità o instabilità
di un sistema politico... La legittimità, una volta stabilita, serve come giustificazione più efficace
per il modo in cui viene esercitato il potere politico. Costituisce l’argomento più efficace contro
tentativi di cambiare la struttura del sistema. D’altro canto, opposizioni ai sistemi di governo
che mettano in discussione la loro legittimità sono le più dannose.1

Un concetto cosi centrale per la nostra comprensione di come i regimi po­


litici durino o si trasformino ha naturalmente dato vita ad una quantità di
tentativi teorici di analizzare la sua natura e specialmente il suo significato
ed il suo meccanismo principale. Lasciando per il momento da parte i riferi­
menti ad alcune di queste teorie, vorrei soltanto suggerire che il significato
di fondo del concetto di legittimità contiene come minimo i seguenti elementi:

Presuppone la condiscendenza passiva e la collaborazione da parte del popolo.


Tale condiscendenza è almeno in parte basata su vincoli normativi con il regime politico,
cioè con i simboli, i valori ed i sentimenti della élite politica.
Presuppone il sostegno attivo dei principali gruppi decisionali.
Presuppone il consenso sulla questione delle «regole del gioco» tra i detentori del potere.

Se la questione della legittimazione, della sua formazione e del suo mante­


nimento o di una sua possibile disintegrazione è centrale per quel che con­
cerne il destino a lungo termine di qualsiasi regime politico, essa riveste una
importanza particolare per quanto riguarda il sistema sovietico. Dopo tutto
esso nacque da una rivoluzione guidata da una piccola minoranza; si è svi­

214
luppato in una dittatura assoluta clic ,kt più eli un decennio ha intrapreso
contro la stxictà una rivoluzione dall’alto stxialc, economica, politica e cul­
turale; ha utilizzato il terrore di massa quale strumento quotidiano di dire­
zione della società fino ad appena venticinque anni fa. Le famose parole che
Napoleone rivolse a Metternich nel 1813 suonano molto pertinenti nel con­
testo sovietico: «I vostri sovrani, nati per il trono, possono subire venti scon­
fitte e festeggiare ancora il ritorno nelle loro capitali. Io non posso. Io sono
un soldato venuto dal nulla. Il mio dominio non sopravviverà al giorno in
cui cesserò di essere forte e temuto».2
Ma come si può verificare se un regime «rivoluzionario» che abbandona
virtualmente la politica della «rivoluzione dall’alto» in favore della «gestione
del sistema», che persegue come obiettivo principale la riproduzione delle
relazioni sociali esistenti e che rinuncia al terrore di massa quale strumento
di dominio abbia ottenuto quel grado di legittimità che gli era stato prece­
dentemente negato? Una verifica interna della legittimità è possibile soltan­
to quando i maggiori pericoli ai principi legittimi assurgono al grado di op­
posizione al sistema esplicita e violenta? Cosa più importante, una verifica
pratica della legittimità in senso moderno può ottenersi soltanto attraverso
libere elezioni? Un autore ha osservato: «Una analisi dei principi di legitti­
mazione della società è simile ad una esplorazione chirurgica, per cui le parti
nascoste sono tuttavia cruciali per la sopravvivenza»?
Per cominciare, esistono una quantità di fattori generali che favoriscono
lo sviluppo della legittimità del regime politico sovietico o che rendono pos­
sibile valutare le principali tendenze a tal riguardo. In primo luogo, sebbene
diretta da una minoranza, la rivoluzione sovietica conteneva il prerequisito
minimo per lo sviluppo di un regime legittimo (almeno per la maggioranza
russa), quello della autenticità nazionale. Fu perciò almeno possibile affidarsi
alle fonti tradizionali di sostegno e di affidamento che avrebbero inizialmen­
te potuto essere lontane dagli obiettivi professati dalla élite rivoluzionaria.
In secondo luogo, l’esistenza di un determinato sistema politico nell’arco
di un lungo periodo di tempo può contribuire, e di solito contribuisce, all’ac­
cettazione del sistema da parte della popolazione. Questa inoltre può non es­
sere semplicemente abitudine; le istituzioni politiche possono esercitare un
potere normativo semplicemente attraverso la loro prolungata esistenza. A tal
riguardo il regime politico sovietico ha ovviamente oltrepassato il punto in
cui mutamenti generazionali della popolazione creano l’aura di «naturalezza»
alle istituzioni politiche.
In terzo luogo, un importante fattore nel valutare lo sviluppo della legit­
timità è la sopravvivenza del regime alle principali verifiche del sistema, ai
momenti di crisi che pongono la questione della legittimità in enorme ten­
sione. Tale verifica critica è stata per l’Unione Sovietica la seconda guerra

215
mondiale. Qualsiasi cosa si jkiisì sul come e sul perché l’Unione Sovietica
abbia potuto sopravvivere alla seconda guerra mondiale, la sua sopravviven­
za e la sua vittoria forniscono un potente (probabilmente il più potente) sti­
molo per lo sviluppo di quella legittimità che per molti aspetti si è realizzata
soltanto dopo la morte di Stalin. Un’altra verifica altrettanto critica, sebbene
incomparabilmente meno costosa, è stato il punto più pericoloso di transi­
zione che avviene in qualsiasi dittatura sviluppata, la morte del dittatore e la
sua successione. Basta ricordare la paura dei leader sovietici sulle possibili
reazioni alla morte di Stalin, che fu alla base del famoso appello pubblico a
«non avere paura». Il regime politico sovietico ha superato anche questa pro­
va, ed è sopravvissuto sotto ogni aspetto, pagando un prezzo molto basso.
L’ultimo decennio ha segnato il sorgere di un’altra verifica, la prima appari­
zione aperta di dissenso nell’Unione Sovietica postbellica, e bisogna dire che
il regime ha dimostrato fino ad ora la capacità di reprimerlo o di neutraliz­
zarlo senza grandi conseguenze negative interne per la stabilità del sistema.
Senza alcun dubbio i fattori summenzionati testimoniano della stabilità
del regime politico sovietico per quanto riguarda la sua sopravvivenza. Tut­
tavia, in che senso essi testimoniano del genere e del grado della sua legitti­
mazione? In che senso soprattutto essi confermano la legittimazione del re­
gime non solo rispetto alle principali situazioni di crisi, ma nei termini del
suo funzionamento quotidiano e delle «normali» politiche di lungo periodo?
La legittimità presuppone un margine relativamente stabile di azione e di er­
rore anche se particolari politiche sono riconosciute come contrarie agli inte­
ressi dei maggiori gruppi di cittadini.
A questo punto il concetto di legittimità va esaminato più da vicino. Le
più importanti teorie sulla legittimità si differenziano a seconda di quali esse
considerano essere i maggiori principi legittimi del consenso, ma, con po­
chissime eccezioni, esse non si pongono la domanda «il consenso da parte di
chi» che è cruciale per l’affermazione ed il mantenimento dei principi legitti­
mi di un regime politico, oppure rispondono in modo generale e non diffe­
renziato, riferendosi alla «popolazione», ai «soggetti», ai «cittadini» e così via.
Una concezione così generica della legittimità è a mio parere insoddisfa­
cente, specie per il livello più promettente di studi sociali, quello sul medio
periodo. Bisognerebbe invece distinguere tra: 1) la sostanza deiprincipi legitti­
mi di un particolare regime o tipo di sistema politico; 2) l’identità e la colloca­
zione nella struttura sociale degli strati o gruppi la cui accettazione di questi
principi è cruciale per la legittimità del regime; 3) il «meccanismo» attraverso
cui si mantiene la legittimazione tra questi strati o gruppi; 4) il livello ed il
tipo di legittimità ottenuti e sostenuti dal regime politico.
Quando discutono sulla legittimità, Huntington, Moore e Lowenthal con­
centrano la loro analisi del sistema sovietico «maturo» sulla prima questione,

216
<ioè sulla sostanza tlci principi legittimi. Io vorrei invece iniziare dal secondo
problema — «il consenso da parte di chi». La distinzione assolutamente es­
senziale che va fatta riguardo a tale punto concerne il processo di formazione
c mantenimento ed il grado di legittimazione del regime politico tra le élite
sociali da una parte e tra i vasti strati della società, il «pubblico», dall’altra.
Abbiamo già detto e ripeteremo qui più estesamente che il regime sovietico
si è costruito nel corso del suo sviluppo una base di sostegno popolare di
massa. Questa base consiste nella combinazione tra l’esistenza di uno strato
relativamente ampio che si identifica attivamente con il sistema ed una po­
polazione che riconosce come legittima e «naturale» la libertà del regime di
agire per conto proprio. Entrambi questi elementi sono evidenti nel fenome­
no di partecipazione politica di massa in Unione Sovietica che è centrale per
una valutazione della legittimità popolare del regime.
A seconda del proprio punto di vista, un analista potrebbe sostenere con
uguale evidenza che il grado di partecipazione politica in Unione Sovietica è
realmente molto elevato, oppure che è pressoché inesistente. La scelta dipen­
de innanzitutto dalle differenze che abbiamo precedentemente notato tra «al­
ta politica» e «bassa politica», dove qualcosa di simile all’apatia popolare co­
stituisce la regola nel primo caso, ed una attività altamente sviluppata, la re­
gola nel secondo. La scelta dipende ancor più da come si definisce il concetto
stesso di partecipazione. Se si dovesse definire una partecipazione «reale»,
«autentica» come consistente soltanto in azioni spontanee, pienamente vo­
lontarie ed in larga parte non coordinate dal centro, il fenomeno sovietico
potrebbe essere descritto come «penetrazione» nella società da parte delle au­
torità, «mobilitazione» della società da parte del partito, «cinghie di trasmis­
sione» ed altri termini simili, ma non si potrebbe usare il termine partecipazione.
Se d’altro canto guardiamo semplicemente alle attività sociali dei cittadini
sovietici, quelle attività che non sono private e non si svolgono nell’ambito
della famiglia, e le definiamo come partecipazione, allora rimarremmo colpi­
ti dal loro livello relativamente alto. Nelle condizioni sovietiche inoltre, do­
ve la maggior parte delle attività sociali hanno significala politica a causa
del modo in cui esse hanno origine o del modo in cui le autorità giudicano i
loro effetti, si potrebbe descrivere tale fenomeno come «partecipazione poli­
tica».
Il primo modo di guardare al processo di partecipazione popolare in
Unione Sovietica appare troppo restrittivo in un’era di movimenti di massa,
dittature popolari e regimi autoritari inclusoti. Sembra anche un punto di vi­
sta molto etnocentrico, che definisce una idealizzata partecipazione alla Toc­
queville, che ha luogo nelle democrazie liberali avanzate, come l’unica «rea­
le» ed «autentica».
Questo non vuol dire che termini quali «penetrazione», «mobilitazione»,

217
«controllo», «coordinamento» per descrivere il processo di partecipazione so­
vietico siano scorretti; al contrario essi sono in generale molto rispondenti.
La questione è comunque se, dato per scontato tutto ciò, non si possa pensa­
re che la partecipazione nella società sovietica svolga per il sistema funzioni
simili a quelle svolte dalla partecipazione «autentica» operante nelle società
democratiche. Il punto è che una distinzione assoluta tra una forma di parte­
cipazione «autentica» ed una «controllata» sposta il centro dell’attenzione
dalle funzioni e dagli effetti che essa ha sui partecipanti e sul sistema al mo­
do in cui essa ha origine. Senza lasciarci deviare da distinzioni terminologi­
che e di definizione, sono esattamente le funzioni esercitate dalla partecipa­
zione che ci interessano, e questo è naturalmente il problema più difficile.
Quando si scrive sul concetto di partecipazione politica in Unione Sovietica,
ci si trova nella non invidiabile posizione di conoscere cosa sia la partecipa­
zione e di essere capaci di caratterizzare le sue manifestazioni, ma di essere
anche costretti a valutare i suoi effetti sui partecipanti e sul sistema.
È relativamente semplice presentare un bilancio complessivo delle forme
e delle manifestazioni principali di partecipazione popolare sovietica, la qua­
le impegna un numero impressionante di cittadini in vari tipi di attività. Per
cominciare con l’organizzazione di partito, nel 1978 (l’anno più recente di
cui disponiamo di dati completi) il partito comunista enumerava nelle sue
fila 16.380.000 membri regolari, di cui 658.000 erano membri candidati.4 Per
fare un paragone, nel 1964 (luglio) il partito includeva 11.500.000 membri;
il che vuol dire che esso è cresciuto nell’era brezneviana del 42,4%.’ Quelli
di nazionalità russa costituiscono il 60,6% dei membri del partito, mentre
rappresentano il 53,3% della popolazione totale. Le donne iscritte al partito
hanno raggiunto il numero di 4.106.000 cioè il 25,1% del totale. In tutto il

TAVOLA 14. DISTRIBUZIONE DELLE PRINCIPALI ORGANIZZAZIONI DI PARTITO, 1976

Organizzazioni Numero % del


assoluto totale

Totale 390.387 100,0


Industria e costruzioni 101.472 26,0
Fattorie collettive e di stato 48.022 12,3
Commercio 14.488 3,7
Istituti di educazione 67.446 17,3
Istituti scientifici 6.018 1,5
Istituti culturali 5.280 1,4
Istituti medici 16.147 4,1
Istituti amministrativi
(dal livello centrale a quello di contea) 65.060 16,7
Altri 66.454 17,0

Fonte. Spravobiik partijnogo rabotnika, 1977, Gospolitizdat, Mosca 1977, pp. 455-6; Spravofrtik se-
kretarjapervitnojpartijnoj organizacii, Gospolitizdat, Mosca 1977, pp. 353-4.

218
partito sono rimaste soltanto 489 jxTsone che entrarono nelle sue fila prima
della rivoluzione e 2370 che vi entrarono durante il periodo rivoluzionario.
Se l’ll,9% del totale sono entrati nel partito durante la seconda guerra mon­
diale, più di un terzo si è iscritto negli ultimi dieci anni.6
Il partito è composto di 390.387 organizzazioni primarie, distribuite nel
modo indicato nella tavola 14. È diretto da segreterie, bureau, comitati ed or­
ganizzatori di gruppi il cui numero e la cui distribuzione a seconda del livel­
lo di attività sono mostrati nella tavola 15, mentre la loro professione o posi­
zione sociale appare nella tavola 16.
Nel sistema di istruzione di partito relativo all’anno 1976, 19,6 milioni di
persone vi partecipavano regolarmente, di cui 7,5 milioni non erano membri
di partito. Al sistema educativo del komsomol partecipavano 6,5 milioni di
persone, ed in quello di istruzione di carattere economico, 36,1 milioni.7 I
quadri di propagandisti includevano 2.221.000 persone di cui il 4,8% lavora­
vano a tempo pieno nel partito, nel sindacato e nel komsomol, il 12,9% era­
no dirigenti di impresa, 62,2% erano professionisti specializzati ed il 12,7%
insegnanti, scienziati o professori.8 Ci sono inoltre in Unione Sovietica 3,7
TAVOLA 15. COMPOSIZIONE DEGLI ORGANI DIRIGENTI DEL PARTITO, 19/6

Segretari, membri dei Numero Operai e


bureau e dei comitati di (X 1000) contadini (%)

Organizzazioni di partito a livello


di fabbrica 1.472,5 43,0
capi di gruppi di partito 529,7
Organizzazioni primarie di partito 1.892,7 33,0
Comitati di partito di contea, città e okrug 385,5 41,0
Comitati di partito di provincia e di repubblica 30,2 30,2

Fonte: Spravolnik partijnogo rabotnika, 1911, Gospolitizdat, Mosca 1977, pp. 458-9-

TAVOLA 16. COMPOSIZIONE PROFESSIONALE DEGLI ORGANI DIRIGENTI DEL PARTITO, 1976

Membri di Membri di
comitati di città, comitati di provincia
Occupazione contea e okrug e di repubblica

Operai e contadini 41,1 30,2


Manager 10,6 7,9
Specialisti tecnici 7,3 2,3
Apparartiki di partito 15,2 29,9
Amministratori dei soviet 9,7 16,5
Personale scientifico, culturale,
educativo e medico 6,6 5,3
Altri 9,5 7,9

Fonte: Spravolnik partijnogo rabotnika, 1911, Gospolitizdat, Mosca 1977, pp. 460-2; Partijnoe stroj-
tel'stvo, Gospolitizdat, Mosca 1976, p. 112.

219
milioni di agitatori, 1,8 milioni dei quali sono impegnati in brevi e regolari
rapporti di informazione politica, c 300.000 conferenzieri.''
Il sistema dei soviet include 50.561 unità di base alle quali sono eletti co­
me rappresentanti 2.210.000 persone di cui il 56,1% non sono membri di
partito. Tra i rappresentanti, gli operai ed i contadini costituiscono il 67,7%
del totale.10 All’interno dei soviet esistono commissioni permanenti a cui
vengono assegnati compiti speciali di supervisione; più del 70% dei rappre­
sentanti dei soviet sono membri di questi comitati consultivi.
I sindacati sovietici comprendono circa 107 milioni di persone, e sono or­
ganizzati in 688.600 organizzazioni primarie, 457.800 organizzazioni di fab­
brica e 2.433.900 gruppi e sono guidati da 25.104 tra consigli e comitati."
L’organizzazione giovanile comunista, il komsomol, comprende 34.826.000
membri, organizzati in 1.779.000 organizzazioni primarie e 437.000 gruppi. I
giovani operai costituiscono il 57,3%.12 Orca 7 milioni di persone sono im­
piegate nelle funzioni dei cosiddetti druzinniki, la milizia ausiliare. La fun­
zione dei cosiddetti commissari del popolo viene svolta da circa 9 milioni di
persone.
Nelle campagne, la più impressionante organizzazione di nuovo tipo è co­
stituita dal sistema dei consigli delle fattorie collettive che opera a partire
dal livello di contea fino al livello di tutta l’Unione. Nei 2417 consigli esi­
stenti ci sono 125.000 rappresentanti di fattorie collettive, di soviet e di orga­
nizzazioni agricole, di istituti scientifici e così via; ed includono circa 64.000
membri di base delle fattorie collettive.1’ Un numero infinito di altre orga­
nizzazioni, come la not (Organizzazione scientifica del lavoro), e la VOIR
(Associazione pansovietica di innovatori ed organizzatori), associano decine
di milioni di membri ed attivano centinaia di migliaia di cittadini.
Cosa significano queste cifre? Cosa ci dicono per quanto riguarda il coin­
volgimento dei cittadini nei confronti del governo? Prima di tutto le cifre,
alte come sono, non devono indurre a pensare che la maggioranza dei citta­
dini sovietici partecipa alla «bassa politica» con intensità e regolarità. In
Unione Sovietica, come in altri paesi, tale partecipazione costituisce un’ecce­
zione, un atto occasionale e probabilmente superficiale. Tuttavia, non biso­
gna ignorare il fatto che all’interno di ogni istituzione sopra descritta esiste
uno strato di persone che vi partecipa regolarmente e più o meno intensiva­
mente. Gli strati attivi all’interno delle varie categorie in parte si sovrappon­
gono, ma anche così, nel complesso, si ha l’impressione che una percentuale
significativa di cittadini sovietici sia coinvolta più che occasionalmente in at­
tività concrete.
In secondo luogo, i tipi di coinvolgimento o di partecipazione non sono
tutti significativi allo stesso modo. Virtualmente tutti concordano sul fatto
che il competere per il posto di (e servire come) rappresentante del soviet,

220
specialmente a livello federale o di repubblica, sia molto importante, abbia
un significato di legittimazione e di auto-giustificazione. Essi sono anche
d’accordo che l’atto del votare è pressoché privo di significato e scarsamente
coinvolgente dal punto di vista emozionale, normativo o strumentale.
Di tutte le forme di partecipazione popolare, chiaramente la più impor­
tante è l’appartenenza al partito comunista. L’attività nel partito costituisce
la spina dorsale dell’intero sistema di partecipazione ed in ultima analisi del
controllo su di essa. Cosa significa l’appartenenza al partito dal punto di vi­
sta della partecipazione? Non stiamo qui parlando dell’apparato di partito o
dei livelli medio e superiore àzWaktiv di partito che formano le élite e le sot­
toélite della società e che sono costantemente e direttamente impegnate ne­
gli affari di governo. G stiamo riferendo all’^/w inferiore ed ai membri di
base che svolgono le loro occupazioni di carattere principalmente non ammi­
nistrativo e che (come indica la tavola 17) costituiscono la chiara maggio­
ranza della totalità del partito.14
L’appartenenza al partito impone sia la regolare frequenza alle riunioni
delle varie unità di partito, dove vengono discusse questioni di alta e bassa
politica, che la partecipazione regolare all’istruzione di partito, la quale ha
scopi sia ideologici di lungo respiro sia diretti e di carattere pratico. Ma l’a­
spetto più importante dell’appartenenza al partito è che esso implica quelli
che nel linguaggio di partito vengono chiamati «doveri socio-politici» («so-
cial’no-politiceskaja nagruzka»), il compito regolare, relativamente intenso e
gravoso di lavorare non solo con gli altri membri di partito, ma principal­
mente con coloro che non ne sono iscritti ed ai quali deve essere spiegato il
punto di vista del partito. Ad ogni membro di partito vengono assegnati dei
compiti da parte del capo dell’unità di partito in accordo alla qualifica, al ta­
lento ed in parte alle inclinazioni di ognuno. Tali compiti variano ampia-

TAVOLA 17. CONDIZIONE SOCIALE DEI MEMBRI DI PARTITO, 1976-78

Variante Variante
Occupazione massima minima

Operai 42,4 42,4


Contadini 13,4 13,4
Impiegati in cariche non esecutive o cariche esecutive
di bassa responsabilità 40,2 11,5
Totale 96,0 67,3

Fonti: Ezegodnik BSE1978, Sovetskaja Enciklopedija, Mosca 1978, p. 12; Spravotnik partijnogo ra­
botnika, 1977, Gospolitizdat, Mosca 1977, pp. 451-2. La variante massima è basata sul fatto che i
quadri esecutivi veri e propri costituiscono 1*8,9% della categoria di impiegati appartenenti al
partito, cioè il 3,9% del totale degli appartenenti al partito. La variante minima si basa sul fatto
che circa i tre quarti degli impiegati che sono membri di partito appartengono alla categoria
della intelligencija tecnica e creativa e sono stati tutti contati come personale esecutivo.

221
incute e possono includere l’aiuto dato nel tempo libero da un ingegnere
iscritto al partito a migliorare le condizioni di una unità di produzione in ri­
tardo; il tenere una conferenza e rispondere alle domande in una impresa da
parte di un giornalista; l’ispezione da parte di un operaio del partito alla ca-
fetteria locale ed il suo impegno a migliorare la qualità dei cibi distribuiti.
In teoria nessun membro deve rimanere escluso da una attività regolare in
tale tipo di compiti ed in pratica sono pochi i membri che non partecipano a
questa attività pur rimanendo nel partito.
Ciò che stiamo tentando di mostrare è che mentre l’appartenenza al parti­
to non conferisce potere allo stesso modo di una carica esecutiva nell’ammi­
nistrazione, esso comporta la sensazione di appartenere ad una organizzazio­
ne che ha potere, ed il sentimento che farne parte è un privilegio. In altre
parole, l’appartenenza al partito sviluppa un senso di interesse al manteni­
mento del sistema.
Non può esserci alcun paragone tra il «vecchio» partito esclusivo ed il
«nuovo» partito di massa in Unione Sovietica, tuttavia qualcosa del vecchio
partito è ancora presente nel nuovo: il sentimento di appartenere alla vera
organizzazione dirigente, all’istituzione che è responsabile del destino della
nazione. Il tema che il PCUS rappresenta l’organizzazione dominante viene
così spesso ripetuto che almeno qualche membro alla fine se ne deve essere
convinto.
Se è vero che l’appartenenza al partito crea una sorta di fedeltà al sistema,
è importante scoprire quale è il peso relativo degli iscritti al partito nella so­
cietà sovietica ai differenti livelli. Presento qui soltanto alcuni dati limitati
ed approssimativi che forniscono gli indici più esplicativi.15 Gli iscritti al
partito costituiscono il 9,3% della popolazione adulta totale.16 La cifra per la
popolazione adulta maschile si aggira sul 14%, e per la popolazione urbana
di maschi adulti, sul 18%, e nella regione russa anche qualcosa di più. Ciò
significa che nelle città sovietiche, secondo le stime più prudenti, c’è un
membro di partito in più di un quarto di tutte le famiglie.17 Secondo dei cal­
coli che sono stati fatti, approssimativamente il 27% di tutti i cittadini so­
vietici oltre i 30 anni e con almeno dieci anni di istruzione scolastica sono
membri di partito, e di questi i maschi costituiscono circa il 44%.18 Quasi un
terzo della popolazione che ha completato l’istruzione superiore appartiene
al partito19 e più di un terzo degli specialisti impiegati nell’economia nazio­
nale che posseggono una istruzione media o superiore sono membri di parti­
to.20
Il quadro che emerge non è chiaramente quello di un minuscolo gruppo
«di élite» perso nel mare della popolazione sovietica, una immagine chiara­
mente ereditata dai primi due decenni di potere sovietico ed ancora oggi fat­
ta propria da alcuni osservatori. È l’esistenza di questo strato forte, politiciz-

222
zato cd impegnalo the forniste il sostegno alla legittimità del sistema nel­
l’ambito della società. '
Servirebbe a poco esplorare in dettaglio la partecipazione dei cittadini so­
vietici non iscritti al partito in aree tanto importanti quali i soviet e le sue
commissioni, le ispezioni popolari ed i druiinniki?1 Si può presumere senza
alcun rischio di sbagliare che l’intensità e la regolarità dell’attività dei non
iscritti al partito in queste sfere siano in media inferiori a quelle dei membri
ili partito.2' Tuttavia ci sono milioni e milioni di attivisti che partecipano in
modo non professionale alla vita quotidiana delle loro comunità e dei posti di
lavoro ed interagiscono con gli amministratori professionali, ed un ancor più
grande numero di cittadini con i quali interagiscono e su cui esercitano una
certa influenza. È grazie al sistema di partecipazione sociale da un lato, ed al
carattere chiuso del sistema di informazione ed al massiccio e diretto sforzo
propagandistico dall’altro, che assistiamo a questo fenomeno di cui stiamo
diventando sempre più consci: la compenetrazione della cultura politica uffi­
ciale nella società civile. Non esistono due culture politiche in Unione So­
vietica, una delle élite ed un’altra popolare. La cultura politica dominante è
accettata sia dalle élite che dalla grandissima maggioranza della popolazione.
La maggior conferma di tale tendenza proviene ironicamente dallo studio
e dalla esperienza di coloro di cui si pensa che dovrebbero essere tra quelli
meno influenzati dal sistema: i suoi aperti oppositori. Già alcuni decenni fa
Alex Inkeles e Raymond Bauer dimostrarono sulla base di interviste fatte ad
alcune persone emigrate dall’Unione Sovietica durante e dopo la guerra,
quanto profondamente fossero costoro influenzati nei loro processi mentali
di fondo dalla cultura politica ufficiale.24 Impressioni di osservatori più re­
centi ed i miei numerosi incontri con l’attuale emigrazione hanno condotto
invariabilmente a conclusioni analoghe. L’aspetto più interessante è resisten­
za di una grande linea di divisione tra l’emigrazione dai paesi comunisti est­
europei — specialmente Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia, i regimi comu­
nisti «non autentici», non indigeni, nei quali la cultura politica ufficiale dif­
ferisce in modo significativo da quella popolare ed «intellettuale» — e l’emi­
grazione proveniente dall’Unione Sovietica dove le due culture si sovrappon­
gono largamente.
L’editrice di un giornale émigré russo, Maria V. Rozanova, ha commenta­
to recentemente che gli emigrati sovietici hanno maggiori difficoltà di adat­
tamento di coloro che provengono dai paesi comunisti europei.25 Ella spiega
orgogliosamente il fenomeno come una qualità speciale dell’essere russi. Per­
sonalmente sospetto che si nasconda una ragione più profonda dietro la
compenetrazione e l’accettazione inconscia della cultura politica ufficiale tra
tutti gli strati della società sovietica. Questa accettazione è più debole tra
l’intelligencija, dalla quale proviene la maggior parte della attuale emigrazio-

223
nc; si può quindi soltanto immaginare quanto più forte essa debba essere tra
la classe operaia. Ciò accade non solo perché l’adattamento e l’acccttazione di
questa cultura sono sostanzialmente esteriori nel corso della vita dell’indivi­
duo. Io sospetto anche che nel processo graduale di persistenza intergenera­
zionale tale accettazione si sia interiorizzata. Può ben essere che le tradizioni
paternalistiche ed autocratiche russe rinforzino tale processo, ma questo te­
ma va oltre lo scopo della mia discussione.
Ho affermato che vasti strati della popolazione mostrano una identifica­
zione di fondo con il sistema sovietico così come esso è. Tale identificazione
è in misura predominante di tipo inconscio, amorfo ed indistinto. Non sto
perciò suggerendo che esso rappresenti un coinvolgimento nel sistema esi­
stente, una disponibilità ad investirvi tutte le proprie energie. E per la mag­
gioranza dei casi al massimo una accettazione che va di pari passo con com­
portamenti sociali quali assenteismo di massa, mancanza di disciplina lavora­
tiva, turnover nel posto di lavoro, ognuno dei quali testimonia della disaffe­
zione rispetto a molte delle politiche esistenti e, cosa più importante, del
preponderante interesse privato del lavoratore al proprio benessere. Tale
orientamento individualistico mal si addice ad un comportamento di caratte­
re collettivo ed alla immagine che coloro che dirigono il sistema cercano di
dare alla società. Nella misura in cui, comunque, tale orientamento significa
semplicemente apatia politica e concerne solo la domanda «cosa ci guada­
gno» piuttosto che entrare nel merito di astratte questioni di giustizia ed
uguaglianza, e fintanto che va di pari passo con una accettazione di fondo
della formula politica stabilita dal regime, esso comporta una base di legitti­
mità accettabile rispetto alla quale coloro che dirigono il sistema non hanno
alcun motivo di essere insoddisfatti.
Appare evidente in tutti i tipi di regime la diretta relazione esistente tra il
livello di legittimazione dei regimi politici tra determinati gruppi ed indivi­
dui ed il grado di partecipazione di questi alle attività politiche e nella con­
duzione degli affari della società. La maggior parte dei problemi riguardanti
la legittimazione nelle società moderne, inoltre, concerne il grado di legitti­
mità di determinati apparati decisionali (piuttosto che di individui), cioè le
rivendicazioni da parte dei centri di potere collettivo ad avere il diritto di uti­
lizzare risorse fisiche per propositi specifici e di richiedere un certo tipo di
consenso da parte di particolari individui, collettività, gruppi e così via. Il
problema principale è sapere qual è l’elemento decisivo che rende influenti
tali rivendicazioni. Sono pienamente d’accordo con Arthur L. Stinchcombe
quando afferma che ciò che è cruciale è il grado di legittimità di tali rivendi­
cazioni tra gli altri centri di potere e non la loro legittimità tra le persone
che devono sopportarne le conseguenze.

224
I Jn tinnì») <> nn.i .nitniit.i IrgittiiiM c sostenni.! tl.i un.i quantità ih fonti di nwrva dt potere <ol
lcxatc in modo tale the il potere possa sempre su|xrare l’opposizione. La funzione cruciale delle
dottrine della legittimità e delle norme da esse derivate è quella di creare la disponibilità negli al­
tri centri di potere a sostenere una persona che detiene un certo diritto. Le dottrine della legitti­
mità esplicano la funzione fondamentale di costituire quell’insieme di poteri che rende di solito
il ricorso alla forza fisica non necessario... Un potere è legìttimo nella misura in cui per mezzo delle
dottrine o delle norme attraverso le quali esso viene giustificato chi detiene il potere può rivolgersi a (suffi­
cienti) altri centri di potere come riserve in caso di necessità, per rendere il suo potere effettivo. Alcune di
queste riserve possono o non possono essere la popolarità dei poteri di un uomo tra l’opinione
pubblica, o l’accettazione di una dottrina che legittimi i suoi poteri tra i subordinati. La dottrina
della legittimità limita un potere nella misura in cui il suo esercizio dipende da un suo sostegno
esterno, poiché tale sostegno sarà possibile soltanto nei termini accettati dagli altri centri di po­
tere.26

L’esperienza delle società comuniste ed autoritarie così come di quelle de­


mocratiche conferma, secondo la mia opinione, la centralità della dimensione
di élite della legittimazione del potere per la stabilità dei regimi politici ri­
guardo sia alla loro sopravvivenza che alla loro efficienza. Ciò non vuol dire
che la dimensione «popolare» della legittimazione non sia importante, ma
semplicemente che essa è secondaria rispetto alla dimensione d’élite sotto
molti aspetti, due dei quali sono particolarmente importanti. In primo luo­
go, fintanto che le rivendicazioni di un particolare centro di potere o di una
particolare élite sono considerate legittime da altri centri di potere o altre éli­
te, il basso livello di legittimità popolare o un suo declino non mettono in
pericolo la stabilità del regime. In secondo luogo, un declino della legittimi­
tà popolare, non considerando la sua espressione rumorosa o violenta, viene
nella maggior parte dei casi preceduto ed associato ad un declino della legit­
timità della élite, e molto raramente da un suo aumento.27
Max Weber, che costituisce la fonte della maggior parte delle attuali teo­
rizzazioni sulla legittimità del potere, appare su questo punto ambiguo. Da
un lato, nelle sue definizioni generali e nella sua teoria, la legittimità del po­
tere viene considerata nei termini di accettazione da parte dei subordinati del
diritto dei superiori a controllarli. Ma «nella sua analisi concreta sul fenome­
no del potere, Weber era molto poco interessato a qualsiasi valutazione ine­
rente la pubblica opinione e l’entusiasmo ideologico dei soggetti e dei subor­
dinati. Egli analizzava piuttosto le reazioni degli altri centri di potere».28
È la dimensione di élite della legittimità che appare maggiormente im­
portante dal punto di vista della stabilità del sistema e soprattutto della sua
capacità potenziale di trasformazione. Cosa più importante, è il declino o la
disintegrazione della legittimità dell’élite che o conduce al declino della le­
gittimità di massa o trasforma l’assenza di sostegno da parte del popolo in
una effettiva opposizione popolare. Le rivoluzioni, le rivolte e le vicende in­
cruente della «primavera» e dell’«ottobre» in Europa orientale furono princi­
palmente delle crisi di fondo di legittimità all’interno delle élite comuniste.

225
Per contrasto i cambiamenti di prospettive dell’élite sovietica avvenuti nel­
l’era post-staliniana ed i suoi conflitti interni non assunsero la forma di una
crisi di fondo di legittimità nell’ambito della maggioranza o di una impor­
tante parte dell’élite.
L’élite politica sovietica non è naturalmente un corpo omogeneo; essa riu­
nisce vari interessi, differenti opinioni e simpatie. In tempi di crisi interne e
di grosse tensioni essa tende a dividersi. Tuttavia si può affermare che un
nucleo centrale di attitudini e di principi forti e persistenti permea tutta l’éli­
te nel suo complesso. Quando si parla di gruppi e di interessi nella società
sovietica c’è l’incomprensibile tendenza a concentrarsi su parametri di rela­
zioni conflittuali tra i differenti gruppi. Questo dopo tutto è l’ingrediente
normale che conferisce ai gruppi la loro unicità e varietà. Ma quando si con­
siderano le attività dei gruppi di élite in Unione Sovietica appare importante
suggerire che ci si riferisce a relazioni tra gruppi che accettano fondamental­
mente il sistema, ma che competono al suo interno per l’acquisizione di de­
terminati vantaggi. Tali gruppi agiscono nell’ambito di relazioni consensuali
che sono molto più generali e durature delle loro stesse relazioni conflittuali.
La differenza in questo caso tra l’élite politica sovietica e le élite comuniste
dell’Europa orientale è tanto sorprendente quanto la differenza tra la società
sovietica e quelle est-europee.
I più importanti principi e fondamenti legittimi del regime politico sovie­
tico che si pensa siano condivisi dalle differenti élite includono:

Opposizione ad una organizzazione politica della società di tipo liberal-dcmocratico;


L’interesse ad uno stato a partito unico ed al ruolo dirigente del partito nell’ambito dello stato;
Una paura ed una sfiducia profondamente radicate nello spontaneismo politico e sociale che
induce ad una psicologia interventista ed accentua la necessità di un forte governo centrale, del­
l’organizzazione, della gerarchia e dell’ordine;
Il culto dell’unità nazionale e la condanna di individui o gruppi che minacciano di indebolire
tale unità;
Un radicato nazionalismo ed un orientamento da grande potenza che costituisce il vincolo
più efficace e persistente tra le varie élite e tra le élite e le masse;
Il mantenimento dell’impero sovietico in Europa orientale;
Il radicale declino dell’impulso a rimodellare la società e l’interesse a preservare la struttura
di base acquisita dalla società sovietica;
La fine dell’utopismo e l’impegno alla razionalizzazione del sistema;
La fede e l’impegno nel progresso inteso particolarmente nel suo aspetto materiale e tecnico,
uniti all’ethos tecnologico e scientifico.

(Tutti questi ed altri principi e tendenze comuni sono stati discussi in


dettaglio nel capitolo 3 e non hanno bisogno di un’ulteriore elaborazione).
Come abbiamo già posto in rilievo, la rispondenza degli altri centri di po­
tere è di importanza cruciale per la legittimità delle rivendicazioni di coloro
che detengono il potere. Ci volgiamo adesso alla domanda: quale è il «mec-

226
latusmo» attraverso il quale si mantiene il processo di legittimazione? Per
dirla differentemente, quali sono i processi di integrazione delle norme e dei
valori che sostengono la legittimazione delle rivendicazioni tra i diversi seg­
menti funzionali ed organizzativi della élite, tra le sue diverse istituzioni?
Propongo di utilizzare due principali unità di analisi: in alcuni punti ci rife­
riremo agli ordini istituzionali quale quello politico, economico, militare e
culturale che costituiscono i centri decisionali, ed in altri punti considerere­
mo organizzazioni specifiche quali l’apparato di partito, l’amministrazione
economica e via dicendo, oppure le loro sottounità funzionali.
Una analisi molto utile dei processi di integrazione ci viene fornita da
1 Ians Gerth e C. Wright Mills nel loro Character and Social Structure, un’o­
pera che non è stata sufficientemente apprezzata. Le relazioni tra le unità
vengono da loro poste in termini di fini-mezzi che la dimensione del potere
comporta.29 Gli autori identificano quattro principali processi di integrazione:

Corrispondenza. Quando l’integrazione dei valori legittimi viene raggiunta attraverso il fun­
zionamento nei diversi ordini istituzionali di un principio strutturale comune, che opera così in
modo parallelo in ognuno di essi.
Coincidenza. Quando valori differenti, diversi principi o sviluppi strutturali nei vari ordini
producono, nel loro effetto congiunto, lo stesso, spesso inatteso risultato di unità per l’intera società.
Convergenza. Quando due o più segmenti o valori dei diversi ordini istituzionali coincidono
al punto di unirsi, diventano un unico quadro istituzionale.
Coordinamento. Quando l’integrazione è raggiunta attraverso uno o più ordini istituzionali i
quali diventano dominanti rispetto agli altri ordini e li dirigono, in modo che questi ultimi ven­
gono regolati e diretti dall’ordine o dagli ordini superiori.

Gli autori aggiungono poi:

Si capisce naturalmente, che in qualsiasi struttura sociale concreta si possono trovare delle
combinazioni di questi quattro processi di integrazione o di cambiamento strutturale. Il compi­
to è quello di ricercare nell’ambito e tra i vari ordini istituzionali punti di corrispondenza e coin­
cidenza, punti di convergenza e coordinazione, e di esaminarli in dettaglio. La presenza di un
processo non esclude la possibilità della presenza di altri. Crediamo non ci sia alcuna regola spe­
cifica o generale che governi la composizione e l’unità degli ordini e delle sfere che sia valida
per tutte le società. La realtà spesso non è limpida e precisa; è compito dell’analisi separare ciò
che è rilevante per una comprensione chiara e precisa.w

Proporrei adesso di applicare questi quattro processi di integrazione all’U­


nione Sovietica. Il caso più esplicito di corrispondenza tra i diversi ordini isti­
tuzionali della società sovietica per quanto concerne i suoi valori legittimi è
rappresentato dall’idea di gerarchia ed organizzazione. La legittimazione che
è alla base della condotta costituita in ciascuno di questi ordini è esattamente
la stessa: la subordinazione della libera iniziativa individuale ed una autode­
terminazione di carattere razionale e morale delle domande collettive espres­

227
se dalle strutture gerarchiche tra ed all'interno delle organizzazioni formali.
In tal modo le sfere simboliche dei vari ordini procedono in modo parallelo
o corrispondente.
La corrispondenza dei diversi ordini, anche assumendo che questi siano re­
lativamente autonomi (e, come suggeriscono alcuni studiosi della società so­
vietica, essi stanno diventando relativamente più autonomi che in passato), è
il risultato del processo per cui tutti i maggiori ordini si sviluppano in dire­
zione dei principi comuni di pianificazione, subordinazione gerarchica ed or­
ganizzazione. (Un’altra legittimazione di condotta costituita che conduce ad
un corrispondente principio comune è rappresentata dall’idea di «mobilita­
zione», l’impiego di risorse allo scopo di produrre il massimo dispendio di
sforzi e di energie).
In un articolo provocatorio, Zbigniew Brzezinski propone quanto segue:

La rivoluzione bolscevica non solo non costituì una frattura della tradizione politica domi­
nante, ma si è rivelata, in prospettiva storica, un atto di restaurazione rivitalizzante. L’ultimo pe­
riodo Romanov fu un periodo di decadimento, di graduale indebolimento del dominio dello sta­
to sulla società... e di perdita di vitalità all’interno dell’élite suprema, per non parlare delle debo­
lezze personali dell’autocrate. Il rovesciamento di quella élite dirigente diede il potere ad un
nuovo gruppo, molto più vitale, molto più dogmatico e pervaso da un nuovo senso di missione
storica. Il risultato politico della rivoluzione bolscevica fu in tal modo la rivitalizzante restaura­
zione di tendenze da lungo tempo dominanti.51

Brzezinski elenca otto caratteristiche principali della tradizione prerivolu­


zionaria che, egli afferma, si sono preservate nell’esperienza russa post-rivo-
luzionaria. È da notare che un elemento che non viene menzionato, e secon­
do noi giustamente, riguarda il problema del nazionalismo grande-russo.
E esattamente nella interazione tra l’idea legittima del nazionalismo da un
lato ed i valori di modernizzazione propagati dal partito-stato sovietico dal­
l’altro, che si rende possibile l’integrazione dei valori legittimi attraverso il
processo di coincidenza. Tale legittimazione (come Hans Rogger afferma in
modo convincente) era assente nella Russia zarista, dove la formazione di un
centro politico moderno veniva resa impossibile dalla contraddizione tra lo
stato tradizionale esistente ed il nazionalismo moderno.
Parlando del nazionalismo in quanto fenomeno politico, cioè di convinzioni,
attitudini o movimenti nazionalistici, Rogger propone che in acuto contra­
sto con l’occidente, dove nel xix secolo il nazionalismo divenne un fattore
fondamentale di fedeltà politica e di integrazione sociale, il dilemma del na­
zionalismo russo prerivoluzionario consisteva nel fatto

che esso non poteva, o poteva solo con molta difficoltà, considerare lo stato zarista come l’incar­
nazione dell’espressione nazionale, come lo strumento necessario e l’espressione degli obiettivi e
dei valori nazionali, mentre da parte sua lo stato guardava con paura e sospetto ad ogni espres­
sione autonoma di nazionalismo... Qò si verificava non solo quando lo stato si misurava con le

228
1114nifcsr4/n>i11 di n.i/K>ii.ilimm> piopnc ilei tallii .ili <> ilei IiIxt.iIi, ma am he quando, e qui il di­
lemma appare più sorprendente, queste manifestazioni provenivano dai gruppi maggiormente
aitivi nel sostenere l’online costituito/''

La Russia non ha avuto un’esperienza simile all’evoluzione occidentale, in


mi il nazionalismo trascendeva i sentimenti vaghi e le astrazioni intellettuali
cd esprimeva un accordo sostanziale sugli ordinamenti sociali esistenti e do­
veva non solo accettare, bensì ratificare lo stato.

La Russia moderna non sviluppò un tipo di nazionalismo capace di riconciliare i più impor­
tanti settori della società russa tra di loro e nei confronti dello stato. Nonostante l’importanza
straordinaria che il pensiero russo attribuisce al problema della identità, della cultura o della
missione nazionale, il nazionalismo in quanto ideologia o movimento politico fu affetto da con­
traddizioni e tensioni che gli impedirono di giocare un ruolo politico o sociale decisivo nell’ulti­
mo secolo di esistenza dell’impero, che resero la sua relazione con lo stato di carattere fatalistico
cd ambiguo, e perciò il nazionalismo rimase in gran misura un fenomeno culturale e psicologico
anziché politico/'

Dal punto di vista della nostra discussione sulla legittimazione attraverso


il processo di integrazione coincidente dei differenti valori, la mancanza di
tale legittimazione nella Russia prerivoluzionaria risultava dalla natura di­
fensiva, statica, non mobilitante dei valori legittimi dell’ordine politico (e
religioso) e dal carattere di ispirazione ampiamente utopistica dei valori do­
minanti nell’ordine culturale. Lo studioso russo di filosofia della storia Vla­
dimir Solov’èv ha centrato l’essenza del problema con grande chiarezza: «La
questione nazionale in Russia non costituiva più un problema di esistenza o
di sopravvivenza nazionale; essa concerneva adesso lo scopo di quella esisten­
za e la sua giustificazione etica».54
In Unione Sovietica la natura dinamica, mobilitante, collettivista ed
orientata verso obiettivi futuri dei valori legittimi dell’ordine politico ed eco­
nomico ha coinciso e si è integrata con i valori ereditari dell’identità nazio­
nale latenti nell’ordine culturale, e si è rinforzata e fusa con un nuovo senso
di missione storica propagato dalla dottrina del partito. Lo stadio di costru­
zione del sistema sovietico ha coinciso con la costruzione di una nazione mo­
derna; lo stadio «maturo» di costruzione del sistema sovietico coincide con le
aspirazioni sovietiche di potenza globale.
L’integrazione dei valori legittimi attraverso il processo di convergenza av­
viene, spesso in modo spontaneo, quando i valori dei differenti ordini istitu­
zionali di diversi segmenti organizzativi o funzionali della élite coincidono
fino al punto di fondersi. Un possibile esempio di tale convergenza applicata
al caso sovietico è secondo me rappresentato dal «complesso difesa-industria
pesante». Tale complesso è prima di ogni altra cosa un valore, un principio
ed un orientamento politico che taglia trasversalmente le linee organizzative
e funzionali dell’organizzazione d’élite.

229
La tradizione, insieme allo status ed alle ambizioni attuali dell’Unione So­
vietica in campo internazionale, rendono il peso degli interessi legati al pro­
blema della difesa molto grande. Il protrarsi delle insicurezze del passato, in­
sieme a quelle nuove del presente, l’interesse a mantenere a qualsiasi prezzo
un impero potenzialmente esplosivo in Europa orientale e l’orgoglio dei ri­
sultati ottenuti nel settore difesa-industria pesante (di gran lunga il settore
individuale che registra i più importanti successi da parte del regime sovieti­
co) garantiscono il predominio del settore della difesa. Il fatto che questo
settore sia il più moderno, che concentri molti più talenti scientifici, tecnici
e manageriali e più lavoro specializzato di tutti gli altri settori messi insie­
me, ci dà un’idea dell’importanza che esso riveste. Una istruzione che sottoli­
nei l’importanza della difesa è considerata essenziale nell’ambito del sistema
educativo generale. Il tema del nazionalismo patriottico è relativamente più
efficace del tradizionale tema ideologico della mobilitazione del consenso ed
utilizza la gloria passata ed attuale del complesso della difesa. Molti ex asso­
ciati o «esperti» del complesso difensivo, che oggi continuano la loro colla­
borazione, sono presenti tra tutti gli strati delle élite e della leadership. È
cioè possibile trovarli tra i politici generici e tra i pianificatori, tra gli ideolo­
gi ed i dirigenti delle istituzioni scientifiche, tra i più importanti scrittori e
tra i direttori di fabbrica. Tutti questi fattori contribuiscono a rendere il peso
degli interessi legati alla difesa molto più grande di quello dei rappresentanti
di segmenti di élite del settore militare-industria pesante nelle istituzioni su­
preme e nei corpi politico-decisionali. Cosa ancora più importante, essi ser­
vono anche ad instillare i valori ed i principi propri di questo «complesso»
tra i diversi ordini istituzionali, istituzioni e segmenti di élite. L’effetto è
quello di creare una propensione politica che è adesso evidentemente insita
nella cultura politica, che risponde in modo quasi automatico alle necessità
del settore difesa-industria pesante su una base di priorità assoluta.
L’integrazione attraverso il coordinamento viene raggiunta «mediante la su­
bordinazione di alcuni ordini alla regolazione della gestione diretta da parte
di altri ordini». Questo tipo di integrazione trova molte espressioni all’inter­
no dell’ordine politico sovietico, delle quali ne menzionerò due. In primo
luogo, una delle sue più importanti e visibili espressioni è l’alto livello di
quella che Etzioni chiama «intensità politica»,” cioè quella parte di attività
sociali che sono completamente o in parte controllate politicamente rispetto
a quelle che non lo sono. Quella che è la dimensione probabilmente più im­
portante di intensità politica ha a che fare con le relazioni tra la sfera politica
e quella economica, tra obiettivi politici ed economici.
Uno degli obiettivi predominanti del regime sovietico nel corso di tutta la
sua storia è stato quello dello sviluppo economico, in particolare di quello
industriale, al ritmo più alto possibile e senza badare ai suoi costi sociali. Il

230
de tto ili Imiti «la politila non può clic avere la supremazia sull’economia»
significava inizialmente che la crescita economica doveva essere correlata e
subordinata ai mutamenti sociali, alla trasformazione della società in senso
socialista. Nella Russia staliniana esso finì fondamentalmente col significare
che lo sviluppo economico era un obiettivo troppo importante per il sistema
|kt poter essere lasciato in mano agli amministratori, ai tecnocrati, agli eco­
nomisti. Un altro slogan sovietico che considerava «la politica come econo­
mia condensata» esprimeva alquanto meglio il dominio della crescita econo­
mica tra gli obiettivi sistematici del regime. Le questioni di sviluppo econo­
mico permeano ancora l’intero processo decisionale politico sovietico. La cre­
scita economica (e la potenza militare che da questa deve scaturire) costitui­
sce l’indicatore principale del successo o del fallimento della leadership. Lo
sviluppo economico desiderato e successivamente raggiunto ha costituito la
giustificazione storica sia della trasformazione sociale decretata dalla leader­
ship che dell’ordine politico da essa stabilito.
Tuttavia, mentre lo sviluppo economico costituisce un obiettivo del sistema
di importanza decisiva, i criteri economici che decidono cosa, a quale ritmo ed
a quali costi esso si deve sviluppare, sono considerazioni secondarie. La carat­
teristica chiave della sfera economica sovietica e della sua crescita è la sua
mancanza di meccanismi economici auto-producentisi, auto-regolantisi ed
adattabili. Per dirigere tutto, se non per operare in modo funzionale, essa ha
richiesto ed ancora richiede un enorme edificio politico che provveda alla re­
golazione, alla supervisione ed al coordinamento. In realtà il sistema politico
sovietico quale noi lo conosciamo si sviluppò in gran parte proprio per diri­
gere l’economia e venne modellato da un tipo di direzione economica in li­
nea con la strategia di crescita che si era scelta.
La seconda e più importante espressione del ruolo di coordinamento diret­
to proprio della sfera politica riguarda ciò che abbiamo affermato in prece­
denza: la sfera simbolica di tutti i settori della società viene diretta e control­
lata centralmente da quella politica, e non si riscontra alcuna rivendicazione
di opposizione alle legittime espressioni simboliche. Sulla base della defini­
zione che Shils fa di centro sociale, Eisenstadt presenta in questo senso una
differenziazione tra centro sociale forte e debole: «Un centro “forte” gode di
accesso negli altri centri e può derivare da loro la propria legittimazione — o
monopolizzandoli, o controllandoli, o attraverso una maggiore interdipen­
denza tra loro — e può di conseguenza esercitare un potere nell’ambito della
propria sfera specifica ed anche oltre».56
A questo punto la discussione termina di concentrarsi sugli ordini istitu­
zionali in quanto unità di analisi e si sposterà a considerare il ruolo di coor­
dinamento delle specifiche istituzioni, in questo caso del partito comunista
ed in particolar modo della burocrazia di partito.

231
Il partito comunista dell’Unione Sovietica svolge una quantità di funzioni
all’interno del sistema. Gli esecutivi del partito, coloro che agiscono in suo
nome o nel suo ambito, svolgono tutta una serie di ruoli professionali e poli­
tici. In realtà si dovrebbero distinguere vari partiti comunisti in Unione So­
vietica. Esiste il partito simbolico, la cui immagine «ideale» serve alla legitti­
mazione del sistema ed a fornire la base di continuità politica all’interno di
una società che muta la sua struttura sociale ed economica. C’è il partito di
massa, che annovera nei suoi ranghi milioni di membri in migliaia di orga­
nizzazioni primarie e rappresenta il principale mezzo di socializzazione poli­
tica nella società. C’è il partito integrativo, che incorpora nelle sue fila la
maggior parte dei manager e degli esperti di tutte le sfere della società e che
costituisce un canale per il loro reclutamento negli strati della élite. C’è il
partito mobilitante, che attraverso il controllo ed il coordinamento delle or­
ganizzazioni secondarie di massa ed attraverso l’attività diretta dei propri
membri di base cerca, con la partecipazione, di produrre un appoggio di
massa alle politiche del regime e di prevenire manifestazioni, spontanee o or­
ganizzate, di malcontento e di opposizione.
Il più importante di tutti i partiti però, e quello che ci permette di parlare
del partito in quanto organizzazione dirigente in termini diversi da quelli
tradizionali, è il partito come pubblica amministrazione, il cui ruolo viene
svolto dalla sua burocrazia professionale, dall’«apparato di partito». L’appara­
to di partito è una pubblica amministrazione nello stesso identico senso delle
altre burocrazie sovietiche. Il suo nucleo centrale di funzionari svolge funzio­
ni direttive di carattere organizzativo, di controllo, di coordinamento e tutte
le altre funzioni svolte in ciascuna burocrazia sovietica. Esistono però tre at­
tributi specifici del suo funzionamento in quanto pubblica amministrazione,
che pongono l’apparato di partito in posizione differente dalle altre burocrazie:
1. I quadri esecutivi delle altre burocrazie svolgono le loro funzioni am­
ministrative nell’ambito ed in relazione alla propria organizzazione ed alle ri­
sorse che queste controllano o di cui sono responsabili. In tal modo, natural­
mente, essi entrano inevitabilmente in contatto con i quadri esecutivi di altre
gerarchie ed organizzazioni, e rappresentano in tali rapporti la propria orga­
nizzazione; tuttavia questo rappresenta solo il corollario del loro ruolo prin­
cipale. Le attività manageriali del personale esecutivo dell’apparato di partito
non si svolgono all’interno della- propria organizzazione, bensì all’esterno,
verso altre burocrazie. Esso è una organizzazione nella quale ogni membro
rappresenta un soggetto esecutivo il cui ambito di direzione si svolge al di
fuori della propria organizzazione e si compone degli strati manageriali delle
altre organizzazioni.
2. Ciascuna pubblica amministrazione sovietica possiede un’area più o
meno chiaramente delineata di attività o una sfera di specializzazione, essa

232
noe partecipa a quella che può essere descritta come una divisione manage­
riale del lavoro nell’ambito della società nel suo complesso. Anche ciascun
segmento o unità dell’apparato di partito è specializzato ed orientato verso
una sfera specifica di attività, sia essa l’istruzione, l’agricoltura, la finanza o
gli affari militari. Ma l’apparato di partito in quanto organizzazione ammini­
strativa non partecipa alla divisione globale, divisa in settori specifici, del la­
voro manageriale. Questa divisione globale esterna del lavoro si ripete in una
divisione del lavoro interna alla burocrazia di partito. Questa caratteristica
unica dell’apparato di partito nel suo complesso rispetto alle altre organizza­
zioni trova espressione al di sotto del livello centrale di autorità, nelle cari­
che dei primi segretari, le cui responsabilità sono, almeno nominalmente, li­
mitate solo dai confini territoriali delle loro rispettive giurisdizioni, ma non
da limiti funzionali.
3. L’apparato di partito è una pubblica amministrazione la cui principale
funzione sociale è di carattere politico. Questa è probabilmente l’affermazio­
ne più fraintesa e peggio interpretata di ogni altra affermazione concernente
la politica della burocrazia sovietica. È un truismo dire che tutte le burocra­
zie e non solo quella sovietica sono impegnate in attività politiche, e non so­
lo all’interno della propria organizzazione ma anche nelle relazioni esterne.
La loro principale funzione sociale rimane comunque di carattere non politi­
co, ed è quella di produrre o di distribuire le merci, di difendere il paese, di
combattere condotte sociali deviami e così via. È anche vero che i funzionari
dell’apparato di partito sono ampiamente impegnati in attività che in larga
misura riproducono le attività specifiche degli esecutivi delle altre burocrazie
con le quali essi lavorano. Cosa intendiamo quindi quando diciamo che l’ap­
parato di partito è una burocrazia politica e che la sua funzione principale è
di carattere politico? In qualsiasi modo noi definiamo una funzione politica,
se essa consista nel decidere «chi ottiene cosa, quando e come» o nel coordi­
nare e nell’integrare le specifiche attività all’interno della società, l’elemento
essenziale è che essa opera una selezione tra opinioni contrastanti nel proces­
so decisionale per la società.
Jerry Hough ha osservato in modo molto appropriato che riguardo alla
questione concernente quale tipo di opinioni dovrebbe prevalere, raramente
la risposta è di carattere tecnico-razionale.

Piuttosto questi sono principali esempi della «questione politica» — la questione sulla quale
uomini con differenti specializzazioni e differenti interessi entrano in conflitto; la questione per
la quale il rimettersi agli specialisti può avere conseguenze dirette o indirette pericolose per gli
altri all’interno della società. In Unione Sovietica come dappertutto, sono gli scontri su questio­
ni come queste che costituiscono i «conflitti politici» essenziali, e la leadership sovietica tenta
ancora di assicurare che questi vengano risolti quanto più possibile all’interno degli organi di
partito... Quando i portavoce del partito insistono (come fanno con veemenza) che i funzionari
di partito concentrano la loro attenzione su «questioni politiche», essi vi si riferiscono nel modo

233
in <ui queste vengono definite nell’ultimo paragrafo e non seni piu. entente ionie a questioni
idei )k)gico-organi zzati ve.'
La posizione dell’apparato di partito nell’ambito della struttura di potere
sovietica ha subito nel corso della storia una quantità di mutamenti. Da uno
tra i vari canali attraverso cui Stalin comunicava i suoi ordini, l’apparato di
partito acquistò negli anni susseguenti alla sconfitta da parte di Chruscèv del
«gruppo anti-partito» nel 1957, una preminenza istituzionale maggiore di
quanto fosse mai avvenuto in precedenza. Negli ultimi anni del suo governo
Chruscèv divenne sempre più il portavoce non solo dell’apparato di partito,
ma della propria ambizione personale di giungere ad una direzione senza re­
strizioni. Dopo che i tentativi del leader destituito di riorganizzare e riorien­
tare l’apparato di partito vennero velocemente riconvertiti, non si ebbe alcun
cambiamento significativo nella sua struttura e nelle sue prerogative ufficiali
durante l’intero decennio post-chruscèviano. Con la restaurazione dei mini­
steri centrali e l’accento posto sul controllo verticale nell’ambito delle buro­
crazie specializzate, con lo sviluppo di nuove strutture economiche (per
esempio le associazioni), con il mantenimento di un equilibrio istituzionale
all’interno della leadership suprema, vengono a mancare le uniche condizio­
ni favorevoli per il primato dell’apparato di partito; tuttavia la sua centralità
nel processo politico del paese rimane secondo noi fuori discussione.
Allo stesso modo della posizione di potere propria dell’apparato di parti­
to, anche le sue principali funzioni nell’ambito della struttura amministrati­
va sovietica hanno subito una quantità di cambiamenti. Come osserva Stin-
chcombe, le funzioni delle specifiche istituzioni «possono diventare irrile­
vanti perché le tensioni alle quali rispondono, scompaiono. Di solito queste
scompaiono perché qualche altra struttura le sta controllando o prevenen­
do... ma molte tensioni scompaiono anche attraverso un processo naturale...
In breve una struttura funzionale può continuare ad esserlo anche nel caso in
cui questa funzione non sia più necessaria e che non operi come forza seletti­
va per nuove strutture».58 Dalla sua funzione iniziale di «rosso» contro «e-
sperto», l’apparato di partito ha mutato la sua funzione principale all’interno
della struttura amministrativa, come ha suggerito Reinhard Bendix,” in
quella di «agente di mobilitazione» e successivamente di «guida politica».
Viene qualche volta suggerito tuttavia che il ruolo principale degli organi e
della burocrazia di partito, specie a livello territoriale, si è spostato o si sta
spostando da quello di guida politica a quello di mediatore politico, cioè ad
un ruolo di intermediario che tiene insieme e si interpone tra i vari funziona­
ri specializzati nel processo decisionale che è fondamentalmente diretto da loro.
Disponiamo di troppo pochi dati ed è troppo presto per dire se in realtà
tale trasformazione del ruolo principale dell’apparato di partito da guida po­
litica a mediatore stia realmente avendo luogo. Vengono in mente numerose

234
riserve; l’immagine del mediatore, seppur valida, si riferirebbe fondamental­
mente al settore economico, ma è secondo noi totalmente inaccettabile in al­
tri campi, come ad esempio quello culturale. L’immagine che il partito tenta
di dare al pubblico e nei suoi rapporti interni è esattamente quella di guida
jxrlitica e non di mediatore; quella del mediatore, perciò, è al massimo l’im­
magine di uno stato di cose talvolta esistente, ma non di quello desiderato.
L’immagine completa del partito-mediatore suggerisce od implica in qualche
modo una condizione che non è presente in nessuna gerarchia burocratica
sovietica, e cioè la neutralità. Ma nonostante tali riserve ed obiezioni, l’appa­
rato di partito in quanto mediatore sembra descrivere una tendenza nel pro­
cesso decisionale sovietico di cui si possono fornire alcuni esempi. È inoltre
una tendenza non incompatibile con la situazione generale dell’élite e della
leadership sovietica nell’era post-chruscéviana.
La principale debolezza di tale immagine dell’apparato di partito sembra
essere di natura differente e si trova nella sua eccessiva concentrazione su
una dimensione del processo decisionale ed il suo trascurarne una seconda
nella quale esso può sempre più svolgere il ruolo di mediatore: questa con­
cerne la scelta tra le differenti soluzioni contrastanti difese dai funzionari del­
le diverse burocrazie specializzate. Anche qui il ruolo funzionale del partito
non è così neutrale, e le sue preferenze sono più influenti di quanto imponga
il ruolo di mediatore. Sembra tuttavia esserci un reale declino del ruolo atti­
vo dell’apparato di partito rispetto a questa dimensione del processo decisionale.
Il processo decisionale comunque, contiene ancora un’altra dimensione:
non quella di selezionatore tra tutta una serie di soluzioni offerte, bensì quel­
la di delineare questa serie, e di limitare quelle che sono considerate le alter­
native accettabili. Il potere di influenzare tale processo e di determinare
l’ambito delle soluzioni possibili è una funzione politica centrale nel suo si­
gnificato più ampio e con ripercussioni maggiormente dirette e conseguenti
nella determinazione dei cambiamenti del sistema di quelle presenti nella
prima dimensione. E sotto questo aspetto io credo che il ruolo dell’apparato
di partito sia ancora dominante, le sue prerogative immutate, la sua efficacia
intaccata. In realtà si potrebbe, anche se con qualche esitazione, suggerire
che mentre nel periodo chruscèviano le gerarchie burocratiche sovietiche
avevano minore autonomia operativa di quanta ne abbiano attualmente, la
serie di soluzioni alternative che venivano prese in considerazione all’interno
del partito, non solo riguardo alla sfera ideologica e culturale, ma anche in
quella dell’economia interna, era probabilmente più ampia di quella attuale.

In conclusione, la legittimità del sistema sovietico è condizionata dalla


sua durata, dalla sua capacità di affrontare le prove costituite da shock e mo­
menti di crisi, dalla sua identificazione col nazionalismo di grande potenza

235
che unisce le masse c le elite, da una ben riuscita simbiosi tra gli elementi
dottrinari messianici del marxismo-leninismo ed il nazionalismo, dall’au­
mento in numero ed importanza degli strati della società che hanno interesse
alla preservazione del regime, ed in particolare da un aumento delle loro atti­
vità, dall’unità di fondo delle sue élite e dal complesso modo in cui il siste­
ma viene ad integrarsi. È lo sviluppo di questo tipo di legittimità che carat­
terizza la nuova fase «matura» dell’autoritarismo sovietico e costituisce la ba­
se della sua stabilità di fondo. Passerò adesso ad esaminare il problema che
contiene il più alto potenziale destabilizzante di tale situazione. Analizzerò
sia il perché secondo me il problema nazionale in Unione Sovietica ha un
così grande potere destabilizzante, sia il perché fino ad ora il regime sovieti­
co è stato capace di evitare le sue conseguenze potenzialmente esplosive.

NOTE

1 Claus Mueller, The Politics of Communication: A Study in the Political Sociology of Language, Socia­
lization and Legitimation, Oxford University Press, Londra 1975, pp. 128-9.
2 Gtato da Alexander Gerschenkron, La continuità storica, Einaudi, Torino 1976, p. 363.
3 Mueller, Politics of Communication, p. 128.
4 Ezegodnik BSE 1978, Sovetskaja Enciklopedija, Mosca 1978, p. 12.
5 KPSS: Spravofaik, Gospolitizdat, Mosca 1965, p.5.
6 Spravofaik partijnogo rabotnika, 1977, Gospolitizdat, Mosca 1977, pp. 449-72.
7 Spravofaik partijnogo rabotnika, 1977,. p. 464; Spravofaik sekretarja pervifaoj partijnoj organizacii,
Gospolitizdat, Mosca 1977, p. 356.
8 Spravofaik partijnogo rabotnika, p. 465; Spravolnik sekretarja pervifaoj partijnoj organizacii, p. 355.
9 Idem.
10 Spravofaik partijnogo rabotnika, 1977, pp. 465-9.
11 Ibid., pp. 470-1.
12 Ibid., pp. 471-2.
13 «Pravda», 11 marzo 1975.
14 Gfre caratteristiche delle dimensioni àeW'aktiv di partito sono fornite per la provincia di Rja-
zan dal suo primo segretario Priezev. L’organizzazione di partito nella provincia conta quasi 100.000
membri, 30.000 circa dei quali appartengono all’d&n' «eletto» {yybomyj aktiv}. Di questi, 2.289 sono
segretari di organizzazioni primarie, e 1.996 di organizzazioni di partito a livello di fabbrica; 3.529 so­
no organizzatori di gruppi di partito, e 2.655 sono membri di comitati di provincia, di città e di con­
tea (tra questi ultimi, gli operai ed i contadini ne costituiscono il 40%) (N.S. Priezev, Rabota v vybor-
nympartijnym aktivom, Gospolitizdat, Mosca 1976, pp. 12-13).
15 La migliore fonte sovietica sulla struttura sociale e demografica del partito comunista è I.N.
Judin, Social’naja baza rosta KPSS, Gospolitizdat, Mosca 1973.
16 Spravofaik partijnogo rabotnika, 1977, p. 449.
17 Questa stima è basata sulla assunzione quanto mai prudente che tutti i membri di partito so­
no sposati ad altrettanti membri di partito, e che la distribuzione di appartenenti al partito tra sposati
e non sposati è simile alla popolazione in generale.
18 Jerry F. Hough, The Soviet Union and Social Science Theory, Harvard University Press, Cambrid­
ge, Mass. 1977, p. 123.
19 Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1975 g., Statistika, Mosca 1976, p. 36; Spravofaik partijnogo rabotni­
ka, 1977, p. 452. La presenza del partito nell’establishment scientifico (sia le scienze «pure» che quel­
le sociali) è molto alta. Per il 1977, il 52, 6% di tutti coloro che posseggono una laurea appartengono
al partito; tra loro, il 51% di quelli con il grado di candidato in scienze, ed il 65% di quelli con il
grado di dottore («Partijnaja zizn’», n° 21, novembre 1977, p. 30).

236
20 Nantdnoe Jwzjafitro SSSR v P)?'* g., p 550, Spravofrukparttjnogo robotruka, P)??, p. 452. II jxrr-
mmuIc ibiave dei settori principali dell'industria appartiene, quasi senza alcuna eccezione, al partito.
Per esempio, negli stabilimenti, nelle officine c nelle unità subordinate al ministero per la costruzio­
ne di strumenti c per l’automazione, tutti i direttori c più del 97% degli ingegneri capo sono membri
del partito ( Voprosy teoni i praktikipartijnogo stroitel'stva, Mysl’, Mosca 1974, p. 244).
21 Per una dettagliata analisi del ruolo del partito comunista sovietico nella struttura sociale del
paese, cfr. Jerry F. Hough, Party Saturation in the Soviet Union, in «The Soviet Union and Social
Science Theory», pp. 125-39.
22 II più recente ed eccellente lavoro sulla partecipazione di massa in Unione Sovietica è lo stu­
dio di Theodore H. Friedgut, Political Participation in the USSR, Princeton University Press, Prince­
ton, N.J. 1979.
23 A parte il conseguimento di vantaggi sociali e di distinzione personale, non va sottovalutata
l’importanza del senso di potere che il controllo su altre persone nel processo di partecipazione attiva
fornisce. Per esempio alcune conversazioni che ho avuto con studenti sovietici mi ha fatto capire
l’importanza dello status symbol rappresentato dalla imponente carta d’identità dei membri della mili­
zia volontaria del komsomol, i druiinniki.
24 Alex Inkeles e Raymond A. Bauer, The Soviet Citizen, Harvard University Press, Cambridge,
Mass. 1959, p. 179.
25 Maria V. Rozanova, V krivom zerkale, «Sintaksis», n° 4, Parigi 1979, pp. 32-45. Rozanova è la
moglie di Andrej Sinjavskij.
26 Arthur L. Stinchcombe, Constructing Social Theories, Harcourt, Brace and World, New York
1968, pp. 160-2.
27 Sia in Polonia che in Ungheria la crisi dell’autunno 1956 si sviluppò soprattutto durante il
periodo 1953-6, principalmente come una crisi di fiducia all’interno delle élite politiche e sociali. Le
differenze di opinioni all’interno delle élite in quel periodo concernevano non delle semplici scelte,
ma i valori fondamentali, la questione della giustizia e della equità. Solo in uno stadio successivo,
quando la censura era già più moderata e la comunicazione di massa era divenuta più possibile, la cri­
si acquisì una dimensione di massa. Go è vero anche per quanto riguarda la Cecoslovacchia durante
la primavera del 1968. Per un buon studio di tale tipo di analisi, cfr. Madeleine Albrigth, The Role of
the Press in Political Change: Czechoslovakia 1968, PhD dissertation alla Columbia University, 1976.
Una parziale eccezione a tale tipo di spiegazione può trovarsi negli eventi dell’estate 1953 in Germa­
nia. Ma proprio per la relativa unità delle élite nella rdt, il movimento di massa del 1953 non creò
mai una crisi completa del sistema.
28 Stinchcombe, Constructing Social Theories, p. 161, n° 6.
29 Hans Gerth e C. Wright Mills, Character and Social Structure: The Psycology of Social Institu­
tions, Harcourt, Brace, New York 1953, pp. 354-66.
30 ibid., p. 366.
31 Zbigniew Brzezinski, Soviet Politics: From the Future to the Past?, in Paul Cocks, Robert V. Da­
niels, Nancy Whittier Heer, a cura di, «The Dynamics of Soviet Politics, Harvard University Press,
Cambridge, Mass. 1976, p. 340.
32 Hans Rogger, Nationalism and the State: A Russian Dilemma, «Comparative Studies in Society
and History», 4, n° 3, aprile 1962, pp. 253, 256.
33 ibid., pp. 253-4.
34 V.S. Solov'ev, Sobranie sofinenii, 5, St. Petersburg 1883-97, i, parafrasato in ibid., p. 263.
35 Amitai Etzioni, The Active Society: A Theory Societal and Political Processes, Free Press, New
York 1968, p. 670.
36 S.N. Eisenstadt, a cura di, Political Sociology: A Reader, Basic Books, New York 1971, p. 18.
37 Jerry F. Hough, The Soviet State, Party and Public Administration after Khrushchev, saggio in
occasione della Conferenza sull’Unione Sovietica dopo ChruScév: Implicazioni per il controllo degli
armamenti 1964-67, Columbia University, 1-5 aprile 1967, pp. 28-9.
38 Stinchcombe, Constructing Social Theories, pp. 92-3.
39 Reinhard Bendix, Work and Authority in Industry, Harper e Row Torchbook, New York
1959, pp. 447-8.

237
IO. Stabilità sovietica e problema nazionale

Molti stati-nazione contemporanei sono minacciati da crisi di legittimità e


di stabilità reali o potenziali a causa della crescente importanza che il proble­
ma della identità etnica sta assumendo. Joseph Rothschild ha scritto: «Nes­
suna società o sistema politico è oggi immune dalla crescente pressione del
nazionalismo etnico con i suoi possibili effetti legittimanti o destabilizzanti.
Stati comunisti e non, vecchi e nuovi, avanzati ed in via di sviluppo, centra-
listici e federali, devono tutti misurarsi con le pressioni derivanti da questa
ideologia in ascesa».1 In Unione Sovietica tale problema è potenzialmente il
più grave per le sue possibili conseguenze nel lungo periodo, e presenta il
pericolo più profondo per la legittimità del regime.
Le cause principali che hanno portato ad innovazioni istituzionali e politi­
che nell’era post-staliniana non sono state le reali pressioni provenienti da
gruppi o strati sociali, bensì le mutevoli condizioni materiali nella società e
circostanze politiche all’interno dell’élite. In futuro le tensioni tra autorità
politica e strati sociali possono generare tensioni politicamente significative
in favore di un cambiamento, ma ciò non è tuttavia sicuro. Sotto tale aspet­
to, la frattura sempre più ampia venutasi a creare nella società sovietica — i
dominatori grandi-russi e le altre nazionalità — rappresenta di gran lunga il
motivo più importante di tensione.2
I vari nazionalismi etnici sempre più dogmatici e non-russi si dirigono
non solo contro settori specifici degli indirizzi politici, economici, demogra­
fici e culturali da parte del governo, che essi vedono come discriminatori,
bensì contro il principio stesso del federalismo sovietico: la centralizzazione
politica ed economica dello stato-partito sovietico che concentra a Mosca
l’intero processo decisionale per tutta l’Unione Sovietica e mantiene allo
stesso tempo una struttura amministrativa che protegge i confini territoriali
e le istituzioni formali etnico-culturali delle nazionalità non-russe. Esistono
molte ragioni per cui il problema delle nazionalità dovrebbe essere conside­
rato a parte dal punto di vista del suo potenziale significato politico per il futuro:

238
1. Un suo aggravamento minaneichlx' quella ihe to.stitui.su- la forza ilei
sistema più grande e maggiormente unificante all’interno della stxictà sovie­
tica: il nazionalismo di grande potenza, che rappresenta la fonte principale di
stabilità politica dello stato sovietico negli ultimi trent’anni, opposta alla in­
stabilità dei regimi comunisti est-europei. Come abbiamo già detto prece­
dentemente, è la combinazione della dottrina marxista-leninista con il nazio­
nalismo da grande potenza che costituisce l’essenza della ideologia sovietica
in quanto forza motivante e legittimante dell’azione dell’élite e fonte di so­
stegno popolare. Nel caso dei grandi-russi, tale combinazione si basa sul soli­
do fondamento del riconoscimento della sostanza russa del nazionalismo da
grande potenza sovietico. Nel caso invece delle altre nazioni sovietiche essa
viene affermata in base alla sottomissione, convertibilità o corrispondenza
della propria identità etnica con il nazionalismo sovietico — una condizione
che è attualmente molto debole, e la cui ulteriore erosione colpirebbe il cuo­
re del sistema sovietico.
2. La polarizzazione della popolazione sovietica lungo linee etniche proce­
de più velocemente di una sua identificazione e della sua coscienza di un
nuovo stato sovranazionale sovietico, e viene nutrita sia dalla tradizione che
dal progresso socioeconomico. Le antiche speranze della leadership che il na­
zionalismo etnico si sarebbe sciolto nel processo «naturale» di sviluppo so­
vietico non si sono verificate.
Era un assioma della fede sovietica — ed io sono convinto che esso fosse
genuino — il pensare che il processo di sviluppo socioeconomico avrebbe
provocato un processo accelerato di riavvicinamento delle nazioni (sbliienie
nacij) che sarebbe a sua volta risultato in una fusione armoniosa (slijanie na­
cij) di tutte le nazionalità in un unico crogiuolo sovietico.3 Le attese degli
ideologi sovietici si sono rivelate errate quanto quelle degli scienziati politici
occidentali nella loro convinzione che lo sviluppo economico avrebbe affie­
volito il sentimento etnico.
Nella misura in cui le regioni non-russe rimangono sottosviluppate e di
natura contadina, il loro attaccamento alla cultura nazionale tradizionale, con
il suo contesto religioso, rimane straordinariamente forte e resiste con sor­
prendente tenacia alla subordinazione alla cultura russa o alla sottomissione
al concetto ed alla realtà sovranazionale dello stato sovietico (tavola 18).
Nella misura in cui le regioni non-russe sono state lasciate fuori dal processo
di modernizzazione, esse hanno sviluppato un nuovo tipo di intensa identità
etnica incentrata nelle città, della quale i nuovi portavoce ed i principali rap­
presentanti si trovano tra le nuove classi istruite e tra l’intelligencija creativa
e manageriale. L’assenza di sviluppo consegue il mantenimento dei vecchi ti­
pi di identità etnica, mentre il processo di sviluppo comporta la presenza di
sue nuove tensioni?

239
'FAVOLA IH. IDENTIFICAZIONI: LINGUISTICA IRA l.li FOPOMZ.IONI NON-RUSSli, 1926, 1959 li
1970

1926 1959 1970

Residenti Residenti
nella pro­ nella pro­
Popolazio­ Popolazio­ pria repub­ Popolazio­ pria repub­
Gruppi ne totale ne totale blica ne totale blica

Ucraini 87,1 87,7 93,5 85,7 91,4


Belorussi 71,8 84,2 93,2 80,6 90,1
Lituani 46,9 97,8 99,2 97,9 99,5
Lettoni 78,3 95,1 98,4 95,2 98,1
Estoni 88,4 95,2 99,3 95,5 99,2
Moldavi 92,3 95,2 98,2 95,0 97,7
Georgiani 96,5 98,6 99,5 98,4 99,4
Armeni 92,4 89,9 99,2 91,4 99,8
Azerbajdzani 93,8 97,6 98,1 98,2 98,9
Kazaki 99,6 98,4 99,2 98,0 98,9
Uzbeki 99,1 98,4 98,6 98,6 98,9
Turkmeni 97,3 98,9 99,5 98,9 99,3
Tadziki 98,3 98,1 99,3 98,5 99,4
Kirgizi 99,0 98,7 99,7 98,8 99,7

Fonte-, V.I. Kozlov, National'nosti SSSR (Mosca: Statistika, 1975), pp. 211-12.

3. Il problema delle nazionalità ed il pericolo di una sua intensificazione


aggiungono un’altra dimensione e complicano in gran misura molti dei di­
lemmi di carattere politico ed amministrativo che il partito deve affrontare.
A tal riguardo, l’aspetto più importante concerne la superimposizione della
dimensione etnica sulle scelte del partito nel campo della organizzazione
economica. La necessità di una maggiore efficienza genera delle pressioni in
favore del decentramento, che a sua volta provoca la paura che il partito pos­
sa perdere il pieno controllo politico. Come vedremo in seguito, la necessità
di migliorare i risultati in campo economico, che sta diventando una que­
stione di importanza preponderante per la leadership sovietica, richiede allo
stesso tempo una più stretta ed efficiente centralizzazione di direttive e di ri­
sorse disponibili al macro-livello, ma soprattutto una maggiore flessibilità,
libertà di comando e decentramento di iniziative e prerogative a livello inter­
medio ed al micro-livello dell’economia. Anche rispetto alle regioni russe,
questo compito non è affatto semplice e solleva, quale risultato secondario,
lo spettro della diffusione di potere politico. Ma il carattere multinazionale
dello stato sovietico ed il problema delle nazionalità moltiplicano le difficoltà.
Misure centralistiche sono atte a provocare e ad irritare la sensibilità dei
gruppi etnici non-russi, ed a creare insoddisfazioni e resistenze; misure de-
centralistiche, d’altro canto, sono suscettibili di capovolgere l’equilibrio esi­

240
stente, di stimolare le aspirazioni e gli apatiti kx ali jxr una maggiore auto­
nomia. Le élite indigene locali jxxrcbbcro usare i nuovi privilegi per eludere
ed indebolire il controllo centrale di Mosca. Nel caso delle regioni russe, tale
indebolimento viene considerato abbastanza pericoloso, come anche attesta
la costante lotta condotta contro il mestnrfestvo (localismo); nel caso delle re­
gioni non-russe tale atteggiamento potrebbe sfociare in un rivendicazioni­
smo nazionale molto più pericoloso.
4. Il concetto e la realtà del federalismo sovietico contengono un duali­
smo potenzialmente pericoloso: in teoria ed in pratica esso nega anche il più
ristretto margine di autonomia alle nazioni federate, ma allo stesso tempo le
sue istituzioni simboliche e la sua struttura amministrativa forniscono la ba­
se per una lotta in favore dell’autonomia nazionale. La politica sovietica nei
confronti delle diverse nazionalità è stata fin dall’inizio caratterizzata da un
dualismo. Da un lato essa ha garantito alle nazioni autonomia culturale, in­
tegrità territoriale ed i simboli di identità nazionale; dall’altro essa ha insisti­
to sulla supremazia dello stato e del governo centrale ed ha determinato uno
stato di cose nell’ambito del quale la distinzione nazionale e l’identità etnica
sarebbero alla fine scomparsi. Fonti di tale dualismo possono trovarsi nella
tensione esistente nell’ideologia marxista-leninista tra l’idea comunemente
accettata del diritto all’autodeterminazione ed al principio di eguaglianza
delle nazioni, e l’idea fortemente radicata della subordinazione della questio­
ne nazionale agli obiettivi dello sviluppo rivoluzionario i quali vengono me­
glio serviti da una organizzazione e da una centralizzazione di carattere so-
vranazionale.’
Nel corso di tutto il processo di sviluppo sovietico, tale dualismo non è
mai stato abbandonato, ed anche nel momento culminante dello sforzo stali­
niano di russificazione si sono preservate forme di esistenza nazionale auto­
noma per le principali nazioni,6 le quali si sono perfino rafforzate nell’era po­
st-staliniana. La delicatezza del problema è sottolineata dal fatto che nella
nuova costituzione adottata nel 1977 la struttura principale ed anche quella
secondaria del federalismo sovietico rimane immutata, e il dualismo proprio
della politica nei confronti delle nazionalità in atto viene mantenuto.7
La principale conseguenza di tale dualismo è che lo sforzo di russificazio­
ne da parte delle autorità centrali, per quanto strenuo, rimane una attività
nascosta e non riconosciuta, mentre il simbolismo della autonomia nazionale
per i principali gruppi rimane aperta, pienamente legale ed elogiata. Le isti­
tuzioni comprovanti tale autonomia, qualsiasi sia il loro potere reale (ed an­
che a questo riguardo non andrebbero minimizzate) sono molto ampie e ri­
producono quasi l’intero quadro delle istituzioni culturali ed economiche
centrali. Sono queste istituzioni, come dimostrerò successivamente, che ven­
gono amministrate dalle élite locali indigene e che costituiscono un pronto

241
veicolo di lotta per queste élite allo scojx> eli realizzare le loro aspirazioni na­
zionali autonome.
5. L’identificazione e le aspirazioni etniche potrebbero — ed in qualche
misura già lo fanno — colmare le divisioni sociali degli interessi occupazio­
nali e delle distinzioni di classe. Inoltre, già oggi esse sono il solo esempio in
cui gli interessi di un segmento dell’élite politica coincidono con quelli di
uno stato sociale, per cui i primi possono a volte rappresentare i secondi. Ta­
le funzione rappresentativa servita dai segmenti della minoranza delle élite
politiche per i propri gruppi sociali indigeni è ancora molto tenue e limitata,
ma agli occhi dell’élite politica centrale, fondamentalmente grande-russa, es­
sa rappresenta la tendenza più pericolosa perché sotto molti aspetti essa ripe­
te le minacce nazionaliste nei suoi confronti presenti in Europa orientale.
L’élite comunista sovietica è stata fino ad oggi incapace di disegnare un
programma che risponda alla minaccia del nazionalismo etnico, un program­
ma cioè che inverta l’attitudine prevalente o che risponda in maniera positi­
va alle aspirazioni nazionali. A quanto sembra, è precisamente a causa di una
mancanza di accordo su tale programma di lungo periodo che la promulga­
zione della nuova costituzione che sostituì quella del 1936 è stata così spesso
ritardata, prima della sua adozione finale nel 1977. Nel frattempo il partito
mantiene la propria linea, combatte la tolleranza spesso esibita dai quadri in­
digeni comunisti rispetto alle proprie minoranze e spera che lo spostamento
di elementi russi nelle repubbliche minori (specialmente le repubbliche bal­
tiche e quelle dell’Asia centrale) possa ottenere quello che la sola industria­
lizzazione non è stata capace di fare.8
L’Unione Sovietica è quasi l’unico stato che dopo la seconda guerra mon­
diale sia stato capace di opporsi alla tendenza generalmente vittoriosa del ri­
vendicazionismo nazionale ed etnico contro l’autorità centrale. Le crescenti
aspirazioni alla autonomia delle minoranze e dei segmenti minori dell’élite
politica, comunque, possono diventare in futuro il principale elemento di
cambiamento del sistema. In ogni caso, per un prevedibile futuro, il proble­
ma delle nazionalità e la relativa paura della élite centrale e della maggioran­
za degli altri grandi-russi di perdere il loro potere costituisce uno dei princi­
pali freni ad una evoluzione del sistema sovietico che non sia di tipo autori­
tario, ed agli impulsi innovatori della leadership politica sovietica.
Qò che ho detto dimostra chiaramente che il carattere multinazionale del­
l’Unione Sovietica pone potenzialmente la minaccia più seria alla legittimità
dello stato sovietico ed alla stabilità del suo regime. La domanda è perché ta­
le minaccia potenziale non sia divenuta fino ad oggi una realtà; perché il
problema delle nazionalità non si sia trasformato in una crisi reale.
Ad essere franchi non abbiamo una risposta completa a tale quesito, e
non ho trovato una risposta in niente di ciò che ho letto su tale argomento,

242
sia stato scritto in occidente o in oriente. (La nostra conoscenza dettagliata
della politica e dei sentimenti kxali in Unione Sovietica è molto limitata).
Posso soltanto offrire alcuni elementi chiave di una risposta che spiegherà in
parte la capacità della leadership sovietica di contenere una incipiente crisi
etnico-politica.
Come ben sappiamo in base all’esperienza di molti regimi politici che si
sono trovati in crisi di legittimità, il peggior errore che la leadership possa
commettere nell’opporsi alla crisi è una combinazione di cattiva scelta di
tempo e mancanza di moderazione nelle misure riformistiche o repressive.
Ix autopsie politiche di tali situazioni vengono spesso espresse con le formu­
le «troppo poco, troppo tardi» oppure «troppo presto, troppo» o qualcosa di
simile. E possibile affermare che l’assenza di crisi acute nelle relazioni multi­
nazionali sovietiche riflette prima di tutto il successo da parte della direzione
centrale nel creare un proprio equilibrio, dal punto di vista dei suoi obiettivi,
tra repressione, tolleranza e flessibilità, cosi come nel mantenimento del
«sangue freddo» da parte della leadership, la volontà di riuscire.
L’equilibrio tra repressione da una parte e tolleranza e flessibilità dall’altra
funziona seguendo una formula piuttosto chiara: in primo luogo, nessuna
concessione per quanto riguarda temi di importanza decisiva, ed immediate
misure repressive contro qualsiasi tentativo di indebolire il sistema di rela­
zioni vigente tra le nazionalità; in secondo luogo, un grado relativamente al­
to di tolleranza e di flessibilità su quei motivi di contestazione tra le autorità
centrali russe e la popolazione o le élite tecniche che sono marginali e non
incidono direttamente sulla struttura fondamentale del sistema.
Non bisogna sottovalutare gli effetti dell’applicazione del potere duro e
costante su vasta scala, di un enorme e ben funzionante apparato repressivo,
dell’impedire una aperta comunicazione attraverso una rigida censura, specie
quando questi vengono diretti contro nazioni relativamente piccole. Tutta­
via, quando discutiamo del trattamento riservato alle nazioni non-russe in
Unione Sovietica, cadiamo talvolta nella stessa trappola in cui cadono i so­
vietici quando discutono della democrazia in occidente. La posizione ufficiale
sovietica afferma che la democrazia occidentale — che essi chiamano «forma­
le» presumibilmente per distinguerla da quella «reale» — fornisce un certo
numero di libertà e di privilegi superficiali dietro i quali si nasconde in real­
tà l’assenza di una libertà reale, come testimoniano lo sfruttamento economi­
co e l’ineguaglianza, la discriminazione razziale, un sistema politico élitario,
una informazione parziale e così via. La trappola consiste nel fatto che essi
reputano le libertà democratiche «formali» senza importanza, come se queste
costituissero il lato meno attraente della vita occidentale e, cosa più impor­
tante, come se nonostante la realtà di questi lati meno attraenti, le libertà
«formali» non avessero un proprio significato di importanza fondamentale.

243
Quando discutiamo del problema delle nazionalità in Unione Sovietica
spesso ragioniamo allo stesso modo. Le libertà concesse alle nazioni non-rus­
se — territorio, lingua, eredità culturale, simboli nazionali, élite indigene —
sono chiaramente ingannevoli. Inoltre, cosa più importante, oltre tali libertà
e privilegi si nasconde la realtà di una estrema centralizzazione dove le prin­
cipali decisioni politiche ed economiche vengono prese non nei rispettivi
centri nazionali ma nella lontana Mosca. Per cui queste libertà sono «forma­
li», sono di per sé prive di significato.
Ma in realtà esse, quantunque inadeguate ed imperfette, sono molto im­
portanti per la vita quotidiana delle popolazioni non-russe. Sono fondamen­
tali in quanto valvola di sfogo per le loro crescenti e non esaudite aspirazioni
nazionali e come base di contenimento del problema nazionale in Unione
Sovietica. Sono quelle libertà imperfette e la flessibilità mostrata dalla lea­
dership sovietica nel garantirle e nell’amministrarle che rendono possibile,
dall’altro lato, l’applicazione di un potere e di una repressione massicci, e so­
no quanto meno di pari importanza.
In aggiunta alla combinazione di un’ampia applicazione di potere con la
flessibilità nell’amministrazione della vita nazionale delle regioni etnicamen­
te non-russe, l’elemento cruciale nel processo politico sovietico che spiega la
capacità della leadership di contenere il problema nazionale è l’esistenza e lo
svilupparsi di élite indigene nelle principali regioni etniche. La leadership
sovietica, contrariamente al proprio passato prerivoluzionario ed agli altri
imperi moderni, è stata favorevole e capace di permettere o perfino di inco­
raggiare lo sviluppo di élite etnicamente indigene che hanno un interesse al­
la preservazione del sistema.
Viene qualche volta affermato che sono i russi a dominare l’Unione So­
vietica. Questa affermazione non è di per sé falsa, ma la realtà che essa con­
tiene è molto complessa. Particolare più importante, se è vero che i russi do­
minano l’Unione Sovietica, è egualmente vero che le élite etniche indigene,
in misura varia ma quasi sempre significativa, governano le loro proprie re­
gioni.9
Le repubbliche dell’Unione si possono dividere fondamentalmente in tre
gruppi per quanto concerne il ruolo delle élite indigene e della direzione ed
amministrazione locale. Il primo gruppo consiste di repubbliche compieta-
mente autoamministrate, ed include la Georgia, l’Armenia, l’Azerbajdzan ed
in gran misura anche l’Ucraina e la Belorussia. Il secondo gruppo include re­
gioni autoamministrate in parte, ma in mistura significativa dalle élite indi­
gene e comprende le repubbliche baltiche e dell’Asia centrale. Soltanto il ter­
zo gruppo, composto da Kazakhstan e Moldavia, si può dire amministrato
fondamentalmente da una élite non indigena.10
Il ruolo dei leader indigeni nei supremi corpi decisionali di tutte le repub-

244
Miche e nelle posizioni esecutive chiave di jxxhe repubbliche selezionate è
mostrato nella tavola 19. In quasi ogni repubblica, a prescindere dal suo gra­
tto di amministrazione, tre posizioni esecutive supreme sono quasi invariabil­
mente occupate da russi. Due di queste sono cosi ovvie da non richiedere al­
cun commento, facendo queste parte dei fondamentali prerequisiti del domi­
nio russo: una è la carica di capo del kgb, la polizia segreta (talvolta anche il
ministero degli interni, che dirige la polizia in uniforme);11 la seconda è
quella di comandante delle forze militari stazionate entro i confini della re­
pubblica. La terza carica, quella di secondo segretario dell’organizzazione di
partito a livello di repubblica, richiede alcuni chiarimenti.
Viene talvolta asserito in modo esagerato che il secondo segretario è il vi­
ceré russo della repubblica, il principale promotore decisionale tra i quadri
indigeni. Si afferma inoltre che tale carica di eminenza grigia russa che agi­
sce dietro le quinte si ripete lungo tutta la linea di cariche esecutive nei mi­
nisteri e nei dipartimenti del Comitato centrale, negli obkom e negli ispolkom
inclusi perfino i raikom e i raijspolkom.
Come tutte le esagerazioni, queste asserzioni contengono un solido ele­
mento di verità: il secondo segretario è un elemento estraneo ed artificiale
nel corpo politico della repubblica; la sua carica è quella di controllore e di
cane da guardia. Molti altri funzionari di basso livello russi svolgono ruoli
simili nelle repubbliche, soprattutto quando operano come delegati dei qua­
dri indigeni, ai loro rispettivi livelli di competenza. Voglio dire che le élite
indigene non vengono mai lasciate indipendenti, controllate soltanto da un
supervisore esterno', esse sono in vario grado controllate anche dall’interno, e
questo ruolo di cane da guardia viene svolto fondamentalmente da incaricati
russi. È tuttavia sbagliato asserire che questi funzionari russi sono i veri diri­
genti delle repubbliche, i sostituti dietro le quinte alle spalle di uomini di
paglia locali. Tale conclusione è sostenuta da una quantità di elementi, in
aggiunta alle impressioni derivate da una analisi della politica svolta a livello
di repubblica.

TAVOLA 19. QUADRI INDIGENI NELLE REPUBBLICHE NAZIONALI, 1976

Istituzione No. % di quadri


indigeni

Bureau del Comitato centrale del partito


e Presidium del Consiglio dei ministri
di tutte le repubbliche nazionali 252 75,8
Quadri esecutivi supremi dello stato e del partito in:
Uzbekistan 176 76,0
Lettonia 112 74,0
Georgia 134 94,0

245
Riguardo alla questione del controllo degli establishment politici delle re­
pubbliche dall’interno, attraverso emissari russi, si possono disccrnere due
tendenze che sembrano inizialmente contraddittorie, ma che in realtà si con­
dizionano a vicenda. Una tendenza opera in favore di una maggiore indipen­
denza ed influenza della leadership e delle élite delle repubbliche, l’altra ver­
so un aumento del peso assegnato dalla leadership centrale ai russi che occu­
pano alte cariche nelle repubbliche.
La prima tendenza può essere illustrata da una quantità di elementi. Uno
di questi è l’aumentata visibilità e statura politica dei supremi leader indige­
ni nelle repubbliche. Essa viene espressa, tra l’altro, dal loro maggiore acces­
so e partecipazione ai supremi corpi decisionali di Mosca.12 Un altro indica­
tore è l’assenza di un più marcato processo di miglioramento dello status po­
litico degli emissari russi nelle varie repubbliche. I secondi segretari russi di
repubblica mantengono, come in passato, solo lo status di membro candida­
to dei comitati centrali di tutta l’Unione, e la rappresentanza relativa russa
nei bureau e nei comitati centrali di repubblica non è aumentata.
Il più importante tra questi indicatori, comunque, è il miglioramento del­
la qualità del personale supremo indigeno in tutte le repubbliche. (Un indi­
ce dello sviluppo dei quadri indigeni locali è l’aumento in percentuale di
operatori scientifici di nazionalità non-russa nel totale degli scienziati di qua­
si tutte le repubbliche. Tavola 20). Non più tardi dei primi anni Sessanta il
personale indigeno che occupava le cariche nel partito e nel governo a livello
di repubblica era costituito da persone la cui istruzione si limitava spesso al­
la scuola superiore di partito o a quella locale, che non offrivano alcuna este­
sa esperienza dirigenziale, e che dovevano affidarsi ad «aiutanti» russi nella
conduzione degli affari di governo. Oggi, per la prima volta nella storia so­
vietica, tutte le repubbliche hanno a loro disposizione personale di massimo
livello le cui qualifiche di lavoro sostanzialmente non differiscono dalla loro
controparte russa all’interno ed all’esterno delle repubbliche. Oggi, per la
prima volta, queste repubbliche possono essere amministrate senza la parte­
cipazione e l’ampio aiuto dei russi. (Mentre attualmente gli attributi politici
e professionali dei gruppi dirigenti russi e di quelli non-russi sono molto si­
mili, nel 1956 differivano in modo considerevole, come possiamo vedere alla
tavola 21).
È il processo di formazione di tali élite indigene, della mobilità politica e sociale
che rappresenta, della opportunità e soddisfazione dei quadri indigeni che riflette,
che forma la base dell’interesse probabilmente ancora forte di questi quadri al regime
esistente, ed un elemento chiave per la spiegazione della stabilità delle relazioni na­
zionali nel decennio passato.
Al tempo stesso, naturalmente, questa situazione inasprisce il dilemma
per il futuro: una volta raggiunto tale stadio di mobilità e competenza, può

246
TAVOLA 20. PHRCENTUAI.B DI OPERATORI SCIENTIFICI NON-RUSSI NBLIJi REPUBBLICHE NAZIO­
NALI, 1900 B 1975

Repubblica 1960 1973

l Jcraina 48,3 50,6


Hclorussia 46,9 47,6
Ix-ttonia 65,4 56,1
Lituania 83,6 85,9
Estonia 78,9 85,3
Georgia 83,8 83,6
Azerbajdzan 64,6 72,9
Armenia 93,6 94,8
Kazakhstan 21,4 29,8
Uzbekistan 34,4 46,9
Turkmenistan 36,9 50,8
Tadjikistan 33,8 39,6
Kirgizia 24,8 32,8

Fonte-, Vys!ee obrazovanie v SSSR, Statistika, Mosca 1961, p. 215; .«Vcstnik statistiki», n° 4, 1974,
p. 93.

TAVOLA 21. ISTRUZIONE ED OCCUPAZIONE DEI GRUPPI DIRIGENTI, 1956

Membri del bureau Istruzione Istruzione Occupazione


del partito e di partito ( % ) professionale (%) principale:
del Presidium del % di impiegati
Consiglio dei ministri nella gestione
economica per
qualsiasi perio­
do di tempo

Repubbliche baltiche 77 23 23
Repubbliche dell’Asia Centrale 58 42 41
Repubbliche della
Transcaucasia 31 69 62
RSFSR 18 82 73

aumentare in modo acuto la prospettiva che le élite indigene premeranno


sempre più per una maggiore autonomia dalla autorità centrale.
là seconda tendenza — verso un peso maggiore assegnato dalla leadership
centrale ai russi nelle alte cariche a livello di repubblica — si mostra essen­
zialmente nei seguenti indicatori. Non più tardi degli anni Sessanta il perso­
nale russo assegnato a cariche di partito e di governo al livello di repubblica
proveniva fondamentalmente dall’esterno, senza alcuna conoscenza della lin­
gua, dell’organizzazione, delle abitudini e dei problemi locali. Attualmente,
una crescente e già predominante parte di funzionari russi che svolgono cari­
che al di sotto del livello supremo non è più costituita da esterni. Essi hanno
speso numerosi anni di servizio in quella determinata repubblica, sono avan­
zati seguendo la scala normale delle cariche di repubblica fino al posto che

247
TAVOLA 11. BACKGROUND Olii SECONDI SIX .RE LARI DEI.Ili REPUBBLICHE DELL’UNIONE, 1961 E
1976

Esperienza 1964 1976


(%) (%)

Istruzione tecnica superiore 21 100


Esperienza di lavoro di propaganda 70 7
Esperienza organizzativo-manageriale 36 93
Servizio nell’apparato del CC di Mosca 93 14
Servizio in alte cariche esecutive provinciali 42 86

occupano adesso; ci si può attendere che essi siano molto più efficienti sia
nelle loro funzioni di controllo che manageriali nell’establishment della re­
pubblica.
Ma il cambiamento più interessante in direzione di una accresciuta effi­
cienza si è avuto per quanto riguarda il principale emissario russo nelle re­
pubbliche, il secondo segretario di partito. Egli è ancora invariabilmente
scelto al di fuori della repubblica nella quale deve occupare la carica, presu­
mibilmente per evitare la possibilità che egli sviluppi quei legami nell’esta­
blishment della repubblica che è chiamato a controllare in nome delle auto­
rità centrali.” Per lo stesso motivo, egli viene a tempi regolari richiamato in
Russia dalla sua repubblica e sostituito con una nuova persona proveniente
dalla Russia, cosicché egli non ha tempo per sviluppare tali legami. Quello
che è drasticamente mutato rispetto agli anni Sessanta è il tipo di persona
che viene scelta per la carica di secondo segretario. La tavola 22 compara il
profilo dei secondi segretari di repubblica prevalente nella metà degli anni
Sessanta con quello degli anni Settanta. Come essa mostra, la persona attual­
mente scelta per la carica di secondo segretario di repubblica è di gran lunga
superiore rispetto a colui che veniva scelto negli anni Sessanta per quanto ri­
guarda istruzione, esperienza manageriale ed organizzativa e così via. Negli
anni Sessanta la sua funzione era principalmente quella di cane da guardia
ideologico a cui la sua passata esperienza l’aveva preparato; oggi è sempre più
un cane da guardia manageriale. Questo profilo contrastante è un prerequisi­
to necessario per trattare in modo efficiente con la nuova e mutata leader­
ship ed élite indigena delle repubbliche.
Con alcune eccezioni parziali che identificheremo successivamente, le éli­
te indigene delle repubbliche non sono partner a tempo pieno dei russi, ma
lo sono al massimo in modo limitato. Qual è il loro dilemma e la causa della
tensione esistente tra loro e la leadership e le élite russe? Nella misura in cui
esse governano la propria repubblica, il loro potere è limitato dalla serie di
decisioni che vengono lasciate al livello di repubblica. Esse possono elevare
al massimo grado il loro potere in quattro modi:

248
Aumentando la loto influcn/a sul pnxcsso dei isionale lenitale ani aversi, la contrattazione
ion il governo lenitale, nix* attraverso un anesso maggiore e più efficace nel governo centrale;
Alterando, nella loro messa in o|xra, le politiche adottate dalle autorità centrali, cioè attra­
verso una efficiente |x>litica hunxratica;
Aumentando il numero di decisioni lasciate alle autorità locali, cioè attraverso una maggiore
autonomia al livello di repubblica;
Avanzando dalle cariche direttive a livello di repubblica a cariche all’interno della leadership
e delle élite centrali, cioè attraverso la mobilità politica.

Non c’è dubbio che il primo modo, la contrattazione con le autorità cen­
trali su temi specifici, costituisce il cuore della politica locale in Unione So­
vietica. La questione principale, naturalmente, riguarda qui la disponibilità
dei fondi allocati alle repubbliche dal bilancio centrale e la misura totale del
bilancio della repubblica.14 Rispetto a tale tipo di problemi, la leadership e le
elite di repubblica sembrano abbastanza unite nel premere sulle autorità cen­
trali e probabilmente godono anche del sostegno degli emissari russi all’in­
terno della repubblica. È difficile individuare il numero di battaglie vinte o
perse a tal riguardo e designare un indice completo di successi o fallimenti,
ma bisogna tenere in mente le limitazioni di fondo esistenti su questa strada
rispetto all’espansione dell’influenza della repubblica: quasi ogni successo da
parte di una repubblica, a tal riguardo, è ottenuto al costo della sconfitta di
un’altra, e perciò su scala globale di tutta l’Unione il risultato è paritario.
Che questo tema chiave economico-politico di lotta per ottenere i fondi
del centro e per la definizione del bilancio locale sia condotto principalmente
non contro le autorità centrali, ma tra le stesse repubbliche, indica inciden­
talmente un altro punto di forza dell’ordinamento federale sovietico. Fintan­
to che esiste una forte autorità centrale russa, difficilmente si realizzerà un’u­
nità di interessi e di vedute su temi economici tra le élite delle varie repub­
bliche (un’unità che è molto più probabile ad esempio in campo culturale).
Non può esserci dubbio che le élite indigene di repubblica siano impe­
gnate in una politica burocratica attraverso la quale esse tentano, nel proces­
so operazionale, di cambiare le direttive delle autorità centrali. In ciò esse so­
no però ostacolate dalla presenza nelle loro fila dei funzionari locali russi sui
quali le autorità centrali premono affinché sorveglino l’effettiva attuazione
delle loro direttive. Particolare molto più importante, comunque, è che le
élite della repubblica non rappresentano più un fronte unito all’interno della
repubblica stessa. Esse sono divise dai loro interessi e punti di vista sottore­
gionali e funzionali. La competizione per l’acquisizione di risorse e fondi di­
sponibili viene condotta all’interno di ogni élite di repubblica, con gli emis­
sari russi e le autorità centrali che fungono da arbitri. Per questa ragione la
politica burocratica all’interno delle repubbliche non rappresenta un pericolo
politico per le autorità centrali ed è altrettanto maneggevole della politica lo­
cale nella regione russa.

249
Dovrebbe essere chiaro che i primi due metodi per aumentare al massimo
grado i poteri delle élite di repubblica sono molto limitati sia per quel che
possono ottenere sia per quello che realmente ottengono. È il terzo modo
quello che coinvolge direttamente il tema centrale del grado di autonomia
nazionale. E qui il curriculum del periodo brezneviano, dal punto di vista
delle élite di repubblica, non appare molto promettente. Nel periodo iniziale
post-staliniano, i diritti delle repubbliche ad organizzare i propri settori era­
no considerevolmente aumentati sia in campo culturale che in quello econo­
mico e perfino nel settore dell’ordine pubblico. Tuttavia, negli ultimi quin­
dici anni, ciò a cui assistiamo è quanto meno un ristagno delle prerogative
delle repubbliche.15 Va sottolineato che tale ristagno non rappresenta per ciò
che concerne le questioni socio-economiche, contrapposte a quelle culturali,
una discriminazione contro le aree etniche non-russe, ma piuttosto una ten­
denza generale del periodo brezneviano a stabilire uno stretto controllo so­
ciale ed a prevenire una diffusione del potere verso tutte le regioni, siano es­
se russe o non-russe.
In tale situazione, il quarto modo di elevare al massimo il potere delle éli­
te etniche non-russe — attraverso la mobilità politica verso il centro — assu­
me ancora maggiore importanza. Ma a tal riguardo, il quadro dell’era brezne­
viana appare fosco. Per dirla semplicemente, la strada che porta all’establish­
ment centrale, con un’eccezione di cui discuterò successivamente, è chiusa al­
le élite non-russe. Non voglio minimizzare l’importanza della cooptazione di
alcuni dirigenti non-russi nel Politbjuro centrale, ma va sottolineato che le
loro responsabilità esecutive anche nel Politbjuro concernono principalmen­
te le loro proprie repubbliche e non questioni a livello federale, o le burocra­
zie di tutta l’Unione.
Non una carica nella Segreteria centrale del partito è occupata da un non­
russo. Soltanto tre funzionari di origine non slava servono nell’apparato cen­
trale del partito tra più di 150 funzionari (capi dipartimento, vice capi dipar­
timento, capi di sezione). Solo tre non slavi fanno parte del Consiglio dei
ministri di tutta l’Unione, il quale è composto da 97 membri. Meno del 5%
dei 400 primi vice e vice ministri del governo centrale sono di origine non
slava. Ci sono tre non slavi tra i 150 massimi ufficiali e comandanti delle for­
ze armate, un solo non slavo tra i 20 funzionari supremi del Ministero degli
affari esteri, e così via. La situazione a tal riguardo è oggi perfino peggiore di
quella che esisteva al culmine del dominio staliniano.16
Di tutte le nazioni sovietiche soltanto ai russi non sono state garantite or­
ganizzazioni ed istituzioni separate per amministrare i loro affari di partito,
un segno questo naturalmente non di discriminazione contro di essi, ma al
contrario della loro posizione privilegiata. I russi non hanno bisogno di una
organizzazione separata del partito come le altre nazioni sovietiche, in quan-

250
to essi dirigono il partito di tutta l’Unione ed il suo establishment centrale
tome un proprio feudo. La creazione da parte dei russi di una organizzazione
separata per il proprio partito costituirebbe il segno che essi stanno abbando­
nando la loro politica discriminatoria di reclutamento del personale.
Chiudere ai non slavi la strada dell’avanzamento nel partito centrale e nel­
l’élite di governo, e ridurre le prerogative e l’autonomia locale delle élite di
repubblica sono scelte che garantiscono il perpetuarsi delle tensioni tra le éli­
te russe e quelle non slave. Tuttavia, evidentemente, la limitata collaborazio­
ne esistente tra queste élite e le opportunità di mobilità all’interno delle re­
pubbliche sono ancora elementi sufficienti a contenere il problema delle na­
zionalità nella sua attuale forma non violenta.
È stato spesso correttamente affermato che l’Unione Sovietica è un paese
che include più di cento diverse nazionalità. Ma dal punto di vista del signi­
ficato politico e del complesso problema della identità nazionale è chiaro che
la loro rispettiva importanza è altamente diseguale. L’Unione Sovietica può
tollerare un grosso risentimento da parte di nazionalità minori che non han­
no una propria repubblica (per esempio i tatari in Crimea) senza grandi ri-
percussioni sul sistema politico e sulla sua stabilità.

TAVOLA 23. DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE SOVIETICA PER NAZIONALITÀ, CENSIMENTO


1970 (%)

Russi 53,4
Nazionalità delle repubbliche dell’Unione 36,6
Altre nazionalità 10,0

Fonte-, Dati calcolati da Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1970 g., Statistika, Mosca 1971, pp. 15-17.

TAVOLA 24. PERCENTUALE DELLE REPUBBLICHE NON-RUSSE NEL TOTALE DELLA PRODUZIONE SO­
VIETICA, 1972 (%)

Media annua di Macchine utensili 50,7


personale industriale (1974) 36,8 Materiali chimici 49,0
Energia elettrica 37,4 Trattori 51,9
Petrolio 18,7 Locomotive 81,4
Gas naturale 60,5 Macchinario agricolo 46,4
Carbone 45,2 Grano 45,6
Minerale di ferro 66,8 Cotone 100,0
Ghisa 51,1 Patate 55,6
Acciaio 44,9 Vegetali 59,8
Laminati 45,4 Zucchero 77,1
Cemento 39,9 Carne 48,9
Fertilizzanti chimici 52,6 Latte 46,7

Fonte-, Dati calcolati da Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1972 g., Statistika, Mosca 1973, pp. 76-83;
Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1974 g-, Statistika, Mosca 1975, p. 189-

251
Come le tavole 23 e 24 suggeriscono, la leadership sarebbe molto più sen­
sibile e le ripercussioni sul sistema molto maggiori in presenza di un movi­
mento nazionale di massa o di atti di infedeltà da parte delle élite indigene
di una repubblica o di un gruppo particolare di repubbliche. La leadership
sovietica riconosce il differente peso delle diverse aree attraverso il suo trat­
tamento differenziato delle repubbliche per ciò che concerne il grado di in­
terferenza russa diretta nelle loro rispettive amministrazioni. Basta guardare
all’esempio delle repubbliche transcaucasiche. Il loro status completamente
auto-amministrato riflette non solo l’impossibilità di qualsiasi status alterna­
tivo, data l’altissima omogeneità etnica della popolazione e l’ulteriore circo­
stanza che il livello locale di istruzione e di disponibilità di specialisti è per­
fino più alto che nella stessa Russia,” ma anche l’apprezzamento del tempe­
ramento politico della popolazione e delle élite locali. La Transcaucasia è
una miccia accesa che richiede un’attenzione ed una flessibilità particolari.
Tuttavia la chiave della questione nazionale sulla scala di tutta l’Unione,
se non la garanzia di un suo contenimento, è rappresentata dalle repubbliche
slave ed in particolare dall’Ucraina, come la tavola 25 dimostra in modo
esauriente. Non sorprende che il trattamento riservato alla intelligencija ma-
TAVOLA 25. PRODUZIONE DELL’UCRAINA TRA LE REPUBBLICHE NON-RUSSE, 1972 (%)

Popolazione (ucraini) 46,1


Iscritti al partito (1977) 45,0
Media annua di personale industriale (1974) 52,4
Produzione di:
Energia elettrica 49,5
Gas naturale 50,2
Carbone 71,2
Minerale di ferro 85,9
Ghisa 91,4
Acciaio 87,3
Cemento 45,1
Fertilizzanti chimici 37,4
Trattori 50,7
Locomotive 93,2
Materiali chimici 70,8
Macchinario agricolo 53,7
Grano 42,5
Zucchero 80,8
Patate 50,7
Vegetali 49,8
Carne 48,0
Latte 49,7

Fonte: dati calcolati da Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1972 g., Statistika, Mosca 1973, pp. 76-83;
Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1974 g., Statistika, Mosca 1975, p. 189; Narodnoe chozjajstvo SSSR v
1977 g., Statistika, Mosca 1978, p. 18; KPSS v cifrach, «Partijnaja zizn’», n° 21, novembre 1977,
p. 22.

252
iMgcrialc c tecnica ucraina e soprattutto alla sua élite politica e amministrati­
va differisca da tutte le altre repubbliche, ed in particolare sotto un aspetto
importante esso va oltre quello delle altre repubbliche auto-amministrate:
agli ucraini viene offerta l’opportunità di avanzare in gran numero nella élite
centrale e di occupare cariche importanti sia come rappresentanti delle auto­
rità centrali nelle repubbliche non slave sia come funzionari delle burocrazie
funzionali centrali a livello di tutta l’Unione.
Per dimostrare la presenza degli ucraini alle cariche di grande importanza
nel governo centrale, nel KGB, nell’esercito e nell’apparato di partito, presen­
to la seguente lista che contiene alcune delle cariche occupate da ucraini nel
1974 oltre i confini della propria repubblica.

N.V. Podgornyj, presidente del Soviet supremo, URSS; D.S. Poljanskij, primo vice primo mi­
nistro, URSS; I.T. Novikov, vice primo ministro, URSS; N.A. Tichonov, vice primo ministro,
URSS; M.A. Lesccko, vice primo ministro, URRS; B.P. Bugaev, ministro dell’aviazione civile,
URSS; I.P. Kazanec, ministro della metallurgia ferrosa, URSS; B.E. Scerbina, ministro agli im­
pianti petroliferi e del gas, URSS; P.S. Neporoznij, ministro all’energia ed all’elettricità, URSS;
E.S. Novoselov, ministro ai macchinari da costruzione, URSS; E.P. Slavskij, ministro ai macchi­
nari medi (equipaggiamento militare), URSS; G.A. Zukov, presidente della commissione statale
per le relazioni culturali estere; A.A. Bulgakov, presidente della commissione statale per l’istru­
zione tecnico-professionale; S.A. Skackov, presidente della commissione statale per le relazioni
economiche con l’estero; R.A. Rudenko, procuratore generale, URSS; V.N. Titov, primo vice ca­
po del Comecon; N.A. Scelokov, ministro agli affari interni, URSS; S.U. Cvigun, primo vice pre­
sidente del KGB; V.I. Konotov, primo segretario àcWobkom di Mosca; S.S. Avramenko, primo
segretario òàtfobkom di Amur; I.A. Bondarenko, primo segretario à&Yobkom di Rostov; A.V.
Georgev, primo segretario feWobkom di Altaj; V.P. Demidenko, primo segretario òeW'obkom
nord kazako; V.G. Kljuev, primo segretario àcW'obkom di Ivanovo; A.V. Kovalenko, primo se­
gretario òtzWobkom di Orenburg; M.K. Krachmalev, primo segretario àeW'obkom di Briansk;
V.A. Livencov, primo segretario àcW'obkom di Aktiubinsk; A.K. Cemyj, primo segretario del
krajkom di Chabarovsk; I.Ch. Junak, primo segretario àeW'obkom di Tuia; N.A. Belucha, secon­
do segretario del partito comunista lituano; A.A. Grecko, ministro della difesa, URSS; P.F. Batit-
skij, vice ministro alla difesa, comandante in capo della difesa aerea, URSS; K.S. Moskalenko, vi­
ce ministro alla difesa; I.G. Povlovskij, vice ministro alla difesa, comandante in capo delle forze
di terra; V.F. Tolubko, vice ministro alla difesa, comandante in capo delle forze missilistiche
strategiche; P.A. Belik, comandante del distretto militare di Transbaikal; S.E. Belonozko, co­
mandante del distretto militare turkmeno; I.M. Volosin, comandante del distretto militare di
Odessa; Ju.A. Naumenko, comandante del distretto militare del Volga; I.M. Tretiak, coman­
dante del distretto miliare della Belorussia; M.G. Chomulo, comandante del distretto militare si­
beriano; P.N. Lascenko, primo vice comandante in capo delle forze di terra.

Naturalmente, il genere di associazione «più egualitaria rispetto agli al­


tri» con gli ucraini viene facilitato dalla identità razziale e dalla affinità cul­
turale che unisce russi ed ucraini18 e dall’alto livello di russificazione tra i
gruppi dell’intelligencija ucraina. Inoltre tale patto russo-ucraino, allargando
le opportunità per le élite ucraine, incoraggia la prospettiva di un loro impe­
gno alla conservazione del sistema federale come esso è, la prospettiva che
esse non perseguiranno aspirazioni autonome. In tal modo esso fornisce una

253
delle basi per il contenimento ilei problema delle nazionalità in Unione So­
vietica.

I leader sovietici sono riusciti a contenere i grandi problemi che avevano


di fronte negli anni Sessanta. Mentre non è emersa alcuna profonda crisi si­
stemica in nessuna area o settore, tuttavia questi stessi problemi mantengo­
no la loro potenzialità di infrangere o di indebolire la stabilità dell’Unione
Sovietica nel corso del prossimo decennio. La nuova leadership dovrà operare
delle scelte che sono non solo difficili di per sé, ma che in alcuni casi non
hanno alcun precedente nella storia post-staliniana. La prossima successione,
per quanto imprevedibili possano essere le sue conseguenze, interromperà
con ogni probabilità quella che si è dimostrata essere per dieci anni la visibi­
le inerzia e staticità delle politiche sovietiche sia interne che estere. Dispute
su temi centrali di politica interna ed internazionale sarebbero già apparse a
dividere l’élite sovietica, sebbene le loro dimensioni, i loro contorni ed i loro
contendenti rimangano fino ad ora difficilmente riconoscibili. Tali dispute
balzeranno adesso in primo piano ed è precisamente intorno alla loro solu­
zione che si combatterà la battaglia per la successione negli anni Ottanta ed
emergeranno la nuova leadership e la nuova élite.
Passo adesso a considerare i temi centrali della politica estera nella Parte
IV e della politica interna nella Parte v. Il mio intento nella Parte IV non è
quello di impegnarmi nell’azzardata impresa di identificare le specifiche de­
cisioni che saranno prese o le crisi specifiche che saranno affrontate, ma piut­
tosto quello di fornire un più ampio contesto generale nell’ambito del quale
si possano comprendere i casi particolari. Il mio obiettivo principale è quello
di delucidare a proposito della politica estera sovietica alcune delle principali
tendenze evolutesi nelle relazioni internazionali nel corso dei quindici anni
di dominio brezneviano, come appaiono nelle opere e dalle conversazioni di
funzionari e specialisti sovietici di affari internazionali. Nella Parte V tenterò
di individuare e di presentare i temi principali di politica interna che per­
mettono di esercitare una pressione sempre più crescente in direzione di un
mutamento del sistema e che, nella loro interrelazione con fattori di politica
estera, possono seriamente intaccare la stabilità apparentemente persistente
dell’ultimo decennio.

NOTE

1 Joseph Rothschild, Observations on Political Legitimacy in Contemporary Europe, «Political Science


Quarterly», 92, n° 3, autunno 1977, p. 495.
2 La più recente aggiunta alla scarsa letteratura esistente sulla amministrazione delle nazionalità
in URSS è quella di Jeremy R. Azrael, a cura di, Soviet Nationality Policies and Practices, Praeger, New
York 1978. Cfr. anche Azrael, Emergent Nationality Problems in the URSS, Rand paper r-2172-af, set-

254
«•iìiIhc 1977, c’ ( ic ihaid Simon, Ndlinnahiatcnpolilik: Immobilismu* verdeiht ungelinte Konjhkte, «Ostcu-
i<»|u», 26, n“ H-9, 1976, pp. 672 HO; B A. Osadizuk-Knrah, Grundtendenzen im multinationalen Keich,
«<( hfcuropa», 26, n" 6, 1976, pp. 407 14.
S Per una ottima esposizione di questo punto di vista, cfr. N. Dzandil’din, Kommunizm i razvitie
national'nych otnofonij, Mys’l, Most a 1964; G.S. Agadzanjan, K voprosu o prirode i perspektivach razvitija
untahstrfeskich nacij v SSSR, Aiastan, Erevan 1972; e G.E. Glezerman, Klassy i natii, Gospolitizdat,
Mosca 1977.
4 L’identificazione con la propria lingua è uno degli indici più visibili, persistenti ed importanti
di identicità etnica (tavola 18). Dal punto di vista della lingua, l’identità etnica delle nazioni sovieti-
<. he non russe delle repubbliche federate appare fortissima e non mostra alcun significativo segno di
declino. In realtà sotto certi aspetti essa è più forte oggi che non durante il primo decennio di potere
sovietico. È ancora più degno di nota il fatto che l’identificazione linguistica appare più forte tra la
gioventù che tra le generazioni di mezza età.
5 Tale dualismo della politica sovietica nei confronti delle nazionalità viene molto ben discusso
da M. Dzunusov in Dve tendermi socialismo, v national’nyeh otnó&nijach, Izd. Uzbekistan, Taskent 1975.
6 L’esistenza di alcune nazionalità separate però fu liquidata con la forza. Tale destino, compresa
la deportazione di interi gruppi nazionali, ha colpito i tatari della Crimea, i calmucchi, i ceceni, gli
mgusci, i balcari ed i tedeschi del Volga, la cui organizzazione nazionale autonoma venne distrutta.
ChruScev osservò: «Gli ucraini poterono evitare la stessa sorte solo perché troppo numerosi e non fu
possibile quindi trovare una località dove deportarli» (N.S. Chruscév, Rapporto segreto, cit., p. 69).
7 Per una discussione sulla questione delle nazionalità nella nuova costituzione sovietica, cfr.
R.G. Abdulatipov, Konstitucija SSSR ì national’nye otnofenija na sovremennom etape, Mysl’, Mosca 1978.
8 Va notato, tra l’altro, che il tipo di immigrazione russa nelle città dell’Asia centrale, che fu
molto pronunciato negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, si è drasticamente invertito riguardo
a due aspetti: in primo luogo, l’immigrazione russa è visibilmente diminuita; in secondo luogo, l’e­
spansione di tali città avviene ora principalmente grazie al rapido aumento della popolazione indige­
na. Le città dell’Asia centrale sovietica che negli anni Sessanta stavano diventando sempre più russifi­
cate avranno probabilmente entro la fine degli anni Ottanta una percentuale maggiore di popolazio­
ne indigena di quella riscontrata negli anni Gnquanta.
9 Sulla presenza dei russi nelle élite locali, cfr. Seweryn Bialer, How Russians Rule Russia, «Pro­
blems of Communism», 13, n° 5, settembre-ottobre 1964, pp. 45-52.
10 Un esauriente studio enciclopedico dei quadri dirigenti nelle repubbliche sovietiche è conte­
nuto nel recente libro di Grey Hodnett, Leadership in the Soviet National Republics: A Quantitative Stu­
dy of Recruitment Policy, Mosaic Press, Oakville, Ont. 1978.
11 La repubblica ucraina costituisce una eccezione. Il capo del kgb ucraino, un poliziotto di pro­
fessione (entrò nel kgb nel 1939), è di nazionalità ucraina ed ha servito per un lungo periodo in vari
posti in Ucraina.
12 Nel Presidium del partito chruscéviano del 1961, soltanto un rappresentante della propria re­
pubblica (il primo segretario ucraino Podgornyj) era membro effettivo. Quattro erano membri can­
didati: i primi segretari dell’Uzbekistan, della Belorussia e della Georgia ed il primo ministro dell’U­
craina. Nel Politbjuro del 1979 vi erano due membri effettivi ( i primi segretari dell’Ucraina Scerbi t-
skij e del Kazakhstan, Kunaev) e tre membri candidati (i primi segretari di Belorussia, Azerbajdzan
e Uzbekistan). Nel Comitato centrale del PCUS la rappresentanza di élite delle varie repubbliche è au­
mentata in questo stesso periodo di più del 20%.
13 Una rara eccezione, l’attuale secondo segretario del Comitato centrale ucraino, I.Z. Sokolov,
benché russo, non è un esterno. Egli spese l’intera vita nella seconda più grande (e russificata) città
ucraina, Char’kov, iniziando nel 1950 come caporeparto in una fabbrica di trattori e finendo nel 1976
come primo segretario del comitato provinciale di partito.
14 Sulla questione della formazione dei bilanci sovietici nazionali e regionali, cfr. M.K. Serme-
nev, a cura di, Gosudarstvennyj bjudZet SSSR, 2a ed., Finansy, Mosca 1978.
15 Un esempio di regresso è il caso del Ministero degli affari interni. Sotto Chruscév tale mini­
stero, che controlla la polizia in uniforme, era un ministero di repubblica soggetto alla piena autorità
da parte della repubblica. Sotto Breznev esso è stato trasformato in ministero della repubblica dell’U­
nione, con l’autorità concentrata a Mosca.
16 La responsabilità dell’apparato centrale, cioè di tutta l’Unione con i suoi rami subordinati, è
tenuta dalle istituzioni supreme di Mosca — il Politbjuro, la Segreteria ed il Presidium del consiglio

255
dei ministri -- quasi esclusivamente da russi, Con l’espulsione nel 1977 di Pixlgornyj, il presidente del
Soviet supremo, ed il ritiro nel 1978 di Mazurov, primo vice presidente del Consiglio dei ministri,
hanno abbandonato le loro cariche di responsabilità gli ultimi due non russi.
17 Nel 1972 i grandi-russi costituivano solo il 2,7% della popolazione dell’Armenia, l’8,5% della
Georgia ed il 10% dell’Azerbajdzan (Narodnoe chozjajstvo SSSR v 1972 g., Statistika, Mosca 1973, pp.
9, 18-21). Nel 1977 il numero di persone con istruzione media e superiore per 1000 persone impiega­
te nell’economia nazionale della RSFSR era 771; in Georgia 786; in Armenia 802 (Narodnoe chozjajstvo
SSSR v 1977 g., Statistika, Mosca 1978, pp. 38-39).
18 Nella massiccia propaganda sull’unità slava, e soprattutto tra grandi-russi e ucraini, è compre­
sa anche una forte coloritura razziale che rinforza la necessità e le fonti di tale unità. Un documento
proclama: «I popoli russi, ucraini e belorussi tracciano la loro origine in una stessa radice: il popolo
dell’antica Rus’ che fondò il primo stato russo, la Rus’ kieviana» (Tezìsy o ÒQQ-letiju vossoedìnenìja
Ukrainy j Rossiej (1654-1954 gg., Gospolitizdat, Mosca 1954, p. 5). Questo tema è stato ripetuto re­
centemente dal primo segretario ucraino, V. Scerbitskij («Kommunist», n° 1, gennaio 1979, p. 24).
La coloritura è ancora più forte nell’uso comune del termine «consanguineo» (edinokrovnyj) riferito ai
legami russo-ucraini (cfr. ad esempio «Radyanska Ukraina», 31 gennaio 1979).
PARTE QUARTA

La percezione sovietica delle relazioni intemazionali


e le tendenze della politica estera
Il linguaggio americano a proposito della politica estera sovietica riprodu­
ce e sfrutta molto spesso la terminologia e le immagini proprie della espan­
sione nazista nel periodo precedente alla seconda guerra mondiale. Il loro
uso è nel complesso scorretto, in quanto esso deriva meno da una ragionata
analisi degli ultimi quindici anni di politica estera sovietica, da una seria va­
lutazione del ruolo che i maggiori temi internazionali rivestono nel processo
politico globale dell’Unione Sovietica, che da una risposta emotiva ed inte­
ressata ad eventi ed aspetti specifici della condotta sovietica. Guardando alle
prospettive per il prossimo decennio, non si possono escludere grandi di­
scontinuità nel modo di vedere sovietico rispetto ai suoi obiettivi di politica
estera ed ai mezzi che sono preparati ad impiegare al fine di raggiungerli, ma
una analisi critica delle priorità poste dalla leadership sovietica nell’ultimo
decennio ci fornisce una giustificazione soltanto limitata per un paragone
con la Germania nazista degli anni Trenta.
In primo luogo, gli interessi ed i temi di carattere interno — politici, eco­
nomici e sociali — sono sempre stati tradizionalmente di primaria importan­
za per i leader sovietici, e sotto tale aspetto l’era brezneviana non costituisce
affatto una eccezione. In secondo luogo, attualmente, nel determinare la pro­
pria politica estera, considerazioni concernenti la sicurezza dello stato sovie­
tico e, quasi nella stessa misura, la sicurezza della sua sfera di interessi in Eu­
ropa orientale, i suoi satelliti — cioè i problemi di carattere difensivo dell’U­
nione Sovietica — continuano ad essere di importanza primaria. In terzo luo­
go, nel programmare le loro attività ed iniziative all’estero, durante tutta l’e­
ra brezneviana i dirigenti della politica estera sovietica hanno mostrato una
tendenza a dare una grandissima importanza ad operazioni a basso rischio e
relativamente poco costose, e soprattutto ad azioni che abbiano una influen­
za disgregante soltanto marginale sul processo e sui piani di massimo svilup­
po interno. Non c’è alcun indizio del fatto che il raggiungimento della pari­
tà strategica e l’attivismo sovietico in campo internazionale abbiano in alcun

259
modo fondamentale alterato questo stato eli cose, sebbene naturalmente l’in­
tervento in Afghanistan potrebbe ben significare una svolta di questo tipo.
L’Unione Sovietica non è naturalmente una «potenza appagata». Anche
considerandola soltanto dal punto di vista della competizione di grande po­
tenza, essa è una potenza nuova e dinamica. Avendo ottenuto soltanto adesso
uno status globale, essa rappresenta una grande potenza in fase di ascesa, che
reclama un posto al sole commensurato a quello che essa considera le sia do­
vuto. Questa situazione di per sé già rende difficile, altamente competitivo,
complesso ed instabile qualsiasi tipo di relazione con l’Unione Sovietica
adesso e per un prevedibile futuro, e certamente preclude il realizzarsi di
quelle speranze esagerate proprie della prima fase di distensione kissingeria-
na costruita su un equilibrio di potere di lungo periodo e sull’accordo sulle
sfere di interessi.
L’Unione Sovietica, tuttavia, non è semplicemente una potenza globale.
La sua leadership conserva l’opinione che il mondo sia diviso in sistemi op­
posti di valori in competizione, e tale opinione va automaticamente contro
l’accettazione di qualsiasi situazione prolungata di status quo. E proprio que­
sta combinazione della dinamica tradizionale di un potere in ascesa con quel­
la volubile di una potenza che afferma una differente visione del mondo e l’i­
nevitabile competizione con le altre potenze, che mina le possibilità di suc­
cesso della politica di equilibrio del potere, che limita la portata degli accor­
di bilaterali USA-URSS e che preclude la connessa stabilità di soluzioni di lun­
go periodo. In realtà questa è precisamente la peggior situazione possibile
per la politica estera americana che Richard Lowenthal aveva previsto quan­
do scrisse nel 1978: «L’Unione Sovietica sta prendendo le proprie decisioni
più importanti in una situazione in cui i suoi dirigenti hanno l’impressione
di non aver nulla da sperare e nulla di cui aver paura dagli Stati Uniti e dal­
l’occidente in generale».1
Le difficoltà esistenti nelle relazioni tra Stati Uniti ed Unione Sovietica
non nascono da una reciproca incomprensione. Al fondo c’è una reale diver­
sità dei loro rispettivi interessi, una reale differenza nella valutazione e nella
percezione della situazione internazionale, l’assegnazione di priorità realmen­
te diverse nell’approccio al sistema mondiale ed una vera asimmetria nello
sviluppo dei loro appetiti e della loro coscienza di ciò che è possibile ed otte­
nibile in campo internazionale. L’incomprensione, comunque, è largamente
presente nel processo politico di entrambi i paesi. Lo stabilirsi di relazioni
che si rivelerebbero difficili in ogni caso viene ancor più a complicarsi quan­
do l’incomprensione si aggiunge al disaccordo ed alla competizione. Per tal
motivo è per noi importantissimo conoscere quale è la percezione sovietica
dei principali temi di politica internazionale. Senza una tale comprensione,
la politica americana potrebbe male interpretare le intenzioni sovietiche, ag­

260
gravare le tensioni esistenti, diminuire le possibilità di accomtxlamento ed
ai cordo, compromettere qualsiasi passo in direzione ili soluzioni parziali e,
iosa più imporrante, potrebbe semplicemente fallire.
Alla luce di queste considerazioni, è compito di questo capitolo lasciare da
parte una risposta diretta alla questione della politica americana nei confron­
ti dell’Unione Sovietica in questo periodo di crisi, una politica che dovrebbe
puntare a rendere preferibili per la leadership sovietica quelle scelte che sono
meno pericolose ed il più possibile tendenti agli interessi internazionali ame­
ricani, e compiere invece un tentativo generale di comprendere il contesto
entro il quale vengono formulati gli indirizzi politici sovietici, di capire alcu­
ne cause della sua condotta in politica estera, e di scoprire le pressioni con­
traddittorie che determinano la sua formulazione.
In altre parole, compito di questo capitolo è quello di spiegare alcuni dei
più importanti punti di vista sovietici sulla situazione internazionale nell’ul­
timo periodo brezneviano. La discussione si concentrerà su quattro tra le
molte aree fondamentali in cui una comprensione di tali percezioni è di im­
portanza capitale per una spiegazione della condotta sovietica.2 Queste aree
sono: la centralità delle relazioni USA-URSS in campo internazionale; la corsa
agli armamenti e l’equilibrio delle forze; il ruolo del fattore militare nelle re­
lazioni internazionali; il Terzo mondo e la trasformazione del potere in in­
fluenza.

NOTE

1 Richard Lowenthal, Dealing with Soviet Global Power, «Encounter», 50, n° 6, giugno 1978, p. 90.
2 Per motivi di spazio e fluidità di argomento fornisco molto raramente citazioni dirette di fonti
sovietiche sulle quali si basa l’analisi di queste idee, sebbene io fornisca le informazioni bibliografi-
che di base. Tali fonti si dividono in quattro categorie: 1) Discorsi, articoli ed interviste di leader so­
vietici (Breznev, Kirilenko, Suslov, Gromyko, Ustinov, Grecko, Ponomarev). Particolarmente im­
portanti sono i discorsi al XXV congresso del partito contenuti in XXV s’ezd Kommunisttfeskoj Partij
Sovetskogo Sojuza. Stenografóeskij otfet, Gospolitizdat, Mosca 1976, voli. 1-3. 2) Articoli di giornali po­
litici e specializzati: «Kommunist»; «s§A-ekonomika, politika, ideologi ja(s§A)»; «Mirovaja, ekono-
mika i mezdunarodnye otnosenija (memo)»; «International Affairs»; «Voprosy filosofii»; «Partijnaja
zizn»; «Voprosy ekonomiki»; «Voprosy istorii KPSS»; principalmente per gli anni 1977 e 1978. 3)
Monografie di G.A. Arbatov, I.P. Beljaev, O.T. Bogomolov, O.N. Bykov, P.N. Fedoseev, B.F. Gafu­
rov, V.I. Gantman, N.N. Jakovlev, N.N. Inozemcev, A.A. Kokoskin, A.G. Kovalev, N.I. Lebedev,
Ju.M. Mel’nikov, G.I. Mirskij, G.I. Morozov, A.L. Narocnickij, N.M. Kikol’skij, V.F. Petrovskij,
V.I. Popov, E.M. Primakov, V.S. Semenov, A.V. Sergiev, V.G. Skunaev, A.Ju. Spirt, Ju.A. Svedkov,
S.L. Tichvinskij, D.G. Tomasevskij, G.A. Trofimenko, V.G. Truchanovskij, R.A. Ul’janovskij, E.M.
Zukov, V.V. Zurkin e V.S. Zorin. 4) Conversazioni con esperti sovietici di affari internazionali.

261
11. La centralità delle relazioni USA-URSS

A partire dalla fine della seconda guerra mondiale le relazioni USA-URSS


hanno costituito l’asse centrale delle relazioni internazionali in generale e
della politica estera americana e sovietica in particolare. Praticamente tutte
le più importanti decisioni e tutte le svolte nella politica estera dei due paesi
sono avvenute principalmente in funzione della condotta della controparte, o
con l’intenzione di influenzarne il comportamento. Tre circostanze fonda-
mentali servono a spiegare la preponderante centralità delle relazioni usa-
urss nel periodo postbellico. In primo luogo, le due superpotenze hanno
giocato un ruolo dominante nel teatro europeo, il quale ha costituito lo sce­
nario principale del loro conflitto durante tutto questo periodo. In secondo
luogo, gli Stati Uniti sono stati i soli a dominare la scena economica e politi­
ca globale al di fuori dell’Europa, rendendo in tal modo agevoli e marginali
per la classe politica americana quei conflitti e problemi non direttamente
correlati alla competizione USA-URSS. In terzo luogo, ognuna delle due po­
tenze considera l’altra come il proprio più grande pericolo in campo interna­
zionale. Per gli Stati Uniti, l’URSS e la «minaccia comunista» hanno rappre­
sentato non solo l’ostacolo principale al continuo dominio americano negli
affari mondiali, ma anche l’unica persistente minaccia militare ed ideologica
al mantenimento della «civiltà occidentale». Per l’Unione Sovietica, gli Stati
Uniti hanno rappresentato l’unico pericolo reale alla sicurezza sovietica, il
solo grande ostacolo al suo dominio del teatro euroasiatico ed al raccogli­
mento, in termini di influenza politica ed economica, dei frutti della vittoria
della seconda guerra mondiale.1
In presenza di tali condizioni non sorprende che per più di trentanni le
relazioni sovietico-americane abbiano monopolizzato l’attenzione di entram­
be le grandi potenze, escludendo quasi tutti gli altri motivi di preoccupazio­
ne politica, ed abbiano determinato in modo decisivo la loro condotta nei
confronti degli altri paesi. La storia moderna non offre alcun precedente di
tale grado di concentrazione, con la possibile eccezione delle relazioni tra

262
(irai) Bretagna e Francia dalla rivoluzione francese al congresso di Vienna. È
nostra opinione che tale situazione stia oggi per avere termine, almeno da
parte americana, e forse anche per l’Unione Sovietica, come l’intervento in
Afghanistan sembra suggerire.
Analisti e responsabili della politica estera degli Stati Uniti, dell’Europa
occidentale e del Terzo mondo (ma non dell’Unione Sovietica) suggeriscono
sempre più apertamente che la centralità del conflitto sovietico-americano
per le due superpotenze e delle relazioni usa-urss nell’ambito della politica
internazionale stia declinando e continuerà a diminuire. La fine di questa bi­
polarità viene talvolta descritta come un processo già avanzato e rapidamen­
te incalzante, e talvolta come l’obiettivo desiderato, la direzione in cui do­
vrebbero svilupparsi sia la politica estera sovietica ed americana che le rela­
zioni internazionali in genere.2 Ma siano descrizione di un processo attuale,
previsione di condizioni future o prescrizione di sviluppi desiderati, questi
sono i primi segnali sicuri dell’era postbellica del fatto che le relazioni USA-
URSS non rimarranno la sola asse dominante della politica internazionale e la
preoccupazione esclusiva delle due superpotenze.
Sotto alcuni aspetti, la situazione che sta andando evolvendosi appare pa­
radossale. La centralità delle relazioni sovietico-americane coincise con un
periodo in cui l’Unione Sovietica assurse al ruolo di grande potenza, ma non
di potenza globale, ed in cui gli Stati Uniti mantenevano un certo grado di
superiorità strategica sul loro avversario. Soltanto recentemente l’Unione So­
vietica ha compiuto grossi passi verso l’acquisizione di uno status di potenza
globale, ed ha realmente acquisito una parità strategica con gli Stati Uniti.
Ci si aspetterebbe, se non altro, che tale sviluppo conduca di per sé a rinfor­
zare la centralità delle relazioni USA-URSS da parte del governo americano, ed
il suo dominio delle relazioni internazionali in genere. E questo sarebbe cer­
tamente accaduto se non si fosse avuto una quantità di altri sviluppi negli
ultimi decenni, le cui conseguenze hanno contribuito a scalfire tale centrali­
tà. Qnque di questi sono i più importanti:

Il boom economico postbellico in occidente caratterizzato da tassi di disoccupazione relativa­


mente bassi, prezzi stabili ed alti tassi di sviluppo è finito. I problemi economici interni sono
oggi molto difficili da risolvere ed assumono ora un ruolo molto più grande nel garantire la sta­
bilità sociale e politica dei paesi occidentali.
L’ordine economico internazionale sta diventando altamente instabile e perfino caotico. Il
dominio occidentale delle risorse mondiali di materie prime sta declinando. La stabilità del siste­
ma monetario mondiale si è seriamente incrinata. La interdipendenza delle politiche economiche
tra i paesi industrializzati dell’occidente, così come tra paesi industrializzati e paesi in via di svi­
luppo, non soltanto è aumentata radicalmente, ma è molto meno suscettibile di subire azioni e
manipolazioni da parte di un centro, sia esso costituito dagli Stati Uniti o dal Mercato comune.
Accanto alle due superpotenze ed alle tradizionali nazioni europee (ed alla Cina), grandi po­
tenze a livello regionale^stanno emergendo in varie parti del mondo. La loro crescente influenza
è a volte di carattere fondamentalmente economico (Giappone) ed a volte sia politico che mili­

263
tare (Brasile in America Latina, Iran, lino a poco tempo fa, nel Golfo Persico, Nigeria ncH’Afii-
ca sub-sahariana). In tutti i casi il loro prestigio si contrappone all’influenza regionale esercitata
dalle grandi potenze ed in qualche misura comincia a superarla, o almeno rende tale influenza
meno diretta e maggiormente dipendente dalle relazioni tra le potenze regionali e quelle globali.
La crisi del comuniSmo mondiale è entrata in una nuova fase nella quale con ogni probabili­
tà lo stesso termine «comuniSmo mondiale» perderà ogni significato. L’Unione Sovietica ancora
non è in grado di assicurare la coesione e la stabilità del suo impero in Europa orientale con
mezzi che non siano la potenziale minaccia della forza, ed è ancora meno probabile che possa
diventarlo in futuro. La rapida crescita delle tendenze eurocomuniste tra i partiti comunisti
esterni al blocco filo-sovietico, ha ad ogni effetto pratico distrutto la capacità dell’URSS di con­
trollare le politiche di tutti i maggiori partiti comunisti. L’esempio sovietico come modello da
emulare e come simbolo del «progresso» tra la sinistra europea ed extra-europea è in pratica ine­
sistente. Il conflitto ci no-sovietico è diventato per un prevedibile futuro una realtà permanente
nelle relazioni internazionali, ed il più insolubile conflitto tra grandi potenze.'
Nonostante i grandi sforzi compiuti nell’era post-chrusceviana, l’Unione Sovietica rimane in­
capace di assicurare un livello di sviluppo economico comparabile alla espansione delle sue capa­
cità militari. Il ritardo sovietico, particolarmente evidente nei settori cruciali dell’innovazione
tecnologica e della produttività del lavoro, rispetto alle società industriali sviluppate non è stato
ridotto in alcun modo sostanziale. Le tendenze di sviluppo economico sovietico, inoltre, mostra­
no segni indubbi di un ulteriore declino della produttività dei fattori e della crescita globale che
compensa ampiamente il declino dello sviluppo in occidente e rende altamente improbabile la
prospettiva che l’Unione Sovietica possa raggiungere in questo secolo le società occidentali nella
produzione prò capite, per non parlare del livello tecnologico.

Alcune conseguenze più importanti risultanti da questi cinque sviluppi


spiegano il declino della centralità delle relazioni sovietico-americane negli
affari internazionali in genere e nella politica americana in particolare. In
primo luogo, il conflitto USA-URSS ha in gran misura perso il suo carattere
demoniaco. È diventato meno una lotta militare, politica ed economica radi­
cata nell’ideologia e nutrita e rinforzata da cause ideologiche, e più una «nor­
male», tradizionale competizione tra grandi potenze per la difesa dei propri
interessi nazionali e l’estensione della propria influenza in campo internazio­
nale. In secondo luogo, gli aspetti di carattere economico delle relazioni in­
ternazionali stanno assumendo un significato senza precedenti nel passato ed
una importanza critica nella caratterizzazione dell’ordine internazionale nel
suo complesso e della stabilità socio-politica, per non parlare dello sviluppo
economico, dei maggiori paesi del Primo e del Terzo mondo, ed in qualche
misura di quelli del Secondo mondo. Ed è esattamente in campo economico
internazionale che l’Unione Sovietica esercita l’influenza più debole e dove
le sue politiche sono in larga misura irrilevanti. In terzo luogo, l’erosione del
ruolo dominante dell’America in campo internazionale non si accompagna
ad una parallela espansione dell’influenza sovietica tale da avvicinarsi ad un
ordine di grandezza simile. Se l’Unione Sovietica è talvolta capace di guada­
gnare influenza a spese degli Stati Uniti, non assistiamo tuttavia ad un pro­
cesso di sostituzione degli Stati Uniti in quanto potenza internazionale do­
minante.

264
Non sto affatto affermando «.lie le relazioni USA-URSS hanno vessato di es­
sere rii cruciale importanza o che scompariranno in un prevedibile futuro in
«pianto fattore decisivo delle relazioni internazionali; sto semplicemente pro­
ponendo che il conflitto sovictico-americano stia cessando di esercitare un
dominio esclusivo sulle relazioni internazionali in genere e sulla condotta
politica americana in particolare.
L’ordine, o piuttosto il disordine mondiale presenta attualmente numero­
se aree che destano problemi, i quali sono allo stesso tempo interconnessi ed
autonomi. La loro reciproca influenza li unisce in qualche modo, mentre la
natura differente dei loro elementi compositi, così come le differenti soluzio­
ni di cui sono suscettibili, li rende autonomi. Ogni area critica richiede poli­
tiche differenti. Le relazioni ed i problemi trilaterali richiedono la contratta­
zione e lo scambio economico, consultazioni ed una politica di alleanze. Le
relazioni Nord-Sud richiedono un’attenzione particolare agli equilibri regio­
nali ed uno sforzo «Ji massima dissociazione dalle politiche di grande potenza
e soprattutto il riconoscimento della legittima e schiacciante forza del nazio­
nalismo anche quando questo non si manifesti in senso filo-occidentale. Le
relazioni Est-Ovest richiedono una politica di equilibrio del potere adattata
alla realtà dell’era nucleare, cioè moclificata in lunga prospettiva da una com­
binazione «fi conflitto, competizione e cooperazione, racchiusa nel termine
«distensione.
Le relazioni USA-URSS potrebbero costituire un grande ostacolo alla solu­
zione degli altri problemi internazionali — di sicuro senza il processo di di­
stensione, ma anche nel caso tale processo fosse già ben avviato. Ma le rela­
zioni usa-urss ed il tipo «Ji politica ad esse applicato sono di per sé di rile­
vanza limitata nell’approccio a questi enormi «altri» problemi. Stanley Hof­
fmann ha sottolineato gli elementi «Ji connessione tra i problemi mondiali e
le relazioni USA-URSS quando ha osservato che «ciò che accade sul naziona­
le scacchiere della politica mon«Jiale — una metafora qui giustificata dalla
bipolarità — non costituisce una causa di tutti gli altri problemi, ma rimane
la loro condizione»?
È importante comunque osservare che per una quantità «Ji ragioni il decli­
no della centralità delle relazioni usa-urss agli occhi degli Stati Uniti non è
stato seguito, fino a poco tempo fa, da un declino simile da parte dell’Unio­
ne Sovietica. Ciò è accaduto principalmente per un motivo: i sovietici conti­
nuano a ritenere che le relazioni usa-urss siano decisive per la pace mondia-
le, che da queste dipenda la possibilità «Ji un olocausto nucleare. Si può os­
servare che la paura di tale olocausto è molto più reale e tangibile tra i lea­
der, le élite e la popolazione sovietica che negli Stati Uniti.
Ci sono altre importanti ragioni che spiegano l’attuale atteggiamento so­
vietico. In primo luogo, gli Stati Uniti sono considerati come l’agente di

265
controllo degli affari internazionali, il solo stato con capacità ed interessi
globali, la sola potenza le cui politiche decidono se, quanto presto ed a quale
costo la rivendicazione sovietica di parità politica internazionale (che secon­
do la loro opinione dovrebbe far seguito al raggiungimento della parità stra­
tegica) possa essere soddisfatta.’ In secondo luogo, l’America è considerata
l’elemento chiave per un allargamento del conflitto sovietico con la Cina.
Una Cina ostile resta per l’Unione Sovietica un problema politico e strategi­
co a lungo termine sotto ogni circostanza, ma una Cina ostile alleata con gli
Stati Uniti e da questi sostenuta economicamente e forse anche militarmente
potrebbe definirsi solo un incubo spaventoso.
C’è ancora un altro motivo per cui le relazioni con gli Stati Uniti sono ri­
maste assolutamente centrali per l’Unione Sovietica. Questo, anche se forse
meno diretto ed immediato degli altri, presenta tuttavia radici profonde ed è
non meno importante da un punto di vista psicologico, ed è semplicemente
il fatto che gli Stati Uniti rappresentano quello che l’Unione Sovietica vor­
rebbe essere. Durante tutto il periodo postbellico e con particolare forza du­
rante la spinta modernizzatrice dell’era post-staliniana, i leader e le élite so­
vietiche definivano la forza e l’esempio dell’America come i più progressivi e
meritevoli di emulazione: la sua posizione mondiale, la sua ricchezza, la sua
scienza e tecnologia, la sua spinta, la sua immaginazione, il suo sviluppo
economico. Anche quando l’Unione Sovietica era impegnata in aspre compe­
tizioni ed ostilità con gli Stati Uniti, essa si identificava prontamente e facil­
mente con tale potenza e voleva essere identificata in essa. Non è sufficiente
dire che i sovietici considerano gli Stati Uniti come la prima e più ricca fon­
te di importazioni tecnologiche necessarie per il loro proprio processo di mo­
dernizzazione, come è successo recentemente. C’è qualcosa di più fondamen­
tale: essi vedono negli Stati Uniti il principale termometro dei propri svilup­
pi e delle proprie realizzazioni.
Questo atteggiamento verso gli Stati Uniti presenta profonde radici stori­
che nel passato dell’Unione Sovietica. Lenin considerava in modo quasi os­
sessivo gli Stati Uniti come il modello di sviluppo economico sovietico; egli
sottolineava il ruolo pionieristico dell’America nell’organizzazione produtti­
va e nelle sue realizzazioni materiali.6 E a Stalin si può attribuire la seguente
straordinaria affermazione:

L’abilità affaristica americana [delovitosf] costituisce... una antitossina contro la condotta «ri­
voluzionaria» alla Manilov e contro i racconti fantasiosi. L’abilità affaristica americana è quella
forza indomabile che non conosce né riconosce barriere, che spazza via con la sua testardaggine
di tipo affaristico ogni ostacolo, che non può fallire nel portare a conclusione ogni compito una
volta che questo sia stato iniziato, anche quando riguarda piccole cose, e senza la quale qualsiasi
lavoro serio e costruttivo è impensabile. [Egli quindi conclude]: L’unione della spinta rivoluzio­
naria russa con l’abilità affaristica americana: questa è l’essenza del leninismo nell’attività di sta­
to e di partito.

266
Sotto Chrusccv questo particolare atteggiamento verso l’Anieriea divenne
quanto meno ancor più pronunciato. Basti solo leggere nelle memorie di
Chrusccv come egli si preparò al suo primo viaggio negli Stati Uniti. «Dopo
tutto», egli scrive, «ero stato in Inghilterra, Svizzera, Francia, India, Indone­
sia, Birmania e così via. Questi erano tutti paesi stranieri, ma non erano l’A­
merica. L’America occupava un posto speciale nella nostra mente e nella no­
stra concezione del mondo».8
Tale percezione dell’America è assolutamente fondamentale per compren­
dere le cause psicologiche dell’interesse e della preoccupazione di carattere
preponderante che per i sovietici rivestono le relazioni con gli Stati Uniti. In
modo simile si può anche supporre che la centralità delle relazioni usa-urss
per i sovietici venga ulteriormente rinforzata dal vigore e dalla attrazione del
modello emulativo rappresentato dalla posizione americana di dominio nel­
l’arena internazionale, dopo la seconda guerra mondiale. Si ha l’impressione
che le aspettative sovietiche concernenti i vantaggi che lo status di potenza
globale le conferirebbe nel lungo periodo rifletta più il modello di influenza
centrale e multilaterale che gli Stati Uniti hanno esercitato negli anni Cin-
quanta-Sessanta, che non il modello staliniano di potere espresso in un esteso
impero sovietico.
Avendo delineato alcuni dei motivi per cui le relazioni sovietico-america­
ne sono rimaste e possono ancora restare centrali per l’Unione Sovietica no­
nostante il declino di tale carattere prioritario da parte americana, suggerirei
che tali relazioni hanno incontrato negli ultimi anni certe difficoltà che sol­
tanto una valutazione della posizione sovietica può spiegare. Proprio perché
i sovietici hanno considerato queste relazioni centrali, essi hanno pensato
che l’America condividesse la loro opinione. Straordinariamente sensibili su
questa questione, essi considerano come mancanza di reciprocità e deliberata
superficialità ogni indicazione del fatto che il governo americano dia prece­
denza ed importanza a relazioni estere che non siano quelle con i sovietici. È
in realtà possibile, e molti sovietici vi insistono, che il recente attivismo so­
vietico in una direzione che si discosti dall’asse usa-urss e soprattutto la sua
attività nel Terzo mondo intenda in parte compensare la paralisi di quello
che loro considerano l’asse centrale delle relazioni internazionali.

NOTE

1 II dominio globale degli Stati Uniti e quello del teatro europeo nell’ambito del conflitto con
l’URSS ha significato una fase nello sviluppo delle relazioni internazionali che può essere caratterizza­
ta come era postbellica, un periodo contraddistinto dalla mancanza di una sistemazione complessiva
della ancora non chiusa faccenda della seconda guerra mondiale. Il declino del dominio americano,
l’acquisizione della parità strategica da parte dell’Unione Sovietica, il tacito riconoscimento della sfe­
ra di influenza sovietica, la globalizzazione della competizione con l’Unione Sovietica e l’acutizzarsi

267
del conflitto cino-sovictKo hanno ajKTto negli anni Settanta una nuova fase nelle relazioni interna
zionali cd hanno posto termine all’era postbellica. Per una discussione su tale prtxcsso, cfr. Alastair
Buchan, The End of the Postwar Era: A New Balance of World Power, Dutton, New York 1974.
2 Tale punto di vista è stato sostenuto da Seymon Brown come un precetto, in A Cooltng-off Pe­
riodfor US-Soviet Relations, «Foreign Policy», 28, n° 28, autunno 1977, pp. 3-21.
3 Non sto affermando che le relazioni ci no-sovietiche non possano in un prevedibile futuro assu­
mere una forma più distesa con un rilassamento delle tensioni esistenti. Sembra tuttavia che si sia
raggiunto un punto di non ritorno riguardo alla possibilità di riesumare una alleanza cino-sovietica e
di abbandonare una competizione di fondo, l’intensità della quale può naturalmente differire da un
periodo all’altro.
4 Stanley Hoffmann, Primacy of World Order: American Foreign Policy since the Cold War, Mc­
Graw-Hill, New York 1978, p. 280. Seguendo la stessa linea circa i problemi che sono di fronte alla
politica estera americana, Marshall Shulman ha osservato che «è chiaro che l’Unione Sovietica è una
complicazione in più piuttosto che una causa primaria dei problemi che dobbiamo affrontare» (Con­
gresso, Senato USA, testimonianza alla Commissione per le relazioni estere, 21 agosto 1974, p. 102).
5 I dirigenti e gli analisti sovietici non adoperano il termine «parità politica» ma da quello che
dicono e scrivono emerge chiaramente il quadro delle loro attese politiche globali che dovrebbero co­
stituire la conseguenza naturale dei loro successi globali militari. Tali attese vengono espresse in mo­
do succinto da Gromyko, quando dice che non dovrebbe esistere alcuna «questione (internazionale)
di una certa importanza che possa essere decisa senza l’Unione Sovietica o in opposizione ad essa».
6 Cfr. ad esempio V.I. Lenin, Socinenija, 4a ed., Gospolitizdat, Mosca, 19, 1952, pp. 171-74; 22,
1952, pp. 1-89; 31, 1950, pp. 193-95.
7 I.V. Stalin, Socinenija, Gospolitizdat, Mosca 1952, pp. 187-88.
8 Khrushchev Remembers: The Last Testament, Little, Brown, Boston 1974, p. 369.
12. La corsa agli armamenti e l'equilibrio delle jorze

Uno dei punti di maggiore discussione in America per quanto concerne le


relazioni USA-URSS riguarda la questione delle dimensioni delle capacità so­
vietiche, o, per dirla in altro modo, la questione delle relazioni di forza tra i
due paesi. Numerose persone asseriscono che l’Unione Sovietica ha già rag­
giunto una superiorità strategica ed una preponderanza militare globale su­
gli Stati Uniti.1 Altri parlano di un essenziale equilibrio di forze, una relazio­
ne di complessiva parità.
Parte della discussione concerne non tanto lo stato di cose esistenti, ma
piuttosto le intenzioni sovietiche, e considera che mentre c’è allo stato attua­
le una situazione di parità essenziale, i sovietici stanno tentando di acquisire
la superiorità sugli Stati Uniti. La prova principale di questo tentativo è data
dal costante ed incessante aumento delle spese militari sovietiche, che non
mostra alcun segno di declino.
Alcuni analisti affermano che, mentre la relazione attuale di forze stategi-
che tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica può essere di equivalenza, la sen­
sazione da parte degli stati alleati dell’America, e soprattutto da parte degli
stati neutrali, è che i sovietici stiano acquisendo una superiorità sempre mag­
giore. Perciò, essi dicono, l’effetto politico-psicologico è lo stesso come se ci
fosse una reale superiorità sovietica,2 e sono proprio questi effetti di cui si
preoccupano. Essi non temono tanto il fatto che in condizioni di reale o pre­
sunta superiorità strategica l’Unione Sovietica possa prendere in considera­
zione l’ipotesi di un attacco di primo colpo deliberato e pianificato contro
gli Stati Uniti, ma si chiedono piuttosto come l’America si comporterebbe
in tali condizioni di fronte ad una sfida sovietica, politica o militare, di carat­
tere regionale, quanto differente sarebbe la reazione degli alleati americani al­
le pressioni sovietiche, e se i paesi del Terzo mondo non si volgerebbero
sempre più verso l’Unione Sovietica.’
Quando il centro della discussione concernente le relazioni di forza USA-
urss riguarda la percezione che di questa relazione si ha, e gli effetti politi­
co-psicologici che possono derivarne, sembra logico e pertinente chiedersi —

269
cosa che virtualmente nessuno fa — quale sia la percezione sovietica delle re­
lazioni di forza usa-urss. Tale analisi c non solo di grande importanza per le
attuali discussioni generali sulle relazioni di forza tra i due paesi e — inci­
dentalmente — per comprendere alcune delle ragioni della corsa agli arma­
menti da parte sovietica, ma è anche centrale per la comprensione del punto
di vista sovietico complessivo della situazione internazionale.
Che i sovietici siano impegnati in una corsa al riarmo non si discute. Che
la loro macchina militare, strategica e convenzionale, richieda un continuo
controllo ed una continua rivalutazione da parte americana e, se necessario,
l’adozione di contromisure per preservare un ragionevole equilibrio, è fuori
questione? Io condivido però l’opinione di Richard Lowenthal che tale mi­
naccia sovietica

dovrebbe essere esaminata non in modo isolato, come una serie di fatti «puramente» militari,
ma nel contesto di tutto ciò che noi conosciamo circa la natura della politica sovietica. In altre
parole, io non credo che le capacità militari siano il solo indizio per capire le intenzioni militari
di un avversario; bisogna sforzarsi di interpretare queste capacità nel contesto delle politiche che
esse devono servire?

Il punto di vista sovietico proprio della fine degli anni Settanta che emer­
ge da autorevoli opere e conversazioni con specialisti sovietici di affari inter­
nazionali a proposito della relazione di forze in campo internazionale può es­
sere riassunto come segue:6

La relazione di forze in campo internazionale viene ancora concepita nell’ambito della teoria
dei campi opposti dell’imperialismo e del socialismo. All’interno di tale struttura, due temi
emergono come centrali: quello dell’avanzata della causa e delle forze del socialismo e quello
della coesistenza pacifica di sistemi differenti. Il primo tema rappresenta un processo storico, il
secondo una strategia politica dell’Unione Sovietica, e la relazione tra i due è tale che il primo
rende la seconda possibile e fruttuosa, e la seconda rinforza la tendenza rappresentata dal primo.
L’era brezneviana ha visto un fondamentale mutamento delle relazioni delle forze mondiali
in favore del socialismo. La sua espressione principale è rappresentata dal rafforzamento assoluto
e relativo del potenziale militare ed economico del blocco socialista. L’immagine che i sovietici
hanno di sé stessi, e che scaturisce dai loro rapporti, discorsi ed opere ufficiali, rispetto a quindi­
ci anni fa, è quella di una ritrovata sicurezza, fiducia e soddisfazione a cui fa riscontro l’indeboli­
mento interno dei maggiori paesi imperialisti e la loro perdita di posizioni importanti e di in­
fluenza nel mondo, un’immagine che nell’interpretazione sovietica non manca di un elemento di
sorpresa.
Uno dei maggiori effetti del mutamento avvenuto nella relazione di forze è rappresentato dal
nuovo successo della strategia della coesistenza che ha condotto alla politica di distensione. Il
processo di distensione equivale ad un maggior riconoscimento da parte degli Stati Uniti del
principio di coesistenza pacifica, alla conseguente diminuzione di tensione e ad una minore pos­
sibilità di scontri militari diretti tra i due campi. La migliore garanzia per la continuazione ed
un approfondimento del processo di distensione è rappresentata da una ulteriore crescita della
potenza del campo socialista e dal declino dell’influenza dell’imperialismo. A sua volta, il pro­
gressivo sviluppo del processo di distensione rappresenta il miglior garante dell’ulteriore cam­
biamento nel rapporto di forze in favore del socialismo.

270
I..I plllll Ip.llc IIOl.l (lisi Cud.lIlfC III ijllCSlO l Jlbllll < > ( I .IppICM lll.ll.l < l.ll ( .ISO tlcll.l ( Uhi I..1 ( m.l
Ibi costituito him piciKi up.i/ionc pei i sovietici fin d.il tempo della rottura degli ultimi anni
Cinquanta, ina soltanto nell’ultimo decennio essa è diventata una vera c propria ossessione che
si è icicntcnicnte perfino intensificata. Non c’è bisogno di dire che esistono molti validi motivi
|x>litic i e militari che giustificano tale ossessione. Il trattato cinese col Giappone, la normalizza­
zione delle relazioni con gli Stati Uniti, l’acquisto di armi dall’Europa occidentale, l’enorme pia­
no di modernizzazione basato sull’attesa affluenza di tecnologia occidentale e la generale «aper­
tura» in direzione di una immensa attività in campo internazionale, hanno creato una situazione
alla quale i sovietici rispondono con inquietudine crescente, con una tremenda preoccupazione
cd anche con una punta di isteria. Si ha l’impressione che se i sovietici hanno seppellito quindici
anni fa l’idea dell’«accerchiamento capitalista», la mentalità da fortezza assediata stia loro adesso
apparendo un nuovo spettro: quello di un nuovo accerchiamento formato dalla coalizione della
('ina con le nazioni industrializzate occidentali, uno spettro che fa tornare in vita la vecchia
mentalità?
Comunque l’importanza della Cina nell’opinione sovietica nell’ambito della situazione inter­
nazionale supera di gran lunga le ragioni immediate e prontamente visibili. Esiste un’altra di­
mensione che appare critica dal punto di vista psicologico e che aumenta le preoccupazioni so­
vietiche immediate e nel lungo periodo: la combinazione del caso cinese con la più profonda
questione del destino della rivoluzione comunista mondiale. Le antiche speranze bolsceviche di
una rivoluzione comunista mondiale di cui l’isolato stato sovietico avrebbe costituito il punto
d’inizio si sono dissipate con relativa rapidità. La credenza però che tale rivoluzione, quando fos­
se finalmente giunta, sarebbe partita da oriente, si è rivelata più persistente. Le parole di Lenin
più spesso citate in tale contesto dai leader e dagli scrittori sovietici sono state fino a poco tem­
po fa quelle che predicevano che «in ultima analisi, il destino del mondo sarà deciso dal fatto
che la maggioranza della popolazione mondiale — Cina, India ed altri — abbracceranno la rivo­
luzione». Perfino al culmine del conflitto, durante gli ultimi anni Sessanta, rimaneva ancora per
i sovietici la speranza che opportuni cambiamenti in Cina avrebbero sanato la frattura. Che non
si nutrano più tali speranze è dimostrato dal fatto che l’Unione Sovietica è attualmente impe­
gnata in una profonda ri formulazione dottrinaria dei suoi rapporti con la Cina, paragonabile a
quella operata nei confronti della Jugoslavia nell’intervallo tra la prima risoluzione del Comin-
form del 1948 e la seconda del 1949? L’obiettivo attuale nei confronti della Cina non è più per la
prima volta quello della restaurazione di una alleanza, ma lo stesso di quello che guida la con­
dotta sovietica nei riguardi degli stati imperialisti: la coesistenza pacifica.10
Non c’è nessuna prova per affermare che il governo sovietico creda — come fanno molti in
occidente — che l’Unione Sovietica stia acquisendo una posizione di superiorità militare o glo­
bale nei confronti dell’alleanza occidentale e degli Stati Uniti in particolare. L’approccio sovieti­
co alla misurazione delle forze opposte presenti nell’arena internazionale è considerevolmente
diverso da quello prevalente in occidente. Senza minimizzare il ruolo del fattore militare pura­
mente quantitativo, la valutazione della relazione di forze nella prospettiva sovietica deve inclu­
dere altri fattori, e, tra i più importanti, il potere economico globale ed il livello di sviluppo tec­
nologico dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati e clienti rispetto a quello dell’occidente, il grado
di unità o meno del blocco sovietico e del «campo» occidentale, il vigore delle forze «progressi­
ste» del Terzo mondo, e così via. L’inclusione di questi e di altri fattori materiali e sociopolitici
non è semplicemente un esercizio accademico, ma una percezione che permea tutto il modo di
pensare sovietico, la cui forza è sostenuta dalla tradizione e dalla loro visione generale del mondo.
Rispetto alla questione dell’equilibrio strategico del potere, i sovietici pensano di aver rag­
giunto la parità con gli Stati Uniti, senza però considerarla come assicurata una volta per tutte,
come uno stato di cose stabile. Alla luce della superiorità tecnologica americana e della continua
corsa al riarmo, specie nel campo dei nuovi armamenti, i sovietici pensano che tale parità possa
essere assicurata soltanto attraverso uno sforzo continuo di miglioramento.11 Rispetto al rappor­
to di forze generale essi ancora si considerano più deboli dell’occidente, sentono ancora forte­
mente la necessità di compiere uno sforzo massimo per raggiungere il livello occidentale. Ciò
fornisce invero una spiegazione logica al loro sforzo di crescita puramente militare, un settore
nel quale essi possono mostrare i più grandi successi e che nella loro prospettiva controbilancia

271
dimeno in patir l.i loto mleiioiiiù nonniim .1 c (c\ nolugu .u ut.im< me scimi.1 nei lonhonti del
l’occidente.
È legittimo chiedersi se l’ultima affermazione non contraddica ciò che è stato detto preceden­
temente riguardo all’opinione sovietica circa il fondamentale mutamento nel rapporto di forze
verificatosi in campo internazionale. Personalmente non credo. Quando i dirigenti sovietici os­
servano un mutamento nella relazione di forze a proprio favore, essi giudicano principalmente
in termini di mutamenti nella correlazione di tendenze. Sono la direzione e l’ampiezza delle ten­
denze a loro favore che essi hanno trovato così soddisfacenti. Nella valutazione della relazione di
tendenze essi sono ottimisti, e sono realistici nel loro giudizio dei rapporti di forza in questo
particolare momento storico.

Passiamo adesso dal più o meno stabile terreno della percezione sovietica
delle relazioni di forza in senso ampio che, se anche presenta ambiguità e
contraddizioni sostiene secondo me l’opinione che l’Unione Sovietica non si
considera più forte degli Stati Uniti o in corso di acquisire tale superiorità,
alla questione delle intenzioni e della reale condotta politica sovietica nel
settore più delicato della discussione in corso in occidente, e cioè la logica
della corsa agli armamenti.
In campo militare la corsa alle armi strategiche tra le due superpotenze ha
raggiunto un punto di parità generale che assicura ad entrambe la capacità di
reciproca distruzione. Allo stesso tempo, nell’ultimo decennio, il principale
elemento dinamico della corsa al riarmo è stato costituito dal raggiungimen­
to degli Stati Uniti da parte dell’URSS e dallo sviluppo delle sue capacità ad
un ritmo più veloce della controparte. La condizione di parità generale, la
preservazione di una capacità di secondo colpo altamente affidabile e la con­
tinua assicurazione di distruzione reciproca può continuare, ed il processo in
favore dell’Unione Sovietica introdotto dal suo maggior dinamismo di svi­
luppo e di spiegamento può essere rallentato o fermato fondamentalmente
in due modi: o attraverso una sfrenata spirale verso la corsa al riarmo, o at­
traverso uno stabile accordo sul controllo delle armi strategiche che possa
eventualmente condurre ad una riduzione delle stesse.
Entrambe le superpotenze sembrano aver scartato alla fine degli anni Set­
tanta la prospettiva di una corsa sfrenata alle armi strategiche, ed aver piut­
tosto optato per un accordo sul controllo delle armi che introdurrebbe un
elemento di stabilità nell’equilibrio del potere strategico. Da parte americana
l’incentivo sembra ovvio: il potenziale strategico sovietico sta aumentando a
passo rapido; nell’arsenale sovietico sono presenti armi strategiche migliori,
e sistemi nuovi ed ancor più pericolosi sono stati sviluppati e sperimentati.
Se questa tendenza continua, esiste il reale pericolo che si verifichi un signi­
ficativo squilibrio strategico a favore dell’Unione Sovietica.
Da parte sovietica gli incentivi possono apparire meno ovvi, ma sembra­
no aver acquisito negli ultimi due anni una maggiore importanza. Il più im­
portante di essi è rappresentato dalla frustrazione delle attese sovietiche che i

272
traumi suticssivi allo stamlalo Watergate eri al Vietnam itegli Stati Uniti
avrehlxTO continuato ad influenzare costantemente ed in modo significativo
la jxtlitica americana sulle armi strategiche. La accresciuta coscienza negli
Stati Uniti delle dimensioni dell’escalation strategica sovietica, la nuova ri­
cettività del Congresso e dell’opinione pubblica a maggiori spese per gli ar­
mamenti dopo anni di stanziamenti in diminuzione, la esplicita determina­
zione dell’amministrazione Carter a non permettere che la crescita militare
sovietica continuasse incontestata, accompagnata da piani di dispiegamento
di armi quali i missili Cruise, e piani di sviluppo di missili ICBM meno vul­
nerabili quali il sistema di missili mobili basati a terra, stanno stimolando
nei sovietici l’idea che se non viene raggiunto un nuovo stabile accordo, co-
mincerà di nuovo una incontrollata corsa alle armi con tutti gli imprevisti ed
i pericoli che ciò comporta. Credo sia molto improbabile che, in ogni caso, i
sovietici pensino di mantenere la dinamica dell’equilibrio strategico degli ul­
timi cinque anni; essi riconoscono che qualsiasi alterazione dell’attuale equi­
librio può solo andare contro i loro interessi. Nonostante, quindi, o forse
grazie all’altamente pubblicizzato raffreddamento delle relazioni sovietico-
americane sotto l’amministrazione Carter, i sovietici hanno fatto uno sforzo
significativo per raggiungere un accordo sul trattato salt ii e sono essenzial­
mente interessati alla sua ratifica. Questo trattato promette come minimo di
ridurre l’incertezza del futuro, mentre allo stesso tempo assicura il riconosci­
mento americano della parità strategica tra USA e URSS.
Molti influenti analisti europei ed americani, però, sostengono che l’idea
di un accordo sugli armamenti che stabilizzi una parità strategica tra le due
superpotenze sia una illusione a causa del fatto che mentre il desiderio ame­
ricano riguardo al processo di distensione ed alle armi strategiche è appunto
raggiungere tale parità, gli obiettivi sovietici sono differenti. I sovietici han­
no sperato, attraverso il processo di distensione, di acquisire la superiorità
strategica; questo è il genere di distensione che essi hanno sostenuto e que­
sto è il perché essi ne hanno appoggiato il processo. Ad esempio, un esperto
di difesa molto rispettato scrive:

Molti in America continuano a dire che dovremo stabilire la parità in qualsiasi settore siamo
superiori ed accettare tacitamente la inferiorità in tutti gli altri settori. È tuttavia adesso chiaro
che l’Unione Sovietica non accetterà per sempre una parità in tutti i settori militari. Per i suoi
dirigenti, parità significa ovviamente niente altro che un momento transitorio in cui la curva
ascendente della loro potenza incontra quella discendente della nostra.12

La risposta più semplice a questo ed a punti di vista simili, è quella di


Henry Kissinger, il quale, quando affrontava l’argomento di una ricerca di
superiorità da parte sovietica, esclamava: «In nome di Dio, cosa significa su­
periorità strategica?»1’

273
Questa risposta è però inadeguata in quanto la maggior parte degli esper­
ti militari concorda sul fatto che ci possa essere una superiorità strategica
(che naturalmente non deve essere paragonata alla immunità strategica a
qualsiasi ritorsione) che potrebbe pericolosamente incrinare l’equilibrio. Co­
sa più importante, anche se la superiorità strategica può non avere molto
senso in termini puramente militari, può averne in termini politico-psicolo­
gici. L’opinione, da parte dell’Unione Sovietica, degli Stati Uniti o di altri
paesi, che la bilancia strategica si sia decisamente inclinata in favore dei so­
vietici, può offrire pericolose tentazioni per l’Unione Sovietica e causare una
altrettanto pericolosa timidezza da parte degli alleati occidentali nell’affron-
tare la minaccia sovietica. I sovietici non saranno tentati di condurre delibe­
ratamente un attacco di primo colpo, ma piuttosto di correre il rischio di
spingere un confronto in modo non intenzionale fino al punto di un perico­
loso errore di calcolo.
Sembra si possa affermare che mentre nell’ambito della strategia di disten­
sione l’attuale amministrazione americana può sperare di assicurare una sta­
bile parità dell’equilibrio strategico, i sovietici desiderino acquisire una supe­
riorità strategica e favorire il tipo di distensione che permetterebbe loro di
raggiungere questo obiettivo. I sovietici sicuramente sanno che senza un
processo di distensione, in una incontrollata corsa alle armi, essi non posso­
no sperare di raggiungere tale risultato a causa della ampia e decisiva supe­
riorità tecnologica delle economie americana ed occidentale. (Inoltre una in­
controllata corsa agli armamenti aumenterebbe drammaticamente i pericoli
di arrivare ad un confronto che l’Unione Sovietica desidera evitare tanto
quanto gli Stati Uniti).
Secondo la mia opinione, non bisogna confondere questi desideri sovietici
ottimali concernenti il settore strategico con le ragionevoli speranze di ciò
che una politica di distensione può loro portare. Fare ciò presupporrebbe
l’assunzione che gli Stati Uniti non risponderebbero in maniera energica in
assenza di un nuovo accordo salt alla pericolosa escalation strategica dell’U­
nione Sovietica, o che un nuovo accordo SALT lascerebbe aperta la porta per
una continua escalation sovietica senza che vi sia alcuna risposta americana,
senza almeno un tentativo di stabilizzare la relazione di parità strategica.
Non c’è nessuna prova in nessun aspetto della condotta americana degli ulti­
mi due anni che giustifichi anche lontanamente queste affermazioni.
Gò che sappiamo è che la valutazione sovietica a proposito della superio­
rità strategica e della politica di deterrente che emerge nelle numerose opere
di carattere politico e militare, sostiene esplicitamente ed inequivocabilmente
l’idea di equilibrio, di potere e parità. Già nei tardi anni Sessanta e special-
mente a partire dai primi anni Settanta tutti i leader ed i commentatori poli­
tici e militari sovietici rinunciarono all’obiettivo della superiorità strategica

274
pci cntranilx.* le supcrjxitcnzc. Nonostante l'opinione di molli scrittori e po­
litici americani che l’Unione Sovietica non accetti il concetto di reciproco
deterrente, i fatti, come mi sembra, non giustificano tale scetticismo."
Nel confutare la mia tesi, viene spesso affermato che mentre gli Stati
Uniti sottolineano il ruolo «deterrente» delle forze strategiche, la concezione
sovietica, soprattutto quella militare, sottolinea la capacità di «combattere» e
eli «vincere» una guerra. Tale posizione mi sembra falsa. È precisamente lo
sviluppo di tali capacità che secondo l’opinione sovietica rappresenta il mi­
glior «deterrente». Ciò che andrebbe piuttosto osservato è che i concetti
americano e sovietico di «deterrente» differiscono. Robert Legvold formula
la principale distinzione nel seguente modo: «La teoria americana di deter­
rente è una teoria di compromesso, la nozione sovietica di deterrente non
contiene alcuna teoria e sostituisce invece la scienza della guerra».15
Se gli americani sospettano profondamente delle attitudini sovietiche,
questi ultimi, da parte loro, sono molto preoccupati che una volta accettata
l’idea dell’equilibrio strategico, «autorevoli circoli» possano spingere gli Sta­
ti Uniti ad acquisire una superiorità strategica. Secondo l’opinione sovietica,
la recente intensificazione in America della campagna contro la «minaccia
sovietica» serve proprio a questo proposito ed in gran misura mira proprio a
tale obiettivo.16 In una eccellente analisi della politica strategica e della posi­
zione sovietica sul controllo degli armamenti, Raymond Garthoff giunge al­
la seguente conclusione:

Esistono in realtà, in questo momento, un certo numero di interpretazioni parallele — anche


sbagliate — da entrambi i lati. Nonostante che gli obiettivi ultimi siano molto differenti per le
due parti, i problemi principali per un accordo sul controllo degli armamenti non sono dovuti a
differenti obiettivi operativi dei due lati, ma alle differenti percezioni, ai sospetti ed alle difficol­
tà di includere forze e programmi militari molto differenti in un programma di limitazione delle
armi strategiche equilibrato e reciprocamente accettabile.17

Il costante negare da parte dei sovietici di una loro ricerca di superiorità


strategica e la continua affermazione di voler stabilire, una parità strategica
può riflettere meno il fatto che essi non desiderino la superiorità, che non in­
vece una realistica valutazione di ciò che essi possono ottenere attraverso la
distensione, ed è questa che essi sembrano preferire allo spettro di una nuova
sfrenata spirale verso il riarmo. Le principali aspettative sovietiche associate
alla politica di distensione in campo militare non si basano sulla sua dimen­
sione strategica, bensì nel campo delle forze convenzionali, cioè sulla preser­
vazione ed ulteriore espansione della loro superiorità sul teatro europeo nei
confronti delle forze della nato e, in secondo luogo, su uno sviluppo accele­
rato delle loro capacità convenzionali globali.
È riguardo a questi due obiettivi che l’affermazione di Zbigniew Brzezin-

275
ski del maggio 1977 risulta più pertinente nella valutazione di ciò che i so­
vietici si attendono dalla politica di distensione: «Si poteva in passato conce­
pire l’escalation sovietica in qualche misura come una risposta alla reale o
presunta asimmetria nelle relazioni sovietico-americane. Questa oggi non
esiste più. Diventa perciò legittimo chiedersi perché i sovietici stiano conti­
nuando la loro escalation».1"
Esiste una tendenza nella letteratura occidentale ad esagerare le implica­
zioni politico-militari della escalation di tipo non strategico sovietica. Alcu­
ne delle sue cause certamente riflettono condizioni che potrebbero risultare
meno inquietanti di quanto sembrano e non andrebbero interpretate unica­
mente sulla premessa della sindrome del «caso peggiore». Un gran numero
di elementi contribuisce alla escalation sovietica, e tra quelli che possono non
rientrare propriamente nella categoria del «caso peggiore» i seguenti sono i
più importanti:

La persistente minaccia della Cina può soltanto aumentare, una volta che essa dia inizio, co­
me sembra adesso probabile, ad una significativa modernizzazione del suo antiquato equipaggia­
mento militare. La questione cinese, un elemento permanente nel pensiero politico-militare so­
vietico, costringerà qualsiasi leadership sovietica a programmare un conflitto su due fronti, una
necessità questa che non si presenta agli Stati Uniti.19
L’impegno totale da parte sovietica a mantenere l’impero est-europeo da un lato, e la necessi­
tà di affidarsi in ultima analisi alla forza militare per il dominio dell’Europa orientale dall’altro,
costituiscono un doppio fardello riguardo al dispiegamento militare sovietico sul teatro europeo.
In primo luogo, l’Unione Sovietica impegna un gran numero di forze per la preservazione del
proprio impero, cioè per la propria sicurezza interna in tempi di pace e perfino di rilassamento
in campo internazionale. In secondo luogo, tale situazione fa sì che sia prudente, quando si in­
travedono periodi di guerra o di maggiori tensioni, assegnare un numero significativo di forze al
compito di proteggere le proprie aree interne e le linee di confine e di neutralizzare possibili atti
sleali di alleati poco affidabili. Si sospetta che il totale delle forze sovietiche impegnate ad assi­
curare la fedeltà degli alleati sia superiore a quello delle forze del patto di Varsavia sulle quali
l’Unione Sovietica sente di poter fare affidamento in tempi di conflitto.20
La concezione sovietica di sicurezza nazionale quale è venuta formandosi in base all’esperien­
za, alla storia ed alla visione del mondo, tende ad esagerare drammaticamente i pericoli per la
madrepatria, a costruire un potenziale difensivo eccessivo ed a compiere un enorme sforzo per la
propria difesa. Essa conduce i dirigenti sovietici ad esaltare l’esigenza di sicurezza ad un grado
senza precedenti ed impensabile nelle altre società moderne. Descrivere la loro concezione di si­
curezza nazionale come supersicurezza o sicurezza totale vuol dire sottovalutare la loro posizio­
ne.21
La dinamica, o piuttosto l’inerzia interna del complesso militare-industriale sovietico, che
rappresenta la più grande industria militare in tempo di pace nella storia moderna, una enorme,
ingombrante macchina burocratica, ha assunto un proprio ritmo acquisito. Nella Russia post-
chruscèviana le crescenti domande e la aumentata inerzia di questa macchina sono state rinforza­
te da un certo numero di fattori: per esempio da una autonomia professionale dell’esercito mol­
to maggiore, cioè da una sua accresciuta influenza nel decidere le necessità militari dell’Unione
Sovietica; dalla natura oligarchica della leadership che rende molto difficile qualsiasi cambia­
mento di rilievo nei piani e nei progetti già stabiliti e dal semplice ma importantissimo fatto
che la direzione è particolarmente orgogliosa e trae grandi soddisfazioni dalle realizzazioni asso­
lute e specialmente da quelle relative acquisite nel settore militare rispetto ad altri settori della
società.

276
( Hi .lido pod ni ( I.id ok .ill.i b.tsc dell'est .il.it ion nuli (.ire soviet u ,i e l'.u ut a pene/ionc del n
Ludo tecnologico, l.i p.im.i che questo non diminuirà in mcxlo jxtcedibile nel prossimo futuro
id il piepondei.infe desiderio di ree uper.ire (.ile ritardo. In primo luogo ciò crea la tendenza a
i ontlappone alla superiorità qualitativa dell'occidente una superiorità quantitativa; in secondo
luogo, fa sentire ai sovietici l’urgenza di sviluppare nuove armi e sistemi che essi sperano re­
stringeranno la differenza qualitativa.
Infine, per quanto concerne la potenzialità globale c la capacità sovietica di proiettare la pro­
pria potenza militare e quella dei suoi alleati lontano dai suoi confini, l’inferiorità rispetto agli
Stati Uniti non è solo presunta, bensì effettivamente reale. Con la possibile eccezione dei ponti
aerei di lunga gittata, l’Unione Sovietica sta muovendo soltanto i primi passi nel tentativo di ac­
quisire lo stesso potenziale degli Stati Uniti.
(Tra l’altro, la maggior parte dei fattori qui enumerati potrebbero ben applicarsi anche all’e­
scalation di tipo strategico dell’Unione Sovietica. Potrebbero servire quale spiegazione parziale
dell’intensità dell’escalation strategica e della differenza dell’approccio sovietico ed americano ri­
sotto al livello al quale dovrebbe stabilizzarsi la corsa agli armamenti).

Né lo sforzo militare sovietico né men che tutto la percezione da parte so­


vietica delle mutevoli relazioni delle forze nel mondo sono contrari, dal suo
punto di vista, al suo interesse ed impegno alla politica di distensione. La di­
stensione descrive un processo generale che combina conflitto, competizione
e cooperazione a vari livelli di intensità ed in differenti aree. L’equilibrio di
questi differenti elementi, per non parlare dei loro livelli specifici, non è pre­
determinato dal processo stesso e non verrà mai determinato in anticipo da
qualsiasi accordo particolare delle due superpotenze, bensì piuttosto dall’e­
quilibrio tra opportunità e rischi e dalla correlazione di forze reali e presunte
nell’arena mondiale. La distensione contiene elementi di simmetria da parte
di entrambe le superpotenze, l’elemento cruciale della quale è che ciascuna
desidera evitare sia la guerra che l’escalation del confronto che potrebbe de­
generare in un conflitto bellico. Ma la distensione è fondamentalmente una
relazione asimmetrica.22 La sua sostanza reale sarà decisa non dagli schemi
concettuali designati al Cremlino od alla Casa Bianca, ma dalle reali politi­
che delle due superpotenze nelle varie aree e dalle loro risposte reciproche,
dai mezzi da loro impiegati per sostenere tale relazione, dalla loro abilità a
mobilitare il sostegno interno (nel caso sovietico, di tipo principalmente
economico; nel caso americano, principalmente politico); essa dipenderà
cioè in modo fondamentale dalla natura e dal successo di ciascuna leadership
delle due superpotenze.
Nell’ambito del quadro generale del processo di distensione, si possono
perciò immaginare diverse soluzioni che possono differenziarsi in modo si­
gnificativo nel processo attraverso cui vengono caratterizzate e nei loro risul­
tati. Dire, come molti giustamente fanno, che la distensione è probabilmen­
te irreversibile significa soltanto parlare del quadro generale, della neutraliz­
zazione del quadro europeo in quanto area di conflitti armati, ma non del ti­
po specifico di distensione che deve ancora emergere in modo chiaro da que­
sto quadro e che anche quando assuma un aspetto più definito può subire

277
importanti cambiamenti. Le attuali relazioni sovietico-americane concernono
innanzitutto quale tipo di distensione deve esserci, che genere di distensione
ciascuna superpotenza preferisce cercare.
Ciò ci porta ai due principali problemi che attualmente e per lungo tem­
po a venire influenzeranno in modo critico la natura del processo di disten­
sione e le attese attuali e di breve periodo di ciascuna superpotenza rispetto
ad essa: la questione del ruolo della forza militare nelle relazioni internazio­
nali e la questione della visione sovietica del Terzo mondo, l’unica area in
cui, secondo l’opinione sovietica, tale forza può ancora venire usata al di fuo­
ri della propria sfera di influenza.

NOTE

1 Cfr., ad esempio, Fred Charles Iklé, What It Means to Be Number Two, «Fortune», 20 novembre
1978, pp. 72-84.
2 Mi sembra che stiamo qui trattando il classico caso della profezia auto-compientesi. L’Unione
Sovietica non sostiene di aver acquisito la superiorità militare sugli Stati Uniti. Se tale percezione si è
venuta a creare all’estero ciò è avvenuto fondamentalmente a causa dei tentativi dei critici interni del­
l’attività militare americana. Più di chiunque altro tali critici stanno contribuendo ad indebolire l’A­
merica sminuendo la forza militare americana.
3 Cfr. ad esempio Walter Laqueur, Europe: The Specter of Pinlandization, «Commentary», 64, n° 6,
dicembre 1977, pp..37-41; e Robert W. Tucker, Beyond Detente, «Commentary», 63, n°3, marzo 1977,
pp. 42-50. Cfr. anche Robert Conquest e al., Defending America: Toward a New Role in the Post-Detente
World, Basic Books, New York 1977 e gli articoli di Robert Conquest, Colin Gray e Antony Harri­
gan in US Strategy in the Decade Ahead, «Policy Review», n° 1, estate 1977, pp. 117-28.
4 Va a tal proposito sottolineato che l’escalation militare sovietica, contrariamente a quanto co­
munemente si crede, non assume la forma di uno sviluppo improvviso, rapido ed esplosivo di forze
strategiche e convenzionali. Il tasso di crescita del bilancio militare sovietico in termini reali durante
l’era brezneviana è stato un incremento equilibrato e costante di circa il 3%. Quello a cui assistiamo
oggi, quindi, è il risultato di due processi indipendenti tra loro: l’effetto cumulativo della graduale
crescita sovietica e gli effetti ritardati dell’esaurimento delle risorse militari americane, dovuto fonda­
mentalmente alla guerra del Vietnam.
5 Richard Lowenthal, Dealing with Soviet Global Power, «Encounter», 50, n° 6, giugno 1978, p. 90.
6 Le dichiarazioni sovietiche riguardanti l’equilibrio delle forze nel mondo contemporaneo e il
suo mutamento appaiono normalmente in tutti i più importanti articoli generali concernenti le rela­
zioni internazionali. La fonte migliore che posso ricordare per una estesa discussione è il fondamenta­
le lavoro sulla politica estera sovietica di S.P. Sanakoev e N.I. Kapcenko, 0 Teorii vnetnej polititi so-
cializma, Izd. Mezdunarodnye otnosenija, Mosca 1977, cap. 7. Cfr. anche N.I. Lebedev, Novyj etap
mezdunarodnych otnofenij, Izd. Mezdunarodnye otnosenija, Mosca 1976, pp. 41-71; G. Sachnazarov, K
problems sootnofenija sii v mire, «Kommunist», n° 3, febbraio 1974, pp. 77-89; S. Sanakoev, Problema so-
otnoSenija sii v sovremennom mire, «Mezdunarodnaja zizn’», ottobre 1974, pp. 40-50; V. Zagladin, Revo-
lucionnyjprocess i mezdunarodnaja politika KPSS, «Kommunist», n° 13, settembre 1972, pp. 14-26.
7 Un’altra nota discordante è costituita dalle tendenze nazionalistiche presenti all’interno di alcu­
ni partiti dell’Europa orientale (ad esempio la Romania) e di tendenze revisioniste ed anti-sovietiche
all’interno del movimento comunista internazionale. I discorsi dei dirigenti e gli scritti degli esperti
sovietici prestano a tali tendenze una crescente attenzione ed esprimono una continua apprensione.
Per una trattazione sovietica di tale soggetto, cfr. V. Zagladin, Istorrfeskaja missija raboZego klassa i so-
vremennoe raboZee dvizenie, «Kommunist», n° 11, luglio 1978, pp. 67-80.
8 Per degli esempi di scritti sovietici sulla Cina che mostrano forti elementi di tale mentalità,

278
i fi X Lidiiii, M Sinclcv, Phlovannaja tgra /^ktuskof batto/, «MI'MO», n" IO, ottobre 19/H, pp. 59-48;
< to \lott ?.it tnaonlko/ «teorie/ trah mtrov», «Kommunist», n° 17, novembre 197H, pp. 97-121; Kitajposle
Mao T\e-duna, «Kommunist», n” 12, agosto 1977, pp. 110 121; B. Pyskov, B. Starostin, Ot ’u/'trarevo-
l/uuonnosti' k wjuzu ,i tmpertahzmom t reakeiej, «Kommunist», n° 16, novembre 1978, pp. 98-109.
9 La prima risoluzione del Com in form nel 1948 parlava della «Deviazione nelle politiche della
leadership del partito comunista yugoslavo». La seconda risoluzione adottata nel 1949 parlava del
«partito comunista yugoslavo nelle mani di assassini, spie e sabotatori». La prima chiedeva un cam­
biamento nella direzione di Tito, la seconda il rovesciamento del regime di Tito. (Tra l’altro, al mo­
mento della riconciliazione con Tito nel 1956, venne annullata soltanto la seconda risoluzione del
Cominform. Formalmente la prima risoluzione è ancora valida).
10 Mentre la formula della «coesistenza pacifica» applicata alla Cina venne usata occasionalmen­
te prima della sua adozione ufficiale al xxv congresso del partito del 1976, quando Breznev la men­
zionò nel suo rapporto, essa è rimasta fin da allora la sola formula adoperata nei riguardi della Cina
(cfr. XXV s’ezd Kommunistiteskoj Partii Sovetskogo Sojuza. Stenograftleskij otle't, p. 34).
11 Per esempio V.M. Kulis nella sua grande opera sulla forza militare e le relazioni intemaziona­
li, fa la seguente dichiarazione: «L’apparizione di nuovi tipi di armi può seriamante incidere sui rap­
inarti di forza militari tra i due sistemi mondiali... Potrebbero aversi conseguenze internazionali mol­
to profonde nel caso che una potenza possegga armi strategiche qualitativamente nuove che potreb­
bero servire a neutralizzare la capacità della controparte di effettuare efficaci azioni di ritorsione...;
anche una superiorità relativamente piccola e per un breve periodo da parte degli Stati Uniti sull’U­
nione Sovietica nello sviluppo di certi tipi e sistemi di armamenti «vecchi» e «nuovi» che aumentino
in modo significativo l’efficacia strategica della potenza militare americana potrebbe esercitare una
influenza destabilizzante sulla situazione politica internazionale per il mondo intero, e portare conse­
guenze estremamente sfavorevoli per la causa della pace e del socialismo» (V.M. Kulis, Voennaja sila
i meidunarodnye otnolenija, Izd. Mezdunarodnye otnosenija, Mosca 1972, p. 226).
12 Edward N. Luttwak, «Defense Reconsidered», Commentary, 6ò, n°3 (marzo 1977), p. 58.
13 Comunque, il Kissinger del 1979 ha cambiato opinione. In una intervista contenuta nel nu­
mero del 3 febbraio 1979 dell’«Economist» (pp. 17-22) egli riconosce chiaramente la superiorità della
controforza strategica. Egli scrive: «Sono giunto all’idea, differente da quella che ero solito esprimere
negli anni Sessanta, che l’avere da un lato una capacità di controforza e non averla dall’altro (specie
se in questo caso si è inferiori anche per quanto riguarda le forze di intervento locale) può provocare
un disastro politico» (p. 20).
14 II maggiore scetticismo circa l’adesione sovietica al concetto di deterrente è stato espresso da
Richard Pipes nel suo the Soviet Union Thinks It Could Fight and Win a Nuclear War, «Commen­
tary», 64, n° 1, luglio 1977, pp. 21-34, e nella sua confutazione delle critiche al suo articolo, contenu­
ta in «Commentary», 64, n° 3, settembre 1977, pp. 20-26.
15 Robert Legvold, Strategie «Doctrine» and Salt: Soviet and American Views, «Survival», 21, n° 1,
gennaio-febbraio 1979, p. 8. Tale asimmetria si aggiunge naturalmente alla difficoltà dei negoziati su­
gli armamenti con i russi, e crea possibilità ulteriori di reciproche interpretazioni errate. Pipes, dopo
aver affermato che «la leadership sovietica non potrebbe accettare la teoria di mutuo deterrente», ag­
giunge nella nota: «Vorrei sottolineare la parola “teoria” perché i russi certamente accettano il deter­
rente di fatto. La differenza consiste nel fatto che mentre i teorici americani del mutuo deterrente
considerano questa condizione come reciprocamente desiderabile e permanente, gli strateghi sovietici
la considerano non desiderabile e transitoria; essi non desiderano affatto permetterci di avere la capa­
cità di impaurirli» («Commentary», luglio 1977, p. 29). In risposta a ciò, mi associo pienamente al­
l’opinione di Richard L. Garwin, il quale replica: «il deterrente sovietico di fatto è per me sufficiente.
Non insisto sul fatto che a loro debba piacere essere impauriti» (U.S. Strategie National Security Pro­
grams, in Congresso USA, testimonianza alla House Armed Services Committee, 31 gennaio 1978, p.
110). Per un’importante tesi sul ruolo degli armamenti nucleari e sul fatto che nell’era attuale le
grandi guerre non possono più considerarsi una «continuazione della politica con altri mezzi», cfr.
A.I. Krylov, OktjabV i strategica mira, «Voprosy filosofii», n° 3, 1968, pp. 3-13. Cfr. anche V.G. Dol-
gin, Mimoe sosuflestvovanie i faktory ego uglublenija i razvitija, «Voprosy filosofii», n° 1, 1974, pp. 57-
68; G.A. Arbatov, The Stalemate of the Policy of Force, «Problems of Peace and Socialism», n° 2, febbra­
io 1974; M.A. Mil’stein, L.S. Semeiko, Problema nedopustimosti jademogo konflikta, «sSa», n° 11, no­
vembre 1974, pp. 3-12. Per una confutazione di tipo militare di questa opinione da parte sovietica
che sottolinea gli effetti smobilitanti della preparazione sovietica alla guerra, l’articolo più importan-

279
tc è quello (.lei generale K. Ikxkarcv, Problema waologtiesknb apektov bar by prottv »// agresti! i voiny,
«Vocnnaja Mysl’», n° 9, settembre 1968.
16 Tale opinione viene espressa con estrema forza nel serissimo articolo di M.A. Mil’stein, Na
opasnom perekrestke, «S$A», n° 10, ottobre 1978, pp. 3-13. Cfr. anche V.V. Èurkin, Podopleka novoj
vspyfki kampanii o «sovetskoj ugroze», «S$A», n° 8, agosto 1978, pp. 13-22; V.F. Petrovskij, Evoljucija
doctriny «national’noj bezopasnosti, «sSa», n° 11, novembre 1978, pp. 12-24; A. Voronov, Who Needs the
Myth of the «Soviet Menace»?, «International Affairs», n° 7, luglio 1978, pp. 94-102. Un buon compen­
dio del punto di vista sovietico è contenuto nell’articolo di Radomir Bogdanov e Lev Semeiko, Soviet
Military Might: A Soviet View, «Fortune», 26 febbraio 1979, pp. 46-52.
17 Raymond L. Garthoff, Mutual Deterrence and Strategie Arms Limitation in Soviet Policy, «Inter­
national Security», 3, n° 1, estate 1978, p. 147. Si veda anche il suo SALT and the Soviet Military,
«Problems of Communism», 24, n° 1, gennaio-febbraio 1975, pp. 21-37.
18 «U.S. News and World Report», 30 maggio 1977, p. 36.
19 L’Unione Sovietica impiega contro la Gna approssimativamente un terzo delle sue unità mili­
tari attive. Inoltre, mentre fino a pochi anni fa queste divisioni erano inferiori come qualità e stato di
preparazione a quelle spiegate contro la NATO in Europa, è adesso in atto un grande sforzo di miglio­
ramento e modernizzazione. Secondo una ricerca della a A, riportata nel «New York Times», 7 feb­
braio 1979, p. All, circa il 15% delle spese militari sovietiche nell’ultimo anno è stato impiegato in
favore di forze dirette principalmente contro la Gna.
20 Cfr. ad esempio Dale Herspring, The Reliability of the East European Forces, saggio presentato
al Faculty Seminar on Communism della Columbia University, 12 novembre 1977.
21 Cfr. ad esempio Franklyn Griffiths, Inner Tensions in the Soviet Approach to «Disarmament»,
«International Journal», 22, n° 4, autunno 1967, pp. 593-617. Arnold Horelick osserva intuitivamente
a proposito dell’approccio militare sovietico alla questione della sicurezza nazionale: «Si guarda inva­
no nelle dichiarazioni militari sovietiche ad un segno di sensibilità nei riguardi della insicurezza al­
trui che i programmi per la propria sicurezza possono originare. Al contrario, la sicurezza dell’URSS
tende a venir considerata come sinonimo di insicurezza del potenziale nemico; in realtà ci si aspetta
che quest’ultimo agisca in modo più “ragionevole” soltanto quando l’equilibrio delle forze si sposta a
suo vantaggio» {The Strategie Mind-Set of the Soviet Military, «Problems of Communism», 26, n° 2,
marzo-aprile 1977, p. 85).
22 Sulla natura asimmetrica della distensione, cfr. lo stimolante saggio di Kenneth Jowitt, Images
of Detente and the Soviet Political Order, Institute of International Studies, University of California,
Berkeley 1977.
I J. Il ruolo del fattore niditare nelle relazioni
intemazionali

Le opere sovietiche sul ruolo e l’impiego della forza militare negli affari
internazionali pervadono all’inizio il lettore di una sensazione di irrealtà, spe­
cie se si paragonano queste opere alla reale attività svolta dai sovietici in tale
settore. Uno scrittore sovietico, ad esempio, cita le dimensioni del «colossale
bilancio militare americano» come prova della sfrenata corsa agli armamenti
in cui gli Stati Uniti sono impegnati, senza menzionare il fatto che il bilan­
cio militare sovietico è considerevolmente più alto.1 La corsa agli armamenti
appare un affare unilaterale, che vede negli Stati Uniti i soli protagonisti.
Sotto tale aspetto, il punto di vista sovietico ci offre una immagine molto
più rozza di quella stessa letteratura americana estremamente di parte che di­
pinge l’Unione Sovietica impegnata in una sfrenata corsa al riarmo e gli Sta­
ti Uniti quale spettatore innocente.
L’analisi delle valutazioni sovietiche sul ruolo e sull’impiego del potere
militare nelle relazioni internazionali, comunque, porta alla conclusione che
esse contengano una logica interna che non può essere ignorata, che riflette
almeno in parte la percezione sovietica della realtà internazionale e che inci­
de sulla formulazione delle sue linee politiche. Gli elementi principali di tali
opinioni possono essere presentati in forma dettagliata ed in sequenza logica
come segue:2
Gli Stati Uniti, il principale avversario dell’Unione Sovietica, hanno tradizionalmente consi­
derato e continuano a considerare il potere militare come il mezzo ultimo e principale attraverso
cui influenzare le relazioni internazionali. Azioni economiche, diplomazia, alleanze politiche ed
altre forme di influenza internazionale giocano tutte un ruolo complementare alla politica estera
americana. La guerra del Vietnam rappresenta soltanto il più estremo se non l’ultimo esempio
della generale politica interventista americana, la quale mette in primo piano l’importanza del
ruolo svolto dal potere militare.
La centralità del potere militare nella politica estera americana è inerente alla natura del suo
sistema. La situazione si è aggravata nel periodo postbellico perché le tendenze economiche, so­
ciali e politiche dello sviluppo mondiale si sono mosse in una direzione contraria agli interessi
ed alla ideologia americana e possono essere ostacolate soltanto attraverso l’uso diretto o indiret­
to della forza militare o da una sua minaccia.'

281
(ii.i/ic .ill.i foiv.i tirsi cute tiri < > s<h i.iIisi.i c delle loi/e progressiste, l’uso della forza ili
venta più difficilmente applicabile jk-i gli americani e la minaccia di un suo impiego meno effi­
cace. Tale sviluppo contribuisce a determinare due tendenze di fondo tra quei gruppi che formu­
lano e rendono operativa la politica estera americana: una in cui la relativa debolezza conduce ad
una maggiore aggressività ed alla formulazione di politiche che tentino di prevenire ulteriori
perdite ed a recuperare le posizioni perdute attraverso pressioni e l’impiego di forza militare;
l’altra in cui una relativa debolezza tende a comportare una accettazione di ciò che si è perso, ad
una minore aggressività ed a tentativi di prevenire un ulteriore declino di influenza principal­
mente con mezzi diversi da quelli militari/ La lotta tra queste due tendenze è costante, e mentre
l’una o l’altra possono prevalere in un determinato momento, il contesto generale non sarà mai
completamente risolto fintanto che il sistema rimarrà immutato?
L’imperialismo americano si rivela debole se paragonato sia alla sua antica forza che al muta­
mento dei rapporti di forza, i quali favoriscono il suo avversario. Va sottolineato però che i so­
vietici non considerano affatto l’America una «tigre di carta». La forza dell’America è considera­
ta immensa, il suo progresso impressionante, le sue acquisizioni sostanziali. In un’era di arma­
menti nucleari e di nuovi strumenti scientifici di distruzione essa non può più essere capace di
dominare il mondo, ma ha chiaramente la capacità di portarlo alla distruzione.
La politica altamente prioritaria del governo sovietico è quella di evitare la guerra tra le due
superpotenze ed i due sistemi di alleanze. Se le opere dottrinarie militari sovietiche trattano la
guerra nucleare in termini di strategia che può rivelarsi vincente, i più autorevoli scritti polititi
non sollevano mai questa questione, ma al contrario risulta chiaro da essi che tale guerra viene
considerata un assoluto disastro, un totale fallimento delle principali politiche sovietiche, una
soluzione che va evitata a tutti i costi. La crescente forza militare dell’Unione Sovietica e dei
suoi alleati viene considerata come il miglior deterrente a tale guerra.
La corsa agli armamenti tra le due superpotenze, la sfrenata escalation degli armamenti nu­
cleari e dei nuovi tipi di armi crea però un clima politico in cui aumentano le prospettive di una
guerra nucleare. Per questa ed altre ragioni che si avvalorano vicendevolmente, l’Unione Sovieti­
ca è favorevole ad un controllo sugli armamenti che stabilizzi o anche riduca in futuro il reci­
proco livello di forze distruttive strategiche.
L’Unione Sovietica considera le aree di conflitto tra le due superpotenze come una serie di
anelli concentrici. Più vicino è l’anello del conflitto al centro, maggiormente esso viene ad urta­
re gli interessi vitali degli avversari, e più grande è il pericolo di una guerra totale. L’anello cen­
trale rappresenta gli interessi di sicurezza diretta e l’integrità nazionale dei paesi membri della
nato e del patto di Varsavia, ed è un’area in cui i sovietici denunciano l’uso della forza militare
a sostegno di obiettivi politici e nella quale vedono la necessità di evitare qualsiasi confronto di­
retto, e chiedono lo stesso impegno da parte degli Stati Uniti. È fondamentalmente in questo
senso che si può dire che i sovietici considerano la loro strategia degli armamenti ed il loro at­
teggiamento nei confronti del ruolo e dell’uso della forza nelle relazioni internazionali come di
natura difensiva.
Riguardo agli altri anelli concentrici però — e quanto più lontani questi sono dal centro tan­
to più questa caratteristica è pronunciata — le valutazioni e la stessa pratica a proposito del ruo­
lo del potere e delle risorse militari dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati si adattano in modo
impressionante e, io credo, vengono largamente ispirati da quello che ho precedentemente de­
scritto come il loro punto di vista a proposito della valutazione americana sul ruolo svolto dalla
potenza militare. C’è soltanto una, ma fondamentale differenza di percezione. La potenza ameri­
cana viene impiegata contro le tendenze progressiste dello sviluppo storico, quella sovietica al
loro servizio.6
Gli anelli più esterni di conflitto sono luoghi legittimi di competizione tra le due superpo­
tenze e, per definizione, aree di progresso e di reazione, fintanto che nessun confronto militare
diretto abbia luogo tra le due superpotenze. L’Unione Sovietica, nel suo porsi al servizio del pro­
gresso storico, impiega vari mezzi di influenza. In primo luogo c’è la sua forza in quanto model­
lo, esempio di sviluppo socio-economico di successo, e la forza del suo orientamento ideologico
come espressione dell’esperienza sovietica. In secondo luogo, c’è il suo impiego di risorse econo­
miche. In terzo luogo, l’azione diplomatica, sostenuta dalla potenza militare, che serve da scudo

282
i ondo Tinta vailo mi nini t .ile, contro «Tes|x u (azione del la control ivoln/ione». In quarto luogo,
il leale dispiegamcnto di mezzi militari, inclusa in alcuni casi l’assistenza militare diretta. L’U­
nione Sovietica preferireblx- assicurare il successo dello sviluppo progressista e la spinta della
sua influenza in campo internazionale soltanto attraverso i primi tre mezzi, ma non ha esitazio­
ni, né nutre alcuna illusione circa l’importanza dell’impiego di forze militari.
d’urto della storia sovietica, dalla sua visione del mondo alla sua concezione degli avversari,
fa sì che l’Unione Sovietica, una volta che sia in possesso delle risorse necessarie e finché ciò
non metta in pericolo in modo intenzionale la causa della pace, consideri ancora l’impiego di risor­
se militari come il fattore centrale e perfino fondamentale delle relazioni internazionali. Sotto ta­
le aspetto il pensiero sovietico si basa ancora sugli assiomi della guerra giusta, della necessità
della violenza nella rivoluzione, della forza come elemento portante della storia. Lo slogan «il
potere scaturisce dalla canna di una rivoltella» non fu inventato da Mao Tse-tung.
I dirigenti e gli scrittori sovietici sembrano credere onestamente che non solo l’assistenza mi­
litare, ma anche azioni militari aperte come quelle in Angola non costituiscano una esportazione
della rivoluzione. L’impiego della forza militare sovietica non ha creato una situazione rivoluzio­
naria, ha semplicemente alterato l’equilibrio delle forze in favore dei rivoluzionari rispetto ai
controrivoluzionari che vengono attivamente sostenuti dagli interessi reazionari stranieri.
La definizione sovietica di ciò che si intende per progressista, e quindi di ciò che la potenza
militare sovietica deve sostenere, è estremamente elastica. In linea di principio, tutto ciò che
l’Unione Sovietica favorisce e tutto ciò a cui gli Stati Uniti si oppongono, è progressista. Gò
non significa comunque che non vengano fatte distinzioni di grado, come vedremo in seguito.
A parte il caso del «circolo più interno» di progresso — quei regimi comunisti o genuinamente
rivoluzionari di sinistra (sono esclusi i movimenti non al potere) che sono alleati all’Unione So­
vietica attraverso trattati, o da essa controllati — non c’è alcuna evidenza né negli scritti né nelle
attività sovietiche del fatto che il grado di progresso influenzi fortemente la probabilità o le di­
mensioni dell’aiuto o dell’intervento militare da parte dell’Unione Sovietica. La decisione di aiu­
tare o di intervenire dipende fondamentalmente dalla situazione specifica, non da considerazioni
dottrinarie.

Abbiamo tentato di descrivere la logica interna del pensiero, delle perce­


zioni ed in certa misura delle azioni sovietiche a proposito del ruolo e del­
l’impiego della potenza militare in campo internazionale. Esiste tuttavia
un’ulteriore logica che è rinvigorita da quelle opinioni e percezioni e che a
sua volta rinforza e spinge le valutazioni e le azioni della leadership sovietica
a dare una importanza centrale al fattore militare nelle relazioni internazio­
nali, ed è la logica dell’equilibrio delle risorse che l’Unione Sovietica ha a
sua disposizione nelle sue attività internazionali.
La natura del potere sovietico viene determinata dal carattere, dalla gran­
dezza e dall’equilibrio delle risorse di cui dispone e che possono essere utiliz­
zate in campo internazionale, e che sono di carattere ideologico, culturale,
economico, politico e militare. Come vedremo in maggior dettaglio in segui­
to, la particolare natura del crescente potere che i sovietici cercano sempre
più di proiettare all’esterno e su cui tentano di capitalizzare in politica estera
costituisce insieme l’aspetto più pericoloso ed inquietante del tentativo di
espansione dell’influenza sovietica, e l’intrinseca debolezza di tale politica.
Le risorse sovietiche di carattere ideologico, un tempo tra le più forti
componenti del suo potere, o si sono, con pochissime eccezioni, esaurite, o

283
stanno assumendo un carattere negativo. L’Unione Sovietica ha cessato di
essere il simbolo della rivoluzione radicale; essa c stata completamente supe­
rata da sinistra in parte dai cinesi e, in modo più importante, dai nuovi radi­
cali, i quali riducono i sovietici alla posizione di un’altra grande potenza le­
gata alla promozione dei propri interessi ed alla subordinazione della causa
rivoluzionaria ai suoi interessi di grande potenza. La direzione sovietica del
movimento comunista internazionale, in passato uno strumento importante
della sua politica estera, è come minimo in profondo declino, ed al peggio in
un’era di scisma e di frammentazione, con conseguenze ideologiche più im­
portanti di quante ne abbia avute la frattura cino-sovietica. In quanto model­
lo di emulazione e simbolo del progresso sociale per l’intelligencija di sini­
stra delle civiltà industrializzate, l’Unione Sovietica appare irrevocabilmente
compromessa. Nel caso dell’intelligencija di sinistra del Terzo mondo tale
processo è meno avanzato, ma tende a svilupparsi nella stessa direzione. I re­
gimi rivoluzionari del Terzo mondo sono attratti dall’Unione Sovietica non
per la sua ideologia, ma per convenienza e per circostanze specifiche. In real­
tà il carattere rivoluzionario di questi regimi è spesso superficiale sotto ogni
punto di vista, privo di tradizioni e di radici politiche e sociali ed essenzial­
mente presenta una scarsa affinità con il modello ideologico sovietico, per
non parlare di esperienza marxista o leninista. Nel Terzo mondo, in cui ha
luogo il principale sforzo sovietico di espansione della propria influenza, i
regimi fortemente nazionalisti, religiosi o socialmente conservatori si alleano
all’Unione Sovietica non grazie alla ideologia ufficiale sovietica, bensì nono­
stante questa, e spesso non ne nascondono la ripugnanza.8
Il patrimonio culturale di un paese in campo internazionale — sia esso la
lingua, la tradizione, i modelli culturali di massa o ciò che generalmente si
può descrivere come l’attrattiva o l’imponenza di un modo di vita — può ri­
velarsi molto importante per l’allargamento della influenza di quel paese.
Nel caso dell’America, lo stereotipo del «brutto americano» tendeva a oscu­
rare l’enorme attrattiva della cultura di massa (o, nel caso francese, dell’alta
cultura) e della civiltà americana per popolazioni molto diverse, così come
l’importanza del suo patrimonio culturale durante il processo di diffusione
della sua influenza. I modelli culturali sovietici sono altamente formali, rigi­
di, stolidi, intolleranti e strani per una infinita varietà di gente di differenti
classi e nazioni che vi è esposta. Un capo di stato straniero ha maliziosamen­
te detto che lo stile di vita sovietico combina «il fascino e la gaiezza dei tede­
schi, l’apertura degli albanesi, l’umiltà degli indiani e l’efficienza dei latini».
Lungi dall’essere il latore di una cultura che incoraggia qualsiasi tentativo di
acquisire influenza, il popolo sovietico, compresa l’élite, mostra nel suo at­
teggiamento non ufficiale una terribile attrazione per lo stile americano e
per la cultura occidentale. Questa ambivalenza conferisce all’atteggiamento

284
culturale sovictiio un mal dissimulato sentimento di superiorità nei confron­
ti dei paesi poveri e «arretrati» ed un sentimento di inferiorità nelle relazioni
con quelli ricchi e «sviluppati», cioè con l’occidente. Nessuno dei due è at­
traente, ne serve la loro politica estera.
Passando a considerare le risorse economiche dell’Unione Sovietica, le
considerevoli difficoltà dello sviluppo economico sovietico non devono oscu­
rare i reali successi dell’era brezneviana. Parte di questo progresso va ricerca­
ta nel rapido sviluppo della partecipazione sovietica alle interrelazioni econo­
miche internazionali in generale, ed alla espansione dei suoi accordi econo­
mici ed alla assistenza sviluppata con i paesi meno avanzati in particolare.’
La assoluta grandezza dell’economia e soprattutto del settore industriale, ed
il controllo centralizzato delle risorse conferiscono all’Unione Sovietica un
potenziale economico considerevole a sostegno della propria politica estera.
Non c’è dubbio tuttavia che per il momento e per un prevedibile futuro tale
potenziale nel suo aspetto non militare è molto limitato. Per un certo nume­
ro di ragioni, il grado di coinvolgimento sovietico nell’economia mondiale
non è commensurato alla evoluzione dello status sovietico di grande potenza
e, cosa egualmente importante, non è cresciuto in modo percettibile durante
l’era brezneviana rispetto a quello delle nazioni industriali occidentali. L’in­
fluenza sovietica diretta nella e sulla economia mondiale è minima.10
Le risorse economiche sovietiche sono grandi. Per una quantità di motivi,
però, la disponibilità di tali risorse per scopi di politica estera ed il grado di
ricettività dei destinatari stranieri ad accordi economici di cooperazione con
l’Unione Sovietica sono molto limitati. Tra i vari motivi si possono menzio­
nare i seguenti:

Il sistema sovietico di rigida pianificazione economica subissato dalla domanda interna, il


che lascia poche riserve per l’estero.11
La crescente pressione del consumismo popolare da poco emerso e delle rivendicazioni eco­
nomiche dei gruppi etnici, che la leadership sovietica può ignorare soltanto a proprio rischio e
pericolo.12
Il carattere marginale della produzione agricola sovietica e la sua dipendenza dai capricci del­
la natura.
La mancanza di tradizione cd esperienza ad utilizzare strumenti economici esterni nella pia­
nificazione e nella organizzazione manageriale.
La non convertibilità della moneta.
Il crescente fardello delle relazioni economiche con l’Europa orientale e con gli altri stati so­
cialisti (Cuba, Vietnam) che sono diventate un fondamentale prcrec|uisito per la stabilità di que­
sti paesi e per il loro controllo da parte dell’Unione Sovietica.1'
La rigida divisione in compartimenti dell’economia nei settori militare e civile ed il fardello
militare che può essere sostenuto soltanto attraverso una enorme concentrazione di quadri e di
tecnologia avanzata nel settore militare.
La non competitività della qualità della tecnologia industriale ed agricola, delle scienze medi­
che, delle scienze applicate e così via a paragone degli standard quotidiani delle nazioni indu­
striali occidentali."

285
I paesi in via di sviluppo del Terzo mondo eostituiseono ovviamente l’o­
bicttivo principale di utilizzazione di risorse economiche quali assistenza cd
esportazione di tecnologia, crediti finanziari c capacità manageriale a soste­
gno degli obiettivi politici sovietici. L’attività dei sovietici si è concentrata
per ora principalmente o forse esclusivamente su un limitato numero di
grandiosi progetti quali la diga di Aswan o il complesso acciaierifero india­
no, e su crediti ed aiuti altamente selezionati e limitati. Inoltre i leader sovie­
tici non mostrano, probabilmente a ragione, alcuna fiducia nel fatto che i lo­
ro sforzi economici verranno ricompensati in senso politico, almeno nell’am­
bito dei limiti delle risorse che essi intendono o sono in grado di impegnare.
La situazione cambia poco rispetto alle relazioni dell’Unione Sovietica con
i paesi industrializzati in cui essa potrebbe acquisire dei vantaggi in politica
estera costituendo un mercato significativo o attraverso la fornitura di im­
portanti materie prime. Riguardo alla seconda ipotesi, esistono poche possi­
bilità che l’economia sovietica possa permettersi grandi esportazioni di mate­
rie prime (petrolio ad esempio) senza delle massicce importazioni di tecno­
logia dall’occidente accompagnate da crediti a lungo termine, che è come di­
re senza fornire ai paesi occidentali un’arma politica attraverso mezzi econo­
mici, anziché acquistare influenza sulle economie occidentali.
Per quanto concerne la possibilità che l’Unione Sovietica costituisca un
mercato per i paesi occidentali, lo stato attuale di indebitamento sovietico
con l’occidente ed il declino nell’anno 1977-78 del commercio sovietico tota­
le con l’occidente sono solo le più recenti indicazioni dei limiti che un mer­
cato sovietico comporterebbe e della sua dipendenza dai crediti occidentali a
lungo termine e da fattori politici.15
Le risorse politiche a disposizione della politica estera sovietica sono inve­
ce significative ed imponenti. L’Unione Sovietica ha una volta e per sempre
posto fine al suo approccio settario ed al suo isolazionismo nei confronti de­
gli altri paesi. Il processo di attivismo politico all’estero cominciato sotto
Chruscèv si è accelerato. Patti con nazioni estere, trattati, pressioni diploma­
tiche giocano una parte importante nella politica estera sovietica. In quanto
una delle forze principali alle Nazioni Unite, il suo sostegno o veto rappre­
sentano strumenti importanti della sua politica estera. Attraverso il suo siste­
ma di alleanze strettamente controllate con l’Europa orientale ed altri stati
comunisti, l’Unione Sovietica sta orchestrando le attività e le considerevoli
risorse di politica estera di questi paesi a sostegno delle politiche e degli
obiettivi sovietici.
La forza politica e l’attivismo dell’Unione Sovietica sono discernibili so­
prattutto nell’ampia serie di relazioni di sostegno reciproco con movimenti
sociali e politici non comunisti del Terzo mondo, un genere di relazioni in
cui precede chiaramente l’altra superpotenza. Gò mi conduce a quella che

286
miisidcro la più grande risorsa della politila estera sovietica: il suo atteggia­
mento nei confronti delle situazioni mutevoli e delle aspirazioni rivoluziona­
rie e nazionaliste nel mondo non comunista. È un atteggiamento di sotto-
suizionc totale a tutti quei cambiamenti ed aspirazioni che possono, secondo
loro, alterare lo status quo e fa dell’Unione Sovietica un naturale alleato di
quelle nazioni e movimenti che nutrono tali ambizioni ed aspirazioni, e ciò
di per sé, specialmente nel breve periodo, le è costato molto poco.
L’Unione Sovietica però presenta delle debolezze molto significative per
quanto concerne le sue capacità di concentrare le risorse per i suoi obiettivi
di politica estera. Particolare più importante, l’espansione delle risorse verso
i campi periferici della azione estera sovietica è accompagnata da una radica­
le debolezza ed in certa misura perfino da una contrazione di tali risorse al
centro.
Nonostante tutti gli sforzi da parte sovietica, il suo fondamentale sistema
di alleanze viene mantenuto in ultima analisi con la forza delle armi più che
con mezzi politici. Sforzi per trasformare tale sistema dall’impero dei giorni
di Stalin in una comunità stabile vengono ostacolati dall’irredentismo popo­
lare e dell’élite, e dalla instabilità sociale ed economica. L’Unione Sovietica
non è capace di ricondurre all’ovile la Jugoslavia. La politica estera rumena
si colloca a tutti gli effetti pratici al di fuori della linea politica sovietica; l’e­
lemento centrale del suo sistema di alleanze postbellico, la Gna, si è infranto
senza possibilità di recupero. Mentre gli interessi dei principali membri dei
movimenti comunisti mondiali possono coincidere e qualche volta coincido­
no con gli interessi sovietici a breve e medio raggio, il controllo di questi
movimenti è irrimediabilmente sfuggito dalle mani dei sovietici.
L’acquisizione dello status sovietico di grande potenza, lo sviluppo della
sua dimensione globale ha portato insieme al maggior prestigio ed influen­
za, ad una paura crescente tra i suoi alleati, semi-alleati e partner non comu­
nisti del Terzo mondo riguardo alle sue intenzioni ed al suo percepito desi­
derio di volerli controllare.
Tali paure hanno condotto ad una serie di gravi regressi nel tentativo so­
vietico di sviluppare sistemi di alleanze (Egitto ed India per esempio) e fan­
no in larga parte dipendere la forza delle nuove alleanze formatesi dal grado
di isolamento dei partner sovietici, dalla mancanza da parte loro di altre scel­
te se non quella di accettare l’aiuto sovietico.
La situazione è molto differente per quanto riguarda le risorse militari al
servizio della politica estera sovietica. A partire dalla sua capacità di offrire
una vasta gamma di armi sufficiente a ricoprire tutte le necessità di qualsiasi
nazione e pienamente competitive con quelle offerte dagli Stati Uniti — ed
in aggiunta alle armi, l’Unione Sovietica è capace anche di offrire qualsiasi
tipo di aiuto, da un gran numero di consiglieri militari allo spiegamento of-

287
fcnsivo di truppe appartenenti ad almeno imo ilei suoi alleati, al massiccio
spiegamento difensivo e, come nel caso dell’Afghanistan, offensivo, di forze
militari proprie —, l’attività dell’Unione Sovietica costituisce oggi un fattore
fondamentale in quasi tutte le più importanti aree di conflitto nel mondo.
La disponibilità ad impegnare il proprio potenziale militare all’estero in un
numero sempre maggiore di aree suggerisce fortemente una ridefinizione
parziale da parte sovietica di ciò che costituisce un rischio. Una delle princi­
pali tendenze e dilemmi della condotta sovietica in campo internazionale è il
tentativo di tradurre la propria capacità militare in influenza politica globale.
Che tale politica abbia condotto in passato a notevoli fallimenti e che i suoi
attuali successi siano lungi dall’essere assicurati non deve distogliere dal fat­
to che tale tendenza è crescente e che tale politica comporta degli intrinseci
pericoli.
È principalmente riguardo alle risorse militari adoperate in politica estera
che l’Unione Sovietica eccelle. A partire dal 1955 con l’accordo sulla vendita
di armi agli arabi, l’Unione Sovietica è entrata prepotentemente nel mercato
internazionale delle armi e dell’assistenza militare e continua in modo co­
stante ad espandere il peso della sua attività.16 È in questo settore che l’Unio­
ne Sovietica è quantitativamente e qualitativamente competitiva con l’occi­
dente, e con ogni probabilità essa supera gli Stati Uniti dell’era post-Viet-
nam in quanto a capacità e disponibilità di spiegamento di una forza militare
diretta.
Quella che ne emerge è una situazione di squilibrio delle risorse politiche
sovietiche, con i mezzi militari a rivestire il ruolo dominante e le altre risor­
se relegate tutt’al più al ruolo di sostegno. (Questo è naturalmente proprio
lo stato di cose che per gli analisti sovietici contraddistingue il caso america­
no). Tale situazione, insieme alla tendenza espansionista della politica estera
sovietica, presenta delle implicazioni inquietanti. La necessità da parte sovie­
tica di affidarsi in modo eccessivo alle sue capacità militari, insieme alla sua
rivendicazione di una maggiore influenza sulla scena mondiale, rinforzano il
fatto già di per sé pericoloso che l’Unione Sovietica è una potenza mondiale
in ascesa, una potenza che, se da una parte non vuole una guerra o un con­
fronto aperto con l’altra superpotenza, dall’altra ha degli interessi molto li­
mitati alla preservazione o ad una riforma pacifica dell’ordine mondiale. Da­
to il ruolo esterno giocato dall’Unione Sovietica ed i limiti delle sue risorse
di carattere non militare, tale riforma pacifica non fornirebbe agli occhi so­
vietici delle opportunità per un aumento della loro influenza. Anche se po­
trebbe condurre ad un ulteriore declino del potere americano nell’arena mon­
diale o perfino ad un declino della influenza globale dell’occidente e ad una
ulteriore crescita della influenza di grandi potenze regionali o di gruppi di
paesi del Terzo mondo, l’Unione Sovietica è principalmente interessata non

288
,ul ima distribuzione economica o politica di influenza più equa in favore dei
paesi del 'ferzo mondo, ma alla crescita di quella propria. l'ale rifondazionc
dell’ordine mondiale condotta con mezzi pacifici appare meno attraente e
promettente dal punto di vista della crescita della influenza sovietica di
quanto non lo siano i conflitti ed il disordine.
La debolezza degli altri mezzi disponibili ed il peso che le risorse militari
rivestono nella politica estera sovietica significano che le opportunità di al­
largare la propria influenza possono essere sfruttate principalmente in aree di
conflitto in cui il fattore militare gioca un ruolo importante e dove il conflit­
to può giungere fino ad una soluzione di carattere militare. Per dirla sempli­
cemente, l’Unione Sovietica è interessata a fomentare conflitti, a mantenerli
ad un alto livello di intensità ed a sfruttarli, ma non è interessata ad una loro
soluzione pacifica, specie durante il loro stadio iniziale, quando questi sono
maggiormente suscettibili di soluzione. Bisogna sottolineare il fatto che è in
situazioni in cui il conflitto è permanente e suscettibile di soluzioni militari
che appare più probabile la traduzione della crescente potenza militare sovie­
tica in influenza politica, e dove i suoi principali strumenti di politica estera
possono risultare più profittevoli in campo internazionale. Come il lettore
scoprirà successivamente, io non sottovaluto affatto la debolezza ed i costi a
lungo e medio termine dello spiegamento delle risorse militari sovietiche in
campo internazionale, tuttavia i loro costi diretti ed a breve termine sono
bassi, la loro efficacia alta, i loro profitti imponenti e la loro preponderanza
nel bilancio degli strumenti di politica estera, pronunciata. E questa logica
della natura delle risorse di politica estera che rinforza il punto di vista sovie­
tico sulla realtà internazionale e fornisce una ulteriore spinta al carattere cen­
trale assunto dal potere e dai mezzi militari nelle relazioni internazi